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ITALIAN HI STORY] 

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lETlRI DI filNLIi 



SCRITTI PER FANCIULLI 

DI SCRITTI ORIGINALI DI EDUCAZIONE 

ISTRUZIONE 
E RICREAZIONE INTELLETTUALE 



VOL. IV. 



FIRENZE 

DALLA TIPOGRAFIA GALILEIANA 

DI ■. CBI.LINI B C. 

prefio S. Jacopo in VU Ghibellina 

1857 



A HARVAPr COI LEQE UÉWAmr 

Ji. KEL80N GAV 

PT--^ r y f cr *\ wwueiiiENTO coliectiom 

Xl^^ ^^^^-^ CMUD6EFUN0 

1931 



"^ 



AI LETTORI FANCIULLI 



Questo dialoghetto, si può dire, è cosa vostra ; è 
un pensiero nato da voi ; e infatti è naturale che 
due o tre sorelline , due o tre fratellini siano venuti 
a colloquio tra loro pel medesimo oggetto di presen- 
tare ai lor cari qualche affettuoso componimento pel 
capo danno. Eccovelo dunque; e, se vi piace, fatene 
il vostro prò: imitatelo, aggiungete, mutate quel che 
fa duopo aggiungere o mutare; imparatelo a mente, 
e recitatelo ai vostri genitori. Abbiate intanto a grado 
per voi e per quelli i nostri buoni auguij. 



DIALOGO PEL CAPO D'ANNO. 



■abiaiviva b Cablotta. 

— Marianna ! Marianna ! Che cos'hai tu che non mi 
rispondi? Che cosa stai tu contemplando? E che bei volto 
sereno ! Io non t^ho mai veduta con occhi tanto brillanti 
di gioja, né con sorrìso tanto soave sopra le labbra. Tu sei 
proprio in gloria stamani.... Parrebbe che tu. fossi a conver- 
sasione con gli angioli. 



'S^- 



jà 



^ Oh ! con gli angioli per Fappunto , no : ma con ta- 
luno che ad essi potrebbe essere assomigliato, sì davvero. 

— Eh via ! Tu non mi fai celia ? Cose serie , dunque.... 
Cioè, cose belle, stupende! Ma spiegati, su via, spiegati 
meglio... Spero che non vorrai tenere il segreto con la tua 

sorellina. 

— No certamente ! Non è nemmeno un segreto. Ma, 
giacché tu ridi , e quasi quasi parrebbe che tu volessi bef- 
farmi... 

— No, no, Mariannuccia mia; beffarti quando ti vedo 
tutta giuliva? Rido di contentezza io. Ma avrei caro di 
sapere la bella cagione che ti dava in braccio a quel go- 
dimento. E mi dispiacerebbe anzi d'averti distratta da qual- 
che gradita contemplazione. 

Oh ! non ti rincresca , perchè non hai fatto nulla di 

male. Ti dirò... ; anzi bisogna che tu lo sappia -, ma prima 
vorrei vedere se ti riescisse d'apporti al vero. 

— Oh sì! E subito ha da riescire a me ! Ti par egli? 
Tu mi farai confondere chi sa quanto, senza conclusione ! 

Poverina! Come se tu durassi molta fatica a pen- 
sare! 

-^ Garbata ! Ora anche tu vuoi riprendere la mia pw 
grizia. Ti metti d'accordo con chi so io.... Garbata! Oh! 
vedo bene che in questo mentre non sei a colloquio con 
gli angioli. 

— Che te lo sei avuto a male ? Perdonami. 

— Non sono permalosa. Ma tu hai trovato il verso di 
mettermi a punto. Gnorasì; voglio un po' vedere se indo- 
vino qualche cosa. 

— Provati davvero. 

— Pensiamo.... Aspetta.... Lo vedi se lo so mettermi a 
pensare? Mi sostengo la fronte con la mano; ora socchiudo 
gli occhi, ora li sollevo al cielo.... Non ho io tutta la gra- 
vità di un Blosofo ? Dunque.... dunque... ; ecco ! la tua le- 
tizia sarà derivata.... Dimmi, che forse ti ricordavi di quelle 
squisite paste?.... 

-^ Meschina me ! Che cosa vai tu ricercando ? Le pa- 
ste? Ahimè! dagli angioli tu precipiti.... 

— Zitta , zitta ! hai ragione ! L' ho detta grossa davve- 
ro ! Vediamo ! Ci è stata forse fatta qualche bella promes- 



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"% 



sa?... Eh! io uon me ne ricordo.... Che cosa abbiamo noi 
veduto di corto ?... Che mai ?... 

— Ah ! tu sei sempre lontana, la mìa Carlotta, sempre 
lontana. 

— Ma se tu sei andata col pensiero negli spazj imma- 
ginari, io non ti posso tener dietro.... Chi sa che volo! 

— Eppure si tratta di cose vedute..., sicuro; ansi di cose 
che vediamo ogni giorno. 

— Ogni giorno ! E die cosa ? il sole ? Quando non piove 
peraltro. Certo, abbiamo goduto giornate bellissime; ma 
via! Non mi pare che vi fosse bisogno di andare in estasi.... 
O piuttosto la luna? 

— Oh ! che cosa dici ? la luna di giorno non si vede. 

— Eppure ho pensato.... ho pensato anche troppo... Ma 
se non ti spieghi un po' meglio.... Cose, cose.... Ma dimmi : 
cose o persone? 

— Tu vorresti saper troppo. 

— Ho capito, ho capito ! Persone ! Ma.... e quali perso* 
ne?... E noi le vediamo ogni giorno ? 

— Se ti dico di sì , è beli' e finita. 

-^ Lo credo io ! Ho capito sicuro ! I nostri genitori ! 

— Per l'appunto ! . 

— Che bella scoperta ! Lo so che il pensare ad essi , 
al bene che ci vogliono, al bene che ci fanno, è cagione 
di grandissima contentezza... Anch'io quando vi penso mi 
sento tutta consolata; ma pare a me che questo non po- 
tesse essere il solo motivo del tuo rapimento. 

— .E non era infatti questo il solo motivo. Ce n'è un 
altro... Un altro che a ogni modo avrei dovuto far conoscere 
anche a te. « 

— Ma quale? 

— Trovalo, giacché hai incominciato bene. 

— Marianna ! Non vorrei che tu pretendessi troppo dalla 
mia condiscendenza. 

— Cose serie ! Hai trqvato un bel parolone, invero lo 
sforzo è stato grande, straordinario! Ci voleva la mente 
di un Galileo. 

— Insomma ! questo non è beffare ? Ma via ! Ti per- 
dono. E che sì che indovino anche il resto? 

— Su dunque ! coraggio ! 



%. 



— Aspetta veh ! Tu hai fatto .proposito fermo di non 
mi beffare mai piti ; e poi di essere sempre obbediente ai 
nostri cari genitori, sempre savia, sempre studiosa.... 

-*- Oh ! ma a quest'ora , spererei.... Se non fosse pre- 
sunzione.... 

— Ed io ? che cosa ne dici tu 7 Ne ho molto bisogno di 
faro questo proposito? 

— Interroga la tua coscienza. 

^ Oh ! guarda un po' se stamani dovrei fare Fesame 
di coscienza ! 

-« Ma vìa , non si tratta di questo. Essere savia è do- 
vere ; e la volontà di adempire questo dovere l'abbiamo ; 
sicché la speranza di meritare l'affetto dei genitori ha da 
essere sempre il nostro conforto. Io aveva dianzi in mente 
un'altra cosa che ha molto che fare con quello che abbiamo 
detto, lo voleva, io voleva.... 

— Ma che cosa ? fare ai nostri genitori qualche grata 
sorpresa ? 

-r Ecco; ci siamo. 

— Mi avvicino dunque... Ma quale specie di sorpresa ? 
Questo è il difficile ! Tante potrebbero essere ! I lavori , lo 
studio.... Ajutami ! "^ 

— Dianzi tu hai rammentato la luna: 

-—Oh ! la luna ? E che cosa ci ha che fare la luna ? 
Hai tu fatto forse qualche scoperta d^astronomia ? Certo tu 
guardavi il cielo, ma non avevi il telescopio.... 

— La luna no ; ma un certo libricciuolo che prende 
nome da.... 

— Il lunario? 

— Appunto. 

— Ah ! tu vorresti fare il lunario ? Ci vuol altro ! Io 
non me ne impiccio davvero ! 

— Tu prendi le cose in chiasso. Eppure, se tu riflet- 
tessi a un certo giorno che si avvicina.... 

— Ah! Un giorno natalizio forse? Ma... di chi? Del 
babbo, no; della mamma, non mi pare.... Oh ! ma di che 
mese siamo?... Tu mi hai fatto confondere.... Non so più 
nemmeno di che mese siamo.... Ho proprio perduto la 
bussola.... 

— È egli possibile che tu non ti ricordi diche mese siamo ? 




r zz "^ 

— La colpa è tua ! M'hai soompìgUato le idee con tanti 
indovinelli ! 

— O piuttosto.... Ma non voglio dire altro. 

— Sì; lo so: perchè sono sventata, distratta.... È egli 
vero? Ma ora.... StaM sento cantare i capponi. SI , sì ! È 
vero 1 Capo d'anno ! Tu hai ragione ! II Capo d*anno ! Ci 

: siamo vicini!... Povera me ! 

I — Come 1 Tu ti sgomenti ! 

I — Sgomentarmi no! Ma.... Ci siamo vicini, e io non ho 

I ancora fatto nulla.... Ecco la cosa che mi dispiace! Dun- 

I que tu pensavi a questo ? 

— Così è. Lo vedi, se ti è riescito di apporti al vero? 

— Ed eri tanto allegra! Benissimo! Questo vuol dire 
che hai gih fatto qualche cosa! Oh! allora non mi sgoroen- 

I to. Animo, aniino! Quello che hai fatto tu starà benone. 

E anch'io.... 

— Anche tn farai , non è vero ? E che cosa ? 
' — Oh bella I Quello che hai fatto tu ; nò più né meno. 

— Risparmiandoti così la fatica di pensare.... 

— Animo via, Marìannuccìa , sii buona! Ajutami tu; 
senza il tuo ajuto.... Ti farò tante tante carezze t Ti vorrò 

, più bene.... Ma giìTpiù di quello che te ne voglio è impossibile. 

I — n male è die nemmeno io ho fatto nulla ! 

— Oh ! A dire ! Dopo tanti discorsi ci troviamo a mani 
vuote. E perchè dunque poco fa eri tanto allegra? 

— Perchè , appunto come hai detto tu , io richiamava 
allora alla mia memoria le tante cagioni che abbiamo di 
benedire i nostri cari genitori, e di manifestar loro la nostra 

' riconoscenza ; perchè l'affetto mi suggeriva certi sentimenti 

che le parole non basterebbero a manifestare; perchè io 
ringraziava Iddio con più fervore dei solito d'averci dato 
genitori tanto amorosi.... Quale maggior consolazione di 
questa ? Far voti per la loro felicitò 1 Vedere accogliere con 
amore i nostri augurj ! Mi pareva , appunto allora quando 
mi hai chiamata , mi pareva di vederli contenti , di veder 
la mamma invitarci nelle sue braccia, regalarci un bacio , 
e volgersi piena di soavissima tenerezza al babbo per invi- 

^ tarlo a fare altrettanto !... E ora? Ah, ah ! ora anche tu 
sei in estasi 1 Lo vedi ? aveva io ragione di esaltarmi ?... 
Carlotta ! A che cosa pensi? Carlotta ! 



k 



pr- 



— L'ho trovato, l'ho trovato ! 

— Che cosa? 

•^ L'argomento per fare una composìzioDe , e per pre- 
sentare con essa ai nostri genitori gli angurj del Capo d'anno. 

— Davvero ? Sarebbe una bella cosa. Sentiamo I 

— E scommetto che tu non sai immaginare quale possa 
essere. 

— Ci vorrebbe qualche cosa di nuovo.... Perchè sempre 
lettere, sempre lettere.... 

— Sicuro; qualche cosa di nuovo. Ora tocca a te a 
stillarti il cervello. Provali via ! Coraggio ! 

— Ah ! tu vuoi ricattarti. 

— Naturale ! voglio procurare anche a te il piacere che 
mi hai fatto dianzi. Quando pensiamo ai nostri genitori 
siamo felici. 

— Eccome 1 E ti ringrazio di questo contraccambio. Ma 
che io abbia a poter penetrare il tuo animo, mi pare un 
po'difficile.... Chi sa mai dove tu sìa andata con la tua 
mente?... Una cosa nuova, tu dici, e che possiamo fare 
nojaltre? 

— Eh I Nojaltre !... Io mi aflBdo principalmente in te.... 
«-- Oh 1 si comincia male. 

— Avanti , avanti ! Non ti perdere d'animo. 

— Se tu fossi poetessa mi figurerei che tu volessi fare 
un sonetto. 

— Nemmeno per ombra ! Io poetessa ! Tu mi fai ridere. 
Dev'essere prosa. E anchio, sì signora, sebbene conosca 
d'aver bisogno del tuo' ajuto, anch'io farò la mia parte; 
m' ingegnerò.... 

— Una parte spicciativa , eh ? So che ti piace la con- 
cisione. 

— Questa volta non potrò essere tanto concisa quanto 
vorrei. Ho paura, anzi ,■ che se tu indugi a capire il mio 
disegno , e se sarè cosa da farsi , ho paura che la mia 
parte abbia a diventare troppo lunga. 

•— Ma che cosa vai tu dicendo ? Io non oapisoo nulla.... 
Troppo lunga!... Ma quando si tratta di lavorare pei nostri, 
genitori , nulla ci dovrebbe parere troppo lungo. 

— Certo; e se fossi poetessa, scriverei su questo argo- 
mento anche un poema ; e chi sa se basterebbe per dire 

Ifew É \ ^ 



tutto quello che il nostro cuore vorrebbe ? Ma ricordati , 
che il tempo strìnge.... E intanto, va bene ; tu hai suggerito 
un'altra buona idea. Bisogna che me ne ricordi. 

— Oh I sai tu com'è ? Io non trovo nulla , proprio nulla 
die mi metta sulla via di scoprire il tuo segreto. . 

— E io preparo intanto la carta e la penna, per me 
e per te. Ecco qui. 

— Ammiro il tuo coraggio. 

— Me lo infonde l'amore, me lo infonde la riconoscenza.... 
Spero che non ti parrò temeraria. Spero poi più che altro 
che i nostri genitori saranno indulgenti. 

— Benissimo. E il tuo coraggio accende il mio. Ma in- 
tanto non so che cosa dire.... Non ti capisco. 

— Lì : siedi ; eccoti la penna.... Oh ! chi deve incomin- 
ciare T... Aspetta ! Sì , sì I Dovrei incominciare io.... 

— Su dunque. Porse dal tuo principio conoscerò tanto 
che basti. 

-— Sì, sì^ perchè se andiamo aggiungendo altre parole, 
io non mi metto più a questo cimento. Scrivo.... Ti chiamo..,. 
Non rispondi.... Non mi dai retta , perchè i più soavi pen« 
sieri , la più cara visione ti rapiscono su in cielo.... 

— Ah ! ora ho capito I... Ma bene ! Brava Carlotta ! 
Dobbiamo scriver9 un Dialogo ! 11 dialogo che abbiamo 
avuto ora tra noi ! 

— Sonate campane I Or dunque, che cosa ne dici? Ti 
piace? 

— Sicuro che mi piace ! Il pensiero è ottimo ! Ma ci 
rìescirh egli poi di scriverlo almeno mediocremente questo 
dialogo ? 

— L'ho detto, io mi aflSdo a te. 

— Male I 

— Scriveremo quello che il cuore ci ha Iettato , quello 
che il cuore ci suol dettare quando pensiamo ad essi, 
qaando ne parliamo insieme. 

— Cosi è ; ed essi accetteranno il buon cuore. 

— Lo spero. Ma presto ! Che se poi ci fosse tempo d'im- 
pararlo a mente.... 

— Oh ! ci sarà , ci sarà tempo. Non dubitare. Noi di- 
remo quello che abbiamo già a mente da tanto tempo ! 

— E che non potremo mai dimenticare. 



'^ 



k. 



r zz '^ 

— Oh ! mai, mai! 

— > Il bene che loro vogliamo; la riconoscenza*, il desi- 
derio di essere più savie.... 

— Chiederemo perdono dei falli commes» ; faremo a 
Dio i voti più ardenti pel loro bene.... 

— E se gradiranno questo pensiero, ci daranno una 
ricompensa ! 

— Oh ! che cosa dici ? Una ricompensa ! Questo nel 
dialogo non va scritto davvero ! 

— E sì che tu anzi lo scriverai volentierissimo ! 

— Ah ! bisogna vedere allora di che ricompensa tu 
parti. 

— Naturale ! è facile immaginarlo. 

— Ho capito ! Un bacio ! 
Uno di quei baci , dei quali la ricordanza basta a 

consolarci tutta la vita. 

— Presto, presto! Facciamo di meritarlo. 
lo son teco. Facciamo punto al dire, e incominciamo 

a scrivere. 




m^. 




Voi. IV. {Luglio 4867) N."» 1. 

LETTURE DI FAMIGLIA 

DI FIRENZE 

3 3Q]ElltSlt HtlÈlSL SUSrmSlJkM 

AVVERTENZA 



Crediamo utile avvertire che ci è sembrata su- 
perflua y e talora inopportuna , la divisione assoluta 
che facevamo tra gli Scritti pei FanduUi e il rima- 
nente delle materie contenute nel fascicolo. 

Prima di tutto non sempre gli Sentii per Fanciulli 
sono soltanto per essi y ma contengono articoli di let- 
tura utile anche pei giovanetti e pei giovani; indi 
acche gli argomenti intorno alla educ^izione , alle 
arti f alle scienze , possono riescire vantaggiosi ai gio- 
vani; e quando detteremo cose che sieno destinate 
soltanto ai genitori, useremo sempre le debite cau- 
lele, e inoltre noteremo gli articoli con un * asterisco. 



IV. «. e. 



2 LETTURE Dì PAMIttLIA 

Nuovo Programma. 

Con la dispensa di questo mese di Luglio 1857 incomincia 
il IV Anno della nuova collezione delle Letture di Famiglia di 
Firenze; e cosi questa pubblicazione , succeduta nel 1849 alle 
Letture folitieke^ annovera già otto anni di vita. Non è poco, se 
si consideri la qualità dei tempi, non del tutto propizj, per 
varie cagioni che qui non è luogo a notare, alla stabilità di 
qual si voglia opera che non abbia suo fondamento nello im- 
mediato e sicuro acquisto di materiali vantaggi. Non è poco, 
se pongasi mente che questi scritti vanno e debbono andare 
scevri di ogni allettamento capace d'acquistar loro il favore 
di chi soltanto si cura di cercar ne* giornali gradevoli inezie, o di 
chi vorrebbe che la stampa fosse strumento di biasimevoli gare, 
o di intendimenti men che degni del nobile ufficio delle lettere. 

E come 1* animo si compiace mirando alla via già fatta, 
così apresi alla speranza di poter proseguire e migliorare 
r opera incominciata. 

Questo ò merito principalmente del fine. elevato , morale, 
e perciò utile veramente , al quale tendono le Iettare di Fami- 
glia; indi abbiamo da saperne grado ai benevoli associati, e 
massimamente a quelli che ci sono e ci saranno fedeli. Che 
quanto a noi non vogliamo presumere d'avere in tutto meritato 
col fatto quel favore di che certo le buone intenzioni, le cure 
indefesse, la costanza nei nostri principj ci renderanno degni. 

A ninno peraltro è dato raggiungere agevolmente e presto 
quel meglio che da lui la fiducia del pubblico ha ragion di 
aspettare. A fio non tanto le particolari condizioni degli scrit- 
tori, quanto le difficoltà intrinseche del lavoro e gli ostacoli 
prevedibili o inaspettati bene spesso si oppongono. Ciò non 
pertanto in chi prende a dettar libri e giornali corre sempre 
r obbligo di affinare l'ingegno, di accrescere le cure, di ag- 
guerrire le forze. E questo faremo, e in ogni parte del nostro 
lavoro introdurremo quei miglioramenti che l'esperienza di 
molti anni ci avrà consigliato. 

Nota è ai nostri associati la natura di questi scritti; ma 
non sarà inutile ricordare per sommi capi le materie che le 



K SCAITTI PBB rANCIOLLI 3 

Leiture di Famiglia prendono e prenderanno a trattare, affinché 
possano aYeme contezza eziandio coloro che inviliamo ad aiu- 
tarci con rinnovare o con incominciare l'associazione: 

1. Scrìtti Yaij pei Fanciulli, cioè: Racconti morali, dialoghi, 

Gommediole, notizie utili intorno ai diversi rami della 
Istruzione elementare « ec. 

2. Scritti varj, morali e istruttivi, letterarj e scientifici ad 

uso dei Giovani, e più specialmente per coadiuvare la 
coltura intellettuale delle Fanciulle. 

3. Discorsi, consigli, suggerimenti, riflessioni e notizie intorno 

all'educazione, diretti principalmente ai Genitori. 

4. Sludj storici , biografici , letterarj , scientifici , di geografia 

e storia per utilità di ogni genere di lettori; 
5u Notizie di libri utili alla educazione e alla istruzione* 
6. Ricordi dei principali avvenimenti della storia contempora- 
nea ec.. 

Questi diversi subbietti , accennati qui senza ordine rigo- 
roso, verranno distribuiti nel miglior modo che sia possibile, « 
trattandosi, non di un libro disegnato e dettato da un solo 
scrittore, ma di pubblicazioni che debbono venire in luce 
mese per mese, e nelle quali vuoisi avere anche riguardo alla 
varietà e alla novità. Bensi la direzione deve con sempre mag- 
gior cura provvedere alla uniformità del concetto e ali* ordina- 
mento delle materie; e un copioso indice alla fine di ciascun 
volumot agevolerà le ricerche e riunirà le parti delle diverse 
aitegorìe«^ 

n fine, come ognun vede, è quello di giovare alla educa- 
zione e all'istruzione dei fanciulli e dei giovarti; e di far si 
che i saeri affetti della famiglia conferiscano ai beni veri e da 
tutti gli uomini onesti ardentemente desiderati per la nostra 
diletta patria. 

P. Thoa«r. 




LimiBB DI rmiftUA 



LE FANGIULLINE CURIOSE 



DIAIOGO 



AdalsiM 
▼lltorlMA 



Sorelle 



Sorelle 



povera 
CeeeMB** , cameriera. 



I. - Emma e Uarietta. 



Emm. {siede cucendo). 

Mar. (seduta con un pezzo di pane in mano). 

£mffi. Io non mi pomo persuadere che tu non abbia a co- 
noscere il nome delle dae signorine che hanno avuto tanto 
cattivo cuore da abbandonare tua madre* 

Mar. La scusi; ma io, guà, io son piccina e non me ne 
ricordo. 

Emm. Eh 1 me Io farò dire da tua madre , quando le potrò 
parlare da sola a sóla. Ha...» almeno ti ricorderai della loro 
fisonomia, del colore dei loro capelli, degli occhi .... Dimmi 
dunque come sono fatte? 

Mar. Ha.... se l'avessi a dire.... mi pare.... 

Emm. Che cosa? Avanti I spiegati meglio.... 

Mar» Poerina mei Che cosa vuol* ella ch'io dica? rFavcò 
viste una volta o due. Gom'ho io a fere a ricordarmene? 

Emm, Pare impossibile I Con te non v' è dunque da racca- 
pezzare* un'acca. 

Mar. La scusi la mìa ignoranza. 

Emm* Almeno, giacché non posso saper nulla, mangia pure 
il tuo pane. 

Mar. Grazie , signorina. Qra non ho più appetito. Lo ser- 
berò per mia madre.. 



. S SCAITTl PBR VARUOLU 5 

Emm. Ohi non yi è qnesto bisogno: se Ina madre starà 
om noi, come spero, non le mancherà nò il pane, nò ti com- 
panatico. 

Mar. Che il cielo benedica la loro carità! Ma ora non 
ho bisogno di mangiare, e se si contenta lo serbo. 

£iiim. Fa pure quello che più ti piaoe. Ha dimmi: o il 
del fratello di quelle tali signorine, lo sai? 

Mar. Che? O lui si che non lo conosco! l'non l'ho nem- 
mai visto in viso* 

Bmm. Aspetterò di saperlo da tua madre. Sono molto ricchi? 

Mar. Lo credo; l'ho udito dire... mi pare... 

Emm. E dove stanno? 

Mar. S'i* avessi a dire non lo saprei dare a intendere. 

Emm* Proprio non posso saper nulla I 

Mw, Da mia madre la potrà sapere ogni cosa per filo e 
per segno. 

JSmm« Ed ella serviva da molto tempo in quella casa ? 

Mar. Questo glielo posso assicurare, perchò la me l'ha detto 
più d'una volta. 

Emm. Cameriera, e poi gnarda*roba? 

Mar. Mi pare. 

Ewtm* E quanti anni sarà stata in quella casa? 

Mar. Questo non lo so; ma devono essere parecchi , per- 
dio so che ci stava anche prima di aver preso marito. 

Emm. E allora faceva sempre la cameriera ? 

Jfor. Non lo so davvero, perehò prima che mia madre 
pigliasse marito io non era nata* 

Emm. Guardate! Ma insomma le devono essere proprio di 
cattivo cuore. Mandar via una donna che ò stata a servizio 
molti anni, che ha visto nascere le padroncino; e mandarla 
via solamente per prendere in vece sua la cameriera francese t 

Mar. Eh! se i padroni non fossero fuori via, questa di- 
sgraiia non ci sarebbe accaduta. 

