Skip to main content

Full text of "Lettere edite ed inedite di Camillo Cavour"

See other formats


This is a digitai copy of a book that was preserved for generations on library shelves before it was carefully scanned by Google as part of a project 
to make the world's books discoverable online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subject 
to copyright or whose legai copyright term has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 
are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other marginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journey from the 
publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with libraries to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to 
prevent abuse by commercial parties, including placing technical restrictions on automated querying. 

We also ask that you: 

+ Make non-commercial use of the file s We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commercial purposes. 

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attribution The Google "watermark" you see on each file is essential for informing people about this project and helping them find 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are responsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countries. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we can't offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
any where in the world. Copyright infringement liability can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps readers 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full text of this book on the web 



at |http : //books . qooqle . com/ 




Informazioni su questo libro 

Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 
nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. 

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere più protetto dai diritti di copyright e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 
un libro che non è mai stato protetto dal copyright o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 
dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 
culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 
percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 

Linee guide per l'utilizzo 

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. 

Inoltre ti chiediamo di: 

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Google Ricerca Libri per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 

+ Non inviare query automatizzate Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall' utilizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di farne un uso legale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 

Informazioni su Google Ricerca Libri 

La missione di Google è organizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e fruibili. Google Ricerca Libri aiuta 
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed editori di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 



nell'intero testo di questo libro da lhttp : //books . qooqle . com 



LETTERE EDITE ED INEDITE 

CAMILLO CAVOTJK 



f 



J/tJ Jltrr4^^ } 



LETTERE 



EDITE ED INEDITE 



^r, Cw^« " r// 



CAMILLO . CAVOUR 



RACCOLTE ED ILLUSTRATE 



LUIGI CHIA.IL.A. 



Seconda Edizione riveduta e accresciuta 



Volume Primo 

[1821 - 1852] 
dall'accademia militare alla presidenza del consiglio 



TORINO 

ROUX E FAVALB 

1884 u, 




ss* +7- 



PEOPBIBTA LKTTBHABIA 



(662) 



Rare volte un libro di mole così considerevole e di indola 
così severa come quest'Epistolario di Camillo Cavour ebbe 
un successo così grande presso il pubblico e presso la 
critica. 

Il favore del pubblico risulta sino all'evidenza dalla cir- 
costanza che in meno di un anno, e ad opera non peranco 
ultimata, V edizione del primo Volume venne completamente 
esaurita, e di quella del secondo rimangono soltanto poche 
coinè. 

I giornali e le Riviste più autorevoli di tutte le nazioni 
é di tutti i partiti, senza eccezione, si occuparono a lungo 
e con amore della nuova pubblicazione , e riconóbbero con 
mirabile accordo che V Epistolario di Camillo Cavour non 
appartiene a quelle Raccolte troppo in voga oggidì, dove 
invano si cercano le notizie dei fatti e dsgli uomini in 
quanto si riferiscono alla storia di una idea o di una na- 
zione, e dove invece trova il suo pascolo una curiosità mal- 
sana della vita intima dei grandi uomini — curiosità non 
sempre soddisfatta. Ben altra invece è la importanza del- 
^Epistolario di Camillo Cavour, destinato a rischiarare 
di una luce vivissima il più splendido periodo storico del 
nostro risorgimento nazionale. Ed a ragione si osservò 
da taluno, che solo tenendo gli occhi fìssi su quegli uomini, 
su quelle origini, su quei fatti, si potrà formare una esatta 
coscienza nazionale, perchè quando non esiste una coscienza 
nazionale fondata sull'indagine e sulla considerazione di 
ciò che ci volle, non si è in grado di sapere neppure ciò 
che ci vuole. 



VI 

Né meno unanime fu la critica nelV apprezzare il lavoro 
arduo, improbo e faticoso, al quale si è sobbarcato Fono- 
rcvole Luigi Ghiaia nel radunare quesV Epistolario e nel 
compilare lo studio che precede ogni volume. 

Non citeremo giudizi di Rassegne o di giornali. Per 
riprodurre ciò che si scrisse in Italia ed alVestero a questo 
riguardo ci vorrebbe un volume. 

Ci teniamo invece a non dimenticare urì avvertenza molto 
importante. La seconda edizione del primo Volume che, per 
aderire alle molte ed insistenti richieste, presentiamo ora 
al lettore, mentre in Germania si sta allestendo la tradu- 
zione tedesca, non differisce dalla prima che per il miglior 
ordine delle Lettere e per la mutata economia tipografica 
onde rendere più maneggevole il libro. Del resto, questa 
seconda edizione del primo Volume è sostanzialmente conforme 
alla prima, cosicché il lettore potrà indifferentemente com- 
pletare, senza inconvenienti e interruzioni, gli altri due 
volumi della prima edizione anche con questo che porta in 
fronte Vattributo di edizione seconda. 

Noi ci auguriamo che VEpistolario di Camillo Cavour 
possa riescire veramente a distrarre le menti serie ed oneste 
dalla discussione delle cose piccine, per ricollocarle in faccia 
a quelle formidabili questioni e a quegli uomini portentosi, 
che, esaurendo, in una lòtta di un quarto di secolo, un im- 
menso capitale di energia e di saviezza, hanno reso possi- 
bile la facile vita d'una immemore generazione. 

Tale è il voto espresso da un egregio e dotto pubblicista, 
e tale è pure il nostro nel licenziare alle stampe questa 
seconda edizione del primo Volume delV Epistolario di Ca- 
millo Cavour. 

Torino, dicembre 1883. 



GLI EDITORI. 



AVVERTENZA 



Degli nomini come Camillo di Cavour si può 
affermare che la posterità incomincia dal giorno 
che scompaiono dalla scena del mondo. E, in vero, 
i contemporanei si sono comportati verso la me- 
moria di lui non altrimenti che se fossero posteri. 

Invano egli ebbe a dire che le sue Memorie, 
dato che gli fosse bastato il tempo di scriverle, 
non si sarebbero potute e dovute consegnare alla 
pubblicità se non fra cinquantanni. I contempo- 
ranei, invidiando ai pronipoti il privilegio di cono- 
scere l'Uomo che videro all'opera, si sono affret- 
tati, lui morto, di mettere in luce quante Lettere 
sue più intime e più segrete fu in poter loro di 
raccogliere, come se da quelle carte uscisse la 
voce viva tante volte ascoltata con sentimenti di 
affetto e di ammirazione. 

Più fortunati dei nostri predecessori, noi siamo 
oggi in grado di accrescere il tesoro epistolare ^ 



Vili 

del conte di Cavour con seicento e più Lettere 
sue, non edite finora, le quali ne illustrano chia- 
ramente l'animo e l'ingegno. A queste, facendoci 
interpreti dei desiderii dei suoi amici e ammira- 
tori, abbiamo pensato di aggiungere le Lettere 
(dugento circa) stampate sparsamente negli anni 
addietro in una moltitudine di libri ed effemeridi 
italiane e straniere. 

Le più delle Lettere della presente raccolta 
discorrono di argomenti politici o affini alla po- 
litica, e hanno perciò una singolare importanza 
per la storia contemporanea e per la biografia 
dell'illustre Uomo di Stato. . 

Non poche risguardano materie di amministra- 
zione e di finanza, e danno segno della straor- 
dinaria dottrina, lucidità di mente, penetrazione e 
operosità dello scrittore di esse. 

Alcune sono di un'indole affatto intima, e sono 
forse le più attraenti, perchè aprono uno spiraglio 
nella vita interiore dell'uomo, e facendoci sedere, 
a così dire, vicino al focolare privato, ci aiutano 
a meglio apprezzare i suoi atti e i suoi procedi- 
menti. 

Compie la raccolta un piccolo numero di Lettere 
che trattano di economia domestica, di imprese 
agricole, industriali e commerciali, condotte dal 
conte di Cavour prima che fosse ministro, o di 
cose di minor conto. 

Camillo Cavour, tutti sanno, non era scrittore. 
Egli stesso sovente si rammaricava che la sua 



IX 

educazione letteraria fosse stata soverchiamente 
negletta : per questo le Lettere sue, anche quelle 
in francese, che era l'idioma suo famigliare, sono 
frequenti di errori di lingua, di grammatica, di 
sintassi e anche di ortografia. Ma codesti difetti 
sono largamente compensati da un modo di scri- 
vere facile, spigliato, spontaneo, senza frasi, pieno 
di brio e di arguzia, e sovratutto da una perspi- 
cuità e chiarezza di dettato maravigliosa, specchio 
vivo e fedele della mente limpida e assestata dello 
scrittore. 

Del quale volendo noi serbare, per quanto pos- 
sibile, intatta la fisonomia, abbiamo stimato di 
attenerci scrupolosamente in tutto, sinanche nella 
punteggiatura, agli autografi sui quali sono state 
copiate le Lettere inedite, e parecchie eziandio di 
quelle già venute in luce. Soltanto nell'accentatura 
e nell'ortografia abbiamo introdotto quelle corre- 
zioni che il conte di Cavour medesimo, come si 
vede negli scritti stampati sotto i suoi occhi, 
avrebbe sicuramente fatte, se avesse avuto tempo 
di rileggere le sue Lettere o potuto prevedere che 
un giorno sarebbero divolgate. 

Abbiamo soppresso in parecchie Lettere alcuni 
passi non perchè la loro pubblicazione potesse 
offendere la memoria del conte Cavour, come uomo 
onesto, ma perchè contenenti giudizi su cose o 
persone private, che potrebbero anch' oggi essere 
materia di scandali, o perchè quei passi devono per 
molto tempo ancora rimanere inediti. 



X 

Abbiamo, per contrario, serbati i giudizi non 
sempre temperati e giusti, così nella lode come 
nel biasimo, e sovente contraddicentisi fra loro a 
breve intervallo, intorno agli uomini politici del 
tempo. Imperocché — e questo vuoisi bene avver- 
tire — il conte di Cavour era uomo di prima im- 
pressione, come è in generale di tutti gli uomini 
di natura schietta e leale, e se i giudizi suoi recano 
sempre l'impronta della schiettezza, e giova averne 
notizia per spiegare il suo procedere in questa o 
quella congiuntura, sarebbe ingiusto accoglierli in 
forma assoluta, affine di esaltare o deprimere i 
lodati o i censurati. 

Per rendere intiera l'immagine del conte di Ca- 
vour troppe più Lettere si richiederebbero che non 
quelle contenute nella presente raccolta, comecché 
già sì considerevole. Fortunatamente questa scar- 
sezza — che il lettore non vorrà ascrivere, spe- 
riamo, a difetto di lunghe e pazienti indagini no- 
stre in paese e fuori — sarà presto scemata dalla 
pubblicazione della lunga e viva Corrispondenza 
che Tinsigne statista tenne col Castelli, e di quella 
col marchese Emanuele d'Azeglio, che fu lunghi 
anni a Londra con ufficio diplomatico (1). Molte 
altre delle Lettere che non furono distrutte, o non 
andarono smarrite, è sperabile che in tempo non 



(1) Questa Corrispondenza sarà pubblicata a cura di Nicomede 
Bianchi, al quale vogliamo attestare i nostri sensi di gratitudine 
per le molte Lettere inedite del conte di Cavour onde ci fu largo. 



XI 

lontano sieno fatte di pubblica ragione. Dal canto 
nostro sapremmo grado a coloro i quali ci por- 
gessero modo di appagare più compiutamente la 
legittima curiosità degli Italiani di essere chiariti 
anche dei più riposti pensieri e intendimenti di 
quest'Uomo, la cui grandezza più gli anni passano 
e più aumenta. Lo notava non ha guari un auto- 
revole straniero, amico, ma non sviscerato, del- 
l'Italia: Cavour grandit au Ueu de diminuer (1). E 
in effetto, giusta un'immagine viva usata da Quin- 
tino Sella in un recente discorso, Camillo Cavour 
può essere ragguagliato ai monti altissimi, i quali 
tanto meglio sembrano sovrastare le attigue ca- 
tene e la terra stessa, quanto più da essi ci si 
dilunga. 

Roma, novembre 1883. 

Luigi Chiala. 



(1) Émile Montégut nella Revue des deux mondes del 15 gen- 
naio 1879. 



DELLA VITA E DEI TEMPI 



DI 



CAMILLO CAVOUR 

[1S10-186S] 



[1810-1820] — Nei primi anni di questo secolo, il marchese 
D. Michele Benso di Cavour (1), figliuolo unico del marchese Fi- 
lippo Benso e della marchesa Giuseppina Francesca Filippina di 
Sales (2), fece una dimora assai lunga in Ginevra, ove la madre 
di lui noverava molte e amichevoli relazioni. Colà egli entrò in 
domestichezza colla ragguardevole famiglia de Sellon d'Allamann, 
i cui antenati, oriundi di Francia, erano emigrati in Isvizzera dopo 
la rivocazione dell'editto di Nantes. . 

La famiglia Sellon era composta del conte Giovanni e della 
contessa Anna Maria Susanna Vittoria nata Montz, e di quattro 
figliuoli, uno maschio e tre femmine: Giovanna Vittoria, Adele 
Susanna, Giovanna Enrichetta e Gian Giacomo. La primogenita 



(1) È antica, ma non bene accertata, l'origine del casato. La tradizione vuole 
che un pellegrino, per nome Uberto Benz, fosse Tenuto di Sassonia in Piemonte 
intorno al 1080 : di qui le conchiglie, il cimiero di un pellegrino ed il motto Goti 
vili Rechi nello stemma della famiglia di Camillo Cavour. Quel ohe è accertato si 
è che verso il 1150 era in Ohieri una famiglia patrizia sopranominata dai Benso, 
signora dei feudi di Baldissero, Ponticello e Santena. Quanto al titolo di marchesi 
di Cavour, i Benso non ne furono gratificati che nel secolo passato, regnando Carlo 
Emanuele m. 

(2) Piglinola del marchese Paolo Francesco di Sales, oonte di Duing, e della. 
marchesa Francesca de Begard de Disonche de Ballon. 



— 2 — 

sposò, nel 1803, il barone Blancardi Boero della Turbia, già ministro 
plenipotenziario del Be di Sardegna a Pietroburgo, poi ciambellano 
di Napoleone I; la seconda sposò, nel 1805, il marchese D. Mi- 
chele Benso di Cavour, che nel 1808, quando il principe Camillo 
Borghese venne in Torino nella qualità di governatore generale 
dei dipartimenti francesi cisalpini, fu creato ciambellano (incaricato 
del servizio della camera, feste e concerti). Da quel matrimonio 
nacque in Torino, il 10 agosto 1810, secondogenito della famiglia, 
il conte di Cavour, il quale fu tenuto al fonte battesimale dal 
principe Camillo e dalla principessa Paolina Borghese Bonaparte 
e, giusta la consuetudine, gli fu dato il nome di Camillo : « nome 
non indegno di essere portato dall'uomo che era destinato a recu- 
perare all'Italia la sua indipendenza » (1). 

H futuro ministro di Vittorio Emanuele ci viene così descritto 
dalla madre, quando egli aveva tre anni: « Bon luron, fort, ta- 
pageur, et toujours en train de s'amuser. » A quattr'anni formava 
la disperazione di lei, da che non riusciva a fargli imparare l'ab- 
bici, u Ce pauvre Camillo (si legge in una lettera della sorella 
maggiore di Adele alla signora de La Bive, sua parente) il n'en 
peut venir à bout, ce sont des soupirs à fendre l'àme, et j'admire 
Adele qui a le courage d'affronter ces douleurs et de faire dire b, 
a, ba. » La natura sua risoluta, arguta, piena di brio, petulante 
rìvelossi di buon'ora, come ne fa fede il seguente aneddoto, nar- 
rato dal signor William <Je la Bive (2) nel pregevolissimo libro 
Le comte de Cavour, recite et souvenirs (Paris, Hetzel, 1862). 

En 1816, ses parents l'amenèrent, ainsi que son frère Gustave, à 
Genève. Ils passèrent quelque temps à Presinge, chez mon grand-pére. 
Si je cite cette dentière circonstance, c'est que mon pére m'a plus d'une 



(1) G. Massari, Il conte di Cavour, Bicordi biografici. Torino, Eredi Botta, 1873. 

(2) Chiaro pubblicista, obe per parecohi anni compilò la parte letteraria della 
Bibliothèque universale di Ginevra. Il padre di lui, Augusto, fisico insigne, socio 
corrispondente dell'Istituto di Francia, fa direttore del menzionato periodico, dal 
1886 al 1841, e tenne per lungo tempo l'ufficio di professore di fisica nell'Acca- 
demia di Ginevra, sua citta natale. Era nato il 9 ottobre 1790 : mori nel 1874. 

Il nonno di Augusto de La Bive aveva sposato una figlinola di Guglielmo En- 
rico de Sellon, aio del primo conte de Sellon (suocero del marchese D. Michele 
Benso di Cavour), e il figliuolo di lui, Carlo Gaspare (nato il 14 marao 1770, f il 
18 marzo 1834) aveva sposato una damigella Boissier, la cui madre era una Monta, 
e perciò dello stesso oasato della suocera del marchese D. Miohele. 



— 3 — 

foia décrit l'impression que produisit Camille de Cavour à son arrivée 
à Presinge. C'était un petit bonhomme très-malin, d'une physionomie 
à la foia vive, et indiquant la décision, d'une gentillesse très-divertis- 
sante, d'une verve enfantine intarissable. Il portait un habit rouge 
qui lui donnait quelque chose de résolu et de plaisant en mème tempg. 
En arrivante il était fort ému et exposa à mon grand-pere qu'à Genève, 
le maitre de poste ayant fourni des chevaux exécrables, devait étre 
casse, u Je demande qu'il soit casse, » répétaifcil. « Mais, lui répondit 
mon grand-pére, je ne peux pas casser le maitre de poste, moi, il n'y 
a que le premier syndic qui ait ce pouvoir. — Eh bien, je veux une 
audience du premier syndic. — Tu Fauras domain, » reprit mon grand- 
pére, et, sur le champ, il écrivit à son ami, M. Schmidtmeyer, aloni 
premier syndic, en lui annoncant qu'il allait lui expédier un « petit 
homme » fort amusant. En effet, le lendemain, l'enfant se rend chez 
M. Schmidtmeyer, il est rec,u en grande cérémonie; sans se troubler, 
il fait troia profonds saluta, puis, d'une voix claire, expose sa plainte 
et sa requète. En revenant, du plus loìn qu'il vit mon grand-pére: 
« Eh bien, cria-t-il, eh bien il sera casse ! » En ce temps fi avait six 
ans à peine. On voit que de bonne heure il a aimé à casser. 

Inaino all'età di dieci anni Camillo Cavour fu educato nella 
casa paterna in mezzo alle cure più intelligenti e insieme più 
amorevoli. Sono eziandio del sig. de La Rive i seguenti ragguagli 



Le milieu dans lequel s'écoula sa première enfance était de nature a 
favoriser le développement des facultés dont il portait le germe. Sa 
grand'mère, qui appartenait a la famille des de Sales, était une femme 
d'un esprit distingue et d'un grand sens, d'une piété sincère mais tran- 
quille. Son pére avait u*ne intelligence singulièrement déliée, très-active, 
la pratique des affaires et du monde, avec beaucoup de solidité, une ambi- 
ta réelle, mais restreinte par le respect pour le pouvoir, respect for- 
tifìé chez lui, comme chez tous de sa generation, par l'aspect des 
révolutions. Homme d'administration plutót que de politique, cepen- 
dant percant les gens et voyant le fond des choses, les jugeant, dans 
son sens, mais très-vite et très-sùrement. Après quoi, homme de fa- 
mille avant tout. Quant à la femme du marquis de Cavour, l'excel- 
lence du naturel avait comblé chez elle les lacunes d'une éducation 
non point négligée, mais capricieuse et dans laquelle le brillant tenait 
la première place. Cette éducation, qu'elle complèta elle-m ème et livrèe 
a ses seules forces, retarda peut-ètre la maturité de son jugement, 
mais n'eut point le pouvoir d'en amoindrir la rectitude, ni de troubler 
rexquise délicatesse de ses sentiments. Dotée de tout ce qui s'acquiert 
et qui attire, douée de tout ce qui attaché et retient, elle fut pour 
ses fil8 la meilleure école, celle de la gràce maternelle, du dévouement 
et de l'amour (1). 



(1) Dopo il matrimonio, come leggiamo in una conferenza di Ernest F onta né s 
(Paris, Sandoa et Fischbacher, 1876) su Camillo Cavour, la marchese Adele s'era 
'atta oattolica « pour faoiliter ses relations au milieu de la noblesse piómontaise. » 



— 4 — 

In questa scuola la marchesa Adele di Cavour (1) trovò subito 
rivali ne* suoi affetti di madre le due sorelle Giovanna Vittoria e 
Giovanna Enrichetta, che per ragioni domestiche si trasferirono 
in Torino, e vi dimorarono per più o men lungo tratto di tempo. 
La prima di esse, sposata, come s'è veduto più avanti, al barone 
della Turbia, offesa dalla brutalità del marito, aveva invocato e 
ottenuto una pronta separazione. Essa trovavasi in Torino « en 
exceliente situation, très en pied dans le monde dont sa beante et 
son esprit lui avaient d'amblée assuré la faveur, et où sa position 
delicate, dignement supportée, lui avait conquis l'amitié des plus 
rebelles et l'estime des plus difficile». » Unitasi in seconde nozze, 
nel 1815, con Giulio Gaspare Einardo, duca de Clermont-Tonnerre, 
pari di Francia, segui in quell'anno il marito in Francia. 

La sorella minore Giovanna Enrichetta aveva sposato, nel 1809, 
un gentiluomo d'una vecchia famiglia d'Alvernia, Luigi de Douet, 
conte d'Auzers, allora direttore generale della polizia nei diparti- 
menti cisalpini dell'impero francese, dopo la caduta del quale fermò 
sua stabile dimora in Torino. « Avec moina de conversation et 
de monde que madame de Tonnerre, madame d'Auzers avait plus 
de finesse, d'enjouement, de cette gaieté abondante qui se répand 
en boutades, en mots exquis d'à-propos, en plaisanteries douces et 
familières. Elle était du reste, ainsi que madame de Cavour, d'une 
extrème sensibilité, fidèle à ses amitiés et d'un grand cceur, et, 
comme elle aussi, d'une dévotion douce, profonde, moins agitée que 
celle de madame de Tonnerre » (2). 

[1820-1831] — HI* maggio del 1820 Camillo entrò nella Begia 
Militare Accademia di Torino, ove erano allora accolti i giova- 
netti delle famiglie nobili e civili del Piemonte, dagli otto ai do- 
dici anni di età, per ricevervi una istruzione elementare prima 
di essere ammessi a frequentare sia il corso delle armi dotte, sia 
quello delle armi comuni, compiuto il quale venivano nominati 
ufficiali nell'esercito. 

Il giovanetto allievo non smenti la riputazione, che s'era pro- 



ci) Visse sino al 23 aprile 1846. 

(2) La contessa d'Auzers mori ai 14 agosto del 1842. 



— 5 — 
cacciata in famiglia di tapageur, e di poco inclinato allo studio, 
salvo tuttavia per le matematiche, nelle quali presto apparve tanto 
valente, che si cattivò la simpatia e l'ammirazione di Giovanni 
Plana. Molti anni di poi egli stesso diceva al signor William de 
La Rive: a Ma téte doit beaucoup aux mathématiques. Voilà qui 
forme la tete et qui apprend à penser. « (1). 

Era vivo desiderio del padre che il figliuolo fosse inscritto nel 
novero degli allievi che erano paggi di corte, i quali, come è noto, 
godevano di molti privilegi, fra cui quello principalissimo di pre- 
cedere nell'atto della nomina ad ufficiali gli allievi comuni, qua- 
lunque fosse l'esito degli esami finali e il giudizio dei superiori 
sui loro portamenti. Ma forse Tessere egli stato impiegato nella 
corte del principe Borghese gli nocque presso Vittorio Emanuele I, 
e assai più presso il successore, Carlo Felice, il quale parrebbe 
anzi lo avesse in uggia, se è vera la risposta data a chi glielo 
aveva indicato come ottimo ministro di finanza, perchè abilissimo 
nei traffici e nell'amministrazione: « No, no; è un negoziante, 
mi venderebbe il paese » (2). Per sua buona sorte, il marchese 
godeva la grazia del giovane principe di Carignano (Carlo Al- 
berto), il quale gli die parola che, come si fosse dato assetto alla 
sua casa in conformità colle consuetudini di corte, avrebbe di 
buonissimo grado accolto ira i suoi paggi il giovanetto Camillo. 
Di questa cortese promessa del Principe è serbato ricordo in una 
lettera, ch'egli scrisse ai 9 marzo del 1823 al marchese -: 

On m'a remis hier, mon très-cher Cavour, votre dernière lettre, dans 
laqnelle vous me rappelez la promesse que j'ai eu le plaisir de vous 
faire pour votre fils Camille. Dès que ma position politique me mettra 



(1) L'Artom racconta che negli ultimi anni il conte di Cavour aveva preso l'u- 
sanza di farlo assistere alla ripetizione generale dei suoi discorsi. « Spesso (dice 
egli) quand'io ascoltavo dalle tribune della Camera il discorso preparato il mattino 
innanzi a me, ho potuto notare la fedeltà della sua memoria. Talora le parole 
stesse che mi avevano colpito destavano a vicenda, ora gli applausi, ora l'ilarità 
della Camera; più sovente egli improvvisava la frase, ma l'idea era costantemente 
la stessa. Avendogli io un giorno manifestato la mia meraviglia per codesta esat- 
tezza, egli mi rispose : u . . . L'abitudine che avevo in gioventù di risolvere men- 
ti talmente dei problemi di matematica, mi mise in grado di accumulare nel cer- 
ti vello una lunga serie di teoremi e di deduzioni che conservano il loro ordine di 
* battaglia e non mi danno alcun impaccio. » 

(2) Cesare C an tu, Cronistoria dell'indipendenza italiana, voi. ni, pag. 06 (To- 
rino, Unione tip. edit., 187§). 



— 6 — 

dans le cas de pouvoir faire quelqne nomination panni les persomi et 
de ma cour, j'ose espérer que vous étes bien convaincu que l'acquisi 
tion de ce j enne homme intéressant et qui donne de si grandes espé> 
rance8 atira ponr moi nn doublé prix, surtout si je peux croire d« 
pouvoir jamais vous montrer, au moina dans la personne de votre fils, 
la reconnaissance que je vous dois et l'amitié que je vous porte. 

Al conte d'Auzers, suo famigliare, il Principe ripeteva la pro- 
messa con lettera dei 17 marzo: 



J'ai eu le plaisir d'écrire il y a peu de jours au marquis de Cavour; 
je désirerais que lui, ainsi que vous, fussiez bien convaincus de tout 
le bonheur que j'éprouverai lorsque mes circonstances politiques me 
mettront dans le cas de faire des nomimations dans ma cour, car la 
première sera certainement celle de ce charmant Camille, si intéres- 
sant par lui-meme, et auquel je suis dèjà sincèrement affectionné, le 
regardant presque cornine votre fils. 

Je recus dernièrement une lettre que Sonnaz m'écrivit pour me de- 
mander pour son fils la seconde place de page ; me disant, celle après 
le petit Cavour : ainsi vous voyez, mon très-cher ami, que de mon coté 
le désir est au moins aussi grand que le vdtre. 

Oltre un anno trascorse prima che i desiderii del marchese 
Michele fossero soddisfatti, perchè nell'aprile del 1823 il Principe 
partì per l'impresa di Spagna, e non tornò in Piemonte che nel 
maggio dell'anno seguente. Due mesi dopo (9 luglio 1824), il 
« grazioso ed interessante » Camillo ebbe la nomina di paggio 
del principe di Carignano, il quale prese a volergli bene e a col- 
marlo d'ogni maniera di gentilezze (Lettera XCVII)« j 

Alla contentezza del padre non andò compagna la contentezza 
del figliuolo, il quale non senza fatica rassegnossi a vestire l'as- 
sisa dei paggi, che gli ricordava quella di egual colore dei val- 
letti di corte. Anche trentanni appresso, quella reminiscenza di 
servitù lo offendeva. Domandato dal signor de La Rive come an- j 
dassero vestiti i paggi, rispondeva concitato : « Parbleu, comment 
vonlez-vous que nous fussions habillés, si ce n'est comme des la- 
quais que nous étions! J'en rougissais de honte. » 

Quando nel settembre 1826, nominato luogotenente nel corpo 
reale del genio militare, potè deporre finalmente l'abito di paggio, 
nell'impeto dell'allegrezza pronunciò alcune parole che egli stesso 
nella maturità del senno disse « imprudenti » e che, riferite al 
principe di Carignano, furono cagione che questi, sdegnato, lo rap- 



presentasse a Carlo Felice come spregiatore dei titoli e degli osi 
di corte (1), e lo prendesse a mal volere. 

Come ufficiale del genio, Camillo Cavour fu destinato ai presidii 
di Ventimiglia, Exilles e Lesseillon. Da quest'ultimo luogo fu ri- 
chiamato in Torino nell'ottobre 1829, e inviato poscia (29 marzo 
1830) alla direzione del genio in Genova. 

H s'attacca très-vite à cette dentière ville (così il La Rive), ni la 
quitta qu'avec regret pour allei passer quelque temps à Lesseillon et 
y revint avec bonheur. Il y avait trouvé une liberté d'opinions, un 
mouvement inconnu à Turin, et, pour lui-mème, l'accueil à la fois le 
plus courtois et. le plus cordial; il en emporta des souvenirs, et y laissa 
des amis qui lui restèrent fidèlea jusqu'à sa mort. Parmi les familles 
avec lesquelles il devint, à Gènes, très-intime, se place en première 
tigne et tout à fait à part, la famille suisse des de La Bue, pour qui 
il conserva un vif attachement et avec laquelle il demeura très-lié. 
Comment, du reste, cette Gènes magnifique, cette brillante cité si me- 
ridionale, opulente, hospitalière, inondée de soleil, toute de lumière, de 
vie, et d'action, remuant affaires et idées, n'eùt-elle pas séduit, en- 
chanté un jeune-homme plein de rève et de feu, ardent, altère d'action 
et de liberté, et qui n' avait encore guère coirmi que le ciel inclément 
et l'atmosphère oppressive de Turin? D'aulire part, on ne saurait s'é- 
toEner que l'esprit de Camillo de Cavour, sa vivacité, la gràce et 
le naturel de ses manières lui aient ouvert toutes les portes et conquis 
bien de cceurs. Ce fut à Gènes qu'll debuta réellement dans le monde, 
et j'ai oui dire qu'à cette grande école des hommes d'État, aucun 
enseignement ne lui fut épargné. 

Nelle Lettere alla marchesa di Barolo ed al marchese Leone 
Costa di Beauregard (Lettere VI e XCVII), il conte di Cavour dice 
schiettamente che in quel tempo le sue opinioni politiche erano 
« molto esagerate; » — e, non senza ridere di se medesimo, confessa 
nella prima delle dette Lettere (ottobre 1832) come egli vagheg- 
giasse nientemeno che il sogno di svegliarsi un bel mattino mi- 
nistro dirigente il regno d'Italia. 

Lorsqu'on se jette tout jeune dans le monde et la politique, et qu'on 
y apporto un coeur neuf et un esprit orgueilleux, il n'est pas étonnant 
qu'on ne se livre aux plus décevantes illusions de vanite, de célébrité, 



(1) « Gli parre e disse di essersi tolto il basto » racconta il Bonghi nella sua. 
Biografia di Camillo Benso di Cavour (Torino, Un. tip. -ed., 1860). A noi è stato 
riferito che usò il vocabolo livrea, non quello di basto. 



— 8 — 

de gioire, d'ambition et de ne sais-je que d'autre encore. J'ai donne 
ponr ma part pleinement la-dedans, et je vous avouerai, au risque de 
Tous faire longtemps rire de moi, qu'il y a eu un temps où je ne 
croyais rien au dessns de mes forces, où j'aurais era tout naturel de 
me róveiller un beau matin Ministre dirigeant du royaume d'Italie. 

Tocca questo tempo, ed è scritta probabilmente da Torino la 
Lettera II, nella quale egli sfoga con un amico inglese i sentimenti 
della sua anima « sopraffatta dal peso dell'indignazione e del do- 
lore » per lo spettacolo presente a' suoi occhi della « misera 
Italia » oppressa sotto « il sistema di civile e religioso dispoti- 
smo, » mentre che tutta l'Europa cammina sulla via del progresso. 

La rivoluzione del luglio in Francia gli accese la speranza che 
un si triste spettacolo avesse un termine. Insino alla primavera 
prossima confidò che la Francia avrebbe saputo « trar partito 
dalla sua posizione e sfoderare la spada ; » e quando gli fu forza 
persuadersi della vanità delle sue speranze, ne risenti un dolore 
e uno sdegno grandissimo, che si ripercuote in tutta la sua vi- 
vacità nella Lettera IV. 

Stretti da un lato dalle baionette austriache (così esclama), e dal- 
l'altro dalle scomuniche papali, la nostra condizione é veramente deplo- 
rabile. Ogni libero esercizio del pensiero, ogni generoso sentimento 
è soffocato come un sacrilegio o un delitto contro lo Stato; né pos- 
siamo sperare di conseguire da noi alcun sollievo alle nostre gravi 
sventure. 

In mezzo a questi tormenti patriottici dell'animo suo, un prov- 
vedimento ministeriale preso, com'egli crede, in odio di lui, viene 
a colpirlo. Egli deve abbandonare il presidio di Genova, a lui 
caro per tanti riguardi, onde trasferirsi a Bard in Val d'Aosta. 
Ubbidisce, coll'intima persuasione che questo « atto di severità » 
è provocato dalle « imprudenti w parole pronunciate nell'atto che 
svestiva l'abito di paggio del principe di Carignano (1). 



(1) Nella Lettera XGVII (ottobre 1847) il conte di Cavour ricorda inesattamente 
questo episodio della sua vita. Egli scrive: « Lorsque le Prinoe (de Carignan) 
monta sur le tróne, un de ses premiers actes fut un acte de sévérité a mon ógard. » 
Ora dagli stati di servizio del Cavour apparisce che, quando Carlo Alberto salì al 
trono (27 aprile 1831), egli era già stato destinato al forte di Bard da oltre un 
mese e mezzo. 



Seul, sans un ami (scrìve il signor W. de La Rive), sans un cama- 
rade, dans un pays dénué de ressources, entouré uniquement de manoeu- 
vres, n'ayant aucun emploi de ses connaissances, encore moina de ses 
facultés, il était, me racontait-il un jour, réduit pour passer le temps 
à jouer au tarok avec les entrepreneurs. 

n giovane ufficiale finì per stancarsi di questa dura esistenza, 
ed in capo a otto mesi prese una « démarche decisive; » chiese 
ed ottenne dal padre la licenza di abbandonare il servizio militare 
che gli fu conceduta dal governo sardo ai 12 novembre 1831. 



[1831-1833] — Non appena egli rimette il piede nella casa 
paterna, due lutti domestici vengono a rattristargli l'animo già 
abbattuto per le traversie patite. A tre giorni d'intervallo perde il 
suo prozio Franchino, vecchio amabile, allegro, spiritoso, e il conte 
d'Auzers. Dicemmo più addietro, che quest'ultimo, dopo la caduta 
del primo impero, invece di tornare in Francia, si era definitiva- 
mente stabilito in Torino, ove non tardò a essere considerato come 
un ultra. Il ritratto di quest'uomo, delineato dal signor de La 
Rive, merita di essere qui riferito, perchè fra coloro i quali cer- 
carono di esercitare un influsso costante, diretto, sebbene senza 
notevoli risultati, sull'educazione giovanile di Camillo Cavour, e 
conferirono, a ogni modo, a formarne ed aguzzarne la mente, il 
conte d'Auzers vuole essere citato fra i primi. 

A la Restauration... M. d'Auzers se dessina très-vite, à Turin, dans 
le sens de la réaction monarchique et religieuse où le portaient ses 
iastincts, la tradition de sa race, les fonctions qu'il avait remplies; 
il fut tout à fait du mouvement royaliste et catholique, et mème, dit- 
on, de la congrégation. Très-avant dans l'intimité du prince de Cari- 
gnan, il parvint à le détacher de la conspiration ourdie en son nom et 
8ous son patronage. La revolution de 1830 causa à M. d'Auzers une 
profonde douleur et Mta sa fin. Il mourut en 1831. Très-instruit, 
grand causeur, avec" moins de saillie et d'imprévu que de savoir, d'à- 
propos et de mémoire, M. d'Auzers était d'un commerce infiniment 
agréable... H avait l'art et le goùt de la discussione il y était très- 
expert, inépuisable en ressources, et la poussait. 

Il signor de La Rive aggiunge che, nelle frequenti dimore fatte 
a Ginevra e a Presinge, il conte d'Auzers teneva testa ai suoi 
uditori, fra i quali il giovanetto Camillo, tutti in quel tempo nelle 



— 10 — 
prime loro esaltazioni liberali, e « bien sonvent à l'aube on 
discntait encore. » Nella Lettera HI al conte Giangiacomo de 
Sellon il Cavour ricorda non senza rammarico queste sue dispute 
assidue e inesauribili col d'Auzers, pel timore che questi fosse 
morto « affligé par l'idée qu'il laissait des neveux indignes de 
lui. w — « S'il avait pu lire dans mon coeur (esclama commosso) 
il aurait vu que les motifs qui me portaient à m'éloigner de ses 
opinione étaient ausai pura que ceux qui l'engageaient à sacrifìer 
son bonheur au service. » 

È singolare l'impressione che lasciarono nel giovane Camillo le 
due morti che abbiamo menzionate. Dinanzi a quelle tombe egli 
si mostra penetrato del « néant des vanités de ce monde, » e dà 
un addio risoluto ai sogni di gloria e di celebrità, che erano ba- 
lenati alla sua immaginativa. « Tanto erano assurde le mie illu- 
sioni (egli scrive) che io dovetti abbandonarle non appena per un 
mese di seguito mi trovai in una condizione d'animo un po' tran- 
quilla » (Lettera VI). Ma se non va più in traccia di una vana 
rinomanza, rimane pur sempre fedele alle idee liberali. « Je les 
soutiendrai par amour pour la vérité e par sympathie pour l'hu- 
manité » (Lettera UE). La stessa cosa ripete in una Lettera poste- 
riore alla contessa di Sellon: « Ne croyez pas que tout ce que 
j'ai souffert, au moral, s'entend, alt en rien abattu mon amour 
pour les idées que j'avais. Ces idées font partie de mon existence. 
Je les professerai, je les soutiendrai tant que j'aurai un soufflé 
de vie » (Lettera V). 

Mal sofferente dell'ozio, e senza ninna speranza di essere ado- 
perato nei pubblici uffizi, Camillo Cavour accomodò la sua vita in 
modo da poter attendere alle cure agrarie; e prese perciò a diri- 
gere un podere della famiglia nel comune di Grinzane, nel tempo 
stesso che volse la mente allo studio delle scienze sociali. 

Alternava egli (ci lasciò scritto il conte Federigo Sclopis) il sog- 
giorno della campagna con quello della città ; quando stava in Torino 
frequentava la casa della marchesa Giulia Falletti di Barolo, dama 
francese di nascita e della famiglia Colbert. Questa, assai più attem- 
pata di lui, erasegli fatta amica nel senso il più puro ed austero della 
parola. Dotati amendue di grande vivacità di spirito, s'assomigliavano 
nella qualità dell'ingegno pronto e frizzante, ma si differenziavano 
sommamente quanto alle opinioni politiche. La marchesa era ardente 



— 11 — 

legittimista, a modo di un'eroina della Vandea, Camillo era ammira- 
tore di Royer-CoUard e di Casimiro Perier. 

La marchesa, severa nelle religiose osservanze, e larghissima nelle 
opere di carità che regolava a suo talento, Camillo tratto a vicenda 
dai piaceri del mondo e dagli stadi di pratica applicazione, merco del 
contrasto dei loro caratteri, si combinavano in modo da rendere più 
salda la loro amicizia. Così evitavasi la noia che è il prodotto di troppa 
uniformità, e nell'amicizia non di rado stanca ed opprime (1). 

Un'altra fra le case ragguardevoli, che il conte di Cavour pi- 
gliò a frequentare in Torino, fu quella del barone Prospero de 
Barante, l'illustre autore àell'Histoire des Ducs de Bourgogne, 
che il re Luigi Filippo, appena salito al trono, aveva mandato a 
rappresentare la Francia presso la corte di Sardegna. 

Ce rat par M. de Barante (scrive il signor de La Rive) que M. de 
Cavour apprit a connaìtre, à estimer et à aimer le gouvernement que 
la Erance s'était donne. Homme de monde autant que de politique, et 
d'expérience autant que de principes, unissant a la solidité des con- 
victìons la tolérance natureUe aux esprits cultivés, par situation et 
par caractère bienveillant pour les vaincus, ayant de l'éqple la sagesse 
sans le rigorisme, et de la vie les lecons sans les désenchantements, 
M. de Barante exerca sur Camille de Cavour une influence conside- 
rane et, à certains endroits, decisive, car cette influence se produisit 
dans un moment en quelque sorte définitif pour celui qui la subissait, 
dans un moment de crise, au passage de la jeunesse des sentiments a 
la maturité des idées, alors que se déterminent le tour, la direction, 
la tenue, la consistance du caractère. 

In casa del barone de Barante il conte di Cavour conobbe al- 
tresì il conte d'Haussonville, addetto all'ambasciata francese, che 
in progresso di tempo illustrò il suo nome nella politica e nelle 
lettere. 

Bapprochés d'&ge et de sentiments, les deux jeunes gens ne tardèrent 
pas a se lier. La parole familiare d'un ami n'est guère moins persua- 



(1) Avvenne un giorno, per non sappiamo quale male intesa discussione di prin- 
cipi! politici o filosofici, che la marchesa si scaldasse al segno da temere poi che 
il conte di Cavour ne rimanesse offeso. Generosa e gentile, ella non soffri che 
nepptur l'ombra di un disgusto passasse tra loro, nò un sassolino rimanesse sul 
cuore, come diceva madama di Sé vignò ; quindi venne francamente ad una dichia- 
razione col giovane amico. A questa lettera della marchesa rispose il Cavour eolia 
Lettera VI di questa serie. (Il conte Camillo Benso di Cavour, Bimembranze di 
Federigo Sclopis, stampate nella puntata vii delle Curiosità e ricerche di 
ttoria subalpina. Torino, Fratelli Bocca, 1876). 



— 12 — 

sire que l' autorità d'un maitre, et aprés M. de Barante, personne ne 
contrìbua autant que M. d'Haussonville, d'une part, a détacher Ca- 
mille Cavour du mouvement révolutionnaire auqnel, jusqu'ici, il ne 
voyait d'ennemis que panni les partisans d'un regime qu'il détes- 
tait, et, d'autre part, à l'attirer vers la France qu'il ne connaissait 
encore que par les vaincus d'une revolution qui l'avait réjoui. Torin, 
ville de cour, d'étiquette sevère, de vielles idées, était devenue Fasile 
naturel d'une foule d'émigrés, qui y trouvaient dea habitudes de 
gouvernement conformes a leurs goùts, des sympathies, des espé- 
rances, et qui avec la fougue de leur nation, poussaient la mo- 
narchie sarde dans la voix des rigueurs. Mais, avec M. de Barante et 
M. d'Haussonville, Cavour apercut une face tonte nouvelle pour lui 
du peuple francais, chez qui il put désormais estimer le bon sens, la 
sagesse et la raison, sans cesser d'en goùter l'esprit et d'en admirer 
l'ardeur. 



Un segno degli influssi che le conversazioni del barone de Ba- 
rante e del conte d'Haussonville esercitarono sulla mente del no- 
stro Camillo in. questo periodo di tempo si scorge evidente nelle 
Lettere da lui indirizzate alla contessa de Sellon e al prof. Angusto 
de La Rive nell'aprile e maggio 1833 (Lettere VII e VDI). È 
schietta ed* aperta la confessione che egli fa di essersi separato 
da coloro i quali reputavano utili i mezzi violenti per conseguire 
la libertà, e di essersi finalmente schierato coi moderati. « Ainsi 
je vous fais part que je suis un honnéte j uste-milieu, désirant, 
souhaitant, travaillant au progrès social de toutes mes forces, mais 
décide à ne pas l'acheter au prix d'un bouleversement general, 
politique et social.» Dichiara però colla medesima schiettezza che 
questo suo « état dò juste-milieu » non gli toglierà di desiderare 
il più tosto possibile « Vémaneipation de V Italie des barbares qui 
V opprimente et par suite de prévoir qu'une crise tant soit peu 
violente est inévitable. » Sol che egli vuole questa crisi con tutti 
i riguardi richiesti dalla condizione delle cose, ed è ultra persuaso 
che u les tentatives forcenées des liommes de mouvement ne font 
que la retarder et la rendre plus chanceuse. » 

Dalle carte segrete della polizia austriaca, che vennero in luce 
più tardi, si ricava come già in questo torno di tempo il Cavour 
fosse notato come un uomo pericoloso. Leggasi ciò che il conte 
Enrico de Bombelles, inviato austriaco in Torino, informato che il 
conte di Cavour aveva in animo di intraprendere prossimamente 
un viaggio in Lombardia, scriveva al governo di Milano in data 
del 2 ottobre 1832 : 



— 13 — 

Ce jeune homme appartient a une des familles les plus recomman- 
dables du Piémont, et son pére, le marquis de Cavour, est générale- 
ment estimé, et est le premier a gémir sur la condiate et les principes 
de son fila cadet. Ce jeune homme, doué de beaucoup de facilité et de 
talent, était entré dans le genie militaire. Ses propos et sa liaison 
intime avec d'autres mal pensants et notamment avec un monsieur 
attaché à Vambassade de France (1), a engagé le Boi, peu de temps 
après qne Sa Majesté fut montée sur le tróne, à l'envoyer an fort de 
Bard, non comme prisonnier, mais en sa qualité d'officier dn genie (2). 
Cette expèce d'exil a dure six mois environ, après quoi Camillo donna 
sa démission, et se retira chez son pére. Je le considère comme un 
homme très-dangereux ; et tou8 lesessais faits pour le ramener ont 
été infruetueux. Il mérite dono une surveillance suivie. 

Per effetto di queste informazioni, il conte Torresani, direttore 
generale della polizia in Milano, dirigeva una lettera del tenore 
che segue all'I. R. commissario di polizia" di Buffalora : 

Milano, il 15 maggio 1833. 

Sta per mettersi in viaggio il giovane cavaliere piemontese Camillo 
di Cavour, già uffiziale del genio, e malgrado la sua gioventù già 
provetto nella corruzione de' suoi principii politici. Mi affretto a darle, 
signor commissario, questa notizia, coll'invito di non ammetterlo, qua- 
lora si presentasse su codesto confine, se non sopra passaporto in per- 
fettissima regola, ed in questo caso soltanto previa la più rigorosa 
visita sulla persona e sugli effetti, avendo io notizia che egli possa 
essere latore di pericoloso carteggio. 

Torresani. 

A questa lettera tenne dietro una circolare a tutti i commissari 
di polizia per avvertirli che il giovane cav. Camillo Cavour "era 
escluso dalle Provincie soggette ali* Austria (circolare del 1° giu- 
gno 1833, n. 3476). 

Impeditogli il viaggio di Lombardia, il Cavour si proponeva di 
fare, nell'estate, una corsa sino a Ginevra, ove, dopo il 1829, non 
era più stato. « Je sens (scriveva nell'aprile alla contessa de Sel- 



(1) Probabilmente il conte d'Hauasonville. Aveva ragione il signor W. de La 
Bive di scrivere: « ... Un fait qu'il est bon de noter en passant, c'est qne Oamille 
de Cavour, le marquis Alfieri et quelquea auires en fort petit nombre faisaient 
preuve d'une harcUesse remarquèe dans Turin, en osant se présenter dans les sa* 
Ioni da représentant de la monarchie de juillet ! » Infatti, ogni oosa buona o rea 
che sapesse di francese dava, allora, negli occhi ai pubblici governanti t 

(2) fi singolare che il oonte di Bombelles attribuisce anoh'egli a Carlo Alberto, 
appena salito al trono, l'invio del conte di Cavour al forte di Bard. 



-14 — 
lon) qne le séjonr de Genève me fera un bien moral immense, car 
après avoir vécu troia ans au milieu dea exagérations les plus vio- 
lentes et les plus opposées, l'atmosphère de raison qu'on respire 
dans volare pays doit §tre tout à fait restaurante » (Lettera VII). 
Negozi privati gli impedirono di abbandonare il Piemonte nel 
1833; fu soltanto nell'autunno già inoltrato dell'anno seguente, 
che, dopo avere compilato, per commissione del governo, un dili- 
gente estratto del rapporto dei commissari inglesi che avevano 
eseguito un'inchiesta generale sull'amministrazione dei fondi pro- 
venienti dalla tassa dei poveri in Inghilterra (Lettera XVI), egli 
potè mandare ad effetto il suo disegno. 

[1834-1835] — A Ginevra il conte di Cavour prese stanza in 
un modesto quartiere vicino al palazzo ove dimoravano, col conte 
Giangiacomo de Sellon e la sua famiglia, il duca e la duchessa 
de ClermontrTonnerre. 

Sino dai primi tempi che era stato a Ginevra, il giovane pie- 
montese aveva preso ad amare e riverire il conte de Sellon, cam- 
pione infaticabile delle idee liberali, e nelle dispute frequenti col 
D'Auzers invocava volentieri l'aiuto e l'autorità di quell'insigne 
uomo per raffermarsi nella bontà dei suoi principii politici. 

D'une imagination vaillante, unissant, dans ses philantropiques con- 
ceptions, les ardeurs désintéressés dn xvm e siècle aux généreuses 
espérances de la première moitié du xix e , tout de fougue et de pro- 
jets, chevaleresque et ayant de nobles emportements de l'enthousiasme, 
M. de Sellon ne put, par ses préceptes et par son exemple, que for- 
tifier les opinions de son neveu (1). 

Diversamente dal conte de Sellon, il duca de Clermont-Ton- 
nerre non esercitò alcuna influenza sullo svolgimento del carattere 
e sull'indirizzo delle idee politiche del nipote. 



(1) Giangiacomo de SeUon, conte del Santo Impero, era nato il So gennaio 1783. 
Sposò Alessandra Francesca Cecilia de Bade de Boisy, dalla quale ebbe cinque fi- 
gliuoli, uno masohio e quattro femmine : 

Oatterina Enrichetta, ohe sposò il barone Maurice ; Eugenia Giulia Vittoria A- 
mella, ohe -sposò il signor 0. T. Bevilliod (a lei è indirizzata la Lettera OXV); Eu- 
genia Adelaide Ortensia ; Giovanna Maria Valentina, chiara scrittrice. Ultimo nato, 
Federico Maurizio. 

Il conte de Sellon cessò di vivere ai 7 giugno del 1889. 



— 15 — 

Très-aimable, très-empressé, très-bienveillant, enfin homme de salon 
plntòt qu'un homme du monde, il n'était pas de ces gens trempés ponr 
agir sur ceux qui les entonrent. En politique il avait plns de portée 
que des visées, et nulle ambition, noi goùt de propagande ni de combat 
Il portait ses convictions comme il portait son nom, avec l'aisance 
d'un grand seigneur, sans trop y songer. En 1830 il préta le serment 
(à la monarchie de juillet). Gela lai coùta beaucoup et lui fut encore 
plus reproché. Oependant il estima que l'amitié lui interdisait d'aban- 
donner les ministres dans la périlleuse conjonction où ils se trouvaient 
et il youlut prendre part à leur procès. A dater du jour où l'arrét fut 
renda, il ne siégea plus à la Chambre des pairs, et en 1831 il quitta 
la France pour n'y plus revenir. M. de Tonnerre avait a un haut 
degré ce qu'on appello esprit de société, esprit facile, leste, fertile en 
bons mots, avec plus de mousse que* de saveur, esprit qui plait dou- 
cement, ne va guère loin ni ne pénètre, et qui est en definitive à 
l'esprit ce qu'une parade est à une bataille. Chea M. de Tonnerre rien 
d'excessif, ni de violent, de ce qui blesse parfois et écrase, mais ausai 
rien de ce qui conquiert et domine et subjugue (1). 

La duchessa de Clermont-Tonnerre trovò nel secondo marito 
cft che non aveva trovato nel primo, barone della Turbia, u le 
bonheur qu'une femme peut attendre d'un galant homme qui 
l'aime et la respecte. » Senza prole, era ben naturale che si sen- 
tisse inclinata verso i suoi nipoti e le sue nipoti, le figlie di suo 
fratello. Ma indipendentemente da ciò il signor de La Rive pensa 
che l'affezione di lei pel nipote Camillo fu il sentimento più vivo 
che essa abbia mai provato. 

On voyait qu'en lui tout la charmait, sa vivacité, son inaltérable 
enjouement, méme la malignité des observations sur des choses qu'elle 
prisait, sur des gens qu'elle vantait ou pratiquait, mème la fiberté 
avec laquelle il manifestait des opinions qu'elle était si loin de partager. 
Son jugement avait d'ailleurs pour elle autant de poids que son esprit 
avait d'attrait. Elle l'aimait, en un mot, avec la perspicacie d'une 
tante et de l'amour d'une mère. 

Il signor de La Eive compie coi seguenti tratti il quadro delle 
relazioni fatte o rinnovate a Ginevra dal conte di Cavour: 

Vivant au milieu des siens et dans un intérieur fait pour satisfaire 
ani exigeances d'un esprit délicat, M. de Cavour n'eùt peut-ètre, nulle 
autre part, trouvé sur son chemin une intimité à la fois aussi natu- 



(1) W. de La Eive, op. oit. 



— 16 — 

ielle, aussi libre et aussi attrayante. Il avait d'ailleurs à Genève 
d'antres parents et des amia dont il goùtait le commerce familier et 
avec lesquels il donnait cours, sana se contraindre, à ses inclinations 
pour les causeries tour a tour graves et plaisantes. Renouant d'anciennes 
relation», il en forma de nouvelles aoxqueUes il attachait uà grand prix. 
Plus d'une foia entre autres, je l'ai entendu parler de M. Lullin de 
Chàteauvieux, comme d'un dea hommea les plus spirituels, les plus 
heureuaement doués qu'il eùt jamaia rencontré. « Voilà, me disait-il 
en 1859, voilà quelqu'un qui avait le véritable esprit » La fille de 
M. de Chàteauvieux, madame Naville, et son mari (1) prirent dès lors 
également rang parmi les amitiés sérieuses de sa vie. Je rappellerai 
encore en quelle estime il tenait M. Munier. « Lorsque vous verrez, 
écrivait-il, M. le paateur Munier, dites-lui que je le prie de ne pas 
m'oublier, car j'attache un trop haut prix aux sentiments de bienveil- 
lance qu'il m'a témoignés ponr ne pas désirer vivement qu'il veuille 
bien me les conserver » (2). D'ailleurs, ville de science, de débats 
et de politique apéculative, Genève offirait de nombreuses sources d'ins- 
truction à une intelligence avide de discussion et de [savoir. Curieux 
surtout des faits et des idées qui se rapportent aux sciences morale» 
et politiques, M. de Cavour puisait, soit dans de fréquents entretiens 
avec des hommes rompus a l'étude de ces sciences, soit dans Fexposi- 
tion plus serrée de l'enseignement direct, des connaissances prócises, 
et y gagnait cette solidi té par la que LI e seule. l'homme supérieur de- 
meure certain d'étre toujours égal au rdle que lui feront jouer le3 
événements. Il mena aussi la vie du monde, telle qu'elle se pratiquait 
a Genève, animée sans ètre violente, a heures fixes, à temperature mo- 
dérée, en somme un peu trop disciplinée. Or, le monde est une école 
à la condition de n'ètre pas une salle d'école. A ce sujet, M. de Cavour 
exprimait un regret bienveillant et s'étonnait que la société genevoise, 
si riche, disait-il, en intelligence et en agrément, ne fùt pas plus habile 
à user de ses avantages, faute d'un peu plus de cette liberté qui est 
le ressort de la vie sociale. Il n'en emporta pas moins, de son séjour 
à Genève, une impression aussi durable que flatteuse pour ceux qui 
l'avaient produite. Bien des années plus tard, après quelque critiquè 
pareille à celle que je viens de rapporter : u Cela n'empèche pas, ajou- 
tait-il, que je me suis beaucoup amusé a Genève, j'y ai passe un 
heureux temps : » et les souvenirs riants arrivaient en foule, dits gaie- 
ment, parfois aussi s'arrètant sur ses lèvres discrètes. 

Negli ultimi giorni di febbraio (1835) Camillo Cavour lasciò 
Ginevra per recarsi in Francia e in Inghilterra, in compagnia di 



(1) Francesco Marco Luigi Naville, ministro evangelico e pubblicista insigne, nato 
a Ginevra l'il luglio 1784. Nel 1818 rinunziò all'ufficio di pastore e si dedicò in- 
tieramente all'educazione. Nel 1832 pubblicò un libro suìVÉducation pubi i que ; e 
nel 1836 un altro, in due volumi, sulla Charité legale. Nel 1843 curò la stampa 
degli scritti di Maine de Biran ohe aveva conosciuto nel 1824 a Parigi. Fu per 
molti anni in relazione coll'abate Baffaele Lambruschini e ool conte Ilarione Pe- 
titti. Mori il 22 marzo 1845. 

(2) Il nome del Munier è menzionato con lode nella Lettera XXI. 



— 17 — 

Pietro di Santa Rosa, col quale sin dai primi anni aveva intima 
consuetudine e che, giusta i concerti presi, era quivi venuto a 
raggiungerlo (1). I due amici arrivarono in Parigi ai 28 del mese. 
« Sa naissance lui ouvrit d'emblée les portes des salons les plus 
difficiles où ses opinions étonnèrent et où son esprit le fit bien 
venir; mais les salons difficiles ne sont guère ceux qu'à vingt- 
cinq ans on préfère. » L'allusione contenuta in queste ultime pa- 
role del suo biografo è tanto chiara che non richiede maggiori 
spiegazioni; giova però avvertire che i piaceri e i divertimenti 
della Babilonia moderna non impedirono al Cavour di volgere la 
mente ai più gravi problemi sociali e di studiare la condizione 
delle parti politiche in Francia. Basta a rendercene persuasi la 
Lettera scritta il 31 marzo al prof. Augusto de La Rive, nella quale 
egli descrive, con perspicacia maggiore che l'età non comportasse 
la trasformazione che accennava a compiersi nei partigiani delle 
opinioni estreme, e con una chiaroveggenza maravigliosa in un 
giovane della sua età antivede il trionfo della democrazia. « Est- 
ce un bien? est-ce un mal? Je n'en sais trop bien, mais c'est à 
mon avis l'iuévitable avenir de l'humanité » (Lettera XI). 

Durante questo viaggio Camillo Cavour strinse legami di ami- 
cizia, che la morte soltanto potè spezzare, con una insigne gen- 
tildonna, che durante la monarchia di luglio ed il secondo impero 



(1) Pietro Dero86l di Santa Uosa era nato in Torino ai 12 aprile dell'anno 1805 
dal cav. Filippo Derossi di Santa Uosa e Pomarolo, maggior generale nell'esercito 
piemontese, zio di Santone, e da Laura Cravetta di Villanovetta. Compiuti i primi 
studi nei collegi di Oarignano e di Pinerolo, e quelli di umane lettere nella scuola 
del Carmine in Torino, addottorerei in legge nel 1826. Non sperando, pel nome che 
portava, di ottenere un pubblico impiego, coltivò gli studi storici e letterari, al 
quali aveva inclinazione grandissima, vivendo vita domestica e ritiratissima, con- 
tento di pochi e buoni amici, dei quali basti nominare Vincenzo Gioberti, Cesare 
Balbo e Camillo Cavour. A quest'ultimo intitolò, ne' suoi anni giovanili, un carme, 
che rimane documento dei sensi italiani dei due amici in quel tempo. Ne diamo 
alcune strofe, non senza ripetere con Carlo de Mazade, che il Cavour, natura so- 
stanzialmente anti-poetica, devaitun peu aourire nel leggere questi accenti elegiaci : 

D'està terra infelice amante figlio, 

Fremo al vederla squallida e sparuta, 

E n'ho per la pietade umido il ciglio. 
Sfogo all'anima oppressa e combattuta 

Or fla, Camillo, il lamentarsi insieme, 

Mentre ogni speme anoor non è perduta. 

(Vita del cav, Pietro Derossi di Santa Rosa, narrata con documenti inediti dal 
conte Filippo Saraceno. Torino, Unione tip .-editrice, 1864). 

S — Voi. I. Lettere di C. Cavowr. 



— 18 — 
tenne aperto ano dei più ragguardevoli salans di Parigi: la con- 
tessa Anastasia de Circourt-Elustine (1). Era costei russa di 
nascita. Mal potendo sopportare per la gracilità del corpo il clima 
del paese, era venuta in Italia tra il 1825 e il 1826 in compagnia 
della madre (contessa di Tolstoì). A Ginevra, ove si fermarono 
gran parte dell'anno seguente, la signora de Elustine e sua figlia 
fecero amichevoli relazioni colle famiglie più ragguardevoli di 
quella città. La signora de Elustine era dama distintissima. La 
signorina Anastasia de Elustine senza essere bella, era attraente. 
Si fece presto ammirare per una coltura rara in una giovane poco più 
che diciassettenne. Candolle e Bonstetten si recarono ad onore di 
annoverarla fra i collaboratori della Bibliothèque universelle, ove 
essa pubblicò, senza nome di autore, uno studio sulla letteratura 
e sui letterati russi poco noti in quel tempo, studio che fu ripro- 
dotto in parecchie rassegne letterarie francesi. Due anni appresso la 
Bibliothèque stampava un altro lavoro di lei : Georges Miloslawski 
ou les Busses en 1812. 

Nell'inverno del 1828 le signore de Elustine furono a Parigi, 
ove entrarono in maggiore dimestichezza colla marchesa de La 
Tour du Pin-Montauban, figliuola del maresciallo de Viomesnil, 
che avevano conosciuta nell'estate precedente ai bagni di Biarritz. 
La marchesa presentò alla madre e alla famiglia come un parente 
e assiduo della casa il giovane conte Adolfo de Oircourt, la cui 
svariata e profonda erudizione formava già sin d'allora la mera- 
viglia dei salons letterari di quel tempo. Poco appresso, nel set- 
tembre del 1830, la signorina Anastasia de Elustine divenne la 
contessa de Circourt. 

Nell'estate del 1834 la marchesa Adele di Cavour, il figliuolo 
di lei Gustavo e la duchessa de Clermont-Tonnerre recaronsi ai 
bagni di Plombières. Ivi trovavasi pure col marito la contessa de 
Oircourt, che nei lunghi soggiorni fatti a Ginevra frequentava la 
casa de Sellon. Le antiche consuetudini furono presto ristabilite, e 
quando nell'inverno del 1835 Camillo Cavour venne a Parigi, 
presentossi con una lettera commendatizia del fratello Gustavo alla 



(1) Madame de Circourt, son Salon, aee Correspondavces par M. Huber-Saladin, 
«olonel federai. Paris, A. Qnentin, 1881 (edizione fuori di commercio). 



— 19 — 
signora de Circourt, presso la quale egli incontrò un'accoglienza 
affettuosa e cordiale. 

La signora de Circourt apprezzò subito tutto il valore intellet- 
tuale e morale del giovane piemontese suo coetaneo, ed esortollo 
vivamente ad abbandonare il Piemonte e a porre la sua dimora 
in Parigi, ove avrebbe acquistato in breve quella celebrità che 
vanamente avrebbe ricercato in un piccolo paese, condannato per 
giunta alle più rigide forme del governo assoluto. La Lettera nella 
quale il conte di Cavour espone alla signora de Circourt le ragioni 
che lo dissuadevano dall'accogliere quell'amorevole consiglio è un 
vero gioiello; essa dimostra apertamente che le sue doti morali 
erano veramente grandissime, e l'animo suo era anche maggiore 
dell'ingegno. La chiusa è sublime: 

Non, non, ce n'est pas en fuyant sa patrie, parce qu'elle est malheu- 
reuse, qu'on peut atteindre un but glorie ux. Malheur a celui qui abandonne 
avec mépris la terre qui l'a vu naitre, qui renio ses fròres comme in- 
dignes de lui! Quant à moi, j'y suis décide, jamais je ne separerai 
mon sort de celui des Piémontais. Heureuse ou malheureuse, ma patrie 
aura tonte ma vie; je ne lui aerai jamais infidèle, qnand méme je se- 
rais sur de trouver ailleurs de brillantes destinées (Lett. XII). 

n 13 maggio Camillo Cavour parti col Santa Rosa alla volta 
di Londra. La Lettera che egli indirizzò con la data del 9 giugno 
al barone de Barante sulle condizioni economiche, politiche e 
sociali dell'Inghilterra si direbbe scritta da un uomo di Stato, 
tanto profondo e giusto è il concetto che l'autore vi mostra di 
essersi formato di quel libero paese, delle parti politiche che vi 
si contendevano il potere, degli uomini che erano a capo di queste, 
e delle questioni più gravi che occupavano l'opinione pubblica 
(Lettera XIH). 

In compagnia del Santa Rosa il Cavour visitò il paese di Gal- 
les, il Warwichshire, la contea di Shrop, Stratford, Shrewsbury, 
Liverpool, Nottingham e altri luoghi. A Cambridge i due viag- 
giatori conobbero il sig. Romily, bibliotecario del Trinity College: 
a Liverpool strinsero relazione con un giovane medico, il dottore 
Key, assai istruito, radicale in politica, ma onestissimo e vero fi- 
lantropo, che poneva ogni studio nell'investigare e scoprire il vero 
stato della popolazione operaia d'Inghilterra. Egli fu largo ai 



— 20 — 
giovani viaggiatori piemontesi di molte notizie statistiche, grazie 
alle quali poterono conoscere più dappresso lo stato materiale e 
morale delle infime classi in Inghilterra (1). Inutile aggiungere 
che farono con molta diligenza visitati, ovunque erano, stabilimenti 
di manifatture od agricoli, scuole, carceri, case di lavoro, ecc. (2). 
Nel tornare in patria passarono da Brusselle, ove, nel modesto 
istituto Gaggia, insegnava la filosofia e la storia antica Vincenzo 
Gioberti, da due anni esule dal Piemonte. Scrivendo a Teodoro 
di Santa Rosa in Torino, in data del 7 di luglio 1835, il fdturo 
autore del Primato ricordava con soddisfazione la visita di questi 
suoi compatrioti : « Cosi potessi io godere più a lungo la conver- 
sazione di lui (Pietro) e del suo degnissimo compagno di viag-gio, 
clrio mi ascrivo a fortuna di aver conosciuto » (3). Da Brusselle 
per Malines, Anversa, Lovanio, Liegi e le provincie renane, i due 
viaggiatori fecero ritorno in Torino sugli ultimi del mese di 
luglio. 

Durante l'assenza del conte di Cavour dal Piemonte, nissun 
fatto vi era accaduto che porgesse argomento ai fautori delle idee 
liberali di anche solo confidare in un trionfo delle medesime. Impres- 
sione pessima aveva prodotto in essi l'avere il Sovrano scelto a 
primo segretario di Stato per gli affari esteri il conte Clemente 
Solaro della Margarita (7 febbraio 1835), già noto per le sue opi- 
nioni ultra-assolutiste; né aveva punto giovato a mitigare quella 
impressione la nomina del conte Carlo Beraudo di Pralormo (22 
aprile) a successore dell'inviso conte Della Scarena nella segre- 
teria di Stato per gli affari interni, perchè sebbene fossero del 
nuovo ministro note le doti di animo nobilissimo che «facevano 
di lui un gentiluomo completo » (4), non lo si sapeva partigiano 



(1) Di qui forse la prima idea nel Cavour di uno scritto, del quale lasciò solo 
l'ordito, Sulle condizioni delle classi operaie. 

(2) Saraceno, pag. 92 e seg. — Secondo Enrico de Treitschke, « il Santa 
Bosa, "anima fantastica, nel paese della nebbia sentiva un doloroso desiderio del sole 
d'Italia, si ritraeva spesso in disparte, e meditava sulle opere della poesia inglese : 
invece il giovine economista, dietro l'esperta guida del tecnico W. Brockedon, vi- 
sitava instancabilmente fabbriche e banche, docks e stazioni ferroviarie, e non 
cessava mai di osservare le meraviglie del commercio mondiale. » H conte di Ca- 
vour, saggio politico, pag. 37. Firenze, G. Barbèra, 1873. 

(3) Ricordi biografici e carteggio di Vincenzo Gioberti, raccolti per cura di Giu- 
seppe Massari, voi. i, pag. 378 (Torino, Botta, 1860). 

(4) Giuseppe Manno, Note sarde e ricordi, pag. SII (Torino, Bocca, 1868). 



— 21 — 
dì più lìberi modi di governo; e, del resto, quando fosse stato, 
non li avrebbe tollerati la volontà del Sovrano, che nutriva per 
essi poca simpatia, non li riputava adatti per il paese, né giudi- 
cava il paese maturo per riceverli (1). 

Camillo Cavour, quand'anche non si tenga conto dell'avversione 
che gli portava il Sovrano, non poteva nutrire veruna fiducia di 
partecipare in qualsiasi modo ai negozi pubblici, finché durava un 
governo, nel quale, a detta dello stesso Balbo, di opinioni tem- 
peratissime, era vietato di nominare la libertà « autrement que 
« pour lui dire des injures grossières » (2), ed egli medesimo, fi- 
gliuolo del presidente di una sezione del Consiglio di Stato, inu- 
tilmente aveva domandato di essere nominato, prima segretario, 
poi consigliere straordinario ! « Quelque modéré, quelque juste-mi- 
lieu que je sois devenu (scriveva il Cavour, di ritorno a Torino, nel 
luglio 1835, al signor Naville a Ginevra), je suis Uen loin encore 
de pouvoir approuver le système tenu chez nous » (Lett. XV). 
Vedendosi chiusa la carriera pubblica, accettò la proposta fattagli 
dal padre, che nel frattempo (27 giugno 1835) era stato eletto 
vicario e sopraintendente di politica e polizia della città di To- 
rino (3), di reggere la gestione amministrativa dei poderi della fa- 
miglia. Dalle Lettere al Naville e al professore Augusto de La 
Rive si rileva, che, per verità, egli avrebbe preferito dedicare il 
suo tempo a lavori puramente intellettuali, e seguire una carriera 
più splendida; ma presto si rassegnò alla modestia del nuovo 
stato: a II en est (cosi egli) des carrières plus brillantes sana 
doute, mais dans ma position il n'y en a aucune qui me convint 
mieux n (Lettera XVIII). 



(1) Antonio Manno, Spicilegio nel regno di Carlo Alberto. Puntata ni) nelle 
Curiosità e ricérche di storia subalpina, pag. 224. 

(2) Lettre & Mme ***, mars 1835. Della vita e degli scritti del conte Cesare Balbo, 
Bimembranze di Ero ole Biootti, pag. 419 (Firenze, Le Monnier, 1856). 

(3) Tre erano le polizie: quella centrale affidata al ministro dell'interno (nel 
1841 passò alla dipendenza del ministero della guerra); quella del governatore ; 
quella del vicario. Quest'ultimo era pagato dal munioipio torinese, ma nominato 
biennalmente dal Ee, e dipendente affatto da lui. « Il vicario (cosi scrive il B e r- 
«ezi o) era il capo e direttore della polizia urbana, la quale, mentre ourava l'ordine 
fra le rivendugliolo e gli erbaggi, la pulitezza nelle strade e l'obbedienza ai re- 
golamenti nei mercati e nelle botteghe, prestava anche una mano al governo per 
sorvegliare i ladruncoli, e, quel che più importava, tener d'occhio, perseguitare, 
seccare tutti quelli che erano afflitti dalla nomea di liberali o commettessero 
qualche atto da rivelarli intinti di quella pece. » (Il Segno di Vittorio Eman. II, 
lib. i, pag. 87. Torino, Bouz e Favaio, 1878). 



— 22 — 

In capo a poche settimane fti preso da una vera passione per 
l'agricoltura. Non si contentò di adempire puramente e semplice- 
mente gli impegni contratti col padre, ma si diede a grandi spe- 
culazioni campestri, per proprio conto, ripromettendosi degli utili, 
grazie ai quali egli potesse un giorno vivere vita indipendente. 
« II fait bon (esclama) à ceux qui ont des millions à foison de 
s'occuper de sciences et de théories; nous autres pauvres diables 
de cadete, il nous faut suer sang et eau avant d'avoir acquis un 
peu d'indépendance n (Lettera XIX). 

In mezzo a queste occupazioni ricevette dal professore Augusto 
de La Rive l'invito (novembre 1835) di mandare qualche suo 
scritto alla Bibliothèque universelle di Ginevra. Lusingato nel- 
l'amor proprio, e desideroso che gli si aprisse una via per esporre 
i risultati dei suoi studi e delle sue meditazioni sulle più impor- 
tanti quistioni del giorno, aderì con grato animo all'invito, fidando 
singolarmente nella cooperazione del fratello Gustavo; avvertendo 
però che non si aspettassero da lui lavori, nei quali l'immaginazione 
dovesse avere qualche parte, perchè egli aveva il sentimento del- 
l'impotenza ad ogni occupazione di quel genere. « Chez moi, la 
folle du logis est une vieille paresseuse que j'ai beau exciter, elle 
ne se met jamais en mouvement. » Egli si sarebbe limitato a 
trattare gli argomenti di u pur raisonnement ; » e anche rispetto 
a questi soggiunse come non sarebbe stato in grado di discorrere 
di molti di essi, perchè gli mancavano nello scrivere gli strumenti 
dell'arte, essendo stata la sua educazione letteraria assai trasan- 
data (1); di tutte le scienze morali una sola avere egli studiato 
a fondo, l'economia politica, e di essa sola intendere di occu- 
parsi (Lettera XVI). 

In pochi giorni disegnò e tirò innanzi un articolo sul paupe- 
rismo in Inghilterra, frutto di molte meditazioni fatte prima e 
durante l'ultimo viaggio (2), ma presto l'interruppe perchè nel 



(1) Dagli Atti della Camera, tornata del 19 aprile 1852 : « Cavour. Io non intra- 
prenderò una discussione di lingua coll'onorevole Mich elini, non tenendomi da 
tanto ; in ciò riconoscendolo maestro, io mi tacio (Si ride)» 

Valerio Lorenzo. E in fatto di logica? 
Cavour. In fatto di logica non tanto (Ilarità prolungata). 

Del resto, io non posso giudicare d'altri su quella materia, non avendo fatto il 
corso di logica. » 

(2) Nel fascicolo della Bihliothèque universelle, dell'ottobre 1886, essendosi fatto 



— 23 — 
frattempo lo stesso tema era stato preso da altri in esame- nel 
mentovato periodico (Lettera XVII). 

Le occupazioni agricole, alcune faccende domestiche e i viaggi 
successivamente intrapresi in Lombardia e in Francia, gli tolsero 
allora e negli anni che seguirono sino al 1843 di volgere la mente 
alla trattazione di altri argomenti. 

[1836] — In quest'anno compiè il viaggio di Lombardia, che 
non aveva potuto fare nel 1833. Il conte Brunetti, che nel no- 
vembre 1835 aveva sostituito il conte de Bombelles nella carica di 
ambasciatore austriaco a Torino, potè non senza difficoltà otte- 
nergli il passaporto per gli imperiali regi Stati. Anche questa volta 
le più rigorose istruzioni furono spedite dal conte Torresani al 
commissario della polizia austriaca in Buffalora. 

Milano, 22 marzo 1836. 

S. E. il signor governatore ha trovato di permettere che a quel 
cavaliere Camillo Cavour di Torino, che in forza della mia circolare del 
1° giugno 1833, n. 3476, dovrebbe rimanere escluso dalle Provincie 
imperiali austriache, venga per una sola volta conceduto il passaggio 
per codesto confine nel viaggio che egli sta per intraprendere, per 
giustificati affari, sino a Villaco. 

Ella vorrà quindi non frapporre ostacolo al passaggio di questo so- 
spetto forestiere, previe però le consuete pratiche di finanza e di polizia 
e lo dirigerà nella vidimazione a questa Direzione generale. 

Tobbbsani. 

Il conte di Cavour divisava di passare dalla Lombardia negli 
Stati della Chiesa « mais (così egli in una Lettera citata dal signor 
de La Rive) un cordon sanitaire que sa Sainteté le Pape avait 
cm prudent d'établir entre ses États et ceux de l'Empereur, pour 
se garantir du choléra qui depuis six mois ne songe pas à sortir 
d'un des plus sales faubourgs de Venise, m'a empèché d'aller à 
Bologne. » Tornò dunque per la via più breve in Piemonte per 
esservi « entièrement absorbé par des occupations agricoles. » x 



cenno dello scritto che Camillo Cavour aveva compilato nel 1884, e fa pubblicato 
a Torino nel 1835, intorno alla tassa dei poveri in Inghilterra, la Direzione aggiun- 
geva in nota : 

« Cet écrit sort de la piume d'un jeune Piémontals, qui se distingue par se» 
talenta ; il fait naltre l'espérance qu'on verrà désormais, dans la patrie de l'auteur 
et parai les jeunes gens de bornie f amili e, le goùt de l'ótude sucoéder a l'habitude 
de l'oisiveté. » 



— 24 — 

[1837] — Da queste occupazioni lo distolse nei primi mesi del 
volgente anno un acerbo lutto domestico. La duchessa de Clernont- 
Tonnerre, rimasta vedova ed erede di tutta la sostanza del ma- 
rito (1), affidò la cura degli affari di sua propria pertinenza al 
nipote Camillo, il quale recossi per tal fine nel Delfiùato e iella 
Franca-Contea, ove il duca defunto possedeva molte tenute, e 

poscia a Parigi per consultare procuratori e uomini d'affari 

u société (scrive egli) peu amusante et peu instructive. » Avrebbe 
desiderato di fare una gita in Inghilterra, per assistere alla bat- 
taglia elettorale che si combatteva in quel momento (luglio 1837), 
e il cui esito prevedeva che avrebbe avuto grandi conseguenze pel 
regno britannico (Lettera XXII), ma gliene mancò il tempo, e fece 
ritorno in Torino. 

In sullo scorcio del medesimo anno, Camillo Cavour tornò a 
Parigi, come si rileva dal seguente frammento di una lettera di 
Silvio Pellico al conte Federico Confalonieri in data del 14 di- 
cembre di quell'anno: « Chi ti porgerà questa è il conte Camillo 
di Cavour, anch'egli (giovane com'è) uomo di matura e distinta 
intelligenza il quale fa onore al nostro paese » (2). 

[1838-1839] — Fra il 1838 e il 1839 Camillo Cavour fu, unita- 
mente a Carlo Boncompagni, il più operoso e instancabile promo- 
tore della istituzione dell'Asilo d'infanzia in Torino (3), e col 
conte Federigo Sclopis, col conte Luigi Franchi di Pont e il teologo 
Fantini, parroco della chiesa dell'Annunziata, si assunse l'incarico 
di presentare al conte di Pralormo la domanda che il governo 
approvasse la formazione di una società promotrice di asili e scuole 



(1) Sopravvisse undici anni al marito (f 20 gennaio 1849). 

(2) Epistolario di Silvio Pellico, racoolto e pubblicato per cura di Guglielmo 
3 tofani, pag. 163 (Firenze, Le Monnier, 1856). 

(S) u Da alcuni anni (oobì il Boncompagni in alcune sue Note autobiografiche) 
erano venute in voga nel nostro paese le scuole infantili. Me ne occupai anch'io ; 
ne conversai ool Cavour e si deliberò di adoperarci per impiantarle in Torino. » 
Il Bonoompagni soggiunge che il Cavour e il Balbo furono i due uomini che più 
contribuirono alla sua educazione politica : nota che al primo « difettava talvolta 
l'idealità, a cui i governi non devono dare un'influenza indebita, ma di cui devono 
pur tener conto per secondare la civiltà de 1 loro tempi. » (Luigi Amedeo di 
Lamporo, Della vita e delle opere di Carlo Boncompagni di Mombello t pag. il. 
Milano, Vallardi, 1882). 



— 25 — 

Mintili in Piemonte (1) (Lettera XXV). Sebbene fieramente con- 
trastata dal conte della Margarita, tormentato dal timore che in 
quelle scuole si sarebbero educati i figlinoli del popolo « non a di- 
ventare col tempo buoni cristiani e buoni sudditi, ma a diventare 
indifferenti in religione, » la domanda fa, nel 1839, dopo qualche 
esitazione, favorevolmente accolta dal Sovrano « non persuaso di 
tanta nequizia; » però colla limitazione che la custodia e l'edu- 
cazione dei bambini fossero affidate a corporazioni religiose. Sven- 
turatamente (scrive il La Margarita) la volontà del Sovrano 
« si eludeva sotto mille pretesti e si andò disponendo l'educazione 
laicale, vero avviamento alle riforme religiose e politiche » (2). 

Dopo avere efficacemente cooperato a fondare la benemerita isti- 
tuzione, Camillo Cavour con non minore zelo die opera al suo buon 
indirizzo ed incremento, come uno dei membri del Consiglio di 
direzione e incaricato specialmente dell'ufficio di tesoriere (Let- 
tere xxvni e Lxxm). 

Quali fossero i fini del conte Cavour nel mostrarsi così fervido 
fautore delle scuole e degli asili infantili apparisce abbastanza 
chiaro dal complesso della sua Corrispondenza, e dalla qualità dei 
personaggi che ne furono con lui i promotori ; e anche meglio 
dalle parole che, ministro della marina, d'agricoltura e commercio, 
pronunziò nel Senato subalpino ai 17 febbraio 1851, onde ottenere 
che dalla tassa proposta sui corpi morali e sulle mani morte an- 
dassero eccettuati gli asili d'infanzia. Riferiamo quelle parole perchè 
servono a illustrare il carattere morale dell'uomo : 

La massima parte degli stabilimenti di beneficenza, mentre hanno 
il nobilissimo e utilissimo scopo di sollevare la miseria dell'umanità e 



(1) Inesattamente a pag. 287 del libro i dell'opera : TI Regno di Vittorio Ema- 
nuele II, Vittorio Bersezio attribuisce a Lorenzo Valerio « il merito d'aver fon- 
dato il primo asilo infantile che fosse mai in Piemonte. » Il primo creatore di asili 
infantili, non pure in Piemonte, ma in Italia, fu il marchese di Barolo nel 1825. 
Gli asili poi, nei quali fu applicato un metodo razionale all'educazione infantile, 
e che ebbero vita in Lombardia per opera del cremonese abate Ferrante Aporti, 
furono introdotti in Piemonte per merito del vivente senatore del regno e patriota 
insigne Maurizio Farina, che fondò uno dei detti asili in Bivarolo Ganavese, sua 
città nativa, nell'anno 1837; dovechè quello del Valerio fu fondato in Aglio soltanto 
nel 1889, come il Bersezio medesimo afferma a pag. 281. Leggansi in proposito i 
Cenni di Maurizio Farina intorno agli asili d'infanzia ed all'educazione mo- 
rale del popolo, stampati nel 1840 in Torino coi tipi di G. Fodratti. 

(2) Memorandum storico-politico, pag. 509 e seg. (Torino, Speirani e Tortone, 1851). 



— 26 — 

i mali che l'affliggono, hanno pur troppo, o direttamente o indiretta- 
mente, non pochi inconvenienti; il che non ha mestieri di molta di- 
mostrazione 

Se ciò è vero per tutti gli stabilimenti di pubblica beneficenza, io 
dico che non istà per gli asili d'infanzia, i quali producono del bene 
scevro da ogni conseguenza funesta. 

Infatti gli asili d'infanzia mentre sollevano in parte l'età innocente, 
che è la più interessante della società, non tendono nò direttamente, 
nò indirettamente a scemare lo spirito di famiglia e di economia; anzi 
tendono a renderlo più forte. E l'esperienza dimostra come quei sen- 
timenti di simpatia e di bontà che i ragazzi acquistano nelle sale 
d'asilo tendono a renderli più cari ai loro parenti, e quindi a svolgere 
in queste famiglie lo spirito di reciproca affezione. 

E non solo le sale d'asilo non hanno l'inconveniente di scemare lo 
spirito di famiglia e di previdenza, ma hanno il vantaggio di procu- 
rare, in relazione colla spesa che cagionano, beni fuori di proporzione 
in paragone della spesa e dei benefizi che si otterrebbero da qualunque 
altra opera di beneficenza. 

Il seme che si spande nell'animo di questi giovanetti in quel primo 
stadio della vita ha conseguenze per tutto il rimanente della loro car- 
riera, è l'indirizzo della via che debbono seguire, è lo sviluppo dei 
loro sentimenti; quindi io dico che il benefizio, che si ricava in quel- 
l'età giovanile, in cui l'intelligenza e l'animo possono ancora dirsi 
vergini e suscettibili di ricevere senza difficoltà qualunque piega che 
loro si voglia dare, e che debba produrre, per il rimanente della car- 
riera di questi giovani, incalcolabili conseguenze, è massimo, con una 
lievissima spesa, con lievissimi sacrifizi, e dico lievissimi se si para- 
gonano col numero dei fanciulli che possono da questa scuola ritrarre 
profitto, perocché il beneficio che si consegue è fuor di paragone mag- 
giore della spesa che si fa. 

Costa assai meno, a dir vero, un buon indirizzo a cento ragazzi 
che riparare gl'infortunii di un solo uomo, che, non avendo ricevuto 
il benefizio dell'educazione e dell'istruzione, segue la via del vizio. 

Nello stesso anno, 1839, Camillo Cavour fu nominato membro 
della Commissione superiore di statistica creata dal conte di Pra- 
lormo collo scopo di raccogliere e pubblicare le informazioni sta- 
tistiche negli Stati sardi di terraferma. Ben altri e più elevati 
incarichi avrebbe voluto quell'egregio ministro affidare al Cavour 
del quale sommamente pregiava l'ingegno e le virtù dell'animo, 
ma trovò sempre un ostacolo insuperabile nella volontà del So- 
vrano (Lettera XCVII). 



[1840] — Di quest'anno Camillo Cavour intraprese per proprio 
conto un nuovo viaggio in Francia (Lettera XXVI), e si trat- 
tenne per circa sei mesi in Parigi. 



27 — 



L'élasticité de sa nature (racconta il signor de La Rive) ne fut ja- 
mais mise a une plus rude épreuve que lorsque passant de la politique 
aux affaires, des affaires aux sciences sociales, des sciences sociales a 
l'industrie, homme a la foia de salon et de club, il mena de haute 
main la vie da monde, et ce grand train que Balzac en appello 
Tenvers. 

nell'andata o nel ritorno fermossi per alcun tempo a Presinge. 
In qnal modo egli vi occupasse le sue mattinate si rileva dal se- 
guente frammento dei Bécits et souvenirs del suo biografo: 

Je me souviens qu'en 1840, étant à Presinge, il se faisait réveiller ' 
chaque matin, dès cinq heures, par son valet de chambre, et, a quelque 
henre avancée de la nuit qu'il se fùt conche, il secouait le soiumeil 
et, ayant avalé une tasse de café a l'eau, il se mettait à l'ouvrage. 
Or cet ouvrage consistait dans la lecture de YHistoire d'Angleterre 
de lord Mahon, auteur exact et scrupuleux, mais terne et sans attrait. 

Je me rappelle quel éloignement inyincible m'inspirait le seul aspect 
de ces lonrds et épais volumes. Mais Oamille de Cavour avait résolu 
d'apprendre la langue anglaise, et, afin que cette étude eùt en mème 
temps pour résultat de lui faire connaitre l'histoire d'Angleterre, il 
consacrait sans relàche ses matinées à épeler un livre ennuyeux, écrit 
dans une langue qu'il ignorait. Plus tard, me trouvant avec lui dans 
sa terre de Leri, je partais au petit jour pour la chasse. Il ne m'est 
pas une seule fois arrivé de partir sans que M. de Cavour me saluàt 
d'un de ces souhaits qui font le désespoir du chasseur, et, bien qu'il 
n'eùt aucun dessein d'aller tirer les bécassines, il était toujours debout 
dès l'auhe, examinant ses comptes, visitant ses étables, arrètant les 
détails de quelque amélioration, surveillant le déballage de quelque 
machine nouvelle et occupant les moments perdus pour tout autre que 
pour lui; par la lecture de quelque livre substantiel italien, francais 
ou anglais, d'agriculture, d'economie politique ou d'histoire. 

Quale divario fra il Cavour dei primi anni, che aveva in orrore 
lo studio, e il Cavour del 1840! Divario, del resto, o contraddi- 
zione che si voglia dire, più apparente che reale, giacché come 
lo stesso La Eive qui osserva, « dans le jeune àge le goùt de 
l'étude n'est, la phipart du temps, que la soumission à l'autorité, 
et révèle la malléabilité de l'enfant, bien plus qu'elle n'est un 
symptòme de son activité. » 



[1841] — Nell'estate del 1841 trovavasi in Torino, quando 
avvenne, cosa insolita in Piemonte, « une petite crise ministérielle, » 
originata dalle dimissioni date dal conte di Pralormo « à la suite 



— 28 — 
d'une latte violente avec le parti congréganiste, qui depuis long- 
temps lui faisait une guerre à mort » (Lettera XXIX). Per parecchi 
giorni gli animi dei Torinesi, che partecipavano più o meno aper- 
tamente alle opinioni politiche del Cavour, furono turbati dalla 
minaccia di uu « affretti malheur, » come sarebbe stato il nomi- 
nare nel posto lasciato vacante dal Pralormo il cavaliere Luigi 
Provana di Collegno, controllore generale, « le plus fanatique et 
le plus obscurantiste des congréganistes. » Narra il conte della 
Margarita che realmente il portafoglio fu offerto al Collegno, ma 
(avverte con rammarico) solo prò forma, perchè se il Sovrano 
' avesse avuto volontà vera di affidarglielo, non al cav. Villamarina 
segretario di Stato per gli affari della guerra, che non poteva 
approvare quella scelta, ma a lui, conte Solaro, avrebbe affidato 
l'incarico di fare l'offerta. « Sospettai (prosegue il Solaro) che 
fosse una cosa intesa, e che l'offerta non era che per far credere 
a quelli della mia opinione che camminar voleva con noi. H cav. 
di Collegno per delicatezza d'animo fece qualche obbiezione all'ad- 
dossarsi la responsabilità di un ministero, voleva prima parlare 
col Sovrano; le obbiezioni furono rappresentate a S. M. come un 
rifiuto, e più non si trattò di lui... Mi fornì tal circostanza una 
prova che Carlo Alberto non inclinava ad affidare la direzione 
degli affari a persone che professassero opinioni veramente monar- 
chiche » (1). 

Secondo il medesimo conte Solaro, all'esito infelice della candi- 
datura Collegno (2) avrebbe contribuito non poco il marchese D. 
Michele di Cavour che, nella sua qualità di vicario di Torino (3), 
riferiva a S. M. come « sulla voce che il cav. di Collegno potesse 
essere nominato primo segretario di Stato per gli affari interni, 
il prezzo delle corone e degli scapolari fosse aumentato; » il 
quale tratto di spirito dimostrerebbe che il marchese, per quanto 
codino, non era poi più realista del He, più gesuita di un padre 
della Compagnia, più cattolico dell'arcivescovo, più intollerante 
dell'inquisizione, come il Bersezio ce lo ha effigiato (4). 



(1) Memorandum storico politico, pag. 219. 

(2) Luigi di Collegno era fratello maggiore di Giacinto. Fu ministro di Stato e 
senatore del regno. Mori nel novembre 1861 in Torino. 

(3) Era stato riconfermato in carica ogni biennio, come s'usava, dal 1837 al 1841, 
e così prosegui sino al 1845. 

(4) II Segno di Vittorio Emanuele II, t. i, pag. 92. 



— 29 — 

Del rimanente più che a suo padre, Camillo Cavour ascrive il 
merito dell'abbandono della candidatura Collegno alle « rémon- 
trances » del conte Stefano Gallina, che dal 1835 dirigeva la 
segreteria di Stato per gli affari delle finanze, e fa in quest'oc- 
casione incaricato interinalmente della segreteria di Stato per gli 
affari interni. Il desiderio manifestato dal Cavour nella Lettera 
sovramenzionata che fosse creato ministro il marchese Cesare Al- 
fieri, la cui nomina sarebbe stata applaudita « par tous les gens 
sages, raisonnables, amia de leur pays et désireux de conserver 
la paix intérieure en donnant à l'opinion publique les satisfactions 
qu'on peut lui accorder sans danger, » non fu soddisfatto, in parte, 
che tre anni appresso, quando quell'egregio uomo fu chiamato a 
reggere il magistrato della riforma, ossia il consiglio, cui era 
commesso il governo degli studi in Piemonte (1). 

In questo medesimo anno Camillo Cavour, d'intesa col conte di 
Pralormo, col marchese Alfieri ed altri cospicui personaggi della 
nobiltà piemontese, die opera a fondare un club, sul modello dei 
clubs di Londra e di Parigi, a cui fu data la denominazione inof- 
fensiva di Société du Whist (1° marzo 1841), e che divenne in 
breve un focolare politico e ad un tempo un centro sociale. 

On a peine aujourd'hui à se figurer (scrive il signor de La Rive) 
tous les obstacles que rencontra la fondation de ce club et à apprécier 
la perseverante et l'h abile té que Cavour déploya en cette delicate et 
longue affaire. De quelque esprit qu'elle fùt animée, et au lieu d'étre 
conservateur eùt-ii été retrograde, la Société du Whist n'en était pas 
moins, par cet esprit-là, une collectivité vivante; donc dangereuse; 
car il est dans la nature des gouvemements despotiques de ne pas 
souffrir que l'opinion, mème celle qui leur est favorable, se forme en 
dehors de leur influence immediate et échappe, fùt-ce pour les mieux 
servir, à leur contròie. 



[1842] — Parte principalissima ebbe in quest'anno Camillo 
Cavour nella fondazione dell'Associazione agraria, e fu nel novero 
di coloro i quali sotto la data del 31 maggio presentarono al Ee 
lo schema di uno statuto organico per l'istituzione di essa. Questa 
Società, che si prefiggeva per fine palese l'incremento dell'agri- 
coltura e delle arti e industrie alla medesima attinenti, aveva per 



(l) Cesare Alfieri per Domenico Berti, pag. 60 (Eoma, Voghera, 1877). 



— 30 — 
fine segreto, nella mente di molti fra i suoi promotori, e tra questi 
il Cavour, di servire come mezzo di anione per tenere desto il 
sentimento nazionale e avvivare l'affetto alle libere istituzioni. 
• Nò ciò sfuggi all'acume del conte Solaro della Margarita, il quale 
colla consueta schiettezza dichiara nel Memorandum storico-poli- 
tico, che se egli fosse stato ministro degli interni non le avrebbe 
dato il voto favorevole. Ma ministro degli interni era il Gallina, 
e merco il potente aiuto del medesimo V Associazione agraria 
venne approvata dal Sovrano con brevetto del 25 agosto 1842. 

Di questa Società, di cui fu nominato commissario regio il 
marchese Carlo Ferrerò della Marmora, e presidente il marchese 
Cesare Alfieri, Camillo Cavour fece parte nella qualità di consi- 
gliere residente. In breve tempo essa moltiplicò al numero di 
tremila soci e 41 comizi. 

[1842-1843] — Nel novembre 1842 Camillo Cavour tornò per 
la quinta volta a Parigi col proposito di non trattenervisi che una 
quindicina di giorni, e in quella vece vi rimase parecchi mesi 
tanto per diletto, quanto per cagione di affari. Già da parecchio 
tempo, oltre alle speculazioni campestri, aveva intrapreso specula- 
zioni commerciali, e si era unito con uno de'più stimabili patrizi 
savoiardi, il marchese Costa de Beauregard (1), del quale era 
molto famigliare, per la formazione di una Società avente per 
iscopo la costruzione di una ferrovia che collegasse la Savoia attra- 
verso alla valle del Rodano, colla Francia (Lione) da una parte, e 
colla Svizzera (Ginevra) dall'altra. Non sembra che gli affari proce- 
dessero da principio secondo i desiderii degli intraprenditori, che più 
di una volta si videro obbligati a mutuare somme rilevanti dai loro 
amici, fra i quali il conte Cesare Balbo (Lettere LXXH-LXXVII). 
u U me répugne (scriveva il Cavour da Parigi in data del 13 febbraio 
1843 al marchese Costa) à vous parler de nos affaires, je crains 



(1) Il marchese Leone Costa de Beauregard (figlinolo di Vittorio Costa ed Elisa- 
betta de Quinson), nato il 19 settembre 1806 nel castello di Marlieux (Isère), era 
nipote del marchese Enrioo Costa di Beauregard, che fu quartier mastro del gene- 
rale barone Colli nella campagna delle Alpi (1794-96), e la cui vita informata al 
nobile sentimento del dovere ha recentemente fornito al marchese Alberto Costa 
de Beauregard (figlio del marchese Leone) il tema di uno dei più bei libri del no- 
stro tempo (Un homme d'autrefois. Paris, Plon, 1877). 



. — 31 — 
toojours de m'attirer l'annonce de quelques nouveaux désastres. » 
Oli è per evitare nuovi disastri e ottenere che la strada ferrata 
fosse a suo tempo produttiva che il Cavour, stando a Parigi, 
adoprossi per quanto era in suo potere a « exciter le zèle des 
députés de la vallèe du Rhóne en faveur de la canalisation de ce 
fleuve; ^ e fu abbastanza fortunato, perchè il signor Teste, ministro 
dei lavori pubblici di Luigi Filippo, promise di presentare alla 
Camera un disegno di legge apposito. « Ce n'est plus qu'une 
question de temps (esclama triofante). Il ne s'agit donc pour nous 
que de vivrò pour attendre, sans trop grands sacrifices, que notre 
chemin de fer se relie avec quelque chose » (Lettera XXX). Gli 
affari non procedettero meglio per questo, poiché vediamo più 
tardi, cioè nel 1845, il Cavour dolersi col marchese Costa di non 
essere ancora giunto al « terme de nos ennuis » e di essere sem- 
pre preoccupato delle sorti del « malheureux chemin de fer » della 
Savoia (Lettera LXXII). 

Come nel 1840 ; cosi anche nel 1843 Camillo Cavour condusse 
una vita svagata e divertita, scegliendo però, questa volta, « le 
coté du monde le plus sérieux n (Lettera XXXII), il che vediamo 
anche asserito nei Récits et souvenirs del signor de La Rive. 

Ce fut au monde, et dans le monde, aux salone, recherchès, aux re- 
lations politiques, aux amitiés Solidea, qn'il consacra le plus net des 
loisirs que lui laissait le soin d'une affaire importante et compliquée 
qui l'avait amene à Paris {Vimpresa della ferrovia savoiarda). Il pe- 
netra au coeur méme de la société politique active. Dans le salon du 
due de Broglie, il vit de près la plupart des hommes eminente dont 
le libéralisme éprouvé, quoique plus sincère peut-étre que conséquent, 
obtenait depuis longtemps son respect et sa sympathie. Que, de la 
doctrine, cette sympathie et ce respect s'étendirept aux personnes, on 
ne saurait en douter, tout au moins en ce qui concerne le due de 
Broglie: on n'a pas oublié en quels termos Cavour rendait hommage 
à l'nn des caractères les plus nobles de notre epoque; plus d'une 
foia je l'ai entendu revendiquer avec orgueil pour le Piémont Phon- 
neur d'étre la terre d'origine de l'homme d'État (1), au siget duquel 



(1) La famiglia Broglie, originariamente Broglia, è oriunda di Ohieri. È una 
delle cinque famiglie piemontesi insigni che formavano il partito detto di Albergo 
al tempo della repubblichetta di Chieri, la quale per via di esse fu chiamata la 
repubblica dei cinque B, cioè dei Benso, dei Balbo, dei Bertone, dei Balbiani e 
dei Broglia. Uno dei discendenti di quest'ultima famiglia, di nome Francesco Maria, 
nel 1643 acquistò il feudo saluzzese di Bercilo servendo sotto le bandiere della 
Francia e vi pervenne al maresciallato. Da lui i de Broglie, principi del S. E. Im- 
pero, marchesi di Br e zolle 8 e di Senanches. 



— 32 — 

il disait encore: « Que n'ai-je une occasion pour exprimer ma haute 
estime, je dirai ma vénération, ponr l'homme d'État le plus honnète 
qui ait jamais existé ! » 

Mais de tous les salone de Paris, aucnn, je croia, n'eut pour Camille 
de Cavour antant d'attrait que celai où madame de Castellane faisait 
revivre, dans ce qu'elles ont de plns délicat, les traditions de la eon- 
versation francaise. La présenoe de M. Mole donnait 4 oe salon une 
inflnence acceptée, nn sene politique, nn lest, qui raffermissait sana 
l'alourdir; l'esprit de parti représenté par nn grand seigneur tolérant 
à l'endroit des faits, caustique dans ses jugements sur les gens, et 
libre de préjngés plutdt qne sériensement liberal, y relevait, mais n'y 
dominait point une causerie fine, légère, remarquable par la variété, 
l'agrément et l'indépendance du ton et des appréciations. Accueilli et 
goùté par madame de Castellane, Camille de Cavour vit, chez elle, les 
hommes et les choses du jour a traverà une vitre moina savamment 
taillée, mais peut-ètre plus nette que le prisme doctrinaire. 

Je ne m'en vais pas trapper a toutes les portes qui s'ouvrirent de- 
vant Cavour. Mais, panni les salons qui l'attirèrent et eurent le pou- 
voir de le retenir, il en est un que j'aurais dù mentionner le premier, 
si je n'avais eu égard qu'à la durée de l'atta eh ement qu'il lui inspira. 
Dans le salon éclectique de madame de Circourt (1), Camille de Ca- 
vour, rencontrant des hommes venus des points les plus oppose s du 
monde politique, put étudier à loisir les courants divers que suivent 
les esprits dans une société libre, et dont la connaissance est indispen- 
sable à qui veut se rendre un compte exact de la configuratici de 
l'opinion publique. Ce fut aussi sur le terrain neutre où une maitresse 
de maison accomplie, unissant la distinction de l'esprit à la plus ex- 
quise bienveillance, savait amener, du fond de leurs cabinets, les plns 
austères travailleurs, qu'il lui fut donne de tenóre la main à quel- 
ques-uns de ces publicistes, alors si peu écoutés, qui avaient entrepris 
la tàche ingrate d'initier la France aux doctrines de l'economie poli- 
que. Là enfin et surtout il trouva, chez madame de Circourt elle-mème, 
une affectueuae sympathie que le temps consolida en une inaltérable 
amitié. 

Questi Bicordi del signor de La Rive ci descrivono con molta 
fedeltà le impressioni provate dal giovane conte di Cavour nelle 
sue consuetudini colla società parigina. Egli stesso scrivendone da 
Parigi al Santa Rosa confessava che a suo avviso non vi era 
u rien de comparable au monde par l'agrément aux salons de 
Paris. » 

Oltre ai salons sappiamo per altra via che il conte di Cavour 
frequentò le lezioni di economia politica di Michele Chevalier, pro- 



ci) Dopo un lungo viaggio in Bussi a, in Germania e in Italia, cominciato nella 
primavera del 1835, i coniugi Circourt nel 1837 avevano stabilito ferma residenza, 
in Parigi. 



— 33 — 
fessore nel Collegio di Francia, che singolarmente lo infervorarono 
nell'amore alla teoria della libertà degli scambi, della quale si 
fece aperto sostenitore in una sedata della Società d'economia 
politica. Sono meritevoli di nota le parole che gli indirizzò su 
questo riguardo Leone Faucher: u Voilà de bien beaux principes, 
de ceux qu'on proclame qnand on frappe à la porte da pouvoir, 
et qu'une fois cette porte oaverte et le seuil franchi on jette par 
la fenètre. » — « Parlez pour vons (gli rispose vivacemente Ca- 
millo Cavour): quant à moi, je vons donne ma parole d'honneur 
que si jamais il m'arrive d'étre ministre, je donnerai ma démis- 
sion, on je ferai triompher mes principes. » 

Dalla Lettera al Santa Uosa, di sopra citata, ricaviamo eziandio 
che il conte di Cavour assistette ad alcune lezioni di eloquenza 
sacra date dall'abate Coeur nella Sorbona. In questa Lettera il 
Cavour nota con schietto compiacimento il risveglio religioso che 
si operava in Francia in quel tempo, risveglio poggiato sull'al- 
leanza dei principii cattolici col domina del progresso sociale, della 
quale si faceva banditore autorevole quel pio sacerdote (1). « Les 
doctrines de l'abbé Coeur (scrive egli all'amico) ont pénétré dans 
mon intelligence et remué mon coeur, et le jour où je les verrai 
sincèrement et généralement adoptées par l'Église, je reviendrai 
probablement un catholique aussi ardent que toi » (2). 

Alcuni anni prima Camillo Cavour avendo venduto abbastanza 
vantaggiosamente cinquanta azioni di non sappiamo quale ferrovia, 
scriveva al professore Augusto deLaEive: « Quandj'aurai gagné 



(1) L'abate Crear predicava altresì nella Chiesa di San Eooco, come ò ricordato 
nelle Memorie di Terenzio Mamiani: Parigi or fa cinquantanni, stampate 
nella Nuova Antologia del 15 ottobre 1881: te Nelle conversazioni più elette non 
d'altro si ragionò per un pezzo che del neo-cattolicismo, e il fiore dei dotti e dei 
critici accorreva alle prediche non pure del Lacordaire a Nótre-Dame e dell'abbé 
Coeur nella chiesa di San fiocco, ma del padre Bavignan gesuita... » 

(2) Pietro di Santa Bosa, i cui estremi momenti dovevano essere accompagnati 
da u tristi e fatali ed incredibili circostanze » (V. V Appendice num. Ili, in fine del 
presente volume), sebbene liberale, era un cattolico fervente e piissimo. Appunto in 
quest'anno (1843) aveva pubblicato la Storia del tumulto dei Ciompi (Torino, Cugini 
Pomba) coll'aggiunta di un compendio della vita di Santa Caterina di Siena « ver- 
ginella (scriveva l'autore) ohe fu ad un tempo e santa ed operosa cittadina, in cui 
andavano in sì raro oonsorzio affratellate le più alte perfezioni cristiane colle 
virtù civili più egregie. » Con questa vita mirava il Santa Bosa a mostrare « Pai- 
« leanza delle cristiane colle civili virtù, deUa contemplazione ooll'azione. » 

3 — Voi. I. Lettere di 0. Cavour. 



— 34 — 
deux ou troia millions, nous ferons ensemble le voyage d ? Angle- 
terre où nous trancherons da mylord et dn due et pair. » Sebbene, 
nel 1843, fosse ancora ben lontano dall'avere guadagnato questi 
due o tre milioni, fece nondimeno il viaggio d'Inghilterra col 
menzionato suo cugino, che venne a raggiungerlo in Parigi. Anche 
di questo viaggio fatto, s'intende, « sans aucunement y trancher 
du mylord ni du due et pair, » troviamo nei Bécits et souvenirs 
del signor W. de La Rive una interessante relazione della quale 
daremo alcuni frammenti. 

A Londres M. de Cavour demeura en dehors de la société politique 
qui, en Angleterre, se confondant avec une aristocratie restreinte, n'est 
point, comme à Paris, disséminée et accessible de parto ut... Cepen- 
dant, bien qu'alors inconnu, Camille de Cavour n'aurait eu qu'à frapper 
pour qu'on lui ouvrit; mais, encore une fois, il n'était pas en situation 
de trancher du due et pair; d'ailleurs, en ce temps-là, au fort de ses 
entreprises agricoles, de ses études d'economie politique, de ses pre- 
miers projets industriels, il préférait, à la « région où planent les 
astres lumineux qui éclairent le monde politique » (1), la sphère moins 
élevée où se meuvent la science et le cortége de ses applications. 

L'industrie, sous la plupart de ses forme s, attira les regards de 
Cavour, et il n'était pas de ceux a qui il arrive de regarder sans 
voir; la puissance d'attention et de pénétration ne lui faisait j a mais 
défaut, et il avait le don de l'appliquer, sans effort apparente aux sujets 
les plus divers, comme un habile ingénieur utilise la force motrice 
dont il dispose. Ce fut ainsi qu'à Londres, tout frais débarqué de Pa- 
ris, où le monde, la politique et les affaires l'avaient absorbé, il passa 
sans transitions à l'examen approfondi de ces agents nouveaux, créa- 
tions de l'esprit d'invention moderne qui semble avoir communiqué à 
la matière asservie quelque chose de l'intelligence et de la vie hu- 
maine. Les chemins de fer, les manufactures, les ateliers furent les 
objets des investigations minutieus.es de Cavour, qui avait trouvé dans 
un ami de mon pere, un guide sympatbique et compétent. M. J.-L. Pre- 
vosti consul suisse à Londres, que sa destinée piutót que son inclina- 
tion avait poussé dans la carrière du commerce, avait su, au milieu 
d'occupations sans grand attrait pour lui, garder le goùt de l'étude, 
l'habitude des recherches et la libre disposition de son intelligence cul- 
tiyée: homme d'affaires par métier, et par tempérament, nomme de 
science, M. Prevost s'intéressait vivement au développement industriel 
qui allait transformer l'Angleterre et qui lui présentait un champ 
d'activité conforme à ses goùts sans ètre contraire à sa profession. Ce 
fut donc dirige par M. Prevost que Cavour put satisfaire, à l'endroit 
de ce développement, une curiosité qui n'était pas aisément satisfaite ; 
car, chez lui, le désir de voir était inséparable de la résolution de 
savoir; devant une machine nouvelle, il s'arrétait, examinant les moin- 



(1) Lettera X. 



— 35 — 

dres rouages, demandant le pourquoi dn plus petit ressort, s'informant 
aree une puissance qai ne laissait pas, il faut le dire, que de lasser 
la patience de ceux que leur mauvaise fortune avait conduits avec Ini 
et à qni les détails infinis, objets de ses questiona précises et multi- 
pliées, importaient fort peu. Poor lui ces détails ari de s, il les enregis- 
trait dans une mémoire où l'Océan eùt passe sans effacer la trace de 
ce qni y avait été une foia inscrit. 

Qnand mème en Angleterre ragriculture ne fùt pas devenue une 
des branches de l'industrie, elle n'en eùt pas moina au mème degré et 
à plus juste titre que l'industrie elle-mème sollicité l'attention de Ca- 
mille de Cavour, dont les recherches sur ce point special furent au 
reste facilitées par une circonstance fortuite. Un jour, dinant chez M. 
Edouard Romily avec lequel il était lié (1), il eut pour voisin de table 
un M. Davenport (2), petit-fils du Davenport ami de Rousseau, et i'un des 
grands propriétaires du Cheshire. La conversation, les manières, la vivacité 
de Cavour charmèrent M. Davenport, qui se prit aussitòt, pour le jeune 
homme qu'il connaissait depuis quelques heures a peine, d'une de ces ami- 
tiés subites qui,ailleurs qu'en Angleterre, risqueraient d'ètre aussi éphé- 
mères que soudaines. Mais, prie de considérer comme siens l'bótel et 
le chàteau de M. Davenport, Cavour ne tarda pas à apprécier la sin- 
cérité de la requéte qui lui était adressée et à reconnaitre que tonte 
hésitation à y obtempérer en mortifierait cruellement l'auteur. A Lon- 
dres, il ne pouvait faire à M. Davenport une chose qui lui fùt plus 
agréable que d'amener dans sa maison quelque ami, quelque compatriota 
rencontré par hasard ce jour-là. Dans le Cbesbire où il se rendit, 
il trouva le chàteau dispose en entier pour le recevoir, le personnel 
mia à ses ordres, et des instructions dès longtemps données pour lui 
rendre de toutes les facons imaginables son excursion utile et agréa- 
ble. Là, gràce a la plus large des bospitalités dans une des terres les 
mieux aménagées d'un des riches comtés de l' Angleterre, Cavour étudia 
en pleine liberté et a loisir les procédés généraux et les perfectionne- 
ments les plus récents de l'agronomie britannique. Aussi ne parlait-il 
jamais de M. Davenport, et il en parlait souvent, sans accoler au nom 
de cet aimable vieillard l'épithète d'excellent. Il passa aussi quelque 
temps dans le Norfolk (3), chez sir John Boileau, qu'il avait connu a 
Genève, et il retira une abondante moisson de faits instructifs de son 
séjour dans ce district, qui doit, comme on sait, a lord Leicester une 
réputation agricole bien méritée. 

De ce que le développement matériel de l'Angleterre fut pour Camille 
de Cavour le plus précieux et le plus fécond des enseignements, il ne 
fant pas conclure que le développement politique dont la Grande-Bre- 
tagne offrait alors, comme d'ailleurs elle a offert de tout temps, l'im- 
posant aspect, n'ait rencontré en lui qu'un spectateur indifférent. Le 
moyen d'ailleurs, en face du panorama politique le plus varie, le plus 



(1) V. pag. 19. 

(2) V. la nota 1 alla Lettera OOXVIII. 

(3) V. la Lettera XLI. Fra i luoghi visitati dal conte di Cavour ò anche da 
menzionare il Worcestershire, ove notò che erano tuttavia in uso i più cattivi 
sistemi di coltura. V. nel fascicolo del febbraio 1846 della Bibliothèque universelle 
il buo articolo sul commercio dei cereali, del quale sarà discorso più innanzi. 



— ,16 — 

intéressante le plus éclatant qn'ait jamais déroulé l'histoire, le moyen 
de soup$onner d'indifférence le spectatenr dans la poitrine dnquel 
palpitent toutes les émotìons, et s'agitent déjà toutes les ambitiona 
de l'aeteur.... 

J'ai dit que Cavour ne vit pas la société politique, comme si, chez 
une nation libre, la sodété politique n'était pas le pays tout entier. 
Ce qu'il faut donc entendre, c'est qu'il n'eut l'occasion d'approcher 
aucun des ohefe, sanf le marqois de Lansdowne dont il re$ut cet ac- 
cueil bienveillant et tordial sur lequel, depois un demi-siècle, les étran- 
gers sont habituós & compter (1). Ainsi il ne vit pas ou il ne vit que 
de loin les personnages principanx dn drameparlementaire; mais dans 
ce drame, comme dans les tragédies antiques, il y a un choeur qui, 
plus encore que dans les fictions d'Escbyle on de Sophocle, jone le 
premier rdle, c'est l'opinion publique; et ce personnage complexe, Ca- 
vour le vit de fort près. Ai-je besoin d'ajouter qne, ponr Ini, le voir 
fut le comprendre et le jnger? 

Dopo otto mesi di lontananza dal Piemonte, Camillo Cavour vi 
fece ritorno in sullo scorcio del mese di luglio. Della penosissima 
impressione che doveva produrre e produsse in lui il soggiorno 
nel paese nativo, dopo essere stato testimone per si lunghi mesi 
dei prodigiosi progressi politici, industriali ed economici in Francia 
ed in Inghilterra, si risentono le sue Lettere alla contessa di Cir- 
court e al professore Augusto de La Rive (Lettere XXXIV-XXXV). 
u Le ciel du Piémont est pur (scrive alla prima), mais Phorizon 
moral est obscurci par les nuages qu'y développe un système émi- 
nemment compressif. » E al secondo : « Vous avez raison de parler 
de Venfer, car depuis que je vous ai quitte, je vis dans une espèce 
à'enfer intellectuel, c'est-à-dire dans un pays où l'intelligence et la 
science sont réputées choses infernales par qui a la bonté de nous 
gouverner » (2). 



(1) Lord Lansdowne mori nel 1863. « O'est le dernier des grande seigneurs qne 
j'ai oonnus (scriveva il Morirne e al Panizzi in data di Cannes 6 febbraio 1868). Il 
n'y a pas en d'homme plus heureux an monde, da moins en apparence, si la con- 
sidération generale fait quel que chose an bonhenr. » (Lettres à M. Panizzi 1850-1870 
publióes par M. L. Fagan, t. i, pag. 307. — Paris, Calmami Lévy, 1881). 

(2) Bisogna leggere nel libro di Nioomede Bianchi: Carlo Matteucci e VI- 
talia del suo tempo (Torino, Bocca, 1874), il § 3° del capitolo ni dove 6 descritto lo 
stato del Piemonte* in quel tempo (se pure non bastasse leggere il Memorandum del 
conte S o 1 a r o) per argomentarne se il Cavour esagerasse nel dipingere il Pie- 
monte come una specie d'inferno quando scriveva al sig. de La Bive e alla signora 
de Oircourt. Il Matteucci, venendo di Toscana nell'estate del 1844, rimase siffatta- 
mente « infastidito n del soggiorno in Torino e « ne partì cosi di buona voglia, 
ohe giunto a Susa si pose a giuooare alla palla di bel mezzodì in maniche di 
camicia coll'amico Bacchetti (suo aiuto e collega in professorato) nella pubblica 
piazza ! » (pag. 103). Se a chi veniva di Toscana il soggiorno di Torino pareva gih 



— 37 — 
A queste angosce morali Camillo Cavour cercò distrazione e 
sollievo nel lavoro, nel tempo stesso che si studiò di comunicare 
ai suoi compaesani le utili cognizioni acquistate nell'ultimo viaggio. 

Durante l'assenza di lui, fra i membri dell' Associazione Agraria 
s'era fatta viva la disputa sulla utilità, o no, di stabilire poderi- 
modello, e i più instavano perchè codesta novità fosse introdotta in 
Remonte sotto il patrocinio dell'Associazione medesima, dei co- 
mizi provinciali, ovvero anche sotto la direzione esclusiva del go- 
verno. Egli, che di tale argomento si era recentemente occupato 
in Inghilterra, s'affrettò a trattarlo con un ponderato scritto, che 
venne alla luce nella Gazzetta delV Associazione Agraria (31 agosto 
1843), nel quale si oppose a tutt'uomo a quella novità; e quanto 
egregiamente ei si apponesse provarono di poi i saggi che altri 
ne vollero fare. Pigliando in accurata disamina le condizioni in cui 
era l'agricoltura in Piemonte, i metodi che vi si praticavano, gli at- 
trezzi che vi si adoperavano, i procedimenti industriali in uso, egli 
fa tratto a conchiudere risolutamente che in simili contingenze lo 
stabilimento di un podere destinato a servir di modello ai pratici 
coltivatori non sarebbe stato utile gran fatto, e che quel poco di uti- 
lità sarebbe stato superato dagli inconvenienti maggiori. Traendo 
questa conclusione, il Cavour non lasciava però di dichiarare come 
a tale novità non fosse opposto in modo assoluto. 

Quando i nostri sapienti agronomi (avvertiva egli), pervenissero a 
scoprire un nuovo sistema di coltivazione; quando H vedessi adoprare 
attrezzi di gran lunga migliori dei nostri attuali, qualora eziandio 
soltanto coltivassero estesamente e con profitto una pianta non usitata 
fra noi e capace di modificare i nostri avvicendamenti, io pel primo 
mi leverei a chiedere istantemente la creazione di uno stabilimento 
consacrato a dimostrare la superiorità e il vantaggio dei loro sistemi. 



tonto uggioso, figurarsi a chi veniva dall'Inghilterra e dalla Francia, come il 
Cavour i Con ciò non si vuol dire che il governo di Carlo Alberto non fosse effet- 
tivamente paterno, e le intenzioni di lui non fossero costantemente buone : ma nel 
tempo, onde si discorre, per non avere voluto allontanare da so tutti gli óbscu- 
rantiste8 et congréganistea (come li chiama il Cavour), e per non avere saputo 
vincere il timore che si abusasse d'ogni minima larghezza ohe egli concedesse in 
fatto di stampa e di libera discussione, quel Sovrano dovette seguire un sistema 
compressivo di governo, che neutralizzò in parte le sue buone intenzioni, non gli 
permise di mettere le leggi da lui promulgate in perfetta armonia collo spirito 
dei tempi, ed impedì che il Piemonte raggiungesse fin d'allora quel grado di per- 
fezione morale e di prosperità economica che consegui quando cessò la compressione. 



— 38 — 

H vero ed efficace mezzo di promuovere l'avanzamento delle arti 
agrarie, nel modo di vedere del conte Cavour, era quello di ecci- 
tare lo zelo delle persone molto più numerose che generalmente 
si credesse, le quali, senza essere schiave di una cieca e limitata 
pratica, avevano acquistata una estesa e profonda cognizione dei 
vari! sistemi di coltura usati in Piemonte, e attendevano con in- 
telligenza alla coltivazione delle proprie terre. Costoro dovevano 
essere aiutati dalla Società Agraria e, se possibile, favoriti dal 
governo. A conforto di questa sua opinione il Cavour citò l'esempio 
dell'Inghilterra, che per due volte aveva conceduto una conside- 
revole sovvenzione al Balzewel, onde compensarlo dei sacrifizi enormi 
e delle lunghe fatiche durate al fine di ottenere le belle razze di 
montoni a lunga lana, che formano la ricchezza di quelle fertili 
contee. 

Egli attinse egualmente dall'Inghilterra l'esempio per sostenere 
il proprio avviso rispetto ai poderi-modello. Quivi infatti le persone 
intelligenti e istruite, le quali si erano dedicate al progresso del- 
l'agricoltura; non avevano punto promosso l'istituzione dei poderi 
suddetti; ma fci erano contentate di infervorare lo zelo dei pratici, 
procurando di illuminarli e di dirigerli nella via dei miglioramenti, 
e prodigando loro tutti quegli incoraggiamenti onde potevano 
disporre. 

Caldissimo partitante dell'istruzione (soggiungeva), mosso da arden- 
tissimo desiderio di vederla propagare sotto tutte le forme ed in tutte 
le classi della società, dichiaro che se i poderi-modello dovessero con- 
tribuirvi, io diverrei uno dei loro più zelanti promotori, qualunque fosse 
l'opinione mia particolare sul loro merito agrario. Se io li combatto, 
se io mi vi oppongo, si è perchè li ritengo come improprii a questo 
fine. 

Egli indicò in quella vece siccome utili eminentemente, in primo 
luogo : i corsi di scienza d'applicazione, sull'esempio di quelli che 
si tenevano nel Conservatorio delle arti e mestieri in Parigi e 
in altre molte istituzioni per gli operai (MechanicWs Institutions) 
in Inghilterra; in secondo luogo i collegi destinati ad un inse- 
gnamento speciale, che abbracciasse i principii di tutte quelle 
scienze, chg si possono applicare all'agricoltura. Diversamente dal 
Segretario fiorentino, che sentenziava « essere meglio assai far 



— 39 — 

male che far nulla, » il Cavour conchiudeva: « Amo l'attività, 
ma son persuaso che gli è meglio rimanere nell'inazione; piuttosto 
di esporsi a mal fare. » 

Nel settembre Camillo Cavour pubblicò un altro scritto nella 
Bibliothèque universelle di Ginevra (1) intorno all'opera postuma 
del signor Federico Lullin de Chàteauvieux: Vayages agronomi- 
ques en France, preceduta da una notizia biografica dell'autore 
scritta dal signor Naville de Chàteauvieux (Parigi, 1843, 2 voi. 
in-8°). — Le riflessioni che il Cavour fa, prima di entrare in ar- 
gomento, sull'agricoltura e sulla vita agricola, mette il conto che 
siano riferite, perchè appare evidentissimo che, nello scriverle, 
aveva in mira specialmente di fare, pur tenendosi sulle generali, 
la sua propria storia. Le ragioni per le quali trovossi spinto a 
cercare un « rifugio » nell'agricoltura, le condizioni del suo 
animo nei primi tempi, quando egli, « l'habitué des salons, » dovette 
dedicarsi a lavori, « qui commencent par l'analyse des fumiers et 
qui s'achèvent au milieu des étables, » i fini morali che confida 
di conseguire perseverando nella via intrapresa, tutto ciò è descritto 
con rara finezza in queste pagine : 

Depuis cinquante ans (così comincia l'articolo) l'agriculture pratique 
et les arts qui s'y rattachent, attirent de plus en plus l'attention des 
hommes éclairés ; on voit croitre chaque jour, dans les classes les plus 
élevées de la société, le nombre des personnes qui en font l'objet prin- 
cipal de leurs occupations, ou qui, tout au moins, les cultivent cornine 
une diversion à des études et des travaux d'un autre genre. Il y a 
un véritablè courant qui emporte les hommes de loisir et d'intelligence 
vere la vie des champs, et qui tend à les rapprocher de ceux qui les 
cultivent. Ce mouvement, dont il serait aisé de suivre les traces dans 
presque toutes les contrées de l'Europe, a été, sinon provoqué, du 
moins singulièrement seconde par les crises politiques, qui, se succé- 
dant pendant un demi-siècle, ont déplacé un si grand nombre d'exis- 
tences, et condamné aux ressources de la vie privée tant d'hommes 
accoutumés à la bruyante activité des affaires publiques. L'agriculture 
a été le refuge de tous les partis vaincus, et chaque nouvelle revolution 
a augmenté le nombre de ceux qui se sont appUqués à la culture des 
terres avec de l'intelligence et des capitani. 

Cette tendance vers la vie rurale me parait devoir exercer sur la 
société Tinfluence la plus salutaire. Je la crois de nature à remédier, 
en grande partie du moins, à l'ébranlement moral, suite inévitable de 



(1) Eeca la data di Santerra (Santena) 11 settembre 1848. 



— 40 — 

la grande revolution qui s'est accomplie dans les idées et dans le; 
institntions des peuples de l'Europe, car elle tend a substituer a tu 
liens matériels qui tenaient assemblée la société féodale, des rapporti 
de bienveillance mutuelle, entre les diverses classes de la société, qu 
se concilient parfaitement avee une supériorité morale d'un coté, ei 
une dépendance volontaire de l'autre. Il est difficile d'évaluer avec 
justesse le bien que peut produire la présence d'une famille riche #u 
simplement aisóe, au milieu d'une population de cultivatenrs pauvres 
et ignorants. Ce bien a peu d'éclat, nul retentissement, les jouraAux 
ne le célèbrent point, et il n'est pas couronné par les académies mo- 
rales ou autres; mais pour cela* il n'est pas moins immense. XI est si 
facile a un propriétaire éclairé et bon de gagner l'affection et le res- 
pect de tout ce qui l'entoure, qu'il peut, sana trop de peine, acquérir 
une influence morale bien plus puissante et plus efficace que celle toute 
matérielle que les possesseurs du sol devaient jadis à l'organisation 
féodale de la société. 

Cette influence morale du riche sur le pauvre, de Phomme intelli- 
gent sur le manoeuvre grossier, de là classe qui possedè sur celle qui 
travaille, doit, en s'étendant et en se généralisant, raffermir les bases 
de l'ordre social et éloigner les dangers dont l'esprit révolutionnaire 
le menace. J'ose affirmer que ces dangers seraient bien moins redon- 
tables, si tous ceux qui usent leur éloquence a déplorer dans les cer- 
cles et dans les salons les progrès d'une démocratie indomptable, al- 
laient en combattre le développement dans ieurs terres à l'aide des 
moyens irrésistibles que le sort a mis dans les mains de tous les pro- 
priétaires. 

Il est en leur pouvoir d'exercer une action véritablement conserva- 
trice. En vivant au milieu des populations robustes et énergiques des 
campagnes, en se les attachant par leurs bienfaits, leurs services, 
leurs lumières, ils acquerront un moyen assuré de dominer le mouve- 
ment qui entrarne les sociétés, de manière qu'il soit progressif et amé- 
liorateur, au lieu de devenir destructeur et révolutionnaire. 

Si jamais la majorité des grands propriétaires consent a se dévouer 
pendant quelques années à l'amélioration de ses terres, sans negliger 
le sort de ceux qui les culti vent; si ces mèmes propriétaires travail- 
lent a répandre avec suite autour d'eux les saines lumières et les bons 
principes, la hiérarchie sociale se raffermira sur des bases bien plus 
solides, bien plus équitables que celle que 1789 a détruites. 

Mais pour que ce retour a la vie champètre puisse avoir lieu dans un 
siècle aussi éclairé que le nótre, il est nécessaire que les hommes 
dont l'intelligence est développée, trouvent dans Tieolement de la cam- 
pagne un moyen d'exercer utilement et agréablement leurs facultés. Ce 
moyen, l'agriculture le leur fournit, car, gràce aux nombreux travaux 
qui ont lieu depuis un siècle, la culture de la terre n'est plus un art 
simplement empirique, e' est une véritable science, dont les application 
varient, il est vrai, à l'infini, mais qui cependant est soumise à des 
lois certaines et générales. 

Au premier abord l'agriculture a peu d'attrait, surtout pour celai 
qui est accoutumé aux travaux élégants de la littérature, ou aux re- 
cherches variées des riebes laboratoires. Il est tout naturel que l'ha- 
bitué des salons éprouve une certaine répugnance pour des études qui 
commencent par l'analyse des fumiers, et qui s'achdvent au milieu des 



— 41 — 

étables; il trouvera d'abord ces travaux champètres fastidieux, mono- 
tona, puérils mème. Cependant s'il parvient à surmonter ce premier 
dégoftt, s'il peut se résoudre a diriger les plus simpies opérations agri- 
coles, à faire semer un champ de pommes de terre, ou à élever une 
jeune génisse, il s'opererà presqu'a son insù une transformation dans 
ses goùts et dans ses idées; il découvrira dans la pratique de l' agri- 
culture un intérét croissant, et ce qui le rebutait le plus ne tarderà 
pas à avoir pour lui un charme qu'il n'avait jamais soupconné. 

Les connaissances agricoles si nécessaires à l'homme bien élevé, qui 
vit à la campagne, pour qu'il trouve à y exercer ses facultés intel- 
lectuelles, lui sont également indispensables pour le mettre a mème 
de conquérir, sur la population qui l'entoure, cette influence salutaire 
qui forme le charme et le mérite des existences campagnardes. En 
effet, Vestirne que les cultivateurs lui accorderont sera en grande partie 
proportionnée à son habileté pour la direction de son domarne. Il aura 
beau ètre savant profond, ou littérateur distingue; s'il cultive mal ses 
terrea, on fera peu de cas de son intelligence. Celui qui désire exercer 
une véritable domination morale sur une population agricole, doit tà- 
cher de se faire reconnaitre comme le plus habile agriculteur du can- 
ton. Un bon système d'assolement, de beaux élèves lui seront plus 
utiles qu'une découverte scientifique, ou que la gioire d'un poème 
épique. 

