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Full text of "Lettere sopra Dante a Miledi W.-Y. di"

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LETTERE 



SOPRA DANTE 



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LETTERE 
SOPRA DANTE 

k MltEDI W.-T. 
CIAHBATISTA BROCCHI 



MILANO 

fitLU TWOGBkrU B LIMUIA DI FEtilCE BV900HI 
«■tnOi ib* Due Hari, N.* la3J 

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Xh t^ttOKK 






RtsTAHtAii^D queste Lettere di G. B, Bròcchi 
sopra Daute y . dietro l^unicar edizione* fatta 
a Venezia nel 1797^ in i2mo (la quale è 
tanto rara, che a pochissimi è nota ) in luogo 
di Prefezione si |;|jporta qui il giudizio dato 
sulle medesime dal signor Giovanni Larber 
nell'Elogio, storico del nostro Autore, im- 
presso in Padova nel 1828, in 8vo. Così egli 
si esprime: 

M Tra i prìncipi de' poeti italiani egli pre- 
M diligeva con trasporto il divino Alighieri, 
« pareggiando l'ammirazione che allo stesso 
« poeta aveva tributato l'insigne Algarotti, 
« e tant' altri che lo hanno illustrato^ 

*« Seguendo Tesempio di Addison che pre- 
« sento nella miglior luce i più interessanti 
« squarci del Paradiso perduto di Milton, 
« Brocchi commentava Dante j scrivendo o 
« fingendo di scrivere delle gentilissime let- 
4t tere sopra questo poeta ad una dama in- 



VI 

4K giese, mentendole innsmd le rose, com'egli 
« si esprìmeva, senza che la stessa si prenr 
-tt desse la briga di andare a coglierle in 
« mezzo a tante spine, 

« Il colore' d'arcaismo de' Tersi di Dante, 
« la sua gravità, la sua concisione^ l'energia, 
w la Vibratezza, la ricchezza d'invenzioni, 
fi Io spirito delle allusioni nuove e pere- 
w grine, te frequenti e singolari sentenze, i 
ic traslati, le metafore costituenti il vero lin- 
IV guaggio poetico, e per^cui Dante fu il più 
« benemerito della Ungua italiana, della quale 
«venne sempre considerato il padre ed il 
w creatore, colpivano segnatamente l'anima 
« del Brocchi degno veramente d'illustrar 
« Dante, gìacdiè s'incontrava assolutamente 
« con lui nel guardare la natura con l'oc- 
«r chio della penetrazione e della sagacità, 
«» e nel copiarla tal quale le si parava di- 
« nanzi. In sì fatto commento ci lasciò il 
«r Brocchi un convincente argomento del suo 
« buon gusto per la letteratura, m 



àLLA 
OKNATISSIMA SIGNOU-il 

9j£ * m m * m * * * * 



GlAMBÀTISTA BROCCHf 

Jl nome della gentile e eolUssima Dama,, 
aUa quale sona dirette le Lettere^ che adesso 
si pubblicano^ onora assai questa mia operetr 
ta: ma per accrescerle il fregio volli decorarla 
ancora del nome di voij che stìnto, ed onoro^ 
ed a cui mifo lecito di offerirla^. Essa è una 
corrispondenza letteraria^ che ho tenuta, non 
corre gran tempo , con una dama deWln- 
^ilterra^ amante assai delP idioma e de'poeti 
italiani, e che si mostrò meco desiderosa di 
conoscere Dante, Siccome il suo poema non 
è moUo atto onde servire di trattenimento alle 
persone del gentil sesso^ per risparmiarle una 
fatica poco piacevole mi sono preso ì^ assunto 
di additarle io medesimo i luoghi pik degfii 



▼ITI 

di osservazione^ studiando di snluppame le 
bellezze y e di esporle nel loro ma^or lume, 
acciocché éUa potesse s^agheggiarle con diletta^ 
Io cerco adesso £ procurare a Dante V onere 
d* introdurlo anche alia presenza vostra \ e 
bench'egli non possa avere la compiacenza 
di considerare neppure voi come sua nazio^ 
naie , tuttavia mi lusingo che vorrete nsargS 
cortese aecogUeraa. La lunga dimora che vi 
piacque fare tra noi, lo studio che avete po^ 
sto nella nostra lingua, e%me* nostri poeti, la 
vostra penetrazione , e il buon gusto di cui 
siete fornita vi mettono in grado di potere as-^ 
saporare i suoi versi, e dame un esatto giu" 
dizio. Dotata, come siete, di tante preroga^ 
tive, veggo bene quanto sia per voi misera 
offerta un libro, ove sono raccolte le cose piiè 
singolari éS. un autore , che potete consultare 
nelt originale senza abbisognare dell altrui soc» 
corso : ma se camminando su per un monte 
alpestre e selvoso incontraste per via alcuni 
fiori, piuttosto che disagiarvi voi stessa perco" 
glierU , non avreste a grado che altri ve gli 
presentasse uniti in un mazzolino^ 



LETTERE 



SOPRA DANTE 



A MI LEDI W— Y. 



LETTERA PRIMA- 

JN elle saporite conversazioni ^ alle quali ebbi 
anch'io la fortuna d'intervenire lo scorso autun* 
no nella vostra villeggiatura di F....^ mi ricordo» 
Mlledi , quanto vi piaceva trattenervi a parlare 
de' poeti> e della letteratura della nostra nazio* 
ne. Tuttoché voi siate nata sotto altro cielo » e 
non corra gran tempo che vi trovate ne' nostri 
paesi» pure avete saputo rendervi familiari le 
Muse Italiane , che per lo più si piegano diffl- 
cllmeute a dimesticarsi con gli stranieri. Quante 
volte vi ho sentito esaltare ora l'armonia e la 
dolcezza de' versi del Petrarca» ora l'amena va- 
rietà del Furioso, la nobile elevatezza della Ge- 
rusalemme» e sopra tutto la facilità» la natura- 
lezza» l'afTetto che spira ne* drammi del Meta- 
stasio ! Fra questi poeti avvenne pure talvolta 
di far menzione di Dante. Mi sovviene come un 
giorno voi avete chiesto se il vostro Milton ab- 
bia niente tolto da lui » poiché entra anch' egli 



2 LETTERA FBIMA 

in più di un luogo negli stessi argomenti, ed 
era molto studioso de' poeti Italiani. Varie cose 
si dissero allora su tale proposito; ma assai va* 
gamente , perchè il luogo non era adattato a 
lunghi ragfonameuti , a cui necessariamente do- 
irea condurci il confronto di due autori. Da que- 
sta vostra curiosità ne ritrassi per altro, che voi 
non avevate letto il poenta di Dante, e ne sono 
restato non poco maravigliato. È v%ro, che que- 
sto poeta non è assai gentile , onde possa es- 
sere introdotto alla toefetta delle Dame, ma so 
che voi avete mostrato sempre un gran deside- 
rio di conoscere i nostri migliori scrittori, e che 
siete fornita di un sentimento finissimo per gu- 
starne l'ottimo. Oltracciò avete appresa la nostra 
lingua da' fonti de' più eccellenti maestri del 
dire, e ne' paesi dove meglio si parla , avendo 
voi scorsa oramai gran parte dell'Italia, di cui 
ne abbellite ancora con la vostra presenza una 
delle più colte città. 

Avendovi latto qualche cenno su questo par- 
ticolare, non mi è uscito della memoria come 
avete procurato di giustificarvi. La fama, che ha 
Dante di essere un poeta aspro ed oscuro, voi 
mi diceste , vi ha distolto dall'impresa di leg- 
gerlo. Ma comechè sia, voi non dovevate con- 
tentarvi di stare alle relazioni altrui. Perché non 
iscorrerne voi medesima alquanti canti, e darne 
poi il vostro giudizio, giacché cosi bene avreste 
potuto farlo? 

Adesso che la rigida stagione vi ha fatto ab- 



LSTTSRA PRIMA 3 

bandonare la campagna» ed ba obbligato me pure 
di rìtornare al mio soggiorno» percliè la lonta- 
nanza non mi prìvi affatto del dolce piacere di 
conversare con voi» bo risoluto di prendere la 
penna in mano; e, se non v^incresee» di trat- 
tenervi appunto su Dante. La questione» cbe 
avete proposta in riguardo a' due poeti» mi ha 
invogliato a rileggerlo. Io non vorrei troppo 
presumere» o abusarmi troppo della vostra sof- 
ferenza» se con questa occasione vi dicessi parte 
de' più bei pezzi del suo poema, cbe incontrerò 
a mano a mano cbe procederò oltra con la let- 
tura» cercando di svilupparne le bellezze» ove 
ciò creda a proposito. Da quanto vi dirò potrete 
acquistare una bastante cognizione di lui. Io vi 
metterò innanzi le rose» senza che vi prendiate 
voi stessa la briga di andare a coglierle in mezzo 
a tante spine: impresa certo poco dilettevole ; 
onde molti eziandio de' nostri nazionali» che non 
sono privi di genio per la poesia » hanno una 
scarsa ed imperfetta idea di questo autore» per 
non avere la pazienza di sceverare nel leggerlo 
il buon dal cattivo. Cosi verrei a fare su Dante 
quello appunto che sopra Milton ha fatto un 
celebre vostro compatriota» il sig. Adisson^ quando 
nel suo Spettatore die un estratto de' più sin- 
golari pezzi del Paradiso perduto. Sono ben lon- 
tano dal lusingarmi di poter uguagliare quell'ele- 
gante scrittore; ma ceito é che più di lui ho 
brama di ben riuscirvi» poich'egli col suo lavoro 
non avea altro scopo che d'incontrare .l'aggia^s 



4 LETTERA FRIM4 

dimenio del Pubblico , ed io scrivo per avere 
il vanto di merìtarmi il vostro^ o Miledi. 

Ad onta della poco buona prevenzione che 
avete per Dante , io voglio credere , che sarete 
persuasa, che non sia sprovveduto affatto di me- 
riti* Voi sapete pure com' egli alzò un gran con- 
cetto fino da* primi tempi, e per consenso uni- 
versale fu distìnto dalla turba comune de'poeti. 
Io non voglio adesso dare un gran peso al ti- 
tolo di Divino» di cui fu decorato; perchè que- 
sto titolo perde molto del suo splendore per l'a- 
buso che se ne faceva in que' tempi, dove si 
concedeva l'apoteosi a' poeti cosi a buon mer- 
cato come una volta agli Imperatori. Ma voi do- 
vete certo ammirare un uomo , che nato in se- 
coli rozzi e buj , con la sola scorta del suo ge- 
nio fu il primo a sollevare il nostro idioma dalla 
barbarie oscurissima in che giaceva. Innanzi che ' 
^li scrìvesse il suo poema esso non era di fatto 
<£e un gergo povero ed ignobile, che non ve* 
niva coltivato che per la necessità, che aveano 
gli uomini di farsi intendere con le parole. N«' 
librì si prediliggea la lingua Latina, e l'Italiana 
si reputava indegna di comparir sulle carte, se 
si eccettui qualche scrittura di poco momento^ 
Sorsero poscia alcuni poeti, che furono i primi 
a sollevarla a qualche grado d'onore adottan- 
dola ne' loro canzonieri amorosi. Essi di fatto 
erano pia di tutti nella necessità di valersi di 
questo dialetto, poiché sarebbero stati poeo ascpl* 
tati dalle loro Belle se avessero voluto spiegar^ 



LimmA PBiiià 5 

i loro tormenti in un'ode, o in un' elegia latina. 
Ma ]a lingua non potea fare grandi ayanzamentì 
sotto la loro penna, poiché tutti i loro compo* 
nimenti si aggiravano sopra uno stesso soggetto, 
che non dava luogo a varietà di espressioni e 
di stile. Essi non sapeano far altro die esaltare 
le trecce bionde, le mani d'avorio, lamentarsi 
della crudeltà di Madonna, ed informare tutto 
il mondo de' loro martiri. 

Uno de' primi che abbia cominciato a scostarsi 
da questi triti argomenti fu un certo Brunetto 
Latini Fiorentino. Costui scrisse un libro in versi 
rimati di sette sillabe, chiamato il Tesoretto. Egli 
pon ebbe già intenzione di pubblicare un tesoro 
di poesia, ma di scienza. In esso raccolse tutto 
quello che si sapeva a que' tempi, che per ve- 
rità era assai poca cosa, ma però abbastanza, 
onde potesse riuscire a formare uno zibaldone. 
La geografia, r astronomia, la storia naturale, la 
storia sacra e profana, ogni parte di filosofìa, la 
teologìa, trovano luogo alla rinfusa in quel vo- 
lume. È facile l' avvedersi come un uomo di un 
gusto cosi barbaro non può essere il favorito delle 
Muse, e che l'argomento che imprese a trattare 
non è capace di essere adornato da' fiori della 
poesia. Egli in effetto non avea orecchio punto 
armonico, i suoi versi sono rozzi, aspri, e senza 
numero, né si distinguono per versi se non iu 
quanto alia rima. Non vi parlerò del suo Pataffio^ 
che è un' altra opera tessuta di proverbj , dove 
pare che abbia messo tutto lo studio a non farai 



6 Lettera phimx 

intendere da nessuno, e forse neppur da sé stesso, 
e che non è prezzato che da coloro , che cer- 
cano la rarità più che la scienza ne' libri. Eccone 
i primi versi: 

SquasimodeOj introcquej e afusone 
Ne haij ne hai pilorcio con mattana j 
Al con la iigna^ e^i è mazzamarrone, 

tn tale stato si trovava la poesia Italiana, quando 
negli anni mille e trecento e uno Dante die'co- 
minciamento al suo poema. Nacque egli nel ia65, 
e Brunetto Latini fu appunto suo precettore. 
Egli possedeva in alto grado tutte le qualità che 
mancavano agli altri poeti ; spirito pensatore, vi- 
vace fantasia, ed occhio finissimo osservatore 
della Natura. Siccome era fornito di un'anima 
più di qualunque altro senì)ibile, e che la lingua 
nello stato in cui la trovò non era sufficiente, 
end' egli potesse esprimere tutti i suoi concetti, 
cofà. dovette essere in necessità d'inventare ma- 
niere di dire, frasi e parole non più tentate. 
Egli non si fermò già ne'soggetti amorosi, o in 
qualche altro sterile argomento, ma scrìvendo un 
poema, a cui, com'egli dice, ha posto mano cielo 
e terra, e dove descrisse a fondo tutto l'Universo, 
abbracciò la Natura in tutta la sua estensione, 
e la rappresentò al vivo in tutti gli aspetti. 

Malgrado la stima che ho per questo poeta , 
e che cerco d'insinuare anche in voi, non cre- 
diate però che io voglia prodigalizzare l'incenso. 



tCTTEBA PRIMA J 

ed adorare persino ì suoi difetti. Sono i comen» 
tatorì che trovano tutto ottimo, e tutto prezioso 
ne' loro autori, e che hanno il privilegio di ye* 
dere Toro nel fango. Converrebbe essere molto 
appassionato per Dante, acciò che dolessero pia* 
cere tanti vocaboli barbari inventati a capriccio, 
e tante espressioni oscure, che non di rado s'in» 
contrano ne' suoi versi. Non vi può essere niente 
di più stravagante di quelle parole: Pape Satan, 
Pape Satan, Aleppe ; Rcifel mai amech zahi almi; 
Tabemichj Austerich, crich. Siccome questo poeta 
mostrava nel suo trattare un carattere sprezzante, 
ed uno spinto d'indipendenza , cosi volle affet- 
tarlo altresì ne'sùoi scritti. Egli si vantava di es* 
sere padrone assoluto di dire ciò che gli piaceva. 
Solca gloriarsi, che la rima non gti fu mai d'o- 
stacolo per ispiegare ciò che volea: quindi in« 
trodusse a bella posta ne' suoi versi • stranezze 
ed irregolarità. 

Si vede chiaramente, che Dante si servi di 
questi bizzarri vocaboli per solo capriccio , non 
perché avesse nn gusto cosi stravolto che li 
approvasse per buoni. Si osserva che le rime, 
che compose in sua gioventù, quando non volea 
ancora ^rsi un'aria di singplarità, sono nobili, 
vivaci , e senza ombra di que' difetti, che si ri- 
provano nel poema. Cosi nelle Opere fatte da 
più attempato tiene in materia di stile prìncipi 
dei tutto opposti a quelli che avea già messi in 
pratica. In un suo libro della Volgare Eloquenza 
egli avverte, che chi vuole scrivere in istile alto 



8 LETTERA PJIIMA 

si astenga dalle parole Mamma o Babbo, e per- 
sino da quelle di greggia, fenumney e corpo, al- 
cune delle quali^ egli dice^ sono puerili, ed altre 
contadi uesche. Cosi viene ad accusare sé stesso, 
che nel poema avea usate queste medesime pa- 
role di mamma , babbo , con Y altre di nanna , 
dindi, e simili appena degne del più basso co- 
mico. Farmi tuttavia, che in quel suo libro della 
Volgare Eloquenza si sia poscia mostrato un po' 
troppo scrupoloso condannando voci, che niuno 
avrebbe riguardo di adoperare in qualunque stile, 
quali sono quelle di greggia, corpo, ec* Egli ha 
fatto come coloro, che essendo stati discoli ne' 
loro fresch'anni, diventano bigotti in vecchiaja. 
Molte per altro di quelle voci, che a noi sem- 
brano rozze ed antiche, non erano tali per le 
persone del suo tempo. Uno storico Fiorentino 
contemporaneo a Dante, detto il Villani, com- 
menda assai la Divina Commedia come un poema 
dettato in pulita rima. Cosi da alcune Novellette 
di Franco Sacchetti, il quale scrisse nel secolo 
stesso, si raccoglie ch'era cantata per le strade 
da'mulattieri, nel modo che si canta il Tasso da' 
gondolieri per le lagune di Venezia. Questo mo- 
stra com'essa era assai più popolare, e molto 
più intesa che non è al presente. Ma col can- 
giare degli anni cangiano pure le lingue, e le 
voci invecchiano anch'esse. Cosi presso i Fran- 
cesi i versi degli antichi Trovatori, che forma- 
vano una volta la delizia del popolo, adesso non 
sono intesi senza studio. Voi sapete pure , Mi- 



L8TTERA PRlMà Q 

ledi , come ih lugbìUeira lo stile di Ghaucer è 
dìvenato co^ antiquato 9 che quasi più non si 
capisce^ e come Dryden volendo far gustare a' 
suoi nazionali i versi di questo poeta gli fu forza 
tradurli nel linguaggio niodenio« come' si farebbe 
di un autor forestiere. 

Ma io veggo di essere pure mal accorto, che 
volendo mettervi in credito Dante mi trattengo 
cosi a lungo a parlare de' suoi difetti. Io dovrei 
imitare piuttosto quel pittore Greco che avendo 
da fare il ritratto di Filippo Macedoae ch'era \ 
cieco da un occhio, si avvisò di ritrarlo in prò* 
filo dal lato ove non era offeso. Malgrado però 
tatti questi difetti si trovarono nella divina Com* 
media tanti meriti, che sino da' |»imi secoli fu- 
rono istituite cattedre in varie città, perchè fosse 
letta e spiegata pubblicamente. Dante ebbe l'ac" 
cortezza di scegliere un argomento che potesse 
interessare le persone del suo tempo^ come han* 
no fatto i più grand* Epici. Il piano del poema 
è, per verità, stravagante, bizzarro, e tutto di 
sua invenzione. Sarebbe inutile il voler cercare 
se vi sieno osservate le regole di Aristotele: non 
vi è esattezza di disegno, né di condotta, né 
uua corrispondenza di parti con un tutto : di* 
fetto essenziale in qualunque composizione, e di 
cui i poeti de' nostri giorni non fanno per av- 
ventura molto gran caso. Sembra ch'essi credano 
di essere perfettamente riuìsciti nella lóro impre» 
sa, quando viene lor fatto di cucire insieme al« 
cuoi quadri pomposi e brillanii, senza d^si.peu'* 



la LETTERA PRIMA 

£ come quei che con lena affannata 
Uscito fuor del pelago alla riva 
Si volge all'acqua perìgliósa 9 e guata: 

. Cosi l' animo mio che ancor fuggiva 
Si volse indietro a rimirar lo passo ^ 
Che non lasciò giammai persona viva. 

Vedete^ Miledi^ come F andamento del verso 
è grave e solenne» e come la sublimità delle 
immagini scuote di primo slancio la fantasia del 
lettore ! Osservate come i sentimenti si sosten- 
gono con voci di grande e alto suono » e come 
procedono via con dignità! Un bel principio é 
di grande raccomandazione a un poema, poiché 
si dispone subito l'attenzione di chi legge, ed 
eleva l'aspettazione; come un atrio pomposo an- 
nunzia un superbo palazzo, ed invita a porvi 
entro il piede. 

Il metro scelto dal Dante pare anch'esso molto 
adattato alla materia. SL dice ch'egli ne fu l'in- 
ventore.' La terzina di iatto non ha la monoto- 
m'a del verso sciolto, che a queT tempi mal si 
sapea maneggiare, né la magnificenza deU'ottata 
rima , che sombra destinata alla maestà deli' E- 
pica, ed a cui Dante non avea già intenzione di 
attingere, come lo mostra il titolo di Commedia 
da lui messo io fronte al suo poema. Non ascol- 
tate i comentatori, che vi faranno grandi arcani 
su questo titolo. Essi ve ne daranno la spiega- 
zione col metter fuori Aristotele, i canoni dram- 
matici, e mille altre eriidizionij ma in questo 



LBTTEIIA PRIMA l5 

non Ve niente di recondito, poiché Dante me- 
desimo ce lo spiega assai chiaramente nellibro 
testé nominato della Volgare eloquenza. Colà egli 
divide gli stili in Tragico, Pastorale e Comico, 
che in mente sua vale quanto Subliihe, Medio 
ed Infimo. Con tale avvertenza in un luogo del- 
l'Inferno die il nome di Tragedia all'Eneide di 
Virgilio^ e queUo di Commedia al suo Poema. 
Descrivendo in esso non gesta eroiche , e fatti 
grandiosi > ma azioni per lo più private esposte 
in dialoghi familiari, parve a lui che gli si do- 
vesse competere questo titolo dimesso e mode- 
sto , benché non resti la sua Musa di spiegar 
tratto tratto con arditezza le penne, e di levarsi 
a volo sublime. Se volete vederne parecchi esem- 
pj , piacciavi seguire un poco il poeta insieme 
con me nel suo viaggio. 

Dante dunque dopo essei^i riposato qualche 
poco riprese via per la piaggia deserta. Era già 
dal principio del mattino, e i raggi del sole spun- 
tando dalla cima del monte cominciavano a in- 
dorar la campagna. Quando al pie dell'erta gli 
si fanno innanzi una linee, un leone e una lupa. 
Egli sbigottito dalla paura perdea già la spe- 
ranza di ascendere il colle, e retrocedea nella 
valle. Ma ecco» dice il poeta: 

Mentre ch'io rovinava in basso loco 
Dinanzi agli occhi miei mi si fu offerto 
Chi per lungo silenzio parca fioco. 

Quand*io vidi costui nel gran diserto. 



LBTTERA. PRIMà 

Mìserere di me, gridai a lai> 

Qual che tu sia od ombra, od uomo certo. 

Ri&posemi : non uomo , uomo già fui , 
£ li parenti miei furon Lombardi , 
E Mantovani per patria ambidui. 

Nacqui sub Julio ancorché fosse tardi, 
£ vissi a Roma sotto il buon Augusto , 
Al tempo .degli Dei falsi e bugiardi. 

Poeta fui 9 e cantai di quel giusto 

Figliuol d'Anchise^ che venne da Troia, 
Poiché '1 superbo Ilion fa combusto. 

Ma tu perchè ritorni a tanta noja? 
Perchè non sali il dilettoso monte, 
Gh'è princìpio e cagion di tutta gi<^a? 

Ol* se' tu quel Virgilio, e quella fonte, . 
Che spande di parlar si largo fiume? 
Risposi a lui con vergognosa fronte. 

Oh degli altri poeti onore e lume. 

Vagliami il lungo studio , e '1 grande amore. 
Che m'ha fatto cercar lo tuo volume. 

Tu se' lo mio maestro , e '1 mio autore , 
Tu se^ solo colui da cui io tolsi 
Lo Jnelio stile che m ha fatto onore. 

luf. I, 6i. 

E onore certamente grandissimo gli avrebbe 
fatto, se fosse eguale da per tutto a questi bei 
versi. Non si può negar tuttavia che in essi non 
traspaja un qualche colore di antichità, che dove* 
più e dove meno si ravvisa sempre nella- poe- 
sia di Dante o nelle parole, o nelle frasi, o alk- 



LETTERA PRIKà l5 

meno nel numero. Non crediate, M ilecti, di ve- 
dere in lui né un Ariosto, né un Tatso. Questo 
poeta ha uno stile suo originale, conciso , ener- 
gico, vibrato. Egli non cerca di far pompa di 
una fantasia lussureggiante, né si ferma assai a 
particokreggiare le sue immagini , ma lascia da 
considerare più di quello che dice, onde alcuna 
volta dà nell'oscuro^ Contuttociò in lui non dis* 
dice una certa scabrosità ed orridezza di stile , 
quando sia moderata, poiché si confìi al soggetto 
tetro anch'esso e cupo. Si vede anzi che quel- 
l'arcaismo, che generalmente prevale nella dici- 
tura de' primi scrittori, suol darle un garbo par- 
ticolare,' poiché spira una certa semplicità e na- 
turalezza, che sono come la divisa della Verità, 
la qual solo é bella, ed a cui siamo natural- 
mente inclinati. 

Eien nest beau que le vraij le uraiseul est aimable» 

Per questa ragione parecchi de' più culti mo- 
derni riputarono leggiadrìa il servirsi tratto tratto 
di voci, e di maniere di dire antiche. Voi ben 
sapete come fira gl'Inglesi il celebre oratore 
Tillotson si fece un pregio d'imitare ne' suoi 
sermoni (benché con discreta parsimonia) lo 
stile della vecchia traduzione della Bibbia , e 
coinè Philips adottò ne' suoi versi con molta 
grazia parole e frasi prese da Chaucer e da 
Spenser. La Fontaine é celebre presso i Fran- 
cesi per aver saputo far rivivere il linguaggio di 
Marot, e gli eleganti scrìtti dell' Àlgarotti sona 



l6 LETTERA PRIMA 

fra noi commendabili per essere leggiermente 
adombrati di una tintura di antichità. Essa ha da 
vedersi per altro come la vernice ne' quadri « 
che non dee appannare i colori, ma farli mag- 
giormente risaltare. 

Dopo che Virgilio intese da Dante la cagione 
del suo smarrimento lo consolò con parole amo» 
re voli, e gli si offerse per guida. Il nostro baon 
poeta accettò l'offerta, ambidue si mìsero in via , 
e mentre si accingevano al gran viaggio 

Lo giorno se n'andava, e l'aer bruno 
Toglieva gli animai che sono in terra 
Dalle fatiche loro : ed io sol uno 

M'apparecchiava a sostener la guerra 

Si del cammino, e si della pietate. 
Che ritrarrà la mente che non erra. 
O Muse, o alto Ingegno or ro'ajutate: 
O Mente che scrivesti ciò eli' io vidi. 
Qui si parrà la tua nobilitate. 

Inf, IL I. 

Osservate come il poeta ne' primi versi con 
la descrizione della notte prepara la fantasia alle 
scene terribili che debbono Succedere. Il lett'ore 
comincia subito a interessarsi per lui , immagi- 
nandosi che nell'ora in cui nel nostro mondo 
tutti giacciono immersi nel sonno, e si ristorano 
dalle fatiche del giorno, egli s'incammina ad un 
viaggio cosi spaventoso. Questa circostanza' ac- 
cresce in noi la compassione, pensando ai tra- 



LETTERA PBlMà IJ 

vagli che dovrà sostenere in uo tempo destinalo 
per gli altri al riposo. 

L' invocazione poi , tutto che sia un cerimo- 
niale messo in pratica da quasi tutti i poetij in 
Dante è nuova ed originale. Egli non esce fuori 
dal bel principio proponendosi formalmente di 
cantare, secondo la formola usata dagli Epici. 
Omero invita la Dea a cantar l'ira dì Achille 9 
Virgilio canta Tarmi e l'eroe che venne da Troja» 
TAriosto le donne e 1 cavalieri^ ed il Tasso l'armi 
pietose^ e vi fu ancora chi osservò come l'Autor 
dell'Enriade, benché cominci il suo poema con 
un verso, che non par altro che prosa, pure in 
quel verso stesso dice ch'^egli canta. Ma Dante 
non si diffonde in lunghe invocazioni, né vtiole 
imporre con un tuono assai alto. Fa anch' egli > 
è vero, un cenno alle Muse, ma quasi di pas- 
saggio , e per non dipartirsi dal costume , iodi 
in maniera più naturale e più dignitosa si ri- 
volge a chiamare in soccorso la sua Mente, e 
il suo Ingegno. 

Ma voi sarete forse in curiosità di sapere come 
sia toccato in sorte a Virgilio di servire di scorta 
a Dante nel viaggio dell*Inferno. Finge il poeta 
che mentre si trovava smarrito nella selva di- 
scendesse dal cielo una donna chiamata Beatrice; 
che passasse al Limbo, dove stava Virgilio» e 
che lo pregasse di andare in suo soccorso, coinè 
uomo saggio ed eloquente, che lo potea confor- 
tare con buoni consigli. Questa Beatrice era una 
fanciulla Fiorentina molto amata da Dante» e che 



l8 LETTERA PRIMA 

era già morta quando ei scrìvea ìa Commedia. 
Alcuni pretendono ch'essa sia una donna chi- 
merica y e che sotto il suo nome si comprenda 
la Teologia. Altri sostentano che fosse una donna 
reale, ma dicono che Dante l'amava alla plato- 
nica. Sarebbe difficile lo sciogliere questa que- 
stione: poiché quando egli celebra ne' suoi versi 
'questa Beatrice, ora parla sullo stile degli amanti 
volgari, ed ora si serve di un linguaggio tutto 
filosofico. Si dice che Dante sia stato de^ primi a 
ìnettere in moda il Platonicismo amoroso , che 
era in gran voga a* tempi del Petrarca, e che 
fu religiosamente osservato da' suoi seguaci. Qué- 
sta moda ha durato in Italia perv più di un se- 
coIr> intero, che fu inondato da una folla di in- 
'sulsi canzonieri amorosi, dove si avea per gran 
pregio r adottare un gergo metafìsico. Era allora 
che i poeti cantavano le battaglie delta Ragione 
e del S^nso, e che diceano, a chi volea crederlo, 
che contemplavano gli occhi di una bella donna 
per innalzare la mente al Fattore, e che adora- 
vano le sue sembianze per rendere omaggio alle 
tipere della INatura. Voi ben v' accorgete, Miledr, 
'che costoro parlavano di amore senza sentirlo 
nei cuore, e che sospiravano allegramente. 

Lasciando dunque queste cose mistiche pas- 
Iserò a que'bei versi, dove Virgilio incoraggisce 
pàiite spaventato, che più non volea proseguire 
il cammino, e lo rianima con queste parole: 

Dunque che è? perchè, perchè ristai? 



LETTBRà PBIMà ig 

Perché tanta "viltà nel cuore allette? (i) 
Perchè ardire e franchezza non hai? .... 
Quale i fìoretti dal notturno gelo 

Chinati e diiusi, poiché '1 sol gì* imbianca 
Si drizzan tutti aperti in loro stelo. 
Tal tal fec'io di mia virtude stanca, 
E tanto buon ardire al cor mi corse. 
Ch'io cominciai come persona franca: 
O pietosa colei, che mi soccorse, 
E tu cortese, che ubbidisti tosto 
Alle vere parole che ti porse t 
Tu m'hai con desiderio il cor disposto 
SI al venir con le parole tue. 
Ch'io son tornato nel primo proposto. 
Or va che un sol volere é d'amendue. 
Tu duca, tu signore, e tu maestro: 
Co^ li dissi: e poi che mosso fue. 
Entrai per lo cammin aspro e Silvestro. 

Inf II, ii8. 

E qui sospendo per adesso la lettura della Di' 
vina commedia, e termino il foglio. Quando la 
ripiglierò , seguiterò , se a voi piace, la mia im- 
presa, e vi farò parte di quanto troverò di più 
singolare. Non vi citerò per altro che que'soli 
versi, dove risplendono le' maggiori bellezze; che 
sarebbe cosa nojosa il tener conto d'ogni versetto, 
e d'ogni terzina risguardevole per qualche frase 
o parola. Taluno, è vero, potrebbe dirmi , che 

(l) Annidi. 



I 



20 LBTTEJIÀ PBIMA 

senza trattenervi in una lunga corrispondenza 
di lettere , avrei dovuto fervi conoscere questo 
poeta^ quando potea farlo a voce col libro alla 
mano. Ma trattandosi di cosa dove si richiede 
ordine e qualche sorta dì riflessione, ho credulo 
di potere stare con lo spirito più raccolto al 
mio tavolino, che alla vostra presenza. 



LETTERA SECONDA 



Io non SO se debba andare più lieto Dante 
perchè vi siete finalmente riconciliata con lui, 
oppur ìOf Miledi» perché avete corì gentilmenta 
accolto la mia lettera. Dal piccolo saggio che vi 
ho presentato de' versi ^ questo poeta > voi re- 
state al fine persuasa yéh'egli non sia co^ mala 
cosa com'altri vorrebbe far credere. Ei certo 
debb'essenni non poco obbligato eh' io l' abbia 
messo in grazia vost1^> e direi quasi che mi par 
di vedere la sua ombra grave ed austera sorri- 
dere dagli Elisi. Io credo bene ch'egli non si sa» 
rebbe mai immaginato , quando scrivea il suo 
poema, di dover essere introdotto alla presenza 
di una Dama, e molto meno di una Dama del* 
r Inghilterra : egU che non potea forse lusingarsi 
di trovar accesso neppure presso le Madonne 
de' tempi suoi. 

Voi vi maravigliate con ragione come questo 
uomo abbia potuto spingere tant'oltre la forza 
del suo genio in secoli cosi tenebrosi in cui vi- 
vea. Ma questo fenomeno non è assai raro nella 
Storia della Letteratura della nostra nazione. An« 
che nell'età più rozze vi fu sempre tra noi chi 
in qualche materia si sollevò sopra l'ignoranza 
comune. La barbarie non fu mai totale in Itdia, 



:22 LETTERà SECONDà 

né gli sludj vi furono mai affatto negletti. Era 
difficile che in un paese dove la letteratura avea 
fiorito cosi a lungo, non dovesse restarvi qualche 
seme di cultura. Voi troverete, che o poco o 
molto abbiamo avuto in ogni età poeti o latini , 
o volgari, teologi, filosofi, fisici; inetti e spropo- 
sitati quanto volete, ma che servivano, se non 
altro» a mantenere in esercizio le facoltà deli'in- 
telletto, ed a fare che non intorpidisse lo spirito. 
Questa è la ragione perchè le Lettere dopo la 
loro decadenza risuscitarono più presto in Italia, 
che in alcun altro luogo. Dormivano ancora pro* 
fondamente nella stupidità le altre nazioni, quando . 
(per parlar solo degli studj di filologia) com- 
parve Dante con questo suo poema a dar anima 
alla poesia, e robustezza alla Uogua, il Boccaccio 
con le sue poetiche prose ad ornarla di vezzi e. 
di sali, e sopra tutti il Petrarca a renderla tersa, 
armonica , fiorita , co' suoi versi gentili che non 
hanno punto invecchiato da più di quattro se* 
coli in qua. Quanto misera cosa erano le lettere 
in Francia nell'età di cui parliamo! Essa non 
contava che alcuni romanzieri e prosatori, i di 
cui nomi, se non basta le opere , appena meri- 
tarono di passare a' posteri. E se dirò, Miledi, 
che la vostra isola non era in que' tempi la sede 
delle Muse , né cosi favorita da Minerva , come 
lo fu dappoi, mi lusingo che questa mia rifles- 
sione non vi potrà niente offendere: voi amate 
molto la gloria della vostra nazione, ma assai più 
k verità} oltre di che mi sarebbe difficile potere 



XiETTERA SCCONBà 35 

SU questo punto spacciare il falso per adularvi. 
U dialetto Sassone^ come sapete, dominò in In* 
ghilterra lino al secolo XIII, e solo verso que- 
st'epoca si pretende , che Roberto di Glocester 
abbia cominciato ad usare un linguaggio di mezzo 
fra il Sassone e l'Inglese; né fu che molti anni 
dopo che sorse Gower a segnare tracce più pro« 
ibnde nel Parnaso Britannico (i). Gli Spagnuoli 
per vero dire contemporaneamente a noi videro 
spuntare tra loro l' aurora della letteratura , ma 
assai lentamente si avanzò sul loro orizzonte, tal- 
ché si dubita se colà sia comparso ancora il me- 
riggio. 

Malgrado però che Dante sia cosi benemerito 
della poesia , e della lingua Italiana , non potè » 
come voi riflettete assai bene, non soggiacere 
anch' egli alla sferza de' critici. Sarebbe un pro- 
digio se ne fosse andato esente. Ma siccome la 
maggior parte de' suoi ammiratori lo trovano in 
ogni cosa grande e stupendo, co^ molti de'suoi 
crìtici veggono tutto perverso e detestabile. Ma- 
niera di ragionare Tuna e l'altra ridicola. Se si 
vogliono mettere in vista i difetti di uno scrìt- 
iore , perché non si dee rendere giustizia alle 

(i) Bobert of Gloucestert who is j^aced ty the critichs in the 
ihirleenth century, seems io have used a hind (^ intermediate dic- 

tìon , neiUter Saxon nor Eng&sh The Jlrsi tf onr 

Authours, who con 6e properfy satd to have written English was 
air John Gower, %vho in his Confession of a LoTor, calls Chaucer 
hi* discipfe, and may therefore he considered a* the/ather qfour 
poetry. Johason, the hist. of ihe Engl. lang. premessa al suoDU 
■ioaario. 



2 4 LETTERA SECONDA 

sue buone qualità? Ma pochi si curano di voler 
comparir equi ed imparziali: prerogative di cui 
forse non molti si piccano angiomi nostri^ in cui 
prevale un certo spirito di contraddizione^ onde 
con aria frsnca e magistrale si esamina, si decide, 
e si conchiude per lo più col biasimar tutto. Vi 
fii un tempo in cui era alla moda il divinizzare 
gli Autorì; adesso all'incontro si cerca di deprì- 
mere quanto più si può coloro, che furono tenuti 
in pregio dagli antecessori , per affettare idee 
spregiudicate , lontane dalle comuni , e farsi rì- 
formatorì dell' Universo. Omero non è ora che 
un meschino ed assurdo poeta ; Cicerone un de- 
clamatore pomposo; l'Eneide di Virgilio un cat- 
tivo romanzo senza invenzione e senza piano , 
e V Orlando Furioso dell'Ariosto un nojoso am* 
masso di delirj. Ma tutto che paja, che tali opi« 
nioni non si debbano tenere in altro conto, che 
di capricci letterari, pure a questa maniera di 
pensare hanno da gran tempo dato corso con 
moka scaltrezza certuni , cui premeva assai di 
far nascere una intera rivoluzione nelle idee , 
cancellare dalla mente degli uomini le vecchie 
massime , per disporre e preparare gli spiriti a 
ricevere quelle, cui piaceva loro d'introdurre. 

Uno de'primi che si sollevò contro Dante fu 
un cerio Cecco d' Ascoli suo contemporaneo, che 
lo accusò di eresia, e fu fatto bruciare egli me* 
desimo dall'Inquisizione. Il cinquecento ed il 
seicento furono molto fecondi in critiche contro 
la Divina commedia i ma non vi consiglierei di 



LETTERA SECONDA 35 

prender ìu mano nessuno di questi libri, come 
non vi consiglio- neppure di leggere le Apologie. 
Se foste vaga di vedere qualche scritto su tale 
argomento^ scegliete fra tutti le Lettere di Fìt' 
gilio altjircadia: opera di un elegante scrittore 
che seppe rasserenare i! severo sopracciglio della 
Critica, e renderla briosa e piacevole. So bene 
che facendo io presso voi la figura del campione 
di Dante, converrebbe che cercassi di dirvi di 
quel libro il più gran male del mondo, come si 
costuma di fare in simili circostanze, ma noi po- 
trei fare con vera persuasione d'animo. È vero 
che P Autore si mostra talvolta un poco troppo 
rigido; ma sono persuaso che se si fosse messo 
a scrivere seriamente su questo poeta, ne avrebbe 
egli stesso fatto Felogio, come poi lo fece al Pe* 
trarca, benché In quelle Lettere non l'abbia trat- 
tato meglio di Dante (i). 

Uno poi de' grandi ammiratori della Divina 
commedia è stato l'Algarotti. Egli vi fece sopra 
un grande studio, come si scorge dulia cura che 
ebbe di raccoglierne le parole, e le maniere di 
dire più scelte, ed ornarne il suo stile. Dante, 
dlc'egli in un luogo, oltre all'essere stato, secondo 
I suoi tempi, in ogni genere di dottrina versatisi 
simo, sicché avea fatto in mente grandissimo tC' 
soro di cose, e oltre all'aver sortito per vestirle 
di belle immagini unajantasia oltre ogni credere 

*Xi Si parla delle Lettere di Virgilio all'Arcadia, e dell' Elogio 
del Petrarca dell' Ab. BHtinelli. 



q6 lettera SECONy. 

viuace e gagliarda j ebbe una discrezione somma 
nelV accattare e sce^iere da tutte parti d'Italia i 
più aocomodaU modi da esprimerle j onde meri' 
tornente di nostra lingua è chiamato padre e re. 
Io non voglio adesso trovar da ridire sulla di- 
screzione somma, di Dante ; che per verità altri 
potrebbe muover dubbio s'egli abbia troppo be- 
vuto dell' acqua di quella guastadetta, che nomina 
Monsignor della Casa (i); ma in quanto a fan- 
tasia vivace e gagliarda^ niuno in questo lo su- 
però. Voi ne avete veduto un saggio ne* versi 
riferiti nella prima mia lettera > e uno maggiore 
ve ne darò in questi, dove descrive l'ingresso 
dell'Inferno. 

<4 Per me si va nella citlà dolente : 
M Per me si va nell'eterno dolore: 
€4 Per me si va tra la perduta gente. 

« Giustizia mosse il mio alto fattore : 
« Fecemi la divina potestate , 
<t La somma sapienza > il primo amore. 

« Dinanzi a me non fur cose create 
ic Se non eterne, ed io etemo duro; 
(tf Lasciate ogni speranza voi ch'entrate. 

Queste parole di colore oscuro 

Vid'io scritte al sommo d'una porta: 
Perch'io: Maestro, il senso lor m'è duro. 

Ed egli a me, come persona accorta: 
Qui si convien lasciare ogni sospetto ; 
Ogni viltà convien che qui sia morta. 

(1) Galateo , cap. XII. 



LSTTBRà SfiCONBi ^7 

Noi sem venuti al luogo, ov'io t'ho detto ^ 

Che tu vedrai le genti dolorose. 

Ch'hanno perduto '1 ben deirintelletto. 
£ poiché la sua mano alla noia pose 

Con lieto volto, ond'io mi confortai, 

Mi mise deptro alle secrete cose. 
Quivi sospiri, pianti ed alti guai 

Risona van per l'aere senza^ stelle ; 

Perch'io al cominciar ne^-lagrìmai. 
Diverse lingue, orrìbili favèlle. 

Parole di dolore, accenti d'ira. 

Voci alte e fioche, e suon di man con elle. 
Facevano un tumulto il qual s'aggira 

Sempre in quell'aria senza tempo (i) tinta. 

Come l'arena quando 'l turbo spira. 

Inf. ni. i. 

Tutto questo pezzo é splendido si per la ver- 
sificazione, che pe' sentimenti. Siccome l'idea che 
noi ci formiamo dell'Inferno è grande e terribi- 
le, e solleva altamente la nostra immaginazione, 
la somma abilità del poeta consiste nel saper 
soddisfare, con pochi tratti all' espettazione del 
lettore. Questo non si può fare che da uno che 
sia pieno di nerbo e di cose^ vibrato, compren- 
sivo, e che lasci da considerare più di quello 
che dice. Tale veramente è Dante. La sua fan- 
tasia fervida e vivace trascorre e vola rapida- 
mente per tutte le relazioni degli oggetti , ne 

(i) Etemmeate. 



lS LETTE114 SECOin)à 

coglie le principali, e le più luminose, e le mette, 
nel maggior punto di vista. Ogni suo verso ecci- 
ta nella mente una folla d'Idee, ogni parola è 
una pennellata che rende il quadro più vivo. 
Vi serva d'esempio il penultimo terzetto de' ci- 
tati versi , il quale solo basterebbe a fare on' 
energica pittura dell'Inferno. 

Ma appunto in tali argomenti fantastici dove 
l'immaginazione si mette in grande fermento, e 
si sente spronata ad abbandonarsi interamente 
al suo empito > è difficile, più cb'altri non cre- 
de, il giungere al sublime. In tali casi non v'è 
tanto bisogno d'entusiasmo per creare, quanto 
di buon giudizio per iscegliere, poiché è cosa 
facile il cadere nell'ampolloso ^ nemico capitale 
del sublime. Il poeta con la mente invasata e 
piena della grandezza del soggetto, crede, per lo 
più, di non dire abbastanza, accumula immagini 
sopra immagini^ divide l'attenzione del lettore in 
una moltitudine di oggetti, lo stanca, lo sazia, e 
termina con l'annojarlo. Tutto questo si verìfica 
in moltissime composizioni de' tempi nostrì, do* 
ve si vede il poeta che si divincola, e si va 
stuzzicando il cervello per giganteggiare con im- 
magini audaci e grandiose, e con un apparato di 
vocaboli magnifici e sonori. Ma coloro che sono 
ispirati da un estro veramente nobile, grande e 
naturale niente si curano di tali bone. Osservate 
il Tasso dove descrìve il concilio de' demonj, il 
quale benché non sia uno de' più sobrj poeti , 
tuttavia è grande senza fasto , e racchiude in 



LBTT£nÀ SECONDA QQ 

sole Otto Stanze quello che certuni avrebbero con 
cliiBcoltà fatto capire in un canto. 

Ma a chi vuole senza considerazione lasciare 
il freno alla propria fantasia non è punto diffi- 
cile il brillare con questa falsa magnificenza. Né 
avea certamente il torto colui che avendo sentito 
recitare uno squarcio di Ossian stimò più facile 
il comporre un canto in quello stile entusiastico 
e figurato^ che quattro versi nella maniera sem- 
plice e naturale di Virgilio (i). In efletto , Mi- 
ledi , quanto sia cosa rara l'attingere a questa 
bella semplicità re lo dimostra la scarsezza delle 
buone traduzioni di Virgilio presso qualsivoglia 
nazione > e l'inferiorità che hanno tutte n petto 
dell'originale. Lucano all'incontro, poeta gonGo 
ed ammanierato fu voltato da Rovee in Inglese, 
e da Brebeuf in Francese ^ e Stazio ^ poeta an- 
ch'egli dello stesso carattere , fu portato in Ita- 
liano dal Porpora con tanto buon successo, che 
queste versioni sono messe da più d'uno al di 
sopra degli originali medesimi. 

Se avete avuto ne' riferiti vasi un saggio 
della vena poetica di Dante nello stile robusto, 
vedete adesso quanto vaglia nel ritrarre viva- 
mente e ad evidenza. La poesia fu caratterizza- 
ta da un Greco una pittura parlante^ e non v' é 
forse ninno che più di Dante verifichi questa de- 
finizione. Egli adunque dopo avere passato la 



(l) V. P'oUttire, Qnest, sur l'Enciefop. Àt^. Jnciens et Mo* 
dtrnes. 



3o LETTEBA SECONDA 

porta dell'Inferno y cammina in mezzo ad una 
turba di dannati , e giunge al fiume Acheronte. 
Ed eccOy egli dice. 

Ed ecco verso noi venir per nave 
Un vecchio bianco per antico pelo , 
Gridando: guai a voi, anime prave. 

Non isperate mai veder lo cielo: 
r vegno per menarvi all'altra riva 
Nelle tenebre eteme ili caldo e'n gelo. 

£ tu che se' cosd, anima viva^ 
Partiti da cotesti che son morti : 
£ poi òhe vide ch'io non mi partiva , 

Disse: per altre vie^ per altri porti 
Verrai a piaggia^ non qui per passare : 
Più lieve legno convien che ti porti. 

E '1 Duca a lui : Garon non ti crucciare : 
Vuoisi cod coìhi, dove si puote 
Ciò che si vuole, e più non dimandare. 

Quinci fur quete le lanose gote 
Al nocchier della livida palude. 
Che intomo agli occhi avea di fiamme ruote. 

Ma quell'anime ch'eran lasse e nude 
Cangiar colore, e dibatterò i denti. 
Ratto che inteser le parole crude. 

