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Full text of "LE ORIGININ TESTI LATINI,ITALIANI,PROVENZALI E FRANCO-ITALIANI VOLUME - I"

IV.O 57-01414 



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LA LETTERATURA ITALIANA 
STORIAETESTI 

DIRETTORI 

RAFKAELK MATTIOLI PIETRO PANCRAZI 
ALFREDO SCHIAFFINI 

VOLUME i 



LE ORIGINI 

TESTI LATINI, ITALIANI, PROVENZALI 
E FRANCO- ITALIANI 



A CURA 3D I 

ANTONIO VISCARDI BRUNO E TILDE NARDI 
GIUSEPPE VIDOSSI FELICE ARESE 

con la collaboraxione di 

GIAN LUIGI BARNI * LUIGI BRUSOTTI 

DON GIUSEPPE DE LUCA TULLIO GREGORY 

LUIGI RONGA 




RICCARDO RICCIARDI EDITORE 
MILANO * NAPOLI 



TUTTI I DIRITTI 1U8RUVATI ' ALL RIGHTS KHSRRVKD 
PKINTBD IN ITALY 






,\ , LE ORIGINI 

( ^ i' i 



INTRODUZIONE XI 

NOTA AI TESTI XXXI 
V ITALIA DIALETTALE FINO A DANTE XXXIII 

PROEMIO 

I maestri del pensiero mediewale 

I. SEVERING BOEZIO 3 

II. AURELIO CASSIODORO 30 

PARTE PRIM A 
La letter<itura ndt*etd longobardo-carolingia e del regno italico 

I, Scritture e sent tori del secolo VU 

1. EPITAFFIO DI AGRIPPINO 39 

2. LKTTKRA DI GIOVANNI, PATRIARCA SCISMATICO DI 
AQUILEIA, A RE AGILULFO (605 607) 4* 

3. CRISPO DIACONO 47 

4. GIONA BOBBIESE S3 

5. L'EDJTTO DI ROTARI 66 

6. GU ATTI DEL CONCILIO LATERANENSE DEL 649 7 

II. ticritture e scrittori del secolo VHl 

1, EPISTOLE DELLA CANCELLERIA LATERANENSE DAL 
((CODEX CAROLINUS)) 79 

2, PAOLO DIACONO 86 

3, PAOLINO D'AQUILKIA 122 

4, BILLOGI RITM1CHE VERONESI HI 

5, L'INDOVINELLO VERONESE 164 

III. Scritture e scrittori dd stcoli IX e X 

I. CRONACHE, BIOGRAFIK, PANEGIRICI 166 

ANDREA AGNELLO ^68 



VI LE ORIGIN! 

CHRONICON SALERNITANUM 172 

BENEDETTO IH S. ANDREA DEL SORATTE 188 

UUTPRANDO 1)1 CREMONA 194 

GESTA BERENGARII IMPKRATORIS 204 

2. TEOLOGI, CANONIST!, RIFORMATORI 3U 

ATTONE VESCOVC) DI VERUELL1 216 

RATERIO VESCOVO DI VERONA $36 

3* CARMINA &4X 

4. FORMOLE VOLGARI 153 



PARTK Sia: 
// secnh A7 

L Cronistica e storiografia 

I. IL CHRONICON NOVALICIENSE 57 

2* GRECORIO DA CATINO E GLI ESORDI DELLA STORK)- 

GRAFIA DOCUMENTALE ^7 

IL Maestri ddk Arti 

1. PAFIA 315 

2. GUIDO D'AREZZO 3aa 

HI. J <c grands rMtoriqmun* del $$cafo XI 

1. PIER DAMIANI 333 

2. ANSELMO DA BESATE 3 6x 

3. ALFANO DI SALERNO 382 
GUAIFERIO DI MONTECASSINO 398 

4. VERSUS EPOREDIEN8ES 405 

IV. Dialettica e filosofia 

1. LANFRANCO DA PAVIA 4ao 

2. SANT'ANSELMO DI AOSTA 435 



LE ORIGINI VII 
V. Letteratura politico. 

LETTERATURA POLITICA 471 

BENZONE VESCOVO D'ALBA 472 

BONIZONE VESCOVO DI SUTRI 484 

PLACIDO DI NONANTOLA 494 

VI. Frammenti di letter atur a volgare 

FRAMMENTI DI LETTERATURA VOLGARE 506 

PARTK TERZA 
// secoh XH 

I. CRONISTI, STORICI, BIOGRAFI 513 

LANDOLFO SENIORE 516 

LANDOLFO IUNIORE 528 

CAFFARO 538 

AMATO DI MONTECASSINO 548 

GOFFREDO MALATERRA 556 

UGO FALCANDO 566 

PIETRO CASSINESE 580 

ROMUALDO 01 SALERNO 586 

IL STORIE UNIVERSALI 602 

GOFFREDO DA VITERBO 604 

HI. POESIA EPICO-STORICA 630 

GUGLIELMO PUGLIESE 634 

DONIZONE 642 

GESTA FRIDERICI 648 

DE BELLO MEDIOLANENSIUM ADVERSUS COMENSES 664 

MOSfe DEL BROLO DI BERGAMO 670 

CARMEN DE VICTORIA PISANORUM 672 

LIBER MAIOLICHINUS 676 

IV, PIETRO DA EBOLI 680 

V, ARRIGO DA SETTIMELLO 705 

VI, GIOACCHINO DA FIORE 7^3 



VIII LE ORIGINI 



PARTK QUARTA 
// secoh Kill 

IL SECOLO XIII 739 

I, Letter atur a latina 

1. SCRITTURE RETORICHK 741 
BQNCOMPAGNO DA SIGNA 744 
PIER DELLE VIGNE 7$* 

2. SCRITTURE OIURIDICHE, GLOSSA E GLOSSATORI 775 
ACCURSIO 77$ 
AZONE DE J PORCI 794 
GOFFRKDO DA TRANI 7^8 
ODOFRKDO DENARI ^4 

3. SCRITTURE POLITICHE Hll 
BGIDIO ROMANO Hu 

4. SCRITTURE SCIENTIFICMB, IL LIBER AHBACI0 E LA 
(CPRACTICA GEOMETRIAE)) DI LEONARDO HSAN0 8a4 

5. ARISTOTELISMO E AGOSTINISMO NEL SECOLO XUI 833 
SAN TOMMASO D'AQUINO 838 
SAN BONAVENTURA DA BAGNOREGIO 85^ 

6. LETTERATURA SPIRITUALS ^04 
SEQUENZA DELLO SPIRITO SANTO (V*ni> sarnie tifliritttt) 906 
LOTARIO 9oH 
SACRUM COMMERCIUM SANCTI FRANCISCI CUM DOMINA 
PAUFERTATE M4 
TOMMASO DA CELANO W 
GIACOMO DA MILANO 9.^ 
LEGGENDA DI MARGHERITA DA CORTONA 944 
IACOPC) DA VARAZZE 05* 

7. SCRITTURE STORICHE ;66 
SALIMBENE DE ADAM fX>8 



LE ORIGINI IX 

II . Letter at ur a provenxale 

1. TROVATORI ITALIANI 985 
RAMBKRTIS DE BUVALEL 990 
EN SORDEL 998 
LANFRANCS CIGALA 1012 

2. IL DONATO PROVENZALE 1045 

III. Letter atur a franco-itah'ana 1053 

1. MARTINO DA CANALE 1058 

2. MARCO POLO 1085 

3. IL KARLETO riis 

4. L'ENTR^E D J ESPAGNE 1136 
5* NICOL6 0A VERONA Xl86 
6. HUON D'AXJVERGNE 1200 

INDICE 1221 



INTRODUZIONE 

11 presente volume vuole offrire un quadro quanto piu possibile 
precise della cultura letteraria italiana nei secoli tra il VI e il XIII; 
nei secoli, cioe, che la storiografia illuministica e quella romantica, 
pur movendo da posizioni diverse e talora contrastanti, avevano 
concordemente raffigurati come secoli tenebrosi della trionfante 
barbarie, 

Origini illuministiche ma le premesse sono ncl pensiero uma- 
nistico e nella storiografia protestante - ha la noxione di media evo 
come et& di decadenza e dissolvimento : Feta neila quale lo spirito 
umano si estenua e ristagna in una squallida miseria, e ogni luce di 
civilta si spegne e scende sul mondo la caligine densa delFignoranza 
e della barbarie. La notte medievale: che sta tra il pallido crepu- 
scolo della civilta antica, nei bassi tempi imperiali, e Falba della 
rinascita, agli esordi della civilta moderna. 

Contro la valutazione illuministica del medioevo sta il giudizio 
positivo dei romantici: che il medioevo pongono come un periodo 
non di desolato squallore e di torpida ineraa e insomma di mor- 
tificassione dello spirito umano, ma anzi di vigorosi fermenti e di 
creazioni feconde; tanto che nei medioevo sarebbero da riconoscere 
le vive sorgenti della moderna civilta europea. 

Tuttavia, in un dato essenziale la nozione romantica concorda 
e anzi si identifica con la nossione illuministica: nei secolo V (o 
IV o VI o VII: i termini cronologici variano, com'e noto, da autore 
ad autore), per Favvento irresistibile della barbarie, il mondo occi- 
dentale sarebbe ridotto allo stato di natural alia condizione del 
mondo umano primitivo e selvaggio. 

fe fondamentale, nella visione romantica - e vi si riconosce chia- 
ramente Teredita del pensiero vichiano -, questo mito del prim- 
two come fonte di vita vera; Fidea cioe che ogni civiita vera ed 
autentica non puo nascere se non da un ricommciare da capo; 
che ogni civilta, in altre parole, compiuto il suo ciclo vitale, deve 
necessariamente dissolversi. 

Decrepita, esausta, inaridita e isterilita, la civilt^t greco-romana, 
nei momento in cui anche il grande edificio politico delFImpero 
crolla; e percid necessariamente quelli che sono, nei V secolo, solo 
detriti di una cultura ormai senescente e stanca, vanno travolti e 



XII INTRODUZIONE 

dispersi neH'oblio dclle c<)vSe morte* Se mai potranno coatituire solo 
Y humus in cui mcttano radici i nuovi germi di vita: i germi fe- 
condi, generosamente disaeminati dalle forsse nuove chc s'affac- 
ciano alia storia: le forae trionfanti del Criatianeaimo e del (Jcr- 
manesimo. quindi comune alia noxionc illuministica c a quella 
romautica di mediocvo 1'iclea cii una fine della eiviltk antica; di 
una frattura profonda tra mondo antico c mondo moderno. ft 
comune, in particolare, 1'idea dell'csaurirsi c dello spegnerai, a 
un certo momento, della tradizione Ictteraria classical e di questo 
esaurirsi concordemente si pone come segno e documcnto il latino 
medievale, sia quello dei test! Icttcrari, sia - e anchc meglio - quello 
delle carte e dei diplomi. 

Del tutto remoto c indipendente dal latino vero della tradixione 
i apparso ai vecchi filologi e ai vecchi storici il latino dei basi 
tempi e dell'alto medic evo: il latino delle scritture medieval! 
sarebbe il latino del volgo, che si aostituisce al latino letterario* 
del resto gi^i imbarbarito e corrotto - per le vicende della sim storia 
interna - quando sull'Impcro si rovescia Talluvione barbariea. 
Nel ^oo il grandc Du Cange, preludendo con una mirabile tratta- 
zione D$ causis corruptae eloquentiae al suo Glosaario della media c 
infima latinitl, affermava che, venute mcno, ncl tumulto delle armi, 
le scuole, custodi e conservatrici della buona latinit&, rcsta nei sc 
coli V e VI, vivo solo il latino delta plcbc > qui nullis vel gramma- 
ticae vel ortographiae legibus aatringiturn, Ncaauno piu, nel se- 
colo VI, conosce 1'altro, il vcro latino; ncmmcno coloro che 
dovrebbero essere particolarmente addeatrati a maneggiarlo: i 
redattori dei document! ufficiali, i miniatri dei aovrani barba- 
rid, Nelle Leges, nei diplomi, nei placiti dei re merovingi pub- 
blicati dal Mabillon, il Du Cange riconosce mclanconicamcnto la 
prova cli un latinitatis interitusw, della morte del latino vero; prn- 
fligatam ac paene extinctam eiua aevi latinitatem. E 51 giudisdo 
del Du Cange resta sostansdalmente confcrmato dalle proposixu>ni 
e formulazioni tlei filologi dell'Ottocento e del primo Novcccnto. 
Cos! il Pirson nel 1909, indagando il latino delle Formulae mero- 
vingc c carolinge (cioi dei modclli di atti pubblici e privati che 
si raccoglievano nei manuali usati clai cancellieri delle curie re 
gie e signorili e dai notai redattori pubblici di atti privati), rile- 
vava che le Formulae sont Iibell6c en un style tellement corrom* 
pu qu'elles en devicnnent parfois inintelligibles; c concludcva 



INTRODUZIONE XIII 

che, dunque, la culture intellectuelle de ces temps barbares n'exi- 
geait pas davantage. Ancora nel 1925 il Brunei, esaminando il 
latino delle carte merovinge, dopo avere riconosciuto che non & le- 
gittima una distinzione tra latino delle carte e latino dei testi lette- 
rari, affermava che la latinitk merovingia denuncia in modo patente 
Pinterrompersi della tradizione culturale di cui ii latino classico & 

10 strumento : in seguito alle invasion! barbariche, la connaissan- 
ce du latin dcline, in Francia, d'une fa9on presque universelle ; 
entre un 6vque lettre* et un clerc de la chancellerie royale, la cul 
ture linguistique est la mme . . . : meme 6tat phon&ique, mme 
barbarie dans la morphologic et la syntaxes 

Gi& al Du Cange il latino delPalto medio evo era apparso gros- 
solano travestimento della lingua familiare, parlata, dei singoli scrit- 
tori, dalla quale il latino letterario era, ormai, del tutto distaccato 
e isolato; e col Du Cange sostanzialmente concordano i filologi 
della scuola storica. 

Ora, senza dubbio vero che nel latino delle carte - o, meglio, 
di alcune carte ~ medievali abbondano sgrammaticature e spro- 
positi d'ogni genere ed entrano larghissimamente i modi delle par- 
late correnti; ma & altrettanto vero che, in tutti i testi, anche nei 
piu corrotti, anche nei piu grossolani, anche in quelli di ordine 
assolutamente pratico e remoto da ogni intendimento, comunque, 
letterario, sempre si trovano forme regolari, precise e spesso ele~ 
ganti. La struttura generale deirelocuzione dimostra In modo evi- 
dentissimo Tintenzione del redattore di usare il latino della tradi- 
zione classica. 

Questo ha affermato nel modo piu netto il Meillet, il quale, pur 
riconoscendo che il latino medievale si va progressivamente allon- 
tanando dai modi del latino fissati nelle scritture letterarie> assu- 
mendo un carattere sempre piu popolare in conseguenza dell'ab- 
bassarsi progressivo della cultura antica, recisamente proclama che 

11 processo d'involgarimento riguarda solo il latino corrente, par- 
lato. Anche nell'alto mcdio evo, afferma il Meillet, il latino tradi- 
zionale persiste nclle scritture: n6 durante gli ultimi secoli impe- 
riali n6 durante le grandi invasioni n6 subito dopo la formazione dei 
regni romano-barbarici, nessuno mai ha wlontariamente scritto 
come parlava: per scrivere bisognava aver frequentato la scuola; 
e per quanto in basso fosse caduto rinsegnamento> i maestri non 
hanno mai ignorato che si doveva restar fedeli alia tradisdone del 



XIV INTRODUZIONE 

latino scritto; e chiunque ha preteso di scrivcre, ha almcno tentato 
di scrivere nel latino tradizionale. Nei sccoli VI c VII le difficolt^ 
erano tali che anche un vescovo colto nan sapeva piu scrivere ormai 
se non in un latino fortemente altcrato dalla Hngna corrcnte; 
ma era il latino tradizionale che si sfonsava d'impicgare, acn?,a 
avere Tillusione di riuscirvi e rimpiangendo di non potcr fare 
meglio . 

Non qui il caso di discutere il senso c il valore della defini- 
ziont data dal Meillet del latino medicvale, come latino clas- 
sico profondamente altcrato clal latino corrmte] ma importa mol- 
tissimo valutarc 1'altra proposizione, che il latino dellc acritture 
medievali vuol essere, nella intenaione almeno degli scrittori, 
riproduzione del latino tradizionalc; perchd qucsta propositions 
implica il riconoscimento d'una continuity dclla tradissione. 

Degradata e immiserita, la tradizionc scolastica nelt'alto medio* 
evo; ma non spenta ed esaurita; e proprio ii latino dellc scritture 
degli infimi tempi, che c k ra stato assunto come segno della morti- 
ficazione della cuttura antica, documenta la continuity dclla trgdi 
2ione. Appunto la present in tuttc le scritture medievali, anche 
nolle piu corrotte, di forme perfettamente regolari e magari ele- 
ganti, comprova che la scuola ha conservato la conoscenssa del la 
tino classico e questa conoscen^a ha aempre cercato di conforire e 
di trasmettere: i modi scorretti e dcformi rivelano solo lo soirso 
profitto che, in molti casi, si ricavava dall'insegnamcnto. 

Quando le sistematichc esploraaiioni dei filologi della scuola 
storica ebbero riportato alia luce una copiosa mesae di scrit-" 
ture, letterarie e no, che documentano in modo imponente il pieno 
e sicuro dominio che molti scrittori medievali ebbero del latino 
vero della tradizione classics, non si credette, tuttavia> di dover 
rinnegarc e ripudiare quello che, ormai, era dogma indiacutibile; 
la nozione, cio^, della fine della cultura antica, deU'esaurimento 
della tradizione letteraria e scolastica, I document!, nuovamente 
scoperti, furono, perci6, assunti a segno di fatti aingolari, epiao- 
dici, eccezionali : come prova, solo, che alcuni uomini o oleum 
ambienti erano prodigiosamente riusciti a conservare qualche co- 
noscemsa del grande retaggio. 

E, in particolare, le scritture medievali compoate in un latino 
terso ed elegante furono interpretate come opera di uomini che il 
sicuro dominio dello strumento tradissionalc dcH'espressione lette- 



INTRODUZIONE XV 

raria avessero attinto non gi dalla tradizione scolastica, ma nello 
slancio, eroico quasi, di una personale conquista. 

, invece, veto proprio il contrario: le scuole - cenobiali e catte- 
drali - sono fedeli custodi e continuatrici, nel medio evo, della 
tradizione retorica classica. Anche questa proposizione rappre- 
senta un reciso ripudio delle nozioni universalmente accettate dai 
filologi delFOttocento; i quali, partendo dairantitesi tra spiritua- 
litk cristiana e classica, avevano ritenuto che la scuola clericale 
fosse impegnata solo neirinsegnamento delle divinae litterae, delle 
discipline ecclesiastiche, Tesegesi del Sacro Testo, la Teologia, tra- 
scurando del tutto o meglio rinnegando le humanae litterae, le di 
scipline liberali, la letteratura profana, Tarte del dire elegante ed 
ornato. E appunto per via di questo contrasto, ritenuto insanabile> 
i filologi e gli storici delPOttocento hanno raffigurato copiosi testi 
medievali, che rivelano sicura perizia delPelocuzione latina, come 
Popera di uomini educati al gusto classico della forma non g& dalla 
scuola clericale, bensl da maestri laid, specialmente italiani, eredi 
e continuatori dei retori degli ultimi secoli imperiali e in sostanza 
svincolati dalPambiente culturale in cui vivevano; solitari custodi 
del patrimonio ideale della cultura classica, ripudiato o negletto- 
dalle scuole ecclesiastiche. E anche si & pensato che pur nella 30107 
la clericale avesse luogo Tinsegnamento dell'eloquenza latina, ma 
solo in alcuni ambienti singolari: nelle scuole cenobiali irlandesi 
dei secoli VI- VI II, ad esempio, o nelle scuole cattedrali di Verona e 
di Tours, E ancora si & pensato a un rifiorire della cultura classica 
in determinati momenti, per Tinfluenza di uomini eccezionali - Car 
lo Magno e Ottone I -, onde la storia del classicismo medievale si 
raffigura come successione o alternanza di oscuramenti e di ri~ 
nasdte (e appunto dagli storici francesi, gik nella metk dell* Otto- 
cento, si par!6 di rinasdmento carolingio . , .) : fino ai secoli XI e 
XII, nei quali si assiste alia trionfale affermazione della cultura 
classicistica nelle scuole francesi, specialmente della, Normandia o 
di Chartres o di Orleans. 

In realti, il classicismo &, della cultura medievale, forma gene- 
rale; e la tradizione degli studi liberali classicheggianti fu preservata 
proprio dalla scuola clericale, Delle scuole imperiali la scuola 
ecclesiastics medievale eredita e accoglie tutto; programmi, me- 
todi, ordinamenti del corso degli studi; e legge^gli stessi autori- 
poeti e storici-; e usa gli stessi manuali e strumenti di studio- 



XVI INTRODUZIONE 

(Valerio Massimo e Macrobio e Marciano Capclla; Donate e 
Prisciano e la Rhetorica ad Herennhtm). l/avvento del cristia- 
nesimo non tocca n sovvertc Tordinc degli stucli che si inim dalle 
artes libcrali - prime la Grammatica c la Retorica-; al di sopra 
delle artes stanno gli vStudi superior! della Logtca, Fisica, Mecca- 
nica; ai di sopra ancora le divinae litterae. Dunque, nclla seuola 
clericale, gli studi letterari han futmone solo propecleutiea, di 
preparazione allo studio delle science ecelesiastiche, cui cvidente* 
mente le artes liberates sono subordinate. Appunto queata lore 
posizione subordinata, se pure ha condotto gli studiosi a auperare 
la vecchia nosdone delFantitesi insanabile - nella cultura cristiana - 
tra humanae e divinae litterae> e valsa tuttavia a confcrmare l*altra 
nozione della sostair/iale indipcndcnxa della acuola eeclcsiastica 
dalla tradizione classica; e specialmente 6 valsa da prova del fatto 
che, nelle scuole ecclesiastichc% gli studi letterari erano in qualche 
caso tollerati> ma generalmente mortificati e negletti o, addirtttura, 
condannati. 

Parole violente di implacabile, intransigente condanna delle 
scienze secolari e della lettcratura profana furono effettivamente 
pronunciate da Padri e Maestri della societk cristiana, Gik le Costi- 
tuzioni apostoliche prescrivevano ai fedeli di astcnersi dalla lettura 
dei libri pagani: Quid deest in iege Dei ut ad illas gentilium fabulas 
confugias? E 11 VI Concilio di Cartagine, mentre pur consentiva 
ai vescovi di leggere, in determinate circostanze, i libri dcgli ere- 
tici, proibiva decisamente la lettura dei libri pagani; cspiscopus 
gentilium libros non legat, haeretieorum autem pro necessitate et 
tempore. E cosl> cli secolo in secolo, le condanne e le proihi^ioni si 
ripetono monotone, sempre in termini pressoche* identici. Tertttl- 
liano e Cornmodiano aspramente respingono il retaggio della cul- 
tura pagana; e Gregorio Magno, in una celebre letteru al gram- 
matico Desiderio, pronuncia recisa sentcnsia contro la letteratura 
classica. Parole dure dicono anche i Maestri che pur appaiono, 
della cultura e della letteratura classica, pienamente partecipi: il 
vescovo papiense Ennodio, che pure scrive esattamente come i re- 
tori pagani, che, dunque, ha perfettamente assimilato Tarte seco- 
lare dello scrivere ornate, recisamente proclama: ego ipsa libcra- 
lium studiorum nomina clete8tor. E Alcuino -~uno, cioi, dei pro 
rnotori della rinascita Carolina - solennemente dichiara che la vera 
sapienxa & solo in evangelica veritato), non dn Vergilii mcnda- 



INTRODUZIONE XVII 

ciis; e che solo sulla poesia della Cantica deve meditare la gio- 
ventu cristiana, non sui carmi falsi Maronis ; e se pur riconosce 
a Virgilio un'autorita haud contemnenda , Virgilio presenta pur 
sempre come un falsatore, e Tantica poesia come fonte di gravi 
tcntazioni. 

Si sono, certo, rilevate posizioni di Padri meno intransigent! 
e piu temperati, come Lattanzio, Agostino, Cassiodoro e Isidoro: 
che pur avvertendo ii dissidio profondissimo tra spiritualita cri 
stiana e cultura pagana, ammettevano tuttavia - e fermamente ~ 
che, nel campo puramente culturale, il cristianesirno potesse e do- 
vesse accogliere, utilizzare, Teredita del pensiero antico. Spccial- 
mente esplicito nel riconoscimento della legittimita e anzi della ne 
cessitk dell'uso della scienza secolare fu san Gerolamo ; molto largo 
nel far posto alia sapienza antica entro il quadro degli studi eccle- 
siastici fu Cassiodoro. Ma anche si e rilevato che questo atteggia- 
mento temperato o, addirittura, liberale di alcuni Padri rispetto 
alia cultura profana non e accolto, dal mondo medievale, senza 
restrizioni o proteste, 

Senonche" non & questo il problema. Non si tratta di rilevare le 
posizioni piu o meno ferine, piu o meno incerte o contraddittorie 
dei Padri. Piuttosto importa riconoscere che gli atteggiamenti rigo- 
ristici e negativi sono, da un punto di vista teorico, superati dal neo- 
platonismo agostiniano, che domina la tradizione culturale dell'oc- 
cidente cristiano per lunghi secoli. II neoplatonismo agostiniano 
salva la poesia claasica in quanto riesce a darle un posto nella gerar- 
chia dei valori, ponendo gradus eruditionis ab inferioribus ad 
$uperiora. False e illusorie le fa vole dei poeti: ma solo esse 
possono soddisfare le esigenze della parte debole e imperfetta 
della nostra umanita, rendere accessibile alia nostra miseria le ve- 
ritk cccelse. Perci6, appunto, ncU'ordine agostiniano degli studi il 
primo posto spetta agli studi letterari, 1'insegnamento del De 
ordme: bisogna incominciare dallo studio dei poeti; e grandi poeti 
sono, soltanto, i poeti pagani: gli auctores. L'insegnamento del 
De ordine i dcvotamente accolto dai maestri medieval!, che fedel- 
mentc lo riecheggiano. Cosl, insegna Alcuino che le arti liberali son 
le colonne su cui poggia il tempio della Sapienza; e che nec aliter 
nisi his septem columnis si attinge la scienza divina. E fondamento 
e origine delle arti liberali e la Grammatica, cioe lo studio dei 
poeti e degli storici antichi, come insegnano Isidoro (((grammatica 



XVIII INTRODUZIONE 

est . . . origo et fundamentum liberalium artium ), Cassiodoro 
(ccfundamentum pulcherrimarum litterarum, mater glorioaa facun- 
diae, quae cogitare novit ad laudem, loqui vsine vitio ), Tcodolfo 
d'Orl&ms (la Grammatica sta alle radici dciralhcro che raffigura 
le sette arti liberal!), Onorio di Autun (Ia Grammatica la prima 
delle dieci cittk attraverso le quali si snoda Titinerario che dalla Ba- 
bilonia dell'ignoranza porta alia Gerusalemme della vera Sapiens ) > 
Alano de Insulis ( la Grammatica costruisce il timone del carro 
della Prudenza, che, trainato dagli alati cavalli simbolo dei sensi e- 
sterni, vola al firmamento). E del resto, anche alcuni Padri, che 
pur figurano tra gli intransigent! negatori della letteratura e cultu- 
ra profane, aderiscono alle position! del De or dim* Anche Gregorio 
Magno, ad esempio; che pur avendo nclla lettera a De&iderio 
rinnegato e respinto gli studi liberal! e specialmente letterari* 
la formula agostiniana riecheggia in un luogo delle In primum 
Regum expositions, quando proclama saecularem scientiam 
omnipotens Deus in piano anteposuit ut nobis ascendmdi gradum 
faceret, t qui nos ad divinae scripturae altitudincm levare debuis&et; 
e mostra che Mos& si prepar6 ad easere interprete della parola rtve- 
lata, informandosi compiutamente della sciexm egiziana; e che 
Paolo fu il primo, per dottrina, degli Apostoli, quia, futurus in 
caelestibus, terrena prius studioaus didicit. Le stesse cose dice 
Carlo Magno in una lettera con cui esorta i nxmaci a coltivare gli 
studi delle lettere per poter penetrare facilius et rectius scriptu- 
rarum misteria)); le stesse anche i padri del Concilio romano 
dell*826; i quali, disponendo si stabiliscano negli episcopii e nel- 
le pievi maestri e dottori che assidue doceant studia litterarum 
liberaliumque artium)), la prescrmone giustificano affermando che 
<cin eis (cio^ nelle lettere e arti liberal!) maxime divina manifeatan- 
tur et declarantur mandata. 

Sempre dunque, di sccolo in secolo, in ambicnti diversi, risuo- 
nano le stesse parole d'accettazione e di giustificajsione della scienza 
e dell'arte proifana: parole, anssi, che affermano la necessity dcH'uao 
di quella scienza. 

Ma questo laborioso travaglio di discussioni, di polemiche, 
di preoccupate cautele, di riserve, di limitasiioni, reata nel campo 
puramente speculativo e teorico; n6 ha effetti rilevanti aulla 
prassi della scuola: la quale, mentre i Padri giudicano o condan- 
nano, continua, senza incertezze, la sua attivitk, per le vie fi&sate 



INTRODUZIONE XIX 

dalla tradizione imperiale. Sempre e dovunque: nel secolo VII 
come nel IX o nel X, a Tours come a Bobbio, a York come a Ve 
rona o a Pavia, a San Gallo come a Montecassino o a Fulda, a 
Modena o a Bologna come a Orleans o a Chartres, la scuola eccle- 
siastica e impegnata nelFinsegnamento della grammatica e della 
retorica, cioe del latino classico. Appunto per Pesigenza dell'appren- 
dimento del latino gli auctores entrano trionfalmente nelle scuole 
clericali e si studiano propter florem eloquentiae, anche se accanto ad 
essi sono assunti, come modelli di stile, i poeti paleocristiani, Gio- 
venco, Sedulio, Prudenzio, La Grammatica e origine e fondamento 
di ogni scienza, e anche delle scienze ecclesiastiche. Senza gram 
matica non c'e scienza; la grammatica consiste nello studio degli 
auctores pagani, perche* solo rifacendosi agli auctores si penetrano 
i segreti dell'elocuzione, della tecnica delPespressione codificata 
dai grammatici e dai retori; e solo chi abbia attinto il pieno pos- 
sesso del latino pu6 accedere alia lezione e alPinterpretazione dei 
libri rivelati. 

A rilevare il posto altissimo che il medio evo assegna allo 
studio del latino tradizionale, basterk ricordare che Dante pone il 
maggiore dei grammatici, Donato, in Paradiso, nel cielo del Sole, 
tra gli spirit! sapienti ; tra i grandi Maestri e Dottori della Chiesa* 

Dunque il sicuro dominio del latino della tradizione classica non 
4 fatto particolare di alcuni uomini singolarmente dotati o di al- 
cuni ambienti isolati ed eccezionali: e fatto essenziale di tutta la 
cultura medievale, N& quel dominio 4 risultato di singolari, per- 
sonali conquiste: e, anzi, conferito dalla scuola, in obbedienza alle 
istanze supreme del suo ideale programma, definito e giustificato 
in teoria e sempre osservato nella pratica. 

E allora perch6, se Tinsegnamento del latino classico e Pimpe- 
gno primo ed essenziale della scuola, il latino delle scritture medie- 
vali, specialmente delle scritture d'ordine pratico, pur sempre ma- 
neggiato da uomini che nella scuola si sono formati, apj>are cosl 
di frequente mostruosamente scorretto, inosservante di ogni re- 
gola, di ogni disdplina? 

Non c*e dubbio che il latino delle scuole medievali e un latino 
meticolosamente regolato da canoni rigorosi e severissimi; ma e 
anche vero che la scuola ha carattere strettamente professionale, 
prepara gli abbreviatores e i notarii^ i redattori, cioe, delle epistole 



XX INTRODUZIONE 

e degli atti ufficiali. La scuola insegna a dictare, a comporre le 
epistole, i diplomi; e appunto airepistolografia e all'attuaria trasfe- 
risce quel complesso di regole che i retori antichi avevano stabilito 
per Feloquenza forense e politica (Fepistola & un discorso, in so- 
stanza, rivolto a persona lontana), e riguardano il colorito dello 
stile (cioe le figure), 1'elezione delle parole, le clausole o cadenze 
delle proposizioni e dei periodi. Specialmente osservata, nella 
scuola e dagli scrittori, e la distinzione, posta dagli antichi reto 
ri, dei ire stili, sublime, medio, umile; ciascuno dei quali si deve 
usare non ad arbitrio, ma secondo Fimportanza delPargomento 
che si tratta e la qualita delle persone cui ci si rivolge. La scelta 
dello stile non e riservata alia discrezione degli scrittori, che 
devono attenersi al criterio di convenienza, di congruenza della 
forma alia materia. Esplicito su questo punto Cassiodoro, la cui 
prefazione alle Variae abbiamo ristampata nel proemio ai testi 
accolti in questo volume: appunto perch6 illumina sulk valutazio- 
ne che occorre dare della lingua e dello stile dei testi stessi. Di- 
yersa assai, nel grado e nel tono, la latinita dei testi che nella nostra 
silloge presentiamo: elevata, nobile, elegante o pomposa spesso, 
spesso non remota dal tono dei grandi modelli; ma spesso anche di- 
messa, pedestre, volgare, incondita. Ma non sempre, quasi mai 
anzi, le differenze di tono e di grado vanno riferite al diverso grado 
di cultura letteraria degli autori, Non alle diverse possibilita dei 
redattori occorre riferirsi per spiegare i different! toni della lati 
nita delle carte e dei testi; non alPignoranza degli scrittori: in ge 
nerale la varieta del tono dipende dalla varietal degli stili consape- 
volmente impiegati: Necesse fuit stilum non unum &umere 
dice Cassiodoro; e ancora il Petrarca riecheggia: il vario stile, E 
molte sono le scritture che appaiono, nelPesordio, tese ed elabo- 
ratissime; e s'abbandonano poi a modi agevoli e piani e spesso 
dimessi e pedestri: e pur sono, il prologo e il corpo del testo, 
opera dello stesso autore . . . Allo stesso modo, dalla stessa can- 
celleria, *a opera magari dello stesso dettatore, possono uscire 
scritture solenni e togate e scritture pedestri. 

Ma anche le scritture medievali di tono umile e medio servono 
a documentare il rigoroso imperio della tradizionc classicistica; n6 
possono essere assunte a segno di un rilassamento o indebolimento 
della tradizione stessa. In realta, quando si tratti di testi riguardanti 
una materia dello stesso grado o della stessa importanza, si rileva in 



INTRODUZIONE XXI 

tuttele scritture medievali un'impressionante uniformita stilistica; 
sia nelle scritture uscite dalla penna di grandi scrittori, sia nei docu 
ment! redatti da modesti ufficiali di piccole curie signorili; e Paolino 
d'Aquileia, ad esempio, nel secolo VIII, non usa un latino diverso da 
quello che si trova impiegato, sempre nel secolo VIII, dai notai della 
cancelleria vescovile aquileiese, per trattare una materia grave; 
grancli scrittori, autorevoli funzionari palatini, modesti dettatori 
delle piccole cancellerie usano tutti egualmente lo strumento della 
espressione loro conferito dalla tradizione scolastica, che, per varia- 
re di tempi e di luoghi, ha sempre una evidente fondamentale unita. 
Naturalmente Puso di un latino meno severamente impegnativo, 
se va riferito, in teoria, alle leggi retoriche dei tre stili, in pratica 
pu6 e deve essere riportato a un'esigenza di comodita, vivamente 
sentita da un mondo impegnato a impiegare nella scrittura sem 
pre, anche per le piu elementari necessita della vita quotidiana, 
una lingua del tutto artificialc, remotissima dalla coscienza lin- 
guistica attuale. 

In realta il latino medio e dimesso, appunto perch6 piu age- 
vole e semplice, consente movimenti piu liberi e sciolti, realizza- 
zioni piii facili e pronte: consente, in particolare, allo scrittore 
di riferirsi con piu disinvoltura ai modi della parlata corrente. 
Donde, in pratica, una specie di compromesso tra la necessita di 
usare la lingxia, del tutto artificial, della tradizione e il bisogno 
di ridurre al minimo questa artificialita, nei casi, almeno, in cui 
Timpegno di impiegare Pelocuzione solenne e togata possa, giu- 
stificatamente, apparire meno imperioso. Si manifesta, cosl, piti 
vivamente in dcterminati momenti e in particolari ambient^ il 
bisogno di radicali innovation!, la coscienza degli impedimenti che 
la tradizione tirannica pone alia libera e sciolta espressione del 
pensiero; nonch della volonta di evadere dalle angustie della tra- 
dizione stessa. Di questc tendenze innovative bisogna appunto 
tenere strettissimo conto quando si tratta di valutare la latinitk dei 
secoli, specialmente, VI, VII, IX, X; latinit& che appare, ed e efTet- 
tivamente, ribelle ai moduli tradmonali. Ma e ribellione che non 
nasce dairignoranza di quei moduli, bensl dalla cosciente volonta 
di cambmre lingua. Ed e senza dubbio di grande rilievo il fatto che 
i piu important! tentativi di evasione muovano da uomini apparte- 
nenti al mondo dell'alta cultura, che hanno pieno possesso dello 
atrumento tradizionale dell* espressione. 



XXII INTRODUZIONE 

In altri termini, Pinosservanza dei canoni della retorica e della 
stessa grammatica o I'mdifferenza verso quei canoni, vanno assume 
non come segno di ignoranza o documento della rnortificazione 
della tradizione: bensi come espressione di consapevoli esigensse 
innovative, Bastera citare Gregorio Magno; il quale sdegnosa- 
mente proclama nelle Expositiones in libmm lob (e non importa 
che egli riferisca la sua ribellione al sentimento religioso) : . . 
ipsam loguendi artem quam magistri disciplinae exterioris insinuant, 
servare despexi. Nam . . . non metacismi collisionem fugio, non 
barbarismi confusionem devito, situs motusque et praepositionum 
casus servare contemno . . . Dispetto e disprezzo : non ignoranza 
delle regole di grammatica, come gia bene aveva visto il Comparetti. 
Disprezzo e dispetto che nascono dal ritenere vehement^ indignum 
<crestringere sub regulis Donati i verba caelestis oraculb. 

Riflesso di una cosciente volonta, dunque, di innovate la lingua, 
le scritture che la vecchia critica poneva come segno delPesaurirsi 
e della mortificazione della tradizione scolastica. Ma riprova al- 
tresl della vitalit^ della tradizione classicistica, anzi del suo impe- 
rioso dominio. Perch6 quei tentativi non hanno suecesso; deter- 
minano anzi pronte, immediate repression! e reazioni, che subito 
ristabiliscono pienamente 1'autoritk della tradizione; cui tutti, an- 
che se in qualche momento riluttanti, si sottomettono, 

Anche i riformatori che piu apertamentc esprimono la volontk di 
innovare, in pratica alPimpero della tradizione soggiacciomx Anchc 
Gregorio esprime il suo disprezzo e la sua condanna della tradizione 
grammatical e retorica usando una elocuzione che apertamente 
denuncia il dominio pienissimo che su di lui esercita quella tradi 
zione. E i dettatori curiali delTetfc merovingia non intendono inno 
vare se non la lingua che deve servire agli usi pratici delPammini- 
strazione, dei tribunals, della predicazione, delPattuaria: innovare 
cioe in un campo in cui anchc la scuola, custode del rigorismo pu- 
rista, si adatta a cssere meno intransigentemente severa. 

Timidi, dunque, o almeno cauti e sempre retti da un vigilc senso 
di rispetto alia tradizione i moti innovativi, anche quell i che si mani- 
festano nei momenti di crisi, nei secoli VI e VII e nei sccoli IX-X* 
E, d'altra parte, ripetiamo, ai tentativi d'innovazione rispondono 
subito reazioni assai energiche; dopo la crisi merovingia, la reatau- 
razione carolingia; dopo la crisi del secolo 1XX, la reazione ot- 
toniana e il trionfale moto classicistico delle scuole, specialmente 



INTRODUZIONE XXIII 

francesi, nel secolo XL Questi momenti di violenta reazione sono 
i momenti umanistici della storia letteraria e culturale del medio- 
evo; durante i quali severamente si giudicano le scritture che in 
certo modo avevano risposto alia esigenza di una semplificazione 
della lingua scritta tradmonale, di una liberazione della lingua dal 
peso di vincoli troppo impegnativi: e sono i momenti in cui la 
vecchia critica aveva creduto di poter cogliere come il presenti- 
mento o il preannuncio del Rinascimento. 

Cosl, dunque, se obbiettivamente considerata, la storia del la 
tino nel medioevo smentisce nel modo piu reciso la nozione, illu- 
ministica e romantica, di una frattura nella tradizione culturale e 
letteraria e rivela luminosamente la ininterrotta continuita della 
tradizione classicistica. N6 la scuola & ambiente isolato e chiuso in se 
stesso, senxa influence rilevanti sugli svolgimenti della civilta. In- 
vanofin dal 1855 il Martin delineava il quadro di una civilta medie- 
vale che si esprime in due letterature distinte e separate dall'oggetto 
e dalla lingua, la dotta o latina, la volgare o romanza, dialettica e 
teologica la prima, poetica la seconda; invano pochi anni piii tardi 
Gaston Paris raffigurava con nettezza di segno il mondo clericale 
melanconicamente isolato dal fervido rigoglio della nuova vita che 
sorge nel mondo popolare e laicale: Je ne dis rien ici des clercs, 
de ceux qui savaient le latin, Tdcrivaient et le parlaient entre eux; 
ceux-li rest&rent sans influence sur la po6sie vulgaire * . . 

Se la dottrina dei mondi separati, clericale e laicale, salva il mito 
romantico della vera poma^ in reait^ nessuna delle formule propo- 
ste dai filologi della scuola romantica e positiva & piti infondata e 
arbitraria della nozione d'un isolamento del mondo clericale dal 
resto della societa; e dcll'altra, correlativa, nozione delle letterature 
volgari* romansse e germaniche, assolutamente indipendenti dal 
classicismo scolastico. La scuola, che pur k, ambiente nettamente 
clericale, esercita validissima influenza sul mondo laicale signorile; 
e, invcrsamente, il mondo clericale 4 apertissimo ad accogliere esi- 
gcnze, interessi, ideali aspirazioni della societa aristocratica laicale. 
Lungs dairessere due mondi separati, 1'ambiente clericale e Tam- 
biente signorile non solo comunicano strettissimamente tra di loro 
e influiscono I'uno sulPaltro; ma costituiscono eflfettivamente un 
unico amhientet in cui ha luogo una perfetta unitk di gusti, di ideali 
atteggiamenti, di interessi. 



XXIV INTRODUZIONE 



L'ambiente aulico & il luogo cTincontrQ del mondo clericale e del 
mondo signorile; e per la presenza del clcro palatino - non solo 
funzionari della cancelleria, ma anche ministri dellc cappdk - che 
vi svolge opera di divulgazione letteraria e scientifica, Ic corti di- 
ventano centri di cultura e di studio. E basti pensare all'aula 
aquisgranese di Carlo Magno, dove operano i dotti piti illustri del 
tempo; gik prima, del resto, Paula merovingia aveva aceolto Ve- 
nanzio Fortunato, e Paula longobarda di Desiderio, Paolo Dia- 
cono; e la tradizione continua alle corti dei successor! di Carlo 
Magno, e poi nelPaula ottoniana, 

D'altra parte, i figli dei principi frequentano la scuola clericale 
da cui derivano non solo una sia pur elementare cultura letteraria, 
scientifica, giuridica, ma anche quella che noi chiameremmo la 
buona educazkme . La scuola conferisce i precetti del vivere retto 
e corretto, onesto e dignitoso; e in primo luogo suggerisce alia ao- 
cietk feudale il gusto di una vita raffinata ed elegante, illuminata 
dalla cultura e dall'arte; ed i gusto che si compone e si fonde con 
Tideale eroico della prodezza, proprio del mondo aristocratico, 
Appunto da questa sintesi dell'idealiti clericale della civilttas o 
humanitas - in cui si riflette, dunque, I'ereditii spirituale della tra- 
dizione classica - e della esigenza signorile della prodezza, nasce la 
concezione del mondo e della vita che & originale creazione del 
mondo medievale: ed <b Tessenza della nuova civM cavalleresca- 
cortese, in cui sono da riconoscere le sorgenti della civiltk moderns. 

La civilti nuova non e, come immaginavano i romantici, crea- 
zione di energie fresche e ingenue, liberate dalla dissoluzione 
della civiltk antica, ma innovazione e originale rielaborazione del- 
1'ideale patrimonio della tradizione classica, custodito gelosamente 
dalla scuola e interpretato al lume del mcssaggio cristiano, I!d 6 
opera di uomini che appartengono per lo piu al mondo laicalc - 
come ha riconosciuto la storiognifia romantica c positiva - ma che 
del patrimonio e dclle esperienze cultural! della traciizione claHnica 
sono stati resi pienamente partecipi claH'opera asaidua dei chicrici, 
Ancora: la nuova civilti o cultura cavallcresca-cortcsc si rcalixxacd 
esprime nelle grandi letterature volgari d'oc e dV>f/, di Provcnssa e 
di Francia, sorte ncll'XI secolo da movimenti spirituuli suscitati 
da ristretti gruppi o cenacoli di uomini formatisi nclla scuola, cioi 
nello spirito della tradizionale cultura claasicistica. Queati, men- 
tre ardiscono adoperare i volgari per fare della letteratura con 



INTRODUZIONE XXV 

intendimento puramente artistico, e non piu solo il latino (gia 
da secoli i volgari eran adoperati per esigenze d'ordine pratico), 
il patrimonio culturale della tradizione usano pienissimamente, e ai 
volgari applicano accortamente la tecnica dell'elocuzione appresa 
alle scuole di retorica. 

Cosl, pur profondamente innovando, le letterature d'oc e d'of/ 
continuano senza frattura la storia letteraria e culturale del medio- 
evo latino: la continuano sia nella scelta dei temi poetici, sia nei 
modi tecnici e formali, sia negli atteggiamenti del gusto. 

Dalla tradizione letteraria mediolatina e dalla cultura classici- 
stica della scuola clericale, le letterature romanze strettamente di- 
pendono, Occorre appena notare che asserire questa dipendenza 
non significa porre (come hanno fatto alcuni storici della scuola 
positiva) la letteratura e la cultura mediolatina come antecedents 
necessario o fattore determinante della fioritura letteraria volgare: 
significa solo riconoscere in esse il fondamento della formazione 
culturale e letteraria dell'artista o degli artisti iniziatori del gran 
moto spirituale donde nascono le nuove letterature. 

In conclusione, attraverso due secoli di studi perseguiti secondo 
indirizzi e da posizioni ideali e con metodi via via diversi e, da 
un certo momento, contrastanti, si & venuta definendo la nozione 
di medioevo e di storia della cultura medievale. Si & posta prima 
la nozione di frattura, di soluzione di continuitk tra cultura an~ 
tica e civilta medievale; si & poi parlato di un mondo medievale 
in cui solo eccezionalmente trovan posto la cultura e gli studi; 
si &, qumdi, raffigurata una civilta di mondi distinti e separati: 
il mondo ecclesiastico e il mondo - esiguo e ristrettissimo mondo - 
delta cultura secdare e prof ana: il mondo dei maestri laid imma~ 
ginati precursor i dell* Umanesimo. 

Contro queste interpretation! sta la nozione moderna delPinin- 
terrotta continuita della cultura classica nel rnedioevo, dei classi- 
cismo come fatto generate di tutta la cultura e della perfettissima 
unitd di questa cultura, che & sintesi dellc idealitk della tradizione 
classica, della spiritualita cristiana e delle istanze eroiche della 
nuova aristocrazia di origine germanica. 

Appunto questa clella continuity della tradizione letteraria e del- 
l*unita della cultura medievale i la nozione che la storiografia mo 
derna ha dcrivata da un laborioso superamento delle posizioni 
illuministiche e romantiche; ed & nozione cui i correlativa Taltra, 



XXVI INTRODUZIONE 

delle letterature romanze realizzate ncirambito della tradixione 
latina, naturalmente attraverso un moto innovative della tradizione 
stessa che investe anche la tradizione piu veramentc accadcmica e 
scolastica. La letteratura mediolatina e la lingua che ne e lo stru- 
mento sono profondamente innovate, nei secoli XI-XU, ad opera 
di quel movimento che fu detto goliardico^ eel e opera cli uomini i 
quali - come i poeti da cui prendono iniado le letterature d'arte in 
volgare-si sono format! nella tradizionc della scuola clericale 
classicheggiante; ma dai troppo gelidi schemi della scuola sanno 
evadere, usando con geniale Hbertk esperienxe tecniche traditional! 
e arrivando alia creazione di un latino in sostanza nuovo, piii 
sincero e sentito. 

Ma se da una parte occorre ripudiare decisamente le condannc 
senza appello pronunciate contro il medioevo dagli storici illu- 
ministi e accettate senza riserva dagli storiografi positivisti; d'altra 
parte bisogna riconoscere il tono generalmente modesto della vita 
culturale e la lunga sterilitJt dello spirito nell'eti di mezzo. Per 
secoli, parole nuove non si dicono, per secoli non compaiono 
grandi personality che possano dire grand! parole* 

Per secoli, la cultura e cultura d'ambiente^ la cui storia si svolge 
regolata e meccanica sui binari della tradizione: anche i maestri 
autorevoli, che di quando in quando compaiono nei centri di stu 
dio piti importanti, non sono coal vigorosamcnte original! da far 
luogo a movimenti innovator!, a creation! veramente feconde, 

Solo nei secolo XI la condmone muta; il patrimonio ideale di 
cui la scuola clericale era stata, per secoli, custode vigilc e gelo- 
sa, finalmente neirambiente' clerico-aulico si interpreta in modo 
attivo e diventa energia feconda. Gli auctores, pur da necoli letti, 
studiati seriamente, usati come modelli di stile e fonte di cien 
za, sono rivissuti e sentiti in modo da far luogo alia creaxionc 
di visioni e di immagini di cui si compone una nozione nuova 
del mondo e della vita, la concczionc cavallercaca-cortcac la qualc 
si realizza ed esprime nella lirica trobaclorica e nella narrativa 
francese. 

A documentare questa raffigurazione storica serve il preaente 
libro, che, dopo aver delineato 1'importanxa dei Maestri del 
pensiero medievale, accoglie in un quadro unitario le paginc pi& 
significative della letteratura e cultura latina d'ltalia nei secoli tra il 
VII e il XIII, nonche" i document! a noi giunti - scoperti in gran 



INTRODUZIONE XXVII 

parte dalla filologia piu recente - della letteratura volgare a partite 
dalla fine del secolo VIII. 

Brevi document!, sparsi e sporadici, separati Tuno dall'altro da 
larghi intervalli di tempo. Si tratta di relitti casualmente preser- 
vati nella generale dispersione; e appunto come tali vanno accolti; 
e appunto per questo appaion componibili in una serie ordinata 
e coerente, che consenta di riconoscere la esistenza in Italia di una 
tradizione, in certa misura, letteraria dello scrivere in volgare, i 
cui esordi sono nelFetk Carolina. Abbiamo, com'e naturale, accolto 
solo document! che non rivestano un valore unicamente linguisti- 
co, che non siano di ordine esclusivamente pratico; le testimo- 
nianze di ordine puramente linguistico sono considerate in questo 
stesso volume dal sapiente acume del Vidossi; che vi riconoscerk 
gli aspetti e gli svolgimenti dei singoli volgari italiani, si da offrire 
un esauriente quadro dell' Italia dialettale fino ai tempi di Dante. 
Le pagine degli scrittori mediolatini d' Italia vogliono invece do- 
cumentare la persistenza della tradizione classicistica: alcune sono 
di scrittori notevoli che han vissuto ricche e intense esperienze 
culturali e umane - Paolo Diacono, Paolino d'Aquileia, Liutpran- 
do, Pier Damiani, Alfano, Ugo Falcando, Pietro da Eboli -; altre, 
di letterati esperti, ma di orizzonti limitati e angusti, di un'umanitk 
non rilevata ne* intensa (Giona, Agnello, il Panegirista di Berenga- 
rio, il poeta dei Versus Bporedienses, Guaiferio di Montecassino); 
altre, di dettatori anonimi peritissimi dello scrivere ornato, mae 
stri di una tecnica sapiente, che non serve, per6, airespressione di 
un vivace mondo interiore; altre ancora, di uomini vivacissimi e 
fervidi, ma poco colti o addirittura rozzi; altre, infine, di uomini 
tutti presi da interessi di ordine solamente pratico. Ma son tutte 
pagine, ad ogni modo, che documentano la validitk della tradmone 
e la coscienza - altissima in qualche caso - delle esigenze delFarte, 
il senso acuto della forma, Taccettazione della disciplina piti rigo- 
rosa e severa, I'umile devoto ossequio al magistero degli auctores, 
la fedeltk all'ideale dell'docuxione solenne, dello stile eletto e 
sublime. 

Abbiamo anche scelto scritture - d'ordine pratico o d'intenzione 
anche letteraria - la cui ktinili appare corrotta e depravata, per dare 
qualche esempio di quei tentativi di evasione dal rigorismo purista 
di cui si e discorso; e sono indizio non gik di esaurimento della 
tradizione, bensl di esigenze innovative che trionfalmtnte si af- 



XXVIII INTRODUZIONE 

femnano nel secolo XI, in Francia prima che altrove, e preludono 
al sorgere delle letterature d'arte volgarL Per i secoli piii remoti 
abbiamo fatto posto con una certa larghezza a testi di ordinc pratico 
(scritture giuridiche e amministrative, lettere ufficiali, atti conci- 
liari, editti, diplomi, iscrmoni) rhetorice confecti dai loro redat- 
tori che - come gli scrittori disinteressati - usano e applicant) le 
regole del dettare apprese dalla scuola; e servo no, pertanto, a docu- 
mentare lo stato della coltura letteraria nei centri di studio in cui 
i redattori degli atti si sono formatL Le scritture cancelleresche e 
curiali van poste insieme con altre, prodotte nelle officine scolasti- 
che, che hanno il carattere di esercilasionL E proprio in queste 
si attua Tinsegnamento piu veramente letterario della scuola: in 
esercitazioni che spesso escono dai limiti del componimento scola- 
stico, sono opere d'arte pura, se pur quasi sempre non veramen 
te poetiche, perche", in generate, troppo gelidamente accademi- 
che. Di queste composition! si allestivano sillogi che son rnanuali 
di lettura e raccolte di modelli\ accolgono i prodotti delPofficina 
locale, ma anche di altre officine; e circolano dall'uno airaltro 
ambiente scolastico, consentendo la reciproca comunieazionc, lo 
scambio delle varie esperienze realizzate nelle varie officine* Di 
tali composition! abbiamo dato esempi, limitando per6 la scelta 
ai prodotti di un singolo ambiente, la scuola di Verona, attinti sia 
alle sillogi veronesi dell' VI II, sia alia silloge cantabrigense (che ci 
ha conservato celebri carmi veronesi del secolo IX o X) : in modo 
da rendere evidente la rapiditk di circolazione dei prodotti delle 
varie officine e la frequenza e 1'intensitk dei rapporti che recipro- 
camente legano i vari centri di studio. 

Questi prodotti delle officine scolastiche sono di argomento gacro 
o profano indifferentemente ; il che basta a dimostnire la validit& 
di quanto abbiamo sopra affermato: che, cioe, la scuola clericale i 
solo impegnata nella trasmissione della tecnica del comporrc defi- 
nita dalla tradizione retorica classica; e che qucsta tecnica rigoroaa- 
mente si applica anche nelle scritture di ispinmcme religiosa e di 
intento edificante, anche nei testi che servono alia liturgia, nonchi 
nella innografia e neiragiografia. Non c'e diatinzionc tra letteratura 
sacra 'e letteratura profana, perche 3 identica e la formaxione lettc* 
raria, identic! gli atteggiamenti del gusto e i modi dello stile, 
E la riprova delFunitk strettissima della cultura letteraria medicvale 
si trova neHa seconda parte del volume; & dove abbiamo colbcato 



INTRODUZIONE XXIX 

in uno stesso gruppo due scrittori del secolo XI, Pier Damiani e 
Alfano di Salerno, che la vecchia critica poneva come rappresen- 
tanti di tendenze opposte e contrastanti : assertore e interprete del 
gusto e della cultura classicheggiante Alfano, negatore implacabi- 
le dell'arte classica il Damiani, in nome delle sue idealitk religiose, 
delle sue esigenze mistiche e ascetiche. Noi li abbiamo messi as- 
sieme in un unico paragrafo intitolato i grands rhtioriqueurs del 
secolo XI , a significare che, se pur possa essere, per van riguardi, 
diverso il mondo interiore dei due scrittori, identica quanto ai 
modi formali e alia tecnica 6 Fespressione o traduzione letteraria 
di quel mondo. 

Ed & la tecnica regolata dai canoni severi della retorica codificati 
dai maestri dell'etk imperiale e al mondo medievale trasmessi da 
Cassiodoro. Appunto per questo sta all'inizio di questo volume, 
dopo le pagine su Boezio e a guisa di proemio, la teoria dello stile 
che Cassiodoro ha formulato nella prefazione alle Variae: e che 
dk a tutta la tradizione letteraria medievale Tindirizzo e Porien- 
tamento. II presente volume segue perci6 Fordine di trattazione 
che della storia della letteratura mediolatina d* Italia & delineato 
nelle mie Qrigini (che fan parte 'della Storia letteraria vallar- 
diana; la seconda edizione k del 1950); ma esorbita dai limiti 
delle Origini, in quanto contiene anche una rassegna che tocca il 
secolo XII L 

Molto complesso & il quadro dell* Italia letteraria nel secolo XIII: 
vx si trovano gli esordi della tradizione piii veramente italiana, 
che muove dall*ambiente della Curia fridericiana; ma anche vi si 
continua la tradizione dello scrivere in latino, e, insieme, si svol- 
gone varic letteraturc nei diversi dialetti locali piu o meno let- 
terariamentc elaborati, e una letteratura in lingua provenzale, e 
una letteratura in lingua francese. 

Di queate multiformi manifestazioni non si considerano n6 la 
lirica sidliana n6 le letterature in Hngue locali, che sono materia 
del volume curato cla Gianfranco Contini. Nel volume nostro si 
offrc invece solo il quadro, abbastanza ricco, di quella che potrem- 
mo chiamarc la prdstoria della letteratura italiana: della quale 
sono aspetti essenziali non solo la continuity della tradizione dello 
scrivere in latino ma anche, e piu, 1'imitazione e lo svolgimento 
delle nuove letterature d'arte nate in Francia e in Provenza nel 
secolo XI, riflesso, insieme, della tradizione letteraria mediolatina 



XXX INTRODUZIONE 

e del profondo rinnovamento di questa tradixione: aspetti, 
di un'unica realta culturale. 

Di svolgimenti cultural! e lettcrari assai complessi il prescntc 
volume descrive, dunque, la storia; allincandouc i document! piu 
significative e premettendo ai singoli testi o gruppi di testi rapide 
ma esaurienti note, che consentiranno di collocate i testi medesimi 
nel processo e nel quadro della tradizione letteraria e culturale 
italiana fra il VI e il XIII secolo. 

ANTONIO VISCARDI 



Non solo per la materia, coal ampin e complicate, raccolta lungo il cor- 
so di otto secoli ed espressa in quattro lingue, ma anche per quunto con- 
cerne la sua struttura formale questo volume i preaenta con caratteristi- 
che sue peculiari, Basta un'occhiata al frontespizio e aUMndice genemle 
per renders! conto del numero dei collaborators a cui ai & dovuto fare 
appello e della varia moltcplicita dei settori, del generi e dei testi di cut 
il libro & composto. A questa molteplicita di campi di studio correspond 
naturalmente una ancor maggiore varieta di problemi storici, nloaofici e 
filologici, e, quindi, una specifica bibliografia per ogni campo e per ogni 
gruppo di problemi: si fe ritcnuto perci6 opportuno far seguire Ic note 
bibliografiche alle pagine introduttive di ogni aezione o di t>gni singolo 
autore, anzi che, come d*uso, corredarne Tlntroduzione generate. 



NOTA AI TESTI 

Per i testi accolti in questo volume, abbiamo seguito le edizioni 
piu autorevoli, inserite di regola in grandi collane. In calce a ogni 
testo abbiamo indicate le edizioni riprodotte: nelle note sono talora 
discusse varianti e proposte congetture. 

Le abbreviation! sono le usuali. Per comodita del lettore, ricor- 
diamo le sigle da noi adottate: 

F.I. 8.: Ponti per la storia & Italia, edite dall'Istituto Storico 
Italiano per il Medio Evo, Roma; 

M. G, H.> SS.: Monumenta Germaniae Historica, Scriptores\ 

M. G. H.) SS. LL.: Monumenta Germaniae Historica, Scriptores 
rerum Langobardicarum saec. VI~IX\ 

M. G. H., SS. rer. Mer. : Monumenta Germaniae Historica, Scrip- 
tores rerum Merovingicarum; 

M. G. H,, Ep,: Monumenta Germaniae Historica, Epistolae, 

M. G. H., LL.: Monumenta Germaniae Historica, Leges; 

M. G, H., P. Ae, C. : Monumenta Germaniae Historica, PoetaeAevi 
Carolini; 

P. L. : Patrologiae cursus completus; Patrologia Latina, a cura di 
J. P. Migne; 

R. L S, : Rerum Italicarum Scriptores, a cura di L. A. Muratori ; 

R. L *S. 3 : Rerum Italicarum Scriptores, u ediz., a cura di G. Car- 
ducci e V, Fiorini. 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE* 

i. I nostri piu antichi monumenti volgari risalgono - quando si 
astragga dalPibrido e isolate indovinello Veronese - non piti. su 
della met& del secolo X, 1 Da tempo a quest'epoca si doveva par- 
lare in volgare, in un idioma, cioe, spezzato in piii dialetti (se di 
dialetti, mancando una lingua nazionale, si pu6 parlare), che a 
chi era in grado di paragonarlo col latino non appariva n6 era 
piu sentito come tale. Accenni al volgare affiorano, prima che si 
affacci a noi nei testi, in documenti latini; 2 e dei singoli fenomeni 
che lo caratterizzano, o, meglio, che caratterizzano le sue varieta, 
si & anche cercato di raccogliere le prime tracce. 3 II processo di 
trasformazione del latino, che investe tutta la Romania dando ori- 
gine alle Hngue romanze, comincia molto per tempo e pu6 col 
Wartburg ritenersi essenzialmente compiuto, anche in Italia, nel 
secolo VIII. 4 

Non e compito nostro tracciare la storia complessa di questa 
trasformazione nei particolari aspetti ch'essa ha avuto in Italia, 5 



* Per ragioni pratiche, in questo panorama dell* Italia dialettale fino a Dante 
si e termto con to anche del sardo e del hidino (non del dalmatico), senza 
voler con ci6 prendere posmone nel la dibattuta questione del posto che 
spetta ai due idiomi. i. Vedi in questo volume le pagine dedicate all' In 
dovinello Veronese (pp. 164-5), aNe Formole volgari (pp. 252-4) e ai 
Frammenti di letteratura volgare (pp, 506- 10), Si tengano inoltre present! 
le note raccolte del Monteverdi, deH'Ugolini, del Lazzeri e, seppur meno 
complete, del von Wartburg e del Dionisotti- Grayson; e si veda anche 
Mario A. Pei, The Italum Language^ New York 1941, pp. 177 sgg. Della 
Crestomazia del Monaci cito la seconda ediz., riveduta e aumentata da F. 
Arene, Roma 1955. 2. Per accenni del genere, d'importanza relativa per la 
loro eta, v. Novuti-Monteverdi, Le origini^ Milano 1926, p. 32, e Cfescini 
in Atti Istituto Veneto LX(i9oi),pp. 444-5 n.,e Miscellanea Hortis, Trie- 
ate 19x0, p. 449; ora riassunti in Monteverdi, Manuals di awiamento agli 
studi romanzi) Milano 1952, pp. 4 sgg. 3. Una raccolta siatematica com- 
pleta ne aveva iniziato Elise Richter, ma poi diede fuori solo la parte riguar- 
dante la fonetica francesei BeitrUge sur Geschickte der Romanismen. i. 
Chronologische Phomtik de$ Fransflsischcn bis stum Ende des 8, yahrhunderts 
(nei Beihefte della Zeitschrift f. rom. Phil. , n.82, del 1934). Per Tltalia 
sono da citare le ricerche del De Bartholomaeis sui dialetti centro-rneri- 
dionali, del Parodi aul Hgure, del Maccarrone sul siciliano, e sono da 
ricordare gli studi delPAebischer e i glossari del Sella* 4 Die Ausglie- 
derung dtr romanischen Sprachen> Berna 1950, p. 157. E cfr. Devoto, 
La lingua di Roma, Bologna 1940, pp. 346-7, 5. Si vedano per tale 
storia Tor ora citato volume del Wartburg e gli articoli Per la storia 
della lingua d* Italia e Carattm fondammtali della lingua nasionale ita~ 



XXXIV L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE 

e devono bastare rapidi cenni, intesi sopra tutto a dar ragionc 
della grande varied di dialetti che contraddistingue Parea italiana. 
Con lo sfaldamento, per cause interne ed esterne, dell'Impero 
romano, va perduta Tunit^ linguistica della Romania e si spezza 
anche in ciascuna di quelle ch'erano state le parti deirimpero, 
in proporzione inversa delle superstiti o succcdute forze coordi- 
natrici. Dove prima era, almeno alia superfieie, una tinta com- 
patta, venata solo di qualche screziatura, e ora un mosaico di 
tessere piu o meno multicolor!. E piti multicolori, come s'e detto, 
in Italia che altrove. Nasce il quesito se la nuova situazione sia 
Teffetto, non piti imbrigliato, di condizioni etniche preesistenti 
alia conquista e colonizzazione romana (substrati), o dipenda dalla 
convivenza con gl'invasori, barbarici e non barbarici (superstrati), 
o tragga Forigine dalla particolare struttura culturale e politica 
del nostro paese. 

2. Per Clemente Merlo, che svolge e sviluppa idee ascoliane, la 
carta dialettale d'ltalia ha soprattutto ragioni etniche. 1 Alia tri- 
partizione dei dialetti italiani, da lui distinti in settentrionali (co- 
munemente detti galio-italici), centro-meridionali e toscani,* fanno 

liana e dells lingue sorelle di M. Bartoli, il primo stampato in Arehu 
glottol. ital. , xxr, (1927), pp, 73-94, il secondo in Miscellanea della Fa- 
colti di lettere e fllosofia, Torino 1936, vol. r, pp. 69-106 e rifuao nell'art. 
Caratteri fondamentali delle lingue ntolatine, stampato in Arch, glottoL 
ital., xxvm, (1936), pp. 97-133 e xxix, (^937) PP- *-ao (tutti c due ora 
in Saggidi linguistica spaxiale, Torino 1945, pp. 1 20-38 e 75-119). Utili incli- 
cazioni anche in Alwin Kuhn, Romanische Pkilotogie. L Die romanischm 
Sprachen> Berna 1951, pp. 157-222. Del Profih di storia linguistics italiana 
di Giacomo Devoto, Firenze 1953, interossnno i capitoli i-ni. i, Cl. Mer 
lo, Lingue e dialetti d 1 Italia)*, in Terre # Nastiom; Ultalia> camtteri 
generate, per Asaunto Mori con la collaborations dei profeHHori t 4 cc,, Mi* 
lano 1936, pp* 256-80; e // sastrato ttnico e i dialetti italiani in L'ltuliu 
dialettale , ix, (1933), pp. 1-24, ora in Studi glottalogici, Pi.su 1934, pp, 
1-26. - Dall'Ascoli deriva Tidca in gencre delle reazioni ctnichc, <iu lui e 
dallo Schuchardt il posto fatto al gubstrato gallico; per le ulteraxioni di>- 
vute al substrato osco-umbro v* Meyer- LUbke, Rum* Gramm., I, 649; prr 
Torigine etruaca della gorgia Schuchardt, filawo-Dtutsches und tihiwo-Itti- 
lienischtS) Graz 1884, pp, 12-3. Per le artieohissioni cacuminuli v. G. Mil- 
lardet > foudes italiennea, in Homendje a Mentindtst Hdal (1926)^ i, p. 713* 
e anzitutto Sur un ancten subs tr at commun d la Sidle, la Corse ct la tiardtti- 
gne, in Revue de linguistique romanc, ix, (1933), PP- 34^ K H Merb 
ha completato il quadro delle rispondenze, che ha riunite tuttc in nitttcma. 
2. II Bartoli alia tripartizione del Merlo preferiva la biparthione Ittiliw 
settentrionale (con la Ladinia) e Italia meridional e centrale (incluse le 
tre isole e la Dalmazia preveneta), percW il toscano concorda molto 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE XXXV 

riscontro tre substrati: celtico, umbro-sannita o italico, etrusco. 

Completando 11 quadro delle corrispondenze, i caratteri parti- 
colari del ligure, nel gruppo dei dialetti settentrionali dipendenti 
dal substrato celtico, si attribuiscono al subsostrato (o substrate 
piu antico) ligure, e quelli del veneziano (e le concordanze ve- 
neto-romagnole) al subsostrato venetico. 

Nel gruppo centro-meridionale, dipendente dal substrato ita 
lico, e inoltre chiamato in causa per le condizioni linguistiche 
della Sicilia e della parte estrema della penisola un sostrato prein- 
doeuropeo (mediterraneo, ma diverso dalPetrusco), come per la 
Sardegna, per la Corsica, per la Lunigiana. 1 

Prti complessa la situazione toscana, la delimitazione del sub 
strato etrusco. II versigliese, che preannunzia il lunigianese, sem- 
bra partecipare del substrato mediterraneo di questo; il fondo del 
chianaiolo e delParetino, come del castellano e del senese di Mon~ 
tepulciano, sarebbe umbro-senone (e precisamente il castellano piu 
senone che umbro, Paretino e il chianaiolo piu umbri che senoni, 
e il senese di Montepulciano ancora piu umbro, o meno se- 
none che dir si voglia, del chianaiolo). Umbro & detto anche il 
fondo del casentinese e, da quando FAmiata diveixne una rocca 
dei Latini contro i Sanniti, anche il fondo delle varietk parlate 
sulle sue pendici meridionali. 

Sugli efTetti comunemente attribuiti al substrato celtico (come u > il t 
CT>xO il Merlo non si ferma, e f a un cenno solo dell* A in e\ del ligure af- 
ferma propria Talterazione di L, a del veneto ci6 che i dialetti delle Vene- 
zi& hanno in comune con quelli deU'Emilia o almeno della Romagna (i 
dittonghi dell'B e dell'o brevi in accento, le vocali non turbate, il t da 
CT Palterazione della fricativa labio-dentale v dopo consonante nel- 
Tocclusiva bilabiale b). 

piti con gli altri dialetti centrali che coi dialetti settentrionali ( Arch, glot- 
tol , 3Qtvi, (1934), p. 129, n. 10). E meno ancora gli piaceva la partiziorxe in 
dialetti settentrionali, centrali e meridionali, e altre simili, perche* i dialetti 
centrali confluiscono nei meridionali. i Non k richiamato per i dialetti 
sudorientali il sostrato illirico (dei Messapi e Japigi,che il Merlo ricorda fra 
le genti etnicamente diverse, profondamente diverse, stanziate nella no- 
stra penisola . Solo che oggi i piti non direbbero i Messapi e Japigi affini 
ai Veneti). Stranamente, il sostrato illirico (messapico) e ricordato per 
Talternanza di tenue e media nel salentino, seppure con qualche riserva, 
dal Rohlfs in Histor. Grammatik der unteritalienischen Grtizittit, Monaco 
di Baviera 1950, p. 76, 74, 2. Tracce di sostrato ligure in alcune parlate 
odierne ddV Italia settentrionale e ddla Frantia meridional^ in c Rendiconti 
Accademia d' Italia , 1943. 



XXXVI L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE 

Sono effetti del substrate umbro-sannita ND in nn, MB in mm> NT 
MP NC in nd mb ng, mentre dal substrate mcditcrnmeo derivano le 
invertite cia LL, TR, STR. 

Molteplici sono gli efFetti attribuiti at subatrato ctruaco : prime fra tutti 
I'aspiraxione delle occlusive sorde latinc intervocaliche, ma poi anchc le al- 
terazioni del tipo corbo da couvu, 1 -aio da -AMU/ e Tesito bbj da VJ. 

3. La tesi del Merlo, se ha raccolto molti consensi, 3 & stata an- 
che vivacemcnte combattuta, in particolar mode dal Rohlfs aul 
terreno pratico delle singole reazioni etniche supposte dal Merlo. 4 
Come principio e causa di mutamenti linguistici, nessuno pensa di 



i. Di un filone etrusco che si avverte nd campo neo-latino, in Atti del 1 
Congresso internal. etrusco, p. 269 e // sostrato etnico, p 19, dove a p, 
22, si parla anche di vj in bi, 2. // sostrato etntco, p, 24: Anche in questa 
alterazione, circoscritta alia sola Toscana, credo di dover leggere una 
tendenza etnica, una predisposissione orale, della gente etrusca . Recenti 
ricerche di A. Castellani hanno per6 mostrato che in antico -aw non fe solo 
della Toscana, ma anche dell'Umbria c del Lazio settentrionale, e i molti 
resti di -aio nella toponomastica escludono che si tratti semplicemente 
di irradiazione dalla Toscana (Arch. #lottol. xxxv, 1950, pp. 141 sgg.). 

3. Soprattutto parziali. Cosl del von Wartburg per Torigine etruscu della 
gorgia e quella osco-umhra di ND> nn c simili, Au$glwderurt%>pp, 6 agg,, di 
Robert A. Hall jr., contrario aH'origine etrusca della gorgia; per le altr 
alterazioni, Arch. Ling, , i> pp. 157 agg. ; Robert L.Politaer per la gorgia 
( Italica, xxvin, 1951, pp, 197-201). Qualche studioso ha anche aggiunto 
altri soatrati a quelli chiamati in causa dal Merlo: Siculi e Sicani Giorgio 
Piccitto (La classificwsione delle parlate Sicilians f la mttqfontsi in Sicilta, 
in Arch. stor. Sicilia orientalc, a. iv, a, in, pp. 33-4 dell* eatrntto). 

4. Histonsche Grammatik der itaL Sprache, i, (1949): 19 dubbi imllu 
gallicita di A > <g; 353 dubbi aullc ragioni etniche di ND> nn\ 357 
dubbi sulle ragioni etniche dell'altera/jone di NT MP NC in nd mb 
n 8l ^96 contro Torigine etruaca della gorgia toacanu; 262 contra 
Torigine etrusca di LV EV in Ib rb, Non prende posixionc circa i. > r 
vj > bfy\ LL > dd (di cui non contesta la dipondonisu da un Hotttrato medi 
terraneo). Scettico si dimoatra il Rohlfn nnche circa la tent dollu rcaxionc 
gallica nelle alterazioni di CT in x^ e ti in tt> HU cui il Merlo nnn HI formiu 
Contro l*origine etrusca della gorgia hn preso poaiaionc (v. aopra) Ro 
bert A, Hall jr. in Itaiica , xxvi, (1949), pp. 64-71 , e ha Ibrmuluto riscrvc il 
Devoto in Lingua Nostra, xn, (1950. P- 30. Tutto il probkrnu dci sub- 
strati - Prehistory and the Italian dialects - fe atato riprao attentarntsnte in 
esame da Ernst JPulgram in Language", xxv, (1949), pp. 241-52, Ora k da 
vedere an che S* Hcinimann, Die hftttigen Mundartgrem&n in Mlttelitalien 
und das sogenannte Substrat in Orbi, n, (xo53) PP* 302-17. CMi h ri- 
sposto il Merlo nella stessa riviata, in, (1954), pp. 7-21, riatampnndo il suo 
articolo Le popolastioni deW Italia antica al tempo della ctmqtristtt romana, gii 
pubblicato in Antiquitas , I, (1946), PP- 5-io, e con qualche oaservtueio- 
ne , le due note Gorgia toscana e sostrato etntsco e Ancora della gorgia ^o 
scana, uscite in Itaiica , xxvn, (1950), pp. 253-S e xxx, (1953), p. 167, Ha 
replicato 1'Heinimann, sempre in Qrbis, iv, (1955), pp. 1x4-5, 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE XXXVII 

negare la reazione etnica, 1 che pu6 anche valere come incentive)) 
(la parola del Terracini) di varied dialettale. Si diventa scettici 
quando essa & elevata a causa prevalente, per non dire esclusiva, 
del frazionamento dialettale. 2 Cause molteplici hanno prodotto quel 
frazionamento, e sono in parte analoghe a quelle che hanno de 
terminate anche Testensione nello spazio delle lingue substrato. 

Viva attenzione & stata rivolta negli ultimi anni ai superstrati 3 
ed alia parte che possono aver avuto nella partizione (Ausglie- 
derung) della Romania. Gli effetti dei superstrati (germanico, 
arabo, greco) sull'italiano sono stati tuttavia meno profondi che 
sugli altri linguaggi neolatini. 4 Certo essi hanno acuito preesi- 
stenti contrasti di cultura, ritardato in qualche zona o turbato la 
romamzzazione, causato anche, direttamente o indirettamente, 
division! e suddivisioni (che son tutti effetti esteriori), ma hanno, 
secondo il von Wartburg, esercitato anche un'azione unificatrice. 5 

Criteri cronologici, invocati per spiegare il frazionamento lin- 

j, fe noto che il Meillet acrisse esscre I'influenza dei linguaggi dei sub- 
strati la seule condition qu'on ait envisage serieusement jusqu*ici pour 
expliquer le changement phonetique ( Bull. Soc. Ling. , xxn , 1 921 , p. 41). 
- Sul rimprovero mosso recentemente ai neolinguisti e in particolare al 
Bartoli di rigettare la teoria ascoliana dei substrati v, Annali della Scuola 
norm, sup. cii Piaa, 1948, pp. 208-9. Ricorre al soatrato, dove gH pare le- 
gittimo, naturalmente anche il Rohlfs: La struttura tinguistica ddV Italia, 
Lipsia 1937, pp. 1 8 sgg. (scritto ristampato nei due volumi del Rohlfs > An 
dm Quslltm der romanischen Sprachen, Halle /Saale 1953, e Estudios sabre 
geogrqfia lingtttstica de Italia* Granata 1952), His tor, Grarnm. der itaL 
Sprach&t i p. 425. Instate sulle necessarie cautele il Wagner, Histor. 
iMUtlehre des Sardischgn, llalle/Saale 1941, pp. 269-70, n. 2. Ampie ri- 
erve auscita anche la concezione naturalistica degli effetti di substrate come 
cauaati da prcdisposixioni orali cioi da predisposi^ione etnicamente di- 
veraa deH'organo orale. Hi vedano, per contro, le concession! da un punto di 
vista storico e culturale del von Wartburg (Amgliederung, p. 155, n.) e del 
Terracini (Scritti in onore di A, Trombetti, pp, 321 sgg.). In ogni caso occor- 
rcrebbero ricerche come quelle dello stesso I'erracini sul betacismo 
(Arch, glottol,**, xxvn (1935), PP- J 33~52 e xxvin, (i93^)> PP- i-3i e 
in particolure, per i risultati, xxvin, pp. 9 sgg,). Sulle predisposiaiioni 
etniche v. il attggio di S, Heinimann citato qui addietro a p. 4 n, 4, 
P* 3<>3* 3 II terniine auperstrato mette capo al Bartoli ( Arch, glot- 
tol,, xxv, 1931-33, p. 32) e al von Wartburg (vcdi Ausgliffderung, p. 155, 
n.) che ha piu d'ogni altro studioso dato rilievo alia parte che apetta 
al auperutrato nelle altcrazioni linguistiche. Si tenga presente che il von 
Wartburg fa non piccola parte anche al substrato, e che a propoaito del 
auperstrato distingue tra effetti esteriori, territorial!, ed efTetti propria- 
mente linguiatici (sul lessico, sulla fonetica e morfologia, sulla sintassi e 
sulle forme espreasive). 4. Bartoli, Saggi di linguistica, pp. no e 135-6. 
5* Au$gli&dmmg t p$* 146-7 e La posizione della lingua italiana nel mondo weo- 
Q) Lipsia 1936, pp. 14-5. E si pu6 conaentire, attenuandola, in questa 



XXXVIII L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE 

guistico della Romania, servono poco dove le difference cronolo- 
giche della romanizzazione sono lievi. Dove incontriamo, come 
in Sardegna e in parte delP Italia meridionale, casi di particolare 
arcaicitci, sono da attribuire non tanto al tempo della colonixzazione 
quanto a successivi isolamenti,* E la cosl detta recenziorit& della 
Sicilia vedremo ancora come si spieghi. In conclusione, valutate 
le altre possibili cause, tutto porta a ritenere che il frazionamento 
dialettale deiP Italia sia anzitutto il correlativo di un frazionamento 
nello spazio dovuto, piu che a ostacoli naturali, a confini amrnini- 
strativi, ecclesiastici, politici (operanti come limiti e per cosi dire 
(cdispluvii d'irradiazioni linguistiche). Ma se pensiamo che di 
questi confini alcuni traggono origine dalle invasion! barbariche e 
qualche altro & anche confine etnico, vediamo nella causa accen- 
nata riassunte in certo modo anche le altre invocate per spiegare 
il frazionamento dialettale d' Italia, 

Secondo il Bartoli ha contribuito in maniera decisiva al frazio 
namento amministrativo, a cui rispondeA quello dialettale, la di~ 
visione dell* Italia, decretata da Diocleziano, nei due vicarkti di 
Roma e di Milano. a Divisione - scrive il Bartoli - non solo eco- 
nomica o amministrativa, ma anche, ci6 che pit conta . . , spi- 
rituale. Risorge lo spirito gallico nelP Italia settentrionale; simil- 
mente, nelPItalia centrale e meridionale riaffiora lo spirito greco* 
Rinascono, dunque, almeno parzialmente, le condizioni preeai- 
stenti alia dominazione romana. II confine tra i due vicariati (al- 
Tincirca Spezia-Rimini) ^ segnato da un fascio d* important! iso- 
glosse, Mostra soltanto Taccennata complessiti dei fattori in giuoco 

affermazione del von Wartburg, anche rimancndo scettici circa la sua tei 
dell'influsso longobardico sulla ditton^axionc italiana (Ausglied^mng t pp. 
143 sgg., Posisdone > pp. 13-4): tesi rcapintu dul Gamillscheg, Romania G&r- 
manica, n, (1935), pp. 202 e 204, dal JMerlo in Rendiconti dclTAccadcmiii 
d'ltaliaw, s. vni, vol. in, (1942), pp 6a sgg,, dove in gcncrc HI negu o mini- 
mizza Pinflusso del superstrato germanico, dallo SchUrr in Horn. Forach. 
L, (1936), pp. 275 sgg., e dal Rohlfs in Histor, Gramm,, I, p. 67, n. Cf. anche 
G. Straka, Revue des langues romance, LXXI, (1953), pp, 273-6, II Bartoli 
ammetteva senss'altro che le invasioni barbariche hanno dlminuito la divi- 
sione fra T Italia settentrionale e qucllu centrale e meridionale (8aggt,p* 109), 
ma non per supposti infiussi sulla dittonga^ione, sibbene perch<^ Longo- 
bardi e Franchi hanno favorito la diflfuaione nel mezzogiorno d*innova5?u)ni 
settentrionali e centrali, v. Arch, glottol , xxvm, (1936), p. 102 e Lingua 
Nostra , vi, (1944-5), pp. 204, i , Wagner, La lingua sarda, lierna . a. (ma 
i9S)> PP'94&gg* Ragioni d'isolamento saranno in giuoco ancho per le aree 
lucane di cui il Lausberg ha scoperto e studiato Tarcaicitli (Die Mundartm 
Stidlukanims, Halle/Saale 1939), 2, Saggi di Hnguistica spasriate, pp, 108-9, 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE XXXIX 

il fatto che questo confine, prima di essere amministrativo, fu 
anche etnico, e success! vamente separ6 Parcidiocesi di Roma da 
quella di Ravenna. 1 Le invasioni barbariche e Foccupaziojie di 
vasti territori d' Italia da parte dei Bizantini fanno sorgere nuovi 
confini, scavano nuovi solchi, a cui fanno riscontro le condizioni 
linguistiche. II Rohlfs ha dato risalto alle isoglosse che tagliano 
F Italia dai dintorni d'Ancona ai Colli Albani lungo una linea che 
coincide press'a poco col limite settentrionale del Ducato di Spo- 
leto e col corridoio che mantenne libera la comunicazione fra il 
patrimonio di San Pietro e Tesarcato di Ravenna, non occupati 
dai Longobardi. 2 Lo Schxirr a sua volta ha mostrato la coincidenza 
dei confini della Romagna dialettale con quelli che nel tempo della 
scissione deir Italia in una parte kmgobarda e un'altra romano-bi- 
zantina limitavano, isolandolo, 1'esarcato di Ravenna. 3 E dobbiamo 
al Bartoli suggest! vi accenni a episodi della lotta tra spirito greco e 
longobardico nella storia linguistica dell' Italia meridionale. 4 Anche 
la venuta dei Normarmi incide con nuovi spostamenti nella distri- 
buzione dialettale e nella storia linguistica di questa regione. 5 

4. Anche questo excursus sulle origini dei nostri dialetti rende 
probabile che alia data dei primi nostri monumenti volgari (secoli 
X e XI) la carta linguistica e dialettale d' Italia non doveva diffe 
ring almeno nelle linee essenziali, da quella presente. Ma & dif 
ficile darne le prove, Notizie dirette mancano fino al De vulgari 
eloqusntia di Dante, la cui composizione si fa cadere tra la prima- 
vera del 1303 e la fine del 1304. I testi che documentano Pantica 
distribuzione dei dialetti appartengono solo in misura minima ai 
primi due secoli e, a parte la loro esiguita, danno un'immagine 

i. Rohlfs, La struttura linguistica d* Italia, p, 8. Vedi anche von Wartburg, 
Awgludmmg, pp. 1 16-9, e Devoto, Lingua di Roma, p. 348. Per il Merlo, 
s'intende, un solo limes & esistito, ed esiste pur sempre, quello etnico . . : 
Rendiconti dell'Accademia d'ltalia , s. vn, vol. in, p, 71. 2, La struttura 
linguistica) p. to. 3. In Revue de linguistique romane ix, (1933), pp. 
203 sgg, ; v anche La pasisione storica del romttgnolo fra i diaktti contermini, 
nella rivista II Comune di Ravenna , 1934, p. 9 dell'estratto. Sul confine 
politico che ha tanta parte nella delirnitiraone dell 'area arcaica lucana stu- 
diata dai Lausberg, v. il vol. cit. Die Mundarten ecc., p. 190. 4. / riflessi di 
afflare e conflaw neW Italia meridionals ( Atti dell'Accademia delle scienze di 
Torino Cl. di Scienze mon, txxv, 1939-40), pp. 202 sgg. 5. Ammettiamo 
con ci6, tuttavia limitandone la portata, la nota tesi del Rohlfs circa la ripre- 
sa romanza in Calabria e Sicilia dopo la venuta dei Normanni : v. Rohlfs in 
Melanges M, Roques t i, Parigi 1950, p. 259 (saggio ristamp. nel cit, vol. An den 
Qudlm der romanischen Sprachen) e Bartoli, nell'art test< citato, p. 38, n. 77. 



XL L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE 

dei dialetti scolorita sovente o resa incerta dai molteplici influssi 
operanti, fin dagli alhori, sull'uso scritto. 

I testi volgari appartenenti at secoli X-Xl sono: 

I'indovinello Veronese, 

i quattro placiti cassinesi, 

la carta cagliaritana del 1070-80, 

il privilegio logudorese del 1080-85, 

la postilla amiatina, 

la formula di confessione umbra, 

1'iscrizione di San Clemente, 

la carta cagliaritana in caratteri greci. 

Undici testi in tutto, di cui 5 soli del aecolo X, riducibili a 2, se con&iderk- 

mo la stretta arfinita dei placiti. E degli altri 6, tre sono aardi. 

Gli element! volgari dell'indovinello Veronese (il cui ibridiamo pu6 
dare Timpressione di lingua in jfifw, rmi in cfTetto non fa che segnare la 
lotta fra una tradizione che tramonta e una novita che stenta a imporai) 
sono - salvo umono e sopra tutto partba - banali, conformi tuttavia 
all'area a cui il componimento appartiene. L'ipotesi pareba da parete del 
Contini* non & accettabile, contraria com'& allo stile deirindovinello. a 

Nei placiti sono proprie, se non specifiche, del campano forme come 
kette tebe bobe t e nel testo latino, oltre ad alcune grafie, pUski* Degli ele- 
menti interregionali dei placiti si dirk pito avanti. 

Netto il carattere idiomatico dei docurnenti aardi nella fonetica e mor* 
fologia> molto meno nella sintassi. Sbiadito, invece, nelh postilla amis* 
tina (simile per Tibridismo alFindovinello), dove di regionale non vi aa- 
rebbe, secondo R. M. Ruggieri, che il termine rebottuj mentre !* finale 
(insieme con Vi di illu, ille, ista) costituirebbc un fenomeno fonetico in* 
terregionale : il che, s'& possibile, non & necessario,* 

Delia formula di confessione (detta umbra per la provenienssa del rm.) 
il Flechia ha scritto che Ic peculiarity dialettiche del volgtire, ae non ttc*- 
cennano risolutamente ad una specials regions d 1 Italia, poHono tuttavia , , . 
tenersi per verisimilissimamente proprie dell' Italia ccntrale con cnclu- 
sione delle provincie napoletane e della ToKcunu,S Hi pu<S cHcludcre, 

i. Revue des langues romanes , 1934, pp. 161-2. 2, Vcdi Ic vcraioni rac- 
colte dal Fiancastelli nel lavoro citato dal Monteverdi in *SY/##* ntotutim, 
Rorna^94S, pp. 39-58, e A. Aarne, Vtrgtcichend* Mtsdforschun^n, i, in 
FF Comunicationa , n, n. 26, pp. 35 sgg, Alcune versioni friulane 
stamp6 G.D*Aronco in Faideia, n, (1947), PP 4-7- II rilievo rimanc 
valido anche ammettendo col Monteverdi e con E.-R. Curtius (Kurtt- 
pttische Litcratur u, latrinisches Mittelatter, Herna 1048, p. 316, e trud, 
spagn,, Literatura europea y edad media latina, Mcxico-Hucno'Aire, 1955, 
I, p. 440) la tradizione letteraria del breve componimento. (Percntoria- 
mente richiede pareba, da parert, la nuova intcrprctazione deirindovt- 
nello proposta da C. A. Mastrelli in Arch. lottol., xxvin, (1953)* pp. 
190 sg#,; ma pare a me sfonsata e. non persuade.) 3, Lingua Noatra , 
x > (i94 f ))> pp. 20 sgg. 4, Cultura neolatinaM, ix, (1943)* PP 4* ^K. 
in particolare pp. 51 e 64. 5, Arch. glottol.w, v, (1880-3), PP- Ui-0, 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE XLI 

con riguardo a commandao, anche Roma;* J a provenienza del codice fa 
pensare all'umbro, n alcuna forma del testo contraddice a questa piu 
stretta assegnazione, 

Neiriscrizione di San Clemente sono notevoli dereto e soprattutto Car- 
voncelle* con v- da &-, fenomeno questo che non valica verso Nord la 
Hnea Ancona-Roma. 3 

Altri caratteri idiomatici, comprovanti Pantica partizione dialet- 
tale d' Italia, si ricavano dai testi latini (v. le note 2 e 3 a p. i) 
studiati dal Parodi, dal De Bartholomaeis, dal Maccarrone. Ma, in 
ultima analisi, la presunzione che la distribuzione dei dialetti nei 
secoli anzidetti (X e XI) non differisse - salvo che nei punti di cui 
diremo - da quella posteriory si fonda sul dato linguistico g& ac- 
cennato, che ritiene in massima conchiuso nei corso del secolo VIII 
il trapasso dal latino al volgare, e sul dato storico della mancan- 
za tra il secolo XI e Finizio del secolo XIV (data del De vulgari 
eloquentia) di eventi atti - per quanto sia lecito giudicarne - a 
determinate niutamenti e spostamenti essenziali. L'ultirno grande 
evento del genere e, nella scconda met& del secolo XI, la g& ac- 
cennata conquista normanna. 

5, Se passiamo, dopo queste considerazioni d'ordine generale, a 
confrontare partitamente le condizioni d'allora con quelle d'oggi, 
vuol essere anzitutto rilevata la mancanza nei secoli sotto esame 
di gran parte delle isole e colonie alloglotte, 4 Non erano ancora 
immigrati nelle Valli Valdesi i Provenzali che un secolo dopo vi 
cercheranno riparo dalle perseomoni religiose; 5 non in Sicilia, 
in Calabria, nella Lucania, nelle Puglie, nella Campania, nei Mo- 
lise e negli Abruzzi gli Albanesi, 6 Posteriori alPepoca che esami- 
niamo sono le propaggini slave del Molise e quelle della seconda 

I 4 Vedi Dionisotti-Grayson, p. 21. 2, In Paideia , v, (1950). P- 284 Pisani 
si chiede se qucsto Canwncelle non abbia qualche rapporto col grcco xdp- 
gavo, sic. carvanu ^otTo', ma non c*& raf(ione alcuna di staccarlo da *car- 
bone', v, Arch, glottol sxxxv, (1950), p. 176. 3- Rohlfs, Histor.Gramm., i, 
p. 247, 150, 4. Un breve schizzo di esse e dato dal Bartoli nell'intro- 
duzione alia Grammatical starica della lingua italiana del Meyer-LUbke, 
tradotta da lui e da C5. Kraun (nuova ediss., Torino 1927), e dal Merlo 




259-60, 6. Le pid i 

e di Sicilia, che rimontano alia meti del secolo XV. Due secoli dopo sono 
immigrati gli Albanesi della Lucania e delle Puglie, e alia fine del secolo 
XVII quelli deirAbru2zo: Bartoli, neirintroduzione citata, p. ix. Indica- 
zioni bibliogr, in Rivista d'Albania, I, (1940), pp. 416-8. 



XLH L'lTALIA DIALETTALE PINO A DANTE 

ondata della Venezia Giulia. 1 Lo stesso pu6 dirsi dei Catalan* 
cTAIghero, dei Greci di Cargesc nella Corsica, dei Romeni sui 
due versanti del Monte Maggiore in Istria, 2 

Piii complessa, ma non dissimile nci risultati, 6 la storia dcllc 
propaggini tedesche. Per quelle a Sud del Monte Rosa c del 
Sempione, per Sappada nel Cadore, Sauris e Timau nella Carnia 
non si risale piu in su del secob XIIL 3 Per le oasi trentine-vicen- 
tine-veronesi ragioni linguistiche inducono a fissure al mille il 
termine post quem> al secolo XIII il termine ante quern. Confer- 
mano questi dati anche i document! e mostrano che la maggior 
parte di queste oasi & stata dedotta net secoli XII-XIIL Inoltre 
il Battisti, a cui si devono le ricerche piu importanti su queste 
migrazioni, esclude che i Tedeschi immigrati dal secolo XI in poi 
abbiano trovato nelle nuove sedi nuclei tedesehi preesistenti, da 
longobardi, sia baiuvari o cfaltra schiatta. 4 E non solo maneavano, 

i. Sull'et& delle colonie slave nell'Italia meridbn&le vedt G, Gelcich, 
Colonie slave nelV Italia meridionals, Spalato 1908, e aopra tutto M, Reetsr 
Die serbokroatisch&n Kolonien &tiditali#ns, Vienna 1911 (Sehriften der 
Balkan-Kommission, ix) coll. 23 agg. II Gelcich le pone ml principle del 
secolo XVI, ma le pi& antiche risalgono alia fine del secolo XI I L Tru que 
ste, da tempo italianizzate, non sono ie attuili colonie slave del Moliae, che i 
dati linguistic* e storici assegnano concordemente alia fine del secolo XV 
o al principio del secolo XVI, Tarde e di tempi diversi sono quelle istriane 
della seconda ondata: Bartoli-Vidossi, All* port* mmtali d'Ualia, Torino 
J 945 PP?8 sgg. 2, I Catalani immigrarono in Sardegna nella seconds 
meta^del secolo XIV, v, Wagner, La lingua sarda cit n p, 189, nata. I 
Greci giunsero in Corsica nel secolo XVII e preaero atan^u si Cargene 
nel 1770, v, Mario, Lingue e dialetti d'Italia, p. 296 e G, Blanker*. Ln 
Grecs fa Cargkse (Corse), Leyde 195^ Homeni npno nttentuti in lHtria 
sporadicamente, fin dal aecolo XIV, ma piti vasti inaediamcnti H<mo aolo 
dei secoli aeguenti: Bartoli-Vidossi, Alls porte omntalid* Italia, pp. 74gg, 
3* Per Ie colonie a Sud del Monte Roan c del Sempione v. K. Mohn?nhcr 
ger, Di9 Mundarten der deutschen Walliser im lleimattal und in den Atmrn- 
ortm, Frauenfeld 1913, pp, 38 agg,, per Saum G. Lorenssom, IM tafrmQ* 
mastica di Sauris, oasi tedesca in Friuli t nel Boll, clellu Sockna filol. friuln* 
na , XHX, (1937), PP- 95 . 148 ., 150 g. f per Timau e SupptiUa (ol- 
tre che per Sauris) C. Battisti in Ouida della Cafma c del Canal M P#rro> 
Tolmezzo 1924-25, pp, 85-90. 4- I A bihlioRrnfia rclutivn alic OUHI tedesche 
trentme, veronesi e vicentine ^ copioaiatiima. Per i noHtri ncapi bnstoii ci- 
tare C. Battisti, Studi di storia Imgwstica e naxionab del Trtntfao, 1-lren^e 
1922, pp, 147 sgg., 160, x8i agg., e // diaUtto tetlesco del XI U Comuni 
veronesi, in L'ltalia dial , vii, (193 0. P- 64; c B. Gcrola, G/i stanmammti 
tedtscht sulraltopiano di Pint nd Trentino amntali> in Archivio veneto 
8. v, vol. xr (1932), pp. i sgR., vol. xn (1932), pp, 129 *W Ottimo nehe 
il volume di Otto Stolz di cui parla il Battisti in L'ltalia dial v, (1930)* 
pp. 280-1. Riaffiora ogni tanto da parte di atudiosi tedesehi, k tcai della 
longobardiciti di queste isole (v. Jahrbuch f. vergleichende Volkikun* 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE XLIII 

nei secoli a cui si rivolge la nostra attenzione, gran parte delle 
oasi tedesche del Trentino, ma 1'italiano si spingeva con qualche 
punta nell'Alto Adige ed erano ancora ladine alcune valli succes- 
sivamente germanizzate. 1 

In cambio di queste assenze d'alloglotti, i territori della Cala 
bria e delle Puglie dove abitavano Greci (continuino essi, come 
vuole il Rohlfs, la grecitk originaria di quelle regioni, o debbano 
Forigine a colonizzazione bizantina, e Tuna tesi va probabilmente 
contemperata con Faltra)* erano senza confronto piu estesi che 
presentemente; e nuclei greci e forse anche arabi, successivamente 
assorbiti, esistevano ancora in Sicilia. 3 

Estendendo la ricerca anche a quella che potremmo chiamare 
colonizzazione interna, non erano ancora giunte in Sicilia le 
colonie cosl dette gallo-italiche, non in Lucania quelle pur esse 
gallo-italiche di Potenza e presso il golfo di Policastro. II Rohlfs, 
a cui si deve la scoperta di queste colonie lucane, le ritiene sorte 
non molto dopo quelle siciliane, la cui deduzione egli pone, con 
altri, nel secolo XII. 4 

La colonia ligure di Bonifacio in Corsica e del 1195 e conserva 

de, i, ni-i29 e Festschrift Wopfner, Innsbruck 1948, n pp. 300-1, n.), 
tesi insostenibile allo stato delle nostre conoscenze. i . Sulle valli ladine 
successivamente germanizzate v. Battisti, Popoli e lingue nelVAlto Adige t 
Firenae 1931, pp. 213 sgg.; e sulla romanitk del Tratto Atesino la stessa 
opera, pp. 352 sgg. 2. Terracini in Arch, glottol. , xxvi, (i 934), pp. 256-7 ; 
e h sopravvivenza di qualche nucleo della grecita antica (in Calabria e in 
Sicilia) non & eaclusa neppure dal Pagliaro, Sulla latinitd di Sicilia, 
Roma 1934, pp. it sgg. Sull estensione delVarea greca in Calabria e^nelle 
Puglie intorno al 1000 v, ora la cit. Historische Grammatik der untmtalie- 
nischm Grtixitiit del Rohlfs, p. 17. Che il Rohlfs dalla trattazione della 
grammuticii tr;agga nuovi argomenti a sostegno della sua tesi non pu6 n< 
deve Rorprundcrc, 3. Per i nuclei greci della Sicilia intorno al 1000 v. 
Rohlfa nel luogo citato nella nota precedente. K per la pcnetrazione araba 
in Sicilia A. Steiger in Vox Romanica x, (1948-9), pp.25 sgg. Sulle 
colonie greche d'ltulia si conaultino anche G, Piccitto in Atti dell'Vin 
Congresso di tudi teantini*, I, pp. 3<>4-7 e passim, e 0. Parlangeli, Sui 
diaktti romanm e romanici del Salento in Memorie dell'Istituto lombardo 
di science e lettere, vol xxv-xxvi della serie in, fasc, in, (1953)1 PP 93-^98. 
(Non mi e stato acceswibile I. Peri, Cittd e campagna in Sicilia, Palermo 
*953* che conoaco olo dui breve cenno di Rohlfs in Archiv f. d Studium 
der neueren Sprachen , cxc, (1954), P 378.) 4- Sulle colonie lucane v. 
Rohlfs, Galfaitalimische Spmchholonim etc. in Zeitschr. rom. Phuol , u, 
(i93i), PP* 249-79 e LXI, (1941), pp. 79-"3 H Rohlfs fe poi ritornato sulla 
queatione nel capitolo Sull'origine del dialetto di Trecchlna inserito in P. 
Schettina, Trfcchina n$l presente e nelpassato, Alessandria 1947. Quanto alle 
colonie gallo-italiche della Sicilia, il Piazza nel suo volume Le colonie e i dia- 
letti lombardo-siculi, Catania 1 92 1 , le ritiene dedotte dal secolo XI al XI II (si- 



XLIV L'lTAUA DIALETTALE FINO A DANTE 

nella sua parlata i caratteri del clialetto Hgure del sccolo XI L l 
Molto piii tarde sono le colonie liguri della Sardegna: Carlo- 
forte fu fondata nel 1737-38, Calasctta intorno al 1770.* 

Mancano notizie precise, ma dcbbono csscrc tarde le colonie 
emiliane di Gombitelli e Billano nel Lucchese; 3 quella minuscola 
di Forno di Lemie (valle della Stura di Viii in prov. di Torino), 
formata da Bergamaschi e Valsesiani, risale al aecolo XIV. 4 

La colonia provenzate, proveniente dalle Valli Valdesi, di Guar~ 
dia Piemontese in Calabria & ritenuta non anteriore al 1400, e forse 
sono della stessa epoca anche le colonie franco-provenssali di Celle 
e Faeto in provincia di Foggia, provenienti pur ease, con ogni pro- 
babilit&, dal Piemonte, 5 

6. Tutto ci6 non fa che togliere o, in misura pi& limitata, aggiun 
gere qualche chiaraa di colore alia carta dialettale di quel tempo, 
Conseguenze di maggiore momento avrebbe avuto, nei tempi in 
cui aceadde, solo la venuta degli Slavi in Istria per lo sfaldamento 
del dialetto indigene, 6 e dei Gallo-italici in Sicilia, sia che dal loro 
incontro con i nativi si ammetta col Rohlfs nato quel singolare 
dialetto siciliano che, si pu6 dire, & il meno meridionale fra i 
dialetti del Me2jzogiorno> 7 sia che il cuneo gallo-italico abbia con- 
tribuito, come pensa G. Piccitto, a indebolire e sgretolare la compat* 

curamente anteriori al secolo XII le dice anche il Merlo, I Jngue e dialetti * 
p, 272), ma le tcstimoniunzc piu untichefiono molto duhbie, L'accenno dt*l 
Rohlfs alle immigruxioni gallo-itttliche in Sicilia ai trova nelUi Zcitschr, rom. 
Philolol. , LKI, (1941)^ p. 1 13. Kecenttsmcnte il Rohlfn, nei Mtt<mRt& M, /^- 
ques t cit., i, pp, 253 8tf$., ha ripreso in cmime il problerrw di tju^Hte inimim- 
zioni, ch'egli ritiene molt( piCi vante che non HI ia crvduto finnt inn hit lu* 
sciato agli storici di stabilirnc 1'epocn. Lu putria dcgli immigruti narrbbt? 
aecondo lui da cercare nelhi regione di confine tra Pii'tnontc c Li^tiriii, 
i* G, Bottiglioni, L*antico gfnmxrse e le isote linxtmtichf *r<y-rr, ir 
L'ltalia dialettale , iv, (1928), pp. 2 e 6, 2. //;iV., pp. 3-4 t* 6. 3. Mrrb 
Lingue e dialetti , p, 273. 4, 'IVrracini, in *SV//^r Linftuisticti Asfoh\ p. 658, 
5. Per Guardia Picmontcse vecli (*, Murosi in Arch, glotfol,*, xi (tH(jO} t 
p. 325 (e per altrc parti della Calabria v, Rohlfw nel HoIMtino del CVntro 
di studi filologici e Hnguistici siciliani", iv, 1956, pp. 388-0 1), pt*r OHe 
e Faeto ibid*, xn, (1890-92), pp, 33 gg. 6, IJnrtoli-VidosMi, Alk parte 
oriental* d* Italia, p. 78, - Becondo Bengt Hasaelrot, in Studia neopht- 
lologica, xn, (1939). pp. 5^ RK- le propaggini tcdenchc della Vtillc del 
Lys avrebbera esercitato qualche influsno nulla purlata franco-pro vrnssale di 
Gaby, ma ai tratta di fenomeni loculi privi d'importan^a, 7. M&(M%&$ M Hu* 
ques, cit,, p. 259, Dopo avere insiatito aulla vantita dellc immigruxioni gullo- 
italiche (v, la npta 4 a p. 1 1 ) e augli influBai enercitati daU' itlioma forentiero % 
il Rohlfa continua: K pare che proprio dairacco^arsi delta popolftssione 
indigena coi coloni aettentrionali ia nuto quel aingolnre dialetto sicilitno 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE XLV 

della grande area rnetafonetica della Sicilia centro-orientale. 1 
Piu profondamente hanno alterato la carta dialettale alcuni spo- 
tamenti successivi al tempo a cui ci riferiamo, tra i quali citiamo 
solo i piu vistosi, ossia: il lento distacco del romanesco dal gruppo 
^entro-meridionale, a cui appartenne fino al secolo XVII e di cui 
jerba tuttora Pimpronta, col conseguente adattamento al modulo 
toscano; 2 la conversione del fronte linguistico nella Lomellina e in 
particolare a Pavia, che clopo aver formato 1'estremo margine della 
zona alessandro-monferrina del piemontese, 3 pieg6 verso 1'emiliano 
(piacentino) e oggi vien facendost milanese; 4 la venetizzazione 
deli'Istria, divisa dapprima tra friulano nel Nord e istriano nel Sud. 5 
Di verso 4 il caso della Corsica, il cui toscanizzamento, nei secoli 
a cui si rivolge la nostra attenssione, & gi& in pieno sviluppo. In- 
fatti la Corsica, dapprima Concorde con la Sardegna, fin dal se 
colo VIII allaccia relazioni con la Toscana, parti colarmente con 

che &, si pu6 dire, il meno meridionals fra i dialetti del Mezzogiorno . Que- 
ate deduzioni aomigliiino ad altre formulate dal Rohlfs in Zeitschr. rom. 
Philol. , XLVI, (1926) pp, 1 35 sgg, e in La struttura tinguistica^ p. 28, e ripetute 
in forma piCi eruda dal von Wartburg in Eirtfuhrung in Problematik und M&~ 
thodik d&r Sprachwusmschaft^ Halle / Saal 1943, pp. 27-8, centre le quali ha 
preso netta posizione il Paglmro in Presenssa , i, (1947), pp. 390 sgg., afFer- 
mandp che le genti del settentrione venute in Sicilia non risposero affatto 
al bisogno di ripopolare e romanizzare la regione, e ch'esse st sono 
chiuae piti o mno rigidamente nella lore fisionomia linguistica originaria , 
fornendo al siciliano eircostante element! ( non dico fatti fonetici o mor- 
fologiei, ma solo vocaboli ) assai scarai. Ma le nuove ricerche del Rohlfs 
fanno apparire opportuno un nuovo esame. Si vedano infanto le indagini al 
riguardo, in eortese polemicu col Rohlfs, di G. Bonfantc nel Bollettino del 
Centre di studi filolosici e Hnguistici sieiliani , i (1953), pp. 45-64, n, (1954), 
pp. 280-317. i"i (i<>55) PP- 305-13 iv (195^). PP- 2^6-309, e cfr, Rohlfs 
in Arehiv , cit, cxr, p, 374, Conclude il Honfante u p, 309 del suo quarto 
aggio: L'inHustto gallo-italico nelle purlute aiciliane e, nt*l complesao, 
injiignificntc per non dire ineaistcntv . . . IA V parole nicilianc che il Rohlfs 
attribuiace al gallo-italico sono quasi tutte di origins gallo-romanza . * 
i* La clmxificftxione ddl$ par late Sicilians la metqfoned in Sicilia , gia cit. 
pp. 7-18, 33, e Per un moderno vocttbolario siciliana, Catania 1950, p, 15^ 
a, Vcdi CI. Merlo, Vicendf storiche delta lingua diRoma, in L* Italia dial. v, 



rini Diahtti twgtta nazionale a Jkoma>'m Capitoliurn luglio 1 932 : ristarnp. 
in Lingua * culture^ Romu, 1948, pp. 109 agg. - Per altri aapetti della storia 
lingumtica di Roma v, Robert A. Hall jr.* Th* Papal State in Italian ting. hi$to 
ry % in Language sXix^C 1943), 3 Salvioni in Boll, della Societ& pavese di 
ttoria patria n, (1902), pp. 205-6, 4, Merlo, Lingue e dialetti > p, 27x. 
- Secondo il Giacomino ( Arch, glott. itaL , XV, 1901 , 403), 1'antico astigia- 
no risulta strettamcnte congiunto col gruppo monferrino, a differenza dell o- 
dierna parlata d'Asti, eh*^ rimodelkta quasi per intero sullo stampo del vol- 
gare torinese. 5, Bartolt-Vidosai, AU$ porte Qrimtali d'ltalia^ pp, 63 sgg. 



XLVI L'lTALlA DIALETTALE FINO A DANTE 

Pisa, che la concessione del vicariato apostolico in Corsica al ve- 
scovo di Pisa (1078) non fa che renderc piu strettc, c ch'esercitano 
influssi decisivi suirorientamento Hnguistico deU'isola. Piu tardi 
si faranno valere, ma non raggiungenmno mai rintcnsiti di quclli 
toscani, anche influssi genovesL* 

Qualche cosa di simile avvienc anche in Sardegna, dove il gal- 
lurese e il sassarese, un tempo uniti al logudorese, successiva- 
mente se ne distaccano per accordarsi sotto pi& aspetti col conti- 
nente. Ma, secondo il Wagner, 1'influenza toscana nella Bardegna 
settentrionale si fece sentire solo a partire dal secolo XII e non 
prevalse sui caratteri indigeni prima del secolo XVI. 2 

La penetrazione del toscano in Corsica e le infiltrarioni toscane 
in Sardegna hanno ragioni soprattutto politiche. L'egemonia lin- 
guistica dclla Toscana, e in particolare di Fircnzc, i ancora di 
Ik da venire. L'azione livellatrice che ne sari la conseguen^a 
(estremo il caso gik citato di Roma) si pu6 seguire - neirumbro, 
nel lombardo, nel veneto -, ma difficilmente segnare sulla carta. 3 

7. Due secoli dopo la data a cui si riferisce il panorama abbozzato 
nelle pagine precedent!, Dante disegna nel De vulgari eloqumtia 
la carta dialcttale dell'Italia de* suoi tempi. 

noto che Dante, separata r Italia linguistica dalle aree allo- 
glottiche contigue, la immagina divisa in due sezioni dallo spar- 
tiacque appenninico. 4 6 senz*altro accettabile Topinione di co- 
loro che pensanb aver Dante scelto come linea divisoriaw il di-* 
spluvio appenninico per analogia con lo spartiacque alpino assunto 
a confine della lingua del si. Ch'egli si lasciaase guidare, oltre 
che dall'amore della simmetria, cla una sua confusa impressione 
di diversity tra i volgari di qua e di 1& degli Appcnnini, non ^ 
probabile; n6 sarebbe facile trovare un fondamento a talc im 
pressione, salvo che limitando il confronto al toscano, a mano 

I. Bottiglioni, Per lo studio degli strati t$$$icali ndle parlate cvr$e t in 
Cultura neolatina , i, (1941), pp, 14-20, c La penetrazion? tasftma e le ff 
gioni diPomonU nei parlaridi Corsica > in I/ItaL dial. , n (1926), pp, 156- 
2x0 e in, (1927), pp, 1-69; Rohlfa, L'italianitd linguistica dvlla (*arsiea t 
Vienna 1941 (scritto riatampato nei citati Ifetudios sobrg %eo%r(tfia tin$tti$tuti 
de Italia), 2, La lingua sarda, pp. 393 sg#, ; rna vedi iinche, per influsi 
anteriori sul aardo in genere, pp. 245 Bgg. 3. Muncano riccrche intorno 
airaxione eaercituta dal toscano sugli sdtri diaietti, Cenni in Migliorini, 
Storia della lingua italiana > in Probimii id orimtammti critid di lingua e 
letteratura italiana^ n, (Milano 1948), pp. 57*100, c in La Raswegnu della 
letter, italiana , 1954, pp. i6sgg. 4, De wttg. eL> i, x 6* 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE XLVII 

destra, e ai volgari oggi detti gallo-italici, che son tutti, eccetto 
il ligure, a mano manca degli Appennini. 1 D'altronde, poco im- 
porta a noi il criterio scelto da Dante per raggruppare i volgari 
d'ltalia; basta a noi la testimonianza ch'egli fa della variety e, 
incidentalmente, delPaffinitk o diversity di quei volgari, 

Considerando anzitutto le regioni d' Italia, egli distingue alia 
destra del displuvio appenninico T Apulia - cioe il Regno angioino 
di Puglia - , sed non tota, col confine settentrionale dal Garigliano 
al Tronto, Roma, cioe il Lazio, il Ducato di Spoleto, comprendente 
parte deirUmbria e la Sabina, la Tuscia o Etruria, la Marca 
Genovese o Liguria; e alia sinistra ci6 che resta dell' Apulia, la 
Marca Anconitana, corrispondente a parte del Piceno e deirUm- 
bria, la Romagna, ossia la parte meridionale dell' Emilia, la Lorn- 
bardia, comprendente, oltre che la Lombardia vera e propria, il 
resto deir Emilia e il Piemonte, la Marca Trevigiana con Venezia, 
il Friuli, retto ai tempi di Dante dal patriarca di Aquileia, e PIstria. 
Delle isole nomina soltanto Sicilia e Sardegna aggiungendole alia 
sezione destra, non la Corsica, ch'e tuttavia ricordata, insieme 
con la Sardegna, nella Dimna Commedia (Purg., xvni, 81). 

Nelle due sezioni, le lingue variano da regione a regione, ut 
lingua Siculorum cum Apulis, Apulorum cum Romania, Romano- 
rum cum Spoletanis, horum cum Tuscis, Tuscorum cum Januen- 
sibus, Januensium cum Sardis,nec non Calabrorum (cio6 degli Apu- 
H del versante sinistro) cum Anconitanis, horum cum Romandiolis, 
Romandiolorum cum Lombardis, Lombardorum cum Trivisanis et 
Venetis, horum cum Aquilegiensibus (cio& con i friulani), et isto- 
rum cum Ystrianis. Che sono in tutto, poich6 i volgari dei Trevi- 
giani e Vcneziani contano per uno, almeno quattordici volgari a . 

Ma poi tutti questi volgari in sese variantur, o, come traduce 
il Marigo, si diversificano in se stessi, come per esempio nella 

i. Si veda per tutto questo il comrnento del Marigo, Introdu%ione> pp. cxvn 
sgg, dove lu partizione esposta da Dante ^ valutata anche in rapporto 
alia dialettologia moderna. Sono note le concordance con la partizione pro- 
poata da M, Bartoli nella ("rcstomassia Savj-Lopez, p, 173, neir Archeogra- 
fo triestino^, 1903, pp. 131 sgg, e in Das Dalmatische, I, p, 297. Col Bartoli 
concords il Lausberg ( Rom. Forsch, , LXI (1948), pp. 320 agg,) nelPunire 
la sessione a oriente degli Appennini con la romamt balcanica (romanitii 
*interadriatica); pare consenziente il Rohlfs in Archiv f. das Studium 
der neueren Sprachen, vol. 187 (1950), p. 186, non cosl il v. Wartburg, 
Ausgltedmtng, p ; 19, 2. Sul termine volgar (lingua vulgaris) v. Jud 
in Vox Romanica^xiX^So), p.247 n.; e per la classificasdone del tre- 
vigiano cf, qui avanti la nota 3 a p. 19. 



XLVIII L'lTALIA DIALETTALE FIND A DANTE 

Toscana le varietk di Siena e d' Arezzo, e nella Lombardia' quelle di 
Ferrara e Piacenza; e succede a volte, come a Bologna, che nella 
stessa cittk un rionc parli diver&amente da un altro, sicch$, tutto 
sommato, le varictk sono rnille e piu di mille. Andando a caccia 
dell'illustre favella d' Italia, Dante ne nomina ancora alcunc% che 
compiono il quadro da lui tracciato. Sul versante destro, in To 
scana quella del Casentino e in Umbria quella di Fratta (Umber- 
tide), rustica Tuna e montanina Taltra in confronto delle varieti 
proprie degli abitanti della parte centrale (mediastini ritw). E an 
cora in Toscana le varied di Firenze, di Pisa, di Lucca, con 
quelle g& ricordate di Siena e d* Arezzo; e in Umbria quelle di 
Perugia e di Orvieto, e nel Lazio di Viterbo e di Civita Castellana, 
Ma per Dante tutte queste varied appartengono alia Tuscia e sono 
dunque, conforme al suo criterio geografico, toscane* E sul ver 
sante sinistro nomina in Lombardia i volgari di Milano e di Ber 
gamo (e dei loro vicini), e distingue in genere due tipi di volgare, 
1'uno femmineo per mollezza di vocaboli e di pronurma, come 
& quello dei Romagnoli e in particolare dei Forlivesi; F altro aspro 
e ispido e villoso, come & quello di tutti coloro che dicono wagam, 
cio& dei Bresciani, dei Veronesi, dei Vicentini; e inoltre dei Pado- 
vani, che censura per le forme sincopate mercd e bont^ e dei Tre* 
vigiani, a cui rinfaccia di mutare, troncando le parole, la v finale in 
/ al modo tenuto pur dai Bresciani, Elogia il volgare municipale di 
Bologna, perch accoglie appunto e concilia ci& che di molle e fem 
mineo ha Timolese e ci6 che d'aspro e gutturale hanno il ferrarese 
e il modenese (e anche il reggiano e il parmigiano), a Spingendosi 
poi ai confini d' Italia, nomina ancora Trento, Torino e Alexan 
dria, cui nega per la stessa loro posizione purczza di linguaggio, 3 

8. Tinte piii vivaci, se non sempre piu precise, acquista il qua 
dro con le citazioni, di cui Dante si vale per puntellare i suoi giu- 
dizi, che riguardano esclusivamente, come ^ bene ricordare, rido- 
neitk dei singoli volgari a incarnare il suo ideate linguistico. 

j, S'intende: la Lombardia di Dante, a. Sul giudmo di Dante intorno 
al bolognese, in rapporto anche al suo concetto di volgare illutrc v, Gitin 
luigi Toja, Dante et la langue bolonaise, in Lcs Lcttrcs Homuncn , w> pp* 
49-63; ma cf. Studi danteachi, xxx, (1951), pp. 339-440. II Toju ha 
ripubblicato il suo saggio nel vol. La liflflua della poesia botagnfse M se- 
calo XIII, Berlino 1954. 3. Non ^ pcnsabilc che Dante uvesnc scntorc dclle 
difference tra torinese e aleasandnno-monferrino, Poteva invece aver cono- 
scenza d'infiltrazioni francesi nelle citta del Piemonte, e tcdcsche u Trento. 



L'lTALIA DIALETTALE FIND A DANTE XLIX 

'& visto che per censurare un volgare Dante si limita, a 
volte, a citare una pronunzia o un vocabolo a suo parere caratte- 
ristico di quel volgare, Altre volte cita frasi intcre, versi anche 
parodistici, non scmpre atti a dare un'impressione soddisfacente, 
non sempre soddisfacentemente riportati. Siamo in grado> in sin- 
goli casi, cli vcrifkare e completare le citazioni; piu spesso re- 
stiamo nel buio. Qualcuna pot avere udita e trascritta a memo- 
ria, altre ebbe sott'occhio scritte, e agli altri dubbi si aggiungono 
quell i dei valori graficu Molte cose hanno g& notato il Mango, 
ii Contini in una sua nutrita recensione deU'edmone Marigo, 1 
e altri studiosi, Vi facciamo richiamo solo dove pare necessario, 

II siciliano viene esemplificato col terzo verso* del Contrasto 
di Cielo d^lcamo, la cui sicilianita da molti critici viene per& 
revocata in dubbio* Recentemente TUgolini ha cercato di dirimere 
la controversia a favore d'una varieta siciliana di modulo sud- 
orientale. 3 Gravi obiezioni ha sollevato contro questa localizza- 
zione il Piccitto, senza tuttavia uscire dalla Sicilia; 4 piu risoluto, 
il Monteverdi ritiene il Contrasto - come la can2one del Castra - 
una parodia delk realti, sen^a rispondenza effettiva alia realt^i, 
una mescolanata di forme dialettali ricavate dal poeta, senza preoc- 
cuparsi della provenienza, da varie parti, dalla Sicilia come dal 
continente* 5 Da ultimo i tornato sul Contrasto il Pagliaro, 6 venendo 
alia conclusions che indizi linguistici, stilistici e dati esterni colli- 
mano nel designare Tarea meridionale calabro-siciliana, e in parti- 
colare la messmeae, come luogo d*origine del componimento. 

Del volgare degli Apuli si d& come saggio un verso - vol- 
sera che chiangesse lo quatraro - di cui non & facile precisare 
I'arca e che potrehbe essere tanto calabrcse che abruzzese, 7 

11 mmuw quinto did di Roma non & tutto chiaro, 8 ma confer- 

i . Nel CJiorn. Htor, d, kit. itaK , cxui, ( ; 939), pp. 283-93, 2, Col tepo vor~ 
10, contro la rcgolu, perchi* i due primi non hanno colore idiomatico cosl 
cspwsHo; v Monteverdi in <Studi Medievuli, xvi> (i943-5)> P- , I 74 t (^ 
qumdi nel suo vt>L di Studi e saggi sulla lettertitura italiana dn primi 
*^/i\ M ilano- Napoli 1 954, p, 1 1 1>), 3. Nel C^iorn. ston d, lett. itaL , cxv, 
(1940), 161 sgg, 4. In Lingua Noatra f x (1949), pp. 35-3&- S* <( Studi 
Mrdkvali , xvi, p, 173 (<2 titudi e saggi cit, pp. 1x7-8). 6. Saggi di critica 
Kmumliciz, Messina- Ftrcnsse 1953* PP-^7-791 ^ concluaionc cit, a p. 268* 
Ma v in proposito il Monteverdi, Studi suggi, p, 123. 6 entrato ancora 
w campo per la test siciliana con oaaervazioni integrative , il Bonfante, in 
La Rasnegna delia letter, italiana * 1955, pp. 259K 7- Contini, nella 
recenskme citata. 8. N^ certo t ha contribuito a chiarirlo la nota del De 
Gregorio in Zeitschr. rom. Phi!ol. > xxxvi (19x2), pp. 479-81, 



L L'lTALIA DIALETTALE FiNO A DANTE 

ma in ogni modo (se di conferme ci fosse bisogno) rorientamento 
centro-meridionale del romanesco d'allora. 

Nulla si cita per lo spoletano ; copiose invece, come era da atten- 
dersi, e precise le citazioni toscane, dove & stata notata soltanto 
la mancanza di qualunque accenno alia gorgia. 1 

Nessuna citazione per il genovese, e solo il rilievo della prcmi 
nenza che in questo volgare avrebbe avuto la zeta (successivamente 
diventata $ sorda e sonora). Come osserva il Contini, 3 la pronun~ 
zia incriminata non & peculiare del ligure; ma si tratta certamente 
d'un blasone linguistico o motteggio popolare, determinato arm 
tutto dalla pronunzia Zena e Zetwis* 

Dei Sardi gramaticam, tamquam simie homines, imitantes, 
si appunta Faberrante paradigma domus nova domus novus^ che 
probabilmente si citava nelle scuole, 3 

Sull'altro versante, ha da caratterizzare i Marchigiani la frase 
chignamente state $ciate> che non & facile localizzare. Marehigiana 
& sostanzialmente la gi& ricordata canzone del Castra, di cui il 
Crocioni ha voluto provare Taderenza al dialetto e il Camilli ha 
indicato i toscanismi, mentre dal Monteverdi 6 stato sottolineato 
il carattere parodistico anche sotto Taspetto della lingua. 4 

S'i g& accennato alia mollezza di cui Dante fa appunto ai 

x. La spicgazione di questa omissione data dal Merlo, II substrato ctnico , 
pp 14-5, non & persuasiva n6 ha persuaso il Rohlfs, Histor* Gramm^ i p 
324. Pu6 d'altra parte parere azzardata la deduzione che dalle emission! ha 
tratto il Rohlfa: v. ora Castellani, Nuovt tasti fiorentinl gili cit,, I, p, a8 
Sulle lezioni facdano atro della frase fiorentina (anch$ della senese) ^ da 
vedere la nota di A, Caatellani in Lingua Nostraw, xr, (1950), pp. 31 8gg, 
Le prime testimonianze grulichc della gorgia fiorcntina risulgono alia e- 
conda mcta del Quattrocento: v. G.Folcna in Studi di jBlologia itulinna> 
x, (1952), pp. 94-5, e cf, 01. Merlo in hnlicu , xxx, (1953), p. 167. M i 
tuttora incerto se gia nel '300 la vclarc Horcntina HI unpiruHNC s ncrivc il Mi- 
gliorini nella Ras8cgna cit,, 1954, p. 23. SulTargomento torncra il Folemu 
a. Nella reccnsione cit., p. 292* 3. Leggo coni col ct)dict % HcrlineKe e eon 
S. Pellegrini, Dante e ilvolgarg itlustr? italiano> Piait 1946, p. 5, La cnrrezm** 
ne del Murigo (domimis nova> domus novus) b giudicatu dal Contini, p* aH6 
elegantissima e dcfinitiva , ma i parna in f on data u Dino Bigonginri 
( Romanic Review , XLI, 1950, p. 9) e toglie ullu citagionc il valorc punnHg- 
matico: c cosl pensa anche il Terracini, Corso di storia della lirifjtta itttt, 
(Htogr.), Torino 1948, p, 76 (domus nova, domus nmw, cuan nuvu> cne 
nuove). 4. Chignamtnte state ai legge, aecondo il Pellegrini, L cit. nel 
codice di Bcrlino. Chignam$nt non da difficolti, ma il Marigo confess di 
non averne trovato caempi marchigiani, II Crocioni ha studiuto lu cnnssone 
del Castra nel SuppL 19-21 del Gionu ator. d. Ictt, ital., il Camilli in 
Studi di filol. ital. , vn (1944), pp. 79 agg. ; I'osservasdonG del Monteverdi 
si legge nel gia citato suo articolo su Rosa fresca aul&ttusima* 



L'lTALIA DIALETTALE FIND A DANTE LI 

Romagnoli, e in particolare ai Forlivesi, di cui cita deuscl per 
si , e oclo meo, corada mea, dove a noi piu che il suorxo pu6 pa- 
rer molle Tespressione. 1 

Accostando poi, forse piu che non sia lecito, Milanesi e Berga- 
maschi (eorumque finitimos)> dice scritta a loro scherno la canzone 
che comincia Enter Vora del vesper / db fu del mes d'ochiover* 

D'un'altra varietk lombarda, cioe del bresciano, sa che usa 
magara ed & aspra e pronunzia come abbiamo gi& ricordato 
nof per nove e vif per vivo. In Lombardia e per Dante anche il 
parmigiano, di cui, condannando, cita monto per molto. 

Dei dialetti veneti, di cui si mostra molto informato, non cita 
altro che le parole e pronunzie che abbiamo g& ricordate: anche 
del trevigiano, su cui torna piu volte 3 . Distingue da tutti gli altri 
il veneziano, citando il verso Per le plaghe de Dio tu no veras, do 
ve lo devono aver colpito plaghe e veras^ E mentre ha dapprima 
staccati Friulani e Istriani, ora li unisce 5 esemplificando il loro 
volgare con la frase ces fastu^ che non ha bisogno d'esser corretta 
in ce fastUj perch6 riproduce con tutta probability un blasone. 6 

9. In complesso, Finformazione di Dante si palesa disuguale; par- 
ticolareggiata e precisa per le regioni come la Toscana, la Lombar- 

i. La proposta del Goidanich, Arch, glottol. , xx (1926), p. 109, di leggere 
in luogo di deusd quidem $ri t non ha avuto n^ avrebbe potato avere for- 
tuna. II Goidanich legge oclo (con la gutturale), e cosi contro il Marigp 
anche il Contini, p. 292. 2. Sui non-lombardismi dei vcrsi cfr. Contini, 
p. 286, che ritiene ochiover prova di appartenenza bergamasca. La grafia ch 
per Tocclusiva palatale ricorre anche in testi toscani (pistoiesi): y. Studj 
romanzi, xxn (1932), p. 17, n. Ma permane, come osserva il Contini, il 
dubbio sulla consapevolezza che Dante poteva avere del valore del di- 
gramma. 3. SuH'incerte^a di Dante nella classificuzione del trevigiano 
cfr. Terrucini in Giorn. stor. d, lett. ital. , cxxvi (1949), p. 70. Ora e messo 
col venezinno (i, x> 8), ora col brcsciano (i xiv, 5), per -v d'uscita in^-/. 
Lo stupore per questo accostamento del Marigo ^ infondato, perch6 Tal- 
terassione accennata e anche del trevigiano ; v. le illustrazioni del Salvioni 
all'Ecloga pastorale in Arch, glottol. , xvi (1902-5), pp. 255 / 257- 
4. Tutti d'accordo che ptagas sia la pronunzia effettiva ; veras sar^i piuttosto 
vedrai che verrai. 5. Non e, s'intende, da credere che Dante avesse 
qualche aentore della difFerenza tra friulano d'Aquileia e deiristria, come 
ha supposto recentemente U. Ziliotto, Dante e la Venezia Giulia, Bologna 
1948, p* 15; ed e poco probabile, per non dire escluso, che sapesse del- 
l' istriano , 6. Come per contraffare lo spagnolo, v. Lingua Nostra, 
vil (1946), p. 88, cosi anche per contraffare il friulano serve la $ finale ag- 
giunta a torto o a ragione; a Trieste per es, a dasis, magnapolentis (a casa, 
mangiapolenta), Conserva la ~$ anche il Terracini, Giorn. stor, d, lett. 
ital. , cxxiv, p. 71, e Corso di storia della lingua ital., cit., p. 76. 



LII I/ITALIA DIALETTALE FINO A DANTE 

dia, la Romagna, le Venezie, di cui aveva conoscenza diretta; 
un po* generica, approssimativa, per la parte d' Italia di cui non 
aveva che informazioni indirette. A noi Dante serve (Pabbiamo 
gia detto) solo come testimonio della varieta dialettale dell' Italia 
del suo tempo, testimonianza introdotta come ponte tra le suppo- 
ste condizioni linguistiche di due secoli prima e le present!, Ora, 
superate le difficolta dei termini da lui usati, notiamo le molte 
coincidenze. 

II gruppo settentrionale e presente col Hgure, col lombardo - 
che il riferimento a Torino e Alessandria, a Milano, Bergamo e 
Brescia, a Bologna con Imola, Ferrara, Modena, Parma, Pia- 
cenza, indica articolato e comprensivo del piemontese e delPemi- 
liano -> col veneto o, piu esattamente, col trevigiano (unito e 
distinto dal Veronese, vicentino, padovano) e col veneziano, col 
friulano, coll'istriano, col romagnolo. 

I dialetti toscani sono bene individuati (fiorentino, pisano, luc- 
chese, aretino), e se volessimo col Bertoni formare accanto ad 
essi, solo per comodo, un gruppo centrale, 1 sono present! 1'um- 
bro (spoletano), il marchigiano, il romano, accostati in certo 
modo in I, x, 3; Pinclusione fra i volgari toscani di quelli di Pe 
rugia, Orvieto, Viterbo, Civita Castellana e suggerita solo dalla 
loro appartenenza alia Tuscia, mentre la loro posizione particolare 
e sottolineata dal distacco dagli altri volgari toscani e dal rilievo 
dato alia loro contiguitk con Spoletani e Romani; e bene e pre- 
cisata anche la posizione dei Sardi, qui non Latii sunt, sed Latiis 
associandi videntur. 

Cessa la coincidenza nell'area dei dialetti meridional!, dove 
Dante non distingue che apulo e siciliano e palesa qualche incer- 
tezza, anche nella scelta delle citazioni. Si tratta evidentemente 
d'insufficiente informazione, ma non e da dimenticare che le dif- 
ferenze tra questi dialetti sono in effetto meno appariscenti, e 
che Dante, s'ebbe sott'occhio dei testi scritti livellati , pot6 
anche trarne un'impressione di uniformitk non corrispondente 
alia realta dell'uso parlato. Un verso come quello citato per d'a- 

i. Italia dialettale, Milano 1916, pp. iz 3 sgg. (Anche il Migliorini, nella 
btona della Imgua ital.a citata a p. 14, n. 3, distingue: dialetti gallo- 
itahci; dialetti veneti; dialetti toscani; dialetti corsi; dialetti dell'Italia 
mediana; dialetti meridionali). Nel Profilo linguistico d' Italia, Modena 
1940, il Bertoni abbandona questa partizione e distingue col Merlo: 
i dialetti settentrionali, n centrali e meridionali, in toscani, Cfr,p.3,n, I, 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE LIII 

pulo lascia, come s'& visto, dubbioso anche il lettore moderno, 
e del dialctto di un componimento quale il Ritmo Cassinese & 
stato scritto che rested forse sempre impossibile fermar la pa- 
tria municipalo). 1 

10, II quadro del dialctti che si ricava dal De vulgari eloquentia ha 
conferma anche dai testi dei secoli XII e XIII a noi pervenuti, che 
sono molto piu numerosi di quelli dei due secoli precedent!. Nella 
tabella che segue i principali monument! (inclusi i piu antichi) 
sono riuniti, come qui sopra, in piu gruppL 2 

Dialetti settentrionali. 

1, Ligur$, - Contrusto bilingue di Rambuldo di Vaqueiras (Monad, p. 22 
e v. 805, Lazjseri, p. 128, Monteverdi, p. 56, Ugolini, p. 3, Dionisotti, p. 92). 
- Rime genovesi dei secoli XIII e XIV (Monaci, p. 491, von Wartburg, p. 
2i) - La prima delle carte genovesi stampate dal Parodi in Arch, glott. , 
xiv (1898), p. 22, fe del 1320. Delia stessa epoca, o di poco anteriore, fc il 
Trattato dei sette peccati mortali, di cui il Guarnerio pubblic6 un saggio 
nel volume per Nozze Cian-Sappa-Flandinet , 1894, Un documento in 
volgare savonese della fine del sec. XII & stato pubblicato da Geo Pista- 
rino in Cultura neoltttina xn (1952), pp. 239-42, 

2, Piemontese. - Sermoni subalpini del secolo XII (Monaci, p. 20, Laz- 
zeri t p, 193, Monteverdi, p. 70, Ugolini, p. 10); d'incerta localizzazione 
(Arch. glott, , vin (1882-5), p. 107, n.). GH antichi testi chieresi pub- 
blicati dal Salvioni nella Miscellanea Caix-Candlo sono del principio del 
secolo XIV (1321). - Discordi i pareri su Parlamenti ed epistole (proba- 
bilmente canavesani; v. Terracini in Romania > XL (1911), p. 431), che il 
Gaudenzi riteneva della fine del secolo XIII, il Bertoni, Romania , 
XXXIX (1910), pp. 305 sgg., piu tardi* (I testi paveai, sui quali cfr. Salvioni 
in Boll, Soc. paveae di storm patria, n, pp. 199-204, sono d'epoca po- 
steriore a quella a cui si rivolge la nostra attenzione.) 

3, Lombards* - Girardo Pateg e Ugo da Persico da Cremona, Uguccione 
da Lodi, di famiglia traaferitasi a Cremona, tutti e tre della prima met& 
del secolo XXII: v. Ezio Levi Poeti antichi Lombardi^ Milano 1921. Pietro 
da Barsegap^ e Bonvesin da la Riva, milanesi, della seconda meta del 
secolo XIII: v.per Pktro Tedizione di E. Keller nelPAnnuario della Scuola. 

x. Cfr, D'Ovidio in Btudj romanzi, vin, (1912), pp. 201 sgg,, e Dioni- 
sotti-Grayson, pp. 77-8, Si v. pure A. Schiaffini, in La Rassegna d'Italia, 
i, (1946)^ pp. 107 sgg, e L. Spitzer, in Studi medievali, xvni, (1952), 
pp. 23 sgg. (e cf, Pagliaro, Saggi cit., p. 232). 2. L'elenco non pretende 
d^essere completo. Per comodo dei lettori e risparmio, dove possibiie, di 
particolareggiate indication! bibliografiche si rimanda alle piu note rac- 
colte, anche se contengono solo qualche saggio dei testi citati. Con Dioni 
sotti indichiamo gli Early Italian Texts di C. Dionisotti e C. Grayson, 
Oxford 1949, 



LIT L'lTALIA DIALETTALE PINO A 0ANTE 

cautooak di Thurgau (* BeiJage zurn Bericht der thurgauischen Kanton- 
sdtab) per Panno scolastico 1934-35, per Bonvesin 1'edizione cttrata dal 
Contini per la Societi filol. rom., 1941. (Monaci, pp. 134 e v. 806, 147, 
186, 443, Monteverdi, p. 147, Ugolini, p. 69, Dionisotti, pp. 141, 149, 162, 
167, von Wartburg, pp. 10-17). Trascuriamo i testi minori. - (I piu antichi 
testi bergamaschi pubblicati dal Lorck, Altbergamaskische Sprachdenkmaler, 
Halle 1893, appartengono al secolo XIV). 

4. Eimliano. - L'iscrizione ferrarese, incerta come data e autenticita (Mo 
naci, p. 15, Lazzeri, p. 72, Monteverdi, p. 41, Ugolini, p. 2, Dionisotti, 
p. 30. Si v. da ultimo S. Pellegrini in Studi letterari in onore del Santini, 
Palermo 1956, pp. 49-55). - Guido Faba (Monaci, pp. 57 e 59, Lazzeri, p. 
412, Monteverdi, p. 158, e v. A. Castellan! in Studi di filologia italiana*, 
XIH, 1954, pp. 5-78). - La regola dei servi della Vergine (Monaci, p. 409). - 
Lauda dei servi della Vergine (Monaci, p. 504). - Serventese dei Lamber- 
tazzi e Geremei (Monaci, p. 462). - Accusa mandata al podesta di Bologna 
(Monad, p. 470). - Sul mantovano di Belcalzer (saggi pubblicati dal Cian 
nei Stippl. 5 del GIomale storico della letter. ital.) v. le osservazioni 
iinguisticfee del Salvioni nei Rendiconti deiristituto Lombardo, s. u, 
v. xxxv, pp. 957 sgg. - I testi ricordati spettano a Ferrara, Bologna (v. an- 
che il noto volume di Augusto Gaudenzi su / suoni, le forme e le parole del- 
ro&rno diatetto della cittd di Bologna, Torino 1889, con appendice di 
aotichi testi bolognesi inediti) e Mantova. 

5. Veneto. Un elenco di testi veneti dei primi secoli si pu6 vedere in 
Bertanza e Lazzarini, II dialetto veneziano fino alia morte di Dante All- 
gki&i, Venezk 1891. I molti testi pubblicati successivamente apparten- 
gooo, in gran parte, a epoca posteriore a quella a cui si rivolge la nostra 
attenzioiiie. Quanto alia provenienza, si tratta di testi di Venezia, Verona, 
BeHimo, Treviso (se possiamo assegnare al trevigiano la canzone di Au- 
Im^Mooaci, p. 548, Ugolini, p. 96 ; elenchi di vocaboH in A. Marchesan, 
Tremso medievate, Treviso 1923, n, p. 244). II cosl detto Lamento della 
spcsa padovana (Monaci, p. 435, Lazzeri, p. 723, Ugolini, p. 88) deve dirsi 
Ti^z3imo, comenot6 gi^ FAscoli, Arch. glottol., I (1873), p. 421, n. i. 
(DegM Anticki testi at letteratttra pavana pubblicati dal Lx>varini nella 
Sceha di oniosita letter.*, num. 248, Bologna 1891, nessuno rientra nei 
faiM di tempo fissati alia nostra rassegna. Lo stesso dicasi dei testi spo- 
^st& <kl Bortobn per il suo Vocabolario Mranticovicentmo,Vicenza. 1893). 
C Frwiame. - AgK ultimi anni del secolo XIII appartiene il piu antico 
testo friutoo (cli^ un eknco di nomi noil privo d'interesse linguistico), 
p^Mcato da G. B. CorgnaM nelk rivista< Ce fastu?diUdine,xxi, (1945), 
Pf- S5-9- U testo cfae segue neiTordme crouologico e gia del 1336. Altro 
<$am*Bto t del 12% ^ stato {mbl>licato dal Corgnali nella stessa rivista, 
<I953> H>- 5^~%> ma e^terei a dirlo, come fa Teditore, il piu antico 
neutD conosouto &3h nostra parfata*. 6 redatto in latino e ha solo, 
o raeno aj^jariscenti, varie parole friulane*. 



7. M^caaao testi Mam !ei secoli a cui si riferisce la nostra rassegna. 
ft, a^icat aaark^te istriara pubbl, dal Monaci in Arch. stor. per Trieste, 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE LV 

ristria e il Trentino, I, (1882), pp. 116 sgg., e del secoioXTV ed e stesa 
in veneto comune). 

Dialetti toscani. 

8. Postilla amiatina (Monaci, p. 5, Lazzeri, p. 42, Monteverdi, p. 30, 
Ugolini, p. 99). - Testimonianze volterrane (Monaci, pp. 15 e 805, Laz 
zeri, p. 75, Monteverdi, p. 42, Ugolini, p. 100, Dionisotti, p. 25). - 
Ritmo laurenziano (Monaci, pp. 16 e 805, Lazzeri, p. 84, Monteverdi, p. 44, 
Ugolini, p. 102, Dionisotti, p. 37). - Dichiarazione pistoiese (Monaci, p. 26, 
Monteverdi, p. 66, Ugolini, p. 109). - Breve di Montieri (Monaci, p. 48, 
Monteverdi, p. 122, Ugolini, p. 120). - L'elenco potrebbe continuare, ma 
basted rimandare per altri testi fiorentini alia nota raccolta dello Schiaf- 
fini (Firenze 1926) e a quella di Arrigo Castellani (Nuovi testi fiorenti 
ni del Dugento, Firenze 1952), dove si pu6 vedere anche un lungo elenco 
di testi dei gruppi aretino-cortonese e occidentale. Per i testi senesi il Ca 
stellani rimanda alia parte introduttiva del Libro di Mattasald di Spinetto, 
che egli sta per pubblicare. Ricordiamo intanto, oltre a Mattasala, E libra 
deWentrata e delfuscita di una compagma mercantile senese del secolo XIII 
(1277-1282), pubblicato da G. Astuti, Torino 1939. 

Dialetti centrali e meridionali. 

9. Umbro. - La Formula di confessione, gia ricordata (Monaci, p. 6, Laz 
zeri, p. 46, Monteverdi, p. 31, Ugolini, p. 132, Dionisotti, p. 18.) - 
San Francesco d'Assisi (Monaci, p. 54, Lazzeri, p. 37i> Monteverdi, 
p. 135, Ugolini, p. 152, Dionisotti, p. 34). - Jacopone da Todi (Monaci, 
p. 526, Dionisotti, p. 128, von Wartburg, p. 6i).-Formole volgari delFaxte 
notaria di Rainerio di Perugia (Monaci, p. 64, Lazzeri, p. 392). Per altre 
indicazioni riguardanti, oltre che TUmbria, anche Roma e le Marche, vedi 
Castellani, op. cit., I, pp. 23-5. 

10. Marchigiano.-CsiTtai di Fabriano (Monaci, p. 19, Lazzeri, p. 125, 
Monteverdi, p. 54, Ugolini, p. 137). - Carta picena (Monaci, p. 26, Laz 
zeri, p. 134, Monteverdi, p. 62, Ugolini, p. 143)-- Ritmo di Sanf Akssia 
(Monaci, p. 28, Lazzeri, p. 149, Monteverdi, p. 76, Ugolini, p. 143, 
Dionisotti, p. 45). - Canzone del Castra (Monaci, p. 545* Ugolini, p. 165, 
Camilli in Studi di filol. ital. , vii, I944> P- 79)- - Si possono aggitmgere, 
benche probabilmente solo dei primi del '300, il Pianto delle Marie 
(von Wartburg, p. 47) e la Giostra delle virtu e dei vizi (Mcaiaci, p.^534 
von Wartburg, p. 50). - Cenni sui testi antichi marchigiani nell'artkx^o 
del Crocioni sulla caozone del Castra in Suppl. 19-21 del Gior. stoc. <1 
let. ital., 1921, pp. 327 s gg- 

11. Romonesco. - Iscrizione di San Clemente, gia ricordata (Mooaci p. % 
Lazzeri, p. 43, Monteverdi, p. 34, Ugolini, p. i^.-Uber Ystomxrmm 
Romonorum (Monaci, p. 156, von Wartburg, p. 78).- Le Mirocoie ife 
Rome (Monaci, p. 417 e Arch. Soc, Rom., xxxviii, 1915, p. 551, XXXEX, 
1916, p. 577, von Wartburg, p. 79). 