Anche nel ritratto che segue, e particolarmente alla fine dove 
si accenna alle idee politiche del signor Lullin de Chàteauvieux, 
si direbbe che Camillo Cavour mirasse a disegnare il suo proprio 
ritratto : 

Mais les soins de son domaine n'absorbòrent jamais entière- 

ment M. de Chàteauvieux. Il suivit toujours, en y participant, le mou- 
vement intellectuel qui anima la société pendant tout le temps de sa 
vie; son esprit fin et cultivé se nourrit constamment de lectures sé- 
rieuses, d'études morales et littéraires, et ne resta étranger à aucun 
des .travaux qui eurent lieu dans les différentes branches des sciences 
sociales . 
Jeune encore, il eut le bonheur d'étre admis dans l'intimité du chà- 

teau de Coppet Les charmes de la vie de Coppet ne le dégoù- 

tèrent pas de ses fermes et de ses mérinos. Tonte la vie il sut allier 
les occupations agricoles les plus importantes et les mieux suivies avec 
le mouvement du grand monde, la culture des lettres et des sciences 
sociales. Son esprit délicat ne se rouilla jamais dans les travaux cham- 
pètres. Il demeura tonte la vie l'homme du monde le plus aimable, le 
plus gracieux, le plus recherché. Jamais il ne perdit ce vernis si bril- 
lane si achevé, auquel on reconnaìt l'education des salons de Paris. 
Si je me suis arrèté sur les qualités de M. de Chàteauvieux comme 
homme du monde, c'est qu'il m'a pam important de signaler son exem- 
ple, pour rassurer ceux qui n'osent combattre l'ennui qui les ronge et 
utiliser une oisiveté qui leur pése, en se livrant à l'agriculture, de 
crainte de perdre ce fini de manières et de langage qu'Hs ont acquis 
dans les cercles élégants du grand monde 



— 42 — 

Mais en agricolture ausai bien qu'en politique, il (M. de Chàteau- 
yieux) est le partisan décide du progrès sage, modéré, régnlier; il 
blàme également, dans ces deux ordres d'idées, toutes les mesures vio- 
lentes et róvolutioniiaires qui, sans égard pour ce qui esiste, commen- 
cent par tout détruire avant de rien édifier. 



[1843-1844] — A un altro lavoro di maggior lena Camillo 
Cavour pose mano nell'autunno del 1843, nel tempo medesimo che 
Cesare Balbo, infervorato dalla pubblicazione del Primato, avve- 
nuta pochi mesi innanzi, scriveva le Speranze d'Italia. Quel nuovo 
scritto, col quale egli esordi nella vita politica, vide la luce nei 
fascicoli del gennaio e febbraio 1844 della Bibliothèque univer- 
selle sotto il titolo: Gonsidérations sur Vétat actuel de VIrlande 
et sur son avenir. 

Devoto ai principii liberali, il conte di Cavour non poteva os- 
servare con occhio indifferente la lotta intrapresa dall'Irlanda per 
l'acquisto della sua emancipazione religiosa. Nella Lettera scritta 
da Londra nel giugno 1835 al barone de Barante (Lettera XEQ) 
si vede come fin da quel tempo egli facesse caldi voti per il 
trionfo della causa irlandese, mostrando il rincrescimento che 
un uomo di Stato della levatura di sir Robert Peel fosse nel no- 
vero degli avversari della medesima. Però il Cavour, nella lu- 
cidezza della sua mente, aveva preveduto che tosto o tardi l'In- 
ghilterra avrebbe riconosciuto la necessita di soddisfare alle giuste 
domande degli Irlandesi. E infatti nel 1843, quando egli fu per 
la seconda volta in Inghilterra, questa necessita s'imponeva più 
che mai alle meditazioni del governo. Sir Robert Peel, pigliate 
le redini del potere nel settembre 1841, era venuto insensibil- 
mente accostandosi, dal 1835 in poi, a più liberali propositi; e 
senza le intemperanze delTO'Connell oramai l'emancipazione reli- 
giosa dell'Irlanda non sarebbe stata più contrastata che dagli 
ultra-protestanti. 

Lo scritto di Camillo Cavour incomincia con una esposizione 
storica della questione che imprende a trattare. In questa espo- 
sizione, vero modello di perspicuità di dettato, è meritevole sovra 
tutto di essere ricordato quel passo nel quale l'autore, quasi pre- 
sago delle censure a cui sarebbe stato fatto segno un giorno (al- 
ludiamo singolarmente agli avvenimenti del 1860), narra e giudica 



— 43 — 
i modi adoperati da Guglielmo Pitt, dopo l'insurrezione dell'Irlanda 
nel 1798, per effettuare l'unione, chiesta dall'opinione pubblica in- 
glese, dei due parlamenti di Londra e di Dublino. 



n y avait un grand obstacle à vaincre: il fallait obtenir le consen- 
tement du Parlement irlandais, et l'amener à prononcer son arrèt de 
mort. M. Pitt crut pouvoir emporter la question de haute lutte: mais 
il échoua d'abortì. Le premier projet d'union legislative, présente en 
1799, fot repoussé par la Chambre des Oommunes irlandaise. Le mi- 
nistèro eut recours alors à un moyen qui lui avait toujours renasi dans 
le Parlement de Dublin : il pratiqua la corruption sur une échelle im- 
mense. Il acheta un grand nombre de bourgs pourris; il prodigua les 
places, les honneurs, les pensions, et au bout d'un an il se procura 
ime majorité de 168 voix contro 78 pour sanctionner la fusion du Par- 
lement irlandais dans celai de la Grande-Bretagne. 

Arrétons-nous quelques instants pour examiner cet acte célèbre, qui 
a provoqué de tout temps en Irlande des plaintes si amères et de si 
violentes récriminations, et qui est aujourd'hui le preteste, sinon la 
cause, de l'agitation qui remue ce pays jusqu'à ses racines les plus 
profondes. 

Il faut d'abord distinguer les mérites de cette mesure en elle-méme 
des moyens employés pour l'accomplir. Il ne peut y avoir qu'une voix 
pour flétrir l'infamie de ceux qui ont trafiqué de l'indépendance de 
leur pays, qui ont troqué leurs droits et leur influence politique contre 
de l'or et des places, qui ont vendu leur vote et sanctionné un acte 
que leur conscience réprouvait. Mais faut-il condamner également le 
gouvernement qui a acheté ces hornmes eorrompus? Je n'hésiterais 
pas à le faire, si, par une fatale erreur, V opinion publique dans les 
fàcies passés, et mime eneore dans le notre, rieùt pas en quelque 
sorte sanctionné pour les gouvernements Vusage d'une morale autre 
que eelle que reeonnaissent les particuliers ; si elle n' avait pas, de 
tout temps, traiti avecune excessive indulgence les actes immoraux qui 
ont amene de grands résultats politiques. Si Fon veut flétrir le carat- 
tere de Pitt pour avoir pratiqué aussi en grand la corruption parle- 
mentaire, il faudrait traiter aussi sévèrement les plus grands monar- 
ques des temps passés, Louis XIV, Joseph II, le grand Frédéric, qui 
pour arriver a leurs fina, ont bien autrement outragé les principes in- 
flexibles de la morale et de l'humanité, que ne l'a fait l'illustre homme 
d'État, qui a opere la consolidatici du royaume-uni de la Grande- 
Bretagne et de Tlrlande. 



Tra gli uomini di Stato inglesi, Pitt è evidentemente uno di 
quelli su cui Camillo Cavour procurò di modellarsi. Lo ammira 
come un « esprit puissant et vaste; » lo loda sovratutto perchè 
« il aimait le pouvoir comme un moyen, non cornine un but. » 
Quasi colle identiche parole egli dirà un giorno di sé stesso, scri- 
vendo a Teodoro di Santa Rosa : « Je ne tiens pas, voùs le savez, 



— 44 — 
au pouvoir pour le pouvoir, j'y tiens pour pouvoir faire le bien 
de mon pays » (Lettera CXCI). 

Non è questa la sede opportuna per entrare in particolari sol 
tema trattato da Camillo Cavour nello studio intorno alle condi- 
zioni dell'Irlanda. Le sue opinioni in proposito, la cui rigorosa 
giustezza fu dimostrata dagli avvenimenti che seguirono, sono, 
del resto, sufficientemente chiarite nella Lettera XXXV al professore 
Augusto de La Eive. Ci basti notare che in questo primo suo 
scritto politico che, per dirla di passata, fa lodatissimo dal Senior, 
dal duca dì Broglie, da Gustavo di Beaumont, da Pellegrino Bossi 
e da altri chiari personaggi, già si rivelano quelle qualità emi- 
nenti dell'uomo di Stato, che in progresso di tempo egli ebbe 
tante opportunità di mettere in opera. 

Contemporaneamente .allo scritto sull'Irlanda, Camillo Cavour 
aveva in animo di imprenderne un altro sull'abolizione delle leggi 
riguardanti il commercio dei cereali in Inghilterra; ma le cure 
campestri, le speculazioni industriali, le molteplici sue occupazioni 
come membro della Camera d'agricoltura e commercio, dell'Asso- 
ciazione Agraria, della Società degli asili infantili, ecc., lo consi- 
gliarono a rimettere ad alcuni mesi dopo la trattazione di quello 
argomento, da lui giudicato « un des faits les plus importants pour 
l'avenir du xix siècle » (Lettera XXXVIII). 

Dell'operosità sua intorno a questo tempo [1844-1847] fanno 
testimonianza, oltre che le Lettere all'ingegnere Rocco Colli (1), 
le notizie contenute nei Bécits et souvenirs del signor de La Eive 
e altri documenti intorno alle imprese agricole, industriali, finan- 
ziarie, sia di indole esclusivamente privata, sia aventi un interesse 
pubblico, alle quali egli diede il primo moto o la sua cooperazione. 
Così noi lo vediamo dirigere il dissodamento di una foresta; sca- 
vare canali; introdurre in Piemonte la coltivazione della barba- 
bietola, progettare la creazione di una fabbrica di zucchero ; aiutare 
lo stabilimento di una manifattura di prodotti chimici; preparare 



(1) Nato a Cilavegna (Lomellina) nel 1805. Cultore insigne dell'idraulica appli- 
cata all'irrigazione e della meccanica applicata all'agricoltura. È il primo che sia 
riuscito in Piemonte a far costrurre trebbiatoi da riso per le estese tenute, col- 
l'opera di falegnami e fabbri ferrai comuni, da lui personalmente diretti. Il primo 
trebbiatoio fu costrutto nel 1836. 



— 45 — 
la ereazione della Banca dì Torino (1); stabilire molini a vapore; 
impegnarsi a fornire al pascià d'Egitto ottocento montoni mérinos... 

Disséminée sor une fonie d'objets (nota il sig. de La Rive) l'energie 
intelligente de Cavonr semble ètre tout entière concentrée sur chacun, 
tant il met de feu à organiser une affaire, de sagesse à la mùrir, de 
pereistance à la condnire; le dessein dn jour ne lui fait pas oublier 
celai de la veille, ni pour un instant negliger l'oeuvre déjà entreprise. 
Les projets ne se succèdent pas, ils s'ajoutent sans nuire. Homme d'af- 
faire accompli qne Cavour, bien que les affaiTes aient toujours été pour 
lui Faccessoire, un diversoir au trop plein de son activité ou nne de- 
pendance de l'agriculture qui demeura, tant qne la politiqne ne l'eut 
pas remplacée, sa principale préoccupation, sa carrière. 

Questo cambiamento di carriera non pare che egli sperasse fosse 
molto prossimo, poiché, proprio in questo tempo che la sua ope- 
rosità si rivolgeva ai progressi dell'industria, scriveva [1844] al 
Naville: « Notre gouvernement n'aime pas l'industrie, je m'en 
convaincs tous les jours davantage, il voit en elle un auociliaire 
du libéralisme et éprouve pour elle une répugnance qu'il ne peut 
pas vaincre ; dans notre pays, si Von veut vivre en paix, il ne 
faut sanger qu'à l'agriculture » (Lettera XLV). 

E neppure fu per lui argomento di speranza in un migliore av- 
viamento delle cose la nomina del cavaliere Luigi Des Ambrois 
a reggente della segreteria di Stato degli affari interni (29 ago- 
sto 1844) in surrogazione del Gallina, uscito di carica nel mese 
i precedente per cagioni di salute, a Bien qu'élève du comte Gallina 
| et ami d'Alfieri (scrive al Naville), M. Des Ambrois n'est pas de 
I taille à enrayer le parti congréganiste » (2). 



(1) Il 14 novembre 1858, mentre delìberavasi in Senato il disegno di legge per 
l'affidamento del servizio di tesoreria generale nello Stato Sardo alla Banca Na- 
zionale, il conte di Cavour narrava: « Essendomi presentato io stesso al ministro 
d'allora (cioò nel 1846) per chiedere facoltà di stabilire una Banca, egli quasi mi 
rise sul naso, dicendo che non era possibile lo stabilimento di una banca in Torino, 
ohe ciò era troppo lontano dalle consuete abitudini, che non avrebbe giammai 
fatto affari, e che era un'idea assurda, stramba. » Questa Banca fu poi fondata ai 
16 ottobre 1847, e il Cavour vi entrò come membro del consiglio d'amministrazione. 
Con regio decreto del 14 novembre 1849, sancito oolla legge 9 luglio 1850, la 
Banca di Torino unitasi colla Banca di Genova diventò la Banca Nazionale 
degli Stati Sardi. 

(2) Il Bes Ambrois (1807-1874) nativo di Oulx (circondario di Susa) conseguita, 
poco più che ventenne, la laurea in ambe leggi nell'Ateneo torinese, entrò u vo- 
lontario n nell'ufficio del procuratore generale del Be (19 ottobre 1829), rifiutando 



— 46 — 

[1845] — Negli ultimi mesi del 1844 Camillo Cavour condusse 
a termine lo scritto che abbiamo di sopra menzionato, e che venne 
inserto nei fascicoli del gennaio e febbraio 1845 della Bibliothèque 
unìverselle di Ginevra, sotto il titolo: De la qttestion relative à 
la legislativa anglaise sur le commerce des céréales, questione che 
egli aveva studiato a fondo nell'ultimo viaggio in Inghilterra. 
Colla perspicacia sua consueta, e contro, si può dire, le previsioni 
di tutti, Camillo Cavour era venuto nell'intima persuasione che 
sir Eobert Peel « Thomme d'État, qui plus que tout autre a 
l'instinct des nécessités du moment, » come ebbe a dire di lui 
nello scritto sull'Irlanda, avrebbe abbandonato il sistema protezio- 
nista, non ostante la solenne dichiarazione che quell'insigne mi- 
nistro aveva fatta nelTaprirsi della sessione del 1843 di non avere 
il menomo intendimento di proporre altre mutazioni alla legge sui 
grani dopo quelle introdotte nella sessione precedente. Questa in- 
tima persuasione ei la manifesta apertamente nella Lettera scritta 
da Londra al signor Naville (Lettera XXXIII), e la conserva 
intiera nello scritto a cui accenniamo. 



Malgré le succès momentané des expédients auxquels il a eu recours, 
sir Robert Peel, nous en somraes certains, ne s'abuse pas sur la gra- 
vite des dangers qui menacent l'industrie anglaise, et il est décide à 
poursuivre, session après session, l'oeuvre réformatrice qu'il a entre- 
prise. La session actuelle fournira une preuve de ce que nous avancjons. 



il posto di vice intendente generale della marina a Genova, che il ministro des 
Oeneys, suo parente e giusto estimatore del suo ingegno, gli aveva esibito. Nel 1833 
fu ascritto alla Commissione di legislazione, che aveva fra gli altri incarichi quello 
di attendere alla compilazione del Codice civile degli Stati Sardi, detto poi Codice 
Albertino. Nell'agosto 1834 venne nominato tra i sostituiti del procuratore gene- 
rale del Ee, e nel 1841 intendente generale a Nizza; nel quale ufficio guadagnossi 
la stima del governo per la sua solerzia e singolarmente per la prudenza e sagacia 
con che condusse le pratiche più gravi e segnatamente le internazionali con la 
Francia. Nel luglio del 1844, dopo il ritiro chiesto dal Gallina, Carlo Alberto 
commise al conte Solaro della Margarita di procurarsi informazioni del cav. Dea 
Ambrois: u furono buone e tali le comunicai (aggiunge il conte Solaro), ma non 
sapeva allora a qual fine. » Il 29 agosto, come di sopra è detto, al Des Ambrois 
fu affidata la segreteria degli affari interni, a cui metteva capo tutta l'ammi- 
nistrazione dello Stato propriamente detta, quella dell'istruzione pubblica che non 
andava soggetta al magistrato della riforma, e intera quella dei lavori pubblici. 
<Veggasi la pregevole Commemorazione del cavaliere Luigi Des Ambrois di Nevache, 
Presidente del Consiglio di Stato e del Senato del Segno, dettata da Achille 
Mauri. Eoma, Tip. del Senato, 1876). 



— 47 — 

Gela étant, il nona est permis de predire dans un prompt avenir la 
réforme des loia sur les céréales, et par suite la chute de toutes les 
barrières protectrices qui ont de longtemps entouré l'industrie agricole 
et manufacturière de la Grande-Bretagne. Le temps approche où FÀn- 
gleterre offrirà pour la première fois l'exemple d'une nation puissante, 
chez laquelle les lois qui régissent le commerce étranger seront en 
parfait accord avec les principes de la science. 

La revolution commerciale qui se preparo en Angleterre, indépen- 
damment de l'effet moral qu'elle produira, agira puissamment sur la 
production économique du continent. En ouvrant aux matiéres alimen- 
taires le marche le plus rìche du monde, elle favorisera le développe- 
ment de leur production, but principal des industries agricole s, qui 
sont de toutes les plus importantes. La necessitò de fournir aux de- 
mandes régulières de l'étranger excitera l'energie de ces industries, 
doublera leurs forces et les fera sortir de leur apathie ordinaire. Le 
commerce devenant un élément essentiel de prospérité pour les classes 
agricole s, ces classes seront naturellement amenées à se joindre aux 
partisans du système liberal. Les producteurs de matiéres premières 
joueront alors à l'égard des manufacturiers privilégiés, le mème ròle 
que jouent dans ce moment, en Angleterre, les classes industrielles à 
l'égard des propriétaires fonciers et des planteurs des colonies. La cause 
de la vérité, soutenue par d'aussi nombreux défenseurs, aura bien moins 
de peine a triompher sur le continent et en Amérique, parce qu'elle 
ne rencontrera nulle part des obstacles comparables à ceux que l'aris- 
tocratie foncière et coloniale a été en état de lui opposer dans la 
Grande-Bretagne. 

È noto l'esito che ebbe la gran contesa. I presagi di Camillo Ca- 
vour si avverarono compiutamente. Non un anno ancora trascorso 
dalla pubblicazione di quest'articolo, sir Robert Peel, distaccan- 
dosi dai suoi amici politici, dichiarava alla Regina di essere pronto 
a presentare al Parlamento la revisione delle leggi sui grani ; e 
pochi mesi appresso, lui primo ministro, la gran riforma commer- 
ciale era compiuta (1). 

L'ammirazione del conte Cavour per sir Robert Peel, non minore 
di quella che egli nutriva, come abbiamo più addietro indicato, 



(1) Nel fascicolo dell'aprile 1846 della Bibliothéque univer selle fu stampato un ar- 
ticolo diFródéric Bastia t col titolo: Cobden et la ligue ou Vagitation anglaise 
pour la liberti du commerce. La Direzione fece precedere la stampa dell'articolo 
dalla seguente nota : 

« Les leoteurs de la Bibliothéque universelle n'ont pas oublié sana doute les deus 
articles que ce journal a publiés sur la question des céréales au commencement 
de l'année dernlère. L'histoire de cette question dans le passe et son état présent 
y étaient exposés avec une merveilleuse clarté, et les oonjectures que hasardait 
l'auteur sur l'avenir ont été si exactement réalisées depuis lors, qu'il serait su- 
perfiu de rien ajouter à la louange de ce remarquable travail. » 



— 48 — 
verso Guglielmo Pitt, porge argomento al signor de La Rive di 
fare un'avvertenza che stimiamo pregio dell'opera riportare, tanto 
ci pare acconcia a chiarire il carattere politico del nostro Italiano. 

De ces écrits, traitant, l'un de la condition de l'Irlande, l'autre 
de l'abolition des droits sur les céréales, et qu'à un an de distance 
l'un de l'autre il publia à son retour d'Angleterre, il ressort que les 
héros politiques de Cavour sont, dans le passe, Pitt, et dans le pré- 
sente Peel. Les whigs ont sa sympathie, ila obtiennent son estime; 
Pitt et Peel excitent son enthousiasme. Qu'un homme jeune, ardent, 
écarté, surveillé dans son pays par un pouvoir qu'il a brave, qu'un 
liberal italien aille chercher ses héros politiques dans les rangs des 
tories, cela est caractéristique et ménte qu'on s'y ariète. H est hors- 
de doute que, chez Cavour, le partisan ne pouvait avoir d'inclination 
que pour les whigs, ces représentants en Angleterre des idées qui lui 
étaient chères. Mais, chez Cavour, le partisan existe-t-il ? « Les hommea 
honnètes de tous les partis » voilà une expression qui lui est fami- 
liare, et c'est de ces « hommes honnètes de tous les partis » qu'il 
attend le triomphe des opinions qu'il soutient, la réalisation des pro- 
grès qu'il appelle de ses vceux les plus ardents. Ainsi il n'y a plus,, 
aux yeux de Cavour, qu'un parti, c'est-à-dire il n'y en a plus. Avec 
une intuition inconsciente, il comprend que les partis n'ont plus de 
place dans l'organisation politique de la société moderne; il ne les 
combat pas, mais il les ignore, il les nie. Comment donc partagerait-il 
des passions et des préjugés qui puisent leur source dans un ordre de 
sentiments qu'il n'admet pas? S'il va prendre ses héros dans les rangs 
des tories, ce n'est pas qu'il les y cherche, mais il les y trouve, et il 
est inévitable qu'il les trouve là, lui, homme de gouvernement autant 
qu'homme, j'allais dire de parti, je dirai d'opinion. 



[1846] — Per più di un anno Camillo Cavour non die mano 
alla penna, o gli facesse difetto il tempo, o alla sua mente non 
si affacciasse alcuna questione, che egli potesse trattare con quel 
criterio eminentemente pratico, che era la sua qualità speciale. 
A rientrare nelTarringo della pubblicità lo mosse il libro del conte 
Harione Petitti: Delle strade ferrate italiane e del migliore or- 
dinamento di esse (un grosso voi. di pag. 701), stampatosi in 
Capolago in sullo scorcio del 1845. Cose dertempo ! Questo libro, 
nel quale non si parlava di libertà politica, dettato da un consigliere 
di Stato, le cui opinioni in fatto di strade ferrate non solo erano 
approvate dal Sovrano, ma favorivano i suoi, disegni segreti, con- 
trari alla prevalenza e alla dominazione austriaca, non s'era 
lasciato stampare in Piemonte! Disse bene Massimo d'Azeglio 
nei Miei Bicordi: « Il Ee in quel tempo, era un mistero; e 



— 49 — 
per quanto la sua condotta posteriore sia stata esplicita, rimarrà 
forse in parte mistero anche per la storia... Povero signore! Egli 
aveva del buono e del grande in sé ; perchè volle credere nella 
furberia? » 

n nuovo scritto di Camillo Cavour fta, per i cortesi uffizi del 
duca di Broglie, pubblicato nella Berne nouvelle di Parigi del 
1° maggio 1846, sotto il titolo: Des chemins de fer en Italie, par 
le corate Petittij conseiller d'État du royaume de Sardaigne (1). 
Era preceduto da una nota della Direzione che diceva cosi : 

Nous appelons particulièrement Tattention de nos lecteurs sur ce 
travail que nous devons a M. C. de Cavour. Le nom de M. C. de Ca- 
vour, un de ces étraugers qui ont su se faire une place distinguée 



(1) Il P r e da ri racconta di aver conosciuto il conte di Cavour in casa del conte 
Petitti, u verso del quale professava egli una profonda e cordiale devozione. » 
Quest'uomo tanto notevole, quanto poco noto alla generazione venuta dopo il 1848, 
pregiato dai suoi coetanei per la rettitudine e generosità dell'animo, per una pro- 
bità che rasentava lo scrupolo, per la fermezza antica del carattere, la quale non 
scemò punto in lui la vivacità dello spirito e il sentimento della vita moderna, 
merita che sia qui fatta particolare menzione di lui. 

n conte Ilarione Petitti (padre del vivente generale Agostino, l'illustre amico 
e compagno di Alfonso La Marmora, e ministro della guerra di Vittorio Ema- 
nuele nel 1862 e nel 1864-65) ebbe i natali in Torino il ai ottobre 1790. Fece i suoi 
studi nel Collegio Nazzareno in Soma e, finché durò il governo napoleonico, con- 
dusse vita domestioa. Restaurato il governo monarchico in Piemonte, intraprese e 
segui la carriera delle intendenze (Prefetture). 

Là dove amministrava il Petitti nessun affare rinaneva insoluto, nessuna infe- 
deltà si manifestava nei, custodi del denaro pubblico, nessun* opera pubblica era in ri- 
tardo. Oltre al lavoro d'uffizio egli trovava tempo di percorrere frequentemente a 
cavallo (che le strade carrozzabili erano allora assai poche) il territorio della pro- 
vincia per soprawedere le amministrazioni da lui dipendenti, verificare le casse, 
sollecitare e sorvegliare gli appaltatori. E come se non bastasse, compilava accu- 
rate statistiche, e componeva lavori di polso sugli ordinamenti comunale t provin- 
ciale e governativo. 

I buoni effetti della sua amministrazione ed il valore de 1 suoi scritti, conosciuti 
tuttoché inediti, procacciarono al Petitti meritata rinomanza in Piemonte. Carlo 
Alberto, allora Principe ereditario, volle conoscerlo, gli chiese un esemplare dei 
suoi lavori, e gli dio segno di averlo in grande stima, cosi ohe, appena salito al 
trono, lo chiamò a far parte del Consiglio di Stato da lui istituito. 

In quel consesso il conte Petitti mostrò una mente illuminata e liberale, e un'in- 
tegrità tale di carattere che non gli permise mai di tacere o dissimulare quel che 
a lui pareva la verità, nò di transigere, nel dare il suo voto, con quanto egli ore- 
deva fosse il bene inseparabile del Be e della patria, anche quando altrui dispia- 
cesse, e non fosse senza pericolo. Di che il Mancini, il quale ne scrisse nel 1858 
una affettuosa ed eloquente commemorazione, ricordò tra molti esempi quello ohe 
ne porse « in un'oooasione éelicatissima riguardante la definizione di alcuni inte- 
ressi tra le finanze dello Stato ed il patrimonio privato del Be, al cui maggior 
favore il Petitti non comportò che l'altrui zelo servile intendesse più di quello ohe 
la giustizia consentiva ed il Principe stesso desiderava. » 

La quale rigidezza di virtù, nota il citato autore, ben valse a non poohi nemici 

4: — Voi. L Lettere di C- Cavour. 



— 50 — 

dans les lettres francaises, est bien conuu en Europe de ceux qui sui- 
vent avec intérèt la marche des questiona économiques. Récemment, 
un écrit de M. de Cavour, sur les loia céréales du Royaume-Uni, ob- 
tenait en Angleterre un retentissement mérité. Nous ne croyons pas 
devoir predire un moindre succès à cette étude sur les chemins de fer 
&'ltaUe y où il a su agrandir l'exposé d'une question économique par 
des considérations poUtiques dont tous les esprits sages et genererai 
apprécieront l'élévation et la portée. 

Lo scritto incomincia col notare il mutamento repentino avve- 
nuto nell'opinione pubblica in tutti i paesi d'Europa circa l'utilità, 
anzi la necessità delle strade ferrate « cette merveilleuse conquète 
du dix-neuvième siècle, » che per la grandezza delle conseguenze 
avvenire non può trovare un riscontro che nella scoperta della 



di ogni progresso, ohe ampia rete d'insidie avevano messa intorno alla persona di 
Oarlo Alberto in quei primi anni del suo regno, per dipingergli il Petitti con co- 
lori oosi odiosi e fallaci, da ottenere che in lui non si venisse riponendo la somma 
degli affari dello Stato, anzi l'animo flessibile del He venisse alquanto da lui alie- 
nandosi; e fu solo ad Oporto, ove Oarlo Alberto giudicava degli atti passati del 
suo regno come di quelli di un altro uomo, che famigliarmente conversando con 
un amico si mostrò disingannato e pentito di non essersi in altri tempi più 
attivamente giovato nel governo dello Stato dell'opera di quell'intelligente ed 
animoso consigliere. Nò per questo il Petitti declinò mai dalla sua nobile schiet- 
tezza, o s'intiepidì della sua ardente attività, tanto più lodevole in quanto che 
sin dal 18S5 era stato colto da grave e dolorosa malattia, che lentamente lo con- 
dusse al sepolcro nel 1860. 

Gli archivi di Stato attestano quale e quanta fosse l'operosità del Petitti come 
consigliere e come presidente o membro di Commissioni e Congressi; ma, come se 
tutto questo non bastasse, colla pubblicazione di opere, di opuscoli, di articoli nei 
giornali, con memorie all'Accademia delle Scienze di Torino, con discorsi nei Con- 
gressi scientifici, con proposte ai ministri, egli assunse l'apostolato del buon ordina- 
mento della mendicità e degl'istituti di beneficenza, della riforma del sistema peniten- 
ziario e del patronato dei liberati dal carcere, dei freni ad imporsi all'abuso del lavoro 
dei fanciulli nelle manifatture, dell' abolizione del gioco del lotto, e di altre idee umani* 
tarie e civili. Egli prese inoltre a svolgere colla stampa parecchi argomenti d'ordine 
politico, economico e commerciale; e finalmente nel 1845 pubblicò il libro Delle strade 
ferrate, il quale ebbe un vero successo per la maniera chiara e profonda con la 
quale vi sono trattati i pincipali problemi economici e politici attinenti colle fer- 
rovie, per le vedute elevate ed acute intorno all'avvenire del commercio italiano, 
• pel vivo e patriottico desiderio che l'autore vi lascia trasparire che l'Italia avesse 
a risorgere in prosperità e grandezza, merco il ravvicinamento delle sue parti, 
la distruzione delle barriere municipali e la concordia delle volontà e delle forze. 

Le condizioni di salute impedirono al conte Petitti di partecipare, in quella 
misura che le qualità dell'ingegno e l'amore suo per l'Italia e la libertà avrebbero 
richiesto, agli avvenimenti che seguirono. Egli dovette contentarsi di continuare 
il suo apostolato nella stampa periodica e nel Senato del regno, essendo stato 
compreso nell'elenco dei primi senatori nominati da Carlo Alberto. Morì, come 
dicemmo di sopra, nel 1850 e precisamente ai 10 di' aprile (Veggasi la Notizia 
della vita e degli studi di Carlo Uarione Petitti per Pasquale Stanislao 
Mancini, pubblicata in capo dell'opera postuma dal conte Ilarione Petitti di 
Boreto: Del giuoco del lotto considerato nei suoi effetti morali, politici ed economici. 
Torino, Stamperia Beale, 1868). 



— 51 — 
stampa, o sin anche nella scoperta del continente afnericano (1). 
Alieno da ogni esagerazione, Camillo Cavour non tace che sotto 
gli influssi della recente reazione violenta operatasi, cioè pel pas- 
saggio improvviso dalla diffidenza all'entusiasmo, molti si fanno delle 
illusioni sui risultati immediati delle strade ferrate, ma dichiara ad 
un tempo, che abbracciando nel loro complesso le quistioni d'avvenire 
che si collegano con l'argomento, e figgendo lo sguardo nelle conse- 
guenze, che da quell'innovamento devono necessariamente derivare, 
è necessità convenire che le speranze concepite possono essere pre- 
mature rispetto al tempo in cui si effettueranno, ma considerate 
in termini assoluti, sono anche inferiori alla verità. Si legga con 
quale altezza di vedute e con quale chiaroveggenza egli predice 
gli immensi risultati morali onde le strade ferrate saranno appor- 
tatrici in tutto il mondo: e con quale intimo affetto accenna ai 
benefizi singolari che ne ritrarrà l'Italia. 

L'influence des chemins de fer g'étendra sur tout Punivers. Dans les 
pays arrivés à un haut degré de civilisation, ils imprìmeront à l'in- 
dustrie un immense essor; leurs resultate économiques seront dès le 
début magnifiques, et ils accéléreront le mouvement progiessif de la 
società. Mais les effets moraux qui doivent en rèsulter, plus grands 
encore à nos yeux que leurs effets matériels, seront surtout remar- 
quables ehez les nations qui, dans la marche ascensionnelle des peu- 
ples modernes, sont demeurées attardées. Pour elles les chemins de 
fer seront plus qu'un moyen de s'enrichir, ils seront une arme puis- 
sante, à l'aide de laquelle elles parviendront à triompher des forces 
retardatrices, qui les retienneut dans un état funeste d'enfance indus- 
trìelle [et politique. La locomotive, nous en avons la ferme conviction, 
a pour mission de diminuer, sinon de faire disparaìtre tout à fait, 
l'humiliante infériorité à laquelle sont réduites plusieurs branches de 
la grande famille chiétienne. Envisagée sous cet aspect, elle remplit 
Ttnròle en quelque sorte providentiel; e' est peut-étre pourquoi on la 
Toit triompher si facilement et si promptement des difficultés et des 
obstacles qui paraissaient devoir l'empècher pendant longtemps de pe- 
netrar dans certaines contrées. 



(1) Bieordiamo che non più di quattro anni prima, il 10 maggio 1842, A. Thiers 
diceva nella Camera francese : « Je n'ai j amale partagé, pour mon compte, l'engoue- 
ment qu'on exprimait, il y a quelques années, pour les chemins de fer... Je ne 
rais pas de ceuz qui croient que les chemins de fer rendront en temps de .guerre 

tous les serrices qu'on en attend Je ne sais pas si en France les ouvriers s'en 

serriront, mais je sais bien que les paysans ne s'en serriront pas beaucoup ; » 
ricordiamo che un anno dopo, nel 1848, un altro illustre ministro della monarchia 
orieanese, Francesco Guizot, discorrendo delle ferrovie col generale austriaco 
«onte Wallmoden, gli diceva : « Que voules-vous? e' est une manie qui entratne. » 



— 52 — 

Sì ce que nous venons de dire est vrai, si nous ne sommes pas sona 
l'empire d'une illusion complète, nnl pays plus que l'Italie n'est en 
droit de fonder sur l'action des chemins de ter de plus grandes espé- 
rances. L'étendue des conséquences politiques et societies qui doivent 
en découler dans eette belle contrée témoignera, mieux qne ce qui se 
passera partout ailleurs, de la grandeur du róle que ces nouyelles voies 
de communication sont appelées à jouer dans Favenir du monde. 

L'autore passa quindi in rassegna, colla scorta del libro del conte 
Petitti, le diverse linee ferroviarie italiane compiute, iniziate, 
progettate o desiderabili, per determinare con precisione quale 
sarà o potrà essere in avvenire il complesso del sistema ferroviario 
in Italia. 

L'autore approva compiutamente le tre grandi linee approvate 
dal governo sardo, aventi per punto comune di partenza la città 
d'Alessandria « dont l'importance stratégique est si grande, » 
dirigentisi su Genova, Torino (1) e il lago Maggiore, mediante 
le quali la capitale del regno si sarebbe riunita col mare, colla 
Svizzera e col rimanente dell'Italia settentrionale. Rileva però 
nei disegni approvati « une faible lacune, » che impedirebbe il 
conseguimento di quest'ultimo risultato; « lacune » che egli sa- 
peva benissimo doversi imputare non al governo sardo, ma alla 
corte di Vienna, per fini troppo noti perchè sia mestieri indicarli. 
Con finezza diplomatica Camillo Cavour tocca quel delicato ar- 
gomento: 

Pour atteindre ce dernier résultat, une faible lacune existe toute- 
fois dans les projets approuvés. Par suite de quelques diffkultés sou- 
levées par le gouvernement autrichien, on n'a pas encore pu déeider 
comment on réunirait les lignea piémontaises aux lignea lombardes. 
Une telle lacune ne peut subsister longtemps. La Lombardie a un 
intérèt trop réel et trop pressant à établir avec la Mediterranée et la 
France des Communications promptes et faciles, pour que le cabinet de 
Vienne refase sérieusement d'exécuter lui-méme, ou de laisser exécuter 
par l'industrie, la ligne si courte et si facile qui, allant de Milan au 
Tessin, permettra à la vapeur de circuler sans interruption dans tonte 
la longueur de la vallèe du Pò. 

È illimitata, invece, la sna approvazione per l'idea vagheggiata 
del traforo delle Alpi « à peu de distance du col du Mont-Cenis, » 



(1) Il conte di Cavour era stato membro della Commissione governativa per la 
concessione a privata Società e a private spese della ferrovia Torino-Genova. 



— 53 — 
the un tempo non lontano doveva serbare a lai la gloria di con* 
vertìre in un disegno pratico e di recare in atto. Qui il suo stile, 
per ordinario sobrio, quasi sente il caldo dell'entusiasmo. 



Lea projets dn gouvernement sarde ne se bornent pas à cenx que 
nonfl venons d'indiquer. n a manifeste l'intention d'exécuter une en- 
treprìse bien plus importante et bien plus grandiose. Il veut rattacher 
la Savoie au Piémont par un chemin de fer qui, pergant les Alpes près 
de leur base, passerait & peu de distance du col du Mont-Cenis, cé- 
lèbre déjà par la route qu'on siguale encore comme une des merveilles 
da règne de Napoléon. 

Cet admirable projet a été mis à l'étude, et, s'il ne s'élève pas d'in- 
surmontables difficultés, que jusqu'à présent les bommes de l'art les 
plus compétents uè paraissent pas prévoir, nous ne tarderons pas à en 
voir entreprendre l'exécution. 

Le chemin de fer de Turin à Chambéry, à traverà les plus hautes 
montagnes de l'Europe, sera le chef-d'ceuvre de l'industrie moderne; 
ee sera le plus beau triomphe de la vapeur, le complément de sa 
gioire; après a voir dompté les fleuves les plus rapides et les flots 
orageux de l'Océan, il ne lui reste plus qu'à venir à bout des neiges 
éternelles et des glaciers qui s'élèvent entre les peuples divers comme 
d'infranchissables barrières. Ce chemin sera une des merveilles du 
monde; il rendra immortel le nom du roi Charles- Albert, qui aura eu 
le courage de T entreprendre et l'energie de l'exécuter. Les bienfaits 
ìncalculables qui doivent en resultar rendront à jamais la mémoire de 
son règne, signalé déjà par tant d'oeuvres glorieuses, chère, non seu- 
lement à ses propres sujets, mais a tous les Italiens. 

On nous reprochera peut-ètre d'exagérer l'importance de cette route ; 
mais si Fon réfléchit qu'elle est destinée à faire, par ainsi dire, dispa- 
raitre les distances qui séparent Venise, Milan ; Gènes, Turin et toutes 
les principales villes italiennes des pays qui marchent à la tète de la 
civilisation, de Londres et de Paris, ces foyers ardents de lumières, 
on sera force de convenir que, loin d'évaluer trop haut les effets du 
chemin de fer des Alpes, nous avons été inhabiles à calculer son in- 
fluence sur l'avenir industriel et politique de l'Italie. 

Cette ligne fera de Turin une ville européenne, placée au pied des 
Alpes, a la limite extrème des plaines de l'Italie; elle sera le point 
d'union du nord et du midi, le lieu où les peuples de race germanique 
et ceux de race latine viendront faire un échange de produits et de 
lumières, échange dont profitera surtout la nation piémontaise, qui 
participe déjà aux qualités des deux races. Admirable perspective ! 
magnifique destinée que Turin devra à la politique éclairée des rois 
auxquels elle sert depuis les siècles de fidèle capitale! 



Dopo le strade ferrate sarde, l'autore prende in esame le strade 
ferrate del Lombardo-Veneto. Negli apprezzamenti che egli reca 
sull'atteggiamento del governo austriaco, « dans cette occasion, » 
abbiamo una buona testimonianza della sua mente superiore, usa 



— 54 — 
a giudicare delle cose non secondo i desideri e le inclinazioni 
dell'animo, ma secondo i dettami della giustizia e della verità. 
Per difendere la causa del governo austrìaco in Italia, anche alTin- 
faori della politica, e in un solo caso, ci voleva coraggio non poco, 
nel 1846, in chi, al pari del conte di Cavour, metteva un'impor- 
tanza somma nell'avere favorevole l'opinione pubblica nazionale. 

Les États lombardo-vénitiens ont été les premiere pìys de l'Italie 
où il ait été sérieusement question de chemins de fer. Dès 1838, une 
compagnie a entrepris, à ses risques et périls, la petite ligne de Milan 
à Monza, ouverte au public depuis six années. Une autre société sol- 
licita et obtint du gouvemement autriohien la concession de la ligne 
de Milan à Venise. L'exécution de ce beau projet rencontra, dès les 
débuts, dea difficultés qui en arrétérent longtemps la marche. Les ri- 
valités municipales, les jalousies de province à province, eette plaie 
invétérée, eause première de» mislres de l'Italie, empéchèrent pendant 
plusieurs années qu'on ne tombàt d'accord sur le trace à suivre, et 
furent sur le point d'amener la dissolution de la compagnie. Ces pre- 
miere obstacles surmontés, on auiait pu s'attendre à ce que les tra- 
vaux fussent poussés avec vigueur. Loin de là, l'apathie déplorable, 
que l'on peut mème qualifier de coupable, dea capitalistes milanais et 
la m^fiance des actionnaires étrangers furent cause que l'entreprise 
languìt, et que déjà on commencait à désespérer de la réussite, lorsque 
Vintervention puissante et généreuse du gouvemement autrichien vini 
la sauver d'une eatastrophe inévitàble. Dans cette occasion, on doit 
reconnaitre que le cabinet de Vienne 8' est montré anime envers ses 
sujets italiens de sentiments aussi éclairés que bienveillants. C'est à 
lui qu'on doit d'avoir vu succèder, dans l'exécution de cette route, 
l'activité et l'energie aux hésitations et aux retards. 

Da queste lodi al governo austriaco Camillo Cavour piglia animo 
per eccitarlo a riempiere la « faible lacune, » della quale egli 
parlò più innanzi, trattando delle strade ferrate sarde. 

La ligne lombardo-vénitienne ne sera point complète, tant qn'elle ne 
se rattachera pas aux lignes sardes pour former avec elles la grande 
artère de la vallèe du Pò. La lacune que nous avons déjà signalée en 
parlant des chemins piémontais sera bientòt comblée. La force des 
choses triomphera aisément de quelques mesquines jalousies politiques 
et eommereiales ; Milan a plus d'intérét à cette ligne que Gènes et 
Turin, car c'est par ces villes que doivent passer les principaux pro- 
duits de la Lombardie, c'est-à-cfire les fromages et les soies, pour ar- 
river aux marchés de consommation placés sur les bords de la Medi- 
terranée ou au delà des Alpes, en France et en Angleterre. 

Giudicando da quest'altezza di vedute, Camillo Cavour non esita 
a far voti che sia eseguita altresì la linea da Trieste a Vienna, 



— 55 — 
sebbene destinata a collegare la Germania colTItalia, e osteggiata 
in quel tempo dai più ardenti patrioti italiani, per fini economici 
egualmente che per fini politici. Con una precisione straordinaria, 
come se l'avvenire non avesse segreti per lui, egli preannunzia 
quel giorno in coi, alle relazioni, stabilite dalla conquista, fra 
UnteUigente Italia e la grave e profonda Germania, sottentre- 
ranno relazioni amichevoli e da pari a pari. 

Cette ronte qui ne présente presque pas de difficultés, est d'un in- 
térèt trop grand relativement à l'Autriche, ponr que nons croyons qne 
l'exécution en soit longtemps retardée. 

De tous les chemins de fer dont nous avons parie jusqu'ici, celui-ci 
est peut-ètre le seni dont l'utilité pour VItalie pnisse étre contestée. 
En effet, s'il présente des avantages évidents sous le point de vue 
économique en favorisant l'exportation en Allemagne des prodnits abon- 
dants du sol italien, il augmente en meme temps les moyens d'in- 
ftuence de la Maison dAutriche sur VItalie entière, et facilite l'ac- 
tion de ses forces par la maintenir sous sa dépendance, Cette objec- 
tion est spécieuse, mais elle n'est pas fondée. 

Si Vavenir riserve à VItalie des destinées plus heureuses, si cette 
Ielle contrée, ainsi qu'il est permis de Vespérer, est destinée à recon* 
quérir un jour sa nationalité, ce ne peut étre que par suite d'un re- 
maniement européen, ou par l' effet d'une de ces grandes commotions, de 
ces événements en quelque sorte providentiels sur lesquels la facilitò 
de faire mouvoir plus ou moins vite quelques régiments que procure- 
raient les chemins de fer, ne saurait exercer aucune influence. Le temps 
des conspirations est passe : V emancipatici des peuples ne peut etre 
l'ejfet, ni d'un complot, ni d'une surprise, elle est devenue la consé- 
quence nécessaire du progrès de la civilisation chrétienne, du déve- 
loppement des lumilres. Les forces matérielles dont disposent les gou- 
vernements seront impuissantes à maintenir sous le joug les nations 
conquises, lorsque l'heure de leur délivrance aura sonné; elles céde- 
ront devant l'action des forces morales qui grandissent chaque jour, 
et qui doivent tòt ou tard opérer en Europe, avec l'aide de la Provi- 
dence, une commotion politique, dont la Pologne et l'Italie sont appe- 
lées à profiter plus que tout autre pays. 

Le chemin qui rapprochera de quelques heures Vienne de Milan ne 
saurait empècher de si grands événements. 

Cela étant, le chemin de Vienne à Trieste est un de ceux dont l'exé- 
cntion est le plus à désirer; car, si dès a présent il est avantageux 
a l'agriculture italienne en lui assurant de nombreux débouchés, dans 
Vavenir, lorsque les relations que la conquete a étaòlies auront fait 
place à des rapports d'égalité et d'amitié, il rendra d'immenses Ser- 
vices au pays, en facilitant les rapports intellectuels et moraux que, 
plus que personne, nous souhaitons de voir étàblir entre la grave 
et profonde Allemagne et l'intelligente Italie, 

Non meno importanti delle surriferite sono le avvertenze dell'au- 
tore sulle linee ferroviarie degli altri Stati in che era allora divisa 



— 56 — 
la Penisola; ci restringeremo a riprodurre i passi risguardanti 
gli Stati romani e la presente capitale d'Italia. Anche qui l'autore 
apre l'animo alla speranza, ma questa, si vedrà, non apparisce 
cosi ferma e sicura — notisi che viveva ancora Gregorio XVI ! — 
come quella da lui riposta nella caduta delle barriere fra l'Itali* 
e la Germania. 

La Toscane, ainsi qu'on vient de le voir, est la contrée de l'Itale 
où l'exécution dea chemins de fer est la plus avancée. La région vol- 
gine, ou FÉtat-Pontifical, est dans une position diamétralement opposée. 
Là rien n'a été fait; et, à l'exception de la ligne de Bologne à An- 
cóne, si énergiquement sollicitée par la Ro magne, on ne songe gière 
à rien faire.* 

Un tei fait est triste, cependant il ne fant pas s'exagérer la partée 
de la malheureuse antipathie que les chemins de fer inspirent au gou- 
vernement romain. Les faits triomphent toujours des opinions erro- 
nées. Les résultats d'une seule grande ligne suffiront, nous en sommes 
convaincns, pour modifier les opinions de bon nombre de prélats ro- 
mains. Six mois aprés que le chemin de Livourne à Florence sera li- 
vré au public, la majorité du Sacré-Collége changera d'avis; il est 
mème permis d'espérer que la cause des chemins de fer à Rome sera 
gagnée plus tòt. Nous avons assistè à des transformations si rapides 
en ce genre, nous avons vu disparaitre avec facilité tant de préjugés 
et d'antipathies qui paraissaient invincibles, qu'il nous parait probable 
que le gouvernement pontificai ne sera plus longtemps le seul en Eu- 
rope à empècher ses peuples de participer à la jouissance d'un des 
plus grande bienfaits de la Providence. 

Lorsque les sentiments actuels de la Cour romainé se seront modifiés, 
Rome ne tarderà pas à devenir le centre d'un vaste réseau de chemins 
de fer qui relieront cette auguste cité avec les mers Mediterranée et 
Àdriatique, ainsi qu'avec la Toscane et le royaume de Naples. Ce sys- 
tème, dont l'exécution offre, il est vrai, quelques difficnltés matérielles 
qui ne sont pas toutefois au dessus des efforts de l'industrie moderne, 
assure à Rome une position magnifique. Centre de l'Italie, et en quelque 
sorte des contrées qui entourent la Mediterranée, la puissance d'at- 
traction, déjà si considérable, recevra une prodigieuse extension. Située 
sur la route de l'Orient à l'Occident, les peuples de tous les pays 
accourront en fonie dans ses murs pour y saluer l' ancienne maitresse 
du monde, la métropole moderne de la Chrétienté, qui malgré les vi- 
cissitudes sans nombre auxquelles elle a été snjette, est encore la 
ville la plus riche en précieux souvenirs et en magnifiques espérances. 

Nella seconda parte, il conte di Cavour si allarga sui vantaggi 
materiali che produrranno le strade ferrate nella Penisola; e non 
abbiamo mestieri di aggiungere con quale profonda conoscenza 
delle nostre condizioni agricole, industriali e commerciali, e con 
quale vastità di dottrina economica egli tratti tale argomento. 



— 57 — 

Nella sua mente, però, gli effetti materiali, per quanto grandi, 
saranno di gran lunga inferiori a quelli morali ; e qui ai rivela 
nettamente il fine principale, per non dir unico, che spinse l'autore 
a pubblicare codesto nuovo scritto: di muovere, cioè, una corrente 
d'opinione favorevole al compimento del programma nazionale, 
bandito dall'illustre suo compaesano ed amico, Cesare Balbo, nelle 
Speranze d'Italia (Parigi, 1844). 

Camillo Cavour, come la massima parte degli Italiani, aveva 
ammirato le calde e magniloquenti pagine del Primato (Bruxel- 
les, 1843); ma per la qualità del suo ingegno singolarmente 
pratico e positivo non era rimasto guari convinto della bontà dei 
modi suggeriti da Vincenzo Gioberti * per migliorare e riordinare 
l'Italia, * fondati sul concetto principalissimo che « ogni disegno 
di risorgimento fosse nullo se non avesse per base la pietra an- 
golare del Pontificato. » Accostassi in quella vece all'idea del 
Balbo, che « prima di mirare a primati si dovesse arrivare a 
parità, e la prima delle parità colle nazioni indipendenti è l'indipen- 
denza. » Sol che laddove Cesare Balbo, per ragioni di opportunità, 
aveva dichiarato che il suo libro mirava a « un solo scopo, 
l'indipendenza » — porro unum necessarium — Camillo Cavour 
senza riguardi di sorta confessa in questo scritto che egli invoca 
con tutti i suoi voti come bene supremo la conquista dell'indi- 
pendenza italiana, perchè senza di essa non si potrebbe sperare 
alcun miglioramento effettivo e durevole nella condizione po- 
litica della Penisola; e, quasi si trattasse di un teorema di ma- 
tematica, si accinge a darne la dimostrazione rigorosa. £ lo & 
invero, come si leggerà più sotto, con una dialettica e perspicuità 
mirabili. 

Mais quelque grands que soient les bienfaits matériels quo les 

chemins de fer sont destinés à répandre sur l'Italie, nous n'hésitons 
pas à dire qu'ils resteront bien au dessous des effets moraux qu'ils 
doivent produrre. 

Quelques courtes considérations sufftront pour justifier cette asser- 
tion aux yeux de ceux dont les opinions sur notre patrie ne reposent 
pas sur des bases erronées. 

Les malheurs de l'Italie sont de vieille date. Nous ne chercherons 
pas à relever dans l'histoire leurs sources nombreuses. Un tei travail, 
déplacé ici, serait d'ailleurs au dessus de nos forces. Mais nous croyons 
pouvoir établir cornine ohose certame que la cause première doit en 



— 58 — 

ètre attribuée a l'influence politique que les étrangers ezercent depuis 
dea siòcles panni nous, et qne les principaux obstacles qui s'opposent 
& ce qne nous nona affiranchiaaions de cette funeste influence, ce sont, 
d'abord, les divisions intestines, les rivalités, je dirai presque les an- 
tipathies qui animent les nnes contro les autres les différentes frac- 
tions de la grande famille italienne, et ensuite, la méfiance qui existe 
entro les pnnces nationaux et la parile la plus énergique de la popu- 
lation. Cette portion est évidemment celle qu'un désir souvent immo- 
déré du progrès, un sentiment plus vif de nationalité, un amour plus 
ardent de la patrie, rendent l'auxiliaire indispensable sinon le princi- 
pal instrument, de tonte tentativo d'émancipation. . . 

Si l'action des chemins de fer doit diminuer ces obstacles, et peut- 
étre méme les faire disparaitre, il en découle naturellement cette con- 
séquence que ce sera une des circonstances qui doit le plus favoriser 
l'esprit de nationalité italienne. Un système de Communications qui 
proyoquera un mouvement incessant de personnes en tout sena, et qui 
mettra forcément en contact des populations demeurées jusqu'ici étran- 
gères les unes aux autres, devra puissamment contribuer à detrarre 
les mesquines passiona municipales, fiUes de l'ignorance et des préjugés, 
qui déjà sont minées par les efforts de tous les bommes éclairés de 
l'Italie. Cette induction est tellement evidente que personne ne son- 
derà à la contester. 

Cette première conséquence morale de l'établissement des chemins 
de fer dans la Péninsule italienne est si grande à nos yeux, qu'elle 
suffirait à justifier l'enthousiasme qu'ila excitent cbez tous les véritables 
amis de l'Italie. 

Le second effet moral que nous en attendons, quoiqu'il aoit moina 
facile d'en saisir au premier abord tonte la portée, a plus d'importance 
encore. 

L'organisation que l'Italie a recue à l'epoque du Congrès de Vienne 
fut ausai arbitraire que défectueuse. Ne s'appuyant sur aucun principe, 
pas plus sur celui de la légitimité viole à l'égard de Génes et de Ve- 
nise, que sur celui des intérèts nationaux ou de la volonté populaire ; 
ne tenant compte ni des circonstances géographiques, ni des intérèts 
généraux ni des intérèts particuliers que vingt années de revolution 
avaient créés, cette auguste assemblée, agissant uniquement en vertu 
du plus fort, eleva un édifìce politique dépourvu de tonte base morale. 

Un tei acte devait produire des fruits amers. Aussi, malgré la con- 
duite paternelle de plusieurs de nos princes nationaux, le méconten- 
tement provoqué par le nouvel état de choses grossit rapidement pen- 
dant les années qui suivirent la Keatauration, et un orage se forma 
pour éclater bientót. Les esprits ardents, les fauteurs de nouveautés 
exploitant les passions belliqueuses dont l'Empire avait favorisé le dé- 
veloppement, et trouvant un appui dans les sentimenta généreux frois- 
sés par les décrets du Congrès de Vienne parvinrent à opérer les tris- 
tea mouvements de 1820 et 1821. 

Ces tentatives révolutionnaires, quoique facilment réprimées, parce 
que les classes supérieures se trouvèrent divisées et que les masses 
n'y prirent qu'une faible part, n'en eureut pas moina pour l'Italie des 
conséquences déplorables. Sans rendre tyranniques les gouvernements 
du pays, ces essais désastreux excitèrent en eux une forte défiance 
contre toutes les idées de nationalité, et arrètèrent le développement 



— 59 — 

des tendances progressives qui leur sont naturelles, et dont on avait 
déjà pu apercevoir des signes manifestes. L'Italie affaiblie, découragée, 
profondément divisée, ne put désormais songer de longtemps & tenter 
aucnn effort pour améliorer son sort. 

Le temps commencait a effacer les traces funestes des événements 
de 1821, lorsque la revolution de juillet vint remuer jusque dans ses 
fondements l'édifice social européen. Le contrecoup de ce grand mou- 
vement popnlaire fnt considérable en Italie. Le retentissement de la 
victoire remportée par le penple sur un gouvernement coupable, mais 
régulier, excita au plus haut degré les passions dómocratiques, sinon 
dans les masses, du inoins dans les esprits entreprenants qui aspirent 
à les dominer. Les chances d'une guerre de principes enveloppant 
l'Europe entière vinrent réveiller toutes les espérances de ceni qui 
révaient l'émancipation complète de la Péninsule à l'aide d'une revo- 
lution sociale. Les mouvements qui s'organisèrent apròs 1830, & l'ex- 
ception de ce qui a eu lieu dans une province qui, sous le rapport 
administratif, se trouve dans des conditions particuliéres, furent com- 
primés aisément avant méme qu'ils eussent éclaté. Il devait en étre 
ainsi; car ces mouvements, s'appuyant uniquement sur des idées ré- 
publicaines et des passions démagogiques, ne pouvaient avoir de portée 
sérieuse. En Italie, une revolution démocratique n'a pas de chances 
de succès. Pour s'en convaincre, il suffit d'analyser les éléments, dont 
se compose le parti favorable aux mouvements politiques. Ce parti ne 
rencontrera pas de grandes sympathies dans les masses qui, a l'excep- 
tion de quelques rares populations urbaines, sont en general fort atta- 
chés aux vieilles institutions des pays. La force réside presque exclu- 
sivement dans la classe moyenne et dans une partie de la classe su- 
périeure. Or, l'ime et l'autre ont des intéréts très- conservatemi & 
défendre. La propriété, gr3.ce au eie], n'est en Italie le privilége exclusif 
d'aucune classe. Là méme où il existe les débris d'une noblesse féo- 
dale, celle-ci partage avec le tiers-état la propriété territoriale. 

Sur des classes aussi fortement intéréssées au maintien de l'ordre 
social, les doctrìnes subversives de la Jeune Italie ont peu de prise. 
Aussi, à l'exception des jeune s esprits, chez qui l'expérience n'a pas 
encore modifié les doctrìnes puisées dans l'atmosphère excitante des 
écoles, on peut affirmer qu'il n'existe en Italie qu'un très petit nombre 
de personnes sérieusement disposées a mettre en pratique les principes 
exaltés d'une secte aigrie par le malheur. Si l'ordre social était véri- 
tablement menacé, si les grands principes sur lesquels il repose cour- 
raient un danger réel, on verrait, nous en sommes persuadés, bon 
nombre de frondeurs les plus déterminés, de républicains les plus ou- 
trés, se présenter des premiers dans les rangs du parti conservateti. 

Les agitations révolutionnaires, suite des événements de 1830, eurent 
des conséquences aussi funestes que les insurrections militaires de 1820 
et 1821. Les gouvernements, attaqués avec passion, ne songèrent plus 
qu'à se défendre; mettant de coté tonte idée de progrès et d'émanci- 
pation italienne, ìls se montrèrent exclusivement préoccupés à détourner 
les dangers dont ils étaient menacés, et qui étaient grossis à leurs 
yeux d'une manière perfide par les efforts du parti retrograde. Sam 
vouloir justifier toutes les mesures répressives, dont ils firent usage 
dans ces tristes circonstances, nous croyons qu'on ne saurait leur re- 
procher avec justice les sentiments qu'ils manifestèrent. Car, pour les 



— 60 — 

gouvernements ausai bien qua pour les individua, il existe un dro 
suprème de propre conaervation, dont le moralista le plus rigouret 
ne saurait préciser les limites sana s'exposer & tomber daus de gre 
sières contradictions, ou & aboutir & des eonséquences absardes, coi 
traires aux plus simples notìons du bou sena. 

Gràce au ciel, les passiona orageuses que la revolution de juilL 
avait suscitées, se aont calmées, et leurs traces se sont & peu pn 
effacéea. Les ohosea ayant repris en Italie leur cours naturel, la coi 
fianco ébraulée chez les princes nationaux s'est peu a peu rétablie 
déjà les peuples ressentent les efforts salutaires de eet heureux cbai 
gement, et tout prouve que nous marchons vers un meilleur svenir. 

Cet avenir, que nous appelons de tous nos vcsux, e 1 est la conqueì 
de Vindépendance italienne, bien suprème que l'Italie ne saurait a\ 
teindre que par la réunion des efforts de tous ses enfants, bien san 

LEQUEL ELLE NE PEUT ESPÉRER AUOUNB AMBLIOBATION RÉELLE BT BC 
BABLS DAMS SA CONDITION POLITIQUB, NI MABOHEB D'UN PAS ASSUB1 

dans la cassiere du progrès. Ce que nous venous d'avancer ei 
unissant notre faible voix à la voix eloquente de notre ami M. de Balbo 
n'est point un rève, résultat d'un aentiment irréfléehi ou d'une démons 
tration rigoureuse. 

L'hiatoire de tous les temps prouve qu'aucun peuple ne peut atteindn 
un haut degré d'intelligence et de moralità sana que le aentiment de 
sa nationalité ne se soit fortement développé. Ce fait remarquable es1 
une oonséquence nécessaire des loia qui régissent la nature humaine. 
En effet, la vie intellectuelle des masses roule dans un cercle d'idéea 
fort restreint Panni celles qu'elles peuvent acquérir, les plus nobles 
et les plus élevées sont certainement, apròs les idées religieuses, les 
idées de patrie et de nationalité. Si maintenant les circonstances poli- 
tiques du pays empéchent ces idées de se manifester en leur donnant 
une direction funeste, les masses demeureront plongées dans un état 
d'infériorité déplorable. Mais ce n'est pas tout: chez un peuple qui ne 
peut étre fier de sa nationalité, le aentiment de la dignité personneUe 
n'existera que par exception chez quelques individua privilégiés. Les 
classes nombreuses qui occupent les positions les plus humbles de la 
sphère sociale ont besoin de se sentir grandes au point de vue natio- 
nal pour acquérir la conscience de leur propre dignité. Or, cette con- 
science, nous n'hésitons pas à le dire, dussions-nous choquer quelque 
publiciste trop rigide, constitue pour les peuples ausai bien que pour 
les individua un élément easentiel de moralité. 

Ainsi donc, si nous désirons avec tant d'ardeur l'émancipation de 
l'Italie, si nous déclarons que, devant cette grande question, toutes les 
questiona qui pourraient nous diviser doivent s'effacer et tous les in- 
téréts particuliers se taire, c'est non seulement afin de voir notre pa- 
trie glorieuse et puissante, mais surtout pour qu'elle puisse s'élever 
dans l'échelle de l'intelligence et du développement moral jusqu'an 
niveau des nations les plus civilisées. 

À moins d'un bouleversement européen dont les eonséquences dés&s- 
treuses sont de nature à faire recider les plus hardis, mais qui, grace 
au ciel, devient chaque jour moins probable, il nous parait évident 
que la précieuse conquete de notre nationalité ne peut étre opérée 
que moyennant Vaction combinée de toutes les forees vives du pays, 
c'est à dire par les princes nationaux franchement appuyés par tou$ 



— 61 — 

Ics partis. L'histoire des trente dernières années, ausai bien que l'ana- 
i Ijse des éléments dont se compose la société italienne démontrent & 
| l'évidence combien peu de portée des révolutions militaires ou démo- 
cratiques peuvent avoir chez nona. Laissant dono de coté ces moyens 
impuissants et usés, les amia sìnoères da pays doivent reconnaìtre qu'ila 
ne peuvent coopérer au bien véritable de leur patrie qu'en se groupant 
autour des trones qui ont des raeines profondes dans le sol national et 
en secondarti sans impatience les dispositions progressive* que mar 
nifestent les gowernements italiens. Cette condrite, conforme aux 
sages conseils qne leur adresse un homme dont le patriotisme et les 
tamières ne sanraient ètre révoqués en doute, M. de Balbo, dans son 
livre si remarquable Des espéranees de ritolte, ramdnera l'union qu'il 
est si nécessaire de voir établir entre les differente membres de la 
famille italienne, afin de mettre le pays à mime de profiter, pour 
Sfranchir de tonte domination étrangère, des circonstances politiques 
favorables que l'avenir doit amener. 

Cette union qne nous preohons avec tant d'ardeur, n'est pas si dif- 
ficile à obtenir qu'on pourrait le snpposer en jngeant la société d'après 
les apparenees extérieures, ou en se laissant préoccnper par le souvenir 
de nos tristes divisione. Le sentiment de la nationalité est devenu ge- 
neral, chaque jonr il augmente, et déjà il est asses fort pour main- 
tenir réunis, malgré les différences qui les distingnent, tous les partis 
en Italie. Il n'est plus le partage exolusif ni d'une secte, ni des 
hommes professant des doctrines exaltées. Àussi sommes-nous persnadés 
qne l'appel éloquent que M. de Balbo a adressé naguére à tous les 
Italiens aura fait vibrer plus d'une poitrine reeouverte des insignes 
des premières dignités de l'État, et qu'il aura éveillé plus d'un écho 
farmi eeux (1) qui, fidèles aux traditions de leurs ancetres, font 
<Zu principe de la légitimité la base de leurs croyances politiques. 

Toutes les classes de la société peuvent, dans une certaine mesure, 
coopérer à cette oeuvre importante. Tout ce qui a quelque instruction 
tt quelqne innuence en Italie, a, dans ce but, une mission parcelle & 
remplir, depuis les écrivains distingués qui, ainsi que M. de Balbo et 
le comte Petitti, consacrent leurs efforts a instruire et à éclairer leurs 
concitoyens, jusqu'aux humbles individus qui, dans le cercle étroit, où 
iÌ8 se meuvent, peuvent élever l'intelligence et le caractère moral de 
eeux qui les entourent. 

Tous les efforts individuels, il est vrai, resteraient stériles, sana le 
conconrs des gouvernements nationaux. Mais ce concours ne nous fera 
pas défout. Les méfiancea que 1830 avait suscitées, longtemps entre- 
tenues par un parti faible de nombre, mais puissant par l'intrigue, sont 
presque entièrement dissipées. Nos souverains, rassurés, suivent leurs 
tmdances naturelles, et chaque jour nous les voyons àonner de nou~ 
velles preuves de leurs dispositions paternelles et progressives (2). 



(1) Ceux, evidentemente, invece di celui. 

(2) Era fresco il ricordo delle lodi date dal Gioberti nel Primato ai principi che 
governavano in Italia. Camillo Cavour pensò di non contraddire, in questo, alla 
politica dell'abate, già divenuto illustre, avendo probabilmente l'occhio anch'egli 
all'avvertenza del Tasso, che « le lodi sono quasi consigli ed avvertimenti del me- 
ritarle, e fanno vergognare della propria imperfezione colui che non se ne conosce 
degno. » 



— 62 — 

Il nou8 suffira de citer & cet égard ce qui se passe en Piémom 
Le développement donne a l'ìnstruction primaire, l'établissement d 
plusieurs chaìres consacrées à l'enseignement des sciences moraies e 
politìqueB (1), les encouragements accordés à l'esprit d'association a] 
pliqué aux arte aussi bien qu'à l'industrie, et plusieurs autres mesurei 
sana parler des chemins de fer, attestent suffisammemt que Villustr 
monarque qui rlgne avec tant d'éclat sur et royaume, est décide \ 
maintenir etite politique glorieuse qui, dans le passe, a fait de s\ 
famille la prtmière dynastit italiennt, et qui doit dans l'avene 

L'ÉLEVER ENCORE A DE PLUS HAUTES DE8TINEES. 

Mais, plus que tonte antre réforme administrative, autant peut-etr 
que de larges concessione politiques, l'exécution des chemins de fé 
contribuera à consolider cet état de confìance mutuelle entre les goa 
yernements et les peuples, base de nos espérances à venir. Les gou 
yernements, en dotant les nations dont les destinées leur sont confiéei 
de ces puissants instrumenjts de progrès, témoignent hautement dei 
dispositions bienveillantes qui les animent et de la sécurité qu'ils res< 
sentent De leur coté, les peuples, reconnaissants pour un si grand 
bienfait, seront portés à cqncevoir, à l'égard de leurs souverains, une 
foi entière, et dociles, mais* pleins d'ardeur, ils se laissent guider pai 
eux à la conquète de l'indépendance nationale. 

Si les raisonnements qui précèdent ont quelque fondement, on ne 
saurait contester que nous avions raison de piacer l'action morale des 
chemins de fer en Italie au dessus de leur action matérielle, et de 
célébrer leur introduction panni nous comme It présage d'un meilleur 
avenir. C'est pourquoi, empruntant le langage énergique de M. de 
Balbo, nous aimons à les signaler comme une des principalts espé- 
rances de notre patrie. 

Racconta Francesco Predari nei suoi Primi vagiti della libertà 
italiana in Piemonte, che appena giunse in Torino (clandestina- 
mente, s'intende) il fascicolo della Bevue Nouvelle, che conteneva 
l'articolo del conte di Cavour, fu chi seppe di nascosto farlo ca- 
pitare in mano del Re. La soddisfazione che questi provò nel ve- 
dersi additato come il campione dell'indipendenza italiana non 
andò disgiunta dal timore che il linguaggio così esplicito e ardito 
di un suo suddito, vivente in patria, porgesse appiglio al governo 
austriaco di energiche lagnanze ; e già egli aveva commesso al suo 



(1) In principio del 1846, Cesare Alfieri reggendo il magistrato della riforma, 
erano stati riordinati gli stadi di legge nell'Università di Torino, coll'aggionta 
dì nuovi insegnamenti, e s'erano create le cattedre di Economia politica e di Storia 
moderna. Alla prima fa nominato Antonio Scialoia, alla seconda Ercole Ricotti. 
L'istituzione di quest'ultima incontrò particolari difficolta nel Re ; ma furono vinte 
modificandosi pel primo anno il titolo dell'insegnamento in quello di Storia mili- 
tare d'Italia. — Ercole Bicotti, Della vita e degli scritti di Cesare Ball» 
(Firenze, 1866, Le Monnier). 



— 63 — 
confidente segretario, cav. Canna, di consigliare indirettamente lo 
scrittore dell'articolo ad allontanarsi per breve tratto di tempo 
dal Piemonte, quando mutò pensiero, forse perchè deliberato ora- 
mai a non più infingersi in presenza del contegno sempre più 
provocatore dell'Austria nella controversia sorta poco innanzi per 
l'aumento del dazio di entrata sui vini degli Stati Sardi in Lom- 
bardia (1). Di questa sua considerazione di animo si risente una 
lettera scritta colla data 25 luglio al ministro Yillamarina: 

« Quant à moi, malgré le petit, fort petit parti autrichien, 

ou retrograde, je suis bien résolu à avancer dans le progrès, dans 
tout ce qui peut tendre au bonheur du peuple, et à développer 

notre esprit national An reste, si on-voulait éliminer de notre 

pays l'esprit anti-autrichien, il faudrait commencer par m'expulser 
moi-mème. v J 

Come in quasi tutti gli anni precedenti, così anche nel 1846, 
Camillo Cavour andò a passare alcune settimane a Ginevra e a 
Presinge per prendervi i suoi a bagni di libertà. » Sebbene oc- 
cupato in gravi studi e in serie imprese, egli era pur sempre il 
più ameno e gioviale dei buontemponi, « bon luron, tapageur, 
toujours en train de s'amuser, diseur de fariboles, » come ne'suoi 
primi anni, e come ce lo rivelano, fra le altre, le lettere alla zia 
Paolina de Boussy e alla cugina Maria de Chanaz (Lettere XXVI- 
XXVJLL). Tocca forse il soggiorno fatto a Ginevra nel 1846 l'aned- 
doto che segue, 'riferito dal signor William de La Eive: 

Un jour, madame Marcet, qui aimait et admirait Cannile de Cavour, 
et qui n' aimait ni admirait les gens à demi, interpellant brusquement 
le marquis Alfieri: « Pourquoi donc, lui dit-elle, ne faites-vous pas en- 
trer M. de Cavour dans votre gouvemement? » Cette question fit sourire. 
Au reste, madame Marcet, voyant le monde à travers les idées an- 
glaises, lesquelles sont, comme on sait, volontiers exclusives, ne con- 
naissant le regime piémontais que par des représentants de ce regime 
tela que le marquis Alfieri, pouvait facilement s'y tromper et se figurer 
qu'elle s'adressait à un membre influent de quelque cabinet constitu- 
tìonnel. Mais, sous Charles-Albert, en plein absolutisme, parler du gou- 
Ternement de M. Alfieri, c'était employer un langage qui n'eùt pas 



(1) Questo provvedimento, reso pubblico nella Gazzetta di Milano del 20 aprile, 
aveva provocato una nota energica del governo sardo nella Gazzetta Piemontese 
del 2 maggio. 



— 64 — 

méme été compita à Turin et témoigner d'une illusion que la propo 
sition relative à M. de Cavour rendait plus prodigieuse encore. C< 
H'est pas, je croia, qne l'expression de cette illnsion n'ait flatté celni 
qui en était l'objet principal et a qui elle fut rapportée; bien dea an 
nées plus tard, U me rappela le propos de madame Marcet; mais, ai] 
moment où ce propos fut temi, M. de Cavour était regardé, pour me 
servir d'un terme consacré, comme si irrévocablement impossible, qne 
la narve et chalenreuse demando de sa vieille amie fnt, ainsi qne je 
l'ai dit, aconeillie par un sonrire general. Qnant a moi, qui ne com- 
prenais nnllement le sens de ce sourire, je me souviens qne mon hi- 
larité n'en fut pas moins grande, tant l'idée de Camillo Cavour faisant 
partie d'un gonvernement qnelconqne me semblait la plus bizarre des 
conceptions, tant je trouvais étrange qne quelqu'un eùt, pour un seni 
instant, l'incroyable pensée de transformer en nn personnage impor- 
tante affaire, surtont sérieux, en nn ministre, celni qui m'apparaissait 
comme le type accompli de l'insonciance henrense et des graces légères 
de l'esprit. 

Nella seconda metà del volgente anno — memorabile per l'e- 
lezione di Pio IX — alcuni indizi fecero sperare che fosse pros- 
simo il u migliore avvenire » auspicato dal conte di Cavour nel 
recente scritto sulle strade ferrate. Si notò, a cagion d'esempio, 
che malgrado il divieto governativo, le Speranze d'Italia del Balbo 
e i Casi di Romagna dell'Azeglio « si diffondevano sotto gli au- 
spizi di coloro cui toccava vegliare per impedirlo ; » si notò che 
nell'annuo congresso dell'Associazione Agraria tenuto in Mortara 
u per la prima volta, oltre i sodi, vi convennero vari pretesi 
amatori di Georgica d'altre parti d'Italia, tutti iniziati ai disegni 
delle sètte; » si permise che al Congresso degli scienziati a Ge- 
nova assistesse nientemeno che il principe Carlo Luciano di Canino, 
e al conte Terenzio Mamiani fu concessa la facoltà di trasferirsi 
da Parigi in Piemonte. Gran parte di queste ed altre consimili 
« esorbitanze, » ricordate con ineffàbile rammarico dal conte Solaro 
nel suo Memorandum, sono da lui per qualche verso imputate al 
nuovo Papa. « Nell'istesso di (così egli scrive) che ricevei la no- 
tizia del transito a miglior vita dell'immortale Gregorio, dissi: 
dal suo successore dipendono le sorti di questo paese : guai se per 
poco Carlo Alberto trova incoraggiamento in nn nuovo Papa alle 
sue idee, non sarà più in mio potere trattenerlo » (1). 



(1) Memorandum storico-politico, pag. 868. 



— 65 — 

[1847] — Nel mese di marzo Camillo Cavour dettò un altro 
importante scritto: Dell'influenza chela nuova politica commer- 
ciale inglese deve esercitare sul mondo economico e sull'Italia in 
particolare ; e lo fece pubblicare nell'Antologia italiana (fasci- 
colo 9°, 31 marzo 1847), che pochi mesi innanzi era stata fondata 
in Torino a cura del Preclari, colla cooperazione di Cesare Balbo 
e di altri ragguardevoli scrittori italiani (1). Nello scritto stam- 
pato a Ginevra nel 1845 (De la question relative à la ligi station 
anglaise sur le commerce des céréales), il Cavour, come i lettori 
rammenteranno, aveva affermato che la futura libertà commerciale 
«iella Gran Bretagna avrebbe necessariamente prodotto i suoi ef- 
fetti in tutti i paesi civili. Nel nuovo scrìtto egli si propone di 



(1) La seguente narrazione del Predar! illustra assai bene le condizioni e gli 
nomini di quel tempo: 

u Già da quasi due mesi io stava impazientissimo attendendo il decreto d'auto- 
rizzazione per la stampa dell'Antologia : il cav. Promis (censore e bibliotecario del 
Re) me lo dava affar deliberato e compito ; al ministero degli interni io arerà le 
stesse assicurazioni, ma nel dicastero del guardasigilli da cui, come autorità suprema 
della stampa e della censura, mi doveva essere firmato il decreto, nulla sapevasi 
di tutto ciò. Alla perfine un giorno, di buon mattino, sono chiamato dal conte 
Petitti : — « Caro Predari, le armi de* suoi e de' nostri comuni avversari sono molte 
e molto velenose ; il buon conte Lazzari ò in croce perche da informazioni mandate al 
suo dicastero di polizia gli ò impedito rilasciare il nulla osta necessario per avere la 
patente di direttore dell'Antologia italiana; e poiché siffatte informazioni le sa 
provenienti dalle più alte e potenti sfere della reazione, insidiosa sempre anche 
contro di lui per coglierlo in fallo, bisogna ch'ella aiuti il conte a convincerle di 
menzogna e di calunnia. Vada da Lazzari e secolui conferisca sul da farsi. » — 
Fui da Lazzari, che per la prima volta allora conobbi. Con un cipiglio burbero e 
quasi sdegnoso: — u Che vuole ella? — Vengo mandato dal conte Petitti per al- 
cuni schiarimenti che credo abbia ella domandato da me. — Chi è lei ? — Come 
le fui annunziato dalla sua anticamera, mi chiamo Francesco Predari. — Che cosa 
ha a dirmi ? Si spicci. — Sull'altro, se non quanto ella sarà per domandarmi. — 
Ella fu cacciato dalla biblioteca di Brera, o almeno licenziato. — Non fui né cac- 
ciato né licenziato ; domandai io stesso al governo il mio congedo, e l'ottenni in 
forme si onorifiche e lusinghiere, che certamente non lasciano luogo a sospettare 
che io abbia potuto essere, come ella dice, cacciato. — L'avranno invitato a do- 
mandare le sue dimissioni. — A ciò risponderò con documenti che, inconsapevole 
di avere da lei tali interpellanze, non pensai portar meco, ma che oggi stesso la 
farò pervenire. — Ella è qui in Torino da parecchi mesi e ad insaputa delle au- 
torità, a cui avrebbe dovuto far conoscere la sua venuta e il suo domicilio ; ed è 
qui per farsi caporione di propaganda politica e di turbolenze. — Sono in Torino 
fin dal novembre 1844 ; direttore della Enciclopedia popolare del Pomba, e vi sono 
dopo essermi fatto inscrivere, cecondo impone la legge del paese, nei registri del 
municipio di questa città ; più le dirò anche che vi sono con molto onorevole be- 
neplacito del Be stesso. — Mi mandi tutto ciò che può testificare la verità di 
quanto la mi asserisce, e tosto. » — E cosi feoi: ventiquattro ore dopo, tutte lo 
difficoltà furono rimosse; ebbi il decreto; e non andò molto che comparve il primo 
fascicolo dell'Atrofia italiana, » I primi vagiti, ecc., pag. 68 e seg.' 

Cf — Voi. I. Lettere di C. Cavour. 



— 66 — 
far risaltare la verità di questa sentenza e di additare all'Italia 
in singoiar modo i mezzi più convenienti per trarre partito delle 
nuove riforme daziarie inglesi. Incomincia cosi: 

L'influenza che la libertà commerciale, proclamata dalla Gran Bre- 
tagna, eserciterà, come già accennammo in altra nostra scrittura data 
alle stampe assai prima che il gran ministro, sir Roberto Peel, avesse 
pronunciata l'estrema condanna del sistema protettore, sarà doppia: 
essa si farà sentire nel mondo intellettuale, come nella sfera dei fatti. 
Poche parole bastano a dimostrarlo. 

Che le riforme commerciali operate dall'Inghilterra accrescano valore 
agli argomenti degli scrittori di cose economiche in tutti i paesi ; che 
esse tolgano ai loro detrattori il facile ma efficace mezzo di opporre 
l'autorità della pratica alle leggi della teoria, è cosa evidente. Finora 
i cosi detti uomini d'affare accoglievano le dimostrazioui dei discepoli 
di Smith, di Say, di Romagnosi, con singolare diffidenza e con una 
quasi sprezzatrice incredulità. Ai più stringenti ed evidenti argomenti 
essi credevano bastevole risposta il dire : « Vedete ciò che succede nel 
paese stesso ove la scienza economica è più coltivata e più diffusa; 
vedete colà i precetti di lei regnare bensì nelle università, nei con- 
sessi dei dotti e nelle riviste scientifiche, ma essere gelosamente esclusi 
dalle assemblee nazionali e dai consigli politici; ove la voce degli uo- 
mini pratici, chiamati dagli Inglesi con modo espressivo uomini di fatti 
(matter of fact meri), domina esclusivamente. » 

Ora questo specioso argomento, così influente sui molti che non si 
addentrano negli studi economici, è tolto all'errore. Non è più possi- 
bile il negare che, in Inghilterra almeno, le verità economiche siano 
tenute in- egual conto dagli scrittori e dagli uomini di Stato, dagli 
uomini di teoria e dagli nomini pratici. Giacché io credo che fra i 
molti illustri ministri, di cui s'onora il popolo britannico, non ve ne 
fu mai nessuno, ad un tempo men tenero per le speculazioni astratte e 
più abile nel maneggio delle cose pratiche che il duca di Wellington 
e sir Robert Peel, immortali autori delle riforme economiche testé 
compite. 

Noi dunque non dubitiamo di asserire, che l'esempio dell'Inghilterra 
gioverà non poco a rendere popolari ed accette le dottrine economiche 
in tutti i paesi civili, e specialmente in questa nostra Italia, fonte 
primiera delle sane dottrine, in cui per buona sorte si contano tuttora 
non pochi illustri scrittori e valenti professori di pubblica economia. 

Qui il Cavour sottopone a diligente esame gli argomenti recati 
in campo dai fautori del sistema protezionista affine di scemare 
l'autorità dell'esempio dell'Inghilterra; vale a dire che le riforme 
daziarie inglesi non sono perfette, perchè il principio della libertà 
di commercio non ha ricevuto una compiuta applicazione, essendosi 
serbati molti altri dazi che valgono a proteggere parecchie in- 
dustrie più deboli, e assicurano ingenti introiti al pubblico erario. 



— 67 — 
£ risponde che gli ultimi avanzi del sistema protettore, cioè i dazi 
sui legnami di costruzione, sulle seterie, sul vino e sull'acquavite 
« furono lasciati sussistere per motivi politici e non già econo- 
mici; » e con breve ma chiaro discorso ne dà la dimostrazione. 
Quanto poi ai privilegi di navigazione, non esita ad affermare che 
se il ministero di Lord John Bussoli, succeduto al ministero di sir 
Robert Peel, tralasciò di riformare il famoso atto di navigazione 
già gravemente modificato dal cosi detto atto di reciprocanti*, 
fatto sanzionare dal ministro Huskisson nei primordi dell'era di 
riforma commerciale, « sola cagione ne fa, non già niun difetto 
di convinzione, ma un timore di ferire gli antichi pregiudizi del 
popolo inglese, uso a considerare i privilegi della marineria na- 
zionale come il palladio della sua potenza.» E aggiunge con ferma 
asseveranza : « Tuttavia le opinioni del ministero presente, come 
quelle di tutti i primi uomini politici dello Stato, non son dubbie ; 
onde si può con fiducia asserire che non è lontana V epoca in cui 
k leggi sulla navigazione saranno ridotte in armonia coi prin- 
cipii che regolano oramai senza contrasto la politica commerciale 
della Gran Bretagna. » E come egli vedesse giusto mostrò in 
epoca non lontana il fatto; e in vero, poco più di due anni ap- 
presso, agli 11 luglio del 1849, non ostante una vigorosa resistenza 
della Camera dei lordi, la libera concorrenza fu stabilita nella na- 
vigazione come già era stata nel commercio inglese. 

Esaminate altre obbiezioni dei protezionisti contro le riforme 
daziarie inglesi, e fattane una stringente confutazione, l'autore si 
fa a ricercare quali influenze dirette e materiali debbano eserci- 
tare sull'industria e sul commercio dell'Italia le mentovate riforme. 
u Queste ricerche (dice egli) ci paiono degne della più seria at- 
tenzione, giacché esse debbono somministrarci nuovi e potenti ar- 
gomenti per combattere in favore dell'immediata applicazione fra 
noi della libertà di commercio. Infatti, se giungiamo a dimostrare, 
come, mercè la nuova sua tariffa daziaria, l'Inghilterra apra all'Italia 
uno sfogo crescente e quasi illimitato delle naturali nostre indu- 
, strie, rimarrà provato essere urgente il cessar d'incoraggiare, con 
gravi sacrifizi pubblici, le industrie poco conformi alle nostre con- 
dizioni economiche. » 

Non è possibile compendiare questa parte dello scritto del Cavour, 
nella quale egli apparisce quel dotto economista e profondo cono- 



— 68 — 
scitore delle condizioni agricole, industriali e commerciali del sud 
paese (1), che pochi anni di poi fd veduto all'opera, come ministro 
d'agricoltura, industria e commercio e delle finanze ; ci basti rife- 
rire la breve conclusione ove trasparisce il suo concetto generale: 

Abbiamo cercato di determinare quale influenza le riforme economiche 
operate in Inghilterra. debbano esercitare sull'Italia. Crediamo aver 
dimostrato dover tali riforme avere un'azione morale ed una materiale. 
Sì Funa che l'altra accelereranno l'epoca alla quale i veri principii eco- 
nomici saranno adottati da tutti i governi della Penisola nella loro 
pienezza. La libertà commerciale è un punto verso il quale gravitano 
tutti i popoli civili. Il moto che vi spinge la società italiana può 
essere più o meno lento; ma essa lo raggiungerà senza fallo tosto 
o tardi. Convien dunque esaminare sin d'ora quali modificazioni nelle 
condizioni economiche della nostra patria il trionfo delle rette dot- 
trine deve arrecare. Un tale studio non è prematuro. Giacché cono- 
scendo la meta alla quale dobbiamo arrivare, potremo sin d'ora deter- 
minare i mezzi più opportuni per operare la transizione fatta inevi- 
tabile, ed additare la direzione più proficua da imprimere all'operosità 
nazionale. 

Prima di proseguire l'ordine cronologico di queste Notizie, e 
per chiarire le allusioni contenute nella Lettera XOH (31 lu- 
glio 1847) al Predari, ci è qui mestieri rifarci da alcuni anni 
addietro, dal tempo, cioè, che fu fondata Y Associazione Agraria 
in Torino (1842). 

Dicemmo dei fini palesi e segreti di questa Società. Come in 
tutte le riunioni accade, anche nell'Agraria erano coloro i quali 
volevano procedere innanzi più rapidamente o più rimessamente. 
Non essendo parti politiche in Piemonte — e la stampa « per 
fortuna » (2) non essendo libera — pigliarono nome di democror 
tici i primi, di aristocratici i secondi, dalla maggior prevalenza 
degli uomini del ceto medio, o dei nobili, che partecipavano all'uno 
o all'altro modo di vedere. 



(1) Qua e là egli accenna alle speculazioni sue private; cosi racconta di aver 
comprato nell'anno precedente 400 tonnellate di guano a Liverpool (pel cui tras- 
porto a Genova pagò 17 scellini, 6 danari la tonnellata) ; e menziona una società, 
alla quale lo scrivente non è estraneo, che faceva costruire pur allora un brillatoio 
a riso nelle vicinanze di Torino, con macchine reputate più perfette di quelle 
in uso in America od in Inghilterra, e Questo stabilimento (aggiunge) sarà in piena 
attività prima del prossimo raccolto del riso. » 

(2)Solaro della Margarita, Memorandum, ecc., pag. 523. 



— 69 — 

Questi germi di divisione apparvero la prima volta nella discus- 
sione della forma da darsi alla Società futura. 

I democratici, capitanati da Lorenzo Valerio (1), chiedevano 
che le basi di essa fossero quanto pia possibile democratiche; si 
conferissero, cioè, tutti i poteri all'adunanza, e pochissimo e quasi 
nulla si concedesse al potere delegato. 

Erano di opposta sentenza i cosi detti aristocratici, fra i quali 
il Petitti. l'Alfieri, il Salmour, il Sambuy e Camillo Cavour che, 
sebbene il più giovane, soverchiava tutti di tenacità d'indole e di 
audacia di propositi. 

La questione divenne talmente aspra e appassionata, che resi- 
stenza stessa della Società parve per un momento in forse; se 
non che l'intervento governativo restituì la calma, se non alle 
menti dei disputatori, alle deliberazioni dei soci; la presidenza 
dell'Associazione fu innalzata a dignità dello Stato, di che l'am- 
ministrazione ebbe maggior vigoria, e più vita l'istituzione stessa 
la quale potò d'allora in poi fare assegnamento sull'aiuto morale 
di tutta la cittadinanza piemontese intelligente. H clero stesso as- 
senti al- benefico movimento, non solo incoraggiandolo, ma promo- 
vendolo, in modo che parecchi comizi agrari furono presieduti da 
prelati ragguardevoli e meno sospettosi degli iniqui intendimenti 
della nuova Associazione di quel che fosse il buon conte Solaro (2). 

I dissapori fra il Cavour e il Valerio (eletto segretario gene- 
rale dell'Associazione) non solo non cessarono, ma divennero col- 



ei) Nato in Torino il 23 novembre 1810. Interrotti gli studi a quindici anni, 
perchè scacciato di scuola da un maestro severo, si diede all'industria, senza la- 
sciare di occuparsi di quanto riguardava le lettere, la storia, l'economia poli- 
tica, ecc. Nel 1831, caduto in sospetto alla polizia di aver partecipato a una con- 
giura, abbandonò il Piemonte per andarsene a Vienna, ove attese ai traffici in una 
casa di commercio di un suo zio, epperò recossi a visitare molti luoghi della Ger- 
mania, dell'Ungheria e delle regioni dell'Adriatico. Nel 1836, tornato in patria, 
assunse la direzione di un importantissino setificio in Aglio nel Ganavese, e fondò 
un periodico settimanale, le Letture popolari, che « si lasciò con troppa facilità 
pubblicare » {Memorandum, pag. 281), e per le mal celate tendenze liberali fu presto 
proibito ; ma grazie all'interposizione del ministro Gallina presso il Sovrano, « con 
nuova inconseguenza » si permise che risorgesse (1848) sotto il titolo, meno temuto 
dalla censura, di Letture di famiglia. In quel tempo il Valerio aveva molto se- 
guito nelle classi popolari per l'amore e lo zelo, non privo di ostentazione, onde 
in ogni occasione ne promuoveva gli interessi e ne accarezzava gli umori con quel 
linguaggio iperbolico, che tanto piace alle moltitudini, specialmente se condito 
delle declamazioni contro i depositari del potere, gli usurpatori dei diritti del 
popolo, ecc. 
(2) Predar!, op. cit., pag. 41. 



— 70 — 

l'andar del tempo più vivaci, tanto che Valeriani e Cavouriani 
furono presto sinonimi di democratici ed aristocratici. E siccome 
i nobili molto potevano in corte, e nell'opinione dell'universale 
erano riguardati autori di tutti i provvedimenti illiberali del go- 
verno, ne segui che il Cavour, per il ceto al quale apparteneva, fosse 
facilmente rappresentato come retrivo e nemico del « popolo » e 
della libertà, e non si aggiustasse gran fede alla sincerità delle 
idee liberali da lui propugnate ne' suoi discorsi o scritti; i quali 
ultimi erano, del resto, alla conoscenza di pochissimi. Inutile ag- 
giungere che, per contrapposto, i democratici si credevano ed erano 
creduti fior di liberali e caldi patrioti a petto di Camillo Cavour. 

Inoltre la natura dell'ingegno di lui, finamente mordace e ar- 
guto, pieno di brio, nemico delle ampliazioni oratorie, e prontissimo 
a colpire il lato ridicolo delle cose e delle persone, non era la più 
acconcia ad attirargli numerose simpatie o a disarmare i suoi av- 
versari. 

Assai gli nocque altresì, e come uomo politico e come uomo 
d'affari, la fama che il padre si era procacciata nella carica di 
vicario di Torino, di curare assai più i proprii interessi che non 
quelli della città. Erano calunnie, ma intanto erano tenute in conto 
di verità, e i loro tristi effetti si riverberavano sul nome del fi- 
gliuolo (1) ; tanto che, nel mese di maggio del 184F, avendo egli 
preso parte ai festeggiamenti fattisi a Riccardo Cobden di pas- 
saggio per Torino, di quivi si scriveva alla Cronaca (Quel che 



(1) Questo narra il Preclari ne* suoi Vagiti, a pag. 156: « Fu appunto circa a 
quei tempi che di quest'uomo (Camillo Cavour) accusato di immodioa brama di 
arricchire e di pravi usureggiamene, io conobbi l'aneddoto che sto per narrarvi; 
esso solo parmi bastare a ben disegnare l'animo e il carattere d'un uomo. Cesare 
Balbo avendo riscossa la somma di dieci a dodici migliaia di franchi, ricorse, come 
ad uomo molto avveduto e pratico in affari, ai consigli di Camillo Cavour, per 
metterla a sicuro e buon partito ; questi suggerì tosto di impiegarla nella specu- 
lazione, più non ricordo di qual natura, ohe un francese aveva allora iniziata in 
Torino, e per la quale, pieno di fiducia, aveva egli stesso, con altri ed altri, av- 
venturato un buon capitale. Balbo gli rimise senza più il danaro perchè facesse 
secondo il suo suggerimento. Foco dopo lo speculatore francese fraudolentemente 
scompare col danaro raccolto, e la speculazione svelasi una ciurmerla. Camillo 
Cavour, per un ben singolare scrupolo di probità, tenendosi per un semplice con- 
siglio dato responsale del danaro perduto, fece immediatamente tenere a Balbo 
e prima che questi avesse sentore del fatto, l'equivalente della somma a lui affi* 
data, protestando di ritornarla perohò avendo meglio considerato il modo proposto 
di impiegarla non lo stimava più abbastanza conveniente e sicuro. » 



— 71 — 
vedo e quel che penso) di Filippo De Boni, che si stampava in 
Losanna: 

Né molto i Torinesi s'edificarono per la dimesticità dell'illustre 

inglese (Cobden) co' due fratelli G , i quali non favoreggiano gran- 
demente le idee che tutta commuovono Italia. Né fu piccola gioia lungo 
la Dora quando si seppe che al padre, celebre infaustamente, toghe- 
vasi il vicariato della città di Torino (1). 

I due fratelli s'ebbero quest'anno l'accusa, non so se vera o falsa, 
d'aver accaparrato molto grano per rivenderlo a caro prezzo, ed essendo 
risto il Cobden passeggiare fra loro, un uomo che onora le lettere 
colla mente e col cuore, esclamava: 

Voilà la liberti du commerce gardée par le monopolef 

Questa corrispondenza, la cui origine non poteva essere un se- 
greto pel Cavour, fu letta da lui mentre ei si trovava a Ginevra; 
e per verità, dal modo festivo onde ei ne discorre nella Lettera 
CXII, non pare ne rimanesse gran che turbato. Più per 
ischerzo che sul serio volge la domanda al Predari, come a di- 
rettore àéil' Antologia, se gli torni in conto pubblicare nelTAn- 
Mogia un secondo articolo sulla libertà commerciale, dettato da 
queir « odioso monopolista che fu reo, in quest'anno di carestia, 
dell'imperdonabile colpa di avere prodotto, sui proprii fondi, una 
gran quantità di biade, e ciò, cosa incredibile ! senza valersi dei 
lumi dei distinti agronomi ed integerrimi patrioti che tanto ope- 
rano a prò della patria nelle sale della casa Cirio (2) e nei campi 
del podere della Venaria » (3). 

Non le volgari accuse accolte dal De Boni nella sua Oronaca f 
ma le faccende domestiche, e più assai lo scoramento entratogli 
nell'animo per l'indirizzo della cosa pubblica in Piemonte, tolsero 
al Cavour di recare a compimento il suo scritto sulla libertà com- 
merciale (4). Le speranze accolte dai liberali, nell'anno precedente, 
che fosse prossimo un miglioramento della cosa pubblica in Pie- 



ci) Il 17 giugno 1847 il marchese Cavour fa surrogato nell'ufficio dal conte Galli» 

(2) Ove aveva sede V Associazione Agraria, 

(3) Non ostante l'opposizione del Cavour a Venaria Beale si era stabilito un 
podere-modello. 

(4) u L'uomo appassionato (cosi scrive il Treit schke)prese tanto a cuore codesto 
grossolano procedere (allude all'articolo della Cronaca) ch'egli non volle più con- 
tinuare il suo lavoro » (pag. 48). Quest'affermazione può essere messa a paro con 
quell'altra che Cesare Balbo era un favorito di Carlo Alberto/..» (pag. 45). 



— 72 — 
monte, s'erano andate man mano dileguando. Non s'era mutato i 
l'animo « anti-austriaco » del Principe, ma il suo aborrimenti 
contro ogni novità che sapesse di liberale, durava pur sempre] 
Mentre negli Stati Papali, auspice il successore di Gregorio XVI.» 
si cominciava a godere una libertà relativa, e lo stesso accadeva 
in Toscana, per contrario, in Piemonte i vecchi metodi di g-o verno, 
tranne lievissime mitigazioni, imperavano tuttavia. Di questo 3tato 
intollerabile di cose è una descrizione viva, parlante nella Corri- 
spondenza, testé stampata (1), di Cesare Balbo colTintimo suo 
amico e cugino, Massimo d'Azeglio, il quale era allora in Roma. 
Sono del giugno, luglio e agosto 1847, i frammenti epistolari che 
seguono: 

Qui si cammina, ammirabilmente, a modo dei gamberi. Sia per 

l'amor di Dio!.,... — Qui s'incominciò stupendamente dal Re l'anno 
scorso. Or si riposa, o aspetta, o dubita. — Una di queste sere un 
uomo un po' .matto, ma di spirito, mi diceva (per tutti noi, certo) : 
Vou8 avez jeté des sernences, vous avez fait quelque ckose. Ecco tutto ; 
resta a cercare se sien semi come del grano che vien su subito, e si 
raccoglie Tanno appresso, ovvero di quelli che rimangon lunghi anni 
in terra e producono poi querce, noci, alberi robusti, secolari.... — 
Agli 8 luglio mi scrivi le nuove importantissime dal 22 al 29 giugno ? 
E mentre sai, o puoi immaginare (or che ti persuadi finalmente del 
modo in che vanno le cose qui) che non sappiamo nulla di quanto 
succede là? Qui, te lo ripeto, non ci lascian più venire i giornali di 
Roma, ne di Firenze, né di Pisa, né di Bologna fuori del Felsìneo, 
che ci danno 8 dì dopo l'arrivo. Quanto alla Gazzetta Piemontese, essa 
segue il suo metodo facile, il silenzio. Così è che io seppi le nuove 
degli ultimi giorni di giugno dalle gazzette francesi, dalla Presse, 

dai Débats, dalla Revue des deux mondes prima che da te!!!!! — 

Felice te che puoi scrivere. Di qui per ora non si può siamo giù per 

ora. Castran tutto ciò che si scrive. Castrerebbero ogni dolcezza che 
si dicesse ai liberali. Vorrebbero si raccomandasse prudenza, ma senza 
lode* ai liberali, senza allettamento di speranze, senza dar per ragione 
ninno scopo alto, ecc., ecc. Il che monta (per chi rispetta i leggitori 

è sé) a non lasciar scrivere — Io non mi sto le mani alla cintola, 

ma poco possiamo tutti qui. Tuttavia qui si tituba.... — Credilo, io 
non sono accecato dal piemontesisino, tu lo sai bene! Ora poi meno 
che mai, meno che mai. Io mi vergogno di quanto facciam qui, io farei 
come Alfieri, mi spiemontizzerei volentieri (2).... — Qui, che vuoi ? Si 



(1) Nella Rassegna nazionale di Firenze, fascicoli del gennaio e febbraio 1880. 

(2) Doveva essere ben profondo il cordoglio del Balbo, egli che nei Pensieri ed 
esempi (scritti dal 1820 al 1834) esclamava: u ... Il nostro fiorissimo Vittorio Alfieri 
peccò dunque gravemente quando, secondo l'espressione sua, egli si sforzò di spie- 
montizzarsi per italianizzarsi. » 



— 73 — 

pretende che il Re sia mutato, sia tutto nostro, ecc. Io stesso, a forza 
di udirmi dire da te, da Predali, ecc., coraggio, coraggio (come 86 non 
s'avesse chi Tede il vero quant'd brutto), io mi provai a veder bello 
anch'io, e ti scrissi in conseguenza. Ma questi occhiali color di rosa 
mi facevano troppo vergogna a serbare; Bon tornato a mia vista na- 
turale, e riveggo quel che vidi sempre, o fatti microscopici dati per 
cose grosse, anzi grandi, e zero di risultato. Non contento di P. (Pro- 
mis?) mi son rivolto a V. M. (Villa Marina?) ed altri. Ma mi son rotto 
il naso dappertutto. Non è colpa loro. È colpa del Capo che non Ba 
prendere una risoluzione ardita.... 

Queste ultime righe sono del 28 agosto. Ai 2 di settembre 
Carlo Alberto scriveva al conte di Castagnette « la famosa let- 
tera in cui, proprio trascinato dalla sua cattiva stella (sono parole 
del conte Solaro), lasciò scorrere quelle note frasi sull'Italia (1): 
Ajoutez seulement que si jamais Dieu nous fxt la grdce de pou- 
voir entreprendre une guerre d'indépendance, que c'est mai seni 
qui commandera Varmée, et qu'alors je suis résolu à faire pour 
la cause Ghtelphe ce que Schamil fait contre Vimmense Empire 
Russe; « lettera che, non certo senza consentimento del Principe, 
fa letta nell'adunanza* generale del Comizio agrario di Casale) 
presieduto dal conte Filiberto di Colobiano, e provocò negli as- 
sistenti, e in quanti ne ebbero conoscenza di poi, il più vivo en- 
tusiasmo. Il quale però fu di brevissima durata, perchè in altra 
lettera indirizzata pochi di appresso a una deputazione genovese, 
che plaudiva al linguaggio del Ee e invocava larghezze politiche, 
era in termini molto espliciti dichiarato: essere il Re deciso a 
difendere la indipendenza dello Stato da qualunque straniera agres- 
sione, ma deciso del pari a non compromettersi mai verso le 
grandi potenze, collo spingere, non aggredito, le armi fuori dei 
confini; essere falsa la voce ch'egli avesse intenzione di muovere 
guerra per l'indipendenza di altri Stati, salvo che il sommo Pon- 
tefice, dato di piglio alla croce, bandisse la guerra di religione ; 
il Re aver fatto molti benefizi ai suoi popoli, ma non credere fosse 
giunto il tempo di aggiungervi né la concessione della guardia 
civica, né quella della libertà della stampa, la quale, degenerando 
in licenza, avrebbe prodotto gravi pericoli e molti inconvenienti. 

Questi propositi del Principe, e le notizie che venivano dagli 



(1) Hetnorandum, ecc., pag. 438. 



— 74 — 
Stati Papali, contribuirono ad accrescere il malcontento nelle pc 
polazioni subalpine; quindi per ogni dove pubbliche dimostrazion 
nel nome di Pio IX, che per indiretto suonavano aspro rimprover 
a Carlo Alberto. Notevole, sovra tutte, quella avvenuta in Torin 
al 1° di ottobre, perchè la violenta repressione per opera della, pc 
lizia provocò le dimissioni del ministro Villamarina, e queste in 
dussero finalmente il Re a separarsi anche dal conte Solare dell* 
Margarita (9 ottobre). Furono surrogati, il primo dal generale 
Broglia di Casalborgone, il secondo dal conte Ermolao Asinari dj 
San Marzano, inviato sardo in Napoli. Non per questo cessò l'a- 
gitazione e il fermento di cose nuove nella capitale del regno. 

Camillo Cavour di quei giorni si teneva discosto e rinchiuso 
nella sua terra di Leri, in balia di quello sconforto onde rendono 
imagine le lettere di Cesare Balbo dianzi citate. Era inviso ai 
liberali, e del pari, se forse non più, ai governanti i quali, da 
molti anni vedendo in lui l'uomo più pericoloso del regno (1), non 
avevano lasciato occasione di togliergli credito; ombrosi dell'au- 
torità che egli avrebbe esercitata e nell'Associazione Agraria e 
negli Asili d'infanzia, avevano più di una volta dato segretamente 
di spalla ai suoi avversari, a tal che, per non recare pregiudizio 
all'opera benefica che prestava agli asili, egli si era veduto costretto 
un giorno a rinunciare al modesto ufficio di tesoriere (2). La tri- 
stezza dell'animo suo si ripercuote nella Lettera XOVil diretta al 
marchese Costa di Beauregard, il quale, mal sapendo persuadersi 
che un uomo della sua levatura non si desse moto per conseguire 
un pubblico ufficio, e « jouer un ròle sur la scène politìque, » 
lo aveva amichevolmente esortato a non rimanersi più a lungo 



(1) Scrive il signor de La E i ve nei Récits et Souvenirs:u Charles- Albert avait 
un jonr, à ce qu'on raconte, dit de Cavour qu'il était l'homme le plus dangereux 
de son royaume. » 

' (2) Lo ricordò alla Camera nella tornata del 17 gennaio 1867. «... Dopo alcuni 
anni, quantunque in quella Società non si professassero massime estreme (Si ride), 
cionondimeno un giorno il presidente, che mi era amico d'infanzia e che mi voleva 
bene, il cav. Cesare Sai tizzo, mi fece chiamare a sé, e mi dichiarò che pel bene 
della Società io doveva uscire dalla Direzione (Ilarità). Ed io non era un gran ri- 
voluzionario (Nuova ilarità) ... A quel tempo chi professava opinioni moderatis- 
sime doveva ritirarsi dalla direzione degli asili per non trascinare seco la rovina 
dell'istituzione! » 



— 75 — 
inoperoso. Camillo Cavour, senza ostentare una falsa modestia, 
risponde all'amico che, a torto forse, ma in effetto egli si illuderà 
a segno « de penser avoir antant de capacité et de connaisaances 
que la plnpart des personnes qui occupent les premiers échelons 
de la politique. » Ma se ciononostante egli si tiene in disparte, 
lo fa perchè convinto di non potere vincere gli ostacoli frapposti 
tra il potere e Ini, senza sacrifizio della sua dignità personale, 
sacrifizio che alla fin fine sarebbe rimasto infruttuoso. E qui narra 
senza velo la propria storia, a cominciare dal giorno che entrò 
nell'Accademia militare, e conchiude: a Si je reste dans la vie 
privée, c'est que je ne puis en sortir avec dignité, ni de manière 
à pouvoir ètre véritablement utile au pays. » 

Fatta questa confessione, il Cavour informa l'amico, allora re- 
sidente in Francia, dei mutamenti ministeriali avvenuti in Pie- 
monte (9 ottobre), e accenna all'impazienza dell'opinione pubblica 
di vedere il governo mostrarsi sollecito non solo dell'indipendenza 
nazionale, ma anche della libertà, u On ne peut se résigner à 
demeurer en arrière de Home et de la Toscane, après les de- 
monstrations qui ont eu lieu à Casal et dans d'autres circonstances. 
En effet, il est impossible de continuer pendant longtemps à faire 
du libéralisme au delà du Tessin et de vouloir comprimer tout 
mouvement en de$à de ce fleuve. » 

Alcuni giorni dopo, scrivendo al prof. W. de La Rive, allarga 

10 sguardo agli altri Stati della Penisola e si mostra più fidu- 
cioso, u Jusqu'à présent (cosi si esprime) tout va bien; si nos 
princes sont en mème temps prudents et habiles, fermes et con- 
ciliants, l'oBuvre de notre régénération politique s'accomplira sans 
déchirements intérieurs » (Lettera XUVJLil). 

Ad un tratto, ai 30 di ottobre, una notificazione comparsa nella 
Gazzetta Piemontese promise tutte insieme le riforme, che dove- 
vano condurre e condussero il Piemonte al paro dei due altri 
Stati riformati, Roma e Toscana ; il governo consultativo, ossia, 
consiglio di Stato, riordinato, corroborato di membri provinciali, 
• nuove attribuzioni ad esso ed a' consigli provinciali e comunali. 

11 di seguente licenziossi la giunta di censura; né fa stabilita 
una per ogni provincia, e sovra tutte le giunte provinciali, a 
modo di tribunale d'appello, una Commissione superiore di revi- 
sione, della quale fa nominato presidente l'illustre autore della 



— 76 — 
Storia della legislazione italiana, conte Federigo Sclopis, che te* 
neva l'ufficio di avvocato generale (1). 

Considerata l'indole del Re, cosi lento alla libertà come era vi- 
vissimo all'indipendenza; considerati anche gli ostacoli di ogni 
maniera, che si frapponevano all'inaugurazione di un regime libero 
in Piemonte, Camillo Cavour, senza partecipare all'entusiasmo che 
le nuove franchigie destarono nei popoli subalpini, le salutò con 
gioia come arra di ben altre e più ampie franchigie che la forza 
stessa delle cose avrebbe spinto il Principe ad accordare, quando 
si fosse proceduto in modo da dargli sicurtà di un progresso savio 
e ordinato. 

. Pieno di contrasti, di traversie, di sollecitudini e di angoscie, 
fti il suo primordio. Per quasi due anni intieri egli fu fatto segno 
alle più ingiuste diffidenze, alle più sciocche e virulente accuse e 
alle beffe più acerbe. 



' (1) Il conte Federigo Sclopis (1798-1878), il nome del quale già ci accadde e più 
spesso ci accadrà, per lo innanzi, di menzionare, addottoratosi in legge, di soli 
venti anni, e aggregato, nell'anno seguente, al Collegio dei giureconsulti dell' U- 
versità di Torino, fa subito applicato al gabinetto della segreteria di Stato per 
gli affari interni, nel tempo che essa era retta dal conte Prospero Balbo. Quando 
questi, per i casi del ventuno, rinunciò alla carica, lo Sclopis chiese ed ottenne 
di entrare nella magistratura e, varcato di poco il trigesimo anno di età, divenne 
membro del Senato di Piemonte (Senato chi ama v ansi le corti supreme dei giudici 
del regno) ; e quindi avvocato generale presso il Senato medesimo, il quale ufficio 
gli dava il diritto di andare una volta la settimana (come allora dicevano) alla 
relazione da S. M. Tenuto in gran pregio dal re Carlo Alberto, fu nominato con- 
sigliere della Corona, principalmente per le materie attinenti alle relazioni tra lo 
Stato e la Chiesa, e chiamato a far parte della Commissione de' magistrati e giu- 
reconsulti che prepararono il Codice albertino (20 giugno 1837). Nel 1847 il suo 
nome era già chiaro per importanti pubblicazioni, fra le quali la Storia dell'antica 
legislazione del Piemonte (1838), la Storia della legislasione italiana (1840-1844). 
Matteo Bicci, che ne scrisse una diligente biografia, asserisce che lo Sclopis 
a lasciato ai propri principi! e alle naturali tendenze, probabilmente non avrebbe 
desiderato più in là che una monarchia illuminata, » era, cioè, di avviso che il 
periodo cosi detto delle Biforme avrebbe dovuto essere infinitamente più lungo che 
non fu. Alla quale affermazione non contraddice, nel suo tutt'insieme, lo scritto 
del Manno: Carattere e religiosità a proposito di alcune memorie del conte Federigo 
Sclopis (edizione privata di OCO esemplari). Comunque però, ò cosa certa (con- 
tinua il Bicci) che « sopraggiunti i tempi grossi, e all'incalzante rumore della 
procella, Federigo Sclopis fu uno di quelli che con più franche parole e più riso- 
luti consigli rappresentò a Carlo Alberto la necessità di cedere al voto pubblico, 
e di conformarsi alle mutate condizioni dei tempi, gratificando i suoi popoli di 
uno Statuto costituzionale. Al cui dettato lo Sclopis ebbe parte principalissima ; 
e vuoisi che sia opera specialmente sua quel preambolo, che incomincia: Con lealtà 
di Be e con affetto di Padre, ecc. 



— 77 — 

Non appena era tornato da Leri in Torino, dopo la promulga- 
zione delle Biforme, che essendo intervenuto ad una rianione del* 
l'Associazione Agraria, nella quale si discuteva qualche argomento 
di politica, all'apparire di lui si fece un profondo silenzio, e avendo 
egli domandato la facoltà di parlare, i soci presenti, quasi tutti 
della parte democratica, abbandonarono la sala (1). 

È forse neU'uscire da quell'adunanza che al conte Cavour venne 
in pensiero di dar vita a un giornale, che fosse l'interprete dei 
sentimenti del partito liberale moderato (Lettera XCIX). Gli azio- 
nisti e i collaboratori furono presto trovati, e cosi il 15 dicembre 
potè uscire il primo numero del nuovo giornale, che fu intitolato : 
E Risorgimento. IL programma, dettato e firmato da Cesare Balbo, 
si epilogava in questi capi: I. Indipendenza. IL Unione tra prin- 
cipi e popoli. HI. Progresso nella via delle riforme. IV. Lega dei 
principi italiani fra sé. V. Forte ed ordinata moderazione. 

Nello stesso numero si leggono articoli firmati: Pietro Santa 
Rosa, Michelangelo Castelli, Camillo Cavour. L'articolo di quest'ul- 
timo trattava della Influenza delle riforme sulle condizioni econo- 
miche dell'Italia. Parlando in nome del Risorgimento, il Cavour 
consentaneo ai principii professati nei precedenti scritti, si espri- 
meva cosi: u B giornale non dubiterà di dichiararsi apertamente 
per la libertà dei cambii; ma cercherà di muovere prudente nella 
via di libertà; adoperandosi acciò la transizione si effettui grada- 
tamente e senza gravi perturbazioni. » 

Nel secondo numero, stampatosi il 21 dicembre, Camillo Cavour 
figura col titolo di Direttore, estensore in capo del Risorgimento^ 
del quale fu anche gerente. Seguono i nomi dei membri del con- 
siglio della direzione: M. A. Castelli, F. Galvagno, P. di Santa 
Uosa, E. Bignon, C. Balbo (presidente degli azionisti). Alcuni 
giorni dopo, ai membri del consiglio venne aggiunto l'aw. Pinchia. 



(1) Fra i soci presenti era l'avvocato Michelangelo Castelli (1808-1875), il quale, 
mazziniano in giovinezza, poi convertitosi alle idee liberali moderate, aveva nel 
giugno precedente pubblicato all'estero un opuscolo: Saggio di un'opinione mode- 
rata in Italia. Arrossendo della condotta dei col leghi rimase nella sala, accostossi 
al derelitto, col quale non aveva avuto sin qui consuetudine, e gli porse la mano. 
Il conte di Cavour strinse commosso la mano del Castelli, dicendogli: « La rin- 
grazio di aver fede in me ; col tempo farò vedere a questi signori ch'io non sono 
quello ch'essi immaginano, n A questo episodio allude il Cavour nella Lettera 
CXLII. - Tale la nobile origine dell'amicizia divenuta poi intima fra il Castelli e 
il conte Cavour. 



— 78 — 
Le pubblicazioni regolari non ebbero principio che col 1° gen- 
naio dell'anno seguente. 

Prima che finisse il dicembre il ceto commerciale di Torino si 
radunò a banchetto per festeggiare le Riforme. Fra i commensali 
era il conte di Cavour. Parlarono molti oratori; vennero fatti 
eloquenti brindisi e patriottici discorsi: il Cavour parlò anch'agli, 
e scenza scendere dalle altezze del patriottismo, alle quali erano 
saliti quelli che avevano parlato prima, trattò maestrevolmente 
degli interessi del commercio, e dei vantaggi che esso avrebbe 
ricavato dal nuovo ordine di cose, e dalle franchigie civili conce- 
dute dal Principe. Fu assai ascoltato ed applauditissimo ; trovò 
mezzo di riscuotere calorosi applausi discorrendo del commercio 
della seta, e dimostrando come l'applicazione del principio della 
libertà degli scambi avrebbe schiuso a quel commercio un nuovo 
e vasto campo, ed infuso in esso una vita nuova e rigogliosa (1). 



[1848] — Come il Cavour aveva preveduto, più si andava in- 
nanzi nell'attuazione delle riforme promesse con la data del 30 
ottobre, e più diveniva palese la impossibilità di trattenere a pia- 
cimento lo Stato in quella mezza via tra la monarchia pura e la 
costituzionale. « La censura preventiva rendeva indirettamente il 
governo mallevadore di quanto si pubblicava con la sua approva- 
zione. Gli appunti che si facevano ai suoi atti senza che esso 
potesse opporre difesa tornavano a detrimento della sua autorità 
morale. La responsabilità dei ministri verso il solo Principe, il 
ninno ingerimento dei cittadini nella loro nomina o remozione ral- 
lentavano i vincoli tra governo e popolo, ed erano causa che questo 
recasse a colpa di quello ogni male. Quindi le riforme credute 
dapprima sommamente opportune ed utili divenivano, nel fatto, 
ostacolo al buon andamento della cosa pubblica » (2). 

Camillo Cavour, primo, ebbe il coraggio di fare un tentativo 
per segnalare al Sovrano la necessità di uscire da questo stato 
di cose, concedendo addirittura la Costituzione. Ecco in quali cir- 
costanze. 



(1) G. M a e e a r i , op. cit., pag. 29. 

(2) Cesare Alfieri ', per D. Berti, pag. 69. 



— 79 — 

I Genovesi, per informazioni ricevute da Torino, s'erano persuasi, 
Boi finire del dicembre, che coiranno nuovo il Be avrebbe pubbli- 
cato l'indulto ai condannati politici del 21 e del 33, diminuito 
il prezzo del sale e accordata la guardia civica. Non ne fìi nulla. 
Vedendosi delusi nelle loro speranze, ne chiamarono in colpa i 
gesuiti, che sapevasi essere tuttavia potenti sull'animo religioso 
del Re; s'adunarono e per parecchi giorni fecero tumulto al grido 
di Morte ai gesuiti: vogliamo vere riforme! Fu infine deliberato 
di inviare a Torino una commissione di eletti cittadini (1), appor- 
tatori di una petizione invocante dal Be la guardia civica e l'e- 
spulsione dei gesuiti. 

Nella capitale del regno, specie fra la gioventù e la gente 
esaltata, i casi di Genova avevano prodotto una grande agitazione. 
Saputosi l'imminente arrivo della deputazione genovese, non fa 
piccolo il numero di coloro i quali volevano fare causa comune con 
essa e insieme presentarsi al Be. 

La sera stessa che la deputazione doveva giungere in Torino, 
i direttori dei giornali della capitale, d'accordo con ragguardevoli 
personaggi aventi maggiore credito nel popolo e nella gioventù, 
deliberarono di raccogliersi in una sala dell' Albergo d'Europa 
per consigliarsi intorno al miglior partito da seguire, affinchè non . 
fosse turbata la pubblica tranquillità e si serbasse inviolata l'unione 
tra il popolo e il trono. 

L'assemblea fu presieduta dal marchese Roberto d'Azeglio (fratello 
di Massimo). Intervennero il colonnello Giacomo Durando, direttore 
dell'Opinione; il conte di Cavour, direttore del Risorgimento ; il 
suo antagonista sin dai tempi dell'Agraria, Lorenzo Valerio, che 
aveva innalzato la bandiera democratica nella Concordia; l'avvo- 
cato Broflferio, direttore del vecchio Messaggere Torinese; Fran- 
cesco Predari, direttore dell'Antologia italiana; il Santa Rosa, 
il Castelli, Giovanni Lanza, Riccardo Sineo, G. F. Galvagno e 
altri più o meno noti liberali. Cesare Balbo, travagliato da infer- 
mità, non potè venire al convegno. 

Lorenzo Valerio primo propose: di farsi tutti solidali dei moti 
di Genova, per non lasciare i Genovesi soli nel pericolo ; di ap- 



(l) I marchesi Doria, Balbi e Eaggi. 



— . 80 — 

poggiare la loro petizione che mirava ad ottenere la guardia ci- 
vica, istituzione salutare nella preveduta imminente guerra col- 
V Austria, e la cacciata dei gesuiti, ch'era nel cuore e nel desiderio 
di tutti. Angelo Brofferio, che parlò secondo, assenti alla proposta 
del Valerio. ' 

Sorse allora il conte di Cavour in nome proprio e dei suoi 
amici politici del Risorgimento. Il sunto del suo discorso è così 
riferito in una lettera del Santa Rosa al Gioberti, colla data del ì 
18 gennaio 1848 (1): 

Camillo Cavour, per tutti noi del Risorgimento, osservò: doversi 
considerare la questione più largamente. I fatti di Genova provare che 
il nostro governo, dopo il mutato sistema di cose, non trovandosi aver 
sostituite leggi sufficientemente ordinatrici, era privo di ogni influenza 
morale. Gli uomini al potere non ispirando fiducia (2); il Re potendo 
in certe cose dubitare; ciò produrre una situazione anormale che lascia 
la via aperta a sommosse, a turbamenti. Associarci noi volentieri a far 
valere la petizione dei Genovesi, ma credere doversi voler di pia; e 
che, poiché trattavasi di inoltrar una domanda al Re, in un modo che 
certo non era illegale, il pericolo della patria voleva si ponesse in av- 
vertenza il governo di contemplare se non fosse il caso di dar una 
legge organica che appoggiando a forme parlamentari la propria 
autorità, la rassodasse, e la rendesse mallevadrice dei voti della 
nazione. 

E qui Camillo Cavour pose il dilemma seguente: o il Re ricusa 
aderire alla petizione dei Genovesi, o vi aderisce. Nel primo caso, il 
più probabile, è inutile l'associarci noi per volere il meno e non il più ; 
se concede, sarà una prova di più che il nostro governo ha perduto 
ogni forza, ogni autorità ; poiché scende in piazza a far qualsiasi con- 
cessione. Tale governo non può più ispirar rispetto, né può più gua- 
rentirci né dell'ordine né della sicurezza. Chiamando noi il più che 
voleva dirsi Costituzione o Consulta almeno, che desse forma delibe- 
Tativa e rappresentativa, tutta la questione muta specie. Se il Re ri- 
cusa, tanto fa come domandare il meno, ma saprà qual è il voto e di 
più la necessità della nazione. Se accorda, non è più un governo de- 
bole, ma un governo nuovo che non è più responsale della debolezza 
anteriore, e allora avrannosi le due cose : la guardia civica, che é una 



(1) F. Saraceno, Vita del Santa Rosa, eco., pag. 160. 

(2) Dopo i mutamenti ministeriali del 9 ottobre, questi altri erano avvenuti: il 
80 novembre fu creato, per sovrintendere agli studi, un apposito dicastero col titolo 
di Begia segreteria di Stato per l'istruaione pubblica, e nominatone titolare il mar- 
chese Cesare Alfieri; il 7 dicembre fu creato un altro nuovo dicastero col titolo 
di Begia segreteria di Stato pei lavori pubblici, l'agricoltura e il commercio, o 
nominatone ministro il Dee Ambrois, surrogato nell'ufficio di primo segretario di 
Stato per l'interno dal conte Giacinto Borelli, primo presidente del Senato di 
Genova. 



— 81 — 

conseguenza indispensabile di quegli ordini nuovi; e la cacciata dei 
gesuiti, a cui il Re da solo (1) non consentirà forse mai. 

Lorenzo Valerio sorse subito contraddittore della proposta del 
conte di Cavour: ne combattè l'opportunità ; affermò cbe chiedendo 
la Costituzione, la riunione avrebbe oltrepassato di molto i voti 
del popolo, col rischio di indisporre il Re, di preparare così uno 
smacco ai Genovesi, di provocare i disordini che si voleva impedire. 
Aggiunse essere oltremodo impolitico complicare le questioni; l'e- 
spulsione dei gesuiti e l'armamento del paese bastare d'avanzo a 
tranquillare gli spiriti; del rimanente, la riunione essere stata 
convocata per un fine speciale e la maggioranza non avere facoltà 
di mutarlo. 

Les vrais motifs (nota il signor de La Rive) pour repousser la propo- 
ation de Cavour, Valerio s'abstint de les énoncer publiquement, mais 
à ses amia : Que sera, disait-il, cette Constitution qu'on veut nous faire 
demander? Quelque Constitution à Panglaise, avec un cens électoral, 
peut-étre avec une Chambre dea pairs et tout un attirali aristocratique. 
Ne connaissez-vous dono pas milord Camille, le plus grand réactionnaire 
du royaume, le plus grand ennemi de la revolution, un anglomane pur 
sang? D'ailleurs, si libérale qu'elle fùt, une Constitution aujourd'hui 
nous serait non-seulement inutile, mais nuisible, elle limiteTait nos 
droits, nos progrès; elle déplacerait le centro d'action, elle étouflerait 
les aspirations du peuple et entraverait la marche de la revolution. 

Mentre le parole « ufficiali » del Valerio trovavano eco nei sen- 
timenti di alcuni della parte più conservatrice, ben lieti di cogliere 
un pretesto per uscire dalla via dove il Cavour teneva a spin- 
gergli, la parte democratica, eccitata dai proprii capi, collegossi 
con loro per respingere la sua proposta ; eccezione fatta del Brof- 
ferìo che, senza esitare, si pose dal lato del direttore del Risor- 
gimento, dicendo: « io starò sempre con quelli che vorranno di 
più » (2). Naturalmente il Cavour rispose; ma egli comprendeva 
che la sua proposta, quand'anche accolta dalla riunione, non avrebbe 
più avuta, ' per esercitare un potente influsso sull'animo del Re, 
quell'importanza che se fosse stata presa con partito unanime. La 
replica di lui fu seguita da un violento dibattito, dopo il quale, 



(1) Il padre Antonio Bresciani racconta che, in un'udienza concedutagli 
il 18 maggio 1846, Carlo Alberto così gli parlò : u Dite al padre generale che niuno 
vi toccherà, finché io regno. 8 tate tranquillo, io vi ho sempre protetti e ri pro- 
teggerò sempre. » Gantù, Cronistoria, t. n* 

(2) Angelo Brofferio, Storia del Piemonte dal 1814 ai giorni nostri, parte 
terza, pag. 26 (Torino, Ferrerò e Franoo, 1861). 

6 — Voi. I. Lettere di C. Cavour. 



— 82 — 
con maggioranza di voti venne deliberato che « in considerazione 
delle gravissime contingenze della Liguria si implorasse dalla so- 
vrana magnanimità l'altissimo beneficio di una pubblica discussione 
in cospetto del paese, in cui fossero rappresentate le opinioni, gli 
interessi e le occorrenze di tutta la nazione. » Nel tempo stesso 
si fecero gli uffizi necessari presso i membri della deputazione ge- 
novese acciò sospendessero di eseguire il loro mandato. 

Nel giorno seguente si tenne in casa Roberto d'Azeglio un'altra 
riunione, alla quale intervennero tutti coloro i quali avevano vo- 
tato in favore della proposta Cavour. Saputosi che la deputazione 
genovese, persistente nel volersi presentare al Ee, non solo non 
era stata ricevuta, ma aveva avuto invito dal capo della polizia 
di lasciare Torino, si decise con voto unanime di mandare, cio- 
nondimeno, al Re un indirizzo conforme alla deliberazione presa 
nella tornata precedente. In questa sopravvennero il Valerio, il 
Sineo ed altri, della Concordia, i quali rifiutando di acquetarsi al 
suffragio della maggioranza, suscitarono una discussione cosi tem- 
pestosa, che il presidente giudicò miglior partito sciogliere senz'altro 
la seduta. 

Le due riunioni ^Albergo oVBuropa e in casa D'Azeglio die- 
dero origine a mille rumori contraddittori^ e Camillo Cavour fu 
in special modo rappresentato al Re come l'uomo che avesse tenuto 
i discorsi più sediziosi. Accusato e calunniato, compilò d'accordo 
coi direttori dell' Antologia, del Messaggere e dell'Opinione una 
narrazione esatta dei fatti alterati e incriminati; se nonché a 
Torino la censura si oppose alla pubblicazione di quel documento, 
che fu perciò spedito ai giornali romani e toscani ove fu subito 
stampato. Contemporaneamente una copia fu spedita al Re, accom- 
pagnata con una lettera rispettosissima, scritta dal Cavour mede- 
desimo in francese, e alla quale apposero pure la firma i suoi 
colleghi. La lettera era del tenore seguente: 

Turin, 7 janvier 1848. 
Sire, 

L'arrivée à Turin de la députation génoise, et la crainte de voir 
troublé l'ordre public dans notare ville ont décide quelques personnes 
qui prennent une part active à la presse périodique à se réunir deux 
jours consécutifs pour examiner ensemble les graves événements poli- 
tiques du pays. 



— 83 — 

LeB faits qui se sont pasBés dans ces réunions ont été dénaturés 
par la malveillance et la mauvaise foi; ila ont donne lieu ara bruita 
les plus calomnieux. Dans le bnt de les démentir et de faire connaitre 
la vérité, les directeurs des quatre journanx qui se publient à Turin, 
avaient de common accord redige une relation précise de ces faits; 
avec l'intention de l'insérer dans leors journanx. 

La censure toutefois n'ayant pas jugé pouvoir autoriser, par des mo- 
tifs de haute convenance, la publication de ce récit; les soussignés 
directeurs des quatre journanx ci-dessus nommés, prennent la liberté 
d'en adresser une copie à V. M. dans le but unique de lui presentar 
sons un jour véritable les opinions qu'ils ont manifestées et la confluite 
qu'ils ont tenue dans les réunions, dont il est question. 

Ils osent espérer que quelque soit le jugement que V, M. puisse 
porter sur la manière dont ils envisageaient les événements, Elle dai- 
gnera reconnaitre que leur seni but a été de concilier la grandeur du 
tròne, la force du gouvernement, ayec les véritables intérèts du pays. 