Emm. Dunque questo signor fratello, perchò i suoi geni- 
eri son fuori via , fe e disfi come se fosse padrone egli stesso. 
Mar. Proprio cosi, si signora. 
Emm. Ma quant'anni avrà? . 

Mar, Oh! quanti ne abbia per Y appunto i' non lo so; ma 
dice che ò grande; che ha i baffi lunghi lunghi; va a cavaHo, 



6 LBTTffBB DI VAMIOLIA 

guida da sé la parìglia , sebbene abbia preso il cocchiere inghi- 
lese; e poi presto deve toglier donna...» 

£ftim. Davvero I E chi deve sposare ? 

Mar. Che lo so io? 

Emm. Nemmeno questo I 

Mar. S'Vìo sapessi glielo direi, signorina cara. 

Emm. Lo credo, lo credo* Fatto è che l'azione è stata 
veramente cattiva! 

Mar. Che cosa vuoFella? Noialtri poveri dobbiamo essere 
sempre disgraziati ! • • 

Bmm. Ma no I chi dice questo? Anzi Appunto chi ò 

nato )>overo dovrebbe trovare più facilmente chi lo ajutasse. 
Intanto io spero che i miei genitori assisteranno tua * madre , 
tanto più che è vedova, poveretta I Assisteranno anche te.... 

Mar» E il cielo li benedirà. Se la sapesse quanto abbia- 
. mo patito 1 

Emm. Ehi non stento a crederlo. Tua madre si ammalò 
dal dolore, non è vero ? 

Mar^ Già I il tracollo fu questo. 

Etntn. Dal dolore d* essere trattata con ingratitudine tanto 
crudele. 

Mar. Gnorasi , poverina I E per curarsi la dovette spen- 
dere tutto quel poco che l'aveva;.. 

Émm. E le padroncino? 

Mar. La si figuri ! Non ci pensarono più a noi ! 

ornili. E dove andavate jeri sera quando trovammo tua 
madre mezza svenuta dalla stanchezza? 

Mar. S'era state a cercare di una mia zia che abitava 
nel villaggio vicino; ma la mamma non sapeva che questa 
zia era già morta da un pezzo. Dunque ci bisognò tornare in- 
dietro. E allora la stanchezza, la passione, la fame... 

Emm. Poveretta I Quando mi ricordo del piangere dispe- 
rato che tu facevi, e del volto pallido pallido di tua madre, 
seduta in- terra, che pareva moribonda.... 

Mar. Ma la loro carità ci ha salvate, e io non finirò 
mai di raccomandare al Signore le nostre benefattrici. 

Emm. Abbiamo fatto il nostro dovere, bambina mia. Chi 
sta bene in questo mondo deve soccorrere, come può, coloro 
che soffrono. 



E 8CB1TT1 PCI rANGIULLI 7 

Mar. Faccia Iddio che tutti pensino ed operino come 
isaoi genitori. 

Scena II. - Ma e dette. 

Ida (vdgmdo la parola alla Mari$Ua) La tua mamma 
ftU meglio , sai , Harietta 1 

Mar, (allegra^ e si alza) Ohi Cielo li ringrazio. 

Ida Era effetto di sfinimento, di dolore, di paura di tro- 
varsi senza un sostegno. Ma ora si é Tatta coraggio ; e , spero 
die non avrà bisogno di andar mendicando. 

Mar. Quanta consolazione I Quanta carità! 

Emm. Va bene. E ora potremo sapere qualche cosa. Da 
qaesta bambina non mi è riescito di cavare un numero. Hai tu 
saputo il nome dei suoi padroni ? ... {alzandosi) 

Ida Or ora ti risponderò Intanto, Marietla, tu puoi an- 
dare a tener compagnia a tua madre. 

Jfor. {allegra , alzandosi subito) Ohi non mi par vero. 

Ida [l'acevmfagna all'uscio) Tu passerai quelle due stan- 
ze ... Ha ... ecco la nostra cameriera ... Va con lei. — Cec- 
chinal conduci la Marietta a sua madre {la Mar. va via). 

'0«eB« III. - /da e Emma. 

Ida. {tornando) Dunque tu devi sapere... 

Emm. Bene bene ! Finalmente potrò cavarmi la curiosità.... 

Ida. Temo di no. 

Emm. Ma perchè ? « Tu devi sapere » hai detto.... finisci 
il discorso. 

Ida Si ; tu devi sapere che questa povera donna si mo- 
stra di animo tanto generoso , che non vuole che sia palese a 
tutti il nome di chi Tha trattata con ingratitudine e inumanità. 
Ha dato conto di sé a nostra madre, tanto che possa sincerarsi 
se merita la sua assistenza ; ma ha chiesto di tenere occulto ciò 
che avrebbe potuto recar vergogna ai suoi padroni. 

Emm. O guardate ! mi dispiace... 

Ida. Eh vial 

Emm. No no ! anzi la stimo... Voleva soltanto dire , che 
Bù dispiace di non conoscere il nome... 

Ida E a noi questo che cosa importa ? 



8 umuBB DI VAMiaLu 

£fiim. Ha già qualche cosa 8o, e forse più di te« Dalla Ma- 
netta... 

Ida, Ti prego a noo dirmi nulla ; a non dire a nessuno 
quello che puoi aver rilevalo dai tuoi discorsi con la bambina. 
Rispettiamo la discreteiza di questa donna stimabile; e ricor- 
dati poi delle ammonizioni di nostra madre. 

Mar* Dàlie quali io ho molto bisogno^ perchè sono troppo 
curiosa, non ò vero? 

Ida Vorresti tu che io lo nascondessi ? 

Emm. Oh ! anzi ti ringrazio dalla premura che hai di 
ajutarmi a correggere questo difetto. E confèsso che ancora 
non mi riesce di liberarmene affatto. 

Ida Gol tempo ti rieseirà, non dubitare. Intanto studiati 
quanto puoi. 

Seen* IV. - Cecohéna e dette 

Céc. {all'Ida) La signora cerca di lei. 

Ida. Eccomi subito (via). 

Cee. {si mette a cercare qualche casa sul tavolino del 
lavoro) Dovrebbe essere qui un modello di goletta. 

Em. Si; stamani Tho veduto {con cautela). Dimmi « Gecchi- 
na , come si chiama la famiglia dov'era a servizio quella po- 
vera donna che jeri sera accogliemmo in casa ? 

Cec. Scusi, ma non lo so. 

Em. Ehi tu vuoi darmi ad intendere... 

Ctc. Non lo so davvero. 

Em. A me puoi dirlo. Io so già qualche cosa. Animo , 
animo 1 

Cec. V assicuro che non mi è riescito di scovar nulla. — 
Finalmente eccolo questo disegno {in Mo di andarsene). 

Em. Dunque sii buona, Cecchina mia , confidami tutto. 

Cec. Non ho da confidarle proprio nulla. 

Em. Tu sai che non sono capace di tradirti. 

Cec. Mi lasci stare. È inutile. 

Em. E non ti saprai procacciare qualche notizia? 

Cec. M'ingegnerò... Ma, veramente, jse la signora non 
lo gradisce. .. 

Em. Ma lo gradisco io, io che ti voglio bene; e tu lo 
sai se ti voglia bene ! Devi promettermi di dirmi tutto. 



B SGlirn FBB FANaULLl 9 

Cte. Non le posso fare questa promessa , perchè bo avuto 
ordine di non ingerirmi di nulla. E scusi , ma ho bisogno dì 
andare in guardaroba (fui). 

£m. Ho capito io: tutti mi gabellano per curiosa, e ap- 
pnntoper qoesto mi vo^iono nascondere ogni cosa ! Ma , tant'è , 
io voglio sapere ... oh I la contadina , la contadina mi ajuterà ; 
e da lei, oh! da lei sarò chiarita ... £ anche la Manetta... 
A poco per Tolta. •• (passeggia). E qual male vi sarebbe a met- 
tere a parte anche me del segreto? Ohi chi vedo? ecco qua 
le non m'inganno, le nostre amiche. Sì, si; sono esse. Ven- 
gono dal giardino. Come mai a quest* ora insolita ? Oh 1 la 
contadina era con loro, e se ne va di soppiatto dopo aver 
parlato! Io non mi raccapezzo... Basta! vedremo. 

Scena ▼. - Adalgisa , Vittorina , e dette. 

Emm* Ben venute, ben venute! (va cui inetmtrarh), 

Adal. Emma', ti salutiamo. Scuserai, se veniamo a que- 
st'ora... (tt abbraeeiatko). 

Emm. Sempre gradite. 

f tìf or. Cara amica ! 

Adal. E dov'è l'Ida? Che cosa fa? 

Efnm. Sta bene. Dianzi era qui. 

Yittor. Anche tua madre sta bene? Tutti? 

Emm. Si, tutti. 

Adal. Ora siamo contente, li non avervi vedute jeri sera 
secondo il solito in villa della contessa ci aveva fatto dubi- 
tare che qualche incomodo vi avesse* impedito di escir di casa. 

Bm. Un impedimento e inaspettato lo avemmo, è vero ; 
ma non yi fu nissuna cagione spiacevole per noi. 

Adal. Tanto meglio. 

Emm. Volete intanto riposarvi? Ecco le sedie, (tra sé) Scom- 
metto io che sono venute per curiosità. 

Adal. Oh! io non ne ho bisogno. E presto ti leveremo T in- 
comodo. Questa non sarebbe ora di visite. 

Vii. Siamo venute in campagna per far del moto. E ci 
piacciono tanto le passeggiate mattutine. 

Emm. (tra ii)- E il sapere i fatti degli altri. 

Adal. Ci dispiacque davvero di non vedervi ieri sera. 
IV. n. e. 2 



10 LITOWB 01 F^aUOUA 

Vii. Gì diveiiimiBO molto, e più ci «areoiiBo diyerlite se 
non foste mancate toì. 

Emm* Xi ringrazio del cortese pensiero. 

AéUU* E. avrai avuto caro che ta vedessi la nostra accon- 
ciatara. Non lo dico per vanità, ma soltanto perchè mi sarebbe 
piaciuto di conoscere il tuo parere... 

Fi^ Abbiamo una cameriera nuova... 

£fiim. Io non so ancor giudicare di queste cose; sono troppo 
ioesperta; ma presto avrò occasione di vedervi. 

AdaL Certo non avrete cosi spesso questi impedimenti ina- 
spettati. 

Vit. Ti arrivò forse qualche parente, qualche amica ?••• 

Emm. No, né parenti, nò amici, {tra ii) Vogliono sapere 
ogni cosa; e io non dico nulla. 

AdaL Ieri sera facemmo varie congetture , e avrei caro 
()i sapere se fossero tutte prive di fondamento.... 

Emm, (con maiiMia) Crederei di poter fare scommessa di si. 
{Tra ii) Sono troppo curiose; non voglio dir nulla. 

Vit. [alVAdal.) Lo diceva io; v'è qualche «egreto. 

Adal [alla Vit.) Oh la farem oparlate. (AlVEmm.) Non ab- 
biamo già l'indiscreta voglia di conoscere i fatti vostri... 

Emm. Né io vorrei tener segreti con le nostre amiche. Ma , 
a dirvela giusta, nemmeno io so bene tutto quello che vorrei 
sapere. Perciò... 

Adal. E che sì che la indovinai io? La tua sorella, ben- 
chò sia ancor molto giovane, pur potrebbe essere... chi sa?.. 
Un matrimonio... 

Emm.. Oh! non ho udito ragionare di matrimonio. Vi par 
egli? 

Vit. Potrebbe dunque darsi che mi fossi apposta al vero 
più io delle altre. 

Emm. Sentiamo... 

Vit. Una infedeltà della sarta o della crestaja vi costrinse 
a rimanere in casa. 

Emm. [ridendo) No davveijo ! Per venire alla veglia della 
contessa non avevamo già fatto preparativi straordinaij. 

Adal. Capisco, capisco: tu non ci vuoi dir nulla. 

Vit. Ma via... Si tratterà di segreti di fiimiglia ; e allora 
non vogliamo insistere. • 



■ Miim pn pmaDixi 11 

AìbI. Io poi non ho diffioollà a palenre anehe i segreti di 
Ciniglia. Per esempio, sai tu perchè mi era immaginata ohe si 
trattasse di matrimonio? perehè ve ne sarà uno in casa nostra, 
n nostro fratello, ora posso asserirlo, giacché le ultime lettere 
del babbo lo confermano, il nostro fratello dovrà sposare ap- 
pesto la figliuola della contessa.... 

Emm, Me ne rallegro. AJii è vero... I ?os|ri genitori sono 
ÌB Waggio... 

fit. Ma presto torneranno. E al nuovo viaggio che faranno 
eondumnno anche noi. 

Emm. E il vostro fratello ò ora il capo di casa? 

Adal. Cosi è: la zia ci fa da mamma, e lascia a lui le altre 
cure, dandogli cosi a conoscere la fiducia che egli merita. Il no- 
stro frateUo ha giudizio, e deve intanto assoefiirsi al governo di 
vna famiglia. 

JBmm. Ho capito. Va benissimo. (Tra si) Oh I mi viene un 
dubbio. Che siano appunto qu^le stesse?.. Chi sa? 

TU. {aWAdalgiia) Che cos'ha l'Emma? Mi pare che sia 
sopra pensiero. • 

Adal. Non capisco. Ha tanta curiosità I Si vede che noi glie 
Fabbiamo risvegliata maggiormelite con la notisia del matri- 
monio. 

JEsim. Sianri avete detto che la vostra cameriera è fore- 
stiera. 

Aial. 9k ò francése, e veramente abik. U nostro fratello ha 
mutato anche il cocchiere, per averne uno inglese. 

Yiu Se vogliamo essere serviti bene bisogna ricorrere ai 
forestieri. 

Adat. La gente del paese non sa far nulla. 

Yiu In casa tua non.vi sono persone di servisio forestiere ? 

Emm. No. E da quanto tempo avete questa cameriera fran- 
cese? 

Aial. Da quasi due mesi. 

jjmtt. (fra U) Il eonto tornai 

SMM VI. - MariBUA e Mt$. 

Mmr. ^eorrendo aU$gra9 s ffima di aecorgeni dell$ amiche 
dM'Bmma) Signorina, signorina 1 La mamma ò guariu dav- 



12 LBTTimB DI FAUttLU 

vero ; ata proprio bene! {vedendo le altre) Ohi gcusino (n tira 
indietro). 

Emm. Vieni , vieni , Marietta , non aver paura. Qaeste sono 
due buone signorine, mie amiche.... {Le parla sotto ì>oee) Ti 
pare di averle mai vedute? Oaservale bene. 

Mar. {tinUdamenie) Non saprei. 

Emm. Eppure ... tu dovresti conoscerle. 

Adal. {alla Vittorina) Chi sarà mai questa bambipuccia? 

Vit. Non lo so davvero 1 Come ci guardai 

AdaL Che bella creanza I 

Emm. (alla Mar.) Danquel 

Mar. {eon eorpreea) Ohi si: ora... mi pare... 

Emm. Ho capito, ho capito. {A voce alta) Va a dire alla mia 
sorella che ci sono le nostre amiche ; e torna qui con lei. 

Mar. {partendo) Gnorasl. 

0ee«« Yii. - Le «fMftì fuorché ìa Marietta. 

Emm. Hi scuserete se ho fatto a confidenza. 

AdaL Ohi niente. Fa' pure il tuo comodo. 

Vit. Non vorremmo esser venute a impicciarvi. 

Adal. Vedo che avete in casa persone di Aiori. 

Vit. Forse quelle stesse che v* impedirono jeri sera di 
Wenire alla festa. 

Adal. Si può sapere chi è quella bambina? 

Emm. {eeitando) Vi dirò... 

Vit. E poi ti leveremo subito Tinoomodo. 

Adal. Sì, si, non dobbiamo esser curiose... 

Emm. Ma giacché lo desiderate.... 

Adal. Oh! non pretendiamo di conoscere i fatti degli altri. 

Vit. Non ci preme già di essere messe a parte dei vostri 
segreti. 

Emm. Nondimeno io voglio soddisfarvi , perchè non sono 
segreti. Ha sediamo: Ho bisogno di farvi prima un breve rac- 
conto {dà le sedie). 

Adal. Ti ascolterò, volentieri, ma soltanto per non parere 
sgarbata {ricevendo la sedia). 

Vit. Io poi... non m'importa davvero; ma .sederò un 
poco per riposarmi, {Alla sorella sedendo) Finalmente aapròmo 
qualche cosa. 



E 8CUTT1 PIA VAMCICLLI 13 

Adal. Io ne muojo di roglia. 

£111111. [sedendo) &ippiate dunque che un tempo fa, una 
onesta donoa stava a servizio da molti anni in una casa di 
persone stimabili. Vi erano due signorine: * ella le ^aveva 
vedute nascere t le aveva assistite, voleva loro -un gran «bene. 
Ma per eerte mutazioni avvenute in quella casa , per dar luogo 
a servitù forestiera , la povera donna. •• 

Adai» Che cosa hanno che fare queste ciarle? 

Vii. Non e' importa nulla di questo racconto. 

Emm. Scusate , ora ho finito. Dunque anche la povera 
donna che aveva assistito le signorine fu costretta ad andar* 
sene; e le signorine ebbero il coraggio di abbandonarla •'••. 

Adal. A-vranno avuto le loro buone ragioni (ti alza indi- 
tpatHa). 

Vii. Pare che tu voglia burlarti di noi. 

Emm. {tra sé) Sono essel [fùrte) Che forse le conoscete 
<|neste signorine? 

Àdai. Serba ad altri le tue favolette I [vuole e$eire) 

Emm. {iraitenendoh) Era necessaria questa notizia perchè 
poteste capire il rimanente [iraitomndole). Quella donna si am- 
malò pel dolore. Spese tutto quel poco ohe le era stato dato. 
Volle poi andare in cerca d'una parente; fece il viaggio in- 
vano , e allora la debolezza , il disagio, la passione di una sua 
povera figliuolina l'avrebbero fatta venir meno in mezzo di 
una strada , se alcune persone mosse a compassione di lei non 
r avessero soccorsa. Ecco perchè... 

0eeiia ultlm». Ida, Marieita, e delle. 

Ida. Basta cosi... (all'Emma con eerUtà). Amiche, vi sa- 
lato. Ho udito alcune parole dell' Emma; e da questa bambina 
che vi ha riconosciute {indica la Marieita) ho potuto rilevare 
il rimanente. 

•Adal* Parrebbe che voleste censurare le nostre azioni... 

Vii. Come se il nostro fratello fosse capace di com- 
mettere ingiustizie... 

Ida. Ripeto che non approvo il contegno dell'Emma, nò 
.piesnmo di giudicare le vostre azioni. Ma so che il desiderio 
di conoscere il motivo che jeri sera ci tenne in casa vi ha con- 



14 LBTTfmi DI FunauA 

dotte qui . ti ha mosse a interrogare aaclio la eostadinat e final- 
mente yi ha condolle a sooprire una cosa ohe yoì stesse aTreate vo- 
Into tenere occulta. Ormai ò bene il dirvi che la infeliee madre di 
questa^ bambina non ha volato palesare il nome della famiglia 
che Itf licenziò; avrebbe perfino ricusato ogni assisteniase avesse 
dovuto riceverla fl patto di nuocere alla riputaiione di ohi si 
sia. Perciò se è quella veramente che voi conoscete , siate certe 
che ha operato saviamente, e mia madre ha intenuone di 
prenderla al suo servizio. Non saviamente certo ha operato l'Em- 
ma. Ma perdonatele a cagione della sua inesperienza. Io poi, 
valendomi della buona amiciiia che passa tra di noi, mi fo 
lecito di- dirvi per ammonizione dell'Emma stessa e vostra, 
che la soverchia curiosità ci pone, talvolta noi rischio di sa- 
pere quello che non vorremmo. 

AdaL {c<mfno$$a) Tu hai ragione. Abbiamo sbagliato. E 
faremo di rimediare a quello che potremo. Intanto (eorre a 
dare un bado alla Marietta) questo bacio a te, povera piccina « 
sia pegno del bene che vorremo sempre alla tua buona mam- 
ma; e se potremo in qualche modo far diasentioare la nostra 
ingratitudine, dille che ce ne ingegneremo. 

Vit. {ewm iopra) Andi'io, anch'ìol 

Mar^ Grazie > tante grazie, signorine. La mamma sarà latta 
consolata. 

Adah (abbraeeiando Vida] E a te grazie della utile leiioiie 
che tu mi hai dato. La vera amicizia deve francamente am- 
monirci dei nostri difetti. 

Emm* (abbracciando 1$ amiche) Spero che mi vorrete bene 
come prima. 

Adal. Anche più di prima. 

ViU Addio: e mai più curiosità indiseieta. 

Emm. Spero di essermene liberata anch'io. 

P. Tbottar. 




■ SCKmi PBl FABICIOIXl 15 



VIAGGIO DA FIRENZE ALL'ALTO EGITTO 



RACCONTATO 



DA UNA FANCIULLETTA DI 12 ANNI 



Partinno da Firenie il 18 Ottobre 1853. La mia cara 
I, ana signora sua amica con due figliuole: Sofia, che 
é Ja maggiore ed ha la mia età , ed Eleoa poco minore a lei , 
che lODO come mie sorelle , ed io. Si biadava a trovare i pò- 
stri babbi in Egitto. Oh ! che consolaxione ci dava il pensiero 
dì vederi! presto^ 

La noUe dormimmo al Covigliaio , e la matiina dòpo, fatta 
ima diecina di miglia, si dimandò a uua donna quanto c'era 
di U a Bologna: ella ci rispose: docci miglia. Vuol dire dodici 
miglia; ma lei, poveretta , era una campagnuola, che parlava 
in dialetto bolognese. Noi altre bambine si rise molto di 
qodla parola. 

Quando si arrivò la sera verso le sei a Bologna , ci fecero 
motta imspresaione le arcate ohe usano in quella città. Allora 
mi pjacqneio ^olto , perchè a quel modo si può andare fuori 
anehe quando piove ; ma ora che penso ci é un inconveniente; 
le finestre dei jnaoterreni non hanno nò luce , nò aria. Si 
soMNitò nUa locanda di Broum. Noi altre bambine non sì poteva 
resistere dalla fame che si aveva : fortuna che ci portarono 
presto da mangiare , perchè se nò avremmo seccato troppo le 
nostre nttmniel Dopo cena si alido a letto presto , per alzarci 
poi di buon ora. 

La mattina si parti per Ferrara. Era una bella gior- 
tata , e si fece fermare il legno per camminare un poco a 
^i e cogliere dei fiori. Dopo aver passeggiato un poco si 
rientrò in carroisa e si trottò fino a Ferrara, dove si passò 
bi notte alla loeanda dei Tre Mori. Di Ferrara non ho nulla 
da dire. La mattina dopo ci alzammo alle &, e si parti alle 6. 



16 LBTTOIB DI FAMIGLU 

Per andare a Padova c'era un largo fiume chiamato il Pò. 
Dunque , arrivati a questo fiume , si entrò in una barca colla 
carroxza e tutto. Attraversato questo c*era la doganale ci fe- 
cero sciogliere e aprire tutti i bauli per farci la visita : dopo 
averci fiitto perdere due ore , e dopo che furono persuasi che 
non si aveva nulla, ci fecero andare via: si riprese il nostro 
legno, e si seguitò la nostra strada per Padova. Si doveva 
passare ancora un altro fiume di cui non si sapeva il nome; 
e arrivati al fiume si domandò a una vecchia , come si chia- 
mava, e lei ci rispose YAdge che voleva dire TAdige. Ancora a 
quella si rise molto, ma non tanto quanto a quella di doeei. 
Attraversato questo fiume si seguitò il nostro cammino. 

11 nostro viaggio fu molto piacevole fino a Padova. Arri- 
vati a Padova, la sera, dopo cena, si fece un po' di chiasso 
insieme, e si andò a letto. Si dormi benino. La mattina 
dipoi andammo a vedere la chiesa di S« Antonio. In qudla 
chiesa osservai delle bellissime colonne di alabastro altorchiate, 
che trasparivano ^benissimo. Queste colonne erano di qua e di 
là dell'altare maggiore. Dove battezzavano i bambini , vi era 
una gran pila , e per la chiesa che 6 molto ricca , si vide dei 
bellissimi quadri. Gol treno del tocco si parti per Venezia , si 
passò un ponte lunghissimo e magnifico che attraversa la La- 
guna e unisce Venezia con la terraferma. Passato questo, ci 
trovammo nella bellissima stazione di Venezia. Di li ti entrò 
in una gondola: cosi chiamano là certe barchette che servono 
ad andare da un luogo all'altro per la città. Ora mi provo a 
descriverle. Le gondole sono come navicelle piuttosto lunghette. 
Hanno una specie di lancia di ferro nella parte davanti , e poi 
c'è dentro una specie di cataletto tutto coperto di panno nero; 
eia nostra la guidavano due marinari. Scesi di gondola, si andò 
ad alloggiare alla Luna, che era una locanda buona e discreta. 
Si ordinò che ci dessero da nSangiare proprio alla veneziana , 
e ci portarono dell'ottimo pesce e dei fegatini ; si mangiò an- 
cora meglio che a Bologna. 

Dopo cena si andò a girare per Venezia; e dovendo par- 
tire alla mezza notte, stemmo fuori fino a quell'ora, passeg- 
giando la maggior parte del tempo sulla piazza di S. Marco , 
la quale illuminata a gas è proprio una cosa stupenda. Poco 
prima della mezza notte, si andò a casa a preparare tutti i 



B icum m P4iia«i.Li t7 

BOiiri hmM. Si memiò in osa gondola , e si amie «I battello 
a vafiore. Quiadi ai parti Terso il tocco. 