LVI L'lTALIA DIALETTALE FIND A DANTE 

12. Campano. - I placiti cassinesi gia ricordati (Monaci, pp. i e 4, Lazzeri, 
p. 5, Monteverdi, p. 18, Ugolini, p. 129, Dionisotti, p. 4). -Lauda del 
1233 (Monaci, p. 68). - Inventario di Fondi (Monaci, p. 27, Lazzeri, p. 146, 
Monteverdi, p. 68, Ugolini, p. 140). - Lamento della Vergine (Monaci, 
p. 17, Lazzeri, p. 301, Monteverdi, p. 95, Ugolini, p. 140). - Leggende 
dell'Exultet barberiniano (Monaci, p. 471). - Statuti dei disciplinati di 
Maddaloni (Monaci, p. 473). - II libro di Cato (A. Altamura, Testi na- 
poletani dei secoli XIII e XIV, Napoli 1949). - E con riserva, che potrebbe 
valere anche per qualche altro testo, si mettera qui anche il Ritmo cassi- 
nese (Monaci, pp. 31 e 805, Lazzeri, p. 161, Monteverdi, p. 87, Ugolini, 
p. 152, Dionisotti, p. 76). 

13. Calabrese. - Carta rossanese (Monaci, p. 8, Lazzeri, p. 66, Ugolini, 
p. 134, Monteverdi, p. 40 e Cultura neolatina , rx, 1949, p. 136, dove sono 
esposti i dubbi cui da luogo questa carta. Ma ora v. A. Colonna nei Rendi- 
conti deiristitu'to Lombardo, 89, 1956, pp. 9-26). Per la Confessione rit- 
mica calabrese, che costituisce il documento piu antico che si conosca del 
dialetto calabrese, dopo i pochi element! contenuti nella Carta di Rossano , 
< non e forse temerario pensare al corso del Trecento. Gli element! lingui 
stic! rimandano pure essi a tale epoca e forse ad epoca anteriore (Pagliaro, 
Saggi di critica semantica, Messina- Firenze 1953, pp. 322 e 324). 

14. ztt7zVz7zo. - Canzone di Stefano Protonotaro (Monaci, p. 203, Lazzeri, 
p. 670, Dionisotti, p. 107, Santangelo, II Sidliano lingua nazionale nel 
secolo XIII, Catania 1948). - Frammenti di canzoni di Re Enzo (Monaci, 
p. 240, Lazzeri, p. 646, Monteverdi in Studj Romanzi , xxxi, 1947, p. 23, 
e Studiesaggi ecc., p. 61, Santangelo, op. cit.). - E per indizi assai proba- 
tori la formula di confessione siciliana in caratteri greci, pubblicata dal 
Pagliaro in c Cultura Neolatina^ vin, (1948), pp. 223 sgg. - Del Contrasto 
di Cielo d'AIcamo s'e gia detto nel testo. II Contrasto, secondo 1'Ugolini, e 
la formula di confessione attesterebbero anche una certa varieta di dialetti. 
(I Testi antichi sidliani del Debenederti, Torino 1931, sono del secolo XIV, 
e dei secoli XIV e XV quelli registrati dal Li Gotti nel suo Repert orio storico 
critico dei testi in antico siriliano, Palermo 1948. Dello stesso Li Gotti 
abbiamo ora il primo volume - contenente i testi non letterari - d'una 
Crestomazia di testi siciliani del secolo XIV , intitolata Volgare nostro 
$iculo> Firenze 1951. Sotto la direzione sempre del Li Gotti il Centro di 
studi filologici e linguistic! siciliani pubblica una Collezione di testi siciliani 
dei secoli XIV e XV, di cui sono usciti fino a mezzo il '56 serte volumi. 

15. Sardo. - Carta cagliaritana (Monteverdi, p. 25, Lazzeri, p. 32). - Pri- 
vilegio logudorese (Monaci, p. 5, Lazzeri, p. 38, Ugolini, p. 177, "Dioni 
sotti, p. 14). - Carta cagliaritana in caratteri greci (Lazzeri, p. 50, Monte 
verdi, p. 34). - Carta arborense (Monaci, p. 10, Lazzeri, p. 60, Monteverdi, 
P- 37> Ugolini, p. 178). -Carte sarde del 1173 (Monaci, p. 18, Lazzeri' 
p. 103) e del 1206 (Lazzeri, p. 319). La seconda carta sarda di Marsiglia[ 
pubbl. da G. Contini in Studia Ghisleriana , s. ir, vol. i, (1950), pp. 61 
s^. - Ricchissimi i Condaghi (v. Monaci, p. n), di cui si'pufc vedere un 
elenco in M. L. Wagner, Historische Lautlehre des Sardinischen Halle/ 
Saale 1941, p. xm. I Condaghi di San Pietro di Silki e di Trullas sono in 



L'lTALIA DIALETTALE FIND A DANTE LVII 

logudorese, quello di Santa Maria di Bonarcado e stato definite campidano, 
ma vedi le riserve del Wagner in Vox Romanica, v, (1940), pp. 106 sgg. 
- Per altre indicazioni v. M. L. Wagner, La lingua sarda y Berna 1950, 
PP- 44 sgg., 38? sgg. 

ii. II quadro dell' Italia dialettale fino a Dante (unica realta lingui- 
stica in tempi in cui non e ancora nata la lingua nazionale) trac- 
ciato con la scorta dei testi a noi pervenuti e dei dati forniti dal 
De vulgari eloquentia, riferibili anche ai tempi anteriori, risulta suf- 
ficientemente articolato e precise ; ne gli tolgono o diminuiscono 
validita le riserve che verremo formulando circa la rispondenza 
.delPuso scritto, quasi esclusivamente a noi accessibile, alia schietta 
e viva lingua parlata, a cui vorrebbe giungere la ricerca. Comun- 
que giova rendersi conto dei limiti di quella rispondenza e delle 
loro ragioni linguistico-culturali. 

La coincidenza di lingua scritta e parlata e generalmente, an 
che trattandosi di testi non letterari, un'eccezione. 1 Di norma, 
la lingua scritta si distacca dalla parlata in misura variabile, che 
da un minimo a mala pena awertibile sale a gradi sempre piu 
elevati, in rapporto alia civilta della lingua parlata 2 e ai fini 
a cui mira quella scritta. Chi scrive tende piu o meno consapevol- 
mente a nobilitare il proprio vernacolo (piu spesso avendo in 
mente un modello, ch'e oggi la lingua nazionale e fa in altri 
tempi il latino, il francese, il provenzale, un'altra varieta dialet 
tale), e awiene che a questo fine lo ripulisca di particolarita sen- 
tite come grossolane e vi accolga voci, forme, costrutti del mo 
dello. 3 Testi cosi manipolati possono perdere, quale piu quale 
meno, il pregio che avrebbero come testimonianze dialettali, e 
dare Timpressione, quando i dialetti a cui appartengono sono 
affini, d'un'uniformita linguistica che puo essere anche solo ef- 
fetto di convergenza. Siamo con queste manipolazioni in un campo 
sostanzialmente estetico, anche se d'un'estetica sovente rudimen- 

i. Cfr. J. Vendryes, Le langage, Parigi 1921, p. 389: Contrairement 
a 1'opinion de bien des gens, on n'ecrit jarnais comrne 1'on parle; on 6crit 
(ou Ton cherche a ecrire) comme les autres ecrivent. Les personnes les 
moins cultivees, des qu'elles mettent la main a la plume, ont le sentiment 
qu'elles usent d'un certain langage, qui n'est pas le mme que le langage 
par!6. 2. V. p. 26 sulla lingua dei placiti cassinesi. 3. Vedi Terracini, 
Analisi del concetto di lingua letteraria, in Cultura neolatina, xvi, (i95^)> 
pp. 9 sgg., e, per ess. moderni, L. Spitzer,ItalienischeKriegsgefangenenbriefe> 
Bonn 1921. (I fenomeni analoghi della letteratura popolare di trasmissione 
orale qui non interessano.) 



LVIII L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE 

tale; vi aggiunge un fine pratico la maggiore validita nello spazio 
che acquista il testo demunicipalizzato . Ma non e nostro com- 
pito fermarci sui rapporti in genere fra lingua scritta e lingua par 
lata. Conviene a noi solo un rapido esame dei testi 1 per accertare 
la portata delle alterazioni a cui sono stati o si ritengono essere 
stati assoggettati. 

A mala pena si salvano dalla patina letteraria, neU'ibrido in- 
dovinello Veronese, le poche caratteristiche gia notate nel para- 
grafo 4. I piu antichi periodi risolutamente volgari, 2 ossia le te- 
stimonianze conservateci dai placiti cassinesi, rivelano, se non pro- 
prio un distacco preciso dalla lingua parlata, la rispondenza a 
una lingua parlata che non e della maggioranza n6 delPuso co- 
mune, ma solo delle persone colte, di ecclesiastici e giurecon- 
sulti, nei contatti (anche interregionali) con persone d'altrettale 
cultura. 3 Con altre parole: non v'e distacco dalla lingua parlata, 
perch6 il distacco e gia in questa particolare lingua parlata. Ag- 
giungi che solo in apparenza queste testimonianze sono improv- 
visate e spontanee. In realta, sono prestabilite , tradizionali)>, 
fisse, come e prestabilita tutta la procedura e son predisposti 
e preparati, secondo una plausibile ipotesi di Silvio Pellegrini, 4 
gli stessi processi. La loro lingua non e municipale, ma regio- 
nale , e venata, come ha mostrato il Bartoli, di elementi interre 
gionali, consistent parte in latinismi, irradiati dai tribunal! e dalle 
cancellerie, dai pulpiti e dalle cattedre, parte in <c italianismi , 
ossia in volgarismi provenienti da centri culturali fuori della re- 
gione (sao e forse la le ki per), dalla Tuscia e anche da pill su ? 
importati da Longobardi e da Franchi, accolti da ecclesiastici 
e giureconsulti, per contatti di cultura. 

Anche la postilla amiatina e la formula di confessione umbra 
hanno connotati linguistici che distaccano i due testi, smorzan- 
done i caratteri vernacolari, dalPuso comune, inserendoli in quello 
particolare, rispettivamente curialesco e chiesastico. 5 

Piu interessante, per la nostra ricerca, e la lingua dei docu- 

i. Brevissimi cenni, e limitati solo ai testi poetici, in M. Vitale, Poeti della 
prima scuola, Arona 1951, pp. 15 sgg. Utili anche sotto questo aspetto 
le annotazioni ai testi Dionisotti-Grayson. a. La definizione & del Rajna, 
in Romania ,xx, (1891), p. 385. 3. Vedi M. Bartoli in Lingua Nostra , vi, 
(1944-45), pp. 1-6. Cf. ora, per qualche precisazione, G. Devoto, Profile 
di storia linguistica italiana, Firenze 1953, pp. 33-4. Altro a p. 253 di que 
sto nostro volume. 4. Ancora sao ko kelle terre, in Lingua Nostra , 
vnr, (1947), PP- 33-5- 5- V. il par. 4. 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE LIX 

menti sardi. Non dobbianxo credere scrive il Wagner ccch'essa 
rispecchi proprio la lingua parlata di quei tempi.)) 1 In contrasto 
con 1'opinione che attribuisce la precocita dei documenti sardi 
alia particolare novita e indipendenza di vita sarda e all'ignoranza 
del latino, il Terracini ha dimostrato che la massa dei documenti 
sardi si allaccia alia ripresa di cultura latina nelPisola ... Nes- 
suna meraviglia, in queste condizioni, se anche in Sardegna il 
documento volgare mira al latino come esempio e modello di 
tradizione colta. Se gli effetti sono piu palesi nelle formule che 
hanno un contenuto e significato religioso, il modello e manifesto 
anche quando si scorgono introdotte ccnella lingua cancelleresca 
e spesso non soltanto in essa, a sostituzione di antichi termini 
locali, voci che rimettono il sardo nella comune tradizione ro- 
manza. E nelle piu antiche carte volgari e cagliaritane e logu- 
doresi e arborensi si avverte anche ccun'altra tradizione salda- 
mente costituita , in gran parte estranea al latino, che si trovava 
anzi a lottare contro di essa, e definibile come un'ultima pro- 
paggine di tradizione e di cultura bizantina: tradizione dun- 
que, anche questa, (caulica e letteraria))/ 

Meno vistoso e anche piu tardo 1'influsso toscano e genovese, 
che parallelamente, seppure con effetti diversi, agisce anche sul 
sardo parlato. Influssi toscani nota il Wagner nei documenti dei 
Condaghi di San Pietro di Silki e San Nicola di Trullas, pui sensi- 
bili negli Statuti di Sassari e Castelsardo. Vi soggiace sopra tutto 
la sintassi dei documenti, che non e la sintassi del sardo antico. 
<c Solo i passi . . . di frasi riprodotte in forma diretta (massirna- 
mente le deposizioni dei testimoni nei processi) rispecchiano la 
lingua parlata molto meglio che non i costrutti sintattici resi in 
forma indiretta e oggettiva, e la miglior prova ne e che questi 
passi . . . suonano ancor oggi allo stesso modo di allora , men- 
tre spesso anche un sardo ha difficolta a comprendere interamente 
il resto delle carte scritte. 3 

Questo distacco cosi reciso fra uso scritto e parlato parrebbe 
dover portare al formarsi d'un sardo letterario o illustre; se ci6 
non avviene e, secondo il Wagner, perch.6 data Tomogeneita della 

i. La lingua sarda, p. 39. 2. Wagner, 1. c., e Terracini in Atti del 2 Con- 
gresso Nazionale di Studi Romam, Roma 1931, pp. 205-10. Cito dal- 
l'estratto,pp.3-4. IlTerracini s'era proposto di ritornare su questi rapporti, 
molto piu complessi che non appaia dai nostri cenni, ma non mi consta 
che attuasse poi tale proposito. 3. Wagner, La lingua sarda, pp. 47-8. 



LX L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE 

lingua del document! antichi, dovuta all'originaria unita della lin 
gua sarda, spezzata solo con I'intensificarsi dell'influsso toscano, 
non se ne senti il bisogno. 1 Nota inoltre che la Sardegna ha solo 
documenti cancellereschi, con problemi linguistic! diversi da quelli 
connessi alle forme piii propriamente letterarie. 

12. Si e or ora usato il termine illustre)>. Si designa con questo 
termine il formarsi d'una specie di xocvrj derivante dal livel- 
lamento di vernacoli affini (con prevalenza, di solito, d'uno tra 
essi) per I'eliminazione di cio ch'e ritenuto dar loro un aspetto 
troppo municipale e grossolano. Se immaginiamo una XOLVTJ par- 
lata, determinata da ragioni meramente pratiche, ha poco peso 
la discriminante della nobilta; questa opera piuttosto sulla lin 
gua scritta dando luogo, in ultima analisi, a una tradizione lette- 
raria. In questo senso la lingua illustre si presenta come una delle 
forme piu appariscenti (pur prescindendo da ci6 che vi aggiunge 
Parte) del distacco fra lingua parlata e lingua scritta, cancelleresca 
o letteraria. Per questo, senza continuare Tesame dei singoli testi, 
diremo, riferendoci sempre al nostro tema, dei due casi piu dibat- 
tuti di linguaggio illustre: ossia del linguaggio della lirica siciliana 
e di quello della poesia religiosa e didattica dell' Alta Italia. Un caso 
simile not6 il Terracini 2 nella poesia religiosa-giullaresca di cui si 
hanno piu monument! (tra cui il Ritmo cassinese e quello di 
Sant'Alessio, ilPianto marchigiano delle Marie e FElegia giudaica), 
da Montecassino alle Marche. 3 Si spiega con ci6 quella incertezza 
di caratteri di cui s'e fatto cenno nel paragrafo 9; ma per dire ade- 
guatamente di questa incertezza e di questa tradizione occorrereb- 
bero confronti che sconfinano dai limiti posti a questa rassegna. 
II problema del siciliano illustre si fonde - T abbiamo gia det- 
to - con quello della lingua dei poeti della scuola siciliana. 4 Due 

i. La lingua sarda, pp. 48 e 49, e Historische Lautlehre des Sardischen, pp. 
261 sgg. 2. In Arch. glottol., xxix, (193?), PP- 92-4 e v. Cultura 
neplatina^, xyi, (1956), pp. 20-23. 3. Cfr. la tripartizione letteraria a 
cui si e riferito per ultimo il Dionisotti in "Italian Studies)), vi, (1951), 
p. 78. E implicito in quanto abbiamo detto sopra che Taspirazione di 
dare alia lingua nativa una patina illustre debba essere propria degli scrit- 
tori in volgare di tutte le regioni italiane (uso parole dell'Ugolini, Giorn. 
stor. d. lett. ital.s, cxv, 1940, p. 165); ma i casi citati riguardano i volgari 
illustn che sarebbero invalsi su aree piu estese. 4. Su questo problema 
e la sua storia si v. il cit. vol. di M. Vitale, Poeti della prima scuola, pp. 18 
sgg., e il saggio di S. Santangelo, La scuola poetica siciliana del secolo XIII 
in Studi Medievali, xvn, (1951), pp. 38 sgg. 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE LXI 

tesi antitetiche sono state avanzate: che questi poeti abbiano 
scritto in siciliano, che abbiano scritto in una lingua letteraria 
convenzionale, specie d'italiano letterario avanti lettera. 1 Dopo 
qualche. tentennamento il Bertoni aveva cercato di conciliare, o 
per dir meglio, di collegare le due tesi, supponendo che a quei 
poeti due vie stessero aperte: Tuna conducente all'uso del 
pretto siciliano , F altra - battuta, secondo il Bertoni, piu fre- 
quentemente - all'uso delFaccennata lingua convenzionale. 2 Che 
Tidea delle due vie debba essere respinta, ha mostrato recen- 
temente il Monteverdi con argomenti che a mio awiso sono ir- 
refutabili. 3 Bisogna decidersi fra le due tesi, e la decisione, prean- 
nunziata tanti anni or sono dal Parodi nel suo memorabile arti- 
colo sulla rima siciliana? dopo le ricerche d'altri studiosi, 5 e 
sopra tutto del Debenedetti sulla canzone Pir meu cori alligrari 
di Stefano Protonotaro 6 e del Monteverdi su S'eo trovasse pie- 
tanza di re Enzo, 7 non lascia piu dubbi: i poeti della scuola sici- 
liana hanno poetato in siciliano. Ma in un siciliano aulico o lette 
rario, in un dialetto scrive il Parodi 8 in alto grado conven 
zionale, letterario, cortigiano, e, quindi, relativamente poco idio- 
matico, soggetto a infiltrazioni d'ogni genere, ad influenze indivi- 
duali, a mode mutevoli; in un dialetto, inoltre, che, pur conside- 
rato soltanto sotto 1'aspetto di linguaggio colto o della conversa 
zione, poco o molto si risentiva di quella generalissima oscura 
tendenza conguagliatrice a cui abbiamo accennato, 9 e anche assai 

i . Molto si e scritto e discusso su un volgare del genere ; al quale Vasco Re- 
stori ha dedicate tre volumetti (Contra corrente, Mantova 1931-32) e un 
opuscolo di consensi - dissensi - osservazioni (Mantova 1932). In rapporto 
ai Siciliani, v. su questo volgare De Bartholomaeis, Primordi della lirica dearie 
in Italia, Torino 1943, pp. 169 sgg., e il volume gia citato di M. Vitale, pp. 
29 sgg. 2. Per 1'esattezza, il Bertoni oppone all'uso del pretto siciliano 
quello d'una lingua letteraria, a base tuttavia dialettale : II Duecento^, Mi- 
lano 1939 (1943), p. 404. Altrove parla di lingua meno imbastardita ; v. 
Monteverdi nei citati Studi e saggi ecc., p. 80, n. 2. 3. Studi e saggi, pp. 
76-80. 4. In Bullettino della Soc. dantesca, xx, (1913), pp. 113-42. 
5. V. il volume cit. di M. Vitale. 6. Studj romanzi,xxn, (1932), pp. 5 sgg. 
7. Studi e saggi, pp. 61-100. .(Su questa canzone e da consultare anche 
B. Panvini in Siculorum Gymnasium , vi, 1953, pp. 99-119.) 8. L. c., 
p. 1 13. 9. Poco innanzi il Parodi, contro la tesi che i Siciliani avessero poe 
tato in un italiano comune e illustre, aveva scritto : perche un volgare illu- 
stre o comune, in Italia, prima della letteratura, pot forse essere una 
tendenza e quasi un'inconscia aspirazione, che andava impercettibilmente 
avanzando giorno per giorno (come del resto fa tuttora) verso una mag- 
giore realizzazione, ma non era, e non poteva essere, una realta praticamente 
afTerrabile, non lo era, al piu, se non in modo affatto generico ed indistinto . 



LXII L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE 

piu, naturalmente, della tendenza tanto piu viva a conguagliarsi 
che hanno i dialetti 1 quanto piu sono affini e collegati geografica- 
mente e politicamente ; cosicche in qualche maniera potesse pale- 
sarsi in esso, prima una certa tendenza quasi ad un linguaggio 
meridionale comune, poi, soprattutto, ad un siciliano comune. Ma 
siciliano esso rimaneva ed era, ne' suoi caratteri essenziali, fone- 
tici, morfologici ecc. ; era, se vogliamo chiamarlo cosi, un siciliano 
illustre, diverse - conviene aggiungere - dal siciliano greggio, se- 
cundum quod prodit a terrigenis mediocribus , censurato da Dante. 

Tutto cio non si poteva dir meglio. E solo a commento delle 
accennate influenze individual! giova aggiungere col Monteverdi 3 
che questo siciliano doveva in ciascuno differire, se non altro per 
il diverse contemperamento degli elementi popolari e degli ele- 
menti colti e cortesi, dal siciliano degli altri. Inoltre la diversa 
patria dei poeti, che non erano tutti siciliani, non poteva non 
avere qualche influsso sulla lingua della loro poesia. II siciliano 
dei non-siciliani non pote in tutto adeguarsi, pur nella scia 
della medesima tradizione letteraria, al linguaggio di coloro che 
erano nati e che vivevano nell'isola)). 

Forse il Rohlfs ebbe present! queste ricerche e conclusioni par- 
lando d'una XOIVTJ amministrativa e letteraria meridionale , su 
cui si sarebbero modellati dopo la neoromanizzazione relativa- 
mente recente i dialetti della Calabria greca e della Sicilia araba. 3 
Ma porre questa %oiv/], come e implicito nel ragionamcnto del 
Rohlfs, nell'eta normanna, 4 pare altrettanto azzardato (anacro- 

1. Le condizioni particolari del siciliano, sulle quali cf. Pagliaro in Presen- 
za ,i, (i947),n. 4-5, pp. 292-3, confermano questa tendenza conguagliatrice. 

2. Studi e saggi, p. 80. 3. La tesi del Rohlfs e stata avanzata la prima voltu 
in Zeitschr. rom. Philol. , XLVI, (1926), pp. 135 sgg., poi in Scam linguislici 
nella Magna Grecia, Halle-Roma 1933, pp. 60 sgg. e in La strutlura lifigui- 
stica d* Italia, p. 18. Ed e stata combattuta dal Pagliaro in Arch. rom., 
xvin, (1934), pp. 355 sgg., nell'opuscolo Sulla latinitd in Sicilia, Roma 1934 
e nella rivista Presenza , i, (1947), nn. 4-5. Vedi anche Piccitto, Per la clas- 
sificazione ecc., p. 21 e Per un vocabolario, pp. 13 sgg. 4. V. Scam linguistici, 
p. 60, dove si par la di decadenza del greco e dell'arabo c della loro sostitu- 
zione con la lingua romanza, identificata con la lingua letteraria italiana 
medioevale , dal decimo secolo in poi . Non dimentico, s'intende, ci6 ch'c 
stato scritto per far risalire la poesia siciliana d'amore e la lingua poetica di 
essa all'eta della Monarchia normanna (cfr. Santangelo, // primato lingui- 
stico dei Siciliani, Palermo 1937, pp. 8-9 e Schiaffini, Momenti distoria della 
lingua italiana, z Roma 1953, p. 10): anche ammcsso lo spostamento alia 
prima o seconda meta del secolo XII -non si elimina 1'anacronismo. Ma 
ora il Rohlfs pensa piuttosto ai Gallo-italici, cfr. la nota 7 a p. 12.). 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE LXIII 

nistico dice il Pagliaro) che 1'attribuire a questa lingua necessaria- 
mente colta il ruolo ch'egli le assegna. 

13. Problemi fi.no a un certo punto analoghi affiorano, seppure 
un po' meno precocemente, anche per T Italia settentrionale. In 
termini piu precisi, si e discusso e si discute sulPesistenza d'un 
volgare illustre comune alle Venezie e alia Lombardia (intesa in 
senso largo), sovrappostosi, nelFuso letterario, ai diversi volgari 
municipali ed anche regionali, anche qui in seguito a un vasto 
movimento di cultura che avrebbe piegato a se anche i mezzi 
d'espressione. 1 Recentemente la discussione e stata riassunta con 
sufficiente informazione, tentando di portarla a conclusione. 2 

Anche qui due tesi sono di fronte: favorevole Tuna, contraria 
Taltra all'ipotesi d'un volgare illustre alto-italiano. Quella favo 
revole e anteriore al Mussaiia, ma prende piede dopo essere stata 
avvalorata da lui in un noto passo dei Monumenti antichi di dia- 
letti italiani, 3 dove si riferiva, consentendo, ai molti da cui era 
stato osservato che durante i primi due secoli della nostra lette- 
ratura allato alia lingua del centro d' Italia (che merc< i numerosi 
ed illustri suoi scrittori si sollev6 ben tosto alia dignita di lin 
gua scritta, comune all'intera penisola) esisteva nel settentrione 
d' Italia una specie d'idioma letterario, il quale sebbene in certe 
parti tenesse or delFuno or dell'altro dialetto, secondo la patria 
dello scrittore, aveva per6 molti caratteri comuni. Era un parlare 
non privo di cultura, con non poche reminiscenze latine, con 
gran numero di quelle eleganze che non erano no toscane, ne 
provenzali, ne francesi esclusivamente, ma proprie di tutti gli 
idiomi neolatini, che nel medio evo pervennero a letterario svi- 
luppo . 

La tesi opposta ebbc il suo assertore in G. I. Ascoli, che nei 
Saggi ladini (1873), respinta tanto Tipotesi di una vicendevole 
e artificiale assimilazione dei vari dialetti dell'Alta Italia, che ve- 
niva aspirando a un linguaggio comune)), quanto quella di ccun'al- 

i, V. la n. 2 di p. 34. - II Contini, Giorn. stor. d. lett. ital. , cxnr, (1939), 
p. 290, non ncga 1'unit^ culturale lombardo-veneta (o lombardo-veronese), 
ma la giudica molto relativa. 2. Gaetano Persico, // volgare illustre pre- 
dantesco nelV Italia settentrionale y in Saggi di umanesimo cristiano, anno 
IV, (1949), pp. 56-71. 3. I Monumenti uscirono nei rendiconti ( Sitzungs- 
bcrichtc ) dclFAccademia di Vienna, Classe di scienze storiche e filosofiche, 
vol. XLVI, (1864), fasc. i, pp. 113-235. II passo riportato cap. 119. 



LXIV L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE 

tra specie di rimescolanze dovute agli amanuensi, che avrebbero 
guasti i testi original! introducendovi i caratteri dei propri ver- 
nacoli natii, dichiarava che la esplorazione, un poco piu am- 
pia ed elevata, delle sChiette varieta dialettali, che vuol dire dei 
dialetti lombardi e dei veneti in quanto sono o sicuramente sono 
stati viva favella di popolo, ci porta a riconoscere che i caratteri 
in questione (cioe le concordanze che avevano fatte nascere quelle 
ipotesi) sien tutti indigeni, sicche il problema . . . in tanto si 
risolve in quanto cessa addirittura di esistere)). 1 

Circa nello stesso tempo che 1'Ascoli, si occup6 della questione 
Adolfo Bartoli e non esito a parlare di processo di nobilitazione 
e latinizzazione dei diversi vernacoli, di XOCVTJ letteraria, di lette- 
ratura dialettale uniforme da Venezia a Milano, da Milano a Ge- 
nova e Bologna. 2 E il Salvioni scrisse sul volgare illustre alto-ita- 
liano una pagina 3 che merita ancora d'essere letta, concludendo 
che d'esistenza di questo volgare illustre non e g& da porre in 
dubbio . 4 

Le opinioni qui sopra riassunte sono state espresse molti anni 
or sono (1864,1873,1880,1904) e successivarnente in parte modi- 
ficate. 5 In tempi a noi piu vicini la questione e stata ripresa in 
esame dal Bertoni e dal Contini. 

i. Arch, glottol. ital. , i, (1873), pp. 309-10. 2. Iprimi due secoli della let- 
teratura italiana, Milano 1880, p. i I2sgg. (Ma le prime dispense dell'opera, 
stampata dalVallardi, dovevano essere uscite anni prima; v. il cenno dell'A- 
scoli in Arch. glottol. ital. , I, 1873, p. 450). 3. In Giorn. stor. d. lett. 
ital. ,XLiv,(i904),p.422, recensendo G. Agnelli, Libro deibattutidiS. Defen- 
dente (testo proveniente da Lodi). 4. V. sulle benemerenze del Salvioni in 
questo campo B. Terracini in Arch, glottol. ital. , xvin, (1914-22), p. 595 
e gli altri passi da lui indicati: Rend. 1st. lomb. , s. II, vol. xxxv, (1902), 
pp. 958-9 per Belcalzer, Arch, storico lomb. , xxxvi (rase, xxin, 1909), 
p. 229 per un testo, riferibile a Pavia, edito a cura di A. Hatti. Bertanzu e 
Lazzarini, nell'introduzione alia raccolta di testi gia citata (par. 10), pp. IX e 
sgg., giudicavano la questione non risolta in maniera irrefutable e definiti- 
va e consigliavano fra 1'altro d'indagare quale dialetto avesse piu degli altri 
contribuito alia lingua letteraria in questione. (Per il Bartoli e il Grion era 
pacifico che le iniziative di quelia uniformity sSpettassero principulmente 
ai veneti e, fra i veneti, ai veneziani.) Analoghe indagini proponeva A. 
Riccobon, Studi sul dialetto veneto, in Atti 1st. ven. , t. vn, s. vn, (1895- 
96), p. 8 dell'estratto. 5. Mi riferisco al Mussafia, che nel Literarisches 
Zentralblatt , 1873, col. 465, ebbe a dichiarare quasi del tutto convin- 
centi i nuovi punti di vista deirAscoli. Per quel che vule, e da ricordare 
anche ci6 che scrive 1'Ascoli in Arch, glottol. ital. , x, (1886-1888), pp.449, 
45> 455 d'un veneziano che tanto o quanto letterateggia , d'un veneto 
piu o meno illustre , e d'una specie di lingua franca vencziana . V. ora 
anche Migliorini nella Rassegna cit., 1954, p. 19. 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE LXV 

II Bertoni 1 riecheggia in piu parti 1'Ascoli, ma, senza preoccu- 
parsi di qualche contraddizione, distingue tra componimenti che 
erano rivolti al popolo, e componimenti letterari in cui si ve- 
niva accentuando Pibridismo , tanto che non sapremmo tal- 
volta, per il rispetto della lingua, assegnarli a un paese piuttosto 
che a un altro, appunto perche non e molto raro il caso che con- 
fluiscano in essi fenomeni peculiari di varie parlate . Dove il ter- 
mine ibridismo non sembra il piu felice ne per caratterizzare il 
volgare illustre n6 per distinguerlo dalla lingua dei componimenti 
rivolti al popolo, giullareschi. 

Diversa e la posizione del Contini, 2 che si dimostra in linea 
generale scettico riguardo a qucsto mito del volgare illustre alto- 
italiano)), ed e confermato in questo suo scetticismo dalla inda- 
gine da lui condotta sul trattamento delle vocali d'uscita in an- 
tico lombardo. Studiata in rapporto ai fenomeni relativi e come 
mezzo d'interpretarli, 1'ipotesi d'una lingua letteraria settentrio- 
nale risulta inadeguata, perch6, se come suo centro di diffusione 
si assume, secondo Fidea corrente, Venezia e il Veneto, la conti- 
nuita geografica con Milano e la Lombardia occidentale appari- 
sce. interrotta da Bergamo e Brescia coi loro testi anche per 
la grafia rispettosi della fonetica dialettalc fino allo scrupolo ; men- 
tre se si intende il volgare illustre come prodotto simultaneo di 
centri concorrenti, si oppongono a quelFipotesi (cioe all'ipotesi 
che i fenomeni descritti siano efTetto della presunta lingua lette 
raria settentrionalc) i caratteri interni dei fatti in discorso: la 
loro dipendenza quantitativa da condizioni cronologichc e geogra- 
fiche, certa coerenza lessicale, il costante prevalcre nella conserva- 
zione di ~o > poi di -e, dei bisillabi, delle vocali dopo nesso, 
inoltre, e sopra tutto, la concordanza con i fatti moderni. A que 
sto punto 1'ipotesi dell'ambizione illustre non riesce neppur ne- 
cessaria alia spiegazione del fatto grafico ... 

La ricerca del Contini indica la via per un esame approfondito 
della questione, ma limitata com' 6 a un solo gruppo di fenomeni, 
non intende risolverla, nc il suo scetticismo fa le veci d'una solu- 
zione. Gaetano Persico, ultimo a occuparsi del problema, 3 ha 

1. 11 Duecento*, pp. 404-5; Lingua e poesia, Fircnze 1937, pp. 29 e 55-6. 

2. In L* Italia dialottalew, xi, (1935), p. 54. V., del Contini, anche il bre- 
vissimo ccnno in Giorn. stor. d. lett. ital. , cxxix, (1953)* P- 221. 3. V. 
la nota 2 a p, 31. 



LXVI L'lTALIA DIALETTALE FIND A DANTE 

sopra tutto cercato di conciliare le tesi opposte, e mentre non si 
sente cc di escludere in modo assoluto la tcoria delP Ascoli o quella 
(limitata come si e detto) del Contini)>, non vede modo di non 
accettare, sia pure parzialmente, le ipotesi di coloro che propen- 
dono per una difformita iniziale delle parlate settentrionali c per 
la tendenza ad una comunita linguistica)). 1 

facile sostenere la tesi delP iniziale difformita)), ma molto 
di piu importa valutare gli elementi che inducevano 1' Ascoli a 
negare, e gli altri che possono indurre noi ad affermare quella dif 
formita. 2 E altrettanto importerebbe indicare e valutare (come 
hanno fatto il Contini e, prima di lui, con altro metodo, il Sal- 
vioni) 3 gli elementi atti o addotti a suffragare 1'asserita tendenza ad 
una comunita linguistica. II criterio del Bertoni, fatto suo dal 
Persico, di far dipendere il diverso aspetto dei testi dalla cultura 
degli autori, serve poco se il grado di cultura non e definibile 
con mezzi anche estralinguistici. Non pare poi ben fondata, salvo 
il titolo che le deriva da ragioni geografiche e dall'aver dato i 
natali ad alcuni poeti lombardi, la parte che il Persico vorrebbe 
assegnare a Cremona come centro in cui si sarebbe attuata, an 
che per innusso di Bologna, la fusione dei vari elementi linguistici 
e da cui si sarebbe irradiate il tipo linguistico cosi messo in atto. 

La questione e complessa ne potrebbe essere risolta nell'ambito 
di una nota, come questa, riassuntiva. consigliabile esaminare 
prima le singole aree (anzitutto la veneta e la lombarda) 4 e poi 
estendere Pesame. innegabile 1'esistenza di una lingua cancelle- 
resca e non solo cancelleresca veneta unitaria, e converrebbe stu- 
diarne i limiti geografici e cronologici. 5 Ci6 porta a considerarc 

i. Pp. 65-6 dell'articolo citato. 2. II Persico si riferisce soprattutto a 
Schiaffini, Alle origini della forma poetica italiana, ora con altro titolo 
in Momenti di storia della lingua italiana, gia cit., p. n ; dove e anche da 
notare il cenno alia conformita della lingua, assunta, per esempio, dai testi 
letterari, religiosi e didascalici, dell'Alta Italia nel secolo XII I in seguito 
a un vasto movimento di cultura che rese comuni modi di vita e modi di 
lingua . Con cautela vuole accolta la tesi circa la minor differ enziazione dia- 
lettale alle origini anche il Contini, Giorn. stor. d. lett. ital. , cxin, (1939), 
p. 290. 3. Vedi le note 3 e 4 a p. 32. 4. Per il volgare illustre a Bo 
logna v. le ricerche dello Zaccagnini (cit. dal Persico, pp. 68-9 e nota) e 
del Toja (per cui v. qui dietro, p. 16, n. 2); per tentativi di lingua lette- 
raria in Piemonte (ma del secolo XIV) la recensionc, gia cit., del Salvioni 
al testo edito da A. Ratti, e B. Terracini in Romania , XL, (1911), pp. 
436-7. 5- Sul lombardo cancelleresco, che sarebbe nato solo tardi, v. 
M. Vitale, La lingua volgare della Cancelleria visconteo-sforxesca nel Quat 
trocento, Varese-Milano 1953. 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE LXVII 

la parte spettante ai notai. E per un altro verso, contro Topinione 
dell'Ascoli, e da tener conto delle alterazioni dovute agli ama- 
nuensi. 1 Si consider! in ultimo fino a che punto il conguagliarnento 
e 1'apparente comunita possano risolversi in mera convergenza.* 
La pagina del Salvioni, gia citata nella nota 3 a p. 32 e che qui 
si riporta in calce, 3 riuscira utile anche per questo riesame. 

I. Vedi Dionisotti-Grayson, p. 141. 2. appena da accennare all'utilita di 
confront! con gli sviluppi d'altri linguaggi, per es. il tedesco, per cui si ri- 
manda a O. Behaghel, Geschiclite der deutschen Sprache^ Berlino e Lipsia 
1928, pp. 182 sgg. 3. Dopo aver rilcvata la mancanza di caratteri idiornatici 
lodigiani nel tcsto studiato, il Salvioni continua: Una tale condizion di cose 
e certo da attribuirc in parte all'indole dei testi e dei componimenti, che 
traggon la loro origine dall* Italia centrale. Ma in maggior parte ancora, ne 
va ricercata la ragione in quella eliminazione quasi istintiva degli element! 
vernacoli, merce la quale si riusciva a raccostare la lingua a quel tipo 
di volgare ilhtstre alto-itdliano, che permetteva d'essere meglio intesi nella 
regione, e piu in la. Poiche 1'esistenza di questo volgare illustre non e piu 
da porre in dubbio. Non era certo una lingua fissa ne' suoi contorni, 
tutt'altro: non aveva grammatici, non accademie, non grandi modelli let- 
terari, che imponessero delle normc. Era come un ideale vago, incosciente, 
che ci si sforzava di raggiungere scnza riuscirvi mai; una lingua lettcraria 
venuta su da s spontaneamente, per quel bisogno di una espressione del 
pensiero piu elevata, meno quotidiana, che pervade 1'uomo quando si pone 
a dire con maggiore riflessione, cioe a scrivere, e che insieme trovava una 
giustificazione pratica nella necessita di farsi intendere oltre i confini della 
citta e della provincia, A tali csigenze servi per lungo tempo il latino, il la 
tino d'allora, s'intendc. Ma il volgare vi soddisfaceva in ben altra misura, 
e permetteva di clirigersi a tutti, dava modo di scrivere e di intendere 
anche a chi quel latino punto o poco conosceva. Costituiva, questo la 
tino, del resto un elemento importante del volgare illustre, con-teche" 
fosse esso per piu versi come un modello cui accostarsi. Un altro elemento 
era dato da una certa tradizione che s'era venuta a poco a poco formando 
nelle scuole (gli esemplari di Guido Fava e analoghe produzioni informino), 
tradizione che per awentura potrebb'essere piu antica che solitamente 
non si creda. La qual tradizione traeva poi molto conforto e aiuto dalle due 
favelle letterarie di Francia, soprattutto dalla ocitanica. Dal latino dun- 
que, dalla tradizione di scuola, dai modelli provenzale e francese, si co- 
stituiva il fondo di questa lingua aulica. Ad essa si frammischiava poi 
Pelemcnto locale in una misurn qualitativamente e quantitativamente assai 
varia, a seconda dei tempi, dei luoghi, deH'indole delle scritture e della 
originalit^ loro, della cultura, della pedanteria, del gusto, del capriccio, 
dell'attenzione stessa dello vscrittore e degli arnanuensi. L'elemento lo 
cale poi era o regionale o cittadino; e in quanto una caratteristica fosse 
regionale, naturalmcntc trovava maggior accoglienza che non una pecu- 
liarita ristretta al municipio, Nella regione erano poi dei centri maggiori, 
i quali esercitavano una influenza sulla provincia, cosl, p. es., Milano 
nella Lombardia cisabduana, Bergamo nella orientale. E cosl poteva ac- 
cadere, come nel caso di Lodi, che pur venendo accolte le caratteristiche 
reglonali . . . le municipali rimanessero accuratamente escluse. Escluse in 
quanto positive; che le negative, come $' visto, venendo a coincidere 



LXVIII L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE 

14. 6 lecito chiedersi se il franco-veneto debba essere considerate 
in nesso col problema dei volgari illustri. Informa esauricntc- 
mente sul franco-veneto Antonio Viscardi nella introduzione alia 
sua Letter atur a franco-italiana, Modena 1944. Egli accctta, sep- 
pure con riserve, la definizione che del franco-veneto aveva dato 
ancora nel 1864 Adolfo Mussafia, qualificandolo una mostruo- 
sita deforme, patologica, dipendente da un Verderbnis (deteriora- 
mento); una Mischsprache (lingua ibrida) nata dall'innesto su tron- 
co francese di element! indigeni, tolti piuttosto che al dialetto 
veneto vivo e parlato, a quella specie di lingua lettcraria che con 
estremamente scar so successo tendeva net secoli XIII e XIV ad af- 
fermarsi nella Italia settentrionale)). 1 Le non molte osservazioni 
deU'Ascoli sul franco-veneto, z piu che a modificare questa defi 
nizione servono a renderne piu sicura 1'analisi, indicando quei 
fenomeni per i quali piti che di accatto dal francese si pu6 par- 
lare di concordanze fra i due linguaggi (mentre qui non importa 
la gia accennata posizione delFAscoli, tanto diversa da quella del 
Mussafia, circa la lingua letteraria settentrionale). 

Maggior peso avrebbero, secondo il Viscardi, le osservazioni 
del Rajna, 3 che nega potersi parlare di una lingua franco-vencta, 
di un'unica lingua, e afferma il problema complcsso e capace di 
tante soluzioni quanti sono i document! di questa rozza lettera- 
tura. Ma, in ultima analisi, Tibridismo dipende per lui parte dagli 
autori per insufficiente conoscenza della lingua 6^ oil in cm intcn- 
devano comporre, parte (e sarebbe anzi la parte maggiore) cla un 
processo di progressiva Italian izzazione dovuta agli amanuensi 
o ai cantastorie. Sono senz'altro d'accordo col Viscardi nell'attri- 

col tipo di volgare illustre, sono incoscientemente ammesse, in opposi- 
zione ai diversi caratteri che, su quei punti, ofTre il dialetto della metro- 
poli. Da queste diverse combinazioni e mistioni inseguono dunquc diverse 
varied di volgare illustre; ma quando noi si parla, nel M. E., di scritture 
milanesi, bergamasche, pavesi ecc., ci6 va sempre intcso nel scnso di 
testi scritti in volgare illustre con immissione di elementi locali milanesi, 
bergamaschi, pavesi ecc. . Vedi anche la definizione in Arch. stor. lomb. , 
s. iv, fasc. xxm, (1909), p. 229 : volgare illustre delPalta Italia, quella lingua 
cioe che, adattandosi dove piu dove meno ai tipi idiomatici municipali c 
regionali, era adoperata nelPAlta Italia da chi imprendevu a scrivcre prima 
che la lingua di Firenze invalesse, e ch'ebbe del resto una vita ben lunga 
anche dopo il trionfo di questa . E piu avanti (p. 230): tanti tipi di volgare 
illustre quanti sono gli scrittori e le scritture . i, Altfranzosische Gedichte 
aus venezianischen Handschriften herausgegeben, Vienna 1864, pp.v-vtl (Vi 
scardi, pp. 16-7.) 2. Arch, glottol. ital. , I, (1873), P* 450-524 (in nota). 
3. Nel Propugnatore , m, p. n, (1870-1), pp. 396-7 (Viscardi, p. 45). 



L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE LXIX 

buire alia ignoranza degli autori, minimizzata, come or ora s'e 
detto, dal Rajna, importanza e frequenza molto maggiori. Ma 
esito a seguire il Viscardi quando afferma che la lingua di ognuno 
di quei testi va riguardata come fenomeno individuate)). 1 Indivi 
duate si, sc badiamo alle differenze da testo a testo, all' illegitti- 
mita che nc deriva di parlare d'una lingua franco-veneta con 
forme e schemi fissi; ma che questo ibridismo, comunque nato, 
costituisca alia fin fine una tradizione linguistica, per quanto fluida, 
in cui s'inserisce e a cui s'adatta, pur con le diversita d'atteggia- 
menti accennate, la lingua dei singoli testi, e difficile negare. Sta 
bene che qualche autore sia convinto di poetare in ottimo fran- 
cese; non poteva ad altri mancare la consapevolezza di usare un 
linguaggio ibrido, se I'ibridismo, oltre che effetto di insufficiente 
cultura degli autori, era anche adattamento all' insufficiente cul- 
tura del pubblico di lettori o d'ascoltatori a cui Pautore si rivol- 
geva; adattamento che pu6 ricordare 1'italianizzazione parziale a 
cui le compagnie dialettali assoggettano, recitando fuori di casa, 
il loro repertorio. 

In rapporto al francese, questo linguaggio puo apparire e defi- 
nirsi un detcrioramento ; di fatto, esso compie una sua fun- 
zionc precisa e rappresenta una tradizione linguistica (si ricordi 
anche Tosservaxione del Mussafia circa gli ccelementi indigeni 
tolti alia lingua letteraria alto-italiana) che induce a rispondere 
aflfermativamente al quesito posto al principio di questi cenni. 3 

15. I tcntativi di conguagliamento discussi nel corso di questa 
nostra rassegna dei rapporti fra lingua scritta e parlata avreb- 
bero potuto risolversi in un ostacolo all'avvento della futura lingua 
letteraria di tutta Italia; 3 in effctto le hanno piuttosto spianato 
la via, sopra tutto per le concordanzc fra il toscano, fondamento 
di quella lingua, e il latino, non cstraneo ai conguagliamenti. 

Appunto per il posto che verra poi occupando, non abbiamo fi- 
nora parlato della Toscana. Era ovvio che non mancassero nep- 

i . Viscardi, pp. 46-7, c 1'opinione da lui citata del Bertoni. z. V. Karl Vos- 
sler, Die Dichtunffsformen der Romanen, Stuttgart 1951, p. 17. (Esce ora 
G. B. Pellegrini, Franco-veneto e veneto antico, in Filologia romanza, m, 
1956) PP* 122-40). 3. 11 Mussafia, nel IUO^Q citato dei Monumenti anti- 
chi, scrive: Sc le condition! Ictterarie e politiche le fossero state propizie, 
una tal lingua scritta si sarcbbe fissata nel settentrione d* Italia e sarebbe 
cliventata un nuovo idioma romanxo, molto affine all'italiano, ma pur di- 
stinto da esso. E vcdi anche *S 'ckuchardt- Brevier, 2 Halle / ^Saale 1928, p. 175. 



LXX L'lTALIA DIALETTALE FINO A DANTE 

pur qui, nella lingua scritta, ambizioni letterarie e, per quanto 
lievi, accenni di conguagliamento. Quello che fu detto il piii an- 
tico componimento poetico della letteratura italiana, il Ritmo lau- 
renziano, che appartiene alia zona umbro-senese o umbro-aretina, 
presuppone gia una tradizione letteraria, e resta, per usar parole 
del Casella, un documento interessante di quel conguagliamento 
dialettale che, attraverso centri di civilta e poi tentativi individual!, 
prepar6 e dischiuse la via verso la nostra unificazione linguistica 
nazionale, un saggio di quelle prime elaborazioni letterarie del 
linguaggio materno, che si allontanava dalle forme plebee per 
uniformarsi a un certo tipo di linguaggio colto, e che, sccondo 
la cultura di chi lo maneggiava, s'affisava soprattutto alia gramma- 
tica, cioe al latino w. 1 

Segni piu netti delle tendenze che creano altrove la realta o 
Fillusione d'una comunita linguistica non si scorgono, anche per- 
che" la Toscana non ebbe un centro capace d'imporsi agli altri, 
e anche dopo che Firenze prevalse, Pisa, Lucca, Siena, Arezzo 
stentarono a piegarsi. 2 Sembra che ci6 nonostante il movimento 
culturale toscano, non appena iniziato, esercitasse una certa attra- 
zione, se ha ragione il Terracini che, studiando la Gemma pur- 
purea e prendendo in esame le variant! di quattro codici, ha cer- 
cato di mostrare che la patina toscaneggiante e le oscillazioni gra- 
fiche che da essa derivano risalgono in qualche maniera al comune 
capostipite e con ogni probabilita all'originale , sicch6 per Guido 
Faba (morto, giova ricordarlo, poco dopo il 1243) ccl'affinare il na- 
tio volgare, non tanto al latino, quanto a una novissima tradizione 
letteraria che moveva dalla Toscana, era - a suo modo - un vero 
e proprio innalzamento di stile . 3 Si pu6 pensare, per spiegare que- 
sta precocita, con piu fondamento che ai giullari toscani sciamanti 
per F Italia immaginati dal Torraca, 4 ai tanti toscani ch'erano ve- 
nuti a Bologna a insegnare rettorica, seppure rettorica latina. 5 

i. Casella, in Studi di filologia italiana , n, (1929), pp. 129-53, e in partico- 
lare 144. 2. Vedi le suggestive ricerche di J. Jud nella Festschrift L. Gauchat 
(1926), pp. 296-316, e in particolare la conclusione a p. 315. E in gencre 
sullo sviluppo culturale toscano Schiaffini, Testi fiorentini del dugento ecc., 
Firenze 1926, introd., pp. xxxvn sgg. Cenni anche in Viscardi, Le origini? 
Milano 1950, pp. 482 sgg. 3. Atti dell'Accademia delle scienze di To 
rino)), vol. 84, (1949-50), PP- 315 e 328. Per altri meriti di Guido Faba 
nella storia del volgare (se questo indicato dal Terracini e un merito) v. 
Schiaffini, Tradizione e Poesia 2 , Roma 1943, pp. 29-36. 4. Casella, 1. cit. 
5. Cfr. Schiaffini, Momenti di storia della lingua italiana, pp. 16-7. 



L'lTALIA DIALETTALE FIND A DANTE LXXI 

Ma dovunque nei vernacoli ripuliti e affinati spunti anche solo 
un filo toscano (comunque trapiantato e attecchito), 1 si prean- 
nunzia quella che sara in progresso di tempo la lingua letteraria. 

GIUSEPPE VIDOSSI 



i. Per Tinflusso toscano che si avverte in Stefano Protonotaro v. Debcne- 
detti pp. 44-5; per i segni, in particolare, della partecipazione degli Are- 
tini all'elaborazione della forma poetica, Schiaffini, Momenti, p. 26. 



PROEMIO 

* 

I MAESTRI DEL PENSIERO MEDIEVALE 



I 
SEVERING BOEZIO 

Nel crepuscolo vespertino della romanitd in Occidents, mentre scure 
nubi spinte dal vento del settentrione s'addensano nel cielo latino, e i 
bordi si tingono dei vermigli colori del giorno che muore, due figure 
campeggiano, non a ricacciare indietro le orde barbariche con la spada 
di Belisario e di Narsete, ma a domarle col fiammeggiante gladio 
della par o la, ad ammansirle, a rinnovare il miracolo onde Orazio 
aveva potuto dire un tempo che la Grecia, vinta, vinse alia sua volta 
il barbaro vincitore e portb le arti nel rozzo Lazio. 

Questi due maestri di saggezza e di civiltd a tutto il medioevo sono 
Boezio e Cassiodoro, ultime voci, nel cuore delVimpero romano sotto 
la dominazio?ie ostrogota, deWantica cultura classica, sopravvissuta 
alia distruzione delle cittd e alia rovina delle istituzioni: Boezio, 
mente speculativa che per altro non rifugge, quando il dovere e la 
dignitd lo chiamano, dal rivolgersi alVazione, affrontando intrepido 
la morte; Cassiodoro, senno pratico tutto inteso alVazione, dalla 
quale si 'ritrae sol quando gli sarebbe necessario venire a patti con 
riniquita, e sdegnoso ed umile si rifugia nella solitudine di Vivario, 
cercando conforto nel sapere speculative, nelle memorie del passato 
e nella pietd monastica: Vuno maestro di dot trina filosofica nella ri- 
cerca delle cause prime delle cose e del fine supremo della vita; V al 
tro maestro di hello ed elegante stile, ossia deWarte con la quale si 
placano i moti incomposti delVanimo e si guidano gli uomini a vita 
civile. 

Anicio Manlio Severino Boezio, nato a Roma, verosimilmente 
fra il 480 e il 482, da Flavio Anicio Manlio Boezio, della nobile 
gens Anicia divmuta cristiana fin dal IV secolo, ebbe una educa- 
zione nelle lettcre greche e latine quale pochissimi ebbero ai suoi tempi, 
sebbene niente sappiamo dd suoi maestri e delle scuole che frequentb. 
Soltanto Cassiodoro, di stirpe greca, regge al confronto. Allo studio 
deWoratoria Boezio congiunse quello della dialettica e della filosofia, 
intesa questa come enciclopedia di tutto il sapere concernente Vuomo e 
il mondo della nahira, non che i piii ardui problemi morali. Non meno 
dotto di Cicerone, del quale si accinge a recare a compimento il di- 
segno di aprire ai romani tutti iforzieri della sapienza greca, Severino 
Boezio supera di gran lunga Vantico oratore, per un piii vivo senso 



4 I MAESTRI DEL PENSIERO MEDIEVALE 

ddproblemi filosofici e delle loro difficolta, e per una maggiore acu- 
tezza nel risolverli. 

In questo tuttavia egli rassomiglia a Marco Tullio, cui lo stu 
dio della filosofia non impedl di addossarsi le responsabilita della 
lotta politico,. Senatore e patrizio, fu console senza collega nel 510. 
Nel 522 era magister officiorum; e in questa sua qualitd appunto 
assunse la difesa di Albino dalVaccusa di tramare con la corte bizan- 
tina ai danni del re ostrogoto. Uimpegno cttei mise nello scagionare 
il collega presso la corte di Teodorico, che allora risiedeva a Verona, 
fece si che Vaccusa stessa ricadesse su di lui. La politica religiosa di 
Bisanzio, sopraggiunta a scavare un abisso fra romani e barb an, 
indignb il re che, divenuto sospettoso, fece arrestare ilfilosofo nel 527, 
e pare incaricasse lo stesso senato, con astuta perfidia, di condurre 
ilprocesso contro di hi. Ne le fameliche cagne palatine mancarono 
difarne strazio, non trovando ostacolo da parte del senato, del quale 
egli aveva pur voluto difendere la dignita. Ebbero il coraggio di di- 
fender lo soltanto pochi onesti amid e il suocero Simmaco, uomo di 
santi costumi e degno di venerazione quanta la stessa Filosofia , nella 
quale ilgenero aveva cercato conforto, dinanzi alia minaccia di morte, 
ad esempio delVantico saggio. II 23 ottobre del 524, secondo la co- 
stante tradizione medievale, rese la suprema testimonianza alia luce 
di Roma e allafede di Cristo. 

I suoi scritti, per tacere delle edizioni piii antiche, sono riuniti in 
due volumi (6j e 64) della Patrologia latina del Migne, ove per 6 
sono accolte anche opere spurie. Essi possono raggrupparsi, conside- 
rando a parte il De consolatione philosophiae, secondo lo schema 
del Trivio e del Quadrivio, che domina tutto il medioevo, finche esso 
non s'impingub della ricca e complessa enciclopedia aristotelica. Ri- 
guardano il Trivio e in particolare la dialettica, i suoi commenti a 
Porfirio e ad alcune parti d^Z/'Organon aristotelico, e alcune tratta- 
zioni speciali sul sillogismo categorico e ipotetico, sul modo di divider e 
e sui ragionamenti topici. jDe/Z'Organon egli tradusse anche le Cate- 
gorie, il Perihermeneias, i Topici e gli Elenchi sofislici. Riguardano 
invece il Quadrivio la Institutio arithmetica, la Institutio musica 
e la Institutio geometrica (perduta), nelle quali or a traduce, or a 
riassume liberamente da Nicomaco di Gerasa, da Euclide e da Tolo- 
meo. Ma egli conosce e cita altresl la Metafisica, la Fisica, il DC ge- 
neratione et corruptione, il De anima e la Poetica d'Aristotele, 
non che alcuni dei piu celebri commenti greci alle opere aristoteliche . 



SEVERING BOEZIO 5 

Come si vede, egli & in possesso di un ricco materiale scientifico e filo- 
sofico, legatogli dalV antichita, che egli si proponeva di divulgare fra i 
popoli romano-barbarici d'Occidente. 

Sotto il suo nome circolarono largamente nel medioevo anche al- 
cuni opuscoli teologici, sulla cui appartenenza a Boezio furono solle- 
vati molti dubbi. Ma Cassiodoro nello Anecdoton Holder!, pubblicato 
da H. Usener (Bonn i8ji), ci fa sapere che Boezio .scripsit librum 
de Sancta Trinitate, et capita quaedam dogmatica et librum contra 
Nestorium . I dubbi percib possono cadere solo su alcuni di essi> non 
su quelli ricordati nel frammento di Cassiodoro^ la cui testimonianza 
& decisiva anche per il cristianesimo delVantore del De consolatione 
philosophiae. 

BRUNO NARDI 



Per la bibliografia ci Hmitiarno a rimandare al vecchio hbro di Rocco 
MURARI, Dante e Boezio, Bologna, Zanichelli, 1905, alia Histoire de la litte- 
rature latine chretienne di P. DE IWUBRIOLLE, Paris, Les Belles Lettres , 
1924, ii ed., pp. 665-73, alia Storia della letteratura latina cristiana di U. 
MORICCA, Torino, S.E.I., 1934, vol. in, parte n, pp. 1203-10 e 1270-307 
(il Moricca e anche autore di una buona traduzione del De consolatione 
per i Chissici del Giglio, Firenze, Salani, 1942) e alFampio articolo di 
M. CAPPUYNS, in Dictionnaire d* his Loire et de geographic ecclesiastiques, ix, 
ParisS, I.,etouzcy et Ane, 1937, colonne 348-80. Per le traduzioni di opere 
aristoteliche e indispensabile Tindice onomastico (alia voce Boethius) di 
I,. MINIO-PALUEIJLO, in fine alia n parte faWAristoteles Latinus, nel Cor 
pus Philosophorum Medii Aevi delTUnion Academique Internationale, 
Cambridge, University Press, 1955. Per le fonti di Boezio e da vedere P. 
COURCELLE, Les lettres grecques en Occident de Macrobe a Cassiodore, Paris, 
De Boccard, 1948, n cdiz. Per la fortuna, H. R. PATCH, The Tradition 
of Boethius, A Study of his Importance in mediaeval Culture, New York, 
Oxford University Press, 1935. 



DALLA COMMENTARIORUM IN LIBRUM ARISTOTELIS 
HEPI EPMHNEIAS SECUNDA EDITION 



LIBER II 

In quantum labor humanum genus excolit et beatissirnis ingenii 
fructibus complet, si tantum cura exercendae mentis insisteret, 
non tarn raris hominum virtutibus uteremur : sed ubi desidia de- 
mittit animos, continue feralibus seminariis animi uber horrescit. 
Nee hoc cognitione laboris evenire concesserim, sed potius igno- 
rantia. Quis enim laborandi peritus umquam labore discessit? 
Quare intendenda vis mentis est verumque est amitti animum, 
si remittitur. Mihi autem si potentior divinitatis adnucrit favor, 
haec fixa sententia est, ut quamquam fuerint praeclara ingenia, 
quorum labor ac studium multa de his quae nunc quoque tracta- 
mus latinae linguae contulerit, non tamen quendam quodammodo 
ordinem filumque et dispositione disciplinarum gradus ediderunt, 
ego omne Aristotelis opus, quodcumque in manus venerit, in 
romanum stilum vertens eorum omnium commenta latina ora- 
tione perscribam, ut si quid ex logicae artis subtilitate, ex mora- 
lis gravitate peritiae, ex naturalis acumine veritatis ab Aristotele 
conscriptum sit, id omne ordinatum transferam atque etiam quo- 
dam lumine commentationis inlustrem omnesque Platonis dia- 
logos vertendo vel etiam commentando in latinam redigam for- 
mam. His peractis non equidem contempserim Aristotelis Pla- 
tonisque sententias in unam quodammodo revocare concordiam 
eosque non ut plerique dissentire in omnibus, sed in plerisque 
et his in philosophia maximis consentire demonstrem. 2 Haec, si 
vita otiumque suppetit, cum multa operis huius utilitate nee non 



i. Testo di K. Meiser, Lipsiae, Teubner, 1880, pars posterior, pp. 79-80, 
Questo secondo commento allo scritto aristotelico pare composto tra 
il 511 e il 513. Traduzione di Tilde Nardi. Note di Bruno Nardi. 2. II 
vasto programma di lavoro qui accennato da Boezio doveva occupare 
non meno d'un millennio per la sua attuazione! Soltanto nel secolo XII 
Giacomo da Venezia riprese a tradurre dal greco Aristotele, e un po' pih 
tardi vennero le traduzioni dall'arabo, mentre Enrico Aristippo volgeva 
in latino il Fedone e il Menone di Platone. E se alia fine del secolo XIII i 
latini possedevano ormai tutto il corpus aristotelico e molti commenti su di 
esso, le traduzioni di tutto Platone furon condotte a termine soltanto nel 
corso del secolo XV. La concordia di Aristotele con Platone, che fu la 



DALLA SECONDA EDIZIONE DEL COMMENTO 
AL IIEPI EPMHNEIAE DI ARISTOTELE)> 

LIBRO II 

C-onsiderando che il lavoro nobilita il genere umano e Tarricchisce 
dei felicissimi frutti dell'ingegno, ove soltanto la cur a d'esercitare 
la mente non s'allentasse, non avremmo tra gli uomini cosi rare 
virtu; ma allorche 1'accidia impigrisce 1'animo, tosto, come per 
bestiali semenze, la fecondita spirituale vien meno. Non posso 
per6 ammettere che ci6 si verifichi se si & imparato a conoscere 
il lavoro, ma piuttosto se lo si ignora: infatti chi mai, allenato al 
lavoro, pu6 abbandonarlo ? Occorre pertanto intensificare Fatti- 
vita della mente, ed & una realta che, se la si allenta, lo spirito fi- 
nisce per inaridirsi. 

Quanto a me, ammcsso che piu benevolo m'abbia arriso il fa- 
vore della divinita, penso fermamente che, per quanto non siano 
mancati chiari ingegni la cui assidua operosita ha dato alia lingua 
latina molte delle opere che ora noi pure trattiamo, tuttavia essi 
non hanno saputo creare una trattazione in qualche mo do ordi- 
nata e sistematica, con una opportuna e graduata disposizione 
delle materie. Ora io, volgendo nella lingua di Roma tutta 1'opera 
di Aristotele che mi & venuta tra mano, vi apporr6 estesi commenti 
in latino, si da riportare con metodo quanto Aristotele ha riunito 
nei suoi scritti sulla sottilitk dell'arte logica, sulla serieta deU'espe- 
rienza morale, sulla speculazione della verita naturale; e tutto 
cio io illustrerft con un commento atto a chiarificare; inoltre vol- 
gcr6 in latino tutti i dialoghi di Platone, sia traducendo come anche 
commentando. Cornpletato questo lavoro, non mi dispiacerebbe in 
verita ricondurre in qualche modo a un accordo il pensiero di 
Aristotele e di Platone, dimostrando che essi non dissentono af- 
fatto in tutto, come molti pretendono, ma anzi consentono nella 
maggior parte dei problemi e nelle piu important! questioni filo- 
sofiche. Questo, se la vita e la tranquillita me lo consentono, io 
mi propongo di fare, con molto vantaggio di quest' opera nonch6 



mcta degli sforzi di Giovanni Pico della Mirandola, conte di Concordia, 
fu perseguita, dopo di lui, nel Cinquecento. 



8 I MAESTRI DEL PENSIERO MEDIEVALE 

etiam labore contenderim, qua in re faveant oportet, quos nulla 
coquit invidia. 

Sed mine ad proposita revertamur . . . 



LIBER in 1 

. . . Est autem inter philosophos disputatio de rerum quae fiunt 
causis, necessitatene omnia fiant an quaedam casu. Et in hoc 
Epicureis et Stoicis et Peripateticis nostris magna contentio est, 
quorum paulisper sententias explicemus. Peripatetici enim, quo 
rum Aristoteles princeps est, et casum et liberi arbitrium iu- 
dicii et necessitatem in rebus quae fiunt quaeque aguntur cum 
gravissima auctoritate turn apertissima ratione confirmant. Et ca 
sum quidem esse in physicis probant: quotiens aliquid agitur et 
non id evenit, propter quod res ilia coepta est quae agebatur, id 
quod evenit ex casu evenisse putandum est, ut casus quidem non 
sine aliqua actione sit, quotiens autem aliud quiddam evenit per 
actionem quae geritur quam speratur, illud evenisse casu peri- 
patetica probat auctoritas. Si quis enim terram fodiens vel scro- 
bem demittens agri cultus causa thesaurum reperiat, casu ille 
thesaurus inventus est, non sine aliqua quidem actione (terra 
enim fossa est, cum thesaurus inventus est), sed non ilia erat 
agentis intentio, ut thesaurus inveniretur. Ergo agenti aliquid 
homini, aliud tamen agenti res diversa successit. Hoc igitur ex 
casu evenire dicitur, quodcumque per quamlibet actionem evenit 
non propter earn rem coeptam, quae aliquid agenti successerit. 
Et hoc quidem in ipsa rerum natura est, ut non hoc nostra consta- 
ret ignorantia, ut idcirco quaedam casu esse viderentur, quod nobis 
ignota essent, sed potius idcirco a nobis ignorarentur, quod haec 
in natura quaecumque casu fiunt nullam necessitatis constantiam 
aut providentiae modum tenerent. Stoici autem omnia quidem ex 
necessitate et providentia fieri putantes id quod ex casu fit non 



i. Edizione citata, pp. 193-8. La trattazione di Boezio, come possa giu- 
stificarsi il libero arbitrio nella controversia fra Aristotelici, Stoici ed 
Epicure! , fornl important! spunti alle dispute medievali sulla natura della 
liberta umana. 



SEVERING BOEZIO 9 

pure con mia fatica; nella quale impresa m'occorre il favore di 
quelli che Pinvidia non brucia. 

Ma torniamo ora al lavoro che mi sono prefisso . . . 

LIBRO III 

... V e tra i filosofi una controversia circa la causa degli avveni- 
menti, se cio& tutte le cose accadano per necessita o se alcune si 
verifichino per caso. E su questo argomento v'e grande divergenza 
d'opinionc tra gli Epicurei, gli Stoici ed i nostri Peripatetici ; ne 
illustreremo un poco il pensiero. 

I Peripatetici, dei quali Aristotele & principe, con argomenti va- 
lidissimi e dimostrazioni d'estrema chiarezza, ammettono sia il 
caso, sia Tarbitrio del libero giudizio, sia la necessita negli avveni- 
menti e nelle azioni umane. Sostengono invero esservi un elemento 
casuale nelle cose fisiche: allorche infatti si fa qualche cosa e si 
raggiunge un risultato diverse da quello per cui 1'azione e stata 
intrapresa, talc risultato e da attribuirsi al caso, ancorch6 il caso 
sia in qualche modo legato alia nostra azione; ogni qual volta 
dunque, attraverso I'azione, s'arriva a un risultato diverso da quel 
lo sperato, questo, sostiene 1'autorevole parere dei Peripatetici, e 
avvcnuto per caso, Se uno, ad esempio, nello zappare la terra o 
nello scavare una buca per coltivare il terreno trova un tesoro, 
quel tesoro & stato trovato per caso, e tuttavia in seguito a una certa 
azione (la terra infatti e stata scavata allorch6 s'e trovato il tesoro); 
per6 Fintenzione di chi scavava non era di trovare un tesoro. Ecco 
dunque che a un uomo che faceva una data cosa, contrariamente 
alia sua intenzione e capitata una cosa del tutto imprevista. Si dice 
quindi che avviene per caso tutto ci6 che si verifica in seguito a 
una azione qualsiasi, la quale per6 non era stata intrapresa per 
ottenere 1'esito raggiunto casualmente da chi agisce. E questo 
invero e nella natura stessa delle cose : per cui la nostra ignoranza 
non consiste ncl fatto che ci appaiano accidentali talune cose in 
quanto a noi sconosciutc, ma al contrario le ignoriamo appunto 
perche" tutti gli eventi che nella natura si verificano per caso non 
hanno n il carattere immutabile della necessita n obbediscono a 
una leggc della provvidenza. 

Viceversa gli Stoici, considerando tutte le cose come prodotte 
dalla necessita c dalla provvidenza, misurano 1'evento contingente 



I0 I MAESTRI DEL PENSIERO MEDIEVALE 

secundum ipsius fortunae naturam, sed secundum nostram igno- 
rantiam metiuntur. Id enim casu fieri putant, quod cum neces 
sitate sit, tamen ab hominibus ignoretur. Et de libero quoque ar- 
bitrio eadem nobis paene illisque contentio est. Nos enim liberum 
arbitrium ponimus nullo extrinsecus cogente in id, quod nobis 
faciendum vel non faciendum iudicantibus perpendentibusque 
videatur, ad quam rem praesumpta prius cogitatione pcrficiendam 
et agendam venimus, ut id quod fit ex nobis et ex nostro iudicio 
principium sumat nullo extrinsecus aut violenter cogente aut inpe- 
diente violenter. Stoici autem omnia necessitatibus dantes converse 
quodam ordine liberum voluntatis arbitrium custodire conantur. 
Dicunt enim naturaliter quidem animam habere quandam volun- 
tatem, ad quam propria natura ipsius voluntatis inpellitur, ct sicut 
in corporibus inanimatis quaedam naturaliter gravia feruntur ad 
terrain, levia sursum meant, et haec natura fieri nullus dubitet, 
ita quoque in hominibus et in ceteris animalibus voluntatem qui 
dem naturalem esse cunctis, et quidquid fit a nobis secundum vo 
luntatem quae in nobis naturalis est autumant, illud tamen ad- 
dunt, quod ea velimus quae providentiae illius necessitas impera- 
vit, ut sit quidem nobis voluntas concessa naturaliter et id quod 
facimus voluntate faciamus, quae scilicet in nobis est, ipsam ta 
men voluntatem illius providentiae necessitate constringi. Ita fieri 
quidem omnia ex necessitate, quod voluntas ipsa naturalis ne- 
cessitatem sequatur, fieri etiam quae facimus ex nobis, quod 
ipsa voluntas ex nobis est et secundum animalis naturam. Nos 
autem liberum voluntatis arbitrium non id dicimus quod quisque 
voluerit, sed quod quisque iudicio et examinatione collegerit. 
Alioquin muta quoque animalia habebunt liberum voluntatis ar 
bitrium. Ilia enim videmus quaedam sponte refugere, quibusdam 
sponte concurrere. Quod si velle aliquid vel nolle hoc recte liberi 
arbitrii vocabulo teneretur, non solum hoc csset hominum, sed 
ceterorum quoque animalium, quibus hanc liberi arbitrii potesta- 



SEVERING BOEZIO II 

non secondo la natura stessa del caso, ma in ragione della nostra 
ignoranza. Considerano quindi come contingente cio che, pur 
essendo determinate dalla necessita, e tuttavia ignorato dagli uo- 



mini. 



Anche sulla questione del libero arbitrio v'e tra noi e loro presso 
che lo stesso dissenso. Noi difatti facciamo consistere il libero 
arbitrio nel non subire dal di fuori alcuna costrizione in ci6 che a 
noi, dopo attento e maturo giudizio, sembra opportuno fare o non 
fare; a compiere la qual cosa noi giungiamo previa riflessione, si 
che la nostra azione scaturisce da noi stessi e dal nostro giudizio, 
senza che aicuno fuori di noi ci costringa a compierla o ce la vieti 
con la violenza. 

Invece gli Stoici, che tutto attribuiscono a leggi di necessita, si 
sforzano, con tal qual incoerenza, di salvare il libero arbitrio della 
volonta. Dicono taluni infatti che 1'anima naturalmente ha in se" una 
certa inclinazione a volere, a cui e sospinta dalla natura propria 
del volere stesso; e, come tra i corpi inanimati alcuni, gravi per 
loro natura, tendono verso la terra, altri invece, legged, tendono a 
innalzarsi (e nessuno pu6 mettere in dubbio che questo accada per 
legge di natura), cosi pure, dicono gli Stoici, gli uomini e gli altri 
animali hanno tutti una volonta naturale, e considerano il nostro 
agire in rapporto a questa volonta che e in noi connaturata; aggiun- 
gendo per altro che noi vogliamo ci6 che la necessita della prov- 
videnza ha stabilito; per cui noi abbiamo si una volonta che ci & 
per natura concessa, e le nostre azioni sono ispirate a questa vo 
lonta che e in noi; e tuttavia questa stessa volonta e subordinata 
alia necessita della provvidenza. Ne consegue perci6 che tutto si fa 
secondo necessita, dal momento che la stessa volonta naturale 
obbedisce alia necessita; e lo stesso avviene per il nostro agire, dap- 
poi che la nostra volonta si conforma alia natura deU'animale. 

Ma noi non chiamiamo libero arbitrio della volonta quel che 
ciascuno vuole, bensi quello che ciascuno ha deciso mediante 
il giudizio e ii discernimento. Altrimenti anche gli animali privi di 
parola avrebbero il libero arbitrio della volonta. Vediamo difatti 
che essi rifuggono spontaneamente da certe cose, mentre verso 
altre spontaneamente accorrono. Ch6, se con 1'espressione libero 
arbitrio si dovesse rettamente intendere volere o non volere qual- 
che cosa, questo non sarebbe prerogativa degli uomini soltanto, ma 
anche di tutti gli animali, ai quali invece -e chi non lo sa?- 



12 I MAESTRI DEL PENSIERO MEDIEVALE 

tern abesse quis nesciat? Sed est liberum arbitrium, quod ipsa 
quoque vocabula produnt, liberum nobis de voluntate iudicium. 1 
Quotienscumque enim imaginationes quaedam concurrunt animo 
et voluntatem irritant, eas ratio perpendit et de his iudicat, et 
quod ei melius videtur, cum arbitrio perpenderit et iudicatione 
collegerit, facit. Atque ideo quaedam dulcia et speciem utilitatis 
monstrantia spernimus, quaedam amara licet nolentes tamen for- 
titer sustinemus: adeo non in voluntate, sed in iudicatione volun- 
tatis liberum constat arbitrium et non in imaginatione, sed in 
ipsius imaginationis perpensione consistit. Atque ideo quarun- 
dam actionum nos ipsi principia, non sequaces sumus. Hoc est 
enim uti ratione uti iudicatione. Omne enim commune nobis est 
cum ceteris animantibus, sola ratione disiungimur. Quod si sola 
etiam iudicatione inter nos et cetera animalia distantia, cur du- 
bitemus ratione uti hoc esse quod est uti iudicatione? Quam si 
quis ex rebus tollat, rationem hominis sustulerit, hominis ratione 
sublata nee ipsa quoque humanitas permanebit. Melius igitur no- 
stri Peripatetici et casum in rebus ips'is fortuitum dantes et praeter 
ullam necessitatem et liberum quoque arbitrium neque in ne 
cessitate neque in eo quod ex necessitate quidem non est, non 
tamen in nobis est ut casus, sed in electione iudicationis et in vo- 
luntatis examinatione posuerunt. Et in eo autem quod possibile 
esse dicitur est quaedam inter Peripateticos et Stoicos dissensio, 
quam hoc modo paucis absolvimus. UK enim definiunt possibile 
esse quod possit fieri, et quod fieri prohibetur non sit, hoc ad no- 
stram possibilitatem scilicet referentes, ut quod nos possumus, 
id possibile dicerent, quod vero nobis inpossibile esset, id pos 
sibile negarent. Peripatetici autem non in nobis hoc, sed in ipsa 
natura posuerunt, ut quaedam ita essent possibilia fieri, ut cssent 
possibilia non fieri, ut hunc calamum frangi quidem possibiie est, 
<sed> etiam non frangi, et hoc non ad nostram possibilitatem 
referunt, sed ad ipsius rei naturam. Cui sententiae contraria est 
ilia quae dicit fato omnia fieri, cuius Stoici auctores sunt. Quod 



i. Sed est . . .indicium: su questa celebre definizione del libero arbitrio , 
accolta da Dante, Monarchia, i, xn, 2, il quale la ritiene fraintesa da molti[ 
vedi B.NARDI, Nel mondo di Dante, Roma, Edizioni di Storia e Lettera- 
tura, 1944, pp. 287 sgg., e La filosofia di Dante, nella Grande Antologia 
Filosofica, Milano, Marzorati, 1954, IV, pp. 1213 sgg. 



SEVERING BOEZIO 13 

questa facolta del libero arbitrio manca del tutto. II libero arbitrio, 
come del resto il termine stesso fa manifesto, e la facolta che noi 
abbiamo di giudicare liberamente intorno al volere. Per cui, ogni 
qual volta rappresentazioni diverse affluiscono nelPanimo nostro 
e stimolano la volonta, la ragione le esamina e di esse da giudizio e, 
quando ha liberamente valutato e scelto col suo giudizio, ci6 che 
ad essa sembra meglio, attua. Accade cosi che respingiamo cose 
piacevoli ed apparentemente utili, mentre invece sopportiamo con 
forza d'animo, ancor che alia nostra volonta ripugni, cose sgra- 
devoli: ecco dunque che non nell'atto del volere, bensi nel giudizio 
che determina la volonta consiste il libero arbitrio, e non nella 
rappresentazione, ma nell'esame della rappresentazione stessa. 
Sicche" a certe azioni siamo noi stessi che diamo principio, non ne 
siamo passivi esecutori. Giacche* usare il ragionamento significa 
servirsi della facolta di giudicare. Tutto il resto lo abbiamo in co- 
mune cogli altri animali: solo la ragione ce ne distingue. E se ap- 
punto nella sola facolta di giudicare sta la differenza tra noi e gli 
altri animali, perche" dovremmo mettere in dubbio che ragionare 
sia lo stesso che giudicare ? Se si nega 1'esistenza di questa facolta 
di giudizio, si nega la stessa ragione umana, e, soppressa questa, 
la stessa dignita umana verra a cessare. 

Meglio dunque pensano i nostri Peripatetici i quali, ammettendo 
nelle cose il fortuito al di la di ogni necessita, riconoscono anche il 
libero arbitrio, che fanno consistere non nella necessita, e neppure 
in ci6 che e al di fuori delia necessita - senza per altro essere in 
noi, come il caso -, bensi nella scelta del giudizio e nelPesame di 
ci6 che si vuole. 

Anche per cib che si dice possibile v'e tra Peripatetici e Stoici 
contrasto d'opinione, contrasto che cosi brevemente esporremo. 
Definiscono gli Stoici possibile ci6 che si pu6 fare, impossibile ci6 
che non si pu6 fare, riferendosi evidentemente con questa affer- 
mazione alia nostra possibilita: per cui chiamano possibile quello 
che noi possiamo fare, e non possibile quello che riesce impossibile 
a noi. Invece i Peripatetici non fanno dipendere da noi, bensi dalla 
natura stessa la possibilita che certi fatti avvengano o meno; per 
cui e ben possibile che questa penna si spezzi, ma pu6 anche darsi 
di no, e ci6 attribuiscono non gia alia possibilita che noi abbiamo di 
farlo, ma alia natura stessa dell'oggetto. A questo modo di pensare 
s'oppone quello proprio degli Stoici, secondo il quale tutto avviene 



14 I MAESTRI DEL PENSIERO MEDIEVALE 

enim fato fit ex principalibus causis evenit, sed si ita est, hoc quod 
non fiat non potest permutari. Nos autern dicimus ita quaedam 
esse possibilia fieri, lit eadern sint etiam non fieri possibilia, hoc 
nee ex necessitate nee ex possibilitate nostra metientes. His igitur 
expeditis illud addere sufficiat, haec Aristoteli fixa in sentcntia 
et disciplina retinenti facile fuisse contingentium propositionum 
modum de futuris ostendere: in utraque parte facere atque ideo 
determinatam eventus constantiam non habere. Quod ni ita esset, 
omnia ex necessitate fieri crederentur, quod melius liquebit, cum 
ad ipsa Aristotelis verba venerimus . . . 



SEVERING BOEZIO 15 

per una legge fatale. Ci6 che si verifica per volere del fato, in realta, 
avviene per cause predominant!, ma in tal caso non puo essere che 
quello che non avviene avvenga. Noi, viceversa, afTermiamo es- 
servi cose possibili, nel senso che potrebbero anche non verifi- 
carsi, senza mettere questo in relazione alia necessita o alia nostra 
possibilita. 

Chiarito questo argomento, basti aggiungere una cosa: fu facile 
ad Aristotele, che questi punti fondamentali tenne ben fermi nel 
suo pensiero e nello svolgimento del suo sistema, mostrare come 
si possano dare proposizioni contingenti intorno alle cose future, 
e che si pu6 agire quindi in un modo o in un altro, senza che vi 
siano cause determinanti e costanti. Che se cosl non fosse, biso- 
gnerebbe credere che tutto accade di necessita, il che sara ancor 
piu chiaro quando verremo alle parole stesse di Aristotele . . . 



DALLA (cPHILOSOPHIAE CONSOLATION 



LIBER I 

I. Carmina qui quondam studio florente peregi, 

flebilis heu maestos cogor inire modes. 
Ecce mihi lacerae dictant scribenda Camenae 

et veris elegi fletibus ora rigant. 
Has saltern nullus potuit pervincere terror, 

ne nostrum comites prosequerentur iter. 
Gloria felicis olim viridisque iuventae, 

solantur maesti nunc mea fata senis. 
Venit enim properata malis inopina senectus 

et dolor aetatem iussit inesse suam. 
Intempestivi funduntur vertice cani 

et tremit effeto corpore laxa cutis. 
Mors hominum felix, quae se nee dulcibus annis 

inserit et maestis saepe vocata venit. 
Eheu, quam surda miseros avertitur aure 

et flentes oculos claudere saeva negat! 
Dum levibus male fida bonis fortuna faveret, 

paene caput tristis merserat hora rneum; 
nunc quia fallacem mutavit nubila vultum, 

protrahit ingratas impia vita moras. 
Quid me felicem totiens iactastis, amici ? 

Qui cecidit, stabili non erat ille gradu. 

i. Haec dum mecum tacitus ipse reputarem querimoniamque 
lacrimabilem stili officio signarem, astitisse mihi supra verticem 
visa est mulier reverend! admodum vultus oculis ardentibus et 



r. Testo di W. Weinberger, nel Corpus scriptorum ecclesiasticorum latinorum 
di Vienna, 1934, LXVII, pp. 1-7, 63-4. Traduzione di Benedetto Varchi, 
Firenze 1551, pp. 7-15 . Note di Bruno Nardi. 



DA LA CONSOLAZIONE DELLA FILOSOFIA 

LIBRO I 

I. Io, che gia lieto e verde alto cantai 

nel mio stato fiorito, or tristo e bianco 
pianger convengo i miei dolenti guai. 

Ecco le Suore meste e Febo stanco 
versi mi dettan lagrimosi, ond'io 
bagno scrivendo il lato destro e 1 manco. 

Queste pur n6 speranza, ne desio, 
n6 tema spavent6, che meco tutte 
il cammin fide non seguisser mio. 

Queste, ch'or son cosi pallide e brutte, 
di me vecchio infelice il pianto e i danni 
a lagrimare e consolar condutte, 

gloria fur de* miei verdi e felici anni: 
or non pensata e subita vecchiezza 
portata nVhanno i miei gravosi affanni. 

Anzi tempo, del duol, non per lunghezza 
d'eta, treman le membra, e queste chiome 
si fanno argento che si cuopre e sprezza. 

Felice chi, quando a lui piace e come, 
vive sua vita, e chi venuto in basso 
chiede di morte, ed ha 1'ultime some! 

Oime sventuroso, oime lasso, 

quanto <b sorda la morte a chi la chiama 
d'ogni ben privo e d'ogni speme casso! 

Mentre io felice avea di viver brama, 
spense quasi mia vita acerba morte, 
ch'or tanto, indarno, il cor misero brama, 

Perch6 beata si spesso mia sorte 

chiamaste, amici, s'era tanto infermo ? 
Chi cadde al fondo in si poche ore e corte, 

non ebbe il pi& giammai stabile e fermo. 

i. Mentre che tacito meco medesimo queste cose riandava, e 
che a piagnere colla penna e lamentarmi m'apparecchiava, mi 
parve che sopra il capo mi fusse una donna apparita, degna di 



l8 I MAESTRI DEL PENSIERO MEDIEVALE 

ultra communem hominum valentiam perspicacibus, colore vivido 
atque inexhausti vigoris, quamvis ita aevi plena foret, ut nullo 
mo do nostrae crederetur aetatis, statura discretionis ambiguae. 
Nam nunc quidem ad communem sese hominum mensuram co- 
hibebat, nunc vero pulsare caelum summi verticis cacumine vi- 
debatur; quae cum altius caput extulisset, ipsum etiam caelum 
penetrabat respicientiumque hominum frustrabatur intuitum. Vc- 
stes erant tenuissimis fills subtili artificio indissolubili materia 
perfectae, quas, uti post eadem prodente cognovi, suis manibus 
ipsa texuerat; quarum speciem, veluti fumosas imagines solet, 
caligo quaedam neglectae vetustatis obduxerat. Harum in extreme 
margine H Graecum, in supremo vero legebatur intextum 
atque in utrasque litteras in scalarum modum gradus quidam 
insigniti videbantur, quibus ab inferiore ad superius elementum 
esset ascensus. 1 Eandem tamen vestem violentorum quorundam 
sciderant manus et particulas, quas quisque potuit, abstulerant. 2 
Et dextra quidem eius libellos, sceptrum vero sinistra gestabat. 
Quae ubi poeticas Musas vidit nostro assistentes toro flctibusque 
meis verba dictantes, commota paulisper ac torvis inflammata lu- 
minibus : Quis inquit has scenicas meretriculas ad hunc ae- 
grum permisit accedere, quae dolores eius non modo nullis re- 
mediis foverent, verum dulcibus insuper alerent venenis? Hae 
sunt enim, quae infructuosis afTectuum spinis uberem fructibus 
rationis segetem necant hominumque mentes assuefaciunt morbo, 
non liberant. At si quern profanum, uti vulgo solitum vobis, blan- 
ditiae vestrae detraherent, minus moleste ferendum putarem 
- nihil quippe in eo nostrae operae laederentur - hunc vero 



i. Harum . . . ascensus: Boezio, In Porphyrium, Dial., I, 3 : est . . . philoso- 
phia genus, species vero duae, una quae theorica clicitur, alteni quae 
practica. Quanto alia siznbolica apparizionc, bene osserva il GILSON, La 
philosophic au moyen age, Paris, Payot, 1947, in ediz.,p. 140, che Boczio hu 
tramandato al medioevo Fimrnagine allegorica della filosofia che si vede 
ancora scolpita nelle facciate di alcune cattedrali . Cfr. M. TH. D'ALVEHNY, 
La sagesse et ses sept filles nei Melanges E. Grat, i, Paris, chez M.mc 
Pecquer-Grat, 1946, pp. 246-78. Noi aggiungeremo che dalla figura- 
zione di Boezio deriva direttamente quella della donna gentile" (Conv. t 
n, xn, 2 sgg.; xv, i), che finira poi per identificarsi con la Sapienza del 
libro dei Proverbi e col Verbo del Vangelo secondo Giovanni (Conv., HI, 
xiv, 7; xv, 15-6). 2. Eandem tamen . . . abstulerant: si ricordi 1'immagine 
della rotta gonna nella bella canzone di Dante Tre donne intorno al cor 
(26-36). 



SEVERING BOEZIO 1<) 

molta reverenza nell'aspetto, con occhi ardenti, e che molto piu 
di lontano scorgevano che gli uomini comunemente scorgere non 
possono. Era il suo colore vivace molto, ed ella d'un certo vigore 
da non dover mai venir meno, avvenga Dio che tanti anni mo- 
strasse, che in niun modo non si potea credere che fusse di nostro 
secolo. La sua statura (per lo essere ella variabile) non si poteva 
diterminatamente giudicare quanta fusse. Conciossia cosa che que- 
sta donna si ristrigneva talora in guisa che non passava la comune 
misura d'uno uomo, e talvolta si distendeva in modo che pareva 
che ella col cocuzzolo del capo toccasse il cielo: ed alcuna fiata, 
quando voleva levarsi piu alto, trapassava esso cielo di maniera che 
coloro, i quali la volevano guardare, non potevano. Aveva le sue 
vestimenta di fila sottilissime, e con maraviglioso artifizio e d'una 
materia indissolubile conteste, le quali essa medesima (si come poi 
mi disse ella stessa) tessute s'aveva colle sue mani propie, la bel- 
lezza delle quali (come si vede nelle statue affumicate dal tempo) 
aveva una ccrta caligine di trascurata antichita ricoperto. Nell'ul- 
timo e piu basso lembo delle quali era intessuto un II Greco, ed 
in quello da capo un , e tra Tuna di queste due lettere e Taltra 
si vedevano fregiati alcuni gradi, come d'una scala, mediante i 
quali si poteva dalla Icttera di sotto a quella di sopra salire. La qual 
vesta per6 avevano le mani d' alcuni uomini violent! squarciata 
tutta, e portatosene ciascuno quei brani, che egli aveva portarne 
potuto. Teneva costei nella sua mano diritta alcuni libriccini, e 
nella manca una bacchetta da re; la quale tosto che vide starsi le 
Muse poetiche dinanzi al letto nostro, e dettare le parole a' miei 
pianti, risentitasi alquanto ed accesasi, con occhi biechi: Chi 
ha disse lasciato entrare a questo infermo queste sfacciate me- 
retrici, le quali non solo non porgessero alcun rimedio a* suoi do- 
lori, ma gli nutrissero ancora con dolci veleni? Percib che queste 
sono quelle, le quali colle non fruttevoli spine de gli affetti ucci- 
dono 1'abbondevoli e fruttuose biade della ragione: e non che 
liberino dalle passioni dell'animo le menti degli uomini, elleno ve 
le avvezzano dentro, e ve le nutricano, e per certo se le carezze 
vostre e lusinghe m'avessero un qualche uomo tolto idiota e di 
volgo, io lo comportarei per avventura meno molestamente, con- 
ciossia che in uno che fusse cotale non perderemmo cosa nessuna; 
ma voi m'avete costui tolto cogli allettamenti vostri, il quale fu 



20 I MAESTRI DEL PENSIERO MEDIEVALE 

Eleaticis 1 atque Academicis studiis innutritum ? Sed abite potius, 
Sirenes usque in exitium dulces, meisque eum Musis curandum 
sanandumque relinquite. His ille chorus increpitus deiecit humi 
maestior vultum confessusque rubore verecundiam limen tristis 
excessit. At ego, cuius acies lacrimis mersa caligaret nee dinoscere 
possem, quaenam haec esset mulier tarn imperiosae auctoritatis, 
obstupui visuque in terrain defixo, quidnam deinceps esset actura, 
exspectare tacitus coepi. Turn ilia propius accedens in extrema 
lectuli. mei parte consedit meumque intuens vultum luctu gravem 
atque in humum maerore deiectum his versibus de nostrae 
mentis perturbatione conquesta est: 

n. Heu quam praecipiti mersa profundo 
mens hebet et propria luce relicta 
tendit in externas ire tenebras, 
terrenis quotiens flatibus aucta 
crescit in immensum noxia cura! 
Hie quondam caelo liber aperto 
suetus in aetherios ire meatus 
cernebat rosei lumina solis, 
visebat gelidae sidera lunae 
et quaecumque vagos Stella recursus 
exercet varios flexa per orbes, 
comprensam numeris victor habebat. 
Quin etiam causas, unde sonora 
flamina sollicitent aequora ponti, 
quis volvat stabilem spiritus orbem 
vel cur Hesperias sidus in undas 
casurum rutilo surgat ab ortu, 
quid veris placidas temperet horas, 



i. Eleatids: nessuna variante nel testo critico. Ma il buon Varchi arricci6 
il naso e corresse e intese Aristotelicisl 



SEVERING BOEZIO 21 

nella Grecia tra gli studi platonici ed aristotelici allevato. Parti- 
tevi dunque tostamente, vane e folli sirene, che colla dolcezza 
vostra n'arrecate infino morte, e lasciate costui alle Muse mie, 
che lo curino e guariscano. Da queste voci ripreso quel coro 
e sbattuto, chino malinconoso la fronte, e confessata per la rossezza 
del viso la sua vergogna, s'usci di camera tutto dolente. Ma io, la 
cui vista era per le molte lagrime divenuta tanto in dentro, e cosi ab- 
bagliata che io, non che altro, non potei conoscere chi questa donna 
si fusse di tanto imperio e autorita, rimasi stupefatto, e conntti in 
terra gl'occhi cominciai ad attendere tacitamente quello che questa 
possente da indi innanzi devesse fare. Allora ella, accostandosi 
piu appresso, in su la strema sponda del mio letticciuolo si pose a 
sedere, e guardando nel mio volto grave del pianto, e bassato in 
terra per lo dolore, cominci6 del perturbamento della nostra mente 
a rammaricarsi con questi versi: 

II. In qual, lasso, periglio, in quanto errore 
1'umana mente se stessa conduce: 
e lasciata (oime) la propria luce, 
nelle tenebre va, dove ebe, e muore, 
quando o spemc o timore, 
terrene aspre procelle, in quel mar 1'hanno 
sospinta, u' sempre cresce e doglia e danno! 

Questi, che g& solea libero al cielo 
poggiar, mirando quelle cose belle, 
il Sol, la Luna, e tutte 1'altre Stelle 
o vaghe, o ferme, dintorno al suo stelo 
vedea senz'alcun velo 
per vari cerchi e mille strane vie 
rotare or lente, or toste, or crude, or pic. 

Questi sapeva ancor Take cagioni 
perche gli venti tempestosi Tonde 
percuotan d'Anfitrite irata, e donde 
ha '1 ciel, che fermo sta, sue girazioni: 
per quante e quai ragioni 
la stclla, che tuffar si d6e nel mare 
di Spagna, rossa in oriente appare. 

Questi, qual muova Amor, qual aura tempre 
di Primavera i dolci e lieti giorni 



22 I MAESTRI DEL PENSIERO MEDIEVALE 

ut terrain roseis floribus or net, 
quis dedit, ut pleno fertilis anno 
autumnus gravidis influat uvis, 
rimari solitus atque latentis 
naturae varias reddere causas: 
nunc iacet effete lumine mentis 
et pressus gravibus colla catenis 
declivemque gerens pondere vultum 
cogitur heu stolidam cernere terram. 

2. Sed medicinae inquit tempus est quarn querelae. Turn 
vero totis in me intenta luminibus: Tune ille es ait qui 
nostro quondam lacte nutritus, nostris educatus alimentis in vi- 
rilis animi robur evaseras ? Atqui talia contuleramus arma, quae 
nisi prior abiecisses, invicta te firmitate tuerentur. Agnoscisne me ? 
Quid taces, pudore an stupore siluisti? Mallem pudore, sed te, ut 
video, stupor oppressit. Cumque me non modo taciturn, sed 
elinguem prorsus mutumque vidisset, ammovit pectori meo leniter 
rnanum et: Nihil inquit pericli est, lethargum patitur, corn- 
rnunem illusarum mentium morbum. Sui paulisper oblitus est; 
recordabitur facile, si quidem nos ante cognoverit, quod ut possit, 
paulisper lumina eius mortalium rerum nube caligantia terga- 
mus. Haec dixit oculosque meos fletibus undantes contracta in 
rugam veste siccavit. 

ill. Tune me discussa liquerunt nocte tenebrae 

luminibusque prior rediit vigor, 
ut, cum praecipiti glomerantur sidera Coro 



SEVERING BOEZIO 23 

ridir sapeva, e chi la terra adorni 
di vaghi fior con si mirabil temp re: 
qual possa, e faccia sempre 
natural legge o pio voler divino 
versar giugno le biade, ottobre il vino. 

Or giace (oime) del miglior lume casso, 
e di gravi catene avvinto il collo, 
non pu6, misero lui, dar pure un crollo, 
n gli occhi alzar, ne muover solo un passo ; 
ma del gran peso lasso, 
tenendo il viso ognor rivolto a terra, 
mira malgrado suo la stolta terra. 

2. Ma questo & tempo cominci6 ella piu tosto da medicarlo, 
che da lamentarsi; ed affissatimi gPocchi addosso: Sei tu que- 
gli mi disse il quale nutrito gia del nostro latte, e cresciuto de i 
nostri cibi, eri a quella fortezza d'animo, che ne gli uomini si ricerca, 
pervenuto? Noi per certo t'avevamo cotali arme dato, che, se tu 
non 1'avessi poste in terra da te medesimo e gittate via, t'areb- 
bono da ogni insulto e da qualunque empito con invincibile fer- 
mezza potuto difendere. Riconoscimi tu? Tu stai cheto? taci tu 
per vergogna o per istupore? io per me vorrei piu tosto per ver- 
gogna, ma, per quanto veggo, la tua mente e oppressa da stupore. 
E veggendomi ella non solamente cheto, ma senza lingua ancora e 
del tutto mutolo, mi pose la mano sopra il petto leggiermente : 
E' non c'e disse pericolo nessuno: il mal suo e letargo, cioe 
grave e profondissima sonnolenza e dimenticanza; male comune 
a tutti coloro, i quali hanno la mente ingannata e delusa. Egli & al- 
quanto a se medesimo uscito di mente, ma ritornara con poca fati- 
ca, se egli ebbe di noi vera contezza giammai; la qual cosa affine 
che far possa, forbiamogli un poco gl'occhi, che sono per la nebbia 
delle cose mortali offuscati. Cosi disse, e preso il lembo della 
vesta, e ripiegatolo in una falda, m'asciugb gl'occhi, che gittavano 
lagrime a mille a mille. 

in. Quando 1'alte celesti alme contrade 
ricuopre o folta nebbia o nembo scuro, 
sta Febo ascoso, e dal gelato Arturo 
orribil notte a mezzo giorno cade: 



24 I MAESTRI DEL PENSIERO MEDIEVALE 

nimbosisque polus stetit imbribus, 
sol latet ac nondum caelo venientibus astris 

desuper in terrain nox funditur; 
hanc si Threicio Boreas emissus ab antro 

verberet et clausum reseret diem, 
emicat et subito vibratus lumine Phoebus 

mirantes oculos radiis ferit. 

3. Haud aliter tristitiae nebulis dissolutis hausi caelum et ad 
cognoscendam medicantis faciem mentem recepi. Itaque ubi in 
earn deduxi oculos intuitumque defixi, respicio nutricem meam, 
cuius ab adulescentia laribus obversatus fueram, Philosophiam. 
Et quid inquam tu in has exsilii nostri solitudines, o omnium 
magistra virtutum, supero cardine delapsa venisti, an ut tu quoque 
mecum rea falsis criminationibus agiteris? 

An inquit ilia te, alumne, desererem nee sarcinam, quam 
mei nominis invidia sustulisti, communicato tecum labore par- 
tirer ? Atqui Philosophiae fas non erat incomitatum relinquere iter 
innocentis, meam scilicet criminationem vererer et quasi novum 
aliquid accideret, perhorrescerem ? Nunc enim primum censes 
apud improbos mores lacessitam periculis esse sapientiam? Nonne 
apud veteres quoque ante nostri Platonis aetatem magnum saepe 
certamen cum stultitiae temeritate certavimus eodemque superstite 
praeceptor eius Socrates iniustae victoriam mortis me astante pro- 
meruit? Cuius hereditatem cum deinceps Epicureum vulgus ac 
Stoicum ceterique pro sua quisque parte raptum ire molirentur 
meque reclamantem renitentemque velut in partem praedae tra- 
herent, vestem, quam meis texueram manibus, disciderunt ab- 



SEVERING BOEZIO 25 

ma poscia che per Tampie e lunghe strade 
del ciel, dal tracio bosco e career duro 
soffia Aquilon, toma lucente e puro 
lo Sol, recando altrui nuova beltade; 

cosi dal core il duol, da gPocchi il pianto, 
dalla mente sparir le nebbie e' venti, 
e torn6 in me la mia luce primiera, 

tosto che di sua man, tenendo intent! 
suoi lumi a me, la bella donna altera 
m'asciug6 '1 viso col suo lembo santo. 

3. Non altramente che s'e di sopra raccontato, dissipate le 
nebbie della mia tristezza, vidi la luce, e ripigliai forza a poter 
conoscere chi quella fusse, che venuta era per medicarmi; il perche* 
tosto che rivolsi gFocchi a lei, e le affisai addosso lo sguardo, scorsi 
la mia balia Filosofia, nelle cui case m'era insino da giovanezza 
allevato, e le dissi: maestra di tutte le virtu, discesa dalla piu 
alta parte del cielo, che sei tu a fare venuta in queste solitudini 
del nostro essiglio ? forse vuoi ancor tu essere colpevole a torto con 
esso meco, e da false calogne molestata ed afflitta? allievo 
mio rispose ella, doveva io abbandonarti, e non partire in- 
sieme con esso teco quella soma, dividendo in due la fatica, la 
qual tu per gli carichi e colpe, che a mia cagione dati ti sono, t'hai 
posta sopra le spalle ? Sappi, che alia Filosofia non era n6 lecito n6 
ragionevole lasciarti andar solo, e non t' accompagnare dovunche 
tu andassi, essendo tu innocente; e' parrebbe, che io avessi dubi- 
tato di dovere essere accusata anch'io teco, ed avutone paura, come 
di cosa nuova, e che mai piu avvenuta non mi fosse. Pensi tu, 
che questa sia la prima volta, che sia stata da gl'uomini maligni e 
malvagi stimolata e posta in pericolo la sapienza ? Dimmi un poco : 
non avemo noi ancora anticamente, innanzi che nascesse il nostro 
Platone, combattuto molte volte grandissimi combattimenti colla 
temcrita della pazzia? E vivente ancora esso Platone, non elesse 
Socrate suo maestro, standogli io sempre appresso, piu tosto vin- 
cere morendo ingiustamente che scampare ? La cui eredita, mentre 
che la setta epicurea, e la stoica, e tutte Paltre si sforzano di rapire, 
ed appropiare ciascuna a se stessa, come sua parte, e me, che 
gridava e non voleva andarne, tirando per forza, come lor preda, 
mi stracciarono la vesta, la quale io stessa colle mie mani tessuta 



26 I MAESTRI DEL PENSIERO MEDIEVALE 

reptisque ab ea panniculis totam me sibi cessisse credentes abiere. 
In quibus quoniam quaedam nostri habitus vestigia videbantur, 
meos esse familiares imprudentia rata nonnullos eorum profanae 
multitudinis errore pervertit. Quodsi nee Anaxagorae fugam nee 
Socratis venenum nee Zenonis tormenta, quoniam sunt pere- 
grina, novisti, at Canios, at Senecas, at Soranos, quorum nee 
pervetusta nee incelebris memoria est, scire potuisti. Quos nihil 
aliud in cladem detraxit, nisi quod nostris moribus instituti studiis 
improborum dissimillimi videbantur. Itaque nihil est, quod ammi- 
rere, si in hoc vitae salo circumflantibus agitemur procellis, quibus 
hoc maxime propositum est pessimis displicere. Quorum quidem 
tametsi est numerosus exercitus, spernendus tamen est, quoniam 
nullo duce regitur, sed errore tantum temere ac passim lymphante 
raptatur. Qui si quando contra nos aciem struens valentior incu- 
buerit, nostra quidem dux copias suas in arcem contrahit, illi vero 
circa diripiendas inutiles sarcinulas occupantur. At nos desuper 
irridemus vilissima rerum quaeque rapientes securi totius furiosi 
tumultus eoque vallo muniti, quo grassanti stultitiae aspirare fas 
non sit. 

LIBER III 1 

ix. qui perpetua mundum ratione gubernas, 
terrarum caelique sator, qui tempus ab aevo 
ire iubes stabilisque manens das cuncta moveri, 
quem non externae pepulerunt fingere causae 
materiae fluitantis opus, verum insita summi 
forma boni livore carens, tu cuncta superno 
ducis ab exemplo, pulchrum pulcherrimus ipse 
mundum mente gerens similique in imagine formans 

i. Traduzione di Umberto Moricca, nei Classici del Giglio , Firenze, Sa- 
lani, 1942, pp. 136-7. Questo metro e forse il brano piu famoso di Boezio, 
e nel medioevo fu oggetto di molte discussion! e interpretation!, come 
pu6 apprendersi da P. COURCELLE, Etude critique sur les comm. de la Con 
solation de Boece, negli Archives d'histoire doctr. et litt. du Moyen Age , 
xii, 1939, e dalla lettura dell'ottimo libro di T. GREGORY, Anima mundi. La 
filosofia di G. di Conches e la scuola di Chartres, Firenze, Sansoni, 1955. 
Oltre che un modello di ispirata poesia filosofica, chc ci obbliga a pensare 
a taluni canti del Paradiso dantesco, questa preghiera e anche un felice 
tentative di interpretazione del pensiero biblico della creazione col sus- 
sidio del Timeo platonico. Su di esso, cfr. F. KLINGER, De Boethii Cons. 
Philos.) nelle Phil. Unters. Kiessling u. Wilamowitz, xxvn, Berlin 1921, 



SEVERING BOEZIO 27 

m'aveva; e tolto da quella alcuni pezzi, pensando ciascuno d'aver- 
mi tutta, si dipartirono; ne' quali, percio che si vedevano alcuni 
segni dell'abito nostro, gruomini, che per lo piu sono imprudenti, 
giudicandogli di mia famiglia, ne fecero alcuni, mediante Perrore 
del volgo profano ed ignorante, mal capitare. E se tu per ventura 
non sai, ne che Anassagora s'ebbe a fuggire, ne che Socrate fu 
costretto a pigliare il veleno, ne che Zenone fu tormentato a mia 
cagione, per lo essere costoro forestieri, debbi sapere alrneno 
quello che avvenne a Cannio, a Seneca ed a Sorano, la memoria 
de' quali non e vecchia molto, ma bene molto celebrata, gli quali 
niente altro men6 a morte, se non che ammaestrati da' costumi 
nostri, erano dissomigliantissimi agli studi e malvage voglie de gli 
uomini rei: perch non hai da maravigliarti se noi altri semo nel 
mare di questa vita da varie procelle sospinti, il cui principale in- 
tendimento e dispiacere a gli cattivi, il numero de' quali tutto che 
sia innumerabile, non percio si debbe temere ; conciossia cosa che 
egli non ha guida nessuna, che lo regga, ma e solamente trasportato 
ora in qua ed ora in la da folle errore, come gli stolti; il quale se 
pure alcuna volta mettendosi in ordinanza ne preme gagliardo, la 
nostra guida ritira subito le genti alia rocca, onde essi si danno 
tutti a saccheggiare bagaglie inutili. E noi ci ridiamo di loro, che 
stanno a rubare cose di niuno valore, sicuri che la lor bestialitk 
non ci pu6 nuocere, e guerniti di tale steccato, dove non pu6 la 
pazzia loro affrontandoci pervenire in modo nessuno. 

LIBRO III 

IX. U tu che con perpetua sapienza di leggi governi 
il mondo; tu, Signore, che il cielo creasti e la terra, 
che fai da Pevo eterno fluire de i secoli il corso, 
e, immobile restando, dai moto a le cose universe, 
te non cagioni esterne Pinforme sospinser materia 
a comporre in belPordine, ma solo del bene supremo 
Pidea, che in te fu sempre senz'ombra d'invidia: ogni cosa 
tu dal superno esempio derivi; ne Palta tua mcnte 
il bel mondo racchiudi, tu stesso bellissimo essendo, 
e con immagin simile di fuori Pesprimi e lo formi, 

pp. 42 sgg. Dante cita questo metro e ne traduce due versi (Conv., m, 
n, 17)- 



I MAESTRI DEL PENSIERO MEDIEVALE 

perfectasque iubens perfectum absolvere partes. 
Tu numeris elementa ligas, ut frigora flammis, 
arida conveniant liquidis, ne purior ignis 
evolet aut mersas deducant pondera terras. 
Tu triplicis mediam naturae cuncta moventem 
conectens animam per consona membra resolvis; 
quae cum secta duos motum glomeravit in orbes, 
in semet reditura meat mentemque profundam 
circuit et simili convertit imagine caelum. 
Tu causis animas paribus vitasque minores 
provehis et levibus sublimes curribus aptans 
in caelum terramque seris, quas lege benigna 
ad te conversas reduci facis igne reverti. 
Da, pater, augustam menti conscendere sedem, 
da fontem lustrare boni, da luce reperta 
in te conspicuos animi defigere visus. 
Dissice terrenae nebulas et pondera molis 
atque tuo splendore mica; tu namque serenum, 
tu requies tranquilla piis, te cernere finis, 
principium, vector, dux, semita, terminus idem. 



SEVERING BOEZIO 29 

e vuoi perfetto il tutto, perfette le singole parti. 
Tu gli element! leghi con nodo di numeri, in guisa 
che il gelido col caldo s'accordi, e con Tarido il molle, 
onde il fuoco, piu puro, per 1'aere non voli e dilegui, 
n6, dal suo peso tratta, nel fondo rovini la terra. 
Tu Fanima mediana, di trina natura, che il tutto 
muove, a consone membra congiungi e per esse diffondi. 
E lei, poi che divisa ravvolse in due cerchi il suo mo to, 
riede in se stessa e gira d'intorno a la mente profonda, 
e a rotear costringe con simile immagine il cielo. 
Mosso da ugual cagione tu 1'anime traggi e le vite 
minori, e, a lievi cocchi gli spirti adattando sublimi, 
li semini nel cielo, li semini in terra, e con buona 
legge poi lasci che a te rivolino, reduci fiamme. 
A Taugusta dimora concedi che ascenda la mente, 
o padre; fa ch'io possa la fonte mirare del bene; 
dammi che alfin trovata la luce, io de Tanimo affisi 
in te la chiara vista; disperdi le nebbie ed il peso 
de la terrena mole; rifulgi col vivo tuo lume, 
tu pace a i pii, tu requie tranquilla, tu fine e principio, 
tu via, nocchiero e guida, tu termin di tutte le cose. 



II 
AURELIO CASSIODORO 

Maestro e modello di eloquenza curiale fu, per tutto il medioevo, 
Cassiodoro: che nel proemio alia raccolta delle sue epistole definisce 
e precisa la teoria del vario stile che i dettatori devono impiegare, se- 
condo il diverse grado delle persone cut si rivolge il discorso e la di- 
versa importanza degli argomenti che si trattano. La distinzione dei 
vari toni o gradi delV elocusione e gid in Cicerone: anon omnia uno 
modo bisogna trattare, afferma il grande oratore in una letter a a 
Celio; ((privatas causas et tenues agimus subtilius; capitis et famae 
ornatius; epistolas vero cotidianis verbis texere solemusv; ma $ codi- 
ficata con rigore dalle scuole retoriche piu tarde, se pur si trova 
gid schematizzata nella Rhetorica ad Herennium, da cui Vapprende 
la scuola medievale. Tre i modi delV elocuzione : umile, medio, sommo 
(e i termini possono variare; grande, mediocre o temperatum genus 
dicendi; oppure: tragicus, cornicus, elegiacus stilus; e son que- 
sti, com'e no to, i nomi preferiti da Dante), il cui uso dipende da un 
criterio di congruenza, di convenienza, legato alle esigenze stesse cui 
serve la tecnica dell'espressione. Pessimo dettatore sarebbe chi usasse 
il grande genus dicendi in una carta privata relativa a transazioni 
di scarsa importanza^ pertinenti a materia umile, quotidiana; tanto 
cattwo quanta il dettatore che usasse il genere umile nelle lettere di- 
rette agli imperatori, ai re y ai grandi signori laid ed ecclesiastici o 
nei diplomi che registrano atti di grande valore spirituale (dotazioni 
di monasteri e chiese, e simili). Appunto quest a nozione della necessitd 
di una congruenza dello stile air argomento ci ha portato a ripudiare^ 
weZ/'Introduzione, le proposizioni della vecchia critica per cui si 
affermava che i redattori dei documenti medievali usavano come 
meglio potevano il latino della tradizione. Non sempre come meglio 
potevano; anche chi e esperto della tecnica piu raffinata, deve tal- 
volta rinunciarvi in ossequio alia regola della congruenza dello stile 
alVoggetto. Non si pub misurare in astratto la qualitd del latino delle 
scritture medievali ne assumere una determinata forma stilistica come 
espressione del grado di conoscenza che il redattore abbia della tecnolo- 
gia tradizionale dell* espressione; I' uso di un latino dimesso e piu volte, 
apparentemente, svincolato dai canoni dello scrivere illustre, o, addirit- 
tura, grammaticalmente scorretto, nella maggioranza dei casi, quan- 



AURELIO CASSIODORO 31 

do non si tratti di scritture di letterati inetti e negligently che poco o 
nessun frutto hanno tratto daWinsegnamento della scuola, va riferito 
aW applicazione dei canoni retorici del ire stilt. 

Percib collochiamo tra i primi testi della letteratura mediolatina 
d* Italia accolti in questo volume il proemio alle Variae: per che 
chi legge le scritture che seguono abbia chiaro il criteria con cui di 
esse si deve giudicare. 



Sulle Variae di Cassiodoro, oltre all'ampio proemio del Mommsen alia 
edizione da lui curata in M.G.H., Auctores antiquissimi, xii, son da ve- 
dere M. MANITIUS, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, 
Munchen, Beck, 1911, vol. I, pp. 40-1 ; U. MORICCA, Storia della letteratu 
ra latina cristiana, Torino, S.E.I., 1934, vol. ill, parte n, pp. 1331-7; 
M. CAPPUYNS, Dictionnaire d'histoire et de geographic ecclesiastiques , xi, 
colonne 1366-7, Paris, Letouzey et An6 (ma 1'articolo del Cappuyns come 
1'opera del Moricca abbracciano tutta Tattivita letteraria di Cassiodoro). 
Sulla sintassi e il vocabolario delle Variae, cfr. B. H. SKAHILL, The Syn 
tax of the Variacv of Cassiodorus, Washington, The Cathol. University 
of Amer. Press, 1934; O. J. ZIMMERMANN, The late Latin Vocabulary of 
the Variae of Cassiodorus, Washington, The Cathol. University of Amer. 
Press, 1944. E cfr. A. BLAISE, Manuel du latin chretien, Strasbourg, Le 
latin chretien, 1955. 

Sugli stili nel medioevo v. E.-R. CURTIUS, Literatur a europea y edad 
media tatina, traduccion de M. Frenk Alatorre y A. Alatorre, Me"xico- 
Buenos Aires, Fondo de cultura econdmica, 1955, I, pp. 217-24, e Die 
Lehre von den drei Stilen in Altertwm und Mittelalter, nelle Romanische 
Forschungen , vol. 64, 1952, pp. 57-70; E. AUERBACH, Sermo humilis, 
ib., vol. 64, 1952, pp. 304-64, e vol. 66, 1954, pp. 1-64. 



DALLE VARIAE 



PRAEFATIQi 

Cum disertorum gratiam aut communibus fabulis aut gratuitis be- 
neficiis, nullis tamen veris meritis collegissem, dicta mea, quae in 
honoribus saepe positus pro explicanda negotiorum qualitate pro- 
fuderam, in unum corpus redigere suadebant, ut ventura posteritas 
et laborum meorum molestias, quas pro generalitatis commodo 
sustinebam, et sinceris conscientiae inemptam dinosceret actionem. 
Dicebam dilectionem ipsorum mihi potius fore contrariam, ut, 
quod modo propter desideria supplicantium putabatur acceptum, 
postea legentibus videretur insubidum. Addebam debere illos Flac- 
ci dicta recolere, qui monet, quid periculi vox praecipitata possit 
incurrere. 2 Respondendi celeritatem cunctos videtis exigere, et cre- 
ditis me impaenitenda proferre ? Dictio semper agrestis est, quae 
aut sensibus electis per moram non comitur aut verborum minime 
proprietatibus explicatur. Loqui nobis communiter datum est: so 
lus ornatus est, qui discernit indoctos. Nonus annus ad scribendum 
relaxatur auctoribus: 3 mihi nee horarum momenta praestantur . . . 

Victus sum, fateor, in verecundiam meam: nee obsistere tantis 
prudentibus potui, cum me viderem ex affectione culpari. Nunc 
ignoscite, legentes, et si qua est incauta praesumptio, suadentibus 
potius imputate, quia mea iudicia cum illo videntur facere, qui 
me decreverit accusare. Et ideo quod in quaesturae, magisterii ac 
praefecturae dignitatibus a me dictatum in diversis publicis actibus 
potui reperire, bis sena librorum ordinatione composui . , . 

Librorum vero titulum, operis indicem, causarum praeconem, 
totius orationis brevissimam vocem, variarum nomine praenotavi, 
quia necesse nobis fuit stilum non unum sumerc, qui personas 
varias suscepimus ammonere. Aliter enim multa lectione satiatis, 
aliter mediocri gustatione suspensis, aliter a litterarum sapore 



i. Testo di T. Mommsen, in M. G. H., Auct. ant.> xn, pp. 3-5. Traduzione 
di Tilde Nardi. 2. Flacci . . . incurrere: Orazio, Epist., I, 18, 71 : et se- 
mel emissum volat irrevocabile verbum. 3. Nonus. . . auctoribus: cfr. 
Orazio, Art. poet., 388: nonumque prematur in annum)). 



DALLE VARIE 

PROEMIO 

Foi che non gia per meriti reali, bensi per quanto di me s'andava 
dicendo e per gratuito favore m'accattivai la benevolenza dei dotti, 
questi mi incitavano a riunire in un'opera unica quei miei dettati 
che spesso, nella mia qualita di pubblico magistrate, avevo profuso 
nell'esplicare le mansioni de' miei uffici: si che i posteri potessero 
conoscere tanto le fatiche e i fastidi da me sofferti per la comune 
utilita, quanto 1'agire d'una coscienza che nei puri e incorruttibile. 
lo me ne schermivo dicendo che la loro premura avrebbe finito 
piuttosto col nuocermi, poich< quel che al momento si considerava 
gradito pel desiderio di chi mi veniva sollecitando, sarebbe potuto 
in seguito apparire sconsiderato ai lettori. Aggiungevo che avreb- 
bero dovuto rammentare quel detto di Orazio che ammonisce 
contro il pericolo in cui una voce affrettata pu6 incorrere. Vedete 
pure che tutti esigono la celeritk del rispondere; credete forse 
ch'io profferisca sempre cose di cui non abbia a pentirmi ? Rozzo 
e sempre quel dire che o non s'adorna a suo agio d'eletti sensi 
o non s'esprime con proprieta di vocaboli. A noi tutti senza distin- 
zione fu data la parola: ma e la maggiore o minore forbitezza che 
fa riconoscere gli ignoranti. Nove anni si lasciano agli autori per 
scriverc : a me non si concedono neppure i minuti . . . 

Fui vinto alia fine, lo confesso a mia vergogna : non sentendomi 
di resistere a tanti savi, poi che vedevo che dall'affetto mi veni- 
vano i rimproveri. Perdonatemi ora, o lettori, e se v'& qualche in- 
cauta presunzione, imputatela a chi mi ha spinto all'opera, ch6, per 
quanto mi riguarda, son pronto a dar ragione a chi mi ponesse 
sotto accusa. Pertanto, tutto il materiale che potei ritrovare nei di- 
versi atti pubblici, da me dettato durante le mie cariche di questore, 
magistrato e prefetto, Tho raccolto e ordinato in dodici libri . . . 

Quanto al titolo di questi libri, ho scelto, a designarne il carat- 
tere e gli argomenti e a sintetizzarne in una parola il contenuto, 
quello di Varie, poich6 mi son visto costretto a usare stili diversi, 
dovendomi rivolgere a persone diverse. Difatti, per riuscire a per- 
suadere, occorre via via servirsi d'un differente linguaggio, a se- 
conda che si parli agli uomini rimpinzati di molte letture, ai 
mediocremente colti o a quelli affatto digiuni del sapore delle let- 



34 I MAESTRI DEL PENSIERO MEDIEVALE 

ieiunis persuasionis causa loquendum est, ut interdura genus sit 
peritiae vitare quod doctis placeat. Proinde maiorum pulchra defi- 
nitio est sic apte dicere, ut audientibus possis concepta vota sua- 
dere. Neque enim tria genera dicendi in cassum prudens definivit 
antiquitas: humile, quod communione ipsa serpere videatur: me 
dium, quod nee magnitudine tumescit nee parvitate tenuatur, sed 
inter utrumque positum, propria venustate ditatum suis finibus 
continetur: tertium genus, quod ad summum apicem disputationis 
exquisitis sensibus elevatur: videlicet, ut varietas personarum con- 
gruum sortiretur eloquium et, licet ab uno pectore proflueret, di- 
versis tamen alveis emanaret, quando nullus eloquentis obtinet 
nomen, nisi qui trina ista virtute succinctus causis emergentibus 
viriliter est paratus. Hue accedit, quod modo regibus, modo po- 
testatibus aulicis, modo loqui videamur humillimis, quibus alia 
contigit sub festinatione profundere, alia vero licuit cogitata pro- 
ferre, ut merito variarum dicatur, quod tanta diversitate conficitur. 
Sed utinam, sicut ista regulis accepisse probamur antiquis, ita ea- 
dem promissae resignent merita dictionis. Quapropter humile de 
nobis verecunde promittimus : mediocre non improbe pollicemur : 
summum vero, quod propter nobilitatem sui est in editiore consti- 
tutum, nos attigisse non credimus. Verum tamen sileant praesump- 
tiones illicitae, qui legend! sumus. Incongruo namque nostras de 
nobis disputationes ingerimus, qui vestra potius iudicia sustinemus. 



AURELIO CASSIODORO 35 

tere, si che talora pu6 essere una forma di accortezza evitare quel 
che ai dotti place. D'altronde v'e una bella sentenza degli antichi 
che definisce ccparlar bene il riuscire a convincere gli ascoltatori 
delle nostre idee. Non per nulla infatti la saggezza degli antichi 
ha distinto tre stili nel parlare : Vumile che, per il suo stesso carat- 
tere di linguaggio comune sembra strisciar terra terra, il medio 
che, senza inalzarsi a grandiosita ne cadere nella sciatteria, equi- 
librandosi tra i due estremi ed arricchito da una leggiadria sua 
propria, si mantiene entro i limiti che gli si addicono, e il ter%o 
che per Felevatezza dei concetti raggiunge le piu eccelse vette del 
dissertare: certo perch6 il linguaggio potesse adeguarsi ai dirle- 
renti tipi di ascoltatori e, pure sgorgando da un petto solo, scorresse 
tuttavia per alvei diversi, dappoiche non pu6 dirsi eloquente se 
iion chi, armato di questa triplice virtu, e pronto ad afFrontare 
vigorosamente le circostanze che gli si presentano. A ci6 s'aggiun- 
ge che il discorso par rivolgersi ora a sovrani, ora ad autorevoli 
personaggi di corte, ora ad uomini d'infimo stato, ai quali bisogna 
porgere certe cose brevemente ed altre invece esporre con ponde- 
ratezza, sicch6 non a torto Varie s'intitola questa mia raccolta 
che consta di parti tanto diverse. Ma, al modo stesso che Pavere 
accolto questi criteri dalle regole degli antichi ci rende meritevoli di 
approvazione, cosi a Dio piaccia che i medesimi mettano in chiaro 
i meriti delPattesa elocuzione. Perci6, modestamente, ci sentiamo 
certi d'aver saputo usare lo stile umile; senza arroganza promettia- 
mo lo stile medio; il sommo in verita, posto per la sua eccellenza 
assai piu in alto, non crediamo d'averlo conseguito. Tacciano in 
ogni modo le presunzioni illecite, dal momento che dobbiamo 
esser letti. inopportune infatti introdurre queste disquisizioni 
sulPopera nostra, che attende piuttosto il vostro giudizio. 



PARTE PRIMA 



LA LETTERATURA 

NELL'ETA LONGOBARDO-CAROLINGIA 
E DEL REGNO ITALICO 



I. Scritture e scrittori del secolo VII 

i 
EPITAFFIO DI AGRIPPINO 

Due soli scrittori di qualche rilievo ci offre il secolo VII, Giona da 
Bobbie e il diacono milanese Crispo. Ma che anche in quel secolo la 
tradizione scolastica sia rimasta viva e valida, e abbastanza larga- 
mente diffusa sia stata la cultura letter aria, testimoniano alcune scrit- 
ture d'ordine pratico o quasi pratico, i cui autori mostrano di avere 
ricevuto urfaccurata istituzione retorica. Ecco, ad esempio, un epi- 
taffio comasco del principio del secolo; il quote, se pur non sempre 
osserva le leggi del metro, non e, per dirla col Troya, del tutto bar- 
barico. 



Intorno ai problemi della latinita medievale, su cui avremo da tornare, 
si vedano intanto: DAG NORBERG, nella lucida Introduzione alle sue 
Syntaktische Forschungen, in Uppsala Universitets Arsskriftw, 1943, 9, 
pp. 11-25; RICHARD MEISTER, Mittellatdn ah Traditionssprache, nella 
Miscellanea offerta a P. Lehmann, Liber floridus, Eos Verlag der 
Erzabtei St. Ottilien, 1950, pp. 1-9; CHRISTINE MOHRMANN, Le dualisme 
de la latiniti medievale, nella Revue des eludes latines, xxiv (1951), 
pp. 330-48; JUAN BASTARDAS PARERA, Particularidades sintdcticas del Latin 
Medieval (cartularies espanoles de lossiglos VIII al XI), Barcelona, Escuela 
de filologia, 1953. Da tenere sempre sott'occhio KARL STRECKER, Introduc 
tion d V etude du latin medieval, trad, dal tedesco di P. van de Woestijne, 
Lille, Giard (e Droz, Geneve), 1948, HI edizione; e, per i problemi lin- 
guistici e letterari, PAUL ZUMTHOR, Histoire litteraire de la France medievale, 
Paris, Presses Universitaires, 1954. 

Notevolissime le ricerche, sempre vaste e profonde, di PAUL AEBISCHER, 
dirette a cogliere gli elementi italiani della latinita medievale : di lui si veda, 
per es., la prolusione Latin medieval et problemes de geographic linguistique 
italienne, in Etudes de lettres, 41, 1940, pp. 37-54- -6 augurabile che 
escano presto in forma definitiva le lezioni litografate di B. MIGLIORINI, 
Tra il latino e Vitaliano, Firenze, Soc. ed. universitaria, 1953. 

In corso di stampa J. F. NIERMEYER, Mediae latinitatis lexicon minus, 
Leiden, Brill, 1954 sgg. 

Quanto ai disaccordi dal latino classico in cui capitera d'imbatterci - 
disaccordi di gratia, di fonetica, ecc. -, sar& impossibile rilevarli ogni volta. 



EPITAFFIO DI AGRIPPINO 1 

Degere quisquis amat ullo sine c[rimine vitam] 

ante diem semper lumina mortis [habet]. 
Illius adventu suspectus rite dicatus 

Agripinus praesul hoc fabricavit opus. 
Hie patria linquens propriam karosque pare[ntes] 

pro sancta studuit pereger esse fide. 
Hie pro dogma patrum tantos tulerare la[bores] 

noscitur lit nullus ore referre queat. 
Hie humilis militare Deo devote cupivi[t] 

cum potuit mundi celsos habere grados. 
Hie terrenas opes maluit contemnere cunctas 

ut sumat melius praemia digna poli. 
Hie semel exosum saeclum decrevit habere 

et solum diliget mentis amore deum. 
Hie quoque iussa seques domini legemque tonantis 

proximum ut sese gaudet amare suum. 
Hunc etenim quem tanta virum documenta decorant 

ornat et primae nobilitatis honor. 
His Aquileia ducem ilium destinavit in oris 

ut gerat invictus proelia magna dei. 
His caput est factis summus Patriarca Johannes 

qui praedicta tenet dignus in urbe sedem. 
Quis laudare valet clerum populumque comense 

rectorem tantum qui petiere sibi? 
Hi sinodos cuncti venerantes quattuor almas 

concilium quintum postposuere malum. 
Hi bellum ob ipsas multos gessere per annos 

sed semper mansit insuperata fides. 



i 



_. Testo di UGO MONNERET DE VlLLARD, Iscrizioni cristiane delta provincia 
di Como anteriori alsecolo XI, n. 5, in Riv. Archeol. d. prov. e ant. diocesi 
di Como, LXV, 1912, pp. 25-6; cfr, anche A. SILVAGNI, Monum. epigraph, 
christ. saec. XIII antiquiora quae in Italiae finibus adhuc extant, n, 2, Citta 
del Vaticano 1943, tav. vm, i (solo riprod. fototip.). Traduzione di Tilde 
Nardi. Agrippino, inviato a Como quale vescovo dal patriarca di Aquileia 
Giovanni, a rinfocolare 1'opposizione scismatica contro Roma, morto nel 
620, fu sepolto in una delle nove basiliche dell'Isola Comacina. Uomo 
dptto e facondo, era riuscito a insinuate dubbi sull'ortodosssia di papa Bo- 
nifazio nell'animo di san Colombano, appena sceso in Italia. Per queste 



EPITAFFIO DI AGRIPPINO 

Chi pura da peccato condur voglia la vita 
sempre dinanzi agli occhi ha della morte il di. 
La qual sentendo prossima, questo sepolcro eresse 
il vescovo Agrippino, secondo il rito sacrato. 
Questi, la patria sua lasciando e i cari parenti, 
peregrine s6 voile per la santa sua fede. 
Ei per la f6 dei padri tali travagli sofferse 
quali nessuna lingua ridire sapra mai. 
Ei, che potea del mondo i sommi gradi attingere, 
umile e pio, militare voile al servizio di Dio. 
Ei prefer! le cose terrene al tutto spregiare, 
teso soltanto a cogliere premio del ciel piu degno. 
Ei decret6 una volta per sempre il mondo aborrire 
e Dio solo col cuore e con la mente amare. 
Del tonante Signore seguendo legge e volere, 
gode in amare il prossimo suo come se stesso. 
Quest'uomo, fatto insigne da si eccelse virtu, 
splende or del primo onore di dignita sublime. 
A queste rive presule lo destin6 Aquileia, 
perch6 guidasse invitto le battaglie di Dio 
eui or supremo duce & il Patriarca Giovanni 
che, degno, d' Aquileia regge la sacra sede. 
Chi non vorra dar lode al popolo e clero comense 
che chiesero per s6 cosi eletto pastore? 
Venerando concordi i quattro santi concilii, 
ripudiarono invece il quinto empio concilio. 
Lunghi anni per questi concilii sostennero guerra, 
ma sempre insuperata rest6 la retta fede. 



notizie v. F. NOVATI - A. MONTEVERDI, Le origini, in Storia letteraria d? Ita 
lia, Milano, Fr. Vallardi, 1926, p. 57. 



LETTERA DI GIOVANNI, PATRIARCA 
SCISMATICO DI AQUILEIA, A RE AGILULFO 

(605 o 607) 

Questa epistola, uscita dalla Cancelleria patriarcale d*Aquileia agli 
esordi del secolo VII, I documento molto significative) della validitd 
deirinsegnamento della retorica neir ambiente aquileiese. La tecnica 
delVelocuzione, definita dai retori deWetd classica in ordine alVora- 
toria politica eforense, & trasferita, dalle scuole medievali di retorica, 
air epistolografia e alia diplomatica; le scuole medievali hanno ca- 
rattere strettamente professionals, sono i seminari in cui si prepa- 
rano i cancellieri e i segretari delle curie signorili e vescovili; e fine 
deirinsegnamento scolastico e di addestrare a redigere in modo con- 
veniente le epistole ufficiali o i diplomi. Dictate si diceva per comporre 
un'epistola; ma dictamen vale genericamente composizione lette- 
raria; perche in realtd, pur avendo intendimenti solo pratici e pro- 
fessionali, Vinsegnamento grammaticale-retorico si risolve in un av- 
viamento e in un tirocinio alia letteratura disinter essata (e dictare 
non ha mancato di influire sul tedesco dichten, che vuol dire poetarc). 
Anche le scuole retoriche imperiali avevano intendimenti pratici: ma 
sono, in realtd, palestre di studi letterari. E nel medioevo i maestri 
delle scuole vescovili o palatine sono i capi, anche, delle cancellerie; 
ma spesso, anche letterati insigni, cultori disinteressati degli studi. 

Cost, dunque, i documenti curiali o cancellereschi danno, indiretta- 
mente, testimonianza della qualitd degli studi letterari coltivati nelle 
scuole medievali. E la lettera della Cancelleria aquileiese che qui ri- 
portiamo d rivela la disciplina rigorosa e severa degli studi retorici 
del VII secolo, nelT Italia longobarda, che si e raffigurata come il 
regno della trionfante barbarie. Ci rivela, in particolare, la scrupo- 
losa osservanza delle vincolative leggi del cursus, doe delle clausole 
ritmiche alia fine del periodo o dei membri del periodo. Abbiamo 
segnato in corsivo le clausole delVepistola aquileiese e indicato i luoghi 
su cui cadono gli accenti ritmici. (Sard utile ricordare che il cursus 
e di ire tipi: cursus planus, costituito da un polisillabo piano se- 
guito da un trisillabo piano - esempio, .vincla perfrtgitv -; cursus 
tardus, costituito da un polisillabo piano seguito da un quadrisil- 
labo sdrucdolo - esempio, nella nostra epistola aquileiese, taugedtur 



LETTERA DI GIOVANNI A RE AGILULFO 43 

temporibus* -; cursus velox, costituito da un polisillabo sdrucciolo 
seguito da un quadrisillabo piano - per esempio, nella nostra epistola 
aquileiese, discrimina pdrabdntur -. Nelle formula del cursus velox 
abbiamo segnato anche Vaccento secondario sulla prima sillaba del 
quadrisillabo. Ma capiterd di imbatterci pure nel cursus trispon- 
daicus, formato da un polisillabo piano seguito da un quadrisillabo 
parimenti piano; per esempio, messe videdtur). A riconoscere Punitd 
e il rigor e dell'insegnamento scolastico, impegnativo per tutti, occorrerd 
rilevare die non c'e differenza, quanto ai modi dello stile, tra questa 
epistola aquileiese^ dovuta a un oscuro anonimo chierico, e quella che 
segue, che e di un grande letterato, il diacono Crispo. 



Su dictare, dictamen, dictator, E.-R. CURTIUS, Literatura europea y edad 
media latina, traduccion de M. Frenk Alatorre y A. Alatorre, Mexico- 
Buenos Aires, Fondo de cultura econ6mica, 1955, 1, pp. 117-8; A. ERNOUT, 
Dictare "dicter", allem. "dichten", nella Revue des etudes latines , 
xxiv, 1951, pp. 155-61. 

Sul cursus e sempre fondamentale M.-G. NICOLAU, L'origine du cursus 
rythmique, Paris, Les Belles Lettres , 1930 (per il cursus medievale, 
pp. 141-55). Cfr. pure F. Di CAPUA, II ritmo prosaico nelle letters dei papi 
e nei documenti della cancelleria romana dal IV al XIV secolo, voll. 3, in 
Lateranum , N. S., anni in, x, xi-xn, 1937, 1939, 1946; K. POLHEIM, 
Die lateinische Reimprosa, Berlin, Weidmann, 1925; A. SCHIAFFINI, 
Tradizione e poesia nella prosa d'arte italiana dalla latinitd medievale a 
G. Boccaccio, Edizioni di Storia e Letteratura , 1943, n edizione. 



DALLA LETTERA DI GIOVANNI, 

PATRIARCA SCISMATICO DI AQUILEIA, 

A RE AGILULFO 1 

Qualis autem unitas dicitur facta, ubi spata, ubi claustra carcerum, 
ubi flagella fustium et ubi longa exsilia crudeliumque penarum 
discrimina pdrabdntur ? Et miseri suffraganei ecclesie nostre, sci 
licet episcopi Histrie, cum summa vi et necessitate a Gradensi 
castro Ravennam cornpulsione districtissima ducebantur Greco- 
rum, necnon et inibi loquendi licdntia negabdtur. Atque Candi 
dianus 2 inutilis, qui se ob sui sceleris immanitatem ... a domno 
Severo 3 decessori nostro sub anathematis interposicione obligatus 
est, ne ad pociorem gradum unquam accederet . . , in praedicto 
Gradensi castro, adulterium matri ecclesie improbe ingerens, or- 
dindtur episcopus. Et Petrus, Providencius seu 4 Agnellus episcopi 
Histrie, qui adhuc fidem sanctam tenebant et Candidiano necdum 
consenciebant, de ecclesiis suis a militibus tracti et cum gravi 
iniuria et contumeliis ad eum venire compulsi sunt : si enim recte ei 
consencientes essent, voluntarie illi consentire debuerant, non 
autem per vim. 

Laborate et agite 5 quatinus et fides catholica vestris augedtur 
temporibus et in Gradensi castro, postquam infelix Candidianus 
de hoc saeculo ad eterna supplicia transmigravit, altera iniqua ordi- 
natio ibi minime celebretur nee populus ille dmplius trtbuletur. Et 
vere, si hec Domino auxiliante egeritis, quod primum est: Christus 
deus pietati vestre erit bonorum omnium retributor. 



i. Testo di W. Gundlach, nei M.G.H., Ep., in, p. 693. Trad, di Tilde 
Nardi. Giovanni, Johannes abbas , fu ordinato patriarca in Aquileia 
vetere col consenso di re Agilulfo e del duca Gisulfo secondo la testi- 
monianza di Paolo Diacono e, secondo la testimonianza dei Chronica Pa- 
triarcharum gradensium, col consenso di solo tre vescovi. Su di lui v. P. 
PASCHINI, S.Paolino patriarca e la chiesa aquileiese alia fine del secolo VIII, 
Udine, Tip. del Crociato, 1906, p. 7; dello stesso PASCHINI, Storia del 
Friuli, vol. I, Udine, Istituto edizioni accademiche, 1934, pp. 107 sgg. 
Agilulfo fu il quarto re dei longobardi d'ltalia (591-615). 2. Candidianus : 
Candidiano, ordinato patriarca a Grado (Nova Aquileia) ab episcopis qui 
erant sub Romanes , secondo la testimonianza del Diacono. 3. Severo: 
Severo e il patriarca aquileiese alia cui morte si determina lo scisma. 
4. seu: equivale a et. Nella latinita tarda, sono frequenti i casi in cui una 
particella disgiuntiva (vel t aut, seu, sive) pu6 assumere il senso di una par- 
ticella copulativa: cfr., per es., E. LOFSTEDT, Philologischer Kommentar 



DALLA LETTERA DI GIOVANNI, 

PATRIARCA SCISMATICO DI AQUILEIA, 

A RE AGILULFO 

Quale unita pu6 dirsi raggiunta la dove si approntavano le spade 
c le sbarre dellc prigioni e i colpi di bastone e i lunghi esilii e 
le prove di crudeli tormenti ? Gli sventurati suffraganei della nostra 
Chiesa, vale a dire i vescovi dell'Istria, con sistemi inauditi di vio- 
lenza e di coercizione erano dai greci forzati a recarsi da Grado a 
Ravenna, non solo, ma qui si negava loro persino la facolta di par- 
lare. E Candidiano, quelPinetto, cui, per Penormita del suo delit- 
to . . . era stato interdetto dal patriarca Severe nostro predecessore, 
pena la scomunica, Taccesso a qualsiasi grado piu alto . . . proprio la, 
nclla citta di Grado, iniquamente portando Tadulterio nella madre 
Chiesa, vicnc ordinato vescovo! E Pietro, Prowidenzio e Agnello, 
vescovi deiristria, che ancora si mantenevano osservanti della 
santa fede e rifiutavano di unirsi a Candidiano, furono dai soldati 
traseinati via dalle loro chiese e obbligati, tra gravi oltraggi e con- 
ttimelie, a pre&cntarsi a lui: ch6, se realmente si fossero sentiti 
d'accordo con lui, di loro spontanea volontk avrebbero dovuto 
clargli la loro adesione, e non costretti colla violenza! 

Adopratevi dunque, agite, sia perch6 la fede cattolica nel vo- 
stro tempo s'accresca, sia perche, dopo il trapasso dello sciagurato 
Candidiano da questa vita agli eterni tormenti, non si celebri in 
Grado un'altra iniqua ordinazione e quel popolo non sia piu a 
lungo tribolato. In vcrita, se ci6 farete con 1'aiuto di Dio, che & la 
cosa principals, Cristo Signore rimunerera la pietk vostra con ogni 
bene. 



zur Peregrinatio Aetheriae, Uppsala, Almquist-Wiksell, 1911, pp. I9?sg. 
5. Labor ate ct agite: si rivolge al re, col vos reverentiae, e cosl piu sotto 
con egeritis e pictati vcstre. 



3 
CRISPO DIACONO 

Inseriamo a questo punto Crispo diacono della Mesa milanese, che il 
cardinale Angela Mai aveva creduto di poter identificare col vescovo 
Benedetto successo sulla cattedra di sanf Ambrogio. Ma Pinfondatezza 
delVidentificazione del dotto studioso gesuita eragidstatafattarilevare 
dal suo confratello P. Fedele Savio, Gli antichi vescovi d* Italia: 
Lombardia. I. Milano (Firenze, Libreria ed. fiorentina, 1913^.291; 
cfr. A. Mercati, Saggi di Storia e Letteratura, Roma, Ediz. di Sto- 
ria e Let teratura , J95X, p- 97), sebbene gli studiosi venuti dopo non 
vi abbiano fatto attenzione. Uessere per altro Z'Epitaffio di re Cead- 
valla riportato da Beda, Hist, eccl., v, 7 (Migne, P.L., vol. Jp5, 
col. 257), dimostra che questo diacono Crispo e vissuto sicuramente 
prima del 735. 

La prefazione a un suo poema De medicina, scoperto e pubblicato 
dal Mai, rivela uno studioso delle arti liberali che si propone di riven- 
dicare il posto che spetta fra queste alia medicina, e il poema stesso 
dimostra la conoscenza che Vautore aveva delle dottrine di Sereno 
Sammonico e di Plinio Valerio, non che della prassi medica popolare. 

BRUNO NARDI 



A. VISCARDI, Le origini, in Storia letteraria d' Italia, Milano, Fr. Vallardi, 
1950, II ediz. rinnov., pp. 18 sg., oltre che M. MANITIUS, Geschichte der 
lateinischen Literatur des Mittelalters y I, Munchen, Beck, 1911, pp. i97~9- 



DAL DE MEDICINA LIBELLUS' 
PRAEFATIO AD MAURUM MANTUENSEM PRAEPOSITUM 

Quia te, fili karissime Maure, paene ab ipsis cunabulis educavi 
et septiformis facundiae 2 liberalitate ditavi, unum tibi deest, quod 
adhuc in annis virentibus constitutus ingratum semper habcre vo- 
luisti, hoc est: gratae peritiam medicinae per omnia parvi pendetivS, 
nullam in liberalibus disciplinis partem communionemque retinere 
dixisti. Nunc autem, quia valitudinum variarum saepius in te do- 
mindtur enormitas, cogis ipsam eandem artium amplificare peritiae, 3 
quam prius non erubuisti nefariam et turpissimam nimcupdre. Exigis 
ergo a me, ut te ruricolam faciam, herbarum mcdicinalium virtiites 
edoceam ipsasque temporibus certis singilldtim osUndam et iuxta va 
litudinum multiplices qualitates species curationum indubitdnter 
exhibeam. Quod tuae annuens voluntati libenter exccpi et brevihv 
quio in praesenti opusculo studens, heroico te melle pascere cupio, 
ut paulatim ad artis amorem adducam, ne, si plura primitus in 
ostendendo retexero, pluralitas fastidium faciat, fastidium desiderium 
tollat. Ergo quod probatissimum habeo succincta supputatione per- 
strinxi, ut, dum ista opere liquidissimo vera esse probaveris, plu- 
rima quae restant ardentius atque diligdntius dssequdris. 



i. Testo di W. Gundlach nei M.G.H., Ep., in, p. 698. Traduzione di 
Tilde Nardi. Anche in questo testo abbiamo segnato in corsivo le cu 
denze del cursus e indicate i luoghi degli acccnti ritmici. 2. septiformis 
facundiae: la dottrina divisa in sette parti o gradi, cioc le vSettc arti del 
Trivio e del Quadrivio, in cui era diviso il corso mcdicvale degli studi: 
Grammatica, Retorica, Dialettica (Trivio), Aritmelica, Gcomctria, Astro- 
nomia, Musica (Quadrivio). Oltre le settc arti stanno gli studi superiori: 
la Fisica (cioe la Medicina e la Storia Naturale: ci6 spicga il contcnuto 
dell'Epistola di Benedetto, che rimprovera al disccpolo, versato negli 
studi letterari, il ripudio degli studi naturalistici), la Mcccanica, 1'Kcono- 
mia, la Giurisprudenza. Oltre ancora, le divinae litterae> le science ecclc- 
siastiche. All'ordinamento medievale degli studi di norma il DC ordine 
agostiniano. Delle sette arti liberali tratta sistematicamente Isidore ncllc 
Etymologize, libri i-ni; di seguito, nei libri IV sgg., parla delle science die 
stanno al di la delle sette arti: Medicina, Giurisprudenza, science ecclc- 
siastiche. Cfr. E.-R. CURTIUS, Literatura europea y edad media latina t 
traduccion de M. Frenk Alatorre y A. Alatorre, Mexico-Buenos Airc k 8, 
Fondo de cultura economica, 1955, pp. 63-79. 3. cogis . . .peritiae: par- 
rebbe doversi emendare : cogis . . . peritiam. 