C. Cayoub, F. Pbkdabt, 
G. Durando, A. Broffkrio. 

Questa lettera e il documento, che essa raccomandava all'at- 
tenzione del Sovrano, giunsero al loro augusto destino per la via 
della posta, solo mezzo a cui i firmatari, non avendo essi stessi 
alcun adito in palazzo, potessero ricorrere senza timore di com- 
promissione. L'intermediario fu fedele. Il Re ricevette le carte, le 
lesse, e, se non potè convincersi della bontà dei consigli datigli, 
dovette riconoscere che la forma, almeno, non era sediziosa come 
gli era stata rappresentata. 

Ainsi se termina (conclude molto giustamente il de La Rive), par 
la défaite de Cavour, un incident qui lui fait honneur et qui mèrito 
de compter dans une carrière politique dont il forme à la fois le début 
et la clef. Cet épisode nous montre face a face l'action gouvernemen- 
tale et l'action révolutionnaire, ces deux puissances jusqu'alors enne- 
mies acharnées, dont Cavour allait consacrer sa vie, sans y parvenir 
tout à fait, à apaiser Tantagonisme, à modifier la nature, à concilier 
les forces hostiles. Dans ce premier conflit, du coup il prend parti, ou 
plutòt il prend position qu'il maintiendra jusqu'à la fin, d'homme de 
gouvernement, à l'initiative hardie, mais au dessein arrèté et précis. 

Alquanti giorni dopo, il marchese Roberto d'Azeglio, che sin 
. dagli ultimi tempi del regno di Carlo Felice era in gratissima 
consuetudine col re Carlo Alberto, ebbe con lui una lunga ed in- 
tima conferenza, nella quale studiossi di vincerne l'animo ritroso 
a concedere maggiori larghezze politiche. Il Re dichiarossi più che 
mai risoluto ad operare per la causa della patria, significandogli 
ad un tempo quali nella sua intima convinzione fossero i mezzi 



— 84 — 
principali da usarsi per conseguire il grande intento. E osservava 
essere l'Italia, perchè divisa, debole contro l'Austria, perchè una. 
Fra i principi d'Italia un solo aver armi, ma poco valide alla 
prova; gli altri, o imbelli, o dominati dall'Austria; non fidar 
egli nella parte liberale, larga a promettere, scarsa a mantenere. 
Bisognare soldati, non avvocati. Solo il Piemonte aver nerbo 
d'uomini valorosi, ma pochi ; il Piemonte piccolo non bastare contro 
l'Austria colossale; unico modo a crescergli forza essere unità di 
comando e di disciplina nell'esercito ; perciò pericoloso al bnon esito 
dell'impresa uno Statuto costituzionale che, aprendo la ringhiera 
pubblica alla gente di curia, e infirmando sotto il prestigio tribu- 
nizio la forza del governo, avrebbe scosso la disciplina, difficoltato 
il comando. E insistendo in tali idee, rizzossi in piedi, e fissando 
lo sguardo sul suo interlocutore, esclamò : Marquis d'Azeglio, je 
veux comme vous Vaffranckissement de V Italie, et e 1 est pour cela, 
rappelez-vous bien, que je ne donnerai jamais une Constitution à 
mon peuple* 

Indi a pochi giorni da questo jamais, Carlo Alberto prometteva 
la Costituzione ai suoi popoli. 

Come giunse in Torino la notizia che il 29 gennaio Ferdi- 
nando II, costretto dalla sollevazione dei Siciliani e dai tumulti 
in Napoli, aveva pubblicato le basi di uno Statuto, nissnn uomo 
di senno potè oramai pensare che quel desiderato fatto di una 
Costituzione rappresentativa, compiuto e proclamato in uno Stato 
italiano, non avesse a ridestare consimili desiderii in tutti gli altri 
Stati. Sotto la data del 3 febbraio Camillo Cavour scrisse a questo 
riguardo nel Risorgimento un articolo (Sulla Costituzione data dal 
Ee di Napoli), nel quale, dopo essersi rallegrato « senza invidia, » 
che la Provvidenza avesse concesso al regno di Napoli, qua! giusto 
compenso delle grandi e lunghe calamità patite per tanti secoli, 
u la gloria di essere il primo fra i popoli italiani a cui sia dato 
godere nella sua pienezza i benefìzi d'un libero reggimento, » fi- . 
niva così: 

Se non che a dar valido forzamento alle nostre speranze, a mutarle 
in certezza per noi, come per tutti gli uomini di sano criterio e di 
buona fede, più d'ogni altra cosa contribuisce la illimitata fiducia che 
abbiamo nella virtù, nei lumi e nei generosi sensi dei nostri principi. 
L'Italia confida in essi, Roma, Firenze e Torino sono certe che Pio, 



— 85 — 

Leopoldo e Carlo Alberto, magnanimi iniziatori del risorgimento ita- 
liano, sapranno condurre a compimento la gloriosa ed impareggiabile 
loro impresa, fondando su ferme e profonde basi il più splendido edi- 
ficio dei tempi moderni, 

I*A LIBBBTÀ ITALIANA. 

Gli nomini della Concordia, i quali, essendo in stretti rapporti 
quotidiani col conte di Castagnette, erano più che altri al fatto delle 
ripugnanze anti-costituzionali del Re, e le reputavano invincibili, 
ripigliarono, giusto di quei giorni, la loro idea di un mese prima sulla 
opportunità di chiedere la guardia civica anziché la Costituzione. 
Perciò il loro principale oratore nel consiglio municipale di Torino, 
avvocato Riccardo Sineo, nella tornata del 5 febbraio propugnò 
fino all'ultimo la importanza e la precedenza di una domanda di 
questa natura sopra la domanda dello Statuto, fatta nella tornata 
medesima dal Santa Rosa. Dal canto suo Camillo Cavour tornò 
in campo, con più coraggio e franchezza che mai, a propugnare 
l'idea primamente sostenuta nel convegno dell'Albergo d'Europa, 
appunto perchè sapeva essere essa in contraddizione coi convinci- 
menti del Principe, ma con molta fiducia di scuoterli. L'articolo 
che egli scrisse il 6 febbraio e fu stampato l'indomani nel Risor- 
gimento — la vigilia della promessa dello Statuto — è dettato 
con una sagacia e finezza singolari, e lascia trasparire lo studio 
dello scrittore nel ricercare e svolgere gli argomenti più acconci 
a fer colpo sull'animo timido e religioso del Principe, e nel pre- 
stargli, in forma delicatissima, idee ed intenti che gli avrebbero 
recato onore, e procacciato la stima della gente saviamente pro- 
gressiva. Perchè questa era la qualità di Cavour come giornalista : 
di sapere accomodare i suoi articoli alle necessità del momento, e 
di usare gli argomenti, se non sempre i migliori, quelli reputati 
più adatti a conseguire il fine più immediato : di riguardare, in- 
somma, l'articolo come un atto, secondo la massima del Jeffries: 
Scribere est agere. Come saggio di questo suo modo di trattare 
le questioni riferiamo per intero l'articolo del quale discorriamo, 
che lascia intravvedere il futuro uomo di Stato, il quale saprà 
governare, come sa oggi scrivere. Lo stile, naturalmente, ha al- 
quanto il colore del tempo. 

Sulla guardia cittadina. — Da molto tempo il desiderio di ve- 
dere ordinata fra noi la guardia cittadina andava facendosi più forte, 



— 86 — 

e più universale ; era diventato oramai un voto unanime, quasi irresi- 
stibile. — Nò poteva essere altrimenti. 

A fronte dei sempre crescenti apparecchi di guerra dello straniero, 
della politica sempre tergiversante dei nostri vicini (1), era naturale 
che il patriottismo del paese s'esaltasse, che tutti coloro cui ferve in 
petto amor di patria chiedessero armi ed ordinamenti per essere pronti 
a resistere ai sovrastanti pericoli. 

Ma ad un tanto motivo per desiderare la guardia cittadina se ne 
aggiungeva un altro non meno legittimo, non meno potente. 

Le riforme di Carlo Alberto, comunque ristrette nelle loro applica- 
zioni, hanno tra noi inaugurato su larghe basi i veri principii che do- 
minano le società moderne, i veri principii delle libertà civili. Tale, 
non è possibile il dubitarne, fu il fermo proposito del magnanimo no- 
stro Re quando le promulgava. Giudicando egli essere i popoli, mercè 
delle paterne sue cure, giunti ad alto segno di maturità, si determinò 
spontaneamente a mutare l'antico sistema che ci reggeva in uno più 
adatto alle condizioni dei tempi, più conforme a quello che è in vig-ore 
presso i popoli più civili, il sistema costituzionale. 

Ma guidato da quella sollecitudine ch'ei mostrò sempre pei sudditi 
suoi, volle operare la grande mutazione con modi progressivi e pru- 
denti, affine di evitare le difficoltà ed i pericoli che la storia ci mostra 
quasi inevitabili nelle epoche di transizione. Forse queste difficoltà, 
questi pericoli, prima della promulgazione delle riforme apparivano 
molto maggiori che in realtà non fossero. Infatti, l'abbiamo già detto (2), 
il contegno del popolo, il concorso quasi unanime del clero e del pa- 
triziato dimostrarono incontrastabilmente che i popoli liguri-piemontesi 
erano altamente preparati alla vita libera, alle nuove sorti alle quali 
il lor Re li chiamava. 

Noi, con tutta la nazione, abbiamo applaudito a quella prudente po- 
litica che con sì alto senno ci spingeva nelle vie del progresso. Ed 
accettando con gioia, con riconoscenza le operate riforme, abbiamo 
confidato nella sapienza del Re, nella potenza dei tempi, pel pronto e 
regolare svolgimento dei fecondi principii in esse contenuti. 

Una delle prime, delle più importanti applicazioni di questi principii, 
doveva essere l'ordinamento della guardia cittadina. Un popolo che 
progredisce nelle vie della libertà deve necessariamente desiderare di 
essere armato per custodire questa libertà, per impedire che degeneri 
in licenza. E questo desiderio è così naturale, che dee pure di necessità 
essere diviso da tutti i cittadini anche i più semplici e meno illuminati. 
Così avvenne fra noi. Il buon senso popolare non durò fatica a rico- 
noscere che la più immediata, la più chiara conseguenza delle riforme 
era la guardia cittadina; e quindi la nazione ne provò, ne manifestò 
ardente il desiderio. 

Così, alle cause interne aggiungendosi le esterne, la questione del- 



(1) Il Cavour aveva in precedenti art io oli tratteggiato questa politica ; 4 gennaio; 
Sul discorso della Corona in Francia; 14 gennaio: Documenti diplomatici francesi 
sulle cose d'Italia; 20 gennaio: Sulla discussione degli affari d'Italia alla Camera 
dei pari di Francia. 

(2) Nell'articolo Sulla Costituzione data dal Re di Napoli, stampato nel Risorgi- 
mento del 4 febbraio. 



r- 87 — 

l'armamento dei cittadini divenne la questione più incalzante, quella 
che, pochi giorni sono, più d'ogni altra meritava di fissare l'attenzione 
dei magistrati e del governo. 

Ma compiendosi in Piemonte il .regolare svolgimento dei principii 
liberali promulgati dalle Biforme, gli spiriti erano rivolti specialmente 
alla guardia civica; a Napoli, il Re stretto dagli eventi, proclamava 
senza restrizione, né reticenze l'ultima conseguenza di questi principii, 
il sistema costituzionale. 

Questo gran fatto produsse fra noi un effetto immenso, d'ora in ora 
crescente. 

Ii'essere un popolo fratello giunto sollecitamente alla meta cui ten- 
diamo, il veder poste in chiara luce le gran verità costituzionali che 
si mantenevano quasi velate, ridestò, centuplicò il desiderio latente in 
tutti i cuori di conseguire quanto prima quelle sane istituzioni poli- 
tiche cui il nostro governo intendeva condurci col prudente, ma forse 
troppo lento metodo delle riforme progressive. 

Gli avvenimenti di Napoli hanno fatto altamente risuonare quelle 
parole che erano in tutte le menti, ma che nessuno proferiva se non 
a bassa voce. Epperciò han fatto apparire agli occhi dell'intera nazione 
i gran principii costituzionali, oggetto,, or sono pochi giorni, dei voti 
di tutte le persone illuminate, desiderio ardente oramai di tutti quasi 
senza eccezione i cittadini. Col medesimo ardore col quale si chiamava 
la guardia cittadina si chiama adesso il maggiore, il più essenziale 
dei benefizi che un governo forte e generoso possa concedere, le forme 
deliberative. 

Tale essendo lo stato reale dell'opinione e del paese, noi non dubi- 
tiamo di proclamare che se prima della promulgazione della Costitu- 
zione napolitana, la sola istituzione della guardia cittadina doveva 
considerarsi qual regolare svolgimento del sistema adottato dopo le 
Biforme, epperciò qual atto di sovrana sapienza, ora, disgiunta dalle 
istituzioni deliberative, non sarebbe che una concessione inefficace e 
fors'anco pericolosa. 

Ai motivi che militavano in favore dell'ordinamento di una guardia 
cittadina, si aggiungeva, pochi giorni sono, il vantaggio di appagare 
momentaneamente il voto delle popolazioni ; ma ora un tale scopo non 
si conseguirebbe, A quel voto ne è sottentrato un altro più ardente, 
più logico, più legittimo. Lo spettacolo delle libertà state accordate 
ai Napolitani, di quelle che si stan preparando per la Toscana (1) ha 
cresciuto nei popoli nostri il desiderio già prima ardente di conseguire, 
di meritare eguali benefizi dal loro principe. Sinora vedevano quasi in 
lontananza, in modo poco distinto questa gran luce politica, ma nutri- 
vano la certezza che il governo v'avea gli occhi da lungo tempo ; però 
si rassegnavano ad un tirocinio che era loro rappresentato come indi- 
spensabile a stabilmente fondarle. 

Ma il crearsi di un Parlamento a Napoli, a Firenze, fra popoli, i 
quali, con più o meno di fondamento, sono riputati in Europa meno 
preparati di noi alla vita costituzionale, toglie agli argomenti che si 
mettevano in campo intorno alla necessità di un'epoca di transizione, 



(1) La Costituzione tosoana era *tata promessa addi 7 gennaio, e fu poi data in 
statato addi 17 febbraio. 



— 88 — 

ogni specie di valore. È impossibile oramai sostenere di buona fede e 
seriamente che i Liguri-Piemontesi non sieno preparati -a ricevere isti- 
tuzioni che son giudicate opportune a Napoli e in Toscana. 

L'impulso della Provvidenza rende necessariamente velocissimo quel 
moto di progressivo svolgimento ideato dalla vigorosa e benefica mente 
che ci governa. Il sistema di transizione, ottimi in tempi tranquilli, 
torna nei procellosi inopportuno, quando non arreca impensati pericoli. 

Sicché ripeterò io : a che gioverebbe ora il concedere la sola guardia 
cittadina? Ad acquetare momentaneamente l'opinione pubblica? No 
certamente. L'opinione è irresistibilmente rivolta a fini più alti e più 
tranquillanti. È egli sperabile che la presente effervescenza popolare 
si calmi in virtù di alcune concessioni o per volgere di tempo? Spe- 
ranza più fallace ancora: ogni battello che giunga quind'innanzi da 
Napoli recandoci nuovi fatti della vita costituzionale a cui agogniamo, 
raddoppierà i desiderii del pubblico, facendolo più impaziente ed ir- 
requieto. 

Ohe sarà poi quando si aprirà il Parlamento napoletano ? L'eco delle 
voci eloquenti che risuonerà da quelle tribune, di quali sensi non in- 
fiammerà tutti i petti ? Chi può prevederne gli effetti sulle menti con- 
citate dei lontani, degli aspettanti? Chi misurare i risultamenti dei 
primi discorsi parlamentari italiani, ripetuti e commentati dalla stampa 
nostra periodica di ogni forma? A tali eccitamenti qual forza morale 
opporrà il governo? 

Abbiam già altre volte espresso la ferma opinione: essere a lungo 
andare sommamente difficile il governare un paese, ove la stampa fosse 
libera o semi-libera senza l'aiuto di una discussione aperta in cospetto 
del paese (1). Tale difficoltà tramutasi in impossibilità tostochè l'opera 
della stampa venga secondata dallo stimolo della tribuna di un paese 
fratello, che ci dà con ciò stesso il maggiore incitamento a seguirne 
l'esempio. 

Noi rispettiamo altamente gli uomini di Stato che ci governano ; ma, 
il ripeto, quand'anche il ministero fosse composto di Colbert, di Sully, 
di Bogino, ma non interpretasse i voti del paese, sobbarcherebbesi ad 
impresa maggiore d'ogni umana forza. 

Taluno forse dirà che a contenere l'effervescenza popolare basta la 
guardia cittadina. Deplorabile errore ! Precisamente le classi che com- 
pongono le guardie cittadine saranno le prime a sentire più fortemente 
l'influenza della libertà napolitana. 

Benché devota al trono ed al paese, non potrà frenare l'ardenza 
de' suoi desiderii, e non frenando la sua, crescerà necessariamente l'altra. 

Quali abbiano allora ad essere le condizioni del paese è facile imma- 
ginarlo. Ondechè dichiareremo con piena convinzione, a rischio di 
spiacere ad alcuno dei nostri amici, che noi non potremo senza grave 
apprensione vedere il paese nostro privo d'istituzioni deliberative, es- 



co Specialmente in un articolo Sui casi di Genova, stampato nel Risorgimento 
del 15 gennaio. Concludeva così : « Rimarrebbe dunque dimostrato che la larghezza 
attuale della stampa non basta al Piemonte, in cui, come agli Stati Romani, 6 ne- 
cessario, a voler sicuramente progredire nella vita pubblica, che l'opera della 
stampa sia illuminata, afforzata, dominata dalle discussioni dei grandi poteri dello 
Stato. » 



— 89 — 

sere armato al cospetto delle tribune italiane, di Napoli, Firenze, e 
forse fra non molto quelle di Roma se piaccia a Dio (1). 

I pericoli di una tale condizione di cose sono evidenti, ninn nomo 
di Stato pnò disconoscerli o negarne la gravità, salvo coloro i quali 
acciecati da una smisurata fiducia nella loro personale influenza, 
credono, mercè di segrete ed oscure file cKei dicon pratica, far muo- 
vere il paese a loro talento, anche a dispetto degli eventi prowiden- 
ziali che g rincalzano. 

Ma noi Togliamo sperare che i nostri timori sieno senza fondamento. 
Quel Sommo che già tanto fece pei suoi popoli compirà V opera sua; 
e dopo averli sapientemente guidati per tanti anni nel procelloso 
mare del progresso, li condurrà sicuri nel porto da lungo tempo 
dalla sua sapienza apparecchiato, ove egli, trovando queir alto, incom- 
parabile godimento di aver ordinato a pacifiche, indestruttibili libertà 
i popoli suoi, terrà un posto eminente fra i più grandi monarchi 
d'Europa. 

Quando Camillo Cavour scriveva quest'articolo, l'animo del Re 
era già singolarmente scosso. Infatti, il giorno dopo che erasi ri- 
cevuta in Torino la notizia della Costituzione concessa in Napoli, 
cioè ai 2 di febbraio, i ministri si erano radunati sopra invito del 
conte Borelli, e dopo maturo esame erano venuti unanimi nell'av- 
viso doversi rappresentare al Sovrano che i tempi richiedevano si 
concedesse uno Statuto o Costituzione al popolo. Questa delibera- 
zione venne comunicata il giorno 3 a Carlo Alberto. Fu grande 
il suo turbamento, non solo perchè egli era, come s'è visto, irre- 
sistibilmente avverso agli ordini costituzionali, ma perchè nella 
sua coscienza reputavasi legato da un obbligo di non concederli, 
sottoscritto nel 1824 in Parigi tornando dalla Spagna e avanti 
di rientrare in Piemonte (2). Il primo pensiero che gli si affacciò 
fa quello di rinunziare alla corona lasciando al figlio, che non 
aveva obblighi, di provvedere come meglio stimava alla tranquilità 
ed al bene del popolo. Poi, il voto unanime del Consiglio dei mi- 
nistri e dei più ragguardevoli personaggi dello Stato interrogati, 
fra i quali il Della Torre, il Raggi, il Pralormo, il Gallina, il 
Collegno (Luigi), lo Sclopis, il Coller, l'avviso stesso favorevole 
di specchiati vescovi e sacerdoti, lo persuasero che la dichiarazione 
sottoscritta nel 1824 non poteva mettersi al disopra dell'obbligo 
primo ed assoluto, che egli aveva, di provvedere come Re al bene 



(1) Infatti la Costituzione romana fu promessa addi 14 febbraio e data in statuto 
addi 14 marzo. 

(2) D o m e n i e o Berti, op, cit., pag. 75. 



— 90 — 
ed alla tranquillità de' suoi popoli. L'8 febbraio usciva un mani- 
festo nel quale Carlo Alberto, con parole nobili e degne, annun- 
ziava lo Statato, il quale sarebbe stato concesso in un coi diritti 
sostanziali che verrebbero in quello sanzionati. 

Quindici giorni dopo fu creata una Giunta, o Commissione, sotto 
la presidenza di Cesare Balbo, onde proponesse la legge per le 
elezioni dei deputati. Di questa Giunta fu nominato membro Ca- 
millo Cavour. Le sue idee in proposito, le quali furono in gran 
parte accettate dalla Commissione (1), sono largamente enunciate 
in quattro articoli stampati nel Risorgimento in data 12, 19, 22 
e 23 febbraio. In essi egli si mostra recisamente contrario all'idea, 
che in quel tempo aveva gran favore nella opinione pubblica, di 
fondare sulle costituzioni municipali i nuovi ordini politici delibe- 
rativi. Secondo lui, un savio ordinamento costituzionale doveva 
tendere a conciliare la libertà dei popoli con un potere centrale 
forte ed unito: ora col costituire l'elemento municipale, base del 
sistema elettorale politico, si trasformavano i consigli comunali in 
corpi politici. La nomina dei deputati per mezzo dei consigli mu- 
nicipali, contraria agli interessi generali dello Stato, non sarebbe 
stata meno dannosa ai veri interessi dei comuni ; le qualità che 
si richiedono in un buon amministratore non essendo bastevoli per 
un uomo politico. Il conte Cavour additava, come esempi da se- 
guirsi, quelli dell'Inghilterra, della Francia e del Belgio. « Gli 
esperimenti politici (così egli) costano sempre molto, e non di 
rado sono pericolosi. Onde quand'anche si stimasse teoricamente 
preferibile un sistema di Costituzione affatto nuovo, noi giudiche- 
remmo miglior consiglio l'attenerci a forme già note e sanzionate 
dal tempo. E ciò tanto più da che i paesi costituzionali sono dotati 
di irresistibili stromenti di progresso: la stampa e la libera di- 
scussione ; mercè i quali non v'è abuso che possa a lungo insistere, 
non vi è miglioramento che non possa effettuarsi. » 



(1) Per questo, nella tornata della Camera del 10 gennaio 1850, discutendosi un 
disegno di legge, che modificava 11 riparto dei collegi elettorali, il conte di Cavour, 
ricordando la parte da lui avuta nella formazione della legge elettorale, disse che 
per la medesima « sentiva quasi un certo amor paterno. » Le quali parole essendo 
state accolte con u risa generali e prolungate, ed esclamazioni a sinistra » egli 
ripigliò : u Bipeto che sento per essa un amor paterno, che mi allontanerebbe da 
qualunque modificazione dei principii politici sui quali essa riposa. » 



— 91 — 

Venendo alle particolarità di una legge elettorale, il Cavour 
esprimeva questi concetti: 

1° Essere desiderabile per molte ragioni, che entro certi limiti 
le assemblee deliberative uscite dall'elezione popolare siano quanto 
più possibile numerose; la Camera dei deputati dovere accogliere 
nel suo seno buon numero d'uomini speciali, atti a trattare suffi- 
cientemente le molte e varie materie, che debbono essere sottoposte 
alle sue deliberazioni; un simile concorso di forze, di lumi, di spe- 
ciali attitudini potersi sperare soltanto in una Camera numerosa, 
senza di che a non vi sarà luogo per quegli altri più operosi che 
eloquenti, piò, prof (mài che brillanti, i quali si efficacemente con- 
tribuiscono al buon governo del paese ed alla confezione di savie 
leggi. » Un'assemblea numerosa, in grazia dello stesso suo numero, 
della vanità, della contrarietà degli istinti individuali, potere 
meno facilmente venir corrotta dal potere, ed essere in grado di 
resistere, od almeno di non lasciarsi intimorire cosi di leggieri 
dalle pressioni popolari. Ponderata ogni circostanza rispettiva del 
Piemonte, la Camera doversi avvicinare per quanto possibile ai 200 
deputati, cioè un deputato ogni 25,000 anime. 

2° Doversi rifiutare lo scrutinio di lista, perchè contrario agli 
interessi delle minorità, « una delle condizioni essenziali di un 
buon sistema elettorale essendo l'assicurare alle minorità nella 
rappresentanza nazionale una influenza adeguata alla sua impor- 
tanza reale; » perchè le elezioni collettive non possono mai essere 
tanto sincere come le elezioni individuali, « dando quasi sempre 
luogo a negoziati, a convenzioni, a transazioni, che nuocono non 
meno alla loro dignità che alla verità loro. » Nel sistema delle 
piccole circoscrizioni consistere l'opposto difetto, quello di dare 
influenza soverchia agli interessi locali, di far scegliere, cioè, de- 
putati disposti alcune volte a sacrificare le grandi alle piccole 
cose; ma oltre di che la gravità di tale difetto potrebbe venire 
temperata in singoiar modo dal continuo accrescersi delle relazioni 
personali e materiali delle varie parti dello Stato fra loro, molti 
ed importanti vantaggi andare compagni a quel sistema: oltre le 
guarentigie che offre alle minoranze, e la maggior facilità per gli 
elettori di esercitare i proprii diritti, primeggiare il vantaggio di 
ravvicinare il candidato all'elettore, il quale potrà assai meglio 
determinare la sua scelta secondo il proprio giudizio ; e se è a 



— 92 — 
desiderarsi che l'opinione dei deputati corrisponda a quella degli 
elettori, essere anche più desiderabile che la scelta di questi cada 
su persone di conosciuta moralità, di provata devozione al bene 
pubblico, e di gran lunga da preferirsi che « la Camera annoveri 
alcuni uomini politici di meno, ma la sua maggiorità sia composta 
<Ki tali, sul carattere de 1 quali gli elettori possano facilmente por- 
tare un sicuro giudizio. » Per conseguenza essere miglior consiglio 
rinunziare alle elezioni per divisione o provincia, e attenersi, come 
in Francia, alle elezioni individuali, in appositi circondari. 

3° In un buon sistema di governo rappresentativo doversi 
conferire i diritti elettorali a tutti coloro, che si può ragionevol- 
mente presumere riuniscano sufficienti condizioni per esercitarli 
rettamente senza pericolo per la società. Ora queste condizioni, o 
guarentigie, che si voglian dire, potersi ridurre a tre : 1° indipen- 
denza, cioè guarentigia contro le attrattive di una troppo facile 
seduzione dei partiti o del governo; 2° intelligenza, ossia cogni- 
zioni sufficienti per recare un giudizio sulle opinioni e sul carattere 
dei candidati; 3° interesse al mantenimento dell'ordine sociale. A 
queste condizioni soddisfare, nei più dei casi, coloro i quali posseg- 
gono un capitale reale o mezzi intellettuali, che a questo possano 
corrispondere ; eglino adunque potersi considerare come dotati di in- 
dipendenza, cognizioni ed istinto di legalità conservatrice, bastevoli 
perchè si debba ad essi affidare l'esercizio dei diritti elettorali. 

fiimanevagli* da esaminare ancora due questioni: le condizioni 
d'eleggibilità ; la durata della legislatura e il modo con cui do- 
veva rinnovarsi; ma essendosi riunita nel frattempo la Giunta 
elettorale, della quale era stato nominato membro, egli credette 
suo debito interrompere lo studio incominciato nel Risorgimento. 

Col 25 febbraio alcuni mutamenti avvennero nella direzione del 
citato giornale, in seguito ad una riunione generale tenuta dagli 
azionisti. Camillo Cavour fu rieletto direttore ; e Michelangelo Ca- 
stelli, vice-direttore. Il Consiglio direttivo rimase composto, oltre 
che dei membri prima nominati (tranne il Pinchia, che per cagioni 
private si ritirò), del conte Luigi Franchi e dell'avvocato Giam- 
battista Cassinis. Avevano fin qui collaborato e continuarono a 
collaborare al giornale Barione Petitti, Carlo Boncompagni, Ercole 
Ricotti, Giorgio Briano, Pier Carlo Boggio ; più tardi vi scrissero 



— 93 — 

Giuseppe Torelli, Giovanni Vico, Francesco Ferrara, Filippo Cor- 
dova, Luigi Re, ecc. 

A questo riguardo ne piace ricordare che il conte di Cavour, 
quando più tardi, deposta la penna del giornalista, diventò ministro, 
soleva spesso cogli amici intrattenersi de' giorni passati nella com- 
pilazione del Risorgimento, e ne menava vanto, soggiungendo che 
dopo lo studio delle matematiche ciò che meglio lo aveva prepa- 
rato al maneggio delle faccende politiche ed alle pratiche della di- 
plomazia era^tato per l'appunto l'uffizio di giornalista. 

u Uno scrittore (diceva egli) che obbedisca ad un convincimento, 
e che serva la causa dei principii, trovandosi nella necessità di 
dover manifestare al pubblico i suoi concetti, tutti i giorni acquista 
l'abitudine di discernere quali sieno le cose che vanno dette, e 
quali quelle che non vanno dette. Ogni giorno acquista quel tatto 
che è tanto utile, tanto necessario nel trattare gli affari politici. 
È una scuola di tutti i giorni, nella quale tutti i giorni si per- 
feziona. Se non fossi stato giornalista, non sarei divenuto uomo 
politico. Non dimenticherò mai ciò che debbo alla collaborazione 
nel Risorgimento » (1). 

Nella qualità di giornalista C. Cavour prese parte il 27 febbraio 
alla gran processione patriottica, ordinata e condotta dal marchese 
Roberto d'Azeglio, la quale, dopo aver assistito ad un solenne Te 
Deum nella Gran Madre di Dio, per via di Po si diresse a Piazza 
Castello, ove sfilò dinanzi al re Carlo Alberto a cavallo, accom- 
pagnato dai suoi figli. In un bozzetto, non indegno della penna 
di Massimo d'Azeglio, Giuseppe Torelli (2) ci ha lasciato un vi- 



Cl) G. Massari, op. cit., p. 25. 

(2) Bicordi politici di Giuseppe Torelli, pubblicati per cura di Cesare Paoli, 
pag. 67 e seg. (Milano, Carrara, 1873). 

Il Torelli, che più tardi, sotto il pseudonimo di Ciro d'Arco, scrisse nel Risorgi- 
mento una serie di Lettere politiche, che levarono molto grido, apparteneva in quel 
tempo alla redazione dell'Opinione. Nato in*Recetto, piccola terra del Novarese, 
ai 13 dicembre del 1816, addottorossi in medicina nell'Ateneo torinese, ma tratto 
da naturale inclinazione all'amena letteratura, abbandonò presto cataplasmi e ri- 
cette per recarsi in Milano, e darsi interamente ai geniali suoi studi. Esordi col 
Soliloquio di una mosca, a cui seguirono la Storia naturale della buffoneria e i due 
romanzi V Ettore Santo, ed il Ruperto d'Isola, che gli fruttarono bella fama, e la 
preziosa conoscenza e amicizia intima di Massimo d'Azeglio, al quale sopravvisse 
poco più di tre mesi (mori il 25 aprile 1866). Espulso da Milano in fine del 1847 
renne in Torino, ove aiutò il Durando nella fondazione dell 1 Opinione, e ne diventò 
collaboratore assiduo. 



— 94 — 
vace ritratto di Camillo Cavour in quel tempo, canterellante an- 
ch'egli il famoso inno Fratelli d'Italia! 

La processione venne dall'Autorità regolata e distribuita in 

altrettante categorie, quante erano le classi, le professioni, le arti ed 
i mestieri della cittadinanza. I giornalisti, che vennero collocati fra la 
categoria dei brentatori e quella degli intagliatori in legno, avevano 
il numero 41. Ci volle più di un'ora prima che la processione si muo- 
vesse. Il crocchio dei giornalisti contava da dieci a dodici individui che, 
pigliati collettivamente, rappresentavano assai bene l'ingegno e lo spi- 
rito di quel tempo. V'era Pier Dionigi Pinelli, il conte di Cavour, 
Valerio, Brofferio, Castelli, Lanza, Giacomo Durando, Galvagno, ed 
altri, fra i quali lo scrittore di questi Ricordi. 

1 Un'allegria cordiale regnava nel crocchio : non mancavano i frizzi e 
le facete osservazioni, talune delle quali andavano, come era naturale, 
a toccare gli ordinatori della processione, ed anche un po' le due cate- 
gorie a noi vicine, cioè i brentatori e gl'intagliatori: i quali però, a 
dir la verità, serbavano un contegno molto più serio e contemplativo 
del nostro 

Mi ricordo essere stato quello il primo momento nel quale ho studiato 
attentamente due visi : quello del conte di Cavour, e quello dell'avvo- 
cato Pinelli. Invero il momento avrebbe potuto essere meglio scelto. 
Né all'uno ne all'altro di quei due personaggi frullarono mai in capo 
delle pretensioni musicali: non eseguivano perciò coscienziosamente la 
loro parte. Tuttavia canterellavano anch'essi e, sbirciando di sotto agli 
occhiali i loro vicini, sembravano combattere con represso sogghigno 
il rimorso interno per la loro melodica inesattezza. Quando nefl'avvi- 
cendarsi delle note venne la volta delle due prossime categorie, ho 
udito il conte Camillo susurrare alcuni arguti giudizi intorno alla in- 
negabile preferenza che il canto dei brentatori e degli intagliatori 
meritava rimpetto al canto dei giornalisti, e, rivolgendosi allo scrittore 
di questi Bicordi, disse in un milanese alquanto imperfetto, com'era 
suo costume: 

— Semm tanti cani 

Osservazione alla quale venne da me rispettosamente acconsentito 

Il conte Camillo di Cavour aveva in quell'epoca un viso fresco fresco, 
lievemente irrorato alle guancie da un color di rosa che più tardi do- 
veva mutarsi in gialliccio dorato. Aveva gli occhi sì vivaci e pieni di 
tanti e così variati intendimenti, che era malagevole fissarne il carat- 
tere permanente. Dominavano tutta la sua persona, sia nel volto come 
nel tronco e nelle membra inferiori, le linee dolcemente curve senza 
angoli duri. Comecché nella generale sua costruzione prevalesse la ro- 
bustezza e la rotondità, non offriva ancora i sintomi della tendenza 
polipionica che più tardi in lui manifestossi. Il suo angolo facciale, 
che quasi non capiva nel retto, la sua fronte straordinariamente ampia, 
il modo tutto a lui peculiare di fissare gli oggetti che voleva contem- 
plare, lo indicavano, anche a prima vista, come persona chiamata a 
destini straordinari. Agli .angoli esterni della sua bocca fredda e priva 
d'istinto incominciavano già a spuntare due sottili rughe, le quali do- 
vevano avere per ufficio di svelare i suoi interni affetti nei momenti 
di concitazione. E invero, a chi lo ha poi studiato davvicino, niente 



— 95 — 

eia pia facile che il prevedere i suoi impeti, solo avesse posto mente 
al lento raggrinzarsi e tremolare di quelle due rughe. La sua fronte 
socratica questo aveva dì bizzarro e di riluttante ai principii della 
dottrina frenologica, che era liscia e piana, senza speciali protuberanze, 
delle quali due soltanto erano appena appena indicate, quelle cioè del- 
l'arguzia (esprit de saillie) e della topografia (località). Tutte le altre 
erano livellate e tenute, a così dire, in olocausto della generale e 
grandiosa protuberanza intellettiva, alla quale erano sacrificati anche 
gli istinti occipitali I suoi due occhi celesti sarebbero sembrati man- 
sueti e tranquilli — tali almeno erano quando tacevano — se non aves- 
sero tratto tratto gettato dei guizzi scintillanti che, attraversando il 
cristallo delle lenti ond' erano custoditi, andavano a pungere magneti- 
camente gli oggetti affissati. Il suo collo breve e tozzo era piantato 
in mezzo a due poderose spalle, già a quel tempo leggermente ricurve 
per l'abitudine della contemplazione. Dal tronco in giù non conservava 
più la esattezza delle proporzioni estetiche, e le sue gambe erano corte 
e grosse, paragonate al busto ed al tronco che loro erano affidati. Te- 
neva nei modi il garbo aristocratico, ma privo affatto di volgari pre- 
tensioni : il più spesso parlava a mezzo labbro, e ascoltava con urbana 
attenzione l'interlocutore, qualunque ei si fosse: qualità questa che 
conservò sempre, anche divenuto celebre, anche quando si riservava il 
diritto di far poi come più gli piaceva, escluse, ben inteso, le occasioni 
di passione e d'impeto. 

Non una settimana dopo la gran dimostrazione del 27 febbraio (1) 
— addi 4 marzo — Carlo Alberto largì lo Statuto. Quasi ad un 
tempo Cesare Balbo ritirossi dal Consiglio di direzione del Risor- 
gimento, essendo stato invitato dal Ee a formare il primo gabi- 
netto del governo costituzionale (2). Del resto, già da alcun 
tempo fra lui e il Cavour non esisteva più un intimo accordo 
di pensamenti. « Cavour (scrive il Predari) appariva troppo rivolu- 
zionario al Balbo. H quale cominciava già ad esagerare a sé 
stesso i doveri della moderazione, temere sempre, di quel re- 
gresso che aveva pur veduto le tante volte rinnovellarsi nei pe- 
netrali di corte; e molto vivaci furono talvolta le discussioni sue 
colTaudacissfmo birichin, come con dispettosa frase talvolta chia- 
mava il Cavour, il quale, diceva egli, finirà col minare il ma- 



(1) Mentre questa aveva luogo, giunse in Torino la notizia della rivoluzione di 
Francia del 24 febbraio. Il conte di Cavour rimase gravemente turbato per i pos- 
sibili effetti di queir avvenimento sulle cose italiane, u Nessun movimento a mio 
giudizio, diss'egli alcuni anni dopo in Senato (16 dicembre 1852), fu più funesto, 
più deplorabile di questo; nessun movimento mi fu cagione di più grave dolore, n 

(2) Begli antichi ministri rimasero soli in carica il Beyel e il Des Ambrois. 
Oltre al Balbo, presidente del Consiglio, entrarono- nel nuovo gabinetto Lorenzo 
Pareto, Antonio Franzini, Vincenzo Bicci, Carlo Boncompagni, Federigo Sclopie. 



— 96 — 
gnifico edificio eretto dal senno e dalla moderazione di tanti va- 
lentuominif... » (1). 

Da un abbozzo di programma scrìtto dal Balbo, mentre stava 
componendo il gabinetto (2), si raccoglie quali fossero i suoi in- 
tendimenti rispetto all'Austria. Fra le altre cose notava : « ar- 
mamenti e fortificazioni quanto più — Contingenti come sono, tre 
mesi — Lega politica coi tre altri principi italiani — Guerra in 
caso di guerra civile stabilita (?) — Fuor di ciò: Ogni cosa ri- 
messa alle Camere future. * 

Si vede da questi appnnti, che il Balbo stimava doversi far 
guerra all'Austria solamente nell'ipotesi di una guerra civile : ma, 
non ben certo del sentimento de' colleghi e forse di quello del 
Re, indicava questa parte sul programma con un punto d' interro- 
gazione. 

Il nuovo gabinetto entrò in ufficio il 16 marzo. Il 19 giunse 
in Torino la notizia del sollevamento di Milano, incominciato il 
di prima, che era appunto il caso preveduto dal Balbo, nel quale 
si sarebbe dovuto far guerra all'Austria. La natura irresoluta, per- 
plessa, diffidente del Ee fu assai nociva. Entreremo in alcuni par- 
ticolari, perchè, senza che questi sieno presenti alla mente dei 
lettori, non sarebbe possibile apprezzare, secondo il suo merito, 
Yatto del conte di Cavour, vogliamo dira l'articolo audace che 
scrisse nel Risorgimento in data del 22 marzo, per mettere in 
sull'avviso il governo del Be che, continuando nella sua politica 
meschina, il trono sabaudo sarebbe crollato in mezzo all'indigna- 
zione dei popoli frementi. 

Che più presto o più tardi una guerra coli' Austria fosse inevi- 
tabile, tutti in Italia e mori prevedevano, e Carlo Alberto ne 
era si persuaso, che sin dal 1° marzo, subito dopo la rivoluzione 
francese del 23 febbraio, aveva chiamato sotto le armi parecchi 
contingenti, e spinto con qualche alacrità gli apparecchi di guerra, 
ordinando si recasse a conoscenza dei governi amici come egli 
fosse costretto a prendere quei provvedimenti « en présence des 



(1) I primi vagiti, ecc., pag. 246. 

(2) E. Eie otti, op. cit« t pag, 



cit« t pag. 263. 



— 97 — 

graves conjonctnres qu'a fait naìtre la nouvelle revolution, qui 
vient d'éclater à Paris, et en face des événements politiqnes qui 
en seront l'ìnévitable conséquence » (1). V'ha di più. Alcuni di 
appresso, al conte Enrico Martini, venuto da Milano, e statogli 
presentato dal conte di Castagnette, Carlo Alberto aveva discorso 
a lungo dell'Italia, del desiderio di esserle utile; e dopo avergli 
domandato informazioni delle cose militari in Lombardia, e degli in- 
tenti di quelle popolazioni, aveva finito col promettere che « quando 
Milano seriamente insorgesse, Egli, i suoi figli, il suo popolo cor- 
rerebbero alle armi e sosterrebbero il movimento nazionale lom- 
bardo » (2). Ciò stante, quando nel mattino del 19 il conte Martini, 
accompagnato dal marchese Carlo d'Adda, e da due altri patrizi 
milanesi, e poco di poi, il conte Francesco Arese, inviato dalla 



(1) Dispaccio del conte di S. Marzano, del 2 marzo 1848, al cav. A. di Bevel, 
ministro di Sardegna a Londra. 

(2) Enrico Martini, nativo di Crema, che fa poi degli amici più intimi di Ca- 
millo Cavour (a lui sono indirizzate le Lettere OCXXXIV-CCXXXV), poteva avere 
trentanni, quando esordiva nella carriera politica con questa missione presso il 
re Carlo Alberto, la quale gli procacciò da Giuseppe Mazzini il titolo di viaggia- 
tore faccendiere dei moderati, titolo meritati attimo, aggiunge uno storico recente ; 
punto meritato, diremo noi ; e per verità la grande maggioranza di quelli, che il 
Mazzini chiama moderati, nutrivano prima di marzo 1848 tanta diffidenza contro 
Cario Alberto, che l'ultima cosa che avrebbe pensato o desiderato sarebbe stata 
quella di averne l'aiuto in un'impresa d'indipendenza. 

La verità vera è questa. 

Mentre tra il 1646 e il 1847 quasi tutti in Lombardia vaneggiavano per Pio IX, 
alcuni pochi, nel novero dei quali il conte Vincenzo Toffetti, che aveva avuto 
parte nei moti del ventuno, e il conte Enrico Martini, amicissimo suo, più volte 
in colloqui famigliari si erano trovati concordi nell'opinione che la cacciata dello 
straniero non sarebbesi potuta attuare se non mediante determinati accordi col 
Piemonte, dolendosi che per la disistima e diffidenza, in che il re Carlo Alberto 
era tenuto, non fosse da sperare che i più notevoli in Lombardia si capacitassero 
della necessità di adottare quello spediente. Di qui il suggerimento dato dal Toffetti 
al Martini, negli ultimi giorni del 1847, di recarsi in Piemonte per tastare il terreno» 
Piacque l'assunto al Martini. Il quale, ottenuto, non senza contrasto, un passa- 
porto, partì da Milano la sera stessa delle stragi, che ispirarono all'Azeglio i Lutti 
di Lombardia; e, mediante lettere commendatizie del Toffetti a ragguardevoli pa- 
trizi genovesi, ebbe modo di presentarsi, pochi dì appresso, in Torino, al conte di 
Castagnetto. Questi lo trattò con grande amorevolezza, scusandosi se motivi di pru- 
denza lo impedivano di annunziarlo al Ee : tenesse però per fermo (queste precise 
parole disse il confidente di Carlo Alberto) che « non appena le circostanze lo per- 
mettessero, si sarebbe tratta la spada e gettato il fodero; » frattanto andasse a Pa- 
rigi e di là mandasse informazioni, cercando ad un tempo di acquistare amici alla 
causa dell'indipendenza italiana. Il Martini aveva passato alcuni Anni nella ca- 
pitale della Francia, e conosciutovi molti insigni personaggi politici, e primo fra 
questi il Thiers; perciò l'opera di lui non fu del tutto inefficace, e infatti sono 
giusto di quel tempo due discorsi del Thiers favorevoli all'Italia (e furono anche, 
pur troppo, gli ultimi). 

In questa, essendo scoppiata la rivoluzione di febbraio, e il Martini, considerando 
ohe nei repubblicani avrebbe incontrato poca inclinazione ad aiutare un paese mo- 

7 — VoL IL Lettere di C. Cavour. 



— 98 — 
Commissione municipale di Milano e dai principali fra i sollevati, 
invocarono il suo patrocinio, Carlo Alberto, volendo essere consen- 
taneo ai fervidi voti tante volte espressi in favore dell'indipendenza 
italiana, non aveva oramai altra via dinanzi a sé, da quella in- 
fuori che accorrere subito in aiuto ai Milanesi e farne dichiara- 
zione aperta al paese ed all'Europa. In quella vece il Re conten tossi, 
il 19, di dare ordine che fosse accresciuto l'esercito adunato al 
Ticino, e di sollecitare il Martini a recarsi a Milano per annun- 
ziare alla Commissione municipale i provvedimenti dati, e assicu- 
rarla che egli ardeva dal desiderio di porgere soccorso agli insorti, 
e avrebbe cólto « il primo, anche tenuissimo pretesto » che si 
fosse presentato. 

Intanto la notizia della rivolta di Milano si era diffusa in Torino, 
e la popolazione, non vedendo, né in quel giorno né il di appresso, 
niun segno palese degli intendimenti del Ee, cominciava a com- 
muoversi. 

In quel frangente, il chiaro patriota Maurizio Farina, che da 
parecchi anni era in intimi rapporti col Sovrano, presentassi a lui, 
e lo esortò colle più calde parole a troncare gli indugi; e sentito 
dalla sua bocca, come la cagione vera della titubanza a pigliare 
una risoluzione consistesse nel timore che il sollevamento dei Mi- 
lanesi fosse opera della parte repubblicana, immediatamente, d'in- 
tesa col Ee, parti alla volta di Milano, per chiarirsi, di persona, 
se quel timore avesse qualche fondamento. 

Non prima della mattina del 23 il Farina potè essere di ritorno 
da Milano; cosicché tutto il giorno 21 e il 22 nella capitale del 
regno sardo perdurò l'ansia e l'incertezza intorno alle deliberazioni 
che dal Ee e dal governo sarebbero state prese. 



narchico, tornò a Torino, dove non solo fu di bel nuovo benissimo accolto dal 
conte di Castagnette, ma da questo venne presentato a 8. M. 

Nelle Memorie inedite del Martini il memorabile colloquio ò riferito nei seguenti 
termini : 

« Chi la manda? » mi chiese il Be « Oli uomini del 21, Sire » risposi cogliendo 
u al volo l'occasione di conciliare difficili memorie. Parve contento della mia ri- 
u sposta, mi piarlo lungamente d'Italia, del suo desiderio d'esserle utile, mi chiese 
« delle risorse militari della Lombardia, delle disposizioni della città, se disposte 
« a resistenza, e fini col promettermi che quando Milano seriamente insorgesse, 
u Egli, i suoi figli, il suo esercito, il suo popolo, correrebbero alle armi e soster- 
u rebbero il movimento nazionale lombardo. 

u Anco due volte Sua Maestà mi diede udienza, e l'eccellente conte di Casta- 
u gnetto, intermediario in tutto, praticai in quei di quasi giornalmente. » 



— 99 — 

Correvano le voci più inquietanti sol contegno che l'Inghilterra 
e la Russia avrebbero assunto se il Re fosse accorso in aiuto degli 
insorti milanesi; alle quali voci aggiungeva credito la dichiara- 
zione fetta il 22 marzo stesso dal ministro degli esteri, marchese 
Lorenzo Pareto, all'ambasciatore austriaco, conte Buoi, del vivo 
desiderio del governo piemontese di fare quanto era in suo potere 
per serbare le buone relazioni coir Austria. Aggiungevasi che i 
generali, interrogati, avevano affermato essere l'esercito imprepa- 
rato a entrare immediatamente in campagna. 

È in siffatta condizione di cose che il conte di Cavour scrisse 
nel Risorgimento l'articolo che più sopra menzionammo. I consigli 
che, con una lucidità di idee e con una franchezza veramente 
meravigliosa, egli dà al Sovrano, di mostrarsi audace e temerario, 
perchè in certi casi l'audacia è la vera prudenza, e la temerità 
è più soma della ritenutezza, già fanno presentire l'uomo di Stato, 
che nel 1859 e nel 1860 li recherà in atto, per la fortuna e gran- 
dezza d'Italia. L'articolo suonava cosi: 

L'ora suprema della monarchia sabauda. — L'ora suprema per 
la monarchia sarda è suonata, Torà delle forti deliberazioni, l'ora dalla 
quale dipendono i fati degl'imperii, le sorti dei popoli. 

In cospetto degli avvenimenti di Lombardia e di Vienna, l'esitazione, 
il dubbio, gl'indugi non sono più possibili; essi sarebbero la più fu- 
nesta delle politiche. 

Uomini noi di mente fredda, usi ad ascoltare assai più i dettami 
della ragione che non gl'impulsi del cuore, dopo di avere attentamente 
ponderata ogni nostra parola, dobbiamo in coscienza dichiararlo: una 
sola via è aperta per la nazione, pel governo, pel Re. La guerra ! la 

GUERRA IMMEDIATA SENZA INDUGI ! 

Non è possibile l'indietreggiare; la nazione infatti è già in guerra 
coli' Austria. Essa si muove già tutta in soccorso dei Lombardi : i vo- 
lontari hanno già varcate le frontiere: i nostri concittadini fabbricano 
e spediscono apertamente munizioni ai Milanesi; egli è evidente; la 
pace ò rotta coli' Austria, i vecchi trattati dall'una parte e dall'altra 
sono calpestati ed infranti. 

Non si tratta quindi di decidere se le ostilità si abbiano o no da 
cominciare. La sola questione è di sapere se ci dichiareremo lealmente, 
altamente pella causa dell'umanità e dell'Italia, o se seguiremo per 
lungo tempo le vie tortuose di una politica di ambagi e di dubbi. 

Tale essendo lo stato delle cose, il dubbio, lo ripetiamo, non è pos- 
sibile. Anche pei meno ardenti, per gli uomini di Stato i più cauti, 
il dovere del governo è patente, palpabile. Siamo in condizione tale 
in cui l'audacia e la vera prudenza; in cui la temerità è più 

SAVIA DELLA RITENUTEZZA. 

Forse vi sarà ancora chi dirà non esser noi preparati, e che col di- 
chiarare la guerra ci assumeremmo una terrìbile rìsponsabilità; che la 



— 100 — 

Bttssia e l'Inghilterra potrebbero in tal caso decidersi ad unirsi all'Au- 
stria a danno d'Italia. 

A queste obbiezioni opporremo vittoriose risposte dettate dalla sola 
ragione. Se la Lombardia fosse tranquilla, sarebbe follia l'affrettare i 
tempi e cominciare le ostilità prima d'aver radunato un esercito e pre- 
parati mezzi di offesa proporzionati alla forza dei nostri nemici. 

Ma la Lombardia è in fuoco: Milano è assediata: ad ogni costo 
bisogna andare a soccorrerla. Quando non avessimo sulle frontiere che 
cinque mila uomini, questi dovrebbero correre su Milano. Forse questi 
sarebbero battuti; è possibile, quantunque non lo crediamo probabile; 
ma questa mossa ardita costringerebbe gli Austriaci ad abbandonare 
Milano, permetterebbe alla citta di provvedersi di viveri e munizioni ; 
la metterebbe in istato di continuare l'eroica resistenza, che oi tiene 
tanto dolorosamente sospesi da più giorni. 

L'effetto morale di un principio di ostilità, la salvezza di Milano 
varrebbe più per la causa italiana, che non le nuocerebbe la sconfitta 
di un corpo di 5000 uomini. Muovano senza indugio i reggimenti stan- 
ziati a Novara, a Vercelli, a Vigevano. Corrano su Milano, corrano a 
dividere i pericoli e la gloria di quella eroica città. 

Guai a noi, se per aumentare i nostri preparativi non giungessimo 
più in tempo! Guai a noi, se quando saremo per varcare il Ticino, 
ricevessimo la notizia della caduta della regina della Lombardia! 

Lo ripetiamo, nelle attuali contingenze vi è una sola politica, non 
la politica dei Luigi Filippi, e dei Guizot, ma la politica dei Federici, 
dei Napoleoni, e dei Carlo Emanueli. La grande politica, quella delle 
risoluzioni audaci. 

Ma l'Europa? L'abbiamo già detto; di fatto la nazione ha dichiarato 
la guerra ; e quella tremenda risponsabilità che ci si para dinanzi agli 
occhi qual fantasma spaventevole, l'abbiamo già incorsa. Se l'Austria 
si rassoda in Germania, se ella vince in Lombardia, ci muoverà la 
guerra. Se la Russia è disposta a sostenere la decrepita sua alleata 
contro i propri sudditi ed i nemici che la circondano, le truppe russe 
saranno già a quest'ora partite per alla volta di Vienna. 

Ma l'Inghilterra? Si dice che essa ha protestato, persino minacciato 
della sua collera il nostro paese se il Ticino è varcato. Non vogliamo 
affievolire la gravità della determinazione che eccitiamo il governo a 
prendere. Le proteste dell'Inghilterra hanno un grave peso, noi ne- 
ghiamo. Se fossimo in tempi ordinari, forse sarebbe prudenza il darle 
ascolto. Ma in faccia dei casi di Milano, quando l'ora della liberazione 
d'Italia è suonata, quando i popoli si armano e si muovono impazienti 
contro lo straniero, lasciarsi fermare dalle proteste dell'Inghilterra sa- 
rebbe viltà; non una buona e grande politica, ma una politica me- 
schina, che, senza porci al riparo dai pericoli che ci sovrastano, copri- 
rebbe d'ignominia la nazione, e farebbe forse crollare V antico trono 
della monarchia sabauda in mezzo alV indegnazione dei popoli fre- 
menti (1). 

Ma esaminiamo freddamente quali conseguenze possono aver le pro- 
teste dell'Inghilterra. 



(1) Il corsivo è del oonte di Cavour. 



— 101 — 

L'Inghilterra cesserà d'esserci alleata? Ci abbandonerà alle nostre 
sorti? Sia pure! Noi non abbiamo mai divise le illusioni di alcuni no- 
stri concittadini, che per più mesi riguardarono l'Inghilterra come la 
futura liberatrice d'Italia. Abbiamo sempre pensato che la conserva- 
zione della potenza dell'Austria era nelle mire della politica inglese. 

Ma per conservare questa potenza vorrà il gabinetto di San Giacomo 
rompere la neutralità, muovere guerra all'Italia e farvisi solidaria del 
sistema assoluto? Non lo crediamo! Non già per troppa fede che noi 
abbiamo nella generosità e nella liberalità degli uomini di Stato in- 
glesi. Benché il potere sia nelle mani del partito liberale, se gli inte- 
ressi politici dell'Inghilterra fossero compromessi, non ci stupirebbe il 
vedere Lord Palmerston e Lord John Russell stringere la mano di Met- 
termeli ancora stillante del sangue polacco ed italiano (1). 

Ma dopo i moti di Vienna (2), i quali, qualunque ne sia l'esito 
momentaneo, hanno provato all'Europa essere la monarchia austrìaca 
in preda ad invincibjji germi di distruzione, l'Inghilterra non compro- 
metterà certamente la pace del mondo. Vorrà ella intraprendere questa 
lotta terribile perchè si combatte in Italia per acquistare quei diritti 
che sono sacri agli occhi del popolo inglese? 

Acconsentirà questo popolo a ricominciare la terribile storia delle 
guerre della rivoluzione per impedire la liberazione dell'Italia? 

Non è possibile. Il governo inglese, sul finire del secolo scorso, quando 
era ancora quasi onnipotente l'oligarchia delle grandi famiglie patrizie, 
non potè indurre il Parlamento alla guerra se non dopo la morte di 
Luigi XVI ed il regno del terrore. Potrà ora un ministero che ha ri- 
pudiato le tradizioni di Pitt, indurre l'Inghilterra a cooperare alla 
barbara impresa di mantenere l'Italia nella schiavitù? E ciò non per 
utile proprio, ma per prolungare l'esistenza di uno Stato che da ogni 
lato si sfascia? Ciò non è credibile. Ma se per mala sorte, i ministri 
inglesi fossero abbastanza acciecati dalle logore massime di un'antica 
e vieta politica per dichiararsi contro l'Italia; se i Russell ed i Grey, 
contraddicendo a sé stessi, ai loro atti passati, a quelli della lor parte, 
adottassero il sistema dei Castlreagh e dei Liverpool ; se l'Italia tutta 
avesse a provare, per parte degli Inglesi, un trattamento pari a quello 
che soffrirono i Siciliani nel 1815 : se l'Inghilterra si dichiarasse aper- 
tamente contro la causa dei popoli e si facesse la propugnatrice dei 
principii assoluti, guai a leil si formerebbe contr'essa una tremenda 
coalizione, non più di principi come sotto Napoleone, ma di popoli. E 
non vi sarebbe più pace nel mondo, finché non fosse distrutta la po- 
tenza di un popolo, che avrebbe tradita la causa dell'umanità. E non 
per fanatismo, non per errore, ma per un calcolo della più perfida 
politica. 

Rammenti l'Inghilterra che i tempi sono cambiati, che i sentimenti 
popolari si sono svolti per ogni dove, che anco nell'interno delle sue 



(1) E gli nomini della Concordia tacciavano d'anglomano il Cavour, lo chiama- 
vano Milord Cavour f... Veggaai a questo riguardo la Lettera LXXXVI scritta 
nel 1846 al prof. W. de La Eive : « Quand je le vois (il popolo inglese) lettóre une 
matti a Metternich... j'avoue que je me sena peu dispose à croire à so» honnèteté 
politique. n 

(2) Scoppiati il 16 marzo. 



— 102 — 

Provincie, i diritti del popolo contano numerosi ed ardenti difensori. 
Rammenti che nell'Irlanda, nel Canada, in altre colonie fervono le 
idee di separazione e di libertà estrema. Rammenti che essa non è più 
la sola gran potenza marittima del mondo; che trentanni di pace le 
hanno preparato un tremendo rivale : gli Stati Uniti, che non consen- 
tiranno giammai a lasciare, in caso di guerra, porre in vigore quella 
sua prepotente legislazione sui neutri, che le permetteva di offendere 
i suoi nemici e di mantenere quasi illeso il suo commercio. Rammenti 
infine che una guerra liberticida non potrebbe fruttarle, se felice, che 
una vittoria senza gloria e senza utilità; mentre se avesse esito con- 
forme ai voti dei popoli, segnerebbe l'estrema sua rovina e la preci- 
piterebbe da quel trono ove siede come la primogenita della liberta e 
la regina dei mari (1). 

Il giorno che comparve nel Risorgimento quest'articolo, il quale 
diceva coraggiosamente in palese quel che tutti i sinceri amatori 
della monarchia nazionale sentivano nel cuore, o dicevano in se- 
greto, non si chiuse senza che la reggia prendesse in fine una 
deliberazione. Già l'animo del Re era stato assai scosso dal conte 
Martini, tornato giusto in quella mattina da Milano, apportatore 
della domanda fatta da quel Municipio di un sollecito aiuto delle 
armi subalpine per la liberazione della città (2). Nella stessa 
mattina giunse anche il Farina, con un messaggio più formale, e 
concepito in termini urgenti, del Governo provvisorio di Milano, 
costituitosi nel di precedente (22 marzo). Il Farina potè fornire 
inoltre al Re le più ampie sicurtà che non al trionfo di una re- 
pubblica, ma alla cacciata dello straniero dall'Italia avrebbero 
contribuito le armi di Casa Savoia. Un ultimo scrupolo affliggeva 
l'animo dubitoso del Monarca : il timore cioè di rendersi colpevole 
dinanzi a Dio rompendo la guerra senza essere stato provocato, 
e di meritarsi la taccia di sleale perchè anche il di prima aveva 
dato certezza all'ambasciatore austriaco de' suoi intenti pacifici. 



(1) Questa insistenza del Cavour nel chiarire la vanità del pericolo di un inter- 
vento inglese dà argomento a credere che egli non ignorasse qnale grave impres- 
sione avessero prodotta nel governo sardo gli uffizi di sir Balph Abercromby (poi 
Lord Dumferline) perchè non si rompesse la guerra. Quanto alla Bussia, è noto 
come per mezzo del suo ambasciatore in Torino avesse dichiarato di riguardare 
come un casus letti l'entrata dei Piemontesi in Lombardia. Nicomede Bianchi, 
Storia documentata della diplomazia europea in Italia dall'anno 1814 all'anno 1861, 
voi. v, pag. 171 (Torino, Unione tip. edit., 1869). 

(2) Il Martini compiè il suo assunto fiel mattino del 20, avendo potuto con abile 
stratagemma penetrare in Milano ; ma non fu egualmente fortunato Dell'uscire, 
dacché ciò gli riuscì soltanto nel mattino del 22. 



— 103 — 

Caduto facilmente quest'ostacolo, il Re adunò il Consiglio dei mi- 
nistri, e cinque ore prima che giungesse in Torino il primo an- 
nunzio della liberazione di Milano firmava l'immortale proclama 
ai Popoli della Lombardia e della Venezia. Addi 25 un primo 
corpo di truppe piemontesi entrava nella metropoli della Lombardia. 
Camillo Cavour accompagnò coi voti più caldi dell'animo suo 
patriottico la partenza del Sovrano fattosi duce dell'Indipendenza 
italiana, non senza tuttavia che egli nutrisse un sentimento d'in- 
quietudine per le inevitabili conseguenze politiche degli indugi 
e stenti recati nel compiere quell'audace, ma inevitabile passo. 
Impegnato nelle lotte politiche, le quali richiedono spesso molto 
più coraggio che le lotte nei campi di battaglia, prosegui nel 
Risorgimento l'opera del pubblicista iniziata con tanta sagacia e 
franchezza, adempiendo nel tempo stesso i suoi doveri di cittadino 
nelle file della guardia nazionale. L'antico luogotenente del genio 
stettesi pago del grado di capitano nella nuova milizia, e anche 
in sì modesto ufficio ebbe frequenti occasioni di mostrare quella 
energia e avvedutezza, che erano proprie della sua indole (1). 

Indette per il 26 di aprile le elezioni generali al primo Par- 
lamento subalpino, Camillo Cavour presentassi, e fu presentato 
candidato in parecchi collegi, Torino, Cigliano, Monforte, Vercelli. 
Riportiamo più innanzi (V. Appendice, n. I) la circolare che indirizzò 
agli elettori, specchio fedele della sua anima e delle sue opinioni 
politiche. I lettori, che ci hanno seguito fin qui, sono in grado di 
giudicare con quanta giustezza egli potesse dichiarare di avere 
u sempre voluto con tenace proposito l'Italia unita e libera e il 
suo paese nel pieno possesso di un sincero sistema costituzionale, 
nel quale il trono riposi sulla ferma e larga base delle libertà 
popolari; e di avere schiettamente palesato nel giornale da lui 
diretto u senza timore di offendere i depositari del potere o i 
momentanei organi della opinion* popolare più ardente, » quale 
fosse il suo giudizio intorno ai più gravi argomenti politici che 



(1) Non come modello di stile, ma perchè nissuno scritto del Cavour può essere 
letto senza interesse, e ninno dei suoi atti deve essere taciuto, stampiamo in Ap- 
pendice sotto il n. II, la relazione da lui mandata al comando superiore della 
guardia nazionale di Torino, intorno al suo contegno, come comandante la 1* com- 
pagnia Monviso, nell'occasione dei disordini avvenuti il 23 aprile 1848. 



— 104 — 
preoccuparono il paese dopo le Riforme. Senonchè V 'opinione popo- 
lare piU ardente era troppo infiammata contro l'audace campione 
dell'opinione liberale temperata, troppo vivi erano i pregitcdizi 
anti-aristocratici (Lett. CXH) contro il nobile figliuolo dell'antico 
vicario di Torino, perchè egli riuscisse vincitore nella lotta appas- 
sionata accesasi contro di lui (1). Alla vigilia delle elezioni, già 
prevedendo la disfatta, scriveva all'amico Castelli : « Il non venire 
eletto deputato non scemerà in nulla la mia devozione per la causa 
della libertà e del progresso. Non combatterò per essa alla tribuna, 
ma combatterò nei giornali, nei quali, mercè l'aiuto dei miei amici 
e del suo in particolare, ho un campo che l'invidia e le inimicizie 
particolari non possono chiudermi. » 

Nelle elezioni suppletive del 26 di giugno quattro collegi si 
recarono ad onore di riparare lo scandalo del 26 di aprile: il 1° 
collegio di Torino, il 1° di Iglesias, quelli di Monforte e Cigliano. 
In una Storia del Parlamento subalpino, scritta per mandato di 
8. M. il Re d'Italia, e stampata in Milano tra il 1865 e il 1869, 
questa quadruplice elezione, e il protagonista di essa, sono rappre- 
sentati nei termini che seguono: 

Camillo Cavour riuscì eletto nelle seconde prove e non senza molti 
maneggi. La sua candidatura non tornava accetta, e perchè il padre 
suo esercitando l'uffizio di capo della polizia municipale di Torino o a 
ragione o a torto si rese inviso, e perchè fratello al marchese Gustavo 
che, sebbene dotto, era imbevuto di vecchi pregiudizi e famigliarissimo 
nelle clericali congreghe. Qualche suo discorso nelle adunanze agrarie 
aveva potuto metterlo in evidenza esperto di traffici e versato negli 
studi economici e rurali; ma nessuno si accorse che nella sua mente ger- 
mogliasse qualche peregrina idea e che nel suo cuore avvampasse qualche 
favilla di quel sacro fuoco che solleva gli uomini sopra la terra. Nuo- 
cevagli il volume della persona, il volgare aspetto, il gesto ignobile, 
la voce ingrata. Di lettere non aveva traccia; alle arti era profano; 
di ogni filosofia digiuno; raggio di poesia non gli balenava nell'animo; 
istruzione pochissima; la parola gli usciva dalle labbra gallicamente 
smozzicata; tanti erano i suoi solecismi, che metterlo d'accordo col 



(1) Esempio degno di imitazione t Nel Risorgimento del 15 aprile, n. 94, si leg- 
gevano le seguenti righe firmate Camillo Cavour: « Quantunque il signor 
aw. Luigi Ferraris aspiri in concorrenza del sottoscritto alla deputazione di Ver- 
celli, esso dà luogo con piacere alla sua circolare elettorale, perchè crede ravvi- 
sare in essa i sentimenti e le opinioni conformi a quelle di oui questo foglio fa 
sempre fedele propugnatore. » 



— 105 — 

dizionario della lingua italiana sarebbe a tatti sembrata impossibile 
impresa (1). 

Non facciamo commenti. Soltanto notiamo che lo « storico » 
(Angelo Brofferio) generosamente soggiunge che il conte Cavour 
* colTandar degli anni, se non meritò la corona di eletto oratore, 
consegni nondimeno giusta lode di abile ed arguto ragionatore; 
anzi, più d'una volta, sotto l'impeto degli avversari assalti, gli 
avvenne di sollevarsi in più sublimi sfere dove soltanto al poeta 
ed all'oratore è conceduto l'accesso. » 

Manifestato il suo grato animo agli elettori dei quattro collegi, 
che gli diedero i loro suffragi, il conte di Cavour optò per il col- 
legio della sua città nativa, e andò a sedere sui banchi di destra. 
La Camera, quand'egli vi entrò, era in preda all'anarchia, origi- 
nata in molta parte dalla discussione del progetto di legge di 
fusione della Lombardia col Piemonte, subordinata alla elezione di 
un'assemblea costituente. H presidente del gabinetto, Cesare Balbo, 
era d'opinione che per il bene comune la fusione dovesse essere 
semplice, non condizionale; ma poiché il Re stesso, il governo 
provvisorio di Lombardia e parecchi ministri, stimando di conci- 
liarsi il partito esaltato, avevano accettato o favoreggiavano la fu- 
sione condizionata, anch'egli, per non turbare la guerra d'indipen- 
denza, s'era rassegnato a dare il suo consenso. I più dei deputati 
di destra avevano imitato l'esempio del presidente del Consiglio, 
ma non senza deplorare che il ministero fosse impotente a 
governare con quella fermezza che la gravità dei casi ricercava. 
Approvata la convocazione di una comune assemblea costituente 
incaricata di discutere e stabilire le basi e le forme di una nuova 
monarchia costituzionale colla dinastia di Savoia, la Camera passò 
a deliberare intorno alla legge elettorale per quell'assemblea. È 
intorno a questo argomento, che nella tornata del 4 luglio il conte 
di Cavour fece, dalla tribuna, come allora s'usava, il suo Mai- 
àerìs Speech manifestando, nelle prime parole che pronunziò, il 
rammarico di esordire nel nuovo arringo, « inesperto » com'era 
<< nell'arte di parlare » col combattere una Commissione composta 



(1) Tomo i ; pftg. 145-147. 



— 106 — 
dei membri più ragguardevoli della Camera, ed avente a relatore 
u ano dei suoi più esperti e valenti oratori » (1). 

Scrive il Massari che in questo primo tentativo il conte di Ca- 
vour non fu oltremodo felice. « Non gli mancarono per fermo né 
le idee né i pensieri, e ragionò col vivo acume che aveva sortito 
dalla natura : ma la sua parola non era facile e non obbediva con 
la precisione voluta ai cenni del pensiero. Per la prima volta 
forse si avvide di non possedere quella coltura letteraria che è 
pure tanto necessaria all'oratore politico, ed ebbe una ragione di 
più d'ammirare quella robusta educazione classica inglese che è 
tanta cagione di forza e di vita all'eloquenza parlamentare dì 
quella privilegiata nazione » (2). 

Però sotto la forma disadorna, e malgrado un sentimento di 
peritanza ben naturale- in chi parla la prima volta in pubblico, 
già si rivela l'efficace ed arguto oratore, che non tarderà a co- 
mandare l'attenzione della Camera. Si veda per esempio con quanta 
arte egli apponesse al relatore della Commissione di essersi ristretto 
a proporre gli articoli organici della legge elettorale senza en- 
trare nel midollo della questione: 

Il relatore ci propone di sostituire al voto per distretto, come fa 
finora praticato, il voto per provincia. Ma questa sua proposizione, che 
verte sopra uno dei punti più importanti della legge, egli non credette 
doverla avvalorare con altra ragione, se non colla seguente : così fanno 
i Lombardi. Qualunque sia la confidenza che m'inspira il senno politico 
dei Lombardi, giacché non posso dire la pratica, una tal ragione non 
mi pare bastevole per determinare l'opinione della Camera sopra una 
questione che tiene divisi i pubblicisti e gli statisti i più distinti come 
i popoli i più civili. 

Era stretto dovere del relatore l'indicare i motivi della sua proposi- 
zione. Gli era facile citare in appoggio di essa l'esempio della Francia 
repubblicana, e di valersi dell'autorità del celebre Ledru-Rollin che ne 
fu il redattore. A questi si sarebbe potuto contrapporre, se non l'e- 
sempio dell'Inghilterra, come sospetto d'aristocrazia, quello delle libe- 
rissime e affatto democratiche repubbliche americane. 

E se avesse fatto appello alle lezioni dell'esperienza, gli avremmo 
ricordato come l'ultima applicazione di quel sistema ebbe per effetto 
di far uscire dalla medesima urna elettorale in Parigi, i socialisti più 
estremi, Pierre Leroux e Proudhon, e i più determinati conservatori, 
il generale Changarnier, Thiers e Victor Hugo. 



(1) L'avr. Urbano Battazzi, deputato di Alessandria. 

(2) Il Conte di Cavour, Bicordi biografici, p. 36. 



— 107 — 

Arrivato troppo tardi alla Camera perchè avesse potato inter- 
venire nella discussione della parte del progetto di legge riguar- 
dante la fusione della Lombardia col Piemonte, mediante un'as- 
semblea costituente, il conte di Cavour non volle chiudere il suo 
discorso senza dire schiettamente al ministero come egli non po- 
tesse approvare del tutto la sua condotta in quella congiuntura : 

. . . Non essendo mia intenzione di discutere le basi tutte della 
legge elettorale, non proseguirò più oltre l'enumerazione delle lacune 
del progetto della Commissione, ravvisando le già fatte osservazioni 
bastevoli a provare la verità delle critiche dirette al progetto della 
Commissione ed al lavoro del suo relatore. 

Ma senza negare le indicate lacune, si potrebbe cercare di scusarle 
con due argomenti: 1° col dire essere necessario di affrettare l'adozione 
dell'attuale legge per non ritardare la riunione della Costituente, ed 
in secondo luogo col porre in campo la fede che l'abilità legislativa 
del ministero deve inspirare. 

n primo argomento avrebbe un qualche valore se la legge attuale 
fosse l'ultima che s'avesse a deliberare durante questa sessione: ma 
sgraziatamente tale non è il caso . . . 

Quanto al secondo argomento io provo qualche imbarazzo a rispon- 
dervi, trattandosi di una questione di persone. Tuttavia, quantunque 
sia per me penoso, credo dover dichiarare che questa fede sulla ca- 
pacità legislativa del ministero io non la divido ni punto ni poeo. 

Forse questa schietta dichiarazione potrà valermi la taccia di scet- 
ticismo ; ma confido che la Camera, esaminando attentamente la condotta 
del ministero per ciò appunto che riflette questa legge, essa dovrà 
meco convenire nel riconoscere che se in queste circostanze esso fece 
prova di uno specchiato patriottismo, di una lodevole disposizione a 
riconoscere i suoi falli, ed a cercare di emendarli, ed anche di una 
singolare facilità ad abbandonare le proprie proposizioni per accostarsi 
a quelle di un partito influente in quest'assemblea, il quale più degli 
altri ottiene l'approvazione della parte più clamorosa del pubblico, 
esso non ha dimostrato gran fatto senno politico ed abilità legislativa. 

Il ministero già condannato moralmente, perchè s'era lasciato 
sopravanzare dal partito « influente, » a cui accennava il Cavour, 
cadde indi a poco per essersi rifiutato a seguire insino alle 
estreme conseguenze la politica a cui si era accostato non senza 
ripugnanza (1). Mentre duravano le pratiche per la formazione 



(1) Nella 'Storia del Piemonte, Angelo Brofferio narra nei seguenti termini qnesto 
incidente parlamentare : « La dura lotta si aprì sopra l'articolo 6<>, col quale si 
stabiliva una Consulta Lombarda con potere sovrano sino al termine della Costi- 
tuente. Per tal modo l'unione della Lombardia col Piemonte invece di essere im- 
mediata, diventava sospensiva: esisteva di diritto, non di fatto; e ciò chiedevano 



— 108 — 
di un nuovo gabinetto, la Camera fa chiamata a deliberare sul 
progetto di legge per un prestito di dodici milioni, con ipoteca 
sui beni dell'Ordine Mauriziano, che il conte di Eevel aveva pre- 
sentato alcune settimane avanti. Nelle tornate del 23 e 24 luglio 
il conte di Cavour pronunciò contro quel progetto due importanti 
discorsi, nei quali ebbe campo di palesare per la prima volta 
dinanzi alla Camera le sue profonde e svariate cognizioni in ma- 
teria finanziaria, accrescendo, ad un tempo, presso i suoi colleglli 
di destra, la riputazione che il discorso del 4 luglio gli aveva 
procurata di ambizioso ed indisciplinato, senza acquistare, in com- 
penso, l'affetto e la fiducia degli avversari politici. 

Se fosse bastata l'abilità finanziaria per farlo eleggere ministro 
delle finanze, i discorsi del Cavour del 23 e 24 luglio lo avrebbero 
senz'altro additato alla scelta del conte Gabrio Casati, già presi- 
dente del governo provvisorio di Lombardia, a cui il re Carlo Al- 
berto aveva commesso l'incarico di comporre la nuova amministra- 
zione. Ma il nome del Cavour, come già notammo, suonava troppo 
male all'orecchio della gente e di molti fra gli stessi suoi parti- 
giani politici, perchè il Casati pensasse a lui ; e in fatti, indirizzossi, 
addi 25 luglio, al cav. Pietro di Santa Eosa, residente a Reggio 
di Modena nella qualità di commissario del Re per Reggio e 
Guastalla. Ed il Santa Rosa, rifiutando l'ufficio offertogli, indicò 
precisamente il Cavour come la persona più acconcia a sostenerlo. 

So che in un ministero costituzionale vuoisi anzitutto l'omogeneità 
d'opinioni; forse per questo non potrà esser chiesto a farne parte l'a- 
mico mio intimo Camillo Cavour. Ma ove potessero lor signori venire 
a transazioni reciproche e a reciproche concessioni potrebbero forse in- 
tendersi. Io che conosco quale sia il mio amico, so che miglior ministro 
di finanze non potrebbero trovare in fuori di lui (1). 



1 Lombardi, perchè poco fidavano nelle ruggini dell'aristocrazia piemontese e perchè 
volevano che il patto dell'unione fosse auspice di età novella. — Ma queste nuove 
condizioni avevano mal suono per il governo piemontese ; quindi vi si opponevano, 
tranne Pareto, tutti i ministri, i quali per mezzo del guardasigilli dichiaravano 
esser pronti a ritirarsi dove la Camera avesse approvato quell'articolo. — Si sostenne 
per molte ore da questa e da quella parte un fuoco di doppia fila ; si combattè 
la maggior battaglia fra il conte Scio pia, ministro di giustizia, e l'avvocato Bat- 
tazzi, deputato di Alessandria ; più volte ebbe Battazzi il sopravvento e fece bella 
prova di sottile ingegno e di oratoria destrezza. — Durò il oontrasto sino alla 
mezzanotte. Messo ai voti l'articolo, venne oon piccola maggiorità approvato. E 
ciò bastò perchè tutti i ministri rassegnassero il portafoglio, n (Parte in, p. 129). 
(1) Questa lettera, in data di Beggio 27 luglio, è pubblicata per intiero dal S a- 
r a e e n o nella pregevole Vita del Santa Rosa, p. 196 e seg. 



- 109 — 

Prima che potesse giungere in Torino la risposta del Santa 
Rosa, il ministero era formato (27 luglio) con ministro delle fi- 
nanze il Ricci, che già faceva parte dell'amministrazione Balbo 
come ministro dell'interno. In una biografia del conte di Cavour non 
vuole essere passata sotto silenzio una sua « interruzione » della 
tornata del giorno precedente, notata negli Atti ufficiali della 
Camera. Ad un oratore della sinistra, di nome Cagnardi, era uscito 
di bocca che l'amore di libertà era più vivo nei Liguri che nei 
Piemontesi. Il Cavour scattò come una molla dal suo scanno e 
cosi gli ruppe la parola: « I Piemontesi il loro amore per la libertà 
lo mostrano sul campo di battaglia. Sia chiamato all'ordine il 
calunniatore! » Il Cagnardi fu infatti ripreso dal Presidente, e 
non ebbe più forza di proseguire nelle sue invettive. 

Quell'interruzione rivela uno spirito esasperato. E il Cavour ne 
aveva ben donde. Senza dire che aveva perduto a Goito un ca- 
rissimo nipote (1), i suoi tristi presagi al rompersi della guerra 
venivansi man mano fetalmente avverando. Invano Carlo Alberto 
cimentando ogni giorno la vita sua e dei proprii figli nei campi 
di battaglia, profondendo i tesori e il sangue de' suoi popoli, aveva 
cercato di vincere le diffidenze che gli errori antichi e recenti 
avevangli create nell'animo dei Lombardi; il suo aiuto fu qualifi- 
cato da alcuni il soccorso del tradimento; ad altri non sembrò 
abbastanza efficace; pochi furono sinceramente e interamente de- 
voti al Principe infelice (2). Arrogi che le sorti della guerra, for- 
tunate nei primordi, volsero presto a male, finché la rotta di 
Custoza (25 luglio) segnò un vero disastro per il piccolo esercito 
sardo e lo costrinse a rivarcare il Mincio in pieno disordine. 

In mezzo a quello scompiglio generale, Camillo Cavour fu tra i 
primi ad arruolarsi tra i volontarii, che offrirono i loro servizi al 
Re e alla patria per impedire una scorreria del nemico in Pie- 



ci) V. la Lettera OXV. Narra il Massari: a Sol cadavere di Augusto (il nipote 
ucciso a Gotto) fu rinvenuta una lettera che con affettuosa premura lo inanimava 
ad adempiere il proprio dovere verso il Be e la patria. Era scritta da suo zio Ca- 
millo, n 

(2) Narra il Finali che a Luigi Carlo Farini, commissario romano nel quartier 
generale sardo, Carlo Alberto dicesse un giorno: « Qualunque cosa io faocia, 
gl'Italiani a me non crederanno mai ; il re d'Italia sarà mio figlio Vittorio, n 
Qt. Finali, Ricordi della vita di Luigi Carlo Farini. (Estratto dalla Nuova An- 
tologia, fase. XI-1878). 



— 110 — 
monte ; ma la conclusione dell'armistizio (9 agosto) gli tolse di 
recare ad effetto il generoso proposito. 

Giammai, come in quei supremi momenti, il Remonte senti il 
bisogno, e pur troppo, la penuria di uomini, che al pari del Ca- 
vour, congiungessero colla schiettezza dei sentimenti patriottici e 
liberali le qualità eminenti dell'uomo di Stato, e prima fra queste 
il coraggio di assumere sopra di sé i più gravi carichi. 

Questo coraggio mancò agli uomini politici che fecero parte del 
ministero sottentrato a quello presieduto dal Balbo, i quali non 
seppero resistere ai clamori della gente avversa all'armistizio 
ed alle inevitabili sue conseguenze, di modo che non per anco 
entrati in carica già prendevano licenza. Finalmente il 19 agosto 
il conte di Bevel e il marchese Alfieri riuscirono a mettere insieme 
un 1 amministrazione, la quale accettò l'armistizio come fatto mi- 
litare e la mediazione offerta dalla Francia e dall'Inghilterra, 
nella speranza che coteste due grandi nazioni, rendendo omaggio 
all'opinione pubblica, avrebbero saputo condurre ad accordi con- 
sentanei ai principii dell'autonomia nazionale. A questa ammini- 
strazione (1) il conte di Cavour diede subito il più assoluto e franco 
appoggio nel giornale il Risorgimento (2). 

Non fu opera agevole e popolare la sua, poiché oltre agli uomini 
della Concordia, tanto ardenti nel voler proseguire ad ogni costo 
la guerra, quanto erano tiepidi mesi prima a invocare la conces- 
sione dello Statuto, Camillo Cavour dovette fronteggiare un atleta 
formidabile, l'uomo che in quei giorni godeva in Piemonte di una 
stima smisurata, del quale non era quasi tollerato di pronunciare 
il nome senza accompagnarlo col titolo di sommo : Vincenzo Gioberti. 

Interrogato dal Sovrano prima ancora che affidasse al Bevel il 
mandato di formare un gabinetto, l'autore del Primato, nel quale 
tanto abbondava l'ingegno quanto era scarso il vivo senso della 



(1) Il 19 agosto 11 ministero era così formato : Presidenza del Consiglio e inte- 
rinalmente ministero agricoltura e commercio, Cesare Alfieri; esteri, Ettore Per- 
rone ; interni, Pier Dionigi Pinelli ; finanze Ottavio di Bevel ; lavori pubblici, 
Pietro di Santa Bosa; grazia e giustizia e interinalmente istruzione pubblica, 
Felice Merlo; guerra e marina, Antonio Franzini. A quest'ultimo sottentrò ai 
35 di agosto Giuseppe Dabormida. Addi 29 Carlo Bonoompagni prese il portafoglio 
dell'istruzione pubblica. 

(2) Il Parlamento era stato prorogato il 2 agosto. 



— Ili — 

realtà, aveva manifestato una estrema fiducia che si conseguisse 
il soccorso armato della Francia, e che solo mutando i capi del- 
l'esercito, sarebbe stato facilissimo accrescerlo in brevissimo tempo 
e ricondurlo in campo. Sdegnato perchè i suoi consigli non fossero 
stati apprezzati, e tormentato dal dubbio di non essere stato eletto 
a comporre la nuova amministrazione per una a trama occulta ed 
ignobile » (1) diretta contro di lui, diede fuoco alle polveri, e nella 
sera del 23 di agosto si recò ad un'adunanza del Circolo politico 
nazionale di Torino, e vi pronunciò un discorso nel quale, accu- 
sando il ministero di avere due programmi, uno pubblico e un 
altro segreto, in contraddizione fra loro, propugnò la necessità di 
rivolgere al Ee una petizione affinchè comprimendo « efficacemente 
le sètte che dividevano e usurpavano lo Stato, concentrasse tutto 
il potere governativo in poche mani ed eleggesse a tal effetto uo- 
mini che, accoppiando a una consumata prudenza l'audacia e l'e- 
nergia necessaria, formassero un ministero veramente nazionale. * 
Accolto con vivissimi applausi, questo discorso fu stampato dai 
giornali e diffuso in tutto lo Stato a migliaia e migliaia di copie. 

Camillo Cavour non solo oppugnò vigorosamente nel Risorgimento 
del 25 agosto il programa giobertiano, ma essendo di servizio al 
Palazzo Beale, come comandante la 1» compagnia Monviso della 
guardia nazionale, impedì che nel corpo di guardia la petizione al 
Re pel congedo dei ministri fosse firmata dai suoi sottoposti; atto 
coraggioso in quei momenti, e che infatti fa denunziato al Circolo 
nazionale politico, del quale ei faceva parte, come un atto « av- 
verso ai principii veri di libertà ed osteggiante alle idee generose, 
le quali sole potevano far salva la patria » (Lettera CXVI). Rispose 
alla denunzia con una lettera arguta, presentando le sue dimissioni 
di membro di quel Circolo (Lettera (JXVli). 

Riapertosi il Parlamento ai 16 di ottobre (2), Camillo Cavour fu 
per cosi dire ogni giorno sulla breccia durante due mesi continui, 
cioè fino all'avvenimento del ministero democratico al potere. Nella 
tornata del 20 di ottobre pronunciò un notevole e meditato discorso, 



(1) Rinnovamento, voi. i, pag. 380. 

(2) Agli il di ottobre l'Alfieri abbandonò il ministero e gli succedette nella pre- 
sidenza del Consiglio il Perrone, ministro degli esteri. Il 27 dello stesso mese 
Luigi Torelli fa nominato ministro d'agricoltura e commercio, e Alfonso La Mar- 
mora surrogò il Dabormida nel ministero di guerra e marina. 



— 112 — 
il primo de' suoi discorsi parlamentari nel quale trattasse di poli- 
tica estera, intorno all'opportunità di rompere i negoziati colle po- 
tenze occidentali e ripigliare la lotta contro l'Austria, come chie- 
devano i deputati dell'Opposizione. Non ostante che quotidianamente 
egli fosse accusato dai giornali di essere più tenero degli interessi 
inglesi che degli interessi italiani, non ebbe difficoltà di dichiarare 
il suo convincimento che l'Inghilterra era entrata « francamente,, 
lealmente, risolutamente » nella mediazione. 

Questa dichiarazione (soggiunse) mi espone, ben lo so, al pericolo- 
di essere più del solito tacciato à' anglomano, e quello eziandio di es- 
sere fatto di bel nuovo bersaglio nelle appendici dei giornali di questa 
capitale, al trabocchevole spirito di alcuni scrittori; ma qualunque sia 
la sorte che mi aspetta fuori di questa Camera, io mi lusingo die i 
miei colleghi, dopo di avere udite le ragioni sulle quali poggia questo 
mio giudizio, mi assolveranno dalla grave accusa di non amare più di 
ogni altro il mio paese. 

Nella medesima tornata, essendo stata accolta con applausi stre- 
pitosi un'arringa del Brofferio contro la politica ministeriale, e tra 
i continui schiamazzi delle gallerie rimanendo quasi impossibile al 
Parlamento di deliberare pacatamente, il conte di Cavour, pur sa- 
pendo quante nuove ire sarebbesi addossato, sorse dal suo stallo 
e rimproverò il Presidente di non far rispettare la dignità della 
Camera (schiamazzi dalla galleria) perchè non vi è libertà dove 

si permette che gli applausi (interruzione) Dichiaro altamente 

in faccia al paese, a quelli che cercano di volercene imporre 

(nuovi rumori dalla galleria e dalla sinistra). Non potè proseguire 
più oltre. Ài 22 e ai 26 ruppe di nuovo una lancia contro la si- 
nistra, e le sue parole furono interrotte ad ogni tratto da rumori, 
da sussurri, da accenti di disapprovazione. Agli 11 novembre, di- 
scutendosi una proposta delTon. Scofferi per la revisione degli sti- 
pendi e delle pensioni e per un prestito forzato sopra quelli eccedenti 
le lire 1600, Camillo Cavour volle esprimere anch'egli il suo pa- 
rere in proposito; ma si direbbe che fosse ordita una congiura 
permanente sui banchi opposti per impedirgli di parlare ogni volta 
ne avesse la facoltà dal Presidente. 

Ho dimandato la parola, non per oppormi alla presa in considera- 
zione della proposizione del deputato Scofferi (Rumori), ma solo per 
fare osservare alla Camera che siccome questa proposizione molteplice 



— 113 — 

abbraccia varii punti finanziari e comprende quasi un nuovo sistema 
di finanze, io credo . . . (Nuovi rumori) (Se desiderano che dia una 
spiegazione, mi lascino parlare) ... io credo che la proposizione del 
deputato Scofferi abbraccia una parte importantissima del sistema finan- 
ziario, e diffatti essa si propone una revisione di tutti gli stipendi, 
inoltre di tutto il bilancio attivo e di una gran parte del bilancio 
passivo, ed in quanto all'attivo si mette in campo un nuovo genere 
di tasse sulle rendite. Voi avrete fatto attenzione, il deputato Scofferi 
propone che tutte le professioni , cioè gli avvocati, i medici . . . (fiw- 
mori prolungati). Mi pare che siansi pure indicati i medici, ecc. 

Il conte di Cavour non si sgomentò di tutti questi rumori, e 
dopo aver detto quanto aveva in animo di dire, impegnò una lotta 
corpo a corpo colTon. Brofferio, le cui idee esaltate e rivoluzio- 
narie erano all'unisono con quelle dei frequentatori delle gallerie 
pubbliche, e con una finissima ironia, e con un buon senso, allora 
non molto comune, mise in chiaro la vanità e l'inefficacia degli 
spedienti rivoluzionari, che quell'applaudito, quanto vuoto, oratore 
aveva proposti per riempiere le casse dello Stato. La sinistra ru- 
moreggiò ancora di quando in quando, ma l'arguto parlatore la 
costrinse ad ascoltarlo. 

Ora risponderò all'onorevole deputato Brofferio, il quale faceva forse 
allusione ad alcune parole da me pronunziate nella tornata di ieri. 
Io diceva che il deputato Brofferio aveva avuto il merito grandissimo 
a' miei occhi di non restringersi a combattere la politica del ministero, 
coli' aver messo innanzi un altro sistema politico, ed opposto allo stesso, 
come non servisse bene lo Stato perchè non si appigliava a mezzi ri- 
voluzionari. Quest'oggi, sviluppando maggiormente il suo sistema e 
le sue idee, facevasi a proporre alcuni di questi mezzi rivoluzionari. 
Io non rinnoverà la discussione intorno al merito della sua proposta 
in generale, epperciò non mi farò a rintracciare se i mezzi rivoluzio- 
nari siano o non siano adatti al nostro paese, alla causa che propu- 
gniamo (1), ma mi restringerò solo ad esaminare la natura dei mezzi 
da lui proposti. • 



(1) Trattò questo tema col suo consueto avvedimento in un articolo stampato 
nel Risorgimento ai 16 novembre col titolo: I mezzi rivoluzionari, teoria del signor 
Brofferio. « Gli uomini dalle misure energiche (scriveva il Cavour), gli uomini 
davanti ai quali noi non siamo che miserabili moderati^ non son già nuovi nel 
mondo: ogni epoca di rivolgimento ha avuto i suoi, e la storia c'insegna che non 
fttron mai buoni, se non ora ad accozzare un romanzo, ora a rovinar le cause più 
gravi dell'umanità. Quanto più disprezzano le vie segnate dalla natura, tanto 
meno riescono. Noi potremmo ripubblicare e spargere a milioni di copie le belle 
parole di Cormenin sull'indipendenza d'Italia, questo completo sistema d'insurre- 
zione lombarda : ma finché nel mondo reale esistono le contrarie forze di cui l'il- 
lustre scrittore non tenne conto nella sfera ideale del suo progetto, egli avrà 

8 — Voi. 1. Lettere di 0. Cavour. 



— 114 — 

Questi mezzi, a suo avviso, consisterebbero nella soppressione imme- 
diata di tutti i conventi e nella riforma delle rendite delle mense. 
Io credo che questi sono i mezzi che egli suggeriva pochi momenti or 
sono. Non è però del merito della sua proposizione; del suo merito, 
dirò morale, di che io intendo ora di occuparmi; io non sono teologo, 
nò ho studiato abbastanza onde poter dire se i conventi siano o non 
siano necessari alla religione cattolica; se ve ne siano di quelli che 
debbano essere riformati (Rumori diversi). I rumori non avranno il 
merito d'interrompermi, che io continuerò anche con questo accompa- 
gnamento poco aggradevole (Ilarità generale e approvazione). 

Io dirò dunque che non essendo teologo, non entrerò nel merito della 
proposizione dell'onorevole deputato Brofferio ; io non esaminerò . se 
questi conventi siano o non siano utili alla religione cattolica, se ve 
ne siano di quelli che debbano essere riformati o degli altri che deb- 
bano essere conservati; farò solo osservare che questa riforma turba 
le opinioni, le credenze e, se si vuole, anche i pregiudizi (Rumori) di 
una parte grandissima della popolazione, e direi quasi (almeno per le 
Provincie al di qua delle Alpi) della gran maggiorità della popolazione. 
Salvoohè non lo esiga una ragione importante, l'urtare le opinioni o 
i pregiudizi di una rilevantissima parte di una popolazione, non è eerto 
un mezzo molto proprio di eccitarne l'entusiasmo e di spingerla a con- 
correre alla causa italiana. Ma lasciamo la morale e veniamo alle con- 
siderazioni finanziarie. Il deputato Brofferio crede egli che si sarebbe 
potuto trarre immediatamente gran partito di questi beni dei conventi ? 
Io noi credo : nello stato economico attuale, se si fossero posti in ven- 
dita i detti fondi per più milioni, io credo che non si sarebbero trovati 
compratori, o solo compratori a condizioni onerosissime. Quantunque io 
non abbia nessun dato statistico sulle ricchezze dei conventi (materia 
ohe confesso di non aver mai studiato), tuttavia io credo che ove tutti 
questi beni fossero stati posti in vendita, non se ne sarebbe forse po- 
tuto ritrarre una somma maggiore di 12 o 15 milioni, somma insigni- 
ficante ragguagliatamente agli attuali bisogni dello Stato. Ora le mi- 
sure finanziarie adottate hanno prodotto da 60 milioni e questi 60 mi- 
lioni bastano appena per quattro o cinque mesi. Dunque il deputato 
Brofferio vede che quei suo mezzo rivoluzionario non avrebbe bastato 
•che per uno o due mesi al più. * 



-scritto due pagine di una sublimità inimitabile, ed il soldato tedesco seguirà a ri- 
posarsi tranquillo «in Milano. 

u Quando poi non si tratti dell'impossibilità momentanea, si tratta sempre di un 
trionfo effimero ed illusorio. La moltitudine applaude, il saggio tace ; Perento so- 
pravviene e giustifica le previdenze del saggio. Un momento vi paiono vittoriosi; 
l'indomani sorge la fredda ragione, sorgono i bisogni inerenti alla specie, sorgono 
gl'invincibili interessi della famiglia ; sorgono tutti come un'ondata, ingoiano il 
messo rivoluzionario, e lo scopo è fallito. Si direbbe ohe la natura li adeschi e 
li attenda, per poi beffarsi di loro ed avvezzarli a venerarne le leggi. 

« Infatti chi ha perduto mai sempre le rivoluzioni più belle e più giuste ? La 
smania dei messi rivoluzionari, gli uomini ohe pretesero rèndersi indipendenti 
dalle leggi comuni e si credettero forti abbastanza per rifarle da capo. » 

Qui il Cavour cita l'esempio della Franoia dal 1789 al 14 giugno 1848 e con ac- 
cento profetico, ohe presto ritroverà la conferma nel fatto, esclama : « Attendiamo 
ancora un momento, e vedremo l'ultimo effetto del mezzo rivoluzionario: Luigi 
Napoleone sul trono ! n 



-1,15- 

Quanto ai mezzi straordinari direi che il prestito imposto alla Banca 
di Genova (1) sa un poco di rivoluzionario, e che questo perciò do- 
vrebbe piacere al deputato Brofferio (Si ride) ed avrebbe dovuto ren- 
derlo un poco indulgente per le misure finanziarie del ministero. Con- 
chiudo adunque per ciò che riguarda la proposizione dell'onorevole 
deputato Scofferi: io propongo di rimandarla alla Commissione delle 
finanze, ed in quanto ai mezzi rivoluzionari finanziari del deputato 
Brofferio, lo prego, se vuole mettersi per quella via, di proporne al- 
meno dei pia efficaci. 

Nella tornata del 22 di novembre il conte di Cavour si affrontò 
di bel nuovo coll'on. Brofferio; ma questa volta non è più l'accento 
dell'ironia, ma l'accento dell'indegnazione che suona sul suo labbro. 
Egli parla in nome e in difesa della guardia nazionale, e segna- 
tamente della compagnia comandata da lui, che fu convenuta al 
Circolo politico come una compagnia infame. I fotti indicati in 
questa parlata del Cavour e i rumori delle gallerie lasciano argo- 
mentare i progressi che le idee esaltate avevano fatto dall'agosto 
in poi. 

L'onorevole Brofferio ha detto che la guardia nazionale ha trascorso 
ad eccessi contro pacifici cittadini che passeggiavano tranquillamente 
in piazza Castello e mandavano di quando in quando alcune grida 
innocenti. Come testimonio oculare di quanto accadde, mi permetta 
l'oratore Brofferio di dirgli che fece la guardia nazionale stata coman- 
data in certo numero per ordine superiore. Ne fu mandato un piccolo 
drappello sotto i portici delle Segreterie. Giunto colà fu assalito da 
pietre; e due membri della mia compagnia, che fu denunciata al Cir- 
colo politico come una compagnia infame, furono colpiti. Non risposero 
però a questi insulti menomamente. E v'ha ancor di più, poiché alcune 
persone si avventarono contro questi piccoli drappelli di militi e cer- 
carono di strappar loro il fucile e la spada all'ufficiale che li coman- 
dava; questi generosi militi . . . (Mumori dalle gallerie). 

Io parlo in nome della guardia nazionale di Torino, e mi stupisco 
che cittadini torinesi osino perturbarmi nel mio dire (Nuovi rumori 
dalle gallerie). 

Ripeto che questi pochi militi, quantunque fossero solo quindici o 
venti, respinsero gli assalitori, ma non fecero loro alcun male. Venne 
quindi l'ufficiale superiore della milizia che ordinò all'assembramento 
di sciogliersi. Furono fatte le intimazioni, ma queste non furono se- 



(1) Il governo, nel suo piano finanziario deliberato nel settembre, al tempo 
stesso ohe imponeva ai possidenti e ai capitalisti l'obbligo di un prestito forsa'to, 
stabiliva che la Banca di Genova dovesse aprire al tesoro un conto corrente di 20 
inilioni di lire, all'annua ragione del 2 0/ , dando temporaneamente corso legale 
ai suoi. biglietti. Intorno a questo piano finanziario il. Cavour scrisse importanti 
articoli nei numeri, del Risorgimento del 18, 16, 18, 28 e 29 settembre, e pronunciò 
tre notevoli discorsi alla Camera nelle tornate del 18 e. 80 ottobre. 



— 116 — 

guite da nessun atto della milizia, la quale rimase sino alle dieci e 
mezzo coll'armi al piede, senza fare alcun moto. Giunta quell'ora, l'as- 
sembramento crescendo, fu dato ordine, da chi lo poteva, di sciogliersi, 
e la milizia eseguì l'ordine, ma sempre coll'armi al braccio. Non era 
quindi lecito a chiunque del Circolo politico o non del Circolo di dire 
che alcun milite abbia fatto un atto ostile. Veramente, in alcuni as- 
sembramenti che erano attorno alla guardia nazionale, si profferivano 
grida non troppo innocenti, perchè si gridò : Morte al ministero / Ev- 
viva il lampione al quale fu impiccato il generale Latourf Abbasso 
la guardia nazionale / Se queste sono grida innocenti, ne lascio giu- 
dice lo stesso deputato Brofterio ... La guardia nazionale di Torino 
ama la libertà quant' altri possa amarla, ma ama pure l'ordine, e saprà 
conservarlo quando le circostanze lo richiederanno (Bravo, bene). 

Nella tornata del 28 di novembre, il conte di Cavour scese in 
campo contro un avversario ben più poderoso, Fon. Matteo Pesca- 
tore, autore di una proposta che tendeva a fare approvare il prin- 
cipio della gravezza progressiva nelle imposte. Non appena egli ha 
cominciato a svolgere le sue idee contrarie alla detta proposta ; ru- 
mori e bisbigli dalle gallerie gli tolgono di parlare. H Presidente 
ammonisce gli interruttori ; ma indarno. H conte di Cavour esclama 
con accento concitato: « Lo ripeto, i rumori non mi turbano né 
punto né poco : ciò che io reputo essere verità, lo dirò malgrado i 
tumulti, i fischi (Rumori)-, chi m'interrompe non insulta me, ma 
insulta la Camera, e l'insulto lo divido con tutti i miei colleghi » 
(Applausi dal centro e dai ministri). Poi continua imperturbato e 
più sarcastico del solito: 

Mi si dirà che questa legge è una misura rivoluzionaria, e sotto 
questo aspetto ciò potrà incontrare il favore di alcuni membri di questa 
Camera, i quali seggono qui vicino (Addita la destra ove siede Brof- 
ferio — Si ride), e che rappresentano la parte più gagliarda e direi 
anche, se mi fosse concesso, la più audace dell'Opposizione (Eumori 
dalla sinistra). 

Presidente. Silenzio. 

Cavour. ... Ma anche sotto l'aspetto rivoluzionario io non credo che 
questa legge meriti il favore di alcun membro di questa Camera. In- 
fatti, quantunque io non sia temerario al punto di volerla fare da 
maestro, per ciò che riflette V impiego dei mezzi rivoluzionari, a questi 
miei onorevoli colleghi, ricorderò loro una verità che non può essere 
contrastata, ed è che se i mezzi rivoluzionari possono talvolta procac- 
ciare al governo sussidi straordinari, essi hanno sempre l'inconveniente 
di diminuire la sorgente dei redditi ordinari 

Signori, se mai una fatale necessità od una politica fallace condu- 
cessero il governo ad adottare quel sistema di mezzi straordinari, io, 
dopo averli combattuti con tutta l'energia di cui sono capace, quando 
fossero fatti inevitabili, direi allora alla Camera: poiché adottate mezzi 



— 117 — 

straordinari, adottateli con tutta l'energia possibile; fate sì ohe la 
grandezza dello scopo, l'altezza dei risultati servano di compenso al- 
l'odiosità dei mezzi che impiegate; e sovratutto evitate di cadere nella 
più deplorabile condizione in cui cader possa un governo, quella cioè 
di essere nello stesso mentre odioso e ridicolo. 

Dico quindi che l'adozione della proposta Pescatore, considerata come 
mezzo rivoluzionario, tornerebbe a danno diretto del tesoro, e sarebbe 
non solo odiosa ma ridicola, se già non fosse un primo passo nella via 
rivoluzionaria l'iniziamento di un sistema d'illegalità e di violenza. 

Il giorno appresso (29) l'on. Brofferio, ferito nel vivo dalla sot- 
tile ironia del conte di Cavour, lo assali a sua volta con armi 
eguali, e gli Atti parlamentari notano a quasi ogni espressione del 
focoso tribuno applausi, applausi generali, applausi prolungati, 
bravo, bravo, bene, bene, ecc. Nella seduta seguente, mentre il mi- 
nistro conte di.Bevel è alla tribuna, gli stessi Atti parlamentari 
rapportano questa scena sconveniente : « In questo momento il de- 
putato Cavour, abbandonando il suo seggio, attraversa la sala per 
uscire. Molte voci e mormorii partono dalle gallerie pubbliche 
contro di lui e si prolungano grandemente. Varii deputati indiriz- 
zano al Presidente energiche proteste per queste violente e scon- 
venevoli interruzioni. » 

Il conte di Cavour avrebbe voluto rispondere all'applaudita ar- 
ringa del Brofferio, ma essendogli stato disdetto, stampò nel Risor- 
gimento del 2 di dicembre il discorso che aveva preparato. Dal- 
l'intonazione del medesimo non sembra punto che gli insulti ricevuti 
dalle pubbliche gallerie nella tornata del 30 novembre avessero fatto 
gran colpo sd quella tempra adamantina. 

Nell'esordire del suo discorso il deputato Brofferio rispondendo a 
quanto io aveva detto intorno all'impiego dei mezzi rivoluzionari da 
lui di continuo consigliati, accusò le mie opinioni di essere, se non re- 
trograde, per lo meno ultra-moderate. A dir vero, questo rimprovero 
a primo tratto mi colpì dolorosamente. Ma quando poi, nello svolgere 
della sua orazione, io potei percepire chiaramente la significazione 
che egli dava alle parole moderato e retrogrado, esso cessò dal farmi 
provare alcuna amarezza. 

Infatti io sentii l'onorevole oratore, parlando delle cose di Francia, 
dichiarare ultra-conservatrice e retrograda l'immensa maggioranza del- 
l'assemblea nazionale, che respinse energicamente ogni tentativo d'in- 
trodurre nella nuova Costituzione repubblicana il principio della pro- 
gressività delle imposte. Lo sentii di più trattare il generale Cavaignae 
non solo quale retrogrado, ma quale reazionario furibondo. In confronto 
di tali opinioni professate sopra antichi repubblicani, sopra veterani 



— 118 — 

della causa liberale ; in confronto di sì grave giudizio portato su di un 

generale illustre, che il più puro, il più virtuoso dei campioni che vanti 
i democrazia francese, il venerabile Dupont de l'Eure proponeva, or 
son pochi giorni, di dichiarare, in mezzo agli unanimi applausi del- 
l'Assemblea nazionale, come avente ben meritato della patria, in ve- 
rità io ho trovato non che severe, ma soverchiamente indulgenti, le 
parole usate dalTaw. Brofferio, ed ho riconosciuto dovere alla squisita 
cortesia che lo distingue, l'avermi egli chiamato solo ultra-moderato 
e il non aver impiegato la parola di retrogrado o quella più volgare 
ma più espressiva di codino. 

E siccome l'aw. Brofferio aveva fatto menzione di molti frati, 
i quali avevangli dato testimonianza di grande fiducia, il conte di 
Cavour argutamente osservava: 

Mi permetta anzitutto l'onorevole deputato di porgergli le mie feli- 
citazioni su queste nuove amicizie e clientele. Io considero la riconci- 
liazione assoluta degli Ordini religiosi collo spiritoso e mordace diret- 
tore del Messaggiere come una prova del possibile ravvicinamento delle 
opinioni più estreme; e ciò desta quindi in me la speranza di veder 
sparire un giorno la profonda divergenza di opinioni che mi separa 
dal formidabile mio avversario, sostenuto ora con pari zelo e dai cir- 
coli politici e dai conventi frateschi. 

Dal tuono festivo di questa polemica, dicasi il vero, sarebbe dif- 
ficile arguire che quattro mesi erano trascorsi dalla rotta di Custoza 
e che quattro altri mesi separavano il Piemonte da un'altra rotta 
assai più tremenda! Pur troppo mentre gli animi di tutti dovevano 
essere unicamente rivolti ad assicurare una pace onorevole o a 
preparare una seria riscossa, essi èrano distratti dalle gare fra mo- 
derati e immoderati ; e l'argomento più importante non era tanto la 
guerra contro il Tedesco quanto la guerra contro il ministero. 
Questa era divenuta cosi ingenerosa, illiberale e antipatriottica che 
eziandio il giorno appresso che il ministero, sfiduciato di procedere 
innanzi in mezzo al disfavore patente della Camera, aveva dato la 
sua rinunzia (4 dicembre), parecchi oratori, usando le sottigliezze 
£fù curiali, sforzaronsi di dimostrare che il presidente del Consiglio 
uscito di carica, Ettore Perrone, non poteva sedere in Parlamento 
perchè non cittadino sardo. Che più? anche il diritto di parola si 
voleva, mozzato a quel glorioso soldato, che, al primo Rompere delta 
guèrra era venuto dalla terra d'esilio a offrire il suo braccio alla 
causa dell'indipendenza italiana ! Camillo Cavour non l'esse a quel- 
flnstilto e reclam'ò a favore del Perrone la facoltà di difendeifsi : 



— 119 — 

Hi pare che è stata sempre consuetudine di lasciar la parola su fotti 
personali; e io credo che il signor aw. Sineo abbia osato larghissima- 
mente di questo diritto . . . (Risa). 

Sineo. Domando la parola per un fatto personale (Nuove risa). 

Cavour. Ora mi pare che fi tatto sul quale il signor ministro do- 
manda la parola è un fatto personale; poiché che cosa vi è di più per- 
sonale che il dire ad un deputato che egli non è cittadino perchè per 
aver sostenuto la eausa della libertà fu condannato a morte? E per 
questo avrà perduto il diritto di cittadinanza? E gli si viene a rimpro- 
verare un tal fatto (Reclamazioni rumorose dalla sinistra). 

Io dico che non vi è cosa più personale di questa, e che la Camera, 
che è stata sempre cosi larga nell'accordare la parola per fatti perso- 
nali, e che l'altro giorno ancora l'accordava all'avvocato Brofferio (e 
ringrazio la Camera di averlo fatto) perchè io aveva solo a lui accen- 
nato, e lo lasciava, certo molto eloquentemente, ma per più di tre 
quarti d'ora parlare, deve ora accordare al ministro il diritto di dire 
due parole per difendersi (Mormorii prolungati). 

Dicemmo di sopra che il ministero, formato nell'agosto, depose 
la carica in mano del Ee ai 4 di dicembre; giusto la vigilia che 
il Perrone fu in grado di notificare il consenso dell'Austria alla 
mediazione anglo-francese. 

All'abate Gioberti, come capo dell'Opposizione, ed artefice prin- 
cipale della caduta del ministero, s'aspettava di sottentrarvi; ed 
invero egli narrò che « ambiva di salvare la patria, che vedeva 
perire nelle mani di uomini chiariti inettissimi » (1). Il Ee che 
« non lo guardava di buon occhio, perchè aveva in uggia i preti 
politicanti, e perchè gli era molesto quel rumore per un suddito 
intorno al suo palazzo » (2), indugiò a chiamarlo sino ai 12 di 
quel mese. Al 16 il ministero fu formato (3), e poiché a la fortuna 
delle parole (come dirittamente avverte il Massari) era ancora assai 
grande » denominossi democratico; e per prima cosa notificò ai 
popoli, in capo alla parte ufficiale della Gazzetta Piemontese, che, 
per determinazione presa nel Consiglio dei ministri del di 17, il 
titolo di Eccellenza ai ministri segretari di Stato era rimasto e ri- 
maneva soppresso. Indi a poco, come se i tempi fossero tranquilli 
e la Camera non fosse abbastanza superlativa, questa fa sciolta 



(1) Rinnovamento, voi. i, pag. 375. 

(2) A. Brofferio, Storia del Parlamento Subalpino. Tomo I, p. 81. 

(3) Presidenza ed esteri, Vincenzo Gioberti ; interni Biccardo Sineo; grazia e 
giustizia, Urbano Battazzi ; finanze, Vincenzo Bicci ; istruzione pubblica, Carlo 
Cadorna; agricoltura e commercio, Domenico Buffa; lavori pubblici, Sebastiano 
T ©echio; guerra e marina, Ettore De Sonnaz. 



— 120 — 
(30 dicembre), e le elezioni vennero stabilite per il 22 gennaio 
seguente. 

Sebbene dai frammenti degli Atti della Camera subalpina, di sopra 
riportati, sia facile inferire quanto fossero vive le astiosità parti- 
giane contro il conte di Cavour in tutto questo periodo di tempo, 
gioverà riportare per maggior conferma, e anche per aggiungere un 
lineamento di più alla sua figura, alcuni brani dei Bicordi politici 
di Giuseppe Torelli, entrato, come già si disse, nella redazione del 
Risorgimento negli ultimi mesi del 1848. 

. . . Degli scrittori del Risorgimento io non conosceva nessuno e non 
ero noto a nessuno, tranne a Michelangelo Castelli, mio buono e ca- 
rissimo amico. Ognuno ricorda con quale abbondanza di epiteti essi 
fossero giornalmente maledetti da quasi tutta la stampa ; la riputazione 
che godevano era veramente deplorabile. Ciò non dipendeva soltanto 
dal programma politico che essi andavano svolgendo, ma altresì — e 
in massima parte — dipendeva dalla generosa costanza colla quale essi 
sopportavano in comune il grave peso dell'impopolarità ond'era ancora 
circondato il nome del conte Camillo di Cavour. 

^'ufficio del giornale il Risorgimento non era un ufficio come gli 
altri; era una spelonca, una caverna, un antro. A forza di mutare 
espressioni, la stampa finì coir adottare quest'ultima dell'antro, e fu così 
inteso che l'ufficio del Risorgimento fosse V antro del Risorgimento (1). 

Udii una volta due rivenditori di giornali — nemici acerbi del no- 
stro, perchè non era mai stato loro accordato di rivenderlo nelle vie — 
che parlavano fra loro in tono affatto naturale, uno dei quali diceva 
all'altro: 

— Esco io stesso dall'antro, ma quei signori non vogliono capir la 
ragione. 

Come pel luogo, s'andò in cerca d'un appellativo anche per le per- 
sone. In principio la frase più in corso fu: i nobili del Risorgimento. 
Questa maniera d'indicare in blocco la redazione non mancava d'avve- 
dutezza. Nobile suonava allora come contrapposto di liberale: talune 
tristi rimembranze di fatti ond'erasi reso colpevole qualche nobile, ser- 
vivano a mantenere nell'animo della borghesia un lievito di diffidenze 
permalose (2). A soggiogare coteste diffidenze il conte di Cavour ci 
mise altrettanta fatica quanta ne mise in appresso a far l'Italia. 

Io mi ricordo del modo misterioso e pieno di tragico spavento col 
quale taluni personali amici mi hanno avvertito dell'abisso nel quale 
stavo per cadere entrando in quel giornale, dei rischi a cui esponevo 
la mia onestà, e la mia coscienza, mettendole a fascio coli' onestà e 



(1) V. la Lettera CXXXVIII al Torelli: u Lunedi mattina ripartiremo tutti 
assieme nell'antro del Risorgimento » (pag. 166). 

(2) Per troncare queste diffidenze, originate sin dai tempi dell 1 Associazione agraria, 
Luigi Carlo Far ini, uscito dalla classe borghese, aveva preso il patrocinio dei no- 
bili in un articolo stampato nell'Antologia italiana sul finire del 1847, mentre 
Massimo d'Azeglio, di nobile casato, prese il patrocinio della borghesia ; ma gli 
scritti dei due egregi uomini non avevano recato alcun effetto. 



— 121 — 

colla coscienza degli scrittori del Risorgimento. La miglior sorte che 
m'aspettava era quella di passare per un minchione inavveduto. 

Un giorno il Buffa, alcuni mesi dopo il mio arrivo in Torino e la 
mia entrata nelle file capitanate dai Cavour, m'incontrò nella via della 
Madonna degli Angeli. Era da un pezzo che non lo vedevo : e siccome 
l'ho sempre stimato per una delle più elette nature, per uno dei cuori 
più puri e vergini che io abbia in vita mia conosciuto, il vederlo mi 
fa caro. Con mia sorpresa, e dirò anche con dolore, m'accorsi che egli 
aveva desiderio di evitarmi. Ma sia che egli leggesse questo cruccio 
sul mio volto, sia che il suo animo gentile non gli consentisse uno 
sgarbo verso di me, si fermò ed aspettò che io gli parlassi. Natural- 
mente, gli chiesi con franchezza perchè adoprasse meco quel piglio. 
H Buffa fu in sulle prime restìo nel rispondere, ma poi, quasi pigliasse 
una repentina deliberazione, ruppe il silenzio e mi parlò con tanto ca- 
lore, con tanto affetto, che gli occhi suoi ne divennero umidi Oltre 
alle più sincere condoglianze per essere io diventato scrittore del Ri- 
sorgimento, mi fece amari rimproveri per un articolo che il giorno 
prima era stato pubblicato, e che si credeva fosse mio, dicendomi queste 
precise parole che mi restarono profondamente scolpite nella mente : 

— Un galantuomo quale sei tu come può egli scrivere un articolo 
di quella fatta? 

E soggiungeva che, desideroso di non togliermi la sua stima, non 
aveva voluto credere che l'articolo fosse mio. 

Ora che scrìvo non posso dire qual fosse l'articolo incriminato e se 
fosse veramente mio. Dichiarai, com'era mio dovere, che ne assumeva la 
mia parte di malleveria, aggiungendo talune spiegazioni ed argomenti 
allo scopo d'indurlo a mitigare il severo giudizio che egli ne aveva fatto. 
Dopo lunga disputa il Buffa ebbe la cortesia di ammettere che io po- 
teva benissimo avere scritto quell'articolo e continuare ad essere un 
galantuomo, ma quando ci lasciammo mi toccò la mano senza strin- 
germela ; il suo modo di prendere commiato da me sembrommi indicare 
più un addio che un a rivederci. 

Ho ricordato fra i molti delio stesso genere questo piccolo fatto per 
accennare, nella guisa meno elegiaca che posso, la lunga serie di do- 
lori e di prove difficili che in quei bizzarri tempi uno scrittore mode- 
rato doveva sopportare . . . 

n Buffa ritornò ad essermi cordiale amico, ma ci volle più di un anno. 

Ripigliando la narrazione, dico che quando mi avventurai nell'antro 
del Risorgimento, non ci fu da parte mia nessun atto di coraggio. 
Ragionai fra me e me così: Se v'è dentro il Castelli, ci posso stare 
anch'io. So che egli è onesto e liberale, e questo mi basta, gli altri 
li vedrò e li studierò. 

La redazione (credo che questa locuzione debba oramai essere con- 
siderata come italiana) la redazione del Risorgimento era così com- 
posta: il conte di Cavour, Michelangelo Castelli, il professore Francesco 
Ferrara, Pier Carlo Boggio e l'autore di questi Ricordi ne erano i 
principali scrittori; sopraggiunse più tardi a loro compagno Filippo 
Cordova. Contribuivano indefessamente colla loro attenta opera G. B. 
Vico, l'aw. Re ed un traduttore dal tedesco. Si andava avanti uniti 
in buono ed amichevole accordo: non v'era chi propriamente potesse 
esser detto Direttore, e l'indirizzo politico era dettato più dalla comu- 
nanza d'opinioni che da un'apposita guida. 



— 122 — 

Il conte Camillo di Cavour n'era il principale inspiratore, ma scri- 
veva poco ; non poteva neppur dirsi indefesso nell'inspirare : era però 
di tempo in tempo pigliato da impeti repentini che lo rendevano atti- 
vissimo ed utilissimo collaboratore. Toccava egli con somma perizia le 
grandi questioni politiche, ma gli erano più graditi i temi economici ; 
sì gli uni che le altre trattava con fare sicuro, coli' abbondanza di idee di 
chi ha molto studiato e molto imparato. Essendogli poco famigliare la 
lingua italiana, avveniva talvolta che la forma plastica de' suoi scritti 
non corrispondesse al loro valore metafisico. In quei casi abbandonava 
la forma a noi, commettendoci di curarla, se la giudicavamo ammalata,. 
Tra il fondo e la forma il conte di Cavour non si dava nemmeno, la* 
pena di scegliere. Nel suo cervello il concetto formavasi rapidamente 
completo e netto come un sillogismo, e naturalmente doveva esprimerlo 
nella lingua in cui il suo cervello era stato educato a pensare : allora, 
la forma era degna del fondo. La dinamica mentale che gli era neces- 
saria per esprimere lo stesso concetto in una lingua nella quale non 
l'aveva formato, gli riusciva incresciosa e malagevole. 

Egli è questo a un dipresso il motivo pel quale il nostro teatro co- 
mico è cosi povero. Eppure nei primi scritti italiani del conte di Ca- 
vour c'era poco da mutare : o per sagacia d'istinto o per potenza com- 
prensiva, egli, senza saper l'italiano, lo scriveva talvolta in guisa e 
sapore tale, che, tolte alcune pecche materiali, e rinvenuto il vocabolo 
che a lui mancava, risultava avere egli scritto meglio di tutti noi. 

Si ebbero con lui frequenti dispute intorno alla questione della forma, 
che egli dapprima considerava siccome un affare meccanico; un mestiere 
da tornitore, e il suo culto pel fondo divenne meno esclusivo (1). Cer- 
tamente che pei gran pensatori, la importanza principale dell'atto me- 
tafisico sta nella natura del pensiero; ma questo pensiero non è desti- 
nato a brulicare solitario nei lobi cerebrali, e per uscirne ha mestieri 
di una veste. Più questa è acconcia ed esatta, più il pensiero riesce 
fecondo: a chi ed a che altrimenti gioverebbero i grandi pensatori? — 
E non andò guari che il Cavour diventò abile e destro anche nel me- 
stiere di tornitore, e con maravigliosa rapidità imparò la lingua della 
nazione che era chiamato a fare. 

Dagli stessi Bicordi leviamo eziandio alcuni tratti che mettono 
in evidenza l'indole bonaria del conte di Cavour verso i suoi 
collaboratori, e singolarmente verso quello che egli chiamava il 
caro Boggiotto (V. Lett. CCI). Vi vedremo anche fatta menzione 
di un duello del Cavour, causato da un'accusa scientifica. 

... Il più ingovernabile fra tutti noi era Pier Carlo Boggio (2). 
Giovane, pieno di naturale vivacità e di ardimento, per casi e sciagure 



(1) Assai tempo prima. Veggasi la sua Lettera XXXVI al professore de La Rive, 
scritta nel 1843: u Pai tea ócriré, faites composer votre fila, afin que lorvque sa 
téte sera devenue un atelier à idées, il sache se servir aveo facilitò de la seule 
machine qnl puisse les mettre en oirculation : la piume, » 

(2) Perito poi cosi miseramente nelle acque di Lisia ai 20 di luglio del 1866. 
Era nato in Torino ai 8 di febbraio del 1827. 



— 123 — 

domestiche costretto a studiare la vita assai di buon'ora ed a fare, sé 
così posso esprimermi, l'uomo innanzi tempo, egli conservava talune 
delle belle doti che adornano l'adolescenza, mescolandole con altre che 
in un pirronismo precoce andava attingendo. Sicché veniva agevolmente 
nell'impeto soverchio o nella soverchia sostenutezza, a seconda della 
varia natura dei soggetti che egli aveva da trattare. Ci scappava ora 
di qua ed ora di là, e, quando meno ce l'aspettavamo, metteva il dia- 
volo nell'acqua santa. 

A proposito di una questione economica che era sorta in Parlamento, 
essendo noi tutti persuasi che in articoli di quella natura non erano 
da temersi delle scappate, fu affidato al nostro giovane collaboratore 
un rendiconto della seduta. Questo rendiconto, apparentemente tran- 
quillo e regolare, conteneva delle allusioni ad un deputato. Nessuno 
di noi le scoprì. Poco stante un giornale del deputato partigiano (1), al 
quale erano dirette le allusioni, stampa una violenta diatriba personal- 
mente offensiva al conte di Cavour. Il Cavour legge quella diatriba 
ed incarica senz'altro Castelli e me di andare a chiederne spiegazione 
al deputato. 

È giustizia che io noti che nelle allusioni del Risorgimento altro 
non contenevasi verso il deputato che l'accusa di parteggiare pel pro- 
tezionismo. Sebbene quest'accusa appartenesse alla categoria delle ac- 
cuse scientifiche che nulla danno o tolgono all'onore di un individuo, 
pure riconoscemmo esser solo l'individuo accusato giudice ed apprez- 
zatore del genere di accusa che gli era stata mossa. 

D Boggio che aveva già dimenticato la questione economica e l'ar- 
ticolo da lui scritto, comparve fresco fresco all'ufficio colla sua solita 
faccia rotonda e gioviale. Quando udì tutta la storia e seppe dell'in- 
carico a Castelli ed a me affidato, dichiarò che essendo egli l'autore 
dell'articolo, doveva da solo assumerne la malleveria. Noi dovevamo 
recarci dal deputato al tocco : egli ci disse che al mezzodì gli avrebbe 
mandato altre due persone per conto suo. 

— Hai guastato la torta in un modo, ed ora vuoi guastarla in un 
altro? — gli dicevamo noi. 

Ma egli duro ed ostinato. Ci volle una fatica improba e l'intervento 
dello stesso Cavour per tenerlo quieto. 

Potemmo finalmente eseguire la commissione del Cavour e in ufficio 
della Camera ci presentammo al deputato, il quale ci accolse con squi- 
site maniere, e s'intese con noi da perfetto gentiluomo. Fu deciso che 
i quattro padrini fossero quattro deputati, e l'affare fu poi terminato' 
in guisa onorevolissima pei due avversari con sorte propizia (2). 

Il giorno dopo ecco che il Boggio ritorna alla carica e pretende che, 
passata la volta del Cavour, sia venuta la sua, ed insiste perchè Ca- 
stelli ed io ci rechiamo nuovamente dal deputato avversario. Avemmo 
un bel fargli osservare che noi non volevamo stabilire un servizio pe- 
riodico tra l'ufficio nostro e la casa del deputato, e che l'affare era 
bello e finito. Egli si tenne duro più di prima, e non fu che in capo 
a due giorni che potemmo imbavagliarlo e ottenere la certezza — 



(1) La Voix d'Italie, diretta dal deputato A'vlgdor (14 aprile 1860). 

(2) n fisco chiese alla Camera la facoltà di procedere oontro i deputati duellanti ; 
ma la Camera la ricusò. 



— 124 — 

un po' relativa — che egli non ce ne facesse di soppiatto qualcun 
delle sue. 

•r- Tenetelo d'occhio quel briccone ! — ripeteva il Cavour. 

Lo tenemmo infatti d'occhio per alcun tempo; poi parendoci che h 
sua condotta fosse lodevole, cessammo la sorveglianza, della quale in 
vero egli cominciava a sentirsi annoiato. Ma non passò molto tempi 
che egli ci mise in un altro impiccio. Il Cavour montò allora sull< 
furie, e nel calore di queste dichiarò che dal Risorgimento dovevi 
uscire o lui o il Boggio. 

— Quanto fuoco, cospetto ! . . . — disse il Boggio sorridendo tran- 
quillamente. 

Il giovane mariuolo sapeva che cosa fossero e quanto durassero le 
furie del conte Cavour. Io non ho mai conosciuto una persona, nel 
cuore della quale allignassero così poco i sentimenti di avversione o 
di vendetta quanto in quello del Cavour. 

Egli ebbe, sopratutto nei primi 'momenti della sua vita politica, 
molti acerbi nemici; di acerbissimi ne acquistò dipoi, ma non fu mai 
nemico di nessuno. Sfuriò, tempestò, maledisse a molti negli istanti 
d'impeto, ma non odiò mai, né premeditò mai una vendetta, ed infiniti 
furono i casi nei quali accolse come una buona fortuna l'occasione di 
giovare ai suoi più accaniti avversari. Di più, così fino ed avveduto 
com'era, non sapeva punto rendersi imperscrutabile, perchè, lo si ca- 
piva a prima giunta e da un pezzo noi l'avevamo capito. 

Una settimana dopo il Boggio mi scelse per paciere. Andammo a 
trovare il Cavour e dapprima entrai a parlargli solo; quindi, come 
suolsi nelle scene di conciliazione, uscii a pigliare per mano il figliuolo 
prodigo, mi avanzai, tenendolo alle mie reni fin presso alla scrivania 
alla quale stava seduto il papà, e a mezzo metro di distanza glielo 
buttai davanti. Il Cavour masticò qualche frase rimpettita e sdegnosa; 
ma non essendo capace di durarla in frasi, tagliò a metà la raman- 
zina, si mise a ridere, e, strofinando le palme disse: 

— Adesso non ho tempo da strapazzarlo: lo farò più tardi 

In quel momento l'uomo più serio di noi tre era il Boggio, il quale 
osservò : 

— Va bene : ma faccia presto, se ho da trarne profitto. 

Non è qui tutto il Cavour che di sé medesimo scriveva un giorno 
(1856) al professore de La Rive : Avouez qu'au fond je suis un 
assez bon diàble? 



[1849] — Come nelle prime elezioni generali del 26 aprile 1848, 
così anche nelle seconde del 22 gennaio 1849, il verdetto degli 
elettori fu sfavorevole al conte di Cavour. Acremente combattuto 
dalla Concordia, egli dovette cedere il luogo al cav. Giovanni 
Ignazio Pansoya, più specialmente noto ai Piemontesi perchè, anni 
avanti, aveva proposto di fondare una associazione di cittadini 



— 125 — 

che s'imponesse per obbligo volontario di parlar sempre la lingua 
italiana. 