Nlitaltre fcambine si era Dioicissimo confuse , essendo 
fRila la prima Toila che si viaggiaTa per mare « ma noodime- 
aa et aMorflaentannio tranquillamente. La mattina ci si svegliò 
e esaemb Ticini a Trieste ci si preparò, e si andò su per go- 
iae OD pò* di arìa« 

Era Doa bellissima mattinata. Eran le cinque , il sole non 
si era ancora lerato , faceva molto fresco , si vedeva Trieste 
il lontananza e gli nccelli venivano intorno al battello. Arri* 
fati a Trieste si sbarcò. Si andò a una locanda tedesca poco 
distante dal porto. A Trieste quasi tutti parlano tedesco, perchè 
Trieste confina con la Germania. 

Em quella una bellissima locanda e molto comoda. La 
stanza, cioè la sala», da pranzo aveva le pareti coperte 
di carta vellutata color rosso scarlatto, con bellissimi dise- 
gai e contornate da cornici indorale* Pendevano dalle pareti 
dei bellissimi specchi con cornici parimente dorate. La volta 
era dipinta alla raffaelia* La sala era fatta in arcate, dimodo- 
Aè tutto insieme fkceva molta figura. La camera dove dor- 
mimmo ancora era molto grande, le finestre erano doppie. Cera 
nn calorìfero, che anche quello in una camera da ietto è molto 
comodo. Con tutti questi vantaggi però v*era 1* inconveniente 
di salire molte scale per andare alla nostra camera; ma , tanto , 
era soianente per tre giorni, poco c'importava. 

Si girò per la città è si TÌde nei caffè tanti torchi e greci, 
perchè forse vanno lì per il commercio: i turchi mi parvero 
cariosit ma li osservai poco o nulla, perdbè tanto gli anda- 
. fo a tederà nel loro proprio paese I A Trieste ci sono belle 
strade , e sono tanto larghe che Taria vi circola benissimo , e 
i casamenti sono molto belli e sono an<;ora ben disposti* Un 
signore di conoscenza della nostra famiglia che abitava a Trieste 
condusse la mamma e me a vedere la città, e la passeggiata 
di Trieste. La sera ci condusse al teatro , nei quale ci era 
Topera II trovatori, e mi ci divertii molto; ma se ci fossero 
mie ancora le mie amiche e compagne di viaggio, mi sarei 
divertita aaspi più. 

Il giorno dopo si preparò i nostri bauli, dovendo par- 
tire alle qpMitro pomeridiane. Noi altre bambine si era molto 
IV. ne. 3 



18 LBTTUBB DI WAMMUAA 

contente pensando che in poco tempo avremmo ri?igto i no- 
stri babbi. Alle quattro sì parti per Alessandria di Egitto; 
e ii mare era allora quietissimo» ma a me mi aécadde 
un'avventura molto curiosa. Ero su in coverta colie bambine 
e si parlava insieme: quella sera ci era un poco di vento* ma 
non tanto da fare una burrasca. Avevo il cappello sciolto ^ e 
andavo per legarmelo , quand* ecco una folata di vento me lo 
stacca netto dal capo, e me lo porta in mare. Le bambine si 
mìsero a rìdere. Io un poco ridevo e un poco mi rattristavo» 
perchò mi dispiaceva di avere perduto il cappello che la mam- 
ma mi aveva guarnito colle sue mani; perciò andai giù a dire 
alla mamma quel ohe mi era accaduto. E le dissi : Mamma, 
ho perduto il cappello: 

Essa si mise a ridere della mia mossa* ma mi rispose 
- Oh che. scapatella 1 

- Ma se tu sapessi chi me l'ha portato via! — 

- E chi è stato dunque? 

- Il vento , mamma mia. 

Allora la mamma 9orrise, e rispose: Se quel cappello 
che hai perduto va alla costa, forse chi lo vede crederà che 
sia di qualche signora affogata. 

- Fortuna che ce ne ho un altro I se nò, mi toccava a 
arrivare in Egitto senza cappello ; bellina I —Eie bambine R. 
ridevano. 

Erano già quattro giorni che si viaggiava per acqua e si 
aspettava con impazienza il giorno dopo che dovevamo arrivare 
al nostro destino. 

Le nostre mamme ci rimandarono in coverta, perchò loro 
facevano i preparativi per Tindomani. Dopo che ebbero finito* 
vennero su anche loro a discorrere con noi; e mamma a un 
tratto disse: 

- Signora vuol farmi compagnia stanotte? 

- Volentieri ; ma come ? 

- Stando a dormire quassù. 

- Farebbe male forse alle mie bambine. 

- Basta coprirle bene. 

E io: Oh avrei tanto piacere se venissero ancora le bambine, 
e perchò poi starebbero anche meglio. 

La maggiore delle R.: Questo ò vero, ma quando la mam- 



« setrm vim panciulu 19 

mt non è eoBteciU j yuoI dire che ha le sue ragioni; bisogna 
obbedire e zitti — . 

Cori andarono a letto, ed io riman un poco trista per non 
STeie cm me le mie compagne -care. Mamma e io prendemmo 
delle coperte e dne materasse, una per lei e una per me ; e si 
dormi baniaaimo. 

La mattina ci si svegliò al levare del sole. Si vedeva 
Alessandria in lontananza: il sole indorava tutta la città. Sui 
noDti di rena del deserto ci erano tanti miflini a vento ; 
e (atti giravano, perchò tirava un pò* di vento: un restiociolo, 
credo , di quello che m'avea portato via il cappello. E io an- 
dai giù e dissi alle bambine: Ehi non vi siete ancora levate? 

Sofia» Se tu sapessi quante volte ci siamo svegliate I 

Signora. Io mi sono svegliata due o tre volte, mi sono 
infilata il vestito, e me ne sono venuta su un momentino 
per godere un po' d'aria, perchò mi pareva di essere in 
vna fornace, tanto c*era caldo; e quel cattivo odore mi disgu- 
stava tanto ! 

Sofia. E hai Catto tutto questo senza di noi ? Perchò non 
€i hai svegliato? 

Signora. Ma, figliuole mie, volete che vi svegliassi per 
bre soffrire anche voialtre? — 

Intanto ritomai su da mamma. 

Si videro molti arabi che venivano in una barca col 
pQola. Bisogna sapere che il porto di Alessandria è pieno 
di scogli, di modo che per entrarvi senza pericolo, ci 
vuole qualcuno che se ne intenda, perchò il capitano non sa- 
prebbe in che punto dirigere il piattello; e perciò questo pilota 
arabo ò incaricato di condurre le lance e i battelli che arri- 
vano nel porto. Egli era nella lancia coi marinari arabi che 
nilavano jb parlavano una lingua che mi parve molto curiosa. 
U pOota montò nel battello nostro co' suoi marinari, e lasciò la 
ma lancia addietro. 

Noialtre bambine si era mezze sbalordite « un poco dagli 
trii che facevano quegli arabi , e un poco vedendo il loro 
vestiario. Portavano essi un berrettino rosso in capo che 
ebiamavano il tarim$eOf poi una cappa blu: questo vestito ò 
dei marinari. Il pilota poi, aveva un turbante bianco intesta, 
e poi una specie di veste da camera di raso, legata intorno 



20 lanèn di wauwlim 

sita vita con ima aeiarpa ài tìhei blu? aopra poftiava on ber- 
nu8 nero dì panno. Qaando si fermò i( baatimeDlo veéewamo 
venire verso di noi un battello: noi credevamo cbe ci fossero 
i nostri babbi , ma quando il battello ai fermò non li vedemmo , 
e invece vi erano persone ohe ci dissero che i nostri babbi 
avevano da fare al Cairo , e consegnarono le lettere che ave- 
vano mandate alle nostre mamme. Noialtre, sentendo qoesto « 
diventammo rosse , ed in mezzo minuto si. videro spuntar le 
lagrime , e poi venne un gran pianto. Intanto si prese una 
barcbetta per noi, e una per i bagagli, e ci movemmo per an- 
dare a una locanda; ma cammin facendo s'incontrò una bella 
lancia a dodici remi ; i rematori ci dissero che venivano a pren- 
derci da parte del Sig. Gommendatore^Rossetti console di To- 
scana in Egitto. In quella lancia vi era il .Giannizzero del me- 
desimo (è upa specie del cacciatore nostro che va a cassetta 
delle carrozxe) il quale ci fece montare in questa barca cosi 
comoda, mentre l'altra lancia era tanto sudicia e incomoda. 
Questa barca ci condusse a terra dove trovammo la carrona 
del console* Arrivati alla casa del console ci si troyò la con- 
solessa/e le sue figlie le quali ci fecero molte attenzioni. 
[continua) 



ESERCIZJ DI RETTA PRONUNZIA^ 

' (V. Voi. prec., pag. 867. ) 

gg*) Nelle parole di desinenza btta, avrò, ec. la vocale a si 
pronunzia aperta in : sstta , aspetto, difetto , pstto , sospstto , effetto , 
oggetto, pretto, infetto, letto(nome e terbo) , assetto {wme e «erta), 
insetto, rispetto, seUe, pretto, getto, architetto, alletta, accetta, 
(verbi); affetta, (per bramare dal latino a/^cto); ricetta, dialetto, 
concetto, diletto, perfetto e simili derivanti dal latino in tetus, 
letto, (leetue), ec. Inoltre tutti i parsati che finiscono io eu/, 
come credetti, detti, dette (da rfore); temetti, potetti, ec. 

8i pronunzia chiuta in: vetta, vedetta o veletta, tetto, 
buffetto, sonetto, berretto o berretta, civetta* fretta « affretta 
(verbo), affetta (per tagliare in fette, per [aelantora); zibetto, 



■ 0Oiim rai VAMCimLu St 

netto, detto, detti * (i dui^, da Hn)^ disdetto, e composti 
demaDti da • latino ; stretto, costretto, ec; metto, commetto» 
e simili ; detta (da dettare) ; vendetta , saetta , accetta [iitrU" 
SMilo), banchetto, gabinetto, staffetta; trombetta. Maometto, 
e tutti \ dimÌQiitÌTÌ in etto, come isoletta da itola; veccbietto 
da seeefttb; giovinetto da^ovine; soletto, piccoletto, libretto, ec. 

4 A*) BTTBA, «TTHo, cc. Aperta in elettro, plsttro, spettro, 
ie^tro; Elettra, lettra , ki ietterà y benché derivaste da t latino. 

Il*) BVA, Bvo, ec. Aperta in JBva, breve, lieve; devo, 
diri, deve {verbo); greve; leva, solleva, alleva, rileva {verhi)^ 
iosgevo. 

Chimea in neve, riceve, beve, e in tutte le terminazioni 
degl* imperfetti in eoa, diceva, faceva, temevi, voleva, ec» 

//*} KvmA, Bvao, ec. Aperta in persevra, per persevera. 
CkmMa in Ginevra, scevro. / 

mm*) bvvb: chiusa in bevve. 

mi*) SVIA, svia, ec« Aperta in allevio e abbrevio (verhi) 
previo, previa (agget.); Mevio. 

0*) BZZA, Bzzo, ec. ilperfain: prezzo; apprezzo {verbo); 
dispmzo {nome e verbo); pez;Ee; spezzo (da spezzare); mezzo 
(Mera); ammezzo, {divido per lo mezzo); intermezao. ec. 

Chiusa in: lezzo, olezzo, {nome e verbo); rezzo, vezzo, 
avvezzo, ribrezzo, sezzo {ultimo); mezzo (aggiunto di frutto 
troppo matoro, che i per infracidare); ghezzo (nero, parlando 
dei Morì); Arezzo; e tutti i sostantivi in exza, bellezza, certez- 
n, fi>rtezzaf altezza, gravezza, carezza, ec. 



Esempj. 



Ed egli a me : Su per le sucide onde 

Già scorgere puoi quello che s'aspetta {4} , 
Se il fummo del pantan noi li nasconde. 

Corda non pinse (2) ipai da sé saetta , 
Che A corresse via per l'aere snella , 
Com' io vidi una nave piccioletta 



(1) Qoetlo che ha da venire. 
(S) Spìnse. 



n LKTTOIB DI VAMNULU 

Vanir per l'acqua r^rvo noi in quella (4) , 
Sotto il governo d'un sol gateoto (2) , 
€be gridava : Or se' giunta , anima falla 1 

( Dawtk. Inf, C. Vili ). 

Sotto cosi he\ ciel , oom' io diviso (3) , 

Ventiquattro seniori (4) , a due a due. 

Coronati venian di fiordaliso (5). 
Tutti cantavan : Benedetta tue 

Nelle figlie d'Adamo « e benedette 

Sieno in eterno le bellezse tue. 
Poscia cbe i fiori e l'altre fresche erbette , 

A rimptftto di me dall'altra sponda , 

Libere fnr (6) da quelle genti elatte , 
Si come luce luce in ciel seconda (7) , 

Vennero appresso lor quattro animali, 

Coronato ciascun di verde fronda* 
Ognuno era pennuto di sei ali , 

Le penne piene d'occhi ; e gli occhi d'Argo , 

Se fosser vivi, sarebber cotali. 

(Darti, Pwrg. C.XXiX). 

Quando si strinser tutti a' duri massi 

Dell'alta ripa (8) , e stetter fermi e stretti, 
Come a guafdar , chi va dubbiando , stassi, 

ben finiti (9) , o già spinti eletti , 
Virgilio incominciò , per quella pace 
Cb' io credo cbe per voi tutti s'aspetti , 

Ditene dove la montagna giace (40) , 
SI che possibil sia l'andare in suso ; 
Che M perder tempo a chi pih sa più spiice (44), 
( Daitb. Pwrg. C. in ). 

(1) In quell'ora, in quel meoire.- 
(8) Galeoto , barcaiuolo. 
(8) Com' lo descrivo. 

(4) Ventiquattro vecchi. 

(5) Giglio. 

(6) NoQ larono più ingombre. 

(7) SI come la cielo, mentre al volge, una stella viene dopo TaUra... 

(8) Agli aporgenti scogli del monte. 

(9) ben morti, o morti in grazia di Dio I 
(lo) Dove più dechìna o è meno erta. 

(il) Qoant'ano è più avanti n^lla cognizione delle cose, tanto piò 
apprezza il tempo, che trova sempre breve in confronto di ciò che 
gli rimane a imparare e fare per il ano perfezionamento. 



■ actim vu wàmoLu S3 

I naviganti a dimostrare efiirtto 

Vanno dell'arte in che lodati sono :. 

Chi discorre fischiando col fraschette , 

E quanto han gli aTlri a far , mostra col suono ; 

Chi l'ancore apparecchia da rispètto , 

E chi al mainare , e chi alla scotta ò bidono. 

Chi '1 timone , chi Tarimre assicura , 

Chi la coperta di sgombrare ha cura, 

( AaioeTO. OrUmdo Ftir.) 

Coàie la fronda che flatte (4) la cima 

Nel transito (S) del vento » e poi si leva (3) 

Per la propria virtù che la sublima , 
Feo' io in tanto in quanto ella diceva (4) 

Stupèndo (6) ; e poi mi rifece sicuro 

Un disk) di parlare ond' io ardeva...» 

Bahtb , Farad. XXVL 

E quale , annunziatrìce degli albori , 

L'aura di Maggio movesi ed olezza (d) » 

Tutta impregnata dall'erba e da' fiori ; 
Tal mi senti' un vento dar per mèzza 

La fronte , e ben senti* mover la pfuma , 

Che fé sentir d'ambrosia Vorezza.... (7) 

( Darte. Purg* XXIY ). 



(i) Piega la cima. 

(S) Per lo passare del vento. 

(3) Si rialsa. 

(1} Mentre Beatrice parlava. 

(5) Restando con istapore e seosa parola. 

(•) E eome Faara di Maggio sol far del giorno movesi, eo. 

(7) Gli efflQvJ delFambrosia, lo spirare bell'ambrosia. 

P. Thouar. 



iJBttns m wàtBmuk 



VAKIETÀ INBLLB SG^NE E DEGLI OGGi?TTI DELLA CAMPAGNA. 

Saravvi forse parecchie volte avvenuto di viaggiare in 
paese non prima da voi usato. In quello andare vi vengono , 
per cosi dire^ all'incontro al medesimo passo,- con cbevoi le 
Incontrate « mille sempre nuove, e del pari belle e dilettevoli va- 
rietà di paesaggi e di scene. Selve antiche, ombrose, folte 
d'alberi d*ogni specie, d'ogni efà, d'ogni guisa. Ne osservate 
que'graii corpi che lievano» quelle gran braccia che spandono, 
quello scambievole intreedarsi e confondersi, e sotto que* sen- 
tieri intralciati , boscosi , aggirevoh' , e per tutto oscurità , or- 
rore, silenzio, e una non so quàl dilettevole malinconia. Suc- 
cedono praterie allegre, e vallicene, e campagne, là tutte 
verdi e rigogliose di pascoli, qua tutte messe a^ fruménto già 
spigato e granito. Appresso vi si para davanti una foresta 
ignuda, deserto e solitudine -più che paese, terren morto o 
squallido, in cui non s' appiglia seme, non germoglia fil d'erba: 
e quivi in faccia balzi di montagne, e scogli d*alpi, che coi 
gran gioghi sormontano le nuvole; e giù per lo dirupato dei 
fianchi cadute di acque, che dove battono rovinando e rom* 
pendosi, gittano Sprazzi (1) e schiuma, e tempestano e romo- 
reggiano. Indi seguendo il cammino v'invitano l'occhio pro- 
spettive aknenissime di bei giardini* Moltitudini di fiori d'ogni 
stagione, d'ogni forma, o sparsi sulle siepi senz'arte o ripar- 
titi a disegno in belle ajuole e spalliere: lunghi filari ben or- 
dinati di alberi e fruttiferi e sterili a divìsa (2) , d'una mira- 
bile varietà. Poi, sebondo i siti e le posture lor convenienti , 
collinette, rupicelle, spelonche, con da per tutto fontane a (3) 
schizzi, a (4) pispini, a gronde giuochevoli in più maniere. 

(1) Sprazzi, minatissìme goccia per aria* 

(2) A scompartimento. 

(3) Goccie che saltan faorì. 

(4) Sotlil filo d'aeqoa, che schizza fuori da piccolo canaletto. 



E flcum m rMiciDu.1 as 



PIANTE. 



QaiBto alle piante, non cosi forse sono dissimili nella formav 
oome son varie neirindole. Alcune provano meglio» e fan più 
JBttse al piano 9 altre al monte, Certe aman l'ombróso» e certe 
il solatio: queste noa cresooM che alla grei^a ed al sasso, 
quelle soltanto ne'kiogtii bassi e aaq[oi4osi. La radica^ che prima 
è da osservarsi, tutta si ficca sotterra, e nel suo nascere tene- 
lissìaia, pur la traforale penetra, e vi si dirama e spandere 
tanti tronchi e rami e barbe gilta per tutto, ch*ella sembra 
an altr' albero capovolto e sepolto. Da questa a poco a poco 
ingrossando ecco il pedale , di fusto alcuni diritto e ben tirato, 
aguale, se non in quanto a proporaioa ^el salire aftsottiglia 
e digrada; altri di si gran corpo, cbe as^ai degli uomini, 
iacatenate insieme le mani, appena T abbracciano. Poi in con- 
venevole altezza lo sparti mento de' rami; e dai maggiori i mi- 
Bori, e altri da questi spuntando, e sempre diminuendosi con 
ragione. Or cbe s'ha a dire della ruvida e scagliosa corteccia, 
cbe tutto l'albero veste t anzi arma e difende? cbe della te- 
nera e sottil buccia (1) , che gliela unisce al corpo ? che delle 
innnmerabili vene e fibre e nervetti, che tutto il corrono p^r 
lo lungo? cbe della varietà, della vaghezza, dei lineamenti cbe 
si scorgono nelle foglie? Quanto non ^ da maravigliarne la loro 
diversità nei cipressi, negli abéti, nelle palme, nei pini, 
nei plàtani, nelle qnercie, negli elmi, e in tutti i fruttiferi, e 
in tutti 1 salvatici; ed all'ombra per nostro diletto, ma molto 
|nà alla difesa ed all'utile delle lor fruita? Ma de' frutti stessi 
la copia, la varietà, le figure, i colori, le scorze, i picciuo- 
li (2), le granella, le polpe, i sapori, richiederebbono da per 
iè foli un libro. 

Barloli. 

(i) Scorza. 

(2) I gambi delle f^fulta. 



IV. II. e. 



26 unroM di vmraiiA 



LE PAON. 



Omé d'abord seufemewi d'une. aigrette^ 
Un j<mr, le Paon ee plaignait à Junon; 
D'une plui belle queue il réelamait le don , 
Ttoutant sa parure incomplète: 
« Soii, dil Junon, tu seras satisfait. 
Et déeormaii le plus brillant plumage 
Ta pour toujowrt étre ton apanage ». 
// detdnt le plue beau dee oiseaux en effet^ 
Mate ee ne fut pas sane dommage, 
Et eon voeu dut bientót lui paraitre indiseret. 
Pour prendre eon eetor il ne fUt plus le méme; 
Par le pMs de sa queue il se vit firrété: 
« Je n'ai pu te donner cette beauty suprème 
Q*au dépens de ta liberta. 
Lui dit Junon, Tu t'es créé des peines; 
Sache à présent bannir des regrets superflue ». 

Les grande ainsi tronvent des chaines 

Dans les honnours pompeua dont ile sont revétus. 

Ji M."* Esther Sezzi ). 



•i«d«ii> 



B SGBlTtl NBB VANCIIILU 92 



IL PAVONE. 



li ptvoiit che il 8oI ciuffo in prima areva, 
Con la dea Gìuno un di ne fe lamento, 
Yago di posseder coda più bella, 
Che aver credea troppo dimesse spoglie. 
« Si, disse Giuoo, io ti fard oootento; 
E fin da questo di To'che tu vada 
Di più splendide penne ornato il corpo »• 
Detto fatto, il più vago allor divenne 
In tra gli uccelli; ma costagli caro 
Il beneficio, ed a penlir se n'ebbe. 
Più non potè spiccar le penne a Volo 
Agile e presto, e gli faceva ingombro 
Della superba coda il grave peso. 
« Il maggior pregio a te della bellezza 
Donarti io ben potei « dissegli Giuno » 
Ila di tua libertà soltanto a prezzo. 
Tu medesmo il volesti, or sappi dunque 
Senza querele che sarebber vane 
Del nuovo acquisto anco soffrire il danno ». 

Cosi dei grandi gli ambiziosi onori 

Si oonverton ben presto iti duri ceppi. 

P. Thouar. 



POESIE INFANTILI 

LA SIGNORINA E LA CONTADINA. 

« St 1 ma intanto la mia veste 

È più bella étlh tual 

« Io d bo cpiella delle felle, 

Che mi die la mAmma soal 
« Sii ma intanto io so ballale I 

So cos*ò la geografia I 

« Io però so ben cantare 

Tatto ti mede di Maria! 
« Tu non hai bambole belle, 

Da teatire e da apoi^iare I 

« Questo è ver, ma ho due «ocelle ^ 

Piccolino , per baciare 1 
« Tu non dormi in un lettino, 

Fra le piume e fra la trinist t 

Tu non bai il gMnoialino 

Di baiiatft aoprafiaa» 
« No l.flML dormo cosi bene» 

Di mia madre sovra il core 1 

Stretta stretta ella mi tiene, 

Mi riscalda col suo amore! 
<c Si, ma intanto f miei piedini 

Si (fatili e delicati 

Voglìon solo ch'io cammini 

Su tappeti ricamati I 
« Non invidio i bei colori 

Del tappeto ricamato. 

Io cammino sopra i fiori 

Che ricuopnmo il mio prato I 

Leontina GordigJaDi. 



B^Jdim MK rAMCIOLLI 



STUDJ SULLA EDUCAZIONE 

Capitolo VII. 
( Vedi y<ri. pTMedaMe , p. 100). 

In aezzo a loro assisa , apri e dispanai 
Tatto il tesoro deUe tue virtudi ; 
Semplice come lor , ragioni e pensi , 
Tempri e mfsari gì' innooenti studi ; 
E ^qandó la ftTeila è mata al sensi , 
Coa pinto iBia^ lu il mister me schiodi » 
£ poco a poco il lor soave aspetto 
Brillar contempli dell' interno affetto. 

Giulio Cascamo. 

Pargoletti felici » fknno uomini felici. 

Giorgio Forstek. 

Btiendo l'jhiAniiUi qpnel tempo nel quele tt corso della 
?iu é più whte^ e iodo maggiori le forze vitali, più di ogni 
aHn teaipo ridiiede «onttniia Ticeiida tra la liitiea e it riposo, 
Ira fl lavoro e la ricreatione. Una fettdiillfiHi non deve darei 
ad oocupasioiie dorevoimeiite eedentaria , nè^ a feoeende di 
caaa troppo Ihtiooie, ^ali tareMbero sollevare o portare gravi 
pesL Aaehe allo persone adotto fa d'uopo riposo e svago, ma 
pia ansai ai thnoiiillo. Qaanto più è io tènera età , taiito mene- 
rà stiaaolato ad applioaiione inideiMsa, a troppo arduo stodfo 
o lavoro^ 

GIt tfasBÌ, i trastolli dei bambini sono generalmente una 
tsMtaiioiMi di ci6 dio fanno i grondi coi quali vivono, ed è 
ssea mirabile il vodero la pronta fanmagirfazione e la vivace 
tmlaeio ebo qriegano. Lo bimbe, ancbe quando si sollazzano 
^eoo maro sotto gli oecM deHa madre, ma non sarebbe bene 
che ella voksae ingerirsi sempre dei loro trastutH« I pargoletti 
sKglso ai dlvoiiono tra di loro» Si può egli vedere cosa più 
gisaonda poi aoetro euoro, di un drai^ieilo di fcrnmiffini cbe 
lU>mmmeaio lo iaspiraaioni della loro oatura e delle 



90 LBITOAB M 9Am%Uk 

loro bizzarre idee? Ecco Topportunità di conoscere commessi 
pongano mente alle azioni degli altri, quanto bene le capi- 
scano; e qui si manifesta al tempo stesso apertamente il loro 
carattere, e si palesano senza velo né ritegno le loro naturali 
condizioni. La savia madre non tralascerà di stare attentissima 
agli svaghi dei figliuoletti. 