Bestemmiavano Iddio, e i lor parenti , 

L'umana spezie, il luogo, il tempo, e '1 seme 
Di lor. semenza, e di lor nascimenti. 

Poi si ritrasser tutte quante insieme 
Forte piangendo alla riva malvagia. 
Che attende ciascun uom che Dio non teme. 



LETTEBA SECONDA 5j 

Caron dimonio cogli occhi di bragia^ 
Loro> accennando tutte le raccoglie^ 
Batte col remo qualunque s'adagia. 

Come d'autunno si levan le fogHe 

L'una appresso dell'altra^ infin che il ramo 
Rende alla terra tutte le sue spoglie/ 

Similemente il mal seme di Adamo : 
Gittansi di quel lido ad una ad una 
Per cenni ^ come augel per suo richiamo. 

Inf. in. 6i. 

Io farei troppo torto alla vostra penetrazione 
se volessi individuarvi tutte le particolarità di 
questi versi. Il bello che spira qui entro 

Credo che 'l senta ogni gentil persona j 

£ voi più d'ogni altro avete diritto di sen- 
tirlo. Dante però ne ha in qualche parte l'ob- 
bligazione a Virgilio 9 da cui pare che abbia ri- 
cevuto l'idea di rappresentare Caronte in quel- 
l'azione, e di paragonare la numerosa turba dei 
morti alle foglie che cadono dagli alberi in au- 
tunno. Acheronte, dice Virgilio nel VI libro del- 
l'Eneide^ è un gorgo torbido e fangoso^ che ri- 
bolle in un ampia voragine^ e mette foce in Co- 
cito. Caronte demonio spaventoso è custode e 
nocchiere di queste acque. Una folta barba irta 
e canuta gli ireste il merito^ gli occ/ù ardono di 
bragia, e porta un sordido mantello appeso per 
un nodo dagli omeri. Egli regge co* remi, e con 
la vela la Jerruginea barca destinata a tragittare 



5% UTTEBà SECONDI 

le Oìnbre de' mortL Vecchio à , ma d'una p£C- 
chiezza ancora verde e robusta. Sulla riva di 
questo fiume si affollano continuamente le anime j 
madri^ marùis eroi, vergini, fimciutti e fi^ bru" 
dati nel rogo aBa presenza de' geniiorL Non tante 
Jó^tie cadono nelle selve al primo Jreddo d'uà* 
tanno, né in cosà granJroUe calano a terra gii 
augelli, quando nella rigida stagione valicano il 
mare, e passano a climi più, dolcL Alcune im* 
magini^ come vedete, prese Dante da questi ver- 
si; ma contuttociò quanto diverso è il carattere 
de' due poeti 1 Virgilio è maestoso e pieno co- 
me un fiume, splendido e magnifico nel fraseg- 
giare t fiorito , lussureggiante , e si compiace di 
presentare gU oggetti sotto diverse apparenze. 
Dante è conciso, energico, vibrato, ama di dire 
molto in poco, esprime solo le circostanze più 
vive, e di rado vi si ferma su a lungo. Egli è 
come un lampo, che brìUa e svanisce. Non sa* 
rebbe già stato di suo genio il rappresentare 
Caronte come un orrido nocchiero, cui pende 
dal mento molta barba bianca ed incolta, ed a 
cui un lordo cencio sta appiccato per un nodo 
alle spalle. A Dante bastò il chiamarlo un cec- 
chio bianco per antico pehj dove la parola an- 
tico è quella circostanza viva , quel tocco forte 
che àk risalto all'immagine. Go^ parlando del- 
l'anime che stavano sulle rive del fiume, egli 
non avrebbe avuto la pazienza d'individuare le 
madri, gli sposi, gli eroi, i ianciulli, le fanciulle 
ed i giovani arsi nel rogo dinanzi agli occhi del 



LKTTEBA SECONDA 35 

padre , ma con una sola energica frase chiama 
hi turba de' dannati il mal seme di Adamo. La 
precisione e la forza sono il carattere dello stile 
di Dante, che egli mantiene sempre ne' suoi 
versi y e che lo distingue singolarmente da tutti 
gli altri poeti. Dotato di una fantasia vivadssi" 
ma che sempre brulicava , e sempre era affol* 
lata d'immagini, cercava di esprimersi con ki 
maggiore prestezza per non perderne alcuna , • 
per non raffreddarsi, quindi sceglieva le maniere 
di dire più brevi ^ e le figure più calzanti;^ In 
questa maniera fa passare con rapidità nell'ani- 
ma de' lettori i sentimenti di cui egli è pene- 
trato, e dipinge le cose con tanta vivezza, cbe 
pare che le metta sotto gli occhi. Eccone ancora 
un esempio in questi versi, che succedono agli 
altri sopra riportati, dopo alcuni discorsi che 
passano fra i due poeti : 

Finito questo la buia campagna 

Tremò si forte, che dello spavento 
La mente di sudore ancor mi bagna. 

La terra lagrimosa diede vento , 
£ balenò una luce vermiglia. 
La qual mi vinse ciascun sentimento, 

£ caddi come Tuom cui sonno piglia. 

Jnf, UL i3o. 

Ai quali non debbo tralasciare di aggiungere 
i seguenti, che sono in continuazione de' primi : 

3 



34 LETTERA SECONDA 

Ruppemi Falto sonno nella testa 

Un greve tuono, si ch'io mi rìscossi 
Come persona che per forza è desta; 

£ rocchio riposato intorno mossi 
Dritto levato y e fisso riguardai 
Per conoscer lo loco, dov'io fossi. 

Vero è che 'n sulla proda mi trovai 
Della valle d'abisso dolorosa , 
Che trono accoglie d'infiniti guai. 

Oscura, profonda era, e nebulosa. 
Tanto che per ficcar lo viso al fondo 
Io non vi discerneva alcuna cosa. 

Or disceudiam quaggiù nel cieco mondo^ 
Incominciò il poeta tutto smorto: 
Io sarò '1 primo, e tu sarai 'l secondo. 

Ed io che del color mi fui accorto. 
Dissi : Come verrò , se tu paventi , 
Che suoli al mio dubbiare esser conforto? 

Ed egli a me : L' angoscia delle genti. 
Che son quaggiù nel viso mi dipinge 
Quella pietà, che tu per tema senti. 

Andiam, che la via hinga ne sospinge. 
Cosi si mise, e cosi mi fé* entrare 
Nel primo cerchio, che l'abisso cinge. 

Inf. IV. I. 

La pittura de'primi versi dove Dante sbigottito 
si risveglia non potrebbe essere più evidente. 
Cosi per dare a conoscere quanto fosse spaven- 
tosa quella valle il poeta fìnge con moha acu- 
tezza, che Virgilio medesimo sì smarìsse in volto 



LETTEK4 SWCOKhÀ, 55 

quando fu per entrarvi. Finissimo poi è quel 
tratto dove Dante muoye dubbio al Maestro ac- 
corgendosi del suo pallore, come ahrel tanto sa- 
gace è la risposta di lui. 

Dante adunque cammina adesso pel primo 
cerchio dell'Inferno, che giace di là dell'acque 
di Acheronte* Egli non fece già questo tragitto 
né in barca, né per qualche ponte , ma essen- 
dosi coricato soli' erba per dormire , quando si 
svegliò si trovò prodigiosamente tradotto all'altra 
riva. Dante si serve più d'una volta di questa 
maniera compendiosa di viaggiare. Allorché s'ab- 
batte in qualche passo scabroso, che non si può 
s'iperare che con molta fatica , si spedisce col 
mettersi a dormire, e farsi trasportare in anima 
e in corpo al luogo destinato. I comentatori che 
scorgono da per tutto cose alte e recondite, vo- 
gliono che sotto questi sonni s'asconda qualche 
mistero. Ma io credo che il poeta si sia servito 
di questo mezzo perchè vide che gli tornava 
assai comodo, attesoché gli risparmiava la briga 
di entrare nel racconto di tante particolarità, e 
facea avanzare più sollecitamente razione. 

Ma per maggiore intelligenza de' versi che sarò 
per citare, conviene che sappiate con qual sim- 
metrìa Dante ha compartito il suo Inferno. Egli 
lo suppone un vallone circolare ed ampissimo, 
che va scemando di larghezza a misura che ac- 
quista profondità, diviso internamente in nove 
cerchi, cioè in nove ripiani, che corrono tutto 
all' intorno, come sarebbero, presso a poco, quelli 



36 LSTTEBA SECONDA 

dì un anfiteatro. Ogni cerchio contiene un gè^ 
Dere diverso di rei; come sarebbe a dire, gli 
avarìa gl'iracondi, i violenti; alcuni però di essi 
cerchi è suddiviso in altri minori secondo ck« 
diversificano le spezie di quel genere di ^colpa, 
che si punisce là entro; quindi T ottavo cerchio 
é partito in dieci bolge (i), dove albergano dieci 
sorta di fraudolenti* Voi potrete formare di tutto 
ciò una più chiara idea, se consulterete le edi- 
zioni di Dante, ove gli espositori rappresentano 
la figura di questo vallone. Essi entrano in grandi 
discussioni su tal punto, e danno l'esatta topo- 
grafia di tutti questi cerchi, e di queste bolge, 
e, quello eh' è più ammirabile, vi determineranno 
la precisa lunghezza^ larghezza e profondità del- 
l' Inferno. ^ 



(i) Riparlfttteocà. 



LETTERA TERZA 



.lo non so se vi sovviene ^ Mìledì^ di un gra- 
zioso capriccio dello spiritoso Cavaliere Steele^ 
che si legge in uno de' suoi fogli periodici, in- 
titolati il Ciarliere (the Taitler), dove descrìve 
il palazzo della Fama. Egli parla fra le altre cose 
di una gran sala, dove si raccoglieano i perso- 
naggi che lasciarono un nome celebre al mondo, 
e nella quale si assegnava ad essi il posto che 
più loro conveniva. Quando costoro volevano 
entrare trovavano aUa porta delle persone che do- 
veano servir loro di scorta. Alessandro per esenv- 
pio, era accompagnato da Plutarco, Catone da 
lineano, gli Eroi Cartaginesi dagli Storici della 
loro nazione. A me pare di vedermi adesso im- 
piegato in un uffizio quasi simile, essendo de- 
stinato ad introdurre Dante dinanzi a voi. Se 
non che io sono nella necessità di prestare mag- 
giore servigio a questo poeta, poidiè non basta 
che vel conduca dinanzi, ma debbo insegnargli a 
presentarsi con qualche garbo, e lavarlo dalla 
fuligine cha46 fa brutto, e che alle vohe lo dis- 
figura. 

Voglio però lusingarmi che egli mi perdonerà 
se oso mettere la mano ne' suoi versi, e farmi 
giudice delle sue bellezze e de' suoi difetti. Sono 



58 LETTERA TERZA 

anzi persuaso che se vivesse a' tempi nostri sa- 
rebbe il primo a riprovare tanti passi, dove il 
suo stile si mostra ruvido e oscuro. Né solamente 
molte frasi e parole , ma rigetterebbe eziandio 
parecchie immagini troppo stravaganti e grotte- 
sche, che disdirebbero non solo in una comme- 
dia divina, qual è la sua, ma nelle più basse e 
triviali. Ve ne sono alcune per altro, le quali 
tutto che bizzarre piacciono per una certa aria 
di novità, né di queste vorrò defraudarvi. Tal é 
la seguente dove Dante dopo aver passato il 
primo cerchio , eh' è il Limbo, e veduto Adamo, 
Mosé, Israele, Omero, Orazio, Ovidio, Lucano, 
Aristotele, Averrois , ed altri filosofi, entra nel 
secondo, e descrive Minosse, uno de'gran giudici 
dell' Inferno. Sta costui uelUeutrata di questo cer- 
chio , ed esamina le colpe de' peccatori eh' en- 
trano, accennando ' con la coda a quanti gradi 
debban esser jcaiati. 

Dico che quando l' anima malnata 
Li vien dinanzi tutta si confessa: 
E quel conoscitor delle peccata 

Vede qual luogo d'Inferno è da essa: 
Cingesi con la coda tante volte 
Quantunque gradi vuol che giù sia messa. 

Sempre dinanzi a lui ne stanno molte: 
Vanno a vicenda ciascuna al giudizio; 
Dicono e odono, e poi son giù volte. 

In/. F. 7. 



Bizzarra ed originale è questa inamagine, dove 
Minosse viene rappresentato sedente sul suo 
scanno con magistrale prosopopea , ascoltare i 
mis&tti de' rei, e senza degnarsi di far parole 
dare la sentenza con un giro di coda. La spe- 
ditezza con cui le anime si accusano^ son giu- 
dicate, e condotte al castigo é maravigliosamente 
espressa in un solo verso: Dicono^ odono, e poi 
son gik volte. Se non che facendo credere il poeta 
eh' esse conoscano il giudizio di Minosse a' cenni 
della coda, la parola odono è impropria in tal 
caso. È vero che non dice espressamente che 
quel diavolo stesse in silenzio, ma ciò si dee 
sottintendere, e questa circostanza é troppo es- 
senziale all'immagine, poidbé riconosce da essa 
tutta la sua singolarità. Per iscusare Dante potrei 
dire che egli abbia voluto usare in questo luogo 
quella figura detta da' retori Metonimia , ma 
SODO persuaso che mi sarebbe poco obbligato per 
questa mia uffiziosità, poiché sa anch' egli che 
il levargli un neo non lo può fare niente più 
bello. 

Ora partito il poeta da Minosse entra nel se- 
condo cerphio, e vede come sono puniti i las- 
suriosi. Semiramide, Bidone, Cleopatra, Elena, 
Achille, Paris, Tristano, stan fra costoro, e sono 
continuamente sbattuti per aria da un vento tem- 
pestoso. Ma qui cominciano veramente, per par- 
lare con Dante, a farsi sentire le dolorose note, 
e siamo giunti al passo più tenero e più pate- 
tico di tutta la divina Commedia, e, che merita- 



4o LETTERA TEAZA 

mente vien consideralo come uno de' più be* gio- 
ielli della poesia italiana. Francesca Ariminese 
n'è Targomeuto. Costei era figlia di Guido da 
Polenta signore di Ravenna, ed essendo stata 
maritata contro sua voglia dal padre a Lancilotto 
figliuolo di Malatesta Signore di Rimini^ s' inna- 
morò di Paolo suo cognato. Ebbe con lui delle 
segrete pratiche amorose, in una delle quali re- 
stò sorpresa dal marito, e fu uccisa d'un colpo 
di spada insieme con l'amante. Dante la trova 
nell'Inferno con Paolo, che volteggiavano tutt'a 
due per aria malmenati dalla tempesta. Tosto 
che il vento gli fé' piegare alla sua volta ^ indi- 
rizzò ad essi la parola, e gli interrogò di lor 
condizione. Francesca allora fermossi^ e infor- 
mollo come amore fu la causa delle loro sven* 
ture, e deUa lor morte, indi ripiglia il poeta: 

Da ch'io intesi quell'anime olTense, 
Chinai il viso, e tanto il tenni basso. 
Finché il poeta mi disse: che pense? 

Quando risposi, cominciai: O lasso. 
Quanti dolci pensier, quanto disio 
Menò costoro al doloroso passo! 

Poi mi rivolsi a loro, e parlai io^ 

£ cominciai: Francesca, i tuo' martiri 
A lagrimar mi fanno tristo e pio. 

Ma dimmi; al tempo de' dolci sospiri, 

A che, e come concedette Amore, 
' Che conosceste i dubbiosi desiri? 

£d ella a me: Nessun ma|;gior dolore^ 



lATTfiAA T£BZA ^t 

Che ricordarsi del tempo felice 
Nella luiserìa: e ciò sa '1 tuo dottore. 

Ma se a conoscer la prima radice 
Del nostro amor tu hai cotanto affetto» 
Farò come colui che piange e dice. 

Noi leggevamo un giorno per diletto 
Di Lancilotto (i) come amor lo strìnse: 
Soli eravamo e senza alcun sospetto. 

Per più fiate gli occhi ci sospinse 
Quella lettura 9 e scolorocci il viso; 
Ma solo un punto fu quel che ci vinse. 

Quando leggemmo il disiato riso {'ì) 
Esser baciato da cotanto amante « 
Questi che mai da me non fìa diviso 

La bocca mi baciò tutto tremante: 

Galeotto fu il libro « e chi lo scrisse (5) ; 
Quel giorno più non vi leggemmo avente. 

Mentre che Funo spirto questo disse» 
L'altro piangeva si, che di pietade 
Io venni men codi com'io morisse > 

£ caddi j come corpo morto cade. 

Ifif, r. 109. 

Osservate qual calore» qual anima» qual af- 
fetto spira in tutte le parole . di questi versi { 
Non vi è quadro in tutta la divina Commedia 
che si faccia ammirare più di questo per Te- 

(i) Le avveatare amorose di costui faceano il soggetto <li uà 
roiTMnxo. 

(2) La bocca. 

(3) Galeolto, ciob^ faida « mesitmo. 



4l LETTEHA TEMSà 

spr€Ssione de' tratti^ e per la delicatezza del co- 
lorito. Le passioni sono espresse con tutta la 
verità; e oe sono distinte le gradazioni pia fine. 
Pare di avere innanzi agli occhi Dante malioco- 
nico e taciturno^ cogli sguardi a terra» penetrato 
di compassione nel sentire i lamenti di quegli 
infelici. L'apostrofe in cui poscia prorompe é 
assai patetica e piena di sentimento , e natura- 
lissimo è il riflesso che Francesca fa a lui» quan- 
do le chiese contezza delle circostanze de' suoi 
amori. L'impressione che fece sull'animo de' due 
amanti la lettura della storia di Lancilotto, che 
avea molta analogia co' loro casi, è descrìtta eoa 
molta vivezza; ed è degno di osservazione co- 
me Francesca cerca di gettare la colpa sopra il 
libro» quasi che fosse autore dei male» per isgra- 
vare sé stessa del faUo commesso. Ma finissimo 
fra tutti è quel tratto ove dice il poeta » che 
dopo il bacio la lettura fu interrotta per tutto il 
giorno, volando dimostrare che attesero ad altro. 
L'immagine non è che leggermente accennata, 
e traspare come da un velo ; ma tanto è più 
bella, quanto meno si mostra, poiché lascia al 
lettore la compiacenza di svilupparla da per sé 
a 'grado della sua fantasia. Questa reticenza di 
cui si potrebbe compiacere qualunque più spi- 
rìtoso e gentile scrittore, riesce molto piò. singo* 
lare in Dante , che ama per lo più di spiegarsi 
con tutta la schiettezza. 

Le bellezze che spiccano in questo^ pezzo di 
poesia si presentano allo spiótg di tutti, ed aa- 



LETTERA TERZA 4^ 

che coloro j che noa hanno grande familiarità 
con Dante lo conoscono, se non per altro, per 
la storia di Francesca d'Arimini. Il patetico che 
regna in questi versi , e la dolce emozione che 
eccitano, fa loro dare la preferenza anche sopra 
tutti quelli^ oye brilla con più fasto l' immagina- 
zione del poeta. 

Egli è certo che i sentimenti che toccano il 
cuore fanno su di noi maggiore impressione delie 
innmagini che non pascono che la fantasia; e che 
quegli che sa risvegliare gli affetti , sostiene ed 
impegna la nostra attenzione più di colui , che 
non cerca che dilettarci, o sorprenderci con delle 
belle descrizioni. Noi ammiriamo Omero quando 
con tanto entusiasmo ci rappresenta £tt<Nre che 
avvampa di foco marziale, e si precipita in mez- 
zo alle squadre nemiche; ma non ci siamo ve- 
ramente interessati per questo campione, se non 
quando Gabbiamo veduto in atto di andare alla 
battaglia prendere congedo dalla sua sposa ad- 
dolorata e piangente, ed abbracciare il pargo- 
letto Astianatte. La pittura che fa il Tasso dei 
giardini di Armida è veramente amena e leggia- 
dra; ma i fiori, i prati, i valloncelli, le fontane 
non sono gli oggetti che più ci fermano ; quello 
che vivamente ci scuote sono i lamenti e le di- 
sperazioni di Armida nel punto che il suo aman- 
te sta per abbandonarla. Per via di questo prin- 
cipio noi vediamo che le Egloghe, le Pastorali, 
le Arcadie generano a lungo andare fastidio, 
perchè il soggetto di queste composizioni è trop 



\ 



44 LETTEBà TERZA 

po semplice^ l'anima non può ricevere vigorose 
impressioni^ langue, inlorpìdisce , ed alla indif- 
ferenza succede presto la noia. Cosi un quadro 
che non rappresenti che paesetti e belle vedute 
ci trattiene assai meno cU uu quadro storiato, 
che tanto più interessa , quanto più vi prevale 
l'espressione e il sentimento. 

Questa è dunque la ragione perché la storia 
di Francesca d'Arimìni ha incontrato l'aggradi- 
mento comune a preferenza di molti altri pezzi 
immaginosi e sublimi delia divina Commedia, Ma 
d'altra parte mi maraviglio assai come il signor 
da Polenta sia stato cosi grande amico di Dan- 
te, e l'abbia ricevuto con tanta distinzione pres- . 
so di lui, dopo che egli con questi versi avea 
resi pubblici gli amori incestuosi di sua figlia « 
e che Favea messa fra le anime dannate. Se non 
che Dante tratta questa avventura con molta 
delicatezza, e forse quel Prìncipe era persuaso, 
che si dovesse far poco conto delle sue senten- 
ze di dannazione. 

Alla patetica scena che vi ho presentato io 
voglio oppome un'allra di un gusto diverso coi 
versi seguenti che succedono immediatamente «i 
già citati : 

Al tornar della mente che si chiuse 
. Dinanzi alla pietà de' duo cognati. 
Che di tristizia tutto mi confuse > 

Nuovi tormenti, e nuovi tormentati 

Mi veggo intorno come ch'io mi muova, 
£ come chUo mi volga, e ch'io mi guati* 



LETTSBA TERZA 4^ 

Io SODO al terzo cerchio della piova 
^ Eterna, maladetta, fredda e greve; 

Regola e qualità mai non l'è nova. 
Grandine grossa, e acqua tinta, e neve 

P«r Faer tenebroso si riversa : 

Pute la terra che questo riceve. 
Cerbero , fiera crudele e diversa 

Con tré gole caninamente latra 

Sopra la gente che quivi è somnoersa.^ 
Gli occhi ha vermigli e la barba unta ed atra , 

E '1 ventre largo, ed unghiate le roani : 

Graffia gli spirti, e gli scuoia ed isquatra. 
Urlar gli fa la pioggia come cani : 

Dell'un de' lati fanno all'altro schermo: 

Volgonsi spesso i miseri profani. 

Inf. ri. I. 

Dove Dante descrive Cerbero che graffia gii 
spirti, e gU scuoia e gt isquatra j la stentatezza 
del verso che nasce dall'accozzamento di con- 
sonanti aspre dipinge a maraviglia Faccanimento 
di quella bestia istizzita. Cosi il poeta per via 
di una spezie di melodia fa sentire all'orecchio 
quanto rappresenta alla fantasia con le parole. 
Questa armonia imitativa é oggidì molto in voga 
presso i poeti," e tutti vogliono farne pompa, 
senza riflettere che tali delicatezze debbono pre- 
sentarsi spontaneamente allo spirito in momenti 
propizj all'estro, altrimenti vi si scorge chiara- 
mente l'elaboratezza e l'affettazione. Ma in que- 
sti tempi in cui si fanno tante analisi e specu- 



I^Q LETTERA TERZA 

lazionì SU quella cha chiamano Metafisica del Gu- 
sto , in cui tutti si piccano di voler procedere 
in ogni cosa per via della conoscenza de* prin- 
cipi , si cerca di attingere con l'arte e con lo 
studio a quelle grazie, ed a quelle finezze riser- 
bate solo a coloro che più degli altri sono pre- 
diletti dalle Muse. Certo é che né Omero, n^ 
Virgilio, né Dante quando scrivcano di questi 
versi non pesavano le sillabe , né contavano le 
lettere, come facea il vostro Cowley, che si van- 
tava di essere il primo fra gli inglesi a^ compor- 
ne , e per riuscirvi ne slogava con ricercatezza 
gli accenti, onde incorse in mille ridicolaggini 
Du Bartas^ poeta francese, si pregiava anch'egli 
di avere quest'abilità , ed è noto quel suo emi- 
stichio 

Le champ plat hat, abhat. 

Dove descrive un cavallo in corso. Coà Lo- 
renzo de' Medici dovette andare glorioso di aver 
detto, parlando di un incendio: 

Fiano e faville e stran stridor Varia empie. 

Io potrei citarvi molti altri esempj e moderni 
e nostrali di tai caricature^ poiché adesso^ come 
vi diceva , i poeti sono molto vaghi di questa 
armonia imitativa, e cercano introdurìa da per 
tutto, e vogliono vederla anche dove non vi è. 
Certuni , per esempio , non dicono acqua , che 
non la sentano diguazzar per la bocca, né pro- 
feriscono serpente, che noi veggano strisciar via, 



LETTERA TESZA fj 

■è sanno nominare la guerra, che la parola stessa 
non risvegli loro in mente l'idea dì un non bo 
che d'orrido e dì funesto. Ma il fatto è che ba- 
sta avere la prevenzione dì trovare ne' vocaboli 
questi rapporti^ che sì vede subito tutto ciò che 
si vudie; nello stesso modo^ che ascoltando il 
suono delle campane si fa loro dire tutte le pa» 
role che vengono alla fantasìa. 

Se volete però> Miledi> veri esempi di questo 
genere di bellezze > più che in qualunque altro 
poeta ne incontrerete in Dante fra i toscani , e 
fra gli antichi in Omero. Ma poiché alle Muse 
greche non vi piacque fare quell'onore che 
avete fatto alle Italiane, col permetter loro l'ac» 
cesso presso di voi, potete consultare la bella 
versione deirilìade, che ha scritto il Pope nella 
vostra lingua. Egli ha saputo conservare tutti 
questi vezzi, che sluggono sotto la penna di un 
traduttore men destro, ed investirsi di tutto l'en- 
tusiasmo di Omero; e senza mostrare una pe- 
dantesca ostentazione di volerlo superare, lo su- 
pera di fiitto molte volte, e per gran tratto gli 
vola dìnanzk Ma io vi dico cose, sulle quali po- 
trei essere con più ragione istrutto da voi. Adesso 
che vi trovate in Italia, e che avete vaghezza 
di non avere tra mano che libri italiani, invece 
di quella di Pope, potrete leggere la traduzione 
che ne fece in toscano T ab. Cesarotti , che ha 
un sentimento delicatissimo per conoscere T e* 
spressione musicale de' versi di Omero. Egli pre- 
tende anzi ch'essa sia cosi spiccala, e cosi scn- 



48 LE*rTERA rziczk 

sibile, che possa fare impressione anche su co* 
loro, che, senza intendere la lingua, leggessero 
i versi greci, ed in grazia di costoro ne tra<* 
scrive parecchi con le lettere del nostro alfa- 
beto. Ma siccome questa espressione musicale di- 
pende in gran parte dalla posizione degli accenti 
che danno regola alla voce ài chi recita, e che 
egli non si prese la briga di segnarne niuno su 
que' versi, cosi non so come potrà trovarvi ar- 
monia chi non sa leggerli. Queste bellezze si 
possono cercare ben^ con miglior successo nella 
sua versione, che è disinvolta e briosa, ed ani- 
mata da tutti gli spiriti della poesia. Né potranno 
oscurarne il merito i clamori di alcuni critici, 
che lo tacciano di aversi scostato troppo dal- 
l'originale ; questioni , che non debbono avere 
più luogo quando il traduttore si protesta chia- 
ramente, com' egli fece, che non è sua intenzione 
di voler dare una versione esatta, né letterale. 
Alcuni altri poi trovano che il suo verseggiare 
sia in certi luoghi ti*oppo stemperato nel nu- 
mero, come se mancasse di queir andamento no- 
bile e grave, che richiede l' Epica^ e che la ca- 
denza uniforme de' suoi versi troppo spesso rotti 
e dimezzati stanchi alle volte e sazii l'orecchio* 
Tal altro pretende che in molti passi vi si ma» 
nifesti troppo apertamente V ambizione e lo sforzo 
di voler brillare con l'espressione meccanica del 
verso, e sorprendere il lettore con de' quadri; 
come sarebbe, per via di esempio, nel diciotte- 



^ * LETTERA TEBZà 4 9 

Simo canto, dove si descrive AchiSe^ che pian- 
gendo la morte di Patroclo : 

Trabocca al suolo, e col petto, e col dorso 
Per la polve s'avvoltola, e la stampa 
Di larghi solchi attraversati: a un punto 
Strappa il crin, strazia il manto, adunghia, adonta 
Il volto j il petto, e geme, e freme 

To certamente non saprei decidere, o MiléHì, 
quanto sieno fondate tali crìtiche; e meglio <?h'e 
tutti gli uomini di questi tempi ne saprà dare 
giudizio la Posterità, al cui tribunale è più fa- 
cile che vengano s^nza prevenzione pesati i pregi 
.e i difetti degli autorì. 



<s 



LETTERA. QUARTA 



J^ape Satan , Pape Satan , Aleppe. 

Non crediate, MìlecK, che questo sia un verso 
di qualche lingua straniera scritto con le nostre 
lettere per farvi conoscere l' armonia imitativa. 
Sono parole che Dante mette in bocca a Più* 
tone, e che niuno è stato mai capace d'intendere, 
benché sì abbiano fatte molte conghietture. Dante 
trova questo demonio nel quarto cerchio, dove 
sono puniti i prodighi e gli avari. Entra poi nel 
quinto, e colà trova nella palude Stigia gli ira- 
condi che si percoteano, e si mordeano Fub 
l'altro, e sono cosi descritti dal poeta, che par 
proprio di sentire i colpi, e vedere i morsi che 
si dan que' meschini. 

Questi si percotean non pur con mano. 
Ma con la testa, col petto, e co' piedi. 
Troncandosi condenti a brano, a brano. 

Inf, riL 112. 

Né costoro erano tormentati solamente sopra 
'^ giogo , ma ve rC era ancora di sommersi che 
sospiravano, di che si accorse Dante a un cotal 
gorgoglio, che compariva a fior d'acqua. Mentre 



umiA QITAftTA 5l 

era attento ad osservare questi ed altri spetta- 
coli si fatti^ eccoti venir su pel fiome una nave 
piccioletta, guidata da un solo nocchiero. Il quale 
movendo diffilato alla volta di Dante gridava pieno 
di stizza; Or sé giunta, anima fella. Costui era 
Flegias» uomo in vita sua molto iracondo, e che 
nell'Inferno avea IHncumbenza di traghettare le 
anime alla città di Dite. Credendo che Dante 
fosse uno de' dannati, corse subito a levarlo; ma 
Virgilio lo avverti che schiamazzava invano, e 
che di lui non aveano bisogno, se non che per 
varcare la palude, ed approdare all'altra riva. 
Flegias si acchetò , e ì poeti calarono ambidue 
nella barca. 

Lo Duca mio discese nella barca > 
E poi mi fece entrare appresso a lui; 
E sol quando i' fui dentro parve carca. 

Tosto che il Duca ed io nel legno fui. 
Segando se ne va l'antica prora 
Ddl'acqua più, che non suol con altrui. 

/jj/: FUI, a5. 

Egli dà ad intendere con molta evidenza, che 
la barca si sfondava sotto il suo peso , perchè 
era solita a capir solamente degli spiriti leggie- 
ri. Virgilio si serve quasi della stessa immagine, 
ove descrive Enea che passa vivo all'Inferno^ e 
monta sul naviglio di Caronte. 

In questo legnetto navigavano Dante e Virgi- 
lio giù per la palude, quand'ecco, dice il poeta : 



52 tETTfiUA QUÀBTà^ 

Mentre noi correvam la morta gora 
Dinanzi mi si fece un pien di fango , 
E disse: Chi se* iu, che vieni anzi ora? 

Costni è veramente un curioso indiscreto. Sen- 
tite come Dante risponde: 

Ed io a lui; S'io vengo non rimango. 

Naturalissima è questa risposta proverbiale, che 
si dà con dispetto ad un importuno. 

Ma tu chi se*, che si se* fatto brutto? 
Rispose: Vedi che con un che piango. 

Ed io a lui: Coq piangere e con lutto > 
Spirito maladetto» ti rimani: 
Ch'io ti conosco ancor sie lordo tutto. 

Allora stese al legno ambe le inani: 
Perchè il maestro accorto lo sospinse» 
Dicendo; Via costà con gli altri cani* 

Jnf. FHL 3i. 

Costui era un «erto Filippo , Argenti , di cui 
Dante non ci dà altra contezza» ma che doveva 
essere» da quanto si conghiettura » un uomo as^ 
sai collerico. Dopo che si sbrigarono da ^sso, e 
Seguitavano a varcar la palude» sentirono cosi 
dalla lontana un damoro come di gente che si 
lamentasse. Videro poi spuntare le mura della 
città di Dite» che avean sembianza di essere di 
ferro» ed erano cosi rovènti» come fossera. d'ai* 
lora uscite dal fuoco. Giunti entro le fosse» che 
vallano quella città: 



tETTSnà QUARTA 53 

Non senza prima far grande aggirata 

Venimmo in parte ^ dove il nocchier forte: 
Uscite , ci gridò ; qui è l'entrata. 

Io vidi più di mille in sulle porte 
Dal ciel piovuti, che stizzosamente 
Dicenn: Chi è costui , che senza morte 

Va per lo regno della morta gente? 

Inf. FUI. 79. 

Mentre Virgilio si credeva entrare in città, 
certi insolenti demonj si presentarono alF uscio 
e glielo chiusero in faccia. Rimase sbalordito a 
ricevere un trattamento cosi incivile, e si bmentò 
non sapendo perchè gli dovesse essere conteso 
di andare all'Inferno. 

Ed altro disse; ma non l'ho a mente: 
Peroiìchè l'occhio m'avea tutto tratto 
Ver l'alta torre alla cima rovente, 
• Ove in un punto vidi dritte ratto 
Tre furie infernal di sangue tìnte > 
Che membra femminili aveano ed atto , 

E con idre verdissime eran cinte: 
Serpentelit e ceraste avean per crine. 
Onde le fiere tempie erano avrinte. 

E quei che ben conobbe le meschine (i) 
Della regina dell'eterno piànto : 
Guarda, mi disse, le feroci EHne. 

Questa é Megera dal sinistro canto ; 

(I) looelk. 



54 LETTERA QUARTA 

Quella che piange dal destro è Aletto; 
Tesifone è nel mezzo : e tacque a tanto. 
Con l'unghie si fendea ciascuna il petto: 
Batteansi a palme ^ e gridavan si alto^ 
Che al' poeta mi strìnsi per sospetto. 

Inf* IX. 34* 

Queste fune che stavano s'una vedetta a far 
sentinella aveano in mano il teschio di Medusa^ 
che trasmutava in pietra chiunque il guardava. 
Virgilio avverti Dantesche si chiudesse forte gli 
occhi con le mani , anzi egli ' stesso per maggior 
sicurezza vi addoppiò le sue. 

E già venia su per le torbid'onde 

Un fracasso d'un suon pien di spavento^ 
Per cui tremavan ambedue le sponde. 

Non altrimenti isXio che d'un vento 
Impetuoso per gli avversa ardori , 
Che fier (i) la selva» e senza alcun ratte&to 

Li rami schianta , abbatte e fronde e fiori : 
Dinanzi polveroso va superbo , 
E fa i^iggir le fiere e gli pastori. 

/n/: DL 64. 

E non par egli a questa lettura di essere tra- 
sportato nella città di Dite, di entrare per quelle 
porte roventi, dj sentire gli urli delle Furie, lo 
scroscio del fiume infernale, e il sibilo de' venti? 

(i) Ferisee. 



r^ETTERA QUARTA 55 

NìuDO rjusd quanto Dante a descrìvere l'In- 
ferno con più energìa , e con maggior terrore , 
benché questo argomento abbia esercitato la pen- 
na de' più celebrì poeti. Virgilio nelTEneide, 
ed Omero nell'Odissea ne parlano a lungo : nei 
loro quadri si ravvisa subito la mano maestra , 
né si saprebbe supporre che dalla loro penna 
niente di mediocre potesse uscire in un tema 
cosi sublime: tutto quello che dicono è bello, 
ma non dicono quanto Dante^ né fanno sull'ani- 
ma de' lettori un'impressione cosi forte. Questo 
nasce non solo dalla maniera particolare con cui 
Dante espone le cose, ma vi ha molta parte la 
diversità del soggetto medesimo. L'Inferno degli 
antichi era assai differente da quello di Dante e 
de' Cristiani. Questo é molto più terribile » e 
dalla fantasia de' poeti é capace di essere ve* 
stito d'immagini più tetre e più spaventose. Gli 
antichi aveano certi punti (issi e comuni intorno 
a cui si trattenevano ; comparivano sempre in 
iscena que' loro Tantali, que' Tizj, i Sisifi, le 
Danaidi, cose ripetute tante voihe e già addo- 
mesticate dall'uso. In<^tre le descrizioni che fa- 
ceano dell'Inferno non si aggiravano sempre in* 
tomo idee di lutto, poiché nello stesso luogo 
roetteano il loro Paradiso, ch'erano quelle amene 
campagne, dove si tratteneano i beati : cosi dopo 
avere descritto i tormenti e gli strazj che sof- 
frono i malvagi, escono fuori co' giardini di Plu- 
tone, con le delizie delle selve Elisie, co' poggi, 
co*^ valioncelli per dove erravano le anime dei 



56 LETTERA QUARTA 

buoni. Vedete in qual maniera Tibullo rappre- 
senta rinferno, eh' è ben difFerente da quello che 
annunziano i nostri Predicatori. Vi paria al so- 
lito di Cerbero, d'Issione, di Tizio ^ poi vi de- 
scrive le pianure degli Elisi , dove i morti si 
trattengono in canti e in balli. Queste pianure 
sono sparse qua e là di boschetti di acacia dove 
si sentono gorgheggiare gli augelletti, e tutto al- 
l'intorno sorgono odorosi cespi di rose. Folte 
schiere di giovani e di donzelle con le chiome 
coronate di mirto scherzano e folleggiano* per 
qué' prati; e benché sciolti da ogni qualità uma- 
na non sono già insensibili agli stimoli dell'amo- 
re, che stende il suo impero anche nella regione 
de' morti. Cosi gli antichi più voluttuosi di noi 
altri^ e che godevano più allegramente i piaceri 
della vita presente, non voleano troppo contur- 
barsi con le immagini funeste della futura, e pare 
che mettessero gli Elisi presso al Tartaro , per 
render , in certo modo , meno tetro l'orrido di 
quel soggiorno. 

Ma mentre Dante e YirgiUo sono spettatori 
di scene cosi terribili pressckdi Dite, videro inol- 
trarsi uno , che venia su per l'acqua a piante 
asciutte , dinanzi a cui fuggivano a precipizio 
gli spiriti dannati. Egli non mostrava ^ noja di 
niente altro, che di quell'aere crasso, che si ri- 
Tftovea dal viso, menando innanzi la mano. Que- 
sti era un Angelo, che calò dal Cielo per aprire 
a Virgilio la porta, che gli fu chiusa in faccia 
dai demoDj. Pieno di stizza die' d'un colpo di 



MTTEKà QOAUTA 57 

bastone nell'uscio e lo spalancò, sì fermò soUa 
soglia, ó con gran collera minacciò que' diavoli, 
perchè trattarono Virgilio co^ Tillanamente , e 
s'opposero al voler del Cielo. 

Poi si rivolse per la strada lorda , 

E non fé' molto a noi , ma fé' sembiante 
D'uomo coi altra cura strìnga e morda. 

Che quella di colui che gli è davante. 

Ir^, IX, 100. 

Mostra con ciò il poeta che l'Angelo, il quale 
non avea ancora gli spinti in calma pel gran 
rabufFo che diede a' demonj, non badava a chi 
lo seguiva. Questo è uno di que' tratti fini, che 
Dante era sopra tutto eccellente nel saper co- 
gliere. Non vi è circostanza, oggetto, o azione 
per minuta e rara che sia eh' egli non rappre- 
senti con somma facilità e con vivezza. In que* 
sto consiste la grande abilità de' poeti; poiché 
non Ve nessun mento mettere in vista quello 
che risalta agli occhi di tutti. 

Seguitando Dante il suo cammino entrò nella 
città infernale e mosse intorno gli occhi, cu- 
rioso di vedere che cosa v'era là entro. Vide 
prima di tutto una -pianura assai vasta , sparsa 
tutta quanta di sepolture che buttavano fuoco. 
I coperchi erano sospesi, e di là usdano i la- 
menti di coloro che si cuoceano in quelle fosse, 
ch'erano gli eresiarchi. Dante camminava ragio- 
nando con Virgilio, quando da uno de' sepolcri 



5^ LETTEBA QUABTÀ 

USO una voce che gridò; Olà, Tosco j tu che 
vai invo per la atta del Joco , /ermaii. Olà. 

Subitamente questo suono uscio 
D'una dell'arche; però m'accostai. 
Temendo, un poco più al Duca mio. 

Ed ei mi disse: Volgiti, che fai? 
Vedi là Farinata che s'è ritto t 
Dalk cintola in su tutto il vedrai. 

Io avea già il mio viso nel suo fìtto: 
Ed ei s'ergea col petto e con la fronte. 
Come avesse l'Inferno in gran dispitto: 

£ le animose man del Duca e pronte. 
Mi spinser tra le sepolture a lui. 
Dicendo: Le parole tue sien conte. 

Tosto che al pie della sua tomba fui, 

Gnardoromi un poco, e poi quasi sdegnoso 
Mi dimandò: Chi fur li maggior tui? 

Io ch'era d'ubbidir desideroso. 
Non gliel celai, ma tutto gliele apersi: 
Ond'ei levò le ciglia un poco in soso. 

E disse: Fieramente furo avversi 

A me, ed a' miei primi , ed a mia parte , 
Si che per due fiate gli dispersi. 

S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogni parte^ 
(Risposi a lui) e l'una e l'altra fiata: 
Ma i vostri non appreser ben quell'arte (i). 

Allor surse alla vista scoperchiata (a) 

(l) Cioè , l'arte di tornare. 

(a) ASU viiU aperta , cioè liuti dd copcrcliio del Mpokro. 



LBTTSaA QU4RTA Sp 

Un'ombra 9 lungo queste infino al mento: 
Credo che s'era inginocchion levate. 

D'intorno mi guardò» come talento 
Avesse dì veder s'altri era meco: 
Ma poi che il suspicar fu tutto spento. 

Piangendo disse: Se per questo cieco 
Carcere vai per altezza d'ingegno, 
Mio figlio ov'è, e perchè non è teco? 

Inf. X. 28. 

Farinata degU liberti, chiamato dal Deuina il 
Camillo de' Fiorentini, e Cavalcante de' Cavai* 
canti sono coloro qui descritti. Farinate in que- 
sto dialogo (che continua per più altri versi che 
io non cito) conserva tutta la fierezza del suo 
carattere. Il discorso versa sulle risse civili che 
passarono tra la famiglia di lui, e quella di Dan- 
te. I maggiori di questo poeta, anzi egli mede- 
simo prima che fosse sbandito di Firenze, erano 
del partito Guelfo, e Farinata all'incontro del 
ghibellino. Quest'inno partito come più po- 
tente cacciò l'akro ; ma i Guelfi essendo ritor- 
nati dopo qualche tempo si rivendicarono nello 
stesso modo» ed espulsero i Ghibellini. Essi si 
trovavano ancora raminghi al tempo di Dante; 
ond'egli rimprovera qui a Farinata, che i suoi 
non appresero bene l'arte di far ritorno essendo. 
scacciati. L'altro sepolto, è Cavalcante de' Ca- 
valcanti, che era nel fuoco con Farinata per es- 
sere stato, come spiegano i cementatori, di sen- 
timento Epicureo. U figlio di lui, di cui chiede 



6o LSTTERA QUARTA. 

nuova a Dante, è Guido CaTalcantì, ano de' pi& 
celebri filosofi della sua età. Essendo grande 
amico del nostro poeta, quell'ombra lo interrogò 
perchè non si trovasse in sua compagnia, a cui 
Dante rispose^ che neppur egli veniva all'Inferno 
per sua propria, virtù, ma che vi era condotto 
da Virgilio, il quale, dic'egii, il tuo Guido, co» 
me filosofo , ebbe forse a disdegno. Onde l'orna 
bra'a tai parole : 

Di subito drizzata, gridò: Come 

Dicesti e^i ebbe? non vi v'egli. ancora? 

. Non fere gli occhi suoi lo dolce lome? (i) 

Quando s'accorse d'alcuna dimora. 
Ch'io faceva dinanzi alla risposta 
Supin ricadde, e più non parve fora. 

Inf, X 67. 

f Questo é un colpo da scena pieno di forza e di 
espressione. Dalla maniera oon cui Dante esitava 
a dargli risposta. Cavalcante s^aocorse che suo* 
figlio era morto, e senz'altro dire si ascose nella 
tomba. Questo silenzio è più significante di qual* 
si voglia dis(»>r80. Quando l'anima è sopraffatta da 
una pascione gagliarda ed improvvisa resta atto- 
nita, e si ritira tutta, dirò co^, ia sé medesima : 
r è subito tolta la libertà delle sue azioni, la Uah 
gua intorpidisce, ed é incapace di. articolare pa- 
role. Presso gli aoiichi tragici vediamo espresso 

> « 

(t)Lufn«. 



LtrtiAk QUARTA 6f 

più d* una -volta questo sbalordimento, che nasce 
«U'amvo di ona nuova dolorosa. Dejanira nelle 
Trachinie di Sofocle dopo aver udito narrare da 
Hilo gli spasimi e i furori di Ercole suo marito^ 
già presso a morte» senza foritoar parola parte 
dalla scena. Euridice nell' Antigone dello stesso 
Autore, mentito il tragico fine di suo figlio Einone 
parte anch' essa Ammutolita. Dante che , come 
Sofocle , guardava la Natura con occhio pen.e* 
Iratiyo e sagace» s'incontrò con lui neirafTerrare 
questi tratti vivi ed energici Io non dubito che 
egli non si fosse alzato al paro di Eschilo, o di 
Shakespeare se attempi suoi fosse stata in voga 
in Italia l'arte del teatro, e ch'e^^ l'avesse vo- 
luto coltivare. 

Nella medesima toii^a dove ardevano Fari- 
nata e Cavalcanti, Dante mette Flmperatore Fe- 
derico U. nipote del Barbarossa, persecutore fie» 
rissimo della Chiesa, e il Cardinale .Ottaviiemo 
degli Ubaldini £irvorìtore della parte GhibdUina. 
Non si sa comprendere come Dante avesse il 
coraggio dft trattare con A poca riverenza per« 
sone tanto potenti. Né giova dire che fosse cosi 
«dito, perché parlava di morti, che non ai po- 
teano pia vendicare. Egli non avea riguardo, di 
trattare i vivi nella stessa maniera, e basta ve-» 
dere la mordacissima satira, che fece contro ser 
Branca d' Oria. Costui era un ricco Signore Ge- 
novese, la di cui anima èssendo trovata da Dante 
neir Inferno in mezzo al traditori restò maravi- 



54 LETTERA QUiEtA 

Che da nessun sentiero era segnato. 
Non frondi verdi , ma, di color fosoo 5 
Non rami schietti, ma nodosi e involti; 
Non pomi v'eran, ma stecchi con tosco* 

Inf. XIIL 3^ 

' * • — 

In questi alberi erano trasformati coloro che 
si tolsero di propria mano la vita» e quando i 
loro corpi saranno risorti dovranno essere ap- 
piccati a que'rami, ove fanno nido le Arpie; brut- 
tissimi mostri» i quali, come Dante li descrìva : 

Ali hanno late, e colli e visi umani. 

Pie con artìgli, e pennuto il gran ventre : 
Fanno lamenti in su gli alberi strani. 

ISH, f i3. 

r- 

. Da que' tronchi tuctano certo voci, senza che 
Dante potesse accorgersi d'onde venissero. 

AUor pors'io la mano un poco avanle> 
E colsi un ramoscello da un gran pruno, 
E '1 tronco suo gridò : Perchè mi tidbiante? 

Da che fatto fu poi di sangue bruno. 
Ricominciò a gridar: Perché mi scerpi? (i) 
Non hai tu spirto di pietade alcuno? 

Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi; 
Ben dovrebb' esser la tua man più pia. 
Se stati fossim' anime di serpi. 

(ij Mi scbiaoti. 



Come d'un stizzo verde , che arso sia 
DairuD de' capi^ che dalFahro geme , 
£ cigola per vento che va via » 

Cosi di quella scheggia usciva insienoLf^ 
Parole e sangue: ond'io lasciai la cima 
Cadere; e stetti come Tuom che teme. 

in/, XIIL 3i. 