H nome di Pansoya (scriveva baldanzoso l'organo di Lorenzo Va- 
lerio) suonerà agli elettori ben più simpatico del nome di quell'econo- 
mista che fece l'apologia della mediazione e del prestito ReveL Lo 
spauracchio del comunismo che il conte di Cavour inalbera di tratto in 
tratto, lo fa parere un economista terribile, mentre infatti non può la 
sua dottrina economica essere così peregrina, dacché egli fa del comu- 
nismo e della democrazia quasi una cosa sola, dacché egli vede la 
legge agraria e la distruzione della proprietà in ogni ordinamento di 
finanze che non aggravi tutto sul popolo per alleviare i ricchi. 

Pur troppo il conte di Cavour non fu la sola « vittima » in 
questa lotta elettorale: altri insigni uomini della parte liberale mo- 
derata, e vecchi patrioti, come il Perrone e il Lisio, soggiacquero 
alla medesima sorte. Non passò del resto molto tempo, che il Gio- 
berti, sotto il cui patrocinio questi ostracismi si compirono, ebbe a 
toccare con mano sino a qual punto egli avesse per quelli alterato 
la buona tempera politica del paese. Infatti nel dissenso avvenuto 
poco appresso fra lui e gli altri ministri rispetto al suo disegno 
d'intervento in Toscana, avendo potuto argomentare da molti segni 
manifesti che la Camera gli avrebbe dato torto, si vide costretto 
nel più bello, quando appunto stimava di avere in pugno le sorti 
della patria, a deporre la carica in mano del Re (20 febbraio). 

Al conte di Cavour sarebbe bastato il sapere che l'Austria osteg- 
giava segretamente il disegno giobertiano perchè egli vi si mostrasse 
favorevole ; ma anche ignaro di ciò, troppe altre ragioni che i let- 
tori facilmente intendono, senza, che sia il caso di enumerare, ave- 
vanlo mosso a troncare la sua opposizione al Gioberti per dargli 
il più schietto aiuto, il solo che fosse in poter suo di prestargli, 
quello della penna. Quando poi seppe delle dimissioni del Gioberti, 
il Cavour era tanto penetrato della gravità degli avvenimenti 
soprastanti, che avrebbe voluto che il Re autorizzasse il ministro 
dimesso a eleggersi altri colleghi e sciogliesse, ove d'uopo, un'altra 
volta la Camera, onde venisse recato in atto il disegnato inter- 
vento. Per lui il Gioberti era oramai l'ultima àncora di salute 
che rimanesse al paese; e questa intima sua persuasione spiega come 
egli, disconoscendo per un istante l'ufficio dell'esercito, non esi- 
tasse a far voti e instare perchè questo si dichiarasse in favore 
del prefato ministro. « la dittatura o la guerra : non hawi oramai 



— 126 — 
altri mezzi per fuggire la vergogna della dominazione de' dema 
goghi n (Lett. CXIX). 

Mentre il Cavour scriveva queste parole che, nella loro crudezza 
si risentono della infiammazione degli spiriti in quei giorni, Carl< 
Alberto aveva già scelto il suo, partito: di accettare, cioè, lì 
rinunzia del Gioberti che, nell'animo suo voleva dire la ripresi 
delle armi. E così fa in effetto. Poco più di una settimana dopo 
addi 4 marzo, i suoi ministri bandivano in Parlamento essere l'è 
sercito u preparato e fiorente ; « e ai 12 dello stesso mese denun 
ziavano l'armistizio, indicendo le ostilità per il di 20. Camillo Ca- 
vour, comecché vedesse quanto fosse sconsigliata impresa tentare 
la sorte delle armi, e troppo bene sapesse che l'esercito era tutt'altrc 
che apparecchiato ad offesa, senti il bisogno di « accomodare il 
consiglio alla necessità » giusta la sentenza del Guicciardini, e nel 
Risorgimento accostossi al partito della guerra come al minore degli 
inconvenienti di quell'infaustissimo tempo. 

Le Lettere CXXI-CXXTT ad Alfonso La Mormora e alla contessa 
di Circourt (1), dopo il disastro di Novara e la rivolta di Genova, 
non sono storia, ma sono parte di questa, perchè servono a darci 
l'immagine della violenta esacerbatone dell'animo ond'erano com- 
presi in Piemonte gli animi di quanti sentivano in politica come 
il conte di Cavour. In quei casi non serbano per ordinario la se- 
renità dei loro giudizi che coloro i quali sono indifferenti; e di 
questi, s'è visto, non era il Cavour. Onde gli epiteti di stupidi, di 
imbecilli, di vili, ecc., affibbiati ai democratici che trassero il paese 
in perdizione ; ai quali sono anche addossate responsabilità, quella 
ad esempio della nomina dello Chrzanowski a generale maggiore 
dell'esercito, che erano imputabili altrui. Lo spettacolo dei dolori 
della patria lo rende financo insensibile al lamentabile infortunio 
del Principe infelice, che, dopo aver cercato indarno la morte sul 
campo di battaglia di Novara, rinunziò al trono e condannossi al- 
l'esilio in lontana regione (2). 



(1) Neil» primavera del. 1848 la signora de Oiroourt aveva accompagnato il ma- 
rito a Berlino nella legazione straordinaria statagli affidata dal Lamartine, col quale 
era legato da strettissima consuetudine sin dagli anni giovanili. Quando il La- 
martine abbandonò il potere, il Oiroourt depose l'incarico e ritirossi colla moglie 
a Vevey. I due coniugi non tornarono a Parigi che in sullo scorcio del 1849. 

(2) Nota il sig. de La Bive: a Je ne sache pas qu'il (Cavour) alt jamais eu au 
cj&ur.de .baine bjen vive, ni surfout bien tenace, sauf pentire a l'endrpit da feld- 



— 127 — 

In preda a quest'abbattimento il conte di Cavour non scorge ve- 
rona speranza di bene pel suo paese. « Nona n'avons qne le choix 
des désastres » egli esclama. Si rallegra della scelta fatta dal gio- 
vane successore di Carlo Alberto nella persona di Massimo d'Azeglio 
per la carica di presidente del Consiglio (6 maggio), ma gli pare 
a difficile, per non dire impossibile, il fare il bene nelle attuali cir- 
costanze. » La sua contentezza perchè l'Azeglio non abbia pensato 
a cercarlo per collega (Lettera CXXHI) non sembra egualmente 
sincera ; dalle sue espressioni trasparisce per contrario un senti- 
mento di amarezza. E invero chi poco più di una settimana avanti, 
scrìvendo alla signora de Circourt, qnerelavasi che i suoi amici 
stessi lo avessero tenuto lontano dal potere, mentre sentivasi di 
preservare il paese e far sventolare la bandiera italiana sulle Alpi 
stiriane (Lett. CXXil), non poteva abbondare in sensi di gratitu- 
dine verso chi gli procurava gli « innocenti piaceri di rimanere 
tranquillo in mezzo ai campi ben coltivati e ai prati coperti di fol- 
tissime erbe. » 

Non si può, del resto, recare a colpa dell'Azeglio se in quei mo- 
menti non pensò a prendersi per compagno il Cavour, non tanto 
perchè egli fu chiamato a presiedere, non già a rifare il Consiglio (1), 
quanto e assai più, perchè il nome del direttore del Risorgimento 
trovava pochissimo favore presso l'universale. Sarebbe ciò bastato 
a mitigare o annullare i buoni effetti sperati dalla nomina dell' A- 



maréchal Haynau sur qui il n'entendait pas raison. Mais s'il y a eu quelqu'un qu'il 
n'ait pas aimó, ce quelqu'un fiat A coup sur le roi Charles- Albert, n Ed è vero; 
ma errerebbe a partito ehi volesse cercarne la causa in ragioni personali, amiche 
in ragioni politiche ; e, per quanto riguarda specialmente i casi funesti del 1849, 
gioya rammentare che la parte liberale moderata era concorde nel giudicare Carlo 
Alberto cosi severamente, ansi, cosi acerbamente, come è giudicato nella Lettera 
26 aprile del conte di OaTour alla signora Circourt. Fa pena leggere quel ohe 
l'Azeglio, per citare un esempio, scriveva alla moglie ai 38 marzo : « Il Be ha ab- 
dicato ; poteva farlo un mese prima; n ma queste crude parole ritraggono al vivo 
i sentimenti che ribollivano nell'animo di caldi e onesti patrioti come il gentile 
autore del Nicolò de* Lapi. 

(1) Caduto il ministero democratico dopo il disastro di Novara, 11 re Vittorio 
Emanuele commise al generale Gabriele de Launay il mandato di formare una 
nuova amministrazione. La quale fu oosi composta (29 mano): De Launay, presi- 
denza ed esteri; Pier Dionigi Pinelli, interni; Giovanni Nigra, finanze; Enrico 
Xorozzo della Bocca, guerra e marina; Luigi Demargherita, grazia e giustizia; 
Filippo Galvagno, agricoltura, commercio e lavori pubblici; Cristoforo Mameli, 
i stirasi on e pubblica. Vincenzo Gioberti, senza portafoglio, fu mandato oon missione 
«pedale a Parigi, ma indi a pochi giorni rinunziò e al ministero e alla legazione. 



— 128 — 

zeglio; il quale, sebbene avesse osteggiato le intemperanze della, 
parte democratica, era beneviso a tntti per la natura sua cavalle- 
resca e leale e per il sangue sparso sui campi di battaglia dell'in- 
dipendenza italiana. 

La presenza, veramente provvidenziale, di quest'uomo nei Con- 
sigli del giovane Re di Sardegna, produsse subito i suoi benefici 
effetti; massimo fra tutti quello di far cessare o diminuire le sin- 
golari e ingiustificate diffidenze sugli intendimenti di Vittorio Ema- 
nuele rispetto alle leggi fondamentali del regno. Anche coloro i 
quali non avevano una fiducia illimitata nell'abilità politica del- 
l'Azeglio — e tra questi era il Cavour — presero a sperare che 
per lo meno sotto quella guida la nave dello Stato non avrebbe 
dato di cozzo negli scogli onde era irto il cammino. Di questo tempo 
dev'essere la Lettera che il Cavour scrisse al Salvagnoli, nella quale 
si legge: « Non bisogna perdere coraggio; finché la libertà esiste 
in un angolo della Penisola, non vi è da disperare dell'avvenire r, 
(Lettera CXXV). 

Il 29 marzo la Camera democratica era stata sciolta. Non prima 
del 15 luglio furono, per la terza volta dopo l'inaugurazione del 
regime costituzionale, convocati i comizi elettorali. Nonostante la 
viva guerra della Concordia, che gli contrappose il generale Angelo 
Campana, Camillo Cavour riuscì vittorioso non solo nel 1° collegio 
di Torino, ma anche a Finalborgo in Liguria (1). 

In confronto della precedente, fu maggiore nella nuova Camera il 
numero dei deputati moderati; non tanto però che questi non fossero 
sopravanzati dagli ultra-liberali, i quali significarono subito la loro 
prevalenza e lo spirito onde erano animati, escludendo gli avver- 
sari dalle cariche della Camera e delle Commissioni, e sovratutto 
da quella del bilancio, e poco di poi respingendo il disegno di legge 
chiedente la proroga dal 1° novembre al 1° gennaio della facoltà 
concessa al governo di riscuotere le imposte. Questi primi atti della 
nuova assemblea non davano molta fiducia al ministero che sareb- 
bero state approvate le due leggi che gli erano sommamente a 



(1) In questo collegio gli fa contrapposto a candidato Carlo Alberto (!!), e non 
fa eletto che nello scrutinio di ballottaggio. 



— 129 — 
cuore perchè urgenti: quella che riguardava il trattato di pace 
coll'Austria, e quella che determinava il modo di pagarle l'inden- 
nità di guerra fissata in 75 milioni 

Intorno a quel tempo era avvenuta, e cominciava a farsi palese, 
una disgregazione nel partito di sinistra, della quale cade qui in 
acconcio prendere nota. Parecchi deputati, tra i quali il Battazzi 
e due altri suoi colleghi nel ministero democratico, il Buffa ed il 
Cadorna, rendendosi capaci delle gravi condizioni politiche in che 
versava il paese, deliberarono di formare un partito separato, che 
mirasse a conseguire gli stessi fini della sinistra, ma per altre vie. 
Questa l'origine del centro sinistro. 

L'opera del nuovo partito manifestossi in ispecial modo nella di- 
scussione incominciata ai 13 di novembre sul trattato di pace col» 
l'Austria. Respinta la proposta del Balbo, il quale voleva che, per 
la dignità della Camera, la dignità del paese, la dignità dell'Italia, 
si approvasse il trattato con un « voto silenzioso, » l'on. Buffa, in 
nome dei suoi colleghi del centro sinistro, presentò una proposta 
del tenore seguente: « Viste le ratifiche apposte il di 17 agosto 
1849, al trattato stipulato in Milano, il giorno 6 dello stesso mese, 
per le quali il trattato predetto è reso perfetto ed irrevocabile in 
faccia all'Austria; vista la legge del di 27 settembre 1849, che 
autorizza il governo a pagare all'Austria l'indennità di guerra pat- 
tuita negli articoli addizionali al medesimo : 1° la Camera consi- 
dera il trattato conchiuso tra Sua Maestà il Be e l'Imperatore 
d'Austria, in data di Milano 6 agosto 1849, come un latto com- 
piuto; 2° prowederà con leggi speciali, ove d'uopo e in ciò che la 
concerne, alla regolare esecuzione del medesimo. » 

Il conte di Cavour, pur dichiarando che avrebbe preferito vedere, 
accolta dalla Camera la proposta del Balbo, si profferse pronto, in 
nome proprio e de' suoi amici politici, a suffragare col suo voto la. 
proposta Buffa, sebbene il ministero, che avevala dapprima accettata 
in via di transazione, le si fosse di poi mostrato contrario* Messa 
ai voti, la proposta fu rifiutata dalla pluralità dei deputati, compresi 
parecchi membri del centro sinistro. Dopo questo saggio infelice 
delle proprie forze, il centro sinistro, per mezzo del Cadorna, recò 
innanzi (16 novembre) un'altra proposta, a tenore della quale la 
Camera, prima di approvare il trattato dovesse provvedere con. 

© - Voi. L Lettere di 0. Cavour 



— 130 — 
legge alla sicurezza degli emigrati lombardo-veneti. E qui è da av- 
vertire che essendo stata presentata, nella tornata antecedente, da», 
un oratore di sinistra, una mozione mirante in sostanza allo scopo 
medesimo, il conte di Cavour, il quale assai si adoperava a rinve- 
nire una via di conciliazione fra il ministero e i suoi opponenti 
meno accaniti, si era mostrato propenso a sostenerla, salvo qualche 
modificazione; che anzi aveva dichiarato « altamente » di essere 
« quasi disposto a dirigere un rimprovero al ministero, perchè il 
medesimo non avesse presa la iniziativa a questo proposito e pre- 
sentato un progetto di legge che assicurasse la sorte di coloro che 
per disposizioni contemporanee si trovavano esclusi dall'amnistia. » 
In mancanza di questo progetto di legge, egli fece la proposta del 
tenore seguente : « Dichiarando che il presente trattato non avrà 
per effetto di togliere i diritti di cittadinanza agli abitanti delle 
Provincie state unite agli Stati Sardi, i quali furono esclusi dal- 
l'amnistia dal proprio governo, la Camera passa alla votazione della 
legge. » Questa mozione non avendo incontrato favorevole acco- 
glienza nell'assemblea, la questione, di fronte alla proposta Cadorna, 
si risolveva in questo: se convenisse sospendere la discussione del 
trattato finché una legge fosse stata da ambe le Camere approvata 
e sancita dal potere esecutivo, oppure se si dovessero accogliere le 
dichiarazioni formali e solenni fatte dal ministero di proporre una 
legge bu questo importante argomento, colle quali si obbligava ad 
accordare infrattanto i diritti di cittadinanza a quanti ne facessero 
la domanda esplicitamente, o fossero contemplati nella categoria 
degli esclusi dall'amnistia. In tale stato di cose, il conte di Cavour 
avversò recisamente la proposta Cadorna. 

Io credo (diss'egli) che la discussione del trattato tenga gli animi 
angosciati e sospesi: questa è la mia opinione, libero a chiunque di 
averne un'altra; io sono persuaso che i lavori parlamentari, che sono 
pure tanti, non possono procedere con quella regolarità e con quella 
sperabile rapidità, finché questo vitale argomento non sia sciolto; 
questo è per le considerazioni interne. In quanto all'estero, io credo 
che la sospensione dei trattato abbia gravissimi inconvenienti, e che 
prendendo lo stato d'Europa qual è, e non quale potremo desiderarlo, 
non si possa disconoscere che questa eccessiva difficoltà che si oppone 
all'adozione del trattato, questo continuo rimandarlo (1) non possa che 



(1) Il trattato era stato presentato dall'Azeglio alla Camera ai 7 di agosto. Co- 
minciatasi la discussione al 24 settembre, fa approvata la legge relativa aU»inden- 
nità di guerra, sema prendere nessuna deliberatone riguardo al trattato di pace. 



— 131 — 

avere degli inconvenienti, dei limitati fittali per la nostra diplomazia 
e pei nostri rapporti internazionali . . . 

La questione del trattato è una questione fra noi e la fatalità: 
e quand'anche non vi fosse più questo ministero e ve ne fosse un altro 
scelto da qualsiasi parte della Camera, saremmo costretti egualmente 
a riconoscere questa legge fatai» ed accettare il trattato. 

Furono parole gittate al vento. L'opposizione di sinistra e di 
centro sinistro collegata vinse di sei voti la parte ministeriale. H 
giorno seguente, cioè il 17 di novembre, il governo prorogò la Ca- 
mera sino al 29 del mese. Ai 20 usci il decreto di scioglimento 
e il famoso proclama di Moncalieri; i comizi elettorali furono con- 
vocati per il 9 di dicembre. 

La gravità di questi atti palesa l'esaltazione dell'animo dei mi- 
nistri in conseguenza del voto del 16 novembre; e da che questo 
aveva avuto luogo su di una proposta, onde era autore uno dei 
principali rappresentanti del centro sinistro, s'intende sin d'ora 
perchè questo ricordo facesse ripugnante l'Azeglio a legarsi, più 
tardi, con quel partito. Per ciò che concerne il Cavour, sebbene il 
Massari affermi che contribuisse non poco a far cessare le per- 
plessità del Santa Rosa (1) intorno alla convenienza di far inter- 
venire la persona del Ee nella lotta elettorale, e nonostante il Ca- 
vour medesimo abbia di poi dichiarato di aver pienamente assentito 
a quell'atto, non oseremmo affermare che egli ne avrebbe dato il 
suggerimento al presidente del Consiglio. E probabilmente perchè 
questi sapeva, o reputava probabile che il Cavour non l'avrebbe 
dato, argomentandolo dal contegno di lui in Parlamento prima che 
vi si aprisse la discussione sulla proposta delTon. Cadorna, non lo 
invitò alla riunione de' più ragguardevoli deputati e senatori di 
destra tenutasi in casa del Durando per deliberare di quell'atto di 
suprema importanza. E si che se furono invitati il Fraschini, il 
Mollard, il Campana, il Despine, il Mongellaz, il San Martino, ecc., 
poteva essere invitato un uomo come il Cavour ; né reca meraviglia 
se egli si tenne offeso per tale mancanza di riguardi, e abbandonò 
la capitale. 

È durante questa sua assenza che il Risorgimento, nel ribattere 
ira le tante accuse mosse al governo quella eziandio di non avere 



(1) Nominato ministro d'agricoltura e oommercio il 28 ottobre. 



— 132 — 
saputo evitare la crisi con abili e patriottiche transazioni cogli 
nomini della sinistra temperata, usci a dichiavare come niun ac- 
cordo onesto e dignitoso sarebbe stato possibile coi medesimi : 
non avvertendo qnel giornale ch$ il Cavour si era chiarito favo- 
revole alla proposta Buffi», e aveva dato opera a studiare appunto 
un termine di conciliazione fra i ministeriali e i deputati più tem- 
perati di sinistra. Nell'articolo in discorso, pubblicatosi in data 23 
novembre, il centro sinistro era giudicato nel modo che segue : 

Questo partito mediano, al quale si sarebbe voluto che il governo 
si accostasse, quali guarentigie diede egli all'opinione pubblica? Quali 
al governo stesso? La proposta Buffa e la proposta Cadorna. E queste 
si vogliono fregiare del nome di misure conciliatrici, di misure di 
transazione?... 

In breve: un governo non dee cercare gli elementi della propria 
forza se non negli uomini di convinzioni ferme e profonde; un governo 
non può tener conto dei partiti quali elementi governativi, se non 
quando in essi veda guarentigie di sincerità, di energia, in una parola, 
di potenza. 

Un partito senza disciplina, un partito che non ha un sistema, non 
ha una teoria e si governa a caso — e ciascun membro del quale pone 
innanzi tutto la propria individualità, questo non è un partito ; è un'ag- 
gregazione d'uomini che il caso unisce, che il caso separa — e un go- 
verno, che sopra di esso volesse fare fondamento, fabbrica sull'arena . . • 

Lorenzo Valerio notò subito nella Concordia la contraddizione 
che esisteva fra il tenore di quest'articolo, e la condotta politica 
tenuta pur dianzi dal conte di Cavour; onde interrogò maliziosa- 
mente quest'ultimo, se egli continuasse a dirigere il Risorgimento, 
e se consentisse nelle opinioni manifestate nell'articolo del 23 no- 
vembre. Col suo brio consueto e colla consueta sua schiettezza cosi 
rispose il conte di Cavour nel Risorgimento del 28 novembre alla 
« interpellanza » della Concordia: 

Un'assenza di parecchi giorni da Torino, durante i quali fui privo 
del piacere di leggere la Concordia^ fece che solo ieri ebbi conoscenza 
di un'interpellanza che quel foglio per me tanto benevolo mi diresse 
nel numero di venerdì scorso, onde sapere se io fossi tuttora principale 
scrittore del Risorgimento e quindi conoscere la mia opinione sugli 
ultimi atti del ministero. 

Quantunque io sia poco amico del sistema delle interpellanze, di cui 
i fautori della Concordia fecero nell'ultima tornata del Parlamento si 
deplorevole abuso, tuttavia non dissento dall'appagare la curiosità di 
questo giornale, onde nelle attuali circostanze in cui il paese fa chia- 
mato a portare solenne giudizio sugli uomini tutti che sostennero una 
parte sulla scena politica, non possa rimanere alcun dubbio sulle opi- 
nioni che io professo ed i sentimenti che mi animano. 



— 133 — 

In quanto alla prima interpellanza, debbo riconoscere che la neces- 
sità di attendere ai gravi doveri di deputato, non che a quelli di pa- 
recchi altri uffizi che mi vennero affidati dal libero voto dei miei con- 
cittadini, mi costrinsero, or sono alcuni mesi, a deporre la direzione 
principale del Risorgimento^ in mani sicure (1), senza però cessare dal 
cooperare, per quanto le mie particolari circostanze lo comportassero, 
alla redazione di quel foglio; e se la mia opera attiva si ridusse da 
quell'epoca a poca cosa, nullameno non ho mai tralasciato di parteci- 
pare a tutte le deliberazioni sopra argomenti di qualche momento. 

Dopo una tale dichiarazione rimane soverchio l'aggiungere che il 
contegno assunto dal Risorgimento nelle ultime gravissime contingenze 
ebbe la piena mia approvazione. 

Risponderò colla medesima schiettezza alla seconda interpellanza 
della Concordia. 

Dal punto in cui si aprì l'ultima sessione del Parlamento, sino alla 
discussione del trattato di pace, ho desiderato di continuo e talvolta 
sperato una conciliazione fra le varie parti della Camera meno fra 
esse discordi, atta ad assicurare il regolare andamento de] governo. 
Ho fatto quel poco che stava in me per promuovere questo accordo; 
ed in ciò non feci che porre in pratica i consigli ed i precetti che il 
Risorgimento andava ognora ripetendo. 

Ma quando ripetute prove mi ebbero dimostrato la vanità di questi 
tentativi di conciliazione ; quando vidi senza motivi protratta per set- 
timane e mesi la discussione del trattato da tutti riconosciuto quale 
fetale necessità ; quando con sommo mio stupore ebbi a vedere respinta 
la proposta del deputato Buffa da gran parte di coloro che l'avevano 
posta in campo come mezzo di transazione ; quando vidi sorgere in sua 
vece l'inaspettata proposta del deputato Mellana, e quindi dal seno 
stesso del partito riputato conciliatore, la proposta del deputato Ca- 
dorna, la più ostile che immaginar si potesse pel ministero ed i suoi 
amici politici, dopo di avere udito il minaccioso ultimatum del depu- 
tato Moja, vera dichiarazione di guerra, allora mi fu forza il ricono- 
scere che la desiderata e sognata conciliazione era una utopia impra- 
ticabile, che il tempo delle transazioni era trascorso, che una crisi si 
era fatta inevitabile. 

Animato da tale convinzione non poteva a meno di approvare l'atto 
energico col quale il ministero rispondeva alla provocazione della Ca- 
mera, e dare il pieno mio assenso al decreto di scioglimento. 

Nella condizione fatale in cui i partiti hanno ridotto il Piemonte, 
la sola politica che possa ridurci in salvo, mantenere illesa la libertà, 
l'indipendenza e la dignità nazionale, è una politica leale e franca 
bensì, ma ad un tempo energica ed ardimentosa. Se il ministero, fe- 
dele alle sue promesse, consentaneo agli ultimi suoi atti, saprà attuare 
una tale politica, esso continuerà ad avere le lodi dei Risorgimento e 
l'appoggio degli uomini che sono raccolti attorno alla sua bandiera. 
S'egli fallisse la prova, se i suoi atti non corrispondessero alle sue pa- 
role, s'egli retrocedesse davanti alle minaccio rivoluzionarie, o si pie- 
gasse alle insidie reazionarie, in allora le lodi del Risorgimento si 



(1) Di Michelangelo Castelli. 



— 134 — 

muterebbero in biasimo; e quegli stessi che lo sostengono apertamente, 
non dubiterebbero di combatterlo con uguale schiettezza. 

10 mi lusingo di aver appagato pienamente la curiosità della Con- 
cordia, ma ove ella desiderasse maggiori schiarimenti e più esplicite 
dichiarazioni, sono pronto a rispondere alle nuove interpellanze, purché 
non mi ritiri quella benevolenza, per me tanto preziosa, di cui mi diede 
per lo passato sì ripetute prove. 

Come apparisce chiaro da queste ultime parole, il conte di Ca- 
vour, anche in mezzo a quei gravi avvenimenti, seppe serbare inalte- 
rata la serenità del suo animo. Del rimanente, qualunque potesse essere 
il suo giudizio personale sugli ultimi atti del ministero, egli cono- 
sceva tanto bene i sensi monarchici della grandissima maggioranza 
delle popolazioni subalpine, da non poter dubitare un istante -che 
esse non sarebbero state sorde al linguaggio paternamente severo 
del Sovrano. Ad un egregio francese (narra il Massari), che tro- 
vavasi a Torino in quei giorni e che, additandogli la neve cadente 
a grosse falde, gli diceva : Gest une neige rouge, monsieur le comte, 
il Cavour rispondeva sorridendo e stropicciandosi le mani: rouge 
tant que vous voudrez, mais elle va déteindre : le bon sens de mes 
concitoyens suflìra à la tàche. 

11 1° collegio di Torino rinominò a suo rappresentante il conte 
di Cavour, e con lui furono non solo rieletti quanti della parte mo- 
derata avevano appartenuto alla legislatura precedente, ma il nu- 
mero di essi fu notevolmente rafforzato da altri della medesima 
parte politica. La contentezza del Cavour non fu però libera da 
un certo quale sgomento che il ministero pigliasse ansa dal trionfo 
ottenuto per fermarsi o retrocedere nella via della libertà, comin- 
ciando col rivedere la legge sulla stampa, giusta i consigli di au- 
torevoli deputati (1); perciò prima ancora che il Parlamento si 



(1) I sentimenti di un» parte notevole dell» destra non differivano gran fatto da 
quelli manifestati dal cav. Adriano di Bevel in una lettera del 20 agosto 1849 al 
Panizzi : u ...Non approvo quello che fanno i miei avversari politici, e questo è 
naturale. Ma quel ch'è più doloroso assai, non approvo molto di più la politica di 
quelli che devo ohiamare i miei amici politici. Vedo una esitazione, una mancanza 
di energia, di coraggio civile che non mi lasciano sperar molto. Per paura di vio- 
lentare menomamente lo Statuto, ci condurranno al passo dove Io Statuto sarà 
impossibile a mantenersi... Eccettuo il D'Azeglio da questo anatema perchè credo che 
capisce la situazione e vede più sicuro il fine a cui si dovrebbe tendere. Ma D'Azeglio, 
estraneo quasi tutta la vita agli affari, manca di energia per quelle scaramuccia 
di tutti i giorni, di tutte le ore nel Parlamento e nel gabinetto... Vedo le cose in 



— 135 — 

riunisse, pubblicò un articolo nel Bisorgimento col titolo : Non si 
tocchi alla stampa, affine di dichiarare l'assolata necessità di non 
mutare quella legge organica. 

Un altro atto che rivela la mente del Cavour è il suo vivo in- 
teressamento presso l'Azeglio, onde il guardasigilli barone Demar- 
gherita, la cui presenza nel Consiglio, per faccende sue domestiche, 
non era assolutamente più comportabile, fosse surrogato dal conte 
Giuseppe Siccardi. La scelta di quest'insigne magistrato, tornato 
di corto da una legazione, rimasta infruttuosa, presso il Sommo 
Pontefice nello scopo di concordare l'abolizione dei privilegi con- 
cessi al clero per le materie civili e penali, sembrava al Cavour 
che fosse la più acconcia a porgere al paese un pegno degli inten- 
dimenti liberali del ministero. E per opera di lui principalmente il 
Siccardi fa infatti nominato guardasigilli il 18 dicembre. 



[1850] — La nuova Camera si riunì il 20 dicembre 1849, e il 
9 gennaio seguente approvò quasi senza discussione con 112 suf- 
fragi il trattato di pace coli' Austria; il numero dei suffragi avversi 
fu di soli 17, dovechè nell'assemblea precedente era stato di 72 ; 
sei si astennero. Questo risultato e la nomina del Pinelli alla pre- 
sidenza della Camera (1) davano sicurtà al governo di tempi più 
tranquilli. 



brutto, e per dire il vero temo ehe il di lei consiglio di mettere in riserva per 
tempi migliori lo Statuto finisca per diventare non dico buono, ma d'imperiosa 
necessità... » (Lettere ad Antonio Panizzi pubblicate da Luigi Fagan, Firenze, 
Barbèra, 1880). 

All'Azeglio, come tutti sanno, il Piemonte è in gran parte debitore se i pericoli 
indicati in questa lettera furono evitati ; ma ò del pari indubitato che egli teneva 
cogli amici un linguaggio da autorizzarli a credere che egli a capisse la situazione n 
come la capivano il Bevel e i suoi partigiani politici. Leggasi infatti quel che 
egli scriveva al Bendu ai 22 aprile del 1849 « C'est a recommencerl — sans doute; 
mais l'occasion recommenc era- 1 -elle aussi? Nous aurons toujours gagnédes consti- 
tutions. — D'accord. — Mais il n'est rien moins que certain que, nous ayant étó 
données prématurément, et sans que les masses y fussent nullement préparées, 
elles puissent faire le bien du pays, et constituer un véritable progrès. Vous savez 
mon idée que le riforme immature ritardano le riforme mature, et tout ce qui se 
passe depuis un an n'est pas fait pour me faire changer d'avis. » (Correspondance 
politique de Massimo d'Azeglio accompagnée d'une Introduction et de notes par 
Eugòne Bendu — Paris, 1867, Didier et 0.). 

(1) Dal settembre al novembre erano intervenuti questi mutamonti nell'ammini- 
strazione del 29 marzo. Ai 7 di settembre il generale Bava surrogò il generale 
Della Bocca nel ministero di guerra e marina, e il Bava stesso fu al 2 novembre 



— 136 — 

D conte dì Cavour prese subito atteggiamento di capo della mag- 
gioranza ministeriale, coll'intento abbastanza evidentemente signi- 
ficato di averla in sua balia per spingere il ministero nella vìa delie 
riforme e imporglielo all'uopo come una condizione assoluta del suo 
appoggio. Egli aveva sufficiente notizia degli uomini che compo- 
nevano la maggioranza per non credere che tutta quanta l'avrebbe 
seguito; o prima o poi prevedeva che sarebbe sorto un dissenso 
fra la parte di essa più progressiva e quella più tardigrada: ma 
ciò non gli dava pensiero, se pure ei non lo desiderasse per pro- 
cedere innanzi più franco e meno impacciato con una maggioranza 
scemata di numero, ma più compatta e omogenea. 

Nominato relatore del disegno di legge presentato dal ministro 
Nigra per dar facoltà al governo di emettere una nuova rendita 
di quattro milioni di lire per far fronte agli enormi disavanzi de- 
rivati dalle guerre del 1848 e del 1849, il conte di Cavour, nella 
tornata del 24 gennaio, colse quel destro per affrontare la questione 
politica trattata nella tornata del dì prima dall'on. Brofferio. 

Usando l'ironia così felicemente come il suo contraddittore, seb- 
bene non lo agguagliasse a gran pezza nella facilità e nello splen- 
dore della parola, il Cavour esordì in questi sensi: 

Signori, nella tornata di ieri, l'onorevole deputato Brofferio, lasciando 
il campo sterile ed arduo delle cifre e delle considerazioni finanziarie, 
trasportò la Camera nell'arena politica, e quivi, come in un elemento 
suo naturale, egli fece sentire alla Camera alte ed eloquenti parole, 
ma talvolta siffattamente cupe e lugubri, che si sarebbe detto che usci- 
vano da quella tomba in cui, come accennava l'onorevole oratore, l'in- 
gratitudine dei lettori e l'instabilità del pubblico spinse quel giornale 
che fu il primo parto della sua brillante immaginazione (1). Io molto 
mal volentieri mi veggo costretto a seguirlo su questo terreno, perchè 
la Commissione, di cui ho l'onore di essere relatore, a fronte delle ne- 
cessità non contestate del tesoro, necessità affatto estranee alla politica 
del ministero, non ha creduto dover discutere la questione politica, 
questione che riducendola a formola parlamentare possa dirsi questione 
di fiducia. 

Quindi mi vedo veramente con qualche difficoltà trascinato su questo 



surrogato dal generale La Marmora. Il Oalvagno sostituì il Pinelli nel ministero 
dell'interno ai 20 di ottobre, e al 23 cedette il portafogli dell'agricoltura e com- 
mercio e dei lavori pubblici al Santa Bosa, il quale ai 2 di novembre cedette i 
lavori pubblici al Faleocapa. 

(1) Il Messaggere torinese. Era dapprima un giornaletto di notizie commerciali, 
che nel 1834, sotto la direzione del Brofferio, diventò un periodico artistico-lette- 
rario, e nel 1847, anche politico. 



— 137 — 

temilo, tanto più ohe, non possedendo la vena poetica ed il talento 
oratorio dell'onorevole Brofferio, ben conosco con quali armi inefficaci 
sono chiamato a combatterlo. Ma io confido abbastanza nella potenza 
della verità ed in quella della logica per non temere il giudizio della 
Camera 

Qui il Cavour enumera le censure fatte dal Brofferio al ministero, 
, e le compendia sostanzialmente in questo, che non adempì l'im- 
pegno di operare quelle riforme che sono una conseguenza neces- 
saria, inevitabile dello Statuto. Da valente capitano difende la 
posizione non in modo difensivo, ma difensivo-offensivo. 

Se le riforme alle quali accennava l'on. Brofferio fossero tali che il 
potere esecutivo potesse da so solo operare, egli avrebbe ragione; ma, 
se non erro, tutti gli argomenti toccati dall'onorevole oratore riflettono 

il potere legislativo, esigono il concorso del governo e del Parlamento 

Nell'attuale sessione non si può certo dire che il ministero abbia la- 
sciato la Camera senza lavoro. Esso ha già presentato leggi importan- 
tissime sopra alcuni degli argomenti accennati dall' on. Brofferio, e perciò 
non dubito che in lui, allo zelo che dimostra per le riforme legislative, 
in questa sala, corrisponderà l'operosità negli uffici (Ilarità e risa iro- 
niche a destra). Negli uffici non mancano i lavori, ma anzi mancano 
sovente i membri per esaminare i progetti di legge. 

Brofferio. Domando la parola. 

Cavour, relatore. Se l'onorevole deputato Brofferio avesse ristretto 
i suoi argomenti in questa sfera in certo modo negativa, io non avrei 

nient' altro da soggiungere Ma egli, con quella somma abilità che 

lo distingue, uscì più volte da questa sfera negativa per portar colpi, 
e colpi gravi alla politica del ministero; ed è su questo punto che io 
credo dover esaminare rapidamente i varii suoi argomenti. 

Il primo suo rimprovero si aggirava sulla stampa. Egli, con quella 
lealtà che lo distingue, confessò che la stampa interna era libera. Io 
accolgo con piacere questa franca dichiarazione, e ripeto che la libertà 
della stampa non istà meno a cuore ai membri che siedono su questi 
banchi, che ai membri che siedono su quelli della sinistra. Credo che 
non abbiamo bisogno degli eccitamenti del deputato Brofferio per ma- 
nifestare altamente, lealmente, virilmente questa nostra opinione nei 
giornali che sono gli organi delle opinioni nostre. Egli ha voluto in 
certo modo rendere il ministero responsale delle disgrazie accadute ad 
alcuni giornali e della cessazione di alcuni di essi. Per ciò non intendo 
insistere sugli argomenti addotti dall'avvocato Brofferio ; debbo rispet- 
tare il giusto dolore che gli deve cagionare la morte dello spiritoso 
giornale, che, come dissi, fu il primogenito della fertile sua immagi- 
nazione (Ilarità). 

Il principale suo argomento, in ordine alla stampa, versava sulla 
stampa forestiera ; e qui ci ha fatto un quadro lugubre di una censura 
recente più severa, più tiranna, più assurda dell'antica censura dei 
tempi andati. 

Io credo che l'immaginazione dell'onorevole oratore l'abbia traspor- 
tato ben oltre il vero. Infatti non so come possa dirsi che siamo, re- 



— 138 — 

lativamente alla stampa estera, in condizione peggiore di quella ; 
cui eravamo ai tempi andati, in cui i soli giornali di cui ci fosse co) 
cessa la lettura erano la Quotidienne e la Gazette de France* Me i: 
appello a tutti coloro che frequentano i caffè della capitale, nei quii 

circolano liberamente quasi tutti i giornali francesi Quanto ai liti 

proibiti credo che veramente ve ne furono alcuni che l'antica cen 

sura ammetteva, e che furono dalla nuova respinti. Ma furono fora 
libri politici? Io noi credo ; io porto opinione che siano libri purameml 

immorali L'antica censura che si mostrava così severa, cosi rigidi 

e, come già dissi, così assurda relativamente ai libri politici, tollera v 
alcuni romanzi che si pubblicavano a buon mercato a Brus selle, in cri 
professa vansi le massime le più inique in fatto di moralità. La nuovi 
censura invece, mentre è larga per ogni qualunque scritto politico, à 
mostra più rigida per gli scritti veramente immorali, e di questo stinn 
che si debba altamente lodare, e non farsi oggetto di critica, com4 
vorrebbe l'onorevole deputato 

Prosegue il Cavour scolpando il ministero di non avere ancore 
presentato un disegno di legge sull'ordinamento della guardia na- 
zionale ; e siccome il Brofferio voleva quasi rendere risponsabile il 
ministero stesso di non averla saputa riordinare nei frangenti in 
che il paese si era trovato nel 1848-49, il Cavour nota con fran- 
chezza che, « senza voler dire cose disgustose per nessuno, » in 
quelle circostanze non furono le leggi che mancarono agli uomini, 
ma bensì gli uomini che mancarono dell'energia necessaria. Con 
pari franchezza e pari abilità eziandio tocca la questione cosi detta 
ecclesiastica, rispetto alla quale più che per la libertà della stampa 
egli ben sa che parecchi dei membri più ragguardevoli della pre- 
sente maggioranza ministeriale non partecipano in tutto alle idee 
che verrà manifestando: però, nel tempo stesso che riconósce la 
necessità di riforme in tal materia, si vedrà quanto gli stia a. cuore 
cansare il rimprovero che i suoi fini nelTinvocarla siano identici 
con quelli del Brofferio. 

Dopo la guardia nazionale l'onorevole Brofferio ci trasportava sul 
terreno ecclesiastico. Qui veramente io muovo il piede con un po' di 
ripugnanza, perchè è un terreno che poco conosco. Ripeterò quanto disse 
l'onorevole ministro di grazia e giustizia, il quale riconobbe essere il 
ministero pronto ad operarle. Ed io sono profondamente convinto, senza 
essere iniziato nei progetti del ministero, che queste riforme saranno 
compiute per quanto specialmente risguarda quella giurisdizione ecce- 
zionale che, se non è contraria alla lettera, è certamente contraria allo 
spirito del nostro Statuto (1). 



(1) Allude all'abolizione del foro ecclesiastico rispetto alla quale fu poi presen- 
tato addi 25 febbraio un disegno di legge dal ministro Sicoardi. 



— 139 — 

Ciò concesso, confesserò schiettamente all'on. deputato Brofferio ohe 
I per quanto io mi sia faticato, non sono giunto a concepire la distin- 
I rione che egli stabiliva sn certe basi, tra lo spirito del partito den- 
teale e la Chiesa. Se egli avesse diretto così severe parole ai gesuiti 
ed agli aderenti del partito gesuitico, io avrei seco lui consentito, ma 
le sue accuse, le sue parole si diressero contro tutti i chiostri, contro 
| tutte le sacrestie. 

Ma se il partito clericale consta di tutti i sacerdoti che sono rac- 
I chiusi nei chiostri e frequentano le sacrestie, dove avremo noi da cor- 
icare quei pochi, quegli eletti che rappresentano quella morale cristiana 
|ili cui ha cosi eloquentemente parlato l'onorevole oratore? Io veramente 
non saprei dove trovarli, a meno che egli volesse indicarci quei pochi 
rgacerdoti che, disertati i templi ed abbandonati gli uffici del pio mi- 
nistero, credettero campo più opportuno per esercitare il nuovo aposto- 
lato, i circoli politici od i convegni sulle piazze (Rumori ed agitazione 
a sinistra); o che egli volesse indicare come nuovi modelli di questo 
spirito evangelico, di questa carità cristiana, quei pochi che seco lui 
associarono i loro sforzi per mantenere costantemente un centro d'a- 
gitazione nella citta di Torino (Bisbiglio alla sinistra). Se ciò fosse. 
io dichiarerei senza esitazione all'onorevole Brofferio che i miei amici 
politici ed io intendiamo ben altrimenti lo spirito di religione e della 
morale cristiana. 

I veri apostoli della religione noi andremo sempre a cercarli nei 
modesti presbiteri che s'innalzano accanto alle sacrestie, ove la mag- 
gior parte dei parroci esercitano degnamente il loro ministero e con- 
sacrano la loro vita alla salute ed ai bisogni dell'umanità. 

in ordine alla riforma dei codici il Cavour non è meno esplicito 
nelle sue dichiarazioni, né meno arguto nelle sue argomentazioni. 
I termini nei quali, seguendo passo a passo l'oratore avversario, 
egli accenna a coloro, che parteciparono ai moti di Genova nell'a- 
prile del 1849, sono singolarmente notevoli, perchè molti sui banchi 
della maggioranza, e alcuni dei ministri stessi, avevano tuttora 
l'animo cosi turbato pel ricordo di quegli sciagurati avvenimenti 
da non discernere nei rivoltosi gli sviati ed i colpevoli. 

..... Ma l'accusa più grave che moveva l'onorevole deputato Brofferio 
era sol terreno dei codici. Esso faceva precedere questa accusa invo- 
cando la dolorosa rimembranza dei fatti di Genova, é movendo altresì 
lagnanza che il ministero non avesse esteso il benefizio dell'amnistia 
a tutti coloro che avevano preso parte a quegli avvenimenti. 

Io credo che non vi sia principio più giusto, e che interessi mag- 
giormente la società, e quindi da osservarsi sempre dai partiti politici 
qualunque siano, di quello cioè che si debbano sempre distinguere con 
massima sollecitudine i delitti politici dai delitti ordinari, e cosi coloro 
che sono colpevoli di delitti politici da quelli che sotto il manto della 
politica sfogano le loro malvagie e prave passioni. 

Ora, o signori, mentre io lodo altamente il ministero di avere estesa 
l'amnistia alla massima parte di coloro che politicamente ebbero parte 



— 140 — 

«i moti di Genova, lo encomio pure altamente di non aver distolto 
braccio della giustizia dagli assassini del maggiore Ceppi e dall'assa? 
sino della guardia della polizia, di coi si parlava, e da quelli che de 
rubavano le carte del processo il quale riguardava la demolizione de 
forti ; come che concernente gli stessi derubanti. Io, quantunque av 
versano di coloro che parteciparono ai moti di Genova, li stimi 
troppo altamente per non confonderli con coloro che ora sono chiamati 
a rispondere di queste loro nefande azioni. Quindi invece di trovarci 
argomento per far biasimo al ministero, invece di credere che tali fatti 
abbiano da essere per noi un motivo dal ritrarrli la nostra confidenza, 
io credo anzi che ciò debba muovere a continuargliela più viva, con 
ricordargli la lode che gli è dovuta. j 

L'onorevole Brofferio passava poi a prendere ad esame le riforme da! 
introdursi nei codici ; ma qui, pochi giorni sono, il guardasigilli ci an- 
nunziava essere pronto a portare nuovamente alla Camera la legge 
che già ci sottoponeva l'antico guardasigilli relativamente ai maggio-I 
raschi, dichiarando di più volerla egli estendere alle bannalita. Ma 
l'onorevole oratore si fermava più specialmente sul codice criminale, 
e qui la sua voce si faceva molto più forte. Egli tuonava contro gli 
abusi che in quel codice sono lasciati stare, annunziando alla Camera 
che esisteva tuttora un odioso privilegio in favore di quella che altre 
volte si chiamava la classe dei nobili, quello cioè di morire per mezzo 
della spada o della sciabola, invece che per quello della forca (Risa). 
Qui non posso a meno di esprimere l'alta mia meraviglia che un uomo 
come il deputato Brofferio, il quale a giusto titolo ha fama di essere 
uno dei primi criminalisti non solo del Piemonte, ma d'Italia intiera, 
non sappia che questo privilegio è stato abolito sotto un ministero, di 
cui facevano parte alcuni dei membri del gabinetto attuale, sulla pro- 
posta di un ministro, che ha lasciato in questa Camera cara e preziosa 
rimembranza, il professore Merlo. Non voglio di ciò fare argomento per 
accusare l'onorevole deputato Brofferio, anzi mi giova di qui ricono- 
scere quanto sia il sacrificio che egli faccia alla politica, perocché egli 
che, come diceva, è così grande criminalista, non ha più nemmeno il 
tempo di leggere le patrie leggi (Risa), 

La conclusione del discorso che diamo più sotto, venne accolta 
con lunghi applausi alla destra e al centro, non senza però che i 
frequentatori delle pubbliche gallerie dessero un segno u eloquente » 
della loro irritazione verso il mordace e ardito oratore. 

Credo di avere risposto a tutte le accuse che l'onorevole deputato 
Brofferio moveva contro la politica del ministero e dei suoi aderenti. 
Non mi rimane quindi che a rispondere all'ultima parte della sua ora- 
zione, quando, addolcendo la voce, egli dirigeva al ministero parole in 
certo modo amiche, quando, confessando di riconoscere la lealtà dei loro 
sentimenti, la sincerità del loro amore alle istituzioni largiteci da Carlo 
Alberto, indicava i pericoli che minacciano queste stesse istituzioni 
per parte di un partito extra-parlamentare che macchina in segreto a 
danno loro. 

Qui prego la Camera di permettermi di spiegarmi con tutta since- 



— 141 — 

riti. Io reputo i timori dell'onorevole deputato Brofferio altamente esa- 
gerati; perocché non credo che il partito a cui egli accenna sia vera- 
mente poteste e da temersi, né ohe possa acquistare una qualche po- 
tenza, ae non (cosa questa poco probabile) per le improntitudini del 
partito liberale. 

Ma se mai l'onorevole deputato Brofferio avesse ragione, ed io su 
questo punto fossi illuso, se mai venisse il giorno in cui quel partito 
fosae realmente potente e da temere, credo poter assicurare l'onorevole 
deputato Brofferio (e spero che egli non rifiuterà di credere nella sincerità 
delle mie parole) ohe io ed i miei amici politici saremmo i primi a 
combattere quel partito con quella stessa franchezza ed energia che 
abbiamo talvolta impiegata per combattere quelli che stimavamo essere 
il partito ultra-democratico. 

Dalla destra. Sì! si! 

Cavour, relatore. Non posso lusingarmi ohe questo basti per dissi- 
pare i timori dell'onorevole deputato Brofferio e per persuadere lui e 
quelli che seggono dal suo lato, non so se debba dire suoi amici po- 
litici (Ilarità a destra (1), susurro dalle gallerie), pure non farò di 
dò argomento (Si ode un fischio). 

Lama. Signor presidente, faccia rispettare la Camera. 

Voci. Faccia sgombrare le gallerie. 

Cavour, relatore. In quanto a me, i fischi non mi muovono punto; 
io li disprezzo altamente, e proseguo senza darmene punto cura (Bravo! 
lene!); io ho ascoltato religiosamente il deputato Brofferio, quantunque 
non professi le stesse dottrine. Ora ringrazio, non le tribune, di cui 
non mi curo, ma la Camera e la parte che mi siede a fronte della 
benigna attenzione che ella ha prestato alle mie risposte. 

Il giorno appresso l'organo valeriano, sempre egualmente astioso 
verso il conte di Cavour, lo incolpava di avere sparso il suo di- 
scorso « di tanti sali non attici e di tanti lazzi da trivio che gli 
spettatori non seppero più comportare pazientemente ; » egli ricor- 
dava che « gli abbietti sarcasmi e le beffarde personalità non cat- 
tivano all'oratore le simpatie di nessuno. » Chiudeva poi nel modo 
seguente: 

Né tampoco faremo, prova di ributtare l'offerta ohe in questo di il 
conte di Cavour fece di se stesso e dei suoi amici alla patria, pel caso 
da lui stimato molto improbabile che la fazione dei retrivi ponga a 
pericolo le nostre franchigie. Oh ! se anche a noi piacesse lo stile del- 
1 ironia di che ci diede si squisito saggio il conte di Cavour, ben gri- 
deremmo che le nostre franchigie non avranno più nulla a temere in 
eterno, perchè egli si è costituito nostro duce e conforto : nil desperan- 
ium Teucro duce et auspice Teucro. 



(1) L'ilarità, era provocata da questo ohe il Brofferio, sebbene votasse costante- 
mente colla sinistra, ostentava di far parte da so. I giornali solevano per ciò chia- 
marlo: « il solitario oratore della montagna, n ed egli se ne teneva. 



— 142 — 

Nella tornata del 7 di febbraio il conte di Cavour pronunziò tr< 
discorsi in occasione delle interpellanze del deputato Paolo Farina 
intorno ad alcune operazioni della Banca Nazionale, che furonc 
ascoltati colla massima attenzione e che anche oggi non è possibile 
leggere senza essere compresi da vera ammirazione per la straordi 
naria dottrina economica dell'insigne statista. Ma se il Cavour ersi 
ornai riuscito a farsi ascoltare con attenzione dai suoi oppositori, 
questi cercavano di avvilirlo l'indomani con commenti del seguente 
tenore: « Il conte di Cavour (cosi leggevasi l'8 febbraio nella 
Concordia) aveva nella notte, secondo il suo stile, sfogliate le gaz- 
zette estere, nelle quali (o che noi c'inganniamo) consiste tutta la, 
sua biblioteca e il corredo delle posticcie sue condizioni. » Egual- 
mente, nella tornata del 26 avendo egli sostenuto una grave e 
dotta discussione col ministro Paleocapa circa la costruzione della 
strada ferrata da Alessandria al Lago Maggiore, la Concordia in 
termini sprezzanti scriveva che il Cavour aveva spacciato « tanti 
sofismi di economia politica, tanti errori di fatto e tante ipotesi 
aeree da disperarne chiunque non avesse fermo l'intelletto e longa- 
nime la pazienza. » 

Questi giudizi intorno al valore politico e morale del conte di 
Cavour, profferiti dall'organo, se non più diffuso, più autorevole 
della sinistra parlamentare in Piemonte, non differiscono da quelli 
che in tutti i paesi ed in tutti i tempi si scambiano reciprocamente 
gli avversari politici ; abbiamo però voluto riferirli perchè indicano 
con precisione il concetto in che egli era tuttora tenuto in quel 
tempo dai suoi opponenti, e perchè si possa così fare giusta stima 
delle difficoltà da lui dovute superare per conseguire la meta della 
sua nobile ambizione. 

Fra i lavori parlamentari del conte di Cavour nei primi mesi 
della presente sessione, meritano di essere segnalati la relazione 
sul progetto per la riforma postale (Lettera CXXX), e i discorsi 
che pronunciò in proposito nelle tornate del 27 e 28 febbraio, 1°, 
2 e 5 marzo. In uno di questi discorsi gli avvenne di parlare, nei 
seguenti termini, che al direttore del Messaggere dovettero riuscire 
di qualche conforto, delle condizioni economiche del giornale onde 
egli stesso era direttore e principale azionista. « Già l'on. depu- 



— 143 — 

tato Jacquemoud vi esponeva come la condizione di quasi tutti 
i giornali sia tristissima, ed io sopprìmerò il quasi, non conoscendo 
eccezione alcuna ; che se, per quanto più da vicino mi tocchi, fosse 
chi ne dubitasse, gli basterebbe a persuadersi della triste verità 
delle mie parole, il venire questa sera alla riunione degli azionisti 
del Risorgimento (Risa), dove vedrebbe quale triste quadro si fec- 
cia della condizione finanziaria del giornale. » 

Uno specchio vivo e sincero di questa condizione ci è porto dal 
Torelli ne' suoi Bicordi politici, che abbiamo più volte menzionati: 

Un giorno il conte di Cavour nello scendere da una vettura si ebbe 
uà piede slogato : male da poco, ma tale da fargli tenere il letto per 
parecchi giorni. Il Castelli ed io destinammo di tenergli compagnia 
durante le ore che abitualmente spendevamo passeggiando e guardando 
V orizzonte sotto i portici. E siccome il Cavour pretendeva che la no- 
stra compagnia gli era assai gradita, gliene facemmo economia an- 
dando a visitarlo uno per volta. 

Una mattina verso le undici mi trovavo solo col Cavour. Egli era 
a letto, io seduto sopra un seggiolone del quale, non so il perchè, 
ricordo esattamente la stoffa di percallo che lo ricopriva. Lo spasimo 
del piede era cessato, ed il malato moralmente e fisicamente stava 
assai meglio. Richiestemi le notizie di quel giorno, ed avviato il di- 
scorso intorno al nostro giornale, quasi si risowenisse improvvisamente 
d'un pensiero che già da un pezzo avesse in animo di manifestare, 
mi disse: 

— Il Risorgimento va benissimo: è forse il migliore dei giornali, 
non è vero? 

— Almeno il nostro debole parere deve essere questo. 

— Ebbene, se il Risorgimento cammina sotto lo aspetto morale e 
politico . . . insomma sotto tutti gli aspetti metafisici, v'ò un aspetto 
materiale che gli fa del torto . . . 

— la questo caso cambieremo il carattere del titolo, adopreremo 
tipi nuovi, e vedremo di vestirlo meglio — diss'io supponendo che l'a- 
spetto materiale incriminato avesse tratto alla forma tipografica. 

— Anche questo si potrà fare, ma io intendo parlare di tutt'altro 
negozio. I registri delle entrate e delle spese sono stati riveduti dal 
signor Geisser della casa Bolmida, e perciò sono ora molto chiari e 
netti ... e vi si può leggere a prima vista una sentenza altrettanto 
limpida quanto noiosa : si spende troppo. Bisognerà che, invece di stu- 
diar l'orizzonte sotto i portici, ci mettiamo con Castelli a studiare la 
maniera di diminuire il dare ed aumentare l'avere. 

— Ma pure il numero degli associati sul campo così ristretto della 
nostra pubblicità, mi sembra assai ragguardevole. 

— Lo credo fra i più ragguardevoli, ma i giornali del nostro for- 
mato son condannati a fare dei sacrifizi. Facciamone. 

— Facciamone pure. 

— Invece di guadagnarvi, ho pensato sia meglio che noi ci rimet- 
tiamo qualche cosa del nostro. In questa impresa generosa comincio io 
a dare il buon esempio, voi mi seguite ... e . . . 



— H4 — 

— Grazie tante dell'onore! 

— ... E a Castelli, se ce n'ò, gliene diamo, se no, non gli cli&JZ 
molla. 

— Indicherò subito a Castelli questo lato roseo dell'orizzonte. . - 

— Non occorre dire che gli stipendi agli altri collaboratori bisog-n 
mantenerli tali e quali sono : chi ha famiglia numerosa, chi è fuori e 
patria, chi ha stretti bisogni . . . Basta, più tardi vedremo ciò che m< 
glio convenga fare. Ora è d'uopo studiare le rifórme nella pubblica 
zione e nei contratti collo stampatore, nel personale della distnbu 
zione, ecc., ecc. L'aria è ancor fredda, e potete dire a Castelli ch< 
lavorare per pigliar caldo è un esercizio molto salutare . . . 

Il nostro discorso fu interrotto dall'arrivo del marchese Benso di Cai 
vour, padre. 

Vidi un vecchietto secco secco in veste da camera, con una calotta 
in capo. Di tutta la sua persona altro non contemplai che il volto sin- 
golarmente espressivo: e del volto ciò che più comandò la mia atten- 
zione furono un paio d'occhi talmente spigliati e vivaci da scambiarsi 
per due occhi appartenenti al volto di giovanetto ardito e robusto. 
Quegli occhi fiancheggiavano un naso adunco, un po' arcigno e inda- 
gatore, inclinato verso una bocca sottile e asciutta. Aveva il piglio 
cortese e gioviale leggermente intinto d'ironia. Mi accorsi che fra padre 
e figlio correva l'abitudine di parlare a mezzo labbro. Questa osserva- 
zione sarà stata fatta dal lettore mille volte, quand'anche non siasi 
accorto di farla; in ogni famiglia hawi una speciale maniera; un tono 
singolare di discorso fra i singoli membri che la compongono. Questa 
maniera e questo tono non si adoperano che in famiglia: le conversa- 
zioni del di fuori vestono un carattere affatto diverso. 

Non ho punto capito quale fosse esattamente il grado di deferenza 
da una parte e di amorevolezza dall'altra di quei due personaggi; se 
anche l'avessi capito, non sarei autorizzato a stamparlo. Ho solo vo- 
luto pigliar nota dell'abitudine or dianzi accennata, la quale era pro- 
babilmente determinata dalla stessa legge, che rende fra due uomini 
di spirito i discorsi asciutti e spediti. Il marchese di Cavour fu meco 
assai gentile, e intorno alla polemica del Risorgimento mi disse due 
o tre arguzie salate salate e di finissimo gusto, sicché, sorridendo, ebbi 
a dire che un collaboratore come lui sarebbe stato per noi un bell'aiuto. 

— Starebbero proprio freschi! Non sa che li comprometterei tutti? 

— esclamò il marchese fra serio e faceto. 

Il conte Camillo non disse nulla, ma sembrò approvare l'esclamazione 
paterna. 

Ignoravo allora ciò che ho saputo dipoi, che fra le molteplici cagioni 
dell'impopolarità dell'illustre statista v'era pur quella che gli veniva 
dal nome stesso che portava. La maggior parte di quelle cagioni sono 
state col tempo riconosciute più supposte che reali, ed è perciò più 
prudente giustizia il credere che anche nella parte minore ci sia en- 
trata un po' di quella sospettosa esagerazione che nei tempi di dispo- 
tismo — quando ogni discussione sugli uomini e sulle cose. è vietata 

— suolsi dalle popolazioni nutrire verso i personaggi più alti ed in- 
fluenti ... 

Quando il conte Camillo si trovò ristabilito, la questione finanziaria 
del Risorgimento fu risoluta nel modo sopra indicato, cioè che per 
parte dei collaboratori stesse il programma, di lavorare per pigliar caldo. 



— 145 — 

La quale risoluzione non impedì che alla fin dell'anno i registri del 
signor Geisser non ponessero in bella mostra nn disavanzo di circa 
diecimila lire, e taluno dei poveri diavoli cni si ò tanto dato del no- 
bile, del signore, del venduto, oltre al caldo pigliato nel lavorare, pro- 
vasse altresì il tepore di rimetterci qualche cosa del suo. 

Fortunatamente le condizioni del giornale si trovarono Tanno se- 
guente alquanto migliorate e permisero che fosse rimborsato chi ci 
aveva rimesso del suo: così posso ricordare questo fatto senza essere 
accusato di millanteria. Il solo che ci perdette veramente e definiti- 
vamente fu il conte Camillo di Cavour, il quale cominciava fin d'allora 
ad ammassare quei tesori (gli hanno poi fatta anche quest'accusa!) 
mercè i quali il suo patrimonio si è trovato alla sua morte diminuito 
di parecchie centinaia di migliaia di lire! 

Tornando all'opera parlamentare del conte di Cavour, richiama 
la nostra speciale attenzione il suo discorso del 7 di marzo sul di- 
segno di legge, presentato dal Siccardi, per l'abolizione del foro 
ecclesiastico. Più che un discorso fa un « avvenimento » nella sua 
carriera politica. 

La proposta contenuta nel disegno di legge mentovato era, in- 
vero, la più innocua che si potesse immaginare; basti avvertire 
che il Piemonte era il solo, o quasi, fra gli Stati cattolici, che 
serbasse l'antiquato privilegio del foro; onde la stampa viennese 
notava dileggiando che il Piemonte liberale si sforzava di acqui- 
stare cose che già l'Austria possedeva dai tempi di Giuseppe II. 
Ma ciò che dava importanza al fatto era la risoluzione presa dal 
governo di proporre al Parlamento l'abrogazione di quel privilegio, 
dopo la ripulsa della corte romana a concederla in via amichevole, 
con che esso significava palesemente l'intento di rinunziare al vec- 
chio sistema, tanto favorito ai tempi del La Margherita, dello Stato 
soggetto alla Chiesa, per sostituirvi a grado a grado il sistema 
della separazione. Per quel che concerne particolarmente il conte 
di Cavour, questa idea era antica nella sua mente, aperta a tutte 
le libertà senza eccezione (Lettere LXI-LXII); egli non sarebbe 
stato conseguente a sé medesimo, qualora, reputando giunto il mo- 
mento di attuarla, fosse rimasto inoperoso. 

La presentazione del progetto Siccardi mise per la prima volta 
in rilievo il dissenso della maggioranza ministeriale in ordine alle 
riforme liberali ; il Balbo, il Revel, il Menabrea ed altri, quali per 
una ragione, quali per un'altra, più o meno vivacemente combat» 
terono la nuova politica, che il ministero mostrava di volere inau- 

ÌO — Voi. L Littore di C. Cavour. 



— 146 — 
gurare (1). Nel discorso pronunciato dal conte di Cavour ai 7 di 
marzo, si scorge abbastanza evidente lo scopo di fare anche meglio 
risaltare questo dissenso ; senza che con ciò traspaia la sua inclina- 
zione a cercare altri alleati ; probabilmente egli nutriva la fiducia» eli e 
i dissenzienti sarebbero stati in numero così sottile, che la parte mini- 
steriale avrebbe mantenuto, anche senza di essi, la sua prevalenza,. 

Il discorso del conte di Cavour consta di tre parti. Nella prima, 
egli esamina e combatte le ragioni di opportunità addotte dal 
Balbo, dal Revel ed altri; dimostra che se si vuole ridurre all'im- 
potenza o scemare la forza dei partiti estremi, il mezzo migliore 
consiste nel « togliere loro Tarma più potente che è quella del do- 
mandare la riforma degli abusi, la cui esistenza non può essere 
contestata ; » e manifesta, infine, il convincimento « che nelle at- 
tuali circostanze riuscirebbe impossibile l'ottenere per mezzo di 
trattative un concordato quale si richiede dalla natura dei tempi, 
dal principio stesso che informa lo Statuto. » 

Nella seconda parte egli tratta risolutamente la questione poli- 
tica, giudicando con molta serenità d'animo gli avvenimenti pas- 
sati, e con piena sicurezza additando al governo e al paese la 
strada che esso deve percorrere nel nuovo arringo, che gli ha 
schiuso la necessità di abbandonare, almeno per qualche tempo, 
ogni pensiero di politica estera. Dal linguaggio che egli adopera 
si direbbe che abbia già in mano i destini dello Stato. 

Passo ora a trattare la questione politica: e qui non posso nascon- 
dermi che mi inoltro su di un terreno un po' delicato, onde volentieri 
mi asterrei se non credessi mio dovere di porre alcune gravissime con- 
siderazioni sott'occhio alla Camera, e specialmente a quelli de' miei 
amici politici che in questa circostanza, dolorosamente per noi, hanno 
creduto doversi separare dal loro partito. 

Prima che il magnanimo (2) re Carlo Alberto desse lo Statuto, il 



(1) Anche a questo riguardo, gli intimi pensieri della destra oi sono rivelati in 
una lettera del cav. A di Bevel al Fanizzi in data del 10 marzo 1850: u ...Zie 
cose non vanno nò ben nò male... Le e... dell'antica opposizione ci valsero una 
Camera, la cui maggioranza era ottima. L'inesperienza costituzionale del ministero 

l'ha già sfracellata, e siamo in buona via di vederla distrutta La maggioranza 

insomma si sposta, diviene centro, e questo passo fatto in tre mesi mi fa temere 
che altri se ne facciano prima della fine della sessione... Il paese è tranquillo, ma 
ancora abbagliato... » 

(2) Il Senato aveva dato questo soprannome a Carlo Alberto dopo la rinunzia 
del regno e la ritirata ad Oporto; e il Cavour ne usava per rispetti politici, seb- 
bene convenisse col Gioberti che u dar soprannomi non perituri appartiene soltanto 
ai popoli arbitri della gloria e della loquela. » 



— 147 — 

paese era divìso in due partiti; fra quelli che desideravano ardente- 
mente il conseguimento delle istituzioni liberali, quelli cioè che deside- 
ravano il progresso civile, e che, onde ottenerlo, non si sarebbero mo- 
strati più o meno scrupolosi nei mezzi opportuni; e fra coloro i quali 
erano soddisfatti dello stato vigente di cose, e che a mantenerlo tale 
avrebbero adoperato tutti i mezzi onde potevano disporre. 

Lo Statuto di Carlo Alberto ebbe il mirabile effetto, per qualche 
tempo almeno, di far sparire questi due partiti e di riunire l'immensa 
maggioranza della nazione intorno al trono costituzionale. Infatti l'im- 
mensa maggioranza degli amici del progresso accettarono lo Statuto, 
e quand'anche non lo trovassero forse conforme pienamente ai lorode- 
8iderii, lo riconobbero però adattato ai tempi, e bastevole per aprire la 
strada a quel progresso che era conforme ai loro desiderio La massima 
parte poi dell'altro partito accettò lo Statuto come un atto legittimo 
del Sovrano che aveva diritto alla sua riverenza.... 

Sintantoché le considerazioni di politica esterna e la grande impresa 
tentata dal magnanimo Carlo Alberto occupavano tutti gli spiriti, non 
si manifestarono gravi dissidenze riguardo alle questioni interne 

Ma quando la prepotenza degli avvenimenti ci astrinse ad abban- 
donare, almeno per qualche tempo, ogni pensiero di politica esterna, 
quando l'attività della mente si rivolse sulle questioni interne, si ac- 
cese in allora naturalmente lo spirito del partito che era ognora stato 
elevato al progresso, destandosi in esso vivamente la brama di veder 
applicato in tutte le sue parti lo Statuto, e l'attuazioue di quel pro- 
gresso che il medesimo prometteva. 

Delle circostanze politiche non verrò io qui discorrendo, che anzi 
protesto che non voglio di esse rendere risponsale nissuna parte, nessun 
membro di questo Parlamento; solo intendo di osservare che siffatte 
contingenze politiche resero per parecchi mesi, ed anzi per un anno, 
impossibile qualsiasi riforma. 

Da simile indugio che cosa ne derivò, almeno a parer mio? 

Negli spiriti di molti nacque una dubbiezza, uno scoramento, dacché 
si credette che le nostre forme costituzionali fossero incapaci di pro- 
durre quegli effetti e quelle riforme che erano richieste dall'opinione 
pubblica, e che la necessità dei tempi imperiosamente esigeva. E quindi 
nacque in taluni una disaffezione per le nostre forme rappresentative. 

Questo sicuramente non si può dire delle persone illuminate, di co- 
loro che sanno distinguere le cause transitorie dalle cause durature; 
ma nelle masse, che giudicano più dagli effetti che dalle cause, io 
credo che questa disposizione degli spiriti sia innegabile, e questo co- 
stituisce ai miei occhi una circostanza gravissima, della quale il mi- 
nistero ed il Parlamento devono tenere gran conto. Per altra parte 
quel partito che prima dello Statuto era soddisfatto dell'antico ordine 
di cose, e che aveva accettato il nuovo patto fondamentale con rasse- 
gnazione soltanto, questo partito . vedendo che si poteva vivere sotto 
fi regime costituzionale, senza nulla riformare, rimanendo sullo statu 
quo, giunse a poco a poco a credere che si poteva anche mantenere 
lo Statuto, e retrocedere un poco (Senzazione). 

Non voglio crearmi pericoli immaginari, e non sono neppure del pa- 
rere dell'onorevole deputato di Caraglio (1), che un tale partito (quan- 



ti) Angelo Brofferio. 



— H8 — 

tunque, se non cresciuto in forza, certamente cresciuto in ardire) si; 
molto minaccioso, e che v'abbia alcuna probabilità remotissima di ve 
derlo trionfare. Di ciò m'assicurano gli alti sensi del Sovrano che e 
governa ed il sentimento dell'immensa maggioranza della nazione 
giacché se la nazione piemontese non è forse così impetuosa come It 
popolazioni di altre Provincie d'Italia, è però molto più tenace nei suo 
propositi (Bene!). 

Ma finalmente, quand'anche questo partito non potesse diventare 
preponderante, egli potrebbe acquistare tal forza da creare al governo 
crescenti imbarazzi, da rendere sempre più difficili le riforme clie il 
Parlamento ed il governo vogliono compiere. Se rimandassimo questa 
principale riforma ad altro tempo, ci troveremmo probabilmente a 
fronte di questo partito più forte, non abbastanza potente per rove- 
sciare il governo, e porre in pericolo, se non la lettera, almeno lo spi- 
rito delle nostre istituzioni, ma sicuramente tale da rendere più diffi- 
cile l'impresa, già non troppo agevole, del ministero e dell'onorevole 
guardasigilli. 

Io credo quindi che è opportunissimo che il ministero faccia un atto 
ohe dimostri qual sia il vero, l'intimo sentimento del governo. Era anzi 
urgente che per parte dei consiglieri della Corona si facesse un atto 
tale che stabilisse su base certa il principio politico che essi intendono 
propugnare, ed io veramente non saprei immaginare una riforma a 
quell'uopo più adatta di quella che ora viene sottoposta alle nostre 
deliberazioni (Bravo! Benissimo! a sinistra). 

Io credo che essa abbia per effetto di provare a tutti gli amici del 
progresso che questo si può ottenere mercè le nostre istituzioni costi- 
tuzionali. Io credo che questa riforma debba pienamente manifestare 
quali sono i veri e reali sentimenti dei consiglieri della Corona e di 
chi è da essi consigliato. Questa considerazione è per me di una tale 
gravità, di una sì alta importanza, che essa basterebbe a decidere del 
mio voto, quando non ve ne fossero altre a porre in campo a favore 
dell'attuale progetto di legge. 

Se facesse altrimenti il ministero, se continuasse in una via semi- 
negativa di piccole riforme, di miglioramenti più o meno omeopatici, 
che sarebbe accaduto? Quel doppio moto degli spiriti in un senso ed 
in un altro avrebbe continuato ad allontanarli dal principio costituzio- 
nale, e quindi, se fosse accaduto in Europa uno di quei possibili mo- 
vimenti rivoluzionari, il nostro paese ne sarebbe stato esposto al con* 
traccolpo, per modo che nell'interno del paese sarebbonsi suscitatele 
fazioni, e noi avremmo vista la nazione divisa in due campi entrambi 
extra-legali, ed il partito costituzionale ridotto a pochi uomini d'istru- 
zione, i quali sarebbero rimasti senza forze, e scherniti col nome di 
dottrinari. 

Credo adunque che l'attuale atto ministeriale debba avere l'effetto 
di antivenire questo pericolo, la di cui importanza, ripeto, ai miei oc- 
chi era grandissima. 

Segue la terza parte, nella quale il conte di Cavour si studia 
di ribattere l'argomento del conte di Bevel, che l'abolizione del 
foro avrebbe avuto per effetto di inasprire gli animi, e di alienare 
dagli ordini costituzionali una parte notevole del clero. Dichiar 



— 149 — 
che egli sarebbe del medesimo sentire, se le riforme proposte of- 
fendessero il cattolicismo, ma che niun oratore vi aveva scorto una 
simile offesa, che anzi assai probabilmente il clero avrebbe com- 
portato dì buon grado la cessazione di un privilegio non più consono 
alla natura dei tempi. 

Se le conseguenze delle riforme (prosegue l'oratore) non pos- 
sono essere di nocumento alla religione, sarebbe egli possibile che de- 
stasse negli animi dei sacerdoti un'ostilità duratura contro le nostre 
istituzioni, contro il governo e il Parlamento che queste riforme pro- 
muove? n sostenere questa tesi è un fare un torto al sacerdozio, un 
crederlo capace di sentimenti egoistici, di sentimenti puerili e bassi. 
It noi credo, ed anzi ho l'intima convinzione che queste riforme non 
avranno per effetto di sommuovere gli animi ed eccitare disprezzo contro 
di noi; al più ne potrà risultare qualche piccolo malumore, qualche 
passeggiera irritazione, ma l'immensa maggiorità non tarderà, come 
diceva l'onorevole canonico Perni gotti, a stringerci la mano ed offrirci 
il bacìo di pace. E noi che non siamo così austeri come il deputato 
di Caraglio (Ilarità prolungata) lo accoglieremo con sommo piacere, 
e stringeremo molto volentieri l'unione col sacerdozio, giacché portiamo 
ferma opinione che al progresso della società moderna si richiede il 
concorso delle due potenze morali che possono più agire sulle società : 
la religione e la libertà (Bravo/ a destra). 

Rivolgendosi, in fine del discorso, ai suoi amici politici dì destra 
che, nella loro sollecitudine per il « principio dell'autorità » osteg- 
giavano la legge, il conte di Cavour così si espresse: 

A questi uomini io mi farò lecito di dire : volgete gli occhi a tutti 
i paesi d'Europa, e vedete chi sono coloro che poterono resistere alla 
bufera rivoluzionaria. Noi poterono i principi di Germania, i quali vi- 
dero tutti più o meno insanguinate le loro capitali : noi potò la Fran- 
cia, che vide rovesciato in poche ore un trono. In questo paese vi erano 
nomini distinti, oculatissimi, che senza contrastare il merito delle ri- 
forme politiche, le rimandarono dicendole inopportune, e con questa 
procrastinazione furono colti dallo spirito rivoluzionario ; e le riforme, 
invece di compiersi con maturità ed esperienza si compierono colla vio- 
lenza e colla rivoluzione. Se il signor Quizot, il quale non contrastava 
egli stesso la giustizia di coloro che domandavano la riforma eletto- 
rale, non l'avesse rimandata come inopportuna, egli è probabilissimo 
che Luigi Filippo sarebbe ancora sul trono (Sensazione), Quale è dun- 
que il paese che seppe preservarsi dalla bufera rivoluzionaria ? È quel- 
l'Inghilterra a cui accennava il deputato Balbo. In quel paese, uomini 
di Stato, i quali avevano caro il principio conservatore, che sapevano 
far rispettare il principio di autorità, ebbero pure il coraggio di com- 
piere immense riforme, a petto delle quali quella di cui noi ci occu- 
piamo è ben poca cosa, e ciò quantunque una parte numerosa dei loro 
amici politici le combattessero come inopportune. 



— 150 — 

Qui l'oratore cita gli esempi del duca di Wellington nel ISSO 
di lord Grey nel 1832, di sir Kobert Peel nel 1846 ; indi conchixiclc 
con questi fervidi e solenni accenti: 

Vedete dunque, o signori, come le riforme, compiute a tempo, invece 
di indebolire l'autorità, la rafforzano ; invece di crescere la forza dello 
spirito rivoluzionario la riducono all'impotenza (Sensazione). Io clii-ò 
dunque ai signori ministri: imitate francamente resempio del duca di 
Wellington, di lord Grey e di sir Eobert Peel, che la storia proclamerà. 
i primi uomini di Stato dell'epoca nostra ; progredite largamente meli a» 
via delle riforme, e non temete d'indebolire la potenza del trono costi- 
tuzionale che è nelle vostre mani affidato, che invece lo afforzerete, 
invece farete sì che questo trono ponga nel nostro paese così salde 
radici; che quand'anche si innalzi intorno a noi la tempesta rivoluzio- 
naria, esso potrà non solo resistere a questa tempesta, ma altresì, 

RACCOGLIENDO ATTORNO A SE TUTTE LE FORZE VIVE D'ITALIA, POTRÀ 
CONDURRE LA NOSTRA NAZIONE A QUEGLI ALTI DESTINI CUI È CHIAMATA. 

A questo punto si legge negli Atti parlamentari: « Lunghi e 
fragorosi applausi da tutti i banchi e dalle gallerie. L'onorevole 
oratore riceve le congratulazioni di molti deputati che siedono at- 
torno a lui, e discendendo dal suo posto per muovere fuori della 
sala, tutti i ministri gli danno una stretta di mano e parecchi 
deputati della Sinistra si felicitano con esso. » 

Era il primo trionfo oratorio, trionfo compiuto, assoluto, che il 
conte di Cavour riportava nella Camera subalpina (1). Fu accusato 
di averlo conseguito bruciando il suo grano di incenso all'aura po- 
polare ; non conoscevano l'uomo coloro che gli mossero simile rim- 
provero. Infatti, nel medesimo giorno (9 marzo), che la legge 
Siccardi era approvata con 130 suffragi, essendo venuto in discus- 
sione il disegno di legge sull'abolizione delle penalità stabilite per 
rjnosservanza di alcune feste religiose, il conte di Cavour pronun- 
ciava un discorso, il tenore del quale non dimostra certamente che 
egli andasse in cerca della popolarità. 



(1) Angelo Brofferio nella Storia del Parlamento subalpino esclama pieno di me- 
raviglia per questa ohe egli chiama Trasformazione: u Quel conte di Cavour, da 
nessuno ascoltato, da moltissimi astiato, che non poteva aprire bocca in Parlamento 
senza tumulti e disapprovazioni, che nelle più solenni occasioni aveva bisogno dello 
Sgomhramento delle gallerie per poter parlare, quel conte di Cavour eccolo d'im- 
provviso salutato, applaudito, festeggiato dal ministero, dal popolo e dal Parla- 
mento !... » 



— 151 — 

Io non credo (così parlò il Cavour) che si possa dire in termini as- 
soluti, come lo diceva il deputato Josti, che il potere civile non debba 
mai in nessuna circostanza far rispettare il principio religioso (Oh! oh/)... 
ripeto, credo, che egli cada in errore, perchè questo sarebbe evidente- 
mente contrario all'articolo 1° dello Statuto, che proclama la religione 
cattolica religione dello Stato; e la cui logica conseguenza dev'essere 
un obbligo pel governo d'impedire che questa religione sia fatta ber- 
saglio ad insulti e che l'esercizio del suo culto incontri degli incagli. 
Ma non è in ciò solo che io trovo erroneo il principio del deputato 
Josti, ma dal suo discorso ne rilevo un altro che è pure gravissimo, 
ed è quello, seguendo il quale, dovrebbesi proclamare che lo Stato non 
possa, né debba giammai imporre un riposo obbligatorio. 

Invece io non esito a dichiarare essere non solo nell'aspetto religioso, 
ma anche nell'aspetto economico opportuno e necessario che vi siano 
dei giorni di riposo obbligatorio, e ciò nell'interesse delle classi più 
numerose. 

Io intesi taluno a promuovere l'abolizione delle feste nell'interesse 
delle classi trafficanti. 

Se siffatta opinione non eccede i limiti nei quali la proposizione del 
ministero si restringe, io posso assentirvi; ma be si volesse andar più 
oltre, se si volesse proclamare in modo assoluto il principio per cui 
non si dovesse imporre verun giorno di riposo nell'interesse delle classi 
operanti, io stimo che operando in tal guisa si commetterebbe un er- 
rore economico gravissimo, e che si terrebbe una via contraria allo 
scopo che si brama raggiungere. 

Di fatti il giorno di riposo statuito dal principio religioso è assolu- 
tamente consono a dette leggi economiche e sociali, almeno se si vo- 
gliono tenere come migliori le leggi che mirano ad assicurare la mag- 
giore utilità ed il miglior bene della massima parte della popolazione. 
Io penso pertanto che un soverchio numero di feste torni fuori mi- 
sura nocevole alle classi operanti, perchè siffatte feste straordinarie 
non si dedicano per lo più al riposo, ma si spendono in quella vece 
in sollazzi ed altri mali usi; ma credo ad un tempo che il riposo re- 
golare sia necessario moralmente, fisicamente ed economicamente. 

Per provare tal cosa non intendo io già di fare alla Camera un 
corso di economia politica e di discutere quali siano e da quali prin- 
cipii siano retti così i salari come i lavori delle classi operanti, ma 
voglio soltanto dichiarare essere mia ferma opinione che, ove tutte le 
feste venissero soppresse, dopo un breve giro d'anni le classi operanti 
non ne avrebbero guadagnato altro che molte ore di più di lavoro, e 
che alla fine dell'anno non avrebbero maggior parte nella produzione. 
Tal cosa, credo, non può porsi in dubbio, ed è questo uno dei ca- 
noni di economia politica che si può agevolmente dimostrare. 

Dico dunque che è molto opportuno che la società regoli i giorni di 
riposo, e ciò per le stesse ragioni per le quali nei paesi più civili, più 
inoltrati nella scienza economica ed industriale, si sono regolate le 
ore di lavoro di certe classi di persone, delle donne e dei fanciulli, 
cosa che io desidererei moltissimo che si facesse da noi, perchè mentre 
lamentiamo la condizione degli operai inglesi, di quelli che lavorano 
nelle grandi fabbriche inglesi, forse troppo poco ci curiamo di sapere 
che da noi, nei nostri opifizi, le donne ed i fanciulli lavorano quasi 
un terzo, se non il doppio, di quello che si lavori in Inghilterra. 



— 152 — 

Lo dirò adunque: se le società più civili hanno creduto di dover 
regolare con apposite leggi le ore di lavoro delle classi più operose 
della società, a fortiori si devono regolare i giorni di riposo. E per 
prendere l'esempio citato dall'onorevole deputato Josti, quando eg-li 
diceva di essere stato agricoltore, dirò che lo sono stato anch'io, e che 
a me accadde di veder i contadini lavorare in giorno di festa, muniti 
però del permesso dell'autorità religiosa (Ilarità); ma per la pura co- 
noscenza che ho acquistato della condizione economica della nostra 
agricoltura, e specialmente delle Provincie che abita il signor deputato 
Josti (1), e di quelle in cui ho esercitato il mestiere di agricoltore, 
dubito assai che se tutte le feste, comprese le domeniche, venissero 
ad essere abolite, che ove fosse permesso di far lavorare tutti i giorni 
dell'anno, dubito assai, ripeto, che la classe contadina ci trovasse un 
profitto, anzi non esito a dire che vi troverebbe gran perdita. 

Si conceda che, per parlare con tanta schiettezza, il conte cLi 
Cavour ubbidiva assai più alla voce della sua coscienza, ed ai pro- 
prii convincimenti che non al desiderio di ingraziarsi la parte, che 
si reputava più liberale della Camera subalpina. Ma egli procedette 
anche più oltre. L'onorevole barone Giuseppe Jacquemoud, di destra, 
aveva proposto che l'effetto della legge di abolizione delle feste 
fosse sospeso per un tempo indeterminato, « a fine di conciliare il 
concorso della Santa Sede coll'azione legislativa. » Era sottosopra 
la medesima proposta fatta dall'onor. Palluel, e contro la quale il 
Cavour aveva votato, quando si deliberava intorno alla legge per 
la abolizione del foro ecclesiastico. Ora il Cavour, dopo avera fatto 
osservare che un simile provvedimento era incompleto, e non poteva 
avere il nome di legge, ma sì piuttosto di ordine del giorno o ri- 
soluzione, che si volesse dire, secondo gli usi inglesi, non dubitò 
di uscire nella seguente sentenza: 

Io confesso tuttavia che se questo sistema fosse tale da potersi ra- 
gionevolmente credere ch'ei possa indurre la Santa Sede a sanzionare 
fi principio in essa legge contenuto, fosse tale da condurre l'accordo 
fra l'autorità civile e l'autorità ecclesiastica, io non mi rifiuterei a 
commettere (prego il deputato Jacquemoud di non aver a male le mie 
parole) questa semi-illogicità, ma veramente io non credo che il mezzo 
che egli propone sia il più atto ad ottenere il suo intento. 

Io non credo che la Santa Sede, quando essa sappia che positiva- 
mente sta nell'assoluto suo arbitrio approvare o non questa legge, si 
possa indurre ad accoglierla: io credo che la Santa Sede nella condi- 
zione attuale di cose, si rifiuterà senz'altro a sanzionare questa legge. 



(1) Le provincie di Mortara e di Novara. 



— 153 — 

Io preferirei pertanto un altro mezzo, il quale otterrebbe più probabil- 
mente il nostro scopo, e sarebbe di rimandare l'esecuzione della legge, 
di stabilire cioè cbe essa non andrebbe in vigore che ad un'epoca assai 
lontana, onde primi di essa fosse possibile al ministero di entrare in 
negoziazioni colla Santa Sede e di veder modo di ottenere questa san- 
zione religiosa (Rumori dalle tribune) Questo sicuramente importa 

un voto di fiducia al ministero ; ma io che ho sempre sostenuto la po- 
litica ministeriale e che in questa circostanza, invece di scostarmi da 
lui, ho sentito raddoppiare la confidenza che in esso riponeva, io credo 
di poter dare quanto a me questo voto di fiducia, e che gli si possa, 
senza verun inconveniente, accordare il mezzo di tentare di riunire la 
sanzione religiosa alla sanzione politica. £ non dubito punto che quando 
il ministero dirà al Sommo Pontefice : voi vedete il voto della nazione 
espresso dai consigli provinciali, dai consigli divisionali, espresso spe- 
cialmente dai consigli della Savoia, che è parte religiosissima, cattoli- 
cissima di questi Stati; sajizionato dal voto quasi unanime del Parla- 
mento, il quale voto si pronunzia energicamente per questa riforma, 
riforma che è già attuata in quasi tutti gli Stati della cattolicità, io 
eredo che in allora la Santa Sede, a fronte di necessità inelattabili, si 
piegherà agli accordi e vorrà munire tal legge della sua sanzione re- 
ligiosa. Egli è perciò che io proporrei all'articolo 7 un emendamento, 
che cioè la legge non abbia effetto che nell'anno 1851. 

Sebbene dai termini, coi quali il conte di Cavour coloriva questa 
sua proposta, trasparisse assai chiaro il suo vero intento di met- 
tere in maggior rilievo la renitenza della corte di Roma a scen- 
dere agli accordi col governo subalpino contrariamente a quel che 
asserivano i dissidenti di destra; tuttavolta richiedevasi in lui un 
certo qual coraggio per affermare il desiderio di entrare in nego- 
ziati colla Santa Sede per ottenere la sanzione religiosa alla legge 
in discussione. E qui aggiungeremo che il fine della proposta del 
Cavour fu subito inteso dai dissidenti; dovechè a sinistra fu cre- 
duto che egli facesse un passo indietro per riamicarsi con essi. È 
un modello di spirito e di ironia la confessione ch'egli fece nella 
tornata del 12 marzo di avere commesso un errore madornale di 
tattica parlamentare. Ecco le sue parole : 

Io non intendeva di prendere la parola in questa discussione; ma 
l'altro giorno avendo visto dalle due estremità della Camera sorgere 
degli oratori a sostenere una tesi che io credea radicalmente erronea, 
quella cioè che non avesse la società civile a prescrivere in nessuna 
circostanza giorni di riposo, io mi decisi a sorgere per protestare contro 
quello che tengo per errore economico, il quale, se fosse praticato, tor- 
nerebbe a danno gravissimo della classe più numerosa. E poiché io sor- 
geva a parlare mi venne il pensiero invero malaugurato, di proporre 
un emendamento il quale credeva presentasse alcuni vantaggi politici. 
Poiché da due onorevoli oratori fu fatta allusione ai motivi che hanno 



— 154 — 

potato muovermi a presentare questo emendamento, sono condotto ci* 
tali insinuazioni più o meno benevole a far qui una specie di confessione 

Si, è' vero, oltre ai motivi tratti dal merito intrinseco del mio emen- 
damento, vi era anche un pensiero parlamentare; ma non era quelle 
che mi attribuiva l'onorevole deputato Mellana. No, non era in me 
certamente il pensiero di ricondurre quella parte della destra che si 
separò dalla maggioranza nella circostanza della primitiva legge, e li e 
mi ha mosso a proporre il mio emendamento. Infatti io avrei commesse 
un'ingiustizia, se avessi creduto che questa proposizione avesse po>t.o/fco 
condurli alla maggioranza; sarebbe stato un insulto alla loro buona. 
fede, poscia che la loro opposizione non si fondava sopra un principio 
di politica o di convenienza, ma sopra un punto di coscienza. Ora, sic- 
come il mio emendamento non si fondava su questo principio, ma su di 
un principio affatto opposto, io era certo che questi membri della Ca- 
mera, di cui riconosco la coscienza delicata, non sarebbero stati giammai. 
per accostarsi alla mia posizione. Quindi vede il deputato Mellana elio 
mi attribuiva un errore madornale. 

Vedendo sorgere nella maggioranza stessa un altro drappello inau- 
gurato dall'onorevole barone Jacquemoud, ebbi veramente in pensiero 
di fare una proposizione che avesse una portata politica. Debbo però 
confessare ohe non riuscii nel mio scopo; invece di condurre sopra un 
buon terreno tutte le opinioni, non sono riuscito che a suscitare contro 
quest'emendamento una opposizione quasi universale. Di fatti nella se- 
duta di ieri tutti i membri che sorsero a parlare, sia che sedessero sui 
banchi estremi della destra, o sili banchi a me vicini, tutti si crederono 
in obbligo di scagliarmi una pietra contro (Ilarità), Confesso quindi 
di aver commesso un errore di tattica parlamentare madornale. 

Ciò posto, poiché sono costretto a questa intima confessione, dirò poi 
i motivi che mi spinsero a sostenere l'emendamento, e che mi fanno 
tuttora ancora riconoscerlo non così cattivo come si vorrebbe crederlo. 
E qui mi permetto di dichiarare alla Camera che forse nessun membro 
di quest'assemblea ha tanto a cuore quanto io di vedere l'adozione di 
questa legge, e di vedere attuato nel paese il principio che l'informa, 
quello cioè di restringere il numero dei giorni festivi. E la Camera 
comprenderà facilmente quando gliene dica la ragione. Io mi professo 
per la dottrina della libertà di commercio , l'ho sempre sostenuta per tutta 
la mia vita teoricamente e spero di sostenerla praticamente in questo 
Parlamento (1). Ora fra le opposizioni che si fanno a questa teoria, 
ve ne sono moltissime fondate, e ve ne sono di quelle ragionevoli, 
quelle cioè che riguardano i fabbricanti; ma si dica loro: come mai 
non potete sostenere la concorrenza della Svizzera che è più lontana 
di voi dalla produzione della materia prima? Essi vi risponderanno che 
là si lavora 15 giorni di più all'anno, il che fa il 5 per 100 di più. 
Per il fatto delle feste noi siamo aggravati di un aumento di spesa 
del 5 per 100. Veramente a questo raziocinio non ho saputo che ri- 
spondere ; perciò desidero altamente, oltre gli altri motivi che militano 
a favore di questa legge, che sia tolto questo argomento ai fautori del 
protezionismo. Ma appunto perchè desiderava ardentemente questa legge, 



(1) Con questa dichiarazione il Cavour mirava ad allargare vieppiù il suo dis- 
senso colla destra, e segnatamente ool conte di Bevel, caldo protezionista. 



— 155 — 

pensava che il sistema proposto, cioè di rimandarne l'esecuzione al 
primo del venturo gennaio, avrebbe potuto agevolare non solo la sua 
sanzione civile, ma altresì la sua sanzione religiosa, la quale può gio- 
vare a veder tradotto in pratica il principio che la legge proclama. Ma 
pare che questa idea avesse qualche cosa di mostruoso, perchè fu bia- 
simata sotto tutti gli aspetti. 

L'onorevole signor Mellana disse che era indecorosa, ingiuriosa pel mi- 
ùstero, e quasi quasi mi dimostrò come appoggiante apertamente il 
ministero e segretamente tendente ad esso delle insidie. Io spero che 
il ministero, e specialmente l'onorevole guardasigilli, del quale mi onoro 
ài potermi dire amico, non confermerà questa, non che severa, ma in- 
giusta sentenza. Io non tendo alcune insidie al ministero, gli do il mio 
appoggio apertamente e schiettamente nel limite delle mie forze, e 
credo che il ministero non lo disconoscerà. Altri oratori invece non ri- 
conoscevano questa proposizione come ingiuriosa per il ministero, ma 
come indecorosa per la Santa Sede ; e si disse, come ha accennato l'o- 
norevole deputato Bronzini, che essa era una protrazione di termine 
che metteva in mora il Santo Padre. Veramente secondo questa pro- 
posizione combattuta con argomenti contrari, io credo che essi si di- 
struggano, e credo che veramente non fosse né ingiuriosa per l'uno, 
uè indecorosa per l'altra. Anzi ripeto essere tuttora d'opinione che un 
negoziatore abile, armato di questa legge, avrebbe potuto più facilmente 
ottenere dalla Santa Sede quella sanzione religiosa, che non è ricono- 
sciuta inutile da nessuno degli onorevoli oppositori, nemmeno da quelli 
che sostengono con vigore la legge come l'onor. Jacquier, che per ot- 
tenerla avrebbe voluto mandare a Roma tutto intiero il collegio della 
Savoia (Ilarità). 

Io credo che il diplomatico incaricato di negoziare colla Santa Sede, 
per ottenere il suo concorso, armato di questa legge, non avrebbe cer- 
tamente dovuto parlare con quella voce grossa colla quale l'onorevole 
deputato di Casale (1) scagliava un'apostrofe al Santo Padre nell'ul- 
tima tornata, ma penso che vi sarebbero alcuni argomenti che in questa 
circostanza avrebbero potuto produrre un qualche effetto sopra la Santa 
Sede. Ma ora, siccome tutti sono per abbandonare gli emendamenti 
proposti,- torna perfettamente inutile che io lo esponga alla Camera. 
Non so se questa mia persistenza mi farà perdere assolutamente quel 
poco di concetto che mi aveva guadagnato il mio discorso dell'altro 
ieri sullo spirito del deputato di Casale (Ilarità). Non so nemmeno se 
il signor Brofferio vorrà ritirarmi la sua mano, e così mandare ad ef- 
fetto la minaccia che mi scagliava ieri lo stesso deputato di Casale, 
non so però se con suo mandato o no (2), ma so che è mio dovere dì 
esprimere la mia opinione. 

Non avendo però il mio emendamento potuto conseguire l'effetto po- 
litico che mi proponeva, e anzitutto desiderando l'approvazione di 
questa legge, e che essa consegua il maggior numero di voti che sia 



(1) Filippo Mellana. 

(2) 11 Cavour alludeva alle seguenti parole del Mellana : a Dubito perciò che 
ove il conte di Cavour persista nel suo emendamento, corra pericolo di dover troppo 
presto disgiungere la mano ohe gli veniva stretta dall'on. Brofferio » (Ilarità). 



— 156 — 

possibile, così dichiaro altamente di ritirare senza alcuna esitazione i 
mio emendamento, e invito egualmente i miei amici politici ad apporr 
giare la proposta ministeriale ed a ritirare quegli emendamenti elu 
per altri motivi avessero creduto di proporre (Applausi). 

Oramai al punto in che Siam giunti della presente narrazione, 
il conte di Cavour aveva ogni diritto di ripetere il motto del vec- 
chio cancelliere, lord Eldon : « Io non so davvero perchè non sono 
ministro. » Certo dovette essere grande il suo stupore nel vedere 
che il ministero, al quale egli prestava un cosi valido ed efficace 
aiuto, non facesse alcun passo per averlo più intimo cooperatore 
nella politica progressiva e nazionale inaugurata colla legge Sic- 
cardi. S'ingannerebbe a partito chi ascrivesse a un sentimento di 
invidia la ritrosia dell'Azeglio ad eleggersi per compagno il Cavour. 
Ben altra era la causa. L'Azeglio, da quel che ci è dato arguire 
da reminiscenze personali e dalla natura stessa del suo ingegno, 
avrebbe volentieri tralasciato di affrontare cosi presto una contesa 
colla corte di Roma e col clero. Pareva a lui che le difficoltà per 
assodare gli ordini liberi in Piemonte in mezzo all'imperversare 
della reazione in Europa fossero abbastanza gravi per non crearsi 
a piacimento un nemico così formidabile come il clero (1). Meno 
il Piemonte avrebbe fatto parlare di sé, pensava l'Azeglio, e più 
sicuramente si sarebbe rafforzato e posto in condizione di far 
valere a tempo opportuno la sua autorità ed esercitare i suoi in- 
flussi. Non ultimo motivo della sua esitazione era fors'anco la re- 
pugnanza che mostrava il Sovrano a mettersi in contraddizione 
colla Santa Sede, e il timore che obbligandolo a entrare in questa 
via, egli si disamorasse dagli ordini liberi nel cui affetto immuta- 
bile era interesse supremo educarlo e mantenerlo saldamente. 

A ogni modo, visto che dopo le elezioni generali del dicembre 
1849, la parte liberale temperata, capitanata dal Cavour, nello 
scopo di acquistare il favore delle popolazioni, spingeva il governo 
a farsi campione di riforme liberali, principalmente in materia ec- 
clesiastica, l'Azeglio cedette a que' consigli. Egli era mosso eziandio 
dalla speranza che il governo, pigliando l'iniziativa di quelle ri- 



ci) Da una lettera circolare ai suoi agenti diplomatici, in data dell'8 febbraio 
1850, si raccoglie quali fossero in quel tempo i maggiori pensieri dell'Azeglio. « On 
ne saurait le dissimuler (ivi si legge) que la plus importante de toutes les questiona 
est, en oe moment, celle de la restauration du principe de l'autorité. » 



— 157 — 

forme, avrebbe coll'opera sua moderatrice ovviato a quegli eccessi, 
a coi si sarebbe andato incontro quando l'iniziativa fosse partita 
dai banchi della sinistra. La discordia che ne seguì fra la parte 
di destra più progressiva e quella più conservativa spiacque natu- 
ralmente all'Azeglio; e gli spiacque anche di più che il Cavour, 
sia nei discorsi, sia nel suo giornale, invece di studiarsi di atte- 
nuarla, l'amplificasse a disegno, non ostante che la mentovata fra- 
zione di destra più conservativa continuasse, dopo la legge Siccardi, 
a dare segno di fiducia e di stima al gabinetto, votando costan- 
temente in favore del medesimo. 

Il Cavour, dal canto suo, non vedendosi considerato quanto cre- 
deva meritare, ed entratagli nell'animo la persuasione che il mi- 
nistero procedesse a rilento nelle riforme, per non perdere l'appoggio 
del Balbo e de' suoi amici politici, quando la sessione parlamentare 
fa per chiudersi, prese appiglio dalla discussione del progetto di 
legge sull'alienazione di una rendita di sei milioni di lire per far 
suonare agli orecchi dei ministri parole abbastanza severe contro 
il loro procedere fiacco ed incerto. Assumendo l'atteggiamento del 
protettore, più che quello dell'amico fedele e devoto, in un discorso, 
pronunziato ai 2 di luglio, egli si esibì disposto a concedere un 
bill d'indennità ai ministri per non avere data mano alle riforme 
promesse o sperate, ma ad un tempo li avvertì che, se all'aprirsi 
della prossima sessione non avessero mutato sistema, egli avrebbe 
negato loro risolutamente il suo appoggio. Più che i precedenti 
discorsi del conte di Cavour questo è notevolissimo, non solo per 
la maggiore arte oratoria che l'argomento richiedeva, ma perchè 
in esso è disegnato a grandi tratti il programma della sua futura 
amministrazione. Si può intitolare il suo discorso-ministro. 

Si avverta, nel seguente esordio, con quanta abilità egli si stu- 
dia, non di scolpare, ma di scusare l'inerzia del ministero dagli at- 
tacchi della sinistra, che pure nell'intimo suo crede in gran parte 
giustificati. 

Membro della maggioranza, la quale divide in parte la responsabi- 
lità della politica ministeriale, io mi credo in debito di esaminare le 
accuse dirette al ministero dai membri della sinistra, come pure di 
esaminare le condizioni che si vogliono apporre al voto che si sta per 
dare; voglio esaminare le accuse per vedere se esse siano esagerate 
od ingiuste, vedere se fra le condizioni che si vogliono imporre al vota 



— 158 — 

del progetto non ve ne siano alcune, che anche noi possiamo accoglie 
favorevolmente. 

Le accuse, o per meglio dire, le critiche dirette al ministero si i 
volgono piuttosto alla politica passata; le condizioni che si vorrebbe 
imporre invece si rivolgono all'avvenire, e formano la parte piti ii 
portante dei discorsi degli onorevoli preopinanti II ministero fu crii 
cato specialmente in questa circostanza intorno al suo piano finanziari 
fu criticato per quello che fece e più ancora per quello che non fec 
Io non voglio prendere ad esame tutto l'intiero piano finanziario pr< 
sentato dal ministero... mi credo tuttavia in dovere di dichiarare ci 
considerate nel loro complesso, credo che si debba dare l'approvazion 
alle leggi dal ministero presentate. Sicuramente esse erano suscettibiì 
di emendamenti e miglioramenti; ma nella condizione in cui il -pa.es 
si trovava io non avrei esitato ad accoglierle col mio voto se ave ss 
potuto prendere parte alla loro discussione. 

La seconda parte delle critiche è di quelle che si rivolgono a quante 
non fece il ministero. Queste forse hanno un qualche maggior fonda 
mento...,, ma tuttavia io so esservi gravissime ragioni che militano a 
favore del ministero, che possono essere considerate come circostanze 
attenuanti .... 

10 quindi sono disposto per il passato ad accordare al ministero un 
bill d'indennità... 

Panni con ciò di aver dimostrato come le censure dirette alla pas- 
sata condizione dei ministero fossero esagerate ; e quindi non prenderò 
a sostenere gli ordini del giorno motivati che furono presentati alla 
Camera; non che io creda che questi ordini del giorno siano stati 
dettati da uno spirito di opposizione, che anzi io riconosco lo spirito 
di conciliazione che dettò quelli degli onorevoli deputati Jacquemoud 
e Lanza, ma perchè un ordine del giorno di quella specie implica una 
eerta idea di biasimo, ed io dico altamente che non credo il ministero 
meritevole di quel biasimo, che andrebbe indirettamente a pesare su 
di esso quando la Camera approvasse uno di questi ordini del giorno 
motivati. 

Passo alla seconda parte dei discorsi fatti dagli onorevoli membri 
della sinistra, parte la più importante poiché riflette all'avvenire il 
quale sta ancora nelle nostre mani e sul quale la Camera può avere 
un'alta influenza. 

11 primo argomento trattato fu quello della riforma amministrativa, 
della discentralizzazione dello Stato. Su questa questione l'onorevole 
deputato Josti disse molte ed eloquenti parole, ed io in molti punti 
del suo discorso mi dichiaro della sua opinione e riconosco al pari 
di lui la necessità assoluta di operare una riforma per questo lato 
nella nostra amministrazione. La centralizzazione amministrativa è a 
mio avviso una delle più funeste istituzioni dell'età moderna, ed io ho 
la profonda convinzione che all'epoca in cui questa questione sarà sot- 
toposta al Parlamento, si potrà facilmente dimostrare che dalla cen- 
tralizzazione amministrativa nascono quasi tutti i mali della società 
moderna... Sì, o signori, lo dico francamente, finché non vi saranno 
istituzioni liberali e vitali animate da una vera vita politica in tutte 
le località dello Stato, tanto nei primi comuni come nelle città più co- 
spicue, noi non avremo mai un vero sistema liberale, noi saremo sempre 
spinti dall'anarchia al dispotismo; e della verità di quanto io qui as- 



— 159 — 

serueo io ne appello ad un paese a noi vicino, il quale ora ce ne dà 
por troppo le più laminose prove... 

E qui dirò, rivolgendomi all'onorevole ministro deirinterno ; che ho 
sentito con qualche dispiacere la risposta che egli fece al deputato 
Josti, in cui mi parve troppo tenero del sistema centralizzatore... 
Galvagno, ministro dell'interno. No! no! 

Cavour. Mi permetta il signor ministro, vedrà che la mia censura 
non è molto aspra (Ilarità generale). 

Volerà appunto soggiungere che io trovava assai naturale questa 
ripugnanza del signor ministro e ne dirò subito la ragione. 

Odo ogni giorno lodare la teoria ed il sistema della vita libera 
sparsa in tutto lo Stato, e quello della maggior possibile indipendenza 
dei cittadini; ma, a dire il vero, venendo alla pratica, vedo poi for- 
molate delle idee affatto opposte a questi sentimenti ; infatti leggo ogni 
giorno nei giornali, sento sovente nel Parlamento, che bisogna che il 
ministero mantenga intera nelle sue mani la direzione della pubblica 
istruzione, che il ministero deve promuovere per ogni dove l'agricoltura, 
che il ministero deve favorire il commercio, che il ministero finalmente 
deve provvedere a tutti i bisogni dello Stato ; ma questo sotto altra forma 
non è altro che dire: continuate nella via di centralizzazione, andate 
sempre più avanti nella stessa via... (Rumori e segni di denegazione 
a sinistra). 

Al principio di questa sessione l'onorevole ministro dell'interno pre- 
sentò mia legge sulle Opere pie informata di uno spirito che io trovava 
uffra-centralizzatore ; io tentai di introdurvi un emendamento che au- 
mentava d'alquanto le facoltà delle amministrazioni locali, ed ho cer- 
cato in quella occasione di combattere questo spirito centralizzatore; 
e su qnesta mia proposta l'onorevole deputato di Mortara rimase muto 
sul suo banco, non trovai incoraggiamento né a destra né a sinistra, 
e fu respinto il mio emendamento ad un'immensa maggioranza. Io per 
Terità non ho ancor visto una proposta assolutamente pratica che ten- 
desse a escentralizzare l'amministrazione, quantunque speri, cionono- 
stante, che a poco a poco passeremo dalla teoria alla pratica e che in 
un'altra sessione gli onorevoli membri i quali proclamano con tanta 
eloquenza la necessità di escentralizzare passeranno anche loro dalla 
teoria alla pratica e si uniranno assieme onde costringere il ministero 
a tentare questa via; ma fin tanto che i fatti non corrispondono alle 
parole sia nel pubblico, ed anche, sino ad un certo punto, nel Parla- 
mento, io non posso essere tanto severo per l'onorevole ministro se egli 
non si è mostrato, rispondendo al deputato Josti, gran fatto avverso 
al principio della centralità; bisogna pensare che il ministro ha ben 
altri carichi che noi, che il ministro si trova a lottare con una falange 
amministrativa, a cominciare dal primo uffiziale fino all'ultimo dei suoi 
impiegati /Ilarità), i quali sono tutti tenerissimi della centralizzazione, 
i quali difendono il sistema di centralizzazione quasi come una loro 
proprietà. 

Per tutti questi riflessi io considero il ministero come altamente me- 
ritevole d'indulgenza. 

Però é debito mio di dichiarare che io mi unirò sempre agli sforzi 
di tutti coloro i quali tentarono combattere questa centralizzazione 
dell'amministrazione, questa che io dirò inerzia del ministero, per ciò 
ohe riguarda una cosi importante riforma... 



— 160 — 

L'altra domanda di riforma che si promosse nell'attual discussioni 

riguardava il sistema militare Anche su questo punto non iscorgi 

argomento di portar una censura al ministero, né di esigere da essi 
un pegno di riforma. 

Nulladimeno, poiché in questa circostanza parecchi deputati stima 
rono di suggerire riforme, mi varrò anch'io dell'occasione stessa pei 
indicarne una all'onorevole mio amico il signor ministro di guerra : ri 
forma questa che a me pare di non lieve momento. 

Io non vedo il perché si conservi l'antico stato maggiore nelle piazzt 
(Bene! bene/), perché si mantenga tanto lusso di comandanti, di 
guard'armi e di guarda portoni, ora che, grazie a Dio, questi cornai* 
danti, guard'armi e guarda portoni non hanno più nulla che fare colla 
polizia (Segni d'approvazione — Ilarità), Ed invero, perchè si lascia 
un comandante a Chieri, un comandante a Chivasso, ed un luogotenente 
generale comandante a Casale? 

Voci. È morto. 

Una voce. Sarà rimpiazzato. 

Cavour. Lo so che è morto, poiché altrimenti non avrei proposto di 
togliere da Casale quell'uomo che si condusse con tanto coraggio e 
con tanto onore in circostanze per noi disgraziate (1) (Segni di ap- 
provazione). 

Io credo che il ministero potrebbe qui operare una larga riforma, la 
quale, se non ora, almeno per l'avvenire, potrebbe recar molta utilità 
alle nostre finanze e produrrebbe un ottimo effetto nell'opinione pub- 
blica, perchè, convien pur dirlo, la memoria dei comandanti non è ri- 
masta gran fatto popolare (Ilarità prolungata). Io credo di appormi 
al vero (Voci: Sì! sì!) dicendo che sarebbe utile siffatta riforma. 

In verità se la memoria non mi falla, non mi ricordo che dal lato 
amministrativo e militare sieno state dirette altre interpellanze al mini- 
stero, e gli si sieno volute porre altre condizioni. Mi unisco poi, e molto 
volentieri, agli incitamenti fatti dall'onorevole signor relatore al di- 
stinto personaggio che regge il ministero dei lavori pubblici, ivitandolo 
ad esaminare se per avventura non sarebbe possibile di arrecare qualche 
riforma e perfezionamento nel sistema di amministrazione delle strade 
ferrate, poiché finora noi siamo stati nel primo stadio della costruzione 
della strada ; ora passiamo al secondo stadio, quello del suo pieno eser- 
cizio, e forse in quella macchina che sarà stata ottima nel primo stadio 
ora non vi sarà tutta la perfezione possibile. Io credo che basti il fare 
quest'eccitamento e fors' anche ch'ei sia soverchio ad un uomo sì distinto 
ed intelligente come il signor ministro dei lavori pubblici, per essere 
certo che egli vedrà modo di portare tutti quei miglioramenti che a 



(1) Allude al generale Solaro, vecchio soldato di Austerlitz, che comandava nel 
1849 la cosidetta piazza di Gasale, consistente in un castello mezzo diroccato, armato 
di due pezzi d'artiglieria. Questo bravo soldato con otto cannonieri invalidi, pochi 
soldati di deposito e una sessantina di sbrancati fuggiaschi dall'esercito, fatti da 
lui precedentemente arrestare, respinse per due giorni gli assalti di un corpo au- 
striaco, comandato dal generale Wimpffen, che dopo la battaglia di Novara aveva 
tentato di impadronirsi di Gasale. Sull'istanza di quel municipio il Solaro venne 
decorato della medaglia d'oro al valor militare. G. A. Vecchi, La Italia, storia 
di due anni, 1848-49, voi. n, pag. 90 (Torino, tip. Boux e Favale, seconda edizione). 



— 161 — 

torto od a ragione l'opinione pubblica reclama in questo ramo d'ammi- 
nistrazione. 

Pino a questo punto, il lettore avrà notato, le osservazioni — 
non vogliamo dire censure — del conte di Cavour, avevano un 
carattere mite, anzi benevolo, tuttoché ai ministri, com'è naturale, 
quel sentimento di pietà verso di loro dovesse sapere « di forte 
agrume. » Ma la temperanza adoperata nella prima parte del di- 
scorso era un artifizio oratorio per dar maggior risalto al linguaggio 
severo ed energico che aveva in animo di tenere nella seconda 
parte. !Le sue parole suonarono cosi: 

. L'onorevole deputato (Antonio) Jacquemoud, con uno spirito di con- 
ciliazione cui debbo far plauso, dichiarava essere pronto ad unirsi alla 
maggioranza, purché il ministero volesse assumersi l'obbligo di prov- 
vedere nella ventura sessione ai bisogni finanziari dello Stato. Qui io 
parlerò con ischiettezza, e mi farò lecito di dire al ministero, tanto a 
mio nome come a quello di molti miei amici politici, che è pure quella 
una condizione che noi mettiamo al voto che stiamo per dare. 

Sicuramente se nella ventura sessione il ministero non si presentasse 
fin dall'esordire col bilancio del 1851; se questo bilancio fosse compi- 
lato sulle medesime basi del bilancio del 1850; se non si mandassero 
ad effetto tutti i principii già sanzionati da questa Camera; se vedes- 
simo ancora comparire ed i maggiori assegnamenti, ed i trattenimenti, 
e le pensioni che non sono pensioni di riposo, questo sarebbe già per 
noi una spinta per allontanarci dal ministero. Se poi nel principiare 
della nuova sessione il ministero non si presentasse coll'intiero suo 
piano finanziario, se egli non ci dicesse in modo preciso come egli in- 
tenda di ristabilire l'equilibrio delle finanze dello Stato, se non imme- 
diatamente, almeno in breve spazio di tempo ; se egli non ci indicasse 
il mezzo per giungere a questo scopo, questo sarebbe un motivo per 
noi per allontanarci da lui. E per addentrarmi maggiormente nella 
materia, onde non mi si apponga che queste dichiarazioni che io faccio, 
tanto in mio nome che in nome de' miei amici politici, sono di quelle 
dichiarazioni vaghe che si fanno ogniqualvolta si vuole ottenere denaro 
dal Parlamento, dirò ancora alcuni particolari, sui quali io insisto presso 
il ministero. Se egli prima che finisca l'anno non presentasse al Par- 
lamento un progetto di riforma daziaria sulle larghe basi dei principii 
liberali, questo basterebbe onde io mi unissi a coloro che promuove- 
rebbero contro il ministero un voto di censura 

Così pure, per ciò che riflette le gabelle accensate, io dichiaro alta- 
mente che credo dovere del ministero e del Parlamento di far ces- 
sare questa gravezza, anche a costo di sostituirne un'altra a quella, 
sia perchè essa è contraria ai principii di giustizia e di moralità, e sia 
perchè pesa (si permetta il dirlo ad un uomo che non è solito a pro- 
nunziar parole violente o drammatiche), perchè pesa unicamente sulla 
classe povera, che fa pagare il povero e non il ricco, sanzionando così 
un'ingiustizia contraria allo spirito ed alla lettera dello Statuto..... 

li — Voi. L lettere di C Cavour. 



— 162 — 

Finalmente credo pure che sia preciso dovere del ministero di pire 
sentarci sin dal principio della prossima sessione un piano, una le^g-e 
anche provvisoria, se si vuole, la quale faccia contribuire al pari delle 
proprietà fondiarie le proprietà fabbricate, che non pagano che paco a 
Torino, e meno ancora a Genova, e in alcune città non pagano niente 
affatto; la qual cosa non essendo giusta, il ministero deve farla cessare 
al più presto possibile ; ed ove il ministero non presentasse una leg-g-e 
che tendesse a far pagare le proprietà fabbricate, io pure in questa 
circostanza dovrei unirmi a quelli che muovessero contro di lui vati 
voto di censura. 

Non mi rimane ad aggiungere che pochissime parole. 

Furono da varii oratori pronunciate severe e lugubri parole sul nastro 
avvenire finanziario ; lungi da me il negare che noi siamo in condizioni 
difficilissime; io conosco quant' altri in quale condizione ci troviamo, a 
quali estremi potremmo essere condotti se nella futura sessione e mi- 
nistero e Parlamento non si adoprassero a tutta forza per sciogliere 
la gran questione finanziaria, per istabilire in tutto o almeno in gran 
parte l'equilibrio finanziario. Io so quant'altri che, continuando nella 
via che abbiamo seguito da due anni, noi andremo difilati al falli- 
mento, e che continuando ad aumentare le gravezze, dopo pochissimi 
anni saremmo nell'impossibilità di contrattare nuovi prestiti e di sod- 
disfare agli antichi; ma però dalla condizione nostra alla sfiducia com- 
pleta vi ha una gran differenza, ed io dichiaro che sono lungi dal 

credere la condizione attuale disperata Ma per uscire dalla crisi, in 

cui ci troviamo, si richiede che il governo ed il Parlamento rimangano 
fermamente uniti, che abbiano, cioè, la volontà ed il coraggio di im- 
porre al paese quelle contribuzioni che le circostanze hanno reso ne- 
cessarie Io invito dunque i ministri a continuare nella via per cai 

Sono avviati a muovere, cioè, nella carriera del progresso, e a star 
certi che qualunque siano gli avvenimenti esterni il paese progredirà 
nella via della libertà, e non gli fallirà né il concorso del Parlamento, 
né quello del paese, anche in quella parte la più dolorosa nella loro 
impresa, quella, cioè, di stabilire l'equilibrio fra le spese e le entrate. 

Gli Atti parlamentari notano che, quando il Cavour fini di par- 
lare, si avvertirono « movimenti diversi » sui banchi della Camera. E 
invero, quella specie di ultimatum lanciato dall'oratore al ministero 
in nome proprio e di molti suoi amici politici di presentare fra 
quattro mesi an nuovo piano finanziario, se non voleva esporsi a 
un voto di censura, non poteva non produrre un sentimento di 
stupore e di preoccupazione nell'animo di tutti. Dei ministri, l'Azeglio, 
il Nigra e il Galvagno non celarono la loro irritazione. 

Alcuni giorni appresso la Camera fu prorogata sino ai 4 di no- 
vembre. Ai 5 di agosto, per la morte del Santa Rosa (Lett. CXXXIV) 
il ministero d'agricoltura e commercio rimase privo del suo tito- 
lare. L'opinione pubblica con voce concorde additi il conte di Ca- 
vour a quella carica. S'intende di leggieri come la cosa non tor- 



— 163 — 

nasse egualmente gradita a tutti i ministri per molti riguardi; 
di qui la poca premura nel prendere una risoluzione. E forse non 
sarebbe stata presa che dopo la riapertura della Camera, e secondo 
che gli umori di essa si fossero palesati, se il La Marmora, che di 
tutti i ministri era il più famigliare coli' Azeglio, e aveva su di 
Ini molta autorità, sin dai primi giorni del settembre non gli avesse 
manifestata la necessità di pensare alla surrogazione del Santa 
Uosa, e il dovere di scegliere per tale scopo il conte di Cavour, 
n La Marmora durò molta fatica a persuadere l'Azeglio e dell'una 
e dell'altra cosa. Le cose accennate di sopra spiegano la sua ri- 
trosia a prendersi per compagno il Cavour. « In un mese (disse) 
costui ci metterà sossopra tutto il ministero. Insomma non voglio 
seccature. » — « Ma ti sbagli (gli replicò il La Marmora). Ca- 
millo è un gran buon diavolo. E poi (ridendo) vicino a noi si 
modererà/... » Alla perfine l'Azeglio promise di interrogare in pro- 
posito il Consiglio dei ministri. Avutone l'assenso, chiamò a sé il 
Cavour, gli significò l'indirizzo che il ministero intendeva di se- 
guire nella prossima sessione, e gli domandò se non avesse diffi- 
coltà di approvarlo e di farsene sostenitore come ministro d'agri- 
coltura e commercio. H Cavour rispose, come apparisce dalla 
Lettera CXXXIX, all'Azeglio, che facilmente ei l'avrebbe trovato 
concorde « su tutti i punti * al programma ministeriale, purché 
però al Mameli, da lui avuto in conto di soverchiamente fiacco e 
ripugnante a serie riforme in materia ecclesiastica, fosse dato un 
successore nell'ufficio di ministro dell'istruzione pubblica : certificò, 
ad ogni modo, che sarebbe stato nel Parlamento « un aperto e de- 
ciso difensore della politica ministeriale. » 

« Si comincia male, caro Alfonso, col tuo buon diavolo » disse 
l'Azeglio al La Marmora quando lo vide e gli parlò della « prima 
pretesa » del Cavour. Cionullameno, siccome l'Azeglio non aveva 
nna eccessiva tenerezza per il Mameli, e questi dal canto suo 
non aveva una eccessiva tenerezza pel portafoglio, la « pretesa » 
del Cavour fu accettata, e si convenne che, prima d'inaugurare la 
nuova sessione parlamentare, si sarebbe nominato un nuovo mi- 
nistro dell'istruzione pubblica (1). Dopo di che venne dato l'inca- 



0) La nomina ebbe luogo addi 10 novembre nella persona dell'insigne avvocato 
dietro Gioia, di Piacenza (1797-1865), non senza grave scandalo di coloro ai quali 



— 164 — 

lieo al ministro dell'interno, Filippo Galvagno, di recarsi a Eac- 
conigi, ove il Re era in villeggiatura, e di proporgli in nome del 
Consiglio la nomina del Cavour a ministro di agricoltura e com- 
mercio. 

Vittorio Emanuele che, oltre al possedere un acume e criterio 
non comuni, tenevasi perfettamente al giorno delle cose del suo 
regno, e dei precedenti e dell'indole degli uomini politici più rag- 
guardevoli (1), si stupì a primo tratto di quella proposta, e, sor- 
ridendo, disse al Galvagno: a* Ma come non veggono loro signori 
che quell'uomo li li manderà tutti colle gambe all'aria?... (2). Ci 
pensino bene. » Le medesime parole ripetè alcuni di appresso al- 
l'Azeglio, aggiungendo che, si poteva pensare piò, tardi al Cavour, 
e intanto gli si indicasse un nome più simpatico. Fu il La Mar- 
mora che trovandosi al fianco del Ee nel ritorno da una manovra 
fatta nei pressi di San Mauro, colse il destro di far cadere il di- 
scorso sul conte di Cavour, e con rispettoso ma fermo linguaggio 
vinse la resistenza del Sovrano (3). 



pareva già soverchio che del gabinetto facesse parte mi emigrato (Paleocapa). Il 
nome del nuovo ministro, caro agli amici della libertà e dell'indipendenza italiana 
per il carcere nobilmente sofferto nel venturo, e per la lotta sostenuta indi in poi 
contro le tendenze retrive della corte di Parma, suonava accettissimo in Piemonte, 
ove era fresco il ricordo della parte principale ch'egli aveva avuto nel 1848, come 
capo del governo provvisorio degli Stati Parmensi, nella fusione di essi col Piemonte, 
compiuta la quale era stato nominato deputato di Piacenza al Parlamento subal- 
pino e creato ministro (gabinetto Gasati, 27 luglio- 18 agosto 1848). Caduto il mini- 
stero Ferrone-Pinelli nel dicembre di quell'anno, il Gioia ebbe commissione da 
Carlo Alberto di formare un ministero di conciliazione, ma, tornati vani i suoi sforzi, 
ritirossi nella sua città nativa; cacciatone dal duca di Parma, dopo la battaglia 
di Novara, tornò in Piemonte, ove tre collegi elettorali, il 40 di Torino, e quelli 
di Staglieno e di Alassio lo scelsero per loro rappresentante nella 4» legislatura. 
Il 22 marzo 1850 fu nominato senatore del regno. Della stima in che lo aveva il 
conte di Cavour è buon documento la Lettera CTI. 

(1) Da una lettera inedita del conte Gustavo Ponza di 8. Martino, in data 15 
ottobre 1849: « Oggi sono stato più di due ore col Ee a Moncalieri, ed ogni giorno 
mi confermo maggiormente nell'idea, ch'egli non solo è pieno di buona volontà, 
ma che possiede inoltre una singolare accortezza di vedute, e un discernimento 
speciale per gli affari... » E in un'altra lettera di pochi giorni appresso: u Egli 
(il Ee) ha avuto ieri sera lunghissimo colloquio coi capi della sinistra, e gli ha 
conquistati tutti, sia pel suo fare schietto e risoluto, e tra per l'essersi chiarito 
cosi pratico negli affari del paese. Josti poi ne rimase ammaliato, e venne da me 
a farne plauso. 

(2) Usando il dialetto piemontese, il Ee si servi di una frase, non stampabile, 
ma il cui senso, con mitigazione di termini, è questo. 

(3) Da una lettera privata, inedita, del La Marmerà al Petitti colla data di 
Milano, 27 marzo 1861: « ... Per ben tre volte indussi il Ee a prenderlo (Cavour) 
per ministro, malgrado la repugnanza che mani fé biava... n 



— 165 — 

Prima però d'entrare in ufficio il Cavour (narra il Massari) volle, 
in compagnia del conte Eolico Martini e Filippo Cordova, colla- 
boratore del Risorgimento, recarsi a diporto in alcune provincie 
del regno e profittare anche di quella escursione per meglio cono- 
scere le condizioni del paese e per raccogliere utili nozioni di fatto 
sull'andamento dell'industria e dei commerci Visitò Biella; andò 
sili lago Maggiore e si fermò a preferenza ad Intra. A Strada fa 
cordialmente ospitato dal Rosmini, che per la comunanza degli 
studi filosofici era legato da vincoli di stretta amicizia col fratello 
marchese Gustavo di Cavour. In casa del Rosmini conobbe il Man- 
zoni ; che egli amò ed ammirò molto, e dal quale venne apprezzato 
come uomo destinato a far grandi cose. « Quell'omino (diceva con 
la sua consueta bonomia il grande poeta all'amico Giovanni Ber- 
chet, che in quei mesi villeggiava a Pallauza con la famiglia Ar- 
conati), quell'omino promette bene assai. » L'argomento della con- 
versazione fu l'Italia, i suoi destini; il poeta pensava con serena 
fiducia della unità nazionale; il Rosmini col benevolo sorriso pareva 
dicesse al Manzoni: lasciate troppo libero il volo alla vostra fan- 
tasia; il Cavour si fregava le mani, e di tratto in tratto escla- 
I mava: « qualche cosa faremo. » 

Nel Risorgimento dell'I 1 ottobre si leggeva: « Questa mattina 
il conte Camillo Cavour prestò giuramento a S. M. il Re nella 
sua qualità di ministro d'agricoltura e commercio. » E il di se- 
guente: 

Chiamato da S. M. a far parte del ministero, il sottoscritto dichiara 
di cessare dal giorno d'oggi di partecipare alla direzione del giornale 
il Risorgimento. 

Nel separarsi da coloro ch'egli ebbe a compagni in questi tre anni 
nell'ardua camera del giornalismo, egli prova il bisogno di rendere 
pubblica testimonianza dei sentimenti di stima, di simpatia e d'amicizia 
che lo tennero strettamente ad essi unito nelle dure prove ch'ebbero a 
sopportare insieme ; sentimenti ch'egli spera dureranno inalterabili. 

C. Cavoub. 

Più savio del giovane Pitt che aveva rifiutato di far parte del 

I gabinetto del 1732 perchè il luogo assegnatogli era inferiore alla 

sua aspettazione, Camillo Cavour non aveva disdegnato un luogo 



— 1«6 — 

secondario nel gabinetto presieduto dall'Azeglio. Per lai l'importante 
era di entrare; una volta entratovi, tenevasi sicuro di essere presto 
padrone della situazione. Non è temerario l'asserire che egli noverò 
i giorni in capo ai quali il ministro delle finanze, # coei bersagliato 
nel discorso del 2 di luglio, gli avrebbe ceduto di buona o mala 
voglia il portafoglio. 

È curioso prendere nota del modo nel quale la Concordia, sta- 
tagli costantemente nemica, accolse la notizia della sua entrata al 
ministero: 

Si dà per certo (così leggevasi in quel diario al 10 di ottobre) che 
il conte di Cavour entrerà al ministero come successore del conte Santa 
Uosa nel portafoglio d'agricoltura e commercio. Il conte di Cavour è 
nostro avversario politico, epperciò non vogliamo troppo dolerci di ve- 
derlo ora al potere, questa pietra del paragone degli uomini di Stato. 
La questione clericale e la questione finanziaria, che aspettano una 
degna soluzione da tanti mesi, non ponno certo scapitare nelle mani 
del direttore del Risorgimento ^ se alle parole e alle dottrine risponde- 
ranno i fatti. 

Nella questione costituzionale desideriamo che il conte di Cavour si 
ricordi sul banco dei ministri di essere sempre stato ammiratore del- 
l'Inghilterra (1) e partigiano della rigorosa legalità e di quelle con- 
venienze parlamentari che sono come il correttivo e il complemento delle 
Carte costituzionali. Poco altro speriamo e chiediamo da lui, poiché lo 
spirito del nostro Parlamento e la prepotenza delle circostanze non ci 
consentono per ora che di far voti per un ministero di legalità e di 
buona amministrazione. È al paese e alla pubblica' opinione, è agli 
elettori che ci rivolgeremo per confortarli ad affrettarsi sulla via del 
progresso nazionale e ad avviare le nostre istituzioni in modo che 
presto sia possibile un ministero veramente politico ed italiano: e i 
giornali democratici non sieno più costretti a salutare l'assunzione del 
conte Cavour al potere quasi come una buona fortuna. 

E alcuni giorni appresso, essendo uscito il decreto che metteva 
nelle mani del Cavour anche l'amministrazione della marina, la 
Concordia osservava: 

La separazione dell'amministrazione marittima dal dicastero della 
guerra e la costituzione di un ministero di marina e commercio sotto 



(1) Due anni avanti, giusto al 7 di ottobre, la Concordia metteva in barletta il 
conte di Cavour chiamandolo lord Cavour, accusandolo di jtrendere lettoni di in- 
glese da sir Balph Abercromby, di essersi inglesato per poter entrare nella Camera, 

di sostenere con la sua voce inglese il ministro dell'agosto, ecc. I Ed ora gli 

, si faceva un titolo di lode per la sua ammirazione dell'Inghilterra ì Tempo ga- 
lantuomo! 