È da fare una considerazione curiosa, cioè, che il mondo 
infantile suole usare certi svaghi sempre nella stessa stagione. 
Quale bambino avrà voglia di mandare il suo aquilone in altro 
tempo che nelFautunno? Il volano è per Testate, e nella pri- 
mavera ho veduto per tutto giocare a buchetta. I passatempi 
dei fanciulli , per Io più hanno qualche somiglianza con le fac- 
cende di casa. Fu già accennato quanto giovi badare che non 
sporchino e che non sciupino il vestito né i balocchi, e che 
non guastino la roba per capriccio o per malizia* S' intende « 
che tanto nei giuochi, quanto nelle cose serie della vita, fa 
mestieri assuefarli ad essere sempre gentili, compiacenti, amo- 
revoli nelle loro relazioni reciproche. I trastulli appunto sono 
la scuola in cui vengono coltivate le buone qualità sociali* 
Ma queste qualità non hanno da riescire mera orpello ; 
d bisogna procurare che la gentilezza sia in tutte le immagi- 
nazioni, in tutte le volontà, in tutti gli affeUi dell'uomo »• 
Quella cortesia che nasce da bontà di cuore, <;he ognor cerca 
di essere utile al prossimo, che sfugge ogni oagionei di benofaò 
lieve dispiacere, quella è vera cortesia; messa a paragone 
con le altre, sembra nna buona monetn d*oro accanto a una 
di legno ricoperta di foglia, d'oro. II valore della prima non 
•scema mai: in ogni tempo e in ogni caso rimane oro, mentre 
la seconda non vale mai nulla, ed eziandio perde il superfi- 
ciale suo splendore , a toccarla spesso. Fa mestieri che la gen- 
tilezza tanto dei grandi, quanto dei piccoli venga praticata, 
anzi tutto , verso di coloro coi quali viviamo nella maggiore ìrn^ 
trinsichezza ; e quando se ne può egli acquistare Tabito, ae 
non. nell'infanzia, e, direi, fino dalla più (enern età.? Fa/ecia- 
sene specialmente obbligo ai maschi verso le femmine. L'vkk 
mo colto stima e rispetta il sesso più debole, sempre, day* 
pettutto e in qualsisia condizione; e non sarà mai tropfMi la 
aoliecUndine di assnefiirvi il ragazzo. Cosi dovisebbare le nui' 
dri anche .adoperarsi a svolgere nelle figlinele una dote.vera-* 



B scMm pm rANonixi 31 

IMoiiria ddla doDM, qoeHt, cioè» del prandarti pentiero 
a8ÌBUoo9D . del heme delle penooe amate. Le banbine che si 
direrloiio a caoiiiàve , non si dimentichino di serbare una parte 
dei pcauDcltolai' fsetellinì^ per q«aadó torneranno da scuola « 
éandoftì cmra ' che . le Tirande siano di qorile che. Tanno loro 
paiticolumente a genio. Questo non sfdoacoresoe^il piacere 
M bdoot» f ma Jaseia impronte indelebiK per la vita avvenire. 

Ijfancìulli che tnAnraw» la lindura nei iore sollatziyche 
mabrano dilettarsi di fare i haJocchi an^e ù^ Ihngo, sono 
Kkifosi* rorinaao le vesti, si guastano la bellaaaa delle mani, 
e fael che è peggio ,. perdono, qnel ribrezio del sndminme che 
é naturale all'nomo. e che si dee svolgere e accrescere più 
preila che. sia: possibile. Chi «fon ha cura in tutto della propria 
aeCtezxa.e di quella delle cose che gli appartengono, CioilmenSe 
si asaneCs al sudicaume^ ed ò questa la via, per la quale può 
scendere fino alla più abietta degradazione morale. 

Segnatamente le fiinciulle debbono per istiato naturale, 
pirì a quello delle più gentili e delicate creature, e per abito 
bene inculcato, jenlire il bisogno della massima lindura. 

Riapetto alla mania di. sciupare, che tanto ó. frequeate nei 
isiicinlli, ha per lo. più due cagioni: O ò conseguenza della 
nega, o è indizio di grande ardore pel sapere. Nel primo caso 
potrà essere cooreAta senza bisogno di ricorrere aUe punizioni, 
ma. solo con la vigilanza rigorosa, e col tenere giudiziosamente 
occupato il bambino. Nell'altro vuoisi far di tutto per secon- 
dare nei. voluti limiti quella buona propensione. 

Udite.su tal proposito un fatto avvenuto in una famiglia 
da me hen conosciuta. Un figliuoletto di pochi anni si accinse 
vn giorno a. smontare interamente un bell!orinolo del suo bab- 
bo, perchè era desideroso di conoBoeme la costruzione.. Due 
anni più tardi lo. seppe mettere insieme, ed ora egli è uno dei 
pio valenti medici della nostra età. Conviene dunque ajutare 
il bambino al quale preme vedere T interno di una cosa* Non 
voglio dire che sia lasciato libero di smontare orinoli, ma 
«riio allorché resperimenlopuò esser fatto senza danno. Quando si 
Ifitta dispiccare i. petali di un flore, o di disfare qualche altro 
aggetto naturale eoi fine di. conoscerne la struttura, bisogna 
sempre fare oeaervare al fiinciullo che anche le piante vivono 
e godono della, esistenza a modo loro, e che perciò sarebbe 



3S LSSTIffS M VàMMIA 

ii^iiiaUsia e «nideHà seittparna «sa per cdia e senni 
$ità;. e VogfMo «he fa gnidicalo oppoituno £ diifart, addi* 
venga poi Teramente origioe di iitraiione. fiebbene una madre 
QM e' intenda forse di botarne , sa pare che ogni foglia, ogni 
filo d'erba, fti creato quale esser deve secondo tt suo ilnei 
sdihcne non sappia nominarne e mostrarne al figlinolo le sin» 
gola parti t nondimeno paò fargli osservare che la sopienxàrla 
bontà divina ai manifestano siccome nelle grandi « cosi nelle 
minime cose. Poiché la maggior saviesza ddl'nomo coneiite itt 
amare Iddio sopra tatto» egli è certo intento precipao d'iase<* 
gnare al bambino a conoscerlo, e di amarlo in tutte le cose« 
La. meno istruita tra le donne é capace, di condurre la san 
prole a Dio, purché ella stessa lo ami ed agogni di adempire 
tatti i doveri verso di Esso e verso la famiglia di lei. 

I balocchi non hanno mai da essere troppo costosi e belli « 
neppure nelle famiglie ricche. I bambini sanno farsi un tm<* 
stililo di tutto. Un guanciale per loro fa le véci ora dlin'arpa 
ora d*una bambola ; il cane di guardia rappresenta spesso aa 
commensale stimatissimo e poi anche una belva feroce ; lo sga* 
beilo passa una voUa per un soft , un'altra per una stufa p 
una chitarra. Essi hanno una abilità innaia a ricavar diletto 
4a ogni cosai « Si come stadio in ape di dir lo mèle »; • 
nella stessa guisa die gli aonùni gradiscono maggiormente le va- 
rila ritrovate da loro medesimi, cosi l'infanzia si diletta più di 
ciò che si procura per opera di propria invensìoae e fìitka, ed 
il colmarìa di graziosi ninnoli , non fa altro che partorire in 
essi la sazietà, e quindi la noja. È bene pertanto valersi spesso 
degli oggetti naturali per divertirli, quali sarebbero fiori, fi^ 
glie di varia furma, conchiglie, minerali, coccole, spine, eai- 
mili. Pochi fanciulli sono tanto poveri di fantasia, da aver bi- 
sogno che. venga loro insegnato come adoperare foesti oggetli. 
Le brune castagne sono sempre cavalli pei maschi, mandre 
per le femmine , ed il grado di lucentezza della boccia equivale 
ai termini di sangue puro, nobile, razza prescelta. Le ghiande 
servimo loro a fabbricare bicchierini e tazae, e delle ioglie e 
dei fiori formano un'infinità di altre coserelle, come sarebbero 
cucchiaini, col calice scaglioso del fiordaliso, catenelle coi pe- 
duncoli del rampichino giallo, bambdine con vesti scresiate 
e con manlelletti verdi scaturiscono dalla mandorletta verde- 



R SGftirn pn pangtollt * 3g 

gwte del papaToro ìd boccia ; eoa lo castagno Ikiino Tasotti o 
toodiiiì; aearpaccie o paotofoliM col fiore del dento di loono; 
ed i glìiottoncelli fra loro non ignorano che si trova del «oielo 
aei saockciti che pendono dal fior cappuccio e dal crescione di 
Spagna; come pure nel fiore del trifoglio. Quando essi sooo 
vaghi tì aaare in tal modo degli oggetti natnrali bisogna la- 
sdarfì fare; anzi è bene ajutarli, che non è questo* un distrog-* 
geiv ma nn creare. Badisi attentamente che non buttino di qna 
e di là ì loro materiali, e che non ne sciupino senza necessità. 
Procoriai ancora che finiscano sempre ciò che hanno counn 
cisto; e come prima cessano di trastullarsi, non tralascino di 
krar di mexzo gli avanzi, a segno che non ne rimanga ve-^ 
stigio. nella bella stagione preferiscono a tutti gli altri gli 
STsghi all'aria aperta ; e felice la famiglia che può destinare 
a tal uopo un giardinetto. Per piccolo che sia, ai figliuoli som- 
brerà an paradiso. Anzi, un semplice cortiletto illuminato dai 
sole, OTO comparisca alle volte una gialla iSirfallina , ove ronzi 
un brano scarafaggio , basta alla loro felicità, può essere molto 
giovevole alla coltura fisica e morale. È una passione dei bam- 
bini il voler piantare un giardinetto sopra ogni boccoacello di 
terreno. Ancbe in ciò porgete loro assistenza, ed ecco pure una 
occasione per indirizzare II loro senso del bello, ancorché nel 
giardino posticcio non si trovassero che ramoscelli e fiori senza 
radici. Egli è vero che il giorno in cui vede nascere queste sue 
gicje floreali , vede anche appassire le piante che non banno 
radice; ma non avviene forse lo stesso delle gioje degli adulti? 
Un bambino che ha la pazienza di aspettare tranquillamente 
il germogliare e il fiorire di un seme da lui deposto in un ga* 
scio di chiocciola, porge non dubbia fede di perseveranza; e 
perciò gli va concesso il piacere di veder crescere e prosperare 
pianticelle sue proprie; ed è questo uno del più bei piaceri, 
che facilmente può essere procacciato da pertutto, ove la mano 
di Dio ba posto un pò* di terra e fe splendere un raggio di sole, 
e dove la maùo dell'uomo non è inerte nò ingrata ai doni della 
istora. Tatti i fanciulli che possono dilettarsi per tempo e so* 
veste di oggetti naturali , per lo più vi pongono amore anche più 
tardi; e capiranno allora con maggior prontezza le scienze na- 
turali. Questo non si potrebbe tanto facilmente asserire di co- 
IV. n. e. 5 



34 LBTTDRB Di FA10«UA 

loro ì quali conobbero soltanto i ninnoli ammasBati neg^ acaf- 
fall delle botteghe della capitale. 

Le piante e i fiori essendo nell* inverno troppo rari, da po- 
ter servire di passatempo, forza è cercare altri sussidj; e qaali 
con la pasta da far pane, quali con foglio e cartone » quali con 
tinte e stampine, trovano miUe*modi per dilettarsi. Le bambine 
hanno le bambole; e provvedono al loro corredo, alla loro cu-. 
Cina...; i bambini, con pezzetti di legno fabbricano case.... 

Non bisogna dimenticarsi di metter loro i grembiulini ; e 
anche ai maschi, perchè generalmente hanno vesti che non 
sempre sono di roba da lavare. Subito che avranno smesso di 
baloccarsi, è d*uopo lavar loro le mani. Anche le carte da 
giuoco servbno bene ai balocchi dei bambini ; e cosi non fos- 
sero stampate , o non si curassero gli adulti di adoperarle. I 
piccini ne fanno accampamenti pei loro soldatini ; i grandicelli 
imparano a formarne scatole, carrozzine, bastimenti, e via di- 
scorrendo. Poi e* è il disegno sopra la lavagna, la creta per 
modellare, T intaglio col legno dolce: certe bagattelle che sono 
addivenute inutili agli adulti « come cassette da sigari ed altre, 
riescono opportonìssime. I fratelli possono incominciare i lavori 
d'integlio, facendo alle sorelline le stelle per dipanare il refe, le 
scatolette per metterci le margheritine , la lana da ricamare , e 
tanto altre cose ; e le sorelle non si prendano soltanto cura del 
corredo della bambola, ma lavorino anch'esse pei fratelli cucendo 
palloncini , tessendo reti per la caccia delle farfalle , ricamando 
segni pei libri ed altre simili cose. Queste occupazioni diver- 
ievoli, e che qualche cosa producono, sian pure non belle, né 
da farne conto in sulle prime, svegliano il desiderio di fdr cose 
utili davvero, addestrano la mano, apparecchiano oggetti da 
regalare scambievolmente, e fanno passare il tempo in utili 
trastulli. Abbiamo già detto che i ninnoli costosi non sono 
necessari' pei fonciulli, nò devesi darne loro in gran copia. 
Ma se vogliono farsi tali donativi si scelgano le feste di fa- 
miglia , e non sieno dati mai quale ricompensa di chi fa buone 
azioni, o di chi bene adempie il proprio dovere. Sarebbe lo 
stesso che vilipendere la virtù. Una cosa poi è da avvertire 
•con molta premura intorno alla scelta dei balocchi da com- 
prare; che, cioè, non siano mostruosi o inetti o sconci. Se ne 
vedono pur troppo in mano dei bambini di quelli che dovreb- 



B «GKITTI m rAffOOILU 35 

ìicroesBOTe anzi aoenratamettte sottratti ai loro igaardi« L'adulto 
stesso BOD paò fare a meno di essere disgustato nel vedere 
certe iigiiTacce che dovrebbero rappresentare contadine , cao- 
datori, soldati, ballerine e vignajaoii, mentre che i barn* 
bini assnefiicendosi a quelle goffaggini , perdono ogni senso del 
bello e del grazioso. Inoltre pei più piccini , i balocebi coloriti 
rieseoao dannosi per un altro verso ; e ne bo veduti amma- 
/sm* di dolor di corpo per averli messi in bocca* Vorrei rao- 
eomaBdare i gingilli cbe ci vengono dal Tirolo; sono intagli in 
legno dolce, e comunemente imitazioni fedeli, di quasi ogni 
specie di animale. Tali raccoltine di naturali oggetti, diver- 
tono ed al tempo stesso istruiscono. Stoviglie, arnesi da cucina 
di terra eotta o di porcellana, sono i regalucci più graditi alle 
femmine; e sciabole, soldati di stagno, palloncini , e simili « 
sono preferiti dai maschi; e gli uni e le altre sieno assuefatti 
a valersi con garbo dei loro balocchi e a tenerne di conto con 
quella cura che ci vuole per conservarli lungo tempo. E qui 
appunto impareranno quanto utile sia Tamore deirordine, 
e come senza Fattenzione le più minute cose non che le grandi 
non possano fare buona riescita. Ma non basta che impari* 
DO ad assicurarsi il lungo possesso e il godimento delle cose 
loro per mezzo deirordine e dell'economia. Ove di pari passo 
non venisse iostillata in essi la gentile compiacenza, che è pronta 
a far godere gli altri dei proprj piaceri , le buone qualità sopra 
nominate facilmente in bruttissimi difetti potrebbero degene- 
rare. Assuefateli dunque a sopportare pazientemente le cattive 
abitudini dei compagni , ancor che per difetti le riconoscessero , 
e la loro roba vi scapitasse. Un bambino che ha piacerà di te- 
ner le soe cose con diligenza, specialmente una fanciullina» dee 
prestare volentieri i suoi balocchi, qnand'anco fosse molto pro- 
babile di vederli sciupati. Deve del pari saper rimettere a 
sesto le cose scompigliate, senza brontolare, senza fare il ci- 
piglio , e insomma ha da avere la persuasione che la pulitezza 
e Pordine, per belle virtù che sieno, potrebbero puro arrecare 
ktidio se non fossero accompagnate da indulgente bontà e da 
serena compiacenza. Per effetto del sentimento del. possedero, 
cbe già risvegliasi nei fanciulli quando incominciano ad avere 
i balocebi , essi capiranno la differenza cbe passa tra le qualità 
ehe da un buon cuore derivano , e quelle che alla mente appar- 



36 LBTTOU M FAW «LU 

tengono. Le ftnciulline clie tengono solamente per sa le loro 
cose, che mai a nessuno le regalano né le imprestano, che 
danno nelle fèrie appena i fratelli toccano on tantino le mas- 
serizie delle loro bambole, quelle fanciuUine possono addive- 
nire col tempo ottime massaje, ma non sapranno mai destare 
affetti gentili né fare la felicità di chi vive con esse. 

L*amor delFordine , quello dello scrupoloso risparmio, non 
riesciranno graditi ove non procedano di pari passo con la fa- 
cile indulgenza e con T instancabile bontà. Sol quando siano in 
stretto connubio con queste qualità, possono essere i^biamate 
le più insigni virtù domestiche. Lo svolgere con eguale vigore 
tanto le une quanto le altre sia la maggior cura della madre 
che agogna rendere la sua prole idonea alla vita avvenire. 

I fanciulli, come coloro che hanno fantasia da giganti 
e ragione da pigmei sono tutti poeti naturali sino a tanto che 
dura l'infanzia. Posseggono anco la fede capace di smuovere 
le montagne , e perciò sono amicissimi della poesia rimata o no. 
La favola 9 quel fiore prodigioso dei giardini incantati della 
poesia , è il fiore prediletto del mondo infantile. Non alzate la 
vostra voce contro la favola, o sapientissimi pedagoghi! Mon 
ribattete sempre Terronea idea che la è nemica del vero. Chi 
è che non sappia che la favola è sempre una graziosa veste 
indossata dalla verità per farsi strada e per essere bene ao* 
colta per tutto? 

La verità nuda sta nel sepolcro, e forse non sempre; per- 
chè certi epigrafisti fanno almeno di tu|to per tenerla lontana 
anche da quell'ultimo asilo. La vita stessa, con tutte le sue 
realtà, non ci apparisce una favola, un sogno del passato? Si 
nella favola ha pur sede la veritàl ^'intende che parlo qui 
della favola buona, e narrata da persone di giudìzio; e non 
vi sarà da temere che questa possa nuocere all'amor del vero 
ne' bambini, o che impedisca più tardi alla loro ragione di di- 
stinguere quale sia la realtà e quale^la finzione. Per avvalo- 
rare questo mio sentimento, addurrò l'esempio del Goethe, 
autorità illustre, avvegnaché egli fosse sopra ogni altra cosa 
amante del vero ; e la madre di lui fino da puerizia gli aveva 
nutrito Io spirito con le creazioni poetiche della sua fervida e 
ricchissima immaginazione. Le ore passate in questo modo 
erano delizia dell'animo giovinetto, e nella età provetta egli 
soleva ricordarsene spesso con viva e dolce commozione. 



■ 0CUfTI FBB rARCimxi 37 

La madre cke abbia dofisia di buone novelle nella firn- 
tuia o nella memoria pnò arrecare squisito e utile diletto alla 
na prole. Quando il tramontano fa stormire gli alberi dell'orlo 
«del ^ieino boschetto * quando la neve cadendo giù a larghi 
fiocchi fa mulinello datanti alle finestre « sull'imbrunire delle 
corte giornate iuTemali, i fanciulli appena tornati da scuola» 
i^adBaano intomo al domestico fbeolarey e inTitano con sedu- 
eeiti earesxe la mamma ad assidersi in meiio a loro; e mentre 
fame merenda» ella racconta una qualche novella^ nella quale 
sodo il magico velo di graziose finzioni sta un insegnamento 
■mie, un ricordo patrio» un affetto generoso » una verità in« 
wmma che rimane indelebile nella mente* Tutti pendono dal 
ino labbro a aegno di dimenticarsi talvolta del gustoso com-* 
paaatico. 

• Quei cuori ingenui battono più frequenti aspettando con 
sasiefà il fine del misterioso racconto, e i loro volti che espri- 
■lono ardente curiosità e varie commozioni , sarebbero un buono 
stedio per un pittore. E qnale contentezza quando il racconto 
va a finire come essi se l'aspettavano I Che i personaggi della 
novella sono' per loro enti quasi reali e vivi , li vedono ope* 
rare, li sentono fevellare « e qiìel^ tantino di timore che talora 
s'insinua per certe strane avventure, cagiona sensazioni piut- 
tosto piacevoli che dolorose. Chi potrebbe aver paura vicino 
alla mamma, in quella stanza illuminala dalla strepitante 
fiamma del camminetto? E po' poi la mamma non racconta mai 
cose da fkr veramente paura» So che è superfluo il rammen- 
tare che non devonsi mai proporre alla loro fantasia immagini 
di terrore , né racconti di delitti , di morti , o apparizioni di 
spettri o altre tali cose capaci di far nascere o di fomentare 
pregiodizj* 

Può essere accortamente introdotto nel racconto uno spi- 
ritello alquanto malizioso; e vuoisi notare che in siffatti in- 
contri il sempliciotto che ne viene perseguitato rimane alla fin 
fc'conti vittorioso mercè la bontà ingenua e schietta del suo 
more. E l'esperienza odierna spesso dimostra che anche il più 
astato tra la gente in mezzo a cui viviamo , si ritrova a vedere 
sventati i suoi intrighi, e a doversi persuadere che la lealtà e la 
schiettezza sarebbero stati mezzi più sicuri per giungere all' in- 
tento* Ma dove mi sono lasciata condurre ? Dagli sparj di un 



38 LITTOIB DI PAMIQUA 

mondo immaginario al cammino della vita reale! Chi sa ? forse il 
passaggio tra quello e questa ò meno lontano che non paja. Tor- 
niamocene al nostro subbietto. Dietro la scorta di un sano cri- 
terio , e di una ragione non pregiudicata né offuscata nelle 
persone stesse che provvedono alla educazione, io non du- 
biterò d'affermare che il raccontare le favole riesce utile anzi 
che nocivo. Ma siccome non tutti sortirono la dote di raccontar 
bene le novelle, quindi vuoisi sopperire in un altro modo, cioè 
facendone la lettura, quantunque questo sussidio mi sembri 
meno efficace. 

Abbiamo ora dovizia di novelline a tale uopo. Il danese 
Anderson specialmente ce ne ha fornito un vero tesoro* I suoi 
racconti pieni di grazia e di leggiadria somigliano veramente 
a un mucchio di grano, che lanciato in aria dal robusto mie- 
titore, e illuminato dai raggi del sole, ricade in terra a guisa 
di aurea pioggia. Ed anche la letteratura tedesca ne ha molte 
che sono belline. Quelle dei fratelli Grimm hanno il merito di 
essere state raccolte, per cosi dire, viye dalla bocca del popolo. 
Sul finire di questo secolo, il Musaeus ci ha fatto dono di un 
novelliere unico nel suo genere; l'Hoffman ed altri ne hanno 
scritte delle bellissime, ancorché la forma di cui le rivestirono 
non sia propriamente adattata alla natura delle novelle. E le 
MHh e una notte! bella Sbeherezade quanti giovani petti 
non hai tu fatto palpitarci Egli é vero che non a tutti i fan- 
ciulli piacciono le favolelte; ve ne sono fra loro che solo del 
vero e del verosimile si dilettano. Ho visto un ragazzetto che 
scuoteva con aria d'incredulità il capino ricciuteilo, e inter- 
rompeva spesso il narratore , dicendo : Eh via , questo già non 
è vero , questo non è tìetnmeno possibile. 

Con questi bisogna seguire la via che la loro indole addita* 
Per loro va scelta un*altra sorta di racconti, come sarebbe 
il Robinson Grosuè, e simili. Quel libro fu certamente imitato le 
mille e mille volte, e recato in moltissime lingue, ma a nes- 
suno è mai riuscito dettarne uno che potesse paragonarsi al 
primo. Vorrei raccomandare ancora la maggior parte dei rae- 
conti inglesi del Marijat e del Cooper, e più specialmente quella 
raccolta (del Cooper) che incomincia coirUccisore dei cervi e 
che finisce col Deserto. Sono queste narrazioni gradevoliasime 
e al tempo stesso istruttive per le molte notizie ivi contenute 



S •CBItTI PBR PAHCIOLU 39 

ntorno a Tar} e poco conoMiutì paesi. Ancora per le fancialle 
trofiamo nella letteratura inglese molti libri degni di essere 
letti e raccomandati » fra i quali primeggiano quelli della 
Edge'worlh* 

U Italia ha pure^ in quella sua ricca snppellettile lette- 
raria, antica e moderna « i suoi libri da poter dare ai giova- 
netti; e dei moderni ricorderò solamente i Promessi Sposi del 
Mansoni. 

