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Full text of "Le rime; con una prefazione di Giosue Carducci"

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COS'TRv^iRt 






CLASSICI ITALIANI 

NOVISSIMA BIBLIOTECA 

DIRETTA DA 

FERDINANDO MARTINI 



SERIE III 
VOLUME LXXVI 




IS 




GINO DA PISTOIA 



LE RIME 



CON UNA PREFAZIONE DI GIOSUÈ CARDUCCI 




ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO 
MILANO 




Fa 





GINO DA PISTOIA 



oai monumento di Cellino di Nesc nella Cattedrale di Pistoia ) 



// javore che ottenne dal pubblico la prima serie del- 
la nostra BIBLIOTECA DI CLASSICI, sì da richiederne 
una seconda edizione già sotto ai torchi, e gli incorag- 
giamenti che da ogni parte ne vennero al nostro Istituto, 
ci inducono a proseguire nella impresa, guidandoci con 
più larghi criteri a maggiori intendimenti. I quali forse 
non consentirebbero che alla raccolta si mantenesse V an- 
tico titolo di BIBLIOTECA DI CLASSICI; ma noi lo 
manterremo; che se non a tutti gli scrittori ai quali dare- 
mo luogo, si conviene quelV appellativo com*è comune- 
mente inteso, tutti meritano d'essere divulgati e ancor 
letti. E la Biblioteca nostra, se non di classici, certo di 
scrittori eccellenti, conterrà così quanto la letteratura i- 
ialiana ha in tutti i secoli di più pregiato e jamoso. 

L'ISTITUTO EDITORIALE ITALIANO 



RIME 

DI M. GINO DA PISTOIA 
E D'ALTRI DEL SECOLO XIV 



Con la nostra edizione intendiamo ritornare in luce la scelta che 
dei minori lirici del trecento diede il Carducci. (Collez. Diamante Bar- 
bèra, Firenze, 1862.) 



GIOSUÈ CARDUCCI 



DI QUESTA RACCOLTA 
E DEGLI AUTORI COMPRESIVI 



DISCORSO 



Del jine della raccolta. 

Credeva Giacomo Leopardi che (( de' più antichi {ita- 
liani), fuori di Dante e del Petrarca, quantunque si trovi- 
no rime, non si trovi poesia ))\ La quale opinione accolta 
assolutamente non raccomanderebbe certo ai lettori que- 
sto libretto, che noi mandiamo fiduciosi ad accompagna- 
re nella Biblioteca Diamante e in certo modo a illustrare 
la Commedia, il Canzoniere, il Decamerone. 

Ma che al Leopardi, dimesticatosi co' Greci quasi 
con uomini del tempo suo e abituato a contemplare un 
esempio di arte, lucido eguale sereno, non apparisse nel- 
le rime del trecento quella che sola a lui pareva poesia, è 
facile a intendere. Pure poesia v'è sotto quelle apparen- 
ze tal'ora un po' rozze, tal'altra un po' uniformi, qualche 
volta anche artifiziate; sotto quelle apparenze che tengo- 
no del colorito di Giotto e de' tocchi di Donatello. E non 
potrebbe non esser così : perchè quella età portò Dante 
e il Petrarca, perchè in quella età esultò la poesia fin dal- 
l'agile pieghevole armoniosissima prosa delle leggende, 
delle cronache, delle novelle; e la religione e lo stato e 
la famiglia, e i costumi e le arti e le dottrine, fu tutto poe- 
sia; e le forme della poesia non erano anche trite dall'uso 
o cincischiate dalle cesoie dei trattatisti o sgualcite dalla 
m.ano impronta degli accademici di tutte le scuole. Oltre 
dhe; la ragion poetica della Commedia e del Canzoniere, 
i due fondamenti dell'arte nostra, non potrà intendersi 

1 G. Leopardi: Prefazione alla Crestomazia poetica. (Milano, 
Stella. 1828.) 

— 11 — 



GIOSUÈ CARDUCCI 

intiera, chi non ricerchi anche gK esperimenti de' contem- 
poranei. Veramente ciò non può né deve importare a 
tutti : ma tornerà gradito a chi non si creda tanto meglio 
civile quanto più ignorante delle lettere patrie, vedere 
in quali condizioni trovassero l'arte l'Alighieri e il Pe- 
trarca, sino a qual punto ne accettassero i modi e le for- 
me attuali, come le avanzassero compiessero rinnovas- 
sero, e l'impronta che die loro il secolo e quella che' gli 
lasciarono, che debbano al secolo essi, che il secolo ad 
essi. Ne tutti presero que' due grandi a trattare i modi 
della poesia d'allora : in qualche misero rimatore, come 
preziosità di materia in possesso di povera gente che non 
la conosca o instrumento finissimo in mano di chi non 
possa valersene, alcuno ve n'ha, che poi coltivato a do- 
vere fruttificò largamente. Ed è utile a considerare come 
la poesia sapesse far ritratto fedele dei concetti e degli 
affetti del tempo, qual parte avesse negli instituti della 
vita, come s'inframmettesse, per toglierne abito or pie- 
toso e gentile or severo e feroce, alle lotte civili alle me- 
ditazioni della scienza ai sentimenti religiosi ed al culto : 
perchè allora, secondo i tempi, ella fu da vero universale. 
Della lingua e della dizione né pur tocco : alla storia e 
all'uso delle quali, ora graziosissimi e semplici, ora effi- 
caci e vigorosi, e dove pur sieno intinti dal dialetto nativo 
di qualche rozzezza, sono i rimatori del secolo XIV origi- 
nali testimonii ed esempii. Ed anche ai giovani scrittori 
di versi (dappoiché i versi sono ancor tollerati in Italia), 
se non ne temessi i superbi fastidii, oserei raccomandar- 
li; che vedessero un po' di pigliarne uso a dir le cose loro 
con semplicità e schiettezza, con viril leggiadria, con quel- 
la lucidità che é delle prime doti poetiche. 

Per conseguire dunque il fine proposto e rimanere 
nei limiti di questa Biblioteca, convenne raccogliere e 
scegliere : raccogliere quanto paresse rappresentare i\ 
il processo della lirica italiana nel secolo XIV; quanto pa- 
resse aggiungere qualche particolarità alla storia dell'ar- 
te, qualche documento a quella del pensiero : scegliere 
fra il molto quel che meglio rispondesse al fine o per ar- 
gomento o per concetto o per allusioni o per forma. Per- 
ché abbiamo atteso anche alle bellezze di lingua e di sti- 

- 12 — 



DISCORSO PRELIMINARE 

le : non sì però che, quando una cosa ci parve importan- 
te per rispetto allo scopo storico e critico, quantunque 
mediocre e talvolta men che mediocre nella esecuzione, 
non l'accogliessimo volentieri. La nostra scelta deside- 
rammo riuscisse giovevole a chi studia la storia letteraria 
di quel secolo, non inutile a chi ne conosce la storia ci- 
vile, piacevole a chi leggendo cura la lingua e lo stile o 
cerca il diletto soltanto. Che se l'intento non apparrà su- 
perbo e vuoto d'effetto, se il nostro non sarà gittato fra i 
libri inutili di questo genere che sovrabbondano in Italia; 
adopreremo forse simil fatica (e non è figura rettorica 
delle solite degli editori) intorno a' minori poeti di cia- 
scun secolo della nostra letteratura. 



II 

Messer Cino da Pistoia. 

D'un ser Francesco notaro nacque in Pistoia nel 
1270 Guittoncino; nome che un uso di famigliarità affet- 
tuosa troncò poi in Cino, come avvenne a' due più cele- 
bri di Dino e Dante. La sua casata è negli atti pubblici 
pistoiesi detta de' Sinibuldi; ma de' Sigibuldi si fé no- 
minare egli nel diploma di dottorato, e de' Sigisbuldi si 
dice in fine del Comento su '1 Codice, per gloria d'aver 
l'origine da un Sigisbuldo console di Pistoia nel seco- 
lo XII. E consoli erano stati, fra gli antichi suoi, Guitton- 
cino avo e un Guidone; e capitano del popolo bologne- 
se nel 1248 il zio Tegrimo : fu vescovo in Pistoia nel 1303 
e indi a poco in Foligno l'altro zio Bartolommeo. Studiò 
grammatica, cioè lettere, in patria sotto un Francesco da 
Colle; e forse anche, in tenerissima età, i principii del Di- 
ritto sotto Dino di Mugello condottovi dal Comune a in- 
segnar legge per cinque anni nel 1279. Cino nel Comen- 
to spesso e volentieri chiama suo maestro il Mugellano : 
certo lo udì in Bologna, ove Dino passò a professare nel 
1284. E in Bologna era il nostro anche nel 1300, già par- 
titone Dino; e vi udì pure Bernardino Ramponi e Fran 

— 13 — 



GIOSUÈ CARDUCCI 

Cesco d'Accursio; e vi ebbe circa il 1304 col grado di bac- 
celliere licenza alla giudicatura. Di fatti era assessore del- 
le cause civili in Pistoia nel 1307; quando i Neri di Firen- 
ze e di Lucca, avuta dopo lungo e crudelissimo assedio 
la città, le imposero condizioni iniquissime; questa fra 
l'altre, che de' rientrati Neri, i quali fosser debitori d'al- 
cuno de' Bianchi, niuno potesse esser costretto al paga- 
mento se non dopo tre anni dal dì del ritorno. Dovea es- 
sere, fra tanta prepotenza di vittoria e infuriare d'odii e 
cupidigie parziali, un tristo seder giudice di cause civili : 
e Gino, che per di più era di parte bianca, come Dante, 
il Cavalcanti, il cronista Giachetto Malespini, il padre 
del Petrarca e la maggior parte degli scrittori e giurecon- 
sulti toscani d'allora, partì di Pistoia; o il facesse di sua 
volontà, o bandito dalla fazione vittoriosa; che ragioni 
per luna e l'altra credenza possono cavarsi dalle rime, e 
la storia tace. « Ed avvenne, — leggesi in un codice vati- 
cano che contiene rime di antichi poeti e fu del Bembo, ^ 
— che fuggendo, giunto al passo di un fiume pericoloso, 
messer Gino fu conosciuto da un villano, il quale non lo 
volle passar all'altra riva, se prima non gli dava un con- 
siglio. » Tradizione postuma, ma che mostra quanta fos- 
se la opinion popolare della sapienza di Gino. Riparò da 
prima su l'Appennino, a Piteccio; ove Filippo Vergiole- 
si, de' grandi della città e capo de' Bianchi, raccolte le 
reliquie della sua parte, durò ben tre anni contro Fio- 
rentini e Lucchesi e i Neri di Pistoia, tenendo a sua leg- 
ge tutta la montagna fino alla Sambuca su 1 confine lom- 
bardo. Né dell'ospitare il poeta avea Filippo a temere 
pel buon nome della figliuola sua madonna Selvaggia, a- 
mata in rima secondo la cavalleria poetica del tempo da 
messer Gino. Era questi omai su la quarantina; e avea 
già avuto dalla Margherita degli Ughi sua legittima mo- 
glie un maschio e quattro femmine. Gosì la Beatrice Por- 
tinari andò moglie a un de' Bardi, senza che ne pure un 
dubbio nascesse all'onor di lei dall'amore di Dante, sen- 
za che l'autore della Vita nuova mostri pur di dolerse- 

1 Citato da F. Trucchi nelle notizie di M. Cino in Poesie italiane 
inedite (Prato, Guasti, 1846), voi. I. 

— 14 — 



DISCORSO PRELIMINARE 

ne; il quale e, lei morta, si lasciò persuadere a un buon 
matrimonio; e seguitò a celebrarla, anzi 1' indiò, anche 
avuti sette figliuoli dalla Donati : ne il Petrarca rimise 
della sua adorazione per madonna Laura, pur ingeneran- 
do non legittimamente da altre donne non so se più bel- 
le certo meno altere della moglie del barone Ugo de Sade. 
Errò quindi Cino per varie città di Lombardia, e fu, 
come Dante, alla corte dei signori di Lunigiana, e scris- 
se qualche verso d'amore per una marchesa Malaspina. 
E, come Dante e forse nello stesso tempo (1309), andò in 
cerca di scienza a Parigi, visitata fin d'allora e talvolta e- 
letta a dimora gloriosa dai migliori Italiani; dei quali già 
dal secolo XII andava ornando il suo studio, rassomi- 
gliato dal Petrarca a « un paniere in cui si portano le più 
belle e rare frutta d'ogni parte ))\ Ma intanto nel set- 
tembre 1310 Arrigo VII imperatore calava in Italia: e si 
rilevavano le speranze degli esuli. Accorrea l'Alighieri di 
Francia, e rivedeva i confini della dolce Toscana : il pa- 
dre del Petrarca raccoglievasi in Pisa colla famiglinola, 
nel desiderio della patria vicina. E messer Cino chiama- 
to assessore da Lodovico di Savoia, già mandato da Ar- 
rigo con 500 cavalli a preparar Roma per l'incoronazio- 
ne e costituito senatore da Clemente V, dalla Lombardia 
veniva, passando l'Appennino, in Toscana per a Roma. 
In questo passaggio trovò morta madonna Selvaggia, e 
ne visitò con voce di dolore ^ il sepolcro, forse alla Sam- 
buca dove il Vergiolesi, abbandonato Piteccio, erasi ri- 
tratto. Ma l'imperatore, già sgomento delle resistenze d'o- 
gni parte oppostegli, moriva il 24 agosto del 1313 in Bon- 
convento. E i Fiorentini, che l'avean fatto partire a vuoto 
d'intorno le loro mura e levatogli nemici per tutta Italia, 
presero l'uso, durato fino al secolo XVI, di saldare i con- 
ti inesigibili nelle ragioni fallite e le spese delle private 
scritture con una partita di debito a carico d'Arrigo di 
Lamagna. Con la morte di lui cadeva ogni speranza non 
solo degli esuli e dei Bianchi ma di tutti i buoni non par- 
tigiani : e il padre del Petrarca navigava per disperato in 

1 Petrarca : Invect. contro Galli calumn. 

2 M. Cino: Rime; CV di questa edizione. 

— 15 — 



GIOSUÈ CARDUCCI 

Provenza menandosi seco il figliuoletto, che sol per po- 
chi giorni dovea poi riveder la Toscana, ma ne avea già 
imbevuta la cara lingua : e il Compagni interrompeva la 
storia stupenda, mancandogli il cuore, dopo minacciata 
e aspettata la giustizia imperiale su i cittadini pieni di 
scandali \ a narrare tanta tristezza di disinganni. Solo 
l'indomito Alighieri seguitava doloroso ma non scorato 
l'alta iliade de' suoi patimenti e degli sdegni : poneva nel 
sublime empireo, ben più su degli scherni mercanteschi 
de' repubblicani di Firenze, un seggio di gloria aWalto 
Arrigo che venne a drizzare Italia in prima che ella josse 
disposta '. Gino anch' egli ne lamentò, come poeta e cit- 
tadino, la morte; come giureconsulto sostenne, disputan- 
do fieramente in Siena, e udivalo Bartolo allora suo sco- 
lare poi suo avversario in questa parte, contro una de- 
cretale di Clemente V la validità dell' editto imperiale 
che spossessava Roberto di Napoli; e sosteneva nel Co- 
mento la indipendenza della universal giurisdizione del- 
l' imperatore dalla consecrazion pontificia. Devozione, 
veneranda sempre, dei grandi intelletti e dei grandi cuo- 
ri a un' idea irreparabilmente caduta. Ma quindi innan- 
zi messer Cino non parteggiò più, e poco poetò. Fi- 
nì r 11 luglio 1314 il Comento su 1 Codice, comincia- 
to nel 12 : meraviglia di celerità e di compiuta dottri- 
na a quei tempi, a E questa fu quella lettura, seguita 
il citato codice vaticano, che affinò lo ingegno di Bar- 
tolo. Di qui ne nacque tanta luce, come dice lo stesso 
Bartolo al titolo Si juerit controversia inter dominum et 
vassallum, che aperse la via agli studiosi della ragion ci- 
vile, perchè, morto Cino, non fu uomo che più di lui des- 
se luce alla civil giurisprudenza. » Ottenuta la laurea dot- 
torale in Bologna a' 9 decembre dello stesso anno, in- 
segnava dal 1318 al 20 in Trevigi, dal 21 al 23 in Siena 
con lo stipendio di 200 fiorini d'oro, era nel 26 profes- 
sore a Perugia ov'ebbe scolare Bartolo da Sassoferrato e 
nel 34 in Firenze. Nell'esercizio dell'insegnaniento e ad 
uso degli scolari dovè esser composta la Lettura sopra il 

1 D. Compagni : Cronica, III. 
^ Dante : Paradiso, XXX. 

— 16 — 



DISCORSO PRELIMINARE 

Digesto vecchio. Ma per onori e per utili non dimenticò 
la sua città; dove a questi anni tornò, ed esercitovvi di- 
ritti e officii civili. Nel settembre del 19, rimpatriato forse 
all'occasione delle vacanze universitarie, era con altri set- 
te cittadini deputato dal comune di Pistoia a prender pos- 
sesso del castello di Torri venduto dai conti del Mango- 
ne. Estratto gonfaloniere nel 34, non risiedè, obbligan- 
dolo l'ufficio dell'insegnamento a stare in Firenze. Ma era 
in Pistoia nel 36; e ai 23 di decembre fé testamento a prò 
del nipote (Mino figliuol suo, favoreggiatore della signo- 
ria ghibellina di Castruccio nel 1326, eragli premorto). E 
su gli ultimi di quell'anno o ne' primi del seguente passò 
di questa vita : conservandosi negli archivi di Pistoia uno 
inventario ch'io Schiatta oe jatto de beni che m. cino 
lasciò a jranciescho di mino suo nepote sotto i 28 di gen- 
naio 1337; e sotto gli 11 febbraio dello stesso anno una 
allogagione... jatta da Messer Giovanni Charlini e da 
Schiatta al Maestro Cellino chellavora in san Giovanni 
ritondo d'uno allavello di marmo senese, e a Siena si de 
lavorare, per la sepoltura di m. Cino, bello e magnifico,... 
cholle fighure che siemo in concordia. E de avere Cellino 
soprascritto, per fattura di questo allavello, in tutto es- 
sendo compiuto a tutte sue spesse e posto alto neluogho 
chedè ordinato, fiorini novanta doro. Fu sepolto, com'ei 
volle, nella cattedrale di Pistoia, sotto un altare eretto 
dal vescovo Sinibuldi suo zio : ritrovate nel 1624, scavan- 
dosi per far altro altare nel medesimo luogo, le ossa, fu- 
rono ad cenothaphium suum recollecta, come si legge nel- 
la iscrizione poco sopra dal pavimento. Il cenotafìo col- 
locatogli nella cattedrale ha un bassorilievo che lo figura 
leggente in cattedra nel costume del tempo fra due ale 
di scolari : in uno de' quali s'imaginò veder Bartolo, in 
altro, contro le testimonianze della storia, il Petrarca : 
presso gli scolari appoggiata e quasi nascosta gentilmente 
dietro una colonna si vede una figura di donna, nella 
quale il Ciampi inchina a riconoscere madonna Selvag- 
gia. Si potrebbe credere la poesia che con furtiva mode- 
stia si affaccia fra gli studii del Codice al giureconsulto. 
E v'è, per la eleganza dello stile e per la forma delle let- 

— 17 - 



GIOSUÈ CARDUCCI 

tere e per la menzione di Bartolo come già famoso, meno 
antica indubitabilmente del cenotafio, questa iscrizione : 

GINO EXIMIO lURIS INTERPRETI 

BARTOLIQVE PR/ECEPTORI DIGNISSIMO 

POP. PIST. GIVI SVO B. M. FEGIT 

OBIIT A. D. MGGGXXXVI 

Questo, grazie alle pazienti ricerche di Sebastiano 
Gampi ^, è, senza le favole e gli anacronismi antichi, 
quanto sappiamo della vita di messer Gino. Della quale 
fu la poesia il minor pregio, benché il più duraturo e ce- 
lebre ai posteri. 

Fu, come il maggior numero de' poeti d'amore del 
secolo XIII, giureconsulto. Perchè l'ingegno pratico de- 
gl'Italiani non patì mai, e tanto meno nella prima civiltà, 
il poeta mero, come Yaoidos dei Greci, il trovatore de' 
Provenzali, il troverò dei Francesi del settentrione. Neces- 
sarissima parte della vita pubblica per le contese di di- 
ritto fra papi e imperatori, fra imperatori e comuni, e 
de' comuni fra loro, era la giurisprudenza dagl'Italiani 
antichi onorata, più forse che i titoli di nobiltà, quanto il 
pregio della spada e della ringhiera. Gentiluomini la eser- 
citavano : e fra i prigionieri pisani della Meloria che lan- 
guirono nelle prigioni di Genova ricusando il riscatto, 
undicimila Regoli d'una sola città, contavansi diciassette 
dottori. Cominciò presto messer Gino a rimare, se la 
risposta al primo sonetto di Dante è dell'anno stesso che 
fa quello composto (1283). E già Pistoia, come ogni città 
italiana, avea tradizioni ed esempii di lettere da Meo 
Abbracciavacca seguace della maniera di Guittone e suo 
amico, da Lemmo Orlandi della scuola di passaggio che 
fiorì in Toscana dal 1250 all'SO, dal franco volgarizzatore 
d'Albertano dinanzi il 1278. E ci viveva il futuro scrittore 
delle Storie pistoiesi, fedel ritratto del parlare e del co- 
stume di quella bella e forte cittadinanza, superiore d'ar- 

1 S. Ciampi : Vita e memoria di messer Cino, terza edizione. (Pi- 
stoia, Manf redini, 1826.) 

- 18 - 



DISCORSO PRELIMINARE 

denza e vivezza al Villani, a pena inferiore in alcuni luo- 
ghi al mirabile Dino. E scrivea versi d'arcana tristezza, 
più limpidi e culti che non molti della seconda metà del 
trecento, il ladro alla sagrestia dei belli arredi; terribile 
figura, o che s'accampi nelle storie pistoiesi colla balestra 
e col fuoco intorno alle case de' suoi nemici, o che squa- 
dri a Dio ambedue le fiche nell'/nferno dell'avversario 
suo bianco. Della fierezza di quei tempi, di quelle parti, 
di quella gente selvaggia ^ tiene talvolta anche il nostro 
amoroso messer Cino ^, ne solo nelle espressioni figurate 
come il Cavalcanti e l'Alighieri, ma pur ne' concetti. U- 
dite : « Tutto ciò ch'altrui piace, a me disgrada; Ed em- 
mi a noia e spiace tutto '1 mondo. — Or dunque che ti 
piace? — Io ti rispondo — Quando l'un l'altro spessamen- 
te agghiada : E' piacemi veder colpi di spada Altrui nel 
volto, e navi andar al fondo... E far mi pareria di pianto, 
corte, Ed ammazzar tutti quei ch'io ammazzo Con l'arme 
del pensier u' trovo morte )). Non è questo lo squille della 
sirventa guerriera di Bertrans de Born che s'inebria al 
fiuto della battaglia : a le us die que tan no m'a sabor 
Manjars ni beure ni dormir, Cum a quant aug cridar — 
A lor! — D'ambas las partz, et aug agnir Cavals voitz per 
Tombratge, Et aug cridar — Aidatz, aidatz! — Et vei ca- 
zer per les fossatz Paucs e grans per l'erbatge, E vei los 
mortz que pel costatz An los tronsons outre passatz » ^ : 
sì è fremito di quelli uomini di sangue e di corrucci, 
delle cui vendette son piene le prime pagine delle Storie 
pistoiesi. Ma Cino dimorò pur molto in Bologna, e secon- 
do il galateo d'allora ebbe commercio di sonetti con mes- 
ser Onesto ultimo della scuola bolognese; la quale co- 
minciata col Guinicelli senza prevalenze sicule o proven- 
zali, fu prima scuola poetica della libera Italia di mezzo 
e preparamento alla poesia toscana. Se non che fiorita in 
una città di legali amò forse troppo la dissertazione, riu- 
scì un pò* loquace, venne tacciata d'oscurità. Onde già 

^ M. Cino : Rime, LXXVIII di questa edizione. 
2 Petrarca: Rime, s. IX, p. Ili, edizione Marsand. 
^ Bertrans de Born ; in Raynouard : Choix des poéaies dea troU' 
badours (Paris, Didot, 1317). II. 243. 

-^ 19 -^ 



GIOSUÈ CARDUCCI 

Bonagiunta lucchese scriveva al Guinicelli : (( E voi pas- 
sate ogni uom di sottiglianza : E non si trova alcun che 
bene ispogna, Tant'è iscura vostra parlatura. Ed è te- 
nuta gran dissimiglianza. Ancor che il senno vegna da 
Bologna, Traier canzon per forza di scrittura N). E qual- 
che cosa di quella oscura loquacità s'apprese allo stile 
di messer Gino. Il quale tuttavia, per i tempi e pel modo 
in che più generalmente poetò, appartiene alla bella e 
pura scuola toscana che seguì, con notevole coincidenza 
storica, il gran movimento popolare del 1282 : ed egli è 
quasi anello fra la bolognese ed essa, come amico di 
messer Onesto e dell'Alighieri e scrivente rime ad am- 
bidue e ricambiatone. Poi la bella scuola, che fu di parte 
bianca, dispersa in diversi esigli dalla rivoluzione del 
1301 e dalla guerra civile conseguitane, si trasformò di 
municipale in italiana. Della quale trasformazione, onde 
è massimo documento la Commedia, sottilmente ricer- 
cando potremmo rinvenir traccie anche nelle rime più 
mature del nostro. Ed egli, lodatore di Dante e lodatone, 
poi lamentato in morte dal Petrarca e imitato, egli autore 
d'una canzone argutamente affettuosa su gli effetti pro- 
venienti dagli sguardi della sua donna, segna pure il pas- 
saggio dall'ontologismo, per così dire, sublimemente li- 
rico del Cavalcanti e dell'Alighieri al psicologismo squi- 
sitamente elegiaco del Petrarca. Ciò non ostante, messer 
Cino come poeta vuoisi dirittamente allogare fra il Ca- 
valcanti e l'Alighieri, benché un poco più sotto. Avverto 
qui che mettendo l'Alighieri a confronto con i poeti coe- 
tanei, intendo sempre dell'autor delle rime. Non se la 
disse col Cavalcanti, uno de' migliori loici che avesse il 
mondo, come parve al Boccaccio, ed ottimo filosojo na- 
turale ^, se non che, secondo G. Villani ^, era troppo te- 
nero e stizzoso; col Cavalcanti che osava scrivere a Dante 
(( Or non m'ardisco per la vii tua vita Far dimostranza 

1 Bonagiunta Urbiciani : Rime, in Poeti del primo secolo (Firen- 
ze. 1816). I, 512. 

^ Boccaccio: Decamerone, giornata VI, nov. IX. 
3 G. Villani: Cronica, VI, 41. 

— 20 — 



DISCORSO PRELIMINARE 

che '1 tuo dir mi piaccia ^ ». E il Cavalcanti rimprove- 
rava il pistoiese d'aver tolto concetti e motti dalle sue 
rime (se dobbiam cred( re a un sonetto di Gino per auto- 
rità di molti codici indirizzato a Guido Cavalcanti). Di 
che Gino gli rispondeva (( Ma funne mai de' vostri alcun 
leggiadro? ~)> Il che e si spiega ricordando la fama piià pre- 
sto di filosofo che di poeta ottenuta da Guido presso i 
contemporanei, e spiega il dantesco e Golui (Virgilio)... 
mi mena, Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno )). ^ 
La superbia nobilesca di Guido, e la facoltà sua di scrit- 
tore nella quale l'imaginativa non di rado affoga l'affetto, 
e la poesia troppo servile talvolta alla dottrina, non ac- 
cordavansi con l'anima di Gino tutta sentimento. Meglio 
s'intese con Dante, natura più contemperata di sdegno e 
d'amore, d'imaginativa e d'affetto, ingegno egualmente 
informato di dottrina e di arte : e dalla giovanile consola- 
toria per la morte di Beatrice al lamento senile su la mor- 
te di esso il poeta, lo seguì, a così dire, per tutti i passi 
del dolore e dell'esigilo. iNè Dante sdegnava rivolgerse- 
gli egli primo : « Poi ch'io non trovo chi meco ragioni Del 
signor cui serviamo e voi ed io, Gonvienmi sodisfare il 
gran desio Gh'io ho di dire i pensamenti buoni... Ahi, 
messer Gino, com'è il tempo vòlto A danno nostro e del- 
li nostri diri...! » Al che Gino rispondeva chiamandolo af- 
fettuosamente « Diletto f ratei mio di pene involto ». ^ 
A una domanda di Gino, se l'anima possa trapassare di 
passione in passione, rispondeva : exulanti pistoriensi flo- 
rentinus exul immeritus, con molta dimostrazione di sti- 
ma e d'amore, inviandogli perpetucB caritatis ardorem, 
e con autorità filosofiche e poetiche affermando che sì. ^ 
Ma ricevuto in un giorno di malumore un sonetto col 
quale l'esule pistoiese lo domandava di consiglio sur un 
nuovo amore a cui senti vasi inclinato, gli riscriveva un 

1 G. Cavalcanti: Rime, in Poeti del primo secolo (Firenze, 1816), 
II. 355. 

2 M. Cino : Rime, VI di questa edizione. 
^ Dante: ìnjerno, X. 

^ M. Cino: Rime, XC-XCI di questa edizione. 

^ Dante: Epistolce, IV, in Opere minori (Barbèra, 1857), III, 

— 21 — 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. X/K, 2 



GIOSUÈ CARDUCCI 

po' superbamente : a Io rni credea del tutto esser parti- 
to Da queste vostre rime, messer Gino; Che si conviene 
omai altro cammino Alia mia nave, già lunge dal iito »; ri- 
prendendolo che pigliar si lasciasse ad ogni uncino, e 
ammonendolo : « Chi s'innamora, siccome voi fate. Et ad 
ogni piacer si lega e scioglie. Mostra che Amor leggier- 
mente il saetti » \ L'amante della Portinari e padre di 
sette figliuoli dalla Donati era trascorso un po' facilmen- 
te a dimenticare i suoi vaneggiamenti per l'ignota fem- 
mina di Casentino e per la bella giovinetta lucchese. Co- 
me poeta, lo cita spesso nel Volgare Eloquio a paro con 
se e se dinota non con altro nome che d'amico suo, e si 
duole di dovere per un certo ordine di successione po- 
sporre ai nomi del Cavalcanti di Lapo e d'un ALTRO fio- 
rentino quello del pistoiese ". Cino pqi, dopo la morte di 
Dante, significò essergli dispiaciuto cne egli « ragionan- 
do con Sordello E con molti altri della dotta scrima » non 
facesse motto ad Onesto di Boncima », e che « nel bel 
loco divino Là dove vide la sua Beatrice » non ricono- 
scesse l'unica jenice Che con Sion congiunse VApenni- 
no ^ : pretensione un pò* indiscreta, a cui però son gen- 
tili cagioni, ed onorevoli per l'animo di Cino, l'amicizia 
e l'amore. Ne meno è onorevole all'intelletto di lui, che 
in una età in cui fu più fatta ragione al valore filosofico e 
teologico di Dante che non al poetico, egli definisca la 
Commedia « il libello Che mostra Dante signor d'ogni 
rima ))*. Certo non sono opera del nostro, per la discor- 
danza e de' pensieri e dello stile, ma sì bene sfogo della 
rabbia impotente di qualche guelfo, due sonettacci con- 
tro Dante, attribuiti a Cino da Faustino Tasso, suo se- 
condo e Doco autorevole editore. 

Credo che da questi raffronti si pos^a ricavare più 
adegugta notizia della poesia di messer Cino che non fa- 
rebbesi da' soliti eindizi as-sobiti che certi critici van rico- 
piandosi gli uni dagli altri. Ma per chi volesse giudizi, ec- 

1 M. Cino: Rime, XCV di q'viesta edizione. 

2 Dante: De vuìgari eloquio, I, XIV. 

'^ M. Gino: Rime, CXIII di questa edizione^ ^^.^ 
4 Lo stesso, ivi. . 



DISCORSO PRELIMINARE 

cone; e tali, che non saprebbesi desiderare di meglio. Di 
Dante Alighieri : il quale scrisse che l'eloquio volgare, 
per opera di Gino da Pistoia e dell amico suo, fu (( di tan- 
ti rozzi vocaboli italiani, di tante perplesse costruzioni, 
di tante difettive pronunzie^ di tanti contadineschi ac- 
centi, così egregio, così districato, così perfetto e così ci- 
vile ridotto )) '. Di Lorenzo de' Medici : (( Assai bene al- 
la sua nominanza risponde Gino da Pistoia, tutto delicato 
e veramente amoroso : il quale primo, al mio parere, co- 
minciò l'antico rozzore in tutto a schifare : dal quale ne 
il divino Dante, per altro mirabilissimo, s'è potuto da o- 
gni parte schermire » ~. Di Ugo Foscolo : « Gino, poeta 
vezzoso, e ch'io paragonerei a Gatullo dove questi non 
è freddo né laido. H, come Virgilio tolse i versi a quel di 
Verona, così il Petrarca ne ha pigliati parecchi a quel di 
Pistoia... Io vorrei pure che si leggessero con religione 
ma non s'imitassero con superstizione que' patriarchi del- 
l'idioma )). ^ 

Una cosa vogliamo avvertire, a discarico nostro, pri- 
ma di lasciare ogni discorso di messer Gino. È da lungo 
tempo annunziata una edizione delle rime di lui a cura 
di Enrico Bindi. E certo l'erudito ed elegante letterato 
pistoiese è uom da fornirla come si deve. Egli potrà alla 
fine sceverare del tutto le rime genuine del suo concitta- 
dino da quelle di Francesco Gei, che per testimonianza 
del Grescimbeni vengono spesso attribuite a Gino nelle 
raccolte; da quelle d'un altro Gino di Gastiglion Aretino 
vissuto circa il 1350, e d'un altro da Borgo San Sepolcro 
fiorito intorno al 1410 : egli potrà restituire di su i codici 
la lezione legittima, la quale io sospetto spesso male in- 
terpretata, qualche volta anche raffazzonata dai pubbli- 
catori del cinquecento : che ne questa né l'altra cosa sep- 
pe fare con quella critica, che solea portare nelle opere 
sue, il dotto Giampi. Io, lontano dal voler prender del 
campo innanzi al signor Bindi, mi contentai a fare una 

1 Dante: De vulgari eloquio, I, XVII. 

2 L. de' Medici: Lettera all'illustriss. sig. Federigo; in Poesie 
dell'edizione Diamante Barbèra, 1858. 

3 Ugo Foscolo: Epistolario (Firenze, Le Monnier, 1852), lett. 361, 

-23 - 



GIOSUÈ CARDUCCI 

scelta, con quella miglior critica ch'era da me, delle ri- 
me stampate; ad emendarne possibilmente la lezione con 
le varianti offertemi pur dalle stampe. E anch'io aspetto 
con desiderio il canzoniere di Cino curato dall' editore 
del Davanzati. 



Ili 

Giotto, Bertuccio Salimbeni, Bindo Bonichi, 
Grazinolo de' Bamhagiuoli, Domenico Cavalca. 

Appartenenti pel carattere e la l'orma dei loro ver- 
si agli gnomici, che sono i poeti del secondo periodo di 
una civiltà, proseguono questi rimatori le tradizioni e lo 
stile della poesia che precede la scuola toscana del 1282. 
Come Dante di sua mano egregiamente disegnava ^ , e 
disegnava, ricordandosi di Beatrice, un angelo sopra cer- 
te tavolette "; così Giotto coetaneo (1276-1336) ed amico 
suo non volgarmente rimava : bella fratellanza, oggi trop- 
po rara, delle arti sorelle. La canzone che sola nota di lui 
riproducemmo è contro la povertà, pur figurata con tan- 
ta amabil vivezza dal. pittore nella chiesa sotterranea del 
Santo d'Assisi in una donna « la quale va coi piedi scal- 
zi calpestando le spine, ha un cane che le abbaia dietro 
e intorno un putto che le tira sassi e un altro che le va 
accostando con un bastone certe spine alle gambe ». 
Ma la invettiva del poeta è reazione del genio borghese 
contro quella specie di socialismo cristiano predicato e 
messo in atto da san Francesco nel duecento, nel trecen- 
to dal beato Colombini. 

Del Salimbeni e del Bonichi, come d'altri vecchi ri- 
matori senesi, scrive senesemente Scipione Bargagli : 
(( Non usarono gli scelti ornamenti poetici nelle rime lo- 
ro, ma si furon tali che la toscana lengua bene intesone 

^ L. Bruni : Vita di Dante. 
2 Dante : Vita nuova, XXXV. 
2 G. Vsisari : Vita di Giotto. 

~- 24 ^ 



DISCORSO PRELIMINARE 

e parlaronla bene : né loro mancò stile per disegnare, se 
forse non hebbono vaghezza per dipegnere ))^ A noi par 
notabile in tutti quasi i rimatori di quella città, che die il 
primo esempio della canzone italiana con Folcacchiero, 
dall'Angiolieri a Saviozzo, un'aspra originalità di concet- 
ti e di forme, in opposizione alla pura gentilezza de' suoi 
pittori. — Benuccio Salimbeni, cavaliere potente, spese 
tutta la vita in offendere i suoi nemici, i fiorentini conti 
del Vernio ch'eran pur suoi cognati, e i Tolomei di Sie- 
na; finche da alcuni di questi ultimi fu ucciso nella con- 
trada di Torranieri il 22 ottobre del 1330; secondo ci la- 
sciò scritto il cronista senese contemporaneo Andrea 
Dei ". Pur ebbe tempo a compor rime; nelle quali, a det- 
to del Crescimbeni che ne vide parecchie, « ebbe stile 
facile e piano e buoni sentimenti, e nella lingua non po- 
co fu colto )) ^ Altra cronaca senese ci mostra vivente nel 
37 e 38 un Benuccio Salimbeni camarlengo delle casate 
Salimbeni, fra i sedici capifamiglia delle quali aveva a 
distribuire circa a iOO mila fiorini d'oro. Non è chiaro 
qual de' due, perchè di due diverse persone par che si 
tratti, fosse il poeta. Ma è curioso a sapere che cotesto 
camarlengo comprò nel 38 dal grande mercatante di So- 
ria, venuto al porto d'Ercole, per 50 mila fiorini di tessu- 
ti in seta trapunti a oro, per 25 mila di sciamiti, 15 mila 
di borse da spose di varie dimensioni, 15 mila di frontelle 
e cordoni e seta da cucire, 10 mila di bande da terzi e 
bande da conti e fioretti da spose, ecc. E tutte le dette 
mercanzie furono da' sensali della casa Salimbeni vendu- 
te in grosso e a minuto in termine d'un anno; e nel solo 
mese di gennaio ben 80 borse per 80 spose novelle di ca- 
sate de' nobili di Slena \ Tempi singolari; in cui da pa- 
lagio a palagio era guerra, e pur una famiglia potea ver- 

1 S. Bargagli : Dialogo int. // Turamino. 

2 A. Dei : Cronica, in Ker. Italie. Scriptores, XV, 88. 

^ Crescimbeni : Comentarii alla St. della Volg. poes., volume II, 
p. II, 1. III. E ogni volta che nel testo citiamo o riportiamo dal Cre- 
scimbeni senza nota speciale, s'intenda di questa parte dell'opera sua. 

'^ U. Benvoglienti : Note alla Cronica del Dei, in Rer. Italie. 
Scriptores. XV, 96. 

— 25 — 



GIOSUÈ CARDUCCI 

sare sì gran contante a un tratto; e tanti matrimonii face- 
vansi in città non grande in un mese; e i gentiluomini e- 
rano feudatarii e cittadini, mercatanti e poeti! — Di Bin- 
do Bonichi, a detto d'un poeta posteriore, eccellente e 
sommo \ sappiamo che era di nobil famiglia, che sosten- 
ne la carica del supremo reggimento, e morto ai 3 gen- 
naio del 1337 fu sepolto in San Domenico di Siena. Nel 
dotto secentista Ubaldini parlava un po' lo zelo di pri- 
mo editore, quando, detto che le rime del Bonichi non 
mancano della sua leggiadria e cono dì spirito nobile e 
poetico, gli giovava poi di credere che, se avesse uguale 
alla proprietà la scelta delle ùarole, potrebbe sicuramen- 
te star vicino al Petrarca ", Il Crescimbeni avvisavasi al- 
l'incontro ch'egli fosse assai miglior moralista che poeta; 
e gli dispiaceva che nelle sue rime, lavorate con pochis- 
sima cultura, si valesse anche delle voci più abiette e vili 
della nostra lingua. Chi sa che cosa mai pensava e diceva 
delle due terzine del 28° dell'/nferno l'odoroso abbate, 
autore dell'anacreontica su la rosa! Meorlio però che d^ììe 
monotone stanze delle canzoni, le ouali sentono del Bar- 
berino e della decadenza provenzale e dovrebbono forse 
ridursi a cobbole, dai sonetti del Bonichi sprizza una vena 
di poesia ; poesia satirica annunziante il Berni, non anche 
ridoHa a genere, ma già vivissima ne' duecentisti. 

Roberto di Napoli : il re da sermone di Dante ^; a quel 
modo che, senza nulla fare per parte guelfa e solo tenen- 
do accesa del continuo la guerra in Italia salvandone il 
regno suo, ottenne in vita la supremazia de' Guelfi e no- 
me di savissimo regr9Ìtore; e fama di filosofo e oratore 
acnnistò con qualche predicozzo «i^ile a auello mandato 
a* Fiorentini per l'alluvione del 1333 '^, e di munifìcentis- 
simo protettor delle lettere con f'^r comperare per cinque 
once d'oro gli scritti del Barberino ^ e trasmutare uno 

1 Leandreide, e. 7: cit. dal Mazzuchelli nel voi. Ili degli Scrit- 
tori itnliani. 

~ F. Ubaldini nella Lettera ai lettore posta innanzi alle Rxmp di 
M. F . Petrarca estr. da ur> suo originale, etc. (Roma, Grignani, 1642). 

^ D^nt^: Paradiso, Vili. 

4 O. ^/0^T,^ : Cronica. XI, 3. 

5 F. Ubaldini: 1. e. 

— 26 — 



DISCORSO PRELIMINARE 

straccio di porpora invecchiata dalle sue spalle a quelle 
di Francesco Petrarca laureando; così dopo morte giunse 
a scroccarsi anche il nome di poeta, egli che la poesia re- 
putava arte frivola e poco stimava i poeti e teneva Vir- 
gilio per uom da favole \ perchè furon trovate fra le sue 
carte certe rime d'un povero notaio bolognese. Bonagra- 
zia, detto poi Graziuolo, figlio di Bambagliolo (Bam- 
baglioio e Bambagiioli, non bambagiuoli, han sempre i 
documenti bolognesi), ebbe titolo di notaio nel 1311, 
era degli Anziani nel 24 e cancelliere del Comune 
nel 25 ; ma nel 34, un mese dopo la cacciata di Ber- 
trando del Poggetto il quale di legato pontifìcio con 
promettere a i:ologna che diverrebbe sede al pontefice 
reduce in Italia se n'era fatto signore, venne con tutti di 
sua famiglia dai dieci ai sessanta anni, come guelfo, ban- 
dito. E di tanta riputazione era tra i Guelfi, che un fra 
Guido Vernano da Rimini dell'Ordine de' predicatori de- 
dicava a lui un trattato contro la Monarchia di Dante, che 
conservasi nella Classense di Ravenna. Ne oltre il 34 se 
ne ha più notizia : dovea esser morto nel 43, in cui Gio- 
vanni suo figlio fa istanze per un curatore ". Nell'esiglio 
compose il Trattato delle Virtù morali in cento cobbole 
a imitazione dei Docwnenti d'amore del Barberino, l'or- 
nò di commenti latini (nella Riccardiana di Firenze se ne 
ha un volgarizzamento contemporaneo), e con lettera pur 
latina lo indirizzò al provenzale Bertrando del Balzo con- 
te di Monte Scaggioso, cognato a Roberto di Napoli, e 
allora capitano de' Fiorentini. Nella lettura si qualifica, 
come il ghibellino Dante, exul immerite; e dice : « Quia 
nemo igitur me conduxit ut c^ub sancta operatione aut 
reipubliccs hono onere vel oificio, sicut in Domino vere 
desidero, mea posset humilitas jatigari; ne sub otiosa per- 
ditione temporis inimica virtutis ulterius residerem, hujus 
relegationis impietate durante quam illa jallax, cemulatio- 
nis calamitas odiosa paravit, qua mors introivit in orbem 

^ Boccaccio : De Genealogia Deorum, XIV. 

2 G. F?intuz7Ì : Notizie desìi scrittori bolo;^nesi, t. I, Bologna, 
1781 ; e S. Muzzi : I poeti bolognesi anteriori a Dante, neW Almanacco 
statistico bolognese pel 1840. 

— 27 — 



GIOSUÈ CARDUCCI 

terrarum; idcirco de naturalis moralitatis radice vulgares 
aliquas et novellas eduxi propagines, theologorum, doc- 
tcrum, philosophorum et verter ah ilium auctorum senten- 
tiis approbatas. » È probabile l'ipotesi del Crescimbeni, 
che il trattato dalle mani del capitano incurioso passasse 
a quelle del re da sermone, fra le cui carte trovato dopo 
la morte fosse tolto per opera sua. Ma così pur fosse faci- 
le rivendicare tutte le regie usurpazioni, come di questa 
fu : che poco dopo la pubblicazione dell'Ubaldini il qua- 
le attribuivate a Roberto \ fu data notizia al Crescimbeni 
d' un codice dell' erudito fiorentino Bargiacchi dove il 
trattato era e diverso e più esteso che lo stampato e col 
nome del notaro bolognese. Ora la cosa è chiarissima : 
pur molti seguirono e seguono a riprodurlo e citarlo sotto 
nome di Roberto : tanto è vero che gli animi umani sono 
proni all'ossequio della fortuna e della forza, anche se di 
quelle non resti che l'ombra. 

Non è qui il luogo a parlare di fra Domenico Caval- 
ca pisano (m. 1342). uno dei padri della nostra prosa; nel- 
la quale riuscì miglior poeta che nelle Laude, nelle Ser- 
ventesi, nei Sonetti con cui seo"uita la maniera di Fra la- 
copone. e gli sottostà per impeto d'affetto e per calor di 
invenzioni. 



IV 

Pieraccio Tedaldi, Mucchio da Lucca, Rosone da Gobbio, 
Iacopo Alighieri. 

Ecco insieme due contemporanei di Dante che ne 
piansero in versi la morte, e un amico e un figlio di lui 
che ne illustrarono in versi la maggiore opera. 

Fiorentino il primo e figlio, secondo l'Allacci ^ e i 

1 Ubaldini ; edizione cit. delle Rime originali del Petrarca; Trat- 
tato delle virtù morali e Canzoni del Bonichi. 

2 L. Allacci: Lettera agli Accademici della Fucina, premessa a* 
Poeti antichi, ecc. (Napoli, d'Alecci, 1661); e a questa lettera ci ripor- 
tiamo citando altrove l'Allacci. 

~ 28 — 



DISCORSO PRELIMINARE 

manoscritti strozziani, d'un Maffeo, o d'un Lamberto, se- 
condo le notizie di casa 1 edaldi citate dal Crescimbeni; 
fu, cornei dice, castellano in una buca : nella quale, a 
sentir lui, stava a suo grande disagio : « Però che ci sono 
assediato Da forti venti e dalla carestia, E ogni cosa m'è 
porto e collato. Di quel che ho vaga più la vita mia. Cioè 
di veder donne, son privato In chiesa alli balconi o nella 
via. » E le donne gli piacevano, tanto che ebbe due mo- 
gli : della seconda motteggiava bruttamente : « Qualun- 
que mi arrecassi la novella Vera o di veduta o vuoi di 
udita, Che la mia sposa si fossi partita Di questa vita o 
persa la favella; Io gli darei guarnacca o vuoi gonnella. 
Cintura e borsa con danar fornita; E sempre mai che' di- 
morasse in vita Lui servirei con chiara voglia snella. » 
Di lui hannosi poesie ne' codd. vaticani segnate del 131 1 : 
del 16 settembre 1321 è segnato il sonetto in morte di 
Dante in quelli e nel riccardiano e nei casanatensi : in 
uno dei vaticani (3213) è un altro sonetto con tale iscri- 
zione (( Pieraccio Tedaldi nel 1333, antivedendo sopra 
il fatto del legato di Bologna e ripetendo del suo male 
stato » e comincia : a Gran parte di Romagna e della 
iMarca Ha già perduto il prete di Caorsa, E l'altro rima- 
nente c'ha in borsa Parmi veder che tosto se ne scarca : 
E, se non se ne avvede e i monti varca, La gente bolo- 
gnese veggio scorsa A dargli maggior graffi e maggior 
morsa Che mai non fé leone a bestia parca. » Non ne do 
altro perchè il Trucchi ^ resta qui; dalle cui notizie ho ri- 
prodotti questi e gli antecedenti versi, di miglior lega che 
i pubblicati per intiero. Agli antichi raccoglitori e storici 
della poesia parve gran che un sonetto nel quale Pierac- 
cio seppe ristringere come una ricetta per fabbricare so- 
netti. A noi par da notare che egli, col Bonichi in parte, 
prevenne la poesia borghese di cui avremo a parlare più 
sotto . 

Mucchio de' Fantinelli da Lucca, detto in altri codi- 
ci Mugnone e Magnone, meritò luogo nella nostra rac- 

^ F. Trucchi, nelle Notizie di Pieraccio Tedaldi, in Poesie ine- 
dite italiane, voi. II (Prato, Guasti, 1846). Citando o nominando il 
Trucchi nel testo, intendiamo sempre di questo volume della sua rac- 
colta. 

— 29 — 



GIOSUÈ CARDUCCI 

colta per l'aft-etto e la riverenza onde scrisse di Dante, 
ch'ei forse in Lucca potè conoscere. Indirizzava un brut- 
to sonetto a un Gallacene da Pisa in occasione delle guer- 
re che furono tra Pisani e Senesi nel 1335 : e il Crescim- 
beni, forse per documenti da lui veduti, ne protrae l'età 
poetica fino a' tempi di Mastin della Scala (1340 circa). 

Tenne parte ghibellina messer Bosone de' Raffaelli 
da Gubbio, nato verso il 1280, e fu co' Ghibellini caccia- 
to nel 1300. Rifuggito in Arezzo, vi conobbe (1304) e si 
fece amico l'Alighieri; che egli nel 1311 rimpatriato ospi- 
tò dopo la morte di Arrigo VII e in Gubbio e nel castello 
di Colmollaro. Novamente bandito nel 15, Bosone fu po- 
destà d'Arezzo nel 16 e di Viterbo nel 17, nel 27 capita- 
no di Pisa e vicario del Bavaro, nel 37 finalmente sena- 
tore di Roma. Morì probabilmente circa il 50 \ Scrisse nel 
1311 Y Avventuroso Ciciliano, che a G. F. Nott primo edi- 
tore garbò di qualificare roinanzo storico : dove alle dice- 
rie tradotte da Sallustio da Cicerone e Valerio Massimo 
si mischiano novelle improntate dei costumi del secolo. 
E Armannino giudice da Bologna, esule anch'egli e ve- 
neratore di Dante, crii dedicava la Fiorita, amena compi- 
lazione delle antiche epopee scritta nel 1325. Fra le rime 
pubblicate sotto nome di Bosone. suoi certamente sono 
il capitolo sur una guerra tra Veneziani e Turchi del 
1307 e il soT^etto in morte di Dante e altro capitolo d'e- 
sposizione alla Divina Commedia. Ma le chiose in terza 
rima alla stessa, attribuitegli ^^el XVII delle Df^licicB eru- 
ditorum, sono, come prova il Mehus ", d'un Mino Vanni 
d'Arezzo. Poco spirito ebbe d'ele^ranza, e men di poe- 
sia. Q'-^el Bosone da Gobbio iscritto come te«timone in 
un comprom.esso fatto a Urbino in Bonifacio IX nel 1392, 
di cui parla l'Allacci, dovette essere un discendente del 
nostro : e a lui si può riferire l'enìema Dolitico in Quattor- 
dici versi ?*ll-'--d^'^te agli ultimi fatti del secolo XIV, pub- 
blicato dal Trucchi. 

1 F. M. Ra^aelli : Della jamiglia, della persona di M. Bosone da 
Gobh'o. ecc. ; DelicicE eroditorum, di G. Lami, Firenze, 1755, volu^ 
me XVII. 

2 Mehus: Vita Amhr. 7 raversari, 274. 

— 30 — 



DISCORSO PRELIMINARE 

Di Jacopo, secondogenito dell'Alighieri, s' ignora 
l'anno della nascita e quel della morte. Leggesi in uno 
spoglio della Magliabechiana citato dal Fraticelli : a Ja- 
copo del già Dante piglia e' due primi ordini minori da 
m. Tedice vescovo di Fiesole gli 8 ottobre 1326. » Ma non 
andò più oltre, ed ebbe in moglie una degli Alfani, di- 
scendente forse dal poeta lodato dal padre suo. Recupe- 
rati nel 1342. mediante lo sborso di 15 fiorini d'oro, dalla 
signoria di Firenze i beni confiscati al padre, visse in pa- 
tria, propriamente nel poDolo di Sant'Ambrogio, e pro- 
babilmente in una casa che era ab antico degli Alighie- 
ri \ Scrisse il Dottrinale, specie di poema didascalico, ci- 
tato dalla Crusca. E il Crescimbeni vide di lui manoscrit- 
ta nella Chigiana una canzone indirizzata a Giovan- 
ni XXII e a Lodovico il Bavaro quando questi fu incoro- 
nato nel 1328. Alcune rime di Jacopo vengono attribuite 
a Pietro, e a JacoDo all'incontro il comento alla Comme- 
dia stampato (1845) sotto nome di Pietro, che non è forse 
ne dell'uno ne dell'altro. Anche di Iacopo furono pub- 
blichiti nel 1848 un Co'^ento sottra Ylnierno e altre chio- 
se. Per argomento del buon siudizio di certi vecchi criti- 
ci not^'amo che il Ouattromani aff'=^rma Jacopo aver suioe- 
rato il t^nrìfe rnnssimamente nella leggiadria e nella dol- 
cezza ". Dio gliel perdoni! 



V 

Arrigo di Castruccio. 

Come oggi lo strimpellare un po' di piano fa parte 
d'ogni civile educazione, così nel secolo XIII e \IV il ri- 
mare era d'ogni bennato. E come oggi starebbe male a 
un diplomatico non saper movere un passo almeno di 
valtz per aprir la danza in una veglia reale, così a un 

1 P. Fraticelli : Storia della vita di Dante, IX. (Firenze, Barbèra, 
1861.) 

2 Sertorio Quattromani : Lettere, 157. 

— 31 — 



GIOSUÈ CARDUCCI 

principe allora non essere sperto ad intonare su la vio- 
la canzone o ballata o a comporre un sonetto. Buffonerie 
gentilesche delle corti di tutti i tempi. E da quando l'im- 
perator Barbarossa recò sul leuto provenzale quella ma- 
no che s'era alzata ad ordinare si spargesse il sale ove e- 
ra Milano; da quando l'imperatore Federigo II scrisse 
canzoni d'amore, la cui galanteria non dovrebbe far di- 
menticare lo strazio bestiale da lui fatto dei cittadini di 
Corneto e dei prigionieri fiorentini e le sue turpi libidini; 
fu il compor versi cortesia cavalleresca dei signori d'I- 
talia, massime ghibellini. Per non uscire del secolo XIV, 
ne compose di politici Can della Scala, di morali Bruzzi 
Visconti bastardo di Luchino, e di famigliarmente satiri- 
ci Castruccio. E ne compose questo sciagurato Arrigo fi- 
gliuolo del signore di Lucca. Pietoso contrasto fra il la- 
mento scorato del figliuolo su la fortuna sua e l'arrogan- 
za ingiuriosa del padre che risponde per le rime a un feu- 
datario forse suo inimico! Arrigo spodestato dall'ingra- 
to Bavaro della signoria paterna, riuscitegli a male le pro- 
ve per riassoggettarsi Pisa e Pistoia e Lucca, si ridusse a 
militare allo stipendio altrui. Il sonetto che di lui noto noi 
riportiamo, e nel quale pare si dolga che Luchino Vi- 
sconti mal lo rimeritasse o non ne facesse conto, è scrit- 
to quando nel 1344 osteggiava i Pisani con le genti di 
Luchino tra la Valdera .e la Maremma. Indi a poco morì 
per la corruzione nata del caldo soverchio e del disagio. 
Sedici anni avanti, Galeazzo Visconti, f ratei di Luchino, 
spodestato pure dal Bavaro, era morto per la stessa ca- 
gione e nePe stesse condizioni, seguitando Castruccio al- 
l'assedio di Pistoia. 

^ G Villani: Cronica. XII, 28. 



— 32 — 



DISCORSO PRELIMINARE 



VI 

Franceschino degli Albizzi, 
Sennuccio del Bene, Matteo Frescobaldi. 

(( Sennuccio e Franceschin che fur sì umani, Come 
ogni uom vide » eran annoverati dal Petrarca \ tra i fa- 
mosi de' quali Amore trionfava, nella bella compagnia di 
Dante, di Cino e de' due Guidi. Oggi il mondo gli cono- 
sce per quel verso e per l'amicizia del poeta : pochi eru- 
diti e cercatori di antichità citano, e radamente, lor 
rime. 

Ne amico soltanto ma parente al Petrarca fu Fran- 
ceschino degli Albizzi fiorentino; e lo conobbe famigliar- 
mente in Avignone nel 1345. Visitò quindi la Francia, e 
vide Parigi. Tornato in Italia nel 48, disponevasi d'an- 
dare a Parma a trovare il glorioso congiunto che l'aspet- 
tava con gran desiderio; quando còlto in Savona dal con- 
tagio che già invadeva l'Italia, morì giovanissimo nell'a- 
prile. Il Petrarca lo pianse con una epistola ", in cui l'af- 
fetto e 1 dolore da prima veri trascendono in ultimo nel- 
la declamazione. 

« Sennuccio mio... ti prego che n la terza spera 
Guitton saluti e messer Cino e Dante, Franceschin no- 
stro e tutta quella schiera » \ cantava un anno dopo per 
la morte di Sennuccio del Bene. Il quale fu certo genti- 
lissimo spirito, se meritò dal Petrarca il sonetto ove so- 
no gl'ineffabili versi « Qui tutta umile e qui la vidi alte- 
ra », ecc. Sennuccio di Benuccio di Senno del Bene, gen- 
tiluomo fiorentino di parte bianca, benché più volte ac- 
cogliesse e intrattenesse splendidamente in una sua villa 
Carlo di Valois, non campò dalla industre e crudel cu- 
pidigia del principe senza terra e senza vergogna : ma 
carcerato e multato in quattromila lire fu poi bandito 

^ Petrarca : Trionjo d' amore, IV. 

2 Petrarca: Epist. jamil., VII, 12. 

3 Petrarca; Rime, p. II, s. 19, edizione Marsand, 

--33 — 



GIOSUÈ CARDUCCI 

nel 1302 insieme con ser Petracco e con l'Alighieri. Se- 
guitò le fortune de' Bianchi, ed era nell'esercito d'Ar- 
rigo VII contro Firenze. In una canzone di messer Gore 
d'Arezzo, poeta guelfo, vista dal Trucchi, s'induce la 
patria a pregare Sennuccio di non volere essere co' bar- 
bari a straziare la madre che tanto l'ama e l'onora. E il 
rimprovero sotto forma di preghiera è meritato pur trop- 
po : ma quel che dice dell'amore potea bene il Guelfo 
lasciarlo da parte. Inchino a credere che si accenni alla 
morte d'Arrigo nella canzone, da noi ammessa nella no- 
stra scelta, Da poi eh' i' ho perduto : e il saluto che il 
poeta manda a Franceschino Malaspina mostra aver an- 
ch' egli, come Dante e Gino, esperimentata la ospitai 
cortesia di quella gente onrata che si jregia del pregio 
della borsa e della spada ^. La canzone è scritta fuori 
d'Italia; forse in Provenza, dove potè recarsi subito do- 
po la morte di Arrigo, quando il padre del Petrarca; e 
dove dimorò anche dopo che il favore di Giovanni XXII 
e l'intercessione del cardinal Gaetano legato in Toscana 
gli ottennero nel 1326 dalla signoria di Firenze la remis- 
sione del bando per viam et modum oblationis : la qua! 
condizione, da poi che non rimpatriò mai, pare, come 
già Dante, reputasse non dover accettare. In Avignone 
conobbe il Petrarca, che lo amò e gl'indirizzo tre sonet- 
ti in cui lo mette a parte de' suoi dolori e speranze e una 
lettera latina scherzosa " : e forse fu de' famigliari del 
cardinale Giovanni Colonna, ch'egli in un sonetto al Pe- 
trarca, dove pur gli notifica il dolor misto d'ira di ma- 
donna Laura per la lontananza del suo poeta, chiama 
signor nostro. Nel 1349 morì molto vecchio in quella che 
l'amico suo chiamava Babilonia occidentale. 

E amico del Petrarca meritava di essere, per la gen- 
tilezza del suo comporre se non della vita, Matteo Fre- 
scobaldi, giustamente annoverato dal Crescimbeni « tra 
quelli che, sebbene alla toscana poesia non diedero l'es- 
sere, non di manco, perchè finirono di pulirla e nobili- 

1 Dante: Purg., Vili. 

2 Petrarca: Rime, p. 1, sonetti 76, 77, 207, edizione Marsarfd ; ^ 
Epist. jamil, IV, 14. 

- 34- 



DISCORSO PRELIMINARE 

tarla, più che padri è dover che si chiamino ». A Mat- 
teo nostro ben presto, nel 1313, morì il padre: Dino Fre- 
scobaldi, de' più leggiadri coltivatori dell'ultima poesia 
toscana del duecento : anche la madre gli mancò, resasi 
a vita religiosa nel monastero di San Donato a Kifredi. 
Di che forse la disordinata vita di lui descrittaci dal cro- 
nista Velluti : (( Matteo di Dino fu di comunale statura, 
grande giucatore, spesse volte vestito con bellissime ve- 
sti (e talotta tagliate e non cucite si vendevano o impe- 
gnavano), alcuna volta vilmente vestito. Morì nella mor- 
talità del 134Ó, d'età di 40 anni o più : non ebbe mai mo- 
glie : rimasene una bastarda. )) ^ 

Delle rime di lui e di Sennuccio la nostra è per ora 
la più copiosa raccolta : pochissime ne escludemmo, so- 
le cioè le cattive o troppo scadenti. 



VII 

Frate Stoppa, Fazio degli Uberti, Riccardo degli Albizzi. 

Le rime dei tre ultimi Fiorentini, di cui tenemmo pa- 
rola, attestano una seconda maniera lirica del seco- 
lo XIV : la quale, non che sia ancora imitazione del Pe- 
trarca, ma ne accenna pure alla squisitezza e intimità del 
buon testar degli amorosi detti; ed è tuttavia più eulta e 
aggraziata, sebbene tanto meno alta di spiriti e d'into- 
nazione, dell'ultima lirica de' dugentisti; segna in fine 
o, meglio, annunzia il terzo stadio dell'arte. Ma, almeno 
per l'audacia e l'irregolarità delle forme, rimangono nel 
forte medio evo i due che si presentano ora : fra i coeta- 
nei essi stanno, come il Saladino di Dante, soli in di- 
sparte. 

Reliquia del vecchio tempo, oramai quasi scono- 
sciuta al trecento che ha prodotto il gran m.otteggiatore 
di Certaldo, ecco la visione profetica nella serventese di 

1 Donato Velluti; Cronica di Firenze (Firenze, Manni, 1731), pa- 
gina 40. 

— 35 — 



GIOSUÈ CARDUCCI 

frate Stoppa. Il quale, toscano e fiorentino fu certo; e de' 
Bostichi, secondo il 1 rucchi : da' suoi versi pare al Cre- 
scimbeni poter rilevare ch'e^ fiorisse circa il 1347. Della 
metà prima del secolo lo fa credere anche la lingua 
schiettissima, dalla quale s' aiuta d' efficacia lo stile vi- 
goroso. 

Autore d'una serventese profetica singolarissima è 
pure Fazio degli Liberti. Nacque, non si sa dove ne 
quando, neìl'esiglio, a cui tutta e in perpetuo era con- 
dannata dail odio popolano la discendenza del vincito- 
re di Montaperti. h nacque, nipote a Farinata, da Lapo 
capitano e poeta e a' suoi tempi oratore dei Pisani a 
Bonifcizio Vili. Giovine, in Verona, amò un'Angiola: e 
a lei sono indirizzate le canzoni di amore. Dalle quali 
ricavasi ch'ei stette otto anni lontano dalla donna ama- 
ta e da V erona : forse fece allora le peregrinazioni che 
tanta materia furono del Dittamondo. Filippo Villani il 
biografo lo dice : (( uomo certamente giocondo e piace- 
vole, e solo d'una cosa reprensibile: che per guadagno 
frequentava le corti de' tiranni, adulava e la vita e i co- 
stumi de' potenti; ed essendo cacciato della patria, le 
loro laudi fingendo con parole e con lettere cantava. )) ^ 
Con queir accenno del piacevole e col resto poco gli 
manca a fare del nipote di Farinata un di quei Fiorenti- 
ni piacevolissimi deAe novelle del Sacchetti, i quali si ri- 
ducevano nelle corti dei signori lombardi e romagnoli, 
davan parole e ricevevan robe e vestimenti ' : breve- 
mente, oltre adulatore, buffone. E sì che la seri;en^ese o 
jrottola ai Signori e Comuni d'Italia, le canzoni politi- 
che e il Dittamondo in più luoghi di ben altro che d'adu- 
lazione han sapore. Ma nulla voleasi dai superbi popo- 
lani di Firenze perdonare a un Liberti, sebbene condot- 
to a mendicare la vita; nulla, ne pure l'infamia. E il Vil- 
lani era pur ammonito come ghibellino. Anche lo dice 
a uomo d'ingegno liberale, il quale all'ode volgari e ri- 
mate con continuo studio attese )), e « il primo che in 
quel modo di dire il quale i volgari chiamano frottole mi- 

1 F. Villani: Vite degli uomini illustri fiorentini (Venezia, 1747). 

2 F. Sacchetti: Novelle, XLIX. 

— 36 — 



DISCORSO PRELIMINARE 

rabilmente e con gran consiglio usò. Ma nella vecchiez- 
za voltosi a miglior consiglio e imitando Dante compo- 
se un libro a' volgari assai grato e piacevole Del sito e 
investigazione del mondo... Dopo molti dì della sua vec- 
chiezza modestissimamente passati in tranquillità, morì 
a Verona, e quivi fu seppellito. » La sua discendenza, 
perocché egli ebbe moglie, si conservò per quasi due- 
cento anni in Venezia nell'ordine de' gentiluomini popo- 
lari, da Leopardo suo figliuolo fino ad Antonio segreta- 
rio del senato nel secolo XVL Storici ed eruditi poste- 
riori affermano eh' e' fosse laureato : ma tacciono di 
questo le notizie del tempo. Certo non morì prima del 
1360; perchè nel Dittamondo (II, 3) parla di Carlo di 
Lussemburgo coronato Nello mille trecento cinquantuno 
E cinque più; e nel 1355 o poco dopo dovette essere 
scritta la canzone contro l'indegno nipote d'Arrigo VII. 
Così la vita poetica di Fazio si contiene fra due limiti sto- 
rici, che segnano pure due differenti modi del pensiero 
ghibellino. Imperocché la prima sua poesia del cui tem- 
po abbiamo notizia certa é la canzone citata dal Truc- 
chi pel parlamento tenuto in Trento nel 1 326 da Lodovi- 
co il Bavaro co' Ghibellini d'Italia, nella quale il giova- 
ne poeta fa istanza all'imperatore : « Che venga o man- 
di e non indugi '1 bene : Perché a lui si conviene Risu- 
scitar il morto Ghibellino E vendicar Manfredi e Corra- 
dino. )) Qual differenza da quella al lussemburghese, ul- 
tima di cui sappiamo il tempo certo, dove si prega a 

Dio : (( perché 1 santo uccello... Da questo Carlo 

quarto Imperator non togli e dalle mani Degli altri lur- 
chi moderni germani Che d'aquila un allocco n'hanno 
fatto? Rendilo sì disfatto Ancora a' miei latini e ai ro- 
mani : Forse allor rifarà gli artigli vani. » E di fatti il ghi- 
bellinismo propriamente detto era finito con Arrigo VII 
se pur non con Federigo II : a farne anche spregevole il 
fantasma non mancava che la calata di Carlo IV. Dopo 
costui, il desiderio e il canto del poeta mira più alto : e 
in una canzone, da noi edita, crediamo, la prima volta, 
introduce la grande ombra di Roma a domandare che 
l'Italia soggiaccia a un solo re che al suo volere consen- 

— 37 — 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV, 3 



GIOSUÈ CARDUCCI 

ta. Magnanimo pensiero, e lo stesso che ha informato 
il movimento italico del 60 : tanto che nelle note che 
rUberti appropriò al monarca desiderato pare prefigu- 
rarsi il re cavaliere, « La destra fiera e la faccia focosa 
Contro a' nemici, e agli altri graziosa )). Magnanimo pen- 
siero, e da più magnanimo voto seguito : a Canzon mia, 
cerca l'italo giardino Chiuso da' monti e dal suo proprio 
mare, E PIÙ' LÀ NON PASSARE. » Ahimè, era omai 
troppo tardi! Ad altri lasciamo l'indagare qual potesse 
essere il monarca desiderato dall'Uberti : forse un Vi- 
sconti? Avvertiamo che nella nostra stampa la canzone 
che s'intitola da Roma precede per errore quella a Car- 
lo IV, quando dovrebbe seguitarla. Dal detto fin qui si 
può arguire quanto sarebbe desiderabile una accurata 
raccolta delle poesie liriche di Fazio; le più delle quali, 
d'argomento storico, giacciono inedite per le biblioteche 
toscane e romane. Noi, delle stampate rigettando po- 
chissime troppo o scorrette o scadenti e restituendogli le 
male attribuite ad altri, ne diamo un fascette che è per 
ora il più copioso. E speriamo che piaceranno, a coloro 
almeno che non cercano le cose antiche con quel senso 
superficiale e limitato che non sa uscire delle condizioni 
e forme presenti. Nerbo ed impeto lirico e sprezzata 
franchezza troveranno nei versi politici; dolor vero e 
pieno di fantasie nuove in quelli co' quali si lamenta 
della sua condizione; affetto e imaginazione graziosa nei 
versi d'amore. Nei quali, lontano dal misticismo del due- 
cento e dal sensualismo del quattrocento, pare aver fat- 
to un'accorta meschianza della gaiezza provenzale con 
qualche solenne ricordo dei poeti latini. In questo e nel- 
l'uso notevole, benché raro, del linguaggio mitologico e 
degli sdruccioli rimati prenunzia il quattrocento; come 
prenunzia le rappresentanze sacre di quel secolo con la 
prosopopea a dialogo dei sette peccati mortali. Perchè 
anche fra noi la lirica fu culla della drammatica. 

A' due poeti di cui abbiam discorso finora vuol es- 
sere aggiunto Riccardo degli Albizzi, non solamente pel 
tempo in cui fiorì che fu circa il 1360 ma anche, se non 
per l'originalità, certo perchè serba il sapore della lirica 

— 38 — 



DISCORSO PRELIMINARE 

del duecento più ancora che il padre suo Franceschino : 
onde non saprebbe trovar luogo fra gli altri rimatori me- 
glio culti e meno vivaci. 



Vili 

Giovanni Boccaccio. 

A Giovanni Boccaccio, il quale nel suo epitafio glo- 
riavasi « studium jiiit alma pòesis » e terzo poeta d'Italia 
era salutato dai contemporanei e dal Petrarca quando lo 
persuadeva a non ardere le sue rime volgari \ come vo- 
lea dopo lette quelle dell'amico; a Giovanni Boccaccio 
ricusano i posteri il nome che più dura e più onora, ripe- 
tendo un bisticcio del Salviati; (( verso che avesse verso 
nel verso non fece mai, o così radi, che nella moltitudine 
de' lor contradii restano come affogati » ^. Chi ha letto 
le commedie versificate del Salviati crederà che l'erudi- 
to e giudizioso cavaliere grammatico parli per esperien- 
za fatta su' propri suoi versi. A tanto severo consenso 
v'è però qualche rara e gloriosa eccezione : il Tasso al- 
lega ne' SUOI Discorsi poetici l'autorità della Teseide, 
e non isdegnò di postillarla a suo studio : la cita spesso 
il Tassoni. A iparer mio anche il Boccaccio fu inventore 
d'un genere e autore d'una maniera. Come Dante si e- 
lesse la parte spec'almente intellethva e ideale della let- 
teratura, e il Petrarca l'affettiva ed inhma; così il Boc- 
caccio la sensibile. E della civiltà contemporanea de- 
scrisse nel Decamerone la forma; e si volse ad ornare e 
dilettare la vita esterna. Scrisse, per piacere alle genrili 
donne e a' cavalieri, poemi romanzeschi; nei quali, co- 
me quegli che era novellatore e a un tempo erudito, fe- 
ce prova d'accordare l'antichità e Virorilio col medio evo 
e co' trovatori francesi. Allo stesso intento, da poi che 
nei versi d'amore far meglio del Petrarca e di Dante era 

^ Petrarca: Epist. sen., V, 3. 

2 L. Salviati: Avvertimenti, ecc. (Napoli. 1712), voi. I, pag. III. 

— 39 — 



GIOSUÈ CARDUCCI 

impossibile, dedusse dalle fonti classiche l'elegia e l'idil- 
lio nelle rime toscane. Che se poi cotesta infusione fu 
meglio contemperata nella corte medicea, se nelle al- 
tre corti del cinquecento l'epopea romanzesca toccò l'ul- 
time cime; ciò non dee togliere al Boccaccio il pregio del- 
l'invenzione e del primato nell'una cosa e nell'altra. Con 
questi riguardi s'hanno a leggere le rime del Boccaccio. 
Nelle quali; se imita qualche volta il Petrarca e sempre 
gli cede, e talora non a lui solo; beatissima è pur sempre 
la vena della favella e dell'eleganza. 



IX 

Marchionne Torrigiani, Federigo d'Arezzo, Coluccio Salutati, 

Malatesta Malatesti, 

Roberto conte di Battijolle, Buonaccorso da Montemagno. 

Eccoci al terzo stadio della poesia ed alla imitazio- 
ne. Questa bella brigata di petrarchisti del secolo XIV, 
puliti e corretti a preferenza d'ogni altro de' loro coeta- 
nei, tuttavia non aggiungono nulla né alla storia dell'arte 
ne a quella del pensiero. Tale è il destino di tutti gl'imi- 
tatori d'una poesia individuale. 

Di Marchionne Torrigiani, probabilmente fiorentino, 
e di Federigo di messer Ceri del Bello d'Arezzo, non 
altro hanno a dirci i vecchi storici della poesia se non 
ch'e' mostrano essere coetanei e seguaci non indegni 
del Petrarca. Tanto ciò è vero, che i due loro sonetti da 
da noi riprodotti sono in due codici Soranzo del museo 
Correr di Venezia attribuiti a M. Francesco. ^ 

Non è da questo luogo la vita di Coluccio Salutati 
(1330-1406), amico del Boccaccio e del Petrarca, rac- 
coglitore e correttore di classici, scrittore il meglio latino 
del secolo XIV, segretario pontifìcio e della repubblica 
fiorentina; a nome della quale dettava le lettere che più 

1 A. Sagredo : Sonetti inediti di Fr. Petrarca, per nozze. (Vene- 
zia, Gaspari, 1852.) 

^ 40 — 



DISCORSO PRELIMINARE 

di mille cavalieri fiorentini facean paura a Giovan Ga- 
leazzo. Hanno le biblioteche di Firenze lettere di lui an- 
che nella lingua materna; le quali dispiace che in tanto 
diluvio di pubblicazioni dei testi di lingua giacciano ine- 
dite. Egli era anche poeta, e si ricordava d'aver studia- 
to nel canzoniere del Petrarca e nei latini, come appare 
da un suo sonetto; indirizzato, secondo il Crescimbeni, 
a una madonna Elena che era l'innamorata di Alberto 
degli Albizzi, il quale rimava anch'egli, come tutta la 
famiglia degli Albizzi, a quel che pare. 

(( In poesia compose molto e assai bene », dice il 
Crescimbeni ch'ebbe a vederne rime nei codici romani, 
Malatesta dej Malatesti di Rimini, signore di Pesaro e 
senatore di Roma (1370-1429). — A noi piaccion più i 
quattro sonetti che pubblichiamo del conte di Battifol- 
le; dei quali il primo poco conosciuto, inediti gli altri 
tre. È di lui a stampa un sonetto al Petrarca che inco- 
mincia : (( Benché ignorante io sia, io pur ripenso Nel- 
la mia mente i valorosi fatti De' buon del tempo antico 
ed i lor atti, Che solo in ben fero ogni lor dispenso »; 
e v'è la risposta del ipoeta. E sono nella Riccardiana due 
epistole latine di Roberto al Petrarca, con le quali lo 
invita a visitarlo in Casentino ed a riconciliarsi colla pa- 
tria ". 11 Petrarca rispose rallegrandosi col conte del suo 
stile latino, e di trovar anxie doctum tale che egli avreb- 
be creduto militariter eruditum : tutto nella lettera del 
conte è pieno di filosofici e poetici fiori. Su 1 conto della 
patria risponde altieramente : « Non io lei, ma ella me 
abbandonò. ^ » Roberto era del ramo guelfo dei conti 
Guidi, e signoreggiò Poopi e altre parti del Casentino : 
fu bene affezionato ai Fiorentini, che gli commisero il 
comando delle loro milizie; colle quali espugnò San Mi- 
niato e disfece l'esercito de' Visconti nel 1370: morì 
nel 74. 