La comparazione qui usala da Dante è una 
delle più felici si per aggiustatezza, che per evi* 
denza. Il cigola rappresenta vivamente col suono 
quello stridore che parte dalle legna verdi che 
abbruciano^ e il va via per Tesililii di spirito con 
cui viene pronunziato esprime a maraviglia quel 
vento sottUe» che scappa dallo stizzo. Anche rA<> 
riosto fa uso di questa slessa comparazione par- 
lando del mirto animato del giardino di Armi- 
da; ma essa non ha né la precisione > né la vi^ 
vezza di quella di Dante, a cui tutti i poeti in 
questo genere debbon ceder la palma. 

Ma il credereste, Mikdi, che con tai ver- 
si Dante si sia acquistato credito di Naturali- 
sta? Cosi è* Pretende il Redi che questo poeta 
sotto la finzione dell'albero che spicca sangue 
abbia voluto insegnare che le piante sono for- 
nite di sentimento, come gli animali: paradosso 
già favorito da esso Redi, e da alcuni altri fisici, 
che si sforzano tutto giorno di vie più confer- 
mare quella sentenza di Cicerone, che non vi è 
cosa al mondo per istrana che sia, che non sia 
stata detta da qualche filosofo. Ma se dobbiamo 

5 



66 LETTERA QUARTA 

credere che Dante in que' versi abbia voluto 
indicare ciò che suppone il Redi , si potrebbe 
dire che né han parlato molti altri poeti che si 
sono serviti della stessa finzione. Prima di tutti 
Virgilio il quale rappresenta Enea che appro- 
dato ai liti di Tracia , spiccò alcuni ramoscelli 
di mirto per adornare uii^ara, e i ramoscelli spil- 
larono sangue vivo. Cosi leggiamo nel Tasso, 
che essendo ito Tancredi nella selva incantata 
per tagliare di quelle piante, al primo colpo di 
spada che diede su d'un albero, vide la cortec- 
cia buttar sangue. Aggiungeremo a questi due 
anche l'Ariosto, che fra le tante cose stupende 
che descrìve nel giardino di Armida, parla,^ co- 
me ho mentovato di sopra, di un mirto che fa- 
vellava e traeva sospiri. Ora si dovrebbe de« 
durre , che tutti costoro sotto tali allegorie ab- 
biano pretesò indicare la sensibilità delle piante; 
né il Redi ha certo maggior fondamento di cre- 
derlo in riguardo a Dante. Ma il fatto è che 
quando uno è prevenuto per qualche sistema, 
adatta tutto quello che vede e che sente in 
favore della sua opinione. Cosi un Teologo tro« 
vò , che ne' primi versi della quarta egloga di 
Virgilio si profetizzava senza equivoco la venuta 
del Messia; e un Alchimista scopri che si par- 
lava con tutta la chiarezza della pietra iilosofale. 



LETTERA. QUINTA 



Disse pur bene Orazio qualora chiamò i poeti 
una razza biliosa. Siccome essi credono di chiu- 
dere in petto un non so quale spirito divino , 
che li distingua dalla schiatta del restante de* 
gli uomini, cosi li vedrete per lo più stizzosi, 
intolleranti^ bisbetici, e per poco che gli stuzzi- 
chiate pronti a dar mano alla sferza. Esiodo, il 
poeta più antico che noi conosciamo, é eziandio 
il primo satirico. Quando gli viene in concio, 
egli dice tutto il male che può della sua patria 
e de' suoi contemporanei. Io vivo per mùi di* 
sgrazia neW^tà del ferra ^ esclama egli in un luo- 
go; oh avesse piaciuto al Cielo che io Jbssi o 
morto prima j o nato dopo! ed altrove chiama 
il suo paese cattivo alTinvemo , fastidioso alla 
state^ e non mai buona cosa. Dante, come in pa- 
recchie circostanze della sua vita, cosi in questo 
spirito di . maldicenza rassomiglia molto ad Esio- 
do. Egli tratta i suoi concittadini nella stessa 
maniera, quando mette queste parole in bocca 
al suo maestro Brunetto Latini , da lui trovato 
nel terzo cerchio, che consigliandolo a seguitare 
il .glorioso cammino per cui s'era messo , sog- 
giunge poi : 



68 LETTERA QUINTA 

Ma quell'ingrato popolo maligno. 
Che discese da Fiesole ab antico , 
£ tiene ancor del monte e del macigno^ 

Ti si farà per tuo ben far nimico: 
Ed é ragion: che tra gli lazzi sorbi 
Si disconvien fruttare al dolce fico. 

Jnf. XF, 6i. 

Se questi due poeti lasciarono il freno alla 
«atira contro la loro patria, non hanno forse tutto 
il torto. Arabidue soffrirono de' cattivi ed ingiu- 
sti trattamenti da' loro cittadini. Esiodo fu sban- 
dito da Ascra, Dante da Firenze, e furono co- 
stretti di errar vagabondi per tutta la loro vita. 
La causa dell'esilio di Dante fu Pavere voluto 
mettere la concordia fra i tanti partiti Guelfi, 
Ghibellini , Bianchi e Neri che desolavano l'Ita- 
lia. Impresa vana e perigliosa. Un uomo di sana 
ragione è sempre mal accolto in mezzo a una 
turba di fanatici» 

Ma dove Dante trova ampia materia onde sfo- 
gare la sua bile contro i Fiorentini, è nell'ot- 
^vo cerchio, in cui stanno i fraudolenti, fira i 
quali riconosce molti suoi compatrioti. La Fraude 
è da lui personificata sotto la ^;ura di Gerione 
antico Re di Spagna, uomo di pessima natura, 
ed è rappresentata assai bizzarramente in que- 
sta maniera. 

Ecco la fiera con la coda aguzza. 

Che passa i monti, e rompe muri ed armi : 
Ecco colei che tutto il mondo appuzza. . . 



LETTERA QUIVTi 69 

La faceta sua era faccia d'uom giusto} 
Tanto benigna ^avea di fuor la pelle « 
E d'un serpente tutto l'altro fusto. 

Due branche avea pilose insin l'ascelle: 
Lo dosso , '1 petto ed amendue le coste 
Dipinte avea di nodi e di rotelle. 

Con più color sommesse e soprapposte. 
Non fer ma' in drappo Tartari, né Turchi, 
Né fur tai tele per Aragne imposte. 

Inf. XrJL I* 

Questa fiera mezz'uomo, e mezzo serpente, 
che come dissi, è Gerione, con la metà del sao 
corpo stava appoggiata Sull'orlo della sponda che 
divide il settimo dall' ottavo cerchio, come i bur- 
chj tirati a riva, che parte sono in acqua e parte 
in terra: 

Nel vano tutta sua coda guizzava, 
Torcendo in su la venenosa forca , 
Che a guisa di scorpion la punta armava. 

Dante volendo dare corpo alla Frode scelse 
il soggetto di Gerìone, essendo che egli non é 
solito di personificare gli Enti morali sotto il 
proprio lor nome, come per lo più costumano 
di fare i poeti. Non si trova ch'egli abbia mai 
attribuito forma corporea alf Invidia, all'Ira, al« 
l' Avarizia, e ad altre simili proprietà astratte, che 
hanno gran parte nel suo poema; benché que- 
sto potesse dar luogo a moke belle invenzioni. 



yO LETTERA. QUINTA 

Ma a' tempi di Dante non prevaleva molto il 
genio per si fatto genere di allegorie , com' era 
a' tempi degli antichi poeti. Essi secondo il loro 
sistema di religione rappresentavano sotto aspetto 
sensibile e materiale i vizj, le virtù^ e quasi tutte 
le affezioni dell' anima, e ne facean tante Divi- 
nità. Ma col cangiare delle costumanze e della 
religione cangiò pure la maniera di pensare. A' 
tempi di Dante non sussisteva più questo lin- 
guaggio figurato, che non si tornò ad adottare 
nella poesia, se non quando si volle prendere 
per modello gli antichi poeti, e camminare sulle 
loro tracce. 

Arrivato Dante alla proda del settimo cerchio 
si trovò in una pianura, dove pioveano fianmie, 
e colà erano toimentati gli usuraj. 

Per gli occhi fuori scoppiava lor duolo: 
Di qua , di là soccorrien con le mani , 
Quando a' vapori , e quando al caldo suolo. 

Non altrimenti fan di state i cani 

Or col ceffo, or col pie quando son morsi 
O da pulci, o da mosche, o da taiffiini. 

Ifif. XVII. 46. 

La stessa comparazione è usata anche dal- 
l'Ariosto, ove descrive il combattimento di Rug- 
giero con rOrca, e benché sia pregevole per 
la evidenza, pure da alcuni critici fu tacciata di 
bassa e di triviale. Ma parlando di Dante non 
sarebbe prezzo dell'opera Tafiaticarsi di mo- 



X 



LETTERA QUIKTà 7I 

Strare jquesto difètto ne' suoi versi, poiché egli 
non si picca di essere molto delicato. E che di- 
i^ste , Miledi ^ al vedere come rappresenta un 
certo usura jo Padovano , che interrogato da lui 
della causa delle sue disgrazie fece col viso uà 
atto dispettoso^ 

Quindi storse la bocca , e di fuor trasse 
La lingua > come bue che il naso lecchi ? 

/w, 74. 

Io vi chieggo perdono se vi metto innanzi 
alla fantasia immagini cosi poco gentili; e riflet- 
tete che Dante copiava la Natura tal quale gli 
si presentava dinanzi. Questo è stato il costume 
de' primi poeti di tutte le nazioni. Allorché si 
abbattevano ad osservare qualche circostanza che 
li colpiva, non aveano riguardo di valersene 
quando T occasione il portava, senza fermarsi a 
discutere se risvegliava un'idea nobile od ab- 
bietta. Omero paragona i Greci sotto l'assedio 
di Troja ad uno sciame di mosche, che vola nelle 
stalle sui vasi del latte. L' immagine delle stalle 
e delle mosche non è in verità troppo nobile 
per adattarla a guerrieri cosi illustri quali erano 
i Greci; ma Omero trovò che gli serviva a ma* 
raviglia per esprimere il loro gran numero, e se 
ne servi senza badare più oltre. Questa distin- 
zione di figure, di frasi, di parole triviali o no- 
bili, basse o sublimi non fu fatta che ne' tempi 
dappoi: gli uomini resi più molli nel lusso delle 



yì LETTERA QUINTA 

cilUi credevano di offendere la delicatezza usando 
immagini tolte da oggetti non molto gentili , o 
vocaboli troppo comuni, giacché pare che certe 
maniere di dire si avviliscano dall' uso , e pas- 
sando per le bocche del volgo contraggano una 
non so quale bassezza. Osservate, Miledi, come 
la corte di Francia, che più di qualunque altra 
in Europa si piccava di stare suHa più ricercata 
eleganza, rese l'idioma di quella nazione schivo 
e ritroso che nulla più. Non v^ è lingua al mondo, 
riflette il Voltaire, a cui si renda più difficile il 
dar anima e vita all'antica poesia, quanto alla 
lingua francese. Noi, die' egli, ci siamo a poco 
a poco interdetti da noi medesimi la libertà di 
dipingere quegli oggetti, che le altre nazioni pos- 
sono senza difficoltà presentare alla fantasia. Non 
v' è cosa che Dante, all'esempio degli antichi > 
non abbia espressa. Egli avvezzò gli Italiani a 
dir tutto. Ma noi, seguita il Voltaire, come po- 
tremo adesso imitare lo scrittore delle Georgi- 
che, che nomina senza riguardo tutti gli stro* 
menti delP agricoltura? Noi appena li conoacia^ 
mo; e la nostra orgogliosa mollezza ha già an- 
nessa una bassa idea a' lavori campestri , ed a 
quelle arti cosi utili, che i padroni e i legislatori 
della terra non isdegnavauo di esercitare con le 
loro mani vittoriose. 

Cosi il Voltaire in un suo discorso recitato 
all'Accademia Francese. Ma la nostra lingua ò 
ben lontana dall'essere cosi schizzinosa^ e starsi 
ristretta fra confini d angusti. I nostri poeti hanno 



LETTERA QUINTA y3 

la libertà 4' esprimere tutto ciò che cade sotto 
l'occhio. Vedete/per esempio^ con quanta gra* 
zia e con quanto decoro Erminia viene rappre- 
sentata dal Tasso in abito di pastorella, che guida 
a pascolare la greggia. 

E dal f irsute mamme il latte preme, 
E in giro accolto poi lo stringe insieme» 

Noi possiamo spiegare le cose più comuni^ senza 
che si creda offesa la urbanità» qnando però si 
sappiano sfuggire certe frasi e parole grossolane 
e triviali: che certo non vi dirò, che il Tasso, 
avesse potuto scrivere que' versi come gli ha tra- 
dotti Fairfax, quel vostro antico poeta che voltò 
in inglese la Gerusalemme. 

Ber little flock to pasture would she guide, 
Andmìlke hergoateSjOnd in ihdrfold them p luce, 
But cheese and butter could she make .... 

Che in nostra lingua suonerebbe: ella guida 
g/t armenti alla pasturaj poscia munge le capre, 
e le chiude ne^ steccati j indi fa U burro e il 
cascio: e certo, certo noi stavamo in attenzione 

Che il pecorajo vi mettesse il sale: 

Se non che Fairfax è degno di qualche scusa ; 
poiché a' tempi suoi gl'Inglesi non erano in ve- 
rità i maestri delle gentilezze. 



^4 LETTERA QUINTA 

Né ì maestri delle gentilezze erano gl'Itali a ni 
al tempo di Dante; usate dunque verso di lui 
la medesima condiscendenza, e perdonategli certe 
espressioni poco graziose. Ma non si dee fare 
alcuna grazia a coloro che in secoli più. civiliz- 
zati e più colti si vollero abusare della libertà 
della lingua, e si fecero un pregio di metter in 
mostra immagini sconce, e parole turpi e plebee> 
che accumulano senza riserva in certe composi- 
zioni chiamate bernesche. La maggior parte di 
costoro volendo comparir lepidi^ cadono nello 
scurrile, e credendo far ridere, ributtano. Questo 
cattivo gusto è co^ universale in Italia, che da' 
nostri poeti si conosce appena quel faceto ur- 
bano, e quel motteggiare con garbo, per cui tanto 
vagliono gli scrittori francesi. Che differenza 
fra la Secchia rapita , lo Scherno degli Dei , e 
tanti scipiti Capitoli burleschi, e il Lutrin di De* 
spreaux^ il Veris^ert di Gresset^ e le Epistole di 
Voltaire! 

Non troppo graziosa immagine credo ancora 
che sia quella ove Dante rappresenta gli adula- 
tori , che stanno nell'^ottavo cerchio , tuffati con 
tutta la persona in un lago di fetido pantano. 
In questo cerchio medesimo^ ma nella terza bol- 
gia, avvi eziandio i Simoniaci^ che sono fitti con 
la testa in giù in certe buche, senza che altro 
appaja di fuori che le gambe tutte accese di 
fiamme. 

Qual suol il fiammeggiar delle cose unte 



LETTERA QUmTA j5 

Muoversi pur su per Testrema buccia. 
Tal era li da' calcagni alle punte. 

In/. XIX. 28. 

La bizzarria del cerrello di Dante nou si fa 
vedere in tanto lume quanto negH stravaganti 
atteggiamenti, in cui mette i dannati, e nelle va- 
rie spezie di castighi che loro assegna ; tutti però 
adattati con molto giudizio alle qualità delle 
colpe. Gli ignoranti sonnacchiosi e indolenti sono 
continuamente stuzzicati da mosconi e da vespe ; 
i golosi sono divorati da Cerbero; gli accidiosi 
stanno sepolti nel fango; i violenti nuotano in 
un fiume di sangue; i suicidi sono convertiti in 
tronchi , a' quali giaceranno appesi i lor corpi 
dopo il giorno finale. Non meno singolare e giu- 
diziosa è la pena che immagina per coloro che 
presumevano di predir Favvenire. Costoro avea* 
no il capo travolto* in maniera, che faceano petto 
della schiena , ed erano condannati a guardar' 
sempre addietro, in péna di aver voluto vedere 
troppo innanzi nelle cose venture. Non molto 
lungi da costoro stanno i barattieri ^ che sono 
immersi in un lago di pece bollente, e qui s'in- 
contra la famosa descrizione dell'arsenale dei 
Veneziani: 

Quale nell'arsena' de' Yiniziani 
Bolle d'inverno la tenace pece, 
A rimpelmare i legni' lor non sani , 

Che navicar non ponno; e 'n quella vece 



^6 LETTEBA QUINTA 

Chi fa SUO legno nuovo, e chi ristoppa 
Le coste a quel che più viaggi fece; 

Chi ribatte da proda, e chi da poppa: 
Altri fa remi, ed altri volge sarte. 
Chi terzeruolo ed artimon rintoppa: 

Tal non per fuoco, ma per divina arte 
BoUia laggiuso una pégola spessa , 
Che inviscava la ripa d'ogni parte. 

Io vedea lei, ma non vedeva in ess^ 
Fuor che le bolle , che '1 bollor levava ^ 
E gonfiar tutta, e riseder compressa. 

Inf* JOCt. 7. 

Con somma felicità si esprime in questi ulti- 
mi versi quell'alternazione di sollevarsi e abbas- 
sarsi, propria de' liquori viscosi che bollono. 
Osservabile è la disinvoltura con cui Dante fa 
qui uso de' termini arsenaleschi , dove non ap- 
parbce che voglia affettare alcuna erudizione. 
Questo difetto non seppe sfuggire il vostro Dry* 
den, che nel suo poema inglese , chiamato con 
nome latino, Annus nùmbiliSj dovendo descrivere 
la fabbrica e l'anmianimento de^ vascelli fa per 
ben dodici versi un pomposo sfoggio di termini 
tecnici; che pare che sia andato a bella posta a 
prender lezione da' fabbri, da' legnaiuoli e dai 
maestri di arsenale. 

Ne' versi che seguono io vi presento un qua- 
dro curiosissimo. Vi troverete una naturalezza 
che incanta, unita ad un'ammirabile evidenza. 
Questa è una scena che passa tra Dante, Vir- 



I£TTEEA qoivrk '•7 

gOìo ed i diavoli, n carattere di tutti questi per- 
sonaggi è espresso con tanta verità e con tanto 
brìo, che pare di avere le cose sotto gli occhi. 
I diavoli dun(|ue che stavano jntomo al lago di 
pece, vedendo Virgilio corsero tutti in frotta per 
awentarsegU addosso^ 

Con quel furore e con quella tempesta 
Gh'escqno i cani addosso al poverello 
Che di subito chiede ove s'arresta (i)i 

Usciron quei di sotto *l ponticello, 
£ volser contro lui tutti i roncigli; 
Ma ei gridò: Nessun di voi sia fello. 

Innanzi che l'uucin vostro mi pigli. 
Traggasi avanti Tun di voi, che m'oda. 
E poi di roncigliarmi si consigli. 

Tutti gridaron: Vada Malacoda; 

Perchè un si mosse, e gli altri stetter fermi, 
£ venne a lui , dicendo : Ch'egli approda ? (2) 

Credi tu, Malacoda, qui vedermi 
£sser venuto, disse '1 mio maestro, 
Securo' già da tutti i vostri schermi 

Senza voler divino e fato destro? 

Lasciami andar, che nel Cielo è voluto 
Ch^io mostri altrui questo cammin Silvestro. 

Allor gU fu l'orgoglio d caduto , 

Che si lasciò cascar l'uncino a' piedi; 
£ disse agli altri: Ornai non sia ferrito. 



(l) Chiede l'etemosioa ove s'arresta, 
(a) Cb« arrìf a egli di oaovo ? 



7 8 LETTERA QUINTA 

£ '1 duca mio a me: O tu che siedi 

Tra gli scheggion del ponte quatto quatto^ 
Sicuramente ornai a me ti riedi. 

Perch'io mi mossi ^ ed a lui Venni ratto ; 
E i diavoli si fecer tutti avanti^ 
Si ch'io temetti non tenesser patto . . . 

Io m'accostai con tutta la persona 

Lungo 'i mio duca^ e non torceva gli occhi 
Dalla sembianza lor» ch'era non buona. 

£i chinavan li raffi, e: Vuoi ch'io '1 tocchi 
(Diceva l'un con l'altro) in sul groppone? 
'E rispondean: Si, fa che gliel' accocchi. 

Ma quel demonio che tenea sermone 
Gol duca mio, si volse tutto presto , 
£ disse: Posa, posa Scarmiglione. 

Inf, XXL 67. 

Non vi pare , che questo sia un quadro dise- 
gnato di mano del Teniers o del Calotta? Non 
vi par di vedere i demonj correre in furia addos* 
so a Virgilio : Virgilio che autorevolmente parla 
ad essi e gh acqueta : Dante appiattato per la 
paura e que' diavoletti protervi» che non po- 
tendo resistere alla loro maligna inclinazione, 
vogliono pure , malgrado il divieto , fargli inso- 
lenze co' graffi? Ma non occorre che io mi 
estenda in più lunghi ragionamenti per dimo- 
strarvi le bellezze di questo passo. Voi siete 
fornita di un sentimento cosi squisito, che, sen* 
za l'altrui aiuto , sapete gustare i versi che vi 
presento : solamente Dante meriterebbe d'aver 
uno^ che meglio sapesse sceglierli. 



LETTERA SESTA 



lo dubito^ Miledi^ di farvi sentire pur troppo la 
verità del detto di un nostro poeta, che 11 lungo 
coìufersar genera nojaj e molto più trattenendovi 
in cosi trista compagnia di diavoli e di dannati. 
Ma questa è l'ultima lettera che vi scrivo sopra 
rinfemo. Io credo che Dante avrà fretta an* 
ch'egli di uscire da questo luogo dopo lo spavento 
che gli fu fatto da que'demonj, di cui ho par- 
lato nell'ultimo foglio, i quali gli diedero la cac- 
cia, e voleano ghermirlo. Pieno di paura calò 
egli e Virgilio da una rupe, sottraendosi al loro 
furore, e giunsero al luogo degli ipocriti, che 
videro vestiti di pesanti cappe di piombo, dorate 
al di fuori. Passò poi nell' ottava bolgia , dove 
stavano i ladri , che aveano le mani legate co' 
serpenti dietro al dorso, e correano per una 
campagna tutta sparsa di biscie. NeUa enumera- 
zione che fa Dante delle varie spezie di questi 
rettili si conosce eh' ebbe in vista quel passo 
di Lucano , ove parla degli animali che stanno 
nelle arene della Libia. Egli ebbe tuttavia l'av- 
vedutezza di non imitare il poeta latino, ove 
questi fa la descrizione de' sintomi prodotti dal 
morso de' serpi. Questo soggetto occupa nella 
Farsalia più di un centinafo di versi, dove Lu- 



$0 LETTERA SESTI 

cano prende occasiotte di uscire coti un magni* 
fico squarcio di anatomia. Gli scrittori primi ed 
originali non erano vaghi di fare pompa di que- 
ste erudizioni aliene dall'argomento. Questo mal 
costume non prevale che ne' tempi più bassi 
della letteratura , quando non è più cosi facile 
di dire cose nuove^ e si vuol pure brillare col 
trovarne a spese del buon senso. 

Da questo poeta bensì trasse Dante qualche 
idea 9 ove descrive gli effetti del morso di un 
serpente , che s'avventò addosso a un dannato. 
Ecco ì suoi versi, che io prenderò un po' più 
da alto, perchè colà si trova la bella ed inge* 
gnosa metamorfosi di un tale chiamato AgneUo. 
Avendo Dante sentita la voce di costui^ si fer- 
mò attento per ascoltare $ perch'io, dic'egli. 

Perch'io, acciocché '1 duca stesse attento. 
Mi posi '1 dito su dal mento al naso. 

Se tu se' or, lettore, a creder lento 
Ciò ch'io dirò, non sarà maraviglia; 
Che io che '1 vidi appena il mi consento. 

Gom'io tenea levate in lor le ciglia, 
£d un serpente con sei pie si slancia 
Dinanzi all'uno, e tutto a lui s'appiglia. 

poi pie di mezzo gli avvinse la pancia, 
£ con gli anterior le braccia prese: 
Poi gli addentò e l'una e l'altra guancia. 

Gli deretani alle cosce distese , 
£ miceli la coda tra amendue, 
£ dietro per le ren su la ritese. 



LBTt£&A SEitk Bl 

Ellera abbarbicata mai non fue 
Ad alber sì, come forrìbil fera 
Per raltrui membra avviticchiò le sue« 

Poi s'appiccar come di calda cera 
Fossero stati , e mischiar lor colore; 
Né l'un> né l'altro già parea quel ch'era. 

Come procede innanzi dall'ardore 
Per lo papiro suso iin color bruno ^ 
Cl:e non è neico ancora, e '1 bianco muore. 

Gli altri due riguardavano^ e ciascuno 
Gridava: Oliimé, Agnel, come ti muti^ 
Vedi che già non se' né due né uno. 

Già eran li due capi un divenuti > 
Quando n'a^^arver due figure miste. 
In una faccia ov'eran due perduti. 

Fersi le braccia due di quattro liste. 

Le cosce con le gambe, il ventre, '1 casso 
Divenner membra che non fur mai viste. 

Ogni primaio aspetto ivi era casso; 
Due e nissun T immagine perversa 
Parea, e tal sen già con lento passo. 

Come il ramarro sotto la gran fersa 
De' di canicular cangiando siepe , 
Folgore par^ se la via attraversa; 

Così parea venendo verso l'epe (i) 
Degli altri due un serpentello acceso. 
Livido e nero come gran di pepe. 

£ quella parte onde da prima é preso 

(i) Ventre. 



g^ ^ LETTEBA SESTA 

Nostro alimento all'un di lor ti-afisse; 
Poi cadde giuso innanzi a lui disleso. 

Lo trafitto 11 mirò, ma nulla disse: 
Anzi co' pie fermati sbadigliava. 
Pur come sonno o febbre l'assalisse. 

Egli il serpente, e quei lui riguardava; 
L' un per la piaga , l'altro per la bocca 
Fumavan forte, e '1 fumo s'incontrava. 

Inf, XXr. 44-. 

La descrizione di questo ultimo avvenimento 
mi sembra assai singolare. Conviene essere do- 
tato di una immaginazione assai feconda e vi- 
vace per cavare si gran varietà di circostanze , 
e diversificare con tanti accidenti un soggetto 
COSI semplice. Si richiede poi un concepire netto 
e chiaro, e una grande facilità di espressione 
per descrivere si felicemente tutte quelle meta* 
morfosi, dove si tratta di particolareggiare delle 
cose minute e complicale, e presentarle con tutta 
ià precisione alla fantasia di chi legge. Da que- 
sto si conosce quanto uno è padrone della Im- 
gua, e delle' sue idee. La comparazione della 
carta che abbrucia (detta da Dante Papiro) è 
una delle più celebrate; poiché con molta leg- 
giadria si viene a dare idea di quel colore ab- 
bronzato, che acquista la carta quando si appressa 
troppo alla fiamma. Ingegnosa é la trasmutazione 
dell'uomo in serpente, la quale continua per 
più altri versi, che qui non sono trascritti. Essa 
non cede niente a quella di Cadmo in dragone 



\ 



/ 



ucrrjuA 8ISTA 83 

descrìtta da Pvìdio nel quarto libro delle Me- 
tamorfosi^ che è considerata una delle più belle. 
Io mi maraviglio come essendo questa a notizia 
di Dante (giacché ne fa menzione poco dopo)^ 
ed ayendo molta analogia con la sua, non si sia 
curato di prendere da Ovidio nessuna idea. Sem- 
bra anzi che di ciò non si curì in diversi altri 
incontrì^ dove entra in argomenti già trattati da' 
Glassici delle lingue morte. Egli riceve pochis- 
sima assistenza da essi, ed attinge sempre alla 
fonte del proprio genio. Questa regola è stata 
generalmente tenuta da tutti i nostri primi scrit- 
tori. Pare che non si facessero lecito di copiare 
gli antichi, come si usò ne* tempi dappoi, e per 
questa strada diventavano originali. Una tal li- 
bertà fu introdotta allorquando si fecero studj 
ed Osservazioni su quegli autori, e si proposero 
come modelli , onde si convenne di poterli imi- 
tare senza taccia di' plagio. 

Arrivano adesso i Poeti nell'ottava bolgia, dove 
si puniscono i fraudolenti. Costoro stanno sepolti 
nel fuoco, e quando s' interrogano la fiamma ri- 
sponde per essi mormorando e menando qua e 
là la cima» Ora, dopo aver fatto una lunga con- 
-versazione con diverse fiamme. Dante cala nella 
nona bolgia, dove si trovano i seminatori di scan- 
dalo e di scisma, la pena de' quali è l'avere ta- 
gliate e cincischiate le membra. Castigo molto 
avvedutamente addossato a coloro che divisero 
in tante sette la religione. Alcuni aveano il petto 
squarciato, altri foralo il gozzo, o tronco il naso. 



84 LETTE&À SESTA 

o mozze le orecchie , o tagliate le canoe della 
gola» o strappata la lingua. 

Ed un che avea Tuna e Taltra man mozza 
Levava i moncherìn per l'aria fosca, 
Si che '1 sangue iacea la faccia sozza. 

Inf. XXFIIL io3. 

Maraviglioso fra tutti era uno, che avea il 
capo spiccato dal busto, e pur camminava. 

E '1 capo tronco tenea per le chiome 

Pesol con mano a guisa di lanterna. 

£ quel mirava noi , e dicea : O me ! 
Di sé facea a sé stesso lucerna : 

Ed eran due in uno» e uno in due. 

Com' esser può» quei '1 sa» che si governa. 
'Quando diritto a pie del ponte fue» 

Levò il braccio alto con tutta la testa 

Ver appressarne le parole sue. 

Inf. XXrUI. lai. 

Pare die questi versi abbiano fornito all'Ario- 
sto l'idea di rappresentare Orrilo» che quando 
perdeva il capo in battaglia andava tentone a 
cercarlo» e sei rimetteva sul collo. Cosi il Tasso 
da que' del primo terzetto può avere tratto ar- 
gomento di fingere » come l'ombra di Rinaldo 
sostenendo con la manca il proprio teschio par- 
lasse ad Argillano. Io non dubito poi che il Redi» 
che ne' versi citati del XIIL canto vedea indi- 



/ 

LSTTBAA SESTà 85 

cato il Sistema della sensibilità delle piante^ non 
avesse trovato accennata in questi la sperìenza 
delle lumache^ che si fanno vivere senza testa « 
se questo fenomeno fosse stato noto, a' suoi tempi. 
Io vi ho fatto osservare qui sopra due passi 
deli' Ariosto e del Tasso, dove pare che abbiano 
voluto imitare Dante: vi mostrerò adesso all'in- 
contro due passi di Omero che sono stati imi- 
tati da lui; quando ciò non sia occorso per mero 
accidente, il che mi sembra più probabile. Fei> 
matosi il poeta a contemplare i martir] di quella 
anime: I^a moha gente > ei dice. 

La molta gente, e le diverse piaghe 
Àvean le luci mie si inebriate. 
Che dello stare a piangere eran vaghe. 

In/. XXIX. I. 

Quasi che trovasse una sorta di compiacenza 
nel sentimento di compassione che provava per 
quegli sciagurati. Questo concetto medesimo st 
trova in Omero, ove nel principio dd canto XXIII 
Achille invitando i Mirmidoni a piangere la morte 
dì Patroclo : Noi ci porremo tutti a mensa , ei 
dice, poiché twremo preso diletto nei doloroso 
pianto. Cosi alquanti versi dopo parbndo all'a- 
nima di Patroclo, lo scongiura di appressarsi a 
lui , onde poter gustare con amplessi s<;^robie- 
voli r amara dolcezza del pianto. Non oserei certo 
asserire, che Dante in quel luogo avesse avuto 
in mira quanto dice il poeta greco. Questi sen* 



86 LETTERi SESTI 

tlmenti sono cosi naturali, che possono essergli 
venuti sulla penna^ senza che Omero gliene ab- 
bia fornito occasione. Sono i cementatori quei 
che cercano, che tutto quello che dicono i loro 
autori abbia corrispondenza con qualche passo 
di un Classico^ quasi che pretendano con ciò di 
far loro grande onore, e credano che sia mag- 
gior pregio l'essere imitatori che originali. Ma 
il Petrarca si copiò yerbalmente l'espressione di 
Dante in que' versi del lxj:ix Sonetto^ dove par- 
lando di Laura, dice che il volto e le parole gli 
stanno confitte in mezzo al cuore, e Fanno le 
ìuci sue di pianger vaghe, E veramente che nel 
pianto si trovi dolcezza non accade che io mi 
affatichi molto a mostrarvelo in questi tempi , 
dove non si ha altro in bocca che il Sentimento 
e la Sensibilità. 

Disceso Dante nell'ottava bolgia in cui sono 
castigati gli alchimisti , e passato l' ottavo cer- 
chio, entra nel nono ed ultimo, dove in quattro 
bolgie distinte si puniscono quattro spezie di tra- 
ditori. Colà vide i giganti Nembrotte, Briareo 
ed Anteo» e quest'ultimo calò ambidue i poeti 
nel fondo del vallone, Ov'eni men che notte, e 
men che giorno^ In questo fondo regnava un 
freddo acutissimo , e le acque di Oocito forma- 
vano un lago , eh' era sempre agghiacciato per 
lo sventolare delle enormi ali di Lucifero. Ciò 
che in questo luogo fermò sopra tutto l'ammi- 
razione di Dante furono due abbracciati cosi 
Strettamente che le lagrime che loro sgorgavano 



LETTERA SESTI 87 

dagli occhi congelandosi incollavano faccia con 
faccia, dì maniera che non poteano più distac- 
carsi. 

Con legno legno spranga mai non cinse 
Forte cosi : ond' eì, come duo becchi , . 
Gozzaro insieme; tant'ira gli vinse. 

Ed un che avea perduti ambo gli orecchi 
Per la freddura, pur col viso in giùe 
Disse: Perchè cotanto in noi ti specchi? 

In/. XXXIL 49. 

Procedendo oltra col passo Dante vide due 
entro una buca, uno de' quali ficcava i denti sul 
cranio d(41' altro , e lo rodeva: ed ecco come il 
filo delle mie osservazioni mi ha condotto a quel 
passo cosi celebre e éi decantato della divina 
Commedia, dove si descrive la storia del Conte 
Ugolino. Tutto che voi non abbiate letto Dante, 
suppongo pure, Miledi, che non vi sarà ignoto^ 
e che r avrete veduto riportato in qualche libro, 
o udito recitarlo. Mi dispenserei pertanto dal 
trascriverlo , ma credo che non vi riuscirà di- 
scaro che vel renda più presente alia memoria. 
Dante adunque vedendo colui che addentava 
cosi spietatamente quel misero, gli domandò per- 
ché fosse cosi accanito contro di lui. 

La bocca sollevò dal fiero pasto 
Quel peccator, forbendola a' capelli 
Del capo eh' eSU avea diretro guasto : . 



88 LETT£Ri SESTA 

Poi cominciò: Tu yuoi ch'io rinnovelli 
Disperato dolor che il cuor mi preme 
Già pur pensando, pria ch'io ne favellL 

Ma se le mie parole esser den seme. 
Che frulli infamia al traditor ch'io rodo. 
Parlare e lagrimar Tedraimi insieme. 

Inf. XXXllL u 

Qui il conte Ugolino, che è quelli che parla 
in questi versi» dà contezza a Dante, come co- 
lui che avea sotto i denti era Ruggieri degli Ubai- 
dini Arcivescovo di Pisa. Costui con calunnia 
fece credere a' Pisani, eh' egli avesse dato Pisa 
in mano a' Fiorentini ; onde a furor di popolo 
fu rinehiiiso il Conte in una torre con due fi- 
gliuoli, e due suoi nepoti di tenera età. Ugolino 
spiega al poeta un sogno da lai fatto, quando 
fu serrato in quella torre, indi ripiglia: 

Quando fui desto innanzi la dimane. 

Pianger sentii fra '1 sonno i miei figlinoli 
Ch'erano meco, e dimandar del pane. 

Ben se' crudel, se tu già non ti duoli. 
Pensando ciò die al mio cuor ^annunziava : 
E se non piangi, di die pianger suoli? 

Già eran desti, e l'ora s'appressava , 
Che '1 dbo ne soleva essere addotto, 
E per suo sogno ciascun dubitava. 

Ed io sentii chiavar l'uscio di sotto 
La terrìbile torre: ond'io guardai 
Nel viso a' mia figliuoi senza far motto. 



IETTERÀ SESTà Bg 

Io non pÌMigeva^ ^ dentro impietrai s 
Piaogeran elH; ed Anselniuccio mio 
Disse: Tu guardi sl^ padre: che hai? 

Però non lagrìmai^ né rìspos'io 

Tutto quel giorno^ né la notte appresso^ 
Infin che l'altro sol nel mondo uscio. 

Come un poco di raggio si fu messo 
Nel doloroso carcere, ed io scorsi 
Per quattro visi il mio aspetto stesso; 

Ambe le niani per dolor mi morsi: 

E quei pensando, ch'io '1 fessi per voglia 
Di manicar, di subito levorsi, 

£ disser: Padre, assai ci fia men doglia 
Se tu mangi di noi: tu ne vestisti 
Queste misere carni, e tu le spogHa. 

Quetàmi aUor per non fargU ptik tristi: 
Quel di e l'altro stemmo tutti muti. 
Ahi! dura terra, perchè non t'apristi? 

Posciachè fummo al quarto di venuti, 
Gaddo mi si gittò disteso ai piedi ; 
Dicendo: Padre mio, che non m'ajuti? 

Quivi mori: e come tu mi vedi» 
Vid'io cascar li tre ad uno ad uno 
Tra '1 quinto di e'I sesto: oncTio mi diedi 

Già cieco a brancolar sovra ciascuno, 
E tre cB gli chiamai poiché ftv morti: 
Poscia più che il dolor potè il digiuno. 

Quando ebbe detto ciò^ con gli ocdu torti 
Biprese il teschio misero co' denti. 
Che furo a&'osso, come d'un can , forti. 

!«/: XXXIIL 37. 



90 LETTERA SCSTi 

Questi versi spirano un orrore veramente tra- 
gico f e lasciano una profonda impressione nel- 
l'anima. Ogni circostanza contribuisce a conci- 
liare un'aria cupa e lugubre a questa pittura ter- 
ribile. Il luogo della scena, che si immagina nel 
fondo di una torre oscurìssima : i personaggi , 
che sono un cittadino illustre e onorato, per ca- 
lunnia de' malevoli sotterrato in quella prigione 
con quattro pargoletti innocenti: il genere di 
morte crudele, onde si veggono que' meschinelU 
spirare lentamente per deliquio di fame. Tutti 
questi fatti sono corredati dalla fantasia del poe- 
ta di dettagli che danno loro grande risalto. 
Ugolino, che fra il sonno sente gemere i suoi 
figliuoli, che gli chiedono del pane« è una im- 
magine dell'estremo patetico, e che porta la com- 
mozione ne' cuori più duri. La disperazione di 
questo padre infelice, quando tra un fosco bar^ 
lume riconosce l'aspetto de' suoi figli pallidi ed 
estenuati, è dipinta coi più forti colori^ cosi con 
molta naturalezza è espressa la semplicità di quei 
fanciulli, che stimando ch'ei si mordesse le mani 
per fame, gli offrono le proprie carni per satol- 
larsi, n carattere di Ugolino fiero, costante, ad- 
dolorato più per vedere le angosce de' suoi fi- 
gliuoli, che per i proprj mali é sostenuto con 
grandezza, e tanto più si sviluppa, quanto va 
più crescendo l'azione. Le espressioni poi sono 
tutte vive ed energiche, ed ogni verso si potreb- 
be citare per esempio : lo non piangeva^ sì den^ 
irò impietrai — - Io scorsi per quattro visi U mio 



hvrmk SESTI 91 

aspetto stesso *- jéhi dura terra, percìiè non far 
pristil — Dicendo: Padre mio » che non m^aju- 
Uf '^ E tre dì ^ chiamai poiché far morii s 
sono sentimenti ne' quali si riconcentra la forza 
di una moltitudine d'idee^ come i nggi nel cen- 
tro di uno specchio» e che passano nell'anima 
con veemenza. La bellezza di questi versi fa 
conosciuta fino da' primi tempi andie fuori d'I- 
talia. L'antico vostro poeta Ghaucer, che fioii 
nel secolo in cui Dante scriveva» rappresentò in 
versi anch' egli la morte del Conte Ugolino» con- 
chiudendo che se taluno volesse acquistare più 
perfetta notizia di questo avvenimento» leggesse 
il gran poeta Italiano, il sublime Dante. In la- j 

tino fu tradotto questo squarcio da varj Italiani, 
in tedesco dallo Schlegel » in versi francesi dal j 
Mercier» e in prosa dal Watelet. H Mannontel j 
che riporta nella sua Poetica questa ultima tra- ' 
duzione» la chiama lavoro di un letterato versato 
nello studio de' poeti italiani» che sa gustare le ■ 
loro bellezze, e trasportarle nel suo hnguaggio. 
Non so per altro quanto gran concetto voi pos- 
siate avere di una traduzione in prosa francese 
del più sublime pezzo di Dante» e giudicatene 
da questi pochi passi che io vi metto in vista. 
Quel verso posto in bocca ad Ugolino che ri- 
sponde a Dante: Parlare e ìagrimar vedraimi 
insieme, sentite come è reso in francese : iVim- 
portej je consens à gemir de nouveau : cosi quel- 
r altro: Jmbo le mani per dolor mi morsi , sta 
nella traduzione: Je cede à la douìeur, je me 



^2 LBTTERà SBSTl 

mords les deux mainsj e le parole de' fanciulli 
che ufTrono al padre le loro membra , onde si 
pasca, SODO cosi voltate: Man père^ que ne nou$ 
mangeS'tu piatoti C* est toi qui nous a donne 
cette miserable chairj reprends4a. Che il signor 
Watelet abbia gustato le bellezze di questo pezzo, 
voglio crederlo; ma che abbia saputo trasporr 
tarle nel suo linguaggio^ ne lascio il giudizio a 
V0Ì9 o Miledi, e a ciascun altro che sappia in-* 
tendere Dante. La traduzione in versi del signor 
Mercier, da lui riportata nel suo Bonnei de Nuitt 
è più animata ed ha molto più nerbo dell'altra;' 
se non che in parecchi luoghi si discosta cori 
dall'originale , che appena si può duimiar tradu- 
zione. Questo è comunemente il metodo de'tra- 
duttori francesi, i quali costumano di prendersi 
de'grandi arbitrj nelle loro versioni poetiche. Essi 
sono astretti a cosi fare dalla impotenza dell» 
loro lingua troppo timida^ che non ha la libertà 
di tentar niente di nuovo» né la facoltà d'inve» 
stirsi degli spinti, e delle maniere del linguag- 
gio poetico delle altre nazioni: cosi è forza che 
alle immagini, ed alle espressioni dell'originale» 
che sovente non possono trasportare nel loro 
idioma, ne sostituiscano altre più confacenti al 
genio di esso» o cerdiiuo di modificarle» e di 
dar loro un tornio diverso. Tutto questo non si 
potrebbe biasimare» se cosi facessero quando la 
necessità lo richiede; ma parecchie volte alTet- 
tano senza bisogno di alterare il testo degli au« 
tori per boria di riformarlo, quasi che non vi 



L1TT£1IA SESTA. gZ 

sìa Diente di perfetto ^ s'essi non \ì metton k 
mano. Io non so vedere la ragione perchè il sig. 
Mercier^ cfae pretese di dare una traduzione di 
que' versi di Dante^ abbia voluto di propria fan- 
tasia rappresentare i figli di Ugolino, che iu 
luogo di rispondere a lui die H volea consolare 
mostravano delle campagne JertiU, eh' erano in 
lontananza j degli àlberi che piegavano sotto U 
peso de* frutti i un ruscelletio che bagnava i piedi 
della torre^ ave la sete ardente affrettava la loro 
ultima ora^ e ricopiare in questi fanciulli quello 
che la mitologia dice di Tantalo? Se un fore- 
stiere sulla fede della traduzione volesse citare 
questo passo come fosse del poeta Italiano» re- 
sterebbe gabbato. Niente di tutto questo V è in 
Dante, e non v* era bisogno che vi fosse. 

Ma noi siamo giunti al fine della cantica del- 
l'Inferno, dove Danto nel fondo della gran valle 
infernale trova Lucifero , che usciva con mezza 
la persona da un pozzo. La sua testa avea tre iacee, 
una vermiglia, l'altra giallastra e la terza nera 

Sotto ciascuna uscivan due grand'ali» 
Quanto si conveniva a tanto ucc^lo: 
Vele di mar non vid'io mai eotali. 

Non avean penne» ma di vipistrello 
Era lor modo» e qudle svolazzava» 
Si che tre venti si movean da elio. 

Quindi Cocito tutto s'aggelava : 

Con sei occhi piangeva, e per tre menti 
Gocciava il pianto» e sanguinosa bava. 



q4 lstteba. sesta 

Da ogni bocca dirompea co' denti 
Un peccatore a guisa di maciulla > 
Sì che tre ne facea cosi dolenti. 

Jnf, C, ìdt. 1^. 4^* 

Quando Dante arrivò in quel fondo Giuda' 
stava in bocca dì Lucifero con la metà del cor- 
pOy dimenando fuori le gambe^ e Cassio e Bruto 
empievano le altre due bocche. Questo demonio 
era piantato nel centro della terra , cosicché le 
gambe usciano fuori per l'altro emisfero. Volendo 
ì poeti passare in qilesto gli montarono addos- 
so, e aggrappandosi pel pelo si calarono entro 
il pozzo, e camminando in mezzo ad una fìtta 
oscurità tornarono dall'altra parte a rivedere il 
cielo. Alcuni tacciano Dante perchè questo pas- 
saggio pel centro della terra è contrario ai prin- 
eip) dell'attrazione, ch'era benissimo nota al poe- 
ta, come il dà a divedere alquanti versi dopo. 
Ma si debbo supporre, ohe egli ci sia passato 
per quella stessa grazia speziale, che gli per- 
mise che entrasse vivo nell'Inferno; il che non 
credo che sia niente più naturale. 

Qui termina la Cantica dell'Inferno. Dai versi 
riportati mi lusingo, Miledi, che ne avrete acqui- 
stato una bastevole idea. Voi avete ammirato 
in questo poeta ricchezza d'invenzione, veemen- 
za di fantasia, arditezza e novità di espressioni, 
vibratezza di dire, e sopra tutto una grande evi- 
denza. I suoi quadri non sono elaborati, né com- 
piuti eoa l'ultima Unitezza; ma pajono disegnati 



LEtTE&A SESTA gS 

afla presta 9 e solamente i tratti principali e ca- 
ratteristici tì sono espressi con forza. Siccom'egU 
ha maniere grandi di concepirei e si spiega con 
brevità e con precisione » cosi le frasi e le pa* 
role sono energiche^ spiritose^ gravide di senso, 
non dicono che quello che è necessario» né si 
potrebbe rimuoverle dal loro postOj o sostituii^ 
ne dell'altre; onde n'avviene che Dante sia uno 
de' poeti più diffìcili da essere tradotti nelle lin- 
gue straniere. Non si può tuttavia dissimulare 
che s'egli era fornito di molto geuio^ non fosse 
assai mancante di gusto. Di questo se ne debbe 
principalmente incolpare l'età in cui viveva. Il 
genio lo dispensa la natura in tutti i tempi , 
ma il gusto non si forma che in secoli colti^ e 
per via del confronto , della discussione , àA- 
i'aijalisi ragionata deUe varie produzioni deUo 
spirito , e si raffina con la esperienza. È diffi- 
cile che uno scrittore possa vantare, molta de- 
licatezza in tempi rozzi ed inurbani. Egli rap- 
presenta la natura quale gli si ofierisce dinanzi : 
gli oggetti non fanno su di lui l'impressione 
medesima che fanno su noi altri » onde non ri- 
sguarda come bassi ed ignobili quelli che come 
tali furono considerati dappoi. Vedete come Ome- 
ro nato in secoli incolti non può iarai ammirare 
abbastanza per la raffinatezza del gusto > come 
seppe sollevarsi sopra tutti i poeti con la forza 
e la sublimità del suo genio. 