— 167 — 

la direzione del conte di Cavour, è un avvenimento al quale noi at- 
tacchiamo la più alta importanza. 

Non intendiamo giudicare anticipatamente l'operato del nuovo mi- 
nistro: attendiamo dai fatti il diritto di portare sull'amministrazione 
un maturo e ragionato giudizio. Noi riconosciamo il sapere del conte 
di Cavour, ma lo ripetiamo, non possiamo persuaderci come egli, non 
marino, nò militare, creerà ed avvierà una marina guerriera. Il com- 
mercio, la sua marineria, col benefizio del tempo e delle sue cure, potrà 
forse svilupparsi e prosperare, mentre quella di guerra risveglia in noi 
i più vivi timori, a meno però che noi non fossimo, per soverchio af- 
fetto, caduti in un deciso inganno. Qualora ciò avvenisse, noi saremo 
i primi a riconoscere il nostro errore, appoggiando il nuovo ministro di 
marina e commercio. 

Qui potrebbero aver fine le presenti Notizie, perchè la vita del 
conte di Cavour, da quando entrò nel ministero Azeglio, è tanto 
nota quanto lo è poco in generale la sua vita precedente. Oltreché, 
a cominciare da quel tempo, sono più abbondanti le Lettere conte- 
nute in questa raccolta, che descrivono e illustrano i suoi disegni 
e i suoi andamenti. Ma dacché le Lettere in discorso né dicono 
tutto, né sempre possono tener la vece di un giudicato storico, e, 
per altro verso, la ripetizione di cose anche da tutti sapute, non 
può tornare affatto infruttuosa, ci risolviamo a recare a compimento 
queste Notizie, restringendoci ai punti sostanziali della biografia 
del nostro insigne statista. 



[1850-1851] — Vedemmo più addietro come fa accolta la nomina 
del Cavour da coloro i quali erano stati i più spietati, i più per- 
severanti suoi avversari politici e personali. Importa ora tener 
conto di un altro drappello parlamentare, numericamente ancora 
poco importante, ma che in questo tempo cominciava ad acquistar 
credito nell'Assemblea, grazie sovratutto all'abilità del suo capi- 
tano e al valore intellettuale de'. suoi seguaci. Ognuno intende che 
alludiamo al centro sinistro, che, come narrammo a suo luogo, s'era 
costituito, per opera di Urbano Rattazzi, nei primi tempi della 
terza legislatura, apertasi ai 30 di luglio del 1849,' e che colla 
presentazione della proposta Cadorna, concernente i profughi lom- 
bardi, aveva dato origine a quel tempestoso dibattito, il cui risul- 
tato costrinse il ministero Azeglio a fare appello un'altra volta ai 
comizi elettorali. 



— 168 — 

Combattuto vivamente dal ministero, e debolmente spalleg-giat 
dalla sinistra, quel partito era tornato nella nnova Camera assa 
stremato di numero. Impaziente di dar segno di vita in cospetti 
del pubblico, e di tastare ad un tempo il nuovo terreno di manovra 
il Battezzi credette di aver trovato una buona occasione nella prò 
posta stata fatta dal ministro Nigra di emettere altri quattro mi 
lioni di rendita per far fronte ai crescenti bisogni del tesoro (1), 
Perciò nella tornata del 23 gennaio (1850) domandò > al ministre 
delle finanze gli mostrasse il contratto e il conto delTimprestito 
anteriormente conchiuso, affine, così disse, di « illuminare » il pro- 
prio voto. Il Nigra fu sollecito di dare i più minuti e precisi schia- 
rimenti in proposito, ma l'interrogante, non stimandosi abbastanza 
u illuminato, » propose formalmente che il contratto fosse comu- 
nicato alla Camera. Commise un grave errore di tattica; infatti 
la mozione, respinta dalla maggioranza, e non secondata dalla si- 
nistra — lieta di potere a così buon mercato concorrere all'umi- 
liazione di antichi colleglli — potè raccogliere a stento in suo favore 
una diecina di suffragi. 

Questo esperimento parlamentare non era il più acconcio a lu- 
singare le speranze del centro sinistro, il quale rimise della sua 
audacia, e giudicò miglior consiglio seguire una via più prudente. 
Presto però gli aprì l'animo alla fiducia l'atteggiamento di una 
parte assai notevole della destra di fronte alla legge per l'abolizione 
del foro ecclesiastico : e invero, una riforma della maggioranza con 
elementi di centro sinistro e di centro destro dovette sembrare, piò 
che possibile, probabile al Eattazzi dopo il discorso pronunciato dal 
conte di Cavour ai 7 di marzo. Ma oltreché nell'animo di quest'ul- 
timo era ancor troppo recente il ricordo dell'imperizia dimostrata 
dai principali uomini del centro sinistro nel 1849 (Lett. CXXH); 
perchè egli meditasse di riunirsi con essi, e per giunta la forza nu- 
merica di questo partito non era abbastanza considerevole perchè 
fosse apprezzato secondo il suo merito, la destra rese vani i disegni 
del Eattazzi col proseguire ad appoggiare il gabinetto non ostante 
la sua politica ecclesiastica. 

L'entrata del Cavour nel ministero, dopo l'audace suo discorso 



<1) Vedi Appendice, N. IV. 



— 169 — 
del 2 di loglio, fa salutata dal Battazzi come il primo passo a una 
riforma della maggioranza sa nuove basi. Sebbene non avesse re- 
lazioni personali col nuovo ministro, egli ebbe come una intuizione 
dell'aiuto che questi gli avrebbe dato presto o tardi per trarlo da 
quello stato d'isolamento. La tattica cbe il Battazzi segui, per en- 
trare nelle grazie del conte di Cavour, si vede chiara negli ar- 
ticoli della Croce di Savoia, che il centro sinistro aveva creato 
per difendere le proprie idee: 

Il governo (cosi questo giornale, nel suo N° dell' 11 ottobre) dichia- 
randosi solidale del programma Cavour del 2 luglio, acquista quella 
forza che noi, tutto il paese e tutta l'Italia, gli desideriamo in questo 
momento. Noi non andremo a cercare se la destra si manterrà com- 
patta o lasciera germogliare qualche risentimento privato. Non è da 
una maggioranza numerica e manipolata che noi aspettiamo la forza 
governativa. Noi crediamo poter prevedere che, dal momento in cui 
il ministero si è dichiarato per le riforme, in difetto delle quali il par- 
tito Cavour aveva schiettamente promesso cbe gli ritirerebbe ogni 
a PP°ggio, da quel momento l'importanza dell'antica maggioranza è 
finita. Destra, centro e sinistra, tutti saranno costretti ad offrire un 
nuovo appoggio al governo. 

Gli intenti e le speranze del centro sinistro si palesano anche 
meglio in un articolo del 25 ottobre, pieno di lodi al conte di Cavour 
per una circolare da lui spedita ai sindaci sull'abolizione della tassa 
sul pane, preludio delle importanti riforme economiche che avrebbe 
operate. 

Il conte di Cavour é, con questo primo atto della sua amministra- 
zione, una prova evidente di quanto abbiamo detto in cento occasioni 
in questo giornale. I partiti in Piemonte sono mal classificati. Bi- 
sogna che si ricompongano, e che le loro molecole sparse si fondano 
in un nuovo aggregato e se ne formi un partito della intelligenza. 
Quando si lanciano nella sfera della pubblicità atti di questa natura 
e di questo merito, il pubblico respira. Ciascuno è obbligato a dire a 
se medesimo: noi siamo finalmente governati, vi è uno spirito che 
veglia ai nostri veri interessi. Bisogna aiutarlo. 

Riapertasi la Camera ai 5 di novembre, i primi atti di essa non 
risposero all'aspettativa del centro sinistro. La maggioranza votò 
compatta pel candidato ministeriale alla presidenza della Camera, 
Pier Dionigi Pinelli, il quale riuscì eletto al primo squittinio con 
71 voti, dovechò la candidatura del Battazzi non ne raccolse 
che 21 ; la sinistra votò per un candidato suo proprio, il Cabella, 



— 170 — 

con 13 suffragi. « Questo voto (scrìveva il giorno appresso la Croce 
di Savoia) annuncia che l'antica maggioranza rimane quale era 
alla fine della sessione prorogata, e che i fatti deplorevoli avve- 
nuti nell'intervallo (1), ben lungi dal farvi nascere una velleità di 
divisione, l'hanno resa più salda e più compatta. » 

La discussione sull'imposta dei fabbricati, avvenuta in principio 
della nuova sessione parlamentare, inauguratasi ai 26 di novembre, 
offri al centro sinistro la prima opportunità di spiegare la sua 
bandiera. Nella tornata del 17 di dicembre 1850, l'on. Rattazzi, 
in termini temperati ma risoluti, propose che, prima d'iniziare la 
discussione, il ministero recasse in atto il programma esposto dal 
conte di Cavour ai 2 di luglio, in quel che si riferiva alla pre- 
sentazione dei bilanci. « Il ministero non può nò deve dissimu- 
larsi (soggiunse il capo del centro sinistro), che esso non potrà 
salvarsi dai colpi del partito, che lo minaccia sordamente e con 
astuzia, se non coll'inalberare allato della bandiera della modera- 
zione quella della fermezza, dell'attività e del progresso, e col met- 
tere, per conseguenza, una mano ferma e sicura a favorire quelle 
riforme, che sono nei voti di tutti, e senza le quali non potrà mai 
sperare, né in questo Parlamento né fuori, un vero e sincero ap- 
poggio, n 

11 linguaggio era abbastanza altiero in bocca di un, capitano 
di poco più che venti soldati, il quale, un mese e mezzo prima, 
aveva avuto modo di accertarsi che il ministero poteva fare asse- 
gnamento sull'appoggio di una ragguardevole maggioranza. Ecco 
alcuni brani della risposta del conte di Cavour: 

Non era mio intendimento di prendere la parola intorno alla que- 
stione pregiudiziale, e avrei amato meglio lasciare all'onorevole mio 
collega, il ministro delle finanze, e al E. Commissario' (2) la cura di 
combattere gli argomenti che l'onorevole preopinante ha teste esposti 
alla Camera intorno alla proposta medesima; ma siccome egli, nel- 
l' esordire del suo eloquente discorso, ha creduto poter trarre argo- 
mento di biasimo pel ministero, e forse di rimprovero, d'inconseguenza 
per me ... 

BaUazzi. Domando la parola. 

Cavour .... ponendo in confronto un discorso che io pronunciai in 



(1) Lettera CXXXVII. 

(S) Il causidico Giuseppe Arnulfo deputato di Andorno. 



— 171 — 

questa Camera, se non erro, il 2 di luglio, cogli atti del ministero al 
quale sono associato, io ho creduto dovere, senza porre dimora, rispon- 
dere a questa imputazione. 

Anzitutto mi fo premura di dichiarare che, lungi dal ricusare il di- 
scorso che ho pronunciato il 2 di luglio, lungi dal ripudiarne una frase 
od una parola qualunque, io sarei all'incontro disposto a ripeterlo da 
questo banco, come lo pronunciai sedendo sugli stalli dei deputati. 

Valerio Lorenzo. Anche quanto riguarda i comandanti? 

Cavour. Anche in quella parte (Ilarità). Ringrazio il deputato Va- 
lerio di avermene fatto risowenire, e poiché egli lo desidera, su questo 
punto gli darò a suo luogo ogni opportuna spiegazione. 

In quel discorso, se la memoria non mi falla, io diceva essere dovere 
del ministero di presentarsi alla Camera, alla nuova sessione, col bi- 
lancio del 1851 redatto in modo che vi si scorgessero sancite le mas- 
sime approvate dalla Camera nella discussione del bilancio del 1850. 

10 confesso schiettamente che questa dichiarazione non ebbe pieno 
effetto. Addurrò i motivi perchè ciò rimase in parte ineseguito, e del- 
l' equità di questi motivi io penso che tutti i membri della Camera, su 
qualunque banco essi seggano, saranno soddisfatti. 

Se non si procedette ad una riforma nel sistema amministrativo e 
di contabilità, se non si diede opera a stabilire norme più precise e 
sui residui e sulle relazioni fra i ministeri e le aziende, io porto ferma 
opinione che ciò avvenisse perchè, se non difficile, è quasi impossibile 
il presentare un, bilancio reale, che corrisponda alle massime sancite 
da questa Camera. 

Prima che io entrassi a far parte del gabinetto, ebbi la certezza 
che il ministero si preoccupava di una riforma in questi due rami, cioè 
nel sistema di contabilità e nel sistema amministrativo; ma, signori, 
quanto è più facile lo scorgere gl'inconvenienti, gli errori, gli abusi 
di un sistema, altrettanto è più difficile il trovare i rimedi adattati (1). 

11 governo, deciso d'occuparsi con solerzia di questa gravissima que- 
stione r si è rivolto agli uomini più consumati nell'amministrazione, e 
di più, quello tra i miei colleghi, il cui dicastero ha la più larga parte 
nell'amministrazione, ha affidata ad un ufficiale distinto l'onorevole 
missione di visitare i paesi più avanzati in fatto d'amministrazione, 
per istudiare questo ramo d'economia pubblica (2). 

Potrà parere a taluno non esservi nulla di più agevole ad eseguirsi 
che il sostituire- al sistema attuale un altro sistema, e che questo si 
possa improvvisare in pochi giorni ed anche in pochi mesi. 

Io, in verità, non divido quest'opinione, io sento profondamente la 
necessità delle riforme, e il ministero tutto ha là ferma volontà di 
operarle; ma appunto perchè devono essere gravi, egli reputa dovervi 
procedere con maturità e lentezza; 

Dirò di più, se pur m'è lecito di parlare di me particolarmente in 
wtesta questione; che appunto perchè sono entrato al ministero con 
un'idea preconcetta della necessità delle riforme, perchè appunto fui 
sempre contrario ai pregiudizi di coloro che sono nati e cresciuti in 
questo sistema d'amministrazione, per queste ragioni, dico, io reputo 



(1) Storia vecchia e sempre nuova! 

(2) Agostino Petitti. 



— 172 — 

che maggior obbligo m'incomba di procedere ad un maturo stadio ed 
esame della questione prima di por mano a quelle riforme per le quali 
io aveva una decisa inclinazione molto tempo avanti di entrare al 
ministero . . . 

Mi rimane a rispondere alle interpellanze dell'onorevole deputato di 
Casteggio, che mi appone d'aver parlato, nel mio discorso del 2 luglio, 
per la soppressione delle funzioni dei comandanti di piazza, i quali 
sussistono tuttora. Dirò francamente che di questi comandanti una 
parte fu soppressa ed una parte mantenuta per riguardo alle spiega- 
zioni date in proposito dall'onorevole ministro della guerra, spiegazioni 
che a me parvero molto soddisfacenti e che credo sembreranno anche 
tali alla Camera quando sarà chiamata a pronunciarsi sulla questione. 

Il ministro della guerra ci ha esposto che il sistema dei comandanti 
si collegava strettamente col sistema di organizzazione che egli stava 
per sottoporre alla Camera, intorno all'armata di riserva. Quando questo 
argomento verrà in discussione, il ministro della guerra spiegherà molto 
meglio di me come possa essere utile di avere in ogni paese un uffi- 
ziale superiore che abbia la tutela e il comando dei soldati che sono 
a casa in congedo temporario; questa è una quistione di organizza- 
zione militare, ed in essa io trovo il mio onorevole collega molto più 
competente di me ; quindi, avendo io trovate appaganti le sue spiega- 
zioni, le ho provvisoriamente accettate finché la questione venga dal 
Parlamento discussa e decisa : quando poi il Parlamento giudicasse che 
i comandanti non giovano all'organizzazione dell'armata di riserva, e 
che volesse altrimenti provvedere, non sarò io certamente che ne op- 
pugnerò la soppressione. 

Non entreremo ad analizzare i tre importanti discorsi pronun- 
ciati il 18, 19 e 23 dicembre dal conte di Cavour intorno all'im- 
posta sui fabbricati ; solo ci piace riferire l'arguta risposta fatta 
nella tornata del 18 ai deputati Brofferio e Josti, i quali fecero le 
alte meraviglie che egli avesse sentito il bisogno di spedire all'estero 
alcuni alti impiegati per studiare gli ordinamenti amministrativi. 

Per ciò che concerne l'amministrazione centrale, non si è ancora fatto 
un progetto, egli è vero, io l'ho confessato, e questa mia schietta con- 
fessione ha dato argomento di qualche celia agli onorevoli deputati di 
Caraglio e di Mortara. 

Il primo di questi onorevoli rappresentanti ha detto che quando si 
aspirava a diventar ministro, bisognava almeno essere usciti di scuola 
e non ancora aver bisogno di andarvi; l'onorevole deputato di Mor- 
tara accennò come avendo io viaggiato non doveva più aver bisogno 
d'inviare persone a studiare nei paesi esteri. 

Io risponderò con tutta schiettezza, parlando solo per me e non per 
i miei colleghi. 

Se io ho fatto degli studi generali, se ho acquistato alcune nozioni 
teoriche sull'amministrazione, confesso che non ho però potuto acqui- 
starne la pratica, non essendo mai stato in alcuna amministrazione 
pubblica, non avendo mai, pel passato, presa alcuna parte al potere f 



— 173 — 

per il che non arrossisco nel dire che vi sono molti particolari nell'am- 
ministrazione che io ignoravo quando sono stato assunto al ministero. 
Io feci ieri questa confessione con tutta schiettezza senza credere 
perciò di aver commesso un atto d'imprudenza eccessiva, accettando 
il posto di fiducia che piacque al Re d'accordarmi. Vi sono certe cose, 
o signori, che non si sanno se non si possono fare che colla pratica: 
cosi io credo che per i particolari del sistema di contabilità è neces- 
saria una certa pratica, un certo studio tutto speciale. 

Forse l'onorevole deputato di Caraglio, forse l'onorevole deputato di 
Mortara, professano l'opinione che vi siano certe cose che si ponno 
sapere senza studiarle; in questo caso, per conto mio, parteggio per 
un'altra sentenza. Altre volte, nei tempi dell'aristocrazia e del feuda- 
lismo, uno spiritosissimo scrittore, il quale ha forse molto contribuito 
all'avvenimento di un'era novella, diceva: les grande seignews savent 
twt san* rien apprettare : e può darsi che alcuno dei deputati dell'op- 
posizione sappiano molte cose senza averle studiate (Movimento a $ir 
nutra); ma in quanto a me dichiaro che ciò che non ho studiato non 
lo so per scienza infusa. 

Salvo in questa parte del discorso, nella quale il Cavour avverti 
che parlava solamente in nome suo, in tutto il rimanente egli parlò 
come se fosse già ministro delle finanze, anzi capo, propriamente, 
! del gabinetto. Più andiamo innanzi e più spicca rilevato questo suo 
j atteggiamento; onde l'Azeglio ebbe a dire un giorno scherzando a 
[Giuseppe Torelli: u Con questo ometto qui, faccio come Luigi Fi- 
%o: regno e non governo. » Così al 4 gennaio 1851, senza 
che ne fosse trattato in Consiglio, il Cavour si credette autorizzato 
& dichiarare alla Camera u essere intenzione del governo di fare 
del ministro di finanze il custode, il guardiano delle finanze dello 
Stato, e, fino ad un certo punto, il censore de* suoi colleghi » nella 
certezza, s'intende, che, fra breve, questo « censore » sarebbe 
tato egli medesimo. Non un mese dopo, ai 30 di gennaio, presenti 
il presidente del Consiglio e il ministro dell'interno (che, del resto, 
ttH&e si vedrà più sotto, lo applaudirono), parlò addirittura come 
oratore del ministero, senza che (e questo sappiamo dall'Azeglio 
Rràe&imo) egli ne avesse avuto commissione. Ecco i frammenti più 
notevoli e più significativi di questo suo discorso: 

.Signori, la discussione a cui ha dato luogo il bilancio di grazia e 
?Wizia, dopo essersi aggirata per tre giorni sopra questioni che io 
direi speciali e legali, essendo stata trasportata ieri da alcuni depu- 
tati sul terreno della politica, credo debito per parte dei membri del 
Staterò, i quali sono estranei alle questioni speciali, di unirsi essi 
Ptte al loro egregio collega, l'onorevole guardasigilli, per manifestare 



— 174 — 

i loro sentimenti e difendere la politica del gabinetto, così acremente 
e violentemente attaccata (Movimento generale di attenzione). 

... Le vere accuse, quelle che rivestirono un carattere politico, si 
aggirarono su due punti. 

Il primo relativo alla composizione della magistratura, l'altro spe- 
ciale alle cose di Savoia. 

. In quanto alla magistratura, io non farò che ripetere in modo espli- 
cito la già fatta dichiarazione del guardasigilli, alla quale il ministero 
tutto intero si associa in modo assoluto. 

Il ministero reputa che la magistratura subalpina, considerata nel 
suo complesso, sia una delle nostre glorie nazionali : esso quindi non 
potrebbe aderire a nessuna mozione che tendesse a gettare un voto di 
sfiducia e di biasimo sulla medesima, 

Non pare al ministero che si abbia a sottoporre ad una specie di 
Commissione d'inchiesta il corpo intero della magistratura (Bisbiglio 
a sinistra, Voratore si rivolge a questo lato). 

Signori, il ministero è stato accusato con molta veemenza; io spero 
che il lato della Camera d'onde partirono le accuse vorrà sentire le 
sue difese. Bene è noto come le interruzioni non abbiano la virtù di 
muovermi (Bravo ! Bene ! dalla destra). 

Il ministero, ripeto, respingerebbe in modo assoluto qualunque voto 
che avesse per effetto diretto od indiretto d'imprimere un marchio di 
biasimo o di sospetto sulla magistratura (A destra: Bravo! Bene!) 

Esso sente quanto ogni altro membro di questa Camera la gravità 
dell'evento che mutò le nostre sorti politiche. 

Esso conosce quant' altri come sia grande il mutamento operato dallo 
Statuto ; ma pensa altresì che lo Statuto non débbe paragonarsi ad una 
Rivoluzione. 

Ben altro, a parer suo, debbe essere il modo di procedere quando 
un paese, per le vie legali, senza commozioni e lotte intestine, tra- 
passa da un regime politico ad un altro, e quando le libertà vengono 
conquistate a mano armata, e sono il risultato di un violento rivolgi- 
mento (Bene!). 

Esso considera lo Statuto come un patto di unione e di concordia, 
e non già come condizione di pace dettata da un partito vittorioso al 
potere assolutocene/ Bravo!). 

Esso non crede quindi si debba sottoporre ad inquisizione tutto il 
passato della magistratura, e ripudiarsi tutta l'antica storia del nostro 
Stato prima del 1848. 

Siffatti sentimenti, mi permettano di dirlo i membri della sinistra 
della Camera, non possono essere da alcuno biasimati. Che se gli ono- 
revoli deputati, che appartengono a quel partito, volessero gettare un 
marchio di disapprovazione su tutto il passato politico del Piemonte, 
come mai si potrebbe aver fede nella sincerità del culto che essi pro- 
fessano pel magnanimo re Carlo Alberto, che pur resse per diciotto 
anni questo paese prima di largire lo Statuto? (Bravo! a destra). 

Valerio Lorenzo. Domando la parola. 

Cavour. Ma se il ministero si crede in debito di fare queste solenni 
dichiarazioni, esso, per organo del signor guardasigilli, ha pure affer- 
mato che in mezzo a questo corpo illustre vi sono certamente alcune 
eccezioni, e che il governo na ferma intenzione di sceverarle dal corpo 
medesimo (Vivi segni di generale approvazione). 



— 175 — 

Molte voci a sinistra. Bene! Siamo d'accordo. 

Cavour. H ministero ha dichiarato che quantunque grave, quantunque 
doloroso sia il dovere di compire questa separazione, egli avrà il co- 
raggio di adempierlo (Bene/ Bravo/). 

Io credo con ciò aver risposto alla prima serie di accuse contro il 
ministero ; ed i segni di approvazione che partono da questo lato (In- 
dicando la sinistra) m'inducono a sperare che la mia risposta sia in- 
tiera e soddisfacente. 

Vengo ora al punto più delicato, a quello che riflette le cose della 
Savoia. 

Per non allungare di troppo questa citazione, tanto più che l'ar- 
gomento non avrebbe un interesse speciale in una biografia del 
conte di Cavour, riporteremo soltanto quei brani che lo riguardano, 
diremo cosi, personalmente. 

Fu accusata una parte della magistratura savoiarda, ed in specie il 
Ministero Pubblico, di non reggere equamente la bLancia della giustizia, 
di amministrare il potere che gli ò affidato, non nell'interesse del giusto 
e del vero, ma sì nell'interesse di un partito..-. 

Io comincio per dichiarare che sono schiettamente, apertamente sin- 
cero amico della libertà della stampa; l'ho propugnata prima di entrare 
al potere, l'ho propugnata in tutti i tenpi ; l'ho propugnata quando i 
miei avversari politici reggevano la somma delle cose, e proponevano 
leggi di eccezione ; ed io certamente, sui banchi del ministero, non 
ismentirò mai questi principii. Tuttavia riconosco esservi delle circo- 
stanze, in cui sia opportuno, necessario anzi, valersi dei mezzi legali 
per reprimere certi abusi della stampa, e credo altresì che l'uso di 
questi mezzi legali debba dipendere in molta parte dalle circostanze, 
che accompagnano il supposto delitto. Io penso che debba essere nella 
prudenza e nella discrezione del Ministero Pubblico non solo di deter- 
minare se siavi o no stato delitto, ma ancora se siavi opportunità di 
tradurre il delitto avanti il magistrato. Vi possono esser delle circostanze, 
in cui si richiegga maggiore, in altre minore severità. Ebbene, io 
credo sinceramente che le condizioni speciali della Savoia abbiano po- 
tuto in origine giustificare quella maggiore severità del Ministero 
Pubblico, e ne darò i motivi. 

Voi non potete dimenticare qual tremendo effetto produssero sull'o- 
pinione pubblica europea, sull'antica opinione così detta liberale, le esor- 
bitanze, i disordini, le esagerazioni che seguirono in Francia nello scon- 
volgimento del 1848. Ricorderete quale sgomento, quanta perturbazione 
portò negli animi anche i più forti, anche i più elevati, quell'avveni- 
mento. 

Io mi sovvengo di aver veduto partire da Torino, nell'inverno del 
1848, uomini che si dicevano molto più liberali di me, e di averli ve- 
duti ritornare infinitamente più conservatori di quello che io non sia. 
Credo che anche i membri più decisi che seggono da quel lato (A si- 
nutra), se avessero assistito ai disordini di Lione, alle giornate di 
giugno a Parigi, forse non avrebbero una fiducia così intera, così as- 
soluta nelle idee di progresso indefinito. 



— 176 — 

Che questa preoccupazione, che era vivissima in Francia, si sia co- 
manicata alla Savoia, è cosa naturalissima. La Savoia, la quale aveva 
accanto a sé, sotto i suoi occhi, si può dire lo spettacolo della citta di 
Lione, il quale fu certo il più triste di tutta la Francia a quell'epoca, 
naturalmente se ne preoccupò vivamente. In essa l'opinione di una parte 
notevolissima di coloro, che prima del 1848 e dopo professavano idee 
liberali, si preoccupò altamente dei pericoli delle esagerazioni francesi 
delle dottrine socialistiche 

In tali condizioni io non trovo strano che il Ministero Pubblico abbia 
creduto utile ed opportuno di spiegare una maggiore severità. (Sen- 
sazione)» 

Ma in Piemonte ciò non avvenne, fu detto. In Piemonte però siffatte 
preoccupazioni non esistevano, né avevano motivo di esistere, sia perchè 
il paese era assorto in tu tt' altre occupazioni molto più alte, molto più 
generose; sia perchè, grazie a Dio, Ù nostro paese non è minacciato 
dai pericoli, di cui è minacciata la società francese, perchè presso di 
noi havvi molto più senso pratico, anche nelle persone che professano 
idee avanzate in politica 

L'onorevole deputato Carquet sul finir del suo discorso asserì che 
durò antipatia per il Piemonte nei Savoiardi, finché durò la guerra e 
che la simpatia della Savoia era il punto dell' allontanamento da ogni 
idea di guerra. (Con forza)» Io contro queste parole protesto e protesto 
solennemente (Bravo! a destra). 

10 pure traggo la mia origine dalla Savoia; e benché non abbia mai 
avuto l'onore di essere deputato di quelle generose contrade, pure 
sento che mi corre ancora nelle vene sangue savoiardo; e nel sentire 
siffatte ingenerose parole, questo sangue mi chiama a protestare (e pro- 
testo in modo da non essere smentito da nessuno della Savoia) che ove 
la patria ed il Re dovessero fare appello ai figli del paese, ove si trat- 
tasse di accorrere alla difesa dell'oltraggiata nostra bandiera, i Sa- 
voiardi darebbero una solenne mentita al deputato di Saint-Maurice, e 
si troverebbero a combattere con noi. 

Vari deputati della Savoia alla destra. Oui! oui! Bravo! 

Cavour. Io credo di non cader in errore dicendo che le amare parole 
del deputato Carquet non hanno punto rallegrato ieri gli amici della 
libertà, ma saranno invece accolte con plauso e con gioia, e con gioia 
infernale, dalla parte reazionaria (Bene! Bravo!). 

Dette queste sdegnose e calde parole, le quali ci fanno tornare 
in mente quelle egualmente sdegnose e calde contro Ton. Cagnardi, 
ai 26 luglio del 1848, in un argomento della medesima natura, il 
conte di Cavour chiuse il discorso facendo le seguenti dichiarazioni 
in nome del ministero: 

Giacché sono stato indotto a portare la questione sul terreno poli- 
tico, terminerò questo mio discorso col ripetere in poche parole la tante 
volte esposta professione di fede del ministero (Udite! udite!). 

11 ministero crede aver una duplice missione a compiere, vale a dire: 



— 177 — 

procedere all'applicazione larga delle idee liberali, allo svolgimento dei 
principii che inchinde lo Statato; ma mentre stima dover progredire 
largamente nelle rie delle riforme, crede altresì suo dovere combattere 
apertamente, energicamente ogni tentativo dei partiti estremi, dei par- 
titi che hanno le loro radici fuori dello Statuto, sotto qualunque 
aspetto essi si presentino, sia che si coprano del manto ipocrita della 
religione, sia che si alzino coll'aspetto minaccioso della rivoluzione. 

A questo duplice dovere il governo vorrà adempiere per certo. Egli 
sa che la missione di riformare e di porre in armonia l'antico con un 
nuovo ordine di cose è malagevole e difficile, non dissimula che in 
questo incontrerà molti e grandi ostacoli, ma egli ò deciso a compierla, 
e la compierà sicuramente, se non gli fallirà, come spero, il concorso 
del Parlamento e la fiducia di che lo onora il magnanimo Principe. 

Se però esso venisse a riconoscere che per fatto degli uomini o delle 
cose per ragioni inteme od esterne, non potesse più procedere nella 
via delle riforme; se esso fosse obbligato di sostare, di soffermarsi in 
uno statu quo, immediatamente deporrebbe il potere (Sensazione). 

Tutti gli uomini che seggono su questo banco, hanno, durante l'in- 
tiera loro vita, professate opinioni liberali, hanno dimostrata la neces- 
sità di procedere a riforme economiche, giudiziarie ed amministrative. 
Quando una forza fatale rendesse queste ineseguibili, essi, chinando il 
capo davanti alla necessità, larderebbero ad altri più atti l'opera ingrata 
di reggere le cose in uno stato di assoluto conservantismo. Se però ciò 
accadesse, essi deporrebbero il potere con mente tranquilla, con animo 
sereno e con fronte alta, perchè avrebbero allora, come adesso, la pura 
coscienza d'essersi per nulla meritati i rimproveri che lanciava contro 
di loro l'onorevole deputato Carquet (Applausi dalla destra e dal cen- 
tro. — Il presidente del Consiglio e il ministro dell 'interno fanno 
cenni di viva approvazione al loro collega oratore). 

In sostanza, chi ben guardi, questo era il programma del mini- 
stero, e il conte di Cavour mostrò di saper interpretare abbastanza 
bene gli intendimenti de' suoi colleghi, perchè essi attestassero 
palesemente la loro approvazione al linguaggio dal lui tenuto. Se- 
nonchè la smania di parlare in ogni qualsiasi argomento, senza 
conoscere a fondo le idee de* suoi colleghi — o fors'anche perchè, 
conoscendole troppo bene, stimasse opportuno e giovevole alla causa 
del gabinetto manifestare le proprie — non poteva, a lungo an- 
dare, non essere origine di dissapori o dissensi, e rendere assai 
difficile la condizione del gabinetto. Citeremo, per esempio, la con- 
troversia avvenuta, mentre si discuteva il bilancio della pubblica 
istruzione, sopra la competenza del governo ad ingerirsi nell'inse- 
gnamento ecclesiastico. Il conte di Cavour, come dai suoi scritti e 
dalle sue Lettere apparisce, era un caldo fautore di tutte le libertà 
e per conseguenza eziandio della libertà religiosa. Anche quando 
imperavano i gesuiti in Piemonte, ai quali imputava la servitù 

12 — Voi. L Lettere di C. Cavour. 



— 178 — 
intellettuale del proprio paese, non dubitava di rimpiangere le per- 
secuzioni a cui essi erano fatti bersaglio in Francia (1844), e scri- 
veva all'amica sua, contessa de Circourt: « Je voudrais, dans 
Tintérét de l'humanité, qu'on pùt traiter avec les jésuites et leur 
concéder, dans les pays d'où ils sont exclus, trois, quatre, dix fois 
plus de liberto qu'ils n'en accordent dans les pays où ils dominent » 
(Lettera LXII). Conforme a questo suo modo di sentire, avendo 
inteso l'onorevole Asproni querelarsi, nella tornata del 13 di 
marzo, che nei seminari del regno s'insegnassero « dottrine di lassa 
morale e corrompitrici, » e invocare la vigilanza e i rigori del 
governo, il conte di Cavour, senza dirne motto al ministro d'istruzione 
pubblica sedentegli a fianco, prese immediatamente la parola e si 
espresse nei seguenti termini: 

Io protesto altamente contro le dottrine esposte dal signor deputato 
Asproni (Bravo/ bravo/ a destra), 

10 non reputo che il governo debba intromettersi nell'insegnamento 
dei seminari (segni di adesione a destra), perchè questo sarebbe asso- 
lutamente contrario ai principii di libertà sanzionata dallo Statuto, 
e sarebbe un atto di assolutismo il più funesto che si potrebbe com- 
mettere. 

11 deputato Asproni ha parlato di seminari. 

Siffatta questione, il mio egregio collega l'ha già asserito (1), è 
gravissima, e non si può immediatamente sciogliere senza che si pren- 
dano mature riflessioni. 

Per me, se dovessi esprimere un'opinione, non come ministro, ma 
come cittadino, io credo che il governo debba rimanere estraneo al- 
V insegnamento della teologia, e che la vigilanza su questi studi debba 
essere affidata interamente ai vescovi (Segni d f approvazione a destra 
e rumori a sinistra). 

I vescovi facciano i teologi e non i deputati, e nella stessa guisa 
il governo sia governo e non teologo (Bene/ bravo/ a destra ed al 
centro). 

Ciascuno, o signori, esercita il suo ministerio; il potere civile prov- 
veda all'insegnamento delle scienze civili ed il delicato vigili sull'in- 
segnamento del clericato (Bene/ a destra). 

Asproni. E le scienze morali? 

Cavour (con forza). Noi siamo liberi di credere o non credere, siamo 
liberi di scegliere per direttore spirituale 

Asproni. Domando la parola. 



(1) Prima che l'Asproni parlasse, il ministro Gioia aveva infatti dichiarato che 
la questione era troppo grave per essere in occasione del bilancio discassa e decisa, 
e s'era perciò astenuto dall'entrare in merito. 



— 179 — 

Cavour. Noi siamo liberi di scegliere per direttore spirituale chi 
vogliamo. 

Se nei seminari adunque si insegna una cattiva morale, noi sceglie- 
remo per direttori spirituali altri teologi, i quali saranno stati alla 
scuola del signor Asproni (1), o di altrettali professori (Risa prolun- 
gate di adesione a destra e mormorio a sinistra). 

L'onorevole Sineo affrettassi di notare la contraddizione ira queste 
parole del ministro di marina, d'agricoltura e commercio e la di- 
chiarazione del ministro d'istruzione pubblica. 11 quale, in pubblico, 
sostenne che la contraddizione non esisteva « se non in apparenza, » 
che vi poteva essere « qualche leggera differenza nelle ragioni ad- 
dotte, dall'uno e dall'altro dei ministri, » ma sostanzialmente tutto il 
ministero era d'accordo in ciò che venisse sospesa ogni mutazione 
agli ordini vigenti per farne oggetto « a miglior tempo » di una 
legge speciale. Però in privato, si dolse assai vivamente col collega, 
che, coll'intempestivo suo linguaggio, avesse cercato di pregiudicare 
una questione che entrava nella competenza del ministro della pub- 
blica istruzione. 

11 conte di Cavour che, in fondo, come assai bene lo aveva qua- 
lificato il La Marmora, era « un gran buon diavolo, » fece nella 
tornata seguente un' « ammenda onorevole » per 1' « imprudenza » 
commessa, ma non senza insistere nella sentenza che « a miglior 
tempo * la questione dovesse avere uno scioglimento conforme alle 
idee da lui manifestate. 

Ieri, sul finire della tornata, l'onorevole deputato Sineo credette rav- 
visare una manifesta contraddizione tra l'opinione esposta dal mio ono- 
revole collega ed amico, il ministro dell'istruzione pubblica, e quella che 
io aveva manifestata nella mia replica all'onorevole deputato Asproni.... 

Io confesso che veramente non aveva intenzione di partecipare a 
questa discussione, per la quale non era preparato, né aveva le cogni- 
zioni necessarie per trattarla opportunamente. Però, avendo udito dai 
banchi della sinistra, voglio dire dall'onorevole deputato di Caraglio, 
e dall'onorevole deputato Asproni, massime che io stimo assolutamente 
perniciose, credetti dover sorgere a protestarvi contro ed a proclamare 
un principio assoluto, principio che io credo di suprema importanza. 
£ venendo alla questione particolare, ho detto che ove la questione 
dell'insegnamento teologico nei seminari dovesse fin d'ora ricevere una 
definitiva soluzione, la mia opinione personale (e credo che ho avuto 



(1) L'onorevole Asproni aveva r* cordato alla Camera di essere stato vari anni 
« professore di teologia morale » in un seminario di Sardegna. 



— 180 — 

cura di avvertire che tale opinione manifestava non come ministro, 
ma come individuo) era che il governo dovesse rimanervi estraneo, 
cessando però di corrispondere verun stipendio ai professori addetti a 
tale insegnamento. Io ho emesso un principio; il mio collega, il mi- 
nistro dell'istruzione pubblica, parlò di opportunità. Sulla questione 
di principio certamente io non transigerei ; della quistione di opportu- 
nità riconosco non esserne io il miglior giudice, perchè non avrei gli 
elementi opportuni per sciogliere il quesito se immediatamente su 
questo insegnamento, dato coi denari del governo, e che dovrebbe es- 
sere sotto la sua sorveglianza, sebbene ora non lo sia che imperfetta- 
mente, questa sorveglianza governativa debba cessare o no. 

Io credo quindi che non vi sia differenza fra l'opinione esposta dal 
mio collega e quella emessa da me: il mio collega è stato più pru- 
dente, io sono forse stato un poco imprudente. 

Ma poiché si è posta in campo una questione di principio, io mi 
credo in debito, ripeto, non come ministro, ma come uomo politico, di 
esporre chiaramente alla Camera quale sia in proposito il mio modo 
di vedere. E desidero che la mia opinione sia intesa chiaramente da 
tutti, dacché non voglio esser tenuto per un uomo diverso da quello 
che sono. 

Coloro i quali credono anche oggi che il conte di Cavour non 
fosse sincero quando nel 1861 proclamò il principio: Libera Chiesa 
in libero Stato, possono leggere questo discorso, e, se non parte- 
ciperanno alle idee da lui enunciate, almeno non metteranno in 
dubbio la schiettezza de' suoi convincimenti. E infatti se egli avesse 
dato retta all'interesse suo politico e all'ambizione che lo pungeva 
di cambiare il modesto grado di ministro d'agricoltura e commercio 
con quello di presidente del Consiglio, era troppo accorto per non 
vedere che la dichiarazione delle sue idee favorevoli alla libertà 
del clero lo avrebbe allontanato dalla meta ambita. Ma, uomo ve- 
ramente superiore, il conte di Cavour sdegnò i facili applausi; e 
profondamente convinto della bontà e giustezza dei suoi principii 
liberali, non che dissimularli, come avrebbe potuto, perchè era in 
campo una questione estranea al suo dicastero, volle farsi pubblico 
sostenitore dei medesimi. Le sue parole furono queste: 

Io presi ieri la parola per combattere i principii svolti dai deputati 
Brofferio ed Asproni intorno alla necessità di sottoporre l'insegnamento 
dei seminari alla diretta ed immediata sorveglianza del governo... 

Penso avanti tutto che questa politica non sia da adottarsi, perchè 
pecca da un lato che è il più importante di tutti, quello, cioè, dell'i- 
napplicabilità. 

Quand'anche la Camera ed il governo volessero sottoporre i semi- 
nari ad una sorveglianza diretta e continua, io credo che non giun- 
gerebbero mai ad effettuare il loro pensiero, perocché ciò incontrerebbe 



— 181 — 

nel clero e nei vescovi un'opposizione tale che non si potrebbe vincere 
se non con mezzi che risentirebbero della persecuzione, mezzi, che il 
Parlamento certamente non sarebbe per sanzionare, ma che ancor pia 
certamente il paese condannerebbe... 

Ora, o signori, credete voi che sarebbe facile il far esercitare questa 
ispezione?... 

Oltre di che, se al potere civile incombe il debito di vigilare sul- 
l'insegnamento ecclesiastico, ne consegne che il Parlamento avrebbe il 
diritto ed il dovere di cercare che il ministero esercitasse lodevolmente 
siffatta vigilanza. In tal guisa dunque le discussioni teologiche del Con- 
siglio dei ministri dovrebbero tradursi nel Parlamento. 

Ora io domando se da siffatte disquisizioni il Parlamento potrebbe 
acquistare autorità e riputazione. 

Io prego la Camera a riflettere qual effetto ne deriverebbe, se dopo 
una viva discussione sopra l'insegnamento di alcun seminario, uno di 
quei deputati che si dimostrano più ardenti custodi dell'indipendenza 
e dei diritti del potere civile, il deputato di Caraglio, a cagion d'e- 
sempio (Ilarità), proponesse un ordine del giorno del tenore seguente : 

u Ritenuto che nel seminario di Alessandria, di Genova, od alcun 
altro si insegna una morale non abbastanza pura e severa, la Camera 
invita il ministero a provvedere a ciò le dottrine di San Tommaso 
siano insegnate più rigorosamente » (Ilarità prolungata al centro t 
sui banchi della destra). 

Ma, in verità, se si andasse tant'oltre, e se si consacrasse la teoria 
dei deputati Brofferio ed Asproni, questa politica cadrebbe non già 
sotto l'opposizione dei prelati, non già a fronte degli ostacoli, ma sotto 
l'immenso ridicolo di cui saremmo coperti da tutti gli uomini illuminati 
del Piemonte, dell'Italia e dell'Europa. 

Ma aggiungo che se tale politica riesce inutile, perchè non può con- 
durne ad alcun risultato pratico, torna pur anche dannosa. Io credo 
che gli onorevoli preopinanti, i quali hanno sollevata questa questione, 
si prefiggano lo scopo non già di diminuire l'autorità legittima della 
Chiesa, né della religione, ma quello bensì di ricondurre il clero all'a- 
more delle dottrine liberali. Ebbene, io sono di opinione che il mezzo 
da essi proposto conduce ad uno scopo ben diverso. Come mai, infatti, 
volete voi che il clero prenda amore alle nostre istituzioni, se dopo 
avergli tolti, e giustamente, i privilegi che gli erano stati accordati 
nell'antico sistema, se al momento che state per togliere quelli che 
ancora gli rimangono, al momento che state per decretare sul miglior 
riparto dei prodotti dei beni ecclesiastici, voi gli diceste: noi abbiamo 
applicate le massime di libertà e di eguaglianza per tutte quelle parti 
della legislazione che vi erano favorevoli, ma per ciò che riflette al- 
l'indipendenza e libertà vostra noi vogliamo mantenere le antiche tra- 
dizioni del passato, che noi chiamiamo glorioso retaggio dei nostri avi? 

Io dico che con questo linguaggio, lungi dal ricondurre il clero alle 
idee liberali, all'amore delle nostre istituzioni, voi ne lo allontanerete, 
perchè svegliereste in esso quel sentimento di giustizia, che forte al- 
berga negli animi degli uomini illuminati. La storia di tutti i tempi 
prova che il mezzo più efficace per accrescere l'influenza politica del 
clero si è di lasciarlo in una condizione eccezionale, si è di sottoporlo 
a persecuzioni, oppure anche a semplici vessazioni 

Io invito la Camera, per quanto so e posso, di voler approfittare 



— 182 — 

degli ammaestramenti della storia, e a non voler combattere l'intolle- 
ranza del clero, che coli' applicazione al medesimo delle massime di 
libertà..... 

Sicuramente dalla libertà dell'insegnamento religioso ne nasceranno 
alcuni inconvenienti; io non mi farò garante (Dio me ne guardi!) degli 
insegnamenti che saranno per darsi in tutti i seminari. Ma qual è, o 
signori, la libertà che non produca alcuni frutti amari, che produca 
benefizi senza inconvenienti di sorta? lo per me non ne conosco alcuna.... 

Se vi saranno abusi nell'insegnamento ecclesiastico, chi sapra scri- 
verà su tale materia dei trattati più liberali e più conformi alle idee 
del progresso e della libertà; ma, per amore di Dio, o signori, non 
esordiamo nella via delle riforme collo stabilire un principio assoluto, 
non esordiamo, per andare al riparo di qualche abuso, col negare ima 
delle principali e delle maggiori delle nostre libertà 

Io spero che la Camera vorrà accogliere favorevolmente questi prin- 
cipii e non si lascierà sedurre dalle eloquenti parole dei deputati Brof- 
ferio ed Asproni, e che discernerà sotto la vernice di liberalismo e di 
progresso quali sieno le vere dottrine che essi professano. Io mi affido 
che essa saprà riconoscere che il progresso che ci si addita è il ritorno 
alle massime del regno di Luigi XIV, che il liberalismo che ci si con- 
siglia, è un liberalismo dell'indole di quello che, regnando Luigi XV, 
gli enciclopedisti professarono nei boudoir* di madama di Pompadour. 

Qui gli Atti della Camera notano: Segni di approvazione sui 
banchi della destra. E il Balbo, che parlò dopo il Cavour, chiuse 
col dire: « Quanto alla questione particolare che ci occupa ora, 
ella è stata trattata così bene dal signor ministro dell'agricoltura e 
del commercio, che io non ho altro che ad aderire intieramente alle 
sue parole. » 

Fin qui vedemmo il ministro politico. È tempo che parliamo del 
ministro d'agricoltura e commercio, e della trasformazione che per 
opera sua fu compiuta, mediante i trattati commerciali, nel sistema 
economico della Sardegna. 

Già prima d'essere ministro, discutendosi alla Camera (4 aprile 
1850) il disegno di legge per l'abolizione dei diritti differenziali 
con quelle nazioni che offrissero reciprocità, il conte di Cavour, 
coerente alle idee propugnate per via della stampa molti anni prima 
del 1848, aveva espresso l'opinione che quei diritti dovessero abo- 
lirsi con tutte le nazioni, anche quando non si potesse ottenere 
verun compenso ; in sostanza, che la riforma, buona in sé, dovesse 
attuarsi senza tener conto di ciò che alle altre piacesse di fare. 

La Camera non si mostrò favorevole a questa idea. Allora il ! 
conte di Cavour sostenne che, per abolire a favore di qualche na- 



— 183 — 
zione i diritti differenziali, non si dovesse pretendere in modo as- 
solato la reciprocità para e semplice, ossia una intiera uniformità 
di diritti doganali ; ma che si potesse molto opportunamente chie- 
dere ed ottenere altri vantaggi, e che in ogni modo non fosse savio 
consiglio togliere al governo la facoltà di entrare in trattative 
anche con quelle nazioni, le quali u per ragioni politiche o per opi- 
nioni erronee in materia economica, non volessero acconsentire as- 
solatamente a questa abolizione dei diritti differenziali per il naviglio 
sardo, ma fossero disposte ad entrare in trattative per accordarci 
altri compensi daziari. » Ed a chiarire meglio il proprio concetto 
poco dopo soggiunse: 

10 non posso sperare che la Francia voglia abolire in favore nostro 
in modo assoluto il sistema dei diritti differenziali, quantunque io pensi 
che il sostituire il principio della libertà degli scambi a quello della 
protezione sarebbe forse il miglior modo che la Francia potesse avere 
per guarire dal morbo politico ed economico che la travaglia; ma non 
sarebbe invero fuor di luogo lo sperare che essa acconsentisse ad al- 
cune riduzioni daziarie, le quali pur sarebbero per noi un larghissimo 
compenso all'abolizione dei nostri diritti differenziali in suo favore. 

11 conte di Cavour metteva cosi poca importanza in qualsiasi 
compenso, e stimava la libertà commerciale tanto vantaggiosa per sé 
medesima, che avrebbe volentieri abolito le tasse differenziali anche 
per quelle nazioni (per esempio l'Austria e la Grecia) le quali, 
quando pure concedessero la reciprocità, non era certo che facessero 
cosa favorevole ai commerci della Sardegna. Ma, come s'è accen- 
nato poc'anzi, la Camera non credette seguire intieramente il conte 
di Cavour in una via tanto audace, e stettesi paga di deliberare 
che l'abolizione dei diritti differenziali fosse senz'altro accordata a 
tutti quegli Stati che offrissero di fare altrettanto verso la Sar- 
degna, e che il governo avesse facoltà di abolirli, se lo giudicasse 
opportuno, anche verso di quelli che non accordassero siffatto com- 
penso, u La salvezza economica (diss'egli) dipende dalTattuare la 
più larga politica in questa materia. » 

Dal fin qui detto si rileva chiaramente che, in fatto di riforme 
commerciali, il conte di Cavour era ben lungi dall'appartenere alla 
scuola di coloro che nulla concedono se nulla ricevono. Non ancora 
ministro quando fu impegnata la discussione, or ora mentovata, 
egli esaminava tutto il problema da un punto generale teorico. 



— 184 — 

Avrebbe volato che le riforme commerciali si facessero per la loro 
intrinseca bontà e con una legge speciale, senza tener conto dei 
sistemi vigenti presso altre nazioni. Ma, diventato ministro, e 
quando dall'abolizione delle tasse differenziali si dovè procedere alla 
riduzione generale di tutte le tariffe, egli vide le cose sotto un 
altro aspetto. Comechè fosse la meno diretta, la men larga e la 
più contraria ai principii, la via dei trattati di commercio gli sem- 
brò la migliore, e quella che più agevolmente avrebbe potuto aprire 
uno sbocco ai prodotti della Sardegna sui mercati esteri. Infatti, 
restringendosi a ridurre le tariffe, solo i consumatori che avrebbero 
potuto comprare a miglior mercato le mercanzie straniere ci avreb- 
bero guadagnato, mentrechè, coi trattati di commercio, consuma- 
tori e produttori si avvantaggiavano al tempo stesso (1). 

Cominciarono adunque le trattative, e in prima con la Francia, 
colla quale, in data del 5 dicembre 1850, fu concluso un trattato 
di commercio in cambio di quello del 28 agosto 1843, che era sca- 
duto al 20 di novembre. Fu un povero trattato in vero, perchè 
in Francia imperavano tuttora le dottrine protezioniste (2), e per 
farlo approvare dalle Camere, il governo sardo dovette presentarlo 
piuttosto come un provvedimento politico acconcio a conciliare al 
paese in avvenire le simpatie della Francia, anziché come un buon 
trattato di commercio (Lettera CXLVI). Le parole pronunciate su 
questo riguardo dal conte di Cavour, nella tornata della Camera 
del 21 gennaio 1851, sono sopratutto notevoli perchè da esse si 
può arguire come nella sua mente fosse già fermo sin d'allora il 
concetto di far leva principalmente della Francia per la futura im- 
presa contro l'Austria. Anche in questo discorso si vedrà come il 
Cavour tenesse il linguaggio di vero capo del gabinetto. 

Aggiungerò ancora qualche considerazione desunta da una sfera più 
elevata 

Io credo, signori, che vi sono considerazioni di un ordine superiore 
alle considerazioni economiche (Udite f), che militano in favore delTado- 



(1) II conte di Cavour in Parlamento per I. Artom e A. Blanc (Firenze, 
Barbèra, 1868), pag. 39. 

(2) Veggasi la discussione avvenuta, nel gennaio 1851, nell'Assemblea nazionale 
interno alla questione delle dogane dell'Algeria; le massime protezioniste furono 
sostenute da tutti i lati della Camera, dai membri della sinistra come da quelli 
della deslra, dai membri della estrema montagna, come da quelli del terzo partito. 



— 185 — 

zione di questo trattato: io voglio parlare di considerazioni politiche. 
Quantunque io non divida pienamente i timori che furono varie volte 
manifestati in questa Camera, e pochi giorni sono da un eloquente 
deputato nella Savoia, e che creda che noi siamo circondati da tanti 
e così prossimi pericoli, da rendere necessario, indispensabile il cercare 
un appoggio attivo, immediato nei nostri vicini, non sono perciò nep- 
pure un ottimista. 

10 non spingo la mia confidenza nell'avvenire fino al punto di ne- 
gare che vi siano nell'orizzonte politico delle nuvole ancora gravide 
d'avvenimenti che possano avere una grande influenza sul nostro Stato. 
Io non credo che noi siamo in una condizione da poter dire che le 
nostre nuove istituzioni siano assolutamente al riparo da ogni qualunque 
ostacolo, da ogni qualunque pericolo. Io non reputo probabile, ma pur 
possibile, che qualche fatto renda molto opportuno l'avere l'appoggio, 
se non materiale, almeno morale della Francia, e quindi io non istimo 
inutile, né conveniente il fare alcun atto che desti in quella nazione 
un sentimento di ostilità verso di noi. Né vale il dire che nel rifiutare 
il trattato noi non facciamo un atto avverso alla nazione, ma solo al 
governo, che, in Francia, nazione e governo sono cose affatto diverse, 
die i governi cambiano ed assai di frequente, mentre la nazione rimane, 
e non divide tutte le passioni, tutti i sentimenti del governo. 

Questo ragionamento sarebbe giusto se si trattasse di una questione 
interna, di una questione puramente francese, ma quando si tratta di 
questione internazionale, io credo che la nazione s'immedesimi nel go- 
verno. A questo riguardo noterò che, se il trattato fu combattuto nel- 
l'Assemblea francese, fu sostenuto, e con molto calore, da membri di- 
stinti, e massime dai membri della sinistra. 

Ma forse qualcuno poco pago di queste spiegazioni appunterà queste 
mie parole di artifizio oratorio, e volendo arrivare ad una conclusione 
mi porrà la questione : credete voi che se noi rifiutiamo il trattato, la 
Francia assumerà un contegno ostile e sarà per esercitare rappresaglie 
contro il nostro Stato? 

Risponderò schiettamente : no, non lo credo. 

Credo che quand'anche si rifiutasse il trattato, la Francia non as- 
sumerebbe un contegno a noi nemico, e non ci farebbe immediatamente 
rappresaglie daziarie. Ma, o signori, una potente nazione ha molti 
mezzi di nuocere, e ben altri che non son quelli di* assumere un con- 
tegno minaccioso, o di imprendere il sistema delle rappresaglie daziarie. 

A prova di questa mia asserzione citerò appunto l'esempio addotto 
dall'onorevole deputato Paolo Farina, del famoso trattato di visita stato 
rigettato dal governo francese, dopo che era stato firmato dal suo ne- 
goziatore. 

11 ministro Guizot, dopo di avere, per mezzo del suo negoziatore, 
sancito a Londra un trattato per la soppressione della tratta dei negri, 
trattato che, qualunque accusa si sia contro esso diretta, era però in- 
formato da un alto sentimento di giustizia e d'umanità, il ministro 
Guizot, dico, cedendo alla pressione dell'opinione pubblica, e per quella 
soverchia tenacità di potere che sarà la gran macchia della vita del 
signor Guizot, consentì di porre la sanzione allo sfregio fatto all'In- 
ghilterra, restando egli al potere, dopo aver ricusato, la sua sanzione 
ad un trattato stato fatto dietro le sue istruzioni. 

L'Inghilterra per ciò non dichiarò la guerra alla Francia, non usò 



— 186 — 

delle rappresaglie daziarie, ma da quel punto sorse in essa un senti- 
mento d'antipatia e d'ostilità verso il governo francese, che non fa 
forse senza influenza sulla rivoluzione del 1848. Tolga il cielo che io 
voglia istituire un paragone fra le nostre condizioni attuali e quelle 
in cui si trovava la Francia in quell'epoca! 

La dinastia di Savoia immedesimata colla nazione per otto secoli di 
comunanza di glorie e di pericoli, posta a capo del risorgimento dei- 
Italia e del Piemonte coi sacrifizi di Carlo Alberto, e rappresentata da 
un Principe, che alle virtù avite riunisce alto senno ed un sincero 
amore per le nostre libertà; la monarchia di Savoia, ripeto, ha ben 
altre radici in questa terra subalpina, che non l'avesse in Francia il 
trono di Luigi Filippo, e quindi facendo questo paragone io non 
intendo né punto né poco evocare il fantasma della rivoluzione per agire 
sullo spirito della Camera ; ma io credo poter rappresentare alla Camera, 
che se dal lato interno siamo in condizioni migliori di quanto lo fosse 
la Francia, non si può dire altrettanto dal lato esterno, e che sicura- 
mente le condizioni della Francia sotto Luigi Filippo rispetto all'Eu- 
ropa erano più sicure di quanto noi sono attualmente le nostre. 

Io prego quindi la Camera di tenere in conto non solo le conside- 
razioni economiche, ma altresì le considerazioni politiche, e passando 
sopra, ove d'uopo, al lato piccolo della questione (quello economico) per 
attenersi al lato maggiore (quello politico) di votare il trattato, il quale, 
se non realizzerà tutti i vantaggi ohe si potrebbero sperare, almeno 
raffermerà quella unione tanto desiderabile che deve regnare fra i li- 
beri popoli dell'occidente dell'Europa (Vivi segni d'approvazione da 
varie parti della Camera). 

Mentre si discuteva il trattato colla Francia, il governo sardo 
era in negoziati col Belgio, col quale venne conchiuso, addi 24 
gennaio, un trattato di commercio e navigazione, conforme ai sani 
principii di libertà. Contemporaneamente si negoziò con l'Inghil- 
terra, e addi 24 febbraio, anche con questa potenza, assai bene- 
vola al Piemonte, fu stipulato, a buone condizioni, un trattato 
commerciale (Lettera CXLVI). La discussione intorno ai due men- 
tovati trattati, cominciata nella Camera ai 14 di aprile, ebbe una 
importanza politica ed economica ad un tempo, perchè chiari che 
fra la destra, capitanata dal Balbo e dal Eevel, e il ministero non 
esisteva solo un grave dissenso rispetto alla politica ecclesiastica, 
ma rispetto eziandio alla politica commerciale. Il malumore della 
destra, contro il conte di Cavour, per molti mesi represso, scoppiò 
alla perfine con grande vivacità. 

Pochi tratti del discorso del conte di Revel (1) basteranno a 



(1) Ottavio Thaon di Bevel (1803-1868), del quale giù parecchie volte è stata fatta 
menzione in queste pagine, sorti i natali da un illustre casato originario di Las- 



— 187 — 
dare un'idea ai lettori della natura della lotta che s impegnò fra 
lui e il conte di Cavour. 

Nel prendere la parola sui trattati col Belgio e coll'Inghilterra, io 
non mi dissimulo punto, o signori, lo sfavore con che gran parte di voi 
accoglierà i miei detti, quasiché io venga a propugnare opinioni e si- 
stemi che sappiano di viete declamazioni, come li chiama il signor mi- 
nistro di agricoltura e commercio nel suo rapporto 

Cavour. Sì ! 

Di Revel..... oppure di retrogradume, di assolutismo e di simili cor- 
tesi epiteti, dei quali altri, meno di lui imparziali, sono libéralissimi 
Terso coloro che non dividano ciecamente le loro opinioni (Movimenti)... 

Signori! Libero scambio o protezione! ecco due opposti sistemi eco- 
nomici, ai quali la passione, l'ignoranza o la leggerezza attribuiscono 
il valore di due opposti principii politici. 

Chi parteggia per la libertà, commerciale è uomo non che spregiu- 
dicato, di alte vedute, di generoso sentire e quindi di larghi e liberali 
principii politici. 

Chi all'incontro non divide intieramente quella teoria economica, o 
ne vuole soltanto una applicazione più razionale, prudente e meno av- 
venturosa, costui è uomo di ristretto intendimento, pieno di timidezza 
e di pregiudizi, e poco manca che gli si attribuisca di avversare, almeno 
in cuore, le libertà politiche, perchè non vuole rivoluzioni economiche 
ma solo progressi graduali, ponderati. 

Tale, o signori, è senza troppa esagerazione l'opinione invalsa nel- 
l'animo dei più a questo riguardo 

Entrando in argomento, il conte di Revel istituì un confronto 
fra il procedimento tenuto da sir Robert Peel nella riforma com- 
merciale in Inghilterra e quello tenuto dal conte di Cavour, per 
dedurne che « le disposizioni dell'uno potevano essere rivocate o 
modificate se nocive; quelle dell'altro erano irreparabili se disa- 
strose. » Poi aggiunse : « Questo confronto potrebbe spingersi più 
oltre, ma temerei, prolungandolo, che mi si apponesse che voglio 
volgerlo in parodia. » 

Più il Eevel procedeva innanzi nel suo discorso e più le sue al- 



tosca nel Nizzardo. Datosi, in giovane età, alla carriera amministrativa, venne no- 
minato nel 1835, io uffizi al e alle finanze, e segretario del Consiglio di Conferenza ; 
indi, nel 1842, io nffizialo all'interno nella segreterìa di Stato per l'interno e le 
finanze; e nel 1345, primo segretario di Stato per le finanze. Di lui scrive il conte 
Solaro della Margarita, il quale lo ebbe compagno per due anni nel gabinetto: 
a Ebbi più d'ima volta opportunità di conoscere che il passaggio dagli ordini an- 
tichi alle moderne innovazioni non incontrerebbe un oppositore, ben piuttosto un 
nomo inclinato a secondare quanto piacesse di fare al Re in affare di tanto ri- 
lievo s (Memorandum, pag. 313). 



— 188 — 
Iasioni al conte di Cavour, e alla politica sua personale, presero le 
forme dell'asprezza. 

Io voglio progressi, non rivoluzioni (Mormorio), coscienzioso esame, 
discussione ponderata, non precipitazione 

La grande massa della nazione, quella del minuto popolo cre- 
dete voi che pioverà un sensibile benefizio dalle vostre riduzioni di 
tariffe? Io non posso crederlo; ed intanto noi, per omaggio ad un prin- 
cipio teoretico astratto, per una smania d'imitazione che sa più della 
parodia (Rumori a sinistra). 

Non so comprendere perchè si facciano questi rumori. Parodia vuol 
dire falsa imitazione. Se non piace quella parola alla parte opposta 
della Camera, dirò per la smania di una falsa imitazione 

Cavour. Grazie! (Ilarità). 

Di Revel..... per la smania di una falsa imitazione, di un sol balzo, 
e senza possibilità di ricrederci se avremo errato, arrischiamo di svel- 
lere, annientare, se non per intiero, in gran parte, industrie, cui nelle 
esposizioni generali dei passati anni si compartirono tante lodi, tanto 
incoraggiamento, per i progressi che facevano 

Signori, lo dichiaro altamente, io sono inglese quant' altri mai, ho 
alto concetto di quella generosa, di quella prudente nazione, che è il 
vero esempio delle nazioni libere ed incivilite, ma credo che noi alie- 
niamo la nostra libertà con questo trattato e che ci mettiamo sotto la 
tutela mercantile dell'Inghilterra (Movimenti di dissenso). 

Signori {con forza), con questa destra ho giurato di fare quello che 
credo essere il bene del paese, e questa destra non scenderà a dare 
un voto che io son persuaso poterne fare la rovina (Vivi segni di ap- 
provazione alla destra). 

Sempre pronto all'offesa come alla difesa, il conte di Cavour ri- 
spose immediatamente al meditato discorso del conte di Revel: 

(Movimenti generali di attenzione). La Camera comprenderà quanto 
debba riescirmi malagevole il rispondere all'istante ad un discorso pro- 
nunciato da una persona così grave, la di cui voce meritamente gode 
nelle cose di finanza di tanta autorità nel paese ed in questa Camera, 
ad un discorso, dico, che fu, per quanto pare, il frutto di più settimane, 
e forse di mesi di studio. 

Di Revel. Non di tanto tempo io non poteva 

Cavour, Io tuttavia mi proverò di rispondergli, e spero che nella 
mia improvvisazione saprò allontanarmi da quel sistema di sarcasmi e 
d'ironie, che insolitamente ingemmarono il discorso dell'onorevole pre- 
opinante (Risa d'approvazione). 

Egli cominciava con una specie di professione di fede politica, e con 
un rimprovero al ministro, il quale nella sua relazione aveva voluto 
strettamente associare le idee di protezionismo • e di riforma. 

Mi permetta l'onorevole preopinante di dirgli che egli va errato. 

A me non pare di vedere queste due idee strettamente insieme unite, 
inquantochè le vedo distintamente rappresentate da ben diversi partiti 



— 189 — 

politici, e non da quello, a cui l'onorevole conte appartiene, quantunque 
siano fautori, ed ardenti difensori delle dottrine che egli con tanta 
sapienza ha testé promosso. 

Ma mi basterà di ricordargli che non solo i giornali reazionari, ma 
anche i giornali del partito democratico estremo gareggiano nel pro- 
pugnare la causa del protezionismo, di cui egli si è fatto l'eloquente 
difensore; e quindi l'onorevole conte di Revel riceverà, io spero, eguali 
Iodi e dal Cattolico e dalla Campana, come dalla Voce del deserto e 
kU'Italia libera di Genova (Ilarità prolungata). 

A dir vero, non sembra, argomentando da questo esordio, che il 
conte di Cavour fosse molta disposto ad allontanarsi dal « sistema » 
di sarcasmi e di ironie, che egli accusava il conte di Revel di aver 
seguito. Avesse anche voluto, avrebbe trovato un ostacolo insor- 
montabile nella qualità del suo ingegno sarcastico ed ironico. Nar 
turam expellas furca, tamen usane recurret. 

Leviamo qna e là dal discorso che egli pronunciò alcuni saggi 
della vivacità del suo contrattacco: 

Il conte di Revel ci ha fatto la storia della riforma economica 

u Inghilterra; ci ha detto che la riforma economica in Inghilterra 
aveva cominciato nel 1842; il che farebbe credere che egli non abbia 
letto la storia dei 20 anni precedenti 

Egli disse che sir Robert Peel esponendo nel 1842 le sue dottrine 
economiche, dichiarò che egli intendeva procedere lentamente, gradata- 
mente, tenuto conto degli interessi delle classi protette; ma egli ha 
dimenticato di dire che nel 1846 quello stesso ministro si alzava dal 
m seggio nella Camera dei Comuni, e con un esempio di virtù poli- 
tica piuttosto unico che raro, dichiarava che si era ingannato per lo 
passato nell'aver sempre creduto alla verità di un sistema protettore, 
e che gli studi nuovi, e l'esperienza acquistata, e le sue indagini lo 
obbligavano a pubblicamente ricredersi (Movimenti d'approvazione). 
Penserà forse l'onorevole preopinante che sir Robert Peel rappresen- 
tosae una commedia? Che fosse per mantenersi al potere (1), ch'egli 
à fosse fatto a dare una mentita alle dottrine di tutta la sua vita? 

Sicuramente egli non può avere una simile idea di questo grand' uomo 
di Stato : e sarebbe poi ciò tanto più falso, in quanto che, quando il 
%ior Robert Peel faceva quella protesta, egli sapeva benissimo che 
finwa il decreto della sua caduta dal potere, e cadde infatti, appena 
ebbe compiuta la gran riforma della legge sui cereali 



0) Per intendere la gravità di questo accenno, vuoisi notare che in fine del suo 
discorso il conte di Eevel aveva abbastanza chiaramente significato che il mini- 
stero o meglio il conte di Cavour aveva fatto larghezze commerciali all'Inghil- 
terra p er cercare un appoggio nei whigs che erano al potere, « Se io avessi a 
trattare alcun che col governo inglese (aveva soggiunto) non considererei unica- 
"»«»*« fa presenta di coloro che sono al potere, n 



— 190 — 

L'onorevole signor di Revel diceva che il distinto uomo di 

Stato che regge il de stero delle finanze nel gabinetto di Vienna, non 
avrebbe certamente seguito l'esempio del ministro di commercio di To- 
rino. Sicuramente io non pretendo di servire d'esempio a quell'illustre 
ministro, ma se quanto riferiscono i giornali è vero, se le dottrine che 
si dice aver egli sostenute nel seno della rianione dei fabbricanti ra- 
dunata in Vienna, se queste relazioni sono esatte, in verità io potrei 
dire all'onorevole preopinante che egli potrebbe ricevere da quell'illu- 
stre uomo di Stato delle lezioni di liberalismo (Movimento d'ilarità) 

Il partito protezionista in Inghilterra è ancora potentissimo : 

se non ò in maggioranza, forma non pertanto una potente minorità 
nella Camera dei Comuni. Questo partito é guidato da un distintissimo 
uomo di Stato, da l<rd Stanley, al quale io sono tentato in questo 
punto di paragoni! re. e non per parodia, ma per vera similitudine, il 
signor conte di Revel (Ilarità generale). 

Il conte di Revel chiama il contrabbando un fantasma, un 

vampiro, una cosa che non esiste; e per provare il suo assunto e mo- 
srare quanto il ministero abbia proceduto con avventatezza, egli lo 
rimprovera di non aver fatto compilare la statistica del contrabbando. 

Di Revel. Io non ho detto questo. 

Cavour. Io trovo, per vero dire, molto strano siffatto rimprovero, e 
massime in bocca al signor conte di Revel, il quale, essendo stato 
ministro di finanze in tempi, in cui i ministri potevano, non che di 
politica, occuparsi pure di statistica, ha però lasciato una molto tenue 
eredità di dati statistici, non che del commercio irregolare, di quello 
anche regolare (Bene! Bravo !) 

Di Revel. Invito il signor ministro a dar comunicazione dei rapporti 
e delle statistiche dei due ispettori della Savoia 

Cavour. Non li ho qui, ma mi farò premura di comunicarli alla Ca- 
mera. Del resto, tutti questi ispettori sono tutti impiegati noti forse, 
più che a me, al conte di Revel (Movimenti d'ilarità) 

L'onorevole Brofferio, che parlò subito dopo, accennando alla 
promessa fatta dal conte di Cavour nel suo esordio, che non avrebbe 
combattuto il conte di Revel né con ironie, né con sarcasmi, os- 
servò molto argutamente : « tocca al signor di Revel a giudicare 
se il signor Cavour abbia mantenuta la promessa » (Ilarità). 
E il conte di Cavour, crediamo abbia riso anch'egli, e, occorrendo, 
con quella bonomia e schiettezza che era una delle tante esimie 
sue doti, avrebbe confessato di essere stato anch'egli troppo acerbo; 
come, del rimanente, gli avvenne di confessare, pochi giorni 
appresso, rispondendo nel Senato del regno (tornata del 24 mag- 
gio) a una osservazione del conte di Pollone : 

Confesso che nell'esprimere la mia opinione nell'altro ramo del Par- 
lamento, nel combattere quella della Camera (di commercio) mi sono 
forse servito di espressioni un po' vive, un po' acerbe. 



— 191 — 

Era mio intendimento dire che la detta Camera, in fatto di dottrina 
commerciale, aveva sempre professato più o meno principii protezioni- 
sti... Questa opinione io l'ho dichiarata, lo confesso, con modi un po' 
acerbi, ora la ripeto con maggiore tranquillità, ma con non minor con- 
vincimento... 

Lamento l'acerbità de' modi da me usata, e di ciò solo mi pento ; 
ma però io credo che l'onorevole preopinante vorrà riconoscere che in 
certo modo questa acerbità era giustificata dal discorso cui io rispondeva. 

Egli ricorderà come l'oratore, il quale aveva assunto il tema propu- 
gnato dalla Camera (di commercio), facendosi appunto un' arma del pa- 
rere manifestato da essa, lanciossi contro il ministero non unicamente 
con argomenti, ma con sarcasmi e con ironia. A questo ho risposto 
eoUistessa ironia. Avrei fatto meglio d'esprimermi in altro modo, e 
di questo convengo. 

Lasciando dall'un dei lati l'acerbità della forma, questo è indu- 
bitato che il discorso del conte di Cavour in difesa dei trattati 
di commercio col Belgio e colTInghilterra, per la chiarezza del 
dettato, e per la copia delle cognizioni, è uno de' suoi migliori. 
La conclusione è veramente splendida, e pari, se non superiore, 
ai modelli di eloquenza parlamentare che il conte di Cavour aveva 
studiato nella sua giovinezza (1). 

Io porto opinione d'aver pienamente giustificato i principii del mini- 
stero, e le norme che esso ha seguite nell' applicarli. Dovrei quindi por 
fine alle mie lunghe e forse soverchie parole, se non istimassi mio de- 
bito di sottoporre alla Camera una gravissima considerazione (Udite/ 
udite /). 

Essa a prima giunta vi parrà forse estranea a quest'argomento, per 
la sua indole piuttosto teoretica che pratica; però, quando la avrete 
maturata, io credo la ravviserete degna di esercitare sulla vostra de- 
terminazione la massima influenza (Vivi segni d'attenzione). 

Signori, la storia moderna, quella in ispecie dell'ultimo secolo, di- 
mostra evidentemente essere la società spinta fatalmente nella via del 
progresso. Le leggi che regolano questa meta non hanno potuto finora 
essere determinate, né dai filosofi i più sapienti, nò dagli uomini di 
Stato i più sagaci. In mezzo ad una tanta incertezza, questo però v'ha 
di certo, che l'umanità è diretta verso due scopi : l'uno politico, l'altro 
economico. Nell'ordine politico, essa tende a modificare le proprie isti- 
tuzioni in modo da chiamar sempre un numero maggiore di cittadini 



<1) Scrive il signor W. de La Rive ne 1 suoi Reciti et Souvenirs: u ... Des 
écrivains modem es, Cavour n'admirait que Chateaubriand, et, ce qui semblera 
plus extraordinaire, c'étaient les diacours politi que s de l'auteur de Bene qui avaient 
le privilége d'exciter son enthousiasme: pendant un voyage que je fis ave e lui, 
je me souviens qu'il citait de mómoire de longs fragments de ces diacours. Alors 
je tronvais fort naturel chea lui un goùt que je partageais. Aujourd'hui jc m'en 
étountrais si je ne me rappelais que Napolóon lisait Ossian. » 



— 192 — 

alla partecipazione del potere politico. Nell'ordine economico, essa mira 
evidentemente al miglioramento delle classi inferiori, ad un miglior 
riparto dei prodotti della terra e dei capitali. 

Lascio da parte assolutamente la questione politica, per considerare 
soltanto quella economica. 

Io dicevo dunque che l'umanità, nell'ordine economico, tende al mi- 
glioramento delle classi inferiori. Onde arrivare a questo scopo, due 
mezzi si presentano. Tutti i sistemi ideati nei tempi moderni dagli 
intelletti i più saggi e più audaci possono ridursi a due. Gli uni hanno 
fede nel principio della libertà, nel principio della Ubera concorrenza, 
del libero svolgimento dell'uomo morale ed intellettuale. Essi credono 
che colla sempre maggiore attuazione di siffatto principio debba con- 
seguirne un maggior benessere per tutti, ma in ispecie per le classi 
meno agiate. Questa è la scuola economica, questi sono i prìncipii pro- 
fessati dagli uomini di Stato che reggono la cosa pubblica in Inghil- 
terra. Un'altra scuola professa prìncipii assolutamente diversi. Essa crede 
che le miserie dell'umanità non possono venire sollevate, che la condi- 
zione delle classi operaie non può essere migliorata, se non col restrin- 
gere ognor più l'azione individuale, se non coli' allargare misuratamente 
l'azione centrale del corpo morale complessivo, rappresentato da un 
governo da crearsi, nella concentrazione generale delle forze individuali. 

Questa, o signori, è la scuola socialistica. Non conviene illudersi; 
quantunque questa scuola sia giunta a deduzioni funeste e talvolta 
atroci, non si può negare che essa abbia nei suoi prìncipii qualche 
cosa di seducente per gli animi generosi ed elevati. Ora, il solo mezzo 
di combattere questa scuola che minaccia d'invadere l'Europa, o si- 
gnori, è di contrapporre ai suoi prìncipii altri prìncipii. Nell'ordine eco- 
nomico, come nell'ordine religioso, le idee non si combattono efficace- 
mente se non colie idee, i prìncipii coi prìncipii; poco vale la compres- 
sione materiale. Per qualche tempo sicuramente i cannoni, le baionette 
potranno comprimere le teorìe, potranno mantenere l'ordine materiale, 
ma se queste teorìe si spingono nella sfera intellettuale, credete, o si- 
gnori, che tosto o tardi, queste idee, queste teorìe si tradurranno in 
effetto, otterranno la vittoria nell'ordine politico ed economico (Ap- 
plausi). 

Ora, o signori, io dico che il più potente alleato della scuola socia- 
listica, ben inteso nell'ordine intellettuale, sono le dottrine protezio- 
niste. Esse^partono assolutamente dallo stesso principio : ridotte ai loro 
minimi termini, esse riduconsi al dire essere diritto, quindi dovere del 
governo, l'intervenire nella distribuzione, nell'impiego dei capitali, il 
dire che il governo ha missione, ha facoltà per sostituire la sua vo- 
lontà, che egli crede più illuminata, alla volontà libera degli individui 
Se ciò fosse ammesso come verità inconcussa, io non so cosa si po- 
trebbe rispondere alle classi operaie, e a chi si costituisse loro avvo- 
cato, quando, presentandosi al governo, gli mettesse innanzi il seguente 
argomento: voi credete vostro diritto e dovere d'intervenire nella di- 
stribuzione del capitale (mi si permetta una parola barbara), nella re- 
golamentazione del capitale; ma perchè non intervenite per regolamen- 
tare l'altro elemento della produzione, il salario? Perchè non organiz- 
zate il lavoro? 

Ed in verità io credo che, ammesso il sistema protezionista, ne ad- 
divenga per logica conseguenza la necessità di ammettere se non tutte, 



— 193 — 

almeno molte delle dottrine socialistiche. Io prego gli onorevoli opponenti 
al trattato, che seggono dal lato destro della Camera, e che si ono- 
rano (come mi onoro anch'io) del nome di conservatori, a voler ben 
bene ponderare queste considerazioni, ed ove venissero a convincersi 
essere il protezionismo la pietra angolare sulla quale il socialismo in- 
nalza le batterie, colle quali intende di abbattere l'antico edifizio so- 
ciale, a non volere dargli col loro voto appoggio ed autorità. 

Io spero con queste considerazioni che essi si convinceranno che, se 
la politica del ministero ò francamente e schiettamente liberale, essa 
è pure conservatrice; conservatrice non già della parte fracida dell' e- 
difizio sociale, ma bensì dei principii fondamentali, sopra i quali la 
Bocietà e le libere nostre istituzioni riposano. 

Io spero perciò che il trattato riceverà un'approvazione quasi una- 
nime dalla Camera; e se ciò accade, o signori, io credo che ne risulterà 
un gran bene pel paese, non solo a motivo dei vantaggi materiali che 
debbono dalla riforma risultare, ma perchè ciò confermerà un fatto che 
formò la nostra salvezza nei tempi difficili, che costituisce ora la no- 
stra forza, e che ci renderà sempre più onorati in Europa, che cioè, 
se nel seno della rappresentanza nazionale subalpina vi può essere di- 
screpanza di opinione sui migliori mezzi di sviluppare il bene e la 
prosperità della patria, vi ha unanime volere per la conservazione nella 
ria del progresso e della libertà (Applausi generali e vivissimi). 

H trionfo del conte di Cavour fu completo. Nella tornata del 
16 aprile i due trattati furono votati con una maggioranza 
di 65 voti su 128 votanti ; soli 14 deputati diedero il suffragio 
contrario. 

Sei giorni appresso, nella tornata del 22 di aprile, il presidente 
del Consiglio dava alla Camera il seguente annunzio : « Ho l'onore 
di annunziare alla Camera che Sua Maestà accettò le dimissioni 
date dal signor cavaliere senatore Nigra da ministro delle finanze, 
ed affidò il portafoglio da esso prima sostenutoci conte Camillo 
di Cavour, già ministro di agricoltura, commercio e marina « (Con- 
versazioni generali). H K. decreto recava la data del 19 (1). 

Le dimissioni del Nigra, appena entrato il Cavour nel gabinetto, 
erano inevitabili; e ne dicemmo a suo luogo le ragioni. È anzi da 
meravigliare che non fossero seguite prima. L'incidente che lo pro- 
vocò è abbastanza chiaramente indicato nella Lettera CXLIX del 
Cavour all'Azeglio. Era uso costante del Nigra di delegare un com- 
missario regio a sostenere innanzi alla Camera i progetti finan- 



(l) Causa le feste pasquali la 'Camera era rimasta chiusa dal 18 al 22. 
13 - VoL L Lettore di 0. Cavour. 



— 194 — 
ziari del ministero (1). Prima ancóra che cominciasse la discussione 
dei trattati di commercio col Belgio e colTInghilterra, il conte di 
Cavour dichiarò in Consiglio dei ministri, che se il ministro delle 
finanze non abbandonava quel sistema, egli avrebbe dato le proprie 
dimissioni ; e le diede in effetto come vide che i suoi colleglli, per 
giusti riguardi al Nigra, non facevano buon viso a quella specie 
di u intimazione. » Fortunatamente il Nigra, che riguardava il 
portafoglio come un peso a cui si era sobbarcato per un vero sen- 
timento di abnegazione, impedi, col rinunciare egli stesso alla ca- 
rica, che fossero accettate le dimissioni del conte di Cavour, le quali 
avrebbero posto senza dubbio in gravissimo imbarazzo il ministero, 
che parecchi giorni innanzi aveva già patito una non lieve scossa 
per l'uscita del guardasigilli conte Siccardi (2). 

Era si universale la persuasione che il conte di Cavour si aspet- 
tasse da un giorno all'altro di essere incaricato del portafoglio 
delle finanze, che sin dal 23 di aprile l'onorevole deputato Avigdor 
lo invitò a fare,' seduta stante, una particolareggiata esposizione 
dello stato della pubblica finanza. Con molta abilità il conte di 
Cavour si schermi dall'insidiosa domanda: 

L'onorevole deputato Avigdor, prima che s'intavoli la discussione 
sulla legge attualmente sottoposta all'esame del Parlamento (3), crede 



(1) G. Arnulfo, già menzionato a pag. 170, che fu poi oppositore costante doi 
disegni finanziari del conte di Cavour. Il quale un giorno rispoudeudo ad un di- 
scorso di lui contro la legge per la riforma delle tasse d'insinuazione, di succes- 
sione, di emolumento, ebbe a dire, con fine malizia, che quel discorso gli aveva 
eocitato u il vivo desiderio dei tempi nei quali il ministero invece di annoverare 
l'onorevole preopinante nelle questioni finanziarie, tra i suoi più terribili avver- 
sari, poteva riposare tranquillo sulla sua parola come sul suo rappresentante in 
questi difficili e delicati argomenti. » (Tornata della Camera del 10 giugno 1864). 

(2) Già sui primi del febbraio aveva date le dimissioni, allegando ragioni di sa- 
lute; ma non erano nò le sole nò le principali. Il Pallavicino (Lettere di Vin- 
cenzo Gioberti e Giorgio Pallavicino, per cura di B. E. Ma in e ri, Milano, Be- 
chiedei, 1876) scriveva in proposito al Gioberti a Parigi: « Il Siccardi è un povero 
uomo. Non prevedendo le difficoltà che dovevano attraversargli la via, egli dava 
un pò 1 leggermente il primo passo ; ma subito ristette, ed ora non ha il coraggio 
di progredire. E gli ò tolto l'indietreggiare. » In una lettera posteriore soggiun- 
geva: « Che il sacrifizio del Siccardi sia un maneggio del Cavour? n É lecito dubi- 
tarne, sebbene entrasse nella politica del Cavour abbandonare frettolosamente gli 
amici che non rispondessero alla sua aspettazione. Quello che ò certo si è che le 
dimissioni del Siccardi ebbero colore politico, e non giovarono al ministero Aze- 
glio. Da ciò il consiglio dato dal Ee di cercare un guardasigilli che avesse u più 
coraggio e più polso e che fosse buon oratore. » Interinalmente il portafoglio fu 
assunto dal ministro dell'interno (7 aprile). 

(3) Per l'esercizio provvisorio dei bilanci. * 



— 195 — 

necessario d'invitare il ministero a far conoscere in modo chiaro e pre- 
ciso lo stato attuale delle nostre finanze. Egli crede essere questa cosa 
tanto più facile inquantochè la persona chiamata a reggere il mini- 
stero delle finanze dovrebbe, a suo credere, essere in certo modo sin d'ora 
nel caso di fare alla Camera quell'esposizione che egli desidera. L'inter- 
pellanza dell'onorevole deputato Avigdor fa sì che io anticipi una di- 
chiarazione che era già mio intendimento di fare alla Camera, cioè che 
Dell'assumere il ministero delle finanze io non mi era dissimulata la 
gravità delle condizioni nelle quali versano le nostre finanze, che però 
io aveva ed ho fede nelle risorse del paese, fede nei mezzi che possono 
adoperarsi per far uscire le finanze da questo stato assai grave ; fede però 
che andrebbe assolutamente delusa se il ministero non trovasse nel Par- 
lamento un concorso attivo ed energico. Prima di assumere il ministero 
delle finanze, lo dichiaro francamente, io non ho proceduto a quell'e- 
same minuto, particolareggiato, a cui faceva cenno l'onorevole deputato 
Avigdor; mi è bastato di sapere come, per circostanze che è inutile 
qui ricordare, vi era necessità che uno fra i membri del ministero as- 
sumesse quest'incarico, onde io non esitassi a farlo immediatamente, 
senza richiedere dal Re e dai miei colleghi una mora per esaminare 
se fosse il caso di affrontarlo, lo ho consultato, mi sia permesso il 
dirlo, più la mia devozione al paese che non forse le proprie forze ; io ho 
ascoltato la voce dell'imperiosa necessità più di quella della prudenza. 
Comunque sia, o signori, io non sono certamente entrato al mini- 
stero delle finanze ignorando assolutamente la condizione delle cose, 
ma non la conosceva in tutti i suoi particolari così minutamente da 
essere in grado di renderne conto dettagliato; esatto e chiaro al Par- 
lamento, al paese, e direi quasi all'Europa. 

Ma nel punto che io mi sono determinato ad assumere questo inca- 
rico, io ho formato meco medesimo il proposito di consacrare tutto il 
tempo che avrei disponibile allo studio preciso della condizione delie 
nostre finanze, e tostochè questo studio sia compiuto (e spero che non 
si richiederanno che pochi giorni), di venire al Parlamento ad esporla 
in tutta la sua schiettezza. 

Io convengo assolutamente col signor Avigdor in una cosa, ed è che 
l'incertezza che regna attualmente non solo nel Parlamento e nel paese, 
ma dirò pure in tutta l'Europa sullo stato delle nostre finanze, ci è 
dannosissima. 

Non ho nascosto essere le nostre condizioni gravi, ma sono, ripeto, 
e nel paese e all'estero ritenute molto più gravi di quello che lo siano 
effettivamente. 

Quindi io credo col signor Avigdor essere assolutamente necessario 
il fare una esposizione chiara e precisa delle condizioni attuali non solo 
rispetto ai prestiti, ma relativamente ai bilanci in corso e ai residui 
dei bilanci passati. 

Non fu lunga l'aspettazione della Camera, poiché sin dall'8 di 
maggio il conte di Cavour fu in grado di adempiere il suo impe- 
gno (1). Come egli lo adempisse è attestato dai segni di viva ap- 



(1) Non sarà inopportuno il notare che nell'intervallo dal 23 aprile all'8 maggio 
il conte di Cavour pronunziò nella Camera e nel Senato discorsi: sul riordina- 



— 196 — 

provazione coi quali la particolareggiata e Incida sua esposizione 

fa accolta da tatti i lati della Camera e dalle lodi unanimi della 
Commissione parlamentare, che ebbe il mandato di esaminarla 
e di riferire intorno ad essa. 

Non riassumeremo quell'importante documento; il migliore rias- 
sunto fu fatto dal conte di Cavour medesimo nella Memoria inedita 
che stampiamo in Appendice sotto il numero IV (1). Ne basti qui 
avvertire che, per riparare al deficit esistente, per mettere il 
paese in condizione di compiere le opere di pubblica utilità intra- 
prese (segnatamente le strade ferrate), liquidare gli arretrati ed 
aspettare il tempo di entrare in una via normale, il nuovo mi- 
nistro delle finanze mise innanzi l'idea della stipulazione all'e- 
stero di un prestito di 75 milioni, preceduto dall'alienazione in 
paese di un dato numero di obbligazioni dello Stato e accompa- 
gnato da un'operazione speciale colla Banca Nazionale. « Io credo 
(così nel suo discorso delT8 maggio) che all'estero, e forse in In- 
ghilterra più che altrove, ci sarà facile di fare un imprestito speciale, 
un imprestito sulle strade ferrate, dando in garanzia o le strade 
ferrate medesime oppure concedendo alla compagnia, che consenti- 
rebbe il prestito, la facoltà di convertire tutti o in parte i titoli 
del prestito medesimo in azioni delle strade ferrate, nel caso in 
cui questa strada fosse alienata a una società privata. » A tale 
effetto il conte di Cavour chiese al Parlamento la facoltà di ne- 
goziare all'estero una rendita di 4,500,000 fr. con ipoteca sulla 
strada ferrata da Torino a Genova e al Lago Maggiore. E sic- 
come era suo intendimento svincolarsi dalla potente Casa dei Roths- 
child, per le ragioni svolte nella Memoria di sopra citata e nella 
Lettera CLI, fece in proposito i primi uffizi colla Casa Hambro, 
favorevolmente conosciuta in Inghilterra e nell'Europa settentrio- 
nale pel modo col quale aveva diretto le operazioni finanziarie af- 



mento dei monti di aoccorso in Sardegna ; sulle tasse di navigazione e di anco- 
raggio ; sul servizio postale tra Pisola di Sardegna e il continente; sulle tasse 
riguardanti le successioni, i corpi morali e le manimorte ; sul bilancio passivo 
dell'azienda generale delle gabelle per il 1851, e sulle pensioni dei militari della 
Begia Marina. 

(l) Copiata sull'autografo posseduto dal oonte G. Oldofredi. Fu scritta dal oonte 
di Cavour, nel 1852, e da lui mandata all'intimo suo amico, conte Ercole Oldofredi, 
a Parigi, perchè fosse pubblicata nella Bevue dea deux monde*. Ignoriamo le ra- 
gioni per le quali la pubblicazione non ebbe luogo. 



— 197 — 

fidatele dal governo danese. L'importanza che il Cavour annetteva 
al buon esito dell'impresa è chiarita da queste sne parole: « Si 
od n'avait pas réussi à tronver des fonds en Angleterre, le gou- 
vernement aurait été force de retomber entre les mains de M. de Bothsr 
ehild et de subir les conditions qn'il Ini aurait più d'imposer au 
pays. Conditions qui devaient étre d'autant plus dures en raison 
des efforts que le ministère avait fait pour échapper à sa domina- 
tion. » E s'aggiunga: l'autorità personale del nuovo ministro 
delle finanze avrebbe ricevuto una gravissima offesa. 

E qui ci si offre l'occasione di mettere in risalto una delle più 
eminenti virtù politiche del conte di Cavour. « Mirando sovratutto 
al suo fine (scrive di lui l'Artom) egli non capiva i rancori poli- 
tici: e quelli che erano stati i suoi avversari potevano diventare 
suoi strumenti o suoi aiuti pochi giorni dopo. Questa condotta lo 
fece spesso accusare di versatilità, di poca costanza di principii. » 
A torto, poiché essa era informata a un criterio ben diverso, come 
apparisce da quel che un giorno egli medesimo diceva al signor 
W. de La Rive : JEn politique, il rìy a rien d'aussi absurde que 
la rancune. 

Ciò posto, non recherà maraviglia se il conte di Cavour in questa 
congiuntura tanto delicata, dall'esito della quale dipendeva cosi 
l'interesse del paese come l'interesse suo personale di ministro, non 
dubitò punto di chiedere in suo aiuto l'opera del conte di Eevel, 
sebbene fossero freschi tuttora i ricordi dell'aspra lotta parlamen- 
tare dell'aprile precedente. E il conte di Eevel, sia detto in onor 
suo, non rifiutò la nobile e difficile missione che il fortunato rivale 
gli offriva. La Corrispondenza che vede per la prima volta la luce 
in questa raccolta, se da un lato palesa la gran mente del conte 
dì Cavour, dall'altro lato attesta con molta evidenza come egli non 
potesse fare una scelta più felice di quella del conte di Eevel per 
avviare e condurre a buon termine la più grande operazione fi- 
nanziaria che fosse stata mai ideata dal piccolo Piemonte (1). 



(1) Ii'on. Valerio avendo creduto di ravvisare un fine politico in questa missione, 
cosi il conte di Cavour gli rispondeva ai 18 di giugno: 

« Il ministro delle finanze e l'onorevole deputato {signor conte di Revel) che volle 
incaricarsi di una difficile missione non hanno nò l'uno né l'altro in nulla modificate 
le opinioni ohe essi hanno espressa alla Camera. Si trattava non di una missione 
politica, ma di una missione finanziaria. Il ministero ha cercato la persona che, 



— 198 — 

Rifacendoci alcuni passi addietro, passeremo in rapida rassegna 
le leggi di finanza, che, proposte dal conte di Cavour o dal suo 
predecessore, egli reputò necessario che fossero approvate dal Par- 
lamento, perchè senza di essi (come dichiarò esplicitamente nel 
discorso dell'8 di maggio) gli sarebbe stato impossibile presentarsi 
all'estero con fiducia di successo, e sarebbe stata vana la lusinga 
di poter erigere un edifizio finanziario rispondente agli a alti de- 
stini » del paese. 

Notiamo, infrattanto, che non ostante questa sua dichiarazione, 
subito che fu posto all'ordine del giorno della Camera, nella tor- 
nata del 9 maggio, il disegno di legge, stato presentato dal Nigra 
per un'imposta sui crediti fruttiferi, l'onorevole Sineo mise in campo 
una questione pregiudiziale tendente a rinviare l'esame dì ogni 
legge di finanza fino a che i provvedimenti indicati nell'esposizione 
finanziaria non fossero stati deliberati dalla Camera. Il conte di 
Cavour non durò fatica a far respingere questa proposizione; ed 
egualmente senza molto contrasto ottenne che la nuova imposta 
fosse approvata, colla limitazione che rimanesse in vigore per soli 
tre anni e mezzo : nel quale intervallo di tempo il governo avrebbe 
studiato la possibilità di introdurre in Piemonte stabilimenti di 
credito agrario, che, col diminuire il tasso dell'interesse, miglio- 
rassero notabilmente la condizione dei proprietari. 

Contrasti e difficoltà di ben altra natura presentò l'approvazione 
della legge per la riforma della tariffa doganale. Questa legge, 
rammenterà il lettore, entrava nel novero di quelle che il conte 
di Cavour, nel discorso-ministro del 2 luglio 1850, aveva dichia- 
rato urgenti e indispensabili ; e per verità, diventato ministro, aveva 
dato opera sollecita a prepararla, cosicché fu in grado di presen- 
tarla alla Camera nel gennaio seguente. La discussione che si pro- 



a ano giudizio, credeva la più capace di poterla adempiere, la più capace pe' suoi 
lumi, per la sua pratica e per la sua riputazione. Se il ministero avesse creduto 
che sui banchi su cui siede il signor Valerio vi fosse stata una persona, sotto il 
rispetto finanziario, più di quella capace, quantunque in essa avesse ravvisato un 
avversario politico, non avrebbe esitato a rivolgersi alla medesima ed a pregarla 
di incaricarsi di siffatta missione. 

« Questa risoluzione, lo ripeto, non fu presa che dietro l'intima convinzione che 
la persona scelta era dal lato finanziario quella che poteva adempiere quella de- 
licata e importantissima missione nel modo il più soddisfacente pel paese. » 



— 199 — 

trasse dal 27 maggio al 17 giugno, e durante la quale il Cavour 
pronunciò cinquantadue discorsi, fa piena di animazione e di sin- 
golari incidenti, e nuova occasione ad amici ed avversari per am- 
mirare il suo ingegno di economista e di lucido, stringato e robusto 
parlatore. Non mai forse le arguzie gli fiorirono più spontanee sul 
labbro, non mai egli mostrò il suo good humour come in questa 
arìda discussione di olii, di zuccheri, di cotone, di pelli e simili, 
che avrebbero stancato anche il più paziente degli uditori. 

Toccando della legge per la riforma daziaria, non è possibile 
non ricordare la singolare dottrina, perizia e duttilità d'ingegno 
del conte di Cavour per venire a capo della grave controversia del 
porto franco di Nizza, per trattare la quale egli non doveva re- 
stringersi agli argomenti semplicemente economici, ma doveva al- 
largarsi nel campo finanziario, legale e storico. H temperamento 
transitorio da lui proposto, che, cioè non si sopprimesse il porto 
franco che quando si procedesse ad una nuova riforma daziaria, e 
questa invece di limitarsi agli oggetti manufatti si estendesse al- 
tresì ai prodotti del suolo, urtava contro quattro diversi sistemi 
esposti da abili ed efficaci oratori dell'opposizione e della maggio- 
ranza medesima, spalleggiati, ciascuno, da un ragguardevole nu- 
mero di deputati. A tutti fece testa il conte di Cavour con un'a- 
bilità, ripetiamo, singolare, e riuscì, sapendo cedere a tempo e 
luogo su questioni di riforma, a salvare la sostanza del progetto 
che gli stava più a cuore. 

E forse più che l'abilità, gli giovò, per tal fine, la schiettezza 
(la quale del resto è abilità anch'essa), e la fermezza nel chiarire 
e difendere il concetto a cui si era informato il governo nelle de- 
liberazioni rispetto ai Nizzardi. Queste sue qualità risplendono 
sovratutto nella conclusione del suo discorso del 6 giugno e nel- 
l'esordio dell'altro suo discorso del 10. 

I Nizzardi (diss'egli nel primo dei menzionati discorsi) mettono un 
grande interesse nel mantenimento del porto franco, al quale ascrìvono 
la potente loro prosperità 

Se tale opinione fosse contraria alla giustizia ed all'equità, io non 
vi proporrei certamente di prenderla in considerazione. Non sarà mai 
il ministero, non sarò io mai al certo che verrò a proporre alla Camera 
un atto di debolezza, che verrò ad invitarla a cedere al cospetto delle 
pretese poste avanti da partiti, quando queste non abbiano verun fon- 
damento. 



— 200 — 

Io dichiaro altamente essere mio avviso ohe un governo per mostrarsi 
libero non debba essere debole, e che s'egli è vero che quando si vive 
sotto un regime costituzionale, l'azione del governo deW essere ristretta 
severamente nei limiti della legge, è vero altresì che in questa sfera 
Fazione del governo è d'uopo che sia energica e forte {Bene! bravo f). 
Essendo però convinto che vi è un fondo di verità nei reclami della 
popolazione nicese, io stimo che si abbiano a prendere in una certa 
considerazione, quand'anche si possano riconoscere troppo vivaci ed 
alquanto esagerate. 

Coli' adottare il sistema ministeriale, e col rimandare lo stabilimento 
del diritto comune universale all'epoca di una futura e spero non lon- 
tana, novella riforma daziaria, in cui potrebbe applicarsi questo diritto 
senza timore di ferire gravemente i sentimenti di questa popolazione 
illuminata dall'esperienza e fatta esperta .dalle discussioni, otterremo 
che i Nicesi, a fronte di una nuova riforma daziaria, saranno i primi 
a far plauso allo estendimento del diritto comune di tutte le Provincie 
anche ad essi. Essi avranno imparato ad apprezzare il benefizio delle 
nostre libere istituzioni, e porranno in allora sopra ogni cosa il favore 
di far parte della nostra famiglia subalpina, la quale ho viva fiducia 
che sia destinata a provare ali Italia ed all'Europa che anche i po- 
poli del mezzogiorno sono degni di vivere sotto libere istituzioni e sono 
capaci di progredire nella via della libertà (Bene/ bravo/).] 

E ai 10 giugno: 

... Da quattro giorni che si discute, il progetto ministeriale è stato 
attaccato da tutti i lati della Camera, censurato sotto tutti gli aspetti 
per le ragioni le più diverse e dai partiti più opposti. 

Gli onorevoli deputati di Nizza l'hanno rappresentato come sover- 
chiamente savero, come ingiusto per la loro città nativa; altri deputati, 
invece, come troppo indulgente, come contrario alle massime di egua- 
glianza sancite dallo Statuto; altri poi lo rappresentarono come una 
inconseguenza ; come una violazione dei principii di libertà commerciale 
dal ministero sostenuti. 

Finalmente quest'oggi l'onorevole deputato Valerio ne ha preso ar- 
gomento per lanciare una violenta filippica politica contro il ministero 
(Segni di diniego a sinistra — Movimento a destra). Io dichiaro schiet- 
tamente che queste contrarie e vive accuse non hanno avuto per effetto 
di smuovere la mia convinzione. Appunto perchè io la vedo contrastata 
dai fautori, non dirò esagerati, ma estremi, dei partiti opposti, che la 
vedo contrastata e da quelli che si ascrivono il mandato di dover es- 
sere i custodi più fedeli delle massime di eguaglianza dallo Statuto 
proclamate, e perchè inoltre la scorgo combattuta dal lato politico e 
da coloro che si professano i più caldi sostenitori del principio italiano, 
come da quelli più moderati in questo punto (Bisbiglio a destra), io 
credo che il sistema del ministero sia il risultamento di tutto questo 
sistema contrario (Risa di adesione e moti in senso diverso), e sia 
quindi quello che nello stato attuale delle cose si debba riconoscere per 
A più conveniente sotto tutti i rispetti (Bravo/ a destra). 

Io debbo prima allontanare una specie di accusa che mi fu lanciata 
indirettamente da due onorevoli oratori, uno che combatteva il porto 



— 201 — 

franco, l'altro che lo propugnava apertamente, voglio dire gli onore- 
voli deputati Melisma e Josti. 

Entrambi, accennando al discorso da me pronunziato ed esaminandone 
le varie parti, posero in campo l'ipotesi che la conservazione del porto 
franco nicese non fosse stata proposta dal ministero con animo franco 
e deliberato ; e questo modo di procedere veniva dal signor deputato 
Josti qualificato con un'espressione che oserei dire ingiuriosa, se non 
andassi certo che lo stesso deputato non aveva in animo di darle una 
sì poco benevola significazione. 

Josti. Domando la parola (Movimento), 

Cavour. Mi sembra che in tutte le circostanze, e come ministro e 
come deputato, io abbia sempre mostrato di avere il coraggio della 
mia opinione. Io non ebbi mai l'abitudine di porre in campo una pro- 
posizione per vederla da altri combattuta e respinta. Allorché io pro- 
pongo un sistema, si è perchè lo credo buono; ed in tal caso, come ho 
detto, se manifesto un'opinione, sono uso a francamente ed apertamente 
sostenerla. 

Se il ministero ha proposto il mantenimento del porto franco di Nizza 
con alcune restrizioni, si ò perché, dopo maturi esami e serie rifles- 
sioni, esso era convinto, come lo é tuttora e lo è vieppiù dopo le fatte 
discussioni, che la conservazione di questo porto franco é conveniente 
ed opportuna. 

Prima di entrare nella questione economica, dirò brevi parole sulla 
questione politica, intorno alla quale ha già alquanto ragionato l'ono- 
revole ministro dell'interno. 

L'onorevole deputato Valerio ci ha appuntato di aver blandito il 
partito reazionario di Nizza e di aver usato speciali riguardi al par- 
tito francese (1). E in prova di ciò che cosa adduceva il signor Va- 
lerio? Gli articoli dei giornali reazionari, ove la condotta del ministero 
®a aspramente, violentemente criticata. Mi permetta di dirlo, ma questa 
è una prova ben singolare delle sue asserzioni (Risa). 

8e noi avessimo blandito il partito reazionario, ci farebbe esso, come 
notò l'onorevole mio collega, una guerra così aperta? I giornali che 
prendono il nome da due montagne (2) non iscaglierebbero continua- 
mente ingiurie contro il ministero. Il signor Valerio, quantunque noi 
jamo suoi avversari politici, non penso che ci tenga in così poco conto, 
fa credere che noi amiamo blandire coloro che continuamente c'ingiu- 
riano. Io, per me, lo dichiaro francamente, io non ho mai seguito 
questo sistema: a chi mi ha attaccato gli ho sempre voltato il viso, 
e l'ho combattuto apertamente, risolutamente. 

U partito estremo reazionario noi lo combattiamo non colle stesse 
rae armi, perchè noi non siamo usi a valerci delle ingiurie, ma lo com- 
battiamo certamente con l'istessa energia, con la stessa risolutezza 
(Segni di approvazione). 

b quanto al partito francese, io, in verità, non conosco i particolari 
deU'amministrazione nizzarda, e non so se nel conferire qualche im- 
Pugo secondario si sia badato a chi più o meno da lontano apparte- 
**we a quel partito... Quello che è certo si è che il governo ha sempre 



0) Cioè il partito ohe sin d'allora mostrava ir o'inazioni separatiste. 

(t) n Qourrier dee Alpee di Ohambéry e VÉcho du Mont-blanc di Annecy, 



— 202 — 

dato gli ordini più precisi a' suoi agenti di non favorire in alcun modi 
ma anzi di combattere per ogni verso il cosidetto partito francese. 

Contemporaneamente a questa grave discussione, che occupò a,] 
enne tornate straordinarie della Camera, il conte di Cavour dovett 
sostenere in Senato il peso della discussione del progetto di leg-g" 
per una tassa sulle successioni, e nella Camera medesima pronunci* 
nove discorsi (14, 16 e 17 giugno) sul progetto di legge pel pre 
stato di 75 milioni di lire con ipoteca sulla strada ferrata da To 
rino a Genova ed al Lago Maggiore. Altri venti discorsi pronunci*! 
pochi giorni appresso (21, 23, 24, 25 e 26 giugno) in difesa del 
progetto di legge per una tassa sulle professioni, arti liberali, in- 
dustrie e commercio. Nelle tornate del 26 e 27 difese il trattato di 
commercio stipulato colla Svizzera, addi 8 giugno, e, in quelle 
del 27, 28 e 30, la convenzione addizionale al trattato di navi- 
gazione e commercio colla Francia, che il 20 maggio precedente 
era stata conchiusa fra quel governo e il governo sardo. Colla stessa 
data un trattato di commercio era stato egualmente stipulato collo 
Zollverein (lega doganale tedesca), e addi 24 giugno coi Paesi Bassi. 

In tal modo, per via dei trattati, fu dato al conte di Cavour di 
compiere in una sola sessione parlamentare una riforma economica 
che in altri paesi consumò tempo e fatiche di gran lunga mag- 
giori : dovechè se egli avesse voluto abbracciare nella sua integrità 
la riforma commerciale, è assai dubbio che avrebbe conseguito tale 
intento. Infatti non era improbabile che coloro i quali, per una ra- 
gione o per un'altra contrastavano quella riforma, si collegassero, 
fra loro, e, quand'anche non abbastanza forti da ottenere il rifiuto 
della legge, costringessero il ministero e la Camera ad accettare 
molte transazioni con offesa del gran principio che si aveva in 
animo di far trionfare. « Io non voglio fare allusioni personali 
(notava acconciamente a questo riguardo il conte di Cavour alla 
Camera il 30 di giugno), ma se metto insieme tutti i fautori dell'in- 
dustria fabbrile, tutti i fautori delle immunità locali e coloro che 
portano un cosi vivo interesse alle località che profittano dei diritti 
differenziali per le mercanzie che giungono dal colle di Tenda, e 
i rappresentanti delle località ove si produce il formaggio (1), e 



(l) Anche di questa derrata « l'aristocratico » conte Benso di Cavour s'era fatto 
produttore ! Rispondendo il 27 giugno all'onorevole Menabrea, che lamentava la 



— 203 — 
gii avvocati della zona olearia (Ilarità) ; se io addiziono tatti questi 
varii rappresentanti di questi diversi interessi, io giungo a com- 
porre una schiera, forse insufficiente per cambiare la maggioranza, 
ma tale da poter portare gravissimo incaglio alla discussione di 
una legge cosi complicata, così difficile, cosi intralciata come una 
riforma daziaria. » 

Fra le discussioni, che abbiamo poc'anzi menzionate, quella in- 
torno alla convenzione addizionale colla Francia è meritevole di 
essere particolarmente ricordata per le accuse personali onde il 
conte di Cavour fu fatto bersaglio da un deputato di sinistra, l'o- 
norevole Riccardo Sineo: 

Io non terrò dietro all'onorevole deputato Sineo (così rispose il Ca- 
vour nella tornata del 28 giugno), circa le allusioni al mio passato. 
Io ho vissuto tutta la mia vita qui in Torino, in mezzo ai miei con- 
cittadini ; tutti i miei atti sono stati pubblici ; prima ancora della Co- 
stituzione sono entrato nell'arringo della pubblicità; quindi io lascio il 
giudizio della mia vita passata ai miei concittadini, senza tema, non 
che questo giudizio non possa essere più o meno severo in quanto alla 
mia condotta ed agli errori che possa aver commessi, ma sicuro che 
(Con vivacità) in quanto alle mie intenzioni, a' miei sentimenti espressi 
apertamente dall'età di 16 anni, quando vi era qualche pericolo a ma- 
nifestarlo, nessuno certo mai vi sarà che possa dubitarne. 

L'onorevole Sineo, avendo stimato di rincarare la dose e di in- 
colpare conte di Cavour di avere abusato dell'ufficio di ministro 
per provvedere a' suoi interessi privati, meritossi questa sdegnosa 
risposta : 

Fra le tante accuse che furono dirette contro il trattato e contro 
il ministero, ciò che mi ha maggiormente sorpreso si è il sostenere 
che io abbia portato in questa discussione l'elemento delle passioni e 
delle personalità. 

Io invoco a tale uopo la memoria di tutti i membri della Camera, 
sia che seggano sui banchi della sinistra come su quelli della destra, 
e mi rimetto al loro giudizio. Essi potranno dire se alle molte e vive 
e dirette personalità che ebbi a subire, io abbia data risposta con pas- 
sione e con violenza, e se abbia tentato di far uscire il dibattimento 
da quella calma che debbe avere in una sì grave emergenza. 

Io mi credo anzi in diritto di dire che molti degli onorevoli preopi- 



dimi unzione del dazio «ui formaggi perchè dannosa alla Savoia: a Farò osservare 
(di b s' egli) all'onorevole preopinante ohe, oltre alla Savoia, vi sono anche nelle 
altre provi ncie dello Stato molti produttori di formaggio. Io stesso sono produttore 
di questa derrata (Ilarità), ma pur trovo naturale che questo nostro prodotto non 
aia soverchiamente protetto... » 



— 204 — 

nanti hanno fatto traviare la discussione della questione generale in. 
questione personale, e l'ultimo ha spinto tant'oltre questo sistema otte 
si è fatto lecito delle insinuazioni personali, alle quali ho fermo di non 
dover rispondere che col più alto disprezzo {Bravo! a destra ed clZ 
eentro). 

L'onorevole deputato Sineo ha pure creduto poter porre in questione 
la delicatezza del ministro. Egli ha creduto dover fare osservare alla 
Camera che i suoi interessi privati avevano potuto influire sulle &t*& 
determinazioni come uomo pubblico. A questa sì bassa accusa io non. 
avviso dover pure rispondere altrimenti che col disprezzo (Bene ! Brava / 
a destra). 

Egli ha accennato nel suo discorso alle discussione della tariffa, e 
ha detto avere io un interesse in una fabbrica di questa città. Io qui 
voglio dare una spiegazione alla Camera. 

Era stato per molto tempo uso dei capitalisti del nostro paese appena 
avevano fatto qualche cospicuo guadagno nell'industria, di affrettarsi a 
ritirare da questa i loro capitali per impiegarli in acquisto di beni 
stabili, e questa fu, credo, una delle principali cagioni dei lenti pro- 
gressi dell'industria presso di noi. Avendo io pertanto alcuni anni or 
sono, per alcune circostanze che credo inutile ricordare, fatto la cono- 
scenza di un giovane e distinto industriale, il quale non si trovava 
avere dei fondi in proporzione delle sue cognizioni chimiche e dei suoi 
talenti industriali, ho venduto dei fondi per procurargli dei capitali 
onde potesse attivare la sua fabbrica, la quale io credeva e credo an- 
cora abbia reso e possa rendere dei grandi servigi al paese, poiché è 
una fabbrica in gran parte di prodotti nuovi, di prodotti chimici, che 
si può estendere ai prodotti utili all'agricoltura, quando la produzione 
dei concimi che in essa si è tentata, possa prendere un grande svi- 
luppo. Io penso con ciò non solo di aver fatto un atto, di cui non abbia 
a pentirmi, ma di aver fatto un atto, il quale, se trovasse molti imi- 
tatori, avrebbe sull'industria nazionale le più utili conseguenze. Tatti 
i prodotti di questa fabbrica godevano di una limitata protezione, e 
nella riforma della tariffa, se si vuole esaminare, furono quelli sui quali 
furono proposte le maggiori riforme. Si esamini la diminuzione proposta 
sull'acido solforico e sugli altri prodotti chimici, e si vedrà che mentre 
per gli altri si proponeva una riduzione del 50 per cento, per quei 
prodotti fu del 70 e delT80. Ciò fu in conseguenza di una dichiara- 
zione che io feci, quando diedi questi fondi a quell'industriale, in un 
tempo in cui non poteva sicuramente mai immaginarmi che sarei stato 
chiamato né come deputato, nò come ministro ad attivare una riforma 
daziaria. Io gli dissi allora: vi fornisci dei fondi ad una condizione, 
ed è che vi mettiate in istato di poter fabbricare senza l'aiuto del si- 
stema protezionista : e gli ho tenuto parola. Subito che fui in facoltà di 
poter influire sopra una riduzione daziaria, fu su questo prodotto che 
io portai la riduzione maggiore. 

Quanto al fosforo, che è uno dei principali prodotti di questa fab- 
brica ed un merito di questo industriale, poiché fu il primo in Pie- 
monte ad introdurre la fabbricazione del fosforo, si era proposta una 
riduzione assai larga; ma quando venne la discussione fu da un mem- 
bro della Commissione, l'onorevole signor Sella (1), proposto un aumento. 

(1) Oregorio Sella, deputato di Bioglio. 



— 205 — 

Prima che lo proponesse, cercai distorgliernelo; e se male non mi 
appongo, credo di averlo combattuto (Segni di assenso sopra alcuni 
ianchì). Se la memoria poi non mi falla, mi pare che il signor Valerio 
dicesse che questo genere era meno degli altri protetto. Di fatti il 
dazio (non ho qui la cifra, perché veramente non mi aspettavo a questo 
genere di attacco), il dazio che fu mantenuto era di 50 centesimi per 
chilogramma; ora il fosforo vale 8 o 9 franchi, quindi il dazio è del 
6 o 7 per cento. Ora io chieggo alla Camera se questo dazio sia nn 
dazio protettore 

Ma io non voglio intrattenere maggiormente la Camera di questa, 
per buona sorte, rarissima specie di dibattimento. Finora la Camera 
non è stata usa alle discussioni personali ; finora, grazie al cielo, tutti 
i partiti si sono rispettati. Se l'onorevole avvocato Sineo ha creduto 
doversi allontanare da questa massima salutare, non io certo seguirò 
il suo esempio per opporgli personalità a personalità. ; lascio la Camera 
giudice fra l'accusatore e l'accusato. 

Sebbene l'esempio del Sineo non fosse seguito da altri oratori, 
aspra e difficile fu la lotta che al conte di Cavour toccò di sostenere 
per indurre la Camera ad approvare la nuova convenzione com- 
merciale colla Francia. E anche questa volta, come già nel gennaio, 
quando si discuteva il trattato di commercio del 5 novembre 1850, 
dovette palesare le ragioni politiche, le quali nel sno parere 
prevalevano sulle ragioni semplicemente economiche. Deliberata- 
mente diciamo « palesare, » perchè, in verità, leggendo oggi questo 
discorso, dopo che gli avvenimenti avverarono le previsioni del 
conte di Cavour, a ninno cadrebbe in pensiero che egli usasse 
quel linguaggio per artifizio oratorio. 

Non seguirò sul terreno un po' sdrucciolo alcuni degli onorevoli preo- 
pinanti (1). Non esaminerò la politica interna della Francia; non me 
ne farò né l'apologista, né il critico. Io penso che una grande nazione 
che si regge a libertà, è fino ad un certo punto responsale degli atti 
del sno governo. Stimo quindi essere poco prudente il volere sceverare 
in modo assoluto il governo dalla nazione, ed il credere che le critiche 
che si rivolgano all'uno, non ricadano indirettamente sovra l'altra. 

Né a questo argomento si può opporre la polemica interna, imper- 
ciocché noi scorgiamo tuttodì che l'uomo della più viva e violenta op- 
posizione, quando vede i suoi opponenti attaccati all'estero, se ne co- 
stituisce quasi involontariamente il difensore. E di ciò ne forni una 
prova l'onorevole Brofferio, il quale, dopo aver non poco inveito contro 
U ministero, ci ha detto che, quando ha veduto questo governo attac- 
cato al di fuori, egli fu commosso da un certo sentimento italo-piemon- 



(1) I deputati Valerio, Brofferio, Mellana, Sineo e Ayigdor (relatore). 



— 206 — 

tese che lo portava quasi quasi a farsi l'avvocato di esso ministero 
(Ilarità). 

Io credo che lo stesso si debba dire della nazione francese. Se aves- 
simo ricusato di trattare col suo governo, io penso che l'irritazione 
non si sarebbe ristretta a questa, si sarebbe estesa a tutta la nazione, 
sia a cagione di quella solidarietà, che rispetto all'estero esiste tra. 
quasi tutti i partiti politici, sia anche per un altro motivo più grande. 
Siffatto motivo si è che nelle questioni economiche la nazione francese 
non è più liberale del suo governo... 

Io credo che nelle circostanze attuali, nelle condizioni speciali in cui 
noi ci troviamo, non sia prudente, non sia politico il non essere colla. 
Francia in buona relazione. 

Si è molto parlato delle varie contingenze che potrebbero accadere 
(Udite). 

L'onorevole oratore ha detto che se noi fossimo attaccati, la Francia 
ci difenderebbe; questo fu contestato da alcuni e da altri consentito. 
Quanto a me dirò sinceramente che se fossimo attaccati, io, più che 
nel soccorso della Francia, avrei fede nei sentimenti unanimi della 
nazione ; nell'entusiasmo che si desterebbe in tutti nel vedere lo sten- 
dardo tricolore innalzato da un Re generoso, avvezzo ai giuochi della 
guerra (Sensazione). 

Qui esprimo schiettamente la mia opinione, relativamente al caso in 
cui fossimo attaccati ; ma, o signori, non è questo il solo avvenimento 
politico che possa accadere in Europa. Non può arrivare una tale com- 
plicazione di eventi in cui prendano parte tutti i popoli d'Europa ? In 
cui l'Occidente e l'Oriente si trovino divisi in due campi? E se questo 
accadesse, sarebbe egli desiderabile che noi fossimo in men che buone 
relazioni colla Francia? Se questo avvenimento, che non è probabile, 
ma che non è impossibile, accadesse, desidererebbero gli oratori che 
hanno parlato con tanto calore, che noi ci trovassimo in poco benevoli 
rapporti colla Francia, e che dovessimo fare assegno, nelle eventualità 
di un attacco della Francia, sulle baionette che stanno oltre il Ticino ? 
(Mormorio a sinistra). 

Io, in verità, non lo credo, io dichiaro altamente, che in vista degli 
avvenimenti, ripeto, non probabili, ma possibili che possano compiersi 
in Europa, credo prudente, opportuno, conforme ai veri interessi del 
nostro paese di trovarci in buone relazioni colla Francia ; ed è perciò 
che noi abbiamo, non dirò sacrificate, ma lasciate in seconda linea le 
considerazioni economiche e ci lasciammo indurre dalle considerazioni 
politiche ad assentire a questo trattato che assicura il mantenimento 
delle nostre buone e cordiali relazioni colla Francia e ci assicura che, 
ove gravi complicazioni europee sorgessero, non avremmo da stringere 
un' alleanza con un popolo col quale vi fossero discussioni economiche, 
che dovessimo fare un trattato d'alleanza politica, mentre si combat- 
terebbe una guerra di dogane. 

Prima che si chiudesse la sessione, il conte di Cavour, non an- 
cora contento che la Camera, colTapprovazione della convenzione 
addizionale colla Francia, avesse compiuto un'ampia riforma del si- 
stema economico del paese, volle chiamarla a deliberare intorno ad 



— 207 — 
un gravissimo argomento, la cai risoluzione teneva molta parte 
nel suo piano finanziario. Fermo nel concetto che nno Stato, il 
quale voglia conseguire un alto grado di prosperità materiale, e 
vedere svolti con tutta la maggior attività possibile i suoi mezzi 
di produzione, deve avere, sull'esempio di tutte le potenti nazioni, 
un grande stabilimento di credito, egli aveva ideato il sistema di 
una gran Banca, non privilegiata, non investita di un monopolio 
assolato, ma che avesse l'incombenza di moderare, di regolare in 
certo modo la circolazione, e fosse in condizione di somministrare 
un valido aiuto al governo nei momenti difficili. H mezzo più ac- 
concio, secondo lui, per conseguire questo fine era quello di deter- 
minare la Banca Nazionale a raddoppiare il suo capitale (da 8 a 
16 milioni), accordandole in compenso il corso legale de' suoi bi- 
glietti. Di qui il progetto di legge per modificazioni agli statuti 
della Banca ora detta, che egli aveva presentato alla Camera poco 
dopo essere stato chiamato a reggere interinalmente il portafoglio 
delle finanze. Uso a superare tutti gli ostacoli, il conte di Cavour 
confidò che avrebbe colla efficacia de' suoi argomenti dissipato i 
contrasti che antivedeva molti e potenti contro il suo progetto; 
ma in sin dalle prime avvisaglie, egli si avvide che il terreno non 
era favorevole per lui, e da capitano avveduto, invece di insistere 
per un'azione risolutiva, seppe cogliere il buon destro di rimettere 
la lotta finale a tempo più opportuno. « Le rejet (scriveva in pro- 
posito ai 6 di luglio al conte di Bevel a Londra) aurait fait un 
mauvais effet ; au lieu qu'un ajournement n'a aucun inconvénient. 
Pent-ètre me fournira-t-il les moyens de persuader à la Banque 
de doubler son capital sans exiger le cours legai. Si je parviens 
à ce but, je me feliciterai d'avoir pu obtenir l'augmentation du 
capital de la Banque sans lui avoir livré le cours legai » (Lettera 

clvii). 

Sebbene non. seguita da un trionfo immediato, cionondimeno la 
discussione sulla Banca Nazionale ebbe per effetto di dissipare o 
scuotere molti pregiudizi avversi ai concetti del conte di Cavour. 
Il quale fu singolarmente efficace nella risposta data a coloro che 
contrariavano la legge perchè a loro avviso l'istituzione di una 
Banca su larghe basi avrebbe indebolito l'azione del governo, o, a 
dir meglio, l'azione del paese « quando giungessero momenti dif- 
ficili. » 



— 208 — 



Io dirò con tutta schiettezza (replicò il Cavour) che se vi ha, tu 
motivo più che un altro che mi ha determinato a persistere in questi 
risoluzione a malgrado dell'opposizione incontrata su quasi tutti 
banchi della Camera, egli è perchè ho l'interna e profonda convinzioni 
che l'istituzione di una potente Banca riuscirebbe indispensabile a 
paese nel caso in cui si verificassero le ipotesi a cui si accennava.. 

Io non voglio sollevare il velo dell'avvenire, io non so se questi 
ipotesi si realizzeranno ; ma quando il paese versasse in condizioni dif 
ficili, quando avesse bisogno di riunire tutti i mezzi possibili per com- 
piere la sua missione ; io lamenterei altamente che coloro i quali in 
quelle circostanze fossero chiamati a dirigere gli affari non potessero 
far calcolo sopra i potentissimi mezzi che loro somministrerebbe l'isti- 
tuzione che io vi domando di creare; io, in questo caso, desidererei 
ardentemente di ingannarmi; io farei voti che allora coloro, che mi 
combattono con maggior insistenza, con maggiore veemenza, o con 
maggior passione, non fossero i primi a conoscere che io aveva alta- 
mente ragione, e che io qui non combatteva per gli interessi di una 
società privata, ma che sosteneva i veri, i reali interessi del paese 
(Bravo/ bene! da molti banchi). 

Rivolgendosi poi in particolar modo all'onorevole Depretis, che, 
coH'onorevole Paolo Farina, aveva più caldamente osteggiato la 
riforma degli statuti della Banca Nazionale, il conte di Cavour 
così si espresse: 

Io ed i miei amici consideriamo questa grande istituzione di credito 
capace di produrre assai più bene che male al paese, quantunque l'o- 
norevole deputato Depretis la ravvisi quasi come una calamità nazio- 
nale. Io prego il deputato Depretis a rassicurarsi di quanto io gli dico. 
Lo prego primieramente ad osservare che le azioni della Banca non 
sono nelle mani di un piccolo numero di grandi capitalisti, i quali 
abbiano un interesse veramente diverso da quello della nazione; dac- 
ché tali azioni sono ripartite fra seicento persone, di cui ve ne hanno 
di molto ricche, ma anche di quelle mediocremente agiate... 

Ma quand'anche si potesse supporre che questo monopolio passasse 
nelle mani delle principali case di commercio di questa città, la causa della 
libertà dell'Italia non ne avrebbe punto a temere, e ne darò un motivo. 
Quando nel 1848 vi fu un imprestito, che, sebbene obbligatorio di nome, 
fu volontario di fatto, chi vi concorse largamente e con minore ri- 
trosia fu appunto il commercio di questa capitale {Movimento a sini- 
stra). Abbia la bontà l'onorevole Depretis di confrontare la cifra, e 
vedrà che, relativamente alle ricchezze ed alla popolazione, il com- 
mercio di questa capitale concorse in una proporzione infinitamente 
maggiore che non le provinole che erano in voce di essere le più li- 
berali dello Stato (Movimento di sensazione). Io credo dunque che, se 
le circostanze indicate si ripetessero, quel commercio e quei capitalisti 
che gli inspirano tanta sfiducia si dimostrerebbero, al pari di tutti gli 
altri cittadini, pronti a tutti i sacrifizi necessari all'afta impresa na- 
zionale. 



— 209 — 

Rimandato ad altro tempo, come più addietro bì è detto, il de- 
liberare sulla questione di principio, la Camera interruppe, addi 9 
loglio (1), le sue tornate, dopo avere approvata la proposta del 
conte di Cavour che frattanto il corso legale dei biglietti della 
Banca Nazionale, il quale, a tenore di legge, sarebbe cessato ai 15 
di ottobre, venisse protratto in fin d'anno. H 16 la sessione par- 
lamentare fa prorogata a tatto il 18 novembre. Instancabile atleta, 
MI 1 al 14 luglio il conte di Cavour pronunciò un'altra diecina 
di discorsi intorno ai progetti per la riforma della tariffa doganale, 
per una tassa sulle professioni, arti liberali e sull'industria e com- 
mercio, e intorno ai trattati di commercio collo Zollverein, colla 
Svizzera e coi Paesi Bassi. Certo ninno meglio di lui confermò 
coll'esempio suo proprio la giustezza di quel detto di Boyer-Collard 
che i governi parlamentari sono stati condannati al lavoro « cornine 
le laboureur qui vit à la sueor de son front. » 

La Corrispondenza del conte di Cavour dal luglio al novembre, 
per quanto incompiuta, lascia facilmente argomentare dalle molte 
e svariate cose in essa indicate quello che dovevano essere gli 
ozii di lui durante le vacanze parlamentari. Vediamo da essa come 
il buon andamento delle operazioni del prestito di 75 milioni, la 
riforma amministrativa e l'ordinamento del credito fossero in quel- 
l'intervallo di tempo l'oggetto delle sue maggiori preoccupazioni: 
" La réforme administrative et l'organisation du crédit, voilà les 



(1) Bue giorni prima (7 loglio) il gabinetto s'era rafforzato colla nomina di un 
nuovo ministro, nella quale ebbe parte principalissima il conte di Cavour. Durante 
U discussione del porto franco di Nizza, l'attenzione di lui si era fermata sopra 
di un oratore che, sebbene appartenesse alla maggioranza, parlò in quella occa- 
sione contro il progetto ministeriale, e lo fece con tanta efficacia di argomentazione 
the «gli subito pensò come un oratore siffatto sarebbe stato un validissimo aiuto 
al ministero. L'oratore in discorso era il conte Giovanni De Foresta, nato a Vil- 
lafranca Marittima (circondario di Nizza) il 17 agosto 1799. Addottoratosi in legge 
n«\l'TTniver&ita di Torino, aveva poscia esercitato in Nizza la professione di avvo- 
cato con tanto splendore d'ingegno e con tanta onestà, che in breve divenne l'av- 
vocato principe del paese, consigliere comunale e provinciale, arbitro «desiderato 
i* tatti i negozi di maggior rilievo, e nel 1850 fu scelto dagli elettori del io Col- 
tagfo di Nizza per rappresentarli nella Camera Subalpina. Le Lettere CLIII e 
CZAV, a lui dirette, si riferiscono all'invito fattogli nel giugno 1851, dal oonte 
di Cavour (ool consenso de' suoi colleghi) di accettare il portafoglio di grazia e 
giustizia, retto interinalmente dal ministro dell'interno G. F. Galvagno. 