Per Buonaccorso di Montemagno i vecchi critici e 
molti de' ipiù xecenti non hanno che lodi. Vincenzo Cal- 

1 Delizie degli eruditi toscani (Firenze, 1745), t. XIV. 

2 G. B. Baldelli : Vita del Petrarca, illustrazione VI. 
^ Petrarca: Senil., II, 6, 7. 

— 41 — 



GIOSUÈ CARDUCCI 

metta \ che scriveva su la fine del secolo XV, lo mette 
a paro con Giusto de' Conti e Agostino Staccoli, dicen- 
do che tutti tre si sono ingegnati d'imitare iì Petrarca. 
Celso Cittadini lo pone immediatamente dopo di lui fra 
i poeti della quarta ed ultima lingua che ebbero sceltez- 
za di parole ". Molto conto ne fa il Tassoni nelle Consi- 
derazioni su 7 Canzoniere. Il Quattromani asserisce che 
dal Petrarca in juorì scrisse meglio di tutti quanti del suo 
tempo '; e il Crescimbeni che tanto egli si mostra supe- 
riore de' coetanei quanto il Petrarca di lui. Con miglior 
giudizio scrisse del Conti e di Buonaccorso il Gravina : 
(( benché non spandano sì largamente le ali né poggino 
a tanta altezza quanto il Petrarca ne tal dottrina abbrac- 
cino, pure nella loro linea di gentilezza e tenerezza son 
taji che non molto in loro si desidera di quello onde in 
questa parte più fiorisce il Petrarca ))^. Ma dalle notizie 
confuse e contradditorie dei biografi di Buonaccorso è 
diffìc-'le ricavare qualche cosa d' appurato e di certo; più 
diffìcile sceverare le rime del Montemagno trecentista 
da quelle d'un suo nipote dello stesso nome vissuto nel 
secolo XV e di Niccolò Tinucci pur quattrocentista; dif- 
ficilissimo, a chi non cerchi tutti i codici, chiarirsi se quel 
piccolo ed elegante canzoniere sia opera schietta e ge- 
nuina del trecento o pur suppo=?ta o almeno rammoder- 
nata secondo il gusto del secolo XVI dal Varchi e dal 
Tolomei che dettero le rime di Buonaccorso al PilH pri- 
mo editore. Mi fa inchinare a questo ultimo sospetto, 
che è di molti valenti critici, l'aver veduto ne' Ricordi 
filologici la lezione d'uno dei sonetti attribuiti al pistoiese 
e ivi pubblicato dal signor B'ndi di sur un codice maglia- 
bechiano ben diversa dalla conosciuta, e meglio consen- 
tanea al gusto dei trecentisti ^ Più; il primo e celebre 
sonetto di Buonaccorso è dato in una stampa del quat- 

1 Cit. dal Corbinelli in Prefazione alla Bella Mano dì Giusto de' 
Conti. 

2 C. Cittadini : Orìgini della toscana jaVella. 
^ S. Quattromani : Lettere, 56. 

4 G. Gravina: Della ragione poetica, 11, 30. 

5 Ricordi jilologici e leiterarìi (Pistoia, 1847), n. 1. 

— 42 — 



DISCORSO PRELIMINARE 

trecento a Bernardo di Montale no : cinque altri leggon- 
si impressi nel canzoniere del Trissino come opera del 
poeta vicentino. In somma: fin che più chiara luce non 
si sparga su '1 poeta e su le poesie (e il signor Bindi avea 
promesso di mettersi a questa impresa); ci contentere- 
mo a dire che circa la metà del secolo XIV fiorì in Pi- 
stoia un messer Buonaccorso da Montemagno giurecon- 
sulto e cavaliere, e che a lui si attribuiscono i sonetti da 
noi ammessi nella nostra scelta in ossequio al bel nome 
procacciatogli dai critici e dagli storici della letteratura. 



X 

Andrea Orcagna, Antonio Pucci, Filippo de' Bardi, 
Adriano de' Rossi, Franco Sacchetti. 

Quando la critica degli autori del secolo XIV e XV 
sarà trattata non da grammatici puri e la storia di quella 
letteratura verrà scritta non da declamatori che dican 
villanìa a questo e a quello ove si converrebbe ragio- 
nare; allora si noterà come negli estremi anni del tre- 
cento, decaduto l'ideale e mancata la gran poesia di 
Dante e del Petrarca, si manifestasse in Firenze, e pro- 
priamente circa i temipi dell'ultima democrazia e del 
Tumulto de' Ciompi, una poes a ch'io chiamerei bor- 
ghese; poesia che ha fondamento nel reale e move dai 
fatti; ragiona, e poco inventa ed imagina; racconta, non 
narra; arringa, scherza, satireggia; tutto ciò con le umili 
forme della lingua del portolo. Forse si riattacca a tra- 
dizioni anteriori; certo seguitò dÌù rigogliosa mano a ma- 
no che più declinavano i temni; finché usurpò col Bur- 
chiello e col Berni il hiogo della lirica del Petrarca, fece 
col Pulci una stupenda caricatura, tutta borghese e fio- 
rentina, della epopea cavalleresca, straniera ai repubbli- 
cani di Firenze, ma cominciata ad allignare in corte a Fer- 
rara. I cinque sopra nominati sono i primi autori di siffat- 
ta poesia. 

Di Andrea Orcagna, pittore, scultore, arclhitetto (mor- 
to 1375), lasciò scritto il Vasari che « si dilettò di far versi 

— 43 — 



GIOSUÈ CARDUCCI 

e altre poesie : egli già vecchio scrisse alcuni sonetti al 
Burchiello allora giovanetto n \ Di questo ultimo asserto 
rimanga la fede presso il Vasari : ma rime dell'Orcagna 
il Biscioni le avea vedute in un codice strozziano. E mol- 
ti de' sonetti che vanno sotto il nome del Burchiello tro- 
vansi in altro codice strozziano sotto nome del grande 
architetto, il quale anche col far versi volle assomigliarsi 
al suo maggior successore, il Brunelleschi. Il Trucchi ne 
pubblicò alcuni, di quelli così detti alla burchia : noi, 
lasciando da parte gli enigmi, ci attenemmo nella scelta 
a quel che s'intende. 

Antonio Pucci, <( piacevole fiorentino (come lo quali- 
ficò il Sacchetti amico suo), dicitore di molte cose in ri- 
ma )) ", era d'una famiglia di gettatori di campane; e 
tenne bottega e avea casa ed orto in Via Ghibellina, 
ov' erano le fornaci da quel mestiere, onde ha oggi no- 
me una strada ivi prossima. Dell'orto suo si teneva come 
d'un luogo di delizie : infastiditi certi amici glie ne fecero 
una burla : della quale datosi pace, volle che il Sacchet- 
ti la mettesse in novella. Fra gli avvenimenti della città 
ch'ei racconta nel Centiloquio, nota ipure come pel di- 
luvio del 1333 gli convenisse lasciare la casa di Via Ghi- 
bellina e Firenze. Fu poi trombetta del Comune; e dalla 
minuta descrizione che fa de' luoghi nella Guerra di Pi- 
sa pare ch'ei v'intervenisse, se non altro ad accompa- 
gnarvi i commissarii. In ultimo scrisse istanze in versi al- 
la signoria per essere nominato approvatore de' soda- 
menti che si faceano dai debitori del Comune. Gli di- 
spiacevano le guerre : non però quelle che si prendesse- 
ro per onore e accrescimento della città. Fu uomo di 
gran religione : ma non sì che risparmiasse il papa e i 
cardinali, quando s'inframettevano nelle cose del Comu- 
ne, e non avesse che dire dei frati. Ma sopra tutto egli 
amò Firenze : Mercato vecchio gli pareva la più bella 
piazza anzi la più bella cosa del mondo, e scrisse un ca- 
pitolo delle sue proprietà : paTevagli una nuova iliade 

1 Vasari : Vita dell'Orcagna. 

2 F. Sacchetti: Novelle, CLXXV. 

— 44 — 



DISCORSO PRELIMINA RE 

la guerra con Pisa del 62; la quale descrisse, con minu- 
zia di cronista e talvolta con ardor più che di rimatore, 
in sette cantari d'ottava rima : compendiò in terzetti la 
cronaca del \ Ulani nel suo Ceniiìcquio. Dovea questo 
prolungarsi a cento canti : ma trovandosi vecchio nel 
1375 l'abbandonò al novantunesimo: ((contento Perch'io 
la veggio (Firenze) riposata in pace E veggiole recate al 
suo mulino Di molte terre, onde molto mi piace... E 
veggio Pisa con Firenze in gioia, E Lucca in libertade : 
laond'io Poco mi curo omai perch'io mi muoia, Poi che 
acquistato ha tanto al tempo mio » ^ Ne se ne hanno 
altre notizie. 

E per la guerra pisana del 62 è scritto il sonetto di 
Filippo de' Bardi : del quale nulla più si ha o si conosce. 
— La lingua e lo stile d'Adriano de' Rossi, che è quello 
stesso del Pucci e del Sacchetti, ce lo fa credere vissuto 
verso quei tempi (1380 e). Delle cose di lui vedute dal 
Crescimbeni (( la 'più parte sono burlesche e satiriche, 
di buona forza e maniera ». E il sonetto da noi riportato 
rammenta la novella LXXVII del Sacchetti. 

(( Vivo fonte gentil del bel parlare )) era questi eaiu- 
tato dall'amico suo Pucci : e niuno in vero meglio del 
Sacchetti fece ritratto sì in prosa che in versi della fa- 
vella franca spigliata potente del popolo fiorentino libe- 
ro. Di men facile vena che l'amico suo campanaio, il 
cittadino del primo cerchio, di puro sangue romano, pro- 
cede nella sua raccoltezza più efficace e talvolta ipiù ele- 
gante. Poco riuscì nella lirica amatoria del tenore pe- 
trarchesco : fu singolare nelle ballate, nelle quali segnò 
meglio d'ogni altro e primo il passaggio dalla lirica ele- 
giaca del Cavalcanti al famigliare e scherzoso del Me- 
dici. Fé buona prova nel poemetto tra imaginoso e bur- 
lesco, tra cavalleresco e satirico, della Guerra delle Don- 
ne : ottima nella poesia politica, dove, senza lasciare il 
carattere borghese, si leva tal volta allo sdegno eloquen- 
te dell'Alighieri. Descrittore egregio di costumi nelle no- 
velle, fu satirico egregio in alcune poesie, cittadino ot- 

^ A. Pucci : Centiloquio, cap. CXI ; in Delizie degli eruditi (Fi- 
renze. 1772). voi. VI. 

— 45 — 



GIOSUÈ CARDUCCI 

timo in tutte. Nelle quali molti dei grandi avvenimenti, 
molto abbracciò de' pensieri dell'ultima metà del seco- 
lo. Da molte raccolte e libercoli abbiam fatto assai larga 
mèsse delle nme di Franco : ma quante non ne aggiun- 
gerà d'importanti alle già conosciute il volume che at- 
tendiamo dalla istancabile solerzia del signor Gigli! Il 
quale con dottrina vera e non comune agli editori odier- 
ni ci ha dato fin qui le opere in prosa e un ottimo di- 
scorso su lo scrittore ^. E a questo rimettiamo i desidero- 
si di più ampie illustrazioni : al proposito nostro bastan- 
do accennare ch'ei visse fra il 1335 e il 1400. 



XI 

Francesco Vannozzo, Saviozzo da Siena, Sinibaldo Perugino, 
Guido dal Palagio. 

La prima coppia di questi ultimi rimatori con la roz- 
zezza di certe forme e con la orridezza dei latinismi an- 
nunzia già il troppo vicino quattrocento; la seconda con 
la freschezza delle imagini e degli affetti ci respinge in- 
dietro al primo trecento. 

Del Vannozzo o Vannoccio lasceremo parlare a 
N. Tommaseo che ne fu il primo editore : ((Poche notizie 
di questo poeta pervennero a noi. Lo nomina a pena il 
Maffei nella Verona illustrata, facendolo veronese; e ne 
tocca di volo il padre Degli A.gostini nelle notizie degli 
scr ttori veneziani. Pure sapD am.o ch'egli fu caro al Pe- 
trarca, a Gian Galeazzo Visconti, a que' della Scala. 
Qual fosse ner lui la stima de' Carraresi cel dice un so- 
netto che gli scrive IVIarsilio fratello di Francesco I signo- 
re di Padova : = A vo\ gentil Francesco di Vannozzo, 
Sovran maestro d'ogni melcd'a. = Ma che il Maffei s'in- 
ganni a crederlo veronepe, cel dimostra quel verso del 
Vannozzo stesso : = E ben che trivigiano a popol sia. 

1 O. Gigli : Della vita e delle opere di F. Sacchetii ; in Sermoni e 
Lettere di esso Sacchetti. (Firenze, Le Monnier, 1857.) 

— 46 — 



DISCORSO PRELIMINARE 

= Dell'amicizia ch'egli ebbe col Petrarca fa fede la can- 
zone a Giovan Galeazzo conte di Virtù, dove l'ombra 
del poeta gli apparisce iper mandarlo messaggero di sani 
consigli al nuovo signore di iVlilano, e gli dice : = Che 
da quel dì che uscisti delle fasce Amore in un le nostre 
voglie serra. = Dalle parole che seguono parrebbe che 
il nostro Vannozzo non sol fosse vissuto amico al Pe- 
trarca, ma co' suoi consigli giovasse anche a vincere in 
esso l'amore di Laura od altra passione non degna di lui. 
Perchè dice : = E dall'ontosa guerra Già mi levasti... = 
...La lode che gli attribuisce Marsilio di Carrara è mag- 
giore del vero, pure mostra la stima in ch'egli era tenuto 
dagli uomini del suo tempo. E certo i suoi versi fra mol- 
te negligenze di lingua e di stile provano ingegno franco 
ed ornato. » ^ 

(( Simon sanese cantò in vulgar stile, Ma mal se res- 
se e morì in poco onore » " : così un poeta quasi contem- 
poraneo a Saviezze. Simone di ser Dino Forestani, detto 
il Saviozzo, fu cancelliere di Federigo da Montefeltro 
conte di Urbino. Gran veneratore di Dante, iprese parte 
calla poesia agli avvenimenti del tempo suo : e la can- 
zone al conte di Virtù è l'ultimo grido del ghibellinismo, 
se pur a tenerla per un magnanimo voto nazionale non 
fa ostacolo l'ira contro Firenze che sa forse di munici- 
pio. Oltre i saggi da noi riprodotti, de' versi politici ab- 
biamo a stampa una canzone infehce a Venezia : altre 
se ne citano inedite: a Pandolfo Malatesta, padre del si- 
gnore di Pesaro versificatore; a Federigo Montefeltro; a 
Niccolò d'Este; al para Martino V; e per l'assunzione 
d'Innocenzo VII (1404Ì; dal Crescimbeni : una pel tradi- 
mento commesso dall'ApDÌani su '1 Gambacorta, dal- 
l'annotatore del Quadriregio ■\ Ne oltre al 1404 abbiamo 
altre notizie di lui; se non se ch'ei s'ucci?e di coltello 
esFendo in carcere, dopo aver rimato imDrecazioni a D:o 
agli uomini alla natura. Questa canzone fu con altre cose 

^ N. Tommaseo: Dizionario estetico (Milano, 1860), voi. I. 
2 Benedetto di Cesena, citato dal Crescimbeni in Coment. St. 
volg. poes.. Ili, parte II, 1. II. 

2 Prezzi: Quadriregio (Foligno, 1725), note al e. 16, 1. II. 

— 47 — 



GIOSUÈ CARDUCCI 

sue stampata da Cesare Tonto sul cadere del secolo XV : 
ma la stampa è più difficile a rinvenire che non i codici : 
ne veramente quei versi meritano tante ricerche. — Il 
sonetto d Incerto fa sèguito per l'argomento alla canzo- 
ne politica da noi riprodotta; e mostra che la idea di Gio- 
vanni Galeazzo avea partigiani in Italia, Ma la morte 
fece riporre la corona che quell'ambizioso avea iporepa- 
rato per fregiarsi del regno d'Italia nella vinta Firenze. 

Di Sinibaldo perugino (» non si trova notizia (scrive 
F. Trucchi che ne pubblicò l'unica canzone a stampa). 
Dalla sua maniera di dettare si può argomentare che 
fiorisse intorno al finire del trecento, tempo in cui erano 
ancora in gran voga queste poesie mistiche e allegoriche 
al modo di Cecco d'Ascoli... e dello stesso Dante. )> 

Meglio conosciuto per la corrispondenza d'amicizia 
e di lettere ch'ebbe col beato Giovanni dalle Celle e 
col teologo Marsigli, e più ancora pei carichi sostenuti 
nella sua repubblica, è Guido del Palagio di nobilissima 
famiglia fiorentina . Fu ambasciatore del Comune al re 
d'Ungheria nel 1380, a Genova nel 91, al Visconti nel 
95, ai Veneziani nel 98; fu dei Dieci di guerra nel 1388 
e nel 95; gonfaloniere di giustizia nel 94 : ed ebbe fami- 
gliarità coi conti di Battifolle, d'uno de' quali pubblicam- 
mo gentilissime rime. E alla sua Firenze, dopo servitala 
con ogni opera di cittadino, parla il degno repubblicano 
con ardore d'innamoralo nella bella canzone, unica di 
lui a stampa. 



XII 

Avvertenza. 

Con la quale e con le laudi di Firenze, madre e nu- 
trice della forte e bella arte antica italiana, ci piace ter- 
minare la nostra scelta. Dove non hanno luogo ne i poe- 
metti allegorici e narrativi, ne i cantici e le laude spiri- 
tuali, ne le canzoni a ballo e altri versi musicali di poeti 
men noti o anonimi o incerti : perchè di questi tre gene- 

— 48 — 



DISCORSO PRELIMINA RE 

ri della vecchia poesia che ebbero vita e storia determi- 
nata ci (proponiamo dare in altri volumetti gli esempii 
migliori. Ed esclusi volemmo alcuni componimenti dei 
quali ci parve sospetta l'autenticità o alterata essenzial- 
mente la dicitura originale; come i quattro sonetti di Gino 
che incominciano — Oual dura sorte mia — Druso, se 
nel partir vostro — Se tra noi puote — Già trapassato 
oggi — e qualche altro. Eguali sospetti avemmo intorno 
al sonetto Mille dubbi in un dì, ma non lo stesso corag- 
gio di dargli bando, come quello che vanta troppo lunga 
e nobile cittadinanza in tutte le scelte e raccolte. Ma il 
coraggio non ci mancò, o, meglio, ci venne meno la ca- 
valleria verso le gent'li donne Ortensia di Guglielmo, 
Giustina Levi Perotti, Giovanna Bianchetti, Leonora del- 
la Genga; alla cui fama di poetesse, e di poetesse forbi- 
tamente petrarcheggianti, parendoci debole appoggio la 
Topica del cinquecentista Andrea Gilio e le Mescolanze 
del secentista e francese Menagio, escludemmo i loro 
sonetti. L'amore della critica ci scusi qui gentilezza. O- 
gnun sa, per quanto di poche lettere fornito, come gli 
eruditi del secolo XVI facilmente per antiche spaccias- 
sero rime e prose fog'giate da loro o loro amici e con 
quanta franchezza nelle veramente antiche mettesser le 
mani Der rabberciarle al gusto del tempo. 

Delle rime da noi riprodotte seguimmo e tenemmo 
a confronto i testi a stampa : che ne da noi era ne da 
questa mode^'ta impresa ricorrer sempre ai manoscritti; 
bench^ talvolta il facessimo specialmente nelle rime del- 
rUbertì e qualche cosa abbiam dato di nuovo. Ma co- 
gliam l'occasione per ricordare quanto tem-oo è che a- 
spetta l'Italia da* suoi molti filologi una collezione criti- 
ca de* s^ioi antichi poeti, che sia fondamento saldo alla 
storia della lincma e dell'arte. Ed ora che v'è una Com- 
missione dal Goyerno instituita ve' testi di lingua. Com- 
missione che a mano a mano allargataci niù che delKE- 
mil'a può oramai riputarsi italiana; sarebbe def=iderabi- 
le che a suo tem^^o o tutti o alcuni de' valenti che la 
compongono prendessero il faticoso e bello assunto. Pe- 
rocché, prima che a dar fuori co^e nuove le quali rada- 
mente vincono in bellezza e utilità le già conosciute, par- 

— 49 — 



DISCORSO PRELIMINARE 

rebbe opDortuno che si provvedesse a rifar bene il già 
fatto male e a fornire ed a comDÌere, Ma non conviene 
a me far da maestro a' maestri e tomo alla mia scelta. 
Delle cui fonti non parlo qui, perchè le additai a pie 
di ciascun componimeT^to, e ne pur della cura e fatica 
sre'^e a ricercar tanti libri antichi e recentissimi, tanti e 
gior^^ali e raccolte e fascicoli fuor di commercio. Piutto- 
sto a cui .=^ia in acconcio di corregorermi debbo chiedere 
scusa e ammonimento dc^li errori che avrò commessi. 
Ma molte oTa7Ìe debbo al dottor Carlo Garsriolli, giovine 
di ottimi stud-'i, che m'ha -ore^-tato giudizioso e oneroso 
aiuto ne^la eVz'one e nel confronto dei te-^^ti migliori; e 
al DTof. Emih'o Teza. in cui la conoscenza delle cose stra- 
niere n-^n c^^clude l'amore e lo studio delle nostrali, ne 
la do^tr•na imnedisce l'arte, che ha voluto dare a que«^to 
libr'=»tto la lezion o^pn^upa e la illiT-trazione d'una delle 
più belle poes'e minori del secolo XIV. 

6 Aprile 1862. 



RIME SCELTE 
DI M. CIXO DA PISTOIA 



(La lezione è curata su le edizioni di Niccolò Pilli, Roma, 1559; 
di Faustino Teisso, Venezia, 1589; di Sebastiano Ciampi, Pistoia, 
I&26; e con le varianti raccolte dal Ciampi, e su altri testi che si ae- 
signano nelle postille, migliorata e corretta.) 



PRIMI VERSI 

I 

DANTE ALIGHIERI 

A TUTTI I POETI AMANTI 

A ciascun alma presa e gentil core 
Nel cui cospetto viene il dir presente, 
A ciò che mi riscrivan suo parvente, 
Salute in lor signor, cioè Amore. 

Già eran quasi che atterzate l'ore 
Del tempo ch'ogni stella è più lucente. 
Quando m'apparve Amor subitamente, 
Cui essenza membrar mi dà orrore. 

Allegro mi sembrava Amor, tenendo 
Mio core in mano; e nelle braccia avea 
Madonna, involta in un drappo dormendo. 

Poi la svegliava, e desto core ardendo 
Lei paventosa umilmente pascea : 
Appresso gir ne lo vedea piangendo. 



II 

M. GINO A DANTE ALIGHIERI 

Naturalmente chere ogni amadore 
Di suo cor la sua donna far saccente : 
E questo per la vision presente 
Intese di mostrare a te Amore, 

— 53 — 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV. 



CIMO DA PISTOIA 

In ciò che dello tuo ardente core 
Pasceva la tua donna umilemente; 
Che lungamente stata era dormente. 
Involta in drappo, d'ogni pena fore. 

Allegro si mostrò Amor venendo 
A te per darti ciò che 1 cor chiedea, 
Insieme due coraggi comprendendo : 

E l'amorosa pena conoscendo 
Che nella donna conceputo avea. 
Per pietà di lei pianse partendo. 



Ili 
M. ONESTO BOLOGNESE A M. CINO 

Quella che in cor l'amorosa radice 
Mi piantò nel primier che mal la vidi, 
Cioè la dispietata ingannatrice, 
A morir m'ha condotto; e stu noi cridi. 

Mira gli occhi miei morti in la cervice, 
E del cor odi gli angosciosi stridi, 
E dell'altro mio corpo ogni pendice. 
Che par ciascuna che la morte gridi. 

A tal m'ha giunto mia donna crudele 
Ch'entro tal dolor sento in ogni parte, 
Che l'alma a forza dallo cor si parte; 

Che '1 mio dolzor con l'amaror del fele 
Haggio ben visto, Amor, com' si comparte. 
Ben ti consiglio, di lui servir guarte. 



IV 
M. CINO A M. ONESTO 

Anzi che Amore nella mente guidi 
Donna ch'è poi del core ucciditrice. 
Si convien dire all'uom — Non sei fenice 
Quarti d'Amor, se tu piangi e tu ridi; 

— 54 — 



RIME 

Quand'odirai gridare — Ancidi, ancidi. — 
Che poi consiglia in van chi 1 contradice : 
Però si leva tardi chi mi dice 
Ch'Amor non serva ne di lui mi fidi. 

Io li son tanto soggetto e fedele, 
Che morte ancor di lui non mi diparte; 
Ch'io 1 servo nella pace e sotto Marte. 

Dovunque vola o va drizzo le vele, 
Come colui che non li servo ad arte. 
Così, amico mio, convene farte. 

(Questo e l'antecedente sonetto son riprodotti dal Voi. I del Ma- 
nuale della letter. del primo sec. della lingua, del prof. V. Nannucci ; 
Firenze, Barbèra, 1856.) 



V 

A GHERARDUCCIO GARISENDI 

DA BOLOGNA 

Deh Gherarduccio, com' campasti tue 
Che non moristi allor subitamente 
Che tu ponesti a quella donna mente 
Di cui ci dice Amor ch'angelo fue; 

La qual va sopra ogn'altra tanto piue 
Quanto gentil si vede umilemente, 
E muove gli occhi mirabilemente. 
Che si fan dardi le bellezze sue? 

Dunque fu quello grazioso punto 
Che gli occhi tuoi la soffrir a vedere, 
Sì che '1 desio nello cor fu giunto. 

Ciò che t'incontra, ornai ti dèi tenere 
In allegrezza; perchè tu sei punto, 
E non morto, di quel che tè in piacere. 



55 — 



GINO DA PISTOIA 

VI 

A GUIDO CAVALCANTI (?) 

Quai son le cose vostre ch'io vi tolgo, 
Deh, Guido, che mi fate sì vii ladro? 
Certo bei motti volentieri io colgo, 
Ma funne mai de' vostri alcun leggiadro? 

Guardate ben ogni carta ch'io volgo : 
S'io dico vero, io non sarò bugiadro : 
Queste cosette come io le assolgo, 
" Ben lo sa Amor dinanzi a cui le squadro. 

Quivi è palese che non sono artista 
Né ricopro ignoranza con disdegno, 
'Vegna che '1 mondo guarda pur la vista : 

Ma son un cotal uom di basso ngegno 
Che vo piangendo sol con l'alma trista 
Per un cor, lasso!, ch'è fuor d'esto regno. 



VII 
A DANTE ALIGHIERI 

IN MORTE DI BEATRICE 

Avvegna i* m'abbia più volte per tempo 
Per voi richiesto pietade e amore 
Per confortar la vostra grave vita; 
E' non è ancor sì trapassato il tempo. 
Che 1 mio sermon non truovi il vostro core 
Piangendo star con l'anima smarrita 
Fra se dicendo — Già sarà 'n ciel gita, 
Beata cosa ch'uom chiamava il nome! — 
Lasso me!, quando e come 
Vedervi potrò io visibilmente. 
Sì che ancora presente 
Far i' vi possa di conforto aita? 
Dunque mi udite, poi ch'io parlo a posta 
D'Amor, alh sospir ponendo sosta. 

— 56 — 



RIME 



Noi proviamo che in questo cieco mondo 
Ciascun ci vive in angosciosa noia, 
Che in ogni avversità ventura il tira : 
Beata l'alma che lassa tal pondo 
E va nel ciel dov'è compita gioia! 
Gioioso il cor fuor di corrotto e d'irai 
Or dunque di che il vostro cor sospira, 
Che rallegrar si dee del suo migliore? 
Che Dio nostro signore 
Volle di lei, come avea l'angel detto. 
Fare il cielo perfetto : 
Per nova cosa ogni santo la mira, 
Ed ella sta dinanzi alla salute. 
Ed in vèr lei parla ogni virtute. 

Di che vi stringe il cor pianto ed angoscia, 
Che dovreste d'amor sopraggioire, 
Che avete in ciel la mente e l'intelletto? 
Li vostri spirti trapassar da poscia 
Per sua virtù nel ciel : tal è il desire, 
Che amor là su li pinge per diletto. 
O uomo saggio, oh Dio!, perchè distretto 
Vi tien così l'affannoso pensiero? 
Per suo onor vi chiero. 
Che all'egra mente prendiate conforto, 
Né aggiate più il cor morto 
Né figura di morte in vostro aspetto : 
Perchè Dio l'aggia allocata fra i suoi. 
Ella tutt'ora dimora con voi. 

Conforto già conforto l'Amor chiama, 
E Pietà prega — Per Dio, fate presto : — 
Or v'inchinate a sì dolce preghiera, 
Spogliatevi di questa vesta grama, 
Da che voi siete per ragion richiesto; 
Che l'uomo per dolor more e dispera. 
Come vedreste poi la bella ciera, 
Se vi cogliesse morte in disperanza? 
Di sì grave pesanza 
Traete il vostro core omai, per dio! 
Che non sia così rio 
Vèr l'alma vostra, che ancora ispera 

— 57 — 



GINO DA PISTOIA 

Vederla in cielo e star nelle sue braccia; 
Dunque di speme confortarvi piaccia. 

Mirate nel piacer dove dimora 
La vostra donna, che in ciel coronata; 
Onde la vostra speme in paradiso 
E tutta santa ormai vostra memora, 
Contemplando nel ciel dov'è locata 
Il vostro cor, per cui istà diviso, 
Che pinto tiene in sì beato viso. 
Secondo ch'era qua giù meraviglia. 
Così là su somiglia; 
E tanto pili quanto è me' conosciuta. 
Come fu ricevuta 

Dagli angioli con dolce canto e riso, 
Li spirti vostri rapportato l'hanno, 
Che spesse volte quel viaggio fanno. 

Ella parla di voi con que' beati, 
E dice loro — Mentre che io fui 
Nel mondo, ricevetti onor da lui, 
Laudando me ne' suoi detti laudati : — 
E prega Iddio lor signor verace. 
Che vi conforti sì come a voi piace. 

(Impressa dall 'Allacci e riprodotta nella Raccolta jiorentina de' 
Poeti del primo secolo e nella palernuitéina di Rime antiche sotto no- 
me di Guido Guinicelli ; ma sull'autorità di più codici ragionevolmen- 
te restituita a Gino, nelle Poesie italiane inedite di dugento autori, 
da Francesco Trucchi ; della cui lezione ci siam giovati in più punti.) 



Vili 
DELLE CONDIZIONI DI AMORE 

Se non si move d'ogni parte Amore 
Sì dall'amato come dall'amante. 
Non può molto durar lo suo valore; 
Che '1 mezzo Amor non è fermo ne stante. 

— 58 — 



RIME 



E di partir si sforzi ogni amatore, 
Sed ei non trova paro o simigliante : 
Ma, se 1 si sente amato di buon core, 
L'Amor sta fermo o pure assale avante. 

Però che Amor è radice di luce 
Che nutrisce lo corpo alluminato. 
Di fuora il mostra e dentro lo riduce. 

Così l'Amor, se è dall'amante amato, 
Si accresce e si nutrica e si conduce; 
E d'ora in ora è l'uom più innamorato. 



IX 

SEGUE IL MEDESIMO SOGGETTO 

Amor, sì come credo, ha signorìa 
E forza e potestate nella gente, 
E non cura riccor né gentilìa 
Ne vassallaggio ne signor potente, 

E ogn'uom tien con paraggi© *n sua balìa 
Quest'è d'Amor lo proprio convenente, 
Pur che d'Amor cominci uomo la via 
Con umiltate e sia ubidiente. 

E già non era lo mio 'ntendimento 
Ch'Amor guardi riccor ne potestate. 
Che non vai più che '1 cor innamorato; 

Ma con par grado stesse lo talento 
Di due amanti con pura amistate : 
Di quello il dio d'amor avea pregato. 



GINO DA PISTOIA 



DEDICA E INDIRIZZO 
DELLE RIME D'AMORE 



Deh moviti, Pietate, e va' incarnata, 
E della veste tua mena vestiti 
Questi miei messi, che paian nodriti 
E pien della vertù che Dio t'ha data : 

E nnanzi che cominci tua giornata, 
Se ad Amor piace, fa' che tu inviti 
E chiami gli miei spiriti smarriti; 
Per gli guai sia la lor chiesta provata. 

E, dove tu vedrai donne gentili. 
Quivi girai, che là ti vo' mandare; 
E dono a lor d'audienza chiedi; 

Poi di' a costor — Gittative a' lor piedi, 
E dite chi vi manda e per che affare. — 
Udite, donne, esti valletti umili. 

XI 

Uomo, lo cui nome per effetto 
Importa povertà di gioi' d'amore, 
E ricco di tristizia e di dolore. 
Ci manda a voi, come Pietà v'ha detto. 

Lo qual venuto nel vostro cospetto 
Sarebbe volentier, s'avesse il core : 
Ma non lo lascia di viltà tremore. 
Per che gl'ingombra angoscia l'intelletto. 

Se voi vedeste appresso la sua vista, 
Farebbe vi nel cor tutte tremare; 
Tant'è in lui visibil la pietate. 

Di mercè avare, donne, non gli siate; 
Che, per la speme c'ha per voi campare, 
Di vita pasce l'anima sua trista. 

— 60 — 



RIME 



INNAMORAMENTO E AMORE 



XII 

Io non domando, Amore, 
Fuor ohe potere il tuo piacer gradire; 
Così t'amo seguire 
In ciascun tempo, o dolce mio signore. 

E sono in ciascun tempo ugual d'cimare 
Quella donna gentile 
Che mi mostrasti, Amor, subitamente 
Un giorno; che m'entrò sì nella mente 
La sua sembianza umile, 
Veggendo te ne' suoi begli occhi stare, 
Che dilettare il core 
Di poi non s'è veduto in altra cosa, 
Fuor che quella amorosa 
Vista, ch'io vidi, riniembrar tutt*ore. 

Questa membranza. Amor, tanto mi piace, 
E sì l'ho imaginata, 

Ch'io veggio sempre quel ch'io viddi allora : 
Ma dir non lo potrìa, tanto m'accora 
L'imagine passata 

C'ho nella mente : ma pur mi do pace. 
Che '1 verace colore 
Chiarir non si porrìa per mie parole : 
Amor, come si suole, 
Dir tu per me là 'v'io son servidore. 

Ben deggio sempre onore 
Render a te, Amor, poi che desire 
Mi desti ad ubbidire 
A quella donna dh'è di tal valore. 

(Corretta con la lezione dell'edizion giuntina, Rime di diversi 
autori toscani, 1527; dalla quale è male attribuita a Dante.) 

— 61 — 



CIMO DA PISTOIA 



XIII 



L'uom che conosce è degno c'haggia ardire 
E che s'arrischi; quando s'assicura 
Vèr quello, onde paura 
Può per natura o per altro avvenire. 
Così ritorno i' ora; e voglio dire 
Che non fu per ardir, s'io puosi cura 
A questa cri'atura. 

Ch'io vidi in quel che mi venne a ferire; 
Perchè mai non avea veduto Amore 
Cui non conosce 1 core se noi sente : 
Che par propri'am.ente una salute 
Per la vertute della qual si cria; 
Poscia a ferire va via com'un dardo 
Ratto che si congiunge al dolce sguardo. 

Quando gli occhi rimiran la beltate 
E trovando piacer destan la mente, 
L'anima e il cor si sente, 
E miran dentro la proprietate. 
Stando a veder senz'altra volontate : 
Se lo sguardo s'aggiunge, immantenente 
Passa nel cor ardente 
Amor, che pare uscir di claritate. 
Così fu' io ferito risguardando; 
Poi mi volsi, tremando ne' sospiri; 
Ne fìa più ch'io rimiri a lui già mai 
Ancor clh'omai io non possa campare : 
Che se il vo' pur pensare, io tremo tutto; 
E 'n tal guisa conosco il cor distrutto. 

Poi mostro che la mia non fu arditanza, 
Per ch'io rischiassi il cor nella veduta. 
Posso dir ch'è venuta 
Negli occhi miei drittamente pietanza; 
E sparto ha per lo viso una sembianza 
Che vien dal core, ov'è sì combattuta 
La vita, ch'è perduta. 
Perchè 1 soccorso suo non ha possanza. 
Questa pietà vien come vuol natura, 

— 62 — 



RIME 

Poi dimostra 'n figura lo cor tristo 
Per farmi acquisto solo di mercede; 
La qual si chiede, come si conviene. 
Là 've forza non viene di signore 
Che ragion tegna di colui che more. 

Canzone, udir si può la tua ragione 
Ma non intender sì clhe sia approvata 
Se non da innamorata 
E gentil alma dove Amor si pone : 
E però tu sai ben con quai persone 
Dèi gire a star per esser onorata : 
E quando sei guardata, 
Non sbigottir nella tua opinione. 
Che ragion t'assicura e cortesìa. 
Dunque mettiti in via chiara e palese; 
Di ciaschedun cortese, umil servente. 
Liberamente, come vuoi, t'appella; 
E di' che sei novella d'un che vide 
Quello signor che chi lo sguarda uccide. 

(Confrontata e corretta su l' edizion giuntina citata, che 1' attri- 
buisce ad incerto autore, e su la lezione che ne dà il Fraticelli nelle 
Rinv apocrije di Dante; Canzoniere, Barbèra, 1861.) 



XIV 

Gli occhi vostri gentili e pien d'amore 
Ferito m'hanno col dolce guardare. 
Sì ch'io sento ogni mio membro accordare 
A doler forte perch'io non ho '1 core; 

Che volentieri '1 farei servidore 
Di voi, donna piacente oltre al pensare. 
Gli atti e sembianti e la vista che appare 
E ciò dh'io veggio in voi mi par bellore. 

Come potea di umana natura 
Nascere al mondo figura sì bella 
Com' sete voi? Maravigliar mi fate! 

— 63 — 



GINO DA PISTOIA 

E dico nel mirar vostra beltate 
— Questa non è terrena creatura : 
Dio la mandò dal ciel; tanto è novella! 



XV 

In sin che gli occhi miei non chiude morte, 
Mai non avranno dello cor riguardo; 
Ch'oggi si miser fisi ad uno sguardo, 
Che ne li fur molte ferite porte : 

Ond'io ne son di già chiamato a corte 
D'Amor, che manda per messaggio un dardo; 
Il qual m'accerta che, senz'esser tardo, 
Di suo giudizio avrò sentenza forte; 

Però che di mia vita potestate 
Dice ch'egli ha, di sì altero loco 
Che dir mercè non vi potrà pietate : 

Or piangeranno li folli occhi il gioco. 
Ch'io sento per la lor gran vanitate 
Appreso già dentro la mente il foco. 



XVI 

Lo fin piacer di quello adorno viso 
Compose '1 dardo clhe gli occhi lanciaro 
Dentro dallo mio cor, quando giraro 
Vèr me che sua biltà guardava fiso. 

Allor sentii lo spirito diviso 
Da quelle membra che se ne turbaro; 
E quei sospiri che di fore andaro 
Dicean piangendo che '1 core era anciso. 

Lasso!, di poi mi pianse ogni pensiero 
Nella mente dogliosa, che mi mostra 
Sempre davanti lo suo gran valore : 

— 64 — 



RIME 

Ivi un di loro in questo modo al core 
Dice — Pietà non è la virtù nostra, 
Che tu la trovi. — E però mi dispero. 

(Confrontato e corretto su Tedizion giuntina citata, ov'è attribui- 
to a Dante, e su la lezione che ne dà il Fraticelli nelle Rime apocrije 
di Dante, ed. cit.) 



XVII 

Poscia ch'io vidi gli occhi di costei, 
Non ebbe altro intelletto che d'amore 
L'anima mia, la qual prese nel core 
Lo spirito gentil che parla in lei 

E consolando le dice — Tu dèi 
Esser allegra, poi ti faccio onore, 
Ch'io ti ragiono dello suo valore. — 
Onde son dolci gli sospiri miei; 

Per che in dolcezza desto ragionare 
Si muovono da quella, ch'allor mira 
Questa donna gentil che '1 fa parlare; 

E vedesi da lei signoreggiare 
Oh'è sì valente, ch'altro non desira 
Ch'alia sua signoria soggetta stare. 



XVIII 



L'alta speranza, che mi reca Amore, 
D*una donna gentil ch'i' ho veduta, 
L'anima mia dolcemente saluta 
E falla rallegrar dentro allo core : 
Per che si face, a quel ch'ell'era, strana, 
E conta novitate, 
Come venisse di parte lontana; 
Che quella donna piena d'umiltate 
Giugne cortese e piana, 
E posa nelle braccia di pietate. 

— 65 — 



GINO DA PISTOIA 

E son tali e' saspir d'està novella, 
Ch'io mi sto solo perchè altri non gli oda; 
E 'ntendo Amor, come madonna loda 
Che mi fa viver sotto la sua stella. 
Dice '1 dolce signor — Questa salute 
Voglio chiamar laudando 
Per ogni nome di gentil vertute; 
Che propriamente tutte ella adornando, 
Son in essa cresciute, 
Ch'a buona invidia si vanno adastando. 

Non può dir ne saver quel ch'assimiglia 
Se non dhi sta nel ciel, ch'è di lassuso : 
Per ch'esser non ne può già cor astioso; 
Che non dà invidia quel ch'è meraviglia, 
Lo quale vizio regna ove è paraggio. 
Ma questa è senza pare; 

E non so essempio dar, tanto ella è maggio 
La grazia sua a chi la può mirare * 
Discende nel coraggio, 
E non vi lassa alcun difetto stare. 

Tante la sua vertute e la valenza, 
Ched ella fa meravigliar lo sole; 
E, per gradire a Dio in ciò ch'ei vola, 
A lei s'inchina e falle riverenza. 
Adunque, se la cosa conoscente 
L'ingrandisce et onora. 
Quanto la de' più onorar la gente? 
Tutto ciò ch'è gentil se n'innamora : 
L'aer ne sta gaudente, 
E '1 ciel piove dolcezza u' la dimora. — 

Io sto com'uom che ascolta e pur disia 
D'udir di lei, sospirando sovente; 
Però ch'io mi riguardo entro la mente, 
E trovo pur ch'ell'è la donna mia : 
Onde m'allegra Amor e fammi umile 
Dell'onor ch'ei mi face; 
Ch'io son di quella ch'è tutta gentile, 
E le parole sue son vita e pace; 
Oh' è sì saggia e sottile. 
Che d'ogni cosa tragge lo verace. 

— 66 — 



RlMh 

Sta nella mente mia, com'io la vidi, 
Di dolce vista et umile sembianza : 
Onde ne tragge Amor una speranza, 
Di che 1 cor pasce e vuol che n ciò si fidi. 
In questa speme è tutto 1 mio diletto; 
Che sì nobile cosa, 
Che solo per veder tutto '1 suo effetto 
Questa speranza palese esser osa; 
Ch'altro già non affetto 
Che veder lei che di mia vita è posa. 

Tu mi pari, canzon, sì bella e nova, 
Che di chiamarti mia non haggio ardire : 
Di' che ti fece Amor, se vuoi ben dire. 
Dentro al mio cor che sua valenza prova, 
E vuol che solo allo suo nome vadi. 
A color dhe son sui 

Perfettamente, ancor ched ei sian radi. 
Dirai — Io vegno a dimorar con vui, 
E prego che vi aggradi 
Per quel signor da cui mandata fui. — 

(Confrontata e corretta su la edizion giuntina citata e su la le- 
zione che ne dà il Fraticelli nelle Rime apocrije di Dante, ecc.) 



XIX 

Madonna, la beltà vostra infollìo 
Sì gli occhi miei, che menaro lo core 
Alla battaglia, ove l'ancise Amore 
Che di vostro piacere armato uscio, 

Sì che nel primo assalto l'abbattìo : 
Poscia entrò nella mente, e fu signore, 
E prese l'alma che fuggìa di fore 
Piangendo per dolor che ne sentìo. 

Però vedete che vostra beltate 
Mosse quella follìa ond'è il cuor morto; 
Et a me ne convien chiamar pietate, 

— 67 — 



GINO DA PISTOIA 

Non per campar, ma per aver conforto 
Della morte crudel che far mi fate. 
Et ho ragion, se non vincesse il torto. 



XX 

AD AGATON DRUSI DA PISA 

Signore, io son colui che vidi Amore, 
Che mi ferì sì dh'io non camperoe; 
E sol però così pensoso voe, 
Tenendomi la man presso lo core : 

Ch'io sento in quella parte tal dolore. 
Che spesse volte dico — Ora morroe; — 
E gli atti e gli sembianti ch'io foe 
Son come d'un che 'n gravitate more. 

Io morrò 'n verità; ch'Amor m'ancide. 
Che m'assalisce con tanti sospiri 
Che l'anima ne va di fuor fuggendo; 

E, s'io la 'ntendo ben, dice che vide 
Una donna apparire a' miei desiri 
Tanto sdegnosa, che ne va piangendo. 



XXI 

Madonne mie, vedeste voi l'altr'ieri 
Quella gentil figura che m'ancide? 
Quella, se solo un pochettin sorride. 
Quale il sol neve, strugge i miei pensieri; 

Onde nel cor giungon colpi sì fieri. 
Che della vita par ch'io mi diffide. 
Però, madonne, qualunque la vide, 
O per via l'incontrate o per sentieri. 

Restatevi con lei; e per pietate 
Umilemente fatenela accorta 
Qie la mia vita per lei morte porta. 

— 68 — 



RIME 



E se ella pur per sua mercè conforta 
L'anima mia piena di gravitate, 
A dire a me — Sta' san — voi la mandate. 



XXII 

Gentil donne valenti, or m'aitate 
Ch'io non perda così l'anima mia; 
E non guardate a me qual io mi sia, 
Guardate, donne, alla vostra pietate : 

Per dio, qualora insieme vi trovate, 
Pregatela che umìl verso me sia; 
Ched altro già il mio cor non disia, 
Se non che veggia lei qualche fiate; 

Che non è sol de' miei occhi allegrezza, 
Ma di quei tutti c'hanno da Dio grazia 
D'aver valor di riguardarla fiso; 

Ch'ogn'uom che mira il suo leggiadro viso 
Divotamente Iddio del eie! ringrazia, 
E ciò ch'è tra noi qui nel mondo sprezza. 



XXIII 



Come non è con voi a questa festa, 
Donne gentili, lo bel viso adorno? 
Perchè non fu da voi staman richiesta 
Che ad onorar venisse questo giorno? 

Vedete ogn'uom dhe si mette in inchiesta 
Per vederla girandovi d'intorno; 
E guardan qua, u' per lo più s'arresta; 
Poi miran me, che sospirar non storno. 

Oggi aspettavo veder la mia gioia 
Stare tra voi, e veder lo cor mio 
Che a lei, come a sua vita, s'appoia. 

Or io vi prego, donne, sol per dio. 
Se non volete ch'io di ciò mi muoia, 
Fate sì che stasera la vegg'io. 



^ 69 -^ 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del seQ. XIV. 



GINO DA PISTOIA 



XXIV 



Or dov'è, donne, quella n cui s >ivvipta 
Tanto piacer che ancor voi fa piacenti? 
Poi non v'è, non ci corrono le genti, 
Che reverenza a tutte voi acquista. 

Amor di ciò nello mio cor s'attrista, 

Che voi con la 

Per raffrenar di lei li maldicenti; 
Ed io sol moro d'amorosa vista. 

Ch'è sì per Dio e per pietà d'Amore, 
Ch'allegrezza a vederla ogn'uom riceve; 
Tant'è awenante e di tutto dolciore. 

Ma non curaste né Dio né preghiera : 
Di ciò mi doglio, e ognun doler si deve; 
Che la festa è turbata in tal maniera. 



XXV 

Io son chiamata nuova ballatella, 
Che vegno a voi cantando 
Per contarvi novella 
D'un vostro servo che si muore amando. 

Io posso dir parole 
Così vere di lui, 

Come colei che vien dalla sua mente. 
Madonna, egli si duole 
E muor chiamando vui 
Ne' sospiri del cor celatamente. 
Quando il lasciai, piangea sì fortemente 
Che forse egli é già morto, 
Se alcun buono conforto 
Non gli ha donato Amor di voi parlando. 

Amor con lui parlava 
Del vostro grande orgoglio, 
Che voi d'ogni valor rende compita : 

- 70 - 



RIMh 



E di ciò si laudava 

Tanto, che 1 suo cordoglio 

Fors'è alleggiato sì che ancora ha vita. 

Ma egli ha dentro al cor sì gran ferita 

Che non ne può scampare, 

Se noi volete aitare 

Voi che 1 feriste e non sapete quando. 

Il giorno che da pria 
Gli donaste il saluto 
Che dar sapete a chi vi face onore, 
Andando voi per via, 
Come d'un dardo acuto 
Subitamente gli passaste il core : 
Allora il prese la virtù d'amore. 
Che ne' vostri ocdhi raggia; 
Poi gli siete selvaggia 
Fatta sì, che mercè non vi addimando. 

Non vi chero mercede, 
Madonna, per paura 

Ch' i' haggio che di ciò non vi adiriate : 
Ma questo dico in fede, 
Sapendo che in figura 
Angel del ciel diritto assimigliate 



Più non vi dico avante, 

Se non che l'alma sua vi raccomando. 

(Fu pubblicata, come di Dante, dal dottor Alessandro Torri nelle 
illustrazioni alla Vita nuova, Livorno, 1843; ma pel color dello stile 
e per l'allusione a Selvaggia dee rendersi a Cino : così i>ensa anche 
Pietro Fraticelli.) 



XXVI 



Giovine bella, luce del mio core, 
Perchè mi celi l'amoroso viso? 
Tu sai che '1 dolce riso 
E gli occhi tuoi mi fan sentire amore, 

- 71 - 



GINO DA PISTOIA 

Sento nel core... tanta dolcezza 
Quando ti son davante, 
Ch'io veggio quel ch'amor di te ragiona. 
Ma poi che privo son di tua bellezza 
E de' tuoi be' sembianti, 
Provo dolor che mai non mi abbandona. 
Però dhiedendo vo la tua persona, 
Disì'oso di quella cara luce 
Che sempre mi conduce 
Fedel soggetto dello tuo splendore. 

(Dal volume I delle Poesie italiane inedite di dugento autori, rac- 
colte da F. Trucchi; Prato, Guasti, 1846.) 



XXVII 



Gli atti vostri li sguardi e '1 bel diporto 
E '1 fin piacere e la nuova beltate 
Fanno sentir al cor dolce conforto, 
Allor che per la mente mi passate. 

Ma riman tal eh' è via peggio che morto 
Poi, quando disdegnosa ve n'andate; 
E, s'io son ben della cagione accorto, 
Gli è sol per lo desìo che 'n lui trovate. 

Lo qual già non si può senza la vita 
Da me partir; ben lo sapete ornai : 
Però forse v'aggrada mia finita : 

Et io ne vo' morire, anzi che mai 
Faccia del cuor, quant'ei vive, partita; 
In tal guisa da voi pria l'acquistai. 



XXVIII 



Il mio cor, che ne' begli occhi si mise 
Quando sguardava in voi molto valore, 
Fu tanto folle che, fuggendo Amore, 
Davanti alla saetta sua s' assise 

-72- 



RIME 



Ferrata del piacer, che lo divise 
Sì che per segno li stava di fore; 
E la temprò sì forte quel signore, 
Che dritto quivi traendo l'ancise. 

Morto mi fu lo cor, sì com' vo' udite, 
Donna, a quel punto; e non ve n'accorgeste, 
Così di voi la vertù non sentite : 

Poscia pietate che di me si veste 
Lo v'ha mostrato; onde fiera ne gite, 
Ne mai di me mercede aver voleste. 



XXIX 



Madonna, la pietate 
Ohe v'addimandan tutti i miei sospiri 
È sol che vi degnate ch'io vi miri. 

Io sento sì il disdegno 
Che voi mostrate contr'al mirar mio, 
Ch'a veder non vi vegno; 
E morronne; sì grande n'ho il desìo. 
Dunque mercè, per dio! 
Di mirar sol, ch'appaga i mei desiri. 
La vostra grand'altezza non s'adiri. 



XXX 

AMANTE 

La dolce innamoranza 
Di voi, mia donna, non posso celare : 
Conviemmi dimostrare 
Alquanto di mia gio* per abbondanza. 

Così come non può tutto tenere 
Lo pomo lo suo frutto c'ha incarcato 
Dell'amorosa sua dolce stagione; 
Non posso tanta gioia meco avere, 

— 73 — 



GINO DA PISTOIA 

Nè tanto ben tutto tener celato, 

Che fora in me perduto; e <li ragione; 

Se io più d'altro amante 

Non dimostrassi l'amoroso stato, 

Ove Amor m'ha locato 

Con voi, madonna di tutt' onoranza. 

DONNA 

Gentil mio sir, lo parlare amoroso 
Di voi sì in allegranza mi mantene, 
Che dirvel noi porla : ben lo sacciate. 
Perchè del mio amor sete gioioso, 
Di ciò grand' allegria e gio' mi vene; 
Et altro mai non haggio in volontate, 
For che *1 vostro piacere 
Tutt' ora fare e la vostra voglienza. 
Aggiate providenza 
Voi di celar la nostra disianza. 



XXXI 

Io prego, donna mia, 
Lo cuor gentile ch'è nel vostro core, 
Che da Morte e d'Amore 
Mi campi stando in vostra signorìa. 

E per sua cortesìa 
Lo può ben fare se^nza uscirne fuore; ' 
Ohe non disdice onore 
Sembiante alcun che di pietate sia. 

Io mi starò, gentil donna, di poco 
Ben lungamente in gioia; 
Non sì che tutta via non arda in foco : 

Ma standomi così, pur ch'io non moia, 
Verrò di rado in loco 
Che dello mio veder vi facci noia. 



— 74 



RIME 
XXXII 

Amor che ha messo n gioia lo mio core 
Di voi, gentil messere, 
Mi fa 'n gran benignanza sormontare : 
Et io noi vo' celare, 
Come le donne per temen2:a fanno. 

Amor mi tiene in tanta sicuranza, 
Ch'in fra le donne dico 1 mio volere, 
Come di voi, messer, so 'nnamorata; 
E come n gioia mia consideranza 
Mostro, che per sembianti il fo parere 
A voi, gentil messere, a cui son data. 
E s' altra donna contr'al mio tale;nto 
Volesse adoperare. 
Non pensi mai con altra donna gire; 
Et io lo fo sentire 
A chi di voi mi volesse far danno. 

Non ho temenza di dir com'io sono 
Allo vostro piacer sempre distretta. 
Sì la baldanza d'Amor m'assicura; 
E quando con altrui di voi ragiono. 
Lo nome vostro nel cor mi saetta 
Una dolcezza che lo cor mi fura. 
E non è donna che me ne riprenda; 
Ma ciascheduna pare 
Clhe senta parte dello mio desìo : 
E questo è quel per ch'io 
Temo (M perder voi per loro inganno. 



XXXIII 



Quando Amor gli occhi rilucenti e belli, 
C'han d'alto foco la sembianza vera, 
Volge ne' miei, sì dentro arder mi fanno, 
Che per virtìi d'Amor vengo un di quelli 
Spirti che son nella celeste sfera, 

— 75 — 



GINO DA PISTOIA 

Ch'cimor e gioia ugualmente in lor hanno : 
Poi, per mio grave danno 
S'un punto sto che fisso non li miri, 
Lagriman gli occhi e '1 cor tragge sospiri. 

Così veggio che in sé discorde tene 
Questa troppo mia dolce e amara vita 
Chi 'n un tempo nel ciel trovasi e 'n terra : 
Ma di gran lunga in me crescon le pene, 
Perchè, cherendo ad alta voce aita, 
Gli ocdhi altrove mirando mi fan guerra. 
Or, se pietà si serra 

Nel vostro cor, fate ch'ogn'or contempre 
Il bel guardo che 'n ciel mi terrà sempre. 

Sempre non già; poscia che noi consente 
Natura, ch'ordinato ha che le notti 
Legati sien; non già per mio riposo; 
Perciò ch'allor sta lo mio cor dolente, 
Ne sono all'alma i suoi pianti interrotti 
Del duol c'ho per fin qui tenuto ascoso. 
Deh, se non v'è noioso 

Chi v'ama, fate al men, perch'ei non mora, 
Parte li miri della notte ancora. 

Non è chi imaginar non che dir pensi 
L'incredibil piacer, donna, dh'io piglio 
Del lampeggiar delle due chiare stelle; 
Da cui legati ed abbagliati i sensi, 
Prende '1 mio cor un volontario essiglio 
E vola al ciel tra l'altre anime belle : 
Indi di poi lo svelle 
La luce vostra ch'ogni luce eccede, 
Fuor di quella di quel che '1 tutto vede. 

Ben lo so io; che '1 sol tanto già mai 
Non illustrò col suo vivo splendore 
L'aer quando che più di nebbia è pieno, 
Quanto i vostri celesti e santi rai. 
Vedendo avvolto in tenebre '1 mio core, 
Immantenente fèr chiaro e sereno; 
E dal career terreno 
Sollevandol talor. nel dolce viso 
Gustò molti dei ben del paradiso. 

— 76 — 



RIME 



Or perchè non volete più ch'io miri 
Gli occhi leggiadri u' con Amor già fui, 
E privar lo mio cor di tanta gioia? 
Di questo converrà ch'Amor s'adiri, 
Che un core in se, per vivere in altrui. 
Morto, non vuol ch'un'altra volta moia. 
Or, se prendete a noia 
Lo mio amor, occhi d'Amor rubegli, 
Foste per comun ben stati men begli! 

Agli occhi della forte mia nemica 
Fa', canzon, dhe tu dica 
— Poi che veder voi stessi non possete, 
Vedete in altri al men quel che voi sete. — 



XXXIV 



Nelle man vostre, o dolce donna mia, 
Raccomando lo spirito che muore, 
E se ne va sì dolente, che Amore 
Lo mira con pietà che '1 manda via. 

Voi lo legaste alla sua signorìa, 
Sì che non ebbe poi alcun valore 
Di potergli dir altro che — Signore, 
Qualunque vuoi di me, quel vo' che sia. - 

Io so che a voi ogni torto dispiace : 
Però la morte che non ho servita 
Molto più m'entra dentro al core amara. 

Gentil madonna, mentre ho della vita, 
Acciò ch'io mora consolato in pace. 
Non siate agli occhi miei cotanto avara. 



— 77 



CINO DA PISTOIA 



XXXV 

Quand'io pur veggio dhe se 'n vola '1 sole 
Et apparisce l'ombra, 
Per cui non spero più la dolce vista, 
Ne ricevuto ha l'alma, come suole, 
Quel raggio che la sgombra 
D'ogni martìro che lontano acquista; 
Tanto forte s'attrista e si travaglia 
La mente ove si chiude il bel desìo, 
Che l'ardente cor mio 
Piangendo ha di sospiri una battaglia, 
Che comincia la sera 
E dura in sino alla seconda sfera. 

Allor ch'io mi ritorno alla speranza 
Et il desìo si leva 

Col giorno che riscuote lo mio core; 
Mi muovo e cerco di trovar pietanza. 
Tanto ched io riceva 

Dagli occhi il don che fa contento Amore, 
Ch'egli ha già, per dolore e per gravezza 
Del perduto veder, più avanti morti. 
Dunque dh'io mi conforti 
Sol con la vista e prendane allegrezza 
Sovente in questo stato, 
Non mi par esser con ragion biasmato. 

Amor, con quel principio onde si cria, 
Sempre '1 desìo conduce; 
E quel per gli occhi innamorati vene : 
Per lor si porge quella fede in pria 
Dall'una all'altra luce, 
Che nel cor passa e poi diventa spene : 
Di tutto questo ben son gli occhi scorta. 
Chi gli occhi, quando amanza dentro è chiu«a, 
Riguardando non usa. 

Fa come quei che dentro arde e la porta 
Contro al soccorso chiude : 
Debbesi usar degli occhi la vertude. 

- 78 — 



RIME 



Vanne, canzone mia, di gente in gente, 
Tanto che la più gentil donna trovi, 
E prega che suoi nuovi 
E begli occhi amorosi dolcemente 
Amici sian de' miei, 
Quando per aver vita guardan lei. 



XXXVI 



Se conceduto mi fosse da Giove, 
Io non potrei vestir quella figura 
Che questa bella donna fredda e dura 
Mutar facesse dell'usate prove : 

Adunque il pianto che dagli ocdhi piove 
E 1 continuo sospiro e la rancura 
Con la pietà della mia vita oscura 
Neente è da ammirar se lei non move. 

Ma, se potessi far come quel dio, 
'Sta donna muterei in bella fagg^a 
E mi farei un'ellera d'intorno; 

Et un ch'io taccio, per simil desìo, 
Muterei in uccello, che ogni giorno 
Canterebbe su l'ellera Selvaggia. 



XXXVII 



Amor, la dolce vista di pietate, 
Ch'è sconsolata in gran desìo, sovente 
Meco si vene a doler ne la mente 
Del mio tormento e dell'atto sdegnoso 
Di quella bella donna, a cui son servo : 
E nato è in questa vertute il desìo 
D'ornar il suo bell'aspetto vezzoso. 
Lo qual adoro più ch'io non osservo : 
Ella non degna, o dolce signor mio. 
Deh spandi in lei la tua vertù sì ch'io 
Con pietà veggia tua stella lucente, 
E spenga l'atto che mi fa dolente. 



— 79 — 



GINO DA PISTOIA 



XXXVIII 



La bella donna, che n virtù d'Amore 
Per gli occhi mi passò dentro la mente, 
Irata e disdegnosa spessamente 
Si volge nelle parti 'v'è lo core, 

E dice — S'io non vo di quinci fore, 
Tu ne morrai, s'io posso, tostamente. — 
E quei si stringe paventosamente, 
Che sente bene quant'è il suo valore. 

E l'anima che intende este parole 
Si lieva trista per partirsi allora 
Dinanzi a lei che tant'orgoglio mena : 

Ma vien dinanzi Amor, che glie ne duole, 
E dice — Tu non te ne andrai ancora; — 
E tanto fa dh'ei la ritiene a pena. 



XXXIX 



Una donna mi passa per la mente 
Ch'a riposar se 'n va dentro nel cuore; 
Ma trova lui di sì poco valore, 
Che della sua virtù non è possente; 

Sì che si parte disdegnosamente, 
E lasciavi uno spirito d'amore; 
Ch'empie l'anima m.ìa sì di dolore, 
Che viene agli occhi in figura dolente 

Per dimostrarsi a lei, che conoscente 
Si faccia poscia degli miei martìri; 
Ma non può far pietà ch'ella vi miri; 

Per che ne vivo sconsolatamente; 
E vo pensoso negli miei desiri. 
Che son color che levano i sospiri. 



RIME 



CONTEMPLAZIONE DELLA BELLEZZA 



XL 

Lasso! che, amando, la mia vita more; 
E già non saccio sfogar la mia mente; 
Sì altamente m'iha locato Amore. 

Io non so dimostrar chi Iha il cor mio 
Né ragionar di lei, tanto è altera; 
Che Amor mi fa tremar, pensando ch'io 
Amo colei ch'è di beltà lumera; 
Che già non oso sguardar la sua cera, 
Della quale esce uno ardente splendore 
Che tolle agli occhi miei tutto valore. 

Quando il pensier divien tanto possente 
Che mi contìincia sua virtute a dire, 
Sento il suo nome chiamar nella mente 
Che face gli miei spiriti fuggire : 
Non hanno gli miei spirti tanto ardire 
Che faccin motto, vegnendo di fore 
Per soverchianza di molto dolore. 

Amor, che sa la sua virtù, mi conta 
Di questa donna sì alta valenza. 
Che spesse volte lo suo saver monta 
Di sopra sua naturai conoscenza : 
Ond'io rimango con sì gran temenza 
Che fuor l'anima mia non fugga allore, 
Che sento che ha di lei troppo tremore. 



-61 - 



GINO DA PISTOIA 



XLI 



Una gentil piacevol giovenella 
Adorna vien d'angelica virtute 
In compagnia di sì dolce salute, 
Che qual la sente poi d'amor favella. 

Ella n'apparve agli occhi tanto bella, 
Che per entro un pensier al cor venute 
Son parolette, che dal cor sentute 
Han la vertù desta gioia novella : 

La quale ha preso sì la mente nostra 
E covertata di sì dolce amore, 
Che la non può pensar se non di lei. 

Ecco come è soave il suo valore. 
Che ne' begli occhi apertamente mostra 
Ch'aver doviam gran gioia di costei. 



XLII 

Vedete, donne, bella creatura, 
Com' sta tra voi maravio^liosamente? 
Vedeste mai così nova figura 
O così savia giovine piacente? 

Ella per certo l'umana natura 
E tutte voi adoma similmente : 
Ponete agli atti suoi piacenti cura. 
Che fan maravigliar tutta la gente. 

Quanto potete, a prova, 1 onorate. 
Donne gentili; dh'ella voi onora, 
E di lei n ciascun loco si favella. 

Unquemai par si trovò nobiltate; 
Ch'io veggio Amor visìbil che l'adora, 
E falle riverenza; sì è bella. 



62 - 



RIME 
XLIII 

Questa donna che andar mi fa pensoso 
Porta nel viso la virtù d'amore, 
La qual fa risvegliare altrui nel core 
Lo spirito gentil che v'è nascoso. 

Ella m'ha fatto tanto pauroso. 
Poscia ch'io vidi il mio dolce signore 
Negli occhi suoi con tutto il suo valore, 
Ch'io le vo presso e riguardar non l'oso. 

E s'awien poi che quei begli occhi miri, 
Io veggio in quella parte la salute 
Ove lo mio intelletto non può gire. 

Allor si strugge sì la mia virtute. 
Che l'anima che move gli sospiri 
S'acconcia per voler del cor partire. 

(Confrontato e corretto su l'edizion giuntina, ov'è attribuito a 
Dante, e su la lezione che ne dà il Fraticelli nel Canzoniere di Dan- 
te, ed. cit.) 



XLIV 



Sta nel piacer della mia donna Amore 
Come in sol raggio e 'n eie! lucida stella, 
Che nel muover degli occhi poggia al core. 
Sì dh'ogni spirto si smarrisce in quella : 

Soffrir non posson gli occhi lo splendore. 
Ne il cor può trovar loco, sì è bella; 
Che *1 sbatte fuor, tal ch'ei sente dolore; 
Quivi si trova chi di lei favella. 

Ridendo par che s'allegri ogni loco, 
Per via passando; angelico diporto, 
Nobil negli atti ed umil nei sembianti; 

Tutt'amorosa di sollazzo e gioco, 
E saggia di parlar; vita e conforto. 
Gioia e diletto a chi le sta davanti. 



— 83 



CINO DA PISTOIA 

XLV 

Tutto mi salva il dolce salutare 
Che vien da quella che somma salute, 
In cui le grazie son tutte compiute : 
Con lei va Amor, e con lei nato pare : 

E fa rinnovellar la terra e l'are 
E rallegrare il ciel la sua virtute : 
Già mai non fur tai novità vedute, 
Quali per lei ci fece Dio mostrare. 

Quando va fuori adorna, par che '1 mondo 
Sia tutto pien di spiriti d'amore. 
Sì ch'ogni gentil cor divien giocondo : 

Et il mio cor dimanda — Ove m'ascondo? 
Per tema di morir voi fuggir fore : 
Ch'abbassi gli occhi, allor tosto rispondo. 



XLVI 



Angel di Dio simiglia in ciascun atto 
Questa giovine bella, 
Che m'ha con gli ocdhi suoi il cor disfatto. 

E di tanta virtù si vede adorna, 
Che chi la vuol mirare, 
Sospirando, convielli il cor lasciare. 
Ogni parola sua sì dolce pare, 
Che là ove posa torna 
Lo spirito che meco non soggiorna; 
Però che forza di sospir lo storna,' 
Sì angoscioso è fatto 
Quel loco dello quale Amor l'ha tratto. 

Io non m'accorsi, quando la mirai, 
Ch'Amore assaltò gli occhi, onde disfatto 
Fuor dell'alma trovai 
La mia virtù che per forza lasciai; 
E non sperando di campar già mai. 
Di ciò più non combatto : 
Dio mandi il punto di finii pur ratto. 

— 84 — 



RIME 



Ballata, a chi del tuo fattor dimanda, 
Dilli che tu lo lasciasti piangendo 
E comiato pigliasti, 
Che vederlo morir non aspettasti : 
Però lui che ti manda 
A ciascun gentil cor lo raccomanda; 
Ch'io per me non accatto, 
Com' più viver mi possa a nessun patto. 



XLVII 



Egli è tanto gentile ^t alta cosa 
La donna che sentir mi face amore, 
Che l'anima, pensando come posa 
La vertù ch'esce di lei nel mio core, 

Isbigottisce e divien paurosa; 
E sempre ne dimora in tal tremore. 
Che batter l'ali nessun spirito osa 
Che dica a lei — Madonna, costui muore. — 

Ohi lasso me!, come v'andrà pietanza, 
E chi le conterà la morte mia 
Celato in guisa tal che lo credesse? 

Non so; ch'Amor medesmo n'ha dottanza, 
Et ella g:"à mai creder noi potrìa 
Che sua virtiì nel cuor mi discendesse. 



XLVIII 



Veduto han gli occhi miei sì bella cosa, 
Che dentro del mio cor dipinta l'hanno; 
E se per veder lei tutt'or non stanno. 
In sin che non la trovan non han posa; 

E fatto han l'alma mia sì amorosa, 
Che tutto corro in amoroso affanno; 
E quando col suo guardo scontro fanno, 
Toccan lo cuor che sovra '1 ciel gir osa. 

— 85 — 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV. 



GINO DA PISTOIA 

Fanno nel cielo gli occhi al mio cor scorta, 
Fermandol nella fé d'Amor più forte, 
Quando riguardan lo suo novo viso; 

£ tanto passa n su 1 desiar fiso, 
Che 1 dolce imaginar gli darìa morte, 
Sed e' non fosse Amor che lo conforta. 



XLIX 



Quanto più fiso miro 
Le bellezze che fan piacer costei, 
Amor tanto per lei 
M'incende più di soverchio martìro. 

Farmi veder in lei, quand'io la guardo, 
Tutt'or nova bellezza 
Che porge agli occhi miei novo piacere. 
Allor m'aggiunge Amor con un suo dardo, 
E con tanta dolcezza 
Mi fiere il cor, ch'io non so più tenere 
Ched al colpo non cali, 
E dico — O ocdhi, per vostro mirare 
Mi veggio tormentare 
Tanto ch'io sento l'ultimo sospiro. 



Poi che saziar non posso gli occhi miei 
Di guardar a madonna il suo bel viso, 
Mirerol tanto fiso. 
Ch'io diverrò beato lei guardando. 

A guisa d'angel, che di sua natura 
Stando su in altura 
Divien beato sol vedendo Dio, 
Così, essendo umana creatura. 
Guardando la figura 

— 86 — 



RIME 

Dì questa donna che tiene il cor mio, 

Potrìa beato divenir qui io : 

Tante la sua virtù che spande e porge, 

Avvegna non la scorge 

Se non chi lei onora desiando. 

(Confrontata e corretta su la edizion giuntina, ov'è attribuita a 
Dante, e su la lezione che ne dà il Fraticelli nel Canzoniere di Dan- 
te ed. cit.) 



LI 

Se questa gentil donna vi saluta, 
Non riguardate dentro agli occhi sui; 
Che è tal cosa al mio cor avvenuta, 
Che all'anima non cai di star con lui; 

E dice ben che ha la morte veduta. 
Ma non pertanto vuol veder altrui; 
Che vita et ogni ben per lei rifiuta. 
Sì dh'io mi partirò tosto da vui. 

Allor trarrete dal mio corpo il core, 
E leggerete ciò che mi fa dire 
Che dentro agli occhi suoi non riguardate; 

Che voi vi troverete scritto Amore, 
Col nome che chiamò quando a ferire 
Venne guarnito della sua beltate. 



LII 

Se '1 viso mio alla terra s'inchina 
E di vedervi non si rassicura, 
Io vi dico, madonna, che paura 
Lo face, che di me si fa regina; 

Perchè la beltà vostra, pellegrina 
Qua giù tra noi, soverchia mia natura, 

— 87 — 



GINO DA PISTOIA 

Tanto che, quando vien, se per ventura 
Vi miro, tutta mia virtù ruina; 

Sì che la Morte dh'io porto vestita 
Combatte dentro a quel poco valore 
Che mi rimane, con pioggia e con tuoni : 

Allor comincia a pianger dentro al core 
Lo spirito vezzoso della vita. 
E dice — O Amore, perchè mi abbandoni? 



RIME 



DOLORI DELL'AMORE 



LUI 



Ahimè! ch'io veggio ch'una donna viene 
Al grand' assedio della vita mia, 
Irata sì ch'ancide e manda via 
Tutto ciò che n la vita e la sostiene : 

Onde riman lo cuor, ch'è pien di pene, 
Senza soccorso e senza compagnia, 
E per forza convien che morto sia 
Per un gentil desìo ch'Amor vi tiene. 

Questo assedio sì grande ha posto morte, 
Per conquider la vita, intorno al cuore. 
Che cangiò stato quando '1 prese Amore 

Per quella donna che si mira forte, 
Come colei dhe sei pone in disnore, 
Onde assalir lovien sì ch'ei ne muore. 

(Ragguagliato su l'edizion giuntina, e su la lezione che ne dà il 
Fiaticelli nelle Rime apocrije di Dante.) 



LIV 

Ben dico certo che non fu riparo 
Che ritenesse de' suoi occhi il colpo : 
E questo gran valor io non incolpo 
Ma '1 duro cor d'ogni mercede avaro, 

Che mi nasconde '1 suo bel viso chiaro; 
Onde la piaga del mio cor rimpolpo : 
Lo qual neente lagrimando scolpo. 
Ne movo punto col lamento amaro. 

— 89 — 



GINO DA PISTOIA 

Così è tutta via bella e crudele, 
D'amor selvaggia, e di pietà nemica; 
Ma più m'incresce che convien ch'io '1 dica 

Per forza del dolor che m'affatica; 
Non perch'io contr'a lei porti alcun fele, 
Che via più che me l'amo, e son fedele. 

(Ragguagliato e corretto su l'edizion giuntina, dov'è tra le Rime 
di Dante, e su la lezione che ne dà il Fraticelli, 1. e.) 



LV 

Non v'accorgete, donna, d'un che smuore 
E va piangendo, sì si disconforta? 

10 prego voi, se non ve n siete accorta, 
Che lo miriate per lo vostro onore. 

Ei se 'n va sbigottito e d'un colore 
Ohe 1 fa parere una persona morta, 
Con tanta doglia che negli occhi porta 
Che di levargli già non ha valore. 

E quando alcun pietosamente il mira, 

11 cor di pianger tutto si distrugge, 

E l'anima se 'n duol sì che ne stride : 

E se non fusse ch'egli allor si fugge, 
Sì alto chiama voi quand'ei sospira, 
Ch'altri direbbe — Or sappiam chi l'uccìde. — 

(Ragguagliato e corretto su l'edizion giuntina e su la lezione da- 
tane dal Fraticelli in Rime apocrije di Dante, ed, cit.) 



LVI 

Io sento pianger l'anima nel core, 
Sì ch'agli occhi fa pianger li suoi guai, 
E dice — Oimè lasso!, io non pensai 
Che questa fusse di tanto valore; 

— 90 — 



RIME 



Che per lei veggio la faccia d'Amore 
Vie più crudel ch'io non vidi già mai, 
E quasi irato mi dice — Che fai 
Dentro questa persona che si more? — 

Dinanzi agli occhi miei un libro mostra, 
Nel quale io leggo tutti que* martìri 
Che posson far vedere altrui la morte. 

Poscia mi dice — O misero, tu miri 
Là ov'è scritta la sentenza nostra 
Che tratta del piacer di costei forte? — 



LVII 

Ahi lasso!, ch'io credea trovar pietate, 
Quando si fosse la mia donna accorta 
Della gran pena che 1 mio cor sopporta; 
Et io trovo disdegno e crudeltate 

E guerra forte in luogo d'umiltate, 
Sì ch'io m'accuso già Dersona morta; 
Ch'io veggio che mi sfida e disconforta 
Quel che dar mi dovrebbe sicurtate. 

Però parla un pensier, che mi rampogna 
Com'io più viva, non sperando mai 
Che tra lei e pietà pace si pogna : 

Onde morir pur mi conviene omai; 
E posso dir che mal vidi Bologna 
Ma più la bella donna dh'io guardai. 