Non crediate contuttociò, Miledi, che io vo- 
glia attribuire solamente alla indole de' tempi il 



g$ LETTERA SESTA 

poco J>uon gusto di Dante , -poichc; vi ha molta 
parte la propria sua stravaganza. Da quésta si 
debbono credere originati tanti vocaboli ruvidi 
e oscuri introdotti sen2;a necessità» lo strano me- 
scuglio di voci e di frasi latine , le allusioni 
troppo vili e bufTonesche, e finalmente la biz- 
zarria del piano del suo poema. £ veramente &.- 
ceta à , ma espressiva mi sembra l'allegorìa di 
quel pittore 9 che volendo su uu quadro dare 
idea del carattere di Petrarca • di Dante, finse 
questo poeta sul colle d'Elicona in un verde 
prato^ pel quale menava a cerchio una gran falce^ 
mietendo ogni erba, mentre il Petrarca iva sce- 
gUeudo le più nobili, e cogliea i fior più gentili. 
Voglio credere che adesso avrete appagata 
da per voi la curiosità che avevate di sapere 
se Milton nel comporre il Paradiso perduto ab* 
bia cavato nessuna finzione dalla divina CormnedUu 
Da' passi che ho citati della Cantica dell'Inferni 
avrete potuto rìconoscere varj- traili imitati dal 
vostro poeta. Di tale natura sono il lago agghiac* 
ciato ddl' Inferno» la grandine che flagella i de* 
monj. Medusa che gli spaventa col suo ceffo, il 
mostro con busto umano e coda di serpente 
ornata di una punta velenosa» Satanasso con le 
alt grandi come due vele di nave; tutte imma* 
gini che Milton trasse da Dante. Di qnettò però 
non vi dovete maravigliare» poiché il genio del 
poeta inglese «si afiaceva moltissimo con quello 
dell'italiano. Si dilettò anch' egli come Dante» e 
forse più dì lui » d' innestare nel suo poema no- 



LETTERl S£STA 9^ 

tizie dì astronomìa^ di mitologìa, dì storia^ e lun- 
ghe dìspute sulla teologìa^ dove andò più in là 
dì Dante medesimo, poiché fa parlare fino i de« 
tnonj sulla provìdenza, sulla prescienza, sul fato, 
sul libero arbìtrio. Nella stranezza poi delle im* 
maginì non la cede certo al nostro poetai né 
quando rappresenta lo scudo di Satanasso più 
grande della luna piena guardata col telescopio; 
né quando trasforma ì diavoli in pigmei per farli 
capire tutti nella sala concistoriale del ' Pande* 
monion; né allorché introduce Satana nel Para* 
diso terrestre prima sotto la figura di un corvo, 
poi di un rospo; né finalmente quando descrìye 
la battaglia degli angeli e de' demonj, e che 
costoro inventano le bombe e i cannoni per isbà* 
ragliare gli spiriti celesti;, che accorrono alla dì* 
fesa con delle rupi e delle montagne, e le get* 
tano in testa ai diavoli con tutti i fiumi, i bo- 
schi, e le nevi che vi sono sopra. Battaglia ve- 
ramente singolare e bizzarra, poiché ninno avrebbe 
pensato di vedere gli angeli combattere alla 
foggia de' giganti della mitologia; né si avrebbe 
immaginato mai frate Schwartz, che il diav(do 
gli venisse a togliere la gloria dell'invenzione 
della polvere* 



^ 



LETTERA SETTIMA 



lo bo difTerìto fino all'ultima lettera che vi ho 
scrìtto» di soddisfare alla vostra curiosità su quanto 
desideravate di sapere in riguardo a Milton e 
a Dante. Vi chiedo scusa, Miledi, se con mag« 
giore prontezza non ho appagato il vostro desi- 
derio s e, per confessarvi il vero, non l'ho fatto 
senza qualche malizia. Io ho voluto in questa 
maniera allungare il carteggio, e procurarmi il 
piacere di vedere più spesso i vostri caratteri, 
e l'onore di presentarvi i miei. Adesso poi vi 
scrivo con maggiore coraggio, giacché nell'ultimo 
vostro fòglio siete stata cosi gentile di farmi cre- 
dere che le mie lettere non vi sieno affatto spia- 
ciute, e m'invitate a seguitare questa poetica 
corrispmidenza. 

Se voi parlate con alcuni che si hanno poco 
dilettato di leggere Dante , la corrispondenza do- 
vrebbe ben tosto essere terminata dopo avervi 
reso conto della Cantica dell'Inferno. Corre opi- 
nione che qualora uno abbia letto questa parte 
della divina Commedia, senza perdere molto si 
possa dispensare di proseguir la lettura del ré- 
stante del Poema. Io spero di farvi vedere, che 
questo giudizio non è assai giusto , né assai ra- 
gionevole. È vero che Dante nella Cantica se- 



LETTERA SETTIMA gg 

guente^ che tratta del Purgatorio , deelina da 
quella sublimità che avete ammirata nell'Inferno; 
ma l'argomento nel quale egli entra richiede di 
cosi fare. A norma che varia il soggetto il poeta 
dee variare lo stile^ e dare ai diiTerenti oggetti 
che rappresenta quel grado di espressione che 
loro conviene. Regola che i giovani di rado si 
piccano di osservare. Essi non si prefiggono per 
Io più che di voler brillare con T entusiasmo di 
una fantasia fervida e trasportata , né si fanno 
scrupolo di confondere i generi dello stile^ e dì 
colorire un disegno grazioso di Raffaello col pen> 
nello robusto di Michelangelo. 

Ma se Dante nell'Inferno fu grave , veemente 
ed energico^ il vedrete adesso gaio e gentile $ egli 
è ameno nelle immagini, più facile nelle espres« 
stoni, i suoi sentimenti hanno un tornio più de» 
licato, e la versificasdone è assai più regolare. 
Egli alza le vele p^r correre un'acqua più pia- 
cida, come dice egli medesimo ne' primi versi. 

Per correr miglior acqua alza le vele 
Omai la navicella del mio ingegno. 
Che lascia dietro a sé mar si crudele : 

E canterò di quel secondo regno, 
Ove l'umano spirito si purga, 
E di salire al Ciel diventa degno. 

Ma qui la morta poesia risurga, 

O sante Muse, poiché vostro sono^ 
£ qui Calliopea alquanto sufga .... 

Dolce color d'orientai zaflìro^ 



100 LETTERA SETTIMA 

Che s'accoglieva nel sereno aspetto 
Dell' aerpuro^ ìnfìno al primo giro (i), 

Agli occhi miei ricominciò diletto^ 

Tosto ch'io uscii fuor dell'aura morta ^ 
Che m'avea contristati ' gli occhi e '1 petto. 

Lo bel pianeta che ad amar conforta (2) 
Faceva tutto rider l'oriente 9 
Velando i Pesci ch'erano in sua scorta (3). 

Questi versi diffondono una improvvisa sere- 
nità nell'anima del lettore , e producono su di 
lui lo stesso effetto^ come se passasse 'da un 
bosco orrido e selvaggio in Un amèno giardino. 
Di fatto dee parere a lui stesso di uscire dal- 
l'aria morta d'Inferno^ ed entrare in una regio- 
ne men triste. Essi scorrono via fluidi e canori, 
e si scorge subito quanto sono diversi da quelli 
dell'introito della prima Cantica. Fra i pregi di 
Dante non è l'ultimo la pieghevolezza dello sti- 
le , nel che consiste gran parte del pittoresco 
della poesia. Abbiatene ancora un esempio, ove 
descrive Catone, guardiano delle porte del Pur- 
gatorio : 

Lunga la barba e di pel bianco mista 
Portava, a' suoi capegli simigliante. 
De' quai cadeva al petto doppia lista. 

Purg, L 34« 

(1) Il prìmo Ciclo, cioè quel della luna. 

(2) Il pianeta di Venere. 

(3) Ricoprendo col suo splendore i Pesci con cui era levato. 



liETTEHà SBTriMà lOI 

Costui avverti Virgilio^ che prima d'inoltrarsi 
lavasse dai viso di Dante la fuliggine d'infemo« 
e gli cingesse la fronte. di un giunco; ond'esce 
il poeta con questi versi: 

L'alba vinceva Torà mattutina ^ 

Che fuggla innanzi; si che di lontano 
Conobbi il tremolar deUa marina. 

Noi andavam per lo soUngo piano > 

Com'uom che torna alla smarrita strada » 
Che infìno ad essa li par d'ire invano. 

Quando noi fummo dove la rugiada 
Pugna col sole, e per essere in parte 
Ove adorezza^ poco si dirada; 

Ambo le mani in su l'erbetta sparte 
Soavemente il mio maestro pose: 
Ond'io» che fui accorto di su' arte. 

Porsi ver lui le guance lagrimose: 
Quivi mi fece tutto dìscoverto 
Quel color che l'Inferno mi nascose. 

Venimmo poi in sul lito deserto > 
Che mai non vide navicar sue acxpie 
Uom, che di ritornar sia poscia esperto. 

Quivi mi cinse siccome altrui piacque (i)* 
O maraviglia! che qual egli scelse 
L'umile pianta, cotal si rinacque 

Subitamente là, onde la svelse. 

Purg, L ii5. 



(t) Mi cinse del giunco, corno piacqui a Catone. 



r02 LSTTERA SETTIMA 

Quante graziose immagini ofTrono ad un trat- 
to i versi del primo terzetto 1 L'alba^ l'ora mat- 
tutina, il tremolo del mare sono oggetti che 
ridono alla fantasia^ e sotto il punto di vista in 
cui sono messi fanno una delle più vaghe pit-' 
ture. Niente di più ingegnoso e di più naturale 
della comparazione che poi succede. Pareva a 
Dante di camminare invano finché non giungeva 
al Paradiso ; come quell'uomo^ dic'egli^ che aven- 
do smarrita la strada stima passi perduti quelli 
che fa per rimettersi in cammino. Queste com- 
parazioni peregrine ^ e dedotte felicemente da 
oggetti lontani non possono venire in mente se 
non se a coloro che studiano la natura ^ e la 
osservano attentamente co' proprj occhi. Gli spi- 
riti servili e i copisti non sanno dire che quello 
che è stato detto dagli altri , e non si tratten- 
gono che intorno a oggetti comuni ed osservati 
da tutti. Quella terzina. Quando noi fummo dove 
la rugiada, è, secondo l'Àlgarotti, la più gran 
prova che Dante abbia fatto di poter dire in 
verso ciò che voleva, e non sa se vi sia niente 
di paragonabile in tutta la poesia greca e latina 
per la difficoltà di vincere con le parole il sen- 
timento. Questo y per verità, è un grande en- 
comio e molto enfatico. Io non nego che i versi 
non sieno belli, ma pare che non abbiano tutta 
la chiarezza die vi si potrebbe desiderare > cosi 
che l'immagine non si affaccia subito allo spi- 
rito nel suo vero punto di veduta. La rugiada 
che pugna col Sole è un concetto molto spiri- 



KtTTBRA srrriMà io5 

toso ed espressÌTo, ma in questo contesto non 
ne risalta il vero senso a colpo d'occhio; e la 
parola antiquata adorezzare, che vale spirare un* 
nurajresca, rende alquanto oscura la frase. Tutti 
questi nei pregiudicano assai alla" bellezza del 
sentimento. Le immagini messe in opera dal poe- 
ta debbono fare un'impressione distinta» e pre- 
sentarsi senza stento e in tutto -il loro lume alla 
fantasia» altrimenti cosi appannate perdono molto 
del loro pregio* 

Molto più felici , a mio credere , sono i se- 
guenti versi , che succedono ai già riferiti » ove 
Dante descrive come vide venire un angelo su 
pel mare del Purgatorio con un vascello sneUetto 
e leggieìX) ^ Tanto cke l'acqua nulla ne inghiot- 
tirla. Egli gittò sulla riva una turba di anime 
novelle» che concise per la novità del luogo si 
rimiravano intomo» come colui che nuove cose 
assaggia. 

Quando la nuova gente alz^ la fronte 
Ver noi» dicendo a noi: Se vo' sapete » 
Mostratene la via di gire al monte. 

E Virgilio rispose: Voi credete 
Forse » che siamo esperti d'esto loco : 
Ma noi sem peregrin» come voi siete. 

Dianzi venimmo innanzi a voi un poco 
Per altra via» che fu si aspra e forte» 
Che lo salire omai ne parrà giuoco. 

L'anime che si fur di me accorte 



Io4 liBTTEKA SsrriMA 

Per lo spirare, che io era ancor yìvo, 
IfaravigUaDcloy diventaro smorte. 

E come a messaggier che porta olivo 
Traggo la gente per udir novelle, 
£ di calcar nessun si mostra schivo^ 

Cosi agli occhi miei s'affissar quelle 
Anime fortunate tnlte quante. 
Quasi obbliando d'ire a £irsi belle. 

Io fidi una di loro trarsi ayante 

Per abbracciarmi con à grande affetto. 
Che mosse me a far il somigliante. 

Ahil ombre vane, fuorché nell'a^etto! 
Tre volte dietro a lei le mani avvinsi, 
£ tante mi tomai con esse al petto. 

Di maraviglia, credo, lÉl dipinsi; 
Perché l'ombra sorrise , e si ritrasse ; 
Ed io, seguendo 1^, ditra mi pinsi. 

Purg. 11. 58. 

Grande avvenenza di stile apparisce in questi 
versi , dove sono toccati i punti fini del natu- 
rale> e dove ogni cosa é rappresentata con una 
squisitissima delicatezza. La scena che passa tra 
quelle anime e Dante e Virgilio é colorita al 
vivo, ed esposta con gran leggiadrìa. Dal loro 
contegno e dalle loro parole spira una certa in- 
genuità e semplicità pn^uria di quegli spiriti. 
La dimanda che fanno a Virgilio, chiedendogli 
contezza del cammino, la maraviglia che mo« 
strano al vedere Dante vivo , la curiosità che 
palesano nel guardalo e neU'afJbUarsi intomo a 



tSTTERA SZTTIMà lo5 

lui SODO immagini della più naturale evidenza , 
abbellite da tutte le grazie del numero e del* 
Tespressione. Quell'anima. conosciuta da Dante, 
e ch'egli si mosse per abbracciare, era un certo 
Casella^ suo grande amico ^ da cui aveva impa* 
rato la musica. Dopo aversi trattenuto alquanto 
con lui^ lo invita a cantare. Deh Casella, dice 
egli, consola, se il pi|oi, Fanima mia con la soa- 
-vita del tuo canto: Fanima mia che è tanto af- 
fannata in si scabroso cammino. 

Amor che nètta mente mi ragiona , 
Cominciò egli allor si dolcemente. 
Che la dolcezza ancor dentro mi suona. 

Purg, li, 113. 

Quelle anime udendolo cantare gli si fecero 
tutte attorno, quando ecco Catone, il vecchio 
severo, sdegnato di tanti indugi si fa loro in- 
contro sgridand<^e. La celerità «con cui fuggono 
e si 6b9ndano per là campagna sentendo la voce 
del custode, è indicata con una assai ,viva e gen- 
tile comparazione. 

Come quando cogliendo biada o loglio 
I colombi adunati alla pastura, 
Queti senza mostrar l'usato orgoglio : 

Se cosa appare ond'elii abbian paura. 
Subitamente lasciano star Tesca, 
Perchè assaliti son da maggior cura; 



lo6 LETTEIU S£TTlMà 

Cosi vid'io qfiella masnada fresca (i) 
Lasciare il canto » e gire inver la costa , 
Coro'uom che va, né sa dove riesca. 

Pur^, IL i24« 

E non molto lungi da questa sa trova quel- 
l'altra cosi decantata comparazione delle peco- , 
reUe, che niente cede in graxìa e in amenità. 

Come le pecorelle esco» dal chiuso 
Ad una, a due, a tre , e V altre stanno 
Timidette atterrando l'occhio e '1 muso; 

E ciò che fa la prima, l'altre fanno. 
Addossandosi a lei s'ella s'arresta, ^ 

Semplici e quete, e lo perché non sanno: 

Si vid'io muover a venir la testa 

Di quella mandria fortunata allotta (2), 
Pudica m feccia, e nell'andare onesta. 

Come color dinanzi vider rotta ,>' 

La luce in terra dal mio destro canto, 
€osi che l'ombra era da me alla grotta. 

Restaro, e trasser sé indietro alquanto, 
E tutti gli altri che venieno appresso, 
Non sapendo il perchè, fero altrettanto. 

Purg. ni. 79. 

Dante aveva la fiintasia cosi piena dell' imma- 
gine delle pecoreUe, che si avvisò di chiamare 

(I) Giunta di fresco. 
(a) Allora. 



LETTERA 8ETTllf4 tO^ 

mandria anehe la turba dell' anime^ del che voi 
forse l'avreste volentieri dispensato; ma egli vi 
dice in compenso tante altre belle cose> che 
spero che gli vorrete di buon grado perdonare 
questa espressione poco gentile. Voi dovete am- 
mirare la perfetta aggiustatezza che si trova in 

• ambedue le comparazioni che vi ho citate. Tanto 
il punto fondamentale^ quanto le idee accessorie 
combinano esattamente con l'oggetto comparato. 
Oltre la somiglianza che trovò il poeta tra il 
fuggire deUe colombe e quello delle anime spa- 
ventate dalla voce di Catone > che é il punto 
fondamentale del paragone > vi si scorge ezian* 
di^ una corrispondenza tra esse e quelle placide 
bestiuole^ il che forma l'idea accessoria. Quando 
però qualche crìtico delicato non trovasse da 
ridire sull'orgoglio ch'ei per incidenza loro at- 
trìbuisce ; che per venta in questo luogo non 

^'^jldovea Dante parlare di cosa che allontanasse la 
mente del lettore dall'idea di mansuetu<£ne pro- 
pria di quegli animali. Nella seconda compara- 
zione poi le pecore > che fanno ciò che fii la 
prìma senza sapere il perchè , sono paragonate 
alle anime» che si arrestarono al vedere l'ombra 
di Dante; e l'indole pure delle pecorelle si con- 
fà assai bene con quella di quegli spiriti. Voi 
avrete avuto occasione più d'una vc^ta di osser- 
vare» come non tutti i poeti si curano di tanta 
diligenza. Molti si contentano che l'aggiustatezza 
si trovi nel punto fondamentale , non facendo 
alcun caso de' rapporti accessorj. L'Ariosto più 



I08 LETTERA SETTIMA 

di tutti, per quanto a me sembra , si attiene a 
questo metodo. Descrive, per esempio. Atlante 
che combatte co' Cavalieri, ed egli, cui d'altro 
non cale che di mettere in vista l'azione prin- 
cipale, cita per paragone la zufTa del gatto coi 
topi; ma non sembra, per verità, assai dicevole 
che Cavalieri di portata vengano assomigliati a 
qne' lordi animali Cosi in altro luogo dove parla 
di Zerbino che s'affronta con Mandricardo e si 
schermisce, saltando, dai colpi del nemico, esce 
fuori con la comparazione del cane de' pastori 
che assalta il porco che va fuori del gregge, 
comparazione die non è invero assai delicata: 
che se taluno credesse che l'immagine del porco 
non fosse niente stravagante parlando di quel- 
l'uomo feroce e bestiale di Mandricardo, tal al«> 
tro forse non sarebbe contento di veder para-, 
gonato al cane un cosi gentil cavaliero , qual 
era Zerbino. Le comparazioni di questa spezie, 
come voi vedete > non sono cosi splendide, né 
còsi brillanti, perché non appariscono in tutta 
la loro luce, ma sembrano come ecclissate. Non 
credo che fra tutti ^i poeti italiani vi sia su que- 
sto punto uno più trascurato del Tansillo. Egli 
non si fa scrupolo , per esempio , nel suo poe- 
ma delle Lagrime di «9. Pietro di paragonare 
questo apostolo che con fatica sale un colle, ad 
un bue che sta sotto il giogo, né di dire che lo 
stesso S. Pietro conosce le orme di Cristo, co- 
me un cane le peste del suo padrone ; e che^ 
egli inorridisce alla vista di Giuda appiccato^ 



LETTF.lìA SETTIMA 1 09 

come un cavallo aòxnbra vedendo una carogna. 
Dante è ben lontano da queste vili immagini e 
da questa disparità di relazioni, tuttoché sia an- 
ch'egli assai bizzarro. Uno anzi de' suoi pregi 
più distinti viene dall'esattezza e dalla leggiadrìa 
delle sue similitudini. Eccone un altro esempio 
in questa, ove descrive un'angusta apertura, per 
cui dovette passare , onde salire al monte del 
Purgatorio. 

. . » 

Maggior aperta molte volte impruna 
Con una forcatella di sue spine 
L'uom della villa, quando l'uva imbruna. 

Purg, IF> 19. 

Graziosissima ancora è la maniera con cui de- 
scrìve il contegno e la positura dei neghittosi, 
che furono tardi ad abbracciare la penitenza, e 
che per questo peccato si trovano nel Purgato- 
ne. Ci traemmo alla cima del colle, dic'egli; 

Là CI traemmo , 'ed ivi eran persóne 

Che si stavano all'ombra dietimo al sasso, • 
Com'uom per negligenza a star si pone. 

E un di lor.che mi sembrava lasso. 
Sedeva, e abbracciava le ginocchia. 
Tenendo il viso giù tra esse basso. 

O dolce signor mio, diss'io, adocchia 
Colui che mostra sé più negligente. 
Che se pigrìzia fosse sua sirocchia. 

Allor si volse a noi, e pose mente, 



no LETTERA SETTIMA 

Movendo il viso pur su per la coscia, 
£ disse: Or va su in, che se' valente. 

Purg. IF. io3. 

L'atteggiamento di questo poltrone è descritto 
assai evidentemente. Il gesto che fa costui , il 
quale^ volendo rispondere a Dante^ muove il viso 
su per la coscia levando cosi un poco la testa^ 
quasi temesse di incomodarsi ^ è uno di quei 
tratti vivi e caratterìstici , ne' quali l'uomo tra^ 
scorre senza accorgersi, e che non possono es- 
sere osservati che da coloro , che sono fomiti 
d'un occhio sagace e penetrativo. Naturalissima 
poi è quella risposta ironica , che sta pur bene 
in bocca d'uno scioperato. 

Da questi esempj voi vedete, quanto hanna 
torto coloro 9 che negano a Dante il pregio di 
essere gentile e grazioso. Egli io sa essere al 
paro di qualunque altro > quando il soggetto lo 
richiede, o piuttosto, diciamolo pure, quando 
non vuole lasciarsi trasportare dal suo genio stra- 
vagante e bizzarro. Tuttavia sentirete che co- 
loro, che ne hanno letto appena qualche pagina, 
si accingono subito a dargli biasimo ed a bef- 
farlo, ripetendo con sarcasmo alquanti de' suoi 
versi, o delle sue parole più strane. Per far que« 
sto non si richiede certo una gran dose di spi- 
^ rito, e si può dire di Dante quello che ha detto 
li sig. Pope del vostro Shakespear; che niua 
\ autore aperse come lui un campo più vasto alla 
j critica per qualunque ignorante. 



\ 



LETTERA OTTAVA 



Un poeta dotato dì un'anima sensibile, e di 
TÌTace fantasia» può, quando il vuole, rappresen- 
tare la natura in tutti i suoi aspetti, come voi, 
Miledi, nell'ukima vostra lettera riflettete assai 
bene. Per questa ragione non vi maravigliate che 
Dante, come fornito di ambedue queste qualità, 
sia egualmente capace di concepire immagini su- 
blimi e grandiose, che amene e piacevoli. Vi 
maravigliate bensì come generalmente si voglia 
credere di' egli non sia eccellente che nello stile 
forte, e nelle pitture terribili, quando non pochi 
passi del' suo Purgatorio dimostrano che la sua 
poesia sa felicemente vestire tutti i caratteri. Va- 
rie cause concorrono a stabilire questa opinione. 
Priipieramente la Cantica dell' Inferno dove gran- 
deggia principalmente l'altezza del dire, e la forza 
dell' immaginazioney vien letta innanzi le altre; 
cosi il lettore dalle prime impressioni che riceve 
é portato a decidere dello stile di tutto il poe- 
ma; ^tanto più che podii sono quelli che dopo- 
avere scorsa questa Cantica, si vogliano pren- 
dere la briga di passare alle altre, dove temono 
ingolfarsi nelle questioni teologiche e roetafisi- ' 
che. Oltra ciò, siccome le invenzioni e le ma- 
niere grandi e sublimi sono quelle che fanno più 



HI LETTERA OTTAVA 

colpo, e che scuotono T anima più vivamente, 
cosi quando un poeta si distingue in tal genere 
di scrivere, si acquista fama, e viene maggior* 
mente celebrato per questa partp» ancorché ne- 
gli altri stili non sia niente inferiore. Go^ Sha- 
kespear (per valermi di esempj tratti da autori 
della vostra nazione) non è comunemente rì- 
sguardato che come eccellente nel tragico fiero 
e terribile, e si fa appena parola della grande 
abilità che mostra nel patetico, e nel mitneggiare 
i caratteri piacevoli; come si .vede nelle trage- 
die di Giulietta e Romeo , e di Gymhelino, ed 
in molte sue commedie. Nella stessa maniera Mil- 
ton è pieno nel suo poema di descrizioni amene 
e ridenti, come sono quelle dell'Eden, del Pa- 
radiso, della vita che conduceano i nostri, pro- 
genitori prima dd loro fallo, e di tante altre; 
contuttociò quando si parU^ di lui si ha in vista 
per lo più il suo Inferno, il suo Satana, e le 
battaglie de' demonj. Questo avviene, come dissi, 
perchè le immagini forti e sublimi, fissano assai 
più l'attenzione, e lasciano un' impressione più 
profonda e più gagliarda nell'anima. 

Yoi avete ammirato la facilità e la delicatesxa 
de' versi di Dante in que' passi che vi ho citati 
nell'ultima mia lettera; e mi sarebbe facile il 
produrne assai più, e rendervi maggiormente 
convinta, che egli avea libertà grande d' ingegno 
e di fentasia, e che sapeva spaziare con lo spi- 
rito per tutto il bello della natura. Sentite con 



IETTERÀ OTTATA t I 3 

€[uanta gentilezza egli descrive due aogeli, che 
con le spade infocate vide scender dal cielo. 

Verdi come fogliette pur mo' nate 
Erano in veste, che da verdi penne 
Percosse traean dietro e ventilate . . . 

Ambo vegnon dal grembo di Maria, 
Disse SordeUo, a guardia della valle « 
Per lo serpente che verrà via, via. 

Pary. VIIL 28. 

Indi 'seguita parlando del serpente: 

Tra l'erba e i fior venia la mala strìscia. 
Volgendo ad or ad or la testa , e '1 dosso 
Leccando come bestia che si liscia. 

Purg, FIIL 100. 

Essendosi poi trasportato alle porte del Pur- 
gatorio, dice di avere sentito colà cantare il Te 
Deum accompagnato da una musica di stromenti, 
ed esce con questa peregrina e spiritosa com* 
parazione : 

Tale immagine appunto mi rendea 

' £!iò che io udia, qual prender si suole. 

Quando a cantar con organi si stea. 
Ch'or si, or no s'intendou le parole. 

Purg, IX» i4a> 

Arrivarono cosi i poeti al prìmo balzo del Pur- 

8 



Il4 LETTERA OtJàffk 

gatorìo. Nella sponda della roccia Dante vide in- 
tagliate molte istorie 9 eh' esprimeano esempj di 
umiltà; come sarebbe Maria annunziata dall' an- 
gelo, S. Gregorio Magno, e Tra jano Imperatore. 
Alcuni fanno scrupolo a Dante ch'egli abbia vo- 
luto mettere nel Purgatorio un Imperatore gen- 
tile quale fu Trajano> che secondo la buona cre- 
denza, si dee supporre dannato. Ma costoro po- 
tranno assolvere da questa taccia il nostro poeta, 
se leggeranno un'opera scritta da un' grande 
erudito, il Ciaconio, dove si assume di provare 
che Trajano fu liberato dall'Inferno per le pre- 
ghiere appunto di S. Gregorio Magno; quando 
non volessero credere che l' essere antiquario 
non bastasse per risolvere una tale questione.-. 
Dante passa poi nel secondo girone» e colà vide 
intagliate altre figure eh' esprimeano esempj di 
superbia, quai sono Nembrotte, Saul, Roboan, 
Sennacherìb, Giuditta, ì giganti di Flegra, Niobe, 
Aracne, Pallade e Marte, che dal Paradiso df' 
gentili non si avrebbero mai pensato di passare 
nel Purgatorio de' cattolici. 

Morti li morti, e i vivi parca n vivi. 
Non vide me' di me chi vide il vero. 

Purg. XIL 67. 

Procedendo oltra col passo si vide comparire 
dinanzi un angelo, che gli additò la strada onde 
salire al secondo balzo. 



LETTSBA OTTAVà 1 15 

A noi venia la creatura bella 

Bianco vestita, e nella faccia quale 
Par tremolando mattutina stella.. 

Purg. XIL 88. 

Nel primo balzo erano puniti i superbi, ed in 
questo secondo gli invidiosi. Passando in mezzo 
a costoro vide che si maravigliavano, ch'egli es- 
sendo ^ancora vivo, fosse disceso nel soggiorno 
de' morti. Chi è, dicevano. 

Chi è costui che il nostro monte cerchia. 
Prima che morte gli abbia dato il volo? 

Purg. XIF, I. 

Dante trova qui un certo M. Guido del Duca, 
in bocca al quale mette un' ingegnosa satira al- 
legorica contro gli abitanti di varie città della 
Toscana. Dopo questo sale al terzo balzo. Se- 
guono alcune questioncelle d'etica, una visione 
mistica, una nebbia di fumo, un canto d'jignus 
Dei 3 un dialogo con Marco Lombardo, e qui 
Dante si mette per la prima volta ne' sacrari 
della teologia, e per bocca del suddetto Marco 
pianta una solenne disputa sul libero arbitrio. 
Voi vedreste come la poesia in questo luogo, 
per usare una frase del Burchiello, combatte con 
la teologia , e ne rimane cosi sfigurata, che du- 
rereste fatica a riconoscerla pure per poesia. 
Ma lasciando stare di esaminar questo passo in 
riguardo a' pregi poetici, si può scorgere come 



Xl6 imrEBA OTTAVA 

Dante era fornito di bubn senso, più che la mag* 
gior parte de' suoi contemporanei, combattendo 
colà la falsa credenza di coloro che riconosce- 
yano per movente delle nostre azioni gl'influssi 
de' corpi celesti. Doveva essere un uomo assai 
spregiudicato colui, che in que' tempi avea il co- 
raggio d'impugnare questa dottrina. Malgrado la 
secchezza dell' argomento, e la maniera barbara, 
con cui viene trattato, non resta però che in 
questi versi non s'incontri qualche bel tratto, e 
di uno di questi siamo debitori appunto alla teo- 
logia. Il poeta parla delF anima, ch'esce dalle 
mani del suo fattore priva d'idee, salvo che 
mossa dall'istinto corre dietro a ciò che la di- 
letta; ma non potendo cosà tosto discemere il 
male dal bene, ha bisogno di un freno, e di una 
guida che regoli i suoi appetiti. 

Esce di mano a lui che la vagheggia 
Prima che sia, a guisa di fanciulla 
Che piangendo e rìdendo pargoleggia 

L'anima semplicetta che sa nulla. 
Salvo che mossa da lieto fattore, 
Yolentier toma a ciò che la trastulla. 

Di picciol bene in prìa sente sapore ; 
Quivi s^inganna, e dietro a esso corre; 
Se guida o fren non torce il suo amore. 

Purg. XFL 85. 

Se Dante procedesse sempre su questo stile, 
la teologia si potrebbe anch'essa vantare di com- 



LETTERA OTTAVA J 17 

parire adorna di fìorì poetici^ come presso i la- 
tini comparve la fisica sotto la penna di Lucre- 
zio, e l'astronomia ne' versi di Manilio. Ma io 
temo che questo sia l'unico fiore che s'incontri 
negli sterili deserti della metafisica dantesca. 

Giacché mi sono inoltrato fino al girone de« 
gli accidiosi , prima di andare più in là , voglio 
darvi un'idea del modo con cui Dante conce- 
pisce la forma del suo Purgatorio. Egli divide 
la terra in due emisferi. Nel sommo dell'emi- 
sfero superiore (che é il nostro) è piantata la 
città di Gerusalemme, e sotto di essa sta l'infòr- 
no. L'emisfero inferiore è poi compartito in 
sette gran gironi o cerchi « e in cima a questo 
vi è situato il Paradiso terrestre. Questi sette 
gironi formano appunto il Purgatorio» e si pui> 
gano in essi i peccati veniali > che , secando 
Dante, sono di sette spezie. 

Essendo passati Virgilio e Dante nel quinto- 
cerchio trovarono colà Stazio, poeta latino, e- 
segue tra essi un graziosissimo dialogo. Si uni- 
rono in compagnia di lui, e andarono al sesto 
cerchio^ ove stanno i golosi consunti da un'estre* 
ma magrezza ; indi passarono al settimo , e qui 
a Dante fu mostrata la via da un angelo. 

E quale annunziatrìce degli albori 
L'aura di maggio muovesi ed olezza^ 
Tutta impregnata dall'erba e da' fiorì. 

Pa/y. XXir. 145. 



Il8 LETTERA OTTAVA 

Tal ei si senti spirare in faccia un Tenticello 
mosso dall'ali angeliche^ che gli ventilavano in 
fronte. Sali dopo questo al settimo girone. Qui 
egli avea gran desiderio di chiedere a YirgiHo 
lo schiarimento di alcuni dubbi. 

E quale il cicognin che leva Tala 
Per voglia di volare » e non s'attenta 
D'abbandonar lo nido, e giù la cala; 

Purg. XXy. IO. 

Cosi egli non s'attentava di parlare temendo 
di essergli molesto. Finalmente incoraggito da 
lui, parlò. La sua curiosità era di sapere , co- 
me que* golosi poteano diventare magri in luo- 
go , dove non abbisognavano di cibo. Stazio è 
deputato a scior questo dubbio, e se n'esce con 
una disputa di storia naturale, di fisica, di ana- 
tomia , eh' io credo che da vivo non ne abbia 
saputo mai tanto. 

Voi vedete, Miledi, che io mi sbrigo con mol- 
ta speditezza a fare il giro di questi cerchi del 
Purgatorio, e ne ho fretta per verità. Io trovo 
pochi oggetti degni di riflessione, che vagliano a 
trattenermi per via e che meritino di essere 
considerati da voi. Inoltre ho premura di pas- 
sare a questi bei versi, ove Dante, dopo avere 
avuto una mistica visione , s'incammina per an- 
dare a trovare Beatrice: siccome però gli con- 
veniva passare attraverso le fiamme^ si ritrasse 



VEftroLk OTtktk ng 

tutto spaventato^ onde Virgilio s'immaginò uu 
bell'espediente per Yin<^ere la sua ritrosia. 

Quando mi vide star pur fermo e duro. 
Turbato un poco> disse e Or vedi, figlio» 
Tra Beatrice e te è questo muto. 

Come al nome di Tisbe aperse il ciglio 
Piramo in sulla morte, e rìguardoUa> 
Allor cbe il gelso diyentò vermiglio; 

Cosi la mia durezza fatta soUa (i)> 
Mi volsi al savio duca udendo il nome 
Che nella mente sempre mi rampolla. 

Ond'ei crollò la fronte^ e disse: Come? 

' Yolemci star di qua? indi sorrìse , 
Come al fanciui si fa che è vìnto al pome. 

Poi dentro al fuoco innanzi mi si mise .... 

Compio fui dentro, in un bogliente vetro 
Gittato mi sarei per rìnfrescarmi, 
Tant'era ivi l'incendio senza metro. 

Lo dolce padre mio per confortarmi^ 
Pur di Beatrìce ragionando andava » 
Dicendo: Gli occhi suoi già veder parmi. 

Pw^, XXFII. 34. 

Che amabile semplicità, che affetto^ che brìo 
spira in questi versi 1 Lo stile procede via via 
agevole e spontaneo, le parole pare che vadano 
da per sé a mettersi al loro luogo, e vi si vede 
una facilità di espressione cbe incanta. Il rap-, 

(I) Molto. 



I30 tXTTMMk OTTAVA 

presentare die Tìiplio fa a Dante, che non vi 
sono che le fiamme che lo separino da Beatrice, 
onde inooraggirio a passarle , é immaginato con 
molta delicatezza; come assai leg^jadra è la com- 
parazione che segue » dove Dante dice che al 
sentir ricordare Beatrice restò cosi scosso, come 
lo fu Piramo «piando udì il nome di Tisbe. Né 
mi par da tacere quel tratto , dove Virgilio ve- 
dendo Dante già risoluto di mettersi in mezzo 
al fuoco, quando intese che per questa ^'ia po- 
tea andare a unirsi aUa sua amante , sorridendo 
gli chiese, se voìea star di quai cmde pare che 
voglia co^ rappkudire a sé stesso di avere ben 
egli saputo trovare l'espediente, per risolverlo a 
passare per qudla fornace ardente. La compa- 
razione del fiuiciuflo vinto dalla gola del pomo, 
è anche essa gentilissima, e le ultime parole di 
Virgilio die camminando in mezzo al fiioco con 
Dante lo va tratto tratto ooofortando col par- 
largli di Beatrice e col dire che gli pare già di 
vedere g^ occhi di lei, è un tocco maestro di 
pennello, die rende più brillante e più viva que- 
sta graziosa pittura. 

Facili , armoniosi , naturali sono pure i versi 
che seguono. Erano oramai giunti i poeti presso 
al Paradiso ten^estre,^ quando Virgilio, vedendo 
che per lui era già tempo di tornare al limbo , 
con un discorso assai patetico prende congedo 
da Dante, e seguitandolo ancora per breve trat* 
to, colse indi il momento di spiccarsi da lui sea" 
za che se ne accorgesse. Dante si mette iatauto 



LSTTIKà OTTAVà 12 1 

con Stazio in una campagna deliziosa» che oliva 
d'ogni parte e ch'era tutta coperta di fiorì. Un 
fresco zeffiro gli ventilava in fronte » al cui sof* 
fio susurravano le fronde de^i arboscelli, che 
ombreggiavano la campagna , e si sentiva tutto 
all'intorno per quelle amene 'selvette un soave 
gorgheggiar di augelletti. Procedendo oltra pe* 
netrò in un bosco folto ed antico» attraverso a 
cui serpeggiava un limpidissimo ruscelletto» Che 
in ver sinistra con sue picdotoncie^ Piegava l'erba 
che in sua ripa usdo» Lo valicò eg^ d'un salto 
e si fermò sulla sponda opposta» onde contem- 
plare la verdura di quelle panure. E là» di- 
e' egli , 

£ là m'apparve» si come egH appare 

Subitamente cosa che disvia 

Per maraviglia tutt'àUro pensare» v. 

Una donna soletta che si ^a 

Cantando» ed isceglieudo fior da fiore» 

Ond'era pinta tutta la sua via. 
Deh» bella donna» che a' raggi d'amore 

Ti scaldi» ^io vo' credere a' sembianti» 

Che soglion essere testimon del core» 
Yegnati voglia di trarreti avanti» 

Diss'io a lei, verso qnesta riviera» 

Tanto ch'io possa intender che tu canti 
Tu mi fai rìmembrar dove» e qual era 

Proserpioa nel tempo» che perdette 

La madre lei» ed ella primavera. 
Come si volge eoa le piante strette 



i22 LETTERA OTTàVA 

À terra ^ ed intra sé donna che balli» 
E piede innanzi piede appena mette ; 
Volsesi 'n su' vermigli ed in su' gialli 
Fioretti verso me, non altrimenti 
Che vergine, che gli occhi onesti avvalli (i). 

Pur^. XXniL 37. 

È mirabile come Dante ne' tempi ruvidi e 
grossolani in cui scriveva, fosse capace di con- 
cepire immagini cosi gentili > e come in tanta 
povertà di lingua sapesse maneggiarle e svol- 
gerle con tanta grazia e felicità. Osserverete che 
gK scrittori italiani fino da' più remoti secoli si 
mostrarono eccellenti in questo genere di scri- 
vere gaio e fiorito. Scorrete, Miledi, gli antichi 
rimatori e prosatori del trecento, e in mezzo a 
quello stile scabro ed incolto troverete de' qua- 
dri amenissimi. Non parlo delle gentili canzoni 
del Petrarca, che paiono scritte di mano delle 
grazie j e che sono piene di leggiadrissime im- 
magini; né delle descrizioni fiorite del Boccac- 
ÓD, la di cui penna non invidia il pennello dei 
Pàoli e dei Rubens, quando si & a descrivere o 
l'aurora di un bel mattino, o un delizioso pae- 
setto, o un'amena vallata, come singolarmente 
si può vedere nel proemio della terza giornata 
del suo Decamerone: ma osserverete che un tal 
genio e tal felice disposizione di dipingere la 
bella natura si manifesta anche in certe opere^ 

(I) AbUuKi. 



LETTERA OTTA Va 1^3 

cui non sembrano assai a portala questi argo- 
menti. Le storie de' Villani, per esempio^ quelle 
de' Malespiniy la cronaca del Morelli , e tiJi al- 
tri scrìtti del secolo decimoquarto sono sparsi 
tratto tratto delle più eleganti pittoresche de- 
scrìzioni. Questo genio non si dee credere orì- 
gtnato da altro, che dall'indole stessa del paese 
delizioso ed ameno, che non può fornire a' suoi 
felici abitanti che idee gaie e briose. Vediamo 
dì fatto, che dove la natura è più prodiga delle 
sue bellezze, colà sorsero scrittori che seppero 
rìtrarla con maggiore vivacità e con più brio. 
Co^ le muse che porsero la zampogna a Vir- 
gilio, al Rota, al Fontano, al Sannazzaro, non 
potevano aver fissato altrove il loro soggiorno , 
che nelle campagne incantatrici di Mergeliina e 
Sorrento. 

Ma se una fantasia lieta e brillante é una 
prerogativa particolarmente concessa agli ahi* 
tanti del bel suolo d'Italia, dove la natura sì 
mostra sotto un aspetto cosi ridante, io non so 
perchè i poeti de' nostri tempi vogliano anzi 
affettare di avere uno spirito ingombrato da lut- 
tuosi fantasmi, ed amino di far pompa ne' loro 
scritd d'immagini tetre e lugubri. La musa che 
adesso invocano è la malinconia ; tutti si pic- 
cano di essere inclinati ad una certa tristezza, 
che spacciano come il carattere de' cuori sen- 
sibili e si fermano con grande compiacenza a 
parlare di morte, di sepolcri e di spettri. Que- 
sto umore ìppocondrico^ che adesso si vuole ali« 



124 L£TT£RA OTTAVA 

raentare per vezzo ^ giunse persino a rattristare 
le scene destinate una volta al riso ed alla gio- 
vialità, poiché al teatro ancora si cerca di pro- 
muovere il pianto; non già quel pianto maschio^ 
che viene eccitato dalla tragedia , ma un altro 
che chiamano dolce e sentimentale g e che stu- 
diano di spremere dagli occhi col mezzo di rap-'* 
presentazioni patetiche , di amori disperati , di 
suicidj e di avvelenamenti. 

Voi vi accorgerete^ Miledi^ che io intendo dì 
parlare di quelle commedie che passano sotto 
il nome di lagrimose^ che furono e sono tutta- 
via soggetto di tante dispute. Coloro che si van- 
tano di essere religiosi seguaci delle regole di 
Aristotele, e che piantano per principio irremo- 
vibile i che Toggetto della commedia sia il rap- 
presentare i vizj degli uomini , mettendoli sotto 
un punto di vista ridicolo, chiamano mostruose 
queste rappresentazioni che non si possono dire 
né commedie ; né tragedie, e le vorrebbero sban- 
dite dal teatro. Quegli altri poi che le difendono 
si fanno a dimandare, per quale ragione, poten- 
dosi esporre sulle scene le peripezie de' monar- 
chi, non si possa egualmente mettere sotto gli 
ocghi del pubblico de' casi tragici accaduti fra le 
domestiche mura a personaggi privati: che se 
pure si voglia concedere , che rappresentazioni 
di tal fatta non possano andare in classe né con 
le commedie, né con le tragedie, secondo la 
definizione che a queste vten data, si potrà dire 
al più che mancano di una denomiuazioae prò- 



LETTERA OTTAVA 125 

pria, e che sono di un genere nuovo. Queste 
ragioni sembrano giuste e ben fondate: ma co- 
loro che censuranq le commedie lagrìmose mi 
pare che non colgano nel vero punto delia que- 
stione. È inutile il voler contrastare sul soggetto 
.e sulla cata^trofe^ poiché ogni avventura, quando 
sia verosimile^ e non repugni alle convenienze, 
può comparir sulle scene. Tutte le obbiezioni si 
possono ridurre allo stile, e si dee dimandare 
se sentimenti cosi elati, e cosi pompòsi che si 
trovano senza discrezione ammassati in questi 
drammi, tante declamazioni ed esclamazioni sulla 
natura, sui patti sociali, sulla esistenza, sulla 
yÌTtò. , tante massime astratte, tante sentenze ve- 
stite di un gergo filosofico possano competere 
a qualsivoglia rappresentazione di qualunque ge- 
nere sia. Questo stile gonfio e fuori del natu- 
rale è quello che scredita tal genere di comme- 
die presso le persone di buon sen^o; se noi fosse 
eziandio quella continua affettazione di volere 
intenerire e far piangere ad ogni parola. Quando 
l'artifizio si scopre, fallisce F effetto. 



LETTERA r^ONA 



V 01 mi rimproverate perchè io abbia terminato 
r ultimo mio foglio senza informarvi chi fosse 
quella donna apparsa a Dante sulla riva del fiu- 
micello^ e da lui nominata in que' bei versi che 
vi ho citati. Io merito certo di essere da voi 
rinfacciato per tanta mia negligenza: ma se da 
ciò ne fosse derivato che voi abbiate potuto de- 
siderare questa mia lettera^ non saprei avere un 
pentimento perfetto della mia colpa. Io credo 
contuttociò che a voi poco importerà di sapere 
che quella donna si chiamava Matilde; alcuni 
pretendono che sia la famosa contessa di tal 
nome^ ed altri la suppongono uno de' personaggi 
mistici, che Dante introduce in iscena, e credono 
che simbole^i la Vita attiva. Ma qualunque ella 
si fosse, dopo avere risposto con buon garbo alle 
gentilezze di Dante, e sciolto alcuni dubbj ch'ei 
le propose, seguitò la sua via; 

E come Ninfe che si givan sole 
Per le salvatiche ombre, disiando 
Qual di veder , qual di fuggir Io sole ; 

Allor sì mosse centra '1 fiume, andando 
Su per la riva; ed io pari con lei, 
Picciol passo con picciol seguitando. 

Purg, XXTX. 4. 



IETTERÀ KOHA I37 

Mentre egli cainminava su per le rive di quel 
fiume gli si presentarono tante strane maraviglie, 
che lungo sarebbe, Miledi, il volerle tutte nar- 
rare. Egli vide tutto ad un tratto balenare un 
gran lustro accompagnato da una soave melodia, 
e poscia un gran fuoco. Questo lustro e questo 
fuoco venia da sette magnifici candelabri d'oro 
tutti illuminati, e grandi come alberi. Dopo que- 
sto apparvero delle persone vestite di bianco: 
dietro a costoro venivano a due a due venti- 
quattro seniori, che cantavano Benedetta tue, e 
dietro ad essi quattro animali con sei ale, e con 
le penne piene d'occbi; e poi un carro trion- 
fale tirato da un grifone d'oro e vermiglio, e tre 
donne che danzavano, una rossa, l'altra verde , 
la terza bianca: e poi quattro donzelle con tre 
occhi in testa, indi due vecchi, e poi quattro, 
e poi uno, e finalmente un gran tuono, con quel 
che segue, perchè la processione non finisce qui. 
Voi potete immagmarvi quante cose misteriose 
si ascondano sotto questi simboli, e se voglia vi 
Tenisse mai di vederle dichiarate, andate e si 
leggetevi i comentatori che sanno ben essi in- 
terpretarle. Dante si trattenne' fino allo spuntare 
del giorno ad osservare questi spettacoli, quando 
osservò La parte orientai tutta rosata, E taìtro 
del di bel sereno adomo. 

Cosi dentro una nuvola di fiori. 
Che dalle mani angeliche saliva, 
£ ricadea in giù dentro e di fuori, 



128 LETtlERà NONA 

Sovra catidido vel cìnta d'oliva 

Donna m' apparve sotto verde manto , 
Vestita di color di fiamma viva. 

Purg. XXX. 28. 

Ed ecco come in questa donna ravvisò final- 
mente la sua Beatrice. Benché , dice Dante , i 
miei occhi non sapessero più riconoscerla , tut- 
tavia da un' occulta virtù che moyea da lei mi 
sentii risvegliare Y antico amore» e mi accorsi chi 
etta fosse. 

Senza degli occhi aver più conoscenia. 
Per occulta yìrtù che da lei mosse» 
D'antico amor sentii la gran potenza* 

Tosto che nella vista mi percosse 
L'alta virtù che già m'avea trafitto 
Prima che io fuor di puerizia fosse» 

Volsimi alla sinistra col rispitto (i) 
Gol quale il fantolin corre alla mamma» 
Quando ha paura» o quando egU é afflitto» 

Per dicere a Virgilio; Meo che dramma 
Di sangue mi è rimasa» che non tremi; 
Conosco i segni delP antica fiamma. 

Ma Virgilio n'avea lasciati scemi 
Di sé, Virgilio dolcissimo padre » 
Virgilio a cui per «mia salute diemi. 

Purg, XXX. 37. 