14 — Voi. L Lettere di C. Cavour. 



— 210 — 
deux chevaux de bataille sur lesquels repose tout mon piati dL< 
campagne » (Lett. CLXXXTTT). 

Sotto l'aspetto politico è importante la Lettera CXCI, in data 
del 13 settembre, diretta al conte Teodoro di Santa Rosa (1), nella 
quale il conte di Cavour, riconoscendo di non essere in odore di 
santità presso un gran numero di suoi amici politici, si aspetta di 
essere abbandonato da loro non appena saranno superate le gravi 
difficoltà in che versa il paese. Dal modo onde egli parla del pre- 
sidente del Consiglio; si può già presumere che una rottura fra 
essi è prossima, se non imminente, Del resto era inevitabile. Come 
scriveva un giorno il Mérimée al Panizzi rispetto al signor Glads- 
tone e a lord John Russell: « En principe un premier ministre 
n'est jamais à son aise quand il a pour second quelqu'un de plus 
fort que lui. Yous savez quel ménage foisait Agamennon avec 
Achille. » 



[1851-1852] — Appena riaperto il Parlamento, una lotta assai 
vivace fu impegnata dall'Opposizione contro il ministero e più par- 
ticolarmente contro il conte di Cavour, stimato oramai mallevadore 
principale di tutti gli atti più importanti dell'amministrazione. 
Accenneremo brevemente le origini della lotta. 

Con un breve in data 22 agosto il Vaticano aveva condannato 
come acattoliche le dottrine insegnate nell'Università di Torino dal 



(1) Figliuolo primogenito di Santone, nato nel 1812 alla Spezia, ove il padre 
era sotto-prefetto dell'Impero. Laureato in legge, nel 1835, nell'Università di To- 
rino, abbracciò la carriera amministrativa, nella quale mostrò subito quelle eccel- 
lenti doti che fecero di lui, coll 1 andar del tempo, uno dei più cospicui cooperatori 
del conte di Cavour nelle amministrazioni delle finanze e dell'interno. Nominato 
sotto-intendente nel 1837, fu promosso intendente nel 1844. La singolarità del de- 
stino volle che egli fosse intendente generale a Nizza nel 1849, quando il 36 marzo, 
dopo la disfatta di Novara e la rinuncia al trono, Carlo Alberto passò in quella 
città per condursi in esilio a Oporto. u Volgevano ornai trentanni (scrive il Brof- 
f e r i o) ohe per la stessa costiera, nella medesima stazione, Santorre Santa Bosa, 
proscritto e deserto, non senza partecipazione del principe di Carignano, fuggiva 
la patria invasa dalle armi straniere; dopo quasi trentanni al figlio di Santorre 
Canta Bosi era serbato dalla Provvidenza di accogliere ed acoompagnare lo stesso 
Principe, fuggente egli pure la patria dallo straniero calpestata. » (Storia del Pte- 
monte, parte in, pag. 131). 

Nel medesimo anno 1849 (elezioni generali del dicembre) il conte Teodoro di 
Santa Bosa, eletto deputato del Collegio di Ùtelle, abbandonò il servizio delle 
intendenze e fa nominato segretario al Consiglio di Stato. 



— 211 — 

professore di diritto canonico, Nepomnceno Nnytz, contenute nei suoi 
trattati sol Diritto ecclesiastico. U conte di Cavour, conseguente 
coi principii di libertà professati e come pubblicista e come uomo 
di governo, espresse in Consiglio dei ministri il parere che, per 
troncare ogni controversia in materie ecclesiastiche fra Chiesa e 
Stato, si dovessero abolire i trattati ufficiali nelle Università del 
Regno, con che si sarebbe fatto un primo passo nella libertà degli 
studi. Tutti i ministri assentirono, salvo il Gioia, ministro dell'i- 
struzione pubblica, il quale, rammenteranno i lettori, già sin dal 
marzo 1851, discutendosi nella Camera intorno all'insegnamento 
teologico nelle Università, aveva lasciato trapelare che difficilmente 
sarebbesi trovato d'accordo col conte di Cavour in argomenti di 
quella natura. 

Bitiratosi il Gioia, l'Azeglio ed il Cavour cercarono tra i pro- 
fughi insigni, ospitati in Piemonte, chi potesse degnamente surro- 
garlo, e furono consenzienti nelTindicare Luigi Carlo Farini che, 
giusto in quei giorni, aveva propugnato con molta valentia nel 
Bisorgimento la necessità di abolire i trattati ufficiali (1). 

La nomina, accetta al Re, ebbe subito effetto (20 ottobre), e il 
Farini, appena entrato in carica, die fuori un decreto col quale i 
trattati universitari rannero soppressi. 

La notizia di questo provvedimento fu male accolta dalla stampa 
liberale più progressiva: peggio poi quando si seppe che contem- 
poraneamente il governo accreditava di bel nuovo presso la S. Sede 
tm inviato straordinario e ministro plenipotenziario (2). 



(1) Durante il suo primo esilio dagli Stati Bomani, negli ultimi tempi del ponti- 
fieato di Gregorio XVI, il Farini aveva passato parecchi mesi in Torino, e stret- 
tovi relazioni amichevoli con alcuni fra i più ragguardevoli uomini della parte 
liberale moderato, e singolarmente col Balbo e e oli' Azeglio, al quale ultimo, oome 
accennammo a suo luogo, indirizzò per le stampe una lettera sui Nobili in Italia, 
Nel novembre del 1849 venne esule una seconda volta in Piemonte, e vi fu accolto 
con affettuosa cordialità da quanti poterono meglio conoscere e apprezzare la no- 
bile e patriottica condotta, che egli aveva seguita nelle cariche eminenti esercitate 
in Boma l'anno prima, e nello difficili congiunture in che si era trovato di poi. 
Scrisse dapprima nel giornaletto umoristico La Frusta fondato dall'Azeglio per 
difendere il governo dai quotidiani assalti della stampa democratica. Per mezzo 
dell'Azeglio conobbe il conte di Cavour, che lo invitò a prestare la sua opera nel 
Risorgimento, di cui assunse in seguito la direzione sostituendo il Castelli. Nel frat- 
tempo il Farini s'era accinto a dettare la Storia dello Stato Romano dal 1815 al 1850 
compresa in quattro volumi. Tre di questi avevano veduto la luce quando fu fatto 
ministro nell'ottobre 1851. 

(%) Il cav. Manfredo Bertone di Sambuy. 



— 212 — 

Nò migliore accoglienza fa fatta alla scelta del Farini comò 
successore del Gioia. Oltrecchè egli non apparteneva né all'ano né> 
all'altro ramo del Parlamento, si era attirati molti astii per le po- 
lemiche recenti nel giornalismo e per la severità dei giudizi prof- 
feriti nella Storia dello Stato Romano contro i principali attori 
della parte democratica negli eventi del 1848-49. Né difettavano 
i municipali (sebbene a parole si vantassero italianissimi), che 
stimavano ben singolare che ai deputati o senatori piemontesi si 
fosse anteposto un italiano di altra provincia « senza precedenti 
politici. » 

La lotta parlamentare ebbe principio il 20 novembre. In essa 
il conte di Cavour, sia per l'abito preso nel periodo anteriore alla 
sessione, sia perchè l'Azeglio era infermo, sostenne la parte di 
leader del gabinetto (1). Diamo prima la sua risposta ai deputati 
Valerio e Brofferio, che vollero essere chiariti intomo al significato 
delle dimissioni dell'onorevole Gioia e della nomina del Farini. 



L'onorevole Valerio, ripetendo le interpellanze dell'onorevole depu- 
tato di Caraglio, insisteva per conoscere quale fosse stata la signifi- 
cazione politica dell'uscita dal ministero del signor Gioia e dell'entrata 
del ministro Farini, manifestando esplicitamente come, dal silenzio 
serbato su questo punto, egli credeva poter inferire esservi stata una 
mutazione nella politica del governo, essere intendimento del potere 
esecutivo di retrocedere dalla via che egli aveva fin qui battuta e di 
ritirarsi dalla politica che era stata inaugurata dal nostro antico col- 
lega ed attuale amico il senatore Siccardi. 

A queste induzioni ed ipòtesi io credo poter opporre, tanto a mio 
nome, quanto de' miei colleghi una negativa assoluta. L'uscita dal 
ministero del signor Gioia non ebbe per soggetto la politica da se- 
guirsi rispetto alla Corte di Roma, e quantunque non intenda scostarmi 
dagli usi parlamentari, i quali vietano che vengano rivelati al pub- 
blico i segreti dei Consigli della Corona, dirò pur tuttavia che vi fu 
dissenso tra il ministro Gioia ed i suoi colleghi, ma che non versava 
sulle questioni ecclesiastiche. Non temendo punto che questa mia as- 
serzione abbia ad essere smentita dall'antico nostro collega, io non esito 
a rassicurare per questo lato i preopinanti. 



(l) Da una lettera di G. Pallavicino, in data 25 novembre, al Gioberti: « L'A- 
aeglio è malato, essendosi riaperta la sua ferita oon sintomi Inquietanti : non è 
quindi impossibile ch'egli esoa dal ministero. In questo caso il Cavour passerebbe 

agli esteri e alla presidenza del Consiglio Ignoro se egli (Cavour) sia diVbuona 

fede, ma le sue parole da qualche tempo suonano italianità e sapiente liberalismo. 
Vedremo se alle parole del ministro saranno conformi gli atti del ministero, di cui 
egli è l'anima. » 



— 213 — 

Ma essi forse vogliono vedere la significazione politica, non nell'u- 
scita del ministro Gioia, ma nell'entrata del ministro Farini. A questa 
ipotesi io oppongo pure una negativa assoluta. 

L'oratore (1) che prese il primo a parlare sulla questione che ci oc- 
cupa diceva che il nuovo ministro era entrato senza antecedenti po- 
litici. Mi permetta l'onorevole oratore che io gli manifesti il mio stu- 
pore per quest'asserzione. Io aveva creduto che l'avere pubblicato scritti 
politici che avevano ottenuto molta lode, non solo nella patria, ma 
anche al di fuori ; che lo avere dato alla luce opere politiche di tanta 
importanza, che meritarono di essere tradotte da uno dei più illustri 
nomini di Stato d'Europa e dei più benemeriti d'Italia, quale è il si- 
gnor Gladstone ; io credeva, dico, che questo fosse un antecedente po- 
litico almeno di altrettanto valore quanto quelli che poterono vantare 
altre persone, che in altre circostanze vennero chiamate a sedere su 
questi banchi (Movimento prolungato). Da questi scritti poi era facile 
dedurre l'opinione dell'onorevole nostro collega e mio amico, né panni 
si possa nnllamente inferire da quest'opinione che fosse intenzione del 
ministero di retrocedere dalla via che egli aveva seguita rispetto alla 
Corte di Roma. Io invocherò a questo proposito, non l'opinione dei 
giornali del paese, i quali su questo punto (lo dico sinceramente) si 
lasciarono trasportare dallo spirito di parte, ma quella dei giornali 
esteri 

L'entrata del nuovo ministro fu apprezzata dai principali giornali 
inglesi (Mormorio e risa a sinistra). 

Il ministro Farini ha la disgrazia di essere conosciuto in Inghilterra, 
e forse è questo che può muovere le rìsa di alcune persone, la cui 
fama non vola tant'oltre (Mormorio) nella pubblica stampa inglese. 

Non fu data all'entrata del signor ministro la significazione che venne 
& quest'atto attribuita dall'onorevole Valerio all'onorevole deputato di 
Caraglio. 

Ma si soggiunse: poco dopo l'entrata di questo ministro, un nego- 
ziatore fu spedito a Roma, ed il governo manifestò l'intenzione di 
aprire delle trattative: con ciò voi avete disdetta la politica inaugu- 
rata dal ministro Siccardi, voi siete stati infedeli alle massime che quel 
ministro proclamava in altra aula del Parlamento. 

Se io ben mi ricordo, il ministro Siccardi, quando pronunziava queste 
parole, faceva allusione alle celebri leggi che vennero sancite dal Par- 
lamento ; intorno a queste leggi non possiamo ammettere né discussione, 
né alcuna (oso dirlo) osservazione; in quanto alle altre leggi che ri- 
ft&ngono a sancire, ve ne sono alcune che appartengono intieramente 
ed assolutamente al potere civile, che sono dominio del potere politico, 
e queste sicuramente non faranno parte delle negoziazioni che stanno 
pei aprirsi a Roma. 

Vi sono altri provvedimenti, i quali possono mandarsi ad effetto con 
molto maggior vantaggio, e per la società civile, e per la società re- 
ligiosa, se vi è il concorso dei due poteri. Per questi provvedimenti 
è il caso di aprire delle trattative, ed io spero che se il Parlamento 
sospende il suo giudizio finché il ministero abbia il tempo di sotto- 
porgliene il risultato (il che potrà fare in parte al principio della pros- 



(1) Il deputato Brofferio. 



— 214 — 

sima sessione), egli vedrà che il governo è rimasto fedele al sistemi 
che professava su questo banco l'antico nostro collega e nostro attxza.l< 
amico il conte Siccardi. 

La discussione proseguì ancora per qualche tratto su questo ter- 
reno, finché l'onorevole Sineo stimò di darle un avviamento piti 
pratico, segnalando la fiacchezza del ministero nella controversia 
sorta a cagione del Breve pontificio del 22 agosto, e col proporre 
per conseguenza un ordine del giorno, il quale ripetesse l'invito, 
già dato al ministero stesso nel marzo precedente, di far rispettare 
le leggi che concernono l'insegnamento della teologia e del diritto 
canonico. » Ora è da avvertire che quando quell'ordine del giorno 
era stato presentato la prima volta, il ministero lo aveva accet- 
tato senza difficoltà, perchè, quantunque si fosse manifestata tra. 
il Gioia e il Cavour una qualche divergenza d'opinioni circa la 
questione teorica della libertà dell'insegnamento, esso era tuttavia 
unanime nel pensare che le leggi, finché erano in vigore dovessero 
essere rispettate e fatte rispettare. 

Ripresentato ora, quell'ordine del giorno conteneva implicita- 
mente un biasimo al ministero, quasi che questo fosse colpevole di 
non aver fatto seguire le leggi sopra le scuole di teologia. 

Tale era, per verità, il fine della insidiosa proposta del Sineo. 
Se non che egli si trovava in presenza di un avversario, il quale, 
anche in fatto di tattica parlamentare, non era certamente a Ini 
inferiore ; e ben glielo mostrò, nella tornata del 21, col dichiarare 
che il ministero respingeva assolutamente l'ordine del giorno, che 
pure aveva in altro tempo accettato, e voleva che la Camera, non 
indirettamente, ma direttamente, esplicitamente, manifestasse i suoi 
sensi di fiducia o di sfiducia per la politica ministeriale. Ecco in 
quali termini il Cavour si espresse: 

Un onorevole oratore che siede sui banchi dell'Opposizione, in un 
discorso dettato da sensi generosi, conchiudeva ieri dicendo che, a 
fronte delle condizioni nostre e delle eventualità future (1>, la suprema 
necessità è quella che sia costituito un ministero forte per mode ebtè 
«boia energia e potenza tale da affrontare i possibili pericéli. 



(1) Bic ordiamo che lfBuropa èva in quei giorni impensierita dell'esito del grave 
conflitto sorto tra l'Assemblea nazionale francese e il Presidente della repubblica, 
conflitto che ebbe indi a pochi giorni una risoluzione nel colpo di Stato. 



— 215 — 

Quantunque non mi accada sovente di essere d'accordo colT onorevole 
Valerio, devo però dire che questa volta io divido intieramente la sua 
opinione e seco lui convengo che i bisogni del paese richiedono asso- 
lutamente che sieda su questi banchi un ministero forte, il quale abbia 
i mezzi d'azione che le circostanze possono richiedere. 

Ma, o signori, in un paese costituzionale, la prima condizione di 
forza si è che esista un perfetto accordo tra il ministero e il Parla- 
mento, e che la politica del ministero sia sanzionata dalla pubblica 
opinione. 

Ora, perchè quest'accordo possa esistere, conviene che i voti della 
Camera siano chiari ed espliciti, conviene che essi non possano dar 
luogo a nessuna dubbia interpretazione, né possano venir commentati 
in modo diverso dai diversi partiti. Quindi è che, onde la Camera possa 
pronunciarsi in modo esplicito, noi crediamo di dover discendere sul 
terreno della politica, di dover lasciare per un momento la questione 
puramente legale, ed esporre al Parlamento ed al paese, quali siano 
i nostri principii nelle questioni che ci preoccupano maggiormente, 
vogliamo dire la questione romana e quella del pubblico insegnamento 
(Movimento generale di attenzione). Intorno alla questione romana, io 
ebbi già a discorrere nella tornata di ieri. . . . Dissi che abbiamo cer- 
cato di rannodare trattative colla Corte di Roma. Queste trattative è 
nostra intenzione di condurle con ispirito di riverenza verso la Santa 
Chiesa, con sentimenti di conciliazione; ma nello stesso tempo coll'ir- 
removibile proposito di conseguire lo scopo che la nazione ed il Parla- 
mento si propongono (Bene !) 

Che se le nostre speranze andassero fallite, noi vi dichiariamo fin 
d'ora che saremo i primi a venire a sottoporre al Parlamento i prov- 
vedimenti necessari per l'applicazione di quei principii, che sono già 
stati solennemente dal Parlamento stesso sanzionati. Crediamo però di 
dover fin d'ora dichiarare che, ove questa ipotesi si realizzasse, noi 
non intenderemmo seguire tutti i consigli che ci vennero da quella 
parte (Accennando alla sinistra) ; noi non intenderemmo seguire gU 
esempi dei nostri avversari, non intenderemmo contrapporre vendette 
a vendette, persecuzioni a persecuzioni. 
Valerio Lorenzo. Domando la parola. 

Cavour. Noi abbiamo troppa fede nei principii che propugniamo per 
voler adoperare a favore della causa della libertà le armi del dispotismo 
(Movimento). 

Noi procederemo franchi e risoluti, ma nello stesso tempo rimarremo 
fedeli ai principii di libertà che abbiamo proclamato, e che vogliamo 

applicati tanto pei nostri amici, quanto pei nostri avversarli 

Mi rimane a parlare dell'altro argomento che nella tornata di ieri 
ebbe a preoccupare la Camera, quello della pubblica istruzione (Udite! 
Udite f). 

Io non mi farò a trattare della questione legale, a ciò non senten- 
domi atto. Esporrò semplicemente alla Camera, quali sono i principi^ 
del ministero intorno al pubblico insegnamento. 

Esso è fautore del libero insegnamento. Nel fare questa dichiarazione 
noi non intendiamo dire nulla di nuovo. 

Prima di sedere su questi banchi, noi abbiamo sostenuto la causa 
del libero insegnamento colla nostra penna ; l'abbiamo difesa colla no- 
stra voce dacché siamo su questi banchi seduti. Vogliamo però affret- 



— 216 — 

torci a dichiarare doversi applicare questa teoria con molta prudenza, 
con molta moderazione, ed essere necessario di procedere a gradi a 
gradi onde avvezzare il paese a questo nuovo sistema. Noi sappiamo 
benissimo che un paese, il quale per molta serie di secoli stette sotto 
il regime del monopolio, non può ad un tratto passare al regime della 
libertà assoluta, senza incontrare gravissimi inconvenienti. È quindi 
nostra intenzione d'introdurre dapprima il principio della libertà nella 
sezione dell'alto insegnamento, e quindi col tempo e progressivamente di 

estendere questo principio all'insegnamento medio e poi al primario 

Dopo queste dichiarazioni, io credo che la Camera sia in grado di 
portare un giudizio esplicito sulla politica del ministero. Questo giu- 
dizio, lo ripeto, deve essere chiaro, tale che non possa dar luogo a 
varie interpretazioni. 



A queste punto entrò nel dibattimento l'onorevole Kattazzi. La 
trazione parlamentave, che lo riconosceva per suo capo, si era 
quasi compiutamente eclissata dopo che la votazione, da lui pro- 
vocata ai 17 dicembre 1850, aveva messo in chiaro la sua debo- 
lezza numerica. Nelle poche questioni politiche, le quali erano state 
deliberate nella sessione del 1851, del pari che nelle questioni fi- 
nanziarie ed amministrative, essa aveva quasi sempre votato colla 
sinistra, non trascurando mai occasione di far sentire nel giornale, 
dove i suoi intendimenti erano più apertamente significati, che il 
ministero, o meglio, il conte di Cavour avrebbe, volendolo, trovato 
nel centro sinistro un aiuto assai più efficace che non quello della 
destra. Così il giorno dopo la votazione dei trattati di commercio 
colTInghilterra e col Belgio, con tanto calore oppugnati dal ReveI, 
la Croce di Savoia scriveva : « Sebbene la votazione di ieri sia stata 
quasi unanime sui trattati colTInghilterra e col Blegio, ciò non- 
dimeno si dice che una parte della destra ha l'intenzione di sepa- 
rarsi dal ministero, che gli sembra troppo, rivoluzionario. Questo 
scisma non deve impensierire il ministero né distoglierlo dalla via 
delle riforme utili. Perchè così operando guadagnerà forse nella 
sinistra, molto più di quanto gli farà perdere la destra. Avanti! 
avanti ! ecco l'insegna dei governi, che conoscono i tempi e le con- 
dizioni in cui viviamo. » Ogni qual volta i giornali riferivano che 
un deputato della destra passava al centro destro, capitanato dal 
conte di Cavour, il diario rattazziano era pronto a mostrarne com- 
piacenza perchè, nel suo parere, « il centro destro era destinato 
a fondersi col centro sinistro, tosto che le questioni ministeriali 
avessero cessato di essere pericolose. » Per parecchi mesi fa il 



— 217 — 
tema quotidiano degli articoli di quel foglio che « la sinistra mo- 
derata era la sola oramai, che possedesse la forza e la convinzione 
richieste per aspirare all'avvenire; » finché la inaspettata missione 
affidata al conte di Bevel gli fece entrare nell'animo la sfiducia e 
lo indusse a mutare linguaggio rispetto al centro destro. Quando 
poi, più tardi, il Gioia rinunciò alla carica di ministro dell'istru- 
zione pubblica, e gli sottentrò il Farini, che aveva riputazione di 
essere ultra-moderato, il centro sinistro non dissimulò i suoi sensi 
deliberatamente ostili contro il gabinetto, e die motivo alla sinistra 
di credere che avrebbelo avuto compagno nelle prossime battaglie 
parlamentari. 

Però il Eattazzi era troppo abile per commettere un simile errore 
che avrebbe reso vano il suo lavorìo dei due anni precedenti. Egli 
elesse una via di mezzo; dichiarò in nome proprio e de' suoi amici 
politici di non potere assentire in verun modo alla domanda di un 
voto esplicito chiesta dal conte di Cavour, ma di non potere nel 
tempo stesso dare un voto di sfiducia o di biasimo perchè temeva 
gli effetti di una crisi ministeriale nelle condizioni difficili in che 
si trovava l'Europa. Il risultato della votazione provò che quest'at- 
teggiamento del centro sinistro preservò il ministero da una scon- 
fitta. Era la prima volta che quel partito desse segno aperto della 
sua efficacia nella Camera, e s'intende come non lasciasse passare 
l'occasione per farsi valere (1). Perciò il giorno appresso leggevasi 
nella Croce di Savoia un articolo in forma di avvertimento al mi- 
nistero, del quale importa mettere sottocchio ai lettori i periodi 
più salienti: 

Dal voto del centro sinistro dipendeva (come l'ha mostrato la debo- 
lezza numerica di quella maggioranza, che, sul fine della seduta, ebbe 
la pluralità) la caduta o la conservazione precaria del ministero. Il 
centro sinistro non ha voluto prendere in questo momento, al cospetto 
del paese, la grave responsabilità di avere causato un mutamento mi- 
nisteriale, mentre i tempi sono così scurì e procellosi; mentre i fiori 
della libertà sono colpiti da un soffio così nemico, che è naturale il 
temere che essi non possano cadere prima di aver dato i loro frutti. 
Il paese giudicherà se i nostri amici politici hanno adempiuto i loro 
doveri di buoni cittadini; e se il sacrifizio che hanno fatto oggi è 
meritorio o no. 



(1) « Dovete sapere («criveva di quei giorni il Pallavicino al Gioberti) 
ohe il Batta*» i vagheggia un portafoglio, e ohe quindi mette innanzi tutte le tue 
batterie per ottenerlo. » 



— 218 — 

Ma — dirà taluno — appunto perchè i tempi sono scuri e procel^ 
losi, appunto perchè i pericoli sono numerosi e grandi, è d'uopo anzi- 
tutto rare in modo che vi siano al governo dello Stato altri piloti eli e 
non quelli i quali si chiamano Farmi e Deforesta. Volerli conservare 
ai loro posti equivale a volere aumentare i pericoli del naufragio, 

E tale è eziandio il nostro pensiero. Ma chi vorrà dire che il voto 
d'oggi abbia consolidato i signori Farmi e Deforesta nei loro posti? 
Il discorso col quale il signor Rattazzi ha motivato il suo voto e quello 
de' suoi amici politici ha forse potuto essere vantaggioso al ministero 
come è oggi composto, e persuaderlo a persistere in tutto e per tutto 
nella politica seguita sinquì? 

Tutti coloro i quali hanno sentito quel discorso si persuaderanno 
facilmente del contrario. Il fortiter in re, suaviter in modo, è come 
la caratteristica del talento parlamentare dell'onorevole deputato di 
Alessandria. Se si pesano bene le parole colle quali egli tenne sospeso 
quel voto di sfiducia, che stava per piombare in capo al ministero, si 
vedrà manifestamente che il ministero non ha gran motivo di ralle- 
grarsi di quel voto dato per compassione. 

Che cosa è stato quel discorso e il voto che gli ha tenuto dietro, 
se non che un gravissimo avvertimento dato ai ministri di pensare 
seriamente a ciò che li riguarda? 

La lezione avrà il suo effetto? lo vedremo. Ma per fermo si doveva 
fare un simile sperimento prima di mettere la mano a quei rimedi 
eroici a cui è prudente di non fare ricorso che nei casi veramente 
. disperati. 

In questa avvenne il colpo di Stato in Francia. La notizia non 
ne giunse inaspettata al Cavour; il quale, come i lettori sanno, 
prima ancora dell'elezione del 10 dicembre 1848, giudicando sa- 
gacemente gli spiriti irrequieti e superlativi dei Francesi, aveva 
preveduto un non lontano trionfo della forza materiale nell'avve- 
nimento del principe Luigi Napoleone al trono. Durante il triennio 
presidenziale, i ministri sardi avevano in lui trovato ciò che né 
in Luigi Filippo, né in Lamartine, né in Cavaignac non ave- 
vano mai trovato: un capo di governo, che mostrava di intendere 
la ragionevolezza degli interessi nostri nazionali, e che con pa- 
role ispirate a sentimenti di affetto e di simpatia esprimeva assai 
di frequente il desiderio vivo, sol che una buona occasione gli si 
presentasse, di « fare qualche cosa per l'Italia. » Conforme a questi 
sentimenti, e nella misura de 1 suoi poteri, Luigi Napoleone ci aveva 
recato valido aiuto, e forse più che richiedesse l'utile solo della 
Francia, nelle difficili congiunture in cui noi ci trovammo dopo la 
disfatta di Novara. Ma una volta abbattuto con modi violenti il 
governo parlamentare in Francia, per inaugurarvi un governo per- 
sonale, era evidente che egli non avrebbe tollerato di buon grado 



— 219 — 
che Bolla sua frontiera piccoli paesi come il Belgio e il Piemonte 
concedessero tranquillo asilo ai nemici suoi più pericolosi, espulsi 
dal territorio francese, e a questi e ai nazionali proprii lasciassero 
piena balìa di combattere per via della stampa le nuove istituzioni 
e il loro fondatore. Arrogi che per il Piemonte il pericolo era 
anche maggiore che pel Belgio, il quale, per le condizioni sue pe- 
culiari, sarebbe stato sicuro della protezione dell'Inghilterra, dovechè 
il Piemonte sarebbe stato abbandonato alle proprie forze, e avrebbe 
dato il destro all'Austria di opprimerlo (1). 

È in mezzo a queste angustie che dai deputati della maggio- 
ranza subalpina fu tenuta una riunione per discutere quali fossero 
i migliori spedienti da adottarsi. I discorsi che fecero maggiore 
effetto furono quelli del conte di Revel e del Menabrea. B primo 
dichiarò esplicitamente che il Piemonte, trovandosi posto quasi 
fra due tenaglie infra due Stati, che si reggevano su principii del 
tutto opposti a quelli da esso professati, doveva, pur serbando fe- 
delmente lo Statuto, riformare le leggi organiche della stampa e 
delle elezioni, di guisa che il suo sistema di governo si accostasse 
alquanto a quello della Francia. H secondo manifestò il desiderio 
che le idee della maggioranza avessero un interprete più risoluto 
che non il Risorgimento, e indicò per modello V Assemblée Natio- 
naie, organo della parte più conservatrice della Francia. 

Queste tendenze della destra preoccupavano seriamente l'animo 
del conte di Cavour: 

Quando il vento spira in un certo senso (disse egli medesimo in 
proposito, tre anni dopo dinanzi alla Camera) è assai pericoloso l'av- 
viarsi in quella direzione, lo scendere la china verso la quale precipi- 
tano gli eventi L'onorevole Menabrea, che è mio maestro in mecca- 
nica, sa che il moto cresce in ragione quadrata delle distanze (Viva 
ilarità), e non ignora altresì che, se verso la reazione il moto può 
essere in principio assai lento, col volgere del tempo diviene veloce, 
e può trascinarci molto lungi con una forza, a cui non potrebbero re- 
sistere nemmanco coloro che avevano intendimento di fare soltanto 
alcuni passi quasi impercettibili in quella direzione. 

Per queste ragioni il conte di Cavour giudicò che il ministero 



(1) G-abriele Rossetti scriverà da Londra a Giuseppe Ricciardi in data dal 
13 dicembre 1861 : a Temo del Piemonte ! Come potrà reggere fra tante tirannie^.. 
Kob apriamo il cuore a vane speranze: per ora tutto e perduto. Oli Italiani 
debbono fare come meglio possono ; io li oompiango. » 



— 220 — 
dovesse assolatamente opporsi ai concetti manifestati dal conte cj 
Kevel nella riunione poc'anzi mentovata, senza però lasciare di gre 
vernarsi colla massima prudenza. Né in ciò dissentirono punto cb 
lm gli altri ministri. 

Senonchè la necessità di fare un piccolo passo nella via indicata 
dal Bevel non indugiò a imporsi al ministero, se questo non volevi 
essere costretto a prendere provvedimenti ben più radicali, o a ce 
dere il posto a chi fosse risoluto a prenderli. Più di ogni nostri 
parola chiarirà la straordinaria gravità dello stato delle cose i 
seguente dispaccio confidenziale e riserbato, che l'Azeglio mandava 
in data del 10 dicembre, agli inviati sardi a Parigi e a Londra (1) ; 

Les souverains d'Autriche et de Prusse ont fait donner par une voie 
indirecte mais très respectable au Roi N. -A. Souverain le conseil de 
se mettre, dans la marche de son gouvernement, à l'unisson de celle 
qui est suivie dans les autres États de l'Italie, en Ini faisant com- 
prendre en quelque sorte sous la forme apparente d'une menace qu'au- 
trement il pourrait avoir à se repentir de sa persistance à suivre le 
système actuel de sa politique. 

Les observations dont se rendait l'organe l'interlocuteur, qui parlai t 
au nom de ces deux souverains, portaieat sur les inconvénients de la 
liberto trop étendue que le regime constitutionnel a établie chez nous, 
sur ceux de la presse et en general sur plusieurs autres points qui 
ont déjà fait souvent l'objet des réeriminations de cabinets ennemis 
de ces libertés, qu'ils voudraient détruire en Piémont, comme ils ont 
déjà fait ou veulent le faire dans leur propre pays. 

Le Roi avec cette dignité, cette fermeté, et cette noblesse de ca- 
ractère qui le distinguent à un si haut degré, a répondu à la personne, 
dont il recevait cette communication, en opposant à ces observations 
et à ces griefs contro la presse et nos autres libertés des arguments, 
que j'ai eu souvent l'occasion de développer dans mes dépéches, et qui 
vous sont assez connus pour que je puisse me dispenser de les répéter 
ici. Il a déclaré ensuite que la marche politique qu'il avait adoptée 
et suivie, lui avait été dietée dès son avènement au tròne par le sen- 
timent de ses devoirs et d'une conviction profonde, qu'il avait la con- 
science qu'elle était sage, modérée et telle qu'elle devait ètre pour 
les intérèts de son pays et pour le bonheur de ses sujets; qu'il sentait 
tonte la gravite de sa position et de celle od l'Europe se trouve ac- 
tuellement, qu'il ne négligerait aucun effort pour concilier sa politique 
avec lesexigences de cette situation, et qu'il avait la confiance qu'en 
persistant dans la voie de sagesse et de modération qu'il s'est tracée, 



(1) Di questo dispaccio, di cui avemmo l'onore di una copia dal conte di Cavour 
medesimo nel 1857, quando era ministro degli esteri, abbiamo dato un sunto nel no- 
atro libro: Unepmge d'histoire du gouvernement représentatif en Piémont (Turin, 1858, 
Botta). Pensiamo di far cosa grata ai lettori pubblicando in disteso questo impor- 
tante documento. 



— 221 — 

comme il en a l'intention bien prononcée, il assurerait à son pays la 
tranquilité et le bonheur qui est l'objet de ses voeux, tont en donnant 
ani États de l'Europe les garanties qu'il a à cceur de leur offirìr. 

S. H. n'a pu s'empécher de faire l'observation qne l'état politique 
des pays qne gouvernent les deux souverains, qui lai adressaient eette 
espéce de sommation, lui semblait bien plus esiger des conseils qne 
leur donner le droit d'en offirìr eux-mémes. Le Boi a ajouté qne dn 
reste il était maitre ehez lui, qu'il ne se mèlait en rien de ce qne 
croyaient devoir faire les antres souverains, qu'il désirait de son coté 
d'avoir son entière liberté d'action, et il a encore exprimé son entiòre 
confiance dans les efforts qu'il contìnue de vouer à la marche sage et 
modérée de son gouvernement. 

Azeglio. 

Dalla fierezza di cosifetta risposta ai sovrani d'Austria e di 
Prussia è lecito argomentare quella che sarebbe stata data, al- 
l'uopo, ài Presidente della repubblica francese. Del resto, è giustizia 
avvertire che i ministri non prevedevano punto che questi volesse 
tenere un linguaggio identico a quello tenuto da quei sovrani; 
piuttosto presumevano con fondamento che avrebbe chiesto restri- 
zioni alla libertà della stampa e provvedimenti di rigore contro i 
fuorusciti ospitati nel regno. Stretti dalla necessità, onde il re Vit- 
torio Emanuele erasi mostrato penetrato, di « conciliare la loro 
politica colle esigenze delle condizioni europee, * e reputante mi- 
glior consiglio di pigliare il passo innanzi che non di essere sol- 
leciti a farlo, i ministri deliberarono di recare innanzi al Parla- 
mento una legge, la quale raffrenasse le offese ai sovrani stranieri 
sottraendo il giudizio delle medesime ai giudici del fatto per tra- 
sferirlo ai tribunali ordinari. 

Il conte di Cavour diede il pieno assenso a questo progetto ; ma 
riconobbe ad un tempo la necessità di correggere con qualche atto 
liberale la cattiva impressione che la presentazione della legge in 
momenti come quelli avrebbe indubitatamente prodotto in Piemonte 
e negli altri Stati d'Italia. Che avesse già fermo nell'animo il di- 
segno di una fusione col centro sinistro, non pare. La pubblicazione 
recente del Einnovamento di Vincenzo Gioberti, che aveva ridestato 
i ricordi dei disgraziati avvenimenti del 1849, addossandone la 
responsabilità al Battazzi e a f suoi amici politici, bastava, anche 
quando non esistessero altre ragioni, per distagliere il conte di 
Cavour dal fare, allora almeno, quel passo. Intanto ad impedire 
possibilmente che gli intendimenti del governo fossero male inter- 



— 222 — 
pretati, il giorno prima che il progetto fosse portato avanti al] 
Camera egli chiamò a sé il direttore dell' Opinione, Aurelio Bianch 
Giovini, e lo persuase a difendere il ministero , assicurandolo ei 
sere stato deciso nel Consiglio dei ministri di sostenere il principi 
liberale « a qualunque prezzo ; » questa essere la ferma intenzion 
del Be e de' suoi ministri (1). 

Il progetta fu presentato alla Camera il 17 dicembre dal guarda 
sigilli Deforesta. Sebbene modellato sulla .famosa legge De Serr 
del 1819, giudicata anche oggi dai pubblicisti più democratici h 
migliore legge sulla stampa che siasi emanata in Francia, cionon 
dimeno, causa in gran parte il sospetto che il ministero avesse 
ceduto alla pressione straniera, sollevò i più alti clamori nei gior 
nali liberali più ardenti, del pari che in quelli i quali rappresen- 
tavano le idee del centro sinistro. 

Vedremo più innanzi il risultato dell'importante discussione che 
ebbe luogo in proposito nella Camera. Ora ci tocca fare menzione 
di due altre discussioni che la precedettero, dalle quali si pos- 
sono rilevare con maggiore chiarezza i fini del conte di Cavour. 

La prima discussione, incominciata il 6 gennaio 1852 si riferisce 
al trattato di navigazione e commercio coli' Austria e alla conven- 
zione riguardante la repressione del contrabbando sul Lago Mag- 
giore e sui fiumi Ticino e Po (2). 

Il trattato, per sé, non poteva dare materia a vivace contrasto, 
perchè, in sostanza, dal lato economico e commerciale era il più 
vantaggioso di tutti i trattati, che il Piemonte avesse anterior- 
mente conclusi colle altre potenze. Perciò gli avversarli presero di 
mira in singoiar modo la convenzione annessa al trattato, la quale, 
anche per confessione del conte di Cavour, non presentavasi sotto 
aspetto troppo favorevole, come quella che restringeva la libertà 
commerciale, e poneva ostacoli alle relazioni internazionali. Ampli- 
fioando i danni economici, si studiarono di farne risaltare i danni 
politici, al lor dire, di gran lunga maggiori. Segnabssi fra gli 



(1) Lettera G. Pallavicino a V. Gioberti, 17 dicembre 1851. 

(2) A tenore degli articoli 4 e 6 del trattato di pace coli' Austria il governo sardo 
aveva preso l'impegno di stringere con essa il trattato e la convenzione di cui è 
cenno più sopra. Entrambi questi atti diplomatici erano stati oonclusi in Vienna, 
il primo ai 18 ottobre, e il secondo al 23 novembre 1861. 



— 223 — 

oppositori l'onorevole Carlo Cadorna, uno dei principali, s'è visto, 
del centro sinistro, il quale sostenne che il ministero nello stipu- 
lare la convenzione si era assunto l'impegno di fare le spese perchè 
la polizia austriaca fosse meglio servita, e aveva recato con ciò 
grave offesa all'indipendenza, alla libertà e all'onore nazionale. 

n conte di Cavour non incontrò molte difficoltà a scagionarsi 
da tale accusa, e a dimostrare che la sorveglianza, che a tenore 
della convenzione si sarebbe esercitata sul Lago Maggiore, riguar- 
dava unicamente il commercio, e non già le persone né le cose 
politiche. Innalzando la discussione in più alta sfera, come era sua 
consuetudine, e avendo l'occhio alle condizioni generali dell'Europa 
e a quelle in che si trovava il Piemonte dopo il colpo di Stato, 
chiuse la sua risposta ne' seguenti termini : 

Dissi che il significato politico, che l'onorevole Cadorna volle* dare 
alla convenzione, non sussiste. Nullameno io stimo che essa e l'analogo 
trattato di commercio, abbiano bensì un significato politico, ma questo 
significato penso abbia ad essere solo quello di mostrare all'Europa, 
sia ai paesi con cui siamo stretti da vincoli d'amicizia, come a quelli 
che conservano a nostro rispetto ingiuste prevenzioni, come noi siamo 
leali osservatori dei patti giurati e fedeli esecutori degli assunti im- 
pegni. Ora io credo che questo significato abbia a tornare altamente 
giovevole non solamente al nostro paese, ma altresì a quella causa 
dell'indipendenza e della libertà, di cui noi, ministri del Re, e fedeli 
interpreti dei sentimenti della Corona, non siamo meno teneri, nò 
meno caldi fautori dell'onorevole deputato Cadorna. 

Io stimo, o signori, di avervi dimostrato che il trattato di commercio 
ci assicura notevoli vantaggi, che questi vantaggi non costano a noi 
nessun reale sacrificio, e che anzi li otteniamo con sancire disposizioni, 
che ci sarebbero consigliate dal proprio interesse. Credo di avervi di- 
mostrato che l'attuale convenzione non introduce nuovi principii nel 
nostro diritto pubblico internazionale, e che non apporterà quegli in- 
convenienti che si vollero prenunziare; che, quando apportasse real- 
mente con sé alcuni inconvenienti, questi sono largamente compensati 
dai benefizi del trattato di commercio; e finalmente, che se questa 
convenzione e questo trattato hanno un qualche significato politico, 
si è quello ^certamente di provare che sb la nostra nazione, nelle 

CIRCOSTANZE DIFFICILI, SA SPINGERE LA GENEROSITÀ SINO ALLA AU- 
DACIA, NEI TEMPI NORMALI, NEI TEMPI DI PAGE È PUR ALTRETTANTO 
GELOSA OSSERVATRICE DELLA FEDE GIURATA (Bene! bravo/). 

Alcuni giorni appresso incominciò nella Camera la discussione 
intorno al disegno di legge per l'approvazione del bilancio gene- 
rale passivo dello Stato per il 1852. In questa circostanza l'ono- 
revole Battazzi, e i suoi amici politici vollero infine essere chiariti 



— 224 — 

se il conte di Cavour, dopo gli ultimi casi di Francia, fosse con- 
corde co' suoi colleghi nel reputare necessaria una più ferma in- 
telligenza colla destra, o non fosse invece propenso, come era ap- 
parso un tempo, ad avvicinarsi alla sinistra moderata. Per tal fine 
deliberarono di mettere in campo la questione ecclesiastica, perchè 
una di quelle intorno alle quali era maggiore lo stacco fra le idee 
del conte di Cavour e le idee della destra. Eziandio questa volta 
la parte principale della disputa* fu sostenuta dall'onorevole Cadorna, 
il quale, nella tornata del 14 gennaio, previa l'avvertenza che 
non era nell'animo suo di fare: « atto di opposizione, » ma si 
piuttosto di venire in aiuto del ministero, propose un articolo 
addizionale come segue : « Cesserà, a partire dal 1° luglio 1852, il 
pagamento delle somme designate nella prima parte del bilancio 
di grazia e giustizia, alla categoria 19, intitolata: Spese ecclesia- 
stick^; n più quest'ordine del giorno: « La Camera invitando il 
ministero a provvedere acciocché cessi di far parte del bilancio 
passivo per Tanno 1853 ogni spesa per oggetti ecclesiastici e re- 
lativi al culto ed a presentare i progetti di legge a tal fine op- 
portuni, continua la discussione della legge sul bilancio passivo. » 
Il tenore della seguente risposta del conte di Cavour riuscì di 
poca soddisfazione ai deputati del centro sinistro. 

L'onorevole Cadorna dichiarò che egli si proponeva di conseguire lo 
stesso scopo, che prefiggevasi il ministero stesso, e che quindi in ciò 
non vi era atto di opposizione. 

Io posso riconoscere sino ad un certo punto che non vi è opposizione 
sul principio; ma osserverò che l'opposizione può essere non solo sui 
principii, ma eziandio sul modo di applicarli. 

Ora io debbo dichiarare, che non mi pare che l'onorevole deputato 
Cadorna voglia applicare i principii nello stesso modo che intende ap- 
plicarli il ministero. Il ministero ha già avuto campo di spiegarsi su 
questo punto, e ripeterà le stesse sue dichiarazioni. Esso pone per prin- 
cipio essere obbligo della nazione di provvedere ai bisogni del culto in 
modo ragionevole ; doversi quindi vedere, che coi beni di ogni maniera 
posseduti dal clero vi siano i mezzi sufficienti per provvedere a questi 
bisogni del culto, e ciò determinato, doversi dallo Stato sopperire a 
quanto risultasse non bastare al mantenimento medesimo. 

Mi pare invece che l'onorevole Cadorna affermi che il governo non 
debbe mai ne direttamente, né indirettamente concorrere alle spese del 
culto. Io ripeto che non è questo il modo col quale il ministero consi- 
dera la questione.... 

L'onorevole Cadorna diceva che il suo ordine del giorno, a suo senso, 
tendeva a fortificare il ministero. Io lo ringrazio della sua intenzione, 
ma credo che in ciò egli cada in errore. Siffatti aiuti, lungi dal for- 



— 225 — 

tificare il ministero, lo indeboliscono. Quando ad ogni momento ai 
Tiene ripetendogli: noi vi concediamo questi fondi, ma a condizione 
che adempirete alle vostre promesse, a condizione che non fallirete 
agli assunti impegni, io credo che non gli si dà nessun aiuto, non gli 
si aumenta la sua forza morale. 

E nelle attuali circostanze più che mai il ministero abbisogna di 
forza morale per poter reggere la somma delle cose. Se quindi ia vera 
intenzione dell'onorevole deputato Cadorna è quella di dare forza ed 
aiuto al ministero, io, a nome di questo, lo prego a dispensarsi da 
quest'aggiunta di forza e di sussidio. 

Per questi motivi io credo di dover persistere nel respingere risolu- 
tamente l'aggiunta alla legge e il proposto ordine del giorno. 

Nel giungere poi alla stessa conclusione a cui veniva l'onorevole 
mio amico U conte Salmour, vorrei che questi riconoscesse come il mi- 
nistero non è così facile a cedere a quel sentimento che egli chiama 
debolezza di popolarità. 

Il ministero ha un programma schietto e netto; ha manifestato più 
Tolte alla Camera quali fossero i suoi principii; quindi egli è deciso 
a non lasciarsi trascinare ne troppo a sinistra, ni troppo a destra. 
E quantunque esso riconosca con grato animo l'appoggio e il sussidio 
che in molte circostanze ha ricevuto e dall'onorevole conte di Salmour 
e da molti suoi amici politici, quando alcuna volta non potrà divi- 
derne le opinioni, lo dichiarerà sempre altamente, ni per ciò crederà 
di fallire ai proprii doveri e di essere infedele al partito al quale 
ha sempre appartenuto (1). 

Il ministero, l'ha dichiarato più volte, è deciso di conservare quello 
che si deve covservare, ma nello stesso tempo ha in animo di prose- 
guire nella via delle riforme: e quando alcune riforme savie e ragio- 
nevoli vengono propugnate dai membri della sinistra, questo non è un 
motivo per cui egli debba respingerle {Bene!). 

Il ministero riceverà sempre con riconoscenza l'appoggio che verrà 
dato ai principii che professa. Egli non chiede appoggio personale, ma 
domanda soltanto appoggio alla politica, al trionfo della quale ha con- 
sacrato i suoi sforzi, alla politica, cioè, di conservazione delle nostre 
libertà e di riforma ad un tempo di tutte quelle istituzioni che non 
sono ancora in armonia collo Statuto (Bravo! bene!). 



(1) Il conte di Salmour, amico personale del conte di Cavour sin dai primi anni, 
e uno dei membri più ragguardevoli del centro destro, accennando ai viaggi intra- 
presi nell'anno precedente nelle varie contrade d'Europa, notava di aver trovato 
l'opinione pubblica traviata rispetto al Piemonte, perchè (aggiunse) all'estero non 
si sapevano distinguere « le vere tendente » del ministero da « quella certa debo- 
lezza di popolarità, ohe gli /a qualche volta anteporre l'adesione degli oppositori 
a quella dei suoi amici politici n (Si ride). E mettendo i punti sugli » chiamava 
l'attenzione del conte di Cavour sui Thiers, sui Bémusat, sui Duvergier de Hau- 
ranne « e tanti altri membri del centro sinistro » (Movimento e risa al centro si- 
nistro), che sebbene animati dalle migliori intensioni del mondo, « cionuUameno 
per un soverchio spirito di novità, per un male inteso amore della libertà, per la 
smania di tutto sacrificare all'applicatone assoluta di principii, avevano ■"•*"» 
se stessi ed il governo parlamentare che intendevano di sostenere, mandando in 
rovina la monarchia di luglio. » 

iB-VoLI. U*~«0.Omm. 



— 226 — 

Queste dichiarazioni, le quali, nelle loro linee generali, esprime- 
vano fedelmente gli intenti dell'intiero gabinetto, non potevano in- 
contrare, come non incontrarono una compiata approvazione né sui 
banchi della destra, né sa quelli del centro sinistro. Tuttavolta, 
per quel che si riferisce in particolare al conte di Cavour, è im- 
possibile non avvertire nelle sue parole una tendenza abbastanza 
accentuata ad accostarsi più presto a sinistra che a destra; e in 
fatti, se da un lato egli insiste sulla differenza esistente fra lui e 
il centro sinistro intorno al modo di applicare i principii liberali, 
e, in termini un po' ironici, accenna alla vanità dell'aiuto che quel 
partito vorrebbe dare al ministero, da un altro l'indicazione, nella 
risposta al Salmour, della probabilità che alcuna volta il ministero 
avesse a dissentire dalle opinioni della destra, e la difesa antici- 
pata che egli fa contro la preveduta accusa di infedeltà al partito 
al quale ha sempre appartenuto, è assai significativa. In realtà, 
il conte di Cavour, tuttoché non avesse preso finora alcuna intel- 
ligenza coi deputati del centro sinistro, aveva divisato seco stesso 
di cogliere la prima buona occasione di farlo. 

Da un pezzo una « evoluzione » di questa natura non era per 
lui che una questione di opportunità. Da tutti i suoi atti, da tatti 
i suoi discorsi, dopo le elezioni generali del dicembre 1849, da 
quando, cioè, fu straordinariamente assottigliato nella Camera lo 
stuolo degli oppositori al governo, apparisce evidente e predomi- 
nante il concetto che la destra doveva mettersi a capo d'un mo- 
vimento progressivo e riformatore. I suoi colleghi non giudicarono 
conveniente seguirlo nella stessa via. Il dissenso cominciò a farsi 
palese in occasione della legge Siccardi ; ma esisteva anche prima 
e, se non fu noto pubblicamente, gli è perchè argomenti più gravi 
imponevano al Cavour di non turbare con intempestiva parola la 
concordia apparente (1). In appresso, nominato ministro, cercò ri- 
petute volte di attirare la destra nella sua propria orbita. « Je n'an- 
rais pas mieux domande (diceva nel 1852 al sig. de La Rive) que 
de gouverner par la droite et, avec son concours, de développer nos 



(1) Leggasi la confessione fatta in proposito dal conte di Cavour, il 21 marzo 1864, 
dinanzi alla Camera. 



— 227 — 

institutions, mais il m'a été impossible de m'entendre avec elle sor 
les questiona reUgieuses. » In siffatta guisa la forza delle cose lo 
trasse a inclinare verso la parte più temperata di sinistra, ove, 
ad onta di non lievi dissensi sn materie politiche e finanziarie, 
trovava un efficace appoggio ogniqualvolta venivano in campo le 
questioni ecclesiastiche e le riforme commerciali. Rimproverato di 
questa sua tendenza a sinistra, egli si schermiva col rispondere: 
« Piego a sinistra dacché mi vedo abbandonato da una parte della 
destra » (1). Ad ogni modo, vuoi perchè gli nomini del centro si- 
nistro non gli ispiravano molta fiducia, vuoi perchè, infine, i ma- 
lumori della destra non impedivano al ministero di governare, egli 
non credette urgente di prendere un partito. Ma quando, più tardi, 
dopo il 2 dicembre, il Bevel e il Menabrea mostrarono penetrati 
della necessità di fare un passo indietro, col riformare radicalmente 
le leggi organiche sulla stampa e sulle elezioni, il conte di Cavour 
stimò che fosse giunto il tempo di pigliare una determinazione ri- 
soluta separandosi apertamente dalla destra, piuttosto che rimanere 
uniti apparentemente quando sostanzialmente erano divisi (2). E 
siccome voltare le spalle al Bevel e al Menabrea, senza stendere 
ad nn tempo la mano a nuovi uomini, tornava allo stesso che 
« rimanere nell'inerzia e nell'isolamento » (3), decise di unirsi col 
Battazzi, e coll'aiuto di lui e del centro destro costituire una nuova 
maggioranza liberale e conservatrice insieme. Con che il conte di 
Cavour si riprometteva di conseguire due fini: evitare che il centro 
sinistro, abbandonato a sé stesso, si collegasse di bel nuovo colla 
sinistra ; e dare al paese una testimonianza chiara e solenne delle 
tendenze liberali del governo, che nella mente di molti erano messe 
in forse dopo la presentazione della legge Deforesta. 

La difficoltà consisteva nel persuadere alcuni ministri, e singo- 
larmente l'Azeglio, dei vantaggi, anzi della necessità del nuovo 
passo che il Cavour meditava di fare. Questi non poteva ignorare 
che il presidente del Consiglio, e il ministro dell'interno erano 
contraili ad abbandonare la destra e ad unirsi col centro sinistro; 



(1) Lettor* O. Pallavicino» V. Gioberti, 19 gennaio 1861. 

(2) 0. C a Tour nella tornata della Camera del 9 febbraio 1856. 

(3) D. B e x t i, Lettere inedite del eonte di Cavour nella Rivista contemporanea del 
gennaio 1863, pag. 16. 



— 228 — 
e che altri, come il La Marmont rammentando che, nel vecchia 
Testamento, Iddio aveva bensì acconsentito ad Abramo dì acco* 
gliere Agar nel letto coniugale, ma non di ripudiare Sara, si con-* 
tentavano di un connubio col centro sinistro, e ripugnavano al 
divorzio dalla destra. Non vedendo la possibilità di avere il con* 
senso dei pròpri! colleghi, e penetrato per altro canto, della ne- 
cessità di compiere Tatto disegnato, il conte di Cavour s'astenne 
di farne argomento di discussione in Consiglio dei ministri, e se 
ne apri col solo Farini, fautore dichiarato della fusione. A cose 
compiute (cosi egli pensava) l'Azeglio e gli altri ministri faranno 
à mauvaise mine bon jeu; come, del rimanente, in molte altre con- 
giunture avevano fatto. 

Il Battazzi aveva già avuto sentore di queste disposizioni del 
conte di Cavour, per mezzo dei deputati Martini e Castelli, i quali 
da parecchio tempo davano opera assidua a promuovere una buona 
intelligenza fra di loro. Bastò un colloquio, la vigilia della discus- 
sione nella Camera sulla legge Deforesta, per metterli intieramente 
d'accordo. In esso fu. determinato che durante la discussione ora detta 
l'onorevole Battazzi avrebbe dichiarato, in nome suo e de' suoi 
amici politici, di essere disposto ad appoggiare in avvenire il mi- 
nistero, quando questo separasse nettamente la propria causa da 
quella della destra ; e il conte di Cavour, dal canto suo, avrebbe 
preso, in nome del ministero, l'impegno domandatogli mostrando di 
tenere in pregio l'appoggio proffertogli. 

Il giorno dopo questo colloquio leggevasi nella Croce di Savoia 
un articolo intitolato : Nuovi timori e nuovi pericoli, nel quale, con 
una accortezza singolare, l'organo rattazziano studiavasi di porre 
in rilievo la grande importanza, che il ministero doveva mettere 
nel riformare la grande maggioranza sulle basi del centro sinistro. 
Dopo aver accennato ai retrivi che facevano ogni opera « per 
sorprendere la buona fede del capo del governo, per trionfare della 
sua resistenza e per mascherare decentemente ai suoi occhi l'odio- 
sità dei colpi di Stato, » la Croce di Savoia continuava così: 

Da questi perìcoli noi siamo minacciati, non già da alcuna forza di 
inevitabile necessità, ma dall'incuranza del partito liberale e, non te- 
miamolo di dire . francamente, dalla pochezza di animo di coloro che 
occupano oggi il governo della cosa pubblica... 

Per verità niun profondo dissenso nei principii derivanti da fatti 
precedenti, come ninna incompatibilità personale potrebbe fare ostacolo 



— 229 — 

a che si formasse attorno al ministero presente una forte maggioranza 
composta di tutte le frazioni del partito liberale. 

Sventuratamente questa anione desiderabile dei partiti per aiutare 
il governo a resistere all'audacia della reazione e a dissiparne i pro- 
getti, questa unione, diciamo, se esiste in potenza, non trova il modo 
di tradursi in atto. 

E in verità è un triste spettacolo quello che ci offre ogni giorno la 
lotta parlamentare. Da qual lato è o$gi la maggioranza, e di quali 
elementi si trova composta? La maggioranza parlamentare, al comin- 
ciare di ogni discussione, ò un'incognita di cui ninna mente, per quanto 
perspicace, può determinare anticipatamente la qualità e la misura. 

A ogni momento, durante una medesima seduta, la maggioranza in- 
certa si porta da un lato ad un altro... Arrogi che il ministero non 
si aiuta da aè nelle discussioni; raro è che innalzi una voce in suo 
favore; quei banchi, sui quali sono seduti coloro che gli sono più de- 
voti, rimangono quasi costantemente silenziosi. — Ora a chi bisogna 
imputare questo deplorevole stato di cose? È evidentissimo per noi 
che nella Camera esiste, in potenza, una maggioranza numerica con- 
siderevole e schiettamente liberale, il che torna a dire, risoluta a non 
cedere un palmo di terreno alla nazione. È parimente indubitato che 
la parola d'ordine, che potrebbe riunire in un solo fascio tutte queste 
forze disperse, non avrebbe nulla in sé che potesse suscitare qualche 
nuova difficoltà al governo. 

Così stando le cose, il male che abbiamo segnalato non può avere 
sua radice altrove che nel contegno debole e perplesso del ministero; 
si mostri esso risoluto, rassicuri con dichiarazioni franche ed esplicite 
gli spiriti dei liberali : si dichiari pronto a scongiurare i pericoli, non 
colle concessioni, le quali non hanno altro effetto che di diminuire le 
sue forze e di togliergli tutta la fiducia che si avrebbe in lui, ma 
àbbene colla fermezza, colla ferma decisione di non retrocedere di un 
passo. Dichiari il ministero che sono questi i principii a cui si infor- 
merà la sua politica, ed esso non sarà privato di questo favore e di 
questa forza, di cui ha oggi un si gran bisogno; e in tal caso chi 
potrà ancora fare della reazione?... 

Sotto altra forma sono queste per l'appunto le dichiarazioni, che 
l'onorevole Eattazzi chiese al ministero nella seconda tornata 
(4 febbraio) che si discusse alla Camera il disegno di legge sulla 
stampa (1). Le sue parole furono le seguenti: 



(1) Il giorno prima, 8 febbraio, il Pallavicino scriveva al Gioberti : u In questo 
Parlamento, l'opposisione reasionaria acquista forze ogni giorno e si sbraccia per 
costituire un ministero Eevel. Avviene quindi che vacilli il ministero Cavour. E 
noi probabilmente lo vedremo cadere sotto i colpi dei municipali, quando non si 
effettui la disegnata unione dei ministeriali col eentro sinistro. Qui nessuno si fida 
del Cavour; e l'Azeglio non è più una bandiera, ma un impaccio* Il poveruomo, 
travagliato da malattia inourabile, dovrebbe conservare la presidenza del Consiglio 
e cedere il portafoglio degli affari esterni al Oollegno, ora in Parigi. Si crede 
ch'egli farà cosi in capo a un paio di mesi: Iddio lo voglia! * 



— 230 — 

Era mia intensione di combattere ed il progetto del ministero e 
quello della Commissione; ma dappoiché il progetto della Commissione 
fa già abbastanza ed ampiamente confatato dal ministro di grazia e 
giustizia, io mi astringerò a combattere quello del ministero; e lo 
combatterò francamente e direttamente, siccome se ne esprimeva ieri 
il desiderio dal ministro di finanze; non per isbieco e per indiretto; 
poiché, sebbene, io più d'ogni altro avessi desiderato di sfuggire questa 
lotta, dove sono con mio rincrescimento costretto di trovarmi nel campo 
dell'opposizione, tuttavia dacché la lotta é impegnata, essa versa sopra 
un argomento troppo grave, ed importante, perché possa non essere da 
ogni lato sostenuta apertamente e con tutta franchezza. 

Ma nel farmi in questo modo oppositore, dichiaro che non intendo 
ponto di accusare le intenzioni delle onorevoli persone che siedono al 
banco del ministero, né di credere che esse nel presentare questo pro- 
getto sieno state spinte da sentimenti retrivi, o dal desiderio di porre 
la mano sopra le nostre libere istituzioni; io sono anzi nella ferma 
opinione, ed ho pienissima fede, che esse lo presenteranno mosse da 
onorevole pensiero. E in questa opinione mi rassicura ancora più l'op- 
posizione che ieri dal ministro delle finanze, ed oggidì dal ministro di 
grazia e giustizia, si fece al progetto della Commissione, il quale pro- 
getto (non si offendano i membri della maggioranza, se sinceramente 
lo dico) sarebbe assai più funesto alle nostre istituzioni, che non quello 
del ministero (Bravo/ a sinistra). 

Io credo, che i signori ministri nel presentare questo progetto, forse 
per non averlo esaminato troppo attentamente e con maturità di con- 
siglio, si illusero sugli effetti che le proposte modificazioni potessero pro- 
durre; non ne videro le conseguenze, non scoprirono i pericoli a cui 
andavano incontro. 

E in questa opinione mi ha maggiormente confermato il discorso di 
ieri del presidente del Consiglio, il quale, quantunque eloquentissimo, 
tuttavia, versando sopra argomenti diversi da quelli intorno a cui si 
aggira la proposizione di legge, mi fece conoscere che egli nel dare 
il suo consenso alla proposizione stessa, non ne conobbe pienamente il 
carattere, non ne vide tutte le conseguenze. Io provo quindi anche 
per queste considerazioni un dolore grandissimo nel farmi oppositore 
e lo provo maggiormente, perché nelle contingenze attuali sarebbe somr 
inamente opportuno che tutti si unissero per sostenere il governo, per 
renderlo più solido e più forte, onde possa resistere ai colpi da cui è 
minacciato. 

E tengo per fermo ohe se egli, invece di proporre progetti, i quali 
toccano le nostre leggi fondamentali, cercasse di conservarle incolumi, 
noi tutti saremmo d'accordo per dargli appoggio, come io sarei pronto 
a darglielo- in questa stessa contingenza, se un profondo convincimento 
contrario non vi si opponesse... 

Ninno può negare che l'Europa da qualche tempo recede da quella 
spinta che ha ricevuto nel 1848, e ohe si va facendo una guerra più 
o meno aperta contro la libertà della stampa e contro la pubblica tri- 
buna. Io ho già dichiarate ed amo il ripeterlo, che sono lontanissimo 
dal supporre che tali sieno le intenzioni dei nostri ministri, anzi io 
credo che nel presentare quel loro progetto essi vollero in simile modo 
assicurare il rimanente delle nostre istituzioni. 



— 231 — 

Dirò di più: io sono altresì persuaso, lo spero e lo desidero, che la 
grande maggioranza del nostro paese abbia questa fiducia nel ministero ; 
tuttavia non possiamo nascondere ohe fuori del nostro Stato, partico- 
larmente dove vi sono organi interessati a rappresentare le cose sotto 
un diverso aspetto dal vero, la proposta che in sé racchiude quella mo- 
dificazione può essere interpretata in senso contrario e vario, secondo 
l'interpretazione di chi la fece. 

I ministri dicono continuamente che non sono tranquilli di rimanere 
molto al potere; essi vedono la possibilità che dietro loro altri si pre- 
sentino a raccoglierlo, i quali sono disposti e vorrebbero andare più 
oltre. Ora, se essi intendono sinceramente di mantenere le leggi fon- 
damentali, se vogliono opporsi a qualsiasi grave variazione che si pre- 
tendesse introdurre nelle medesime, non debbono somministrare ai futuri 
ministri l'esempio di una mutazione, ossia di una concessione ; non deb- 
bono difendere questa concessione invocando una necessità, perchè collo 
stesso principio e collo stesso abuso della necessità si troveranno essi 
medesimi per logica ed inevitabile conseguenza condotti loro malgrado 
ad acconsentire a qualsiasi altra più grave e più importante variazione! 
che non da loro, ma da altri potrà in avvenire proporsi. 

Era quindi assolutamente necessario, era necessario nell'interesse di 
tatti ed anche degli stessi ministri il resistere al primo passo, poiché, 
se questo non s'impedisce, se si apre una volta la breccia, é forza ine- 
luttabile procedere sino alla fine. 

Quello che non faranno i ministri attuali, lo faranno indubitatamente 
i futuri (Bene/ a sinistra — Movimento). 

L'onorevole Menabrea essendo inscritto per parlare nella mede- 
sima tornata, il conte di Cavour schivò di rispondere immediata- 
mente al discorso dell'onorevole Battazzi; sapeva che il Menabrea 
si sarebbe fatto interprete dei pensieri della destra più conservativa 
in materia di libertà della stampa, e che cosi gli avrebbe fornita 
la desiderata opportunità di rifiutare in nome del ministero l'ap- 
poggio di quel partito per accettare, in cambio, l'appoggio prof- 
ferte dal Battazzi. E, in vero, il linguaggio tenuto dal Menabrea 
non poteva in miglior guisa secondare gli intenti del Battazzi e 
del conte di Cavour. Se ne può giudicare da questi frammenti che 
spigoliamo qua e là nel suo discorso : 

«Te croia que dans la législation qui régit actuellement la 

presse, il y a bien des ckoses à faire, non poni détruire la liberté de 
la presse, mais au contraire pour la défendre et la protéger contre les 
abus qui la menacene .... Je ne puis m'empécher de manifester mon 
étonnement en voyant que la nouvelle loi qui nous est présentée, n'a 
rapport qu'aux offenses faites à l'étranger, tandis que le ministèro ne 
doit pas ignorer que, chez nous, chaque jour les principes d'autorite 
et de religion sont battus en bréche , et, je vous le demando, ces prin- 
cipes ne méritent-ils pas d'étre respectés et au besoin vengés ausai 
bien que les injures à l'égard d'une puissance étrangère?.... 



— 232 — 

Je regrette que le gouvernement n'ait pas eu le courage de franehir 
la barrière, et de présenter, dèa aujourd'hui, toutes les modifìcations 
qui étaient nécessaires dans la législation actuelle de la presse. Eh 
qu'on ne Vienne pas nous dire, en nons citant l'è temei exemple de 

FAngleterre et des États-Unis, que les abns de la presse se guérissent ! 

par ses propres excès; si cette théorie est bonne pour ces pays, elle | 

ne peut Tètre pour le nòtre. . . . Ainsi, j'aurais été tenté de repousser | 

le projet présente par le ministère; mais, comme il peut ètre urgent j 

de pourvoir à cet égard, et qu'aucune des autres propositions faites ne , 

semble acceptable, je me vois force de voter en faveur du projet du ! 

gouvernement J'espère que cette discussion fera sentir au gouver- ! 

nement et à la Chambre la necessitò de faire quelque chose sur la ! 

presse (Bravo! a destra), \ 



Questo discorso che in tempi ordinari avrebbe tutt'al più potuto 
fornire il tema di una discussione accademica, o essere riguardato 
come la dichiarazione di idee individuali dell'oratore, è indubitato 
che, nelle condizioni in che versava il Piemonte nel febbraio 1852, 
doveva prendere, come prese diffatti, l'aspetto di una dichiarazione 
di principii a cui il governo aveva l'obbligo d'informarsi, se voleva 
che la destra gli continuasse il suo appoggio. Per parlare in quel 
modo convien supporre che gli uomini di questo partito avessero 
la certezza di sottentrare ai ministri presenti e di costringerli a 
separarsi dal conte di Cavour ; quello che è certo si è che non po- 
tevano porgere a quest'ultimo una migliore opportunità di compiere 
la « evoluzione » progettata. 

Non abbiamo d'uopo di dire che i discorsi del Eattazzi e del 
Menabrea furono, nella sera del 4, l'argomento dei colloquii di tutti 
gli uomini politici. Però un fatto singolare di cui vuoisi prendere 
nota è questo: che il Battazzi nel suo discorso aveva promesso 
l'appoggio condizionale del centro sinistro al ministero, senza 
averne previamente ragguagliato i suoi colleghi, si che questi, 
riunitisi la sera, si querelavano con lui di tale mancanza di ri- 
guardi, e il Lanza fra gli altri, carattere rigido e assai suscettivo, 
se ne mostrò siffattamente offeso, che cessò indi in poi d'assistere 
alle riunioni del partito. Quanto ai ministri, già erano da tanto 
tempo avvezzi a seguire in tutto e per tutto il conte di Cavour, 
che si contentarono della notizia data loro all'indomani che egli 
avrebbe difeso il progetto Deforesta e attaccato il Menabrea; solo 
il ministro dell'interno, considerato che il presidente del Consiglio 
non faceva osservazione di sorta a questo riguardo, osò raccoma 11 ' 



— 233 — 

dare al collega di « attaccare il discorso Menabrea come a lai 
personale, senza farne un affare di partito; « e non avendo rice- 
vuta risposta, si astenne dalTintervenire alla tornata della Camera 
in quel giorno (1). 

Quando il conte di Cavour sorse per parlare, si notò nell'as- 
semblea un « movimento d'attenzione. » Egli incomincio cosi il 
suo discorso: 

Sorgo, o signori, ad impresa molto malagevole, poiché avendo atten- 
tamente ascoltato gli onorevoli oratori, che da tre giorni impresero a 
parlare sulla legge ora in discussione, io mi avvedo che sono costretto 
ad un tempo e a combattere quelli che si oppongono alla legge mede- 
sima, ed a combattere coloro che, ammettendo il principio della legge, 
cioè la necessità di fare qualche cosa, vorrebbero darle altra applica- 
zione, e finalmente, sotto molti rispetti, eziandio quelli che presero a 
sostenere il ministeriale progettò (Bisbiglio e risa). 

Tuttavia, o signori, io sarei ingiusto, se non riconoscessi altamente 
la somma moderazione, l'alta convenienza che ha presieduto a questa 
discussione, moderazione e convenienza che onora altamente il nostro 
Parlamento. Sarei poi colpevole d'ingratitudine se io non riconoscessi 
che l'oratore, il quale parve tenere ieri più desta l'attenzione della 
Camera, usò in questa lotta armi talmente cortesi da togliere ogni 
amarezza alla sua opposizione (Bisbiglio). Mi corre inoltre l'obbligo di 
ringraziarlo della dichiarazione, che egli volle far precedere al suo 
discorso, con cui fece promessa di accordare al ministero nella ventura 
sessione, in vista delle gravi circostanze in cui versa il paese, il suo 
appoggio, promessa di cui prendo atto (Susurro a sinistra ed a destra). 
Promessa che io apprezzo altamente, poiché, se le circostanze consentono 
che l'onorevole oratore possa mandarla ad effetto, noi possiamo ripro- 
metterci che se nella ventura sessione egli impiegherà nel difendere il 
ministero una parte sola del molto ingegno che ha fin qui spiegato 
nel combatterlo, noi possiamo riprometterci, dico, di vederci appianata 
di molto la via nel parlamentare arringo (Movimento). 

Il u connubio » con Agar era compiuto. Ora doveva venire la 
volta del ripudio di Sara. 



(1) Stampiamo in Appendice, n. t, le Memorie y sin qui inedite, del Galvagno 
intorno a questo importante periodo della storia parlamentare del Piemonte. Scritte 
dopo la crisi ministeriale del maggio 1852, per effetto della quale, oome si vedrà 
più avanti, il Gal ragno dovette abbandonare il portafoglio, esse si risentono della 
irritazione e animosità del suo spirito. E, a dir vero, i giudici risguardanti il Ca- 
vour, il Battazzi, il San Martino, ecc., vuoi per quelle ragioni, vuoi perchè non 
tempre derivati da una esatta notizia delle cose, lasciano molto a desiderare in 
fatto di giustizia ed equità. Ma, oltrecchè le Memorie in discorso racchiudono in- 
teressanti ragguagli sulle vicende politiche di quel tempo, giovano a rappresentarci 
al vivo l'avversione che alcuni dei ministri, e una parte considerevole di deputati 
di destra, nutrivano contro l'assunto del Cavour di riformare la maggioranza sulle 
basi del centri. 



— 234 — 

È mia ferma opinione, come è anche l'avviso del ministero 1 

che in circostanze ordinarie, in tempi normali gli inconvenienti della 
stampa, per ciò che riflette la politica interna, non possano produrre 
gravi inconvenienti, od avere conseguenze tali da richiedere provvedi- 
menti energici e straordinari di repressione (Segni di adesione). 

Queste mie dichiarazioni basteranno, spero, a far convinta la Camera 
che io non posso né punto nò poco sottoscrivere all'opinione manifestata 
nella tornata di ieri dall'on. deputato Menabrea, non potendo il mini- 
stero in venni modo ammettere che sia necessario di mutare radical- 
mente la legge sulla stampa nello scopo di rendere la repressione di 
questa molto più efficace. Il ministero non ha questa convinzione; i 
membri che lo compongono dichiarano anzi che, ove una tale proposi- 
zione fosse fatta nel seno di questa Camera, e partisse o dai banchi 
dei deputati, od, in altre circostanze, dai banchi del ministero, essi la 
combatterebbero risolutamente (Molte voci: Bravo/ Bene!). 

Forse questa mia dichiarazione sarà tacciata d'imprudenza, poiché, 
dopo di essa, il ministero deve aspettarsi di perdere in modo assoluto 
il debole appoggio che da qualche tempo esso riceveva dall'onorevole 
deputato Menabrea e da' suoi amici politici (Movimento). Ma il mini- 
stero lo ha già dichiarato nelTesordire di questa discussione, nelle attuali 
gravissime circostanze crede essere primo dovere d'ogni uomo politico 
di -manifestare chiaramente e schiettamente le proprie intenzioni, di 
spiegare al cospetto del Parlamento e della nazione quale é lo scopo 
che si propone di raggiungere, quale è la condotta che intende tenere. 
Quindi, desiderando che non vi possano essere illusioni a questo riguardo, 
io mi stimai obbligato a fare cotale dichiarazione, quantunque, lo ripeto, 
essa debba condannare il ministero alla perdita di un alleato potente 
per la parola e debba costringere me forse a ricominciare le ostilità 
conl'on. deputato Menabrea (Vivi segni d* approvazione). Io mi rassegnerò 
a questa sorte. Già nel 1848 ebbi a pugnare contro di lui, io nelle 
file degli uomini moderati, egli associato agl'individui, che rappresen- 
tavano l'opinione più avanzata; e mi rassegnerò di nuovo a combat- 
terlo ora che ò a capo di coloro che, a creder mio, si preoccupano delle 
idee di conservazione, a tal punto da dimenticare i grandi principii di 
libertà. 

Il u ripudio, r> convien dirlo, non poteva essere più compiuto, 
e dovette dileguare ogni timore dall'animo di Agar che Sara fosse 
un bel giorno richiamata sotto il tetto domestico. Sulle labbra del 
conte Cesare Balbo, furente per lo sdegno, ricorse l'epiteto che nei 
primi tempi del 1848 egli aveva dato al conte di Cavour, ne' suoi 
famigliari colloquii. Risentito, ma pieno di dignità rispose il Me- 
nabrea : 

Dans la joute parlementaire, à laquelle vient de se livrer M. le mi- 
nistre des finances, il a bien voulu daigner rompre une lance aveo 

moi Avec une convenance parfaite il a parie du faible appai quo 

j'apporte au ministèro. C'est vrai, M. le ministre a raison: en effet il 



— 135 — 

doit gè souvenir que plus d'une foia je me suis tronyé dans des rangs 
opposés anx aiens et je m'en fais honneur. 

M. le ministre veut faire vaile veri d'autres rive$ parlementaires, 
aborder à d'autres rivages, il en est bien maitre, mais je ne l'y sui* 
vrai pas; quant à moi, quels que soient les hommes qui aiégeront sur 
les banca dn pouvoir, 08 me tronyeront tonjonrs fidèle an méme poste; 
j'ai ponr principe de ma condrite, de ne jamais céder ni à l'amour de 
la popularité, ni anx eonsidérations personnelles, ni anx tactique* 
politiqites; mais je ne prenda ponr règie de ma vie qne les profondes 
convictions qui m'animent, convictiona qui, je l'espére, ne m'abandon- 
neront jamais (Bene/ a destra). 

È facile immaginare l'effetto che produsse nell'animo del presi- 
dente del Consiglio, impedito da infermità di assistere alla tornata 
del 5 febbraio, la notizia dell'accaduto. Nelle Memorie, dianzi citate,, 
del Galvagno i lettori possono vedere come riuscisse al Farini di 
placarlo e di indurlo a tollerare la « scappata » del collega. 

La tornata del giorno seguente, contro ogni previsione, fu assai 
tranquilla. L'onorevole Boncompagni, della maggioranza, in un 
dotto discorso, che fu in certo qual modo il contrapposto di quello 
del Menabrea, si restrinse a fare una fugace allusione alla disputa 
del giorno innanzi nelT esprimere l'augurio che potesse essere ira 
breve presentato un disegno di legge per riordinare la formazione 
del ghiri, che fosse « tale da essere appoggiato anche da coloro 
che, professando di non osteggiare il ministero, si mostrarono pure, 
come in molte altre, cosi nella presente questione, contrari alla sua 
politica, contrari alla maggioranza che lo appoggiava, accusan- 
dola di non essere abbastanza gelosa custoditrice delle nostre li" 
berta; » di che il Eattazzi, punto in sul vivo, domandò la parola. 
H Brofferio, secondo il solito, toccò la nota umoristica: 

In un discorso molto sottile, molto ingegnoso, il signor ministro delle 
finanze rivelava alla Camera una politica non dirò nuova, ma sufficien- 
temente inaspettata. Egli si ò deliberatamente separato dalle persone 
che hanno, o si suppone che abbiano idee di retrocesso, per avvicinarsi 
non già a noi (Ilarità), ma ad una parte di questi banchi, dove, senza 
desiderare un progresso cosi compiuto come il nostre, si discorre sotto 
voce di un progresso che vada innanzi lentamente (Si ride). Seguendo 
le regole di una buona strategia egli ha battuto a destra ed a sini- 
stra. Quanto alla destra non me ne cruccierò io; ho inteso che il si- 
gnor deputato di Bevel ha domandato la parola, e saprà difendersi; 
ma avendo il signor ministro parlato di repubblica e di repubblicani, 
sento che a me tocca il rispondere (Denegazione al banco dei ministri). 

Se non lo ha detto, tanto meglio, risparmierò la risposta... 

Cavour (A mezza voce). Lo direi adesso per sentire la risposta. 

Brofferio. Il signor ministro ò cortese, e saprò esserlo anch'io. 



— 236 — 

Ommettiamo la risposta, che non fa al caso nostro, e passiamo 
alla tornata del 7 febbraio, che fa vivace e tempestosa quanto fu 
calma quella del giorno precedente. 

Il conte Balbo prese primo la parola. Dopo aver premesso che 
era stato suo intendimento di presentare un' aggiunta all'articolo 
unico del progetto di legge, ma che aveva ad un tempo a parecchi 
suoi colleghi dichiarato « da buon deputato ministeriale, come si 
pensava di esserlo » (Ilarità a sinistra) , che vi rinunciava se 
il ministero non l'accettava, chiese la facoltà di esprimere la sua 
opinione sulT « incidente forse non privo di una certa gravità, » 
avvenuto nella tornata del 4 febbraio. 



Se il signor ministro delle finanze si fosse rivolto unicamente al si- 
gnor Menabrea in quella circostanza, io non prenderei certamente la 
parola, perchè quest'onorevole deputato non ha bisogno del mio aiuto, 
e ne ha dato prova rispondendo al signor ministro: ma questi essen- 
dosi anche rivolto agli amici del signor Menabrea, io, che mi professo 
di lui amico, non posso a meno che dire qualche parola in risposta al 
signor ministro... 

In una questione importante che si sollevò nel 1850, il signor Me- 
nabrea ed io, senza nessun concerto, ed anzi, lo confesserò, inaspetta- 
tamente per me, votammo nello stesso modo contro una legge proposta 
dal ministero (1)... 

Io parlai contro quella legge, e dissi che non sapeva se il ministero 
mi conterebbe ancora fra i suoi amici, e il ministero d allora (del quale 
veramente non faceva parte l'attuale ministro delle finanze) per organo 
del ministro dell'interno, a cui s'aggiunsero poi il ministro dell'estero 
ed il guardasigilli stesso, mi disse e pubblicamente e privatamente che 
faceva conto sul mio concorso e su quello di coloro che avef ano votato 
contro quella legge. 

Questo concorso fu dato, e non debole né pel numero, nò pel modo. 
Io credo che l'adozione di tutte, o quasi tutte le leggi che furono in 
seguito proposte, si dovette in gran parte all'appoggio di quei depu- 
tati che avevano votato contro la legge di cui parlo ; e questo fu dato 
in un modo che forse la Camera non conosce ; fu dato spontaneamente, 
senza nessun concerto, concerto che non esiste finora, e non esisterà, 
credo, se il ministero non spinge ulteriormente le cose... 

Io non so qual frazione parecchi miei amici ed io formiamo nel par- 
tito ministeriale. Noi siamo entrati nel medesimo, e siamo finora ri* 
nora rimasti; se ci vogliono forzare di uscire da tal partito, lo ignoro; 
ad ogni modo noi abbiamo dato un esempio il quale rimarrà nella 
storia parlamentare, e, ciò che più monta, fu utile al nostro paese... 



(1) I»a legge Sieoardi. 



— 237 — 

Dopo una breve risposta del conte di Cavour e alcune diluci- 
dazioni date dal Boncompagni, dal Menabrea e dal Buffa, sorse a 
parlare il capo della destra, conte di Bevel. 

Io, per verità, sono rimasto alqnnto stupito quando ho veduto, ohe, 
contemporaneamente ad un divorzio, ohe il signor ministro delle finanze, 
a nome del resto del gabinetto, di cui è sempre il principale oratore, 
voleva fare con una parte di quella maggioranza che finora lo ha sem- 
pre sostenuto, meno in quei oasi speciali cui accennava l'onorevole 
conte Balbo; io sono rimasto stupito, dico, che contemporaneamente a 
questo divorzio si facesse un connubio coll'altra parte (Ilarità). 

Io rispetto le opinioni di tutti, ma, appunto perchè ho anch'io una 
politica, non posso essere indifferente a questo fatto. 

Io osservo che quest'incidente indica che il governo cambiò di po- 
litica. Ora il vederlo associato alla politica, che, bisogna pur dirlo, 
era in vigore quando successero gli eventi del 1849, alla politica che 
condusse Carlo Alberto ad Oporto... (Eumori prolungati a sinistra). 

Eattazzi (Con vivacità). Domando la parola. 

Di Bevel. Domando perdono, io non voglio dire cose spiacevoli, io 
non dico che fatti. Dico che è la guerra del 1849 che condusse Carlo 
Alberto ad Oporto, dico che questa guerra io non l'ho voluta, per con- 
seguenza ho ragione di dire che avverso questa politica, e che la trovo 
cattiva. 

10 aggiungo poi che questa politica, che non si è creduto di poter 
inaugurare nei due anni passati, non saprei se, inaugurata nel 1852, 
potrebbe conservare la pace e mantenere la nostra indipendenza. 

Ora il ministero, per organo sempre del ministro di finanze, avendo 
apertamente fatto conoscere che desiderava, con modo certamente cor* 
tesissimo, d'avere l'appoggio di quella parte dalla Camera nella ven- 
tura sessione, io ho dovuto credere che egli cambiasse di politica, e 
debbo tanto più crederlo in quanto che la parte della Camera dalla 
quale egli reclamava l'appoggio, non ha, a mio modo di vedere, cam- 
biato di politica... 

Quando poi io vedo che il ministero da un verso ricusa così schiet- 
tamente, e direi in modo un po' acerbo, l'appoggio di una parte della 
Camera, e dall'altro manifesta il desiderio dell'appoggio della parte 
contraria,... era mio debito di chiarire lo stato delle cose... 

La risposta del conte di Cavour fu assai temperata: 

11 conte di Bevel facendo allusione al discorso che l'altro giorno io 
pronunciava, diceva avere io ad un tempo fatto un divorzio e trattato 
un connubio... 

Di Bevel Fatto, fatto. 

Cavour. E fatto un connubio ( Si ride). 

Io non so se l'onorevole di Bevel abbia meditato attentamente le 
parole che io pronunziava; da esse egli può certamente argomentare 
che io mi allontanava da certe persone, che individualmente io stimo 



— 238 — 

ed onoro altamente, ma che mi paiono professare opinioni politiche chi 
nelle circostanze attuali mi paiono pericolose, e che invece io mi erj 
avvicinato ad altre persone, colle quali mi sono trovato per molto tempj 
in opposizione. Ma nell'esporre questa dichiarazione ho forse fatto al 
cuna concessione di prinoipii? Io mi rimetto alla lealtà dell'onorevole 
conte di Bevel. Ho io nella tornata dell'altro giorno emesso qualche 
opinione; professato qualche principio che io non abbia egualmente pro- 
fessato nel 1860, nel 1849, e nel 1848?... 

Egli faceva allusione alla politica, di cui furono interpreti gli ono- 
revoli membri ai quali erano rivolte le mie parole, e credeva pereti 
che fosse mancare ai prinoipii che io professava nel 1848 l'avere ac- 
cettato l'appoggio di quegli uomini politici. Ma io osservo all'onorevole 
conte di Bevel, che se nei paesi liberi, nel sistema costituzionale, 
fosse impossibile di accordarsi colle persone che in altre circostanze, 
in altri tempi erano nostri avversari politici, allora sarebbe impossibile 
costituire un partito. 

Se tal cosa fosse vera, io non avrei mai potuto nò sostenere il de- 
putato di Revel, nò il conte di Bevel sostenere me, perchè ad onta 
che per quindici o venti anni di nostra vita abbiamo professato opi- 
nioni assolutamente diverse, essendo il signor conte di Bevel seduto 
su questo banco, io gli ho prestato l'appoggio il più sincero, il pia 
leale, e qualche volta un appoggio non affatto inefficace, ed anche il 
conte di Bevel ha prestato al ministero attuale in molte circostanze 
un appoggio sincero o leale, e del quale sicuramente il ministero ha 
tenuto gran conto. Che se nella tornata di ieri l'altro mi sono valso 
di un aggettivo, che fu forse male interpretato, cioè dell'aggettivo 
debole, parlando dell'appoggio prestato al ministero dal signor Mena- 
brea e dal suo partito, esso non esprimeva assolutamente la mia idea; 
col vocabolo débole io intendeva dire mal fermo, instabile, cioè appoggio 
che non si trova in tutte le circostanze; e l'onorevole conte dì Bevel 
non può trovare amara questa mia osservazione, poiché sopra molte 
questioni, e questioni gravissime, come sono le questioni di finanza, le 
questioni economiche, egli si è trovato in dissenso col ministero, ed in 
particolare col ministro delle finanze ; ed in quelle questioni, mi per- 
metterà di rammentarglielo, ha manifestato la sua opinione in modo 
molto abile, ma anche molto ostile, se non contro il ministero, almeno 
contro il ministro delle finanze. 

Dopo tutte queste spiegazioni io credo poter asserire che nella opi- 
nione espressa nel discorso dell'altro giorno non vi fu per parte del 
ministero cambiamento di politica; ma il ministero è rimasto sul ter- 
reno sul quale ha fermato la sua politica, sul terreno della libertà, sul 
terreno della prudenza, della moderazione, ma anche su quello del ra- 
gionato progresso. Se sopra questo terreno alcuni onorevoli membri di 
questa Camera si sono mossi ad incontrarlo, ad essi egli ha stesa la 
mano, e sarà lieto di stringere con essi una sincera alleanza; ma 
questa non sarà mai fatta con sacrifizio dei prinoipii, di cui si è fatto 
interprete da quasi tre anni. 

Non è vero, come diceva l'onorevole deputato Menabrea, che il mi- 
nistero abbia rivolta la sua prora verso altri lidi. Esso non fece alcuna 
manovra di quella specie ; egli vuole camminare nella direzione della 
prora e non in quella della poppa (Ilarità e vivi segni d'approva- 
zioné). 



— 239 — 

Quanto era stata temperata la risposta del conte di Cavour, 
tanto fo piena d'irritazione e di sdegno quella del Rattazzi, pro- 
vocata dall'allusione del conte di Bevel ai disgraziati avvenimenti 
del 1849. 

Il signor eonte di Bevel nel suo discorso ha fatto conoscere che non 
era tanto dolente del divorzio che il ministero faceva da esso (divorzio 
che credo, se non apparentemente, almeno nella sostanza da molto 
tempo esìstente), quanto del connubio che il ministero ebbe a fare con 
gli nomini che erano al potere nel tempo della rotta di Novara... Ma 
posciachè egli ha voluto gettare sopra di noi una colpa, io non esiterò 
a dire che, se si procede con giustizia, il signor conte di Bevel è ben 
più colpevole della rotta di Custoza, e dirò anche della rotta di No- 
vara, di quanto lo potessero essere colpevoli di questa sola coloro che 
k tale circostanza regolavano la cosa pubblica (Applausi dalla gal- 
leria). 

Dopo essersi allargato in questa dimostrazione, l'onorevole capo 
del centro sinistro chiari con molta temperanza la condotta sua 
e dei suoi amici politici dopo i casi di Novara. 

Dopo la sventura di Novara, certamente non poteva più essere eguale 
la condotta politica di quegli uomini stessi, che avevano prima consi- 
gliato il rinnovamento delle ostilità. Non potendosi in allora più pen- 
sare a questo, si doveva necessariamente rivolgere la mente soltanto 
al mantenimento delle patrie istituzioni, alla conservazione di quelle 
libertà costituzionali, che ci erano state largite da Carlo Alberto, a 
farle progredire e svolgere con quel maggiore sviluppo e con quella 
maggiore efficacia che le circostanze politiche ed i tempi permettevano. 
A questo scopo invero furono ognora in appresso diretti i nostri voti 
ed i nostri sforzi , noi cercammo sempre d'impedire si potessero portare 
ad essi colpi fatali da chicchessia, e particolarmente da coloro i quali 
un tempo professavano principii pur anco liberali, ma poscia, mutati 
i tempi, avevano spiegato altre tendenze (1). 

È perciò, o signori, che non quest'oggi soltanto, ma assai prima an- 
cora abbiamo appoggiato il ministero... Lo abbiamo appoggiato tutta- 
volta che si trattò di imposizioni e di dazi, stantechè li credemmo 
necessari per sopperire alle angustie dell'erario; e l'appoggio che gli 



(1) Allusione appassionata all'era. Menabrea il quale, oome era stato accennato 
dal Cavour nella tornata del 4 febbraio, aveva appartenuto nel 1848 alla Concordia. 
Intorno al quale argomento il Menabrea nella tornata del 7, prima ohe parlasse il 
Batta»!, notava: « Il est vrai que je me snis tronvé dans la Concordia aveo un 
grand nombre de mes amia, entre autres M . Boncompagni. Nous sommes tous par- 
tis dn méme point, mais oomme il est arrivò que la Concordia^ guidée par M. Va- 
lerio, marchait plus vite que nons, elle nous a laissé en arrière (Ilarità)... Aujour- 
d'hui seulement l'expérienoe m'a éolaire sur bien dea choses... » 



— 240 — 

prestammo in tutte queste contingenze fa sempre tanto più sinceri 
e senza recondito pensiero, inquantochè gli uomini i quali si trovava! 
al governo della cosa pubblica non erano fra quelli ohe appartenessei 
al nostro partito. Ma, fermi sempre nei nostri principii, allorqnand 
si trattò di intaccare in qualche parte le nostre leggi fondamentali 
allorché potè temersi ch'esse fossero in qualsiasi modo toccate, n< 
fummo vivi oppositori, ed è appunto per questo che ci siamo mostrai 
avverei all'attuale progetto di legge. Nell'atto però in cui femmo questi 
opposizione, siccome è ferma nostra opinione che i ministri attuali 
quantunque abbiano presentato quel progetto, tuttavia non intendane 
di porre mano in altra qualsiasi parte a quelle leggi fondamenta!) 
abbiamo soggiunto che l'opposizione nostra era ristretta allo stessi 
progetto, e non si estendeva più oltre. 

Dichiarammo anzi che eravamo disposti a prestar loro, non a negar* 
i nostri voti; ed accennammo come unica condizione di essi quella di 
mantenere salde ed incolumi le nostre istituzioni... 

Il signor ministro delle finanze con termini gentili accettò questa 
dichiarazione, ed io pure prendo atto di questa sua accettazione, la 
quale mi assicura sempre più nell'opinione già da me espressa, che 
non è pensiero del governo di portare qualsiasi altra variazione nelle 
leggi fondamentali dello Stato. Epperciò io riconfermo, e lo riconfermo 
anche a nome dei miei amici politici, che il nostro appoggio non sarà 
certo per mancare ad -esso ; e questo appoggio se non sarà valido ed 
efficace, come per tratto di cortesia il ministro di finanze si esprimeva, 
sarà però certamente sincero perchè indipendente, sarà franco e leale 
perchè non dettato dall'individuale interesse di conservare o di conse- 
guire, ma dal semplice sentimento del dovere che c'incombe verso la 
patria, dal desiderio di giovare alla causa della libertà e dell'indipen- 
denza (Bravo/ bene/). 

Il conte di Revel stava per alzarsi per difendersi a sua volta 
dall'accusa lanciatagli dall'onorevole Eattazzi di essere responsa- 
bile dei disastri di Custoza e di Novara, quando il presidente del 
Consiglio, stimando che fosse giunto il tempo di troncare le re- 
criminazioni sul passato, e di esprimere gli intendimenti del governo 
sulla grave contesa a cui le dichiarazioni del conte di Cavour, 
nella tornata del 4 febbraio, avevano dato luogo, domandata la 
parola, si espresse in questi termini: 

Io ho intese parole per le quali si è destato nel cuore di tutti i pre- 
senti in questa Camera un senso doloroso. Noi abbiamo udito ricordare 
sventure comuni e forse errori comuni. Io fo appello a quei sensi di 
conciliazione e di benevolenza, che hanno sinora uniti i partiti della 
Camera, quantunque fra loro fossero avversi ; e domando se non sarebbe 
un dono da farsi alla patria ed alla causa pubblica di seppellire e di 
seppellire per sempre queste tristi memorie, pensando che tutti in 
qualche cosa abbiamo a farci perdonare, e che il migliore modo di ot- 
tenere questo condono, si è di scordare gli errori passati e di non 
commetterne per l'avvenire (Bravo/), 



— 241 — 

Poiché io ho la parola e veggo che la presente discussione volge al suo 
termine, chiederò alla Camera il permesso di aggiungere alcune brevi 
osservazioni sulla questione principale e sull'incidente insorto. 

Quando io ebbi l'onore di venire al posto, che occupo da tre anni, 
io presentai un programma che fu accetto ai miei colleghi, accetto al 
paese (almeno a quella parte che divide le mie opinioni). Di questo 
programma che ora non ho sottocchio, e di cui non ricordo i partico- 
lari, l'idea fondamentale era che noi volevamo lo Statuto, niente più 
dello Statuto, e niente meno; questo programma io ho cercato, secondo 
i miei poveri mezzi, ed hanno cercato i miei colleglli di porlo in at- 
tività durante il nostro ministero, e per conseguenza naturale della 
frase che ho pronunziata del niente di più, niente di meno dello Sta- 
tuto, ci siamo trovati condotti a combattere i partiti che a noi pare- 
vano estremi. Da questa politica non intende scostarsi il ministero» 

Certamente, nell'applicazione di questi principii politici, vi sono dei 
momenti nei quali si può più largheggiare, siccome ve ne sono altri 
in cui ciò non si può fare. Nello stesso modo che un capitano di ba- 
stimento che intende ad una meta, che mai non abbandona col pen- 
siero, oggi deve coprire il suo bastimento di vele, domani le deve di- 
minuire e viaggiare secondo il tempo, senza che ciò non faccia mai 
che la meta del viaggio sia mutata, così il ministero non ha cambiato 
e non cambia di politica, e solamente si adatta alle circostanze, all'op- 
portunità e alle necessità del tempo, come ha dimostrato con quest'ul- 
tima legge. 

Egli accetterà, e non potrebbe fare a meno, l'appoggio di quelli che 
lo vorranno sostenere ; e se dovesse perdere taluno di quelli che lo ap- 
poggiavano, glie ne dorrà, ma non Gambiera perciò la sua linea politica. 
Egli non avrà rimproveri da farsi, e non avrà, spero, a farglieli né il 
paese, né coloro che verranno (Segni di approvazione). 

La discussione sul progetto De Foresta si protrasse per altri tre 
giorni. La votazione finale ebbe il seguente risultato: voti 98 in 
favore e 42 contrari. La destra e il centro destro votarono quasi 
unanimi in favore; di sinistra parecchi deputati, ira i quali il 
Josti, il Cavallini, il Michelini, il Marco, il Turcotti, diedero il 
voto favorevole. Il centro sinistro non mostrossi più compatto della 
sinistra: votarono in favore il Buffa, il Bronzini, il Cornerò, il 
Serra, il Bertini; contro il Rattazzi, il Lanza, il Berti, il Miglietti, 
il Rosellini, il Daziarli ed altri. Accennando a questo sparpaglia- 
mento di voti, r Opinione notava il giorno appresso che si era fatta 
« non una ricostituzione, ma una vera confusione dei partiti. » 

Nel giorno medesimo che questa votazione aveva luogo (10 feb- 
braio) il presidente del Consiglio, desideroso di attenuare all'estero 
il cattivo effetto prodotto dall'incidente parlamentare del 7, e dis- 
sipare le voci corse di dissensi fra i vari membri del gabinetto, 

16 — Voi. I. Lettere di G, Cavour. 



— 242 — 
le quali avrebbero indebolito l'autorità del governo in moment 
cosi ardui, indirizzava una lettera-circolare a' suoi agenti diplc 
matici. In essa l'Azeglio, dopo di avere compendiata la discussioni 
avvenuta, e ripetuto più esplicitamente quel che aveva detto allj 
Camera, che cioè il conte di Cavour, accettando l'appoggio de 
centro sinistro, non aveva fatto alcun passo da cui si dovesse ar 
guire un'alterazione qualsiasi nella politica ministeriale, e « si eri 
limitato ad accogliere una adesione che non avrebbe potuto rei 
spingere senza offendere le regole più rudimentali della tattica dj 
tutti i parlamenti, » conchiudeva cosi: 

Je résumé ces explications en faisant mieux ressortir encore ce qu'elles 
indiquent, c'est-à-dire que ce n'est point le ministère qui est alle ver» 
le centre gauche, mais que c'est celui-ei qui s*est rapproché du minis- 
tère (1), parce qu'il a jugé que la politique, qu'il suit invariablement^ 
est telle qu'il peut y donner tout-à-fait son adhésion, ou l'approuver 
du moina relativement. Je dois ajouter qne les motifs, qui ont deter- 
minò le ministère ne doivent pas ètre recherchés uniquement dans la 
discussion dont je viens de faire l'historique. Pour toute personne im- 
partiate qui observe les choses d'ici mème, il est notoire que derrière 
les membres de la fr action de la Chambre, auxquels j'ai fait allusion, 
il existe un parti, qui se donne un très grand monvement à la Cour, 
dans les salons, partont, en un mot, pour discréditer le ministère, et 
particulièrement un de ses membres, contre lequel on invente les plus 
absurdes griefs, afin de le remplacer par une administration dont les 
membres sont indiqués, et d'amener ainsi la dissolution de la Chambre, 
et les conséquences qui s'ensuivraient indubitablement. 

Che quest'ultima affermazione del presidente del Consiglio non 
fosse in tutto priva di fondamento, porge argomento a crederlo la 



(1) Così, almeno, l'Azeglio desiderava che si fosse dato a intendere alla diplo- 
mazia, e, per verità, sarebbe stata anche la soluzione migliore . Era di tale avviso 
il Bonoompagni, come si rileva dal seguente ^frammento di una sua Memoria 
scritta nel 1858: 

a Io approvo questa alleanza (il connubio), non il modo in cui essa fu formata. 
Io avrei desiderato cioè che il centro sinistro fosse venuto dalla parte del mini- 
stero, non il ministero (o, per dire più esattamente, il conte di Cavour) dalla sua. 
Coloro che avevano dal 1849 in poi spalleggiato il governo, e che erano rimasti 
in maggioranza nelle ultime elezioni, non dovevano rinnegare il passato per unirsi 
con quelli, che erano stati dalla parte opposta, e per abbandonare non pochi dei 
loro. Il centro sinistro non avrebbe scapitato nel proprio onore, non avrebbe rin- 
negato per nulla il suo .passato quando avesse eccitato il ministero e la maggio- 
ranza ad una solenne dichiarazione di principi liberali, in seguito alla quale avrebbe 
dichiarato alla sua volta di voler propugnare il governo. Così una questione di li- 
bertà non si sarebbe risolta in una combinazione che aveva apparenza di venire ispi- 
rata da un puntiglio. » 



— 243 — 

discussione, che indi a pochi giorni avvenne in Senato, a proposito 
di una petizione contro i decreti reali del 30 ottobre 1851 e del- 
l'I 1 gennaio 1852, che privavano la Compagnia di San Paolo di 
Torino del possesso e dell'amministrazione de' suoi beni e delle 
sue opere di beneficenza. In tale occasione il vecchio maresciallo 
Della Torre, antico governatore di Torino, diede battaglia formale 
al ministero, e più specialmente al ministro delle finanze, facendosi 
sostenitore di un ordine del giorno di censura e di biasimo. Il 
eonte di Cavour non volle restringersi a rispondere agli appunti 
che lo colpivano particolarmente, ma in nome dell'intiero gabinetto 
fece una viva difesa della politica ministeriale. 
Colla sua abituale bonomia arguta, cominciò cosi: 

Per difendere il ministero dai severi appunti dell'onorevole mare- 
sciallo mi occorrerebbe entrare nell'esame di tutta la nostra politica; 
io non voglio infliggere questa punizione al Senato (Ilarità); mi con- 
tenterò di alcune brevi osservazioni. 

Il maresciallo aveva dipinto con tinte oscurissime il quadro delle 
condizioni inteme del Piemonte in fatto di sicurezza pubblica. Il 
conte di Cavour, con pungente ironia, ricordò al maresciallo quei 
tempi, nei quali egli esercitava tanta autorità e influenza sui ret- 
tori della cosa pubblica: 

All'udire l'onorevole maresciallo parrebbe che dopo lo Statuto le con- 
dizioni interne abbiamo subitamente mutato, e che da uno stato di 
perfetta quiete e tranquillità, da una sicurezza assoluta, si sia passato 
in uno stato di semi-anarchia. 

Io non voglio recriminare sul passato; tuttavia mi è forza il ricor- 
dare all'onorevole maresciallo che nei tempi, che precorsero lo Statuto, 
i disordini interni erano né pochi, né lievi; che i delitti erano per lo 
meno altrettanto numerosi che al presente, che la proprietà non era 
di molto più tutelata. 

Difl&tti, se il paese non fosse stato in preda a gravissimi disordini, 
io non credo che il magnanimo Carlo Alberto, il di cui cuore gene- 
roso ed indulgente è ben conosciuto, avrebbe mai consentito ad isti- 
tuire quei tribunali di governo, ove l'elemento legale si trovava in 
assoluta minoranza, ed era affidata a funzionari militari ed amministra- 
tivi la cura di giudicare senza udire gli imputati, colla facoltà di man- 
darli in Sardegna ad una specie di lavori forzati. 

Quale largo uso di questa facoltà abbiano fatto le Commissioni go- 
vernative ognuno di noi può ricordarlo. Io non voglio incolpare quel- 
l'instituzione ; sicuramente non sarebbe più in armonia coi tempi at- 
tuali; forse quando fu instituita era richiesta dallo stato del paese; 
ma io credo essere in diritto di asseverare che onde una tale istituzione 



— 244 — 

possa essere giustificata convien dire ohe i mali da coi il paese era 
afflitto, fossero gravissimi, e tali da richiedere misure talmente ecce- 
zionali, ohe si potrebbe, se si volesse applicare un epiteto severo, chia- 
marle barbare. Ed infatti, la sicurezza era così poca, e cosi difficile 
in allora si trovava la repressione dei delitti, che posso citare un fatto 
che mi ò personale. 

Io ebbi l'onore di essere sindaco di un piccolo paese della provincia 
delle Langhe. Un individuo di quel paese in una rissa uccise un. suo 
parente; venne in contumacia condannato a morte; quindi ne fu decre- 
tato l'arresto. Volendolo arrestare, parecchi carabinieri rimasero uccisi ; 
quindi maggiori provvedimenti. Onde procurare quest'arresto si aumen- 
tarono le brigate, si diedero disposizioni severissime, eppure quest'in- 
dividuo riuscì per ben quattr*anni a sottrarsi alle ricerche della polizia, 
ed a vivere più o meno tranquillo nel luogo da lui abitato, talché 
ogniqualvolta io mi recava in quella terra, io era sempre favorito dalla 
visita di questo famigerato bandito, benché io facessi quanto potessi 
e presso l'Autorità locale e presso l'Autorità centrale onde procurarne 
l'arresto. Io credo che nei tempi attuali succede niente di peggio 

Dopo aver risposto agli appunti del maresciallo sul « mal go- 
verno delle finanze, » il conte di Cavour entrò nel campo stretta- 
mente politico. 

L'onorevole maresciallo non approva la nostra politica. Veramente 
ciò non mi stupisce: da molti e molti anni io sono avvezzo a non 
essere d'accordo coli' onorevole maresciallo. Egli resse per molti anni 
la cosa pubblica, e in quel tempo che egli amministrò, io sempre dis- 
approvai la sua politica, quindi è cosa naturale che, quando io invece 
mi trovo al potere, egli della mia politica si dimostri malcontento. Ma 
il Senato, prima di sancire la severa sentenza del maresciallo, deve 
esaminare i risultati di questa politica. 

La politica di un ministero, il quale regge gli affari già da un tempo 
assai lungo, da tre anni (dico tre anni perchè se alcuni sono entrati 
più tardi, però lo spirito del ministero è ora quale era quando il mio 
onorevole collega il ministro dell'interno e quello degli esteri prende- 
vano in mano la somma delle cose); io dico, un ministero che regge 
la cosa pubblica da tre anni ha il diritto di vedere la sua politica 
giudicata, non su questo o quell'altro fatto isolato, ma sui risultati 
generali della politica medesima. Ora, o signori, io credo che noi pos- 
siamo con confidenza invitare il Senato, prima di giudicarci, di para- 
gonare lo stato del paese quando i miei onorevoli amici assunsero il 
potere collo stato attuale 

10 so pure che al ministero si è fatto il rimprovero di aver avuto 
una politica debole, di avere oscillato alcune volte a destra, alcun'altra 
a sinistra. 

Quest'appunto, o signori, non è fondato. Il ministero è sempre stato 
fedele al programma che egli bandì quando assunse il potere, al pro- 
gramma di Massimo d'Azeglio. 

11 ministero dichiarò apertamente che egli intendeva seguire la via 
di mezzo, di tenersi egualmente lontano dai partiti estremi. 



— 245 — 

A questa politica, lo ripeto, egli fu fedele; ve lo fa nel 1849, quando 
non essendo ancora quietato il tumulto delle passioni popolari, egli 
credeva dover sciogliere una Camera, nella quale, a suo giudizio, lo 
spirito di eccessiva riforma predominava; egli vi fu egualmente fedele, 
quando nel 1852 ha giudicato doversi separare da una parte notevole 
del partito, col quale egli aveva sin allora combattuto. 

Nel 1849 il pericolo veniva, a suo credere, dall'eccesso dello spirito 
di riforma, da quello che si può dir spirito rivoluzionario, ed in allora 
combattè questo spirito con misure non destituite d'energia. 

Nel 1852 egli Tede il pericolo di una soverchia tendenza, non solo 
a conservare gli ordini nuovi» ma a ricostituire gli ordini antichi; ed 
a queste tendenze egli ha creduto doversi risolutamente opporre, quan- 
tunque questo gli imponesse il doloroso dovere di separarsi da persone 
per le quali egli professa, come individui, la più alta stima 

Evidentemente con queste ultime parole il conte di Cavour aveva 
avuto in animo di cancellare l'effetto, che nei membri del centro sini- 
stro avevano prodotto quelle dette pochi giorni prima dal presidente 
del Consiglio dinanzi alla Camera ; egli volle far sentire ben alto 
che non solo il ministero si acquetava all'eventualità di perdere 
taluno di quelli che lo appoggiavano, ma che la sua separazione 
dalla destra era già un fatto compiuto. E precisamente per dare 
al centro sinistro un pegno della sua sincerità e fermezza nel 
mantenere gli impegni segretamente presi colT onorevole Battazzi, 
il conte di Cavour, aiutato dal Farini, si era maneggiato in quei 
giorni per indurre il De Foresta, autore del progetto di modificazione 
della legge sulla stampa, a rinunziare alla carica, e il Galvagno 
a fare il cambio del portafoglio dell'interno con quello, politica- 
mente di minor rilievo, della grazia e giustizia. Per il ministero 
dell'interno si pensò di scegliere un uomo che non avesse prece- 
denti, e tanto meno ambizioni politiche, di guisa che, quando i 
tempi fossero maturi, cedesse facilmente il luogo al successore de- 
signato in pectore. Già da parecchi mesi il conte di Cavour aveva 
stimato di trovare il ministro desiderato nel cav. Alessandro Per- 
dati, intendente generale della provincia di Torino, che sedeva sui 
banchi del centro destro ; ma non gli era riuscito di vincerne l'as- 
soluta ripugnanza ad assumersi il carico di un portafoglio (1). 



(1) Alessandro Pernati di Homo, consigliere di Stato in ritiro, e senatore del 
^gno, rappresentava nella quarta legislatura della Camera subalpina il 2<> Collegio 
di Novara, sua città natale. Il conte di Cavour aveva posto gli occhi su di lui in 



— 246 — 

Volente o nolente, questa volta il Pernati doveva esser ministro; 
e lo fa. Per quali arti (1) è narrato nelle Memorie del Galvagno. 

Codesti cambiamenti ministeriali (26 febbraio) furono notificati 
alla Camera nella tornata del giorno successivo (ultima della ses- 
sione 1851), contemporaneamente alla nomina del Cavour a mini- 
stro titolare per gli affari delle finanze. In tale circostanza fa 
soppresso il ministero di marina, agricoltura e commercio, che il 
Cavour reggeva sin dall'ottobre 1850, e furono in via temporanea 
annesse al ministero delle finanze le attribuzioni assegnate ai di- 
partimenti della marina e del commercio. 

La nuova sessione fu inaugurata ai 4 di marzo. In quel giorno 
stesso la Camera procedette all'elezione del suo presidente e dei 
due vice-presidenti. Nuova cagione di dissapori fra il conte di 
Cavour e i suoi colleglli. Nella via in che egli si era posto , ac- 
cettando, in nome del ministero, l'appoggio del centro sinistro, le 
necessità parlamentari chiedevano che uno dei posti di vice-presi- 
dente fosse lasciato al capo di quel partito ; ma qui pure, discor- 
rerne in Consiglio dei ministri era lo stesso che rendere vana 
quella elezione o provocare una crisi. Conoscendo l'indole dell'A- 
zeglio, il Cavour pensò che egli si sarebbe anche questa volta 
rassegnato al fatto compiuto; e intanto il ministero avrebbe acqui- 
stato forza mediante quella nomina. Per vero dire, il risultato 
chiarì che il « connubio, » forse per il modo nel quale era stato 
preparato, non otteneva ancora nella Camera quel favore che il 
Cavour s'immaginava ; e infatti, mentre uno dei vice-presidenti, il 
Benso, candidato dell'antica maggioranza, riusci eletto a primo 
squittinio con 71 voto, il Eattazzi non raccolse un simile numero 



una circostanza alquanto analoga a quella più avanti menzionata, in cni trovossi 
il De Foresta. In una seduta del Consiglio provinciale di Torino, presieduta dal mar- 
chese Cesare Alfieri, alla quale il Pernati intervenne come Begio Commissario nella 
sua qualità di Intendente generale di Torino, questi oppugnò con tanta dovizia di 
buone ragioni tecniche e amministrative una proposta del conte di Cavour che, 
ad onta della valida difesa fattane da quest'ultimo, venne rigettata. Il Cavour in* 
vece di pigliarne dispetto, strinse, sorridendo, la mano al suo vincitore, e compor- 
tandosi, secondo il solito, da capo del gabinetto, gli domandò se, presentandosi 
l'occasione, avsebbe accettata la carica di ministro dell'interno. 

(1) Il conte di Cavour u del governo aveva le arti grandi e le piccole : » scr/ve 
il Bonghi nella sua opera: La vita e i tempi di Valentino Pasini. In tutta questa 
storia del connubio sono le arti piccole quelle che ebbero il sopravvento. Anche 
i migliori uomini di Stato, ripeteremo col Oherbulliez, ont des ine-\rrection» à 8t 
reprocher. 



— 247 — 
di voti elie nel terzo squittinio colTaiuto della sinistra: mentrechè 
nel primo e nel secondo non più di 57 deputati di centro destro 
e di centro sinistro gli avevano dato il loro suffragio. Comunque 
sia, il Rattezza, con pari numero di voti del Benso, sorti eletto 
vice-presidente della Camera; e, giusta le previsioni del Cavour, 
il presidente del Consiglio, non potendo altrimenti, accettò il fatto 
comprato. Però alquanti giorni appresso, un diario estero, assai 
autorevole e divulgato, avendo dato la notizia che la candidatura 
del Rattazzi era stata proposta e appoggiata dal ministero, l'A- 
zeglio, indispettito, mandò, senza avvertire il Cavour, una lettera- 
circolare agli agenti diplomatici per smentire la cosa. « Votre 
bon sens (è detto in questa lettera) a dù vous faire comprendre 
que la nouvelle donnée par YIndépendance belge n'a aucun fonde- 
ment. Mes principes sont connus. J'ai publié un petit ouvrage en 
1849 contre les idées et les principes du ministère dont M. Rat- 
tazzi faisait partie: il ne m'aurait pas été possible d'associer en 
quelque sorte ma politique à la sienne, en lui portant mon con- 
cours » (1). 

Il presidente del Consiglio aveva nn'altra ragione di essere ir- 
ritato contro il centro sinistro, poiché, giusto nel di precedente 
(13 marzo) i più dei membri di quel partito avevano votato con- 
tro il ministero in occasione del progetto di legge sulle spese 
straordinarie per le fortificazioni di Casale, nonostante che il mi- 
nistro delle finanze lo avesse difeso a spada tratta. In quella cir- 
costanza dipese da solo quattro voti che il ministero non soccom- 
besse, e se ciò non accadde, esso non poteva dissimularsi di 
andarne debitore a quei deputati di destra, il cui appoggio era 
stato rifiutato in termini sdegnosi dal conte di Cavour. 

intanto nuova e più vivace lotta preparavasi in Senato contro 
il ministero, e singolarmente contro il conte di Cavour: cagione 
o pretesto il connubio col centro sinistro. Questa volta la lotta 
non era più condotta, come nel febbraio, dal maresciallo Della 
Torre, ma sibbene dal conte Stefano Gallina, quello stesso che, 
ministro delle finanze e dell'interno del re Carlo Alberto prima 



(1) Corrispondenza inedita dell* Azeglio. 



■ -"■- , * +-"-m 



— 248 — 

del 1848, in confronto dei retrìvi di quel tempo passava come 
berale, e non aveva smentito tale riputazione quando venne* 
i tempi nuovi. Il suo credito personale, già grande assai, acqx 
stava ora forza e autorità presso l'universale, perchè solo da j>c 
chi mesi egli aveva cessato di essere ministro del Be a Parig 
ed era, perciò, in condizione di giudicare, più rettamente che aj 
tri, gli effetti della politica ministeriale sui governi stranieri j 
sebbene, per i dissapori avuti col ministro degli esteri, si potes-s 
arguire che questo giudizio suo non fosse scevro da passione, 
ciò non era a notizia di tutti. 

La discussione del progetto delle fortificazioni di Casale, ini- 
ziatasi ai 2 di aprile, porse il destro al senatore Gallina di in- 
tentare la lotta divisata contro il gabinetto. La sostanza del suo 
discorso fu questa: 

Una mutazione nella direzione politica si è avverata nella Camera 
di deputati. Il Senato non è abbastanza edotto dei motivi che poterono 
muovere il ministero a scegliere più questa che quella politica: l'opi- 
nione pubblica va indagando quali possano essere ; io domando al pre- 
sidente del Consiglio, il quale può dirsi più nuovo in questo affare, 
vale a dire, la di cui opinione non mi pare d'aver vista pregiudicata 
da atti anteriori, di dichiarare, di dare al Senato quelle spiegazioni 
sulla politica che segue, su quella che vuole seguire... 

Questa mutazione di politica apparente, questo rivolgersi più a on'o- 

Sinione che all'altra, ha un grave peso sull'andamento della cosa pub- 
lica, ha un gravissimo peso, allorché si parla di contribuzioni, allorché 
le contribuzioni si hanno da discutere; il contribuente ed il cittadino 
hanno diritto di sapere a quale uso, a qual fine, con quale idea queste 
imposte si sono domandate. Tanto più quando si parla di un'opinione 
che è incerta sopra idee di guerra futura, non di guerra europea, ma 
di guerra nazionale.,. Io questa guerra la credo impossibile; e mi ha 
detto che era impossibile U deputato di Strambino quando parlava ai 
suoi elettori (1), ed io ritengo la sua parola come parola che dura, 
come parola che è impreteribile, perchè lo furono sempre tutte quelle 
dal nobile gentiluomo ministro espresse. 

Ma non è men vero che questa tendenza richiede spiegazioni.. Alla 
buona fede del presidente del Consiglio io mi rivolgo per ottenere quelle 
spiegazioni che credo indispensabili... 

H colpo, come si vede, mirava dritto al cuore. Sulla prima do- 
manda il presidente del Consiglio non ebbe quasi che a ripetere 
le medesime dichiarazioni fatte nell'altra Camera; soltanto, da 



(1) Massimo D'Azeglio. 



— 249 — 

I che erano trapelati nel pubblico i dissapori sorti fra lui e il conte 
di Cavour in proposito dell'elezione vice-presidenziale, giudicò op- 
portuno aggiungere queste parole: 

. . . Siccome l'onorevole preopinante ha affermato che io sempre fui 
nomo schietto ed aperto, del che mi onoro, intendo di esserlo anche in 
quest'occasione. Venne nell'opinione pubblica diffuso che noi del mini- 
stero siamo in dissidio: in tutti 1 ministeri di questo mondo, come 
anche fra due sole persone, che abbiano a trattare affari assieme, ci è 
il momento nel quale non si è dello stesso parere, e nessuno di noi 
forse è perfettamente uguale a se stesso nel periodo di ventiquattro ore. 

Per conseguenza non è da stupire se vi hanno talvolta occasioni, 
nelle quali non si divide da tutti lo stesso parere ; ma poiché l'onorevole 
preopinante ha tanta opinione della mia buona fede, io posso assicu- 
rare il Senato, e su ciò tranquillare posso l'opinione pubblica, ohe il 
ministero è perfettamente della stessa opinione in questo, di mantenere 
gelosamente lo Statuto (e di questo non occorre nemmeno parlare, in 
questo non bisogna cedere nò a diritta, né a sinistra), come è perfet- 
tamente d'accordo di dover mantenere la piena indipendenza ad ogni 
eosto. E se vi sono persone le quali, non dirò per conversione, perchè 
non abbiamo la pretensione di fare conversioni, ma che per considerarci 
forse come un male minore o per altro motivo, ci offrono e danno i 
loro voti, noi sicuramente non li dobbiamo, né possiamo rifiutare. 

Sulla seconda domanda il presidente del Consiglio dio al Gal- 
lina la sola risposta, che un ministro degli esteri, e un patriota 
come l'Azeglio, poteva dare: 

Io ho un'idea troppo alta del paese nel quale son nato, per non es- 
sere persuaso (e gli esempi del passato mi confermano in questa per- 
suasione) che in Piemonte le spese, che noi faremo per difendere l'in- 
dipendenza, saranno sempre approvate dalla nazione; non così la nazione 
ci approverebbe se le procurassimo comodi e ricchezze, a scapito di 
indipendenza ed onore. 

Il conte di Cavour, il quale non avrebbe potuto essere presente 
alle altre tornate del Senato, perchè distratto da altre discussioni 
nella Camera, volle compiere la risposta del presidente del Con- 
siglio, trasferendo la questione nel campo pratico. 

L'onorevole senatore Gallina diceva che io aveva avuto torto collo- 
cando la questione finanziaria, o per meglio dire, la questione ministe- 
riale sopra una questione secondaria d'amministrazione. Io, signori, non 
credo che la questione attuale sia secondaria; essa è finanziaria e 
quindi politica, poiché nelle circostanze attuali le questioni politiche 
hanno colle finanziarie la più stretta attinenza : la condotta finanziaria 
non può essere altro che la conseguenza dei principii politici del go- 
verno. 



— 250 — 

La questione poi si fa tanto più grave dal voto, ricordato dal sena 
tore Gallina, dell'altra Camera su questa legge. 

Egli ha avuto perfettamente ragione di dire che in tempi ordinar 
questo voto poteva, ed avrebbe anzi dovuto essere interpretato dal mi 
nistero come un voto di censura; ed è appunto perchè il ministeri 
riconosce una tale verità, ed in ispecie quegli a cui è affidato il dolo 
roso e difficile incarico di reggere le finanze nelle presenti contingenze 
ohe egli non potrebbe sostenere un secondo voto di questa natura. 

Signori! Il ministro delle finanze per poter mettere in opera il suq 
sistema (imporre, cioè, gravezze da una parte e procurare economie 
dall'altra), ha bisogno non solo dell'appoggio materiale, ma eziandio 
dell'appoggio morale del Parlamento. 

Io credo e posso dirlo (mi scusi questo sfogo il Senato), io credo di 
non mancare di coraggio, dirò anche d'ardire nelle misure di finanze; 
ma questo coraggio, questo ardire mi verrebbero certamente meno, se 
io non potessi calcolare sul concorso della fiducia del Parlamento. 

Ora, o signori, se dopo quanto è; accaduto nell'altra Camera, il Se- 
nato desse sopra una siffatta questione un voto simile di semi-biasimo, 
io non avrei più certamente la forza di rimanere a capo delle finanze 
dello Stato, non per un vano amor proprio, non per una questione per- 
sonale, ma perchè io sarei convinto che mi mancherebbe la forza mo- 
rale per applicare un sistema che presenta immense difficoltà, nn si- 
stema che non può a meno che incontrare infiniti ostacoli, che non può 
trionfare se non col pieno concorso di tutti i poteri dello Stato. 

Egli è perciò che con la massima schiettezza vi ho detto, che la 
questione sollevata è una questione di finanza, una questione politica, 
una questione ministeriale, e che il ministero, o per lo meno il mini- 
stro delle finanze non potrebbe reggere ad un voto di sfiducia. 

Dopo queste franche e schiette spiegazioni, io mi rimetto interamente 
alla sapienza del Senato (Segni d'approvazione dal banco dei ministri). 

Nella tornata del 5 aprile il senatore Gallina, poco soddisfatto 
delle dichiarazioni del presidente del Consiglio, le quali (diss'egli) 
u non avevano spiegato nulla, » tornò ad insistere sulla necessità 
in cui era il paese di avere notizie precise degli intendimenti del 
ministero, dopo che questo si era collegato cogli uomini del centro 
sinistro. E toccando un'altra volta il tasto dilicato del fine, al 
quale si connetteva l'erezione delle fortificazioni di Casale, invitò 
il ministro degli esteri a dichiarare esplicitamente, se egli cre- 
desse che vi fosse « prossima rottura di guerra » per assogget- 
tare il paese a sì gravi sacrifizi. 

Io non so vedere questo pericolo (soggiunse il Gallina); vedo anzi 
assolutamente il contrario; vedo più rassicurata la pace che minacciata 
la guerra... Mai, o signori, in nissun tempo, più che nelle circostanze 
presenti l'indipendenza degli Stati che pesano nella bilancia d'Europa 
fu messa in discussione, se non per risolverla nel senso della loro pro- 
tezione e difesa... Il Piemonte tiene il posto che gli è dovuto; * lo 



— 251 — 

tanno i vostri ministri presso le potenze estere, lo sapete voi ohe il 
Re di Sardegna è considerato in Europa quale lo deve essere, e che 
lo Stato di Sardegna è riguardato come Stato, la cui importanza non 
è minima, e che le grandi potenze medesime hanno interesse a conser- 
varlo... Se non avete la necessità urgente che vi spinga, vi domando : 
e perché intraprenderete opere, la cui spesa, sebbene ammonti a pochi 
milioni, è sempre giudicata grande da quelli che debbono pagarla?... 
Se voi credete che in faccia all'Europa nelle circostanze attuali voi 
abbisognate di un esercito poderoso, e nessuna economia voi potete fare 
sopra questa parte ingente di spesa, se voi giudicate dover por mano 
alle fortificazioni e munirvi in tutti quei siti che credete più minac- 
ciati, signori, io temo che la vostra politica soffra un'interpretazione 
che forse non è nel vostro pensiero, e lo temo per l'interno e per Te- 
stero... 

In mezzo a « segni di altissima attenzione » sorse a parlare 
il presidente del Consiglio. Narrati brevemente gli atti della sua 
amministrazione nel triennio decorso, fece un'altra volta la storia 
del connubio, trovando modo, senza contraddire a' suoi intimi sen- 
timenti in proposito, di mostrarsi più inchinevole a un buon ac- 
cordo col centro sinistro, che non si fosse palesato fin qui, causa 
probabilmente quella « naturale necessità dinamica, » da lui ac- 
cennata due giorni avanti, per effetto della quale, u allorché si 
è troppo tirati a dritta, si fa un movimento a sinistra e vice- 
versa. » 

Nella discussione della legge sulla stampa, alcuni oratori dell'altra 
Camera mostrarono desiderio che si modificassero le leggi organiche, la 
qual cosa non era nell'idea del ministero; altri oratori sostennero il 
ministero in questo suo proposito di non toccarle, e siccome questo so- 
stegno non fu conseguenza di un patto, siccome non vi furono nego- 
ziati, siccome non furono dimandate, né accordate condizioni, il mi- 
nistero accettò questo appoggio, ed ogni ministero farebbe lo stesso, 
come diffatti vediamo accadere in ogni paese d'Europa dove, allorché 
è patente un assalto mosso contro le istituzioni costituzionali, le mezze 
tinte, le sfumature del partito costituzionale si riuniscono in un solo 
fascio per difenderle. 

Eppure questo solo fatto, che se non l'ho abbastanza spiegato, non 
saprei spiegare di più, quantunque mi sembri di aver parlato chiaro, 
questo solo fatto, questa sola accettazione di un appoggio non mer» 
danteggiato, non negoziato, ha fatto passare il ministero e questi si- 
gnori (Rivolgendosi ai ministri) per altrettanti rivoluzionari (Ilarità). 

Io, o signori; non verrò dicendovi quali titoli abbiamo, uno per uno, 
io ed i miei colleghi, per non essere detti rivoluzionari; tutti li sanno, 
tutti li conoscono. Cominciando da quello della destra (Accennando al 
ministro Farini), dirò che egli stava col Quirinale, e non era colle 
piazze, in un tal giorno che pur troppo tutti ricordano; che La Mar- 
mora con un ardito colpo di mano abbatteva in Genova il partito ri- 



— 252 — 

voluzionario e risparmiava la guerra civile ; che Gavoni è stato spesso 
fischiato dalle gallerie, ed anche quando si trattava del trattato dì 
pace coli' Austria, e l'ho sentito colle mie orecchie ; e mi sia permesso 
di dire anche qualche parola di me... 

Ier l'altro, se non erro, l'onorevole conte Gallina mi ricordava che 
io aveva scritto una Lettera a' miei elettori, nella quale censurava il 
partito in cui trovavansi alcuni di quegli nomini, che alla Camera dei 
deputati ci hanno dato il loro appoggio. 

È vero, me ne ricordo, e me ricordava anche senza la memoria, che 
me ne ha fatto l'onorevole senatore Gallina. Ma lo pregherei a sua 
volta di ricordarsi che, se io scrissi la Lettera agli elettori di Stram- 
bino, scrissi anche Gli ultimi casi ài Romagna {Sensazione). Ohe Oli 
ultimi casi di Romagna io li scrissi perchè vedeva venire avanti la 
rivoluzione, e credeva allora, come credo adesso e come crederò sempre, 
che il parafulmine della rivoluzione sieno le riforme opportune, savie, 
e le buone e liberali leggi. Per questo io scrissi I casi di Romagna. 

Ho scritto poi la Lettera a' miei elettori perchè in altra epoca il 
partito, che s'intitolava della democrazia, seguiva una politica che io 
credeva fatale al mio paese, come credo che quel partito abbia condotto 
a mal termine il nostro e molti paesi vicini... 

Oggi invece io non lo vedo questo pericolo, ma ne vedo un altro ed 
è quello della reazione. 

Da questo pericolo deve il ministero salvare il paese fin che la Co- 
rona gli accordi la sua fiducia. 

E non creda il Senato che io immagini, non dico nel Senato, nep- 
pure nella Camera, neppure in gran parte del paese, che vi siano queste 
così dette reazioni o rivoluzioni minacciose, ma credo pure che vi é 
tratto tratto nella società umana una corrente di opinioni, un vento 
impetuoso, per così dire, che tirano in certo senso, e adesso il vento 
ohe spinge, e che può far capovolgere la nave, non è certo il vento 
della rivoluzione, ma quello della reazione. 