(Ragguagliato e corretto sull'edizion giuntina, ov'è attribuito a 
Dante, e su la lezione che ne dà il Fraticelli nelle Rime apocrije dì 
Dante.) 



— 91 — 



GINO DA PISTOIA 



LVIII 
A CECCO D' ASCOLI 

Non credo che 'n madonna sia venuto 
Alcun pensiero di pietate, pui 
Ch'ella s' accorse ch'io avea veduto 
Amor gentile ne' begli occhi sui; 

E però vo come quel che è smarruto 
Che dimanda mercede e non sa a cui, 
E porto dentro agli occhi un cor feruto 
Che quasi morto si dimostra altrui. 

Io non ispero mai se non pesanza, 
Ch'ella ha preso disdegno et ira forte 
Di tutto quel che aver dovrìa pietanza : 

Ond'io me ne darei tosto la morte, 
Se non ch'Amor, quand'io vo in disperanza, 
Te mi dimostra simile in sua corte. 



LIX 

Udite la cagion de' miei sospiri, 
Se già mai fu per me nata mercede. 
Qualora il mio pensier fra me si riede, 
E chiama innanzi a se li miei desiri, 

Presentansi pien tutti di martìri, 
Che vengon dalla vista che procede 
Dalla ciera gentil, quando mi vede. 
Che come suo nemico par mi miri. 

Laonde in ciò mi struggo, e vo a morire 
Chiamando morte; che per mio riposo 
Mi teglia innanzi ched io mi disperi : 

Miranla gli occhi miei sì volentieri. 
Che contr'al mio voler mi fanno gire 
Per veder lei, cui sol guardar non oso. 



92 — 



RIME 



LX 

Questa leggiadra donna, ched io sento 
Per lo suo bel piacer nell'alma entrata, 
Non vuol veder la ferita c'ha data 
Per gli occhi al cor che sente ogni tormento : 

Anzi si volge di fiero talento 
Fortemente sdegnosa et adirata, 
E con questi sembianti è sì cambiata 
Ch'io me ne parto di morir contento; 

Chiamando per soverchio di dolore 
Morte sì come mi fosse lontana. 
Et ella mi risponde nello core : 

All'otta dh'odo ch'è sì prossimana, 
Il spirito accomando al mio signore, 
Poi dico a lei — Tu mi par dolce e piana. — 



LXI 

Tu che sei voce che lo cor conforte, 
E gridi, e n parte, dove non può stare 
L'anima nostra, tue parole porte; 
Non odi tu '1 signore in lei parlare 

E dir che pur convien che mi dia morte 
Questo novello spirito, ch'appare 
Dentro d'una vertù gentile e forte, 
Sì che qual fiere non può più campare? 

Tu piangerai con lei, s'ascolti bene, 
Ch'esce per forza de' molti martìri 
D'esto suo loco, che sì spesso muore; 

E fuor degli occhi miei piena ne viene 
Delle lagrime ch'escon de' sospiri. 
Ch'abbondan tanto quanto fa '1 dolore. 



— 93 — 



GINO DA PISTOIA 



LXII 



L'anima mia vilmente è sbigottita 
Della battaglia che la sente al core. 
Che, se pur s'avvicina un poco Amore 
Più presto a lei che non soglia, ella more : 

Sta come quei dhe non ha più valore, 
Che per temenza dal mio cor partita; 
E chi vedesse com'ella n'è gita, 
Dirìa per certo — Questi non ha vita. — 

Per gli occhi venne la battaglia pria, 
Che roppe ogni valore immantenente. 
Sì che del colpo fìer strutta è la mente. 

Qualunque è quel che più allegrezza sente, 
S'ei vedesse il mio spirito gir via, 
Sì grande è la pietà, che piangerìa. 



LXIII 



Ogni allegro pensier ch'alberga meco, 
Sì come peregrin, giunge e va via; 
E sei ragiona della vita mia, 
Intendol sì com' fa '1 Tedesco il Greco. 

Amor, così son costumato teco. 
Che l'allegrezza non so che si sia; 
E se mi mandi a lei per altra via, 
Più dolor sempre al cor dolente reco; 

Et honne dentro a lui soverchio tanto, 
Che tutto quanto per le membra corre 
E si disvia in me per ogni canto. 

Ahi doloroso me! chi mi soccorre? 
Ben veggio mi convien morir del pianto. 
Che non si può per nulla cosa tórre. 



94 



RIME 



LXIV 

Tanta è l'angoscia c'haggio dentro al core, 
Che spesse fiate l'alma ne sospira; 
E se un pensier non fusse che '1 dolore 
Allevia quando Amor gli occhi suoi gira, 

Io sarei già di questa vita fore : 
Ora madonna che '1 mio mal desira, 
Veggendomi languire a tutte l'ore, 
Lieta è del male, e del mio ben s'adira. 

Onde mi spiace quel che Amore aggrada; 
Et è sì tale il duol ch'ogn'or rinnovo. 
Che nelle vene il sangue mi s'agghiada. 

Amor, s'altro sollazzo 'n te non trovo, 
Seguir non vo' quel ch'a me tanto sgrada; 
Che troppo affanno è quel che per lei provo. 



LXV 

Guardate, amanti! io mi rivolgo a vui, 
Perchè so ben clh'altrui 
Intendere non può qual stato è '1 mio. 
Amo quanto si può, ne per conforto 
Dell'amoroso affanno altro disio 
Che veder gli occhi della donna mia : 
Et ella, perch'io sia 
Fra gl'infelici amanti il più infelice, 
Questo ancor mi disdice; 
E sol mi mostra tanto il suo bel viso, 
Ch'io veggia che '1 mio duol le muova riso, 



— 95 — 



CINO DA PISTOIA 



LXVI 

Guarda crudel giudicio che fa Amore 
Di me, perchè pietà non mi fu intesa, 
Quando dissi a madonna ch'era presa 
La mente mia per lo suo gran valore. 

Egli ha spogliato il doloroso core 
E 'nnanzi agli occhi m'ha la vita impesa, 
E fieramente con sua face accesa 
Va tormentando l'anima che more. 

Questa sentenza d'Amor, che fu data 
Per crudeltate della donna mia. 
Come crudele ad effetto è mandata : 

E mai non spero dh'altro di me sia. 
Se vertù nova dallo ciel mandata 
Non è per la pietà, ch'ella sen già. 



LXVII 



O tu Amor che m'hai fatto martire. 
Per la tua fé, di languore e di pianto. 
Dammi, per dio, della tua gioia alquanto, 
Ch'io possa un poco del tuo ben sentire : 

E se ti piace pur lo mio languire, 
Morir mi farà' poi certo cotanto. 
Facendomi tornar sotto 1 ammanto 
Ove poi piagnerò pene e gioire. 

Uom che non vide mai ben ne sentìo 
Crede che '1 mal sia così naturale. 
Però gli è più leggier : e così è '1 mio : 

Quella è la via di conducermi a tale 
Ch'i' senta '1 mal secondo ch'egli è rio. 
Provando 1 suo contrario quanto vale. 



— 96 — 



RIME 



LXVIII 

Amor, la doglia mia non ha conforto, 
Perch'è fuor di misura : 
Così la mia ventura, 
Quando m'innamorò, m'avesse morto! 

S'ella m'avesse, quando io dico, ucciso. 
Non era il mio morire 
Grave piiì che si porti il corso umano : 
Ma or, s'io moro, perderò il bel viso; 
Dal qual tanto distrano 
In verità mi sarà '1 dispartire. 
Che, s'io potessi propriamente dire, 
Non credo fusse core 
Sotto tua legge, Amore, 
Che non pigliasse martìro e sconforto. 



LXIX 



La grave udienza degli orecchi miei 
M'have sì piena di dolor la mente. 
Che '1 mio cor, lasso!, doglioso si sente 
Involto di pensier crudeli e rei; 

Però che mi fu detto da colei. 
Per cui speravo viver dolcemente, 
Cose che sì m'angoscian duramente, 
Ohe per men pena la morte vorrei; 

E sarebbemi assai meno angosciosa 
La morte della vita ch'io attendo. 
Poiché l'è piena di tanta tristizia; 

Che là ond'io credevo aver letizia 
Pena dato m'è or sì dolorosa. 
Che mi ^distrugge e consuma langijendo. 



— 97 — 



GINO DA PISTOIA 



L 

Se non si muor, non troverà mai posa. 
Così l'avete fortemente in ira, 
Questo dolente che per voi sospira 
Nell'anima che sta nel cor dogliosa : 

Et è la pena sua tanto angosciosa. 
Che pianger ne dovrìa ciascun che '1 mira 
Per la pietà che pare allor ch'ei gira 
Gli occhi che mostran la morte entro ascosa. 

Ma, poi v'aggrada, non vuol già salute 
Ne ridotta il morir, come coloro 
Li quai son forti nel terribil punto; 

Per gli occhi vostri che sì accorti foro, 
Che trasser del piacere una virtute, 
Che 'nforza il core essendo a morte giunto. 



LXXI 



Perchè nel tempo rio 
Dimoro tutta via aspettando peggio, 
Non so com'io mi deggio 
Mai consolar, se non m aiuta Dio 
Per la morte ch'io cheggio 
A lui che vegna nel soccorso mio, 
Ch'e' miseri, com'io, 

Sempre disdegna, com'or provo e veggio. 
Non mi vo' lamentar di chi ciò face, 
Perch'io aspetto pace 
Da lei su '1 punto dello mio finire; 
Ch'io le credo servire, 
Lasso, così morendo. 
Poi le disservo e dspiaccio vivendo. 

Deh or m'avesse Amore, 
Prima ch'io '1 vidi, immantenente morto, 

— 98 — 



RIME 

Che per biasmo del torto 

Avrebbe a lei et a me fatto onore! 

Tanta vergogna porto 

Della mia vita che testé non more, 

Ch'è peo'gio del dolore 

Nel qual d'amar la gente disconforto; 

Ohe una cosa è l'Amore e la Ventura, 

Che soverchian natura, 

L'un per usanza e laltra per sua forza; 

Sì ch'io vo' i>er men male 

Morir contro alla voglia naturale. 

Questa mia voglia fera 
È tanto forte, che spesse fiate 
Per l'altrui potestate 
Daria al mio cor la morte più leggiera : 
Ma. lasso!, per pietate 
Dell'anima mia trista, che non pera 
E torni a Dio qual'era, 
Ella non muor, ma vive in gravitate; 
Ancor ch'io non mi creda già potere 
Finalmente tenere 

Che a ciò per soverchianza non mi mova 
Misericordia nova : 
Ma avrà forse mercede 
Allor di me il signor che questo vede. 

Canzon mia, tu starai dunque qui meco 
A ciò ch'io pianga teco : 
Ch'io non so dove tu ti possa andare, 
Ch'appo lo mio penare 
Ciaschedun altro ha gioia : 
Non vo' dhe vadi altrui facendo noia. 

(Ragguagliata e migliorata su l'eclizion giuntina e su la lezione 
che ne dà il Fraticelli nelle Rime apocrije dì Dante.) 



— 09 — 



GINO DA PISTOIA 



LXXII 

O giorno di tristizia e pien di danno, 
O ora e punto reo ch'io nato fui 
E venni al mondo per dare ad altrui 
Di pene essempio d'amore e d'affanno! 

Se le pene che l'alme in lo 'nferno hanno 
Fossero un corpo il qual venisse pui 
Nel mondo, già non si vedriano in lui 
Cotante pene quante in me si stanno. 

Tu solo, Amor, m'hai m.esso in tale stato, 
E di me fatto hai fonte di martìri, 
Di malignanza e di tristizia loco; 

E mi fai dimorar in ghiaccio e 'n foco, 
E di pianto e d'angoscia e di sospiri 
Pasci il mio cor dolente disperato. 



LXXIII 



— Uomo sraiarrito che pensoso vai. 
Che hai tu, che tu sei così dolente? 
Che vai tu ragionando con la mente. 
Traendone sospiri spesso e guai? 

E' non pare che tu sentissi mai 
Di ben alcun che il core in vita sente, 
Anzi par che tu muori duramente 
Negli atti e ne' sembianti dhe tu fai. 

Se tu non ti conforti, tu cadrai 
In disperanza sì malvagiamente. 
Che questo mondo e l'altro perderai. 

Deh vuoi tu morir così vilmente? 
Chiama pietate, che tu camperai. — 
Questo mi dice la pietosa gente. 



— 100 



RIME 



LXXIV 

Tutto ciò ch'altrui piace, a me disgrada; 
Ed emml a noia e spiace tutto 1 mondo. 

— Or dunque che ti piace? — Io ti rispondo 

— Quando l'un l'altro spessamente agghiada 
E' piacemi veder colpi di spada 

Altrui nel volto, e navi andar al fondo : 
E piacemi veder Neron secondo, 
E che s'ardesse ogni femina lada. 

Molto mi spiace allegrezza e solazzo; 
E la malinconia m'aggrada forte; 
E tutto '1 dì vorrei seguire un pazzo; 

E far mi parerla di pianto, corte, 
Ed ammazzar tutti quei ch'io ammazzo 
Con l'arme del pensier u' trovo morte. 



LXXV 



Vinta e lassa era già l'anima mia 
E '1 corpo in sospirar et in trar guai, 
Tanto che nel dolor m'addormentai, 
E nel dormir piangeva tutta via. 

Per lo fiso membrar che fatto avìa 
Poi ch'ebber pianto gli occhi miei assai, 
In una nuova vision entrai; 
Ch'Amor visibil veder mi parìa, 

Che mi prendeva e mi menava in loco, 
Ov'era la gentil mia donna sola : 
Davanti a me parca che gisse un foco. 

Dal qual parca che uscisse una parola. 
Che diceva — Mercè, mercè un poco! — 
Chi ciò mi 'sDon con l'ale d'Amor vola. 



— 101 — 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. KJVt 



GINO DA PISTOIA 



LXXVI 



Deh, com' sarebbe dolce compagnia 
Se questa donna ed Amor e Pietate 
Fossero nsieme in perfetta amistate 
Secondo la vertù e onor disia; 

E l'un dell'altro avesse signorìa, 
E 'n sua natura ciascun libertate, 
Perchè *1 core alla vista d'umiltate 
Simile fosse sol per cortesìa; 

Et io vedessi ciò, sì che novella 
Ne portassi gioiosa all'alma trista! 
Voi odireste lei nel cor cantare, 

Spogliata del dolor che la conquista; 
Ch'ascoltando un pensier che ne favella^ 
Sospirando s'è ito in lei a posare. 



LXXVII 



Quando potrò io dir — Dolce mio Dio, 
Per la tua gran virtute 
Or m'hai tu posto d'ogni guerra in pace. 
Lasso!, che gli occhi miei, com io disio, 
Vegghin quella salute 
Ohe dopo affanno riposar ne face! — 
Quando potrò io dir — Signor verace, 
Or m'hai tu tratto d'ogni scuritate; 
Or liberato son d'ogni martìro; 
Però ch'io veggio e miro 
Quella ch'è dea d'ogni gentil beltate, 
E m'empie tutto di suavitate. — 

Increscati oggi mai, signor possente 
Che l'alto ciel distringi. 
Della battaglia de' sospir ch'io porto, 
E della guerra mia dentro la mente 
Là ove tu dipingi 

^ 102 - 



RIME 



Quel che rimira l'intelletto accorto! 
Increscati del cor, che giace morto 
Da Amor con quella sua dolce saetta 
Che fabbricata fu del suo piacere; 
Nel qual sempre vedere 
Tu mi facesti quella donna eletta, 
Cui d'ubbidir agli angeli diletta. 

Muoviti, signor mio cui solo adoro. 
Signor cui tanto chiamo. 
Signor mio solo a cui mi raccomando, 
Deh moviti a pietà! vedi ch'io moro; 
Vedi per te quant'amo; 
Vedi per te quante lagrime spando! 
Ahi, signor mio, non sofferir che, amando, 
Da me si parta l'anima mia trista, 
Che fu sì lieta di quella sentita! 
Vedi dhe poca vita 

Rimasa è in me, se non se ne racquista 
Per grazia sol della beata vista. 

Canzon, tu puoi ben dire, 
S'a pietà non si muove il mio signore, 
Alla mia donna, che già mai redire 
Non spero e che 1 dolore 
In breve tempo mi farà finire. 



GINO DA PISTOIA 



ESIGLIO, DOLORI CIVILI, 
MORTE DI SELVAGGIA 



LXXVIII 



Sì m'ha conquiso la selvaggia gente 
Con gli suoi atti novi, 
Che bisogna ch'io provi 
Tal pena che morir cheggio sovente. 

Questa gente selvaggia 
È fatta sì per farmi penar forte, 
Che troppo affanno sotterra mia vita : 
Però chieggio la morte; 
Ch'io voglio, innanzi che facci partita 
L'anima dallo cor, che tal pena aggia; 
Ch'ogni partenza di quel loco è saggia, 
Ch'è pieno di tormento : 
Et io, per quel dh'i' sento, 
Non deggio mai se non viver dolente. 

Non mi fora pesanza 
Lo viver tanto, se gaia et allegra 
Vedess'io questa gente e d'un cor piano 
Ma ella è bianca e negra, 
E di tal condizion ched ogni strano 
Che del suo stato intende n'ha pesanza; 
E chi l'ama non sente riposanza. 
Tanto n'ha coral duolo : 
Dunque, ch'io son quel solo 
Che l'amo più, languisco maggiormente. 

Cotal gente già mai non fu veduta, 
Lasso!, simile a questa; 
Ch'è crudel di sé stessa e dispietata, 

^ 104 - 



RIME 

Che in nulla guisa resta 

Gravar sua vita come disparata, 

E non si cura d'altra cosa or mai : 

Però quanto di lei pietoso i lai 

Movo col mio signore, 

Tanto par lo dolore 

Per abundanza che '1 mio cor ne sente. 

Altro già che tu, morte a me parvente. 
Non credo che mi giovi : 
Mercè dunque! ti movi! 
Deh vieni a me, che mi se' sì piacente! 

(Corretta su la lezione datane dal Mazzoleni nelle Rime oneste.) 



LXXIX 

A CECCO D'ASCOLI 

Cecco, io ti prego per virtù di quella 
Qh'è della mente tua pennello e guida, 
Che tu scorra per me di stella in stella 
Nell'alto ciel, seguendo la più fida : 

E di' chi m'assecura e chi mi sfida 
E qual per me è laida e qual bella, 
Perchè rimedio la mia vita grida 
(E so da tal giudizio non s'appella); 

E se m'è buon di gire a auella pietra 
Dov'è fondato il gran tempio di Giove 
O star lungo '1 bel Fiore o gire altrove, 

O se cessar della tempesta tetra 
Che sopra '1 genital mio terren piove. 
Dimmelo, o Tolomeo che '1 vero trove. 



-^ 105 -. 



GINO DA PISTOIA 



LXXX 



Con gravosi sospir traeTi<lo guai, 
Donna gentil, dalla vostra rivera, 
E contra '1 mio voler, mi dislungai : 
Il dimorar peggio che morte m'era. 

Ma per la speme del tornar campai, 
E tomai a veder voi donna fera : 
Così non fossi io ritornato mai! 
Deh male n'aggia quella terza sfera, 

Perch'è contra di me cotanto strana! 
Dolente me tapini son io giudìo, 
Che nulla vai per me mercede umana? 

In che ventura e 'n che punto nacqu* io, 
Ch'a tutto '1 mondo sete umile e piana 
E sol vèr me tenete '1 cor sì rio? 



LXXXI 



Li più begli occhi che lucesser mai, 
Oimè lasso!, lasciai : 
Ancider mi devea quando il pensai. 

Ben mi dovea ancider io stesso, 
Come fé Dido quando quell'Enea 
Le lasciò tanto amore; 
Ch'era presente, e f ecimi lontano 
Da quella gioia, che più mi diletta 
Che nulla creatura. 
Partirsi da così bello splendore! 
Dov'io tanto fallai. 
Che non è colpa da passar per guai. 

Oimè!, più bella d'ogni altra figura, 
Perchè tanto peccai. 
Che nulla pena mi tormenta assai? 



— 106 



RIME 



LXXXII 

La dolce vista e 1 bel guardo soave 
De' più begli occhi che si vider mai, 
Ch'i' ho perduto, mi fa parer grave 
La vita sì ch'io vo traendo guai; 
E 'n vece di pensier leggiadri e gai 
Ch'aver solea d'amore, 
Porto desii nel core 
Che nati son di morte, 
Per la partita che mi duol sì forte. 

Òimè! deh perchè, Amor, al primo passo 
Non mi feristi sì ch'io fussi morto? 
Perchè non dipartisti da me, lasso!, 
Lo spirito angoscioso ched io porto? 
Amor, al mio dolor non è conforto : 
Anzi, quanto più guardo. 
Al sospirar più ardo; ^ 

Trovandomi partuto 
Da quei begli occhi ov'io t'ho ^à veduto. 

Io t'ho veduto in quei begli occhi, Amore, 
Tal che la rimembranza me n'occide 
E fa sì grande schiera di dolore 
Dentro alla mente, che l'anima stride 
Sol perchè morte mal non la divide 
Da me; come diviso 
Mi trovo dal bel viso 
E d'ogni stato allegro. 
Pel gran contrario dh'è tra '1 bianco e '1 negro. 

Quando per gentil atto di salute 
Vèr bella donna levo gli occhi alquanto, 
Sì tutta si disvia la mia virtute^. 
Che dentro ritener non posso *1 pianto, 
Membrando di madonna, a cui son tanto 
Lontan di veder lei. 
O dolenti occhi miei. 
Non morite di doglia? 
Sì per vostro voler, pur che Amor voglia. 

— 107 — 



GINO DA PISTOIA 

Amor, la mia ventura è troppo cruda, 
E ciò che ncontran gli occhi più m'attrista 
Dunque, mercè! che la tua man li chiuda, 
Da c'ho perduto l'amorosa vista; 
E quando vita per morte s'acquista, 
Gli è gioioso il morire : 
Tu sai dove de' gire 
Lo spirto mio da poi, 
E sai quanta pietà sarà di noi. 

Amor, ad esser micidial pietoso 
T'invita il mio tormento : 
Secondo c'ho talento 
Dammi di morte gioia, 
Sì che lo spirto al men torni a Pistoia. 



LXXXIII 



Giusto dolore alla morte m'invita; 
Ch'io veggio a mio dispetto ogn'uom giulivo 
E non conforto alcuno, stando privo 
Di tutto ben, che ogni gioi' m'è fallita. 

Ma non so che mi far della finita. 
Ch'ai morir volentier già non arrivo ; 
Così 'n questo dolor, misero!, vivo 
In fra '1 grave tormento di mia vita. 

O lasso me, sopra ciascun doglioso! 
Se gli occhi miei non cadessero stanchi, 
Mai non avrei di lagrimar riposo; 

Che a ciò non vuol Amor ch'un'ora manchi. 
Poi che in oscuro di stato gioioso 
Si mutaro i color vermigli e bianchi. 



— 108 



RIME 



LXXXIV 

Lasso!, pensando alla distrutta valle 
Spesse fiate del mio natio sole, 
Cotanto me n'accendo e me ne dole, 
Che '1 pianto al core *n sin dagli occhi valle 

E rimembrando delle nuove talle 
Ch'ivi son delle piante di Vergiole, 
Più meco l'alma dimorar non vuole, 
Se la speranza del tornar gli falle. 

E senza creder d'aver frutto omai, 
Sol di veder il fior era '1 diletto; 
Ne ad altro ch'a quel già mi pensai. 

E se creder non voglio in Macometto, 
Dunque, Parte crudel, perchè mi fai 
Pena sentir di quel ch'io non commetto? 



LXXXV 
Frammento 



Quando l'anima trista e '1 corpo e '1 core 
Guerreggi an tutti insieme per la morte. 
Che qual l'adastia e qual pur la disia; 
Sovra me sento venir un tremore. 
Che per le membra discende sì forte 
Che io non saccio in qual parte i' mi sia : 
Ma allor la donna mia 
Per mia salute ricorro a vedere, 
La cui ombra* giuliva fa sparere 
Ogni fantasma che addosso mi greva; 
Ch'ogni gravor mi leva 
Lo suo gentile aspetto virtuoso 
Che mi fa star gioioso : 

— 109 — 



GINO DA PISTOIA 

Però membrando ciò testé, che avere 
Non posso da tuttora tal conforto, 
Dunque sarebbe me' ch'io fosse morto. 

Di morir tengo col corpo mia parte; 
Che non avrei se non minor tormento, 
Ch'io aggia stando senza veder lei. 
Deh, travagliar mi potess'io per arte 
E gir a lei, per contar ciò ch'io sento 
O per vederla, ch'altro non vorrei! 
Piangendo le direi 

— Donna, venuto son per veder voi; 
Ch'altro che pena non senti', da poi 
Ched io non vidi la vostra figura. 
Menato m'Iha ventura 
A veder voi, cui mia vita richiede : 
Certo che in me si vede 
Pietà visibil, se porrete cura 
Ciò che vi mostra il mio smagato viso, 
Che mostra fuor come Amor m'ha conquiso, 

Quand'io penso a mia leggiera vita 
Che per veder madonna si mantiene, 
È la cagion per che io sto gravoso ; 
E 'I gaio tempo presente n'invita 
Per la fresca verzura a gioia e bene 
Chi si sente aver core disi'oso : 
Ciascheduno amoroso 
Va per veder quella donna che ama : 
E ciò vedendo, l'alma mia s'imbrama 
Tanto ch'ella non potè star in pace; 
Col cor lamento face, 
E dice — Lassa!, che sarà di meve? — 
Lo core dice — Pia tua vita greve, 
Secondamente ch'ai nostro Amor piace. — 
Volesse Dio che, avanti ch'io morissi. 
La vedess'io, che consolato gissi. 



— 110 — 



RIME 



LXXXVI 

Lo gran disio, che mi stringe cotanto, 
Di riveder la vostra gran beltate, 
Mena spesse fiate 

Gli occhi lontani in doloroso pianto : 
E di dolore e angoscia è tal pietate, 
Che Amor devrìe venir da qualche canto 
A voi, per fare alquanto 
Membrar di me la vostra nobiltate; 
Poi che secondo la sua voluntate; 
Sì che quasi niente in me risiede, 
Vien d'ogni tempo e riede 
Lo spirto, donna mia, ove voi state : 
E questo è quel ch'accende più '1 disio 
Che m'uccidrà, tardando il redir mio. 

Non so se Amor, per questa pietà sola. 
In lei cangiato, a voi, madonna, vegna; 
Che pur ciò non m'insegna 
Lo 'nnamorato spirito che vola. 
Però con piiì dolor morte mi spegna : 
Ch'io fino; e voi credete a tal parola 
Ch'è sì come una sola. 

Che morto è quei cui '1 nome or vi disdegna. 
Oh Dio!, che 'n vece della morta insegna 
Qualche figura pinta in mio sembiante 
Poi v'apparisse avante! 
Che, quandunque di me pur vi so\^egna. 
L'alma che sempre andrà seguendo Amore 
Gioia n'avrà come fosse nel core. 

Quanto mi fora ben sopra ogni cosa. 
Se voi doveste sopra '1 mio martìro 
Far lo pietoso giro 

De' bei vostr'occhi là 've Amor si posa! 
Che. come ho sempre desto 1 mio sospiro. 
Vi chiamerei, di selvaggia, pietosa. 
Per ciò ched amorosa 
Per me chiamarvi avuto ho un desiro; 
Ancor che quando in vostra beltà miro 

— Ili — 



CINO DA PISTOIA 

Che fugge il saver nostro e quanto e come. 

Selvaggia n'è 1 bel nome; 

Ne fuor di sua proprietà lo tiro, 

S'ancor vo' dir selvaggia, cioè strana 

D'ogni pietà, di cui slete lontana. 

Ma poi dhe pur, lontan di voi vedere, 
Lasso!, convien che di mia vista caggia 
La vostra mente saggia, 
E '1 core sempre men potrà valere; 
Prego che quel disdegno più non aggia, 
Che nacque allor che cominciò apparere 
In me sì come fere 

Lo splendor bel che de' vostr'occhi raggia; 
Et ogni mal voler vèr me ritraggia, 
Se, guardando, noioso a voi so' stato; 
E non vi sia in disgrato 
Se da me parte, chiamando Selvaggia, 
L'anima mia eh' a voi servente viene : 
Voi siete '1 suo desìo e lo suo bene. 

Canzone, vanne così chiusa chiusa 
Entro in Pistoia a quel di Pietramala; 
E giugni da quell'ala, 
Dalla qual sai che '1 nostro signor usa; 

Poi sì, se v'è '1 dritto segno 

Guardami, come dèi, da cuor malvagio. 



LXXXVII 



Onde ne vieni, Amor, così soave 
Con il tuo spirto dolce che conforta 
L'anima mia, ched è quasi che morta, 
Tanto l'è stata la partenza grave? 

Vien tu da quella dhe lo mio cor have) 
Dillomi, che la mente se n'è accorta : 
Per quella fé che lo mio cor ti porta. 
Di' se di me membranza le recave. 

— 112 — 



RIME 



Mercè, Amor, fai; che confortar mi vuoi. 
Tu vita e morte, tu pena e tu gioia 
Mi dai; e, come signor, far lo puoi. 

Ma, ora che '1 partir m*è mortai noia, 
Per dio, che non mi facci come suoi : 
Fammi presente, se non vuoi ch'io moia. 



LXXXVIII 



La bella stella che *1 tempo misura 
Sembra la donna che m'ha innamorato, 
Posta nel ciel d'Amore : 
E come quella fa di sua figura 
A giorno a giorno il mondo illuminato, 
Così fa questa il core 
Alli gentili et a quei c'han valore, 
Col lume che nel viso gli dimora : 
E ciaschedun l'onora; 
Però che vede in lei perfetta luce. 
Per la qual nella mente si conduce 
Piena vertute a chi se n'innamora : 
E questa è dhe colora 

Quel ciel d'un lume ch'agli buoni è duce, 
Con lo splendor che sua bellezza adduce. 

Da bella donna più ch'io non diviso 
Son io partito innamorato tanto 
Quanto convien a lei, 
E porto pinto nella mente il viso; 
Onde procede il doloroso pianto 
Che fanno gli occhi miei. 
■ — O bella donna, luce ch'io vedrei, 
3'io fossi là d'ond'io mi son partito 
Afflitto sbigottito — 
Dice tra se piangendo il cor dolente : 
Più bella assai la porto nella mente 
Che non sarà nel mio parlar udito, 
Per ch'io non son fornito 

- 113 -. 



GINO DA PISTOIA 

D'intelletto a parlar così altamente 
Né a contar il mio mal perfettamente. 

Da lei si muove ciascun mio pensiero, 
Perchè l'anima ha preso qualitate 
Di sua bella persona; 
E viemmi di vederla un desidero 
Che mi reca il pensier di sua beltate, 
Che la mia voglia sprona 
Pur ad amarla e più non m'abbandona. 
Ma fallami chiamar senza riposo. 
Lasso!, morir non oso, 
E la vita dolente in pianto meno. 
E s'io non posso dir mio duolo a pieno, 
Non mei voglio però tenere ascoso; 
Ch'io ne farò pietoso 
Ciascun cui tiene il mio signor a freno, 
Ancora dh'io ne dica alquanto meno. 

Riede alla mente mia ciascuna cosa 
Che fu di lei per me già mai veduta 
O ch'io l'udissi dire; 
E fo come colui che non riposa, 
E la cui vita a più a più si stuta 
In pianto ed in languire : 
Da lei mi vien d'ogni cosa il martire; 
Che se da lei pietà mi fu mostrata 
Et io l'haggio lassata, 
Tanto più di ragion mi de' dolere : 
E s'io la mi ricordo mai parere 
Ne' suoi sembianti verso me turbata 
O ver disnamorata, 
Cotal mi è or quale mi fu a vedere; 
E viemmene di pianger più volere. 

L'innamorata mia vita si fugge 
Dietro al desìo ch'a madonna mi tira 
Senza nìun ritegno; 

E '1 grande lagrimar che mi distrugge, 
Quando mia vista bella donna mira, 
Diviemmi assai più pregno; 
E non sapre' io d"r qual io divegno; 
Ch'io mi ricordo allor quand'io vedìa 

- 114- 



RIME 

Talor la donna mia, 
E la figura sua ch'io dentro porto 
Surge sì forte ch'io divengo morto : 
Ond'io lo stato mio dir non potrìa, 
Lasso!; ch'io non vorrìa 
Già mai trovar chi mii desse conforto. 
Fin ch'io sarò dal suo bel viso scorto. 
Tu non sei bella ma tu sei pietosa, 
Canzon mia nova; e cotal te n'andrai 
Là dove tu sarai 

Per avventura da madonna udita : 
Parlerai riverente e sbigottita 
Pria salutando, e poi sì le dirai; 
Com'io non spero mai 
Di più vederla anzi la mia finita. 
Perch'io non credo aver sì lunga vita. 

(Corretta su l'edizion giuntina, ove è attribuita ad incerto auto 
re. e su la lezione datane dal Fraticelli nelle Rime apocrije di Dan 
te, ed. cit.) 



LXXXIX 



Mille volte ne dhìamo il dì mercede, 
Dolce mia donna, che dovunque sia 
La mente mia desiosa vi vede; 
Et il mio cor da ciò non si desvìa, 
Ch'è sì pien tutto d'amor e di fede 
Per voi, eh' ogn'altra novitate oblia. 
In vostra signorìa sì son distretto, 
Che morte e vita aspetto 
Di me, qual più vi oiace. 
Pur ch'abbia in su '1 finir la vostra pace, 
E certo sì verace amor mi stringe, 
Che già '1 cuor non s'infinge 
D'amare ad un rispetto; 
Ma tanto ho più d'angoscia e men diletto. 

- 115 - 



GINO DA PISTOIA 

Ahimè! spesso m'assale Amor pungendo 
In ogni parte il cor, sì che gridare 
Mi fa — Mercè! mercè! — forte piangendo; 
E poi c'ho pianto, comincio a cantare, 
Sempre grata mercede a voi chiedendo. 
Che di bellezza al mondo non ha pare. 
E tal vita d'amore ogn' ora porto, 
Che di voi mi conforto 
Membrando quand'io canto, 
E sowiemmi di me quand'io fo pianto; 
Qh'io riconosco tanto il mio destino, 
Che non potrìa Amor fino 
Far ch'io venissi in porto 
Del mio voler, così n'è 1 tempo corto. 

Sì m'è crudel nemica la ventura, 
Ch'ogni ragione ogni ben mi contende 
E strugge quello in che pongo ogni cura; 
Perchè pietate da mercè discende, 
E mercè da pietà, ch'altronde indura 
Il core quanto più gentil voi prende. 
E se '1 vostro non m'imparte a bastanza 
D'una greve possanza. 
Non è se non ria sorte 

Che m'è invidiosa e più crudel che morte. 
Dunque perchè sì forte e spesso grido 
Amor? però ch'io sfido 
Con la vostra possanza 
Vincer, se si mantenga quest'usanza. 

Vola, canzone mia, non far soggiorno; 
Pas&a 1 Bisenzio e l'Agna, 
Riposandoti appunto in su la Brana 
Dove Marte di sangue il terren bagna; 
E cerca di Selvaggia ogni contorno : 
Poi di' — Senza magagna 
Mio signor farà presto a voi ritomo. 



— 116 — 



RIME 



XC 
DANTE A M. GINO 

Poich'io non trovo chi meco ragioni 
Del signor cui serviamo e voi ed io, 
Convienmi soddisfare il gran desìo 
Ch'i' ho di dire i pensamenti boni. 

Nuli' altra cosa appo voi m'accagioni 
Dello lungo e noioso tacer mio, 
Se non il loco ov'io son, dh'è sì rio 
Che 1 ben non trova chi albergo gli doni. 

Donna non c'è che Amor le venga al volto, 
Ne uomo ancora che per lui sospiri; 
E dhi '1 facesse sarìa detto stolto. 

Ahi messer Cino, com'è il tempo vólto 
A danno nostro e delli nostri diri. 
Da poi che 1 ben ci è sì poco ricolto! 

(Dal Canzoniere di Dante, edizione Barbèra, 1861.) 



XCI 
M. CINO A DANTE 

Dante, io non odo in quale albergo suoni 
Il ben che da ciascun messo è in oblìo; 
E sì gran tempo è che di qua fuggìo. 
Che del contrario son nati li tuoni; 

E, per le variate condizioni, 
Chi 1 ben facesse non risponde al fio : 
Il ben sai tu che predicava Dio, 
E non tacea nel regno de' demoni. 

Dunque, s'al bene ogni reame è tolto 
Nel mondo, in ogni parte ove tu giri, 
Vuo'mi tu fare ancor di piacer molto?, 

— 117 — 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec, XIV, 



GINO DA PISTOIA 

Diletto fratel mio di pene involto, 
Mercè per quella donna che tu nniri : 
Di dir non star, se di fé non sei sciolto. 



XCII 

Di nuovo gli occhi miei i>€r accidente 
Una donna piacente 
Miraron, perchè mia donna simiglia : 
E per sola cagion ched io '1 consente, 
Sua figura lucente 
Con vaga luce a me porse le ciglia. 
Io guardai lei, ma paventosamente, 
Come colui che sente 
Ch'altra vaghezza con desìo mi piglia. 
Per questo al suo dover torna la mente; 
E con valor possente 
Tanto '1 voler la sua voglia assottiglia, 
Ch'Amor si fa di ciò gran maraviglia. 
Ma tace, per veder di me la prova; 
Sì li par cosa nova, 
Che per altra beltà cangi la fede. 
E celarmi da lui che tutto vede 
Non posso, e conscienzia mi ripiglia . 
Ond'io veggio la briglia, 
E con gran tema dimando mercede. 



xeni 



Donna, io vi miro; e non è chi vi guidi 
Nella mia mente, parlando di \nji : 
Tanta paura ha l'anima d'altrui. 
Che non Jrova pensier in cui si fidi; 

— 118 — 



RIME 



Ond'ella pur convien che pianga e gridi 
Dentro allo core ne' sospiri sui 
Per quella donna, della quale io fui 
Sì tosto preso pur com'io la vidi. 

Ella mi tiene gli occhi su la mente 
E la man dentro al cor, com'una fiera 
Nemica di pietà crudelemente. 

Non si può aitar in nessuna maniera; 
Che, s'essere potesse, solamente 
Sareste voi, e non più quella altiera. 



XCIV 
A DANTE ALIGHIERI 

Novellamente Amor mi giura e dice 
— D'una donna gentil sì fa riguardo; — 
Che per virtute del suo nuovo sguardo 
Ella sarà del mio cor beatrice. 

Io, c'Iho provato poi come disdice, 
Quando vede imbastito lo suo dardo, 
Ciò che promette, a morte mi do tardo; 
Che non potrò contraffar la fenice. 

S'i' levo gli occhi, e del suo colpo perde 
Lo cor mio quel poco che di vita 
Gli rimase d'un'altra sua ferita, 

Che farò, Dante? ch'Amor pur m'invita, 
E d'altra parte il tremor mi disperde 
Che peggio che l'oscur non mi sia '1 verde. 



^ 119 .- 



GINO DA PISTOIA 

XCV 
DANTE A M. GINO 

Io mi credea del tutto esser partito 
Da queste vostre rime, messer Gino; 
Ghè si conviene ornai altro cammino 
Alla mia nave, già lunge dal lito : 

Ma perch'i* he di voi più volte udito, 
Ghe pigliar vi lasciate ad ogni uncino, 
Piacemi di prestare un pocolino 
A questa penna lo stancato dito. 

Ghi s'innamora, siccome voi fate, 
Et ad ogni piacer si lega e scioglie, 
Mostra ch'Amor leggiermente il saetti : 

Se '1 vostro cuor si piega in tante voglie, 
Per Dio vi prego dhe voi '1 correggiate, 
Sì che s'accordi i fatti a' dolci detti. 



XGVI 
M. GINO A DANTE 

Poi ch'io fui, Dante, dal mio nata] sito 
Per greve essilio fatto peregrino 
E lontanato dai piacer più fino 
Ghe mai formasse '1 piacer infinito; 

Io son piangendo per lo mondo gito, 
Sdegnato del morir come meschino : 
E se trovat'ho di lui alcun vicino, 
Dett'ho che questo m'ha lo cor ferito. 

Né dalle, prime braccia dispietate 
Ne dal fermato sperar che m'assolve 
Son mosso, perchè aita non aspetti. 

Un piacer sempre mi lega e dissolve, 
Nel qual convien che a simil di biltate 
Con molte donne sparte mi diletti. 



- 120 



RIME 



XCVII 

Occhi miei, deh fuggite ogni persona, 
E col pianto emendate il gran fallire 
Clh'avete fatto sì che di morire 
Sete più degni che di cosa alcuna : 

S'Amor per cortesìa non mi perdona, 
Consigliovi anzi piangendo finire 
Che voi vogliate lo mio cor tradire : 
Di ciò sovente l'Amor v'accagiona. 

Deh!, come mai comparirete avanti 
A quella donna, da cui voi faceste, 
Per dipartir, sì dolorosi pianti? 

Diravvi — Poi che voi non mi vedente. 
Occhi vani, voi foste sì costanti 
Che 1 cor ch'io haggio sottrar mi voleste. 



XCVIII 



Deh! quando rivedrò 1 dolce paese 
Di Toscana gentile 
Dove 1 bel fior si vede d'ogni mese, 
E partirommi del regno servile, 
Che anticamente prese 
Per ragion nome d'animai sì vile; 
Ove a buon grado nullo ben si face. 
Ove ogni senso e bugiardo e fallace 
Senza riguardo di virtìi si trova; 
Però ch'è cosa nova 
Straniera e peregrina 
Di così fatta gente Balduina, 

O sommo vate, quanto mal facesti 
A venir qui : non t'era me' morire 
A Piettola colà dove nascesti? 
Quando la mosca per l'altre fuggire 
In tal loco ponesti. 
Ove ogni vespa doverrìa venire 
A punger quei che su ne' boschi stanno. 

— 121 — 



GINO DA PISTOIA 

Come scimia senza lingua vi stanno, 

Che non distinguon pregio o bene alcuno. 

Riguarda ciascheduno, 

Tutti a un par li vedi 

De' loro antidhi vizi fatti eredi. 

O gente senz'alcuna cortesìa, 
La cui invidia punge 
L'altrui valore e d'ogni ben s'oblia, 
O vii malizia, a te però sta lunge 
Di bella leggiadrìa 

La penna ch'or Amor ,meco disgiunge. 
O suolo, suolo, voto di virtute, 
Perchè trasformi e mute 
La gentil tua natura, 

Già bella e pura, del gran sangue altero? 
Ti converrìa un Nero 
O Totila flagello. 
Da poi ch'è in te costume rio e fello. 

Vera satira mia, va' per lo mondo, 
E di Napoli conta 
Ch'ei ritien auel che 1 mar non vuole al fondo. 



XCIX 



Ciò ch'io veggo di qua m'è mortai duolo. 
Poiché io SOR lunge in fra selvaggia gente; 
La quale io fuggo, e sto celatamente, 
Perchè mi trovi Amor col pensier solo; 

Che allor passo li monti e ratto volo 
Al loco ove ritrova il cor la mente; 
Imaginando intelligibilmente. 
Mi conforta un pensier, che tesse un volo. 

Così non morragg'io, se fìa tostano 
Lo mio redire a far sì ched io miri 
La bella gioia da cui son lontano: 

Quella, ch'io chiamo, lasso!, coi sospiri, 
Perch'edito non sia da cor villano 
D'Amor nemico e degli suoi desiri. 



— 122 



RIME 



Io guardo per li prati ogni fior bianco 
Per rimembranza di quel dhe mi face 
Sì vago di sospir eh io ne chieggo anco : 

E mi rimembra della bianca parte 
Che fa col verdebrun la bella taglia, 
La qual vestìo Amore 

Nel tempo che, guardando Vener Marte, 
Con quella sua saetta che ^iù taglia 
Mi die per mezzo il core :. 
E quando l'aura move il bianco fiore, 
Rimembro de' begli occhi il dolce bianco 
Per cui lo mio desir mai non fu stanco. 



CI 

Deh!, non mi domandar perch'io sospiri; 
Ch'io ho teste una parola udita, 
E svariato ha tutti i miei desiri : 
Fuor della terra la mia donna è gita; 

Ed ha lasciato me n pene e martìri 
Col cuore afflitto; e gli occhi l'han smarrita. 
Parmi sentir che or mai la morte tiri 
A fine, oh lasso!, la mia grave vita. 

Rimaser gli occhi di lor luce oscuri 
Sì ch'altra donna non posso mirare; 
Ma, credendogli un poco rappagare, 

Veder fo loro spesso gli usci e' muri 
Della casa u' s'andaro a innamorare 
Di quella che lo cor fa sospirare. 



— 123 



GINO DA PISTOIA 



CU 



Ohimè, lasso!, quelle trecce bionde, 
Dalle quai rilucièno 
D'aureo color i poggi d'ogn'intorno! 
Ohimè la bella ciera e le dolci onde, 
Che nel cor mi sedièno, 
Di quei begli occhi al ben segnato giorno! 
Ohimè '1 fresco et adorno 
E rilucente viso! 
Ohimè lo dolce riso, 
Per lo qual si vedea la bianca neve 
Fra le rose vermiglie d'ogni tempo! 
Ohimè! senza meve. 
Morte, perchè '1 togliesti sì per tempo? 

Ohim.è caro diporto e bel contegno! 
Ohimè dolce accoglienza 
Et accorto intelletto e cor pensato! 
Ohimè '1 bello umile alto disdegno, 
Che mi crescea l'intenza 
D'odiar lo vile e d'amar l'alto stato! 
Ohimè '1 desio nato 
Di sì bella creanza! 
Ohimè quella speranza 
Ch'ogni altra mi facea veder a dietro 
E lieve mi rendea d'amor il peso! 
Ohimè!, rott'hai qual vetro, 
Morte, che vivo m'hai morto et impeso. 

Ohimè donna ch'ogni virtù donna. 
Dea per cui d'ogni dea, 
Sì come volse Amor, feci rifiuto! 
Ohimè, di che pietra qual colonna 
In tutto '1 mondo avea 
Che fosse degna in aer darti aiuto? 
Ohimè!, vasel compiuto 
Di ben sopra natura, 
Per volta di ventura 
Condotto fosti suso gli aspri monti; 
Dove t'ha chiusa, ohimè!, fra duri sassi 

— 124 — 



RIME 

La morte, che due fonti 
Fatto ha di lagrimar gli occhi miei lassi. 
Ohimè, Morte! sin che non ti scolpa, 
Dimmi almen per li tristi occhi miei : 
Se tua man non mi spolpa, 
Finir non deggio di chiamar omei? 

(Corretta su l'edizion giuntina e su la lezione datane dal Frati- 
celli nelle Rime apocrije di Dante, ed. cit.) 



CHI 

A DANTE ALIGHIERI 

Dante, io ho preso l'abito di doglia, 
E innanzi altrui di lagrimar non curo; 
Che '1 vel tinto ch'io vidi e '1 drappo scuro 
D'ogni allegrezza e d'ogni ben mi spoglia; 

Et il cor m'arde in desiosa voglia 
Di pur doler mentre che 'n vita duro; 
Tal ch'Amor non può rendermi sicuro, 
Ch'ogni dolor in me più non s'accoglia. 

Dolente vo pascendo i miei sospiri, 
Quanto posso inforzando 1 mio lamento 
Per quella in cui son morti i miei desiri. 

E però se tu sai nuovo tormento, 
Mandalo al desioso de' martìri, 
Che fìe albergato di coral talento. 



CIV 

AL MEDESIMO 

Signor, e' non passò mai peregrino 
O ver d'altra maniera viandante 
Con gli occhi sì dolenti per cammino 
Ne così greve di pene cotante; 

— 125 — 



GINO DA PISTOIA 

Com'io passai per lo monte Apennino; 
Ove pianger mi fece il bel sembiante 
Le trecce bionde e '1 dolce sguardo fino; 
Che Amor con l'una man mi pone avante, 

E con l'altra in la mente mi dipinge 
Un piacer simile in sì bella foggia, 
Che l'anima guardandol se n'estinge; 

Poscia dagli occhi miei mena una pioggia 
Che '1 valor tutto di mia vita stringe, 
S io non ritrovo lei cui '1 voler poggia. 



cv 



Io fui 'n su l'alto e 'n sul beato monte, 
Ove adorai baciando il santo sasso, 
E caddi 'n su quella pietra, ohimè lasso!, 
Ove l'Onesta pose la sua fronte 

E ch'ella chiuse. d'ogni virtù '1 fonte. 
Quel giorno che di morte acerbo passo 
Fece la donna dello mio cor lasso, 
Già piena tutta d'adornezze conte. 

Quivi chiamai a questa guisa Amore 
— Dolce mio dio, fa' che quinci mi traggia 
La morte a se, che qui giace il mio core. — 

Ma poi che non m'intese il mio signore. 
Mi dipartii pur chiamando Selvaggia; 
L'alpe passai con voce di dolore. 



26 



RIME 



evi 

IN MORTE DI ARRIGO VII IMPERATORE 

Da poi che la natura iha fine 'mposto 
Al viver di colui, in cui virtute 
Com'in suo proprio loco dimorava. 
Io prego lei che '1 mio finir sia tosto, 
Poi che vedovo son d'ogni salute : 
Che morto è quel per cui allegro andava, 
E la cui fama '1 mondo alluminava, 
In ogni parte, del suo dolce lome. 
Ri'averassi mai? non veggio come. 

In uno è morto il senno e la prodezza, 
Giustizia tutta e temperanza intera. 
Ma non è morto : lasso!, che ho io detto? 
Anzi vive beato in gran dolcezza, 
E la sua fama al mondo è viva e vera, 
E '1 nome suo regnerà 'n saggio petto; 
Che vi nutricherà lo gran diletto 
Della sua chiara e buona nominanza, 
Sì ch'ogni età n'avrà testimonianza. 

Ma quei son morti, i quai vivono ancora, 
Che avean tutta lor fede in lui fermata 
Con ogni amor sì come in cosa degna; 
E malvagia fortuna in subit'ora 
Ogni allegrezza nel cor ci ha tagliata : 
Però ciascun come smarrito regna. 
O somma maestà giusta e benegna, 
Poi che ti fu 'n piacer torci costui, 
Danne qualche conforto per altrui. 

— Ohi è questo somm.'uom, potresti dire 
O tu che leggi, il qual tu ne racconte 
Che la natura ha tolto al breve mondo, 
E l'ha mandato in quel senza finire 
Là dove l'allegrezza ha largo fonte? — 
Arrigo è imperador, che del profondo 
E vile esser qua giù su nel giocondo 
L'ha Dio chiamato, perchè '1 vide degno 

— 127 — 



GINO DA PISTOIA 

D'esser co gli altri nel beato regno. 

Canzon, piena d'affanni e di sospiri, 
Nata di pianto e di molto dolore, 
Movi piangendo, e va' disconsolata; 
E guarda che persona non ti miri 
Che non fosse fedele a quel signore 
Che tanta gente vedova ha lasciata : 
Tu te n'andrai così chiusa e celata 
Là dove troverai gente pensosa 
Della singular morte dolorosa. 

(Corretta e migliorata su la lezione datane dal conte Galvani nel- 
le Osservazioni sulla poesia dei trovatori, Modena, 1829.) 



CVII 

SUL MEDESIMO SOGGETTO 

L'alta virtù, che si ritrasse al cielo 
Poi che perde Saturno il suo bel regno 
E venne sotto Giove, 
Era tornata nell'aurato velo 
Qua giuso in terra ed in quell'atto degno 
Che 1 suo effetto move : 
Ma perchè le sue 'nsegne furon nuove 
Per lungo abuso e per contrario usaggio, 
Il mondo reo non sofferse la vista; 
Onde la terra trista 
Rimasa s'è nell'usurpato oltraggio, 
E '1 ciel s'è reintegrato come saggio. 

Ben de' la trista crescere il suo duolo, 
Quant'ha cresciuto il disdegno e l'ardire 
La dispietata Morte : 
E però tardi si vendica '1 suolo 
Di Linceo, che si schifa di venire 
Dentro dalle sue porte; 
Ma contro a' buoni è sì ardita e forte, 
Che non ridotto di bontà ne schiera 



128 



RIME 



Ne valor vai centra sua dura forza; 
Ma, come vuole e a forza, 
Ne mena '1 mondo sotto sua bandiera; 
Ne altro fugge da lei che laude vera. 

L'ardita Morte non conobbe Nino, 
Non temèo d'Alessandro né di lulio 
Ne del buon Carlo antico; 
E, mostrandone Cesar e Tarquino, 
Di quei piuttosto accresce il suo peculio 
Ch'è di virtute amico : 
Sì come iha fatto del novello Enrico, 
Di cui tremava ogni sfrenata cosa, 
Sì che l'esule ben sarìa redito 
Ch'è da virtù smarrito, 
Se morte non gli fosse sta' noiosa : 
Ma suso in ciel lo abbraccia la sua siposa. 

Ciò che si vede pinto di valore, 
Ciò che si legge di virtute scritto, 
Ciò che di laude suona, 
Tutto si ritrovava in quel signore 
Enrico, senza par. Cesare invitto. 
Sol degno di corona. 
E' fu forma del ben che si ragiona, 
Il qual gastiga gli elementi e regge 
Il mondo ingrato d'ogni previdenza; 
Per che si volta senza 
Rigor che renda il timor alla legge 
Contro la fiamma delle ardenti invegge. 

Veggiam che Morte uccide ogni vivente, 
Che tenga di quell'organo la vita 
Che porta ogni animale : 
Ma pregio che dà virtù solamente 
Non può di Morte ricever ferita, 
Perch'è cosa etemale. 
A dhi '1 permette amica, vola e sale 
Sempre nel loco del saggio intelletto, 
Che sente l'aere ove sonando applaude 
Lo spirito di laude, 
Che piove Amor d'ordinato diletto, 
Da cui il gentil animo è distretto. 

— 129 — 



GINO DA PISTOIA 

Dunque, al fin pregio che virtude spande 
E che diventa spirito nell'are 
Che sempre piove Amore, 
Solo ivi intender de' l'animo grande; 
Tanto più con magnifico operare, 
Quant'è in stato maggiore : 
Ne è uom gentil ne re ne imperadore, 
Se non risponde a sua grandezza l'opra; 
Come facea nel magnifico prince, 
La cui virtute vince 
Nel cor gentil, sì eh' è vista di sopra, 
Con tutto che per parte non si scuopra. 

Messer Guido Novello, io son ben certo 
Che '1 vostro idolo, Amor, idol beato, 
Non vi rimuove dall'amore sperto 
Per eh' è infinito merto : 
E però mando a voi ciò che ho trovato 
Di Cesare, che al cielo è incoronato. 



(Corretta su la lezione che ne dà il Fraticelli nelle Rime apocri- 
fe di Dante, ed. cit.) 



CXVIII 
A M. AGATON DRUSl 

Ciò che procede di cosa mortale 
Convien provar naturalmente morte; 
Contra la qual valor niente vale; 
Senno o beltade non è vèr lei forte; 

Et è questo crudele e duro male, 
Qie vita stringe, d'està umana sorte; 
E spesse volte gioventute assale. 
Et a ciascuna età rompe le porte. 

— 130 -^ 



RIME 



Non si può racquistar mai con preghiera 
Né con tormento di doglia o di pianto 
Ciò che divora està spietata fiera. 

Però, dopo 1 dolor che v'ha cotanto 
Fatto bagnar di lagrime la ciera, 
Ben vi dovreste rallegrare alquanto. 



CIX 

O Morte, della vita privatrice 
E de' ben guastatrlce, 
Davanti a cui di te porrò lamento? 
Altri non sento che '1 divin fattore : 
Perchè tu, d'ogni età divoratrice, 
Sei fatta imperatrice, 

Sì che non temi fuoco acqua ne vento : 
Non ci vale argomento al tuo valore; 
Tutt'or ti piace eleggere il migliore, 
Lo più degno d'onore. 
Morte, sempre dai miseri chiamata 
E dai ricchi schivata come vile. 
Troppo se', 'n tua potenza, signorile : 
Non previdenza umile, 
Quando ci togli un uom fresco e giulivo. 
Ahi, ultimo accidente distruttivo! 

Ahi. Morte oscura di laida sembianza. 
Ahi di nave pesanza. 
Ohe ciò che vita congiunge e nutrica 
Nulla ti par fatica a sceverare! 
Perchè, radice d'ogni sconsolanza. 
Prendi tanta baldanza? 
D'ogni uom sei fatta pessima nemica, 
Doglia nova ed antica fai gridare. 
Pianto e dolor tutt*or fai ingenerare : 
Ond'io ti vo' biasmare; 
Che, quando l'uom prende diletto e posa 
Da sua novella sposa in questo mondo, 

— 131 — 



GINO DA PISTOIA 

Breve tempo lo fa viver giocondo, 
Che tu lo tiri a fondo; 
Poi non ne mostri ragion ma usaggio, 
Onde riman doglioso vedovaggio. 

Ahi, Morte, partimento d'amistate! 
Ahi senza pietate 

Di ben matrigna et albergo di male! 
Già non ti cale a cui spegni la vita, 
Perchè tu, fonte d'ogni crudeltate. 
Madre di vanitate, 

Sei fatta arciera et in noi fai segnale; 
Di colpo omicidial siei sì fornita. 
Ahi come tua possanza fìe finita, 
Trovando poca vita, 
Quando fìe data la crudel sentenza 
Di tua fallenza dal segno superno, 
Poi fìe tuo loco in fuoco sempiterno! 
Lì starai state e verno. 
Là dove hai missi papi e imperadori 
Re e prelati et altri gran signori. 

O Morte, fiume di lagrime e pianto, 
Inimica di canto, 
Desidro che visibile ci vegni; 
Perchè sostegni sì crudel martire, 
Perchè di tant' arbitro hai preso manto 
E contra tutti il vanto. 

Ben par nel tuo pensier che sem.pre regni, 
Poi ci disdegni in lo mortai patire. 
Tu non ti puoi, maligna, qua coprire 
Né da cagion disdire. 
Ohe ben trovasi più di te possente; 
Ciò fu Cristo, possente alla sua morte, 
Che prese Adamo, e disprezzò le porte, 
Incalzando te forte: 
Allora ti spogliò della vertute 
E dall'inferno tolse ogni salute. 

Ahi, Morte nata di mercè contrara, 
Ahi passione amara! 
Sottil ti credo poner mia questione 
Contra falsa ragion della tua opra ; 

— 132 — 



RIME 



Perchè tu fatta nel mondo vicara 

Se vien senza ripara, 

Nel dì giudizio avrai quel guiderdone 

Che la stagione converrà che scopra. 

Ahi come avrai in te la legge propra! 

Ben sai che Morte adopra 

Simile di ricever per giustizia. 

Poi tua malizia sarà rajffrenata 

O da terribil Morte giudicata, 

Come sei costumata 

In farla sostener ai corpi umani. 

Per mia vendetta vi porrò le mani. 

Ahi, Morte! s'io t'avessi fatta offesa 
O nel mio dir ripresa. 

Non mi t'inchino ai pie, mercè chiamando; 
Che disdegnando io non chero perdono; 
Io so che non avrò vèr te difesa, 
Però non fo contesa; 
Ma la lingua non tace mal parlando 
Di te in reprovando cotal dono. 
Morte, tu vedi quale e quanto sono. 
Che con teco ragiono : 
Ma tu mi fai piij muta parlatura. 
Che non fa la pintura alla parete. 
E come di distruggerti ho gran sete. 
Che già veggio la rete 
Che tu acconci per voler coprire 
Cui troverai a vegliar o dormire! 

Canzon, andrà ne a quei che son in vita 
Di gentil core e di gran nobiltate : 
Di' che mantengan lor prosperitate, 
E sempre si rimembrin della Morte, 
In contrastarle forte; 
E di', che se visibil la vedranno. 
Che faccian la vendetta ch'ei dovranno. 



— 133 — 
Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV. 



GINO DA PISTOIA 



ex 



Mille dubbi in un dì mille querele 
Al tribunal dell'alta imperatrice 
Amor contro me forma irato, e dice 

— Giudica chi di noi sia più fedele. 
Questi, sol mia cagion, spiega le vele 

Di fama al mondo, ove sarìa 'nfelice, — 

— Anzi d'ogni mio mal sei la radice, 
Dico, e provai già di tuo dolce il fele. — 

Et egli — Ahi falso servo fuggitivo! 
È questo il merto che mi rendi, ingrato, 
Dandoti una a cui 'n terra egual non era? — 

— Che vai, seguo, se tosto me n'hai privo? — 

— Io no — risponde. Et ella — A sì gran piato 
Convien più tempo, a dar sentenza vera. — 



RIME 



ULTIMI ANNI 



CXI 

ALLEGORIA 

Nel tempo della mia novella etate, 
Quando mi fu per antico diletto 
Lo dover far lontan peregrinaggio; 
Intrando nel camin con puritate 
Senza altra compagnia, pur io soletto, 
Per ispacciarmi tosto dal viaggio 
(Non conoscea '1 dannaggio 
Che avvenir suol altrui per rattezza). 
Con troppa leggerezza 
Mi fermai di passar per un deserto 
Sì tenebroso et erto 
Che pur la vista mi feo quasi stanco; 
Io vestìa ancor di bianco, 
E non portava fodro né guamaccia. 
Ne conoscea chi seguìa la mia traccia. 

Andando per la strada tutto carco 
D'affannati pensieri e di paura 
Per una folta che io mirava nebbia, 
Così com'io passava per un varco 
Che '1 pian lassava a prender dell'altura, 
In fra me dissi — Non so ch'io far deggia; 
Ma come quei che alleggia 
Lo peso per andar, così feci io: 
Strinsimi al mio desìo. 
E di subito vidi accompagnarmi 
Cinque giovin senz'armi, 
Ciascun ornato di divise scure 
Bianche, gialle, et azzure; 

— 135 — 



GINO DA PISTOIA 

Ma, benché fusser belli, io dubitai; 
Sì clhe a morte ciascun di lor piagai. 

Sì com'io li feri', senti' '1 dolore 
In ciascun membro; che io fui lor segno, 
E quelli furon più forti che 'n prima. 
Io perdei in parte ed acquistai valore, 
E ricopri', com'io seppi, il disdegno 
De' falsi colpi che io trassi di scrima. 
Ma, com'io entrai 'n cima 
D'un colle, vidi sette in un venire 
Ver me con tanto ardire 
Che più dir non si può, con sette donne : 
Eran vestite in gonne. 
Egli splendenti, et elle nere et perse. 
Con f accie assai diverse; 
E, più che d'arco strai, ciascun venia 
Per riserrarmi dinanzi la via. 

Pugnar mi convenìa con quelle e questi, 
Spettar nel campo e far come chintana. 
S'io non volea di subito morire. 
Allor si fenno li miei pensier tristi 
Per speme di campar che era lontana, 
Sì ch'io non potea omai più sofferire : 
Non mi valse il cherire 
Mercede allor, che non mi percotesse; 
Convenìa pur che io stesse 
A sofferir gli colpi dispietati 
Che da lor m'eran dati. 
Et io mirando in capo della strada 
Vidi con una spada 
Star una donna con sembianze grame, 
E tutte sue parole eran di fame. 

Centuplicommi la paura al core 
Lo andar vèr quella donna sì spietata, 
E lo retrogradar che m'era tolto : 
Sì che io divenni come Tuom cfhe more; 
La carne mi si feo tutta gelata, 
E '1 sudor fosco m'uscìa per lo volto. 
Benché una voce molto 
Mi confortasse che nel cor udìa, 

— 136 — 



RIME 



La qual sì mi dicìa 

— Dimmi chi sei, non mi ti celare; 

Ch'io t'imprometto aitare; 

E farlo posso, ch'io sono regina 

A cui cotesti inchina : 

Ma vo' ben che tu sia tanto cortese. 

Che lasci a lor quel che da lor si prese. - 

Allor dagli occhi la palpebra i' sciolsi 
Per veder quella donna che parlava 
Meco parole di tanta scavezza : 
Della sua vista cotanto raccolsi. 
Che creatura angelica sembrava 
Nella nova mirabil sua bellezza. 
Io, che tanta laidezza 
Mi vedea, vergognava di star nudo : 
Ond'ella allora un scudo 
Mi portò per le armi della pietà, 
Con forma tanto lieta, 
Che di me parve più che inamorata : 
E per lei apparecchiata 
Mi fu una toga sì bianca, che persa 
La neve gli parca che le era avversa. 

Nova canzon del mio camin, tu sei 
Tanto gradita per la dio mercede. 
Che certa puoi di me portar novella. 
Venti duo millia cinquecento e sei 
Che haggio camminato, come vede 
L'adorna donna che ancor non favella. 
Dimmi perchè la stella 
Che mi conduce non s'è corsa al monte, 
Ove l'ultimo ponte 

Convien ch'io passi, con maggior paora, 
Che s'offerisce ancora. 
Ma, s'io non perdo la candida robba, 
La via piana, non gobba, 
Farammi la regina per virtute, 
Che mi promise, amando, di salute. 



— 137 



UNO DA PISTOIA 

CXII 
PER LA MORTE DI DANTE ALIGHIERI 

Su per la costa, Amor, dell'alto monte, 
Drieto allo stil del nostro ragionare, 
Or chi potrìa montare. 
Poi che son rotte l'ale d'ogni ingegno? 
r penso ch'egli è secca quella fonte, 
Nella cui acqua si potè a specchiare 
Ciascun del suo errare, 
Se ben volem guardar nel dritto segno. 
Ah vero Dio, che a perdonar benegno 
Sei a ciascun che col pentir si colca, 
Quest'anima, bivolca 
Sempre stata e d'amor coltivatrice. 
Ricovera nel grembo di Beatrice. 

Quale oggi mai degli amorosi dubi 
Sarà a' nostri intelletti secur passo. 
Poi che caduto, ahi lasso!, 
È '1 ponte ove passava i peregrini? 
Ma '1 veggio sotto nubi : 
Del suo aspetto si copre ognun basso; 
Sì come 1 duro sasso 
Si copre d'erba e tal'ora di spini. 
Ah dolce lingua che con tuoi latini 
Facei contento ciascun che t'udìa, 
Quanto dolor si dia 

Ciascun che verso Amor la mente ha volta. 
Poi che fortuna dal mondo t'ha tolta! 

Canzone mia, alla nuda Fiorenza 
Oggi ma' di speranza, te n'andrai : 
Di' che ben può trar guai, 
Oh'omai ha ben di lungi al becco l'erba. 
Ecco : la profezia che ciò sentenza 
Or è com.piuta, Fiorenza; e tu '1 sai. 
Se tu conoscerai 

Il tuo gran danno, piangi, che t' acerba : 
E quella savia Ravenna, che serba 

— 138 — 



RIME 



Il tuo tesoro, allegra se ne goda, 
Che è degna per gran loda. 
Così volesse Dio, che per vendetta 
Fosse deserta l'iniqua tua setta. 



CXIII 



In fra gli altri difetti del libello, 
Che mostra Dante signor d'ogni rima, 
Son duoi sì grandi, che a dritto s'estima 
Che n'haggia l'alma sua luogo men bello. 

L'un è: che, ragionando con Bordello 
E con molt'altri della dotta scrima, 
Non fé motto ad Onesto di Boncim'a 
Ch'era presso ad Arnaldo Daniello. 

L'altr'è; secondo che '1 suo canto dice, 
Che passò poi nel bel coro divino 
Là dove vide la sua Beatrice, 

E quando ad Abraam guardò nel sino 
Non riconobbe l'unica fenice 
Che con Sion congiunse l'Apennino. 



CXIV 



A che, Roma superba, tante leggi 
Di senator, di plebe, e degli scritti 
Di prudenti di placiti e di editti, 
Se 1 mondo come pria più non correggi? 

Leggi, misera te!, misera, leggi 
Gli antidhi fatti de' tuo' figli invitti, 
Che ti fèr già mill'Affriche et Egitti 
Reggere; et or sei retta, e nulla reggi. 

Che ti giova ora aver gli altrui paesi 
Domato e posto '1 freno a genti strane, 
S'oggi con teco ogni tua gloria è morta? 

Mercè, Dio! che miei giorni ho male spesi 
In trattar leggi, tutte ingiuste e vane 
Senza la tua che scritta in cor si porta. 



RIME SCELTE 
DI POETI DEL SECOLO XIV 



G I O T 1' O 



Molti son que' che lodan povertade; 
E ta* dicon che fa stato perfetto, 
S'egH è approvato e eletto, 
Quello osservando, nulla cosa avendo. 
A ciò inducon certa autoritade, 
Che l'osservar sarebbe troppo stretto; 
E pigliando quel detto, 
Duro estremo mi par, si' ben comprendo 
E però no '1 commendo; 
Che rade volte stremo è senza vizio; 
Ed a ben far difìzio 
Si vuol sì provveder dal fondamento, 
Che per crollar di vento 
O d'altra cosa così ben si regga 
Che non convenga poi si ricorregga. 

Di quella povertà eh' è contro a voglia 
Non è da dubitar ch'è tutta ria; 
Che di peccare è via. 
Facendo ispesso a giudici far fallo, 
E d'onor donne e damigelle spoglia, 
E fa far furto forza e villanìa 
E ispesso usar bugìa, 
E ciascun priva d'onorato istallo; 
E, in piccolo intervallo. 
Mancando roba, par che manchi senno : 
S'avesse rotto Brenno 

— 143 — 



GIOTTO 



O qual vuol sia, che povertà lo giunga, 
Tosto ciascun fa punga 
Di non voler che incontro gli si faccia, 
Che pur pensando già si turba in faccia. 

Di quella povertà ch'eletta pare 
Si può veder per chiara esperienza, 
Che senza usar fallenza 
S'osserva o no, non sì come si conta. 
E l'osservanza non è da lodare, 
Perchè né discrezion ne conoscenza 
O alcuna valenza 
Di costumi o virtudi le s'affronta. 
Certo parmi grand'onta 
Chiamar virtute quel che spegne il bene; 
E molto mal s'avviene 
Cosa bestiai preporre alle vertute. 
Le qua' donan salute 
Ad ogni savio intendimento accetta : 
E chi più vale, in ciò più si diletta. 

Tu potresti qui fare un argomento : 
— Il Signor nostro molto la commenda. — 
Guarda che ben l'intenda; 
Che sue parole son molto profonde, 
E talor hanno doppio intendimento, 
E vuol che '1 salutifero si prenda : 
Però 1 tuo viso sbenda, 
E guarda '1 ver clhe dentro vi s'asconde. 
Tu vedrai che risponde 
La sua parola alla sua santa vita, 
Ch'è podestà compita 
Di sovvenir altrui a tempo e loco; 
Che però '1 suo aver poco 
Si fu per noi scampar dall'avarizia 
E non per darci via d'usar malizia. 

Noi veggiam pur col senso molto spesso 
Chi più tal vita lode manca in pace 
E sempre studia e face 
Come da essa si possa partire : 
Se onori o grande istato gli è concesso, 
Forte l'afferra qual lupo rapace; 

— 144 — 



RIME 

E ben si contrafFace, 

Pure che possa suo voler compire; 

E sassi sì coprire 

Che '1 peggior lupo par miglior agnello 

Sotto il falso mantello : 

Onde per tale ingegno è guasto 1 mondo, 

Se tosto non va a fondo 

L'ipocrisia che non lascia parte 

Aver nel mondo senza usar sua arte. 

Canzon, va'; e se trovi de' giurguffi, 
Mostrati lor, sì che tu li converti : 
Se pure stessono erti, 
Sie gagliarda, che sotto li attuffi. 

(Dal volume II delle Poesie italiane inedite di dugento autori, 
raccolte da Francesco Trucchi (Prato, Guasti, 1846); che estrasse que- 
sta canzone dal cod. 47, plut. 90 laurenz., e la ragguagliò sul ricc 
1717.) 



BENUCCIO SALIMBENI 



A BINDO BONICHI 

A fine di riposo sempre affanno, 
E zappo in acqua e semino in su rena; 
E la speranza mi lusinga e mena 
D'oggi in dimane; e così passa l'anno. 

E son canuto sotto questo inganno 
Senza poter ricogliere un dì lena : 
Ma la speranza paura raffrena 
Vedendo come gli anni se ne vanno. 

E temo ch'io non compia mia giornata 
Senza potermi pónere a sedere : 
E terza è ora, e nona è già sonata : 

Poi viene il vespro, e vorrei volere 
Da capo fare una bella levata : 
Questo volere non ha più potere. 

Però ricorro a te, Bindo Bonichi, 
Che queste cose mi consegli e dichi. 



BINDO BONICHI 



I 

Io fui già capra, ben dh'or otre sia, 
E veggiomi da capre dispettato 
C hanno di vizi sì \ cuoio intaccato 
Ch'otre non n'uscirla ch'utile sia. 

Danza nel bestiai ballo asinarìa 
Che non discerne virtù da peccato : 
L'asin c'ha maggior coda è sublimato, 
E la canaglia gli dà la balìa. 

Brutti animali agli altri fanno torto, 
Perchè son tanti in numero e n grandezza 
Ch'e' pochi prender non posson conforto. 

Provedi, Dio, che sei verace altezza; 
Sì che 1 razionai che vive morto 
Non venga meno in tal vivendo asprezza. 



II 

Veduto ho già che ciascuno è in assetto 
Di far tutto quel mal che far si possa : 
Ed, a veder s'alcun di pasta grossa 
Tien altro stil dhe quel ch'è già predetto. 

Del suo mestier s'intenda quel ch'è detto; 
Onde la quistion è quasi mossa. 
Tutti ne vanno insieme nella fossa : 
Quel che senz'arte non riman sul letto. 

— 147 — 



BINDO BONICHI 

Ma solamente ci resta il barbiere, 
Che rade, e '1 suo rasoi' per gola frega, 
E fa con gran salvezza il suo mestiere; 

Porrla segar le vene, e non le sega; 
Prende quel che gli dan, niente chiede : 
Non è però il suo or di miglior lega. 



Ili 

Fra l'altre cose non lievi a portare 
È '1 mercenar veder tosto arricchito, 
E l'uom che di fiorini è mal fornito 
Far del superbo e voler grandeggiare, 

E 'I ricco stolto alla ringhiera andare 
(Vuol senneggiar, e scendene schernito), 
La femmina che ha il quarto marito 
Di castità volersi gloriare. 

Ancora : ed è vie maggior ricadìa 
All'ignorante veder dar sentenza 
Di quella cosa che non sa che sia; 

Il mal volpon, che par di penitenza 
Ed è vasello di ipocrisìa, 
Udir giurare in buona coscienza. 



IV 

Non creda alcun, quand'ode dir canaglia, 
S'intenda sol del pover disperato; 
Ghè re e conti ed ogni scostumato 
Scritto è nel libro con quella bruttaglia. 

Chi più ha di fìorin più par che vaglia, 
Ond'è confuso il buon ch'è in basso stato; 
Che '1 cuoi' del vaio per cimier portato 
Sta dove star dovrìa fracida paglia. 

— 148 — 



RIME 



Vedove e orfan son molto sicuri 
Per lo giurar che fanno i cavalieri; 
Ma l'uscio suo serrar ognun procuri, 

Benché gli ultimi giurano a' primieri 
Di non toccar l'altrui e viver puri : 
Guai chi si fida in antichi guerrieri! 



V 

11 calzolai' fa il suo figliuol barbiere, 
Così il barbier fa il figliuol calzolaio; 
E il mercatante fa il figliuol notaio. 
Così il notaio fa il figliuol drappiere. 

Mal contento è ciascun del suo mestiere; 
Ciascun guadagnar pargli col cucchiaio, 
L'altro gli par che faccia con lo staio : 
Non ha l'uom sempre tutto quel che dhere. 

Null'uomo al mondo si può contentare : 
Chi star può fermo nel luogo fallace, 
O ver sicuro in tempestoso mare? 

Assai fa l'uomo, se ben porta in pace 
L'avversità che gli convien passare 
Mentre che sta in quest'ardente fornace. 

(Gli antecedenti sonetti son ricavati da Poeti antichi raccolti da 
Codici mss. della Biblioteca Vaticana e Barberina da mons. Allacci, 
Napoli, Sebastiano d'Alecci, 1661 ; e confrontati ad altri testi.) 



VI 

Un modo c'è a viver fra la gente. 
Ed in ogni altro tu ti perdi i passi : 
Cessa da' magri, ed accostati a' grassi; 
Odi ed ascolta, e di tutto consente; 

Fa' bocca a riso, e giuoca del piacente; 
Non li riprender, se gittasser sassi : 
E se d'usare il ver ti dilettassi, 
Senza comiato partiti al presente. 

— 149 — 

Rim? di Cino da Pistoia e d'altri del scq, XIV, 10 



BINDO BONICHI 

Per niente hanno l'uom ch'è virtuoso. 
Se la fortuna l'ha posto in bassezza; 
E fanno onore all'uom ricco e lebbroso. 

La turba stolta la virtù disprezza : 
Credon nelle ricchezze aver riposo; 
Cercan l'amaro e fuggon la dolcezza. 



VII 

Tristo a colui che in le promesse spera. 
Però che perde il tempo e l'aspettare. 
Tristo a colui che si crede acquistare 
Per l'altrui mani alcuna cosa intera. 