Mentre egli si rammaricava per la perdita del 

(l) RispeUo. 



lEtTEBA ITO VA I^Q 

SUO maestro^ senti una voce gridare: Non pian» 
gef no^ Dante» per la partenza di Virgilio; non 
piangere ancora, CH^ pianger ti convien per aìtru 
spada. AI suono del suo nome si yolse^ e vide 
su un cocchio comparirgli Beatnee. 

Vidi la donna che pria m'appario 
Velata sotto l'angelica vesta. 
Drizzar gli occhi ver me di qua dal rio» 

Tutto che il vel che le scèndea di testa 
Cerchiato della fronde di Minerva^ 
Non la lasciasse veder manifesta: 

Regalmente nell'atto ancor proterva 
Continuò, come colui che dice> 
E il più caldo parlar dietro riserva: 

Guardami ben: ben son, ben son Beatrice: 
Come degnasti di accedere al monte? (i) 
Non sapei tu che qui é l'uom felice'/ 

Gli occhi mi cadder giù nel chiaro fonie { 
Ma veggendomi in esso, io trassi all'erba. 
Tanta vergogna mi gravò la fronte. 

Cosi la madre al figlio par superba, 
Com'ella parve a me: perchè d'amaro 
Sentii il saper della piotate acerba. 

Purg. XXX, 64* 

Voi qui vedete rappresentarsi in podii versi 
con le gradazioni più fine tutti gli affetti, da cui 

(i) Come mai ti sei Bmlmente degnato di accoslarli al mooie 
del Purgatorio? 



,5o XETTEaA HOKA 

si sente sopraffatto un amante, che dopo lungo 
tempo rivede la sua bella sdegnata e che si ri- 
conosce reo. Peregrina e naturalissima nel tempo 
stesso è quella circostanza, ove Dante dice che 
torse gli occhi dal fonte per non ispecchiarvisi 
dentro; quasi che volesse sfuggire rumihazione 
di vedersi cosi confuso e svergognato pei rim- 
proveri di Beatrice. Fanno parte di questa scena 
i versi seguenti non meno vivi ed animati, dove 
Beatrice avendo rinfaccialo a Dante l'infedeltà 
che usò verso di lei ooU' essersi dato air amore 
di altre donne, ripiglia: 

i 

Di , di se questo è vero : a tanta accusa 
Tua confession conviene esser congiunta. 

Era la mia virtù tanto confusa. 

Che la voce si mosse, e pria si spense , 
Che dagli organi suoi fosse dischiusa. 

Poco sofferse; poi disse; Che pense? 
Rispondi a me, che le memorie triste 
In te non sono ancor dall'acqua offense (i). 

Confusione e paura insieme miste 

Mi pinsero un tal Sì fuor della bocca , 
Al qual intender fur. roestier le viste. 
. . Purg. XXXL 5. 

È pur male che V asprezza e F oscurità di que- 
sta ultimo verso sconci il bel concetto, che si rac- 
chiude nella terzina. Dante vuol dire che quel 
«SS fu da lui pronunziato così stentatamente che 

(I) Non tono ancora scancellate dall' acqua di Lete. 



LETTERà NONA IDI 

fu piuttosto veduto e conosciuto per gli atti con 
cui lo accompagnò^ che udito per voce. Queste 
macchie che egli lascia correre in mezzo alle 
più distinte bellezze > dimostrano com'egli non 
cercava di abbigliarsi^ né mostrava una studiata 
premura di comparir bello: ma che i tratti più 
singolari gli scorrevano naturali e spontanei giù 
dalla penna. Ed appunto per questo fine i pit- 
tori e i poeti sogliono affettare talvolta qualche 
negligenza nelle opere loro^ per dare a cono- 
scere che ciò che fanno vien loro fatto senza 
fatica, e quasi senza pensarvi sopra. Ma queste 
negligenze in Dante sono per avventura più fre- 
quenti che non fa di bisogno , né producono 
sempre il più beli' effetto; cosi che altri potrebbe 
somigliarlo a colui nominato dal Castiglione^ che 
quando ballava^ per mostrare di farlo con disin- 
voltura e senza attenzione^ si lasciava spesso ca- 
der la roba dalle spalle^ e le pantofole da' piedi, 
e senza darsi briga di raccorle, seguitava tutta- 
via a ballare. 

Graziosissimi ancora sono questi versi, se non 
che il poeta tiranneggiato dalla rima fu costretto 
anche qui di servirsi di una parola barbara. Spiega 
egli l'effetto che produssero sopra di lui le pa- 
role di Beatrice, che seguitava pure a rimbrot- 
tarlo aspramente. 

Quale i fanciulli vergognando muti> 

Con gli occhi a terra stannosi ascoltando, 
E sé riconoscendo, e ripentuti (i); 

<l) PcnUU. 



l52 LETTER/l KONÀ 

Tal mi stava io, ed ella disse: Quando 
Per udir sei dolente, alza la barba, 
E prenderai più doglia riguardando. 

Purg. XXXI. 64. 

Ahimè! dice Dante; con minor resistenza un 
vento impetuoso svelle daUe radici un robusto cerro. 

Ch'io non levai al suo comando il mento: 
E quando per la barba il viso chiese. 
Ben conobbi il velen dell'argomento. 

JvL 73. 

Egli s' accorse, che ricordandogli la barba, vo- 
lea dirgli con questo tratto malizioso, che veo 
chio com'era non si vergognava di amoreggiare 
altre donne che la sua Beatrice. Dante a queste 
parole tramortisce, indi viene tuffato in Xele 
da Matilde, perchè si mondi de'suoi peccati. 
Dopo questo vide altri spettacoU di draghi, di 
giganti e di meretrici , sotto i quai simboli sa- 
tireggia le cose de' tempi suoi. Arriva poscia al- 
l'albero della vita, e dopo fatto un sonno, e pa- 
cificatosi con Beatrice, e avere ascoltato da lei 
una profezia sullo stile dell'Apocalisse, giunge 
al fiume Eunoe , gusta delle sue acque , ed in- 
sieme con Stazio che mai non l'abbandonò, se 
ne ritornò rifatto come pianta Rinnovellata di 
novella fronde 

Puro e disposto a salire alle stelle. 
E qui termina la cantica del Purgatorio. 



LSTTEAà 90KA l33 

Voi forse vi aspetterete» Miledl^ che io prenda 
adesso ad esaminare il Paradiso^ secondo il me- 
todo tenuto nelle altre due cantiche, ma quando 
il facessi» non so se avreste la pazienza di ascoi* 
tarmi» né io di seguitare. Quando voi non pren* 
deste vaghezza di metafisica e di teologia» Dante 
vi potrebbe certo poco dilettare come poeta» 
onde assai piacevolmente fu detto da non so 
chi» ch'egli si trovava meglio all'Inferno» che 
in Paradiso. Né conviene lasciarsi troppo lusin- 
gare dai primi versi» che essi promettono più 
di quello che si trova in seguito. Udite: 

La gloria di colui che tutto move 
Per l'universo penetra e rÌ8plende> 
In una parte più» e meno altrove. 

r^el ciel che più della sua luce prende 
Fu' io» e vidi cose che ridire 
Né sa» né può chi di lassù discende. 

Ai quali si debbono aggiungere que' che dan* 
no principio al secondo canto. 

O voi che siete in piccioletta barca 
Desiderosi di ascoltar» seguiti 
Dietro al mio legno che cantando varca. 

Tornate a riveder li vostri liti: 
Non vi mettete in pelago; che forse 
Perdendo me» rimarreste smarriti. 

L'acqua che io prendo giammai non si corse: 
Minerva spira» e conducemi Apollo» 
£ nuove Muse mi dimostrau l'Orse. 



l54 I£TTEBA KOMà 

L'introito é nobile e maestoso^ ma al princi- 
pio non risponde il mezzo e il fine. Tutto il 
hello comincia a sranire come Dante si mette a 
viaggiare per la lana portato dalla concreata e 
perpetua sete dd deforme regno. Beatrice pog- 
giata insieme con lui sa questo pianeta spiega 
con un lungo discorso l'orìgine delle macchie 
che vi si veggono nel disco > e come il volgo 
pretenda di raffigurarvi la faccia di un uomo. 
Prìma di giungere all'empireo il nostro poeta 
viaggiò per tutti sette i pianeti» per l'ottava sfera 
e passò pel primo mobile. Tutti questi pianeti 
sono abitati da gente beata. Nel prìmo cerchio 
trovò Beatrìce che tenea gli occhi fissi verso il 
solcj che apparia eoa splendido, che Dante non 
potea sofferire la sua lace. 

Io noi soffersi molto, né si poco. 
Ch'io noi vedessi sfavillar d'intorno , 
Qual ferro che bollente esce del foco. 

£ di subito parve giorno a giorno 
Essere aggiunto, come quei che puote 
Avesse il ciel d'un altro sole adomo. 

Par. L 58. 

Nella luna vi stanno coloro che fecero voto 
di verginità e di religione, e qui Beatrìce sciol- 
se a Dante alcuni punti teologici, di cui egli 
non s'attentava di chiederle la spiegazione , te- 
mendo di comparire indiscreto. 

Io mi tacea: ma il mio disir dipinto 



uiTT£R4 naak i35 

M'era nel viso , e '1 dimandar con elio 
Più caldo assai > che per parlar distinto. 

Par. IF. IO. 

Passò poi nel secondo cielo eh' è quello di 
Mercurio^ ove incontrò diverse anime che si of« 
ferirono a soddisfiu*e a tutte le sue dimanda. 

E siccome «aetta che nel segno 

Percuote pria die sia la corda queta^ 
Go^ corremmo nel secondo regno. 

Quivi la donna mia vid'io si lieta. 
Come nel lume di quel ciel si mise , 
Che più lucente se ne Sr* il pianeta *..• 

Come in peschiera che è tranquilla e pura» 
Traggono i pesci a ciò che vìen di fuori 
Per modo 9 che lo stimin lor pastura ; 

SI vid'io ben più di mille splendori 
Trarsi ver noi, ed in ciascun studia: 
Ecco chi crescerà E nostri amori 

Par, V. gì. 

Nel pianeta di Marte stanno quelli che mi- 
litarono per la fede; nel sole trova S. Tommaso 
d'Aquino che gli racconta la vita di S. France- 
sco s a S. Bonaventura che gli narra quella di 
S. Domenico. In quel di Giove albergano co- 
loro che amministrarono rettamente la giustizia, 
e Dante dice, s'io non erro, che questo pianeta 
è il meo popolato di tutti. Nell'ottava sfera vede 
il trionfo di Cristo , e nel canto sdkx descrive 



l36 LETTERA NONA 

quello degli angeli e de' beati; soggetti grandi 
e sublimi, dove la poesia può brillare in tutta 
la sua pompa , ma trattati con tanta freddezza 
e con tale povertà e sterilità d'idee, che non 
vi si riconosce più Dante. È d'altra parte cosa 
molto singolare il vedere come i passi più rag» 
guardevolidi questa cantica sono i satirici j Dan- 
te non sapeva risparmiare la satira neppure in 
Paradiso. Nel ventunesimo canto critica il lusso 
de' prelati in termini. co» caustici, che non si 
trovano tante villanie neppure nell'Inferno. Nel 
XXII si scaglia contro i frati ; nel xxvi contra le 
astuzie della Corte Romana , e nel xxyii trova 
S. Pietro in mezzo ai beati che declama anche 
egli sidlo stesso argomento, a cui Dante mette 
in bocca questo tratto pieno di forza diretto con- 
tro la Sede Pontificia. Quando io udii, dìc'egli. 

Quando io udii: Se io mi trascoloro. 
Non ti maravi§^iar; die, dicend'io> 
Yedrai trascolorar tutti costoro. 

Quegli che usurpa in terra il luogo mio. 
Il luogo mio , il luogo mio che vaca 
Nella presenza ddi figliuol di Dio, 

Patto ha del cimiterìo mio cloaca 

Del sangue e della puzza. 

Par. XXriL 19. 

Dove molti credono ch'egli intenda parlare di 
papa Bonifacio Vili. Afa il passo più singolare, 
é quello ove parla de' predicatori ddl 900 tem* 



LETTERA KOVA iZy 

po, che mvece dì spiegare umilmente il Yangelo 
si perdevano in ciance e in vane erudizioni. 

Sì che le pecorelle che non sanno ^ 
Toman dal pasco pasciute di yento, 
E non le scusa non veder lor danno* 

Par. XXXIX. 106. 

' Contro il quale abuso esclama anche il Boc- 
caccio nella conclusione del suo Decamerone. 

Ma sembrerà a voi moko strano , come pure 
a me sembra» che in un soggetto cosi elevato^ 
qual è il Paradiso» la fantasia di Dante anzi che 
avvivarsi e prender vigore, vada mancando mi- 
seramente e si spenga. Alcuni credono dì ren- 
der ragione di questo fatto, dicendo che nella 
hmga opera delle due prime cantiche» egli esauri 
tutti ì tesori della immaginazione» onde rimase 
in seguito sterile e sfruttata. Una cosa simile si 
dice essere avvenuta al Tasso ed al Milton , i 
quali dopo avere terminati i loro poemi resta- 
rono cosi poveri d'idee» che per qualdbe tratto 
di tempo furono inabili di pia comporre: cosa 
che non è di ninno stupore a chi conosce la 
fiacchezza dello spirito umano » e quanto sieno 
limitate le facoltà della nostra mente. La fanta- 
sia de' poeti è codi soggetta ad alterazioni » che 
si narra dello stesso Milton» eh' egli non si sen* 
tiva estro che dall'equinozio d'autunno sino a 
cpiello di primavera > e che tuttociò che scrìvea 
in altro tempo non era mai di suo aggradimento* 



l33 LSTTB&A NONà 

Il sìg. Johnson nella Pre&Eione geografica e cri- 
tica che ha premesso^.alle opere di questo poeta» 
sì be/Ta della pretesa influenza che le stagioni 
hanno sulF anima , e cOn inglese sdiiettezza , 
manda chi la crede a purgarsi il cervello con 
una buona dose di elleboro. Non nega però che 
quando questa opinione ha preso possesso sullo 
spirito» non produca una vera e reale impotenza. 
L'uomo si mette allora iu diffidenza di sé me- 
desimo» né cosi tosto crede di sentire il mal 
influsso di un vento contrario» o di un cielo 
annuvolato» che cede senza ninna resistenza. Io 
non so se questo suo sentimento parrà vero a 
tutti in ogni punto. Noi per altro ci rallegriamo 
seco lui» che essendo anche egli poeta» mostra 
in questa maniera che la $ua fantasia non era 
soggetta a tali alterazioni» e che l'estro. lo po- 
tea favorire in ogni momento. 

Ma in qualunque modo si 9Ìa» sono persuaso 
hexuà. che Dante non avrebbe potuto per niun 
verso riuscire con tanta eccellenza nel rappre-* 
sentare al vivo il Paradiso » eome ha (atto nel 
dipingere l'Inferno. Gli orrori e i tormenti ch'e- 
gli descrive in questo luogo» oltre al dare mon 
tivo a moltissime invenzioni» fanno grande ijn- 
pressione» ed occupano tutta l' immaginazione di 
chi legge» perchè» sono cose soggette a' sensi» il 
che non è in riguardo alle felicità che la nostra 
religione promette nel Paradiso. Credo che un 
poeta potrebbe con fatica in questo argomento 
trovare materia da empirne. Ireotatrè canti» senza 



«^ LETTERA XOlfà l^Q 

annojare il lettore, come pur troppo fa Dante, 
che per altro difficilmente si può superare nel 
sapere annojar cosi bene. 

Della teologia Dantesca non ne parlerò, giac- 
ché credo che non occorra parlarne, e se pure 
volessi farìo, non so poi se sarei capace di 
darvi un esatto conto di tanti punti teologici 
eh' egli discute e sulla volontà mista ed assoluta, 
e sulla redenzione, sulla resurrezione, sulla spe- 
ranza, suUa congiunzione dell'umanità con la 
Divinità, ed altre cose cosi fatte. Non mancarono 
'scrittori che presero a rischiarare con particolari 
trattati la teologia di Dante, anzi il Salvini scrì- 
vendo al Redi dice eh' egli non la imparava me- 
glio che sulla Divina Commedia, 

Ma questo è poi secondo g// appetiti. 

Una volta era molto in voga questo costume 
di illustrare gU antichi poeti per via di trattati 
particolari > dove prendendo argomento da uu 
verso, e bene spesso da una sentenza, scrivcano 
delle lunghissime dicerie, coi davano il nome 
di Lezioni» Cosi il Giambullari ne compose una 
di assai prolissa, intitolata la Carità , dove co- 
menta cinque terzine del xxvi canto del Para- 
diso, ed un'altra ne pubblicò sugli Influssi ce* 
lesti s ed una ancora saSS^ Ordine deir universo ^ 
nelle quali spiega alcune' altre terzine della stessa 
cantica. Se ad ogni verso si dovesse apporre 
un comento cosi fatto, si potrebbe facilmente 
prendere motivo dal testo di Dante di scrivere 
un' Encic lopedia. 



LETTERA DEGIHÀ 



Ne del Paradiso , né della teologia ho già ìa 
animo di parlarvi, o Miledi, in questa mia let- 
tera. Tutto quello che del Paradiso di Dante io 
potea dirvi, Tho dettò nell'ultimo mio foglio, e 
fate pur conto che in cod poche pagine n'abbia 
colto il più bel fiore. Eccomi dunque giunto alla 
^e di questo carteggio poetico. Io credo bene» 
che la divina Commedia avrà sembrato a molti 
troppo lunga, a me non già, poiché con essa 
debbe aver termine la nostra corrispondenza. 

Volendo per altro procedere con tutta lealtà, 
e dare a Dante ciò che gli é dovuto, io deggio 
confessarvi, che non ho cod mietuto nel suo 
campo , che parecchie spighe non se ne possa 
ancora raccogliere. Ne resterete persuasa voi me- 
desima se vorrete dare a leggere ad alcuni que- 
ste mie lettere ; e non dubito eh' essi vi si fa- 
ranno innanzi con la dipina Commedia alla mano» 
mostrandovi questo e quel passo, che mi ascri* 
veranno a colpa di non avervi citato. Ma met- 
tendosi all'impresa di raccogliere le cose più sin* 
golari di un autore, é quasi impossibile il poter 
soddisfare a tutti: come se uno, entrando in uà 
giardino, fosse eletto dalla brigata di additare o 
di scegliere i più bei fiori^ sarebbe aasai dif&» 



LETtERA DECIMA l4 I 

Cile che potesse contentare il genio di ciasche*' 
duno : e perchè non cògli ta quello? un direbbe ; 
e questo è pur belio ! e perchè sorpassi quell'al- 
tro? cosi vedreste come ne risulterebbe alla fine 
del giuoco, che converrebbe dire che tutti i fiorì 
di quel giardino sono belli. Se queste mie ìétr 
tere potessero dare occasione che ciò accadesse 
in riguardo a' versi di Dante, io credo che ninno 
si potrebbe vantare di essere cosà benemerìto di 
questo poeta, com'io con averlo male servito. 

Con tutto ciò non deggio tralasciare di av- 
vertirvi, che molte immagini e molte similitudi- 
ni, che non poteano entrare nel contesto delle 
mie lettere senza renderne confusa o sazievole 
la lettura, le ho ommesse a bello studio, ben- 
ché meritassero di essere riferite. Se avessi vo- 
luto citarvi tutte le comparazioni usate da Dan- 
te, n'avrei certo avuto faccenda per un pezzo. 
Questa è quella parte dov'egli apparisce più 
singolare, e non v'è forse poeta che posseda in 
più alto grado lo spirito di comparazione. Le 
sue allusioni sono quasi tutte nuove e peregri- 
ne^ poiché non prende in considerazione oggetti 
volgari e comuni, che corrono sotto Tocchio di 
tutti; ma sa tirare al suo proposito le cose più 
lontane, e mette avvertenza a circostanze rare, 
sfuggite alle osservazioni degli altri. Questo dà 
allo stile il vero carattere di originalità e lo di* 
stingne da quello de' poeti servili ed imitatori > 
che non sono che deboli copisti di copie , e 
vanno accozzando delle' immagini sulle descri- 



l 



1^2 LKTT£BA. DECIMA 

zìoni degli altri. Quanti si mettono a parlare dei 
naufragi e delle tempeste senza avere mai ve- 
duto il mare! Quanti descrivono l'aurora» senza 
essersi mai dati la briga di levarsi di buon mat- 
tino per contemplarla 1 Cosi n'avviene che nello 
stile di costoro non vi si vede niun tratto nuo- 
vo, che mostri che lo spìrito del poeta sia stato 
veramente colpito da un oggetto che gli fosse 
presente. * 

Se voi dunque vi risolveste un giorno o l'al- 
tro di leggere per intero la divina Commedia, 
potrete trovare moltissime comparazioni che vi 
aggradiranno, e non mi state a dar mala voce, 
se io non ve ne ho fatto parte. Questa vi parrà 
assai graziosa per la semplicità. 

Taciti e soli e senza compagnia 

N'andavam Fun dinanzi, e l'altro dopo. 
Come i frati minor vanno per via. 

Inf. XXIII. I. 

Cosi quest'altra: 

Mentre che gli occhi per la fronda verde 
Ficcava io cosi, come far suole 
Chi dietro all'uccellin sua vita perde. 

Purg. XXIII. 1. 

La quale niente cede in leggiadria a questa 
che segue , dove Dante parla di un viaggio che 
facea per un luogo pieno di fumo: 



UBTTEBA DECIMA l45 

Qnando incontrammo d'anime una schiera 
Che venia lungo l'argine, e ciascuna 
Gì riguardava come suol da sera 

Guardar Tun l'altro sotto nuova luna: 
E si ver noi aguzzavan le ciglia, 
Come vecchio sartor fa nella cruna. 

Inf. XF. 16. 

Energidie poi e piene tli fantasia sono le due 
che seguono. 

r venni in luogo d'ogni luce muto. 

Che mugghia come fii mar per tempesta. 
Se da' contrari venti è combattuto. 

Inf. V. 28. 

Yien dietro a me , e lascia dir le genti : 
Sta come torre ferma che non crolla 
Giammai la cima per soffiar de' venti. 

Pur%. r. i3. 

Quest'altra è ammu'abile per la naturalezza*^ 
ove Dante descrìve come restò confuso, allorché 
Virgilio lo avverti di avere in fronte sette P, 
che l'angelo guardiano del Purgatorìo gli avea 
scritto sopra senza che se ne accorgesse; onde 
si rassomiglia ad uno che camminando per via 
entra in sospetto al guardar deUa gente di avere 
in capo qualche cosa di strano^ e sì va palpando 
intorno per trovarla. 



l44 LETTERA DBCIllà 

Aflor fec'io come cìAot che vaono 
Con cosa in capo non da lor sapula ^ 
Sé non che i cenni altrui sospicciar &nno: 

Perchè la mano ad accertar s'aiuta, 
E cerca e truova , e quell' uficio adempie , 
Che non si può fornir per la veduta: 

E con le dita della destra scempie 
Trovai pur le sei lettere che incise 
Quel dalle chiavi a me sopra le tempie; 

Al che guardando il mio duca sorrìse. 

Purg. XII, 127. 

Se voleste una comparazione che con pochi 
tratti vi rappresenta un quadro pieno di espres- 
sione, leggete la seguente, in cui Dante dimo- 
stra come Virgilio lo sottrasse dalla caccia che 
gli davano i demonj, prendendolo attraverso il 
corpo, e portandolo giù da una roccia. 

Lo duca mio di subito mi prese. 

Come la madre che al rumore è desta, 
E vede presso a sé le fiamme accese; 

Che prende 1 figlio, e fugge e non s'arresta. 
Avendo più di lui, che di sé cura. 
Tanto che solo una camicia vesta. 

In/. XXIII. 37. 

Quest'altra che succede é peregrina, e tirata 
da lontano con molto spirito. Dante dice che 
camminando per un girone del Purgatorio, in- 
contrò delle genti gravate da enormi pesi, che 



tSTTEAÀ DECIMk tl^S 

rassomigliavano quelle figure che sostentano tetti 
o solaj, che pare che sieno per iscoppiar sotto 
il carico^ e benché non vere fanno nascere un 
vero affanno in chi le guarda. 

Come per sostentar solajo o tetto. 
Per mensola, talvolta una figura 
Si Tede giunger le ginocchia al petto. 

La qual fa del non ver vera rancura 
Nascere a chi la vede; cosi fatti 
Yid'io color, quando posi ben cura. 

Purg, X i3o. 

Né voglio mancare di citarvi anche questa per 
la facilità con cui spiega cose diffìcili da dirs 
bene in poesia. 

Come la fronda che flette la cima 
Nel transito del vento, e poi si leva 
Per la propria virtù che la sublima. 

Par. XXVL 85. 

Molte pure sono le. sentenze che si trovano 
sparse tratto tratto nella divina Commedia^ e ve 
n'ha di assai singolari. Potete pur credere quanto 
Dante debba in ciò riuscire con quel suo stile 
energico e conciso. Oltre alla precisione del dite, 
ed alla vaghezza de' pensieri, si ammira la ma- 
niera nuova ed originale con cui questi sono svi- 
luppati. Abbiatene uu saggio nelle poche seguenti 
che vi trascrivo. 

IO 



l46 LETTERA DECIMA 

Sempre a quel ver che ha faccia dì menzogna 
Dee l'uom chiuder le labbra quanto ei puote; 
Perocché senza colpa fa vergogna. 

Jnf. XFL 11^ 



• • seggendo in piuma 

In fama non si vìen^ né sotto coltre > 

Senza la qual chi sua vita consuma ^ 
Gotal vestigio in terra di sé lascia 
Qual fumo in aere^ od in acqua la schiama. 

inf, xxir. 47. 



Altra risposta^ disse^ non ti rendo 

Se non lo far: che la dimanda onesta 
Si dee seguir con l'opera tacendo. 

> Ivi, 76. 



Se non che coscienza m'assicura^ 
La buona compagnia che V uom francheggia 
Sotto r usbergo del sentirsi pura. 

Ir^. XXFIIL u5. 



Rade volte nsurge per li rami 

L'umana próbitade: e questo vuole 
Quei che la dà^ perché da lui si chiami. 

Purg. VIL lai. 



LETTERA DECIMA l^' 



^7 

Chiamavi '1 Cielo, e intorno vi si gira. 
Mostrandovi le sue bellezze eterne , 
E rocchio vostro pure a terra mira. 

,Purg. Xir. i48. 



A voce più che al ver drizzan li volti ^ 
E cosi ferman loro opinione 
Prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti. 

Purg. XXri. 121. 



Non sien le genti ancor troppo sicure 
Di giudicar, siccome quei che stima 
Le biade in campo pria che sien mature. 

Par. XIIL i3o. 



L' oltracotata schiatta, che s'indraca 

Dietro a chi fugge, ed a chi mostra '1 dente , 
Ower la borsa, come aguel si placa. 

Par, XV L ii5. 



Tu proverai si come sa di sale 
Lo pane altrui, e com'è duro calle 
Lo scendere e '1 salir per \ altrui scale. 

Par. XVIJ. 58. 

Né si dee sorpassare senza riflesso l'^scbmazione 
che dirige all' Italia nel canto VI. del Purgalo- 



x48 LSTTEKA DECIMA 

rio, ove per la bocca di Sordello Mantovano fa 
una patetica descrizione dello stato in cui si tro- 
vava a' tempi suoi. 

Ahi serva Italia^ di dolore ostello , 

Nave senza nocchiero in gran tempesta^ 
Non donna di provincie^ ma bordello ! • . . . 

Gerca^ misera^ intorno dalle prode 
Le tue marine, e poi ti guarda in seno 
S' alcuna parte in te di pace gode, ec. 

Potrei estrarre ancora qualche bel pezzo dove 
Dante parla di fisica, di astronomia , e di altre 
cose scienziate, e vedreste che talvolta l'ha sa- 
puto fare con tanta eleganza ed inlendimento , 
che resta dubbio se più si debba ammirare il 
filosofo o il poeta. Tali sono questi versi, da' 
quali il Galileo, come pretende il Magalotti, im- 
parò a dire che il vino è un composto di ca- 
lore e di luce. 

Guarda il calor del Sol che si fa vino. 
Giunto all'umor che dalla vite cola» 

Purg. XXF. 77. 

Filosofici sono eziandio i versi che seguono, 
e tali che non so «se Lucrezio medesimo gli avrebbe 
dettati con maggior garbo e precisione. 

Ben sai come nell'aer si raccoglie 



IETTERÀ DECIMA x49 

Quell'umido vapor che in acqua rìede 
Tosto che sale dove '1 freddo il coglie. 

Purg, V. 109, 

Come nohìle e sublime è quell'immagine ove 
Dante circoscrìve il sole, quando lo chiama 

Lo ministro maggior della natura. 

Che del valor del cielo il mondo imprenta, 
E col suo lume il tempo ne misura. 

Par. X a8. 

Ed altre più ve ne potrei citare^ se Dante nella 
maggior parte non sacrìficasse la poesia alla fip 
losofia. In questa maniera i sentimenti perdono 
molto del loro splendore, poiché non potranno 
mai brillare senza il lume delle parole, e più 
vale una cosa mediocre detta bene in prosa, che. 
il più bel concetto filosofico male spiegato ia* 
poesia. 

• Più vasto campo mi si stenderebbe dinanzi 
se volessi mo^rarvi quanti sieno i menti di Dante 
in riguardo dUa lingua italiana. Malgrado tutti i 
suoi difetti, egli fu sempre considerato come il. 
padre e il creatore di essa , poiché la trovò in 
qudHo stato medesimo in cui Ennio e Paouvio 
e gli altri vecdbi trovarono la latina , e come 
essi furono benemeriti della propria, cosi lo fi| 
Dante della sua. Egli é ben naturale, come dissi 
ancora, che essendo stato il primo che abbia in- 
trapreso a scrivere in italiano tm poema lungo 



l5o LETTERA DECTMi 

tessuto di gravi azioni, avrà dovuto sentire spesso 
il bisogno d'inventare nuove frasi e forme di 
dire, onde esprimere i suoi concetti ; poiché dal- 
l'abbondanza delle cose deriva appunto la copia 
delle parole. Noi vediamo di (atto come egli non 
trascurò mezzo onde rendere dovizioso U pro- 
prio idioma. Attinse primieramente dalle lingue 
forestiere; metodo tenuto pure dagli antichi scrit- 
tori latini, che si fecero lecito d'innestare nel. 
corpo della loro favella «vocaboli prettamente gre- 
ci. Cosi Dante si arrogò il diritto di concedere 
il jus di cittadinanza a moltissime voci straniere, 
particolarmente latine e provenzali. IMla siccome 
per far buon uso di questa libertà conviene es- 
sere fomiti di somma delicatezza di orecchio, e 
di un gusto 8<{uisito che g^ antichi non ppteano 
avere ia un grado molto eccellente . eoa non 
tutte le parole adottate da lui furono accolte 
da? posteci. Noi gli siamo grati perch' egli abbia 
voluto accrescere co^ il patrimonio della lingua; 
nia lasciamo giacere in pace nella di»ma Com- 
media e ci^roj fi Cfoeume» e reUnguere^ e sitìre, 
e meare, e sermo^ e tali altri vocaboli latini di 
stiono disaggradevole, e contrario al genio del 
ndstiro idiotoa^ ,'■ • . 

' Un altro meazo di cui si valse onde acquistare- 
nuove maniere di dire, mezzo molto più sicuro, 
e soggetto, a minoirì inconvenienti, benché meno 
esteso del primo, è quello di derivare una voce- 
nuova da un'altra che aia già introdotta nella 
lingua. In tal niodo coi soaiantivi, cogli awerbj. 



L1BTTBII& DEC1M4 l5l 

cogli afggettìvi» coi pronomi fabbricò de' verbi, 
da questi compose i verbali^ dall'aggettivo de* 
dusse il sostantivo astratto, rendendo, per cosi 
dire, le parole feconde e prolifiche. Per via di 
questo metodo abbiamo da lui i verbi mgi§^^ 
inzqffiraj rìnfiunare^ inscmpra^ infuimn^ disneb* 
bia dedotti dai nomi gi^io, zaffiro^ nébbia^ fot* 
mas dall'aggettivo yùfimij e dall'avverbio sempre^ 
^ andò co^ avanti in questo metodo, che da' prò* 
nomi miOs tuo^ lei ne tirò i verbi ùtiuarsis in^ 
fniare» inlejarsì^ e non si fece neppure alcun ri* 
guardo di dire s'india^ s'ùiirea» e si disuna^ che 
vagliono quanto si deifica^ sija tre^ si diparte 
daffuniià. La maggior parte di queste voci noa 
sono ancora tocche dagli scrittori , e pochi , e 
forse ninno, approverà per avventura quesi'ui* 
lime: dobt^mo contultociò lodare l'arditezza di 
ehi le creò, poiché per parte sua non mancò 
di arricchirne il linguaggio, se i posteri le aves- 
sero voluto accettare. Esse bob sono, per verità, 
assai gentili, ma non v'è termine che in qual* 
che occasione non sia buono, purché si sappia 
adoperare a proposito, e con giudizio. Usa delle 
principali ragioni perché un gran numero de'vo* 
caboti di Dante non passarono in uso» benché 
non vi sia ragione, onde debbano restare- esclusi, 
é, come nflette assai bene il Gravina, che né 
il Petrarca, né il Boccaccio, né altri successi a 
Dante, quando la lingua non era ancora troppo 
fissata, presero a trattare soggetti alti; che se si 
fossero trovati nella necessità di usar que'voca* 



iSa LETTERA DECIMA 

boli avrebbero lor dato corso « e si sarebbero 
resi familiari, 

' Un'altra strada tentò Dante per arnccLire la 
lingua; e questa fu col cercare d'introdurre nel 
dialetto toscano voci e forme di dire prese da 
tutti i paesi d'Italia, come fece Omero» che die' 
luogo nel suo poema a tutti i dialetti della Gre- 
cia. Dante però si diportò con molta parsimo* 
nia e discretezza , ma contuttociò incontrò poco 
buon esito, poiché rarissime, o nessuna di quelle 
voci non toscane adoperate da lui furono ac- 
cettate. Tali sarebbero ca per casa, co* per capei 
issos scuriada, ancoL Non é tuttavia da credere^ 
che egli si sia indotto a servirsi di queste par 
role per solo zelo di aumentare la lingua; ma 
si compiacea cosi di contraddire a' toscani , da 
lui odiati in quel tempo, i quali sostentavano con 
orgoglio il primato del loro dialetto sopra tutti 
quelli d'Italia. 

Ma quella parte dove meglio si distinse,' ed 
in cui rittsd più felicemente, e sr rese più be« 
nemerito della nostra favella» sono i traslati, e le 
maniere di dire metaforiche. Queste danno h| 
forza, la vivacità, l'anima «Uo stile, lo rendono 
pittoresco e brioso, e costituiscono veramente 
quello che si chiama Unguaggfo poetico. Dante, 
è vero , era costretto per necessità . di fare uà 
grand'uso di queste maniere di dire figurate, poi- 
ché in una lingua nascente e povera non potea 
spiegare tutto co' termini proprj: ma dipendeva 
dal solo suo genio lo sceglierle vive, calzanti^ 



tXTtBBÀ DKCIMA' l53 

luminose^ adeguate. In questo appunto consiste 

la distìnta eccellenza di questo poeta. Osservate, 

per esen^io, quanto energicamente sia detto di« 

ima città che più e più intristisce : di fpomo in 

giùmo più di ben sì spolpa^ come dnse Dante. 

Così ancora volendo <kre ad intendere che avea 

perduta la lena salendo su per la costa . di un 

monte, dice assai energicamente: la Iena m'ent 

dei polmon sì munta: della qual espressione si 

volle servire eziandio T Ariosto, ove parlando di 

ÀngeUca, cui venne in odio Rinaldo dopo avere 

bevuto dell' acqua della fonte incantata, dice che 

quel liquore operò in lei si strano effetto, che 

d'ogni amor ie lasciò il core emunto ^ frase che 

è da lui replicata in parecchi kiogfai del suo 

{>oema. Io potrei citarne un gran numero di as* 

sai vaghe, che si leggono nella divina Ornane^ 

dia. Tali sono fra molle altre la coscienza fosca 

di un tristo» il sole che saetta il ffomo^ una mon^ 

tagna lieta d'acque e di fronde» U tempo che 

sprona per lui» il lampeggiar d^un riso» i lamenti 

the lo saettarono , taere che s'allegra del sole^ 

le rive dipinte di mirabil primavera » una terra 

nuda didfitanti» aver le ciglia rase d^ogni baU 

danza» i pensier che rampollano da' pensieri» la 

letìxia che gli raggia d'intorno» il desire dipinto 

nel viso. Cosi quest'altre: E per entro i pensier 

mira col s&mo» parlando di uno che indovinA 

gli altrui pensieri: Già di veder costui non son 

digiano: E come l'un pensier daWaliro scoppiai 

Che del futuro mi squarciò il vdamei E se la 



ir^sf^ 



l54 LfiTTfiRi DECIMI 

ìftia ragion non sì disfama : Poi vidi genti accese 
infuoco dUra: lo fui del primo dubbio disve» 
stilo : Gii occhi miei ghiotti andanfon pure al cielo ^ 
Cosà UDO che arriva in suo mal punto in un 
]uogo egli dice che la Fortuna vel balestra: ma 
la più vivace e la più enfatica delle frasi di que- 
sta spezie^ e tale che io non so se possa .van- 
tare l'eguale alcun antico o moderno poeta, é 
questa ove parla delle delizie, e della beatitudine 
dell'empireo: Giù ch'io vedeva» die' egli. 

Ciò ch'io vedeva, mi sembrava un riso 
Dell'universo 

Questa metafora non è certo nuova presso i 
poeti che sogliono attribuire il rìso ad esser 
inanimati e non intelligenti ; cosi che presso loro 
vidono i fiorì» i prati, le piag^: ma dal lume 
in cui è messa da Daute^ e datta qualità de'rap- 
porti die abbraccia, acquista un insolito splen«> 
dorè. Essa ci eccita tutto ad im tratto una folla 
d'immi^ni gaie e rìdenti » e trasporta la nostra 
fantasia a contemplare nel maggior loro brìo il 
delo, la terra, e tutto il creato. 

Questi versi mi richiamano alla roemorìa una 
proposizione che il sig. Marmontel avanza nella 
sua Poetica, ove ragionando di certe forme di 
«lira metaforiche che non potrebbero convenire 
a tutte le lingue, adduce in esempio quella di 
Lucrezio, ove parla del rìso del mare, rideni 
aequora pomd^ e decide francamente e magistral* 



TW 



LETTERi DECIMA l55 

mente, che questa immtxgine non si potrebbe tra» 
durre in ninna lingua» Doveva bastargli il dire, 
che non si può tradun'e nella sua, poiché infi- 
aiti esempj di questa metafora voi potreste trarre 
dalla lingua inglese, ed io in egual copia dal- 
l'italiana. Vaglia per tutti il Ghiabrera, che si 
uniforma affatto all'immagine del poeta btino 
ne' versi di qudUa gentilissima strofa : 

Quando iunfien che un zefireUo 

Per diletto 

Bagni U pie neWonde chiare ^ 

SI che l'acqua sulF arena 

Scherzi appena^ 

Noi didam che ride il nutre. 

Dalle cose fìa qui esposte voi vedete, Miledi, 
óbe uno de' mezzi più valevoli , onde ampliare 
ed abbellire un linguaggio, è quello d' introdurre 
delle locuzioni figurate , trasportando il senso 
proprio di un vocabolo ad altre relazioni. U &a* 
sario cosi diventa copioso, e si d^ spirito- va- 
rietà, ed eleganza alla lingua, che in questo modo 
può arricchirsi co' soli suoi capitali, senza avere 
bisogno di prendere niente ad imprestito dagli 
idiomi stranieri. Coloro che hanno a cucnre Fa* 
vanzamento della propria favella, senza fermarsi 
a piatire sull'adozione di una paroluzza che non 
sia registrata nella Crusca, dovrebbero mettere 
il loro studio a procurarle nuove bellezze con 
l'attingere a questo fonte, che è inesauribile < 



f'^-'^ 



l56 LETTERi DECIMA. 

Dopo Dante^ uno che più di tutti contribuì ad 
accrescere per questa parte lo splendore della 
nostra lingua è certamente Tab. Cesarotti con 
le versioni ch'egli fece dal greco e dall'ingle- 
se: scrittore a cui non sorse^ per avventura^ l'e- 
guale in Italia nella maestrìa di maneggiare la 
favella poetica. 

La originalità dello stile di Dante eccitò tanta 
ammirazione > che non pochi furono quelli che 
si studiarono d'imitarlo. Per tacere di molti al« 
tri^ basti, fra gli antichi > nominare il Petrarca^ 
che ne' suoi Trionfi si volle mettere sulle tracce 
di lui^ e forse non senza lusinga di superarlo: 
ma né la delicatezza del suo gusto y né la faci^ 
lità e l'armonia de' suoi versi , né tutte le qua» 
lità somme^ eh' egli avea di poeta^ gli furono ba- 
stanti onde potesse tener dietro al suo originale. 
Ben con più felice successo si cimentò a que^ 
sta impresa uno scrittore de' tempi nostri. Il sig. 
Monti ne' suoi canti sulla morte di BasviUe pieno 
dell'estro e degli spiriti di Dante, ha saputo emu^ 
larìo mirabihnente , e fiirsi padrone di tutte le 
sue bellezze, senza macchiarsi de' difetti che Id 
deturpano. 

Lo studio poi die hanno posto su lui i no* 
stri più illustri poeti si conosce manifestamente 
dalla cura eh' ebbero di scegliere le frasi e le 
parole più elette della divina Commedia per ab- 
bellirne il loro stile. Nel Tasso sopi^tutto si 
possono riscontrare moltissime espressioni tolte 
da Dante, e perfiao de' versi interi. Osservate 




LSTTERA DECIMA iSy 

questi^ per esempio : Ambo le labbra per furor 
si morse: Vedete il sol che vi riluce in fronte : 
A guisa di Leon quando si posa. Questi soqo 
versi, che il Tasso levò di peso da Dante. Cosi 
quest'altri : 

Quando mi gioverà narrare altrui 
Le maropiglie udite j e elire\» io fui 

Sono imitati da quelli del canto decimosesto 
dell'Inferno: Quando ti gioverà dicere: io fui. 
Vedete ancora che dove ei descrive Clorinda 
che ferisce Albino: 

. ...... Xà Ve prinUer s'apprende 

Nostro alimento 

Ebbe in mira quel passo , dove Dante parla 
di un serpente che si avventò addosso a due 
dannati: E quella parte donde prima è preso No- 
stro alimento ad un di lor indisse. Che se vo- 
lessi citarvi tutte le frasi di Dante che si veg- 
gono innestate ne' versi della Gerusalemme, ol- 
tra essere niente utile^ sarebbe assai lunga. Per 
una semplice curiosità basterà tra molte riferir 
queste poche : 

Alzar le strida i miseri profani 

Ch'era al cor picciol faUo amaro morso. 

Ove pà scese 

Fiamma del Cielo in dilatate £alde 



J^- 



l58 LSTT£RÀ DECIMI 

entìX} una buca 

Di lacci ai^olse, ove noa è che luca. 

E non rUuoe alcuna 

Sotto povero del luce di luna. 

Ma volete voi altro > che sino quel verso no- 
tissimo della prima stanza: Molto egli oprò col 
senno e con la mano, è tolto anch'esso da uno 
di Dante > ove nel canto XVI dell'Inferno parla 
di Guidoguerra fiorentino: 

Guidoguerra ebbe nome^ ed in sua vita 
Fece col senno assai ^ e con la spada. 

Io cito con compiacenza tutti questi passi che 
mi vengono adesso alla memoria, onde possiate 
vedere in quanta considerazione era tenuta la 
dwina Commedia dal prìncipe de' poeti italiani , 
e quante belle maniere di dire si possano rìca- 
vare da que' versi scabrì ed incolti , quando si 
sappia farlo destramente, e con buon giudizio. 

Ma se per glorìa di Dante ho voluto annove» 
rare questo grand' Epico fra coloro che hanno 
approQttato della lettura del divino poema ^ vo* 
glio che voi vediate in questo numero anche il 
più famoso de' nostrì tragici. Credo che v'accor* 
gerete che io intendo parlare del conte Alfieri, 
che tanto grandeggia per quella sua maniera di 
scrivere precisa ed energica, in cui si trova 
tutta la sublimità e la veemenza dello stile Dan- 
tesco. A taluno, per verità, sembra anche un po' 






LETTElli DECIMA iSp 

di soverchio Dantesca questa sua maniera^ e yoi> 
rebbero che fosse addolcita una certa asprezza 
e rusticità che vi prevale troppo seasibilmente, 
senza però che si pregiudicasse a que' tratti vivi 
ed energici^ che danno si grande espressione a' 
suoi sentimenti. Non d può veramente negare 
che il colorito non sia cupo e forte, più che 
delicato; ma, prescindendo da una tinta un po' 
troppo carica, è quello appunto che conviene 
a' soggetti ch'ei tratta. Che che se ne voglia 
dire, la posterità certamente non revocherà in 
dubbio, ch'egli nel parnaso italiano non si sia 
impadronito di un seggio, che niuuo ha occu- 
pato più gloriosamente di lui ; e che nella car- 
riera del teatro tragico non abbia aperto un 
nuovo sentiere, incognito a qualunque antico o 
moderno, nazionale o straniero, e il vero e l'u- 
nico per cui possano giungere alla intera per- 
fezione dell'arte coloro che vorranno camminare 
sulle sue tracce. 

Poiché siamo su questo argomento, io potrei 
farvi parola di molte composizioni scritte ad 
imitazione della divina Commedia , giacché la 
moda d'imitare Dante fu un tempo cosi in voga 
in Italia (e forse non é ancora spenta)^ come 
lo fu presso la vostra nazione quella d'imitare 
Spenser, che si può in qualche modo chiamare 
il Dante delllnghilterra : ma poche o ninna di 
queste opere meritano che io mi diffonda a par- 
larne con voi, e si debbono quasi tutte tenere 
in quel conto ^ in che si sogliono avere le imi- 



l6o LETT£»A DECIM4 

tazioni. A me dunque basterà di avervi fatto 
conoscere roriginale col saggio che ve ne ho 
presentato; benché noa so quanto bene mi sia 
diportato nel mio lavoro. Io certamente ho stu- 
diato con tutte le mie forze di rendere degno 
de^ vostri riguardi il poeta, e me del vostro 
compatimento; ma questo non fa che mi lusin- 
ghi , o Miledi, di avere ottenuto tanto. Se tutti 
coloro che desiderano di piacervi» vi potessero 
riuscire, vi sarebbero troppi uomini felici. 



FINE. 




APPENDICE 

ALL» OPUSCOLO 

IL PERTICARI 

CONFUTATO DA DANTE 

O SIA. 

RISPOSTA 

DI N, TOMMASEO 
AD UN ARTICOLO 

DELLA BIBLIOTECA ITALIANA 



MILANO 

COI TIPI DB* FRATELLI SONZOONO 
M DGCC XXYI. 



i^) 



^»%^/^^V%^^V^^ W ^^V^^^^^^^^I» # ^^>MA^^^bV%^M>V% ^ Af^%VW%VV\fW# 



PRIMA PARTE. 



R 



AGioNi e non dance. - Esce sulla Proposta una 
licerla, che, tacendo tutti gli argomenti insolubili con- 
:o rOpera del Perticarì^accampati^ nuli' altro aggiunge 
il già detto, che ciance. 

Parlerein dunque ancora dell* Opera del Perticar! ; 
prenderemo taluna di quelle proposizioni che tutto in- 
liudono il suo sistema , e con serrata ed evidente 
;;onientazione , ne dimostreremo la falsità manifesta. 

PjintfA PBOPOstziomB bzl Pebticaju. . 



Difesa di Dante y P. II, cap, II, pag* 66. 

ì 
Se i principii tolti da' libri de' Metafisici sono uni'» 
tersali , que* principii che trattano de^ linguaggi deg" 
\iono convenire con tutti i linguaggi. Ma se ad un 
Un^guaggio convenissero, e agli altri non convenis' 
sero , come sarebbero universali ? E se fossero uni-* 
versali, non sarebbero elli o falsi o male accomo^ 
dati? Casi è: perchè può stare che un principio sia, 
male accomodato o sia falso ; ma non ■ può stare 
che la ragione universale delV essere di una cosa 
stia contro alt essere rf* essa cosa, . Se dunque per 
principii universali si vuol provare che in Italia non 



può essere linguaggio comune nazionale y e se la 
Grecia ebbe linguaggio comune nazionale , e se 
V hanno i Tedeschi , / Francesi , gV Inglesi , gli 
Arabi , e cento altri popoli , come la cosa potrà in-^ 
sterne essere e non essere ? Cioè come potrà stare 
che le ragioni wiiversali mostrino eh' ella non può 
essere , e che il fatto prosai poi cfC ella sia ? Si do- 
vrà dunque torcere V argomento , e dire : che , cj— 
sendo un fatto vero ^ universale f, costante^ che ipo- 
poli civilissimi abbiano una lingua comune^ illustre y 
e divisa dalla plebea , anche Tltalia debbe avere essa 
lingua comune , illustre , e divisa dalla plebea. 