DAL LIBRETTO BELLA MEDICINA 
PREFAZIONE A MAURO PREPOSTO MANTOVANO 

Poiche, o diletto figlio Mauro, t'ho educate si pu6 dire fin dalla 
culla e t'ho arricchito della facondia delle sette arti liberali, una 
sola cosa ora ti manca, una cosa che sempre, anche nei tuoi verdi 
anni, t'e riuscita ingrata, ed e questa: poco o nulla stimando, sotto 
ogni rapporto, la perizia nell'utile arte medica, tu sostenevi non 
aver essa parte ne" rapporto alcuno con le arti liberali. 

Ora per6 che un gran numero d'infermita d'ogni genere molto 
sovente t'opprime, mi costringi ad ampliare quella stessa perizia 
nelle arti che prima non ti vergognavi di proclamare infame e vile. 
Cos! ora vuoi ch'io faccia di te un ortolano, che t'insegni le virtu 
delle erbe medicinali, ed una ad una le specifichi in rapporto a 
determinati momenti, e ti indichi con esattezza i vari tipi di cure 
conformi alle diverse specie di malattie. Ben volentieri, cedendo 
al tuo desiderio, mi sono assunto questo impegno, e mentre cer- 
co di attenermi nel presente opuscolo alPespressione piu concisa, 
voglio nutrirti delFeroico miele, si da condurti pian piano all'amo- 
re dell'arte medica e da evitare che, dilungandomi fin dalPinizio 
in una trattazione troppo ampia, la prolissita generi il fastidio e il 
fastidio spenga il desiderio. Ho qui dunque condensato in una 
forma succinta quanto ritengo sia stato piu rigorosamente accertato 
affinche, mentre ti persuaderai della verita delle nozioni che in 
questo limpidissimo trattatello ti espongo, nasca in te il desiderio 
di apprendere con maggior fervore e piu vivo zelo le moltissime 
che tralascio. 



EPITAFFIO DI RE CEADVALLA IN SAN PIETRO 
IN VATICANO 1 

Culmen opes subolem pollentia regna triumphos 

excubias proceres menia castra lares 
quaeque patrum virtus et quae congesserat ipse 

Chedual 2 armipotens linquit amore Dei 
ut Petrum sedemque Petri rex cerneret hospes 

cuius fonte meras sumeret almus aquas 
splendificumque iubar radiante carperct haustu 

ex quo vivificus fulgor ubique fluat 
percipiensque alacer redivivae praemia vite 

barbaricam rabiem nomen et inde suum 
conversus convertit ovans Petrumque vocari 

Sergius antistes 3 iussit ut ipse pater 
fonte renascentem quern Christi gratia purgans 

protinus albatum vexit in arce poli. 
Mira fides regis, dementia maxima Christi, 

cuius consilium nullus adire potest: 
sospes enim veniens supremo ab orbc britanno 

per varias gentes per freta perque vias, 
urbem romulam vidit templumque verendum 

aspexit Petri mistica dona gerens. 
Candidus inter oves Christi sociabilis ibit: 

corpore nam tumulum mente superna tenet 
Commutasse magis sceptrorum insignia credas 

quem regnum Christi promcruisse vides. 



i. Testo di G. B. De Rossi, nelle Inscriptiones christ. urbis Rome, n, 
pars i, Roma 1888, p. 70. Traduzione di Tilde Nardi. 2. Chedwil: 
Ceadvalla, re dei Sassoni occidentali; venuto a Roma per riceverc il bat- 
tesimo, vi morl il 20 aprile 689. 3. Sergius antistes: Sergio I, ponteficc dal 
687 al 701. 



EPITAFFIO DI RE CEADVALLA IN SAN PIETRO 
IN VATICANO 

Gloria, dovizie, prole, regno, potenza, trionfi, 

nobili guardie, mura, citta, farniglia, tutto 

che la virtu degli avi e lui stesso aveva adunato, 

Ceadvalla potente in guerra lascia per amore di Dio, 

venendo, re pellegrino, a Pietro e alia sede di Pietro 

per ricevere al fonte le pure acque lustrali: 

per dissetarsi a quella sorgente di splendida luce 

donde s'irradia ovunque vivificante fulgore. 

Alacre il premio cogliendo d'una vita novella, 

convert! to, depose lieto il furore barbarico, 

indi il suo stesso norne: e Pietro voile chiamarlo 

il papa Sergio, quasi padre egli stesso di lui 

che, al fonte rinato, la grazia purificante di Cristo 

sollevb tosto, in Candida stola, al sommo dei cieli. 

Mirabile fede del re, immensa clemenza di Cristo, 

nei cui disegni nessuno pu6 mai penetrare: 

incolume venuto dalFestremo suo regno britanno, 

per diverse genti e mari e strade diverse, 

la citta romulea vide, e il tempio di Pietro 

contemp!6 reverente, recando mistici doni. 

Candido egli ne andra mischiato al gregge di Cristo: 

giace il corpo nel tumulo, Panima vive nei cieli. 

In meglio, credi, ha mutato regno e scettro terreni 

lui che il regno di Cristo vedi aver meritato. 



4 
GIONA BOBBIESE 

Jb?itrato nel cenobio appenninico nel 618, ire anni dopo la morte del 
santo fondatore Colombano, Giona, nativo di Susa, fu per lunghi 
anni segretario del secondo abate, Attala, e del terzo, Bertulfo; ma 
visse a lungo anche in Francia. Strettamente bobbiese e perb la for- 
mazione culturale di Giona, die nella scuola cenobiale acquista la 
scienza delle scritture e una profonda familiaritd degli autori classici, 
nonche sicura padronanza delle discipline grammaticali e retoriche. 
Proprio per la sua preparazione letter aria riceve Vincarico di narrare 
le mte del santo patriarca Colombano e dei suoi successori a Bobbio 
e a Luxeuil (che, con Bobbio, costituisce, in sostanza, un unico am- 
biente: Vambiente della vita religiosa associata, cui la regola colom- 
baniana da normd). 

Le biografie dettate da Giona entrano Strettamente nel moduli tra- 
dizionali delle scritture agiografiche; ma notevole e Velocuzione, 
osservantissima della tecnica della retorica dassica, e intessuta di 
reminiscenze non solo bibliche o di scrittori cristiani, ma anche degli 
auctores pagani sul cui studio si fondava Vapprendimento del latino. 
Specialmente notevole una reminiscenza liviana nei primi capitoli 
della biografia di Colombano^ qui riportati. 



A. VISCARDI, Le origini, in Storia letteraria d'ltaha, Milano, Fr. Vallardi, 
1950, it cdiz. rinnov., pp. 15-8; cfr. A diction, of Christian Biography, in, 
London, Murray, 1882, pp. 430- 1 2 , The Cathol. Encyclop., vui, New York, 
R. Appleton C., 1910, pp. 498-9 e il Dictionnaire d'arch. chret. et de litur. 
di Cabrol, Leclercq e Marrou, Paris, Letouzey et Ane, 1926, vn, II, 
2631-41. 



DALLA VITA COLUMBANI ABBATIS 
DISCIPULORUMQUE EIUS* 

I. PRAEFATIO LIBRI PRIMI 

Jxutilantem atque eximio fulgore micantem sanctorum praesu- 
lum atque monachorum patrum solertia nobilium condidit vitam 
doctorum, scilicet ut posteris alma redolerent priscorum exempla. 
Egit hoc a saeculis rerum sator aeternus, ut suorum famulorum 
famam commendaret perennem utque praeterita gesta Hnquerent 
futuris exempla et de praecedentium meritis vel imitando exemplo 
vel memoriae commendando ventura sobolis gloriaretur. Quorum 
beatus Athanasius Antonii, Hieronimus Pauli et Hilarionis vel ce- 
terorum quos cultus bonae vitae laudabiles reddebat, Postumianus 
vero, Severus et Callus Martini egregiae nostris eorum memoriam 
dimisere saeclis: plerique aliorum, quos aut fama aut bonorum 
exempla operum vel virtutum monimenta commendarunt, ut sunt 
columnae ecclesiarum Hilarius, Ambrosius, Agustinus, qui inter 
tot saeculi turbidines, et fluctuante mundo, statum ecclesiae susten- 
tarunt, ne, flatu adversante iniquo hac hereticorum procella qua- 
tiente, veram fidem adversitas macularet. Quorum nos exempla 
temerario conatu secuti, qui nee meritorum supplimentum nee 
facundiae flore suffulti nee elucubratae scientiae fonte, tanti patris 
nostris saeculis refulgentem Columbani adgredimur texere gesta. z 
Erit tamen nostrorum arbiter dictorum virtutum largitor immen- 
sus, qui illi et gratiae suae munera et vitae perennis largitus est 
coronam. 

2. De ortu et ostensione solis genetrici 
per visum ostenso. 

Columbanus etenim, qui et Columba, 
ortus Hibernia insula, extremo Oceano sita, 
expectatque Titanis occasum, dum vertitur orbis, 
lux et occiduas pontum descendit in umbras . . . 3 

i. Testo di B. Krusch, nei M. G. H., S. S. rr. mer., iv, pp. 5-7, 106-7, 
117-9. Traduzione di Tilde Nardi. 2. Quorum . . . gesta: 1'autore intende 
narrare le gesta di quel Colombano irlandese, che fu il fondatore del mo- 
nastero di Bobbio e primo abate dello stesso. 3. Come hanno osscrvato il 
Krusch e il Traube, questo capitolo, dedicate alia descrizione dell'Irlan- 
da, ha un andamento numeroso che richiama 1'esametro. Ma si tratta di 



DALLA VITA DI SAN COLOMBANO ABATE 
E DEI SUOI DISCEPOLI 

I. PREFAZIONE DEL LIBRO PRIMO 

La solerzia dei padri ha narrate la vita luminosa e scintillante 
di meraviglioso splendore dei santi abati e di quei monaci che fu- 
rono nostri nobili maestri, accio che 1'almo esempio degli antichi 
spandesse fra i posteri il suo profumo. Ci6 ha disposto sin dal 
principio dei secoli 1'eterno creatore delle cose per assicurare la 
fama perenne dei suoi servi e per che le gesta passate lasciassero 
esempi ai posteri e la generazione successiva potesse gloriarsi dei 
meriti dei predecessori, sia imitandone 1'esempio sia perpetuan- 
done il ricordo. Onde in modo egregio tramandarono memoria 
fino ai nostri tempi il beato Atanasio di Antonio, Gerolamo di 
Paolo, di Ilarione e di quanti altri meritaron lode per il culto 
d'una vita esemplare, Postumio, poi, Severo e Gallo di Martino, 
e moltissimi ancora di altri che la fama o la testimonianza delle 
buone opere e virtii rese illustri : come Ilario, Ambrogio e Agostino, 
colonne delle loro chiese, che tra tutti i torbidi del secolo e le 
tempeste del mondo, diedero stabilitk alia Chiesa, impedendo che, 
neirinfuriare dei vend contrari e nell'imperversare della procella 
ereticale, 1'awersitk offuscasse la vera fede, 

Ora noi, seguendo con temerario ardimento T esempio di costoro, 
ci accingiamo a narrare le gesta del grande padre nostro Colom- 
bano, che rifulgono nel tempo nostro, sebbene non ci sentiamo 
sorretti ae" da pienezza di meriti, n6 dal fiore della facondia n6 
siamo abbeverati al fonte di matura dottrina, Sara tuttavia arbitro 
delle nostre parole Colui che d'ogni virtu e sorgente e a Colom- 
bano ha largito i doni della sua grazia e la corona della vita eterna. 

2. Nascita. La madre vede in sogno un sole. 

Colombano, che chiamasi anche Colomba, nacque nell'Ibernia, 
isola sita all'estremiti dell'oceano, che guarda al tramonto del 
sole mentre 1'orbe si volge e il giorno s'immerge nei mare tra le 
ombre della sera . . . 

esametri ritmici, non metrici. Questa forma particolare di dictamen Giona 
ha ccrto appreso dalla tradizione scolastica bobbiese, ciofc colonabaniana, 
cioe in definitiva irlandese. 



56 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VII 

Hanc Scottorum gens incolit, gens quamquam absque reliquo- 
rum gentium legebus, tamen in christiani vigoris dogmatc florcns, 
omnium vicinarum gentium fide praepollet. 

Natus ergo hie inter primordia fidei gentis illius, ut fides, quam 
infecundam ex parte gens ilia habebat, suo ac sodalium suorum 
munimine cultu uberi fecundaretur. Sed priusquam luccm vitae 
praesentis caperet, quid ante eius ortum acturn sit, non cst si- 
lendum. Nam eius genetrix iam cum conccptu alvo gravida tcne- 
retur, subito per intempestam noctem soporc depressa vidit e sinu 
suo rutilantem solem et nimio fulgore micantem procedere ct 
mundo magnum lumen praebere. Haec genetrix, postquam sopor 
membra laxavit et caecas mundo surgens aurora pcpulit tcncbras, 
semet intra clauso conamine pensare coepit et ancipiti gaudio 
tantae visionis vim sagaci animo trutinarc vicinorumquc solaminis 
supplimentum petit, quos doctrina sollertes rcddebat, quaercns, 
ut tantae visionis vim sapientum corda rimarcnt. Tandem peri- 
torum libramine responsa recepit, se egregiae indolis utero tcncrc 
virum, qui et suae saluti utilia et proximo rum provideret utilitati 
oportuna . . . 

30. [De ingressu Italiae.] 

Beatus ergo Columbanus cum vidisset, ut superius diximus, de- 
victum a Theuderico Theudebertum, rclicta Gallia atque Ger- 
mania, Italiam ingreditur, ubi ab Agilulfo Langobardorum rege 1 
honorifice receptus est. Qui, largita optione, ut intra Italiam, quo- 
cumque in loco voluisset, habitaret, ibi Dei consultu actum cst, 
dum ille poenes Mediolanum urbem moraretur et hcrescorurn 2 
fraudes, id est Arriane perfidie, scripturarum cauterio discerpi ac 
desecari vellet, contra quos etiam libellum florcnti scicntia edcdil, 
vir quidam nomine locundus ad regem vcnit, qui rcgi indieat so in 
solitudine ruribus Appenninis basilicam beati Pctri apostoiorum 
principis scire, in qua virtutes expertus sit fieri, loca ubertute fe- 
cunda, aquis inrigua, piscium copia. Quern locum vctorum traditio 
Bobium nuncupabant ob rivum in eo loco hoc nomine fluentem 



i. ab Agilulfo Langobardorum rege: marito di Teodolinda, vedova di Autari, 
regn6 dal 591 al 615. 2. hereseorum: da hereseus = haervticus, notato dal 
Du Cange. 



GIONA BOBBIESE 57 

Quest'isola e abitata dagli Scoti, gente, per quanto fuori delle 
leggi degli altri popoli, fiorente tuttavia nel dogma della vera tra- 
dizione cristiana e di piu valida fede che non tutte le genti vicine. 

Qui dunque nacque Colombano nei primordi della vita cristiana 
di quel popolo, perche fecondasse con Topera sua e con 1'aiuto dei 
compagni la fede che, in parte, era ancor sterile presso la sua gente. 
Ma sara bene accennare a quanto accadde prima che egli vedesse 
la luce di questa vita. Avvenne dunque che sua madre, quando 
ancora lo portava in grembo, colta, in una notte tempestosa, da 
subitaneo sopore, vide uscir fuori del suo seno un sole sfolgorante 
e irradiare il mondo di straordinario splendore. Quando il sonno 
lascio le sue membra e la sorgente aurora cacci6 le cieche tenebre 
dal mondo, la madre cominci6 a riflettere tra se con intensa con- 
centrazione e a ponderare con gioia ancor dubbiosa ed animo sa- 
gace Tocculto significato di sifTatta visione; ed a quei vicini che la 
dottrina rendeva piu saggi chiese sollievo ed aiuto, nella speranza 
che lo spirito dei sapienti riuscisse a penetrare il significato della 
insolita visione. Ebbe infine il response dal ponderato giudizio dei 
saggi: ella portava in grembo un uomo straordinario, il quale 
avrebbe compiuto azioni utili alia sua salvezza e al bene del pros- 
simo . . . 

30. \Uarrivo in Italia.] 

Or dunque il beato Colombano, poi che vide, come piii sopra 
abbiam detto, che Teudiberto era stato disfatto da Teodorico, 
lasciata la Gallia e la Germania entr6 in Italia, ove fu da Agilulfo, 
re dei Longobardi, accolto con ogni riguardo. Avendogli il re la 
sciata facolta, di stabilirsi in Italia ove piu gli fosse piaciuto, men- 
tre egli soggiornava vicino a Milano e col cauterio delle sacre 
scritture s'accingeva a stroncare e a recidere le frodi degli eretici, 
cioe dell'ariana perfidia, contro cui pubblicd anche un trattatello 
di luminosa dottrina, fu volonta di Dio che un uomo a nome 
Giocondo si present6 al re e lo inform6 di conoscere una basilica, 
sita in una solitaria localita delFAppennino, dedicata a san Pietro 
principc degli apostoli, in cui, come egli aveva sperimentato, si 
compivano miracoli. Era un luogo ubertoso, ricco d'acque e vi 
abbondavano i pesci: era chiamato, per antica tradizkme, Bobbio, 
dal nome d'un fiumicello che ivi scorreva e andava poi a gettarsi 



58 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VII 

amnemque alium profluentem nomine Triveam; super quern olim 
Hannibal hiemans, hominum, aequorum, elefantorum atrocissime 
damna sensit. 1 Ubi cum venisset, omni cum intentione basilicam 
inibi semirutam repperiens, prisco decori renovans reddidit. In 
cuius restauratione mira Domini virtus panditur. Nam cum per 
prerupta saxorum scopula trabes ex abietibus inter densa saltus 
locis inaccessibilibus cederentur, vel alibi caesa inibi casu elapsi 
aspero aditum plaustrorum denegabat, mirum in modum trabem, 
quern vix triginta vel quadraginta piano terrae solo positum vehere 
non valerent, ibi cum duobus vel tribus, prout ardui callis meatus 
patebat, vir Dei accedens, suis ac suorum humeris inmanc pondus 
inponebat; et ubi antea prae asperitate itineris libcro gressu vix 
graderentur, onerati mox trabium pondere festini gradiebantur, 
ut versa vice, qui honera ferrent, acsi ab aliis vehcrentur, firmis 
vestigiis, velut otio vagantes ovantes irent. 



i. super quern . . . sensit: cfr. Livio, XXI, 58. 



GIONA BOBBIESE 59 

in un altro flume detto Trebbia, presso il quale un tempo Anni- 
bale, che vi svernava, subi perdite gravissime d'uomini, di cavalli 
e d'elefanti. In questo luogo and6 Colombano e trovata, dopo 
attenta ricerca, la basilica semidiroccata, la restitui, rinnovandola, 
al primitive splendore. NelPopera di restaurazione si manifest6 la 
mirabile potenza di Dio. Infatti, siccome si tagliavano travi d'abete 
su per i dirupi e nel folto del bosco in luoghi inaccessibili, oppure 
avveniva che una trave, tagliata altro ve, fosse irragiungibile ai 
carri a causa dello strapiombo, in modo miracoloso Fuorao di Dio, 
recandosi la con due o tre compagni, ove s'apriva un passaggio 
delPerto sentiero, caricava le spalle sue e dei compagni della pe- 
santissima trave che a malapena trenta o quaranta persone sareb- 
bero riuscite a trascinare in terreno piano; e la dove prima, per 
Fasprezza del cammino, a stento potevano procedere, pur non 
essendo impediti da alcun carico, ora, anche sotto il peso delle 
travi, avanzavano spediti come se, invece di portar pesi, da altri 
fossero portati, col passo fermo e sicuro di chi, allegro, passeggia 
per diporto. 



[DALLA VITA ATHALAE] 

5. De denuntiatione exit us eius. 

Cum iam novem annorum per circulum in monastcrio convcr- 
satus fuissem, et saepe parentibus postulantibus, ut cos ex per- 
misso suo viserem, non inpetravissent, nullo exincle mcntioncm 
faciente, ait: Vade festinus, fili, ct matrem fratremquc visita; 
mone et nulla mora praepediente rcverterc. Cumquc dilFerrcin 
et temporis oportunitatem evenirc in proximo diccrem (crat cnim 
tempus nimii frigoris, tempus fcbruarii) at illc ait: Accclera 
egredere iter quo tibi dixi; nescis, utrum in postmodum licout 
agere. Datis ergo comitibus Blidulfum presbyterum et Ilorme- 
noaldum diaconum, de quorum religion! nihil dubitabutur, ad 
destinatum pervenimus locum. Erat cnim locus Bigusia, urbs no- 
bilis, quondam Taurinatum colonia, a monastcrio distans CXL 
milibus. Ubi ut pervenimus, gratuite a gcnctricc post tantorum 
intervallo annorum susceptus, sed non diu gcnctrix optatum frui- 
tur donum. Nam eadem nocte febre corrcptus inter inccndia cla- 
mare coepi, me Dei precibus viri torqucri, no inibi contra inter- 
dictum quantisper morarer; si non me cito submoveant, quoeum- 
que potuissem conamine ad monasterium repcdarc, me cito morte 
preventum. Mater ad haec: Melius mihi essc, fili, tc inibi sanum 
scire, quam hie mortuum deflcre. Fateor, longum fuit cliei ex- 
pectare adventum. Vix erumpentc aurora, retro repedare studui- 
mus, nee quicquam cibi per triduum capiens, donee medii pacnc 
itineris loca pertingeremus. Festinantibus ergo hac itcr urguen- 
tibus, sospitatem rursum recepi, vcnicntesquc ad monasterium, 
patrem iam febribus detentum repperimus ac morte proximum; 
quibus visis, gratulatus est. Sicquc aperte cognovimus, viri Dei 
in hoc praevaluisse preces, ut me vis fcbrium urgueret cito ad 
monasterium ante eius exitum redire. 



[DALLA VITA DI ATTALA] 

5 . Come fu preannunciata la sua morte. 

Da nove anni mi trovavo nel monastero, senza che i miei fami- 
liari, per quanto insistentemente lo chiedessero, avessero potuto 
ottenere dal mio abate il permesso ch'io mi recassi a visitarli; ma 
ecco che un giorno Attala, senza che alcuno 1'avesse sollecitato, mi 
disse: Va presto, figlio mio, a trovare tua madre e tuo fratello; 
da loro saggi consigli e torna senza indugio. E poiche io volevo 
differire, obiettando che presto si sarebbe presentata un'occasione 
piu favorevole (s'era infatti in febbraio e la stagione era rigidis- 
sima), egli replied: Non tar dare a metterti in viaggio per dove 
t'ho detto; non sai se ti sara possibile farlo piu tardi. Cosi mi 
furon dati a compagni il prete Blidulfo e il diacono Ermenoaldo, 
uomini di provata devozione, coi quali gmnsi al luogo stabilito. 
Era questo Susa, nobile citta un tempo colonia dei Taurinati, 
distante cento quaranta miglia dal monastero. Giunti che fummo, 
venni accolto con grande effusione da mia madre, che da tanti 
anni non mi vedeva: ma non pote godere a lungo del dono da lei 
tanto desiderate. Difatti la notte stessa, assalito dalle vampe della 
febbre, cominciai a gridare che erano le preghiere delPuomo di Dio 
a procurarmi quegli spasimi, onde contro il suo comando non 
indugiassi troppo nella casa, e che sarei morto di li a poco se non 
mi avessero tosto lasciato par tire e non mi fossi sforzato di tor- 
nare al piu presto nel monastero. E mia madre : Meglio e per 
me, figliolo, saperti sano lassu che piangerti morto qui. Con- 
fesso che lunga mi parve Fattesa del giorno. Era appena sorta 
P aurora che ci mettemmo sulla via del ritorno, affrettando il passo, 
senza toccar cibo per tre giorni, finche giungemmo a quasi meta del 
cammino. Ma per quanto incalzati dall'ansia del frettoloso viaggio, 
io recuperai la salute. Giunti al monastero, trovammo il padre 
Attala in preda alia febbre e gia prossimo a morte; vedendoci, si 
rallegr6. Cosi manifestamente conoscemmo che le preghiere del- 
ruomo di Dio avevano avuto tanto potere da suscitare in me la 
febbre per sollecitarmi a rientrare nel monastero prima della sua 
dipartita. 



6z SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VII 

6. De reseratione caeli et consolatione 
divina et obitu. 

Qui cum iam suppremas vitae presentis horas fungeretur, cum 
adhuc vigens alitus superesset, se foris cellulam protrahi iubet, 
surgensque de stratu quo valebat conaminc, sustentantibus un- 
dique fratribus, foris cellulam est progressus. Aspiciens cruccm, 
quam ipse in eodem loco poni praeceperat, ut egrediens ingre- 
diensque cellulam tactu eius suo fronte munirct, coepit maestus 
lacrimas fundere ac tropheum crucis memorare: Ave, in- 
quit alma crux, quae mundi pretium portasti, quae vexilla feres 
aeterna; tu nostrorum vulnerum medicinam attulisti, tu cruorc 
eius inlita es, qui, ut humanum genus salvaret, e caelo in hanc 
lacrimarum vallem discendit, qui in te primi Adae rugam extendit 
dudum, iamiamque secundus Adam lavacro maculam abluens. 
Dumque haec ageret, precatur omnes, ut abeant seseque cellulae 
reddant sibique paulisper locum prebeant. Abeuntibus ergo om 
nibus, unus tantummodo nomen Blidemundus post tergum viri 
Dei tacito anhelito stetit, cogitans, ne viri Dei poplites, fesse ut 
erant, fractis conatibus, casum indedissent, se ad suscipiendum 
eum paratum fore. Cum ergo nullum superesse putaret, coepit 
conditoris clementiam cum lacrimarum ubertate conquirere, ut 
largitatis suae sibi acsi indigno dona largiretur, et veteres maculas 
delens, omnia saluti redintegraret, ac antiquam misericordiam 
exercens, se a caelestia munera non abdicaret Inter mesta suspiria 
et fluentes lacrimas caelos intuens, vidit sibi apertos, quod multa- 
rum horarum spatio intuens, uberes cordis rugitus promcbat. 
Gratias deinde refert omnipotent*, quia sibi ianuas caeli apcrtas 
monstraret, quas post paulolum corporis membris anima exuta 
penetratura esset, facto inde signo, ut fratres advenirent, qui eum 
cellule redderent. Haec nobis supradictus frater eadem die retulit, 
Hanc quippe consolationem famulo suo ostendit, ut extremus alitus 
securus de futura venia, immo gloria, ovans dimitteret. Quod vir 
Dei occultare voluisset, si supradictus Blidemundus abdite post 
eius dorsum non remansisset. Altera die valedicens omnes fratres 



GIONA BOBBIESE 63 



6. Lo schiudersi del cielo, la consolazione 
divina e la morte. 

E quando gia per lui s'appressava Tora estrema, ma ancora gli ri- 
maneva un anelito di vita, voile essere portato fuori della cella; 
levatosi dal letto con lo sforzo di cui era ancora capace, sostenuto 
da ogni lato dai fratelli, usci all'aperto; e vedendo la croce che 
egli stesso aveva fatto collocare in quel luogo per potervi accostare 
la fronte quando entrava ed usciva dalla cella, comincio mesto a 
lacrimare e a celebrare il trofeo della croce: Ave, disse o 
alma croce che portasti il riscatto del mondo e sarai eterno vessillo^ 
di gloria; tu recasti balsamo alle nostre ferite, tu fosti irrorata dal 
sangue di Colui che, per riscattare il genere umano, scese dal cielo 
in questa valle di lacrime, che in te spian6 le rughe del primo 
Adamo, lavandone, secondo Adamo, la colpa col lavacro del suo 
sangue. Ci6 detto preg6 tutti i presenti di allontanarsi e di rien- 
trare nelle loro celle, lasciandolo per un poco solo. Allora tutti 
uscirono, tranne uno di nome Blidemondo che si ferm6, tratte- 
nendo il respiro, alle spalle deiruomo di Dio, per essere pronto 
a sostenerlo nel caso che le gambe, impotenti, non 1'avessero piu 
sorretto. Certo allora che nessuno piu fosse presente, Attala co- 
minci6, in un profluvio di lacrime, ad invocare la clemenza del 
Creatore perch6 largisse a lui, sebbene indegno, i doni della sua 
liberalita e, cancellando le antiche macchie, lo restituisse alia sa 
lute eterna, e, come sempre misericordioso, non lo escludesse 
dalla celeste ricompensa. Ed ecco, mentre, tra mesti sospiri e 
lacrime fluenti, teneva gli occhi fissi al cielo, lo vide schiudersi; 
per lunghe ore stette assorto in questa contemplazione, traendo 
dal cuore gemiti profondi. Quindi rese grazie aH'Onnipotente per 
avergli mostrate aperte le porte del cielo che 1'anima sua, spoglia 
del corpo, di li a poco avrebbe varcate. Quindi fece cenno che 
tornassero i fratelli per ricondurlo alia sua cella. 

Queste cose ci riferl Blidemondo il giorno stesso. Iddio concesse 
al suo servo questa consolazione, perch6 rendesse Pestremo respiro 
esultante, sicuro del divino perdono, anzi delP eterna gloria. Queste 
cose Tuomo di Dio avrebbe voluto occultare, se il detto Blide 
mondo non si fosse fermato, di nascosto, alle sue spalle. II giorno 
seguente si congedc- da tutti i fratelli esortandoli a non abbandonare 



64 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VII 

exhortansque eos, ut coeptum iter non relinquerent, sed in mclio- 
ribus actibus roborati cotidie perseverando firmarent, consolatus 
ergo cunctos, vitae praesentis nexibus absolutus, animam caelo 
reddidit. Merito enim rerum repertor sanctos suos virtutum copia 
adornat, sicut scriptum est: Spiritus eius ornavit caelos , r quia illi 
ad caelestem vitam anhelantes, eius praeceptis parere student, ut 
de labore oboedientiae fructus recipiant vitae aeternae. 



i. lob, 26, 13. 



GIONA BOBBIESE 65 

il cammino intrapreso ma anzi a continuarlo perseveranti ogni 
giorno, resi piii forti da un sempre miglior operare; e dopo averci 
consolati, sciolto dai vincoli della vita terrena, rese I'anima al cielo. 
Giustameiite infatti il Creatore di tutte le cose adorna i suoi santi 
di copiose virtu, cosi come sta scritto: II suo spirito abbelli i 
cieli; poiche coloro che anelano alia vita celeste, si sforzano di 
ottemperare ai suoi precetti, per ricevere dall'assidua obbedienza 
frutto di eterna beatitudine. 



s 

L'EDITTO DI ROTARI 

jL Editto di Rotari, prima stesura scritta delle leggi del popolo longo- 
bardo, venne emanato a Pavia nel 643. Per quanto qualche dubbio sia 
sorto, e da credere che prima deW opera di Rotari i Longobardi tra- 
mandassero le loro norme solo a voce. UEditto & steso in latino sia 
perche net settantasei anni intercom tra la discesa in Italia e il 643 
tale lingua doveva essersi fatta commie anche agli invasori, sia perche* 
solo elementi romani potevano avere la capacitd di stendere per iscrit- 
to un simile corpo di leggi: notiamo anzi che certe espressioni longo- 
barde dovettero, nelle compilazioni, essere spiegate con termini lattni. 
Se si tiene conto che V Editto di Rotari si indirizzava csclusivamcnte 
ai Longobardi, bisogna veramente ammettere che molti di costoro, an 
che per la dispersione nel terntorio italiano, avevano ormai perso co- 
noscenza del valore tecnico-giuridico di molti termini della propria 
lingua. NelVordine del testo cV un certo metodo: i primi 152 capitoli 
riguardano materia penale; successivamente, fino al capitolo 226, si 
tratta di diritto familiar e ed ereditario; i diritti reali e di obbligazione 
sono nei capitoli fino al 252; dal capitolo 253 al 338 una scrie di nor 
me regola i delitti minori, mentre la procedura occupa i capitoli fino 
al 363. II resto ha carattere aggiuntivo. 

La materia contenuta nelV Editto & germanica: se & possibik const a- 
tare che non mancano influssi romanistici cib si pub spiegare in vari 
modi: i Longobardi prima di venire in Italia erano gia stati a contatto 
con Vlmpero (perfino V ordinamento militare longobardo pub in molti 
punti essere stato ispirato da quello bizantino); testi giuridici romani^ 
specialmente in summe ed epitomi, erano abbastanza diffusi; non do- 
vette mancare la collaborazione di romani competenti in leggi, anche 
se non crediamo di poter parlor e di veri e propri giurisperiti o di una 
scuola di diritto; compilazioni barbariche di leggi erano gia awenute 
e anche queste non avevano trascurato nc il diritto romano, n6, sotto 
certi aspetti, il diritto canonico. II prologo air Editto che si rifa, co- 
piandolo, ad un passo della Novella VII di Giustiniano non d pare 
sufficiente perchd si possa parlare di romanitd: non nelVuso di parole 
e frasi, ma nello spirito, che tale romanitd si domebbe trovare: secon- 
do noi si tratta qui invece di opera di composizione : proprio Vutiliz- 
zare sic et simpliciter frasi gia fatte dimostra come le conoscenze 



L'EDITTO DI ROTARI 67 

giuridiche del legislatore non fossero molto approfondite, almeno nei 
suoi rapporti con la cultura del mondo romano. Per convincersi della 
germanidtd di queste norme basterebbe pensare alia posizione della 
donna nella societa longobarda dove ess a non poteva mat essere self- 
mundia, doe libera, ma sempre doveva dipendere da un mundualdo 
(potremmo spiegare il termine con quello di tutor e?) che poteva essere 
il padre , il marito, il figlio, un parents, o, in mancanza, un ufficiale 
regio. Si pensi al concetto di gewere, di rapporto cioe tra Vuomo e la 
cosa, che si sostituisce al dominium romano, concetto che porter a ad 
ammettere una molteplicita di dominia e a permettere la costruzione 
giuridica dei due dominii (dominium utile e dominium directum) 
tanto utile per il diritto feudale. 

Tra lefonti dell'Editto di Rotari bisogna tener presente la legge visi- 
gota che forse fu un po' il modello che il legislatore ebbe sott'occhio, 
e che, per essere stata emanata piu di un secolo prima, doveva aver 
avuto una sufficiente diffusione. 

Alle norme dettate da Rotari altri re longobardi, Liutprando, Rachi 
e Astolfo, aggiunsero le proprie: alcune leggifurono emesse nel ducato 
di Benevento. Soprattutto la legislazione di Liutprando sentl Vin- 
flusso cristiano cattolico, data la conversione del popolo longobardo. 

UEditto di Rotari costituisce il monumento giuridico piu impor- 
tante delVeta barbarica in Italia. 

GIAN LUIGI BARNI 



P. DEL GIUDICE, Le tracce di diritto romano mile leggi longobarde, nei suoi 
Studi di storia e diritto, Milano, Hoepli, 1889, pp. 362 sgg.; N. TAMASSIA, 
Lefonti deWeditto di Rotari, Pisa 1888; B. PARADISI, St. d. dir. it. Lefonti 
nel basso irnpero e nelVepoca romano -barbarica, Napoli, Jovene, 1951, pp. 
288-301; E. BESTA, Le fonti deWeditto di Rotari, negli Atti del i Con- 
grcsso internazionale di studi longobardi, Spoleto 1952, pp. 51-69. Cfr. 
infine i saggi di F. CALASSO e A. STEIN WENTER sulla sopravvivenza delle 
Istituzioni giuridiche romane, nel vol. vi delle Relazioni del Decinao 
Congresso internazionale di Scienze storiche, Roma, Sansoni, 1955, pp. 
521-59. - Per la lingua, e non del solo Editto di Rotari, cfr. W. FUNCKE, 
Sprachliche Untersuchungen zum Codice Diplomatico Longobardo, diss. di 
Miinster, 1938; R. L. POLITZER, A Study of the Language of Eighth Century 
Lombardic Documents, New York 1949. - Per il problema longobardo, b 
oggi fondamentale lo scritto di G. P. BOGNETTI, S. Maria foris portas etc., 
in S.Maria di Castelseprio, Milano 1948. 



DAL PROLOGO E ARTICOLI DELL'EDITTO 
DI ROTARI 1 

IN NOMINE DOMINI INCIPIT EDICTUM, 2 QUEM RENOVAVIT 

DOMINUS ROTHARI,3 VIR EXCELLENTISSIMO, REX GENTI 

LANGOBARDORUM CUM PRIMATOS IUDICES SUOS 

INCIPIT PROLOGUS 

Jbgo in Dei nomine Rothari, vir excellentissimus et septimode- 
cimum rex gentis Langobardorum anno Deo propitiante regni mei 
octabo, aetatisque tricesimo octabo, indictione secunda, et post ad- 
ventum in provincia Italiae Langobardorum, ex quo, Alboin tune 
ternporis regem precedentem divina potentia, adducti sunt, anno 
septuagesimo sexto feliciter. Dato Ticino in palatio. 

Quanta pro subiectorum nostrorum commodo nostrae fuit solli- 
citudinis cura, 4 et est, subter adnexa tenor declarat; precipue tarn 
propter adsiduas fatigationes pauperum, quam etiam superfluas 
exactiones ab his qui maiore virtute habentur; quos vim pati 
cognovimus. Ob hoc considerantes Dei omnipotentis gratiam, ne- 
cessarium esse prospeximus presentem corregere legem, quae p no- 
res omnes renovet et emendet, et quod deest adiciat, et quod super- 
fluum est abscidat. 5 In unum previdimus volumine complecten- 
dum, quatinus liceat unumquemque salva lege et iustitia quiete 
vivere, et propter opinionem 6 contra inimicos laborare, seque suos- 
que defendere fines . . . 

Cap. 128. De eo qui plagas fecerit. 

Qui plagas fecerit, ipse querat medicus, et si neclexcrit, tune 
ille qui plagatus est aut dominus eius inveniat medicum. Et ille 

i. Testo di F. Bluhme, nei M. G. H. } LL. t iv, pp. 1-2, 30, 33, 35. Tradu- 
zione di Tilde Nardi. 2. edictum: il termine con cui s^intitola "la raccol- 
ta rotariana denuncia 1'infiusso della tradizione giuridico-amministrativa 
romana: e il nome attribuito, cento quar ant' anni prima, all'opera giuri- 
dica di Teodorico, che tale titolo us6 in quanto patricius. 3. Rothari: 
Rotari present6 nel 643 il suo Editto, in 388 capitoli, all'assemblea gene- 
rale deU'esercito longobardo convocata in Pavia. U Editto fu poi ampliato 
dai successivi re. 4. Quanta . . . cura: cfr. Cod. lust., De nov. cod.: (cut 
sciatis quanta nos diurna super rerum communium utilitate cura sollicitat . 
5. necessarium esse . . . abscidat: cfr. Nov. vn, Praef.i una complecti lege 



DAL PROLOGO E ARTICOLI DELL'EDITTO 
DI ROTARI 

NEL NOME DEL SIGNORE COMINCIA L'EDITTO CHE ROTARI, 

UOMO EMINENTISSIMO, RE DEI LONGOBARDI, RINNOV6 

INSIEME AI SUOI MAGGIORI GIURECONSULTI 

COMINCIA IL PROLOGO 

lo nel nome di Dio Rotari, uomo eccellentissimo e decimosettimo 
re del popolo longobardo, nelPanno del mio regno, per grazia di 
Dio, ottavo e della mia vita trentottesimo, indizione seconda; cor- 
rendo felicemente il settantesimosesto anno da che i Longobardi, 
condotti da Alboino mio predecessore, allora per grazia di Dio 
loro re, vennero a stabilirsi nella provincia d' Italia. Dato a Pavia, 
nel palazzo. 

Quanta sia stata e sia la nostra sollecitudine per il bene dei no- 
stri sudditi lo dimostra il tenor e di quanto a questo prologo piu in- 
nanzi e annesso: in particolare per quanto riguarda sia le conti 
nue angustie dei poveri, sia le eccessive esazioni dei potenti di cui 
sappiamo che i deboli subiscono le malversazioni. 

Percio, considerando la grazia di Dio onnipotente, abbiamo ri- 
tenuto necessario correggere la legge vigente, promulgandone 
un'altra che rinnovi ed emendi le precedenti e aggiunga ci6 che 
manca e ci6 che e superfluo sopprima. Abbiamo divisato di ab- 
bracciare in un solo volume norme che consentano a ciascuno, 
salvando la legge e la giustizia, di vivere pacificamente, di agire 
contro i nemici a salvaguardia del proprio buon nome, di difen- 
dere s6 e le proprie terre . . . 

Cap. 128. Dei ferimenti. 

Chi ha inferto a un altro una ferita, cerchi egli stesso il medico; se 
trascura di farlo, il ferito o il suo padrone chiami il medico. Chi 

quae priores omnes et rcnovet et emendet et quod deest adiciat et quod 
superfluum est abscindat. Poich6 il codice rotariano e la prima codifica- 
zione longobarda, cui manca ogni precedente legislative, appare strana 
questa riproduzione della formula giustinianea che abolisce la legislazione 
anteriore. Si tratterebbe, dunque, di meccanica riproduzione dipendente 
solo dalla suggestione del modello. 6. propter opinionem: opinio vale 
fama . 



70 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VII 

qui caput rumpit aut suprascriptas plagas fecit, et operas reddat 1 
et mercedes medici persolvat, quantum per doctos homines arbi- 
tratum fuerit. 

Cap. 144. De rnagistros comacinos. 

Si magister comacinus cum collegantes suos cuiuscumque do- 
mum ad restaurandam vel fabricandam super se placito finite de 
mercedes susciperet, et contigerit aliquem per ipsam domum 
aut materiunr 2 elapsum aut lap idem mori, non requiratur a do 
mino, cuius domus fuerit, nisi magister comacinus cum consor- 
tibus suis ipsum homicidium aut damnum conponat; quia post- 
quam in fabula 3 firma de mercedis pro suo lucro suscipit, non 
inmerito damnurn sustinet. 

Cap. 151. [De molino in terra aliena edificata.] 

Si quis molinum in terram alienam aedificaverit, et suum probare 
non potuerit, amittat molinum et omnem operam suam, et ille 
habeat, cuius terram aut ripam esse invenitur; quia omnes scire 
debent, quod suum non alienum est. 4 

Cap. 152. Si operarius ab alio rogatus in opera mortuus fuerit. 

Si quis operarius conduxerit aut rogaverit in opera, et casu fa- 
ciente contigerit unum ex ipsis aut in aqua mori, aut fulmine 
percuti, aut a vento arbore movito aut propria morte mori, non re 
quiratur ab eo, qui conduxit aut rogavit: tantum est, ut per ipsius 
facturn qui conduxit, aut hominibus eius non moriatur. Et si a 
quocumque unus horum occisus fuerit aut lesus, ipse conponat, 
qui eum occiserit aut leserit. 



i. operas reddat: e espressione tecnica dal Cod., in, 2, i, x; che vale: ri- 
fondere il costo del lavoro che un operaio non ha potato compiere. 
II cap. 128 riflette il Dig., ix, 3, 7. 2. materium: materiale ligneo da co- 
struzione, 3. fabula: patto, convenzione. 4. II cap. 151 applica il fonda- 
mentale principio giuridico romano: Omne quod inaedificatur solo 
cedito. 



EDITTO DI ROTARI JI 

rompe il capo o causa ferite, come s'e detto, rifonda le giornate di 
lavoro che il ferito non pu6 fare e paghi il compenso del medico 
nella misura che sara stabilita da chi se ne intende. 

Cap. 144. Dei maestri comacini. 

Se un maestro comacino coi suoi compagni, dopo aver pattuita 
la misura della mercede, si e assunto 1'impegno di restaurare o di 
fabbricare la casa di chicchessia, e accade che un operaio durante 
i lavori rimanga ucciso dalla caduta d'una trave o d'una pietra, non 
si deve chiedere il risarcimento al proprietario della casa, ma spetta 
al maestro comacino e ai suoi compagni di risarcire la morte dell'uo- 
mo o il danno: poich6 infatti per suo lucro ha intrapreso il lavoro, 
dopo aver fissato la misura del compenso, e giusto che sostenga 
anche il danno. 

Cap. 151. [Del mulino costruito in terra d'altri.] 

Se uno costruisce un mulino nella terra d'un altro, e non pu6 
dimostrarne la proprieta, perdera il mulino e il frutto di tutta la 
sua fatica; e ne verra in possesso chi risulti essere il proprietario 
del terreno o della riva; che tutti hanno il dovere di conoscere ci6 
ch'e proprio e ci6 ch'& d'altri. 

Cap. 152. Quando un operaio assunto da un altro muoresul lavoro. 

Se qualcunq ha assunto o richiesto per un lavoro degli operai, e 
avviene per accidente che uno d'essi muoia, o annegato, o colpito 
dal fulmine, o travolto da un albero abbattuto dal vento, o anche di 
morte naturale, non si pretenda risarcimento alcuno da chi ha as 
sunto o richiesto Toperaio : basta che Tuomo non muoia per colpa 
di chi Tha assunto o dei suoi dipendenti. Se poi uno di costoro viene 
ucciso o ferito, il risarcimento spetta a chi Pha ucciso o ferito. 



6 

GLI ATTI DEL CONCILIO LATERANENSE 
DEL 649 

II Concilia celebrato tra il 5 e il 31 ottobre del 649 nella basilica co- 
stantiniana del Salvatore sotto la president di Martino I papa, con 
la presenza di 105 vescovi convenuti daW Italia, dalla Siciha, dalla 
Sardegna (solo pochi vennero dalle diocesi deW Africa; nessuno dal- 
V Italia longobarda, salvo Massimo d'Aquileia: che avcndo, perb, la 
sua sede a Grado, apparteneva, difatto, al territorio bizantino), con- 
dannb, dopo matura discussione protrattasi per cinque sedute, Veresia 
monotelita, che e, in sostanza, un nuovo modo di manifestarsi di 
quelle tendenze teologiche che avevan dato luogo al monofisismo, con- 
dannato dal Concilio ecumenico di Calcedonia; o, meglio, rappre- 
senta un tentative di conciliare monofisiti e cattolici, ammettendo, si, 
nel Verbo incarnato le due nature, divina e umana, secondo la dot- 
trina cattolica, ma dando, in qualche misura, soddisfazione ai mono- 
fisiti con I'affermare, nel Verbo, una sola energia, una sola volontd 
e operazione. Occasione immediata del Concilio lateranense e il Tipo 
promulgato da Costante e redatto da Paolo; in cui si pretende di 
assumere una posizione imparziale tra diotelismo e monotelismo; tra 
la dottrina ortodossa (per cui si professa che Cristo Dio e Uomo ha 
compiuto le opere delle due sue nature - le opere divine come Dio e 
le opere umane come uomo - e che pertanto occorre attribuire urfener- 
gia propria a ciascuna delle due nature unite nel Cristo senza confu- 
sione) e Veresia (per cui invece si afferma che non c*e nel Cristo se 
non una energia, in quanto la carne animata da anima ragionevole 
non pub avere operato di iniziativa sua propria e in opposizione al 
logos: ma essa ha operato solo quando e come il logos ha voluto). 

Questione, come tutte quelle suscitate dai teologi di Bisanzio, estre- 
mamente sottile e squisita e pericolosa, tanto che lo stesso Onorio I 
pontefice, richiesto della sua sentenza, aveva formulato il suo pen- 
siero in modo impreciso e debole in una letter a che fu condannata dal 
sesto Concilio ecumenico: dimostrandosi, doe, impreparato ad affron- 
tare Varduo problema e a darne una rigor os a definizione. Preparatis- 
simi, invece, ci si rivelano papa Martino e i Padri piu autorevoli del 
Concilio lateranense: che discutono con rigor e, e confinezza analizzano 
e criticano le proposizioni ereticali; cost come padronanza sicura del 



ATTI DEL CONCILIO LATERANENSE DEL 649 73 

linguaggio dialettico e teologico rivelano i notai del Patriarchio late- 
ranense redattori degli atti e dei canoni sinodali, in cui il pensiero 
del Concilio efissato con nettezza cristallina e precisions rigor osissima. 

Gli atti del Concilio del 649 sono, insomnia, prezioso documento 
della cultura e della preparazione non solo dottrinale, ma anche re- 
torica, deir ambiente later anense del secolo VII: in cui, dunque, vi- 
vono uomini che sono in grado di affrontare problemi teologici aspri 
e altissimi e di dare definizione formale, precis a e congrua a pensieri 
sottili e squisiti; uomini, doe, che nella scuola del Patriarchio devono 
aver ricevuto urf istituzione letteraria regolare e severa. 

Come saggio del grado di preparazione retorica del mondo latera- 
nense del secolo VII offriamo la nar ratio e la pero ratio del discorso 
pronunciato da papa Martino nella prima seduta del Concilio. 



C. J. HEFELE - H. LECLERCQ, Histoire des conciles, vol. in, parte i, Paris, 
Letouzey et Ane, 1909, pp. 434-53; A. VISCARDI, Le origini, in Storia lette 
raria d* Italia, Milano, Fr. Vallardi, 1950, n ediz. rinnov., pp. 181-93. 



DAGLI ATTI DEL CONCILIO LATERANENSE 
DEL 64Q 1 

Cyrus 2 quidem, sicut dictum est, novem capitulorum exposuit 
seriem: Sergius 3 autem illicite praesumens pravam Ecthesin, 4 quam 
prae foribus ecclesiae suae suspendens, divulgare studuit: et non 
solum hoc, sed et per suam sententiam cum quibusdam ab eo sub- 
reptitiis modis deceptis episcopis in scrip to firmavit. Minime dubi- 
tantes, positam iustam condemnationem in veneranda definitione 
eiusdem sancti Chalcedonensis concilii, adversus eos qui novitates 
contra immaculatam fidem praesumunt innectere, contra quam 
omne illis certamen et pugna consistit: quippe quoniam ipsam 
excludere properantes, haereticorum dogmatum contra catholicam 
Dei ecclesiam per sua conscripta confusionem concinnaverunt. Et 
haec quidem Cyrus et Sergius: successores autem Sergii Pyrrhus 5 
et Paulus, 6 ac si quamdam malitiae propaginem in eos effusam, 
per suam stultitiam dilatantes earn: unum quidem eorum, id est 
Pyrrhus, denuo plurimis episcopis terrore et blandimentis ab eo 
dolose deceptis, huiusmodi impietatem actis et subscriptionibus 
propriis eorum qui ab eo decepti, sive vim passi sunt, confirmare 
studuit, extollens adversus scientiam Dei malignam professionem 
suam. Propter quod antea confusus, quia vituperabile est omne 
malum, uti darnnabile, festinavit pro hoc ipso hie adveniens emen- 
dare proprium commissum, et libellum obtulit cum sua subscrip- 
tione apostolicae nostrae sedi, condemnans in eodem libello omnia 
quae a se vel decessoribus suis scripta vel acta sunt adversus imma 
culatam nostram fidem. 

His itaque ab eo peractis, postea rursus more canis ad proprium 
impietatis vomitum repedavit, iustam mercedem ac retributionem 
propriae transgressionis canonicam poenam sive depositionem de- 
cerpens. Paulus autem praecessores suos in his superare conten- 
dens, non solum in scripto per propriam epistolam, ad hanc di- 
rectam nostram sedem, confirmavit et ipse contra se superius me- 

i. Testo di J. D. Mansi, Sacrosancta conciliorum amplissima collectio, Fi- 
renze 1759, x, pp. 863 sgg. Traduzione di Tilde Nardi, 2. Cyrus: Giro, 
vescovo di Alessandria, document6 la dottrina monotelita con largo sus- 
sidio di richiami patristici; definendo in nove proposizioni una tesi ap- 
parentemente conciliativa, in realta solo antinestoriana ; e realizzando 
Tunipne di tutti i monofisiti. 3. Sergius: il patriarca di Costantinopoli 
Sergio ebbe parte preminente nella definizione della dottrina monotelita; 



DAGLI ATTI DEL CONCILIO LATERANENSE 
DEL 649 

L/iro, come s'& detto, espose una serie di nove capitoli, e Sergio, 
con sacrilega audacia, s'adopr6 a divulgare Tiniqua Esposizione, 
facendola affiggere alle porte della sua chiesa; ne si limito a questo, 
ma anche la confermo con uno scritto, palesando il suo mo do di 
sentire insieme ad alcuni vescovi da lui, col suoi modi insinuanti, 
tratti in errore. Costoro, senza mettere in dubbio che giusta fosse 
stata la condanna sancita nella veneranda definizione del santo 
Concilio calcedonese contro quanti osano proporre innovazioni 
contrarie alia immacolata fede ortodossa, tuttavia proprio a quella 
definizione mossero guerra, in quanto, coll'affrettarsi a metterla 
fuori discussione, diedero forma coi loro scritti ai confusi dogmi 
degli eretici contro la cattolica Chiesa di Dio. 

Questo fecero Giro e Sergio: poi i successor! di Sergio, Pirro e 
Paolo, come se in essi si fosse prolungata una tal quale propagine 
di malizia, nella loro stoltezza ampliarono Perrore; ed uno di essi, 
Pirro, nuovamente traviando col terrore e con le lusinghe moltis- 
simi vescovi, si studi6 di convalidare 1'empia dottrina con gli 
scritti e con le firme di adesione di quanti aveva ingannati o co- 
stretti, alta levando Piniqua sua affermazione contro la vera scienza 
di Dio. Onde, smascherato in un primo tempo, poi che ogni male 
& degno di biasimo e quindi di condanna, egli s'affrettb per questo 
motivo a venir qui e a fare ammenda del suo fallo; e alia nostra 
sede apostolica present6 una ritrattazione da lui sottoscritta in cui 
condannava tutto ci6 che da lui stesso e dai suoi predecessori era 
stato scritto ed operato contro F immacolata nostra fede. Ma, com- 
piuto quest' atto, di nuovo, a mo* d'un cane, si riaccost6 al vomito 
della sua empieta, ricevendo perci6 giusta mercede della sua disob- 
bedienza colla deposizione canonica dalla dignita episcopale. 

Paolo, poi, cercando di superare i suoi predecessori, non sol- 
tanto con una epistola scritta di suo pugno diretta a questa nostra 
sede convalid6 anch'egli a suo danno 1'assurda eresia della su ci- 

cfr. nota seguente. 4. Ecthesin: VEkthesis, redatta in forma di simbolo, e 
opera del patriarca Sergio e fu promulgata da Eraclio (638). Proibendo le 
espressioni una o due energie , afTerma che nel Cristo c'e una sola 
volontd (-8-1X7) | ia). 5. Pyrrhus: Pirro, successore di Sergio nel patriarcato 
costantinopolitano. 6. Paulus: Paolo, successore di Pirro nel patriarcato 
costantinopolitano, e il redattore del Typus\ cfr. nota i di p. 84. 



76 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VII 

moratae ectheseos irrationabilem haeresim, sed contradicens in 
scripto adversus recta sanctae Dei ecclesiae dogmata, audacter 
praesumpsit paternis defmitionibus contraire. Propter quod iusta 
ab apostolica sede et ipse depositions ultione percussus est. In- 
super studuit ad cooperimentum proprii erroris, et in hoc Sergmm 
imitatus, quibusdam subreptionibus uti, et clementissimo principi 
suadere, Typum 1 exponere, qui catholicum dogma destrueret. In 
quo typo omnes orrmino voces sanctorum patrum cum nefandis- 
simorum haereticorum dictionibus enervavit, nee unam, nee duas 
voluntates aut operationes in Christo Deo nostro defmiens con- 
fiteri. Ac per hoc sine voluntate penitus et operatione Christum 
denunciando, id est absque substantia et natura eum praedicare 
noscuntur . . . Unde et ego tam propter irrevocabile eorum cor et 
propter animas quae per eorum fallacem deceptionem depereunt, 
nee non propter precationes, sicut dictum est, ad apostolicam 
sedem super tali capitulo in scripto delatas, pertimescens quippe 
imminentem iram super eos qui negligenter opus Dei faciunt, 
necessarium fore praevidi, omnes vos qui secundum gratiam eius 
sacerdotale officium geritis, invitare et propter hanc quaestioncm 
domini congregare in unum, quatenus communiter omnes, ipso 
utique Deo respiciente et iudicante nos ipsos, sed et nostra omnia, 
de praedictis viris, sive novitate in dogmatibus eorum exposita 
tractare debeamus. 



i. Typum: Typus e il documento imperiale, sancito da Costante II, che in 
ordine alia dottrina del monotelismo (648) suggeriva una posizione conci- 
liativa. 



ATTI DEL CONCILIO LATERANENSE DEL 649 77 

tata Eposizione, ma, contraddicendo in quello scritto ai retti dogrni 
della santa Chiesa di Dio, ebbe la temeraria presunzione d'opporsi 
alle paterne definizioni nostre. Egli pure fu quindi giustamente 
colpito dalla sede apostolica col castigo della deposizione. Inoltre, 
imitando anche in questo Sergio, per coprire il proprio errore 
s'adopr6 a persuadere, con insinuanti arti, il clementissimo princi- 
pe a pubblicare il Tipo, destinato a distmggere il dogma catto- 
lico. In questo Tipo snervo al tutto le parole dei santi Padri con 
le empie afTermazioni degli eretici, nella pretesa di stabilire doversi 
ammettere che in Cristo nostro Signore non vi sono ne una ne 
due volonta o operazioni. E poiche in questo modo si viene ad 
afTermare che Cristo e del tutto senza volonta ed operazione, si 
deve riconoscere che Paolo e i suoi seguaci fmiscono per negare 
nel Cristo e sostanza e natura . . . 

Onde io, sia considerando Firriducibile loro ostinazione nelF er 
rore, sia preoccupandomi delle anime che prese al laccio del loro 
inganno vanno alia perdizione, sia accogliendo le preghiere che, 
come gia dissi, su tale argomento sono state rivolte per iscritto 
alia Santa Sede, e temendo anche Pira divina che incombe su quelli 
che attendono con negligenza all' op era di Dio, ho ritenuto neces- 
sario convocare tutti voi che per Sua grazia adempite alPufncio di 
sacerdoti e riunirvi in nome del Signore al fine di afTrontare tale 
questione, poiche tutti insieme, sotto Tocchio di Dio che vede e 
giudica noi e tutte le nostre azioni, dobbiamo discutere di questi 
uomini e delle innovazioni ch'essi propongono nelle loro dottrine. 



II. Scritture e scrittori del secolo VIII 

i 

EPISTOLE BELLA CANCELLERIA LATERANENSE 
DAL CODEX CAROLINUS)) 

Inun unico corpus che si suol chiamare Codex Carolinus, Carlo Ma- 
gno fece copiare le 99 lettere del papi Gregorio HI, Zaccaria, Ste- 
fano II, Paolo I, Costantino II, Stefano HI, Adriano I, inmate a 
lui stesso e ai suoi predecessori Carlo Martello e Pipino, perche non 
andassero, col tempo, distrutte o disperse. La raccolta ha grande ga 
lore storico, essendo in esse comprese le epistole con cut Gregorio III, 
Stefano II e altri papi sollecitarono Vintervento franco contro i Lon- 
gobardi; ma ha anche notevole importanza letteraria, in quanto of- 
fre un* inter essante antologia, che ci consente di riconoscere i modi 
della tecnica epistolografica dei dettatori lateranensi e doe di misu- 
rare il grado della cultura retorica della Curia apostolica del se 
colo VIII. da ritenere che, appunto perche le giudicava modelli di 
stile epistolare cui i suoi dettatori avrebbero potuto utilmente con/or- 
marsi, Carlo Magno abbia fatto raccogliere le lettere pontifide nel 
Codex: il quale, del resto, ha avuto larghissima circolazione (molte 
copie se ne sono eseguite in tempi diver si e in diver si luoghi). Questa 
diffusione del Codex Carolinus ci rivela il modo onde le esperienze 
letterarie realizzate in un determinato ambiente, dotato di portico- 
lore prestigio, siano accolte in altri ambienti e inflniscano sulle varie 
tradizioni letterarie locali: ci rivela, doe, il processo degli scambi che 
tra i diversi ambienti si realizzano e del costituirsi delle tradizioni 
tecniche pertinenti a ciascun genere letterario (epistolografia, agio- 
grafia, epigrafia ecc.}, esorbitanti dalle singole tradizioni letterarie 
ambientali. 



A. VlSCARDl, Le origini, in Storia letteraria d' Italia, Milano, Fr. Vallardi, 
1950, II ediz, rinnov., pp. 224 sgg. 



LA FORMULA PROTOCOLLARE DI UN'EPISTOLA 
DI STEFANO II (753) r 

Laeta gaudet sancta mater ecclaesia in provectu fidelium filiorum. 
Propterea, etsi corpore absentes, spiritu vero presentes, gloriosam 
prudentiam atque dilectionem vestram, sublimissimi filii, acsi prae- 
sentialiter amplectentes, in osculo pacis salutamus, in Domino di- 
centes : Benefac, Domine, bonis et rectis corde . . . 2 



i. II Codex Carolinus e edito da W. Gundlach nci M. G. PL, Ep., in, 
pp. 488 sgg.; i brani qui riportati sono alle pp. 488-9 e 518. Traduzioni 
di Tilde Nardi. 2. Ps., 124, 4. Notevole, nell'epistola, la riccrca della 
costruzione complicata e delle simmetrie. 



LA FORMULA PROTOCOLLARE DI UN'EPISTOLA 
DI STEFANO II (753) 

.Lieta gode la Santa Madre Chiesa dei progress! del suoi fedeli 
figlioli. E Noi pertanto, se pure assent! col corpo, present! tutta- 
via in ispirito, abbracciandovi come se foste al Nostro cospetto, 
nobilissimi figli, saggi e amorosi quali siete, nel nome del Signore 
vi salutiamo col bacio della pace, dicendo : Benefica, o Signore, i 
buoni e i giusti , . . 



DA UN'EPISTOLA DI STEFANO II 

(755) 

Dum regni vestri nomen inter ceteras gentes erga sinceram fidem 
beati Petri principis apostolorum lucidissime fulserit, valde stu- 
dendum est, ut, unde gloriosiores ceteris gentibus in servitio beati 
Petri vos omnes christiani asserunt, inde omnipotent! domino, 
qui dat salutem regibusw, 1 pro defensione sanctae suae ecclesiae 
perfectius placeatis, ut fidem, quam erga eundem principem apo 
stolorum colitis, adiutricem in omnibus habeatis. 

Optaveramus quidem, praeecellentissimi filii, amplius protelando 
nostram locutionem dilatare; sed, quia prae multis ab iniquo Hai- 
stolfo rege Longobardorum nobis ingestis tribulationibus cor no 
strum nimio atteritur dolore et tedet spiritus noster, ideo a mul- 
torum sermonum prolixitate declinavimus et unum, quod est ne- 
cessarium, excellentissimae christianitati vestre innotescere stu- 
duimus . . . 2 



i.Ps.y 143,10. 2. 6 da rilevare il tono oratorio deH'epistola,la compiacenza 
per le parole rare, la costruzione complessa. Ma l'epistola,piu che come do- 
cumento dello stato degli studi letterari nell'ambiente laterancnse, conta 
come fonte storica: nel Codex Carolinus sono accolte le epistole con cui 
Gregorio III, Stefano II, Paolo I, ecc., sollecitarono 1'intervento dei Franchi 
contro i Longobardi di Liutprando e di Astolfo, che minacciavano fiera- 
mente il dominio di San Pietro. La politica inaugurata da Gregorio III, 
svolta da Zaccaria e da Stefano II, porta agli interventi in Italia di Pipino 
(754 e 756) contro Astolfo; in conseguenza dei quali il re, che ambiva alia 
conquista del territorio di San Pietro, dovette, invece, cedere alia Chiesa 
romana le citta della Flaminia, delFEmilia, della Pentapoli. 



DA UN'EPISTOLA DI STEFANO II 

(755) 

mentre la gloria del vostro regno rifulge tra tutti i popoli per la 
vostra sincera fede verso il beato Pietro principe degli Apostoli, 
dovete in ogni modo adoprarvi, poich6 tutti i cristiani vi procla- 
mano piu d'ogni altro popolo encomiabili nel servizio del beato 
Pietro, di piacere sempre piu alPonnipotente Iddio, che da salute 
ai re , nella difesa della Sua santa Chiesa, si che a vostro presidio 
in ogni cosa abbiate quella stessa fede che serbate al principe degli 
Apostoli. 

Avremmo invero desiderato, eccellentissimi figli, dare maggiore 
ampiezza alia nostra allocuzione; ma poiche", in seguito alle molte 
tribolazioni inflitteci con la violenza da Astolfo re dei Longobardi, 
il nostro cuore e sopraffatto dal dolore e il nostro spirito dal disgu- 
sto, abbiamo rinunciato a dilungarci e ci siamo limitati a co muni- 
care alia vostra eccellentissima Cristianita solo Pindispensabile . . . 



DA UN' EPISTOLA DI PAOLO I 

(757-767) 

. . . Quia ergo spiritalium dilectio smcera filiorum paternos sustinet 
desiderdnter affectus, summa nos cum alacritate implere convenit, 
quod purae conscientiae deposcit affectus. Et licet ad reddenda 
paternae caritdtis officia, prolixitate itineris imminente, raritas por- 
titorum impediat: quotiens autem necessitas incident occasio, excel- 
lentissimam christianitatem vestram non desistimus scriptis discur- 
rentibus visitare et honore solito amplectentes utilitate, quatenus 
hoc, quod oculis carnalibus praesentium videre non possumus, eos 
aliquatenus scriptis valeamus alterndntibus intueri . . * 



i. II dettato dell' epistola di Paolo mostra, piti che non qucllo dclle cpi- 
stole di Stefano, una rigorosa osservanza della tecnica retorica definita 
dalla tradizione scolastica. Son da rilevare: la forma involuta e complicala 
dell'espressione, Tabbondanza dell'aggettivazione, la quasi cOvStante so- 
stituzione, al nome concreto, dell'astratto reggente un genitivo, la com- 
piacenza per le circonlocuzioni e le figure; e specialmente la perfetta rego- 
larita delle clausole ritmiche (o cursus) alia fine dei period! e dei mcmbri 
del periodo ; clausole che abbiamo, al solito, segnato in corsivo. 



DA UN'EPISTOLA DI PAOLO I 

(757-767) 

. . . Jroiche dunque il sincere amore del figli spiritual! sorregge con 
ardore TafFetto del padre, conviene che Noi con somma alacrita 
adempiamo a quanto esige il sentirnento di una pura coscienza. 
E sebbene la scarsezza dei corrieri, unitamente alPeccessiva lun- 
ghezza del cammino, sia d'ostacolo airadempimento dei doveri 
della paterna carita, tuttavia ogni qual volta si present! la necessita 
o Topportunita non manchiamo di visitare colle nostre missive 
la dignita vostra cristianissima, sia per renderle Tonore che le & 
dovuto, sia per utilita nostra: affinche almeno con le nostre lettere 
possiamo intrattenerci con coloro che non ci e dato veder present! 
coi nostri occhi corporei . . . 



2 

PAOLO DIACONO 



\ 

E la personalitd senza dubbio piu rilevante dell' eta longobarda. Nato 
tra il jio e il 720, trascorse la giovinezza nelVaula ducale forogiu- 
liese; ma la sua istituzione letteraria ricevette nelVaula regia di 
Pavia, sotto la disciplina del grammatico Flaviano, continuatore del 
magistero di quel Felice che da re Cuniperto fu onorato di doni pre- 
ziosi, come lo stesso Paolo racconta. E al mondo del Palatium Ion- 
gobardo resta Paolo legato per tutta la vita e come chierico pala- 
tino eserdto senza dubbio import anti uffid ?iella cancelleria e nella 
curia, sotto Rachis, di cui fu privato consigliere, sotto Astolfo, sotto 
Desiderio, della cui figlia, Adelperga, fu precettore (e la segul a Be- 
nevento, quando ando sposa al grande duca Arechi: cfr., in questo 
volume, il racconto del Chronicon Salernitanum). Dopo la caduta 
della monarchia longobarda fu Paolo nelVaula aquisgranese di Carlo 
Magno ed ebbe parte nel cenacolo di dotti accolto intorno al grande 
imperatore, il cenacolo di cui e principe Alcuino e in cui ha parte 
importante un altro italiano, Pietro Pisano. Ma prima d'essere ac 
colto nelVaula imperiale, Paolo, dopo la catastrofe longobarda, fu 
monaco nel grande cenobio cassinese; e della sua vita monastica sono 
riflesso alcune opere - Z'Expositio regulae S. Benedict!, la Vita B. 
Gregori, /' Homiliarium - di contenuto e di spirito sinceramente reli 
gion. Ma il resto della produzione del Diacono e di tono, di con 
tenuto, di spiriti classicheggianti e cortesi. Della letteratura classica 
ebbe Paolo conoscenza sicura, e molto elevato e il grado della sua for- 
mazione grammaticale e retorica; e nelVaula pavese ricevette anche 
qualche istituzione di lingua greca. Unfilologo, infondo, il Diacono, 
i cui interessi antiquari si riflettono m?//'Epitome del De signifiea- 
tione verborum di Festo e n<?//' Historia Romana, che egli compose 
per mo della sua regale alunna ed e un rifacimento e una continuazione 
di Eutropio, che fu, per tutto il medioevo, il testo manuale di storia 
antica per tutte le scuole. Della finezza del suo gusto, deireleganza 
della sua tecnica son documento i molti carmi cWegli compose: e non 
rivelano il poeta, ma certo il letterato squisito e coltissimo. 

Uopera maggiore di Paolo e rffistoria Langobardorum: unica 
storia dei popoli conquistatori deWimpero romano che sia opera di 
un tedesco (i romani lordanes e Cassiodoro sono gli storici dei Goti, 



PAOLO DIACONO 87 

il romano Gregorio Turonese k lo storico dei Franchi). E V op era di 
un longobardo pienamente conquistato alia cultura e alia civilta la- 
tina: V opera, si pub dire, di un italiano, ormai, eke la storia longo- 
barda pone come continuazione delta storia romana d' Italia (e anche 
materialmente Z'Historia Langobardorum si pone come continuazione 
Je/Z'Historia Romana). C'e altissima, weZZ'Historia, la coscienza della 
salda fusione, ormai realizzata, tra i Romani e i Longobardi conqui- 
st atari; c'e, insomma, uno spirito nazionale italiano in cui la coscienza 
germanica e la cultura latina non si contrappongono , ma si fondono 
in intima unitd. 



U. CHEVALIER, Rep. bio-bibl.* Paris 1905-1907, n, 3548-50, n ediz.; M. 
MANITIUS, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters , Miinchen, 
Beck, 1911, vol.i, pp. 257-72; F. No VATI - A. MONTEVERDI, Le origini, 
in Storia letteraria d' Italia, Milano, Fr. Vallardi, 1926, pp. 84-95; A. Vi- 
SCARDI, Le origini, in Storia letteraria d'ltalia, Milano, Fr. Vallardi, 1950, 
II ediz. rinnov., pp. 22-33. Buoni studi su Paolo Diacono sono apparsi ad 
opera di diversi collaboratori nelle Mernorie storiche forogiuliesi, vin, 
1 91 2, pp. 15 sgg. (P.PASCHINI); xxv,i929 (MiscelLdi st. int. a Paolo Diacono); 
in particolare sono da segnalare i saggi, alcuni dei quali ottimi, di D. BIAN- 
CHI, nelle annate xxx, 1934, pp. 1-16, 117-69; xxxi, 1935, pp. 1-74; xxxn, 
1936, pp. 1-72; xxxiv, 1938, pp. 117-69; XL, 1952, pp. 1-75. Dello stesso 
BIANCHI v. inoltre Per il testo della Hi$toria Langobardorum di Paolo 
Diacono, negli Atti del 2 Congresso internazionale di studi sull'Alto ' 
Medioevo, Spoleto, presso la Sede del Centro di Studi, 1953, pp. 121-37. 
Ma il medesimo vol. di Atti reca altri studi importanti su Paolo Dia 
cono: di P. S. LEICHT, P. LAMMA, A. LENTINI, I. PERI. Cfr. pure G. FALCO, 
Due secoli di storia cassinese, in Albori d'Europa, Roma, Edizioni del 
Lavoro, 1947, pp. 197-201. 

Naturalmente, da non trascurare, ne" qui ne in seguito, F. J. E. RABY, 
A History of Christian- Latin Poetry from the Beginnings to the Close of the 
Middle Ages, Oxford, Clarendon Press, 1953, n ediz.: per Paolo Diacono, 
pp. 1 62-6. Del RABY v. anche A History of secular Latin Poetry in the Middle 
Ages, Oxford, Clarendon Press, 1934, due voll. (peril Diacono,!, pp. 197-9). 

Cito una volta per tutte T agile sommario di M. HELIN, Litterature 
(TQccident) Histoire des lettres latines du Moyen Age, Bruxelles, Lebegue, 
1943 (anche in trad, inglese, New York 1949). 



DAI CARMINA 

VIII 1 
A un amico. 

Angustae vitae fugiunt consortia Musae 

claustrorum saeptis nee habitare volunt, 
per rosulenta magis cupiunt sed ludere prata, 

pauperiem fugiunt deliciasque colunt. 
Quapropter nobis aversae terga dederunt 

et comitem spernunt me vocitare suum. 
Inde est, quod vobis inculta poemata mitto, 

suscipe sed libens qualiacumque tamen. 
Inmodico flagrat de vestro pectus amore, 

crede, pater, nostrum, semper amande mihi. 
Et peream, si non tecum captare per aevum 

per do mini munus regna beata volo. 
Hoc mihi est votum, hoc fido pectore spero, 

hoc licet indignus nocte dieque precor. 
Tu quoque, si felix vigeas de munere Christi, - 

namque potes - misero redde, beate, vicem. 
Ante potest flavos Rhenus repedare Suavos 

ad fontem et versis pergere Tibris aquis, 
quam tuus e nostro labatur pectore vultus, 2 

ore colende mihi tempus in omne pater. 

i 
In laude Larii lad} 

Ver tibi semper inest, viridi dum cespite polles; 

frigora dum superas, ver tibi semper inest. 
Cinctus oliviferis utroque es margine silvis; 

numquam fronde cares cinctus oliviferis. 
Punica mala rubent laetos hinc inde per hortos; 

mixta simul lauris Punica mala rubent. 

i. Testo di K. Neff, nelle Quellen und Untersuchungen zur lat. Phil, 
des Mittelalters , ill (1908), 4, pp. 39-40, 4-6, 54-5. Traduzioni di Tilde 
Nardi. Divenuto chierico palatino da monaco cassinese, avvcrte Paolo 
che le Muse lo hanno abbandonato e ne scrive desolato a un amico; e 
rimpiange gli ozi delle aule pavesi e beneventane propizie alia poesia. II 
v.3, per rosulenta . . .prata, e di Prudenzio, Perist., in, 199. Hv. 5, aversae 
terga dederunt, deriva da Virgilio, Aen., ix, 686 (versi terga dcderc). 



DAI CARMI 

VIII 
A un amico. 

Sdegnan le Muse spartire la sorte di misera vita, 
ne soffron di porre dimora tra le mura dei chiostri; 
molto e piu grato a loro scherzare pei prati fioriti, 
amano le delizie e fuggono lo squallore. 

Si che, fatte nemiche, volsero a me le spalle 
disdegnando omai me loro compagno chiamare. 
Onde avviene che questi incolti versi ti mando, 
ma, quali che siano, tu di buon grado accoglL 

Di smisurato amore arde per te il mio petto, 
credilo, o padre che mai io cesser6 d'amare. 
Morte mi colga, se teco conquider non bramo in eterno 
per grazia del Signore il regno dei beati. 

Mio voto e questo, questo io fermamente spero, 
questo, sebbene indegno, e notte e giorno imploro! 
E tu che felice del dono di Cristo gioisci, 
tu pur, che" il puoi, pel misero prega ugual sorte, o beato. 

Fino alia sua sorgente tra i biondi Svevi il Reno 
pu6 rifluire e Fonda del Tevere scorrer ritrosa 
prima che dal mio cuore 1'immagine tua si cancelli, 
o padre che il mio labbro onorera in eterno. 

I 
Elogio del lago di Como. 

Sempre e in te primavera sin che di verde t'ammanti, 
sin che superi il gelo sempre e in te primavera. 
Una selva d'ulivi ambo le rive ti cinge, 
mai di fronde sei privo tu, recinto d'ulivi. 

Mele granate ovunque rosseggian negli orti fecondi, 
spiccan frammiste ai lauri rosse le mele granate. 

Importa rilevare la presenza di reminiscenze di un poeta cristiano e di un 
autore classico ncll'opera poetica del Diacono : poeti cristiani e poeti classic! 
si leggevano ugualmente nelle scuole medievali di grammatica e di retorica 
propter florem eloquentiae. 2. quam . . . vultus : cfr. Virgilio, Ed. , I, 63 , 3. II 
carme traduce un sentimento intense della natura e ha notazioni molto net- 
te, qua e la. Ma e, in generate, composizione ossequientissima delle regole 
retoriche della descriptio. La tecnica impiegata e quella, molto vincolativa, 
dei versi reciproci. 



90 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

Mirtea virga suis redolet de more corimbis, 

apta est et foliis mirtea virga suis. 
Vincit odore suo delatum Perside malum; 

citreon has omnes vincit odore suo . . . 
Cedat et ipse tibi vitrea cui Fucinus unda est 1 

Lucrinusque potens cedat et ipse 2 tibi. 
Vinceres omne fretum, si te calcasset lesus, 

si Galilaeus eras, vinceres omne fretum . . . 

XI 

A Carlo Magno. 

beptimus armus adest, ex quo nova causa dolores 

multiplices generat et mea corda quatit. 
Captivus vestris extunc germanus in oris 

est meus afflicto pectore, nudus, egens. 
Illius in patria coniunx miseranda per omnes 

mendicat plateas ore tremente cibos. 
Quattuor hac turpi natos sustentat ab arte, 

quos vix pannuciis praevalet ilia tegi. 
Est mihi, quae primis Christo sacrata sub annis 

excubat, egregia simplicitate soror. 
Haec sub sorte pari luctum sine fine retentans 

privata est oculis iam prope flendo suis. 
Quantulacumque fuit, direpta est nostra supeliex 

nee est, heu, miseris qui ferat ullus opem. 
Coniunx est fratris rebus exclusa paternis 

iamque sumus servis rusticitate 3 pares. 
Nobilitas periit, miseris accessit egestas. 

debuimus, fateor, asperiora pati. 
Sed miserere, potens rector, miserere, precamur 

et tandem fmem his, pie, pone malis. 
Captivum patriae redde et civilibus arvis, 

cum modicis rebus culmina redde simul, 
mens nostra ut Christo laudes in saecla frequentet, 

reddere qui solus praemia digna potest. 

1. vitrea . . . est: cfr. Virgilio, Aen., vn, 759: vitrea se Fucinus unda ... 

2. cedat et ipse: cfr. Virgilio, Eel, iv, 38: cedet et ipse mari. 3. rusti 
citate: rusticitas e il contrario di curialitas, nobilitas. 



PAOLO DIACONO 

Sempre il ramo del mirto olezza dei propri corimbi, 
delle sue foglie sempre s'adorna il ramo del mirto. 

Col suo profumo li vince il porno di Persia recato, 
ma piu di tutti intenso esala il cedro il profumo . . . 
Ceda a te pure il Fucino dalPonda cristallina, 
e lo stesso potente Lucrino a te pur ceda. 

Ogni mar vinceresti se Forma di Cristo t'avesse calcato, 
se Galileo fossi stato tu vinceresti ogni mare . . . 

XI 

A Carlo Magno. 

S appressa il settimo anno da die nuova cagione 
genera immensi dolori ed il mio cuore scuote. 
La, nelle terre vostre, prigioniero langue 
neirangoscia, nudo, misero, il fratel mio. 

La misera sua sposa in patria, con voce tremante, 
va per tutte le piazze mendicando il cibo. 
In tal modo umiliante sfama quattro figlioli 
che a malapena di cenci essa riesce a coprire. 

Una sorella ho io di raro candore, che a Cristo 
consacrata serve sin dai prim'anni suoi. 
Questa, con ugual sorte lutto infinite soffrendo, 
quasi gli occhi ha perduto per il continue pianto. 

Per quanto modesta, la nostra casa fu depredata 
e non v'& alcuno, ahime, che a noi infelici soccorra. 
La sposa del fratello dai beni paterni fu esclusa: 
ridotti siamo ormai pari ad ignobili servL 

Addio nobilta! La miseria ha colpito i meschini. 
Avremmo dovuto, confesso, piu acerbi mali patire. 
Ma tu, o potente Sire, abbi pieta, ti preghiamo, 
e a queste sventure da fine una volta pietoso. 

II prigioniero alia patria rendi e ai patrii suoi campi; 
col fabbisogno insieme ridonaci il pristino onore, 
si che la mente nostra ne renda ftei secoli eterna 
lode a Cristo che solo sa degne donar ricompense. 



LA DEDICATORIA DELL' EPITOME DEL 
DE SIGNIFICATIONE VERBORUM)) DI FESTO 1 

DIVINE LARGITATIS MUNERE, SAPIENTIA POTENTIAQUE 

PRAEFULGIDO DOMINO REGI CAROLO REGUM SUBLIMISSIMO 

PAULUS ULTIMUS SERVULUS 

Cupiens aliquid vestris bibliothecis addere, quia ex proprio per- 
parum valeo, necessario ex alieno mutuavi. Sextus denique Pom- 
peius 2 romanis studiis affatim eruditus, tarn sermonum abditorum 
quam etiam quarundam causarum origines aperiens, opus suum 
ad viginti usque prolixa volumina extendit. Ex ego qua prolixitate 
superflua quaeque et minus necessaria praetergrediens, et quaedam 
abstrusa penitus stilo proprio enucleans, nonnulla ita ut erant 
posita relinquens, hoc vestrae celsitudini legendum conpendium 
obtuli. In cuius serie, si tamen lectum ire non dedignabimini, 
quaedam secundum artem, quaedam iuxta ethimologiam posita 
non inconvenienter invenietis, et praecipue civitatis vestrae romu- 
leae, portarum, viarum, montium, locorum tribuumque vocabula 
diserta reperietis, ritus praeterea gentilium et consuetudines 
varias, dictiones quoque poetis et historiographis familiares, quas 
in suis opusculis frequentius posuere. Quod exiguitatis meae mu- 
nusculum si sagax et subtilissimum vestrum ingenium non usque- 
quaque reppulerit, tenuitatem meam vita comite ad potiora ex- 
citabit. 



i. Testo di E. Diimmler, nei M. G.H.,Ep. y iv, p. 508. Traduzione di Tilde 
Nardi. 2. Sextus . . . Pompeius: Sesto Pompeo Festo primo riduttore- e 
non autore, come inclina a credere Paolo Diacono - dell' enorme lavoro 
lessicale De verborum significatu di M. Verrio Flacco. 



LA DEDICATORIA DELL' EPITOME* DEL 
DE SIGNIFICATIONE VERBORUM DI FESTO 

PAOLO, ULTIMO DEI SERVI, A RE CARLO, IL Pit SUBLIME 

DEI RE E SPLENDIDISSIMO SIGNORE PER SAPIENZA, 

POTENZA E GRAZIA DI DIO 

JDesiderando aggiungere qualche altro volume alia vostra raccolta, 
poiche troppo poco valgo personalmente, di necessita ho preso a 
prestito da altri. In breve Festo Pompeo, assai erudito nelle lettere 
latine, dimostrando Porigine tanto delle parole oscure come di al- 
cuni significati, port6 a compimento il proprio lavoro in ben venti 
prolissi volumi. D'un'opera si prolissa, le cose superflue e meno 
necessarie tralasciando, altre troppo oscure chiarendo e analizzando 
con espressioni mie, altre infine lasciando cosi com'erano state 
scritte, oifro in lettura a vostra celsitudine questo compendio. 
Troverete nello svolgimento, se tuttavia non disdegnerete di leg- 
gerlo, vocaboli disposti non inopportunamente, taluni secondo la 
disciplina, altri in ordine etimologico; troverete in particolare le 
denominazioni esatte delle porte, delle vie, dei monti, dei luoghi, 
delle tribu della vostra citta romulea, nonche i riti e le varie con- 
suetudini dei gentili e le locuzioni familiari ai poeti e agli storio- 
grafi che le usarono con frequenza in certe loro brevi opere. 

Se Pacuto e sottilissimo vostro ingegno non respingera in tutto 
questo modesto omaggio, frutto delle mie povere risorse, ci6 inci- 
tera la mia pochezza, finche io viva, a sforzi maggiori. 



DALLA HISTORIA ROMANA' 
LIBRI XIV, CAP. 9 

At vero Attila cernens se relicto hostes ad propria remeasse, 
erectis animis ac spe salutis elevatus Pannonias repedavit mul- 
tumque potiorem exercitum coacervans Italiam furibundus in- 
troiit. Ac primum Aquileiam civitatem in ipso Italiae sitam prin- 
cipio expugnare adgressus est; quam continuo triennio obsidens, 
cum adversus earn strenue civibus repugnantibus nihil praevaleret 
iamque murmur sui exercitus non valentis famis tolerare penu- 
riam audiret, cum die quadam civitatem circuit, ut ex qua parte 
earn facilius posset expugnare inquireret, cernit repente aves in 
aedificiorum fastigiis nidificare solitas, quae ciconiae vocantur, uno 
impetu ex urbe migrare fetusque suos sublatos rostris per rura 
forinsecus deportare. Aspicite, inquit ad suos, aves futuro- 
rum praescias perituram relinquere civitatem. Statimque adhi- 
bitis machinis tormentisque hortatur suos, acriter expugnat urbem 
ac sine mora capit. Diripiuntur opes, captivantur vel trucidantur 
cives, residuum direptioni igni supposito flamma consumit. 2 

LIBRI xiv, CAPP. 11-13 

Ubi Attila 3 consistens, dum utrum adiret Romam an desisteret 
animo fluctuaret, non Urbi, cui infestus erat, consulens sed Alarici 
exemplum pavens, 4 qui captae a se Urbi non diutius supervixit, 
dum ergo has animo tempestates revolveret, repente illi legatio 
placidissima a Roma advenit. 

Nam per se vir sanctissimus Leo papa ad eum accessit. Qui 
cum ad regem barbarum introgressus esset, cuncta ut optaverat 

i. Testo di A. Crivellucci, nelle F.I.S., vol. 51, pp. 195-6, 196-7, 159, 
40-1, 60-2. Traduzione di Tilde Nardi. 2. At . . . consumit: lordanes* 
Get., 2,19-2,1, in forma piu semplice e piu efficace, colla sostituzione libera 
di ut ex . . . inquireret a "dum utrum solveret castra an adhuc remoraretur, 
deliberat" coll'aggiunta del ritorno di Attila in Pannonia da Prospero Tiro, 
Ep. Chron., a. 452 e della durata dell'assedio di Aquileia, dalla tradizione 
locale, probabilmente (Crivellucci). 3. Attila, re degli Unni, il flagello 
di Dio, sconfitto dal maestro delle milizie Ezio, ai Campi Mauriacensi tra 
Troyes e Chalon nel 451, 1'anno successive in vase 1' Italia, distrusse Aqui 
leia e tutte le altre citta che incontr6 nel suo cammino fino a Milano, ma 
mentre si accingeva a marciare su Roma, ne fu distolto deH'ambasceria del 



DALLA ((STORIA ROMANA 

LIBRO XIV, CAP. 9 

Vedendo allora Attila che il nemico, dopo averlo lasciato, si ri- 
tirava nel proprio territorio, rimbaldanzito e spronato dalla spe- 
ranza della salvezza, ritorn6 in Pannonia e, radunato un esercito 
assai piu poderoso, calo furente in Italia. E per prima cosa s'ac- 
cinse ad espugnare la citta di Aquileia, sita proprio sul confine 
d'ltalia; per tre anni consecutivi Tassedio, senza riuscire a sopraf- 
farla per la strenua difesa dei cittadini; e gia udiva il mormorio di 
malcontento del suo esercito, incapace di sopportare gli stimoli 
della fame, quando un giorno, nel compiere un giro intorno alia 
citta per cercare da qual parte potesse piu agevolmente espugnarla, 
vide a un tratto quegli uccelli, chiamati cicogne, usi a nidificare 
sui tetti delle case, che migravano dalla citta in un unico grande 
stormo e portavano fuori per le campagne i piccoli, reggendoli col 
becco. Guardate disse ai suoi gli uccelli, presaghi del fu 
ture, abbandonano la citta che sta per cadere. E tosto, fatte 
awicinare le macchine da guerra, incita i suoi, sferra un furioso 
attacco alia citta e senza difficolta la espugna. Atterrate le case, 
fatti prigionieri o trucidati i cittadini, quel che era scampato al 
saccheggio fu incenerito dalle fiamme appiccatevi. 

LIBRO xiv, CAPP. 11-13 

Qui stava Attila, indeciso se muovere o no verso Roma, non 
gia perche" avesse riguardo per la citta cui era nernico, ma perch 
temeva la sorte esemplare toccata ad Alarico, che non sopravvisse 
a lungo alia conquista della citta. Mentre pertanto rivolgeva nel- 
Tanimo cosl contrastanti pensieri, ecco giungergli da Roma una 
ambasceria di pace. 

Infatti il piissimo papa Leone I in persona and6 a incontrarlo 
e, introdotto presso il re barbaro, ottenne tutto ci6 che aveva 

Senate romano e specialmente dalle esortazioni di papa Leone I, secondo 
la tradizione, accolta del resto da Paolo Diacono; in realta altri furono i 
motivi della rinuncia e non ultimo la notizia del ritorno di Ezio dalla Gal- 
lia. 4. Alarici exemplum pavens : Alarico, re dei Visigoti, conquist6 Roma 
nel 410; pochi mesi dopo mori presso il fiume Busento nel Bruzio, e fu 
pianto come un eroe e sepolto nel letto del fiume dai suoi. 



96 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

optinens, non solum Romae sed et totius Italiae salutem repor- 
tavit; territus namque nutu Dei Attila fuerat nee aliud Christi 
sacerdoti loqui valuit nisi quod ipse praeoptabat. Fertur itaque 
post discessum pontificis interrogatum esse Attilam a suis, cur ultra 
solitum morem tantam reverentiam Romano papae exhibuerit, 
quandoquidem poene ad omnia, quae ille sibi imperasset, obtem- 
perarit; turn regem respondisse: non se eius, qui advenerat, per- 
sonam reveritum esse, sed alium se virum iuxta eum in habitu sa- 
cerdotali adstantem vidisse forma augustiore, canitie venerabilem, 
illumque evaginato gladio sibi terribiliter mortem minitantem, nisi 
cuncta, quae ille expetebat, explesset. 

Igitur Attila tali modo a sua sevitia repressus relicta Italia Pan- 
nonias repetit. 1 

LIBRI xi, CAP. 15 

Athanaricus Constantinopolim ad Theodosium 2 venit, qucm ille 
mira animi iocunditate et affectione suscepit. Denique cum urbem 
Athanaricus intrasset et tarn aedificia civitatis quamque exornati 
quasi ad diem festum populi frequentiam cerneret ac per singula 
mente inhaereret, cumque deinceps imperatoris regiam ingressus 
obsequia officiaque diversa conspiceret : Sine dubio, inquid 
deus terrenus est imperator, contra quem quicunque manum 
levare nisus fuerit, ipse sui sanguinis reus existit. Nee mora, 
tamen superveniente valitudine rebus excessit humanis ; cuius exe- 
quias imperator ipse praecedens dignae eum tradidit sepulturae. 3 
At universae 4 Gothorum gentes rege defuncto aspicientes virtutcm 
benignitatemque Theodosii Romano sese imperio dederunt. 

In hisdem etiam diebus Parthi coeteraeque barbarac nationes 
Romano prius nomini inimicae ultro Constantinopolim ad Theodo 
sium misere legates pacemque supplices poposcerunt iunctumque 
cum eis foedus est. 

i.asua... repetit: lordanes, Get., 223; Prospero Tiro, Ep. Ckron., a. 
452, con parole sue sostituendo Pannonias a "ultra Danubium" (Cri- 
vellucci). 2. Theodosium'. Teodosio II. 3. quem . . . sepulturae: lordanes, 
Get., 142-4, rifuso in forma propria piu sobria e piia elegante, sostituendo 
Nee mora a "paucis mensibus interiectis", forse sull'autorita di Orosio, vii, 
34, 7 che ha: "continue ut Constantinopolim venit, morbo periit", di Pro 
spero Tiro, c. 1177: "quinto decimo die quam fuerat susceptus occiditur", 
e di Marcellino, a. 381: '* Constantinopolim mense ianuario venit eodem- 
que mense morbo periit" (Crivellucci). 4. universae etc.: Orosio, VII, 



PAOLO DIACONO 97 

desiderato, salvando cosi non Roma soltatito ma 1' Italia intera. 
Attila invero era stato atterrito dal cenno divino e le parole 
del ministro di Dio non valsero che ad ottenere quanto Attila 
stesso ormai desiderava. Narrano infatti che, dopo la partenza 
del papa, fu chiesto ad Attila dai suoi perche mai, contraria- 
mente al suo costume, avesse dimostrato tanta reverenza al pon- 
tefice romano, si da obbedire quasi ad ogni comando di lui; e che 
il re allora rispose di non aver provato quel reverente timore per 
la persona di colui che era venuto, ma d'aver visto ritto al suo fianco 
un altro uomo in abito sacerdotale e di piu augusto aspetto, vene- 
rando per canizie, il quale, sguainata la spada, con voce terribile 
1'aveva minacciato di morte, se non avesse fatto tutto cio che il 
papa chiedeva. 

Cosi Attila, indotto in tal modo a desistere dalla sua ferocia, 
Iasci6 T Italia e fece ritorno in Pannonia. 

LIBRO xi, CAP. 15 

V enne Atanarico a Costantinopoli presso Teodosio, che lo accolse 
con la piu grande affabilita e simpatia. Piu tardi Atanarico, ad- 
dentratosi nella citta e mirando sia gli edifici come la folia dei 
cittadini tutti adorni come per un giorno di festa, ogni cosa no- 
tava attentamente ; e quando poi, entrato nel palazzo imperiale, 
vide compiere diversi atti di sottomissione e di ossequio, osserv6 : 
Senza dubbio Pimperatore e un dio in terra e chiunque s'ar- 
rischiasse a levare la mano contro di lui sarebbe reo di morte. 
Ma poco tempo dopo, per il soprawenire d'una malattia, mori e 
Timperatore in persona, precedendo il suo funerale, gli diede de- 
gna sepoltura. Allora tutte le genti gote, morto il loro re, si sotto- 
misero ai Romani, riconoscendo la virtu e la benignita di Teo- 
dosio. 

In quei giorni anche i Parti e le altre popolazioni barbariche, 
prima ostili ai Romani, spontaneamente inviarono ambasciatori 
da Teodosio a Costantinopoli a chiedere supplici la pace e con esse 
fu stipulate un accordo. 



34, 7-9, colla sostituzione di Parthi a Persae che nessun codice Orosia- 
no ha, e con varie soppressioni (Crivellucci). 



98 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

LIBRI III, CAPP. 5-6 

Aemilio consule ingentes Gallorum copiae Alpes transierunt. Sed 
pro Romanis tota Italia consensit, traditumque est a Favio hi- 
storico, 1 qui ei bello interfuit, DCC milia hominum parata ad id 
bellum fuisse. Sed res per consules tantum prospere gesta est. XL 
milia hostium interfecta sunt et triumphus Aemilio decretus, 2 Gal 
lorum siquidem animi feroces, corpora plus quam humana erant, 
sed experimento deprehensum est, quod virtus corum, si cut primo 
impetu maior quam virorum est, ita sequens minor quam femina- 
rum; alpina corpora humenti caelo educata habent quiddam si 
mile nivibus suis, cum mox calore pugnae statim in sudorem eunt 
et levi modo quasi sole laxantur. Hii Brittomaro duce non prius 
posituros se baltea iuraverunt, quam Capitolium incendissent. Fac- 
tumque est; nam victos eos Aemilius in Capitolio discinxit, ct quia 
dux eorum de Romano milite Marti suo torquem auream devo- 
tasset, de ipsius Ariobistonis reliquorumque Gallorum torquibus 
aureum trophaeum lovi erexit. 

Aliquot deinde annis post contra Gallos intra Italiam pugnatum 
est, finitumque bellum 3 Marco Claudio Marcello Gneo Cornelio 
Scipione consulibus. Marcellus deinde cum imprudens in manus 
Gallorum incidisset omniaque infesta vidisset, nee qua evadere 
possit haberet, in medium hostium inrupit; quibus inopinata au- 
dacia perculsis, regem quoque eorum Vitrodomarum nomine occi- 
dit, atque ubi spes salutis vix fuerat, inde opima retulit spolia. 
Postea cum collega ingentes copias Gallorum peremit, Mediola- 
num expugnavit, grandem praedam Romam pertulit. Ac trium- 
phans Marcellus spolia Galli stipiti inposita humeris suis vexit. 

LIBRI IV, CAP. 12 

Oum igitur clarum Scipionis 4 nomen esset, iuvenis adhuc consul 
est factus et contra Carthaginem est missus. Contra quam dum sex 

i. traditumque . . . historico: Q. Fabio Pittore (nato verso la meta del III 
secolo a. C.), senatore e militare, autore di Annales in greco contcnenti 
la narrazione storico-leggendaria delle vicende di Roma dalla vcnuta 
di Enea alia seconda guerra punica. 2. Sed res . . .decretus: si parla 
qui della batlaglia avvenuta presso Talamone nel 224 a. C. 3. fini 
tumque bellum: dopo la battaglia di Clastidium (Casteggio) ncl 222 a. C. 
4. Cum . . . Scipionis: Publio Cornelio Scipione Emiliano eletto console 



PAOLO DIACONO 99 

LIBRO III, CAPP. 5-6 

botto il consolato di Emilio, numerose torme di Galli varcarono 
le Alpi. Ma T Italia intera si schiero a favore dei Romani, e racconta 
lo storico Fabio, che a quella guerra partecipo, che s'armarono 
in quella occasione ben settecentomila uomini. Ma al felice com- 
pimento dell'impresa bastarono i consoli. Quarantamila nemici 
furono uccisi e ad Emilio fu decretato il trionfo. Se fieri in verita 
erano gli animi dei Galli, piu che umani erano i corpi; ma alia 
prova apparve manifesto che il loro valore, se al primo assalto e 
piu che da uomini, poi e peggio che da donne; i loro corpi di 
montanari, cresciuti in umido clima, hanno alcunche di simile alle 
loro nevi, poiche nel calore della battaglia ben presto prendono 
a sudare abbondantemente, e facilmente cedono come lique- 
fatti dal sole. Questi, guidati da Brittomaro, avevano giurato di 
non togliersi i baltei prima d'aver incendiato il Campidoglio. E cosi 
avvenne: che Emilio, dopo averli vinti, li spogli6 in Campidoglio, 
e poiche il loro capo aveva consacrato al suo Marte una co liana 
fatta con Poro tolto ai soldati romani, egli eresse a Giove un trofeo 
d'oro con le collane dello stesso Ariobistone e degli altri Galli. 

Alcuni anni piu tardi, si combatte di nuovo contro i Galli in 
Italia e la guerra fu conclusa sotto il consolato di Marco Claudio 
Marcello e di Gneo Cornelio Scipione. In seguito Marcello, caduto 
per sua imprudenza in mano dei Galli, minacciato da ogni parte 
e non avendo altra via di scampo, si getto in mezzo ai nemici; 
sopraffattili con quelPatto impreveduto d'audacia, uccise anche 
il loro re di nome Vitrodomaro e cosi, la dove non aveva quasi 
speranza di salvezza, conquist6 le spoglie opime. Poi, insierne 
al collega, annient6 un gran numero di Galli, espugn6 Milano e 
riport6 a Roma una copiosa preda. E alia cerimonia del trionfo 
Marcello stesso port6 sulle spalle le spoglie del Gallo, infitte in 
un palo. 

LIBRO IV, CAP. 12 

Essendo ormai famoso il suo nome, Scipione, sebbene ancor 
giovane, fu eletto console e mandato contro Cartagine. Sebbene 
avesse combattuto sei giorni e sei notti di seguito contro di essa, 

nel 147 a. C., con speciale dispensa a causa della sua giovane eta. Con la 
distruzione di Cartagine, nel 146 a. C., fu posta fine alia terza guerra punica. 



100 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

continuis diebus noctibusque pugnasset, ultima Carthaginienses 
desperado ad deditionem traxit, petentes ut, quos belli clades reli- 
quos fecisset, saltim servire liceret; ac primum agmen mulierum 
satis miserabile, post virorum descendit; nam fuisse mulierum vi- 
ginti quinque milia, virorum triginta milia traditum est. Rex 
Hasdrubal se ultro dedidit; transfugae qui Escolapii templum occu- 
paverant, voluntario praecipitio dati, igne consumpti sunt, Uxor 
Hasdrubalis se suosque filios secum femineo furore in medium 
iecit incendium. Ipsa autem civitas sedecim diebus continuis arsit 
miserumque spectaculum suis victoribus praebuit; multitude om- 
nis captivorum exceptis paucis principibus venundata est. Diruta 
est autem Carthago omni murali lapide in pulverem comminuto. 1 
Cuius fuisse situs huiusmodi dicitur: XXII milia passuum muro 
amplexa tota poene mari dngebatur absque faucibus, quae tribus 
inilibus passuum aperiebantur ; is locus murum triginta pedes 
latum habuit saxo quadrato in altitudine cubitorum quadraginta, 
a saxo cui Byrsae nomen erat, paulo amplius quam duo milia pas 
suum tenebat; ex una parte murus communis urbis et Byrsae 
imminens mari, quod mare stagnum dicitur, quoniam obiectu pro- 
tentae linguae strangulatur. Spolia ibi inventa, quae variarum ci- 
vitatum excidiis Carthago collegerat, et ornamenta urbium civi- 
tatibus Siciliae, Italiae, Africae reddidit quae sua recognosccbant. 
Ita Carthago septingentesimo anno postquam condita erat deleta 
est. Ita quarto, quam coeptum fuit, bellum tertium terminatum 
est. Scipio nomen, quod avus eius acceperat, mcruit, scilicet ut 
propter virtutem etiam ipse Africanus iunior vocaretur. 



i. dum sex . . . comminuto: Orosio, IV, 23, 2-7, con qualche tempo mu~ 
tato, qualche proposizione omessa o spostata (Crivellucci). 



PAOLO DIACONO IOI 

solo Testrema disperazione indusse alia resa i Cartaginesi, i quali 
chiesero che fosse almeno consentito di viver da schiavi a coloro 
che erano sopravvissuti alia strage; e per prima disease la schiera 
miserevole delle donne, poi quella degli uomini ; si dice che venti- 
cinquemila fossero le donne e trentamila gli uomini. II re Asdru- 
bale si consegno volontariamente; e i disertori, che avevano occu- 
pato il tempio di Esculapio, precipitatisi in una voragine, furono 
consunti dal fuoco. La moglie di Asdrubale si gett6 coi figli in 
mezzo alle fiamme con donnesco furore. La citta intera arse per 
sedici giorni senza interruzione, offrendo agli stessi vincitori un 
miserando spettacolo; tutta la turba dei prigionieri, fatta eccezione 
di pochi nobili, fu venduta. Cartagine fu rasa al suolo e ogni pietra 
delle sue mura ridotta in polvere. La posizione della citta si dice 
fosse la seguente: chiusa da una cerchia di mura della lunghezza 
di ventiduemila passi, era quasi tutta circondata dal mare, eccet- 
tuata 1'imboccatura che s'apriva per tremila passi; questo luogo 
era protetto da un muro dello spessore di trenta piedi e dell'altezza 
di quaranta cubiti, costruito di pietre quadrate; e a partire dallo 
scoglio chiamato Birsa si estendeva per poco piu di duemila passi ; 
da una parte il muro, comune alia cittk e allo scoglio di Birsa, so- 
vrasta un tratto di mare che e detto stagno, perche e strozzato da 
una lingua che si protende nel mare. 

Le spoglie ivi trovate, che Cartagine aveva accumulato coi sac- 
cheggi di varie citta, e i trofei delle citta stesse furono da Scipione 
restituiti alle citta della Sicilia, dell* Italia e dell' Africa che le ri- 
conoscevano per proprie. Cosi Cartagine fu distrutta a settecento 
anni dalla fondazione. E dopo quattro anni da che era cominciata, 
termin6 cosi la terza guerra punica. Scipione merit6 il soprannome 
che gia aveva avuto il suo avo: fu chiamato cioe anch'egli, per il 
suo valore, Africano minore. 



DALLA ((HISTORIA LANGOBARDORUM" 1 
LIBRI I, CAP. 27 

De morte Audoin et regno Alboin, et quomodo Alboin Cunimun- 

dum regem Gepidorum super avit etfiliam eius Rosamundam 

in matrimonium duxit. 

Igitur Audoin, de quo praemiseramus, Langobardorum rex Ro- 
delindam in matrimonio habuit; quae ei Alboin, 3 virum bellis 
aptum et per omnia strenuum, peperit. Mortuus itaque est Au 
doin, ac deinde regum iam decimus Alboin ad regendam patriam 
cunctorum votis accessit. Qui cum famosissimum et viribus cla- 
rum ubique nomen haberet, Chlotarius rex Francorum Chlot 
suindam ei suam filiam in matrimonio sociavit. De qua unam 
tantum filiam Alpsuindam nomine genuit. Obiit interea Turisindus 
rex Gepidorum; cui successit Cunimundus in regno. Qui vindicare 
veteres Gepidorum iniurias cupiens, inrupto cum Langobardis foe- 
dere, bellum potius quam pacem elegit. Alboin vero cum Avaribus, 
qui primum Hunni, postea de regis proprii nomine Avares appel- 
lati sunt, foedus perpetuum iniit. Dehinc ad praeparatum a Gepidis 
bellum profectus est. Qui cum adversus eum e diverso propera- 
rent, Avares, ut cum Alboin statuerant, eorum patriam invaserunt. 
Tristis ad Cunimundum nuntius veniens, invasisse Avares eius 
terminos edicit. Qui prostratus animo et utrimque in angustiis 
positus, hortatur tamen suos primum cum Langobardis confligere; 
quos si superare valerent, demum Hunnorum exercitum e patria 
pellerent. Committitur ergo proelium. Pugnatum est totis viribus. 
Langobardi victores effecti sunt, tanta in Gepidos ira saevientcs, 
ut eos ad internitionem usque delerent atque ex copiosa multitu- 
dine vix nuntius superesset. In eo proelio Alboin Cunimundum 
occidit, caputque illius sublatum, ad bibendum ex eo poculum 
fecit. Quod genus poculi apud eos scala dicitur, lingua vcro 
latina patera vocitatur. Cuius filiam nomine Rosimundam cum 
magna simul multitudine diversi sexus et aetatis duxit captivam; 
quam, quia Chlotsuinda obierat, in suam, ut post patuit, perni- 
ciem, duxit uxorem. Tune Langobardi tantam adepti sunt prae- 

r. Testo di L. Bethmann e G. Waitz, nei M. G. H., SS. rr. lang. saec. 
VI-IX, pp. 68-70, 52, 81-2, 86, 87, 87-9, 100-1, 109-10, 123-4, 124, 126-7, 
r 66, 174, 179-80, 177-8, 1 80- 1. Traduzione di Tilde Nardi. 2. Alboin: 



DALLA STORIA DEI LONGOBARDI 

LIBRO I, CAP. 27 

Morte di Audoino e regno di Alboino^ e come costui 

vinse Cunimondo re del Gepidi e ne sposo 

la figlia Rosmunda. 

Pertanto Audoino re dei Longobardi, del quale s'era innanzi par- 
lato, prese in moglie Rodelinda, che gli diede un figlio, Alboino, 
bellicoso e valorosissimo. Alia morte di Audoino, Alboino, decimo 
dei re, assunse il potere per voto unanime. Essendo egli venuto in 
gran fama ovunque per la sua forza, Clotario re dei Franchi gli die 
in moglie sua figlia Clotsuinda, dalla quale ebbe soltanto una 
figlia di nome Alpsuinda. Mori nel frattempo Turisindo re dei Ge 
pidi e gli successe nel regno Cunimondo. Questi, bramoso di 
vendicare le antiche offese subite dai Gepidi, infranto il patto 
coi Longobardi, prefer! la guerra alia pace. Alboino allora strinse 
una alleanza perpetua cogli Avari che, chiamati dapprima Unni, 
Avari s'eran detti dal nome del loro re. Indi parti per la guerra 
voluta dai Gepidi. Mentre questi da diverse direzioni avanzavano 
contro di lui, gli Avari, secondo Paccordo stretto con Alboino, in- 
vasero il loro paese. Un messo disperato raggiunse Cunimondo 
per informarlo che gli Avari avevano oltrepassato i confini del 
suo regno. II re, colPanimo prostrato, e messo a mal partito da due 
lati, incit6 tuttavia i suoi a combattere prima con i Longobardi; 
poi, se fossero riusciti a vincerli, avrebbero cacciato gli Unni dalla 
patria. Fu attaccata battaglia e si combatt6 con tutte le forze. 
Vinsero i Longobardi, i quali si accanirono contro i Gepidi con 
tanto furore che li massacrarono fino all'ultimo e di si grande 
moltitudine appena il messo si salv6. In questa battaglia Alboino 
uccise Cunimondo, gli mozzo il capo e del cranio fece una coppa per 
bere. Questo genere di tazza presso di loro si chiama scala)>, in 
latino patera. Men6 prigioniera, insieme a una moltitudine di 
Gepidi d'ambo i sessi e d'ogni eta, la figlia di Cunimondo di nome 
Rosmunda. E questa prese in moglie, poiche Clotsuinda era morta, 
preparando cosi la propria rovina, come in seguito apparve mani 
festo. In queH'occasione i Longobardi fecero cosi abbondante 

Alboino, fondatore del regno longobardo in Italia, supero le Alpi Giulie 
neiraprile del 568. 



104 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

dam, ut iam ad amplissimas pervenirent divitias. Gepidorum vero 
ita genus est deminutum, ut ex illo iam tempore ultra non ha- 
buerint regem. Sed universi qui superesse bello poterant aut 
Langobardis subiecti sunt, aut usque hodie, Hunnis eorum pa- 
triam possidentibus, duro imperio subiecti gemunt. Alboin vero 
ita praeclarum longe lateque nomen percrebuit, ut hactenus etiam 
tam aput Baioariorum gentem quamque et Saxonum, sed et alios 
eiusdem linguae homines eius liberalitas et gloria bellorumque 
felicitas et virtus in eorum carminibus celebretur. Arma quoque 
praecipua sub eo fabricata fuisse, a multis hucusque narratur. 

LIBRI i, CAP. 8 
De Godan et Frea ridicula fdbula. 

Refert hoc loco antiquitas ridiculam fabulam: quod accedentes 
Wandali ad Godan victoriam de Winnilis postulaverint, illeque 
responderit, se iliis victoriam daturum quos primum oriente sole 
conspexisset. Tune accessisse Gambara ad Fream, uxorem Godan, 
et Winnilis victoriam postulasse, Freaque consilium dedisse, ut 
Winnilorum mulieres solutos crines erga faciem ad barbae simili- 
tudinem conponerent maneque primo cum viris adessent seseque 
Godan videndas pariter e regione, qua ille per fenestram orientem 
versus erat solitus aspicere, conlocarent. Atque ita factum fuisse. 
Quas cum Godan oriente sole conspiceret, dixisse : Qui sunt isti 
longibarbi ? Tune Frea subiunxisse, ut quibus nomen tribuerat 
victoriam condonaret. Sicque Winnilis Godan victoriam conccs- 
sisse. Haec risui digna sunt et pro nihilo habenda. Victoria enim 
non potestati est adtributa hominum, sed de caelo potius mini- 
stratur. 

LIBRI II, CAP. 15 

De Liguria secunda Italiae provinda, et de duabus Retiis. 

JN on ab re esse arbitror, si etiam ceteras Italiae provincias breviter 
adtingamus. Secunda provincia Liguria a legendis, id est colli- 
gendis, leguminibus, quorum satis ferax est, nominatur. In qua 
Mediolanum est et Ticinus, quae alio nomine Papia appellatur. 



PAOLO DIACONO 105 

bottino da diventare ricchissimi. Quanto alia stirpe dei Gepidi, 
fu allora cosi duramente colpita che da quel memento in poi non 
ebbe piu re. Ma tutti quelli che erano riusciti a salvarsi dalla guerra 
o furono soggetti ai Longobardi o fino ad oggi, occupando sempre 
gli Unni la terra loro, gemono sotto dura servitu. II nome di Al- 
boino allora divenne in ogni luogo cosi famoso, che ancor oggi 
tanto presso i Bavari quanto presso i Sassoni ed anche altre po- 
polazioni della stessa lingua se ne celebra nei loro canti la liberalita, 
la gloria, la fortuna in guerra ed il valore. Da molti si narra ancor 
oggi che sotto il suo regno furono fabbricate anche armi speciali. 

LIBRO i, CAP. 8 
La ridicola favola di Wotan e Frea. 

A questo proposito ci e tramandata dagli antichi una ridicola fa 
vola. I Vandali si sarebbero rivolti a Wotan per chiedergli la vit- 
toria sui Winnili e il dio avrebbe risposto che avrebbe concessa 
la vittoria ai primi che al sorger del sole si fossero ofTerti al suo 
sguardo. Allora Gambara ando da Frea, la sposa di Wotan, per 
chiedere a sua volta la vittoria per i Winnili; e Frea gli suggeri 
che le donne dei Winnili si sciogliessero i capelli e se li aggiustassero 
attorno al volto a guisa di barba e di primo mattino uscissero con 
gli uomini e si collocassero in modo da essere viste insieme dal 
luogo donde Wotan soleva attraverso una finestra guardare verso 
oriente. Cosi fecero. E Wotan al sorger del sole le vide e disse: 
Chi sono questi longibarbi ? Frea allora intervenne dicendo 
che concedesse la vittoria a coloro cui aveva dato quel nome. Cosi 
Wotan diede la vittoria ai Winnili. Racconti come questo son degni 
di riso e da non tenersi in alcun conto. Poiche in esso la vittoria 
viene attribuita non gia alle forze degli uomini, bensi a una con- 
cessione del cielo. 

LIBRO ii, CAP. 15 
La Liguria, seconda provincia d* Italia, e le due Rezie. 

Ritengo non sia fuor di luogo toccare brevemente anche delle altre 
province d' Italia. La seconda provincia & la Liguria, cosi chiamata 
dalla raccolta dei legumi che produce in buona quantita. In 
essa sono le citta di Milano e Ticino, altrimenti chiamata anche 



106 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

Haec usque ad Gallorum fines extenditur. Inter hanc et Suaviam, 
hoc est Alamannorum patriam, quae versus septemtrionem est 
posita, duae provinciae, id est Retia prima et Retia secunda, inter 
Alpes consistunt; in quibus proprie Reti habitare noscuntur. 

LIBRI n, CAP. 24 

Quare Italia sic vocatur, ut quid etiam Ausoniam 
vel Latium dicitur, 

Italia quoque, quae has provincias continet, ab Italo Siculorum 
duce, qui earn antiquitus invasit, nomen accepit. Sive ob hoc Italia 
dicitur, quia magni in ea boves, hoc est itali, habentur. Ab eo 
namque quod est italus per diminutionem, licet una littera addita 
altera inmutata vitulus, appellatur. Italia etiam Ausonia dicitur 
ab Ausono, Ulixis filio. Primitus tamen Beneventana regio hoc 
nomine appellata est; postea vero tota sic coepit Italia vocitari. 
Dicitur quoque etiam Latium Italia, pro eo quod Saturnus lovem, 
suum filium, fugiens, intra earn invenisset latebram . . . 

LIBRI n, CAP. 27 
Quomodo Alboin Ticinum ingressus est. 

At vero Ticinensis civitas post tres annos et aliquod menses 
obsidionem perferens, tandem se Alboin et Langobardis obsidcn- 
tibus tradidit. In quam cum Alboin per portam quae dicitur 
Sancti lohannis ab orientali urbis parte introiret, equus eius in 
portae medio concidens, quamvis calcaribus stimulates, quamvis 
hinc inde hastarum verberibus caesus, non poterat elevari. Tune 
unus ex eisdem Langobardis taliter regem adlocutus est diccns: 
Memento, domine rex, qualem votum vovisti. Frangc tarn du 
rum votum, et ingredieris urbem. Vere etenim christianus est po- 
pulus in hac civitate. Siquidem Alboin voverat, quod universum 
populum, quia se tradere noluissct, gladio extingueret. Qui post- 
quam talem votum disrumpens civibus indulgentiam promisit, 
mox eius equus consurgens, ipse civitatem ingressus, nulli laesio- 
nem inferens, in sua promissione permansit. Tune ad eum omnis 



PAOLO DIACONO IO7 

Pavia. Questa provincia si estende sino ai confini dei Galli. Tra 
essa e la Svevia, cioe il territorio degli Alemanni, che e a setten- 
trione, vi sono nella zona delle Alpi due province, la Rezia prima 
e la Rezia seconda, nelle quali si sa che abitano quelli che propria- 
mente si chiamano Reti. 

LIBRO n, CAP. 24 

Per die V Italia e cost chiamata 
e perche vien delta anche Ausonia o Lazio. 

Anche 1' Italia, che comprende queste province, prese il nome da 
Italo, capo dei Siculi, che anticamente la invase. Oppure e detta 
Italia perch in essa v'hanno grandi buoi, cioe ccitali)): che italus)>, 
termine abbreviato, coH'aggiunta d'una lettera e il cambiamento 
d'un'altra, e quello che dicesi vitulus. L'ltalia e chiamata pure 
Ausonia da Ausonio, figlio di Ulisse. Da principio, veramente, 
solo la regione beneventana fu chiamata con questo nome; ma in 
seguito si comincib a chiamare cosi tutta T Italia. L'ltalia e detta 
anche Lazio per il fatto che Saturno, fuggendo Giove suo figlio, 
in essa aveva trovato da nascondersi . . . 



LIBRO II, CAP. 27 

Come Alboino entrd in Pavia. 

La citta di Pavia, che per tre anni e alcuni mesi aveva resistito al- 
Passedio, s'arrese finalmente ad Alboino e ai Longobardi che Tas- 
sediavano. Ma mentre Alboino faceva il suo ingresso nella citta 
dalla parte orientale, attraverso la porta detta di San Giovanni, il 
suo cavallo cadde nel mezzo della porta e per quanto stimolato 
dagli sproni e battuto di qua e di la a colpi d'asta, non si riusci 
a farlo rialzare. Allora uno dei Longobardi stessi cosi par!6 al re : 
Ricordati, sire, del giuramento che hai fatto. Infrangi un cosi 
crudele giuramento ed entrerai nella citta. Poich6 il popolo di que- 
sta citta e cristiano. In verita Alboino aveva giurato di passare a 
fil di spada tutto il popolo perch6 non aveva voluto arrendersi. 
Ma non appena il re, rompendo il suo giuramento, ebbe promesso 
indulgenza ai cittadini, tosto il cavallo si rialz6 ed egli, entrato 
nella citta, fedele alia promessa fatta, non fece male ad alcuno. Al- 



108 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

populus in palatium, quod quondam rex Theudericus construxe- 
rat, concurrens, post tantas animum miserias de spe iam fidus 
coepit futura relevare. 

LIBRI n, CAP. 28 

Quomodo Alboin, postquam tribus regnaverat annis, consilio 
suae coniugis ab Helmechis interfectus est. 

Qui rex postquam in Italia tres annos et sex menses regnavit, 
insidiis suae coniugis interemptus est. 1 Causa autem interfectionis 
eius fuit. Cum in convivio ultra quam oportuerat aput Veronam 
laetus resederet, cum poculo quod de capite Cunimundi regis sui 
soceris fecerat reginae ad bibendum vinum dari praecepit atque 
earn ut cum patre suo laetanter biberet invitavit. Hoc ne cui vi- 
deatur inpossibile, veritatem in Christo loquor: ego hoc poculum 
vidi in quodam die festo Ratchis principem ut illut convivis suis 
ostentaret manu tenentem. Igitur Rosemunda ubi rem animad- 
vertit, altum concipiens in corde dolorem, quern compescere non 
valens, mox in mariti necem patris funus vindicatura exarsit, con- 
siliumque mox cum Helmechis, qui regis scilpor, hoc est armiger, 
et conlactaneus erat, ut regem interficeret, iniit. Qui reginae pcr- 
suasit, ut ipsa Peredeo, qui erat vir fortissimus, in hoc consilium 
adsciret. Peredeo cum reginae suadenti tanti nefas consensual 
adhibere nollet, ilia se noctu in lectulo suae vestiariae, cum qua 
Peredeo stupri consuetudinem habebat, supposuit; ubi Peredeo 
rem nescius veniens, cum regina concubuit. Cumque ilia patrato 
iam scelere ab eo quaereret, quam se esse existimaret, et ipse nomen 
suae amicae, quam esse putabat, nominasset, regina subiunxit: 
Nequaquam ut putas, sed ego Rosemunda sum - , inquit. 
Certe nunc talem rem, Peredeo, perpetratam habcs, ut aut tu Al- 
boin interfiles, aut ipse te suo gladio extinguet. Tune illc in- 
tellexit malum quod fecit, et qui spontc noluerat, tali modo in regis 
necem coactus adsensit. Tune Rosemunda, dum se Alboin in me- 
ridie sopori dedisset, magnurn in palatio silentium fieri praecipiens, 
omnia alia arma subtrahens, spatham illius ad lectuli caput, ne 
tolli aut evaginari possit, fortiter conligavit, et iuxta consilium 

i. Qui rex . . . est: in realta Alboino fu ucciso nel 573. Non si capisce per- 
ci6 come si debba rettamente intendere il passo di Paolo Diacono, a meno 
che non si pensi al 571, anno della conquista di Pavia e sua ufficiale elezione 
a capitale del nuovo regno. 



PAOLO DIACONO 109 

lora tutto il popolo, accorrendo a lui nel palazzo che il re Teodo- 
rico un tempo aveva fatto erigere, comincib a respirare, dopo tante 
miserie, riacquistando fiducia neirawenire. 

LIBRO n, CAP. 28 

Come Alboino, dopo ire anni di regno, fu ucciso da Elmechi 
per istigazione della propria moglie. 

Dopo tre anni e sei mesi di regno in Italia, Alboino fu ucciso per le 
trame di sua moglie. E la causa del suo assassinio fu questa. Tro- 
vandosi a un banchetto presso Verona, allegro fuor di misura, or- 
din6 di mescere del vino per la regina nella tazza che s'era fatta 
col cranio del re Cunimondo suo suocero e la invit6 a here lieta- 
mente insieme a suo padre. E per che questo a taluno non abbia 
a parere impossibile affermo in nome di Cristo che e la verita; vidi 
io stesso la tazza una volta che il principe Rachi la teneva in mano, 
in un giorno di festa, per mostrarla ai suoi convitati. Perci6 Ro- 
smunda, colpita da quel fatto, provando in cuor suo un profondo 
dolore e non riuscendo a domarlo, arse tosto dal desiderio di 
vendicare Tuccisione del padre con la morte del marito; e su- 
bito s'accord6 con Elmechi che era scilptor , cio& armigero del 
re, e suo fratello di latte, per uccidere il re. Elmechi persuase 
la regina ad attrarre nel complotto Peredeo, che era uomo fortis 
simo. Ma poiche" Peredeo rifiutava di aderire alle richieste della 
regina che voleva spingerlo a un cosi grave misfatto, el'la s'intro- 
dusse di notte nel letto d'una sua ancella con la quale Peredeo 
manteneva intima consuetudine ; venne Peredeo ignaro e qui giac- 
que colla regina. Quando poi, consumato ormai Padulterio, ella gli 
chiese chi pensava che ella fosse, facendo Peredeo il nome di quella 
che credeva essere la sua arnica, la regina soggiunse : Non e 
come tu pensi: io sono Rosmunda; ormai, o Peredeo, tu hai per- 
petrato un'azione di tale gravita, che o tu ucciderai Alboino o egli 
con la sua spada uccidera te. Comprese egli allora il male che 
aveva compiuto e, in tal mo do costretto, consent! all' assassinio 
del re cui prima, libero, s'era rifiutato. Allora Rosmunda, mentre 
Alboino giaceva immerso nel sonno pomeridiano, diede ordine 
che si facesse profondo silenzio nel palazzo e, sottratta al re ogni 
altra arma, Ieg6 saldamente la sua spada a capo del letto di guisa 
che non potesse n6 impugnarla ne" sguainarla; indi, secondo il 



110 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

Peredeo Helmechis interfectorem omni bestia crudelior introduxit. 1 
Alboin subito de sopore experrectus, malum quod imminebat in- 
tellegens, manum citius ad spatham porrexit; quam strictius reli- 
gatam abstrahere non valens, adprehenso tamen scabello subpe- 
daneo, se cum eo per aliquod spatium defendit. Sed heu pro dolor! 
vir bellicosissimus et summae audaciae nihil contra hostem prae- 
valens, quasi unus de inertibus interfectus est, uniusque mulier- 
culae consilio periit, qui per tot hostium strages bello famosissimus 
extitit. Cuius corpus cum maximo Langobardorum fletu et lamen- 
tis sub cuiusdam scalae ascensu, quae palatio erat contigua, se- 
pultum est. Fuit autem statura procerus et ad bella peragenda toto 
corpore coaptatus. Huius tumulum nostris in diebus Giselpert, qui 
dux Veronensium fuerat, aperiens, spatham eius et si quid in or- 
natu ipsius inventum fuerat abstulit. Qui se ob hanc causam va- 
nitate solita apud indoctos homines Alboin vidisse iactabat. 

LIBRI in, CAP. 16 
De regno Authari, et quanta securitas eius tempore fuit. 

At vero Langobardi cum per annos decem sub potestate ducum 
fuissent, tandem communi consilio Authari, Clephonis filium 
supra memorati principis, regem sibi statuerunt. Quern etiam 
ob dignitatem Flavium appellarunt. Quo praenomine omnes qui 
postea fuerunt Langobardorum reges feliciter usi sunt. Huius 
in diebus ob restaurationem regni duces qui tune erant omnem 
substantiarum suarum medietatem regalibus usibus tribuunt, ut 
esse possit, unde rex ipse sive qui ei adhaererent eiusque obsequiis 
per diversa officia dediti alerentur. Populi tamen adgravati per 
Langobardos hospites partiuntur. Erat sane hoc mirabile in rcgno 
Langobardorum: nulla erat violentia, nullae struebantur insidiae; 
nemo aliquem iniuste angariabat, nemo spoliabat; non erant furta, 
non latrocinia; unusquisque quo libebat securus sine timore 
pergebat. 



i . iuxta . . . introduxit : parrebbe doversi costmire : iuxta consilium Hel- 
michis, Peredeo interfectorem (Rosemunda) omni bestia crudelior introdu 
xit . Ma la cosa non appare cosl semplice a chi tenga presente il racconto 
di Agnello. Si veda la nota 2, a p. 88 dell'ediz. cit. Bethmann e Waitz 
(B. Nardi). 



PAOLO DIACONO III 

piano di Elmechi, piu spietata (Tuna belva introdusse Fuccisore 
Peredeo. Alboino, destatosi di soprassalto, rendendosi conto del 
pericolo incombente, corse lestamente con la mano alia spada; 
e poiche non riusciva a sguainarla, tanto strettamente era legata, 
afferro uno sgabello e con questo alcun tempo si difese. Ma, 
ahime, quelFuomo cosi valoroso ed audace, nulla potendo contro 
Faggressore, fu ammazzato come un qualunque imbelle; e colui 
che s'era coperto di gloria in guerra facendo tanta strage di nemici, 
peri miseramente per Fastuzia d'una donnicciola. II suo corpo, 
con grandissimo pianto e lamento dei Longobardi, venne sepolto 
sotto la rampa d'una scala contigua al palazzo. Alboino era alto 
di statura, con un corpo che pareva fatto per la guerra. Giselperto 
duca di Verona, avendo aperto ai giorni nostri il suo sepolcro, ne 
asport6 la spada e ci6 che trov6 dei suoi ornamenti. Per la qual 
cosa, con la vanita solita degli ignoranti, si vantava d'aver veduto 
Alboino. 

LIBRO III, CAP. l6 

// regno di Autari e il benessere di quel periodo. 

Ora i Longobardi, dopo essere stati per dieci anni sotto il governo 
dei duchi, alia fine, per decisione unanime, elessero re Autari, figlio 
di quel Clefi ricordato alFinizio. E lo chiamarono Flavio per Falto 
onore cui era assunto. Di questo prenome si fregiarono felicemente 
tutti i successivi re dei Longobardi. Sotto il regno di Autari tutti 
i duchi, al fine di restaurare la monarchia, ofTrirono meta delle loro 
sostanze per le necessita del sovrano, onde prowedere al mante- 
nimento di lui stesso e di quanti, adibiti a diverse cariche, erano 
al suo servizio. Tuttavia i popoli oppressi furono divisi fra gli ospiti 
Longobardi. Questo v'era di ammirevole nel regno longobardo: 
non v'erano violenze, non si tramavano insidie, non si perpetra- 
vano angherie, n6 spogliazioni, ne furti ne latrocini; ciascuno si 
recava senza timore ovunque gli piacesse. 



112 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

LIBRI III, CAP. 30 

Quomodo rex Authari in Baioariam, ut suam sponsam videret, 
perrexit et quomodo earn accepit uxorem. 

Flavius vero rex Authari legates (post haec) ad Baioariam misit, 
qui Garibaldi eorum regis filiam sibi in matrimonium peterent. 
Quos ille benigne suscipiens, Theudelindam suam filiam Authari se 
daturum promisit. Qui legati revertentes cum haec Authari nun- 
tiassent, ille per semet ipsum suam sponsam videre cupiens, paucis 
secum sed expeditis ex Langobardis adhibitis, unumque sibi fide- 
lissimum et quasi seniorem secum ducens, sine mora ad Baioariam 
perrexit. Qui cum in conspectum Garibaldi regis iuxta morem lega- 
torum introducti essent, et his qui cum Authari quasi senior venerat 
post salutationem verba, ut moris est, intulisset, Authari, cum a 
nullo illius gentis cognosceretur, ad regem Garibaldum propin- 
quius accedens ait : Dominus meus Authari rex me proprie ob 
hoc direxit, ut vestram filiam, ipsius sponsam, quae nostra domina 
futura est, debeam conspicere, ut, qualis eius forma sit, meo va- 
leam domino certius nuntiare. Cumque rex haec audiens filiam 
venire iussisset, eamque Authari, ut erat satis eleganti forma, tacito 
nutu contemplatus esset, eique satis per omnia complacuisset, ait 
ad regem: Quia talem filiae vestrae personam cernimus, ut earn 
merito nostrarn reginam fieri optemus, si placet vestrae potestati, 
de eius manu, sicut nobis postea factura est, vini poculum sumere 
praeoptamus. Cumque rex id, ut fieri deberet, annuisset, ilia, 
accepto vini poculo, ei prius qui senior esse videbatur propinavit. 
Deinde cum Authari, quern suum esse sponsum nesciebat, por- 
rexisset, ille, postquam bibit ac poculum redderet, eius manu, 
nemine animadvertente, digito tetigit dexteramque suam sibi a 
fronte per nasum ac faciem produxit. Ilia hoc suae nutrici rubore 
perfusa nuntiavit. Cui nutrix sua ait: Iste nisi ipse rex et sponsus 
tuus esset, te omnino tangere non auderet. Sed interim sileamus, 
ne hoc patri tuo fiat cognitum. Re enim vera digna persona est, 
quae tenere debeat regnum et tuo sociari coniugio. Erat autem 
tune Authari iuvenali aetate floridus, statura decens, candido crine 
perfusus et satis decorus aspectu. Qui mox, a rege comeatu ac 
cepto, iter patriam reversuri arripiunt deque Noricorum finibus 
festinanter abscedunt. Noricorum siquidem provincia, quam Baioa- 



PAOLO DIACONO 113 

LIBRO III, CAP. 30 

Come il re Autari andb in Earner a per vedere la sua sposa 
e come la prese in moglie. 

)opo di che, il re Flavio Autari invio ambasciatori in Baviera per 
hiedere la mano della figlia di Garibaldo, re dei Bavari. Quegli li 
ccolse benevolmente e promise ad Autari la figlia Teodolinda. I 
sgati, al loro ritorno, riferirono ci6 ad Autari che, preso dal desi- 
lerio di vedere coi suoi occhi la sua futura sposa, accompagnato 
la pochi ma scelti Longobardi e da un fedelissimo anziano parti 
enza indugio per la Baviera. Introdotti secondo Tusanza al co- 
petto del re Garibaldo, non appena F anziano venuto con Autari, 
lopo il saluto, ebbe pronunziato le parole d'uso, Autari, che non era 
:onosciuto da alcuno di quella gente, accostandosi al re Garibaldo 
lisse : Autari, mio signore e re, mi ha inviato appositamente 
>erch6 io vedessi la vostra figliola, sua fidanzata e nostra futura 
egina, e gli potessi riferire con certezza come ella sia. Udito 
:i6, il re fece venire la figlia ed Autari, dopo averla contemplata 
:on segreto compiacimento, poiche era bella e sotto ogni aspetto 
jli era piaciuta, disse al re: Poiche tale e 1'aspetto di vostra figlia 
:he a buon diritto possiamo desiderarla per regina, se piace alia 
rostra potesta, vorremmo ricevere dalla sua mano, come in se- 
*uito ella fara con noi, una coppa di vino. Avendo il re consen- 
ito a ci6, ella prese una coppa di vino e la porse a quello che nel- 
'aspetto appariva piu anziano. Indi la porse ad Autari, ignara che 
bsse il suo sposo, ed egli, bevuto che ebbe, nel renderle la tazza, 
jenza che alcuno se ne avvedesse, le tocc6 con un dito la mano 
2 le pass6 la destra dalla fronte sul naso e sul volto. Soffusa di 
'ossorc, la fanciulla lo raccont6 alia nutrice. E la nutrice le disse: 
- Sicuramente costui, se non fosse il re in persona e il tuo sposo, 
aon avrebbe ardito toccarti. Ma non facciamone parola, per ora, 
:he non lo venga a sapere tuo padre. Invero egli e uomo degno di 
tenere il potere e di unirsi a te in matrimonio. Era allora Autari 
nel fiore delFeta, di giusta statura, con una folta chioma bionda e 
i'aspetto prestante. Poco dopo gli ambasciatori, preso commiato 
dal re, si rimisero in viaggio diretti in patria e velocemente s'al- 
lontanarono dal paese dei Norici. La provincia del Norico, che e 



114 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

riorum populus inhabitat, habet ab oriente Pannoniam, ab occi- 
dente Suaviam, a meridie Italiam, ab aquilonis vero parte Danuvii 
fluenta. Igitur Authari, cum iam prope Italiae fines venisset secum- 
que adhuc qui eum deducebant Baioarios haberet, erexit se quan 
tum super equum cui praesidebat potuit et toto adnisu securiculam, 
qua manu gestabat, in arborem quae proximior aderat fixit eam- 
que fixam reliquit, adiciens haec insuper verbis: Talem Authari 
feritam facere solet. Cumque haec dixisset, tune intellexerunt 
Baioarii qui cum eo comitabantur, eum ipsum regem Authari 
esse . . . 

LIBRI IV, CAP. 21 

De basilica beati lohannis in Modicia, quam 
Theudelinda 1 regina aedificavit. 

Per idem quoque tempus Theudelinda regina basilicam beati 
lohannis Baptistae, quam in Modicia construxerat, qui locus supra 
Mediolanum duodecim milibus abest, dedicavit multisque orna- 
mentis auri argentique decoravit praediisque sufficienter ditavit. 2 
Quo in loco etiam Theudericus quondam Gothorum rex palatium 
construxit, pro eo quod aestivo tempore locus ipse, utpote vicinus 
Alpibus, temperatus ac salubris existit. 

LIBRI IV, CAP. 22 

De palatio, quod construxit. 

Ibi etiam praefata regina sibi palatium condidit, in quo aliquit 
et de Langobardorum gestis depingi fecit. In qua pictura mani- 
feste ostenditur, quomodo Langobardi eo tempore comam capitis 
tondebant, vel qualis illis vestitus qualisve habitus erat. Siquidem 
cervicem usque ad occipitium radentes nudabant, capillos a facie 
usque ad os dimissos habentes, quos in utramque partem in 
frontis discrimine dividebant. Vestimenta vero eis erant laxa et 
maxime linea, qualia Anglisaxones habere solent, hornata institis 
latioribus vario colore contextis. Calcei vero eis erant usque ad 
summum pollicem pene aperti et alternatim laqueis corrigiarum 

i. Figlia del duca di Baviera, vedova di Autari e moglie di Agilulfo (591- 
615): fece costruire la basilica nel 600 circa. 2. multisque . . . ditavit: tra 
gli altri preziosi anche la corona ferrea. 



PAOLO DIACONO 115 

bitata appunto dai Bavari, ha ad oriente la Pannonia, ad occi- 
ente la Svevia, a mezzogiorno Tltalia e a settentrione il corso 
el Danubio. Giunto Autari quasi ai confini d'ltalia, e avendo an- 
Dra con se i Bavari che gli facevano scorta, si eresse quanto pote 
al suo cavallo e con tutta la forza confisse la piccola scure che 
ortava in mano nell'albero piu vicino, e ve la Iasci6 conficcata 
jgiungendo queste parole: Cosi suol colpire Autari. Questo 
isse, ed allora i Bavari che Faccompagnavano capirono che egli 
ra Autari in persona . . . 

LIBRO IV, CAP. 21 

La basilica di San Giovanni a Monza fatta erigere 
dalla regina Teodolinda. 

>u per giu nello stesso tempo la regina Teodolinda dedico la ba- 
lica di San Giovanni Battista, da lei fatta erigere a Monza, lo~ 
ilita che dista da Milano dodici miglia, 1'abbelli di ornarnenti in 
rgento e in oro e la dot6 abbondantemente di terre. Nello stesso 
logo un tempo Teodorico re dei Goti aveva fatto costruire un 
alazzo, poich6 d'estate quel luogo per la sua vicinanza alle Alpi 
ode d'un clima temperato e salubre. 

LIBRO IV, CAP. 22 

// palazzo costruito da Teodolinda. 

empre a Monza la stessa Teodolinda si Costrui un palazzo nel 
uale fece dipingere tra 1'altro anche alcune delle imprese dei 
ongobardi. In queste pitture si pu6 vedere molto bene in che 
lodo a quel tempo i Longobardi usavano tagliarsi i capelli, 
)me si vestivano e s'acconciavano. Essi avevano la cervice rasa 
no all'occipite e i capelli ricadenti dalla fronte alPaltezza della 
occa, divisi in due bande da una scriminatura. Le loro vesti erano 
npie e generalmente di lino, sul tipo di quelle che sogliono por- 
ire gli Anglosassoni, ornate di baize intessute abbastanza larghe 
di vario colore. Portavano inoltre calzari poco aperti sino all'estre- 
dta del pollice e fermati da lacci di cuoio intrecciati. Piu tardi 



Il6 SCRITTTJRE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

retenti. Postea vero coeperunt osis uti, super quas equitantes tu- 
brugos birreos mittebant. Sed hoc de Romanorum consuetudine 
traxerant. 

LIBRI IV, CAP. 29 

De transitu beati Gregorii papae et eius sanctitate. 

Tune etiam beatus papa Gregorius migravit ad Christum, 1 cum 
iam Focas per indictionem octavam anno regnaret secundo. 
Cuius in locum ad apostolicatus officium Savinianus est ordina- 
tus. Fuit autem tune hiems frigida nimis, et mortuae sunt vites 
pene in omnibus locis. Messes quoque partim vastatae sunt a 
muribus, partim percussae uredine evanuerunt. Debuit etenim 
tune mundus fame sitimque pati, quando recedente tanto doctore 
animas hominum spiritalis alimoniae penuria sitisque ariditas in- 
vasit. Libet sane me pauca de eiusdem beati Gregorii papae qua- 
dam epistola huic opusculo inserere, ut possit liquidius agnosci, 
quam humilis iste vir fuerit quantaeque innocentiae et sanctitatis. 
Hie denique cum accusatus apud Mauritium augustum et eius filio 
fuisset, quod Malcum quendam episcopum in custodia pro solidis 
occidisset, scribens pro hac re epistulam Saviniano suo apochri- 
sario, 2 qui erat apud Constantinopolim, inter cetera sic ait: Unum 
est quod breviter suggeras serenissimis dominis nostris, quia, si 
ego servus eorum in morte vel Langobardorum me miscere vo- 
luissem, hodie Langobardorum gens nee regem nee duces nee 
comites haberet atque in summa confusione divisa esset. Sed 
quia Deum timeo, in morte cuiuslibet hominis me miscere for- 
mido. Malcus autem isdem episcopus neque in custodia fuit neque 
in aliqua afflictione; sed die qua causam dixit et addictus est, ne- 
sciente me, a Bonifacio notario in domum eius ductus est ibicjue 
prandidit et honoratus est ab eo et nocte subito mortuus est. 
Ecce quantae humilitatis vir iste fuit, qui, cum esset summus 
pontifex, se servum nominavit! Ecce quantae innocentiae, qui 
nee in morte Langobardorum, qui utique et increduli erant et 
omnia devastabant, se noluerit ammisceri! 



i. migravit ad Christum-, il 12 marzo 604. 2. apochrisario: legato, am- 
basciatore (dal greco *a7c6>tpi,aig). 



PAOLO DIACONO 117 

per6 cominciarono a servirsi di uose sulle quali, quando cavalca- 
vano, infilavano calzoni di panno. Ma questa moda derivarono 
dalPuso romano. 



LIBRO IV, CAP. 29 

La morte del beato papa Gregorio e la sua santitd. 

In quel tempo anche il beato papa Gregorio sail al cielo, nelPottava 
indizione, nelPanno secondo del regno di Foca. Al suo posto venne 
inalzato alia dignita pontificia Saviniano. Vi fu allora un inverno 
rigidissimo e le viti morirono in quasi tutti i luoghi. Anche le messi 
andarono perdute, in parte distrutte dai topi in parte dalla siccita. 
II mondo dovette allora patire fame e sete, poiche con la scomparsa 
d'un si grande dottore la penuria delPalimento spirituale e Parsura 
della sete si fecero sentire nelle anime degli uomini. Pertanto mi 
piace inserire in quest'opera poche cose tratte da un'epistola del 
medesimo papa Gregorio, affinche si possano conoscere in maniera 
piu evidente la sua umilta, innocenza e santita. Accusato egli una 
volta presso Pimperatore Maurizio e il di lui figlio d'aver fat-to 
uccidere in carcere un vescovo, certo Malco, in luogo dei veri col- 
pevoli, in una lettera che intorno a questa questione scrisse a Sa 
viniano suo apocrisario, che trovavasi a Costantinopoli, dice tra 
Paltro: Una cosa sola tu devi brevemente rammentare ai serenis- 
simi nostri signori: che se io, loro servo, avessi voluto immischiar- 
mi nella morte sia pure di Longobardi, oggi il popolo longobardo 
non avrebbe ne re ne duchi n6 conti e sarebbe diviso, in uno stato 
di grandissima anarchia. Ma poiche temo Dio, mi guardo bene dal- 
Pimmischiarmi nella morte di qualsiasi uomo. II vescovo Malco 
per giunta non fu mai in carcere ne subi maltrattamenti di sorta; 
ma il giorno in cui si difese e fu condannato, a mia insaputa fu 
condotto dalPamanuense Bonifacio a casa sua; ivi pranz6 e fu da 
lui onorato, ma durante la notte alPimprovviso mori. 

Vedete dunque quanto grande fu Pumilta di quest'uomo che, 
pur essendo sommo pontefice, si defini servo! E quanta la sua 
innocenza, se non voile essere immischiato neppure con la morte 
di Longobardi, che pure non erano credenti e nulla risparmiavano! 



Il8 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

LIBRI VI, CAP. 5 

De eclipsi lunae et solis, et de pestilentia quae Romae 
et Ticini facta est. 

Mis temporibus per indictionem octavam luna eclypsin passa 
est. Solis quoque eclypsis eodem pene tempore, hora diei quasi 
decima, quinto Nonas Maias effecta est. Moxque subsecuta gra- 
vissima pestis est tribus mensibus, hoc est lulio, Augusto et Sep- 
tembrio; tantaque fuit multitudo morientium, ut etiam parentes 
cum filiis atque fratres cum sororibus, bini per feretra positi, aput 
urbem Romam ad sepulchra ducerentur. Pari etiam modo haec 
pestilentia Ticinum quoque depopulata est, ita ut, cunctis civibus 
per iuga montium seu per diversa loca fugientibus, in foro et per 
plateas civitatis herbae et frutecta nascerentur. Tuncque visibiliter 
multis apparuit, quia bonus et malus angelus noctu per civitatem 
pergerent, et ex iussu boni angeli malus angelus, qui videbatur 
venabulum 1 manu ferre, quotiens de venabulo hostium cuiuscum- 
que domus percussisset, tot de eadem domo die sequenti homines 
interirent. Tune cuidam per revelationem dictum est, quod pestis 
ipsa prius non quiesceret, quam in basilica beati Petri quae ad 
vincula dicitur sancti Sebastiani martyris altarium poneretur. Fac- 
tumque est, et delatis ab urbe Roma beati Sebastiani martyris reli- 
quiis, mox in iam dicta basilica altarium constitutum est, pestis 
ipsa quievit. 

LIBRI VI, CAP. 28 

De donatione quam Aripert romanae ecclesiae fecit . . . 

Hoc tempore Aripertus rex Langobardorum donationem patri- 
monii Alpium Cottiarum, quae quondam ad ius pertinuerat apo- 
stolicae sedis, sed a Langobardis multo tempore fuerat ablata, 
restituit et hanc donationem aureis exaratam litteris Romam di- 
rexit . . . 



i. venabulum: specie di spiedo da caccia. 