Eispetto all'altra questione se vi fosse o no pericolo di un'aggres- 
sione straniera, il ministro degli esteri rispose al Gallina, che il 
ministero conosceva troppo la lealtà degli uomini di Stato e dei 
sovrani che governavano l'Europa, coi quali le relazioni del Pie- 
monte erano « perfette, » perchè si potesse sospettare che essi 
covassero alcun pensiero di violentarlo, « e di commettere, si po- 
trebbe dire, quasi un assassinio politico. » Ma avvertì insieme che 
« se gli Stati dovessero pensare allora soltanto alla loro difesa, 
quando vi è un'armata al confine che li minaccia, od un uomo di 
Stato, od un governo od un sovrano sul quale non abbiano da 
riporre fede, non vi sarebbero Stati difesi in questo mondo; » il 
ministero non intendeva in questo senso la cura dell'indipendenza 
nazionale. 

Con questo schietto e leale linguaggio il presidente del Consi- 
glio credeva avere dissipato tutti i sospetti sui veri e reali in- 



— 253 — 
tradimenti del ministero. Ma gli animi degli oppositori erano troppa 
esaltati, perchè egli conseguisse un simile effetto. Procedutosi ai 
voti, il risultato fa identico a quello che era stato nell'altro ramo 
del Parlamento; i suffragi favorevoli al progetto ministeriale su- 
perarono di soli quattro suffragi contrari: 36 contro 32. Negli 
Atti ufficiali del Senato si legge che tale notizia produsse una 
grave impressione. Aggiungeremo che il Re, il quale si piaceva 
di esercitare il suo alto ufficio di moderatore, non indugiò a rendere 
avvertiti, per via del presidente del Senato, quelli fra i membri di 
questo, che avevano maggior seguito nello stuolo degli opponenti, 
come egli avesse piena fiducia nel gabinetto, e non sarebbesi mai 
piegato ad accettare « un ministero reazionario. » 

Appena finita in Senato, con quell'esito che s'è veduto, la di- 
scussione in proposito delle fortificazioni di Casale, un'altra ne 
cominciò nella Camera (6 aprile), che fu, pel conte di Cavour, 
nuova cagione di contrasti e di amarezze. Cedendo alle lagnanze 
colle quali la Francia persisteva a molestare il Piemonte, perchè 
nei recenti trattati di commercio si erano conceduti più favori alle 
altre potenze che non a lei (Lettera CXLVI), il conte di Cavour, 
mosso da ragioni politiche, e insieme dal desiderio di vedere ap- 
plicati in più ampia sfera i principii del libero scambio, nell'otto- 
bre 1851 era entrato in trattative per stipulare un nuovo trattato 
di commercio, che fu di poi concluso addi 14 febbraio del 1852. 
La Savoia, che si reputava già lesa óltre misura per effetto dei 
trattati anteriori, levò alti clamori contro il nuovo trattato, che, 
secondo essa, favoriva esclusivamente, in pregiudizio degli inte- 
ressi suoi proprii, gli interessi delle Provincie litoranee del Medi- 
terraneo. Il nome del conte di Cavour fu bistrattato in ogni ma- 
niera, segnatamente nei due giornali di estrema destra, il Cour- 
rier des Alpes di Chambéry, e VÉcho du Mont-Blanc di Annecy. 
Ad alcuni di questi attacchi egli fu insensibile; altri lo afflissero 
profondamente perchè li credette istigati dall'antico suo amico, 
marchese Costa di Beauregard. Degli uni e degli altri fece parola 
con termini, che manifestavano intiero l'animo suo, nel discorso 
che pronunciò ai 9 di aprile (1): 

(1) I deputati della Savoia, di Val d'Aosta e del Nizzardo, usando la lingua fran- 
cese, giusta la facoltà loro concessa dallo Statuto (art. 62), il conte di Cavour era 
solito di rispondere ad essi nella medesima lingua. 



— 254 — 



De ce qui me regarde personnellement, je ne vous entretiendrai cer- 
tainement pas. Je n'adresserai pas au Courrier des Alpe» et à YÉcho 
du Mont-Blanc, l'apostrophe célèbre que M. Guizot lane, alt a ses ca- 
lomniatenrs. Je me tornerai à leur dire qu'ils anront beau faire, ils 
n'obtiendront jamais de moi l'honneur d'une réponse. 

Et cependant, messieurs, je dois l'avouer, quoique habitué aux luttes 
de la presse, quoique accoutumé aux injnres et anx calomnies, je n'ai 
pu me défendre d'un sentiment de vive doulenr en lisant les injures 
et les calomnies, que me prodigne avec tant d'acharnement le Courrier 
des Aìpes. 

Et cela, non pas que les rédacteurs de ce journal aient eu le mérìte 
d'inventer de nouvelles injures, de nouvelles calomnies, non qu'ils aient 
trouvé un venin plus subtil que celui que délaient chaque jour dans 
leurs encrìers les écrivains de la réaction pour y tremper les traits 
qu'ils lancent contre moi, mais parce que parmi les personnes qui pa- 
tronnent ce journal, qui le soudoient, il y en a avec lesquelles j'ai en- 
tretenu pendant longtemps des relations d'intime amitié, qui avaient 
eu assez d'occasions de me connaitre, pour qu'il me fùt permis de croire 
que les calomnies, que l'on m'adresse, n'auraient jamais eu accès dans 
leur co3ur: des personnes, enfin, que je pouvais, que je devais m'at- 
tendre de rencontrer un jour dans les rangs de mes adversaires poli- 
tiques, mais que je ne croyais jamais voir rangées parmi mes ennemis 
personnels. 

C'est là ce qui m'afflige (Con forza), mais je puis assurer la Cham- 
bre que cette cruelle déception n'a ni ébranlé mes convictions, ni af- 
fatoli mon courage. 

Oui, messieurs, je sais que lorsqu'on entre dans la vie politique en 
des temps aussi difficiles, on doit s'attendre aux plus grandes décep- 
tions. J'y suis préparé. Dussé-je renoncer à tous mes amis d'enfance, 
dussé-je voir mes connaissances les plus intimes transformées en enne- 
mis acharnés, je ne faillirai pas a mon devoir: jamais je n'abandon- 
nerai les principes de liberté auxquels j'ai voué ma carrière, et aux- 
quels j'ai été fidèle tonte ma vie (Vivi segni di approvazione). 

L'esito della lotta parlamentare, ristretta quasi unicamente nei 
confini della deputazione savoiarda, non era dubbio, anzi, sorpassò 
le speranze del conte di Cavour. Infatti sui 137 voti, soli 23 
diedero il suffragio contrario al trattato. Questo risultato fu ac- 
colto con applauso dalle gallerie (seconda tornata del 9 aprile). 

Il ministero credè trovare in questa vittoria parlamentare un 
compenso ai voti recenti di semi-biasimo; e da che il merito di 
essa s'aspettava in singoiar modo al ministro delle finanze (1), il 



(2) È dopo questa discussione che il conte di Cavour compilò lo scritto, trova- 
tosi fra le carte di Antonio Panizzi, e pubblicato in Appendice al li volume del- 
l'opera The Life of sir Anthony Panizzi, by Louis P a g a n (London, Beming- 
ton, 1880). 



— 255 — 
presidente del Consiglio colse l'opportunità di indirizzargli parole 
di affetto e di simpatia. Non era mutata la sua opinione sul modo 
di procedere tenuto dal conte di Cavour negli ultimi tempi; ma 
l'animo suo, da principio irritato, s'era venuto a grado a grado 
facendo più benevolo verso il collega, come più lo vedeva dive- 
nuto bersaglio ai colpi di tutti gli avversari del gabinetto e of- 
feso ne' suoi più intimi e delicati sentimenti. Del resto, dopo la 
recente lotta sostenuta in Senato, l'Azeglio non poteva non essersi 
persuaso, che le accuse, fatte al ministero di avere mutato politica, 
per essersi accostato al centro sinistro, erano, più che altro, un 
pretesto per rovesciarlo più facilmente. Egli stesso, in fatti, nel- 
l'occasione della interpellanza Gallina, aveva scritto, il 5 di aprile, 
al ministro sardo a Parigi: « Je vous prie, M. le chevalier, de 
ne perdre aucune occasion de vous exprimer dans ce mème sens 
(cioè che il ministero non aveva mutato né intendeva mutare pò- 
litica), et de Mre ressortir surtout les efforts d'un parti qui 
cherche à nous représenter comme ayant des tendances vers la 
gauche, afin de jeter la défiance sur une politique, à laquelle il 
peut se faire de cette manière l'opposition la plus prontable à 
l'accomplissement d'une pensée, derrière laquelle se cache, sans 
que l'on s'en rende compte peut-étre, le projet de porter atteinte 
à nos institutions. « 

Il conte di Cavour aveva la mente troppo acuta per illudersi 
sulla possibilità di una « entente cordiale » fra lui e il presidente 
del Consiglio. Questi due uomini, tanto diversi per natura e per 
educazione, avevano potuto intendersi in certi momenti, ma, come 
dirittamente avverte il Tabarrini nel suo studio storico sull'Aze- 
glio, non erano fatti per agire di conserva. Ciascuno dei due era 
chiamato a rappresentare una fase distinta del nostro risorgimento 
nazionale. 

L'occasione che li separò non indugiò ad arrivare. 

Il 23 di aprile cessò di vivere in Torino il presidente della Ca- 
mera, Pier Dionigi Pinelli. n 7 di maggio si trattò in Consiglio 
dei ministri la nomina del successore. L'Azeglio e gli altri mini- 
stri (salvo il Cavour) avrebbero desiderato di favorire la candida- 
tura del Boncompagni, già vice-presidente nella sessione del 1851, 
e rimasto escluso nella sessione seguente per far posto al Rattazzi. 
Ma il Re avendo fatto osservare che, secondo le informazioni per- 



— 256 — 
venutegli, la nomina di quest'ultimo poteva riguardarsi come certi 
il Consiglio deliberò di astenersi. Il vero si è (e il lettore avr 
indovinato) che il conte di Cavour già si era accortamente ade 
perato coi suoi intimi onde la maggioranza eleggesse il Jtattazzj 
e per verità, nelle condizioni parlamentari d'allora, il centro sj 
nistro aveva acquistato qualche diritto a un simile attestato <3 
fiducia e di gratitudine. Il Cavour cercò in appresso, com'è ritì 
rito dal Ricci in un recente scritto (1), di ottenere il consenti 
mento dell'Azeglio, ma non riuscitovi non desistette per questo d 
aiutare colla sua autorità ed influenza l'elezione del Battezzi. 

n giorno della votazione fu stabilito per MI di maggio. I 
numero dei votanti essendo di 129, la maggioranza assoluta eri 
perciò di 65. Solo dopo un terzo squittinio, il Battazzi potè es 
sere eletto presidente, avendo raccolto 74 suffragi contro 52 dati 
al suo competitore, Carlo Boncompagni. Questi, alla sua volta noi] 
riusci eletto vice-presidente che in un terzo squittinio con 77 sufi 
fragi contro 36 dati al suo competitore di sinistra, Sebastiano 
Tecchio. 

Nella sera stessa fu partecipata al Be, che trovavasi a Racco- 
nigi, la nomina del Battazzi, e il dì appresso l'Azeglio e il Gral- 
vagno, indispettiti del contegno del Cavour, dichiararono di di- 
mettersi. Il Pernati segui il loro esempio. Avuta notizia di ciò, 
il Battazzi scrisse una lettera al Be (Lettera CCVII), nella quale 
si profferì dispostissimo a rinunziare alla carica di presidente 
della Camera, se la sua nomina era interpretata come atto ostile 
al ministero. Il Be mandò nel medesimo giorno una lettera al 
presidente del Consiglio e un'altra al nuovo presidente della Ca- 
mera, per significare loro come egli non volesse sentire a parlare 
di dimissioni e di rinunzie (2); soggiungendo che nella sera del 
15 sarebbe tornato a Torino pieno di fiducia che ogni equivoco 
fosse compiutamente dissipato. E infatti nel giorno 12 l'onorevole 
Battazzi pigliò possesso del seggio presidenziale, e l'Azeglio e i 



(1) Azeglio e Cavour, Discorso letto al Circolo filologico di Firenze (Firentó, 
uffizio della Rassegna nazionale, 1882). Veggasi V Appendice, n. y. 

(2) Il Be, saputa la nomina del Battazzi, sebbene non la credesse opportuna, 
disse ohe dopo relezione fatta dai rappresentanti della nazione, nessuno, nò dentro, 
nò fuori, aveva più ad immischiarsene, rifintò le dimissioni di Battazzi e fece 
schiettamente buon riso al nuoro presidente. (Da Note ms. di M. A. Castelli)* 



— 257 — 
suoi colleglli dimissionari, ubbidienti ai cenni del Re, rimasero in 
officio. 

Addi 16, S. M. presiedette il Consiglio dei ministri; dopo di 
che, come d'oso, questi si riunirono per conferire tra loro intorno 
agli affari di minor rilievo nelle sale della presidenza del Consi- 
glio. Prima di separarsi, l'Azeglio, interprete degli intendimenti 
di S. M., pronunziò parole di concordia invitando tutti i colleghi 
a deporre ogni risentimento e a procedere quind'innanzi, e sem- 
pre, schiettamente e lealmente. H conte di Cavour fece plauso al 
linguaggio del presidente del Consiglio, ma non volle astenersi di 
lanciare qualche frizzo al Galvagno e di raccomandargli che 
u moderasse » alquanto la 'ripugnanza particolare, che palesava 
in ogni occasione per il « connubio, » L'accento, con cui queste 
parole erano pronunciate, avrebbe dovuto disarmare il guardasi- 
gilli e indurlo a rispondere al conte di Cavour sullo stesso tuono; 
per contrario, egli replicò gravemente: essere abito suo antico 
aderire ad ogni appello di conciliazione, ma purché questa fosse 
sincera e duratura, essere necessario che tutti gli argomenti im- 
portanti si esaminassero e deliberassero in Consiglio; per quello 
poi che riguardava il « connubio, » non avere egli avversione di 
sorta contro l'onorevole Battezzi, ma non riporre alcuna fiducia 
nel suo tatto politico. A -queste parole il conte di Cavour, fuor di 
sé dallo sdegno, dichiarò di essere stanco nel vedersi contìnua- 
mente sospettato dai suoi colleghi ; e offerte le sue dimissioni, con 
passi affrettati, e senza salutare alcuno, se ne andò. Dopo di che 
i ministri tutti si dimisero anch'essi. 

Nel medesimo giorno il Ee dette il mandato all'Azeglio di ri- 
formare il Consiglio, manifestando la sua intenzione, che non do- 
vessero farne parte né il Cavour né il Farini. L'Azeglio accettò 
a malincuore il mandato, perchè più che mai la vita di ministro 
gli era venuta a noia, ed egli era abbastanza accorto da vedere 
che, se il ministero si era trovato a disagio facendone parte il Ca- 
vour, sarebbe stato un ministero « condannato, » essendone que- 
sti all'infuori. H che intendevano eziandio gli uomini politici, ai 
quali egli si indirizzò per surrogare il Cavour ed il Farini ; e fu 
solo per sentimento di abnegazione, e perchè esortati vivamente 
dal Re, che il Cibrario e il Boncompagni consentirono, addi 19, 
di assumere, il primo il portafoglio delle finanze, e il secondo il 

17 — Voi. 1. Lettere di C. Cavour. 



— 258 — 
portafoglio dell'istruzione pubblica. La crisi si prolungò un altro 
giorno per le difficoltà poste dal La Marmora a ripigliare il por 
tafoglio della guerra. « Se si vuole fare opera di conciliazione 
(diss'egli all'Azeglio) bisogna sacrificare non solo il Cavour e il 
Farini, ma anche il Galvagno; diversamente l'esclusione dei due 
primi assume un carattere odioso, e può essere interpretata come 
un atto di sfida al centro sinistro. » L'Azeglio ne convenne, e 
sebbene gli rincrescesse di dare commiato al Galvagno, dopo cht 
già gli aveva partecipato di volerlo compagno nel gabinetto ri- 
composto, gli scrisse per manifestargli il vivo rammarico che le 
necessità della politica gli imponessero di separarsi da Ini. Data 
così soddisfazione ai desiderii espressi dal La Marmora , fu esibita 
la carica di guardasigilli al Boncompagni; il quale la accettò, 
serbando pro4nterim il portafoglio dell'istruzione pubblica. 

Così riformato il Consiglio (21 maggio), presentossi il dì appresso 
alla Camera. Nel breve discorso che pronunziò l'Azeglio è palese 
il presentimento suo proprio, come era di tutti, che la vita del 
ministero sarebbe stata di breve durata. 

È mio debito dare alla Camera alcune brevi spiegazioni sulla passata 
crisi ministeriale in momenti difficili, onde nel pubblico sia tolta ogni 
esca ad appassionati commenti. 

Sorsero dissensi nel gabinetto, non sovra questioni di principii, bensì 
.su questioni di .modo nella loro applicazione. 

Il gabinetto dovette rassegnare a S. M. i suoi poteri. 

Volle il Re incaricarmi di formare una nuova amministrazione. 

Io lo ringraziai di questo segno della sua fiducia, ma al tempo 
stesso lo pregai volesse considerare quanto dovessi sentirmi affievolito 
per i travagS di salute e di mente incontrati negli ultimi anni, e come 
non mi rimanesse presso che altra forza fuori quella del buon volere. 

Rispose il Re bastargli questa, e credere utile al servizio suo e del 
paese ch'io assumessi l'incarico. 

Io non cercai altro, e l'assunsi; l'assunsi perchè confido in ben altre 
forze che non sarebbero le mie. 

Confido in quella benevolenza della quale da tre anni fui fatto segno 
dal Parlamento e dalle parti che lo compongono. 

Confido ancor più in quel senso d'amor patrio, in quella facilità alle 
concordie che ci ha scorti fra tante difficoltà e data virtù bastante 
onde uscirne col nostro onore e colla libertà nostra inviolata. 

Confido nell'aiuto dei nostri antichi, come dei nostri nuovi amici; 
ed altrettanto in quello dei miei antichi, come dei miei nuovi colleglli. 

Confido finalmente in quell'inconcussa lealtà, che veglia dall'alto 
sulle sorti dello Stato, e che sarà, come fu sempre, nostra guida e 



Il programma del ministero non è mutato. 



' — 259 — 

Fermezza nel sostenere gli ordini costituzionali, e proseguimento delle 
iniziate riforme. 

Fede ai patti giurati all'interno ; fede ai patti giurati all'estero ; in- 
dipendenza intera ad ogni costo, sempre. Su queste basi e colla fidanza 
non gli manchino gli accennati aiuti, il ministero imprende animoso 
la sua via. 

Ove le sue previsioni fallissero, Iddio che vuole salvo il Piemonte, 
saprà affidare a migliori istromenti l'opera sua. A noi rimarrà il con- 
forto di avere in momenti difficili adempiuto, per quanto da noi si po- 
teva, il nostro dovere (Movimento di sensazione). 

Contrariamente alle previsioni dei ministri (1), niun oratore 
chiese maggiori schiarimenti sulla crisi avvenuta. Quanto erano 
note, in generale, le cause di essa, tanto sarebbe riuscito molesto 
dichiarare in pubblico, specie ad un uomo, come l'Azeglio, a cui 
1' « abilità » dell'infingersi faceva difetto del tutto. Non le tacque 
però agli amici intimi, come si rileva dalla seguente lettera al 
Rendu, in data del 24 maggio, dove diede ampio sfogo al suo 
corruccio per i procedimenti del Cavour. 

Mon cher ami, 

Un petit mot d'explication, à vous, notre avocat toujours dévoué, 
sur ce qui vient de se passer ici. Comme bien vous pensez, on a fait 
beaucoup de commérages: un ministère n'est pas cnlbuté sans qu'on 
jase à tort et à travers ; vous saurez, vous, le dessous des cartes ; je 
n'ai pas besoin de vous demander la discrétion. 

Depuis la fameuse séance du 5 février, la séance du Connubio, 
j'étais assez fraichement avec Cavour. Fignrez-vous que mon cher col- 
lègue, sans dire gare, avait arrangé l'affaire sous main avec Rattazzi, 
et qu'il avait fait son speech, qui engageait si fort le ministère, sans 
m'en parler. Ce jour-là — comme tant d'autres jours, depuis cette 
ennuyeuse blessure — j'étais au Ut avec la fièvre, et le Conseil des 
nùnistres se tenait chez moi. Cavour, au pied de mon lit, prend un 
des ministres dans l'embrasure de la fenètre, et lui dit quelque chose 
comme: « Ce Ménabréa m'ennuie, et je suis tenté de renoncer à son 
appui. » Je ne sus rien autre chose : l'intrigue avait été conduite par 
Farmi, Martini, Vimercatì. En sortant de chez moi, l'explosion avait 
eu lieu à la Chambre. 

Nous étions dans des circonstances bien graves ; je ne vonlus pas que 
le public fùt mis au fait des divisions intérieures ; et, vonlant voir venir, 
je fis comme ce general qui, deserte par sa troupe, se met pourtant à 
sa téte pour cacher à l'ennemi la sédition. Mais vous comprenez que 
la situation ne pouvait pas se prolonger bien longtemps. 

Je n'avais jamais, moi, pactisé avec le centro gauche; j'entendais 



(1) Nel Consiglio tenuto il giorno innanzi i ministri avevano deliberato di non 
accettare alcuna discussione sui particolari della crisi. 



— 260 — 

qu'il vint à nona, et non pas nona à lai ; grande differente entre Ca- 
vour et moi! 

Dono, quand l'autre jour Rattazzi s'est trouvé porte à la présidene<E 
de la Chambre par la gràce da cher aatear da Connubio, la mesnre 
a été comble; et, l'humilitó chrétienne n'étant malheureusement pa,s 
de mise en politique, je ne poayais accepter ce souffiet. D'ailleurs, i] 
s'agit bien de questiona de personne. Il s'agissait de savoir si le mi- 
nistère et sa politique s'en allaient à la derive. 

Le jour de l'electron, j'étais encore au lit: — pauvre président dui 
Conseil! comme vous voyez; — Circonstance attenuante: j'ai gag-né 
ma blessure en me battant poar le pays. J'apprends la nomination de 
Eattazzi ; j'écris aa Eoi, qae, force de garder trop souvent et la cham- 
bre et le lit, je suis dans l'impossibilité de me défendre contre l'in- 
trigne, et que je lai remets ma démission. 

Le Eoi l'accepta avec celle da cabinet tout entier, me chargeant 
de constituer une administration nouvelle, ce que je viens de faire en 
excluant Cavour et Farini. Ila me souffletaient en faisant nommer Rat- 
tazzi; je les ai mis à la porte. 

Il y allait de ma dignité personnelle, en méme temps qae da main- 
tien de notre programnie politique. J'ai dù agir ainsi, et rester ministre. 
Mais grand Dieu! quand pourrai-je me tirer du tourbillon? Je ne puis 
pas faire longtemps encore ce métter; mes forces s'y refnsent; et dèa 
que je trouverai un joint, vous verrez si je suis sincère. 

Je n'ai pu faire rentrer dans l' administration nouvelle un ancien et 
excellent collègue, M. Galvagno. Une sorte de petit imbroglio l'avait 
fait sortir da ministère de l'intérieur il y a troia moie. Il en a, je le 
crains, conserve quelque petite chosette contre moi, ce qui m'afflige, 
car c'eBt un homme d'un beau caractère, et un cobut d'or. Je l'ai tou- 
joars aimé autant qn'estimé. Qu'on fait peu ce que l'on veut, méme 
quand on est au pouvoirf Bien mauvaise expression: ce qu'il faut dire, 
ce n'est pas étre « au pouvoir, » mais « aa devoir. » 

Soyons-y jusqu'aa boat; mais Dieu sait!... 

Adieu; je devais ces détails à votre amitié, je vous le griffonne à 
la hàte. 

Tout k vous. Azeglio. 

Così in paese come fuori, l'esito della crisi fu favorevolmente 
accolto dai sinceri amici del Piemonte costituzionale. Ad onta delle 
qualità incontestate del suo ingegno, Camillo Cavour non era per 
anche riuscito a procacciarsi un nome, che pareggiasse quello 
acquistatosi dall'Azeglio non solo in Piemonte ma negli altri Stati 
d'Italia e in Europa. Il Gioberti stesso, che nelle Lettere intime 
al Pallavicino mette a ogni tratto in canzone la « nullità elastica 
àeWAsellus, » mentre la crisi non era ancora risolta scriveva da 
Parigi al Massari in Torino: 

Io spero ancora che la crisi ministeriale di costì si risolva senza 
mutazione del gabinetto. L'uscita dell'Azeglio potrebbe essere troppo 
pregiudiziale. L'Azeglio è certo di gran lunga inferiore al Cavour in 



— 261 — 

opere di attività e di perizia; ma il suo nome suona più italianamente 
in Italia e fuori. Questi due personaggi sono necessari l'uno all'altro; 
il loro divorzio può avere conseguenze funeste. Mi meraviglia bensì del 
poco senno della Camera. Il Kattazzi, benché stato cattivo ministro, 
può essere senza dubbio un ottimo presidente. Ma prima di nominarlo 
non conveniva pesare l'effetto che avrebbe avuto nella composizione 
del governo? Non si doveva riflettere che un cambiamento personale 
di questo può trarsi dietro il trionfo dei retrogradi e la rovina dello 
Statato? 

Anche il Risorgimento, sebbene scritto da amici personali del 
Cavour, nel riferire, nel n. del 26 maggio, che a Londra e a Pa- 
rigi era stata ricevuta con plauso la notizia che il Re avesse ri- 
chiamato l'Azeglio, a preferenza del conte di Cavour, notava che 
questi era caduto di riputazione « per essersi gettato nelle braccia 
del centro sinistro » e aver così dato argomento all'Europa di 
credere che egli fosse « fautore di idee più bellicose. » . 

Del rimanente, il conte di Cavour medesimo fu primo a rico- 
noscere che nello stato presente delle cose, e considerata l'opinione 
predominante in Europa, specie a Parigi e a Londra, rispetto alla 
politica di cui il Kattazzi e i suoi amici erano reputati fautori, 
il u sacrificato » doveva essere lui. « A sua volta (cosi egli pen- 
sava) Azeglio dovrà uscire, ed in allora si potrà costituire un 
gabinetto francamente liberale » (Lettera CCVIII). Infrattanto, se- 
guendo i consigli della prudenza, studiossi di governarsi in modo 
da non lasciar trapelare nel pubblico che tra lui e gli antichi 
colleghi rimasti al potere fossero maggiori dissensi di quelli va- 
gamente indicati nelle dichiarazioni dell'Azeglio alla Camera. Per- 
ciò essendosi stabilito che per il 26 maggio si procedesse alla no- 
mina di un vice-presidente in luogo del Boncompagni, assai si 
adoperò onde i suoi amici di centro destro e di centro sinistro 
raccogliesse™ i suffragi in favore del candidato ministeriale, Giu- 
seppe Dabormida; e cosi accadde che in simile elezione più non si 
avverò lo sparpagliamento di voti, avveratosi nelle recenti elezioni 
anteriori, e che il Dabormida riuscì eletto a primo squittinio con 
77 voti contro 22 dati a favore del Tecchio, candidato di sinistra. 
Di che l'Azeglio scriveva il di appresso al ministro del Re a Pa- 
rigi: « Une grande majorité s'est réunie en faveur du general 
Dabormida, qui partage les principes du cabinet, et dont l'éìection 
peut ainsi ètre pour le ministère un presago de l'appui de la 
Chambre. » 



— 262 — 

Ed in proposito di questo fatto ne piace riferire le parole dett 
da Adolfo Thiers, il quale, esule dalla Francia dopo il 2 diceir 
bre, era venuto a passare alcuni giorni in Torino; cioè a dire 
che *< tutto si poteva augurare in un paese dove gli uomini i pii 
influenti uscivano dal potere per appoggiare coi loro amici qtie 
governo stesso che da loro si separava » (1). 

E da che il nome di quest'insigne uomo di Stato ci è caduti 
dalla penna, crediamo che i lettori ci sapranno grado che mettiam< 
loro sottocchio alcuni brani di due sue lettere inedite, di qua 
tempo, nelle quali egli manifesta la sua opinione sull'andamenti 
delle cose in Piemonte e sulla crisi ministeriale, il cui effetto ft 
l'uscita del conte di Cavour dal ministero. La prima lettera in 
data di.Vevey, 25 giugno 1852, è diretta al conte Enrico Martini: 

Mon cher Martiny, je me hàte arrivé à Vevey, de vous remercier 
de votre aimable accueil, et de vous redire que fai été enchanté de 
tout ce que j'ai vu en Piémont. Pour l'esprit politique vous rappelez 
1* Angleterre ; pour l'esprit mili taire vous rappelez la France. Persia tez 
et vous serez l'un des premiers pays de l'Europe, comme vous ètes 
déjà le premier de l'Italie. Mais je vous en conjure, retenez au lieu 
de pousser, et soyez unis. Je vous prie de dire a M. de Cavour que 
toutes les lettres, dont il doit ètre muni sont déja expédiées à Basle (2) 
et que je suis heureux de l'avòir connu 

La seconda lettera, in data del 27 giugno, è indirizzata a una 
colta e distinta gentildonna lombarda allora dimorante a Parigi: 

Je suis donc revenu a Turin, où je dois dire que j'ai éprouvé 

là des jouissances d'un autre genre, et non moins vives (qu'à Kome 
et Naples). J'y ai vu un pays sage, un gouTernement excellent et une 
armée admirable. Ne vous plaignez plus, ma chère amie, de ces quatre 
années pour l'Italie; elles ne sont pas perdues puisqu'elles ont pro- 
duit le Piémont. Pour nous elles sont bien pis que perdues, puisqu'elles 
nous ont tout òté. Le Piémont, s'il continue à se bien conduire, et si 
la France ne l' entrarne pas, en s'y jetant elle-mème, dans une carrière 
de folles aventures, sera un jour le fondement sur lequel on pourra 
construire une Italie ; mais il lui faut beaucup d' années de paix, et de 
bonne conduite. La guerre le perdrait. Malheureusement je crains les 
divisione. C'est un malheur que la sortie de M. de Cavour du cabinet. 



(1) Corrispondenza inedita di M. A. Castelli con M. Minghetti. 

(2) Veggasi la Lettera CCVIII, 20 giugno, al Salragnoli: u ... Intanto io mi 
valgo della riaoqnistata libertà per andare a fare un tì aggio in Inghilterra ed in 
Francia : n 



— 263 — 

IJ est l'homme les plus capable da Piémont. Toat lui arrive, il n'y a 
iqu') à savoir attendre, et je lui conseille de ne pas rompre par son 
fait la majorité qui soutient le pouvoir. Quand on a un Boi qui veut 
étre Mèle à la Constitution, qu'elle lui plaise ou non, et qui est en 
àmpathie avec vous au lieu de Tètre avec yos ennemis (ce qui mal- 
heureusement n'était pas chez nona, no tre pauvre Eoi simpathisant plus 
atee M. de Mettermeli qu'avec nous) il faut aller d'accord, et faire al- 
Jer la machine de son mieux. Ajoutez qu'à Turin on a un Eoi qui 
ne se mele presque de rien (!!). Martiny a beaucoup d'influence sur 
il. de Cavour, conseillez-lui de pousser à l'union avec M. d'Azeglio, au lieu 
de pousser à la division. Un an plus tòt ou plus tard, M. de Cayour 
sera l'homme dirigeant du Piémont, s'il suit ce pian de conduite. 
Malheuresement il y a en Piémont une droite orgueilleuse, composée de 
vrais doctrinaires à la facon Guizot, qui est d'une intolérance extréme, 
et qui a jeté les bauts cris contre la combinaison, du reste, exceliente, 
qui avait dècerne la présidence à M. Rattazzi. C'est après la nomination 
de il. Rattazzi faite et faite d'accord (!), qu'on s'est brouillé pour 
elle. La brouillé est terminée, bien ou mal, et il faut tacher de n'y 

pas revenir Il suffit donc de le vouloir pour que tout aille bien 

en Piémont 

Da questa lettera traspare abbastanza manifesto il dubbio en- 
trato nella mente del signor Thiers, che il conte di Cavour, a 
lungo andare, non perseverasse in quella linea di condotta, che 
dai primi atti di lui, dopo uscito dal ministero, si poteva arguire 
avrebbe tenuta. In ciò, diversamente da altri giudizi espressi nella 
sovracitata lettera, l'antico ministro di Luigi Filippo vedeva giu- 
sto; e la Corrispondenza intima del Cavour dal luglio in poi ne 
rende aperta testimonianza. Che se quel mutamento di condotta 
o, per meglio dire, il constrasto non evitabile fra lui e l'Azeglio 
non divenne palese, e così evitò i perniciosi effetti, vuoisi ascri- 
vere a questo per l'appunto, che quel Ee, il quale, a detta del 
Thiers, ne se mèlait presque de rien , non si contentava di re- 
gnare, ma voleva anche governare in quei limiti, s'intende, che, 
nel suo parere, erano consentiti a un sovrano costituzionale. 

Più avanti s'è accennato ad un viaggio prossimo del conte di 
Cavour in Francia, in Inghilterra, ecc. Prima di partire, egli 
prese parte attiva alle discussioni intervenute alla Camera (4-25 
giugno) sui disegni di legge ai quali da ministro aveva coope- 
rato più o meno largamente: cioè quelli concernenti la conces- 
sione della strada ferrata da Torino a Novara, le modificazioni 
alla tariffa doganale, la facoltà data alla Banca Nazionale di au- 
mentare il suo capitale da 16 a 32 milioni. Nello stesso mese 
compilò lo scritto sulle operazioni finanziarie compiutesi durante 



— 264 — 

la sua amministrazione (1), il quale, nella mente dell'autore, no 
doveva per fermo mirare all'unico fine di fare meglio conoscere 
più rettamente apprezzare all'estero gli sforzi fatti dal Piemont 
per dare un buon assetto alle sue finanze. Nella guisa medesim 
che il disegnato viaggio in Francia ed in Inghilterra, cioè n< 
paesi ove era stata con più severità giudicata la recente « ève 
luzione » politica del conte di Cavour non doveva mirare all'i 
nico fine di cercarvi un sollievo dai a fastidi della politica, » se 
condochè andava dicendo in palese, senza che però a ninno d 
quanti avevano intima contezza della sua indole e della sua am 
bizione fosse possibile di aggiustargli fede. Non ultimo fra quest 
il Se, il quale, se per un lato vedeva di buon occhio che il sue 
ex-ministro delle finanze cercasse di dissipare i sospetti penetrati 
nella mente dei principali uomini di Stato stranieri sui suoi in- 
tenti u rivoluzionari, » per altro lato stava sopra pensiero sul- 
l'atteggiamento che in seguito di ciò egli avrebbe preso al ria- 
prirsi della sessione parlamentare in novembre. H perchè desiderò 
che i ministri dessero qualche segno di stima e di simpatia al 
Cavour, affidandogli, per esempio, un incarico diplomatico, che sol- 
lecitasse l'amor proprio di lui; e in questo senso si apri col mi- 
nistro dell'interno, Pernati, venuto a Racconigi per sottoporre alla 
firma reale alcuni decreti urgenti. « II conte Cavour è un gran 
furbacchione (2), così si espresse il Re tra il serio e il faceto, e 
bisogna perciò tenercelo amico. » Il Pernati rispose avrebbe par- 
tecipato al Consiglio i desideri di S. M., i quali sarebbero stati 
tanto più volentieri accolti, in quanto che tutti i mixiistri erano 
animati da sentimenti di stima e di amicizia verso il conte di 
Cavour; in testimonianza di che avevano deliberato di proporre 
alla Maestà Sua che gli concedesse la croce del merito civile. 
« Egregiamente, ripigliò S. M., pensino dunque ad affidargli una 
missione diplomatica. » Dopo di che, nel Consiglio dei ministri 
tenutosi addi 23 giugno, venne deciso di dare incarico ufficioso al 
conte di Cavour di adoperarsi, passando da Parigi e Londra, ad 
agevolare l'esito dei negoziati pendenti rispetto all'indennizzo 
chiesto dal principe di Monaco per le terre di Mentone e Rocca- 



(1) Appendice^ n. iv. 

(2) Tradusione libera (molto libera) dal dialetto piemontese. 



— 265 — 
bruna, che, ribellatesi nel 1848, eransi aggregate al Piemonte. 
Nel medesimo giorno Massimo d'Azeglio scriveva al nipote Ema- 
nuele d'Azeglio, ministro del Re a Londra: « Verrà presto Ca- 
vour a Londra. Sii amabile e carino più che puoi. È uomo che 
può giovare al paese, e si vuol accarezzarlo, n 

n conte di Cavour non fa restìo ad accettare il modesto inca- 
rico, par non facendosi vernna illusione sui motivi, che movevano 
il ministero ad affidarglielo. Confidava ad ogni modo che l'accet- 
tazione gli avrebbe riacquistato la benevolenza e fiducia del Ee; 
se non che, nell'udienza di commiato che ne ottenne, s'accorse di 
avere bensì racquistata la prima, ma non la seconda. H Ee, in- 
fatti, più fermo che mai nella opinione che la politica rappresen- 
tata dall'Azeglio fosse la sola possibile nelle presenti condizioni 
generali dell'Europa, tenne col Cavour un linguaggio tale da la- 
sciargli credere essere « lontano il tempo » in cui avrebbe po- 
tuto rivolgersi a lui e a' suoi nuovi amici politici (Lettera. CCXV). 
Queste schiette ed aperte parole produssero nell'animo del conte 
di Cavour un vivo turbamento, che non valsero a dileguare in 
tutto gli amorevoli e savi consigli datigli dal La Marmont, ri- 
mastogli amico affezionatissimo anche durante le ultime peripe- 
zie (1). Partito da Torino alla fine di giugno, senza volere a- 
spettare che fosse compiuta nella Camera la grave discussione del 
disegno di legge sul matrimonio civile, il Cavour recossi dapprima 
in Isvizzera, ove vide il Thiers, che gli diede consigli non dissi- 
mili da quelli del La Marmora. « Si après vous avoir fait man- 
ger des couleuvres à déjeuner (gli disse l'antico ministro di Luigi 
Filippo) on vous en ressert à diner, ne vous dégoutez pas. » Con- 
formandosi a questi consigli, il conte di Cavour, giunto a Londra, 
scrìsse al Castelli: u Tàchez de precher la patience à nos amis. 
Soyez certain que pour le moment c'est la pólitique la plus ha- 
ìnle » (Lettera CCX). Del resto, pochi giorni di dimora in Lon- 
dra avevanlo persuaso della difficoltà di far penetrare il convin- 



ci) Subito dopo il connubio, cioè all'll marzo quando erano più ardenti le ire 
contro il Cavour, il La Marmora arerà colto il destro di una discussione di ordine 
militare e finanziario alla Camera per mostrare quanta fiducia egli riponesse in 
lui. « Nelle circostanze attuali (disse il La Marmora) la questione di finanza è 
vitale, e, se ho da dir la verità, io tengo il mio collega anche come un ministro 
prezioso, perchè penso che sarebbe difficile che altri ministri di finanze si prendessero 
l'impegno di fare tanto quanto egli opera nelle attuali circostanze nostre, n 



— 266 — 
cimento in quegli uomini di Stato, che altri potesse governare 
meglio dell* Azeglio in Piemonte. Perciò in una Lettera posteriore 
ripetè al Castelli le raccomandazioni di prima. « Le nom d' Azeglio 
exerce encore une grande influence ici... Si le Eoi tient à lai, je 
crois qu'il faudra continuer a tolérer le ministère actuel » (Let- 
tera CCXII). 

Nelle Lettere CCXV-CCXXXV si può seguire quasi giorno pen 
giorno il mutamento, decisivamente ostile all'Azeglio, che venne 
succedendo a grado a grado, dal luglio all'ottobre, nell'animo del 
conte di Cavour. I lettori hanno ora notizia sufficiente della sua 
natura vivace e impetuosa e della pertinace lotta da lui durata, 
al fine di far trionfare la sua propria politica in contrapposto con 
quella dell'Azeglio; essi ricordano troppo le amarezze di ogni 
sorta patite dal Cavour in questa lotta, per intendere di leggieri 
come la sua rassegnazione, frutto dei consigli del La Marmora e 
del Thiers, non potesse durare gran pezza. Ci asterremo perciò 
dall'illustrare le 'Lettere in discorso e anche dal notare i giudizi 
erronei nelle medesime assai frequenti, che per la loro asprezza 
insolita palesano una mente esaltata, sospettosa di tutto e di tatti. 
Ci restringeremo a correggere uno di questi giudizi, che è ezian- 
dio il più grave , il più acerbo ed il più ingiusto , risguardante 
Massimo d'Azeglio, a cui il Cavour imputa (e come non ricordare 
la favola del lupo e dell'agnello?) non sappiamo quale congiura per 
scemargli riputazione all'estero. E per correggerlo ci basterà ri- 
ferire la seguente lettera tutta intima che l'Azeglio scriveva al 
nipote a Londra sotto la data del 5 luglio 1852 (1): 

Cavour arriverà presto o sarà già forse costi. 

Vado ruminando come si potrebbe fare per rendergli utile questo 
viaggio nel senso di domare il poliedro e renderlo sensibile all'uso del 
tiro per il carro dello Stato. Il guaio è che il difetto principale sta 
nell'amore della tirannia, che per i liberali da cento mila franchi d'en- 
trata è come pei preti l'obbligo dell'uffizio. Ed a 40 anni, quando s'è 
stati enfant gate fino allora, la conversione è difficile, tanto più col- 
raggiunta di un'ambizione, che fra le passioni umane ci vede chiaro 
all'incirca come l'amore, l'ira e la gelosia. 

Dirai che mi vado divertendo a bulinare il ritratto del mio così detto 
competitore. Ma, come sai, esso non ba un alleato più zelante di me, 



(1) Lettere inedite di Massimo d'Azeglio al marchese Emanuele d'Azeglio, documen- 
tate a cura di Ni come de Bianchi. 



— 267 — 

e mi farei tagliare un pezzetta del mio individuo, salvo però .... per 
renderlo capace di prendere la mia eredità ohe Dio gliela mantenesse 
cent'anni. 

Insomma si tratterebbe bisognerebbe non so nemmen 

io che cosa. 

Ma la mia idea l'hai capita, e chi sa che la tua immaginazione non 
sia più feconda e non trovi qualche ripiego. 

Per esempio egli vedrà Palmerston, Minto, Gladstone e via via. Non 
potresti montare una congiura onde gli mettessero in capo che in 
questo mondo dovendo trattare col mondo di dentro e di fuori, non si 
può sperare di far piegare tutto e tutti come si faceva in casa del 

marchese padre e vicario; che il parlar bene e l'esser pronto a 

rispondere ciò per broca (1) è una cosa ottima; ma che quest'abilità 
vale quando sostiene atti d'una politica seria e giudiziosa? 

Capisco che quel che ti propongo è arduo e che quei signori saranno 
poco disposti a prendersi questi gatti a pelare. Ma pure ti ho voluto 
dire la mia idea, e del resto poi applica come ti pare meglio. 

E col solito abbraccio. 

Massimo. 

Questa la congiura, la cospirazione dell'Azeglio a danno dell' 
« empio rivale! » Quale fra i due amici sospirasse davvero e 
seriamente in danno dell'altro, mostrano con tutta chiarezza le 
Lettere stampate nella presente Eaccolta. U Cavour, del resto, se 
ne infingeva così poco che Giacinto Collegno era in grado di te- 
nerne assai esattamente informato da Parigi l'Azeglio, come si 
vede dai seguenti brani della sua Corrispondenza intima: 

27 settembre. ... Ho trovato ancora, giungendo qui, l' ex-ministro 
delle finanze e il presidente della Camera dei deputati (2) ; il secondo 
partiva ieri sera per Torino: col primo ci rivedremo ancora prima che 
se ne vada 

6 ottobre. L'empio rivale è partito riconciliato, spero, colla legazione 
e senza punto supporre che avesti date istruzioni di fargli il muso. 
Ma, se ha fatto bocca da ridere in casa mia, so che non è stato si 
benigno altrove: non vorrei mettere mosche nei capellini (traduzione 
libera dal piemontese), ma credo bene però che tu sappia, che con 
varie persone egli si è mostrato deciso a rientrare senza di te, sog- 
giungendo, è vero, che eri tu che non volevi associarti a lui. La vi- 
gilia della partenza egli diceva che lord Malmesbury e Drouyn de Lhuys 
lo desideravano, tutti e due, capo della casa. Ora del primo non so 
nulla: ma i discorsi del secondo a Rodrigo (3) e a me suonerebbero 



(1) Proverbio piemontese. In italiano : rendere pan per focaccia. 

(2) Il 9 di agosto del 1852 il Battazzi domandava un'udienza al Ee, per ricevere 
i suoi ordini, prima d'intraprendere, di conserva col conte Martini, un breve 
viaggio in Francia « per compiere perfettamente (cosi diceva nella lettera) la mia 
convalescenza, » 

(3) Bodrigo Doria di Oiriè, segretario di legazione a Parigi, che assente il Col- 
legno, aveva la reggenza della medesima. 



— 268 — 

ai diversi. Un po' di millanteria dunque ci avrebbe a essere per 
parte dell'empio; ma quanto al farti guerra, aperta o sorda, ma seria 
e decisa, credo ti ci devi aspettare. Il piano suo sarebbe di andare 
direttamente a Stupinigi (1) e dirvi che Y Europa desidera che tu te 
ne vada pei fatti tuoi, e offrire una combinazione che dice avere in 
tasca: se gli si dice di sì, bene; se no la guerra verrà dopo il 18 
novembre. Tutto ciò risulta da confidenze fotte a un francese che me 
le ha ripetute, parola per parola, perchè crede che dalla disposizione 
attuale dell'empio non c'è nulla di buono da sperare per nissuno, e 
vorrebbe si potesse evitarne la prova al Piemonte. Dunque, caro Mas- 
simo.... forte in gambe, non lasciarti sopraffar/ 

13 ottobre.... Una volta nel discorso, M. Drouyn de Lhuys si è la- 
sciato sfuggire: Yotre gouvernement, quelles que soient les nuance» 
politiques des hommes qui sont appelés à le diriger, » come se avesse 
voluto alludere a un cambiamento possibile nelle persone ! . . . . 

A tutti questi maneggi; che non promettevano nulla di buono 
a capo di un gabinetto, amante, per natura, del « quieto vivere, * 
e nemico assoluto di tutte le « furberie del mestiere, » l'A- 
zeglio si sentiva del tutto impotente a resistere. Nel volgere 
di questi mesi la sua amministrazione, combattuta con eguale ar- 
dore dai giornali di sinistra e da quelli di destra, e fiaccamente 
appoggiata dalla parte liberale temperata, aveva, poco a poco, 
perduto di quella vigorìa che il risoluto e audace procedere del 
Oavour le aveva impressa. Quel Risorgimento medesimo, che nel 
maggio precedente si era facilmente rassegnato all'uscita di Ini 
dal gabinetto ora scriveva: 

È oggimai cosa troppo evidente che il conte di Cavour è l'uomo de- 
signato dalla coscienza pubblica per l'opera salutare di ricostituzione 
del partito costituzionale, scisso un momento e disperso in troppe fra- 
zioni per certe male intelligenze. Ninno meglio del Oavour potrebbe 
ora guidare con mano abile e ferma la nave dello Stato fra gli scogli 
che ostruiscono il cammino (2). 

Un altro diario assai autorevole, L'Opinione, non dipendente 
da alcuno dei partiti politici parlamentari, preoccupandosi, in sin- 
goiar modo delle gravi condizioni politiche ed economiche del 



(1) Besidenza autunnale di S. M. 

(2) Anche Vincenzo Gioberti aveva mutato parere. Il iodi ottobre scriveva 
da Parigi al Massari: u lo non dissimulai il mio parere sulle cose del Piemonte 
al conte di Cavour nella conversazione che ebbi seco. Gli espressi il mio vivo e 
sincero desiderio ch'egli sia chiamato a guidare l'amministrazione, come il solo 
nomo capace di riavviarla e promuovere gli interessi materiali del paese. » 



— 269 — 
paese, invocava il conte di Cavour, come il solo uomo acconci» 
a salvarle. 

Fra poche settimane (scriveva quel giornale ai 14 di ottobre) le Ca- 
mere saranno convocate per compiere la sessione dell'anno corrente, e 
per condurre a termine la parte più importante dei suoi lavori, la di* 
scossione del bilancio. Se noi consideriamo il poco tempo che rimane 
prima dell'anno nuovo, dubitiamo forte che si possa venire a capo de 
l'impresa, perchè il ministro delle finanze non ha fatto per anche di- 
stribuire alla giunta parlamentare alcuno dei bilanci particolari e non 
li ha neppure trasmessi tutti alla stamperia... 

Non si può negare che negozianti e manifatturieri non sieno scorag- 
giati a cagione dell'inerzia in cui sembra caduto il ministero, il quale 
sembra non abbia veruna conoscenza dei veri bisogni del tesoro. È un 
fatto incontestabile che, durante il ministero del conte di Cavour, le 
transazioni commerciali dei paese avevano preso un'attività e un'esten- 
sione ignote pel passato. Donde veniva quel movimento, se non dalla 
fiducia che l'Uomo di Stato previdente, intraprendente ispirava al paese? 
E qnale maggior prova di ciò che il fatto della diminuzione degli af- 
fari subito dopo che egli ebbe abbandonato il portafoglio? 

I magnifici progetti che i Genovesi avevano formati, l'ingrandimento 
del porto, la navigazione transatlantica e altri sono caduti nell'oblio. 
Se voi ne muovete rimprovero ai Liguri, vi risponderanno che non 
possono arrischiarsi in grandi imprese, le quali richiedono immensi ca- 
pitali, fino a quando non è dato ad essi di prevedere i carichi che le 
necessità finanziarie imporranno ai capitalisti. 

Le stesse lagnanze si odono a Torino : e le imprese delle strade fer- 
rate e le istituzioni di nuovi stabilimenti industriali sono subordinate 
«Ala soluzione del problema finanziario. Se questa ritarda ancora qualche 
tempo, le sorgenti della ricchezza pubblica non potrebbero a meno di 
soffrirne, e forse si produrrebbe una crisi perniciosa al commercio del 
pari che al tesoro. 

Non occorrevano maggiori stimoli per indurre l'Azeglio a ce- 
dere il posto al u rivale. » Ond'è che, prima ancora di ricevere 
dal Collegno notizia particolareggiata di tutti i passi fotti a Pa- 
rigi dal Rattazzi e dal Cavour , colTintento di sbalzarlo dal po- 
tere, egli manifestava l'intendimento di rinnnziarvi la vigilia della 
riapertura del Parlamento (Lettera CCXXHI). Un atto di auto- 
rità, del Re gliene porse il destro. 

Accennammo a suo luogo all'estrema riluttanza di Vittorio 
Emanuele rispetto ad ogni provvedimento, che lo ponesse in aperto- 
contrasto colla Corte di Roma. Nel che egli conveniva con Luigi 
Filippo, che aveva per massima qu'il ne faut pas avoir de que- 
relle avec le clergé. Egli non aveva acconsentito a introdurre nel 
discorso della Corona del 4 marzo 1852 la promessa di una legge 



— 270 — 
sul contratto civile del matrimonio, se non dopo essersi formato 
il convincimento, che non avrebbe recato offesa ai principii reli- 
giosi (1). Contro la sua aspettativa, prima che fosse approvata 
dalla Camera, la legge fu condannata dalla Santa Sede; senon- 
chè, lasciatosi persuadere che quella condanna, al pari di quella 
fulminata contro le leggi Siccardi , moveva assai più da ragioni 
di politica che da fini religiosi, interruppe le sue querimonie, e 
celiando scriveva nel mese di luglio al La Marmora il quale, in 
assenza del presidente del Consiglio, avevalo ragguagliato del pros- 
simo arrivo in Torino del conte Bertone di Sambuy, ministro ple- 
nipotenziario presso la Santa Sede: « J'espère que Bertone por- 
terà de meilleures nouvelles, si non je perds Vespoir de me fair e 
canoniser ecclésiastiquement comme mes ancètres. » Alcune setti- 
mane appresso, cioè nell'agosto, al medesimo La Marmora man- 
dava da Kaccconigi questo scherzevole bigliettino in proposito di 
Alcune proteste dell'episcopato: 

Caro Picasso, 

Qui compiegata le mando la lettera scrìttami dai Vescovi del Re- 
gno, e quella scritta ai Senatori riguardo alla legge sul matrimonio. 
Raduni il Consiglio e dopo lettura e serio riflesso, mi scrìvano den- 
tr'oggi il loro parere, che penso, sarà anche conforme al mio, e cosa 
devo fare rispondere, dal mio Segretario, a M. D'Angennes; faccia 
bene quello, poiché siamo diventati pure noi di quella razza là d'avo- 
cati. Ciao Picasso. 

Il suo affezionatisi. 
Vittorio Emanuel*. 

Il Consiglio espresse il proprio parere, e fu precisamente con- 
forme a quello del Re. Ma indi a poco l'animo di lui mutò af- 
fatto. Conturbato da una lettera amorevolmente severa del Papa, 
in data del 19 settembre, che gli dava carico di introdurre nei 
suoi Stati il u concubinaggio, » se avesse approvato la legge sul 
matrimonio, domandò l'avviso del suo antico precettore, monsignor 
Charvaz, di recente eletto arcivescovo di Genova; e avutolo con- 



ci) E infatti il Boncompagni aveva siffattamente corretto e riveduto il progetto di 
legge, compilato dai guardasigilli De Foresta e Galvagno, che il Massari scriveva 
al Gioberti : a La legge del matrimonio, stimata insufficiente da tutti gli uomini 
capaci, piace soltanto ai retrogradi. » (Lettera Gioberti, 12 luglio 1852, al Palla- 
ricino). 



— 271 — 
forme a quello del Papa, nel Consiglio che presiedette in Torino, 
addi 21 ottobre, dichiarò nettamente ai ministri, senza avere 
chiara coscienza nelle conseguenze delle sue parole, che giammai 
egli avrebbe dato il consentimento a una legge che « potesse dis- 
piacere al Papa; » essere pronto a fere qualsiasi sacrifizio pel 
proprio paese, ma non il sacrifizio della sua coscienza, e senz'al- 
tro levò la seduta. 

Il giorno appresso l'Azeglio riuniti i colleghi, disse loro che, 
per conto suo, già da tempo si era convinto dell' « impossibilità 
di andare oltre di fronte all'opposizione più o meno viva di Ca- 
vour alla Camera; n ora poi che il Re aveva espresso la delibe- 
rata volontà di inaugurare una politica contraria alle tradizioni 
della parte liberale, stimava giunto il momento di compiere il suo 
fermo proposito. « L'ora del morire (soggiunse), una volta o l'al- 
tra, viene per tutti, ma l'ora del disonorarsi non deve venir mai. » 
I suoi colleghi avendo unanimi dichiarato di voler rassegnare 
anch'essi le proprie dimissioni, l'Azeglio recossi tosto a Stupinigi 
per darne notizia al Re. Il quale « dopo lungo contrasto » (1) 
informò il presidente del Consiglio, che avrebbe fatto chiamare il 
conte di Cavour. 

Questi era tornato pochi giorni avanti in Torino ; e postosi fa- 
cilmente d'accordo col Rattazzi e il San Martino sul futuro 
« piano di operazioni, » era ripartito per Leri, di guisa che non 
prima del 24 a mezzogiorno potè arrivare a Stupinigi. Sabito in- 
trodotto dal Re, fd interrogato se avrebbe acconsentito a com- 
porre una nuova amministrazione a patto di entrare in negoziati 
colla Corte di Roma per risolvere, d'intesa colla medesima, le que- 
stioni pendenti, e prima fra tutte quella del matrimonio civile. 
11 conte di Cavour rispose con franchezza di non potere né 



(1) Nel suo Diario privato il Cifrario racconta la cosa nel modo seguente : 
u 1852, 22 ottobre — Venerdì alle sette di sera a Stupinigi, S. M. riceve in 
udienza Azeglio e me. Noi gli esponiamo che Cavour disponendo della maggioranza 
e mostrandosi mal disposto per Azeglio, qualificando esagerazioni e vane paure i 
pericoli esterni ed interni da cui siamo minacciati, il ministero non può tirare in- 
nanzi, non avendo libertà d'azione, e non dovendo compromettere la sua dignità 
in faccia ad una maggioranza ostile. Venga dunque Cavour e governi. JPhanno 
Voi altre ragioni da non dirai. S. M. dopo lungo contrasto, promise di chiamare 
Cavour e di vedere come intenderà di governare, » 



— 272 — 
volere rendersi interprete di una politica di condiscendenze ali 
pretese della Corte di Roma. Tuttavolta, sulle istanze del Ite 
prima di dare una risposta definitiva, ebbe con monsignor Charvai 
un abboccamento; e questo riuscito, come era prevedibile, infrut 
tuoso, consigliò a S. M. di rivolgersi al conte Balbo, e riparti 
per Leri colla ferma persuasione di essere presto richiamato. « Je 
sui8 certain (leggiamo in una sua Lettera di quei giorni al signore 
de La Kive) de la loyauté du Boi. L'astuce des pretres Fa induit 
en erreur; il se méprend sur l'état du pays. Lorsque les faits 
l'auront désabusé, il enverra au diable le parti clérical... r> (Ltet- 
tera CCXXXVII). 

Invitato dal Re, per mezzo di monsignor Charvaz, il conte 
Balbo recossi la mattina del 26 a Stupinigi, e dopo due colloquii 
con S. M. accettò, addi 28, l'assunto di formare un gabinetto, 
purché però vi entrasse il conte di Revel. H Re assenti, e licen- 
ziati i ministri di prima die ordine che, per corriere straordinario, 
il Revel fosse chiamato dalla Savoia in Torino. 

n conte di Revel giunse in Torino il 31, conferi col Balbo , e 
nel di seguente (1° novembre) si presentò al Re a Stupinigi. Egli 
ricusò di entrare nel gabinetto, perchè convinto che non avrebbe 
trovato sufficiente favore nella Camera dei deputati, e non ben 
sicuro di sapersi accomodare coll'indole aspra e focosa del Balbo, 
che già aveva sperimentata nel gabinetto del 16 marzo 1848. 12 
rifiuto del Revel trasse con sé quello del Paleocapa, del La Mar- 
mora e del Dabormida, che per non creare maggiori ostacoli are* 
vano finito col cedere al desiderio imperiosamente espresso dal Re, 
che essi facessero parte della nuova amministrazione; altri rag- j 
guardevoli personaggi, come i senatori Pollone, Gallina, Manno, 
imitarono l'esempio. 

Questi successivi rifiuti, e i segni palesi del fermento dell'opi- 
nione pubblica, la quale ravvisava in un gabinetto Balbo-Revel il 
trionfo della reazione, fecero capace il Re della difficoltà e dei 
pericoli di dare piena soddisfazione ai reclami della corte di Roma. 
Egli risolse perciò di spedire in tutta fretta un corriere a Leri 
per richiamare il conte di Cavour a Stupinigi. Con tale atto Vit- 
torio Emanuele riportava una vittoria sopra se medesimo ; ma non 
fu vittoria compiuta, perchè nell'udienza data al futuro presidente 



— 273 — 
del Consiglio il mattino del 2 novembre, e anche in appresso, non 
seppe abbastanza dissimulare che la necessità delle cose, anziché 
il proprio volere, avevalo mosso a rivolgersi a Ini. H conte di 
Cavour, che in contingenze meno gravi avrebbe probabilmente ri- 
nunciato il mandato con tanta ritrosia proffertogli, stimò che nel- 
l'interesse stesso della monarchia era suo debito di mettere in 
pratica i consigli recenti del Thiers, e accettò, mostrando, anzi, 
molta cedevolezza nel contentare, per quanto fosse possibile, i de- 
siderii del Sovrano, pur di trarlo in qualche guisa dall'imbarazzo 
in che si era posto. Egli è così che se non credette di aderire 
alle ripetute istanze di ritirare la legge sul matrimonio civile, 
acconsenti a non farne questione di gabinetto, e impegnossi ezian- 
dio a proseguire i negoziati con Eoma con intenti conciliativi, 
salvo però a richiamare il ministro del Re, quando la Corte ro- 
mana pigliasse un contegno ostile e ingiurioso alla dignità dello 
Stato. Egualmente per cedere al desiderio vivamente espressogli 
dal Re (sebbene velasse un sentimento di diffidenza verso di lui) 
si prese a collega il Cibrario, già ministro delle finanze nel ces- 
sato ministero (1). 

All'indomani (3 novembre) il conte di Cavour presentò al Re 
la nota seguente dei ministri ch'egli aveva scelti : Dabormida, per 
gli affari esteri; Boncompagni, per la grazia e giustizia; La Mar- 
mora, per la guerra; Paleocapa, per i lavori pubblici; Cibrario, 
per l'istruzione pubblica. Tutti, tranne il primo, già ministri nei 
due gabinetti presieduti dall'Azeglio. Per sé, oltre la presidenza 
del Consiglio, tenne le finanze. Quanto al portafoglio dell'interno, 
il Cavour soggiunse averlo esibito al Rattazzi, ma questi non 
essersi mostrato disposto ad accettare che « in estremo fran- 
gente. » H Re rispose senza por tempo in mezzo : « Va bene, va 
bene. Mi proponga qualcun altro. » Il conte di Cavour, che aveva 
preveduto tale risposta, pronunciò il nome del San Martino, al quale 
il Re non fece obbiezione di sorta (2). 



(1) Dal Diario privato del Cibrario: 2 novembre 1852. u Di nuovo son tratto 
Per considerazioni ben gravi a far parte del ministero. » 

(2) Nato a Cuneo il 4 gennaio 1810. Addottoratosi in legge nell'Università di 
Torino, entrò quasi subito dopo, quale « applicato, » nella segreteria di Stato del 
ministero dell'interno, ove procacciossi in breve tempo la stima e la confidenza dei 

18 — Voi. I. Lettere di C. Cavour. 



— 274 — 
Nella mattina appresso (4 novembre) era formato il Gban Mi- 
nistero (questo nome ha nella storia), che nel futuro settennio 
doveva compiere la spedizione di Crimea e la guerra di Lombar- 
dia, e preparare l'Unità italiana. 



suoi oapi. Di lui ebbe a dire, sin dal 1840, il conte di Pralormo: « San Martino 
è di quel legno di cui si fabbricano i ministri. » 

Tenuto in singoiar pregio dal conte Gallina, il San Martino lo fu anche mag- 
giormente dal Dea Ambrois, che lo volle suo cooperatore nella compi Iasione delle 
Biforme (ottobre 1847). Frutto in gran parte dei suoi studi fu eziandio la legge 
provinciale e comunale (7 ottobre 1848), che man mano modificata, diventò poscia 
la legge delle Provincie e dei comuni d'Italia. Nominato Intendente generale di 
Genova, esercitò quella carica con abilità somma, dando prova specialmente di 
gran fermezza, e coraggio nelle gravi contingenze in cui quella città ebbe a tro- 
varsi dopo l'armistizio S alasco. 

Salito al potere il ministero democratico, e venuto a Genova come Commissario 
regio Domenico Buffa, preceduto dal celebre proclama: « Genova tumultuava e se 
aveva ragione, » il conte di San Martino rinunciò immediatamente alla carica 
d'Intendente e rientrò nella vita privata. Dalla quale venne presto a richiamarlo, 
dopo il disastro di Novara, Pier Dionigi Pinelli, che lo elesse per suo primo uf- 
ficiale nel ministero dell'interno : ufficio che il San Martino conservò ancbe quando 
il Pinelli fu surrogato dal Galvagno. 

£ sin dai primi tempi della sua nomina a primo ufficiale nel mentovato mini- 
stero cbe il conte di San Martino entrò assai avanti nelle grazie del re Vittorio 
Emanuele, che lo richiedeva spesso di consigli e più spesso ancora trattava con 
lui direttamente di affari di Stato, mettendo più di una volta a ben dura prova 
l'amor proprio del ministro dell'interno e dello stesso presidente del Consiglio. 



LETTERE DI C. CAVOUR 



(*) 



I. 
AliLA MARCHESA PAOLINA DB ROUSSY DB SALBS (1). 

Thorens-Sales. 

(Turili, le 20 juin 1821) 

(2) Vous aurez déja su je crois les succès de mon frère 

Gustave, son examen de droit est alle a merveille, et il 

a été elu Bacelier. Papa m'a montré sa belle Patente 

en latin ses progrès m'ont cause un plaisir très grand 

se cher frère qui s'occupe tant de moi, il est bien giuste 

qu'il soit recompensé. Il est parti dimanche soir pour 

Santena. Lundi prochain il part avec Maman et les Dau- 

zer pour Vaudier il s'y amusera beaucoup et sa lui fait 

du bien. J'en suis bien aise. Marina a été un peu malade, 

mais à présent elle est parfaitement guérie quant tout 

seront par par par ci par la elle fait conte d'aller a la 

vigne Barol. Je crois que cette Autone vous aurez la visite 

de Maman et de Gustave quand ils iront a Genève c'est 

domage de ne pouvoir ètre de la partie mais il faut pren- 



ce Fino al 1848 quasi tutte le Lettere recano la firma G. de Cavour; dopo 
quell'anno il de (o il di} è meno frequente. Nelle Lettere scritte dopo il 1852 
«compare quasi compiutamente. 

(1) Paolina Francesca di Sales, maritata al marchese Leonardo Felice de Boussy, 
zia di Camillo Cavour. Il padre di lei, marchese Benedetto Maurizio di Sales, era 
Catello della marchesa Giuseppina Francesca Filippina di Sales, madre del mar- 
chese D. Michele Benso di Cavour. 

(2) Per coloro i quali fossero curiosi di vedere come scriveva a undici anni il 
futuro ministro di Vittorio Emanuele, questa lettera è riprodotta testualmente dal- 
l'autografo con tutti gli errori di grammatica, ortografia, ecc. 



— 276 — 

dre patiense. Adieu chère tente faite mes amitiées au bor 
Roussy et au petit Frangois (1) que je n'oublierait jamai 
si vous avéz le tems je vous de me donner de vos nou- 
velles je vous ombrasse tendrement. 

IL 

Ad un amico inglese (William Bbockedon?) 

Londra. 

(1829) 

(2) ...Mentre tutta l'Europa cammina sulla via del pro- 
gresso, questa misera Italia è sempre oppressa sotto il me- 
desimo sistema di civile e religioso dispotismo. Compiangete 
colQro che, con un'anima fatta per alimentare i generosi 
principii della moderna civiltà, sono costretti a vedere il 
loro paese disertato dalle baionette austriache. Dite a' vostri 
concittadini, che noi non siamo indegni della libertà, e 
che se abbiamo delle membra fracide, abbiamo pure uomini 
degni di godere i benefizi della luce. Perdonate se io va- 
neggio, ma coll'anima sopraffatta dal peso dell'indignazione 
e del dolore, provo un dolce conforto nell'aprirmi così con 
uno che conosce le cause del mio dolore, e certamente le 
compiange con me 

III. 

Al conte Gtiangiacomo de Sellon 

Ginevra. 

(Turin, 19 décembre 1831) 

Mon très cher Onde, 

...Franquin (3) a été enterré a Santena dans le tombeau 
de la famille; Papa et moi avons suivi son corps jusqu'à 
ce que la pierre funebre se soit refermée sur lui ; mainte- 



(1) Figliuolo primogenito del marchese Leonardo de Koussy. 

(2) Traduzione dall'originale francese, v. N. Bianchi, Il conte Camillo di Ca- 
vour, Torino, Unione Tipografico-Editrice, 1863. 

(3) Uberto Benso di Cavour, detto Franchino perchè, nato duodecimo, aveva 
portato in casa la franchigia dalle imposte. Questa fu poi abolita nel 1845. 



— 277 — 
nant à trois jours de distance nous allons rendre Gus- 
tave et moi le mème devoir à d'Auxers, qui a voulu 
étre enterró avec nous. C'est en présence de ces cercueils 
que Fon se pénètre du néant des vanitós de ce monde. Je 
n'avais pas besoin de cela pour m'eù convaincre; mais je 
vous assure que cela m'a bien conflrmó dans la renon- 

ciation absolue a toute idée de gioire et de célébrité 

Je continuerai a soutenir les opinions libérales avec la 
méme clialeur, sans espérer, ni presque désirer de me faire 
un noni. Je les soutiendrai par amour pour la vérité et 
par sympathie pour l'humanité. Ce pauvre d'Auxers est 
peut ètre mort affligé par l'idée qu'il laissait des neveux 
indignes de lui; cette idée m'est bien pénible car malgró 
nos dissidences je n'ai jamais cesse de ressentir pour lui 
la plus tendre affection. S'il avait pu lire dans mon coeur 
il aurait vu tyie les motifs qui me portaient à m'éloigner 
de ses opinions étaient au moins aussi purs que ceux qui 

l'engageaient à sacrifier son bonheur au service Votre 

dévoué et tout affectionné neveu. 

IV. 

Ad un amico inglese (W. Bbockedon?) 

(1832) 

(1) ...Stretti da un lato dalle baionette austriache e dal- 
l'altro dalle scomuniche papali, la nostra condizione è ve- 
ramente deplorabile. Ogni libero esercizio del pensiero, 
ogni generoso sentimento è soffocato come un sacrilegio o 
un delitto contro lo Stato; né possiamo sperare di conse- 
guire da noi alcun sollievo alle nostre gravi sventure. Il 
destino del mio paese, e sopratutto quello delle Romagne, 
è cosa veramente da far raccapricciare, e i passi fatti 
dalle potenze mediatrici non. sono serviti che a far più 
male. L'intervento della Francia non par bastevole a otte- 
nere anche la più piccola e più ragionevole concessione 



(1) Traduzione dall'originale francese; v. N. Bianchi, op. cit. 



— 278 — 

dal Papa; solo la voce dell'Inghilterra, levata in tuoa 
fermo e positivo, potrebbe ottenere pel popolo almeno u 
governo sopportabile e in armonia colle idee e co' costura 
del nostro secolo 



Alla contessa Alessandra Francesca Cecilia de SeuIìOn 

Ginevra. 

(Turin, 4 janvier 1832) 

Ma très chère Tante, 

...Vous aurez su tous les ennuis qu'on m'a fait subir. Les 
soupgons qu'on a eu à mon égard, les mesures que l'ori a 
cru devoir prendre envers moi, enfin la démarche decisive 
que j'ai cru devoir faire (1). Mais ce n'est pas ca qui me 
regarde particulièrement qui m'a le plus affligé. L'état de 
l'Italie, de l'Europe et de mon pays ont été pour moi la 
source des plus vives douleurs. Combien d'espérances dé- 
gues, combien d'illusions qui ne se sont pas réalisées, com- 
bien de malheurs sont venus tomber sur notre belle patrie. 
Je n'accuse personne, ce sera peut-ètre la force des choses 
qui en a décide ainsi, mai le fait est que la revolution 
de Juillet, après nous avoir fait concevoir les plus belles 
espérances, nous a replongés dans un état pire qu'aupa- 
ravant. 

Ah! si la France avait su tirer parti de sa position, 

si elle avait tire l'épée ce printems, peut-étre Mais je 

ne veux pas m'arréter sur un sujet trop douloureux, et au 
sujet duquel vous ne partagez peut-étre pas mes opinions. 
Ne croyez pas que tout ce que j'ai souffert, au moral 
s'entend, ait en rien abattu mon amour pour les idées 
que j'avais. Oes idées font partie de mon existence. Je les 
professerai, je les soutiendrai tant que j'aurai un soufflé 
de vie Votre dévouó neveu. 



(1) La rinunaia al grado di ufficiale del genio (12 novembre 1831). 



279 — 



VI. 



Alla marchesa Giulia Falletti di Barolo 

Vigna Barolo. 

(Turin, 2 octobre 1832) 

Madame, 

Ce n'est que hier, à moa retour de Grinzane, que la 
lettre, que vous m'avez fait l'honneur de m'écrire, m'a été 
remise. Il m'a été impossible de ne pas éprouver, en la 
lisant, une vive douleur, et aussi, permettez-moi de vous 
le dire, un sincère étonnement. 

.Fai, avec conscience, fait l'examen de l'état moral dans 

lequel je me trouvais lorsque je vous ai écrit cette triste 

lettre, qui a eu le malheur de vous faire de la peine, et 

je vous assure que, loin de retrouver un principe quel- 

conque d'irritation, je n'ai éprouvè pour vous que les sen- 

timents qui m'animent toujours, l'affection la plus vraie, 

une profonde estime, et surtout la plus vive reconnaissance 

pour les mille preuves d'amitié que vous n'avez jamais 

cessò de me donner, parmi lesquelles je place au premier 

rang la généreuse tolérance, que, de tout tems, et plus par- 

ticulièrement dans des circonstances pénibles pour vous, 

vous avez accordée à mes opinions. Oomment, Madame, 

pourrais-je jamais ètre irrite contre vous, qui ètesla seule 

personne, professant d'autres principes que les miens, qui 

m'ait continuellement donne des marques d'un vif intérét 

pour tous les petits chagrins que ceux-ci me faisaient 

éprouver? Pour ètre irrite contre vous, il faudrait que je 

fusse un fou, un sot ou un ingrat, et certes je ne dois 

ètre rien de tout cela; il me reste g^ssez d'intelligence 

pour apprécier tout ce que votre manière d'agir en ma- 

tière politique avec moi a d'aimable et de bon, et assez 

de coeur pour en étre vivement reconnaissant. Je vous 

supplie donc, Madame, de vous persuader, que, quelque 

ait pu étre ma pensée en vous écrivant, l'idée d'irritation 



— 280 — 
n'existait pas en moi, et celle de vous faire de la peine 
ne pouvait se présenter à mon esprit, car elle m'aurait 
fait horreur. Mais pour tàcher de vous le prouver autant 
qu'il me Test possible, je vais vous exposer, sans détour, 
quel était mon état moral lorsque je vous ai écrit ce que 
je croyais n'ètre tout simplement que d'assez plates plai- 
santeries sur mes fonctions syndicales, et mon nou^el état 
d'humilité. Lorsqu'on se jette tout jeune dans le monde et 
la politique, et qu'on y apporte un coeur neuf et un esprit 
orgueilleux, il n'est pas étonnant qu'on ne se livre aux 
plus décevantes illusions de vanite, de célébrité, de gioire, 
d'ambition et de ne sais-je que d'autre encore. J'ai donne 
pour ma part pleinement là dedans, et je vous avoiierai, 
au risque de vous faire longtems rire de moi, qu'il y a 
eu (un) tems où je ne croyais rien au dessus de mes 
forces, où j'aurais cru tout naturel de me réveiller un 
beau matin ministre dirigeant du Royaume d'Italie. La 
tension violente que l'état pénible où je me suis longtems [ 
trouvé avait fait éprouver à mes sentiments, a puissam- j 
ment contribué a entretenir cette illusion chez moi plus 
longtems que de raison n'était, mais prive, dans de mo- 
ments difflciles, des appuis ordinaires qui nous soutiennent 
au début de notre vie, l'aide d'un orgueil surexcité m'était 
indispensable pour ne pas faiblir. — Il y avait un tei ab- 
surde dans ces illusions, qu'il m'a fallu les abandonner 
dès que je me suis trouvé un mois de suite dans une po- 
sition un peu calme. Je ne nierai pas que cette destruc- 
tion d'une sèrie d'idées, qui m'avaient été chères long- 
tems, ne m'ait cause assez de peine; mais à présent c'est 
a peu près fini; seulement de tems en tems quelques 
souvenirs mal effacés me donnent un peu d'humeur; mais, 
comme je suis un peu moqueur, quelle que soit ma mau- 
vaise humeur, je. finis toujours par me moquer de moi- 
méme, et du ridicule que présentent ces illusions dejeu- 
nesse. Il est vrai que mon syndicat m'a un tant soit peu 
tracassé par le sot contraste que je ne pouvais m'em- 
pècher de faire entre ce que je suis et ce que je croyais 
devoir étre. Mais dans le moment que je vous écrivais,je 

i 



— 281 — 

Fous assure que ce qui domiaait chez moi, c'ótait un be- 
soin de me moquer de moi-mème. Il s'est bien tristement 
manifeste ce besoin de plaisanterie puisqu'il a pu me faire 
faire une chose qui vous a cause de la peine. Il me serait 
dorénavant odieux, et je le bannirais de mon esprit, si je 
n'espérais que ma confession franche et sincère ne m'ob- 
tiendra votre pardon, et n'effacera de votre esprit la 
mauvaise impression que des phrases, que j'ai sottement 
construites, et qui reveillaient d'autres idóes que celles 
que j'y attachais, ont produites. 

En attendant que je puisse aller plaider verbalement 
ma cause à la vigne, agréez, Madame, l'assurance des sen- 
timeuts de dévouement et d'affection que je n'ai cesse 
d'entretenir pour vous et qui n'ont jamais, j e vous assure, 
été obscurcis par la moindre phase d'irritation. Votre très 
obéissant serviteur. 



VII. 

AiiiiA contessa Alessandba Fbancesoa Cecilia de Sellon 

Ginevra. 

(Turili, 13 mai 1833) 

Ma très chère Tante, 

J' espère à mon tour pouvoir vous faire une courte 

visite dans le courant de Tannée. La malheureuse agita- 
tion qui travaille l'Europe depuis trois ans, m'a empèché 
d'aller vous trouver, mais le tems est venu, j'espere, où 
il me sera permis de profiter du calme apparent pour 
aller jusqu'à vous. Quand je pense à l'epoque où je vous 
ai laissée j e ne me doutais guère que de si immenses óvé- 
nemens me retiendraient loin de vous si longtems. — Je 
sens que le séjour de Genève doit me faire un bien moral 
immense, car après avoir vécu trois ans au milieu des exa- 
gérations les plus violentes et les plus opposóes, l'atmos- 
phère de raison qu'on respire dans votre pays doit étre 
tout à fait restaurante. Quand je # vous parie des exagéra- 



— 282 — 
tions extravagantes des partis extrèmes, je vous parie à 
bon escient, car on vient il a y peu de jours de décou- 
vrir ici chez nous un complot d'Ultra-républicains qui, sans 
autre moyen que leur rage, devaient renverser le gou- 
vernement et établir je ne sais quoi. On a saisi quelques 
papiers et arrèté bon nombre de sous-offlciers, matière 
éminemment révolutionnable. Ce complot de cerveaux 
brùlés, qui ne pouvait avoir aucune chance de réussite, 
n'aura d'autre résultat que de rejeter encore davantage 
notre gouvernement, qui n'y est déjà que trop dispose, 
dans les bras de l'Autriche et des congréganistes. Le plus 
triste résultat de la revolution de Juillet, celui qui en ba- 
lance presque les immenses bienfaits, c'est la naissance à 
laquelle elle a donne lieu d'un parti frénétique, feroce, et 
absurde, qui poursuivant une chimère, veut, en empiétant 
sur l'avenir faire triompher à tout prix un système main- 
tenant impossible, et qui pour cela poussent la société dans 
un chaos affreux, d'où elle ne pourrait se relever que par 
le moyen d'un pouvoir absolu et brutal, despotique ou 
aristocratique. — Mal gre cette boutade contre le parti ré- 
publicain qui nous fait tant de mal en Italie, je vous dirai 
que je conserve une foi entière dans l'avenir du genre 
humain et dans la loi du progrès social, et pour cela j'ap- 
plaudis tous les jours davantage aux personnes qui, comme 
mon Onde, tàchent de le hàter par des écrits sages, im- 
partiaux et raisonnables Votre très affi et dévoué neveu. 



Vili. 

Al pbof. Augusto db La Rive 

Ginevra, 

(Stessa data) 

... Si vous ètes curieux de connaitre une personne aussi 
distinguée que raisonnable et modérée, ayant sur son pays 
les idées les plus ólevées et les plus justes que je con- 
naisse, faites connaissance avec M me X, qui accompagne 



— 283 — 

son mari. Vous trouverez chez elle, chose excessivement 
rare et prócàeuse par le tems qui court, les sentimento les 
plus vifs unis à la plus grande modération des principes. 

Il s'est passe bien des choses, mon cher cousin, depuis nos 
causeries politi ques dans les allées de Pressinge. Une com- 
motion terrible, que nous ne prévoyions pas alors, a ébranlé 
le monde politique jusque dans ses fondements, et Dieu 
sait quand il reprendra une assiette stable. — T.a commotion 
generale a réagi sur les individus, et toutes les opinions 
en ont été secouées, modifiées et dans quelques cas mème 
changées. Parmi mes amis et les connaissances qui m'en- 
tourent, il s'en est suivi un changement inconcevable ; 
les uns modérés réformateurs se sont jetés à corps perdu 
dans le mouvement, ne se contentent plus maintenant de rien 
moins que d'un bouleversement complet; d'autres de la 
mème nuance ont reculé tout effrayés vers l'ultraisme; 
des personnes qui auraient été enchantées de concessione 
raisonnables veulent maintenant la république, et quelques 
autres qui ne craignaient que trop de précipitation dans 
les réformes, ont reculé jusqu'au siècle de Louis XIV, évo- 
quant les souvenirs du grand Roi, pour gouverner les peu- 
ples du dix-neuvième siècle. 

Quant à moi, j'ai été longtems indécis au milieu de ces 
mouvements en sens contraire. La raison me retenait vers 
la modération ; l'envie démesurée de faire marcher nos re- 
culeurs me rejetait vers le mouvement; enfln après de 
nombreuses et violentes agitations et oscillations, j'ai fini 
par me fixer, comme le pendule, dans le juste-milieu. 
Ainsi je vous fais part que je suis un honnète juste-mi- 
lieu, désirant, souhaitant, travaillant au progrès social de 
toutes ses forces, mais décide a ne pas l'acheter au prix 
d'un bouleversement general, politique et social. Mon état 
de juste-milieu ne m'empèche cependant pas de désirer 
le plus tòt possible l'émancipation Italienne des barbares 
qui Toppriment, et par suite de prévoir qu'une crise tant 
soit peu violente est inévitable; mais cette crise j e la veux 
avec tous les ménagements que comporte l'état des choses, 
et je suis en outre Ultra-persuadè que les tentatives for- 



— 284 — 

cenées des hommes du mouveinent ne font que la retarder 
et la rendre plus chanceuse. 

Après vous avoir fait ma profession de foi, permettez- 
moi de vous demander si elle est conforme a votre ma- 
nière de voir. J'avoue que je m'en flatte et que cette idée 
me soutient souvent dans les combats que je livre à droite 
et à gauche. Au reste, j'espère pouvoir faire une escapade 
cet été a Genève, et par suite aller vous trouver a Pres- 
singe, où nous formulerons a notre aise nos croyances po- 
litiques Votre dévoué cousin et ami. 



IX. 

Alla maechesa de Roussy de Sales 

Thorens-Sales. 

(1834) (?) 

Après avoir parie pour mon pére (1) permettez-moi de 
vous donner pour mon compte un petit bonjour. — On me 
dit que vous venez quelquefois à Turin, mais il faut que 
je joue de malheur, car je ne vous ai jamais rencontrée. 
J'espère que malgré cette absence prolongée, et les dis- 
tractions que vous donnent naturellement la nombreuse 
et brillante société qui se succèdent chez vous, vous n'ou- 
blierez pas un cousin qui vous est fort attaché, et que si 
je peux faire une petite course à Prabernasca pour pren- 
dre vos ordres pour Genève, vous me reconnaitrez encore. 

Bien des choses, je vous prie, au cher Felix (2) et a vos 
enfants, surtout à l'aimable Marie, qui, je l'espère, n'ou- 
blie pas un cousin qui a su apprécier dès qu'il l'a vue 
ses belles et excellentes qualités (3). Votre affectionné 
neveu. 



(1) Queste righe sono precedute da una lettera che il padre, impedito a valersi 
della mano destra offesa dalla gotta, aveva dettata al figliuolo Camillo. 

(2) Figliuolo terzogenito del marchese de Roussy, che fu segretario d'ambasciata. 

(3) Figliuola del marchese de Boussy, la quale sposò il marchese Edoardo de 
Chanaz. 



285 



Al prof. Augusto db La. Rive 

Ginevra. 

(Paris, maro 1835) 

...Je ne suis pas retourné chez Mr Guizot, près duquel 
j'ai pénétré gràce à Mr de Barante, car pour flxer un mo- 
ment l'attention de ces grands hommes il faut avoir un 
titre quelconque de célébrité. Et moi, hélas ! obscur citoyen 
du Piémont, je n'ai rien fait pour ètre connu au delà des 
limites de la commune dont je suis syndic, et je ne peux 
aspirer raisonnablement à la société des astres lumineux 
qui éclairent le monde politique.... 

XI. 

ALLO STESSO. 
(Paris, 31 mare 1835) 

...Pour ma part je vous assure bien que je n'ai rien 
trouvé dans les plaisirs et dans les salons de Paris qui 
pùt me tenir lieu de ces soirées où assis au coin du feu 
nous devisions a notre aise sur les affaires de l'Europe, 
redressant les faux systèmes, recomposant les mauvais 
ministères, enfln arrangeant le tout pour le mieux. Quel- 
que peu de peine que nos élucubrations politiques nous 
donnassent, je crois fort que leurs résultats, si on les avait 
appliqués, auraient été tout aussi avantageux a l'humanité 
que tout ce qui s'est fait sans notre permission... 

Si vous n'aviez pas été à Paris l'année dernière je 

vous ferais part de mon opinion sur les choses et les 
hommes qui se succèdent sur la grande scène politique. 
Mais en vérité, je ne ferais que répéter en grande partie 
les conversations que nous avons eues ensemble. Un 
fait cependant qui me parait nouveau, ou pour mieux 
dire, qui tend à s'accomplir, mais est a peine indiqué, 
c'est la transformation qui s'opère dans le sein des partis 



— 286 — 
extrèmes. Tout ce qu'ils contiennent d'hommes habiles, et 
ayant quelque habitude des affaires travaillent a dépouiller 
l'opinion qu'ils représentent de ce qu'elle peut avoir cTex- 
clusif et d'absolu. O'est un travail de rapprochement qu'ils 
opèrent. Ils espèrent par là ramener h eux cette masse 
nombreuse et inerte qui n'a aucune prédilection politique, 
qui n'est attachée qu'à ses intérèts matériels, et qui se 
soucie aussi peu de Louis Philippe que d'Henri V, pourvu 
que son repos ne soit pas troublé. S'ils ne peuvent la ga- 
gner, ils voudraient du moins la rendre neutre et la dé- 
tacher du système actuel qu'elle soutient comme la seule 
garantie de l'ordre public. — Cette transformation est 
sensible surtout parmi les hommes forts du Carlisme. 
Ceux-ci, ne pouvant plus espérer de l'Europe qui ne se 
soucie nullement d'eux, et ayant reconnu enfin qu'ils 
étaient en si petite minorité dans la nation, qu'ils ne 
pouvaient rien par la violence; se sont imaginé qu'en 
fesant de larges concessions aux idées nouvelles ils ar- 
riveraient a leur but. Ceci est autre chose encore que 
l'alliance carlo-républicaine. Gelle-là n'avait que la vio- 
lence en vue, et il n'y avait entre les deux parties d'au- 
tre pacte qu'une haine coramune. Maintenant les Car- 
listes sages voudraient faire croire qu'ils n'ont de haines 
pour- personne, ni d'antipathies absolues pour aucun partì. 
Ils professent hautement la modération et la nécessité de 
la fusion des partis. Ils font toutes les avances possibles 
à la grande masse du juste-milieu; pour lui plaire, ils se 
disent préts à lui faire le sacrifice de tous leurs préjugés 
aristocratiques ; et à se constituer les défenseurs de l'ordre 
contre les républicains exagérés. En un mot ils croyent 
que s'ils peuvent amener les choses à une pure question 
de personnes, la France préfèrera toujours Henri V à Louis- 
Philippe. De tous les plans que se sont jamais propose les 
Carlistes, celui-là est encore le plus raisonnable, car il tend 
à les ramener peu a peu a des idées plus justes; seule- 
ment il a le défaut d'ètre impraticable; d'abord parce 
que ce parti étant indisciplinable, dès que le corps d'ar- 
mée verrà le but de ses chefs, il les abandonnera, ou 



— 287 — 
bien il se débandera, une partie passant franchement a 
l'ennemi et l'autre se dispersant sous des bannières plus 
passionnées. — Les républicains de méme qui ont conserve 
quelque peu de bon sens reconnaissent leur faiblesse numé- 
rique, s'occupent à reprendre leur travail en sous-oeuvre 
et à profìter des instincts démocratiques irrésistibles do 
< la société, pour faire circuler dans les masses leurs doc- 
trines d'égalité absolue et de transformation sociale. Ceux-ci 
dans un avenir éloigné peuvent devenir dangereux, car 
ils ont évidemment pour eux la tendance du siècle, et le 
mouvement de nivellement matériel et intellectuel qui s'o- 
père eutre toutes les classes de la société. Nous ne pou- 
vons pas nous le dissimuler. La société marche à grands 
pas vers la démocratie; il est peu-étre impossibile de 
prévoir les formes qu'elle revètira , mais quant au fond, il 
n'est pas douteux, à mes yeux du moins. 

Et vous,mon cher cousin, n'ètes-vous pas de mon opinion? 
Croyez-vous à la possibilité de la reconstruction d'un pou- 
voir aristocratique quelconque? La noblesse s'écroule de 
toutes parts, les princes comme les peuples tendent éga- 
lement a la détruire; le patriciat, pouvoir municipal et 
restreint n'a plus de place dans l'organisation sociale ac- 
tuelle. Que reste-t-il donc pour lutter contro les flots popu- 
laires? Rien de solide, rien de puissant, rien de durable. 
Est-ce un bien? est-ce un mal? Je n'en sais trop rien: 
mais c'est à mon avis l'inévitable avenir de l'humanité. 
^réparons-nous-y ; ou, du moins, préparons-y nos descen- 
dants, que cela regarde encore plus que nous 

xn. 

Alla contessa Anastasia de Circoubt 

Parigi. 

(Paris, mai 1835) 

Non, Madame, je ne puis quitter ma famille ni mon pays. 
Des devoirs sacrés s'y opposent et me retiennent auprès 
d'un pére et d'une mère qui ne m'ont jamais donne le 



— 288 — 

moindre sujet de plainte. Non, Madame, je ne plongerai 
pas un poignard dans le sein de mes parents; je ne serai 
jamais un ingrat envers eux, je ne les quitterai que lors- 
que le tombeau nous separerà. Et pourquoi, Madame, aban- 
donner mon pays? Pour venir en France cherclier une 
réputation dans les lettres? Pour courir après un peu de 
renommée, un peu de gioire, sans jamais pouvoir atteindre 
au but que se proposerait mon ambition ? Quel bien pour- 
rais-je faire à l'humanité hors de mon pays? Quelle in- 
fluence pourrais-je exercer en faveur de mes frères maJ- 
heureux, étrangers et proscrits, dans un pays où l'égoisme 
occupe toutes les principales positions sociales ? Que font 
a Paris toute cette masse d'étrangers que leurs malheurs 
ou leur volonté ont jeté loin de leur terre natale? Qui 
parmi eux s'est rendu vraiment utile à ses semblables ? 
Qui d'eux est parvenu à se créer une grande existence, à 
conquérir une influence sur la societé ? Aucun. Ceux-là mè- 
mes qui auraient été grands sur le sol qui les vit naìtre, vè- 
gètent obscurs au milieu du tourbillon de la vie parisienne. 
Les troubles politiques qui ont désolé l'Italie ont force 
ses plus nobles enfants a fuir loin d'elle. Ce que mon pays 
contenait de plus distingue en tout genre s'est expatrié; 
la plupart de ces nobles exilés sont venus a Paris. Pas 
un seul n'a réalisé les brillantes espérances qu'il avaifc 
fait concevoir. Tous ceux que j'ai connus personnellement 
m'ont attristé jusqu'au fond du coeur par le spectacle de 
grandes facultés demeurées stériles et impuissantes. Un- 
Italien seul s'est fait un nom à Paris, y a gagné une po- 
sition, c'est le criminaliste Rossi. Mais quelle place! quelle 
position ! L'homme le plus spirituel de l'Italie, le genie le 
plus flexible de l'epoque, l'esprit le plus pratique de l'u- 
nivers, peut-ètre, est parvenu à avoir une chaire a la Sor- 
bonne et un fauteuil a l'Académie, dernier but auquel son 
ambition puisse prétendre en France. Oet homme, qui a 
abjuré sa patrie, qui ne sera jamais plus rien pour nous, 
aurait pu dans un avenir plus ou moins éloigné jouer un 
róle immense dans les destinées de son pays et aurait pu 
aspirer à guider ses compatriotes dans les voies nouvelles 



— 289 — 
que la civilisation fraye tous les jours, au lieu d'avoir à 
régenter des écoliers indociles. Non, non, ce n'est pas en 
fuyant sa patrie parce qu'elle est malheureuse qu'on peut 
atteindre un but glorieux. Malheur à celui qui abandonne 
avec mépris la terre qui l'a vu naitre, qui renie ses frères 
comme indignes de lui! Quant à moi, j'y suis décide, ja- 
mais je ne separerai mon sort de celui des Piémontais. 
Heureuse ou malheureuse, ma patrie aura toute ma vie, 
je ne lui serai jamais infidèle, quand (méme) je serais sur 
de trouver ailleurs de brillantes destinées. 

Mais laissant de coté la question de devoir, oubliant mes 

qualités de citoyen et de fìls, voyons ce que gagnerait 

mon avenir a quitter l'Italie pour la Prance. Que vien- 

drais-je y faire, dans cette France? Comment y trouve- 

rais-je une réputation et de la gioire? Le seul moyen à 

ma portée serait la littérature. Or, Madame, je vous l'a- 

voue franchement, je ne me sens aucun genie littéraire ; 

ma téte est raisonneuse et peu inventive. Je chercherais 

en vain a développer en moi les talents de l'imagination ; 

je n'en possedè aucun germe. De ma vie je n'ai pu parvenir 

à inventer la moindre fable, le plus petit conte a amuser 

un enfant. Quelques efforts que je fìsse, je ne serais jamais 

qu'un littérateur mediocre, un homme de lettres de troi- 

sième ordre. Or, Madame, c'est là une perspective qui ne 

me tente guère. En fait d'art, je ne congois qu'une posi- 

tion tenable, le premier rang. 

Mais si la littérature ne pouvait ètre mon refuge, n'au- 
rais-je pas pour moi tout le vaste domaine de la science? 
Il est vrai, je pourrais devenir un savant, un mathémati- 
cien profond, un gran physicien, voire mème un chimiste 
distingue. Je pourrais me faire un nom dans les Acadé- 
mies de l'Europe et me créer une réputation parmi le pu- 
blic des savants. C'est une manière d'obtenir de la gioire 
tout comme un autre; seulement elle a peu d'attrait pour 
Tltalien au teint rose et au sourire d'enfant. 

J'oubliais les sciences morales, champ vaste où l'on trouve 
bien des sillons à tracer. J'aime les sciences morales, je 
les aimes avec passion; mais croyez-vous qu'on ne puisse 

le — Voi. I. Lettere di C. Cavour. 



— 290 — 
les cultiver qu'à Paris? Je ne le pense pas: tout au con 
traire, il me semble que cette société factice est un entou 
rage peu convenable pour celui qui veut étudier les loii 
de l'humanitó. Les grands philosophes, les grands moralis 
tes, les économistes célèbres n'ont pas vécu dans les grani 
des capitales. Ils ont travailló dans le silence de leur* 
obscures retraites; c'est de làqu'ils ont fait jaillir sur le 
monde les jets de leur genie. Voyez ces hommes qui s'an- 
nongaient cornine des génies précoces qui étonnaient le 
monde parisien par la promptitude du développement de 
leur esprit; que sont-ils devenus ? comment ont-ils réalisè 
les brillantes espérances de leur début sur le terrain de 
la science ? Qu'est devenu le philosophe Cousin, qui devait 
faire oublier Kant et les Écossais? De quel pas la science 
est-elle redevable aux Lerminier et à ses confrères du 
monde parisien? D ! aucun. Jusqu'à présent tout ces embryons 
de genie n'ont pu former un grand homme à la manière 
des Allemands ou des anciens penseurs frangais. Un seul, 
à mon avis, eùt été vraiment grand dans la science, si la 
politique ne l'eùt entraìné loin du champ de l'étude. G'est 
Guizot, le grand penseur de l'epoque. Mais lui aussi est 
perdu pour la science; il l'a abandonnée entre les mains 
inexpertes de ses élèves et la science n'a plus avance. 

Je regois à l'instant votre lettre de ce matin. Je me hàte 
de vous répondre. Ce soir je ne serai pas à Paris; mais si 
vous voulez bien me donner quelques instants jeudi ou sa- 
medi, je serai heureux de pouvoir vous assurer une dernière 
fois de mes sentiments d'estime, d'affection et de sincère 
et franche amitié! 

XIH. 

Al baeonb Pbospebo de Basante (Ambasciatore di Francia) 

Torino. • 

(Londres, 9 juin 1836) 

Monsieur, 
En me faisant vos adieux vous aviez bien voulu m'en- 
gager à vous écrire depuis Londres. Quelque flatteuse et 
tentante que fùt cette invitation, j'ai hésité jusqu'ici à en 



— 291 — 

profiter; j'ai redòuté d'ajouter aux nombreux et impor- 
tante travaux qui absorbent tout votre tems, l'ennui et 
l'embarras d'une correspondance de bien peu d'intérét 
pour vous. Oependant au moment de partir, toute autre 
considération cède au désir de vous témoigner combien 
j'ai été sensible a l'honneur que vous m'avez fait, et com- 
bien j'ai à coeur de ne pas laisser s'effacer tout à fait de 
votre esprit les souvenirs de la bienveillance que depuis 
longtems vous avez bien voulu m'accorder. D'ailleurs, la 
lecture de ma lettre ne vous prendra pas beaucoup de 
tems, et il se peut qu'elle vous interesse en vous faisant 
connaitre l'impression que ce pays a produit sur un étran- 
ger de bonne foi dans un moment où les plus grandes 
questions qui puissent intéresser l'humanité y sont débat- 
tues avec passion et àcharnement. Quelque peu habile que 
soit un observateur, il y a toujours quelque chose de cu- 
rieux et quelquefois mème d'instructif dans l'exposition 
exacte de sa manière d'envisager les faits qui l'ont plus 
vivement frappé. 

Je ne vous parlerai pas longuement de l'ótat matóriel 
du pays. Jamais il n'a joui d'une aussi grande prospérité. 
Quoique puissent en dire quelques ignorants et passionnés 
ou des étrangers à préjugés haineux, il n'en est pas moins 
positif que les richesses de l'Angleterre ont pendant ces 
dernières dix années prodigieusement augmenté ; tout le 
prouve: la surabondance des capitaux, l'accroissement 
Constant de toutes les branchesdu revenu public; les en- 
treprises gigantesques des compagnies anonymes, les bé- 
néflces prodigieux de presque tous les manufacturiers, le 
taux élevé des salaires, enfin les embellissements et les 
améliorations de tous genres entrepris sur tous les points 
du pays et poursuivis avec une activité sans exemple. 
Une classe d'individus nombreux et respectables a seule 
le droit de se plaindre, ce sont les fermiers qui souffrent 
énormément du bas prix des córéales, tout k fait en dés- 
accord avec celui des fermages qu'ils sont obligés de payer, 
et quoique à mon avis la cause de leur détresse soit loin 
d'étre un mal pour le pays, elle ne les a pas moins ré- 



— 292 — 

duits à un ótat fàcheux et digne d'attirer l'attention. du 
Parlement. 

La seule cause réelle qui se soit opposée au développe- 
ment de la rielesse nationale, ce sont les lois sur les 
pauyres. Oes lois qui paraissent avoir été dictées par uà 
esprit fatai d'ignorance et de folie, ont cause a ce pays 
des maux incalculables, moins encore sous le rapport fi- 
nancier que sous le rapport moral. Il a fallu tout l'esprit 
d'industrie et d'entreprise qui distingue la nation anglaise, 
tous les avantages de sa position, toutes les ressources dont 
elle peut disposer et dont elle tire aussi admirable parti, 
pour l'empècher de succomber sous les funestes effets 
d'une charité corruptrice. Et sans les réformes salutaires 
introduites l'année dèrnière dans la législation sur les 
pauvres, je n'ai pas le moindre doute que cet opulent pays 
aurait péri par les excès d'une population suraboudante, 
dépravée et turbulente. Maintenant les progrès du paupé- 
risme sont arrétés, et il est permis d'expérer de voir cette 
plaie hideuse disparaitre en partie, si les sages mesures 
arrétées par le Parlement continuent à ètre exécutées 
avec la méme vigueur et la mème sagesse avec lesquelles 
elles l'ont été jusqu'à présent. L'Angleterre est dans une 
voie de progrès rapides; quel que immense que soit sa pros- 
périté, elle tend sans cesse à s'accroìtre, et je ne doute 
pas que plus (elle) avance, plus les moyens dont elle peut 
disposer pour combattre ceux qui voudraient menacer 
son existence sont grands et puissants. L'alliance de l'An- 
gleterre devient tousr les jours plus importante, et le 
poids de ses déterminations dans la baìance plus própon- 
dérant. 

D'après l'opinion que je viens de vous exprimer, vous 
voyez que je ne suis pas de ceux qui croyent que l'An- 
gleterre est hors d'état de faire la guerre et veut la paix 
à tout prix. Je crois, au contraire, que si ses intéréts réels 
et son amour propre national se trouvaient engagés dans 
quelque cause, elle serait prète à la soutenir les armes a 
la main avec plus de vigueur et de feu qu'elle n'a jamais 
déployé. Certes, la nation ne désire pas la guerre, mais 



— 293 — 
elle est loia de la craindre, et si la Russie poussait plus 
loia ses empiètements sur la Turquie, il n'y aurait qu'un 
avis pour exciter le gouvernement à contenir par la force 
cette ambitieuse puissance dans les limites raisounables. 
L'état politique du pays est bien difficile à constater 
pour un étranger qui arrive ici avec des anciennes no- 
tions sur les partis qui ne signifient plus rien. Le Reform 
Bill a complètement changé le terrain sur lequel ils com- 
battaient auparavant, leurs rangs ont óté rompus, et ils 
se sont ralliés sous des noms et des bannières différentes. 
Tout ce qu'il y avait de raisonnable dans le parti tory a 
parfaitement compris que les anciennes positions qu'ils 
défendaient avec acbarnement n'étaient plus tenables, que 
le changement qui venait de s'opérer dans le mode d'élec- 
tion devait nécessairement entrainer des changements 
analogues dans les autres parties de la Oonstitution, et 
que pour ne pas exposer l'État à de graves dangers, il 
fallait cesser de s'opposer aux réformes qui portaient sur 
des abus incontestables. Je crois que dès le jour où le 
Reform Bill a été adoptó, Peel et Wellington se sont dé- 
cidés a suivre cette nouvelle ligne politique, et à élever 
la nouvelle bannière de la réforme conservatrice. A cette 
bannière se sont successivement ralliés un nombre con- 
siderale de personnes professant des principes libéraux, 
mais qui, timides par caractère, se sont laissés effrayer 
par la rapidité du mouvement qu'ils croyaient voir impri- 
mer à l'oeuvre de la réforme, et par les prétentions exa- 
gérées et exorbitantes du parti radicai ; Peel et Wellington 
se sont bientót vus a la tète d'un parti compose de la 
grande majorité des classes ricbes et influentes du pays. 
Ce parti s'est considérablement accru depuis que Peel a 
donne de tels gages a la cause des réformes politiques, 
que quand-mème (ce que je ne crois pas) il serait de mau- 
vaise foi, il ne peut se dispenser de les soutenir. Un grand 
nombre de whigs ont abanddnnó leurs amis pour se ral- 
lier à Peel; et l'on peut presque dire que dans ce parti 
il n'y a que les grandes familles aristocratiques qui soient 
restées fidèles à l'étendard populaire. 



— 294 — 

Pour vous donner une idée de la réaction qui s'est opérée, 
je ne vous citerai que l'exemple du célèbre Hallam, le 
publiciste whig par excellence, l'intime ami du Marquis 
de Landsdowne, que j'ai rencontré l'autre jour montant 
en voiture pour aller au fond du Staffordshire donner son 
vote au candidat anti-ministériel. Les chefs whigs, aban- 
donnés de la plupart de leurs amis, se sont trouvés n'avoir 
d'autres appuis que les radicaux, et Fon peut dire avec 
vérité que le parti ministériel maintenant se compose 
d'une armée radicale, commandée par des chefs wlii^s. 

Il s'ensuit que les ministres diffèrent au fond moins de 
leurs adversaires que de ceux sur lesquels ils s'appuient, 
car il est bien positif que quant aux réformes qu'ils ont 
en vue, dont les principes sont arrétés, et dont l'exécution 
exigera peut-étre l'emploi de dix sessions parlementaires^ 
c'est à peine s'il y a une différence appréciable entre eux 
et Mr Peel. Tandis qu'il existe des dissidences protondes, 
insurmontables entre la plupart des radicaux et eux. Cet 
étrange état de choses ne saurait durer, aussi la chùte 
du ministère me parait-elle certame. Heureusement pour 
lui, il a su mettre en avant une question fort importante, 
et la résoudre d'une manière si habile, qu'il a pleinement 
satisfait les radicaux, sans donner aux torys réformateurs, 
les seuls ennemis qu'il ait à craindre, de prises bien fon- 
dées. Le bill sur les corporations pourra bien faire vivre 
le ministère pendant cette session. Moyennant un compro- 
mis avec la Chambre des pairs, ce bill passera, et l'on 
ajournera à la session prochaine la grande question de 
l'église Irlandaise. C'est alors qu'il doit nécessairement 
tomber, car l'église est décidée à ne se laisser réformer 
que par ses amis; elle consentirà à des mesures proposées 
par Sir R. P., qu'elle aurait rejetées si d'autres en avaient 
été l'auteur. Il n'y a pas de doute que Peel avait préparé 
pour la réforme de l'église Anglaise un bill qui aurait 
étonné les plus hardis réformateurs. 

La séule question qui rende réellement difficile la posi- 
tion de Sir R. Peel, c'est la question de l'Irlande; il s'est 
trop prononcé contre le principe de l'appropriation pour 



— 295 — 

pouvoir revenir sur ses pas; d'ailleurs son parti est encore 
trop fanatique pour lui permettre d'abandonner ce qu'il 
considère comme le domaine inviolable de l'église. Et ce- 
pendant c'est le seul moyen de concilier le peuple irlan- 
dais. L'appropriation du surplus du revenu de l'église an- 
glicaine, c'est l'émancipation religieuse des Catholiques ; 
elle fait disparaìtre la dernière trace de cette suprématie 
funeste dont ils ont eu tant à souffrir. Le bien matériel 
qu'ils en retireront n'est pas grand; quelques milliers de 
livres sterling, mais ce sera pour eux un grand pas de 
fait vers le but où ils doivent tendre, et qu'ils atteindront 
tòt oii tard; la reconnaissance de l'Irlande comme une 
province catholique de la Grande Bretagne. Il est difficile 
de prévoir comment cette question d'une si haute impor- 
tance sera résolue soit par ces ministres, soit par leurs 
successeurs. Ce dont je ne doute pas c'est qu'elle est la 
seule cause qui tient Mr Peel éloigné des affaires et qui 
empèche la formation d'un ministère qui róunirait toutes 
les nuances des opinions réformistes, mais raisonnables, 
et qui aurait devant lui une longue et belle carrière à 
parcourir. 

Je voudrais avoir assez de talent pour vous peindre avec 
exactitude l'état moral du pays, car de tous les sujets que 
je pourrais traiter dans cette lettre, c'est certes le plus 
interessane Mais en essayant une oeuvre au dessus de mes 
forces, je crains de vous lasser sans profit. Pour ne pas 
abuser de votre patience et ne pas mettre votre indulgence 
à uno trop rude épreuve, je me bornerai à vous tracer 
les traits qui m'ont (le) plus frappé. 

Il est facile de s'apercevoir d'abord que les classes su- 
périeures sont effrayées des dangers de la démocratie et 
des violences du radicalisme. Elles tàchent de dissimuler 
ce sentiment peu généreux, il perce de toute part. Il s'est 
opere une assez grande fusion entre les différentes nuances 
de Taristocratie, et elle offre maintenant jusqu'à un cer- 
tain point un corps compacte à l'ennemi. Oependant je 
ne crois pas que l'état des choses justifie ces craintes 
excessives. Les radicaux, il est vrai, sont violents, et leurs 



— 296 — 
prétentions sont souvent insensees, mais, en réalité, je 
pense qu'il y a plus de violence dans leurs paroles que 
dans leurs pensées. La grande majorité des classes moyen- 
nes ont le trouble, la perturbation, le désordre ea hor- 
reur, et elles abandonneraiént tout à fait l'étendard radicai 
le joùr où elles verraient y poindre les couleurs révolu- 
tionnaires. Il y a trop de monde interesse au maintien 
de la tranquillité et de la stabilite pour qu'on ait riea à 
craindre des tentatives de bouleversement. L'elite mème 
des classes ouvrières est anti-róvolutionnaire, elles ne dé- 
sirent pas le bouleversement d'une socióté dans laquelle 
elles occupent une place honorable. Les pauvres, les men- 
diants, le mob, seules classes vraiment à craindre, sont 
trop démoralisées pour pouvoir ètre dangereuses. Quelques 
centaines de policemen mettraient en fuite des bataillons 
de ces gens là. L'activité generale laisse peu de tems aux 
ouvriers pour se livrer a des agitations politiques, et il 
n'y a pas trace maintenant de mécontentement populaire. 
Ces fameuses Unions qui nous effrayent tant sur le con- 
tinent, elles sont dissoutes, il n'en reste plus trace. La 
tentative que la grande Union de Londres a faite l'année 
passée de prendre une couleur politique, les a perdues 
dans l'opinion du pays. Mon opinion bien positive est donc 
que l'Angleterre est loin d'étre menacée par la tempète 
révolutionnaire, quoiqu'elle doive subir par l'effet du tems, 
comme toutes les autres nations, une longue et pénible 
transformation sociale. 

Je suis effrayé de la longueur de ma lettre. Me pardon- 
nerez-vous mon indiscrétion ? Je m'en flatte en pensant à 
l'indulgente bonté que vous m'avez toujours témoignée. 

Veuillez, monsieur le Baron, présenter a Mme de Barante 
mes hommages respectueux et agréer l'expression sincère 
de mes sentiments de profond respect et haute considé- 
ration avec lesquels j'ai l'honneur d'étre votre très humble 
et très obéissant serviteur. 



— 297 — 



XIV. 



Al signob F. M. L. Na ville de Chateauvieux 

Ginevra. 

(Juillet 1835) 

...Il faut que vous sachiez d'abord que je suis devenu 
agriculteur pour tout de bon; c'est maintenant mon état. 
A mon retour d'Angle terre, j'ai trouve mon pére dófiniti- 
vement engagé dans les affaires publiques et ne pouvant 
plus par conséquent vaquer aux siennes; il m'a propose 
de m'en charger et j'ai accepté avec empressement, car 
lorsqu'on a entrepris de faire valoir soi-méme toutes ses 
terres, il y va de sa fortune à ne pas en soigner l'admi- 
nistration. Les occupations que j'ai entreprises d'abord 
par raison, je les suis maintenant par goùt; peu à peu je 
me suis attaché aux travaux agricoles et ce ne serait pas 
sans un vif chagrin que je me verrais obligé d'y renoncer. 
Mais je puis ètre tranquille à cet égard; rien ne viendra 
me troubler dans la carrière que j'ai entreprise. Quand 
je conserverais encore le mème goùt pour la politique que 
j'avais il y a quelques années, il me serait impossible de 
me méler d'une manière active des affaires publiques sous 
un gouvernement dont mes opinions et mes circonstances 
personnelles m'éloignent également. Quelque modéré, quel- 
que juste-milieu que je suis devenu, je suis bien loin encore 
de pouvoir approuver le système tenu chez nous. Ainsi 
donc, la necessitò aussi bien que mon goùt me fixent désor- 
mais aux occupations agricoles, qui me sufflront certai- 
nement pour employer mes facultés intellectuelles et sa- 
tisfare au besoin que tout homme honnéte éprouve de se 
rendre utile à la socióté dont il fait partie 



— 298 — 



XV. 



Al pbof. Augusto db La Kivb 

Ginevra. 

(1836) 

j'ai sur les bras de très vastes exploitations agri- 

coles à diriger, ce qui me prend beaucoup de tems et me 
donne assez de soucis. D'ailleurs, comme il est naturel à 
lliomme de ne pas se contenter de ce qu'il est stricte- 
ment obligé à faire, je me suis laissé entrainer peu à peu 
par le goùt de Tagriculture, et maintenant je suis en train 
de faire de grandes spéculations champètres; et, comme 
il ne s'agit pas d'accroitre le superflu, mais de conserver 
le nécessaire, je suis obligé de mettre beaucoup de soin 
aux opérations que j'ai entreprises et d'y consacrer un 
tems que je préfèrerais consacrer à des travaux purement 
intellectuels 



XVI. 

ALLO STBSBO. 

(Turin, 30 novembre 1835) 

Mon cher Auguste, 

La demande que vous m'adressez dans votre dernière 
lettre est trop flatteuse pour que vous ayez pu douter 
que je Taccueillisse avec reconnaissance et avec empres- 
sement. Je crains seulement que votre partialité comme 
parent et comme ami ne vous ait aveuglé en la faisant. 
Car de quelque dose d'amour propre et de vanite que je 
sois dotò, je comprends fort bien que ma place n'est pas 
au milieu des illustres collaborateurs que vous avez réu- 
nis, les Rossi, les Naville, etc, et que, pour un homme qui 
ne s'est jamais hasardé dans le carrière d'écrivain, il y 



— 299 — 
a de la témérité à s'embarquer dans une telle entreprise. 
Néanmoins, commo il y aura certainement un grand profit 
pour moi à travailler ainsi, et que je suis assuré, sinon 
de la faveur du public, du moins de votre indulgence, je 
vous promets de mettre toutes mes facultés et tous mes 
moyens à votre disposition. Si j'accepte vos propositions 
avec tant de hardiesse, c'est que je suis sur du concours 
de mon frère, qui s'associera a tous les travaux que j'en- 
treprendrai et qui m'aidera à faire de la besogne un peu 
plus présentable que celle que je pour rais faire avec mes 
propres forces livrées à elles-mémes. 

Aprés cette protestation de dévouement absolu, il faut 

cependant que je vous trace les limites dans lesquelles 

vous pourriez l'employer ; il serait inutile de rien deman- 

der au delà, car je m'en vais vous dire en sincèri té ce 

que je peux faire et ce que je ne saurais mème*pas tenter. 

D'abord n'attendez de moi aucun article dans lequel 

il faille une dépense quelconque d'imagination. Chez moi 

la folle du logis est une vieille paresseuse que j'ai beau 

exciter, elle ne se met jamais en mouvement. Ainsi donc 

je ne puis vous faire aucune relation tirée de mon voyage, 

oar il faudrait, pour amener quelques-unes des remar- 

ques et des observations que j'ai pu faire, broder un fond 

quelconque, et je ne saurais jamais y pervenir. Imaginez 

que je n'ai jamais pu parvenir à composer le conte le plus 

simple pour amuser mon neveu, quoique je l'aie essayó 

bien des fois. Je me restreins donc aux matières de pur 

raisonnement, et quant à celles-là, je dois vous dire qu'il 

y en a une infinite que je ne saurais traiter, attendu que 

mon éducation littéraire a été singulièrement négligée 

sous certains rapports. De toutes les sciences morales il 

n'y en a qu'une que j'aie étudiée à fond, c'est l'economie 

politique, et je crains bien que, quant à celle-là, vous 

n'ayez déjà vos magasins encombrés d'articles. Si vous 

ouvrez le champ aux deux doctrines qui ont d'illustres 

représentants à Genève, vous n'aurez cortes pas assez de 

vos quinze feuilles mensuelles pour recueillir les argu- 

ments d'une inépuisable controverse. 



— 300 — 

Il est cependant un sujet qui a été plus spécialement 
l'objet de mes recherches, surtout dans mon dernier voyage; 
c'est la grande questioa du paupérisme que j'ai beaucoup 
étudiée en Angleterre. Avant de partir de Turin l'année 
dernière, j'ai publié, à la requéte du ministre, un extrait 
du rapport des commissaires chargés par le gouvernement 
Anglais de faire une enquéte sur l'état des pauvres et de 
proposer une nouvelle loi à leur égard. Depuis lors je 
n'ai plus perdu de vue cette question. A Londres je me 
suis trouvé en rapport avec toutes les personnes qui s'en 
sont plus spécialement occupóes, et maintenant encore je 
conserve quelques relations avec elles. Si une suite d'ar- 
ticles sur cette matière vous paraissait pouvoir trouver 
place dans votre Revue, vous n'avez qu'à me le fairé sa- 
voir, et je me mettrai de suite a rassembler les maté- 
riaux que je possedè et à commencer un travail qui me 
trotto dans Ja téte depuis longtems. Je crains seulement 
que cette matière ne doive déjà ótre traitóe dans votre 
journal par le savant Mr Naville, que je sais travailler a 
un grand ouvrage qui s'y rapporto. Dites moi franchement 
votre avis, car je n'y mets nul amour propre. 

Je dois aussi vous avertir que j'ai moins de tems à ma 
disposition que vous ne pourriez le croire 

XVII. 

ALLO STESSO. 
(Turin, 21 mai 1*36) 

...Je voudrais bien pouvoir coopèrer a votre oeuvre, mais, 
en vèr ite, je doute chaque jour davantage de mes forces. 
Comment oser me hasarder à traiter les grandes questions 
de l'economie politique, lorsque le logicien Cherbuliez et 
l'éloquent Sismondi se sont emparés du terrain. Je vous 
dirai d'ailleurs que j'ai été arrété dans mon travail au 
sujet du paupérisme en Angleterre par l'article que j'ai 
lu dans la Revue de février sur la charité legale. Mes vues 



— 301 — 

sur ce sujet important diffèrent en plusieurs points essen- 
tiels de celles contenues dans le livre de Mr Naville (1), 
et encore plus de celles de son panégyriste. Si je finissais 
mon article, je serais obligé de combattre une partie des 
doctrines que votre journal a émises, et il me parait dó- 
placé d'établir une polémique qui pourrait indisposer quel- 
ques-uns de vos collaborateurs inflnement plus utiles que 
moi k la réussite de votre entreprise. Ne pouvant traiter 
le sujet des pauvres qui m'était familier, je me creuserai 
la tète pour en trouver un autre sur lequel je puisse exer- 
cer ma piume à votre profit 

XVIIL 

ALLO STESSO, 
(Turm, mai 18S6) 

...Je suis presque entièrement .absorbé par mes occupa- 
tions agricoles; j'ai entrepris de vastes spéculations, qui 
exigent de grands soins et une surveillance de tous les 
instants. En agriculture il n'y a de bonnes affaires que 
celles qu'on peut diriger soi-méme; lorsqu'on se décide a 
le faire, on se trouve enveloppé dans une multitude de dé- 
tails qui absorbent un tems infini. Je ne regrette pas cette 
carrière que je viens d'entreprendre; il en est des plus 
brillantes «ans doute, mais dans ma position il n'y en a 
aucune qui me convint mieux 

XIX. 

ALLO STBSSO. 

(1836) 

Je vous dirai que j'ai été choqué d'un certain article 

sur le conte Anterne, où les Anglais sont tournés en ri- 
dicule à la manière des auteurs du boulevard, et où le sei 



(l) De la Charitt legale, de eee effeU et ses causes et apéeialement des mattona de 
travail et de la proscription de la Mendicità, par F. - M. L. Naville. 



— 302 — 
comique consiste entièrement dans la prononciation dé- 
fectueuse d'un Lord imaginaire. Cet article contraste désa- 
gréablement avec le ton grave et mesuró qui règne dans 
tous les autres numéros de la BìMìothèque, et lui fait le 
plus grand tort (1) 

XX. 

Al pbof. Michele Fbreucci < 2 > 

Bologna. 

(Leri, agosto 1836) 

Ill. mo signor Professore, 

Troppo gentili e non meritate sono le espressioni che 
ella usa a mio riguardo. Io non ho nessun titolo a quei 
sensi di riconoscenza ch'ella mi esterna: nell'adoperarmi 



(1) L'articolo intitolato: Le col d'Anterne e firmato E. T. (Tòpffer), fu pubbli- 
cato nel fascicolo del maggio 1836. Conteneva fra gli altri il seguente episodio: 

u ... Milord et sa Alle cheminaient sans mot dire, lorsque le guide, qui con dui- 
sait à la main le mulet de la jeune Miss s'étant arrotò pour lui montrer quelque 
chose, il s'ensuivit une sorte d'altercation. 

« Il faut savoir que les guide», en cet endroit, montrent au voyageur une tache, 
de couleur ferrugineuse, qui se voit à une grande hauteur contro la paroi des Fiz. 
118 appellent cette tache VHomme de Fiz, parce qu'ils prétendent qu'elle a la 
forme et l'aspect d'une culotte jaune, tandis que tout autour, d'autres apparences 
complètent, selon eux, la figure du géant. C'est cette curiosité que le guide indi* 
quait du doigt & la jeune Miss; mais pour lui montrer l'homme, il lui désignait 
la culotte. L'on sait tout ce que ce mot a d'inconvenant pour des oreilles anglaises: 
aussi une expression de haute pruderie se peignit-elle sur le visage de la jeune 
personne, tandis que Milord laissait voir sur le sien les signes de la plus comique 
indignation. 

u — lei en haut, à gauche, répétait le guide, une culotte jaune? 

u — Je défendé vos, guide, de dire cette motel 

u — C'est que Monsieur ne la voit pas. Tenez, juste au bout de mon bàton 

une culotte jaune? 

u lei la jéune Miss redoubla de pudiqne malaise, et Milord outró de cette reci- 
dive: Vos été iune malproper, Monsieur I j'avé dite à vos de ne pas prononoer 
cette sale mote. Je payó vos d'avoir de l'obédience ! (à sa fille) Piqué la miulette, 
Clara, n 

(2) Illustre latinista, nato a Lugo il 29 settembre 1801, e morto in Pisa il 27 di- 
cembre 1881. Nominato nel 1827 professore sostituito di arte oratoria e poetica 
latina e italiana nell'Università di Bologna con futura successione, nel 1836, 
per le idee liberali manifestate nel 1831, e che stimava avere espiate con la so- 
spensione dall'ufficio inflittagli per qualche mese, si vide escluso dal succedere 
nella cattedra d'archeologia allo Schiassi, suo prediletto maestro e benefattore; 
che allora appunto per favorirlo aveva ohiesta ed ottenuta la giubilazione. Il 
Ferrucci determinò di accettare senz'altro la cattedra di letteratura latina nel- 
l'Accademia di Ginevra, ove insegnò sino al 1814. 



— 303 — 

eoa ogni mezzo in mio potere ad assicurare la sua no- 
mina, le assicuro avere. avuto in vista non meno il van- 
taggio che sarebbe per derivarne alla città di Ginevra, cui 
io considero come una seconda patria, che il piacere di 
far rendere giustizia ai meriti d'un mio concittadino, che 
venivano indegnamente negletti nella poco fortunata no- 
stra patria. Ma se non mi è possibile l'accettare proteste 
di una non meritata riconoscenza, mi sta a cuore l'ottenere 
in cambio sensi di amicizia ed affezione cui mi lusingo di 
vedere sviluppati e cementati da una conoscenza più in- 
tima. 

Quando la sua nomina fu assicurata, il De La Rive, che 
più d'ogni altro vi aveva contribuito, mi scrisse onde le 
facessi tenere alcuni avvisi sul modo di condursi nelle 
circostanze presenti: mi affrettai di comunicare questa 
sua lettera al nostro Boucheron (1), che per certo gliene 
avrà fatto conoscere il contenuto. Non le ripeterò alcuno 
dei suggerimenti del De La Rive, solo le farò osservare 
che esso non solo, ma anche tutti quelli che si sono im- 
pegnati in suo favore, e nominatamente il signor Boissier, 
decano della facoltà, insistono fortemente onde ella lavori 
a mettersi in istato di parlare il francese con tanta faci- 
lità quanto l'italiano, cosa ch'ella non durerà fatica ad 
acquistare. 

Conoscendo a fondo la società ginevrina, dovrei darle 
qualche nozione sui principali personaggi con cui ella avrà 
a trattare ; ma sarebbe troppo a lungo il farlo in questa 
lettera e mi riservo di metterla a viva voce, quando pas- 
serà da Torino, al fatto di quanto le importa però di co- 
noscere. Intanto mi restringo a dirle, che arrivando a 
Ginevra appoggiato al signor De La Rive ed al pastore 
Munier, ella non ha da temere di far cattiva strada. Questi 
due chiarissimi individui sono le persone le più fatte per 
darle il migliore indirizzo per il modo di condursi nella 
nuova sua carriera. Io ho nel loro senno e nei loro lumi 



(1) Altro illastre latinista, nato in Torino il 28 aprile 1773 e morto il 16 mano 
1838. Dal 1814 era professore di eloquenza greca e latina nel Begio Ateneo torinese. 



— 304— 

la più intera confidenza. Al suo arrivo a Ginevra, ella 
andrà a trovare il De La Rive, che subito le farà cono- 
scere tutte le persone con cui ella sarà chiamata a vi- 
vere e le darà quelle norme di condotta che la prego di 
considerare come sicurissime. Ella troverà in questo mio 
cugino e nella sua famiglia un'accoglienza che le farà 
dimenticare dal primo giorno d'essere su d'una terra stra- 
niera. 

Non si spaventi sulla carezza del vivere a Ginevra. Le 
cose di lusso e d'apparato sono care assai: ma si può vi- 
vere con decoro senza grandi spese. Il vitto e l'alloggio 
sono forse più cari che in Italia, ma il vestirsi e le der- 
rate coloniali sono a vilissimo prezzo, stante l'assoluta 
franchigia di cui gode la repubblica. Le assicuro che il 
prodotto della sua cattedra universitaria, che ascende a 
quattromila franchi di Francia, basta per assicurarle una 
esistenza piacevole ed onesta. D'altronde, come mi scrisse 
De La Rive, ella potrà, col dare dei corsi e lavorare ad 
uno o due giornali letterari che si pubblicano a Ginevra, 
guadagnarsi una egual somma. È pur certo che nella 
nuova sua patria, la signora sua moglie troverà ad impie- 
gare utilmente quelle singolari sue doti, di cui sento che 
essa è sì copiosamente fornita. In ogni modo non dubito 
che in poco tempo ella si assicurerà a Ginevra una esi- 
stenza tale da poter vivere con un convenevole decoro ed 
assicurare la sorte futura dei suoi fanciulli. 

Scriverò pel prossimo corriere al De La Rive, onde si 
occupi di far preparare un alloggio per lei e la sua fami- 
glia. Egli eseguirà con tanto maggior piacere questa com- 
missione, che già si era spontaneamente esibito di fare i 
preparativi necessari al suo stabilimento in Ginevra. 

Spero che non andrà molto prima ch'io abbia il piacere 
di far la sua personale conoscenza. Il Boucheron mi ha 
assicurato di farmi sapere al giusto il giorno del suo ar- 
rivo in Torino: non mancherò di trovarmici per assicu- 
rarla di viva voce dei miei sensi di stima e devozione e 
presentare alla sua signora moglie i miei distinti ossequii. 
Gradisca intanto l'assicurazione della mia considerazione 
affettuosa, colla quale sono, ecc. 



305 — 



XXI. 



Ài PBOF. ÀUGU8TO DB Là RlVB 

Ginevra. 

(Santena, 4 septerabre 1836). 

...Je suis dans les grandes spéculations, j'ai acheté une 
▼aste terre dans les rizières. Je crois avoir fait une excel- 
lente affaire; il me manque seulement l'argent pour la 
payer; à cela près elle doit me donner un bénéfice su- 
perbe. Je ne sais pas faire les choses à demi, une fois lance 
dans les affaires, je m'y suis donne tout entier. J'y suis 
d'ailleurs force par ma position : je suis cadet ce qui veut 
dire beaucoup dans un pays aristocratiquement constitué : 
il faut que je me crée un sort à la sueur de mon front. 
Il vous fait bon à vous autres richards qui avez des mil- 
lions a foison de vous occuper de sciences et de théories ; 
nous autres pauvres diables de cadets, il nous faut suer 
sang et eau avant d'avoir acquis un peu d'indépendance... 



XXII. 

Al babonb Pbospbbo db Basante (Ambasciatore di Francia) 

Pietroburgo. 

(Paris, 23 juillet 1837) 

Monsieur V Arribassadeur , 

Je ne doutais pas, Monsieur, que vous auriez pris part 
à la perte douloureuse qu'a fait ma famille, mais il m'a 
été bien doux d'en recevoir une preuve aussi touchante 
que celle que vous m'avez donnée dans votre lettre du mois 
de mai dernier. La bienveillance et l'amitié dont vous 
m'avez honoró pendant votre séjour à Turin, sont un des 
souvenirs les plus précieux de ma vie; je suis bien heu- 
reux que ce que vous me dites d'affectueux me permette 

SO — Voi. I. LttUf di' 0. Cavour. 



— 306 — 
de penser que vous conservez encore pour moi ces mémes 
sentimento; si je l'avais osé, plus d'une fois j'aurais pris 
la liberto de vous écrire, mais la crainte de vous impor- 
tuner au milieu de tant d'affaires et de soins si impor- 
tante, m'ont toujours empéché de le faire. J'ai été ainsi 
róduit à n'obtenir qu'indirectement, pendant les deux an- 
nées qui viennent de s'ócouler, de vos nouvelles et de 
celles de votre famille, à laquelle, Monsieur, je vous prie 
de croire, que je demeure et demeurerai toujours attaché 
par les liens de raffection et de la reconnaissance. 