Gli errori accumulati in questo passo , che inobiade 
T. intero sistema, della Proposta, furono già notati in 
parte in quelle ottime lettere di Panfilo a Polifilo (i)> 
le quali , se più fossero in Lombardia conosciute , il 
Perticari sarebbe lodato assai meno. Noi non faremo 
cbe porre que' sofismi in più luce: a tal fine ripetere- 
mo le stesse' parole del Conte. 

«$*<? i princìpii tolti da! libri de' Metafisici sono 
universali. 

Falso , che i principi! tolti da' libri de' Metafisici 
sieno tutti universali. £ se non tutti, V argomento del 
Perticari cade , siccome inettissimo. 

Que' principii che trattano de* linguaggi deggiono 
convenire con tutti i linguaggi. 

Falso anche questo. Ci ha' de' principi i che trattano 
de' linguaggi , e che non conTengono con tutti i lin- 
guaggi. 

(i) Lettere di Panfilo a Polifilo sopra T Apologia del libro deHm 
Volgare Eloquenza di Dante. Firense i8ai. A questo libro iarin* 
cibile il Perticari medesimo nulla seppe risponderò. 



s 

Ma se ad un linguaggio convenissero, e agli altri 
non convenissero , come sarebbero universali ? 

Quest' è un dire : i priocipii che sono universali, se 
non fossero universali , come sarebbero universali ? 
. E se fossero universali^ non sarebbero elli o falsi 
o male accomodati ? 

Se fossero universali , e non convenissero a tutti i 
linguaggi , non potrebbero esser che falsi : male acco- 
modati no certo; perchè all'universale non ci è punto 
mestieri di accomodare il particolare: egli lo comprende 
da sé. 

Se dunque per principii generali si vuol provare 
che in Italia non può essere linguaggio comune na-^ 
zionale . • . • • 

Noi qui non notammo che errori : ora vien la men* 
zogna. Innocente non dubito , ma menzogna. Nessuno 
per principii universali ha voluto provare che in Ita- 
lia non possa essere linguaggio comune nazionale. Ca- 
duto questo punto del. ragionamento , tutto il resto 
precipita necessariamente da sé. 

E se la Grecia ebbe linguaggio comune nazionale* 

A queste parole risponda vittoriosamente 1' Autore 
delle Lettere a Polifilo (i). « Che in Italia e nella 
9 Grecia fossero due lingue, una volgare e l'altra gram- 
» maticale , ne' tempi barbari , quando il latino e il 
9 greco erano già quasi spenti, ognuno l'intende; 
» ma che fossero anche ne' tempi di Cicerone e di 
» Demostene , credat ludceus Apella , non ego, » 

« Chi ha mai (a) pensato che Omero avesse lingua 
» grammaticale? La prima grammatica si attribuisce 
» ad Aristotile y cioè credesi ch'egli il primo riducesse 

(i) Pag. 5i, Lett. I. 
(a) Iti, pag. 5a. 



6 

» ad arte le oasenraziooi &Ue soU' uso della hvélaL s 

» come lece sopra le Opere de' poeti ndla poetica y e 

» sopra gli scrìtti d^^ oratori nella rettorica i e già 

» si era molto ragionato dagli nomini , prima eh' ^li 

» componesse l'organo sno, cioè la logica. Non TOglio 

9 tralasciare di trascrivere un bellissimo luogo ^ ^^ 

» Ione (i)^ OTe Socrate disputando con Alcibiade, e 

» dicendogli che il popolo non gli può insegnar nulla , 

» neppure un certo giuoco nsitato fra i Greci, Alci^ 

» biade, quasi sdegnandosi, dice a Socrate: Afa possona 

» i molti ( cioè la moltitudine ) insegnarmi altre, cose 

» ben più importanti che il giuoco: — Quali son 

» queste ? Risponde Socrate : e Alcibiade : Come il 

» parlar bene la lingua greca io da costoro imparai^ 

» e non potrei dire chi di ciò mi sia stato maestro ; 

» ma lo riferisco a costoro, i quali tu dì non essere 

» buoni maestri. Che dice a questo Socrate ? Fone 

» che la lingua della moltitudine è corrotta e piena di 

» barbarismi e solecismi ? - Afa di questo y cioè del 

» parlar grecamente buoni maestri sono i molti , e 

y da. essere meritamente lodati attendo in ciò quello 

» che aver debbono i buoni maestri. Notate che ove 

» ho tradotto parlar bene la lingua greca , il testo 

» dice propriamente grecizzare; il dbie significa non 

» solo parlar greco., ma parlar correttamente e pura- 

« mente; come in Cicerone parlar latinamente significa 

» parlar correttamente e puramente la lingua latina. « 
« Omero non fu (a) maestro della lingua greca , 

» ma presa aveala dal popolo nel quale era nato e 

» cresciuto ; e chiunque legge Omero vede che la Hn- 

a gua nella quale cantava dovea già essere molto ricca 

(0 Primo d' Alcibit4«. 
(a) P»g. 64. 



1 

3» è fadla' Vsuoi tem^i. £gii fa' maestro del linguaggio 
w poetico fondato sul popolare ; uè in quello fu pri-. 
» mo » perciocché 9 come dice ottimamente Cicero- 
ji. ne (i) ^ nùma cosa fu insieme trovata e petfe^ 
» lionata. » 

Questi passi ho recati , perchè dall' avere la Grecia 
avuto linguaggio comune nazionale , il Pertìcari con- 
chittde, imche l' Italia dover avere non solo una lin- 
gua comune e nazionale » ma di più iUustr& e divisa 
dàllar, pièbea. Per dedurre questa conseguenza doveva 
il bfav'uomo provare che anche la Grecia avesse una 
lingua divisa dalla plebea (a). Noi provammo il con- 
traria ~ Ripigliam le parole del Perticari. 

.«Sff là Grecia ebbe linguaggia comune nazionale ^ 
e se f hanno i Tedeschi » i Francesi , gt Inglesi , 
gli' Arabi ^ e cento altri popoli^ come la cosa potrà 
insieme essere e non essere ? 

Nota che il Perticari poco appresso soggiunge y che 
i popoli civilissimi hanno una lingua comune. Ora io 
domando , quali sien questi cento popoli civilissimi. 
Adoprare . un' ipdrbole si badiale in un luogo ove si ra- 



(0 Cic. Brnt. XYiii. 

(a) lù. questa misera lite coafondesi sempre lo sflLS con la 
IlzroiTA. Certo è cbe il popolo noo fa periodi oratori! par- 
lando. Ma ci ha de* luoghi , ore il popolo pronancia cosi le paròle 
com* elle si sci^iTono , e belle ha le frasi , e le tocì appropriato 
Élla cosa, e i taodi eleganti. Qaesta è la lingua illastre che insie- 
me è lingua parlata. Lo stile illastre è altra cosa. • Ci ha an*a1tra 
confusione ancora. La lingua parlata, dai Perticari si dice quasi 
sempre plebea. Ma non è sola la plebe che parli. Quando noi di- 
ciamo ohe la lingaa parlata in Toscana è quasi affatto eguale alla 
scritta in Italia, intendiamo della lingua parlata non deWi storpiata, 
appunto cosi come quando diciam lingua scritta, intendiuDO le pa* 
role e le frasi , non mica i periodi , e lo stile. 



8 

giona al Socratico modo disputativo ^ e coi termini 

della scuola , è cosa un po' più che puerile. 

Come potrà stare che le ragioni universali provino 
che la cosa non può essere e che il fatto provi poi 
eh' ella sia ? 

Qui rìpetesi la menzogna. Nessuno ha coluto mai 
con ragioni universali prorare die nell' Italia non 
possa essere una lingua comune. S' altri negò eh* ella 
sia y questa è diVeraa questione , di cui parleremo^ 

Si dovrà dunque torcere f argomento .e dire : che 
essendo un fatto vero ^ universale , costante » che £ 
popoli civilissimi abbiano una lingua comune ^ illustre, 
e divisa dalla plebea, anche r Italia debba a»ere 
essa lingua comune , illustre e divìsa daUa plebea* 

Qui risponda V autore delle citate lettere (i) : « Il 
» Tasso che scrisse certamente in lingua illustre è stato 
» tradotto in parecchi linguaggi delle città italiane {^]* 
* Ed essendo il suo poema scritto in lingua illustre 
» dovette anche essere tradotto nella lingua illustre 
» bolognese, genovese, napoletana, e in tutte le altre 
)» illustri delle illustri città. Perciocché in tutte le città 
» la lingua che si parla si divide in due » l' una pie- 
ci) Pag. 6, Leu. z. 

(a) Una sola dimanda getterà forra qaeita difqaifisiona gran 
lace. Le Odi di Pindaro si sarien elle potate tradarre in dialette 
Attico? Le Orazioni di Demostene in Borico ? No certamente. - 
Pare a primo aspetto an pò* strano che gP Italiani dialetti boq 
debban formare una lingaa italiana. Ma è an fatto. GÌ' Italiani 
dialetti congiunti insieme non fanno clie un gnazzabaglio; ciò che 
dei Greci non era. La liogna poi clie dicesi illaitre è la lingua 
delle desinenze toscane. Qui non giora salire alle origini della 
lingua, incerte sempre i basta guardare al fatto presente. La lingoa 
Illustre d'Italia oggidì non è che U lingua dello deiinonie to- 
tcane. 



ìi bea, e T altra gentile, come si dÌTÌdono gli uomini 
M in plebei e in gentili. Ora i poeti cbe tradussero il 
» Tasso, non poteano essere. dell' ordine infimo della 
» plebe : e tradussero un poema scritto in istilo ele«- 
» Yalo : siccbè dovettero uiare il linguaggio illustre 
» delle loro citta. » 

« Oltre alle traduzioni del Tasso , il Pallavicini (i) 
» dice che fin dal suo tempo si leggevano nel Vene- 
n ziano poesie risplendenti di peregrine e sollevate fi* 
W'gure. £ soggiunge: jànzi so d'avere udito nel dia^ 
» letto f wfin bergamasco^ un sonetto sopra la mor- 
ìe te di Carlo V^ che si paragonava nella gran-' 
» dezza col famoso del Caro, Tali poesie ne' varj 
» linguaggi d'Italia sono ora moltiplicate grandemente^ 
» come tutti sanno. Hk solamente i versi scritti , ma 
» anche il parlar quotidiano prova che nelle città pkk 
» ragguardevoli d' halìa il popolo minuto parla diver- 
» samente dalla nobiltà e da' cittadini. Nella repubblica 
» di Venezia , il doge e il senato parlavano il loro 
» volgare veneto , e gli avvocati innanzi a' giudici 
» trattavano in quello le cause ; e cosi faceasi nella 
» repubblica di Genova. La corte di Torino fino a 
» trent* anni addietro usava il lingnaggio piemontese , 
» o il francese: e le altre corti italiane hanno sempre 
» usato la lingua delle città in cui risiedono. Questi 
1» son fatti , i quali provano che in Italia non è una 
» sola favella né plebea ne illustre ; ma tutte le pro- 
li vincie (2) hanno tra loro diversa e 1' una e V altra ; 

(j) Trittato dello stile. Gap. TX. 

(1) L* Aatore dioe le eitià prinefpaU, À vero che in latte le 
dttà principali d'Italia oi ha qualche aolabile diversifà di faTelU* 
Ma qaofta dÌTersità è tale appunto qval era a un dipresso nei 
greci dialetti. La diversità grande e apertissima è da proTÌncÌA 



5Ìa vero il detto del Giornadista , che afferma le ragioni 
universali di quelC Opera essere appoggiate ai fonda' 
menti saldissimi della filosofia. 

Non tutti i vocaboli . • . . « Parmi che voglia dire 
» con questo, che chi vuole pensatamente significare 
» il proprio concetto con precisione e rigore , sceglie 
« tra i vocaboli e le forme e le condizioni del dire 
» quel che più s' acconcia a' suoi bisogni : e dicendo 
» die non tutti si acconciano , vuol dire che alcuni 
n s' acconciano , e altri no; come se io dicessi che 
» non tutti gli uomini d'una città sono atti a portare 
» le armi , vorrei dire che alcuni sono atti , e altri 
• no : questo agevolmente s' intende. Ma la difficoltà 
» consiste in quel plurale de* popoli; perciocché ognuno 
» che vuole significare pensatamente il proprio con- 
» cetto con precisione e rigore , non può appartenere 
» a molti popoli , ma dee necessariamente appartenere 
SI ad un popolo solo. Adunque non potrà scegliere tra 
» i vocaboli , e le forme , e le condizioni del dire dei 
IL popoli^ ma di quel popolo solamente , nella lingua 
» del quale scrive. Platone , che volea pensatamente si- 
» gnificare il proprio concetto con precisione e rigore, 
» non isceglieva e non potea scegliere tra i vocaboli, 
» e le forme del dire degli altri popoli, ma solo del 
» suo popolo Ateniese. E 1' usare i vocaboli degli al- 
» tri popoli, i Greci e i Romani chiamavano barba- 
» rismo (i). 

Ma non son queste le sole obbiezioni da farsi alle dotte 
parole del Conte. Nella lingua parlata, non sempre, con- 
cedo, è la precisione e il rigore: ma dove si tratti di 
significare il proprio concetto con evidenza, con forza, 

(t) LeUera x, pag. rg. 



i3 
con leggiadria , allora , quanto avrà più la lingua di 
yvfo y cioè di parlato , tanto avrà più d' efficace e di 
bello. 

Precisione e rigore! Non furono scelte male le parole 
a palliare il sofisma. Ma è ella forse sola la precisione 
e il rigore , che nelle scritture si cerchi ? E la sma- 
nia di questa precisione non potrebbe condurre alla 
nudità , o alla barbarie ? Le anomalie , le figure del 
dire (i) , che sono la vita della lingua > son l'anima 
del discorso, son l'arme dell'eloquenza, non dovreb- 
bero elle essere quasi sempre sbandite da chi vuol par- 
lare con precisione e rigore? Non abbiam noi veduto 
i barbarismi francesi nella lingua nostra diffusi a pieoa 
mano , per questa ragione principalmente che la lingua 
francese e più logica, e giova meglio ad esprìmere il 
concetto con precisione e rigore ? 

Non è già questo il solo punto, in cui le dottrine 
del Perticar! combacinsi a quelle del Cesarotti: se non 
che il Cesarotti, fedele al suo sistema, applicollo a sé 
stesso , e ne riuscì quella lingua che fa vergogna ed 
ira a Lettore italiano: al Perticari, per iscriver bene, 
fu forza contraddire a sé stesso , e far zeppa la sua 
prosa di frasi toscane e d'emistichii Danteschi, con af- 
fettazione talvolta evidentemente disconcia. Eccone prova 
chiarissima nel citato periodo. 

L Le condizioni del dire -^ Frase, affettata, giàmo»- 
ta 9 oscura ai più. 

II. Del dire de^ popoli* Questa frase fu tassata a ba^ 
stanza dal citato passo delle lettere a Polifilo. Per non 
dire la lingua del popolo , volle il nostro Perticali no- 
bilitare ed illustrare la cosa dicendo: il dire de' popoli» 

(i) Come; iJ levare dei sole, o il tramontarti percliò U sole, in 
rigore, non lera e non Uamonta. 



H 

Uh Non taite le forme . . . i^aeconciano a' hiso^ 
gni di chi vuol significare ... Le frasi che s'accofi^ 
ciano i^ bisogni f è modo che niono, io spero, Torri 
Gbiamar bèllo. Bisogni in questo senso non ha esempli, 
e non so se ne menu. 

lY. Significare il concetto con rigore. Non è frase 
ne propria , né chiara , né bella; né alcon direbbe, co^ 
nudamente : Parlar con rigore y invece di parlar con 
precisione , e proprietà. 

Ecco come, allontanandosi dal dite de^popoli, e pen-^ 
satamente scrivendo, il Perticari adottò certe condizioni 
del dire , che non s' acconciano a' suoi bisogni , per- 
chè non significano con rigore il concetto. 

Tekza proposiziove del Perticari 

Pag» 67, 68. 

Al chfi non bada la plebe che non conosce questi, 
.bisogni ; anzi oggi ella guasta quello che ieri creò: 
segue sua voglia / non sa né di regola né di freno ; 
non istà mai nelle stesse vestigie : spesso nel pessimo^ 
.tramuta V ottimo; e sempre colle sue follie aiuta il 
mutare degli umani casi e del tempo ^ d^ ogni piji: 
salda] cosa distruggitori^ Ma gli scrittori classici in* 
tanto tengono via al tutto contraria ; scelgono cOf 
che trovano buonore grato a* migliori; gittanò quello 
che loro non giova ; di molte dubbie terminazioni 
eleggono le pili chiare ed armoniche : le voci arre," 
stano ^ e le rinnovanp nella memoria degli uomini j 
a^ contemporanei le lodano; ai futuri le insegnano ; 
e temperando con la legge dei flosofi la libertà del 



i5 
parianti , fanno cùnirasio alla pj-epaienza deìV uso , 
per quanto la natura delle umane cose il concede, 

. Àgli errori del Perticari rìspoiida conia solita chia- 
rezza e forza il dotto Autore delle Lettere a Polifilo. 

« 11 Muratori nella dissertazione sali' origine della 
« lingua italiana (i), dice: Qualunque sia la dolcezza o 
n asprezza della lingua o dialetto di qualsivoglia po^ 
-» polo<^ r esperienza nondimeno ci fa vedere, che ogni 
I» popolo usa naturai gramatica per esprimere i suoi 
j» pensieri» di modo che anche la stessa plebee i m- 
» siici ignoranti nel parlare non commettono errore 
4» .nelle concordanze di nomi^ verbi ^ tempii ec. ^e se 
» ne commettessero^ sarebbe tal errore e maniera 
.M di dire comune a tutto quel popolo. Per esempio ^ 
M! non' congiungono un adiettivo f eminino con un 
1» nome mascolino p non un verbo plurale con un 
« sustantivo singolare^ non pongono un tempo per 
)i. un altro. Questo che dice il Muratori, è verissimo; 
» come può vedere ognuno £he voglia farne esperienza: 
». e la. ragione stessa l' insegna ; che se non fosse tra 
Agli uomini anche più ignoranti una gramatica na- 
» turale non potrebbero intendersi fra loro,. come non 
^n* avrebbero mai un raziocinio diritto , cioè non sa- 
li rebbero ragionevoli, se non avessero una logica natu- 
». ]^e. G)me adunque può l'Apologista asserire che Ut 
»' plebe segue sua voglia ^ non sa né di regola, né di 
i^ freno? Non meno contrario all'esperienza è ciò che 
» afierma , che la plebe oggi guasta ciò. ch'ieri creòf 
» non istà mai nelle stesse vestigie. Chi non sa che 
» la plebe è tenacissima come de' suoi, usi e delle 9U^ 

(0 Bdix. di Moaaeo', ptg. 87^ 



i6 

» opinioni j cosi della lingua? lu» figure ^ dice il 
» zi (i) ^ di protesi^ di af eresia di apocope^ di pa» 
» ragoge , e simili , vuoisi che i poeti le prendessero 
ìi dalia lingua del volgo tenace sempre deltandca 
» favella y e di cui è proprio togliere e aggiunger 
» sillabe alle parole» Voi direte forse y che queste p»- 
» role del Lanzi sono in favore di nie> e contro 4i 
» me: in favore, ove dice, il volgo esser tenace del^ 
» V antica favella ; contro di me y dicendo esser pro^ 
]» prio del volgo , togliere e aggiunger sillabe alle p»- 
» role , il che potrebbe parere incostanza di parlare» 
» Ma questa sarebbe anzi varietà che incostama -, 
I» quando anche vi concedessi , che il volgo ora to» 
-» gliesae e ora aggiungesse sillabe alle stesse parole. E 
» non vedete voi, che anche gli scrittori ora dicono 
I» leggere y essere y dire, cagione; ora levano l'uliìnw 
» lettera : e storia y e istoria , e spiace ^ e dispiace ? 
» Sicché questo che dice il Lanzi, non è si proprio 
]» del volgo che noi facciano anche i letterati y nel 
» che niuno gli biasima di incostanza (2) »• 

Aggiungiamo ora noi qualche piccola osservazione* 

I. Falso che la plebe non conosca i bisogni di si^ 
gnificare il proprio concetto con precisione. 

IL Falso che la plebe oggi guasti queUo che ieri 
-creò. — E se falsa non fusse la cosa in sé stessa, tale 
la renderebbe l'inetta esagerazione dell'oggi e dell' ieri. 

IlL Falso die la plebe in parlando segua sua PO^ 
glia ; ove intendasi la parola nel senso del Perticarì. 
Le lingue si formano sulle leggi immutabili della nsK 
tura; leggi che solo la forza, non là voglia della plebe 
può talvolta immutare. 

(0 Liog. Etr. T. I , p. 6f. 

(s) Pag. »3« %k' Vedi latto il retto od libro. 



^7 
ly. Fabo che la plebe non sappia né di regola ak 

di freno. Dite a un plebeo: iu siete un filesofo scioc» 

ca : e il plebeo ne riderà più che un dottou- 

y. Falso che la plebe non istia mai nelle «tesse Te» 
siigia. Basta conoscere pur da lungi la storia delle lin- 
gue^ e dello spirito umano, per vedere che pnmi i 
nobili guastano gli usi della lingua. 

yi. Falso che la plebe nel pessimo tramuti l'otti* 
ino. - 1/ ottimo è il senso della voce; e gli scrictoii 
son primi che per bizzarria o per sofisma alteraBo il 
senso delle parole^ e corrompono soventi volte a poco 
a poco le idee. 

yil. E sempre colle sue follie aiuta il mutare dei* 
gli umani casi e del tempo. Non sono le follie della 
plebe che aiutino ( bella frase ! ) il mutare de* casi 
umani. 

yill. Falso che gli scrittori dassici tengano via at 
tutto contraria alla plebe. Se contrariassero al iuU(f 
l'uso dd parlar popolare , non sarebbero classici , non 
sarebbero intesi. - £ questo pr^o in quakhe scritto 
moderno k sensibile molto. 

IX. Dopo aver detto che gli scrittori dassici teagaao 
via al tutto contraria , soggiunge : scelgono ciò che 
trovano buono. Il fare tutto al contrario sta dunque 
iidlo scegliere ? Ma donde scdgono ? 

X. Oitlano quello che loro non giova» Non è peiw* 
dò che tutto qudlo ch'ei gittano, sia dannabile e vile» 
Se dò fosse > £ilso sarebbe il detto d'Orazio: 

Malta reoaiecDtar , qiia« jam ceeidare , oadentqao 
Quaa naoe sant in hAoore, Yocabola . . • • 

XI. JDi molte dubbie terminazioni scelgono le pUi 
chiare ed armoniche, - Quando Dante -dice .grgd^su 



i8 

per credessi (i), stessi^ stesso ^ chiudessi ^er chiu- 
desse (a) y non era egli Dante scrittore classico ? Que- 
sto assoluto universalizzar le sentenze, fossero anche 
yere , h certissimo indicio della miserta della causa. 

Xll. Le voci arrestano (3) e le rinnovano nella me^ 
moria degli uomini. - Ma queste voci donde le trag- 
gono per rinnovarle? O dalla lingua parlata oggidì, e 
dalla lingua parlata un tempo. Neil' un caso e nell'altro 
la lingua scritta non è, qual vuole il Perticari, immi»- 
tabile. 

• Xlll.' ji* contemporanei le lodano^ - Non sono già 
gli scrittori classici , che lodino le parole ; se pur 
questi classici non iscrivessero grammatiche , o libri 
simili f o non apponessero note encomiastiche ai loro 
classici scritti. • 

Xiy. Jli futuri le insegnano, - Non le potrìeno 
insegnare, se non ci ha 1' uso vivo , che ne spieghi il 
senso , ovvero un esempio che mostri il senso eh' elle 
aveano nelU uso d' un tempo. E tanto è vero che gli 
scrittori ' non inségnan le voci , che molte voci degli 
scrittori non s'intendono più. E perchè più non s'in<- 
tendono? Perchè non si sa l' uso che avevano nella 
lingua parlata. Ove però non si dica che il dare 
una voce senza senso veruno , sia un insegnarla. 

XY; E temperando colla legge dei filosofi la libertà 
dei parianti, - Non si tratta più di tenere via altuttQ 

' (0 Io eredo eVei ered«lte cV io eredesce 

Dante Inf. zlir. 
(s) Coti ditte U maettro , ed egTi ttetii 
Che con le tae aoeor non mi cbiadeiii. 

Dante Inf. iz. 
(8> Parla di ciò cbe fanno gli lerittori elattici, gnatiche tri pie» 
bel noa ei abbia de*Clatfiei. 



'9 
contrarla: si tratta di temperare; temperare la ^'- 
bertà ! ! ! 

Xyi. Fiutno contrasto alla prepotenza delV uso 
per quanto la natura delle umane cose il concede» 
Nola , o Lettore I che la libertà dei parlanti è in ul- 
timo la cosa stessa che la prepotenza delP uso» Onde 
non si tratta più di temperare la libertà , si tratta di 
fare contrasto alia prepotenza. Sia gloria al nostro 
filosofo I 

Ecco la luce da questo uomo sommo sparsa sulla 
questione della lingua; ecco il grande edificio dal 
Perticari innalzato; ecco come s^ appoggi V opera sua 
ai fondamenti saldissimi della filosofia. 






PARTE SECONDA. 



A, 



.LL^ articolo primo della Biblioteca Italiana sulle opere 
del Perticar! e del Monti fu già invincibilmente risposto 
da un Anonimo fiorentino. Siane qui lecito trarre da quel 
libretto le più evidenti ragioni , toltene però tutte quelle 
allusioni personali che potrebbero a ragione spiacere. 

Contro alle opinioni del Perticari e del Monti tanti 
libri già usciti sono , ed anche fuor di Toscana , che i' 
difensori di quei due filosofi non possono più a lungo 
lacere e dissimulare gì' invitti argomenti di contro op- 
posti , senza darsi per vinti. 

« 11 direttore della Biblioteca Italiana (i) fu il primo, 
al comparire della Proposta del Monti , a criticarla 
nel 1817. Quando ora, nel 1825, dopo essere stati 
riconosciuti nella Proposta , e corretti moltissimi sba- 
gli y egli ammette un articolo che invece di ragioni 

non racchiude che insolenze. 

« 

<K Stabilisce l'Avvocato del Monti che dalla sola que- 
stione, se la nostra lingua debba chiamarsi fiorentina 
o italiana , dipende il saper parlare e scrivere tutti in 
Italia la medesima lingua. È da supporre che egli per 
fiorentina voglia intendere lo stesso che toscana, giac- 

(1) Le parole fon tatte dell' Anonimo fiorentino ; il qaale per- 
donerà se ho mozzati i suoi periodi, e comprenderà la ragiona di 
ijaeslo peccato di lesa proprietà. 



3t 

che irebbe sciodchezza il supporre cbe in Toscana 
si scrìvano e si parlino linguaggi tra loro diversi; conio 
è falsità r asserire che il Gigli abbia cercato di trasmu- 
tare la sede della lingua da Firenze a Siena ; mentre 
questi pretese soltanto che si aggiungessero al Yocabo* 
lario alcune parole corrotte senesi. 11 Perticari mede- 
simo ciò confessa. Anche Gelso Cittadini senese, nd suo 
Trattato delle Origini della nostra lingua qualifica sempre 
per fiorentina la lingua cosi detta italiana (i). 

a Altrimenti, soggiunge il nostro Avvocato, non avre* 
mo come tutte le altre nazioni , una lingua universale 
ed illustre : facendo cosi dipendere 1' esistenza d' una 
lingua universale , da una sola ragione , dal chiamarsi 
cioè italiana o toscana la lingua , come se il solo can- 
giare parola possa far diventare universale quello cbe 
in realtà non è tale. 

« Nascono appunto da questa diversità di lingua§^ in 
Italia i lamenti di tutti i viaggiatori , i quali , dopo 
avere imparata la lingua cosi detta italiana , uscendo 
fuori della Toscana poco intendono il parlare degli al- 
tri ; per questo , perchè non parla V Italia una lin- 
gua comune universale. Come dunque può dirsi ita- 
liano e può essere universale quel linguaggio che non 
si parla che da un popolo particolare? 

« Chi non conosce ì moltiplici Vocabolari delle diverse 
lingue italiane , compilati per facilitare col mezzo delle 
loro favelle il ritrovamento dei vocaboli , modi di di- 
re, e proverbj toscani corrispondenti ai loro; che non 
sarebbero stati necessarj se si parlasse e. scrivesse una 

(0 Ella è por la ridicola coia radere il Perticari prender 1m 
mosse dall' aatorità veracemente Dantesca di quello Speroni» che la 
lingaa «critta in tanti looghi delle Opere loe dica tempre toscane. 
llfota degli Ed. )• 



uà 

medesima lingua in Italia» e se ti esistesse una b'ngna 

unirersale. 

« Molte città principali d'Italia hanno la lingua scritta 
non meno che. la parlata molto diversa T una dall'al- 
tra. Che se la parte eulta degl'Italiani eh' è la minima 
come in ogni nazione, per intendersi tra di loro scri*- 
▼ono (i) per lo più la medesima lingua, ed hanno 
prescelto a tale oggetto la lingua toscana, non ne yiene 
che sia questa la lingua comune e unÌTersale: mentre, 
perchè possa una lingua dirsi comune e nazionale » 
conviene che sia parlata da tutta la nazione; e ancor- 
ché fosse scritta, non essendo parlata, non sarebbe 
universale mai per intero ', ma solo per metà. Siccome 
poi la lingua toscana non si adopera in iscritto che 
dai letterati , chi non vede , quanto e' son pochi hi 
confronto del popolo , mentre le lingue non sono che 
del popolo ? 

« Di questa diversità di favelle attribuisce il Buom« 
mattei una causa assai probabile alla forma e località 
deir Italia medesima ; mentre i popoli , divisi da lun- 
ghe pianure , da rapidi fiumi , da alti monti , e da 
folte boscaglie , e sottoposti a diversa forme di gover- 
no , rade volte si vfsitano e si trovano insieme ; ed 
hanno poca comunicazione ; lo che non avviene in 
Toscana, dove i popoli più congiunti di biogo si pos- 
sono trovare più spesso in commercio tra di loro. Ma 
le cagióni però più vere di tanta diversità di linguaggi, 
sono state le invasioni dei forestieri , e dei barbari , e 
la divisione dell' Italia medesima in varj governi e do- 

(i) La parie eulta .... che scn'pono. Ecco secondo il aistama 
del Pertioari qo lolecismo badiale. Quando ai penia che il aao ai- 
atema Io traaae a dannare il monstrum ^uae d* Orasio, non ai aa pia 
cono coaaerrare la i erietà riapondendo a qaeat*aomo. {N^tlegH Sd*} 



a3 
minii, non meno ch« il lungo possesso dei Longobar- 
di , che lasciarono parte della loro pronuncia e favella , 
insieme col nome , alla Lombardia, la un paese per 
tanto cosi spezzato in tanti e si diversi stati, regolato 
da diversità di leggi, e pieno per questo di gente che 
hanno ancora dissimile lo spirito ed il carattere, in 
qual maniera si vorrà assicurare che vi sussista un 
vero e universale linguaggio, che si parli e si scrìva 
comunemente uniforme da tutto il popolo ? 

(c II nostro Anonimo ha trovato un compenso a questo 
disavvantaggio, e col solo barattare nella parola italiana 
quella di fiorentina , ossia toscana , che sparirà ancora 
da tutti quanti i libri di lingua stampati fino al giorno 
d'oggi, riconduce tanti dialetti diversi a formare, insie- 
me commisti, un linguaggio solo. 11 prodigio si com- 
pisce per un altro incantesimo del Monti , il quale vide 
che tutta la forza dei Cruscanti era pòsta nel Fbca^ 
bolario , vide le usurpazioni f e la tirannia dei To-^ 
scani; vide la superbia dei Fiorentini, 

« Il Monti però vide in ciò non diritto ; perchè i 
compilatori del Vocabolario non hanno mai avuta in* 
tenzione di dar legge , né di tiranneggiare le menti e le 
penne degli scrittori V ma di far progredire la lingua^ 
e di accrescerne la ricchezza. Se l'Anonimo avesse letta 
la prefazione al Vocabolario , non avrebbe cosi par- 
lato ; ma avrebbe visto , che gli accademici sono i 
primi a riconoscere che il Vocabolario è mancante, e 
che deesi accrescerlo di nuove aggiunte , che queste 
non debbono formarsi con termini andati in disuso , 
ma principalmente con vocaboli nuovi , tratti da autori 
di opere, di scienze e d' arti ; che ammettono essi Fa-* 
. dozione di nuovi vocaboli ; che non hanno avuto in 
mii*a altro che di raccogliere un vocabolario nazionale 



94 

toscano , senza curarsi degli altri dialetli d* Italia , n^ 
mai d^eleyarlo al grado di codice della lingua nazio^ 
naie italiana : mentre a tanto onore è stato innalzato 
per unanime consenso degli altri letterati italiani che 
lo hanno ammirato e consultato (i). 

« Come mai adunque coli' infamare il Vocabolario della 
Crusca può rendersi universale la lingua in Italia? Egli 
è pur questo quel Vocabolario che il Monti medesimo 
in mezzo a tanti disprezzi ha dovuto giudicare un' o^ 
pera preziosissima , e come la cinosura de' naviganti 
nel gran mare della lingua , i di cui compilatori 
hanno tanto contribuito ad estendere la lingua in 
Italia. Onde , come afferma il Perticari , sarebbe in-* 
vidiosa e somma ingiustizia il negare r immenso bene 
che di là n' è venuto alle nostre lettere* 

« Né si può egualmente intendere , come il Perticari 
abbia resa più comune la lingua col parlare degli 
scrittori del trecento. Per quanto dichiari in questo 
Trattato che quelle cose che in altri scrittori si ponno 
leggere , non sarà sua usanza il ripetere , nulla ci 
dice di nuovo , che non abbia già detto il Muzio , lo 
Speroni , il Fontanini , il Muratori , ed altri. Se noa 
che in quel Trattato del Perticari si trovano confusi gH 
scrittori anteriori a Dante e al trecento , come Guittona 
•d'Arezzo, Mino senese ^ Buonaggiunta lucchese, Gallo 
pisano f Brunetto latini , ed altri , con quelli • questa 
epoca posteriori : senza dì che avrebbe potuto rispaiv 
miare quella disputazione. Avrebbe allora rieonosctato 
facilmente y che, tolti gli errori de' copisti e delle im- 

(i) Risponda la Biblioteca Italiana a qpiesta piceiola richioata ! 
COmif è che la llngaa italiana s'impari al bene nel Dislooario della 
lingua toscana; e nou bene egualmente nel dtsioDàìrio d* altri dia- 
letti t cha son pura dialetti, coma U toicauo? (^Ifota iMtSd'} 



a5 
pressioni , tutti gli autori non escludendo quelli del 
volgo , nel secolo dopo il trecento , parlavano e scri- 
vevano puro e corretto, senza sconcordanze, e senza 
solecismi ; ancorché non vi fosse grammatica, alcuna , 
che fu composta nella decadenza del secolo posteriore;: 
col ritornare pero èHe pure sorgenti del secolo ante-* 
riore , e col ricavarne le regole dal sol parlare de' tre 
primi maestri, non meno che da Giovanni, e Matteo 
Villani , e da altri toscani (i). 

<t Per riguardo poi ali* apologia dell' amor patrio di 
Dante, e del suo libro intomo al volgare eloquio, fu egli 
confutato nelle lettere di Panfilo a Politilo con prove 
si evidenti ed incontrastabili^ che il Pertieari, dopo 
tanta fatica e studio , ammutolì , né ha potuto mai 
sciogliere le difficoltà , né difendere le incongruenza 
che sono state rilevate nell' Opera sua. 

«t Se V Anonimo le avesse lette, sarebbe restato per** 
suaso , che , se le prime poesie illustri furono scritte 
nella corte di Federico, ciò non dimostra che fosse ivi 
trovata la lingua. Quando dice Dante che il volgare 
siciliano ebbe fama sopra gli altri, non prova già che 
ivi fosse creato. Parimenti , se afferma il Petrarca , es-* 
sere opinione che il rimare fosse rinato appresso i Si* 
ciliani, non può già indicare che ìyì rinascesse un 
linguaggio che non era mai esistito , ma la rima , 
che , secondo il Petrarca medesimo fu in uso presso 
gli antichi Romani: cosicché, né Dante né il Petrarca 
hanno mai parlato d' una lingua fondata in Sicilia. 

(O Qael dire con tanta pompa che il Bembo fa il legislator 
della liogaa , è un cantare la propria soonfitta. Donde trasse egli 
il Bembo tai leggi ? Dall'aso toscano. Sarébb' egli stato si sciocco 
che potendo intitolare italiana la lingaa di ck' ei daT« le leggi, la 
dicesse toscana ? {Ifota degli Ed^) 



!l6 

Oltre a ciò Federigo , re di Sicilia / parlava latino ai 
suoi sudditi 9 e un libro sulla caccia in questa lingua 
ei compose. 11 Galiani assicura , che « Alfonso d' A- 
» ragona , prìncipe dotto e saggio deliberò che messa 
n da parte la corrotta latina lingua, ed abbandonato 
» il toscano dialetto , come non nostro , s' inalzasse il 
» vòlgar pugliese ad essere la lingua nobile della na- 
» zione. » S* aggiunge a tutto, questo che i poeti sici- 
liani che scrissero nel volgare illustre , fiorirono, in un 
brieve corso d*ànni, e poi disparvero; e non si trova 
fra loro alcuno che 1' abbia in quel tempo usato in 
prosa. Pochi rimatori apparirono, e presto si dilegua- 
rono : tutto in somma dimostra , che quella lingua 
non era in Sicilia naturale e pativa , ma adottiva e 
posticcia (i). 

« Il nostro Perticarì fa volare il suo Volgare italiano 
da Sicilia a Bologna \ senza avvedersi , che invece 
d' esser di salto venuto da cosi lontano paese , dovea 
esservi naturalmente e facilmente passato 'dàlia vicina 
Toscana ; onde erano richiamati a quella celebre uni-* 
vecsità e maestri e scolari. In Toscana però si vedono 
scrittori , non solo in poesia da Folcacohierì , ma an« 
cora in prosa, da Guittone, infino alla perfezion della 
lingua. £ qui sarà opportuno 1' avvertire quello che 
V ab. de Angelis ha evidèntemente dimostrato , contro 
il sentimento dell' ab. Tiraboschi , che Folcacchiero 
Folcacchieri senese è di parecchi anni anteriore a CiuUo 
di Alcamo siciliano , perchè quegli era vecchissimo 

(0 Anebe qoeita disqaistiiooe ita pei ToManix ma è an io* 
prappiù. Dell' origine deIJa lingaa ormai più non fi tratta. Si tratta 
di capere «e oggidi » a enia la Ungaa tof cana , ci «trebba in Italia 
lUift liogat cornane. {J[(oia dtgU Sd,) 



2? 

del 1 195 ; ed è certamente il primo 9 di cui si cono- 
scano poesie in Italia (i). 

Riconosca pertanto l' Anonimo della Biblioteca ita- 
liana eh' egli ha cantato vittoria , senza dare battaglia. 



(1) E qal dimostra T Antorc fiorentino la meniogna, ma forse 
innocente, del Perticar!, che ad an Romagnaolo attribaiiee il bel 
ditirambo di Praaco Sacchetti. 



IL 



PERTICARI 



CONFUTATO 



DA DANTE 

CENNI 

DI NICCOLÒ TOMMASEO 



« La Térité «it si indépendaiite de cevx 
m qal Tatta^aent et de ceux qai la 
» defendent, qoe let Antenrs qai en 
• dispateol, devroient bien i*ottbIier ré* 
» oiproqaement : cela épargneroit beaa* 
» oonp de papier et d'encre. a 

ROUMXAU. 



MILANO 

COI TIPI D£* FRATELLI SONZOONO 

1-825. 



(^; 



Aspie^ ^Qos smumittit hamat tormotw eoV/tef , 
Et renianl heder» sponte sua meliof { 

Sargat et in solis formosias arbatas antris. 
Et «ciat indociles earrere lympha riif. 

Litora nativi^ coUaceot pietà lapillis i 
Et rolaeres aallà dulctus arte canant. 



AI LETTORI. 



Co] 



»NTRO le opinioni del Perticari^ chMo 
stimo come valentissimo scrittore e come ot- 
timo letterato y non però come pensatore pro- 
fondo, né come giusto giudice deDe Toscane 
eleganze , io non publico che brevi cenni; 
poiché la questione é dalP un Iato sì chiara , 
dall^ altro si frivola che non meritava di più. -— 
Posso dh*e con tutta certezza che chiunque 
avrà la sofferenza di leggermi ne sarà piena* 
mente convinto. 



4 « 



IL P]BflTJ€ARI 

COWIJTiLTO 

♦ ' ' ' ■ » 

DA DANTE 



PARTE PRIMA 



m^ 



' SEZfONE PRIMA. 

Delia lingua plebea. 

• n 7 e dei YiHtés Vrèl-«ertaia6S , qai 
'• àa premier «onp d*odl paroisrant-iles 
» •bsuvditéc r 9t qvi pMS»ro«t tOQJovr» 
» ponr tellef «qprèi d» la plnpact d«f 
» geas. » 

RovssiAir. 

1. 

* Xit dicendo 9 tioA €icerbiìe, yitraitf ve! maiiimìm 
» est a Tiilgarì gènere oratiòni^ atqpie a .consUfetudbt 
» communis sensus abborrerè ». 

II. 

II'{>iù fecondo tesoro di tutte le lingue' è neUe voci 
e* ne^ modi attenenti a* privati usi del vivere/ e* al mi- 
nisterio delle arti; tesoro* tutto ripoeto ndla&vdlà-tdel 
vulgo. 



8 

lecismì plebei , e dall* altro i barbarismi mastri , certo 
h che gli errori iUnstrì pesano ben^ il dof^io- 

XIV. 

L' errore non è 1 privilegio del Tnlgo 9 poiché let- 
terati illustri e rispettabili sovente errano sin nelT ia« 
tendere le eleganze create dalla ignoranza volgare f dà 
quella di cui gravemente fu detto: ignoranza è fon" 
tana che mai non si secca. ^ 

XV. 

Bossoet et Bacine si commendano dell' aver saputo 
più voci ignobili nello stile illustre acconciamente in- 
nestare. La lode e V esempio di questi due uomini 
sommi abbastanza dimostrano che, a bene scrivere an- 
die n^Fillastri subbicttr, cónvien conoscene lott^ interi 
la lingua. 

XVI. 

« Questa proprietà, dice Dante, ha la G^nùnatica, 
» che luce or di qua , or di U , intanto 9 quanto txrti 
» vocaboli f certe declinazioni , certe costrazioni sono 
• in uso che già non furono, e molte già furono che 
i. anco saranno, siccome dice Orazio nel principio déUa 
». Poetica »• - Qui parlasi di Grammatica , 6 non •ài 
lingua plebea : chiaro è dunque a vedere, che la muta- 
bilità da taluno tribuità in proprio alla lingàa del vulgo^ 
è proprietà d' ogni favella vivente, sia ignobile, sia 
Cortigiana. Onde se^alla medesima sorte U littg^i» Cor-^ 
tiigiana è soggetta, che la plebea^ non è €]uéslatsnto 
vantata distinzione di lingua Aulica e di viilgare che 
vaglia a tener vece della ragione e del gtisto. 

XVII. 

Chi vuol sapere che pensasse Orazio di quest* altiiii'- 
ma distinzione , .legga la Satira quarta del primo. 

XVIII. 

Quantunque U lingua d' un popolo che non sia bar- 



9 
baro per soperchia commone'> «a nella pronunzia de' 

vocaboli degradata dalla sua dignità , non-di meno con- 
serra ancor nelle frasi una parte di sua proprietà na- 
turale; e tanto più la conserva nel vulgo, quanto il 
vulgo è men culto. Poiché quella ignoranza che trae gli 
uomini vulgari a guastar pronunciando la derivazione • 
la terminazion de' vocaboli, quella ignoranza medesima 
gli obbliga a ritenere l'antica proprietà delle frasi; d 
per non saperle essi cangiare, A per fuggire la singo- 
larità del linguaggio , la quale , come ognun vede per 
prova, agli orecchi vulgarì ben più che a' cortigiani 
giugne strana e ridicola. 

XIX. 

e Mon veggo, dice il .Gastélvetro, non veggp, eonw 
» U Poeta comico possa schifare il parlar vile, menan- 
^^Q in palco persone vili , la condizione de' quaE si 
é falsificherebbe, se loro si attribuissero atti e parola 
a nobili ». 

XX. 

I moderni filosofi lombardi che tanto di libertà vor^ 
rebbono concia agli scrittor non toscani, vorrebbona 
poi vietato a' Toscani fin V uso di quelle che d'Alem-^ 
bert disse «bizarreriesde la langue souvent plus fppa- 
9. rentes que rielles; par les quelles elle paroit s'ecarter 
a de la route naturelle et generale 4. — Questo è- {o, spi- 
llilo filosofico che sospinse il Perticar! a biasimare il. 
monstrumqueBj gemma dello i^tile Oraziano, dal du. Mar-,, 
ai^ ricolta , ha cent'anni , e novellamente commendata 
da Piet|t> Giordani, onore delle italiche lettere. 



io 

SEZIONE SECONDA. 

DeHn tingua Ulustfie^ 



Car TOM 4ÙPi lx>a joar» qeferpit.ixop bonrgtpU,; 

▲AtttovaAir. 



; •■—'■.' t ■ • ■ ! 

Xja corrazione della liagvia incomincia sempre dalle 
classi^ più nòbili dé]knàzio«i«, " ' 

f ' • •' ■ • IL • • • - 

^ Ptima d( parlare ò di seriveM Kngoa ^lustre, Cònvied: 
tfmóscète èh^ sia lingua j ^ichè U parità non è dòt6 
ch'uom di ragione fornito possa confondere «con k-^i^ 
gnità dell' idioma. « Primiim , dice Tullio , ut purè et 
«latine, deindé ut piane «t dilucide, post ad rérém 
i^di{;nitateih apté et quasi deeore w* ■ 

^ €;La paróH^^'éicé 16 Speroni citato da! PeH«»rri / 
y non Va pie bltrjè che alli pretesti, o ih- casa a poàif 
if iie'l>{sogni dèSa* famiglia, oiu piazza a mohi'fra|^II 
0- artigiani, o'a' più nobili per le Corti' »v *« Qui- notf 
si-Bcei^iey masi confonde il «cortigiano parlare con Par-^ 
tigiano ; qni lo Speroni poco dipoi contraddice ti sh' 
stesso , Infermando cbe I podbl che scriTono umah»*' 
mente esser debbono ìT alto affare ne* travagli di que» 
sta vita , o di grado molto onorato ne' riposi delle 
scienze contemplative ; quasiché gli nomini alieni da' 
publici afi&ri, e gì' indotti di scienze contemplative sien 
tutti del paro inetti a scrivere umanamente. 



ti 
IT. 

, SeVìincm dèttrioàtòii ai Tfdcgoe daf.fede') lo Aile 
epiatolare» il faVoUurey il fiueeto, tutti dovrebbero ddla 
nastra ktteratim sparite ;. poicb^ senza ridicola afiel^ 
fazione Boa <n potranno nai scrivere nella lingua aulica 

nfe nocelle , aed effloghei mh^ comniedia* 

. ■ ■ V ■ . 