Tristo a colui che non ha tanta cera 
Oh al suo bisogno possa suggellare. 
Tristo a colui che si crede imboccare 
Per altrui man. Quest'è per cosa vera. 

Tristo a colui, a quel che non s'ingegna 
D'aver da se di quel che gli bisogna 
Per non venir a man di alcun che sdegna. 

Tristo a colui, a quel che per vergogna 
Ripiega e non dirizza la sua insegna 
Per seguitar aver quel ch'egli agogna. 

Amico, fa che pogna 
Qui la tua mente, e non mi far discendere 
Più nel parlar; che tu mi debbi intendere. 



Vili 

Mormora il popol c'ha mal signorato, 
E ciascun quanto può fa sempre mède : 
E il mormorar non de' valer né vale. 
Considerando che da loro è nato. 

Come il peccante nasce in nel peccato, 
Cosi è la parte dell'universale : 
Qual più par giusto, sarìa forse tale, 
Se fosse posto nel simile stato. 

^ 150 -^ 



RIME 

Iddio permette regni lo tiranno 
Acciò che opprima il popol peccatore, 
Non già per ben di lui ma per suo danno; 

Suscita dopo lui un ch'è peggiore, 
Che il fa morir o ver languir d'affanno : 
E in questo modo il punisce il Signore. 

(I tre antecedenti sonetti son ricavati dal volume II delle Poesie 
inedite di dugento autori italiani del Trucchi, che gli pubblicò di sul 
Codice Vaticano 2137.) 



IX 

SENTENZE NOTABILI 

SOPRA VARIE COSE 

Guai a chi nel tormento 
Sua non può spander voce, 
E quando foco il cuoce 
Gli convien d'allegrezza far sembianti. 
Guai a dhi in suo lamento 
Dir non può che gli nuoce, 
E qual più gli è feroce 
Costretto è d'aggradir se gli è davanti. 
Guai a chi '1 ben di se in altrui sommette, 
Che l'uom certo di sé vive languendo, 
E, sovente temendo, 
D'alto in bassezza iritorna suo stato : 
E guai a chi servire altrui si mette, 
Che comincia amistà frutto cherendo; 
Perchè l'util fallendo 
Dimostra il fine e '1 cominciar viziato. 

Grave è poter in pace 
Ingiuria sofferire 
Da cui dovrìa venire, 
Per merito, servire et! onorare. 
Grave è all'uomo verace 

— 151 ~ 



BINDO BONICHI 

Riprension, se '1 fallire 

D'altrui fa in sé perire 

Le virtudi e con vizi addimorare. 

Grave, stare innocenti in tra corrotti : 

Fa lunga usanza debile il costante : 

Non avrai virtù tante, 

Che sol non sie, se tu loro abbandoni. 

Grave è all'uomo poter piacere a tutti, 

Perchè a ciascun suo piace somigliante : 

Così leve e pesante 

Son differenti : piaccia dunque ai buoni. 

Folle è chi si diletta 
Et a disservir prende 
Uom che non si difende. 
Perchè fortuna toUe e dà ix)tere. 
Folle è chi non aspetta 
Prezzo di quel che vende. 
Così chi l'altro offende, 
Di quel che fa, dee guiderdoni avere. 
Folle è chi sì compreso è d'arroganza 
E chi di sé presume valer tanto. 
Che fa del pianger canto; 
Perch'uomo inciampa tal'ora e non cade. 
Folle è chi cher d'offesa perdonanza 
E mentre offende con celato manto, 
Perchè l'offeso alquanto 
Dimostri non veder chi drieto il trade. 

Saggio è chi ben misura 
La sua operazione, 
E sempre a sé propone 
Sé, mentre fa come ricevitore. 
Saggio è l'uom che procura 
Vivere ogni stagione, 
In modo che ragione 
Vinca il voler, e quel ne va col fiore. 
Saggio è chi l'uom non giudica per vesta 
Ma per lo far che 'n lui si sente e vede : 
Saver tal'or si crede, 

Per apparenza, in tal dhe dentro è vano. 
Saggio è l'uoni circondato da tempesta, 

- 152 -^ 



RIME 

Quel cKe scampar non può, se don concede 

Avendo sempre fede 

Che dopo monte può trovare il piano. 

Guai ho poiché '1 mio danno 
Dir non m'è conceduto : 
Perch'oggi è vii tenuto, 
Schivando i vizi, l'animo gentile. 
Grave m'è, per inganno 
Trovandomi traduto, 
Convenirmi star muto : 
Richiede il ver tal'or secreto stile. 
Folle fui quando in falso uom mi commisi : 
Chi vuol fuggir malvagi, viva solo : 
Padre inganna figliuolo : 
Chi men si fida, via migliore elegge. 
Saggio non son, ma quel che altrui promisi 
Sempre servai, e di ciò nullo ho dolo : 
Vorrei posare, e volo : 
Dio tratti altrui per qua! mi tratta legge. 

(Dalle Rime di M. Frane. Petrarca, estr. da un suo origin., ecc., 
per Federigo Ubaldini, Roma, Grignani, 1662. Raffrontata alla lezio- 
ne che ne dà l'Allacci in Poeti antichi e a qualche testo moderno.) 



X 

PONE E MOSTRA COME l'UOMO È UBERO PER NATURA 
E SERVO PER ACCIDENTE 



Tutti sem d'una massa 
E l'uno all'altro eguale. 
Parlando generale, 
Di libertà e di nobilitade. 
Fu di libertà cassa 
Da antico temporale 
Gente che visse male 
E sottoposta a chi seguì bontade. 



— 153 — 



BINDO BONICHI 

Se del non vìrtudioso nasce il bono, 

O ver del bono uom di virtù privato; 

Qual sarà onorato 

Tra '1 virtudioso e chi da lui dipende? 

Dassi danaio a dhi derrata vende 

Non a chi dal vendente è derivato : 

Follia porta al mercato 

Chi vi compra campana senza suono. 

Elesse il popol uno, 
Lo più degno d'onore, 
Che fusse protettore 
Degli uomin boni e punitor de' mali. 
Or si trova ciascuno 
Di lignaggio signore 
O vero imperadore, 
Divorator de' minori animali. 
Lo signor si perverte e vien tiremno, 
Quando fa contra quel che gli è commesso 
E ciò avviene spesso 
Per l'elezion che va per modo iniquo. 
Non si elegge il miglior, come d'antiquo, 
Ma per lignaggio : o ver qual è maggiore 
Tien loco di pastore. 
Tal ch'alia greggia fa disnore e darmo. 

Se '1 municipio è tale 
Che conservi in ragione 
Le singular persone, 
Signor non ha che far, secondo il vero. 
Ma la ragion non vale. 
Quando '1 maggior propone 
Di cogliere in cagione 

Quel ch'è minor, dhè el fa del bianco nero 
Sovente awen che l'uom c'ha gran balìa 
Fa servo il liber per obligamento; 
Ed appame istrumento, 
Onde poi chi succede il vuol per dritto. 
Se poi deven più forte quello afflitto, 
A dhi '1 gravò fa simil gravamento. 
Ond'io discerno e sento 
Ch'ogni signoreggiare è tirannia. 

— 154 _ 



RIME 

Ben non sia l'uom servile. 
Da natura parlando 
E *1 vero esaminando; 
Ciascun servo deven per accidente^. 
Alcun, per esser vile; 
Molti, ragion fallando; 
O che tiranneggiando 
L'attor per forza preme il paziente. 
E, posto ch'uom per forza ad uom non serva, 
È servo di lussuria e d'avarizia 
O d'alcuna nequizia, 
E tutti in general della paura : 
È servo l'uom qual di vizio si oscura, 
Et oscurato aver non può letizia, 
Perchè vive in tristizia : 
Ond'è saggio chi sé liber conserva. 

(Dalla Miscellanea di cose inedite e rare per F. Coraizzini ; Firen- 
ze. Baracchi, 1853.) 



XI 

COME l'uomo dee CONSERVARE IN SE LA LIBERTÀ 

S'è d'Eva e d'Adam tutto 
Genere uman venuto; 
Questo ond'è proceduto 
Che l'un uom sie signor, l'altro suggetto? 
Poi son d'un arbor frutto, 
Perchè l'un vii tenuto, 
L'altro è gentile avuto? 
Mostrasi che dal vii nacque il difetto. 
Seguendo i vizi, fé l'uom sé minore 
E degno di sua perder libertate; 
Che in seguir voi untate 
S'acquista quell'ond'uom è dispettato : 
Divenne chi ragion seguì, signore, 
E fu principio di nobilitate. 

— 155 — 



BINDO BONICHÌ 

Dir altro è vanitate, 

Ch'uom per lignaggio sia nobilitato. 

Chi di nobil discende, 
Se sia uom d'esser vile, 
Avrem tal per gentile? 
Non già; ma per villan di servir degno. 
Se di villan discende 
E tien nobile stile, 
Direm grosso il sottile? 

Non tragga arcier in van, se vede '1 segno, 
S'è con virtù saver, fa gentilezza : 
Dal senno acquista l'uom discrezione; 
E bona operazione 
Move dalle virtù che l'uom possedè : 
Perch'uom sia saggio, se virtù disprezza, 
È, di suo esser non gentil, cagione. 
Non fa servo ragione, 
Ma vizio che dal cor villan procede. 

Non seguisse altro bene 
Del viver con virtute 
Qie fuggir servitute, 
Dovrìesi far, per tal non portar soma. 
Qual uom servo diviene, 
Sua perduta ha salute; 
E sono a nulla avute 
L'opere sue, se raddoppiasse Roma. 
Chi perde libertà, perde tesoro 
La cui valuta non si può stimare, 
Perch'è di tale affare 

Ch'ogni altra è, comparando a se, niente. 
Per quante ha '1 mondo gemme pietre et oro 
Non si porrla d'uom libertà comprare; 
Puossi ben racquistare 
In alcun caso, quando '1 cor 1 assente. 

In tre modi è l'uom senza 
Libertà possedere : 
L'uno è, quando volere 
Vince ragion, la qual, se vuol, racquista : 
L'altro è maggior potenza 
Che trapassa '1 dovere; 

— 156 — 



RIME 

E 'n ciò si vuol tenere, 

Seguendo tempo, modo opera e vista : 

E 1 terzo è donna avere in compagnia; 

Ivla questo è da voler, poi Dio comanda 

Che l'uom suo seme spanda, 

Acciò che, l'uom morendo, l'altro vaglia. 

Vero è che un giocolar cantar solìa 

— Tal uom presenta che non sa che manda; — 

Ma chi mangia vivanda 

Ne sente il ver, se non sajxjr l'abbaglia. 

Chi con virtute è saggio. 
Non da ragion si parte; 
Ma suo voler diparte 
Da ogni disiar fuor di misura; 
Altrui non fa oltraggio; 
Mostra di sé dar parte. 
Ma non s'obbliga in carte; 
Passa col tempo, mentre vita dura. 
S'obbliga se compagno sino a morte, 
Poidhè sua vede libertà perita. 
In tal dimostra vita 
Quanto suo senno trapassando vale; 
Se nel combatter più si trova forte, 
Rabbraccia e tien la gioi' ch'avea fallita. 
Ben sia state fornita, 
Non pasce petrosello ogni animale. 

(Questa e le due seguenti canzoni son ricavate da Rime e prose 
del buon secolo della lingua, tratte da mss. ; Lucca, Giusti, 1852. Ma 
a questa prima abbiamo aggiunta dal Cod. Rice. 1040 la stanza quar- 
ta che nella stampa mancava.) 



— 157 



BINDO BONICHI 

XII 

dell'uomo virtuoso, e d'onde procede gentilezza 

Nell'uom cortese e saggio 
Si contien provedenza 
Piacere e conoscenza 
E con misura cortese larghezza, 
Aver le al coraggio, 
E disdegnar fallenza : 
E da cotale essenza 
Procede quel ch'uom dice gentilezza. 
Non fa ricchezza antica l'uom gentile, 
Ne gran lignaggio né tesor di fore 
Sanza virtù di core, 
Ne bel costume con malvagio fatto : 
Ma 1 virtuoso cor cognosce il vile 
E fugge, desia il buon pregio et onore. 
Tal grida in uom valore, 
Ch'è abito di virtù che vien 'n un atto. 

Quial uom porìa stimare 
La pessima arroganza 
E la grande ignoranza 
De* principi, baroni e cavalieri? 
Che voglion dimostrare 
Di voler onoranza, 
E sotto tal sembianza 
Vivon tiranni dispietati e fieri, 
E delettan parlar di cose bone? 
Questo procede sol da cor villano. 
Ama rana pantano, 
E sia cui voglia sorca prender esca : 
Buona parola e mala operazione 
Aggionte insieme fan contrasto vano : 
Non va chi corre piano; 
Piace alla gatta il pesce, ma noi pésca. 

Se l'uom ricco potesse. 
Per tesor possedere, 
Virtù di core avere, 

- 158 - 



RIME 



L'oro si può dir vii, sì sarìe caro. 

Qual sì folle che avesse 

La cosa a non calere 

Che '1 facesse valere? 

Quei che più largo diverrebbe avaro. 

Non si puon comparar li ben dell'alma 

A quei di fuor, che son vii cosa e grossa : 

Già, più che valer possa, 

Non è per modo alcun cosa dhe vaglia. 

Chi cerca meno e giusta aver vuol salma, 

Da saggia opinion non vien sua mossa : 

Così va in cieca fossa 

Chi in acquistar ricchezze si travaglia. 

De' l'uom fuggir per certo 
Tesor, se non è santo : 
Di se dico, per quanto 
Dell'esser bon lo fa venir tiranno; 
Salvo chi fosse esperto 
In senno e in valor tanto, 
Che tal portasse manto, 
Ch'altrui facesse ben e a se non danno. 
Ma forte è a pensar, che per sospetto 
Cammin diletti andar uom ch'è verace; 
O che appresso fornace 
Ardente uom possa star senza calura : 
Gravoso affanno fa leggier diletto. 
Dunque ha maergior nell'esser basso pace 
Uom che per virtù face 
Debitamente quel che vuol misura. 

Uom ch'aver vuol maniera 
Di suo pregio aggrandire, 
Non gl'incresca soffrire 
Quel che si parla per la croia gente : 
Non senno al folle dhiera, 
Ma procuri seguire 
Quel che gli fa sentire 
Lo suo intelletto puro e conoscente; 
E voglia con ragion piacere a tutti, 
Ma non offenda sé per ben <l'alcuno; 
Aggia amore in ciascuno, 

— 159 — 



BINDO BONICH! 

Ma più nel mantener suo cuor leale. 
Molti servendo altrui, se han destrutti ; 
Però si guardi chi saggio è dal pruno; 
Mille ne corregge uno; 
Ma chi corregge, più che gli altri vale. 



XIII 

PERCHÈ GLI ANTICHI FURONO MAGGIORI FILOSOFI. 
CHE I MODERNI 

Trovar sottil viaggi 
E nuovi movimenti 
Gli antichi precedenti 
Per invenir radice di vertate : 
Or gli moderni saggi 
Mossi hanno convenenti, 
Che li loro argomenti 
Provan per loco dall' autoritate. 
Onde a ragion si muove questione, 
Considerando che dall' ammirare 
Nacque il filosofare 
Negli antichi ch'avìen gli cor gentili; 
E gli moderni, come più sottili, 
Che '1 cominciato dovrìan migliorare, 
Noi sanno interpetrare. 
Onde ciò sia, qual direm la cagione? 

Dee la cosa più grande 
Maggior merito avere; 
Che laido è a volere 
Di poco piombo aver gran massa d*oro. 
L'uomo, in cui Dio spande 
Grazia di prevalere 
Molti altri di savere, 

Maggior ha don che a cui dà gran tesoro. 
Ciascuna cosa, universal parlando, 

— 160 — 



RIME 



Dando tesor, può esser comperata. 

Se è proporzionata 

La quantità dell'or con sua valenza; 

Salvo che or non merita scienza. 

Perchè a medaglia non si dà derrata : 

Può esser meritata 

Con riverenza, chi l'ha onorando. 

Chi ciò aver procura. 
Parlando largamente, 
Non vuole propriamente' 
Se non a fine d'acquistare onore. 
Gli antichi, avendo cura 
D'averlo prontamente, 
Trovar che veramente 
La scienza onorava ogni signore; 
Ond'era lo studiar senza intervallo, 
•Vedendo che da molti era acquistato 
Il fine desiato. 

Cioè l'onor che la scienza dava. 
Or ha l'onor chi di moneta grava : 
Onde i moderni lo studio han mutato, 
Poidh'è meno onorato 
L'uom saggio a pie che l'asino a cavallo. 

Medico o ver legista 
O chi studia in altr'arte 
Noti ne cerca altra parte 
Che quanto basti a congregar moneta : 
Non folle chi n'acquista. 
Poi che per legger carte 
L'error non si diparte 
Dalla gente bestiale et indiscreta. 
L'onor non è in poder di chi '1 riceve. 
Ma è nella balìa degli onoranti : 
Se dunque gli onoranti 
O ver gli adulator ne son cagione, 
Noi impertanto perderem ragione 
O per altrui fallir sarem peccanti? 
No certo, ma costanti; 
Qhh cosa ragionevol non è greve. 

— 161 - 



BINDO BONICHI — RIME 

Poi che scienza è degna 
Più che tesoro alcuno, 
Die' lavorar ciascuno; 
Benché a volerla per onor non vale. 
L'uomo in cui essa regna, 
Discerné bianco e bruno. 
Se sol fosse saggio uno, 
Ciascun dovrìa voler esser quel tale. 
Non a voler tesoro il core stenda 
Chi vuol nel mondo alcun, se c'è, riposo; 
Ne star voglia ozioso. 
Ma faticar la mente in cose oneste. 
Ha '1 mondo un drappo, che mentr'uom ne veste, 
Vive superbo avaro et invidioso. 
Chi vuol viver gioioso. 
Ciò che avvenir gli possa, vilipenda. 



GRAZIUOLO DE' BAMBAGIUOLI 



SOPRA LE VIRTÙ' MORALI 
Amore 

I 

Amor dhe movi 1 ciel per tua virtute, 
E con effetti di superni lumi 
Muti li tempi, muti li costumi. 
Muti condizioni e volgi i regni, 
Per gli abusi malegni. 
Di stato in stato e d'una in altra gente; 
Intendi per pietà, onnipotente, 
E degna di spirarmi, o santo e pio. 
Ch'i' possa dimostrar, com'i' desìo. 
Delle virtudi del moral subietto 
E dell'umano affetto, 
A tua etema lode, alto signore; 
Poi che felice effetto 
Mai non si trova senza 1 tuo valore. 



II 

Dell'operazioni della vera amistà. 

Uomini singoiar, città, comuni 
E principi e baroni 
Amor al ben comun dispone e liga: 
Onde cessa la briga 

~ 163 -. 



GRAZIUOLO DE' BAMBAGIUOLI 

E stanno aperti i cammini e le strade. 

Per te, buona Amistade, 

Il mondo ha pace e '1 ciel ha venustade. 



Ili 

Degli effetti della Vera amistà. 

Le cose basse e di poca potenza 
Amor le fa possenti, cimor l'esalta; 
Quanto 1 baron ha dignità più alta, 
Senza verace amor, più basso scende; 
Perchè senza unità 
Regno diviso mai non si difende. 
O nobil carità 
Sol di ragione amica, 
Virtù e onestà sol ti notrica. 



IV 

Degli altri effetti dell'amistà. 

Amor, tu dai dolce e sicura vita. 
Tu dai fortezza unita, 
Tu dai prosperitade. 
Tu empi il mondo di suavitade; 
E tanto è l'uom gentile ed ha valore, 
Quant'el possedè del piacer d'cimore. 



V 

Della virtù della chiara henejicenzia, che è atto di carità. 

Lo presto e '1 bel piacer raddoppia il bene, 
E dal tardar avviene 
Che renda il dono Eimaro 
E mostra il suo f attor vile et avaro. 

^ 164 — 



RIME 



VI 

Che per altrui viltà e ingratitudine l'uomo virtuoso non de' mancare 
di sua virtù. 

Saggio è il bifolco che per tempestade 
O per fertilitade 

Non sta di seminar com' si conviene; 
Che uno vai per quattro, se va bene. 



VII 

Della verace pace, la quale è effetto della caritativa amistà. 

O dolce frutto di sicura pace, 
Tu sola madre se' delle buon'arti; 
Affondi guerra e le misere parti 
Per che si strugge il mondo; 
E in te giace sicuro il dolce stato : 
Tu sola se' che fai l'uomo beato. 



PRUDENZA 
VII! 

Dello 'ntelletto ch'è parte della Prudenzio. 

Beato è quel e' ha discreto intelletto 
Che in virtute si notrica e posa : 
Ella eccede ogni mondan diletto 
E vai sopra ogni pietra preziosa. 



— 165 — 
Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV. 



GRAZIUOLO DE' BAMBA GIUOLI 

IX 

Quale de' essere lo virtuoso rettore al governo della sua città. 

Non regga alcun signore a volontade, 
Ma con pura ragione 
Ami li suoi subbietti in unione 
Intento al ben della comunitade; 
Viva discreto affabile e piacente, 
E farà a se d'amore ogni uom servente. 



X 

Della virtù del ben comune. 

Quant'è perfetto il ben, tanto più vale, 
Quant egli è più comun e generale; 
Perdhè ciascun contenta e satisface, 
E nascene unione e dolce pace. 



XI 

Del reggimento virtuoso della sua jamiglia. 

Tenga il signor famiglia di boutade, 
Accorta d'onestade; 
E sia ciascuno al suo fine ordinato : 
E s' alcun fosse folle o vero ingrato 
No '1 tardi far lontano; 
Perchè ne guasta mille un non ben sano. 



- 166 — 



RIME 



XII 



Dell' escusahile ìgnoranzia che non si lascia conducere per malizia de' 
lusinghieri. 

Quelle '1 signor di naturai bontade 
Degno d'onore e d'imperiai grandezza 
Che non crede a dolcezza di coloro, 
Che sormontando van con l'arte loro : 
Furan l'onor di valorosi e degni : 
E questo è quello onde nascon gli sdegni, 
Per che si perde l'opre triunfali, 
E regge '1 corbo e sì fatti animali. 



XIII 

Della virtù dell' eloquenzia. 

O grazioso e sìngolaf diletto 
Del bel parlar che con ragion procede! 
Per lui si mostra e vede 
Quanto conosce l'umano intelletto. 



XIV 

Degli effetti dell' eloquenzia. 

Del bel parlar s'acquista eccelso onore. 
Ed alto frutto nasce 

Che con diletto Tuom consola e pasce; 
E tant'è dilettoso il suo valere, 
Che ciascun tragge al suo dolce piacere. 



— 167 — 



GRAZIUOLO DE' BAMBAGIUOLÌ 

XV 

Degli effetti della buona eloquenzia e contraria 

Uomo che parla con dolce sermone 
Acquista graziosa benvoglienza, 
E così d'aspra et altiera eloquenza 
Nasce disdegno e grave questione. 



XVI 

Della virtù del tacere ragioneVolmenfe. 

Mal sa parlare chi tacer non cura 
E fa centra natura, 
Che due orecchi et una lingua diede : 
Però si mostra e vede 
Ch'è più dell'uom udir che ragionare. 



XVII 

Degli effetti del ragìonevol tacere. 

Ciascun del suo parlar talor si pente, 
Ma non del suo tacere; 
Però non si convien seguir volere, 
Ma pensar le persone, tempo e loco; 
E '1 mezzo è '1 bel tacer tra '1 troppo e '1 poco. 



— 168 -. 



RIME 



GIUSTIZIA 
XVIII 

Esemplo di certi antichi Romani valorosi e virtuosi nella giustizia. 

O Cato, o Scipione, o buon Traiano, 
O gran re Giustiniano, 
Or si conosce il tuo alto valore 
Ch'è vostro eterno onore. 
Ma i miseri mortai del cieco mondo 
Non veggono dhe al fondo 
Leggier diletto e vii voglia li mena, 
Di che conviene usar gravosa pena. 



XIX 

Che il giusto calonniato non tema ma speri nella divina bontà. 

Non tema il giusto ch'è calonniato 
Ne d'essere infamato, 
Perch'egli è mondo nel divin cospetto. 
In lui metta speranza, in lui affetto, 
Il qual rivela ciascuna empietade, 
Confonde falsitade, 
E salva il giusto e la sua veritade. 



XX 

Dell'operazione del giudizio e della opinione. 

Perchè vera sentenza 
Non è nell'apparenza, 
Per vista e per parer non giudicare. 
Perchè tu puoi fallare : 
Tal frutto par matur ch'è bene acerbo, 
E tal si mostra umile che superbo. 



— 169 — 



GRAZIUOLO DE' BAMBAGIUOLI 

XXI 

Che la verità non è nel pulito parlare, ma nell'operazione virtuosa. 

Non basta il bel parlar né fa perfetto, 
Ma il virtuoso effetto 
Dell'opra bella rende l'uom felice. 
Quell'è vera radice, 
Per lo cui frutto si conosce il bene 
E quanto di valore ciascun tene. 



XXII 

Dell' operazione che si conviene all'uomo liberale. 

Quant'è maggior Tonor lo stato e '1 bene. 
Tanto de' crescer più la caritade 
In quelli a cui addiviene, 
E mostrar opra di gentil valore. 
E questo è quel bel fiore, 
Lo qual produce vera nobiltade. 



XXIII 

Che la virtù ja l'uom gentile e nobile. 

L'uom che di luogo vii è discendente 
E in gran signor per sua virtude monta 
Avanza quel che smonta, 
Solo per sua viltà, d'alto parente. 
Che tanto è grave l'onta 
E anco maggior è '1 caso di costui, 
Quanto per specchio o per esempio altrui 
Ave a via sicura 
E gentile natura; 

La qual, con duro affan, per suo valore, 
L'altro convien trovar, se vuol onore. 



— 170 



RIME 
XXIV 

Che l'apparenza dell'ornamento non ja l'uomo virtuoso. 

In vanità non è gentil valore; 
Ne adorna sella fa cavai migliore, 
Né fren clorato tolle il suo difetto : 
Così non fa valer pomposo aspetto 
Uomo che si diletta in vista bella; 
Però che ciò che luce non è stella, 
E sotto fregi in vestimento vano 
Giace il cuor vago di virtù lontano. 



Fortezza 
XXV 



Degno si fa di tri'unfal corona 
Uom di vera fortezza; 
Però ch'ogni gravezza 
Et ogni amara sorte 
Con umiltà sostien fino alla morte. 



XXVI 

Della magnanimità, eh' è parte della jortezza. 

Impresa grave et alta con ragione 
È magnanimitade, 
La cui somma bontade 
In dubbiosa via 
Con subita follìa 

Né con tremor ma discreta discende; 
A laude né a lusinglhe non attende, 
Ad altrui con valor parlar non cura, 
E fa soffrir la sua alta natura; 
Ned è di cosa grande ammirativa, 
E di mortai virtù è luce viva. 

— 171 — 



GRAZIUOLO DE' BAMBAGIUOLI 

XXVII 

Della propria natura della magnanimità. 

Magnanimo è colui che con ragione 
All'alte imprese attende. 
Onor di campo o d'arme a lui s'arrende 
Per lui ben si dispone, 
E tanto cresce a lui pregio et onore, 
Che la sua chiara fama mai non more. 



XXVIII 

Dell' ardire e del timore che contrario alla jortezza 

Né timor né ardire 
Al saggio si convene; 
Perchè '1 timido manca e perde spene, 
L'ardito eccede e spiace; 
Ma sicurtà verace 
È pace della mente 
Armata e forte contr'ogni accidente. 



XXIX 

Che ninna vendetta rimane che non si Saccia. 

Speri ciascun offeso in basso stato 
Veder, se '1 tempo aspetta, 
Contro al possente altier giusta vendetta; 
Perché fortuna non tien fermo lato, 
Ma tosto fa cader uomo esaltato. 



— 172 — 



RIME 
XXX 

Come all'uomo che bisogna jar vendetta, bisogna aver gran cautela. 

Somma allegrezza è a fare sua vendetta; 
Perch'è lungi il dolore, 
E muta in uomo onore. 
Ma faccia sì ciascun, che '1 fare in fretta 
Per nuovo danno non gravi il suo stato; 
Che peggiorando è l'uom mal vendicato. 



XXXI 

Che alcuno non isjorzi sua potenza contro a joriuna. 

Uomo passionato da fortuna 
Contro forza di tempo non si mova, 
Perchè ratto nocchier fa mala prova 
Centra potenze del turbato mare; 
Ma voglia con potenzia il mar passare, 
'Ve si compie corona di virtute : 
Però ch'è me* soffrir un punto forte 
Sperando aver salute. 
Che tutto stato suo mettere a morte. 



XXXII 



Che 7 bene e 7 male addiviene per volontà umana e non per neces- 
sità d' influenzia di pianeta. 

Non da pianeta alcun necessitade 
Ma solo ha volontade, 
Alla qual sua natura l'uom dispone : 
Però che d'appetito e di ragione 
E di libero arbitrio è possente. 
Ciascuno moralmente 
Elegge a suo piacere il male e '1 bene. 
Ed è solo cagion di quel dh' avviene. 



— 173 — 



GRAZIUOLO DE' BAMBAGIUOU 

XXXIII 

Della temperanza. 

O Temperanza, donna delFonore! 
Tu reggi sempre di ragione il freno, 
Tu tieni il mezzo che tra '1 più e '1 meno; 
Però si trova l'uom con più valore, 
El qual più t'ama; e chi segue '1 furore 
Ed a disordinato esser s'accosta, 
O quanto caro costa! 
Ch'ogni nemico di cotal virtude 
Con doglia e con sospir sua vita chiude. 



XXXIV 

Della lealtà del buono suggetto al suo signore. 

Discreto servo fa leale omaggio; 
Perchè l'eterno raggio 
Di fede e di virtù sempre si accende 
Al bene et all'onore, 
Onde far possa grande il suo signore. 



XXXV 

Per lo ben comune non si deve temere né jatica ne morte. 

A far lo ben comune 
Non si dee temere 
Né fatica ne morte; 
Che al singoiar ciascun è tanto forte, 
Quanto è il valor di sua comunitade; 
Dessi osservar sopra ogni utilitade. 



174 — 



RÌME 



Vizii E Difetti 
XXXVI 

Della superbia. 

O mente folle del superbo altero 
Ch'ai cielo et alla terra è odioso! 
Ciascun superbo si tien valoroso; 
Tanto soperchio ama la sua essenza, 
Che tien ferma credenza 
Di mettersi sicuro ad ogni impresa; 
Ond'egli ha spesso morte e grave offesa. 



XXXVII • 

Della invidia e suoi effetti. 

O falsa Invidia, inimica di pace. 
Trista del ben altrui, che non ti nuoce? 
Tu porti dentro quell'ardente face 
Che t'arde 1 petto, ed altrui metti 'n croce. 



XXXVIII 

Della naturale invidia. 

Uom di misero stato 
Non è mai invidiato; 
Ma sol chi ha del ben e tien virtute. 
Dunque per prego d'eterna salute 
Rifreni cotal fera, 
Che non istrugga e pera 
Per lo difetto suo l'altrui bontade. 
Perchè non è maggiore gravitade, 
Ne più grave dolor già non si sente, 
Che portar pena per esser valente. 



^ 175 



GRAZIUOLO DE' BAMBAGIUOU 

XXXIX 

Della avarìzia. 

O Avarizia, inimica di Dio, 
Tu hai sì strutto *1 mondo e fatto rio, 
Ch'a mal torre e tener sol hai rispetto. 
Ciò mostra '1 tuo effetto : 
Che per cupidità d'esser signore 
O d'acquistare onore 
Città castello o terra, 

L'un strugge l'altro d'onde nasce guerra, 
La qual danna e diserta ogni valore. 



XL 
Qui si riprendono gli innamorati per lussuria. 

O folli innamorati 
Da dolce amaro alla morte guidati 
Per un carnai desìo, 
Lo vostro sommo ben è solo Iddio. 
Una dipinta iinagine di terra 
Vile vi lega e serra, 
Che gentilezza ne virtù v'accende, 
Ma solo a vizi et a viltà attende. 



XLI 

Del vizio dell'ira. 

Ira, che da virtù sempre è divisa, 
È sì folle e perversa, 
Che 'n sé non vede mai nulla ragione : 
E per tal passione 
Giudizio in se riversa. 
Che 'n vecchio e 'n giovin falla ogni stagione, 



— 176 



RIME 
XLII 

Che 7 signor non de' essere jurioso ma temperato. 

Non si convien furare 
Al discreto signore. 
Lo saggio marinar ad un sol segno 
Sa governar suo legno 
In tempo oscuro ed in serena luce; 
Perchè virtù e ordine il conduce. 



XLIII 

Dell' accidia e della pigrizia. 

O pigra Accidia e vile Negligenza, 
Tu tien l'anima nostra grave e trista. 
Per te mai non s'acquista 
Nome ne loda ne verace onore. 
Però che questo nasce di valore : 
La qual miseria fugge, 
Arte disdegna, e la natura strugge. 



XLIV 

Della malizia della parzialità. 

Non s'attien fede ne a comun ne a parte; 
Che Guelfo o Ghibellino 
Veggio andar pellegrino, 
E dal principe suo esser diserto. 
Misera Italia, tu l'hai bene esperto; 
Che n te non è Latino 
Che non strugga il vicino 
Quando per forza e quando per mal' arte. 



— 177 — 



GRAZIUOLO DE' BAMBAGIUOLI — RIME 

XLV 

Che ciascuno attende alla propria utilità. 

A far lo ben comun son corte carte, 
Perchè ciascuno al suo mulino attende; 
E quel che più s'accende 
E che nel suo comun più alto regna 
Volgerà tosto insegna, 
Pur che l'offerta manchi. 
Questo si mostra chiaro, 
Che non non c'è parte né comune armato 
Se non quando l'uom conserva suo stato. 

(Dalle Rime di M. Francesco Petrarca, estratte da un suo origi- 
nale, ecc., per F. Ubaldini ; Roma, Grignani, 1662.) 



DOMENICO CAVALCA 



I 

L'uomo ch'è saggio ed ha molti nimici. 
Dei molti pensa quai son i maggiori; 
Per lor vincer si sforza co' suoi amici; 
Sa che s'ei vince vincerà i minori. 

Prendi battaglia coi vÌ2ri peggiori, 
Tu dhe valente cavalier ti dici : 
Non dalle frondi ma dalle radici 
Si fan degli arbor li buon tagliatori. 

Ma molti son che grande assalto fanno 
Contro un picciol difetto, che ne vada; 
Dei gran peccati c'han, non fan romore. 

Se rompono un bicdhier, piangon tal danno; 
Voglion tagliar la mosca con la spada 
Ma no il serpente ched è vie peggiore. 



II 

Quantunque l'uom combatta in questa vita, 
Mai non si vince ben perfettamente; 
E questa guerra mai non è finita, 
Ne mai star possiam sicuramente. 

Fin ch'a peccar lo nimico c'invita 
Ed ha battaglia '1 corpo colla mente. 
Nullo perfetta ha laude in questa vita : 
Tema ogni uom dunque, e stia umilemente. 

— 179 — 



DOMENICO CAVALCA 

Questo dicendo, nuH'uomo sconforto; 
Ma non mi par da prender sicurtade 
Ne riputarsi e dir — Or chi son io? — 

Che molti legni rompon presso al porto; 
Cadesi di ricchezza in povertade; 
Tal'or chi oggi par buon, dimani è rio. 



Ili 

Molto fa gran pazzia quei che s'arrìsca 
Più che suo stato e forza gli richieggia : 
Perciò ciascun discretamente veggia 
Ohe non si metta in luogo che perisca. 

Far più che si convegna nul s'ardisca : 
Miri l'uom saggio se medesmo e reggia; 
Se Dio noi manda, nel sicuro seggia; 
Confortisi, se '1 manda, ed ubbidisca. 

Molti questa cotal presunzione 
Fatto ha in basso ben d'alto cadere 
O per lussuria o per ambizione. 

Consiglio dunque lor di provvedere 
In ciò che fa lo fine e la cagione : 
Di se mai non si fidi e suo parere. 

(Dal Volgarizzam. del Dialogo di San Gregorio, Roma, Vagliali- 
1764.) 



PIERACCIO TEDALDI 



1 

Qualunque voi saper fare un sonetto 
E non fosse di ciò ben avvisato, 
Se vuole esser di questo ammaestrato, 
Apra gli orecchi suoi all'intelletto. 

Aver voi quattro pie l'esser diretto, 
E con due mute essere ordinato, 
Ed in parti quattordici appuntato, 
E di buona rettorica corretto. 

Undici silbe vuole ciascun punto; 
E le rime perfette vuole avere; 
E con gentil vocabili congiunto; 

Dir bene alla proposta sua dovere; 
. E se chi dice sarà d'amor punto. 
Dirà più efficace il suo parere. 

(Dalla Raccolta di Rime antiche di diversi autori toscani, ecc. 
del Corbinelli.) 



Il 

Il mondo vile è oggi a tal condotto 
Che senno non ci vale o gentilezza. 
Se non v'è misticata la ricchezza 
La qua! condisce e insala ogni buon cotto : 

E chi ci vive per l'altrui ridotto 
Non è stimato, e ciaschedun lo sprezza, 

— 181 — 

Rime di Cina da Pistoia e d'altri del sec. XIV. 12 



PIERACCIO T ED ALDI 

E ad ognun ne viene una schifezza 

Con uno sdegno, e non gli è fatto motto. 

Però rechisi ognun la mente al petto, 
Ed in tal modo cerchi provedere 
Ch'egli abbi de' danar : quest'è l'effetto 

E poi che gli ha, li sappia mantenere; 
Sed e' non vuole poi che gli sia detto 
— Non ti posso patire ne vedere. — 



III 

A MANFREDI DI BOCCACCIO 

Amico, il mondo è oggi a tal venuto 
Che poco vaici amore e caritade; 
Avulterata c'è la lealtade 
E pili la fé, se Dio mi sia in aiuto. 

Che il picciol dal maggiore è sì spremuto, 
Che ad udirlo è una gran pietade; 
E non si trova in bocca veritade 
Al giovane al mezzano o al canuto. 

E se Iddio non ci pone la sua mano. 
Io veggo il mondo in sì fatta fortuna, 
Che la perderà ogni cristiano. 

Donna del ciel del sole e della luna, 
Pregate il vostro figlio prossimano, 
Che mandi via da noi questa fortuna 

E che non guardi alla nostra malizia. 
Per dio! misericordia e non giustizia. 



182 - 



RIME 

IV 
IN MORTE DI DANTE ALLIGHIERI 

Sonetto pien di doglia, scapigliato 
Ad ogni dicitor tu te n'andrai, 
E con gramezza a lor racconterai 
L'orribil danno il qual n'è incontrato. 

Che l'ultimo periglio disfrenato, 
Il qual in se pietà non ebbe mai, 
Per darne al cor tormento e pene assai. 
Nostro dolce maestro n'ha portato; 

Cioè il sommo autor Dante Alinghieri, 
Che fu più copioso in isci'enza 
Che Catone, Donato o ver Gualtieri. 

Chi Iha senno di vera conoscenza 
Ne dee portar affanno nei pensieri. 
Recandosi a memoria sua clemenza. 

(Dal volume II delle Poesie italiane inedite di dugento autori, 
ecc., pubblicate da Francesco Trucchi; che ricavò il secondo e il ter- 
zo di questi Sonetti dal Cod. Vat. 3213, e il quarto dal Riccard. 1 1 18.) 



MUCCHIO DA LUCCA 



IN MORTE DI DANTE ALIGHIERI 

O spirito gentile, o vero Dante 
A noi mortali il frutto iella vita, 
Dandolo a te la bontà infinita 
Come congruo e degno mediante; 

O verissimo in carne contemplante 
Di quella gloria là, dove sortita 
È l'animia tua santa oggi partita 
Dalla miseria della turba errante; 

A te, il quale io credo fermamente. 
Rispetto alla tua fede e gran virtute, 
Esssere a pie del vero onnipotente, 

Mi raccomando; e per la mia salute 
Priego che prieghi queUa magestade 
Ch'è uno in tre e tre in unitade; 

Della cui trinitade 
E del cui regno sì bene scrivesti, 
Quanto dimostran tuoi sagrati testi. 

(Dal voi. II, p. II, 1. Ili, deWIstoria della Volger poesia del Cre- 
scimbeni, che estrasse questo Sonetto dal Chigiano 580.) 



ROSONE DA GOBBIO 



Di messer Bosone da L) gobbio sopra la esposizione e divisione della 
Commedia di Dante Alighieri di Firenze; in casa del quale mes- 
ser Bosone esso Dante della sua maravigliosa opera ne je e com- 
pì la buona parte. Il quale canto in tre parti si divide; prima di- 
videndo la prima parte della Commedia, poscia la seconda, al- 
l' ultimo la terza; come chiaro si manifesta leggendo. 

Però che sia più frutto e più diletto 
A quei che si dilettan di sapere 
Dell'alta Commedia vero intelletto; 

Intendo in questi versi proferère 
Quel che si voglia intender per li nomi 
Di quei che fan la dritta via vedere 

Di questo autor, ch'e' gloriosi pomi 
Volse cercar e gustar sì vivendo 
Che sapesse de' morti tutti i domi. 

Dico che anni trentacinque avendo 
L'autor, che son nel mezzo dei sessanta 
Dai quali in su si vive poi languendo; 

Stando nel mondo, ove ciascuna pianta 
Sì di cogitazioni e di rancura 
L'appetito vagante nostro pianta; 

Vedea della virtù l'alzante altura, 
E desiava di salire in cima. 
Che discernea già il bel della pianura. 

E così vòlto innanzi i venne prima 
Quella leonza che per lo diletto 
E per la creazion buona si sHma. 

— 185 — 



BOSONE DA GOBBIO 

E poi, perdhè '1 saver non lassa il petto 
Ben conducer lo freno, il leon fue 
La superbia cKe offusca ogni intelletto. 

Quella lupa ch'avendo ogn'or vuol piùe 
Fu l'avarizia che per mantenere 
Uom la sua facoltà fa giacer giue. 

Queste fur le tre bestie che '1 volere 
Gli fecer pervenir d'andare al monte 
Dove virtù se ne solea sedere. 

Ma perchè l'alma che si prende al fonte 
Del nostro battistèo ci dà un lume 
El qual ci fa le cose di Dio conte. 

Venne dal lustro del supremo lume 
Una grazia di fede, che si dice 
Che 'nfonde l'alma come terra il fiume, 

E mosse lui colla ragion felice, 
Per fargli ben conoscer quelle fere; 
In che ci allegoreggia Beatrice. 

E la ragion, per cui da lor non pere. 
Descrive per Virgilio, e vuol mostrare 
Ch'ebbe da' libri suoi molto sapere. 

Questi gli mostra come ner mal fare 
Si dee ricever pena, e poi agguaglia 
La pena al mal come me* può adequare. 

E perchè '1 magistero più gli vaglia, 
La ragion, se ragion si può chiarire, 
Mostra come la spada infernal taglia : 

E questo mostra per voler partire 
Non pur lui da peccato e da far male, 
Ma farne all'uditor crescer desire; 

Sicché '1 buon viver nostro naturale 
Non erri, e, se pur erra, che si saccia 
E pentere e doler quanto ci vale. 

In questo la sentenza par che giaccia 
Di questa prima parte, che l'Inferno 
Par che comunemente dir si faccia. 

Poi la seconda parte del quaterne, 
Tuttoché la ragione ancor lo mena, 
Siccome fece per lo foco etemo; 

— 186 — 



RIME 



Caton lo 'nvia per la gloriosa pena 
Che purga quegli spirti che pentuti 
Diventai! pria che sia l'ultima cena; 

E, perchè i lor voler sien bene acuti 
E liberi di far ciò che lor piace, 
Vuol ch'uom per libertà vita rifiuti. 

In questo il nome di quel canto giace, 
Mostrando come uom dee fuggir lentezze 
E tardanza d'aver con l'alma pace. 

Poscia descrive con bella fortezza 
Di poetrìa, come un'aquila venne 
Nel pensier suo della divina altezza : 

E questa è quella grazia che pervenne, 
Come il divin volere in lui la 'nfonde 
Che di lei e d'un segno si sovvenne. 

Ella ci scalda, e non conoscemo onde; 
Se non che noi rischiara un poco stante 
Una donna gentil colle sue onde : 

E questa è quella grazia che è giovante, 
La qual descrive in nome di Lucia 
Ohe i fé colla ragion veder sì avante. 

Che ben conobbe come si salìa 
Su per li gradi della penitenza 
E come il prete su in essi sedia; 

E fa tra essi quella differenza 
Di color di fortezza e di virtute, 
Che descrive la chiesa e la credenza. 

Poi mostra come per aver salute 
Si vuol tre volte percuoter lo petto 
Con non voltarsi alle cose vedute; 

Che per tre modi corre uom nel difetto 
Di far peccato, o per superba vita, 
O per aver degli occhi mal diletto, 

O per aver la carne troppo trita; 
E quinci vengon li sette peccati, 
Che fa d'ognun la spada sua ferita. 

Non vuol avere i vestimenti ornati 
Lo sacerdote, ma umilemente 
Oda i difetti che gli son mostrati; 

— 187 — 



BOSONE DA GOBBIO 

E 'n le due chiavi che tenea latente 
Mostra l'autorità e discrezione, 
Che luna toglie e l'altra ha nella mente. 

Faccia lo diocesan comparazione 
Fra prete e prete, e non dia capomanno 
Se non gli avviene quel di Salomone. 

Poi vede chiar come pentuti stanno 
E purgati ciascun del suo mal fare. 
E per lo suo contrario la pena hanno. 

Ma, perchè io voglio alquanto dimostrare 
Una bella figura che vi mette, 
Ricolgan gli uditori il mio parlare. 

Perchè ci sien le virtù più dilette 
E i vizi più ci sieno abominati, 
Dinanzi al bel purgar ciascun de' sette 

Mostra come gli par veder davanti 
(Qual scolpito, quale udìa, qual vedea, 
E qual sognando, e qual parea per canti) 

Molte novelle di cui si sapea 
Ch'ebber l'ornata eccellenza del mondo, 
Perchè '1 contrario di quel vizio fea. 

E questo mette, prima che nel fondo 
Salga dal grembo, per forza che faccia 
Correre altrui nell'opera giocondo : 

Poscia di retro descrive la traccia 
Di quei che per quel vizio rovinare, 
E questo infrena altrui come quel caccia. 

E perchè Stazio fu fedele e caro, 
Dice che i libri suoi con la ragione 
La via d'esto cammin gli dimostrare. 

In sommità di questo monte pone 
Quel luogo, ove si crede che Adamo 
Vivesse e fesse poi l'offensione, 

E per lo ben che vien di ramo in ramo, 
Lodando il luogo, di fuor della riva, 
Sedeva lamentando alcun richiamo. 

Poi lì da alto della selva diva. 
Sol con quell'atto che l'effetto importa, 
Vede allegra seder la vita attiva. 

— 188 — 



RIME 



E lì dinanzi dalla prima scorta 
Fu lasciato egli, perocché la fede 
La ragion mostrativa non comporta. 

Lo fondamento d'essa oggi mai vede : 
Li sette don dello Spirito Santo 
Eran quel lume che 'nnanzi procede; 

E i ventiquattro dhe facean quel canto 
I libri della Bibbia erano, quelli 
Che hanno mo di chiarezza ciascun manto; 

E i quattro che avieno ali più che uccelli 
Eran gli Evangelista, che mostrare 
L'esser di Dio da* pie fino a' capelli. 

Cristo era quel grifon che vedea chiaro, 
Che menava la Chiesa santa dietro. 
Che le sue carni Dio ed uom portaro : 

E le tre donne che scrive 1 suo metro 
Eran quelle teologiche perfette 
Che non si veggion dhe per divin vetro : 

L'altre eran quattro cardinai dilette, 
Che n'andavano a modo di prudenza 
Ch'è nei tre tempi, come l'autor mette : 

Li due che medicar la nostra essenza 
Pur Paulo e Luca, e gli altri quattro foro 
Quei che epistole fare ebber potenza : 

E '1 vecchio ch'era dietro a tutti loro 
Pu Moi'sè. E così ci descrive 
E mettene per questo stretto foro. 

Poi dice appresso perchè mal si vive 
Per gli pastor di quella navicella. 
Come l'opere lor furon lascive. 

E quella volpe di cui ci favella 
Pu Maometto, che diede un gran crollo 
Al carro, come conta la novella : 

Poscia lo impero per aquila pollo, 
E scrive come il bell'arbor del mondo 
Per dare al papa si fece un rampollo. 

Mette poi Eunoè che mostra il fondo, 
Per la chiarezza sua, di questa fede; 
E quinci uscì per gire al ciel rotondo. 

— 189 — 



BOSONE DA GOBBIO — RIME 

Quivi la gloria di Dio tutta vede, 
Come la Teologia lo vi conduce, 
Per pagamento di quel che si crede. 

Qui mostra come la luna riluce 
Fin di sopra Saturno tutt'i cieli, 
Che ben guardando chiaramente induce. 

E poi il sito da molti candeli 
Gli fu mostrato, e poi la somma altezza : 
Poi della Trinità par dhe riveli 

Ciò che se ne può scriver per chiarezza 
E ciò che lo intelletto ne comprende. 
E qui fa del suo libro la fermezza. 

Adunque noti chi lui ben intende. 
Che speculando queste cose vede : 
E così tutto il dicer suo si prende, 

Fortificando la cristiana fede. 

(Dal volume V della Divina Commedia di Dante Alighieri, Pa- 
dova, Minerva, 1822; dov'è impresso a cura di G. Manzi, da un Co- 
dice della Barberiniana.) 



JACOPO ALLIGHIERI 



1 

Questo capitolo fece Jacopo jigliuolo di Dante Alighieri di Firenze, 
il quale parla sopra tutta la Commedia. 

O voi che sete del verace lume 
Alquanto illuminati nella m.ente, 
Ch'è sommo frutto dell'alto volume: 

Perchè vostra natura sia possente 
Più nel veder l'esser dell'universo, 
Guardate all'alta Commedia presente. 

Ella dimostra il simile e '1 diverso 
Dell'onesto piacere, e '1 nostro oprare, 
E la cagione che '1 fa bianco o perso. 

Ma, perchè più vi debbia dilettare 
Della sua intenzion entrar nel senso, 
Com'è divisa in sé vi vo' mostrare. 

Tutta la qualità del suo immenso 
E vero intendimento si divide 
Prima in tre parti senz'altro dispenso. 

La prima, viziosa dir provvide; 
Però che prima e più ci prende e guida. 
E già Enea con Sibilla il vide. 

E questa in nove modi fu partida. 
Sempre di male in peggio, fino al fondo 
Dove il maggior peccato si rannida. 

Con propria allegoria formata è 'n tondo, 
Sempre scendendo e menomando il cerchio, 
Come conviensi all'ordine del mondo. 

- 191 — 



JACOPO ALLIGHIERI 

Sopra di questi nove, per coperchio, 
Sanza trattar di lor, fa divisione 
Di quei che son nel mondo senza merdhio. 

Poscia nel primo, sanz' altra cagione 
Che d'ordine di fé, mostra dannati 
Quei che hanno l'innocente offensione : 

E quei che son più dal voler portati 
De' lor disìi che da ragione umana, 
Son nel secondo per lei giudicati : 

Nel terzo quella colpa ci dispiana 
Con propri segni, e 'ha dal gusto inizio, 
Da cui ogni misura sta lontana: 

E l'altre due opposizioni in vizio 
Nel quarto fa parer per giusto modo, 
Che rifiutò il buon roman Fabrizio : 

Nel quinto l'altre due che son nel nodo 
Del male incontinenti, ci fa certi 
Con accidioso ed iracondo brodo: 

E quei che son della malizia sperti 
Con lor credenze eretiche e fiammace. 
Nel sesto dona lor simili merti : 

Seguendo, la bestiai voglia fallace 
Nel settimo la pon divisa in trèe : 
La prima violenza in altrui face, 

E la seconda offende pur a sèe, 
La terza pur a Dio porge dispregio: 
E Sodoma e Gomorra con esse èe : 

Nell'ottava conclude il gran collegio 
Della semplice frode, che non taglia 
Però la carta al fedel previlegio; 

E questo in diece parti cerne e vaglia. 
Ruffiani lusinghieri e simonìa, 
E chi di far fatture si travaglia, 

Barattieri ed ipocrita eresì-a. 
Ladroni e frodolenti consiglieri, 
Commettitor di scismatica via. 

Con quei che fanno scandol volentieri, 
Falsator d'ogni cosa in fare e 'n dire. 
Figurandoli a modi aspri e leggeri : 

^ 192 — 



RIME 



Nel nono quella frode fa seguire 
Che rompe fede; ed in quattro il diparte: 
La prima chiama Caina, tradire; 

Quei che la patria tradiscono o parte. 
Nel secondo li mette, in Antinora; 
E nel terzo chi serve e fa tal arte, 

Chiamando Tolomea cotal dimora; 
E la quarta, Giudecca, che riceve 
Qualunque trade chi '1 serve ed onora. 

Questo è il fondo d'ogni vizio greve, 
Da lui chiamato inferno e figurato. 
E qui fo punto per parlar più breve. 

Nella seconda parte fa beato. 
Purgando, per salire in fino al sito 
Che fu al nostro antico poco a grato. 

Ed ha in sette parti ancor sortito 
Cotal salire in forma di un bel monte. 
Ma fuor di loro in cinque è dipartito; 

Però che cinque cose turba 1 ponte 

ver la scala da ire a purgarsi, 
Cioè diletto violenza ed onte; 

Onde convien di fuor da' sette starsi : 
Con queste in fine al termine lor posto 

1 negghi'enti officiai trovarsi. 

Nel primo ci dimostra esser disposto 
Prima a purgarsi sotto gravi pesi 
Quel superbir che n noi s'accende tosto; 

E propriamente nel secondo Iha lesi 
Gl'invidiosi con giusta vendetta; 
Nel terzo gl'iracondi fa palesi; 

Nel quarto ristorar fa con gran fretta 
L'amor del bene scemo; ed entro al quinto 
Con gran sospiri gli avari saetta : 

E l'appetito nostro ha sì distinto 
Ciò che dimostra poi nel sesto giro. 
Che il vero è quasi da tal forma vinto ; 

Nell'infìammato settimo martìro 
Ermafroditi Soddoma e Gomorra 
Cantar dimostra il loro aspro desiro : 

— 193 — 



JACOPO ALLIGHIERI 

Là su di sopra, perch'altri vi occorra, 
Della felicità dimostra i segni 
A cui la sua scrittura non abborra. 

Ma or, per seguitare i suoi contegni, 
Dir mi convien dell'opera divina : 
E voi assottigliate i vostri ingegni. 

La terza parte con alta dottrina 
In nove parte figurata prende, 
Simil al ben che da nove declina. 

La prima con quella virtù risplende 
Che con freddezza d'animo è eccellenza. 
Che carità di spirito s'intende: 

E la seconda celestial semenza 
Al governo del mondo cura e guarda, 
Secondo il senso della sua sentenza : 

La terza par che 'n foco d'amor arda : 
Nella quarta risplende tanta luce. 
Che sapienza a suo rispetto è tarda : 

La quinta con feroce ardire adduce 
Tanta virtù e forza corporale. 
Che solo il militar prende per duce : 

D'ogni grandezza e d'animo reale 
La terza par eh' a suo parere imprenti 
La mente dove sua virtute cale : 

E la settima par che si contenti 
A castità in sacerdotal manto; 
E ciò dimostran ben li suoi argomenti : 

D'ogni virtù e d'ogni abito santo 
L'ottava e d'ogni ben fa esser madre 
Per le virtù ohe ella ha in sé cotanto: 

E la nona conchiude come padre 
Mobile più che alcun moto celeste, 
E questa inchiude sincera e leggiadre. 

Poscia di sopra tutte quante queste 
Vede l'essenza del primo fattore. 
Che l'universa macchina riveste : 

In lei discerne del nostro colore; 
Per dimostrar che sola nostra vista 
Sensibil può veder il suo amore. 

— 194 — 



RIME 

Però vedete ornai quanto s'aquista 
Studiando l'alta fantasia profonda, 
Della qual Dante fu comico artista : 

Vedete come 1 suo dir si profonda 
Nel bene universal per nostro esemplo, 
Acciò che n noi il mal voler confonda. 

Mettete l'affezione a tal contemplo, 
Non vi smarrite per lo mal cammino 
Che vi distoglie dallo eterno tempio; 

Nel quale ei fu smarrito pellegrino. 
Finche dal ciel non gli fu dato aita. 
La qual gli venne per voler divino, 

Nel mezzo del cammin di nostra vita. 

(Dalle antiche stampe della Divina Commedia, e fu confrontato 
alla lezione che ne dette G. Manzi nel volume V del Dante della Mi- 
nerva, 1822.) 



II 

Questi sono i Versi della morte, compilati e jatti da messere Jacopo, e 
secondo altri da messere Piero, jigliuoli di Dante poeta fioren- 
tino. 

Io son la Morte, principessa grande, 
Che la sui>erbia umana in basso pono : 
Per tutto '1 mondo '1 mio nome si spande. 

Trema la terra tutta nel mio suono : 
Gli re e gran maestri in piccol ora 
Per lo mio sguardo caggion del suo trono. 

La forza giovenil non vi dimora, 
Che subito non vada in sepoltura 
Fra tanti vermi, che così '1 divora. 

Soldato, che ti vale tua arm.adura, 
Ghe la mia falce non ti sbatta in terra. 
Perchè non facci la partenza dura? 

Che n'arai poi di questa tua guerra. 
Se non tormenti guai e gran tristezza? 
E forse mancherai a mezza serra. 

- 195 ^ 



JACOPO ALLIGHIERI 

E tu che credi aver la gentilezza 
Per esser nato di gran parentato 
E per aver del corpo la bellezza, 

Peggio che porco nato nel contato, 
Il gran macello con disio t'aspetta, 
Se non sarai di virtù ornato. 

O giovinetto della zazzeretta, 
Che non conosci li tuoi gran perigli 
E 'n quanti modi puoi morire in fretta, 

Se tu sapessi quanti e quali artigli 
Apparecchiati son per la tua vita, 
Seguiteresti gli divin consigli. 

E ben che paia la tua età fiorita, 
Presto si secca questo verde fiore. 
Se l'alma tua non sta con Dio unita. 

Guardami in faccia, o ladro giucatore, 
Che ti sconfonda '1 nostro gran spavento; 
E più a te che se' bestemmiatore. 

Oh quanti son che si pascon di vento 
Per seguitar gli onori e le ricchezze, 
Che mai si trovan poi alcun contento! 

Vana speranza con molte sciocdhezze 
Parte da Dio la mente di costoro, 
E fagli perder l'eternai bellezze; 

Per desiderio del marcibil oro 
Perde lo tempo ch'è sì cara cosa 
E guarda in terra dov'è '1 tesor loro. 

La mente dell' avar non ha mai posa 
Ne mai si sazia, e poi tutto abbandona 
Con gran tormento e pena angosciosa; 

Dannasi l'alma e perde la persona, 
Perde la gloria e perde '1 bene eterno, 
Perde celeste e trionfai corona. 

Oh sodomita erede dell'inferno, 
Putrido nella cloaca puzzolente, 
Da Dio dannato al fuoco sempiterno! 

E tu lussurioso, sei fetente. 
Che di porcina schiatta pari uscito 
Che di bro'da e di fango sempre sente! 

- 196 — 



RIME 

La donna che consente a suo marito 
Con offesa di Dio e sua vergogna, 
Variando per tempi modo e sito! 

L'eterno Dio di sopra già ncn sogna, 
Ma vede sempre tutto vostro male 
E quanto sete mersi in la carogna; 

E nel giudizio suo universale 
Vostre vergogne fien tutte palese 
A tutto '1 mondo : nullo aiuto vale. 

Vostre preghiere non saranno intese 
Ma riprovate in gran confusione. 
Ne mai per voi si faran difese. 

Da poi mandati all'infernal prigione, 
Ove fìa '1 vostro pianto senza fine. 
Lamento grande e lugubre il sermone; 

Ivi nell'aspre ed orride sentine 
Da orribili ministri e furiosi 
Che brancheran le vostre miserine; 

Poi per l'inferno tutti smaniosi 
Senza pietade vi strascineranno 
Come ribaldi tristi e viziosi, 

Ne mai di tormentar si stancheranno : 
Anelerete di voler morire, 
E lor pili freschi nel punir saranno. 

Me chiamerete, e non porrò venire : 
Così morendo sempre viverete, 
E vostra vita non porrà finire. 

Delle gran pene mai non mancherete, 
Perdile offendeste lo nfinito Dio; 
Però infinitamente là starete. 

Or dite quel che vuol vostro disio 
E tutto '1 piacer ch'avete nel mondo 
Per contentare il vostro corpo rio! 

Sopra di voi portate sì gran pondo 
Che vi traboccherà in precipizio; 
Niente troverete esser giocondo : 

Ed io non mancherò dal mio uffizio, 
Darovi presto lo mortai flagello : 
Punir conviensi ciascun vostro vizio. 

- 197 — 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV, 13 



JACOPO ALLIGHIERI — RIME 

E non vedete sotto il mio mantello 
Quanti falcioni i' ho per ammazzarvi? 
E ancora porrò far senza coltello. 

E mille modi i' ho per aggrapparvi : 
Scampar per alcun modo non potrete : 
Per tutti ho dato il modo a sotterrarvi. 

È pur vana speranza che v'avete 
Di dir mia colpa ed esser perdonati, 
Quando che più peccar voi non possete! 

O ver che della fede abbandonati, 
Dell'altra vita non credete niente 
E sempre siete in vizi relassati. 

Sappiate questa volta certamente 
Che quel che vuol trovar da Dio mercede 
Convien che senza vizio sia sua mente : 

E quel dhe vive senza tanta fede 
Ritroverassi alla pelliccerìa, 
Di Pluto e di Proserpina erede. 

Or tu che credi stare in gode ri a, 
Apparecchia la biada al mio ronzino; 
Che presto vengo alla tua osterìa; 

E mangierai con meco nel catino 
L'ultima tua vivanda amaricata 
Giacendo nella tomba a resupino; 

E l'alma tua sempre fia dannata : 
Per un po' di dolcezza temporale 
Perde la gloria e la vita beata. 

Ma quello che in virtude sempre sale, 
Disprezza '1 mondo e fugge suo veleno. 
Cercando Dio lascia l'opere male. 

Starà nel ciel perpetuo sereno. 

(Da Rime e prose del buon secolo della lingua, tratte da mas. 
Lucca, Giusti, 1852.) 



ARRIGO DI CASTRUCCIO 



O Fortuna che tutto 1 mondo guidi 
E fermi e fiacchi altrui com'a te piace, 
Come consenti tu che questa pace 
Si faccia, ond'io non sappia ove m'annidi? 

Or qual sarà di noi che in te si fidi, 
S'ogni speranza n'hai fatto fallace? 
r veggio ben che 'n tutto ti dispiace 
Il nostro stato, e dell'altrui ti ridi. 

Tu hai fermato fede al Maremmano 
Di farlo star di sopra su la rota, 
E cerchi alzarlo a stato più sovrano; 

E noi là giù con la mano alla gota 
Tapini andar ci fai per monte e piano. 
Mal in arnese, calpestando mota. 

Grazia addomando al mio signor divino 
Ch'io veggia star com'io messer Luchino. 

(Dal volume li, p. Il, 1. Ili dell'/sf. della volg. poesia del Cre- 
scimbeni, che lo trasse dal Chig. 580.) 



FRANCESCHINO DEGLI ALBIZZI 



Per fuggir riprensione 
Rifreno il mio talento, 
Volendo anzi contento 
Far l'altrui torto cihe la mia ragione. 

Rifreno il mio talento di mirare 
La dolce donna mia, 
Perchè la gente mi ne ripigliava : 
Ma in verità, per quel ch'a me ne pare, 
Seguir tal signorìa 
Alcuna riprension non meritava; 
Anzi m'imaginava, 
Che, dove io són biasmato, 
Dovessi esser mirato 
Per mia grandezza da tutte persone. * 

Ancor mi meraviglio vie più rriolto 
Come ogn'uom che la vede 
Debita riverenza non le rende : 
Ma perchè l'ignoranza fugge il volto 
Del lume, non ha fede, 
Ne veritate in lei mai non risplende : 
Così, chi mi riprende, 
Non dubbio, se occhi avesse, 
Ched ei non mi ponesse 
Gran pregio, dove dispregio mi pone. 

Grazia ad un picciol uomo è riputata, 
Quando un signor possente 
Gli smonta a casa; e dène loda avere : 
Se questa bella donna è dichinata 

^ 200 -^ 



RIME 

A venir nella mente, 

Di ciò mi dee ciascun miglior tenere; 

Che almen si può vedere 

Per manifesto segno, 

Ch'ella m'ha ratto degno 

D'esser di tanta e tal donna magione. 

A simiglianza della gran vertute, 
La qual, perchè si degna 
D'alzar, bassar non può la sua grandezza, 
Dico ohe '1 venir nella servitute 
Di donna così degna 
Non è pur libertà ma somma altezza; 
Che, quand'uom si disprezza 
Sotto degno signore, 
Allor si fa maggiore 
Che s'è' si stime in più vii suggezione. 

Fa' che tu trovi la mia donna sola; 
E con gran riverenza, 
Ballata, a lei mi raccomanderai : 
E poi nel cor le metti una parola, 
E pongliela in credenza, 
Sì eh' e' miei riprensor no 1 sappian mai : 
E così le dirai 
— Madonna, certa siate 
Che nella veritate 
No '1 cor ma gli occhi han presa correzione. — 

(Dalle Rime di diversi antichi autori toscani in dieci libri raccol- 
te, Firenze, Giunti, 1527.) 



SENNUCCIO DEL BENE 



I 

Sì giovin bella e sottil furatrice, 
Come tu, non fu mai, 
Pensando come e che furato m'hai. 

Del mezzo del mio cor secreto e chiuso 
Ogni potenzia hai tolta, 

Con un sol d'occhi aprendo ogni serraglia : 
Poi vi hai lasciato tanto amor rinchiuso, 
Che sempre a te mi volta : 
Ora ti fuggi, e non par che te 'n caglia. 
Così di pianto una crudel battaglia 
Dentro schierata. v'hai, 
Che durerà quantunque tu vorrai. 

Io te pur seguo quanto più mi fuggi; 
Né trovo ove io mi volga 
A tor soccorso col quale io t'aggiunga, 
Se non al pianto con che tu mi struggi; 
Che tanto se n'accolga 
Che faccia una pietà che '1 cor ti punga : 
Se questo fìa per via corta o lunga, 
Tu sola se' che il sai : 
Che fìa di me ciò che tu disporrai. 

Mia vita e morte sta nel tuo disporre; 
Et io parato aspetto 
A ciò che tu farai tenerlo caro : 
Ma ben conosco che non mi puoi torre 
L'amor puro e perfetto, 
Che il sol degli ocdhi in mezzo il cor lasciare 

— 202 — 



RIME 

Sia, dopo questo, dolce o vagli amaro; 

Che, ciò che disDorrai, 

Pur lo dolce disio non mi torrai, 

Col quale io spero divenir felice : 
Che tu pur ti avvedrai, 
Quando che sia, del torto che mi fai. 

(Dalla raccolta di Rime antiche di diversi toscani, che il Corbi- 
nelli fé seguitare alla Bella Mano di Giusto de' Conti ; Parigi, Patis- 
son. 1595.) 



II 

Non si potrìa compiutamente dire 
Quant'è la tua bellezza; ne tu '1 sai: 
Poi' che tu non vedi quanto vai 
Più bella ad ogni passo divenire : 

Sannoi coloro a cui doppia '1 disire 
Ad ogni volger d'occhio che tu fai : 
E non porrla chi non ti vide mai 
Imaginar quel che se', per udire : 

Che mai Ovidio od altri non descrisse 
V^alor di donna tanto affigurata, 
Che tu non passi ciò che se ne disse. 

O purità, o bellezza incarnata! 
Chi l'occhio tuo innamorato aprisse, 
Solo tra noi aria vita beata. 



Ili 



L'alta bellezza tua è tanto nova! 
Chi subito ti vede isprende tutto : 
Ciascun altro piacer si fa distrutto, 
Ch'a lato al tuo di se vogli far prova 

^ 203 — 



SENNUCCIO DEL BENE 

Tu se' colei che a ogni cosa giova : 
In te ogni virtù fa suo ridutto; 
Radice, ramo, fronda, fiore e frutto 
D'ogni dolcezza che al mondo si trova. 

In compagnia di tua somma beltade 
È gentilezza puritade e fede 
Ed adornezza e perfetta onestade. 

Tu se' tal meraviglia a chi ti vede, 
Alto valor sovr'ogni umanitade, 
Che discesa dal ciel ciascun ti crede. 



iV 

O salute d'ogni ocdhio che ti mira, 
Conforto d'ogni mente isbigottita; 
O chiara luce di nuovo apparita, 
Lo cui splendor ciascun veder disira; 

O pace d'alm.e, o vincitrice d'ira; 
O angiola discesa in questa vita. 
Di tal bellezza e di virtù vestita, 
Ch'ogni uom per meraviglia a te si tira; 

Che, a veder l'angelico piacere 
Che spande la tua gaia giovinezza, 
Ogni altro che si vede fa sparere : 

In te perfetta fu la gentilezza. 
In te riluce valor e savere, 
In te è assembrata ogni bellezza. 

(Questi tre ultimi Sonetti riproduciamo dal cit. voi. II delle Poe- 
sie italiane inedite, ecc., del Trucchi, il quale gli ricavò dal Cod. Rice. 
1103.) 



204 



RIME 



V 

Amor, così leggiadra giovinetta 
Già mai non mise foco in cor d* amante. 
Con così bel sembiante. 
Come 1 ha messo in me la tua saetta. 

Vidila andar baldanzosa e secura 
Cantando in danza bei versi d'amore, 
E sospirar sovente; 
Tal volta scolorar la sua figura, 
Mostrando nella vista come il core 
Era d'Amor servente. 
Volgeva gli occhi suoi soavemente, 
Per saper se pietà di lei vedesse 
In alcun che intendesse 
Nel cantar suo come l'avea distretta. 

(Dalla citata raccolta di Rime antiche del Corbinelli, ecc.) 



VI 



Da poi ch'i' ho perduto ogni speranza 
Di ritornare a voi, madonna mia, 
Cosa non è ne fia 

Per conforto già mai del mio dolore. 
Non spero più veder vostra sembianza. 
Poi che fortuna m'ha chiusa la via 
Per la qual convenìa 
Ch'io ritornassi al vostro alto valore; 
Ond'è rimaso sì dolente il core 
Ch'io mi consumo in sospiri et in pianto; 
E ducimi perchè tanto 
Duro, che morte vita non m'ha spenta. 
Deh che farò! dhè pur mi cresce amore 
E mancami speranza d'ogni canto. 
Non veggio in quale ammanto 

— 205 — 



SENNUCCIO DEL BENE 

Mi chiuda, che ogni cosa mi tormenta; 
Se non ch'io chiamo morte che m'uccida, 
Et ogni spirto ad alta voce il grida. 

Quella speranza, che mii fé lontano 
Dal vostro bel piacer che ogn'or più piace, 
Mi si è fatta fallace 
Per crudel morte d'ogni ben nemica. 
Ch^Amor, che tutto dato in vostra mano 
M'aveva ed ha per consolarmi in pace, 
Di consiglio verace 
Fermò la mente misera e mendica 
In farmi usar dilettosa fatica. 
Per acquistare onor mi fa partire 
Da voi pien di desire 

Per ritornar con pregio e in più grandezza. 
Seguii signor che, s'egli è uom che dica 
Ohe fusse mai nel mondo il miglior sire. 
Lui stesso par mentire; 
Che non fu mai così savia prodezza : 
Largo prudente temperato e forte, 
Giusto più ch'uom che mai venisse a morte, 

Questo signor creato di giustizia, 
Eletto di virtù tra ogni gente, 
Usò più altamente 

Valorìa d'alma più ch'altro che fosse. 
No 1 vinse mai superbia od avarizia; 
Anzi l'avversità '1 fece potente. 
Che magnanimamente 
Ei contrastette a chiunque il percosse. 
Dunque ragion e buon voler mi mosse 
A seguitar signor cotanto caro. 
E se color fallsiro 
Che fecion contra lui a lor potere, 
lo non devea seguir le false posse. 
Vennimi a lui, fuggendo il suo contraro : 
E perchè '1 dolce amaro 
Morte abbia fatto, non è da pentere; 
Che '1 ben si dee pur far perch'egli è bene. 
Ne può fallir chi fa ciò che conviene. 

— 206 — 



RIME 



È gente che si tiene onore e pregio 
Alcun ben che a lor venga per ventura; 
Onde con poco cura 
Mi par che questi menìn la lor vita. 
Che non adorna petto l'altrui fregio, 
Ma quant'uomo Iha da se per sua fattura 
Usando dirittura 

Questo si è suo, e l'opera è gradita. 
Dunque qual gloria a nullo è stabilita 
Per morte di signor cotanto accetto? 
No 1 vede alto intelletto 
Ne savia mente ne chi 1 ver ragiona. 
O alma santa in alto ciel salita, 
Pianger devrìati nemico e soggetto. 
Se questo mondo retto 
Fusse da gente virtuosa e bona; 
Pianger la colpa sua chi t'ha fallito, 
Pianger la vita ognun che t'ha seguito. 

Piango la vita mia, però che morto 
Sei, mio signor, cui piìi che me amava 
E per cui io sperava 
Di ritornar dovi' sarìa contento : 
Et or senza speranza di conforto 
Più ch'altra cosa la vita mi grava. 
O crudel morte e prava. 
Come m'hai tolto dolce intendimento 
Di riveder lo più bel piacimento 
Che mai formasse naturai potenza 
In donna di valenza, 
La cui bellezza è piena di vertute! 
Questo mi hai tolto : ond'io tal pena sento. 
Che non fu mai sì grieve condoglienza; 
Che 'n mia lontana assenza 
Già mai vivendo non spero salute, 
Ch'egli è pur morto ed io non son tornato; 
Ond'io languendo vivo disperato. 

Canzon, tu te n'andrai dritta in Toscana 
A quel piacer che mai non fu il più fino; 
E fornito il cammino 
Pietosa conta il mio lamento fero. 

— 207 — 



SENNUCCIO DEL BENE 

Ma priiTia che tu passi Lunigiana 
Ritroverai 1 Marchese Franceschino; 
E con dolce latino 

Gli di' che alquanto ancora in lui spero; 
E, come lontananza mi confonde, 
Pregai ch'io sappia ciò che ti risponde. 

(Fu pubblicata, come di Dante, in Canzoni di Dante, Madrigali 
del detto, di M. Cino e di M. Gerardo Novello, Venezia, Guglielmo di 
Monterialto, 1518; ma restituita a Sennuccio nella Raccolta di rime 
antiche di diversi toscani, ecc., del Corbinelli, monca, però, e scor- 
retta ; fu riprodotta con miglior lezione dal cav. Zambroni nel to- 
mo XIII del Giornale Arcadico, 1822, di sopra il Cod. 3213 Vaticano; 
e nel num. 69 dell'ai nto/o già, settembre 1826, dal prof. Carlo Witte, 
che di nuovo l'attribuì all'Alighieri. Le ragioni p>er cui devesi rite- 
nere senza dubbio come di Sennuccio, vedile esposte dal chiarissimo 
Fraticelli, a pag. 304 del Canzoniere di Dante, Barbèra, 1861. Noi, ri- 
pubblicando la canzone di Sennuccio, abbiamo scelto il meglio delle 
tre lezioni, del Corbinelli, del Zambroni e del Witte.) 



VII 



Era nell'ora che la dolce stella 
Mostra il segno ded giorno a' viandanti, 
Quando mi apparve con umil sembianti 
In visione una gentil donzella. 

Parea diqesse in sua dolce favella 
— Alza la testa a chi ti vien davanti 
Mossa a pietà de' tuoi pietosi pianti, 
Piena d'amore e, come vedi, bella, 

A rimettermi tutta in la tua mano : 
Tien me per donna, e lascia la tua antica, 
Prima che morte t'uccida, lontano. — 

Io vergognando non so dhe mii dica; 
Ma per donzella e per paese strano 
Non cangio amor né per mortai fatica, 

Ond'ella vergognosa volse i passi, 
E piangendo lasciò gli occhi miei bassi. 



— 208 — 



RIME 



Vili 

Amor, tu sai ch'io son col capo cano, 
E pur vèr me ripruovi l'armi antiche 
E vie più ora che mai mi persegui : 
Tu mi farai tenere un vecchio vano, 
E molte genti mi farai nemiche : 
Dunque, s'io posso, è il me' ch'io mi dilegui, 
Ma come? s' tu per tal donna rni segui, 
Ch'io non potrìa fuggirti innanzi un passo 
Ch'io non tornassi in vèr te più di mille, 
D'allora in qua che l'ardenti faville 
Nacquer di neve che ardono il cor lasso : 
Ond'io son alto e basso 
Sol per colei che non ne fa parole; 
E pur già quattro corsi ha fatto il sole. 