La mort de Mr de Tonnerre a óté pour nous tous un 
coup terrible; vous avez pu voir ce qu'il était pour ma 
famille, combien il était bon, et combien il nous aimait. 
Il a été enlevé de la manière la plus soudaine et la plus 
inattendue, rien ne pouvait nous faire prévoir un aussi 
affreux malheur; c'est au milieu de la sécurité la plus 
complète que la mort l'a frappé. La douleur de ma tante 
a été immense. Mr de Tonnerre était pour elle le but de 
sa vie, le mobile de toutes ses actions; depuis le jour de 
leur mariage, ils ne s'étaient jamais quittés,*et ils avaient 
partagé toutes leurs peines et leurs plaisirs. Sa sante a 
été fortement ébranlée, et ce n'est que depuis quelque 
tems qu'elle commence à se remettre. Ma mère et ma tante 
d'Auxers l'ont emmenée avec elles aux bains de Vaudier. 
Nous espérons que l'air vif de la montagne lui redonnera 
des forces et lui fera retrouver un peu de sommeil, que, 
depuis son malheur, elle a presque complètement perdu. 

Mr de Tonnerre a laissé à ma tante toute sa fortune. 
Ne pouvant elle méme s'occuper de ses affaires, elle m'en 
a confìé le soin, et c'est pour cela que je suis a Paris 
dans ce moment 

Je ne suis à Paris que depuis peu de jours, quoiqu'il y 
ait longtems que j'ai quitto Turin; en venant ici j'ai vi- 
site les terres que ma tante a dans le Dauphiné et la 
Franche-Gomté, ce qui m'a pris plusieurs semaines. Il y 
bien peu de monde dans ce moment à Paris, toutes les 
personnes de ma connaissance sont à la campagne, de 



— 307 — 

sorte que je ne vois que des avoués et des hommes d'affaires, 
societé peu amusante et peu instructive. 

A en juger par les apparences extórieures, jamais Paris 
n'a été plus calme, ni plus tranquille: la presse méme me 
parait assoupie; ne sachantque dire sur les affaires inté- 
rieures, elle s'acharne contre le traité du general Bugeaud, 
qui est à mon avis l'acte le plus sage qu'on ait encore 
fait en Afrique (1). L'approche des anniversaires de la re- 
volution n'émeut personne, je crois que tout se bornera 
à quelques feux d'artifices et & des fétes populaires aux 
Champs-Élisées. — Si j'ótais libre de mon tems, j'irais en 
Angleterre pour assister à la bataille électorale qui s'y 
livre dans ce moment, bataille dont l'issue peut avoir un 
immense effet sur le royaume britannique. Si ce n'ótait 
de Tlrlande, j'avoue que j'aimerais presque voir revenir 
Sir Robert Peel au pouvoir. Vous avez dù connaitre inti- 
mement Lord Durham, et savoir par lui le secret du parti 
radicai; pour moi, je n'en suis nullement effrayé, car j'ai 
une foi entière dans le bon sens du peuple Anglais et l'e- 
nergie des classes supérieures. 

Je ne vous parlerai pas de mon pays; rien n'y est 
changé depuis votre départ, c'est toujours le mème sys- 
tème de faiblesse et de colere, d'intfécision et de mauvaise 
toi. Nous n'avons pas retrograde: voilà tout ce qu'on peut 
dire de plus avantageux pour ceux qui nous gouvernent. 
Si nous avons l'enragé La Marguerite au lieu de l'inof- 
fensif La Tour, nous sommes débarrassés de l'impétueux 
Lascarène, et nous avons à sa place un honnéte homme 
qui ne fait pas servir la police à des fìns odieuses. 

Je m'apergois que le charme de m'entretenir avec vous 
m'a fait oublier que j'étais au bout de mon papier. Par- 
donnez moi de gràce mon indiscrótion et agréez l'assurance 
de mon profond respect et entier dévouement. 



U) Allude i*l trattato della Tafha, ohe Bugeaud, dopo aver battuto Abd-el-Kader 
alla Slekak, conchiuse con lui in seguito ad istruzioni avute dal maresciallo 
CUusel, ministro della guerra. Secondo quel trattato, i cui effetti disastrosi per 
U Francia non tardarono a farsi palesi, l'emiro era riconosciuto padrone assoluto 
di tre quarti dell'Algeria. 



308 — 



XXIII. 



Al bignob Nayillb db Chatbauvirux 

Ginevra. 

(1837) 

...Je vous remercie des nouvelles politiques que vous me 
donnez. Le jugement que Mr Mounier porte sur le rósultat 
des dernières élections me parait parfaitement juste. La 
Chambre actuelle est essentiellement centre gauche; celle 
de 1827 Tétait déjà. Je crois que cette nuance est celle 
de la grande majorité des opinions en France. La défaite 
des partis extrèmes prouve combien sont déjà puissantes 
les racines que la Dynastie d'Orléans a poussées dans le 
sol de la France. Les Chambres de la Restauration, celle 
de 1824 exceptóe, ont toutes contenu un nombre relative- 
ment bien plus grand d'ennemis déterminés de la branche 
ainée. Quand un pouvoir se trouve conforme aux néces- 
sités du tems, il lui faut bien peu d'années pour se con- 
solider. 

Groyez-vous que la nouvelle Chambre soit plus favora- 
ble que l'ancienne aux réformes commerciales? La Suisse 
comme le Piémont ont un bien grand intérèt à voir abais- 
ser les barrières qui entravent leur commerce avec le 
pays qui est leur principal débouché 

Depuis quelque tems on éprouve ici beaucoup plus de 
bienveillance pour la France, et l'on est dispose à aug- 
menter les rapports déjà nombreux qui existent entre les 
deux pays. Le Roi a accueilli le Due d'Aumale avec la plus 
grande satisfaction, et il a paru très satisfait de sa visite. 
Ce rapprochement peut amener des conséquences fort 
avantageuses pour nous. Car c'est de la France que doit 
nécessairement venir Timpulsion destinée à développer les 
immenses ressources inexploitées que possedè encore ce 
pays 



— 309 — 
XXIV. 

Ali MA.BOHEBE CflSABE AliFIBBI DI SOSTEGNO 

San Martino Tanaro. 

(Mardi matin, septembre 1838) 

Mon cher Cesar, 

Je m'empresse de rópondre deux mote à votre lettre de 
hier pour que vous ayez aujourd'hui méme des nouvelles 
de Juliette (1). On vous aura mandé les détails de la mort 
de cet excellent Tancrède (2). Parti en assez bon ótat de 
Verone, quoique faible, il a pris mal à Desenzano, mais 
il n'a pas voulu s'y arréter et a insisto pour aller jusqu'à 
Chiari. Il avait perdu la parole depuis longtems lorsqu'on 
l'a descendu de voiture, de manière qu'il n'a pas été pos- 
sible de Fadministrer; on lui a donne les saintes huiles 
et trois heures après son arrivée il est expiré dans les 
bras de Juliette. Les médecins qui ont fait son autopsie 
disent qu'il s'était forme un engorgement dans le canal 
alimentaire qui l'a suffoquó. Juliette a dans ces doulou- 
reuses circonstances déployé cette force d'àme qui est 
une de ses plus précieuses qualités. Elle a fait embaumer 
le corps de son mari et elle a voulu le transporter avec 
elle à Turin. A la frontière nos stupides gendarmes lui 
ont fait toutes sortes de difficultés pour laisser entrer les 
restes de son mari, qui devraient ètre sacrés à tous les 
Piémontais, car, comme vous le dites fort bien, c'était un 
grand et admirable citoyen. Enfin la pauvre Juliette a 
obtenu du gouverneur la faculté de continuer la route, 
et elle est arrivée ici avant-hier, dimanche, à 2 heures du 
matin. Sonnaz (3), qui avait été au devant d'elle l'a manquóe 
pour vouloir faire trop d'esprit en l'allant chercher à Seste, 
tandis qu'elle passait par Buffalora, de sorte qu'elle a fait 
tout le voyage seule, n'ayant pour compagnie qu'un vieux 

(1) La marchesa di Barolo. 

(2) Il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo, nato in Torino il 26 ottobre 
^82, morto in Chiari il 4 settembre 1838. 

(3) Il conte Giuseppe Maria de Gerbaix de Sonnaz, che fa poscia Gran Mastro 
d «Ha casa del Be e cavaliere della SS. Nunziata (1846). 



— 310 — 

prétre de Chiari qui priait auprès du corps de Tancrède. 
Juliette a regu dès le jour de son arrivée ses intimes; 
je l'ai trouvée bien affligée, mais dans un état d'orgasme 
qui ne permet pas encore à sa douleur de se développer 
en son entier. Le médecin lui a trouvé un peu de fièvre, 
cependant on ne peut juger de son état tant que ses nerfs 
resteront aussi tendus. Je retour nerai chez elle aujourd'hui, 
et je ne manquerai pas de lui parler de la part que vous 
prenez à son malheur et des regrets que vous donnez à 
l'excellent ami que vous avez perdu. 

On a ouvert le testament de Tancrède. Il institue sa 
femme son héritière universelle sans restriction aucune. 
Il lègue à Sonnaz et à sa femme quelques diamants de 
famille et il lui fait plusieurs legs pieux qui en totit ne 
s'élèvent pas à plus de 40,000 franos. Il laisse son ócritoire 
d'argent à Pellico en le recommandant a sa femme comme 
un de ses meilleurs amis. Je ne sais pas si cet acte a 
trompé de nombreuses espérances, mais je ne doute pas 
qu'il n'obtienne l'approbation de tous les hommes sensés, 
car quelle que soit l'opinion qu'on puisse avoir sur Ju- 
liette, on doit reconnaitre que la fortuner pour elle n'a 
jamais été qu'un moyen de faire du bien. 

Voilà, mon cher Cesar, de longs et tristes détails sur 
un évónement que nous déplorerons tous pendant long- 
tems. Peut-ètre les connaissiez-vous déjà, malgré cela ils 
ne vous ennuyeront pas, car vous devez aimer à entendre 
parler d'un homme pour lequel vous aviez autant d'estime 
que d'affection. Je regrette bien ma visite à St-Martin, 
mais ce qui est différé n'est pas perdu, et vous pouvez 
étre sur, mon cher ami, qu'à nroins d'événements extra- 
ordinaires, j'irai vous voir avant la fin de Fautomne. 

Mon frère vous dit bien de choses; il espère que vous 
aurez regu deux lettres qu'il vous a ócrites pour vous 
rendre compte de ce qui s'était passe depuis votre départ 
relativement au brephotrophe. Il n'y a plus rien ici de 
nouveau et ces messieurs, après avoir beaucoup fait les bra- 
ves en tout, attendent une réponse favorable du ministère 
qu'ils paraissaient vouloir braver. Votre affectionné ami. 



— 311 — 

XXV. 

Al conte Federigo Sclopis (Ameafe flnirik fnm il fatte) 

Tarino. 

(1889) 

Monsieur le Comte, 

Le comte Franchi m'a envoyé ce matin seulement la 
pétition que nous nous sommes chargés do prósenter au 
comte de Pralormo. Je me suis empressé de la communi- 
qner à Mr le cure de TAnnonciade (1); avant d'avoir rempli 
cette démarche, par des raisons qu'il vous sera facile d'ap- 
précier, je n'avais pas cru devoir (faire) h nous deux la 
démarche que nous devions faire auprès du ministre; c'est 
ce qui m'a empéché de vous faire connaitre plus tòt l'heure 
dont Mr le cure pouvait disposer. 

Mr Fantini ayant approuvé la rédaction de la pétition, 
nons avons été d'accord de vous proposer de nous rendre 
ensemble lundi prochain un peu avant onze heures chez 
le comte de Pralormo. Si cela vous convient, le rendez- 
vous aurait lieu à 10 3/4 sous les arcades de Pò devant la 
boutique de Maggi ou celle de Marietti. J'interpréterai 
▼otre silence comme une réponse afflrmative. 

Recevez, Monsieur le Gomte, la nouvelle assurance de 
mon respectueux dévouement. 

XXVI. 

Alla mabchesa Paolina Roussy de Sales 

Thorens-Sales. 

(Turin, 16 janrier 1840) 

Ma chère Pauline, 

Ma mère m'ayant fait connaitre le désir que Marie 
éprouvait de rendre au eulte une chapelle de Téglise de 
Salmour qui appartieni à Mr de Salmour, je me suis em- 



0) Il teologo Luigi Fantini, morto vescovo di Possano nel 1864. 



— 312 — 
presse d'entamer une négociation pour le satisfaire. Dodo 
je m'en vais vous exposer les résultats sans détour. 

Mr de Salmour tient à la chapelle en question d'a&ord 
parceque c'est la plus belle de l'église, ensuite parceque 
cette chapelle a été l'objet de plusieurs discussions entre 
lui et Mr Channaz pére qui prétendait la traverser pour 
se rendre de chez lui*à l'église et qui ont fini à son avan- 
tage. Il y attaché par là un petit intérét d'amour propre, 
qui le rend plus difficile à traiter. Enfin il faut que vous 
sachiez qu'un benèfico clérical est attaché à cette cha- 
pelle dont Salmour a le patronage, c'est à dire qu'il peut 
en investir qui il veut. 

Malgré toutes ces choses qui rendent Salmour quelque 
peu difficile, je crois que je pourrai l'amener à céder à 
Marie ce qu'elle désire, si elle consent à un lóger sacri- 
fice pécuniaire ; ce sacrifice serait de 1000 fr. à peu près, 
si Mafie se contente de la chapelle sans le patronage du 
benefico qui est attaché, et 2000 fr. si elle veut patronage 
et chapelle. Je ne vous donne pas ces chiffres comme po- 
siti fs, car Salmour n'a voulu préciser ses demandes, mais 
je crois qu'ils représentent assez exactement le prix qu'il 
attaché a la concession que Marie lui demando. J'ai exigé 
le plus profond secret sur les propositions que je lui ai 
transmìses, je peux y compter d'une manière positive. Si 
Marie m'autorise a traiter, Je pourrai passer un acte en 
son nom et je me rendrai caution des obligations pécu- 
niaires qu'elle aura contractées. De cette manière, tout 
ce qui se sera passò à cet égard sera enseveli sous le 
secret, jusqu'à ce que cela lui convienne de ìé dire. — 
Il est inutile que je vous dise avec quels sentiments nous 
avons suivi les phases de la maladie de Marie, nous vi- 
vions à Gherasco autant qu'à Turin. J'ai pour ma part 
vivement regretté que depuis la dernière visite que je 
vous ai faite, Marie n'ait plus commis de péché assez gros 
pour nécessiter une nouvelle course du pére Sagrini; tout 
jésuite qu'il est, j'aurais été heureux de l'accompagner 
pour avoir l'occasion de revoir notre chère malade. A moins 
qu'elle ne se décide à guérir parfaitement dans un bref 



— 313 — 

délai, je la supplie de se rendre coupable de quelque faute 
grave pour que je puisse aller la confessor. Si par hasard 
tous aviez vécu dans un état de sainteté moins parfait 
que Marie, adressez vous à moi pour que je vous amène 
un confesseur. Je vous amènerai qui vous voudrez, et de 
plus je vous fournirai Toccasion de faire pénitence de vos 
péchós en vous querellant comme à mon ordinaire. 

Je suis charme que vous ayez apprécié cet excellent 
docteur D'Arbesio; c'est lui qui a sauvé ma mère. Aussi 
j'ai pour lui une affection et une reconnaissance sans 
bornes. Vous l'avez trouvé un peu sanguinaire (1). C'est 
un dófaut, ma chère, dont Thomceopathie seule peut guórir 
radicalement le pays. 

Quand Marie sera d'humeur d'etitendre parler du monde 
et de ses pompes, je me ferai pour moi un vóritable bon- 
heur que de la tenir au courant de ce qui s'y passe, avec 
des commentaires de ma fagon. 

Adieu, très chère Pauline, dites bien des choses à Ohannaz 
et assurez Marie que je suis le plus attaché de ses cou- 
sins et le plus sincère de ses amis. 

(P.S.) Votre fils Eugène (2) est un excellent gargon qui 
sait déjà se tenir parfaitement bien dans le monde. Il sera 
aussi aimable que Francois. 

XXVII. (Noi itaapat» wlli l a ediiiow) 

ALLA STESSA. 
(Paris, aoùt 1840) 

Qu'avez vous pensé de mon long silence, ma chère Pau- 
line? Dans votre for intérieur, vous m'avez accuse peut- 
étre de négligence et d'oubli, sinon de pire encore. Et 

(1) Per i molti salassi ordinati. 

(2) Secondogenito della famiglia. Allievo della B. Accademia Militare di Torino, 
*e uscì col grado di luogotenente d'artiglieria. Segnai ossi per splendida bravura 
nelle campagne del 1848 e 1849. Nel 1852 fu eletto deputato del collegio di Saint- 
Julien (Savoia), ma non avendo per anco raggiunta l'età prescritta, la sua elezione 
▼enne invalidata. Bitirossi poco di poi dal servizio militare, col grado di capitano, 
lisciando vivissimo desiderio di sé in tutti i suoi superiori e compagni d'armi. 



— 314 — 
cependant je suis moins coupable que j'en ai l'air, car je 
me suis constamment occupé de vous et de vos commis- 
siona. Si je ne vous ai pas repondu plus tòt, c'est que tous 
les jours j'espérais pouvoir vous envoyer par le courrier 
du lendemain les secrets que vous m'avez demandés. Ro- 
berta devait arriver et moi j'attendais Roberts pour ne 
pas vous accabler de mes lettres. Mais que voulez-vous, 
Roberts au lieu de se rendre à vos désirs et aux miens 
a préféré rester à la campagne et jouir des charmes de 
l'esprit du vieux Talleyrand. Voyant qu'il ne venait pas, 
j'ai pris le parti de lui écrire une épitre sur la pàté et 
les pinceaux, mais j'en suis encore à attendre sa réponse, 
comme j'attendais son arrivée (1). Enfin j'ai perdu patience 
et j'ai rósolu de vous écrire quand ce ne serait que pour 
vous remercier de vos lettres et me rappeler à votre 
souvenir. 

Il y avait au reste dans vos commissions un point qui 
demandait une prompte réponse. Si je ne vous l'ai pas 
faite, c'est que j'ai pris sur moi de trancher la difficulté, 
en achetant le livre des fleurs, avec l'intention de vous 
prier de l'acce pter comme un souvenir de votre cousin 
le rustique. Votre livre a déjà pris le chemin de Turin, 
il voyage avec les fauteuils et les vases du salon de ma 
tante, vous le recevrez avant la fin de l'automne, encore 
assez à tems pour juger si les dernières fleurs de l'année 
sont fidèlement copiées de la nature. L'exemplaire que j'ai 
pris est un des quatre qui ont été coloriés par les artistes 
eux-mémes. O'est du moins ce que le marchand m'a dit, 
mais ce dont vous étos plus dans le cas de juger que moi. 

J'ai appris avec peine que les menaces de choléra vous 
ont forcèe à renoncer au voyage que vous comptiez faire 
en Lombardie; je le regrette bien pour l'aimablé Marie 
qui se promettait tant de plaisir de cette course. Dans ce 
vilain monde les contrariétés ne respectent rien, pas méme 
les désirs des jeunes et jolies personnes. 



(1) La marchesa de Roussy si dilettava molto di far miniature di messali (enlu- 
minures) a uso medio evo, e aveva dato commissioni di colori e formolo al cugino 
Camillo. Il Roberts, nominato nella Lettera, s'era fatto un nome in quell'arte. 



— 315 — 

Je ne vous parlerai pas de mon séjour à Paris. J*y ai 
été constamment occupò d'affaires peu amusantes, ce qui 
ne m'a guère permis de penser à autre chose. D'ailleurs 
a cette epoque de l'année, il n'y a rien de bien interes- 
sane ni dans le monde social, ni dans le monde politique. 
Le grand événement du moment, c'est l'ouverture du che- 
min de fer de St-Germain, spectacle nouveau et étonnant 
pour les honnétes badauds de Paris. Hier il y a eu 10,000 
voyageurs et il y en aura peut-étre davantage aujourd'hui. 
On peut dire maintenant que la forét de St-Germàin est 
dans Paris, car en effet elle est pour l'habitant du fau- 
bourg St-Honoré ou de la Chaussée. d'Antin bien plus rap- 
prochée que le jardin des Plantes. 

Les chemins de fer produiront une revolution dans le 
monde matériel, ils tiendront lieu pendant quelque tems 
aux Frangais de révolutions politiques. En effet depuis 
qu'on s'en occupe, Louis Philippe a recommencé à se pro- 
mener dans Paris, sans gardes ni escorte, et personne ne 
songe à l'assàssiner. Les Frangais ont besoin du nouveau, 
quand on leur en fournit dans l'ordre des choses physique, 
ils laissent de coté l'ordre des choses moral. 

J'ai été en correspondance aves Madame Belavau pour 
un paquet qui vous est destine. Le paquet m'a été remis 
et je J'ai acheminé vers Turin avec les livres. 

Je vous prie de dire bien des choses à Roussy, j 'espère 
qu'il aura été plus heureux que moi et que la gréle n'a 
pas ravagé Prabernasca comme elle a ravagé Grinsane. 

Mes amitiés à vos enfants et croyez à mon bien sincère 
dóvouement. 

(P.S) Je crois devoir pour justifler mes assertions de 
l'autre jour, vous transcrire la phrase suivante que j'ai 
trouvée dans la Oazette de France: 

« Les deux oppositions n'en font plus qu'une aujourd'hui, 
et les cinq députés róélus pourraient s'asseoir à gauche, 
sans que personne en France y vit une contradiction. » 

Après cela j'espère que ni ma tante ni vous ne m'accu- 
serez plus d'avoir des opinions trop avancées, car je dé- 
clare étre tout à iait dépassé par vos amis. 



— 316 — 



XXVII <"■>. 



Alla marchesa Mabia db Chanaz db Boussy 

Salmour. 

(Paris, 1840) 

Ma chère Cousine, 

Vous m'en voudrez" peut-étre de ne pas avoir rópondu 
plus tòt à l'aimable billet que vous m'avez écrit le moia 
dernier. Vous me pardonnerez, je l'espère, lorsque vous 
saurez qu'il ne m'est parvenu que fort tard, mes plans 
de voyage ayant óté successivement contrariós par une 
suite de circonstances qui m'ont retenu longtems en route. 
Je tenais d'ailleurs à vous rendre compte de la commis- 
sion dont vous avez bien voulu me charger. Il me fallait 
pour cela avoir une entrevue avec Mr Roberts, chose qui 
n'est pas très facile, attendu ses nombreuses occupations. 
Enfin j'ai vu Mr Roberts, il est venu chez moi et j'ai été 
visiter son atelier. Il m'a remis les deux exemplaires de 
son livre de prières, et, qui plus est, il m'a enseigné une 
nouvelle méthode pour dorer en relief, infiniment plus 
expéditive et plus parfaite que celle jusqu'ici pratiquée. 
En honneur de vous j'ai pris une legon en toute règie, et 
pour la première fois de ma vie j'ai manie le brunissoir. 
Je vous apporte tout ce qu'il faut pour appliquer la 
nouvelle méthode qui n'exige que bien peu d'ingródient. 
Le secret consiste dans une pàté qu'on fabrique & Lon- 
dres, et qui s'applique sur le papier à l'aide d'un pinceau 
flnement taillé. Ce n'est rien, c'est si simple que je crois 
que je pourrai moi-mème faire des lettres dorées tout 
comme un autre. 

Les enluminures sont plus que jamais à la mode, elles 
font rage surtout dans le faubourg Saint-Germain. Une 
dame qui se respecte doit nécessairement (avoir) un livre 
de prières ou autre avec des figures coloriées. On en met 
dans les corbeilles de mariage et ce sont les càdeaux du 
jour de l'an les plus estimés. Votre mère et vous (vous) 



— 317 — 
avez pressenti et devine la mode, c'est le propre des per- 
sonnes douées d'un tact fin et d'un goùt exquis. 

Je passerai encore quelques jours ici, vous pourrez me 
transmettre vos commissions, si vous en avez quelques- 
unes à faire exécuter à Paris. Vous ne me chargerez de 
rien pour l'incomparable Baudran, car vous préférez ses 
oeuvres lorsqu'elles vous arrivent par l'entremise de MUe 
Olarence. Il y a de grandes nouveautés en fait de soieries, 
les étoffes de cet hiver éclipseront en richesse et en bril- 
lant ce qu'on a vu jusqu'à présent. Les modes ne sont 
pas encore connues ; mais on les pressent en pergant les 
mystères qui sont cachés dans les fonds des magasins des 
Dedille, des Baudran, des Gagelin. 

Si j'ótais en Piémont, j'irais certainement vous voir à 
Salmour. Ma visite aurait, j'espère, un motif beaucoup plus 
agréable que celui qui m'a amene à Oherasco l'année 
passée (1). Malgré la prédilection que vous me connaissez 
pour le docteur Silvan, je me consolerai fort bien de ne 
pas le voir, je vous assure. Je préfère vous trouver en 
sante à la société de tous les médecins du monde, pour 
lesquels je n'ai ni goùt ni confiance. La distraction, une 
vie douce et agréable sont pour vous le raeilleur regime. 
Je pense qu'avec de telles recettes je serai bien accueilli 
par vous. 

Paites mes amitiés à Edouard et croyez à tout mon dé- 
vouement. 

XXVIII. 

Al conte Federigo Sclopis (Amato GeienU pretto il Sciato) 

Torino. 

(Turin, 25 mai 1841) 

Monsiéur le Comte, 

Le malheur qui vous a empèchó d'assister hier à la 
réunion de la Société des Salles d'asile, a augmenté chez 
mes collègues et moi les regrets que votre absence nous 



(1) Quando la marchesa di Chanaz era gravemente inferma. V. la Leti. XXVI. 



— 318 — 

a fait éprouver. Pendant que vous vous occupiez à faire 
le bien, le ciel vous a frappé dans vos plus chères affec- 
tions (1). Puisse l'idée consolante des succès de vos ef- 
forts adoucir l'amertume de la douleur que vous éprouvez 
dans ce moment. La Société en masse a approuvé avec 
empressement le projet que la Direction lui a présente en 
votre nom. Elle a décide qu'une Gommission serait chargée 
de dóvelopper les principes qu'il contient et de le lui sou- 
mettre de nouveau dans une forme qui en permette l'ap- 
plication immediate. 

Cette Oommission se compose d'abord de vous, Monsieur 
le Comte, ensuite de Mes. l'abbé Botto, avocat Sineo et 
Valerio. Il a été convenu que cette Oommission s'enten- 
drait dans les travaux avec la Direction de la Société. 
Mes collègues et moi nous sommes à vos ordres; dès que 
vous le pourrez, vous nous réunirez et nous commence- 
rons sous vos auspices un travail qui aura, j'ose Tespérer, 
d'heureux résultats pour Tinstruction, la moralité et le 
perfectionnement de nos concitoyens. 

Recevez, Monsieur le Oomte, la nouvelle assurance de 
mon respectueux dévouement. 



XXIX. 

Al signor Na ville db Chateauvieux 

Ginevra. 

(Tnrin, jnillet 1841) 

...Nous avons eu une petite crise ministérielle : malheu- 
reusement elle n'est pas encore finie. Le ministre de l'in- 
térieur, le comte de Pralormo, s'est retiré à la suite d'une 
lutte violente avec le parti congréganiste, qui depuis 
longtems lui faisait une guerre à mort. Le Roi l'a aban- 
donné dans une question grave, et il a cru de sa dignità 
de donner sa démission. Dans les circonstances actuelles, 



(l) Alludo alla morte repentina del oav. Antonio Arogadro, suocero dello Sclopii. 



— 319 — 
sa retraite a été un malheur pour le pays. Quoiqu'il eùt 
des défauts, et que ses manières fussont un peu brutales, 
c'était un parfait honnéte homme, aimant le bien pour le - 
bien, administrant dans l'intérét du pays et non dans l'in- 
térét d'une secte ou d'un parti. Il résistait avec la plus 
louable energie à l'esprit envahissant du parti prétre, mal- 
heureusement fornente par les dispositions particuliòres 
du Roi. La Congrégation s'est excessivement remuée pour 
faire choisir son successeur parmi ses adeptes; un moment 
tout le monde a cru qu elle avait réussi, et que le comte 
de Collegno, le plus fanatique et le plus obscurantiste des 
congréganistes était ministre. Heureusement la sagesse 
du Roi nous a préservés de cet affreux malheur, car, je 
vous le dis sans exagération, la nomination de Mr de Gol- 
legno aurait excité dans le pays plus de mécontentement 
que la nomination de Polignac n'en a excité dans la France 
en 1829. Mais jusqu'à présent le successeur de Pralormo 
n'est pas nommé. Le comte Gallina, ministre des .finances, 
tient le portefeuille par interim. O'est un homme sage et 
éclairé; c'est à ses remontrances que nous devons d'étre 
préservés de Collegno; mais il n'a pas pu déterminer le 
Roi à faire tomber son choix sur un homme de la méme 
couleur que Pralormo. Le comte Gallina porte de toutes 
ses forces au pouvoir Cesar Alfieri. La nomination serait 
applaudie par tous les gens sages, raisonnables, amis de 
leur pays et désireux de conserver la paix intérieure en 
donnant à l'opinion publique les satisfactions qu'on peut 
lui accorder sans danger. Je vous dirai que pour mon compte 
je désire vivement de voir Cesar Alfieri au pouvoir, car, 
intimement lié avec lui, je suis à méme d'apprécier tout 
le bien qu'il peut faire au pays. Dans notre pays la posi- 
tion sociale peut beaucoup, et un ministre grand seigneur 
est toujours plus puissant que celui qui n'a d'autres appuis 
que sa place et ses talents 



— 320 — 



XXIX <"•) (Noi stampata sella 1 ' «diiitie). 

Ali NOBIL UOMO IL BIG. CAV. MAUBIZIO FABINA 

Bivarolo Canavese. 

(Torino, 7 mano 1842) 

Il sottoscritto si fa un piacere di mandare al sig. Giu- 
seppe Chiesa il saldo dello stipendio che il reverendo Isti- 
tuto di Rivarolo somministra alla Società delle Scuole in- 
fantili (1); ma nel compiere questa incombenza non può 
a meno di osservare al preg.mo sig. cavaliere Farina che 
la somma fissata dall'Amministrazione rivarolese per lo 
mantenimento delle maestre è affatto insufficiente a pro- 
curarle^un conveniente mantenimento. Troppo grave pare 
al sottoscritto che le maestre (in) Torino abbiano a con- 
tentarsi della sola metà della somma che gli viene corri- 
sposta. E quantunque quelle sante figliuole non abbiano 
mai fatto sentire alla Direzione nessuna lagnanza, esso, 
sia per propria esperienza, sia per relazione dei signori 
medici, è convinto che a mantenere le loro forze onde 
possano disimpegnare l'ardua impresa che è loro affidata 
sarebbe necessarissimo l'aumentare il loro mensile asse- 
gnamento di lire 25 almeno. 

Il sottoscritto coglie con premura là circostanza di rin- 
novare al cav. Farina i suoi sensi di predistinta stima e 
devozione. 



(1) Il re Carlo Alberto, nel concedere la facoltà di istituire scuole infantili in 
Torino, aveva imposto l'obbligo alla Società promotrice, elettasi per tal fine, di 
affidare alle monache la custodia e l'educazione dei bambini. Perciò la Società 
ora detta, di cui faceva parte, come narrammo a suo luogo, il conte Camillo Ca- 
vour, s'indirizzò al socio Maurizio Farina, fondatore e ispettore dell'Asilo infantila 
di Bivarolo, e ottenne da luì che venissero inviate alla nascente scuola infantila 
in Torino alcune fra le monache addette al menzionato Asilo, già esperte nell'a- 
dempimento del loro delicato ufficio. La presente Lettera fu scritta dal conte di 
Cavour nella sua qualità di tesoriere della Società degli Asili d'infanzia in Torino. 



321 



XXX. 

Al mabch. L. Costa db Be aure g ari) (de' Secondi Scudieri del Re) 

Chambéry* 

(Paria, 13 février 1843) 

Mon cher Arni, 

Étant venu à Paris pour quinze jours, je m'y trouve 
depuis plus de trois mois, sans mème prévoir l'epoque 
précise de mon départ. Je voulais toujours vous écrire, 
mais Tincertitude de mes projets m'en a longtems empèché; 
enfln je me décide a vous donner de mes nouvelles et à 
vous demander des vótres. Un bel Allobroge à barbe de 
bouc, que j'ai rencontré il y a quelque tems chez Bri- 
gnolé (1), m'avait assuré que vousdeviez venir faire une 
apparition à Paris, ce qui m'avait tout console. Mais je 
crains qu'il n'ait été mal informe. 

Il me répugne à vous parler de nos affaires, je crains 
toujours de m'attirer l'annonce de quelques nouveaux dé- 
sastres. Quoi qu'il en soit, il faut bien que je vous demande 
où nous en sommes. Marchons-nous tant bien que mal? 
Tout ce que je désire c'est que nous vivions. L'avenir se 
chargera de développer les germes de prospórité que notre 
entreprise renferme. Malgré mon insouciance apparente, 
je n'ai pas tout a fait negligé nos intérèts. J'ai intrigué 
auprès des députés de la vallee du Rbóne, et j'ai tàché 
d'exciter leur zèle en faveur de la canalisation de ce 
fleuve. Enfin hier, l'un d'eux est venu me dire d'un air 
triomphant, que Mr Teste venait de se décider a présenter 
un projet pour la canalisation complète du Rhòne depuis 
son embouchure jusqu'à Genève. Le ministre a longtem» 
reculé devant l'opposition d'une portion notable du Conseil 
des ponts et chaussées, qui ayant à la téte Mr Vallèe, ne 
veut admettre la canalisation qu'autant que la Suisse li- 
vrera à la Prance la libre disposition des eaux du Lac de 



(i) Il marchese Brignole-Sale, succeduto nell'aprile 1836 al conte Paolo Fran- 
cesco di 8 al e s nella carica di ambasciatore del Be di Sardegna a Parigi. 

21 — Voi. 1. Lettere di C. Camur. 



— 322 — 
Genève. Enfin, il est passe outre, et il s'est engagé à 
presenter sa loi dans la première quinzaine de mars. 
11 ne se dissimule pas que son projet rencontrera une op- 
position formidable, excitée par les ponts et chaussées, et 
s'appuyant sur la répugnance que les députés éprouvent 
à accorder de nouveaux fonds en présence de l'enorme 
budget qu'ils doivent forcément voter. Cependant si le mi- 
nistre agit franchement, il l'emportera avec l'aide des dé- 
putés de la vallee du Rhòne qui sont nombreux, actifs et 
influents. D'ailleurs, si les dépenses sont considérables, les 
recettes augmentent dans une proportion inespérée. Si la 
paix est maintenue, dans dix ans la France sera couverte 
de routes, de railways et de canaux qui doubleront sa 
richesse actuelle et rendront léger le fardeau des dettes 
qu'elle sera obligée de contracter pour achever les grands 
travaux entrepris par son gouvernement. Aussi je regarde 
comme assurée la canalisation du Rhóne. Quand mème les 
Chambres n'accorderaient pas des fonds cette année-ci, 
elles en accorderont l'année prochaine ou dans deux ans 
lorsque l'oeuvre gigantesque des fortifications de Paris sera 
achevée. Ce n'est plus qu'une question de tems. Il (ne) 
s'agit donc pour nous que de vivre pour attendre, sans 
trop grands sacrifìces que notre chemin de fer se relie 
avec quelque chose. 

Je vous prie, mori cher Leon, de me donner des nou- 
velles de l'ami Salin que j'ai trouvé dans un bien triste 
état. Présentez mes hommages a votre excellente femme, 
que je considero comme un des fcypes de la perfection fé- 
mmine et croyez-moi à jamais votre ami dévoué. 

XXXI. 

Al pbof. Augusto de La Rive 

Ginevra. 

(Paris, 1843) 

...Si ma lettre n'était pas si longue, je vous parlerais 
de votre illustre ami Mr de Broglio que j'estime, je vènere 
et j'aime tous les jours davantage, surtout parce qu'il 



— 323 — 
montre ce que sont les Francis, lorsqu'ils.suivont une 
bonne voie. Lorsque vous m'aurez montre un Due de Bro- 
glie anglais ou allemand, je commenderai à douter de mon 
opinion sur la supériorité intellectuelle, morale et politique ' 
de la Prance, opinion qui s'enracine chaque jour davantage 
dans mon esprit 

XXX11. 

Al cav. Pietbo Debossi di Santa Rosa 

Torino. 

(Paris, 1843) 

Mon cher Ami, 

Les passions théologiques, et je dirais mème celles 

philosophiques, sont les plus àpres qui existent au monde. 
Comme on peut s'y livrer en repos de conscience elles ne 
sont combattués, retenues par aucun des bons sentiments 
qui dans les àmes bien faites s'opposent au développement 
des passions que la conscience réprouve 

Hélas, mon cher ami, combieh l'esprit de parti nous 
aveugle et combien sont àpres les haines sacerdotales ! 
I/Évangile a beau prècher à toutes les pages l'amour du 
prochain, la charité ; les docteurs qui veulent s'arroger le 
monopole de son interprétation ne font aucun cas de cette 
vertu sublime lorsqu'il s'agit de leur adversaire (1). Plus 
je vis, plus je réflécliis, plus j'observe, et plus je me con- 
vaincs que rien ne saurait ètre plus funeste à la morale, 
à l'humanité, à la religion mème, que l'exagération des 
principes religieux, l'extension de l'empire que certaines 
sectes de docteurs cherchent à s'arroger sur le domaine 
de l'intelligence. Le pouvoir absolu exercé sans contróle 
est essentiellement corrupteur, soit qu'il domine le monde 
politique, soit qu'il domine le monde intellectuel. 



(1) Allude alle virulenti polemiche dell'abate Gioberti contro Vittorio Coutin. 



— 324 — 

Je voudrai8 que les rendit indulgente pour ceux qui, 

effrayés dea conséquences funestes des principes extrémes 
flottent incertains ontre les écueils qu'ils entrevoyent des 
deux cótés du chemin de la science, sans avoir découvert 
le moyen d'avancer en les évitant (1) 

Si j'étais liberal en 1831, je le suis encore en 1843. 

Certainement, Texpérience et l'étude ont dissipé bion des 
illusions de mon jeune àge ou modéré l'exaltation de mes 
sentiments et fait concevoir une grande indulgence pour 
les opinions différentes des miennes .et pour les systèmes 
politiques qui ne sont pas conformes à mes principes. 
Mais sur tous les points essentiels de la politique, à l'é- 
gard de toutes les grandes questions sociales, je n'ai point 
varie et je ne varierai jamais. J'étais en 1831 partisan du 
progrès modéré là où il était possible: je n'ai jamais un 
seul instant cesse d'approuver la politique de Casimir Pé- 
rier. Là où le progrès était impossible, je croyais alors 
qu'on pouvait chercher à l'obtenir par des moyens violents. 
A cet égard mes opinions se sont fort modifiées, et j'avoue 
que je suis excessivement moins dispose à sacrifier le pré- 
sent aux chances incertaines de l'avenir. Mais, à cela près, 
je ne sache pas de points importants sur lesquels il y ait 
divergence entre ma manière de voir actuelle et celle que 
j'avais à vingt ans. Sans ètre très vieux, j'ai été témoin 
de bien des évolutions opérées autour de moi. Fidèle au 
système de juste-milieu, j'ai vu plus d'une personne passer 
devant moi allant de gauche a droite et de droite à gauche. 

Nous avons mene une vie fort mondarne, mais cepen- 
dant nous avons choisi le coté du monde le plus sérieux; 
nous fréquentons beaucoup les salons politiques où domi- 
neni; de grandes célébrités, où l'on entend tous- les soirs 
Mr Pasquier, Mr Mole ou le Due de Broglie. Malgré tous 
les inconveniente du système représentatif, il à pour avan- 
tage d'exciter un gran mouvement intellectuel et de fournir 



(1) Questa prima parte della Lettera non fu stampata nella 1* edizione. 



— 325 — 

des sujets continuels de conversation. Je crois qu'il n'y a 
rien de comparable au monde, pour l'agrément, aux salons 
de Paris. C'est le seul endroit où les hommes d'État, les 
savants, les littérateurs et les gens de bonne société se 
rencontrent habituellement pour échanger leurs idées, 
leurs impressions, leurs opinions. Paris est óvidemment 
la capitale intellectuelle du monde. Le mouvement si re- 
marquable des intelligences qui avait eu lieu sous la Res- 
tauration et que la revolution de ;Juillet avait interrora- 
pue, se fait sentir de nouveau. Les esprits commencent a 
se moins préoccuper des questions politiques et tournent 
leur attention vers les hautes spéculations de la philoso- 
phie et de la science. Il y a un retour très marqué vers 
les idées religieuses et catholiques. Les professeurs hau- 
tement catholiques sont les plus suivis. Le mouvement de 
réaction n'est pas dénué d'exagération, à mon avis du 
moins: mais il n'en produit pas moins des effets salutaires: 
car évidemment la France était arrivée à un état de scep- 
ticisme des plus fàcheux. Le plus grand succès d!enseigne- 
ment du moment est certainement celui qu'obtient l'abbé 
Coeur, professeur d'éloquence sacrée à la Sorbonne. Il y a 
un tei empressement pour àller l'entendre, que, bien qu'il 
parie dans une salle qui contient plus de 200 personnes, 
il faut aller une heure d'avance si on veut avoir la chance 
d'y pénétrer. L'abbé Coeur appartient à cette nouvelle 
école catholique et démocratique qui est destinée, peut- 
ètre, à dominer le monde. Dans la première legon il a 
magnifiquement parie de la mission que le dix-neuvième 
siècle avait regu ; mission qui consiste à faire de l'intelli- 
gence une puissance politique active et à développer de 
plus en plus, dans le monda social, les grands principes 
de la fraternité et de la dignité humaine, que le Christia- 
nisme a déjà fait prévaloir dans le monde religieux. L'abbé 
Coeur a proclamé hautement, aux applaudissements de l'e- 
lite de la jeunesse, l'alliance des principes catholiques 
avec le dogme du progrès social. Pour la première foi j'ai 
entendu un prètre, interprete offlciel des doctrines de ses 
confrères, précher du haut de la chaire qu'il faut regarder 



— 326 — 
en avant et non en arrière; que s'il y a un juste, il y a 
pour le genre humain une réhabilitation qui se poursuit 
lentement, mais constamment à travers les siècles à l'aide 
de la lumière divine que le Christianisme a repandu sur 
le globe lumière qui grandit au lieu de s'affaiblir à me- 
sure qu'elle se reflète dans l'intelligence de plus en plus 
développée de l'humanité. Les doctrines de l'abbé Coeur ont 
penetrò dans mon intelligence et remué mon coeur, et le 
jour où je les verrai sincèrement et généralement adoptées 
par TÉglise, je deviendrai probablement un catholique 
aussi ardent que toi. Adieu, en voilà assez pour une lettre 
plus dogmatique qu'amusante. Ton vieil ami. 



XXXIII. 

Al signor Na ville db Chateauvieux 

Ginevra. 

(Londres, 1848) 

...J'ai peu lu les journaux frangais depuis mon départ de 
Paris, de sorte que j'ai perdu de vue la politique fran- 
gaise. Seulement j'ai vu avec une grande satisfaction le 
système d'égalité des droits adopté pour les sucres. Cette 
décision aura, je l'espère, plus de portée que Ton ne lui 
en attribue. Les monopoles sont solidaires. Dès qu'on se 
décide à sacrifier une industrie privilégiée, on porte au 
système protecteur un coup mortel. Les fabricants de su- 
cre indigène deviendront partisans de la liberté commer- 
ciale, et le précédent, établi par la Chambre des députés, 
sera invoqué avec succès dans d'autres occasions. 

La grande question européenne en ce moment, c'est la 
question commerciale. C'est du moins l'avis de tous les 
penseurs en Angleterre. Malgró la réaction en faveur du 
système protecteur qui s'est manifestée dans plusieurs 
États, je ne doute pas que la cause de la liberté ne fasse 
de progrès dans tous les esprits éclairés. En Angleterre, 
elle est complètement gagnée dans le monde intellectuel. 



— 327 — 
Il n'y a plus un homme un peu fort qui ne soit, au fond, 
pour Tabolition des tarifs protecteurs. A cet égard il n'existe 
pas de différence réelle entre sir Robert Peel et Lord 
John Russel. L'un et l'autre veulent appliquer à leur pays 
les doctrines des économistes ; seulement l'un emploie la 
ruse pour y parvenir, tandis que l'autre voudrait arri- 
ver à son but par des moyens plus francs et peut-étre 
plus violents. Les véritables tories sont furieux. Ils se 
sont apergus que Peel les jouait, mais ils ne peuvent pas 
secouer son joug, car il a su les désorganiser et les priver 
de leurs chefs naturels. Le Due de Wellington ayant adopté 
sa politique commerciale, les tories n'osent pas s'insurger; 
ils rongent leur frein et se contentent de dire des hor- 
reurs des ministres en particulier. La mort du due de 
Wellington amènerait probablement une rupture dans le 
parti tory. Les encroùtés rompraient avec Peel qui pro- 
bablement chercherait son appui dans les whigs modérés, 
dont il n'est séparé que par des nuances imperceptibles. 
J'ai déjà assez voyagé sur les chemins de fer. Ce que 
j'en ai vu me fait plus que jamais désirer de les voir éta- 
blis sur le continent. Les distances n'existent plus en An- 
gleterre. La poste part deux fois par jour de Londres dans 
presque toutes les directions. On manipule les lettres en 

route Il faut maintenant plusieurs voitures pour trans- 

porter les lettres auxquelles il y a quelques années une 
simple voiture sufflsait 



XXXIV. 

Alla contessa Anastasia de Cikcourt 

Parigi. 



(Londres, 1848) 



L'Angleterre est un pays d'immenses ressources.... 

mais ce qu'on y chercherait vainement, c'est cette ad- 
mirable union de la science et de l'esprit, de la profon- 
der et de l'amabilité, du fond et de la forme, qui fait 



— 328 — 
le charme de certains salons parisiens — charme qu'oa 
regrette toute la vie une fois qu'on l'a goùté, et qu'on 
ne retrouve plus lorsqu'on est éloignó de cette oasis intel- 
lectuelle. 

Sous certains rapports, l'air du Piómont est plus lourd 
que celui de Londres. Le ciel est pur, mais l'horizon ino- 
rai est tellement obscurci par les nuages qu'y développe 
un système éminemment compressif, que l'esprit y a en- 
core moins d'élasticité qu'en Angleterre. 



XXXV. 

Al prof. Augusto de La Rive 

Ginevra. 

(Turin, 34 aoùt 1843) 

Mon cher Auguste, 

Vous avez raison de parler de l'enfer, car depuis que 
je vous ai quitte, je vis dans une espèce d'enfer intel- 
lectuel; c'est-à-dire dans un pays où l'intelligence et la 
science sont réputées choses infernales par qui a la bontó 
de nous gouverner. Oui, mon cher, voilà bientót deux 
mois que je respire une atmosphère remplie d'ignoraàce 
et de préjugés, que j'habite une ville où il faut se cacher 
pour échanger, quelques idées, qui sortent de la sphère 
politique et morale où le gouvernement voudrait tenir les 
esprits enfermés. Voilà ce qui s'appelle jouir du bonheur 
d'un gouvernement paternel 

Après huit mois de Pressinge, Paris et Londres, retomber 
tout a coup à Turin, passer sans transition des salons du 
Due de Broglie et du Marquis de Lansdowne, dans ceux 
où l'esprit retrograde règne sans opposition, la chute est 
violente. On en demeure tout meurtri, au moral comme 
au physique. Vous vous rappelez peut-ètre de cet onde de 
Mme La Farge qui pour avoir été longtems exposé à une 
atmosphère d'ignorance, avait fini par avoir un rhume de 
cerveau a l'intelligence; moi, je suis un peu comme cet 



— 329 — 
onde, seulement au lieu d'un rhume, c'est d'une espèce 
é<ò paralysie dont je suis frappé. 

Oependant, comme je me trouvais avoir quelques loi- 
sirs, je me suis laissó dominer par la fureur que m'inspi- 
raient toutes les bétises que débitent chaque jour sur 
l'Irlande les journaux de tous les pays et de toutes les 
couleurs ; et je me suis mis à écrire sur ces aflalres un 
article que je vous destinaìs. Malheureusement je n'ai pas 
calculé d'avance tous les développements que pouvait 
prendre ce sujet. Au lieu d'un article j'en suis venu à 
écrire un petit volume. J'en suis maintenant presque hon- 
teux, et surtout ennuyó, car il faut que je le refonde 
et je ne sais comment le réduire à des dimensions qui 
vous conviennent. D'ailieurs on a déjà tant et tant écrit 
sur l'Irlande. sur son histoire, sur son état présent et 
sur ses destinees futures, que le public doit avoir pris en 
dégoùt tout ce qui se publie sur ce sujet. Mes opinions 
sur l'Irlande, sont l'oppose de celles qui ont cours sur le 
continent; je crois qu'elles déplairont à tout le monde, 
sauf a quelques personnes raisonnables. Je veux à tout 
prix le maintien de l'Union, dans l'intérèt de l'Irlande d'a- 
bord, dans celui de l'Angleterre ensuite, enfin dans l'in- 
térèt de l'avenir de la civilisation matérielle et intellec- 
tuelle. Les motifs pour lesquels je combats les projets 
d'O'Gonnell doivent déplaire autant à un parti, que mes 
opinions sur l'opportunité de ces projets déplairont à l'autre. 
Je suis donc très mécontent de mon article et je suis prèt 
à Fabandonner à moins que vous ne consentiez à le rece- 
voir avec l'obligation de l'amender de manière a le rendre 
le moins désagréable possible à vos lecteurs. Si vous vous 
sentez le dévouement nécessaire pour cette opération dif- 
ficile, je le mettrai au net et vous l'enverrai; pour cela 
il me faut encore une vingtaine de jours. J'attends pour 
me décider une réponse catégorique avant de continuer 
mon travail. 

Si je laisse là l'Irlande, j'essayerai un article sur l'ou- 
vrage de Mr de Ohàteauvieux. Je regrette seulement que 
cette besogne ne soit pas confiée à un plus habile écri- 



— 330 — 
vain que moi. Car il y a beaucoup à dire su Mr de Chà- 
teauvieux et méme sur son ouvrage qui, lu dans son en- 
semble, a produit sur moi une impression beaucoup plus 
favorable que celie que j'avais ressentie à la lecture des 
épreuves. Il a du bon, et surtout il fournit un texte pour 
dire beaucoup de bon 

Pour en finir avec ces dissertations et en venir au fait, 
je vous dirai donc que je m'en remets à vous pour déci- 
der de suite deux choses: 

1° Si vous croyez qu'un article bien long, bien pédant, 
bien ennuyeux sur rMande puisse trouver tot ou tard 
place dans la Bibliothèque universelle. 

•2 # L'article sur l'Irlande étant admis, vous convient-il 
mieux que-je fasse d'abord celui sur Chàteauvieux? Dans 
ce cas répondez-moi vite, afin que je laisse dormir en 
paix O'Connell et Peei pendant quinze jours pour m'occu- 
per exclusivement des navets et des bettoraves de la France 
que Chàteauvieux a comptés avec son imagination. J'attends 
votre réponse les bras croisés... Tout à vous. 

XXXVI. 

ALLO STESSO. 
(1843) 

.....Je vous l'avoue sans détour, je ne me sens pas de 
force pour rendre d'une manière agréable tout ce que je 
pense. Faute d'exercice, si ce n'est de moyens, j'éprouve 
une grande difflculté à rediger mes idées de fagon a pou- 
voir les présenter au public. Dans ma jeunesse on ne m'a 
jamais appris à écrire; de ma vie, je n'ai eu de professeur 
de rhétorique, ni mème d'humanité ; aussi, ce n'est qu'avec 
la plus grande appréhension que je me deciderai à vous 
livrer un manuscrit destine à l'imprimerie. J'ai senti, mais 
trop tard, combien il était essentiel de faire de l'étude des 
lettres la base de toute óducation intellectuelle. L'art de 
parler et de bien écrire exige une finesse, une souplesse 
dans certains organes, qu'on ne contraete qu'autant v qu'on 



— 331 — 
les exerce dans la jeunesse. Faites écrire, faites composer 
votre fils William, afln que, lorsque sa téte sera devenue un 
atelier à idées, il sache se servir avec facilitò de la seule 
machine qui puisse les mettre en circulation, la piume... 



XXXVII. 

ALLO STESSO. 
(Leri, 3 novembre 1843) 

Mon cher Auguste , 

Je suis charme que Tarticle sur Mr de Chàteauvieux ait 
obtenu votre approbation et satisfait sa famille 

J'avais presque achevé un article sur l'Irlande, il y a 
deux mois. Si vous ne m'aviez pas impose celui sur Mr de 
Chàteauvieux, je vous Taurais envoyé depuis longtems. 
Maintenant j'hésite à le faire par plusieurs raisons. La 
première c'est que vous m'avez effrayé en me faisant voir 
quelle serait l'exigence des lecteurs éclairés. Comme vous 
me paraissiez attendre une solution complète et rigoureuse 
des problèmes si compliqués et si difflciles de la politique 
Irlandaise, j'ai rougi de n'avoir rien su trouver à cet 
égard de bien neuf, ni de bien certain, si ce n'est pour. 
ce qui regarde le moment actuel. En second lieu j'ai lu 
dans le Journal des Dèbats une suite d'articles dans les- 
quels la question Irlandaise était traitée dans le méme 
esprit qui avait diete mon article. — J'entrais, il est vrai, 
plus à fond dans la question, mon but principai étant de 
démontrer que la révocation de l'Union ne convenait pas 
plus a Tlrlande qu'à TAngleterre, a moins de se piacer 
aù point de vue des intérèts revolutionnaires; mais mes 
conclusions étaient les mèmes que celles de Técrivain des 
Dèbats. Les événements me paraissent confirmer ses pré- 
visions. La conduite d'O'Connell démontre à Tévidence 
qu'il n'est audacieux qu'en raison de la patience de ses 
adversaires. Si, comme je n'en doute pas, toutes ses prò- 



— 332 — 

messes, toutes ses bravades n'aboutissent à rien, son róle 
deviendra jusqu'à un certain point ridicule. 

Malgré ces motifs graves de m'abstenir de vous eavoyer 
un article sur Tlrlande, je verrai à mon retour à Turili 
s'il y a moyen de le refondre de manière à en faire autre 
chose qu'une répétition fastidieuse de ce que d'autres ont 
déjà dit mieux que moi 

XXXVIII. ;.. , , 

ALLO ^8 TESSO. . ] 

(184S) w 

Notre ami a óté saisi tout a coup pwr une rage 



agricole furieuse. Il passe tout son tems dans ses champs 
et ses rizières, et la nuit il couche avec Liebig et Dom- 
basle. Prenant à la lettre tous les préceptes de ces farceurs 
d'agriculteurs à établissements modèles, il pése, il compte, 
il évalue tout depuis le brin de paille jusqu'à la meule de 
foin, à la grande stupeur de ses agents, qui ne peuvent 
comprendre, les imbéciles, comment tant de chiflres sont 
capables d'augmenter le produit d'un domaine habiiement 
cultivé depuis longtems... 

XXXIX. 

ALLO STESSO. 
(Turin, 21 novembre 1843) 

Mon cher Auguste, 
Je suis toujours dans l'incerti tude relativement à l'ar- 



ticle sur l'Irlande. J'ai peur de rabàcher. Les óvénements 
marchent vite, et, lorsqu'on est loin du théàtre où ils se 
succèdent, il est facile de faire des prophéties que les faits 
ont déjà démenties. A mes yeux O'Oonnell est jugé. A la 
première démonstration ónergique de ses adversaires, il a 
reculó. Dès lors il a cessò d'ètre dangereux. 
Un mouvement non moins intéressant que celui des ca- 



— 333 — 

tholiques irlandais, c'est l'agitation pour Tabolition de» 
lois céréales. Je la considère comme un des faits les plus 
importants pour l'avenir du !dix-neuvième siècle. Les 
lois protectrices des produits agricoles en Angleterre sont 
la clef de voùte du système mercantile. Le jour où la 
Grande Bretagne admettra librement les matières pre- 
mières alimentaires, aussi bien que celles qui alhnentent 
son industrie manufacturière, la cause de la liberté du 
commerce dans le monde entier sera definiti vement ga- 
gnée ; elle marcherà à pas de géant et une generation ne 
passera pas sans qu'elle ait triomphó des obstacles que 
rencontre sa marche et qui paraissent insurmontables. 
J'ai réuni beaucoup de documents sur cette question et 
je compte m'en servir pour composer un article que je 
vous offrirai dans le courant de l'hiver.... 

XL. 
All'ingbgneke Rocco Colli 

Novara. 

(Torino, 4 gennaio 1844) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Il mio agente di Santena mi scrive avere disponibili 
| tutti i legnami descritti nella nota che la S. V. Illma si 
compiacque rimettermi quando venne in Torino; ma non 
essere questi sufficientemente stagionati per servire a tutti 
gli usi che si richiedono nel trebbiatoio. Prego perciò la 
S. V. Ill.ma a volermi far sapere quali fra i pezzi della 
sua nota debbono essere stagionati e quali no, ritenendo 
che i legnami che abbiamo sono tutti di ottima qualità e 
non hanno altro difetto se non di essere ancora verdi. 

Le sarei pure tenuto s'ella mi mandasse la nota deibo- 

scami di noce che fa mestieri provvedere. Ond'io possa 

trasmetterla ad un altro agente che dirige un podere in 

cui vi sono molte noci. 

Colgo con piacere questa circostanza per raffermarmi 

. con distinta stima dev. servitore. 



i 



\ 



— 334 — 
XLI. 

ALLO STESSO. 
(Torino, 18 gennaio 1844) 

IlLmo signor Ingegnere, 

Ieri il marchese di Sambuy (1) passò all'albergo Feeder 
ove gli venne assicurato che la S. V. Ill.ma non era colà 
alloggiato. Invano volle insistere, il portinaio ricusò di 
ricevere il libro del Dombasle (2), che seco aveva. Non 
posso capire il motivo di un tale errore, la prego però di 
farne al signor Feeder gravi rimproveri, anche a nome di 
mio padre, ciò che non può mancare di produrre un buon 
effetto. 

Le mando il libro del Dombasle, che il Sambuy mi con- 
segnò ieri sera ; spero che giungerà ancora in tempo onde 
possa leggere la memoria sui trebbiatoi prima di fare la 
memoria pel cav. Oastagnetto; d'altronde ella potrà por- 
tarlo a Novara. 

Nella speranza di vederlo alle cinque, le rinnovo in fretta 
i miei sensi di distinta stima. Dev. servitore. 



(1) Il marchese Emilio dei conti Balbo Bertone di Sambuy, nato in Torino il 28 
marzo 1800, morto in Lesegno (Ce va) il io agosto 1872. Paggio d'onore del prin- 
cipe Camillo Borghese, fa educato nella Scuola militare -di Parigi. Incominciata 
la carriera militare col grado di sottotenente di artiglieria nell'esercito sardo (1814), 
venne promosso tenente colonnello nel 1838, del quale grado era tuttora rive- 
stito nel 1844. Le occupazioni militari non lo distolsero dal dare opera assidi» 
agli studi agrarii. Sposatosi nel 1880 con Luisa Bel Carretto di Lesegno, acquistò 
dalle sorelle della moglie i loro diritti di compropriotà sul tenimento di Lesegno 
e in breve tempo ridusse quei terreni, comprati in cattivo stato, ad un razionale 
sistema di coltura che largamente lo compensò delle fatiche e dei capitali spesi. 
Nel 1842 fu uno dei promotori della fondazione dell'Associazione Agwria, nel cai 
giornale pubblicò scritti agronomici assai pregiati. In quell'anno, appunto, inco- 
minciò a costruire l'aratro che porta il suo nome, ed al quale vennero poi confo* 
rite medaglie dai giuri delle Esposizioni Universali di Londra e Parigi. 

(2) Fecondo scrittore francese d'agronomia, specialmente noto come direttore 
della ferme modale di Boriile. 



335 



XLII. 



Al signoe Na ville de Chateauvibux 

Oineyra. 

(Turin, février 1844) 

Voici quelques directions pour aider votre neveu dans 

le voyage agricole qu'il est sur le point d'entreprendre en 
Angleterre. 

1° Quant aux prairies naturelles je vous dirai franche- 
ment, au risque de passer pour un esprit étrtrrt et un 
homme à préjugés locaux, qu'il y a peu à apprendre en 
Angleterre. Dans tous les domaines que j'ai visités, je n'ai 
trou7é que des prairies mal nivelées, mal soignées.et peu 
productives. Il est vrai que je n'ai pas été dans le Leice- 
ster, ni en Écosse, dans le Mid-Lothian, où, à ce qu'on 
dit, la culture des herbages est très perfectionnée. Si- 
gnore ce qu'on peut apprendre dans ces deux contrées; 
je doute cependant que la culture y soit plus avancée que 
chez nous, ou mème dans les parties de l'Allemagne où 
Fon commence à donner aux prairies les soins qu'elles 
méritent. 

Malgré ces observations critiques, je recommanderai à 
votre neveu d'étudier avec soin le système des écoule-^ 
ments souterrains, pratiqué au moyen d'une charrue dite 
charme taupe, qui rentre dans la nombreuse famille des 
charrues sous-sol. Cette charrue doit, à mon avis, rendre 
de grands services dans les prairies marécageuses. J'ai 
observé que, dans quelques localités, on fumait les prairies 
avec des os broyés; c'est une pratiqué qu'il serait bon 
d'étudier. 

2° La culture des céréales est de toutes les branches 
de l'agriculture, celle qui a été le plus perfectionnée en 
Angleterre, et celle qui se perfectionne le plus tous les 
jours. Votre neveu fera bien d'aller passer quelque tems 
dans le comté de Norfolk, qui est l'endroit de l' Angleterre 



— 336 — 
oii l'art et la science ont le plus fait pour transformer 
des landes stériles en terre productives. 

La question de l'utili té du semoir, pendante encore en 
France, parait résolue en Augleterre. J<> l'ai vu employé 
partout, et j'ai trouvé l'opinion unanime en sa favenr. 

Mais ce qu'un étranger doit, dans ce moment, s'appli- 
quer plus particulièrement à étudier, c'est le systéme des 
ègouttements souterrains (sub-soil draining). A cet égard 
je ne saurais assez recommander à votre neveu de multi- 
plier les recherches et les études. Il faut qu'il visite suc- 
cessivement les diverses contrées où ce système a été ap- 
plique avec plus d'étendue, et qu'il cherche à se rendre 
compte des effets qu'il produit dans les sols de nature et 
de qualités diverses. Le sub-soil draining est maintenant 
adopté avec ardeur par tous les cultivateurs intelligents, 
excepté par ceux dont le sol sablonneux laisse écouler les 
eaux avec une facilitò déjà trop grande. 

3° Pour ce qui regarde les races, votre neveu devra 
d'abord étudier la petite race des soutdown qui prospère 
merveilleusement dans les maigres pàturages du midi de 
l'Augleterre. Il passera ensuite dans le Leicestershire où 
il verrà les plus célèbres bètes ovines qui existent, et 
dans le Yorkshire et l'Est il pourra étudier les belles races 
short horns. Pour les moutons ainsi que pour les short 
horns, il devra s'adresser à Lord Spencer d'abord, et puis 
aller un peu a l'aventure chez des fermiers qui s'occupent 
moins à gagner des médailles et des prix qu'à faire de 
bonnes affaires. 

J'ose à l'égard des races adresser un conseil à votre 
neveu. C'est celui de se méfier des résultats absolus et 
de ne jamais perdre de vue le rapport qui existe entre la 
valeur du produit et les frais de production. D'ailleurs il 
faut encore examiner les circonstances de chaque localité 
par rapport aux produits qu'y réussissent le mieux. Une 
race a une valeur absolue et une valeur relative aux res- 
sources de la localité où elle a été formée. Il ne faut pas 
negliger cette seconde considération, si l'on ne veut pas 
s'exposer a de tristes mécomptos... 



— 337 — 



XLIIL 

All'ingbgnbbe Rocco Colli 

Novara. 

(Torino, 11 marco 1844) 

Preg.mo signor Ingegnere, 

La Camera d'agricoltura e di commercio di questa città, 
eccitata dalla Direzione della Società Agraria, ha stabilito 
che nella prossima quinquennale Esposizione dell'industria 
che avrà luogo sul finire di maggio (1), si sarebbero as- 
segnati varii premi per le migliori macchine ed attrezzi 
rurali stati fabbricati nel paese. Appena ebbi contezza di 
questa decisione, ho pensato alla S. V. IlLma, persuaso 
che in fatto di meccanica nulla fu fatto di più utile per 
l'agricoltura che il trebbiatoio da riso tanto da lei perfe- 
zionato. Epperciò vengo a sollecitarlo caldamente a farne 
eseguire un piccolo modello e dimandarlo all'Esposizione. 
Sarà necessario ch'ella lo accompagni di una piccola me- 
moria e delle dichiarazioni dei proprietari che già pro- 
varono la sua utilità. 

Membro della Camera e della Direzione della Società, 
posso accertare la S. V. Ill.ma che il suo lavoro sarà da 
queste egualmente apprezzato. Il marchese di Sambuy si 
unisce a me per pregarlo di mandarci questo primo saggio 
dei suoi lavori meccanici, saggio che ci ha fatto conce- 
pire le più alte speranze per l'avvenire della meccanica 
applicata all'agricoltura nel nostro paese, fondate sulla 
singolare sua abilità e la sua devozione alle scienze che 
ella professa ed alla patria di cui è figlio. 



(1) Nelle sale del Beai Castello del Valentino, ove venne aperta la prima delle Espo- 
sizioni agricole e commerciali del Piemonte nel 1829. Nuovamente destinato a tal 
uopo fa 11 Valentino dopo tre anni, nel 1882, quindi a maggior intervallo, nel 1838, 
poi nel 1844 e nel 1850. Veggasi la pregevole monografia storioa del dottissimo 
Giovanni Vico, II Beai Castello del Talentino^ corredata di documenti ine» 
diti e adorna di una tavola in rame (Torino, Stamperia Beale, 1858). 

QQ — Voi. I. Lettere di C. Cavour. 



— 338 — 

Tutti i legnami descritti nelle due note dalla S. V. IlLma 
consegnatemi sono riuniti a Leri. Quando sarà tempo la 
prego di rendermi avvertito ond'io possa trovarmi sul sito 
con lei e combinare assieme l'esecuzione del nostro treb- 
biatoio. 

Colgo con premura la circostanza per raffermarmi con 
particolare stima dev.mo servitore. 



XLIV. 

ALLO STESSO. 
(Leri, 23 marzo 1844) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Questa gii verrà consegnata dal signor Maissin, com- 
proprietario di un grande stabilimento per imbianchire il 
riso a Bordeaux. Esso è intenzionato di fondarne uno ana- 
logo in Piemonte, ed i suoi metodi essendo da quanto as- 
sicura più perfetti di quelli sino ad ora praticati anche 
in Inghilterra ed in America, esso si ripromette dalla sua 
impresa utili grandissimi. La casa cui il signor Maissin 
rappresenta è delle più onorate e delle più ricche di 
Francia. Essa ha comprato l'invenzione fatta dal meccanico 
olandese di cui ebbi l'onore di parlargli altra volta. Il si- 
gnor Maissin mi venne caldamente raccomandato da rispet- 
tabili amici; io perciò credo non poter meglio corrispon- 
dere al loro invito che col metterlo in relazione colla 
S. V. IU.ma, che più d'ogni altra persona fra noi conosce 
la parte meccanica ed industriale della produzione del 
riso. 

Ringraziando anticipatamente la S. V. Ill.ma per quelle 
gentilezze ch'ella potrà usare pel mio raccomandato, passo 
a rinnovargli i miei sensi di predistinta stima. 



— 339 — 
XLV. 

ALLO STESSO. 
(Torino, 37 mano 1844) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

La ringrazio del modo nel quale la S. V. Ill.ma si mo- 
stra disposta a corrispondere all'invito che io gli ho di- 
retto relativamente all'esporre quest'anno un modello del 
suo trebbiatoio perfezionato. Quello ch'ella destinava a mio 
padre servirà ottimamente a tal fine. Io spero che la pub- 
blicità data a questa macchina tornerà onorevole per lei 
ed utile pel pubblico. 

Credo come la S. V. IlLma che sia meglio il ritardare 
a dar principio alla costruzione del trebbiatoio di Leri 
sino alla fine d'aprile, epoca in cui le faccende del semi- 
nerio (1) del riso tanto per noi importante saranno ter- 
minate. Colgo con piacere la circostanza di rinnovargli i 
miei sensi di predistinta stima. 

XLVI. 

Al signob Na ville de Chateauvieux 

Ginevra. 

(Turin, 1844) 

Les affaires sont chez nous d'une lenteur désespé- 

rante, surtout depuis que la méme personne cumule les 
deux ministères de l'intérieur et des flnances (2). Il y a 
un arriéré effrayant, dont on ne parviendra à se débar- 
rasser si l'on ne dédouble les ministères qui ont été réunis. 

Notre gouvernement n'aime pas l'industrie, je m'en 

convaincs tous les jours davantage; il voit en elle un 



(1) Piemontesismo per seminatura. 

(2) I due ministeri, dell'interno e delle finanze, vennero riuniti nel 1841 sotto 
runica direzione del conte Stefano Gallina e nell'agosto 1844 nuovamente separati 
e le finanze consegnate al conte Ottavio di Bevel. 



— 340 — 

auxiliaire du liberalismo et éprouve pour elle une répu- 
gnance qu'il ne peut pas vaincre; dans notre pays, si 
Font veut vivre en paix, il ne faut songer qu'à l'agricul- 
ture 

Si vraiment le sucre de betterave ne peut étre produit 
que gr&ce à une espòce de monopole et de privilége nui- 
sible aux intéréts généraux, alors il ne nous aurait pas 
convenu d'en introduire l'industrie chez nous. Q'aurait 
étó rendre un mauvais service à notre pays et nous em- 
barquer dans une entreprise qui n'aurait pu réussir qu'au- 
tant que le pouvoir aurait été dans des mains intéressées 
ou ineptes.... 

XLVII. 

Al mabohbse L. Costa de Beaubegabd (Dei Secondi Scodieri del Re) 

Torino. 

(Chambóry, 1844) (?) 

Mon cher Leon, 

Je viens vous tenir la promesse que je vous ai faite de 
vous écrire deux mots d'ici. Je ne puis encore vous parler 
de votre femme et de vos enfants, car je n'ai pas été à la 
Motte jusqu'à présent. Les maudites affaires de la Com- 
pagnie m'ont retenu en ville, et c'est à grande peine si 
vers les trois heures de l'après-dinée je pourrai me dé- 
barrasser de mes chers collègues pour aller demander à 
diner à M.me de Costa. Je sais seulement par Vivian que 
tout le monde est bien chez vous. 

Je me suis beaucoup occupé de l'affaire du voi . . . 

La vente du charbon continue passablement, nous al- 
lons en faire revenir pour compléter nos approvisionne- 
ments d'hiver. Notre plus grand souci pour le moment 
c'est la dette de X 

Nous avons fait le compte du canal. Il rendra tous frais 
payós de 7 à 8 mille francs. Ce n'est pas mal pour la pre- 



— 341 — 
mière annóe. Le foin nous tirerà d'affaire et rious per- 
mettra d'attendre le développement des voies de commu- 
nication entre la Savoie, la Suisse et la France, dont notre 
chemin de fer sera un des principaux aboutissants. 

Jacquemou, notre ami, veut absolument faire un chemin 
de fer de Chambéry à Genève en passant par Annecy. Il 
se moque des montagnes et des torrents, il franchit tout 
avec une aisance singulière, et sans difflculté il veut nous 
transporter des bords du lac de Genève aux bords de co- 
lui du Bourget. Une fois arrivé à Chambéry avec son che- 
min de fer, il file sur Grenoble et s'en va rejoindre le 
Rhóne à Valence, sans que le moindre obstacle l'arréte. 

Le digne sénateur m'a développé son pian, qu'il a déjà 
fait goùter à Genève et à Grenoble ; il va le soumettre au 
comte Gallina, qui sera, je crains, un peu plus difficile à 
convaincre que moi. 

Je finirai ma lettre à mon retour de la Motte. 

10 he urea. 

Je reviens de chefc vous, où j'ai passe quelques heures 
fort agréables. M.me de Costa est fort bien. Elle m'a paru 
complètement remise de ses couches. Toute votre proge- 
nitore est à merveille. J'ai vu M.lle de Costa et j'ai óté 
merveilló du chemin qu'elle avait fait en deux mois. Si 
elle continue de ce train, elle sera mariable dans quelques 
années. 

Adieu, mon cher Leon, j 'espère bien vous trouver à la 
Motte à mon retour. Tout à vous. 

XLVIII. 

All'ingegnebe Rocco Colli 

Novara. 

(Lori, 16 giugno 1844) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Il nostro intendente avendo fissato a mercoledì venturo 
un congresso al quale debbo intervenire, fui costretto di 
partire repentinamente da Torino senza poterne rendere 



— 342 — 
avvisata la S. V. Ill.ma. Temo perciò che non mi sia pos- 
sibile il vederla a Leri questa volta. Se però ella avesse 
un giorno libero nella corrente settimana, sarebbe per me 
un gran piacere il passare qualche ora a fare delle espe- 
rienze sulla brillatura del nostro risone (1). 

10 sarò a Vercelli tutto il mercoledì e se la S. V. Ill.ma 
fosse libera il giovedì, la aspetterei sino alla mattina di 
quel giorno. Di ritorno qui mi ci fermerò sino a sabbato, 
epoca alla quale le faccende dell'Esposizione esigono la mia 
presenza a Torino. 

11 signor Magnaghi sarà il latore di questa lettera; do- 
vendo parlarle, combineranno la dichiara a farsi relativa- 
mente alla macchina di Oastelmerlino. Se ella le desse due 
righe di risposta, le riceverei a Vercelli. In questa città 
vado ad alloggiare dal mio amico il conte Alessandro di 
Casanova (2). 

Mi è grata la circostanza per raffermarmi con sensi di 
predistinta stima suo dev.mo servitore. 



XLIX. 

ALLO STESSO. 
(Torino, 24 giugno 1844) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Prima di partire da Leri ho visto il Oarlotto, che mi 
parve soddisfatto del modo col quale progrediva il lavoro. 
Solo per ciò che riguarda i ferri abbiamo provato una 
contrarietà spicevolissima. Le fondite (3) delle nevi avendo 
cagionati gravi disastri alle fucine della Val d'Aosta, quella 
del signor Lasagna fu obbligata a sospendere i suoi lavori, 
motivo per cui non potè ancora somministrarci quei ferri 
di cui tanto abbisogniamo. 



(1) Piem. per riso vestito. 

(2) Oggi senatore del Regno, e tenente generale nella riserva. 
(8) Piem. per scioglimento. 



— 343 — 

Essendo giunto sabbato sera, non ho ancora potuto ab- 
boccarmi coi signori Lasagna, ma penso di vederli domani, 
ed ove essi non possano entro la corrente settimana adem- 
pire ai loro impegni, comprerò dai mercanti di Torino a 
qualunque prezzo tutti gli oggetti descritti nella nota dalla 
S. V. IlLma compilata. 

Per ricuperare il tempo perduto faremo, se la S. V. Ill.ma 
lo giudica necessario, lavorare due fabbri-ferrai invece di 
uno. Se ella pospone alla settimana ventura la sua gita a 
Leri, potrà dare a questo proposito le istruzioni ch'ella 
ravviserà per meglio al signor Tosco (1), che tosto le ese- 
guirà. 

Il signor Brielli essendo venuto a trovarmi, mi parlò di 
un sistema di caccia-paglia da lui ideato, dal quale si ri- 
promette un lavoro compito. Se la S. V. Ill.ma avesse co- 
noscenza di questo e credesse applicarlo alla macchina di 
Leri con qualche modificazione, la prego di farlo, senza 
essere trattenuto dai lavori già eseguiti pel caccia-paglia, 
giacché questi potranno essere utilizzati per la macchina 
che probabilmente farò eseguire l'anno venturo a Mon- 
tarucco. 

Vorrei pure che, andando a Leri, desse al signor Tosco 
i disegni per fare eseguire quattro carrettelle (tombarelli) 
da un cavallo per condur via il risone da sotto la mac- 
china. Solo la prego di fare in modo che queste possano 
servire al trasporto della terra e degli ingrassi nelle altre 
stagioni dell'anno. 

La prima volta ch'ella avrà da spedire a Leri pietre, 
perni od altra cosa, mandi .pure il suo modello di sbuc- 
ciatoio, che ho fatto conservare del risone onde potere 
esperimentare assieme questa nuova sua invenzione. 

Il Carlotto mi ha chiesto la facoltà di far eseguire al- 
cuni lavori a cottimo ; gliela concessi. Desidero però che la 



(1) Martino Tosco, nativo di Santena, morto nel 1861. Omonimo del vivente 
Martino Tosco, anch' egli nativo di Santena, che stette ai fianchi del conte di Ca- 
vour dal 1837 insino al momento che il grande statista esalò l'estremo respiro. 
Non si può dire la stima e l'affetto che il conte aveva per questo ottimo nomo, che 
egli soleva chiamare il migliore de' suoi amici. 



— 341 — 
S. V. Ill.ma esamini i contratti fatti per accertarsi che 
il Carlotta non si mostri troppo favorevole ai suoi com- 
pagni. 

Colla speranza di potergli dare migliori notizie relati- 
vamente ai ferri, ho il bene di raffermarmi con predistinta 
stima dev.mo servitore. 



ALLO STESSO. 
(Torino, 29 giugno 1844) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Ho letto con particolare piacere la sua memoria sul 
trebbiatoio a riso. Persuaso ch'essa potrebbe riuscire al- 
trettanto utile quanto grata agli agricoltori delle risaie, 
io mi proporrei di farla inserire nella Gazzetta delV Asso- 
dazione, ove però la S. V. Ill.ma non avesse cosa incon- 
trario. 

Se la Dora non ha portato via Aosta, il ferro per la 
macchina deve essere giunto sin da ieri a Leri. Vedrà 
mercoledì se il fabbro è in grado di terminare da lui solo 
i lavori, o se è più conveniente il dargli un aiuto. Faccia 
pure come stima relativamente ai falegnami; ne aumenti, 
ne diminuisca il numero secpndo le parrà meglio. Pensi 
solo alla buona riuscita del lavoro. 

Quanto più presto i modelli delle ruote in ghisa saranno 
pronti, tanto più ne avrò piacere. 

Riguardo al caccia-paglia faccia per lo meglio; se per- 
siste nel primo sistema, avremo il vantaggio di poter pa- 
ragonare il lavoro dei due sistemi e di decidere con co- 
noscenza di causa. 

Ho il bene di raffermarmi con predistinta stima dev.mo 
servitore. 



— 345 



LI. 



ALLO STESSO. 



(Torino 29 luglio 1844) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Il signor Colla mi ha consegnato ed io ho spedito a 
Leri tutte le ruote dentate per la nostra macchina all'ec- 
cezione di una sola la di cui fusione andò fallita per ben 
due volte. Questa si fonderà una terza volta e sarà pronta 
per il principio della prossima settimana. 

Ma ciò che più m'inquieta si è che da Leri mi si scrive 
che stavano aspettando i cuscinetti sui quali debbono pog- 
giare i perni delle ruote; e che qui il signor Colla m'as- 
sicura non aver ricevuto né ordini né modelli per l'ese- 
cuzione dei suddetti pezzi dalla S. V. IlLma. M'affretto di 
farle presente questa circostanza, ond'ella si compiaccia 
di dare tutte le provvidenze che crederà del caso per evi- 
tare un ritardo nell'ultimazione del nostro trebbiatoio. 

Se i modelli dei cuscinetti sono fatti, la S. V. IU.ma po- 
trebbe spedirli subito dalla corriera all'indirizzo del signor 
Renaldi, nostro segretario, e questi sarebbero fusi ancora 
di questa settimana. 

La prego di nuovo di fare in modo che le presenti dif- 
ficoltà vengano superate. Mi rincresce di mettere tanta 
insistenza, ma non saprei dirgli quanto mi stia a cuore 
non solo per l'utile nostro, quant'anche per l'effetto che 
ne deve risultare nel pubblico agricolo, il vedere portata 
a perfetto compimento una macchina che tanto fa onore 
al suo ingegno ed alla sua perseveranza. 

Colgo con piacere, questa circostanza per rinnovargli i 
miei sensi di distinta stima. Dev.mo servitore. 



— 346 — 
LII. 

ALLO STESSO. 
(Torino, io agosto 1644) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Le inquietudini che i perni ci cagionavano nascevano 
da una mala intelligenza. Il signor Dellera aveva mandato 
al signor Colla i modelli dalla S. V. IlLma fatti eseguire, 
senza indicarne l'uso e la destinazione, motivo per cui il 
signor Colla assicurava non avere ricevuto nessuna com- 
missione per me dalla S. V. 

Comunque sia, i perni sono stati gettati e partiranno 
questa sera col velocifero. Spero che la settimana ventura 
essi potranno essere posti in opera; così il trebbiatoio 
sarà finito all'epoca che ci eravamo prefissa. 

Colgo con piacere questa circostanza per rinnovargli i 
miei sensi di distinta stima. Dev.mo servitore. 



LUI. 

ALLO STESSO. 
(Torino, 3 agosto 1844) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Ho il piacere di fargli sapere che questa mattina, in 
una riunione alla quale assistevano tutti i relatori delle 
varie giunte chiamate ad esaminare gli oggetti esposti al 
Valentino, venne all'unanimità deciso che la S. V. IlLma 
era meritevole di una medaglia d'oro per i miglioramenti 
introdotti nel trebbiatoio a riso. 

Il voto di questa riunione, la quale contava nel suo 
seno tutti i membri influenti della Camera, potendo con- 
siderarsi come definitivo, credo potermi congratulare con 



— 347 — 

la S. V. Ill.ma e con gli agricoltori delle risaie pel segna- 
lato contrassegno di distinzione che gli viene conferito. 

Ho il bene di raffermarmi in fretta con singolare divo- 
zione suo dev.mo servitore. 

LIV. 

ALLO STESSO. 
(Torino, 12 agosto 1884) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Nella mia assenza il signor Renaldi ha dato le dispo- 
sizioni necessarie onde tutto ciò che la S. V. Ill.ma pre- 
scriveva nella sua lettera del 5 corrente fosse eseguito. 
Credo che le ruote a denti di sega sieno state spedite 
sin da lunedì scorso,, così che nulla più manca per l'ul- 
timazione della nostra macchina. Se Ja S. V. Ill.ma potesse 
recarsi a Leri un giorno della prossima settimana, io avrei 
molto piacere d'inaugurarla alla sua presenza. In questa 
circostanza ella potrebbe ripetere i suoi sperimenti sulla 
brillatura del riso, ed ove questi lo confermassero nella 
opinione manifestatami nella sua lettera, potressimo ten- 
tare fino da quest'anno una prova in grande in una delle 
nostre piste (1) a Leri od a Montarucco. ♦ 

Nell'aspettativa di un suo riscontro, ho il bene di raf- 
fermarmi con distinta stima dev.mo servitore. 

LV. 

ALLO STESSO. 
(Torino, 26 agosto 1844) 

Itl.mo signor Ingegnere, 

Sabbato mio padre fu a Racconigi ove si accertò che 
tutte le roggie (2) tanto del Parco come di Migliabruna 



(1) Piem. per brillatoio. 

(2) Roggia, canale; locuzione adoperata in Lomellina. 



— 348 — 
orano perfettamente asciutte. Non credo che la pioggia 
caduta ieri abbia bastato a riempirle, onde la S. Y. Ill.ma 
farà bene a rimandare la sua progettata corsa Anch'io sia 
in grado di dargli più precisi riscontri. 

Il signor Maissin è giunto da Bordeaux con delle mo- 
stre di riso bertone (1), che sono veramente bellissime 
esso porta seco i risultamenti di più mesi d'esperienze, 
dalle quali esso rimane convintissimo del vantaggio delle 
sue macchine. Non ho potuto né voluto entrare in parti- 
colari prima di averlo nuovamente consultato. Il signor 
Maissin è un'ottima e leale persona; la casa Faussat, di 
cui è il rappresentante, gode di un credito estesissimo, 
perciò penso che si potrebbe discutere ed approfondire il 
loro metodo, e quindi anche trattare con loro, se rima- 
nessimo convinti della realtà dei loro calcoli. Dietro questi 
riflessi, io gli propongo di avere una conferenza col si- 
gnor Maissin, in cui si discuterebbe a fondo i vantaggi e 
gli inconvenienti del suo metodo, e poscia se il risultato 
fosse tale ch'egli ce lo presenta, accettare le sue propo- 
sizioni per formare una Società gallo-piemontese. I fran- 
cesi s'obbligano di fare i tre quinti dei fondi, gli altri due 
quinti sarebbero somministrati da me e dai miei amici. 
Se la S. V. Ill.ma desiderasse un interesse in questo affare, 
glielo daremmo con piacere. Ma in ogni caso lo preghe- 
remmo a voler essere il nostro ingegnere. 

Se una più lunga conoscenza mi desse il diritto di por- 
gergli un amichevole consiglio, io vorrei dirgli che, for- 
nito come ella è di tante cognizioni scientifiche e di un 
ingegno meccanico particolare, ella dovrebbe, tanto per la 
riputazione ch'ella potrebbe acquistare, quanto pure nel 
suo particolare interesse, coltivare l'applicazione della mec- 
canica industriale, ramo tanto negletto fra noi. L'impulso 
è dato nel nostro paese, l'industria ancora nascente deve 
prendere ogni giorno maggiori sviluppi. Coloro i quali sa- 
ranno in grado di secondare e dirigere questo movimento 



(1) Riso calvo ^ senza reste. 



— 349 — 
debbono di necessità acquistare fama e fortuna. Le im- 
prese delle strade ferrate, che stanno per intraprendersi, 
aprono una larga carriera alle persone che posseggono la 
scienza ed il genio meccanico. 

In verità mi dà pena il vedere una persona sua pari 
occuparsi esclusivamente a dei lavori in gran parte mate- 
riali, e che sono al disotto delle sue cognizioni e de' suoi 
mezzi. 

Scuserà la libertà del mio parlare; l'ardire ch'io prendo 
ha la sua sorgente nella viva simpatia ch'io provo pei 
suoi meriti, ed il desiderio ch'io provo di giovare al mio 
paese, eccitando i nostri ingegneri ad aprire nuove vie 
all'industria patria. 

Da Leri mi si scrive che la macchina fa un ottimo la- 
voro, n caccia-paglia in particolare fa meraviglie. Vi è 
solo da rimediare all'inondazione delle acque piovane, cosa 
che io credo facilissima, ma che richiederebbe la sua pre- 
senza onde non guastare il lavoro già fatto, che io consi- 
dero come un vero modello. 

Ho il bene di rinnovare alla S. V. Ill.ma i miei sensi di 
predistinta stima. Dev. servitore. 



LVI. 

ALLO STESSO. 
(Torino, 31 agosto 1844) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Di ritorno dal Congresso agrario di Pinerolo ho trovato 
il pregiatissimo suo foglio in data del 28 corrente. Non 
ho più veduto il signor Maissin dopo l'ultima mia, solo 
venni informato ch'egli ha presentato nuovi disegni e nuovi 
schiarimenti all'appoggio della sua domanda di privilegio ; 
l'accademico relatore pare favorevole a questa, ma crede 
di non poter sottoporre il risultamento del suo esame sino 
terminate le vacanze, cioè sino al mese di novembre; 



— 350 — 
questa circostanza ci metterebbe in grado di tentare nuove 
esperienze per potere giudicare del merito assoluto dei 
metodi del signor Maissin. 

Il mio padre dovendosi recare al Consiglio provinciale 
di Vercelli, passerà mercoledì (4 settembre venturo) da 
Leri. Se la S. V. Ill.ma fosse libera in tal giorno, ella fa- 
rebbe al mio padre un sommo piacere andando a fargli 
gli onori del suo trebbiatoio. Scrivo perciò al sig. Tosco 
che le faccia trovare a Vercelli un mezzo di trasporto, 
salvo avviso in contrario. 

In quanto a me, dovendo pure assistere ad un altro 
Consiglio generale, non potrò recarmi a Leri se non dopo 
l'otto di settembre. Avrò allora cara la sua visita per sot- 
toporre il trebbiatoio a vari esperimenti, e quindi visitare 
un altro tenimento ove intenderei stabilire l'anno venturo 
una macchina simile a quella di Leri. 

M'è grata la circostanza per rinnovargli i miei sensi di 
predistinta stima. Dev.mQ servitore. 



LVII. 

ALLO STESSO. 
(Torino, settembre 1844) 

Preg.mo signor Ingegnere, 

Parto lunedì per un nostro tenimento nelle Langhe, 
dove farò breve dimora e quindi mi porterò a Leri, ove 
sarò senza fallo il 30 del corrente. A partire da quel giorno 
l'aspetterò con impazienza per dar principio al trebbia- 
toio (1). Lo prego, pertanto, quando avrà determinata l'e- 



(1) Nella Gazzetta dell' Associazione Agraria (N. 38) del 28 settembre 1844 fu 
stampato su questo proposito il seguente articoletto: 

« Macchina per battere il riso. — Il conte di Cavour crede far cosa utile ai 
proprietari! ed affittavoli delle risaie del paese rendendoli avvertiti che il trebbia* 
toio a riso, il cui modello fu esposto nelle sale del Valentino, venne posto in at- 
tività nella sua tenuta di Leri. Questa macchina stata ideata e diretta dal chia- 
rissimo sig. ingegnere Rocco Colli di Novara, corrispose così pienamente a quanto 
se ne aspettava, che malgrado lo stato poco avanzato del raccolto, si sono già rioo- 



— 351 — 

poca della sua gita, scrivere due linee al mio segretario 
ii signor Tosco a Tronzano per Leri, onde possa fare trovare 
a Vercelli un legno all'ora e al giorno che la S. V. IU.ma 
le indicherà. 

Avrei caro ch'ella decidesse prima di venire e facesse 
conoscere al detto signor Tosco se è necessario il radu- 
nare pel giorno della sua venuta in Leri più falegnami, 
e più ancora se ella crede bene il mandarcene uno di 
quelli che già altre volte hanno lavorato sotto i suoi or- 
dini. Mi pare a me che un forestiere farebbe bene. In ciò 
come in tutto lascio alla S. V. IU.ma un pieno arbitrio. 

La ringrazio delle gentilezze usate al signor Maissin, ed 
avrei caro il conoscere l'opinione ch'ella si è formata 
sull'invenzione ch'ella intende d'introdurre nel nostro 
paese. 

Colgo con piacere questa circostanza per rinnovargli i 
miei sensi di predistinta stima. Dev.mo servitore. 



nosciuti tanti e tali vantaggi da non lasciare più il menomo dubbio sulla singo- 
lare utilità sua per i coltivatori del riso. 

« Terminato poi il raccolto, il conte di Cavour renderà un conto esatto e detta- 
gliato della struttura' del Trebbiatoio Golii, e del suo operato ; indica intanto come 
un particolare suo pregio l'aggiunta fatta per la prima volta di un secondo aspe 
armato di rastrelli di ferro a denti ricurvi, il quale serve a cacciare la paglia già 
battuta, separandone i granelli di riso che rimangono frammisti in essa; questa 
aggiunta cresce di molto il merito della macchina, col rendere più perfetti i ri- 
sultati che se ne ottengono. 

« II trebbiatoio a riso del sig. ingegnere Colli è l'applicazione più felice sin qui 
fatta nei nostri paesi delle macchine all'industria agricola. A questo titolo esso 
é degno di eccitare l'attenzione di tutti coloro che cercano far progredire l'agri- 
coltura coll'aiuto delle scienze fisiche e delle arti meccaniche. 

« Epperò se il sin qui esposto può eccitare in taluni il desiderio di esaminarlo 
da per se stessi mentre si trova in attività di lavoro, il conto di Cavour gli invita 
a recarsi a Leri, provincia di Vercelli, comune di Trino, ove il sig. Tosco suo se- 
gretario si farà una grata premura di dar loro quelle nozioni, spiegazioni e schia- 
rimenti necessarii per giudicare pienamente dei suoi effetti. » 



— 352 — 



LVffl. 



Al signob Na ville db Chatbàuvieux 

Ginevra. 

(Turin, septembre 1844) 

...Le comte Gallina a été obligé de se retirer à cause 
de l'affaiblissement de sa sante (1). Il n'a pu faire tomber 
le choix du Roi ni sur Alfieri, ni sur Cristiani (2), qui 
partageaient ses idées. Son crédit s'est borné à empècher 
la nomination d'un partisan déclaré du parti jésuitique. 
Le Roi, poussé par deux influences contraires, a nommé 
Mr Desambrois, jeune et habile administrateur, qui, bien 
qu'élève du comte Gallina et ami d'Alfieri, n'était pas de 
taille à effrayer le parti congréganiste. Mr Desambrois 
est arrivé au ministère ignorant complètement tout ce 
qui s'était fait à l'égard des chemins de fer. Il s'est mis à 
étudier cette question; mais, comme il a trouvó un arriéré 
considérable, il n'a pu ancore se former une opinion rai- 
sonnée. Je crois qu'il arriverà aux mèmes résultats que 
le comte Gallina, et que lui aussi reconnaitra les difflcultés 
qui s'opposent à l'exécution des chemins de fer par l'État ; 
mais pourra-t-il faire triompher son opinion dans le Con- 
seil et la faire partager au Roi ? C'est ce dont je doute 
fort; car, par un instinct, le Roi a une rópugnance à traiter 
avec des Oompagnies, et ce qui l'entoure, par conviction 
ou par courtisanerie, l'entretient dans ces dispositions. 
D'après ce tableau que je crois fidèle vous pouvez vous 
faire une idée des chances que présente l'avenir. Il y en 
a de favorables aux Compagnies, il y en a beaucoup qui 



(1) Esonerato dall'ufficio di primo Segretario di Stato per l'interno o per le fi- 
nanze, venne nominato soprintendente e presidente capo degli Archivi di Corte 
(29 agosto 1844). 

(2) Procuratore generale di S. M. presso il Magistrato nella B. Camera dei 
conti. Fu poi senatore del Begno e primo presidente della Corte d'appello di 
Casale. 



— 353 — 
leur sont contraires. Dans un pays comme le nótre, le har 
sard, les circonstances fortuites, exercent une grande in- 
fluence sur les événements. Ce sont elles probablement 
qui décideront la solution du problème dont on chercherait 

vainement à dégager maintenant toutes les inconnues 

«Pai suivi avec un bien vif intérèt la discussion de la 
loi sur l'enseignement. Ges débats honorent la France et 
le siècle. Le résultat me parait de nature à satisfaire tous 
les hommes éclairés et modórés. Peut-étre à Genève trou- 
vera-t-on qu'on a été trop favorable aux petits séminaires; 
mais on n'aurait pas raison, les concessions qu'on a faites 
au clergé sont aussi utiles que raisonnables. Je ne puis 
pas partager les craintes qu'elles inspirent aux philosophes 
et aux jurisconsultes de l'école Dupin. . 



LIX. 

Alla contessa Anastasia db Cibcourt 

Parigi. 

(1844) (?) 

Si i'on veut connaitre la nature intime de l'Ordre, 

ce n'est pas là où les jésuites luttent, là où leur position 
est précaire qu'il faut les étudier. On ne les appréciera 
pleinement que là où, ne rencontrant aucun obstacle, ils 
appliquent leurs règles d'une manière logique et consé- 
quente. Ils n'ont rien appris, rien oublié. Leur esprit, 
leurs méthodes sont les mèmes. Malheur au pays, malheur 
à la classe qui leur confiera l'éducation exclusive de la 
jeunesse ! k moins de circonstances heureuses qui detrui- 
sent dans l'homme les legons de l'enfant, ils feront dans 
un siècle une race abàtardie. L'opinion que j 'exprime est 
partagée par les membres les plus distingués de notre 

clergé Les jésuites ne sont pas dangereux en France. 

Dans un pays de liberté, de science et de lumières, ils 
seront toujours réduits à se modifier, à se transformer; 
ils n'obtiendront jamais un empire réel, durable, ni dans 

33 — Voi. I. Lettere di C. Cavour. 



— 354 — 
le monde politique, ni dans le monde des intelligences. 
Je voudrais, dans Tintérèt de Thumanitó, qu'on pùt traiter 
avec les jésuites et leur concéder, dans les pays d'où ils 
sont exclus, trois, quatre, dix fois plus de liberté qu'ils 
n'en accordent dans les pays où ils dominent... 



LX. 

Al prof. Augusto db La. Rive 

Qinevra. 

(1844) 

La róaction religieuse emporte le parti ultramontain 

au delà de toute limite raisonnable. Sa conduite en Suisse 
n'est pas plus absurde que sa conduite en Prance. Sa croi- 
sade pour le rétablissement des couvents ressemble à celle 
qu'il a entreprise pour détruire FUniversité. Ce parti est 
pour Thumanitó un fléau plus grand que les communistes. 
Je crois qu'au fond il est impuissant et que sa course sera 
bientót arrètée; mais il sera la cause de bien des maux; 
il aura empèché ou du moins retardé le développement 
régulier et progressif de l'esprit humain. Presque toutes 
les fautes que le gouvernement commet chez nous ont 
leur source dans Tinfluence de ce parti. Car s'il n'existait 
pas, nous serions mieux administrés que la Prusse et nous 
marcherions à grands pas dans la voie des améliorations 
salutaires... 

LXI. 

All'ingegnere Rocco Colli 

Vercelli. 

(Leti, 28 ottobre 1844) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Io sperava potergli mandare il mio legno a Vercelli, ma 
gli ordini che ho spedito a Torino tornando da Novara 
non giunsero in tempo da far cambiare le disposizioni che 



— 355 — 

io aveva prese quando pensava di fare un soggiorno di 
una settimana alla Sesia. 

Spero che il tempo favorevole le renderà meno inco- 
modo il mezzo di trasporto che pongo alla sua disposizione. 

Nella speranza di rivederla domani, passo a profferirmi 
con distinta stima dev.mo servitore. 

LXII. 
allo stesso — Novara. 

(Torino, 25 novembre 1844) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Desiderando far preparare nell'inverno dal mio fabbro- 
ferraio le sbarre di ferro che debbono servire a formare 
le griglie (1) della macchina di Montarucco, sarei molto 
tenuto alla S. V. Ill.ma se ella si compiacesse mandare a 
Leri una nota delle dimensioni delle sbarre di ferro che 
dovranno a tal uopo servire. 

Mi fo pure lecito di pregarlo a voler trasmettere al si- 
gnor Tosco la nota del mio debito che già avrei dovuto 
estinguere prima d'ora. 

Mi è grata la circostanza per rinnovargli i miei sensi 
d'affettuosa stima. Dev.mo servitore. 

(P.S.) E le esperienze sulla brillatura del riso? Già non 
so più nulla circa il signor Maissin. 

LXIII. 

ALLO STESSO. 
(Torino, 80 dicembre 1844) 

IlLmo signor Ingegnere, 

Avendo la S. V. Ill.ma diretto a Trino, città ove non 
mandiamo mai alla posta, la lettera ch'ella scriveva il 16 
andante al signor Tosco, questa non giunse a Leri se non 



(1) Ptem. per graticole. 



— 356 — 

dopo la partenza del predetto segretario, che si recava 
alcuni giorni sono in un'altra nostra tenuta posta nelle 
vicinanze d'Alba. 

Il signor Tosco non sarà di ritorno prima del 15 gen- 
naio a Leri, ondechè ho pensato di pregarlo di dirmi se 
non gli sarebbe più conveniente il ricevere avanti a tale 
epoca l'importare delle discretissime sue note, che in tal 
caso mi farei una premura d'inviargli un gruppo (1) dal 
velocifero. 

Spero avere il piacere di vederla nel corrente di gen- 
naio, nella circostanza della distribuzione delle medaglie 
dell'Esposizione, le quali furono finalmente approvate in 
modo definitivo nell'ultima tornata della R. Camera d'a- 
gricoltura. 

Rimando a quell'epoca le molte cose che avrei a dirgli 
relativamente alla meccanica agricola, ramo di cui apprezzo 
ogni giorno di più l'importanza. 

Giovanetti (2) è stato qui e non l'ho saputo. Gli faccia 
da parte mia aspri rimproveri. 

Ho il bene di raffermarmi con distinta stima. 

LXIV. 

ALLO STESSO. ** 

(Torino, febbraio 1845) 

IlLmo signore, 

Ho consegnato ieri a suo nome al marchese di Sambuy 
la memoria che la S. V. Ill.ma mi trasmise in favore di 



(1) Piem. per involto ben serrato e pieno di monete. 

(2) Giacomo Giovanetti (nato nel 1787, morto nel 1849), insigne giureconsulto no- 
varese, ohe sotto il regno di Carlo Alberto cooperò alla stupenda opera del Codice 
civile, e più specialmente a quella parte di esso che tratta del governo delle acque. 
u Alni (scriveva nel 1849 Carlo Negroni) dobbiamo essere grati se in quest'argo- 
mento la legislazione del nostro regno è di molto superiore alle altre legislazioni 
d'Europa. » Caldo propugnatore della libera industria e del libero commercio, il 
che gli valse l'amicizia di Cobden, il Giovanetti scrisse nel 1833: Dell'abolizione 
delle tasse annonarie; nel 1833-34 : Della libera estrazione della seta greggia dal Pie- 
monte; nel 1844, per la Francia: Du regime de$ eaux, et particulièrement de celles 
qui 8ervent aux irrigations. 



— 357 — 

un suo concittadino attualmente in un forte dell'Ungheria. 
11 prefato marchese mi promise di mandarla al suo fra- 
tello ambasciatore alla Corte di Vienna (l), con calde rac- 
comandazioni. Desidero che queste abbiano un esito felice 
e valgano ad aiutare gli sforzi che la famiglia del carce- 
rato fa per ottenere la sua liberazione. 

Venga a trovarci e mi creda intanto con sincera devo- 
zione suo ob. servitore. 

LXV. 

ALLO STESSO. 
(Torino, 4 febbraio 1846) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Il marchese di Sambuy, ottima persona, ma di un'esat- 
tezza matematica in ogni suo operare, venne in dubbio 
sulla nazionalità del Giuseppe Borsotti, nel punto ch'egli 
stava per mandare al suo fratello, nostro ministro a Vienna, 
la supplica dei suoi parenti. Esso pretende essere neces- 
sario di sapere se il prefato Borsotti è nato negli Stati 
del Re, oppure se è suddito austriaco, stantechè nel primo 
caso il ministro potrebbe farne l'oggetto di una rappre- 
sentanza diplomatica, nel secondo esso dovrebbe restrin- 
gersi ad una semplice raccomandazione privata. 

Lo prego adunque di rispondermi senz'indugio a questo 
riguardo, onde l'invio della supplica dei parenti del Bor- 
sotti non sia maggiormente ritardato. 

Temo di averla indotta in errore sull'epoca della distri- 
buzione dei premi, questa è fissata non già in gennaio, 
ma al 10 del prossimo marzo. Spero ch'ella potrà ordinare 
le sue faccende in modo da trovarsi presente ad una fun- 
zione in cui ella ha una delle prime parti, giacché il nu- 
mero delle medaglie d'oro per tutto lo Stato è ristretto a 
nove. 



(1) Il conte Vittorio Bertone di Sambuy che morì un anno dopo. 



— 358 — 

Mi rallegro che le sue esperienze sulla sbucciatura del 
risone abbiano avuto un esito felice. Tosto che ella cre- 
derà, con fondata speranza di successo, applicarla in grande, 
io metterò alla sua disposizione una delle nostre piste, 
non avendo nessuna difficoltà a fare tutte le spese che 
saranno necessarie. Mi basta che la S. V. IlLma mi dica 
che vi è una probabilità di riuscita come il 3 all'I. 

In questo caso la consiglierei d'inoltrare immediata- 
mente al ministero una domanda di privilegio, questa do- 
vrà essere accompagnata dai disegni degli ordegni ch'ella 
impiega e da una spiegazione del suo metodo. 

Manderò al fabbro-ferraio Savoia delle istruzioni ana- 
loghe a quanto ella mi scrisse da Milano. 

Non tralasci di pensare all'aggiunta del ventilatore pel 
trebbiatoio di Montarucco, che questo aumenterebbe del 
doppio l'utilità di quella preziosa macchina. 

Fra un mese sarò nel caso di dover procedere alla di- 
visione di un gerbido (1) assai esteso. Tale operazione 
presenta parecchie difficoltà a cagione dei diritti d'acqua 
e dei canali che debbono attraversarlo. Se ella potesse 
assumerne l'incarico, io sarei perfettamente tranquillo sul 
suo esito. Come però ella ha tante occupazioni vicino a 
casa, la prego di non aderire alla mia domanda ove questa 
le desse troppo disturbo, giacché in ogni caso potrei pro- 
curarmi l'assistenza del signor Bossi (2) di Gasale. 

Mi creda con sensi di sincera devozione suo ob. servi- 
tore. 

(P.S.) Farò riparare gli errori che furono commessi nel 
pubblicare il suo nome e la sua patria. 



(1) Piem, per terreno incolto. 

(2) Ingegnere di discreto valore che godeva fama di onesto, operoso ed intelli- 
gente. 



— 359 — 
LXVI. 

ALLO STESSO. 
(Torino, febbraio 1845) 

Ill.mo sig. pr.one colmo, 

Finalmente il ministero ha approvato il giudizio della 
Camera, e la distribuzione delle medaglie è stata fissata 
pel 10 del mese di marzo. Si è dovuto ritardare tale epoca 
onde potere distribuire assieme alle medaglie il bel rap- 
porto sull'Esposizione del cav. Giulio (1), che è un vero 
capo-lavoro. Questo rapporto, di oltre trenta fogli di stampa, 
contiene per la prima volta una descrizione compita dello 
stato dell'industria patria. 

Spero che la S. V. Ill.ma potrà disporre del suo tempo 
in modo a venire in persona assistere alla funzione della 
distribuzione dei premi che si farà in modo solenne. 

Avendo l'intenzione di recarmi a Leri nella prima set- 
timana di quaresima, vorrei far dar principio ai lavori 
della macchina, per ciò che riflette il fabbro-ferraio. Perciò 
la prego a volermi mandare una nota di ciò che Savoia 
può fare copiando i lavori dell'anno scorso. Se, come penso, 
la S. V. Ill.ma è nell'intenzione di far fare le griglie del 
tamburo e del caccia-paglia in ferro, a un dipresso come 
quelle del trebbiatoio della Graziosa, potrei pure far pre- 
parare a Savoia le piccole sbarre che debbono servire alle 
predette griglie. 

Nell'aspettativa di un suo riscontro le rinnovo i miei 
sensi di predistinta stima. Dev.mo servitore. 



(1) Carlo Ignazio Giulio, professore insigne di meccanica razionale. Morto in 
Torino nel 1869, in età di 56 anni, u Se mai vi fu in Italia uomo che valesse a 
rendere accessibile alle menti della generalità le cognizioni anche un pò 1 astruse 
della scienza, a volgarizzare, come si dice, il sapere, quello fu il Giulio. » Cosi 
Vittorio Bersezio nella pregiata opera: II regno di Vittorio Emanuele II 
libro I, pag. 31. (Torino, Eoux e Favale, 1878); 



360 — 



LXVII. 



Al cay. Cablo I. Giulio (Pwf. di Bwcuiea razionale) 

Torino. 

(Turili, février 1845) 

Monsieur, 

Je ne vous adresse pas les deux brochures ci-jointes (1) 
afln de vous faire perdre h les lire un tems prócieux. Ce 
serait de ma part une indiscrétion ridicule. Mon unique 
désir est que vous en agréiez l'hommage comme le seul 
témoignage d'admiration et de sympathie qu'il soit en mon 
pouvoir de rendre a votre talent d'écrivain de premier 
ordre et à vos excellentes doctrines économiques. Ce té- 
moignage a bien peu de valeur auprès de tous ceux que 
vous a valu votre dernier ouvrage (2) ; veuillez néanmoins 
l'accueillir avec bienveillance, car, si vous en avez regu 
d'infiniment plus précieux, aucun, j'ose le dire, n'a óté ins- 
piré par un sentiment plus sincère ou plus vif. 



LXVIIL 

All'ingegnebe Rooco Colli 

Novara. 

(Torino, 6 marzo 1846) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Molto mi sarà grato il vedere la S. V, Ill.ma nella cir- 
costanza della distribuzione dei premi, e di conversare sia 
intorno al nuovo suo sistema di brillatura, pia sul treb- 
biatoio di Montarucco. 



(1) Probabilmente i suoi scritti sull'Irlanda e sul libro di agronomia del Chft- 
teauvieux, dei quali ò fatta menzione in Lettere precedenti. 

(2) V. la Lettera precedente all'ing. E. Golii. 



— 361 — 

Mi rincresce assai che l'epoca in cui si apre la fiera di 
Novara renda la sua presenza colà necessaria subito dopo 
la funzione. Debbo prevenirla che S. M. ha manifestato al 
presidente della Camera, il signor cavaliere di Pollone (1), 
il desiderio di ricevere in udienza particolare coloro fra 
gli esponenti che hanno conseguito una medaglia d'oro. 
Il numero di questi essendo ristretto a nove e la S. V. Ill.ma 
essendo stata chiamata più volte nei tenimenti regii, mi 
pare ch'ella non possa esimersi di compiacere ai sovrani 
desiderii. Veda adunque di rimandare i suoi appuntamenti 
e di fare in modo di fermarsi a Torino sin dopo la reale 
udienza. 

Mi creda con sincera devozione dev.mo. servitore. 



LXIX. 

Al march. L. Costa de Beauregard (de' Secondi Scudieri del Re) 

Gkinonr Champigny. 

(TÙrin, 11 mars 1845). 

Mon cher Leon, 

Vous devez trouver mon silence bien singulier; cepen- 
dant si je ne vous ai pas écrit ce n'est point que j'aie 
negligé nos affaires ni que la paresse m'ait empéché de 
vous communiquer rien qui eùt pu vous intéresser. Depuis 
deux mois j'espère tous les matins ètre arrivò au terme 
de nos ennuis, mais malheureusement nous n'avangons pas, 
au contraire nous voilà obligés d'attendre une solution 
pour deux ou trois mois. Voici ce qui est arrivé. 

Les garants ayant refusé nos propositions, j'ai propose 
à Balbe de régler son compte en prenant pour base l'hy- 
pothèse.où les garants auraient étó condamnés à lui payer 
les 60,000 francs garantis et l'intórét de cette somme. 



(1) Antonio Nomis di Pollone, morto nel 1866, consigliere di Stato e senatore 
del Regno. Nell'aprile 1849 fa nominato ispettore generale delle Regie Foste. 
Nel 1851 ebbe l'incarico di Commissario Reale all'Esposizione universale di Londra. 



— 362 — 

fialbe m'a prie d'attendre la sentence du Sénat, en m'as- 
surant qu'elle devait ótre rendue dans le premier jour de 
février, Il insistait sur ce retard afin de pouvoir en finir 
d'une manière definitive. Sa demande m'a paru raisonna- 
ble, et j'y ai obtempéré d'autant plus facilement que l'a- 
vocat Demargherita (1), par moi consulte, s'était prononcé 
de la manière la plus formelle contre l'obligation pour les 
garante de payer les intéréts. 

Balbe en effet obtint que la cause fùt assignée a sen- 
tence le l e * de février. Elle fot disputée ce jour là par 
Galvagno (2) de manière à ne pas laisser des doutes sérieux 
sur l'issue du procès. Malheureusement par un faux esprit 
d'economie, Balbe, ou pour mieux dire Dommangé, n'a- 
vaient produit que l'extrait du jugement d'ordre relatif à 
la créance Balbe. Là dessus les garants ont demandé la 
production du jugement en entier. C'était óvidemment une 
chicane, une preuve de leur mauvaise foi et du peu de 
poids de leurs raisons. J'espérais et Galvagno aussi que 
le Sénat n'admettrait pas ce moyen dilatoire. Il en a été 
autrement: après y avoir pensò 35 jours, le Sénat a dé- 
claré que Mr de Balbe serait temi à produire en entier 
tous les actes du jugement d'ordre, mais que les frais de 
cette production seraient en entier supportés par les 
trois garants. Cette dernière partie de la sentence est dure 
pour ces messieurs, elle leur impose une charge conside- 
ratale, c'est une véritable punition, mais en attendant, elle 
retarde la solution definitive de notre affaire de deux mois 
selon Galvagno, et probablement de trois ou quatre. C'est 
désolant, mais qu'y faire. Boire jusqu'à la lie le calice de 
la Compagnie Savoyarde. Si ce retard vous contrarie, jugez 



(1) Insigne giureconsulto che fu poi senatore del Begno e guardasigilli nel ga- 
binetto Azeglio. 

(2) L'avv. Gian Filippo Galvagno, che fa poi ministro dell'interno e guardasi- 
gilli nel gabinetto Azeglio. Un giorno, il conte di Cavour, quando era ministro, ebbe 
occasione di ricordare scherzevolmente, dinanzi alla Camera, l'abilità avvocatesca 
del Galvagno. u Ho avuto una lite per un passaggio d'acqua (diss'egli) e questa 
dura da trentanni, eppure il mio avversario non è ancora riuscito ad ottenere 
una sentenza che mi costringa a dargli il passaggio, e di questo io son debitore 
all'onorevole deputato Galvagno che ha si bene sostenuto dinanzi al Tribunale le 
mie parti » (Ilarità). Tornata 15 giugno 185S. 



— 363 — 

ce qu'il me fait éprouver. Certes, vous ne sauriez en ótre 
plus irrite que moi. 

Mombel vous aura communiqué tout ce qui est relatif 
au projet du chemin de fer de Ohambéry à Lyon et k Ge- 
nève. Ce projet me parait assez raisonnable, il doit réussir, 
car il convient inflniment plus à Lyon que le projet forme 
à Genève pour percer le Jura et aller aboutir à Macon. 

Si ce projet s'exécute, notre malheureux chemin de fer 
acquerra une grande valeur et nous pourrons le vendre 
avantageusement à la Compagnie Lyonnaise. J'ignore ce 
que le gouvernement sarde pense à cet égard. M. Désam- 
brois est tellement taciturne qu'il est impossible d'en rien 
tirer. Je ne vois pas pourtant qu'il veuille s'y opposer, 
attendu que s'il refuse le passage sur son territoire du 
chemin de fer en question, il ne peut empécher que Ge- 
nève ne soit unie à Lyon par le chemin de Nantua et de 
Bourg, ce qui laisserait la Savoie entièrement en dehors 
du système de communication qui doit s'établir entre la 
France centrale et la Suisse. 

«Pai vu Vandone ces jours derniers, nous avons dine en- 
semble chez Cesar Alfieri. 11 espère vous voir plus tòt 
que les autres années. Ce sera aussi pour moi un grand 
plaisir si vous venez ici au mois de mai. Votre présence 
ici pourrait étre fort utile h nos intérèts communs en Sa- 
voie. Votre voix ne sera pas sans influence sur le Roi et 
sur son ministre. Venez donc, cher ami, et croyez au 
plaisir que votre présence me fera éprouver. Votre dévoué. 

LXX. 

Al conte Fedeeigo Sclopis (Att. flen. presso il Senato) 

Torino. 

(Torino 16 marzo 1845) 

Ill.mo signor Conte, 

In mia qualità di tesoriere delle scuole infantili debbo 
ricordare alla S. V. Ill.ma che l'anno scorso ella gentil- 
mente acconsentiva di far parte della Commissione inca- 



— 364 — 

ricata di rivedere i conti dell'esercizio dell'anno 1843 per 
fare poi sopra di essi una relazione alla prossima adu- 
nanza generale. Tutti i documenti a questo esercizio re- 
lativi a questa contabilità essendo ora preparati, prego la 
S. V. Ill.ma a compiacersi di fissare un giorno, un'ora in 
cui io possa sottoporli a lei ed ai suoi colleglli. Tosto 
ch'ella m'avrà fatto conoscere la sua intenzione, sarà mia 
cura e quella del collega Franchi il renderne avvertiti gli 
altri membri della Commissione. 

Se non fosse abusare della sua compiacenza, lo pregherei 
a scegliere un giorno anteriore a giovedì venturo, dovendo 
portarmi (a Leri?) sul finire della settimana per un affare 
di rilievo. 

La prego inoltre a voler fissare il luogo della riunione; 
se ella volesse riceverci alla sua casa renderebbe un vero 
servizio alla Commissione, giacché il locale della segre- 
teria delle scuole è così umile e poco adatto che sarebbe 
per noi direttori una vera mortificazione il vedervi riuniti 
quelli fra i nostri benefattori che si assunsero il delicato 
incarico di sindacare il nostro operato. 

Per chiudere la già soverchia filastrocca delle mie do- 
mande, le chiederò il favore di favorirmi di una risposta 
quanto più presto gli sarà possibile. 

Mi è oltre, modo grata la circostanza per raffermarmi 
con predistinta stima dev. ed obb. servitore. 

LXXI. 

Al marchese L. Costa de Beaueegard (de 1 Secondi Scudieri del Re) 

Ckanibéry. 

(Turili, 18 mara 1846) 

Mon cher Ami, 

J'espère que vous aurez regu avant de quitter Champigny 
une lettre de moi qui vous aura mis au fait de tout ce qui 
s'est passe avec Balbe. 

J'ai regu de Mombel avis du projet du chemin de fer 
de Lyon à Genève par la vallèe du Rhóne; mais comme 



— 365 — 

je n'ai été chargé d'aucune mission positive, je n'ai pas 
fait de démarches auprès du ministère. N'étant pas en re- 
lation avec Mr Désambrois, je ne me soucie d'aller lui 
parler qu'autant que j'ai quelque chose à lui dire. C'est 
d'ailleurs l'homme le plus taciturne et le moins commu- 
nicatif que je connaisse. Peut-étre sera-t-il plus explicite 
avec vous qu'avec moi. Votre haute position sociale lui 
en imposera. 

Je serai charme de vous voir le mois prochain; en at- 
tendant tout ce que je voudrais vous dire de vive voix, 
recevez l'assurance de ma bien sincère amitié. 

LXXII. 

Al mabchbsb Emilio di Sambuy 

Torino. 

(Leri, 7 avril 1845) 

Mon cher Marquis, 

Vous m'obligeriez beaucoup si vous pouviez me procurer 
le plus tòt possible deux herses Valcourt: j'ai reconnu l'in- 
contestable superiori té de cet instrument sur les herses 
ordinaires, et je compte en généraliser l'usage dans tous 
les domaines que j'exploite. 

Le tems est peu propice aux travaux des semai lles du 
riz; je tàche de me consoler en essayant le guano sur mes 
prairies. 

Mes amitiés à Salmour lorsque vous le verrez. 

Croyez, mon cher Marquis, à mes sentiments dévoués. 

LXXIII. 

Al maech. L. Costa de Beaubegabd (do' Secondi Scudieri del Re) 

BacconigL 

(Turin, 26 aoùt 1846) 

Mon cher Leon, 

Je m'empresse de vous fournir directement l'explication 
que vous me demandez sur les bases qui ont servi à éta- 



— 366 — 
blir la rópartition des 18,000 franca que nous payons à 
Balbe à ti tre d'honnétes gens. 

Vous vous rappellerez que l'inscription hypothécaire que 
nous avons prise en prétant 75,000 francs à la Compagnie 
Savoyarde, prenant Fhypothèque de Balbe, nous avons dès 
le début de la liquidation de l'avoir de la Compagnie dé- 
claré, que nous n'entendions pas proflter de notre priorité 
au détriment de Balbe, mais que nous lui abandonnerions 
nos droits jusqu'à ce que les siens fussent entièrement 
satisfaits. 

C'est en vertu de cette déclaration, que sur les sommes 
que nous avons regues comme créancier hypothécaire de 
la Compagnie Savoyarde, nous payons 18,000 francs à Balbe. 
Or comme vous étiez créancier de 25,000 et moi seulement 
de 20,000, nous avons regu des assignations comme créan- 
ciers hypothèques dans le rapport de 25 à 20, soit de 5 
à 4. C'est en conséquence de ce méme rapport que nous 
devons payer Balbe, puisque s'il avait été mis effective- 
ment dans notre lieu et place, nous aurions regu en moins 
vous dans le rapport de 5 et moi dans le rapport de 4. 

J'ai cbargé mon avocat de rediger l'acte de libération, 
que je ferai faire a triple originai. La quittance notariée 
des 12,000 francs que nous payons comme garants sera 
également faite avec soin. 

Je suis en instance auprès Mr Maus (1) pour qu'il procède 
à la vériflcation de nos rails. Si j e ne puis terminer avant 
de partir, je me ferai donner un à-compte de 25,000 fra. 
que je déposerai chez Cotta à votre crédit. 

Adieu, mon cber ami, je compte bien vous embrasser 
avant de me rendre auprès de l'ami Vandone. Tout à vous. 

(P. S.) Je regois à l'instant le projet de la quittance que 
Balbe doit nous passer. Je vous la transcris: 

« Per la presente fatta per doppio da rimettersi una 
al marchese Costa de Beauregard, V altra al conte di Ca- 
vour, il conte Cesare Balbo dichiara di avere realmente 



(1) Direttore, in quel tempo, delle strade ferrate del Belgio. 



— 367 — 

ricevuto dai prefati signori conte di Cavour e marchese 
Costa la somma di lire 18,000 a saldo di ogni suo avere 
verso la Compagnia, nelle quali lire 18,000 consiste il 
residuo del suo credito portato da istromento del . . . 
.... verso la Compagnia Savoiarda. Dopo riscossi 
sia il dividendo nella liquidazione dell'attivo di essa Com- 
pagnia, sia le lire 60,000 dovutegli dai fideiussori pre- 
stati dalla Compagnia nel medesimo atto; e ciò in dipen- 
denza della speciale obbligazione volontariamente assun- 
tasi dai prefati signori marchese Costa e conte di Cavour, 
di rendere indenne il conte Balbo da ogni perdita che 
gli fosse toccata, a ragione della confidenza che loro di- 
mostrava quando acconsentiva, da essi consigliato, a mu- 
tuare una somma cospicua ad una Società che gli era 
sconosciuta. 

« Epperciò il conte Balbo, pienamente soddisfatto d'ogni 
suo avere, dichiara che il marchese Costa ed il conte di 
Cavour hanno fedelmente adempiute tutte le loro pro- 
messe fatte sia per iscritto, sia verbali. » 



LXXIV. 

All'ingegnebe Rocco Colli 

Novara. 

(Torino, 21 ottobre 1846) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Se il vantaggio del trebbiatoio fosse ancora dubbioso, 
l'esperienza di quest'anno basterebbe a convincere i più 
restii. Infatti, mentre ho da oltre quindici giorni ritirato 
in magazzeno tutto il raccolto di Leri e Montarucco clie 
supera gli 11,000 sacchi di risone, ho tuttora sulle aie del 
Torrone due povere tresche (1) di cui spero poco. Sono 
adunque deciso di far costrurre Tanno venturo un terzo 



(1) Piem. per aiate di riso in paglia. 



— 368 — 

trebbiatoio al Torrone, epperciò ho nuovamente ricorso 
alla sua gentilezza. 

Le aie del Torrone sono state rifatte quest'anno, sono 
disposte in modo da potervisi collocare la macchina in 
luogo opportuno come a Montarucco, vantaggio questo 
assai maggiore di quanto si potrebbe credere a prima 
vista. Ma per mettere in moto il trebbiatoio è necessario 
costrurre un nuovo cavo, il quale dovrà, penso, attraver- 
sare due risaie. La costruzione di questo dovrà effettuarsi 
nell'inverno, giacché se si volesse intraprendere dopo il 
seminerio del riso ne risulterebbe un aggravio di spesa e 
danni di considerazione. Egli è perciò ch'io prego con 
istanza la S. V. Ill.ma a voler fare una gita al Torrone 
prima dell'inverno, ed anche prima del San Martino se ciò 
le è fattibile. Rendendomi avvertito del giorno che ella 
fisserà, cercherò di trovarmi a Leri per intendere con lei 
ogni cosa. Ma nella mia assenza il signor Tosco mi sup- 
plirà. 

Le ricordo che l'indirizzo del signor Tosco è a Tron- 
zano, senz'altra indicazione. 

Nella speranza di trovarmi fra poco colla S. V. Ill.ma, 
passo a raffermarmi con distinti sensi dev.mo servitore. 



LXXV. 

ALLO STESSO. 

(Torino, 28 ottobre 1846) 

Ill.mo sig. Ingegnere, 

Son grato alla premura dalla S. V. Ill.ma manifestata 
per dare evacuo alla nuova incombenza ch'io mi propongo 
affidare alla sua pronta perizia. Sarebbe però un'indiscre- 
zione soverchia s'io accettassi l'offerta fattami di venire 
il 3 del venturo novembre nelle mie risaie. Ella correrebbe 
rischio di rimanere annegata in un mare, sé non d'acqua, 
per lo meno di fango. 



— 369 — 

Perciò gli propongo di rimandare la dirisata visita dai 
15 ai 20 novembre, epoca alla quale vi è da sperare che 
saremo liberati dalle pioggie che cotanto ci affliggono. 

Prego però la S. V. Ill.ma a fissare il giorno che gli 
tornerà più comodo nei limiti sovra indicati ; salvo sempre 
il caso del cattivo tempo. In allora sarebbe più prudente 
aspettare il gelo, essendo più facile ripararsi dal freddo 
che dal fango. 

Nell'aspettativa di un suo riscontro passo a rinnovargli 
i miei sensi di sincero affetto. Dev.mo servitore. 

LXXVI. 

ALLO STESSO. 

(Torino, 11 novembre 1846) 

Ill.mo Signore , 

Stavo per scrivere alla S. V. Ill.ma quando mi venne 
consegnato il pregiatissimo suo foglio in data di ieri, onde 
annunziarle il mio arrivo in Leri domenica ed invitarlo a 
venire ad ivi ritrovarmi nei primi giorni della ventura 
settimana. Ella vede da ciò che le nostre mire combinano 
a meraviglia. Farò adunque trovare lunedì al solito al- 
bergo dell'Aquila un mezzo di trasporto, il quale lo con- 
durrà direttamente al Torrone, ove andrò dal canto mio, 
e verremo quindi a pranzo assieme a Leri. 

Mi creda qual sono con affettuosi sensi. 

LXXVII. 

ALLO STESSO. 

(Torino, 2 dicembre 1846) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

Ho ricevuto a Leri il pregiatissimo foglio che la S. V. 
Ill.ma mi scrisse il 23 scorso novembre da Novara. 

«34 — Voi. I. Lettere di C. Cavour. 



— 370 — 

Le farò osservare che è cosa facile l'aumentare il salto 
della ruota idraulica, dando sfogo all'acqua del cavo mo- 
tore non già nella roggia di Castelmerlino, ma bensì nel 
fosso che forma il prolungamento del fosso che cinge le 
aie a tramontana, il quala va a finire nella roggia Gardina, 
più bassa di oltre due metri di quella di Castelmerlino. 

Da ciò la S. V. IU.ma vede esser facile il disporre di 
un salto di tre metri, mediante il quale le riuscirà facile 
lo stabilire una ruota a reazione, od almeno di ottenere 
una forza bastevole per far girare l'aspa (1) con massima 
velocità. 

Se l'aspa si riduce a due metri o a 2,50, mi pare assai 
più conveniente il farla di ferro. 

In quanto al fabbricato desidero di restringermi per 
quest'anno allo stretto necessario. Il tenimento del Tor- 
rone essendo meno provvisto degli altri di bestie da la- 
voro, non potrei effettuare la condotta di una fabbricazione 
estesa senza grave danno delle operazioni agricole. 

La prego adunque di mandare al signor Tosco la nota 
dei legnami al fabbricato indispensabili pel collocamento 
della macchina. 

In fretta le rinnovo i miei sensi di ben sincera stima e 
devozione. Dev.mo servitore. 



LXXVIII 

ALLO STESSO. 
(Torino, 3 dicembre 1846) 

Ill.mo signor Ingegnere, 

L'eccessiva fretta colla quale scrissi ieri alla S. V. Ill.ma 
mi fece dimenticare di pregarla di un nuovo favore. De- 
sidererei moltissimo ch'ella si compiacesse di far costruire 
il più presto possibile due taglia-paglia di forma semplice 



(1) Piem. per aspo. 



— 371 — 

per due stalle di 12 o 15 bestie; cioè due macchine poco 
voluminose. 

Il Burdin ha per ora chiuso il suo stabilimento ed i 
fratelli Benech mi chieggono una somma ridicola (1). 

Se i coltelli non si trovassero facilmente a Novara, man- 
dandomi un modello di legno li farò eseguire qui dietro 
la sua direzione. Spero che Oarlotto potrà dirigere queste 
due macchine ed applicarvisi con quell'abilità che ben co- 
nosco. 

Le rinnovo l'espressione dei miei sensi affettuosi. Dev.mo 
servitore. 



LXXIX. 

ALLO STESSO. 

(Torino, 8 dicembre 1846) 

Ill.mo Signore, 

La ringrazio della sollecitudine colla quale ha corrisposto 
alla mia domanda dei taglia-paglia per Leri. Se la macchi- 
netta ch'ella ha testé fatto ultimare è in grado di tritu- 
rare da 20 ai 25 rubbi di Piemonte (210 chilogrammi) in 
sei o sette ore, essa mi riuscirà utilissima. Se poi non si 
potesse con essa ottenere un tal lavoro, non servirebbe 
all'uso che mi propongo. Oltre alla detta macchinetta, de- 
sidererei ch'ella facesse costrurre due altri taglia-paglia 
secondo il modello inglese dalla S. V. IU.ma modificato 
come meglio lo giudicherà. Ove poi il costo di queste 
macchine non fosse oltre i novanta franchi, ne vorrei tre 



(1) La domanda doveva essere infatti esagerata, perchè pochi furono cosi gene- 
rosi nello spendere come il Cavour, u Jamais (racconta William de La Rive 
nei suoi Recita et Souvenirs) note de fournisseur ne fut de sa part l'objet de la 
moindre contestation ; il était de ces gens qui ne marohandent pas et qui paient. 
A Paris, le propriétaire d'un hotel où il avait passe quarante-huit heures sans y 
diner une seule foie, lui presenta un compte de douze cent franca. — Figurez-vous, 
me disait-il en riant, que mon secrétaire ne voulait pas absolument les payer ; j'ai 
eu grand'-peine à lui faire entendre raison, il