PAOLO DIACONO 119 

LIBRO VI, CAP. 5 

L y eclisse di luna e di sole e la pestilenza che scoppib 
a Roma e a Pavia, 

In quel tempo, durante 1'ottava indizione, si ebbe un eclisse di 
luna. E quasi nello stesso tempo si verifico anche un eclisse di 
sole, intorno all'ora decima, il giorno 3 di maggio. Subito dopo 
segui una terribile pestilenza che si protrasse per tre mesi, cio& 
luglio, agosto e settembre. Cos! alto fu il numero dei morti che 
nella citta di Roma venivano portati a seppellire i genitori coi 
figlioli, i fratelli con le sorelle, posti due a due in ogni bara. Questa 
pestilenza devastb con la stessa violenza anche Pavia, al punto che, 
essendosi tutti i cittadini rifugiati in cerca di scampo sui monti e 
in altri luoghi, nel foro e nelle piazze della citta spuntarono erbe ed 
arbusti. Molti allora credettero vedere Pangelo del bene e Pangelo 
del male che di notte venivano nella citta; e ogni qual volta per or- 
dine dell'angelo del bene 1'angelo del male, che appariva con un 
venabulo in pugno, percoteva con esso la casa di ognuno dei 
nemici, tutti i suoi abitanti 1'indomani morivano. Allora fu detto 
ad un tale per rivelazione che la peste non si sarebbe calmata se 
prima non fosse stato eretto un altare a san Sebastiano martire 
nella basilica detta di San Pietro in Vincoli. Cos! fa fatto ; da Roma 
furono recate le reliquie del martire san Sebastiano e immediata- 
mente fu costruito Taltare nella sopraddetta basilica; e la pestilenza 
cess6. 

LIBRO VI, CAP. 28 

La donazione fatta da Ariperto alia Chiesa di Roma . . . 

In quel tempo Ariperto re dei Longobardi rinnov6 la donazione 
del patrimonio delle Alpi Cozie, che anticamente apparteneva di 
diritto alia sede apostolica ma che da molto tempo i Longobardi 
le avevano sottratto; e mand6 a Roma Patto di donazione redatto 
in caratteri d'oro . . . 



120 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

LIBRI VI, CAP. 43 

Quomodo Liutprand rex donationem romanae ecclesiae confirmavit, 
et quomodo filiam Theutperti in coniugium accepit. 

Eo tempore Liutprand rex donationem patrimonii Alpium Cottia- 
rum romanae ecclesiae confirmavit. 1 Nee multum post idem regna- 
tor Guntrut, filiam Teutperti Baioarionum ducis, aput quern exula- 
rat, in matrimonium duxit; de qua unam solummodo filiam genuit. 

LIBRI vi, CAP. 37 

De gente Anglorum et rege Francorum Pipino et bellis eius, 
et quia ei Carolus, suus filius, successit. 

His temporibus multi Anglorum gentis nobiles et ignobiles, viri 
et feminae, duces et privati, divini amoris instinctu de Brittaniam 
Romam venire consuerunt. Aput regnum Francorum tune tempo- 
ris Pipinus optinebat principatum. Fuit autem vir mirae audaciae, 
qui hostes suos statim adgrediendo conterebat. Nam supra quen- 
dam suum adversarium, Rhenum transgressus, cum uno tantum 
satellite suo inruit eumque in suo cubiculo residente cum suis tru- 
cidavit. Bella quoque multa cum Saxonibus, et maxime cum Ratpo- 
to Frisionum rege fortiter gessit. Hie et alios filios habuit; sed ex 
his praecipuus Carolus extitit, qui ei post in principatu successit. 

LIBRI VI, CAP. 46 

De adventu Sarracenorum in Hispaniam, et quomodo eos 
Carolus et Eudo in Gallia superarunt. 

Eo tempore gens Sarracenorum in loco qui Septem 2 dicitur ex Africa 
transfretantes, universam Spaniam invaserunt. Deinde post decem 
annos cum uxoribus et parvulis venientes, Aquitaniam Galliae pro- 
vinciam quasi habitaturi ingressi sunt. Carolus siquidem cum Eudo- 
ne Aquitaniae principe tune discordiam habebat. Qui tamen in unum 
se coniungentes, contra eosdem Sarracenos pari consilio dimicarunt. 
Nam inruentes Franci super eos, trecenta septuaginta quinque mi- 
lia Sarracenorum interimerunt; ex Francorum vero parte mille et 
quingenti tantum ibi ceciderunt. Eudo quoque cum suis super eo- 
rum castra inruens, pari modo multos interficiens, omnia devastavit. 

i. Liutprand . . . confirmavit: Liutprando (712-744) don6 anche la piccola 
citta di Sutri nel 728. z. Septem: Septa dei Romani, oggi Ceuta. La 
forma Setta e in Dante, Inf., xxvi, in. 



PAOLO DIACONO 121 

LIBRO VI, CAP. 43 

Conferma della donazione da parte di Liutprando 
e suo matrimonio colla figlia di Teutberto. 

In quel tempo il re Liutprando riconferm6 la donazione del pa- 
trimonio delle Alpi Cozie alia Chiesa di Roma. E non molto dopo 
il re spos6 Guntrut, figlia di Teutberto duca dei Bavari, presso il 
quale era stato in esilio ; da lei ebbe solo una figlia. 

LIBRO vi, CAP. 37 

II popolo degli Angli; Pipino re dei Franchi e le sue guerre. 
E come a lui success e Carlo suo figlio. 

In questi tempi molti del popolo degli Angli, nobili e non nobili, 
uomini e donne, duchi e privati, ispirati dairamore di Dio, pre- 
sero Pabitudine di venire dalla Britannia a Roma. Nel regno dei 
Franchi, allora, comandava Pipino. Era questi un uomo di straor- 
dinario ardire che polverizzava i suoi nemici colla fulmineita delle 
aggressioni. Una volta, ad esempio, dopo aver passato il Reno, 
piomb6 su un awersario, avendo a compagno solo un suo sol- 
dato, e lo trucid6 nella camera ove si trovava coi suoi. Fece inol- 
tre molte guerre coi Sassoni e con particolare energia combatt6 
contro Ratpoto re dei Frisi. Pipino ebbe diversi figli; ma il piu in- 
signe fu Carlo che poi gli successe nel regno. 

LIBRO vi, CAP. 46 

Uinvasione dei Saraceni in Ispagna. Come Carlo ed Eudone 
li scon fas ero in Gallia. 

In quel tempo i Saraceni, imbarcatisi nel luogo africano chiamato 
Setta, invasero tutta la Spagna. Dieci anni piu tardi, moven- 
dosi con le donne e i figlioli, varcarono i confini delPAquitania, 
provincia della Gallia, per stabilirvisi. Carlo era allora in discordia 
col principe d'Aquitania, Eudone. Nonostante ci6, unite le loro 
forze, combatterono d'accordo contro gli stessi Saraceni. Pertanto 
i Franchi, gettatisi sui Saraceni, ne uccisero trecentosettantacin- 
quemila, perdendo da parte loro non piu di millecinquecento uo 
mini. Anche Eudone, piombato con i suoi sul loro accampamento, 
ne uccise parimenti molti e tutto devast6. 



3 
PAOLINO D'AQUILEIA 

Altro grande letter ato deW Italia longobarda delV VIII secolo e Pao- 
lino patriarca di Aquileia. La piu antica testimonianza che lo ri- 
guardi e il diploma con cui Carlo Magno gli conferisce i beni di 
Gualdandio, passati alia camera regia per la partedpazione di Gual- 
dandio alV insurrezione del 775, nella quale il nobile longobardo 
perdette la vita. II diploma di collazione e intitolato Viro valde vene- 
rabili Paolino, artis grammaticae magistro. Professore, dunque, di 
latino: e in questa sua qualitd & associate, nel circolo aquisgranese, 
a Pietro Pisano, a Dungalo, ad Alcuino neW opera di restaurazione 
dei buoni studi promossa da Carlo Magno. 

Profonda e la dottrina teologica e scritturale di Paolino , vescovo 
autorevolissimo; ma non inferiore la cultura classica, non solo reto- 
rica e dialettica, bensl anche giuridica. E le scritture paoline pur di con- 
tenuto teologico-dogmatico riflettono tutte, quanto alia forma, raltis- 
sima preparazione letter aria che al nostro ha riconosciuto la tradizione 
scolastica, mantenutasi, neWeta longobarda, rigorosamente fedele agli 
ordinamenti classici degli studi. Questa conformitd della scuola ita~ 
liana deWetd longobarda alVordine classico degli studi d spiega la 
notevole cultura giuridica di Paolino: cultura giuridica che si rico- 
nosce apertamente nel Libellus (e il titolo stesso ci riporta alia tra 
dizione for ense romand) sacrosyllabus contra Elipandum, doe contro 
Veresia adozionista ( per cui si affermava che il Cristo e figlio adot~> 
two di Dio Padre), che il Patriarca combatte mediante una sottile 
analisi della nozione giuridica di adozione. E la definizione paolina si 
riporta alia giurisprudenza classica piu pur a: mantenutasi, dunque, 
valida e incorrotta fino alVVIII secolo. E il Tamassia ha messo in 
rilievo che il Libellus documenta, appunto, che Fistituzione giovanile 
ncevuta da Paolino e esattamente conforme a quella che si impartiva 
nelle scuole imperiali: giurista e Paolino perche 1 e retore e dialettico. 
Nella scuola classica, strettissima e la connessione tra studi grammati- 
cali-retorici-dlalettici e studi giuridici: nel senso che Vinsegnamento di 
quelle che il medioevo chiama le arti del Trivio costituiva come la 
propedeutica agli studi superiori, alia sdenza del diritto. Questfor- 
dine han seguito gli studi di Paolino; il quale - divenuto maestro delle 
divinae litterae, vescovo e teologo - larghissimamente e proficuamente 



PAOLINO D'AQUILEIA 123 

usa, nella nuova attivitdspirituale, delV esperienza giovanile delle artes 
saeculares e non, certo, la ripudia! II che mostra quanta arbitrarie 
fossero le vecchie proposizioni per cui si affermava insanabile, nel , 
mondo spirituals cristiano del medioevo, Yopposizione tra artes sae 
culares e divinae litterae. 



M. MANITIUS, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters , Miin- 
chen, Beck, 1911, vol. i, pp. 368-70; F. NOVATI - A. MONTEVERDI, Le 
origini, in Storia letteraria d'ltalia, Milano, Fr. Vallardi, 1926, pp. 85-6; 
A. VISCARDI, Le origini, in Storia letteraria d'ltalia, Milano, Fr. Vallardi, 
1950, ii ediz. rinnov., pp. 33-40; Miscellanea di studi storici e ricerche cri- 
tiche, ricorrendo VXI centenario della morte di Paolino, Milano, Hoepli, 
1905; P. PASCHINI, S. Paolino patriarca e la chiesa aquileiese alia fine del 
secolo VIII, Udine, Tip. del Crociato, 1906; G. VECCHI, Poesia lalina me- 
dievale, Parma, Guanda, 1952, pp. xv-xvi e 361 (bibliografia). Dello stes- 
so VECCHI si veda Innodia e dramma sacro, J, Modi drammatici nella lirica 
innodica di Paolino d'Aquileia, in Studi mediolatini e volgari, I, 1953, 
pp. 225-30. Cfr. pure U. SESINI, Poesia e musica nella latinitd cristiana dal 
III al X secolo, Torino, S.E.I., 1949, pp. 178-81. 



DAL ccLIBELLUS SACROSYLLABUS 
CONTRA ELIPANDUM* 1 

II. ... Ego Paulinus, licet indignus peccdtor, omniumque servo- 
rum Domini ultimus servus, Aquileiensis sedis hesperiis oris ac- 
cinctae, cui Deo auctore deservio, nomine non merito praesul, una 
cum reverendissirno et omni honore digno Petro Mediolanensis 
sedis archiepiscopo cunctisque collegis, fratribus, et consacerdo- 
tibus nostris Liguriae, Austriae, Hesperiae, Aemiliae catholicarum 
Ecclesiarum venerdndis praesulibus, iuxta exilem intelligence no- 
strae tenuitatem, sancto perdocente Spiritu, corde, lingua, stylo, 
contra eorum vesanias qui rectae fidei sunt adversarii, respondere 
non formido: cum sit sancta et universalis Ecclesia super firmam 
nihilominus immobiliter fundata petram, et porlae inferi nequeant 
praevalere adversus earn. Verum tamen quia in mari huius saeculi 
constituta pershtit, adversis haereticorum flatibus, violentis perfi- 
dorum procellis, spumantibusque maledicorum undis illisa con- 
cutitur: licet quassari possit, et mergi nequeat, Christi firmata dex- 
tera, et apostolico gubernaculo moderata; necessarium tamen exi- 
stimo omnibus Christianis cunctisque fidelibus, maxime apostolicis 
viris, contra hostes eius fidei armis dimicare. Non enim Christi 
miles impetum irruentis belli debet enerviter expavescere, nee ef- 
fugii latibula inermis palando appetere: sed armis militiae suae 
praecinctus irrumpentium hostium pectora spiritalibus iaculis ex 
arcu intorquens Scripturarum intrepide perfordre : quatenus et se 
me tipsum fidei clypeo munitus illaesum custodial, et inimicorum 
latera spiculis cruentet acutis . . . 

Usque ad fundamentum quippe maligni spiritus animam ina- 
niter se exinanisse gloriantur, si ab ipso fundo mentis fidei firmi- 
tatem, tentationum iacula exaggerando, eradicare valebunt. Sciunt 
utique nihil esse boni omne quod videtur bonum, nisi fuerit super 
fidei fundamentum firmiter radicatum, Sine fide enim impossibile 
est Deo placere . 3 Firmum autem Dei fundamentum stat, habens 

i. Testo di G. F. Madnsio, riprodotto in Migne, P.L., vol. 99, coll. 153-9. 
Traduzione di Tilde Nardi. Nel prologo e realizzata I'elocuzione dello stile 
sublime, sia con 1'osservanza del cursus (che abbiamo indicate nel solito 
modo), sia delle leggi dell' elocutio artificialis che impongono Tuso del lin- 
guaggio figurato. II testo di Paolino e costipato difigurae che costituiscono 
la tessitura del discorso e gli conferiscono un andamento pomposo e gran- 
dioso. 2. Hebr. t it, 6. 



DAL ccLIBELLO SACROSILLABO 
CONTRO ELIPANDO 

ii. . . . lo Paolino, sebbene indegno peccatore e servo ultimo di 
tutti i servi del Signore, per titolo se non per merito patriarca 
della sede di Aquileia che chiude i confini d' Italia e alia quale 
per volere di Dio io servo insieme al reverendissimo e d'ogni onore 
degno Pietro, arcivescovo di Milano, e a tutti i collegia, fratelli e 
consacerdoti nostri, i venerandi presuli delle chiese cattoliche della 
Liguria, d' Austria, d'ltalia e dell'Emilia, non temo, per quanto lo 
consente la limitatezza del mio intelletto, sorretta tuttavia dagli 
insegnamenti dello Spirito Santo, di controbattere col cuore, con la 
lingua, con la penna le follie di coloro che avversano la retta fede; 
poiche la santa Chiesa universale poggia incrollabilmente su fonda- 
menta di salda pietra e le porte delPinferno non possono prevalere 
contro di lei. Ma sebbene essa si mantenga ferma nel mare di que- 
sto secolo, ancor che battuta dagli awersi venti degli eretici, dalle 
violente procelle dei malvagi e dagli spumeggianti flutti dei male- 
dici; sebbene possa essere squassata si, ma non sommersa, retta 
com'e dalla destra di Cristo e governata dal timone apostolico, tut 
tavia reputo necessario per tutti i Cristiani, per tutti i fedeli e piu per 
quelli che sono investiti di un ministero apostolico, combattere i 
suoi nemici con le armi della fede, Che il soldato di Cristo non 
deve temere come un vile di far fronte all'infuriar della guerra; 
non deve, come un imbelle, cercar rifugio in nascondigli scavati 
sotterra; ma, cinto deH'armi della sua milizia, trafiggere intrepido 
i petti dei suoi nemici scoccando dardi spiritual! coll'arco delle 
Scritture : si che, protetto dallo scudo della fede, possa mantenere 
se stesso illeso e insanguinare il fianco dei nemici con acuti 
dardi . . . 

I maligni spiriti invero potranno vantarsi di aver annientato 
completamente Fanima, se riusciranno a sradicare dal fondo stesso 
della mente la saldezza della fede, moltiplicando i dardi delle ten- 
tazioni. Sanno bene, essi, che tutto ci6 che pu6 apparire buono non 
e affatto buono se non e fortemente radicato sopra il fondamento 
della fede. Poiche senza fede e impossible piacere a Dio . Ora, 
il fondamento di Dio e saldo se ha questo contrassegno : II Signore 



126 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

signaculum hoc: Novit Dominus qui sunt eius)). 1 Licet ille sae- 
viat, ac mille modis fraude calliditatis serpendo extra septa sanctae 
Ecclesiae, hinc inde squamas nequitiae suae syrtis scopulis illisus 
expoliet, ac per hoc circumquaque discurrens, modo in orbe 
circumlato latenter se iuxta viam obiiciens, ut pedem simpliciter 
calcantis mordeat, modo in summa sese suspendens falsitatis cauda 
haereticorum pectora veneno perfidiae inficiendo tumida reddat, 
ut sauciata ea vitalia fastidiendo spiritalia alimenta evomat. Sed 
quia super firmam petram fundata est, portae inferi non praeva- 
lebunt adversus earn. 2 

in. Huius nimirum serpentis instinctu pestiferi, fellisque poculo 
debriati quidam, quorum non sunt nomina in calculo candido Agni 
inscripta, haeresim veternosam illustrium, fortium scilicet viro- 
rum, calcibus mirabiliter inculcatam, catholicaque falce olim fun- 
ditus detruncatam spinoso moliuntur rediviva radice suscitare de 
stirpe. Astruunt igitur, sed falsis assertionibus, Dominum nostrum 
lesum Christum adoptivum Dei filium de Virgine natum; quod 
divinis nequeunt approbare documentis. Haec igitur dicentes, aut 
in utero Virginis eum suspicantur adoptatum, quod dici nefas est, 
quia de beata Virgine inenarrabiliter sumpsit, non adoptavit car- 
nem; aut certe purum eum hominem sine Deo natum, quod cogi- 
tare impium est, necesse est, fateantur, ac per hoc postea, quasi 
eguerit adoptione, a Patre in Filium sit adoptatus: cum nihil Deus 
eguerit, qui erat in eo non per gratiam, quemadmodum in caeteris 
sanctis purisque hominibus, sed essentialiter per naturam. Deus 
inquit Apostolus erat in Christo mundum reconcilians sibi. 3 
Quo igitur pacto nobis adoptionem tribuit filiorum, si ipse neces- 
sarium eguit, ut sibi haberet? Nam quia peccatum non habuit, 
ideo nobis peccata donavit: quia non accepit ut vita esset, sed ipse 
essentialiter vita est, idcirco nobis vitam aeternam indulsit. 

v. Porro adoptivus 4 dici non potest nisi is qui alienus est ab eo a 
quo dicitur adoptatus, et gratis ei adoptio tribuitur; quoniam non 

i. // Tim., 2, 19. 2. portae . . . earn: Matth., 16, 18. 3. // Cor., 5, 19. 
4. Porro adoptivus etc.: e qui la sottile considerazione e definizione del 
concetto giuridico di cui s'e fatto cenno nella nota introduttiva. stato 
nlevato che^la definizione paolina non ha nulla in comune con quella di 
Isidore di Siviglia ed e invece raffrontabile col testo di Aulo Gellio relati- 
vo alia stessa nozione. Particolare importanza - perche ci riporta alle pure 



PAOLINO D'AQUILEIA I2J 

conosce quelli che sono Suoi. Infurii pure il maligno e, in mille 
modi, con la frode della sua astuzia, strisciando fuori dal recinto 
della santa Chiesa, abbandoni qua e la, urtando negli scogli e 
nelle secche, le squame della sua perfidia; e nel suo aggirarsi in- 
sidioso, ora appostandosi al ciglio della via, avvolto nelle sue spire, 
per mordere il piede di chi senza awedersene lo calpesti, ora riz- 
zandosi sulla coda della sua falsita, s'awenti ai petti degli eretici e li 
gonfi col veleno della perfidia, si che, feriti nelle parti vitali, nauseati 
rigettino I'alimento spirituale. Ma poiche la Chiesa e fondata sulla 
salda roccia, le porte dell'inferno non prevarranno contro di lei. 

in. Pertanto, per istigazione di questo pestifero serpente e ine- 
briati dalla coppa di fiele, alcuni, i cui nomi non sono iscritti nel 
candido elenco dell'Agnello, si sforzano di resuscitare dal ceppo 
spinoso con rinverdita radice un'antica eresia gia mirabilmente 
schiacciata dal tallone di uomini illustri, cioe forti, e stroncata in 
pieno dalla falce cattolica. Sostengono essi, ma falsamente, che 
Gesu Cristo Nostro Signore, nato dalla Vergine, e figlio adottivo 
di Dio : asserzione che non sono in grado di provare coi document! 
delle Sacre Scritture. Dicendo ci6, infatti, o essi insinuano che 
Cristo fu adottato nell'utero della Vergine, affermazione sacrilega: 
che dalla beata Vergine Cristo in modo ineffabile assunse, non adot- 
t6 la came; oppure debbono confessare che egli 4 semplicemente un 
uomo, nato senza 1'intervento di Dio (e pensare ci6 e empio), 
e che in seguito, quasi avesse avuto bisogno di adozione, dal Padre 
e stato adottato come Figlio: mentre Dio non ne aveva alcun bi 
sogno, poich6 era in Cristo non per grazia, a quel modo che e negli 
altri uomini santi e puri, ma essenzialmente, per natura. Dio 
dice TApostolo era in Cristo per riconciliare a se il mondo. 
In che modo allora Cristo avrebbe potuto ottenere per noi Pado- 
zione di figli se egli stesso ne avesse avuto bisogno per se? Pro- 
prio perch6 non ebbe peccati, infatti, rimise a noi i peccati; pro- 
prio perch6 non ricevette da altri la vita, ma egli stesso e per sua 
essenza vita, guadagn6 a noi la vita eterna. 

V. D'altra parte, adottivo non puo dirsi se non chi e estraneo a 
colui che Pha adottato, e 1'adozione gli viene data gratuitamente, 

fonti della giurisprudenza romana - ha la proposizione per cui si ricono- 
sce nella gratuitd il carattere fondamentale delPistituto. 



128 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

ex debito, sed ex indulgentia tantummodo adoptio praestatur: sicut 
nos aliquando cum essemus peccando filii irae, alieni eramus a 
Deo ; per proprium, et verum filium eius, qui non eguit adoptione, 
adoptio nobis filiorum donata est, Paulo attestante, qui ait : Cum 
ergo venit plenitudo temporis, misit Deus Filium suum factum ex 
muliere, factum sub lege, ut eos qui sub lege erant, redimeret, ut 
adoptionem filiorum reciperemus per ipsum. . . r 

vn. Sed quid mirum, si stulti in his erratis, quae allegorica sunt 
silva condensa, et umbrosis phalerarum aenigmatibus obvoluta, 
carpere nescitis docta manu de sub foliis litterarum pendentia spi- 
ritalium fructuum poma, cum in propatulo per sanctos praedica- 
tores eductam male intelligentes orthodoxam depravatis doctri- 
nam? Cuius temeritatis et audaciae estis, o infelices, inflati super- 
biae fastu, ut ipsa loannis evangelistae mirabilia documenta per- 
versis non erubescatis fabulis depravare, iuxta vestram vecordiam, 
et non secundum sanam doctrinam intelligentes mystica sacramen- 
ta? Dicitis enim quod loannes scribat in Epistola sua: Habemus 
advocatum apud Patrem lesum Christum)): 2 et hoc advocatus , 
quod et adoptivus, cum longe aliud sit advocatus, et aliud sit 
adoptatus. Nam advocatus ille mihi est, qui pro me iudicem 
interpellat, et causam necessitates meae propria tuitione defen- 
dit. 3 Convenientius quippe propitiatus dici potest quam adopta 
tus, quia ipse est propitiatio pro peccatis nostris. Cum enim na- 
turam nostram, quam in se assumpsit, in dextera Patris collocatam 
ostendendo Patri incessabiliter manifestat, propitium eum nobis 
advocatus noster quasi interpellando efficit, et benignum. Adop- 
tivus vero dicitur, cui nihil a patre adoptante debetur, sed gratis 
indulgendo conceditur. Abusive namque, et non essentialiter, 
adoptivus est films dictus, sicut Moyses in filium adoptatus est 
filiae Pharaonis, alienus ab ea et generatione et sanguinis affinitate. 
Hoc ideo posuimus, ut patenter daretur intelligi, eum dici adop- 
tatum, qui nondum prius fuerat proprius films adoptantis. Unde 



i. GaL, 4, 4-5. 2. Ioan. } 2,1. 3. Nam advocatus . . . defendit: questa pro- 
posizione documenta che le scuole dell'eta longobarda non solo imparti- 
vano insegnamento giuridico, ma anche preparavano gli alunni alia pratica 
forense. Sui termini giuridici adoptare, adoptio, adoptivtis, e advocare, ad- 
vocatio, v. HEUMANN-SECKEL, Handlexikon zu den Quellen des romischen 
Rechts, Jena, Fischer, 1926. 



PAOLINO D'AQUILEIA I2Q 

poiche P adozione vien concessa non per debito ma solo per un 
atto di bonta; cosi noi un tempo, essendo in seguito al peccato figli 
dell'ira, eravamo estranei a Dio, e fu per merito del vero e proprio 
Figlio di Dio (che non ebbe quindi bisogno di adozione) che a 
noi fu concessa Padozione di figli, come attesta san Paolo quando 
dice: ccAllorche venne la pienezza dei tempi, Dio mand6 il Figliol 
Suo nato da donna, venuto al mondo sotto la Legge, perche re- 
dimesse quelli che erano sotto la Legge e noi ricevessimo per suo 
merito Padozione di figli . . . 

vu. Ma c'e da meravigliarsi se, fra questi andirivieni che s'adden- 
sano nella selva delle allegoric e sono avvolti negli oscuri enimmi 
delle belle parole, voi, stolti, non sapete cogliere con mano esperta 
i frutti spirituali che pendono tra le fronde della lettera, dal mo- 
mento che, senza intenderla, voi deformate la dottrina ortodossa 
chiaramente spiegata dai santi predicatori ? Che temerita, che au- 
dacia e la vostra, miserabili, gonfi di presuntuosa superbia, che 
non arrossite di deformare con perverse invenzioni persino le 
mirabili testimonianze delPevangelista Giovanni, interpretan- 
done i sacri misteri secondo la vostra insensatezza e non secondo 
la sana dottrina? Voi citate infatti ci6 che Giovanni scrive nella 
sua Epistola : Noi abbiamo Gesu Cristo come awocato presso il 
Padre)): ma una cosa e advocatus , nel senso di adoptivus , 
e un'altra e adoptatus . Mio awocato invero e colui che si presenta 
al giudice in vece mia e difende la mia causa col suo patrocinio. 
Sarebbe piu proprio pertanto chiamare Cristo propiziato da noi, 
anziche adottato, giacch6 egli rappresenta la propiziazione per i 
nostri peccati. Poiche egli incessantemente manifesta al Padre, 
mostrandogliela, la nostra umana natura che ha assunto a se* e col- 
locato alia destra del Padre, come nostro awocato egli rende il 
Padre stesso a noi propizio e benigno quasi intercedendo per noi. 
Adottivo invece si chiama colui cui nulla e dovuto dal padre 
d' adozione, ma tutto e concesso gratuitamente per un atto di be- 
nevolenza. Abusivamente, perci6, e non secondo verita egli e detto 
figlio adottivo, come Mose che venne adottato dalla figlia del Fa- 
raone cui era estraneo per nascita e affinita di sangue. 

Abbiamo voluto dare questo chiarimento perche" s'intendesse in 
maniera evidente come si possa chiamare adottato solo colui che 
prima non era figlio delPadottante. Onde il termine adozione non 



130 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

in Dei Filium non cadit nomen adoptionis, quia semper verus 
Filius, semper Dominus, ac per hoc et post assumptum hominem 
veri Filii vocabulum non amisit, qui nunquam verus desiit esse 
Filius. Quod si iuxta vestram vesaniam hoc putatis advocatum 
esse, quod et adoptatum, confitemini ergo (quod est deterius, et 
omni blasphemia plenum) duos adoptivos, Filium, et Spiritum 
sanctum. Non enim negare valetis Spiritum sanctum paracletum 
esse. Quod enim Graece TuapaxXTjTOc;, hoc Latine dicitur advo- 
catus. Fatemini quin etiam (quod est super omne malum de 
terius, super omnem impietatem scelestius) duos adoptivos filios, 
Verbum scilicet, et Spiritum sanctum, ut sitis deteriores Ario et 
Eunomio et Macedonio, anathemate maranatha digni. 1 Adoptivus 
enim non nisi affectatae locutionis alienus dicitur films. Omnis enim 
adoptio ex affectione ducit vocabuli sui originem, quanquam ety- 
mologiae suae non videatur trahere similitudinis sonum. Habet 
enim ex utraque parte utinam adverbium eleganter insitum, ut 
si dicas: Utinam sis mini in filium adoptivum; et e contra: Uti 
nam merear a te in filium adoptari. Ex affectu quidem dilectionis 
pars subrepit parti, ut in utraque conveniat dilectionis affectus. Sed 
videant haeretici, qui portae sunt inferi, quid dixerint; quinimo 
perverso garriant ore. Obdurata nempe illorum corda, mendacii 
latibula, per abrupta perfidiae debacchantes, semper inquirunt, et 
ne veritatis luce perfundantur, in spelaeo se falsitatis occulere fe- 
stinant. Cecidit, heu, proh dolor! super eos invidiae ignis, et ideo 
iustitiae solem non meruerunt videre. 2 



i. et Macedonio . . . digni: il testo, evidentemente scorretto, e state emen- 
dato secondo il suggerimento del Migne. Quanto all'anatema maranatha, 
si vedano Tepistola I Cor., 15, 22, e i comment! antichi a questo luogo di 
san Paolo, in alcuni dei quali 1'espressione siriaca aveva perduto il suo 
sigmficato originario, e pareva indicate un tipo particolare e solenne di 
scomunica (B. Nardi). 2. Cecidit . . . videre: cfr. P$., 57, 9. 



PAOLINO D'AQUILEIA 131 

puo applicarsi al Figlio di Dio, perche sempre fu vero Figlio e 
sempre Signore e pertanto, anche dopo avere assunto la natura 
umana, non perse il diritto di chiamarsi vero Figlio di Dio, non 
avendo mai cessato di essere tale. Che se voi, nella vostra stoltezza, 
considerate la stessa cosa awocato e adottatO)>, confessate al- 
lora (il che e anche peggio e addirittura una bestemmia) che gli 
adottivi sono due, il Figlio e lo Spirito Santo. Non potete negare 
infatti che lo Spirito Santo e il paracleto; e quel che in greco e 
TcocpcxxXTjTO*:; in latino si dice avvocato. Sicche voi venite ad 
ammettere (cosa oltre ogni dire malvagia ed empia) che i figli 
adottivi sono due, il Verbo e lo Spirito Santo, cosi che siete peg- 
giori di Ario, di Eunomio e di Macedonio e degni delFanatema 
maranatha. In verita soltanto in senso afTettuoso si pu6 chiamare 
adottivo un figlio non proprio. Giacch6 ogni adozione trae Porigine 
del suo significato dalla parola affetto, sebbene neiretimologia non 
sembri avere con essa affinita di suono. E invero, tanto da parte 
di chi adotta, quanto da parte di chi viene adottato, e come se si 
sottintendesse elegantemente Pespressione ccvoglia il cielo ; come 
a dire: Voglia il cielo che tu mi sia figlio adottivo; e di rimando: 
Voglia il cielo ch'io meriti d'essere adottato da te come figlio. 
Per affetto, dunque, ciascuna parte s'accosta alPaltra, si che Paf- 
fetto una alPaltra unisce. 

Vedano ora gli eretici, che sono la porta delPinferno, cosa hanno 
detto, o meglio, cos'abbiano garrito colla bocca perversa. Natural- 
mente i loro cuori induriti, covi di menzogna, che delirano lungo 
i precipizi della perfidia, sempre si danno dattorno e, per non es 
sere investiti dalla luce della verita, s'afTrettano a nascondersi nella 
spelonca della falsita. Cadde, ahime qual dolore!, su di loro il 
fuoco dell'invidia e perci6 non meritarono di vedere il sole della 
giustizia. 



VERSUS DE HERICO DUCE Z 

Mecum Tirnavi saxa, novem flumina 
flete per novem fontes redundantia, 
quae salsa gluttit unda ponti lonici, 
Istris Sausque, Tissa, Culpa, Marua, 
Natissa, Corca, gurgites Isontii. 

Hericum, mihi dulce nomen, plangite, 
Sirmium, Pola, tellus Aquileiae, 
lulii Forus, Cormonis ruralia, 
rupes Osopi, iuga Cenetensium, 
Abtensis humus ploret et Albenganus. 

Nee tu cessare, de cuius confmio 
est oriundus, urbs dives Argentea, 
lugere multo gravique cum gemitu: 
civem famosum perdidisti, nobile 
germine natum claroque de sanguine. 

Barbara lingua Stratiburgus diceris : 
olim quod nomen amisisti celebre, 
hoc ego tibi reddidi mellisonum, 
amici dulcis ob amorern, qui fuit 
lacte nutritus iuxta flumen Quirnea. 

Aecclesiarum largus in donariis, 
pauperum rater, miseris subsidium, 
hie viduarum summa consolatio 
erat: quam mitis, karus sacerdotibus, 
potens in armis, subtilis ingenio. 

Barbaras gentes domuit sevissimas, 
cingit quas Drauva, recludit Danubius, 
celant quas iunco paludes Meotides, 
ponti coartat quas unda salsiflui, 
Dalmatiarum quibus obstat terminus. 

Turres Stratonis, limitis principium, 
Scithiae metas, Tratiaeque cardinem 
a se sequestrat: utraque confinia 

i. Testo di E. Diimmler nei M. G. H.,P. Ae. C., I, pp. 131-3. Traduzio- 
ne di Tilde Nardi. Enrico o Erico, duca o conte della Marca del Friuli, 
posto da Carlo Magno a difesa dei confini oriental! del regno d' Italia, mi- 
nacciati dagli Avari, dagli Slavi e piu tardi dagli Ungari, fu ucciso a tra- 



VERSI IN MORTE DI ERICQ 

Meco piangete, rocce del Timavo, 
die per nove sorgenti nove fiumi 
effondete che il salso lonio inghiotte: 
e voi, Istri e Sao, Tissa e Culpa e Mania, 
Natison, Corca e vortici d'Isonzo. 

Erico, nome a me dolce, piangete, 
Sirmione, Pola, terra d'Aquileia, 
Cividale, campagne di Cormons, 
rupi d'Osopo, gioghi Cenetensi; 
pianga la terra d'Adige ed Albenga. 

E tu, nei cui confini ei nacque, ricca 
citta d'Argento, non cessar tu mai 
di lacrimare con profondi gemiti: 
che un chiaro figlio e nobile perdesti, 
d'illustre schiatta generate e sangue. 

Strasburgo e ora il barbaro tuo nome: 
ma il nome, chiaro un tempo, oggi perduto, 
dolce sonante rendere ti volli 
per amor deiramico, che di latte 
sulle rive del Quirneo fu nutrito. 

Largo nei doni alle chiese, ai poveri 
fratello egli era, ai miseri sostegno, 
sommo consolatore delle vedove. 
E quanto mite, e caro ai sacerdoti, 
valente in guerra, e di sottile ingegno! 

Egli dom6 quei barbari feroci 
che la Drava recinge ed il Danubio, 
che gli stagni Meotidi col giunco 
nascondono, che il salso mar rinserra, 
cui sta di fronte il dalmato confine. 

Le torri di Stratone, sul confine, 
Pestrema Scizia e il limite di Tracia 
si Iasci6 dietro: Tun confine ad Austro 



dimento in una spedizione contro i primi, che, gi vinti, s'erano ribellati 
nei 799, A lui Paolino aveva gia dedicate il Liber exhortationis, intorno al 
quale vedasi la dissertazione del Madrisio, in Migne, P.L., vol. 99, coll, 
51 8-34 (B. Nardi). 



134 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

haec Austro reddit, haec refundit Boreae, 
tendit ad portas, quae dicuntur Caspiae. 

Liburnum litus, quo redundant maria, 
mons inimice, Laurentus qui diceris, 
vos super umquam imber, ros, nee pluvia 
descendant, fibres nee tellus purpureos 
germinet, humus nee fructus triticeos. 

Ulmus nee vitem gemmato cum pampino 
sustentet, uvas nee in ramis pendeat, 
frondeat ficus sicco semper stipite, 
ferat nee rubus mala granis Punica, 
promat irsutus nee globus castaneas, 

ubi cecidit vir fortis in proelio, 
clipeo fracto, cruentata romphea; 
lanceae summo retunso nam iaculo, 
sagittis fossum, fundis saxa fortia 
corpus iniecta contrivisse dicitur. 

Heu me, quam durum quamque triste nuntium 
ilia sub die deflenda percrepuit! 
Nam clamor ante orrendus per plateas 
lacrimis dignus sonuit, quam tristia 
eius per verba mors esset exposita. 

Matres, mariti, pueri, iuvencule, 
domini, servi, sexus omnis, tenera 
aetas pervalde, sacerdotum inclita 
caterva, pugnis sauciata pectora 
crinibus vulsis ululabant pariter. 

Deus aeterne, limi qui de pulvere 
plasmasti tuam primos ad imaginem 
parentes nostros, per quos omnes morimur, 
misisti tuum sed dilectum filium, 
vivimus omnes per quern mirabiliter, 

sanguine cuius redempti purpureo 
sumus, sacrata cuius carne pascimur, 
Herico tuo servulo melliflua 
concede, quaeso, paradisi gaudia 
et nunc et ultra per inmensa secula. 



PAOLINO D'AQUILEIA 135 

restitui e 1'altro a Borea rese 

e oltre si spinse in ver le porte Caspie. 

Lido liburno, ove il mare ribolle, 
monte nemico, che Laurento hai nome, 
mai piu Facqua su voi scrosci e discenda 
rugiada o pioggia, ne purpurei fiori 
dia la terra ne piu messi produca. 

Non piu la vite col gemmato pampino 
1'olmo sostenga, ne dai tralci penda 
Tuva, n, disseccato, metta fronda 
mai piu il fico e pomi il melograno, 
n6 piu dal riccio sgusci la castagna, 

la ove cadde Feroe forte in battaglia, 
lo scudo infranto, la spada cruenta; 
ch.6, tronca 1'asta, narrano che il corpo 
suo, trafitto dai dardi, maciullato 
fosse da pietre con le fionde tratte. 

Ahi che luttuosa, che triste novella 
rison6 in quel lacrimevole giornol 

Un grido orrendo, da strappare il pianto, 

empi le piazze prima che con meste 

parole la sua morte si narrasse. 
Madri, mariti, giovani, fanciulle, 

padroni e servi, uomini e donne, i teneri 

bambini e i sacerdoti, inclito stuolo, 

tutti ad un mo do percoteansi il petto 

e le chiome stracciandosi ululavano. 

Eterno Iddio, che plasmasti a tua immagine 

dal fango i nostri due progenitori, 

per la cui colpa tutti moriamo, 

ma poi ci inviasti il tuo diletto figlio 

per cui mirabilmente riviviamo, 

il cui purpureo sangue ci ha redenti, 

della cui sacra carne ci nutriamo, 

ad Erico, tuo servo, deh, concedi 

i dolcissimi gaudii del cielo, 

ora e sempre nei secoli dei secoli. 



DAL CARMEN DE REGULA FIDEI r 

Te, Pater omnipotens, mundum qui luce gubernas, 

et te, Nate Dei, caeli qui sidera torques, 

teque, sacer flamen, rerum moderator et auctor, 

aeternum trinumque Deum verier anter et unum 

confiteor labiis, pleno sed pectore credo. 

In te credo Patrem, cum quo Deus unica proles 

regnat, et omnipotens cum quo Deus aureus ignis. 

Non tres ergo Deos, absit, sed sanctius unum. 

corde Deum credo, labiis non cesso fateri: 

qui semper summus, perfectus semper et altus, 

solus et ipse potens, trinus persistit et unus. 

Personas numero distinguo denique trino, 

naturam nullo patior dividere pacto. 

In deitate quidem simplex essentia constat; 

in trinitate manet sed subsistentia triplex. 3 

Non mine esse Patrem, subolem quam credo tonantem, 

sed hoc esse Patrem, summum quod germen adoro. 

Et non qui Genitor Genitusque, Spiritus hie est; 

sed hoc quod Genitor Genitusque, Spiritus hoc est. 

Virgine de sacra, sancto de Flamine natum 

credo Dei genitum; lingua decanto fideli, 

tempore sub certo tempus qui condidit omne, 

lucida rorigeri caeli qui temperat astra, 

qui pontum, terramque, polum, qui maxima mundi 

clymata quatrifidi, montes collesque creavit; 

aetheris atque humi cludit qui limina pugno 

articulis trinis vastis cum finibus orbem 

praelibrat et latum palmo metitur Olympum: 

secula praecedit, fecit qui secula cuncta. 

Hunc Pater omnipotens tinctum lordanis in unda, 

protinus ex alto sanctus cum Spiritus albae 

caelitus in specie descendit namque columbae, 

Baptista sibimet magno famulante lohanne, 

dilectum propriumque, pium dulcemque tonantem 

i. Testo di G. F. Madrisio, in Migne, P. L, } vol. 99, coll. 467-9, e di E. 
Dummler nei M. G. H. y P. Ae. C., I, pp. 126-7. Traduzione di Tilde 
Nardi. II poemetto documenta la matura esperienza del retore peritis- 



DAL CARMEN DE REGULA FIDEI 

Te, onnipotente padre che con la luce govern! il mondo, e te, 
figlio di Dio che volgi le stelle del cielo, e te, o Santo Spirito, crea- 
tore e guida di tutte le cose, eterno Iddio tri.no ed uno, te adorando 
con le mie labbra riconosco e in te con tutto il cuore credo. Cre 
do in te,. Padre, insieme al quale regna 1'unico figlio anch'esso Dio, 
insieme al quale e onnipotente 1'aureo spirito anch'esso Dio. Ep- 
pure non gia in tre dei (lungi da me tal pensiero) ma piii devota- 
mente, nel profondo del cuore, in un Dio solo io credo, e con le 
parole non cesso di proclamarlo : un Dio sommo sempre, sempre 
perfetto ed eccelso, che solo pu6 rimanere trino ed uno. In nu- 
mero di tre distinguo le persone, ma in nessun modo ammetto 
se ne divida la natura. Nella divinita v'e un'essenza unica; ma nella 
Trinita permane una triplice sussistenza. Non credo che il Pa 
dre sia la stessa persona del Figlio tonante, ma credo che il Pa 
dre sia la sostanza prima del Figlio che adoro. E lo Spirito Santo 
non e la stessa persona che il Padre e il Figlio; eppure cio che sono 
il Padre e il Figlio questo e anche lo Spirito Santo. Credo nel 
figlio di Dio, nato dalla santa Vergine ad opera dello Spirito Santo; 
e con devota lingua esalto Colui che in un momento determi 
nate- cre6 tutto il tempo, che governa i fulgidi astri del cielo 
rugiadoso, che cre6 il mare, la terra, il cielo, le spaziose regioni 
del mondo quadripartite, i monti e i colli; Colui che serra nel 
pugno i confini del cielo e della terra e con tre dita tien sospeso 
il mondo intero e con un palmo misura il vasto Olimpo : Colui che 
i secoli precede, che tutti i secoli cre6. Questo il Padre onni 
potente con la santa sua voce proclam6 essere Figlio suo diletto, 
pio, dolce tonante, allorch, suo gran ministro essendo Giovanni 
Battista, fu immerso nelPonda del Giordano e su lui discese dal- 



simo, oltre che la sicura padronanza della Sacra Scrittura; rappresenta, 
cioe, al vivo 1'unita, che in Paolino si realizza, della scienza ecclesiastica 
e della cultura letteraria. II verso 2 ripete il virgiliano, torquet qui sidera 
mundi, Aen,, ix, 93; piu sotto aetheris atque humi ecc. ricorda invece 
un passo del profeta Isaia: Quis mensus est pugillo aquas et caelos 
palmo ponderavit ? Quis appendit tribus digitis molem terrae et libravit 
in pondere montes . . .? (40, 12). Ma si noti come il retore amante di 
termini rari sostituisca articulis a digitis , orbem a molem terrae , 
Olympum a montes . 2. In deitate . . . triplex: cfr. sant'Agostino, De 
Trin., vii, 4; sant'Anselmo, MonoL, 79. 



138 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

esse suum Genitum sancto discrevit ab ore. 

Splendida florigeram nubes cum cingeret alpem, 

esset et in sunama secret! montis in arce, 

discipulis cum. namque tribus famulisque duobus 

unicus altithroni caelorum gloria lesus 

ut solis radius facies plus pulchra refulget, 

candor ut alba nivis vestis radiabat, et ecce 

intonuit vox alta Dei de nube serena, 

aera per vacuum, teneras transfusa per auras, 

talia mellifluis depromit gaudia dictis: 

Hie meus est inquit dilectus Filius unus; 

hunc audite. Datum hoc est mirabile signum, 

quod Deus atque homo Christus sit verus et altus. 

Filius ille Dei sancta de virgine natus . . . 



PAOLINO D'AQUILEIA 139 

Falto del cieli lo Spirito Santo in forma di bianca colomba. E 
quando una fulgida mibe awolse Falpe fiorita e Gesu stette solo 
nella gloria delPalto trono celeste sulla vetta phi alta del solitario 
monte, alia presenza di tre discepoli e di due suoi servi, mentre il 
suo volto reso piu bello raggiava come sole e il candore della 
sua veste abbagliava come bianca neve, ecco che la possente voce 
di Dio tuono da una nube serena, difTusa negli spazi dal mite spirar 
delle aure, tali gioie esprimendo con queste dolcissime parole: 
Questi e il mio unico figlio diletto; ascoltatelo. Questo segno 
rniracoloso fu dato, per che Cristo e vero e sommo Dio e uomo, 
figlio di Dio nato dalla santa Vergine . . . 



4 
DALLE SILLOGI RITMICHE VERONESI 

Tre codici della Biblioteca capitolare di Verona, il XXI, I'LXXXVII 
e il XC - che e, del tre, il piu importante e appartiene alia fine del 
secolo IX - sono interessanti antologie di dictamina ritmici, com- 
posti tutti in ambienti scolastici e pertinenti alVetd stessa delle sillogi 
ma anche a eta molto piii antiche. II contenuto e la struttura di questi 
tre codici sono confrontabili con il contenuto e la struttura di quattro 
codici sangallesi, due anteriori alia morte di Carlo Magno, due 
dei secoli IX e X: e i due piu antichi ci offrono il primo esempio me- 
dievale di sillogi di questo tipo: sono, anzi, la fonte delle raccolte 
veronesi; ma si pub pensare che sillogi sangallesi e sillogi veronesi 
abbiano attinto a piu antiche fonti comuni, perdute. Raccolte dello 
stesso tipo ci hanno conservato codici di Fulda e di San Marziale di 
Limoges. Nella piii antica silloge sangallese accanto at componimenti 
ritmici e accolto anche qualche componimento metrico; e i testi che 
costituiscono la raccolta sono per lo piu prodotti deTofficina locale, 
ma anche opera di verseggiatori italiani e francesi; e sono per lo piu 
d'argomento religioso, ma non mancano quelli di materia prof ana: il 
che document a che i raccoglitori hanno obbedito a un criteria purq,- 
mente letter ario. Gid abbiamo accennato che sifaposto, in queste sil 
logi, a componimenti relativamente antichi rispetto att'etd dei compi- 
latori (e son componimenti di Venanzio Fortunato, di Eugenio To- 
letano, di Sedulio), ma che per lo piii i testi sono delVetd stessa 
dei compilatori e prodotti nelVambiente scolastico: saggi, si direbbe, 
di maestri e forse di scolari, particolarmente riusciti, e raccolti in vo 
lume perche servano di esempio e di modello ai tirocinanti; saggi che, 
nati nella scuola, nella scuola si leggono e si studiano per verificare 
V applicazione felice della tecnica retorica e apprenderne i segreti. In 
altre parole, queste sillogi ci appaiono manuali scolastici per Pinse- 
gnamento debars dictandi: raccolte di temi svolti (anche se qualche 
componimento, come per esempio il Compianto in morte di Carlo 
Magno, che qui sotto trascriviamo, e qualcosa di piu che una pur a 
esercitazione scolastica), di esempi, nella cui imitazione color o che 
si avviano alV attivitd letter aria fanno le prime prove e apprendono 
la disciplina deWarte. 

Ma anche sono qualcosa di piii che manuali scolastici: raccolte di 



142 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

fieri poetici, di letture scelte offerte agli amatori di poesia; e, in- 
oltre, mezzi di comunicazione e di scambio, coi quali i cultori di 
poesia fiorenti in un centra di studio mettono a disposizione dei com- 
pagni d'arte degli altri centri i risultati delle loro esperienze o pren- 
dono cognizione dei prodotti delle esperienze altrui. I rapporti die 
legano le sillogi composte in centri diversi, mostrano, appunto, la 
larga circolazione delle sillogi stesse; e ci rivelano la rete fittissima 
di scambi spirituali che leg a i vari ambienti letter ari. 

Importa, or a, rilevare una cosa: che se queste delVetd Carolina 
sono le piu antiche sillogi medievali di testi lirici o, meglio, di scrit- 
ture d y arte consapevole, si pub riconoscere, per la testimonianza della 
cosidetta Anthologia latina (una silloge di liriche messa insieme nel- 
V ultima eta del regno dei Vandali e giuntaci in un codice miscellaneo 
esemplato nel VII secolo o in principio delVVIII), che i compilatori 
carolingi dipendono da una tradizione assai antica. Anche Z'Antho- 
logia accoglie testi di origine scolastica e ha destinazione senza dubbio 
scolastica: e un libro di lettura per la scuola, che offre esempi e 
modelli da imitare o da analizzare per verificare V applicazione di 
determinati canoni tecnici; e, insomma y un libro identico y nella com- 
posizione, nel contenuto, negli intenti, alle sillogi Caroline. Ora y V edi 
tor e Jtf/Z'Anthologia, il Riese, ha rilevato che essa ha precedenti 
nelVetd classica: che, cioe, e assai antico Vuso di comporre antologie 
di testi lirici; ricordando quel Flow che pubblicb una scelta di satire 
di Ennio, Lucilio, Varrone; e la silloge tibulliana; e le Heroides 
ovidiane; e i Catalecta virgiliani; e aggiungendo: multo saepius 
florilegia talia composita esse mini verisimile uidetur, quorum memoria 
postea evanuerity>. 

Cosicche possiam dire che V Anthologia latina e le sillogi ritmiche 
Caroline sono gli anelli di urfunica catena, di un'ininterrotta tradi 
zione le cui origini risalgono alVeta classica: ed e la tradizione per cui 
la trasmissione della lirica e prevalentemente antologica. DalVetd 
classica ai bassi tempi, dai bassi tempi alValto medioevo, anche 
in questo particolare modo di circolazione della poesia d'arte la tra 
dizione si svolge senza fratture; e la fedeltd delle scuole cenobiali 
delValto medioevo alVuso di antologie liriche come manuali di let 
tura e di studio e strumenti deWinsegnamento retorico e anzi una 
delle prove piu significative della continuitd della tradizione scola 
stica classica nelle scuole ecclesiastiche medievali. 
5, anzi, documento imperioso del continuarsi della tradizione let- 



SILLOGI RITMICHE VERONESI 143 

teraria latina in quella volgare. Perche Vuso di comporre antologie 
liriche si mantiene valido, dopo Vetd Carolina, anche quando si mani- 
festa quelVinsurrezione contro il gelido formalismo della traditions 
accademica che si realizza nel movimento cosidetto goliardico: mo- 
vimento che si attua nelVambito sempre della scuola; il che prova 
che la scuola, pur fedele ai modi tradizionali, e aperta alle correnti 
innovatrici. E le sillogi nuove - la cantabrigense, la burana (che 
e, di tutte, la piu celebre), la arundeliana, la vaticana, la basileese , 
se pur talvolta comprendono testi antichi, fanno posto larghissimo o 
esclusivo ai prodotti dell'arte nuova: la scuola, custode vigile della 
tradizione, non e sorda alle voci della letteratura militants, anzi ne 
accoglie e ne consacra i prodotti. 

Ma quel che importa rilevare e che anche della nuova lirica go- 
liardica la trasmissione e puramente antologica. 

E puramente antologica e la tradizione e la circolazione della nuova 
poesia dearie volgare , della poesia trobadorica, che ci e stata conser- 
vata dai canzonieri: la cut struttura e identica a quella delle sillogi 
mediolatine che abbiamo consider ato: documento molto appariscente 
della dipendenza della poesia d j arte volgare dalla tradizione scolastica 
e accademica; e, doe, delfininterrotta continuita della tradizione 
letteraria dalVeta classica alia mediolatina, alia romanza. 



A. VISCARDI, Le origini, in Storia letteraria d* Italia, Milano, Fr. Vallardi, 
1950, II ediz. rinnov., pp. 40-3, il quale usa largarnente del recenti studi 
di E. DOMMLER, di K. STRECKER e di L. TRAUBE, cui rimanda nella nota al 
capitolo I. 



DAI VERSUS DE MEDIOLANI CIVITATE" 1 

Alta urbs et spaciosa manet in Italia, 2 

firmiter edificata opere mirifico, 

que ab antiquitus vocatur Mediolanum civitas. 

Bonam retinet decoris speciem et variis 
rutilat culture modis ornata perspicue; 
locus ita fructuosus constat in planiciae. 

Celsas habet opertasque turres in circuitu, 
studio nitentes magnas scultantes forinsecus; 
que introrsus decorata manet edificiis. 

Duodecim latitude pedibus est moenium, 
inmensumque est deorsum quadrata ex ruppibus, 
perfectaque eleganter sursum ex fictilibus. 

Erga murum pretiosas novem habet ianuas, 
vinclis ferreis et claves circumspectas naviter, 
ante quas cataractarum sistunt propugnacula. 3 

Foris valde speciosum habet edificium, 
omnem ambitum viarum firme stratum silice; 
undam capit per ductorem limphe quendam balastris. 

Gloriose sacris micat ornata ecclesiis, 

ex quibus alma est Laurenti intus alavariis 

lapidibus auroque tecta, aedita in turribus. 

Haec est urbium regina, mater adque patrie, 
que precipuo vocatur nomine metropolis, 
quam conlaudant universi naciones seculi. 

i. Testo di E. Durnmler, nei M. G. H. y P. Ae. C., I, pp. 24-6. Tradu- 
zione di Tilde Nardi. Chi voglia andare piu a fondo nella storia del 
Ritmo milanese veda, anche per le indicazioni bibliografichc, G. P. 
BOGNETTI, Storia di Milano, Milano, Fondazione Treccani, n, 1954, 
pp. 266 sgg. 2. Italia: con questo termine si designa solo 1' Italia lon- 
gpbarda, ma e interessante la conservazione del nome classico tradi- 
zionale. Del resto anche gli scrittori latini di Francia preferiscono il no- 



DAI VERSI PER LA CITTA DI MILANO 

Alta e spaziosa sorge una citta in Italia 
saldamente costrutta con opera mirabile: 
Milano fu chiamata fin dalle antiche eta. 

Bello e nobile aspetto mostra essa e risplende 
allo sguardo, adorna di bellezze molteplici; 
tutto intorno la plaga distendesi in fertile piano. 

Una cerchia la cinge d'altissime torri munite; 
di mirabil fattura insigni sculture han di fuori, 
e pur di dentro adorna ell'e di superbi edifici. 

Lo spessor delle mura e dodici piedi; ed in basso 
per Tintera cerchia son fatte di massi squadrati, 
ben rinnite in alto da strutture di cotto. 

Nelle mura s'aprono nove pregevoli porte 
con salde serrature e robuste catene di ferro; 
davanti ad esse a difesa stanno saracinesche. 

Un edificio imponente fuori s'inalza, 

di ben connesse selci son lastricate le vie 

ed un condotto porta ai bagni il flusso dell'acqua. 

Vanto della citta, sorgono splendide chiese; 

San Lorenzo tra esse, per gli alabastri alPinterno, 

pel soffitto dorato, per Palte torri e famosa. 

Delia patria madre, delle citta regina, 

a buon diritto Milano metropoli viene chiamata 

e di lei dicon lodi popoli d'ogni tempo. 



me Gallia a Francia. Cfr. F. CROSARA, Rex Langobardiae - Rex Italiae, 
negli Atti del 2 Congresso internazionale di studi sull'Alto Medioevo , 
Spoleto, presso la Sede del Centre di studi, 1953, pp. 155-80. 3. propu- 
gnacula: cancellate o porte costruite con legno o ferro, che piu tardi 
saranno chiamate saracinesche . 



146 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

Ingens permanet ipsius dignitas potencie, 
ad quam cuncti venientes presides Ausonie, 1 
iuxta normam instruuntur sinodali canone . . . 

Xristum dominum precemur universi pariter, 
ut dignetur custodire hanc urbem et regere, 
adque cunctis liberate ipsam de periculis. 

Ymnum regi modolanter cantemus altissimo, 
qui earn pulchro decoravit ornamento martyrum, 
sanctorumque confessorum ibi quiescencium. 

Zelemus omnes christiani salvatorem dominum, 
ut in illam nos permittat civitatem ingredi, 
in qua sancti per eterna gratulantur saecula. 

Gloria sit Deo patri eiusque unigenito, 
gloriam canamus omnes spiritui paraclito, 
qui trinus deus et unus regnat in perpetuo. 



i.presules Ausorite: in questa terzina col nome Ausonia si indica tutta 
PItalia, anche quella non longobarda. 



SILLOGI RITMICHE VERONESI 147 

Incontrastata dura 1'autorita di Milano 

cui da ogni parte d* Italia accorrono i presuli 

ad apprender la norma del canone sinodale . . . 

Tutti a una voce preghiamo Cristo nostro Signore 
che custodir si degni e reggere questa citta, 
che da tutti i pericoli questa citta preservi. 

Un modulate canto al Sommo Re leviamo 
che abbellir la voile delPornamento dei martiri, 
dei santi confessori che riposano in essa. 

Leviamo noi tutti cristiani 1'ardor delle preci 

al Salvatore, che in quella citta entrar ci consenta 

della quale in eterno gioiscono i Santi. 

Gloria a Dio Padre, gloria al Figlio suo unigenito, 
gloria tutti cantiamo allo Spirito Santo, 
al Dio che trino ed uno nei secoli regna. 



DALLA 
VERONAE RHYTHMICA DESCRIPTIO ANTIQUA X 

Versus de Verona. 

Magna et praeclara pollet urbs in Italia, 
in partibus Venetiarum, ut docet Isfdorus, 
quae Verona vocitatur olim [ab] antiquitus. 

Per quadrum est compaginata murificata firmiter ; 
quadraginta et octo turres fulgent per circuitum, 
ex quibus octo sunt excelsae - quae eminent omnibus. 

Habet altum laberintum 2 magnum per circuitum, 
in quo nescius ingressus non valet egredere 
nisi ab igne lucernae vel a fili glomere. 

Foro lato spatioso sternato lapidibus, 

ubi in quatuor cantus magni instant fornices ; 

plateas mire sternatas de sectis silicibus 

fana et templa constructa ad deorum nomina, 
Lunae, Martis et Minervae lovis atque Veneris, 
et Saturni sive Solis qui praefulget omnibus . . . 

Primum Verona predicavit Euprepus episcopus, 
secundus Dimidrianus, tertius Simplicius, 
quartus Proculus confessor pastor et egregius. 

Quintus fuit Saturninus et sextus Lucilius ; 
fuit septimus Gricinus doctor et episcopus; 
octavus pastor et confessor Zeno martyr inclitus, 

qui Veronam predicando reduxit ad baptismum, 

a malo spiritu sanavit Galieni filiam, 

boves cum homine mergente reduxit a pelago. 

Etiam multos liberavit ab hoste pestifero, 
mortuum resuscitavit ereptum ex fluvio, 
idola multa destruxit per crebra ieiunia. 

i. Testo di L. Simeoni nei R.LS. 2 , t. n, p. I, pp. 5-13. Traduzkme di 
Tilde Nardi. 2. altum laberintum: e 1' Arena, celebre ancor oggi. 



DALLA 
ANTICA DESCRIZIONE RITMICA DI VERONA 

Versi su Verona. 

C-hiara e possente sorge una citta in Italia 
nella regione veneta, come Isidore insegna; 
Verona fu chiamata sin dalle antiche eta. 

Ha struttura quadrata, cinta & di solide mura, 
ben quarantotto torri nella sua cerchia svettano, 
tra cui otto altissime, che tutte le altre sovrastano. 

Ha un alto labirinto di grand'orbe, 1' Arena: 
chi ignaro vi s'addentri d'uscir non trova la via 
se non lo guida un lume o non sgomitoli un filo. 

Ha uno spazioso Foro lastricato di pietre 
ove, nei quattro angoli, s'aprono grandi arcate; 
ben tagliate selci lastricano le sue piazze. 

Ha sacrari e templi dedicati agli dei, 

alia Luna, a Marte, a Minerva, a Venere, a Giove 

e Saturno, com'anche al Sole che tutto irradia . . . 

Predic6 in Verona dapprima il vescovo Euprepo, 
secondo Dimidriano, terzo segui Semplicio, 
quarto Procolo, illustre confessore e pastore. 

Saturnino quinto, sesto venne Lucilio, 
settimo fu Gricino, dottore e vescovo, e ottavo, 
confessore, pastore ed inclito martire, Zeno. 

Questi con le sue prediche Verona indusse al battesimo, 

Iiber6 dal demonio la figlia di Galieno 

e bovi sommersi ed un uomo trasse dall'acqua in salvo. 

Ed altri ed altri ancora Iiber6 dal nemico infernale, 
resusciti un annegato tratto dal flume ed inoltre 
molti idoli infranse coi frequenti digiuni. 



150 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

Non queo multa narrare huius sancti opera, 

quae a Syria veniendo usque in Italiam, 

per ipsum omnipotens Deus ostendit mirabilia . . . 

lam laudanda non est tibi urbs in Auxonia, 
splendens pollens et redolens per sanctorum corpora, 
opulenta inter centum sola in Italia. 

Nam te laudat Aquilegia te conlaudant Mantua, 
Brixia, Papia, Roma [et injsimul Ravenna; 
per te portus est undique in fines Liguriae. 

Magnus habitat in te rex Pipinus 1 piissimus, 

non oblitus pietatem aut rectum iudicium, 

qui [cum] bonis agens semper cunctis facit prospera. 

Gloriam canamus Deo regi invisibili, 
qui talibus adornavit te floribus mysticis, 
in quantis es resplendens sicut sol irradians. 



i. Pipinus: Pipino re d' Italia dal 781 all'Sio. 



SILLOGI RITMICHE VERONESI 151 

Qui non posso narrate tutti gli altri miracoli 
che ad opera di questo Santo, in Italia venuto 
fin dalla Siria, voile 1'Onnipotente mostrarci . , . 

Altra citta non awi che ti sia pari in Ausonia 

per splendore e potenza, odorosa del corpo dei Santi, 

tu sola, Verona, tra cento citta in Italia opulenta. 

Te Aquileia esalta, a te si levan le laudi 

di Mantova, Brescia, Pavia, di Roma e pur di Ravenna, 

tu sei la porta che adduce alia terra dei LigurL 

II grande, il piissimo re Pipino in te risiede, 
sernpre benigno e giusto, che cosi operando 
a tutti i buoni prospera e lieta rende la vita. 

Leviamo un inno di gloria a Dio, invisibile re, 

che ti voile adorna di cosi mistici fiori 

tra i quali tu risplendi come raggiante sole. 



DAL MAGISTER PLACIDAS * 



Placidas fuit dictus 
habundancia dives, 
qui antequam de regno 
subveniebat de suis 
proinde nondum ablutus 

Dum esset rnagnus venator 
die quadam exivit 
aspexit grandem a longe 
et unum candidum nimis 
cepit persequi ilium 

Dum per spacia multa 
ascendit cervus in summum 
Placidas dum perpensaret, 
vidit in cornibus eius 
et inter cornua pulcram 

Placidas dum stupendo 
vocem sibi dicentem 

Placidas, <o> Placidas, 
lesus ego, nescis 

sed in operibus bonis 

Placidas tremefactus 
capud erigens tantum 

Die, domine, quid mihi 

Christianum respondit 
ipse te ammonebit, 

Surgens inde ad domum 
ad sacerdotem perrexit 
baptizata est uxor 
et totam domum illius, 
ipse Eustasius dictus 



magister militum, 
fortis in prelio, 
sciret perpetuo, 
rebus pauperibus: 
placuit domino. 

et Sagittarius, 
more venancium; 
cervorum numerum 
stantem in medio: 
relictis omnibus. 

post eum curreret, 
saxorum verticem. 
quid illi faceret, 
crucis imaginem 
Christi effigiem. 

istud aspiceret, 
audivit taliter: 
quid me persequeris? 
quern fide credere, 
visus es colere. 

in terram cecidit, 
ita locutus est: 
oportet facere ? 
quere antestitem, 
quod debet facere. 

suam reversus est, 
et baptizatus est; 
simul cum filiis 
viri et femine, 
est in baptismate. 



i. Testo di K. Strecker nei M.G.H., P.'Ae.C., iv, pp. 593-7. Traduzione 
di Tilde Nardi. 



DA IL GENERALE PLACIDA 



Jr lacida fu chiamato 
famoso per ricchezze, 
che, pur del regno eterno 
dava coi beni suoi 
si che, avanti il battesimo, 

Infallibile arciere, 
gli avvenne un di d'uscire 
vide da lungi un folto 
ed uno tutto candido 
Quello prese a inseguire 

Poi che rincorso Pebbe 
ecco balzare il cervo 
Mentre pensava Placida 
tra le corna apparir 
vide Peffigie di Cristo 

Da stupore percosso 
quando una voce intese 

Placida, perch6 mai 
Sono Gesu, nel quale 
eppur m'onori con Popere 

S'abbatt6 al suolo Placida 
e solo Iev6 il capo 

Dimmi che cosa, Signore, 

Cerca un ministro di Cristo : 

quel che fare dovrai 

Indi, levatosi, a casa 
Corse da un sacerdote, 
Pebbe anche sua moglie 
Pebbero tutti i suoi servi, 
Imposto gli fu col battesimo 



quel condottiero, 
forte in battaglia, 
inconsapevole, 
soccorso ai poveri, 
gia a Dio fu caro. 

gran cacciatore, 
per una caccia; 
branco di cervi 
in mezzo a loro. 
gli altri lasciando. 

per lungo tratto, 
su un'alta rupe. 
a quel che fargli, 
vide la croce, 
tra le sue corna. 

ci6 rimirava, 
cosi parlargli: 
tu mi perseguiti? 
non sai di credere, 
visibilmente. 

tutto tremante 
a domandare: 
debba io fare, 
disse la voce 
potra insegnarti. 

fece ritorno. 
ebbe il battesimo; 
insieme coi figli, 
uomini e donne. 
il nome Eustasio. 



154 



SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 



Post hec reversus ad montem 

ubi viderat prius 

ibi sibi audivit 

Plurima dampna habebis, 

sed postea coronabo 

Ex die ilia ceperunt 
ems familia mori 
supervenerunt latrones, 
et nihil illi de tanta 
quam sola uxor et duo 

Vicinorum non valens 
tulit coniugem suam 
(ipsa Teupisten dicta 
fili Agapitus unus 
exivit nocte cum illis, 

Ad litus maris pervenit, 
qui ad alteram terram 
Erat uxor illius 
concupivit nauclerus 
et cogitabat, ut virum 

Eustasius vix evadens 
et ibat nocte plorando: 
Matrem vestram crudelis 
vos mo do miseri estis 
Dum ita fleret, ad ripam 

Unum filium suum 

et ad alteram ripam 

Post hec reversus, ut fratrem 

et dum ad mediam aquam 

leo unum et lupus 

Dei pietas magna 
unum excusserant sanum 
et alter est liberatus 



perrexit iterum, 
tale misterium; 
loquentem dominum: 
magnum periculum, 
te per martyrium. 

de pestilencia 
et animantia; 
tulerunt omnia, 
remansit gloria 
natorum pignora. 

ferre obprobrium 
et duos filios, 
fuit in lavacro, 
et alter Theupistus), 
ut iret in Egypto. 

nauclerum reperit, 
eos transposuit. 
formonsa specie, 
earn et abstulit, 
eius perimeret. 

fugit cum parvulis 
Ve vobis, filii! 
barbarus rapuit, 
relicti orfani. 
pervenit fluminis. 

in collo posuit 
eum transposuit. 
illius tolleret; 
venisset fluminis, 
alterum rapuit. 

salvavit pueros: 
pastores ovium, 
ab aratoribus, 



SILLOGI RITMICHE VERONESI 



155 



Poi volse i passi al monte 
Papparizione mirabile 
Ed ivi udi il S ignore 
Patirai molti affanni 
ma t > incoroner6 poi 

Da quel di cominciarono 
i suoi famigli a perire 
Vennero quindi i predoni 
e di tanta for tuna nulPaltro 
che la sposa ed il pegno 

Insofferente al dispregio 
prese con se la moglie 
(quella ebbe nome Teupiste 
e i figli Agapito Puno, 
e insieme una notte partirono 

Giunto alia riva del mare 
che accett6 di portarli 
Era la sposa d'Eustasio 
d'essa acceso il nocchiero 
meditando a lui 

Scamp6 per miracolo Eustasio 
e al buio errava piangendo: 
figli! vi ha tolta la madre 
Ed or miseri siete 
Giunse cosi piangendo 

Uno dei suoi nglioli 

e lo port6 cosi 

Quindi, tomato indietro 

mentre era proprio in mezzo 

gli rapi Puno un lupo, 

Ma la pieta divina 

ch6 il primo trassero in salvo 

fu liberato il secondo 



la dove prima 
gli s'era offerta. 
a lui parlare: 
e un grave pericolo, 
con il martirio. 

di pestilenza 

e tutti gli armenti. 

e tutto involarono, 

a lui rimase 

di due figlioli. 

dei suoi vicini, 
ed ambo i figli 
al sacro fonte, 
Paltro Teupisto) 
verso PEgitto. 

trov6 un nocchiero 
alPaltra sponda. 
molto leggiadra: 
gliela rapiva, 
toglier la vita. 

con i fanciulli 
Sventura a voi, 
un crudel barbaro. 
rimasti orfani. 
in riva a un flume. 

si tolse in collo 
sull'altra riva. 
a prender Paltro, 
alia corrente, 
Paltro un leone. 

salv6 i fanciulli; 
certi pastori, 
da contadini; 



156 



SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 



et cum eis manserunt 
invicem nescientes 



multis temporibus, 
unus de altero. 



Eustasius dum putaret 

cogitabat iactare 

sed ad memoriam eius 

quod ei dixerat ante 

quod post periculum magnum 

Egressus turn de aqua 
cepit sibi capillos 
et cepit filios <suos> 
Ve mihi misero, ita 
cui iam nullum remansit 



perisse pueros, 
se mox in flumine, 
rediit subito, 
salvator hominum, 
haberet gaudium. 

in terra corruit, 
et barbam traere 
dolendo plangere: 
qui desolatus sum, 
vite solacium! 



Ipse lob certe numquam 
nam pro auxilio illi 
adhuc et consolatores 
pro amicis crudeles 
infelix ego, que meos 

Ve mihi, qui sic pollebam 

quod, o, perditus simul 

Nisi tu mihi, deus, 

ore meo et tuam 

ne tibi peccem, qui verbo 

Iter arripuit flendo, 
custos fuit agrorum 
ibi parvulum sibi 
Ibi quicquid agebat 
pauperibus tribuebat 

Dum ibi comrnoraretur 
exercitus barbarorum 
delere et predare 
Imperator in unum 
Placidam non habebat: 



sic tribulatus est, 
uxor relicta est, 
amicos habuit: 
bestias rep eri 
filios raperent. 

ut arbor florida, 
ramos et folia! 
des tolleranciam 
ponas custodiam, 
creasti omnia. 

venit in Egipto, 
multis temporibus; 
fecit ospicium. 
de suo officio, 
<semper> ospitibus. 

per annos duodecim, 
fines Pannonie 
cepit crudeliter. 
collegit milites, 
sic cepit dicere: 



SILLOGI RITMICHE VERONESI 



157 



con essi rimasero entrambi 
senza nulla sapere 

Eustasio, che invece credeva 
meditava affogarsi 
ma gli torn6 d'un tratto 
quanto gli avea predetto 
e il gaudio che gli serbava 

Quindi, uscito dall'acqua, 
e prese a stracciarsi la barba 
e a piangere i figli perduti, 
Ahi, me infelice, quanto 
privo ormai nella vita 

Certo lo stesso Giobbe 
ch6 la sposa ad assisterlo 
ed ancora ebbe amici 
io sventurato trovai 
belve crudeli che i miei 

Io, vigoroso come 
ora ho perduto insieme 
Se non mi dai tu forza, 
poni un freno al mio labbro 
contro Te, che col verbo 

Riprese il cammino piangendo, 
fu custode di campi 
e in quel luogo una piccola 
e tutto quel che traeva 
sempre elargiva ai poveri 

Gia da dodici anni 
quando un'orda di barbari 
la Pannonia predando 
Radun6 le milizie 
mancava Placida, ond'egli 



per lunghi anni 
uno delPaltro. 

morti i figlioli, 
tosto nel fiume; 
alia memoria 
il Salvatore 
dopo il pericolo. 

si gett6 a terra 
ed i capelli 
cosi gemendo: 
son sventurato, 
d'ogni conforto! 

mai pati tanto, 
gli fu lasciata, 
a consolarlo: 
anzi che amici 
figli rapirono. 

florido albero, 
e rami e foglie! 
Signore, almeno 
onde non pecchi 
tutto creasti. 

giunse in Egitto; 
per molti anni 
casa si fece; 
dal suo lavoro 
cui dava asilo. 

li dimorava, 
feroci invase 
e distruggendo. 
Timperatore ; 
comincio a chiedere: 



158 



SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 



Placidas, qui magister 
quid fuit factum de illo, 
Respondit unus ex illis, 
que habebat, et nimis 

et de provincia ista 

Imperator Traianus 1 
per provincias omnes, 
Dum eum misquam per orbem 
duo ex illis venerunt 
ipsius manslo ubi 

Eustasius eos videns 
Dixerunt milites illi: 
hie vidisti, die nobis, 
Respondit ille et dixit: 
non audivi, qui tali 

Eustasius enim ipsos 
sed ipsi non agnoscebant 
rogavit ad suam eos 

Intrate, pauperi domum 
sumite modicum cibum, 

Dum in ospicio eius 
adsimulare cernunt 
Unus ad alterum dixit 

Adtende, quantum est iste 
quern nos imus querendo: 

Dum diligenter eius 
viderunt plagam, que illi 
ceperunt se osculari 
Quem querebamus, magister 
Et per venerunt curn eo 



erat milicie, 
vos mihi dicite. 
quod cuncta perdidit, 
pauper efTectus est 
inde profectus est. 

direxit milites 
qui eum quererent. 
possent reperere, 
in fines Egypti, 
erat Eustasii. 

obviam exiit. 

Forsitan hominem 
Placidam nomine ? 

In terra Egypti 
vocetur nomine. 

cognovit milites, 
eius effigiem; 
ut domum pergerent: 
nolite spernere, 
postea ibitis. 

cum eo ederent, 
eius effigiem. 
secreto taliter: 
Placide similis, 
forsitan ipse est. 

vultum intenderent, 
in bello facta est; 
et leti dicere: 
tu es militie! 
simul ad Cesarem . . . 



i. Traianus: Traiano, imperatore dal 98 al 117 d. C. Grande edificatore 
e, soprattutto, grande guerriero. Qui si fa menzione di una delle due cam- 
pagne daciche da lui condotte negli anni 101-2, 105-6. 6 difficile poter 
stabilire se si tratta della prima, nella quale il re dei Daci, Decebalo 



SILLOGI RITMICHE VERONESI 



159 



Che cosa awenne mai, 
che teneva il comando 
Rispose un che, perduto 
nella piu nera miseria 

e da quella provincia 

L'imperatore Traiano 

a cercare di lui 

Non rintracciandolo essi 

due si spinsero infine 

e giunsero proprio la dove 

Li vide Eustasio ed incontro 
Chiesero allora i soldati: 
qui veduto un uomo 
Disse Eustasio in risposta: 
non udii mai d'alcuno 

Ch6 riconobbe Eustasio 
mentre questi alFaspetto 
Li invit6 allora ad entrare 

Entrate, la casa d'un povero 
prendete un poco di cibo, 

Mentre sotto il suo tetto 
pensarono, guardandolo, 
Mormor6 uno alPaltro 

Guarda quanto costui 
quello che noi cerchiamo: 

Mentre il suo volto scrutavano 
d'una ferita di guerra 
lieti allor Pabbracciarono 

Tu, tu sei il generate 

E insieme a lui ritornarono 



dite, di Placida 
delle milizie? 
ogni suo avere, 
s'era ridotto 
era parti to. 

invio soldati 
per ogni provincia. 
in alcun luogo, 
in terra d'Egitto, 
viveva Eustasio. 

loro si fece. 

Non hai per caso 
di nome Placida ? 

In terra d'Egitto 
cosi chiamato. 

i due soldati, 
nol rawisarono. 
nella sua casa: 
non disprezzate; 
poi ve ne andrete. 

con lui mangiavano, 
di rawisarlo. 
segretamente : 
somiglia a Placida, 
forse e lui stesso. 

attentamente, 
videro il segno; 
cosi dicendo: 
che cercavamo. 
ov'era Cesare . . . 



u costretto alia resa, o della seconda, terminata con la distruzione del 
egno, dopo la quale la Dacia divenne provincia romana e fu popolata 
ii coloni romani. 



PLANCTUS DE OBITU KAROLI 1 

A soils ortu usque ad occidua 
littora maris planctus pulsat pectora. 

Heu mihi misero! 
Ultra marina agmina tristitia 
tetigit ingens cum merore nimio. 

Heu mihi misero! 

Franci, Romani atque cuncti creduli 
luctu punguntur et magna molestia. 

Heu mihi misero! 
Infantes, senes, gloriosi praesules, 
matronae plangunt detrimentum Caesaris. 2 

Heu mihi misero! 

lamiam non cessant lacrimarum flumina, 
nam plangit orbis interitum Karoli. 

Heu mihi misero! 

Pater communis orfanorum omnium, 
peregrinorum, viduarum, virginum, 

heu mihi misero! 

Christe, caelorum qui gubernas agmina, 
tuo in regno da requiem Karolo. 

Heu mihi misero! 

Hoc poscunt omnes fideles et creduli, 
hoc sancti senes, viduae et virgines. 

Heu mihi misero! 

Imperatorem iam serenum Karolum 
telluris tegit titulatus tumulus. 

Heu mihi misero! 

Spiritus sanctus, qui gubernat omnia, 
animam suam exaltet in requiem. 

Heu mihi misero! 

Vae tibi, Roma, Romanoque populo 
amisso summo glorioso Karolo. 

Heu mihi misero! 



i. Testo di E. Dummler nei M. G.H.,P. Ae. C.,i, pp. 435-6. Traduzione 
di Tilde Nardi. Cfr. F. J. E. RABY, A History of secular Latin Poetry 
in the Middle Ages, Oxford, Clarendon Press, 1934, i, pp. 211-3, e 



COMPIANTO IN MORTE DI CARLO 

Da 1'oriente sino agli occidui 

lidi del mare scuote i petti il pianto. 

Ahi me misero! 
Grave tristezza colse le schiere 
di la dal mare con immense duolo. 

Ahi me misero! 

Franchi, Romani, tutti i suoi fedeli 
da lutto e grave pena son percossi. 

Ahi me misero! 

Vecchi, fanciulli, gloriosi presuli, 
matrone piangon la morte di Cesare. 

Ahi me misero! 

Fiumi di pianto scorron senza fine, 
che la morte di Carlo il mondo piange. 

Ahi me misero! 

Padre degli orfani e delle vedove, 
dei peregrini e delle vergini, 

ahi me misero! 

Cristo, che imperi a le celesti schiere, 
pace concedi nel tuo regno a Carlo. 

Ahi me misero! 

Questo i credenti ed i fedeli implorano, 
i santi vegli, le vedove, le vergini. 

Ahi me misero! 

Un tumulo di terra col suo nome 
copre Carlo, glorioso imperatore. 

Ahi me misero! 

II santo Spirto, che tutto governa, 
1'anima sua esalti nella pace. 

Ahi me misero! 

Sventura a Roma e al popolo di Roma, 
orbi del sommo e glorioso Carlo. 
Ahi me misero! 



U. SESINI, Poesia e musica nella latinitd cristiana dal 111 al X secolo, 
Torino, S.E.I., 1949, pp. 167-71. 2. Caesaris: titolo degli imperatori 
romani in quanto eredi del divo Giulio. 



I&2 SCRITTURE E SCRITTORI DEL SECOLO VIII 

Vae tibi, sola formonsa Italia, 
cunctisque tuis tarn honestis urbibus. 

Heu mihi misero! 
Francia diras perpessa iniurias 
nullum iam talem dolorem sustinuit, 

heu mihi misero! 

quando augustum facundumque Karolum 
in Aquisgrani glebis terrae tradidit. 

Heu mihi misero! 
Nox mihi dira iam retulit somnia, 
diesque clara non adduxit lumina, 

heu mihi misero! 

quae cuncti orbis christiano populo 
vexit ad mortem venerandum principem. 

Heu mihi misero! 

O Columbane, stringe tuas lacrimas, 
precesque funde pro illo ad dominum, 

heu mihi misero! 

pater cunctorum, misericors dominus, 
ut illi donet locum splendidissimum. 

Heu mihi misero! 
O deus cunctae humanae militiae 
atque caelorum, infernorum domine, 

heu mihi misero! 
in sancta sede cum tuis apostolis 
suscipe pium, o tu Christe, Karolum. 

Heu mihi misero! 



SILLOGI RITMICHE VERONESI 163 

Sventura a te, unica, bella Italia, 
e a tutte le tue splendide citta. 

Ahi me misero! 

La Francia, che pur tanto ebbe a patire, 
giammai sofferse cosi gran dolore, 

ahi me misero! 

come quando il facondo, augusto Carlo 
fu affidato alia terra in Aquisgrana. 

Ahi me misero! 

La notte m'arrecb funesti sogni 
ne splendore di luce addusse il giorno, 

ahi me misero! 

che il signore del mondo, venerato 
dalla cristianita, condusse a morte. 

Ahi me misero! 

O Colombano, spremi le tue lacrime 
e a Dio per lui efFondi le tue preci, 

ahi me misero! 

perch6 il padre di tutti e pio Signore 
la piu splendida sede a lui conceda. 

Ahi me misero! 

O Dio di tutta Pumana milizia, 
e del cielo e degli inferi signore, 

ahi me misero! 
accogli nella sede dei beati 
cogli apostoli tuoi, Cristo, il pio Carlo. 
Ahi me misero! 



5 
L'INDOVINELLO VERONESE 

Nell'ambiente della scuola capitolare di Verona, die fu uno dei centri 
piu cospicui dell y Italia longobarda, fedelissima alia tradizione lette- 
raria e scolastica romana, e stato composto, rielaborando elementi 
preesistenti, il piu antico testo volgare italiano di carattere letterario 
die sia giunto fino a noi. Si tratta di due versicoli scritti verso la 
fine del secolo VIII o Vinizio del seguente in un codice della Biblioteca 
capitolare Veronese, donde li trasse nel 1924. Luigi Schiaparelli. 

Creduto dapprima una cantilena georgica in latino volgare ,/# in 
seguito riconosciuto per un indovinello scritto, non ostante qualche 
traccia o ricordo di latinita, in volgare. U indovinello & noto e diffuse, 
e certamente antico, anche se non siamo in grado di indicarne Veta. 
D'origine, come fa ritenere Vargomento, colta, discese rapidamente 
tra il popolo. Cost come lo leggiamo nel codice Veronese, pare opera 
d'un chierico e nato nelV ambiente della scuola; ma chi lo compose, 
ricalcb un modello popolare. 

La lezione del codice: 

se pareba boues alba pratalia araba & albo uersorio 
teneba <? negro semen seminaba 

e stata oggetto di piu ritocchi per ottenerne un tetrastico a rime al 
ternate o baciate o monorimo. Non muta la lezione del codice il Monte 
verdi, che vede net due versicoli due esametri ritmici caudati. Ne la 
muta la recentissima proposta di Carlo Alberto Mastrelli, che inter- 
preta la f rase se pareba boves come laprotasi di unperiodo ipotetico: 
se parevano buoiv, consider ando il se, a differ enza di tutti gli altri 
interpreti, come congiunzione e accettando la derivazione di pareba 
da parere, gid proposta dal Contini, A noi questa inter pretazione 
pare sforzata e non consona allo stile enigmistico. 

Uimportanza deW indovinello Veronese sta nella sua eta, ma non 
dimenticheremo neppure il problema che pone dei rapporti complessi 
Jra tradizione letteraria e popolare. 

^GIUSEPPE VIDOSSI 



INDOVINELLO VERONESE 

Boves se pareba, 
alba pratalia araba 
et albo versorio teneba 
et negro semen seminaba. 

Spingeva avanti i buoi (le ditd) y solcava arando un campo bianco 
(la carta), teneva un bianco aratro (la penna d'oca) e seminava 
nero seme (Vinchiostro). 



La forma in cui riportiamo 1'indovinello Veronese e quella proposta da 
N. Tamassia (N. TAMASSIA e M. SCHERILLO, Un 3 antichissima cantilena 
georgica in latino volgare, in Rendiconti del R. Istituto lombardo, S. n, 
vol. LVII, 1924, pp. 734-36), che si distacca pochissimo dalla lezione del 
codice. 

LUIGI SCHIAPARELLI diede notizia dell'indovinello neirArchivio stori- 
co italiano, S. vn, I (1924), p. 113. Ivi anche un facsimile; altro facsimile 
in F. A. UGOLINI, Atlante paleografico romanzo, Torino, La Stampa, 
1942, tav. i. 

Si occuparono dell'indovinello, oltre al Tamassia e allo Scherillo gia 
citati, V. DE BARTHOLOMAEIS, do che veramente sia V antichissima cantilena 
Boves se pareba , in Giornale storico della letteratura italiana,xc (1927), 
pp. 197 sgg. e xci (1928), pp. 67 sgg.; P. RAJNA, Un indovinello volgare, in 
Speculum)), ill (1928), pp. 291 sgg.; A.MONTEVERDI in Giorn. stor. d. 
letter, it. , xci (1928), pp. 73-5, e in Studi medievali, N. S., I (1928), 
pp. 202-3, II (1929), pp. 231-2 e x(i937), PP- 204-12 (rist. in Saggi neo- 
latini, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura , i945> PP- 39-74)- 

La citata proposta di G. CONTINI si legge in Revue des langues ro- 
manes , LXVII (1934), p. 162, la nuova interpretazione di C. A. MASTRELLI 
in Archivio glottol. ital., xxxvm (1953), PP- 190-209- 

Per la diffusione dell'indovinello v. CARLO PIANCASTELLI, Commento a un 
indovinello romagnolo, Faenza, Tip. Montanari, 1903; A. AARNE, Ver- 
gleichende Ratselforschungen, I, in F. F. Communications , n, pp. 35 sgg.; 
M. DE FILIPPIS, The Literary Riddle in Italy to the End of the XVI Century, 
University of California Press, 1948, pp. 1-3. 

Altre indicazioni in questo stesso volume, nel capitolo sull'/ta/*a dia- 
lettale fino a Dante. 



III. Scritture e scrittori del secoli IX e X 

i 
CRONACHE, BIOGRAFIE, PANEGIRICI 

JNei secoli IX e X abbondante la fioritura delle storie o cronache 
locally fertinenti^ per lo piu, ad ambienti ecclesiastici o monastics 
(Gesta episcoporum Neapolitanorum, Constructio Farfcnsis, Chro- 
nicon S. Benedict! Cassinensis ecc.), ma alcime, anche, di conte- 
nuto laico (tra queste, interessanti le continuazioni della storia del 
Diacono, per esempio quella di Andrea di Bergamo; e notevoli la 
storia dei longobardi beneventani di Erchemperto e la storia di Ve- 
nezia di Giovanni diacono). Tra le storie ecdesiastiche e particolar- 
mente notevole il Liber pontificalis ecclcsiae Ravennatis di Agnello, 
di cui diamo un saggio, costruito sulla falsariga del Liber pon 
tificalis romano, ma di tono piu letter ario e culto, Agnello lisa fonti 
generali e letterarie copiose, ma anche fonti locali, monumentali e 
diplomatiche, spesso interpretate e svolte con la tecnica retorica del- 
Z'amplificatio. U autore, infatti, ha ricevuto un'accurata istituzione, 
che lo ha reso egualmente esperto delle lettere umane e divine, per 
cui, mentre sa usare i modelli degli auctores e i mezzi deWarte reto 
rica, si rivela anche perito della tecnica delVesegesi e deWanalisi 
scritturale. Una formazione scolastica, ma tumultuosa e non profon- 
da, ha ricevuto anche il monaco di San Benedetto di Salerno, autore 
del Chronicon Salernitanum (che narra, movendo dalVeta in cui si ar- 
resta la storia del Diacono, le vicende deiprincipi longobardi meridio- 
noli fino al gj8\ di cui pure diamo un saggio. II monaco usa fonti 
letterarie e diplomatiche e mostra di conoscere egualmente bene Vir- 
gilio e Lucano, Draconzio e sant' Agostino e Isidoro; ma I 'opera 
sua non e di storico o cronista rigoroso; bensl quasi di romanziere o 
di novellatore; in quanto egli con brio e vivacitd narra storielle e leg- 
gende fantasiose e brillanti, di gusto popolare. Inter essante persona- 
litd di semicolto, che sente il fascino della cultura e vuolfare sfoggio 
di erudizione: e si compiace, ad esempio, di note etimologiche ; ma 
scrive sgrammaticando spesso e volentieri, in maniera rapida e di- 
sinvolta, con sfrontata ma simpatica trascuratezza. 

Anche piii trascurato, anzi addirittura grossolano, e il monaco Be 
nedetto, autore di una Cronaca del cenobio di Sant' Andrea dd Monte 



CRONACHE, BIOGRAFIE, PANEGIRICI 167 

Soratte; scrittore, dice U Perte, ^nesdo maioris an stoliditatis an 
incuriaet>. Per lo stesso Pertz Velocuzione del monaco del Soratte 
rappresenta Vestrema degradazione della latinita classica; ma certo 
non documento di incultura appare il Chronicon a chi consideri la 
ricca serie di fonti adibite dalVautore: testi agiografid, editti dei re 
longobardi, Gregorio Magno e Beda, Eginardo e gli Annales regni 
Francorum e il Libellus de potestate imperatoria in urbe Roma. 
Ed e, certo, il Chronicon una scrittura interessante, se pur intessuta 
di favole strampalate e melense e di notazioni arbitrarie. 

Ben diversa Vultima scrittura di cui accogliamo un saggio in questo 
capitolo, in quanta entra nel quadro generico delle scritture storiche, 
ma e un panegirico di colorito e tono epico; e panegirico, appunto, si 
dice nel titolo originate, che e in greco: navTjyupixov Bspevyapiou 
TOO avix7]TOU Koctaapo*;. Sono logo esametri, preceduti da un pro- 
logo in distid, in cui si travestono in classid paludamenti uomini e 
cose d* Italia di quel periodo^ tra V88j e il 915, di cuifuprotagonista 
Berengario, duca del Friuli, giunto a cingere la corona imperiale per 
mono di Giovanni X. Ilpoemetto e prodotto delVinsigne officina Vero 
nese; opera, moltoprobabilmente, diun maestro della scuola, Giovanni, 
chefu vescovo di Cremona e ardcancelliere di Berengario (Vambiente 
scolastico e Vambiente curiale son sempre strettissimamente congiunti; 
e anzi, nelVaula regia o signorile, si compongono fino a for mare un 
unico ambiente). un testo cultissimo, che rivela profonda perizia 
delle scritture sacre e profane (il dettatore conosce e usa abilmente 
il poema virgiliano e la Tebaide e Z'Achilleide e Z'llias latina e i 
poeti cristiani e anche i poeti piu recenti, delVeta Carolina; e possiede 
una vasta cultura grammatical, che si riflette nelle glosse delVautore 
stesso apposte al poemetto}. L' elocuzione quella dello stile tragico, 
usato dal dettatore con sicurezza e, spesso, con elegante finezza. 



Per la materia qui trattata vedi A. VISCAKDI, Le origini, in Storia letter aria 
d' Italia, Milano, Fr.Vallardi, 1950, II ediz. rinnov., pp. 44 s gg-> oltre che 
U. BALZANI, Le cronache italiane nel Medio Evo, Milano, Hoepli, 1909, 
pp. 91-145, in ediz., e F. NOVATI - A. MONTEVERDI, Le origini, in Storia 
letterana d > ltalia ) Milano, Fr. Vallardi, 1926, 1'ultima parte del cap. IV. 
Cfr. pure la bibliografia generale di J. DE GHELLINCK, Lessor de la littera- 
ture latine, Bruxelles, L'edition universelle (e Paris, Desclee De Brouwer), 
1946, II, pp. 89-91, n. 8. 



ANDREA AGNELLO 

DAL LIBER PONTIFICALIS ECCLESIAE 
RAVENNATIS)) 1 

De sancto Exuperantio. XVIIIl. 

JQXUPERANTIUS. XVIIIL Vir grandevus, humilis et mitis, prudens in 
operibus bonis. Quod suos antecessores hedificavcrunt, istc inco- 
lumis tenuit. 

Illius tenporibus ecclesia beate Agnetis, a Gemello subdiacono 
istius sancte Raven, eclesie et rectore Scicilie constructa est. Et 
multum ea ditavit in auro argentoque et paleis sacris, et civitatem 
argenteam in processu cunstruxit natalis ipsius martins, et usque 
nostris tenporibus perduravit. 

In diebus eius occissus est Felix patricius ad gradus eclesie 
Ursiane, mense Mai, et facta est domne Eudoxia augusta Ravenne 
VIII. Idus aug. 2 

Nichil amplius seniores nostri et longevi michi de eius vita 
retulerunt; non memorabilem habet istoriam. 

Edificator Tricolli, 3 sed non cunsumavit. 

Et si aliqua esitacio vobis hunc Pontificalem legentibus fuerit, 
et volueritis inquirere dicentes: Cur non istius facta pontificis 
naravit, sicut de ceteris predecessoribus ? audite, ob hanc caus- 
sam. Nunc predictum Pontificalem, a tempore beati Apolenaris 
post eius decessum, pene annos DCCC et anplius, ego Agnellus 
qui et Andreas, exiguus sancte mee huius Ravennates ecclesie prc- 
sbiter, rogatus et coactus a fratribus ipsius sedis, composui. 4 Et 
ubi inveni, quid illi cercius fecerunt nostris aspectibus alata sunt, 
et quod per seniores et longevos audivi, vestris occulis non dc- 
fraudavi ; et ubi istoriam non inveni, aut qualiter eorum vita fuisset, 
nee per annosos et vetustos homines, neque per hedificationem, 
neque per quamlibet autoritatem, ne intervalum sanctorum ponti- 
ficum fieret, secundum ordinem, quomodo unus post alium hanc 
sedem optinuerunt, vestris orationibus me Deo adiuvante, illorum 

i. Testo di A. Testi Rasponi, in R.LS*, t. n, part, m, pp. 88-91. Tra- 
duzione di Tilde Nardi. 2. In diebus , . . aug.: questi avvenimenti ri- 
salgono al 430. 3. Edificator Tricolli: in altro luogo dello stcsso Liber 
pontificate la fondazione di questo edificio e attribuita ad altro vescovo. 
La parola Tricolli non sarebbe, secondo il Testi Rasponi, chc una 
deformazione dialettale di triclinium*. 4. Nunc . . . composui: il Liber 



ANDREA AGNELLO 

DAL LIBRO PONTIFICALE DELLA CHIESA 
RAVENNATE 

SanfEsuperanzio. XVIIII. 

ESUPERANZIO. xviiii. Vegliardo umile e mite, avveduto nell'ope- 
rare il bene. Quello che i suoi predecessor! avevano edificato egli 
seppe conservare. 

Sotto di lui fu costruita la chiesa di Santa Agnese da Gemello, 
suddiacono della santa chiesa ravennate e rettore del patrimonio 
di Sicilia. E molto 1'arricchi con arredi d'oro e d'argento e con pale 
sacre, ed inoltre nella ricorrenza della nascita della stessa martire 
fece costruire la citta d'Argenta che dura ancora ai tempi nostri. 

In quei giorni, nel mese di maggio, venne ucciso il patrizio Fe 
lice sui gradini della chiesa Ursiana e il 6 agosto 1'imperatrice Eu- 
dossia fu fatta signora di Ravenna. 

I nostri anziani e i vecchi non mi seppero riferire altro della sua 
vita; non ha una storia ricca di notevoli ricordi. 

Edific6 il Tricoli, ma non lo port6 a termine. 

E se voi che leggete questo Libro Pontificale vi sentirete perplessi 
e vorrete indagare: Come mai 1'autore non ha narrato le opere 
di questo vescovo come ha fatto per gli altri che Fhanno prece- 
duto ? questa, udite, ne e la ragione. Questo medesimo Libro 
Pontificale che dalla morte di sant'Apollinare abbraccia un pe- 
riodo di ottocento anni e piu, 1'ho composto io, Agnello, chiamato 
anche Andrea, umile sacerdote di questa mia santa chiesa raven 
nate, costrettovi dalle preghiere dei fratelli della stessa sede. E 
quando ho trovato notizie di opere da essi compiute, non prive, a 
mio modo di vedere, di un qualche fondamento, le ho riportate, 
e di quel che udii dalla bocca degli anziani e dei vecchi non ho 
defraudato i vostri occhi; ma quando non ho trovato alcuna no- 
tizia sulla loro vita, ne per mezzo di persone molto avanzate negli 
anni, ne per mezzo di monumenti, n6 attraverso una qualsiasi fonte 
autorevole, ad evitare che rimanessero delle lacune nel succedersi 
delle biografie dei santi vescovi che ressero uno dopo 1'altro questa 
sede, aiutato da Dio per le vostre preghiere, ho cercato di rico- 

pontificalis di Agnello contiene le biografie dei vescovi della Chiesa raven 
nate. L'autore le leggeva pubblicamente ai confratelli, cioe ai colleghi e 
agli amici. 



1 70 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

vitam compossui, et credo non mentitum esse, quia el horatores fue- 
runt castique et elemosinarii et Deo animas hominum adquisitores. 
De vero illorum effigies si forte cogitato fuerit inter vos, quomodo 
scire potui, sciatis, me pictura docuit, quia semper fiebant ima 
gines sxiis temporibus ad illorum similitudinem, Et si altercacio 
expicturis fuerit, quod adfirmare eorum effigies debuissem, Ambro- 
sius mediolanensis antistes, in pasione beatorum martirum Gcrvasi 
et Protasii, de beati Pauli apostoli effigie, cecinit dicens: 1 Cuius 
vultu me pictura docuerat. 

Qui, iussu divino, pontificatum finivit et vitam IIII. Kal. lun. 
sepultusque est in iam dicta basilica sancta Agnetis martiris, ante 
altare sub pirfiretico lapide; alii aiunt, post altare subtus pirperi- 
tico lapide. 

Sedit annos . . ., menses . . . dies . . . 



i. Ambrosius . . . dicens: e menzionato qui il pseudo Ambrogio, autore 
della Passio sanctorum Vitalis, Gervasii et Protasii. 



ANDREA AGNELLO iyi 

struire io la loro vita e credo di non aver detto cose false, che tutti 
furono uomini eloquent!, casti, caritatevoli e guadagnarono anime 
a Dio. Se poi nascera in voi qualche dubbio su come io abbia po- 
tuto conoscere la reale loro effigie, sappiate che mi hanno infor- 
mato le pitture, giacche sempre durante la loro vita si eseguivano 
di essi ritratti assai somiglianti. E se a proposito di queste pitture mi 
si vorra obiettare che avrei dovuto accertare che le loro immagini 
corrispondessero, [vi ricorder6 come] Ambrogio vescovo di Mi- 
lano, nella passione dei santi martiri Gervasio e Protasio, dell 5 ef 
figie del santo apostolo Paolo cosi cant6: I1 suo volto me 1'aveva 
mostrato una pittura. 

Per volonta divina pose termine al pontificato e alia vita il 29 
maggio e fu sepolto nella gia menzionata santa basilica di Agnese 
martire, davanti all'altare, sotto una lastra di porfido; secondo altri 
sotto una lastra di porfido, ma dietro 1'altare. 

Pontific6 anni . . . , mesi . . . , giorni . . . 



CHRONICON SALERNITANUM 
DAL CHRONICON SALERNITANUM w 1 

9. ... In prefati Desiderii regis temporibus floruit in artis grama- 
tica dyaconus Paulus, 2 qui fuit ortus ex Foroiulanensis ci vitas, pa- 
rentibus secundum seculi dignitatem non infimis, et ille prccelsus 
atque cams ab ipso rege et ab omnibus erat, in tantum ut ipsc rex 
in omnia archana verba consiliarium eum haberet. Per idem tempus 
Pipini films Karolus sua filia 3 sibi in matrimonium sociavit ; et aliam 
prefatum regem habuit filiam, cui nomen Adelperga" 1 fuit, quo 
nuptui tradidit Arichis Beneventanus dux. 5 Sed de predicto Paulo, 
unde fecimus mencionem, licet inculto sermone aliquid de gestis 
eius huic historic intexere cupio; et ut predictum cst, ab omnibus 
erat dilectus, et merito proinde ei conccssit gratiam Christus, ut 
ab omnibus amaretur. Et quomodo homo eum cxosum habere 
poterat, qui erat a Christo dilectus? Sed dum iniqua cupiditate 
Longobardi inter se consurgerent, quidam enim e proceribus Lon- 
gobardis clam legacionem mittunt Karoli, Francorum regi, qua- 
tenus veniret cum valido exercitu et rcgnum Italic sub sua dittionc 
optinere, asserentes, quia istum Desiderium tyrannum sub po- 
testate eius traderet vinctum, et opes multas cum variis indumcntis 
auro argentoque intestis in suum committerct dominium. Quod 
ille predictus rex Karolus talia cognoscens, cum Francis et Ale- 
mannis, Burgundionis necnon et Saxonis, cum ingenti multiludine 
Italiam properavit. Postquam Italiam rex Karolus vcnit, rex Ita 
lic Desiderius a suis quippe, ut dudum diximus, fidclis callidc 
ei traditus fuit, quod ille vinctum suis militibus tradidit, ct ferunt 

i. Per il testo arriviamo appena in tempo a scrvirci della "Critical Kdition 
with Studies on Literary and Historical Sources and on Language di Ulla 
Westerbergh, Stockholm, Almquist & Wikscll, 1956, in Ada Universita- 
tis Stockholmiensis, Studia latina Stockholmiensia, in, pp. 10-15, 17-20, 
99-102. (Importantissime le numcrose pagine che illustrano la lingua del 
Chronicon). Traduzione di Tilde Nardi. 2. in artis . . . !><mlus: Paolo Dia- 
cono e, dall'autore del Chronicon Salernitanum, prcsontato come grandc 
maestro di eloquenza latina, genericamente, senxa particolarc rilerimcn- 
to all'opera sua di poeta, storiografo, cscgeta (a cui si accenna piii avan- 
ti). Precisa, mvece, poche righe solto, 1'indicaaione dell atti vita chc Paolo 
avrebbe svolto come consiliarius di re Desidcrio: indicassionc che con- 
corda con la testimonianza del Chronicon Vulturneme, che di Paolo parla 
come del notarius di re Desiderio (non di un notaio, ma del notaio come e 
stato nlevato: di persona, cioe, che abbia avuto funzioni premincnti nella 
cancellena palatina pavese). 3. sua filia: di Desiderio, evidentemente 
Allude, e appena il caso di ricordarlo, al matrimonio di Carlo con Krmen- 



CRONACA SALERNITANA 
DALLA CRONACA SALERNITANA 

9. ... Ai tempi del predetto re Desiderio, fiori nell'arte grammatica 
il diacono Paolo, nato a Cividale nel Friuli da genitori secondo la 
dignita secolare non d'infima condizione; era egli un uomo eletto, 
caro allo stesso re e a tutti, tanto che il re lo aveva consigliere d'ogni 
suo segreto disegno. Nello stesso tempo Carlo, figlio di Pipino, 
prese in moglie una figlia di Desiderio; un'altra figlia aveva il re, 
di nome Adelperga, che ando sposa ad Arechi, duca di Benevento. 
Ma a proposito di quel Paolo di cui ho fatto cenno, vorrei inserire 
in questa storia, sia pure in disadorno stile, qualche notizia dei suoi 
fatti; come ho gia detto, era a tutti caro e meritamente invero 
Cristo gli concesse la grazia d'essere amato da tutti. E come avrebbe 
potuto un uomo odiare lui che godeva 1'amore di Cristo ? 

Ma, mentre i Longobardi, spinti da iniqua cupidigia, lottavano 
Tun contro 1'altro, alcuni dei principi longobardi inviarono se- 
gretamerite un'ambasceria a Carlo re dei Franchi, sollecitandolo a 
venire alia conquista delF Italia con un forte esercito e asserendo 
che avrebbero dato in sua balia il tiranno Desiderio in ceppi e gli 
avrebbero consegnato copiose ricchezze e vesti intessute d'oro e 
d'argento. II re Carlo, apprendendo ci6, non tardc- a calare in Italia 
con un potente esercito di Franchi, Alemanni, Borgognoni e Sas- 
soni. Entrato Carlo in Italia, il re Desiderio gli fu consegnato a 
tradimento, come dicemmo, da alcuni suoi sudditi; ed egli 1'af- 
fid6 incatenato ai suoi soldati, mentre altri riferiscono che lo fa- 

garda. 4. Adelperga : della seconda figlia di Desiderio Paolo Diacono fu 
il precettore, nel palazzo di Pavia; e la nobile alunna segui a Benevento, 
quando ella and6 sposa al duca Arechi (forogiuliese, come il Diacono); 
legata airinsegnamento impartito ad Adelperga e la prima opera di Paolo, 
YHistoria Romana (nfacimento e continuazione di Eutropio). 5. Arichis . . . 
dux: Arechi (Arigiso) II, duca e poi principe di Benevento, m. nel 787. 
Sotto Arechi, lo stato longobardo beneventano attinge il suo massimo 
splendore; e vittoriosamente resiste all'assalto carolingio, che travolge la 
monarchia longobarda di Pavia. Della vittoriosa resistenza di Benevento 
il Chronicon da una romanzesca narrazione nelle pagine che qui trascri- 
viamo. Fiorente e la cultura nell'aula beneventana di Arechi (aperta anche 
a influssi bizantini), nella quale il Diacono ha parte preminente. Dell'alto 
grado della vita letteraria nell'area beneventana-salernitana danno testi- 
monianza gli epitaffi dei principi, riferiti, in gran parte, dal Chronicon e 
pubblicati dal Diimmler nel I volume dei Poetae aevi carolini. L'epitaffio 
di Arechi e attribuito, com'e noto, alia penna del Diacono; che certo ha 
composto repitaffio di Ansa, madre di Adelperga, e le iscrizioni che deco- 
ravano il palazzo e la cattedrale di Salerno. 



174 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

alii, ut lumine eum privasset. Atque ipse Karolus rex tocius Italic 
rex est firmatus; solus dux Arichis Beneventi iussa eius con- 
tempnens, pro eo quod capiti suo preciosam deportaret coronam. 
Ut comperit talia rex Karolus, valde est iratus, atque nimirum 
iusiurandum asseruit dicens: Nisi septrum quod manu gesto 
Arichis percucio pectu, vivere nolo. Ipse de quo prediximus 
Paulus bis denique regi Karoli mortem molitus est pro sui regi 
Desiderii fide; 1 cumque talia regi Karoli delata a suis fidelis 
fuissent, diutius toleravit propter nimium amorem quo eum dili- 
gebat. Set dum tercio talia perpetrasset, eum comprehend! iussit 
atque in medium introduci. , 

Cumque perductus fuisset, taliter rex eum allocutus est verbis : 
Die mini, inquiens diacone Paule, pro qua re bis terque inferre 
nostre eminencie morte molitus es? Ille, ut erat magnanimis, au- 
dacter ei responsum reddidit: Fac quod facturus es, quia verita- 
tem dico et falsum ex ore meo de hac re nil profero ! Fui quippe fide 
lis quondam Desiderii regis, et ipsa fides apud nos actenus.manet.-~ 

Cumque in patulo omnibus assistentibus proceris talia protulis- 
set verba, cum iurgio suis militibus precipiens, qualiter e.um sine 
mora privarent manibus. Sed dum ministri dicta impleret vellent, 
ipse piissimus rex pro nimium amorem quo diligebat eum et 
propter sagacitatem eius alta trahens suspiria, et in voce erupit: 
Eu pro dolor inquid quo modo manus eius abscidimus, 
ubi tarn elegantem scriptorem reperire valemus ? - Assistentes 
denique, ut prediximus, proceres necnon et optimates qui eum 
exosum abebant propter quondam, ut diximus, regi Desiderii fidem, 
in hunc modum responsum dederunt quia: Si hunc diaconum, 
o rex, illesum sinis abire, regnum tuum stabilitum minime habe- 
bis. At rex talia depromit verba: Mihi inquid dicite quid 
exinde vobis comparet. At illi dolosa voce dixerunt: Ilico 
evellantur eius oculi, ut nee sedulas nee litteras contra vestra di- 
gnitati nee contra vestrum imperium actenus peragat manibus. 
Cumque severitatem simulque et duriciam suis militibus cerneret, 
sese valde perturbavit, cogitans, qualiter eum de iam dicta penuria 

i. Paulus bis . . .fide: contro Carlo trionfante scoppi6 una violenta insur- 
rezione nel Friuli, nella quale ebbe parte il fratello del Diacono, e fu da 
Carlo duramente repressa. L'insurrezione fu da Paolo, se non altro, fa- 
vonta, come ha mostrato il Monteverdi. E probabilmente, in conseguenza 
della parte, diretta o indiretta, avuta nella ribellione, Paolo e relegate, per 
decreto di Carlo, nel cenobio cassinese: dove lo troviamo sicuramente 



CHRONICON SALERNITANUM 175 

cesse accecare. Cosi Carlo fu confermato re di tutta 1' Italia, mentre 
solo Arechi, duca di Benevento, come quello che portava sul capo 
preziosa corona, ne sprezzava rautorita. Quando re Carlo ne venne 
a conoscenza, fu preso da forte sdegno e non fa meraviglia se proferi 
questo giuramento : Non voglio vivere se non riesco a percuotere 
il petto di Arechi con questo scettro che stringo nel pugno. 

II predetto Paolo ben due volte tram6 la morte di re Carlo, per 
la devozione che lo legava al suo re Desiderio. Ma Carlo, a cui ci6 
fu riferito dai suoi fedeli, a lungo si mostr6 indulgente per il grande 
amore che gli portava. Ma avendo Paolo rinnovato un terzo tenta 
tive, Carlo lo fece arrestare e portare alia sua presenza. Come gli 
fu dinanzi, cosi gli par!6 : Dimmi, o diacono Paolo, perche 
hai tentato due e tre volte di recar morte alia maesta nostra? 
E quegli, magnanimo qual era, audacemente gli rispose: Fa 
> pure ci6 che hai in animo di fare; io dico la verita e dal mio lab- 
bro su questo non uscira menzogna. Fui fedele in passato al de- 
funto re Desiderio e la stessa fede serbo intatta anche oggi. 

A queste parole, pronunciate apertamente alia presenza di tutti 
i capi, il re sdegnato die ordine ai suoi soldati di mozzargli imme- 
diatamente le mani. Ma mentre gli incaricati si accingevano ad 
eseguire Tordine, lo stesso piissimo re, per il vivo amore che gli 
portava e per I'ammirazione che nutriva per la sua saggezza, traen- 
do profondi sospiri, proruppe in queste parole: Ahime, con che 
animo possiamo troncare le sue mani? Dove potremo trovare un 
altro scrittore cosi elegante ? Ma i principi e gli ottimati che, 
come dicevamo, erano presenti e che Tavevano in odio per la sua 
devozione al defunto re Desiderio, cosi replicarono : Se tu, o re, 
lascerai andare questo diacono illeso, non potrai avere stabile il 
tuo regno. Disse allora il re: Datemi dunque il vostro pa- 
rere. E quelli con voce piena d'inganno risposero : Gli siano 
tosto strappati gli occhi, affinch6 con le sue mani non abbia piu 
a scrivere schede o lettere contro la maesta vostra e il vostro im- 
pero. Si turb6 grandemente il re nel constatare la severity e la 
durezza dei suoi vassalli e pensando al modo di salvare Paolo da 

nel 780. Da Montecassino Paolo rivolge a Carlo un'epistola elegiaca in pro' 
del fratello ribelle; e nel 782 va ad Aquisgrana per sollecitare a viva voce 
il perdono, che ottiene; ed e accolto nel cenacolo dei dotti che Carlo ha 
costituito nell'aula aquisgranese. Tutta questa vicenda dei rapporti tra 
il chierico palatino longobardo e il vittorioso re dei Franchi e romanzata 
nella narrazione del Chronicon Salernitanum. 



176 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

liberaret, adiciens: Ubi tarn industrissimum atque preclarissi- 
mum<poetam> necnon et historiografum 1 invenire queamus ? His 
dictis, optimates eius ipsius preceptis obedire maluerunt, adnec- 
tentes ut in insulam quoddam missum in exilium, diu illic crucia- 
retur; quod factum est. Dumque vinctum, ut prediximus, in insula 
deveniret exilium, diu illic nempe est cruciatus. Sed ipse Paulus 
veritas, que Christus est, secutus, veritas eum per magnam suam 
potenciam mirabiliter liberavit. Nam quidam homo qui sepissime 
eius famulatui inerat, clam de iam dicta insula expulit et cum eo 
Beneventum repedavit. Cumque nunciatum fuisset principi Ari- 
chis, magno gaudio est repletus, eo quod multis ante temporis 
formam eius cernere optaret, atque ex ore eius dulcia verba in ar- 
chana sui pectoris informaret. Ilico non paucis e suis proceribus 
cum equitibus in eius misit occursum. Cumque honorifice Bene 
ventum introyssent, super collum eius ipse piissimus princeps 
ruens, flebat plane pre gaudio et eum osculabat. Ipse, de quo 
iam diximus, Paulus a quondam sui domini filiam venit atque 
uxorem iam fati principi, Adelperge nomine, de qua iam supra 
diximus, humiliter se subdedit adiciens: Sum fraudatus a gem- 
tore tuo piissimo; non me fraudavit Dominus de suis natis; in- 
super et ostendit mihi tuas sublimissimas proles. Ipsa princi- 
pissa piissima inter dicta verba doliter flebat. 

10. Arichis, de quo prediximus, piissimus princeps, familias <equos- 
que>, variis indumentis dapesque ei habundanter tribuit, atque in 
suo palaccio eum morari iussit, et crebissime de liberalibus disci 
plines cum eo sermocinabat. Cumque illis <de> divinis scrip turis 
invicem colloquerentur, insaciabili pectore ipse princeps quippe 
gerebat. Et dum de fatus Karolus sermo fuisset exortus, ipse Pau 
lus inter alia verba sermonem nempe talem prorupit: - Isdem de 
quo nunc prediximus Karolus, quantum illico conicere valui, cum 
ingenti exercitu est super te venturus. Quod ille <talia> audiens, 
Beneventum simulque et eius filias muniens, secessit Salernum, 2 
quod est valde munitissima atque preclarissima et opes dapesque 
sufficienter habundat, et proinde earn ipse princeps mirabiliter 
ampliavit propter eius tuictionem. Rex de quo iam diximus Ka 
rolus Gallorum, Saxonum, Alemannorum, simulque et Longobar- 

i. <poetam> necnon et historiografum: ecco il concrete cenno all'attivita lette- 
raria del Diacono. 2. secessit Salernum: non si tratta di trasferimento mo- 
mentaneo, determinate dalla situazione militare ; dopo la caduta del regno 



CHRONICON SALERNITANUM 177 

quel disperato frangente, soggiunse : Dove potremo mai trovare 
un altro poeta e storiografo cosi operoso ed illustre ? A queste pa 
role del re, i capi trovarono piu opportune arrendersi al suo volere 
e suggerirono che Paolo fosse esiliato su un'isola ed ivi a lungo 
tormentato. Cosi fu fatto. Portato in catene su un'isola in esilio, 
come s'e detto, ivi pati lungo tormento. Ma quella verita, cioe 
Cristo, che Paolo seguiva, quella verita pervenne con la sua mi- 
rabile potenza a liberarlo. Difatti un uomo che era stato a lungo al 
suo servizio di nascosto lo fece evadere dalPisola e insieme a lui 
riprese la via di Benevento. Avutane notizia, il principe Arechi 
ne prov6 gran gioia, che da gran tempo desiderava contemplare 
il suo aspetto e dal suo labbro dolci parole accogliere nel cuore. 
Tosto gli mando incontro non pochi dei suoi nobili e cavalieri. 
Entrato con loro Paolo in Benevento tra grandi manifestazioni 
d'onore, lo stesso piissimo principe gli si gett6 al collo piangendo 
di gioia e lo baciava. Paolo si reco quindi da Adelperga, di cui s'e 
fatto cenno, figlia del suo defunto sovrano e moglie di Arechi, e 
umilmente le si prosterno dicendo : Sono rimasto orbato del tuo 
piissimo padre ; ma non mi orbo il Signore dei suoi figli, anzi Egli 
mi ha concesso di vedere Peccelsa tua prole. Ed anche la pia 
principessa, ascoltando queste parole, dolorosamente piangeva. 

10. II predetto piissimo principe Arechi assegn6 a Paolo famigli, 
cavalli, vesti'e cibi in gran copia; voile che prendesse dimora 
nel suo palazzo e spessissimo con lui dissertava delle discipline 
liberali. Mentre insieme conversavano sulle divine scritture, non 
si saziava il principe di ascoltarlo. Ed essendo caduto il discorso 
su Carlo, Paolo tra 1'altro usci in queste parole: A quanto posso 
congetturare, questo Carlo di cui abbiamo parlato sta per piombare 
su di te con un fortissimo esercito. Ci6 udendo Arechi, dopo 
aver fortificata Benevento e le citta che ne dipendevano, si ritiro 
in Salerno, citta molto forte ed illustre e ben provvista di vetto- 
vaglie; e lo stesso principe per sua sicurezza Pamplio in modo no- 
tevole. Re Carlo, alia testa d'un poderoso esercito di Franchi, 
Sassoni ed Alemanni, nonche" di Longobardi e Borgognoni, con 

longobardo, la sede della corte beneventana e, effettivamente, Salerno. II 
trasferimento della sede non implica la rottura dell'unita dello Stato be- 
neventano; che ha luogo alia morte di Carlo (839), i cui figli, Radelchi e 
Siconolfo, si intitolano entrambi principi di Benevento, ma risiedono 1'uno 
in Benevento e 1'altro in Salerno; e si combattono aspramente. 



178 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

dorum Burgundiorumque validum movens exercitum, cum ingenti 
ira civitates Arichis subiectas invadere est conatus. Quod dum 
Arichis audiens, nimis exterruit, in tantum ut muros iam dicte 
civitatis in altum mirabiliter elevaret, et per finibus Beneventanis 
suos missos mittentes, quatenus ad eum accersiret omnes precla- 
rissimis antistites. Qui cum ad predictum principem antistites pro- 
perarent, eos in secreto palacio introduci iussit, et per semet ipsum 
illuc gradiens, sicuti mos erat ipsius, subnixo vultu ab cis poposcit 
benediccionem. Qua peracta benediccione, ipse princeps taliter 
prorupit in vocem: Eia beatissimi patres, iniamus consilium, 
qualiter e nostris finibus nefandum Karolum evellamus. Et 
consilium inierunt, quatenus iram eius sevissimam blandirentur. 
Tune singuli episcopi ciliciis sunt induti, humilibus vehiculi asel- 
lis sunt superpositi, profecti sunt obvia ei; cumque simul carpe- 
ret iter, nich.il aliud nisi oracioni vacabant. 

Dum Capuam properarent ipsi iam fati antistites, statim Vultur- 
num fluvium celeriter transmearunt. Quidam homo eorum dixit : 
Bene veniant domini mei; ubi pergitis? At illi responsum 
reddiderunt dicens: Ad magnum regem Karolum cupimus pro- 
perare. Ipse homo eorum dixit: Videte, quia ipse cum suo 
exercitus in locum qui Garilianus nuncupatur applicuerunt. 

Illis quippe cum ingenti cursu < ibidem > pervenire maluerunt. 
Sed iam eum in hac parte fere duodecim miliaria cum suo exercitu 
applicantes repererunt, et non procul ab eius castra de asinis se 
eiecerunt, et singulis clerici ante se unusquisque cum ferulis ince- 
dere iusserunt. Quod dum a longe ipse rex talia cerneret, admiratus 
est valde, cumque a suis relatum fuisset, quod Beneventani epi 
scopi essent, ipse rex dixit: Pro quam rem adveniunt Beneven 
tani antistites, cum ipsi suo principi coronam in capiti iam de- 
tulerunt ? Inter dicta verba presules eius approximaverunt atque 
in faciern super terram se prostraverunt. Rex itaque, ut erat pins, 
bis terque ut surgerent dixit ; cumque cum pavore surrexissent, rex 
taliter eos est allocutus : Video pastores sine oves. At illi, 
accepta fiducia, talia verba predixerunt: Lupus venit et disper- 
sit oves. Ipse rex cum iurgio ait: Quis est lupus? Illi nichil 
metuentes, responderunt dicentes: Tu es ipse. ... 



ii. 

raverunt, a< 



.Tune prostrati episcopi in faciem super terram, eumque ado- 
int, adicientes ut pacem inibi pariter firmarentur. Ipse bent- 



CHRONICON SALERNITANUM 179 

estrema violenza tent6 di invadere le citta soggette ad Arechi. Ci6 
udendo, Arechi rimase atterrito a tal segno che fece sopraelevare 
in maniera straordinaria le mura della citta e invi6 messi per tutto 
il territorio di Benevento coll'ordine di condurgli tutti gli insigni 
presuli della regione. Accorsi a lui tutti i vescovi, Arechi li fece 
segretamente introdurre nel palazzo e recatovisi di persona, come 
era suo costume, con umile volto chiese ad essi la benedizione. 
Appena gli fu impartita la benedizione, il principe proruppe in 
queste parole: Or dunque, beatissimi padri, teniamo consiglio 
su come allontanare dal nostro paese Tempio Carlo. Tennero 
consiglio come potessero blandire 1'ira furibonda del re. Allora 
tutti i vescovi, indossato il cilicio, cavalcando umili asinelli, anda- 
rono incontro a Carlo; e per via null'altro facevano se non pregare. 

Mentre viaggiavano alia volta di Capua, i suddetti vescovi presto 
attraversarono il flume Volturno. Un uomo disse loro : Benvenu- 
ti, miei signori; dove siete diretti? Ed essi dirimando: Vo- 
gliamo giungere al piii presto presso il grande re Carlo. E quegli 
li informb : Badate che egli con il suo esercito e giunto in un 
luogo chiamato Garigliano. 

I vescovi si affrettarono a quella volta. Trovarono Carlo ed il 
suo esercito gia accampati in quella zona a dodici miglia; giunti 
in prossimita deiraccampamento, scesero dagli asini e ordinarono 
ai chierici di incedere ciascuno dinanzi al suo vescovo reggendo 
il pastorale. II re, scorgendoli da lontano, si meravigli6 molto e 
poi che gli fu riferito dai suoi che si trattava dei vescovi beneven- 
tani, disse: Per quale ragione vengono qui i vescovi beneventani 
che gia hanno imposto la corona sul capo del loro principe? 
Mentre cosi diceva, i presuli gli si accostarono e gli si prosternarono 
con la faccia a terra. Allora il sovrano, pio qual'era, due volte e tre 
li invit6 a rialzarsi; e mentre quelli col suo beneplacito si levavano 
in piedi, osservb loro : Vedo i pastori senza il gregge. Ed essi, 
ribatterono : Venne il lupo e disperse le pecore. II re allora, 
irritato: Chi e il lupo? E i vescovi, senza timore alcuno, ri- 
sposero : Tu stesso. ... 

il. ... Allora, prosternati faccia a terra i vescovi gli resero omag- 
gio ; e proposero di stipulare li subito una reciproca pace. E il be- 



l8o SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

gnissimus rex audiens ammoniccionem tantorum patrum, firmam 
pacem iniens atque in scripto federe pactum affirmans inter Bene- 
ventanos et Francos, et obsides Beneventanorum simulque et Gri- 
moalt, 1 Arichis filius, isdem Francorum rex fecit abstollere. Cum- 
que talia patrassent, ab invicem sunt sequestrati; episcopi arva 
repedaverunt sua, et ipse rex cum suo exercitu reversum est itinere 
quo venerat. Tantum unum eminentissimus <vir> e suis proceribus 
Salernum <misit>, quatenus federa pacis firmarent, ct obsides, ut 
iam diximus, ab ipso Arichis princeps acciperent. 

12. Qui dum properasset Salernum cum suis non paucis fidelibus, 
ipse de quo iam diximus Arichis cum magno apparatu eum susci- 
piens, sicuti nunc subsequens sermo declarat. Tune Arichis excr- 
citus copiam adunare fecit, quatenus ipsum missum honorifice 
et cum magna sublimitate reciperet, et diverso abitu variisque 
instructos armis ante occulos legatorum apparerent. Nam in scale 
ipsius palacii adolescentes hinc inde astare fecit, qui gerebant in 
manibus sparvarios cum ceteri huiusmodi avibus; deinde iuvenes 
astare fecit floridam etatem habens, et ipsi alii accipites et huius 
modi manibus [a///p/s] gerebant; quidam enim ex his ad tabulam 
ludebant. Idipsum hinc inde, ut diximus, canos spargens astare 
fecit, deinde senex undique circumstans cum baculis in manibus, 
inter quos ipse princeps in trono aureo in eorum residens medium. 
Cumque urbem ipsum legatum cum suis appropinquassent, non 
paucis e suis proceribus in eorum misit occursum. Sed dum corum 
approximassent, putaverunt ut ipsum principem inter eos essent, 
et inter sese siscitabant, qualis esset forma ipsius, ut eum penitus 
adoraret. Set dum eorum responsum est, quod illic minime esset, 
gradierunt simul, et dum sunt urbem ingressi, statim palaccio 
adierunt; cumque ad scalas iam dicti palaccii pervenissent, rcp- 
perererunt adolescen's, quod dudum diximus, hinc inde accincti 
astaret. Quod dum talia legati cernerent, putaverunt ut illic ipsum 
principem convenirent. Set responsum est: In antea perambu 
late! Dum paulisper alium in locum devenirent, cum aliis indu- 
mentis iuvenes floridas etates habens reppererunt hie inde asta 
ret, iam omnimodo putans, ut inibi esset. Responsum est: In 
antea pergite! Cumque admirati in antea paululum properarent, 

i. Grimoalt: Grimoaldo II, che successe al padre nel ducato nel 787 e 
visse fino all'8o6. 



CHRONICON SALERNITANUM l8l 

nigno sovrano, cedendo airammonimento di cosi insigni prelati, 
concluse la pace e stipulfr con un patto scritto 1'accordo tra Bene- 
ventani e Franchi, esigendo la consegna di ostaggi del Beneventani, 
tra cui anche Grimoaldo figlio di Arechi. Cio fatto, si separarono : i 
vescovi tornarono alle loro sedi ed il re col suo esercito torn6 in- 
dietro per la via donde era venuto. Solo invio a Salerno uno dei 
suoi piu eminenti capi per firmare il trattato di pace e ricevere in 
consegna gli ostaggi, come gia s'e detto, dallo stesso duca Arechi. 

12. Mentre 1'inviato di Carlo si dirigeva a Salerno con numerosa 
scorta, Arechi si preparo ad accoglierlo con gran pompa, come ora 
racconteremo. Per ricevere il messo onorevolmente e con grande 
solennita, Arechi aduno gran numero di milizie, che agli occhi dei 
legati dovevano mostrarsi in atteggiamenti e con armi diverse. 
Cosi sulle scalinate del palazzo fece disporre da una parte e dall'al- 
tra i giovinetti che tenevano in mano sparvieri ed altri uccelli simili ; 
indi fece schierare i giovani nel fiore dell' eta che pure tenevano 
in mano falconi ed uccelli siffatti. Alcuni di questi infatti scher- 
zavano presso la tavola. Allo stesso modo colloco tutto intorno 
gli anziani e infme i vecchi che reggevano il baculo; al centro 
sedeva egli stesso su di un trono d'oro. Quando il legato di Carlo 
col suo seguito fu vicino alia citta, Arechi gli mand6 incontro 
molti dei suoi nobili. Gli inviati, credendo che tra quelli ve- 
nuti ad incontrarli si trovasse lo stesso duca, si domandavano 
quale di loro fosse per rendergli compiutamente omaggio. Ma 
essendo stato loro detto che Arechi non era tra quelli, tutti insieme 
procedettero ed, entrati in citta, si diressero al palazzo. Giunti 
davanti alia scalinata, videro i giovanetti disposti, come s'e detto, 
di qua e di la. Al vederli, i legati credettero d'essere giunti alia 
presenza del duca ; ma fu loro detto : Andate avanti. Poco 
piu innanzi trovarono i giovani nel fior dell' eta, diversamente ve- 
stiti, disposti di qua e di la e tennero per certo d'avere ormai 
raggiunto il luogo dov'era il duca. Ma fu loro ripetuto: Andate 
ancora avanti. Avanzarono ancora un poco, colmi di meraviglia, 



182 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

invenerunt iam canos spargens cum variis indumentis. lam pro 
certo estimantes intentosque oculos imagine illius videre cupiens. 
Sed responsum est: Ite in antea! Dum properassent in aulam 
in qua ipse princeps erat, cernerunt ibidem astaret senex venusta 
forma habens, et ipsum Arichis in throno aureo in medium eorum 
residentem. Mox quippe ipse princeps de aureo quern resedebat 
throno exiliens, cumque ut invicem se adorare adiungeret, ac arte 
eum delusit, sceptrum quod manu gerebat proiecit protinus. Ipse 
legatus ut vidit, mox subnixo vultu eum elevavit atque ipsius 
principi detulit, eumque pronus adoravit, asserens : Non sicut 
audivimus vidimus, sed plus plane vidimus quam nuper audivi- 
mus. Cui denique ipse princeps Arichis ad vesperam diversos 
cibos, vina quoque precipua variaque poccionum genera trans- 
misit, atque in regia aula eum cum suis fidelibus morari iussit. 

13. Alia nempe die ipse princeps visitandi causa ad eum venit 
eumque percontari cepit de eius sospitate. Cui ille: Melius 
numquam aliquando meminit me esse quomodo sum nunc. Et 
videns autem omnem sapienciam Arichis, et palacium quod hedi- 
ficaverat, et cibos mense eius, et habitacula servorum, et ordines 
ministrancium, vestesque eorum et pincernas, miratus est valde, 
adiciens : Verus est sermo quod audivi in harba 1 mea super sa- 
piencia tua et super gloria tua, et non credebam narrantibus mihi, 
donee per memet ipsum veni, et vidi oculis meis, et probavi quod 
media pars mihi nunciata non fuerit. His dictis, ipse Arichis 
suum filium, ut diximus, Grimoalt cum aliis obsides dedit, atque 
dona ei plurima est largitus. At illi vale facientes principi, labo- 
riosum iter aripuerunt. Ferunt plane nonnulli, quod ipsum sepe 
dictum Karolum in legati formam se transformasset, ut audita 
Arichis magnitude cernere potuisset, et ipsum legatum quern 
supra diximus Karolus fuisset. 

99. Set cum sepissime legati Agarenorum Salernum venissent, 
<dum> iam dicto Sico Petroque 2 rectore Salernitanis simul prees- 
sent, accidit ut unum eminentissimum Agarenum fuisset missus a 
Satan domino Salernum. Sed cum Salernum venisset, cum magna 
sublimitate eum susceperunt; at episcopium ilium miserunt, qua- 

i. harba: cioe arva (U. Westerbergh, op. cit., p. 19). 2. Sico Petroque: 
Sico, figlio di Sikenolfo, principe di Salerno qui regnavit annum i, menses 
6 sub tutela Petri comitis, viri illustris de Salerno (850-851). 



CHRONICON SALERNITANUM 183 

e trovarono gli anziani sparpagliati in varie vesti. Certi ormai 
[d'essere alia presenza del duca] con intento sguardo ne cercavano 
le sembianze. Ma fu loro detto : Procedete ancora. Entrati 
fmalmente nell'aula dove stava il principe, videro i vecchi di nobile 
aspetto che vi si trovavano e in mezzo ad essi Arechi, assiso su un 
trono d'oro. Allora il duca si Iev6 dal seggio d'oro sul quale sedeva 
e, pur facendo 1'atto di rendersi reciproco omaggio, improvvisa- 
mente lo deluse con Taccorgimento di gettare lungi da se lo scettro 
che teneva in mano. Cio vedendo il legato tosto lo raccolse abbas- 
sando il capo, lo restitui al principe e, inchinatosi, gli rese omaggio 
dicendo: Non quello che avevamo inteso dire abbiam visto, ma 
in verita molto di piu. 

La sera il duca Arechi fece servire al legato diverse vivande, vini 
prelibati e bevande di vario genere e diede ordine che insieme al 
suo seguito fosse ospitato nella reggia. 

13. II giorno dopo il principe in persona si rec6 a visitarlo e gli 
chiese della sua salute. E il legato : Non ricordo d'esser mai stato 
meglio di ora. E vedendo la saggezza di Arechi, ammirando il 
palazzo che aveva edificato, i cibi della sua mensa, le abitazioni 
dei servi, Tordine dei domestici, le loro vesti e i coppieri, pieno di 
ammirazione osserv6: Risponde a verita quel che udii dire al 
mio paese della tua saggezza e della tua gloria; non prestavo 
fede a quelli che me ne parlavano, finch6 io stesso non son venuto 
qui e non ho veduto coi miei occhi; e debbo riconoscere che quel 
che mi si raccontava non e neppure la meta del vero! 

Scambiate queste parole, Arechi gli consegnb suo figlio Gri- 
moaldo insieme agli altri ostaggi ed inoltre lo colm6 di doni. 
Quindi i messi di Carlo, congedatisi dal duca, ripresero il faticoso 
viaggio. Alcuni narrano persino che lo stesso Carlo si fosse tra- 
vestito da legato, per vedere coi suoi occhi la magnificenza di 
Arechi che tanto aveva udito esaltare, e che il legato di cui ab- 
biamo parlato non fosse altri che Carlo in persona. 

99. Venivano spesso a Salerno legati degli Agareni, mentre il 
detto Sico e Pietro reggevano la citta. Ora avvenne che uno dei 
piu eminenti Agareni fosse inviato a Salerno da Satana suo si- 
gnore. Giunto a Salerno, fu accolto con grandi onori e condotto 



184 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

tenus in domo, ubi Bernardus presul 1 morare solitus erat, degeret. 
Dum fuisset nimirum factum, ipse presul exinde mox valde in- 
gemuit, atque ex intimo cordis anelitum trahens, tandem deintus 
vulnus foras erupit, et quasi pro causa dictis principibus Romam 
properavit. Cum namque Romam venisset, aliquod tempore ibidem 
moravit, et a papa qui tune in tempore adherat, et ab omnibus Ro- 
manis nimio diligebatur affectu. Sed dum bis terque a predictis 
principibus per epistolam exflagitatus esset, quatenus propria re- 
mearent, ille vero diu re dire distulit. Tandem exoratus ab omni 
populo Salernitano et plus nimirum a clero, illis epistolam in 
hunc modum misit: 

Si illuc me habere cupitis, edem mihi aliam in loco alio edifi- 
cate, quia post hec minime ubi moravi iam habito. Et specialem 
quidam suum famulum, Gualpertus nomine, per epistolam in hunc 
modum est allocutus: Precipiendo tibi dirigo, quatenus cum 
omni sollicitudine sine dilacione domum mihi hedifices)), et locum 
ei scriptum et mensuram misit. At ille cum omni sollicitudine do- 
mum mire pulcritudinis quamvis exigua construere fecit, mansiun- 
culas in ea faciens, et earn mire pulcritudinis pingere iuxit. Sed 
dum iam dictus presul Salernum regressus fuisset, omnis populus 
omnisque etas gratias Deo reddiderunt, dicentes : Veni pastor 
noster et orator patrie nostre! 

Dum in pristinum honorem iam dictus coangelicus presul re- 
disset, iterum ecclesiam inibi mire pulcritudinis construere fecit, 
et pavimentum parvulis crustis ac tessellis tinctis in vario colore 
componere iussit. Libet me eius ethimologiam fidelibus panderet. 
Vocata autem pavimenta, eo quod paveantur, id est cedantur; 
unde et pavor dicunt, quia cedit cor. Distat autem pavimenta ab 
ostraca; nam ostracus est pavimentum testacium, eo quod fractis 
testis calce admixto feriatur; testa enim Grece ostraca dicunt. 2 
Hec exigua verba me de pavimento dixisse sufficiant. Nunc ad 
obitum iam dicti episcopi stilo proprio revertamur . . . 

100. ... Mortuo, ut predixirnus, bone memorie presul Bernardus, 
statim suum filium Petrum electum sublimarunt, ut quemammo- 
dum preerant laycis, idipsum et clericis nimirum cupiebant pre~ 

i. Bernardus presul'. arcivescovo di Salerno temporibus . . . principis Sikc- 
nolfi (840-850); ex civitate Latimana ortus, lo dice lo stesso autore del 
Chromcon Salernitanum, al cap. 97. ^. parvulis crustis . . . dicunt: Isidoro, 
EtymoL, xv, 8, 10-11, xix, 14, e 10, 25-6. 



CHRONICON SALERNITANUM 185 

al palazzo vescovile, ov'era solito stare il vescovo Bernardo, per 
prendervi alloggio. Di questo fatto il presule tosto si rattrist6 gran- 
demente e sospirava dal profondo del cuore ; finche rintima ama- 
rezza trabocc6 e quasi per colpa del suddetto principe se ne andc- 
a Roma. Qui giunto, si fermo qualche tempo circondato dal vi- 
vissimo affetto del papa che allora regnava e dei Romani tutti. 
Ma essendo stato due e tre volte pregato per lettera dai predetti 
principi affinche ritornasse nella propria sede, per lungo tempo 
differ! il ritorno. Alia fine, supplicato dalPintero popolo salerni- 
tano e piu ancora dal clero, scrisse loro in questi termini: Se 
volete avermi costa, costruitemi un'altra residenza in un altro 
luogo, perche, dopo quanto e accaduto, non intendo abitare dove 
ho abitato fin'ora. E ad un suo fidatissimo famiglio, di nome 
Gualperto, indirizz6 una lettera cosi concepita: Mi rivolgo a te 
per ordinarti di costruirmi subito con ogni sollecitudine una casa; 
e per iscritto gli indico il luogo e le dimensioni. Quegli allora con 
ogni sollecitudine gli fece edificare una casa bellissima, sebbene 
piccola, vi fecc fare delle piccole stanze e la fece decorare con mi- 
rabili pitture. Tomato il vescovo a Salerno, tutti i cittadini d'ogni 
eta resero grazie a Dio dicendo : Vieni, o nostro pastore e in- 
tercessore della patria nostra! 

Restituito cosi all'antica dignita, Tangelico pastore voile che in 
quel medesimo luogo si edificasse una chiesa splendida, e fece 
comporre il pavimento con piastrelle e tasselli di vario colore. 

Mi piace spiegare ai fedeli I'etimologia di questo vocabolo ((pa 
vimento )>. 

I pavimenti sono chiamati cosi, in quanto paveantur , cioe 
sono tagliati; donde pavor, si dice ci6 che taglia il cuore. 
Differisce per6 pavimentum da ostraca; ostraco infatti e un 
pavimento a mosaico formato da frammenti di coccio cementati 
con calce; testa corrisponde appunto al termine greco oaTpxxov, 

Bastino questi brevi cenni sul pavimento. Torniamo ora a par- 
lare della morte del predetto vescovo nella consueta maniera . . . 

100. . . . Morto, come dicemmo, il vescovo Bernardo di santa me- 
moria, tosto elevarono alia dignita episcopate Pietro figlio di lui 
[Ademaro, conte di Salerno], desiderando che, come aveva go- 
vernato i laici, cosi ora comandasse il clero. Ma la loro manovra 



l86 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

essent. Sed non in longum permansit eorum facinus. Nam denuo 
Salernitani omnes in unum congregati, et invicem inter se collo- 
quebantur, quatenus in dolo suum principem apprehenderent, 
adnectentes: Nituntur inponere iugum in cervicibus nostris; 
omnia quippe funditus suis diccionibus congregant et nostros ser- 
mones deridunt. Vereor, ne forte a quodam sagacissimo viro, qui 
de liberalibus disciplinis apprime est inbutus, de inponere repre- 
hensionem habeam. 1 Inponere est <rem> aliquam sive corpora- 
lem sive incorporalem alteri rei superinponere, sed propter et im- 
ponere per fraudem facere aliquando dicitur, unde et irnportuna 
vocantur, cum argentum aurumque violari metallo adulterantur, et 
qui hoc facit ((impostor)) vocatur. Unde eciam vulgo qui aliquid 
fraudis facit aut simulacionis, impostor solet appellari; unde beatus 
Gregorius 2 inter cetera sic ait: Cepit ilium sirnulatorem et verbo 
rustico impostorem clamare; item in Genesi: 3 Quare imposuisti 
mihi ? Nonne pro Rachel servibi tibi ? Et in Regum: 4 Quare im 
posuisti michi? Tu es enim Saul. Hoc est: Quare me simulatione 
decipere et fraudem facere voluisti ? Et sanctus Augustinus: Ideo 
miser sibi imponit, sibi enim fraudem facit, qui perdit meliora 
amando peiora. Credo enim, quia sufficit testimonia prolata. 



i. de inponere ... habeam: altra glossa, derivata evidentemcnte da un 
glossario. 2. Gregorio Magno, Dialog., in, 14. 3. Gen., 29, 25. 4. / 
Reg., 28, 12. 



CHRONICON SALERNITANUM 187 

ebbe breve effetto ; ch nuovamente tutti i Salernitani s'adunarono 
per discutere il modo di cogliere in colpa il loro principe; e di- 
cevano : Costoro s'adoprano a imporre il giogo sulle nostre cer- 
vici, ogni cosa sottopongono alia loro giurisdizione e si ridono 
delle nostre richieste. 

Temo che qualche lettore troppo sagace e ben addentro nelle 
discipline liberali, possa riprenderci per Tuso del verbo ((im 
porre)). (dmporre)) significa propriamente porre una cosa, mate- 
riale o no, sopra un'altra cosa; imporrew per altro si usa talvolta 
anche nel significato di ingannare, donde imposture si dicono 
le adulterazioni dell'oro e delPargento con metallo piu vile, e im- 
postore)) chi perpetra la frode. Sicche anche comunemente si suol 
chiamare impostore Pautore d'una frode o d'una simulazione, 
e il beato Gregorio dice tra Taltro : Cominci6 a chiamarlo simu- 
latore ed anche, con termine volgare, impostore, Cosi pure tro- 
viamo nella Genesi: Perche mi imponestit Non ti servii io al posto 
di Rachele? E nel libro dei Re: Perch6 mi imponestit Tu sei 
Saul.)) II che significa: Perche volesti ingannarmi con la simu 
lazione e la frode ? E sant' Agostino : Pertanto il misero impone 
a se stesso, che froda se stesso chi perde il meglio per seguire il 
peggio. )) 

Mi sembra ormai che bastino le testimonianze citate. 