Ben cominciai, allor dhe pria m'avvenne 
Che della neve nacque ardente^ foco, 
A dir di lei alquanto in rima e in prosa : 
Ma un pensier discreto mi ritenne; 
Veggendo lei da molto e me da poco, 
Puosi silenzio alla mente amorosa. 
Rimase il foco chiuso, e senza posa 
E' dentro m'arse, e non parea di fuora; 
E sì ardendo, sì forte è cresciuto. 
Che, se da luì non mi viene aiuto, 
Convien che in breve spazio io me ne mora. 
Ma la mente l'adora, 
A giunte mam chiamandole mercede. 
Piena d'amor di speranza e di fede. 

Deh, chi mi scuserà, quando palese 
Sarà che il giovinetto vecchierello 
Arda vie più che ma' in foco d'amore? 
Ma metterommi pure alle difese 
A chiuse orecchie : e dica questo e quello 
Ciò che lor piace, ed io con fermo core 
Lo tuo comando osserverò, signore; 
Benclhè più certo contrastar non posso, 
Né resister si puote al tuo volere ; 

— 209 — 



SENNUCCIO DEL BENE 

Quinci mi scuso ch'io non ho potere, 
S'io pur volessi, tormiti da dosso : 
Ma io sarei ben grosso 
S'io volessi poter non esser tuo, 
Considerando lei e il piacer suo. 

Ella è grande gentile e bianca e bella, 
Io per contrario piccol basso e nero : 
Che fia, quando sarà ch'io l'ami certa? 
Sarà sdegnosa o non curante e fella; 
Et io pur fermo fedel puro e vero, 
A porta di soffrenza sempre aperta. 
Che pur, quando che sia, ella sia sperta 
Di mio corale amore e fede pura; 
E' non mi si potrìa tor la speranza 
Che a qualche tempo io non trovi pietanza 
Che non persevra nobil creatura 
Di star più ferma e dura, 
Quando conosce in buon fedele amante 
Perfetto amore e ben perseverante. 

Sia che si vuol, pur qui condotto sono 
Ad amar donna di sì somma altezza, 
Ch'io a rispetto suo son men che niente. 
Ma pur sovente ch'io meco ragiono, 
Non mi dispero della mia vaghezza; 
Considerando te, signor possente. 
Che. com' a lei disposto m'hai la mente. 
Così la sua a me potrai disporre; 
Che possibile t'è ciò che ti piace. 
Tu sol conforto sei della mia pace; 
Tu sei signor che il dato non vuoi torre 
A chi per tua via corre 
Disposto a bene amare e chi si sprona; 
Tu quel che a nullo amato amar perdona. 

Canzon mia, adornata d'umiltate 
Gir ti convien con buona sofferenza 
Dinanzi al chiaro sol degli occhi miei : 
Quando sarai con lei. 
Dirai — Madonna, l'umil servo vostro 
Èwi più §ervo assai ch*io non vi mostro. — 



— 210 — 



RIME 



IX 

La Madre vergin gloriosa piange 
Sotto la croce, ove il Figliuolo a torto 
Vede ferito sanguinente e morto, 

Dicendo, lassa!, ne' dolenti guai 
— Per qual sua colpa, crudel morte pruova 
Lo mio figliuol, che a meraviglia nuova 
Creato fu, lo partorii, lattai? 
Così come suo par non nacque mai, 
Non è simil dolore a quel ch'io porto, 
Senza speranza mai d'alcun conforto. 

S'io veggio morta in croce ogni pietate 
Verace fede speranza et amore 
Nella mia creatura e creatore, 
E spenta vita via e veritate; 
Chi porrà fine alla mia infermitate, 
Rimasa sola in tempestoso porto? 
No '1 so vedere; ond'io più mi sconforto. — 

In più dolor sopra dolor ripiange 
La sconsolata, com' più mira scorto 
Pendere in croce Cristo suo diporto. 

(Queste tre ultime poesie son ricavate dalla Raccolta dt rime an- 
tiche di diversi toscani, ecc., del Corbinelli.) 



MATTEO FRESCOBALDI 



I 

Com' più riguardo l'onesta bellezza 
Che sotto nero manto chiara luce, 
Più sento Amor che nella mente adduce 
Gaia novella gioia d'allegrezza; 

La qual m'infiamma sì di sua vaghezza, 
Che sovr'ogni virtù nel cor riluce. 
Quest'è colei che m'entrò per la luce 
Con quel signor che frange ogni durezza. 

Sì dolcemente dentro del cor posa, 
Che ciascun mio spirito contenta, 
E l'alma più mi vive dilettosa. 

Ver è ch'alcuna volta par ch'io senta 
Una fiamma d'amor tanto amorosa, 
Che la troppo dolcezza mi tormenta. 

(Pubblicato di sul cod. 580 chig. nel voi. Ili dei Commentari del- 
la volgar poesia, di G. M. Crescimbeni ; Roma, 1710.) 



lì 

Accorr'uomo, accorr'uomo! i' son rubato! 
All'arme, all'arme! correte alla strada, 
Prima che questa ladra se ne vada. 
Che m*ha co' suoi begli occhi il cor furato, 

— 212 — 



RIME 

E hami dato d'un dardo dorato 
Ch' in sino al centro del cor par che vada : 
Or si diparte, e va in altra contrada; 
Ed io rimango, lasso, isventuratol 

Amanti e donne, correte a pregare 
Questa giudea, che mi renda \ cor mio 
E non mi faccia, come fa, penare : 

Ch'io veggo ben ch'ella si va con Dio, 
Sì eh' i' non veggio di poter campare; 
Poi che l'anima e 1 cor non è dov'io. 

(Pubblicato di sul cod. vat. che fu dell'Orsino nel quaderno IV 
(aprile 1819) del Giorn. Arcad.) 



Ili 

Una fera gentil più ch'altra fera 
D'un bosco a pascer in selvaggio loco 
Vidi passare e poi fermarsi un poco, 
Candida tutta con sua vista altera. 

Faceva invidia al sol eh' alla sua spera 

Preso 

Nel vago aspetto apparve fiamma e foco : 
Attento io riguardai pur là dov'era. 

Poi per vago sentier seguii la traccia, 
Misi ai bracchetti, e gittai rete al varco : 
Ma altri cacciatori a simil caccia 

Vidi correr con lor saette ed arco, 
E seguitarla con più forti braccia. 
Che fia, non so; e pur me ne rammarco. 

Diana, fa' che ne' tuoi prati verdi 
Questa candida cerva io non la perdi. 

(Pubblicato di sul cod. 3213 vat. da F. Trucchi nel voi. II delle 
Poesie italiane inedite, ecc.) 



— 213 ~ 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del aec, XIV . 14 



MATTEO FRESCOBALDl 



IV 

Deh! quanto vien chi vuol seguir amore 
Valoroso nell'armi e ne' costumi 
Ed in alta scienza e in be' volumi 
I quai li danno fama con onore! 

Chi non si sente pellegrino il core, 
Non cerchi cosa di che si consumi. 
Questo dico, perch' altri non presumi 
Di creder che sia altro che valore 

Il pensier pellegrin che nella mente 
Nasce dell'uom che vive innamorato, 
Di che per forza ne divien valente; 

E quanto più se ne sente infiammato 
E sallo in se portar celatamente. 
Più tosto da sua donna è meritato. 

(ELstratto dal cod. 3213 vat. e da F. Trucchi pubblicato nel vo- 
lume II delle Poesie italiane inedite, ecc.) 



V 

Chi vuol veder visibilmente Amore 
Guardi colei che m'ha rubato el core. 

Negli occhi .suoi dimora e fa soggiorno, 
E tiene un arco in man cocche e saetta; 
Non ferisce ogni uom che gli è d'intorno 
Ne chi d'innamorarne si diletta, 
Ma sol colui che vede c'ha valore 
E costanza di starle servidore. 



^214- 



RIME 



VI 

Fante la nobiltà ch'ogn'or si vede 
Nel vostro dolce aspetto, 
Che stando di voi servo m'è diletto. 

Come dall'alto sol lume discende 
E dona sua virtute 
Ad ogni creatura nel suo stato; 
Così da voi ciascuna donna prende 
Ogni cara salute 

Con adorno piacer d'amor creato : 
Dunque 1 disio, che m'ha così infiammato 
El cor per voi costretto, 
Sormonta ciascun altro ben perfetto. 



VII 

Donne leggiadre e giovani donzelle, 
Deh!, per lo vostro onore, 
Per me pregate a cui son servidore. 

Egli è una tra voi 
Con sì vaga bellezza 
Che face amante ciascun che la mira; 
Perchè dagli occhi suoi 
Si move una chiarezza 
Che dà conforto a chi per lei sospira; 
E quando i suoi begli occhi in ver me gira. 
Sento lo gran valore 
Che per grazia mi fa sentire Amore. 

Nel suo vago cospetto 
Verace Amor dimora. 
Lo quale è pien di grazie e di merzede; 
Ond'ha gioie e diletto 
Ciaschedun che T onora, 
Perch' altro dal suo viso non procede. 

^215 - 



MATTEO FRESCOBALDI 

Oneste e vaghe, questa con voi siede, 

Da cui sento tutt'ore 

La chiara luce del suo isplendore. 

Se questa mia preghiera 
Da voi sarà accettata. 
D'ogni salute averà el mio cor manto; 
Che l'anima ne spera 
Per lei esser beata : 
Ond'io vi mando questo nuovo canto; 
E se le degna d'ascoltare alquanto. 
Dice che lo mio core 
Sarà sempre lontan d'ogni dolore. 

(Questa Ballata e le due precedenti furono di sur un cod. ma- 
gliab. del sec, XV pubblicate per nozze in Firenze; Piatti, 1844.) 



Vili 

Amor, dacché ti piace pur ch'io dica 
Quanto natura di virtù corona 
La donna che mi sprona 
A farmi di se servo assai contento. 
Dico che gentilezza la notrica 
Naturalmente sovra ogni persona : 
E questo effetto suona 
Per tutto l'universo, e io 1 consento : 
Perchè, quando la miro, nel cor sento 
Una dolcezza eh' è tanto soave. 
Ch'io ne ringrazio te, e lei dico — Ave. - 

È di bellezza adorna costei tanto. 
Quanto a figura umana si conviene; 
Che, a chi la guarda bene, 
Visibil prova ne dimostra il vero : 
E non è cor villano non sia affranto; 
Che, quando per fortuna a lei s'avviene, 
Privai d'affanno e pene 
Tanto che monta di vìrtute altero ; 

— 216 — 



RIME 

E questa è la cagione perch'io spero 
Vivere in pace senz'alcun difetto 
Mirando sempre fiso al suo aspetto. 

Come fin' oro a paragon fa prova, 
Similemente in lei face onestate, 
D'onde la sua beltate 
Sormonta innumerabile vittoria. 
Dunque creder si può che da lei mova 
Quanto di fé speranza e caritate 
Onora umanitate, 

Veggendo lei di tanta fama e gloria; 
Am.or, chi rimarrà in sua memoria 
Dappoi la fine della nostra vita 
Ogni virtù l'ha Iddio stabilita. 

Poscia che data fu al m.ondo luce 
Per lo sommo fattor della natura, 
Sovr'ogni orlatura 
Di senno e cortesìa costei avanza; 
Però chi segue lei come sua duce, 
Iscorge quanto porge dirittura, 
E fuor di vita oscura 
Vive sempre giocondo in allegranza. 
A chi s'accende di falsa speranza 
Disiando sua vita fuor d'onore, 
Segue stoltizia e non verace amore. 

Canzon mia bella pulita ed adorna, 
Segretamente troverai costei; 
E quando l'hai parlato ciò che dèi. 
Prendi da lei commiato, e poi ritorna. 

(Pubblicata di sul cod. strozz. 993 da V. Nannucci nel voi. I 
del Manuale della letter. del primo secolo; Firenze, Barbèra, 1856.) 



~ 217 



MATTEO FRESCOBALDI 

IX 

Giovinetta, tu sai 
Ch' i* son tuo servidore. 
Merzè del mio dolore 
Che mi consuma, e non ho posa mai! 

Tu mi consumi e struggi, giovinetta, 
V'eggendoti sì fiera e dispiatata; 
E non mostri che sia d'amor costretta 
Né che di lui già mai fussi 'nfiammata. 
Deh! pensa una fiata 
Al mìo gravoso affanno 
Ed a' sospir che vanno 
Mercè chiamarti con dogliosi guai. 

Leggiadra se' vezzosa conta e bella 
E di virtù fiorita : 
Tu se' colei per cui ogni donzella 
Si vede adorna e 'n costumi nodrita. 
Se 'n verso la mia vita 
Ti movessi a piatanza, 
Are' fede e costanza 
Di non morir, come m'ucciderai. 

Quando riguardo nel tuo dolce viso 
Dove si specchia mia figura ispenta, 
E fuggi da finestra non con riso 
Ma con sembianza ch'è di sdegno tinta; 
Allora è morta e vinta 
La vita mia crudele : 
Più è amara che fele 
La dolorosa pena che mi dai. 

Merzè merzè merzè del mio tormento! 
Merzè, eh' i' moro per servire a fede! 
Merzè ti mova del dolor eh' i' sento; 
Mercè di quel che pere e mercè chiedeJ 
Merzè, per dio, concede, 
Giovane, e non sia fera! 
Come se' più che fera! 
Mercè mercè del cor eh' i' ti donai! 



218 



, RIME 
X 

Sì mi consuma, donna, quand' i' sento 
La scura dipartenza 
Che de' far vostra essenza, 
Ch' ogni altro mio dolor m'è dolce vita. 

Però pensate quanto sia el tormento 
Che sostener mi converrà, oh lasso!, 
Quando lontana agli occhi miei sarete; 
Ch' i' sento già ogni valore ispento 
Dentro nel cor, che m'ha condotto a passo 
Che sola voi difender mi potete : 
Dunque, merzè, pella virtù eh' avete! 
Non vogliate eh' i' mora 
Od io consumi ad ora! 
Ched io non veggia la mortai partita! 

(Questa e l'antecedente sono eslratte dalle cit. Ballate, ecc. ; 
Piatti. Firenze, 1844.) 



XI 

Deh, confortate gli occhi miei dolenti 
Che di lagrime fecion lago e fiume. 
Poi che dal chiaro lume 
Lontan mi trovo vivere in tormenti. 

Non è gioia eh' i' prenda ne diletto. 
Ne mai sentirò posa, 

S' i' non riveggo a cui donato ho 1 core : 
E quando miro alcun nobile aspetto 
Di donna alta e vezzosa, 
Allor più mi combatte e strugge Amore; 
Membrandomi di quel sommo valore 
Del qual i' son suggetto e fedel servo. 
Il cui onor conservo, 
E per cui provo sì dolor cocenti. 

(Dalla Misceli, di cose ined. o rare per F. Corcizzini ; Firenze, 
Baracchi, 1853.) 



— 219 



MATTEO FRESCOBALDI 



XII 

Io veggo il tempo della primavera 
Tutti gli augei cantar per la foresta, 
E gli arboscelli metter verde cresta, 
E andar li pesci per le tane a schiera, 

£ le donzelle da mane e da sera 
Danzar co' loro amanti e darsi festa, 
Ciascuna pastorella venir presta 
Colle sue pecorelle all'ombra nera. 

1 verdi prati con fiori e viole 
Son còlti dagli amanti con gran riso, 
Perchè natura e 1 tempo questo vuole. 

Ed io non posso già veder quel viso 
E gli occhi che riìucon più che '1 sole. 
Da cui gran tempo, oh Dio, ne fui diviso. 

(Pubblicato di sul cod. che fu dell'Orsino nel quaderno IV (a 
prile 1819) del Giorn. Arcad.) 



XIII 

Non mi conforta lo sperar tornare 
Ch' i' faccio imaginando : 
Mi veggio allungi'ando 
Da voi, madonna, in parte sì stranerà. 

E 'n sì stranerà parte, lasso, veggio 
Diviar mio viaggio, 

Che ritornar a voi non saccio quando. 
Ond'io tormento sì, che spesso chieggio 
Morte nel mio coraggio : 
Sì mi consuman gli sospir eh' i' spando 
Ciascun'ora, membrando el vostro viso 
Che un paradiso chiamo. 
O gentil donna eh' amo, 
Da voi mia vita lontan si dispera. 



220 — 



RIME 
XIV 

Deh cantate con canto di dolcezza, 
Ch'egli è tornato il fior d'ogni allegrezza. 

La donna ch'è d'ogni biltà fontana 
È tornata per dar pace e salute 
A chi la guarda non con mente vana 
Ma con amor fiorito di vertute; 
Però che 1 suo valore e sua altezza 
Risplende solo ovunque è gentilezza. 

Dunque si può e' dir che sia beato 
Nella corte d'Amor più ch'altro amante 
Chi di tanta biltà è infiammato 
O chi nella sua fé servo è costante; 
Ohe per servir si rompe ogni durezza 
E sormontasi in pregio e in grandezza. 

(Questa e rantecedente sono esiratte dalle cit. Ballate, ecc. ; Fi- 
renze, 1844.) 



XV 

O infelice punto e giorno ed oTa! 
O maladetta quinta e terza spera! 
O infelice il loco là dov'era 
Quella che più pensando m'innamora! 

O infelice e maledetta ancora 
Questa tal condizion traversa e fera 
Di crudel Marte e di Venere altera, 
Che da quel punto in qua così m'accora! 

O infelice il caso che mi spinse. 
Il qual mi parve senza ferro o scudo, 
Dove nel prisco assalto Amor mi vinse! 

O maladetto alato cieco e nudo, 
Che tanta forza desti a chi dipinse 
Il petto mio con lo strai tuo sì crudo! 

(Estratto dal cod. 3213 vat. e pubblicato da F. Trucchi nel vo- 
lume II delle Poesie italiane inedite, ecc.) 



— 221 — 



MATTEO FRESCOBALDI 



XVI 

Cara Fiorenza mia, se l'alto Iddio, 
Da cui ogni perfetto ben discende, 
Non procura e attende 
Contra la tua veloce e rea fortuna; 
r ti veggio venire a punto, ch'io 
Già piango per lo duol che '1 cor ne prende; 
Il qual tanto mi offende 
Che alcun diletto meco non s'aduna : 
Per te non è chi mova cosa alcuna. 
Che abbia in sé valor né alcun bene; 
E questo è quel perché ogni mal t'avviene. 

Come potrestu mai prender salute 
Contro a' nemici tuoi che t'hanno morta, 
Quando dentro alla porta 

Del tuo bel cerchio ognun fatto é sdherano? 
Chi ti difende ch'abbia m sé vertute? 

chi in tante ruine ti conforta, 
Dov'io ti veggio scorta 

Per mala guida di consiglio strano? 
Certo, s'al propio ver noi riguar diano. 
Gente non degna d'abitar tuo nido 
Son la cagion di questo amaro strido. 
Mentre che fusti, Firenze, adornata 
Di buoni antichi cari cittadini, 

1 lontani e' vicini 

Adoramo el Lione e' tuoi figliuoli; 

Ora se' meretrice pubblicata 

In ogni parte, in fin tra Saracini. 

Omè! che tu ruini 

Pe' tuo' peccati in troppi eterni duoli. 

Deh!, ravvediti ancor; che puoi, se vuoH; 

E fa' che tu sia intera e non divisa; 

E muterai di pianto in dolce risa. 

Ov'è prudenza fortezza e giustizia 
E temperanza e l'altre suore loro, 
Ch'erano el tuo tesoro 
Quando volevi dimostrar tua possa? 

— 222 - 



RIME 

Tu l'hai cacciate via con avarizia 
Con superbia e lussuria, nel cui coro 
Tu vivi e fai dimoro. 
Perchè ti rodon le midolla e l'ossa; 
E non temi giudicio ne percossa, 
Che t'ha, come tu sai, più e più volte 
Di nìolte imprese le vittorie tolte. 

r mi vergogno ben di ciò dh'i' parlo. 
Considerando ch'i' son di te isceso; 
Ma '1 soperchio del peso 
Del grave oltraggio che sostien* m'induce. 
Se' tu sì cieca che non vedi el tarlo 
Cascar dell'ossa tue sanza conteso? 
Non vedi stare inteso 
Ciascun vicin per cavarti la luce? 
Deh!, muoviti a pensar chi ti conduce 
Ed a che punto se' per lor difetto, 
E scorgerai s'è ver ciò ch'io ho detto. 

Canzona, io so che letta tu sarai 
Da molti, che la tua sentenzia chiara 
Parrà lor molto amara, 
Perchè de' vizi lor dicendo vai : 
Ma se tu truovi alcun che sia gentile. 
Parla con lor; che non t'avranno a vile. 

(Dalla Miscellanea di cose ined. o rare per F. Coreizzini, ecc. ; 
Firenze, Baracchi, 1853.) 



XVII 

Vostra gentil melizia. 
Signori Fiorentini, 
Vi darà vera laude, 
Seguendo sanza fraude 
Ciò che 'n questa ballata vi s'indizia. 

Fiorentin saggi, sia vostro disio, 
Con grande istudio e con isper'ienza. 
Di viver sempre nel tremor d'Iddio; 

— 223 — 



MA TTEO FRESCOBA LDI 

Perch'è prencipio della sapienza : 
Poscia, con gran valenza, 
Discrezion ch'è d'ogni virtù madre 
Con sue figlie leggiadre 
Seguendo, crescerà vostra grandizia. 

Prudenza fate che sia vostra guida. 
Che con tre occhi tre tempi governa. 
Quest'è virtù che chi con lei s'affida 
Convien che sempre lo miglior discerna, 
E della fama eterna 
Risplenda con onor, miglior tesoro. 
Gemme ari'ento ed oro 
Prudenza passa e vince ogni delizia. 

Giustizia eh 'a ciascuno el suo diritto 
Rende, ch'è volontà perpetuale, 
E per lei si punisce ogni delitto. 
Signor, seguite; che per lei si sale. 
Fiorentin, cui ne cale 
Sarà in memoria eterna, com'è giusto : 
Dunque, sievi nel gusto; 
Però che questo ispegne ogni malizia. 

Temperanza, la qual fugse ogni troppo, 
Ohe tiene in mano el fren della misura. 
Fate, Signor, che sia del vostro groppo, 
E 'n voi si vegga sua bella figura; 
Che questa ancella pura 
Disegna gli suo' servi temperati 
Nel regno de' beati. 
Nel qual possiede ogni uom somma letizia. 

Fortezza, che l'uom fa sicuro e franco 
Sì che non smaga nell'avversitate 
E nel periglio non si truova manco. 
Perchè s'accosta a magnanimitate, 
Signori, or Tabbracciate : 
Che fortezza l'uom rende valoroso 
Forte e vittorioso, 
Sempre a' nimici suoi dando tristizia. 

Queste virtù che son le cardinali, 
Con ciascun' altra che da lor diriva. 
Chi le abbandona, alli brutti animali 

— 224 — 



RIME 



Simil si face e da gloria si priva. 

Così convien che viva 

Per lo contrario nell'etemal luce 

Chi con lor si conduce. 

E pien di somma allegrezza e benizia. 

Ballata nova, i Fiorentin novelli, 
Per cui onore t'ho ritratta in forma, 
Priega che guardin quel dhe tu favelli, 
Sì che adornin lor vita di tua norma. 
Fuggendo quella torma * 

Che virtù ischifì e viva in gran dispregio. 
Per acquistar buon pregio : 
Che la verace fama ciascun sizia. 

(Dalle citate Ballate; Firenze, 1844.) 



FRATE STOPPA 



Apri le labbra mie, dolce Signore, 
Ch'i' possa annunziar la tua gran laude; 
La qual mal conosciuta dà dolore 
A chi la preterisce o le fa fraude. 
O theos Cristo maestro maggiore, 
La mia parola, se ti piace, esaude; 
E sol ti priego di esaudir mie' prieghi, 
Prima che dall'aiuto tuo ci sleghi. 

Non so con qual colore e con qual faccia 
Mi muova a far questa domanda pronta 
Universal, perch'oggi ogni uomo scaccia 
Li tuo' comandamenti, e '1 vizio monta; 
E quanto più ci dai festa e bonaccia. 
Tanto t'è fatto da' Cristian più onta; 
Ma perdhè s'apparecchian cose nuove 
Nel mondo, a domandar pietà mi muove. 

Pianga chi ha de' Cristian fede tanta 
Quant'è un granel di senape o di miglio; 
Pianga la corte della Chiesa santa; 
Pianga quel di Baviera, ancor suo figlio; 
Pianga il re d'Inghilterra che si vanta 
Mettere a fondo il campo azzurro e *1 giglio; 
Pianga '1 re di Buem e d'Ungheria 
E quel di Francia, e pianga Italia ria. 

Doler si può ciascuno or nominato. 
Pensando che '1 mastino arma la coda. 
Venuto è il tempo tanto profetato, 
Nel qual sì proverà l'arme più soda. 
In fino a qui più volte i' v'ho cantato 
Di quel eh' è suto : or chi si vuol sì m'oda; 



RIME 



Ghè quel che s'apparecchia dire intendo 
E come finirà, se ben comprendo. 

Regnan pianeti, e nuove novitadi 
Sono apparite con veraci segni : 
La stella di Mercur presso a tre gradi 
Al sole è apparita con disdegni. 
I detti de* profeti gravi e radi 
Partoriran, che sono istati pregni; 
E dell'Apocalisse il vero senso 
Sarà di corto per lo mondo accenso. 

Dunque attenda ciascun che si diletta 
Di saper quel che 1 tempo seco adduce, 
E tutta la speranza sua qui metta 
Chi vuole del futuro tempo luce. 
Di molte profezie che '1 mondo aspetta 
È tratto il fior, che appresso il dir conduce 
Ed io di quelle alquanto intendo dire 
E come debbon più pensier finire. 

O Lodovico duca di Baviera 
Che sì grande hai nell'animo la impresa; 
Cioè d'abbatter la tonduta schiera, 
E' suo' pastor, se ti faran difesa, 
E i>er aver il tesoro in primiera, 
E poscia far tra' Cristian larga spesa; 
E mostri che d'aitalla ti cominci, 
La qual poscia vorrai, se questo vinci : 

Perchè la 'mpresa a buon fine non fai. 
L'effetto non vedrai cogli occhi vivi, 
Ma gran cominciamento orli darai; 
E que' baron dhe teco saran quivi. 
Per quell'error, ch'a morte lascierai. 
Saranno del seguir la 'mpresa privi! 
In fin che '1 successor conosceranno, 
E in breve poi la 'mpresa compiranno. 

O sacerdote grande, alto Qemente, 
Col mal consiglio c'hai dal re di Francia, 
E da alcun cardinal, dov'hai la mente? 
Già tutto '1 mondo ti pare una ciancia ; 
La voglia tua non savia non si pente, 
Ma dai a Car|o di fortuna mancia, 

— 227 -^ 



FRATE STOPPA 

Per divider Lamagna in cotal modo 
E gli altri tuo' vicini, e tu star sodo. 

In te si forma uno specchio evidente 
Nel qual potrà mirare ogni superbo; 
Per te vien men la consegrata gente, 
Per te fia il mondo periglioso e acerbo, 
Per te ogni prelato fia dolente : 
Di te alcuna cosa a dir mi serbo. 
E fie cagion di questo grave male 
Quel che tu tien che più ti sia leale. 

Sarà la Chiesa de' pastor privata; 
Fie beato qual potrà negare 
Il chericato e rifiutar l'entrata : 
Piane cagion la terra d'oltremare : 
Invidia, gola al chericato guata, 
Superbia, simonìa, lussuriare : 
Poi fie la Chiesa ornata di pastori 
Umili e santi, come fur gli autori, 

O re Giovanni, di Buemme sire. 
Del bel piacer dh'allo 'ntelletto prendi 
Te fai sì grande, che del deservire 
Inviti alcun che col voler offendi : 
Tu pensi di far tanto, tu di dire, 
Che lo sbandito già da Dio difendi, 
Non per amor che tu dolce gli porti, 
Ma per lo ben che speri che t'apporti. 

Tre volte muterai, anzi che giunga 
Il colpo del martel che ti conficchi 
Nel core il ben. che dal voler tralunga, 
E prima che profitto se ne spicchi : 
Avrai una perfetta pace e lunga 
Di quella guerra in la qual non arricchì; 
Ma goderalìa poco il tuo figliuolo : 
Pur sarai poi d'imperiale stuolo. 

O messer Carlo, nato in isperanza 
Vestito della nobile intenzione 
La quale avete tutti per usanza. 
Ma tu la pigli come derisione, 
Senza pensar la tua poca possanza. 
Ardito in te contra tanta unione; 

— 228 — 



RIME 

E d'esser credi grande, disservendo 
Quel gran poder dh'io nel mio dir prendo; 

Torrattisi da lato un molto antico, 
Sanza parlarti, e faratti ripresa 
Colle viste e cogli atti, com.e amico, 
E faratti partir dalla contesa, 
Ed umil ti farà più ch'i' non dico 
Con tuo volere e con picciol' offesa; 
Poscia arai pace grandezza e onore 
Così com' alcun altro gran signore. 

O re Filippo, che la Francia guidi 
E pur con negligenza ti sostieni. 
Tanto della potenza tua ti fidi 
E sì del padre che per minor tieni; 
De' leopardi d'Inghilterra ridi, 
E fagli nel pensier di viltà pieni; 
Pace non vuo', la qual ti fu prof erta, 
Finche non vedi tua possa diserta; 

Tu farai dormendo un aspro sogno, 
No 1 crederai, che fìe verificato : 
Li tuo' borghesi nel maggior bisogno 
Tu gli vedrai averti abbandonato : 
Un disleal trattato, il ver ti pogno. 
Doppio ti leverà d'un grande stato; 
E tu ti cruccerai come mastino : 
Qui lascierai la pelle : o te tapino! 

Or, Adoardo re dell'Inghilterra, 
Che per ragion dimandi il gran reame 
E vuoi pigliarlo per forza di guerra, 
Perc'hai d'aver grandezza una gran fame 
Con intenzion di far alcuna terra 
Rimaner molte genti triste e grame : 
Così suggelli con reame doppio 
E fai ogn'inimico pien di loppio; 

Tu ti leverai da un forte passo 
Per forza d'arme e riceverai danno, 
Non che però per questo vadi in basso; 
Ma poi seguiterai que' che più sanno : 
Di gente grande, di pecunia grasso, 
Vorrai aiuto; ed egli ti daranno : 

— 229 — 

Rime di Cirio da Pistoia e d'altri del sec. XIV, 15 



FRATE STOPPA 

E poi con senno e colla forza immensa 
Farai di Francia quel dh' altri non penea. 

Ohi, Unghero signor con bruna vesta, 
Per lo crudele strazio de' Pugliesi, 
Di gran potenzia tu hai fatta inchiesta 
Per visitar con gli dolori accesi 
Col fuoco e colla spada e con tempesta 
1 fcilsi traditor ma non offesi; 
E gli occhi aperti tien contra Vinegia 
E contra '1 gran pastor che ti dispregia; 

Le penne crescer anti sì dell'ale, 
Che ti faranno al primo colpo stanco, 
E sol per un che non sarà leale. 
Che ti verrà di una promessa manco; 
Non che senza vendetta stia tal male; 
E tu ti rimarrai col valor franco 
Dando sostegno in fino a primavera; 
Poi di Puglia farai tua voglia intera. 

O rei Pugliesi diversi e crudeli, 
O Giovanna reina dolorosa! 
Lungo tempo credete che si celi 
La giustizia di Dio ch'or è nascosa^ 
O di Puglia reali amari e feli! 
Ciascuno che costà vuol aver posa 
Sanza poter vi state contumaci, 
E siete più che mai lupi rapaci. 

Fra voi vien fiamme pestilenza e ferro. 
Morte e languore e uccisi'on per forza. 
Beandolo grande con zenzaria et erro. 
Fin* all'ossa levandovi la scorza; 
E quando avrete la coda nel cerro, 
Per coscienza tal mal non s'ammorza; 
Che più città vi fieno al pian ridutte. 
Ville e castella assai vi fien distrutte. 

E tu, Giovanna, ti farai romita 
Più per paura che per coscienza; 
Molti de' tuoi perderanno la vita, 
Per far entro a' lor nidi residenza; 
E così Puglia rimarrà schernita 
Con grande duol della papal potenza : 

— 230 -- 



RIME 



Riposerassi in Puglia tal tristizia 

Pe' suoi peccati e per la sua nequizia. 

O Aluisi di Cicilia re! 
O tu duca Giovanni, or più signore, 
Contra *1 poter del capo della fé! 
Allegro se' che vedi il distruttore 
De* tuoi nemici, e tu parte ne se* ; 
Ed è già patteggiato dentro al core 
Della fermezza di tua signorìa, 
E troverai del ben pensar la via. 

Vittoriando viverai con fede 
Tu Aluisi, e *1 duca t'abbandona 
Per una infermità ch'ora il possiede : 
Così ti lasserà colla persona : 
Onde per questo chi or più ti crede 
Ed ama ti vorrà tor la corona; 
E tu te n'avvedrai subripando, 
Che viverai con guardia trionfando. 

O Vinegia città non trionfante, 
Non hai ancor voluto prender pace : 
Ed or che non se' più grande volante 
Se* sopra Giarrettin fatta mordace; 
Ma non conosci il pasto c'hai davante, 
Ne credi alcun trovarne mai tenace : 
Tanta speranza ti dà la superba 
Che tua falsa grandezza in te riserba. 

Se tu non ti ripari al gran podere 
Di Genova Sicilia e Ungarìa 
E di Puglia racconcia, ed al sapere 
D'alcun Lombardo gTande; tu se* in via 
Nel basso con gran danno di cadere, 
Perchè tra' tuoi maggiori ha zenzarìa : 
E quando i Genovesi ti fìen contra. 
Muterai stato come spesso incontra. 

Ciò t'avverrà per gli gravosi affanni 
C'hanno già fatti e fanno star dolenti 
Sì nel presente ed ancora più anni 
Gli Schiavi e gli Cristian che so innocenti; 
Similemente que' gravosi inganni 
Ch'a' Fiorentin fecion tua maggiorenti 

— 231 — 



FRATE STOPPA 

Ed a più altri con tua falsa legge, 

La qua] segue il mal sangue che ti regge 

O Lombardia affannata di tiranni, 
Sotto qua' se' per invidia venuta; 
Tu credi riparare a questi affanni 
Per esser dentro di guerra fronduta; 
E credi viver sotto gli altrui danni. 
Benché tu se' da' tuoi troppo premuta; 
E se' vivuta in isperanza tanto, 
Ch'ogni guerra ti pare un dolce canto. 

In te si levan duo feroci cani 
Con molti catellini in compagnia, 
Che si percoteranno colle mani 
Si che per l'un sarà l'impresa ria; 
E quel perdente con più altri strani 
Intrerà sotto nuova signoria, 
Che i gran Lombardi terrà sotto l'ala: 
E gli ultimi saran que' della Scala. 

Toscana ricca, a te par aver fatto 
Assai, che a pace tutta se' recata, 
Legata insieme d'un secreto patto. 
Non fermo : ma pur ti se' avvisata 
Di riparare a qual fusse sì nnatto 
Che con forza volesse fare intrata 
In te per torre il popolare stato. 
Lo quale a molti è già caro costato. 

La morte di due uomini attempati 
Manderà la Toscana sotto sopra. 
E molti, di lor terre fuori stati 
Gran tempo, potran dare a tornar opra. 
Mutando alcuna città gli suoi stati; 
Per quel la vita di color si sciopra; 
Poscia vien della Magna un forestiero 
Signor, che la porrà 'n stato sincero. 

Nelle qua' tutte sopraddette cose 
Si faran sette battaglie di campo. 
Le tre faranno l'erbe sanguinose. 
Quando si vederà più verde il campo; 
L'altre quattro saran pericolose, 
E d'esser presi più dhe dello scampo : 

— 232 — 



RIME 



Ma pure in tutto sarà più di cento, 

Venti mila fien di vita spento. 

Senza che assai ne spegnerà la morte 
Per febbre per cammino e per fatica, 
E per posteme da freddezza scorte, 
E per quel mal che molto si notrica. 
Ahi mondo, quante dolorose sorte 
Superbia t'apparecchia a Dio nemica! 
Quanti voltar di rota e quanti stati 
Si muteran che son oggi innorati! 

Ma, quel ch'è piià in dispetto, di qui a poco 
Pia una carestìa di vettovaglia : 
Nella Magna sarà suo primo loco, 
Po' per la Lombardia farà frastaglia, 
E nfìne a Napol sarà cotal gioco, 
Che varrà tre quel ch'ora una medaglia : 
E questo sarà forse a molti peggio 
Che l'altre novità, per quel ch'i' veggio. 

Permette Iddio questa general pena 
Per gli sfernati vizi ove ci trova : 
Ed oggi il mondo per suoi frutti mena 
Superbia tradimenti, e fa la prova, 
E dal lussuriar ciascuno sfrena : 
Inganno e crudeltà a molti giova : 
Per l'avarizia e tutte opere ladre 
Amor non regna più tra figlio e padre. 

Sicché, se '1 mondo non si diradasse 
Di molti, crescerebbe tanto il vizio, 
Che biasmo tornerìa, se si trovasse 
Alcun ch'alia virtù pur desse inizio : 
Così nessun sarìa che mai andasse 
Per operare il bene al sant'ospizio, 
Che Dio ha fatto sol per nostro bene. 
O felice colui che al ben far tene! 

Dunque ciascun bene operando viva, 
Acciò dhe Dio così non ci abbandoni. 
Ben può lodare Iddio chi bene arriva 
E chi si guarda da cota' bocconi; 
Che qual della sua grazia Cristo priva 
Entra nelle crudel man de' demoni : 

— 233 — 



FRATE STOPPA — RIME 

Pensi ciascuno in se medesmo quale 
Ha fatto più... tra bene o tra male. 

Nessun sotto il poter di Dio s'asconda, 
Perch'egli ha in ogni parte gli occhi aperti; 
E spesso que' che più la fan gioconda, 
Son que' ch'ai primo colpo son diserti. 
Senno, poter, ricchezza o testa bionda 
Da Dio non son graditi quanto i merti : 
Qui si dimostreranno i prò' e gagliardi : 
Dunque chi s'ha a guardar bene si guardi. 

Prima che molti vecchi morte prenda. 
Le sopradette cose avranno effetto; 
Non che però per certo i' le difenda. 
Ohe al piacer fìe di Cristo benedetto; 
Ma per quel ch'io d'assai savi comprenda 
E d'assai profezìe, ho questo detto. 
Ben puote Cristo a questo por rimedio, 
Ingiuria non facendogli né tedio : 

Siccome quando Iddio rivelò a Giona 
Ch'alia città di Ninive dicesse 
Che condannata l'aveva in persona, 
Se penitenzia del mal non facesse; 
E Giona il predicò, come il ver suona. 
Perchè del m.al far Ninive si stesse; 
Ninive s'ammendo, fé penitenzia. 
Onde Iddio rivocò quella sentenzia : 

Per simigliante via dico che Dio 
Potrà le dette cose rivocare. 
Che degnò noi qual padre giusto e pio 
Del proprio sangue suo ricomperare. 
Lasciate il vizio, e '1 ben vi sia in disio, 
Se queste profezie vogliam mutare : 
Non vai doler, poi che '1 tempo è perduto. 
Al vostro onore il mio dire è compiuto. 

(Pubblicata dal Crescimbeni nel voi. II, parte II, libro III, della 
Storia della volgaT poesia; Venezia, Basegio, 1730; con qualche la- 
cuna, che noi riempinuno col cod. laurenz. XXXVIII, plut. XLII.) 



FAZIO DEGLI UBERTI 



I 

Nel tempo che s'infiora e copre d'erba 
La terra sì che mostra tutto verde, 
Vidi una donna andar per una landa, 
La qual cogli occhi vaghi in essa serba 
Amore e guarda sì che mai no '1 Derde. 
Luceva intorno a se da ogni banda : 
Per farsi una ghirlanda 
Poneasi a sedere in su la sponda, 
Dove batteva l'onda 
D'un fiumicello, e co' biondi capelli 
Legando i fior quai le parean più belli. 

D'alberi chiusa dentro ad un bel rezzo, 
Su la rivera d'un corrente fiume. 
Legava insieme l'un con l'altro fiore. 
E' raggi suoi passavan per lo mezzo 
De' rami e delle foglie, con quel lume 
Che si vedea nel suo gentil valore. 
Quivi con lei Amore 
Vedeva star con tanta leggiadrìa, 
Che fra me dir sentìa 

— Questa è la donna che fu in ciel creata; 
Ed ora è qui come cosa incarnata. — 

Volgeva ad or ad or per la campagna 
Gli occhi soavi che parean due stelle 
Ver quella parte d'onde era venuta. 
E poco stando, vidi una compagna 
Venir di donne e di gaie donzelle, 

— 235 — 



FAZIO DEGLI UBERTI 

Che tanta gioia mai non fu veduta. 

Ciascuna lei saluta; 

Ed essa all'ombra per più bella festa 

Poneasi in su la testa 

La ghirlandetta che sì ben le stava, 

Che l'una all'altra a dito la mostrava. 

In poco stante, a guisa d'una spera. 
Dinanzi all'altre lei vid'io venire, 
Pavoneggiando per le verdi piagge : 
E come il sol in su '1 far della sera 
L'aere fa d'oro fin spesso apparire. 
Così per gli occhi suoi le ve dea ragge. 
E tal' or per le fagge 
Dov'io nascoso m'era si volgea : 
Quel ch'io di lei credea 
E con quanti sospiri e pensier fui 
Dicalo Amor, ch'io no '1 so dire altrui. 

Canzon, figliuola mia, tu te ne andrai 
Colà dove tu sai 

Ch'onesta leggiadrìa sempre si trova, 
Sì come Amor fa prova, 
E par sì come su la spina rosa : 
Così tutta vezzosa, 

Se puoi, per modo ch'altri non ti vegga. 
Entrale in mano, e fa' dh'ella ti legga. 

(Dalle Rime di diversi antichi autori toscani, Giunti 1527; dov'è 
attribuita ad incerto. Si restituisce ora a Fazio per autorità di più co- 
dici e per identità di forma.) 



II 

Io miro i crespi e gli biondi capegli 
De' quali ha fatto per me rete Amore : 
D'un fil di perle e quando d'un bel fiore 
Per me pigliar i' trovo ch'e' e'ii adesca. 
E poi riguardo dentro gli occni begli. 
Che passan per gli miei dentro dal core 

— 236 — 



RIME 



Con tanto vivo e lucente splendore 

Che propriamente par che dal sol esca : 

Virtù mostra che loro onor più cresca. 

Ond'io che sì leggiadra star la veggio 

Così fra me sospirando ragiono 

— Oimè, perchè non sono 

A solo a sol con lei ov'io la chieggio? 

Sicch'io potessi quella treccia bionda 

Disfarla a onda a onda, 

E far de' suoi begli occhi a' miei due specchi, 

Che lucon sì dhe non trovan parecchi. — 

Poi guardo l'amorosa e bella bocca, 
La spaziosa fronte e '1 vago piglio, 
I bianchi denti, e '1 naso dritto, e 1 cig'lio 
Polito e brun tal che dipinto pare. 
E '1 vago mio pensiero allor mi tocca 
E dice — Vedi allegro dar di piglio 
In su quel labbro sottile e vermiglio, 
Che d'ogni dolce saporito pare! 
Deh odi il suo vezzoso ragionare 
Quanto ben mostra morbida e pietosa, 
E come il suo parlar parte e divide! 
Guarda quand'ella ride, 
Che per diletto passa o.^ni altra cosa! — 
Così di quella bocca il pensier mio 
Mi sprona; perchè io 
Non ho nel mondo cosa che non desse 
A tal che un sì con buon voler dicesse. 

Poi guardo la sua svelta e bianca gola 
Com'esce ben delle spalle e del petto, 
E '1 mento fesso e tondo e piccioletto 
Tal che più bel cogli occhi no 1 disegno. 
E quel pensier che sol per lei m'invola 
Mi dice — Guarda e vedi bel diletto 
Aver quel collo fra le braccia stretto 
E fare in quella gola un picciol segno! — 
Poi sopraggiugne e dice — Apri lo ingegno : 
Se le parti di fuor son così belle, 
L'altre che dèn valer dhe dentro copre? 
Che sol per le bell'opre 

— 237 — 



FAZIO DEGLI UBERTI 

Che sono in cielo, il sole e l'altre stelle, 
Dentro da lor si crede il paradiso. 
Dunque, se miri fiso, 
Pensar ben dèi ch'ogni terren piacere 
Si trova dove tu non puoi vedere. — 

Poi guardo i bracci suoi distesi e grossi. 
La bianca roano morbida e pulita; 
Guardo le lunghe e sottilette dita 
Vaghe di quell'anel che l'un tien cinto. 
E '1 mio pensier mi dice — ■■ Or se tu fossi 
Dentro a quei bracci, fra quella partita, 
Tanto diletto a\T-ebbe la tua vita 
Che dir per me non si potrebbe il quinto! 
Vedi ch'ogni suo mem.bro par dipinto! 
Formosa e grande quanto a lei s'awene; 
Con un colore angelico di perla; 
Graziosa a vederla, 
E disdegnosa dove si convene; 
Umile vergogiiosa e temperata, 
E sempre a virtù grata : 
In tra suoi bei costum.i un atto regna, 
Che d'ogni riverenza la fa degna. 

Soave a guisa va d'un bel pavone. 
Diritta sopra sé come una grua : 
Vedi che propriamente ben par sua 
Quanta esser può donnesca leggiadrìa. 
E se ne vuoi veder viva ragione 
(Dice il pensier), apri la mente tua 
Ben fisamente quando ella s'addua 
Con donna che gentile e vaga sia : 
Che, come par che fugga e vada via 
Dinanzi al sol ciascuna altra dhiarezza. 
Così costei ogni adornezza sface. 
Or vedi s'ella piace; 

Che amore è tanto quanto sua bellezza, 
E somma e gran beltà con lei si trova. 
Quel che a lei piace e giova 
È sol d'onesta e di gentile usanza. 
Ed io nel suo ben far prendo speranza. — 

— 238 — 



RIME 

Canzon, tu puoi ben dir sicuramente 
Che, poi che al mondo bella donna nacque, 
Nessuna mai non piacque 
Generalmente quanto fa costei; 
Perchè si trova in lei 
Beltà di corpo e d'anima bontade, 
Fuor che le manca un poco di pietade. 

(Dalle Rime antiche dell'ediz. giunt., ov'è fra quelle d'incerti. 
Per autorità di molti codici la rendiamo a Fazio ; riscontrata e mi- 
gliorata la lezione sul testo Fratic. nelle R. Apocrije di Dante, e con 
alcune delle var. del cod. marciano adottate da P. Zanotto nei Liri- 
ci del sec. primo, sec. e terzo; Venezia, Antonelli, 1858; non senza 
l'aiuto de' codd. ricc. in alcun luogo di questa e delle precedenti.) 



Ili 

S'io sapessi formar quanto son belli 
Gli occhi di questa donna onesti e vaghi, 
Amor, quando '1 cor piaghi, 
Per dolci bramerei i colpi amari; 
E canterei con versi tanto chiari. 
Che non che i nostri cor ma que' de' draghi 
Farei udendo appaghi 
E per le selve innamorar gli uccelli. 
E non suonar con più diletto quelli 
D'Anfi'one co' quai movea le pietre, 
Ne di Mercurio a dhiuder gli occhi d'Argo 
(Deh! nota ciò ch'io spargo). 
Ne contra Marzia d'Apollo le cetre, 
Che e' miei, Amor; s'io avessi savere, 
Quant'hanno in lor piacere, 
Ond'io a te che puoi e di cui sono 
A giunte man domando questo dono. 

Come per primavera innanzi il giorno 
Ride Diana nell'aere serena 
D'una luce sì piena 

Che par che ne risplenda tutto *] cielo: 
Così all'ombra del candido velo, 

— 239 — 



FAZIO DEGLI UBERTI 

Dove la tua virtù raggia e balena, 

Ride un piacer che a pena 

Si puote imaginar quanto è adorno. 

r j>enso ben, quando mi giro intorno 

Per veder lei ch'i' cerco, di Medusa 

Che trasformava i corpi umani in sasso. 

Or qui dhe poss'io, lasso? 

La sua beltà e '1 tuo poter mi scusa 

E la virtù del ciel che a ciò mi tira; 

Che, sì come si gira 

L'ago alla calamita per natura, 

Mi giro e volgo ov'è la sua figura. 

Io guardo alcuna volta dentro al sole, 
Imaginando di voler vedere 
Là dove ha più potere 
O in lui o nel bel volto dh'io ragiono. 
Poi tanto vinto e soperchiato sono 
Da quella in cui s'avviva il mio piacere, 
Che del folle volere 

Rido fra me, com'uom d'cdtrui far suole; 
E dico — E' son parole 
Che cosa che si veggia l'assomigli, 
Se non come Erigon face Attalante. — 
Or, s'io muto sembiante 
Per mirar lei di sotto a' suo' bei cigli, 
Come Atteon per riguardar Diana 
Nella chiara fontana, 
Meraviglia non è né parer dee; 
Perch'ella è sola il sol dell'altre dee. 

Dico tra* pensier miei ad ora ad ora 
— O Giove mio, quanto fosti felice. 
Quando, come si dice. 
Rapisti Europa e conducesti altrove! 
Deh perchè non fai me, come te, bove! 
Ch'i' potessi rubar questa fenice, 
Ch'è proprio la radice 
Della mia vita e della morte ancora. — 
Dopo sì bel pensier vien l'altro allora. 
Sì come Paris diede il pomo d'oro 
A colei che gli fé grazia d'Elèna : 

— 240 — 



RIME 



E qui con voglia piena 

Piego le braccia in croce e quella adoro, 

Chiamando — O luce o stella del mio nome, 

Non che donarti un pome 

Ma, se mio fosse 1 mondo, i' tei darei, 

Per acquistar da te l'amor <li lei. — 

Con questo pensier vago e pellegrino, 
In el centro del cor l'alma si chiava : 
E chi non me ne cava, 
Niente me passar vespro e le squille. 
Qui mi sovvien del contemplar d'Achille, 
Quando nel tempio de' TroiaTii stava. 
Dove colei mirava 

Che fu cagion al firn del suo cammino. 
Amor, che poss'io dir del mio destino. 
Se non ch'esser mi par quel liocorno 
Che n grembo alla donzella è preso e morto? 
E perchè 1 tempo è corto, 
Come a signor nelle tue braccia torno; 
Che scolpir facci in su la tomba mia. 
Se questo avvien che sia, 
Dopo il mio nome — Qui giace colui 
Che amando è morto; — e non dira' per cui. 

Sai tu, caro signor, perch'io non voglio 
Il nome suo su la mia sepoltura? 
Poi che io ho paura 
Che segnata non fosse per crudele. 
Che tu sai ben ch'ell'è senz'alcun fele. 
Ne io la 'ncolpo di mia morte scura; 
Che, s'ella è bella e pura, 
Degli occhi miei e non di lei mi doglio. 
Poi non vorrìa che prendesse cordoglio. 
Se mai leggesse che la sua beltate 
Fosse stata cagion de la mia morte; 
Che turberebbe forte; 
Che cor gentil non è senza pietate. 
E ciò sarebbe all'alma mia gran pianto. 
Se scolorasse alquanto; 
Come colei che dopo morte spera 
Di tornarla a veder dov'ella è vera. 

— 241 — 



FAZIO DEGLI V BERTI 

Canzon, quando sarai nel dolce loco 
Dove tu vai, farai che sì t'avanzi. 
Ch'entri dirianzi a ogni tua sorella : 
Poi con pulita e soave favella 
Dirai — O più che stella, 
r fui per voi creata in un boschetto 
Sopra bei fiori all'ombra d'una spina, 
Tra l'alpe e la marina 
Dove la Magra fa suo corso e letto. 
E dissemi colui da cui io vegno 
— Così grida per segno, 
Se vuoi ch'ella conosca che se' sua 
E che die fede alla parola tua. — 

(Pubblicata, monca e scorretta, da F. Trucchi in SerVentese e 
Poesie liriche di F. degli Liberti; Firenze, Benelli, 1841 ; da noi com- 
piuta ed emendata sui codd. ricc. 1050-1100.) 



IV 



Io guardo in fra l'erbette per li prati. 
E veggio isvariar di più colori 
Gigli viole e fiori 

Per la virtù del sol che fuor li tira. 
E son coperti i poggi, ove ch'io guati. 
D'un verde che rallegra i vaghi cori; 
E con soavi odori 

Giunge l'orezzo che per l'aere spira; 
E qual prende e qual mira 
Le rose che son nate in su la spina. 
E così par che Amor per tutto rida. 
Il disio che mi guida 
Però di consumarmi il cor non fina; 
Ne farà mai; se non veggio quel viso 
Dal qual più tempo stato son diviso. 

Veggo gli augelli a due a due volare 
E l'un l'altro seguir fra gli arboscelli, 
Con far nidi novelli, 

-^ 242 — 



RIME 



Trattando con vaghezza lor natura. 

E sento ogni boschetto risonare 

De' dolci canti lor, che son sì belli 

Che vivi spiritelli 

Paion d'amor creati a la verdura; 

Fuggita è la paura 

Del tempo che fu lor cotanto greve, 

E così par ciascun viver contento. 

Ma io, lasso!, tormento 

E mi distruggo come al sol la neve; 

Perchè lontan mi trovo dalla luce 

Che ogni sommo piacer da se conduce. 

Simil con simil per le folte selve 
Si trovano i serpenti a suon di fischi; 
In fino a' basilischi 

Seguon l'un l'altro con benigno affetto; 
E i gran dragoni e l'altre fere belve, 
Che sono a riguardar sì pien di rischi, 
Punti d'amor e mischi 
D'un naturai piacer prendon diletto. 
E così par costretto 

Ogni animai che in su la terra è scorto 
In questo allegro tempo a seguir gioia. 
Sol io ho tanta noia 

Che mille volte il dì son vivo e morto. 
Secondo che mi sono o buoni o rei 
I subiti pensier ch'io fo per lei. 

Surgono chiare e fresche le fontane 
L'acqua spargendo giù per la campagna, 
Che rinfrescando bagna 
L'erbette i fiori e gli arbori che trova. 
E i pesci ch'eran chiusi per le tane 
Fuggendo del gran verno la magagna. 
A schiera e a compagna 
Giuocan di sopra sì ch'altrui ne giova : 
E così si rinnova 

Per tutto l'alto mare e per li fiumi 
Fra loro un disio dolce che gli appaga, 
E la mia cruda piaga 
Ogn'or crescendo par che mi consumi; 

- 243 - 



FAZIO DEGLI V BERTI 

E farà sempre; fin che 1 dolce sguardo 
Non la risanerà d'un altro dardo. 

Donne, donzelle e giovinette accorte 
Rallegrando si vanno alle gran feste, 
D'amor sì punte e deste 
Che par ciascuna che d'amor s'appaghi; 
Et altre in gonnellette a punte corte 
Giuocano all'ombra delle gran foreste. 
Tanto leggiadre e preste 
Qual soglion ninfe stare appresso i laghi; 
E giovanetti vaghi 
Veggio seguire e donnear con loro, 
E talora danzare a mano a mano. 
Et io, lasso!, lontano 

Da quella che parrebbe un sol tra loro, 
Lei rimembrando tale allor divegno, 
Che pianger fo qual vede il mio contegno. 

Canzone, assai dimostri apertamente 
Come natura in questa primavera 
Ogni animale e pianta fa gioire, 
E ch'io son sol colui che la mia mente 
Porto vestita d'una veste nera 
In segno di dolor e di martire; 
Poi conchiudi nel dire. 
Che allor termineran queste mie pene 
Che a occhio a occhio rivedrò il bel volto. 
Ma vanne omai! ch'io ti conforto bene. 
Che a ciò non starò molto. 
Se gran prigione o morte non mi tiene. 

(Dalla Raccolta di rime antiche di diversi toscani, ecc., del Cor- 
binelli ; la lezione fu riscontrata e migliorata su '1 testo che ne dà il 
Trucchi [Serventese nazionale, ecc.) e su' codd. ricc.) 



— 244 



RIME 



V 

Amor, non so che mia vita far deggia 
Ne qual cammino a campar possa prendere; 
Che i miei lamenti intendere 
Non par l'Angiola bella, tanto è frigida. 
Né però la tua fiamma non s'alleggia, 
Ma più mi sento dentro al core accendere, 
E lei pare sì ntendere 
Di me sì come pietra o cosa rigida. 
Costei crescendo in tempo più s'infrigida, 
Non segue il nome suo ne forma angelica; 
Ma come fera belica 
Contra ètti; e seco non mi vai retorica, 
Ch' i' possa informar lei di tua teorica. 

Per la virtù d'ariete appaiono 
Le verdi foglie e 1 vago fior s'ingenere; 
Ogni fronda vien tenere, 
E partorisce pregna dallo zeffìro. 
Le stelle fredde al nostro polo spaiono. 
Ogni animale e augelletto è in Venere 
E pulisce sua penere, 
E del passato gel par che si beffino. 
E quale in più frondifero 
Bosco celata sta bestia selvatica. 
In l'amorosa pratica, 
Sentendo il dolce tempo, si dimestica. 
Ma pur questa crudel non vien domestica. 

Su' più frigidi monti si dileguano 
Le bianche nevi e giuso al pian fan rivoli; 
E quei che più piacevoli 
Fiumi son stati allor crescono; e strepita 
Delle lor guerre il mar. I pesci attreguano 
E vanno a prova nuotando piacevoli, 
Diventando amorevoli. 
Sentendo crescer l'acqua e farsi tepida. 
Tutta la terra crepita 
E dai più duri sassi fuora germina. 
Ma pur costei non termina 

— 245 — 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV, 16 



FAZIO DEGLI UBERTI 

La sua durezza; ed io pur la desidero; 
E piangon gli occhi che poco la videro. 

11 mar protondo non tromba non litica. 
Cessa dall'ondeggiar forte e malivolo, 
E diventa benivolo, 
Sì che li marinai lieti pileggiano. 
Eolo s'acqueta e sua asprezza mitiga. 
E quei c'hanno d'amore il cor più schivolo, 
Per l'amoroso sivolo 

Degli augelletti eh' al verde vagheggiano, 
Contr' a te non aspreggiano, 
E per lo dolce tempo si confortano 
Ne più durezza portano. 
Ma pur costei non s'addolce, ne scorgere 
La posso a te né per servirla svolgere. 

Omai saper t'ho fatto il gran pericolo. 
Amor, da cui né so ne posso fuggere, 
E veggomi distruggere 
Per lei la vita senza '1 tuo rim.edio. 
Soperchio è il mio dolor, signor, eh' i' cigolo. 
Bench'io m'accheto e non ardisco muggere; 
Sentomi il sangue suggere 

Da' suoi begli occhi, onde alla morte espedio. 
Ma se da cotal tedio 
Mi fai da lei, com'io disio, dissolvere, 
Fin che di me fìa polvere, 
Con fedeltà proclamerò tua gloria 
E vivo e morto avrò di lei memoria. 

(Pubblicata dal Trucchi {Serventese, ecc.) 



VI 

Nella tua prima età pargola e pura 
Ch'eri qual novelletta primavera, 
Cara mia luce e vera. 

Con gli occhi tuoi mi apristi lo 'ntelletto; 
E se allor ti rnostrasti schiva e dura, 

— 246 — 



RIME 



Come tu sai, meraviglia non era 

Perchè d'amor la spera 

Non riscaldava ancora il tuo bel petto. 

E con molto sospetto 

Chiamai più soli il tuo piacere acerbo; 

Ma pur qui non so dir siccome strugge 

Bramar beltà che fugge, 

Se non che io consumava ogni osso e nerbo. 

Così t'amai nella tua puerizia; 

E se allor t'era in ugge, 

Sempre attendea, per ben soffrir, letizia. 

Moltiplicava a dì a dì amore 
In me, siccome in te facea beltate, 
Ch'ogn'or più delicate 
Mostravi, a innamorar, le tue fattezze. 
E tanto fu così vago il mio cuore, 
Che tu venisti in la seconda etate; 
E, come alber l'estate. 
Mostrasti più virtute e più bellezze. 
Qui provai le dolcezze 
Che è amare chi a ragione intenda; 
Qui fu pietà soccorso del mio pianto; 
Qui facesti ben tanto 
Ch' i' non so mai come il merito renda. 
Certo io non dico eh' i' fossi sì oltre 
Ch' io mi possa dar vanto 
Ch' io ti vedessi mai sotto la coltre. 

Ott'anni fu, che non mi parve un'ora. 
Tanto mi piacque il tempo che diviso 
Col tuo vezzoso riso 
Ogni spirito mio facea contento. 
Ed altrettanti ne son iti ancora 
Ch' i' mi trovo lontan dal tuo bel viso, 
E tanto son conquiso 
Che ciascun dì mi paion più di cento. 
Lasso!, se or tormento 
Poiché non posso tua beltà vedere, 
Certo non è da maraviglia farsi; 
Però che mai non arsi 
Com'io ardeva del tuo bel piacere. 

^247 - 



FAZIO DEGLI UBERTI 

E quanto amor mi combatte e martìra 

Sì nel mio pianto parsi, 

Che qualunque mi guarda ne sospira. 

Or se dubbiassi e mi volessi dire 
Che è che non sia morto in tanti stridi, 
E poi come mi fidi 

D'aver portato fede a que' begli occhi; 
r ti rispondo che tal'or venire 
Mi par vedere Amore e che te guidi 
Gentil quanto ti vidi 

Quando prima provai gli ardenti stocchi. 
E par neve che fiocchi 
Del tuo bel viso l'amorosa manna 
Colla qual cibi gli spiriti miei; 
Sicché tu se' colei 

Che campi me che morte non mi danna : 
E poi mia fede è tal che, s'io volessi, 
Partir non mi potrei 
Da te né far eh' un' altra mi piacessi. 

Così com'egli è vero ciò dh'io scrivo. 
Sì disbrami io di te veder la voglia 
In prima che ti togli a 
La tua terza stagion le verdi fronde; 
Bench'io pur pensi che, come l'ulivo 
O ver l'abete al fin non perde foglia. 
Così mai non si spoglia 
Da te beltà per tempo che secondi; 
Ch'i capei crespi e biondi 
Gli occhi e la bocca ed ogni beltà tua 
Non fece Iddio perché venisser meno, 
Ma per mostrare a pieno 
A noi l'esempio della gloria sua. 
O luce mia a cui mi raccomando, 
Per merito sì pieno, 
Sia graziosa a questa ch'io ti mando. 

Canzon, non é bisogna ch'io ti dica 
Dove tu dèi andar: ch'il sai com'io. 
Sol ti prego per Dio 

Che del tornar, quanto tu puoi, t'affretti; 
Che tu sai ben che sopra ogni faticc^ 

— 248 -^ 



RIME 

All'uom c'ha stato bisognoso e rio. 

Come vedi dh'è il mio, 

È l'aspettare e viver con sospetti. 

Poi t'ammonisco che non ti diletti, 

Come hanno fatto le sorelle tue, 

Delle bellezze sue, 

Tanto che del tornar tu fossi niente; 

Che degno è quel servente 

Di mille morti, che 1 suo cammin tarda 

Al gran bisogno, come fece il corbo. 

Or va', figliuola, e guarda 

Al tuo dover ed al mio grave morbo. 

(Pubblicata dal Trucchi {Serventese, ecc.) ; da noi corretta sul 
cod. ricc. 1091.) 



VII 



O povertà, come tu sei un manto 
D'ira d'invidia e di cosa diversa! 
Così sia tu dispersa, 
E così sia colui che ciò non dice! 
Io dico sol per sodisfarmi alquanto 
Di te, o sposa d'ogni cosa persa, 
Per la quale è sommersa 
D'onor al mondo ogni viva radice. 
Tu privazion d'ogni stato felice. 
Tu fai la morte altrui sempre angosciosa 
Bizzarra e disdegnosa; 
Tu più che morte per ragione odiata 
E nel voler d'ogni animo privata. 

Con ragion più che morte sei fuggita, 
Sol perchè morte ogni uom tardo la spera; 
Ma di te, cruda fera, 
Mai non si vede cosa giusta e diva. 
La morte può ben l'uom privar di vita 
Ma non di fama e di virtude altera : 



— 249 — 



FAZIO DEGLI U BERTI 

Anco felice e vera 

Riman perpetuai nel mondo e vìva. 

Ma chi a tua foce sconsolata arriva, 

Sia quanto vuol magnanimo e gentile, 

Che pur tenuto è vile; 

E perciò chi nel tuo abisso cala 

Non speri in alcun pregio spander l'ala. 

E perciò ha terror mia mente ingoiTibra, 
Ch'io prenda alquanto studio al mio riparo 
Ohe, s'io discerno chiaro, 
Per te al furto il leal si conduce. 
Per te l'uom giusto a tirannia sé adonnbra, 
Per te diventa il magnanimo avaro; 
E d'ogni vizio amaro. 
Secondo il mio parer, tu ne se' duce. 
Adunque non s'acquista per te luce, 
Anzi si vien nel tenebroso inferno; 
E, come chiar discerno. 
Infermità prigion morte e vecchiezza 
Al tuo rispetto è luce di dolcezza. 

E con ipocresìa benché sian molti 
Che appellan te con verace desìo, 
Ed allegano Iddio 

Come il tuo stato non gli parve grave; 
Ma ben si sa per gli uomini non stolti 
Se é pover chi di tutto può dir mio; 
Lo me 'ntendo ben io, 

Che a quello il grande affanno par soave. 
Di Dio fu tutto, e tutto ebbe, e tutto have : 
Non dirà alcun che lui povero fu 
Nel tempo che qua giù 
Per dar la gloria a noi visse visibile. 
Perciocché tutto aver gli era possibile. 

Canzon, tu te ne andrai peregrinando; 
E s' alcun trovi che contro ti dia, 
Che povertà non sia 
Assai più fiera ed aspra ch'io non dico, 
La tua risposta sia breve parlando; 
E di' che 'n lui si move ipocresìa. 

— 250 — 



RIME 

E poi con voce pia 

Dirai che poco men son che mendico, 

E non poss'esser di me stesso amico. 

(Attribuita a G. Caveilcanti ; e ora per autorità de' codd. resti- 
tuita all'Uberti.) 



Vili 



Lasso! dhe, quando imaginando vegno 
Il forte e crudel punto dov'io nacqui 
E quanto più dispiacqui 
A questa dispietata di fortuna; 
Per la doglia crudel che al cor sostegno, 
Di lagrime convien che gli occhi adacqui 
E che '1 viso ne sciacqui, 
Ch'ogni duolo e sospiro al cuor s'aduna. 
Come farò io, quando in parte alcuna 
Non trovo cosa che aiutar mi possa, 
E quanto più mi levo più giù caggio? 
Non so : ma tal viaggio 
Consumato have sì ogni mia possa. 
Ch'io vo chiamando morte con diletto; 
Sì m'è venuta la vita in dispetto. 

Io chiamo, io prego, io lusingo la morte 
Come divota cara e dolce cunica. 
Che non mi sia nemica 
Ma vegna a me come a sua propria cosa. 
Ed ella mi tien chiuse le sue porte, 
E sdegnosa vèr me par ch'ella dica 
Tu perdi la fatica, 

Ch'io non son qui per dare a' tuoi par posa. 
Questa tua vita cotanto angosciosa 
Di sopra data ti è, se '1 ver discerno; 
E però il colpo mio non ti distrugge. — 
Così mi trovo in ugge 
A' cieli al mondo all'acqua ed all'inferno. 

— 251 — 



FAZIO DEGÙ UBERTI 

Ed ogni cosa c'Iha poder mi scaccia; 
Ma sol la povertà m'apre le braccia. 

Come dal corpo di mia madre usci' io, 
Così la povertà mi fu da lato, 
E disse — Tè fatato 

Ch'io non mi deggia mai da te partire. — 
E s' tu volessi dir come 1 so io. 
Donne che v'eran me l'hanno contato; 
E piij manifestato 

M'è per le prove, s'io non vo' mentire. 
Lasso! che più non posso sofFerire; 
Però bestemmio in prima la natura 
E la fortuna, con chi n'ha potere 
Di farmi sì dolere : 

E tocchi a chi si vuol, ch'io non ho cura. 
Che tanto è '1 mio dolore e la mia rabbia, 
Ch'io non posso aver peggio ch'or io m'abbia. 

Però ch'io sono a tal punto condotto, 
Qh'io non conosco quasi ov'io mi sia; 
E vado per la via 

Conn'uom ch'è tutto fuor d'intendimento; 
Ne io altrui né altri a me fa motto, 
Se non alcun che quasi com'io stia; 
Più son cacciato via, 
Che se di vita fossi struggimento. 
Ahi lasso me! che così vii divento. 
Che morte sola al mio rimedio chieggio. 
Il cuore in corpo e la voce mi trema. 
Io ho paura e tema 
Di tutte quelle cose ched lo veggio; 
Ed ancor peggio m'indivina il core, 
Che senza fine sarà il mio dolore. 

Mille fiate il dì fra me ragiono 
— Deh, che pure fo io che non m'uccido? 
Perchè me non divido 

Da questo mondo peggior dhe '1 veleno? — 
E riguardando il tenebroso suono 
Io non ardisco a far di me micido; 
Piango lamento e strido, 
E com'uom tormentato così peno. 

— 252 — 



RIME 

Ma quel dì ch'io verrò piuttosto meno 
Si è, ch'io odo mormorar la gente 
Che mi sta piià che ben se io ho male; 
E ch'è gente cotale, 
Che, se fortuna ben ponesse mente 
In meritargli quel che sanno fare, 
E' non avrebbon pan da manicare. 

Canzon, io non so a cui io mi ti scriva; 
Ch'io non credo che viva 
Al mondo uom tormentato com'io sono; 
E però t'abbandono, 
E vanne ove tu vuoi, u' più ti piace. 
Che certo son ch'io non avrò mai pace. 

(Dalla Raccolta di rime antiche di diversi toscani del Corbinel- 
U, ecc., ragguagliata e migliorata su la lezione che ne dà il Trucchi 
{Serventese, ecc.) 



IX 

I PECCATI MORTALI 

Io so' la meda pianta di Superba, 
Che generò di ciascun vizio il seme; 
E quel cotal non ama Dio né teme 
Che si nutrica di questa mia erba. 

Io son mal grata arrogante ed acerba, 
Per cui il mondo tutto piange e geme; 
Io so' nelle gran cose e nell'estreme 
Colei ohe compagnia rompe e disnerba : 

Io so' un monte tra '1 cielo e la terra. 
Che chiudo gli occhi vostri a quella luce 
Che '1 sol della giustizia in voi conduce. 

Col sommo bene sempre vivo in guerra : 
Ver è che, quando regno in maggior pompe, 
Giù mi trabocca e tutta mi dirompe. 



25^ 



FAZIO DEGLI UBERTI 



Io so' la magra lupa d'Avarizia; 
Di cui mai l'appetito non è sazio, 
Ma quanto più di vita ho lungo spazio 
Pili moltìplica in me questa tristizia. 

Io vivo con sospetto e con malizia, 
Ne lemosina fo, né Dio ringrazio. 
Deh odi s'io mi vendo e s'io mi strazio, 
Che mor' di fame e dell'oro ho dovizia. 

Non ho parenti, ne cerco memoria. 
Né credo sia diletto né più vivere 
Che d'imborsare far ragione e scrivere. 

L'inferno è monumento di mia storia; 
E questo è quello bene in cui m'annidolo 
Il fìorin pregio, e Dio tengo per idolo. 



XI 

Ed io Invidia, quando alcuno guardo 
Che si rallegri, vengo umbrosa e trista; 
Nei membri nel parlare e nella vista 
Discuopro il fuoco d'entro ove io ardo. 

Da fratello a fratel non ho riguardo : 
Ognun sa ben quel che per me s'acquista; 
Morir fé Cristo e cercare il salmista 
Dinanzi da Saul co' lo mio dardo. 

Io consumo lo core dov'io albergo : 
Io posso dir dh'io sia discordia e morte 
Di città di reami e d'ogni corte. 

Ai colpi miei non può durare sbergo, 
Per ciò ch'a tradimento gli disserro : 
Io dico colla lingua e non col ferro. 



— 254 — 



XII 

Io so' la sc ria, 

Spoglieransi le chiese e' monasteri; 

Color sanguigni e neri 

Varranno più che scarlatti o velluti; 

Li stormenti e liuti 

Saranno le campane e' tamburelli; 

Le gualdane e' drappelli 

Risponder cenni ed ammattar insegne; 

D'ogni maniera legne 

Si troveranno a due spietati fuochi. 

Oh quanto saran pochi 

Que' che Saturno e Marte a gloria serba! 

O mala italic'erba, 

Come ti veggo acerba — iscellerare, 

E il prezzo a rovinare — diventar esca! 

Molta gente tedesca 

Inghilese e Francesca 

E gli Ungheri e gli Schiavi e gli Spagnoli 

Perderan padri fratelli e figliuoli 

Con agghiadati duoli : 

L'offerta loro a Marte sarà sangue. 

Crudele è chi non langue, 

V^eggendo il demon angue 

Nelle sue reti entrar con tanta preda. 

Non fia più quisti'on di chi sia reda. 

Ma per niente fia quel ch'or è più caro. 

Or pianga ogni uomo avaro, 
E que' che fan suo dio argento ed oro. 
Ov'è Mida con l'oro? 
Ov'è Sardanapalo 
E il traditor Neccalo? 
Ov'è la tirannìa col suo affanno? 
Ov'è ogni tiranno 

Ch'ai nostro tempo portav'alto '1 capo? 
Tu rispondrai — Non sapo. — 

— 268 — 



RIME 

Ov'è superbia in ogni far e dire, 

Ove i vizi seguire 

E lasciar le virtù chiare ed aperte? 

Ma state, o genti, certe. 

Ch'egli è de* santi articoli verckci 

Dio far bene a' veraci 

E punire i fallaci 

E la mala famiglia. 

E dhi ben qui con meco si assottiglia. 

Non li parrà questo dir meraviglia. 

Giustizia m'assicura e dà valore, 

Vero frutto verranne dopo il fiore. 

(Fu pubblicato da F. Trucchi con altre poesie dell' Uberti nel 
1841 in Firenze; poi con miglior lezione nel voi. II delle cit. Poesie 
italiane inedite.) 



XVIII 
ROMA 



Quella virtù che '1 terzo cielo infonde 
Ne' cuor che nascon sotto la sua stella 
Servo mi fé di quella 
Che ne' belli occhi porta la mia pace; 
La qual nulla distanzia la me nasconde. 
Sì nella mente Amor me la suggella; 
E la dolce favella 

Che udir mi pare ogn'or ch'ella più tace. 
Ogni pensier fuor che di lei si sface, 
Prima che alla mente giunto sia. 
Nella mia fantasìa; 
Che senza lei non può punto durare. 
Ma, perchè io veggio Italia devastare, 
r prego Amor che per sua cortesìa 
Tanta graizia mi dia, 
Ch'io possa in sua difesa recitare 
Quello che in visione udì' narrare 

— 269 — 



FAZIO DEGLI UBERTI 

Ad una donna con canuta dhioma, 
La qual mi disse ch'era l'alma Roma. 

Sol con amore un giorno a piccol passo 
Della mia donna ragionando mossi. 
Uscendo fuor de* fossi 
Tenni per un sentier d'un bel boschetto, 
Per lo qual mille volte mi vo -a spasso 
Purgando gli umor freddi secchi e grossi; 
Poi montai gli alti dossi 
De' verdi colli per più mio diletto. 
Quivi mi posi senza alcun sospetto 
Tutto disteso in un prato di fiori; 
E poi a quelli odori 
Sopra le braccia riposai la testa. 
Così dormendo vidi in bruna vesta 
Una donna venir tra più signori; 
E quanti e quali onori 
Si posson far, tutti faceano a questa. 
Eli' era antica solenne et onesta; 
Ma povera pareva e bisognosa; 
Discreta nel parlare e valorosa. 

Ne' suoi sospiri dicea lagrimando 
Con voce assai modesta e temperata : 
— O lassa isventurata, 
Come caduta son di tanta altezza, 
Là dove m'avean posto trionfando 
Gli miei figliuol, magnanima brigata!. 
Che m'hanno or visitata 
Col padre loro in tanta gran bassezza. 
Lassa!, ch'ogni virtù ogni prodezza 
Mi venne men quando morir costoro, 
I quai col senno loro 
Domaro il mondo e riformarlo in pace 
Sotto lo splendor mio, ch'ora si face 
Di greve piombo e poi di fuor par d'oro. 
Or di saper chi foro 
Arde la voglia tua sì che no '1 tace. 
Ond'io farò come chi satisface 
L'altrui voler nella giusta dimanda, 
E perchè di lor fama ancor si spanda. 

— 270 — 



RIME 



Quel biondo grande che sta sol da parte 
Con reverenzia fra questi maggiori 
Ha in cielo quelli onori 
Che l'opere sue belle gli acquistaro : 
Egli è '1 mio genitor, fìgliuol di Marte. 
E gli altri pili reverenti signori 
Son cento senatori, 
Che dopo lui sì ben mi nutricaro 
Un anno e mezzo. E poi mi governaro 
Dugento quarantanni e tre puntati 
Quei sette coronati, 
Fin che Farquin fu da Bruto cacciato. 
Poi resse e governommi il consolato 
Quattrocento sessanta e sette ornati 
Anni ben numerati. 
Essendo consol pria Bruto chiamato; 
Ve' Publicola ancor che gli è da lato. 
Ma, perchè forte a dir di tutti quanti, 
Di loro e d'altri mostrerotti alquanti. 