) Se liàgna- illfutre tk'Bt chiamaie qàeUa lìngua-, :i cui 
m»b«U sicnof Cemsinati - e. disposti . seconda le le|^ 
gcammatiohe f e lontani 41. pia * possibile ' .dalla nsanzrt 
plebea; dalla prima di queste condizioni Verrà .che i) 
Dizionario ed il libro deÙé^ concordanze potrà formare 
imi perfetto scrftiófte dell' Italv^oillnstre ; daUa sèconr- 
da^-ehe Quanta. la IV>^« scrìtti^ ai diUingbèrà dalla lin^ 
gna parlata» tanto. élla' sarà più perfetta.. La qnale con<« 
Ugaaaam » eome direttamente: oonduca jjl'.alfettalo , al^* 
l'oscaro-y all' àmpoUoaà, àldifibrme dalla natura e dal 
Bdloy non è clii non -it^ga»! . r. t. ' . ' .. ì 

- « Inprc^iis est igitur i^ecbis » cosi : Cicerone 9 ili» 
lalis oratorie, ut abieetà alqiie obsoleta. fugiaft, lecd» 
atqdè illastribus utatur^.in qùibas pknunl .quiddanoi 
et sonaas ine^ videatnr. Séd . in) hoc . vedwrum ^ch 
aere delectàs est quidabs «babcDdus/atqne is aoriunv 
4|iiodaiD jndiòio. temperandus; ia cpo óonsuetado elian| 
bene loquendi valet plurìmam. Etiam hoc quod vulgo 
de pratoribiis àk imperitis dici sòlet: - Bònisìs vlr- 
bis , aut aliquis non bonis ntitnr - non arte aliqoA» 
p^rpendituc,. sed quòdam naturali scusa judioatur aì: 

Questo passo il Perticarì lo intende cosi : « che lo scriri 
vente dee dipartirsi dalla .usanza plebea, che non può 
mai ridarre le limane loqude. a certa ed atdinlta 
ragiaee ii.. . > 



12 

VH. 
lì^Futgaréy leggono nel Goàvivio i dìfaMoriiU'Daiite, 
seguiia uso, e lo Latino arte^ - Ma io l^gp in tecet 
ìa bello Vttlgare seguita uso e Io Latino arte, hm 
qval .sentenza , non che (aTorarli » h loro . oontro dh-t 
rettamente. E volle dire ctm ciò» dbo il Vnlgare, sendQ 
lingua vivente, non può costringersi a leggi incomma* 
labili; volle dire che l'oso è la via più sicura del Bdlo 
scrivere in lingua viva t or sé per oso non dehbasi mm 
tendere che 1' uso delle «orti^ lascio ad ogni uom. ra- 
gionevole il giudicare. 

Vili. 
« Le Selve di Stazio , dice il Tiraboschi , da lui 

• composte più presto , e perciò più secondo natura^ 

• sono, a parer di tutti, le sue migliori poesie; e alcune^ 
f singolarmente, se fossero state da Ini composte al 
» tempo d'Augusto, ^piando la lingua latina non ancoitt 
» avea cominciato a perdere la sua chiara e seippUctl 

• eleganza , meriterebbono a Stazio il luogo tra' più ec- 
» celienti poeti ». -^ E perdiè dóvea Stazio, » scnvere 
oon eleganza, esser vissuto ai giorni di Augusto? Neik 
bastava a lui forfè scriverei la lingua illustre de* tempi 
IB eh' ei vìsse? E non è forse iUustre la lingua di Sta-)i 
sio? Or perchè è ella meno elegante che la lingua sem-^ 
plic^dé'sennoni d'Orazio, e delle (avolette di Fedro?. 

IX. 
La virtù del favellare illustre non h che una qualiti^ 
necessaria allo stile de' gravi subbielti : tanto ivi neces- 
saria, quanto, inutile altrove; nò solo inutile ma per<-. 
niciosa'e ridicola. 

X. 
La vera, filosofia delle lingue e' insegna che: questo, 
parlare illustre è più mutabile della stessa lingua pie*, 
bea ; in quanto che V una è quasi sempre consonante 



i3 
M natura, l'altra' non è troppo spesso the un Bello 
relativo , un valore di convenzione ,' che fii parer nobile 
adesso, ciò che di qui a séssant' anni sarà forse pd 
abbietto , o , eh' è peggio , affettato/ 

XI. 

D*' Alembert (Hist memb.' ir. ) annovera alcune frasi 
ddla lingua illustrìssima di Fléchier e di RaciUe; che 
al suo tempo, non solo dalF illustre stile erano deca» 
dute, ma quasi dalla proprietà della lingua. 

XII. 
- Eli' è appunto 1' affettazione dell' aulica eleganza , é 
1' ^ampollosità risidtante dal dire illustre applicato a' fa^ 
miliarì suggétti , che Molière preise a scopo nella sua 
C«tilikìediad''Un Atto:^^ precièuses ridiculesi 

XIII. 

Ciò che pensare si debba intorno a questo titolo fa-, 
tale di'lkigua Cortigiana, varrà a stabilirlo quest'op- 
portunissimo passo degli Elogi di d' Alend>ert. «e II faut 
»^%h^èier dans ' le - langage de la tfkce» niénie ce ' qui 
» est manière et jargon d' av^ ce qui est fin et dt 
>'^bon goùt »• 

XIV. 

«"Nulla scien2a; dice Dante, mostra lo proprio sòg- 
li : getto, ma 'presuppóne quello ». - La qual sentenza 
ài nòstr' uopo applicata , dimostra' che * là Grammàtica 
stabilisce la lingua^ ma non la crea, le concordanze 
e' insegna', ma non 'le eleganze; ^ die siccome sènz* Qo<^ 
mini vuYgarìnon è républica^ cosi' senza modi vulgari 
non' è Crammatica. 

XV. 

A quel mòdo medesimo che pria di reggere gli uo* 
minile nelle clsissi della civile' società' compartirli, uopo 
è conoscerli bene, co^- pria di scernere le alte voci' ed 
iUustri dalle umili ed abbiette, conviene tutte conoscer- 



«4 

le « è le umili considerare coèi neoeastrie'ra! /raUncHì 
mnilii come le alte. a'-subUmL ^ . • ' ; , «. .' - .: 

Mi 81 dica, perchè il Biiominattei-si^'ioe^Oir^gQ:;8tfit<7 
tor del Cellìni , il GorticèUi del Villani ; in somma , 
peréhè't dittatori delle leggi grammaUcliìe ^mffwnscf .tìkfu) 
degaiHe di qùdli che le leggi (griimnati€lì«.{>ai^er0 % 

qiaandoca ^luasdo i^omcàréi^' >< r i ..«.;,: . 

Tedi nell'Enciclopedia itali' articolo Formatian des 
mQt^ihi dbtìnsiiiiMie'iclie fe-Beaii^ tt^iJla 4eriii^^<)Mfi- 
lQ90fica « la jg^ammatioa: delle parole;, cs. conoscerai :«bif 
llt ideHi^zione che dicesi filosofica, ^è^Vecamentja jiidr 
mirabilcLJleUftliiigiia^dftl vulgo.» ^i9QfFs^ùxìàP t.àA'/MìA§o 
toscano. 

,..:; ' : t> ■ «i ( XVIII.', ;, . • -j ^^ ;:> 

•'. ft Q^mdgt .( sàoQ parole /del Ci4«tel?eirQ )^ 4|a^d«( si 
9. >Cptìgiui:^4a€drtl9 ^er^tiiyi^cot^iu^ata^e.dipendwtf 
il daljpop^ oU ientpairicco di:li|{gt)e anti^. e'isoe 
aidfamQ» i.CSorii^nì sona i^ghi di :my)Ye' Ungile; « la 
» studiano; per la qual cosa è di neces^iiàf che ftodDi* 
» a malgrado loro, e non avvedendosi > contaminmo 
ir la lingjaa.patiaioon rp^ole te nlbdi-di dire; fonstieri 
9 Ma quéndo .<là Coito 'froprawlene ad'UA p9polo»ni 
9 dipendo dal{>opdlo#. non convenendole iaveUargU^ ttè 
» corcaci d'iildi^io iieUa «u« opinione pinqervohdenlej 
^ nia bastandola aélam^te il comandai» « ^è cur^ il 
ì» parlare del. popolo y jnè si reputa onore il coltivarlo^ 
» Laonde men lodevole è il parlare di siffatta Corte ch^ 
» npn è quello del popolo. Ma quando la Corte soprav- 
» vegnente alpo^lo né dipendente dal popoloy s'^av- 
» viene a tempo ricco di lingue , il suo parlare è p^ 
Il giore di qudlo dalla altre Corti e del popolo, assai. 



15 

. XEfc 
9 II Bembo dice, (cosi 1 Castelvetro), che la lin<* 
* gua delle scriiture isov dde a quella del jpcf^lo ac- 
» costarsi, se non in quanto, accostandovisi, non perde 
« gravità, non perde grandezza. E iiios(ra di non sapere 
» che V accostarsi con le scritture o lo scostarsi dalla 
» lingua del popolo non (^»ererà né gravità né legge- 
» rezza «. Meditino bene. questa semplice ma efficace 
sentenza qtie' tra' difensori del vulgàr Cortigiano^ che 
possono rfigionares, e canfesseriinpo cher i^ queste -poiché 
parok la .loro i^ran qixoMioàe è già 9ejo}ta. •: s 

Dic^O, i propugnatori dell'JMioo illusiro cpial iifhi 
renza sia tra la lingua illustre diDi^ite» .e. la li^gqi 
d' un libretto d'Opera seria, <-( Nei nostri libretti d'Opera 
ci ha pura mene idiolisini. die iti Pan|^ < : • 

. , Njop.da diniegala ai difen«>p, dell' Italipo iHustra. I4 
jdebita. lode. Con. queliti lovo dottrim «essi intesero, sj^ 
cialmenle ad, impedire certa pon. pleiaea ma * pu^r^ 
ignobiltà dello stile che in qualche affettato ricoglitor^ 
delle toscane eleganze si fece a' di nostri più che mai 
nauseosa e ndicojia. £ tuttoché, non bisogniiss^ a tal 
uopo stabilire un sistema. • dì cortigiania nella lingua , 
pure, i^nvien confessare che siffatto sistema non potea 
presentarsi che ad ingegni nobili e ad anime non vulgan, 



i6 

SEZIONI! TERZA. 

DeUà Ungua e deiìé opinioni ii Dante. 

• ▲ Yoee più eh' al Ter drictan li Tolti, a 

Dahtb. 



I. 



p, 



xrcbì 9 laddove nei pènelnli' delle scienze s'ad* 
dentra la Musa di Daùté, perdiè non è <|uivi la lìngoa 
sua più leggiadra e più nobile? Gotesta lingua illustre 
dovrebbe pur crescere di splendore a modo che cresce 
la nobiltà ddle cose. 

li- 
Bice lo Speroni ^ ebe la lingìia di Dante sente bene 
spesso troppo più del Lombardo che del Toscano, 
e che dove è Toscano , è piuttosto Toscano di contado 
cfae^di città« - Finché non si sappia- distinguere nella 
divina Commedia, ciò eh' è Toscano di contado da ciò 
àx* è Lombardo , noi potrem dire che qóeÙa proposi- 
zione non altro dimostra , se non che il Lombardo il- 
lustre è in tutto simile al contadino toscano. 

IlL 
I^iuno del secolo decimonono può certamente afier» 
mare che que' vocaboli usati da Dante^ eh* or non sono 
toscani , non fossero però toscani a' suoi tempi. 

IV. 
Dante nel Convivio si vanta nato e nudrito sino al 
eohno della sua vita in Firenze , dice 3i amarne il 
proprio Vulgare ; quel Vulgare eh* è primo nella 
mente che alcuno altro , quel f^ulgare eh* è congiunto 
con le più prossime persone siccome colli parenti e 
propri cittadini, e colla propria gente ; quel p^uigare 



'7 

che fu congiungitore de* suoi generanti; quel F'ulgaiv 

con cui dal principio della sua vita ebbe benevolenza 
e conversazione; quel Vulgare con cui egli era usato 
tutto suo tempo. Or mi si dica se questo Yulgare h il 
Volgare Cortigiano ed illustre. 

V. 

Per conosciere ad evidenza V errore de' nuovi difen- 
sori di Dante , leggane! gli umili prosatori , e i volgari 
cronachisti Toscani del secol suo. Nella lingua di que- 
gli nomini » ignari fin del significato del parlar corti- 
giano > noi rinverremo le voci più nobili, le più splen- 
dide frasi che nella divina Commedia sogliamo ammirare. 
Sovente mal collocate, concedo: ma pure le rinverremo. 
Spieghino questo prodigio, se ponno, i moderni inter- 
preti delle opinioni di Dante. 

VI. 

Coloro che tanto contendono sopra il titola d' inap- 
pellabile, e poi vogliono a forza in ciò chelor meglio 
toma inappellabile il giudicio di Dante, dovranno af- 
fermare con Dante che V ignoranza delle lettere giova 
più che lo studio a ben parlare e a bene scrivere la 
nostra lingua ; dovran sostenere che illustre è sÌDotiìmo 
di vulgare, poiché Dante ha chiamati vulgari i Baroni, 
1 Cavalieri, ed i Principi. Ecco le sue parole: «e Quelli 
» che per malvagia disusanza del mondo hanno lasciata 
n la litteratura a coloro che l'hanno fatta di donna me< 
» retrice ; e questi nobili sono Principi , Baroni , e 
» Cavalieri, e molt' altra nobile gente, non solamente 
» maschi ma femmine, che sono molti e molte in que- 
» sta lingua , volgari e non litterati . • . Quelli ne' quali' 
• vera nobiltà è seminata sono quasi tutti volgari, sic- 
» come sono quelli nobili, che sopra in questo capitolo 
1» sono nominati. » — Ciò prova che il sistema di 
Dente fu da' suoi valentissimi difensori frauteso. 



ffS 

VII. 

« Dante y dice il Biondi , sebbene FiorenUno, non 
» usò mai hoe , hae , eercoe , poHoe ma lasciò qm- 
9 gli sconci modi alla plebe». - Io troYO nel Convi- 
vio , mostroe , ee , morìe f die , diporroe , /ite , foe. 
Ne' quali luoghi tutti ci ha sempre ona causa sottile 
ma retta , perchè Dante ha adottati que^* idiotismL £ 
se il maestro e Fautore dello stile illustre gli adottò 9 
che rimane a eonchiudere? Che per volgare illustre 9 
Dante non s' intese già quello , eh' ora ^' intepujopo jgU 
Italiani filosofi. 

Vili. 

Che la frase Dantesca della lingua aulica sia piutto 
sto una frase che tm sistema , piuttosto una figura che 
una legge del dire , chi potria dubitarne, pensando cbe 
per quelle parole altro non potea Dante intendere, se 
non se la naturale eleganza del dire, peifetta dall* art^ 
Poiché , se d' ogni acqua purgata può farsi bevanda , 
da ciò non siegue che le ac<]pe di ti|t^ le fopti sìep 
dolci e purgate del pari. 

IX. 

Si noti la strana eoniraddizione in cui gP iQnstri ^ 
fensorì di Dante, senz' avvedersene » incorrono. Chia«- 
mando cortigiana la bdla lingua degli scriventi , essi 
vengono a pareggiare la scienza dello s^ivere all'uso 
del parlar senza scienza veruna: e portando la gentil 
lezza delle corti nel tempio delle Muse^ vengono a pro- 
porre la lingua parlata de' grandi per modello al^ 
scritta de* dotti. Se ciò non fosse » quel titolo sarebbe 
al tutto irrazionale e doppiamente ridicolo. 

X. 

Se Dante adoprò talvolta parole ch'or voglsonsi lom- 
barde , egli non è mica a guardare la patria loro , ài 
che niun può sclere accartrtam<ptt| agli k piuttosto a 



«9 
▼edere qoal de^ due modi sìa* più proprio , piCi dolce , 

più degno di cotesta lii^a^ illustre italiana. 

XL 

Le voci da Dante adoprate eh' or si Tonno lom* 
harde, egli non le adoprò mai cbe nel verso e quasi 
6empre per la necessità della rima. 

XII. 

Perdile nel Petrarca abbiam rompre per rompere ^ 
perdìè tanti Gallicismi nel nostro, e tanti Fiorenti* 
nismi nel Gallico idioma s'incontrano, yorrem per* 
ciò forse concbiudere cbe la Francia con Y Italia aM>ia 
una lingua italiana comune ? cbe da' Francesi dia- 
letti, Dante e il Petrarca togliessero le Italiane eleganze? 

XIIL 
: Si noti cbe L principiì di Dante , quale i moderni 
gV intendono, esattamente s' accordano co' principii dd 
Cesarotti. Eppure la lingua della Pronea non s'accorda 
assai con la lingna ddla divina Commedia; a quanto 
si dice. 

XIV. 

Il Boccaccio nella vita di Dante afmui die per gli 
scritti di lui /a chiarezza delfiorenimo idioma è di" 
mostrata , promette egli stesso di scrivere nd fioren* 
tino idioma, cioè in quélT idioma cbe. Dante usò nella 
maggior parte delle sue opere ; attesta le rime di 
Dante essere amorosi concetti leggiadramente espressi 
nel Jiorentino idioma y soggiunge die la divina Com^ 
media h composta nel fiorentino idioma; cbe il libro 
dd convivio è disteso in fiorentino vulgare, - D<^ 
cinque secoli sorge ebi può tacciare il Boccaccio di 
menzognero o di stolto. Tanto può la filosofia nelle 
menti italiane! ^ 

XV. 
Dice il Boccaccio die Dantenel libro* del Vnlgare 



20 

Eloquio intendeva di dare dottrina del dire in rma. 
Ciò prova che Dante parlando di lingua illustre , non 
parla che della lingua poetica ; onde non possono le 
sue dottrine alla lingua in generale applicarsi* 

XVI. 

Afferma lo stesso Boccaccio che il trattato del Vul- 
gare Eloquio doveva essere di quattro libri composto: 
onde il farsi scudo delle generali sentenze ne' due prìnu 
libri annimciate, le quali poteanó ne' libri seguenti > anzi, 
come vedremo , dovevano essere dal medesimo Autore 
ratteipperate , o> a dir m^lio, esplicate, è impossente 
difesa. 

XVII. 

Se vero è, che Dante scrisse la lingua 'illustre de 
tempi suoi, sarà vero ancora, che la lingua illustre 
non è lingua immutabile. 

XVIII. 
. Se Dante di frasi e di vocaboli e di proverbi volgari 
qua e là sparse il suo divino poema , converrà dnn*» 
que conchiudere o che la voce di Dante conlraddicente 
a sé stessa non ionerita autorità, o piuttosto che gr^Q' 
terpreti suoi non intesero bene quella dottrina che in 
sei volumi ingegnaronsi d'esplicare. 

XIX. 

Dante , nella lettera al Gan della Scala espressamente 
dice aver nominato commedia il suo poema , quasi 
villanus cantus; quia locutio vulgaris in qua etntur 
Jierculas communicànt Ogni dubbio è cosi risoluto > 
ogni. lite. composta ,, e l' incontrastabile confession del- 
FAu{ore fa tutte cader le dottrine apparentemente COQ' 
trarie di quel Trattato della Volgare Eloquenza. 



21 

SEZIONE QUARTA, 

Degli scrittori Siculi e delle origini 
della Lingua. 



m Noas Tpilà dans lei recherchei da 
» critiqaa, dans les antiqaìtóa , dani 
• réroditian. Lea broeliares se trans- 
> forment an Tolames , lea Ilrres sa 
» moltiplienjt, at )a qaestion s*oabUe. > 

EoirssBAU. 



I. 



p, 



ARB che il Yulgar Siciliano avesse fama sopra, 
» gli altri. » Dice Dante nel Yulgare Eloquio. - « La 
» cagione perchè alquanti grossi ebber Jama di saper 
» dire, è che questi furono gli primi ii\ lingua di si. » 
Dice nella Vita Nuova il medesimo Dante. 

II. 

Quél provare con tanta pompa « che innanzi ai Fio- 
rentini poeti vivessero poeti Italiani, o nulla dimostra , 
D dimostra che i Lombardi , a bene scrivere, non han 
punto mestieri di studiare la lingua negli scrittori to- 
scani. - Il fatto lo prova. 

IIL 

« Yedemo , dice Dante , vedemo nelle città d' Ita- 
li lia , se bene volemo agguardare a cinquant'anni, 
» molti' vocaboli essere spenti e nati e variati : onde 
» se 1 |>icciolo tempo cosi trasmula , molto più tras- 
» muta lo maggiore. Sicché io dico, che se coloro 
» che partirono di questa vita già sono miir anni , 
» tornassero alle loro cittadi, crederebbero la loro cit- 
» tade essere occupata da gente strana , per la lingua 



22 

j» da loro discordante ». Dalle quàlu parole deducesi 
i.° che la taccia da' moderni data al Yulgare plebeo 
d' esser sèmpre matabile , è taccia comune li tutte le 
lingue viventi, a.® Che que' grandi mutamenti avvenuti 
circa il tempo di Dante si debbono tribuire allo stato 
d' una favella nascente , non ferma ancora , e che va 
quasi tentone a locarsi nella vera sita sede. 3.^ Che a 
siffatti mutamenti dee forse la toscana favella non poco 
di sua leggiadrìa , perocché le vicende varie de' politici 
reggimenti, in quella terra più memorande che altrove, 
dovevano da principio avere naturalmente gran parte nel 
modellarne la lingua; e lo stato popolare delle tosche 
città dovea poco a poco donare alle idee ed agli afietti 
del vulgo quella dignità e quel vigore che giovarono 
on tanpo ad aggentilire e nobilitare precipuamente in 
Atene la greca , ed in Roma la latina iDKvdla. 

IV. 
Siccome nell'antichissima greca favella, eternata da 
Omero > il seme de' quattro dialetti , statasene , a dir 
quasi , rinchiuso > ma non ancora esplicato ; cosi nel- 
l'italica avvenne: che, al primo nascer 4i lei, tutti a 
un dipresso i dialetti apparvero tra sé consonanti, tatti 
tenenti assaissimo della madre comune ; o , a meglio 
dire, non erano ancora veracemente dialetti , e la lin- 
gua vulgare in tutte regioni d' Italia quasi eguale era, 
si nella terminazion de' vocaboli e si nella vivezza 
de' modi. Ma siccome, mutati in Orecia i politici reg- 
gimenti, altre città si ressero a comune, altre furono 
da' tiranni occupate, altre invase dagli stranierì , altre 
diedersi in tutto all' arme , altre al commercio , altre 
alla rustica vita; cosi nella terra italiana i mutamenti 
delle pnbliche cose , le straniere invasioni , l' agio o 
l' utile o la necessita di sacrarsi allo studio della pa- 
rola, la glorìa di tre o quattro ' uomiai sommi , chcF 



a3 

Con la diTinità dell'ingegno perdfassefo la lingua al pìii 
alto grado c^e i tempi le concedessero di salire ; tntte 
insieme adanate le dette cause, giuntovi T influsso del 
clima che Y uno dialetto addolcisce e V altro inaspera , 
V uno debilita e Y altro afibrza , mutarono a poco a 
poco il parlare comune; e ^ tale provincia, la cui lin- 
gua pareva dapprima in tutto alle contermine eguale , 
diede il vanto della più dolce > della più iUustfe} della 
più viva ed elegante favella. 

Y. 

' <c Pare , dice Dante , che il Yolgar Siciliano thhìa. 
» avuto fama sopra gli altri » . - Ciò che a Dante pa-^ 
reva , agU interpreti di Dante h certissimo : sovra un 
pctre essi appoggiano tutta la mole de* loro argomenti* 

VI. 

- Chi potrebbe negarmi che sin d'allora che il volgare 
siculo sopra gli altri avea fama, il volgar fiorentino 
più puro non fosse 9 e più meritevole della cultura de- 
gli scrìventi, quantunque a tale uso un po' più tardi 
adoprato? Certo sei toscani scrittori che vennero po^ 
scia y tutti gli altri d' Italia sorvolaroìio in fama , dee 
adancpie nel tosco dialetto essere stata un'intrinseca 
essenzial preminenza, in cui non ha parte né il pregiu- 
dlcio grammatico, né la boria provinciale. 

VII. 
Se nella sicula terra quel fior d* eleganza stato fosse 
natio e non avveniticcio, come mai nelle sicule corti 
deUe età posteriori non rimase egli vivo? Perchè -gli 
Scrittori siciliani non seguirono pure ad aver fama so^ 
pra gli altri Italiani ? Quali sono le cause che nel suolo 
toscano cotesto fior d' eleganza per ben più secoli nu- 
tricarono ? 

Vili. 
La difficoltà non al solve se non fermando quel pun« 



ai 

to : che nella storia d«ir italica lingna fu tempo > in cai 
tulli i dialellì, siccome vicini alla madre comune, uno 
air altro si raccostavano ; e solo il corso degli anni 
potè svolgere ed esplicare quelle notabili differenze, che 
l'indole varia de' popoli, poco a poco ne' volgari dia- 
letti delle diverse provincie ingenerando. 

IX. 

« Tutto quello (dice Dante citato dal Perticari), 
» tutto quello che i nostri precessori composero , si 
» chiama Siciliano ; il che ritenemmo ancor noi , ed i 
» nostri posteri non lo potranno mutare ». — Se i 
posteri avessero ritenuto quel nome, l'autorità non po- 
trebbe , è vero , provar niente al nostr' uopo , pure 
non sarebbe almen falsa. Ma ripetere un grido smen-, 
tito dal fatto, ed in questo fondare tutta la verità di 
sua càusa , egli è come se taluno , a provare che i 
morti camminano, mostrasse un morto che giace. 

X. 

Il Bembo dice « che da Firenze hanno le leggi 
» della lingua e princìpio e incremento e perfezione 
» avuta. Plce che gli antichi Toscani, fra tutti gl'I- 
>» taliani popoli a dare opera alla rima sono senza 
» dubbio stati primieri ». - Io non dò come vera la 
proposizione del Bembo ; ma poi che i dotti avversari 
citarono il Bembo , giova rispondere con le citazioni 
del Bembo. 

XL 

Prim' per primo è in Dante da Maiano ; vedella per 
vederla è nel Petrarca ; un Bolognese e un Toscano 
adoprane meve per me ; creo e veo son voci e di 
Pier delle Vigne e di Guitlone; ahonnare per ahhonr- 
darà è di Sennuccio e della plebe Romana ; avemo , 
semo y dovemo son voci venete e son pretti fiorenti- 
nismi ; tol per tolle è di Dante ; toi per togli è del 



a5 

«Boccaccio ; r este^ di Dante è in Guido Guinicelli ; il 
futuro siciliano dirado è ne' versi d' un Bolognese » 
d' un Lucchese , d' un Pistoiese e d' un Fiorentino ; il 
veneto '<rare , ridure è ne' due Danti; il tó, da' Veneti 
serbato ora a' cani , è pretto fiorentinismo ; il saria , 
vorriay h negli scritti de' Toscani più puri; Valessi in 
terza persona , e l' avesse in prima sono nel Petrarca; 
il parrave per parrebbe è in Dante da Maiano : ma 
tutto ciò che mai prova? Che tutti i Toscani quel- 
le licenze togliessero da' Lombardi? O non piuttosto 
che il toscano dialetto, deponendo le brutture che con 
gli altri egli aveva comuni^ s' aggentilì col rivolger d»- 
gli anni; mentre che gli altri non fecero che più « 
più sempre insozzarsi? 

XIL 

Quale difficoltà dell'immaginare che in questo italico 
comune antico s* avessero ad un' ora diverse termina- 
zioni d' uno stesso vocabolo , poiché noi veggiam tut- 
tora di ciò nel toscano idioma innumerabili prove e 
certissime ? Vonno e vogliono , a cagione d' esempio > 
usa Dante; non perchè vonno sia voce d'altro dialetto 
che del Toscano , ma perchè nel comune italico antico 
e vonno e vogliono s' è pronunciato indifièrentemente. 

XIIL 

Diedero, diedono , diér, diero y dienno, non son 
forse tutte terminazioni da' Toscani adoprate ? £ donde 
le ebbono essi mai se non se dal comune italico che 
non è più , ma che fu bene innanzi allo svolgersi de* 
dialetti ? S' altri chiederà , perchè mai un popolo stesso 
tanti modi diversi di pronunciare una voce ad un 
tempo adopriasse , io dirò che le h'ngue nell' alto di 
loro nascenza altra legge non hanno che l' istinto del 
po{>olOy che la natura regge tacitamente cotesto mira- 
bile istinto I e fa sorgere dall'ignoranza la vera filosofia 



26 

delle lingue. Dirò che il primo carattere déQe opera-» 
stoni deUa natura essendo appunto la varietà all' unità 
attemperata , dalla varietà nasce il modo diverso dd-* 
r esprimer le menomo diffisrenze d'una medesima idea, 
del nomare le varie proprietà d' ima medesima cosa , 
per ultimo del pronunciare una medesima voce; onde 
poscia col tempo^ fissati que* modi e dato un carattere 
a' varii popoli , surgono i varii dialetti : dall' unità poi 
nasce quella concordia e costanza mirabile» onde le 
menti più rudi colle più sottili s'uniscono nell' espri- 
mere con le medesime frasi le medesime ideCi 



SEZIONE QUINTA, 

Della lingua Toscana. 



a? 



. . • . friitelli li dica 
Lo straniero • • • • 

MAirzOHi. 



I. 

MJa una miniera d' orO) benché frammista a mon« 
diglia , dee trarsi più d' oro che non da una miniera 
d'argento. 

IL 
Natura migliore è meglio atta a ricevere là perfe- 
zione dell' arte. 

IH. 
IjO Speroni e molt' altri vantano gli errori del vul- 
gare toscano; quasi ì Lombardi non parlino più per^ 
tersamente assai degli stessi Toscani. 

IV. 
Perchè mai^ parlando della commedia, Quintiliano 
ebbe a dire : illam solis concessam Atticis venerem ? 
Non potea scrivere con eguale eleganza commedie an* 
che un Lesbio, od un Mantineese? 

V. 
Le grida de' non Toscani contro la fama delle toscane 
eleganze simigliano gli schiamazzi di chi 9 sentendo ée* 
lebraré la valle^ di Tempe, a£fermasse che questo è un 
maledire a natura , che a tutte le valli del mondo fa 
del par liberale e munifica donatrice. 

VI. 
Gli scritti sono arte, il parlare è nattura : lo straniero 



a8 

educato al toscano dialetto è fatto calasi cìttadin di To- 
scana ; lo straniero educato alle toscane letture, riman 
sempre straniero: l'uno possedè la lingua, l'altro l'ha 
in prestito: l'uno sa il toscano, l'altro sa di toscano: 
il primo trae di sua mano fuori della miniera il me- 
tallo ; l' altro convien che s' appaghi di quello che gli 
yien porto , segnato com' è d' altrui stampa. 

VII. 

« L'Attico dialetto, dice il Lancelot, è il più eie- 
» gante di tutti ; egli è quello che nella lingua comune 
» si è più dilatato » . - Troppo più amante del garrire 
che della verità dovria dirsi colui che negasse» nel tosco 
dialetto i più puri elementi dell' illustre italico con- 
tenersi. 

Vili. 

GÌ' illustri propugnatori di Dante, notando nel vol- 
itare toscano la parte più vile , e negligendo la illustre, 
tentarono rendere disprezzata e derisa sì quella lingua 
e si quel dizionario che se ne fece tesoro. Ma il sistema 
di guardare le cose da un lato solo , fece ridere an^e 
il governatore dell' isola di Barataria. 

IX. 

Alle pietose lamentanze de' taiSti gridanti contro l' ar- 
roganza toscana che ardisce proporsi dittatrice della mi- 
gliore favella , i confini della Beozia e dell' Attica elo« 
quentemente rispondono* 

X. 

Se i Greci tutti nell'attico stile non pur sofferìre ma 
commendare solevano certi troncamenti di voci, certe 
trasposizioni di lettere, certe addizioni, certe irregola* 
rità che, guardate secondo le leggi della grammatica 
pura , sarien turpitudini e solecismi ; perchè tanto 
rumore contro gl'idiotismi toscani? Non che di questi, 
altri non s' abbiano ad abolire, d' altri parcamente far 



^9 

uso : ma perchè al tutto ptoscriverli? Perchè torre al- 
l' italiana favella quelle tante minute bellezze che sa la 
fanno leggiadra, e dalle altre lingue viventi singolare? 
t^erchè condannarla al perpetuo ritegno della matronale 
gravità y quand' ella è pur si vezzosa nell' abito della 
grazia e della semplicità virginale? 

XI. 

Siccome ì poeti e talor anche i più gravi de' Greci 
prosatori solcano dell'Attico dialetto antico usare tal- 
volta , rinnovellando taluna delle voci o de' modi vul- 
gari già spenti , e riponendoli ne 1' Ellenico illustre ; 
cosi potrà farsi ancora del vulgare Toscano^ ne' cui 
vieti modi e vocaboli non poche gemme , degnissime 
de l'illustre stile, si celano; gemme che i disprezzatori 
magnànimi d' ogni vulgare loquela gittano via disde- 
gnando col fango che le ricuopre. 

XII. 

Atene da tutta Grecia predicata la scuola ddle latine 
deganze ; Parigi dal celebre Huet nomata lasouree de 
la parete de la iangue , mostrano abbastanza qual 
conto far debbasi delle ragioni di tutti coloro che 
vonno nella republica delle lettere un' assoluta non 
pure comunità , ma parità d' eleganze. 

Xlll. 

Ciò che tanto donò di nitore e di purezza al toscano 
idioma, si è che quivi dal popolo tratte furono le ele- 
ganze de' primi scrittori ; poscia dagli scrittori nella 
bocca del popolo rìpurgate tornarono novellamente. 

. XIV, 

Egli è più facile cogliere le eleganze da^ libri che 
non dalla bocca del vulgo ; ma non più conducevole 
all'uopo dello scrivere originalmente, e con sempre 
eguale' franchezza , proprietà ed abbondanza. 



3o 

XV. 

Se il titolo dì lingna toscana v' ofiende , chìamatclm 
la lingua di Dante e del Boccaccio, la lingua del Pan- 
dolfini e del Poliziano , la lingua del Gellini e dd 
Bemi , la lingua dell' Alamanni e del Redi , la lingua/ 
del Buonarroti e del Medici , la lingua del Macchiavelli 
e del Galileo. - Noi non consentiremo che la lingua 
di questi dodici scrìtiori voi la chiamiate , nel vostro 
senso, italiana, se non dopo avercene mostrati in Ita- 
lia altri dodici eguali. 

XVI. 

Una prova dell'eccellenza del toscano dialetto h Io 
•cernere che in esso si fa la minuta proprietà d* assai 
voci che in altre regioni d'Italia si usurpano come si- 
nonime* Vedi il saggio del GrassL 

XVII. 

Non ci ha quasi un solo idiotismo in Toscana ^ di 
cui nella Toscana medesima non si possa trovare la 
correzione. 

XVIII. 

GV idiotismi toscani servono presso che tutti » sicco- 
me gli Attici, all'Eufonia; dove i lombardi presso che 
tutti all'Eufonia son contrari. 

XIX. 

Raccolti tutti insieme i dialetti lombardi » ne. riesce 
il linguaggio della gran torre: raccolti insieme^ dia- 
letti toscani» l'nn coii l'altro si corregge y si tempera» 
si addolcisce; ed escene lingua illustre, e quauto com* 
porta lo stato delle umane cose, perfetta. 



A!t yfeàere le pugne che per li loro particolari dia- 
letti le città di Toscana sostennero, i lombardi filosofi 
stanno con sorriso di spregio guatando dall'alto ; quasi 
coteste medesime pugne non sieno argomento dell' es- 



3i 
sere què' dialetti più che tutt' altri alla perfezione vicini; 
poiché tra Padovani e Bergamasclù non sorsero mai , 
eh' io sappia , simiglianti contese. • 

XXI. 

, Ove una lingua non fosse corrotta dalle straniere in- 

; cursioni e dalla perversione delle idee e de' costumi ; 

I ove r ineguaglianza della cultura e del clima non di- 

versificasse V idioma delle varie provincie , tutti i dia- 
^ letti sarien belli del paro, né gli scrittori avrien uopo 

di studiar più appurate nell'idioma d* un'altra provin- 
cia le patrie deganze. Ma questo in Italia non è : dt- 
, ploriamo la nostra sorte, e non tentiamo con misero 

I orgoglio puerile ai nostri occhi medesimi dissimularla. 

XXII. 
Un toscano > a parità d' ingegno e di stadio 9 sarà 
sempre scrittor più felice di qualsiasi altro italiano. Io 
dico : ir parità £ ingegno e di studio , perchè se il 
sommo de' non Toscani porrassi a fronte dell'infimo 
infra' Toscani, non sarà per vero né dubbia ned on^r 
rata la palma. 

XXIII. 
w Tenni , dice l' Alfieri^ in Firenze. ^ Mi vi applicai 
^ moltissimo all' impossessarmi della lingua parlabile , 
p e conversando giornalmente eon Fiorentini, ci per- 
^. venni bastantemente. Onde cominciai daqud tempp 
» a pensare quasi esclusivamente in quella doyiziosia<- 
» sima ed cibante lingua ; prima indispensabile base 
» per bene scrìverk» «. 



3a 



SEZIONE SESTA. 
Dei dialetti Italiani, 



• • • a 



TÌTimns ambitiosìp 
Paupertate omnes «... 

In 7. 



L 



I, 



Ll Perticari con un bell'argomento Aristotelico st 
affiitica a dimostrare che V Italia ' ha nna lingua nazio^ 
naie italiana. Che avrebbono detto mai gli Ateniesi. S6 
un Arcade si fosse argomentato di vituperare il loro 
dialetto 9 mostrando con dotti ragionamenti che i Greci 
parlano grecfo? 

W. 

Non è prato che* non porti alcun fiore } non tutti i 
prati son perciò pari a Tempe. 

III. 

Quello spirito d'imitazione servile , quell' affettazione 
ì^dicola, quella confusione de'varii stili in uno stesso 
subbietto, quell» oregHgenza del numero oratòrio e poe- 
tico , quella eleganza: impropria cioè barbara , quella 
specie di stile dilombato > impossente, rimbambito, che 
a molti de' non toscani ammiratori e seguaci de' to - 
scani modelli potrebbesi rinfacciare; chi è che possa 
trovarlo del pari negli scrittori toscani del secolo deci^ 
moquinto , del decimottavo , e non dubito dire del de- 
cimonono ? 

IV. 

Que' sommi Latini che in Roma non nacquero , in 
Roma trascorsero però della vita gran parte ; e delle 
latine eleganze attinsero alla viva e purissima fonte. 



55 

y. 

Quanti fion sono ì toscani plebei , àxe cosi scis- 
sero , come il rude loro talento dettava , e scrissero 
pure elegante ? Quanti non sono . gli scrittori italiani 
che, ninna parola adoprando che illustre non sia^ pur 
son barbari e a leggere più insopportabili di qualsia 
scrittore plebeo ? 

VI. 

« Per quanto all' età de' dialetti ( dice il Lancelot 
» nella sua Grammatica Greca ) li yeggiamo confusi 
» assai ; perchè credono che l'Attico, Dorico, ed £o- 
)» lieo , sieno nati prima d' Omero y quando sorger si 
> videro in istagione assai più fresca. E ci duole che 
» questa verità sia stata sinora ascosa; onde poi è nata 
» la ferma opinione , comechè falsa , che in Omero vi 
» sieno tutti e quattro questi dialetti: come se i suoi 
» divini poemi fossero una tessitura di varli linguaggi , 
» a guisa di un bel grottesco ». - Cosi si risponde 
a coloro che vogliono nelle cose della lingua far para- 
gone da Dante ad Omero. 

VII. 

A questo proposito' il Perticari cita Plutarco iu Ome- 
ro, lo non so che Plutarco abbia scritto Opuscolo al- 
cuno che da Omero si nomi. Ci ha beue la vita d'O- 
mero da Erodoto scritta; ma quivi non si fa certo 
parola de' quattro dialetti. 

VIIL 

Se Omero le varie terminazioni e le varie forme 
del pronunciare gli stessi vocaboli tolse da' varii dia- 
letti , e se 1' esempio d' Omero potesse al nostr^ uopo ^ 
dà ciò verrebbe che gV Italiani scrittori potrieno le ter- 
. ininazioni de' varii dialetti italici insieme confondere ; e 
nella lingua illustre, ora dire aspettato^ era aspcttao , 
ora speccià; ed altre simili gentilezze. 

5 



34 

IX. 

Né vale opporre cL* Erodoto , scrivendo Ionio, fosse 
per tutta Grecia tenuto scrittore elegante; né che Ari- 
stippo ne' tempi della più fine cultura dell' Atticismo 
alla famosa Taide scrivesse un libro nel dorico dia- 
letto; perocché tale proprietà de' dialetti Greci é tutta 
e sola di quella lingua , si che stolta e ridicola pre- 
tensione sarebbe volerla al dialetto padovano od al 
bergamasco applicare. 

X. 

Dorico scrisse anche Pindaro : ed é pure il più so* 
vrano lirico che Grecia vanti : non però avvenne mai 
che i Beoti, benché contermini agli Attici, il lor dia^ 
letto credessero potersi ali* attico pareggiare^ 

XL 

V esser nato toscano ^ f avere lavato fn Amo il 
bellico ec. ec. , sono ormai divenute facezie eloquen- 
tissime. Or mi si dica perché que' Francesi, la cui let- 
teratura non é , quanto a lingua , contaminata di quel 
vitupero che noi appelliamo pedanteria, perché, dico, 
i Francesi distinguano nelle poesie di Rousseau quelle 
eh' egli compose a Parigi e quelle che in Isvizzera od 
in Alemagna ; ed accusino le seconde di certa diction 
tudesque, che certo non é sinonimo ^Aulique, 

XII. 

Chi mi sa dire perchè nelP illustre e serenissima re- 
publica Veneta la lingua scritta fusse si goffa e si bar- 
bara? Non erano forse gente Aulica i Nobili Yeneziani^ 

XIII. 

« Per imparare,, dice il Castelvetro, la lingua ^or 
» rentina de' libri meglio é T essere fiorentino che Ì(y 
» restiero , poiché questi possiede la lingtia più dissi' 
» mile e quegli la più simile; e appresso, perché cfy 
' » lui che s'intende più d'una lingua, pecca meno n^^^ 
» proprietà , nell' usarla » . 



55 
XIV. 

Della lìngua toscana dagli stranieri studiata neMibri 
potria ripetersi ciò che delle lingue morte già dissè^ 
Pab. Gedoyn. « Je ne parie ni des temies d^art qui 
» nous sont si pen connus en grec et en latin , que 
» nous les ignorons pour la plupart idans notre propre 
» langue : je parie des mots de Tusage conuiiun et or-> 
» dinaire , et je dis qu'il y en a , dont les diiTerentcs 
» aeceptions hous jettent dans des m^prises in^vitables » . 
— Che ciò si possa* alla nostra questione applicare^ 
n'è pruova la Proposta del Monti. Di che vedi le com- 
mendabilissime e veramente Socratiche lettere dell' ab. 
LampredL 

XV. 
« Si veggono , dice il Bembo y le toscane voci mi* 
» glior suono avere clie non hanno le viniziane. Né 
» elle cosi tronche si vede che sieno, e mancanti, co- 
li me si può in buona parte delle nostre vedere , le 
v> quali ninna lettera raddoppiano giammai » . £ pure il 
Veneziano è un de^ buoni dialetti. 

XVL 
ff Molte guise ( dice il medesimo Bembo ) usano i 
» toscani uomini, piene di giudizio, piene di vaghez- 
» za ; molte grate e dolci figure che non abbiamo noi ». 

XVIL 
I documenti dal Perticari citati provano bene T an- 
tica simiglianza degl' italici dialetti , ma ndn la mo- 
derna egualità. 

XVIII. 
Della vera norma con che giudicare della eleganza 
e della proprietà deMiversi dialetti, eh' è la logica ve- 
rità , io voglio dire la rispondenza della parola alla 
cosa e della espressione al pensiero , il Perticari in 
quattrocento pagine né pure un cenno. 



36 

XIX. 

: 11 solo punto a cui poteano i Lombardi nella pre- 
sente questione appigliarsi^ fu da loro negletto. Essi 
parlano di. vocaboli sempre, non mai d^lle frasi. £ à 
parmi cbe eglino potessero molto ben sostenere , che 
gì' Italiani dialetti , quanto a' vocaboli , incomparabil- 
mente del toscano più rozzi, non sien però: si lontani 
da. luì , quanto è alF evidenza e(i alla varietà delle frasi 
Io dico:. non sien sì lontanL Ciò non significa né 
uguaglianza e nemmeno diritti a rivalità. 

XX. 
Ciò che qui giova notare si è , che dopo . aver- co- 
nosciute alla meglio le toscane eleganze , .gì' Italiani 
possono e debbono ricercare, se nel proprio dialetto ci 
abbian bellezze da poter nella lingua scritta con de- 
coro, inserire. Il saggio temperamento della lingua scritta 
con la parlata , cioè della natura con 1' arte , può solo 
condurre alla vera perHezion dello stile. 



FlNB DELLA PARTE PRIMA.. 



IL PERTIGARI 



CONFUTATO 



DA DANTE 



VMMVMWV^fVVIMAAMMMVMIW^WV^^/MWV^WV^^MMMMAWIMAMAAMM/ 



PARTE SECONDA 



SEZIONE PRIMA. 



Del Libro della vidgare Eloquenza. 



Ne limas parvnli. jactati ot circamlati 
omni Tento doctrinas. 

Ap. Sph. 



I. 

IIbl primo Capitolo, contra le dottrine della Lm* 
gua Àulica y quale i moderni le intendono , io leggo : 
« Il parlar Yulgare chiamo quello, nel quale i fanciulli 
» sono assuefatti dagli assistenti, quando primieramente 
» cominciano a distinguer le voci. - Ecci ancora un 
» altro parlare, il quale i Romani chiamano Gram« 



38 

» malica. - Dì questi due parlari il Vulgate è più no- 
» bile , si perchè fu il primo che fosse dall' umana 
» generazione usato ; si ancora per essere naturale a 
» noi , essendo quell' altro artificiale ». 

II. 

Leggi , mi si dirà , questo tratto del Capo sesto ^ 
(V Noi , a cui '1 mondo è patria , siccome a^ pesci il 
» mare , quantunque abbiamo bevuto 1' acqua d' Amo 
» avanti che aressimo denti, e che amiatno tanto Fio* 
» renza , che , per averla amata y patiamo ingiusto esi- 
li lio , nondimeno le spalle del nostro giudicio più alla 
» ragione che al senso appoggiamo » . •* Ebbene ? Dante 
quivi non nega che il fiorentino dialetto sia '1 miglio- 
re d' Italia ; dice che la lingua fiorentina non è la 
migliore infra tutte le lingue del mondo, passate e pre- 
senti. Tra queste due sentenze ci ha, parmi> qualche 
divario. 

IIL 

Ma quelli che dicono sì, sono tutti Italiani. — E che? 
L'eleganza della lingua italiana consiste tutta in dir sì? 
Il Francese è la lingua ove 1' oui suona : sarà perciò 
vero che in Francia tutta si parli con eguale nitore e 
purità? " E pianta anche il pruno. 

IV. 

Si dirà forse che la grammatica è quella che fa lin- 
gua nobile di plebea? - « La grammatica, Dante dice, 
» non è altro che una inaltdrabile conformità di parlare 
» in diversi tempi e luoghi 4. -Allorché desinenza sarà 
fatto sixiommo d' eleganza , il Periicari avrà viuto^ 

.V. 

Ove trattasi di mostrare la preminenza che ticn l'ita' 
liano Vulgarc sul provenzale e il francese, Dante bo» 
cita né Guidò Bolognese , uè Federigo di Sicilia s nh 
Veneti \ uè Romagnuoli ; txotpnìn^ Ciao da Pistoia e sé 



Ì9 
stesso. ?7on lieve iudicio del conto ia eh' egli tenca 

gì' italiani Scrittori a rioipetto a' Toscani. 

YI. 

In ogni dialetto scopre Dante difetti; ma dove più, 
dove meno. « Non è da preterire i die* egli , che in 
a vituperio di queste tre genti .( Romani , Anconitani , 
a e Spoletani ) sono state molte Canzoni composte, tra 
n le quali ne vidi una dirittamente e perfettamente le-- 
» gata, la quale un certo Fiorentino aveva composto, 
» e diceva ... w. Or se tra' dialetti italiani, un da quel 
tempo, non fusse stata notabile la differenza del Bello, 
come sarebbe un Fiorentino stat' oso di comporre Can- 
zoni in vituperio del Yulgare romagnoolo, senzachè i 
Romagnuoli ne prendessero , potendo , vendetta ? E se 
presa V avessero , Dante t giusto com' è , non l' avrebbe 
a questo luogo taciuta. 

VII. 

In quello stesso Vulgar siciliana cbe Dante par com- 
mendare sovc' altri , e di cui cita ad esempio le due* 
Canzoni ad Amore, i propugnatori delle sicule eleganze 
obbliarono di trascrivere que' dee versi, cosi come giac- 
ciono in Dante : 

Amor, che iongiamente m^hai menato. 
Amor , che Y aigua per lo foco lassi. 
Or se in soli due yersi, e citati a modello^ due storpia- 
ture co^ deformi s' incontrano, che dovrassi argomen* 
tare del resto? £ se gli Scrittori del siculo Cortigiano 
dicevano aigua e Iongiamente per acqua ^ e per lun-* 
gamente , non potrà dirsi che il toscano Yulgare è 
men sozzo di quel siculo Illustre di cui così alte si fe- 
cero e cosi liete le grida? 

Yin. 

» Guittone d' Arezzo non si diede mai , dice Dante^ 
» al Yulgare Cortigiano »» Ebbene: scnùam come seri- 



4o 

Ta nel sao toscano plebeo, qoesto rozzo Guktoiw: 
Ben forse alcun Tcm dopo «fnalche anno» 
Il qual, leggendo i miei sospiri in rima. 
Si dolera della mia cnida sorte. 
E chi sa che colei eh' or- non m' estima , 
Visto con il mio mal giunto il suo danno 9 
Non dcggia lagrimar dcUa mia morte. 
Se Guittone vssl dolzore ^ sorpriso, peniers, pavento y 
rancura , Deo , qacsle voci medesime noi troTÌaroo 
nella divina Commedia, oeU' altissimo specdiìo de V il* 
lastre favella. 