BENEDETTO DI S. ANDREA DEL SORATTE 
DAL ((CHRONICON)) 1 

[Rex fortissimus] ut per mare Adriatica in provincia Benetie con- 
gregare precepit. 2 Deinde tota Italie tarn Benetie quemquc Qui- 
legie finibus, seu Ravenne, Ariminum, quamquam et Ancone civi- 
tatibus, et cuncta litoris maris Adriatice, usque ad Traversus con- 
gregare iussit. Et cuncta maris Terrine, Eugenia, Corsica, Sardinia, 
Pisani, Centucellensis, Rome, et quicquid Napulie finibus 3 om 
nium navigarum multitudo collectum est ad Traversus, 4 quantum 
deinceps usque in presentem diem invenire potuit. Mitissimus vero 
rex, accepta benedictione apostolicis Leoni, in Sancto Arclvangelo 
ascendit, adorans et deprecans Deum, ut itcr suum in pace diri- 
geret. Que profectus iter inchoavit, in monte Gargano pervenit; 
multa dona hibi optulit. Qui per Neapolie finibus pcrgens, Kalabria 
feriore usque ad Traversus pervenit; decies centum et eo amplius 
passuum milibus longitudine porrigitur. Iussit fieri pontes super 
mares multitudinem, omnes Francorum, et Saxonicum, et Baiua- 
rium, Aquitaniorum, Quassconicum, Pannoniorum, Avarorum, 
Alamannium, Langobardorum, quorum gentis multitudo nullus 
potest capere, ante se exire precepit; molieruntque cuncte nationes 
terre Grecorum, ut robor eorum pro nichilo computatus, collau- 
dantes et benedicentes Deum, qui via recto dirigit Karulo, scrvus 
Petri principis apostolorum. Cum audissent Aaron reges Persarum, 
qui exscepta India totum penetrabat Orientem, talem fecit amici- 
tiam et concordiam, ut eis gratia eius omnium, qui in toto orbe 



i. Testo di G. Zucchetti, nelle F. I. S., vol. 55, pp. 112-6. Traduzione di 
Tilde Nardi. 2. precepit: nel brano che segue (la traduzione non pu6 dare 
nemmeno una pallida idea del disordine e delle scorrettezze dclla narrazione 
e del testo latini; lascia vedere, invece, le ingenue amplification! e le fulsiii- 
cazioni del monaco Benedetto) si incontra per la prima volta la leggcnda del 
viaggio di Carlo Magno in Oricnte. Che essa (rinarrata, poi, in una celebre 
e antichissima chanson : Le Pelerinage de Charlemagne) avesse avuto origi- 
ne nel la irnmaginazione e nella tradizionc popolari fu smentito dal Coulet, 
quando con notevole ricchezza di argomenti dimostr6 come Torigine di 
tale leggenda fosse da ricercare, al contrario, nella deliberata c consapevole 
alterazione che, alia fine del secolo X, il monaco Benedetto di Sant' Andrea 
del Soratte aveva compiuto di un passo di Eginardo. La dove Eginardo 
parlava di ambasciatori mandati da Carlo al re di Persia Aaron (Harun- 
al-Rascid), Benedetto par!6 - invece - di un viaggio di Carlo medesimo 
a Gerusalemme e, poi, a Costantinopoli: scopo della falsificazione era Tin- 
tenzione, che il monaco aveva, di autenticare le reliquie di Sant'An- 



BENEDETTO DI S. ANDREA DEL SORATTE 
DALLA CRONACA 

[ll fortissimo] re die or dine che per il mare Adriatico si ra- 
dunassero nella provincia di Venezia; quindi comando che tutte 
le forze d' Italia, tanto dalla zona di Venezia che di Aquileia, da 
Ravenna, da Rimini, da Ancona e da tutte le citta della costa adria- 
tica, si concentrassero al luogo della traversata. E tutte le forze 
del mar Tirreno, di Liguria, Corsica, Sardegna, Pisa, Centocelle, 
Roma e tutti i navigli disponibili nella regione dell' Apulia furono 
radunati al luogo della traversata in si gran quantita quale sino 
ad oggi non s'e piu veduta. Allora il clementissimo sovrano, rice- 
vuta la benedizione del papa Leone, sail al monte del Santo Ar- 
cangelo [Michele] per adorare il Signore e pregarlo di guidare in 
pace il suo viaggio. Cio fatto s'incammin6 e giunse al monte Gar- 
gano; quivi offri molti doni, quindi, attraversata F Apulia e la 
Calabria inferiore, raggiunse il luogo della traversata che si estende 
in lunghezza per piu di mille miglia. Qui diede ordine che si for- 
massero ponti sul mare e comand6 che tutto Fesercito, Franchi, 
Sassoni, Bavari, Aquitani, Guasconi, Pannonii, Avari, Alemanni, 
Longobardi, che costituivano una moltitudine incalcolabile, lo 
precedessero ; tutte queste genti toccarono il suolo della Grecia, 
stuolo innumerevole che lodava e benediceva il Signore che aveva 
guidato per la giusta via Carlo, servo di Pietro principe degli Apo- 
stoli. Come ci6 apprese Aaron re della Persia il quale, eccettuata 
F India, aveva sotto di se tutto FOriente, strinse con Carlo tale 
amicizia e concordia che antepose il suo favore alFamicizia di 
tutti i sovrani esistenti in tutto il mondo e lui solo giudico degno 



drea (possedute dal monastero del Soratte) inventando ch'esse fossero 
state donate a Carlo Magno dall'imperatore d'Oriente (anzi, Benedetto, 
nella sua cronaca, giunge a porre sul trono di Costantinopoli ben tre 
imperatori contemporaneamente, Niceforo, Michele e Leone: altra grossa 
ingenuita del racconto e la descrizione del passaggio in Oriente del non 
si sa perche sterminato esercito carolingio su ponti appositamente co- 
struiti . . . ), per esser poi donate da Carlo, a sua volta, al monastero cui 
Benedetto apparteneva, Cfr. J. COULET, Etudes sur Vancien poeme franfais 
du Voyage de Charlemagne, Montpellier, Public. Soc. de Lang. Rom., 
xix, 1907. 3. Napulie finibus : seguendo il Pertz si traduce come se il 
testo latino si dovesse leggere: in Apuliae finibus. Ma lo Zucchetti pensa 
si debba intendere del territorio di Napoli. 4. Traversus: cioe a Brindisi, 
secondo il Paris, oppure allo stretto di Messina, secondo lo Zucchetti. 



IQO SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

terrarum erant, regnum ad principum amicitia preponeret solum- 
que ilium honore hac munificentiam sibi colendum iudicaret. 1 Ac 
deinde ad sacratissimum domini ac salvatoris nostri Ihesu Christ! 
sepulchrum locumque resurrectionis advenisset, ornatoque sacrum 
locum auro gemmisque, etiam vexillum aureum mire magnitudinis 
imposuit; non solum cuncta loca sancta decoravit, sed etiam pre- 
sepe Domini et sepulchrum, que petierant, Aaron rex potestatis eius 
ascribere concessit. Quanta vestes, et aromata, et ceteras horienta- 
lium terrarum opes ingentia, et dona Karulo concessit! 2 Vertente 
igitur prudentissimus rex, cum Aaron rex usque in Alexandria 
pervenit; sicque letificantes Francis et Aaggarenis, 3 quasi consan- 
guineis esset. Dimissoque est Aaron rex a Karulo Magno in pace ; 
in propria sua est reversus. Rex piissimus atque fortis ad Constanti- 
nopolitano hurbem, Naciforus, Michahel it Leo, 4 formidantes quasi 
imperium ei eripere vellet, valde subsceptu; quo cognito rex for- 
midine eorum, pactum et fedus firmissimum posuit inter se, s ut 
nulla inter partes cuilibet scandali remaneret occasio. Erat enim 
semper Romanis et Grecis Francorum suspecta potentia. Unde 
et ilium Grecum est ad proverbium: TON cDPANKON <DIAON 
EXIC, ITONA OYK EXIC. Quod Latini dicunt: ((Francos abeto 
amicos.)) Qui mox imperator cum quanta donis et munera, et 
aliquantulum de corpore sancti Andree apostoli, ad imperatoribus 
Constantinopolim accepto, in Italia est reversus! Roma veniens, 
et dona ampliissima beato Petro constituit, ordinataque Hurbe et 
omnia Pentapoli et Ravenne finibus seu Tusscie, omnia in aposto- 
lici potestatibe concessit. Gratias agens Deo et apostolorum prin- 
cipi, et benedictione apostolica accepta, et a cuncto populo romano 
Augusto est appellatus, simul cum ipso pontifice usque ad montes 
Syrapti, ad monasterium Sancti Silvestri devenit. Deinde ad mo- 
nasteria Sancti Andree cum pontifice summo adest; qui rogatus 
imperator ad pontifice, ut aliquantulum reliquiarum de corpore 



i. Cum audissent . . . iudicaret: qui si notano tra Benedetto ed Eginardo 
(Vita Kar. M. t 16) delle differenze. B: audissent; manca in E. B: reges; 
E: rege. B: penetrabat; E:poene tenebat. B: fecit amidtiam el\ E: habuit 
in amicitia. B : eis gratia ; E : is gratiam. B : regnum ad principum ami 
citia; Eiregum ac principium amicitiae (amicitia). B: hac munificentiam 
E : ac munificentia. (Cfr. Zucchetti). 2. Ac deinde . . . concessit: il confronto 
col testo di Eginardo dimostra, qui, che Benedetto ha detto di Carlo Magno 
quel che Eginardo diceva dei suoi legati. 3. Aaggarenis'. anche con tale 
nome si designavano i Saraceni. 4. Naciforus . . . Leo: si noti Tincon- 



BENEDETTO DI S. ANDREA DEL SORATTE IQI 

di onori e di doni. Giunto quindi Carlo al Santo Sepolcro del 
Signore e Salvatore nostro Gesu Cristo, ov'era awenuta la re- 
surrezione, orn6 il sacro luogo d'oro e di gemme e v'impose 
inoltre un vessillo d'oro di straordinaria grandezza; e non soltanto 
adorn6 tutti i luoghi santi, ma ottenne anche dal re Aaron che 
passassero sotto il suo dominio il presepio e il sepolcro del Signore 
che avevano visitato. E quante vesti, e aromi, e altri preziosissimi 
prodotti delle terre orientali il re offri in dono a Carlo I Sulla via 
del ritorno, poi, il saggio re, in compagnia del re Aaron, giunse 
ad Alessandria; e Franchi ed Agareni stavano in letizia, quasi 
fossero della stessa famiglia. Congedatosi infine il re Aaron da 
Carlo Magno in pace, ritornb nei suoi dominii. II re piissimo e forte 
giunse a Costantinopoli suscitando fieri sospetti in Niceforo, Mi- 
chele e Leone i quali temevano che egli volesse loro togliere 1'im- 
pero; il sovrano venuto a conoscenza di questo timore, strinse 
con loro un patto e un trattato fermissimo, si da eliminare tra le 
parti qualsiasi occasione di attrito. Ai Romani e ai Greci infatti la 
potenza dei Franchi era sempre cagione di inquietudine. Onde 
e divenuto proverbiale il detto greco : Avrai i Franchi amici, non 
vicini)) che equivale al detto latino: (cTienti amici i Franchi.)) 
Dopo di che 1'imperatore, con molti doni e regali e con una reli- 
quia del corpo di sant' Andrea apostolo, che aveva ricevuto dagli 
imperatori a Costantinopoli, fece ritorno in Italia. Giunto a Roma, 
offrl a San Pietro doni assai cospicui e, ordinata PUrbe, tutta la 
Pentapoli e il territorio di Ravenna cosi come quello della To- 
scana, tutto assegn6 alia giurisdizione apostolica. Rese grazie a 
Dio e al principe degli apostoli, e, ricevuta la benedizione aposto 
lica e da tutto il popolo romano acclamato Augusto, in compagnia 
del pontefice stesso, venne fino al monte Soratte, al monastero di 
San Silvestro. Quindi, insieme al sommo pontefice, visit6 il mo 
nastero di Sant' Andrea; qui 1'imperatore fu pregato dal papa per- 
che" deponesse in questo monastero una parte delle reliquie del 



gruenza: Harun-al-Rascid era stato califFo di Bagdad negli annt 789-809; 
Niceforo I, Michele I, Leone V furono imperatori, rispettivamente, negli 
anni: 802-811, 811-813, 813-820. A parte 1'illogicita di tre imperatori se- 
denti nello stesso tempo sul trono di Costantinopoli, si tenga presente 
che Benedetto pone 1'incoronazione di Carlo dopo il viaggio in Orientel 
5. pactum . . . inter se: Franchi e Bizantini condussero trattative di pace, 
con interruzione, tra 1*803 e 1*813-' 14. 



IQ2 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

sancti Andree apostoli in hunc monasterium consecrationis consti- 
tueret; cuius loco positus est in hunc monasterium venerabile ec- 
clesie, aput nos incognitum est. Victor et coronator triumphator 
rex in Francia est reversus. 



BENEDETTO DI S. ANDREA DEL SORATTE 193 

corpo del santo apostolo Andrea ; non sappiamo pero in qual punto 
della chiesa di questo venerabile monastero dette reliquie siano 
state deposte. Vittorioso e incoronato, il re torno trionfatore in 
Francia. 



LIUTPRANDO DI CREMONA 
DALLA ccANTAPODOSIS)) 1 

LIBRI I, CAPP, 25-7 

>Vido denique huius impetum ferre non valens, Camerinum Spo- 
letumque versus fugere cepit. 2 Quern sine dilatione acriter rex 
insequitur, urbes et castella omnia sibi resistentia vi debellans. 
Nullum siquidem fuerat castrum natura etiam ipsa munitum, quod 
virtuti huius saltern resistere moliretur. Quid autem mirum, cum 
ipsa civitatum omnium regina, magna scilicet Roma, huius impe 
tum ferre nequiverit? Enimvero dum a Romanis ingrediendi ur- 
bem huic fidutia negaretur, convocatos ad sese milites ita convenit: 

Magnanimi proceres et clari Marte secundo, 3 
arma quibus studhim fulvo radiare metallo, 4 
Romulidae sueti vacuis quod condere scriptis, 
sumite nunc animos, vobis furor arma ministretl 5 
Non Pompeius adest, non lulius ille beatus, 
qui nostros domuit proavos mucrone feroces; 
indolis huius enim summos deduxit ad Argos, 
protulit in lucem 6 quern sancta Britanica mater. 7 
His torta studium pingues captare siluros 8 
cannabe, 9 non clipeos manibus gestare micantes! 

His eroes dictis animos accensi, vitam laudis aviditate contemp- 
nunt. Clipeis denique cratibusque catervatim operti muros adirc 
contendunt ; plurima etiam bellorum paraverant instrumcnta, cum 
inter agendum, populo considerante, contingit lepusculum clamore 
eius exterritum urbem versus fugere. 10 Quem dum exercitus, ut 
adsolet, vehementi impetu sequeretur, Romani putantes se inpu- 
gnari, de muro sese proiciunt . . . 1X 



i. Testo di G. H. Pertz, nei M. G. H., SS., m, pp.282, 312-3, 283-4, 291- 
Traduzione di Tilde Nardi. I primi due brani dall* Antapodosis di Liut- 
prando sono addotti soprattutto a documentare la nozione retorica chc il 
vescovo di Cremona ha della storia; mentrc i due altri possono chiarirnc 
la nozione cristiana e provvidenziale. 2. I fatti narrati in questo primo 
brano risalgono all' 895-6. 3. Marte secundo: cfr. Virgilio, Aen., x, 21. 
4. fulvo . . . metallo: cfr. Marziale, vill, 51,5. 5. furor . . . ministretl cfr. 
Virgilio, Aen., i, 150. 6. protulit in lucem: cfr. Orazio, Ep., n, 2, 116. 



L1UTPRANDO DI CREMONA 
DALLA ANTAPODOSIS 

LIBRO I, CAPP. 25-7 

Guido alia fine, non essendo in grado di resistere all'attacco di 
Berengario, prese a fuggire verso Camerino e Spoleto. Senza in- 
dugio il re si getta al suo inseguimento, espugnando con la forza 
ogni citta e castello che gli opponesse resistenza. Giacch non v'era 
fortezza, per quanto ben munita dalla natura stessa, che neppur 
si sforzasse di resistere al suo valore. C'e da meravigliarsene, del 
resto, se la regina stessa di tutte le citta, vale a dire la grande Ro 
ma, non pote sostenerne Pimpeto ? E infatti, negandogli i Romani 
1'ingresso nell'Urbe, egli radun6 i soldati e cosi loro par!6: 

magnanimi principi, illustri pel favore di Marte, voi che 
amate le armi sfolgoranti di biondo metallo, quel metallo che i 
discendenti di Romolo ormai sono awezzi a custodire nei loro 
vani scritti, animo, dunque, il furore a voi porga Tarmi! Non 
v'e qui Pompeo, non quel glorioso Giulio che con la spada dom6 
i nostri avi feroci. Ch6 siffatti eccelsi uomini condusse ad Argo 
quei che da santa britanna madre venne alia luce. I Romani 
d'oggi preferiscono prendere grassi pesci con la ricurva canna, 
non imbracciare scintillanti scudi. 

Infiammati da queste parole, quegli animosi, avidi di gloria, 
sprezzano la propria vita. Facendosi riparo con scudi e graticci, a 
caterve si slanciano a gara all'assalto delle mura. Avevano anche 
allestito in gran numero macchine da guerra; nel muover le quali, 
mentre il popolo stava a guardarli, avvenne che un leprotto, spa- 
ventato dal fragore, prese a fuggire verso la citta. E poiche i soldati, 
come suol accadere, si misero a inseguirlo di gran corsa, i Romani, 
credendo si lanciassero al loro attacco, si buttan giu dalle mura... 



7. Britanica mater: Elena, madre di Costantino. 8. siluros: cfr. Giovenale, 
iv, 32 e xiv, 132. 9. torta . . . cannabe: cfr. Persio, v, 146. 10. lepusculum . . . 
fugere: cfr. Erodoto, iv, 134. n. de . . .proiciunt: abbandonarono le 
mura (Cutolo, di cui vedi Tutte le opere di Liutprando, Milano 1945). 
Gli assalitori occupano in breve la citta. 



196 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

LIBRI III, CAPP. 43-4 

Wido interea, Tusciae provinciae marchio, cum Marocia uxore 
sua de lohannis papae deiectione cepit vehementer tractate, atque 
hoc propter invidiam, quam Petro fratri papae habebant, quoniam 
quidem ilium papa sicut fratrem proprium honorabat. 1 Contigit 
itaque Petro Rome degente Widonem multos habuisse clam mi- 
lites congregates. Cumque die quadam papa cum fratre paucisque 
aliis in Lateranensi palatio esset, Widonis et Marociae super eos 
milites irruentes, Petrum fratris ipsius ante oculos interfecerunt ; 
eundem vero papam comprehendentes custodie manciparunt, in 
qua non multo post est defuntus. Aiunt enim, quod cervical super 
os eius inponerent, sicque eum pessime suffocarent. Quo mortuo, 
ipsius Marotiae filium lohannem nomine, quern ex Sergio papa 
meretrix ipsa genuerat, papam constituunt. Wido vero non multo 
post moritur, fraterque eius Lambertus ipsi vicarius ordinatur. 

Marozia, scortum impudens satis, nuntios suos post Widonis 
mariti sui mortem Hugoni regi dirigit, eumque invitat, ut se adeat 
Romamque nobilissimam civitatem sibi adsumat. Hoc autem non 
aliter posse fieri testabatur, nisi earn rex Hugo sibi maritam faceret. 

Quid Yeneris facibus compulsa Marozia saevis? 

Coniugis ecce tui spectas tu suavia fratris, 

nubere germanis satagens Herodia duobus, 

immemor en videris praecepti ceca lohannis, 

qui fratri vetuit fratris violare maritam. 

Haec tibi Moseos non praestant carmina vatis, 

qui fratri subolem fratris de nomine iussit 

edere, si primus nequeat sibi gignere natum. 

Nostra tuo peperisse viro te secula norunt. 

Respondes, scio, tu: Nichil hoc Venus ebria curat. 

Advenit optatus ceu bos tibi ductus ad aram 

rex Hugo, Romanam potius commotus ob urbem. 

Quid iuvat, obscelerata, virum sic perdere sanctum? 

Crimine dum tanto satagis regina videri, 

amittis magnam Domino tu iudice Romam. 

i. honorabat: i fatti narrati in questo brano risalgono al 928 (morte di 
Giovanni X) e al 93 1 (elezione di Giovanni XI ). Contrariamente al rac- 



LIUTPRANDO DI CREMONA IQ7 

LIBRO III, CAPP. 43-4 

In quel mentre Guido, marchese di Toscana, insieme alia moglie 
Marozia cominci6 attivamente a studiare il mo do di tor di mezzo 
papa Giovanni, e ci6 per la gelosia che avevano verso il fratello del 
papa, Pietro, che il pontefice, come proprio fratello, colmava di 
onori. Avvenne allora che, mentre Pietro si trovava a Roma, Guido 
raccolse nascostamente gran numero di armati; e un giorno che il 
papa col fratello e pochi altri era in Laterano, i soldati di Guido 
e Marozia fecero irruzione tra loro, uccisero Pietro sotto gli occhi 
del fratello, arrestarono lo stesso papa e lo gettarono in carcere, 
dove, non molto dopo, mori. Si dice che gli premessero sul viso 
un guanciale sino a farlo miseramente soffocare. Morto lui, fecero 
papa il figlio di Marozia medesima, Giovanni, che essa aveva ge- 
nerato fornicando con papa Sergio. Guido mori di li a poco e suo 
fratello Lamberto fu ordinato Vicario. 

Marozia, da quella impudente meretrice che era, alia morte del 
marito Guido invia messi al re Ugo e lo invita a recarsi presso di lei, 
a Roma, onde assumere il governo della nobilissima citta. Ma gli fa- 
ceva sapere che ci6 non poteva awenire altrimenti che sposando lei. 

A che infuri, Marozia, eccitata dagli ardori di Venere? 
Ecco, i baci del fratello di tuo marito tu cupida attendi; 
Erodiade, bramosa d'esser la donna di due fratelli, 
tu, cieca, ecco che sembri immemore del precetto di Giovanni 
che proibisce al fratello di violare la sposa del fratello. 
N6 valgono a giustificarti i versi del profeta Mose, 
che comandb al fratello di generare prole col nome del fratello 
qualora il prirno non sia in grado di procreare un figlio. 
Ch6 tutti ai tempi nostri sanno che da tuo marito hai avuto figli. 
Tu rispondi, lo so : Nulla questo Pebbra Venere cura. 
Giunge, ecco, secondo i tuoi voti, come bove condotto alPara, 
il re Ugo, eccitato piuttosto dalla prospettiva del dominio di 

Roma. 

A che, o scellerata, condurre a perdizione un cosi sant'uomo ? 
Mentre t'adopri, a costo di tanto delitto, a mostrarti regina, 
perdi la grande Roma nel giudizio del Signore. % 

conto di Liutprando, Giovanni XI non fu eletto immediatamente dopo la 
morte di Giovanni X, ma tra i due si ebbero Leone II e Stefano VII. 



IQO SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

Quod recte esse actum non solum sensata, verum etiam insensata 
animadvertunt . . . 

LIBRI i, CAPP. 33-7 

Credo autem Arnulfum regem iusta seven iudicis huiusmodi pe- 
stem incurrisse censura. 1 Secundae enim res dum imperium huius 
ubiubi magni facer ent, virtu ti suae cuncta tribuit, non debitum 
omnipotenti Deo honorem reddidit. Sacer dotes Dei vincti trahe- 
bantur, sacrae virgines vi obprimebantur, coniugatae violabantur. 
Neque enim ecclesiae confugientibus poterant esse asylum. In his 
namque simbolam faciebant, gestus turpis, cantus ludicres, diba- 
chationes. Sed et mulieres eodem publice, pro nefas, prostitue- 
bantur. 

Denique redeuntem regem magna cum valetudine Arnulfum 
palatim rex Wido persequitur. Cumque Arnulfus Bardonis mon- 
tem conscenderet, hoc suorum consilio defmivit, quatinus Beren- 
garium lumine privaret, sicque securus Italiam obtineret. Cogna- 
torum vero Berengarii unus, qui non parva Arnulfo regi familia- 
ritatis gratia inherebat, huiusmodi consilium ut agnovit, absque 
mora Berengario patefecit. Qui mox ut sensit, lucerna quam ante 
Arnulfi regis praesentiam tenuerat alii tradita, fugiit atque Vero- 
nam percitus venit. 

Omnes extunc Italienses Arnulfum floccipendere, nichili habere. 
Unde cum Ticinum veniret, non modica horta est in civitate se- 
dicio; tantaque istic exercitus strages facta est, ut cripte civitatis, 
quas alio nomine cloacas 2 dicunt, horum cadaveribus replerentur. 
Quod Arnulfus cernens, quoniam per Veronam non potuit, per 
Hannibalis viam, quam Bardum dicunt, et montem lovis repedare 
disponit. Cumque Eporegiam pervenisset, Anscarius marchio istic 
aderat, cuius et hortatu civitas rebellabat. Verum hoc Arnulfus 
iureiurando promiserat numquarn se a loco eodem discessurum, 
quoad praesentiae suae praesentarent Anscarium. Is autem, ut erat 
homo valde formidolosus, ei omnino similis, quo de Maro ait: 

largus opum, lingua melior, sedfrigida bello 
dexter a * 



i. Quest! fatti awennero nell'895-6. 2. cripte . . . cloacas: cfr. Giovena- 
le, v, 105-6. 3. Cfr. Virgilio, Aen., xi, 338-9. 



LIUTPRANDO DI CREMONA IQ9 

Quanto ci6 sia giusto vedono non solo quelli che han senno, ma 
anche i dissennati . . . 



LIBRO i, CAPP. 33-7 

Credo in verita che il re Arnolfo sia incorso in siffatto male per 
giusta punizione del severo giudice. Finche infatti la fortuna ar~ 
rise al suo regno rendendolo ovunque famoso, attribui ogni suo 
successo alia propria capacita e non rese a Dio onnipotente il do- 
vuto onore. I sacerdoti di Dio venivano gettati in catene, le sacre 
vergini sforzate, le spose violentate. Neppure le chiese potevano 
dare asilo a chi vi si rifugiava. In esse anzi si organizzavano festini, 
vi si compivano atti turpi, si cantavano canzoni oscene, si tenevano 
orge. Non solo, ma nelle chiese - cosa nefanda - delle donne pub- 
blicamente si prostituivano. 

Alia fine il re Guido si pone airinseguimento del re Arnolfo che 
tornava indietro oppresso da grave infermita. Nel salire al passo 
della Cisa Arnolfo, per suggerimento dei suoi, decise di accecare 
Berengario si da rimanere padrone dell' Italia in completa sicurezza. 
Senonch6 un parente di Berengario, che viveva in grande dimesti- 
chezza con Arnolfo, come seppe di questa decisione, senza indugio 
la sve!6 a Berengario. Questi, appena ricevuto I'awertimento, con- 
segnata ad un altro la lucerna che reggeva dinanzi al re Arnolfo, 
fuggi e ripar6 in gran fretta a Verona. 

Da quel momento Arnolfo cadde nel discredito e nel disprezzo 
di tutti gli Italiani. Si che, giunto in Pavia, scoppi6 nella citta una 
violenta rivolta; e tale strage fu fatta dei suoi soldati che le cripte 
della citta, dette altrimenti cloache, furon riempite dei loro cada- 
veri. Ci6 vedendo Arnolfo, poich6 non pote passare per Verona, 
decise di tornare indietro per la via di Annibale, detta Bardo, e il 
monte di Giove. Giunse ad Ivrea; qui si trovava il marchese Ansca- 
rio, ad istigazione del quale la citta si era ribellata. Allora Arnolfo 
giur6 di non andarsene di li fino a che Anscario non fosse stato tra- 
dotto dinanzi a lui. Costui, che era un uomo paurosissimo, in tutto 
simile a quello di cui Virgilio dice: Largo di ricchezze e ancor 
piu pronto di lingua, ma fiacco di braccio in guerra, fuggi dal 



ZOO SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

de castello exiit, et iuxta murum civitatis in cavernis petrarum la- 
tuit. Hoc autem eo fecit, quatinus licite possent regi Arnulfo sa- 
tisfacere, Anscarium in urbe non esse. Itaque iusiurandum rex 
istud accepit, atque iter quod ceperat abiit. 

Profectusque in propria, turpissima valetudine expiravit. Minutis 
quippe vermibus, quos pedunculos aiunt, vehementer afiictus, spi- 
ritum reddidit. Fertur autem, quod praefati vermes adeo scaturri- 
rent, ut nullis medicorum curis minui possent. Utrum vcro pro tarn 
inmenso scelere, Hungariorum scilicet emissione, secundum pro- 
phetam 1 duplici sit contricione attritus, an ex presenti supplicio 
consequeretur veniam in futuro, soli illius scientiae dimittamus, 
quo de apostolus dicit: Nolite ante tempus iudicare, donee veniat 
Dominus, qui et inluminabit abscondita tenebrarum et manife- 
stabit consilia cordium; et tune laus erit unicuique a Deo.)) 2 

Justus igitur Deus uxori Widonis, quae huic paraverat mortem, 
parat viduitatis dolorem. Sicut enim praefati sumus, dum redeun- 
tem Arnulfum Wido rex e vestigio sequeretur, iusta fluvium de- 
functus est Tarum . . . 

LIBRI n, CAPP. 15-6 

Hac itaque ex horatione utcumque animos recreati, tres in partes 
insidias ponunt, recta ipsi fluvium transeundo hostes in medios 
ruunt. 3 Christianorum enim plurimi longa propter internuntios ex- 
pectatione fatigati, per castra, ut cibo recrearentur, descenderant ; 
quos tanta Hungarii celeritate confoderant, ut in gula cibum tran- 
sfigerent alns, quibusdam equis fugam negarent ablatis, eoque illos 
levius perhimebant, quo sine equis eos esse conspexerant. Ad aug- 
mentum denique perditionis christianorum non parva inter eos 
erat discordia. Nonnulli plane Hungariis non solum pugnam non 
inferebant, sed, ut proximi caderent, anhelabant; atque ad hoc 
perversi ipsi perverse fecerant, quatinus, dum proximi caderent, 
soli ipsi quasi liberius regnarent. Qui dum proximorum necessita- 
tibus subvenire neglegunt eorumque necem diligunt, ipsi propriam 
incurrunt. Fugiunt itaque christiani, seviuntque pagani, et qui 
prius supplicare muneribus nequibant, supplicantibus postmodum 



r. secundum prophetam: Ier. y 17, 18. 2. I Cor., 4, 5. 3. ruunt: fc narrata 
qui la famosa vittona degli Ungari al Brenta (899). 



LIUTPRANDO DI CREMONA 2OI 

castello e si nascose nelle cave di pietra poco fuori le mura della 
citta. Ci6 fece affinche si potesse in coscienza dire al re Arnolfo 
che Anscario non si trovava in citta. II re accett6 questa assicu- 
razione suffragata da giuramento e riprese il viaggio iniziato. 

Ma durante il viaggio mori di uno schifosissimo male: spir6, 
grandemente tormentato da minuscoli vermi detti pidocchi. Rac- 
contano anzi che questi vermi pullulavano a tal segno che con ^ 
nessuna cura medica si riusciva a farli dimimiire. Se poi egli sia 
stato colpito, secondo la profezia, da duplice pena per lo smi- 
surato suo delitto, cioe per aver scatenato gli Ungari, o se questo 
supplizio gli sia valso in vita a conseguire il perdono dopo la morte, 
lasciamolo alia sapienza di Colui del quale Tapostolo dice: Non 
giudicate prima del tempo, fmch6 venga il Signore, il quale illu- 
rninera i recessi delle tenebre e rendera manifesti gli intimi senti- 
menti dei cuori; e allora a ciascuno verra da Dio la lode.)) 

Inoltre Iddio, nella Sua giustizia, alia moglie di Guido, che aveva 
cercato di provocarne la morte, prepara il dolore della vedovanza. 
Che", come abbiam detto, mentre il re Guido incalzava Arnolfo in 
fuga, a sua volta mori presso il fiume Taro . . . 

LIBRO II, CAPP. 15-6 

Rianimati in qualche modo da questi discorsi, preparano agguati 
in tre direzioni e, attraversato direttamente il fiume, piombano 
in mezzo ai nemici. Che moltissimi dei cristiani, stanchi di atten- 
dere al campo Parrivo dei messi, erano smontati per ristorarsi 
di cibo; gli Ungari li colpirono con mossa cosi fulminea che a 
taluni trafissero il cibo in gola, ad altri portaron via i cavalli im- 
pedendo loro la fuga, e tanto piu facilmente li ammazzavano in 
quanto li vedevano senza cavalli. E finalmente, ad accrescere la 
rovina dei cristiani, v'era tra loro non lieve discordia. Alcuni, 
addirittura, non soltanto si astenevano dal combattere gli Un 
gari ma si auguravano che i loro vicini cadessero; in questo modo 
perverso quei perversi agivano nella speranza, se i loro vicini ca- 
devano, di poter regnare piu liberamente. Se non che, mentre 
trascurano di correre al soccorso dei loro vicini in pericolo e ne 
desiderano anzi la fine, incorrono essi stessi nella morte propria. 
Fuggono cosi i cristiani e infuriano i pagani; e quelli che prima 
non avevano potuto vedere coi doni esaudite le loro suppliche, non 



202 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

parcere nesciebant. Interfectis denique fugatisque christianis, om- 
nia Hungarii regni loca saeviendo percurrunt. Neque erat, qui 
eorum praesentiam nisi munitissimis forte praestolaretur in locis. 
Illorum sane adeo praevaluerat virtus, quatinus eorum pars que- 
dam Bagoariam, Sueviam, Franciam, Saxoniam, quedam vero 
depopularetur Italiam. 

Neque enim hoc eorum meruerat virtus, sed verus Domini 
sermo, terra celoque durabilior, mutari non poterat, quemadmo- 
dum per Hyeremiam prophetam omnibus nationibus in persona 
domus Israel comminatur dicens : Ecce ego adducam super vos 
gentem de longinquo, gentem robustam, gentem antiquam, gen- 
tem cuius ignorabis linguam, nee intelleges quid loquatur. Pha- 
retra eius quasi sepulcrum patens, universi fortes, et comedet se- 
getes tuas et panem tuum; devorabit filios tuos et filias tuas; 
comedet gregem tuum et armenta tua; comedet vineam tuam et 
ficum tuam, et conteret urbes munitas tuas, in quibus tu habes 
fidutiam, gladio. Verumtamen in diebus illis, ait Dominus Deus, 
non fatiam vos in consummatione. * 



i. Ier. f 5, 15-8. 



LIUTPRANDO DI CREMONA 203 

sapevano adesso risparmiare chi supplicava loro. Infine, massa- 
crati e messi in fuga i cristiani, gli Ungari battono tutto il paese 
seminando la distruzione. Nessuno v'era che osasse attendere il 
loro apparire a meno che non fosse in posizioni presso che impren- 
dibili. La loro prodezza in verita s'era imposta a tal punto che 
una parte di loro saccheggiava la Baviera, la Svevia, la Francia,"la 
Sassonia, e una parte 1' Italia. 

Questo veramente il loro valore non aveva meritato; ma non si 
poteva mutare la verace parola di Dio, piu durevole della terra e 
del cielo, che per bocca del profeta Geremia aveva minacciato 
nella stirpe di Israele tutte le nazioni, dicendo : Ecco, io spingero 
sopra di voi una gente che verra di lontano, una robusta, antica 
schiatta, di cui ignorerai la lingua, si che non mtenderai ci6 che 
dica. La loro faretra e come un sepolcro aperto e tutti sono uomini 
forti; questa gente mangera le tue messi e il tuo pane, divorera 
i tuoi figli e le tue figlie, si cibera dei tuoi armenti e del tuo gregge; 
spogliera la tua vigna e il tuo fico, e radera al suolo le fortezze, su cui 
fai assegnamento, con il ferro. Purnondimeno in quei giorni, 
disse il Signore Iddio, non consumer6 la vostra rovina. 



GESTA BERENGARII IMPERATORIS 
DAI GESTA BERENGARII IMPERATORIS)) 1 

APXETAI HPOAOrOS 

Non hederam sperare vales laurumve, libelle, 
quae largita suis tempora prisca viris. 

Contulit haec magno labyrinthea fabula* Homero 

Aeneisque tibi, docte poeta Maro. 
Atria tune divum resonabant carmine vatum: 

respuet en musam quaeque proseucha tuam; 
Pierio flagrabat eis sed munere sanguis : 

prosequitur gressum nulla Thalia tuum. 
Hinc metuo rapidas ex te nigrescere flammas, 

auribus ut nitidis vilia verba dabis. 

Quid vanis totiens agitas haec tempora dictis, 
carmina quae prefers si igne voranda times? 

Desine; nunc etenim nullus tua carmina curat: 
haec faciunt urbi, haec quoque rure viri. 

Quid tibi preterea duros tolerasse labores 
profuit ac longas accelerasse vias? 

Endromidos te cura magis victusque fatigat: 
hinc fugito nugas, quas memorare paras. 

Irrita saepe mihi cumulas quae murmura, codex, 
non poterunt votis addere claustra meis. 

Seria cuncta cadant, opto, et labor omnis abesto, 

dum capiti summo 3 xenia parva dabo. 
Nonne vides, tacitis abeant ut saecla triumphis, 

quos agitat toto orbe colendus homo ? 
Tu licet exustus vacuas solvaris in auras, 

pars melior summi scribet amore viri. 
Supplice sed voto Christum rogitemus ovantes, 

quo faveat coeptis patris ab arce meis. 

i. Testo di P. von Winterfeld nei M.G.H., P.Ae.C., IV, i, pp. 355-7, 
398-401. Traduzione di Tilde Nardi. 2. labyrinthea fabula: favola com- 
plicata e narrante lunghe peregrinazioni. Qui e VOdissea. 3. capiti sum- 
mo: Berengario I, re d' Italia e imperatore. Berengario, duca e marchese 
del Friuli, ottenne, mediante 1'aiuto dei vescovi amici, la corona del 
regno d' Italia verso la fine dell'SSy. II suo regno fu contrastato dalla irn- 
placabile opposizione dei signori laid che gli contrapposero di continuo 



GESTA DELL'IMPERATORE BERENGARIO 
DALLE GESTA DELL' IMPERATORE BERENGARIO 

PROLOGO 

Vano e per te, o libretto, sperare Tedera e il lauro 
che gli antichi tempi ai loro grandi largirono. 

Li guadagn6 la favola del lungo errare al glorioso 

Omero, e a te, Marone, dotto poeta, TEneide. 
Le regge dei Cesari un tempo sonavan del canto dei vati : 

ora ogni capanna la tua musa respinge. 
Per grazia delle Pieridi il sangue dei vati awampava 

allora; oggi nessuna Talia il tuo passo accompagna. 
Onde temo che presto ti divori la vampa 

se a raffinati orecchi vili parole darai, 

A che di continuo rimescoli con vani detti il passato 
se temi che i tuoi carmi divorera la fiamma ? 

Cessa: che ormai nessuno de' tuoi carmi si cura; 

tutti oggi, in campagna ed in citta, ne fanno. 
A che del resto ti giova la dura fatica sofferta, 

a che Tandar frettoloso per si lungo cammino? 
Piu t'incalza del cibo e del vestire la cura: 

lascia dunque le inezie che a narrare fappresti. 

Spesso mi vai accumulando, libretto, vane proteste 
che tuttavia non potranno porre ai miei voti un freno. 

Ceda ogni cura, ogni altro lavoro mi e grato lasciare 

pur che al sovrano modesti omaggi offrir mi sia dato. 
Fugge il tempo, non vedi? ne v'e chi esalti i trionfi 

che quell'uomo glorioso in tutto il mondo miete. 
Anche se arso ne andrai pel vano aere dissolto, 

altri di te piu degni in onore del re scriveranno. 
Piuttosto con supplice voto le preci a Cristo leviamo 

onde dal cielo conforti Tintrapresa fatica. 

dei temibilissimi competitor! all'alta carica. Ma dopo la sconfitta inflitta 
nel 905 a Ludovico di Borgogna, ultimo dei competitor! che i suoi nemici 
gli opposero, con il favore dei vescovi ai quali aveva fatto molte concessioni, 
iu incoronato imperatore da papa Giovanni X nel 915. Poco dopo, Rodol- 
fo, re dell'alta Borgogna, lo sconfisse a Firenzuola (923) ed egli dovette 
riprendere la lotta che continu6 sino alia sua morte awenuta nel 924. II 
brano che riportiamo piu sotto descrive la incoronazione di Berengario. 



206 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

Haud moveor plausu populi vel munere circi: 
sat mihi pauca viri ponere facta pii. 

Christe, poll convexa pio qui numine torques, 
da, queat ut famulus farier apta tuus! 

LIBER IV 

Summus erat pastor tune temporis urbe Johannes, 1 
officio affatim clarus sophiaque repletus, 
atque diu talem merito servatus ad usum. 
Quatinus huic prohibebat opes vicina Charibdis, 2 
purpura quas dederat maiorum sponte beato, 
limina qui reserat castis rutilantia, Petro, 
dona duci mittit sacris advecta ministris, 
quo memor extremi tribuat sua iura diei 
Rornanis, fovet Ausonias quo numine terras, 
imperil sumpturus eo pro munere sertum 
solus et hocciduo Caesar vocitandus in orbe. 
Talibus evictus precibus iubet agmina regni, 
quis-cum bella tulit, quis-cum sacra munera pacis, 
affore, quae tanti gressum comitentur honoris, 
lamque iter emensus postquam confinia Romae 
attigit, ire iubet celeres ad templa sodales, 
vicinum qui se referant. Sonat ecce Subura 3 
vocibus elatis populi: Properate faventes! 
Rex venit Ausoniis dudum expectatus ab oris, 
qui minuet solita nostros pietate labores! 
Fervere tune videas urbem et procedere portis, 
quot Roma gremio gentes circumdat avito. 
Interea, princeps collem, qui prominet urbi, 
praeteriens ubi se prato committit amoeno, 
singula queque modis incendunt aethera miris 



i. Summus . . . Johannes: papa Giovanni X. Giovanni di Tossignano, arci- 
vescovo di Ravenna nel 905, fu eletto pontefice, mediante Taiuto di Tco- 
filatto e Teodora, potentissimi allora a Roma, nel 914. Incoron6 impera- 
tore Berengario I, re d'ltalia, nel 915. Dopo un pontificate abbastanza tu- 
multuoso, fu imprigionato e tratto a morte nel 928 ad opera di Marozia, la 
crudele figlia di Teofilatto e Teodora. z. vicina Charibdis; Berta, contessa 
di Provenza, seconda moghe di Adalberto II di Toscana, che regn6 dal- 



GESTA BERENGARII IMPERATORIS 207 

Non cerco il plauso del popolo, ne il premio del circo mi tenta: 
poche imprese del pio sovrano mi basta narrate. 

O Cristo che per tuo volere muovi le sfere celesti, 

concedi al tuo servo che possa in mo do degno narrare. 

LIBRO IV 

JBra allora nell'Urbe sommo pastore Giovanni, 

uomo per il suo grado e per saggezza insigne, 

che giustamente a lungo in tale ufficio rimase. 

Poiche la vicina Cariddi vietava al re le ricchezze 

che i regali suoi avi aveano largito al beato 

Pietro, che ai giusti dischiude le porte splendenti dei cieli, 

doni gli manda il Pastore a mezzo di sacri ministri 

onde, del giorno estremo memore, i loro diritti 

renda ai Romani e regga col suo valor 1'Ausonia 

si come quei che ha da cingere Timperial corona 

ed unico Cesare in Occidente venire acclamato. 

Da queste preci indotto, comandava alle schiere del regno 

con cui rec6 la guerra e - santo dono - la pace, 

d'essere scorta all'incedere del solenne corteo. 

Al terminar del viaggio, poi che i confini di Roma 

ebbe toccati, invia rapidi messi ai templi 

che vicino lo annunzino. Echeggia allor la Suburra 

del clamor della turba: Correte, correte a plaudire ! 

Viene il re dall' Italia per si gran tempo atteso, 

che con 1'usata clemenza alleviera i nostri afTanni! 

Vedevi allora fremere Roma e uscir dalle porte 

frotte di popolo, quante nel grembo avito rinserra. 

Ed allorche, varcato il colle che Purbe sovrasta, 

appare il re sul prato ameno, tutte le schiere 

fan risonare il cielo d'alte fervide grida. 



1'889 al 915; scaltrissima, fu di molto aiuto al marito in quel periodo di 
feroci lotte e spesso lo indusse ad opporsi a Berengario, facendolo 
schierare per qualcuno dei suoi competitori. chiamata con il nome del 
mostro Cariddi, per il suo comportamento di implacabile e pericolosa 
nemica di Berengario. 3. Subura: cioe Roma; la Suburra era una famosa 
strada di Roma, molto popolosa. 



208 SCRITTTJRE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

agmina. Narnque prius patrio canit ore senatus, 
prefigens sudibus rictus sine carne ferarum 1 
indicio : Devicta cadent temptamina posthac, 
si qua hostes ammo cupient agitare ferino. 
Dedaleis Graius sequitur laudare loquelis 
stoicus, hie noster cluibus quia pollet Athenis 
et sollers iter in Samia bene callet arena. 2 
Cetera turba pium nativa voce tyrannum 
prosequitur totaque docet tellure magistrum. 
Hie etiam iuvenes nitida respergine creti, 
(alter apostolici nam frater, 3 consulis alter 4 
natus erat) pedibus defigunt oscula regis; 
hinc ubi praesul erat, gressum comitantur erilem. 
Vestibuli ante fores, graduum qua pervius usus 
advehit ornatam cupidos intrare per aulam, 
ille quidem sacro fulgens residebat amictu, 
altarisque subibat ovans hinc inde minister. 
Quid referam populos istinc illincque coactos 
undantesque gradus, cum rex ad templa subiret 
evectus pastoris equo ? mox quippe sacerdos 
ipse futurus erat, titulo res digna perhenni. 
Advenit ut tandem lecto comitante ministro 
atque pedes sensim gradibus conatur ab imis, 
undique turba premit, cui vix obstare satelles 
voce valet nutuque minans; erat omnibus ardor 
cernere presentem, cupiunt quern secula regem. 
Ter quoque sacra pius gradibus vestigia fixit, 
magestate manus cogens cessare tumultus 
undantis populi. Postquam conscenderat omnem 
ascensum, aureolo praesul surgens cliothedro 
oscula figit ovans dextramque receptat amicam. 
Hinc adeunt aulam pariter tibi, Petre, dicatam, 
ianitor aetherei pandis qui limina templi . . . 



i , prefigens . . .ferarum : ai pali, in verita, erano legate teste di mostri scolpite 
in legno. 2. L'z'ter in Samia arena e la lettera Y che si vuole presa da Pita- 
gora quale simbolo della vita umana, perche come al tratto inferiorc succe- 
de la biforcazione in due rami, cosi neiruomo alia puerizia subentra l'et& 
nella quale s'aprono dinanzi a lui due vie divergent!: quella del bene e 
quella del male. Cfr. Anth. lat. t rec. A. Riese, Lipsia, Teubner, 1906, 



GESTA BERENGARII IMPERATORIS 2OQ 

Parla dapprima il Senato nella patria favella, 

infitti sui pali, a simbolo, teschi scarniti di fiere: 

D'ora innanzi stroncati andranno a vuoto gli attacchi, 

se mai vorranno con animo ferino i nemlci tentarne. 

Segue uno stoico greco e in greca lingua lo esalta, 

che nella nobile Atene questo re nostro e potente 

e ben sa il cammin della vita sulla samia arena tracciato. 

La turba tutta saluta nella lingua nativa 

il pio sovrano, e padrone di tutta la terra I'acclama. 

Due giovinetti poi, nati d'illustre famiglia, 

(che Funo e fratello del papa, Taltro del console e figlio) 

reverenti i piedi del re baciano; e quindi 

scorta gli sono al luogo dove il pontefice stava. 

Era questi, fulgente nel sacro manto, al portale 

del tempio, la dove un'agevole gradinata conduce 

chi voglia entrar nel tempio tutto adorno; e acclamanti 

stavano a' pie degli altari, facendo ala, i ministri. 

Che dire poi delle genti d'ogni luogo venute, 

delFondeggiar della folia, mentre il re al tempio s'awia 

montando il cavallo del papa! Poi ch'egli stesso una sacra 

dignita- memorabile evento! - a ricever s'accinge. 

Come giunse alia fine, seguito da eletti ministri, 

e lentamente prese la gradinata a salire 

preme intorno la calca, che a stento la scorta contiene 

minacciando con grida e con cenni: ardevano tutti 

contemplare da presso il re dai secoli atteso. 

Tre volte il re sui gradini arrest6 il passo, volgendosi 

con gesto maestoso a sedare il clamor della folia ondeggiante. 

Poi che il re della scala il sommo ebbe raggiunto, 

il papa lieto sorgendo dal suo scanno dorato, 

bacia il sovrano e la destra arnica accoglie e stringe. 

Entrano poi, fianco a fianco, nel tempio a te consacrato, 

Pietro, custode che apri le porte del tempio celeste . . . 



I, n. 632; Persio, in, 52; Ausonio, Technopaegnion xm, De litt.monosyll., 
v. 9. (B. Nardi) 3. alter . . .frater: Pietro Marchese, fratello del papa 
Giovanni X. 4. consulis alter: Teofilatto, figlio del console Teofilatto 
e di Teodora. Teofilatto fu il capostipite della famosa e potente famiglia 
che domin6 su Roma e il papato nella prima meta del secolo X. 



210 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

Advenit et domini pastor praepostus ovili 
officio laetus, quamvis resonaret utrinque 
clamor: Ades presul, totiens quid gaudia differs 
innumeris optata modis? per vincla magistri 1 
te petimus, depone moras et suffice votis! 
Talibus arae adeunt gestis absida sacratae 
lumina terrarum. Modicum post en diadema 
Caesar habet capiti gemmis auroque levatum, 
unguine nectarei simul est respersus olivi; 
caelicolis qui mos olim succrevit Hebracis 
lege sacra solitis reges atque ungere vates, 
venturus quod Christus erat dux atque sacerdos, 
omnia quern propter caelo reparentur et arvo. 
lam sacrae resonant aedes fremituque resultant 
clamantis populi : Valeat tuus, aurea, princeps, 
Roma, diu imperiumque gravi sub pondere pressum 
erigat et supera sternat virtute rebelles! ... 
Dona tulit perpulchra pius hec denique templo : 
baltea lata ducum, gestamina cara parentum, 
gemmis ac rutilo nimium preciosa metallo 
ac vestes etiam signis auroque rigentes, 
distinctum variis simul ac diadema figuris. 
Quid referam, quantis replerit moenia donis? 
Nonne maris paucas videor contingere guttas, 
Syrtibus atque manu sumptas includere arenas, 
quando brevi tantos cludo sermone triumphos? 
Doctiloquum, credo, labor iste gravaret Homerum, 
officio et genuit tali quem Mantua dignum . . . 2 
Mille mini satis est metris tetigisse labores; 
Mevius 3 atque licet videar, vos este Marones, 4 
et post imperii diadema resumite laudes! 



r. magistri: cioe di san Pietro. 2. quem . . . dignum: Virgilio, nato in pro- 
vincia di Mantova. 3. Mevius: Mevio fu un cattivo poeta dell'eta augustea, 
ed e noto lo sdegno che contro di lui ebbero sia Virgilio (EcL, in, 90) sia 
Orazio (Epod., x). 4. Marones: Virgilio, che si chiamava appunto Public 
Virgilio Marone. 



GESTA BERENGARII IMPERATORIS 211 

Ecco, il pastor s'appressa preposto all'ovile di Dio, 

lieto del suo ufficio; e intorno risuona il clamore: 

O santo padre, vieni, a che ritardare una gioia 

tanto invocata e attesa? Per le catene di Pietro 

te ne preghiamo: cessa gli indugi e i voti appagal 

Da tali voci sospinti, al sacro altare i due lumi 

del mondo s'accostano. Ed ecco, non sta molto che in capo 

a Cesare splende un diadema tutto di gemme e d'oro, 

e insieme egli vien unto col celeste umor delFulivo; 

tale Fantico costume al popolo eletto, gli Ebrei, 

usi per sacra legge ad ungere i re ed i profeti, 

che doveva venire, re e sacerdote, Cristo 

per cui in cielo e in terra tutto sarebbe redento. 

Gia il tempio risuona ed echeggia del clamore del popolo 

festante: Viva il tuo principe, aurea Roma, e I'impero, 

sotto grave pondo da si gran tempo oppresso, 

restauri e con Faiuto del cielo disperda i ribelli! ... 

Infine il re offri al tempio questi bellissimi doni: 

larghe cinture di duci, le care insegne dei padri, 

scintillanti di gemme e di prezioso metallo, 

e .inoltre vesti, di fregi e d'oro intessute, ed insieme 

un diadema tutto adorno di varie figure. 

Che dir poi dei molti e cospicui doni di cui colmb 1'urbe? 

Non par forse ch'io attinga poche gocce dal mare 

o stringa un pugno di sabbia presa alle Sirti, quando 

nel giro di brevi parole narro si grandi trionfi? 

Grave impresa sarebbe anche al facondo Omero 

e a quei che in Mantova nacque, degno di tale ufficio . . . 

La compiuta fatica di mille versi a me basta; 

anche se Mevio io sembro, voi siate i Maroni, e le lodi 

del re proseguite, poi che il diadema lo cinse. 



2 

TEOLOGI, CANONISTI, RIFORMATORI 

LJiutprando % lafigura dominante della vita italiana del secoli IX-X; 
ma altri chierici di altissima cultura e di fervida spiritualita vivono 
e operano in Italia a quell* epoca: Claudio vescovo di Torino e Anas t a- 
sio Ubliotecario della Santa Romana Chiesa nel IX secolo; Leone 
arciprete di Napoli, Attone vescovo di Vercelli, Raterio vescovo di 
Verona, Gerberto d'Aurillac abate di Bobbio e arcivescovo di Ra 
venna (e, poi, papa Silvestro II) nel secolo X. Alcuni di essi non sono 
italiani di origine o hanno ricevuto fuori d' Italia la loro formazione 
culturale (spagnolo Claudio vescovo di Torino; belga di nascita ed 
educato a Lobbes Raterio; francese ed educato in Catalogna Gerberto), 
ma entrano, ad ogni modo, nel processo della storia spirituale italiana 
perche, mentre largki e duraturi influssi esercitano sugli svolgimenti 
dei centri di studio in cui si son trovati a vivere e ad operare, della 
tradizione propria di quei centri sentono, a loro volta, assai vivi gli 
influssi. La figura di maggior rilievo del mondo culturale europeo del 
X secolo e, senza dubbio, Gerberto; ma, in or dine alia storia della 
cultura italiana, fermano particolarmente la nostra attenzione At 
tone di Vercelli e Raterio di Verona. Attone - creato vescovo di 
Vercelli da Lotario II nel 924 - e, dal Fastens, suo biografo, rite- 
nuto belga di nascita o, quanta meno, educato in qualche monastero 
della Francia o del Belgio. Perb nel testamento del 945 Attone si 
dichiara milanese aborigine e arcidiacono della Chiesa ambrosiana. 
L? autenticita del testamento e molto discussa; ma in ogni modo, rap- 
porti assai stretti di Attone con la scuola cattedrale milanese sono 
sicuramente documentati; mentre non esistono prove cttegli abbiafre- 
quentato scuole transalpine. II catalogo delle opere attoniane (con- 
servate dal cod. 40 della Capitolare di Vercelli e dal Vaticano lat. 
4322) comprende il Capitolare (importante silloge di canoni costituita 
con intenti didattici), il De pressuris ecclesiasticis (in due libri, dei 
quali il primo traccia un eloquente quadro delle persecuxioni cui e 
soggetta la Chiesa, mentre il secondo espone la teoria canonica del- 
Vordinazione episcopale), e il Polyp ticum, ((quod appellatur per- 
pendiculum secondo la spiegazione dello stesso autore, oltre a numerose 
epistole e a uy Condones al popolo. 
La scrittura di Attone - e specialmente quella del Polypticum - 



TEOLOGI, CANONISTI, RIFORMATORI 213 

e oscurissima, inintelligibile ai non iniziati (e del Polypticum esiste, 
come ha rilevato il primo editor e del testo, Angelo Mai, una se- 
conda redazione glossata; e alle glosse ricorre lo stesso Mai per espli- 
care il testo delta prima redazione, di cui - senza le glosse - nil 
prorsus liceret intelligerev). Uoscurita dipende dalla prefer enza per 
le parole strane e inusitate e dalla disposizione delle parole nella tessi 
tura del discorso; dalVapplicazione, doe, delle regale di quello che il 
grammatico Virgilio definisce (cmisticae et inusitatae latinitati$genus; 
ed e uno dei dodici modi dello stile latino teorizzato dai retori della 
decadenza. L'ermetica scrittura attoniana d rivela, dunque, la fe- 
delta delle scuole ecdesiatiche del X secolo, - italiane o belghe o 
francesi che siano -, nelle quali il vescovo vercellese si e formato, alia 
tradizione retorica delle scuole imperiali. 

U opera di Attone, cosi inter essante in or dine alia storia della tra 
dizione letter aria, & anche piu notevole se si consider a in or dine al 
movimento riformatore che, nel X secolo, mirava a restaurare la di- 
sciplina e il costume del clero. Nello stesso quadro culturale e politico 
si colloca pure V opera di Raterio: la cui vita, perb, si svolge in un'at- 
mosfera drammatica e ha un contenuto eroico, che manca in Attone. 

Venuto in Italia al seguito del suo maestro Ilduino - abate di 
Lobbes - create vescovo di Verona, Raterio a Ilduino traslato 
alia sede metropolitana di Milano - succede sulla cattedra Vero 
nese nel 932; e si pone contro Ugo di Provenza; e imprigionato in 
Pavia nel '35 e, riacquistata la libertd, va errando fuori d* Italia. 
Riottiene in seguito il vescovato Veronese, ma trova fierissima oppo- 
sizione nel clero che, spalleggiato dalla nobiltd, non toller a il ferreo 
governo del riformatore e la severa disdplina delVimplacabile restau- 
ratore delVordine morale. Di nuovo Raterio prende la via delVesilio; 
eletto vescovo di Liegi, e cacdato anche da questa sede; diventa quindi 
abate di Lobbes; nel *6l, per Vintervento di Ottone, riottiene la catte 
dra Veronese e a Verona riprende la sua opera restauratrice e rifor- 
matrice; ma ancora e espulso e, vecchio e stanco, va a morire a 
Namur (974). 

veramente cosa mirabile che, nel tumulto di una vita cosi tra- 
vagliata, Raterio abbia trovato modo di svolgere un'intensa attivitd 
di scrittore. II catalogo delle sue opere comprende ben 56 numeri; 
tra esse sono spedalmente rilevanti i Praeloquiorum libri sex (in 
cui si considerano i doveri degli uomini; e spedalmente, nei libri III 
e IV, i doveri dei vescovi e i doveri dei re verso i vescovi), la Phre- 



214 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

nesis (interessante per il contenuto autobiograficd), /'Excerptum ex 
dialogo confessional! cuiusdam sceleratissimi, mirurn dictu Ratherii, 
Veronensis quidem episcopi sed Lobiensis monachi (in cui, per fi- 
gura retorica, rimprovera anche a se stesso i vizi ch'egli implacabile 
per segue net preti del suo tempo), il De contemptu canonum (spie- 
tata condanna del clero simoniaco e concubinario), il Liber apolo- 
geticus; a queste possono aggiungersi ma Vautenticitd non & certa 
le composizioni poetiche trasmesse dai codici LX e LXXXVIII della Ca- 
pitolare di Verona, che sarebbero documento significative degli studi 
profani di Raterio, attestati, del resto, anche dalle opere sicuramente 
autentiche e specialmente dalla Phrenesis, che e tutta intessuta di 
reminiscence dagli auctores classici. 

Perche e certo che gli interessi di Raterio si rivolgono, prevalente- 
mente, agli studi sacri; ma anche e certo che gli studi ecclesiastici non 
spengono in lui V umanista formato alia scuola di Lobbes, e dagli studi 
personali della maturitd; e del resto la possibilitd di conciliare studi 
sacri e studi profani apertamente afferma Raterio nella invettiva De 
translatione s. cuiusdam Metronis mediante urfimmagine biblica che 
gia i Padri avevano usato a dimostrare la legittimitd della cultura 
prof ana, e specialmente letter aria, nella vita spirituale cristiana ( de 
vasis aureis et argenteis . . . mutuatione deceptoria furatis si oritur 
quaestio, ornamenta, dicimus, sunt et phalerae saecularium librorum, 
quae . . . paganis penitus ablatae, in ius et ornatum iam olim transie- 
runt, Christo tribuente, prorsus Ecclesiae . . . ). 

Del resto, che Raterio abbia con fervore coltivato gli studi lette- 
rari profani si riconosce agevolmente nel fatto che egli adotta con 
compiacenza lo stile oscuro: quello stile lambiccato e contorto che 
abbiamo visto anche in Attone, in Paolino d'Aquileia, ecc., e la cui 
tecnica costituiva Voggetto principale delV insegnamento retorico delle 
scuole ecclesiastiche, continuatrici fedeli della tradizione classicistica. 

Sappiamo, d'altra parte, che Raterio professo grammatica nelle 
scuole della Provenza al tempo del suo primo esilio; e la sua autoritd 
nel campo degli studi profani era, del resto, gia altissima quando egli 
era venuto a Milano con Ilduino; se, in queiroccasione, cglifu invitato 
da ecclesiastici milanesi a esporre, probabilmente nelle scuole catte- 
drali, alcune questioni che, a quanto ce ne dice Raterio stesso in una 
Epistola air arcivescovo Rotberto e nel sesto dei Praeloquiorum libri, 
dovevano riguardare argomenti profani e probabilmente grammati- 
cali, doe letterari. 



TEOLOGI, CANONISTI, RIFORMATORI 215 

Humanae e divinae litterae sono, dunque, saldamente e indissolu- 
bilmente congiunte nello spirito di Raterio, come in quello di Attone: 
come in tutto il mondo clericale del medioevo. 



A. VISCARDI, Le origini, in Storia letteraria d'ltalia, Milano, Fr. Val- 
lardi, 1950, n ediz. rinnov., pp. 63-71. E cfr. F. VERCAUTEREN, Rapport 
general sur les travaux d'histoire du Moyen Age de 1945 d 1954, nel vol. vi 
delle Relazioni del Decimo Congresso internazionale di Scienze sto- 
riche , Roma, Sansoni, 1955, pp. 128-45 (Histoire ecclesiastique et religieuse), 
pagine che valgorio anche per quanto si dira nel seguito di questo nostro 
volume. 

Quanto ad Attone e a Raterio e al loro stile, v. J. DE GELLINCK, Litti- 
rature latine au Moyen Age, Bruxelles, Bloud et Gay, 1939, n, pp . 38-9, 
34-8. Su Attone cfr. pure P. PIRRI, nella Civilta Cattolica, I, 1927^ 
pp. 27-42. 



ATTONE VESCOVO DI VERCELLI 
DAL DE PRESSURIS ECCLESIASTICIS LIBELLUS* 1 

PARS PRIMA 
De iudiciis episcoporum. 

. . . Aedificata est ergo sancta Ecclesia supra petram in soliditate 
apostolicae fidei, per fidem et dilectionem Christi, et perceptionem 
sacramentorum, et observantiam mandatorum eius. Felix quidem 
domus, quae pluviis irruentibus non laeditur, fluminibus inundan- 
tibus non eruitur, ventis impellentibus non deiicitur. Adversus 
quam nee portae inferi praevalent, quamvis vario luctamine iugiter 
earn lacessant; quae nee occultis tentationibus, nee apertis perse- 
cutionibus, nee ipsorum etiam malignorum spirituum infestationi- 
bus, nee vitiorum, aut criminum ponderibus ullo modo cedit. 

Deponant ergo sanctam Ecclesiam persequentes contumaciam, 
sumant fideles in persecutione constantiam. Audiant illi, quia non 
praevalebunt : praeparent se isti, quia revera persequentur, et per- 
severantes in fine feliciter coronabuntur. Nullo ergo in tempore 
sanctae Ecclesiae deficiet fundamentum, quotidie, Deo gratias, 
accipit incrernentum. Nee deerunt ei persecutores, fidelium vide 
licet saevissimi laceratores, qui eos post multas tribulationes ad 
aeternam pervenire faciant felicissimam remunerationem. Huius- 
modi etiam verba Dominus explanare videtur, cum ait apostolis: 
Ecce mitto vos sicut oves in medio luporum : estote ergo prudentes 
sicut serpentes, et simplices sicut columbae etc. 2 Usque ad illud: 
Qui autem perseveraverit usque in finem, hie salvus erit. 3 li 
procul dubio erant domus ilia, Ecclesia quidem, quae variis 
fructuationibus concussa supra petram tamen aedificata, non est 
repulsa, sed in fidei perdurat constantia. Hoc quoque ipsi sancti 
apostoli, caeterique sanctarum Ecclesiarum doctores, Dominicum 
intendentes praeceptum, et se ad passionum tolerantiam praepara- 
bant, et alios constantissime invitabant. Ipsos etiam persecutores 
modeste arguebant, insipientes docebant, et duritiam cordis eorum 



i. Testo in Migne, P.L., vol. 134, coll. 53-7 e 62-4. Traduzione di Tilde 
Nardi. 2. Matth., 10, 16. 3. Matth., 10, 22. 



ATTONE VESCOVO DI VERCELLI 
DAL DE PRESSURIS ECCLESIASTICIS LIBELLUS 

PARTE PRIMA 

Dei processi ai vescovi. 

. . . JLa santa Chiesa e dunque edificata sulla pietra nella saldezza 
della fede apostolica, per la fede e 1'amore di Cristo, per 1'uso dei 
sacrament! e per Posservanza dei suoi comandamenti. Fortunata 
e in verita quella casa che non e danneggiata dall'imperversare 
delle piogge, che non viene scalzata dalPimpeto dei fiumi che 
straripano, che non e abbattuta dalla violenza dei venti; quella 
contro cui le porte delPinferno non riescono a prevalere, sebbene 
senza tregua 1'assaltino con sempre nuovi sforzi; quella che in 
nessun modo cede ne ad occulti tentativi, ne ad aperte persecu- 
zioni, ne alle aggressioni degli stessi spiriti maligni, ne al peso dei 
peccati e delle colpe. 

Depongano percio i persecutor! della santa Chiesa la loro osti- 
nata arroganza, ed abbiano invece i fedeli animo intrepido nella 
persecuzione. Badino quelli, poiche non prevarranno: si prepa- 
rino invece questi, giacch.6 saranno in verita perseguitati, ma, 
perseverando sino alia fine, saranno gloriosamente incoronati. In 
nessun tempo infatti verra meno il fondamento della santa Chiesa, 
anzi ogni giorno, grazie a Dio, essa riceve incremento. Ne a lei 
mancheranno i persecutori, vale a dire i crudelissimi tormentatori 
dei fedeli, che questi faran giungere, dopo molte tribolazioni, alia 
lietissima ricompensa eterna. Anche il Signore manifestamente 
vuole significare ci6 nelle parole che rivolse agli apostoli: aEcco, 
io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate perci6 cauti come 
serpenti e semplici come colombe ecc. fino al punto in cui dice: 
chi avra perseverato sino alia fine sara salvo. Gli apostoli erano 
fuor d'ogni dubbio quell' edificio, cioe la Chiesa, che, sebbene 
scossa da varie vicende, tuttavia, edificata com'e sulla pietra, non 
fu smossa, ma dura sempre nella saldezza della fede. E gli stessi 
santi apostoli e gli altri dottori della santa Chiesa, comprendendo 
questo precetto del Signore, si preparavano a sopportare le soffe- 
renze e spronavano gli altri a fare altrettanto con grande forza 
d' animo. Non solo, ma anche mitemente riprendevano gli stessi 
persecutori, ammonivano gli stolti e con veemenza biasimavano la 



2l8 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

vehementer exprobrabant; unde ut quosdam ipsorum aliquando a 
perversitatibus mirabiliter corrigebant, quosdam vero adversum se 
potius irritabant. Quod et hodie agitur in sancta Ecclesia, ut dum 
malorum a recto ribus corripiuntur mores, ipsi quoque suos per- 
sequuntur doctor es, et ut ecclesiasticam valeant effugere discipli- 
narn pastorum non metuunt infamare vitam. Sed hoc sancti Patres 
sagacissime considerantes, ideo inviolabile pastorum sanxerunt 
privilegium permanere, ne superbientes et vecordes eos ullo modo 
auderent despicere, vel ipsorum praecepta contemnere. Quomodo 
enim praesules caeterorum possunt culpas arguere, si illi eos audent 
infestare? Et ideo illos non leviter accusandos, vel calumniandos 
sanctorum statuta Patrum pleniter interdicunt; nee aliquem ad 
eorum accusationem sancti canones admittunt, nisi qui vita et 
moribus fideli examinatione dignis sacerdotibus coaequandus in- 
veniatur. Sed nee ideo ipsos impune transire sanxerunt, si cri- 
mina quae Sacerdotibus obiicere non metuunt, approbare non 
possunt: eamdem accusatoribus reprobatis imponentes iacturam, 
quam convict! pati debuerant accusati; nullamque accusationem 
contra se prolatam suscipere vel defendere debere, nisi data ad 
invicem cautione; neque iudicari nisi scriptis, prudentissime sta- 
tuerunt. Ipsamque cautionem, si vi, aut metu, vel dolo exorta 
fuerit, nullum dicunt robur habere. 

ludicandi quoque pariter, et accusandi in uno eodemque nego-, 
tio, cuiuscunque auctoritatis persona sit, omnimodis excluserunt 
licentiam. Locum etiam et tempus in quo haec debeant ventilari, 
insuper et personam ad cuius pertineant audientiam, sagacissime 
indixerunt. Nee iudicum valere sententiam asserunt, nisi illorum 
qui ab ipsis electi fuerint accusatis. Induciam quoque suum per- 
tractandi responsum propter innocentium simplicitatem, et im- 
proborum argumentosa machinamenta non modicam concesserunt. 
Damnari etiam eos absque sanctae Romanae Sedis auctoritate 
interdixerunt omnino; quamvis audire, vel discutere metropoli- 
tanis una cum consensu omnium comprovincialium episcoporum 
sit licentia attributa . . . 

Multos etiam et alios sanctae Ecclesiae doctores in his omnibus 



ATTONE DI VERCELLI 2IQ 

durezza dei loro cuori; onde talvolta arrivavano a distoglierne al- 
cuni dalla perversita, altri invece inasprivano piuttosto contro 
di se. Cio die anc'oggi si verifica nella santa Chiesa, si che mentre 
i rettori riprendono i costumi dei malvagi, questi perseguitano i 
loro stessi maestri e, per potersi sottrarre alia disciplina ecclesia- 
stica, non temono di infamare la vita dei pastori. Ma i santi Padri, 
considerando molto sagacemente questo fatto, decretarono che il 
privilegio dei pastori perdurasse inviolabile onde impedire che i 
superbi e i malvagi osassero in alcun modo disprezzarli o ridersi dei 
loro precetti. In qual modo infatti possono i presuli riprendere le 
colpe degli altri, se quelli osano attaccarli ? E pertanto gli statuti dei 
santi Padri vietano in modo assoluto di accusarli con leggerezza o 
di calunniarli; ne i santi canoni riconoscono il diritto di accusarli 
se non a chi, per vita e costumi, sia riconosciuto, dopo accurate 
esame, meritevole di stare a pari con degni sacerdoti. E stabili- 
rono altresi che essi non abbiano a restare impuniti, se non sono in 
grado di documentare quelle colpe che non si peritano di adde- 
bitare ai sacerdoti; e comminano agli accusatori riprovati la stessa 
sanzione che avrebbero dovuto subire gli accusati se ne fosse stata 
dimostrata la colpa; e con molta prudenza dispongono che nes- 
suna accusa contro di essi abbia ad esser prodotta o difesa senza 
compenso di cauzione e che non venga sottoposta a giudizio se 
non e fatta per iscritto; se poi la stessa cauzione ha avuto origine 
da violenza, intimidazione o frode, i canoni affermano che non 
ha valore alcuno. Inoltre escludono del pari con ogni mezzo 
che a una stessa persona, di qualsiasi grado, sia data facolta 
di essere insieme giudice e accusatore nella stessa causa. Essi in- 
dicano con grande perspicacia anche il luogo e il tempo in cui la 
causa deve venire dibattuta e la persona alia cui competenza essa 
spetta. Stabiliscono inoltre i canoni non aver valore se non la 
sentenza di quei giudici che dagli accusati stessi siano stati eletti. 
Concedono oltre a ci6 che la causa venga sospesa anche a lungo 
per ponderare attentamente la sentenza, sia per Pingemiita degli 
innocenti come per le cavillose macchinazioni dei colpevoli. Proi- 
biscono altresi di condannarli senza Tautorita della Santa Sede ro- 
rnana, sebbene sia data facolta di aprire 1'udienza e di discutere 
la causa ai vescovi metropolitani, con il consenso di tutti i vescovi 
conprovinciali . . . 

Gli editti dei canoni palesemente dimostrano che anche molti 



220 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

assentire, canonum edicta patenter ostendunt; sed nunc, quod 
absque iniuria sanctae Dei Ecclesiae dicere non possumus, heu! 
in tantum hoc aboletur, ut in ordinata etiam accusatione vix lo 
cus maneat legitimae defensionis. Nee approbanda iudicant quae 
inique obiiciunt, sed tantummodo vindicare quaequae illata quae- 
runt. Quod si de defensione apud eos quaeritur, omni synodali 
censura postposita, suis adinventionibus talem fieri diiudicant, 
quam accusati irnplere minime valeant, vel quae illos iure officii 
omnino impediat, ut in sacerdotes Dei liberius saeviant. Quippe, 
cum secundum beatum Paulum apostolum ipsi sibi sint lex 1 ac- 
cusatores, iudices et testes, non ratione sed vi ipsi simul existunt. 
Satisfactionern igitur accusati sacerdotis sub iureiurando minime 
dicunt valere, nisi plures etiam sacerdotes secum compellat iu- 
rare, inique hoc assumentes in testimonium, quod factum se 
legisse iactant in actibus romanorum pontificum. Nam quod de 
Damaso 2 et Sixto, 3 atque Symmacho 4 venerabilibus pontificibus 
invenitur, eo quod dum a quibusdam perversis de criminibus 
accusarentur, collectis episcoporum conciliis synodice purgati sunt, 
hoc se his verbis penitus intelligere fatentur, quod omnes prae- 
dicti episcopi cum ipsis pontificibus pro illatis iurassent crimini 
bus, quasi non eos propria tantummodo absolveret satisfactio, nisi 
hoc etiam praedictorum confratrum firmaret iuratio. Nobis tamen 
quod sic intelligendum sit, revera non patet. Plane enim a prae- 
dictis episcopis praedictos pontifices purgatos accipimus, si ipso- 
rum suggestione, propria tantummodo satisfactione ipsis etiam 
faventibus, eos alienos a criminibus fuisse firmatum est. Sed si pro 
alicuius iusti innocentia alicui placuit sacramentum praebere chari- 
tatis causa ut eum vel sic a persequentibus liberaret, omnimodis 
placet. Verumtamen licet perversorum infestatione in primitiva 
Ecclesia hoc fieri potuisset; nullum tamen exemplum in posterum 
relinqui debuit. Quo etenim sancto concilio, vel cuius catholici et 
apostolici viri decreto sancitum sit, sacerdotes Dei a criminibus 

i. secundum . . . lex: cfr. Rom., 2, 14. 2. Damaso: eletto al pontificate nel 
366 fra vari contrasti, dovette difendersi a lungo, finche un smodo romano 
nel 378, in suo appoggio, richiese all'imperatore che fossero allontanati 
dalle chiese i fomentatori di disordini. 3. Sixto: e incerto se trattasi di 
Sisto II o di Sisto III. 4. Symmacho: eletto al pontificate nel 498, fu ao 
cusato dai suoi nemici di privata immoralita ; un concilio, indetto nel 501 
per giudicare della condotta di Simmaco, dichiar6 che solo Iddio poteva 
giudicare sulla moralita del pontefice. 



ATTONE DI VERCELLI 221 

altri dottori della santa Chiesa consentono in tutte queste cose; 
ma ora - cosa che, ahime, non possiamo dire senza ingiuria per la 
santa Chiesa di Dio - cosi poco cio viene osservato che a mala- 
pena resta posto, anche in un'accusa regolare, per la legittima 
difesa. Ne giudicano necessario provare le accuse ingiustamente 
mosse, ma solo tendono a punire le colpe, quali che siano, che ven- 
gono addebitate. Se poi qualcuno cerca di sostenere presso di loro 
la propria difesa, essi, trascurate tutte le norme sinodali, con le loro 
invenzioni s'adoprano a renderla tale che poi gli accusati non siano 
in grado di sostenerla davanti al giudice o che questi possa, per di- 
ritto di ufficio, impedire ad essi di difendersi, onde potere piu libe- 
ramente infierire contro i sacerdoti di Dio. In verita, essendo essi, 
secondo 1'espressione del santo apostolo Paolo, legge a se stessi, fun- 
gono contemporaneamente, non in base a una legge ma con la pre- 
potenza, da accusatori, da giudici, da testimoni. Affermano cosi che 
la discolpa del sacerdote accusato, fatta sotto giuramento, non ha 
valore se egli non induce a giurare insieme a lui molti altri sacer 
doti; e a torto citano, a sostegno del loro procedimento, quel che 
millantano di aver letto negli Atti dei pontefici romani. Che 
quel che si trova scritto dei venerabili pontefici Damaso, Sisto e 
Simmaco, com' essi cioe, accusati di crimini da alcuni malvagi, 
furono assolti in forma sinodale da vescovi riuniti a concilio, essi 
confessano di interpretarlo cosi: che tutti i predetti vescovi aves- 
sero giurato insieme con gli stessi pontefici sull'argomento dei 
crimini a questi imputati, quasi che la semplice discolpa dei pon 
tefici non bastasse ad assolverli, ma occorresse anche la conferma 
del giuramento dei predetti confratelli. Ora a noi non pare affatto 
che ci6 si debba intendere in questo senso. Senza difficolta invero 
potremmo ammettere che i predetti pontefici siano stati scagionati 
dai gia menzionati vescovi, qualora Paffermazione della loro inno- 
cenza fosse avvenuta dietro istigazione dei pontefici stessi, desi- 
derosi solo di giungere alia propria assoluzione. Ma se, in favore 
d'un innocente, piacque ad alcuno per spirito di carita di prestare 
giuramento onde liberarlo da coloro che lo perseguono, ritengo 
ci6 giusto sotto ogni aspetto. Ammettiamo tuttavia che nella Chiesa 
primitiva un fatto simile sia potuto accadere a cagione deH'ostilita 
dei malvagi ; pure nessun esempio dovette essere lasciato nei tempi 
successivi. Ignoriamo del tutto, infatti, da quale santo concilio o 
da che decreto di pontefice sia stabilito che i sacerdoti di Dio non 



222 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

absolvi non posse, nisi confratrum satisfactione, penitus ignoramus. 
Cum enim sacrarnenta omnibus interdicta sint Christianis, valde 
perniciosum est sacerdotes ad haec etiam alios cogere, unde tarn se 
custodire, quam et alios debuerant arguere . . . 

Nobis vero divinum iugiter convenit implorare auxilium, et 
omnimodis satagere, ut quia absque peccato esse non possumus, 
vel a criminibus alieni existere valeamus, quia secundum beatum 
Paulum apostolum sine crimine sacerdotes esse debent. 1 Et quam- 
vis perversorum ora omnino obstruere nequeamus, de pura securi 
conscientia, interius fiducialiter gaudeamus. Nam quid mirum 
si homines perditi et subversi bonorum vitam infamare non me- 
tuunt? Ait enim beatus Gregorius: Habet hoc proprium antiqui 
hostis invidia, ut quos in pravorum actuum perpetratione, Deo 
sibi resistente, decipere non valet, opiniones eorum falsa ad prae- 
sens simulando, dilaceret. Sed illorum malitiosae detractiones 
quamvis multum impedire videantur, non nobis tamen aliter 
excusandas esse perpendimus, nisi quemadmodum sanctorum Pa- 
trum saluberrimis institutionibus admonemur, quia scriptum est: 
Ne transgrediaris fines, quos posuerunt patres tui.)> 2 Si quis 
tamen canonico in his contentus esse noluerit iudicio, sed sua 
adinventione sacerdotes Dei praegravare, vexare, vel exspoliare, 
insuper etiam et si occidere praesumpserit, oportet nos sanctorum 
censuram servando puniri, quam eius pravae satisfacere volun- 
tati, quamvis et hoc agere perniciosum sit, et talis poena, vel mors 
satis aspera videatur. Quae enim mors in hoc praesenti saeculo 
crudelior esse poterit, quam cum pastores Ecclesiae ab ovibus 
separantur; et aut carceri includuntur, vel exsilio pelluntur, eorum- 
que corpora penuriis atteruntur, mentes autem moerore afficiun- 
tur? De se suspirant, de sibi commissis eiulant, praesentia patiun- 
tur supplicia, futuraque a carnificibus promittuntur, expavent 
maiora, consolatores ab ipsis tolluntur, exprobrantes, vel terrentes 
iugiter assistunt? Nonne levius praecisa cervice occumberent? 
Aut fortasse hoc agentes ideo homicidiae non sunt, quia isti 
absque sanguine necantur? Certe lulianus 3 ideo crudelior prae 
caeteris tyrannis dictus est, quia martyres Christi sanguinem fun- 



i. sine. . . debent: cfr. / Tim., 3, 10 e Tit,, i, 7. 2. Prov., 22, 28. 3. lu- 
lianiis: Giuliano, detto 1'Apostata, imperatore dal 360 al 363. 



ATTONE DI VERCELLI 223 

possono essere assolti se non mediante la discolpa del confratelli. 
Considerando poi che a tutti i Cristiani son proibiti i giuramenti, 
sarebbe veramente deleterio che dei sacerdoti obbllgassero altri a 
giuramenti dai quali dovrebbero tanto guardarsi essi stessi come 
distoglierne col biasimo gli altri . . . 

A noi invero conviene implorare costantemente 1'aiuto divino 
e adoprarci con tutti i mezzi, poiche non possiamo essere senza 
peccato, a serbarci almeno alieni da delitti, giacche i sacerdoti, 
secondo il beato apostolo Paolo, debbono essere mondi da delitti. 
E sebbene non possiamo chiudere del tutto la bocca dei malvagi, 
nella tranquillita della nostra coscienza netta godiamo fiduciosi nel 
nostro intimo. Che meraviglia infatti se uomini perduti e perversi 
non esitano a discreditare la vita dei buoni ? Dice infatti san Gre- 
gorio: proprio delPinvidia delPantico nemico fare a brani, in- 
ventando sul momento falsita, la reputazione di coloro che, oppo- 
nendoglisi Dio, non riesce a ingannare e ad indurre ad azioni 
malvage. Ma sebbene le maligne calunnie di costoro sembrino 
creare gravi intralci, tuttavia giudichiamo non dovercene difendere 
altrimenti che come ci consigliano i salutari comandamenti dei 
Santi Padri : Non oltrepassare i limiti che i tuoi Padri han posto. 
Se alcuno tuttavia in question! di questo genere non vorra accon- 
tentarsi del diritto canonico e osera opprimere con le sue inven- 
zioni i sacerdoti di Dio, e perseguitarli o spogliarli o addirittura 
ucciderli, e meglio per noi, in ottemperanza al comandamento 
dei Santi, sottometterci alia persecuzione piuttosto che dare sod- 
disfazione alia sua malvagia volonta, anche se il far ci6 ci esponga 
alia rovina e una simile pena, o la morte, appaia assai dura. Qual 
morte infatti in questo mondo potra essere piu crudele per i pa~ 
stori della Chiesa che esser separati dalle pecore, venir chiusi in 
carcere o cacciati in esilio, esser logorati nel corpo dalle priva- 
zioni e oppressi nell'animo dall'angoscia, sospirare sul proprio 
stato, gemere sulle cose loro affidate, subire i supplizi present! e 
attendere i futuri promessi dai carnefici, temerne di piu gravi, tro- 
varsi privi di consolatori, avere continuamente al fianco coloro che 
li rimproverano o li atterriscono ? Non sarebbe ad essi meno duro 
aver reciso il capo? forse coloro che cosi agiscono non sono 
omicidi, perche" uccidono i pastori senza spargerne il sangue? In- 
dubbiamente Giuliano fu detto il piu crudele degli imperatori 
perch6 non voleva che i martiri di Cristo versassero sangue, ma, 



224 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

dere non sinebat, sed diversis suppliciis torquens, post longam 
macerationem vitam finite cogebat . . . 

Animadvertimus igitur quia id quod turpe est, non possit esse 
utile, neque rursus id quod honestum est, inutile, quia complexa 
honestati est semper utilitas, et utilitati honestas. Sed qui sanc 
torum Patrum parvipendunt edicta, magnum non est si nostra 
etiam redarguant et opera; nempe qui illorum non metuunt sta- 
tuta temerare, nee nostrae metuunt vitae detrahere, verum etiam 
et iudicium praegravare. Quamvis igitur ab ecclesiastica recedamus 
censura, quibusdam ex ipsis faventibus, illorum etiam iudicio, 
satisfaciendi locum reperire apud saeculares in huiusmodi potuis- 
semus, incommodum arbitramur, ne aliis hoc assequi volentibus, 
vel etiam valentibus, in exemplum produceretur, et fratribus eve- 
niret in scandalum, quod a nobis quoquomodo fuisset extortum. 
Non enim est sapiens qui nocet. Aliud est vero communiter sa- 
pere, aliud est sapere perfecte. Qui communiter sapit, pro tempo- 
ralibus sapit, qui autem perfecte sapit, non quaerit tantum quod 
sibi utile est, sed quod omnibus. Ait quidem beatus Gregorius: 
Saepe ab hominibus timor debilis cauta dispensatio vocatur, et 
quasi prudenter impetum se declinasse asserunt, cum fugientes 
turpiter in terga feriuntur. Congruentius ergo eligimus nostram 
portare iniuriam, quam aliis inferre calumniam, et ab aliis iniuste 
pati, quam a nobis iniuste defendi: non enim in perpetuum dam- 
namur, cum iniuste iudicamur, dicente Psalmista: Nec damnabit 
eum cum iudicabitur illi. * 



i. Ps. } 36, 33. 



ATTONE DI VERCELLI 225 

torturandoli con diversi supplizi, li faceva morire dopo lunga ma- 
cerazione . . . 

Pensiamo dunque che ci6 che e male non pu6 essere utile, 
cosi come non pu6 essere inutile ci6 che e onesto, poiche Putilita 
va sempre congiunta con Ponesta e Tonesta con 1'utilita. Non fa 
meraviglia se coloro che tengono in poco conto gli editti dei santi 
Padri criticano poi anche le nostre azioni; son proprio quelli 
che non temono di violare gli statuti dei Padri che non esitano a 
toglier fama alia nostra vita, non solo, ma anche a sottoporci a 
gravoso giudizio. Sicch6, anche se noi ci sottraessimo alia censura 
ecclesiastica, coll'appoggio di alcuni di loro, e col loro giudizio 
riuscissimo a trovare cosi il mezzo di scagionarci presso i secolari, 
riteniamo ci6 dannoso in quanto costituirebbe un precedente per 
altri che volessero o anche riuscissero a fare lo stesso, e finirebbe 
per risolversi in uno scandalo per i fratelli ci6 che a noi fosse stato 
in qualsiasi modo estorto. In verita non e saggio colui che nuoce. 
Altro e esser saggio in modo ordinario ed altro esserlo in modo 
perfetto. Chi 6 saggio nel senso comune della parola, lo & per le 
cose temporali; mentre chi & saggio in modo perfetto non cerca 
solo ci6 che & utile a se, bensl cio che torna utile a tutti. Dice infatti 
san Gregorio: Spesso il debole timore vien defmito dagli uomini 
atteggiamento cauto, e sostengono di avere per prudenza evitato 
Tassalto allorch, fuggendo, sono vergognosamente feriti alle spalle. 
Preferiamo pertanto come piu conveniente subire noi un'ingiusti- 
zia anziche* recar danno altrui, e venir perseguitati ingiustamente 
da gli altri piuttosto che esser difesi con metodi iniqui da noi stessi ; 
giaccb.6 non siamo condannati in eterno quando veniamo giudicati 
iniquamente, giusta le parole del Salmista: Non lo condannera 
quando sark giudicato. 



RATERIO VESCOVO DI VERONA 
DALLA PHRENESIS ' 

INCIPIT PROEMIUM RATHERII EPISCOPI IN LIBRUM QUEM 

PHRENESIM NOMINAVIT PRO EO QUOD NIMIS IN EO AUSTERE 

IN QUOSDAM INVEHERETUR, 

Scripturae alicuius hoc maxima impedit indagatores, materiem 
si ignorent, hoc est dictatorem primum, intentionem dictantis et 
rem unde agitur. Phrenesis igitur cuiusdam Ratherii)) omnes, 
quibus iste loco praefationis praeponitur, vocantur libelli. 2 Cuius- 
modi vero notam tales meruerint, cum invectiva illorum alii, alii 
item apologetici fuerint appellandi, ea prodit causa vocabulum, 
quod pulsus episcopio Veronensi Italiae, ordinatus ubi fuerat, 
cum ad gloriosissimi regis se contulisset Ottonis auxilium copiaque 
restitutionis praecessisset nulla, ipso quoque piissimo rege conante, 



i. Testo di Fritz Weigle, nei M. G. H., Die Brief e der deutschen Kaiserzeit, i 
Band, Die Brief e desBischofs Rather von Verona, Weimar, H. Bohlaus, 1949, 
n. n, pp. 54 sgg. Traduzione di Bruno Nardi. L'epistola e il Prologo della 
Phrenesis ; e si trova nelle Opere di Raterio pubblicate dai Ballerini a Verona 
nel 1765, riprodotte dal Migne,P.L., vol. 136, coll. 365 sgg. II testo del Wei 
gle riproduce la lezione del codice di Lobbes registrato nell'antico inventa- 
rio della Biblioteca dell'Abbazia di Lobbes compilato nel 1049 (cfr. Revue 
des bibliotheques , i, 1891, 12 N. 127). Anche i Ballerini hanno adibito il 
codice Lobiense per 1'edizione della Phrenesis, che non sembra, del resto, 
trasmessa da altre fonti (cfr. la loroPraefatio, pp. xn-xiv) ; per cui, ovviamen- 
te, le due edizioni puntualmente concordano. I Ballerini molto acutamente 
hanno riconosciuto Poscurita dell'elocuzione rateriana (Praefatio, p.xxi), 
rilevandone le cause : Difficillima porro et valde implexa Auctoris syntaxis 
inveniri solet, cum praesertim oratoria quadam facultate uti voluit. Longio- 
res enim periodi, transpositio vocum inusitata et alia huiusce generis valde 
incommoda saepius occurrunt, quae ut intelligerentur bis terve aut eo plu- 
ries unam eandemque periodurn legere et attentius meditari opus fuit. 
E specialmente la transpositio vocum inusitata)) quella che determina 
lo stile mirabilmente oscuro di Raterio, come 1'autore stesso riconosce 
solennemente e orgogliosamente proclama in un luogo del prologo della 
Phrenesis: Generat praeterea hoc et difficultatem . . . quod . . . ut liquidam 
faciat orationem, mirabilem dictionum facit saepius ordinationem, difficilli- 
mam quae pariat, optimam licet intelligentibus, constructionis materiem. 
E, appunto, il gradus constructionis excelsus - per usare parole dan- 
tesche -, elemento essenziale della tragica coniugatio, cio& del grande genus 
dicendi dei retori della scuola, erede e continuatrice della tradizione classica ; 
cioe deirelocutio artificialis, composta con arte sottile, squisita, elaboratis- 
sima, per cui il dettatore illustre si distingue dal volgo dei comuni parlanti. 
La costruzione eccelsa, la coniugazione tragica (cioe sublime) del discor- 
so determina, essenzialmente, lo stile oscuro, ermetico che esclude dall'in- 



RATERIO VESCOVO DI VERONA 
DALLA PHRAENESIS 

INCOMINCIA IL PROEMIO DI RATERIO VESCOVO AL LIBRO CH'EGLI 

HA INTITOLATO PHRENESIS , PERCHE IN ESSO INVEISCE CONTRO 

ALCUNI IN MANIERA INSOLITAMENTE VIVACE. 

C-hi prende a leggere uno scritto, non riesce a capirlo se non sa 
intorno a che cosa s'aggiri, e cioe in prime luogo chi ne e Pautore, 
che intento questi persegua e Targomento di cui si tratta. Phrene- 
sis, d'un tal Raterio, s'intitolano dunque tutti i libri ai quali questo 
primo va in testa a mo' di prefazione. Ma perche siffatto titolo 
s'appropri a tutti - mentre alcuni di essi avrebbero dovuto chia- 
marsi invettive ed altri apologetici - questa e la ragione. 

Cacciato ch'egli fu dalla sede di Verona in Italia, ov'era stato 
ordinato vescovo, e recatosi per aiuto dal gloriosissimo re Ottone, 
tosto che vide non esservi alcuna probabilita di venir restituito alia 



tellezione della scrittura i non iniziati : quello stile che e accettato da tutta 
la tradizione medievale del dettare illustre, latino e volgare; perche, come 
e noto, anche i dictatores provenzali, i trovatori, accettano e applicano la 
tecnica del dictamen difficile, che realizzano nel trobar clus-, del quale e 
parte essenziale Y entrebescamen delle parole, cioe la tessitura complicata, 
la composizione contorta delle parole nel discorso. Cfr. A. DEL MONTE, 
Studi sulla poesia ermetica medievale, Napoli, Giannini, 1953, pp. 23-53, 
e E. KOHLER, Zum "trobar clus 1 * der Trobadors, nelle Romanische For- 
schungen, vol. 64, 1952, pp. 71-101. Nella storia dello scrivere oscuro 
e difficile, Raterio ha posto importante; e conta, specialmente, per la 
chiara consapevolezza che egli dimostra dei mezzi che occorre impiega- 
re per ottenere una scrittura aspra e indecifrabile ai non intelligentes . 
I Ballerini, in presenza dell' ermetica scrittura rateriana, han ritenuto 
loro ufficio di editori e di commentator! sciogliere i nodi troppo stretti 
con cui Raterio aveva legato le sue parole nel discorso, di sbrogliare il 
groviglio dei fili onde risulta la tessitura del discorso rateriano: e perci6, 
nelle note, hanno fatto la costruzione , come si dice in gergo scolastico, dei 
periodi di Raterio; hanno, cioe, ordinato le parole nella proposizione e le 
proposizioni nel periodo secondo la comune sintassi. Noi riteniamo con- 
veniente riprodurre, sotto il testo, la costruzione dei Ballerini, per offrire 
chiara la visione -di quella che e 1' aggro vigliata e contorta coniugazione o 
tessitura rateriana del discorso ; visione che la sola traduzione - che non 
pu6 essere, ovviamente, in questi casi, puntuale - non basterebbe a dare. 
2. Phrenesis . . . libelli: Ballerini: Igitur libelli omnes cuiusdam Rathe- 
rii, quibus iste praeponitur loco praefationis, vocantur Phrenesis. Cur vero 
tales [libelli] meruerint notam huiusmodi [doe: titulum Phrenesis] cum 
alii illorum appellandi fuerint Invectiva, alii item Apologetici, ea causa 
prodit vocabulum [Phrenesis} quod pulsus etc. 



228 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

data optione, interventu fratris eius Brunonis archipraesulis atque 
patratu, 1 postquam electus corarn eodem ad Aquas quod dicitur 
Grani palatium non solum ab his quorum intererat specialius, 
sed et ab episcopis, abbatibus, comitibus totiusque regni primo- 
ribus quarta solemnis ierunii septimi mensis feria fuerat expetitus 
rursum 2 sequent! dominica ab eodem, hoc est Leodicensis ecclesiae 
populo electus, septem a coepiscopis, duo quorum fuerant archi- 
praesules, caeteri praesules, praelibato scilicet Brunone, Rodberto, 
Baldrico, Hildibaldo, Druogone, Berengario atque Folberto, 3 con- 
niventia decretorum, consensu atque exemplis nonnullorum, qui- 
bus et id contigerat, antiquorum, summo totius, quae aderat, favore 
destinatus eidem atque solemniter inthronizatus ecclesiae; 4 cum- 
que postea ingenio iam fati Baldrici 5 patratuque, qui eum super 
ambonem ecclesiae Coloniensis spectanti cuncto specialius collau- 
daverat populo, 6 Rodberti Trevirorum archiepiscopi vi pubblica 
comitum Regeneri atque Ruodvolti 7 nepos ipsorum qui et filius 
fratris extiterat Baldrici, (talia utquid contigerint, ne difficile sit 

i.pulsus . . .patratu: Raterio, espulso dalla cattedra Veronese, viene nel 
935 incarcerate, in Pavia, dal re Ugo, per due anni; e quindi, per altri due 
anni, esiliato a Como. Va poi peregrinando per la Francia e per la Pro- 
venza; dove, per prowedere al suo sostentamento, esercita I'ufficio di 
maestro. Nel 946 rientra in Italia per ricuperare il suo episcopato Veronese 
(nel viaggio viene catturato da Berengario), nel quale lo aveva reintegrate 
il conte Milone. Ma il clero Veronese gli si mette contro ; sicche, dopo due 
anni, ancora Raterio viene cacciato dalla sua sede; e va in Germania; ed 
entra in relazione con Brunone, fratello di Ottone I, che sara, poi, arci- 
vescovo di Colonia. Rientra in Italia, nel 951, al seguito di Ottone, spe- 
rando di recuperare il vescovato Veronese che,intanto, dal vescovo Mamessa 
era stato venduto al nipote del conte Milone. Raterio si appella al papa e al 
sinodo dei vescovi; ma invano. Rientrato in Germania, e accolto tra i 
familiari dell 'arcivescovo Brunone, & da questo promosso alia sede leo- 
dicense nel 953: ma anche da questa viene espulso. Le circostanze della 
elezione alia sede leodicense e della successiva espulsione son materia 
della Phrenesis, di cui riportiamo il proemio; ove il gran dramma della 
impetuosa e dolorosa vita del grande vescovo & intensamente raffigurato. 
2. rursum: due volte, dunque, Raterio e eletto vescovo di Liegi: una, in 
Aquisgrana, il 21 settembre, dal clero e dal popolo leodicense (durante In 
consacrazione di Brunone a arcivescovo di Colonia), e una seconda, la do- 
menica successiva, il 25 settembre, in Colonia; dove, da due arcivescovi 
e da cinque vescovi, e incardinatus e inthronizatus nella sua nuova chie- 
sa. Faraberto, vescovo di Liegi, era morto il 28 agosto 953. 3. Bruno 
ne . . . Folberto: Brunone, arcivescovo di Colonia; Rodberto, arcive 
scovo di Treviri; Baldrico, vescovo di Ultraiectum ad Rhenum, cioe 
Utrecht; Ildibaldo, vescovo di Miinster; Druogone, vescovo di Osna- 
briick; Berengario, vescovo di Verdun; Fulberto, vescovo di Cambrai. 
4. data optione, interventu . . .inthronizatus ecclesiae: Ballerini: Data optio 
ne [idest, occasione eligendi novi praesulis leodicensis] interventu atque 



RATERIO DI VERONA 22Q 

sua sede - per quanto lo stesso piissimo re vi s'adoprasse - giac- 
che si presentava Toccasione di aspirare ad altra sede, per inter- 
vento e intercessions del fratello del re, 1'arcivescovo Brunone, 
dopo essere stato eletto vescovo di Liegi alia presenza dello 
stesso re, nella reggia che dicesi d'Aquisgrana, non soltanto da 
coloro cui la nomina inter essava piu da vicino, ma altresi cooptato 
dai vescovi, abati e conti primari di tutto il regno, il mercoledi 
delle tempora di settembre e, di nuovo, la domenica successiva, 
fu eletto dallo stesso popolo di quella chiesa, indi assegnato ad 
essa e insediato solennemente da sette coepiscopi (dei quali due 
erano arcivescovi, gli altri cinque vescovi) e cioe dal predetto 
Brunone, da Rodberto, Baldrico, Ildibaldo, Druogone, Berengario 
e Fulberto, d'accordo cogli antichi canoni, in conformita e sul- 
Pesempio di coloro che s'eran trovati in situazioni consimili, e col 
pieno favore di tutti i fedeli che assistevano airinsediamento. 

Ma piu tardi, per le macchinazioni del detto Baldrico e ad opera 
di Rodberto, arcivescovo di Treviri, - che pure, dall'ambone della 
chiesa di Colonia, in presenza di tutto il popolo, ne aveva intessuto 
un insolito panegirico, - i conti Regenero e Ruodvolto fecero uso 
della violenza perch6 a lui fosse sostituito (e non e difficile arguire 
come si svolgessero le cose) un ragazzo, loro nipote e figlio d'un 
fratello di Baldrico e che di questo aveva anche il nome. E perche 

patratu fratris eius Brunonis Archipraesulis Coloniensis, postquam non 
solum electus fuerat coram eodem Brunone ad palatium quod dicitur Aquis 
Grani, ab his quorum specialius intererat [idest a Leodicensibus], sed et 
expetitus ab Episcopis, Abbatibus, Comitibus, et Primoribus totius regni, 
fuerat, inquam, electus feria quarta solemnis jeiunii mensis septimi; rursum 
sequenti dominica electus ab eodem populo, hoc est Leodicensis ecclesiae, 
summo favore totius ecclesiae quae aderat, destinatus atque solemniter 
inthronizatus fuerat eidem ecclesiae a septem Coepiscopis, praelibato sci 
licet Brunone, Rodberto, Baldrico, Hildibaldo, Druogone, Berengario at 
que Folberto, quorum duo Bruno et Rodbertus fuerant Archipraesules, 
ceteri Praesules, idque factum conniventia decretorum, consensu atque 
exemplis nonnullorum antiquorum, quibus et id contigerat . . . . I vesco 
vi, dunque, avevan discusso se fosse lecita la promozione ad altra sede del 
vescovo espulso da Verona; e avevan deciso, dopo aver considerato i cano 
ni, i decreti dei Pontefici e gli exempla antiquorum , che il trasferimento 
era legittimo. 5, II vescovo di Utrecht sopra ricordato, che era leodicense. 
6. qui eum super . . . populo: si desume da queste parole che, nella cerimo- 
nia dell'intronizzazione svoltasi a Colonia, 1'arcivescovo di Treviri aveva 
pronunciato dairambone, in presenza del clero e del popolo, Telogio di 
Raterio. L'anno dopo, e con gli awersari di Raterio, i quali ripropongono 
1'argomento - gia respinto dai vescovi in Colonia - della illeceita del trasfe 
rimento di un vescovo ad altra sede. 7. Conti, rispettivamente, dello 
Hennegau e dello Haspengau. 



230 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

coniectari) eiusdem nominis puer quidam ut institueretur, 1 et ut 
per omnia materies personarum acceptione pateat, neglecta timi- 
ditate, iam dicti regis germani, 2 ne scilicet iam fati comites a rege ad 
Conradum, qui tune contra ipsum agebat, deficerent sibique cum 
eo inimicarentur, vel (quod verius ipsius asserunt defensores) 
resistendo quia nullum habere potuit idem archiepiscopus, ut 
inhiaverat ex episcopi amicis vel militibus adiutorem, 3 fuisset ex- 
pulsus 4 Moguntiaeque benignitate archiepiscopi Willihelmi, filii 
regis, munificentissima copiosissime frueretur, data otii occa- 
sione curavit, quae circa eum acta fuerant, in libros digerere, 
qualitas elaborans ne vel curiosis lateret sui temporis. Utique hoc 
audientes duo illi eius specialius inimici, Rodbertus videlicet et 
Baldricus, dixerunt eum phreneticum esse. 5 

Amplexus ille cum convicio reaccensum, sopitus qui iam fuerat, 
scribendi aliqua rursus ardorem, praesentem, quern cunctis pro- 
poneret, condere contra eos maturavit statim libellum, cuius sum- 
mam appellat eorum iuxta sententiam Phrenesim seque ipsum 
phreneticum , qui inusitato utique tune temporis more non ad 
nummos tali in discrimine, non ad arma ut quidam, non ad copiam 
amicorum, sed ad libros, ad armaria, ad priscorum confugerit 
iudicia. Invehitur autem proemio in isto in Rodbertum amplius, 

i. eiusdem .. .institueretur'. si voleva, dunque, elevare alia sede leodi- 
cense Baldrico iuniore, figlio di un fratello di Baldrico vescovo ultra- 
iectino. 2. iam dicti. . .germani'. cioe Brunone, arcivescovo di Colonia. 

3. quia nullum . . . adiutorem: Brunone avrebbe voluto sostenere la causa 
di Raterio, ma non aveva trovato alcun coadiutore, ne" tra i Vescovi n 
tra i Conti, e d'altra parte temeva che, se si fosse opposto all'elevazione 
di Baldrico iuniore, i due conti Regenero e Ruodvolto potessero passare 
dalla parte di Corrado di Lotaringia (che fino allora avevano osteggiato) 
contro Ottone. Nel 957, tuttavia, Tarcivescovo coloniese, costituito duca 
della Lotaringia, condann6 all'esilio perpetuo il prepotente Regenero. 

4. fuisset expulsus: nella Pasqua del 955. L'intrusione di Baldrico iuniore 
awiene nel Natale del 954, tre mesi dopo 1'intronizzazione di Raterio. Ma 
pur dopo 1'estromissione dall' episcopate leodicense, Raterio resta in Liegi 
fino alia Pasqua del 955 e vi compone la Conclude deliberative.) nella quale, 
con quaranta argomenti, dimostra I'illegittimita della sua dimissione dal- 
1'episcopato e il dover suo di resistere all'arbitrio e alia violenza. Infine, 
trova ospitalita presso 1'arcivescovo di Magonza Guglielmo, figlio di Otto 
ne I. 5. cumquepostea ingenio . . . phreneticum esse: Ballerini: Cumque po- 
stea ingenio iam fati Baldrici ultrajectini et patratu Rodberti Archiepiscopi 
Trevirorum, qui specialius eum collaudaverat super ambonem ecclesiae 
Coloniensis populo cuncto spectante, expulsus fuisset vi publica comiturrx 
Regeneri atque Ruodvolti ut institueretur nepos ipsorum, qui et extiterat 
films fratris Baldrici (ut ne difficile sit conjectari, quid talia contingerint) 



RATERIO DI VERONA 23! 

risalti in tutto e per tutto il movente del loro personal! interessi, 
si sappia die costoro, messo da parte ogni riguardo verso il gia 
mentovato fratello germano del re, il quale temeva che i predet- 
ti conti passassero dalla parte del re Ottone a quella di re Corrado 
(che in quel momento tramava contro il primo) e gli diventassero 
nemici, o piuttosto - come asseriscono con maggior verisimiglianza 
i suoi difensori - perche lo stesso arcivescovo Brunone non era 
riuscito a trovare, come avrebbe voluto, fra gli amici del vescovo 
[Raterio] e fra i militi chi lo aiutasse ad opporsi, lo cacciaron via. 
Ed egli, trovandosi a dover fruire della munifica accoglienza del- 
Tarcivescovo di Magonza, Guglielmo, figlio del re Ottone, giac- 
che* ne aveva Fopportunita e Tagio, si dette cura di esporre con 
or dine in questi brevi libretti quanto gli era accaduto, onde anche 
ai curiosi fosse nota la nequizia dei tempi. 

Ma saputo ci6, i due suoi piu acri nemici, cioe Rodberto e 
Baldrico, presero a dire che egli era frenetico. L'ingiuria rinfocolb 
in lui Tardore, che da qualche tempo languiva, di dar di piglio alia 
penna, e ne mature il proposito di portar subito a compimento 
il presente libretto da porre in testa agli altri, che nel loro com- 
plesso intitolb Phrenesis, facendo suo il parere di quelli, che egli 
era dawero pazzo frenetico, dacche' in tal congiuntura, contro 
Pusanza dei nostri tempi, aveva fatto ricorso non al danaro, non 
alia violenza, come soglion taluni, e nemmeno all'appoggio degli 
amici, bensi ai libri, alle scansie che li contengono, al giudizio 
degli antichi scrittori. 

Pertanto in questo proemio s'inveisce piu difTusamente contro 



puer quidam eiusdem nominis [qui similiter appellabatur Baldricus] et, 
ut per omnia pateat materies acceptionis personarum [idest, ut pateat 
omnia acta fuisse acceptione personarum] expulsus fuisset neglecta timi- 
ditate jam dicti germani Regis [idest neglecto Brunone fratre germano regis 
Othonis, qui ab eodem rege Lotharingici regni dux fuerat consti tutus, 
et hoc neglecto ob timiditatem, quia scilicet timebat] ne jam fati comites 
deficerent a rege ad Conradum, qui tune agebat contra ipsum regem, et 
sibi inimicarentur cum eo Conrado, vel, quod verius defensores ipsius as- 
serunt, quia idem Archiepiscopus Bruno non potuit habere, ut inhiaverat, 
aliquem adiutorem ex amicis vel militibus Episcopi Ratherii resistendo 
[idest ad resistendum] ; [cum, inquam, his de causis expulsus fuisset] et 
Moguntiae copiosissime frueretur benignitate Archiepiscopi Willihelmi 
filii regis; data occasione otii, curavit digerere in libros quae acta fuerant 
circa eum, elaborans ne qualitas sui temporis lateret vel curiosos. Utique 
audientes hoc [quod, scilicet, talia Moguntiae scriberet] duo illi eius spe- 
cialius* inimici ... . 



232 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

in Baldricum 1 mordacius, unde in initio statim prae se quasi 
contemnens immunem dicit eum a phrenesis vitio, per quod 
intelligi vult insaniam, quam purgari cicuta vetusta fecerat poe- 
tica. Consigniferum quoque appellat in sui debellatione Rodberto, 
acie quamvis diversa, id est non ea quidem dicendi, quam ille 
affectabat, peritia, 2 maiore vero decipiendi astutia. Nulli vero, 
nisi quern probitas defenderit, videatur parcere, quamvis nemini 
saepe minus, alter ut Lucilius, sibi quam ipsi. 3 Archiepiscopum 4 
vero quam non reddat opusculis suis intactum, videre est indagan- 
tibus. 

Generat 5 j>raeterea hoc et difficultatem intellectus eis, quos fecit, 
libellis, quod creberrime posita illic cernitur parenthesis et, ut li- 
quidam faciat orationem, mirabilem dictionum facit saepius ordi- 
nationem, difficillimam quae pariat, optimam licet intelligentibus, 
constructionis materiem. Fefellerit sane plurimos ne eius impro- 
vide considerata loquacitas, morum ipsius ubi et qualitas, fateor 
magis eum intellectu viguisse quam arte, exercitio quodam 
scribendi quaeque, non vero copiose dicendi quam privilegio 
plura sciendi, quern priscorum magis exploratio curiosa quam 
ipsa artis dictate docuerint praecepta. 6 Pauca a magistris, plura per 
se magis didicit praesumptione temeraria comparando, quae a 
doctoribus praecipuis alii maximo vix percepissent labore. 7 Unde 
et quidam sapiens pariterque religiosus, inflatilis ne ilium subver- 
teret caritate minime subnixa, apostolus ut premonuerat scientia, 
relectis quibusdam opuscolis ait : In eo gratiam vigere quam 
sapientiam magis mirandusque magis quam laudandus videtur, 
miranda potius et praedicanda misericors, quae talia tali deserendo 

i. Vescovo di Utrecht. 2. peritia: sulla perizia oratoria che affettava 
Rodberto arcivescovo di Treviri torna Raterio nel paragrafo 14 della 
Phrenesis', dal quale si desume Rodberto de eloquentia decertasse cum 
Ratherio, come osservano i Ballerini. E abbiamo visto che proprio Rod 
berto aveva pronunciato 1'elogio di Raterio nella cerimonia coloniese dcl- 
rintronizzazione. 3. Nulli vero . . . quam ipsi: Ballerini: Nulli vero vi 
deatur parcere, nisi quern probitas defenderit, quamvis saepe nemini mi 
nus parcat, quarn sibi ipsi, ut alter Lucilius (cfr. Orazio, Sat., I, 4, 35). 
4. Archiepiscopum: 1'arcivescovo di Treviri, Rodberto. 5. Generat: le 
righe che seguono, contengono la professione rateriana di fede nello stile 
oscuro. Cfr. la nota introduttiva. 6. quern priscorum . . . praecepta: in- 
teressante la proclamazione della fede rateriana nel magistero degli auc- 
tores. 7. Pauca a magistris: Raterio ha ricevuto la sua istituzione nelle 
scuole del centro di Lobbes, ricordato con rimpianto qualche riga piu 
sotto. 



RATERIO DI VERONA 233 

Rodberto, ma con dente piu mordace contro Baldrico, si che subito 
airinizio lo dice, come disprezzandolo in paragone a se stesso, im 
mune dal vizio della frenesia, con che s'ha da intendere la stoltez- 
za che gli antichi poeti suggerivano di purgare con la cicuta. E lo 
chiama anche commilitone di Rodberto nella sua sconfitta, ben- 
ch6 egli appartenga a una schiera diversa: ch non combatteva con 
la perizia del dire che Paltro ostentava, ma con ben maggiore 
astuzia nell'ingannare, Ed aveva 1'aria di non risparmiare nessuno 
a meno che non fosse reso inattaccabile dalla sua probita, mentre 
in realta con nessuno era piu indulgente, quasi nuovo Lucilio, 
quanto con se stesso. Ma che anche Tarcivescovo non esca incolu- 
me da questo scritto, potra ben vedere chi lo prende in esame. 

Oltre a ci6, Fintelligenza di questi libri da lui composti & osta- 
colata dal vedervi inserite molto spesso parentesi, e, per rendere 
Felocuzione elegante, usato sovente un insolito ordinamento di 
frasi che rende la trama della costruzione quanto mai difficile 
e pur tuttavia eccellente per chi se ne intende. Ma perch6 la sua lo- 
quacita mal compresa non abbia a trarre in inganno piu d'uno, 
del pari che le circostanze e Tindole dei suoi costumi, confesso che 
egli & piii fornito di naturale intelligenza che non d'arte, piu d'un 
tal quale esercizio nello scrivere d'ogni argomento, non per6 
nelParte dell'eloquenza, che non del privilegio di saper molte 
cose, e che egli impar6 a scrivere piu per avere esplorato con 
curiosita gli scritti degli antichi che non per avere appreso le regole 
dell'arte del dettare. Poche cose egli apprese dai maestri di questa 
arte, molte di piu ne impar6 invece da se stesso con temerario ar- 
dire, procacciandosi quelle norme che altri, a stento e a gran 
pena, avevano appreso dai maestri che andavano per la maggiore. 
Onde un uomo dotto quanto pio, riletti che ebbe alcuni di quegli 
opuscoli, nel timore che la scienza che gonfiaw - come gia aveva 
ammonito Tapostolo - non avesse a guastarne Tautore, per non 
esser fondata sulla carita, ebbe a dichiarare che in lui la grazia 
era piu forte della sapienza, e gli pareva piii degno d'ammirazione 
che di lode: ch la misericordiosa grazia di Dio, la quale non 
abbandona mai chi Fabbandona, pur mostrando di abbando- 
narlo, e abbandona senza mai veramente abbandonare, va piut- 



234 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

utique sese deserentem non deserens, non deserendo deserens 
contulit, gratia.)) 1 

Nam et ut de moribus eius aliquid tetigisse non sit aut lacerasse 
aut potius praedicasse: dicere quam facere boni quid magis fuerit 
idoneus, subservient cui ea utrobique simulatio voluntatem, cer- 
tius quae ademerit spectantibus de se omnino iudicium? 2 Nam 
cum ad vitanda magis eum impulerit impatiens fragilitas quam 
alliciens ipsorum saepe voluptas, ab agendis vero inefficax potius 
avocavit ignavia quam probitatis, ut ita earn vocare liceat, obe- 
dientia, irasci visus fuit saepe laetissimus, laetus item maximum 
intus celavit saepe dolorem. Dabat non rogatus, impatiens rogari, 
ignotum saepe odium quasi retinens laesus, multaque in hunc 
actitaverat, deprehendi perdifficilis, modum. Forte beatus, si mo- 
nachum, ut monstrat, efficeret habitus, nee abfuisset Laubiensi 
umquam coenobio, si constans fuisset in voto. Ingenuitas illi fuerat 
ea quam magis, ut fertur, commendaverat antiquitas, quam prae- 
sentaret affinitas. 3 Cuius non approprians intempestivitas, sed pro- 
ximans aevi afTerre coeperat, ista dum conderet, maturitas canos. 4 

Do ad summam: prae reus cavillatoribus paene extiterat, exem- 
plo si non aliquis nocuisset innoxius, aut non profuisse foret 
par nocuisse; utram vero in partem ita, ut dixi, erat ambiguus, 
vix cogitari iuste aestimationis eius ut valeat status. 5 Levissimis 

i. Fefellerit sane plurimos . . .gratia: Ballerini: Loquacitas eius ne im- 
provide considerata, uti et qualitas morurn ipsius, fefellerit sane plurimos. 
Fateor eum magis viguisse intellectu quam arte, et magis exercitio quodam 
scribendi, non vero copiose dicendi quaeque, quam privilegio sciendi 
plura; quern exploratio curiosa priscorum magis, quam praecepta ipsa 
artis docuerint dictate. Pauca didicit a magistris: plura magis per se 
comparando praesumptione temeraria didicit, quae alii vix percepissent 
a praecipuis doctoribus maximo labore. Unde quidam sapiens et pariter 
rehgiosus, ne scientia inflatilis (ut Apostolus praemonuerat) minime sub- 
mxa caritate subverteret ilium, relectis quibusdam opusculis eius ait in 
eo magis vigere gratiam quam sapientiam; et videtur magis mirandus quam 
laudandus. Miranda potius, et praedicanda misericors gratia, quae utique 
non deserens deserentem se se, contulit talia tali deserendo, qui nimirum 
erat deserendus. I Ballerini espungono le parole che, nel codice, seguono, 
cioe non deserendo deserens, cum videantur praecedentibus repugnare ! 
2. Nam etut... indicium?: i Ballerini dichiarano questo passo dmplexus 
valde et forte etiam corruptus; e propongono di interpretare cosl: Nam 
(ut et [idest: etiam] tetigisse aliquid de moribus eius non sit aut lacerasse 
aut pptms praedicasse) quid boni magis idoneus fuerit dicere, quam facere 
is, cm utrobique [nimirum turn in dicendo, cum in faciendo] subservierit ea 
simulatio voluntatis, quae omnino ademerit spectantibus certius judicium 



RATERIO DI VERONA 235 

tosto ammirata ed esaltata per aver conferito tali favori ad un tal 
uomo. 

Ed invero, perche Tavere accennato alia sua condotta non abbia 
a significare detrazione o piuttosto esaltazione, che cosa di buono 
non era capace di dire, se non di fare, uno a cui il simulare avrebbe 
potuto dar modo, in un caso e nelPaltro, di togliere a chiunque 
1'osservava ogni piu certa conoscenza della sua persona ? E poiche 
a schivare i vizi lo traeva piu la sua inerte debolezza di quanto non 
lo allettassero i piaceri, e dal rintuzzarli lo distoglievano piu la pi- 
grizia e il torpore di quanto non facesse Fobbedienza ai precetti 
dell'onesta, se posso chiamarla con questo nome, cosi spesso fu 
creduto in collera mentre era perfettamente tranquillo, e con 
aspetto ilare seppe talora tener nascosto un interno acerbo dolore. 
Dava senz'esser pregato, mentre non tollerava lo si pregasse; of- 
feso, sapeva spesso dissimulare il segreto rancore: e a questo modo 
si comportava in molte altre circostanze, si che era assai difficile 
conoscerne Tanimo. 

Beato lui, forse, se 1'abito facesse il monaco, come lo mostra di 
fuori, ed egli non si fosse mai allontanato dal cenobio di Lobbes 
e fosse rimasto fedele ai voti. 

Egli era dotato di quella vera nobilta che gli antichi, come si sa, 
lodavano assai piu che non quella che deriva dalla schiatta. Quando 
egli scriveva questi libri, non una precoce vecchiaia, sibbene Tav- 
vicinarsi dell' eta matura aveva cominciato a imbiancargli la chioma. 

Ed ora vengo al nodo : al cospetto di giudici cavillatori egli po- 
teva in qualche modo esser ritenuto colpevole se uno, pur essendo 
innocente, potesse nuocere col suo esempio, o se il non giovare 
fosse la stessa cosa del nuocere. Ma egli, come dicevo, si prestava 
ad esser capito in un modo come in un altro, si che era difficile 
farsi un concetto della sua vera indole. Ch6, ad opinione di molti 



de se? 3. Ingenuitas . . . affinitas: Ballerini: Ea ingenuitas illi fuerat 
quam magis, ut fertur, commendaverat antiquitas, quam praesentaret affi 
nitas. 4. Cuius . . . canos: Cui (i Ballerini correggono in cui il cuius del 
ms.) non intempesti vitas approprians sed maturitas aevi proximans coe- 
perat afTerre canos, dum conderet ista. (Cfr. Boezio, De cons., I, i, 9-11). 
5. Do ad summam . . . status: Ballerini: Do ad summam: paene extiterat 
reus prae cavillatoribus, si non aliquis innoxius nocuisset exemplo, aut non 
profuisse foret par [idest foret idem ac] nocuisse. Utram vero in partem 
ita, ut dixi, erat ambiguus, ut vix valeat iuste cogitari status aestimationis 
ejus. 



236 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

nam animosus multorum opinione cum esset, ita moveri fuerat - 
minim dictu - suetus, ad maxima ut esset ferenda mire quietus. 
Nullus ergo eum his, quos visus est imitari, componat, ne vae, 
qui dicitis malum bonum et bonum malum\ sibi a propheta clamari 
non immeritus audiat. Rursus quod probe egit, laudo, ne quis 
momorderit dente, ne parvulum occidit invidia lob beatus illi 
videatur opponere. 1 

Maior ceterum fuerat istius forte qualitas libelli, praecisus, iam 
peracta uti succiditur tela, ni fuisset, iam fati statim ut comperuit 
obitum Rodberti quern tamen falsus rumor ante praetulerat. 2 Quod 
et iste initio proemii satis mordaciter tangit et in fine apertius prodit. 

Exempla vero de Tullio, Marone, Horatio, diversis atque poetis 
ea magis suo operi necessitas eum compulit indere, quod hodierni, 
proh nefas, temporis omnes, ut et ipse, magis siliquis, lutosarum 
sunt quae pascua suum, quam conviviis delectantur, vita quae 
sunt felicium animarum. Ut frequentiam igitur eis adquireret, 
talia inseruisse probatur, lectorum, quia nee summis noverat at- 
tigisse labris quemquam sui similium huiusmodi poculum, facile 
investigata sive quia cito vilescunt: caelestis doni nectareum sapo- 
rem, terrenum hoc invenenasset liquorem. 3 Quam igitur simplicitas 
vera prudentiaque displiceat mera, probant huiusmodi afTectata, 
dum quis, sapientior ut appareat, non ut sit, ceteris, elaborat, in- 
terserens suis, ut iste, aliena, legisse tantum sese pluribus quo per- 
suadeat multa, pannulos cum potius hoc sit artibus detraxisse, non 
ipsas artes habere, appetere gloriam, non sequi maiorum. 4 O zwzz- 

i. Levissimis nam animosus . . . opponere: Ballerini: Nam cum esset animo 
sus opinione multorum; ita (mirum dictu!) fuerat suetus moveri levissimis, 
ut esset mire quietus ad ferenda maxima. Nullus ergo componat eum cum 
his, quos visus est imitari, ne non immeritus audiat clamari sibi a Propheta : 
Vae qui dicitis malum bonum et bonum malum" [Isai., 5, 20]. Rursus lau 
do quod probe egit, ne quis momorderit dente, ne beatus Job videatur oppo 
nere illi: "Parvulum occidit invidia" [lob, 5,2]. 2. Maior ceterum . . .prae 
tulerat: Ballerini: Ceterum qualitas libelli istius forte fuerat maior, nisi 
praecisus fuisset, uti tela iam peracta succiditur; [praecisus fuisset, in- 
quam,] statim ut comperuit obitum Rodberti jam fati [seu iam memorati] 
quern tamen [obitum] rumor falsus ante praetulerat. Rodberto morl il 
19 maggio 956. 3. Ut frequentiam . . . liquorem: Ballerini: Igitur pro 
batur inseruisse talia [idest exempla saecularia], ut acquircret eis [libellis] 
frequentiam lectorum; quia noverat quemquam similium sui nee attigis- 
se summis labris poculum huiusmodi, sive quia facile investigata cito 
vilescunt [idest vilem reddunt] saporem nectareum doni coelestis [cfr 
sant Agostino, De doctr. christ., n, 6, 7], ni venenum hoc [cioe degli esempi 
derivati dagh autori secolari] venenasset liquorem [i Ballerini emendano in 
venenum il terrenum del ms.]. Ma vedi la nota del Weigle a questo punto 



RATERIO DI VERONA 237 

egli era impetuoso, essendo solito riscaldarsi per cose di nessun 
conto, con meraviglia d'ognuno, mentre era dotato d'ammirevole 
calma nel sopportare colpi ben piu duri. 

Nessuno pertanto vorra metterlo alia pari con altri ai quali e 
parso assomigliare, se non vuol sentirsi a buon merito rimpro- 
verare dal Prof eta: Guai a voi die chiamate male il bene, e bene il 
male. Ancora, gli do lode d'aver fatto si che nessuno lo mordesse 
col dente dell'invidia, di guisa che il beato Giobbe non pare possa 
opporre a lui il detto: Pinvidia uccide il fanciullo. 

Del resto il pregio di questo libretto poteva forse riuscire mi- 
gliore, se non fosse stato troncato, a guisa di tela che, finita, si 
stacca [dal telaio], quand'egli apprese la morte del menzionato 
Rodberto, che una falsa diceria aveva diffuso prima del tempo. 
Su quello che egli tocca con parole piuttosto mordaci all'inizio di 
questo proemio, ritorna poi sulla fine in maniera ben piu esplicita. 

Quanto poi alle citazioni tratte da Tullio, da Marone, da Orazio 
e da diversi poeti, la necessita lo spinse ad inserirle nel suo scritto 
per la ragione che tutti al tempo d'oggi - cosa nefanda - si deli- 
ziano, al pari di me, piuttosto di ghiande, che son past urad'im- 
mondi porci, che non di banchetti che son vita delle anime beate. 
6 pertanto da approvare, se egli ha inserito tali citazioni, allo scopo 
di attirare a questi banchetti il piu gran numero di lettori, sia 
perch6 sapeva che nessuno dei suoi simili aveva neppure sfiorato 
colle labbra la coppa della divina sapienza, sia perche le cose messe 
a portata di mano in breve perdon valore, se il veleno della sapienza 
terrena non attoscasse il nettareo sapore del dono celeste. Di 
quanto dunque dispiacciano la vera semplicita e la schietta pru- 
denza son prova simili ricercatezze, quando uno - per apparire, non 
per esser davvero piu dotto degli altri - si studia d'inserire, come 
fa Pautore di quest'opera, cose estranee alle proprie, al solo scopo 
di persuadere numerosi lettori d'aver letto molti libri, mentre 
questo significa aver sottratto qualche straccetto alle arti liberali, 
non possederle, un aspirare alia gloria dei maggiori, non il rical- 

4. Quam igitur simplicitas . . .maiorum: Ballerini: Igitur huiusmodi af- 
fectata [idest nimio studio quaesita exempla profanorum scriptorum] pro- 
bant quam displiceat vera simplicitas, et mera prudentia, dum quis ela- 
borat ut appareat, non ut sit sapientior ceteris, interserens aliena suis, ut 
iste [interserit], quo tantum persuadeat pluribus se se legisse multa: cum 
hoc sit detraxisse potius pannulos artibus, non habere ipsas artes, appetere 
gloriam maiorum, non sequi. 



238 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

tatoreSj servum, ait quidam 1 nee mentiens, pecus, carpsisse quos 
noster nee omisit Boetius. 2 Sibi igitur inu tiles pernoxii mea in hoc 
sententia omnibus, qui deceptos, si quos reddiderint, aliorum ef- 
ficiunt decep tores, qui scilicet particulas scientiae aliquas meae 
(...) minus provide considerantes, totara aut maximam illius 
summam ipsis putant cessisse et alios praedicando faciunt putare : 
quod inter dictor nimirum mihi videtur quoque innuere, dum 
coram caeco prohibet offendiculum quemlibet ponere? Obtutibus 
namque quidlibet subiectum inefficax cernere, nescio an putari 
possit caecum non esse. Quod Apostolum 4 cum constet sedulo 
cavisse, dum neminem de se plus aliquid desiderat aestimasse, 
quam quod in eo videret et ab ipso audiret, horret, deceptissimus 
si quivis peritum sese aut nobilem aut, quod multo iniquius est, 
iustum, non existens, scriptis praecipue, quae utique post mortem 
eo silente loquantur, mentiri et alios faciens, adstruat seque offen 
diculum ignorantia caecis faciat ipsum obscurum, cum multo fe- 
licius foret ut natum ita latuisse defunctum, quam falsi rumoris 
laude perfunctum. Quo fit ut simulatores peccare non desinant 
etiam mortui, dum sese post mortem quoque faciunt falso laudari. 
Sufficiat igitur istud de istius scrip to ris scientia nee invidiose de- 
tractum nee mendose superadiectum, eius quod sit totius quali- 
tatis atque conaminis argumentum. 5 

i. ait quidam: Orazio, Ep., I, 19, 19. 2. De cons., I, 3, 7. 3. coram 
caeco . . .ponere: Lev., 19, 14. 4. Apostolum: II Cor., 12, 6. 5. Sibi 
igitur inutiles pernoxii . . . argumentum: Ballerini: Igitur inutiles sibi, 
et pernoxii in hoc (mea sententia) omnibus, qui si quos reddiderint 
deceptos, efficiunt deceptores aliorum, qui scilicet minus proinde consi 
derantes aliquas particulas scientiae meae et putant totam aut maximam 
summam illius [scientiae] cessisse fsibi] ipsis et praedicando faciunt alios 
putare : quod nimirum interdictor mihi videtur quoque innuere, dum pro 
hibet quemlibet ponere offendiculum coram caeco. Namque cernere quid 
libet inefficax subjectum obtutibus, nescio an putari possit non esse cae 
cum. Quod cum constet Apostolum sedulo cavisse, dum desiderat neminem 
aestimasse de se aliquid plus, quam quod videret in eo et audiret ab ipso; 
horret [scriptor noster] si quivis deceptissimus adstruat se se peritum, aut 
nobilem, aut (quod multo est iniquius) iustum, non existens [talis] ad 
struat [inquam], praecipue scriptis, quae utique eo silente post mortem lo 
quantur, faciens et alios mentiri; et si faciat seipsum obscurum offendicu 
lum caecis ignorantia, cum foret multo felicius latuisse ut natum, ita de 
functum, quam perfunctum laude falsi rumoris. Quo fit, ut simulatores 
etiam mortui non desinant peccare, dum post mortem quoque faciunt se 
se falso laudari. Sufficiat igitur istud nee invidiose detractum de scientia 
scrip toris istius, nee mendose superadiectum, quod sit argumentum to 
tius qualitatis atque conaminis eius. 



RATERIO DI VERONA 239 

carne le orme. O imitator!, gregge di servi , diceva senza mentire 
un tale. Ne il nostro Boezio manc6 di riprenderli. 

Inutili a se e, in questo, di gran danno a tutti sono, a mio parere, 
coloro che, ove sian riusciti a trarre in inganno alcuni, li inducono 
a ingannare alia lor volta altri: intendo quei tali che prendendo di 
mira con leggerezza alcune particelle del mio sapere, ritengono tut- 
to il mio sapere inferiore al loro, e a gran voce cercano di farlo 
credere ad altri ; la qual cosa mi sembra in verita da evitarsi, cosi 
come si evita di porre innanzi al cieco inciampi d'ogni sorta. 

Ora io non so se s'abbia o no a ritener cecita il pretendere di 
vedere cosa alcuna incapace di mostrarsi al nostro sguardo. Ma, 
mentre e risaputo che da ci6 si guard6 bene PApostolo, la dove 
espresse il desiderio che nessuno avesse a giudicarlo per piu di 
quello che in lui avesse visto o da lui avesse udito, ripugna pensa- 
re che uno, nella sua follia, ritenendosi perito in un'arte, o nobile, 
o - quel ch'e peggio - giusto, mentre non lo e, soprattutto a mezzo 
di scritti che anche dopo la sua morte, quand'egli ormai tace, 
continuano a parlare inducendo anche altri a mentire, colla sua 
ignoranza si renda d'inciampo ai ciechi, mentre sarebbe stato me- 
glio per lui morire oscuro come quando nacque, anzi che circon- 
dato dal clamore d'una falsa rinomanza. Per questa ragione accade 
che i simulatori non cessino di peccare neppure da morti, poiche" 
anche dopo la morte continuano a procacciarsi una falsa lode. 

Or basti dunque quanto abbiamo detto del sapere di questo 
scrittore, senza invidiose detrazioni e senza colpevoli esagerazioni, 
a chiarimento delPindole e dell'intento di tutta 1'opera. 



3 
CARMINA 

Documento import ante del classidsmo delta scuola capitolare Veronese 
sono i due ritmi scoperti e pubblicati dal Ntebuhr: admirabile Ve- 
neris idolum e O Roma nobilis; e il primo specialmente, in cut si 
esprimono sentimenti e si parla un linguaggio che sono, veramente, 
della tivilta pagana. II carme deve aver avuto subito grande suc- 
cesso, dal momenta che e accolto in quelV antologia scolastica con- 
servataci dal codice di Cambridge, di cut abbiamo gia fatto parola. 

Che il classidsmo non sia not a peculiar e della scuola Veronese ci 
mostra un manipolo di dictamina conservato dal codice della Capi 
tolare di Modena che contiene la collezione di Isidoro Mercatore: e 
sono il cosi detto Canto delle scolte e urfelaborazione in versi di 
un passo liviano (v, 47). Notevoli, nel canto delle scolte , i riferi- 
menti, d'ispirazione virgiliana, alia vigilanza di Ettore preservatore 
di Troia, alia perfidia di Sinone, ecc. 

Aggiungiamo V Inno allo Spirito Santo. 



Oltre ad A. VISCARDI, Le origini, in Storia letter aria d* Italia, Milano, 
Fr. Vallardi, 1950, pp. 73-7 e 80, n ediz. rinnov., cfr. G. VECCHI, Poesia 
latina medievale, Parma, Guanda, 1952, pp. 122-5, 374> 37^-7, 64-7, 363. 
Per 1'innografia si veda la v. Inni del recente Disionario ecclesiastico 
di A. Mercati e A. Pelzer, II, Torino, U.T.E.T., 1955. 



16 



DAI CARMINA CANTABRIGIENSIA 

admirabile Veneris idolum. 1 

I 

admirabile Veneris idolum, 
cuius materiae nihil est frivolum, 
Archos te protegat, qui Stellas et polum 
fecit et maria condidit et solum. 
Furis ingenio non sentias dolum: 
Cloto te diligat, quae baiolat colum. 

ii 

Salvato puerum non per ipotesim, 2 
sed firmo pectore deprecor Lachesim, 
sororem Atropos, ne curet heresim. 3 
Neptunum comitem habeas et Tetim, 
cum vectus fueris per fluvium Tesim. 
Quo fugis, amabo, cum te dilexerim? 
miser quid faciam, cum te non viderim? 

in 

Dura materies ex matris ossibus 
creavit homines iactis lapidibus, 4 
ex quibus unus est iste puerulus, 
qui lacrimabiles non curat gemitus. 
Cum tristis fuero, gaudebit emulus: 
ut cerva rugio, cum fugit hinnulus. 

i. Testo di L. Traube, O Roma nobilis, nelle Abhandl. d. philos.-philol 
Classe d. kon. bayer. Akad. d. Wissensch. , xix, 1891, p. 307, e di K. 
Strecker, Carmina Cantabrigiensia, Berlino, Weidmann, 1926, pp. 105 sgg. 
(Dei Carmina Cantabrigiensia si veda anche la recente ediz. curata da W. 
Bulst, Heidelberg, Winter, 1950). Traduzione di Tilde Nardi. 2. non per 
ipotesim: per avere un senso plausibile, propongo di leggere ipocrisim (il 
cod. Vat. ha ypothesim) o forse ipocresim, II Traube, ib., p. 307, traduce: 
nicht in Scherzspiel (B. Nardi). 3. ne curet heresim: il Traube traduce: 
darnit sie nicht sinnt, dich zu verlassen , Ma perche dich e perche" ver- 
lassen ? II poeta si volge alle tre Parche, e prima prega Cloto di carnpare 
il giovane dai ladri, poi, non per finzione ma con cuor sincero, invita La- 
chesi a proteggerlo nella vita, infine, ricordandosi che Lachesi e sorella di 
Atropo, fa voti che questa non PaccmfE: heresis, apeai, e sostantivo di 
alpeco (B. Nardi). 4. Dura . . . lapidibus: cfr. Ovidio, Metam., I, 348 sgg. 



DAI CARMI DI CAMBRIDGE:) 
O mirabile immagine di Venere. 

*a 

I 

O mirabile immagine di Venere, la cui natura niente ha d'imper- 
fetto, ti protegga Colui che cre6 gli astri e il cielo, i mari e la terra. 
Che tu non abbia mai a patir frode dalPastuzia d'un ladro ; e ti ami 
Cloto che regge la conocchia. 

II 

Salva il fanciullo. Non per fmzione, ma con fermo cuore io 
supplico Lachesi, sorella di Atropo, che questa non 1'abbia a 
ghermire. E come compagni, allorch6 navigherai il flume Adige, 
t'auguro Nettuno e Teti. Dove fuggi, di grazia, dopo che t'ho 
tanto amato? Che fare- io misero, quando non ti vedrb piu? 

ill 

Una dura materia, tratta dalle ossa della madre, cre6 gli uomini 
con un lancio di pietre: una di quelle pietre e questo fanciul- 
letto che non si da cura dei miei pietosi gemiti. Quando io saro 
triste, godra il rivale: bramisco come una cerva che ha perduto 
il cerbiatto. 



244 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

O Roma nobilis. 1 



O Roma nobilis, orbis et domina, 
cunctarum urbium excellentissima, 
roseo martyrum sanguine rubea, 
albis et virginum liliis Candida: 
.salutem dicimus tibi per omnia, 
te benedicimus : salve per secula. 

II 

Petre, tu praepotens caelorum claviger, 
vota precantium exaudi iugiter. 
Cum bis sex tribuum sederis arbiter, 
factus placabilis iudica leniter. 
Teque petentibus nunc temporaliter 
ferto suffragia misericorditer. 

in 

Paule, suscipe nostra precamina, 
cuius philosophos vicit industria. 
Factus economus in domo regia 
divini muneris appone fercula, 
ut, quae repleverit te sapientia, 
ipsa nos repleat tua per dogmata. 



i. Testo di L. Traube, 1. c., p. 300. II carme, che non fa parte dei Canta- 
bngiensia, e stato pubblicato piu volte. Traduzione di Tilde Nardi. 



CARMINA 245 

O nobile Roma. 

I 

O nobile Roma, signora del mondo, la piu eccelsa tra tutte le citta, 
arrossata dal purpureo sangue dei martiri, Candida pei bianchi 
gigli delle vergini, te salutiamo, te benediciamo: salve per tutti i 
secoli. 

II 

O Pietro, possente portiere dei cieli, esaudisci sempre le preghiere 
dei supplici, Allorch6 siederai arbitro delle dodici tribu, fatto 
clemente, giudica con indulgenza. E quanti in questa vita ora ti 
supplicano, assolvi misericordioso. 

Ill 

Accogli le nostre preghiere, o Paolo, la cui saggezza vinse i filosofi. 
Divenuto economo nella reggia di Dio, servici i doni della grazia 
divina, acciocche quella sapienza di cui sei pieno, attraverso i tuoi 
insegnamenti sazi noi pure. 



DAI CARMINA MUTINENSIA" 1 
II canto delle scolte modenesi. 

i 

O tu qui servas armis ista moenia, 
noli dormire, moneo, sed vigila! 

Dum Haector vigil extitit in Troia, 
non earn cepit fraudulenta Gretia. 

Prima quiete dormiente Troia 
laxavit Synon fallax claustra perfida. 2 

Per funem lapsa ocultata agmina 
invadunt urbem et incendunt Pergama. 

Vigili voce avis anser Candida 3 
fugavit Gallos ex arce Romulea; 

pro qua virtute facta est argentea 
et a Romanis adorata ut dea. 

Nos adoremus caelsa Christi numina: 
illi canora demus nostra iubila, 

illius magna fisi sub custodia, 
haec vigilantes iubilemus carmina: 

Divina mundi, rex Christe, custodia, 
sub tua serva haec castra vigilia. 

Tu murus tuis sis inexpugnabilis, 
sis inimicis hostis tu terribilis. 

Te vigilante nulla nocet fortia, 

qui cuncta fugas procul arma bellica. 

Tu cinge nostra haec, Christe, munimina, 
defendens ea tua forti lancea. 

i. Testo di L. Traube, nei M. G. H., P. Ae. C., in, pp. 703-6, e vedi A. 
RONCAGLIA, // canto delle scolte modenesi, in Cultura neolatina, vm, 1948, 



DAI (cCARMI MODENESI)) 

// canto delle scolte modenesi. 



lu che in armi difendi coteste mura, non dormire, bada, ma vi- 
gila! Finche Ettore vigi!6 in Troia, non pote espugnarla la frau- 
dolenta Grecia. Ma non appena Troia s j abbandon6 al sonno, 
Sinone Tingannatore apri le perfide latebre [del cavallo]. Gli armati 
ivi nascosti, calati con una fune, invadono la citta e appiccano il 
fuoco a Pergamo. Con la vigile voce la Candida oca respinse i 
Galli dalla rocca romulea, e in ricompensa della sua fedelta le fu 
fatto un simulacro d'argento e fu adorata dai Romani come dea. 
Adoriamo noi Peccelsa divinita di Cristo: inalziamo a lui i nostri 
canti di giubilo, sicuri sotto la sua possente custodia. Vigilando, 
effondiamo la nostra gioia in questi canti : Cristo re e divino 
protettore del mondo, prendi sotto la tua custodia questa citta. 
Sii tu ai tuoi fedeli un muro inespugnabile, sii pei nemici un ne- 
mico terribile. Se vigili tu, che da lungi metti in fuga tutte le armi 
guerriere, nessuna forza pu6 recarci danno. Cingi tu, Cristo, queste 
nostre fortificazioni, difendendole colla forte tua lancia. Santa 



pp. 5-46, e 205-33 (sulle varie edizioni, p. 6, n. 8). Traduzione di Tilde 
Nardi. 2. Prima . . . perfida: cfr. Virgilio, Aen., n, 57 sgg. 3. Vigili . . . 
Candida: cfr. Virgilio, Aen., vin, 652-6, e il commento di Servio, dimenti- 
cati in questo luogo dal Traube che se ne ricord6 piti tardi. 



248 SCRITTURE E SCRITTORI DEI SECOLI IX E X 

Sancta Maria, mater Christ! splendida, 
haec, cum lohanne, teothocos, impetra, 

quorum hie sancta venerantur pignora 
et quibus ista sunt sacrata numina. 

Quo duce, victrix est in bello dextera 
et sine ipso nihil valent iacula. 

Fortis iuventus, virtus audax bellica, 
vestra per muros audiantur carmina, 

et sit in armis alterna vigilia, 

ne fraus hostilis haec invadat moenia. 

Resultet haecco comes: eia, vigila! , 
per muros: eia, dicat haecco vigila! 

n 1 

Confessor Christi, pie dei famule, 
Geminiane, exorando supplica, 

ut hoc flagellum, quod meremur miseri, 
celorum regis evadamus gratia. 

Nam doctus eras Attile temporibus 
portas pandendo liberare subditos. 

Nunc te rogamus, licet servi pessimi, 
ab Ungerorum nos defendas iaculis. 

Patroni summi, exorate iugiter 

servis pro vestris implorantes dominum. 



i. II canto e un'invocazione a san Geminiano, patrono di Modena, du- 
rante la prima scorreria degli Ungari in Italia nel 899-900, quando parte 
delle orde ungariche giunse fino a questa citta. 



CARMINA 249 

Maria, splendente madre di Cristo, impetra [per noi] queste cose, 
Madre di Dio, e con te Giovanni, voi di cui in questa citta si 
venerano i sacri pegni e a cui son consacrate queste immaginl. 
Sotto la guida di Cristo, la destra in guerra e invitta, senza di lui 
a nulla servono i dardi. 

Forte gioventu, prode e audace in guerra, i tuoi canti si effon- 
dano per le mura. E in armi a turno vegliate onde la nemica 
frode non sorprenda queste mura. Echeggi il grido che accompa- 
gna la guardia: eia, vigila! , e per le mura Peco risponda: 
eia, vigila! 

n 

O Geminiano, confessore di Cristo, pio servo del Signore, im 
petra con le tue preghiere che a questo flagello, che pur noi mise- 
rabili meritiamo, per grazia del Re dei cieli possiamo scampare. 
Che tu sapevi, ai tempi di Attila, aprendo le porte, liberare i 
sudditi. Ed ora noi, benche servi indegni, ti scongiuriamo che ci 
difenda dalle saette degli Ungheri. O sommi patroni, pregate senza 
tregua per noi, servi vostri, implorando il Signore. 



INNO ALLO SPIRITO SANTO 1 

Veni, creator Spiritus, 
mentes tuorum visita, 
imple superna gratia 
quae tu creasti pectora. 

Qui Paraclitus diceris, 
donum Dei altissimi, 
fons vivus, ignis, caritas 
et spiritalis unctio. 

Tu septiformis munere, z 
dextrae Dei tu digitus, 
tu rite promisso 3 Patris 
sermone ditans guttura. 

Accende lumen sensibus, 
infunde amorem cordibus, 
infirma nostri corporis 
virtute firmans perpeti. 

Hostem repellas longius, 
pacemque dones protinus: 
ductore sic te praevio, 
vitemus omne noxium. 

Per te sciamus, da, Patrem 
noscamus atque Filium 
te utriusque Spiritum 
credamus omni tempore. 

Praesta, Pater piissime, 
Patrique Compar unice, 
cum Spiritu Paraclito 
regnans per omne saeculum. 



i. II Veni creator spiritus, inno allo Spirito Santo, classico nella liturgia 
e nella devozione cristiana, e state via via ascritto a sant'Ambrogio (f 397), 



INNO ALLO SPIRITO SANTO 

Vieni, Spirito creatore; le menti de* tuoi visita; riempi di grazia 
superna i petti che tu hai create. 

Tu che hai nome di Paraclito, dono del Dio altissimo, fonte viva, 
fuoco, carita e unzione spirituale. 

Tu settiforme nei doni, tu dito della destra di Dio, tu che per 
una promessa formale del Padre arricchisti di parola le labbra. 

Ai sensi accendi un lume, nei cuori infondi Pamore, le parti 
inferme del nostro corpo corroborando con una forza perpetua. 

Respingi sempre piu lontano il nemico, e dona subito la pace: 
cosi, avendo innanzi a noi te condottiere, eviteremo ogni danno. 

Dacci di conoscere il Padre per te, e conoscere il Figlio, e credere 
in te, Spirito d'entrambi, in ogni tempo. 

Concedi, Padre piissimo, e tu al Padre unico Pari, con lo Spirito 
Paraclito, che regni in ogni secolo. 



a san Gregorio Magno (f 604), a Carlo Magno (f 814), a Rabano Mauro 
(t 856), sempre senza prove. A. WILMART, Auteurs spirituels et textes devots 
du moyen dge latin, fitudes d'histoire litteraire, Paris, Blond, 1952, p. 38, vi 
riconosce Touvrage d'un poete inconnu qui florissait au declin du IX sie- 
cle. II testo quello costituito dal Wilmart, 1. c., sui manoscritti piti. anti- 
chi. Traduzione e note di don Giuseppe de Luca. 2. septiformis munere: 
allusione ai sette doni dello Spirito Santo : Sapienza, Intelletto, Consiglio, 
Fortezza, Scienza, Pieta, Timore di Dio (cfr. Isaia, n, 2). L'espressione 
Spiritus septiformis e gia presente in un testo di papa Damaso, o meglio del 
Conciho Romano, del 382 (v. H. DENZINGER - C. BANNWART, Enchiridion 
symbolorum, Freiburg i. Br., B. Herder, 1911, p. 35, par. 83). 3. promisso: 
ablativo del sostantivo promissum. 