Quanto agli scritti propriamente da fanciulli, di questi 
il cbe é abbondanza in Germania; e tra quelli che ebbi op- 
jNMiaiiitàdi conoscere reputo migliori le cose del Dielits 
e della Gompert. 

U leggere è svago utile e piacevolissimo; vuoisi però usa- 
re massima cautela affinchè non addivenga mania, la quale è 
pericolosa quant' altra mai, poiché oltre la perdita di un tempo 
che andrebbe speso più a proposito, i pensieri ne vengono 
siffattamente signoreggiati da tirarsi dietro la trascuratesia » 
anzi dimenticanza intera dei doveri. Egli è puranco di somma 
premura il badare che le figliuole non is'imbattano in libri nei 
quali l'amore di un sesso per F altro è rappresentato come 
rAUa e r Omega della vita , fonte unica di ogni felicità umana 
e sprone più potente, anzi solo di tutte le azioni dell'uomo. 
Tutti quei libri per belli che possano essere , comeccbè di gran- 
de ingegno fosse chi li dettò, hanno sempre tendenze e storte 
e capaci di fuorviare Io spirito* L'amore è la cosa più su- 
blime della vita, ma l'amor sensuale non è per cosi dire 
cbe un minimo ramoscello snll' albero delle umane virtù e bea- 
titudini. Là dove il senso del dovere si trova in conflitto con 
le passioni, conviene che quello rimanga vittorioso se la feli- 
cità umana ha da essere pura, cioè, stabile. La miseria, la 
sventura è sempre conseguenza naturale ed inevitabile della 
violazione dei doveri, dal che segue che il perno della nostra 
esistenza sta nel riconoscere e nell'amare i nostri doveri, e 
nel far si che i moti del cuore vadano sempre d'accordo coi 
iettami della ragione e della coscienza. 

Ho letto molti racconti morali francesi , tedeschi, inglesi, e 
ho trovato che solo gli ultimi hanno chiaramente espresso questa 
tendenxa, ed ecco perchè riescono si eccellenti. Pericolosi, 
che nulla più, tengo gli scritti nei quali gli umani errori sono 



40 LBirmiB DI PAMMLU 

talvolta rappreaentati eoo tanto studio di onamenti da mito- 
▼ere a soverchia isdulgensa verso il colpevole. Pei giovani 
non che per le fimeiolle ci vogliono scrittori che, senza pale* 
sare troppo apertamente le debolezze e i difetti, presentano la 
vita sotto sembianze che non si scostano nò dal vero , né dal 
verosimile. 

Il darsi troppo a leggere nuoce anche alla salotot "guasta 
gli occhi, ed impedisce l'adempimento degli affici domestici 
e del doveri scolastici, e perciò non si ha da permettere; ma 
eziandio nel vietare l'abuso devesi andar rilenti per non per- 
dere r utile che la buona e moderata lettura porge alla mente. 
Le femmine in generale hanno poche altre occasioni per istruir*' 
si. Concedete loro dunque volentieri questo piacere tutte le 
volte che avranno accudito alle faccende che loro spettano. Un 
buon libro è il miglior compagno nelle ore solitarie , e non di 
rado è consolatore efficace nelle afflizioni. Perciò non è mai 
•derelitto chi ha al suo comando un buon libro. 

L*. V.» 



STORIA DI FIRENZE 

RACCONTATA AL POPOLO 



(V. Voi. precedente pag. 559;. 

TmANNlDE DI COSIMO IL VECCHIO. 

( Continnaxione ) 

Il a Febbrajo del 1(35 mori Giovanna Seconda di Napoli. 
Ella lasciava il reame in preda alla rivalità di due competitori , 
cioè ]|enato D*Angiò e Alfonso d* Aragona. Ambedue posero in 
campo i loro diritti più o meno legittimi alla successione del 
regno, ed ambedue trovarono partigiani per la loro causa, e le 
loro dissensioni riaccessero una guerra generale, in Italia nella 
quale si trovarono compromessi principi e repubbliche* Final- 
mente la vittoria toccò ad Alfonso, il quale assediò Napoli, te- 



■ Mtmn pn f anciolli U 

nati dri duca Rasieri e mseiad enCrarTi tittorioso; dal^AA- 
gknm gli flurono cedete le fortezse , Ai firodiMiato re, e in brere 
tempo giaiiae a domare quanti popoli aacora nel regno tenevano 
per Ranieri; di {hù aequistò il possesso della Sicilia e della 
Sardegna» 

Durante le nltime gnerre qael Francesco Sfona « che già 
▼edemmo al soldo dei Fiorentini > e che da semplice soldato era 
gioBlo ad ottenere in isposa la figlia di un principe italiano, 
si era pure acquistato a fona di astuzie e col proprio valore 
il principato della Marca d'Ancona. Ma contro gli si levò, la 
gdcMìa del nuocerò, del papa e di Alfonso di Nap(rfi, i quali eon 
occhio sintatfo miravano 1* ingrandimento di un uomo ambizioso, 
che iayerlto dalla fortuna e fidando nella propria spada e nella 
propria audacia minacciava estendere più oltre la sua signoria. 
Ferchè una lega fu fatta tra Filippo Maria Visconti» papa Eu- 
genio lY e Alfonso di Napoli ni danni dello Sfona* Venezia, 
tempre in sospetto del duca di Milano e paurosa della crescente 
potenza del re napoletano pensò favorire lo Sforza « che già era 
Sisto di lei malfido condottiero; ma Tappoggio più fermo del- 
l'audace soldato era -qaello del banchiere di Firenze , Cosimo 
dei Medici , il quale volendo ad ogni costo fondare il principato 
della san casa, astiava Alfonso d'Aragona, che, a guisa di 
ahri re napoletani, aveva delle velleità ambiziose all'intero 
dominio dell'Italia; per la stessa ragione il Medici abborriva il 
Visconti , e se voleva spenta la libertà nella Lombardia, amava 
però anco Tederla cadere sotto la spada di un uomo, il quale 
a lai fosse in gran parte debitore del proprio ingrandimento. 
Tale fu la politica delFastuto fiorentino riguardo allo Sforza» 
col quale pensò bene di mantenersi stretto in oomnne accordo 
(il rmproco Tanlaggio , e favorirlo di denaro, che maggiormente 
a Ini lo obbligasse. Quali fossero gl| eventi di queste nuove 
guerre, quali i perfidi ondeggiamenti del Visconti 9 quali i fatti 
d'armi, e le nuove gare del Piccinino, eterno competitore dello 
Sferza, e i nuovi esempi di rivalità tra le due scuole militari 
^allora, cioè la Sforzesca e la Bracciesca, credo sia racconto 
pik idoneo per chi scriva una storia generale d*ltalia , che 
^ella particolare della Repubblica fiorentina. Non tacerò per 
altro un fttto che serve meglio a colorire il carattere di Cosimo 
IV. n. e. 6 



k,^ LSTTHU DI PAIOaUA 

e mellere in rilievo la stu ambiiiosa e profinida politica, k 
male volgevano le sorti di Filippo Maria Visoonti, specialmente 
quando sconfitto a Casal Maggiore il suo condottiero Francesco 
Piccinino» egli vide il territorio di Milano invaso e guasto fin 
sotto le porte di Milano da Michele di Gotignola generale dei 
Veneziani. In quello sbigottimento il Duca chiese soccorsi al 
re Alfonso, e fino a Carlo VII di Francia, a cui promise di re- 
stituire la città di Asti ; finalmente, come già altre volte avea 
praticato» ibce offerte allo stesso suo genero, Francesco Sforza* 
il quale di nuovo era caduto in sospetto dei Veneziani. In quel 
frangente lo Sforza si volse a domandare il consiglio deiramico 
suo , Cosimo dei Medici. Questi vedeva rovinare a morte la vita 
di Filippo Maria Visconti; previde il caso che da lui pò* 
tesse lo Sforza essere dichiarato erede e successore al Du- 
cato di Milano; perciò gli diede il consiglio di ritornare ad 
essere amico del suocero. E lo Sforza intese di quanta impor- 
tanza era il parere dell'accorto fiorentino. 

Ma in quel frattempo venne a morire in Roma papa Eu- 
genio IV , e mentre le Sforza si. muoveva per andare in soccorso 
del duca di Miiano» quando fu giunto al villaggio di Cotignola 
seppe da un segreto messo di Lionello D'Este, come gli fosse 
morto il suocero. Difatti il Visconti era spirato nel castello di 
Porta Gievia il 13 Agosto 1U7, lasciando fama di principe per- 
fido, che ebbe delle mire al dominio d'Italia, ma alla cui am- 
bizione non corrispose l'animo sovente pauroso e codardo, e che 
ondeggiava sempre mettendo cosi pari sospetto tanto agli aoiici 
che ai nemici. 

Alla costui morte lo Stato di Milano si trovò in preda ai 
più grandi sconvolgimenti; i suoi ministri offrirono in segreto 
la signoria milanese ad Alfonso, di Napoli ; ma in quel rove- 
sciamento di cose rinacque ad un tratto in Milano il partito re- 
pubblicano, il quale difatti ristauròil libero governo per opera 
specialmente di quattro illustri cittadini, che erano Antonio Tri- 
vulzio, Teodoro Bossi, Giorgio Lampugnani ed Innocenzo Gotta. 

Appena creata, la Repubblica milanese domandò la pace a 
quella di Venezia, e parca cosa sperabile; ma Venezia, che 
solla terraferma volgeva come su i mari avido il guardo, voleva 
impossessarsi dello stato di Milano e condurlo sotto lo stendardo 



E BGIim PBB VANCIOLLI 43 

diS. Marco. Bruttò peccato di qnel governo di aristocratici, e 
non runico esempio in Italia di egoismo e d'ambizione di Stato 
Ter^ Stalo, il che fa non ultima tra le cagioni che impedirono 
che la n&iione si facesse ; comecché Dio volesse punire dei fra- 
telli che si astiavano discordi fra loro. E mentre Venezia ne- 
gava pace a Milano, altre città lombarde scossero di questar 
il ghgo. 

Qoando il nuovo governo milanese vide dai Yeneziani riget- 
tate le proposte di pace, pensò sul serio alla guerra; e come un 
Irato demonio lo consigliasse^ chiamò a servizio di Milano Fran* 
ceKO Sforza , non prevedendo i Milanesi come da sé stessi por- 
gevano al serpente il dardo per morderli. 

Lo Sforza dopo diversi fatti d'arme avea finalmente vinti 
a Caravaggio i Veneziani, dei quali aveva fiitta prigioniera 
presso che tutta l'armata: la quale sconfitta fti per Venezia ' 
principio di più gravi perdite, cosicché cominciarono a voler 
la pace i due pop<rii; ma non voleva lo Sforza, perchè ancora 
san giunto al suo scopo supremo , desiderava che dalla guerrai 
gli venisse la corona ducale. Allora egli perfidamente abban- 
dona i Milanesi, stringe un trattato con la Repubblica Vene- 
ziana e dichiara a Milano la guerra. La vittoria camminava 
sopra i suoi passi; varie città parteggiavano per lui; I& discor-^ 
dia divise in due campi il governo repubblicano; finalmente 
la fané accrebbe le miserie, e accelerò la vittoria dello Sfiyrza , 
ti quale finalmente entrò in Milano gridato duca dal popolo, e 
nella chiesa di Santa Maria rese grazie a Dio deiravveni mento, 
qaasi che Dio potesse benedil'e all' ambizione, alla perfidia, al 
tradimento di un uomo I 

Il figlio dd contadino diCotignola aveva raggiunta la meta! 
Cosioio dei Medici gli aveva agevolata la via al trono, soc- 
correndolo co' consigli, e col denaro e col trascinare la nostra 
Repubblica a favorire le ambiziose mire dell'antico capitano 
4i ventura. Due opinioni dividevamo il popolo fiorentino; una 
favorevole allo Sforza; contoaria l'altra; governava la prima, 
cane é focile supporre, Cosimo il Vecdiio; la seconda Neri Gap- % 
posi, di cai pure vedemmo quanta fosse stata l'autorità e la fama. 
Cosimo andava dicendo i Milanesi oramai essere incapaci di 
libertà, non convenir loro il governo repubblicano, pel quale 
piti non possedevano le virtù efficaci ; doverli governare una 



kk LSTTOW M WàMUUA 

mano poderosa» una toata inUlUgenle. Tale eMera lo Sforvat novo 
di spada odi mente; aul campo t valoroso; net gabinetio» astu- 
tamente sagaoe. E questo diceva egli, il corrompitore del popolo 
di Firense, come se un principato non facesse più. che mai spen- 
gore nei popoli codeste virtù generose» che di libertà gli rende 
capaci. 

Neri Capponi al contrario sosteneva doversi ajutare la nuova 
Repubblica milanese, per averla amica* e percbè Firenae re- 
pubblicana doveva sostenere un popolo che combatte per la sua 
libertà, invece di rendersi il carnefice fratricida d*esso popolo; 
che Teaempio del duca di Milano tanto avverso a noi, e che ci 
aveva arrecate cosi gravi molestie, doveva a mmaesirarci né de- 
siderare successore alla casa Visconti un mioTO princ^ie che si 
sarebbe reso le mille volte più ibrmidabile. di Filippo Miaria, e 
che con la baldanea temeraria e ìnsoiente del soldato avrebbe 
aspirato a sempre più ingrandirsi e che una volta rimasta vinci- 
tore ilei Veneaiani, avrebbe speaszati quei vincoli di rieonoeceaxa 
che lo legavano ai Fiorentini ; cosi pare doveva Cirsi in oaodo di 
non favorire neppure le mire dei Venesiani, i quali se avessero 
indotto o con le buone o con le cattive, i Milanesi a darsi a, 
loro, avrebberf> dei due Stati fatto un solo,. padrone deiralta Ita- 
lia, e formidabile per quanti altri stati erano in Italia; e cosi 
lo equilibrio si sarebbe del tutto sconvoltOb Brasi seaipne in 
tempo a soccorrere Milana; doversi dunque quel popolo ajutare 
con aasore di fratelli tonto pel rispetto alla libertà, come per 
r interesse proprio. 

Tali erano i pensamenti del generoso emoio de Cosimo, il 
Vecchio; ma la fredda politica prevalse di quest'ulAino. Fi- 
reme lasciò consumarsi il sacrifizio della libertà milanese, e 
applaudi allo Sforia quando ebbe piantata la sua spada ia eore 
alla nuova Repubblica. Cosi il popolo di Firansa, schiavo alle 
voglie del Medici, era crudelmente egoista l 

Già lo dissi ; rivale de^lo Sforza era Alfonso di Napoli , 
cosi i Fiorentini si trovarono ad avere in Ini un nemico, che 
#gli travagliò con nuova guerra. Già fin da qnasido viveva Fi- 
lippo Maria Visconti avea pensato a dar loro moleetia. Essi 
pensarono a mettersi in gvardia coatro di lui, né si appooero a 
tortOà II re di Napoli coglie T occasione della guerra ehe ardeva 
in Lombardia, e all'improvviso occupa Bócca GenpiM nel 



B §mrm pm vAHcmu U» 

Vaidarao Superiore; iadi ii imieve oonlro Laeca, che non 
cede a hii e riensa ricererlo» mantenendosi salda neiramkiiia 
del Coasane di Firenze; s^atriè allora verso Volterra « e si im** 
po w e s aò di pareeekie castelfai di quel contado; mosse poi ycrso 
Fisat assali Campigli» t i Fiorentini fecero rigorosa resistenza 
coadiiirati dall* aspro inverno, nò Campiglia fu presa. Alfonso 
aHsra si ritrasse a svernare nelle Maremme, presso alle rovine 
dstf 'aulica Populoaia. E sìeoome non era lontano più di tre niì- 
|!ils da PiomlMno, divisò d* impossessarsi di quel forte castello. 
Ne era aifpBore Rinaldo Orsini, già nemico del Comune di Fi- 
rote, ma eke poi ne era diventato ligio. Egli ricnsò cedere 
lile ami del re di Napoli , preparato a difesa. Ai Fiorentini 
domandò aococarsi e gli ottenne. Mandarono essi sopra delle ga* 
iars treoento fonti ed assai rauniiioni di polvere e piombo. Ma 
Alfettca anreva fotta venire da Napoli una flotta per assediare 
P ìa m bimn dalla parte del mare, mentre le annate fiorentine é 
napoletana erana accampate sulla altare. Essi videro dall'alto 
le dna fletta venire a battaglia. La pugna darò cinque ore , e 
si protaaasa fina a natte avanzata; ma i Fiorentini sai mare 
forano vinti. Neri Capponi comandante della ftqtta fiorentina 
si allonÉanò aUon da Piombino , e prese quante eastelhi già 
irsBO cadute in patera d^Alfonso. Egli tnooorava i Fiorentini 
a ssatenera nella difesa il signore dì Piombino; e il suo con- 
sigiio riaacl a bene, perchè finalmente i Napoletani, vinti più 
eha dnUa fiera rasislenza deirOraino dalla mal' aria di quel 
^na tiamendo ebbero a ritirarsi e desisteradalFitoipresa eia 
lOsea di Fiembina fn salva. 

Sfidata lo Sfavia Alca di Milano , Firanse inriò a congra* 
te l a r s i enea lai qaattra ambasciatori , cioè Piero figlio di Cosimo 
dei Medici, Néri Capponi , Luca Pitti e Diotisalvi Nerooi, e allora 
i vincoli di alleanza si strinsero fra un principe nuovo, e una Re- 
pubblica svigorita di libertà. L'Italia sii divise allora in due cam- 
pi; i Fiorentini si unirono al Duca di Milano ; i Yeneziani fecero 
Wga col re Alfonso e con Siena; feroce guerra si minacciava in 
loscana e nella Lombardia. I Veneziani cominciarono le nuove 
ostilità con lo sbandeggiare dal territorio della Repubblica 
fnaaii Fiorentiai vi avevano stanza; lo stesso fece Alfonso con 
qaalK cba stavano nel suo Stato; questo era un goanto di sfida , 
e i Fioraatini lo raccolsero. Le ostiKlft ebbero tregua un istante 



46 \ LSTTOBB OI FAMieUA 

per la calata in Italia dell'imperatore di Germania. Era Fe^ 
derifi^ III , il quale ayeva invitata la sua fidaniala Eleo- 
nora di Portogallo a venire a scontrarlo in Toscana (1). L*in* 
contro ebbe luogo a Siena; di là mosse T imperatore a Roma, 
per farsi incoronare. Ebbe infetti la corona» ma^ fu una vana 
apparenza di pompa e nulla più, dacché oramai fosse in Italia 
scaduta la potenza imperiale. Magnifiche feste lo aspettarono 
a Napoli, ove il re lo lusingò con mille pompe e carezze per 
averlo alleato e non nemico. A Borso d'Este per far denaro ^ 
vendè t titoli di duca di Modena e Reggio, e di conte di Tre- 
vigi e di Gomacchio. Ma Y imperatore , attraversando V Italia » 
aveva più sembianza di uomo privato, che d'esser Terede degli 
antichi Cesari» avvezzi a tenere in mano i destini della peni- 
sola, e Gontrabilanciare la potenza sacerdotale dei successori 
di Pietro! E se Tltalia allora avesse avuto senno e virtù e vo- 
lontà poteva oramai strappare al Cesare Germanico ogat resto 
dei suoi diritti, e farsi signora. Non volle: amò meglio sbra- 
narsi fra sé preparandosi a nuovi e più amari destini. Potrei 
nùitri péceaverunt; i padri nostri hanno peccato e noi ne sop* 
portiamo la penai 

Appena l'imperatore fu partito, la guerra si accese nella 
Lombardia, nella Toscana. Lo Sforza dai Veneziani, i Fioren* 
tini dal re Alfonso furono assaliti» il quale mandò il suo figliuolo 
Ferdinando nella Val di Chiana; ma nonostante che. numerose 
forze avesse con sé il real condottiero, pur tuttavia non venne 
a capo d'impossessarsi nò del castello di Fojano, né delia Ca- 
stellina del Chianti; i Fiorentini si difendevano da pertntto 
animosamente, per cui il duca di Calabria ebbe a ritirarsi pieno 
di vergogna del non aver saputo nemmeno impossessarsi di una 
terra, di una ròcca. I Fiorentini, prevedendo però che il re di 

(1) Con l'imperatore veniva Ladislao Aglio di Alberto II re di Boe- 
mia e d'Uogheria, e che Federigo coodaceva seco qoal prigioniero 
dopo d'averlo inginstameote spogliato del suo regno. Gli Ungari , che 
rivolevano il loro re, aveano divisalo farlo rapire a Firenze, ma la 
Signoria non annui credendo mancare al debito della ospitalità. Nono- 
stante il Cornane di Firenze non mancò d'intercedere presso IMmpe- 
ralore a favore di un re oppresso e vilmente tradito dal sao latore. 
Riuscirono a ruoto le loro rimostranze, ma Ladislao ne fu riconoseente. 
Vedi AvHiRàTO, Sloria foretUùka 9 Libro XXIL 



B 8C1ITTI PBR FANCIULLI 47 

NapoK non avtvbbe per questo cessato di dar presto ad essi 
nuove molestie, con improyvìda cura d'accòrdo co) duca Sforsa 
inTitarono a scendere in Italia il competitore stesso di Alfonso « 
Renato d*Angiò, il quale diratti accettò l'invito, ritornò in Ita- 
lia; vane terre ricuperò allo Sforza, travagliò grandemente i 
Yeneziani, e a Pontevioo i soldati di lui furono esemplo di 
spietata ferocia. Dopo una campagna di tre mesi TAngioino di- 
spooevasì a partire nuovamente d'Italia, quando ad un tratto 
Dna nuova terrìbile si diffonde in Italia. 

L'antico Impero Greco era stato distrutto dalla scimitarra 
£ Maometto Secondo; Tultimo dei Gomneni era caduto pugnando 
con valore degno di più nobile causa, e vittima espiatoria dei 
delitti, dei Tizi e delle follie dei suoi antecessori. Sulla cupola 
dì Santa Sofia, non più brillava la croce d'oro di Cristo; vi 
sventolava invece lo stendardo del Profeta; la chiesa di Gristo 
risuonava adesso dei canti dell'Islamismo. Gosi le discordie, 
l'apatia, l'egoismo e il mal volere dei Latini d*Occìdenle aveano 
lasciato consumarsi cotanto sacrificio, e con colpevole inerzia 
svevan veduto crollare l'ultima fortezza, che si opponeva all'ir- 
rompere dei credenti di Maometto! 

Ora, ma tardi si pentivano; in Italia fu vista la necessità 
di por fine alle discordie. Nell'Aprile del 155& si conchiuse 
a Yenexia la pace tra i Fiorentini, il duca di Milano, e i Ve- 
aeziani. Alfonso di Napoli da prima esitò; poi egli pure cede; 
ratificando quel trattato, che aveva a durare per venticinque 
anni, ma destinato come altri ad aver invece breve durata. . 

Tali erano state le guerre che la Repubblica fiorentina 
aveva incontrate in codesti anni del primato di Cosimo, e che 
aveano servito ai segreti intenti della sua politica , la quale in 
fondo poteva compendiarsi in questi brevi termini: corruzione 
al di dentro, nuove alleanze al di fuori, le quali potessero di- 
rettamente o indirettamente giovare a' suoi fini (1). 

(1) Credo che fosse anche con questo scopo che egli si adoperò 
ttn grande ioleresse a persuadere Santi Gascese a farsi dichiarare 
tu figlio illegitlimo del Bentivoglio, e dai Bolognesi accettare come loro 
pniicipe. Cosi il Medici sperava potersi fare di lui un vicino alleato so 
coi fidare : e diralti tra i Bentivoglio e Casa Medici fa sempre ami- 
stanza , comecché gli uni e gli altri avesser l' interesse comune di 
dominare la propria patria. 



Cosimo pere volle tempre simulare Tambiiione sua, e di 
principe non chiese il Cisto né l'apparenza » ma la realU. Forse 
vedeva che non era ancora veramente il tempo di potere levare 
al principato la sua famiglia , e sagacemente pensò che per la 
troppo soverchia smania di affrettare le cose , oravi pericolo di 
rovinarle, e perdere cosi ad un tratto tutto il frutto dell'opera. 

Ma fu liberale e magnifico; artisti e letterati protesse, di 
monumenti e d'opere d'arte arricchì la patria, e poichò ebbe 
ingegno e amore del bello t seppe indorare le catene, nò troppo 
le volle ribadire. 