Quel che tu guardi con tanto diletto 
Per la real sembianza ch'e' ritiene 
È quel da cui conviene 

Prendere esemplo ognun che cerca onore : 
Egli è '1 mio Cesar onde ogni altro è detto. 
Cesar che mia corona in testa tiene. 
Cesar di buona spene. 
Cesar del mondo franco domatore. 
Quel che gli è dietro fu suo successore, 
L'avventurato Augusto. E poi da lato 
Gli vedi l'onorato 

Pompeo Magno e l'ardito Affricano 
E '1 savio Scipione Emiliano 
E Scevola e Cammillo e Cincinnato. 
Vedi Bruto e Torquato, 
Rigidi padri colle scuri in mano. 
L'altro è Orazio, colui che nel piano 
Combattè co' nimici a fronte a fronte. 
Facendo dietro a sé tagliare il ponte. 

Or volgi gli occhi al mio giusto Catone : 
Ve* la sua contenenza e 1 forte petto 

— 271 — 



FAZIO DEGLI UBERTI 

Che sempre fu recetto 

D'ogni virtù et onorato ostello; 

Egli ha da lato il savio Cicerone. 

Fabio Massimo è quel c'Iha dirimpetto, 

Che tien per mano stretto 

Il dignitoso e nobile Marcello. 

Mira due scogli, Fabrizio e Metello; 

Mira le man callose per Tarare 

D'Attilio consolare 

Che abbattè trionfando tante schiere. 

L'altro è Siccio Dentato il battagliere 

Che fu veduto nello stormo entrare 

E con onor tornare 

Cento venti fiate a mie bandiere. 

O fìgliuol mio, ornai leva il pensiere 

In far mia voglia, e pensa se t'è briga; 

Che mal s'acquista onor senza fatiga. 

Onor ti sarà grande et a me stato, 
Se per tuo operar son consolata. 
Essendo abbandonata 
Da tutti que' che mi dovrìeno aitare. 
Raccomandar mi volli al mio senato 
Che m'ha con le sue man dilacerata : 
La porta era serrata, 
E trovai la ragion di fuora stare; 
In su la soglia vidi, per guardare, 
Superbia invidia et avarizia ria, 
E vietarmi la via; 

Sì che miei passi indarno fèr lox corso. 
Or come avrò dal buon Carlo soccorso, 
Che m'ha lasciata avendomi in balìa, 
E non per mia follìa? 
O buon principio, dove se' trascorso! 
Ne spero da' Pugliesi aver soccorso 
Che fan contento ogni uomo a cui diletta 
Giusto giudicio e divina vendetta. 

Però surgi gridando, o fìgliuol mio! 
Desta gl'Italiani addormentati. 
D'amore inebriati 
Delle triste guardiane ch'or nomai. 

— 272 — 



RIME 



Di' lor come a figliuoli il mio desìo, 

Ohe sempre fùr compagni de' miei nati. 

Non sien pigri ne ingrati 

A pormi nel gran seggio ond'io cascai. 

Un sol modo ci veggio, e quel dirai; 

Che piglino quel buono uom che '1 può fare, 

Che mi debbe donare 

Un virtuoso re che ragion tegna 

E la ragion dello impero mantegna; 

Sicché, com'è in pensier. passi oltremare, 

Facendo ognun tremare 

Ch'arme pigliasse contro alla sua 'nsegna; 

Perchè a tanto signor par che s'avvegna 

La destra fiera e la faccia focosa 

Contro a' nemici, e agli altri graziosa. 

O figliuol mio, da quanta crudel guerra 
Tutti insieme verremo a dolce pace, 
Se Italia soggiace 

A un solo re che al mio voler consenta! 
Poi quando Iddio ce lo torrà di terra. 
Gli altri non sien chiamati a ben ti piace; 
Ma, come ogni re face, 
Succederà il figliuolo o il più parente. 
Di che seguiterà immantinente 
Che ciascun rio pensier di tirannìa 
Al tutto ispento fia 
Per la succession perpetuale. 
E quando il suo vessillo imperiale 
Menerà il padre santo a casa mia. 
Vedrai di mercanzìa 
Tutto adornato il paese reale. 
Or vedi la grandezza dove sale 
Questa ch'è donna delle altre province, 
Se 1 suo peccato stesso non la vince. — 

Canzon mia, cerca l'italo giardino 
Chiuso da' monti e dal suo proprio mare; 
E più là non passare, 

Ohe più non disse chi mi die la 'mposta. 
E guarda ad ora ad or da costa a costa 
GJi atti che vedi a chi t'ascolta fare; 

— 273 --. 



FAZIO DEGLI UBERTI 

Che si vuol giudicare 
Tal'or di for l'intenzion nascosta. 
E se trovi la gente mal disposta, 
Se dagli orbi superbi sei derisa, 
Lascia pur fare; e vedrai belle risa. 

(Dai Codd. Rice. 1126, 1156, 735.) 



XIX 

A CARLO IV DI LUZIMBURGO, 
L'ITALIA 

Di quel possi tu ber che bevve Crasso 
E veder le tue membra come Mario! 
O, come Sceva, sia di piaghe vario; 
O divenghi mendico come Oreste! 
Come a Odarete il sol ti passi '1 casso, 
E trovi tai fedel quali ebbe Dario! 
O quale ebbe Tarpeia abbi salario, 
O quante a Giob ti vengano moleste! 
E se non bastan queste 
Tante bestemmie e tanta ria ventura. 
Tante te 'n vengan quante Ovidio augura 
Contra Ibim e se piiì ne furon mai! 
Forse che tu non sai 
Chi sì t' assai non sanza grande e dura 
Cagion, quale udirai con lingua oscura? 
Sappi ch'i' son Italia che ti parlo, 
Di Lusimburgo ignominioso Carlo. 

Qual dolor vince quel che ciascun sente, 
Quando di nuovo veramente sanza 
Si vede più d'aver qualche speranza 
Nel male stato suo lungo e perverso? 
Certo, nessuno : sì com'io dolente 
Ausonia provo, che per grande stanza 

— 274 — 



RIME 



Afflitta sono: ed ora in tua possanza 

Tutto lo mio sperare era converso; 

E '1 mostrai per tal verso. 

Già son cent'anni e più, com'è palese, 

Che a confonder l'impero il Papa intese; 

E tu per lui se' fatto imperadore; 

Ed or col suo favore, 

Quando dovevi, vinto il mio paese, 

Gir oltramar. di quello fai le spese 

C'ihai tolto qui e ne porti in Boemme, 

E me abbandoni con Gerusalemme. 

O d'Aquisgrana maladetta paglia! 
O di Milano sventurato ferro 
E di Roma anche l'oro, il qual te, erro, 
Ha come imperadore incoronato! 
Che la tua spada dove de' non taglia; 
E '1 tuo parlar può dir — Mai non disserro 
\^ero; — ma '1 grembo tuo può ben dir — Serro, 
E chiudo sanza aprir ciò che m'è dato. — 
Ciascun da te ingannato 
Si trova, salvo ch'uno il qual mi disse. 
In prima che tu fuor di Praga uscisse 
Per venir qua, poi che ti coTioscea 
— Italia, il tuo Enea 
Non fé tanto per te mentre che visse. 
Ne Cesar né Augusto, e chi sconfìsse 
Brenno e Annibale e Pirro mise in caccia. 
Che questo Carlo più non ti disfaccia. — 

O Roma più che mai isconsolata! 
O più clhe mai' guasta Siena e Pisa! 
O più che mai Toscana in mala guisa! 
O più che mai or serva Lombardia! 
O più dhe mai ancor gente scacciata 
Dalla mia terra per parti divisa! 
Com'è la tua speranza, omè!, derisa 
D'aver al tuo tornar omai più via! 
Chi vorrà più che sia 
Venuto dalla Magna alle mie parti, 
V'eggendo te aver tese tue arti 
A tor danari e gir con essi a casa? 

— 275 — 



FAZIO DEGÙ LIBERTI — RIME 

Ahi stirpe rimasa 

Diversa al tuo buon avo! perchè darti 
Volesti questo impaccio a coronarti, 
Togliendo in ciò forse la volta a tale 
Ch'aria ben fatto, dove tu fai male? 

Tu dunque, Giove, perchè '1 santo uccello 
(Sotto il qual primamente trionfasti, 
E poi a me da' Dardani il mandasti; 
E fé di Roma nido a suo gran parto 
Col gran Quirino prima e col fratello. 
Poi con voi suoi seguaci che il portasti 
Quando in cinquecent'anni m'acquistasti 
E poi in duecento l'altro mondo isparto) 
Da questo Carlo quarto 
Imperador non togli e dalle mani 
Degli altri lurchi moderni Germani, 
Che d'aquila un allocco n'hanno fatto? 
Rendilo sì disfatto 
Ancora a' miei Latini e ai Romani; 
Forse allor rifarà gli artigli vani. 
Co' quali e con qual gente altre fiate 
Fé che le porte furo a Gian serrate. 

Canzon, non aver téma. 
Benché il tuo tèma sia molto aspro a dire; 
Che spesso lo corregger, per ver dire, 
Lo mal far d'uno, a mille ne fa bene. 
E poi, se pure avviene 
Che vegga quei dhe qui tua rima tocca, 
Apri la bocca e digli tutto intero; 
Che non puote mal dir chi dice il vero. 

(La pubblicò monca e scorretta il Trucchi {Servsntese e Poesie 
liriche di F. degli Liberti, ecc.); l'abbiamo corretta su i codd. 1050- 
1041 riccard.) 



RICCARDO DEGLI ALBIZZI 



Che fate, donne, che non soccorrete 
A confortare il pianto di costei, 
Da poi che in vèr di lei 
Morte nemica tanto s'è mostrata? 
Con fera crudeltate 
Ell'ha tirata a sé nella sua rete 
La sua pili cara speme e più fidata, 
E così l'ha lasciata 

Ignuda; onde non fina dire — Omei! — 
Pel duolo ch'ella paté 
Batte sue gote adorne di beltate 
Colle sue man, piangendo. 
Dolcemente dicendo 
— O morte cruda, di mio mal cagione. 
Perchè sanza ragione 
M'ihai tolto quella ch'era mia colonna, 
Cortese e savia più che altra donna? 

Tu m'ha' tolto colei per cui era 
Gradita più che per madre altra figlia, 
Onde le tue artiglia 

Par ch'aggian non pur lei ma me passato; 
Il cor tal doglia sente. 
Ben se' più cruda che null'altra e fera. 
Ad aver tale amore scompagnato 
E bene addimostrato 
A lei e a me quanto bene scompiglia 
Tuo colpo e tuo pavento. 
E poi che ne conviene esser contento, 

— 277 — 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV, (8 



RICCARDO DEGLI ALBI ZZI 

Come che tu ci volga, 

r ti prego che tolga 

A me la vita, sì che lo miio core 

Non senta tal dolore : 

Che, poi ch'è morta lei, megli' è morire 

Che viver trista e sempre mai languire. — 

Cota' parole nel suo pianto nota 
Quella donna gentil di cui io scrivo, 
Per la quale io ragiono 
Tener nel mondo la serena vita 
Contenta al suo volere. 
Però qual con virtù guida sua rota 
Di voi, donne gentil, chi non l'aita? 
Sicdhè non fia partita 
Sua gran beltate per vostro abbandono 
Dal sommo e bel piacere. 
Gite per confortar il suo dolere 
Colle dolci parole, 
Sicché il martìr che dole 
Non vada consumando tanto bene. 
Oimè! che non s'avviene, 
Siccome a voi. a me a consolarla, 
Che volentier girei ratto aitarla? 

I suoi begli occhi che parìen duo stelle 
Son per lo pianger tutti invetriati; 
Che solean più ornati 
Esser di luce, che il possente raggio 
Ministro di natura. 
Le gote, che solean vermiglie e belle 
Mostrarsi e non avere alcun paraggio, 
Han ricevuto oltraggio 
Dalle sue palme; e' color son mutati 
In livida pintura. 



Però da ciascun lato 

Vi piaccia aoTDerar che si conforti 

E ohe tal doglia dolcemente porti. 

Poi piglia colle man la treccia bionda 
E spande per le mani i suo* capelli, 
£ \ crin che soia sì belli 

-^ 278 -^ 



RIME 

Sì tira fuor del capo; e con gran lutto 
Parla soavemente 

— Perchè rubato m'hai da ogni sponda 
La mia speranza ed hai il cor distrutto? 
Sicché tu hai del tutto, 

O falsa morte, co' tuoi colpi felli 

Dinudata la mente 

D'ogni diletto, e me lasci dolente 

Accompagnata di duri sospiri, 

E di cotai martìri 

Ristori sì gran danno com'io porto. 

Ma poi che t'è accorto 

E conceduto dalla gran potenza, 

Conviemmel comportar con sofferenza. — 

r non saprei, canzon, darti dottrina 
Di far di tal tristizia il portamento; 
Che a tuo grave lamento 
Convien pur dimostrar come tu sia 
D'ogni dolor trafìtta. 
Però a capo chin tosto cammina 
Piangendo su per la diritta via; 
E fa' che tu non stia 

Fin che tu trovi quella ch'è in tormento 
Sua luce a pianger fìtta. 
E come giugni, ginocchion ti gitta, 
E dirai sospirando : 

— Madonna, lagrimando, ' 
Il vostro servo m'ha qui a voi mandata 
Con cotale ambasciata : 

Che per amor di lui vi confortiate. 
Sicché non perda il viso sua beltate. — 

(Dal voi. II delle Poesie italiane inedite, ecc., per F. Trucchi.) 



GIOVANNI BOCCACCI 



I 

Io son del terzo ciel cosa gentile, 
Sì vago de' begli occhi di costei 
Ohe s'io fossi mortai me ne morrei. 

E vo di fronda in fronda a mio diletto 
Intorniando gli aurei suoi crini, 
E me di me accendendo. 
E 'n questa mia Fiammetta con effetto 
Mostro il poter de' dardi miei divini. 
Andando ogn'uom ferendo 
Che lei negli occhi mira; ov'io discendo 
Ciaschedun'ora ch'è piacer di lei. 
Vera regina degli regni miei. 

(Dal libro V del Filocopo.) 



II 

INVOCAZIONE DELL'AMETO 

Quella vertù che già l'ardito Orfeo 
Mosse a cercar le case di Plutone, 
Allor che forse lieta gli rendeo 

La cercata Euridice a condizione 
E dal suon vinto dell'arguto legno 
E dalla nota della sua canzone, 

— 280- 



RIME 



Per forza tira il mio debile ingegno 
A cantar le tue lode, o Clterea, 
Insieme con le forze del tuo regno. 

Dunque, per l'alto cielo ove se* dea, 
Per quella luce che piiì ti fa bella 
Ch'altra a cui Febo del suo lume dea. 

Per lo tuo Marte, o graziosa stella, 
Per lo pietoso Enea, e per colui 
Che fìgliuol fu di Mirra sua sorella 

Cui già più amasti nel mondo ch'altrui. 
Per la potenzia del tuo santo foco 
Nel quale acceso sono e sempre fui; 

Se ti sia dato lungo e lieto loco 
Di dietro al sol nell'urnile animale 
Che Europa ingannò con falso gioco; 

Metti nel petto mio la voce tale 
Qual sente il gran poter della tua forza; 
Sì che 1 mio dire al sentir sia eguale, 

E più a dentro alquanto che la scorza 
Possa mostrar della tua deitate, 
A che l'ingegno mio s'aguzza e sforza. 

E te Cupido per le tue dorate 
Saette prego, e per quella vittoria 
Ohe d'Apollo prendesti, e per l'amate 

Ninfe (se alcuna mai di tanta gloria 
Vantar potessi, ched ella piacesse 
Agli occhi tuoi, o nella tua memoria 

Siccome amata cosa loco avesse), 
Che tu perdoni, alquanto alleviando 
Le fiamme nuove dal tuo arco messe 

Nel cor, che sempre notte e dì chiamando 
Va il tuo nome per mercè sentire 
Di ciò che lui con disio tenne amando; 

Sì che io possa più libero dire. 
Non vinto da dolor ne da paura, 
Quel che con gli occhi presi e con l'udire. 

E tu, più ch'altra, bella creatura, 
Onesta vaga lieta e graziosa, 
Donna gentil, angelica figura; 

— 2S\ — 



GIOVANNI BOCCACCI 

A cui suggetta T anima amorosa 
Di me dimora in pena sì contenta 
Che poco più ne vive altra gioiosa; 

Leva la voce tua et il ciel tenta 
Co' preghi tuoi, che meritano effetto, 
Se ver nel tuo bel viso s'argomenta; 

E prega sì che possa il tuo suggetto 
Della tua gran bellezza a pien parlare 
Ciò dhe ne sente nel ferito petto. 

Chi sarà quello iddio ch'a te negare 
O voglia o possa quel che chiederai? 
Nullo, ch'io creda; ch'a cìaschedun pare 

Te degna del lor luogo : ove se mai 
Sarai (che vi sarai), nel divin seno 
Me che più t'amo ancor riceverai. 

Ecco, ch'io vaglio poco, e molto meno 
Sanza di te i' spero di valere : 
Dunque l'aiuto grazioso e pieno 

Di te in me discenda, il cui potere 
Più ch'a te piaccia avanti non si stende; 
A ciò ch'io possa parlando piacere. 

Vedi la mente mia come s'accende 
Quello attendendo; e d'alcun altro iddio 
Quasi non cura; e solo il tuo attende, 

Per dire intero ciò che ha nel desìo : 
Adunque il tuo a lei più dh' altro caro, 
Madonna, presta grazioso e pio. 

Io mostrerò essere stato avaro 
Negli altri aspetti Giove di bellezza, 
A rispetto di quella che formaro 

Le sorelle fatai nella chiarezza 
Che spande il viso tuo e di coloro 
Che in compagnia della sovrana altezza 

Di te conobbi in grazioso coro, 
Nel dolce tempo che cantan gli uccelli, 
Istanti all'ombra d'un virente alloro; 

E '1 bel parlare, e gli atti lieti e isnelli, 
E l'operata già somma salute 
Da voi ne' campi amorosi. Ed in quelli, 

— 282 — 



RIME 



Com'io posso, comincio, tua virtute 
Superinfusa aspettando che vegna; 
Tal che per te le mie cose vedute 

In questo stile che appresso disegna 
La mano acquistin lode, e il tuo valore 
Fino a le stelle, siccome di degna 

Donna, si stenda con eterno onore. 

(Questo e i due seguenti ternari! sono tratti dall' Ameto.) 



Ili 

CANTO DI AMETO 

Febo salito già a mezz'il cielo 
Con più dritto occhio ne mira, e raccorta 
L'ombra de' corpi che gli si fan velo; 

E zefiro suave ne conforta 
Di lui fuggire e l'ombre seguitare. 
Fin che da lui men calda ne sia porta 

La luce sua, che nell'umido mare 
Ora si pasce et in terra pigliando 
Il cibo qual a sua deità pare. 

Et ogni fiera ascosa, ruminando 
Quel c'ha pasciuto nel giovane sole, 
Tien le caverne lui vecdhio aspettando. 

Fra l'erbe si nascondon le vi'ole 
Per lo venuto caldo, e gli altri fiori 
Mostran bassati quanto lor ne duole. 

Nessun pastore or è rimasto fuori 
Ne' campi aperti con le sue capelle. 
Ma sotto l'ombre mitigan gli ardori. 

Taccion le selve, e tace ciò che 'n quelle 
Suol far remore; e ciò che fu palese 
Al basso Febo or è nascoso in elle. 

Le reti ora per venti son distese; 
E gli archi per lo caldo risoluti 
Porger non possono or le gravi offese; 

— 283 — 



GIOVANNI BOCCACCI 

Né san sì forti aguale i ferri aguti 
Degli volanti strai, fatti ferventi 
Da' caldi raggi allor sopravvenuti. 

E ciascheduna cosa i blandimenti 
Ora dell'ombre cerca. Ma tu sola, 
Lia, trascorri per l'aure cocenti; 

E, trascorrendo, agli occhi miei s'imbola 
La vista della tua chiara bellezza, 
Che sol di se ogn'or più mi dà gola. 

Deh! lascia omai degli monti l'altezza; 
Non infestar le selve e te con loro; 
Vieni a riposo della tua lassezza. 

Discendi a questi campi con quel coro 
Piacevole, che teco in compagnia 
Suol sempre far grazioso dimoro. 

Vedi qui l'acque, vedi qui l'ombrìa 
E i campi erbosi senza alcun difetto 
Fuor solamente che tu in essi sia. 

Adunque vieni; e l'usato diletto 
Prendi come tu suoli, e gli occhi miei 
Lieti rifa' col tuo giocondo aspetto. 

Perdona a' tuoi affanni; a' quai vorrei 
Pila tosto esser compagno che salire 
A far maggiore il numero de' dèi. 

Perdona all'arco e a' cani che seguire 
Più non ti possono, et omai discendi 
A questi prati, o caro mio disire. 

Qui dilettevoli ore a trar contendi; 
E '1 dilicato corpo all'ombre grate. 
Lieta posando, sopra l'erbe stendi. 

Qui, come suoli cantando altre fiate. 
Ne vieni omai : perchè dimori tanto 
Di render te all'ombre disiate? 

Le tue bellezze degne d'ogni canto 
Non posson es§er tocdhe col mio metro 
Non degno a ciò; ma pur dironne alquanto. 

Tu se' lucente e chiara più che '1 vetro. 
Et assai dolce più ch'uva matura 
Nel cuor ti sento ov'io sempre t'impetro. 

— 284 — 



RIME 



E sì come la palma in vèr l'altura 
Si stende, così tu, vie più vezzosa 
Che '1 giovinetto agnel nella pastura, 

E se' più cara assai e graziosa 
Che le fredde acque ai corpi faticati 
C che le fiamme a* freddi o ch'altra cosa. 

E i tuoi capei più volte ho simigliati 
Di Cerere alle spoglie secche e bionde. 
D'intorno crespi, al tuo capo legati. 

E le tue parti ciascuna risponde 
Sì bene al tutto, e il tutto alle tue parti, 
Se non m'inganna quel dhe si nasconde. 

Che per sommo desìo sempre a mirarti 
Di grazia chiederei al sommo Giove 
Di star, sol ch'io non credessi noiarti. 

Dunque, se quella dea ti guida e muove 
Di cui tu già cantasti, vieni omai : 
Non è quest'ora a te d'essere altrove. 

Fa' salve le bellezze che tu hai. 
Che dal calor diurno offese sono 
Ogn'ora più che tu più istarai. 

Vieni, ch'io serbo a te giocondo dono; 
Che io ho colto fiori in abbondanza, 
A gli occhi bei, d'odor soave e buono. 

E, sì come suol esser mia usanza. 
Le ciriege ti serbo; e già per poco 
Non si riscaldan per la tua istanza. 

Con queste, bianche e rosse come foco, 
Ti serbo gelse mandorle e susine, 
Fragole e bozzacchioni in questo loco. 

Belle peruzze e fichi sanza fine. 
E di tortole ho preso una nidata. 
Le più belle del mondo, piccoline. 

Con le quai tu potrai lunga fiata 
Prender sollazzo. Et ho due leprettini 
Pur teste tolti alla madre piagata 

Dall'arco mio, e son sì monnosini 
Che meritar perdon veggendoli io. 
Et ho con lor tre cerbi pìccolini, 

— 285 — 



GIOVANNI BOCCACCI 

Che nelle reti entrati con disio 
Per te gli presi; et ho molte altre cose, 
Le quai ti serbo, donna del cor mio : 

Pur che tu scendi tosto alle pietose 
Ombre, lasciando le selve, alle quali 
Non ti falla il tornar, quando noiose 

Non fien le fiamme, a seguir gli animali. 



IV 

ALCESTO E ACATEN 

ALCESTO 

Come Titan del seno dell'Aurora 
Esce, così con le mie pecorelle 
I monti cerco senza far dimora : 

E poi ch'i' ho là su condotte quelle. 
Le nuove erbette della pietra uscite 
Per caro cibo pongo innanzi ad elle : 

Pasconsi quivi timidette e mite, 
E servan lor grassezza di tal forma 
Che non curan del lupo le ferite. 

ACATEN 

Io servo nelle mie tutt'altra norma; 
Sì come i pastor siculi, da' quali 
Esempio prende ogni ben retta torma. 

Io non fatico loro a' disuguali 
Poggi salire; ma ne' pian copiosi 
D'erbe infinite do lor tante e tali, 

Che gli uberi di quelle fan sugosi 
Di tanto latte, ch'i' non posso avere 
Vaso sì grande in cui tutto si posi. 

Né i loro agnei ne posson tanto bere 
Ch' ancor più non ne avanzi. Et honne tante 
Qh'i' non ne posso il numero sapere; 

— 286 — 



RIME 



Né perchè il lupo se ne porti alquante 
r non me 'n curo, tale è la pastura 
Che tosto più ne rende o altrettante. 

r do loro ombre di bella verdura, 
Ne con vincastro vo quelle battendo : 
Come le piace, ognuna ha di se cura. 

Vicini ha molti rivi che correndo 
D'intorno vanno a loro, ove la sete 
Ispenta, poi la vanno raccendendo. 

Ma voi Arcadi sì poche n'avete, 
Che 1 numero v'è chiaro; e tanto affanno 
Donate lor, che tutte le perdete; 

E non che pascere ma elle non hanno 
Ne* monti ber che basti : e pur pensate 
Di più saper che noi, con vostro danno. 

ALCESTO 

Le nostre in fonti chiare dirivate 
Di viva pietra beon con sapore 
Tal dhe le serva in lieta sanitate : 

Ma le tue molte tirano il licore 
Mescolato col limo, e tabefatte 
Corrompon l'altre e muoion con dolore. 

E le tue furibonde rozze e matte. 
Diversi cibi avendo a rugumare, 
Deboli e per ebrezza liquefatte 

Si rendono, e non posson perdurare 
In vita guari; et il lor latte è rio 
Ne può vitali agnei mai nutricare. 

Ma il cibo buono che il peculio mio 
Dalla pietra divelto pasce e gusta 
Lor poche serva buone; e ciò che io 

Ne mungo è saporoso. E quella angusta 
Fatica del salir le fa vogliose, 
E veder chiar dall'erba la locusta. 

L'aria del monte le fa copiose 
Di prole tal che 'n bene ogn' altro avanza, 
Poi l'empie d'anni e falle prosperose. 

— 287 — 



GIOVANNI BOCCACCI 

Et è sì lor per continova usanza 
Il sol leggier, che ciascuna più lieta 
È sotto lui che 'n altra dimoranza : 

Avvegna che quand'ei già caldo vieta 
Il cibo più, col mio suon le contento, 
Cui ciascheduna ascolta mansueta. 

10 guardo dor sollecito dal vento 
E nella notte vegghio sopra loro, 
Alla salute di ciascuna attento. 

ACATEN 

A me non cai vegghiando far dimoro 
Ne sampogna sonar; che per se sola 
Diletto prende ognuna in suo lavoro. 

Ne non mi curo s'alia mia parola 
Non ubbidiscon subito presente, 
Sol ch'io me n'empia la borsa e la gola. 

Com'io le guardo a chi ben le pon mente, 
Le tue veggendo, e '1 numero ne prende, 
All'avanzar mi fa più sofficiente; 

In cihe la cura nostra più s'accende 
Che ad aver poca gregge e vivace 
D'onde non tra'si quanto l'uom vi spende. 

Che dirai qui? Or non parla ma tace 
Alcesto al mio cantar, però che vero 
Conosce quello, e già per vinto giace. 

ALCESTO 

11 tuo parlare è falso e non sincero. 
Perch'io non taccio né credo esser vinto. 
Ma vincitor di qui partir mi spero. 

Tu hai il nostro canto in ciò sospinto. 
Chi è più ricco e chi più mandra tira; 
Dove di miglior guardia fu distinto 

Che cantassimo qui; la qual chi mira 
Con occhio alluminato di ragione 
Vedrà chi meglio intorno a ciò si gira. 

— 288 — 



RIME 



ACATEN 

Dunque a ciò conch'iude la quistlone: 
Chi più avanza, quelli ha nne' guardato 
E più sa del guardar la condizione. 

ALCESTO 

Non son da por già mai per acquistato 
I tuoi agnei, dhè molti a tristo fine 
Si vede tosto, lasso, apparecchiato; 

Ma le mie poche, nell'alto confine 
Vivaci poste, e d'assalto sicure, 
Non curanti di lappole o di spine, 

E tutte fuor delle brutte misture, 
Bianche, con occhio chiaro, e conoscenti 
Di me che lor conduco alle pasture. 

ACATEN 

Tu fai come ti par tuoi argomenti : 
Ma molto è meglio delle mie il diletto 
Che l'iitil delle tue che sì aumenti. 

Quando vorrò, da cui mi fia interdetto 
Di su salire al monte? ove pasciute 
Assegni delle tue tanto perfetto. 

ALCESTO 

Da quelle erbacce gravi ritenute 
Nell'ampio ventre, ch'affamate e piene 
Sempre le tien, di salir fien tenute. 

ACATEN 

Queste son tue parole: ne conviene 
A te di me parlar, perchè non sai, 
Ne' monti usato, e l'uso ancor ti tiene. « 

ALCESTO 

Ne' monti dov'io uso i' apparai 
Da quelle Muse che già li guardare, 
E nelle braccia lor crebbi e lattai. 

Ma tu più grosso ch'altro, in cui riparo 
Già mai senno non fece né valenza, 
Tàciti ornai : che gli tuo' versi amaro 

•^ 289 ^ 



GIOVANNI BOCCACCI 

Suon rendono a coloro a cui sentenza 
Come di savie stiamo : e la tua male 
Di pasturare qui difesa scienza 

Con altrui cerca coprirla di tale 
Mantel, che meco; dhè tu se' inimico 
Di greggia, più che guardia o mandriale; 

Di che ancora anderai tristo e mendico. 



V 

Io son sì vaga della mia bellezza, 
Che d'altro amor già mai 
Non curerò ne credo aver vaghezza. 

Io veggio in quella, ogn'ora ch'io mi specchio, 
Quel ben che fa contento lo 'ntelletto; 
Ne accidente nuovo o pensier vecchio 
Mi può privar di sì caro diletto. 
Qual altro dunque piacevole oggetto 
Potrei veder già mai. 
Che mi mettesse in cor nuova vaghezza? 

Non fugge questo ben, qual'or disio 
Di rimirarlo in mia consolazione; 
Anzi si fa in contro al piacer mio 
Tanto soave a sentir, che sermone 
Dir noi potrìa ne prendere intenzione 
D'alcun mortai già mai. 
Che non ardesse di cotal vaghezza. 

Et io, dhe ciascun'ora più m'accendo 
Quanto più fiso tengo gli occhi in esso. 
Tutta mi dono a lui, tutta mi rendo, 
Gustando già di ciò ch'el m'ha promesso; 
E maggior gioia spero più da presso 
Sì fatta, che già mai 
Simil non si sentì qui di vaghe2:za. 

(Questa e le tre seguenti Ballate sono tratte dal Decamerone.) 

— 290 — 



RIME 



VI 



Io mi son giovinetta, e volentieri 
M'allegro e canto in la stagion novella, 
Merzè d'Amore e de' dolci pensieri. 

Io vo pe* verdi prati riguardando 

I bianchi fiori e' gialli et i vermigli, 

Le rose in su le spine e i bianchi gigli; 

E tutti quanti gli vo somigliando 

Al viso di colui che me amando 

Ha presa e terrà sempre, come quella 

Ch'altro non ha in disio ch'e* suoi piaceri. 

De' quai quand'io ne trovo alcun che sia 
Al mio parer ben simile di lui, 

II colgo e bacio, e parlomi con lui, 
E, com'io so, così l'anima mia 
Tututta gli apro e ciò che '1 cor disia; 
Quindi con altri il metto in ghirlandella 
Legato co' miei crin biondi e leggieri. 

E quel piacer che di natura il fiore 
Agli occhi porge, quel simil me '1 dona 
Che s'io vedessi la propria persona 
Che m'ha accesa del suo dolce amore : 
Quel che mi faccia più il suo odore. 
Esprimer noi potrei con la favella; 
Ma i sospir ne son testimon veri. 

Li quai non escon già mai del mio petto. 
Come dell'altre donne, aspri ne gravi; 
Ma se ne vengon fuor caldi e soavi, 
Et aJ mio amor se *n vanno nel cospetto. 
Il quai, come gli sente, a dar diletto 
Di se a me si muove, e viene in quella 
Ch'i' son per dir — Delh vien, ch'i' non disperi. 



— 291 — 



GIOVANNI BOCCACCI 



VII 



Lagrimando dimostro 
Quanto si dolga con ragione il core 
D'esser tradito sotto fede Amore. 

Amore, allora che primieramente 
Ponesti in lui colei per cui sospiro 
Senza sperar salute, 
Sì piena la mostrasti di virtute, 
Che lieve reputai ogni martire 
Che per te nella mente, 
Ch'è rimasa dolente. 
Fosse venuto : ma il mio errore 
Ora conosco, e non senza dolore. 

Fatto m'ha conoscente dello 'nganno 
Vedermi abbandonato da colei 
In cui sola sperava; 
Ch'allora ch'i' più esser mi pensava 
Nella sua grazia e servidore a lei. 
Senza mirare il danno 
Del mio futuro affanno, 
M'accorsi lei aver l'altrui valore 
Dentro raccolto, e me cacciato fore. 

Com io conobbi me di fuor cacciato, 
Nacque nel core un pianto doloroso 
Che ancor vi dimora; 
E spesso maladico il giorno e l'ora 
Che pria m'apparve il suo viso amoroso 
D'alta biltà ornato 
E più che mai 'nfìammato : 
La fede mia la speranza e l'ardore 
Va bestemmiando l'anima che more. 

Quanto '1 mio duol senza conforto sia, 
Signor, tu '1 puoi sentir, tanto ti chiamo 
Con dolorosa voce; 
E dicoti che tanto e sì mi cuoce, 
Ohe, per minor martìr, la morte bramo. 
Venga dunque, e la mia 
Vita crudele e ria 

— 292 — 



RIME 



Termini col suo colpo, e *1 mio furore; 
Ch'ove ch'io vada il sentirò minore. 

Nuli' altra via ni'un altro conforto 
Mi resta più che morte alla mia doglia. 
Dàllami dunque ornai : 
Pon fine, Amor, con essa alli miei guai, 
E '1 cor di vita sì misera spoglia. 
Deh fallo, poi ch'a torto 
M'è gioi' tolta e diporto! 
Fa' costei lieta, morend'io, signore, 
Come l'hai fatta di nuovo amadore! 

Ballata mia, se alcun non t'appara, 
Io non me n curo, per ciò che nessuno 
Com'io ti può cantare. 
Una fatica sola ti vo' dare; 
Che tu ritruovi Amore, e a lui sol uno 
Quanto mi sia discara 
La trista vita amara 

Dimostri a pien, pregandol che 'n migliore 
Porto ne ponga per lo suo valore. 



Vili 

Deh lassa la mia vita! 
Sarà già mai ch'io possa ritornare 
D'onde mi tolse noiosa partita? 

Certo io non so, tanto è '1 disio focoso 
Che io porto nel petto 
Di ritrovarmi ov'io, lassa!, già fui. 
O caro bene, o solo mio riposo, 
Che '1 mio cor tien distretto, 
Deh! dilmi tu; dhè '1 domandarne altrui 
Non oso ne so cui. 

Deh, signor mio, deh fammelo sperare, 
Sì ch'io conforti l'anima smarrita, 

r non so ben ridir qual fu 1 piacere 
Che sì m'ha infiammata, 

— 293 — 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV. 19 



GIOVANNI BOCCACCI 

Che io non trovo dì ne notte loco; 

Perchè l'udire e '1 sentire e '1 vedere 

Con forza non usata 

Ciascun per se accese novo foco 

Nel qual tutta mi coco; 

Ne mi può altri che tu confortare 

O ritornar la virtiì sbigottita. 

Deh dimmi s'esser dee, e quando fìa, 
Ch'io ti trovi già mai, 

Dov'io basciai quegli ocdhi che m'han morta. 
Dimmil, caro mio bene, anima mia, 
Quando tu vi verrai; 
E col dir tosto alquanto mi conforta. 
Sia la dimora corta 
D'ora al venire e poi lunga allo stare. 
Ch'io non me 'n curo, sì m'ha Amor ferita. 

Se egli awien che io mai più ti tenga, 
Non so s'io sarò sciocca, 
Com'io or fui, a lasciarti partire. 
Io ti terrò, e che può sì n'avvenga; 
E della dolce bocca 

Convien ch'io sodisfaccia al mio disire : 
D'altro non voglio or dire. 
Dunque vien tosto, vienmi ad abbracciare; 
Che '1 pur pensarlo di cantar m'invita. 



IX 



Il fior che '1 valor perde, 
Da che qui cade, mai non si rinverde. 

Perdut'ho '1 valor mio, 
E mia bellezza non sarà com'era; 
Però eh' è van desìo, 

Chi perde il tempo e d'acquistarlo spera; 
Io non son primavera 
Ch'ogni anno si rinnova e fassi verde. 

— 294 — 



RIME 

Io maledico l'ora 
Che 1 tempo giovenil fuggir lasciai; 
Femmina essendo, ancora 
Essere abbandonata non pensai : 
Non si rallegra mai 
Chi '1 primo fiore del primo amor perde. 

Ballata, assai mi duole 
Cha me non lice di metterti in canto : 
Tu sai ohe '1 mio cor suole 
Vivere con sospiri doglia e pianto : 
Così starò fin tanto 
Che '1 foco di mia vita giunga al verde. 

(Questa Ballata e tutte le seguenti poesie son tratte dalle Rime 
di G. Boccaccio, pubblicate per G. Baldelli, Livorno, 1801.) 



X 

Intorno ad una fonte, in un pratello 
Di verdi erbette pieno e di bei fiori, 
Sedeano tre angiolette, i loro amori 
Forse narrando; et a ciascuna il bello 

Viso adombrava un verde ramoscello 
Che i capei d'or cingea; al qual di fuori 
E dentro insieme i dua vaghi colori 
Avvolgeva un soave venticello. 

E dopo alquanto l'una alle due disse, 
Com'io udii — Deh! se per avventura 
Di ciascuna l'amante qui venisse, 

Fuggiremmo noi quinci per paura? — 
A cui le due risposer — Chi fuggisse, 
Poco savia sarìa con tal ventura. — 



— 295 — 



GIOVANNI BOCCACCI 



XI 



Amor, dolce signore, 
Poi c'hai il nostro cuore in tua balìa, 
Per dio, fanne contente. 

Tu se' nostro signor caro e verace, 
E noi così volemo; 
Tu se' colui che ne può render pace 
Nel gran disio che avemo. 
Però quanto potemo 
Preghiam tua signorìa, 
Che in vèr di noi si porti umilemente. 

Noi siam qui giovinette, e tu il ti sai 
Che poco di gravezza 
Che noi sentiam ci par sentire assai. 
Però la tua grandezza 
A chiunque la sprezza. 
Signor, falla sentire; 
Ohe a noi non cai, che siam tue veramente. 

Fa' sentire a coloro il tuo valore. 
Che si fanno chiamare 
Innamorati senzia farti onore : 
Che se tu fai provare 
Lor quanto tu puoi fare, 
Saranno innamorati; 
E noi ti loderem più degnamente. 

Noi ardiam tutte per la tua virtute 
Nel tuo cocente foco. 
Per dio, mercè! deh, donaci salute 
Anzi che mutiam loco! 
Che già a poco a poco 
Per te ci consumiamo. 
Se tu non ci soccorri tostamente. 

Fa', signor nostro, gli animi pietosi 
Degli nostri amadori; 
Raffrena alquanto i lor atti orgogliosi 
Con più aspri dolori 
Che non hanno ne' cori; 

— 296 — 



RIME 



Sicché la nostra pena 

E* provi come noi chi non la sente. 

Entra in gli orecchi qui, ballata, avanti 
Ad Amor nostro sire : 
E, come tu pietosamente canti 
I nostri aspri martìri. 
Fa' che preg2uido il giri 
A darci tosto gioia, 
Prima che ei n'uccida crudelmente. 



XII 

Perir possa il tuo nome, Baia, e il loco; 
Boschi selvaggi le tue piagge sièno; 
E le tue fonti diventin veneno, 
Ne vi si bagni alcun molto ne poco; 

In pianto si converta ogni tuo gioco, 
E suspetto diventi il tuo bel seno 
A' naviganti; il nuvolo e '1 sereno 
In te riversin fumo solfo e fuoco : 

Ohe hai corrotto la più casta mente 
Che fosse in donna colla tua licenza, 
Se il ver mi disser gli occhi, non è guari; 

Laonde io sempre viverò dolente. 
Come ingannato da folle credenza. 
Or foss'io stato cieco non ha guari! 



XIII 

Dice con meco l'anima tal volta 
— Come potevi tu già mai sperare 
Che, dove Bacco può quel che vuol fare 
E Cerere v'abbonda in copia molta, 

E dove fu Partenope sepolta, 
Ove ancor le Sirene usan cantare, 
Amor fede onestà potesse stare 
O fosse alcuna sanità raccolta? 

— 297 — 



GIOVANNI BOCCACCI 

E s' tu 1 vedevi, come t'occuparo 
I falsi occhi di questa che non t'ama 
E la qual tu con tanta fede segui? 

Destati omai, e fuggi il lito avaro; 
Fuggi colei che la tua morte brama. 
Che fai? che pensi? che non ti dilegui? 



XIV 

Non so qual io mi voglia, 
O viver o morir, per minor doglia. 

Morir vorrei, che '1 viver m'è gravoso 
Veggendomi per altri esser lasciato; 
E morir non vorrei, che trapassato 
Più non vedrei il bel viso amoroso; 
Per cui piango, invidioso 
Di chi l'ha fatto suo e me ne spoglia. 



XV 

Io non ardisco di levar più gli occhi 
In verso donna alcuna, 
Qual'or io penso quel che m'ha fatt'una. 

Nessun amante mai con puro core 
O con fermo valore 
Donna servì, com'io servìa costei : 
E quand'io più fedel al suo volere 
Credea merito avere. 
Giovane novo fé signor di lei : 
Ond'io bassando gli occhi dico — Omei! 
Non vo' mirar nessuna, 
Che forse come questa inganna ognuna. 



298 — 



RIME 



XVI 

L'oscure fami e i pelaghi tirreni 
E* pigri stagni e li fiumi correnti, 
Mille coltella e gl'incendi cocenti 
Le travi e* lacci e infiniti veneni, 

L'orribil rupi e massi e boschi pieni 
Di crude fere e di malvagie genti, 
Vegnon chiamate da sospìr dolenti, 
E mille modi da morire osceni. 

E pax ciascun mi dica — Vienne, ch'io 
Son per iscaprestarti in un momento 
Da quel dolor nel quale Amor t'invischia. 

Ond'io a molti in contro col desìo 
Tal'or mi fo, com'uom che n'ho talento; 
Ma poi la vita trista non s'arrischia. 



XVII 

Le parole soavi e '1 dolce riso. 
La treccia d'oro dhe '1 cor m'ha legato 
E messo nelle man che m'hanno ucciso 
Già mille volte e 'n vita ritornato, 

Di nuovo m'hanno sì '1 petto infiammato, 
Che tutto '1 mio desire al vago viso 
Rivolto s'è, ed altro non m'è grato 
Che di vederlo e di mirarlo fiso. 

In quel mi par veder quant'aJlegrezza 
Che fa beati gli occhi de' mortali 
Che si fan degni d'eterna salute : 

In quel risplende chiara la bellezza 
Che '1 cielo adoma e che m'impenna l'ali 
All'alto voi con penne di virtute. 



— 299 — 



GIOVANNI BOCCACCI 



XVIII 

Sovra li fior vermigli e' capei d'oro 
Veder mi parve un foco alla Fiammetta, 
E quel mutarsi in una nugoletta 
Lucida più che mai argento od oro : 

E qual candida perla in anel d'oro 
Tal si sedeva in quella un'angioletta, 
Volando al cielo splendida e soletta, 
D'orientai zaffir vestita e d'oro. 

Io m'allegrai alte cose sperando, 
Dov'io dovea conoscere che a Dio 
In JDreve era madonna per salire, 

Come poi fu : ond'io qui lagrimando 
Rimaso sono in doglia et in desìo 
Di morte, per potere a lei salire. 



XIX 

Dormendo un giorno, in sonno mi parea 
Quasi pennato volar verso il cielo 
Dietro all'orme di quella il cui bel velo 
Cener è fatto et ella è fatta iddea. 

Quivi eì vaga e lieta la vedea, 
Ch'arder mi parve di più caldo zelo 
Qh'io non solea e dileguarsi il gelo 
Ch'in pianto doloroso mi tenea. 

E, guardando, l'angelica figura 
La man distese, come se volesse 
Prender la mia; et io m.i risvegliai. 

Oh quanta la m.ia fu disavventura! 
Poiché, se ella allor preso m'avesse, 
E sì qua giù non ritornava mai. 



300 



RIME 



XX 



Dante, se tu nell'amorosa spera, 
Com'io credo, dimori riguardando 
La bella Bice la qual già cantando 
Altra volta ti trasse là dov'era; 

Se, per cambiar fallace vita a vera, 
Amor non se n'oblia; io t'addimando 
Per lei di grazia ciò che contemplando 
A far ti fìa assai cosa leggiera. 

Io so che in tra l'anime più liete 
Del terzo ciel la mia Fiammetta vede 
L'affanno mio dopo la sua partita : 

Pregala, se 1 gustar dolce di Lete 
Non la m'ha tolta, in luogo di mercede 
A se m'impetri tosto la salita. 



XXI 

Or sei salito, caro signor mio, 
Nel regno al qual salire ancora aspetta 
Ogn'anima da Dio a quello eletta 
Nel suo partir di questo mondo rio : 

Or se' colà dove spesso il desìo 
Ti tirò già per veder Lauretta; 
Or sei dove la mia bella Fiammetta 
Siede con lei nel cospetto di Dio; 

Or con Sennuccio e con Gino e con Dante 
Vivi sicuro d'eterno riposo, 
Mirando cose da noi non intese. 

Deh!, se a grado ti fui nel mondo errante. 
Tirami drieto a te, dove gioioso 
Veggia colei che pria d'amor mi accese. 



— 301 



GIOVANNI BOCCACCI 



XXII 



Volgiti, spirto affaticato, ornai 
Volgiti, e vedi dove sei trascorso 
Del desìo folle seguitando il corso, 
E col pie nella fossa ti vedrai. 

Prima che caggi, svegliati : che fai? 
Torna a colui, il quale il ver soccorso 
A chi vuol presta e libera dal morso 
Della morte dolente alla qual vai. 

Ritorna a lui; e l'ultimo tuo tempo 
Concedi al meno al suo piacer, piangendo 
L'opere mal commesse nel passato. 

Ne ti spaventi il non andar per tempo; 
Ch'ei ti riceverà, vèr te facendo 
Quel che già fece all'ultimo locato. 



XXIII 



Era sereno il ciel di stelle adorno, 
E i venti tutti rielle lor caverne 
Posavan, e le nuvolette alterne 
Risolute eran tutte intorno intorno; 

Quando una fiamma più chiara ohe '1 giorno, 
Rlmirand'io alle cose superne. 
Veder mi parve per le strade eterne 
Volando fare al suo loco ritorno, 

E di quella vèr me nascer parole, 
Le quai dicean — Chi meco esser desia 
Benigno esser convien et ubbidiente 

E d'umiltà vestito; .e s'altro vuole 
Cammin tener, già mai meco non fia 
Nel sacro regno della lieta gente. 



— 302 — 



RIME 



XXIV 

Non treccia d'oro, non d'occhi vaghezza, 
Non costume real, non leggiadrìa, 
Non giovanetta età, non melodìa, 
Non angelico aspetto né bellezza 

Potè tirar dalla sovrana altezza 
Il re del cielo in questa vita ria 
Ad incarnare in te, dolce Maria, 
Madre di grazia e specchio d'allegrezza; 

Ma l'umilità tua, la qual fu tanta 
Che potè romper ogni antico sdegno 
Tra Dio e noi e fare il cielo aprire. 

Quella ne presta dunque, madre santa; 
Sicché possiamo al tuo beato regno. 
Seguendo lei, devoti ancor salire. 



XXV 

O regina degli angioli, o Maria, 
Ch'adorni il ciel co' tuo' lieti sembianti, 
E stella in mar dirizzi i naviganti 
A porto e segno di diritta via; 

Per la gloria ove sei, vergine pia. 
Ti prego guardi a' miei miseri pianti; 
Increscati di me; tommi d'avanti 
L'insidie di colui che mi travia. 

Io spero in te et ho sempre sperato : 
Vagliami il lungo amore e riverente 
Il qual ti porto et ho sempre portato. 

Dirizza il mio cammin; fam.mi possente 
Di divenire ancor dal destro lato 
Del tuo fìgliuol fra la beata gente. 



— 303 



GIOVANNI BOCCACCI 



XXVI 

PROSOPOPEA DI DANTE 

Dante Alighieri son, Minerva oscura 
D'intelligenza e d'arte, nel cui ingegno 
L'eleganza materna aggiunse al segno 
Che si tien gran miracol di natura. 

L'alta mia fantasìa pronta e sicura 
Passò il tartareo e poi '1 celeste regno, 
E '1 nobil mio volume feci degno 
Di temporal e spiritai lettura. 

Fiorenza gloriosa ebbi per madre 
Anzi matrigna a me pietoso figlio, 
Colpa di lingue scellerate e ladre. 

Ravenna fummi albergo nel mio esigilo; 
Et ella ha il corpo, e l'alma il sommo Padre 
Presso cui invidia non vince consiglio. 



XXVII 

. ARGUMENTI IN TERZA RIMA 

ALLA « DIVINA COMMEDIA )) DI DANTE ALIGHIERI 

Argumento all' a Injerno » 

Nel mezzo del camin di nostra vita 
Smarrito in una valle l' autore, 
Era sua via da tre bestie impedita. 

Virgilio, dei latin poeti onore. 
Da Beatrice gli apparve mandato 
Liberator del periglioso errore. 

Dal qual poi che aperto fu mostrato 
A lui di sua venuta la cagione 
E *1 tramortito spirto suscitato, 

— 304 — 



RIME 



Senza più far del suo andar quistione, 
Retro gli va, et entra in una porta 
Ampia e spedita a tutte le persone. 

Adunque entrati nell'aura morta 
L'anime triste vider di coloro 
Che senza fama usar la vita corta; 

Io dico de' cattivi; eran costoro 
Da' moscon punti, e senza alcuna posa 
Correndo givan con pianto sonoro. 

Quindi, venuti sovra la limosa 
Riva d'un fiume, vide anime assai, 
Ciascuna di passar volonterosa. 

A cui Caron — Per qui non passerai — 
Di lontan grida; appresso, un gran baleno 
Gli toglie il viso e l'ascoltar de' guai. 

Dal qual tornato in sé, di stupor pieno 
Di là dall'acqua in più cocente affanno 
Non per la via che l'anime teniéno 

Si ritrovò. E quindi avanti vanno, 
E i pargoletti veggon senza luce 
Pianger per l'altrui colpa eterno danno. 

Dietro alle piante poi del savio duce 
Passa con altri quattro in un castello. 
Dove alcun raggio di chiarezza luce : 

Quivi vede seder sopra un pratello 
Spiriti d'alta fama senza pene 
Fuor che d'alti sospiri, al parer dello. 

Da questo loco discendendo viene 
Dove Minos esamina gli entranti 
Pier quanto a tanto officio si conviene; 

Quivi le strida sente e gli alti pianti 
Di quei che furon peccator carnali, 
Infestati da venti aspri e sonanti : 

Dove Francesca e Paolo li lor mali 
Contano. E quindi Cerbero latrante 
Vede sopra i gulosi; in fra li quali 

Ciacco conosce. E procedendo avante 
Trova Plutone, e' prodighi e gli avari 
Vede giostrar con misero sembiante. 

— 305 — 



GIOVANNI BOCCACCI 

Che sia fortuna e la oagion de* vari 
Suoi movimenti Virgilio gli schiude. 
E discendendo poi con passi rari 

Trovan di Stige la nera palude, 
La qual risurger vede di bollori 
Da sospir mossi d'alme in essa nude; 

Dove gli accidiosi peccatori 
E gl'iracundi gorgogliando in quella 
Fanno sentir li lor grevi dolori. 

Sovra una porta poi doppia fiammella 
Subito vede ed una di lontano 
Surgere ancora e rispondere ad ella. 

Quivi Flegiàs adirato il pantano 
Oltre gli passa, nel qual vede strazio 
Far di Filippo Argenti e non in vano. 

Ed a pena era di tal mirar sazio, 
Che a pie della città di Dite giunti, 
Senza esser lor d'entrarvi dato spazio, 

Si vide, e quivi da disdegno punti 
Per la porta serrata lor nel petto 
Dalli spiriti più da Dio disgiunti. 

E mentre quivi stavan con sospetto. 
Le tre Furie infernai sovra le mura 
Tisìfon vider Megèra et Aletto : 

Appresso, a ciò che l'orribil figura 
Del Gorgon non vedesse, il buon maestro 
Gli occhi gli chiuse e fenneli paura. 

L'ascender poi per lo camin silvestre, 
Per cui la porta subito s'aprìo. 
Mostra, e il passar loro in quello destro. 

Qui da dolenti strida ed alti — Ah Dio! 
Che de' sepolcri uscivano affocati 
De' quai pieno era tutto il loco rio, 

In quelli essere intese i trascotati 
Eresiarchi e tutti quelli ancora 
Che ad Epicuro dietro sono andati. 

Lì ragionando picciola dimora 
Con Farinata e con un altro face 
Ch'alquanto all'arca pareva di fora. 

— 306 — 



RIME 



Disegna poi come lo nferno giace 
Da indi in giù distinto in tre cerchietti; 
E poi dimostra con ragion vivace 

Perchè dentro alle mura i maledetti 
Spiriti sien di Dite e nel suo cerchio, 
Più coloro c'ha di sopra detti. 

Centauri trova poi sovra al soperchio 
D'un'altra valle sovra Flegetonte, 
Nel qual chi fé al prossimo soverchio 

Bollir vede per tutto; e perchè conte 
Le vie selvagge, a passar la riviera 
Nesso gli fa della sua groppa ponte. 

Oltre passati, in una selva fiera 
Di spirti in brocchi nodorosi e torti 
Mutati entraron per via straniera : 

Tutti sé stessi i miseri avìen morti, 
Che li piangean divenuti bronconi : 
Dove gli fé Pier delle Vigne accorti 

Delle dolenti lor condizioni 
E delle sue; e nella selva stessa, 
Dopo gli uditi miseri sermoni. 

Da nere cagne un'anima rimessa 
Vide sbranare, e seppe a tal martìro 
Dannato dhi la sustanza commessa 

All'util suo biscazza. E quindi giro 
Più giù, dove piovean fiamme di foco 
Fuor della selva sovra un sabbion diro; 

Là dove Capaneo curante poco 
Vider giacer sotto la pioggia grave 
Con più molti arroganti. E 'n questo loco 

Seguendo mostra con rima soave 
D'una statua che è di più metalli 
L'acqua cadere in quelle valli prave, 

E quattro fiumi per più intervalli 
Nel mondo occulto fare in fino al punto 
Più basso assai che tutte l'altre valli. 

Poi ser Brunetto abbruciato e consunto 
Sotto l'orribil pioggia correr vede. 
Col quale alquanto parlando congiunto 

— 307 — 



GIOVANNI BOCCACCI 

Di sua futura vita prende fede; 
Poi Guido Guerra e Tegghiaio Aldobrandi 
Jacopo Rusticucci in fino aJ piede 

Di lui venuti; e ai lor nuovi domandi 
Sodisfa presto. E quinci procedette 
Dove anime trovò con tasche grandi 

Sedere a collo sotto le fiammette, 
Di loro alcuni all'arme conoscendo 
Stati usurieri e per tre prender sette. 

Poi sovra Gerion giù discendendo 
In Malebolge viene, ove i baratti 
In diece vede senza prò piangendo. 

De' quali i primi da' demon son tratti 
Con grandi scorreggiate per lo fondo, 
Scherniti e, lassi!, vilmente disfatti; 

Là dove alcun eh' ave a veduto al mondo 
Vi riconobbe, ch'era Bolognese 
Venedico e ruffiano; a cui secondo 

Jason venia che tolse il ricco arnese 
A' Colchi. E quindi Alesso Interminelli 
In uno sterco vide assai palese 

Pianger le sue lusinghe, e quinci quelli 
Che sottosopra in terra son commessi 
Per simonìa; e lì par che favelli 

Con un papa Niccola : et oltre ad essi 
Travolti vide quei che con fatture 
Gabbaron non che altrui ma essi stessi. 

Quindi discendon là dove in l'oscure 
Pegole bollon dhi baratterìa 
Vivendo fece e di quelle misture. 

Mentre che van con fiera compagnia 
Di diece diavol, parla un che fu tratto 
Da Graffiacan per la cottola via 

— Se' Navarrese, dicendo, e baratto : — 
Quinci com'el fuggì dalle lor mani 
Racconta chiaro e de' diavoli il fatto. 

Sotto le cappe rance i pianti vani 
Degl'ipocriti poi racconta, e mostra 
Anna e '1 suo suocer nelli luoghi strani 

— 308 — 



RIME 

Crocifissi giacer. Poi nella chiostra 
Di Malebolge seguente brogliare 
Fra' serpi vede della gente nostra 

Quivi dannati per lo lor furare 
Agnello e 1 Cianfa ed altri e Vanni Fucci; 
Li quai mira vilmente trasformare, 

Dopo nuovi atti parlamenti e crucci, 
E d'uomo in serpe e poi di serpe in uomo 
In guisa tal che mai vista non fucci. 

Descrive poi chi mal consigliò, comò 
Dicon d'Ulisse, e in fiamma acceso andando 
Vede riprender dattero per pomo : 

Pria con Ulisse e poscia ragionando 
Col conte Guido passa. E pervenuto 
Sull'altra bolgia vede gente andando 

Tutta tagliata, sovente a minuto, 
Per lo peccato dello scisma reo 
Da lor nel mondo falso in suso avuto : 

Lì Maometto fesso discerneo, 
E quel Beltram che già tenne Altaforte, 
E Curio, e '1 Mosca, e molti quai poteo. 

Appresso vide piiì misera sorte 
Di alchimisti fracidi e rognosi, 
U' seppe di Capocchio l'agra morte. 

E Mirra e Gianni Schicchi e più lebrosi 
Vide, et i falsator per fiera sete 
Idropici fummare stando oziosi : 

Fra' quali in quella inestricabil rete 
Vede Sinone, e lo maestro Adamo 
Garrir con lui, come legger potete. 

Quindi lasciando l'uno e l'altro gramo, 
Dal mezzo in su li figli della terra 
Uscir d'un pozzo vede : et al richiamo 

Del gran poeta intramendue gli afferra 
Anteo, e lor sovr'al freddo Cocito 
Posa; nel quale in quattro parti serra 

Il ghiaccio i traditor. Quivi glhermito 
Sassol de' Mascheron nella Caina 
E '1 Camicion de' Pazzi ebbe sentito. 

— 309 — 
Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV. 20 



GIOVANNI BOCCACCI 

Poscia nell'Antenòra ivi vicina 
Tra gli altri dolorosi vide il Bocca 
E di Gian Soldanier l'alma meschina, 

Ed altri molti ch'ora a dir non tocca, 
Siccome l'arcivescovo Ruggieri 
Ed il conte Ugolino anima sciocca. 

Più oltre andando pe' freddi sentieri 
Spiriti trova nella Tolomea 
Giacer riversi ne' ghiacci severi : 

Quivi raccolta l'alma si vedea 
Di Branca d'Oria e di Frate Alberico 
Che senza prò de' frutti si dolea. 

Appresso vede l' avversare antico 
Nel centro fìtto; et Juda Scari'otto 
E Cassio e Bruto di Cesar nemico 

Nell'infima Giudecca star di sotto. 
Quindi pe' velli del fiero animale 
Discendendo e salendo, il duca dotto 

Lui di fuor tira da cotanto male 
Per un pertugio, onde le cose belle 
Prima rivede : e per cotali scale 

Usciron quindi a rivedeo: le stelle. 



Argumento al « Purgatorio » 

Per correr miglior acqua alza le vele 
Qui lo autore, e seguendo Virgilio 
Pe' dolci pomi sale e lascia il fele. 

Caton primier fuor dell'eterno esilio 
Trovano, e, suo parlare procedendo. 
Poi danno effetto al suo santo Consilio. 

Su la marina vede discendendo 
Nell'aurora più anime sante 
E 1 suo Casella; al cui canto attendendo 

Mentre l'anime nuove tutte quante 
Givan con lor, rimossi da Catone, 
Fuggendo, al monte ne giron avante. 

^ 310 -^ 



RIME 



Incerti quivi della regione 
Trovan Manfredi et altri che morirò 
Per colpa fuor di nostra comunione 

Col perder tempo ad equar lo martire 
Alla lor colpa. E quindi ragionando 
Del solar corso, gli solve il desiro 

L'alto poeta sedendosi, quando 
Vider Belacqua in negligenza starsi. 
E già levati verso l'alto andando, 

Buonconte et altri molti in contro farsi 
Vider, li quali in fino all'ultim'ora, 
Uccisi, a Dio penaro a ritornarsi. 

Quivi Sordel trovar sol far dimora : 
Il qual poi l'aiitor molto ha parlato 
Contro ad Italia, il gran Virgilio onora. 

Poi mena loro in un vallone ornato 
D'erbe e di fior, nel qual cantando addita 
A Virgilio Bordello stando allato 

Spiriti d'alta fama in questa vita : 
Tra' quai discesi, il Gallo di Gallura 
Riceve l'aiitor. Quindi, finita 

Del dì la luce, vede dell'altura 
Due angeli con due spade affocate 
Discendere ad aver di costor cura. 

Poscia dormendo, con penne dorate 
Gli par che in alto un aquila ne '1 porti 
D'in fino al foco. Quindi, alte levate 

Le luci spaventato, da' conforti 
Fatto sicur di Virgilio, Lucia 
Gli mostra quivi loro avere scorti. 

Del Purgatorio gli addita la via : 
Dove venuti, qual fosse disegna 
La porta e' gradi ond'a quel si salla. 

Chi fosse il portinai', che veste tegna, 
E quai fosser le chiavi; e che scrivesse 
Nella sua fronte, e che far si convegna 

A dhi passa là dentro, poi n'espresse. 
E quindi come in la prima cornice 
Dichiara con fatica si giugnesse; 

^ 311 ^ 



GIOVANNI BOCCACCI 

Et intagliata in altra parte dice 
Di quella storie d'umiltà verace : 
Poi spirti carchi dall'una pendice 

Vede venir cantando et orar pace 
Per se e per altrui, purgando quello 
Che ne' mortai superbia sozzo face : 

Tra' quali Umberto, et Odorisi ad elio 
Appresso, e simil Provenzan Salvani 
Piangendo vide sotto il fascio fello. 

Oltre passando pe' sentieri strani, 
Sotto le piante sue effigiati 
Vide gli altieri spiriti mondani. 

Da uno splendido angiolo invitati 
Più leggier salgono al giron secondo, 
Per che li P l'autor trovò scemati. 

Le alte voci mosse da] profondo 
Ardor di carità udir volanti 
Per l'aere puro del levato mondo : 

E, poi che giunti furono più avanti, 
Videro spirti accigliati sedere 
Vestiti di cilicio tutti quanti, 

Perchè la invidia lor tolse il vedere : 
Guido del Duca, Sapia e Rinieri 
Da Calvol truova lì piangere; e vere 

Cose racconta di tutti i sentieri 
Onde Arno cade e simil di Romagna : 
Quindi altri suon sentiron più severi. 

Et oltre su salendo la montagna, 
Da un altro angelo invitati foro, 
Parlando dell'orribile magagna 

D'invidia e dell'opposito fra loro; 
E di se tratto andando vide cose 
Pacifiche in lo aspetto : ne dimoro 

Fé guari in quelle, che 'n caliginose 
Parti del monte entrar on, dove l'ira 
Molti piangean con parole pietose : 

Quivi gli mostra Marco quanto mira 
Nostra potenzia sia, e quanto possa 
Di sua Tintura, e quanto dal ciel tira, 

-312- 



RIME 



Appresso usciti dall'aria grossa, 
Imaginando vede crudi effetti 
Venuti in molti da ira commossa. 

Quivi gl'invìa un angel; per che stretti 
Alla grotta amendue a non salire 
Dalla notte vegnente fur costretti. 

Posti a sedere incominciaro a dire 
Insieme dell'amor del bene scemo 
Che 'n quel giron s'empieva con martire : 

Dove, siccome noi veder potemo. 
Distintamente Virgilio ragiona 
Come si scemi in uno ed altro estremo; 

Che sia amor del quale ogni persona 
Tanto favella, e come nasca in noi. 
L'abate lì di San Zen da Verona 

Con altri assai correndo vede poi; 
E con lui parla, e segueil nell'oscuro 
Tempo, con altri retro a' passi suoi, 

Come scorrendo si rifa maturo 
D' accidia l'acerbo. Indi ne mostra 
Come, dormendo in su '1 macigno duro, 

Qual fosse vide la nemica nostra, 
E come da noi partasi; e isdormito 
Come venisse nella quinta chiostra, 

Fattoli a ciò da un angelo lo 'nvito. 
Quivi giacendo assai spiriti trova. 
Che d'avarizia piangon l'acquisito 

In giù rivolti e, perchè non se 'n mova 
Alcun, legati tutti; e quivi parla 
Con un papa dal Fiesco : appresso prova 

L'onesta povertà, ed a lodarla 
Ugo Ciapetta induce; i cui nepoti 
Nati dimostra tutti atti a sdhifarla, 

Pien d'avarizia, e d'ogni virtù voti; 
E come poscia contro alla nequizia, 
Passato il dì, cantando vi si noti. 

Quindi per tutto novella letizia 
E lo monte tremare fino al basso 
Dimostra, mosso da vera giustizia. 

— 313 — 



GIOVANNI BOCCACCI 

Qui truova Stazio non a lento passo 
Salire in su, al qual Virgilio chiede 
Della cagion del tremito del sasso, 

La quale Stazio assegna : indi succede 
Il priego suo ancora a nominarsi : 
Quindi, come uom ch'a pena quel che vede 

Crede, dichiara Stazio avanti farsi 
Ad onorar Virgilio, e li fa chiaro 
Lui per contrario peccato agli scarsi 

Aver per molti secoli l'amaro 
Monte provato. E già nel cerchio sesto, 
Parlando insieme, un albero trovare, 

D'onde una voce lor disse il modesto 
Gusto di molti : e più propinqui fatti 
Chiaro s'awider ch'ogni ramo in questo 

Arbore è vòlto in giù, e d'alto tratti 
Vider cader liquor di foglia in foglia; 
E sotto ad esso spirti macri e ratti 

Vider venir più che per altra soglia 
Dell'erto monte, e pure in su la vista 
Alli pomi tenean, che sì gl'invoglia. 

Così andando in fra la turba trista, 
Raffigurollo l'ombra di Forese : 
Con lui favella; e della gente mista 

Più riconobbe, e tra gli altri il lucchese 
Bonagiunta Orbiccian : poi una voce 
All'arbore appressarsi lor difese. 

Un angel quindi al martire che coce 
Gl'invita : ed essi, per l'ora che tarda 
Era, ciascun n'andava su veloce. 

Mostrando Stazio a lui, se ben si guarda. 
Nostra generazione, e come l'ombra 
Prenda sembianza di corpo bugiarda 

E come sia da passione ingombra : 
E sì andando pervennero al foco, 
Prima che '1 santo monte facesse ombra. 

Lungo il qual trapassando per un poco 
D'un sentieruolo udir voci nemiclhe 
Al vizio di lussuria : ed in quel loco 

— 314 — 



RIME 



Più anime conobbe che impudiche 
Furon vivendo; e Guido Gulnicelli 
Gli mostra Arnaldo in sì aspre fatiche. 

Ma, poi che s'è dipartito da elli, 
A trapassar lo foco i cari duci 
Confortan lui, ch'a pena in mezzo a quelli 

Il trapassò. Di quindi alle alte luci 
Salir l'invita un angel che cantava. 
Pria s'ascondesser li raggi caduci. 

Vede nel sonno poi Lia che s'ornava 
Di fior la testa, cantando parole 
Nelle quali essa chi fosse mostrava. 

Quindi levato nel levar del sole, 
Virgilio di se stesso il fa maestro. 
Sul monte giunti, e può far ciò che vuoile. 

Venuti adunque nel loco Silvestro, 
Trova una selva, ed in quella si spazia 
Su per lo lito di Lete sinestro. 

Vede una donna, che a lui di grazia 
Parla e con verissime ragioni : 
Del fiume il moto e dell'aura lo sazia. 

Di quinci a vie più alte ammirazioni 
Venuto, sette candelabri e moke 
Genti procedere in carro, i timoni 

Del qual traeva coll'ale in su volte 
Un grifon, d'oro, quanto uccel vedeasi, 
L'altro di carne; e alle cui rote accolte 

Da ogni parte una danza moveasi 
Di cento donne; e nel mezzo Beatrice 
Del tratto carro splendida sedeasi. 

Da così alta vista e sì felice 
Percosso, da Virgilio con Istazio 
Esser lasciato lagrimoso dice. 

Appresso questo, non per lungo spazio, 
Con agre riprension la donna il morde 
Senza aver luogo a ricoprir mendazio. 

Per che le sue virtù quasi concorde 
Li venner meno e cadde, ne sentisse 
Pria eh' alle sue orecchia ad altro sorde 

— 315 — 



GIOVANNI BOCCACCI 

Pervenne — Tiemmi : — onde, anzi ch'egli u- 
Da una donna tratto per lo fiume, [scisse, 

L'acqua convenne dhe egli inghiottisse. 

Poi quattro donne secondo il costume 
Di loro il ricevettero, e menarlo 
Di Beatrice avanti al chiaro lume. 

Qual li paresse il suo viso, pensarlo 
Ciascun che 'ntende può, poi la virtute 
Gli mancò qui di poter divisarlo. 

I casi avversi appresso e la salute 
Della Chiesa di Dio sotto figmento 
Delle future come delle sute 

Cose disegna. Poi il cominciamento 
Di Tigri e d'Eufrate vede in cima 
Del monte; e con Matelda va contento 

E con Istazio ad Eunoè prima; 
D'onde bagnato e rimenato a quelle 
Donne beate, finisce la rima. 

Puro e disposto a salire alle stelle. 



Argumento al u Paradiso » 

La gloria di colui che tutto move 
In questa parte mostra l'aiitore 
A suo poder, qual'ei la vide e dove. 

Et invocato d'Apollo l'ardore, 
Di se incerto retro a Beatrice 
Pe' raggi se n salì del suo splendore 

Nel primo ciel : là onde a ciascun dice 
Men sofficiente, che retro a sua barca 
Più non si metta fra '1 regno felice. 

E, mentre avanti cantando travarca, 
De' segni della luna fa quistione 
Alla sua guida; e quella se ne scarca. 

Poi c'ha udito la sua openione, 
E premettendo alcuna esperienza 
Chiaro ne 1 fa con aperta ragione; 

— 316 — 



RIME 



Riccarda vede, e della sua essenza 
Nel primo cielo per manco di voto 
Con lei favella, E della sua presenza 

Partita, Beatrice a lui divoto 
Qual violenza il voto manco faccia 
Distingue ed apre, e simil gli fa noto 

Perchè paian li cieli aprir le braccia 
A diversi diverso, e come sièno 
Però presenti alla divina faccia. 

Quindi, con viso ancora più sereno, 
Se sodisfare a' voti permutando 
Si possa o no, a lui dichiara a pieno : 

E nel ciel di Mercurio ragionando 
Veloci passan. Lì Giustiniano 
Prima di se sodisfa al dimando; 

Appresso, quanto l'im.perio romano 
Sotto il segno dell'aquila facesse 
Gli mostra in parte; e poi a mano a mano 

Parlando seco volle ch'el sapesse 
Romeo in quella luce gloriarsi. 
Che fé quattro regine di contesse. 

Induce poi Beatrice a dichiararsi 
Come giusta vendetta giustamente 
Fosse vengiata : e quindi trasportarsi 

Nel terzo ciel, veggendo più lucente 
La donna sua, s'avvide. Ivi con Carlo 
Martel favella, il quale apertamente 

Gli solve, che il mosse a dimandarlo. 
Come di dolce seme nasca amaro : 
Quindi Cunizza viene a visitarlo, 

E del futuro alquanto gli fa chiaro 
Sovra i Lombardi; e con Folco favella, 
Ghe gli mostra Raab. Indi montare 

Nella spera del sole, ove una bella 
Danza di molti spiriti beati 
Vede far festa e nel girarsi isnella : 

De' quai gli furon molti nominati 
Da Tommaso d'Aquin, che di Francesco 
Molto gli parla e poi degli suoi frati. 

— 317 — 



GIOVANNI BOCCACCI 

Poi scrive un cerchio sovraggiunger fresco 
A questo, e 'n quel parlar Bonaventura 
Da Bagnoregio e del Calagoresco 

Domenico nel qual fu tanta cura 
Della fé nostra e dell'orto divino 
Quanta mai fosse in altra creatura. 

Poi ricomincia Tommaso d'Aquino 
Com'egli intenda — Non surse il secondo 
Da Baiamone, — e con chiaro latino 

Gliele dimostra; et un lume secondo 
L'accerta lor, più lieti e più lucenti 
Come i lor corpi riavran del mondo. 

Quindi nel quinto ciel di luculenti 
Spiriti vede una mirabil croce : 
Della quale un de' suoi primi parenti 

Li fa carezze; e con soave voce 
Gli si discuopre; e mostra quale stato 
Fiorenza avesse, quando nel feroce 

E labil mondo fu da pria creato; 
Quindi le schiatte più di nome degne 
Nomina tutte, da lui dimandato; 

Poi li fa chiare le parole pregne 
Di Farinata e 'n Purgatoro udite, 
A lui mostrando del futuro insegne; 

Appresso ancor con parole spedite 
Gli nomina di quei santi fulgori 
Josue, Juda, Carlo, e più scolpite 

Da lui ne/1 nominar per li splendori 
Cresciuti. E quindi nel Giove se 'n sale, 
Dove un'aquila fanno i santi ardori 

Di se mirabile e bella : la quale 
Gli solve il dubbio, d'un che nato sia 
Su lito senza udire o bene o male 

D'Iddio, mostrando quel che di lui fia; 
Quindi Davit e Traiano e Rifeo 
Gli mostra ed altri in la sua luce dia; 

Poi il chiarì d'un dubbio, che si feo 
In lui, de' due che appaion pagani 
Nel primo aspetto. Quindi uno scaleo, 

— 318 — 



RIME 



Salito nel Saturno, di sovrani 
Lumi ripien discerne, onde altro scende 
Ed altro sale; e con Pier Damiani 

Ragiona lì, e qual quivi risplende 
Gli parla e noma più contemplativi 
Quel Benedetto onde Casin dipende. 

Sai nell'ottavo ciel poscia di quivi; 
E nel segno de' Gemini venuto. 
Le sette spere ed i corpi passivi 

Si vede sotto i pie. Poi conosciuto 
Cefas, sua fede e suo creder confessa, 
Da lui richiesto, a lui tutto compiuto. 

Con voce appresso luculenta e spressa 
Il baron di Galizia la speranza 
Dice che è e che spetta con essa. 

Indi venire a così alta danza 
Giovanni mostra, il qual del corpo morto 
Di lui in terra il cava d'ogni erranza : 

Poi seguitando, al suo dimando accorto, 
Che cosa sia la carità, risponde, 
E qual da lei gli procedea conforto. 

Appresso scrive come alle gioconde 
Luci s'aggiunse quel padre vetusto 
Che prima fu da Dio creato, e d'onde 

Tutti nascemmo, e per lo cui mal gusto 
Tutti moiamo; il qual del suo uscire 
Là onde posto fu, e quanto giusto 

In quello stesse, e quando il gran disire 
Di quella gloria avesse, e la dimora 
Quanto fu lunga lì dopo '1 fallire 

Gli conta, ed altre cose. Indi colora, 
Quasi infiammato, il vicario di Dio 
Contr'a' pastor che ci governan ora. 

Poi come nel ciel nono su salìo 
Descrive, dove l'angelica festa 
In nove cerchi vede : il suo desìo 

Di lor natura lì li manifesta 
Con sermon lungo assai mirabil cose 
E della turba che ne cadde mesta. 

— 319 — 



GIOVANNI BOCCACCI 

Poi vede le milizie gloriose 
Del nuovo e dell'antico testamento, 
Che bene oprando a Dio si fero spose 

Nel ciel più alto sovra il fermamento, 
Dove '1 solio d'Enrico ancor vacante 
Discerne. E quivi lui che stava attento 

A riguardar le creature sante 
Lascia Beatrice, ed in loco di lei 
Bernardo collo sguardo il guida avante. 