4 
FORMOLE VOLGARI 

Oltre un secolo e mezzo dopo Vindovinello Veronese, il volgare, che 
nelle scritture non riesce a vincere il latino, ci si fa incontro in nuovi 
documenti: i cosiddetti pladti campani, di Capua, Sessa Aurunca e 
Teano. Si tratta di testimonianze rese davanti algiudice e inserite cosi 
come furono rese, doe in volgare, nel verbale redatto ritualmente in 
latino. A rigore, non avendo carattere letterario, i pladti non do- 
vrebbero trovar posto in questa antologia; la loro importanza per la 
storia del volgare, dello strumento doe della nostra letteratura, con- 
siglia e giustifica urieccezione. 

Hanno colpito gli studiosi che si sono occupati dei quattro docu 
menti, oltre alia somiglianza, dipendente dalla materia e dalla pro- 
cedura, delle formole, due fatti: la data, quasi identica per tutti e 
quattro (960, 963), e la vidnanza dei luoghi. Aggiungi che si tratta 
di cause in cut erano parte il monastero di Montecassino o sue propag- 
gini; e nell'archivio del monastero sono custodite le pergamene che 
contengono questi che il Rajna, rifacendosi ai due soli pladti a lui noti, 
di Capua e di Teano (i), chiamb (e avrebbe chiamato forse anche dopo 
il ritrovamento deirindovinello Veronese) i piu antichi periodi riso- 
lutamente volgari nel dominio italianoi>. 

La coinddenza accennata, piu patente oggi che i pladti sono quat 
tro, indusse il Rajna a esprimere Vopinione che nel tempo e nel luogo 
in parola [Montecassino], il fondo della tradizione romana doveva 
essersi fissato in qualche determinazione specifica. Ma la speranza 
di trovare a Montecassino, a conferma di quanto ora detto, altri 
documenti simili ai pladti si e dimostrata vana, e Alessandro Sepulcri 
ne ha detto il perche. 

GIUSEPPE VIDOSSI 



Per i testi dei placiti, di cui riportiamo solo la parte in volgare, ci siamo 
attenuti alia trascrizione datane da D. M. INGUANEZ nella Miscellanea 
cassinese a cura dei monaci di Montecassino n. 24 (1942). Come era dove- 
roso, abbiamo tuttavia introdotto nel testo della prima formola di Teano i 
ritocchi indicati da G. MUZZIOLI, La formula testimoniale del memoratorio 
di Teano, Roma 1950; cfr. A. MONTEVERDI in Cultura neolatina, xn 
(1952), p. 169. 



FORMOLE VOLGARI 253 

Le note, da noi citate, di Pio RAJNA e di A. SEPULCRI si leggono rispetti- 
vamente nel vol.xx della Romania (1891), pp. 385-402, e nell'opuscolo, 
dedicate dal Sepulcri a Francesco Novati, Intorno a due antichissimi docu- 
menti di lingua italiana, Bergamo 1908. 

Sulle osservazioni linguistiche a cui i placiti possono dar luogo si rimanda 
il lettore al capitolo di questo volume U Italia dialettale fino a Dante, 
a G. DEVOTO, Profile* di storia linguistica italiana. Firenze, La Nuova Italia, 
1953 (2 a ed. 1955), a G. FOLENA in Paragone n. 50 (1954), p. 31, e ad 
A. CASTELLAN: in Lingua nostra, xvn (1956), pp. 3-4. 



PLACITO DI CAPUA 
MARZO 960 

Sao ko 1 kelle terre, per kelle fini que ki contene, 2 trenta anni le 
possette 3 parte sancti Benedict!. 4 

PLACITO DI SESSA AURUNCA 
MARZO 963 

I 

Sao ceo kelle terre per kelle fini que tebe 1 monstrai, Pergoaldi 
foro, 2 que ki contene, et trenta anni le possette. 

ii 

Sao ceo kella terra per kelle fini que tebe monstrai, Pergoaldi 
foro, que ki conteno, et trenta anni le possette. 



PRIMO PLACITO DI TEANO 
LUGLIO 963 

Kella terra per kelle fini que bobe 1 mostrai sancte Marie 2 e, et 
trenta anni la posset parte sancte Marie. 

SECONDO PLACITO DI TEANO 
OTTOBRE 963 

Sao ceo kelle terre, per kelle fini que tebe mostrai, trenta anni le 
possette parte sancte Marie. 

Placito di Capua. La formula ricorre quattro volte, i. Sao ko: so che. 
2. per . . . contene-. con quei confini che qui (cioe nella abbreuiatura conte- 
nente la descrizione dei confini, che il teste doveva tenere in mano) si 
contengono. 3. possette: possedette. 4. parte sancti Benedicti: il mona- 
stero cassinese di S. Benedetto. Placito di Sessa Aurunca. La formula 
ricorre quattro volte, la prima (i) in forma lievemente diversa dalle se- 
guenti (n). i. tebe: ti, a te. 2. foro: furono. Primo placito di Teano. 
La formula ricorre una sola volta. i. bobe : vi, a voi. 2. sancte Marie: 
il monastero di S. Maria de Cengla, dipendente da quello di Montecas- 
sino. Secondo placito di Teano. La formula ricorre una sola volta. 



PARTE SECONDA 



IL SECOLO XI 



I. Cronistica e storiografia. 



IL CHRONICON NOVALICIENSE 

Nel secolo XI & largamente documentata una ricchissima storiografia 
monastica, risultante di monumenti novalicensi, nonantolani, farfensi 
e cassinesi. Di grande significato, nella storia delta storiografia, i testi 
farfensi, come vedremo. Ma, sotto Vaspetto letterario, di particolare 
rilievo e il testo novalicense, il Chronicon Novaliciense, interessante 
documento, piii che storico, umano, il cui autore ha una personalitd 
molto spiccata, che si manifesta in una scrittura assai viva ed in- 
tensa. II Chronicon ha sgomentato gli storici, dal Mur atari in giii, 
per gli errori che contiene; per la incerta e confusa struttura, per la 
disinvoltura onde vi sono accolte le leggende piii fantasiose e puerili, 
per il disordinato procedere del discorso, per la bonarietd e la sem- 
plicitd con cui, indiscriminatamente, vi si accettano le testimonianze 
piu disparate. 

Con tutto questo, e opera di uno storico, che ha anima e sensibilitd 
di poeta. Di uno storico: che non inventa, non si abbandona alia 
fantasia; ma riferisce quel che ha visto, udito, letto. Sono i tre verbi 
che il cronista stesso usa quando indica i mezzi mediante i quali ha 
raccolto il materiale impiegato per la compilazione della biografia 
di sant'Eldrado: ma, osserva il Cipolla, possono applicarsi in gene- 
rale alia compilazione del Chronicon: le cui fonti sono bensl, spesso, 
or ali - testimonianze monastiche e non monastiche, personali ricor- 
di dell* autore ecc. , ma anche, e forse piu spesso, narrative e docu- 
mentali. Del materiale accolto nella biblioteca e nelVarchivio della 
ma Novalesa, il cronista mostra conoscenza larga e sicura; e ne usa 
zbilmente, non con freddo e pacato rigore, bensl passionatamente 
reagendo allo stimolo delle fonti, 

Senga dubbio, curiositd acuta di storico ha il nostro, che sente 
^esigenza di fondarsi suirautoritd del documento autentico e alle 
fonti diplomatiche ed epigrafiche si accosta con devota riverenza e 
\e interpreta con acume. Ma e, il nostro, uno storico formatosi alia 
>cuola di Gregorio Turonense, di Paolo Diacono, di Liutprando di Cre 
mona; e percib non cerca solo la ricostruzione obbiettiva di un pro- 
:esso o V accertamento dei fatti; ma rivive, con una partecipazione 

17 



DAL CHRONICON NOVALICIENSE" 1 
LIBRI II, CAPP. VII-XII 

vir. Dicitur autem in hoc monasterio 2 prisco habuisse tempore 
monachum quendam, olitorem, nomine Vualtharium, 3 nobili orto 
stigmate, ac regali procreatum sanguine. Famosissimus enim valde 
ubique fuisse adletham ac fortis viribus refertur. Sicut de eo qui- 
dam sapiens versicanorus scripsit: 

Vualtarius fortis, quern nullus terruit hostis, 

colla sup[er]ba domans, victor ad astra volans, 
vicerat hie totum duplici certamine mundum, 

insignis bellis, clarior ast mentis. 
Hunc boreas rigidus tremuit quoque torridus Indus, 

ortus et occasus solis eum metuit. 
Cuius fama suis titulis redimita coruscis, 

ultra [cajesareas scandit abhinc aquilas. 

Hie post multa prelia et bella, que viriliter in seculo gesserat, cum 
iam prope corpus eius senio conficeretur, recordans pondera suo- 
rum delictorum, qualiter ad rectam penite[nciam] pervenire mere- 
retur. Qui cum in monasterio ubi districtior norma custudiretur 
monacorum explere melius deliberasset, continuo baculum queri- 
tans perpulcrum, in cuius summitate plurimis configi precepit 
anulis, qui per singula ipsorum anorum 4 singulis tintinabulis ap- 

i.Testo di C. Cipolla, Monumenta Novaliciensia vetustiora, nella F.I.S., 
vol. n, 32, pp. 135-56. Traduzione di Tilde Nardi. 2. in hoc monasterio: il 
monastero della Novalesa, benedettino, fondato nel 726 ai piedi del Mon- 
cenisio, ebbe la protezione dei re franchi e assurse nel medioevo a notevole 
importanza per opera di alcuni celebri abati. Attraverso varie vicende, si 
resse fino al 1796, quando Napoleone lo fece sopprimere: fu ripristinato 
dalla Restaurazione e dur6 ancora qualche decennio, finch6 fu soppresso 
definitivamente. II Chronicon e il documento piu interessante per la sto- 
ria di questa abbazia, e fu scntto nel secolo XI da un monaco anonimo. 
3. Vualtharium'. Valtario: e 1'eroe deU'omonimo poema latino Waltharius, 
composto dal monaco Ecchehardo I di San Gallo verso la fine del secolo X 
e rielaborato all'inizio del secolo XI da Ecchehardo IV. II poema, di 1456 
esametri, espone una leggenda eroica germanica formatasi probabilmente 
nel secolo V, e cioe le vicende del giovane Valtario (Gualtiero) d'Aquitania 
e di Ildegonda, figlia del borgognone Herrich, ostaggi alia corte di Attila, 
donde fuggono col tesoro del re. Nei Vosgi s'imbattono nel franco Gun- 
dario, che vuole impossessarsi del tesoro, e dopo duelli e battaglie in cui 
rifulge il valore di Valtario, hanno luogo le sue nozze con Ildegonda. 



DALLA CRONACA DELLA NOVALESA 
LIBRO II, CAPP. VII-XII 

vn. Si racconta che anticamente vivesse in questo monastero un 
monaco, ortolano, di nome Valtario, nato di nobile schiatta e di- 
sceso di sangue reale. Si dice invero che egli fosse atleta ovunque 
famosissimo e uomo di gran vigore. E cosi di lui canto un saggio 
poeta: 

II forte Valtario, cui nessun nemico incusse terrore, 

che pieg6 superbe cervici, che per le sue vittorie s'inalzo fino agli 

astri, 

aveva trionfato su tutto il mondo in una duplice gara: 
con la fama delle armi, ma piu ancora con quella delle sue virtu. 
II gelido Borea, il torrido Indo tremarono innanzi a lui, 
Toriente e Poccidente lo temettero, 
La sua fama, coronata dallo splendore dei suoi meriti, 
vo!6 piu alto delle regali aquile. 

Egli, dopo molte battaglie e guerre che da prode aveva combattute 
nel mondo, quando ormai la vecchiaia cominciava a infiacchire il 
suo corpo, rammentando il peso delle sue colpe, [penso] in che 
modo potesse meritare di fame la dovuta ammenda. E avendo 
giudicato che poteva meglio raggiungere questo scopo in un mo 
nastero ove s'osservasse una piu rigida norma monacale, tosto si 
procure- un bellissimo bastone, in cima al quale fece fissare vari 
anelli e ad ogni anello fece attaccare un campanellino ; e, vestito 

La leggenda e svolta anche in due frammenti di poema anglosassone del 
secolo VIII o IX, in un poema medio-alto-tedesco circa del 1200, ed e 
rielaborata nel Chronicon Novaliciense, ove sono inseriti anche alcuni versi 
di Ecchehardo. Qui per6 vi e aggiunta la monacazione di Valtario, che 
appare una contaminazione con la leggenda della monacazione di Gu- 
glielmo d' Orange e la Conversio Ohigerii militis. II Waltharius, perve- 
nuto in numerosi codici, & stato edito da J. V. Scheffel e A. Holder, 
Stuttgart, Metzler, 1874; i riscontri dei versi del Waltharius inseriti nella 
cronaca, fatti da C. Cipolla e riportati nelle nostre note, si riferiscono alia 
numerazione di questa edizione. II Waltharius e stato edito anche da: H. 
Althof (Lipsia, I, 1899; II, 1905); I. W. Beck (Groninga 1908); K.Strecker 
(in ediz., Berlino, Weidmann, con traduz. tedesca di Peter Vossen, 194?). 
Per la contaminazione della leggenda di Valtario con quella della mona 
cazione cfr. P. RAJNA, Contributi alia storia dell'Epopea, in Romania , 
xxin, pp. 36-61. ^.anorum: sic. Leggi: anulorum. 



262 IL SECOLO XI : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

pendi fecit, sumensque habitum peregrini atque cum ipso pene 
totum peragrans mundum, ut exploraret cum ipso studia vitae mo- 
nacorum atque regula ad quorumcumque pervenisset monasteria. 
Tuncque illam, quam olim ferunt peregrinacionem habuisse, agres- 
sus est. Qui cum in qualicumque ingrederetur monasterium, tern- 
pore, quo ipsi monachi ad laudes Deo reddendas intrabant, hoc 
enim ipse valde observabat, percuciebat siquidem bis, vel ter cum 
ipso baculo pavimentum ecclesie, ut ad sonitum ipsorum tintin- 
nabulorum discerneret illorum disciplinam. Erat enim in eo ma 
xima calliditas et sollertis explo ratio, ut sic monachorum disci 
plinam agnosceret. Qui, cum, ut supra retulimus, prope totum 
peragrasset cosmum, venit utique ad Novaliciensem tune in studio 
sanctitatis famosissimum monasterium, ubi, cum ingressus esset 
ecclesiam, percussit more solito ecclesie solum. Ad quern sonitum 
quidam ex pueris retrorsum aspiciens, ut videret quid hoc esset. 
Protinus magister scole in eum prosiliens, alapa percussit puerum 
alumpnum. Ubi ergo Vualtarius talia vidit, ingemuit ilico et ait: 
En ergo hie, quod multis diebus nonnulla terrarum spacia que- 
ritans repperire talia adhuc non valui. Exiens igitur statim ab 
ecclesia, mandavit siquidem abbati, ut secum colloquium habere 
dignetur. Cui cum suam insinuasset voluntatem, in pr[o]ximo 
habitum sumen[s] monacorum, efficitur protinus cultorem orti 
sponte et voluntarie ipsius monasterii. Ipse vero accipiens duas 
longissimas funes, extenditque eas per ortum, unam scilicet per 
longum, altera namque per transversum. Tempore estatis, omnes 
noxias in illas suspendebat erbas, videlicet radicibus ipsarum de- 
super expandebat contra solis fervorem, ut ultra non vivificarentur. 

vni. Hie ergo Vualtarius quis vel unde nuperrime fuerit, vel a 
quo patre genitus sit, non est bonum silencio abscondere. Fuit enim 
quidam rex in Aquitanie regnum nomine Alferus. 1 Hie de coniuge 
propria habuit filium nomine Vualtarium, quern supra nomina- 
vimus. Huius temporibus in Burgundie regnum alius rex extiterat 
nomine Criricus, 2 qui similiter habuit filiam, valde decoram, no 
mine Ildegundam. Hii vero reges iuramentum inter se dederant, 
ut quando ipsi pueri ad legitimam etatem primitus venissent, se 

i. Uno dei signori di Aquitania nel secolo V, quando questa regione fu in- 
vasa e occupata dai Visigoti. 2. Burgundie . . . Criricus: i Burgundi, po- 
polazione di origine germanica, si erano stanziati nella Provincia Belgica, 



CHRONICON NOVALICIENSE 263 

1'abito del pellegrmo, giro quasi tutto il mondo con quel bastone, 
per indagare, servendosi di esso, le abitudini di vita dei monaci e la 
regola di tutti i monasteri ai quali giungeva. Fu allora che cominci6 
la peregrinazione che, a quanto si racconta, egli un tempo intra- 
prese. Egli, allorche entrava in un qualsiasi monastero, nel mo- 
mento in cui i monaci cominciavano a elevare le lodi a Dio si po- 
neva in attenta osservazione di ci6: batteva due o tre volte col 
bastone il pavimento della chiesa per farsi un'idea, mentre i cam- 
panelli squillavano, del grado del loro raccoglimento. Era in lui 
infatti grandissima accortezza e sagacemente investigava per ac- 
certare in tal modo la disciplina dei monaci. Dopo aver girato, 
come sopra s'e detto, quasi tutto il mondo, giunse infine al mona 
stero della Novalesa, allora famosissimo per ardore di santita; 
quivi, entrato nella chiesa, ne percosse come soleva il pavimento. 
Volgendosi a quel rumore uno dei fanciulli per vedere di che si 
trattasse, tosto il maestro di scuola, piombatogli addosso, men6 
all'alunno uno schiaffo. Ci6 vedendo Valtario uscl allora in questa 
subitanea esclamazione : Ecco dunque qui ci6 che cercai per 
molti giorni attraverso tante regioni della terra, senza poterlo fmo 
a questo momento trovare. E uscito senz'altro dalla chiesa, 
mand6 a chiedere all' abate che si degnasse di concedergli un col- 
loquio. Avendogli manifestato il suo desiderio, vesti di li a poco 
Tabito monacale, divenendo subito dopo, per sua spontanea ele- 
zione, ortolano del monastero. Munitosi quindi di due lunghis- 
sime corde, le tese nell'orto, una per lungo, Paltra per traverso; e 
d' estate vi appendeva tutte le erbe nocive, esponendone le radici 
alFardore del sole perch6 non vivessero oltre. 

vm. A questo punto pertanto non e giusto tacere chi fosse Valtario, 
donde in origine fosse venuto e di qual padre fosse nato. Vi fu 
nel regno d'Aquitania un re di nome Alfero. Dalla propria moglie 
costui ebbe un figlio di nome Valtario, che e quello di cui sopra 
abbiamo parlato. In quel tempo regnava in Burgundia un altro re 
di nome Cririco, che ebbe a sua volta una figlia, molto bella, chia- 
mata Ildegonda. Questi due sovrani s'erano scambiato giuramento 
che i fanciulli, non appena avessero raggiunta la giusta eta, vale 

e furono sconfitti nel 437 dall'imperatore Ezio, che si servi per questo di 
mercenari Unni. Ma nel Nibelungenlied, il re Gunther e il regno dei Bur- 
gundi cadono per opera di Attila. Cririco (Herrich) fu signore di Burgun 
dia nel secolo V. 



264 IL SECOLO XI: CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

invicem sociarent, scilicet cum temppus nubendi illis venisset. Qui 
ergo pueri antequam se sociarent, subiecta sunt regna patrum suo- 
rum, atque ipsi obsides dati sub dicione regis Atile, Flagellum 
Dei, qui eos secum duxerat cum Aganone, obside regis Francorum, 
nomine Gibico. 

vim. Hii namque pueri Attila causa obsidionis a propriis acci- 
piens patronibus, cum maxima pecunia ad suam cum suis repetit 
arva. Sic qui dam metricanorus de ipsis ait: 

Tune Avares 1 gazis onerati denique multis, 
obsidibus sumptis Haganone, Hilgunde puella, 
nee non Vualthario redierunt pectore leto. 
Attila Pannonias ingressus et urbe receptus, 
exulibus pueris magnam exhibuit pietatem. 
Hac veluti proprios nutrire iubebat alumpnos, 
virginis et curam reginam mandat habere. 
Ast adblescentes propriis conspectibus ambos 
semper inesse iubet, sed et artibus imbuit illos, 
presertimque iocis belli sub tempore habentis. 
Qui simul ingenio crescentes mentis et evo 
robore vincebant fortes animoque sophistas, 
donee iam cunctos superarent fortiter Hunos. 
Militie primes tune Attila fecerat illos, 
sed non inmerito, quoniam si quando moveret 2 

bella per insignes regionum illarum, isti ex pugna victoria mica- 
bant. Ideoque princeps ille quidni dilexerat illos. Virgo etiam que 
cum ipsis ducta fuerat captiva, Deo sibi prestante regine placavit 
multum et ipsa auxit illi amorem. Ex nobilis ergo moribus et ope- 
rum habundans sapientie, ad ultimum vero fit ipsa regis et regine 
thesauris custoda, cunctis et modicum deest quin regnet et ipsa, 

nam quicquid voluit de rebus fecit et actis. 3 

Gybicus interea rex Francorum defungitur, et regno illo Cund- 
harius 4 eius successit filius, statimque foedera Pannoniarum dis- 

1. Avares: Avari, nome con cui sono designati gli Unni. Popolo d'ori- 
gine asiatica e affine agli Unni, si spinsero nel V secolo verso 1'Occidente. 

2. Walth., QS^io?- 3- Walth., 116. 4. Cundharius: Gundario. I nomi 
dei personaggi storici sono trattati talvolta confusamente dalle leggende: 



CHRONICON NOVALICIENSE 265 

a dire quando fosse venuto per loro il momenta di sposare, si do- 
vessero unite in matrimonio. Se non che, prima che i due fanciulli 
s'unissero, i regni dei loro genitori vennero assoggettati ed essi 
stessi dati in ostagglo al re Attila, flagello di Dio, che li condusse 
seco insieme ad Aganone, ostaggio del re dei Franchi che aveva 
nome Gibico, 

vim. Ricevuti cosi questi fanciulli dai loro stessi padri come ostag- 
gi, Attila se ne torn6 coi suoi alia sua terra portandosi ingente bot- 
tino di denaro. Cosi cant6 di loro un poeta: 

Allora finalmente gli Avari, carichi di molti tesori, 

dopo aver preso come ostaggi Aganone, la fanciulla Ildegonda 

e parimente Valtario, lieti in cuore fecero ritorno. 

Attila, rientrato in Pannonia e accolto nella sua citta, 

dimostro agli esuli fanciulli grande affetto. 

Voile perci6 che fossero allevati come figli suoi 

e ordina alia regina d'aver cura della fanciulla. 

I giovinetti, poi, vuol sempre averli entrambi accanto a se 

e li addestra a ogni arte, e piu che a ogni altra 

all'arte della guerra quando se ne presenti Poccasione. 

Ed essi crescendo parimente d'eta e d'ingegno 

vincevano in vigore i forti e in dottrina i dotti, 

sino a superare di molto tutti gli Unni. 

Attila allora li pose a capo del suo esercito, 

e non immeritatamente, poiche se gli accadeva di portar 

guerra nelle regioni piu importanti, essi uscivano dalla pugna nel 
fulgore della vittoria, e perci6 quel sovrano li aveva cari. Anche 
la fanciulla, ch'era stata condotta prigioniera insieme a loro, con 
Taiuto di Dio entro nelle grazie della regina che pose in lei sempre 
maggior amore. Si che pei suoi nobili costumi e per la dovizia delle 
sue virtu, fini per diventare custode dei tesori del re e della regina, 
e poco mancava che ella stessa regnasse, 

ch6 in ogni cosa faceva quel che voleva. 

Venne a morte nel frattempo Gibico re dei Franchi e gli successe 
nel regno il figlio Gundario, che tosto ruppe i patti con la Pannonia, 

Gunther fu Tultimo re dei Burgundi, sconfitto dagli Unni o direttamente 
da Attila. Qui lo si ritiene il re dei Franchi. 



266 IL SECOLO XI : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

solvit, atque censum illi deinceps negavit. At vero Haganus exul, 
agnita proprii domini morte, ilico fugam parat. Ex cuius discessum 
rex cum regina multum dolentes, Vualtharium retinere nitentes, 
ne forte simili exitu ilium ammittentes, rogare ilium coeperunt, 
utfiliam alicuius regis satrapisPannoniarumsummeret sibi uxorem, 
et ipse ampliaret illi rure domosque. Quibus Vualtharius talia re- 
spondit verba: - Si nuptam- inquid accipiam, secundum Do 
mini preceptum, 

in primis vinciar curis et amore puelle 
edificare domos cultumque intendere ruris; 1 

nil ergo, mi senior, tarn dulce mini, quam semper tibi inesse fideli, 
teque, optime, deprecor, pater, per propriam vitam, atque per 
invictam gentem Pannoniorum, 

ut non ulterius me cogas summere tedas. z 

Cumque hec dixisset, sermones statim deserit omnes. Sicque rex 
deceptus, sperans Vualtharium recedere numquam. Moxque sa- 
trape illi certissima venerat fama de quandam gentem, quondam 
ab Hunis devictam, super se iterum hostiliter ruentem. 

Tune ad Vualtharium convertitur actio rerum, 

qui mox militiam percensuit ordine totam, 

et bellatorum confortat cor da suorum. 

Nee mora, consurgit, sequiturque exercitus omnis. 

Et ecce locum conspexerat pugne et numeratam 

per latos aciem campos. 3 

lamque congressu uterque infra teli iactum 

constiterat cuneus. Tune utique clamor ad auras 
tollitur, horrenda confunditur classica voce, 
continuoque haste volitant hinc indeque dense 
fraxinus et cornus ludum miscebat in unum 
fulminis inque modum cuspis vibrata micabat, 
fulmineos promunt henses clipeosque revolvunt. 4 



i. Walth., 151 e 153. 2. Walth., 167. 3. Walth., 173-5 e 179-81. 
4. Walth. , 183-7 e 192. 



CHRONICON NOVALICIENSE 267 

rifiutandole quindi anche il pagamento del tribute. Allora Pesule 
Aganone, appresa la morte del suo signore, prepara immantinente 
la fuga. Profondamente afflitti della sua fuga, sia il re die la regina, 
nel tentative di trattenere Valtario, timorosi di perderlo nello 
stesso modo, cominciarono a pregarlo di prendere in moglie la 
figlia di qualche principe satrapo della Pannonia, che gli avrebbe 
accresciute le sue proprieta, terre e case. Rispose loro Valtario: 
Se prendero moglie, secondo il precetto del Signore, 

innanzi tutto dovr6 sentirmi legato dalla simpatia e dairamore 

per la fanciulla, 
per attendere poi ad edificar case e a coltivare i campi. 

Ma poich6, o mio signore, nulla mi e tanto caro quanto lo starti 
accanto sempre fedele, io ti supplico, ottimo padre, per la tua 
vita stessa e per Pinvitta gente della Pannonia, 

che non m'esorti oltre a celebrare le nozze. 

Cio detto, tronc6 tosto ogni discorso. In tal modo il re fu inganna- 
to, in quanto sperava che mai Valtario avrebbe receduto dalla sua 
decisione. Or ecco giunse al sovrano notizia sicura che un popolo, 
un tempo sottomesso dagli Unni, di nuovo piombava in armi 
contro di lui. 

Si affida allora il comando delle operazioni a Valtario, 

che tosto passa in ri vista tutto Pesercito 

e rianima il coraggio dei suoi soldati. 

Senza frapporre indugio si muove e tutto Pesercito lo segue. 

Ed ecco, giunge in vista del luogo della battaglia e vede 

le schiere spiegate nel vasto piano. 

E gia, iniziato lo scontro, sotto una pioggia di dardi entrambi 

gli eserciti, in formazione di cuneo, stanno uno di fronte 

all'altro. Si leva allora nelParia 
un clamore di grida, cui si mischia terribile lo squillar delle 

trombe, 
e subito da una parte e dall'altra volano fitte le aste ; 

e un turbinio di giavellotti di frassino e di corniolo, 

balena a mo' di fulmine la lancia scagliata, 

i combattenti sguainano le fulminee spade e manovrano gli scudi. 



268 IL SECOLO XI : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

Inde concurrunt acies et postmodum pugnam restaurant, ibique 
pectora equorum partim rumpuntur pectoribus. Sternuntur et 
quasdam partes virorum duro umbone. 

Vualtharius tamen in medio furit agmine bello 
obvia queque metens armis hac limite pergens. 
Hunc ubi conspiciunt hostes tantas dare strages 
ac si presentem metuebant cernere mortem 
et quemcumque locum sen dextram, sive sinistram 
Vualtharius peteret, cuncti mox terga dederunt. 1 

Cumque ex victoria coronati lauro, Vualtharius cum Hunis rever- 
teretur, mox palatini ministri arcis ipsius leti occurrerunt equi- 
temque tenebant, donee vir inclitus ex alta descenderet sella, qui- 
que demum forte requirunt si bene res vergant. Qui modicum illis 
narrans intraverat aulam. Erat enim oppido lassus, regisque cubile 
petebat. Illicque in ingressu Hildegundem solam offendit residen- 
tem. Cui post amabilem amplexionem atque dulcia oscula dixit: 

Otius hue potum ferto, quia fessus anhelo. 
Ilia mero tallum complevit mox preciosum 3 

atque Vualthario ad bibendum obtulit, qui signans accepit 
virgineamque manum propria constrinxit, at ilia 3 

reticens, vultum intendit in eum. Cumque Vualtharius bibisset, 
vacuum vas reddidit illi. 

Ambo enim noverant de se sponsalia facta. 
Provocat et tali caram sermone puellam: 

Exilium pariter patimur iam tempore tanto. 
Non ignoramus enim quod nostri quondam parentes 
inter se nostra de re fecere futura. 4 

Que cum diu talia et alia huiusmodi auddisset virgo verba, cogi- 
tabat hoc illi per hyroniam dicere. Sed paululum cum conticuisset, 
talia illi fatur: 



i. Walth., 196-201. 2, Walth., 223-4. 3- Walth., 226. 4. Walth., 229-33. 



CHRONICON NOVALICIENSE 269 

Quindi le due schiere si corrono incontro e riprendono la lotta ; ed 
ecco i petti dei cavalli in parte si schiantano cozzando contro i petti. 
Anche una parte degli uomini cade abbattuta dall'urto degli um- 
boni. 

Valtario tuttavia infuria nel centre della mischia, 

e falciando tutto ci6 che gli si para davanti avanza cosi 

aprendosi la via colle armi. Vedendolo i nemici seminar tanta 

atterriti come all'apparizione della morte stessa, strage, 

poiche Valtario s'avventava ovunque, a destra e a sinistra, 
tutti di li a poco si danno alia fuga. 

Tornando, cinti del lauro della vittoria, Valtario cogli Unni, tosto 
corsero loro incontro festanti i ministri del palazzo reale che fer- 
marono il cavallo, finche Peroe scese dalTalta sella, e gli chiesero 
infine se le cose andassero bene. Ed egli, mentre riferiva loro 
brevemente, era entrato nella reggia. Che era spossato dalla bat- 
taglia e s'avviava alle stanze del re. Qui, sulla soglia, s'imbatte in 
Ildegonda che vi si trovava sola; dopo un tenero abbraccio e uno 
scambio di dolci baci, le disse: 

Portami presto da bere, che sono ansante per la stanchezza. 
Ella subito riempl di puro vino una preziosa coppa 

e la tese, perch6 bevesse, a Valtario che, guardandola significativa- 
mente, la prese 

e strinse nella propria la mano della fanciulla; ma ella 

in silenzio volse il viso verso di lui. Bevuto che ebbe, Valtario le 
rese la coppa vuota, 

Giacch6 entrambi sapevano che erano stati promessi. 

Egli allora si rivolge con queste parole alia fanciulla a lui cara: 

Da gran tempo ormai siamo compagni di esilio. 
E non ignoriamo ci6 che un tempo i nostri genitori 
si promisero riguardo al nostro avvenire. 

La vergine, dopo avere ascoltato un pezzo queste parole ed altre 
simili, pensava che egli cosi parlasse per ischerzo; e dopo aver 
taciuto un poco, cosi disse: 



270 IL SECOLO XI: CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

Quid lingua simulas, quod ab imo pectore dampnas ? 
Ore mihi fingis, toto quod corde refutas? 
Tamquam si sit tibi magnus pudor ducere nuptam. 
Vir sapiens contra respondit et intulit ista: 

Absit quod memoras, dextrorsum porrige sensum. 
Scis enim nil umquam me simulata mente locutum. 1 

Adest itaque hie nullus, exceptis nobis duobus. Amodo namque 
esto mente sollicita, que extrinsecus es regis regineque thesauris 
custoda. 

In primis galeam regis tunicarnque trilicem 
assero, loricam, fabrorum insigne ferentem, 
diripe, bina dehinc mediocria scrinia tolle. 
His armillarum tantum da Pannonicarum, 
donee vix releves unum ad pectoris honum. 
Inde quater binum mihi fac de more coturnum. 
Insuper a fabris hamos clam posce retortos. 
Nostra viatica sint pisces simul atque volucres, 
Ipse ego piscator, sed auceps esse cohartor. 
Hec intra ebdomade caute per singula connple. 
Audisti quod habere vianti forte necesse est. 
Postquam septenos Phoebus remeaverit orbes, 
convivia leta parabo 

regi ac regine, satrapis, ducibus, famulisque, 
atque omni ingenio potu sepelire studebo, 3 

ita ut nullus supersit, qui sciat vel recognoscat cur, vel ob quam 
causam factum sit tale convivium. Te tamen premoneo mediocriter 
vinum utere, ut vix sitim extinguas ad mensam. Reliqui vero cum 
surrexerint, tu ilico ad nota recurre opuscula. 

Att-ubi potus violentia superaverit cunctos, 

tune simul occiduas properemus querere partes. 3 

Virgo vera dicta viri valde memor precepta conplevit, et ecce 

prefinita dies epularum venit et ipse 

Vualtharius, qui magnis instruxit su[m]ptibus escas. 4 

i. Walth., 237-42. 2. Walth., 263-8, 271-5, 277, 278, 279, 280. 3. Walth., 
285-6. 4. Walth., 288-9. 



CHRONICON NOVALICIENSE ZJl 

Perche simuli colla lingua ci6 che nel tuo intimo riprovi, 
perche fingi a parole quello che con tutto il cuore respingi ? 
Come se tu provassi gran vergogna a prendermi in isposa. 
Ma il saggio eroe cosi replico: 

Lungi da me tal pensiero, e porgimi favorevole ascolto: 
tu sai bene che mai io ho parlato simulando. 

Qui non v'e alcuno, eccettuati noi due. Sta bene attenta, adesso, 
molto piu che hai in custodia i tesori del re e della regina. 

Voglio innanzi tutto 1'elmo e la tunica di triplice tessuto del re, 

e la lorica, che porta il segno degli artefici; 

va dunque, e prendi anche due scrigni non troppo grandi, 

e in essi riponi tanti bracciali pannonici 

finche* a stento riesca a sollevarne il peso all'altezza del petto ; 

quindi fammi secondo Tuso quattro paia di coturni. 

Oltre a ci6 chiedi ai fabbri - di nascosto - degli ami ricurvi : 

pesci ed uccelli saranno il nostro nutrimento durante il viaggio. 

Io stesso far6 il pescatore, e ugualmente Tuccellatore. 

Fa queste cose, una ad una, cautamente, in sette giorni: 

insomma tu sai ci6 che a chi si mette in viaggio occorre aver seco. 

Poi che Febo avr& percorso sette volte la sua orbita, 

preparer6 un lieto convito 

al re, alia regina, ai satrapi, ai duchi ed ai servi, 

e con tutta la mia accortezza cercher6 di affogarli nel bere, 

si che non resti alcuno in grado di capire o di rammentarsi per 
qual motivo il banchetto sia stato fatto. Tu bada per6 di bere mo- 
deratamente, tanto appena da estinguere la sete a tavola. Poi 
quando gli altri si saranno levati da tavola, tu corri senza indugio 
presso gli oggetti preparati. 

E non appena 1'eccesso del bere li avra tutti storditi, 
noi allora ci affretteremo insieme, verso occidente. 

La fanciulla, ricordando a puntino gli awertimenti dell'eroe, fece 
quant' egli voleva, ed ecco 

arriv6 il giorno fissato per il banchetto, e Io stesso 
Valtario ne cur6 i preparativi con grande sontuosita. 



272 IL SECOLO XI : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

Luxuria denique in media residebat mensa. Rex itaque ingreditur 
aulam velis undique septam. Heros itaque solito more salutans 
quern magnanimus 

duxerat ad solium, quern compsit et ostrum. 
Consedit laterique duces, hinc indeque binos 
assedere iubet, reliquos locat ipse minister 1 

centenos simul accubitus et diversas dapes libans convivia re- 
dundat. 

His sublatis alie referentur edende 

et pigmentatus crater es Bachus adornat. 

Vualtharius cunctos ad vinum ortatur et escam. 2 

Postquam depulsa fames fuerat atque sublata mensa, Vualtharius 
iam dictus, dominum letanter adorsus, dixit: In hoc rogito gratia 
vestra ut clarescat in primis, atque vos reliquos letificetis , qui 
simul in verbo nappam dedit arte peractam, gestam referentem 
priorum ordinem sculture ipsius, quam rex accipiens uno austu 
vacuaverat, et confestim iubet reliquos omnes tali bibitione imi- 
tari. Tune citissime accurrunt pincerne, atque recurrunt. 

Pocula plena dabant et inania suscipiaebant. 
Ebrietas fervens tota dominatur aula. 
Balbutit madido facundia fusa palato. 3 

Seniores fortes 4 videres plantis titubare. 

Taliter in seram produxit bacchica noctem. 5 

Nam ire volentes Vualtharius munere retraxit, donee pressi somno 
potusque gravati per porticibus sternuntur humotinus omnes pas 
sim. Eciam si tota civitas igne fuisse succensa et ipse flamivoma 
super ipsos crassari videretur, scilicet minitans mortem, nullus 
remansit, qui scire potuisset causam. 

Tandem dilectam vocat ad semet mulierem 

precipiens causas citius deferre paratas 

et ipse de stabulis duxit victorem aequorum 

i. Walth., 293-5- 2. Walth., 398, 301, 303. 3 . Walth., 313 e 315-6 
4. fortes: ed. Cipolla: fores (B. Nardi). 5. Walth. 9 318. 



CHRONICON NOVALICIENSE 273 

La mensa era allestita in mezzo ad un sontuoso apparato. Quindi 
il re entr6 nella sala addobbata da ogni parte da cortinaggi e il 
magnanimo eroe, salutandolo nel modo consueto, 

lo accompagno al trono adorno di porpora. 
S'assise il re, e al suo fianco, da una parte e dall'altra, 
fece sedere due duchi; lo stesso ministro s'occup6 di disporre 

gli altri 

cento ; tutti seggono a mensa, e i convitati gustando varie vivande 
s'empiono di cibo. 

Le portate si succedono alle portate 
e il vino drogato colma le coppe. 
Valtario esorta tutti a bere e a mangiare. 

Come fu satollata la fame e furon tolte le mense, Valtario, rivolto 
lietamente al principe, disse: Con questo esprimo 1'augurio che 
la vostra fortuna rifulga sopra ogni altra e che tutti rendiate lieti , 
e cosi dicendo gli porse un nappo artisticamente lavorato sul quale 
erano raffigurate in rilievo le sue imprese passate. Lo prese il re 
e d'un fiato lo vuot6 e subito voile che tutti gli altri lo imitassero 
nel bere. Allora rapidissimi vanno e vengono i coppieri. 

Porgevano le coppe ricolme e le ritiravano vuote; 

tutta la sala era in preda a sfrenata ebbrezza, 

dagli umidi palati le parole traboccavano balbettanti. 

Si vedevano i robusti anziani barcollare sulle gambe. 
Cosi si protrasse Forgia fino a notte inoltrata. 

Valtario infatti rattenne colla cortesia quelli che volevano andar- 
sene, finche", sopraffatti dal sonno e intontiti dal bere, tutti si but- 
tarono a giacere per terra qua e la per i porticati. Se anche la citta 
inter a fosse stata in preda alle fiamme e lo stesso dio del fuoco 
fosse apparso in atto di lanciarsi su di essi, minacciandoli di morte, 
nessuno era rimasto in grado di capire quel che stesse accadendo. 

Allora [Valtario] chiam.6 a se la diletta donna 

ordinandole diandareaprendere in tutta frettale cosepreparate ; 

egli stesso fece uscire dalla stalla il migliore dei suoi cavalli 

18 



274 IL SECOLO xi : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

quern ob virtutem leonem vocitaverat ipse. 
Stat sonipes, ac frena ferox spumantia mandit. 1 

Postquam enim hunc caballum ligamentis solito circumdederat, 
ecce scrinia plena gaze, quibus utrique suspendit lateri, atque iti- 
nere longo modicella ponit cibaria 

loraque virginee mandat fluitantia dextre 
ipseque vestitus lorica more gygantis 2 

atque capiti inposuit suo rubras cum casside cristas, ingentesque 
conplectitur aureis ocris, 

et levum femur ancipiti precinxerat hense, 
atque alio dextrum pro ritu Pannoniarum. 
His tamen ex una tantum dat vulnera parte. 
Tune hastam dextra rapiens, clipeumque sinistra 3 

ceperat invisa terra trepidus decedere. 

Femina duxit equum nonnulla talenta gerentem. 4 
Ipsa vero in manibus virgam tenet simul colurnam 

in qua piscator hamum transponit in undam. 5 

Nam idem vir maximus gravatus erat undique telis. Ob hoc suspec 
tarn habuit cuncto sibi tempore pugnam, sed cum prima lumina 
Phoebus rubens terris ostendrt, 

in silvis latitare student et opaca requirunt. 6 

Ergo tantum timor pectora muliebria pulsabat, ut cunctos susurros, 
aures vel ventos horreret, 

formidans collisos racemos sive volucres. 

Vicis diffugiunt, speciosa novalia linquunt, 

montibus intonsis cursos ambage recurvos. 

Ast urbis populus somno vinoque solutus. 

Sed postquam surgunt, ductorem quique requirunt 

ut grates faciant, hac festa laude salutent. 7 

Attila nempe utraque manu caput amplexatur, egrediturque thala- 
mo ipse rex, Vualtharium dolendo 

i. Walth., 324-8. 2. Walth., 332-3. 3. Walth., 336-9. 4. Walth., 341. 
5. Walth.-, 343. 6. Walth., 349. 7. Walth., 353, 355-6, 358, 360-1. 



CHRONICON NOVALICIENSE 275 

che, per la sua gagliardia e bravura, aveva chiamato leone. 
Sta quello scalpitante e impaziente morde il freno coperto di 

spuma. 

E dopo che ebbe bardato il cavallo nel mo do consueto, gli appese 
ad ambo i fianchi gli scrigni pieni d'oro e modiche prowiste per il 
lungo viaggio. 

Affida quindi le flessibili redini alia mano della fanciulla, 
mentre egli, cinto d'una lorica, a guisa di gigante, 

si pone in capo 1'elmo dalle rosse grandi creste che allaccia con 
fermagli d'oro, 

e s'affibbib al fianco sinistro una spada a due tagli 

ed un'altra al destro, secondo Tusanza dei Pannoni. 

Con queste tuttavia ferisce da un lato soltanto. 

Infine, impugnata con la destra Tasta e imbracciato con la 

sinistra lo scudo, 

cominci6 ad allontanarsi in tutta fretta dall'odiato paese. 

La donna guidava il cavallo che trasportava non poche ricchezze, 
tenendo contemporaneamente in mano la verga di nocci61o 

con la quale il pescatore usa affondare Tamo nell'acqua; 

che" il grande eroe aveva ambo le braccia cariche d'armi, aspettando- 
si per tutto il tempo di dover affrontare una battaglia. Ma allorch6 
il vermiglio Febo mostr6 alia terra i suoi primi raggi 

si rifugiano nelle selve e cercano Pombra. 

La paura faceva tanto tremare il cuore della donna che rabbrivi- 
diva ad ogni fruscio, ad ogni alito di vento, 

e persino i rami in cui urtano e gli uccelli le mettono spavento. 
Evitano i villaggi, s'allontanano dai bei campi coltivati, 
inoltrandosi per tortuosi sentieri tra i monti selvosi. 
Frattanto gli abitanti della citta si destano dal sonno e dal- 

Tebbrezza. 

E, appena levati, vanno in cerca del condottiero 
per ringraziarlo e salutarlo con festosa lode. 

Ma Attila si stringe il capo con ambo le mani; esce il re dalla sua 
stanza e dolorante 



276 IL SECOLO XI I CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

advocat, ut proprium quereret forte dolorem. 1 

Cui respondunt ipsi ministri, se non potuisse invenire virum. Sed 
tamen princeps sperat eundem Vualtharium in somno quietum 
recubare tentum hactenus, hac occultum locum sibi delegisse 
sopori. Ospirin 2 vero regina, hoc illi nomen erat, postquam cognovit 
Hildegunde abesse, nee vestem deferre iuxta suetum morem, tri- 
stior satrape inmensis strepens clamoribus dixit: 

detestandas, quas heri sumpsimus escas, 
o vinum, quod Pannonias dextruxerat omnes, 
quod domno regi iamdudum prescia dixi. 
Approbat iste dies, quern nos^superare nequimus. 
Hen, hodie imperii nostri cecidisse columpna 
noscitur. Hen, robur procul ivit et inclita virtus. 
Vualtharius, lux Pannonie, discesserat inde, 
Hildegundem quoque mi karam deduxit alumpnam. 
lam princeps offertus 3 nimia succenditur ira. 4 

Mutant priorern leticiam merentia corda, 

sic intestinis rex fluctuatur undique curis. 5 

Atque ipso quippe die fasti dit omnino potus et escam, nee placi- 
dam curam 6 membris potuit dare quietem, at ubi nox supervenit 
atra, decidit in lectum, ubi nee lumina clausit, vertiturque frequen 
ter de latus in latere, tanquam si iacula transfixus esse acuta. Inde- 
que surgens discurrit in urbem 

atque thorum veniens, simul attigit atque reliquid. 
Taliter insomnem consumpserat Attila noctem. 
At profugi comites per arnica silentia euntes. 7 

Tune rex votum fecerat, ut si quis Vualtharium illi vinctum affer- 
ret, mox ilium aurum vestiret, sepe recoctum. Sed nullus in tarn 
magna regione fuit inventus tyrannus, dux, sive comes, seu miles, 
sive minister, qui, quamvis proprias ostendere cuperet vires, Vual 
tharium aliquando iratum presumpserit armis insequi. Nota siqui- 
dem virtus eius fuerat facta prope omnibus terre habitatoribus. 

i. Walth., 364. 2. Ospirin: Ospiri. Nelle leggende germaniche la moglie 
di Attila appare col nome di Gudrun o di Crunilde. 3. offertus: ed. Beth- 
mann: efferus. (B. Nardi) 4. Walth., 372-80. 5. Walth., 385. 6. curam: 
cosl anche 1'ed. Bethmann. (B. Nardi) 7. Walth., 398-400. 



CHRONICON NOVALICIENSE 277 

fa chiamare a se Valtario per lagnarsi forse della sua sofferenza. 

Ma i ministri lo informano di non essere riusciti a trovare Teroe; 
spera tuttavia il re che Valtario immerso nel sonno seguiti tuttora 
a riposare, e che si sia scelto per dormire un luogo appartato. Se 
non che la regina Ospiri - questo era il suo nome -, accortasi della 
sparizione di Ildegonda, giacche non le recava come era solita la 
veste, piu accasciata del suo signore, prorompendo in alte grida 
disse : 

Maledetti i cibi che ieri gustammo, 

maledetto il vino che ha abbrutito tutti i Pannoni, 

come io, presaga, gia dissi al re mio signore! 

Lo dimostra questo giorno, che non possiamo superare. 

Ecco, sappiamo che la colonna del nostro regno 

oggi cadde. Ahime, la forza e Tinclita virtu ci hanno abbandonato : 

se n'e andato Valtario, luce della Pannonia, 

portando seco anche Ildegonda, la mia cara protetta. 

Adesso il feroce principe awampa d'irrefrenabile collera, 

gli animi mutano in tristezza la gioia primiera, 
mentre il sovrano si dibatte tra intime cure. 

Respinge egli in quel giorno il vino e il cibo, n riesce per Paffanno 
a dar riposo alle membra; sopraggiunta la nera notte, si butta sul 
letto, ove non chiude occhio, ma si volta senza posa da un fianco 
alFaltro, quasi trafitto da un acuto dardo. Allora, levatosi, corre per 
la citta, 

e poi torna al suo letto, ma Fha toccato appena che di nuovo 

lo lascia. 

In questo modo Attila consuma la notte insonne, 
mentre i due fuggitivi vanno protetti dal silenzio amico. 

Allora il re fe' voto che, se alcuno catturasse e gli riportasse Valta 
rio, quello avrebbe colmato d'oro piu volte rifuso. Eppure in una 
cosi vasta regione non si trov6 alcuno, signore, duca o conte, sol- 
dato o servo che, anche desideroso di far prova delle sue forze, 
osasse dar la caccia con le armi a Valtario irato : a tal segno la fama 
del suo valore s'era sparsa tra tutti gli abitanti del paese. Valtario 



278 IL SECOLO XI : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

Qui Vualtharius, ut dixi, fugiens noctibus ivit, atque die saltus 
requirens et arbusta densa. Hie vero arte accersita, pariter volucres 
arte capit, 

nunc fallens visca, nunc fisso denique ligno. 1 

Similiter in. flumina inmittens hamum, rapiebat sub gurgitibus 
predam. 

Sicque famis pestem pepulit tolerando laborem. 2 
Namque toto tempore fuge se virginis usu 

continuit vir Vualtharius, laudabilis heros. 3 
Et ecce XL dies sol per mundum circumfluxerat 

ex quo Pannonia fuerat digressus ab urbe. 4 

Ergo eo die quo numerum clauserat istum, venit ad fluvium iam 
vespere mediante, cui nomen est Renum, qua cursus tendit ad 
urbem 

nomine Vuarmatiam 5 regali sede nitentem. 

Illic pro naulo pisces dedit antea captos. 6 

Cumque esset transpositus, graditur properanter anhelus. Orta 
vero dies 

portitor exsurgens, prefatam venit in urbem, 7 

ubi regali coquo, reliquorum certe magistro, detulerat pisces, quos 
vir ille viator dederat. Hos vero dum pigmentis condisset et ap- 
possuisset 

regi Cundhario, miratus fatur ab alto : 8 

Ergo istiusmodi pisces mihi Frantia numquam ostendit. Die 
mihi quantotius cuihas homo detulit illos. 

At ipse respondens narrat quod nauta dedisset. 9 
Tune princeps hominem iussit accersire eundem. 



i. Walth., 422. 2. Walth., 425- 3- Walth., 427. 4. Walth., 429. 5. Vuar 
matiam: Varmazia, forse Worms. 6. Walth., 433-4. 7. Walth 4-57 
8. Walth., 441. 9- Walth., 445. ' *" 4 7 ' 437< 



CHRONICON NOVALICIENSE 279 

intanto fuggiva, come dissi, camminando di notte e cercando di 
giorno il riparo del boschi e delle folte macchie. Egli, giovandosi 
delParte che possedeva, prendeva gli uccelli in due modi, 

ora col vischio, ingannandoli, ora con la fionda; 

e cosi pure, gettando 1'amo nei corsi d'acqua, strappava ai gorghi 
la preda. 

In tal modo, faticando, teneva lontano il flagello delta fame; 

e per tutto il tempo della fuga Valtario, da degno eroe, seppe 
contenersi dal profittare della fanciulla. 

Or ecco, per quaranta giorni il sole aveva fatto il suo giro intorno 
al mondo 

da che Valtario aveva abbandonato fuggendo la citta Pannonia; 

nell'ultimo di questi quaranta giorni, giunse Feroe, a sera gia inol- 
trata, a un flume chiamato Reno il cui corso tende ad una citta 

chiamata Varmazia, splendida sede di re. 

Ed ivi, per pagare il traghetto, diede i pesci che prima aveva 

pescato. 

Come fu deposto sulFaltra riva, si mise frettolosamente in cam- 
mino, anelando. Al sorgere del di 

il barcaiolo si Iev6 e venne alia suddetta citta, 

ove consegn6 al cuoco del re, capo di tutti gli altri, i pesci che aveva 
avuto da quel viandante. II cuoco, dopo averli cucinati con salse 
piccanti, li servi 

al re Gundario che, stupito, cosi parla dall'alto suo seggio : 

La Francia non mi offri mai pesci di questa qualita. Dimmi sol- 
lecitamente chi te li diede. 

Rispose quegli che un barcaiolo glieli aveva dati, 
ed il re allora ordin6 che gli si conducesse queiruomo. 



280 IL SECOLO XI : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

Et cum venisset, de re quesitus eadem, 



.1 



talia dicta dedit, et causam ex ordine pandit: 

Vespere enirn preterite residebam ego littore Rheni. Conspexi, 
et ecce viatorem vidi festinanter venire, tamquam pugne per mem 
bra paratum, 

aere etenim poenitus fuerat, rex inclite, cinctus. 2 

Gerebat namque scutum gradiens et hastam choruscam. Viro certe 
forti similis fuit et quamvis ingens asportaret honus, gressum ta- 
men extulerat acrem. Hunc incredibili forme puella decorata ni- 
tore assequebatur. Ipsaque caballum per lora rexit robustum, bina 
quidem scrinia non parva ferentem dorso. Que scrinia dum cer- 
vicem sonipes ille discutiebat ad altum, voluminaque crurum su- 
perba glomerare cupiebat, dabant sonitum quasi quis gemmis illi- 
serit aurum. Hie miles mihi presentes pro munere dederat pisces. 
Cumque his Hagano audisset verbis, residebat quippe ad mensam, 

letus in medium prompsit de pectore verbum: 

Congaudete mihi, queso, qui [t]alia novi, 
Vualtharius collega meus remeavit ab Hunis. 3 

Cundharius vero princeps atque superbus ex hac ratione 
vociferatur, et omnis ei mox aula reclamat: 4 

Congaudete mihi, iubeo, quia gazam, quam Gybichus rex pater 
meus transmisit Attile regi Hunorum, hanc mihi Cunctipotens hue 
in mea regna remisit. Qui cum dixisset talia, mensam pede per- 
culit, et exiliens ducere aequum iubet et sellam conponere ilico 
sculpta 5 atque de omni plebe elegit xil viros vi[ribus] insignes et 
plerumque animis probatos. Inter quos simul ire Haganone iube- 
bat. Qui Hagano memor antique fidei et prioris socii nitebatur 
transvertere rebus. Rex tamen e contra instat et clamat: 

Ne tardate, viri, precingite corpora fer[ro].~- 6 

Instructi itaque milites telis, nam iussio regis urgebat, exiebant 
portis, ut Vualtharium caperent, sed omnimodis Hagano prohibere 

i. Walth., 447-8. z. Walth., 452. 3. Walth., 465-7. 4. Walth., 468. 
5. sculpta: ed. Bethmann: sculptam. (B. Nardi) 6. Walth., 481. 



CHRONICON NOVALICIENSE 28l 

Venne questi e alia domanda die gli fu rivolta 
cosi rispose, esponendo con ordine i fatti: 

Mi trovavo la sera scorsa sulla riva del Reno. Guardai ed ecco 
vidi avanzare un viandante frettoloso, pronto, si sarebbe detto, a 
una battaglia, 

cinto com'era, o inclito re, da capo a piedi di bronzo. 

Camminava egli imbracciando lo scudo e un'asta scintillante. Ave- 
va invero Paspetto d'un uomo assai forte e, benche carico d'un 
peso immane, avanzava con celere passo. Lo seguiva una fanciulla 
d'incredibile, fulgida bellezza, che reggeva per le redini un vigo- 
roso cavallo recante sul dorso due scrigni non piccoli; e questi 
scrigni, allorche il destriero scrollava la cervice e inarcava le su- 
perbe zampe, mandavano un suono come se qualcuno battesse 
dell j oro contro delle gemme. Questo guerriero mi diede in dono 
i pesci che qui vedi. 

Quando Aganone, che trovavasi seduto a mensa, ebbe udito que- 
sto racconto, 

tutto lieto se ne uscl in queste parole: 

Rallegratevi con me, vi prego, per quanto ora ho appreso : 
il mio amico Valtario e fuggito dagli Unni! 

Ma Gundario, che era re e come tale pieno di superbia, 

si mette a gridare tra le acclamazioni di tutta la sala: 

Rallegratevi con me, vi dico, poiche il tesoro che il re Gibico 
mio padre dovette consegnare ad Attila re degli Unni, 1'Onnipo- 
tente ha rimandato qui, proprio nel mio regno. 

Ci6 detto, rovescia col piede la mensa e balzando in piedi da 
ordine di portargli il cavallo e di preparargli tosto la sella lavorata 
a sbalzo; sceglie quindi tra la sua gente quindici uomini assai 
forti e di provato coraggio, tra i quali vuole che venga anche Aga 
none. Questi, memore dell'antica amista e deiramico d'un tempo, 
cercava di stornarlo dal suo proposito. Ma il re al contrario insiste 
e grida: 

Sbrigatevi, guerrieri, cingete le armi! 

Pertanto gli armati, che" il comando del re li spronava, uscirono 
dalle porte, per inseguire Valtario, sebbene Aganone in ogni 



282 IL SECOLO XI : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

studebat. At infelix rex coepto itinere resipiscere non vult. Interea 
vir inclitus atque magnanimus Vualtharius de flumine pergens, 
venerat in silvam Vosagum ab antiquis temporibus vocitatam. Nam 
nemus est ingens et spatiosum, atque repleta ferarum plurima, 
habens ibi sueturn canibus resonare tubisque. In ipsa itaque sunt 
bini montes, in secessu ipsius, atque propinqui, in quorum me 
dium quamvis angustum sit spatium, tamen specus extat amoenum. 

Mox iuvenis, ut vidit, Hue, inquid eamus. I 
Nam postquam fugiens Avarorum arvis discesserat 

non aliter somni requiem gustaverat idem, 3 

quam super innixus clipeo vir clauserit oculos. Turn demum, bel- 
lica deponens arma, dixit virgini, in cuius gremium fuerat fusus : 
Circumspice caute, Hildegund, et nebulam si tolli videris atram, 
tactu blando me surgere conmonitato. Etiam si magnam conspe- 
xeris ire catervam, ne subito me excutias a somno, mi kara, ca- 
veto, sed 

instanter cunctam circa explora regionem. 3 

Hec ait. Statim oculos conclauserat ipse, desiderantes frui iamdiu 
satis optata requie. 

Ast ubi Cundharius vestigia pulvere vidit 
cornipedem rapidum sevis calcaribus urguet 4 
dicens : 

Accelerate viri, iam nunc capietis eundem, 
numquam hodie efrugiet, furata talenta relinquet. 5 

Ilico inclitus Hagano contra mox reddit ista : Unum tantum 
verbum dico tibi, regum fortissime. 

Si tocies tu Vualtharium pugnasse videres, 6 
quotiens ego nova cede furentem, 

nunquam tarn facile spoliandum forte putares. 
Vidi Pannonicas acies, cum bella egerent, 
contra aquilonares sive australes regiones. 

i. Walth., 498. 2. Walth., 501. 2- Walth., 510. 4. Walth., 513-4. 
5. Walth., 516-7. 6. Walth., 520. 



CHRONICON NOVALICIENSE 283 

modo cercasse di opporsi. Ma lo sciagurato re non vuol saperne di 
ritrarsi dalla via intrapresa. Nel frattempo Pinclito magnanimo 
eroe, Valtario, allontanandosi dal flume era giunto nella foresta 
chiamata, sin dagli antichi tempi, dei Vosgi. una selva immensa, 
popolata di fiere, onde spesso risuona del latrare dei card e dello 
squillar delle trombe. Sorgono in essa, in un luogo appartato, due 
monti vicini, in mezzo ai quali, benche lo spazio sia angusto, s'apre 
un'amena spelonca. 

Appena il giovane la scorse: Entriamo qui disse. 
Che, dopo la sua fuga dal paese degli Avari, 

non altrimenti aveva potuto gustare il ristoro del sonno 

che chiudendo gli occhi appoggiato allo scudo. Allora finalmente, 
liberatosi delle armi, disse alia fanciulla sul cui grembo aveva ab- 
bandonato il capo : Guardati intorno con attenzione, Ildegonda, 
e se vedi levarsi una scura nube di polvere, avvertimi di alzarmi 
toccandomi con dolcezza. Anche se tu vedessi venire una grossa 
schiera, bada, o mia cara, di non scuotermi di soprassalto dal sonno, 
ma 

esplora attentamente tutta la zona circostante. 

Questo disse. E tosto chiuse gli occhi bramosi di godere il sonno 
cosl a lungo desiderato. 

Allorche Gundario scorse le orme nella polvere 
prese a incalzare il veloce destriero con gli acuti speroni 

dicendo : 

Piu presto, o miei prodi, ormai lo prenderete; 
non sfuggira oggi e dovra lasciare i talenti rubati. - 

Pronto gli ribatte 1'inclito Aganone : Una cosa sola voglio dirti, 
o fortissimo tra i re. 

Se tu avessi veduto Valtario combattere tante volte 
quante io lo vidi, nel furore di una recente strage, 

non penseresti mai di poterlo spogliare tanto facilmente. 

Io vidi le orde pannoniche far guerra 

contro i popoli del settentrione come del mezzogiorno. 



284 IL SECOLO XI : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

Illic Vualtharius propria virtute choruscus 
hostibus invisus sociis mirandus obibat. 
Quisquis ei congressus erat, mox Tartara vidit. 
O rex et comites, experto credite quantus 
in clipeum surgat, qua turbine torqueat hastam. 
Sed dum Cundharius, malesana mente gravatus, 
nequaquam flecti posset, castris propriabant. 1 

At Hiltgund de vertice mentis procul aspiciens, pulvere sublato, 
venientes sensit, ipsum 

Vualtharium placido tactu vigilare monebat. 
Erninus ilia refert quandam volitare phalangam. 2 

Ipse vero oculos tersos summi 3 glaucomate purgans 
Paulatim rigidos ferro vestiverat artus. 4 

Cumque paululum properassent, mulier corusscantes ut vidit 
hastas, stupefacta nimis : Hunos hie, inquid habemus. 
Que ilico in terram cadens effatur talia tristis : Obsecro mi se 
nior, mea colla seccentur, ut que non merui thalamo sociari, nullius 
iam ulterius paciar consorcia carnis. Cui Vualtharius: 

Absit quod rogitas, mentis depone pavorem. 5 
Ipse Dominus, qui me de variis sepe eduxit periculis 

ille valet, hie hostes, credo, confundere nostros. 
Hec ait, oculosque adtollens, effatur ad ipsam: 

Non assunt hie Avares, sed Franci Nivilones, 6 

cultones regiones. 7 

Aspicit et gnoscens iniu[n]xit talia ridens: 8 

En galeam Ahganonis, meus collega veternus atque socius. 
Hoc heros introitum stacionis hadibat, 

i. Walth., 522-31. 2. Walth., 534 e 536. 3. summi: ed. Bethmann: sum- 
mo. (B.Nardi) 4. J^z/Z/z., 538. 5. Walth., 551. 6. Walth., 553-5. j. Fran 
ci ... regiones: ed. Bethmann: Franci nebulones cultores regionis. Lo 
Strecker, scartato il significato di Nibelunghi dato da alcuni alia parola 
Nivilones (Cipolla. Nebulones e correzione posteriore), suggerisce: et- 
wa Windbeutel (che si traduce, direi, fanfarone o vescica di vento). 
Ma P. Vossen, nella traduzione che accompagna 1'edizione dello stesso 
Strecker (Berlino, Weidmann, 1947, p. 57), preferisce rendere Franci 
nebulones (Strecker) con Nebelfranken , ritornando al parere di J. 



CHRONICON NOVALICIENSE 285 

LI Valtario, nel fulgore della sua prodezza, 
imperversava,oggettod'odioperinemici, d'ammirazioneaisuoi. 
Chiunque si scontrava con lui, di li a poco vedeva il Tartaro. 
O re, o compagni, datemi retta, ch'io so bene quanta alto si levi 
al disopra dello scudo, con che vorticosa rapidita vibri Pasta. 
Ma poiche Gundario, incaponito nel suo insano proposito, 
non si lasciava in alcun modo piegare, s'awicinavano al luogo 

ove i due erano accampati. 

Ma Ildegonda, che dal sommo dell'altura spaziava con lo sguardo 
lontano, s'accorse, al levarsi del polverone, che essi s'awicinavano, 

onde, con lieve tocco, desto Valtario 

e gli riferi che si vedeva da lungi una schiera avanzare correndo. 

L'eroe allora, sfregandosi gli occhi per liberarli dalla nebbia del 
sonno, 

una ad una rivestiva con le armi le membra irrigidite. 

Poi che si furono maggiormente avvicinati, la donna, come vide il 
balenio delle lance, attonita disse : Abbiamo qui gli Unni. 
E tosto abbattendosi a terra disperata prorompe in queste parole: 

O mio signore, ti scongiuro, tagliami la gola, si che, se non me- 
ritai d'esserti unita nel talamo, non abbia a sopportare di unirmi 
carnalmente ad altri. E a lei Valtario : 

Non chiedere ci6, sgombra dall'animo ogni timore. 

Quello stesso Iddio, che piu volte m'ha tratto in salvo da vari peri- 
coli, 

pu6, ne son certo, confondere ora i nostri nemici. 
Cosl parla e, alzato lo sguardo, le dice: 

Questi che vengono non sono Avari, ma Franchi della nebbia, 

abitatori della regione. 

Guarda e, riconoscendolo, aggiunge ridendo: 

Ecco Telmo di Aganone; questi fu mio vecchio amico e com- 
pagno. Pertanto 1'eroe s'awicina alPingresso del loro nascon- 
diglio, 

Grimm e del Kogel, che si tratti di soprannome dato ai Franchi, nel 
senso di figli del iiebuloso, oscuro mondo sotterraneo . E forse ha ra- 
gione. Cfr. ib. } append. II, p. 155, al v. 555 (B. Nardi). 8. Walth., 557. 



286 IL SECOLO XI : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

inferius stanti predicens sic mulieri 

coram hac porta verbum modo iacto superbum: 1 

Hinc nullus rediens Francus, quis suae valeat nunciare uxori, 
qui tante presumpserit tollere gaze. Nee dum sermonem con- 
pleverat, et ecce humotenus corruit, et veniam petiit, qui talia dixit. 

Postquam autem surrexit, contemplans omnes cautms 2 

dixit: Horum, quos video, nullum timeo, Haganone remoto, 
nam ille meos per prelia sit 3 mores, iamque didicit, tenet et hie 
etiam sat callidus artem. 

Quem si forte, volente Deo, intercepero solum, 4 
ex aliis namquam formido nulla. 

Ast ubi Vualtharium tali statione receptum 
conspexit, Hagano satrape mox ista superbo 5 

suggerit verba : O senior, desiste lacessere bello 

hunc hominem. Pergant primum, qui cuncta requirunt 
et genus et patriam, nomenque et locum relictum, 6 

vel si forte petat pacem, prebens sine sanguine. Qui licet in- 
vitus dicta Haganoni acquievisset, misit ilico e suis mandans Vual- 
thario, ut redderet pecuniam, quam deferebat. Ad quos Vualtha 
rius talia fertur dedisse verba: Ego patri suo ea non tuli, neque 
sibi, set si voluerit earn capere, vi defendo earn, fundens alterius 
sanguinem. Cumque hec denunciata essent Cundhario, protinus 
misit, qui eum oppugnarent. Vir autem ille fortis, ut erat, viriliter 
se ab ipsis modicum defendens, ilico interfecit. Rex [autem] ut 
vidit, et ipse protinus, feroci animo, cum reliquis super eum venit. 
Vualtharius vero nichil formidans, sed magis, ut supra [dixi], vi 
riliter instabat prelio. Cepit autem et ex illis Vualtharius victoriam, 
occisis cunctis, preter regem et Haganonem. Qui cum eum nulla- 
tenus superare possent, simulaverunt fugam. Sperans ergo Vual- 



i. Walht., 560-1. 2. Walth., 566. 3. sit: ed. Bethmann: sett. (B. Nardi) 
4. Walth., 570- 5- Walth., 572-3. 6. Walth., 575-6. 



CHRONICON NOVALICIENSE 287 

e, mentre cosi prima aveva parlato alia donna che si trovava 

piu addentro, 
ora, sull'entrata, proferisce queste parole in atto altero: 

Di qui non fara ritorno alcun Franco in grado di raccontare a 
sua moglie che ha presunto d'impadronirsi d'un cosi grande te- 
soro. Non aveva ancora completata la frase che si getto a terra 
e chiese perdono d'aver proferito tali parole. 

Si rialz6 e osservandoli con una certa circospezione 

disse: Nessuno di questi che vedo m'incute timore, eccettuato 
Aganone; egli infatti ha avuto modo di conoscere e di imparare 
nei combattimenti il mio modo di comportarmi; e anch'egli, del 
resto, ha una sua abile tattica, 

Se, per volere di Dio, potro affrontarlo da solo, 
degli altri non temo. 

Quando Aganone vide Valtario appostato in quel luogo, 
tosto al superbo principe queste parole 

rivolse : O signore, non provocare a battaglia 

costui. Lascia che prima gli si accostino quelli che di tutto s'in- 

formano, 
della stirpe e della patria, del no me e del luogo di provenienza, 

e se vuole la pace, offrendola senza spargimento di sangue. II re, 
aderendo, sebbene di malavoglia, alle esortazioni di Aganone, invi6 
alcuni dei suoi a Valtario colPordine di restituirgli il denaro che 
portava con s6. Si narra che Valtario cosi loro rispondesse : lo 
non Tho portato via n6 a suo padre ne" a lui; onde, se vorra impa- 
dronirsene lo difender6 con la forza, spargendo il sangue altrui. 
Come questa risposta gli fu riportata, Gundario mand6 alcuni 
uomini ad assalirlo; ma 1'eroe, forte com'era, coraggiosamente 
da essi senza eccessivo sforzo difendendosi, subito li uccise. Visto 
ci6, il re in persona, infuriato, gli si gett6 addosso cogli altri. Ma 
Valtario, per nulla intimorito, vieppiu coraggiosamente - come pri 
ma dissi - teneva testa alPassalto, finche non ebbe ragione di loro 
e tutti li uccise, tranne il re ed Aganone. Questi, poiche non erano 
in grado di sopraffarlo in alcun modo, simularono la fuga. Valtario 



288 IL SECOLO XI: CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

tharius eos inde discedere, reversus in statione, acceptaque omni 
supellectile suo, et ipse mox cum Ildugunda, ascensis equis, cepit 
iter agere. Cumque Vualtharius egressus esset ab antro v vel octo 
stadia, tune leti posterga ipsius recurrentes memorati viri, quasi 
victum eum iam extra rupe cogitabant. Contra quos ilico Vualtha 
rius, quasi leo insurgens, armis protectus, fortiter debellabat, bel- 
lantibus sibi. Qui diu multumque invicem pugnantes ac pre nimia 
lassitudine et siti deficientes, iam non valebant virorum fortis- 
simum superare. Et ecce respicientes viderunt a sagma Vualtharii 
vasculurn vini dependere. 

x. Interea in eodem monasterio pro consuetudine eisdem tempo- 
ribus dicitur habuisse plaustrum ligneum mire pulchritudinis ope- 
ratum, in quo nihil aliquando fertur portasse aliquid preter unam 
perticam, que sepissime configebatur in eo, si necessitas cogeretur. 
Sin autem, tollebatur et alio in loco recondebatur. In cuius sum- 
mitate ferunt qui videre vel audire a videntibus potuerunt, habuisse 
tintinnabulum appensum, valde resonantem. Cortes vero vel vicos 
ipsius monasterii, que erant proximiores monasterio per Italie 
tellus, in quibus ministri monachorum oportunis temporibus con- 
gregabant granum, aut vinum. Cum autem necessitas vehendi exi- 
geret, ad monasterium eundem sumptum, mittebatur plaustrum 
hunc cum predicta pertica in eo conficta, cum skilla, 1 ad predictos 
vicos, in quibus scilicet vicis inveniebantur nonnulla alia plaustra 
congregata, plerumque centena, aliquando etiam quinquagena, que 
deferebant frumenta vel vinum ad ante dictum coenobium. Hunc 
vero plaustrum domnicalem nil ob aliud mittebatur, nisi ut agno- 
scerent universi magnates, quo ex illo inclito essent plaustra mo 
nasterio. In quibus erat nullus dux, marchio, commes, presul, vi- 
cecommes, aut villicus, qui qualicumque violentia auderet eisdem 
plaustribus inferre. Nam per foros Italie annuales, ut tradunt, nullus 
audebat negotia exercere, donee eundem plaustrum vidissent ad- 
venire mercatores, cum skilla. Contigit autem quadam die, ut mi 
nistri ipsius ecclesie, cum supradictis plaustribus honeratis solito 
venirent more ad monasterium. Qui venientes in ipsa valle, in 
quodam prato, invenerunt familiam regis . . . 2 pascentes equos re- 

i. skilla: v. Du Cange, s. v. Skella e Skilla (B. Nardi). 2. Lacuna nei 
mss. Leggi: Desiderii (B. Nardi). 



CHRONICON NOVALICIENSE 289 

allora, sperando che se ne fossero andati, rientro nel suo rifugio 
e, raccolte tutte le sue cose, insieme ad Ildegonda, a cavallo, si mise 
in cammino. Ma quando Valtario si fu allontanato di cinque od 
otto stadi dalla grotta, i due suddetti uomini baldanzosamente gli 
piombarono alle spalle, pensando, quasi gia 1'avessero vinto, di 
precipitarlo dalla rupe. Valtario, awentandosi contro di loro con 
mossa fulminea, protetto dalle armi si batteva vigorosamente con 
tro gli aggressori. 

Questi, dopo un lungo ed accanito combattimento, fiaccati dalla 
spossatezza e dalla sete, non riuscivano ormai a superare il fortis 
simo eroe; quand'ecco, guardando, notarono una fiaschetta di vino 
che pendeva dall'arcione di Valtario. 

x. Frattanto narrasi che nel medesimo monastero, com'era usanza 
in quei tempi, vi fosse un carro di legno mirabilmente lavorato, 
nel quale, a quanto si dice, non si portava mai altro che una 
pertica che spessissimo, se la necessita lo richiedeva, veniva in 
esso confitta; se no, veniva tolta e riposta altrove. In cima ad 
essa, stando alia descrizione di quelli che la videro o ne senti- 
rono parlare da gente che 1'aveva veduta, era appeso un campa- 
nello molto squillante. Nei cortili e nei villaggi di proprieta del 
monastero che si trovavano in Italia piu vicini al monastero stesso, 
i servi dei monaci raccoglievano in determinati periodi dell' anno 
il grano o il vino. Quando poi si rendeva necessario trasportare al 
monastero le prowiste, raccolte, questo carro, con la gia ricordata 
pertica in esso infitta e con la campanella, veniva mandate nei sud 
detti villaggi, nei quali si trovavano riuniti parecchi altri carri, per 
lo piu un centinaio, a volte anche una cinquantina di piu, destinati a 
portare il frumento e il vino al convento. Quanto al carro padronale, 
lo si mandava soltanto perche tutti i proprietari, da esso, che tra tutti 
si distingueva, potessero riconoscere che si trattava dei carri diretti 
al monastero. E non v'era duca, marchese, conte, vescovo, visconte 
o villico che ardisse compiere una qualche violenza contro quei car 
ri; tanto che, a quei che si dice, pei mercati d'ltalia nessuno s'az- 
zardava a concludere affari sino a che i mercanti non avessero ve- 
duto venire quei carro con la campanella. Or accadde un giorno 
che i servi della chiesa, mentre come al solito si dirigevano coi 
carri alia volta del convento, entrarono nella valle e in un prato 
s'imbatterono nei famigli del re che facevano pascolare i cavalli 



IL SECOLO XI: CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

gios. Qui statim ut viderunt tanta bona servis Dei ministrare, fastu 
superbie inflati, insurgunt ilico super eisdem hominibus, aufe- 
rentes ab eis omnia que deferebant. Qui defendere volentes se et 
sua incurrerunt in maiorem ignominiam, perdentes omnia. Qui 
statim mittunt legatum ad monasterium, qui ista nunciaret abbati 
et fratribus. 

xi. Abbas autem mox iussit congregari fratres, quibus insinuavit 
omne rei eventum. Erat autem tune pater congregationis eiusdem 
monasterii nomine Asinarius 1 vir sanctitatis egregius, Franciscus 
genere, multis fulgens virtutibus. Cui cum unus nomine Vualta- 
rius, cui super-ius memoriam fecimus, respondisset, ut diligeretur 
illic predictus pater sapientes fratres, ob quorum precacionem, 
tanti sumptui dimitterent iamdicti predones invasionem, Respondit 
protinus eidem abbas et ait: Quern prudentiorem et sapiencio- 
rem te mittere possimus, omnino ignoramus. Te autem, frater, 
moneo ac iubeo, ut celerius ad eos pergas, nobisque victum vi 
raptum quantotius reddere festinent moneto, alioquin citissime in 
gravi ira incurrent Dei. At Vualtarius, cum sciret conscience sue 
illorum contumacia ferre non posse, respondit, se denudandum 
ab ipsis tunicam, quam gestabat. Predictus vero pater, cum esset 
religiosus, ait: Si abstraxerint a te tunicam, da illis et cucul- 
lam, dicens preceptum tibi fuisse a fratribus. Cui Vualtarius : 
Ergo de pellicia, ac de interula, quid facturus sum ? Respondit 
venerandus pater et ait: Dicito et ex illis tibi a fratribus eque 
fuisse imperatum. Tune Vualtarius: Obsecro, mi domne, ne 
irascaris, si loqui addero: de femoralia, quid erit, si similiter vo- 
luerint facere, ut prius fecerunt? Et abbas: lam tibi predicta 
suffitiat humilitas, nam de femoralia tibi aliud non precipiam, cum 
magna nobis videatur fore humilitas priorum vestium expoliacio. 
Exiens vero Vualtarius cum talia audisset a tanto patrone, cepit a 
familia queritare monasterii, an haberetur ibi caballum, cui fidutia 
inesset bellandi, si necessitas cogeretur. Cui cum famuli ipsius ec- 
clesie respondissent, bonos et fortes habere poene se essedos, re- 
pente iussit eos sibi adsistere. Quibus visis, ascendit mox cum cal- 
caribus, causa probationis, supra singulorum dorsa. Cumque pro- 
movisset primos et secundos, et sibi displicuissent, rennuit eos 

i. Asinarius: Asinario: uno dei piii celebri abati del monastero della No- 
valesa (760-770). 



CHRONICON NOVALICIENSE 2QI 

reali. Costoro, come videro tutte quelle prowiste destinate ai servi 
di Dio, invasi da superba arroganza, si gettarono sugli uomini di 
scorta, depredandoli di tutto ci6 che portavano. Questi, nel tenta 
tive di difendere se stessi e il carico loro affidato, n'ebbero maggior 
vergogna perche furono spogliati di tutto. Inviarono tosto un mes- 
saggero al convento per informare dell'accaduto 1'abate ed i frati. 

xi. L'abate allora fece subito riunire i frati e li mise al corrente 
di quanto era successo. Era in quel tempo padre della congrega- 
zione di quel monastero un sant'uomo di nome Asinario, Franco di 
stirpe, adorno di molte virtu. E poich6 uno dei frati, Valtario, di cui 
prima s'i parlato, ebbe a suggerire che il predetto padre scegliesse 
dei saggi frati le cui preghiere ottenessero dai predoni la restitu- 
zione del cospicuo bottino, 1'abate tosto gli rispose con queste 
parole: Non sapremmo proprio chi mandare piu di te prudente 
e saggio. Onde ti prego e ti comando, fratello, di recarti al piu 
presto da loro per ammonirli a restituire immediatamente le prov- 
viste che ci hanno strappato con la forza, o incorreranno altrimenti 
nella grave ira di Dio. Ma Valtario, consapevole di non poter 
sopportare la loro prepotenza, obiett6 che Tavrebbero spogliato del- 
la tunica che portava. Ma il padre, pio qual era, disse: Se ti 
porteranno via la tunica, da loro anche la cocolla, dicendo che cosl 
ti & stato ordinato dai fratelli. E Valtario : E se si trattera del 
giustacuore e del corsetto, che dovr6 fare ? Replic6 il venerabile 
padre: Anche per quelli dirai che ti & stato parimente coman- 
dato dai fratelli. Allora Valtario: Non t'adirare, ti prego, o 
mio signore, se ancora insisto: come dovr6 comportarmi per le 
brache, se vorranno agire come gia hanno agito? E P abate: 
Ti basti la precedente dimostrazione d'umilta; trattandosi delle 
brache non ti dar6 ordini, poich6 a noi sembra gia prova di grande 
umilta il lasciarsi spogliare delle altre vesti. Allora Valtario, 
avendo ci6 udito da un si venerabile signore, usci e cominci6 a 
chiedere ai servi del monastero se vi fosse li un cavallo col quale ci 
si potesse fidare a combattere qualora se ne presentasse la necessita. 
Avendogli i servi risposto che v'erano buoni e vigorosi cavalli da 
tiro, tosto egli ordin6 di mostrarglieli. Dopo averli esaminati, con 
gli speroni li mont6 uno dopo Taltro. Prov6 il primo, il secondo e, 



292 IL SECOLO XI : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

extimplo, narrans illorum vitia. Hie vero recordans secum nuper 
deduxisse in monasterio illo caballum valde bonum, ait illis: 
Ilium ergo caballum, quern ego hue veniens adduxi, vivit, an 
mortuus est? Responderunt illi: Vivit, domne, inquiunt 
iam vetulus est; ceterum ad usum pistorum deputatus est, ferens 
quotidie annonam ad molendinum, hac referens. Quibus Vual- 
tharius: Adducatur nobis, et videamus qualiter se habetur. 
Cui cum adductus esset et ascendisset super eum, hac promovisset, 
ait: Iste inquid adhuc bene de meo tenens nutrimentum, 
quod in annis iuvenilibus meis ilium studui docere. Accipiens 
ergo Vualtharius ab abbate et cunctis fratribus benedictionem, hac 
valedicens, sunmens secum duos, vel tres famulos, propere venit 
ad iamdictos predatores. Quos cum humiliter salutasset, cepit illos 
monere, ne iam servis Dei ulterius talem inferrent iniuriam, qua- 
lem tune fecissent. Illi autem cum dura Vualthario coepissent re- 
spondere verba, Vualtharius e contra sepissime illis duriora refe- 
rebat. Hii vero indignati, hac a superbie spiritu incitati, cogebant 
Vualtharium exuere vestimenta, quibus indutus erat. At Vualtha 
rius humiliter ad omnia obaudiebat, iuxta preceptum abbatis sui, 
dicens a fratribus hoc sibi fuisse imperatum. Cumque expoliassent 
eum, coeperunt etiam calciamenta et caligas abstrahere. Cum autem 
venissent ad femoralia, diutius institit Vualtharius, dicens sibi a 
fratribus minime fuisse imperatum, ut femoralia exueret. Illi vero 
respondentes, nulla sibi fore cura de precepta monachorum. Vual 
tharius vero e contra semper asserebat nullo modo sibi convenisse 
ea relinquere. Cumque cepissent illi vehementissime vim facere, 
Vualtharius clam abstrahens a sella retinaculum, in quo pes eius 
antea herebat, percussit uni eorum in capite, qui cadens in terram, 
velut mortuus factus est. Arreptaque ipsius arma percuciebat ad 
dexteram, sive ad sinistram. Deinde aspiciens iuxta se, vidit vitu- 
lum pascentem, quem arripiens abstraxit ab eo humerum, de quo 
percutiebat hostes, persequens ac dibachans eos per campum. Vo- 
lunt autem nonnulli, quod uni eorum qui Vualtario plus ceteris 
inportunius insistebat, cum se inclinasset, ut calciamenta Vual- 
tharii ab pedibus eius extraeret, hisdem Vualtharius ilico ex pugno 
in collum eius percuciens, ita ut os ipsius fractum in gulam eius 
caderet. Ex illis namque plurimis occisis, reliqui vero in fugam 
versi, relinquerunt omnia. Vualtharius autem adepta victoria, acci- 
piens cuncta et sua et aliena, repedavit continuo ad monasterium 



CHRONICON NOVALICIENSE 293 

insoddisfatto, subito li rifiutb, enumerandone i difetti. Ricordando 
allora d'aver condotto con se in quel monastero un eccellente ca- 
vallo, chiese loro : E quel cavallo che condussi meco allorche 
venni qui, vive ancora o & morto ? Gli risposero : vivo, si- 
gnore, ma e ormai piuttosto vecchio ; d'altronde e stato adibito al 
servizio dei mugnai, e ogni giorno porta il grano al mulino e lo 
riporta qui. E ad essi Valtario : Mi si conduca e vediamo in 
che condizioni e. Gli fu condotto ; lo mont6 e dopo averlo pro- 
vato, disse: Questo conserva ancor bene Taddestramento a cui 
nei miei anni giovanili Tavevo sottoposto. Quindi, ricevuta la 
benedizione dall'abate e da tutti i confratelli, Valtario li salut6 e, 
presi seco due o tre servi, raggiunse in breve tempo i predoni. 
Dopo averli umilmente salutati, cominci6 ad ammonirli a non 
recare piu oltre ai servi di Dio un'offesa quale poco prima avevano 
fatta. Presero quelli allora a rispondergli villanamente, e Valtario 
da parte sua a ribattere in tono anche piu duro. Finche essi, infu- 
riati, e per di piu spronati dalla prepotenza, pretesero che Valtario 
si spogliasse degli indumenti che indossava. A tutto Valtario con 
umilta obbediva, giusta 1'ordine del suo abate, dicendo che cosi 
gli era stato comandato dai fratelli. Spogliato che 1'ebbero, comin- 
ciarono a togliergli anche le calze ed i sandali. Giunti alle brache, 
Valtario a lungo fece resistenza, affermando che non gli era stato co 
mandato dai frati di togliersi le brache. Ma quelli ribattevano che 
nulla a loro importava degli ordini dei monaci, mentre da parte sua 
Valtario badava a ripetere che a nessun patto era a lui conveniente 
spogliarsene. E poiche essi cercavano di costringervelo con la 
forza, Valtario, staccata di nascosto dalla sella la staffa nella quale 
prima poggiava il suo piede, percosse in testa uno di essi che 
cadde a terra come morto. Strappata poi 1'arma di costui, menava 
gran colpi a destra e a sinistra; quindi, adocchiato vicino a se un 
vitello che pascolava, lo abbranc6 e gli divelse una spalla con la 
quale prese a percuotere i nemici, inseguendoli e disperdendoli 
per la campagna. Vogliono inoltre alcuni che ad uno dei predoni, 
che piu degli altri aveva infastidito Valtario, questi appiopp6 sul 
collo, mentre s'era chinato per togliergli i calzari, un pugno-cosi 
possente da fratturargli Tosso e da mandarglielo in gola. Parecchi 
furono uccisi e gli altri, volti in fuga, abbandonarono tutto. Val 
tario vittorioso raccolse le cose proprie ed altrui e tosto si rimise 



294 IL SECOLO xi : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

cum maxima pred[a] oneratum. Abbas autem talia, ut ante audie- 
rat, vidit, ilico ingemuit, ac se in lamentum et precibus cum reli- 
quis pro eo dedit fratribus, increpans eum valde acrius. Vualta- 
rius vero exin penitentiam accipiens a predicto patrono, ne de 
tanto scelere superbiretur in corpore, unde iacturam pateretur in 
anima. Tradunt autem nonnulli, quod tribus vicibus cum Paganis 
superirruentibus pugnaverit, atque victoriam ex illis capiens, igno- 
miniose ab arva expulerit. Nam ferunt aliquanti, quod alio tempore 
cum de prato reverteretur ipsius monasterii, quod dicitur Mollis, 1 
de quo eiecerat equos regis Desiderii, 3 quo ibi invenerat pascentes, 
hac vastantes erbam. Qui cum multos ex illis debellans vicisset ac 
reverteretur, invenit iusta viam columnam marmoream, in qua 
percussit bis ex pugione, quasi leto animo ex victoria, qui maxima 
ex ea incidens parte, deiecit in terram, unde usque in hodiernum 
ibi dicitur diem : percussio vel ferita Vualtari . 

xu. Obiit interea vir magnanimus atque inclitus comes et aleta 
Vualtharius senex et plenus dierum, quem asserunt nostri multos 
vixise annos, quorum numerum collectum non repperi, sed in 
actis vite sue cognoscitur quibus extiterit temporibus. Hie, sicut 
legitur in hoc fuisse evo, prudentie corporis ac decore vultui stre- 
nuissime adornatus, ita in predicto monasterio post militie con- 
versionem, amoris obedientie et regularis discipline oppido fervi- 
dissimus fuisse cognoscitur. Inter alia etiam que ipse in eodem 
gessit monasterio, fecit siquidem, dum vixit, in summitate cuius- 
dam rupis sepulcrum in eadem petra laboriosissime excisum, qui 
post sue carnis obitum in eodem, cum quodam nepote suo nomine 
Rataldo, 3 cognoscitur fuisse sepultus . . . 



1. prato . . . Mollis: Mollard in Savoia, o Pramollo vicino a Pinerolo? Si 
vedano le note del Bethmann e del Cipolla a questo luogo (B. Nardi). 

2. Desiderii: Desiderio, re dei Longobardi (756-774). 3. Rataldo: com'e" 
detto subito dopo, Rataldo era nepote di Valtario, per esser figlio del 
figlio di questo, Raterio, e della moglie Ildegonda (B. Nardi). 



CHRONICON NOVALICIENSE 295 

in cammino verso il convento, carico (Tuna ricchissima preda. 

Quando 1' abate vide le cose di cui prima aveva avuto notizia, 
gemette e insieme ai frati prese a lamentarsi e a pregare per lui, 
aspramente rimproverandolo. Valtario allora ricevette dall' abate 
la penitenza, affinche non mostrasse nel corpo segni di superbia 
per un cosi grave misfatto e non ne soffrisse danno neiranima. 

Narrano inoltre alcuni che si batte in tre occasion! coi pagani 
che venivano alPassalto e che, dopo averli soprafTatti, li cacci6 con 
ignominia da quella terra. E si racconta anche che un'altra volta, 
di ritorno dal prato del monastero che e chiamato Molle, ne caccio 
i cavalli del re Desiderio sorpresi a pascolare e a guastare 1'erba. 
Mentre tornava, dopo averne abbattuti e vinti molti, trov6 per via 
una colonna di marmo che, nelPeuforia della vittoria, colpi due 
volte con un pugnale, spaccandola in gran parte e rovesciandola a 
terra ; si che ancor oggi in quei luoghi si usa dire : colpo o f erita 
di Valtario. 

xii. Venne a morte frattanto il magnanimo eroe, 1'inclito conte ed 
atleta Valtario; mori vecchio e pieno di giorni, e i nostri affer- 
mano che visse molti anni: quanti, non ho trovato indicato, tuttavia 
attraverso i fatti della sua vita si pu6 stabilire in qual tempo sia vis- 
suto. Egli, come nella vita secolare apparve, a quel che si legge, so- 
pra ogni altro adorno di senno e di bellezza, cosi, allorch6 si ritiro 
nel monastero dopo aver abbandonato la vita militare, sappiamo 
che fu singolarmente acceso delPamore per 1'obbedienza e per la 
disciplina della regola. Tra le altre cose che egli fece in quel mo 
nastero, costrui, mentre era in vita, un sepolcro in cima ad una 
rupe, faticosamente scavato nella pietra: sappiamo che qui egli 
fu sepolto, dopo la sua morte corporale, insieme ad un nipote di 
nome Rataldo . . . 



2 

GREGORIO DA GATING E GLI ESORDI 
BELLA STORIOGRAFIA DOCUMENTALE 

\jregorio da Catino> assunto il governo del Tabularium e delta Bi- 
blioteca del cenobio farfense, propone al suo abate di raccogliere tutti 
i documenti che autenticavano i diritti temporali dell'abbazia e di ri- 
copiarli in unico volume; e ottenuta V autorizzazione^ da solo si pone 
alia grande impresa e da solo la conduce a termine; e mette insieme 
il Liber gemniagraphus sive cleronomialis ecclesiae Pharphensis, 
silloge di ben 1224 documenti cui son premessi due prologhi, una rac- 
colta di canoni e un catalogo degli abati di Far/a e deipontefici romani. 
A tale opera Gregorio annette il Liber largitorius o notarius, che e 
il registro di tutte le concessioni e gli affitti dal monastero convenuti 
a tempo determinato; e il Liber floriger chartarum, che e un in- 
dice topografico riassuntivo dei principali documenti. Sul fondamento 
di queste raccolte documentali, Gregorio compone il Chronicon Far- 
fense, attraverso un processo di scelta e di critica del materiale rac- 
coltOj e mediante il confronto delle indicazioni offerte dalle fonti let- 
terarie generali e tradizionali con quelle dei documenti autentici. 

Gregorio super a la nozione che della storia aveva fissato la tradi- 
zione: non piii opera retorica la storia, nella nozione di Gregorio; 
ma di ricerca e di indagine rigorosa del documento, le cui indicazioni 
vanno interpretate e discusse con critica severa e paziente. 

Notevole figura e Gregorio catinense di indagatore e di erudito> che 
ha il gusto acuto del documento, e instaura nella storiografia e nella 
archivistica un metodo e una tecnica in cui e da riconoscere il prean- 
nuncio della moderna storiografia documentale. 

E V opera sua e il modello cui si conformano molti altri regesti che 
compaiono subito dopo, segno delV affermarsi, nella storiografia, di 
nuovi orientamenti. 



A. VlSCARDi, Le origini, in Storia letter aria <V Italia, Milano, Fr. Vallardi, 
1950, II ediz. rinnov., pp. 93-4 e 127, nonche U. BALZANI, Le cronache ita- 
liane nel Media Evo, Milano, Hoepli, 1909, cap. iv, ill ediz. 



DAL LIBER LARGITORIUS* 1 

IN CHRISTI NOMINE. INCIPIT PROLOGUS LIBRI 
EMPHITEUSEOS TERRARUM MONASTERII PHARPHENSIS 

. . . Nos quoque divina instigante potentia, simulque miserante 
dementia, ob cunctorum continentiam evasionemque vitiorum, et 
mee atque omnium consanguineorum salutem animarum, opus 
istud cartularum assumpsimus, et ad perfectum in nomine Domini 
deducere curavimus, scientes quia non qui ceperit, sed qui usque 
in finem perseveraverit, hie salvus erit. Denique primum huius 
magni operis librum stilo edere veraci studuimus, quern Clerono- 
mialem, idest hereditalem, 2 appellare curavimus, in quo Deum te- 
stantes confitemur nichil nos mendacii in rerum translatione, nichil 
dubietatis in cartarum transscriptione, nichilque superfluitatis in 
causarum dimensione, sive quantitate aut qualitate, addidisse, nee 
omnimodis minuisse preter quod sillabarum sive partium littera- 
turas, omnino corruptas, aliquantulum transferentes correximus, 
prolixitates etiam verborum caventes, rethorice contractus carta 
rum emendavimus. Demum hunc alterum librum Largitorium vel 
Notarium appellari censuimus, eo quod res nostri monasterii notet 
ab eius rectoribus possessas, vel alicui petenti legaliter sive usuali- 
ter largitas. Per quod videlicet secundi operis volumen non minus 
bonorum possessionum ius legaliter et auctorialiter defendi potest, 
quam per prioris opus cartularum, in quo dumtaxat acquisitiones 
inveniuntur rerum, vel confirmationes temporalium potestatum. 
Nam nemo plenius largitur, nisi quod prius certius possidere vi- 
detur. Ergo res primo corporali edita traditione acquisite, et post- 
modum cuilibet ecclesiastico more largite, firmius certiusque de 
fendi possunt equissima ratione, quia liberius ostendunt ipsarum 
rerum dominum possessorem, per earn quam alicui tribuit largi- 
tionem. In quo etiam libro, indictiones cuiuscumque temporis, et 
vocabula virorum res ipsas petentium, abbatumque largientium, 
pretium quoque emptionis, penamque obligationis, nomina testium 

i. Testo di G. Zucchetti, Liber largitorius vel notarius monasterii Phar- 
phensis, nei Regesta Chartarum Italiae)>, Roma 1913, pp. 5-6. Traduzione 
di Tilde Nardi. 2. Cleronomialem . . . hereditalem: si tratta del Liber gem- 
niagraphus sive cleronomialis ecclesiae Pharphensis, conservato nella Biblio- 
teca Vaticana e pubblicato dalla Societa Romana di Storia Patria con il 
titolo // Regesto di Farfa, a cura di I. Giorgi e U. Balzani. 



DAL LIBRO LARGITORIO)) 

NEL NOME DI CRISTO COMINCIA IL PROLOGO DEL LIBRO 
SULL'ENFITEUSI DELLE TERRE DEL MONASTERO DI FARFA 

. . . JNoi dunque, ispirati da Dio e assistiti dalla di lui pietosa cle- 
menza a reprimere e a divellere tutti i vizi, per la salvezza deiranima 
mia propria e di quella di tutti i miei consanguinei, abbiamo intra- 
preso questa raccolta di pubblici documenti e ci siamo preoccupati 
di condurla, in nome del Signore, a compimento, ben sapendo che 
non chi comincia, bensi chi avra perseverato sino alia fine sara salvo. 

Ci siamo inoltre sforzati di comporre un primo libro di questa 
ampia trattazione, che abbiamo voluto intitolare Cleronomiale, 
cioe Ereditale, in uno stile veritiero; e dichiariamo, prendendone 
Dio a testimone, che nulla di falso abbiamo aggiunto nel riportare i 
fatti, che nessun punto dubbio abbiamo lasciato nella trascrizione 
degli atti, ne alcunche di superfluo nella valutazione degli eventi, 
per quel che riguarda la quantita come la qualita, e allo stesso modo 
nulla abbiamo tolto ; nel trascrivere non abbiamo apportato corre- 
zioni, salvo qualche lieve ritocco al modo di scrivere certe sillabe 
e parti irrimediabilmente guaste, e pur evitando la prolissita del- 
Pespressione, abbiamo migliorato secondo le regole della retorica 
la forma stringata propria dei documenti ufficiali. 

Questo secondo libro, poi, abbiam pensato di intitolarlo Largi- 
torio o Notario, in quanto tien nota dei beni del nostro monastero 
posseduti dai suoi rettori e delle elargizioni fatte, sia per legge che 
per consuetudine, a qualche richiedente. Sicche, con questo se 
condo volume delPopera, si pu6 legalmente e in modo autentico 
difendere il diritto dei beni posseduti non meno che con la prece- 
dente raccolta di atti pubblici, nella quale si trovano soltanto le 
indicazioni sull'acquisto dei beni, convalidate dalle autorita tempo- 
rali. Nessuno infatti concede con pieno vigore se non ci6 che ha la 
certezza di possedere legalmente. Quindi il possesso dei beni, ac- 
quisiti in origine mediante consegna corporale e concessi in seguito 
a chicchessia secondo la consuetudine ecclesiastica, pu6 essere 
con piena ragione difeso con tanta maggiore efficacia e sicurezza in 
quanto il fatto di averli concessi a qualcuno di per se stesso chiara- 
mente dimostra il diritto ad esserne il possessore. In questo libro 
abbiamo registrato inoltre le indizioni di ogni tempo, i nomi di co- 
loro che sollecitavano le concession! e quelli degli abati che le elar- 



300 IL SECOLO XI : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

iudicumque notantium, sive quantitates rerum conventarum pre- 
notavimus, ut non fictas vel apocrifas translationes, sed verissimas 
certissimasque et absque aliquo scrupolo dubietatis, qui velit in- 
tueri, cerneret cartularum singulas autenticarum renovationes. Que 
omnia, iuxta abbatum catalogum, sive eorum successiones tempo- 
rum, ordinantes, descripsimus, quarum etiam vocabula rerum, sive 
terrarum aut locorum, ceu in alio priori libro, alphabetice, ad citis- 
sime inveniendum, inseruimus . . . 



GREGORIO DA GATING 30! 

givano, e cosi pure il prezzo di ogni compra e vendita, la penale del 
contralto, i nomi dei testimoni e del giudici che hanno redatto 
1'atto, nonche Pestensione dei beni contrattati, di modo che chi vo- 
lesse esaminarle si troverebbe di fronte non gia a trascrizioni false 
ed apocrife, bensi a verissime ed esattissime trascrizioni dei docu- 
menti originali, del tutto fedeli, autentiche, tali da non generare il 
minimo dubbio. Tutto ci6 abbiarno trascritto seguendo il catalogo 
degli abati, ordinandolo cioe in successione cronologica, e inoltre, 
come nel prirno libro, vi abbiamo inserito le denominazioni dei 
possedimenti, siano essi terre o localita, in ordine alfabetico, perch6 
si possano trovare con la massima rapidita . . . 



DAL CHRONICON FARFENSE 
INCIPIT PROLOGUS 1 

Excellentissimo, magnisque honoribus Dei nutu accumulate, patri 
reverentisslmo domno et abbati Beraldo 2 cunctisque senioribus 
Pharphensis sanctissimi conventus, infimus omnium et cunctorum 
utinam monachorum ultimus Gregorius quicquid in hoc evo subli- 
mius et in Christo felicius . . . 

. . . ego infimus omnium et infelix, huiusque operis editor fi- 
delis, vestra, pater venerabilis, sublimi caritudine et quorundam 
precipuorum seniorum admonitionibus cohortatus, semper gli- 
scens, secundum datam mihi a Deo gratis scientiolam, aliquem of- 
ferre fructum utilitatis in Ecclesia, ad augmentum bonorum huius 
sacri cenobii, vestramque edificationem, domini mei reverentis- 
simi, hoc tertium assumpsi cartularum opus 3 laboris. Quod quia 
Christo domino adiuvante, eius optentu integerrime Genitricis, in 
duobus iam aliis expletis voluminibus magnis, usitatissimum habe- 
mus, ideo nunc breviatim deflorare curamus, ut et ad legendum 
levissimum, et ad audiendum laborem plenissimum exercere va- 
leamus. Omne quippe opus vel ars, quanto magis frequentatur, 
tanto amplius indagatur et perfectius operatur. Sic etiam ager, 
sarculis vel rastris aliisque utillimis obsequiis cultus, purum et 
absque zizaniis profert fructum. Scriptura quoque sanctorum pa- 
trum nobis emissa priscorum si sepius ruminetur, magne semper 
utilitatis, clariorque sensus in eis invenitur. Quanto enim plus eas 
investigamus, tanto magis velut discretam frumenti medullam vi- 
nique optimam in eis meracam reperiemus. 

Quapropter et nos de priori cartarum magno, 4 et sequenti bre- 
viori libello, 5 hoc tertium studuimus opus efficere brevissimum. In 
quo etiam aurificum peritorum mores imitati sumus, qui aurum 
vel argentum igni multoties satagunt purgare, ut opus splendidis- 
simum exinde valeant perpetrare. Enimvero tamquam vina que, 

i. Testo di U. Balzani nelle F.I.S., vol. I, 33, pp. 109, 111-4, 117-8, 127- 
9; vol. n, 34, pp. 205-6. Traduzione di Tilde Nardi. 2. abbati Beral- 
do: 1'abate Beraldo III che govern6 la badia di Farfa dal 1099 al 1119. 
3. hoc tertium . . . opus: cfr. sotto le note 465. 4. priori cartarum magno: 
si tratta del Liber gemniagraphus sive cleronomialis ecclesiae Pharphensis, su 
cui si cfr. p. 298, n. 2. 5. sequenti . . . libello: si tratta del Liber largitorius 
(si cfr, il prologo riportato in questo volume) o libro delle enfiteusi. 



DALLA (cCRONACA FARFENSE 



PROLOGO 

Aireccellentissimo e reverendissimo padre, signore e abate Beraldo, 
dalla volonta divina colmato di grandi onori, e a tutti gli anziani del 
santissimo convento di Farfa, Tultimo e, a Dio piacendo, il piu 
umile di tutti i monaci, Gregorio [augura] quanto avvi di piu subli 
me in questa vita e di piu felice in Cristo . . . 

. . . io, di tutti piu umile e misero, fedele compilatore di questa 
opera, spronato dalFalta vostra benevolenza, o venerabile padre, 
e dalle esortazioni di alcuni fra i piu eminenti anziani, sempre ar- 
dentemente desiderando, nei limiti della povera scienza che Iddio, 
per sua grazia, mi ha concessa, di offrire un qualche frutto di uti- 
lita nella Chiesa, ho intrapreso, ad accrescimento dei beni di questo 
santo cenobio e a vostra edificazione, o miei reverendissimi padri, 
questa terza e faticosa opera di archivio. E poiche, con Paiuto di 
Cristo Signore e 1' inter cessione della immacolata sua Madre, con 
la compilazione dei due primi grossi volumi, ora finiti, abbiamo 
acquistato notevole familiarita con questo lavoro, ora cerchiamo di 
compendiarne il fior fiore, si che il frutto della nostra fatica riesca 
di facile lettura e risulti nello stesso tempo complete^ nel suo con- 
tenuto. In verita ogni opera od arte, quanto piu assiduamente la si 
pratica, tanto piu la si approfondisce e la si perfeziona. Cosi av- 
viene del campo che, lavorato con sarchi, rastrelli ed altri utilis- 
simi strumenti, da frutti genuini senza che vi si mescoli la zizzania. 
Non altrimenti, se si meditano assiduamente gli scritti a noi tra- 
mandati dai santi padri antichi, se ne ritrae grande utilita e vi si 
scopre un piii chiaro significato. Quanto piu infatti approfondiamo 
le nostre indagini su tali scritti, tanto piu riusciamo a cogliere, per 
cosi dire, la riposta midolla del frumento e il piu puro distillato 
del vino. Onde anche noi, dopo il primo ampio volume ed il se- 
condo piu breve, ci siamo studiati di rendere questa terza opera 
piu sintetica che fosse possibile, imitando in ci6 la tecnica degli 
esperti orefici che si preoccupano di liberare col fuoco, piu volte, 
Toro e Pargento da ogni impurita fino ad ottenere un'opera per- 
fetta. E come i vini che, una volta purgati della feccia, diventano 



304 IL SECOLO XI; CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

fecibus ablatis, mera suaviora fundunt, et in altero nitidiori vase 
recondita potantibus nectaream dulcedinem reddunt, ita hunc car- 
tularum tertium librum studuimus breviare, et de ampliori fonte 
in breviori locello aquam laboravimus puriorem transferre, ut 
lectus et relectus sine tedio hie liber et frequentius, magnam sol- 
lertiam utillimamque cautelam prebere valeat eo utentibus, et 
notitiam bonorum omnium huius monasterii administret, presen- 
tibus posterisque rectoribus fastidio magne remote rei, studioque 
adhibito perfecte utilitatis. In hoc enim invenientur antiquissima 
novaque et verissima huius monasterii libertas, propria iura, de- 
fensio summa, custodia utentibus recta. Refert enim brachico ve- 
racique stilo cuiuscumque abbatis singulas acquisitiones, iniquas 
largitiones, detestabiles dispersiones, etiam quorumcumque homi- 
num iniustas invasiones et impias diremptiones* In quibus omni 
bus numquam me fallere studiose, nee in aliquo apponere aliquid 
vel minuere, nee a vero aliorsus scribere promitto, teste omnipo- 
tente Deo eiusque tremendo iudicio, nisi que equissima ratione 
scriptoque veracissima per omnia fuisse sano intellect! capere po- 
tero, Salva semper huius monasterii libertate antiqua vel consueta, 
a pontificibus sive regibus et imperatoribus largita. Nee mendacium 
in hoc sive falsitatem laborare debeo, quoniam exinde nil mercis 
temporalis debitum exigo, nullumque premii munus terreni reci- 
pere habeo. Quippe quam sepissime etiam in rebus mihi concessis 
et necessariis penurias ultra modum patior, cur gratis mendacium, 
quod ex diabolo est mihique non lucrandum, agere debeo ? Scri- 
bam sane prout certius nosse sive posse potero, huic sacro cenobio 
vel iure, vel iuste, vel legaliter, vel consuete pertinentes vei perti- 
nendas hereditates, aut ei a quovis potentissime concessas per 
omnia libertates. Alterius bona sive ius Ecclesie, aut cuiuscumque 
hominis scienter nunquam fraudabo, neque quod iniquum vel 
perversum videro, huius monasterii aliquando fuisse fraudulenter 



GREGORIO DA GATING 305 

piu schietti e piu soavi e, travasati in un altro recipiente pm pulito, 
danno a chi ne beve nettarea dolcezza, allo stesso modo abbiamo 
cercato di condensare questo terzo libro di ricerche d'archivio, 
sforzandoci di travasare da una fonte piu ampia un'acqua piu pura 
in un vasello piu angusto, si che questo libro, letto e riletto spesso 
senza noia, possa offrire a chi lo compulsa ampia materia di in- 
formazione e validissima garanzia, e nello stesso tempo fornisca ai 
rettori presenti e futuri notizie di tutti i beni appartenenti a questo 
monastero, liberandoli in tal modo dalla noia d'un compito cosi 
gravoso, nelPintento costante da parte mia di recar loro vantaggio. 
In questo libro infatti s'avra testimonianza della piu antica e nuova 
e vera immunita di questo monastero e dei suoi diritti, una difesa 
inoppugnabile, una opportuna salvaguardia per chi ne avesse a 
far uso. Riporta esso ad uno ad uno, in forma concisa e semplice, 
gli acquisti di ogni abate, le arbitrarie concessioni, le riprovevoli 
dispersioni, nonche le inique usurpazioni e gli empi saccheggi 
compiuti da chicchessia. E nel riferire tutto ci6 mi impegno, chia- 
mando a testimonio Dio onnipotente e il suo tremendo giudizio, 
a non mentire deliberatamente, a non aggiungere ne ad omettere 
alcun dato, a non scostarmi dalla verita, limitandomi a narrare 
quelle cose che spassionatamente riterr6 sotto ogni aspetto le piu 
giuste secondo diritto e le piu attendibili secondo quanto si trova 
scritto, salva sempre 1'immunita di questo monastero stabilita ab 
antico o per consuetudine e conferita da pontefici, re o imperatori. 
D'altronde nulla mi spinge a ricorrere in questa mia opera alia 
menzogna e alia falsita, poiche da essa non voglio trarre alcuna 
mercede temporale ne ricavarne ricompensa terrena. E poi, pro- 
prio io che, anche nelle cose permesse e necessarie, so impormi 
grandissime privazioni, a che scopo dovrei senza frutto ricorrere 
alia menzogna che viene dal diavolo e che a me non arrecherebbe 
alcun guadagno ? Scriver6 quindi quel che potr6 con maggior si- 
curezza appurare, elencando le eredita spettanti nel presente o nel 
futuro a questo santo cenobio secondo il diritto, la giustizia, la 
legge o la consuetudine, nonch6 le immunita di qualsiasi genere 
ad esso accordate da chi ne aveva pieno potere. Mai di proposito 
mentir6 circa i beni che non ci appartengono o negherb il diritto 
della Chiesa o di chiunque altro, come non cercher6, nel caso 
trovassi traccia di qualche proprieta iniquamente acquistata, di 
sostenere con la frode che apparteneva un tempo a questo mona- 



306 IL SECOLO xi : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

ascribere studebo. Foret enim impium et detestabile apud Domi- 
num tamquam crimen sacrilegii pessimum et pene homicidii di- 
gnissimum. Ideoque nullum exinde meritum apud Altissimum 
neque per hoc temporale prestolarer commodum, quia Deus iudex 
iustus non hoc pateretur inultum, immo Dei non evaderem iudi- 
cium, sed eternum digne perferrem supplicium. Quoniam iuxta 
sanctum evangelmm omnis arbor que non facit fructum bonum 
excidetur et in ignem mittetur. 1 Ubi attendendum, quia si arbor 
que licet non mala dicatur, propter fructum tamen quern non facit 
bonum in ignem mittitur, putas ubi arbor mala erit mittenda, que 
multa sagacitate et industria prava et perversa opera malosque 
fructus exercere nititur? Cavenda est ergo fraus, cavendum men- 
dacium, et detestande operationis incestus, et his similes pestes, 
quoniam hi sunt male arboris mortiferi fructus, qui se perpetrantes 
demergunt in profundum. Hoc interea vos omnino postulo, patres, 
ut opus istud digne suscipiatis, et nullius intentus occupationibus 
postponatis, quoniam in futurum ex hoc permaximis rebus pote- 
ritis letari. Nam ego quamvis magnus videar in caritudine, tan- 
tillus tamen in munere, argentum vobis decens vel aurum non 
habens, Deus scit, istud opus maxime huic sacro cenobio cerno 
proficuum, iccirco vestre serenitati vestrisque temporibus illud 
exercere Domino adiuvante desidero attentius. Cum quo etiam 
opere fidelia obsequia vestro honori conferre studeo, et non adu- 
lationis nee verba inania, non levitatem pulveris vel ventuosi fa- 
minis, sed cordis purissimi sinceritatem non solum transeuntis, 
sed potius munus operis eterni vobis ministrare satago . . . 
Hoc ad ultimum suggerimus, ne nostram scientiolam parvipen- 
datis, sed sic agat erga me vestra dignatio ut nunquam vacet in me 
cuiuscumque utilitatis operatio. Enimvero donee vixero, adiutus 
Dei omnipotentis eiusque gloriose Genitricis ac domine nostre suf- 
fragio, non erit segnis nee irmtilis scientiola mee parvitatis, a Deo 
mihi concessa gratis, ad semper exercenda huius monasterii utiliora 
vestroque honori decentiora ... 



i. omnis . . . mittetur: Matth., 7, 19. 



GREGORIO DA GATING 307 

stero. Ci6 sarebbe empio e detestabile presso Dio come scellerato 
atto di sacrilegio, degno della pena di morte. Pertanto dall'inganno 
non potrei attendermi alcun merito presso 1'Altissimo, ma nemme- 
no alcun vantaggio temporale, poiche la giustizia di Dio non mi 
lascerebbe impimito ed io indubbiamente non sfuggirei al giudizio 
di Dio e meritatamente sarei dannato in eterno. Giacche, secondo 
il santo Evangelo, ogni albero che non da buon frutto sara tagliato 
e gettato tra le fiamme. Pensa dunque, se un albero, che pur non 
si pu6 dire nocivo, vien buttato nel fuoco sol perche non da buoni 
frutti, ove credi si dovra gettare 1'albero malefico che sfrutta la 
forza del suo ingegno e volge la sua attivita al fine di produrre 
opere malvage e frutti dannosi ? Occorre perci6 guardarsi dalla fro- 
de, fuggire la menzogna, non macchiarsi d'un'azione abominevole 
e di consimili pesti, poiche questi sono i funesti frutti delPalbero 
cattivo che sprofondano nelPabisso coloro che li portano a matu- 
razione. 

Frattanto io vi supplico, o padri, di accogliere secondo i suoi 
meriti Fopera mia e di non trascurarla per nessun'altra occupa- 
zione, poich6 da essa in futuro potrete trarre grandissime soddisfa- 
zioni. Giacch6 io, sebbene appaia generoso nelPamore, ma assai 
modesto nel mio dono - non avendo, Dio Io sa, oro ed argento 
che a voi si convenga -, considero questo mio lavoro assai proficuo 
per questo santo cenobio e pertanto desidero, per la vostra tran- 
quillita e perche possiate in ogni contingenza servirvene, atten- 
dervi, se Dio mi assiste, con somma diligenza. 

Con quest' opera inoltre mi propongo di rendere alia vostra 
reverenza omaggio di fedelta, preoccupandomi di offrirvi non gia 
vane parole di adulazione, non fumo, non Tinconsistenza d'un 
vuoto discorso, bensi la sincerita d'un cuore purissimo e il dono 
d'una fatica non destinata a perire, ma a durare eterna . . . 

Una cosa ancora infine chiediamo: che non disprezziate il no- 
stro povero sapere, ma che la vostra stima abbia su di me Fef- 
fetto di non privarmi mai della volonta di compiere qualcosa di 
utile. In verita, finche vivro, confortato dalPaiuto di Dio onnipo- 
tente e della gloriosa sua Madre nostra signora, la poca dottrina, 
a me meschino da Dio per sua grazia concessa, non sara inoperosa 
ne* inutile a sempre maggiore vantaggio di questo monastero e a 
gloria delle vostre reverenze . . . 



308 IL SECOLO xi : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

[i] 

Libet autem de huius sancti 1 tempore historias perscrutari, et 
quo extiterit evo perspicacius investigare, et quamvis non plenius 
sciri possit pro temporum magna longinquitate, et barbarorum 
imminente postea istius loci desolatione, tamen absque ambiguitate 
novimus id quod in privilegio domni lohannis prefati pape 3 habe- 
tur, beato Thome abbati 3 concesso: Venerabile monasterium 
sancte Dei genitricis semperque virginis Marie quod Laurentius 4 
quondam episcopus venerande memorie de peregrinis veniens in 
fundo qui dicitur Acutianus territorii Sabinensis constituit, et 
propter religiosam eius conversationem, et divini servitii seduli- 
tatem, ibidem secum conversantium, loca quedam tarn emptu quam 
ex oblatione fidelmm acquisivit. s His dictis possumus nosse ab 
hoc sanctissimo viro, sed non de publico, sanctum hoc cenobium 
constructum fuisse. Quia vero tempus illius conditionis ignoramus, 
iccirco silere de hoc magis elegimus quam aliquid proferre men- 
dosum vel frivolum. Nobis quippe audire mendacium non licet, 
quanto magis proferre ? Legimus tamen in autentice Constructionis^ 
illius proemio, quia temporibus Romanorum, prius quam Hitalia 
gentili gladio ferienda traderetur, tres viri de Siria advenerunt, 
scilicet Ysaac et Johannes atque Laurentius cum sua germana so- 
rore Susanna. De quorum primo duorum beatus papa Gregorius, 7 
qui a beato Petro extitit LXVI, et post annum dominice incarnatio- 
nis DCIII mensesque x atque dies xx, indictione secunda, tertio 
nonas octobris, in pontifkatum est assumptus, imperante Tyberio 
Augusto, 8 sic in Dialogorum libro tertio, capitulo decimoquarto, 
mentionem faciens ait : Prioribus quoque Gothorum temporibus 
fuit iuxta Spoletanam urbem vir vite venerabilis Ysaac nomine, 
qui usque ad extrema pene Gothorum tempora pervenit, quern no- 
strorum multi noverunt, et maxime sacra virgo Gregoria que nunc 

1. huius sancti: Lorenzo vescovo, fondatore del monastero di Farfa. 

2. lohannis . . .pape: e incerto se si tratti di papa Giovanni VI o di papa 
Giovanni VII. 3. beato . . . abbati: Tommaso abate, franco, oriundo di 
Moriana, restauratore del monastero di Farfa. 4. Laurentius: cfr. n. i. 
5. Reg. Farf., doc, 2. 6. Constructionis: la Constructio o Libellus construc 
tions Farfensis narra la storia della seconda costruzionc del monastero 
(che sarebbe stato distrutto durante il periodo delle invasioni barbariche), 
awenuta verso la fine del secolo VII. L'opera non ci e arrivata inte- 
gra e il passo cui qui Gregorio si riferisce appartiene alia parte perduta. 



GREGORIO DA GATING 309 

[I] 

(jriova inoltre studiare attentamente le storie del tempo di questo 
santo [Lorenzo] per cercar di scoprire in quale eta sia vissuto; e, 
sebbene questo dato non si possa stabilire con assoluta precisione, 
trattandosi di epoca molto remota ed anche a causa della devasta- 
zione del luogo ad opera dei barbari che doveva seguire di li a 
poco, tuttavia ci e no to senza possibilita di dubbio ci6 che e con- 
tenuto nel privilegio dal gia ricordato signor papa Giovanni, con- 
cesso al santo abate Tomaso : II venerabile monastero della santa 
Madre di Dio e sempre Vergine Maria, fu fondato da Lorenzo, 
un tempo vescovo di veneranda memoria, venuto da fuori, nel 
fondo chiamato Acuziano nel territorio della Sabina; il quale Lo 
renzo, e per il tenore della sua vita religiosa e per lo zelo del ser- 
vizio divino, entr6 in possesso di alcuni luoghi sia mediante acqui- 
sto sia per oblazione dei fedeli che conducevano il suo stesso tenore 
di vita. )> Da queste parole ci e dato conoscere che questo santo ce- 
nobio fu costruito da quel santissimo uomo, ma non a spese pub- 
bliche. Poiche tuttavia ignoriamo Fepoca di tale fondazione, prefe- 
riamo non parlarne piuttosto che avanzare ipotesi non rispondenti 
a verita e prive di fondamento. Che, se a noi non e lecito ascoltare 
falsita, quanto meno e lecito dime ? Leggiamo tuttavia nel proemio 
della autentica Costruzione del monastero che al tempo dei Romani, 
prima che T Italia fosse abbandonata ai colpi del ferro barbarico, 
vennero dalla Siria tre uomini, cioe Isacco, Giovanni e Lorenzo 
con sua sorella Susanna. Del primo di questi fa menzione nel terzo 
libro dei Dialoghi, al capitolo decimoquarto, il beato papa Gregorio 
che fu il sessantaseiesimo pontefice dopo san Pietro e sali al ponti- 
ficato a seicentotre anni, dieci mesi e venti giorni dall'incarnazione 
del Signore, indizione seconda, nel giorno 5 di ottobre, regnando 
Timperatore Tiberio Augusto; scrive egli: Nei primi anni della 
dominazione gotica visse nei pressi di Spoleto un uomo di vene 
rabile vita chiamato Isacco, soprawissuto sin quasi agli ultimi anni 
del dominio dei Goti; molti dei nostri lo conobbero e meglio di 
tutti la santa vergine Gregoria che ora abita qui in Roma, accanto 

7. beatus . . . Gregorius: papa Gregorio I, dottore e santo (535-604); sali 
al pontificate nel 590 dopo la morte di Pelagio II. 8. Tyberio Augusto: 
Tiberio II imperatore d'Oriente; creato Cesare da Giustiniano II nel 
574, fu consacrato imperatore nel 578. Mori nel 582. 



310 IL SECOLO XI : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

in hac Romana urbe iuxta ecclesiam beate Marie semper virginis 
habitat.)) Et post pauca: Multa autem de eodem viro, narrante 
venerabili patre Heleuterio, agnovi, qui et hunc familiariter nove- 
rat, et eius verbis vita fidem prebebat, hie itaque venerabilis Ysaac 
ortus ex Hitalia non fuit, sed primum de Sirie partibus ad Spole- 
tanam urbem venit.)) 1 Prudens lector, animadverte que fuerint 
Gothorum priora tempora vel que Romanorum prius quam Hitalia 
gentili gladio ferienda traderetur. Constat igitur quoniam ante pre- 
fati gloriosissimi pontificis non modicum tempus conditum est 
monasterium istud, pro eo quod venerabilis memorie beatum Ysaac, 
collegam scilicet sanctissimi huius monasterii Laurentii abbatis, 
non se vidisse nee suis temporibus extitisse descripsit, sed prioribus 
ilium Gothorum temporibus fuisse manifesta relatione professus 
est. Nam priora Gothorum tempora, ut verius conici potest, ut in- 
scriptis Chronice historie Orosii presbyteri reperitur, 2 ilia fuerunt 
quando, regnante Archadio imperatore 3 (quo tempore Ambrosius 4 
apud Mediolanum, Martinus 5 vero, cuius gloriosus extitit transitus 
a Domini passione anno ccccxn, etatis autem octogesimo primo, 
episcopatus vero xxvi, in Galliis apud Turonos, et apud Bethlehem 
Hieronimus, 6 qui expletis xci vite annis ad Christum migravit, velut 
sidera radiabant), Radagisus 7 rex Gothorum, qui virtu te et natura 
barbarus erat et Scitha, habens secum CCX M C homines, primo 
Hitaliam divastavit. 

[n] 

Defuncto autem prefato domno B[erardo], orta est inter nos 
dissensio de abbate eligendo, nitentibus permaxime qui nos vide- 
bantur regere ut Regizonem Sabinensem episcopum eligerent. 
Quibus, quamvis minima, saniori tamen confratrum resistente 
parte, ab hac quieverunt intentione. Continuoque quasi precipiti 
subitaneoque assensu omnium, contra sanctorum canonum sanctio- 
nes, adhuc instante nocte et necdum humato predicto migrato 
pastore, domnum Rainaldum elegimus. Qui licet plenius mona- 

i. San Gregorio Magno, Dial, in, 14. 2. ut . . . reperitur: Orosio, Hist., 
viz, 37. Paolo Orosio, prete di Spagna, 1'autore della storia universale 
dalle origini sino al 417, col titolo Historiarum adversus paganos libri 
septem. Mori nel 418. 3. Archadio imperatore'. Arcadio, imperatore d'O- 
riente dal 395 al 428; divenne imperatore alia morte del padre Teodosio, 
che aveva diviso 1'impero e concesso la parte occidental al figlio minore 
Onorio. 4. Ambrosius: sant'Ambrogio (34oca.-397), Padre della Chiesa e 



GREGORIO DA GATING 3!! 

alia chiesa della beata Maria sempre Vergine. E poco oltre : cc Ap- 
presi molte cose riguardanti quest'uomo dai racconti del venerabile 
padre Eleuterio che 1'aveva conosciuto molto da vicino; e la sua 
vita accresceva fede alle sue parole. Questo venerabile Isacco, per6, 
non era nato in Italia, ma venne in origine dalla Siria nella citta di 
Spoleto. Tu, aweduto lettore, considera quali furono sia i primi 
tempi dei Goti, sia quelli dei Romani, prima che 1'Italia fosse lace- 
rata dal ferro dei barbari. Risulta chiaro perci6 che la fondazione di 
questo monastero risale a molto tempo prima del rammentato glo- 
riosissimo pontefice, per il fatto che questi ha scritto di non aver 
veduto il beato Isacco di venerabile memoria, compagno evidente- 
mente di Lorenzo, abate di questo cenobio, e ha dichiarato in ma- 
niera esplicita che Isacco non era vissuto ai tempi suoi, bensi al 
principio della dominazione gotica. E 1'inizio delFinvasione dei 
Goti, secondo un'attendibilissima congettura che trova con- 
ferma nelle pagine della cronistoria del prete Orosio, fu quando, 
sotto Timpero di Arcadio (allorch6 Ambrogio a Milano, Martino - 
la cui gloriosissima morte awenne nel 412 d. C., all'eta di 81 anni 
e dopo 26 anni di vescovato - in Gallia presso i Turoni, e Gero- 
lamo - che migr6 a Cristo all' eta di 91 anni compiuti - a Betlem- 
me, risplendevano come astri), Radagasio re dei Goti, barbaro 
per audacia e per temperamento, e Scita, che conduceva seco 
290.000 uomini, devastd per la prima volta T Italia. 

[II] 

Morto che fu il predetto abate Berardo, sorse tra noi un dissenso 
per la scelta del suo successore, poiche quelli che sembravano gui- 
darci si adoperavano in tutti i modi per far eleggere Regizone, 
vescovo sabino. Ma siccome ad essi si opponeva la parte piii sana, 
ancor che numericamente piu piccola, dei confratelH, finirono col 
rinunciare al loro proposito. Immediatamente, col subitaneo e quasi 
precipitoso assenso di tutti, contrariamente alle norme dei sacri 
canoni, la notte stessa, mentre P abate defunto attendeva ancora la 
sepoltura, eleggemmo abate Rainaldo. Questi, sebbene profondo 

vescovo di Milano. 5. Martinus: Martino vescovo di Tours, santo (330- 
397); eletto vescovo nel 371. 6. apud. . . Hieronimus: a Betlemme san Ge- 
rolamo (348 ca. - 420) attese alia traduzione della Bibbia dall'ebraico. 7. Ra- 
dagisus: Radagasio re dei Goti; guid6 nel 40 5 una schiera di Goti in Italia; 
battuto da Stilicone, generate deirimperatore Teodosio, presso Firenze 
nel 406, fu fatto prigioniero e decapitate. 



312 IL SECOLO XI : CRONISTICA E STORIOGRAFIA 

sticis imbutus foret religionibus, tamen moderaminum tarn magni 
regiminis inscius, et mundialium negotiorum improvidus atque in 
nullo pene videbatur satis sagacissimus. Cuius indiscrete factam 
ideo dicimus electionem, quod earn contra sanctos canones vidimus 
fuisse et contra patrum institutiones. Denique Bonifatius papa ter- 
tius, 1 residentibus episcopis septuaginta duobus et presbyteris vi- 
ginti tribus, diaconibus etiam et omni clero Romano, fecit consti- 
tutum suo anathemate in ecclesia Beati Petri apostoli, ut pontifice 
vivo aut moriente, vel episcopo civitatis, nullus presumat quodlibet 
loqui aut partem sibi facere, nisi die tertio depositionis eius, adu- 
nato clero et filiis ecclesie, electio fiat et quern voluerint habeant 
licentiam eligendi sibi sacerdotem. Quod si de episcopis qui subli- 
mioris sunt gradus ita convenit, quanto magis condecet de abba- 
tibus qui inferioris officii sunt, in quorum electione nullum debet 
precipitium fore! Factum est autem hoc etiam contra nostram et 
omnium confratrum sponsionem, quam fecimus communi assensu 
cum domnum Berardum patrem nostrum ad exitum propinquare 
vidissemus. Nam per vestem principalis altaris beate Marie do- 
mine nostre in capitulo allatam tactu omnium fideli sponsione fir- 
mavimus, ut nullum abbatem reciperemus neque confirmaremus 
nisi quern omnis nostri cenobii religiosa congregatio, consentiente 
imperatore, canonice et regulariter elegerit, et qui huius constitu- 
tionis violator existeret, irrevocabiliter a nobis eum statuimus 
abicere. 



i. Bonifatius . . . tertius: papa Bonifacio III, eletto nel 607, tenne nello 
stesso anno un concilio in San Pietro, nel quale fu decretato quello che 
qui con fedelta Gregorio da Catino riferisce; mori nel novembre dello 
stesso anno 607. 



GREGORIO DA GATING 313 

conoscitore delle regole monastiche, appariva per altro ignaro dei 
metodi richiesti da un ufficio cosi alto, poco pratico delle cose del 
mondo e insomma presso che in nulla sufficientemente aweduto. 
La sua elezione pertanto fu fatta, secondo noi, senza discerni- 
mento, in quanto manifestamente contravveniva alle norme dei 
sacri canoni e alle istituzioni dei padri. Oltre a ci6, il papa Boni 
facio III, presenti settantadue vescovi, ventitre preti ed anche i dia- 
coni e tutto il clero romano, nella chiesa del Santo apostolo Pietro 
aveva stabilito, pena la scomunica, che nessuno osasse, mentre il 
pontefice o il vescovo d'una citta era ancora in vita o anche se ormai 
prossimo a morte, discutere o proporre alcunche, e che solo tre 
giorni dopo la sepoltura dell'estinto si avesse facolta, una volta 
radunato il clero e i figli della Chiesa, di procedere alFelezione del 
sacerdote che si voleva. Ora, se tale procedimento si applica ai ve 
scovi che sono di grado piu alto, a maggior ragione si addice agli 
abati che hanno una dignita inferiore, e quindi nella loro elezione 
non vi dovrebbe essere precipitazione alcuna. A questo divieto 
contrawenne la promessa fatta da noi e da tutti i confratelli di co- 
mune accordo, quando vedemmo che il nostro abate padre Berardo 
si approssimava ormai alia fine. Che" tutti solennemente giurammo 
posando la mano sulla tovaglia deir altar maggiore di Maria Nostra 
Signora, fatta portare nel capitolo, che non avremmo accettato ne 
confermato alcun abate che non fosse quello prescelto, secondo le 
regole canoniche, dalla congregazione religiosa di tutto il nostro 
santo cenobio, salvo il consenso dell'imperatore, e che avremmo 
irrevocabilmente allontanato da noi chi avesse violato questa pro 
messa. 



II. Maestri delle Arti. 

i 
PAPIA 

li studi delle arti del Trivio e del Quadrivio sono, nel secolo Xl^ 
intensamente coltivati in Italia; dove fioriscono, in questa eta, due 
maestri notevolissimi : Papia e Guido d'Arezzo. 

II primo compone, verso il 1053, un Lexicon o Elementarium 
doctrinae rudimentum; un glossario, doe, derivato dal Liber glos- 
sarum, che e un repertorio delle locuzioni usate dagli scrittori clas- 
sici ed explicate dai vecchi grammatid. Accanto al materiale lessicale 
classico trova posto nel vocabolario di Papia anche il patrimonio lin- 
guistico degli scrittori cristiani, secondo la tradizione degli studi gram- 
maticali e retorid del medioevo. 



G. MANACORDA, nel cap. I glossari del suo vol. Storia delta Scuola in Italia, 
I, parte n, Palermo, Sandron, s. a., pp. 246-55; il I vol. del Corpus glossa- 
riorum latinorum di G. LOEWE e G. GOETZ, col titolo De glossariorum lati- 
norum origins etfatis e a cura di G. Goetz, Lipsia-Berlino, Teubner, 1923, 
pp. 172-84. E cfr. la bibliografia di pp. 43-4 del vol. n di J. DE GHELLINCK, 
L'essor de la litterature latine au XII e sidcle, Bruxelles, L'edition uni- 
verselle (e Paris, Descle de Brouwer), 1946. 



DAL PAPIAS VOCABULISTA)) 1 

Filii utique charissimi, debui si potuissem, potui, si meae volun- 
tati Christus suae gratiae pondus adhibuisset, earundem quas novi 
litterarum disciplinas in praesentia vos edocuisse. At quia, aut 
nostri causa peccati aut melius providentis divinae dispositiords 
gratia, ad praesens sumus remoti, ne non videamini filii, si non viva 
voce ut debui, saltern eiusdem significatione ut potui, interim 
quaedam disciplinae elementa ad vestra erudimenta invenire di- 
sposui. Nee vobis solum filiis, sed si arrogantiae non detur, 
patribus vel fratribus quibusdam iam satis olim a me peten- 
tibus; quibusdam autem etsi non petentibus, tamen cupienti- 
bus, omnibus vero quibus proficere debeat. Talentum non occul- 
tandum sed usuris erogandum suscepi, opus 2 quidem a multis aliis 
iam pridem elaboratum, a me quoque nuper per spatium circiter 
decem annorum prout potui adauctum et accumulatum. Ad con- 
fertum igitur et coagitatum eiusdem exornationis et perfectionis 
cumulum, quantum Deus donaverit, adhuc superaddere perten- 
tabo. Erit enim quibusdam perspatiosum ac mare magnum innu- 
merabilibus et diversis plenum reptilibus naufragantibus et in 
tranquillitatem tutissimi ecclesiae portus redire et quiescere nolen- 
tibus firma stabilisque receptio et a violentissimis ventorum flatibus 
vera defensio. Qui si malivoli non fuerint, leni suavissimoque do- 
cente magistro per hanc ad veram poterunt provehi sapientiam, 
docente Spiritu Sancto. Nolentes igitur nullo modo cogo; volentes 
vero per Christum obnixius omnes rogo, immo adiurando per 
eundem cogo ut, quoniam in utramque viam arrogantiae scilicet 
vanam philosophiam et Christi veram omnibusque communem sa 
pientiam hoc quidem ex omnibus quas invenimus scripturis elec- 
tum atque compositum opus respicere approbatur, aut ad idem 
pertractandum ne aspirent aut in Christo id habere nitantur. 
. . . Insuper id solum ab omnibus peto remunerationis, ut cum ad 



1. Ediz. di Milano del 1476 (cfr. Hain, 12378), collazionata con quelle ve- 
neziane del 1485, 1491 e 1496 (B. Nardi). Traduzione di Tilde Nardi. 

2. opus: allusione al Liber glossarum (v. nota introduttiva). 



DAL ccPAPIA VOCABOLISTA 

Jrigli carissimi, avrei dovuto, avendone la possibility, e avrei po- 
tuto, se alia mia volonta Cristo avesse largito il potente appoggio 
della sua grazia, insegnarvi attualmente le discipline letterarie che 
conosco. Ma dal momento che, sia a cagione del nostro peccato, sia 
perche Dio cosi ha disposto nella sua superiore preveggenza, ci 
troviamo nel presente lontani, ho voluto, onde non sembri che 
non vi tratti da figli, trovare per vostra istruzione alcuni element! 
della disciplina che vi impartir6, se non a viva voce come avrei 
dovuto, almeno, per quanto mi e possibile, con la scrittura che della 
parola e il segno. E ci6 non per voi soltanto, o figli, ma anche, mi 
si perdoni la presunzione, per taluni padri e fratelli che gia da 
tempo, e piu d'una volta, m'avevano sollecitato a farlo, e per altri 
ancora che, pur non avendolo chiesto, tuttavia lo desideravano, e 
infine per tutti coloro cui quest* opera pub recar giovamento. Ho 
rice vu to il talento non gia per nasconderlo, sibbene per darlo a 
chi ne pu6 trar frutto : si tratta infatti d'un'opera, gia precedente- 
mente elaborata da molti altri, e da me, nel corso degli ultimi 
dieci anni, accrescmta ed ampliata secondo la mia capacita. Ten- 
ter6 quindi ora di aggiungere a quello gia raccolto e ordinato 
altro materiale, nella misura che Dio mi concedera, di uguale bel- 
lezza e perfezione. Sara questo, per certuni che naufragano in un 
mare sconfinato e pullulante di innumerevoli diversi rettili e non 
vogliono tornare a ripararsi nella tranquillita del sicurissimo porto 
della Chiesa, uno stabile rifugio e una valida difesa contro i vio- 
lentissimi turbini dei venti. 

E se non avranno cattiva volonta potranno, sotto la guida d'un 
dolce e affettuoso maestro, giungere mediante quest' opera alia vera 
sapienza, ammaestrati dallo Spirito Santo. Non costringo in alcun 
modo coloro che non ne hanno voglia; ma i volonterosi tutti io 
prego fervidamente in nome di Cristo, anzi, giurando per Cristo, 
io li ammonisco (essendo purtroppo dimostrato che un'opera come 
questa, la quale seleziona e riunisce in se nozioni tratte da tutte le 
scritture da me trovate, puo condurre tanto sulla via della presun 
zione, ovvero alia vana filosofia, quanto alia sapienza di Cristo, 
vera e a tutti comune) affinche o non aspirino a studiarla affatto o 
si sforzino di possederla in Cristo. 

. . . Oltre a ci6 io chiedo a tutti per ricompensa questo soltanto, 



318 IL SECOLO xi : MAESTRI DELLE ARTI 

legendum hunc librum susceperint, nostri quoque cum charitate 
meminerint et pro me Papia multiplicibus obsito peccatis Deum 
exorent, ut perfecta omnium meorum delictorum venia precepta, 
divini spiritus gratia purificatus et eiusdem ardentissimo amori 
inseparabiliter copulatus, Deum deorum in Syon videre et in Hie- 
rusalem perpetuo laudare uno in corpore cum ipsis omnibusque 
orthodoxis coniunctus valeam. Amen. 

Aethiopes. Homines nigri a filio Cham dicti, ex quo originem 
trahunt. Qui et Chus dicitur. Chus enim hebraica lingua Ae- 
thiops inter pretatur. Hi quondam ab Indo flumine consurgen- 
tes iuxta Aegiptum inter Nilum et Occeanum in meridie sub ipsa 
solis vicinitate insederunt, quorum tres sunt populi: Hesperii, 
Garamantes, et Indii. Hesperii sunt occidentes, Garamantes 
Tripolis, Indi orientes. Quidquid autem eius est sub meridiano 
cardine. Est circa occiduum montuosa, est harenosa in medio, ad 
orientalem plagam deserta est, cuius situs ab occiduo Atlantis 
mentis ad orientem usque ad fines Aegypti porrigitur. 

Africa. Incipit a finibus Aegypti, pergens iuxta meridiem per Ae- 
tiopiam usque ad Atlantem montem; a septentrionali parte Me- 
diterraneo mari coniuncta clauditur; ab occidente in Gaditano 
freto finitur, a meridiano Occeanum contingit, habens has pro- 
vincias: Libiam cyrenensem, Pentapolim, Tripolim, Bisan- 
tium, Carthaginem, Numidiam, Mauritaniam sitifensem, Mau- 
ritaniam tingitaniam et circa solis ardorem Aetiopiam; hie est 
universus Africae terminus. 

Cantilena. Cantus lenis. Cantici compositio. 

Fabulas poetae a fando nominaverunt, quia non sunt res factae 
sed tantum factae loquendo, ut fictorum mutorum animalium 
interloquio, imago quaedam vitae hominum nosceretur. Sunt 
autem aut Aesopicae aut libysticae. Aesopicae ab Aesopo in- 
ventore dictae, cum animalia muta vel quae animam non habent 
inter se sermonicasse fingunt; libysticae cum inter homines et 
bestias commercium fingitur vocis. 

Histriones sunt qui muliebri indumento gestus impudicarum foe- 
minarum exprimebant. Hi etiam saltando historias demonstra- 



PAPIA 

che, quando prenderanno a leggere questo libro, si ricordino di me 
con affetto e preghino Dio per me Papia, carico di molti peccati, 
affinche, ricevuto un complete perdono delle mie colpe, purificato 
per grazia del divino Spirito e a Lui d'ardentissimo amore inse- 
parabilmente congiunto, possa vedere in Sion il Dio degli dei e in 
Gerusalemme eternamente lodarlo, unito in un sol corpo con tutti 
i veri credenti. Amen. 

Etiopi: uomini neri, cosi detti dal figlio di Cam da cui discendono 
e che si chiania Cus. (Cus in lingua ebraica significa Etiope.) 
Venuti anticamente dalla regione del fiume Indo, si stanziarono 
in prossimita delPEgitto, tra il Nilo e FOceano, a mezzogiorno, 
proprio dove il sole e piu vicino. Si dividono in tre gruppi: 
Esperii, Garamanti ed Indi. Gli Esperii sono a occidente, i 
Garamanti a Tripoli, gli Indi a oriente. Tutta la regione pero 
e a mezzogiorno. montuosa nella parte occidentale, sabbiosa 
nella zona centrale, deserta ad oriente. Si estende dalla parte 
occidentale del monte Atlante sino ai confini delFEgitto ad est. 

Africa: ha inizio dai confini delPEgitto e si estende a mezzogiorno 
attraverso PEtiopia fino al monte Atlante; a settentrione e ba- 
gnata dal mare Mediterraneo che ne segna il limite, a occi 
dente termina nel golfo di Cadice, a sud e bagnata dalPOceano. 
Comprende queste province; la Libia cirenaica, la Pentapoli, 
Tripoli, Bisanzio, Cartagine, la Numidia, la Mauritania sitifense, 
la Mauritania tingitana e, ove piu arde il sole, PEtiopia; questi 
sono, per intero, i confini delP Africa. 

Cantilena: un canto lene. Composizione d'un canto. 

Favole: cosi chiamate dai poeti dal verbo fari, perche sono cose 
non realmente accadute, ma esistenti solo nella narrazione allo 
scopo di far riconoscere, nel dialogo immaginario di animali in 
realta muti, una tal quale immagine della vita degli uomini. Ci 
sono le favole esopiche e libistiche, Si dicono esopiche, dal nome 
di Esopo loro inventore, quelle in cui s'immagina che animali 
privi di favella o cose inanimate conversino tra loro ; libistiche 
quelle in cui si finge un dialogo tra uomini e bestie. 

Istrioni: coloro che, in vesti muliebri, contraffacevano le mosse 
delle femine impudiche. Questi sapevano anche esprimere mi- 



320 IL SECOLO XI : MAESTRI DELLE ARTI 

bant. Dicti autem sunt sive quod ab historia id genus sit ad- 
ductum sive quod perplexas historiis fabulas exprimerent, dicti 
quasi historiones. 

locus. Lepos; urbanitas; festivitas; ridiculus. 

Lepos. Urbanitas; iocunditas; voluptas; a lepore quod est mollis- 
simum, unde gratum aliquid lepidum dicimus. 

Poeta latine vates, unde scripta eorum olim vaticinia dicebantur, 
quod in quadam et quasi vaesania in scribendo commoverentur. 
Poetae ofScium, ut Lactantio placet, est quae vere gesta sunt in 
alienas species obliquis figurationibus cum decore aliquo con- 
versa traducere. Poetarum tria sunt genera, unum in quo poeta 
loquitur, quod enarrativum dicitur; aliud didramaticon, in quo 
poeta numquam loquitur, ut in comoediis ; tertium, in quo poe- 
tae et mixtae personae. Poetor^ ris. Poeta 7roiy]Ty]c; et poema 
7coi7][jwc graece. Poeta dicitur fictor a TTOLCO graeco, quod est 
facere, fingere; quasi fictor carminis. 1 Opus huius poema voca- 
tur poeticum. 

Scurra. A sequendo dictus; qui sectari quempiam solet cibi 
gratia. 

Scurrilitas. locus turpis, improbus. 

Stropha. Retorta sententia, argumentatio varia et semet in diversa 
vertens. 



i . Cfr. la definizione della poesia in Dante, De vulgari eloquentia, II, iv, 2 : 
poesis . . , nichil aliud est quam fictio rethorica musicaque poita (ccla 
poesia non e altro che invenzione elaborate in versi secondo i principi 
della retorica e della musica) ; e v. A. MARIGO, II testo ed il significato 
della definizione dantesca di poesia , estr. da Atti e Memorie dell' Ac- 
cademia di Scienze, Lettere ed Arti in Padova, vol. XL, 1924. 



PAPIA 



321 



micamente gli awenimenti con la danza. Furon cosi chiamati 
sia perche questa specie di buffoni trae il nome dalla parola 
istoria, sia perche sapevano rappresentare favole intrecciate 
con istorie, quasi istorioni)). 

Gioco: lepidezza, fine arguzia, umor faceto, spiritosaggine. 

Lepidezza: giovialita, giocondita, gaiezza; da lepidezza deriva 
cio che e piu dolce, onde diciamo lepido quel che e piacevole. 

Poeta: latinamente vate. Onde i loro scritti si dicevano un tempo 
vaticinii, poich6 scrivendo erano in preda a una tal quale esalta- 
zione. proprio del poeta, come afferma Lattanzio, trasfigurare 
la realta mediante rappresentazioni allegoriche non disgiunte da 
una certa eleganza di forma. Vi sono tre generi di poesia : quello 
in cui e il poeta che parla, e dicesi narrative ; quello in cui il 
poeta non parla - come nelle commedie -, e chiamasi dramma- 
tico; e infine quello in cui, alternandosi, parlano il poeta e i 
personaggi. Poeta in greco e TTOITJTTJC; e poema TcofojjjLa. II poeta 
e detto creatore dal verbo greco Trotloo, che significa appunto 
creare, inventare, nel senso che egli e quasi un creatore di poesia. 
L' opera del poeta dicesi creazione poetica. 