Cosi, se volle per sé e per la sua fiuniglìa Firenze, amò 
però che questa dama dei suoi pensieri comparisse fra' le città 
italiche la più .splendida ed ornata, ostello leggiadro delle Muse, 
e lieta della duplice corona del pensiero e dell'arie. Nò eerto 

Avete danqne a sapere che per istigaiione di papa Eogonio IV e 
del doea Filippo Maria Visconti fino dal 24 Gtogno 1445 era staio An- 
nibale Bentivoglio signore di Bologna In un battesimo iicciso a Iradi- 
mento dalla famiglia dei Canedoli ; le vendette del partito dei Benti- 
voglio contro dei congiurali furono terribili , cosicché riasci a prostrare 
del luUo la contraria fazione , ma non avea più nessun capo in coi fidare. 
Trovavasi allora in Bologna il vecchio conte di Poppi , Simone di Balli- 
folle, il quale fece sapere che un erede non mancava a casa Bentivegfio, e 
questi slare In Firenze sotto il nome di Santi Gaseese flgllaolodi an tale 
Angelo , e la cai moglie pare fosse slata infedele per l'amore di Ercole 
Bentivoglio, cugino di Annibale. Della ìnradelCàdi lei e della iUegittìma 
origine di Saoli esser prova che qoesti era il ritratto nato spalato di mes- 
sere Ercole. Morto Angelo Gaseese, SjUDli erasi partito dal Gasentino e 
slava presso un suo sia di Firenze per nome Antonio , ricco mercante 
di lana , amico di Neri Capponi. I Bolognesi mandarono dei deputati 
a Firenze per rintracciare Santi , ed essendosi abboccali con Cosimo 
dei Medici e Neri Capponi concertarono il nìodo per arrivare a que- 
sto intento. Santi fa ritrovalo: Cosimo dei Medici e Neri Capponi Io 
persuasero ad accettare l'invilo dei Bolognesi ; egli ricosava , poiché 
col dichiararsi della casa Bentivoglio , ofifendeva l'onore e la memoria 
materna; ma le istigazioni, specialmente di Cosimo, finalmente lo 
vinsero ed egli andò a Bologna dove gli fu data ramn\inistrazione 
della città. Avea soli ventidne anni ; e sedici ne governò con dolcezza 
ed amore, cosicché dei Bentivoglio fu il solo che non perisse sotto il 
pugnale dei soot nemici. Neri Cap)>oai lasciò nei suoi commentar] det- 
tagliata memoria del fallo. 



B senni m njkwamjLi 49 

▼uolsi negare cbe per questo la memoria di Cosimo è onorata; 
per cui molti, guardando a codesto Pericle del secolo XV, di- 
neoticarono o gli condonarono la soverchia ambizione e rea , . 
nascosta sotto miti apparenze^ Ma delle arti, degli artisti, delle 
lettere e dei letterati , da Cosimo fino alla prima cacciata della 
Casa Medici parlerò' distesamente in un capitolo a parte. 

Ia reccbiezza di Cosimo fu contristata dalia morte d^l suo 
seooodogenito Giovanni, e dal vedere che Piero « il figlio mag- 
giore , non aveva nò Tenergia nòJa mente capace per continuare 
l'opera -alia 9 e che egli forse avrebbe nociuto più che giovare 
alla grandezza crescente della sua casa. 

E vecchio infermo si faceva trasportare per i^ sa Ioni del 
palazzo, che Michelozzo gli aveva fabbricato in via Larga (1); 
e come gli paresse d* essere in una solitudine andava ripetendo 
troppo vasta sembrargli quella casa per si poca famiglia ! Sen- 
nonché» vedendo i due figliuoletti di Fiero, parevagli dover con- 
fidare in easi, e pìd specialmente nel giovinetto Lorenzo, che 
poi divenne il Jfa^m/^o padrone della Repubblica nostra. Lo 
affliggeva anche il vedersi cosi infermo ed impotente per con- 
seguenza a contrastare agli emuli suoi il primato della oittji con. 
quella energia e quella sagacia che aveva saputa usare nella 
verde età sua* PereiO credo » chQ morekido, portasse con sé nel^ 
sepolcro.il dubbio doloroso che forse a brevi destini era serbata 
oramai la aua casa. Sciaguratamente p^rò egli male sì apponeva t 

Udì l.** Agosto del ihl&kìu e\k di anni settantacinque moriva 
Cosimo nella sua villa di Careggi; lo seguirono le adulazioni 
saiaceate degli. amici. e dei protetti,, e dei nemici le fiere ac- 
cose. Chi gK tributò il nome di Padre della Patria ^ chi quello 
di dislrottore dalla libertà fiorentina. 

Per me, credetelo, fu più il secondo che il primo. Dio pese 
lo avrà giudicato meglio .di noi I Per il bene che' fece perdonia- 
nogii il male , però laStcfFia ha da essere imparziale con tutti; 
Guaì per essa se a torto loda se a torto rampogna. 

(ctmiiHHa) Napoleone GioUi. 

(1) È il palazzo , già Riccardi , ora dello Stalo. 

IV. n. e. 1 



se 



LBTTVIB M WàmmUA 



NOTIZIE STORICHE E TOPOGRAFICHE 

ILLUSTRAZIONI DI MOMDMENTI EC. 

Lb rOBTB ABI. BATTISTSmo •■ FlBBIISB. I«A CHIBflA. 



Salla origiite di questa ehiesa 
è alata questione fra gli eruditi ; 
perei occnó da alcuni si è creduto 
che anticamente Tosse un tempio, 
consacrato «I Dio Marte, e da al- 
tri tale opinione é staUi impu- 
gnata, li Borghini dottissimo scrit- 
tore del secolo XVI ò de' primi, 
che éei di$corao auUa origine 
di Firenze sostiene la sua sen- 
tenza con dottrina, ma non con 
eguale, efficacia di ragioni. Fra 
gli oppoaiiori sono il Lami che ne 
ragionò nella terza lezione sulle 
Antichità Toscane, Giovan Bat- 
tista Nelli , Giuseppe del Rosso e 
molti altri. Sembra, ormai sta- 
bilito che questi' ultimi si appo* 
nesHoro al vero; imperocchò' i 
primi cristiani disfacevano i tem- 
pli pagani, e avrebbero avuto a 
adegno di convertirli al nuovo 
culto : oitrechò le ragioni artisti» 
che stanno a conferma delle altre. 
Sì crede pertanto che questa cbie- 
sa avesse origine. nel seste secolo 
a tempo di Teodelioda regina dei 
Longobardi, o per la speciale de- 
vozione che ella aveva a San Gio- 
vanni, per la veaerazioiie io 
che lo tennero i Fiorentini ; e che 
la vicinanza di un tempio di 
Marte, o Tessere stata inalzala 
sulle rovine di esso, o Tessersi 
valsi i fondatori di rottami a quello 
appartenenti abbia dato origine 
alTaltra opinione. 

Da'primi tempi Ono al 1128 fu 
la cattedrale o duomo di Firenze, 
e ha servito di battistero da re- 
moti tempi. La sua costruzione è 
ottangolare ; e tiene qualche so* 
roiglianza col Panteon di Roma; 



a guisa del quale aveva nel mez* 
zo un'apertura , ohe fu chiosa 
nel ittfto colla lanterna. Aveva 
prima alle pareti esterne alcune 
arche e sepollore di marmo e di 
macigno che nel 1S03 furono ri- 
mosse, quando Arnolfo di Cam- 
bio da Colle ebbe commissione 
d'incrostare di marmi bianchi e 
neri i pilastri ne'canloni dell'ot- 
tagono che prima erano di ma- 
cigno (4). Verso la aietà del se- 
colo XI V. Agnolo Gaddi rifece il 
padiglione nel modo che ora si 
vede. Poggiava la chiesa sopra 
una gradinata 4 la quale scom- 
parve per i successivi rialzamenti 
della superflcie della città; e poi- 
ché per quelta doveva l'aspetto- 
della chiesa apparire più svelto e 
più vago , Leonardo da Vinci 
aveva vòlto il suo portentoso in- 
gegno a riCarla, aìecoroe rilevasi 
da queste parole del Vasari : 
« Fra qoestl modegli e diségni 
« (di Leonardo) ve n'era uno col 
quale più volte a molti cittadini 
ingegnosi che allora governa- 
vano Fiorenza , mostrava vo- 
lere aitare il tempio di San 
Giovanni di Firenze, e sotto- 
mettervi la scala senza ruinar* 
l7; e con si forti ragioni ter 
persuadeva , che pareva possi- 
bile, quantunque ciascuno, poi 
« che e' si era partHo, conosces- 
« se per sé medesimo T imposai* 
« bilitè di cotanta impresa (2j ». 



(4) Vedi Vasari, Vita d'Arnolfo, celi- 
2Ìone di Le Moonier. 

(2) Vasahi , Vita di Leonardo da 
Vinci. 



B BOlirri' 9MM PAlfaOU.1 



5i 



lo priaeipio aTe?a ana mia por- 
ti a ponente ; e sol lato dova ora 
è la porta elle goarda il Duomo 
era l'aitar magisiore , il qoale fa 
rìanooTaio nel aeeolo XVIII sotto 
la tribona incominciata nel ae* 
colo W\\. Il fonte battoaimale 
era nel nMiao , e ne f o rimosso 
nel 1576. 

Euenéù Baio propdaito di par- 
lare follanto delle porte di bromo 
ebe abbellano questo ediflzio, la 
cai bellesza si anaeciava eoo me- 
tta ricordo al pensiero dell'Ali^ 
gbierì, lascio ad altro tempo il 
deserirere i rarj oggetti diarie 
cbe ne aeeresc^no il pregio. 

Là ponrA m Aicdua, Pisaho 

Aadvee Pisano. 

Andrea d'Ugolino di Nino 
chiamato Pisano fo. Terameatedi 
Faatedera , come ha dimostrato 
il profesaor Bonaini colla prora 
di docameoti (1): nacque intorno 
al 1870. Con Niceola e Giovanni 
Pisani è de'restaoratori della ita* 
lìaoa sceltnra. Studiò in Pisa, 
dove areodo dato prove di molla 
abitili fu chiamato a Firenze a 
lavorare per la fabbrica di Santa 
Maria del Fiore. Fece per essa 
alcune stetne alla facciata , della 
qaale la parte che era stata inai- 
lata fn disfatta verso il i5S6. Di 
lai SODO tre statue nelle nicchie 
del campanile, sotto le finestre 
ebe guardano 4a Misericordia, le 
fl^re di marmo che sono per 
finimento della porta del detto 
campanile , e varie altre flgurette 
di mezxo rilievo giudicale dal Ci- 
cagnara il non pim eUra dell'arte. 
Ornila Madonna che vedasi ora 
io un tabernacolo nella facciata 
àé Bigallo é opera del suo scal- 

M]Ved.le Memorie inedite Intorno 
a& tttaoaiMpinHdi Franceeco Trai- 
m 4 ad aUre opere di disegno dei m- 
«aft XI, XIV e Xr. Pisa Tipografia 
Kìitrì 4g46; lo noie alia vita di Jfi- 
érea Pieono tcrUta dal Vasaki; odi- 
none di Le Mounier. 



peUo. Per qaeate e per altre ope* 
re venne in molta celebrile : né 
in minor lode era esiandio come 
architetto, essendo alato depotato 
dalla Signoria di Fireoae a diversi 
lavori per le mura e per le porte 
della cittA, e alla edificazione del 
castello di Scarperia ; e avendo 
fatto per il comune di Pistoja il 
modello del bel Battistero com- 
piuto nel 133i^ sotto la direzione 
di Cellino di Nese da Siena, De- 
gni -figliuoli e continuatori del- 
y^rìe sua foronoTomasaso e Nino 
celebri netta storia delle belle- 
arti. Mori di anni settantacinque 
nel ta45, e fu sepolto in Sau- 
té Maria del Flore con un'i#cri- 
zione in esametri latini» dalla 
qual^ si ricava la notizia che egli 
scolpi anche in oro e in avorio. 
La porta, di coi dobbiamo far 
parola, mostra quanto valesse 
nelle opere di getto. Riportiamo 
le parole del VasarL « Ora, per- 
chè tre anni ipnanzi aveva, con 
sua nMlta lode, mostrato d'essere 
valente nomo nel gettare di bron-. 
zo, avendo mandato al papa in 
Avignone per mezzo di Giotto suo' 
amicissimo, che allora in quella 
corte dimorava, una croce di getto 
molto bella, gli fu data a fare di 
bronzo una delle porte del tem- 
pio di San Giovanni, della quale 
aveva già fatto Giotto un disegno 
bellissimo. Gli fo data, dico , a 
finire, peresjere stalo giudicato, 
fra tanti che avevano lavorato in- 
fine allora , il più valente» Il più 
pratico e più giudizioso maestro, 
non pure di Toscana, ma di tutta 
Italia. Laonde- messovi mano, con 
animo deliberato di non volere 
risparmiare il tempo, nò fatica 
nò diligenza per condurre un'ope- 
ra di tanta importanza, gli fn 
cosi propizia la sorte nel getto, 
in qoe'tempi cb^ non si avevano 
i- segreti che ai hanno oggi , che 
in termine di ventidoe anni la 
condusse a quella perfezione ohe 
si vede..- In detta pDrta di bronzo 
sono storiette di basso rilievo 
della viU di San Giovanni Bali- 



unrofta m pai^ama 



sU| cioè <MI« nasoMa ìbbìoo alla 
morte, condotte felicemente e con 
molta dìligenia. E, sebbene pare 
a molli che in tali storie non ap- 
parisca quel bei disegno né qnella 
grande arte che si suol porre nelle 
figure, non merita però Andrea sa 
non lode grandissima , per essere 
stato il primo che ponesse mano 
a condarre perfeltamente qn'ope- 
ra cber fa poi cagione che gli al- 
tri,- che sono stali dopo di lai, 
hanno fatto qnanto di bello e di 
difficile e di naono neirallre dae 
porte e negli ornamenti, di fuori 
si vede ». Andrea fini il modello 
di terra nel 1330: ebbe per ajo.lì 
Lippe Din! e Piero di Iacopo 
OTBhf come si ricava dai libri 
deir Opera di San (Giovanni, dai 
quali' si ha pore che Leonardo 
del q. A vanto da Venezia caro- 

Sanajo fu quello che la gettò. 
fel 1339 era condotta a compi- 
mento, e perfino dorala a fuoco. 
Lo storico Giovanni Villani ne fa 
onorevole ricordo nel libro X, 
capitolo 176 delle sue Storiet egli 
siccome guardiano dell'Opera di 
San Giovanni per l'arte di Gali- 
mala fu ufficiale a far fare il la- 
voro. E Simone della Tosa lasciò 
scritto che tolta la città corse a 
vederla, e che Ja Signoria ^ non 
osa mai a uscire di palaszo se non 
per. le solennità , per onore di si 
gran cosa vi andò insieme cogli 
ambasciatori delle due corone di 
Napoli e di Sicilia. In beneme- 
renza di onesta come di altre 
opere ebbe Andrea la cittadinanza 
fiorentina* 

Da princìpio fu situata: questa 
porta di faccia alla cattedrale: 
ma quando cede il posto a quella 
di Lorenzo Ghibertl fu traspor- 
tata nel luogo, dove oggi si vede, 
cioè di faccia al Bigallo. 
; Ognuno de' due sporti è diviso 
in quattordici compartimenti a 
due ordini: in dieci di essi sono 
rappresentati fatti della vita di 
Saia Giovanni fiatlsta: negli al- 
tri quattro sono effigiate altret- 



tante virtù (1). Nello apodo a si- 
nistra di obi guarda, incomin- 
ciando di cima» si osservano le 
seguenti storie: 

1.* L'Arcangelo Gabriele annun- 
zia Zaccaria che essendo slata 
esaudita la sua « preghiera. Elisa- 
bella sua moglie partorirà uip 
figliuolo. L'Arcangelo è scolpito 
con molta espressione, e pamìeg- 
giato felicemente. 

2.* Zaccaria uscito dal tempio, 
dopo la visione dell'angiolo , non 
può parlare al popolo che lo aspet- 
tava fuori del tempio, perchè era 
ammuloHto ; onde grande mera- 
viglia nasce nella genie. 

3.* Maria Vergine visita Santa 
Elisabella. Le due donne (dice il 
Cicognara nella storia della scul- 
tura) oltreché sono variamente e 
nobilissimamente panneggiale , 
presentano quella giusta espres- 
sione di carallere eh' è più ana- 
loga al soggetto, mentre la più 
giovane osservando il contegno 
eh' è più proprio in quell'atto, 
stende le braccia con una apecie 
di timidezza e di riverenza. 

4.* Nascila di San Gio. Batista 
Sono mirabili per la naturaleaza 
e per. la espressione affettuosa le 
donne che assistono la madre e 
il figliuolo. 

5.* Zaccaria ò^ interrogalo con 
cenni qual nome debba darsi al 
figliuolo ; ed egli scrive sopra una 
tavoletta il nome di Giovanni. 
Tutte le figure sono scolpite con 
singolare verità, e mostrano.come 
i primi ristoratori dell'arte stu- 
diassero la natura. 

6.* San Giovanni giovanetto si 
ritira nel deserto. 

7.* San GiovaaiH predica alle 
turbe da' Farisei; i quali inlen- 



(4) Per evitare frequenti citazioni, 
dico che per questa descrizione mi 
soD valso della iUastraziooe che fu 
fatta di questa e delle alire porlo 
a cura di Luigi Bardi calcografo. É 
una beUa edizione in folio con buo- 
ne incisioni. 



B JCUIf I PS» FAUGUau 



53 



iitstai alle parole di lei si me* 
strano pieni di meraviglia. 

&* Saa Grìovanoi predica al 
popolo e ai dieeepolL 

%.*^ San Giovanni battesxa nel 
Giordano, annonziando la venula 
di Cristo alle genti. 

10^' San Giovanni balteatxa Cri- 
sto nei Giordano. 

UjQqì è Rf^fM^Bih la Speranza» 
drii» faale il Gicognara dice; 
f Lo scoltore per rappresentare 
la Speranza si é flgarato qn og- 
getto qoalanqoe, una cosa a cut 
laMlano ì voli per conseguirla. 
Egli ha atteggiato verso di quella 
con tetta la forza del desiderio 
aaa figure aeden te che piega la 
persona, stende le braccia, in* 
Balza la fronte, e tutta anela e 
desidera reggette dell'amor suo. 
Par che essa quasi locehi, e por 
Bon giunge allo scopo..^. Chi rbe- 
glie poò esprimere in questo at- 
teggiamento la Speransa? » 

!«.• La Fede. 

f3.* Im Fortezza. 

14.* La Temperanza. 

Nel secondo spòrto: 

i«* San -Giovanni rimprovera 
Erode perche si era presa per 
oieglie Erodiade, la moglie del 
sao fratello; e intrepido sostiene 
l'aspetto di Erode. 

2.* San Giovanni è condotto 
alla carcere per ordine di Erode. 

3.* I messi della setta de' Fa- 
risei domandano a San Giovanni 
chi egli sia, per darne risposta 
a quelli che li avevano mandati; 
ed egli risponde : Sono la voce di 
colei che grida nel deserto : Rad- 
dirizzate la vìa del Signore ( Van- 
gelo di San Giovanni , cap. I). 
Pieoa di esfuressione e di verità 
è la teala di quello che muove le 
ialerrogàzioni a San Giovanni. 

i.* Al medesimi San Giovanni 
^Baenzia la venuta di Gesù Cri-: 
sii; per il che si vedono gli 
zieoltaati far segni di meraviglia 
e di riverenza. 

5.* La figtioola di Erodiade, 
easemlo venuta a ballare nella 
sala del convito che 'Erode diede 



nel giorno sao oatìdizio ai prandi 
della corte 9 ai tribuni e ai prin- 
cipali della Galilea, ed essendo 
piaciuta moltissimo al re, questi 
le disse che gli chiedesse qua- 
lunque cosa , che anche la meli 
del suo xegno le darebbe. La 
giovane, dopo avere interrogato 
Ut madre, per insinuazione di 
questa, chiede al re la testa di 
San Giovanni in un bacile. In 
questo compartimento è Ggurata 
la giovane iieiratto che fa ad 
Erode la richiesta. 

6." Il carnefice taglia il capo a 
San Giovanni : mollo animato, ^ 
ratteggiamenlo del carnefice: e 
gli altri due che dividono con 
esso il delitto pare che gì' invidi- 
no il colpo. 

7.* Si vede rappresentato il 
convito , ed Erode che tranquil- 
lamente feroce rimira la testa 
recisa del Batista. 

8.* La figlia di Erodiade presenta 
in un bacile alla madre sua la 
testa di San Giovanni. 

9.* I discepoli di San Giovanni 
trasportano il corpo colla testa 
del Santo. 

10.« I discepoli dannò sepoltura 
al cadavere del Batista, mostran- 
do ciascuno il dblore e la vene- 
razione per il maestro, £ degna 
di ammirazione la figura in di- 
sparte per la vivezza colla quale 
è atteggiata.. 

11,* La Carità. 

12.* L'Umiltà. 

13.* La Giustizia. 

14.* La Prudenza. « È rico* 
perla , dice il Cicognara , del pai* 
lio col solo aUribnto del serpe 
alla destra. Nò ciò baste all'arti- 
sta filosofo, che ben meditando 
la natura del suo soggetto,, ogni 
movimento della persona raccol- 
ta , e costrinse con sagace avve- 
dutezza; e l'atteggiamento suo 
concentrato nella meditazione 
egli espresse e vi diede l'aspetto 
bifronte. Le pieghe di questa 
figura come della Speranza » so- 
no delia scelta più bella i». r 

Nei sodi di ogni quadro sebo 



Cesie dì leoni di iiiir»brfe lavoro. 
L'architrave e gli alipitì hanno 
Qn fregio di bronzo « bellissimo 
(sono parole di F^attaoso Becchi 
neìViUuitralore fiorentino) per la 
varietà de' Gerì, frolla ed accel- 
li , che vi sono espressi : Ira i 
qoalì primeggiano una quaglia 
cai non manca altro che il vo- 
lare , e due passere 9. Il Vasari 
dice che é la più rara e maravi- 

gliosa cosa che si possa veder di 
ronzo. (Vita di Lorenzo Ghiber- 
li). Questo lavoro fu incominciato 
da Lorenzo Ghiberd e condotto 
a termine da Vittorio suo figliuo- 
lo : vi ebbe parte ahche Bernardo 
Cennini orafo (1). 

In cima aJla porta leggonsl le 
parole : « Àndreai Ugolini Dini «te 
PUU me ffcii An. Dom, ucccxxx. 
puesta data però indica il tempo 
in coi Andrea ebbe terminato il 
suo modello in tèrra. 

Le statue in bronzo, che si 
iredono sopra la cornice sono 
opera dk Vincenzo Danti, e vi fu- 
rono collocale nel 1671 .* rappre* 
-sentano la decollazione di San 
Giovanni : l'aitiludine del santo è 

Siena di celeste rassegnazione; 
era quella del carnefice: e la 
figliuola d'Erodiade manifesta 
l'impazienza d'avere la testa del 
Batista. 

Lor*BSO Ghìberti* 

Quando fermiamo la mente a 
considerare la grandezza e l'In- 
finito numero dei monumenti che 
abbellano fa nostra Firenze, e 
la schiera de' grandi artefici che 
restaurarono e fecero fiorire le 
arti belle, l'animo si sente col- 
pito da grande meraviglia. Vera-* 
mente gloriosi possono dirsi quei ' 
tempi ne' quali il sentimento del 
bello animato da puro affètto di 
religione e dalla carila della patria 

(f) Ved. Notizie biografiche di 
Bernardo Cennini deìX ingegnere Fe^ 
derigo Faniosni, Firenze , dalla Ti^ 
piografia GaUlejana 4838. 



LBTTimK DI VAKIOUA 



accendeva il cnere del popolo ; e 
gli uomini modesti e parchi ìd 
privato, cercavano con tanto amo- 
re la grandezza della patria. A 
noi posteri non rimangofio che le 
memorie, splendide testimonianze 
di quella gloria a eccitamento, 
se la speranza non c'inganna, 
di quelli che-, dopo noi , avranno 
kt sorte di vivere io tempi di 
minori miserie. 

Fra quelli che salirono alt'ec* 
cellenta dell'arte e della fama , 
quatido il Comune^ liberava gli 
artisti dal cercare fra gli stra- 
nieri i protettori, da piegare l'in* 
gegno per indulgere al lusso e 
alla vanità, fu Lorenzo Ghiberti. 
Egli nacque in Firenze nel i3M 
da Clone di Ser Boonaccorso è 
da Madonna Fiore: è chiamato 
comunemente figlio di Bartoloc* 
ciò: ma Bartolo di Michele fu 
SQO patrigno (i). Questi era mae* 
Siro in oreficeria; con Lorenzo Ini 
imparò quest'arte; e diletlavaai 
anche in disegnare e modellare 
figure in cera. Quando nel 1400 la 
città di Firenze fu colpiia dalla pe- 
stilenza , Lorenzo andò a Rimini 
in compagnia di un pittore, col 
quale in quella città e a Pesaro 
dipinse nelle case di Pandolfo Ma- 
latesta. Ma nel 1401, essendo 
fatto dall'atte de' Mercanti il con* 
corso per le porte di ^rt Gio- 
vanni, come narreremo fra pò- 
co , richiamato dal patrigno, tornò 
In Firenze, dove rimase fino al 
termine della sua vita. Oltre alle 
due porle di San Giovanni , che 
sono il sosrgelio speciale di questa 
illustrazione, molte altre opere 
condusse^ Per l'arte de' Mercanti 
fece la statua in bronzo di San 
Giovanni Batista che ò nella pri^ 
ma nicchia di Orsan michele , 
venendo di Piatza del Granduca, 
di fhccia a San Carlo : per i mae- 
stri della zecca gettò il San Mat> 
leo, còU'ajoto di Michelozzo Mi- 

(41 Ved. le note al Vasari (Vita di 
Lorenzo Ghiberti) edìzioDe di Le 
Monnier. 