Dove, poi che fatt'ha orazione a lei 
Cui seder vede dove la sortirò 
Li merti suoi, gli è mostrata colei 

ohe sposa antica fu del primo viro, 
Rachel, Sara, Rebecca, e '1 gran Joanni 
Che pria il deserto e poi provò il martìro. 

Appresso poi in più sublimai scanni 
Francesco et Augustino e Benedetto 
E quei che trapassar ne' teneri anni 

Vede; de' quali il dottor sopradetto, 
Dico Bernardo, ragionando, ad elio 
Caccia ogni dubbio fuor del suo concetto. 

Quindi lo Santo grazioso e bello 
Più dh'altro di Maria gli mostra il viso, 
E davanti da lei quel Gabriello 

Che '1 decreto recò di paradiso 
Della nostra salute, tanto lieto 
Che qui per non poter ben no *1 diviso. 

Onesto l'uno e l'altro e mansueto. 
Adamo e Pietro, e poi il vangelista 
Joanni lì seder vede repleto 

D'alta letizia; e quivi il gran legista 
Moisè vede e poi Lucia e Anna; 
E punto fa alla gloriosa vista. 

Appresso, a ciò che la divina manna 
Discenda in lui e faccial poderoso 
A veder ciò per che ciascun s'affanna, 

Umile quanto può, nel grazioso 
Cospetto della madre d'ogni grazia, 
Insieme col dottor di lei focoso, 

— 320 — 



RIME 



Orando priega che la vista sazia 
Del primo amor gli sia; e per lo lume 
Che senza fine profondo si spazia 

Ficca degli occhi suoi il forte acume : 
Poi, disegnando quanto ne raccolse, 
Termine pone al suo alto volume; 

Mostrando come in quel tutto si volse 
L'alto disio et alle cose belle, 
E come ogni altro appetito gli tolse 

L'amor che muove il sole e l'altre stelle. 



XXVIII 



SOPRA LA LETTURA DELLA (( DIVINA COMMEDIA )) 
CH'EI FECE NEL MCCCLXXIII 

Se Dante piange, dove ch'el si sia. 
Che li concetti del suo alto ingegno 
Aperti sieno stati al vulgo indegno. 
Come tu di' della lettura mia; 

Ciò mi dispiace molto, né mai fia 
Ch'io non ne porti verso me disdegno; 
Come che alquanto pur me ne ritegno, 
Perchè d'altrui non mia fu tal follìa. 

Vana speranza e vera povertade 
E l'abbagliato senno degli amici 
E gli lor preghi ciò mi fecer fare. 

Ma non goderan guar di tal derrate 
Questi ingrati meccanici nimici 
P'ogni leggiadro e caro adoperare. 



— 321 



GIOVANNI BOCCACCI 



XXIX 



Io Iho messo in galea senza biscotto 
L'ingrato vulgo, e senza alcun piloto 
Lasciato l'ho in mare a lui non noto 
Benché se 'n creda esser maestro e dotto 

Onde il dì su spero veder di sotto 
Del debol legno e di sanità voto; 
Né avverrà, perch'ei sappia di nuoto, 
Che non rimcinga lì doglioso e rotto. 

Et io, di parte eccelsa riguardando, 
Ridendo in parte piglierò ristoro 
Del ricevuto scorno e dell'inganno; 

E tal fiata a lui rimproverando 
L'avaro senno et il beffato alloro, 
Gli crescerò e la doglia e l'affanno. 



XXX 

Apizio legge nelle nostre scole 
E '1 re Sardanapalo. e lor dottrina 
Di gran lunga é preposta alla divina 
Dagli ozi disonesti e dalle gole. 

Né verità in fatti et in parole 
Oggi si trova; e ciaschedun inchina 
All'avarizia siccome a reina, 
La quale in tutto può ciò che la vuole. 

Onestà s'è partita e cortesìa, 
Et ogni altra virtù è al ciel tornata. 
Et insieme con esse leggiadrìa 

Dalle villane menti discacciata. 
Ma quanto questo per durar si sia 
Iddio se '1 sa ch'ad ogni cosa guata. 



^322- 



RIME 



XXXI 

Fuggite ogni virtù, spente il valore 
Che fece Italia già donna del mondo; 
E le Muse Castalie sono in fondo, 
Ne cura quasi alcun del loro onore. 

Del verde lauro più fronda ne fiore 
In pregio sono; e ciascun sotto 1 pondo 
Dell'arricchir sottentra; e del profondo 
Surgono i vizi trionfando fore. 

Per che, se i maggior nostri hanno lasciato 
Il vago stil de' versi e delle prose, 
Esser non dèti maraviglia alcuna : 

Piangi dunque con meco il nostro stato 
L'uso moderno e l'opre viziose 
Cui oggi favoreggia la fortuna. 



MARCHIONNE TORRIGIANI 



Solo soletto ma non di pensieri 
Vo misurando spesso una campagna; 
E veggio i prati i colli e la montagna, 
Coperto d'un bel verde ogni sentieri : 

Odo gli uccei cantar sì volentieri 
Per la dolce stagion che gli accompagna : 
Tutti animali all'amorosa ragna 
S'inveschian lieti, i mansueti e i fieri. 

Ma per me, lasso, è la stagion fuggita. 
Privo del lume di quegli ocdhi belli 
Che verde tiene in me '1 dolce desìo : 

E solo Amore a lagrimar m'invita, 
Membrando '1 viso e' suoi biondi capelli 
Che fortuna m'asconde e '1 destin mio. 

(Questo e i tre seguenti d'altri autori son tratti dall'/sf. della 
volg. poesia del Crescimbeni, voi. II, p. II, 1. IV; Venezia, Base- 
gio, 1730.) 



FEDERIGO D'AREZZO 



Gli antichi bei pensier convien ch'io lassi 
E '1 gran desìo e la speranza mia, 
E quell'usata e tanto bella via, 
E '1 vago rimirare e i dolci passi; 

E la fenestra dove spesso fassi 
11 sol degli occhi bei che mi struggìa 
Quando soletta seco sorridìa, 
Tra mille altri piacer ch'io già ne trassi; 

E '1 seguir ch'io solea delle dolci orme, 
Quando passava, pronto in ogni canto, 
E *1 ragionar di lei e di sue forme; 

E le lagrime ancor ch'io sparsi tanto 
Punto da quel ch'in cor gentil non dorme, 
E 1 sonar per vaghezza e '1 giuoco e 1 canto. 



Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV. 21 



COLUCCIO SALUTATI 



r ti prego per Dio, che t'amò tanto 
Quando crear dispose la tua forma; 
r ti prego per te, per cui s'informa 
Ciascun d'amare il regno etemo e santo; 

r ti prego per me, che semore canto 
Il tuo chiaro splendor dhe mi trasforma; 
r ti prego pel tuo nome, che storma 
Ed occupa già 1 mondo tutto quanto, 

Elena mia gentil: che le grandi arre 
Dell'immense virtù che date ci hai 
Tu compia di pagar con le sant'opre : 

Ed io prometto a te, se già le sbarre 
Tosto del viver mio non passo, ornai 
D'eternarti con penna che '1 ver scopre. 



MALATESTA MAI.ATESTI 



Fin che 1 spirto gentil soavemente 
Movea le vaghe membra, ove natura 
Puose per adornarle ogni sua cura, 
Con tanta gravità sì dolcemente; 

Sanza riparo ogni uom volgea la mente 
E gli occhi a quell'angelica figura. 
Posponendo ragion senno e misura 
Che fa l'uom singoiar dall'altra gente; 

Che ne m.atura età ne parca vita 
Né fredda stella aver potea valore, 
Ch'ogni cor sano era ferito al varco : 

Ma poi che morte l'ha da noi partita 
Ben può permetter Giove ancor dhe Amore 
Spezzi il turcasso il strai la corda e l'arco. 



RICCIARDO O ROBERTO 
CONTE DI BATTIFOLLE 



I 

Quando veggo levarsi e spander l'ale 
La mia dolce leggiadra alma fenice, 
Tal divengo nel cor che più felice 
Qui non credo che sia cosa mortale. 

Allor prova sua forza, allor m'assale 
Quel che tanti sospir del sen m'elice; 
E l'alma in petto mi gioisce, e dice 
Aver degna mercè -d'ogni suo male. 

Ma, poi che agli occhi '1 bel lume s'asconde. 
Io che rimango sconsolato e solo 
Freddo e muto divengo come un sasso. 

Così volgo la vita in gioia e 'n duolo; 
E, se '1 mezzo al principio e '1 fin risponde. 
Pria di vita sarò che d'amor casso. 

(Dal voi. I (1819) del Giornale Arcadico, dov'è pubblicato di 
su '1 codice vat. 3213. Corretto sul ricc. 1118.) 



— 328 



RIME 



II 

Amor parla con meco e dice — Or mira 
Se mai fece natura un tale oggetto, — 
Quand'io guardo, Filippa, '1 gaio aspetto 
Vostro, che a voi devoto ogn'or mi tira. 

Il mio cor che l'intende allor sospira 
E risponde — Che giova esser soggetto 
A sì alto disio, s'io non aspetto 
Pace da lei, da te disdegno et ira? 

Ben mi ricorda de' perduti giorni, 
Dell'usate lusinghe, e quanti passi 
Quante lagrime sparsi senza frutto. 

Sol per doglia finir già mi ritrassi 
Dal tuo giogo crudele : or vuoi ch'io torni 
Per ridurmi di gioia in novo lutto. 



Ili 

Filippina, se Zeusi che dipinse 
La figura di Elèna or fusse vivo. 
Sol del vostro leggiadro aspetto divo 
Trarrla l'opra che già da molte finse; 

Perchè 'n voi figurar natura vinse 
Tutte l'opere sue; ne sì giulivo 
Viso fu mai in atto umile e schivo, 
Acutissimo strai che '1 cor mi strinse. 

Amor, te '1 vedi: e poi che tante volte 
Ti son fatto suggetto, abbi mercede 
De' miei novi sospiri in qualche parte! 

Vinca tua crudeltà l'antica fede! 
Fa' cihe pietosa mie parole ascolte 
Quella che tanto onoro in rime e 'n carte! 



— 329 



R. DI BATTIFOLLE - RIME 



IV 



Lieta fenestra, avventuroso loco, 
Che mostrar mi solea l'alto lavoro 
Del bel viso celeste e '1 capo d'oro, 
Esca soave al mio ultim.o foco; 

Ov'è 1 nostro signor ch'io sempre invoco, 
Mia speranza mia luce e mio tesoro? 
Tu se' priva di gloria; et io m'accoro 
E di dolor mi struggo a poco a poco; 

Perch'io veggo cangiar modi e costume 
Nello stato suo novo a chi mi guida, 
Non so se per usanza o per suspetto. 

Pur Amor mi assicura e 1 core affida 
Quanto più può : se non, sarebbe un fiume 
Di sospiri e di lagrime il mio petto. 

(Questi tre ultimi sono estratti dal cod. ricc. 1118.) 



BUONACCORSO DA MONTEMAGNO 



I 

Erano i mie' pensier ristretti al core 
Davanti a quel che nostre colpe vede, 
Per chieder con desìo dolce mercede 
D'ogni antico mortai commesso errore : 

Quando colei che 'n compagnia d'Amore 
Sola scolpita in mezzo al cor mi siede 
Apparve agli occhi miei, che, per lor fede, 
Degna mi parve di celeste onore. 

Quivi mi stringea 1 cor un uimil pianto, 
Qui la salute de' beati regni; 
Quivi lucìa mia mattutina stella. 

A lei mi volsi; e se 1 maestro santo 
Sì lucente la fé, or non si sdegni 
Ch'i' rimirassi allor cosa sì bella. 

(Questo e i seguenti che non hanno particolar nota furono estrat^ 
ti dalle edizioni di Niccolò Pilli, Roma, Biado; di G. Casotti, Firen- 
ze, 1718; di Vincenzio Benini, Cologna, 1762.) 



— 331 — 



BUONACCORSO DA MONTEMAGNO 



II 

Ben mille volte il <lì raccolgo al core 
Ogni rrxio spirto, e fo novo consiglio 
Di non più amare, e mostro il gran periglio 
Ove mi scorge il conosciuto amore; 

E con viva ragion, per lo migliore. 
Snodo quel laccio; e con severo ciglio 
Per libertà sì cara l'arme piglio 
Ribellandomi in tutto al mio signore; 

Ma poi, s'avvien ch'un cenno una sol vista 
Di voi si scopra, subito ha tal forza 
Ch'a mal mio grado poi mi riconquista, 

E per vendetta la prigion rinforza, 
E stringe il nodo sì, che l'alma trista 
Per man duol tace e ben servir si sforza. 



Ili 

Non mai più bella luce o più bel sole 
Del viso di costei nel mondo nacque; 
Ne 'n valle ombrosa erranti e gelide acque 
Bagnar più fresche e candide viole; 

Ne, quando l'età verde aprir si vuole, 
Rosa mai tal sopra un bel lido giacque; 
Né mai suono amoroso al mio cor piacque 
Simile all'onorate sue parole. 

Dal bel guardo vezzoso par che fiocchi 
Di dolce pioggia un rugiadoso nembo 
Che le misere piaghe mie rinfresca. 

Amor s'è posto in mezzo a* suoi begli occhi 
E l'afflitto mio cor si tiene in grembo; 
Troppo ardente favilla a sì poca esca. 



^ 332 — 



RIME 



IV 

Dolci pensier che da sì dolci lumi 
Conducete nel cuor tanta dolcezza, 
Ch'io temo l'alma ne' martìri avvezza 
In disusato ben non si consumi; 

Non v'accorgete come bei costumi 
Gentil parlare ed immortai bellezza 
N'alzin da terra, e tanto quell'altezza 
Distrugga il cor quanto l'ingegno allumi? 

Sì, v'accorgete pur : ma in tale ardore 
La bella donna mia da poi si mostra. 
Che fa per un di voi nascerne mille. 

Crescete adunque; e sia la gloria nostra 
Di qui a mill'anni, che in un tempo Amore 
Divise in dui tutte le sue faville. 



V 

Qual beato liquor, qual teste apriche, 
Qual sacra terra, qual ben nate piante, 
Qual natura produsse o stella errante 
Le violette al mio cor tanto amidhe ? 

Qual man le colser sì caste e pudiche? 
Qual me le porser più felici o sante? 
O cieli, o stelle, o fati, o glorie tante, 
Chi sarà mai che vostre laude diche? 

O sopr'ogni altro benedetto giorno 
D'alta letizia e di dolcezza pieno, 
Da far di te memoria ancor mill'anni! 

O soavi ore, o dolce tempo adorno! 
Mille volte per voi laudati sièno 
Quanti sospir mai sparsi e quanti affanni! 



— 333 



BUONACCORSO DA MONTEMAGNO 



VI 

Freschi fior dolci e violette, dove 
Spiran euri d'amor, zefiri lieti; 
Belli alti vaghi e gentil laureti. 
Dove un bel nembo rugiadoso piove; 

Cara leggiadra selva, onde Amor move 
Mio cor negli alti suoi pensier secreti; 
Rivi erranti puliti ombrosi e cheti, 
Possenti a far di sete accender Giove; 

Quanto mirabilmente il viver mio 
Trasformato s'è 'n voi in nuova sorte 
Data dal dì delle mie prime fasce! 

Qui vivo all'ombra, onde fuggir m'è morte; 
Qui dolce aura d'amor, quant'i' disio, 
Sol mi nutrica m'alimenta e pasce. 



VII 

O gentil trionfante e sacro alloro. 
De' lunghi e stanchi miei pensier sostegno, 
Sotto a' cui verdi rami all'ombra vegno 
Tessendo l'amoroso mio lavoro; 

O diletto e piacente mio tesoro. 
Fido soccorso al mio debile ingegno, 
Dolce mio caro e prezioso pegno. 
Dove i verdi anni e l'età prima onoro; 

In te la mia speranza e i miei desiri 
Rimaser dopo il fortunato giorno 
Che Madonna di te fece sue spoglie; 

Mille lagrime poi, mille sospiri 
Piangendo sparsi a tua dolce ombra intorno, 
E raccogliendo le tue sante foglie. 



334 



RIME 



Vili 

Avventuroso dì, che col secondo 
Favor della divina alma bontade 
Producesti l'esempio di beltade 
Che di tanta eccellenza adorna il mondo; 

Sempre onorato a me, sempre giocondo 
Verrai, sia pur in qual si voglia etade; 
Tal giogo nacque alla mia libertade 
E sì soave ch'io non sento il pondo! 

In te ne fu dal ciel mandato in terra 
L'albergo di virtù, con tal valore 
Ch'ogni cosa terrestre a lui s'indhina; 

Per te fuggì del mondo invidia e guerra, 
E '1 sol più che mai lieto apparse fuore. 
Perchè nascer dovea cosa divina. 



IX 

Poi che alle liete vostre amate rive, 
Dov'or fortuna il mio venir disdice, 
Pervenne l'onorata mia fenice 
Che i miei dolci pensier sola prescrive; 

Il cor che sanza lei lieto non vive 
Segue su' orme, come Amor mi dice : 
Ed or lì vive in pace, e l'infelice 
Il dolor canta e qui piangendo scrive; 

E 'n fra le rugiadose erbette vostre 
Le notti alberga, e ne' chiariti giorni 
Filomena cantando spesso il desta. 

Come esser può eh' a duo begli occhi adorni 
Volgansi le mortai fortune nostre? 
Che meco piange il cor, lì vive in festa. 



— 335 



BUONACCORSO DA MONTEMAGNO 



Gli occhi soavi, al cui governo Amore 
Commise miei pensieri e '1 viver mio, 
Che già col raggio lor benigno e pio 
Mi facevan soave ogni dolore; 

L'ostro e le perle, che con tant' odore 
Movean leggiadre parolette, ond'io 
Trovai conforto al mio duolo aspro e rio 
Ov'io solca gioir con tanto ardore; 

Mi sono or lungi : e nel cammino amaro 
Fu sol conforto alla mia stanca vita 
La rimembranza della vostra fede. 

Anima pellegrina, ogn' altra aita 
È nulla a me, se non l'esservi caro; 
Né saprei domandarvi altra mercede. 



XI 

Poi eh' a quest'occhi il gentil lume piacque 
Sanza '1 qual cieco al mondo ancor sarei, 
Vissuto son fin qui de' danni miei 
Cantando, né mai poi mia lingua tacque. 

Oimè, quanti arbuscei, quante dolci acque, 
Quanti monti hanno udito i versi miei! 
E tu, sacro terren, saper te '1 dèi, 
Sacro terren dove mia donna nacque! 

Ma, se mai per cantar le labbra apersi, 
Or ne' versi d'amor piango e sospiro, 
Lontan vivendo dal mio vivo sole; 

E mentre gli occhi al bel paese giro 
Dove i colpi d'Amor primi soffersi, 
Il cor s'adira e star meco non vuole. 



— 336 — 



RIME 



XII 

Non perchè spesso allontanar mi sogli, 
Fortuna, dalle mie luci divine. 
Non piogge o tempi gelidi o pruine 
Faran che '1 primo mio voler mi svogli. 

Un pensier dice — Or il bel nodo sciogli. 
Lascia quest'onte misere e meschine : — 
Ma poco vai, ch'io patirò per fine 
Che di queste mortai membra mi spogli : 

Ne saran mai pensier tanto aspri e gravi 
Ne fato contra me d'ira sì pieno. 
Né dura impressi'on, qual vuo' si sia: 

Che '1 dolce sguardo e i begli occhi soavi 
E '1 caro aspetto angelico non sièno 
Pace speranza vita e morte mia. 



XIII 

Tornato è l'aspettato e chiaro giorno, 
La luce a gli occhi, e al cuor gli spirti intieri, 
E l'aura dolce a' miei stanchi pensieri; 
Ond'io da morte a vita oggi ritorno : 

Riveduto ho '1 celeste viso adorno 
Dal qual vita Amor vuol sempre ch'io speri, 
E '1 vago sguardo de' begli occhi altieri 
Che rasserena '1 cor pensoso intomo. 

Quest'è l'unica gloria che soverchia 
Vostre virtù, quanto '1 sole ogni stella. 
Donne leggiadre; non l'abbiate a schivo. 

Cosa non è, quanto il ciel primo cerchia. 
Sì mirabil sì cara ne sì bella. 
Come costei di cui ragiono e scrivo. 



^ 337 — 



BUONACCORSO DA MONTEMAGNO 

XIV 

L'ama gentil che sospirando move 
L'avorio e l'ostro che '1 pensier m'invesca. 
Col soave spirar più non rinfresca 
I disir caldi 

Onde, se da' bei labbri ancor non piove 
L'usata grazia e le parole ch'esca 
Fur di mia vita nell'età più fresca, 
Convien che morte lagrimando prove. 

Però, cor mio, tu che con lei dimori, 
Io ti consiglio, quando è più serena, 
Che gli rammenti il duol che mi consuma. 

Forse ella per oblìo mi dà tal pena; 
Che aver diletto degli altrui dolori 
Da spirito gentil non si costuma. 

(Dal voi. II delle Poesie italiane inedite del Trucchi, che lo e- 
strasse dal cod. 1041 strozz.) 



XV 

Quando salir fuor d'oriente sole 
La messaggier^ de' futuri giorni, 
Dormendo udii fra lauri faggi ed orni 
Quella a cui porta molta invidia il sole. 

Volsimi al suon di suo' dolci parole. 
Per veder gli atti pellegrini e adorni. 
— Che fai, diss'ella. qui? dove soggiorni, 
Disonesto par noi veder qui sole. — 

— O degli occhi miei scorta, luce mia — 
Volevo dir, che sorridendo pose 
Sopra l'omero mio la bella mano. 

r mi riscossi, che sì dolci cose 
Sofferir mia virtù più non potìa : 
Amor così pur mi nutrica in vano! 

(Questo Sonetto, attribuito a Niccolò Tinucci. fu, con l'autorità di 
moltissimi codici, restituito al Montemagno da F. Trucchi, il quale 
lo ristcìmpò ammendato nelle citate Poesie italiane inedite.) 



— 338 — 



RIME 



XVI 

Pioggia di rose dal bel viso piove 
Di questa preziosa alma Ruberta, 
Dove Amor si discerne in vista aperta 
Splender più bel che mai mostrasse altrove. 

Tanta virtù sua gentilezza move 
Ne' sembianti leggiadri, dhe m'accerta 
Che farìen negli ontosi tempi sperta 
L'ira d'Apollo e '1 fulminar di Giove : 

Ed un vago piacer degli occhi suoi 
Negli animi gentil sol si trasforma, 
Che non degna tal ben ruvido core. 

O mirabil natura, come puoi 
Far di cosa mortai sì bella forma, 
Che infonde altrui sì dolcemente amore? 



XVII 

Forma gentil, i cui dolci anni serba 
Amor forse a ventura più gradita; 
Ancor sarà felicemente unita 
Tua leggiadra beltà or tanto acerba; 

Fortuna or contro a te dura e superba 
Farà dolce per tempo ancor tua vita : 
Non disperar tua bella età fiorita, 
Che gran doglia in un dì si disacerba. 

Dunque non dinegar, giovine bella, 
Danzar ne* tempi dilettosi e gai 
Ne di tener tua gentil vita lieta : 

Tu se' nel fior dell'età tua novella, 
Ne si racquista tempo perso mai 
Ne per volger di ciel ne di pianeta. 



ANDREA ORCAGNA 



I 

Molti poeti han già descritto Amore- 
Fanciul nudo, coli' arco faretrato, 
Con una pezza bianca di bucato 
Avvolta agli occhi, e l'alie ha di colore : 

Così Omero e così Naso maggiore, 
E Virgilio e li altri han ciò mostrato. 
Ma come tutti quanti abbino errato. 
Mostrar lo intende l'Orgagna pittore. 

Sed egli è cieco, come fa gli inganni? 
Sed egli è nudo, chi lo manda a spasso? 
Se porta l'arco, tiralo un fanciullo? 

S'egli è sì tener, dove son tanti anni? 
E s'egli ha l'ale, come va sì basso? 
Così le lor ragioni tutte annullo. 

L'am.ore è un trastullo : 
Non è composto di legno ne d'osso; 
E a molte gente fa rompere il dosso. 

(Dal voi. II delle Poesie italiane inedite di dugento autori, rac- 
colte da Francesco Trucchi (Prato. Guasti, 1846), che lo estrasse dal- 
le schede magliabechiane.) 



— 340 — 



RIME 



II 

A DETESTAZIONE DE' GIUOCHI 
DI VENTURA 

Quanto la vita mia si meni amara, 
S'avessi cento lingue, non saprei 
Narrare, e tutti gli affanni miei, 
E il perdimento dell'alma sì cara. 

Di tutto n'è cagion la brutta zara : 
Che viver con virtù più non saprei, 
Se non fosse l'aiuto di colei 
Che a' mìei crudi accidenti sempre para. 

Io mi trovo distrutto dell'avere 
Per te, vizioso giuoco; perdo e vinco, 
E Cristo e i santi ho messo in non calere; 

E il corpo n'è sì stanco lasso e vinto 
Ohe in vita più non posso sostenere, 
Benché nel viso lo porti dipinto. 
Ne mai non ebbi vinto. 
Che la ragione mi stesse del pari : 
Avrei caro il morir più che i denari. 

(Dal voi. II delle Poesie italiane inedite raccolte da Francesco 
Trucchi, che Io estrasse dal cod. 1009 strozz.) 



Rime 'il Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV. 22 



ANTONIO PUCCI 



I 

Incomincia una morale d'Antonio Pucci sopra le bellezze vuole a- 
vere la donna. 

Quella di cui i' son veracemente 
In sé ha tutte quante le bellezze 
E le piacevolezze 
Che debbe avere in sé la bella donna. 

Grande e diritta ella é come colonna. 
Con signorile e bella contenenza : 
E la sua appariscenza 
Veracemente avanza ogni altro fasto. 

Il capo le risponde al bello imbusto; 
Di fila d'oro paiono i capelli 
Crespi sottili e belli 
Né lunghi più che richieggia sua norma; 

Con dicevoli orecchi e bella forma, 
Candida fronte e spaziosa molto 
Non più che chieggia il volto; 
E 'n forma d'arco ha le sue belle ciglia 

Brune e sottili, e niuna di lor piglia 
Né più né meno spazio che le tocchi. 
A dir de' suo' begli occhi 
Le proprietà, mi mancherìa sapere; 

Però che son secondo il mio parere 
Di fuor dell'uso dell'altre persone. 
Né paion di falcone 
Ma più divine luci, d'ond'i' ardo; 

-~ 342 - 



RIME 



Ed hanno tanto onesto e bello sguardo 
Ch'i* non mi sazio mai quando gli miro, 
E tal volta sospiro 
Pe' raggi lor che son d'amore accesi. 

Non son nascosi ne troppo palesi. 
Ma, come si convien, né più ne meno; 
Ed ella senza freno 
Non gli apre, come molte, per le ciance. 

Ben corrispondon le rotonde guance 
Non grosse più ne men che si convegna 
E lor ridente insegna 
Par latte e sangue mischio, ma più bello. 

Ed ha il naso affilato e ritondello. 
Ne grosso ne sottil fuor di misura. 
Ne lungo di statura 
Se non che in quel che di ragion gli tocca. 

Ed ha sì bella e piacevole bocca 
Che par, quand'ella l'apre ad un sorriso, 
Che s'apra il paradiso. 
Co' labbri vermiglietti e rispondenti. 

D'avorio paion suo' lattati denti, 
Piccioli, con bell'ordine ordinati. 
Diritti e misurati, 
Come richiede sì fatto ornamento. 

Alla sua faccia ben risponde il mento 
Con piccol atto di concavitade. 
Compiendo ogni beltade 
Di quella dh'è sopra le belle sola. 

Seguita appresso la candida gola 
Cinghiata di piacevole grassezza, 
E dà di se vaghezza 
Agli occhi di mirarla; i' per me sollo : 

E il dilicato e bianchissimo collo 
Senza macula alcuna pregio dàlie, 
Rispondente alle spalle, 
Siccome si convien, da ogni parte. 

Ben operò natura qui su' arte. 
Che gli omeri le fece con diletto 
E spazioso petto. 
Quanto conviensi all'altre parti belle. 

— 343 — 



ANTONIO PUCCI 

E le vezzose e picciole mammelle 
Appaion sopra' panni rilevate, 
Non soperchio, pensale. 
Ma quanto alla lor forma si chiede; 

E chiaramente si conosce e vede 
Che quel rilievo per durezza fanno : 
E sopra ogni panno 
Non è 'n cintura di soverchio grossa. 

Le braccia corrispondon, carne ed ossa, 
Con debita grandezza, e le sue mani 
A tutti i corpi umajìi 
Passan purificate d'ogni vena : 

Ciascuna è, quanto e' si convien, piena. 
Con dita convenevoli e sottili 
E coli unghie gentili 
Scarse : e ha le dita dell' anella ornate. 

Corpo composto con soavitate, 
Corrispondente di drieto e dinanzi, 
Sicché mi par che avanzi 
L'altre più dhe la seta fra le strambe. 

Formate ha per ragion le belle gambe, 
Polpute, senza pel, candide e bianche, 
Corrispondenti all'anche 
Ed altre parti che dianzi diedi : 

Ed ha lattati e piccioletti piedi 
Senza nocchi, diritti ed appuntati. 
Che paiono, spogliati 
Nelle pianelle, una vezzosa cosa. 

E po' ch'ogni sua parte è graziosa, 
Quella che sta per onestà coperta 
Debb'esser molto certa 
Ogni persona ch'ella avanza il tutto. 

Dando a cui si conviene il dolce frutto. 
E volend'io pienam.ente trattare 
Del suo gentil parlare 
E d'ogni suo adorno e bel costume. 

Troppo sarebbe lungo il mio volume. 
Ma pur dirò eh' e' costumi di Francia 
Tutti sono una ciancia 
A petto a que' di questa donna vaga; 

--' 344 - 



RIME 



De' qua' chi l'ode o chi la vede appaga, 
E quando va per via cogli occhi bassi 
E misurati passi, 
D'ogni parte a vederla gente corre. 

E persona non è dhe sappia apporre 
O riprender suo' atti o suo' sembianti : 
D'un voler tutti quanti, 
Ciascheduno per se che ne ragiona, 

Dicon ch'ell'è d'ogni beltà corona; 
E rendon grazie a Dio con mente pura 
Che creò così bella creatura. 



II 

Incomincia una morale che racconta le bellezze che vuole avere u- 
na donna. 

L'alta virtù di quel collegio santo 
Che adorna di Parnasso il sacro monte 
Con quella illustre fronte 
Che fa versificando a molti onore, 

Spiri per grazia in me tanto valore, 
Ch'i' possa con be' versi dire in rima 
Le gran bellezze prima 
E poi l'alta virtù di quella a ch'io 

Mi son per servo dato, e nel cor mio 
Non tengo altro pensier se non far cosa 
Che a lei sia dilettosa, 
E son più suo che non son di me stesso. 

E per trattar di quel ch'i' ho promesso, 
Comincio a' crespi suo' biondi capelli 
Lucenti sì che a quelli 
D'Apollo hanno la fama e '1 nome tolto. 

E nella sommità del suo bel volto. 
Che fa ciascun che '1 guarda innamorare, 
Si vede a punto stare 
L'alta lucente e spaziosa testa; 

— M5 — 



ANTONIO PUCCI 

E si scorgono ivi a pie di questa 
Nere e sottili due arcate ciglia : 
E pien di maraviglia 
Rimari ciascun che guarda i lucenti occhi; 

Però che vi par dentro Amor che scocchi 
Saette d'oro, e punge altrui con elle. 
E son le gote belle 
Piene e vermiglie come vuol ragione. 

11 naso ha tanta bella fazione, 
Che fa maravigliar giovani e vecchi. 
Puliti e par' gli orecchi, 
Pigliando ognun la parte che gli tocca. 

E, quanto a me, ella ha più bella bocca 
Che di Lavina non scrisse Vergigli©; 
Fregiati di vermiglio 
I due labbri sottili; e, quando ride, 

Alquanto l'un daJl'altro si divide; 
Sicché dimostra i suoi piccoli denti 
Bianchi e rilucenti. 
Che l'uno a lato all'altro è ben commesso. 

È *1 mento tondo, pieno, un poco fesso; 
E tanto ben risponde all'altre cose, 
Che colui che ve 1 pose 
Debbe di ciò per certo saper l'arte. 

E quanto a punto bene a parte a parte 
Fu fatto '1 viso al qual niente manca, 
La gola svelta e bianca 
Immaculata senza alcun difetto! 

L'ampio compresso e ben composto petto. 
Nel qual di duo pomette mi par l'orma, 
Ha tanto bella forma, 
Che appor non vi porrla senno umano. 

Grosse distese braccia; e la sua mano 
Bianca vezosa sottile e pulita; 
Sottili e lunghe dita 
Coll'unghie rilucenti un poco tenere. 

Tutt'altre parti d'està nuova Venere 
Che son coperte di sue belle veste, 
Dicemi Amor che queste 
Rispondon ben siccome ragion chiede. 

— 346 — 



RIME 



Da poi ch'ella è così dal capo al piede 
Ripiena di bellezza, io come lieto 
Dirò che Policleto 
Non la potrebbe disegnar più bella. 

E sopra ogni altra donna ella favella 
Dolce benigna, pulito, appuntato; 
E non le segga a lato 
Chi non è come lei pien d'onestade. 

Alquanto ella par donna di beltade 
Negli atti e modi suoi tanto donneschi, 
Che par che di lei esdhi 
Quanto esser può in donna leggiadrìa. 

E quando vegga l'altre per la via. 
Piglia l'andar soave; e come grue 
Va sopra se; e piùe 
Va pellegrinamente d'un falcone. 

Ed ha sempre con seco ogni stagione 
Sì dolce e vaga e bella contenenza, 
Che d'ogni riverenza 
La fa parer sopr'ogni donna degna. 

E non pur la prudenzia in costei regna; 
Ch'ella è costante benigna e temprata, 
Che par ch'ella sia stata 
Sempre governator di tutto il mondo. 

La magnanimità può ire al fondo 
Certo non mai, mentre che ella vive : 
Però chi di lei scrive 
Può largo dir ch'ella ne sia sostegno. 

Or pensa tu, lettor, s'hai fior d'ingegno. 
Se questa donna è bella e dilettosa 
Sottile ed ingegnosa. 
Ne puossi con ragione appor niente. 

A questo poss'io dire arditamente. 
Che di qual donna maggior fama vola 
Costei per se la 'mbola. 
Occupando d'ogni altra il favellare. 

Ed io mi posso più d'Amor lodare 
Che ni'un altro amante dhe mai fusse, 
Da poi che mi condusse 
Amar la donna d'ogni donna donna. 

— 347 — 



ANTONIO PUCCI 

E più mi loderei, se questa donna 
Fusse nel core in verso di me punta 
Dell'amorosa punta 
Di quel quadrel dhe accese il cor d'Elèna, 

O pur ch'ella sentisse quella pena 
Ch'infiammò Dido del troiano Enea, 
O quella di Medea 
Che fé a Giason acquistar tanto onore. 

E, se quest'esser non può, i' priego Amore 
Che certa faccia lei della mia doglia, 
E che le piaccia e voglia 
Saper quanto le son servo fedele : 

Ed ella, che già mai non fu crudele, 
Dolce, benigna, con un lieto aspetto, 
Spero che mi darà qualche diletto. 

(Questa e l'antecedente furono pubblicate per nozze a cura di 
G. Arcangeli, Prato, Alberghetti, 1852; le abbiamo rivedute sul co- 
dice magliab.) 



Ili 

Lasso, che *1 tempo Torà e le campane 
Che ogn'or col suon mi danno nella mente 
Mi fanno rimembrar quanto sovente 
A morte vanno le potenze umane. 

E penso, lasso!, sera notte e mane 
Come si fugge ogni tempo presente, 
E veggo che per certo egli è niente 
Ciò dhe d.esian nostre menti vane. 

Corre per forza come pinto strale 
Dal nascer questa vita a dar nel segno 
Di quella, che n'iun centra lei vale. 

Dunque che fa nostro misero ingegno? 
Vanitas vanitatum monta e sale, 
L'alma è sommersa, e '1 corpo è fatto indegno. 



— 348 — 



RIME 



IV 

— Deh, fammi una canzon, fammi un sonetto 
Mi dice alcun c'ha la memoria scema; 
E pargli pur che datami la tema 
Io ne debba cavare un gran diletto. 

Ma e' non sa ben bene il mio difetto 
Ne quanto il mio dormir per lui si scema : 
Che prima che le rime del cor prema 
Do cento e cento volte per lo letto; 

Poi lo scrivo tre volte alle mie spese, 
Però che prima corregger lo voglio 
Che 1 mandi fuora tra gente palese. 

Ma d'una cosa tra l'altre mi doglio, 
Ch'io non trovai ancora un sì cortese 
Che mi dicesse — Tie' il denar del foglio. — 

Alcuna volta soglio 
Essere a bere un quartuccio menato, 
E pare ancora a lor soprappagato. 



V 



Io fui iersera, Adrian, sì chiaretto, 
Che in verità io non te '1 potrei dire : 
Che mi parea dhe volesse fuggire 
Con meco insieme la lettiera e '1 letto : 

Io abbracciai il piumaccio molto stretto 
E dissi — Fratel mio, dove vuoi ire? — 
In questo il sonno cominciò a venire, 
E tutta notte dormii con diletto : 

Perch'esser mi pareva alla taverna 
Là dove Paol vende il vin trebbiano; 
Che per tal modo molti ne governa; 

— 349 — 



ANTONIO PUCCI 

Ed avendo un bicchieri di quel sano 
In su quell'ora che 1 dì si discerna, 
E voi venisti a torlomi di mano. 

(Questi Sonetti son tratti da Poeti antichi dell'Allacci ; Napoli, 
Alecci. 1661.) 



VI 

Andrea, tu mi vendesti per pollastra 
Sabato sera una vecchia gallina. 
Ch'era degli anni più d'una trentina 
Stata dell'altre comatrice e mastra. 

E' non fu mai affamato il Calastra, 
Ch'egli mangiato avesse tal cucina; 
Però ch'ella parìa carne canina 
E queir omore in se che ha una lastra. 

Volevasi mandare alla fornace 
E tanto far bollire ogni stagione 
Che ammorbidasse sua carne tenace. 

Ma primamente il tegolo e '1 mattone 
O calcina sarìa stata verace, 
Che quella mossa avesse condizione. 

Mangia'ne alcun boccone 
Per fame, e misi a ripentaglio i denti. 
Però fa' tu che d'altro mi contenti. 



VII 

Amico mio barbier, quando tu meni 
Al viso altrui così grave il rasoio, 
Faresti me' filare a filatoio 
Ohe rader per segare altrui le veni; 

Che quando tu mi radi tanto peni 
Che di maninconìa tra man ti muoio; 
E par che tu mi metta al tiratoio, 
Tanto piegar mi fai dietro le reni. 

— 350 — 



RIME 

Quando radi, però non esser lento; 
E per non intaccar, la man provvedi. 
Come facesti a me di sotto il mento. 

Deh come tu se' sciocco, se tu credi 
Che a radermi da te più sia contento, 
Se avessi ben la barba in fino a' piedi. 

E, ver come tu vedi, 
Che 'n fino a qui guadagno alcun t'ho dato, 
Sonne pentuto; ond'io non ho peccato. 

(Questo e l'antecedente son tratti dalle Poesie di A. Pucci; Fi- 
renze, Cambiagi, 1772.) 



Vili 



Dà un esemplo che, essendo in casa d'altri, s'ubbidisca senipre d 
signore di ctua. 

Un gentiluom di Roma una fiata 
Si mosse per andar alla ventura. 
Su una gran pianura 
Trovò un ricco e nobile castello; 
Ma era sera, e fame gli è abbondata. 
E come giunse a' fossi delle mura, 
Ei così alla sicura 

Dentro alle porte entrò, quel baron bello. 
E cavalcando si scontrò un donzello; 
E con gran reverenza il salutava, 
E poi il dimandava 

D'un buon albergo : ed egli rispondea 
Che in quel castello albergo non avea. 

— La cagion è che questo gran signore 
Che signoreggia il castello e '1 paese 
(Egli è tanto cortese!) 

Chiunque ci arriva vuole a sua magione, 
E fa a tutti quanti un grande onore. 
C^esto ch'io dico è dhiaro e ver palese. 
A tutti fa le spese, 

— ^51 — 



ANTONIO PUCCI 

Chi si voi sia o di che condizione. 

Ma. non vi saprei poi dir la cagione, 

Busse e mazzate fa dar infinita 

A tutti alla partita. — 

Disse il Roman — Là mi conviene andare, 

Se mi dovessi tutto far fiaccare. — 

Al palazzo n'andava quel Romano. 
E quel signor, come l'ebbe veduto, 
A lui ne fu venuto, 

E disse — O gentiluomo, scavalcate; — 
E la staffa gli prese con sua mano. 
Lassollo fare il Rom.an, ne fu muto 
Rendergli un bel saluto. 

Disse il signore al Roman — Ben vegnate : 
Siete voi troppo lasso, o come state? — 
E fello a' suoi famigli disarmare 
E '1 cavai governare. 

Per man lo prese, e n sala l'ha menato 
Dov'era riccamente apparecchiato. 

Venuta l'acqua, e quel signor dicea 

— O gentiluom, andatevi a lavare. — 
Ed ei senza tardare 

Presto faceva il suo comandamento. 
Lavossi quel Rom.an come volea, 
E po' in capo di mensa lo fé stare; 
E senza dimorare 

A fare i suoi comandi non fu lento. 
Mangiato ch'ebbon con suo piacimento, 
Vennono al tempo poi a un ricco letto. 
Disse il signor perfetto 

— O gentiluomo, entrate in questa sponda 
Ch'era dall'altra sua sposa gioconda. 

Ed ei v'entrò, ne fé al dir diviso : 
Ma quel signor da poi nel mezzo entrava, 
E così si posava. 

Al giorno chiaro ciascun s'è levato. 
Lavossi quel Roman le mani e '1 viso, 
E quel signor dell'acqua gli donava : 
Ei non gliel contrastava. 
Armossi tosto, e poi prese commiato. 

— 352 — 



RIME 

Ma poco fu dal caste! dilungato, 

Che tornò in drieto con chiaro visaggio, 

E disse — O signor saggio, 

Perchè non mi hai tu fatto bastonare, 

Siccome agli altri sei uso di fare? — 

Disse il signor — Perchè non l'hai servito; 
Clhè il mio comandamento hai tutto fatto. 
Ma egli c'è alcun matto * 

Che vuol esser signor di casa mia : 
S'i' dico — Togli, — i' son mal ubbidito, 
Ma che io tolga ei mi risponde ratto; 
E par che sia di patto 
Che a ciò ch'io dico tengan questa via, 
E voglion pur del mio far cortesìa : 
Ond'io per questo gli fo gastigare. 
Tu hai saputo fare, 

Ch'a' miei comandi non hai contradiato; 
E però non se' stato bastonato. — 

Canzon mia, di' — Chi non vuol bastonate; 
Chi arriva a casa altrui, ed egli piaccia; 
Quel che gli è detto, faccia, 
E faccial tosto senza far contese : 
Ch'egli è buono imparare all'altrui spese. — 

(Da L'Etruria, Studi di filologia ; anno secondo, Firenze, 1852.) 



IX 

I Fra' Minor della povera vita 

Chiamar si fanno da noi 

Vera cosa è che non toccan danari, 
E 'nsacclherebbon con le cinque dita. 

Ed hanno letti e mensa sì fornita 
Che fra li paltonieri han pochi pari. 
Vera cosa è che non portan calzari. 
Dell'altre cose hanno buona partita. 

Non fé così messer santo Francesco, 
Quando alla Vernìa stava in orazione; 
J\4a fé d'un sasso letto panca e desco; 

— 353 -^ 



ANTONIO PUCCI 

E tanto contemplò la passione 
Di Gesù Cristo, che vide di fresco 
Le cinque piaghe con gran compassione 

E non fu sua intenzione, 
Quando da prima cominciò il convento, 
Che il paltonar ci sia comandamento. 



X 

I Fra' Domenican non mangian carne 
Sopra il taglier, perchè non sia veduta : 
Se fusse in torta o in tondo battuta, 
Sicuramente allor posson mangiarne : 

Mangian de* raviol sia pur che farne; 
E nelFinfermità fan gran goduta; 
Mostrandosi d'aver la febbre acuta, 
Si mangian de' capponi e delle starne. 

Non fé così san Domenico pio, 
Che patì affanni per terra e per mare 
Per predicar la parola di Dio, 

E nel pensier già mai non ebbe rio 
Nella sua vita di carne mangiare, 
Ma fu somm.a onestà in fino al fio. 

Adunque, al parer mio, 
Ben seguita san Pietro e san Tommaso 
giunse a cotal vaso. 

(Da Poeti antichi dell'Allacci, ediz. cit.) 



XI 

Lauda che tratta della povertà molto divoia. 

O gloriosa e santa povertade. 
Corbe tu se' da pochi cognosciuta 
E non cara tenuta 
Sì com' esser dovresti al parer mio; 
E perchè se* vestita d'umiltate, 

— 354 - 



RIME 



Ciascun ti spresfia, ciascun ti rifiuta; 

E s'alcun ti saluta, 

Fai con isdegno e non con atto pio 



E da lui in qua poi 

Pochi ne sono stati : ma di fresco 

Ben ti cognobbe il beato Francesco. 

Francesco t'abbracciò, e veramente 
Ti volle per sirocchia e per isposa 
Spregiando ogn'altra cosa, 
E sanza te non fece mai un passo : 
Po' ch'egli vide che sicuramente 
Potìe con teco andare e stare in posa. 
Non ti tene nascosa, 
Né parvegli per te venire in basso; 
E spesse volte faceva d'un sasso 
Con suo* compagni la tavola, e '1 letto; 
E tanto avìa diletto 

Quanto era con teco, asciutto o molle; 
Ne viver sanza te un'ora volle. 

Volleti seco per ogni cammino 
Per ogni luogo dubbioso e oscuro. 
Rendendosi sicuro 
Di te più che di mille cavalieri. 
Or qual fu sì feroce malandrino 
Ch'avesse il cor sì dispietato e duro. 
Che tu con quell'uom puro 
Del cor non gli traessi i ma' pensieri? 
El trovò ben di que' che volentieri, 
Se tu non fossi, rubato l'avriéno; 
Ma, come te vediéno, 
A dietro si volgevan con vergogna : 
Sì che temer con teco non bisogna. 

Non bisogna temer, dove tu sia. 
Di ladri ne di sorci o di tignuole; 
Che *1 furo imbolar suole, 
E la tignola e '1 sorco guasta i panni. 
Sempre è sicura tua mercatanzìa, 
Perchè ciascun la fugge e non la vuole : 

— 355 — 



ANTONIO PUCCI 

Ed a me molto duole, 

Ch e mi par che ciascun se stesso inganni; 

Che possendo aver posa vuole affanni, 

Cercando il mondo per mare e per terra 

Solo per farsi guerra; 

Ma tale el capital perde e '1 guadagno, 

Che sarìa franco essendo tuo compagno. 

Non vuol tua compagnia e non vuol pace 
Con teco aver dhi troppo s'affatica 
Ed hatti per nimica 
Né vuoiti mai vedere a se a lato : 
Non ti cognosce; però gli dispiace 
Tua amistà, veggendoti mendica; 
E pure al mondo abica; 
Ma finalmente rimane ingannato. 
Perche' mi par che tu facci beato 
Ciascun che fa con teco compagnia : 
E che questo ver sia, 
Per molti santi padri si può dire. 
Che vollon teco vivere e morire. 

Molti t'appellan per nome miseria, 
E tu mi pari sopra ogni ricchezza : 
Ma chi così ti sprezza 
Non ti cognosce, come fé il Signore; 
Che se ti cognòscesse, sanza feria 
Ti pregherebbe con molta dolcezza 
Ed avrebbe vaghezza 
Di ritrovarsi teco a tutte l'ore, 
E non ti sdegnerìa, ma con amore 
T'abbraccerebbe ed alla mensa e a letto 
Amando con effetto 
Quel ben che è quasi odiato da tutti 
Ma non da chi cognosce i tuo' buon frutti. 

Quando avéa le molte vivande 
Ed era di buon vini ben fornito, 
Perdeva l'appetito ^ 

E non potìa dormire in su la piuma; 
Oggi a bisogno mangerei le ghiande, 
Berci dell'acqua per vin favorito, 
E poi così nodrito 

-^ 356 -^ 



RIME 

Nell'acqua dormirei sovra la schiuma : 

Così diviene a dhi teco costuma : 

Ond'io per me t'accetto e vo' per donna 

Di me, vita e colonna; 

Po' che teco sto sano e gagliardo, 

A Dio servendo sotto san Bernardo. 

Muovi, canzone, vanne a frate Duccio, 
Povero frate di Montuliveto, 
Che tutto quanto lieto 
Vive con quella di cu' io ragiono; 
E raccomandagli Antonio di Puccio 
A cui ha fatto fare il tuo dicreto, 
E n palese e n secreto 
Gli di' che n tutto al suo servigio sono; 
Poi gli reca alla mente il magno dono 
Che mi promise, quand'ebbe pietate 
Di mia awersitate; 
Ch'i' ho tal fede in sua orazione. 
Ch'i' spero migliorar mia condizione. 

(Dalla cit. Miscellanea di cose inedite o rare per F. Corazzini.) 



XII 



Dante Alighier nella sua Commedia 
Narra d'un fiume che si chiama Lete; 
Del qual qualunque si togliea la sete. 
Ogni suo fatto di mente gli uscìa. 

Dimenticava amore e compagnia 
E le cose palesi e le secrete; 
Perchè quell'acqua gli facea parete 
Alla memoria ed alla fantasìa. 

Così color che salgono agli uffici 
Paiono inebriati di quel fiume, 
Dimenticando parenti ed amici; 

— 357 — 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV . 23 



ANTONIO PUCCI 

E del passato non veggon più lume, 
Le lor promesse non hanno radici; 
E straccian di memoria ogni volume. 

Deih fa' che tal costume, 
Caro compare mio, non regni in te; 
Ma se tu puoi, ricordati di me. 



XIII 
AD UiNO DE' PRIORI 

suo AMICO 

Loda e ringrazia Iddio principalmente. 
Difendi il ben comune a tuo potere; 
E co' compagni tuoi sia d'un volere, 
E servi chi domanda giustamente; 

Dal disservir ti guarda grandemente; 
E se prometti, voglilo attenere; 
Sia temperato al mangiare ed al bere; 
Parla di rado e sempre onestamente : 

Quando proposto sei, se vogli onore. 
Non metter cosa illecita a partito; 
Chi men sa dir fa' tuo risponditore; 

E di quel del Comun non far convito : 
Né amistà ti vinca ne timore : 
Ser Poltra sia da te sempre sbandito : 

E non sia tanto ardito 
Che tu riveli altrui quel ch'è credenza :, 
La fava vendi sempre a coscienza. 

(Da Poeti antichi dell'Allacci, ediz. cit.) 



XIV 



Ahimè, Comun, come conciar ti veggio 
Sì dagli oltramontan sì da' vicini 
E maggiormente da' tuoi cittadini. 
Che ti dovrìen tenere in alto seggio! 

— 358 — 



RIME 



Ohi più ti de' onorar, quel ti fa peggio; 
Legge non v'ha che per te si declini : 
Co' raffi con la sega e con gli uncini 
Ognun s'ingegna di levarne scheggio; 

Che pel non ti riman che ben ti voglia : 
Chi ti to' la bacdhetta e chi ti scalza, 
Chi '1 vestimento stracciando ti spoglia. 

Ognun lor pena sopra te rimbalza : 
E ni'un è che pensi di tua doglia, 
O s' tu dibassi, quando se rinalza; 

Ma ciascun ti rincalza : 
Molti governator per te si fanno, 
E finalmente son pure a tuo danno. 



XV 

Se nel mio bene ognun fosse leale, 
Sì come di rubarmi si diletta. 
Non fu mai Roma, quando me' fu retta. 
Come sarebbe Firenze reale. 

Ma siate certi che di questo male 
Tardi o per tempo ne sarà vendetta : 
Chi a me torrà, converrà che rimetta 
In me, Comun, del vivo capitale. 

Tale per me fu in cima della rota 
Che in simil modo rubando m'offese, 
Onde la sedia poi rimase vota. 

Tu che salisti quando l'altro scese. 
Pigliando esempio, mie parole nota; 
Deh, fa che impari senno alle sue spese! 

Che non v'ha più difese : 
Poiché, tu vedi. Giustizia mi vendica. 
Deh non voler del mio tesox far endica! 

(Questo e l'antecedente, primieramente pubblicati dall'Allacci in 
Poeti antichi (Napoli, 1661). furono poi ristampati dall' Ab. Fiacchi, 
come di Dante, nel voi. XIV degli Opuscoli scientijici e letterari (Fi- 
renze. 1822: onde prendemmo qualche variante a migliorar la le- 
zione.) 



— 359 — 



ANTONIO PUCCI — RIME 



XVI 

Quando Firenze alcuna cosa monta 
Sopra' Pisan traditor misleali, 
Nemici della Chiesa e de' Reali, 
A pace ragionar nessun s'affronta. 

Ma or che Pisa vitupero ed onta 
Ha fatto a noi con infiniti mali, 
Mostra che voglia il papa e i cardinali 
Che vendetta non sia ma pace pronta. 

Salva la riverenza al Padre Santo, 
Firenze sempre fu di Santa Chiesa, 
E Pisa è stata contro in ogni canto; 

Dunque dovrebbe far nostra difesa : 
E se non vuole, esca di mezzo, tanto 
Che noi mostriamo quanto in guerra pesa; 

E finita la impresa, 
Non dico contro, ma molto mi piace. 
Che '1 Padre Santo ci riponga in pace. 

(Da Poeti antichi, ediz. cit.) 



FILIPPO DE' BARDI 



O Pisa, vituperio delle genti. 
Come già disse lo nostro poeta; 
1 tuoi vicin non son vèr te più lenti, 
E non ti vai chiamar quell'alto Teta 

Che ti soccorra per campar da' denti 
Del leon fiorentin, che non si cheta 
Perchè abbia rossi gli artigli possenti 
Del sangue de' tuoi fi' con tanta pietà. 

Deh dimmi, Pisa bassa sventurata, 
Abbandonata da Dio e dal mondo, 
Sarai tu sempre di te sì errata? 

Manda le chiavi del tuo cerdhio tondo 
A quella donna che può far beata 
Te ed ogni altra che più fosse al fondo. 

Questo consiglio mondo, 
Se sarai savia, tosto piglierai : 
Se non, al tutto disfatta sarai. 



ADRIANO DE' ROSSI 



Il selvaggiume che viene in Fiorenza 
Occupa molto dell'altrui ragioni; 
Che lepri e cavriuol per testimoni 
Ci voglion più che buona coscienza. 

E dàssi piena fede ed udienza 
A starne quaglie fagiani e pippioni; 
Sì ch'elle rompon le riformagioni 
E fanno rivocare ogni sentenza. 

Or non so io qual agnol Gabriello 
Non si piegasse veggendo la soma 
Di frutte e di cappon per soprassello; 

Perchè la lealtà ch'ebbe già Roma 
Al tutto è spenta, e Fabrizio e Metello 
E i lor seguaci han bando della chioma; 

E più non ci si noma 
Chi lascia se per acquistar onore; 
Ma chi peggio ti fa, quegli è migliore. 

(Questo e l'antecedente, dal Crescimbeni, Storia della volgar poe- 
sia, ediz. cit., 1. e.) 



FRANCO SACCHETTI 



I 

Già mai non fu né fìa 
Che dove regna Amor virtù non sia. 

Non vuol Amor se non il cor gentile : 
E quello è cor gentil che perfetto ama, 
Fuggendo ogn'ora dalla cosa vile 
Per seguir quel valor che semipre brama 
Chi amante si chiama 
Per questo veder può che d'Amor sia. 

Chi ama, teme di non dispiacere 
Per nessun modo alla sua donna amata; 
Usa vergogna, se la va a vedere; 
E mai da lui non è infamata. 
Ma sempre è onorata : 
Perchè cotale amor virtù gli fìa. 

Non è innamorato per mostrarsi 
Alcuno in atti o per spander sospiri 
O con sue veste di novo adornarsi 
Parendo disonesto a chi le miri; 
Che per li suo' desiri 
L'affetto mostra spesso chi l'uom sia. 

r non potre' ma' dir, mia canzonetta, 
Quanti son que' che ardono in parole 
E morti chi di lancia o di saetta; 
E tal non sente amor che più si duole : 
Però trova dhi vuole 
Seguir virtù, che sempre amor vi sia. 



— 363 — 



FRANCO SACCHETTI 

II 

Intonata. S. Giovannes S. Gherardelli sonum dedit 

Se la mia vita con vertù s'ingegna, 
Da donna vien che sovra 1 mio cor regna. 

Veggio, mirando lei, la vaga luce 
Che penetra valor nella mia mente 
Con quel disio, ch'a ben servir m'induce, 
D'un'accesa vertù: tant'è possente! 
Così amando sento che 1 cor sente 
Che donna di vertù vertù gl'insegna. 



Ili 

Amor, dagli occhi vaghi d'està donna 
Tanto valor dipende, 
Che chi gli mira ogni vertù comprende. 

Ne' primi dì d'amar, mia gioventute 
Fedel si fece alla lor signorìa : 
Da' quali in lei vide venir salute 
Che volse al ben la viziosa via. 
Questa regina della mente mia 
Sempre a servir mi accende : 
E quando servo a lei, men mal mi offende. 

{Estratte da Rime di M. Franco Sacchetti (Lucca, Franchi e Ma- 
ionchi, 1853); edite sur un codice della Biblioteca lucchese, copiato 
dal Mòucke dall'originale dell'editore.) 



— 364 



RIME 



rv 

Questa che '1 cor m'accende 
Col cor mi fugge e con gli occhi mi prende. 

Vaga della mia pena 
Ogn'or SI fa; perchè con dolce sguardo 
Al suo disio mi mena. 

Mostrando darmi quel che sempre è tardo. 
Sì mi consumo et ardo, 
Seguendo chi mi guida e chi mi offende. 



V 

Chi vide più bel nero 
Di questo nero mai? 
Qual più di questo bianco è bianco assai? 

Intelletto non è che comprendesse 
Qual è nel suo colore 
Bianco vermiglio e biondo : 
Ne mi credo che alcun già mai vedesse 
Rosa viola o fiore 
Sì colorito al mondo, 
Quanto il viso giocondo, 
O Amor, che dipint'hai 
D'intorno agli occhi dove preso m'hai! 

(Questa e l'antecedente sono estratte dal tomo IV (1819) del 
Giornale Arcadico, ove furono stampate di sul cod. vat. che fu del- 
l'Orsino : furono impresse con qualche piccola diversità anche nella 
cit. ediz. lucchese.) 



— 365 — 



FRANCO SACCHETTI 



VI 

Intonata per Francum Sacchetti 

Mai non serò contento, imaginando 
Il tempo e loco e dov'io fui e quando. 

Amata lungo tempo giovinetta, 
Et ella me dimostrando d'amare, 
In un boschetto riscontrai soletta 
Presa da' pruni : e non potea passare 
Innanzi ne dietro ancor tornare, 
Sì d'ogni parte la venìen pigliando. 

Come la vide me, così partita 
Fu dalle spine; e con lamento pio 
Diceva — Oimè lassa! i' son smarrita 
Fra queste fronde, ch'altro non vegg'io. — 
Allor pietoso, contro al voler mio, 
Le dimostrai sua via, rinsegnando. 

Così quel giorno foss'io anzi morto 
Ch'esser com'era d'uno accompagnato! 
Però che sol per questo mi fu corto 
Il mio pensier che tanto avea bramato; 
Sicché per esser tre venne fallato 
Il dolce don ch'io disiava amando. 

Io dico spesso — Oma' voglio andar solo; — 
Ma quando penso che tal cosa mai 
Non credo ritrovar, cresce il mio duolo; 
Ed alcun'ora andando ov'io lasciai, 
Veggendo solo ove sola trovai. 
Mai non serò contento imaginando. 

(Questa e le segiaenti sono estratte dalla cit. ediz. lucchese delle 
Rime di hi. Franco Sacchetti .) 



— 366 — 



RIME 



VII 

Fr ANGUS SONUM DEX)1T 

InnzLmorato pruno 
Già mai non vidi, come l'altr'ier uno. 

Su la verde erba e sotto spine e fronde 
Giovinetta sedea 
Lucente più che stella. 

Quando pigliava il prun le chiome bionde, 
Ella da se il pignea 
Con bianca mano e bella; 
Spesso tornando a quella 
Ardito più che mai fosse altro pruno. 

Amorosa battaglia mai non vidi, 
Qual vidi essendo sciolte 
Le treccie e punto il viso. 
Oh quanti in me allor nascosi stridi 
Il cor mosse più volte, 
Mostrando di fuor riso! 
Dicendo nel mio avviso 
— Volesse Dio ch'io diventassi pruno! — 



Vili 
Intonata. Franciscus de Organis sonum dedit 

Non creder, donna, che nessuna sia 
Donna di me, se non tu, donna mia. 

Così potess'io dimostrarti il core 
Là dove ogn'or la mente in te si posa! 
Che ben vedresti in esso stare Amore 
E la tua vista bella et amorosa; 
A cui servir non è l'alma ritrosa, 
Che te servendo pur servir disia. 

Di questo, lasso!, non posso far prova : 
Però, donna, deh prova la mia fede! 

— 367 — 



FRANCO SACCHETTI 

E se per mio affetto altro si trova, 
Non possa io mai trovar da te merzede; 
Ch'i' t'ho amato et amo, et amar crede 
Te sempre il cor dhe tuo fu sempre e fia. 

Canzon, sì come se' del mio amor certa, 
Così costei fa' certa col tuo dire; 
E se mostrato t'ho la mente aperta. 
Aperto mostra a lei il mio desire; 
Sicché amando il ver possa sentire, 
Ch'altra non amo ne amare porrìa. 



IX 

Ma' non senti' tal doglia 
Quant'è con fede amare 
Donna, che abbandonare 
Po' mi convien e gir contro a mia voglia. 

Amor, tu mi facesti 
Venir in un paese da m.e strano, 
E in quello mi prendesti 
Per farmi poi da' begli occhi lontano. 
Il mare il monte e '1 piano 
Non so com'io trapassi, 
Ch'e* mie' dogliosi passi 
Non mi mettan ogn'ora a mortai doglia. 

Come potrà soffrire 
Il cor penoso che la luce mia 
Si convegna partire 
Da quella che veder sempre disia? 
Lasso!, ch'ai tutto fìa 
Distrutta mia valenza. 
Quando la sua presenza 
Mi vedrò allungar con grave doglia. 

Una speranza alquanto 
La mente trista imaginando porta, 
Che tal'or nel mio pianto 
Giugne il pensier che dice — Or ti conforta; 

^- 368 — 



RIME 



Che la dimora corta 

Sarà, se tu vorrai, 

E ritornar potrai. — 

Ma questo ogn'or m'accende maggior doglia. 

Ballatetta, con pena 
Mi movo, e venne sì come colui 
Che alla morte si mena, 
Senza sperar d'aver aiuto altrui. 
Però tu sola, in cui 
Ogni mio stato posa, 
Rimanti dolorosa 
Cantando a questa donna la mia doglia. 



X 

Intonata. Franciscus de Organis sonum dedit 

Né te ne altra voglio amar già mai, 
Falsa, po' che così tradito m'hai! 

Pensando, lasso!, al tempo ch'i' ho perduto 
Amando te, or grave doglia sento : 
Che, se amante amar fu mai veduto, 
Con fede amava te per ognun cento; 
Tanto che '1 tuo amor di virtìì spento 
Mi promettesti : e poi tradito m'hai. 

Della promessa tua fu' lieto tanto 
Che gioia non senti' ma' quanto allora; 
Tornato m'era 'n riso ogni mio pianto : 
Ma in me fece picciola dimora. 
Credeami esser dentro, or son di fora : 
Ad altrui data se', tradito m'hai! 

Abbandonato sanza mia cagione 
Da te mi trovo : et or amante tale 
Ha' tolto, che ne renderà ragione; 
E già ti trade, ov'io t'era leale. 
Così costui conforterà '1 mio male, 
Tradendo te come tradito m'hai. 

— 369 — 



FRANCO SACCHETTI 

Vattene ad Amor, mia ballatella; 
Digli ch'alquanto aggia di me mercede, 
Punendo sì questa malvagia e fella, 
Ch'assempro sia a qual donna la vede; 
Che m'ha tradito sanza alcuna fede. 
Come nessun fosse tradito mai. 



XI 

Intonata. Magister Nicolaus Propositi sonum dedit 

Di diavol vecdhia femmina ha natura, 
Fiera diversa e fuor d'ogni misura. 

Del ben s'attrista e con invidia il mira, 
E di vedere il mal ingrassa e ride; 
Ordina pensa ciò ch'altrui martìra, 
E dentro la gioia quando di fuor stride; 
Così quest' animai brutto conquide 
Ciascun che vive, et ogni luce oscura. 

Al mondo spiace la sua opra e vista, 
Più che non piacque a drieto in giovinezza : 
E per questo che vede, al cor acquista 
Superbia et ira nella sua vecchiezza; 
Sicché le fa bramar l'altrui bellezza 
Tornare al simil della sua figura. 

Dunque, qual gioven donna è sì beata 
Che non giugne a tal tempo de' volere, 
Poi c'ha passata la stagione amiata. 
Metter la morte sua a non calere : 
Che dietro al buono stato il reo vedere 
È peggio che chi al mal sempre s'indura. 

Di diavol vecchia femmina ha natura, 
Fiera diversa e fuor d'ogni misura. 



370 — 



RIME 



XII 

Ballata fatta per altrui 

O giovinetta, poi dhe se' sposata, 
Non ti dimenticare s'io t'ho amata. 

E così fermo son sempre d'amarti, 
Che caso sia, awegna ciò che vòle. 
Perchè, fanciulla, vedrò donna farti 
E sentirai più l'amoroso sole, 
Considerando gli atti e le parole 
Che moven dalla mente innamorata. 

Al mio amore et al tuo tempo puro 
In dietro ragguardando vederai 
Quel che per purità ti era oscuro, 
E '1 mio fedele amor conoscerai; 
Sperando che contento mi farai 
Della tua vista tanto disiata. 

A tal sposa novella, ballatina, 
Ne va'; e quando in testa avrà ghirlanda 
D'ulivo e di argento la mattina, 
Umilmente l'addestra d'ogni banda, 
Dicendo — Il servo a te si raccomanda. 
Che per tua cameriera m'ha mandata. — 



Xill 

Fatta per un giovine che amava Lisa 

Splendor del ciel vaga fioretta Alisa 
Produsse in terra, ov'il mio cor s'affisa. 

Con quelli ragcq che la mente accese, 
Vivo suggetto sempre a seguir lei : 
E perchè mai di n^e pietà non prese. 
Umile vo con pene e con omei, 
Sperando pur ch'alli tormenti miei 
Divegna pia, c'ihanno l'alma conquisa. 

— 371 — 



FRANCO SACCHETTI 

Come che sia, io ti ringrazio, Amore, 
Che servo fatto m'ha' di cosa tale; 
E sempre l'amerò di fermo core. 
Se fermo core a niuno amante vale; 
Che suo sono e d'altro non mi cale. 
Fin che l'alma dal corpo sia divisa. 



XIV 

Ballata per alirui 

Nella più bella terra casentina 
È apparita, Amor, un'angelina. 

La quale è tanto graziosa e vaga 
Che qualunque la vede ne 'nnamora 
Ond'io veggendo lei senti' la piaga 
Che mi tirò più volte ove dimora; 
Come colei che Falterona onora 
E '1 fiume suo in fino alla marina. 

Ballata, su per Arno, dove l'onde 
Corron a pie della donna gentile. 
Ne va', e lei saluta, che risponde 
Come benigna ?iccorta et umile; 
E fagli onor, che la ti dia lo stile 
D'amar nella montagna fiorentina. 



XV 

Siccome il sol, nascoso da alto monte 
O d'una nuvoletta uscendo, luce 
Agli occhi umani ove vaghezza adduce; 

Così mi si mostrò con chiara luce 
Subito uscir di scogli quella fronte 
Che '1 mio cor tiene in amorosa fonte. 

Di quanti color venni il sa colui 
Che '1 fa et ella di cu' sempre fui. 



372 — 



RIME 



XVI 

Perduto aveva ogni arbuscel la fronda, 
Quando tra verdi lauri, Amor, guardando 
Risplender vidi una testa bionda. 

Fra l'un cespuglio e l'altro penetrando 
Scòrsi la donna alquanto fuor d'un ramo. 
Per cui morì sempre mia vita amando. 

Dolce fu il giorno e vago fu il verde, 
Ma più il viso che stagion non perde. 



XVII 

La neve e 1 ghiaccio e' venti d'oriente 
La fredda brina e l'alta tramontana 
Cacciata hanno da' boschi suo' Diana. 

Perch'ella vide secche l'erbe e' fiori, 
Volar le fronde e spogliar la foresta. 
Coverto s'ha col vel la bionda testa; 

Et è venuta al loco ov'ella nacque, 
Dove più ch'altra donna sempre piacque. 



XVIII 



Amor, nel loco della bella donna, 
Come fortuna vuol, le pecorelle 
Stanno con lor pastori e pasturelle : 

E' buoi che toman da' solcati colli 
Risuonano i lor mugghi ov'ella tanto 
Spirò già con vaghezza il dolce canto. 

Distrutto sia ciascun che segTie Marte, 
Perchè distrugge il ben in ogni parte. 



— 373 — 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV. 24 



FRANCO SACCHETTI 



XIX 



Di poggio in poggio e di selva in foresta, 
Come falcon che da signor villano 
Di man si leva e fugge di lontano, 

Lasso!, men vo, bench'io non sia disciolto. 
Donne, partir volendo da colui 
Che vi dà forza sovra i cor altrui. 

Ma quando pellegrina esser più crede 
Da lui mia vita più presa si vede. 



XX 

Passato ha '1 sol tutti i celesti segni 
Già l'undecima volta, 

Che nel tempo ov'io son voi, donna, amai; 
E qui mi trovo amando più che mai. 

I lucenti capelli erano sparti : 
Or su la vaga fronte 
Veggio raccolti e con maggior biltate 
Che non furon già mai in loro etate. 

Tempo non yien che tal bellezza offenda, 
Né che per tempo amor più non m'accenda. 



XXI 

Povero pellegrin salito al monte 
Mi veggio lasso a scendere alla valle, 
Dove tostano è scuro ogni suo calle. 

O erta vana dilettosa e falsa, 
Quanto se' vaga all'ignorante ingegno! 
Guai a chi passa e non riguarda il segno! 

Passato sono, e vo, e sto, e corro : 
Stella mi doni lume a cui ricorro. 



— 374 - 



RIME 



XX!! 

Fortuna avversa del mio amor nimica. 
Che poss'io più? che dietro a lungo affanno, 
Sperando aver riposo, ho doppio danno. 

Quando la vaga stella che m'accese 
D'oscuro mar m'aveva tratto e scorto 
Con una navicella presso a porto, 

Vento si volse; e 'n parte m'iha condotto, 
Ch'i' son gittato a' scogli, ed ella ha rotto. 



XXIII 



Nel mezzo già del mar la navicella 
Tra l'oriente e l'occidente è giunta, 
Che mi mena a fedir in scura punta 

Col vento tempestoso : e quella stella 
La qual fedel mi fece, che più forte 
Affretta sua giornata, è la mia morte. 

Lasso! natura forze non le dà 
Che mai per tempo ella dia volta in qua. 



XXIV 

Morale 



Poi che virtù fa l'uom costante e forte, 
A virtù corra chi vuol fuggir morte. 

Che vai fuggir quel che sempre s'appressa 
E che ci guida ogn'ora a mortai fine? 
Corre la nostra vita e mai non cessa, 
In fin che giugne all'ultimo confine. 
Chi più combatte contro a tal ruine, 
Più tosto è vinto e più s'appressa a morte. 

^ 375 ^ 



FRANCO SACCHETTI 

Che vai terra cercare o aer sano 
E in quello viver colFalma corrotta? 
Oh pensieo: cieco ignorante e vano! 
Fante tua mente da' vizi condotta, 
Che l'alma immortai conauidi ogn'otta 
E '1 mortai capo vuo' campar da morte. 
Che vai, mia canzonetta, che tu canti 
Di quel che ciaschedun pianger dovrìa? 
Vattene pure e dillo a tutti quanti. 
Ch'alcun non fu già mai ne è ne fi a 
Che passar non convegna quella via 
Che ciascun fugge e che ci guida a morte. 



XXV 

IN RIPRENSIONE AGLI ITALIANI 

In ogni parte dove virtù manca 
Mancar de' tosto ogni terrena possa 
E venir quella a doloroso fine. 
Se Nino e gli altri tennon Siria franca, 
Regnò virtù; fin che l'ebbe rimossa 
Sardanapal con vizi e con ruine. 
Se Davit tenne tutto il suo confine, 
Per gran prudenza ampliando ogni ora; 
Così il prudente Salomone ancora 
Mantenne senza vizio tutto regno; 
Poi Roboam. indegno 
Per la superbia a mal fine s'indusse. 
Così ancora distrusse 
Nabuccodonosore leconìa. 
Recando Babilonia in sua balìa : 

Po' Baldassarre questa per tal suono 
Perdéo, quando Ciro gliele tolse 
E tirò gli altri in Persia successori. 
O quanti re, e qual reo e qual buono, 
Secondo l'opre lor fortuna volse, 

— 376 — 



RIME 



In fino a Dario con gli suo' tesori! 

Fidandosi costui ne' vani errori, 

Sconfitto fu da Alessandro Magno, 

Il qual di tutto il regno ebbe guadagno. 

Quanti re vinse e quanto regno tenne, 

In fin là dove e' venne 

Tanto signore insuperbendo a morte! 

Antipatro le sorte 

Gli diede del velen con falsi fregi : 

Po' venne '1 suo sotto diversi regi. 

E non vivendo essi con virtute. 
Tolta loro Antiochia dai Romani, 
Po' Siria e tutto ciò ch'avìen perderò. 
Quant'ebbe Roma tempo di salute, 
Dimanda Mace'dòni ed Affricani 
Per l'universo e ciascheduno impero. 
Mentre che crebbe quel Comune altero. 
Fu sempre di virtù capo e colonna; 
Tanto che la sua madre fu tal donna 
Che *1 mondo quasi avea nelle sue braccia. 
Poi, come volse faccia 
E '1 vizio crebbe e la virtù fu vinta, 
Sua forza ebbe la pinta : 
Ed è rimasa, come ciascun vede, 
De' padri antichi sua cattiva erede. 

Non dee dunque alcun vivere ignorante, 
O vuol re o signore, o vuol Comune; 
Che per Comune dico ciò ch'io parlo. 
O vago sito! o figliuol d'Atalante 
Che desti il nome al loco ove ciascune 
Strane nazione vollono onorarlo! 
O primo lano! qual maligno tarlo 
Ha le tue porte sì rose e diserte. 
Che sempre son per rimanere aperte? 
O fumo, o vento, o fior di spinosa erba! 
O abitazion superba, 

Ohe mai non vuo' veder maggior né pare! 
Ciascun signoreggiare 
L'un l'altro cerca, sicché in ogni terra 
Pace non è, ma divisioni e guerra. 

— 377 — 



FRANCO SACCHETTI 

Fece la terra '1 re deiruniverso 
Sì grande e '1 mar, che 'n fra sì lungo telo 
Può solo star chi vuol senza contese : 
Ancor, per racquistar chi era perso, 
In terra oscura dello 'mpirio cielo, 
E per dar pace a tutti, giù discese; 
Po' nostra carne con deità prese 
Ed immortai volle venire a morte. 
Ingrata turba, non pensi a tal sorte? 
Ne gustar vuoi ornai che cosa è pace? 
Non vedi dove e' giace? 
Che la barbara gente Italia corre, 
Con disfare e con torre 
Ad onta delle terre e delle ville. 
Dove per un ne fuggon più di mille. 

Ben mostra assempro la romana seggla 
In cui si debbon conservar le chiavi, 
Che è divisa e combatte alla larga; 
E per seguire al mal la re al greggia. 
Non spegne ma sostien questi error pravi 
Con cose ingiuste ond' eresìa si sparga. 
Solca correr la loro lancia e targa 
Tra gl'infedeli e contro a' vizi altrui : 
Ox seguon la malvagia lupa a cui 
Non sazia mai tesor ne ben terreno. 
Con ferro e con veleno 
Pigliando le vestigia dei tiranni, 
Ohe con mortali inganni 
Cercan di viver sol per aver tutto, 
Ed ogni amor fraterno sia distrutto. 

Quant'è maggior signor, tant'è più servo; 
E di quanti è signor tanti ha a servire; 
E chi men signoreggia è men servente. 
A che sta dunque nostro animo servo. 
Scender volendo, credendo salire, 
E sempre viver sospettosamente? 
Chi ben pensasse a questo dir presente, 
Vorrebbe anzi che regger esser retto. 
O misero, o crudele, o cieco affetto. 
Che con invidia e ira semiDre attendi! 