Scurra (scroccone) : cosi chiamato a sequendo; colui che suole 
andar sempre dietro a qualcuno per procurarsi da mangiare. 

Scurrilitd: facezia grossolana e sconcia. 

Strofa (raggiro) : pensiero tortuoso, argomento ambiguo e tendente 
in direzione opposta. 



2 

GUIDO D'AREZZO 

Guido d'Arezzo e una di quelle figure che, per la difficoltd di venire 
chiarite nel loro preciso significato storico, si present ano al ricordo 
dei posteri in una luce di leggenda. Anche chi non ha speciale consue- 
tudine con la musica, sa delta grande importanza da lui avuta nello 
svolgimento di quest arte: anzi, in breve, quell* importanza riassume 
dicendolo inventore delle note musicali. & facile osservare che tali 
generiche nozioni son come Vultimo rifiesso di quella gloria tutta 
particolare che recinge certe figure di benefattori deWumanita. In 
ventor musicae, a dirittura, lo dicono quei trattatisti, sino al Rina- 
scimentOj che Vesistenza storica di lui dissolvono in una figurazione 
mitica. Perche tutto questo avvenga, e evidente che I 'opera di tali 
personaggi qualcosa di definitivo deve aver lasciato nella storia della 
cultura umana. & davvero singolare che questa volta il ricordo non 
vada ad un artista, creator e di forme di bellezza ormai divenute 
un bene di tutti, ma ad un teorico, ad una di quelle severe figure che, 
seppure benemerite, molto piu fadlmente son destinate a mutarsi 
in pallide ombre della storia. 

Lacunosa e discontinua appare la ricostruzione biografica di Guido 
d'Arezzo, di cut qualcuno voile persin mettere in dubbio Vorigine 
certamente italiana; ma ch'egli fosse quel che si dice un uomo di 
gran temperamento ce lo rivelano proprio i tratti della sua figura, 
che sorgon ben segnati dalle *vecchie carte che ci hanno tramandato 
i suoi scritti: per questo riguardo sono significative due lettere, quella 
a Tedaldo vescovo di Arezzo (((Epistula Guidonis Monachi ac musici 
ad Theodaldum episcopum suum de disciplina artis musicae ) e quella 
alVamico Michele, monaco a Pomposa ((^Epistula de ignoto cantuv). 
NatO) secondo la tradizione, intorno al 995, di famiglia probabil- 
mente aretina, Guido si presenta a noi monaco dell'abbazia benedet- 
tina di Pomposa presso Ferrara, osteggiato dai confratelli per le sue 
rivoluzionarie invenzioni; costretto dunque a migrar altrove, ma ben 
presto giunto a cost chiara fama da esser con insistenza chiamato a 
Roma da papa Giovanni XIX (forse I02J o '28), che lietamente 
ebbe modo di constatare di persona quel che, dalla narrazione degli 
altri, non aveva creduto possibile. II riconosdmento del pontefice 
cancellb le amarezze da cui era gravato Vanimo di Guido che, da piu 



GUIDO D'AREZZO 323 

parti richiesto dell * opera sua preziosa, voile rimanere, com? egli disse, 
monaco fra i monad. 

Assai oscuro e V ultimo periodo delta vita: sembra che Guido 
abbia condotto vita solitaria. Malsicura e la tradizione che assegna 
la data della morte al ij maggio 1050, presso i Camaldolesi del 
monastero di Santa Croce di Fonte Avellana. 

Guido d'Arezzo appare in un momenta in cui la musica, all* alba 
del secondo millennia, sta creando i mezzi necessari ad un suo ap- 
profondimento : non pub stupire che di quest 3 aur or ale sensibilita sia 
testimone primo anche lui, che nel Micrologus (forse 1025 o '26), 
il suo compendio piii noto, fra Valtro accenna ad un nuovo modo di 
canto, ancora avvolto da un pesante rigore dottrinario, il canto a 
piii voci. Un altro scritto, Regulae rhythmicae, riassume il prece- 
dente trattato. Ma questo e ancor opera y seppure sagace ed attenta, 
di teorico. II segreto, se COST vogliam chiamarlo, della personalita 
di Guido e quelVintima persuasione che lo spinge ad effettuare il 
passaggio dalV aridita della dottrina al fervore delVazione utile. Di 
fronte alVuso inerte e meccanico che sino ad allora affidava la vita 
del canto airinsostituibile tradizione orale, il suo spirito si ribella: 
dalla pesante armatura del trattatista si libera un uomo di spirito 
battagliero, risoluto finanche nel suo schietto parlare allorche si tratti 
di combattere Vignoranza. Cost la sua concezione della musica egli 
difende su due fronti opposti, per farla diventare soprattutto stru- 
mento di utilitd immediata. E per quanto la parola possa evocare 
Vaspetto poco attraente di un pedante, la giusta gloria che accompa- 
gna Guido nei secoli e proprio quella di un grande pedagogo. 

Uaspetto negativo della teoria musicale del medioevo era quello 
delVastrazione^ della speculazione non soltanto fine a se stessa, ma a 
dirittura chiusa in un mondo che con quello reale della musica non ha 
nessun punto di contatto. E la presa di posizione di Guido non pub 
essere piu energica: la via del filosofo non e la mia, egli diceva; il 
mio scopo e quello di venir incontro ai nostri fanciulli per che essi 
cantino le melodie, coscienti della loro essenza, per atto vivo dello 
spirito, non per meccanica ripetizione di memoria. Come si vede y 
il funto di partenza e assai umile: ma proprio di II, da questa specie 
di uovo di Colombo, ha origine la grandezza di Guido. 

In un duplice ed armonioso concorso s'innesta Vazione di questo 
geniale educatore. Uantifonario da lui recato a Roma era scritto 
in una notazione che presentava un'evidente, plastica rappresenta- 



324 IL SECOLO XI I MAESTRI DELLE ARTI 

zione dei suoni: i quali erano disposti con intuitiva chiarezza del 
loro rapporto mile linee e negli spazi di un sistema di quattro right il 
cut valore d'intonazione era fissato da lettere in funzione di chiavi. 
Ma la percezione delta melodia non doveva esser compiuta soltanto 
come una muta lettura: da Guido era resa possibile la sua immediata 
conversione nella vita vibrante dei suoni, per mezzo di quelle norme 
presentate appunto come le aliae regulae de ignoto cantu (intorno 
al 1020). E cosl fece Giovanni XIX, secondo la narrazione di Guido 
stesso: quelle regole il pontefice meditb, ne si levb da seder e, finche 
non ebbe imparato un versetto che non aveva mai udito cantare. 

Questa nuova lettura costituisce il fondamento delVinnovazione 
guidoniana, che mettevafine aWamUguita della notazione neumatica 
sino ad allora indissolubilmente unita con la trasmissione or ale: 
quando doe i cantori eseguivano le melodie a memoria cercando aiuto 
nei gesti che al loro direttore eran suggeriti dalle figurazioni dei 
neumi. Perche la lettura della musica avvenisse con la maggior im- 
mediatezza possibile, Guido si valse di quella serie di sei sillabe, 
che poi diventarono le note musicali, tratte dai versetti delVinno a 
san Giovanni. Come per esse fosse agevole V immediata percezione 
del semitone e come le difficoltd della lettura delle melodie piu ampie 
fossero ingegnosamente super ate mediante quella specie di indicazione 
tattile dei suoni che fu la ^mano guidonicav: tutto questo ch'e or a 
aridamente ripetuto nei libri, fu allora una cosa viva e sembrb dav- 
vero la prodigiosa invenzione di una nuova realta musicale. 

La critica moderna e stata assai severa nei compito di rintracciare 
la preesistenza degli elementi che poi Guido rifuse nella sua intuizione 
unitaria; la ricerca storica, si sa, isola quegli elementi per meglio de- 
finirne la genesi, ma non bisogna dimenticare ch'e necessario ch'essi 
siano raccolti in una visione sintetica perche diventino efficienti e 
vitali. Cost tentativi di combinare la notazione neumatica e quella 
alfabetica preesistevano a Guido, e i dotti moderni parlano di una 
solmisazione che praticamente fu elaborata dopo di lui, ravvisabile 
nelle antichissime culture cinese ed egiziana, e greca ancora. Ma 
Voper a mirabile serba integro il suo valore quando essa venga ri- 
portata alia personalita di Guido, da cut si sprigiona un senso di 
energia vitale, di urfinteriore tensione che significa fiducia nelVedu- 
cazione, come conversione del sapere nei fare. Dopo il Mille la musica 
si avviava con rinnovata forza spirituale a rappresentare uno degli 
aspetti piu originali della cultura umana. A tale scopo concorse in 



GUIDO D'AREZZO 325 

modo concrete I' opera costruttiva di Guido d'Arezzo: per questo, la 
sua gloria e per sempre unita con la nozione stessa della nostra 
dviltd musicals. 

LUIGI RONGA 



los. SMITS VAN WAESBERGHE, De musico-paedagogico et theoretico Guidone 
Aretino, eiusque vita et moribus, Firenze, L. S. Olschki, 1953 ; HANS OESCH, 
Guido von Arezzo. Biographisches und Theoretisches unter besonderer Be- 
rucksichtigung der sogenannten odonischen Traktate, Bern, Paul Haupt, 1954. 



DAL ccMICROLOGUS)) 1 
De disciplina artis musicae. 

INCIPIT PROLOGUS 

Cum me et naturalis conditio et bonorum imitatio communis 
utilitatis diligentem faceret, cepi inter alia studia musicam tradere 
pueris. Tandem adfuit mihi divina gratia, et quidam eorum imi- 
tatione chordae, nostrarum notarum usu exercitati, ante unius 
mensis spatium invisos et inauditos cantus ita primo intuitu indu- 
bitanter cantabant, ut maximum spectaculum plurimis praebere- 
tur; quod tamen qui non potest facere, nescio qua fronte se mu- 
sicum vel cantorem audeat dicere. Maxime itaque dolui de nostris 
cantoribus, qui etsi centum annis in canendi studio perseverent, 
numquam tamen vel minimam antiphonam per se valent efferre, 
semper discentes, ut ait Apostolus, et numquam ad perfectam hums 
artis scientiam pervenientes. Cupiens itaque tarn utile nostrum 
studium in communem utilitatem expendere, de multis musicis 
argumentis, quae adiutore Deo per varia tempora conquisivi, quae- 
dam, quae cantoribus proficere credidi, quanta potui brevitate per- 
strinxi; quae enim de musica ad canendum minus prosunt, aut 
si quae ex his, quae dicuntur, non valent intelligi, nee memoratu 
digna iudicavi, non curans de his, si quorumdam animus livescat 
invidia; dum quorundam proficiat disciplina. Explicit prologus. 

CAP. II 

Quae vel quales sint notae, vel quot? 

Notae autem in monochordo hae sunt. In primis ponatur F 
graecum a modernis adiunctum. Sequuntur septem alphabeti lit- 
terae graves, ideoque maioribus litteris insignitae hoc modo: A B 
C D E F G. Post has hae eaedem septem litterae acutae repetuntur, 
sed minoribus litteris describuntur, in quibus tamen inter a et 
b aliam b ponimus, quam rotundam facimus ; alteram vero qua- 
dravimus. Ita a b b c d e f g, Addimus his eisdem litteris, sed variis 

i. Testo di Martin Gerbert negli Scriptores ecclesiastici de musica sacra 
potissimum, Typis San-Blasianis, 1784, t. II, pp. 3 sgg. Si veda ora Tedi- 
zione critica curata da los. Smits van Waesberghe [s. 1.], American Insti 
tute of Musicology, 1955. Traduzione di Tilde Nardi. 



DAL MICROLOGUS 

SulVinsegnamento della musica. 
PROLOGO 

Poich6 Tinclinazione naturale e la volonta di imitare i buoni mi 
facevano sollecito della comune utilita, cominciai, tra le altre mie 
attivita, ad insegnare la musica ai fanciulli. Mi soccorse alia fine la 
grazia divina ed alcuni di loro, imitando il suono della corda ed 
esercitandosi nell'uso delle nostre note, avanti che fosse passato 
un mese riuscivano ad eseguire a prima vista dei canti mai prima 
conosciuti ed uditi con tale sicurezza da ofFrire a moltissimi uno 
straordinario spettacolo; eppure chi non riesce a far ci6, non so 
con che faccia osi proclamarsi musico o cantore. Ed e percio che mi 
son sempre vivamente lagnato dei nostri cantori i quali, perseveras- 
sero anche cent'anni nello studio del canto, non riescono mai ad 
intonare per conto loro la piu breve antifona, sempre imparando, 
come dice PApostolo, senza mai giungere a una perfetta conoscenza 
di quest' arte. Spronato quindi dal desiderio di impiegare per la 
comune utilitk questa nostra cosi utile disciplina, ho voluto, tra i 
molti elementi riguardanti la musica da me, colPaiuto di Dio, 
acquisiti nel corso di vario tempo, riassumerne il piu brevemente 
possibile alcuni che possono, secondo il mio giudizio, giovare 
ai cantori; ho tralasciato invece quegli elementi musicali che non 
servono per il canto e quelli che, espressi in parole, non possono 
essere capiti e che comunque non ritengo degni d'essere ricordati; 
senza curarmi, purche alcuni ne traggano beneficio nell'apprendere, 
se altri nell'animo loro me ne porter anno rancore. Fine del prologo. 

CAP. II 

Quoit, di qual natura e quante sono le note? 

Le note sul monocordo sono le seguenti: prima viene il T greco, 
aggiunto dai moderni. Seguono le note gravi indicate con le prime 
sette lettere dell'alfabeto, scritte con le maiuscole in questo modo : 
A B C D E F G. Dopo di queste si ripetono le medesime lettere, 
scritte per6 con minuscole, per le note acute; in esse pero tra a e 
h inseriamo un'altra b che scriviamo rotonda, mentre la seconda 
la f acciamo quadrata. Cosi :abbcdefg. A queste lettere ag- 



328 IL SECOLO XI : MAESTRI DELLE ARTI 

figuris tetrachordum superacutarum, in quo b et b similiter du- 
plicamus, itaabhcd-abbcd. 

Hae litterae a multis dicuntur superfluae. Nos autem maluimus 
abundare, quam deficere. Fiunt itaque simul xxi hoc modo P A 
BCDEFG-ab b cdefg-ab b cd. Quarum dispositio cum 
a doctoribus aut fuisset tacita, aut nimia obscuritate perplexa, 
adest nunc etiam pueris breviter ac plenissime explicata. 

CAP. XIV 

Item de tropis et virtute musicae. 

Horum quidam troporum 1 exercitati usu ita proprietates et di- 
scretas facies, ut ita dicam, extemplo ut audierint, recognoscunt, 
sicut peritus gentium coram positis multis habitus eorum intueri 
potest et dicere : hie Graecus est, ille Hispanus, hie Latinus et ille 
Teutonicus, iste vero Gallus : atque ita diversitas troporum diver- 
sitati mentium coaptatur, ut unus autenti 2 deuteri fractis saltibus 
delectetur; alius plagae triti eligat voluptatem; uni garrulitas te- 
trardi autenti placet, alter eiusdem plagae suavitatem probat; sic 
et de reliquis. 

Nee minim, si varietate sonorum delectatur auditus, cum varie- 
tate colorum gratuletur visus, varietate odorum foveatur olfactus, 
mutatisque saporibus lingua congaudeat. Sic enim per fenestram 
corporis delectabilium rerum suavitas intrat mirabiliter penetralia 
cordis. Inde est, quod sicut quibusdam saporibus, coloribus et 
odoribus, vel etiam colorum intuitu salus tarn cordis quam cor 
poris vel minuitur vel augetur. Ita quondam, ut legitur, quidam 
phreneticus canente Asclepiade medico ab insania revocatus. Et 
item alius quidam citharae suavitate in tantam libidinem incitatus, 
ut cubiculum puellae quaereret effringere dementatus: moxque 
citharedo mutante modum voluptatis poenitentia ductum recessisse 

i . Horum . . . troporum : nel capitolo precedente Guido aveva detto : est 
autem tropus species cantionis qui et modus dictus est ( il tropo e una 
specie di canto che e detto anche "modo" ). 2. autenti: nel capitolo xn 
Guido distingue i modi o toni acuti chiamati autenti (modernamente 
autentici) e i modi o toni gravi chiamati plagae (modern, plagali) ; quindi 
chiama autenti proti e plagae proti (modern, autentico primo e plagale primo) 
il primo e secondo modo o tono; autenti deuteri e plagae deuteri (modern. 
autentico secondo e plagale secondo) il terzo e quarto modo o tono ; autenti 
triti e plagae triti (modern, autentico terzo e plagale terzo] il quinto e sesto 
modo o tono; autenti tetrardi e plagae tetrardi (modern, autentico quarto 



GUIDO D'AREZZO 329 

giungiamo, pero con diversa figurazione, il tetracordo delle su- 
peracute, nel quale raddoppiamo parimente la b, di modo die ab- 
biamo : abb cd-abb cd. 

Molti ritengono troppe queste lettere. Ma noi preferiamo ab- 
bondare piuttosto che scarseggiare. Sono cosi in tutto ventuno nel 
seguente ordine: FAB CDEFG-ab b cdefg- ab b cd. 
Questa disposizione delle note, che dai maestri veniva taciuta o 
resa eccessivamente oscura, adesso, in modo conciso ma esau- 
riente, e resa chiara anche ai fanciulli. 

CAP. XIV 

Dei tropi e della virtu della musica. 

Taluni, esercitati nell'uso di questi tropi, sanno riconoscerne, non 
appena li hanno uditi, le proprieta e, per cosi dire, i diversi aspetti, 
proprio come a un conoscitore delle varie stirpi, che si trovi di 
fronte molti uomini, basta guardare le loro vesti per dire: Questo 
e Greco, quello Ispano, questo Latino, quello Teutonico e cotesto 
Gallo. E cosi la diversita dei tropi si adegua alia varieta dei 
temperamenti, sicche uno si compiace degli intervalli discontinui 
del modo autentico secondo , un altro trova maggior diletto nel 
modo plagale terzo; chi ama la vivacita del modo autentico 
quarto e chi preferisce la dolcezza del plagale quarto ; e cosi 
pure per gli altri tropi. 

Ne fa meraviglia che Tudito prenda diletto da suoni diversi, dal 
momento che la vista si compiace della varieta dei colori, che Pol- 
fatto gode della varieta degli odori, che la lingua prende piacere 
dal variare dei sapori. In tal modo infatti attraverso la finestra del 
corpo la dolcezza delle sensazioni piacevoli mirabilmente penetra 
fin nell'intimo del cuore. Onde avviene che da certi sapori, colori 
e odori o anche dalla contemplazione dei colori la salute, sia dello 
spirito che del corpo, pu6 trarre danno o giovamento. Cosi pure 
un tempo, come si legge, un frenetico fu guarito dalla pazzia in 
virtu del canto del medico Asclepio. E ugualmente un altro fu dalla 
soavita della cetra eccitato a tanta libidine che, fuor di se, voleva 
entrare a forza nella stanza d'una fanciulla; ma tosto, non appena 
il citaredo ebbe mutato il tono della melodia, pentito e confuso si 

e plagale quarto) il settimo e ottavo modo o tono; cosicch6 gli autentici 
sarebbero il i, 3, 5, 7 modo e i plagali il 2, 4, 6, 8 modo. 



33 IL SECOLO XI I MAESTRI DELLE ARTI 

confusum. Item et David Saul daemonium cithara mitigabat et 
daemonicam feritatem huius artis potenti vi ac suavitate frange- 
bat. Quae tamen vis solum divinae sapientiae ad plenum patet. 

Nos vero quae in aenigmate ab inde percepimus, in divinis lau- 
dibus utamur. Sed quia de huius artis virtute vix pauca libavimus, 
quibus ad bene modulandum rebus opus sit, videamus. 



GUIDO D'AREZZO 331 

ritrasse. Nello stesso modo David con la cetra ammansiva il de- 
mone di Saul, domando con la potenza e la soavita della musica il 
furore demoniaco. Tuttavia questa possente virtu e nota piena- 
mente solo alia divina sapienza. 

Usiamo quindi cio che dall'alto ricevemmo in enigma per lodare 
Iddio. Ma ora, giacche un poco appena abbiamo libato della 
virtu di quest'arte, vediamo cosa occorra per ben modulare il canto. 



III. / {(grands rhetoriqueurs del secolo XI. 

i 
PIER DAMIANI 

San Pier Damiani & la figura piu rilevata del complesso e tumultuoso 
mondo italiano, religioso e politico, del secolo XI; Vopera sua di 
apostolo, di riformatore, di restauratore della disciplina e delta ge- 
rarchia, domina la vita della Chiesa durante i pontificati di Ste- 
fano XI, Nicolb II, Alessandro II. 

Uomo d'azione, d'immensa energia, combatte una battaglia impe- 
tuosa contro la simonia, la corruzione del clero, lo scisma deipatarini, 
le usurpazioni che si tentano a danno del potere ecclesiastico. Car- 
dinale vescovo di Ostia, nel '57 e vicino a Ildebrando nella grande 
impresa di restaurazione della libertd e della santita della Chiesa. 

Uomo d'azione e di governo, combattente eroico e infaticabile : ma, 
prima, anima di mistico e d'asceta, ardentemente innamorato della 
vita monastica e del silenzio del chiostro. E monacofu, a Santa Maria 
di Classe e, poi, a Fonte Avellana; e nella pace del cenobio cerca ri- 
poso alle fatiche apostoliche pur quando piu impegnato e nella sua 
eroica battaglia per la santita e la giustizia. II sentimento ascetico e 
il piu intenso della vita spirituale del Damiani, il tratto fondamentale 
della sua esperienza umana. Nella forza redentrice e consolatrice 
deTascesi il Damiani ha fede assoluta; e la sua fede traduce in pa- 
gine fervide, talvolta, di poesia. 

E in nome della sua fede condanna tutte le cose mondane e tempo- 
rail; e, specialmente, la scienza secolare e prof ana. Per cui il Da 
miani sembra, veramente, incarnare il tipo del clerico medievale de- 
finito dalla critica illuministica e positivista: dotto solo delle letter e 
divine, negator e implacabile e feroce delle artes saeculares, della 
cultura classicistica. Orbene: solo in teoria il Damiani rinnega e re- 
spinge le artes saeculares, i cavilli della dialettica, gli orpelli pre- 
ziosi della retorica. Nella giovinezza, il Damiani s'era dedicato allo 
studio delle arti liberali e delle scienze giuridiche, frequentando le 
scuole di Ravenna, di Faenza, di Parma; e dando, poi, alle stesse 
scuole Vattivita sua di maestro; e anche aveva esercitato, per parec- 
chio tempo, I'attivitd forense. Entra poi nella vita religiosa; e sente, 
sinceramente, il bisogno di spogliarsi della cultura retorica e giuridica 



334 IL SECOLO XI: I ((GRANDS RHETORIQUEURS )) 

acquisita e usata durante la vita secolare; e formula, sinceramente, 
in un luogo deW opera sua, una norma categorica: anon solum prohi- 
bemur post acceptum sacrum vanis huiusmodi doctrinis (le arti seco- 
lari) intendere, sed ex its quoque quae ante didicimus superflua quae- 
que praecipimur detruncare. 

Ma V affermazione resta senza riscontro nellapratica della sua vita. 
Non dimentica affatto, il Damiani, ricevuti gli ordini e iniziata la 
sua vita santa, quello eke ha appreso dalle scuole secolari: pur dopo 
essersi abbandonato interamente, con pieno fervore, alia dolcezza e ai 
tormenti delVascesi cristiana, pur dopo aver condannato, in nome della 
sua altissima cosdenza delle esigenze della vita religiosa, la cultura 
della tradizione classica, nelV eserdzio della sua attivitd di scrittore, 
di oratore, di apostolo non sa ne vuole rinundare alia cultura pro- 
fana; anzi della sua cultura classica, letteraria e giuridica costante- 
mente e senza esitazione si serve non solo per dar forma ornata e 
predsa ai suoi pensamenti e alle sue meditazioni, maproprioper arri- 
vare alia piena visione, alia rigorosa definizione, alia sicura dimo- 
strazione della Verita. In ogni sua pagina, anche in quelle piu com- 
mosse in cui traduce i modi piu segreti della sua esperienza ascetica, 
il Damiani d si rivela dialettico arguto e sottile e retore squisito e 
ornatissimo; e la sua elocuzione realizza applicando meticolosamente 
i canoni retorid dello stile tragico. E nella Disceptatio synodalis e 
nel Sermo de resurrectione e nel trattato sui gradi di parentela, il 
Damiani teologo, canonista, dottore della Chiesa, resta il giurista e 
ravvocato provetto della giovinezza: raffigurando, ad esempio, la 
redenzione operata dal Cristo come quelVazione giuridica che si dice 
petitio haereditatis e fondando le sue proposizioni sul Digesto; cost 
come nella Disceptatio rip ete puntualmente la struttura e i modi di 
un libello causidico. E anche quando piu aspramente condanna i 
falsi orpelli delVeloquenza prof ana, adopera uno stile cost pomposo 
e fiorito, che dimostra alVevidenza come la condanna resti puramente 
nella teoria; nella pratica a quegli orpelli il Damiani non rinunda, 
ne pub rinundare. 

Come gia Paolino d'Aquileia, ora il Damiani d rivela come /' anti- 
test insanabile tra artes saeculares e divinae litterae sia, nel mondo 
cristiano, una pur a formula: una dottrina, se si vuole, che resta nel 
campo della speculazione astratta, ma non investe la realtd della vita 
culturale e letteraria: nella quale cultura classica e scienza ecclesia- 
stica costituiscono un'unita insdndibile. 



PIER DAMIANI 335 

F. NOVATI - A. MONTEVERDI, Le origini, in Storia letter aria d' Italia, Mi- 
lano, Fr. Vallardi, 1926, pp. 375-9; A. VISCARDI, Le origini, in Storia let- 
teraria d'ltalia, Milano, Fr. Vallardi, 1950, n ediz. rinnov., pp. 97-109 e 
127; J. DE GHELLINCK, Litterature latine du Moyen Age, Bruxelles, Bloud 
et Gay, 1939, n, pp. 69-73 ; J. A. ENDRES, Petrus Damiani und die weltliche 
Wissenschaft, Miinster i. Westf. 1910; P. BREZZI, Introduzione alia sua 
edizione del De divina omnipotentia e altri opuscoli, Firenze, Vallecchi, 1943, 
pp. 1-48; B. NARDI, San Pier Damiani , nel volume Santi italiani a cura di 
Jolanda De Blasi, Firenze, Sansoni, 1947, pp. 147-74. 



DAL LIBER GOMORRHIANUS r 
CAP. XVII 

Flebilis lament atio super animam immunditiae sordibus deditam. 

Ego, ego te, infelix anima, defleo, atque ex intimo pectore de 
tuae perditionis sorte suspiro. Defleo te, inquam, miserabilis 
anima immunditiae sordibus dedita, toto nimirum lacrymarum 
fonte lugenda. Proh dolor! Quis dabit capiti meo aquam, et oculis 
meis fontem lacrymarum? 2 Nee inconvenientius haec flebilis vox 
me nunc singultante depromitur, quam tune ex ore prophetico 
ferebatur. Non enim lapidea turritae urbis propugnacula, non ma- 
nufacti templi subversa conqueror aedificia, non vilis vulgi agmina 
lamentor ad Babylonici regis imperium ducta fuisse captiva; 
nobilis a me anima plangitur, ad imaginem Dei, et similitudinem 
condita, et pretiosissimo Christi sanguine comparata, multis cla- 
rior aedificiis, cunctis certe terrenae fabricae praeferenda fastigiis. 
Insignis igitur animae lapsum, et templi, in quo Christus habita- 
verat, lamentor excidium. Oculi mei plorando deficite, uberes la 
crymarum rivos effundite, continuis fletibus tristia lugubres ora 
rigate. Deducant cum Propheta oculi mei lacrymas per diem et 
noctem, et non taceant, quoniam contritione magna contrita est 
virgo filia populi mei plaga pessima vehementer . 3 Filia quippe po- 
puli mei pessima plaga percussa est; quia anima, quae sanctae 
Ecclesiae fuerat filia, ab hoste humani generis telo immunditiae 
est crudeliter sauciata: et quae in aula regis aeterni lacte sacri 
eloquii tenere ac molliter enutriebatur ; nunc veneno libidinis pe- 
stilenter infecta, in sulphureis Gomorrhae cineribus tumefacta, ac 
rigida iacere conspicitur . . . 



r. Testo di C. Gaetani nell'edizione di Venezia del 1743, riprodotta dal 
Migne, P.L., vol. 145, coll. 159-90. II presente brano e alia colonna 177. 
Traduzione di Tilde Nardi. 2. Ier. f 9, i. 3. ler., 14, 17. 



DAL LIBRO DI GOMORRA 
CAP. XVII 

Lamento suT anima dedita alle sozzure deirimpurita. 

lo, io ti compiango, o anima sventurata: e dal profondo del petto 
sospiro sulla sorte di perdizione che t'aspetta. Ti compiango, dico, 
o miserabile anima che t'abbandoni alle sozzure dell'impurita e che 
veramente sei da piangere con tutta la fonte delle lacrime. O dolo- 
re! Chi dara al mio capo Facqua e ai miei occhi la fonte delle la- 
crime ? Questa dolente voce da me ora tra i singhiozzi si effonde 
non meno opportuna di quando, un tempo, si levava dalla bocca 
del Profeta. Che io non mi lamento sulle rovine delle mura d'una 
turrita citta o sull'ediflcio d'un tempio abbattuto, non piango per- 
che le schiere gementi del vile volgo sono state condotte in cattivi- 
ta neH'impero del re di Babilonia; e sulla nobile anima che a gran 
voce io piango, sull' anima creata ad immagine e somiglianza di 
Dio e riscattata dal sangue preziosissimo di Cristo, piu splendida 
di molti edifici, piu preziosa certo di tutti i palazzi che si costrui- 
scono in terra. Io piango la caduta dell' anima insigne e la rovina 
del tempio in cui Cristo aveva dimorato. miei occhi, consumate- 
vi nel pianto, effondete copiosi rivi di lacrime, e colmi di mestizia 
inondate d'un pianto ininterrotto il volto dolente. Notte e giorno i 
miei occhi spargano lacrime col Profeta senza mai cessare, poiche 
la vergine figlia del popolo mio e stata selvaggiamente percossa e 
ferita di gravissima piaga . In verita la figlia del popolo mio e stata 
ferita d'insanabile piaga, poich6 1' anima, che era la figlia della santa 
Chiesa, e stata crudelmente colpita dal nemico del genere umano 
con lo strale deirimpurita: essa che nella reggia dell'eterno Re era 
teneramente e dolcemente nutrita col latte della parola divina, ora, 
infetta del funesto veleno della libidine, la si vede giacere gonfia e 
irrigidita tra le sulfuree ceneri di Gomorra . . . 



DAL DE SANCTA SIMPLICITATE SCIENTIAE 
INFLANTI ANTEPONENDA)) 1 

CAP. I 

. . .Jhlaec enim prima serpentis verba sunt ad mulierem, his sibilis 
draco teterrimus in cor eius venena stillavit: Scit Deus, inquit 
quod in quocumque die comederitis ex eo (baud dubium quin po- 
mo), aperientur oculi vestri, et eritis sicut dii, scientes bonum et 
malum.)) 2 Ecce, frater, 3 vis grammaticam discere? Disce Deum 
pluraliter declinare. Artifex enim doctor, dum artem inoboedientiae 
noviter condit, ad colendos etiam plurimos deos inauditam mundo 
declinationis regulam introducit. Porro, qui vitiorum omnium 
catervas moliebatur inducere, cupiditatem scientiae quasi ducem 
exercitus posuit, sicque post earn infelici mundo cunctas iniquita- 
tum turmas invexit . . . 

CAP. Ill 

Sed forte dicas: aMultos lucrifacerem, si gratia praedicationis 
affluerem, si copiam scientiae litteralis haberem. Et ego respon- 
deo quoniam et Eleazarus multos potuisset ab idolatria revocare, 
si viveret; 4 et Machabei et innumerabiles Christi martyres plu 
rimos ad agonem fidei firmare potuissent, si persecutionis illatae 
differre supplicia decrevissent, sed quoniam ad poenarum perfe- 
renda tormenta efficacius aedificaverunt martyrizando quam prae- 
dicando, postponentes verbum reliquere sequentibus imitationis 
exemplum. Tu quoque valentius provocas videntes te properare 
post Christum, quam promovere potueras audientes qualibet mul- 
tiplicitate verborum. Nee enim Deus omnipotens nostra gramma- 
tica indiget, ut post se homines trahat, cum in ipso humanae re- 
demptionis exordio, cum magis videretur utique necessarium ad 
conspergenda novae fidei semina, non miserit philosophos et ora- 
tores, sed simplices potius, idiotas ac piscatores. Unde legitur quia 

i. Testo di P. Brezzi in S. PIER DAMIANI, De divina omnipotentia e altri 
opuscoli, Firenze, Vallecchi, 1943, pp. 166, 170-2, 178-80, 182-6, 192 e 
196-200. Traduzione di Tilde Nardi. 2. Gen., 3, 5. 3. frater : il Damiani 
indirizza questo opuscolo al monaco Ariprando, che rimpiangeva d'aver 
abbandonato gli studi dopo 1'ingresso nel convento. 4. Eleazarus . . . vi 
II Mack., 6, 18-31. 



DA LA SANTA SEMPLICITA DA ANTEPORSI 
ALLA SCIENZA CHE GONFIA 

CAP. I 

. . .Queste sono le prime parole del serpente alia donna, con que 
st! sibili Forrido dragone le istillo nel cuore il veleno : Dio sa dis- 
se che in qualunque giorno ne mangerete (senza dubbio, del 
porno), i vostri occhi s'apriranno e sarete come del, poich6 co- 
noscerete il bene ed il male. Ecco, o fratello, vuoi imparare la 
grammatica? Impara a declinare Dio al plurale. Poiche quel frau- 
dolento maestro, nel momento stesso che getta le basi della nuova 
arte del disobbedire, introduce altresi nel mondo un'inaudita 
regola di declinazione insegnando ad adorare molti dei. Inoltre, 
egli che s'adoprava a introdurvi le caterve di tutti i vizi, pose alia 
testa, quasi come condottiero, la bramosia del sapere, e in tal modo 
dietro ad essa rovesci6 a torme sul mondo infelice tutte le ini- 
quita . . . 

CAP. Ill 

Ma tu forse potresti obiettarmi: Molti io guadagnerei alia fede, 
se fossi ben dotato della grazia del predicare e largamente for- 
nito della conoscenza delle lettere. Ed io ti rispondo che anche 
Eleazaro avrebbe potuto allontanare molti dall'idolatria se fosse 
rimasto in vita; e cosi pure i Maccabei e gli innumerevoli martiri 
di Cristo avrebbero potuto fortificare molti nella lotta per la fede, 
se avessero voluto sottrarsi ai supplizi della persecuzione sferrata 
contro di loro ; ma siccome ritennero fosse di maggior incitamento 
a sopportare i tormenti Pattestar la fede col martirio che non con 
la predicazione, rnessa da parte la parola, lasciarono il loro esempio 
da imitare a quelli che sarebbero venuti dopo. Tu pure sproni piu 
efficacemente coloro che ti vedono correre sulle orme di Cristo 
di quanto avresti potuto fare se t'avessero udito esortarli sia pure 
con gran copia di parole. Che Dio onnipotente non ha bisogno 
della nostra grammatica per trascinare gli uomini dietro di se, 
tant'& vero che, persino all'inizio dell'umana redenzione, allorche 
appariva piu indispensabile al fine di diffondere la semenza della 
nuova fede, non mando ne filosofi n6 oratori, ma anzi degli uo 
mini semplici, dei rozzi pescatori. Perci6 si legge che Sansone 



340 IL SECOLO xi : i GRANDS RHETORIQUEURS 

Samson maxillam asini, quae iacebat, arripuit et in ea mille Phi- 
listaeos occidit: 1 quid est enim per iacentem asini maxillam mille 
viros occidere, nisi per linguas humilium atque simplicium per- 
fectum non credentium numerum a pravitatis suae statu deicere, 
atque ad humilitatem Christi per sanctae praedicationis officium 
inclinare? Nam quia Samson interpretatur sol, postquam mundo 
sol iste resplenduit, postquam miraculorum atque signorum suo- 
rum per orbem terrarum radios sparsit, omnium mox sibi resisten- 
tium colla perdomuit, eosque a superbiae vitae suae rigore pro- 
stravit. 

CAP. v 

. . . Beatus Benedictus ad litterarum studia mittitur, sed mox ad 
sapientem Christi stultitiam revocatur . . . Litter as et Martinus 2 
ignorat, sed hie fatuus et imperitus perditas trium mortuorum 
animas ab inferis revocat. Antonius 3 non rhetoricatur, sed toto con- 
spicuus orbe, litteris, ut ita loquar, uncialibus legitur. Hilarion 4 
Platones et Pythagoras proiicit, unoque contentus Evangelio in se- 
pulcralis se cellulae antro concludit; sed ecce daemonibus impe- 
rat, quern philosophorum studia non exornant . . . 

CAP. VI 

Gualterus 5 plane magistri mei, scilicet Ivonis, 6 socius fuit, qui 
per triginta ferine annos ita per occiduos fines sapientiam perse- 
cutus est, ut de regnis ad regna contenderet, et non modo Teuto- 
num, Gallorum, sed et Saracenorum quoque Hispaniensium urbes, 
oppida simul atque provincias penetraret; sed mox ut, studiis toto, 
ut ita loquar, orbe corrasis, exilium habitatione mutavit et iam, 
velut in pace compositus, docere pueros coepit, aemuli sui, cuius- 
dam videlicet alterius sapientis, necessarii vel fautores, eum sim- 
pliciter gradientem ex insidiis occiderunt; qui confossus gladiis, 
non sacerdotes, ut mini relatum arbitror, petiit, non de transactis 
confessionem vel poenitudinem gessit, sed usque ad ultimum spi- 
ritum hoc solum inclamare non desiit: Heu quale damnum! Si 

i. Samson. . . occidit: ludic., 15, 15. 2. Martinus: Martino, vescovo di 
Tours (seconda meta del secolo IV). 3. Antonius: sant' Antonio del de- 
serto (secolo IV). 4. Hilarion: Ilarione, seguace di sant'Antonio (inizio 
del secolo IV). 5. Gualterus: Gualtiero di Besancon, discepolo di Ful- 
berto di Chartres. 6. Ivonis: costui fu gia erroneamente identificato con 



PIER DAMIANI 341 

afferro una mascella d'asino che giaceva per terra e con essa uccise 
mille Filistei. Cosa significa infatti uccidere mille uomini con una 
mascella d'asino raccolta da terra, se non rimuovere dal loro stato 
di pravita un numero perfetto di increduli per mezzo della parola 
d'uomini umili e semplici, e prostrarli ai piedi di Cristo in virtu 
della santa predicazione ? E in verita, poiche Sansone significa 
sole, dopo che questo sole raggi6 sul mondo, dopo che ebbe 
sparse per tutta la terra i raggi dei suoi miracoli e portenti, tosto 
pieg6 le cervici di coloro che gli resistevano e li prostro facendoli 
cadere dalla inflessibile superbia della loro vita. 

CAP. v 

. . . San Benedetto e awiato allo studio delle lettere; ma tosto si 
sente chiamato alia saggia stoltezza di Cristo . . . Anche Martino 
non sa di lettere, eppure questo stolto, questo ignorante, richiama 
dall'mferno le anime perdute di tre morti. Antonio non s'intende 
di retorica, eppure, reso famoso in tutto il mondo, noi lo leggiamo 
scritto, per cosi dire, in lettere unciali. Ilarione getta via i Plato ni 
e i Pitagora, e, pago del solo Vangelo, va a chiudersi nell'antro 
d'una celletta sepolcrale; ed ecco che comanda ai demoni, lui 
che non s'adorna del sapere dei filosofi . . . 

CAP. VI 

Gualtieri, che fu compagno del mio maestro, cioe d'lvone, per 
quasi trent'anni si die a cercar la sapienza per i paesi d'occiden- 
te, passando da un regno all'altro e penetrando nelle citta, ca- 
stella e province non soltanto della Germania e della Gallia, ma 
altresi in quelle dei Saraceni e della Spagna. Ma anch'egli, come 
ebbe - per cosi dire - raggranellato del sapere da ogni parte del 
mondo, sostitui al peregrinare una sede stabile e, come chi ha riac- 
quistata la pace, cominci6 ad istruire dei giovinetti. I servi o i 
fautori d'un suo rivale, cioe d'un altro maestro, lo uccisero a tradi- 
mento mentre stava, senz'alcun sospetto, passeggiando. Trafitto 
da colpi di spada, egli non chiese di sacerdoti, a quanto mi fu 
raccontato, non si confess6 ne" si penti dei suoi trascorsi, ma fino 
alPultimo respiro non cess6 un momento di esclamare soltanto: 

Ivone, vescovo di Piacenza. Forse non fu italiano. Discepolo di Fulberto 
di Chartres come Gualtiero di Besan?on? 



342 IL SECOLO XI : I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

quid autem vel de confessione facienda vel aliud quid diceretur, ille 
iam alienatus hoc solummodo repetebat: Heu quale damnum! 
Hie itaque velut arachne inextricabilia, ut sibi videbatur, subteg- 
minis fila contexuit, sed mox ut ea ventus ultimae necessitatis im- 
pulit, protinus in nihilum omnia dissipavit; anni quippe nostri, 
testante Propheta, sicut aranea meditabuntur. 1 Ugo, Parmensis 
Ecclesiae clericus, 2 quot utilitatum dotes habuerit, non enumero, 
quia laciniosi styli devito fastidium; hie tantae fuit ambitionis 
artium studiis, ut astrolabium sibi de clarissimo provideret argento. 
Et dum aspiraret ad episcopale fastigium, Conradi imperatoris se 
constituit capellanum; a quo dum revertitur, regiis pollicitationibus 
cumulatus et de consequenda dignitate paene non dubius, incidit 
in latrones. Presbyter enim quidam in Teutonicis partibus, qui 
laicum habebat asseculam, pascentes equos illius tentavit invadere ; 
cui dum ille sese impiger obiecisset, presbyter eum lancea con- 
fodiens interemit, et tune liquido deprehendit nil fuisse quod di- 
dicit, dum simul amisit et irridentis vitae dulcedinem et concupiti 
culminis dignitatem. 

CAP. VIII 

Quocirca, dilectissime fili, noli huiusmodi sapientiam quaerere, 
quae tibi simul cum reprobis et gentilibus valeat convenire. Quis 
enim accendit lucernam ut videat solem? quis scolacibus uti- 
tur ut stellarum micantium videat claritatem? Ita qui Deum vel 
sanctos eius sincere quaerit intuitu, non indiget peregrina luce ut 
veram conspiciat lucem. Ipsa quippe vera sapientia se quaerentibus 
aperit et sine adulterinae lucis auxilio lucis inocciduae se fulgor 
ostendit. 

. . . Praeterea beatus papa Gregorius artis grammaticae disciplinam 
eatenus in suis laudat epistolis, ut earn congruere deneget Chri- 
stianis . . . Honesta satis et utilis sapientia nimirum, quae cum 
Christi negatione confertur, quae haereticae perfidiae comparatur, 
ut idem valeat earn legere, quod Deum negare! . . . Discumbis, 
frater, ad mensam Dei; sufficiant tibi dapes caelestis eloquii; 
abiice lolium, quod in vesaniam comedentium mentes inebriat; 



i. anni . . . meditabuntur: Ps., 89, 9. 2. Ugo . . . clericus: di lui non sap- 
piamo se non quanto il Damiani dice qui. 



PIER DAMIANI 343 

Ahi, quale danno! E se gli si accennava alia necessita di con- 
fessarsi o altro, egli, ormai fuor di se, non faceva che ripetere: 

Oh quale danno! Costui dunque a guisa di ragno aveva tessuto 
le fila d'una tela a suo parere inestricabili; ma tosto che il vento 
della morte vi die dentro, in un attimo tutti li annient6; poiche 
i nostri anni, per testimonianza del Profeta, faranno come il ra 
gno. 

Non sto ad enumerare, perch6 voglio evitare la noia d'uno stile 
troppo prolisso, quante vantaggiose qualita possedesse Ugo, cherico 
della chiesa di Parma. Costui era di tanta ambizione nello studio 
delle arti che s'era provveduto d'un astrolabio di purissimo ar- 
gento. E siccome aspirava alia dignita episcopale, ottenne d'esser 
nominato cappellano dell'imperatore Corrado. Di ritorno dalla 
corte, coiranimo pieno delle promesse del re e ormai sicuro di ot- 
tenere quella carica, s'imbatte nei predoni. Difatti, in territorio 
teutonico, un prete che aveva al suo seguito un laico, tent6 di 
rubargli i cavalli mentre si pascevano. Prontamente egli si oppose 
e il prete Puccise trafiggendolo con un colpo di lancia. In quel 
momento egli capi chiaramente come nulla valesse quanto aveva 
imparato, mentre perdeva a un tempo la dolce vita che cosi lo 
irrideva e Talta carica cosi ardentemente bramata. 

CAP. VIII 

Perci6, o dilettissimo figlio, non curarti di un sapere che servi- 
rebbe ad accomunarti ai reprobi e ai gentili. Chi mai infatti ac- 
cende la lucerna per vedere il sole? Chi si serve di torce per 
contemplare il fulgore delle stelle scintillanti? Allo stesso modo, 
chi cerca Dio e i suoi santi con sguardo puro, non ha bisogno 
di una luce estranea per scorgere la vera luce. Ch6 la vera sapienza 
si rivela da s6 a chi la cerca e lo splendore di quella luce che mai 
si spegne si mostra senza 1'ausilio d'una luce ingannevole . . . Inoltre 
il beato papa Gregorio menziona nelle sue lettere Tapprendimento 
della grammatica solo per dichiarare che non s'addice ai cristiani. 
. . . Sapienza davvero onorevole e vantaggiosa, quella che vien 
messa a paragone colla negazione di Cristo, che pu6 uguagliarsi 
all'eretica perfidia, si che Tattendere ad essa equivalga a negar Dio! 
. . . Tu siedi, o fratello, alia mensa di Dio: ti basti il nutrimento 
della parola divina; butta via la zizzania che esalta fino alia pazzia 



344 IL SECOLO xi : i GRANDS RETHORIQUEURS 

suscipe frumentum, quod esurientium animas sobria refectione 
confirmat . . . Omnipotens Deus, dulcissime fili, doctrina te suae 
legis erudiat, et cor tuum verae sapientiae luce perfundat; te de 
manibus tuis viventis hostiae suscipiat holocaustum, et ad spiri- 
talium provehat incrementa virtutum; te semper in se manere 
concedat; et invicem ipse in tuis visceribus delectabiliter requiescat, 
ut, sicut est ipse pollicitus, tanquam palmes in vite 1 numquam 
desinas pii operis germina pullulare. Amen. 



i. tanquam . . . vite: loan., 15, 4. 



PIER DAMIANI 345 

la mente di chi se ne ciba; accogli il buon grano che fortifica, 
mangiato con sobrieta, le anime affamate . . . 

Che Iddio onnipotente, o dolcissimo figlio, t'erudisca colla dot- 
trina della Sua legge e inondi il tuo cuore colla luce della vera sa- 
pien2a; accolga Egli dalle tue mani Tolocausto che gli offri di te 
stesso come ostia vivente e ti guidi alPaccrescimento delle virtu 
spiritual! ; ti conceda di rimanere sempre in Lui, e, a sua volta, 
Egli go da di posare nel tuo cuore, si che, com' Egli stesso ha pro- 
messo, tu non cefcsi mai, come il tralcio attaccato alia vite, di ger- 
mogliare in opere di bene. Cosi sia. 



DAL DOMINUS VOBISCUM)) 1 

CAP. I 

Quod sancta simplicitas mundi philosophis 
iure praefertur. 

.Platonem latentis naturae secreta rimantem respuo, planetarum 
circulis metas, astrorumque meatibus calculos affigentem; cuncta 
etiam sphaerici orbis climata radio 2 distinguentem Pythagoram 
parvipendo; Nichomacum quoque tritum Ephemeridibus digitos 
abdico: Euclidem perplexls geometricalium figurarum studiis 
incurvum aeque decline: cunctos sane rhetores cum suis syllo- 
gismis et sophisticis cavillationibus indignos hac quaestione de- 
cerno. Tremant Gymnici suam iugiter amore sapientiae nudi- 
tatem: quaerant Peripatetici latentem in profundo puteo veri- 
tatem. Ego summam a te quaero veritatem, illam videlicet, quae 
de terra orta est, non iam in puteo ignobiliter latitantem, sed 
omni manifestatam mundo, perpetua in coelis maiestate regnan- 
tem. Quid enim insanientium poetarum fabulosa commenta? 
Quid mini tumentium tragicorum cothurnata discrimina? Desi- 
nat iam comicorum turba venena libidinum crepitantibus buc- 
cis effluere; cesset satyricorum vulgus suos clarnos 3 captoriae 
detractionis amaris dapibus onerare: non mihi Tulliani oratores 
accurata lepidae urbanitatis trutinent verba: non Demosthenici 
rethores captiosae suadelae argumenta versuta componant: ce- 
dant in suas tenebras omnes terrenae sapientiae faecibus 4 deli- 
buti: nil mihi conferant sulphureo caliginosae doctrinae splen- 
dore caecati. Christi me simplicitas doceat, vera sapientium rusti- 
citas ambiguitatis meae vinculum solvat. Quia, enim, iuxta Pauli 
vocem, non cognovit mundus per sapientiam Deum, placuit Deo 
per stultitiam praedicationis salvos facere credentes. s . . . 



i. Testo citato di C. Gaetani, riprodotto dal Migne, P. L., vol. 145, coll. 
231-52. I brani qui riportati sono alle colonne 232-3, 246-8, 250-1. Tra- 
duzione di Tilde Nardi. 2. radio ; radius e, secondo il Forcellini, il ba 
cillus seu virga mensorum, mathematicorum, astronomorum, ad metien- 
dum et figures lineasque in pulvere deformandas . 3. Per la rara voce 
darnus, con significato di desco, mensa, cfr. il Thesaurus linguae 
latinae, m (B. Nardi). 4. faecibus: le fecce del vino per tingere il volto. 
5. / Cor., i, 21. 



DAL DOMINUS VOBISCUM 

CAP. I 

A ragione la santa semplicitd e superiore 
alia sapienza mondana. 

Percio respingo Platone, che fruga gli occulti segreti della natura, 
che fissa i termini alle orbite dei pianeti e fa oggetto di calcoli il 
corso degli astri; disprezzo del pari Pitagora, che colla verga geo- 
metrica distingue le varie zone del globo terrestre; rifiuto Nico- 
maco, che ha consumato le dita sulle Efemeridi; ugualmente allon- 
tano da me Euclide, curve sulle astrusita delle figure geometriche: 
e cosi pure giudico tutti i retori, coi loro sillogismi e i loro cavilli 
sofistici, indegni di questa ricerca. Tremino senza posa i Gimno- 
sofisti, nudi per amore della sapienza; cerchino pure i Peripatetici 
la verita nascosta in fondo al pozzo. lo a te chiedo la suprema 
verita, quella cioe che e nata dalla terra, non gia per nascondersi 
ignobilmente nel pozzo, ma per regnare in perpetua maesta nei 
cieli dopo essersi rivelata a tutto il mondo. A che giovano mai le 
favole menzognere dei farneticanti poeti ? A che le coturnate scene 
dei tronfi tragici ? Cessi ormai la turba dei comici di riversare dalle 
gote crepitanti il veleno della libidine; smetta il volgo dei satirici 
di appesantire le sue mense con le amare vivande d'un'insidiosa 
maldicenza. Per me gli oratori ciceroniani possono fare a meno di 
pesare e scegliere con cura espressioni garbatamente argute, e gli 
imitatori di Demostene d'intessere gli ingegnosi argomenti d'una 
insidiosa persuasione. Sprofondino nelle loro tenebre quanti sono 
imbrattati della feccia dell'umana sapienza; lungi da me quelli 
che sono accecati dal bagliore sulfureo d'una dottrina caliginosa. 
La semplicita di Cristo mi sia d'esempio, Tingenuita dei veri sa- 
pienti mi liberi dalFimpaccio dei miei dubbi. Poich6 - sono pa 
role di Paolo il mondo non conobbe Dio attraverso la sapienza, 
piacque a Dio far salvi i credenti attraverso la predicazione dei 
semplici. . . . 



348 IL SECOLO xi : i GRANDS RHETORIQUEURS 



CAP. XIX 
Laus eremiticae vitae. 

Sed inter haec libet de singularis vitae mentis pauca perstringe- 
re, et quid de praefatae vitae culmine sentiam, laudando potius 
quam disputando, breviter intimare. Solitaria sane vita coele- 
stis doctrinae schola est, ac divinarum artium disciplina. Illic 
enim Deus est totum, quod discitur ; via, qua tenditur, per quam 
ad summae veritatis notitiam pervenitur. Eremus namque est pa- 
radisus deliciarum, ubi tamquam redolentium species pigmento- 
rum, vel rutilantes flores aromatum, sic fragrantia spirant odora- 
menta virtutum. Ibi siquidem rosae charitatis igneo rubore 
flammescunt; ibi lilia castitatis niveo decore candescunt, cum 
quibus etiam humilitatis violae, dum imis contentae sunt, nullis 
flatibus impelluntur; ibi myrrha perfectae mortificationis exsudat, 
et thus assiduae orationis indeficienter emanat. 

Et cur singula quaeque commemorem ? Quandoquidem omnia 
illic sanctarum virtutum germina diversis venusta coloribus ruti- 
lant, et perpetuae viriditatis gratia incomparabiliter vernant. O 
eremus sanctarum mentium delectatio, et intimi gustus inexhausta 
dulcedol Tu caminus ille Chaldaicus, ubi sancti pueri furentis 
incendii vires orationibus reprimunt, et ardore fidei crepitantium 
contra se flammarum globos exstinguunt; ubi scilicet et nexus 
uruntur, et ardorem membra non sentiunt; quia et peccata sol- 
vuntur, et in hymnum divinae laudis anima provocatur, 1 dicens: 
Dirupisti, Domine, vincula mea: tibi sacrificabo hostiam laudis. 2 
Tu fornax, ubi superni Regis vasa formantur, et ad perpetuum 
nitorem malleo poenitentiae percussa, ac lima salutiferae correc- 
tionis erasa, perveniunt: in qua nimirum obsoletae animae rubigo 
consumitur, et scabrae peccatorum scoriae deponuntur. Vasa 
siquidem ccfiguli probat fornax, et homines iustos tentatio tri- 
bulationis. 3 

O cella negotiatorum coelestium apotheca, in qua videlicet ilia- 
rum mercium summa reconditur, quibus terrae viventium pos- 
sessio comparatur! Felix cornmercium, ubi pro terrenis coele- 
stia, in transitoriis commutantur aeterna. Felices, inquam, nun- 
dinae, ubi venalis aeterna vita proponitur, ad quam emendam 

i. Tu caminus . . . provocatur: Dan., 3. 2. Ps., 115, 16-7. 3. Eccli., 27, 6. 



PIER DAMIANI 349 

CAP. XIX 

Elogio delict vita delVeremo. 

Vorrei ora parlare un poco dei vantaggi della vita solitaria ed 
esporre in breve, piu lodando che discutendo, quel che io penso 
della perfezione di siffatta vita. In verita la vita che trascorre in 
solitudine e scuola di celeste dottrina e disciplina di arti divine. 
Giacche ivi Dio e tutto ci6 che s'impara a conoscere; ivi e la via 
che si percorre per giungere alia cognizione della suprema verita. 
L'eremo e un paradise di delizie ove spira la fragranza delle virtu 
quasi come un aroma di balsami o un olezzo di vividi fiori. Ivi 
fiammeggiano le rosse rose della carita, ivi biancheggiano, candi- 
di come neve, i gigli della castita; e fra essi anche le viole delFumilta 
fioriscono liete d'essere cosi in basso, non turbate da alcun sofHo 
di vento ; ivi trasuda la mirra della completa mortificazione e sale 
senza posa Tincenso dell'assidua preghiera. 

Ma perch6 rammentare tutte queste cose ad una ad una ? Tutti 
i germi delle sante virtu ivi risplendono belli di colori diversi e 
ineffabilmente si rinnovellano nella grazia d'un perpetuo verde. 

eremo, delizia delle menti sante, fonte inesauribile d' interior e 
dolcezza! Tu sei la fornace caldaica dove i santi fanciulli tratten- 
gono con le preghiere lo scatenarsi delle fiamme e coll'ardore della 
fede estinguono le vampate che s'awentano crepitando contro 
di loro ; dove invero le funi vanno in cenere e le membra non av- 
vertono 1'ardore, poich6 i peccati si dissolve no e Tanima si sente 
sospinta a inneggiare a Dio dicendo: Tu hai spezzato, o Signore, 

1 miei vincoli; ti faro 1'ofTerta della mia lode. 

Tu sei la fornace dove si foggiano i vasi del Re celeste che, per- 
cossi dal martello della penitenza e levigati dalla lima della salutare 
correzione, pervengono a un perpetuo splendore; dove cioe si 
raschia via la ruggine che ha invaso Panima e si depongono le ru- 
vide scorie dei peccati. Poiche: La fornace del vasaio tempra i 
vasi e la prova delle tribolazioni gli uomini giusti. 

O cella, deposito di chi ha commercio col cielo, perche in essa 
si accumulano quelle merci con le quali si lucra il possesso della 
terra dei viventi! O vantaggioso commercio, in cui si scambiano i 
beni terreni coi celesti e Teterno col transitorio! Felice mercato, 
io ripeto, ove e messa in vendita la vita eterna al cui acquisto basta 



350 IL SECOLO xi : i GRANDS RHETORIQUEURS 

etiam minimum quid solum sufficit, quod habetur: ubi brevis 
afflictio carnis emit coeleste convivium, et exiguae lacrymae risum 
pariunt sempiternum; possessio terrena distrahitur, et ad aeternae 
haereditatis patrimonium pervenitur. O cella spiritualis exercitii 
mirabilis officina, in qua certe humana anima Creatoris sui in se 
restaurat imaginem, et ad suae redit originis puritatem! Ubi 
sensus obtusi ad subtilitatem sui acuminis redeunt, et vitiatae 
naturae azyma sincere reparantur. Tu das, ut ieiuniis videantur 
ora pallentia, et mens divinae gratiae sit pinguedine saginata : tu 
das, ut homo mundo corde Deum conspiciat, qui suis involutus 
tenebris, seipsum prius ignorabat. Tu hominem ad suum facis 
redire principium, et de exilii eiectione ad antiquae dignitatis 
revocas celsitudinem. Tu facis, ut homo in mentis arce consti- 
tutus, cuncta sub se videat terrena defluere, semetipsum quo- 
que in ipsarum rerum labentium prospiciat decursione transire. 
O cella sacrae militiae tabernaculum, procinctus triumphatoris 
exercitus, castra Dei, turris David, quae aedificata est cum pro- 
pugnaculis; mille clypei pendent ex te, omnis armatura fortium))! 1 
Tu campus divini praelii, spiritualis arena certaminis, angelo- 
rum spectaculum, palaestra fortiter dimicantium luctatorum, ubi 
spiritus cum carne congreditur, et fortis ab infirmitate non supe- 
ratur. Tu vallum in expeditione currentium, tu munitio fortium, 
tu praesidium cedere nescientium pugnatorum. Fremat hostium 
circumfusa barbaries, accedant vineae, phalaricis missilia iacu- 
lentur, vibrantium gladiorum silva densescat; qui in te sunt, lo- 
rica fidei praemuniti sub imperatoris sui invicta protectione tripu- 
diant, et de nostrum suorum deiectione iam certi triumphant . . . 

Et quid amplius de te dicam, o vita eremitica, vita benedicta, 
viridarium animarum, vita sancta, vita angelica, exedra gemma- 
rum coelestium, curia spiritualium senatorum! Odor tuus cuncto- 
rum aromatum fragrantiam superat, sapor tuus super distillantes 
favos, super omnia mella guttur illuminati cordis obdulcat . . . Illi 
te noverunt, qui te diligunt: illi praeconia tuae laudis agnoscunt, 
qui in tui amoris amplexibus delectabiliter requiescunt. 

Caeterum qui hoc ignorant, non praevalent cognoscere te; me 
etiam nihilominus tuae laudis imparem fateor, sed unum pro 



i. Cant., 4, 4. 



PIER DAMIANI 351 

anche quel pochissimo che si possiede; dove una breve mortifi- 
cazione della carne basta a comprare un posto alia mensa celeste 
e poche lacrime si commutano in riso sempiterno; dove si dissi- 
pano i beni terreni e si arriva a godere d'un'eredita eterna. cella, 
mirabile officina di esercizio spirituale, in cui sicuramente Panima 
umana restaura in se 1'immagine del suo Creatore e ritorna alia 
purezza della sua origine! Dove i sensi ottusi ritrovano la primitiva 
loro acutezza e gli azimi della natura corrotta si rifanno puri. 

Tu fai si che i volti appaiano emaciati per i digiuni e la mente 
s'impingui della grazia divina; tu permetti all'uomo che dianzi, 
avvolto nelle sue tenebre, ignorava se stesso, di veder Dio col cuore 
rifatto mondo. Tu riconduci 1'uomo alia sua origine, richiamandolo 
dalFesilio in cui era stato cacciato all'altezza della pristina dignita. 
Tu fai si che Puomo, ben saldo nella rocca della mente, veda di- 
leguarsi sotto di se le cose terrene e scorga anche se stesso passare 
nell'instabile denusso delle cose stesse. O cella, tabernacolo della 
santa milizia, recinto dell'esercito trionfatore, accampamento di 
Dio, torre di David, munita di propugnacoli ; pendono da te 
mille scudi, tutte le armi dei forti! Tu sei il campo della battaglia 
divina, tu Farena dell'agone spirituale, spettacolo offerto agli angeli, 
palestra di forti lottatori ove lo spirito lotta con la carne e il forte 
non si lascia sopraifare dalla debolezza. Tu vallo di chi si getta 
nella mischia, baluardo dei forti, presidio di combattenti che non 
sanno cosa sia arrendersi. Frema tutto intorno la ferocia dei nemici, 
s'accostino pure le vinee, si lancino strali con le falariche, s'ad- 
densi una selva di lampeggianti spade; quelli che hanno trovato 
rifugio in te tripudiano cinti dalla lorica della fede, sotto Pinvitta 
tutela del loro condottiero e, gia sicuri che i loro nemici saranno 
cacciati in rotta, trionfano . . . 

E che piu dovrei dire di te, o vita deU'eremo, vita benedetta, 
verziere delle anime, vita santa, vita angelica, esedra di gemme ce- 
lesti, curia di spirituali senatori! II profumo che da te emana vince 
la fragranza di tutti gli aromi, cio che in te si gusta piu dei favi 
stillanti, piu di qualsiasi miele fa dolce il gusto di un cuore illumi- 
nato . . . Ti conoscono solo quelli che ti amano : possono farsi ban- 
ditori delle tue lodi solo quelli che nelPamplesso del tuo amore 
con diletto riposano. 

Al contrario, chi non ha provato questa beatitudine non pu6 co- 
noscerti: ci6 non di meno mi confesso anch'io impari a celebrare 



352 IL SECOLO XI : I GRANDS RHETORIQUEURS 

certo scio, o vita benedicta, quod de te indubitanter affirmo: 
quia quisquis in amoris tui desiderio perseverare studuerit, ipse 
quidem habitator est tuus, sed eius inhabitator est Deus. Dia- 
bolus illi suis tentationibus servit, atque illuc eum tendere, unde 
ipse deiectus est, gemlt. Victor itaque daemonum, socius effi- 
citur angelorum; exul mundi, haeres est paradisi; abnegator sui, 
sectator est Christi. Et qui mine per eius vestigia graditur, pe- 
racto cursu, sine dubio ad societatis eius gloriam provehetur: 
atque, ut idipsum fidenter dicam, qui singularem hanc vitam 
usque ad finem vitae suae pro divino amore tenuerit, de habita- 
culo carnis egressus, ad aedificationem ineffabilem perveniet, do- 
raum non manufactam, aeternam in coelis. 



PIER DAMIANI 353 

degnamente le tue lodi, ma c'e una cosa che so e posso dire con 
certezza di te, vita benedetta : che chiunque ha cercato di perseve- 
rare nel desiderio del tuo amore, quegli certo abita in te, ma in lui 
abita Dio. II diavolo con le sue tentazioni deve sottomettersi a lui 
e geme al vederlo awiarsi al luogo donde egli stesso e stato cacciato. 
Cosi, vittorioso sui demoni, diviene compagno degli angeli; esule 
dal mondo, diventa erede del paradiso; rinnegando se stesso, e di- 
venuto seguace di Cristo. E chi segue le sue orme, alia fine del 
cammino giunge senza dubbio alia gloria della sua compagnia: 
poiche, lo ripeto nella certezza che mi da la fede, chi per amore di 
Dio ha perseverato fino alia morte in questa vita di solitudine, una 
volta uscito dal ricettacolo della carne giungera in una dimora 
ineffabile, in una reggia non edificata da mano mortale, ma eterna 
nei cieli. 



DAL DE PARENTELAE GRADIBUS * 

. . . Erat autem de consanguinitatis gradibus plurima disceptatio ; 
atque iam res eo usque processerat, ut sapientes civitatis in unum 
convenientes, sciscitantibus Florentinorum veredariis, in com 
mune rescripserint, septimam generationem canonica auctori- 
tate praefixam ita debere intelligi, ut numeratis ex uno generis 
latere quatuor gradibus, atque ex alio tribus, iure iam matrimo- 
nium posse contrahi videretur. Ad astruendam quoque praepo- 
sterae huius allegationis ineptiam, illud etiam in testimonium 
deducebant, quod lustinianus suis interserit Institutis: Sed nee 
neptem inquit afratris, vel sororis ducere quis potest, quamvis 
in quarto gradu sit. 2 Ex quibus nimirum verbis inductoria quae- 
dam colligebant argumenta, dicentes : Si neptis fratris mei quarto 
iam a me gradu dividitur, consequenter etiam films meus quinto, 
nepos item sexto, pronepos autem meus septem ab ea procul 
elongatus gradibus mvenitur. Et quidem ego nudis verbis ista 
dogmatizantibus restiti . . . 

CAP. I 

Quod inter quos est lex haereditariae successionis, 
nulla sunt iura coniugii. 

. . . Quid enim apertius eo, quod papa Calixtus asseruit, dicens: 
Eos autem consanguineos dicimus, quos divinae et saeculi le 
ges consanguineos appellant, et in haereditatem suscipiunt, nee 
repelli possunt. 3 Interrogentur igitur qui in tribunalibus iudicant, 
qui causarum negotia dirimunt, qui scrutandis legum decretis 
insistunt, nunquid si propinquiores desint, usque ad septimum 
gradum agnati sive in haereditatem, sive in tutelam non admit- 
tuntur ? In cuius autem haereditatem ex iure consanguinitatis ad- 
mitteris, quo pacto velut extraneus eius coniugium sortiaris? . . . 



i. Testo citato di C. Gaetani, riprodotto dal Migne, P.L., vol. 145, coll. 
191-204. I brani qui riportati sono alle colonne 191-2 e 194-5. Tradu- 
zione di Tilde Nardi. 2. Instit., lib* i, tit. De nupt., paragr. Inter eas. 
3. Callisto I, Ep. ad omnes Galliae episcopos, in Migne, P.L., vol. 130, 
col. 134(3. Nardi). 



DA I GRADI DI PARENTELA 

. . ..bra in corso un'accesa polemica sul rnodo di intendere i gradi 
di consanguineita; e la cosa era giunta a tal punto che i dotti della 
citta [Ravenna], radunatisi insieme, al quesito posto dagli inviati 
dei Fiorentini risposero con una lettera collettiva, in cui si affermava 
che il termine settima generazione fissato dalFautorita canonica 
doveva intendersi nel senso che, contando quattro gradi di discen- 
denza da un ramo della famiglia e tre dall'altro, il matrimonio 
appariva legalmente possibile. Per di piu, a sostegno dell'assurdita 
di questa arbitraria asserzione, citavano come prova cio che Giu- 
stiniano inserisce nelle sue Istituzioni: Nessuno pub sposare la 
nipote per parte del fratello o della sorella sebbene intercorra pa- 
rentela di quarto grado. Da queste parole, evidentemente, trae- 
vano un argomento induttivo per affermare: Se tra la nipote per 
parte di mio fratello e me intercorre parentela di quarto grado, di 
conseguenza mio figlio viene a trovarsi al quinto grado, mio nipote 
al sesto ed il mio pronipote al settimo.)) 

lo naturalmente mi opposi con termini recisi a cotesto loro modo 
di argomentare . . . 

CAP. i 

& illegale il matrimonio per color o tra i quali vi & 
una successione ereditaria per legge. 

. . . Che cosa infatti e piu chiaro di quanto afferma papa Callisto, 
allorche dice: Diamo il nome di consanguinei a coloro che le leggi 
divine ed umane chiamano consanguinei, ammettendoli al go- 
dimento dell'eredita da cui non possono essere esclusi? Si in- 
terpellino quelli che giudicano nei tribunali, quelli che dirimono 
le controversie giudiziarie, quelli che s'occupano dello studio delle 
leggi: forse che, in mancanza di parenti piu prossimi, non sono 
ammessi al godimento o alia tutela dell'eredita anche discendenti 
fino al settimo grado? E dunque, in che modo potresti sposare, 
come fossi un estraneo, uno alia cui successione sei ammesso per 
diritto di consanguineita? . . . 



356 IL SECOLO XI : I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

CAP. IV 

Quod quibus est ius haereditatis, est et affinitas generis. 

. . . Sed lit ad exitum facilius valeat pervenire quod dicimus, 
sacros canones cum ipsis mundanis legibus conferamus. Habet 
autem hoc Mel dense concilium: De affinitate inquit san- 
guinis per gradus cognationis placuit usque septimam genera- 
tionem observarew . . . 

Secundum hoc igitur sententiae synodalis edictum, cui corn- 
petit ius haereditatis, competit etiam propinquitas generis. Ne- 
que enim, ut dicitur, in haereditatem succederent, nisi ad cogna 
tionis propaginem pertinerent. At hie forsitan respondetur, quia 
quod his verbis septem generationes observari praecipitur, ne- 
quaquam illis attinet, qui ex latere veniunt; sed ad eos potius 
qui recta linea a supremo progenitore descendunt. Sed si huius- 
modi personis vel ad succedendum, vel ad coniugandum ter- 
minum Scriptura praefigeret, profecto rem infmitam angustis li- 
mitibus coarctaret lustiniano teste, qui dicit: ((Inter eas personas 
quae parentum liberorumve locum inter se obtinent, nuptiae con- 
trahi non possunt: velut inter patrem et filiam, aviam et nepo- 
tem, et usque 'ad infinitum.)) 1 . . . 

CAP. v 
In legis peritos invehitur, quos et de propriis legibus convenit. 

Nunc igitur inquiramus, a duobus germanis fratribus descen- 
dentes, quoto gradu sibi invicem possunt in haereditatem succe- 
dere? Vos denuo, iudices, alloquor, vos de lege vestra convenio: 
vos, inquam, legis periti, qui iura scrutamini, qui causas perora- 
tis, inquire: Utrum is, qui sexto loco ab uno fratre descendit, 
iure vocetur in haereditatem illius, qui ex altero sexta rursus 
generatione procedit? Sed certe negari omnino non potest, quin 
si alter eorum, quos proposuimus, intestatus moritur, cum nulla 
exstet persona propinquior, alter in haereditatem eius legibus ad- 
mittatur, atque, ut ipsi debeatis approbare quod dicimus, de 



i. Instil. , lib. I, tit. De nupt., paragr. Ergo non omnes. 



PIER DAMIANI 357 

CAP. IV 

Gli eredi hanno titolo di affinita. 

. . . Ma, per meglio concludere 1'argomento che stiamo trattando, 
confrontiamo i sacri Canoni con le stesse leggi civili. II Concilio 
Meldense ha decretato: Per quanto riguarda Taffinita di sangue 
attraverso i gradi di parentela, si stabilisce di tenerne conto fino 
alia settima generazione . . . 

Dunque, secondo questo editto sinodale, a chi spetta il diritto 
di eredita compete anche il titolo di consanguineo. Giacche, come 
s'e detto, non potrebbe succedere nell' eredita se non rientrasse 
nella discendenza per legame di sangue. A questo punto mi si 
potrebbe obiettare che la prescrizione contenuta in queste parole, 
di tener conto cioe di sette generazioni, non va applicata ai discen- 
denti collaterali, ma solo a quelli che discendono in linea retta dal 
capostipite della famiglia. Ma se la Scrittura fissasse un limite, sia 
per ereditare che per contrar matrimonio, a persone siffatte, ver- 
rebbe a costringere in limiti angusti una cosa che invece non ha 
limitazioni, testimone Giustiniano il quale dice : Non vi pu6 es- 
sere matrimonio tra persone tra le quali intercorra il rapporto di 
genitori a figli: come tra il padre e la figlia, tra la nonna e il ni- 
pote, e cosi alVinfinito. . . . 

CAP. v 
Si attaccano i giurisperiti in base alle loro proprie leggi. 

Ora vediamo un po j : i discendenti di due fratelli germani fino a 
che grado possono succedere nelFeredita gli uni degli altri? Mi 
rivolgo di nuovo a voi, giudici, mi appello a voi sulla base della 
vostra legge: a voi, dico, che conoscete la legge, che sviscerate le 
questioni giuridiche, che perorate le cause, io chiedo : chi discende 
in sesto grado da uno di due fratelli ha legalmente il diritto di 
subentrare nell' eredita d'un discendente, pure in sesto grado, del- 
Taltro fratello ? Non si puo certamente negare che se uno dei due 
che abbiamo citato muore intestate, in mancanza d'un parente pin 
prossimo, Taltro e ammesso per legge a succedergli nelP eredita; 
e, per obbligarvi a riconoscere quel che diciamo, citiarno di nuovo 



358 IL SECOLO xi : i GRANDS RHETORIQUEURS 

vestris rursus Institutis testimonium proferamus. Dicitur enim: 
winter masculos agnationis iure haereditas, etiam si longissimo 
gradu sint, ultro, citroque capitur. Et paulo post: Masculi vero 
ad eorum videlicet muliemm haereditates, etiam si longissimo 
gradu sint, admittantur. x . . . 



i. Inter . . . admittantur: Instit., lib. in, tit. De legit, agnat. succes., paragr. 
Ceterum. 



PIER DAMIANI 359 

dalle vostre Istituzioni. detto infatti: Tra i maschi si eredita 
da una parte e dall'altra per diritto di agnazione, anche se si e di 
grado molto lontano. E poco oltre: I maschi saranno natural- 
mente ammessi alPeredita delle donne dei parent! sia pure di 
grado lontardssimo. . . . 



2 

ANSELMO DA BESATE 

Uocumento cospicuo del fervore con cui si attendeva, nelle scuole 
italiane del secolo XI, allo studio delle artes, e specialmente della 
dialettica e della retorica, e la Rhetorimachia di Anselmo da Eesate. 

Anselmo, della nobilissima casata di Besate e imparentato per 
parte di madre con urialtra grande famiglia, quella dei d'Arsago 
(legata alia stirpe marchionale di Canossa], entrb giovinetto nel clero 
della metropolitana milanese e frequentb Villustre scuola cattedrale; 
fu quindi scolaro, a Parma, di un grande maestro di dialettica, 
Drogone; e udl poi, a Reggio, un celebre discepolo di Drogone, Si- 
chelmo che, come scrive il Novati, ^alVistituzione letter aria corner- 
tava la giuridica, abituando i discepoli a satire con altrettanta sicu- 
rezza la cattedra e la tribunal. Finiti gli studi, compose un manuale 
di retorica, De materia artis, che e andato perduto; e scrisse uri opera 
in cui iprecetti delVarte appaiono sapientemente applicati, la Rheto 
rimachia: una fervorosa difesa che Anselmo fa di se e della Chiesa 
milanese dalle accuse mosse da un suo cugino, Rotlando; accuse ritor- 
cendo con estremo vigore. 

Ma dichiara alia fine, Vautore, che accusa, difesa, ritorsioni, 
tutto e immaginario; compito della retorica e di trovare non la verita, 
ma la verosimiglianza. Si tratta, dunque, di ww'esercitazione scola- 
stica, realizzata secondo i moduli delle controversiae della tradizione 
retorica classica, fedelmente osservata, com'e chiaro, nella scuola 
medievale. 

Le pagine che riportiamo danno la misura dell'abilita e delVeffi- 
cacia di Anselmo retore, specie quelle che raffigurano Vesercizio delle 
artimagiche da parte di Rotlando, accusato fittiziamente d'essere mal- 
vagio. Di estremo inter esse, alfine di riconoscere gli atteggiamenti del 
mondo clericale del secolo XI, e V ultima figur axiom, della contesafra 
i Beati e le Arti che si disputano Anselmo; il quale, alia fine, pro- 
clama che, costretto a scegliere, preferisce stare con le arti secolari 
e profane, finch^ e nel mondo temporale e caduco. 



F. NOVATI - A. MONTEVERDI, Le origini, in Storia letteraria d* Italia, Mi- 
lano, Fr. Vallardi, 1926,' pp. 357-64; M. MANITIUS, Geschichte der latei- 
nischen Literatur desMittelalters, vol. n, pp. 708-15, Miinchen, Beck, 1923 ; 
e cfr. la nota introduttiva di Tullio Gregory a Lanfranco. 



DALLA EPISTOLA AD DROGONEM PHILOSOPHUM 1 

Venerabili suo Drogoni magistro Anselmus Perypatheticus sa- 
lutem in Christo. 

Intentio raciocinantis animi dum philosophie partibus invi- 
gilat, satis contiguum creditur habere, ut aut discere velit aut 
docere, aut accepta exercendo memoriae inculcare. Discit enim 
animus, dum vel aliena accipit, vel, quod est preciosius, in suis 
etiam diligenter cogitando novi aliquid invenit. Et sic tandem 
ad hoc intelligent^ prorumpit, quod racionis igne decoctum 
intra sui penetralis thesauros recondit. Doctrine vero intendit, 
cum interveniente oracione vel litteris aut alicuius rei artificium 
instituit, aut ex arte sepe quidem exemplum elicit. Que etiam 
sepius iterando non minimum memoriam adiuvant. Huius itaque 
simplicis intencionis oportunitate animi item fuit consilium au- 
dacter quidem sed non inutiliter istius aggredi operis tramitem. 
Hiemantis enim anni tempore cum, perlectis a me libris dialectice, 
rethoricorum, ut moris est, volumina vellem attingere, occur- 
rerunt michi qui his multociens evolutis ipsius artis minimam 
utilitatem sed et maximam predicarent difficultatem. Quorum 
quidem satis et supra culpanda videtur insania, qui sua ceteros 
librando segnitie humani generis decorum lumen, artem rethori- 
cam, vellent delere. Itaque tune temporis apud Regium civitatem 
magistrurn meum domnum Sichelmum, vestrum discipulum, li- 
beralibus disciplinis a vobis studiosissime eruditum, adii. Quem 
vero, quia in hac arte sicut et in ceteris clarissime prepollebat, 
rogavi quatenus earn michi traderet. Quo petitioni mee libentis- 
sime favente, suo dogmate, meo etiam studio huius artis perni- 
miam utilitatem et planam cognovi ac facilem, quam prelibati viri 
preconabantur arduam difficultatem. Cumque eorum iam invete- 
ratam querelam audieram, quod secundum artis precepta exem- 
plorum angerentur inopia, fuit michi velle et exempla invenire et 
stilo mandare non omittere, ut et disceret animus inveniendo et 
scriptura docere vellet et scripta retineret. Quibus in scribendis 
hec fuit etiam cura, ut quod de hac arte Hermagoras, Tullius, 



i. Epistola dedicatoria della Rhetorimachia, testo in E. DttMMLER, Anselm 
der Peripatetiker, Halle 1872, pp. 18-9. Traduzione e note di Tullio Gre 
gory. 



DALLA LETTERA AL FILOSOFO DROGONE 

Anselmo peripatetico a Drogone, suo venerate maestro, salute in 
Cristo. 

L'attenzione di una mente che ragiona, quando s'applica alle 
varie parti della filosofia trova, come si ritiene, stretta conti- 
guita tra 1'apprendere, 1'insegnare o 1'arriccliire la memoria delle 
cose apprese per mezzo dell'esercizio. La mente invero apprende, 
sia quando accoglie pensieri altrui, sia, ci6 che e di assai maggior 
pregio, quando, riflettendo con attenzione entro di se, riesce a tro- 
vare qualche cosa di nuovo. E in tal mo do la nostra intelligenza 
perviene a quello che, cotto al fuoco del ragionamento, ripone negli 
scrigni della sua memoria. Ad insegnare invece attende quando a 
mezzo della parola o degli scritti, o espone il ritrovato di un'arte 
su qualche argomento, oppure dall'arte trae frequent! esempi. 
Le quali cose parimenti giovano non poco alia memoria, quando 
siano spesso ripetute. AlPunico scopo di facilitare tale occupazione 
deH J animo ho pensato di intraprendere quest'opera, con audacia 
si, ma non senza un qualche vantaggio. 

Lette attentamente le opere di dialettica durante tutto Tin- 
verno, desiderando, siccome e d'uso, cominciare gli scritti di reto- 
rica, mi ricordai di coloro i quali, avendoli phi volte sfogliati, 
vanno strombazzando la scarsa utilita e la grandissima difficolta 
di quest' arte. Ma assai biasimevole 6 la stoltezza di costoro che, 
misurando gli altri dalla loro pigrizia, vorrebbero toglier via 1'arte 
della retorica, luce e decoro deirumano genere. Sicche io allora 
mi recai a Reggio, dal maestro mio Don Sichelmo, discepolo 
vostro, da voi accuratamente erudito nelle arti liberali, e lo pregai 
di volermi insegnare quest'arte nella quale, come in tutte le altre, 
egli eccelleva. Avendo acconsentito con liberalita alia rnia pre- 
ghiera, grazie ai suoi insegnamenti e alia mia diligenza vidi che 
quest'arte - che i sullodati signori dicevano ardua e difficile - 
era piana, facile e sommamente utile. E poiche da tempo avevo 
udito una loro vecchia lagnanza per la scarsezza di esempi con- 
dotti secondo i precetti di quest'arte, mi son proposto di trovare 
tali esempi e metterli per iscritto, sicche Tanimo li imparasse 
scoprendoli, li insegnasse scrivendoli e, scritti, li ritenesse. Nello 
scriverli ebbi anche cura di esemplificare attentamente in questo 
breve opuscolo ci6 che di quest'arte & stato insegnato da Ermagora, 



364 IL SECOLO XI: I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

Servius, Quintilianus, Victorinus, Grillius, 1 Boetius nosque etiam 
in alio nostro op ere cui titulus est De materia artis? precipiendo 
conscripsimus, in hoc brevi opuscolo exemplificare satagerem ex 
arte. Ubi inter me et consanguineum meum Rotilandum, virum 
sue etatis satis optimum, quandam constitui controversiam. In 
qua quidem plurima de eo non vera admiscui et eum culpabilem 
verisimilitudine quam veritate detexi. Quia non potius veritatem 
probat facultas rethorica, sed verisimilitudinem. Quod opus, op- 
time doctor, licet arduum non tamen debet ascribi temeritati, 
cum creverim in familia tua, nee ullus temeritati pateat locus in 
Drogonica disciplina. Quamvis enim emancipationis iure a te quon 
dam fuerim solutus, iam tamen per domnum Sichelmum adoptionis 
vinculo tuo iuri videor colligatus: et qui antea fueram neman- 
cipi nunc per Sichelmum tibi factus sum mancipi . . . 



i. Victorinus, Grillius: si riferisce a Explanationum in Rhetoricam M. Tullii 
Ciceronis libri duo di C. M. Vittorino (ed. C. Halm, Rhetores latini mi- 
nores, Lipsiae 1863, pp. 153 sgg.) e al commento di Grillio al De inventio- 
ne (ed. C. Halm, op. cit., pp. 596 sgg.). 2. Per questo titolo, cfr. Cicerone, 
De inventione, r, 5, 7: Materiam artis earn dicimus in qua omnis ars et 
ea facultas, quae conficitur ex arte, versatur; . . . quibus in rebus versatur 
ars et facultas oratoria, eas res materiam artis rhetoricae nominamus . 



ANSELMO DA BESATE 365 

Tullio, Servio, Quintiliano, Vittorino, Grillio, Boezio e quello 
che io stesso ne ho scritto sotto forma di precetti nelPopera inti- 
tolata De materia artis. 

Qui ho rafHgurato una disputa tra me e il mio cugino Rotlando, 
uno del migliori uomini del suo tempo ; ed in essa ho frammischiato 
sul suo conto molte cose non vere e ne ho attribuito a lui la respon- 
sabilita con artifLcio piu verisimile che veritiero. Giacche 1'abilita 
della retorica e di provare non il vero ma il verisimile. 

Quest* opera, ottimo maestro, benche difficile, non va attribuita a 
temerarieta, giacche io sono cresciuto alia tua scuola e nulla v'e di 
temerario nella disciplina drogonica. E benche un tempo, per di- 
ritto di emancipazione, sia stato da te prosciolto, tuttavia mi ritengo 
a te legato da vincolo di adozione pel tramite di Sichelmo, ed io, 
prima libero, ora attraverso Sichelmo son divenuto tuo schiavo . . . 



DALLA RHETORIMACHIA 1 



LIBER II 

V)uadam nocte cum dormirem prirno noctis tempore, patuere 
mihi quidem sedes Helysiae. Ibi quidem patuere sedes et deli- 
cie, ubi sanctorum et iustorum requiescunt anime. Ibi sanctorum 
et iustorum centuplum cognoveram, quam promisit illis deus, et 
vitam perpetuam. Inter quos Robertum patrem 2 videram quiescere, 
iustus sanctus moderatus dum potuit vivere. Quare nunc cum 
illis stabat, cum quibus ipse vixerat, et iam cum illis sederat, cum 
quibus olirn steterat. Clarus ille, splendens ipse adhuc colore 
vivido, ut nondum michi videretur migrasse a seculo. Gaudens 
extat, letus erat, preter quod doluerat, talem quod sibi fiHum 
te umquam genuerat, cuius scelus, cuius dolus facinus et cetera 
sunt illi quidem lacrime seculorum secula. Vita eius, facta cuius, 
atrocitas sceleris sunt illi quidem gemitus seculorum seculis. Quem 
vero cum videram, ad ilium iter flexeram. Qui visus est assurgere 
et rigans ora lacrimis, sic est orsus dicere: Qui genus, unde 
domo, iuvenis aegregie, mulieris quondam mee nepos videris 
existere. Magni quidem generis te notat dignitas corporis; facies 
humilis, aspectus angelicus, vultus ipse pudoris, forma quidem 
speciei vere plasma dei. Statura corporis nobilitas pectoris, quam 
deus ipse plasmavit, gressus euntis sunt nota alte domus et 
magni generis. Dicas igitur, iuvenis aegregie, si quid forsan fueris 
mulieri mee, ut secreta, quae iamdiu habeo, tibi possim commit- 
tere et uxori quondam meae per te secure mittere. Meum incredi- 
bilem dolorem tibi possim credere, ut per te forsan possit leniri 
quandoque. Cuius ego lacrimas cum talibus verbis videram, 
lacrimans sic ceperam: Tanta, carissime domine, benignitas, 
tanta mansuetudo, quanta in vos video, nedum commitere aliqua, 
posset quidem precipere magna et si eciam cum uxore, ut dixistis, 
vestra nulla me iungeret parentela, vestra quidem michi possetis 
commitere tristia, ut per me, si possunt, lenirentur omnia. Verum 
quod a nobis petitis certum reddamus et utrum uno sanguine 

1. Testo in E. DI)MMLER, op. cit. } pp. 36-42. Traduzione di Tilde Nardi. 

2. Padre del Rotlando, che la Rhetorimackia aggredisce, Roberto aveva 
sposato una sorella della madre di Anselmo, che e, dunque, di Rotlando, 
cugino. Cfr. la nota a p. 370. 



DALLA RETORIMACHIA 



LIBRO II 

Una notte, mentre dormivo, nelle prime ore mi apparvero i Campi 
Elisi e in essi le deliziose sedi ove riposano le anime dei giusti e 
dei santi. Ivi conobbi che i santi e i giusti hanno cento volte piu 
di quel che Iddio ha loro promesso e la vita perpetua. Vidi che tra 
. essi riposava tuo padre Roberto, che fu giusto, santo e morigerato 
fmche visse. E per questo ora stava in compagnia di coloro coi quali 
era vissuto e sedeva insieme a quelli coi quali un tempo era stato. 
Chiaro egli era e splendente tuttora d'un vivido colore, si che mi 
pareva non fosse ancora migrato di questa vita. Gaudioso era e lieto ; 
e solo si doleva d'aver generate un figlio come te, i cui delitti ed in- 
ganni col resto gli sono in verita cagione di pianto per i secoli dei 
secoli ; un figlio come te, la cui vita scellerata, i cui infami delitti 
lo fanno gemere per i secoli dei secoli. Avendolo scorto, mi diressi 
verso di lui. Ed egli parve alzarsi e, col volto rigato di lacrime, cosi 
prese a dire : O giovane, nobile di famiglia e di schiatta, mi sem- 
bra che tu sia il nipote di quella che un tempo fu la mia donna. 
Di gran lignaggio ti denota la dignita della persona, I'atteggiamento 
modesto, 1'aspetto angelico, il volto pudico, la bellezza, opera delle 
mani di Dio. La statura, la nobilta del petto che Dio stesso ha 
plasmato, la maesta dell'incedere sono segni di illustre casato, di alto 
lignaggio. Dimmi dunque, egregio giovane, se sei veramente pa- 
rente della mia consorte, onde possa affidare a te segreti che da 
tanto tempo custodisco e farli pervenire a mezzo tuo, con sicura 
fiducia, a quella che un tempo fu la mia donna. Oh, possa io 
confidare a te il mio incredibile dolore per esserne forse un giorno 
alleviato col tuo aiuto! 

Ed io, al veder le sue lacrime e all'udir tali parole, cosi lacri- 
mando gli risposi : Tanta benignita e tanta mansuetudine quanta 
in voi ne vedo, o mio carissimo signore, vi darebbero il diritto, 
nonche di farmi confidenze, di darmi degli ordini, e quand'anche 
non fossi congiunto, come diceste, da alcun vincolo di parentela 
con vostra moglie, potreste ugualmente confidarmi i vostri dolori 
perche fosse possibile, per mio mezzo, lenirli tutti. Ma prima vo- 
glio rendervi certo di ci6 che mi avete chiesto, se siamo stati ge- 



368 IL SECOLO XI : I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

creati simus. Est Bisate nobis ampla quidem domus, est vero 
genus dicere gravius. Ab horigine enim repetere, nostra non fert 
iuventus. Sed ut quis sim, quadam denotacione nostri generis 
designemus, tantum ad propius accedamus genus. Fuit enim 
quidam nomine Gotefredus, trina cui soboles Otto Rotefredus 
Johannes ille magnus Ravennas archiepiscopus. 1 A Rotefredo, 
frater cuius Otto, exivit filius Sigefredus ille sanctus Placentinus 
epyscopus. 2 Ottoni vero proles crevit in septimo : Wala Bernardus 
Rozo Mainfredus frater Hodomarius Otto Heinricus Mediolanen- 
sis clericus, futurus ille episcopus, sed in Gerosolima mortuus; 
a quibus nunc iuvenes crescunt vigent valent, nitidissima pro 
les. Otto autem ille, prima soboles, a cuius fratre duo descenderunt 
Ottones, uxorem duxit filiam sororis illius de Canussa Attonis, cui 
Tedaldus ille filius, a quo marchio exivit Bonifacius, Tedaldo enim 
de Canussa soror prestantissima filia erat unica; quam desponsa- 
verat marchioni Mainfredo, a quibus Mainfredus et ipse marchio. 
Sororem vero Walingo de Candia, quibus unica fuit filia, quae 
post Ottoni est iuncta, sicque uxorem duxit filiam sororis de 
Canussa Attonis. Cuius quidem partus Rottefredus ipse clericus, 
Papiae archidiaconus, debilis, semper egrotus itaque nimiis divi- 
ciis involutus, ut ideo non episcopus, et manens quod erat, non 
exivit quod non fuerat. Sed quod fuit a vita illud migravit ad vitam. 
Qui nee vixisset, ut quasi predestinatam dignitatem sua infir- 
mitate pocius, exellencia meo generi derogaret et qui hunc fi- 
lum et ordinem rumperet, ut si quis ex nostris clericus, tandem 
episcopus esset. Huius frater Heymericus Atto Gotefredus, decus 
ipse Bisatis, futuris hominibus memoria et exemplum virtutis. 
Iuvenes a quo duo minus octo: Atto Rodulfus Otto Johannes 
Lucensis 3 Tedaldus et Rozo. Uxorem cuius genuit ipse de Arzago 
Lanfrancus, cuius duos fratres in una quidem die respexit deus, 
ut unus et ipse Landulfus Briscie esset episcopus, alter vero 
Arnulfus Mediolanensis pastor inclitus. A qua exivit Anselmus 



i. Fu arcivescovo di Ravenna dal 983 al 998. 2. Vescovo di Piacenza dal 
997 al 14 aprile 1031. 3. Vescovo di Lucca dal 1023 al 1056. 



ANSELMO DA BESATE 369 

nerati dello stesso sangue. Appartengo alia nobilissima famiglia dl 
Besate; cosa piu ardua e narrare la mia discendenza. La mia gio- 
vinezza non mi consente di rifarmi fin dalle remote origin!; ma, 
per dirvi chi io sia, con qualche indicazione della nostra famiglia, 
verro alia discendenza a noi piu vicina. 

Visse un tempo un tal Gotefredo che ebbe tre figli : Ottone, Ro- 
dofredo e Giovanni, il grande arcivescovo di Ravenna. Da Ro- 
dofredo, fratello di Ottone, nacque Sigefredo, il santo vescovo di 
Piacenza. Ottone genero sette figli : Wala, Bernardo, Rozone, Main- 
fredo, Odomaro, Ottone ed Enrico, futuro vescovo di Milano e 
morto poi a Genisalemme. Da questi deriv6 una nuova genera- 
zione, splendida e vigorosa. E infatti Ottone, il primogenito, dal 
cui fratello discesero altri due Ottoni, prese in moglie la figlia d'una 
sorella di quell' Attone di Canossa, padre di quel Tedaldo, da cui 
nacque il marchese Bonifazio; e la bellissima sorella di Tedaldo 
di Canossa, unica figlia [di Attone], ando sposa al marchese Main- 
fredo, e da loro nacque il marchese Mainfredo II. La sorella [di 
Attone] sposo a sua volta Walingo di Candia: questi ebbero 
un'unica figlia, che in seguito fu maritata ad Ottone, il quale in 
tal modo prese in moglie la figlia della sorella di Attone di Ca 
nossa. Da questo matrimonio nacque Rottefredo, che fu egH 
pure chierico e arcidiacono di Pavia, uomo di debole costituzione, 
sempre infermo e troppo attaccato alle ricchezze, sicch6 non di- 
venne mai vescovo e, rimanendo quel che era, non riusci a di- 
ventare piu di quel che era stato, ma trapass6 da questa alPaltra 
vita con lo stesso grado [di arcidiacono]. Meglio se non fosse 
vissuto, piuttosto che sminuire, per la sua inettitudine, il prestigio 
della mia famiglia, togliendole una dignita che le era quasi predesti- 
nata e rompendo quella tradizione per cui, se uno di noi era chie 
rico, arrivava a diventare vescovo. 

Suoi fratelli furono Aimerigo, Attone e Gotefredo, gloria, questo 
ultimo, della casa di Besate, testimonianza ed esempio di virtu ai 
posted. Da lui nacquero sei figli: Attone, Rodolfo, Ottone, Gio 
vanni da Lucca, Tedaldo e Rozone. La moglie di quest'ultimo 
era figlia di Lanfranco di Arsago, sui cui due fratelli scese nello 
stesso giorno la grazia divina, si che 1'uno, Landolfo, divenne ve 
scovo di Brescia e Taltro, Arnolfo, inclito presule di Milano. Da 



370 IL SECOLO xi: i GRANDS RHETORIQUEXJRS 

iuvenis, quern dicis, egregius. I Vix hec finieramus, sese ipse 
iecit in dulces amplexus et ferens michi oscula, visus sum ponere 
quasi hos in aera. Quod quia alterius oris opposicione non deti- 
nebatur, detineri putans premebat imaginem potius. Vale, in- 
quit iuvenis, ex ilia quidem stirpe uxor mea fuit et vere tu ex 
illis, quod tua ipsa imago preluxit. Uxori igitur mee, eidem et 
amite tue, hec, ut mandavero, dicas. Cuius sceleratissimo filio, 
si forte poteris, succurras, prout fuerit posse a domestica rabie 
cavere, a qua, nisi caverit, cum ilia quidem peribit. Est enim sibi 
natus unus omnium ipse vivencium sceleratissimus. Peperit ipsa 
filium suum et parentum obprobrium, quern ego moriens pannis 
dimisi involutum. Qui cum omnes scelere et maleficio precellat, 
miror, cur ilium terra sustineat; et cum pre omnibus valeat in 
nequitia, cur iam illi non aperiatur terra. 

Maleficus quidem ille quadam nocte civitatem exiit, ad pratum, 

i. A chiarire la complicata genealogia che di se ha delineate Anselmo, e 
utile riportare gli stemmi del lignaggio paterno e materno del Peripatetico, 
costmiti dal Diirnmler: 

Lignaggio paterno 
Gotefredus 

! 

I ! I 

Otto Rotefredus lohannes de Ravenna + 998 

I 
Sigefredus de Placentia -4-1031 



II I I I . I . J . 

Wala Bernardus Rozo Mainfredus Hodomarius Otto Heinricus clericus 



! Ill 

Rottefredus clericus Heymericus Atto Gottefredus 

i i i i i r 

Atto Radulfus Otto lohannes Lucensis + 1056 Tedaldus Rozo 

I 

ANSELMUS DE BISATE 

Lignaggio materno 

N. 



(Ardoinus) Atto de Canussa filia (sposa Walingus de Candia) 

Mainfredus ] [ filia (sposa Otto) 

marchio filia Tedaldus 

_J |_ Gotefredus 

| Bonifacius marchio 4- 1052 | 

Mainfredus marchio -1-1035 Rozo 

I 

ANSELMUS DE BISATE 



ANSELMO DA BESATE 371 

Rozone e dalla figlia di Lanfranco nacque Anselmo, giovane, co 
me tu dici, egregio. 

Avevo appena finite di parlare, che egli balzo innanzi per strin- 
germi in dolce amplesso e baciarmi, ma a me parve quasi di pre- 
mere le labbra sulla vuota aria: la mia bocca, che non era tratte- 
nuta dalla resistenza della sua, ma credeva di esserlo, premeva 
piuttosto una vana immagine. Ed egli esclam6 : Salve, o giovane ; 
da quella stirpe in verita mia moglie discese e veramente tu ad 
essa appartieni, come gia il tuo aspetto mi aveva rivelato. Riferisci 
pertanto a mia moglie, che e anche tua zia, quanto ora t'incaricher6 
di dire. Aiuta, se mai ti sara possibile, il suo scelleratissimo figlio ; 
ella si guardi, se puo, da quella peste della nostra famiglia, che, 
se non sapra guardarsene, perira con essa. Essa ha un unico figlio, 
che e il piii scellerato tra tutti i viventi. Ha generate un figlio che e 
il disonore suo e del parentado, un figlio che io, morendo, lasciai 
ancora in fasce. Ed egli supera tutti in ribalderia e malvagita, tanto 
che mi fa meraviglia che la terra lo sopporti ; tutti sorpassa in scel- 
leratezza, tanto che mi stupisco come la terra non si apra sotto i 
suoi piedi. 

Quell'infame una notte se ne usci dalla citta e si reco nel prato 



A chiarire il rapporto di parentela tra Anselmo e Rotlando, vale il seguente 
stemma, redatto pure dal Dummler: 

Dagibertus 



I I I 

Arnulfus Mediolan. Landulfus de Brixia Lanfrancus de Arzago 

ep.H-ioiS +0.1030 



filia (sposa Rozo) filia (sposa Robertas) 

I I 

ANSELMUS DE BISATE Ado ROTILANDUS 



372 IL SECOLO XI : I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

quod sancti lohannis dicimus, pervenit. Quendam secum puerulum 
duxit, quern ibi facta fovea, ad medium corporis sepelivit. Postea 
vero multarum petrarum exaggeratione quasi quo dam muro cir- 
cumdedit, tenui fossa tandem percincxit. Nares et oculos acri 
fumo tota nocte cruciavit. Ubi his sacris verbis tota nocte ad au 
roras vigilavit: Ut est fixus adolescentulus in loco isto, sic puelle 
in amore meo ; ut est precmctus muro et fossa, sic et ille dilectio- 
ne mea; et ut oculi consumuntur fumo, ita puellule abscessu meo. 
Cum quibus verbis haec dicebat hebraica vel potius diabolica: 
... . z Quae si non credis, ad scrinium illius vadas, in cuius angulo 
pixidem ligneam, quam ab aliis rebus invenies remotam, aperias, 
ubi hec scripta et alia invenies nimia. Mane vero nimiis vigiliis 
afflictus, nimio cruciatu afectus, omnia tibi pandit puerulus. 
Erat enim tuus discipulus. Res ut erat, exposuit, solacium scilicet 
nocturni laboris. Quern cum forte ad ilium, ut sepius, iveras, pre 
caeteris tuis scolaribus tecum semper duxeras. Itaque puerilibus 
donis corruptum ad hec nefanda illexerat, cui promittendo pluri- 
ma bonus orator tandem persuaserat. Ipse autem nequissimus, 
nescio tuis correctus correctionibus an hoc forte alteri com- 
mitteret puerulus, ut res digesta erat, persenserat, quare quod sibi 
promiserat hac sibi occasione detorserat et ut utriusque statu- 
tum invenerat, plurima que debuerat, iam sibi detraxerat. Pue 
rulus itaque simulans ista neglegere, donee ut prius sibi videretur 
confidere, in huiusmodi tandem securitate quaternionem unum 
surripuit nigromantie, quern tibi duxit, ut, si negare velit, adhuc 
monstrare possis. Videns igitur se esse illusum, magis tamen do- 
luit inlusione damnum; merens dolum pueruli, magis tamen ka- 
racteribus perditis, quia si perderet, nullum dein Plutoni fructum 
redderet, qui hec et cetera sibi traderet. ((Vadam, inquit, itaque 
cuius fuerint evocare, quorum si quis reditus per ilium esse poterit, 



i. A questo punto, nel testo del Diimmler, e riprodotta in facsimile la 
frase diabolica in lettere di difficile o impossible lettura (B. Nardi). 



ANSELMO DA BESATE 373 

che diciamo di San Giovanni. Condusse seco un bambino e li 
scavo una fossa e ve lo seppelli fino alia vita. Quindi, accumulate 
molte pietre, lo chiuse quasi con un muro e per finire scavo intorno 
una piccola fossa. Poi, per tutta la notte, torment6 con acre fumo 
le nari e gli occhi del fanciullo. E li rimase a vegliare per tutta la 
notte fino alP aurora, ripetendo questa formula magica: Come 
questo fanciullo e saldamente confitto in questo luogo, cosi le fan- 
ciulle siano nell'amor mio; come egli e cinto da un muro e da una 
fossa, cosi quelle sian circondate dalla mia tenerezza; e come i 
suoi occhi sono consumati dal fumo, altrettanto lo siano le gio- 
vinette alia mia partenza. E insieme a queste, pronunziava le 
seguenti parole ebraiche o meglio diaboliche : .... 

E se a questo non credi, va al suo forziere, in un angolo del 
quale v'e una pisside di legno tenuta isolata dagli altri oggetti; 
aprila e vi troverai scritte queste cose e troppe altre ancora. 

II mattino seguente il fanciullo, stremato dalla lunga veglia e 
dall'eccessivo tormento, ti rivelo ogni cosa. Era proprio un tuo 
alunno. Espose la cosa come stava, intendo dire il bel sollazzo del- 
Timpresa notturna. E infatti quando tu, come spesso solevi, ti re- 
cavi da lui, ti portavi dietro quel fanciullo, a preferenza di tutti 
gli altri tuoi scolari. E fu cosi che [lo scellerato] lo indusse, cor- 
rompendolo con doni infantili, a tali pratiche riefande e fini col 
persuaderlo promettendogli, con abili discorsi, una quantita di 
cose. Poi quel malvagio, non saprei se per effetto dei tuoi rimpro- 
veri o forse perche" sospettasse che il ragazzo poteva confidare ad 
altri quello che era accaduto, venne meno alle promesse che gli 
aveva fatto in quell'occasione, e cosi non gli diede piu le molte 
cose che gli doveva secondo Taccordo prestabilito. II ragazzo, 
fingendo di non dare importanza alia cosa, onde apparirgli fidu- 
cioso come prima, mentre quello di nulla sospettava, gli sottrasse 
un quaderno di negromanzia, e lo porto a te affinche potessi mo- 
strarlo in caso egli si ostinasse a negare. Quello allora, nel vedersi 
raggirato, si dolse piu del danno che deiringanno e, se si rattristo 
dell'astuzia del fanciullo, piu assai s'afnisse della perdita di quelle 
formule magiche, poiche, privo di esse, non poteva piu recare alcun 
frutto a Plutone che queste, insieme ad altre, gli aveva dato. 
Andr6 decise allora ad evocare colui cui quelle formule ma 
giche appartennero e a chiedergli se col suo aiuto potro rientrarne 
in possesso. 



374 IL SECOLO xi: i GRANDS RHETORIQUEURS 

consulere. Ad sanctum igitur Bartholomeum, ubi aque dihi- 
vione assiduo fluminis vertigine monumenta aperta sunt, paries 
templi scissus est, noctu ivit, ut solitus est. Quid ? sepultum de- 
sepelivit, mortuum diabolica arte suscitavit, mortuum hominem 
quasi hominem reddidit. Surgit enim, spirat, loquitur et disceptat. 
Vas illud sacratum quasi simulacrum fecit demonum; plasma 
Christi, preclarum illud opus domini, fecit tabernaculum mamone 
sui. Abita tandem oracione ad ilium, se quod non habebat respon- 
dit daturum et facilem illius promisit reditum quod in tuis scrineis 
erat inclusum. Tandem advolat; quod promisit expleverat, ut quod 
postea quesiveras, ultra invenire non poteras, preter unum fo 
lium quod ibi ceciderat, quod cum secum putaverat, gratia bicor- 
duli tibi reliquerat, ut si negaverit, adhuc monstrare possis. Ex 
quibus multa postea commisit. Multaque ab ipso perfecta vidi 
que divino gladio ferienda timui. 

Interim dum hec narrabat, qui ad plurima huiusmodi inten- 
debat, plurimus ordo sanctorum surrexerat et undique convenerat, 
quorum omnium in me videram oculos. Qui cum iam circum- 
venirent, interrogavi qui essent, ad quid tandem venirent. Pa- 
rentes inquit tui sunt hi, quern cum iamdiu viderint, tandem 
cognoverint : quod pacis osculum tibi ferre volunt, ad hoc quidem 
veniunt. - Tandem ergo alii colla amplexi, alii in me, ut potuere, 
inmissi. Vix osculari desineram, ecce tres virgines formosissimas 
clamantes et dicentes nobis : Cur nos, Anselme, deseris ? Cur nos 
desolatas relinquis ? Quarum unam erat longissima, ut videretur 
vertice ipsa pulsare sidera, que, ut post cognovimus, fuit dialectica. 
Hec quidem tristissima huiusmodi dabat verba : Quid hie facis, 
quid moraris, patrone aegregie ? Cur nos diu derelictas iam videris 
deserere? Cur venisti, cur stetisti, dux noster inclite, cui forsan 
desolatas videris relinquere? Quis invenire, quis iudicare, quis- 
quam nesciet post te? Minime. Quis naturam proposicionum 
sciet perpendere? Quis probabilia a sophisticis eademque a ne- 
cessariis cognoscere? Cui preter te forsan erit posse, categorias 
dividere: ubi quando facere pati situs habere P 1 Cui tanta vis in syl- 



i. Per tutto ci6 v. Boezio, In Categorias Arist.. in (Migne, P.I,., vol. 64. 
coll. 261-4). (B. Nardi) 



ANSELMO DA BESATE 375 

Pertanto si reco di notte, come e solito fare, alia chiesa di San 
Bartolomeo, dove, per la continua opera di erosione della vorticosa 
corrente del fiume, si sono aperti i monumenti funebri e s'e pro- 
dotta una fenditura nella parete del tempio. E che cosa fece ? Dis- 
seppelli un sepolto e con arte diabolica resuscito un morto, ren- 
dendolo quasi vivo : che si levo, e respirava, parlava e rispondeva. 
Trasformo [il corpo], che e il divino vaso [dell'anima], quasi in un 
simulacro dei demoni e fece della creazione di Cristo, di quella 
mirabile opera di Dio, il tabernacolo di Mammona. Dopo che gli 
ebbe parlato, quello rispose che gli avrebbe fatto riavere quanto 
aveva perduto e gli promise che avrebbe recuperato facilmente ci6 
che stava rinchiuso nei tuoi scrigni. Ci6 detto vo!6 via, e mantenne 
la promessa; cosicche, quando tu cercasti quel quaderno, non lo 
trovasti piu, salvo un foglio che ne era caduto e che volutamente 
quell'anima doppia t'aveva lasciato nel portarsi via il quaderno, on- 
de tu fossi in grado di mostrarlo qualora quello avesse negate. 
Molte scelleratezze ancora gli vidi compiere, che io temevo di 
veder colpite dalla spada f della giustizia] divina. 

Mentre mi raccontava queste cose e rnolte altre dello stesso ge- 
nere si preparava a riferire, un fitto stuolo di beati si levo e d'ogni 
parte ivi convenne. E vedevo gli occhi di tutti loro fissi su di me; 
e, venendomi essi dintorno, domandai chi fossero e a che venissero. 
Questi egli mi spiego sono tuoi parenti, che, dopo averti 
a lungo osservato, t'hanno infine riconosciuto ; e s'awicinano per 
che vogliono darti il bacio della pace. E tosto alcuni mi si getta- 
rono al collo, altri, come poterono, mi si slanciarono incontro. 
Avevo appena finito di baciarli, quand'eccoti tre bellissime vergini 
che gridavano rivolte a me: Perche ci abbandoni, o Anselmo? 
Perche ci lasci derelitte ? 

' Una di esse era altissima, si che col capo pareva toccare le stelle; 
ed era, come poi appresi, la dialettica. Costei mi rivolse alPincirca 
queste parole colme di mestizia. Che cosa fai qui ? Perche indugi, 
egregio patrono ? Perche ci lasci ormai in abbandono ? Perche sei 
venuto, perche ti sei fermato, o inclito duce nostro, perche ci hai 
abbandonate? Forse che un altro sapra trovare e giudicare, alPin- 
fuori di te? No dawero. Chi sara in grado di stabilire la natura 
delle proposizioni? Di distinguere i giudizi probabili dai sofistici 
e dai necessari? Chi potra, salvo te, dividere le categorie, il dove, 
il quando, il fare, il patire, la situazione e il modo cTessere ? Chi avra 



376 IL SECOLO XI : I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

logismis erit, cui tanta potestas probandi vel inprobandi quidvis? 
Post te quidem nullus erit ut tu, nisi qui fuerit tu, tu autem ali- 
quem inpossibile est fieri. Ut tu igitur, necesse est non fieri, quia 
si inpossibile est esse, necesse est non esse; est autem inpossibile, 
necesse igitur non esse. Dux ergo noster inclite et patrone egregiae, 
nondum, si placet, deseramur a te. Ne nos adhuc deseras, caris- 
sime, cum nullus erit post te, cui nos desolatas videaris relinquere. 
Nee quidem relinquemus vos, quo relicto, relinquemur et nos. 
Sed si steteris, stabimus et nos tecum, et eris odio omnibus homi- 
nibus propter nomen nostrum. Erimus enim perdite de terra 
vivencium. Vix ista fmem fecerat, cum alia sic ceperat, cuius sta- 
tura quantum remittitur ab ista, tantum intenditur ab alia, que, 
ut post percepimus, nostra fuit rethorica. Te in docendo quia 
non est laborare, ex statione cum spiritibus quantum deroges 
mortalibus, breviter exponimus. In iudiciis quidem, in senatu vel 
in concione nemini post te erit perorare. Cum equi et iniqui 
periit et cognitio utilis vel honesti. Ubi surnma, ubi causa, ubi 
constitutio, ubi ratio, firmamentum, 1 nusquam iudicacio. O dam- 
num nulli conparandum, homines bestiis elocucionis dignitate 
prestantes iam quasi infra redigi. Laudes igitur quas a me acce- 
peras, aut iam reddas redactus inter bestias vel, quod expetimus, 
iam oportet redeas. Per genitivum et dativum et absolutum 
ablativum his a te discedentibus non erunt in possessione tua 
primitivum vel derivativum, diminitivum vel possessivum, acti- 
vum vel passivum, transitivum vel retransitivum nee ammo do 
frueris gratia verborum amo amas, doceo doces, lego legis, sum 
es, volo vis et, heu me misera, eris ut in infantia quern nesciet 
quoque nominativo. Hec Musa. Omnibus tandem orationibus 
habitis, videntes tamen adhuc detineri osculis et amplexibus 
sanctorum, fecerunt in me impetum, ut sic me arreptum ducerent 



i, Ubi summa . . .firmamentum: sono termini giuridici indicant! vari mo- 
menti che precedono la iudicatio e per il cui significato vedasi HEUMANN- 
SECKEL, Handlexicon zu dm Quellen des romischen Rechts, Jena, G. Fischer, 
1926. 



ANSELMO DA BESATE 377 

mai altrettanta abilita nei sillogismi, altrettanto vigore nell'appro- 
vare o riprovare alcunche ? All'infuori di te nessun altro sapra essere 
come te, a meno che non sia tu stesso ; ma e impossibile che tu sia 
un altro. Un altro come te, quindi, necessariamente non esiste, poi 
che, se e impossibile, allora e escluso che si dia; ma k in realta im 
possibile, dunque e escluso che si dia. O inclito duce nostro ed 
egregio patrono, non ci abbandonare, ti prego. Non ci abbando- 
nare, carissimo, poiche non v'e alcuno, oltre te, a cui tu possa la- 
sciare noi derelitte. Quanto a noi, sicuramente non ti abbandone- 
remo poiche", abbandonando te, abbandoneremmo noi stesse. Se 
tu ti fermerai qui, noi pure ci fermeremo e verrai allora in odio 
a tutti gli uomini a cagione nostra: poiche noi saremo cancellate 
dal mondo dei viventi. 

Questa aveva appena finite, quando comincio a parlare la se- 
conda, la cui statura era inferiore a quella della prima quanto su- 
perava quella della terza e che, come poi capii, era la nostra reto- 
rica: Poiche non occorre un grande sforzo per chiarirti la situa- 
zione, ti esporro in poche parole quanto tu togli ai mortali indu- 
giando qui con gli spiriti beati. Nei tribunali, in senato o nelle 
assemblee nessuno all } infuori di te sara in grado di perorare. 
Con quella del giusto e dell'mgiusto si perdera anche la nozione 
delPutile e delTonesto. Cosicche, laddove non c'e piu la summa, la 
causa, \2iconstitutio, la. ratio, il firmamentum, non c'e piu nemmeno 
possibilita di giudizio. O danno a nessun altro paragonabile, che 
gli uomini, i quali stanno al di sopra delle bestie per la dignita della 
favella, siano ridotti quasi piu in basso! Pertanto, o, ridotto al li- 
vello delle bestie, mi renderai le lodi che da me hai ricevuto, o, 
come ci auguriamo, devi ritornare. ~ 

Se queste si allontaneranno da te, per il genitive, il dativo e 
Pablativo assoluto, non possederai neppure il concetto di nome 
primitive, derivato, diminutivo, ne quello di possessive, di attivo, 
di passive, di transitive e di riflessivo e neanche saprai coniugare 
i verbi amo-amas, doceo-doces, lego-legis, sum-es, volo-vis e, ahime, 
tornerai ad essere come un fanciullo che ignora persino il nomi- 
nativo! 

Questo [diceva] la terza Musa. 

Al termine di questi discorsi, vedendo che tuttora ero trattenuto 
dai baci e dagli amplessi degli spiriti beati, si slanciarono su di me e, 
afferratomi, mi trascinarono via mio malgrado, non avendolo po- 



378 IL SECOLO XI : I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

invitum, quern non poterant gratum, et sic pociiis quam sedes 
Elysie, exultaret terra, letarentur terrigene Anselmum quidem 
ad illos redire. Me itaque invaserunt una, ut colla quidem am- 
plecteretur rethorica, medium autem pectoris dialectica, pedi- 
bus vero adhesit grammatica. Sancti vero illico manus in me inie- 
cerunt, Noster est iuvenis dixerunt. Potius noster, virgi- 
nes responderunt. Corporeum enim cum incorporeis, mortale cum 
inmortalibus non esse consistere, dixit dialectica. Quern enim 
lactavimus in sua infancia, quem in ipsa cibavimus adolescentia, 
noster est iuvenis, dixit rethorica. Vera quippe sunt hec , 
iurat grammatica. Nee in Elysiis quidem sunt declinandi loca, 
non masculini vel feminini hie debentur genera, potius vero in 
exelsis osanna. 

In tanto itaque clamore et dissidencia, rediit spiritus, caro 
revixit mea et in noster est non est noster: 1 huiusmodi quidem 
controversia commota quippe sunt omnia menbra mea. Inter 
homines enim redactus sum, qui ab hominibus a celestis virtu- 
tibus raptus sum. Ab eorum quidem amplexu me in lecto inve- 
neram; circum ubique manus duxeram, quocumque vero me 
verteram, sanctorum vel virginum nullam inveneram, vel si for- 
tasse ullam, inveni quippe nusquam. Signum sancte crucis meae 
tandem fronti infixeram : miserere mei, deus ; mira enim videram. 
Deliberare tandem coeperam, ut si nobis liberum standi vel re- 
deundi concederetur arbitrium, utrum cum sanctis quam cum 
virginibus mallem libentius. Tanta enim in utrisque dignitas, 
tanta suavitas, ut ex utrisque utram eligere non poteram, ut, si 
esset possibile, quam cum utris, potius cum utrisque. Sed quia 
necessitate quadam nature non licet frui sempiterna ilia beatitu- 
dine, volui cum utra, quia non potui cum utrisque. Deliberavi 
cum' virginibus, quia non cum spiritibus . . . 



i. in noster . . . noster: cosi il testo offerto dal Diimmler. Che cosa poi vo- 
gliano dire queste parole Dio solo lo sa. 



ANSELMO DA BESATE 379 

tuto fare col mio consenso, onde, anzi che i Carnpi Elisi, esultasse 
la terra e i mortal! si rallegrassero del ritorno di Anselmo tra loro. 
Tutte insieme mi si gettarono addosso : e la retorica mi si aggrapp6 
al collo, la dialettica mi abbranco a mezzo il petto e la grammatica 
mi si awiticchio ai piedi. Tosto anche gli spiriti beati mi afferra- 
rono dicendo: Questo giovane e nostro! Nostro, invecel 
ribatterono le vergini ; e la dialettica affermo che cio che e corporeo 
non pu6 restare con Tincorporeo, e cio che e mortale con le cose 
immortali. Questo giovane, che da bambino allattammo, che 
anche adolescente nutrimmo, appartiene a noi ribadi la retorica. 
Questa e proprio la verita, confermo la grammatica nel- 
TEliso non c'e posto per le declinazioni, non ci sono maschili 
n6 femminili, qui non esistono i generi, ma solo osanna in excelsis. 
Ed ecco che, fra tanti clamori e contrasti, il mio spirito ritorno 
a se, la mia carne riprese vita, ma . . . : che, per quella controversia, 
ero rimasto sconvolto in tutte le mie membra. E fui ricondotto tra 
gli uomini, io che dagli uomini ero stato rapito ad opera delle 
virtu celesti. Dall'amplesso [dei beati] mi ritrovai nel mio letto; 
e per quanto movessi intorno le mani, da qualunque lato mi vol- 
gessi, non riuscii a trovare nessuno dei beati e nessuna delle vergini, 
e per quanto cercassi non ne trovai da alcuna parte. Mi feci allora 
sulla fronte il segno della santa croce, [invocando] : Miserere di 
me, Signore. Che avevo veduto cose dawero mirabili. Poi comin- 
ciai a chiedermi se, ove mi fosse stata concessa la liberta di rima- 
nere [nell'Eliso] o di ritornare [sulla terra], avrei preferito restare 
coi santi o con quelle vergini. Che v'era negli uni e nelle altre tanta 
dignita e tanta soavita, che non avrei saputo chi scegliere e, se fosse 
stato possibile, [avrei voluto], anzi che scegliere, rimanere con gli 
uni e con le altre insieme. Ma giacche, per legge di natura, non e 
dato fruire di quella sempiterna beatitudine, optai per una delle 
due condizioni, non potendo godere di entrambe. Deliberal quindi 
di restare con quelle vergini, anzi che con gli spiriti beati . . . 



3 

ALFANO DI SALERNO E 
GUAIFERIO DI MONTECASSINO 

Personalitd nan diversa da quella del Damiani rivela Alfano di Sa- 
lerno, che pure e stato presentato come precursore e anticipator e della 
cultura umanistica. II Giesebrecht, che V opera poetica di Alfano 
scoprl nella biblioteca delV orchis terio cassinese, giudicb il classicismo 
deir arcivescovo salernitano fatto cost strano o eccezionale nel qua- 
dro della spiritualitd medievale, che, per giustificarlo e spiegarlo, esco- 
gitb la teoria di un magistero laico italiano, che in tanto e depositario 
della cultura classica in quanto pud mantenersi isolato dalle correnti 
spirituali che dominano il mondo cristiano. Ma not sappiamo che 
custode e conservatrice e trasmettitrice della cultura classica e, nel 
medioevo, la scuola ecclesiastica o cenobiale, nella quale Alfano si 
e formato come si son formati Paolo Diacono e Paolino d'Aquileia, 
Liutprando e il Panegirista di Berengario, i poeti dei car mi veronesi 
e modenesi e Gonzone e Pier Damiani. E come Pier Damiani, teologo 
e canonista e asceta e contemplante, solo in teoria ripudia, ma in pra- 
tica osserva e usa la cultura classicistica, cosl Alfano^ rappresentato 
come cultore altissimo dei ricordi di Roma pagana e imitatore dei 
grandi modelli dell* antichitd, non rinnega, per questo, ne supera i 
modi essenziali della spiritualitd cristiana. Uentusiasmo per Roma 
e Varte antica stanno, nelP opera di Alfano, insieme con la riafferma- 
zione fervida e solenne delle idealitd cristiane. Canta, Alfano^ con 
la stessa sincerita gli splendori del Campidoglio e la serenita di Mon- 
tecassino: e mentre contempla le grandezze della storia di Roma, me- 
dita il problema del male e anela alia redenzione e accetta la disci- 
plina delVascesi. Anche Alfano e documento della sintesi infrangibile, 
che il medioevo ha realizzato, tra cultura classica e spiritualitd 
cristiana. 

Spiritualitd non diversa da Alfano ci rivela il contemporaneo Guai- 
ferio, monaco di Montecassino ; che Vistituzione giovanile, perb, ha 
ricevuto a Salerno. Un agiografo, particolarmente, Guaiferio: che, 
pero, introduce nelle sue vite di Santi motivi derwati dai testi della 
leggenda troiana che correvano per le scuole; e impiega con abilitd 
la complicata tecnica delT elocuzione ornata. 



I GRANDS RHETORIQUEURS)) 
M. SCHIPA, Alfano I arcivescovo di Salerno, Salerno 



" 



ALFANO DI SALERNO 
DAI 



XL 

Ad Hildebrandum archidiaconum Romanum. 

Quanta gloria publicam 
rem tuentibus indita 
saepe iam fuerit, tuam, 
Hildebrande, scientiam 
nee latere putavimus 

nee putamus. Idem sacra 
et Latina refert via, 
illud et Capitolii 
culmen eximium, thronus 
pollens imperil, docet. 

Sed quid istius ardui 
te laboris et invidae 
fraudis aut piget aut pudet? 
Id bonis etenim viris 
peste plus subita nocet. 

Virus invidiae latens 
rebus in miseris suam 
ponit invaletudinem, 
bisque, non aliis, necem 
et pericula conferet. 

Sic ut invidearis, et 
non ut invideas, decet 
te peritia, quern probi 
et boni facit unice 
compotem meriti sui. 

Omne iudicio tuo 
ius favet, sine quo michi 
nemo propositi mei 
vel favoris inediam 
premiumve potest dare. 

i. Testi rispettivamente in G. GIESEBKECHT, L'istruzione in Italia ndprimi 
secoli del M. E. } Firenze, Sansoni, 1895, pp. 75-7 per il primo canne (ma 



ALFANO DI SALERNO 
DAI CARMI 

XL 

AWarddiacono romano Ildebrando. 

IN on abbiamo mai pensato ne pensiamo che tu, o saggio Ildebrando, 
ignori quanta gloria sia stata spesso tributata ai difensori della co- 
sa pubblica. Lo riecheggiano la via Sacra e la Latina, ne fa fede 
Feccelsa vetta del Campidoglio, potente trono delFimpero. Perche 
allora ti rammarichi e ti adonti di quest' ardua fatica e dell'invida 
frode? Cio invero nuoce ai buoni piu di una peste improwisa. 
II veleno deirinvidia, che s'asconde nelle miserie umane, semina 
il suo malefico influsso, ai buoni e non ad altri arrecando pericoli 
e morte. Onde per esser fatto segno alPinvidia, senza che tu provi 
invidia per alcuno, s'addice a te molta esperienza del buono e del- 
1'onesto, poich6 essa sola ti fa consapevole del proprio merito. II 
tuo giudizio e sostenuto da ogni buon diritto, senza il quale nes- 
suno pu6 negare o concedere plauso al mio proponimento. 



vedi anche M. SCHIPA, Alfano I, arciv. di Salerno, Salerno 1880, pp. 35-6), 
e di F. Ughelli in Migne, P.L., vol. 147, coll. 1249-51, 1235-7, 1256 per 
gli altri tre. Traduzioni di Tilde Nardi. Note di Bruno Nardi. 



384 IL SECOLO XI: I cc GRANDS RHETORIQUEURS 

Cordis eximius vigor, 
vita nobilis, optimas 
res sequuta, probant quidem 
iuris ingeniuin, modo 
cuius artibus uteris. 

Est quibus caput urbium 
Roma, iustior et prope 
totus orbis, eas timet 
seva barbaries adhuc, 
clara stemmate regio. 

His et archiapostoli 
fervido gladio Petri 
frange robur et impetus 
illius, vetus ut iugum 
usque sentiat ultimum. 

Quanta vis anathematis ? 
Quicquid et Marius prius, 
quodque lulius egerant 
maxima nece militum, 
voce tu modica facis. 

Roma quid Scipionibus 
caeterisque Quiritibus 
debuit mage quam tibi ? 
Cuius est studiis sue 
nacta iura potentiae. 

Qui probe, quoniam satis 
multa contulerant bona 
patriae, perhibentur et 
pace perpetua frui 
lucis et regionibus. 

Te quidem, potioribus 
preditum meritis, manet 
gloriosa perenniter 
vita, civibus ut tuis 
compareris Apostolis. 



ALFANO DI SALERNO 385 

L'eccezionale vigore del cuore, una nobile vita tutta volta ad ope- 
re di bene confermano un innato senso del diritto, delle cui arti tu 
ora fai uso. Per queste arti Roma e divenuta la capitale del mondo, 
per queste quasi tutta la terra e phi giusta, queste teme tuttora la 
crudele barbarie sebbene si fregi deH'insegna regale. Con queste 
arti e con la spada infocata del principe degli Apostoli, Pietro, 
infrangi la violenza e Pimpeto della barbarie, si che senta fino 
alFultimo il peso dell'antico giogo. Come e terribile la forza del- 
1'anatema! Cio che un tempo conseguirono Mario e Giulio a prezzo 
di tanto sangue, tu 1'ottiem con una sola parola. Cosa deve Roma 
agli Scipioni e agli altri Quiriti piu di quanto non debba a te? 
A te, al cui zelo deve Paver conseguito il riconoscimento della 
propria potenza? Giustamente si crede che quei grandi godano di 
una pace perpetua nelle regioni della luce, poiche procurarono alia 
patria innumerevoli benefici. Ma te, adorno di piu alti meriti, at- 
tende una vita perennemente gloriosa, si da essere paragonato agli 
Apostoli tuoi concittadini. 



386 IL SECOLO XI : I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

XXXIII 

OratWy seu confessio metrica. 

. . . Non fuit aeger homo postquam male credula porno 

fregerat Eva virum quam superarat hydrus. 
Vixit homo misere postquam se limine vitae 

mortis in hoc miserum se tulit hospitium. 
Id sine labe fuit, sed tabes sordida rupit. 

Mundus ab opposito nomen habere putem. 
Mundus erat mundus, mundus cum munda creares; 

immundus coepit sordibus esse hominis. 
Ille vir, ille nocens qui sacra cupidine ductus 

iura novo primus fregit in orbe fuit. 
Principium litis fuit, exemplumque furoris, 

qui prius humano sanguine sparsit humum. 
Sed licet hie sanguis poenas indixerit orbi 

grande sacramenti praetitulavit opus. 
Scilicet et lateris stillavit vulnere sanguis, 

qui pepulit poenas, lavit et omne nefas. 
O pia latronis vox huius digna cruoris, 

cui dedit ad vitam sanguinis unda viam! 
Hoc etenim valido conspersus membra liquore 

aether eo posuit primus in axe pedem! 
Principibus: Vestras hie dixit tollite portas 

et pateant Domino coelica regna suo. 
Unde novum genus hoc, et gloria tanta triumphi, 

uti pro poena proque salute cruce. 
Cur inopinus amor duci pro crimine iusti 

audet in ore Dei tale: Memento mei. 
Nonne tuae, Deus, est haec immutatio dextrae. 

Fit tuus hoc verbo signifer, ante latro. 
Sic quoque vermiculo delicta simillima rubro 

alba velut nivei lana coloris erunt. 
Haec enim bibulis si connumerentur arenis, 

deleri subito te miserante puto. 
Credere sic docuit, cuius centesima pronis 

ad reliquas humeris perdita fertur ovis. 
Credere sic docuit meretrix, quo munda recessit 



ALFANO DI SALERNO 387 

XXXIII 

Preghiera o confessione metrica. 

. . . Ps on era ancora infermo ruomo dopo che la troppo credula Eva, 
raggirata dal serpente, ebbe indotto in tentazione Adamo col porno. 
Visse 1'uomo miseramente dal momento in cui cadde dal regno 
della vita in questo misero asilo di morte. Questo asilo era ancora 
senza macchia, ma una sozza tabe lo corruppe. Mi vien fatto di 
pensare che il mondo si chiarni cosi per antitesi. Mondo era il 
mondo, quando, mondo, creavi cose monde; cominci6 ad essere 
immondo per Tabiezione dell'uorno. Fu Fuomo il colpevole che, 
spinto dalla cupidigia, per primo infranse i santi patti sulla terra 
da poco creata. Origine d'ogni futura discordia, esempio di vio- 
lenza fu colui che primo bagno la terra di sangue umano. Ma, 
sebbene questo sangue abbia attirato sulla terra molte pene, fu 
esso che prepar6 anche 1'opera grandiosa della redenzione. Poiche 
da un corpo di uomo piagato stillo il sangue che cancello quelle 
pene e Iav6 ogni colpa. O pia voce del ladrone, degno invero di 
questo sacrificio, cui lo sgorgare del sangue apri la via alia vita 
eternal Che egli, sparse le membra di questo potente umore, pose 
per primo il piede nel regno dei cieli. E agli angeli disse : Aprite 
le vostre porte e si spalanchino i regni celesti al loro Signore. 
Donde questo nuovo genere di trionfo, questa gloria sublime: 
trovar nella croce pena e insieme salvezza. Onde un inaspettato 
amore per il giusto Dio osa, ad espiazione della colpa, pronun- 
ziare tali parole: Ricordati di me. Non e forse questo, o Dio, 
un cangiamento operato dalla tua destra? Con queste parole 
quegli che prima era un ladrone diventa tuo alfiere. E cosi pure 
i peccati, del tutto simili a rosso verme, diverranno come Candida 
lana del color della neve. E se pur fossero tanti quante sono le 
sabbie assetate, credo che per tua misericordia subito sarebbero 
cancellati. Cosi ci insegn6 a credere Colui che sulle curve spalle 
riport6 tra le altre la centesima pecorella smarrita. Cosi ci insegno 
a credere la meretrice, quella Maria che ritorn6 monda di tutti i 



388 IL SECOLO XI : I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

omnibus haec vitiis plena Maria fuit. 
Credere sic docuit qui flentes crimina lavit 

praecipue Petrurn quando negavit eum. 
Esse tibi tanti pietas me summa rogarem, 

sed mar is admissis cedit arena meis. 
Attamen hoc pacto, quo se David, ipse rogabo, 

iudex par paribus ius scio iuste dabis. 
O bone mi lesu, dementia quanta videtur 

hoc dare me cuiquam ne David esse parem. 
Sed quid agam toto cum nil sit prorsus in orbe, 

cui possit sceleris par mundus esse mei. 
Quotidie pecco, momentis omnibus erro, 

utque canis vomitum saepe relambo meum. 1 
Praetereo vitiis lethalibus omne creatum, 

consiliis spes est, qui mihi praestet abest. 
Quid faciam, quid agam, quo me, Pater optime, vertam ? 

Ultimus ecce dies ille tremendus adest. 
Quid faciam, quid agam, cum non qui liberet adsit, 

dum sua facta nocens nemo negare potest! 
Quid faciam, quid agam, cum tanti iudicis ira, 

omnes perpetuo damnet in igne reos. 
Tu mihi quid faciam, tu consule consiliator 

unice, qui veniae totus haberis iter. 
Tu mihi quid faciam, tu die, qui, condita quaeque 

a te sunt, facere nulla fuisse potes. 
Tu mihi quid faciam, tu die, qui fluminis undam 

astra, solum, pelagus, unde laventur habes . . . 

XIX 

De Casino Monte. 

. . . Virginibus, viduisque, viris, 
coniugibus, simul atque sacris 
ordinibus patet aula poli. 
Piis 2 operantibus ac monachis 
notior haec solet esse magis. 

i. utque . . . meum: cfr. Prov., 26, n e 71 Petr., 2, 22. 2. Piis: cosi e da 
leggere. Pms hanno invece Migne e Ughelli, Italia sacra, x, col. 59. 



ALFANO DI SALERNO 389 

peccati di cui era plena. Cosi insegno a credere Colui che rimise i 
peccati a quanti piangendo se ne mostravano pentiti e die perdond 
anche a Pietro allorche questi 1'ebbe rinnegato. O somma Pieta, 
anch'io chiederei di ottenere altrettanto presso di te, ma la rena del 
mare non e tanta quanti sono i peccati di cui mi son reso colpevole. 
E tuttavia io ti preghero come pregava David per se: so che nel 
giudicare, tu, giudice giusto, tratterai nello stesso modo gli eguali. 

O mio buon Gesu, quale pazzia sembra da parte mia rammettere 
esservi uno che sorpassa lo stesso Davide! Ma che posso fare se 
nulla vi e in tutto il mondo a cui possa uguagliarsi 1'enormita 
della mia scelleratezza ? Ogni giorno io pecco, in tutti i momenti 
erro e spesso, come il cane, lecco di nuovo il mio vomito. Sorpasso 
in peccati mortali tutto il creato ; la mia sola speranza e negli am- 
maestramenti, ma non v'e chi potrebbe giovarmi. Che posso fare, 
dove debbo rivolgermi, o ottimo Padre? E gia e vicino quell'ul- 
timo, terribile giorno. Che far6 mai, se non mi e accanto chi puo 
salvarmi, dal momento che nessuno puo negare le colpe di cui s'e 
macchiato ? Che faro mai, quando 1'ira d'un si gran giudice danna 
al fuoco eterno tutti i colpevoli ? Suggeriscimi tu quel che debba 
fare, tu, unico consigliere, che sei la sola via del perdono. 

Dimmi che cosa ho da fare, tu che tutto hai creato e che avresti 
potuto far si che nulla fosse mai esistito. Dimmi tu cosa debba 
fare, tu che hai cosi copiosa onda [di perdono] da lavare gli astri, 
la terra e il mare . . . 

XIX 

Montecassino. 

Alle vergini, alle vedove, agli uomini, ai coniugi e insieme anche 
ai santi sacerdoti s'apre la reggia del cielo. Piu nota essa e di solito 
coloro che virtuosamente operano ed ai monaci. Di questi ab- 



a 



L'OzANAM, Docum. ined. pour servir a Vhist. litt. de I* Italic dep. le VIII* 
siedejusqu'au XII!*, Paris 1850, p. 263, legge Plus. 



390 IL SECOLO xi: i GRANDS RHETORIQUEURS 

Ecce Casinus abundat eis, 
mons venerabilis aula Dei. 
Mons Sion altera, dux fidei. 
Mons, ubi iura Deus populo 
scripta suo tribuit digito. 

Tu sapientia summa Patrls, 
qui dubio sine cuncta sapis, 
da facies, ut amoena loci 
huius, ut est, referatur eo, 
quod tibi complaceat, studio. 

Scire volentibus hoc animus 
fert mo do dicere, nam reliquum 
in bonitate tua remanet, 
qui famulantibus hie merita 
multiplici pietate paras. 

Italiae iacet in gremio 
montibus obsita planities; 
pampinus hanc viridis decorat. 
Est nemorosa parum, sed aquis, 
fluctibus et variis Celebris, 

rebus in omnibus haec locuples 
indigenis, sed et hospitibus 
est locupletior, hinc etenim 
est iter Urbis apostolicae, 
totius orbis adhuc dominae. 

Collibus eius oliva decens, 
cedrus, et alta cypressus inest. 
Caetera partibus arboreae 
in sua Lyris amoena ruens, 
et rigat, atque rigando fovet. 

Mons ibi Casini nomen habens 
omnibus eminet, ipse quidem 
pectore moenia prisca nimis 
pertulit, in quibus ara fait, 
qua perhibetur Apollo colL 

Hie pater ante monasterium 
constituit Benedictus, habens 
pignora luminis aetherei, 
plebs quibus inscia daemonicis 



ALFANO DI SALERNO 3QI 

bonda Cassino, monte venerabile, aula di Dio, secondo monte di 
Sion, gulda alia fede, secondo monte Sinai, ove Dio diede al po- 
polo le leggi scritte dal suo dito. Tu, o somma sapienza del Padre, 
che tutto senza dubbio conosci, fa si che 1'ameno aspetto di questo 
luogo, che tale e dawero, rispecchi quell'ardore che a te piace. 
Questo soltanto Panimo puo dire a coloro che vogliono sapere; 
il resto e un segreto della tua bonta che, a quanti qui con mol- 
teplice devozione ti servono, prepara degne ricompense. 

Giace nel grembo d' Italia una pianura circondata da monti; 
il verde pampino leggiadramente la veste. Non e molto boscosa, 
ma ricca di sorgenti e di numerosi corsi d'acqua; offre abbondanza 
di tutto agli abitanti, ma ancor piu e generosa coi pellegrini: ch6 
di qui passa la via che porta alia citta apostolica, signora anche og- 
gi di tutto Torbe. II leggiadro olivo, il cedro, lo slanciato cipresso 
crescono sui suoi colli. II Liri scorrendo veloce tra le sue amene 
sponde, bagna le altre piante, nella parte boscosa della valle, e, 
bagnandole, le rende rigogliose. 

Fra tutti sovrasta il monte che ha nome Cassino; sorgono sul 
suo fianco antichissime mura e tra queste un'ara che si crede dedi- 
cata al culto di Apollo. Su questo monte san Benedetto costrui 
anticamente il monastero, recando pegni della vita celeste, onde 
sottrarre il popolo ignorante alia vergognosa soggezione del de- 



392 IL SECOLO XI ! I GRANDS RHETORIQUEURS )) 

eriperetur ab opprobriis. 

Sed Patris omnipotentis idem 
iudicio ruit, eximie 
postquam refulsit, et hinc cecldit. 
Inde domus renovata diu 
mansit in his quoque temporibus, 

quod bene condita non fuerat 
casibus agnita signa dab at. 
Materies lubricabat et ars; 1 ' 
cella nee una monasterii 
officiis erat apta suis. 

At Patris omnia consilio, 
hoc dare carmine quern nequeo, 
diruta rite fuere solo, 
sunt mo do cuius et arbitrio 
lumine praedita continuo. 

Nomen ob hoc operands opus 
nee reticere valet penitus, 
nominis usus et ut proprii 
postulat, anterior poterit 
syllaba longa brevis fieri. 

Ergo licebit et expedit hie 
nomen inesse desiderii, 
qui dedit, o Benedicte, tibi 
tarn pretiosa domicilii 
praemia, ductus amore tui. 

Marmoreo foris est lapide 
intus et ecclesiae paries 
splendidus. Hie tamen haud facile 
ducta labore vel arte nidi 
omnis ab urbe columna fuit. 

Undique caetera lata loci 
pondere prae nimio pretii 
empta fuere, nee Hesperiae 
sufficiunt satis artifices: 
Thracia merce locatur ad haec. 

His labor in vitrea potius 

i. Da questo verso il Migne segue Tedizione Ozanam, pp. 365-8. 



ALFANO DI SALERNO 393 

monio. Ma, per volere del Padre onnipotente, il monastero, dopo 
aver diffuse intorno tanto splendor e, cadde in rovina e crol!6. 
In seguito Fedificio, completamente ricostruito, si conserve per 
lungo tempo fino ai giorni nostri. Non essendo stato pero ben 
costruito, comincio a dar segni evidenti di sfacelo. II materiale e la 
costruzione cadevano, non una sola cella del monastero era ormai 
adatta al suo ufficio. Allora, per suggerimento di un abate che in 
questo carme non posso nominare, tutto fu completamente raso 
al suolo, quindi, secondo le norme e prescrizioni di lui, si proce- 
dette a ricostruire un edificio destinato a splendere eternamente. 
Tuttavia non conviene passare del tutto sotto silenzio il nome di 
colui che attese a quest'opera e, come richiede 1'uso del nome 
proprio, la prima sillaba potra da lunga diventare breve. Giovera 
quindi citare qui il nome di Desiderio che, spronato daH'amore 
per te, ti offri, o Benedetto, il dono tanto prezioso d'un domicilio. 
L/esterno e anche 1'interno della chiesa risplendono di marmi. 
Qui ogni colonna fu trasportata dalla citta, con grande difficolta 
ed aspra fatica. Tutte le altre cose che ivi si trovano, fatte venire 
da varie localita, furono comprate ad altissimo prezzo, ne bastarono 
gli artigiani italici: che ci si send anche di mano d' opera provenien- 
te dalla Tracia. A questi artigiani fu afndato di preferenza il pre- 



394 IL SECOLO xr : i GRANDS RHETORIQUEURS 

materia datur eximius; 
nam variata coloribus haec 
sic hominis decorat speciem, 
non sit ut alter in effigie. 

Lustra decem novies redeunt, 
quo patet esse laboris opus 
istius urbibus Italiae 
illicitum; peregrina diu 
res modo nostra sed efficitur. 

Hie alabastra niter e lapis 
Porphyreus viridisque facit; 
his proconissa pavita simul 
sic sibi marmora conveniunt, 
ut labor hie mare sit vitreum. 

Tanta decoris in hoc rutilat 
gloria, Roma quod ipsa sua 
pluris ut aestimo non faciat . . . 

xxxiv 
Ad Gisulfum principem Salernitanum. 

Urbana potius nobilitate 
pro certo nihil est sola, quod actus 
munitos probat, et cuncta refellit, 
quae prodit levitas, maxirne princeps. 

Quidquid nempe probi possidet orbis, 
hoc totum probitas fecerat Urbis, 
quam servare domi, militiaeque 
decrevit stabili iure senatus. 

Tu virtute animi, corporis et vi, 
Augustos sequeris, nulla Catonis 
te vincit gravitas, solus haberis 
ex mundi dominis rite superstes. 

Quis iam frondifera temp or a lauro 
miles te religat dignius us quam. 
Si Carthaginis hie victor adesset 
consul sponte tibi cederet ipse. 

Tarpeiae solitae cernere rupes 
victrices aquilas, protinus omni 



ALFANO DI SALERNO 395 

zioso lavoro del mosaico, in cui la varieta del colon adorna con tale 
perfezione la semblanza umana che questa, neirimmagine, non ap- 
pare diversa dal vero. Nove volte died lustri son passati ; per cui e 
manifesto che 1'esecuzione d'un lavoro come quello non era con- 
sentita alle citta d'ltalia; solo di recente quest' arte, per lungo 
tempo esclusivamente straniera, e divenuta nostra. Li marmi rossi 
e verdi fanno spiccare gli alabastri; fra essi s'incastrano marmi di 
Proconesso, si che Tinsieme appare come un mare lucente. Ri- 
splende in quest' opera d'arte una tal gloria di bellezza che, a 
parer mio, Roma stessa non puo vantare di meglio ; . . 



xxxiv 
A Gisulfo principe di Salerno. 

Nulla per certo e migliore della nobilta romana, in quanto essa 
apprezza le forti imprese, o sommo principe, mentre respinge tutto 
cio che e prodotto della debolezza. 

Tutto cio che di veramente giusto ha oggi il mondo, lo creo la 
giustizia di Roma, quella giustizia che il senato voile con ferma leg- 
ge serbare in pace e in guerra. Tu, per la virtu deiranimo e la forza 
del corpo, calchi le orme degli Augusti; non ti supera in gravita 
lo stesso Catone, tu solo meriti d'essere considerate il superstite 
dei dominatori del mondo. Non v'e soldato che piu degnamente 
di te possa cingersi le tempie del frondoso alloro. Se il console vin- 
citore di Cartagine fosse ora qui, spontaneamente egli stesso ce- 
derebbe di fronte a te. La rupe Tarpea, usa a vedere le aquile 



396 IL SECOLO XI! I GRANDS RHETORIQUEURS 

pulsa rnoestitia, Caesaris acta 
gaudent praeside te posse novari. 