B Miawi ^n vAiiam.u 



M 



cWmi, e per Varte della lana il 
Saeto Stefano » le quali statue sono 
in dae oìcclùe della stessa chiesa 
dalla parie • per cui vi s'eotr^ 
Per U moauinento di Fra Leo- 
Dardo Dal! maestro generale del- 
rOrdine de' Domenica ni posto sul 
pavimeoto dinanzi 'all'alliir mag- 
giore di Santa Maria Novella , 
fece ài broQao la figura giacente 
del Dàii* La Signoria di Siena 
gii eoonnise due storie delia vita 
ili San Giovanni per il fonte 
kallesimale di .quella città, le 
quii egli compi colta solita mae- 
éUÌB, Nelle stanze de' bronzi mp- 
derni della noslra Galleria vedcsi 
una caaea ebe per commissione 
di Lereozo e Cosimo de' Medici 
aveva fatto per i corpi de'Santi 
Prole, Giacinto e Nemesiò martiri. 
Belliasiina è la cassa in bronzo di 
San 2^nobi , nell'altare di questo 
isnlo. Della metropolitana di Fi- 
renze, e In oreficeria , dice . il 
Cellini nel ano Trattato dell' ore- 
ficeria, fu veramenlo orefice» si 
al«a gentil maniera del suo bel 
(are, e maggiormente a quella 
infinita pnliteiza ed estrema di* 
ligeasa a. De' suoi lavori in que- 
Bl'arie non acne conosce alcuno; 
e dalla aioria sappiamo che fece 
al Pontefice Martino Y un bel 
bottone per il piviale» e una bella 
mitra, e la mitra al pontefice 
Eugenio IV. Lavorò eziandio di 
vetro 9 disegnando gli occhi della 
facciata del Duomo, alcuni della 
cepola, molle finestre del Duomo, 
e rocchio della facciata di Santa 
Crocea Kon dirò che», per la gran- 
de opinione io che era presso ì 
concittadini suoi, fu deputalo con 
firanelleaco alla edificazione della 
cupola, perchè lion essendosi ad- 
destrato nell'architetlura non potè 
^re al fironeilesco alcun ajuto. 
Oltre a tutte queste cose (asciò 
taitti de' Commentar] ne' quali 
triranai notizie ed ammaestra- 
aienti di qualche importanza. In' 
benemerenza de' aervigj resi alla 
patria colle opere del ano inge- 
gno, fo fatto de' Priori; ed 



onoralo del sapremo magi- 
strato della città. Mori nel 1450. 
e fo sepolto in Santa Croce: Il 
suo figliuolo Vittorio acquistò 
molla reputazione continuando 
l'arte del padre (i). * 

La paiMA POETA DEL Ghubeti. 

Quando fu cessala la peste 
del 1440, l'arte de' Mercatanti 
deliberò di fare al bel San Gio^ 
vanni le altre due porte. A questo 
elTetto furono invitali tutti i più ri- 
putati maestri d'Italia a fare espor; 
rimonto di sé in una mostra d'una* 
storia di bronzo. Lorenzo, siccome 
abbiamo già detto , eccitato dal 
patrigno » si recò a Firenze per 
concorrere cogli altri, che furono 
Filippo di Sér Brunellesco» Ia- 
copo della Quercia senese. Nic- 
colò Lamberti d'Arezzo, France- 
sco di Valdanibrina e Simone d^ 
Colle. Il Vasari aggiunge anche 
Donatello , ' ma erroneamente , 
perchè egli era giovinetto di 17 
anni» Dentro un anno dovevano 
essi mostrare una storia in bron- 
zo rappresentante il sacrifizio di 
Abramo. Lorenzo, ajulato da Bar- 
toluccio si pose all'opera con ogni 
studio e diligenza. Venuto il 
tempo stabilito al concorso, i 
consoli ragunarono le persone r>iù 
intelligenti, e molti artisti, affin- 
chè il giudizio fosse dato con im- 
parzialiià e con giustizia. « Quan- 
tunque (riporto le parole del 
Vasari (1) ) fussino infra di loro 
diflerenti di parere» piacendo a 
chi la maniera di uno » a chi 
quella di un altro » si accordavano 
nondimeno che Filippo di Sor 
Brunellesco e Lorenzo di Barto- 
luccio avessiiio» e meglio e più 

(4) Bicordo qui con piacere il bel 
racconto dell'amico Pietro Thouar 
intitolato Lorento Ghiberti , che , 
pubblicato già nelle Letture annesse 
alla Guida deW Educatore ^ verrà 
nuovamente in luce fra breve, con al- 
tri B acconti del medesimo d'argo- 
mento storico. 

(2) Vita di Lorenzo QbiberU. 



56 



IBTfdBB »I FlttttUJA 



copiosa di figaro migliori oompo^ 
8la e finita la storta loro.... Solo 
quella storia che per saggio fece 
Lorenzo era in tatto le partì per- 
fettissima. Aveva ' latta l'opera 
disegno , ed era benissimo com« 
posta; le figure di qaella maniera 
erapo svelle e fatte con grazia ed 
atliludini bellissime ; ed era finita 
con tanta diligenza , che pareva 
fatta non di gettò , e rinetta con 
fe^ri, ma col fiato. Donato e Fi- 
lippo, visto la diligenza che Lo- 
renzo aveva usata nell'opera sua, 
.81 tiraron da an canto; e par- 
lando fra loro, risolverono che 
l'opera dovesse darsi a Lorenzo: 
parendo loro che il pubblico ed 
il privato sarebbe meglio servito; 
e Lorenzo, essendo giovanetto, 
che non passava venti anni, 
avrebbe , nello esercitarsi , a ta- 
re in quella professione que'fruh 
li maggiori che prometteva la 
bella storia, che egli, a giadizio 
loro , aveva più degli altri eccel- 
lentemente condotta : dicendo che 
sarebbe stato piatlosto opera in- 
sidiosa a levargliela , che non 
era virtuosa a fargliela fare (1) ». 
Pertanto a' 23 di Novembre 
del KOS fu data a (are a Loren- 
zo e a Bartolo suo patrigno la 
porta: e per convenzione fatta 
con Parte de' Mercatanti si prese 
Lorenzo in ajuto alcuni maestri, 
fra' quali Donatello (2). Comprò 
per il lavorio una stanza dirim- 
petto a Santa Maria Noova. 
La porta fu compiuta nel mese 
d'Aprile del 1424 e il 19 di detto 
mese fu posta al suo laogo: in 

Srincipio fu collocata difaccia alla 
letropolitana ; indi al posto dove 
è attualmente dalla p&rte della 



(4) I due esperimenti del Gbiberlì 
e del Bruoellescbl sodo ora nella 
sala de' bfonzt moderni nella Galle- 
rìa degli UffizJ. 

(2) Commentario alla vita dei Gbi- 
berti nel Tom. IV della B accolla 
artistica pubblicata da Le Monnier. 



colonna di San Zaoobk CostA 
fiorini 16,^54 (1). 

Come qnella d'Andrea , è divisa 
anohe questa in venlolt)» com- 
partimenti, quattordici perisporto^ 
a due ordini. Nel primo sporto a 
sinistra di chi guarda sono rap- 
presentata le seguenti cose: 

l^a Gesù Cristo porta la croce.- 
menato da una furia di soldati , 
gli vanno dietro le Marie, le 
quali esprimono nel sembiante e 
ne' gesti il dolore. 
. 2.« La Crocifissione di G. Cristoc 
a pie della Croce sono in terra a 
sedere la Vergine Maria e San 
Giovanni , i quali mostrane nti 
volto e negli atti cosi profonde 
dolore , che meglio non si pò» 
Irebbe. 

^.* Gésà Cristo in orazione nel- 
l'orto di Gfetsemani : i tre diace- 
poli Pietro, Iacopo e Giovanni 
sono immersi nel sonno» eiaseooo 
con diversa attitudine* 

4.« I Giudei prendono GesA Cri- 
sto nell'orlo : uiada gli -dà il bacio 
del tradimento.; e i Giudei lo 
legano : gli Apostoli foggono. So- 
no degne d'osservazione le varie 
attitudini di queste figaro, e 
specialmente i Gindei che nel 
pigliar Cristo fanno alti e forze 
gagliardissime. 

5.* La Trasfigarazione di Gesù 
Cristo sul monte Tabor : Cristo 
tiene alta la testa e le hraoeia 
aperte in mezzo ad Elia e a Mo- 
sè : sotto sono i tre discepoli Pie- 
tro, locopo e Giovanni ,- nelle 
attitudini de' quali, dice il Vasari , 
espresse Lorenzo lo abbagliare 
che fanno le cose celesti le viete 
de'roòrtali. 

fi.« Lazzaro alle parole del Si- 
gnore escito fuori del sepolcro , 
legato i piedi e le mani, sta ritto 
con meraviglia de' circostanti. Vi 
sono Marta e Maria Maddalena 
che bacia i piedi del Signore con 
umiltà e riverenza grandissima. 



(A) Giuda di FkmM dell iage- 
gnere Federigo F<mUt%%i, 



B fCUtn m VARCieLLI 



57 



7.* Sra.GfiOY«iDl batietia Cri- 
sto nel Giordano : qoi si eoiMsoe, 
dice il Vasari , Degli aUi loro 
b revereoxa dell'ooo e la fede 
(UTaltro. 

a* Gesè Cristo nel deserto : il 
Aavéle W lenta ; ma spaTentato 
dalle parale del Signore fa on'at- 
litadiae spaventosa » mostrando 
fet f nella di conoscere che egli 
éfi^oolodi Dio. 

9.^ L'annonilaiione di Maria 
VeigÌDe; dove si vede la Ver- 
giiie aU'arriTo deirangiolo presa 
databilo tinaore. 

fa.« La Madonna che ha par- 
Mio Geaà ; e stando in riposo ' 
caatem^ il divino Piglinolo. San 
Giaseppe poro lo contempla : gli 
sageii ebe cantano e i pastori 
compresi di alta merariglia. 

il." San Gioranni apostolo ed 
eraogeltsta col ano emblema ohe 
è nn'aqoila. 

1S.« San Matteo apostolo ed 
Erangeliata eolFemblema la faccia 
deirnomo. 

13.* Sant'Ambrogio aroirescof o 
eèstlom. 

14.* San Girolamo. 

Nel secondo sporto t 

1/ La Resnrretione di Cristo; 
■ are, addormentate le guardie 
dal toono , stanno come morte , 
mentre Cristo ya in alto , con 
aa'attitodine che ben iiare glori- 
iealo nella perfeiione delle belle 
aembra » (Vasari). 

2.* Lo Spirito Santo discende 
sgli Apostoli nel Cenacolo ; « do- 
ve sono atteniioDi ed attilodini 
dNcissiine in coloro che lo ri- 
cerone. 

3.* Gesà Cristo legato alla co* 
lonna è flagellato da' Giudei : il 
Mere delle battitore lo fa ator- 
cere alquanto; toltavia ritiene 
adle sembianxe ona mansoeta 
riegnagione, mentre nei volli 
e Begli atti de* flagellatori si ve- 
dsoo espresse la rabbia e la 
vendetta. 

4.« Pilato dopo avere abbando- 
nate all'arbitrio de' Giudei il Sai- 
rateie, del qnale egli conoaeeva 
VL n. e. 



la innocenza , si lava le mani , 
come per dire che era innocente 
del aangue di quel Giosto. 

5.* Gesù Cristo sopra nn aaino 
entra in Gerosalemme seguito 
da' suoi discepoli : gli Ebrei gK 
vanno incontro con* acclamazioni 
e gettano per terra le vesti , gli 
olivi e le palme. 

6.* La ultima cena di Gesd Cri- 
sto con gli apostoli : bellissima , 
dice il Vasari , e bene spartita , 
essendo finti a una tavola lunga, 
mezzi dentro e mezzi fuori. 

7.* Qui si vede quando Cristo 
impugnalo il flagello scaccia dal 
tempio i Giudei che ne avevano 
fatto un marcalo , e getta a terra 
e in confusione gli argenti , le 
colonibe e le altre raercancie: vi 
sono figure anche di persone che 
cadono l'una sopra l'altra molto 
ben rappresentate. 

8.* Gli Apostoli in una navi- 
cella in mezzo al mare sono 
agitati dalla tempesta. San Pietro 
scende dalla nave per venire a 
Cristo che passeggiava solle ac- 
que. Sono notevoli le attitudini 
degli apostoli neirajutare la nave. 

9.* I re Magi venuti a visitare 
Gesù Cristo gli stanno dinanzi in 
adorazione e gli offrono i doni 
ohe avevano portalo seco: mira- 
bile è l'atteggiamento dèi Mago 
che si atterra pteno di profon- 
dissima devozione: vi è pure il 
seguito dei re con cavalli ed 
altri arnesi. 

iO«* Gesù Cristo di anni dodici 
dispulando nel tempio desta gran- 
de meraviglia nei dottori che lo 
ascoltano: la qaale è benissimo 
espressa , siccome l'allegrezza di 
Maria e di Giuseppe cbe ritro- 
vano il Figliuolo. 

li.* San Loca evangelista ohe 
ha per emblema la faccia del 
bòve. 

19.* San Marco evangellata col 
leone per emblema. 

13.* San Gregorio Magne. 

14.* Sant'Agostino. 

Nei sodi che dividono offni 
quadro sono teste umane asaai 
8 



S8 



LlffYlVB M FAMUUA 



belte» e teste di leone benissinie 
Iav4>rate. Nelli glipiii e oell'ar- 
chitrave è un f/egìo di foglie 
tramezzalo da fidare rappreseti- 
t»Bli proreii e aibille. Le slalue 
ìli bromo sopra la cornice sono 
di Giovan Francesco Rosliei. 
Quella di mezio è San Giovanni 
Batista in atto di predicare: al* 
Van de' lati 6 nn levita che posa 
sdpra un flancó il braccio destro 
e nel sinistro tiene aqa carta in 
atto di leggere : dall'altro lato è 
on fariseo, che postasi una mano 
alla barba pare cbe stuf^sea alle 
parole del Santo. Narra il Vasari 
cbe <|ne8le figure sono secondo 
il pensiero di Leonardo da Vin- 
ci : ed è si grande la perfezione 
del disegno e la bellezza del 

Sanneggiate cbe i malevoli del 
Instici levaron fuori che fossero 
lavoro di Leonardo* 

La seconda Pobta dm. Gubuti. 

I consoli dell'arte de'meroanti 
vedendosi si ben serviti da Lo^ 
renio col lavoro della prima porla* 
sotto dà % Gennaio 1424 gli allo- 
garono la seconda che fu posta 
dirie»petto al Duomo deve si am« 
mira tuttora. Gli argomenti delle 
storie furono tratti dal Vecchio 
Testamento , secondo il suggerì- 
mente del celebre Leonjardo Bro-> 
ni aretino. Lorenzo ebbe in que* 
st'opera per ajoti alcuni maestri 
di gran valore, fra' quali Filippo 
di Brunellesco, Paolo Uccello e 
Bernardo Cennini , non che il suo 
figliuolo Vittorio. Nel 1447 era al 
tutto finita; nell'Aprile del 14«3 
indorata , e nel Giugno dì quel- 
l'anno collocala al suo posto (i). 
Costò fiorini 14»594» sebbene al- 
cuni vogliano cbe il prezzo andas- 
se più innanzi. Intorno al grande 
pregio del lavoro lasciamo giudi- 
care ottimi scrittori. 11 Vasari 
dice : a In vero si può dire ohe 
questa opera abbia la sua perfe- 

(4) Commenlarìo alla vita del 6bi- 
berli, già citato. 



tiene in tulio te enee, e ch'ella 
sia la pulì bell'opera del mondo, e 
ohe si eia viete mai fra gli anti- 
chi e i moderni, E ben debbo ee* 
sere veramente lodalo Lorenxo, 
dacché un giorno Michelagnolo 
Buonarroti, fermatosi a vedere 
queste lavoro , e domandato qnel 
che glie ne paresse, e se queste 
porte eran belle, rispose : Elub 

SON TANTO BBLLB, CII*BLLB 8TABBB* 
BOK BBtIB ALLB POBTB DBL PABA- 

DKo: lode veramente prepria, e 
detta da chi poteva •giudicarle »• 
Il Varchi la disse maraviglioea e 
forse onioa al monde. 11 D'Agio- 
«court la stimò uno de' più spleo» 
didt monumentidelParte moderne. 
E il Cicognara nella Storia della 
scultura: « Altissimo concepimen- 
to, composizione sagacemente di- 
stribuite, espressione vera, gia- 
ata, profonda, purità di contorni, 
grazia di forma, ed elegantissima 
esecuzione, sono i proibì princi- 
pali di queste produzioni, che nel 
princìpio del XV secolo presen* 
terono il piò grande modello che 
fosse mai ofiérto alle arti. Ed eeco 
precisamente la prima fonte, da 
cui trassero studio, ed emulazione 
tutti coloro che vennero dMw; né 
il divino Urbinate sdegnò trar 
modi di panneggiare, di aggrup- 
pare le figure, e di aUeggiare da 
questi bronzi del Ghiberti ». 

Lo stesso Lorenzo ebbe ooscen«- 
za d'aver condotte on'opera vera-» 
mente egregia, perciocché ae'suoi 
commeuterj lasciò acritto: «Cod- 
dussi dette opera con grandiseimai 
diligenza, e con grandissimo amo- 
re.... È la più singolare opera che 
io abbia prodotta ». 

Questa ò divisa in dieci quadri, 
cinque per ciascuno sporto : a ai- 
nistra di chi entra son rappre* 
sentati i fatti seguenti. 

1.° La creauone dell'uomo e 
della donna: Adamo ed Eva che 
intorno all'albero mangiano il po-^ 
me : l'angiolo che gli scaccia dal 
Paradiso terrestre. « Nell'uomo e 
nella donna, dice il Vaaari , volle 
mostrare, cbe come di mano di 



B SGtlTTl rÉft VAlftUMiJ 



Dio toeno le fiiè belle Agore che 
mai fossero fatte , cosi queste di 
suo avessioo a passare tutte l'àl- 
Ire eb'eraoo alate fatte da lai 
nell'altre opere soe». 

2* !ioè esce dalParea <$on la 
mogtte , e i figliuolfi , le aoore e 
talli gh aaimali : poi fa ti saerHl- 
lio , e si Tede t*area-bateno segao 
^ pace fra Dio e Noè ; iodi sf 
fede goando Noè piaata la Tigna ; 
e inebriato sta àddormantato , e 
Cam che lo schernisce, e i 
Igliaoii ciie mossi da riterenta 
rìeaoproDO il padre : tì sono lotti 
gS arnesi della Tendemmia, i 
quali senxa fare impedimento alla 
atorta , sono di ornaménto bollisi 
siiBo. Fra le altre cose il' Vasari 
Dola la figara di Noè addormen- 
talo, In cai SI vede l'abbandona- 
menlo delle membra ebbre. 

3.*Naaeita di Giaco))beediEsaà: 
Giacobbe ammaestrato da Rebecca 
qoando fisaù è alta caccia , rico- 
pertosi le mani e il collo della 
peUe di mi capretto, porge al 
padre la yìTanda per riceverne la 
benedìxlone : vi sono ftgorati an- 
die cani belltssinri. 

4.* Moeè sulla sommità del*mon« 
te Sinai riOOTe da Dio le tavole 
(te'Comandamentì : a metà del 
Bionte è Giosuè prostrato che 
aspetta Mosò ; e a pie latto H po- 
polo in attitodini diverse . impau- 
rito da tuoni, saette e terremoti. 

8.* DaTid con fanciullesca e 
fiera atlitodfne taglia la testa ai 
Golia : e il popolo di Dio rampe 
resereilo dei Filistei, dove Lo- 
reaxo effigiò cavalli, carri e altri 
stromenli da guerra: indi si vede 
il popolo che va incontro con 
iBoai e canti a Dbvid cbe torna 
a» in naano la testa dal gtgaate; 

Wd secondo sporlo. 

t* Adamo ed Eva coi loro duo 
%Iiolotti Caino ed Abele : Caino 
ed Abele fanno sacriflxio a' Dio, 
^aegli da'peggiort friilti^ questà 
de'migliori agnelli del e^ao gregge. 
Cnao ara la terra con un par di 



buoi , i <|uali nella fadea del li- 
rare al giogo l'aratro pajono veri 
e naturali : Abele guarda il greg- 
ge. Indi si vede quando Caino 
ferocemente dà morte con un ba- 
stone al fratello, nel quale è stu- 
pendamente figurata la langui- 
dezza delle membra morte neHa 
bellissima persona: e piò lontano 
in basso rilievo fddio domanda a 
Caino contezza dcfl ft'atello. 

2.^ Comparisconio i tre angioli 
nella valle di Mambre ad Abra- 
mo, il quale si prostra per ado- 
rarli: indi Abramo salito sul 
monte a fare, secondo j1 coman- 
damento di Dio, sacrifizio de! 
figltilolo, mentre i servi a pie del 
monte lo aspettano. Abramo sta 
col braccio in alto e col ferro 
ignudo in atto di trar.re il colpo, 
quando l'angelo comparisce, che 
con una mano ferma il braccio di 
Abramo e colfaltra gli addita il 
montone per il sacrifizio. < Que- 
sta storia è veramente bellissima, 
dice il Vasari ; perchè fra l'altre 
cose si vede dtflbrenza grandissi- 
ma fra le delicate membra d'Isac- 
co e quelle de'servi più robusti, 
intanto che non pare che vi sia 
colpo cbe non sia con arte gran- 
dissima tiralo ». 

3.^ Qui trovasi effigiata quasi 
fatta la storia di Giuseppe; quan- 
do i fratelli lo mettono nella ci- 
sterna, e poi lo vendono ai mer- 
canti , i quali lo donano a Farao- 
ne : quando interpetra a Faraone 
il sagno, e provvede i rimedj alla 
fame, ed è da Faraone onorato: 
quando Giacobbe manda i figliuoli 
in Egitto a far provvista di gra- 
no, e Giuseppe li riconosce: e 
vedonsi dentro a' on tempio tondo 
igoTe cbe caricano grano e fa- 
rine: qpando Gius^pedà il con- 
vito ai fratelli; ed è nascosta la 
eappa nel sacco di Beniamino e vi 
è ritrovata; e quando .si Ca rteo- 
noscere e abbraccia i fratelli. 
<( La quale istoria , per tanti af- 
fetti varietà di cose, è tenuta 
fra tutte l^opere la più degna, la più 
dffflcile e la più bella (Vasari). 



60 



LRTDAB DI W^mWUk 



4.^ Gl'braelili goidati da Gio- 
suè, passano il Giordano, mentre 
l'area è arrestala in mezzo al So* 
me : dodici apmini scelti dalle do- 
dici tribù prendono una pietra per 
innalzare an monomenlo in me- 
moria di questo miracoloso pas- 
saggio : si vedono poi i padiglioni 
delle dodici tribù : e le mora di 
Gerico che cadono al suono delle 
trombe, girando l'arca intorno 
ad esse; e gli Ebrei pigliano la 
città. 

tf.* « Restò a far tutto quel che 
poteva Lorenzo in questa ultima 
storia, dove la regina Sabba visita 
Salomone ton grandissima corte: 
nella qoal parte fece un casamento 
tirato in prospettiva, molto bel- 
lo » (Vasari). 

Per ornamento del felajo vi 
sono nicchie con s^tuelte bellis- 
sime rappresentanti Sibille e Pro- 
feti. Il Vasari fa speciale ricordo, 
di un Giosuè che è io atto di 
parlare all'esercito , e di un San- 
sone ignodo abbracciato a una 
colonna e con una mi^scella in 
mano. Nelle estremità superiore 
e inferiore per traverso vi sono 
quattro Agore giacenti nelle nic- 
chie , due per parte : sulle cro- 



ciere .delle cantoiiale aooo ventìt 
quattro teste di uomini e di don- 
ne : fra queste il Ghiberti effigiò 
la sua tutta calva e quella di Bar- 
toluccio: le quali si vedono nel 
mezzo solle estremità delli. sporti 
Tona vicina all'altra, quando la 
porta è chiosa , nel ponto dove 
leggesi incisa questa iscrizione .- 
LaurérUii Cùmit de Ghilkértui opu^ 
mira arie fabriealum. Indi vi è 
l'ornamento di un fregio io brón- 
zo di flori , frutti , con uccelli ed 
altri animali falli con grandis- 
sima maestria. 

Sopra l'arcbilrave sono tre sta* 
tue di marmo rappresentanti Sao , 
Giovanni che battezza Cristo , ed 
un angiolo che assiste al balte« 
Simo. Le prime due furono co^ 
minciate da Andrea Con lucci , e 
floite da Vincenzo Danti : l'an- 
giolo è opera d'Innocenzo Spi- 
nazzi. 

Ai due lati sono le due colonne 
di porfido che i Pisani donarono 
ai Fiorentini, in benemerenza 
d'aver guardato la loro città dalle 
scorrerie dei Lucchesi , quando 
essi nel 1117 andarono all'impresa 
delle Isole Baleari 

Agenore Golii. 



GIACOMO MUTTI 



iNTRODUZlONE. 
Ai CoMlnnM e a^ll Amlel di CllMOmO Muiiì. 

Or àono due anni che raccolti iotorno alla tomba di Gia< 
corno Matti, spargeate lacrime e fiori sulla terra che ne rac- 
eoglieva la spoglia, e deste al ano spirito l'ultimo addio! — 
Poi ritornati pensosi nelle domestiche mura, riandaste le virtù 
dell'estinto, e ricordandole ai vostri più carì» ne ricavaste per 
essi e per voi ammaestramenti ed esempi. 