IX. 
Nel Capitolo stesso, in cui Dante condanna GuilloDe, 
leggonsi condannate le due voci plebee fiorentine, jna- 
nicare ed introcque^ che nel divino poema Dante me- 
desimo adoperò. Questo solo argomento , s* altri man- 
cassero , basterebbe o a distruggere I' autorità di quel 
libro, o ad assennare il lettore che a cotesto vocabolo 
dì lingua illustre s'ingegni, per F onore di Dante, 
altro senso donare più vero , e , convien dirlo alla li« 
l>«ra , men puerile. 

X. 
Che non tutti sieno i dialetti, al giudicio di Dante, 
dalla nobiltà della lìngua scritta egualmente lontani, 
queste sue parole cel mostrano, «e Tra i Yeneti abbia- 
» mo veduto uno , che sì è sforzato partire dal suo 
» materno parlare , e ridursi al Yulgare Cortigiano : e 
>* questi fu Brandìno Padoano ». - Io lascio eh' altri 
dia mente a quella non vana espressione: 41 è sforza* 
to : io ricorro al Boccaccio per intendere che dir vo^ 
glia parlare materno ; e trovo nelF Epitafio di Dante, 
che nel parlare materno scrìss'egli la divina Commedia; 
Carmine materno decurso prorsus Averno. 



4i 
XI. 

Dalle seguenti parole, la distanza che corre tra l'uno 
e V altro degV italiani dialetti è ancor più chiaramente 
indicata : « I Ferraresi e i Modenesi hanno una certa 
» loquacità , la quale -è propria de' Lombardi. Questa , 
» per la mescolanza de' Longobardi forestieri, crediamo 
» essere rimasa negli uomini di qne' paesi i e questa è 
» la ragione, per la quale non ritroviamo che niuno, 
» né Ferrarese, né Reggiano, né Modenése, sia stato 
» poeta ; perciocché , assuefatti alla propria loquacità , 
» non ponno per alcun modo senza qualche acerbità 
I» al Vulgare Cortigiano divenire ». - Ed appresso: 
» Trento , e Turino, ed Alessandria , città sono, tanto 
» propinque ai termini d' Italia, che non ponno avere- 
» pura loquela: talché, se, così come hanno bruttissimo 
» Vulgare, cosi l'avesseno bellissimo, ancora n^herei 
» esso essere veramente Italiano, per la mescolanza che 
» ha degli altri ». - Or qui fermiamci un istante. Che 
vuol dir mai ? Quelle città àH Italia non hanno pura 
loquela , e s* anche avessono bellissimo Vulgare , 
non sarebbe Vulgare italiano. Dunque per bello Yul- 
gare qui non intendesi 1' eleganza , non la purità della 
lingua, non la proprietà; ma la mera pronunciaztone. 
Dunque per lo difetto di torta pronuncia d' alcuni vo-. 
caboli ha Dante dannati i Ynlgari tutti d' Italia , non 
omessone il fiorentino. . Bello in tutta Italia puot' essere 
il Vulgare illustre; ma quindi non segue che pura debba 
esseme la loquela: questa purità specialmente al tosca- 
no dialetto é serbata; questa purità costituisce il primo 
pregio della lingua scritta italiana: ed avvi tal cittadi- 
no d' Italia-, il cui parlare , ( Dante stesso é che '1 di- 
ce), comeché purgato a Grammatica, non potria però 
dirsi Italiano. 



4a 

XII. 

Giova penetrare più addentro Del sistema di Dante. 
« In ogni generazione, dic'^liy di cose^ è di bisogno 
« che una ye ne sia, con la quale tutte le cose di quel 
« medesimo genere s' abbiano a comparare , a^ ponde* 
» rare, e quindi la misura di tutte pigliare ». - Qae-i 
st' italico illustre per tanto non è che un' astratta my' 
sura, un Sommo ideale: né la misura può punto sce- 
mare od aggiungere alla concreta grandezza delle cose. 
Tanto è ciò vero, che il nostro testo, poco poscia, sog^ 
giunge: <c II Yulgare che di sopra cercavamo^ è quello 
« che Ad. ciascuna città appare , e che. in -niuna riposa. 
» Può ben più in una che in un' altra apparere, come 
» fa la semplicissima delle sustanze, ch'è Dio, il quale 
» più appare nell' uomo che nelle bestie, e nelle pian- 
M te ; e più in queste che nelle miniere j». — Io non 
chieggo che dall' uno all' altro dialetto tanta differenza 
si ponga quiant' è dall' uomo alla bestia : ma le citale 
parole, ognun sente, darebbono a ciò pieno dritto. 

XIII. 

l^el Capo diciassettesimo, Dante Boyéllamente propone 
Gino e sé stesso , siccome benemeriti dell' avere « di 
j» tanti rozzi vocaboli italiani . . . ridotto un Yulgare eoa 
a egregio, cosi districato». -Onde, foss'anco, die ìb' 
nanzi ai tempi di Gino e di Dante i siculi Scritton 
allo stile illustre più fossero prossimati : Gino e Dante 
però , entrando sì bene oltre dinnanzi a quelli , mo* 
strarono col testimonio( de' fatti , essere il loro natio 
dialetto, maggiore e miglior vaso del sommo e pciietto 
valore di questo, che tante volte ci è Ibrza nomare, ita' 
lieo Illustre. 

XIV. 

4 

Le Dantesche sentenze dirittamente repugnano all' opi- 
nion de' Moderni , che si nomarono vendicatori deH^ 



43 

fatila di Dante. La stabilità , gridan essi , della lingua 
cortigiana è la somma virtù, che lei scevera dal parlare 
del vulgo. £ Dante grida di contro : « il Yulgare iUu* 
» sire veramente appare essere padre di famiglia. Noa 
» cava egli ogni giorno gli spinosi arboscelli dclF ita- 
li» lica selva? Non pianta egli ogni giorno semente e 
» inserisce piante? che fanno altro gli agricoli di lui^ se 
» non che lievano e pongono, come è detto? » - Spet- 
ta ora ai difensori di Dante o conciliar la dottrina del 
levare é dèi porre , del cavare e dello inserire , con la 
immutabilità della lingua; o confessar che diversa dalla 
nostra era al tutto V età in cui quel libro fu scritto ; 
^ ch'esso non vale a ricidere le nostre liti. 

XV. 

Dante in quel Capitolo ponsi a contraddizione non 
solo co* suoi difensori, ma seco irtesso. Dopo, aver detto 
che « la Cortigiania niente altro è , che una pesatura 
» delle cose che s' hanno a fare, e che quel^ che con- 
» versano in tutte le corti regali , parlano sempre con 
» Vulgare illustre, soggiunge: 11 nostro Vulgare, come 
» forestiero, va peregrinando e albergando negli umili 
» asili, non avendo mai culla». -Niente dico di quella 
ridicola definizione della Cortigiania ; chieggo solo : se 
chiunque in corte conversa, parla sempre Yulgare illu- 
stre, perchè dunque il Yulgare illustre a que' tempi iva 
peregrinando e albergando negli umili asili ? 

XYI. 

Nel principio del Libro secondo si prova che non tutti 
denno i versificatori scrìvere lingua illustre. — « Con- 
« venendosi gli ottimi cavalli agli ottimi soldati , agli 
» ottimi concetti l'ottima loquela si converrà. Ma gli 
» ottimi concetti non ponno essere , se non laddove è 
» scienza ed ingegno ; adunque V ottima loquela non 
» si conviene; se npn a quelli eh' hanno scienza ed^ in- 



44 

» gegno* E così, non a tutti i versificatori si conviene 
n ottima loquela, « conseguentemente né Fottimo Yul- 
» gare ; conciossìaché molti senza scienza e senza in* 
» gegno, facciano versi ». - Anclie di questo passo da- 
gV illustri difensori di Dante aspettiamo ragione. 

XVII. 
Frattanto mostrisi ad essi ciò die s* abbia veramente 
ad intendere per lo Yulgare illustre Dantesco i e mo- 
strilsi con le parole di Dante. ~ <r Essendo questo 
M Yulgare illustre ottimo sopra tutti gli altri Yulgari, 
» conseguente cosa è, che solamente le ottime materie. 
» sien degne d' essere trattate in esso ». - Quinci chia- 
rissimo appare, che il Yulgare illustre di questo trat-- 
tato, laddove non riguarda la pronunciazione, riguar- 
da più lo stil che la lingua. Se ciò non fosse, come 
mai si potrebbono ragionevolmente esplicare le seguenti 
parole ? - « Le materie che sono degne dello eccellen- 
M tissimo Yulgare sono parimente degne dèlio ecoel- 
» lentissimo modo, e conseguoitementeson da trattare > 
» nelle Canzoni », 

XYIII. 
Se dubbio restasse , a dileguarlo , la seguente dot- 
trina del quarto Capitolo sola varrebbe. - « Se le co<> 
» se, che ci occorrono, pare che sieno da essere con- 
» tate nel modo tragico , allora k da pigliare il Yul- 
» gare illustre: ma se sono da cantarsi con comico,. 
» allora si piglia alama volta il Yulgare mediocre, ed 
» alcuna volta 1' umile : k divisione de' quali nel quarto 
» di quest' opera riserbiamo a mostrare. Se poi con 
» elegiaco, bisogna che solamente pigliamo l'umile ». 
* Dalle quali parole ogni anima ragionevole dee certa- : 
mente dedurre, i.** Che Dante il suo Poema scrivesse 
non nel Yulgare illustre, ma nel mediocre e nell' umi- 
le, a.^ Che nel sistema di Dante , l' Elegiaco richiede 



45 
fangoa meno illustre del ComicD. 3.^ Che la dottrina di 
Dante nelle nostre questioni a nulla yale; insin che un 
altro Gorbinelli non surga, e stampi a Parigi il quarto 
libro del premute Trattato f ov' è riserbato il parlare 
dèi Vulgar mediocre e dell' umile, cioè di quel Yul- 
gare' in eh' è scritto il divino Poema. 

XIX. 

Non la mistura de^ vari dialetti Italiani, ma l' arte 
e la scienza credeva Dante necessarie a dover degna- 
mente le alte cose cantare. Però vitupera - « la scioc- 
n chezza di coloro, i quali senz'arte e senza scienzia, 
» confidandosi del loro ingegno , si pongono a cantar 
» sommamente le cose somme ». - Questa è la vera 
dottrina di Dante: qui trattasi della dignità attempe- 
rata al subbietto; che certo da uom vulgaré e ignorante, 
in un secolo già corrotto, non potrà mai essere né ben 
cognita né bene asseguita ; non della venustà e molto 
meno della purità de la lingua , che vien da natura , 
che ad Atene più che a Tebe è concessa, a Parigi più 
che a Losanna. 

XX. 

Ma il fatto in ogni questione è il più splendido te- 
stimonio del vero. - mirare per Ritrarre , Pina per 
Piena , Spenta per Spinta , delito , giovene , presto , 
rivera , fané , tututto , tol , ponta , ricole , Jado , qf^ 
Jan, meggio, vego, descazza; queste e altre simili voci 
plebee, son di Dante : e delle Canzoni di Dante , cioè 
dello eccellentissimo Vulgare italiano. - Ora io dico: 
o queste al suo tempo eran voci toscane, o lombarde. 
Se Toscane, i.® adunque Dante niente tolse a' Lombardi 
dialetti , 2.° adunque il dialetto toscano s' è dapppi ri- 
purgato , e più non merita la condanna fulminata da 
Dante , 3.° adunque Dante seguiva quegl' idiotismi me- 
desimi ch'egli avea condannali. Se Lombarde, o elle 



46 

erano , io soggìangò , lombarde della Hagtia plebea d 
de la illustre. Se della plebea, dunque Dante non ricu* 
sava le plebee profferenze : se della illustre, dunque la 
lingua iUustre lombarda era più vile della toscana ple- 
bea ; poiché pina , spenta y delito , nessuno mi per* 
suaderà che sien voci più nobili delle toscane plebee 
piena, spinta , delitto. Contrappongano a questa di* 
lemma, se ponno, gì' illustri ayversarii, ragioni e non 
citazioni ; poscia intuonino il cantico della vittoria. 



47 
SEZIONE SECONDA. 

Della Divina Commedia. 



Die, q^lbus in terris , et oris milii magnns Apollo, 
Tres c8b1ì patfat spatiam non amplìos nln&s. 

TiBa. 



L 



D, 



BLLÀ preferenza da Dante concessa al natio dia- 
letto , argomento ci si offre- nel decimo Canto, laddove 
Farinata , sentite le voci del Fiorentino , soggiunge : 
O Tosco, che per la città del foco 
Vivo ten vai , cosi parlando onesto. 
S' anco Yolessesi dubitare , che onesto non abbia il 
senso, che nel secondo dell'Inferno; ninno, io spero, 
negherà , che que' versi « 

La tua loquela ti fa manifesto 
Di quella nobil patria natio 
non tornino in ]ode del tosco idioma. Perchè , se la 
loquela di Dante stata non fiisse Toscana, non l'avria 
Farinata riconosciuto a quel segno ; e se stala fusse 
ignobile e goffa , non avrebb' egli , li appresso , quasi 
per antitesi ironica, apposto l'aggiunto di nobile dXÌA 
città di Fiorenza. 

IL 
La confusion delle schiatte , e il salire ad alto del 
villan d'Agugh'one, che nel decimosesto dell'Inferno li 
lamenta, ed altrove, serve a mostrare per indiretto ar- 
gomento la naturale nobilita della Tosca favella : poi- 
ché , sebbene spessissimo 1' oro e la fraude dovessero 
in que' repentini elevamenti aver parte ; pur non è a 
credere che, in istato di republica, l'uso àncora della 



48 

parola non fusse alle ambiziose speranze dr que' plebei 

conducevole e fruttuoso. Ora, se nello schietto sermone 
dì que' villani d' Agnglione e da Sign» non fusse stata 
certa dignità , certa grazia » non artificiale ma tutta 
natia , come mai nelle dicerie popolari , e nei publìci 
reggimenti avrien costoro potuto fuggire il dispregia 
universale e lo scherno , posti al paragone degli uo- 
mini nobili di Fiorenza , li quali è da credere » che con 
la parola e con V opera avranno tentato negli ordini 
loro la pristina dignità ritenere ? 

ra. 

Nel vigesimosesto dell'inferno s'indtxcfs un Lombarda 
parlante : 

. . . Issa ten va ; più non t' aizzo. 
Io non bado ora al modo con che ne' dialetti Lom- 
bardi solesse pronunciarsi il vocabolo aizzo; ma chieg- 
go se nel senso che Dante quivi gli appone , la voce 
aizzo , ben pronunciata , sia propria , soave , elegante. 
- Quel che r Toscani ora dicono penne y ora è venuto, 
ì Veneti sempre dicono xe vegnìi. Io non guardo 
ora alla pronunciazion del vocabolo: chieggo solo se 
nobilmente pronunciato cotesto xe vegnà, sia sempre 
di proprietà eguale al venne -< Qnést' è '1 punto sommo 
che i valenti avversari fìnsero d' ignorare: non trattasi 
di sapere, se tutte le vulgari favelle corrompano, in 
pronunciando, le voci; trattasi di conoscere^ quale fra 
queste favelle abbia voci più nobili , più dolci , più 
belle , e tali insomma, che , ben pronunciate , valgano 
a meglio accamare 1' umano concetto* 

IV. 

Bonaggiunta toscano confessa nel Purgatorio , se es« 
sere da Dante vinto nella soavità dello stile : e qual 
causa ne adduce? 



49 
Io veggio ben , come le vostre^ penne 

Diretro al dìtutor sen vanno strette. 
E qoal più a gradire oltre si mette 

IVon Yede piii dall' uno all' altro stilo. 
La qoal verissima e troppo dimenticata sentenza, quanto 
detragga alla dottrina del dir Cortigiano , quanto ag^ 
giunga dì pregio a quell' aurea semplicità naturale, che 
non può compensarsi . dall' arte ; qual è retto spirito- 
che n^l scola 2 

Dopo aver Dante vaticinato, che tal nascerebbe che 
l' un , Guido e V altro dovrla cacciare di seggio , può 
ben dir senza taccia di soperchia modestia » parlando 
del GuiuicelU» 

^ , il padre 

Mio ...... 

lo pfotrei dire che padre qui s' Intende d' età non 
di merito : ma sia pure. Yorrem noi aifcrmare che 
Dante da Guido apprendesse la lingua ? siffatta intcr> 
pretazione' basleria sola a dar giusta idea dell' intero 
sistema. Ma sia ancera , che Dante abbia .'da Guido 
imparata la lingua : non l'ha egli cacciato di nido? £ 
donde avvenne che in cinque secoli niun Lombardo 
surgesse a cacciare di nido, non dico Dante o il Boc- 
caccio, ma né il Villani, né il Paudolfìnl, quant'è ad 
eleganza di lingua ? - E perchè, ripetiainlo, tanti vulgati 
Toscani scrissero meglio di tanti Italici illustri? E perchè 
gU Italici illustri studiano ancora ne' vulgari Toscani ? 

VI. 
^el vigesimoquarto del Paradiso mi parvero notabili 
i versi seguenti ; 

Che l' immaginar nostro a cotai pieghe , 

Non chè'l parlare, è troppo color vivo. 

Qui , volto a' facondi avversari , dirò : questa vostra 

4 



So 

lingoai italica iUiistre, a Af^auaaàe caprimàne certe 
idee gencnli san sufficienle; ma cvre si Tenga alle 
pieghe de' più ddicati concclti, ove sia n^o dipingere 
daTYicino la natura co' suoi più «diletti odori , la vo- 
ttra lingua Aulica, è troppo color vii^. Il Trattato 
dd G>ri^ano , fl Libra ddla Ra^;ione Poetica , ed 
altri a rg omenti gceeri ci finxmo ncUa lingua itilica con 
dignità pertrattati: quantunque io non creda, die sei 
Castiglione, co* Lombardi suoi, fosse stato d^ìnno al 
tatto ddle toscane deganze, arrìa scritto a qud modo 
di*e'scrìsK. Ma scriTcre eon degaiiza fl trattato d'un' 
arte , dettare eon vcno una Commedia , una Norcila , 
una Satira , crederc m noi die 1 si possa ndT italìeo 
illustre senza il sussidio dd Yulgare toscano? Qua! &tto 
è che 1 proTÌ? 

VIL 
Ogni Tidgare h mutabile. — Ebbene? Non è fime 
mutabile ogni fiiTeUa viTcnte? 

E ciò couTicne: 

Che Fuso de^mortdi è come fironda. 
In ramo ; eh* una ya , e T altra viene. 
6e dtro argomento contra 1 reo SiTdlare dd vulgo 
Don ha la sapienza lombarda , noi la eonsiglieremo 
scriTere non più italiano , n^ latino , né greco ; ma 
pretto ebraico y siccome Tunica lingua eh* è Tcramente 
immutabBc* 



5i 



SEZIONE TERZA. 

Delie autorità dal Perticati citate 
che nocciono alla sua causa. 



Yerum ntrnm illios , an nei , quid ad me ? 
Utor tam bene» qaam mihi pararim. 

Catulu 



I. 



e, 



(iTANO lo Speroni , che la lingua scritta italiana 
dice quasi sempre toscana: citano il Boccaccio^ che se 
dice, e Dante avere scritto nel Yulgar Fiorentino: citano 
una lettera di Virgilio da Cesena , che attesta aver 
Dante scritta la favella delle piazte : citano il Guic- 
ciardini, che afferma, che d^età in età si mutano noiì 
solo i vocaboli, ma i modi del vestire e i costumi; da 
che, seguendo il loro ragionamento, verrebbe, ch'uom 
non dee vestir come gli altri, perciò che ì modi del 
vestire si mutano. 

II. 
Dice il Gravina nel Prologo delle Tragedie, d^^gli , 
uomo avvezzo a libero volo, non si può contenere 
dentro il circuito d* nna^ sola lingua e d' un solo po- 
polo. - 1 Lombardi , a favor de' Toscani , non pote- 
vano addurre più valida autorità di ^el Prologo e di 
^elle Tragedie. 

IH. 

Se il Talletnant dice, ch'è orgoglio, ma non ragione 
il credere, che una lingua sia da più dell' altra , non 
arrossirem noi di ripetere questa falsissima ed irrazio- 
nale proposta ? E se il Sacchetti affermò che il Fio* 



5a 

retitino moveva una ììngna con 4in Latioo , nh Fran- 
cesco , né Latino , ne Unghero , né Ermino , né Sa- 
racino , né Barbaro , né Tartaro , né Scoto , questa 
ridicola autorità potrà fame chiuder l'orecchio al dol- 
cissimo suono delle vulgari eleganze di che lo stesso 
Sacchetti adornò le sue carte? 

IV. 
La più forte autorità che nel libro del Perticari con- 
tro a* Toscani s' adduca , é di due Toscani che dannano 
gli errori grammatici della propria lor lingua. Ma i 
Quaderni de^ Mercanti di Firenze, e, in età più pros- 
sima a noi , gli scritti di Benvenuto Cellini , bastano 
bene a mostrare, che l'ombre di pochi errori non val- 
gono a coprire la luce di tanta eleganza. - D'altronde, 
il Raynouard, dal Perticari citato, già disse che le ec- 
cezioni non son che vestigia di leggi più antiche:, e 
molti di que', che i Lombardi credettero errori i non 
sono che anomalie. 

V. 

Noi dispregiamo la plebe , perché la plebe , ì pe- 
danti e la fortuna , sono i tre nemici perpetui di tutti 
i buoni. - Aurea sentenza davvero ! - E perché nelle 
antiche republiche , dice Aristotele , chi volea essere 
stimato illustre , gridavasi nemico eterno alla plebe. — 
Eh! contro r autorità d'Aristotele non, c'è che. ridire. 

VL 

Il Bolognese Guinicelli fu il primo , da cui la bella 
forma del nostro idioma fu dolcemente colorita. - La 
forma, é vero; ma forma non é materia. Lo stil suo fu 
miglior che lo stile de' suoi 'precessori ; egli seppe far 
uso migliore delle vulgari eleganze del secol suo : non 
però che le eleganze de' vecchi Toscani fussero men 
vere , perciò eh' elle erano collocata men bene. 



5S 
VII. 

Che diranno i Toscani, se noi^ prendendo i diversi 

Vulgàri d' Italia , e affrontandoli col Volgare illustre , 

' troviàm che tutti né sono a un dipresso egualmente 

distanti? - Proviamci. Questo è il Vulgare fiorentina 

d* oggidì. 

Dagli scherzi comici delFAb, Zannoni, 

•r L' abbia dcmche da sapere , eh' appena eh* ì ebbi 
» finico 17 anni, i m'innamorai alla maladetta di Gian 
» Domenico Liniii , e lui puriuiente e' s' innamorò di 
» mene. » 

Questo è il vulgare Napoletano dell'età del Boccac- 
cio. La differenza dell' età è tutta in danno de' Toscani, 
tutta in prò de' Lombardi. 

Dopo F epistola del Boccaccio a Francesco àé Bardi, 

« Facimote adunqua , caro fratiello , a saperi ,* cha 
» lo primo juomo de sto mese de Deciembro Machinti 
» filliao , e appe uno biello figlio masculo , cha Dio 
» nce lo garde> e li dea vita a tiempo e a biegli 
i>^ anni. » 

Di ventisei vocaboli , nel Vulgare Napoletano , otto 
soli non son corrotti ; e nel Fiorentino , di diciannove 
vocaboli, quattro soli son guasti. E ciò vale a dire , che 
nel dialetto Napoletano , di quattro parole vulgari hav- 
ven' una d' illustre j e nel Fiorentino, di cinque illustri 
havven' una vulgare. O per dire più chiaro , che assai 
maggiore distanza è dal vulgare Napoletano al Fioren- 
tino , che dal Fiorentino all' Illustre. 

Vili. 

Il Perticari vorria dimostrare, che dal plebeo Fio- 



54 

rentino, dal plebeo Roaia|;iiao1o , dal pldieo Pugliese, 
eorrettì a graminalìca , riexe lingna del pari bdla «ed 
ììÌDStre, " Rispoodo in prima, die il Fiorantiiio del» 
l'Ab. Zannoni h pretto plebeo; ma il Ptogliese e il 
Romagnuolo delle due Cronache dal Pertieari citate , 
obi ne accerta cbe sieno apposta scritti per imitare il 
plebeo RomagoQolo e 1 Pugliese ? Non dorea già il 
Pertieari porre a fronte il plebeo fiorentino ddl' otto- 
cento con le cronache dd trecento; doTea piottosto 
tradurre il plebeo Fiorentino ddT ottocento nel plebeo 
Veneziano delF ottocento ; e dire : 

tt Donca la sapia che mi g^Tera ditisrtte anni com- 
» pii, quando me so inamorada, co sta ben, de Zan* 
ji dòmenego Lirudi, e dM l& istfswmeple d se gà 
» inamorà de mi. » 

Poi rispondo, cbe qoe' Yulgarì Romagnnolo e Puglie* 
se , ridotti a norma grammaticale, non danno lingua si 
pura e si propria, come il volgare dell* Ab. Zannoni» 
Mi si mostrino nel citato periodo Fiorentino impro- 
prietii simili alle seguenti ; 

Plebeo Bomagnuoìo, 

4 

« La cittate di Roma stava in grandissima travaglia; 
» rettori non aveva; ogni di si còmbattea; da ogni 
• parte si derubava; ove era loco di vergini, si vitu- 
» peravano ; non e* era riparo ; le piccole zitelle si 
> ficcavano , e menavansi a disonore » • . • • 

Plebeo Pugliese, 

«r A Barletta ne intravenne un grande caso. Fu 
» trovato dalli fratelli d*una zitella, così bella quanto 
» sia in tutta Barletta , Messer Amelio > cameriere dd 
» Re 9 



55 

A chi di tai frasi non sente T ineleganza, noi non ci 
arresteremo a rispondere più lungamente. 

IX. 

Che t antico primato de' Siculi non pertenga alla 
lingua 9 ma piuttosto allo stile, giova mostrarlo coMo- 
cumenti che il Perticari cen poi^e. Cita egli due so- 
netti > un di Dante da Maiano , l'altro della Nina si- 
cula , e diceli di purità in tutto eguale. Io dico alF in- 
contro , che , sebbene a que' tempi per 1' adolescenza 
della lingua i Tulgari tutti d' Italia dovessero assai te- 
nere della toscana pui^ezza, ciò noa di meno ne' ci- 
tati sonetti discernesi già il principio di quello diver- 
sità , che- dovevan cogli anni la tosca favella dalla 
sicula e dalla lombarda distinguere^ Ecco in prima i 
sonetti. 

La lode , e 1 pregio , e 1 senno , e la valenza , 
Gh' iBggio sovente audito nominare , 
Gentil mia donna , di vostra' plugienza 
M' han fatto eoralmente innamorare^ 

£ miso tutto in vostra canoscenza 
Di guisa tal ,. die già considerarer 
Non degno ormai , che far vostra voglienxa ; ' 
Sì m' ha distretto Amor di voi amare* 

Di tanto prego vostra Segnona ; 
In loco di mercede e di pietanza , 

. Piacciavi Sol eh' eo vostro servo sfa. 

Poi mi terraggio, o dolze donna mia, 
Fermo d'aver compita la speranza 
Di ciò che lo meo core ama e desis».' 



se 

Della NUuu 

Qual sete voi che cara profTerenza 

Sì fate a me , senza pur voi mosU^re ? 
Molto m'agenzeria vostra parvenza, 
Perchè '1 mio cor potessi dichiarare. 
Vostro mandato aggrada a mia intenza. 
In gioia mi conteria d' udir nomare 
Lo vostro nome, che fa profferenza 
D' essere sottoposto a me onorare. 
Lo core meo pensar non si savria 
Alcuna cosa che sturbasse amanza. 
Cosi affermo , e voglio ognof che sia. 
L* udire a voi parlare è voglia mia , 
Se vostra penna ha buona consonanza 
Col voistro core ; od è tra lor resia. 
Dopo aver confessato che il sonetto della Nina, come 
sonetto , è migliore y veniamo alla lingua. In quel di 
Dante, nuli* altro io scorgo d' improprio che il misoin 
vostra conoscenza , e la vostra phtgienza ; il qual 
secondo modo ognun sente esser simile alla vostra ri' 
verenza , alla vostra paternità ; e a tutte 1* altre ceri- 
monie sociali che sempre furono , sono , e saranno , 
ridicole e barbare. 

Nel sonetto della Nina all'incontro s'osservi h V a» 
genzeria , eh' è vocabolo usato anche a' Toscani , ma 
che ne' Toscani esempli connette all' idea del piacere 
r idea d' un' azione piacevole o d' una gradita agevo« 
lezza. 

IL Quel parvenza , che non è già, siccome ne' To- 
scani, sinonimo d^ apparenza , ma dì presenza; modo 
eh' io non oso dir barbaro , ma che ninno , io spero , 
vorrà dire elegante, 

III. L' intenza , eh' altro ivi non suona se non in- 



Menzione : ond' h un dire : vostro mandalo aggrada alla 
mia intenzione. 

ly. Mandato per dimando , o > se vuoisi , per cosa 
mandata ; frase goffa , aii nel sonetto del Fiorentino 
Don puossi trovare la simigliante. 

Y* In gioia mi conteria ; per dire sarei lieta , 
oscuro modo e contorto. 

Vi. // vostro nome sottoposto a me onorare, - Di- 
zione che tiene del falso. 

VII. Lo cote meo, Dant^ dice : lo meo core ; e 
quanto sia più vicino alla vera eleganza, non è uopo 
eh' io '1 dica. 

Vili. Udire a voi parlar y modo che non sarìa , cre- 
do , sfuggito al buon Dante. 

IX. Quanto a resia per discordia , V essere quella 
voce adoprata dal vulgo toscano , non prova , se non 
che '1 siculo illustre s' appressa al vuìgare toscano. 

X. 

Né vale opporre alcuni versi di Guittone d'Arezzo 
rimpetto ad altri di Buggerone Palermitano ; perchè 
prihiamente , .que' versi di Guittone , siccome il Cav. 
Monti acutissimamente mostrò, son si guasti dall'igno- 
ranza e dal tempo , che , non se ne potendo trar sen- 
^ , egli è ben forza che ti*arre non se ne possa fior 
"d' eleganza. Senza che ^ di cotesto vituperato Guittone 
vivono alCri Versi , ed illustri, di che non sol Ruggerone 
ina Dante stesso , non avria , parmi , come Poeta li^ 
rico , ad arrossire. 

XI. 

Poi che imprendemmo con le sUè citazioni a ribat- 
tere il facondo avversario , giova citare la Cronaca 
Orvietana del i34^ » da lui stesso citata; e pregare 
"chiunque sa d' eleganza di voler confrontare quella Cro- 
cea con le Vecchie storie toscane. Se l'eleganza riponsi 

'4 



58 

nella grammatica terminazion de' vocaboli, egli non 
è a dubitare che lingua illustre non sia V Orvietana 
del par che la Tosca ; ma se nella efficacia e nella 
proprietà della frase il vero Bello de la lingua consi- 
ste , non sarà, speriamo j di ciò fra uomini ragionevoli 
più questione né dubbio. 

XIL 
Si raffrontino co' versi di Dante le gofie terzine di 
quel Cecco d' Ascoli , suo detrattore : le voci sono il- 
lustri del paro ; ma la lingua ( non dico Io stile ) la 
lingua è ella fórse di pari bellezza ? - In prova delle 
eleganze di questa illustre lingua comune cita il Per- 
ticari i seguenti versi d' Onesto Bolognese : e a pro- 
vare il contrario non avria potuto citare più valida 
prova di questa : 

Ija partenza , eh' io fo , dolorosa 
E gravosa più eh' altra , m' ancide 
Per mia fide: a voi dà bel diporto» 
Cita i versi di Paolo Aquilano : 

Un consiglio ti dò ài passa passa. 
Tolta il mantello a quel vento* che viene ; 
£ dove che non puoi , molto fai bene , 
Se lo tuo capo flettendo s'abbassa. 
Cita i versi di Bonifacio ottavo: 

Stava la Yergin sotto de la cruce , 
Yedea patir Jcsù la vera luce : 
Madre del re di tutto lo universo. 
Questi preziosi documenti servono insieme a mostrare 
che ci ha una lingua comune in Italia, e che la bel- 
lezza della lingua comune se le Toscane eleganze non 
ci si innestino , è nulla. Ma da que' versi di Bonifacio 
r egregio Pesarese all' incontro conchiude che i Ro- 
mani illustri dell'agreste ducento usavano quel celebrato 
parlar gentile, in cui poetavano i Fiorentini del bealo 



„ . 59 

Trecento. ♦- Chi può dir che T autore de' versi = Stava 

la Yergin sotto de la croce = usò dello stesso parlar 
gentile degli scrittori toscani^ s'egli non fosse un Per- 
ticane non meriterebbe risposta. 

XIII. 

Gitasi il Giambullari che dice , V uso del terminare 
a vocali le parole latine essere di Sicilia venuto , e 
quinci per Italia diffuso. Ma nfe 1' autorità del Giam- 
bullari , né '1 detto del Perticari potranno ad uomini 
italiani giammai persuadere , che la intera lingua ita* 
liana di Sicilia venisse; poiché di questa lingua il ca- 
rattere appunto sta nel terminar di vocali quelle parole 
che desinenza avevano di consonanti nel sermone Ro-^ 
mano. Deh come avrebbe la toscana plebe potuto mai 
dalla sicula V uso delle vocali apparare ? - Del resto , 
dopo avere affermato, che da una sola provincia all'in- 
tera nazione venisse 1' intera lingua , io non intendo , 
perchè vergognare si debba di trarre da un'altra pro- 
vincia le principali eleganze di questa medesima lingua. 

XIV. 

Queir addnrre il testimonio dell'Eritreo, che ci nar- 
ra , come gli stessi Fiorentini infìn d' allora non in- 
tendessero alcune voci del Davanzati, non prova, se 
non cbè quelle voci non erano più dell' uso fioren- 
tino , poiché i Fiorentini le avrebbero intese ; e non 
toglie pregio alle molCe frasi vivissime , di che quella 
traduzione s' adorna : frasi , a cui gli altri dialetti 
( giacché quella traduzione è dialetto ), niente hanno di 
così puro , di cosi forte , di cosi splendido a con- 
trapporre. 

XV.' 
Pretendere che nella proprietà d' una lingua V arte 
sia tutto , e che niente si debba a natura , perché la 
lingua del quattrocento dal suo Bello dicadde, è mo- 



strar d* ignonire U v&te Cftgtotoi di quél depìorabìlé 
mutamento. - Or perchè , chieggo io» non solo in 
Toscana , ma per Italia tutta la lingua in quel secolo 
uniTersalmente decadde? Perehè tra' Fiorentini il Po- 
liziano , il Medici , e il Pulci furono in quella mede- 
sima età gli scrittori di tut^i Italia più tersi? E che 
fece il Bembb , se non riporre in onore i Toscani 
mocielli ? Li ha egli superati ? Li ha egli agguagliati ? 
Le regole sue non aggiunsero forse alla lingua più pe- 
danteria eh' eleganza ? E se un Veneto ins^^nò a' To* 
scani pregiare le lor native ricchezze » f<|rse che le ric- 
chezze toscane son ]^rciò a' Veneti trapassate ? L' am- 
ministratore de' beni n'è forse il Signore? £ alla nuova 
luce i Toscani non si raccorsero primis E se lo stile 
degl'Italiani in quel secolo migliorò, noi ^ee forse agli 
antichi di Toscana , la cui plebeia divella fU ed è tut- 
t' ora modello y quant' a lingua , supremo di grazia > di 
Soavità » d' evidenza ? 

XVL 
il Bargagli nega ci sia una lingua Toscana. Ad evi- 
tar si ridicole quìstioni dee dunque statuirsi una lingua 
comune Italiana. - Certo : purché , come altrove il 
' Perticari insegnò, la Toscana di questo corpo sìal ca- 
pò , e purché si confessi che nd capo è la bocca > 
nòli • . 'é 

tyii. 

Il Petrarca fu bestemmiato in Firenze « dagl' inimici 
» dell' Alighieri , da quelli che y posto in vili parole 
i> tutto il fiore dell' umana sapienza dispregiavano ogni 
tt tosa che fosse magnifica e signorile j». — E chi disse 
al Perticari che i b^temmiatori del Petrarca fossero 
-appunto gl'inimici di Dante? E che costoro ponessero 
io studio in vili parole f E che sprezzassero nel Pe^ 
trarca tutto ciò eh' è magnifico e signoiiie? E nott 



6i 

ptuttosto accusassero qualche espressione affettata ed 
impropria , che nello stile di Dante , siccome dì colui 
che in Toscana lungamente visse, non ayrien parimenti 
potuto riprendere? 

XVIII. 

Il Passayanti deride la lingua Florentkia. - €ioè la 
pronuncia d' allora. Tra l' una e Y altra è divaria II 
Perticari le ha talvolta confuse. 

XIX. 

Il Castiglione dice di scrivere , come parla. - Pri- 
mieramente , ciò contraddice al sistema del Perticari 
che vuol , che il parlare non possa essere regola dello 
scrivere. Secondamente , io credo poter dar la mentita 
al Castiglione , giurando cV egli non ha scritto certo 
oorì come parlava. 



62 

SEZIONE QUARTA. 

Argomenti del Perticari od inutili, o falsi, 
o alla sua causa dannosi» 



Bellam hoc! - Hoc bellam? An, Romale, ceres? 

P£R8. 



I. 



S, 



^iBiro , dice il Perticari , beate tutte le provìncie 
» italiche di ciò che per mezzo de' classici loro scritto» 
» recarono nel tesoro della universale favella. » - Resta 
ancora a sapere ciò eh' elle recassero ; resta a mostrare 
quai sieno le lombarde eleganze , che possano dirsi 
asseverantemente non tratte da suolo toscano; mentre- 
che , dopo Dante , tutti i Glassici lombardi non fe- 
cero che studiar ne' Toscani. Dico, dopo Dante; poiché, 
quanto a' tempi anteriori, la quarta sezione della parte 
prima risolve ogni dubbio. 

IL 

Le ciance del Perticari sono d'un colpo di penna dal 
Perticari medesimo rifutate. - « Non v'è più in Italia 
» chi scriva con la pronuncia della plebe ; ma il Fio- 
» rentino, il Lombardo, e ognuno segue il dir de' più 
» chiari della sua patria ». - Io taccio di quest'ultime 
parole che tutti ponno sentir se sien vere, e chi^go 
solo : se i Fiorentini non iscrivono la favella del vul- 
go , a che tanto cianciare contro chi scrive la favella 
del vulgo? 

III. 

Noi non degniamo studiare negl'idiotismi toscani. — 
Alla buon' ora ! Studiate adunque negl'illustri Scrittori 



63 

toscani , die le Vulgari eleganze ricolsero y ma oca 
tutte; sì che molto da' modi vulgari a ricorre non resti. 

IV. 

« D' un modo parlasi fra le brigate gentili y e d' uq 
« modo fra gli uomini della piazza », — Grande sco* 
perta davvero! Ma non diceste voi stessi che il parlare 
non può essere norfna dello scrivere ? A che dunque 
citate voi tanto il parlar Cortigiano e delle brigate gen- 
tili ? ~ Yoi credete di coglierci in contraddizione ; ma. 
noi vi ci abbiam di già colti» Quel Commentatore di^ 
DìEinte che voi diceste di proprietà tutta Toscana , in*« 
tendetela Toscani , è un l4ombardo. - Si : ma Lom*. 
bardo del socol di Baste. 

V. - • 

Il Petrarca esci di Toscana a nov'anni, e. fu educato 
a Bologna. -* Ma Teducazione infantile è egli a credere 
che nullo vestigio in lui lasciasse di sé ? E a Bologna 
non fu Cin da Pistoia il maestro suo ? E in Avignone 
non fu suo compagno e precettore un povero vecchio 
da Prato? E non ha egli fedehnento copiate le Dan- 
tesche eleganze, benché, con modestia tanto cristiana,' 
quanto l'amor suo era platonico , affermi non avere 
mai letta la Divina Commedia. e 

VI. 

Il Capo deeimoquarto x pia ch' altro , all' Autor suo' 
contraddice : poich' ivi con esempli tratti da' versi de- ! 
Provenzali si prova 1' ofigine de' lombata i idiotismi ^' 
da' quali purgato il toscano dialetto , mostra , che il 
più bello del rustico Romano ei ritenne, e gran parte: 
della scoria ai Loinbardi lasciò. 

VII. 

Il Perticar! stupisce, « coiile que' ferrei uomini, avanti 
» il mille, s'intendessero fra loro, in tanto spazio di terre, 
n.senxa grammatiche e sen^a vocabolarii, meglio che^, 



» ora noi non facciamo colf uso de' maestri e con Io 
» stadiare di tanti libri ». — Come mai conciliare qne» 
st' innocente merayiglia con gF iterali Tituperii della 
mutabiliià e dell' insana bizzarrìa éék sermone plebeo ? 

Vili. 
« Chi stimasse > dice il Pertlcai^i , col Bembo e col 

• Varchi, che queste parti della lingua, comuni fra i 

• Provenzali e fra noi , s' avessero a cinedere non Ro« 
» mane , ma Provengali , gnardi che , nello allmigarsi 

* degli anni, elle furono da'* Provenzali smarrite, e noi 
» le ritenemmo, ed ancora le ritenghiamo, coinè si fa 
« delle cose nate e cresciute nelle proprie terre ». -^ 
Lo stesso argomento dimostra che l'eleganze sicule di 
cui si presto ogni lieve orma è svanita, non erano già 
dimestiche , ma straniere ; e che la ferma possessione 
della toscana proprietà e purezza non dccsi al pre- 
giudizio de' pedanti, ma a cause naturali e immutabili 
tribuire. 

IX. 

* Ciò che vai sopra totto a confutare l'Orator pesa-> 
rese , è la seguente similitudine che con queste magni- 
fiche parole incomincia : « E qui diremo cosa che per 
» altri non è stata ancor detta ». - Ed è? che l'eleganze 
d' una lingua si debbono al modo stesso giudicare che 
la pronuncia. - Onde siegue , che siccome vero è che 
in un luogo meglio pronunciasi la lingua stessa che in 
altro , e che 1' arte a ciò non. ha loco , e che i plebei 
d' una terra più elegantemente e più nobilmente prò* 
nuociano che gì' illustri d' un' altra ; così dell' eleganza 
e della proprietà d'una lingua; •- 11 Perticari T ha 
detto. 

X. 
Addurre 1' esempio del Tasso e del Metastasio , e 
conchiudere con lo Speroni che il troppo ^Toscano 



M 

oscura il Vulgar commune^ h argomento cui di leggier 
si risponde > che il Toscano del Boccaccio e di Dante 
vai più che il comune del Metastasio e del Tasso ; 
che il troppo Toscano è come il troppo lume ; ma 
che da ci^, che il troppo lume può nocere, noi) con- 
segue, che gli nomini debbano slare, allo scuro , o , 
quando il sole risplende , chiudere ogni finestra e far 
uso diselline, affertnsndo con lunghissime grida, che 
il lume delle facelline b chiarissimo e comodissimo 
lume. 

XI. 

Tutti in Italia intendono il Segnen ', il Metastasio , 
V Alfieri. " Se V argomento non fosse inutile , sarebbe 
terribile. 

XII. 

«r La norma dell'ottimo non può trarsi da cosa che 
» abbia in sh qualità di peccato ». - Quest'è un dii'e: 
e il nove e il novantanove son meno di cento; adunque 
il nove e il novant^nove son pari. ' ■ « 

XUl. 

tt l^iocome le voci in Firenze , quando sieno emen- 
» date secondo i precetti de' Grammatici e degli anti- 
» chi. favellatori y compongono il parlare, e lo stile ot^ 
9 iuno ) cosi potraiwo coiàporre il parlare e lo stilo 
9 ottimo y le alire voci dell'aitile città, quando si cor- 
9 reggano ti una sola norma »» .- Errore J.^ Le voci 
emendate secondo i precetti de' grammatici non bastano 
a compórre né F'ottimo stile ,■ ne. l'ottima lingua. - 
Errore 11.^ Gli esempi degli antichi favellatori noa 
sempre son buoni modelli. '— Errore 111.** Questi esempli 
a' Grammatici precetti sovente contrastaoiò. - Errore lY^^ 
Se r eleganza delle voci Tpscane a certa norma ridotte 
può comporre lingua ottima, da ciò. non segue che in 
tutte l'altre città isia lo stesso :.p€irchè; posto pure che 



tutte Paltre cittJ^ omo (che non è) delle stesse parole; 
lion è già ch'elle usino delle stesse parole al modo 
Stesso. - Altro è parola , altro è firase; 

XIV. 
' 11 Castiglione scrÌTe meglio di Lionardo' SaWiati , 
lo Sperone , meglio di Bastiano de' Rossi ; dunque la 
lingua comune, è , se non migliore , non ponto men 
bella della Toscana. - Quest' h come dir , étke nna 
terra feconda di rose non può produrre cocomeri ; che 
in tutti i climi può 1' arte far nascere aranci , che tutti 
ì climi del mondo son dunque eguali; ch'anche la rosa 
ha sue spine, che dunque le spine son pan alla rosa. - 
Non basta dire che lo Speroni sia un ralente scrittore; 
conyien dimostrare che tale ei divenisse senza saper di 
toscane ele^nze. - Ma egli dice di scrìvere Padovano. - 
Si : Padovano con le frasi di Danìe e di tant^ altri 
Toscani 

XV. 

I dialetti hanno tutti lor vezzo ; non h dunque ra- 
gione di tanto vantare le grazie de' dialetti Toscani - 
E donde awien dunque che i mercanti dd trecento 
non iscrìvessero a Bergamo, come scrìsse il Pandolfini 
a Firenze ? Onde avviene che tutti in Italia i quaderni 
de* Conti non sien come qne* di Giuliano Bavanzati, e 
della repttblica Fiorentma? Onde avviene che i Trat* 
tati medici del Redi , t M atemadci (kl Gdileo , gli 
Strategica del Machiavelli 9 i Georgia del Vettori, i Fi- 
sici del Magalotti non abbiano ancor trovalo tn Italia 
chi li sapesse agguagliare? 

XVI. 

Nel poema di Dante non dennesi credere lombarde 
le sole voci cà , baròa ec ma tutto quello che non è 
pretto toscano , può dirsi lombardo. - Ed io dico 
all' incontro che non s' hanno a credere lombarde ^ 



.6? 
nemmeno le voci eh , barba ec. , perchè nìim ci sa 

dire , se a' tempi di Dante quelle sieno o no state voci 
toscane. E sin che fuor di Toscana non surga un altro 
Dante , sarà sempre lecito dire che Dante non avria 
scritto cosi come fece, se nato non fosse toscano. £ ciò 
si potrà gridare a dispetto di Dante stesso, e di tutte 
le sue grammaticali dottrine. 

XVII. 
' et Non deesl credere al lepido sogno d'una lingua 
» piovuta nella sola Firenze, ed ivi a curva front» 
» lambita da tutte 1' altre genti d' Italia ». - Qui non 
si tratta di lambire la lingua , ma di mostrar che la 
lingua , quale da cinque secoli h in Firenze e in To- 
scana , non meriti esser da tutti gì' Italici conosciuta , 
siccome quella che assai più fiori produce da potersi 
inU-ecciare ad illustre ghirlanda. 

XVIIL 
« Non è più a chiedere, se ora scriva bene chi bene 
» è addottrinato, e se meglio chi meglio ». - Ove in- 
tendasi , addottrinato nella vera eleganza , di cui la- 
Toscana infra tutte è fonte più pura,, concedo. Altri«- 
mente, il Vico avria scritto meglio assai del Cellini. 



68 

f 

I. 

JLXLTito è. desinenza, altro h parola. - Altro è p«* 
rola, altro h frase. ^ Altro è frase, aitro è stilè» - AI* 
tro e pronuncia, altro è lingua. 

II. 

11 fiore delK Italiano h il Toscana : sensea lo studio 
de' toscani modelli non pnò nel nostro secolo attingersi 
la migliore eleganza. 

HI. 

Gioverebbe alF Italiano, oltre al propria dialetto co- 
noscer di pratica un de' più belli in fra' dialetti to- 
scani ; percbè notk tutte 1« eleganze di questi dialetti 
furono consegnate alle carte;- e pevcbè ' nella lingua 
parlata l'eleganze son vive; 

IV. 

A parità d' ingegno e di stadio > un Toscano sarà 
sempre più puro , più dolce , più elegante scrittore 
eh' altra qualsiasi Italiano» 



FlNH D£LLA SEC0?(DA ED ULTIMA PAIATE. 



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