— 378 — 



RIME 

Le teologiche offendi, 

Le cardinali, e chi ma' legge feo, 

Minos e Foroneo, 

Mercurio Solon Licurgo e Numa, 

lustimano, ed ogni lor costuma. 

Se ciascheduno il passato viaggio 
Il presente e '1 futuro riguardasse, 
Siccome per ragion doverìa farsi; 
Il vizioso, virtuoso e saggio 
Tosto sarìa : e se ciascuno amasse 
La patria sua sanza gli effetti scarsi, 
Potrebbe ancora Italia riposarsi. 
Ma odio giovinezza e I proprio acquisto 
Non se ne cura se '1 paese è tristo; 
Nessun vorrìa per sé quel ch'altrui dona; 
L'offensa non perdona. 
Acceso è questo foco in ogni parte 
E per setta e per parte. 
E mille essempri son; ma un da sezzo 
Non ci rimuove, che 1 dimostra Arezzo. 

Canzon, non vuo' dir più; che 1 tempo è breive, 
E '1 caso affretta andar dove e' bisogna : 
Va', e desta chi sogna : 
Perchè non può fallire '1 suon dh'è dato. 
Ch'ogni regno diviso è disolato. 

(Dal Saggio di Rime di diversi buoni autori dal XIV al XVIIl 
secolo, pubblicato in Firenze nel 1825 dall'abate Rigeli, che trasse 
questa Canzone dal cod. magliab. 40, plut. II.) 



XXVI 

Per vittorie avute contro i Pisani 
(1362) 

Volpe superba viziosa e falsa. 
Ingrata disdegnosa et ignorante, 
Come ti vedi avante 
Venir in contro il iudicio superno! 

— 379 — 



FRANCO SACCHETTI 

Il tuo poder che già fu in acqua salsa 

Perdesti, per voler signoreggiante 

Essere al soprastante. 

In mar comun, se ben nel cor discerno, 

Tu non temevi a pena il re eterno, 

Sì ti parea sovr'ogn' altra esser grande : 

Ma alla Meloria avesti tal vivande, 

Che mai non fosti più in acqua donna. 

Volevi esser colonna. 

Per ristorarti poi, di terra ferma; 

E non considerando alla tua possa 

Ne quanto eri inferma, 

Se' giunta in parte con la tua arroganza, 

Che tu non potrà' dir quel che t'avanza. 

Una due volte e tre e quattro offesi. 
Essendo più possenti, hanno sofferto 

I tuo' nemici; certo. 

Siccome saggi, per aver ragione, 

E per non essere al tuo mal accesi, 

E per non dare a te quel ch'era merto, 

II lor pensier coverto 

È stato in sino all'ultima cagione. 

Per fuggir di ciascun la riprensione, 

Mossi si sono allor che l'alto regno 

In verso te ha dato fermo segno. 

Però che tu se' peggio che Dagana, 

Fuor di natura umana 

Invidiosa rea di mal talento; 

Che per vedere il secol tutto a fondo 

Sofresti aver tormento; 

Scacciando ognun che t'ha tenuto in pace 

E ritenendo qual più ti disface. 

In fiero orgoglio già ti fé venire 
Vittoria alcuna che avesti in terra; 
E, volendo far guerra, 
Contr'al dovere ogn'ora ti movesti. 
Ingrata a Dio, sanza umiltà sentire, 
Non conoscendo, al ben facesti serra : 
Ma '1 mal che 'n te s'afferra 
T'ha pur guidato a far che tu ti desti. 

— 380 — 



RIME 



Gli spirti tuo' crudeli e tanto infesti 

Contro a color che ti facean possente 

Ti faranno tornare ancor a mente 

Per che più ch'altri amar dovevi loro : 

Tu sai ch'ogni tesoro, 

O misera, per loro a te venia. 

Sanza occhi sanza mente se' venuta 

Al mal che in te si cj-ia, 

Sempre rompendo lealtate e fede, 

Fera diversa e fuor d'ogni merzede. 

Quel che t'avvenne pensa che non move 
Se non d'alta giustizia che t'Infonde. 
Delh sami tu dir onde 
Quel da Postierla mandasti a Melano? 
Come di sopra a te fuoco non piove! 
Ugolin Conte ancora non s'asconde 
E l'altre vite immonde 
Pargole ed innocenti, che con vano 
Pensier di tradimento sì tostano 
Pesti con crudeltà venire a morte, 
Ed altre cose ancor ch'io non t'ho scorte 
Sì come quella che di Tolomeo 
Nascesti, o Gan ti feo. 
Ma s'tu conosci l'aspra disciplina 
La qual ti dà colui che tutto regge, 
E la mortai ruina, 

Tu può' veder venirti a piggior punto 
Che Troia Te'be Corinto o Sagunto. 

Non credevi già mai che tuo terreno 
Dagli nimlci fosse sì percosso. 
Che l'Arnonico fosso 
Da tutti ti faceva star sicura : 
Ma tal fortezza ben si venne meno. 
Quando vedesti l'esercito mosso 
Già per correrti a dosso. 
Quel trapassando, verso le tue mura, 
Per non voler aver piggior ventura, 
Tua gente arse fortezze e rifuggirò. 
Po' ti seguì maggior doglia e martìro : 
In su le porte i palil ti fur corsi. 

— 381 — 



FRANCO SACCHETTI 

Assaggia questi morsi; 

Specchiati alquanto verso la VaWera 

Nell'alte ville ancora attorno attorno; 

E vattene a rivera, 

E guarda le galee quel che le fanno, 

E come le catene al porto stanno. 

Levar ti dèi daJla mente superba, 
Imaginando te esser su '1 lito; 
Et al tempo già ito, 
Et a quel ch'è, e qual tuo legno vedi. 
Chi t'ha su '1 mare or dato doglia acerba. 
Tal dhe navilio alcun non ha suo sito? 
Con quale ha' tu ferito 
O con qual dimostrato hai tuo' rimedi? 
Fama risuona che rifar ti credi 
Avendo appoggio di signor lombardo. 
Ma s'è colui che io credo e riguardo, 
Egli ha più che non vuol can alla coda 
Che '1 tengon su la proda 
A far difesa di sua signorìa : 
E se pur fosse, egli è tal qual bisogna 
A domar tua follìa. 
Disfar credendo altrui te disfarai, 
E te istessa con te punirai. 

Ma le due chiavi nel campo vermiglio 
Con l'aquila col carro e con la scala 
Fan che tua speme cala 
In quel disio che più ti nutrica. 
Stringer ti credi, e non hai artiglio; 
E volar vuogli sanza nessuna ala. 
Questo a fine mala 
Te metterà e qualunque t'amica : 
Tal fa il laccio che spesso l'intrica. 
r ti dico : Tapina, guarda, guarda! 
Esce di pietra buona la bombarda, 
Ohe t'ha menato e mena a scuro calle. 
Tu non se' ancora a valle 
Là dove deggi andar vie più amara. 
Non è discordia a struggerti alcuna 
Nell'alta città cara : 

— 382 — 



RIME 

Ma tutti in uno animo e talento 
Vuol ch'ogni nome tuo divenga spento. 
Canzon, tu può' cantar per l'universo 
Che di Fiorenza valorosa parli, 
La qual contro al diverso 
Popol di Pisa nel sessantadue 
Si mosse per punir l'opere sue. 

(Dalla citata Miscellanea di cose inedite o rare per F. Coreizzini.) 



XXVII 



Canzone distesa che Franco Sacchetti jece quando Urbano V e Car- 
lo di Lucimburgo passarono di concordia a Firenze Vanno 1365. 

Non mi posso tener più ch'io non dica, 
O pontefice al mondo quinto Urbano 
Et o re di Buem Carlo monarca. 
Considerando quanto fu amica 
Vostra assembranza a ciascheduno umano 
Quando là foste ove 1 Rodano varca. 
Cantava Roma il Ducato e la Marca 
Romagna e l'altra Italia in questo tempo : 
Da po' che 1 spirto e 1 tempo 
Vidon d'accordo, ognun dicea — Rifatto 
Sarà ciascun latino e messo in pace, 
Ogni lupo rapace 
Sarà da questi due tosto disfatto; 
Poi oltremar terranno il cammin dritto 
A conquistar le terre dell'Egitto. — 

Dogliosi stavan ciaschedun tiranni, 
Popoli e Comun facean gran festa. 
Stava il buon forte, e 1 reo forte tremava : 
Altri scacciati fuori co' lor danni 
Delle lor terre eran diverse gesta, 
Ch'alle paterne mura ognun sperava : 
La mercanzia tutta n'esaltava : 
E que' che ciò non avesse creduto 

— 383 — 



FRANCO SACCHETTI 

Ben era sorcio e muto, 

Veggendo far di due maggiori un segna : 

Porti, sentieri, vie e strade aperte 

Credevan esser certe. 

Se non che par che un proverbio degno 

V'abbia assaliti con sì fatto suono, 

Che consiglio di due non fu mai buono. 

Però che contro al creder d'ogni parte 
Adoperate ned principio vostro, 
Il qual dispiace quanto prima piacque. 
Seguendo andate l'opere di Marte; 
Né terra né castel né alcun dicastro 
Può star sicur se non ha intorno l'acque. 
Veniste là onde tal mossa nacque. 
Per disfar di Liguria la gran sterpe : 
Ma come fiera serpe 
Gittò veleno et annodò la coda. 
E perché niun di voi era ciurmato, 
Partiste da mercato : 
Et or cercate pecorelle a proda, 
Vogliendo far ciascun paese nudo 
Che contro a voi non abbia lancia o scudo. 

A te che tien l'apostolico ammanto, 
Dell'alto re de' re vicario in terra. 
Voglio parlare in questa parte solo; 
Però che tutto fuor di modo santo 
È fuggir dalla pace e voler guerra, 
E 'ncontro a quelli del celeste polo. 
Se io nelle mie rime corro o volo. 
Ragion mi muove; perché niun maggiore 
De' esser del Signore. 
Dunque, se sedia tien' pel re superno, 
Léggi quel ch'esso a ciaschedun comanda; 
Non seguir altra banda : 
E' fu ed é e sempre fìa etemo. 
Dicendo e maestrando — Pace a voi. — 
E tu in sua vece mal la mostri a noi. 

Rivolto é '1 mondo da quel tempo antico 
Che molti di tuo par fuggìan tesoro 
Perché disiavan la vita divina. 

— 384 — 



RIME 



Se questo è ver, ragguarda ciò ch'io dico; 

E cominciati a Pietro, e segui il coro 

Ch'e' trentatrè seguenti a lui declina, 

Facendo sempre in lor la mente fina; 

Nell'opre di ben far fieri ciascuno, 

E poi ad uno ad uno 

Di martire alla morte ebber corona; 

E tra costor si fu Urbano il primo. 

Ma, s'io il vero stimo, 

Che fama del secondo Urban risuona, 

Del gran concilio suo che sì fervente 

Mosse al passaggio tutto l'occidente! 

E mosse allora questi Arrigo terzo : 
E non dugento ma dugento mille 
Fu cotal turba a passar oltre mare. 
Tal oste agl'infedel non parve sdherzo : 
Tripoli ed Antioccia e le lor ville 
Acri e Jerusalem feron tornare 
Sotto i cristiani. Et or ti vo' contare 
Del terzo Urbano; il cui tempo oggi parme, 
Usar veggendo l'arme 
Con le qual Federigo allora corse 
Quando Toscana in molte parti prese : 
E mentre in queste offese 
Si discendea, vera novella porse 
Siccome il Saladin con gente molta 
La Terra Santa avea per forza tolta. 

Quella stagion mi par, che fu allora; 
Salvo che perder tu non puoi quel loco. 
Perchè non l'hai, il qual perde costui : 
Ma ben potresti racquistarlo ogn'ora. 
E qui di differenza è molto doco. 
Perchè ti stai come stette lui : 
E tua e nostra è, e non d'altrui. 
La vergogna e la beffa et anche il danno. 
I tuo' pensier non vanno 
Al quarto Urbano, quando in fuga volse 
Lo Saracino stuol ch'avea Manfredi. 
Ma tu se' il quinto; e vedi 
Un picciol re che Alessandria tolse 

— 385 — 



FRANCO SACCHETTI 

Pel mondo andar e domandarti aiuto 
Per far passaggio, ed or non l'hai voluto. 

A te che tieni il nome sempre augusto 
Dirò quant'hai i tuo' pensier diversi 
Dalla speranza che ciascun disia. 
Conquider i tiranni, com'è giusto, 
Dovevi, ed i Comun tutti universi 
Metter in pace nella dritta via. 
Tutto per e converco par che sia : 
Tu lasci il lupo, e vai drieto all'agnello. 
Pianga chi fu sì fello 
Che per promesse tue aprì sue porte; 
Carta ne scritta non gli valse teco : 
Così 1 Sanese cieco 
Da Malatesta cominciò sua morte. 
Fatt'hai usciti, e nessun hai rimesso, 
Fuor d'ogni modo imperiai concesso. 

Pace co' Turchi e guerra co' Cristiani 
Pigliando prede, ogni sentier fu rotto. 
Togliendo a cui tu può' sua libertate. 
Se tu vuo' fama, va' contro a' pagani : 
Ma forse temi non vi sia Nembrotto, 
Udendo le sue cose smisurate. 
Il nome tuo dovrìa molte fiate 
Farti pensar qual fu il buon Carlo Magno : 
Tu non te ne dai lagno 
D'avere il soprannome il quale ebb'egli. 
Carlo secondo Calvo poco visse, 
Ma al ben far si misse : 
E Carlo Grosso terzo gli aspri e felli 
Infedeli Normanni tanto vinse, 
Che alla fede tosto gli ripinse. 

O quarto da costor, qual è che veggia 
Da te virtù e ben in tra' viventi? 
Perchè avarizia in te si mostra e serba? 
Credi tu che alcun scriva od alcun leggia, 
Et ora e sempre fìa chi ti rammenti? 
Come farai, così diran le verba. 
E già mi par udir con voce acerba 
Di Trievi di Maganza e di Cologna 

^ 366 -^ 



RIME 

Di Buem di Sansogna 

Di Brandiborgo et ancor di Baviera 

Biastemar i signor, da poi ch'eletto 

Tu fosti per lor detto : 

La paglia il ferro e l'oro e tua maniera 

Maladir sento, e dire ad ogni passo 

— Di quel possi tu ber che bevve Crasso. — 

Canzon, vattene a Roma 
Là dove Urbano troverai e Carlo : 
Di' a ciascun il ver com'io ti parlo. 

(Da Sermoni e Lettere di F . Sacchetti, per cura di O. Gigli ; Fi- 
renze, Le Monnier, 1857.) 



XXVIII 
CANZONE MORALE 

PER LA MORTE DI M ESSER FRANCESCO PETRARCA 

(1374) 

Gran festa ne fa il ciel, piange la terra, 
Duolsene il purgatòr, stride lo 'nferno. 
Poi che 1 Petrarca è morto fiorentino; 
Colui che sempre avea co' vizi guerra 
Cercando i modi santi e 1 regno eterno, 
Tanto avea gli occhi verso '1 ciel divino. 
Nelle tre teologiche fu fino. 
Vincendo ognora con le cardinali; 
Maestro delle sètte liberali; 
Con dolce stile e con vaga eloquenza; 
Fonte di senno e fiume di scienza; 
Compositore d'ogni prosa e metro; 
E, se lo vero impetro, 
Isponitor de' linguaggi diversi, 
Rinovator de' passati costumi, 
Munitor de' perversi; 
Dimostrator di leggi e di dottori, 
Delle antiche virtù e degli autori. 

— 387 — 



FRANCO SACCHETTI 

Dunque è ragione se '1 ciel ne fa festa, 
Che nullo in poesia tale ebbe mai : 
Però Giovanni e Paolo l'acconnpagna 
Tra nove cori e l'angelica gesta 
Di grado in grado e ne' celesti rai. 
E Pietro il guida, e d'aprir non ristagna, 
In fin ch'egli è tra quella turba magna 
Che gli apostoli vede e i vangelisti. 
Ivi l'abbraccian quattro dottoristi; 
E con loro è Crisostomo e Bernardo, 
Isidoro ed Anselmo e Pier Lombardo, 
Severino, Basilio e il Nazianzeno, 
Ugo ed il Damasceno, 
Dionisio ed assai di questo stile. 
Con lui saliron alla divina aura, 
Ove alla madre umile 
Vergine f eron di costui offerta. 
Che 'nanzi a Dio gli die la gloria certa. 

Piange la terra, e non è maraviglia; 
Perchè a ciascun che con virtù vive a 
Mancato è il lume che gli dava luce. 
Piange Parnaso e tutta sua famiglia, 
Clio e l'altre Muse, ove solca 
Veder ciascun^ tra lor questo duce. 
O Elicona, chi omai conduce 
Alcun ch'avesse voglia del tuo fonte, 
Poi che spilunca già è fatto il monte? 
E quel che più in me la vita grava 
È, lasso!, dhe la tavola si lava, 
E nessun segue, e ciaschedun si tace. 
Chi leverà chi giace? 
Chi guiderà le menti a lor sentiero, 
E chi darà aiuto all'altrui alma? 
Chi fia d'ingegno altiero? 
Perduto essendo il buon nocchiero accorto 
Ch'ad ogni vento avea sicuro porto. 

Se '1 purgatòr si dole ed hanne pena. 
Giusta cagione è, perchè niun si muove 
Né può veder quant'egli è degno il cielo; 
E l'aspettar gli grava; onde si sfrena 

— 388 — 



RIME 

Ciascun nel pianto dicendo — Omè, dove ' 
Per nostra colpa abbiamo agli occhi il velo? — 
Bramando ognuno d'uscir del suo telo 
E salir nell'empireo fra le stelle 
Per veder questo fra l'anime belle. 
E forse v'è alcun che 'n versi scrisse 
Che piange, dhe non fé mentre che visse 
Tanto che andasse subito al suo loco 
Senza provare il foco. 
Così riprendon lor nell'altrui loda, 
Vaghi degli ultimi anni per mutarsi 
Da quella a miglior proda : 
E molti priegan che chi vive prieghi 
Sì che 1 Signore a lor desìo si pieghi. 
Al pianto de' dannati l'aspre' strida 
Aggiunte sono, al men da quella parte 
Dov'è chi diede lume et a se il tolse. 
Con alte voci Virgilio ti grida 

— O fratel mìo, da te mi diparte 

Sol ch'io non fui po' che Dio nascer volse. — 

Omero Ovidio Orazio si raccolse. 

Lucano ed altri, a far grave lamento. 

Dicendo — Messi siamo a tal tormento, 

Che non sentimmo la diritta fede : 

Per questo mai nessun veder ti crede. — 

Così piangeva altrove maggior turba : 

Aristotil si turba, 

Socrate Plato e Tullio ad una voce 

— Niente sappiam, credemmo saper tutto. 
E quel che più ci nuoce 

È non poter veder questo tesauro 
Che vide tanto sotto il verde lauro. — 

Averrois a tal rumor si mosse 
Dicendo — Lasso!, dhe mi valse il tempo 
Nel qual disposi il gran comento mio. 
Che non credea che altro già mai fosse 
Che vedessi quant'io tardi e per tempo? 
Or veggio ch'io non scorsi l'A dal Fio. 
Veduto ha questi più che non vid'io, 
Ond'io son cieco e di vederlo ho voglia. — 

— 389 — 
Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV, 25 



FRANCO SACCHETTI 

Democrito si pinse a tanta dogKa 

Gridando — Ed io son qui maledetto, 

Che per caso fortuito il mondo retto 

Esser sostenni e non per ragione. 

O falsa opinione 

Che fatto perder m'hai la patria lieta! 

Ed ora pellegrin. per sentir peggio, 

Son dal caro poeta. — 

E gli Epicuri e chi con loro attese 

Si percotean nelle mortali offese. 

Nino con molti assiriani regi 
Dicevan — Chi sarà autor di noi? — 
Piangean li Persi e così li Tebani, 
Agamennon, Achille e gli altri egregi 
Del greco stuolo; ed a lor seguìa poi 
Enea Ettore e Paris co' Troiani. 
Po' venia maggior fiotta di Romani, 
Bruto, Fabrizio, Scipione e Cato, 
Metello, Fabio, Camillo e Torquato, 
E Cesare e Pompeo, con tanti attorno 
Ch'io non potrei descriverli in un giorno. 
In. altra parte co' suoi Aniballe, 
Annone ed Asdruballe; 
Alessandro e Filippo avean tal suono, 
Attalo ed Antioco, ed ancor Pirro : 
Tutti pareano un tuono 

Gridando — Al mondo omai perduto abbiamo 
Ohi dim.ostrava ciò che noi lasciamo. — 

Io non potrei mai dir quanto si canta 
Dov'egH è ito, e quanta doglia prende 
Chi l'ha perduto e chi gli sta da lunga. 
Un loco è solo in terra che si vanta 
Della sua morte; e ragion che ne rende 
È che '1 sepolcro suo là si congiunga. 
O villetta d'Arquà, qual fia ch'aggiunga 
Di fama a te, avendo tal reliqua? 
O Antenòr. già mai non fia obliqua 
La gloria del Signor dove fondasti 
La terra : Italia e il corpo lì lasciasti. 
Che l'amò vivo e<l or morto l'esalta. 

— 390 — 



RIME 

La sua virtù è alta: 

Che volle a se tal uom per gran virtute; 

Li re antichi e buon Roman seguendo, 

Che per la lor salute 

Cercavan sempre valorosi e degni 

Facendoli consorti dentro a' regni. 

Canzon, io ho paura e nulla temo. 
Paura ho che mai nessuna rima 
Segua com'uom dhe vegna sì eccellente : 
Non temo di costui, ch'ai ciel supremo 
Ricevè il don che niun maggior si stima : 
Ne di mia vita curo omai niente. 
Che disiava il viver pel vivente; 
Che morte nel dì terzo 
Del sollion, settantaquattro e mille 
Trecento, spense qui le sue faville. 

(Dal voi. II delle Rime del Petrarca (Padova, pei tipi della Mi- 
nerva, 1827); dove è impressa corretta sur un codice trivulziano.) 



XXIX 

A GREGORIO XI 

(1375) 

Gregorio primo se fu santo e' degno, 
Il libro de' morali e gli altri scritti 
Ne fanno prova e la sua santa vita : 
E se 1 secondo poi seguì tal segno, 
Per lui fur li Franceschi a fede ritti, 
Del suo distribuendo ogni partita : 
Il terzo fece la resìa bandita : 
D'Italia il quarto cacciò i Saracini : 
Il quinto giusto fu ne' suoi confiTii : 
Il sesto con ragion beato visse : 
Il settimo soccorso da Guiscardo 

— 391 — 



FRANCO SACCHETTI 

Miracoli mostrò in santo stato : 
L'ottavo in pace sempre ebbe riguardo : 
Dal nono lo decreto si descrisse : 
Il decimo discreto umile e grato : 
L'undecimo più mal che tutti bene 
Fa or nel mondo, e di Limoggia vene. 

E qual Erode mai, qual Faraone. 
Qual Dionisio Dario o Mitridate, 
Quale Alessandro genito d'Ircano, 
Qual Calicola mai o qual Nerone, 
Qual Attila o qual iniquitate 
Ch'usasse mai Azzolin di Romano, 
Qual Saracino mai o qual Pagano 
Tre cose fece già tanto perverse. 
Lasciando l'altre assai che son diverse? 
La prima : per fare a' Cristian guerra. 
Faenza, qual'hai fatta sì tapina, 
A' barbari impegnasti; et in quel prezzo 
S'inchiuson gli adultèri e la rapina. 
E tu che se' pel ciel vicario in terra. 
Non pensi ched a lui ne vegna lezzo. 
Che per lo tuo difetto sente e vede 
Il popol suo cercar l'altrui merzede? 

La seconda iniqua ingiusta e ria 
Fu quando sanza amore o caritate 
Le terre tue su quello di Piagenza 
Vendesti a tirannesca signorìa; 
Dando i viventi per maggior derrata. 
Che non fé Tito la giudea semenza. 
È crudeltà dov'esser dee clemenza : 
Ohe, come Giuda trenta vendè Cristo, 
Tu trenta desti per un danar tristo, 
Per ingrassar gli porci di Bretagna. 
Dunque, se pena ti vedi incontrare. 
Altro non è che giustizia suprema. 
Non vedi tu la terra e '1 cielo e '1 mare 
E sì la tua come l'altrui campagna 
Et ogni cosa mortale et eterna 
Far di te segno et a chi me' saetta, 
Che così vuol la divina vendetta? 

— 392 — 



RIME 



La terza micidial crudele e fera 
Fu 1 innocente sangue di Cesena 
Sparto da' lupi tuo' con tanta rabbia; 
Gravide e vecchie morte in grande schera, 
Tagliando membri e segando ogni vena; 
Pulzelle prese, e dir chi l'ha se l'abbia; 
Et altre rifuggite in nova gabbia; 
Alcune co' fanciulli per più scempi 
Seguite e morte su l'aitar de' tempi. 
O terra, o lago rosso del tuo sangue! 
O pontefice, o diavol che ciò mosse! 
O cardinal maligno di Gineva! 
in cui si fideran l'umane posse, 
Veggendo come questa terra langue? 
Guai a chi t'è sotto e non si leva! 
Perdhè giusta cagion è liberarsi 
Da chi del sangue uman vuol nutricarsi. 

Veder può dunque ognun che si tien forte 
Nella sua libertà con degna lega, 
Che '1 tempo vai quand'è chi tosto il prenda. 
Ma que' che non conoscon vita o morte 
E che posson fuggir dalla tua sega, 
Avvolti stando nella pigra benda 
Aspettan dopo cena aver merenda 
E giugner nelli lor mortali inciampi. 
Però, dalle tue branche ognuno scampi. 
Pascendo lor anzi ch'altri lor pasca! 
O fé confusa! Che posson dir quelli 
Tartari Turchi e gli altri infedeli, 
Veggendo i gran pastori a Dio rubelli 
E che lor vita sì ne' vizi casca; 
Se non di venir dentro a nostri teli 
A vincer tutto ed a farsi ubbidire? 
Quel che a loro dovresti far sentire. 

Canzon, a quell'adulterata seggia 
Ne va'; e di' a colui che l'aombra 
Vitupera consuma affligge e guasta. 
Ch'anzi che sua final giornata veggia 
Italia ponga in pace, et a chi ingombra 
La Terra Santa pinga la sua asta. 

— 393 — 



FRANCO SACCHETTI 

Per altro modo già miai non si spasta 
La grande infamia dove tanto corre. 
Ancor è tempo a buon incendio porre. 
Se non che, come già fu spento e schiuso 
Tra gli altri del catalogo Lione, 
Acciò che di sì pessimo non parli; 
Così lui veggi in piggior condizione, 
Il nome suo in terra esser deluso, 
Conquiso il corpo, et ogni ben mancarli, 
E 'n fine nell'abisso gire al fondo. 
Chiamato essendo Papa Guastamondo. 

(Dalla Miscellanea, ecc., di F. Corazzini ; che ricavò questa can- 
zone dal cod. magliab. 852, pai. 4.) 



XXX 

PER LA MORTE 

DI M. GIOVANNI BOCCACCIO 
(1378) 

Ora è mancata ogni poesìa 
E vote son le case di Parnaso, 
Poi che morte n'ha tolto ogni valore. 
S'io piango o grido, che miracol fìa, 
Pensando che un sol c'era rimaso 
Giovan Boccacci, ora è di vita foie? 
Ca^on del mio dolore 
Non è perchè sia morto; 
Ch'io mi dorrei a torto, 
Perchè chi nasce a questo passo giugne : 
Ma quel duol che mi pugne 
È che niun riman, né alcun viene 
Che dia segno di spene 
A confortar che io salute aspetti; 
Perchè in virtù non è chi si diletti. 

— 394 — 



RIME 



Lasso!, clhè morte in picciol tempo ha tolto 
A te, Fiorenza, ciascun caro e degno. 
Principio fo da Pietro e da Francesco 
Che in sacra scrittura vidon molto; 
Vergogna a tali che portan lor segno. 
Che appena intendon latin da tedesco. 
E, perchè qui m'intresco, 
Tommaso, in questo fiotto. 
Filosofo alto e dotto 
(Medico non fu pari a lui vivente); 
Luigi, eloquente 
Retorico con vago e dolce stile; 
E legista civile 

Corsin Tommaso, e Niccolò sincero 
Che fu sì vago di consiglio vero; 

Paulo arismetra ed astrologo solo 
Che di veder già mai non fu satollo 
Come le stelle e li pianeti vanno, 
Ei venne men per gire al sommo polo; 
E quei che Marte seguir ed Apollo, 
Niccola, Alberto, e Francesco e Manno; 
E, come tutti sanno, 
Tre poeti di nome; 
Che se m'è detto come, 
Zanobi ed il Petrarca in quel tesauro 
Ch'ebbon col verde Lauro; 
L'ultimo e '1 terzo è quel che sopra scrivo. 
E ciaschedun fu vivo 
Insieme, e tutti gli vidi ad un tempo : 
Or non si vede alcun tardi o per tempo : 

Dunque, s'io piango, fo come colui 
Che perdendo si duol l'ultima posta. 
Perchè manca speranza al suo soccorso. 
Sarà virtù già mai più in altrui? 
O starà quanto medicina ascosta, 
Quando anni cinquecento perde il corso? 
Qual mente o qual ricorso 
Aspetto poi dhe trovi 
Questa e che la rinnovi. 
Siccome rinnovò quella Ippocràte? 

— 395 — 



FRANCO SACCHETTI 



Chi fia in quella etate 

Forse vedrà rinascer tal semenza : 

Ma io ho pur temenza 

Che prima non risuoni l'alta trom.ba 

Che si farà sentir per ogni tomba. 

Questa paura ognora più mi monta 
Perchè in avarizia ognun si specchia; 
Qui si comprende studia ed ammaestra. 
Ne' numeri ciascuno ha mente pronta, 
Dove moltiplicando s'apparecchia 
Sempre tirare a sé con la man destra. 
Non si truova fenestra 
Che valor dentro chiuda. 
Così si vede nuda 
L'adorna scuola da tutte sue parti; 
E le meccaniche arti 

Abbraccia chi vuol esser degno ed alto : 
Però che questo salto 
Fa che tal uomo reggimento piglia, 
Che mal se regge, e peggio altrui consiglia, 

Ben veggio giovinetti assai salire 
Non con virtù, perchè la curan poco, 
Ma tutto adopron in corporea vesta; 
Sicché ben posso, aspettar l'avvenire 
Veggendo che già mai non cercan loco 
Dove si faccia delle Muse festa. 
Altri di maggior gesta, 
Antichi nel senato, 
Contra Scipione e Cato 
Ogn'ora fanno e seguon Catelina; 
E se surgon 'n cina, 
Per niente tengon Licurgo o Solone 
A petto a lor persone. 
Dicendo più saper chi più mal face : 
E chi più puote l'un l'altro disface. 

Come deggio sperar che surga Dante, 
Che già chi il sappia legger non si trova? 
E Giovanni che è morto ne fé scòla. 
A cui si vederà l'Affrica avante, 
Che dell'alto poeta venia nova 

-. 396 — 



RIME 



Verso costui, ed or rimasa è sola? 

Chi sonerà parola 

In letture propinque, 

Là dove libri cinque 

Di questo diretan composti stimo? 

De' Viri illustri il primo, 

Conta il secondo delle Donne chiare. 

Terzo si fa nomare 

Buccolica, il quarto Monti e Fiumi, 

Il quinto degli Iddii e lor costumi. 

Tutte le profezie dhe disson sempre 
Tra il sessanta e l'ottanta esser il mondo 
Pieno di svarii e fortunosi giorni, 
Vidon che si dovean perder le tempre 
Di ciascun valoroso e gire al fondo. 
E questo è quel che par che non soggiorni. 
Sonati sono i corni 
D'ogni parte a ricolta; 
La stagione è rivolta : 
Se tornerà non so, ma credo tardi. 
E, s'egli è alcun che guardi, 
Gli studi in forni vede già conversi, 
E gli dipinti spersi 

Che eran sovra le porte in quella seggia 
Là dove Ceres ora signoreggia. 

Orfana trista sconsolata e cieca. 
Senza conforto e fuor d'ogni speranza. 
Se alcun giorno t'avanza, 
Come tu puoi ne va' peregrinando, 
E di' al cielo — Io mi ti raccomando. — 

(Dalle Illustrazioni del Decamerone del Manni.) 



'97 - 



FRANCO SACCHETTI 



XXXI 

A SALVESTRO DE' MEDICI 
(1378) 

Non già Salvestro, ma Salvator mundi. 
Che salvo hai fatto con nobil savere 
La patria tua, che 'nferma a giacere 
Era già presso su gli estremi pondi; 

Giusto Catone che 'n virtù abbondi 
Ciascun uom saggio ti potrà tenere, 
Levato avendo a' perversi il potere, 
Facendo i buoni nel viver giocondi. 

Nuovo Fabrizio, ben hai fabbricato, 
In un punto acquistato hai cielo e terra. 
Là glorioso e quaggiù onorato. 

Quanti tapini hai tratti d'aspra guerra! 
Chi con la gongihia e chi imbavagliato 
Non potean dire o far ben di sua terra. 

Monchi ed attratti, sordi zoppi et orbi, 
Tutti hai sanati da diversi morbi. 

(Dal discorso Della vita e delle opere dì F. Sacchetti per Ottavio 
Gigli, preposto ai Sermoni, ecc., del Sacchetti; Firenze, Le Monnier, 
1857.) 



XXXII 



Canzone distesa, nella quale magnifica i signori di Firenze ch'ebhe- 
ro la terra alle mani dopo la signoria del minuto popolo ai 13 di 
settembre. 

(1378) 

Cari signor collegi e consolari 
Che tra gl'incendi romori e ruine 
La repubblica aveste nelle braccia; 
Mirate i giorni preteriti amari, 
Che furon tutti esempli e discipline 

— 398 — 



RIME 



Di quei che vuol ch'ognuno in pace giaccia. 

Certo, mirando nella vostra faccia, 

Veggio risurta la Prudenza degna 

Che con saggio consiglio altrui governa. 

Non è chi '1 ver discerna 

Nel loco dove questa virtù manca. 

Gittata la trovaste da man manca : 

Or con voi siede e regna. 

Seguitela, per dio; che vostra pace 

Con seco porta ed ogni ben verace. 

Rimessa avete la Giustizia santa 
Nella sua seggia, che vi dà ragione 
E verità contro le false guance. 
Questa giacea lebbrosa tutta quanta, 
Povera nuda cieca ed in prigione; 
La spada rotta, e in terra le bilance. 
Spezzate son da voi le inique lance 
Che potevano offender gl'innocenti, 
E spento ogni veleno, e svelta 1 erba 
Di condizion superba, 
E della vii diradicato il seme. 
Del vostro stato ornai alcun non teme; 
Perchè mezzane genti 
Reggono, ed ogni mezzo sempre esalta; 
Dal mezzo quasi mai non vien difalta. 

La Temperanza, che fa l'uom morale 
E dà il modo a viver con costume, 
Nelle porcine stalle era condotta : 
Questa nell'ultim'ora era mortale; 
E voi con chiaro e valoroso lume 
L'avete tratta di sì trista grotta. 
Specchiando in lei la vostra mente dotta : 
Onde soverchia turbazione od ira 
O sfrenato appetito non v'accende. 
Per questa si difende 

L'alma ed il corpo ed ogni ben terreno : 
Dove non regna, ogni signor vien meno. 
Ben giunse a questa mira 
Sardanapalo e Roboam e molti, 
Ch'a seguir le lor voglie furon stolti. 

— 399 — 



FRANCO SACCHETTI 

La costante virtù, somma Fortezza, 
Ch'avea perdute tutte le sue membra, 
Sanata avete e messa nel suo loco. 
Sanza costei non può esser fermezza; 
Sanza costei riposo non s'assembra; 
Sanza costei ciascun rettor può poco. 
S'io dico il vero, il sa chi vide il gioco 
Già de' maggiori e de' minor da poi 
Che sì e no, fa e disfà, in un punto 
Seguivan sanza punto. 
Se quei che regge non s'attiene a questa, 
Qual è maggiore a' popoli tempesta? 
Dunque, s'io penso a voi, 
E terra inferma e stato sanza legge 
Per voi con forma si mantiene e regge. 

Canzon, a* miei signor ti rappresenta, 
E con lor ti rallegra, come quelli 
Che drieto a ria fortuna han dolce tempo : 
Umilemente a ciaschedun rammenta 
Che tutti i buoni faccian lor fratelli, 
E faccia ben chi può quand'egli ha il tempo. 
Pruova ne face il tempo; 
Che tal d'offender ebbe il laccio teso 
Ohe poi da quello è giustamente preso. 

(Dalla 5ene dei testi di lingua del Poggiali; Livorno, Masi, 1813.) 



XXXIII 
SOPRA LE FOGGIE 

Poca vertù ma foggie ed atti assai, 
r veggio ognora in te, vaga Fiorenza; 
Perchè vana apparenza 
Mutano i nati tuoi di giorno in giorno. 
Da quella madre antica non ritrai 
Ch'ai mondo dimostrò la sua potenza : 
Ciò n'appruovi l'essenza, 

— 400 — 



RIME 



Ch'ancor risuona, del famoso corno. 
Non so guardar tanto i tuo' figli attorno, 
Che io conosca qual sia di tue gesta : 
Ne con armata vesta 
Veggio nessun seguire il tuo vessillo, 
A ciaschedun parendo esser Camillo. 

Se le confuse lingue della torre 
Fosson in lor, che son settantadue, 
Le portature sue 

Tutte ci sono ed ancor più ben cento. 
Non studian altro che levare o porre, 
Or giù or su, ed ora meno or piùe : 
Or formica ed or bue 
Voglion parer nel lor dimostramento. 
Non si trova nessuno esser contento, 
Se l'un l'altro con foggia non avanza. 
Tant'è la lor costanza. 
Che in un sol dì voglion parer di mille 
Provincie e terre e d'oltr amonti ville. 

Cominciando dal capo, quanto è nuova 
Cosa, a veder la notturna berretta 
Esser di dì costretta 
Sovra '1 capuccio frastagliato stare! 
Dove, d'intorno al volto, fatti in prova 
Stanno moscon di panno, una righetta 
Che ciaschedun si getta 
A dar negli occhi e 1 naso a tempestare. 
Sanza che, io veggio gole abbottonare 
E gozzi stringer più che con randello, 
A risdhio no il cervello 
E gli occhi che non escan dalla fronte, 
Per farsi d'acqua uccelli e non di monte. 

E quanti uncini e raffi alle lor spalle 
Portano e corde, chi gli mira il vede : 
Una nave possedè 
Tal'ora men di lor canapi e sarte. 
Più allacciati son che strette balle. 
Cominciando dal capo in sino al piede. 
Nessun quasi non sede, 
Che non rompa il legame o tutto o parte. 

— 401 — 



FRANCO SACCHETTI 

Lasciato hanno le gonne e tolta l'arte 
De' farsettoni all'unghera maniera; 
E stretti in tal matera 
Vanno nel corpo, sì che '1 ventre torna 
Nel grosso petto ove ciascun s'adorna. 

Maniche o manicon tanti e diversi 
Veggio, che a pena i'o contar li posso : 
Non è corpo sì grosso 

Che non entrasse ov' alcun braccio posa. 
Con cioppe e con gabbani di piiì versi 
E maniche che pendon sovra '1 dosso, 
Ciascun di forza scosso 
Par sanza braccia o manco d'ogni cosa. 
La calza, dove ella sta più nascosa, 
Attorniata è da diversi lacci 
Con gruppi e con legacci; 
Portando punte tali alle scarpette, 
Che le più largihe vie a lor son strette. 

Le nove forme e foggie tante e tali 
Mi fan pensar onde alcun nato sia. 
Mostra tal di Sorìa 
E tal d'Arabia aver recato i panni; 
Tal par ch'aggia veduti quanti e quali 
Paesi abbia l'Egitto o l'Erminia; 
Alcun par stato sia 

Qual col gran Cane e qual col Prete Gianni. 
Non scrisse Livio tanto ne' suoi anni 
Quant'io arei a scrivere, a contare 
Quel ch'io ho veduto usare 
E veggio ogn'or, Fiorenza, ne' tuo' figli, 
Sanza donarti aiuto o buon consigli. 

Canzon mia, va' dove '1 desìo ti mena, 
E dove piace a te tuo' versi spandi : 
A piccioli ed a grandi 
Di' che colui è fuor d'ogni salute 
Che foggie cerca e fugge ogni vertute. 

(Dalla Serie dei testi di lingua del Poggiali : confrontata alla le- 
zione che ne dà il Rigoli in Saggio di rime, ecc. ; Firenze, 1825.) 



402 — 



RIME 



XXXIV 

CONTRO LE PORTATURE DELLE DONNE FIORENTINE 

Sempre ho avuto voglia, 
Veggendo delle donne fiorentine 
Le nuove foggie, fare una canzone. 
E non dirò che doglia 
Abbiano i cattivelli e che ruine 
Per contentar lor falsa oppinione : 
Ma io vo' dir sol delle lor persone 
Che portan portature tanto strane 
Fuor d'ogni modo vane. 
E farò il mio principio della cima : 
Qua] è di tante forme, 
Che ciascuna per fare usanza prima 
Non posa mai ne dorme, 
Con coccoli, con giunchi e catenelle 
Trovando ogn'ora nuove ghirlandellc. 

E son già alte tanto 
Che poco è alta più tal ohe la porta : 
Avvisasi ciascuna esser maggiore. 
I lor capelli quanto 

Più lunghi hanno, e più se ne conforta 
La mente lor; per dimostrarsi fuore 
Con elli scapigliati a tutte Tore. 
Imberettate come le mondane 
r veggio donne vane : 
E quelle che i crin portan suso avvolti 
Sul cuccuzol raccolti 
Con tanti giri sovra l'alta ciocca, 
E tanti umor soverchi 
Portano : e quelle che per farlo biondo 
Al sol si stanno quand'egli arde il mondo. 

E vuo' lasciar frenelli 
Contro di tanti versi con ciocchette 
E venire alla parte de' lor visi : 
Con lisci e bambagelli 
Gli pingono : e ne mostran tai cosette 

— 403 — 



FRANCO SACCHETTI 

Che a pena le comprendon gli occhi fisi. 

Ma che ne a^vien di questi loro avvisi? 

Che i denti fanno neri e gli occhi rossi, 

E di questi soprossi 

Niente si curan : pur che in tal maniera 

Si possan dimostrare. 

O alchimia maledetta che la vera 

Carne fai dibucciare, 

Pelando teste o ciglia in modo tale 

Che tormento non è con maggior male! 

Quando si vede il petto 
Spinger da un capezzal largo ed aperto 
E mostrar le ditelle e vie più giuso; 
Non so più bieco effetto. 
Che quale è membro da portar coverto 
Quel più discuopra per lo peggi or uso. 
Tanto di maglie hanno il busto chiuso, 
Che di sopra se 'n va una gran parte 
Del corpo; e l'altra in parte 
Si gonfia sì che ciascuna par pregna. 
Così serrate in mezzo 

Appaion : e ancor par che loro avvegna, 
Per questo stringer, pezzo; 
Che tal si sconcia grossa, e tal si face 
Che sotto porta un piumacciol fallace. 

Brache delle guarnacche 
Alcune fanno. Van queste di sopra 
Con nascosi piombini a' pie d'intorno : 
Sicché con tal trabacche 
L'alta pianella e il calcagnin si cuopra. 
Dove al suol cade, ne riceve scorno 
Il copertoio smisurato e adorno. 
E tirano co' pie sì gran traino. 
Ohe, se pel re divino 
Così facesser, sante sarìen tosto. 
Ma a tanto son venute 
Ch'è di cento fiorin dell'una il costo. 
E tai si son vedute 
Incespicare andando a petto tese. 
Che d'un palchetto par che' sien discese. 

— 404 — 



RIME- 

Veggio per questo modo 
Donne sì grandi della terra uscire 
Che fan meravigliar la mente mia. 
E dalle madri odo 
Con altre donne per le chiese dire 
— Costei è grande; e ancor piìi grande fia; 
Che par che ogni anno ben cresciuta sia. — 
E questi i loro paternostri sono, 
Dicendo con tal suono 
Che udir li fanno a chi tra lor si aggira, 
Con vana volontate. 

Che tanto han bene quanto altri le mira; 
Vendendo lor ghignate 
A' ciedhi tristi quando voglion moglie; 
Trovando poi qual zoppa e qual con doglie. 

Così d'usanza prove 
Si sforzan di far spesso, se apparando 
Di meretrici in consueta veste. 

Io veggio cioppe nove _ 

Già una parte d'esse gir portando 
E que* mantelli di che l'uom si veste. 
Dicon che '1 fanno per essere oneste; 
E mutan foggie sotto tal coverto. 
Chi non mira ben certo, 
Paion scolari in legge od in decreto. 
Altre velate vanno 

Portando bruno, e sbarran gli occhi a dreto. 
Dove appiccati gli hanno 
3ovra i crocicchi; in forma che nessuna 
Li chiude, come vuol l'usanza bruna. 

Le vesti più assai 
Son ch'elle fanno, che nel mare i pesci. 
Perchè altrettante il mondo non ne chiude. 
E par che sempre mai 
Fra lor si tagli cucia lievi e cresci 
Per far nuov'arte alle lor membra nude. 
Facciansi innanzi le provincie crude 
Barbare greche, turche soriane 
Saracine indiane. 
Che a petto a questa ogni maniera è nulla, 

— 405 — 
Rime di Gino da Pistoia e d'altri del §ec. XIV. 26 



FRANCO SACCHETTI 

E per non perder ora 

Maritansi quand'escon della culla : 

Tale usanza si onora. 

Chi le contenta, sua ricchezza atterra : 

E chi no 1 fa, sta con lor sempre in guerra. 

r farò punto e fine : 
Perch'i' veggio che messa mano in pasta 
Mi sono avvolto dentro a un labirinto. 
Ho il principio e no '1 fine : 
E voglio raccontar quel che non basta 
All'appetito lor così distinto. 
Da queste è l'uomo già sommerso e morto, 
Bontà de' tristi c'han sì fatte mogli! 
Tra così fatti scogli 
Lo animai razionale è soggiogato. 
Però, canzon novella, 
In altra ho già de' giovani parlato; 
Trova la tua sorella, 
E va* con lei cantando li tuoi versi; 
Ch'i' non mi so qual deggia più dolersi. 

(Dal voi. I (1819) del Giornale Arcadico, dove questa canzone 
fu pubblicata di sopra il cod. vat. 3213 che fu di Fulvio Orsini.) 



XXXV 



Contro al tiranno di Milano parla; quando lega a lui ju jatta per la 
Chiesa per li Fiorentini e per certi signori di Lombardia, e altri 
era per Sor e. 

Credi tu sempre, maladetta serpe. 
Regnar vivendo pur dell'altrui sangue, 
Essendo a tutti velenoso tarlo? 
Tu se*^ iniqua e maligna sterpe : 
Chi più ti serve più doglioso langue : 
Chi vive il sa se vero è quel ch'io parlo. 
Quelle ohe feron Bruto, a ben nomarlo. 
Nemiche ed in esilio da te sono, 

r- 406 -^ 



RIME 



E l'altre conseguenti hanno tal dono; 

Per che saligia tien tua mente dira. 

L'alta potenza spira 

Le stelle e 1 ciel, che tu verrai al fine 

Per guerre e per ruine 

Che contro ogni dover muovi a Fiorenza, 

Poi che non vinse Carlo tua potenza. 

Tu hai svegliato chi dormiva fiso 
Nel bel paese italico; e non pensi 
Che già disfece il gran Mastin lombardo. 
Tu se' ben grande; ma il folle avviso 
Ha fatto sì che ciaschedun conviensi 
A volere atterrare il tuo stendardo. 
Veggio due chiavi già, s'io ben riguardo, 
Serrarti il gozzo e farti un forte nodo. 
Che si lega in Toscana fermo e sodo; 
E dentro vi s'allaccia il Ferrarese, 
Piemonte e '1 Genovese, 
E forse il Veronese e '1 Padovano, 
Reggio col Mantovano, 
E tutta Puglia contro a te superbo, 
Per farti favellar d'un altro verbo. 

Ciascun re giusto dovrìa pigliar l'arme, 
Signor, Comun eh' a ben vivere intende. 
Per spegner te siccome Minotauro. 
E disdir non porrìa la tua arme 
Ohe d'appetito umano ogn'or s'accende, 
D'alma di corpo vaga e di tesauro. 
Crasso cercò, sì che l'uccise, 1 auro, 
E Tamiris die sangue a chi '1 bramava; 
Et Annibal d'aver Roma pensava, 
Ma Roma prese e disfece lui. 
O calcatrice. in cui 
Perfida voglia sempre si ritrova; 
Pensi tu che la prova, 
La qual iniqua contro al dover mostri, 
Non ti rinchiuda in fortunosi chiostri? 

Camera di ladroni e di compagne, 
Ostel di gente contro a Dio perversa, 
È. il cerchio dove la tua possa chiude : 

^ 407 — 



FRANCO SACCHETTI 

Con questo guasti i piani e le montagne 

Dei liberi viventi, e con diversa 

Rapina siegui le tue voglie crude. 

Armi ciascuno le sue membra nude 

Più per disfarti che per far riparo! 

Muovasi dal Carnero in sino al Faro! 

Et ancora il re giusto d'Ungheria, 

E tutta Europa sia, 

Se ciò non basta, a far che tu non urga! 

Ercule qui resurga 

E vinca te, sì come vinse Anteo 

E '1 crudo re di Tracia et Acheleo. 

Più che Nembrot superbo, e più crudele 
Che non fu mai Galicola o Nerone. 
Lupo se' stato alle tue pecorelle. 
Aspro tiranno con amaro fele, 
Quante ha' tu fatto misere persone. 
Morte e scacciate; e donne fatte ancelle! 
Dolente se', se lasci a lor la pelle; 
E così voti ciasdheduna terra! 
Or vuogli a chi è libero far guerra 
E spandere il velen là dove è il tosco. 
Tu*non conosci il Tosco : 
Diviso era che è fatto unito. 
E tu non se' salito 
Dove credesti a tua speranza vana. 
Quando mancasti fede a Serrazzana. 

A tutti que' che voglion giusta fama 
E tengon libertà ch'è tanto cara, 
Come sa chi per lei vita rifiuta, 
Canzon, non istar muta : 
Che, se tal biscia or non si disface. 
Non pensi Italia mai posar in pace. 

(Dalla Miscellanea dì F. Corazzini ; che ricavò que§ta Canzone 
dal cod. niagl. 852, pai. 4.) 



408 — 



RIME 



XXXVI 

Franco Sacchetti, essendo podestà di San Miniato, 1392, de' 12 otto- 
bre, mandò a messer Pietro Gambacorti, sif^nor di Pisa. 

Quando m*è detto, o nobil Gambacorta, 
Che voi abbiate febbre od altro morbo, 
Ne' miei p>ensier divento tutto torbo, 
E dico : Or fia ciascuna virtù morta! 

Perchè veduto ho la vita corta 
Ne' signor degni; e quando il mondo è orbo 
Rimaso di falconi, e come il corbo 
In ogni parte segue la via torta. 

Penso a Carlo a Filippo ed Adoardo, 
A Uberto ed al vostro Cipriano; 
E nel pensiero io mi consumo et ardo. 

Azzo da Esti e Luchin da Melano, 
Mastino e gli altri torneranno tardo. 
Perchè '1 lor seme è già d'ogni ben vano. 



XXXVII 



Avvenne poi che la jortuna nimica d'ogni bene, con tradimenti e 
avvelenati colpi, diede morte al detto messer Pietro, lunedì il dì 
di santa Barbera, a dì 2\ del mese d'ottobre, alle 19 ore, anno 
1392. 

Che può' tu far più ora, iniquo mondo, 
E qual signor volgerà' tu fortuna? 
Da poi che ambizion con voi s'aduna 
Un buon che c'era avete messo al fondo. 

Lasso, dh'io son colui che mi confondo, 
Veggendo quanti mal sotto la luna 
Questa Italia misera raguna 
A disfar ciaschedun eh 'è più giocondo. 

— 409 — 



FRANCO SACCHETTI 

E quand'io penso chi si vuol far degno 
E soprastar nel colmo della rota, 
D'ira mi mordo et ardo di disdegno. 

Gentilezza e virtù son nella mota, 
Ciascun villan di signorìa voi segno, 
E così 1 cercKio umcin del ben si vota. 

(Questo e l'antecedente da Sermoni e Lettere di F. Sacchetti 
Firenze, Le Monnier, 1857, per cura di O. Gigli.) 



XXXVIII 



Sonetti, i quali raccontano quanto è buona la pace e 
contraria la guerra, riprendendo quelli che la 
creano; e furono fatti il 21 marzo 1397. 



I 

Come, veggendo quanti mali produce la guerra, chi ne guadagna 
non goderà quelle ricchezze. 

Là dove è pace, il ben sempre germoglia; 
Matrimonii con feste e balli e canti; 
Ridon le ville, e le donne e gli amanti; 
Ogni mente si adorna in vaga voglia. 

Là dove è guerra, non par che ben coglia; 
Van tapinando vergini con pianti; 
Morti, arsioni di case e luoghi santi; 
Presi innocenti con tormenti e doglia. 

Colui che 'ngrossa su questi lamenti 
Non goderà già mai di tal' ablati, 
Aspetti pure il cavator de' denti; 

Ch'e' mal che seguon, da lui principiati, 
Cento per un gli fìan pene dolenti : 
E spesso fa il mondo tal mercati. 



410 



FUMÉ 
II 

Come per pace il mondo è , e 7 contrario per guerra, mella 

quale si nutricano i pessimi. 

Tutti i sentieri in pace son sicuri, 
Le terre usan iustizia e ragione : 
In guert-a surge ciaschedun ladrone, 
Rompon le strade malandrini e furi. 

Li mercatanti per li mari oscuri 
Vanno per pace senza sospeccione : 
Per la guerra i corsari hanno '1 timone, 
Predando con assalti aspri e duri. 

La pace i buoni mantiene e notrica : 
La guerra gente d'ogni vizio pasce, 
Che nulla fede a lor fu mai amica : 

Nimici son d'ogni uom che al mondo nasce : 
E chi con lor con più amor s'intrica 
Odi'o acquista che sempre rinasce. 



Ili 

Come, per jar guerra, i villani sono a cavallo, a in loro non è jede , 
e come il fine è doloroso. 

Non se n'avvede ognun che poco vede : 
Barbero il bifolco già è fatto. 
Facendo schiere a lance con tal patto 
Che va a cavallo chi andava a piede, 

E piglian soldi, e prometton la fede 
La qual non Ihanno; e vivendo di ratto 
Giuran che chi gli crede sia disfatto; 
Ed in tra loro usano ogni mercede. 

Quest'è l'acquisto che la guerra dona : 
Quand'è disfatto Tuna e l'altra parte, 
Per non poter, la forza l'abbandona; 

E spesso viene il tiranno da parte. 
Che d'ogni male stato si corona, 
E de' suoi doni a' cittadin comparte. 



— 411 — 



FRANCO SACCHETTI 



IV 



Come chi è vago di guerra vuole tal' or pace e non la trova; e non si 
dee di leggieri cominciare. 

Chi puote aver la pace e non la vuole, 
Tal'or la va cercando e non la trova; 
E chi con guerra vuol usar sua prova, 
Rovina spesso ove ogni ben si tole. 

Chi crede vincer sempre, elle son fole; 
Che negli assalti la fortuna cova, 
E per far nascer qualche cosa nova 
Strane vittorie spande sotto il sole. 

Combatter dee ciascun per sua difesa, 
E sanza aver ragion non assalire, 
Che spesso chi no 1 fa perde l'impresa; 

E quattro colpi ancora sofferire 
Prima ch'altri si mova a fare offesa, 
Che l'uom non sa che puote intervenire. 

(La lezione di questo e dei tre superiori Sonetti è quella che ne 
die Ottavio Gigli: Sermoni e Lettere di F. Sacchetti; Firenze, 
Le Monnier, 1857.) 



XXXIX 



Verso la vaga tramontana è gita. 
Quando più luce il sol co' raggi ardenti, 
Amor, costei, eh' è con pietà fuggita. 

Cercando va li desiosi venti 
Il verde e' fiori e degli augelli il canto. 
Et ha lasciato i miei spirti dolenti. 

Dona, ove giugne, d'allegrezza tanto, 
Quanto d'ond'è partita lascia pianto. 



— 412 



RIME 



XL 

Sovra la riva d'un corrente fiume 
Amor m'indussse, ove cantar sentìa 
Sanza saver onde tal voce uscìa. 

La qual tanta vaghezza al cor mi dava, 
Che 'nverso il mio signor mi mossi a dire 
Da cui nascesse sì dolce desire. 

Et egli a me, come pietoso sire, 
La luce volse; e dimostrommi a dito 
Donna cantando che sedea su '1 lito; 

Dicendo — Ella è delle ninfe di Diana, 
Venuta qui d'una foresta strana. — 



XLI 

— O vaghe montanine pasturelle, 
D'onde venite sì leggiadre e belle? 

Qual è il paese dove nate sete, 
Che sì bel frutto più che gli altri adduce? 
Creature d'Amor vo* mi parete, 
Tanto la vostra vista adorna luce! 
Né oro ne argento in voi riluce, 
E mal vestite parete angiolelle. — 

— Noi stiamo in alpe presso ad un boschetto 
Povera capannetta è 1 nostro sito : 

Col padre e con la madre in picciol letto 
Torniam la sera dal prato fiorito; 
Dove natura ci ha sempre nodrito, 
Guardando il dì le nostre pecorelle. — 

— Assai si de' doler vostra bellezza. 
Quando tra monti e valle la mostrate; 
Che non è terra di sì grande altezza 
Dove non foste degne et onorate. 

Deh, ditemi se voi vi contentate 
Di star ne' boschi così poverelle. — 

— 413 — 



FRANCO SACCHETTI 

— Più si contenta ciascuna di noi 
Andar dietro alle mandre alla pastura. 
Che non farebbe qual fosse di voi 
D'andare a feste dentro vostre mura. 
Ricchezze non cerchiam ne più ventura 
Che balli canti e fiori e ghirlandelle. — 

Ballata, s'i' fosse come già fui, 
Diventerei pastore e montanino; 
E prima che io il dicesse altrui. 
Sarei al loco di costor vicino; 
Et or direi Biondella et or Martino, 
Seguendo sempre dov'andasson elle. 



XLII 

Fra '1 bue l'asino e le pecorelle 
Per un boschetto van due pasturelle. 

Com'elle vanno lor bestie guardando. 
Così loro una vecchia cruda guarda 
Filando dietro a loro e borbottando, 
E con un fiero volto altrui riguarda : 
Par ch'ella sempre con invidia arda : 
Diavolo assembra a vederla fra elle. 

Dicendo — Anda, arri — con amore. 
Una di lor ch'è sì piacevoletta 
Sì dolcemente m'ha ferito il core, 
Che lei seguir mia vita si diletta : 
Ma, lasso!, quando vo vèr lei più in fretta, 
La vecchia giugne e mena le mascelle. 

L'altra m'assembra tanto d'amor vaga 
Quand'ella dice — Omè, Biondella mia! 
Rossella! Ricciutella!, — che mi appaga 
Come se fosse dolce melodìa : 
Ma quando a lei mi appresso, allor s'invia 
Vèr me la vecchia con la crespa pelle. 

Non fo sì picciol busso ohe non senta, 
Ne tanto son di lungi che non veggia : 

— 414 — 



RIME 



Un bavalisco par, sì mi snaventa; 
E fammi rimbucar sotto ogni scheggia. 
Diavolo, a te la do! e tu l'aspreggia 
Sì che di morte io ne senta novelle. 

Femmina vecchia poco suol sentire, 
Suol poco udir e men vedere assai, 
Non suol vegghiar ma tosto suol dormire. 
Suol stare inferma e non andar già mai : 
Questa non trova loco in darmi guai, 
D'Amor nimica e delle sue sorelle. 

Ballata, truova tutti gli avvoltoi 
Et orsi e lupi ch'abbin forti artigli; 
Di' lor — Merzè! io me ne vengo a voi, 
Che a questa vecchia voi diate di pigli; 
E chi ne porti il cuore e chi i ventrigli; 
E corbi e nibbi s'abbin le budelle. — 



XLIII 



Rivolto avea lo zappator la terra 
E poi risecca era su '1 duro colle 
Là dov'io giunsi, sì come Amor volle. 

Su 1 qual correvan verso un pomo verde 
Donne in ischiera, e luna all'altra avanti 
Con leggiadre parole e be' sembianti. 

Giunte ad esso, et io mirando, tanti 
Frutti non vidi tra '1 suo verde adorno, 
Quant'i' vidi man bianche a quel d'intorno 

Dolce parlando tirar rami e fronde : 
Regina vidi 'n cui '1 mio cor s'asconde. 

(I Madrigali e le Ballate dal XXXIX a questo son tratti dalla cit. 
ediz. lucchese.) 



— 4i5 — 



FRANCO SACCHETTI 



XLIV 



Passando con pensler per un bosòhetto, 
Donne per quello givan fior cogliendo 
Con diletto — Co' quel, — co' quel — dicendo. 

— Eccol, eccol! — Che è? — È fior d' aliso — 

— Va là per le viole... 

Più colà per le rose. Còle, cole — 

— Vaghe, amorose! Oimè, che '1 prun mi punge! 
Quell'altra — Me — v'aggiunge. 

— Uh, uh! ch'è quel che salta? Un grillo, un gril- 

— Venite qua, correte : [lo! 
Raponzoli cogliete — Eh, non son essi — 

— Sì son — Colei, o colei? — 

— Vien qua, vien qua per funghi un micolino - 

— Più colàj^ più colà per sermollino — 

— Noi starem troppo, che '1 tempo si turba : 
Ve' che balena e tuona. 

E m'indovino che vespero suona — 

— Paurosa! non è egli ancor nona. 
Odi, odi : è l'usignuol che canta : 
Più bel ve', più bel ve' — 

— r sento non so che — 

— O dove è? dove è? — In quel cespuglio. — 
Tocca, picchia, ritocca : 

Mentre che 1 busso cresce, 
Et una serpe n'esce. 

— Oimè trista! oimè lassa! oimè, oimè! — 
Gridan fuggendo di paura piene. 

Ed ecco che una folta pioggia viene. 

Timidetta già l'una all'altra urtando 

E stridendo s'avanza, via fuggendo : 

E gridando, qual sdrucciola, qual cade, 

Qual si punge lo piede, 

Per caso l'una appone lo ginocchio 

Là 've reggea lo frettoloso piede : 

E la mano e la vesta 

Questa di fango lorda ne diviene, 

Quella è di più calpesta : 

— 416 — 



RIME 

Tal ciò e ha colto lassa e tal percuote, 
Ne più si prezza e pel bosco si spande. 
De' fiori a terra vanno le ghirlande : 
Ne si sdimette pur unquanco il corso. 
In cotal foggia e ripetute note, 
Tiensi beata chi più correr puote. 
Sì fiso stetti il dì ch'io le mirai, 
Ch'i' non m'avvidi, e tutto mi bagnai. 

(Riconfrontata e corretta su le quattro lezioni che ne danno l'A- 
tanagi nel lib. II delle Rime di diversi nobili poeti toscani (Venezia, 
Avanzo, 1565); il Perticari, Dijesa di Dante, p. II. e. XXVII; il Truc- 
chi, Poesie inedite, voi. II ; Tediz. lucchese delle Rime di Franco, 
1853.) ♦ 



FRANCESCO VANNOZZO 



1 

IN LODE DI CANE DELLA SCALA 

SIGNOR DI VERONA 

Era tra mezzo l'alba ed il mattino, 
Quando si risvegliò la stanca mente 
Per tema d'un serpente 
Ch'era su 1 monte dove i' mi trovai, 
Qual s'adizzava con un fier mastino : 
Ond'io lontano e fuor da tutta gente 
Con pie dubbio e tremente 
Giuso nel pian mi trassi e non passai. 
Poscia di fiori in un bel prato entrai; 
E lì se^lendo appresso un chiaro fQnte, 
Con bella ed alta fronte 
Giunse come saetta 
Tutta soletta una donna correndo, 
Cotai parole vèr di me dicendo 

— Qual se* tu che sì pronto alla fontana 
T'accosti in atto semplice e sinestro? 
Per questo loco alpestre 
Qual è colui che i tupi passi consiglia? 
Qui non dimora Venus o Diana; 
Qui non è di delizie ben terrestre : 
E chi non è ben destro, 
Senza tornar, leggermente periglia, 
Ma poi* che di te pietà mi piglia, 



RIME 



Vien meco (disse), e porgimi la mano. — 

Ond'io. di mente insano 

Per le parole udite, 

Timido e mite a pena la man porsi. 

Ponendo 1 stato di mia vita in forsi. 

Pur nell'andare un argomento presi 
D'affatigar la lingua per mia scusa; 
E dissi — O santa musa, 
Non donna siete voi ma ninfa o dea. 
Fortuna m'Iha condotto a sti paesi; 
Ma per mia voglia venni a questa chiusa, 
Qual non s'adopra od usa, 
Al mio parer, per uom di vita rea. 
Qui peregrino son di gente Orfea, 
Che per un aspro bo ch'urtar mi volle 
Montai suso quel colle; 
Dove con l'orme vane 

Tema d'un cane e d'un serpe eh io viddi 
M'ha spinto in Scilla per vitar Cariddi. — 

Giunti che fummo al terminato loco 
Verso man destra a lato a un canticello 
Fresco remoto e bello 
Di lauro circondato e di bei faggi, 
Ella rispose — Qui a seder un poco 
Ambo staremo, caro mio fratello, 
È. ben che giovancello 
Ed inesperto sì gran fatti assaggi. 
Io son la madre di que' santi raggi 
Che vedi in terra qui dal sonno presi; 
Tanto dal mondo offesi 
Per le corrotte genti. 
Che sonnolenti stanno a questa guisa, 
Come per campo fa gente derisa. 

E colei che non dorme è mia sorella, 
Sotto cui guardia stan libere e tute 
Queste mie figlie mute. 

Che son dal mondo, misere!, sbandite. — • 
Io che conobbi l'una e l'altra stella, 
Sollicitudo madre di Virtute, 
Ed alla soda OUte 

— 419 — 



FRANCESCO VANNO ZZO 

Costanza bella che vince ogni lite; 

Subito dentro al cor mi dièr ferite 

D'un dolce zel, commosso di pietate, 

Per quelle sconsolate, 

Ramingihe, peregrine 

Virtù tapine, vedove, orfanelle, 

Cacciate fuor delle mondane celle. 

Poi reverente, non com'io dovea 
Ma quanto allor il mio poter si stese, 
Genuflesso e cortese 
L'indegna bocca porsi a' sacri piedi, 
Ambo^ per loro immensa cortesìa, 
Levormi : e luna per la man mi prese 
Dicendo — In tuo paese 
V'^ogliam noi, fìgliuol mio, che salvo riedi. 
E così seco a ragionar mi diedi 
Contento più di nullo uomo beato; 
Tal che, se fuor del prato 
Credesse esser uscito 
Ed esaudito fosse il mio desire, 
Allora avrei provato un bel morire. 

Ma prossimando alla bella fontana 
Ch'avea mia vita posto alla bilanza. 
Senza nulla speranza 
Di provar mai rinopinato bene; 
E *1 can del monte vidi uscir di tana; 
Per cui ridendo mi guardò Costanza 
Dicendo — Ora t'avanza 
Terreno e tempo col mastin che vene. 
Seguita l'orme e fa' la via ch'el tene; 
E perchè tal'or urli e tal' or gema, 
Non aver di lui tema. 
Guardagli dritto in faccia; 
Che la sua traccia bella e vista scorta 
Pia l'ultimo sperar che ne conforta. — 

Però, canzone, allegra va' per tutto. 
In ciascun porto le tue vele cala, 
E di Virtute ogni figlio saluta; 
Ch'ella non è perduta 
Ancor. T'affretta, e va' sbattendo l'ala; 

— 420 — 



RIME 

Che del Can della Scala è nato un frutto 

Sì dolce e cordiale, 

Ch'ogni veneno e male, 

Dove costui s'appressa, star non ponno. 

Ed ha già tolto alle virtuti il sonno. 

(Da Rime di Frane, di Vannozzo tratte da un cod. ined. del se- 
colo XIV, per N. Tommaseo; Padova. Tipogr. del Seminario, 1825.) 



II 

Sia benedetto il vespro e 1 predicare, 
Dove la vaga mia tal sonno colse. 
Che stetter gli occhi miei, non quanto volse. 
Ma lieti in pace al suo viso mirare. 

Io credo ben dhe Amore il fece fare, 
Come colui che di me si condolse 
Membrando il tempo che in fasce mi tolse 
Fuor della culla in figlio a nutricare. 

Deh quanto allor gioioso mio destino 
Mostrommi il cielo, a riguardar madonna 
Seder con gli occhi chiusi a capo chino 

Su '1 lato destro, e la vermiglia gonna 
Partir col bianco! In mezzo era oro fino, 
La palma letto, e il bel braccio colonna. 



Ili 

Gaio e gentil giardino adorno e fresco 
Dove per suo piacer la dea s'asconde. 
Inclina verso me tue fresche fronde, 
Se per parlare un poco non t'incresco. 

Io sono il cor del tuo f ratei Francesco, 
Quel che sì crudelmente Amor confonde. 
Da te mi parto e non so veder d'onde : 
Mia morte fuggo, in cui tanto m'adesco. 

— 421 — 

Rime di Cino da Pistoia e d'altri del sec. XIV. 27 



FRANCESCO VANNOZZO — RIME 

Solo un rimedio trovo alla mia doglia : 
Che, s'è' fia mai che in te costei s'intenda, 
Tu faccia lagrimar ciascuna foglia; 

E gli arbor tutti mia ragion difenda; 
Per fin che la non è mossa di voglia, 
I fiori e l'erba està giudea riprenda. 

E s'ella vi domanda — A che piangete? — 
Ognun risponda — Pietà non avete. — 

(Questo e l'antec, dal t. I del Dizionario estetico di N. Tomma- 
seo; Milano, Perelli. 1860.) 



SAVIOZZO DA SIENA 



I 

Opus Simonis de Senis super tres Com/edias Dantis 

Come per dritta linea l'occhio al sole 
Non può soffrir la 'ntrinsica sua spera, 
E riman vinto assai da quel che suole; 

Così lo 'ngegno mio da quel clh'egli era 
Rimaso è vinto dalla santa luce, 
Che come '1 sole ogn'altro corpo 'mpeora. 

Franca Colonna, or poi che tu se' duce 
Ih dimandarmi, ed io voglio ubbidire : 
Ma degna musa fia che mi conduce. 

Per lei ardisco, e poi per te servire, 
Parlar del sacro fiorentin poeta 
Che nostra lingua ha fatto in ciel salire. 

Qual divina influenza il bel pianeta 
Mercurio giunse a Febo in ascendente, 
E Venus vide graziosa e lieta! 

Furon le ninfe a lui tutte presente; 
E vide Apollo il suo ricco Parnaso, 
E Dafne, più che mai bello e fervente. 

Vide' Minerva il benedetto vaso 
Pien di rugiada partorire un fiore 
Che in grembo a Beatrice è poi rimaso. 

Felice ventre, in cui tutto '1 valore 
Dell'idioma nostro in fra' Latini 
Acquistò gloria, e tu porti l'onore! 

— 423 — 



SAVIOZZO DA SIENA 

O lume d'eloquenza fra' divini 
Poeti, che per fama hai venerato 
La patria tua e tutti i tuoi vicini! 

Ben ti puoi millantar, popolo ingrato. 
Del ben che n vita tu non conoscesti. 
Ed anche il cener suo hai disprezzato. 

Non fur gli antichi tuoi tanto molesti. 
Che discacciasse le virtù invidia 
Sol per ben fare, come tu facesti. 

Oh maledetta fame, oh trista invidia 
Delli stati caduchi, anzi veneno. 
Che v'ha acciecati nella sua perfìdia! 

Brievi e leggieri assai più che baleno, 
Divisi con affanni e con paura, 
Dove vernano a poco a poco meno! 

Non bastan pur le tombe e sepolture 
All'osse svelte dalle crude morti; 
Che ne son pieni i poggi e le pianure. 

Rapine incendi uccisioni e' torti, 
Puttaneggiar le vergini e gli altari... 
O giustizia di Dio, come '1 comporti? 

Questi boccon desiderosi e cari 
Acerberan la strozza ancor a' figli, 
E forse a' nostri dì parranno amari. 

Trovossi Dante tra cotali artigli, 
Che per seguir gli stati e '1 ben civile 
Corse in esilio ed a maggior perigli. 

Tutto fu lume al suo spirto gentile, 
Che sviluppato di sì gran disio 
Tolse da poi così leggiadro stile; 

E, posti gli error pubblici in oblìo, 
Dopo gli studi italici, a Parigi 
V^olse abbracciar filosofìa e Dio. 

Non molto stette poi riveder quici 
La Scala i Malespini il Casentino, 
Che fur di lui veder troppo felici : 

E poco poi rivolse il suo cammmo 
Al buon Guido Novel, quel di Polente, 
Sì gentil sangue fatto poi Caino. 

— 424 — 



RIME 



Costui fu studioso e fu sciente 
Cod senno colla spada, liberale; 
E sempre accolse ogn'uom prode e valente, 

La festa l'accoglienza quanta, e quale 
Fusse l'onor che a lui si convenìa, 
Ravenna, tu sai ben, che a dir non cale. 

Qui cominciò di legger Dante in pria 
Rettorica volgare, e molti aperti 
Fece di sua poetica armonìa. 

D'onde se ben, lettor, cerchi ed avverti. 
Le rime non fur mai prima di lui 
Se non d'amore e d'uomini inesperti. 

Co6Ì 1 volgar nobilitò costui. 
Come 1 latin Virgilio e 1 greco Omero; 
Ed onorò più 1 suo che 1 suo altrui : 

D'onde, per esaltare il magistero, 
Con tant'alta materia il dir volgare 
Volse, e per esser solo in suo mesterò. 

Or taccia ben chi mai volse parlare 
Di tutto 1 viver nostro e del costume : 
Lingua mortai già mai non ebbe pare. 

L'acqua e le frondi del Permesso fiume 
Bagnaro e cinser l'onorate tempie, 
Ch'a molti han fatto glorioso lume. 

Nel cui principio poetando adempie 
Le pene ai peccator quanto s'aspetta, 
Come le colpe fur più e meno empie. 

Vari supplicii orribile vendetta 
Mostra per raffrenare i molti vizi 
Dove la gente vede tanto infetta. 

Perchè da' nostri superiori inizi 
Nasciam atti a ragione e libertate, 
Giustizia ordisce a' rei degni supplizi. 

Inferno pone all'anime dannate. 
Che fur esecutori di passioni 
E del celeste dono al tutto ingrate. 

Nel secondo entra in nuove regioni; 
Verso un prato di giunchi una montagna 
Murata In mezzo; e sagliesi a scaglioni; 

— 425 — 



SAVIOZZO DA SIENA 

Ed è *n queiremisper tant'alta e magna, 
Che tocca '1 colmo suo l'etere puro; 
Dove gran gente con desìo si lagna. 

Qui punisce '1 poeta in fin al muxo 
Color che furo negligenti in vita, 
Però son più di lungi al ciel futuro. 

Da indi in su, sì come fu contrita, 
Così di grado in grado ivi si purga 
In fin che giunge all'ultima salita. 

Qui mortabnente vuol che ciascun urga 
Gli appetiti mondani 'n fin ch'ei puote 
E che per contrizione a Dio resurga. 

Nel terzo scande all'amorose note 
Di cielo in cielo in sin ai santi cori, 
Là dove trova l'anime divote. 

Beatus vir che Dio temi et adori! 
Beati quorum tecta sunt peccata! 
Beati immaculati e puri cori! 

O donna fecundissima e beata, 
Beati gli occhi e benedetta l'ora 
Che t'ha 'n sì degno ostel fama acquistata! 

Non così caldamente or s innamora, 
Che l'uom s'ingegni alle virtù per forma 
Che la sua donna in terra e in ciel s'onora. 

Dietro all'amata alla santissim'orma 
Di Beatrice segue '1 suo poema, 
Dove c'insegna la beata norma. 

Come '1 maestro, poic 'ha dato '1 tema 
Al fantolin che 'nanzi a lui attento 
Non sapendol comporre il mira e trema. 

Molte fiate, d'una volta in cento. 
Gli mostra '1 nome il verbo il participio, 
Tanto che del latino il fa contento; 

E come a Roma tremefatta Scipio 
Soccorse con parole e con affetto, 
Che fu di Libia allor grato principio; 

Così nel nostro debole intelletto 
A parte a parte mostra e ci soccorre, 
E poi ci acquista un regno alto e perfetto. 

— 426 — 



RIME 

Per questa intera via si saglie e corre 
Al sommo ben felice ed a quel fine, 
Che ne resìa ne morte 1 può disporre. 

Lì non si tien le redane nel crine 
Della rota del mondo, e non si pugne 
La man per cor la rosa in fra le spine. 

O felice colui che si compugne 
Ad ora, e col ben far sempre s'adopra, 
E non aspetta in fin che '1 prete l'ugne! 

Qui mostra degno premio a cias