Gallos namque duces colla ligatos 
antique gravibus more catenis, 
nee vidisse iuvat, ni videant mine 
hos a te reprimi Marte recenti. 

Paulos, et Fabios, Corneliosque, 
Gracchos, Fabricios, Roma Lucullos, 
te viso memorat, hisque decenti, 
quem. virtu te parem monstrat, et armis. 

Haec mucrone tuo frangere Pyrrhi 
iam festinat opes, Annibalisque 
fortunas veteres atque furores, 
ut stringat solitis legibus orbem. 



ALFANO DI SALERNO 397 

vittoriose, adesso scuote da se ogni tristezza, rallegrandosi al pen- 
siero che le gesta di Cesare possano sotto la tua guida rinnovarsi. 
Non le giova infatti aver veduto i capi Galli con pesanti catene al 
collo all'uso antico, se non li vede ora schiacciati da te, novello 
Marte. Roma rammenta i Paoli, i Fabi, i Cornell, i Gracchi, i 
Fabrizi, i Luculli vedendoti degno di essi e ti indica come loro pari 
per coraggio e virtu militare. Essa ormai non aspetta altro che di 
rintuzzare colla tua spada la potenza di Pirro e d'infrangere le 
antiche fortune e il furore di Annibale, per imporre nuovamente 
al mondo il freno delle sue leggi. 



GUAIFERIO DI MONTECASSINO 

DALLA VITA SANCTI SECUNDINI 

EPISCOPI TROIANI)) 1 

Troia quondam ducibus, divitlis et bellica laude insignis, cuius 
diuturna incomnioda et diversa excidia iisdem regionibus nota sunt 
quibus et soils cursus, in Peloponnesi regione et serenissima loci 
facie, tellure fertili, agro aquis et omnis viriditate iucundo, prope 
Pontum et insulam Tenedos sita fuit. Unde demum plerique duces 
fortissimi in priori discrimine, in tempestate horribili, cum tantae 
urbis commercium to turn iactura fieret, evaserunt. Ex quibus An- 
chisiades vir acer et strenuissimus 2 fuit, a quo Quirites, orbis terra- 
rum principes, qui Troianorum quoque hostes talione ulcisceren- 
tur, nobile generis et laudis habuere principium. lacuit haec diutini 
temporis inter vallo, omnibus destituta solatiis : nullae opes, nullus 
decor, nulla denique religio. Semiruti tantum et exesi ignibus ex- 
stabant muri; Xanthus, Simois, et insula Tenedos Troiam ibi 
fuisse signabant. Haec vero excitat tandem et colligit se memor pri- 
stinae virtutis et gloriae, reducit longam ex pronepotum genera- 
tione progeniem, reficit lares, studet illi suo mirabili et singulari 
militiae sacramento, ut Syllae dictatori favens a Fimbria 3 Mariana- 
rum partium obsidione vastetur, ut tormentis quassetur, ut mater 
iterum concidat gladiis filiorum. Ex ilia igitur tempestate usque 
ad hoc fere tempus vixit tantum sine corpore nomen, absque Latio 
quidem, cunctis aeque gentibus exsecrabile ob Romanorum monar- 
chiam, cuius ipsa etiam causa exstitit et principium dignitatis. 

Fuit autem et in Apuliae solo civitas quaedam, quantum ad fru- 
mentariae rei copiam, nulli solo inferior; ubi etiam multa gustu 
suavia, quae natura desiderat, ex terra arboribusque gignuntur, 
cum copia facili, turn suavitate praestanti. Vites et arbores ibi 
humiles sunt, neque se tollere a terra altius possunt; ex his tamen 
aliae semper virent, aliae hieme nudatae verno tempore tepefactae 
frondescunt, et fundunt odoriferos flores et germinant uberrimas 

i. Testo di F. Ughelli in Migne, P. I,., vol. 147, coll. 1295 e 1299-300. 
Traduzione di Tilde Nardi. 2. vir . , . strenuissimus: e Enea, figlio di 
Anchise. 3. Fimbria: Gaio Flavio Fimbria, sostenitore fra i piu attivi e 
audaci di Mario e, perci6, awersario di Silla; nell'86 a.C. distrusse Troia 
durante la guerra contro Mitridate, re del Ponto. Guaiferio, erratamente, 
pone la distruzione di Troia come conseguenza di un favoreggiamento 
della citta per Silla. 



GUAIFERIO DI MONTECASSINO 

DALLA VITA DI SAN SECONDING, 
VESCOVO DI TROIA 

Troia, un tempo famosa per i suoi eroi, per le sue ricchezze e per la 
sua gloria guerriera, le cui lunghe sfortunate vicende e le cui ri- 
petute distruzioni son note ovunque splenda il sole, sorgeva nel 
Peloponneso, in una localita assai amena, in una terra feconda, 
ricca d'acque e tutta verdeggiante, nei pressi del Ponto e delFisola 
di Tenedo. Da essa alia fine molti eroi, che s'erano dimostrati for- 
tissimi durante la precedente guerra in tremendi frangenti, fug- 
girono quando si verifico la rovina completa di quella citta tanto 
gloriosa. 

Fu tra questi il figlio di Anchise, forte e valentissimo eroe, dal 
quale ebbe principio la nobile e gloriosa schiatta dei Quiriti, do- 
minatori del mondo, che avrebbero vendicato i Troiani punendo 
in ugual misura i loro nemici. La citta rimase a lungo del tutto 
abbandonata, spoglia d'ogni ricchezza, d'ogni decoro, d'ogni culto 
insomma. Restavano solo le mura semidiroccate e corrose dalle 
fiamme; lo Xanto, il Simoenta e 1'isola di Tenedo testimoniavano 
che li era stata Troia. Ma alia fine essa si risveglia e risorge, 
memore della passata grandezza e deH*antica gloria; rinnova dalla 
stirpe dei pronipoti una lunga discendenza, ricostruisce le case, 
e si volge nuovamente a quel suo mirabile e singolare culto delle 
armi, finche, per aver favorito il dittatore Silla, viene assediata e 
devastata da Fimbria, partigiano di Mario, viene sconquassata 
dalle macchine di guerra e ancora una volta perisce sotto i colpi 
dei suoi stessi figli. Da quel momento fin quasi ad oggi Troia so- 
prawisse soltanto come un nome senza corpo: nome a tutte le 
genti ugualmente odioso, eccezion fatta per i Latini, grazie al 
dominio dei Romani, della cui grandezza essa fa causa e principio. 

Fu anche in Apulia una citta, a nessun'altra seconda per la 
copiosa produzione del grano; sul suo territorio, dal suolo e dagli 
alberi, nascono in grande abbondanza molti frutti gustosi e d'in- 
comparabile dolcezza. Le viti e gli alberi li sono bassi e non arri- 
vano ad elevarsi piii che tanto da terra; e tuttavia o verdeggiano 
tutto 1'anno oppure, spogli d'inverno, al primo tepore primaverile 
metton fuori le gemme, si coprono di fiori odorosi e producono 



400 IL SECOLO XI : I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

fruges. Haec vero civitas, si nominis significationem. advertimus 1 
(Ecana etiarn dicta est), antiquissima fuit, cum monumentorum 
marmoratio, scenarum columnatio, eminentia culminum id desi- 
gnent. Huic serio in reconciliatione Troiae nomen imponitur, ut 
egregii titulus nominis auctoramentum facial novitati. Putamus 
ista fidem posse quaerentibus facere, quos sub Troiae nomine 
appellatio moverit urbis Ecanae. Nunc ad propositum Historiae 
veniamus . . . 

Vir quidam, Teuzo nomine, genere Aquitanus, orationis studio, 
quod praecipue gentis illius moris est, ad apostolorum principem 
Romam venit, adnitente quidem matre, quae amoris afTectu seip- 
sam filio comitem itineris praebuit. Ubi per sanctorum locorum 
circuitus solemniter officiis pro tempore datis (citabat enim eum 
ad alia loca venerabilia transitus) domum beatissimi archangeli 
Michaelis, quae sita est supra Gargani mentis altissimum verticem, 
adiit; in qua nimirum, et quia devia erat, et quia orationi vacare 
decreverat, dum stationem suam in diutinum tempus extenderet, 
mater, quae ilium fuerat secuta, defungitur. Qui cum iam fere 
cunctis destitutus vitae solatiis, orationibus, lacrymis, et eiulatibus 
incubuisset (fit enim saepe ut maiores tristitiae maiorem pariant 
valetudinem), insanabili, ut videbatur, pestilentiae morbo percus- 
sus est; ita quidem ut pars membrorum suorum eo invito move- 
rentur, alia quoque sic essent arida ut ex illis nullum, quod sentire 
posset, haberet; vix oculi, vix manus in suo erant officio, crura 
quoque et pedes natibus adhaerentes gressus ademerant; lingua 
tantum, ne recte quidem, naturae beneficium tuebatur. Quid ageret 
procul a parentibus, procul a domo, et, quod verius dico, procul 
a seipso? Miserebantur eius praetereuntes inopiae, cuius valetu- 
dini non poterant subvenire. Intimabatur illi de Secundini virtu- 
tibus : sed si vellet ire, non poterat ; si portari ab aliis, unde conduce- 
retur, nihil habebat pensi; ab his tamen qui eius quotidie afficie- 
bantur miseriis de itinere agi coeptum est; qui domo demissi cum 
illo Troiam cursu citissimo contenderunt. Festinabant autem, quia 



i. nominis . . . advertimus : nella radice del nome della citta, Ecana, v'e 
1'ayverbio greco %a = lontano, usato anche in senso temporale; 
quindi Ecana, per Guaiferio, significherebbe, secondo 1'etimologia del 
nome, (citta) antica. 



GUAIFERIO DI MONTECASSINO 40! 

abbondantissimi frutti. Questa citta, se badiamo al significato del 
nome (si chiam6 infatti Ecana), e antichissima, come anche atte- 
stano la rivestitura marmorea dei monumenti, i colonnati dei teatri 
e 1'altezza degli edifici. Ad essa piu tardi, quasi a titolo di ripara- 
zione, fu dato il nome di Troia, afEnche lo splendore d'un nome 
famoso desse valore a questa innovazione. Riteniamo che queste 
spiegazioni possano soddisfare coloro che si chiedono come mai 
1'antica Ecana porti il nome di Troia. 

Ed ora veniamo all'argomento di questa storia . . . 
Un certo Teuzone, Aquitano di stirpe, per divozione, com'e co 
stume particolare di quel popolo, venne a Roma al sepolcro del 
principe degli apostoli, incoraggiato e spronato dalla madre che, 
nel suo affetto, si offri al figlio come compagna di viaggio. Dopo 
aver assolto solennemente ai suoi doveri religiosi col giro dei luoghi 
santi secondo il tempo di cui disponeva (che lo spronava il deside- 
rio di visitare altri venerabili luoghi), si reco alia chiesa del beatis- 
simo arcangelo Michele che e sita sulla sommita del monte Gar- 
gano. Proprio in essa, mentre prolungava la sua permanenza piu 
del previsto, sia perche il luogo era assai fuori mano sia perche 
aveva stabilito di attendere alia preghiera, la madre che P aveva 
seguito venne a morte. Ed egli, nel sentirsi orbato di quasi tutti i 
conforti della vita, si die a pregare, a piangere, a lamentarsi, 
quand'ecco (accade sovente infatti che i gravi displaced incidano 
sulla salute) fu colto da pestilenza, a quel che sembrava, insanabile; 
arrivando a un punto tale che alcune deile sue membra senza ch'ei 
lo volesse tremavano, mentre altre eran divenute cosi aride da es- 
sere ridotte a completa insensibilita ; a malapena i suoi occhi vede- 
vano, a stento muoveva le mani ; i piedi, e le gambe, come legate alle 
natiche, non gli permettevano di camminare; soltanto la lingua, 
sebbene imperfettamente, conservava la sua funzione naturale. 
Che avrebbe potuto fare, lontano dalla famiglia, lontano dal suo 
paese e, si pu6 ben dire, lontano da se medesimo ? S'impietosivano 
del suo misero stato i passanti che non potevano soccorrerlo nella 
sua infermita. Lo si informo dei poteri miracolosi di Secondino; 
ma, anche se avesse voluto recarsi da lui, non era in grado di farlo; 
se poi avesse voluto farsi trasportare da altri, non aveva di che pa- 
gare. Tuttavia quelli che giornalmente s'impietosivano della sua 
disgrazia cominciarono a organizzare il viaggio; partiti da casa con 
lui si misero in cafnmino per Troia con la maggior celerita possibile. 

26 



402 IL SECOLO XI : I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

confessoris Secundini collocandis reliquiis solemms instabat dies. 
Postquam vero ad urbem veniunt, et debilitatum membris omni 
bus hominem ante Secundini confessionem deponunt: Quan 
tum nobis inquiunt attinebat, fecisse satis voto tuo videmur : 
de caetero age, ut libet; consulimus tamen tibi in tanta praesentis 
celeb ritate diei orationi vacare; putamus enim et credimus id tibi 
valde profuturum, ad quod pro salute tua ipsi etiam summa ope 
nitemur. Factum est: et iam tempus aderat ut ad officium in- 
grederetur episcopus ; populi vero, omnibus studiose ad honorem 
Dei compositis, intus et prae foribus ecclesiae assistebant. Multi 
quoque ad haec solemnia, vicis, agris propinquis, hospitiis, multi 
denique, qui procul degebant, domibus abducuntur. Intrat episco 
pus cunctis ecclesiae stipatus choris, incipit agere pontificalibus in- 
stitutis. Dum haec aguntur, ad Deum languidus toto corde con- 
versus trahit ab imo pectore alta suspiria, implet lacrymis et lucti- 
bus omnia, facit verba quae Dei possent inclinare clementiam, 
erigit se totum mente, quasi in Secundini visibiles oculos precatur, 
obtestatur, vovet se nunquam ab illo recessurum, si pristinam sibi 
redderet sanitatem, 

Cumque in eius affectum reliqua, ut linguam, membra nesciens 
movet, recurrit ad animum: tentat revera movere manus, movet; 
extendere pedes, extendit; surgere, surgit; incedere, incedit. Ex- 
clamat quo altius valet: asanum se esse pedes, et omnia membra 
officium suum habere. Haec igitur vox magno audita desiderio, 
aliquantulum sustulit ad aediiicationem ordinis sacerdotum. Tan- 
tus enim fuit in laude vera splendor, tanta in populis iubilatio, 
tanta denique laetitia in clero ut prae nimia exsultatione univer- 
sitas ilia gestiret . . . 



GUAIFERIO DI MONTECASSINO 403 

S'affrettavano perche ormai era prossimo il giorno in eui si dove- 

vano esporre le reliquie di san Secondino confessore. Giunti che 

furono in citta, deposero 1'infermo davanti alPaltare dedicate a 

san Secondino e gli dissero : Per quanto stava in noi, ci sembra 

di aver appagato il tuo desiderio; quanto al resto, comportati come 

credi; ti consigliamo pero, in questo giorno cosi solenne, di darti 

alia preghiera: siarno convinti infatti che cio ti giovera moltissimo. 

A tal fine noi stessi ci adopreremo in ogni mo do per la tua salute. 

Cosi fu fatto; gia s'approssimava il momento in cui il vescovo 

avrebbe cominciato ad officiare. Nell'interno della chiesa e fuori 

della porta era assiepato il popolo e tutti erano in atteggiamento 

devoto per onorare il Signore. Ad assistere alia solennita era accorsa 

molta gente dai villaggi, dalle campagne vicine, dai castelli: in 

una parola, molti che vivevano lontano erano venuti dai luoghi 

ove abitavano. Ed ecco entrare il vescovo, attorniato da tutti i cori 

della chiesa, e iniziare la funzione secondo le norme pontificali. 

Mentre questa si svolgeva, Finfermo, assorto in Dio con tutta 

Panima, traeva dai profondo del petto alti sospiri, effondeva lacrime 

e gemiti a non finire, cercava parole atte ad attirarsi la misericordia 

di Dio e, in un to tale raccoglimento dello spirito, pregava fervida- 

mente, rivolgendosi a Secondino come se questi lo vedesse, pro- 

mettendo che mai si sarebbe allontanato da lui, se gli avesse con- 

cessa la guarigione. Ed ecco che, mentre, in questo slancio di 

appassionato amore verso di lui, senza rendersene conto muove 

insieme alia lingua anche le altre membra, rientra in se: prova a 

muovere le mani, e le muove, a stendere i piedi, e li stende, a 

levarsi in piedi, e s'alza, a camminare, e cammina. Grida piu forte 

che puo che e guarito, che i piedi e tutte le membra hanno ripreso 

le loro funzioni. 

Queste parole, accolte con gran gaudio, contribuirono non poco 
all'edificazione dell'Ordine dei sacerdoti. Che c'era in quel miraco- 
loso fatto tanto splendore, e tale fu il giubilo del popolo e Fesul- 
tanza del clero, che tutti, per Pincontenibile allegrezza, si abban- 
donavano a rumorose manifestazioni di gioia . . . 



4 
VERSUS EPOREDIENSES 

Nei fogli di custodia del Salterio latino offerto, al principio del se- 
colo XI, dal vescovo Warmundo alia cattedrale d'lvrea, sono stati 
iscritti alcuni carmi di argomento religioso; accanto ai quali ha tro- 
vato posto unpoema in elegiaci leonini, di argomento, apparentemente, 
amoroso. II poema si pub attribuire a quel Guido il cui nome si trova 
al foglio 22 del Salterio; e poiche vi si fa menzione della vittoria di 
Enrico IV sui Sassoni, si pub fissarne la data intorno al 1075-80, al 
tempo del vescovado di Oggerio. 

Pare una invitatio alle gioie delVamore e alia contemplazione della 
natura, intessuta di reminiscence classiche. II poemetto rivela una 
formazione spirituale, una cultura, un gusto non dissimile da quelli 
che si riconoscono nella grande poesia francese classicheggiante di que 
st a eta. A me, il contenuto sembra non tanto erotico, quanta dottri- 
nale: il poemetto mi appare un' allege ria, di contenuto analogo a 
quello delle Nozze della Filologia con Mercuric. 



A. VISCARDI, Le origini, in Storia letteraria d'ltalia, Milano, Fr. Vallardi, 
1950, n ediz. rinnov., pp. 117-8, oltre che F. J. E. RABY, A History of 
secular Latin Poetry in the Middle Ages, Oxford, Clarendon Press, 1934, 
i, PP. 3S3-4- 



DAI VERSUS EPOREDIENSES J 

C/um secus ora vadi placeat mihi ludere Padi, 

fors et velle dedit, flumine Nimpha redit. 
Tempus era florum, quod fons est omnis amorum, 

mense sub Aprili cum placet esca stili. 
Access! tandem scrutatus que sit eandem, 

invitans sedem de prope duco pedem. 
Mox specie tactus memorandos conspicor actus 

et vix continui quod sua non minui, 
factus et ut mutus, tandem sum pauca locutus 

et multum pavide sed tamen hec avide: 

Siste, puella, gradum per amenum postulo Padum 
e per aquas alias tarn cito ne salias. 

Siste, puella, precor per terrain, queso, per equor, 

si loqueris soli, nil patiere doli. 
Vestitus cultus pulcher super omnia vultus 

te generis clari conprobat ore pari. 
Ex stellis frontis pares germana Phetontis, 

luno tibi cedit, de love quando redit. 
Die die prudentes qui te genuere parentes 

et generis ritum die patrieque situm. 
Non stupefacta parum reputans nimis istud amarum 

sic timet ipsa loqui sicut ab igne coqui. 
Sprevit vitavit caput inclinando negavit, 

vix vocem rupit quam retinere cupit: 

Si de prole voles, decorat me regia proles, 
nobilis est mater, nobilis ipse pater. 

Si proavos queris, dis vim fecisse videris, 

sanguine de quorum me sapit omne forum. 
Ne super hoc erra, genuit me Trohica terra, 

terra dicata deo nota parente meo. 
Sed fugiens quendam cupientem figere mendam 

hunc circa fluvium floris amo studium. 
His siluit dictis curis ex parte relictis, 

vix vix assedit se propiusque dedit. 

i. Testo in E. DOMMLER, Anselm der Peripatetiker, Halle 1872, pp. 94-100. 
Traduzione di Tilde Nardi. Note di Bruno Nardi. 



DA I VERSI D'IVREA 

Poi che mi piacque ricrearmi sulle rive del Po, la fortuna e il mio 
desiderio mi concessero di veder emergere dal fiume una ninfa. 
Era la stagione dei fiori, il tempo piu propizio allo sbocciare degli 
amori, verso aprile, quando piu si sente 1'ispirazione a cantare. 
Mi accostai allora, cercando di indovinare chi fosse, e in atto di 
lusinga awicinai i miei passi al luogo ov'essa si trovava, Tosto, 
colpito dalla sua bellezza, restai come ammutolito a contemplare 
il suo aggraziato portamento, a stento trattenendomi dalFoffenderla. 
Alfine riuscii a dire queste poche parole, con grande timore e tutta- 
via ardentemente : Fermati, o fanciulla, per 1'ameno Po, per gli 
altri fiumi, ti prego, non balzar via cosi velocementel Fermati, 
fanciulla: te lo chiedo per la terra, te lo chiedo per il mare; non 
avrai alcun danno nel parlare con me da sola a solo. La veste, 
Pacconciatura e soprattutto il tuo sembiante bastano ad indicarti 
di nobile schiatta. Dalle stelle che hai in fronte ti si direbbe la so- 
rella di Fetonte ; cede a te Giunone quando si stacca daH'amplesso 
di Giove. Dimmi, dimmi chi sono i tuoi saggi genitori, dammi 
notizia della tua stirpe e del tuo luogo natio. 

Non poco meravigliata, ritenendo cio troppo ardito, essa teme di 
rivolgermi la parola come se dovesse essere scottata dal fuoco. 
Sdegnosa e schiva, con un cenno del capo nego; poi a stento pro- 
nunzio le parole che desiderava trattenere: Se vuoi sapere dei 
miei genitori, sappi che una discendenza reale mi onora: nobile 
e mia madre e nobile pure mio padre. Se poi vuoi conoscere i miei 
progenitori, tu sembri recare oltraggio agli dei dal cui sangue tutta 
la citta sa ch'io discendo. E perche tu lo sappia senza fallo, la terra 
troiana mi fu patria, terra consacrata a un dio e resa insigne dal 
mio genitore. E fuggendo cbiunque tenta mancarmi di rispetto, 
amo coglier fiori sulle sponde di questo fiume. Cio detto, tacque 
e, lasciando da parte la diffidenza di poc'anzi, con qualche esita- 



408 IL SECOLO XI: I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

lam iam confisus dubios prius erigo visus 

tactus amore sui taliter amonui: 
Si foret hoc gratum floris decerpere pratum, 

tu posses mecum munere mota precum, 
sepe sub umbella posses, speciosa puella, 

ludere letari, cura cupita mari. 
Quod si tu nolis, caleas ut lumine solis, 

ventilet aura sinus, umbra sit apta pinus. 
Umbra decens lauri precio preciosior auri, 

te recreate potest umbra nee huius obest. 
Currit aque vive fons frondes subter olive: 

amnis sub tenebris umbra dee Veneris. 
Tempore sub veris placeat quod forte laveris, 

fons monet herba recens et locus ipse decens. 
Si vacat in cena quod delecteris amena: 

quod tibi constabit iussio sola dabit. 
Quod parat alma Ceres numquam mutabile queres, 

nee licet inde queri quod vehat urna meri. 
Vis de mille meris potum? potando frueris, 

absit ab hac solus condicione dolus. 
Artificis cura fiat tibi pocio pura, 

oris lenimen quo revocetur Imen. 
Ecce mihi ciathi solidis sunt mille parati; 

aurea vasa petis: misit arnica Thetis. 
Si cupis argenti, dat multi summa talenti; 

innumerata iacet, si tibi summa placet. 
Cum super omne places, gemmas tibi summe capaces: 

non vilis precii res superant Decii. 
Rex dedit Indorum lapidum mihi munus eorum, 

quos erit inter onix: hunc habuit Beronix. 
Est scyphus in signo factus de manzere ligno: 1 

munus opis varie rex dedit Ungarie. 
Vina propinabit Frix quem mea cura parabit, 

cum Ganimede Paris copula grata paris. 
Si gustare parum velles de carne ferarum, 

huius amena cybi fercula summe tibi. 

I. II Du Cange registra i Manzerina vascula e rimanda a Maser, Maze- 
ranus, Mazarus , fiammingo Maezer . Si tratta di vasi di acero, preziosi 
per gli intagli. 



VERSUS EPOREDIENSES 409 

zione si pose a sedere piu accosto a me. Ed io, fatto ormai piu sicuro, 
alzai lo sguardo prima esitante e cosi le parlai, tocco d'amore per 
lei: Se ti piace cogliere i fieri del prato, potresti farlo insieme a 
me, cedendo alle mie preghiere; tu potresti spesso lietamente ri- 
crearti sotto queste grate ombre, o bella fanciulla, fatta oggetto 
d'amorosa cura. Che, se rifuggi dall'ardore del Sole, lascia che 
1'aria faccia nuttuare le tue vesti e il pino t'ofTra gradevole ombra. 
La piacevole ombra del lauro, piu preziosa del prezioso oro, puo 
darti ristoro e non ti reca alcun danno. Scorre una vena d'acqua 
viva sotto le fronde dell'ulivo : sotto le dense ombre, sulle rive del 
fiume, e il rifugio di Venere. In primavera ti piace forse bagnarti : 
ti invita la fonte, ti invitano Perbe novelle e il luogo stesso cosi 
delizioso. Se poi hai voglia di gustare una buona cena, bastera che 
tu ordini quel che ti piace. Potrai avere cio che sempre ha prodotto 
e produce Talma Cerere, ne occorrera cercare lontano il vino con- 
tenuto nell'anfora. Vuoi assaggiare mille vini? Bevendo ne godrai; 
da questa proposta solo sia lungi 1'inganno. La cura del distilla- 
tore ti porga una bevanda pura, delizia del palato, che sia invito ad 
Imene. Ecco, ho qui pronti mille massicci calici; se tu certhi coppe 
d'oro, me Pha mandate P arnica Teti. Se le preferisci d'argento, 
me lo posso permettere per Tabbondanza del denaro; ne ho in 
serbo nei miei scrigni tanto quanto ne vuoi. Poiche piu di tutti tu 
mi piaci, prenditi le gemme piu belle: sono cosi preziose da supe- 
rare le ricchezze di Decio. Fu il re degli Indi che mi fece dono di 
tali pietre, tra cui sara anche Tonice: questo appartenne a Berenice. 
V'e una tazza scolpita in legno di acero, dono di variegata fattura, 
che mi diede il re d'Ungheria. Fara da coppiere un Frigio che sara 
mia cura procurare : e non sara meno bello di Paride e Ganimede 
insieme. Se desideri assaggiare un po* di selvaggina, eccoti delle 



410 IL SECOLO XI: I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

Si volucres queris, dandis pro velle frueris, 

si tribuenda notes, summere plura potes. 
Si placet a villa bovis aut caro sive suilla, 

hoc erit ad libitum dulciter exhibitum. 
Si reputas magnum, quod dem pascaliter agnum, 

mille meis phetis summe quod ipsa petis. 
Ni foret hoc fedum, dapifer promitteret hedum: 

a victu caro sit procul ista caro. 
Si vis lege nova cum centum matribus ova, 1 

accipe plura quidem re faciente fidem. 
In gustu piscis si plus inihando deiscis, 

diversi generis compos et auctor eris. 
His epulis tactis petitur si copia lactis, 

vasis ecce no vis victus ab ore lovis. 
Lac nee in iberno deerit neque tempore verno: 

esse probat verum caseus atque serum. 
Omne genus pomi prebet custodia promi, 

absque quidem vicio quelibet est datio. 
Terrarum numen tibi suggeret omne legumen 

et patiens tolera quod sapient olera. 
Gramatice partes si vis aut quaslibet artes: 

ecce tibi studium sub studio rudium. 
Cor dam sive lire placeat modulando ferire, 

ut tua lingua petet nee locus iste vetet. 
Vis cythare nervum de nostris tangere servum, 

mille dabunt sonitum per facilem monitum. 
Si reputas carum, sonet ut genus omne tubarum, 

hoc sit in hac hora qualibet absque mora. 
Si diversorum situs est in mente locorum, 

vicinis pratis sunt loca grata satis. 
Cum castris ville mini sunt in predia mille: 

sub celo tales vix reperire vales. 
Flores prata dabunt, fontes sua prata rigabunt: 

en ver perpetuum, fac ibi velle tuum. 
Castra regunt villas in nulla parte pusillas, 

preside me dites castra regunt equites. 
Isti te tutam reddent loca grata secutam, 

i. cum . . . ova: cfr. Giovenale, xi, 71. 



VERSUS EPOREDIENSES 411 

belle porzioni di questo cibo; se hai voglia di uccelli, ne potrai 
avere a volonta: basta che indichi ci6 che vorresti, e puoi averne 
piu di quanto chiedi. Se gradisci che ti si porti dalla campagna 
carne di bue o di porco, di buon grade te ne sara ofFerta a tuo 
piacere. Se invece preferisci che ti dia 1'agnello pasquale, scegll 
tu stessa quello che vuoi tra i miei mille agnellmi. E se non fosse 
cosa poco delicata, lo scalco ti prometterebbe un capretto: ma e 
meglio che questa carne non compaia in un banchetto fine. Se 
credi, scegli uova fresche fatte da cento galline; prendine anche di 
piu, poiche e possibile. Qualora invece preferissi assaggiare del 
pesce, potrai averne e mangiarne di varia qualita. Se poi, gustate 
queste vivande, si avra voglia di latte in abbondanza, ecco in vasi 
nuovi Palimento che viene da Giove; il latte non manchera mai, 
ne d'inverno ne in prirnavera: prova ne siano il formaggio ed il 
siero. La dispensa ofFre ogni specie di frutta, tutta bellissima. La 
fecondita della terra ti dara legumi d'ogni sorta, e con pazienza 
attendi che gli erbaggi abbiano preso sapore. 

Se ti piacciono le varie parti della grammatica e qualsivoglia 
delle arti liberali, c'e per te lo studio sotto la guida di nidi [mae 
stri]. Se poi ti piacera toccare le corde della lira, melodiosamente 
cantando come la tua lingua vorra, questo luogo non lo vieta. 
Se desideri che uno dei nostri servi tocchi le corde della cetra, 
bastera un cenno perche diano mille suoni. Se ti fa piacere che 
tutte le trombe suonino, sara fatto sul momento, senza indugio 
alcuno. Se hai in mente di mutar sito, nei prati vicini vi sono luoghi 
dawero piacevoli; ho nelle mie campagne mille ville insieme a 
castelli: difficilmente potresti trovarne di simili sotto il cielo. I 
prati daranno fiori, i ruscelli irrigheranno i prati ove scorrono : v'e 
perenne primavera, fa cola il voler tuo. I castelli reggono villaggi 
tutt'altro che piccoli: sotto la mia signoria ricchi cavalieri ammini- 
strano i castelli. Essi ti proteggeranno allorche t'allontanerai verso 
i luoghi che ti piacciono, onde impedire che tu sia spogliata dall'as- 



412 IL SECOLO XI: I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

ne vi predonis dispoliere bonis. 
Villicus omne dabit quicquid te velle notabit, 

voti pande sinus: nil erit inde minus. 
Hie ornare thorum poteris variamine florum: 

res probat atque patet, vipera nulla latet. 1 
Nee reputato parum, talis solet esse dearum, 

cum Marti placuit, Cipris in hoc iacuit. 
Hunc habuere thorum rex et regina deorum, 

cum delectari iuvit amore pari. 
His super apponam facies de flore coronam: 

ista tegat crines, si paciendo sines. 
Sive secus pratum mavis variabile stratum, 

stratum tale tibi nos faciemus ibi. 
De cedro sectum si precipis adfore lectum, 

sicut tu dices, ars dabit ipsa vices. 
Queris ab argento? nutu te velle memento: 

quod te velle sciam sedulus efficiam. 
Quod mittunt Mauri mihi copia sufficit auri: 

ex hac materia summe vel ex alia. 
Si de cristallo lectus placet absque metallo: 

prestet imago recens scultor et ipse decens. 
Culcitra lectorum non vilis habebitur horum, 

dant Seres populi materiam foruli. 
Ex auri lamina fit subtilissima trama: 

stamen erit Serum, trama Frigum veterum. 
Ut nix albescit stamenque nigrescere nescit, 

sed que trama rubet: sol mihi cede, iubet. 
Mille libras sumam, si digner vendere plumam, 

exponi precio nulla monet ratio. 
In tali pluma iacuit cum coniuge Numa, 

ex hac materie fit thorus Egerie. 
Ornat et est 2 ostrum lectum velamine nostrum 

quo melius Syrus non habet atque Tyrus, 
pellis et omne genus quod solvit sponte Rutenus 

fenus iure datum conditione ratum. 
Ut leviter scandas, si forte pedalia mandas, 

i. vipera nulla latet: cfr. Virgilio, Eel., in, 93. 2. et est: Diimmler: et en 
forte legendum est. 



VERSUS EPOREDIENSES 413 

salto (Tun qualche predone. II contadino ti dara tutto quel che ti 
vedra desiderare ; esprimi apertamente il tuo desiderio : non rimar- 
rai delusa. Qui potrai ornare il giaciglio con fiori d'ogni sorta: 
e dimostrato ed e evidente che nessuna vipera vi si nasconde. 
E non credere che sia poco, che tale suol essere il letto delle dee; 
e quando a Marte piacque, Ciprigna in questo letto si giacque. 
Questo letto ebbero il re e la regina degli dei allorche si compiacque- 
ro di godere del reciproco amore. Inoltre mi lascerai collocarvi una 
corona di fiori: questa ti coprira i capelli, se di buon grado lo per- 
metterai. Se invece del prato preferisci un letto diverso, prowe- 
deremo a fartene ivi uno come t'aggrada. Se ordini che ti si pre- 
pari un letto in legno di cedro, Parte del falegname assecondera le 
tue istruzioni. Lo vuoi d'argento? Ricorda che ti basta un cenno, 
perche io sollecito adempia al tuo volere. Posso disporre delPoro 
che i Mauri mi mandano in gran copia: chiedilo pure di questa 
materia, o d'un'altra, a piacer tuo. Se ti piacesse un letto di 
cristallo invece che di metallo, un nuovo disegno e un abile arte- 
fice te lo procureranno. II materasso di questi letti non sara di 
materia vile: i popoli Serici t'offrono stoffa per la fodera. Dalla 
lamina d'oro s'ottiene una sottilissima trama; il filo sara dei Seri, 
Pordito dei vecchi Frigi. II filo ha il candore della neve e non anne- 
risce, mentre Pordito e rosso e par che dica o sole, cedi a me. 
Prenderei mille libbre d'oro, se volessi vender la piuma; ma non v'e 
ragione di metterla in vendita. Su questa piuma giacque con la 
moglie Numa, di questa materia era fatto il letto di Egeria. Orna 
il nostro letto una coltre di porpora - la Siria e Tiro non ne hanno 
di migliori - ed inoltre ogni specie di pelle che il Ruteno sponta- 
neamente paga, come tributo spettante per diritto e convenuto 
per patto. Se vuoi per caso dei calzari per camminare leggera, uno 



414 IL SECOLO XI: I ((GRANDS RHETORIQUEURS 

dat tibi smaragdus non sine laude gradus. 
Rumpere sive moras, quod eas aliunde, laboras, 

regibus insolitus dat tibi grisolitus. 
Ne ros nocturnus noceat calor atque diurnus, 

supra tendemus non sine fronde nemus. 
Si tibi vile nemus, tentoria pluris habemus: 

ex ope cesarea vix emerentur ea. 
Hec sunt ex bisso texstoris pectine spisso, 

sunt operis varii delicie Darii. 
Eius Alexander successor et huius Euander 

pulsus in exilium detulit ad Latium. 
Per successores hos Cesar adeptus honores, 

si liceat dici, contulit ipse mihi. 
Contulit Heinricus cui Saxon servit iniquus, 

aut velit aut nolit iarn sua iussa colit. 
Nil nocet his tensis pluvialis copia mensis, 

non nix, non glaties, grandinis aut rabies. 
Lumina candele spernunt miracula tele, 

hoc gemme faciunt lumina que pariunt. 
Adsit tempestas cum turbine fulguris estas: 

intus qui residet, cuncta serena videt. 
Bis lapides seni dant lumina lumine pleni, 

splendor habet quorum nocte micare thorum. 
Hoc Salomonis opus lustrabit ab ore pyropus 

munus preclarum non in honore parum. 
Urbis sive mee vox est tibi grata choree: 

quod tibi dem dotes, die et habere potes. 
Ecce velut stelle venient servire puelle 

servantes edes presto tenere pedes. 
Tyrones aderunt, tibi qui preludere querunt: 

sit procul omnis anus sepe nociva manus. 1 
Ut venias orant, hoc exorando laborant 

et pro velle more sat grave, crede, fore. 
Primates captant domine se plausibus aptant: 

hoc notat ascribi queque virago sibi. 
Acceleres ergo postponens cetera tergo: 

vox est ista senum, vox etiam iuvenum. 

i. sit . . . mantis i cfr. Ovidio, Art. am., n, 107. 



VERSUS EPOREDIENSES 415 

smeraldo adornera il tuo incedere. Se hai fretta di andare altrove, 
te lo consente il grisolito, inconsueto anche ai re. Per impedire che 
la rugiada notturna o il calore del giorno ti facciano male, faremo 
un riparo di rami frondosi. Ma se i rami ti sembrano brutti, da- 
remo la preferenza alle tende : a stento si comprerebbero con le ric- 
chezze di Cesare. Queste tende di bisso a tessitura fitta, variamente 
lavorate, furono la delizia di Dario. Alessandro successe a Dario, 
ed Evandro, successore di Alessandro, le introdusse nel Lazio al- 
lorche fu cacciato in esilio. Successore di costoro, se cosi si puo 
dire, Cesare, una volta salito al potere, ne ha fatto dono a me. 
A me le dono Enrico che assoggetto il barbaro Sassone, il quale 
ormai, voglia o non voglia, obbedisce ai suoi ordini. A tende sif- 
fatte, quando son tese, non nuocciono i continui rovesci dei mesi 
piovosi, non la neve, non il ghiaccio o la rabbiosa violenza della 
grandine. Lo splendore di questo tessuto oscura il lume della can- 
dela: fan luce le gemme col loro fulgore. Imperversi pure d' estate 
la tempesta col guizzar delle folgori: chi e dentro vede tutto se- 
reno. Dodici pietre sfolgoranti mandano sprazzi di luce e il loro 
scintillio di notte illumina il letto. Dall'entrata il piropo, dono in- 
signe tenuto in gran conto, dara splendore a quest' op era degna di 
Salomone. Se ti e gradito udire il coro della mia citta, chiedimi 
che te lo dia e potrai averlo. Ecco, come stelle avanzano per ser- 
virti le fanciulle che hanno cura della casa, eccole qui ferine in at- 
tesa. Verranno i servi, ansiosi di obbedire al tuo cenno e sia lungi 
la mano spesso nociva di qualsiasi vecchia. Essi pregano che tu 
venga e in questo desiderio si struggono, che per il desiderio 1'in- 
dugio e, credilo, cosa ben gravosa. I vassalli attendojio, pronti a 
rendere omaggio alia loro signora: ogni matrona desidera che le 
sia reso questo onore. Affrettati dunque, tralasciando ogni altra 
cosa: questo e il desiderio dei vecchi come pure dei giovani. 



416 IL SECOLO xi: i GRANDS RHETORIQUEURS 

Cum placeas turbe, si vis, maneamus in urbe: 

totum quod queres, illud ab urbe feres. 
Maximus urbis honos: dites habet ilia colonos, 

tantum scire sinum nemo potest hominum. 
Hanc diversorum genus incolit omne virorum: 

Anglus et Acaicus Noricus Ungaricus. 
Hanc habitant Indi, gens et prius incola Pindi: 

vile nee Indorum tu reputato forum. 
Hinc sunt iacincti nullo medicamine tincti: 

flumine de Nili scribite plura stili. 
Nullus id ignorat, lapis Indos omnis honorat, 

omnis quem Claros contulit atque Paros. 
Hie etiam iaspis, quem vertice detulit aspis, 

dignus honore lapis, si reputare sapis. 
Expositas Chous merces habet hie et Eous, 

Sidon cum Tyriis cultibus in variis. 
Pallia ludei, vendunt sua tura Sabei: 1 

nardum cum spica balsama rnirifica. 
Gingiber hie spirat, piper emptor emendo regirat, 

hoc pigmentorum dat genus omne forum. 
Miscet pigmentum proprium per compita ventum, 

naris iudicium nescit in hoc vicium. 
Urbem ne spernas, aperit que mille tabernas, 

his pro dote datis tu potiare satis. 
Quos solvit pannos mihi Flandria quosque per annos, 

istic comperies quam bona materies. 
Institor a Greta tulit hue preciosa tapeta: 

hec adlata tuo credito proficuo. 
Hie potes aurificum signis deprendere vicum: 

que data te ditent aurea signa nitent. 
Sole magis splendent ibi queque monilia pendent, 

massam materie vincit opus varie. 
Ars ibi Vulcani studio non paret inani: 

huius opus generis nata tulit Veneris. 
Hie vestes Elene poteris reperire Lacene, 

portus ante maris quas dedit ipse Paris. 
Quin alie vestes sunt ad tua commoda testes: 

i. vendunt . . . Sabei: cfr. Virgilio, Georg., i, 57. 



VERSUS EPOREDIENSES 417 

Poiche piaci al popolo, se vuoi, restiamo in citta: dalla citta potrai 
avere tutto quello che desideri. Grande e lo splendore della citta 
ed ha ricchi abitanti: nessun uomo conosce un soggiorno si bello. 
Vi abitano uomini d'ogni razza: 1' Anglo e 1'Acheo, il Norico e 
PUngarico. V'han dimora gli Indi e il popolo che prima abitava 
il Pindo : non reputar vile il mercato degli Indi. Di qui vengono i 
giacinti non colorati da tintura: scrivete pur meraviglie, o penne, 
del flume Nilo. Nessuno ignora che gli Indi son ricchi d'ogni specie 
di pietre, anche di quelle che esportano Claro e Paro. Qui v'e 
anche il diaspro che Paspide porto sul capo, pietra da tenersi in 
gran pregio, se sai apprezzarla. Espongono qui le loro mercanzie 
Coo ed Eoo, Sidone e Tiro in varie fogge. I Giudei vendono i 
pallii, i Sabei gli incensi del loro paese, nardo e spigo, mirabili 
balsami. Qui esala il suo profurno lo zenzero, e il compratore aggi- 
randosi compra il pepe ; questo mercato offre tutte le specie di dro- 
ghe. II vento diflfonde per le contrade ciascun aroma, e il giudizio 
dell'olfatto non vi trova difetto. Non disprezzare la citta che ha 
aperte mille taverne di cui potrai divenire padrona essendoti date 
in dote. Vedrai i drappi che ogni anno la Fiandra m'invia e t'accor- 
gerai della lor buona qualita. II mercante ha qui portato da Creta 
tappeti preziosi: sono stati portati perche tu te ne giovi. Qui tu 
puoi riconoscere dalle insegne la strada degli orafi : ivi risplendono 
quei monili d'oro che, dati a te, t'arricchiscono. Risplendono piu 
del sole tutti i monili appesi, e la mirabile fattura vince in pregio 
il valore intrinseco del vario metallo. L'arte di Vulcano qui si ri- 
ve!6 in tutta la sua maestria: la figlia di Venere porto ornamenti 
siffatti. Qui potrai trovare le vesti d'Elena spartana, che Paride 
stesso le diede al momento di prendere il mare. Non gia che non 



418 IL SECOLO XI: I GRANDS RHETORIQUEURS 

est quasi prodigium quod dat opus Frigium. 
Hie est pictorum manus omnis et hie nledicorum, 

et valet officio quisque sibi proprio. 
Omne quod est cernas ibi penas preter Avernas: 

urbs est cura ioci forma cupita loci. 
Teutonici Galli prestant munimina valli, 

hi Martis famuli: sunt patrie tituli. 
Cappadoces Parti nolentes cedere Marti 

aptant incudes, sunt nee ad arma rudes. 
Bello non serus muros observat Iberus, 

magni gens precii quanx studio pecii. 
Si populi vultum vites vitando tumultum, 

si qua placere tenes, menia quere penes. 
Sunt camere centum minime sine laude clientum: 

cultus opis varie labe carens carie. 
Si pro velle peti datur, ut des membra quieti: 

quod resident pori dant tibi mille thori . . . 



VERSUS EPOREDIENSES 419 

vi siano altre vesti pronte per te : e quasi un portento ci6 che 1'arte 
del Frigi sa produrre. V'e qui tutta la schiera del pittori e del me- 
dici, e ciascuno e maestro nella propria arte. Puoi qui vedere 
tutto cio che esiste, tranne le pene deH'Averno: la citta e centre 
di spassi per Pambita bellezza del luogo. Teutoni e Galli appre- 
stano le opere di fortificazione : veri seguaci di Marte e vanto della 
patria. I Parti della Cappadocia, che non vogliono cedere a Marte, 
appro ntano le incudini e non sono inesperti delle armi. L'Ibero 
solerte in guerra protegge le mura : e un popolo di gran valore che io 
prediligo. Se invece preferisci evitare la folia, schivandone il tu- 
multo, e vuoi un luogo a te grato, cercalo entro le mura dome- 
stiche. Vi sono cento camere molto lodate dai clienti: ricche di 
vari arredi, senza traccia di guasti. Se a tuo piacere desideri dare 
le membra al sonno, vi sono per te mille letti onde le tue giun- 
ture riposino ... 



IV. Dialettica e filosofia. 

i 
LANFRANCO DA PAVIA 

Uno dei motivi piu interessanti in quel vasto movimento di pensiero 
che dalla meta delPXI secolo si sviluppa ininterrottamente fino al 
complesso rinascimento del secolo successive, e certo costituito dalle 
discussioni attorno al valore delta dialettica e alia sua utilizzazione 
nella riflessione teologica; sicche si pub giustamente dire che quest' epoca 
e una delle piu grandi fast del conflitto sul compito delta ragione e 
sulla sua legittimitd nelV esposizione dogmatical* Era soprattutto 
nella libellistica nata attorno alia lotta delle investiture e alia pole- 
mica berengariana che it problema dei rapporti tra dialettica^ o 
ratio, e auctoritas si veniva proponendo in termini sempre piu preci- 
si e a volte sconcertanti; e il secolo che certa storiografia presentava 
come quello attento unicamente alia discussione sugli universali e 
piuttosto, possiamo dire anzitutto, il secolo delle dispute pro e contro 
la dialettica, tornata nelle scuole sorte con nuovo vigore dopo il Mille. 

Fin dalla sistemazione scolastica delVantico ciclo delle arti liberali 
tracciata da Alcuino, la dialettica rappresentava il coronamento degli 
studi del Trivio, accolta, sotto lo stimolo di insigni auctoritates, quale 
strumento indispensabile per lo studio delta sacra pagina e la confu- 
tazione degli eretici; come tale infatti era stata raccomandata da san- 
t'Agostino, 2 riecheggiato da altri grandi maestri del pensiero medievale 
come Cassiodoro, Isidoro, Rabano Mauro, Alcuino, le cui auctoritates 
tornano frequenti sotto la penna degli scrittori delVXI secolo. 

Entrata dunque nelle scuole con il programma carolingio delle arti 
liberali, corroborata da autorevole tradizione, la dialettica conquista 
rapidamente ogni campo del sapere, non escluso quello teologico, 

i. Cfr. J. DE GHELLINCK, Le mouvement theologique du XII* siecle, Bruges- 
Bruxelles-Paris, De Tempel, 1948, p. 71; cfr. dello stesso Dialectique et 
dogme aux X^-XII** siecles, in Beitrage zur Geschichte der Philosophie 
des Mittelalters , Supplementband i, Miinster i. W. 1913, pp. 79-99; 
M. GRABMANN, Die Geschichte der scholastischen Methode, Bd. i, Frei 
burg i. Br., Herder, 1909, pp. 215 sgg.; J. A. ENDUES, Forschuyigen zur 
Geschichte der fruhmittelalterlichen Philosophie, in Beitrage, gia cit., xvn, 
2-3, Miinster i. W. 1915, pp. 26 sgg.; A. J. MACDONALD, Authority and 
reason in the early Middle Ages, Oxford, University Press, 1933, pp. 95 sgg. 
2. De doctr. Christ., n, 31 sgg.; P.L., vol. 34, coll. 57 sgg.; cfr. DE GHEL- 
ilNCK, Le mouvement theologique, gia cit., pp. 95-6, per altre testimonianze. 



LANFRANCO DA PAVIA 421 

consider ata ormai dai suoi sostenitori come la piu perfetta espres- 
sione della ratio, dono divino per il quale, secondo urfesegesi cara a 
Berengario, 1 Vuomo e simile al Creatore; per contraccolpo, coloro che 
si opporranno airintrusione del ragionamento dialettico nelVinsegna- 
mento teologico finiranno per condannare in blocco le arti liberali, 
rinnovando Vopposizione paolina della stoltezza della croce alia gnosi 
dei filosofi. 

Tra i sostenitori della dialettica vanno tuttavia distinti due atteg- 
giamenti e due diverse maniere di intendere il rapporto di questa 
con le altre sfere del sapere: alcuni vedevano nella dialettica lo 
strumento per organizzare il sapere, verificarne la validitd e dedurre 
nuove proposizioni; altri invece, privi di inter essi filosofici e teologici, 
provenienti spesso da scuole di diritto, congiungendo la dialettica 
alia retorica, ne ritenevano il solo aspetto formale servendosi dei suoi 
principii non per la scoperta del vero, ma per la prova di qualsivoglia 
proposizione che, anche se falsa, avesse aspetti di verisimiglianza; 
la dialettica doe offriva gli schemi del discorso logico alia retorica. 
La prima schiera si esprime con un Berengario, che applicando alia 
speculazione teologica i principii della dialettica poneva necessaria- 
mente il problema dei rapporti tra rinsegnamento dogmatico e la spe 
culazione rationale; i secondi sono ben rappresentati da Anselmo da 
Besate del quale ci resta lo scritto intitolato Rhetorirnachia, 2 di cui 
e stato dato qui un saggio. 

S nota la polemica dei piu severi tutori del tradizionale patrimonio 
dogmatico contro siffatta specie di retort e di dialettici, garruli ratio- 
cinatores, molesti aucupes sillogismorum, che si andavano moltipli- 
cando con il diffondersi delle scuole e il progredire della cultura; 
leggendo Pier Damiani e Manegoldo di Lautenbach, Otlone di 
SanfEmmerano e Lanfranco, per non ricordare che alcuni tra i piii 
noti antidialettici, abbiamo vive testimonianze del rapido affermarsi, 
dalla metd del secolo, del ragionamento dialettico (per altro spesso ri- 
dotto a puro esercizio formale o ad analisi grammaticale del linguag- 
gio) in tutte le arti liberali e nello studio della sacra pagina, ove piii 

i. Cfr. De sacra coena, ed. W. H. Beekenkamp (Berengarii Turonensis De 
sacra coena adversus Lanfrancum, Hagae Comitis 1941)? P- 47- 2- E stato 
edito da E. Diimmler, Anselm der Peripatetiker, Halle 1872; v. qui dietro, 
pp. 366 sgg.; su Anselmo cfr. B.HAUREAU, Singularites historiques et litte- 
raires, Paris 1861, pp. 179-200; ENDUES, op. cit., pp. 32-7; M. MANITIUS, 
Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, vol. ir, Miinchen, 
Beck, 1923, pp. 708-15- 



422 IL SECOLO XI : DIALETTICA E FILOSOFIA 

volte Z'auctoritas cedeva il passo alia ragione, cosl celebrata da 
Berengario: uMaximi plane cordis est per omnia ad dialecticam 
confugere, quia confugere ad earn ad rationem est confugere, quo qui 
non confugit, cum secundum rationem sit factus ad imaginem dei, 
suum honor em reliquitv. 1 

Contro il canonico di Tours, la cuifama ci e testimoniata dalla eco 
del suo insegnamento come dalle lodi che ne tessono tra gli altri Bau- 
dry di Bourgueil e Ildeberto di Lavardin, si levb, come campione del- 
Vortodossia, Lanfranco arcivescovo di Canterbury. 

Scarse le notizie sulla vita di Lanfranco prima del suo ingresso 
nelVdbbazia di Bee e non ci e di aiuto neppure il suo biografo, Mi- 
lone Crispino, che scriveva intorno al 1140. Certo studio diritto a 
Pavia eforse anche a Bologna. Abbandonata poi la citta natale (JOJ5 
circa), si dedicb all 'insegnamento , ad Avranches e a Rouen, fin quan- 
do si ritirb nelVabbazia di Bee (1042) in adempimento di un voto. 

DelFabbazia Lanfranco divenne presto prior e e, con il suo insegna- 
mento, fece di Bee un fiorente centro di studi, ove, tra gli altri, si 
formarono Ivo di Chartres, Anselmo di Aosta e Anselmo di Lucca, 
il futuro papa Alessandro II. II suo intervento nella controversia 
berengariana e V inter essamento per risolvere la questione del matri- 
monio tra Guglielmo, duca di Normandia, e Matilde di Fiandra, 

10 misero a frequente contatto con Roma e lo resero presto noto al 
mondo cattolico; d'altra parte Vamicizia con il duca di Normandia 
gli facilitb Vascesa, e, aWindomani della battaglia di Hastings, fu 
nominato arcivescovo di Canterbury (lojd). 

Non poche le difficolta che la nuova posizione portava a Lanfranco, 

11 quale ebbe modo di mostrare le sue grandi capacitd di politico; 
particolarmente delicata fu la lotta con York, risolta al concilio 
riunito nel 1072 a Worcester e a Windsor con il riconoscimento del 
primato di Canterbury sulla cattolicitd inglese (fu per ottenere questa 
vittoria che Vambiente di Canterbury non rifuggl dalla creazione di 
falsi documenti). Quindi Lanfranco cercb di attuare la riforma della 
Chiesa secondo i principii che i papi, da Leone IX in poi, venivano 
dettando; non aderl perb in tutto alia riforma gregoriana e, soprat- 
tutto nei punti fondamentali (celibato ecclesiastico e soppressione 
delVinvestitura laica), segul debolmente Viniziativa di Gregorio VII, 
dovendo anche tener conto della particolare e difficile situazione 
inglese. 

i. Cfr. De sacra coena, ed. cit., p. 47. 



LANFRANCO DA PAVIA 423 

Mori nel io8g, due anni dopo Guglielmo il Conquistatore. 

I suoi scritti principali sono il Liber de corpore et sanguine Do 
mini contro Berengario, e le numerose Epistole; e anche autore di un 
commento alle epistole di son Paolo, di una esposizione delta Regola 
di son Benedetto (Statuta sive decreta pro ordine S. Benedicti), 
di un breve Liber de celanda confessione e di note In collatione 
Cassiani. E invece perduto un suo commento ai Salmi mentre non e 
certa Vautenticitd di altre opere, pureperdute y attribuitegli da antichi 
cataloghi. 

II Liber de corpore et sanguine Domini fu scritto tfa il lo^g e 
il 1062 (ma Vattuale redazione, riveduta, non pub essere anteriore 
al 1079) in polemica con Berengario, scolastico di Tours, accusato di 
negare la reale presenza del corpo e del sangue di Cristo sotto le specie 
eucaristiche (tu veritatem carnis negas^\ cap, 5; P. L., vol. 150 , col. 
415; qui carnis ac sanguinis negator existis , cap. 6; ibid. col. 416) 
sostenendo che non poteva razionalmente spiegarsi la permanent a delle 
specie una volta mutata la sostanza cui ineriscono. Lanfranco vede 
nella dottrina di Berengario lo sbocco consequenziale di un metodo ra- 
zionalista che abbandona le auctoritates scritturali e patristiche nel 
tentative di giustificare tutto con la dialettica ( relictis sacris aucto- 
ritatibus ad dialecticam confugium facis^): nella riabilitazione delta 
tradizione, cuiilragionamento, riconoscendo rinsondabilitd deimisteri 
delta fede, deve essere soggetto, sta Vimportanza della posizione di 
Lanfranco: il quale nella sua polemica, piii cheportare elementi nuovi, 
raccoglie e coordina i principali insegnamenti della tradizione. 

TULLIO GREGORY 



Le opere di Lanfranco sono nella Patrologia latina, volume 150 (ivi anche 
la biografia di Milone Crispino, colonne 29-58). Per intendere la posizione 
di Lanfranco, cfr. J. DE GHELLJNCK, Le mouvement theologique du XII e 
siecle, Bruges-Bruxelles-Paris, De Tempel, 1948, passim, in particolare 
pp. 72sgg.; J. A. EwDKES,.Lanf rank's Verhdltnis zur Dialektik, in Der 
Katholik, xxv, 1902, pp. 215-31; E. AMANN -A. GAUDEL, Lanfranc, nel 
Diet, de theoL cath., viri, 2558-70; A. J.MACDONALD, Lanfranc, a study of 
his life, work and writing, Oxford, University Press, 1926; Berengar and the 
reform of sacramental doctrine, London, Longmans, Green and Co., 1930, 
passim ; R. SOUTHERN, Lanfranc of Bee and Berengar of Tours, in Studies in 
medieval history presented to F. Powicke, Oxford, Clarendon Press, 1948, 
pp. 27-48. 



DAL LIBER DE CORPORE ET SANGUINE 
DOMINI)) 1 

CAP. VII 

. . . Jxelictis sacris auctoritatibus, ad. dialecticam confugium facis. 
Et quidem de mysterio fidei auditurus ac responsurus quae ad rem 
debeant pertinere > mallem audire ac respondere sacras auctoritates 
quam dialecticas rationes. Verum contra haec quoque nostri erit 
studil respondere, ne ipsius artis inopia me putes in hac tibi parte 
deesse; fortasse iactantia quibusdam videbitur, et ostentationi 
magis quam necessitati deputabitur. Sed testis mihi Deus est, et 
conscientia mea, quia in tractatu divinarum litterarum, nee pro- 
ponere, nee ad propositas respondere cuperem dialecticas quaestio- 
nes vel earum solutiones. Etsi quando materia disputandi talis est 
ut huius artis regulas valeat enucleatius explicari, in quantum 
possum, per aequipollentias propositionum tego artem, ne videar 
magis arte quam veritate sanctorumque Patrum auctoritate con- 
fidere, quamvis beatus Augustinus, in quibusdam suis scriptis, et 
maxime in libro De doctrina Christiana* hanc disciplinam amplis- 
sime laudet, et ad omnia quae in sacris litteris vestigantur plurimum 
valere confirmet. 

Denique contra Felicianum haereticum Arianum contendens, 
ita hac arte eum conclusit, ut ipse haereticus, non valens ferre loco- 
rum ac syllogismorum implicitas atque implicantes connexiones, 
publica voce exclamaret dicens: Aristotelica mecum subtili- 
tate contendis, et omnia quae a me dicuntur, torrentis more, 
praecipitas . 3 Igitur superius volens astruere panem vinumque 
altaris inter sacrandum essentialiter non mutari, duo quaedam 
pro argumentorum locis assumpsisti, quorum unum tantummodo 
esse tuum, alterum nullius hominum manifestis rationibus appro- 
bavi. In qua re magno vitio rem praedictam effecisti. Nam quod 
tuum erat, quaestio erat. Ex eo quippe quaerimus id opprimere 
atque evertere omnium argumentorum mole atque impulsu sata- 
gimus. Porro nulla quaestio locus esse poterit argumenti. Argu- 
menti quippe locum necesse est, aut per se esse certum, aut certis 

i. Testo in Migne, P.L., vol. 150, coll. 416-8 e 430. Traduzione e note di 
Tullio Gregory. 2. Cfr. De doctr. Christ,, n, 37; P.L., vol. 34, coll. 60-1. 



DAL (cLIBRO SUL CORPO E SUL SANGUE 
DEL SIGNORE 

CAP. VII 

. . . Abbandonate le sacre autorita, ti rifugi nella dialettica. Ora 
io, dovendo ascoltare e rispondere, su un mistero di fede, cio 
che dovrebbe avere pertinenza con 1'argomento, preferirei udi- 
re e rispondere con testi sacri che non con gli argomenti della 
dialettica. Ma sara nostra cura rispondere anche a questi, affin- 
che tu non abbia a credere che, per poca scienza di quell'arte, io 
ti venga meno in questa parte. Forse ad alcuni potra sembrare 
iattanza, e sara ritenuta piii un'ostentazione che una necessita. 
Ma mi e testimonio Dio e la mia coscienza che, nel trattare delle 
Sacre Scritture, mi piacerebbe non mettere innanzi questioni 
dialettiche, ne dover rispondere a quelle che mi son proposte 
e darne la soluzione. E se qualche volta la natura della discussione 
e tale da richiedere una piu esatta conoscenza delle regole di 
quest' arte, io, quanto m'e possibile, copro 1'arte con proposizioni 
equivalenti, affinche non sembri confidare piu in quest' arte che 
nella verita e nell' autorita dei Santi Padri; quantunque sant'Ago- 
stino, in alcuni suoi scrittj, e soprattutto nel libro De doctrina 
Christiana, faccia ampie lodi di quest' arte ed affermi che essa e 
di grandissimo giovamento in tutte le questioni che si fanno a 
proposito delle Sacre Scritture. 

Infine combattendo contro Teretico ariano Feliciano, egli per 
mezzo di quest'arte Io mise talmente con le spalle al muro, che Io 
stesso eretico, non potendo resistere all'inestricabile concatena- 
zione dei ragionamenti topici e dei sillogismi che Io irretivano, 
esclam6 pubblicamente : Tu contendi meco con sottigliezza ari- 
stotelica, e, a guisa di torrente, travolgi quanto da me vien detto . 

Orbene, per sostenere, come facevi piu su, che il pane e il 
vino dell'altare alia consacrazione non mutano nella sostanza, 
come dimostrazione recast! due argomenti, dei quali uno solo 
provai con evidenti ragioni esser tuo, mentre 1'altro non e di 
nessuno. Ed in cio hai viziato la predetta asserzione con un grave 
difetto. Infatti il tuo argomento era la questione stessa. Da cio 

3. Denique . . . praecipitas : cfr. Contra Felicianum Arianum de unitate tri- 
nitatis (opera pseudo-agostiniana), 4; io; P.L., vol. 42, coll. 1159 e 1164. 



426 IL SECOLO XI: DIALETTICA E FILOSOFIA 

rationibus approbatum. Quod ergo tantummodo tuum erat, ad 
probandam rem dubiam assumi minime oportebat. Reliquum vero 
quod nullius hominum esse consistit, ne id quidem dubiae rei 
fidem facere aliqua ratione oportuit. Quis enim certum esse aut cer- 
tum fieri posse arbitretur quod omnes negant, nullus confitetur ? 
Igitur ne id quidem ad argumentum sumi rationis fuit. Male ergo 
utrumque posuisti. His duobus vitiosissimis principiis totam argu- 
mentationem tuam identidem repetendo ad finem usque contexis. 
Ac propterea necesse est vitiosum, nee concedendum esse quidquid 
ex vitiosis, nee concessis principiis constiterit emanare. 

Adhuc alio argumento probare contendis panem vinumque post 
consecrationem in principalibus permanere essentiis, dicens: Non 
enim constare poterit affirmatio omnis, parte subruta.)) Ad cuius 
rei probationem non oportuit inferri particularem negationem, 
qua de praesenti quaestione nihil colligitur, sed universalem po- 
tius, per quam emmtiatur, nulla affirmatio constare poterit parte 
subruta. Age, enim particularis sit negatio tua, non omnis affir 
matio constare poterit parte subruta, rursus assumptio tua: Panis 
et vinum altaris solummodo sunt sacramentum, vel panis et vinum 
altaris solummodo sunt verum Chris ti corpus et sanguis, utrum 
que affirmatio est. His duabus particularibus praecedentibus, po- 
terisne regulariter concludere, parte subruta, ea non posse con- 
stare? Absitl In nulla quippe syllogismorum figura, praecedentibus 
duabus particularibus consequenter infertur conclusio ulla. Male 
igitur earn collocasti. Illud vero perfunctorie non est praetereun- 
dum quod praefatae propositionis tuae veritatem in ipsa aeternitatis 
veritate, quae Deus est, indissolubiliter constare perhibuisti, idque 
beati Augustini, De doctrina Christiana, auctoritate firmasti. Et 
quidem propositio ipsa vera est, veraeque propositionis vim suo 
loco posita obtineret; sed tu male et inefficaciter earn posuisti. 
Nee eius magis quam omnium tam rerum quam aliarum propo- 



LANFRANCO DA PAVIA 427 

appunto moviamo e facciamo impeto per assalirlo e farlo cade- 
re con il peso di tutte le ragioni. In verita nessuna cosa in discus- 
sione pu6 essere fondamento di argomentazione. necessario 
infatti che il fondamento di una argomentazione sia o certo per 
se o provato con ragionamenti certi. QuelPargomento dunque che 
era soltanto tuo, bisognava che non fosse assunto per provare 
una cosa dubbia. E Paltro che consta non esser d'alcuno, non 
poteva neppur esso far fede con prova certa di cosa dubbia. 
E in verita chi potrebbe pensare che sia certo o potrebbe di- 
ventarlo, ci6 che tutti negano e che nessuno asserisce? Percio 
neppur questo fu prova della ragionevolezza di quell' afTermazione. 
Malamente percio hai recato i due argomenti. Su queste due difet- 
tosissime premesse hai intessuto tutta la tua argomentazione, ri- 
petendo le stesse cose sino alia fine. Essa e perci6 necessariamente 
viziata, ne si pu6 concedere ci6 che consegue da premesse viziate, 
o non concesse. 

Con un altro argomento tenti ancora di provare che il pane 
e il vino dopo la consacrazione permangono nella loro princi- 
pale essenza, dicendo: Giacche non potra reggersi un'afferma- 
zione, se se ne toglie una parte. Per prova di quest' argomento 
era necessario non portare una negazione particolare, dalla quale 
nulla si ricava per la questione presente, ma piuttosto una uni- 
versale, nella quale si enunziasse che nessuna afFermazione po 
tra reggersi, se se ne toglie una parte. Orbene: mettiamo pure la 
tua negazione particolare: non ogni aifermazione potra reggersi 
se se ne toglie una parte e di nuovo la tua afFermazione: il 
pane e il vino dell'altare soltanto sono il sacramento , oppure: 
il pane e il vino delPaltare soltanto sono il vero corpo e sangue di 
Cristo)>: Tuna e 1'altra sono affermazioni. Da queste due partico- 
lari premesse potrai mai concludere per giusta regola, che tol- 
tane una parte, esse non possano reggersi? No, certo! Poiche in 
nessuna forma di sillogismo, da due premesse particolari se ne 
puo trarre a fil di logica alcuna conclusione. Male tu dunque hai 
concluso. Ne si deve poi passar sopra con leggerezza all' afTerma 
zione che la verita della tua anzidetta proposizione e indissolu- 
bilmente fondata sulla stessa verita eterna, che e Dio, e ci6 con- 
fermasti con Tautorita di sant'Agostino nel De doctrina Christiana. 
Certo quella proposizione e vera in se stessa e, posta nel suo giusto 
luogo, potrebbe avere I'efficacia d'una proposizione vera; ma tu 



428 IL SECOLO XII DIALETTICA E FILOSOFIA 

sitionum veritas, apud veritatem omnia scientis ac praescientis 
Dei aeternaliter constat, qui et res ipsas in principalibus ac se- 
cundis essentiis condidit, easque tarn verarum quam falsarum 
propositionum causas esse disposuit. Verumtamen, in opere De 
doctrina Christiana, nee huius propositionis, nee alicuius eius si- 
milis beatus Augustinus aliquo in loco mentionem fecit; quod 
facile quivis scire poterit, si curet ipsum lib rum legere, si nun- 
quam legit; vel relegere, si fortasse iam legit. In qua re vehementer 
miror sive errorem, sive stultitiam tuam. Errorem quidem, si 
prolata testimonia in sacris codicibus aut aliter esse, aut penitus 
non esse ignoras; stultitiam vero, si ita caeteros vecordes existimas 
ut dictis tuis contra antiquam Ecclesiae fidem protinus credant, 
eaque velut sacrosancta indiscussa praetereant. 



CAP. XVIII 

. . . Credimus igitur terrenas substantias, quae in mensa dominica, 
per sacerdotale mysterium, divinitus sanctificantur, inefTabiliter, 
incomprehensibiliter, mirabiliter, operante superna potentia, con- 
verti in essentiam dorninici corporis, reservatis ipsarum rerum spe- 
ciebus et quibusdam aliis qualitatibus, ne percipientes cruda et 
cruenta horrerent, et ut credentes fidei praemia ampliora perci- 
perent, ipso tamen dominico corpore existente in coelestibus ad 
dexteram Patris, immortali, inviolato, integro, incontaminato, il- 
laeso : ut vere dici possit et ipsum corpus quod de Virgine sump- 
tum est nos sumere, et tamen non ipsum. Ipsum quidem quantum 
ad essentiam veraeque naturae proprietatern atque virtutem; non 
ipsum autem,si spectes panis vinique speciem, caeteraque superius 
comprehensa; hanc fidem tenuit a priscis temporibus et nunc tenet 
Ecclesia, quae per totum difTusa orbem catholica nominatur . . . 



LANFRANCO DA PAVIA 429 

Thai collocata fuori posto e resa senza efficacia. Ne la sua verita e 
eternamente fondata piu di quelle d'ogni altro oggetto o proposi- 
zione sulla verita di Dio, il quale conosce e prevede tutte le cose, 
e che ha create le cose stesse nelle loro essenze principal! e secon- 
darie ed ha disposto che esse fossero le cause delle vere e delle 
false proposizioni. Ma tuttavia nell'opera De doctrina Christiana 
sant'Agostino non ha fatto menzione in alcun luogo ne di questa 
proposizione ne di alcuna simile a questa; cosa che chiunque 
potra vedere, se si prendera cura di leggere quel libro - se non lo 
ha mai letto - di rileggerlo, se per caso 1'ha gia letto. Ed in ci6 
mi meraviglio assai tanto dell'errore quanto della tua stoltezza. 
DelPerrore, certo, se tu ignori che le testimonianze addotte suo- 
nano altrimenti nei libri sacri, oppure non vi sono affatto ; stoltez 
za, invece, se stimi gli altri talmente sciocchi da credere subito 
alle tue parole contro 1'antica fede della Chiesa e da lasciarle 
passare come se fossero sacrosante e indiscutibili. 

CAP. XVIII 

. . . Noi crediamo dunque che le sostanze terrene, le quali in 
modo divino sono santificate col rito sacerdotale nella mensa del 
Signore, per opera della divina potenza si convertono, in maniera 
ineffabile, incomprensibile e miracolosa, nella sostanza del cor- 
po del Signore; mentre di quelle stesse sostanze restano le appa- 
renze ed alcune altre qualita, affinche i comunicandi non provas- 
sero ribrezzo delle carni crude e sanguinanti, ed i fedeli acquistas- 
sero maggior merito nel credere. E questo, pur restando il corpo* 
del Signore in cielo, alia destra del Padre, immortale, inviolate, 
integro, incontaminato, illeso: cosi da potersi dire con verita che 
noi riceviamo proprio il corpo del Signore, che e stato assunto 
dal seno della Vergine, e tuttavia non proprio quello, Proprio 
quello quanto alia sostanza, alia proprieta e alia perfezione della 
vera natura; e non proprio quello, se si ha riguardo alPapparenza 
ed alle altre qualita, dette piu sopra, del pane e del vino. Questa 
fede ha tenuto sin dai tempi antichi e tiene tuttora la Chiesa, 
che, sparsa per tutto il mondo, si chiama cattolica . . . 



EPISTOLA XXXIII 
AD DOMNALDUM HIBERNIAE EPISCOPUM 1 

Lanfrancus indignus sanctae Cantuariensis Ecclesiae antistes, ve- 
nerando Hiberniae episcopo Domnaldo et iis qui sibi litteras 
transmiserunt, salutem et benedictionem. 

In itinere positi, et a civitate in qua nobis sedes episcopalis 
est longe sepositi eramus, quando litteras vestras nuntio vestro 
deferente suscepimus. Quern cum rogassemus ut saltern paucis 
diebus nobiscum maneret, quatenus perquisitis libris congruum 
pro captu nostro ad consulta vestra reponsum vobis referret, peti- 
tioni nostrae effectum negavit, et se diutius non posse morari 
multis assertionibus allegavit. Itaque dulcissimam nobis frater- 
nitatem vestram paterna charitate monemus ne indignum vobis 
sit quod de tanta re tarn breviter respondemus. 

Revera, et procul pulsa omni ambiguitate, sciatis neque transma- 
rinas Ecclesias, neque nos Anglos hanc de infantibus tenere sen- 
tentiam quam putatis. Credimus enim generaliter omnes omni 
bus aetatibus plurimum expedire tarn viventes quam morientes 
Dominici corporis et sanguinis perceptione sese munire. Nee ta- 
men, si, priusquam corpus Christi et sanguinem sumant, contingit 
baptizatos statim de hoc saeculo ire, ullatenus credimus eos, quod 
Deus avertat! propter hoc in aeternum perire; alioquin veritas 
non esset verax, quae dicit: Qui crediderit et baptizatus fuerit, 
salvus erit. 2 Et per prophetam: Efrundam super vos aquam mun- 
dam, et mundabimini ab omnibus iniquitatibus vestris. 3 Quod 
de baptismo esse dictum omnes huius sententiae expositores con- 
corditer asseverant. Et Petrus apostolus: Et vos nunc similis 
formae salvos facit baptisma. 4 Et Paulus apostolus: aQuotquot 
in Christo baptizati estis, Christum induistis 5 ; Christum est enim 
induere, habitatorem Deum per remissionem peccatorum in se 
habere. 

Nam sententia ilia quam Dominus in Evangelic dicit: Nisi 
manducaveritis carnem Filii hominis, et biberitis eius sanguinem, 
non habebitis vitam in vobis 6 , quantum ad comestionem oris 
non potest generaliter dicta esse de omnibus. Plerique etenim 

i. Testo in Migne, P.I,., vol. 150, coll. 532-3. Traduzione e note di Tullio 
Gregoi-y. In questa lettera, importante per la storia della teologia eucaristi- 
ca, Lanfranco risponde alia domanda se per la salvezza dei bambini, prima 



LETTERA XXXIII 
AL VESCOVO D'IRLANDA DOMNALDO 

.Lanfranco, indegno prelate della santa chiesa di Canterbury, al 
venerabile vescovo d'Irlanda Domnaldo e a quelli che gli fecero 
pervenire la lettera, salute e benedizione. 

Eravamo in viaggio e lontani molto dalla citta in cui abbiamo 
la sede episcopale, quando abbiamo ricevuto la vostra lettera, 
recata dal vostro messo. Ma avendolo pregato di restare con 
noi almeno per pochi giorni, fin quando, consultati dei libri, 
potesse recarvi una risposta soddisfacente alle vostre domande, 
per quanto e nella nostra capacita, disse di non potere aderire 
alia nostra richiesta, e con molte scuse fece intendere di non 
potersi trattenere piu a lungo. Percio con paterna carita awertia- 
mo la fraternita vostra, tanto a noi cara, che non abbiate a male 
se a cosa di tanta importanza diamo risposta cosi breve. 

Per la verita e a scanso di equivoci, sappiate che ne le chiese 
d'oltremare ne noi Inglesi teniamo, riguardo ai bambini, 1'opi- 
nione che voi ci attribuite. Noi crediamo, si, in generale, che sia di 
gran giovamento a tutti, in qualsiasi eta, nutrirsi del corpo e del 
sangue del Signore tanto nel corso della vita quanto in punto di 
morte. Ma non crediamo che, se accada che alcuni si dipartano 
di questo mondo appena battezzati, prima di ricevere il corpo e il 
sangue di Cristo, questi, Dio ci liberi!, periscano in eterno per tale 
motivo. Altrimenti non sarebbe verace la Verita, quando dice: 
Chi credera e sara battezzato, sara salvo . E per bocca del Pro- 
feta: Versero su di voi un'acqua pura, e sarete purificati da tutte 
le vostre iniquita. E che cio sia stato detto del battesimo, lo 
asseriscono concordemente tutti i commentatori di questo passo. 
E Tapostolo Pietro: Anche voi ora il battesimo fa salvi in modo 
simile. E Tapostolo Paolo: Tutti quanti siete stati battezzati in 
Cristo, vi siete rivestiti di Cristo , poiche rivestirsi di Cristo e 
avere Dio abitante in noi stessi per la remissione dei peccati. 

Poiche quella frase che il Signore dice nell'Evangelo: Se non 
mangerete la carne del Figliolo delPuomo e non berrete il suo san 
gue, non avrete in voi la vita, per riguardo al mangiarlo con la 
bocca, non pu6 essere stata detta in generale per tutti. Difatti 

dell'uso di ragione, sia necessario ricevere 1'eucarestia. 2. Marc., 16, 16. 
3. Ezech., 36, 25. 4. / Petr., 3, 21. 5- Galat., 3, 27- 6. loan., 6, 54. 



432 IL SECOLO XI: DIALETTICA E FILOSOFIA 

sanctorum martyrum ante baptismum quoque diversis excruciati 
poenis de corpora migraverunt; eos tamen in numero martyrum 
computat, et salvos credit Ecclesia per illud testimonium Domini, 
quo dicitur: Qui me confessus fuerit coram hominibus, confite- 
bor et ego eum coram Patre meo qui est in coelo.)) 1 Infantem 
quoque non baptizatum, si morte imminente urgeatur, a fideli lai- 
co, si presbyter desit, baptizari posse canones praecipiunt; nee 
eum tamen, si statim moriatur, a consortio fidelium seiungunt. 
Necesse est ergo praedictam Domini sententiam sic intelligi, qua- 
tenus fidelis quisque divini mysterii per intelligentiam capax, 
carnem Christi et sanguinem non solum ore corporis, sed etiam 
amore et suavitate cordis comedat r et bibat, videlicet amando et in 
conscientia pura dulce habendo quod pro salute nostra Christus 
carnem assumpsit, pependit, resurrexit, ascendit; et imitando vesti 
gia eius, et communicando passionibus ipsius, in quantum hu- 
mana infirmitas patitur, et divina ei gratia largire dignatur : hoc est 
enim vere et salubriter carnem Christi comedere et sanguinem eius 
bibere. 

Quam sententiam in libro De doctrina Christiana? beatus Au- 
gustinus exponens sic ait: Facinus vel nagitium iubere videtur; 
figura vero est praecipiens passioni Dominicae communicandum 
esse, et suaviter atque utiliter in memoria recondendum quod pro 
nobis caro eius vulnerata et crucifixa sit. Figuram vocat figura- 
tam locutionem, neque enim negat veritatem carnis et sanguinis 
Christi (quod plerisque schismaticis visum est et adhuc non ces- 
sat videri). Et Dominus in Evangelic: Qui manducat carnem 
meam et bibit sanguinem meum, m me manet, et ego in eo. 3 
Quod exponens beatus Augustinus ait: 4 Hoc est namque carnem 
Christi et sanguinem salubriter comedere et bibere, in Chris to 
manere et Christum in se manentem habere; nam et ludas, qui 
Dominum tradidit, cum caeteris apostolis ore accepit; sed quia 
corde non comedit, iudicium ibi aeternae damnationis accepit. 

Quaestiones saecularium litterarum nobis solvendas misistis, sed 
episcopale propositum non decet operam dare huiusmodi studiis. 
Olim quidem iuvenilem aetatem in his detrivimus, sed accedentes 
ad pastoralem curam abrenuntiandum eis decrevimus. 

i. Matth., 10, 32. 2. De doctr. Christ., m, 16, 24; P.L., vol. 34, coll. 74-5. 
3. loan., 6, 57. 4. In loannis evangelium, tract. 26, 18; P.L., vol. 35, 
col. 1614; cfr. 26, ii ; col. 1611. 



LANFRANCO DA PAVIA 433 

parecchi santi martiri morirono, tormentati da varie pene, anche 
prima del battesimo, e tuttavia la Chiesa li computa nel numero 
dei martiri e li crede salvi per quella testimonianza del Signore, 
in cui e detto: Se alcuno avra reso testimonianza di me avanti 
agli uomini, anch'io la rendero a lui davanti al Padre mio, che e 
in cielo . E ancora i sacri canoni prescrivono che possa essere bat- 
tezzato da un fedele laico, in mancanza del sacerdote, un bambino 
non battezzato, se e minacciato da morte imrninente; e tuttavia, 
se muore subito, non lo escludono dalla comunanza dei fedeli. 
forza dunque che la predetta frase del Signore sia intesa cosi, 
che cioe ciascun fedele capace d'intendere il divino mistero mangi 
e beva la carne e il sangue di Cristo non solo con la bocca del 
corpo, ma anche con amore e soavita di cuore, cioe amando ed 
avendo grato, con coscienza pura, che Cristo per la nostra salvezza 
abbia assunto umana carne, sia stato crocifisso, sia risuscitato 
e salito al cielo ; e seguendo le orme di Lui e partecipando alia sua 
passione, quanto lo puo 1'umana debolezza e quanto la grazia di- 
vina si degna di largirgli: questo infatti e veramente e salutevol- 
mente mangiare la carne di Cristo e bere il suo sangue. 

E sant'Agostino nel suo libro De doctrina Christiana, commen- 
tando questa frase, dice cosi : Pare che comandi un delitto o una 
turpitudine; ma e una figura che prescrive il dovere di parteci- 
pare alia passione del Signore e di serbare nella memoria con 
dolcezza e profitto il pensiero che la sua carne e stata piagata e 
crocifissa per noi. Chiama figura il linguaggio figurato, poi- 
che non nega la verita della carne e del sangue di Cristo, come 
fu ritenuto, e non cessa di esserlo ancora, da parecchi scismatici. 
E il Signore nell'Evangelo : Chi mangia la mia carne e beve il 
mio sangue, dimora in me ed io in lui. E sant'Agostino commen- 
tando cio, dice : Questo vuol dire infatti 'mangiare e bere salute- 
volmente la carne e il sangue di Cristo' e cioe dimorare in Cristo 
ed avere la dimora di Cristo in se: poiche anche Giuda, che tradi 
il Signore, lo ricevette con la bocca insieme con gli altri apostoli; 
ma perche non mangi6 col cuore, ricevette per se la condanna di 
eterna dannazione. 

C'inviaste delle question! da risolvere circa le lettere profane, 
ma non s'addice alFufficio episcopale I'attendere a simili studi. 
Una volta, si, logorammo in essi 1'eta giovanile, ma assumendo la 
cura pastorale ci siamo proposti di rinunziarvi. 

28 



2 

SANT'ANSELMO DI AOSTA 

Anselmo (n. 1033), lasciata la casa natale per un insanabile dissidio 
col padre, dopo alcuni anni di peregrinazioni giunse alVabbazia di 
Bee, richiamatovi dallajama di Lanfranco e, ventisettenne, vi divenne 
monaco. Tre anni dopo, alia partenza di Lanfranco, fu eletto prio- 
re (1063). 

La sua vita, le sue doti di educator e, la cura paterna con la quale 
seguiva la vita del suoi monad, ci sono descritte dal biografo Eadmero 
che fu suo segretario al tempo delVepiscopato. 

Divenuto abate di Bee nel ioj8, strinse frequenti contatti con il 
mondo cattolico d* Inghilterra, ove si recava spesso per curare i beni 
della sua abbazia. Tornb cost ad incontrarsi con Lanfranco e si 
fece conoscere dalla cattolicitd inglese che, qualche tempo dopo la 
morte di Lanfranco, lo voile primate (ropj). 

Difficilissimi furono gli anni del suo episcopato: meno abile di 
Lanfranco, piu intransigent e, egli urtb contro la volontd egemonica 
del re Guglielmo II e del suo successors Enrico che continuavano a 
negare osservanza ai capisaldi della riforma gregoriana. Per due volte, 
contro la volontd del sovrano, Anselmo si reed alia corte pontificia per 
trovarvi appoggio, e sempre difficile gli fu tornare al suo seggio epi- 
scopale. Solo con re Enrico avvenne, ma tardi, la conciliazione, dopo 
che il Papa ebbe riconosciuta Vinvestitura data dal re ai vescovL 
Cosi Anselmo pote trascorrere in pace i suoi ultimi anni e morire sul 
suolo inglese il 21 aprile nog. 

La posizione di Anselmo acquista particolare significato in relazione 
alproblema della dialettica, nei suoi rapporti con lafede e Z'auctoritas, 
quale si era venuto proponendo durante le polemiche del secolo XI 
sorte attorno alle lotte delle investiture e alia disputa berengariana 
che tanta eco ebbe nelle scuolefrancesi: contro i tentativi di subor dinar e 
alia dialettica il credo religioso, ma anche contro la negazione tradi- 
zionalista della dialettica, Anselmo voile riajfermare Vutilitd e il 
valor e ^//'intellectus per approfondire la fede. 

Fides quaerens intellectum e il primo titolo del Proslogion e 
insieme la divisa della speculazione anselmiana: (aNon tento, domine, 
penetrare altitudinem tuam, quia nullatenus comparo illi intellectum 
meum; sed desidero aliquatenus intelligere veritatem tuam, quam 



436 IL SECOLO XI ! DIALETTICA E FILOSOFIA 

credit et amat cor meum. Neque enim quaero intelligere ut credam, 
sed credo ut intelligam. Nam et hoc credo: quia nisi credidero, non 
intelligam. * 

Lafede e Voggetto di esperienza interior e su cui si esercita la specu 
lazione rationale: qui non crediderit non intelliget. Nam qui non 
crediderit, non experietur; et qui expertus nonfuerit, non cognoscet^ ; 
Vintelletto, la ratio fidei, non pub dunque fondare la fede, ma e 
quest a che costituisce il presupposto di ogni conoscenza ed off re l'og~ 
getto e insieme la guida delta speculazione rationale. 

Vi e stato chi, per questa prioritd incondizionata della fede, ha 
voluto definire puramente ^teologicay* V opera di Anselmo; altri in- 
vece, rilevando Vimportanza data alle rationes necessariae nella spe 
culazione sul dogma, ha parlato addirittura di razionalismo ansel- 
miano. Tuttavia porre il problema in questi termini e introdurre sur- 
rettiziamente nella speculazione di Anselmo una distinzione tra 
teologia e filosofia che le e pressoche estranea: il vescovo di Can 
terbury cerca un intellectus fidei, preparazione alia visione beatifica, 
che, pur restando infinitamente lontano da questa, e perb sullo stesso 
piano e ad essa tende; 3 il suo intelligere, corroborato daWillumina- 
zione divina, tende verso la sapientia in cui cadono le difference tra 
filosofia e teologia: questa, come apparira chiaro nelle classificazioni 
delle scienze del XII secolo, costituisce, alV inter no stesso del filoso- 
fare, il suo momento piii alto, essendo propriamente una ratio de 
divinis. 

Una distinzione, come giustapposizione o contrapposizione, tra 
teologia e filosofia (intese come indipendenti e dotate ciascuna d'un 
oggetto e di un metodo proprio), si former a solo piii tardi, nel XIII se 
colo: allora, se laprima significhera la riflessione cristiana sul dato ri- 
velato, la filosofia indicherd piuttosto il sistema aristotelico come 
espressione del pensiero umano nato al di fuori delVinsegnamento 
cristiano. 

Chiariti questi presupposti metodologici ci limiteremo ad alcune 
considerazioni sul Monologion e il Proslogion. 

// primo sembra procedere, dalla prova deir esistenza di Dio alia 

i. Proslogion, i; ed. Schmitt, vol. I, p. 100. 2. Epistola de incarnatione 
Verbi, i; ed. cit., vol. n, p. 9. 3. inter fidem et speciem intellectum 
quern in hac vita capimus esse mediiom intelligo : quanto aliquis ad ilium 
proficit, tanto eum propinquare speciei, ad quam omnes anhelamus, exi- 
stimo (dalla lettera a Urbano II, premessa al Cur deus homo, ed. Schmitt, 
vol. ii, p. 40). 



SANT'ANSELMO DI AOSTA 437 

deduzione del dogma trinitario, su un piano puramente rationale 
senza prgsupporre I'adesione al credo; il secondo invece & vivificato 
da un caldo sentimento religioso, che ha permesso il tentative di 
ridurre Vargomento ontologico ad una pur a intuizione mistica. In 
realtd in entrambi gli opuscoli la posizione metodologica non e 
diversa, come Anselmo stesso sottolinea ne//'Epistola de mcarnatione 
Verbi. 1 

Nel Monologion gli argomenti possono ricondursi ad un unico mo- 
tivo, la costatazione di una gerarchia oggettiva di valori implicante 
I'esistenza di un valor e assoluto del quale tutti gli altri partecipano : se 
vi sono, dice Anselmo, molti beni ( Cum tarn innumerabilia bona sint, 
quorum tarn multam diversitatem et sensibus corporeis experimur et 
ratione mentis discernimus^), 2 non potendo esser tali uno in ragione 
delValtro, all'infinito, deve esistere un summe bonum dal quale 
tutte le cose traggono il loro esser beni, ma che, essendo il bene in se 
stesso, non partecipa di altro per esser e bene ( Ergo cum cerium sit 
quod omnia bona, si ad invicem confer antur, aut aequaliter out 
inaequaliter sint bona, necesse est ut omnia sint per aliquid bona, 
quod intelligitur idem in diversis bonis . . . Illud igitur est bonum 
per seipsum, quoniam omne bonum est per ipsum. Ergo consequitur, 
ut omnia alia bona sint per aliud quam quod ipsa sunt, et ipsum 
solum per seipsum. At nullum bonum, quod per aliud, aequale aut 
maius est eo bono, quod per se est bonum. Illud itaque solum est 
summe bonum, quod solum est per se bonum. ) 3 

Questo summe bonum, che e altresl summe magnum, sard anche 
Z'esse summum omnium per se, dal quale tutti gli esseri traggono 
la loro esistenza, giacche anche qui vale il principio: uquidquid 
est per unum aliquid videtur esse . 4 

II comune fondament o platonico e evidente: Funwersale, ipostatiz- 
zato, ha una realtd propria e oggettiva delta quale tutti i particolari 

i. Epistola de incarnations Verbi, 6; ed. cit., vol. II, p. 20: Quod utique 
deus una et sola et individua et simplex sit natura et tres personae, sancto 
rum patrum et maxime beati Augustini post apostolos et evangelistas 
inexpugnabilibus rationibus disputatum est. Sed et si quis legere digna- 
bitur duo parva mea opuscola, Monologion scilicet et Proslogion, quae ad 
hoc maxime facta sunt, ut quod fide tenemus de divina natura et eius 
personis praeter incarnationem, necessariis rationibus sine scripturae auc- 
toritate probari possit; si inquam aliquis ea legere voluerit, puto quia et 
ibi de hoc inveniet quod nee improbare poterit nee contemnere volet. 
Cfr. Monologion, prol., ed. cit., vol. i, pp. 7-8. 2. Monologion, i, ed. cit., 
p. 14. 3. ibid., i, ed. cit., p. 14; p. 15. 4- #*> 3> ed. cit., p. 15. 



438 IL SECOLO XII DIALETTICA E FILOSOFIA 

che gli si riferiscono debbono partecipare. Con lo stesso argomento 
Platone dimostrava Vesistenza delle idee che per Anselmo, come per 
ogni platonico-cristiano, sono unificate in Dio. 

II Proslogion presuppone le conclusioni del Monologion ma ne 
vuole semplificare gli argomenti; alia loro molteplicitd vuol sostituirne 
uno solo, alia schematicita del procedimento dialettico, la calda 
invocazione della preghiera. Ma anche qui la dialettica ha un suo 
posto preciso, e Vascesa a Dio non pub essere ridotta ad una pur a 
intuizione mistica: Anselmo da aW argomento un suo valor e anche 
per Z'insipiens qui dixit in corde suo non est deus e questo presup 
pone un intento speculativo e non soltanto intuitivo e profetico. 

V argomento del Proslogion e noto: I' essere del quale non pub 
pensarsiuno maggiore (id quo maius cogitari nequit) se epensato come 
tale e anche esistente: Et certe id quo maius cogitari nequit, non 
potest esse in solo intellectu. Si enim vel in solo intellectu est, potest 
cogitari esse et in re; quod maius est. Si ergo id quo maius cogitari 
non potest est in solo intellectu; id ipsum quo maius cogitari non 
potest, est quo maius cogitari potest, Sed certe hoc esse non potest. 
Existit ergo procul dubio aliquid, quo maius cogitari non valet, 
et in intellectu et in re. * 

Lunga la polemica su questo famoso argomento ontologico : aperta 
dal monaco Gaunilone, contemporaneo di Anselmo, e proseguita 
per tutta la storia del pensiero che ha visto sostenitori e negatori del- 
V argomento : iprimi in nome delVassoluta identitd dell* esse in mente 
e deZ/'esse in re, almeno per la summa essential che necessariamente 
implica resistenza; gli altri contrari al passaggio dalVordine logico 
air or dine ontologico, ritenendo impossibile dedurre analiticamente 
Vesistenza dell'essenza. 

Sarebbe lungo studiare Varticolarsi del pensiero di Anselmo sui 
problemi teologici che via via veniva affrontando con intenti monogra- 
fici e scarsamente sistematici: ricorderemo solo le sue opere principali, 
oltre il Monologion e il Proslogion: De grammatico, De veritate, 
De libertate arbitrii, De casu diaboli, Epistola de incarnatione 
Verbi, Cur deus homo; le orationes e le meditation es, bellissime 
espressioni della religiositd benedetta, e il ricchissimo epistolario. 

Padre della scolastica e stato definito Anselmo; e se e vero che 
prima di accettare questa definizione si dovrebbe chiarire cosa si 

i. Proslogion, 2; ed. cit, vol. I, pp. 101-2. 



SANT'ANSELMO DI AOSTA 439 

intende per scolastica, e perb certo che proprio dal secolo XIII 
si afferma la grande fortuna di Anselmo, maestro - insieme ad 
Abelardo soprattutto per il metodo teologico, che, indicando la via 
per riscattare la dialettica dalla condanna tradizionalista, permetterd 
ai maestri del secolo XIII di erigere la teologia a scienza, raggiungen- 
do un equilibria che sard pot rotto solo aW affacciarsi di nuovi pro- 
blemi e alV allargarsi deWorizzonte umano. 

TULLIO GREGORY 



L'edizione delle opere di Anselmo della Patrologia latino, (voll. 158-9) e 
ormai sostituita dall'edizione critica di F. S. Schmitt: S. Ansel-mi Can- 
tuariensis Archiepiscopi Opera omnia, voll. i-v, Edinburgh 1946-51 (il 
i volume stampato per la prima volta a Seckau nel 1938 e andato distrutto). 
Mentre per un'ampia bibliografia si rinvia ai manuali di storia della filo- 
sofia medievale, segnaliamo : CH. FILLIATRE, La philosophic de St. Anselme, 
ses principes, sa nature, son influence, Paris 1920; J. FISCHER, Die Erkennt- 
nislehre Anselms von Canterbury, Miinster i. W. 1911; A. KOYRE, L'idee 
de Dieu dans la philosophic de St. Anselme, Paris 1923; A. M. JACQUIN, 
Les rationes necessariae de St. Anselme, in Melanges Mandonnet, Paris 
1930, vol. n, pp. 67-78; K. EARTH, Fides quaerens intellectum. Anselms Be- 
weis der Existenz Gottes in Zusammenhang seines theologischen Programms, 
Miinchen 1931; A. STOLZ, Zur Theologie Anselms im Proslogion, in 
Catholica , 11 (1933), pp. 1-24; Das Proslogion des hi. Anselm, in Revue 
benedictine , XLVII (1935), pp. 331-47; A. ANTWEILER, Anselms von Can 
terbury Monologion und Proslogion, in Scholastik , vm (1933), pp. 551- 
60; M. CAPPUYNS, U argument de St. Anselme, in Recherches de theo- 
logie ancienne et medievale , VI (1934), PP- 3* 3-3 5 E. GILSON, Sens et na 
ture de V argument de St. Anselme, in Archives d'histoire doctrinale et 
litteraire du Moyen Age, ix(i934), pp. 5-51; A. KOLPING, Anselms 
Proslogion. Beweis der Existenz Gottes in Zusammenhang seines spekulativen 
Programms: Fides quaerens intellectum, Bonn 1939; S. VANNI-ROVIGHI, 
S. Anselmo e la flosofia del secolo XI, Milano, Bocca, 1949 (e ivi le es- 
senziali indicazioni bibliografiche) ; O. HERRLIN, The ontological proof in 
Thomistic and Kantian interpretation, Uppsala-Leipzig 1950. Per la cro- 
nologia degli scritti, F. S. SCHMITT, Zur Chronologic der Werke des hi. 
Anselm von Canterbury, in Revue benedictine , XLIV (1932), pp. 322-50. 



DAL ((PROSLOGION)) 1 



PROOEMIUM 

Postquam opusculum quoddam 3 velut exemplura meditandi de 
ratione fidei cogentibus me precibus quorundam fratrum in per 
sona alicuius tacite secum ratiocinando quae nesciat investigantis 
edidi, considerans illud esse multorum concatenatione contextum 
argumentorum, coepi mecum quaerere, si forte posset inveniri 
unum argumentum, quod nullo alio ad se probandum quam se solo 
indigeret, et solum ad astruendum quia Deus vere est, et quia 
est summum bomim nullo alio indigens, et quo omnia indigent ut 
sint et ut bene sint, et quaecumque de divina credimus substan- 
tia, sufEceret. Ad quod cum saepe studioseque cogitationem con- 
verterem, atque aliquando mihi videretur iam posse capi quod 
quaerebam, aliquando mentis aciem omnino fugeret: tandem 
desperans volui cessare velut ab inquisitione rei quam inveniri 
esset impossibile. Sed cum illam cogitationem, ne mentem meam 
frustra occupando ab aliis in quibus proficere possem impediret, 
penitus a me vellem excludere: tune magis ac magis nolenti et 
defendenti se coepit cum importunitate quadam ingerere. Cum 
igitur quadam die vehementer eius importunitati resistendo fati- 
garer, in ipso cogitationum conflictu sic se obtulit quod despera- 
veram, ut studiose cogitationem amplecterer, quam sollicitus re- 
pellebam. 

Aestimans igitur, quod me gaudebam invenisse, si scrip turn 
esset, alicui legenti placiturum, de hoc ipso et de quibusdam 
aliis sub persona conantis erigere mentem suam ad contemplan- 
dum Deum et quaerentis intelligere quod credit, subditum scripsi 
opusculum. Et quoniam nee istud nee illud, cuius supra memini, 
dignum libri nomine aut cui auctoris praeponeretur nomen iudica- 
bam, nee tamen eadem sine aliquo titulo, quo aliquem, in cuius 
manus venirent, quodam modo ad se legendum invitarent, dimit- 



i. Testo di F. S. Schmitt, cit., vol. I, pp. 93-4 e 97-104. Traduzione e 
note di Tullio Gregory. Scritto nel 1077-78, il Prooemium fu aggiunto 
piu tardi, dopo la nomma di Ugo ad arcivescovo di Lione (1082-83). 
2,. opusculum quoddam: e il Monologion. 



DAL PROSLOGION 
PREFAZIONE 

Dopo avere pubblicato un opuscolo, per le pressanti insistence 
di alcuni miei confratelli, come saggio di meditazione sulla ragio- 
nevolezza della fede, in persona di uno che, ragionando tra se 
in silenzio, cerchi di sapere ci6 che ignora; nel riflettere che cio 
comportava una concatenazione di argomenti, cominciai a chie- 
dermi se fosse mai possibile trovare un argomento, che di nessun 
altro fuor che di se stesso avesse bisogno per essere convincente, e 
bastasse da solo per dimostrare che Dio e veramente, e che e il 
bene sommo, indipendente da ogni altra cosa e dal quale tutte le 
cose dipendono per essere e per bene essere, ed inoltre tutto quello 
che crediamo della divina essenza. Rivolgendo percio di frequente 
e con attenzione la mia mente a tale intento, e parendomi ora che 
1'oggetto della mia ricerca stesse per esser raggiunto, ed ora che 
esso sfiiggisse al tutto all'intuito della mia mente, alia fine, 
perduta ogni speranza, avrei voluto lasciar perdere, come se si 
trattasse della ricerca di cosa impossibile a trovarsi. Pero, mentre 
volevo scacciare del tutto quel pensiero, affinche non impacciasse 
senza utilita la mia mente distraendola da altri studi dai quali avrei 
potuto trar maggior profitto, proprio allora, nonostante Topposi- 
zione della mia volonta e la mia resistenza, esso comincio a ripre- 
sentarsi con una insistenza sempre maggiore. Un giorno, dunque, 
mentre io lottavo con forza per oppormi alia sua insistenza, fra il 
tenzonare dei pensieri, quello che avevo disperato di trovare mi 
si present6 in maniera da farmi abbracciare con trasporto Tidea 
che io, nel mio turbamento, volevo scacciare. 

Giudicando dunque che, ove fosse stato fermato per iscritto, 
a qualche lettore sarebbe potuto piacere ci6 che mi rallegravo 
d'aver trovato, scrissi il presente opuscolo su questo stesso argo 
mento e su alcuni altri in persona di uno che tenti d'innalzare 
la sua mente alia contemplazione di Dio e che cerchi di capire 
cio che crede. E poiche ritenevo che ne questo, ne Taltro sopra ri- 
cordato meritassero il nome di libro, sul cui frontespizio si po- 
nesse il nome delPautore, non credevo tuttavia opportune pubbli- 
carli senza un titolo, che in qualche mo do invitasse a leggerli 
quello nelle cui mani potessero arrivare: diedi dunque a ciascuno 



442 IL SECOLO XI : DIALETTICA E FILOSOFIA 

tenda putabam : unicuique suum dedi titulum, ut prius Exemplum 
meditandi de ratione fidei 1 et sequens Fides quaerens intellectum 
diceretur. 

Sed cum iam a pluribus cum his titulis utrumque transcriptum 
esset, coegerunt me plures et maxime reverendus archiepiscopus 
Lugdunensis, Hugo nomine, 2 fungens in Gallia legatione Apo- 
stolica, qui mihi hoc ex Apostolica praecepit auctoritate, ut no- 
men meum illis praescriberem. Quod ut aptius fieret, illud qui- 
dem Monologion, id est soliloquium, istud vero Proslogion, id est 
alloquium, nominavi. 

CAP. I 
Excitatio mentis ad contemplandum Deum. 

Jc/ia nunc, homuncio, fuge paululum occupationes tuas, absconde te 
modicum a tumultuosis cogitationibus tuis. Abice nunc onerosas 
curas, et postpone laboriosas distentiones tuas. Vaca aliquantu- 
lum deo, et requiesce aliquantulum in eo. Intra in cubiculum 
mentis tuae, exclude omnia praeter Deum et quae te iuvent ad 
quaerendum eum, et clauso ostio)) 3 quaere eum. Die nunc, to- 
tum cor meum)), die nunc Deo: Quaero vultum tuum, vultum 
tuum, domine, requiro. 4 

Eia nunc ergo tu, domine Deus meus, doce cor meum ubi 
et quomodo te quaerat, ubi et quomodo te inveniat. Domine, si 
hie non es, ubi te quaeram absentem? Si autem ubique es, cur 
non video praesentem? Sed certe habitas ducem inaccessibilem . 5 
Et ubi est lux inaccessibilis ? Aut quomodo accedam ad lucem 
inaccessibilem ? Aut quis me ducet et inducet in illam, ut videam 
te in ilia? Deinde quibus signis, qua facie te quaeram? Numquam 
te vidi, Domine Deus meus, non novi faciem tuam. Quid faciet, 
altissime Domine, quid faciet iste tuus longinquus exsul? Quid 
faciet tuus anxius amore tui et longe proiectus cca facie tua? 6 
Anhelat videre te, et nimis abest illi facies tua. Accedere ad te 
desiderat, et inaccessibilis est habitatio tua. Invenire te cupit, et 
nescit locum tuum. Quaerere te affectat, et ignorat vultum tuum. 
Domine, Deus meus es, et Dominus meus es., et numquam te 
vidi. Tu me fecisti et refecisti, et omnia mea bona tu mihi contulisti, 

i. Exemplum . . . fidei: era il primo titolo del Monologion. 2. Hugo nomine: 
Ugo, arcivescovo di Lione dal 1082 (o 1083); era stato nominate da Gre- 



SANT'ANSELMO DI AOSTA 443 

un titolo, in modo da essere indicati il primo : Exemplum meditandi 
de ratione fidei, ed il secondo:. Fides quaerens intellectum. Ma 
quando gia parecchi avevano copiato Puno e Paltro con questi 
titoli, molte persone, e soprattutto il reverendo arcivescovo di 
Lione, di nome Ugo, che aveva in Gallia le funzioni di legato 
apostolico, e che cio m'ordino in forza dell'autorita apostolica, 
mi costrinsero a mettere il mio nome in fronte ad essi. E per 
maggior convenienza intitolai il primo Monologion, cioe Solilo- 
quio, e questo secondo Proslogion, cioe Allocuzione. 

CAP. I 

Esortazione a se stesso a contemplare Dio. 

Orsu, omicciatolo, lascia un istante le tue occupazioni, ritirati 
un poco dai tuoi tumultuanti pensieri. Metti ora da parte le gravi 
preoccupazioni e rimanda ad altro tempo i tuoi faticosi disegni. 
Attendi un poco a Dio e abbandonati un poco in Lui. Entra nella 
cameretta della tua mente, lascia fuori ogni cosa, eccetto Dio e 
cio che ti possa aiutare a cercarlo, e, (cchiusa la porta, cerca di 
Lui. Di ora, o cuor mio tutto intero, dl ora a Dio : lo cerco il tuo 
volto, il tuo volto ricerco, o Signore. 

Orsu dunque, o Signore Dio mio, insegna tu al mio cuore, 
dove e in che modo ti possa cercare, dove e in che modo ti possa 
trovare. O Signore, se non sei qui, dove ti potrei cercare lonta- 
no ? Ma se sei dovunque, perche non ti vedo innanzi a me ? Tu abiti, 
e vero, la luce inaccessible . Ma dov'e la luce inaccessibile ? O 
come potro awicinarmi alia luce inaccessibile? O chi mi guidera 
e mi fark entrare in essa, per vedere te in essa? E poi a quali 
segni, sotto quali sembianze io ti cercherb? lo non t'ho visto 
mai, o Signore Dio mio, non conosco la tua faccia. Che fara, o 
altissimo Signore, che fara questo tuo rimoto esiliato? Che fa 
ra il tuo servo anelante di amore per te e scacciato lontano dalla 
tua faccia? Anela di vedere te, e troppo lontana da lui e la tua 
faccia. Desidera d'appressarsi a te, e inaccessibile e la tua di- 
mora. Brama di trovarti, e ignora la tua sede. Ambisce di cer- 
carti, e non conosce la tua faccia. Signore, tu sei il mio Dio 
e il mio Signore, e io non t'ho visto mai. Tu m'hai creato e m'hai 

gorio VII (1075) legato apostolico in Borgogna e in Francia. 3. Matth., 
6, 6. 4. Ps. } 26, 8. 5. 1 Tim., 6, 16. 6. Ps., 50, 13. 



444 IL SECOLO XII DIALETTICA E FILOSOFIA 

et nondum novi te. Denique ad te videndum factus sum, et non- 
dum feci propter quod factus sum. 

misera sors homlnis, cum hoc perdidit, ad quod factus 
est. O durus et dirus casus ille! Heu, quid perdidit et quid in- 
venit, quid abscessit et quid remansit! Perdidit beatitudinem, 
ad quam factus est, et invenit miseriam, propter quam factus non 
est. Abscessit sine quo nihil felix est, et remansit quod per se 
nonnisi miserum est. Manducabat tune homo panem angelo- 
rum)), 1 quem nunc esurit; manducat nunc panem dolorum)), 2 
quern tune nesciebat. Heu publicus luctus hominum, universalis 
planctus filiorum Adae! Ille ructabat saturitate, nos suspiramus 
esurie. Ille abundabat, nos mendicamus. Ille feliciter tenebat 
et misere deseruit, nos infeliciter egemus et miserabiliter deside- 
ramus, et heu, vacui remanemus. Cur non nobis custodivit, cum 
facile posset, quo tarn graviter careremus ? Quare sic nobis obseravit 
lucem et obduxit nos tenebris? Ut quid nobis abstulit vitam et 
inflixit mortem? Aerumnosi, unde sumus expulsi, quo sumus 
impulsil Unde praecipitati, quo obruti! A patria in exsilium, a 
visione Dei in caecitatem nostram. A iucunditate immortalitatis 
in amaritudinem et horrorem mortis. Misera mutatio! De quanto 
bono in quantum malum! Grave damnum, gravis dolor, grave 
to turn. 

Sed heu me miserum, unum de aliis miseris filiis Evae elon- 
gatis a Deo, quid incepi, quid effeci? Quo tendebam, quo deveni? 
Ad quid aspirabam, in quibus suspiro? aQuaesivi bona, 3 et 
ecce turbatio))! 4 Tendebam in Deum, et offendi in me ipsum. 
Requiem quaerebam in secreto meo, et tribulationem et dolorem 
inveni 5 in intimis meis. Volebam ridere a gaudio mentis meae, et 
cogor rugire a gemitu cordis mei. 6 Sperabatur laetitia, et ecce, 
unde densentur suspiria! 

Et o tu, Domine, usquequo))? 7 aUsquequo, Domine, oblivi- 
sceris nos, usquequo avertis faciem tuam 8 a nobis? Quando re- 
spicies et exaudies nos ? Quando illuminabis oculos nostros et osten- 
des nobis faciem tuam? 9 Quando restitues te nobis? Respice, 



i. Ps., 77, 25. 2. Ps., 126, 2. 3. Ps., 121, 9. 4. ler., 14, 19. 5. Ps., 
114,3. 6. Ps., 37, 9. 7. Ps., 6, 4. 8. Ps., 12, i. 9. Ps. t 79, 4, 8. 



SANT'ANSELMO DI AOSTA 445 

redento, e m'hai largito tutti i miei beni ed io ancor non ti co- 
nosco. Infine, sono stato create per vedere te, ed ancor non ho 
fatto quello per cui sono stato creato. 

O misera sorte delPuomo, che ha perduto quello per cui era 
stato creato. O dura e crudele caduta! Ahi! che cosa ha perduto, 
e che cosa ha trovato? Che cosa se n'e andato e che cosa e ri- 
masto? Ha perduto la felicita per la quale e stato creato, ed ha 
trovato Pinfelicita per la quale non e stato creato. Se n'e andato 
quello senza di che nessuno e felice, ed e rimasto cio che per se 
stesso non e altro se non infelicita. Allora ((Puomo mangiava 
il pane degli angeli, di cui ora ha fame; ora mangia ail pane delle 
afflizioni)), che allora non conosceva. Ahi, comune sciagura degli 
uomini, pianto universale dei figlioli d'Adamo! Egli rigurgitava 
per sazieta, noi sospiriamo per fame. Egli viveva nelPabbondanza, 
noi andiam mendichi. Egli possedeva la felicita e miseramente Pha 
abbandonata; noi siam bisognosi nelPinfelicita e da miseri deside- 
riamo, ed ahi! restiamo a mani vuote. Perche egli non ci ha conser- 
vato, giacche con facilita lo poteva, quello di cui dovevamo restar 
privi con tanto danno ? Perche ci ha cosi private della luce e ci ha 
awolti di tenebre? Perche ci ha tolto la vita e ci ha inflitto la 
morte? Disgraziati, donde siamo stati espulsi, dove siamo stati 
cacciati! Di dove siam precipitati, dove siam piombati! Dalla 
patria nelPesilio, dalla visione di Dio nella nostra cecita, dalla 
gioia delPimmortalita nelPamarezza e nelPorrore della morte. O 
disgraziato cambiamento! Da che gran bene in che gran male! 

grave danno, o grave pena, o grave tutto! 

Ma, ahi, infelice me che sono uno dei tanti miseri figlioli d'Eva 
allontanatisi da Dio, che cosa ho io intrapreso? che cosa ho 
compiuto, dove volevo andare? dove son giunto? A che aspiravo? 
per quali cose sospiro? Ho cercato i beni, ed ecco lo sconcerto! 
M'indirizzavo a Dio e sono inciampato in me stesso. Cercavo 
riposo nel mio segreto, ed ho trovato tribolazioni e dolore nel 
mio intimo. Volevo ridere nel gaudio della mia mente, e son 
forzato a mandar ruggiti per i gemiti del mio cuore. Speravo 
gioia, ed ecco che i miei sospiri s'addensano. 

E tu, o Signore, fino a quando ? aFino a quando, o Signore, 
sarai dimentico di noi? Fino a quando volgerai da noi la tua 
faccia ? Quando ci guarderai e ci darai ascolto ? Quando illuminerai 

1 nostri occhi e ci farai vedere la tua faccia ? Quando ti ridone- 



446 IL SECOLO XI .* DIALETTICA E FILOSOFIA 

Domine, exaudi, illumina nos, ostende nobis teipsum. Restitue te 
nobis, ut bene sit nobis, sine quo tarn male est nobis, Miserare 
labores et conatus nostros ad te, qui nihil valemus sine te. Invitas 
nos, adiuva nosw. 1 Obsecro, Domine, ne desperem suspirando, 
sed respirem sperando. Obsecro, Domine, amaricatum est cor 
meum sua desolatione, indulca illud tua consolatione. Obsecro, 
Domine, esuriens incepi quaerere te, ne desinam ieiunus de te. 
Famelicus accessi; ne recedam impastus. Pauper veni ad divitem, 
miser ad misericordem ; ne redeam vacuus et contemptus. Et si, 
antequam comedam, suspiro , 2 da vel post suspiria, quod come- 
dam. Domine, incurvatus non possum nisi deorsum aspicere; 
erige me, ut possim sursum intendere. Iniquitates meae super- 
gresse caput meum obvolvunt me, et sicut onus grave 3 gravant 
me. Evolve me, exonera me, ne urgeat puteus earum os suum 
super me. 4 Liceat mihi suspicere lucem tuam, vel de longe, 
vel de profundo. Doce me quaerere te, et ostende te quaerenti; 
quia nee quaerere te possum, nisi tu doceas, nee invenire, nisi te 
ostendas. Quaeram te desiderando, desiderem quaerendo. Inve- 
niam amando, amem inveniendo. 

Fateor, Domine, et gratias ago, quia creasti in me hanc imagi- 
nem tuam, ut tui memor te cogitem, te amem. Sed sic est abolita 
attritione vitiorum, sic est orfuscata fumo peccatorum, ut non 
possit facere ad quod facta est, nisi tu renoves et reformes earn. 
Non tento, Domine, penetrare altitudinem tuam, quia nullatenus 
compare illi intellectum meum; sed desidero aliquatenus intelli- 
gere veritatem tuam, quam credit et amat cor meum. Neque enim 
quaero intelligere, ut credam, sed credo, ut intelligam. Nam et 
hoc credo: quia, nisi credidero, non intelligam)). 5 



CAP. II 

Quod vere sit Deus. 

Ergo, Domine, qui das fidei intellectum, da mihi, ut, quantum scis 
expedire, intelligam, quia es, sicut credimus, et hoc es, quod credi- 

i.Ps., 78, 9. 2.106,3,24. 3- -ft-, 37,5- .4- Ps., 68, 16. 5./a.,7, 9; 
laVulgata ha: Si non credideritis, non permanebitis , ma la citazione 
nell'uso corrente e nella forma data da Anselmo; cfr. Agostino, Sermo 212, 
i; P.L., vol. 38, col. 1059; Sermo 89, 4; P.I,., vol. 38, col. 556; Epist., 
120, i, 3; P.L., vol. 33, col. 453. 



SANT'ANSELMO DI AOSTA 447 

rai a noi? Guarda o Signore, ascoltaci, dacci la luce, mostrati 
a noi. Ridonati a noi, onde siamo felici, die senza di te non v'e 
bene per noi. Abbi pieta delle nostre fatiche e degli sforzi per 
giungere a te, che senza di te a nulla siam buoni. Tu c'inviti; 
aiutaci. Te ne scongiuro, o Signore, affinche io non disperi so- 
spirando, ma prenda sollievo sperando. Te ne scongiuro, o Si 
gnore, il mio cuore e amareggiato nella sua desolazione, addol- 
ciscilo con la tua consolazione. Te ne scongiuro, o Signore, spinto 
dalla fame ho cominciato a cercarti; che non resti digiuno di 
te. Mi ti sono accostato famelico; che non ne ritorni affamato. 
Come un povero son venuto dal ricco, come un misero dal miseri- 
cordioso ; che non ne ritorni a mani vuote e disprezzato. E se prima 
di mangiare, sospiro, dammi almeno dopo i sospiri, da rnangiare. 
Signore, io sono incurvato e non posso mirare se non in giu; 
raddrizzami, affinch6 possa rivolgermi verso Palto. Le mie ini- 
quita hanno oltrepassato il mio capo , mi awolgono, e come un 
grave peso mi opprimono. Discioglimi, alleggeriscimi, affinche il 
loro gorgo non (cchiuda la bocca sopra di me. Che io possa 
vedere la tua luce, sia pur da lontano, sia pur dal fondo del mio 
abisso. Insegnami a cercarti, e mostrati quando ti cerco ; poiche ne 
io ti posso cercare, se tu non m'insegni, ne trovare, se tu non ti 
mostri. Che io ti cerchi col desiderio, che ti desideri nel cercarti. 
Che io ti trovi con Tamarti, che ti ami nel trovarti. 

Riconosco, o Signore, e te ne ringrazio, che tu hai create in 
me questa tua immagine, affinche, ricordandomi di te, a te pensi e 
ti ami. Ma e cosi consunta per il logorio dei vizi, e cosi offuscata 
per il fumo dei peccati, da non poter servire allo scope per cui e 
stata fatta, se tu non la rinnovi e la rawivi. Io non ardisco, o Si 
gnore, penetrare la tua profondita, perche io non la pareggio af- 
fatto con la mia intelligenza ; ma desidero comprendere un poco di 
quella tua verita, che il mio cuore crede e ama. Giacche non chiedo 
di comprendere per credere, ma credo per comprendere. Anzi 
proprio questo io credo : che, se non creder6, non comprender6 . 

CAP. II 

Dio veramente. 

Perci6, o Signore, tu che dai intelligenza alia fede, fa ch'io in- 
tenda, quanto sai che mi sia utile, che tu sei, come crediamo, 



448 IL SECOLO XI : DIALETTICA E FILOSOFIA 

mus. Et quidem credimus te esse aliquid, quo nihil maius cogitari 
possit. An ergo non est aliqua talis natura, quia dixit insipiens 
in corde suo: non est Deus? r Sed certe ipse idem insipiens, cum 
audit hoc ipsum, quod dico: aliquid, quo maius nihil cogitari 
potest, intelligit quod audit; et quod intelligit, in intellectu eius 
est, etiam si non intelligat illud esse. Aliud enim est rem esse in 
intellectu, aliud intelligere rem esse. Nam cum pictor praecogitat 
quae facturus est, habet quidem in intellectu, sed nondum in 
telligit esse quod nondum fecit. Cum vero iam pinxit, et habet in 
intellectu et intelligit esse quod iam fecit. Convincitur ergo 
etiam insipiens esse vel in intellectu aliquid, quo nihil maius 
cogitari potest, quia hoc, cum audit, intelligit, et quidquid in- 
telligitur, in intellectu est. Et certe id, quo maius cogitari nequit, 
non potest esse in solo intellectu. Si enim vel in solo intellectu est, 
potest cogitari esse et in re; quod maius est. Si ergo id, quo maius 
cogitari non potest, est in solo intellectu: id ipsum, quo maius 
cogitari non potest, est, quo maius cogitari potest. Sed certe hoc 
esse non potest. Existit ergo procul dubio aliquid, quo maius 
cogitari non valet, et in intellectu et in re. 

CAP. Ill 

Quo d non possit cogitari non esse. 

Quod utique sic vere est, ut nee cogitari possit non esse. Nam 
potest cogitari esse aliquid, quod non possit cogitari non esse; 
quod maius est quam quod non esse cogitari potest. Quare si 
id, quo maius nequit cogitari, potest cogitari non esse: id ipsum, 
quo maius cogitari nequit, non est id, quo maius cogitari nequit; 
quod convenire non potest. Sic ergo vere est aliquid, quo maius 
cogitari non potest, ut nee cogitari possit non esse. Et hoc es tu, 
Domine Deus noster. Sic ergo vere es, Domine Deus meus, ut nee 



13, i; 52, i. 



SANT'ANSELMO DI AOSTA 449 

e che tu sei quello die crediamo. Ed invero noi crediamo che tu sei 
qualcosa, di cui non si pu6 pensare nulla di piu grande. Non esiste 
dunque una natura siifatta ? Lo stolto infatti ha detto nel suo 
cuore: Dio non e. Ma, per fermo, lo stesso stolto, quando ascolta 
questo stesso ch'io dico : qualcosa della quale non si pu6 pensare 
nulla di piu grande, intende ci6 che ascolta; e ci6 che intende e 
nel suo intelletto, anche se non intende ch'esso e. Difatti altro e 
che una cosa sia nell'intelletto, altro intendere che una cosa sia. 
Che, quando un pittore pensa prirna a quello che sta per fare, lo 
ha certo nelP intelletto, ma non ritiene che esista quello che ancora 
non ha fatto. Ma quando 1'ha dipinto, non solo Tha neirintelletto, 
ma pensa altresi che quello che ha gia fatto esiste. Percio anche lo 
stolto e costretto ad ammettere che c'e, almeno neH'intelletto, 
qualcosa di cui non si pu6 pensare nulla di piu grande, perche 
ci6 Tintende quando P ascolta, e tutto ci6 che s'intende e neirin 
telletto. Ora quello di cui non si pu6 pensare niente di piu grande, 
non pu6 essere soltanto nelP intelletto. Difatti se e nel solo intel 
letto, si pu6 pensare che sia anche nella realta; e questo e qualcosa 
di piu. Se dunque ci6, di cui non si pu6 pensare cosa piu grande, e 
soltanto neirintelletto: questo stesso, di cui non si pu6 pensare 
cosa piu grande, sarebbe una cosa della quale si pu6 pensare altra 
cosa piu grande. Ma questo certamente non puo stare. Quindi, 
qualcosa di cui non e possibile pensare niente di piu grande, esi 
ste senza dubbio, tanto neirintelletto quanto nella realta. 

CAP. ill 
Siffatto essere non si pub pensare che non sia. 

Ed infatti questo essere e tale che non si puo neppur pensare 
che non sia. Giacche si pu6 pensare esservi qualcosa di cui non si 
pu6 pensare che non sia; e questa cosa e piu grande di quella 
della quale si pu6 pensare che non sia. Quindi se ci6, di cui non si 
pu6 pensare niente di piu grande, si potesse pensare che non sia, 
questo stesso, di cui non si pu6 pensare cosa maggiore, non e 
ci6, di cui non si pu6 pensare cosa maggiore; il che & contradit- 
torio. V'e dunque veramente qualcosa di cui non si pu6 pensare 
una cosa maggiore, di guisa che neppur si pu6 pensare che non sia. 
E questo sei tu, o Signore, Dio nostro. Tu dunque, o Signore 
Dio mio, sei veramente, per modo che non si pu6 neppur pensare 

29 



450 IL SECOLO xi : DIALETTICA E FILOSOFIA 

cogitari possis non esse. Et merito. Si enim aliqua mens posset 
cogitate aliquid melius te, ascenderet creatura super creatorem, et 
iudicaret de creatore ; quod valde est absurdum. Et quidem, quid- 
quid est aliud praeter te solum, potest cogitari non esse. Solus 
igitur verissime omnium et ideo maxima omnium habes esse, quia 
quidquid aliud est, non sic vere et idcirco minus habet esse. Cur 
itaque dixit insipiens in corde suo: non est Deusw, 1 cum tarn in 
promptu sit rationali menti te maxime omnium esse? Cur, nisi 
quia stultus et insipiens ? 

CAP. IV 

Quomodo insipiens dixit in corde, quod cogitari non potest. 

Verum quomodo dixit in corde, quod cogitare non potuit; aut 
quomodo cogitare non potuit, quod dixit in corde, cum idem 
sit dicere in corde et cogitare? Quod si vere, immo quia vere 
et cogitavit, quia dixit in corde, et non dixit in corde, quia cogi 
tare non potuit: non uno tantum modo dicitur aliquid in corde 
vel cogitatur. Aliter enim cogitatur res, cum vox earn significans 
cogitatur, aliter cum id ipsum, quod res est, intelligitur. Illo 
itaque modo potest cogitari Deus non esse, isto vero minime. 
Nullus quippe intelligens id, quod Deus est, potest cogitare, quia 
Deus non est, licet haec verba dicat in corde aut sine ulla aut cum 
aliqua extranea significatione. Deus enim est id, quo maius cogitari 
non potest. Quod qui bene intelligit, utique intelligit id ipsum 
sic esse, ut nee cogitatione queat non esse. Qui ergo intelligit sic 
esse Deum, nequit eum non esse cogitare. Gratias tibi, bone Do- 
mine, gratias tibi, quia quod prius credidi te donante, iam sic 
intelligo te illuminante, ut si te esse nolim credere, non possim non 
intelligere. 



I. Ps. } 13, i; 52, I. 



SANT'ANSELMO DI AOSTA 451 

che tu non sia. E giustamente. Se difatti una qualche mente 
potesse pensare qualcosa migliore di te, pur essendo creatura, 
s'inalzerebbe sopra del Creatore, e si farebbe giudice del Creato- 
re; cosa che e assolutamente assurda. E certamente qualunque 
cosa esiste al di fuori di te, si pu6 pensare che non sia. Tu solo 
dunque, tra tutte le cose, hai Tessere veracissimo e sommo; 
giacche qualunque altra cosa non ha un essere di tal sorta, e per 
conseguenza, 1'ha in un grado inferiore. Perche allora do stolto ha 
detto nel suo cuore : Dio non e , mentre e cosi evidente per una 
mente ragionevole che tu sei molto piu vero di ogni altra cosa? 
Perche, se non perche e sciocco e stolto ? 



CAP. IV 

Lo stolto ha detto nel suo cuore quel che non si pud pensare. 

Ma come egli ha potuto dire nel suo cuore quel che non ha 
potuto pensare; o come ha potuto non pensare ci6 che ha detto 
in suo cuore, se e la stessa cosa dire in suo cuore e pensare ? Che 
se veramente, anzi poiche veramente, Tha pensato, giacche 1'ha 
detto in suo cuore, e non 1'ha detto in suo cuore, perche non ha 
potuto pensarlo : non in uno stesso modo soltanto una cosa si dice 
in cuore o si pensa. Difatti, una cosa si pensa in un modo, quando 
si pensa la parola che la significa; ed in un altro modo, quando 
s'intende proprio quello che la cosa e. Nel primo modo, si, pui pen- 
sarsi che Dio non sia, ma nel secondo, no. Nessuno invero che in- 
tenda ci6 che Dio &, pu6 pensare che Dio non sia, quantunque in 
cuor suo dica queste parole o senza alcun significato o con un si- 
gnificato diverso. Dio & infatti quello di cui non si pu6 pensare 
cosa maggiore. Chi intende bene ci6, intende certamente che egli e 
di tal sorta che non si pu6 nemmen pensare che non sia. Chi dunque 
intende che tale e Dio, non pu6 pensare che non sia. Grazie a te, 
o Signore, grazie a te, perche quello che prima ho creduto per 
tuo dono, ora per il raggiar della tua luce intendo si bene che, 
se non volessi credere che tu sei, non potrei fare a meno di com- 
prenderlo. 



DALLA EPISTOLA DE INCARNATIONE VERBI r 



. . . Sed priusquam de quaestione disseram, aliquid praernittam 
ad compescendam praesumptionem eorum, qui nefanda temeri- 
tate audent disputare contra aliquid eorum quae fides Christiana 
confitetur, quoniam id intellectu cap ere nequeunt et potius 
insipienti superbia indicant nullatenus posse esse quod nequeunt 
intelligere, quam humili sapientia fateantur esse multa posse, 
quae ipsi non valeant comprehendere. Nullus quippe christianus 
debet disputare, quomodo, quod catholica ecclesia corde credit et 
ore confitetur, non sit; sed semper eandem fidem indubitanter 
tenendo, amando et secundum illam vivendo humiliter, quantum 
potest, quaerere rationem quomodo sit. Si potest intelligere, Deo 
gratias agat; si non potest, non immittat cornua ad ventilandum, 
sed submittat caput ad venerandum. 

Citius enim potest in se confidens humana sapientia impin- 
gendo cornua sibi evellere, quam innitendo petram hanc evolvere. 
Solent enim quidam cum coeperint quasi cornua confidentis 
sibi scientiae producere, nescientes quia si quis existimat sci- 
re aliquid, nondum cognovit quaemadmodum oporteat eum scire, 
antequam habeant per soliditatem fidei alas spirituales, praesumen- 
do in altissimas de fide quaestiones assurgere. Unde fit, ut, dum 
ad ilia quae prius fidei scalam exigunt, sicut scriptum est: nisi 
credideritis, non intelligetis , 2 praepostere per intellectum prius 
conantur ascendere, in multimodos errores per intellectus defec- 
tum cogantur descendere. Palam namque est quia illi non habent 
fidei firmitatem, qui, quoniam quod credunt, intelligere non pos- 
sunt, disputant contra eiusdem fidei a sanctis patribus confirmatam 
veritatem. Velut si vespertiliones et noctuae non nisi in nocte 
caelum videntes de meridianis solis radiis disceptent contra aquilas 
ipsum solem irreverberato visu intuentes. 

Prius ergo fide mundandum est cor, sicut dicitur de Deo: 

i. L'opera e dedicata a papa Urbano II (1088-1099); pubblichiamo parte 
del i capitolo (ed. Schmitt, cit., vol. n, pp. 6-10) secondo 1'ultima stesura 
(1094). Per le varie redazioni di questa Epistola, cfr. Schmitt, Cinq recensions 
de V^Epistola de incarnatione Verbi de S. Anselm de Cantorbery, in Re 
vue benedictine , LI, 1939, pp. 275-87. Traduzione e note di Tullio Gre 
gory. 2. Cfr. Isai. } 7, 9; cfr. nota 5 a p. 446. 



DALLA LETTERA SULLA INCARNAZIONE DEL VERBO 



. . .Ma prima di ragionare sulPargomento, premetter6 qualche 
parola per raffrenare la presunzione di coloro che con empia te- 
merarieta ardiscono disputare contro qualcuna di quelle verita 
che la fede cristiana professa, poiche con il loro intelletto non la 
possono comprendere, e giudicano con sciocca superbia che in 
nessun modo puo essere quello che non possono comprendere, 
piuttosto che confessare con umile saggezza che. possono esservi 
molte cose che essi non riescono a comprendere. Nessun cristiano, 
certo, deve cercare argomenti a dimostrare che non e possibile 
quello che la Chiesa cattolica crede con la mente e professa con la 
parola; ma umilmente indagare, quanto puo, le ragioni come ci6 
possa essere, serbando sempre senza tentennare la stessa fede, 
amandola e uniformando ad essa la propria vita. Se arriva a com 
prendere, ne ringrazi Dio ; se non vi arriva, non dimeni le corna a 
batter 1'aria, ma pieghi il capo in segno di venerazione. 

Che Tumana sapienza, presumendo troppo di s6, prima coz- 
zando potrebbe rompersi le corna che non rovesciare questa rupe 
facendo leva contro di essa. SogHono, si, taluni, non appena co- 
minciano a metter fuori, a dir cosi, ie corna del loro presuntuoso 
sapere, assorgere con temerita ad altissime question! sulla fede, 
mentre ignorano che, per quanto uno creda di sapere alcun- 
che, egli non sa ancora in che modo gli convien sapere e non hanno 
quelle ali spiritual! che spuntano da una fede inconcussa. Onde 
awiene che, mentre tentano a rovescio di elevarsi con 1'intel- 
letto a quelle verita, cui s'ascende dapprima con la scala della 
fede, secondo che & scritto se non crederete, non comprende- 
rete, son costretti per difetto d'intelletto a cadere in svariati 
errori. evidente invero che non hanno saldezza nella fede 
coloro i quali, non riuscendo a comprendere ci6 che credono, sol- 
Idvano dubbi contro la verita della fede stessa, confermata dai 
santi padri. Quasi che i pipistrelli o le nottole, che non vedono 
il cielo se non di notte, potessero mettere in dubbio i raggi meri- 
diani del sole contro le aquile, che guardano il sole in faccia senza 
che la loro vista ne sia abbagliata. 

Prima dunque fa d'uopo purificare la mente con la fede, onde si 



454 IL SECOLO xi : DIALETTICA E FILOSOFIA 

afide mundans corda eorum)), 1 et prius per praeceptorum Domini 
custodiam illuminandi sunt oculi, quia praeceptum Domini lu- 
cidum, illuminans oculos)>; 2 et prius per humilem oboedientiam 
testimoniorum dei debemus fieri parvuli, ut discamus sapien- 
tiam quam dat testimonium Domini fidele, sapientiam prae- 
stans parvulis; 3 unde Dominus: aconfiteor tibi, pater, domine 
caeli et terrae, quia abscondisti haec a sapientibus et prudentibus, 
et revelasti ea parvulis; 4 prius inquam ea quae carnis sunt 
postponentes secundum spiritum vivamus, quam profunda fidei 
diiudicando dlscutiamus. Nam qui secundum carnem vivit, carna- 
lis sive animalis est, de quo dicitur: animalis homo non percipit 
ea, quae sunt spiritus Dei; s qui vero aspiritu facta carnis morti- 
ficat, 6 spiritualis efficitur, de quo legitur quia spiritualis iudicat 
omnia, et ipse a nemine iudicatur . 7 Verum enim est quia quanto 
opulentius nutrimur in sacra scriptura ex his quae per oboedien 
tiam pascunt, tanto subtilius provehimur ad ea quae per intellec- 
tum satiant. Frustra quippe conatur dicere : super ornnes docen- 
tes me intellexi, 8 qui proferre non audet: a quia testimonia tua 
meditatio mea est. 9 Et mendaciter pronuntiat: super senes 
intellexi, 10 cui non est familiare quod sequitur: quia mandata 
tua quaesivi)). 11 Nimirum hoc ipsum quod dico: qui non credide- 
rit, non intelliget. Nam qui non crediderit, non experietur; et 
qui expertus non fuerit, non* cognoscet. Quantum enim rei audi- 
tum superat experientia, tantum vincit audientis cognitionem 
experientis scientia. 

Et non solum ad intelligendum altiora prohibetur mens ascen- 
dere sine fide et mandatorum dei oboedientia, sed etiam ali- 
quando datus intellectus subtrahitur et fides ipsa subvertitur 
neglecta bona conscientia. Ait enim de quibusdam apostolus: 
((Cum cognovissent Deum, non sicut Deum glorificaverunt aut 
gratias egerunt; sed evanuerunt in cogitationibus suis, et obscu- 
ratum est insipiens cor eorum. 12 Et cum praeciperet Timotheo 
militare abonam militiam)), 13 ait: Habens fidem et bonam con- 
scientiam, quam quidam repellentes circa fidem naufragaverunt. 14 



-L.Act.Ap.> 15,9. 2. Ps. t 18,9. 3.Ps., 18, 8. ^..Matth., n, 25. 5,! 

Cor., 2, 14. 6. Rom., 8, 13. 7. 1 Cor., 2, 15. 8. P$., 118, 99. 9. Ibid. 

10. PS., 118, loo. n. Ibid, 12. Rom., i, 21. 13. / Tim., i, 18. 14 / 
Tim., i, 19. 



SANT'ANSELMO DI AOSTA 455 

dice di Dio che con la fede purifica i loro cuori ; e prima devono 
essere schiariti gli occhi con Fosservanza dei precetti del Signore, 
perche" il precetto del Signore e pieno di luce e schiarisce gli 
occhi ; e prima ancora dobbiamo farci piccoli con umile sottomis- 
sione alia testimonianza di Dio, per imparare quella sapienza, 
quale infonde in noi la fedele testimonianza del Signore, che da 
la sapienza ai piccoli ; onde il Signore : Ti rendo testimonianza, o 
Padre, Signore del cielo e della terra, perche queste cose tu hai 
tenute nascoste ai saggi e ai prudenti, e le hai fatte palesi ai 
piccoli; viviamo, dunque, secondo lo spirito, posponendo le cose 
carnali, prima di discutere col nostro giudizio gli arcani della 
fede. Poiche, chi vive secondo la carne, e carnale, ossia animale, 
e di costui e detto: (d'uomo animale non intende le cose che sono 
dello spirito di Dio; chi invece con lo spirito da morte alle 
opere della carne diventa spirituale; e di costui si legge che 
Puomo spirituale giudica tutte le cose, ed egli non e giudicato 
da nessuno. Giacche e risaputo come quanto piu abbondante- 
mente ci nutriamo nella Sacra Scrittura di quelle cose che alimen- 
tano per mezzo delPobbedienza, tanto piu sottili ci facciamo nel 
penetrare quelle cose che saziano per mezzo delFintelletto. Invano 
per vero si sforza a dire : ho compreso piu di quelli che m'istrui- 
scono, chi non osa confessare: perche le tue testimonianze sono 
la mia meditazione . E bugiardamente proclama: ho compreso 
piu degli anziani , quegli a cui non e familiare ci6 che vien dopo : 
<c perche ho cercato i tuoi comandamenti . Proprio quello che vado 
dicendo: chi non credera, non comprendera. Poiche chi non cre- 
dera, non provera; e chi non provera, non conoscera. Infatti quanto 
Tesperienza supera Paver sentito dire, tanto la conoscenza di chi ha 
provato oltrepassa quella di chi sa per sentito dire. 

E non soltanto, senza la fede e Pobbedienza ai comandamenti 
del Signore la mente e impedita dall'ascendere alFintelligenza 
di cose piu alte, ma, trascurata la buona coscienza, qualche volta 
anche la concessa comprensione vien tolta e si corrompe la fede 
stessa. Che dice di alcuni FApostolo: Avendo conosciuto Dio, 
non lo glorificarono come Dio n6 lo ringraziarono ; ma si sperdettero 
nei loro pensamenti ed il loro stolto cuore si ottenebro. E in- 
gmngendo a Timoteo di combattere (da buona battaglia, dice: 
Serbando la fede e la buona coscienza, rigettata la quale, alcuni 
han fatto naufragio nella fede. Nessuno quindi s'ingolfi temeraria- 



456 IL SECOLO XI I DIALETTICA E FILOSOFIA 

Nemo ergo se temere immergat in condensa divinarum quaestio- 
num, nisi prius in soliditate fidei conquisita morum et sapientiae 
gravitate, ne per multiplicia sophismatum diverticula incauta levi 
tate discurrens, aliqua tenaci illaqueetur falsitate. 

Cumque omnes ut cautissime ad sacrae paginae quaestiones 
accedant, sint commonendi: illi utique nostri temporis dialectici, 
immo dialecticae haeretici, qui non nisi flatum vocis putant uni- 
versales esse substantias, et qui colorem non aliud queunt intel- 
ligere quam corpus, nee sapientiam hominis aliud quam animam, 
prorsus a spiritualium quaestionum disputatione sunt exsufflandi. 1 
In eorum quippe animabus ratio, quae et princeps et iudex de- 
bet omnium esse quae sunt in homine, sic est in imaginationibus 
corporalibus obvoluta, ut ex eis se non possit evolvere, nee ab 
ipsis ea quae ipsa sola et pura contemplari debet, valeat discer- 
nere. Qui enim nondum intelligit quomodo plures homines in 
specie sint unus homo: qualiter in ilia secretissima et altissima 
natura comprehendet quomodo plures personae, quarum singula 
quaeque perfectus est Deus, sint unus Deus ? Et cuius mens obscura 
est ad diiudicandum inter equum suum et colorem eius : qualiter 
discernet inter unum Deum et plures relationes eius ? Denique qui 
non potest intelligere aliquid esse hominem nisi individuum, nul- 
latenus intelliget hominem nisi humanam personam. Omnis enim 
individuus homo est persona. 2 Quomodo ergo iste intelliget ho 
minem assumptuni esse a verbo, non personam, id est, naturam 
aliam, non aliam personam assumptam esse? 

Haec dixi ne quis, antequam sit ideoneus, altissimas de fide 
quaestiones praesumat discutere; aut si praesumpserit, nulla dif- 
ficultas aut impossibilitas intelligendi valeat ilium a veritate, cui 
per fidem adhaesit, excutere. lam veniendum est ad id, propter 
quod incepimus. 



i. Cumque omnes . . . exsufflandi: questa Epistola fu scritta contro Roscel- 
lino che, movendo da presupposti nominalistici, interpretava il dogma 
trinitario in senso triteistico. 2. Omnis . . .persona', cfr. Monologion, 79: 
persona non dicitur nisi de individua rationali natura (ed. Schmitt, cit., 
vol. I, p. 86). 



SANT'ANSELMO DI AOSTA 457 

mente in intricate discussioni su question! divine, se prima non s'e 
procacciata gravita di costumi e di pensieri nella saldezza della fede, 
onde non rimanere irretito in qualche persistente errore, intanto- 
che con incauta leggerezza si aggira per dedali di sofismi. 

E se a tutti e rivolta rammonizione a intraprendere con la 
massima cautela le discussioni intorno alia Sacra Scrittura, si 
debbono cacciar via dalle dispute su argomenti spirituali quei 
dialettici dei nostri giorni, o piuttosto quegli eretici della dialettica, 
i quali sostengono che le sostanze universali non son altro die puri 
nomi, e non riescono a intendere il colore se non come corpo, e la 
sapienza delPuomo se non come anima. Poiche nelle loro anime 
la ragione, che deve tenere il primo posto per giudicare di tutte le 
cose che sono neiruomo, e talmente awiluppata nelle rappresenta- 
zioni corporee, da non potersene districare, e non e capace di distin- 
guere da esse quell' altre cose, che essa sola, nella sua purezza, e 
capace di contemplare. Difatti chi ancora non comprende come 
piu uomini sono un solo uomo nella specie, in qual maniera po- 
trebbe comprendere come, in quella segretissima e profondissima 
natura, piu persone, delle quali ciascuna e Dio perfetto, sono un 
solo Dio ? E chi ha la mente ottenebrata si da non poter discernere 
fra il proprio cavallo e il colore di esso, in che maniera fara distin- 
zione tra un solo Dio e le sue relazioni? Finalmente chi non sa 
capacitarsi come Tuomo sia qualcosa oltre alia sua individuality 
in nessun modo comprendera Tuomo se non come persona umana. 
Poiche ogni uomo individuo e persona. Come dunque costui com 
prendera che dal Verbo e stato assunto Tuomo e non la persona, 
cioe a dire che e stata assunta un'altra natura e non un'altra 
persona ? 

Questo ho detto, affinche nessuno presuma di discutere, prima 
che ne sia capace, gli altissimi argomenti della fede ; o se lo presu- 
mera, affinche" nessuna difficolta o impossibilita di comprendere 
valga a scuoterlo dalla verita, che con la fede ha abbracciato. 
tempo ora di venire all'argomento per cui ci siam messi aH'opera. 



DAL CUR DEUS HOMO)) 
[ Commendatio operis ad Urbanum papam II.] I 

Quamvis post apostolos sancti patres et doctores nostri multi tot 
et tanta de fidei nostrae ratione dicant ad confutandum insipientiam 
et frangendum duritiam infidelium, et ad pascendum eos qui iam 
corde fide mundato eiusdem fidei ratione, quam post eius certitu- 
dinem debemus esurire, delectantur, ut nee nostris nee futuris 
temporibus ullum illis parem in veritatis contemplatione speremus : 
nullum tamen reprehendendum arbitror, si fide stabilitus in ra- 
tionis eius indagine se voluerit exercere. Nam et illi, quia breves 
dies hominis sunt, 2 non omnia quae possent, si diutius vixissent, 
dicere potuerunt ; et veritatis ratio tarn ampla tamque profunda est, 
ut a mortalibus nequeat exhauriri; et dominus in ecclesia sua, 
cum qua se esse usque ad consummationem saeculi 3 promittit, 
gratiae suae dona non desinit impertiri. Et ut alia taceam quibus 
sacra pagina nos ad investigandam rationem invitat; ubi dicit: 
ccnisi credideritis, non intelligetis , 4 aperte nos monet intentionem 
ad intellectum extendere, cum docet qualiter ad ilium debeamus 
proficere. Denique quoniam inter fidem et speciem intellectum 
quern in hac vita capimus esse medium intelligo : quanto aliquis ad 
ilium proficit, tanto eum propinquare speciei, ad quam omnes 
anhelamus, existimo. 

Hac igitur ego consideratione, licet sim homo parvae nimis 
scientiae, confortatus, ad eorum quae credimus rationem intuen- 
dam, quantum superna gratia mini dare dignatur, aliquantum 
conor assurgere; et cum aliquid quod prius non videbam reperio, 
id aliis libenter aperio, quatenus quid secure tenere debeam, alieno 
discam iudicio. 

Quapropter, mi pater et domine, christianis omnibus cum 
reverentia amande et cum amore reverende papa Urbane, quern 
dei providentia in sua ecclesia summum constituit pontificem: 
quoniam nulli rectius possum, vestrae sanctitatis praesento con- 



i. Testo di F. S. Schmitt, cit., vol. n, pp. 39-41 e 47-50. Traduzione e 
note di Tullio Gregory. II Cur deus homo fu terminato nel 1098. 2. lob, 
14, 5. 3. Matth., 28, 20. 4. Is<d. t 7, 9; cfr. nota 5 a p. 446. 



DAL CUR DEUS HOMO 
[Presentazione dell 'opera al papa Urbano II.] 

Quantunque, dopo gli apostoli, i santi padri e molti nostri dottori 
dicano tante e si belle cose sulla natura della nostra fede per confu- 
tare la stoltezza e spezzare la durezza degPinfedeli, e per dar pa- 
scolo a quelli che, gia purificata la mente con la fede, si deliziano 
della ragionevolezza della stessa fede che dobbiamo, dopo la sua 
certezza, desiderar con ardore; e questo in tal modo che ne nei 
nostri tempi ne in que