Da questo culto, pietoso verso chi lo riceve e profittevole 
a chi Io porge, nacque il pensiero che l'intima commemorazione 



B SCmn FBB PAVCWLLl ti 

M fidmpianto Amico bì Mttbiasse per lui ia pqbblieo tribàto 
di onore, e a me coleste afiidato Tufficio di compiere il Yoatro 
pio desiderio. 

lo dopo langa dabiUiioue accettai trepidando, come colai 
che mentre dal proprio affetto aentrfagi stimolato a compiacer 
eon tale opera non tanto a Voi a ohe so stecto, riconóice?asi poi, 
perla mmore famigliarità avuta con Giacomo, assai meno atto 
di notti fra Yoi a fedeèmeate riUrarne l'imagine. Ve lo ram- 
flwalerò iogenuaineale. *-^ Io sentii accettando turbarsi in me 
stesso la arresa Tisione di lui; e quanto più in essa aflssa?asi 
il mio pensiero , cercando il modo di pienamente aUiracciarne 
la forma , più U vedeva di continuo trasmutarsi in aspetti di- 
TCTsi» de' quali mal discerneva qual primeggiasse sugli altri, e 
come avesaer poi tutti a ricomporsi in semplice e bella unità. -<-* 
U figlio, il fratello, 1* aulico, il marito, il padre, il cittadino « 
il consolatore de* miseri, il patrocinatore de* rei» il seguace di 
Cristo, mi comparivano successivamente dinanzi, e in ciascun 
di essi io ben ravvisava una parte, di Giacomo, ma noi vedeva 
intiero se non operante in mezao a voi, e sempre lontano dar 
me; onde perplesso, e disperando di poter per me solo fsr 
cosa corrispondettte alla vostra aspettativa : « Debi soccorretemi ^ 
dissi, congiunti, e amici di Giacomo, voi che fatti kingameote 
felid dal suo giornaliero consorzio, foste non pur testimoni 
d'ogni suo atto» ma partecipi ancora d*ogni suo più riposto 
peaaicro. Voi cercate in voi stessi le sacre memorie ch'egli 
di sé Ti lasciava, ed io raccogliendo con religioso affiHto ogtai 
vostra iiarola, mi stndierò di riconcentrare sulla fronte diGia^ 
Como qnei raggi di luce che mi verranno' da foi. 

Bekl mi gmnga cori dai voUri emiri 
Rifi0$$a guetla immagine gnUUe, 
Ond'io sempre di lei più m'hemamori': 

E la ritragga ti eh'ote il mio aiie 

Salir non poeea.a gareggiar eoi Vero, 
Troppo al euo paragen mn sembri vile 

La cara piékm del mio pensiero! 

Voi esaudiste la mia preghiera, voi rispondeste al mio 
lavilo; e lo faceste con tanta copia di Ricordi, usciti tutti 



•S LBmmB M FAKiaUA 

daUa jpeniui diGiacono, ch'io nel non brèrs gpasio di tempo 
ooMacrato al loro eiame, rifÌMi con lait e daHa saa Tooe 
ascoltai la piena rivelasione di sé stesso. 

SI, ne* Ricordi di Giaconie, ne'auoì Bìarj ^ nelle sue Lettere 
palpita ancora 1* intiera sua vita; ma perciò jippnnto T officia 
mi» si è affatto cambiato da queDo che avevate inteso affi- 
darmi. Svanisce nella mìa persona la qualità del biografo , coi 
d*altra parte uno di voi già con grande amore soddisfece (1) ; ed 
ora Topera mia non qnaai ad altro ridotta che ad eliminai^ 
me stesso, è tutta intesa a far si che la persona di 6iaoemi> 
vi ricomparisca dinanzi , ed egli solo vi parli di sè« 

Dal suo labbro medesimo udrete voi dunque la candida 
esposizione della sua vita. Ma dacché questa ci parve più de* 
gna di esser pubblicamente altrui tramandata, non più sdì 
sarete ad udirla» L' ascolteranno con voi quelli che ignoti a 
Ini come a noi, formano quella più universale aggregazione di 
uomini, eui sogliamo dar nome di pubbKfi ^ questa eonsi<- 
deraziene m'induce ancora a ragionar con voi de' doveri, ebu 
di fronte appunto a que'moltì mi sono imposti dalla natura 
stessa de*BÌcoDdi di Giacomo, confidati aUa mia discrezione da 
ciascono> di voi, e i più intimi da quella gentile, aelia cai 
modesta esistenza si trova immedesimata tanta parie dalla 
vita di lui. 

Rare, volte il velo de* domestici aAetti travasi aollerat^ 
ne' libri italiani; e di questo fatto è stato da alcuni mosso qa»- 
reta ai aostri scrittori. Ma io ritengo che in qaeata essi pren* 
daseere dagli antichi lodevole esempio, i quali avrebber credatop 
presunzione in sé, ed irriverenza verso i lettori, il fluì di so 
stessi e de' privati loro casi aigomento di pubblico scritto. 
Di questo antico pudoee si è ^gimai perdalo anche il senso » 
e l'Europa è inondata di narrazioni langhiaeìaie, che hanno 
per solo eroe chi le scrisse. Men d'altri paesi -VRalia si risente 
finora di questa invasione di personali JfsmorM, e speriamo che 
cosi resti , e non a noi Tenga taccia di farei cella pubblicazione 
de'Ricordi di Giacomo cdpevali dicosa che riproviamo in altrui. 
Sacro per ogni biografo deve essere il santaario^ della famiglia ; 



(1) U Sig. 49mofV GelU neNe LiUm^ di PwmisUm di ffùvaze , 
VflL li , pag. lAi deUa. preseale GoUeaione. 



K SGftivn PBt vAnantLi 63 

ni ipuinda questo «aniuario sia etato quaM rimira scena di 
latta reaìatenza cH un nomo eaemplare, e quainlò gli affi saoi 
pia paieai eome i auoi più secreti ^naieri, emanati tutti da 
ana isleaaa arnnonia d'intimi affetti, abbìan trorato la loro più 
Muoera maiiilealazioBe nella parola stessa di lui, allora cbl ebbe 
mandato di fare altrui noto quell'uomo, ed ebbe in sorte dì 
asorf/ar la aua voce, tradirebbe il suo ufficio, se ne inTidrasae 
s]tniì la dolcezza. E tale appunto è il mio caso: dacché T anima 
aogeiica» che anzi tempo si è da noi dipartita ba lasciato la 
prapria effigie cosi bene impressa ne* suoi famifrliarf Kioordt, 
cke in me sacrilegio sarebbe reiterarne la forma. 

Ma come emanate dal fuocolare domestico, cori a questo 
lab soD deatinate le palline che vogliam pubbltcfare. Il modo 
con col furone acrttte toglie loro ogni carattere di letterarie 
laroit>« Esse eacirono dalla pènna di cbi nella solitaria sua 
stanza notaya o per sé solo, o per altro cuore unt6cato ool 
suo» ciò che Teniagli dettando la meditazione oT affetto; e il 
libra che ne uscirà sarà libro per dir cosi di famiglia. Le sue 
parole troTeranno eco in ogni famiglia ove regnino amore e 
▼irtùf uè altrore dovranno cercarle. E però ne resti lontano 
chi pregia aolo ne' libri la meraviglia de' fatti, lo splendore 
de'oonoetti, e la eleganza dello stile; ma ben vi presti l'ore^ 
cbio chi ama una schietta parola , come sgorga spontanea dalie 
labbra di chi la volge a persone a lai care, le quali appena 
a messo udito un concetto, già nel cuore le sentono intiero. 

Por neiràngnsto campo delia propria famiglia lo spirilo di 
Giacomo raccolse ancora e riverberò V immagine de'suoi tempi. 
Giaeonno Tenne a contatto con molte persone che tennero il 
primato fra noi, ed ebbe parte in più fiitti che spettano alla 
storia contemporanea* Egli tutto notò; nò- già con animo di 
farai relatore de' pubblici eventi, e molto meno di costituirsene 
giudice ; ma per suo solo ammaestramento , e per trarne lume 
alla propria condotta. Certo i tempi dà Ini ricordati furono 
tempi di speranza e di vita, cui ne seguirono altri di languore 
e di diainganno; ma fra questi e quelli non mancò pure il giorno 
ddi'aaiooe. — Giorno breve, ma luminoso; azione imperfetta, 
ma non cancellabile mai; «— e i Ricordi di Giacomo dimostrano 
eoa eaempj a lui personali quanto gli affetti di famiglia e quelli 
di polJria ai faocian più sacri e potenti compenetrandosi in^ 



6t LBItimB M WàMWILU 

sieone. Noi di ^eeU parte delle ao^ memorie ««remo difcreii 
divulgatori 9 intendendo 4so9Ì rispettare le persone ed i Catti ; 
perchè di questi ò temerario il giudizio, finché ne siedo mal 
note le più recondite cause; e queste durano tali« finché la 
esigenza deHempi e un senso di scrupolosa moralità (sedano 
si che a riguardo delle persone la piena manifestazione d'ogni 
loro atto sia ufiBcio da cui rifugga lo storico per non dtriderlo 
col delatore. 

Molti appunti di Griacomo sono pur consacrati agli amici 
s9K>i, de' quali come faceva proprie le gioie e le pene, cosi le 
registrava con un affetto, di cui eglino stessi finché gli furon 
vicini non conobbero forse tutta 1* intensità. Ben giornaliero atto 
sociale é Testéma partecipazione ai piaceri e ai dolori altrui ; 
ma il vederli immedesimati co'solitaij pensieri di un giovine ò 
raro fenomeno morale, e prova quanto squisito fosse in Giacomo 
quel senso di simpatia, che faoealo « pensoso più d'altrui die 
di sé stesso »• B commuovente non meno ò il trovar da lui 
ricordato non pure i compagni, co*qi1ali aveva più contfaue re-» 
Iasioni d'intimità , ma gl'infelici ancora ch'ei soccorreva, griii'- 
fermi che visitava, egli stessi imputati de' quali tmprendea la 
difesa, e che trovavano in lui non solamente un patrocinatore 
Jegale, ma ben più assai un consigliere morale e un amico in- 
defesso. 

In questi aspetti diversi tornerà Giacomo a rivelarti sé stes- 
so, e ad ognuno di noi che il conobbe ricomparirà cosi riva 
r immagine sua , che esclameremo : — Egli é desso I -^ Ma -non per 
questo mi sfugge il pensiero che quelli a cui di persona - fa 
ignoto, e i quali perciò non sapranno colle proprie remini- 
scenze supplire a quanto ci nascose la sua modesta parola , 
ben potranno riconoscere in luì un giovine largamente dotato 
d'ingegno e di cuore, ma. gli negheranno il possesso di quelle 
più splendide qualità, che. sole possono al giudizio de' più fiir 
meritevole l'uomo di pubblica ricordanza. 

E in tale sentenza dovrem forse noi purè acquetarci ? E 
' ci lasceremo par noi persuadere che IMmmagine ddl' amico 
perduto sia una. di quelle che tutto di ci stanno sott' occhio, 
e delle quali pertanto é so'?6rchio il tramandare altrui la me- 
moria e l'esempio? -^ Se questo é il caso, se gli affetti più 
santi religiosamente coltivati nell'anima, se le virtù che da 



B MURI Firn vANcmii es 

qiia^ «fletti «'ìaformano praticate coniiaiialiiente in una vita 
di abaegaskìoa e di amore, bob cose tanto Tolfari da non mar 
rtUr più fra gli uomini lode e ricordo: noi fortunati, e fortu- 
nato il tempo in cai ci è dato di Tirerei Ma cessino allora 
gì' liberiti lamenti, le importune censure « i mal fondati rim* 
pianti, e si riposi T animo nostro nella beata conteoifrfaiiene 
di si affenturosa social conriTenza! — Saper contro F intima 
me deUa coaeienaa ci dice esaere rara aiM»m fra gli nomini Ja 
nrtòt non ci lasciamo distogliere dal richiamar T altrui sguardo 
sul tipo di un giovane costantemente tirtuoso, e che rapitoai 
sol fiore degU anni , par che con mesto sorriso ne avverta che 
«la vita sua non tenne intiere le sue promesse, sarebbe in 
noi pure ingiosto il pretendere che la pianta ansi tempo ap^ 
passita avesse dovuto offrirei maturo il soo frutto. 

E noi, o Giacomo, assentiremo alla tua awertenia, pensando 
ai molto che potevamo aspettarci dal tuo ingegno , avvalorate 
da più profonda dottrina t e da più lunga espenenza degli uomini 
e delle cose. Ma non perciò dichiareremo moralmente ioeom- 
pleto l'essere tuo; perchè sollevando a più sublime regione il 
pensiero t comprenderemo quanto grande e solenne sia la con* 
sacrarione della morte: la quale, ove per noi si ritenga pi^ 
tosa ministra de' divini consigli , dovremo altresì riconoscere 
che il corso assegnato da questi ad ogni creata esistenza , co» 
moaque ancora a noi sembri anzi tempo interrotto > si faccia 
iaveoe da lei completo al cospetto di Dio* 

Qaal tipo imitabile di domestica e civile virtù da noi dunque 
ritiensi, e altrui si propone, la vita di Giacomo Mutti; né 
crediamo che di poca utilità debba ai giovani riuscire un esempio 
à bello di quella retta operosità, la quale fa che mantengasi 
in seno delle famiglie colla religione de' propri doveri la santità 
de' costumi. In animi come il suo, aperti a quanto di più elevato 
ianno ispirare i pensieri della famiglia, della patria e di Dio, 
arde perpetuo un affetto, che a guisa di calore latente conserva 
ad corpo sociale una scintilla di vita, anche allorquando questo 
pn colpa d'interna corruzione o di esterna violenza, sembra . 
fossi essersi estinta. Questo vitale calore che accendeva il petto 
ài Giacomo diffondasi dunque colla parola di lui anche in seno 
della generazione che sorge , e le sia stimolo a bella emulazio- 
ne, quale destossi in molti che lo avvicinarono in vita, e di 
IV. n. e. 9 



96 LBTfimB M wàmmju 

Itti serberanno nel onore quella memoria , che la riconoseeDia 

per nn gran benefizio morale rende indelebile e santa» 

Voi sole non avrete bisogno di ricercare sa qoeste carte 
il riflessso di una immagine adorata, che vira e intiera casto- 
dite nel cuore, voi, cai appena ho il coraggio di roigere an*aiti- 
ma parola, benché a voi prime corresse il mio pensiero in questo 
anniversario di solenni dolori. Tu Livia, unica superstite di 
numerosa e sventurata famiglia, tu più che sorella amica di 
Giacomo, tu compagna de' suoi primi anni, alleviatrice delle 
sue prime pene, confidente de'suoi primi segreti: di quelli an^ 
Cora che per un tempo neppor si deposero nel seno materno, 
esi celarono agli occhi stessi d*amore. ^— E tu. Maria, tu ispira- 
trice de' piti teneri affetti di Giacomo, rìnnuovatrice della sua 
esistenza, centro in vita de'suoi più cari pensieri, conservatrice 
in morte de'suoi più sacri ricordi. — Y iva egli ancora in te sotto 
forma che Taltrui parola tenterebbe invano ritrarre: forma or 
non più ravvolta di funebre velo, ma irradiata di celestiale le- 
ttila, e trasfigurata nell'aspetto de*figlìl •» DehI come la vista 
loro ravviva in te le prime castissime gioie di sposa e di madre, 
come in essi continua per te la presenza di Giacomo, cosi negli 
animi loro passi e si perpetui il tesoro ond'era il suo cosi ricco 
in faccia agli uomini e a Dio! — E tu velo infondi colla me- 
moria del padre, ve io feconda colla sua stessa parola, e 
fa'si che questa resa dal materno tuo labbro ancor più soave e 
potente, sia in essi costante eccitatrice di quelle virtù, la cui 
luce fa bella la vita e non paventa la morte! 

Pisa , 10 Maggio 1857. 

Borico Mafer. 




■ Mnm Pia rAMcmu 67 



ANNUNZI DI LIBRI 



LA STORIA SAGRA 

COIirBHDUTA 

AD USO DELLE MADRI DI FAMIGLIA 

DMl G0R8I&VAT01J 
DEGL' ISTITOTI E DELLE SGOOLB 

Seconda Edizione 

C^RSBTTA ■ SITB»VTA »AI.I.'aVTS1CB 

K AFPIOTATA DALL'i. B B. OOfBBIK) 

Di questo libro riportiamo quanto è detto dagli Edi- 
tori, ai Lettori del medesimo e quello poi che dice o/fe 
Madri di Famiglia la eultissima Autrice. 

Al liBTTMU* 

U sollecito spaccio della prima edizione di questo libro , e le premurose 
richieste che di esso Tengono fatte da chi presiede a conserratoij di edu- 
cazione, a istituti ed a scuole, fanno fede che ha meritato ii farore del 
ptihblioo e il suffragio di chi può giudicare della utilità e della opportunità 
di tale opera. Il perchè abbiamo posto mano alla seconda edizione. B sic- 
come nel mentre che V andiamo stampando ci vengono pur fatte molte ri- 
chieste , abbiamo deliberato di darne in luce intanto una prima dispensa , 
«Ha quale terrà prontamente dietro la seconda e ultima. Quella non poterà 
tutta intera la prima parie , cioè il Tóitamenlo VecdUo , il quale 
due buoni terzi del libro ; e quindi V abbiamo condotta fino al rac- 
costo della schiaritii di Babilonia , con divisione men naturale, a dir vero, 
■i BOQ irrazionale , e , ad ogni modo , momentanea. 

E perchè poi il lavoro fosse vie più degno della buona accoglienza che 
gli è stala Catta , la nuova edizione sarà non solamente più accurata rispetto 



68 umiB H wàaaÈUà 

alla correzione tipografica , ma exiandio chi la dettò a ò studiato di miglio- 
rarla con ogni sua maggiore attenzione. «Il Editori. 



AUA Ma»»! mi Vahiaua* 

A voi madri di femiglia intitolo questo compendio della Saora Storia ad 
uso de' fanciulli. 11 concetto che mi ha guidato nell' imprendere tale lavoro 
ò stato di fare nn libro che riunisca il doppio vantaggio di essere insieme 
istruttivo e dilettevole ; e affinchò potesse riuscire facilmente intelligibile ai 
fanciullini . ho studiato nella prima parte la maggior chiarezza e semplicità 
che per me si potesse, ed ho poi a grado a grado ampliato la materia e 
sollevato un poco lo stile, secondo che mi sono inoltrata nella narrazione , 
sì perchò l'argomento diveniva capace dì maggiore svolgimento , sì ,perchò 
il fanciullo stesso deve progredire nell'intelligenza per l'età e per le cogni- 
zioni acquistate. La sacra narrazione ben si adattava al mio scopo, e perciò 
ho cercato di attenermi a quella , ma senza vincolarmi soverchiamente ad 
adoprare sempre le parole del testo , che è pure innegabilmente il più mi- 
rabile modello di chiara esposizione e adatta airintelligenza della tenera eti, 
come quello che ò divinamente inspirato per parlare anche airintelletto dei 
semplici e degli idioti. 

Posi ogni diligenza e sincero affetto nel mio lavoro ; e, fSeicendone espe- 
rimento specialmente co' miei figliuoli , sono andata via via correggendolo e 
riducendolo a maggior chiarezza, ogni volta che ho potuto scorgere di non 
aver raggiunto lo scopo prefissomi, e Tbo poi sottoposto alla revisione di 
persone addette al ministero eodetiastloo e versate nello stadio delle sacre 
carte. 

Spero che vorrete accogliere con animo benevolo questa mia tenue fatica 
dal solo desMerfo inspirata d'essere utile all'educazione de* nostri figliuoli. 

Firenze , LugUo 4867 Vmi mmàw^ é^ 




B ICaiVffl Ftt FAMCIOILI §9 

PRONTUARIO DI REGOLE PRATICHE 

BUATIVB 

SPECIALMENTE A STRADE FERRATE 

PBR 060 

BHL'lNflllMttHASSISnNTI. CAPI-IAISTRI. KG. 

Fireuze, coi Tipi di M. Gellini e C. alla Galileiana, 4857. 
Voi. in 8vo con tavola litografica. 

Di quest'operetta, dedicata al Gh. P. Antonelli delle Scuole 
Pie 9 il titolo accenna l'importanza; come le parole che qui 
leguoDO, palesano il fine lodoTole e la rara modestia deiregre- 
gio Autore. — Perciò ogni altra raccomandazione è superflua. 



JkìnrmMt 



ci metodi eaposti in questo libretto, nel tempo stesse 
che seno ridotti alia portata del semplice pratico, soddisfa- 
nauo aaoora a chi 6 verMlo nelle matematiche discipline; 
perchè eoa risparmio di tempo eseguirà le relatiye operazioni 
e si porrà contemporaneamente a possesso del principio 
teorico. 

« Pertanto, se dopo aver pubblicato questo breve scritto 
ni si presenterà Toccasione d'udire che reca speciale utilità 
1 coloro che operano sul terreno, andrò lieto d* aver raggiunto 
iliae desiderato, e non mi resterà che chiedere eompatimeuto 
per la tenuità doUo esposto »« 



70 kSttUBB DI FAIBQLU 



GIORNALI 



Il dae Luglio comincia va a veder la lace ia Milano UEdd- 
CATOBB Lombardo , Giornale dei Pio Istituto dei Maestri di Lombar- 
dia. È un foglietto di 8 pagine in 8yo massimo a due colonne , 
che esce tutti i Giovedì, al prezzo di '«^ 8 in Milano; 10 per 
la Monarchia Austriaca ,^i per gli altri Stati; e il pagamento 
dev^essere anticipato. 



CRONACA DEL MESE 



La proposta di legge per rammissione degrisraeliti nel parla- 
meolo BritaDDìco, dopo essere slata approvala alla Camera de'Comaoì, 
fu portata da lord Grenville airapprovaziooe della Camera dei Lordi ; 
ma dopo lunga discussione la Camera, passò ai voti per aronwUere o 
rigettare la seconda lettore della legge» e la lettura fa Hgetlala da 
173 voti contro 138. Cosi anche questa volta la Camera dei Lordi si 
è mantenuta nella sua intolleranza. Credesi però che il collegio elei- 
torale della City rieleggerà nuovamente il Sig. Aoschild , e che final* 
mente la camera de' Lordi dovrà cedere alla forza della pubblica 
opinione. 

Tristi notizie hanno ricevuto gì' Inglesi delle loro colonie deirin- 
dia. Le milizie indiane, da essi ordinate per la difesa interna di quel 
vastissimo impero, si son ribellate in tutto il Bengala^ e rinsurre- 
zione si è estesa a molte altre parti dell'India. Queste sommosse si 
velano di un pretesto religioso, e per qieslo si diflbndooo cesi rapi-> 
demente. GÌ' Inglesi però hanno riunito le truppe europee, e quelle 
indiane , sulla cui fedeltà potevano contare , e sotto le mura di Delhi 
hanno battuto gl'insorti che sono stati ricacciati nella dtlà con per- 
dila di molti uomini e di 16 cannoni. Qa^^la vittoria degl'Inglesi ha 



B 'éCntn »ftE VAHCIOLU 71 

arrciUte la dìfltMioaie deirinsarresione ad altre Provincie, e sembra 
eke rnaeìraDiio a sedarla : molto più che le popolazioni si sono ge- 
■erslmeiile mantenote tranquille, ed hanno indirizzato al goremo 
delle lettere per attestargli la loro fedeltà e per separare affatto la 
loro cansa da qoella delle milisie insorte. Ciò nonostante la situazione 
delVlnghiUerra è assai grave. La guerra colla China è trattenuta, nel 
momento che più interesserebbe di spingerla , da questo contro-colpo 
deBa rìvohizione indiana : ed i Persiani che si erano poco fa obbligati 
ia Ana del trattato concluso a Londra di abbandonare l'Herat, vi si 
(nllengono tuttora , dandone per pretesto che il nipote dello Sciah 
csBandanle deH'esereito Persiano non acconsenti alla stipulazione di 
pd trattato. E se T Inghilterra dovesse tener soggetto il suo impero 
dell'India popolato di più che f50 milioni d'abitanti colle soldatesche 
esTopee , sarebbe da dabitarsi che alla lunga si trovasse costretta ad 
abbandonare almeno in parte le sue conquiste. 

Frattanto Lord Palmerston si dichiarò apertamente contrario al- 
faperiora dell'Istmo di Suez, e disse che il governo inglese aveva 
sempre cercato d'impedirne Teffetluazione. Disse che ragioni politiche 
e eommereìali consigliavano l'Inghilterra a tener questa via, mentre 
Tapertara di quel canale porterebbe seco la indipendenza dell'Egitto 
dalla Tarbbia, e la rovina del commercio inglese. Quantunque sem* 
brino poco fondate le ragioni addotte da Palmerston per opporsi al 
progetto del taglio dell' Istmo di Suez, promosso dall'ingegnere fran» 
case Ferdinando di Lesseps , è da temersi per altro che l'esecuzione 
di questa grande opera , che lauto avvantaggerebbe le sorti dei paesi 
Jìtloranei del Mediterraneo , venga protratta. Vero è che Palmerston 
espresse la sua opinione perchè i capitalisti inglesi non concorressero 
decamente ad un'opera, che egli qualificò come ana trappola che 
veniva lesa alla mania di guadagno ; ma l'opposizione di un governo, 
che per ora ha la preponderanza sul mare , può essere sempre temi- 
bile per la buona riuscita dì questa impresa. 

Il resoltato generale delle elezioni in Francia secondo il Monitore 
è il seguente: elettori inscritti 9,495,955 ; votanti 6,136,664. Lo che 
porta che on terzo degli elettori soltanto si sono astenuti dal votare 
ne sono stati impediti. Dei 6 milioni di votanti 5,471,888 hanno 
dato i loro *voti ai candidati' governativi , 571,859 ai deputati dell'op- 
pasizione. Yedesi pertanto che la immensa maggioranza è stata fedele 
rigoverno napoleonico; ma i candidati dell'opposizione sono rimasti 
chlti in Parigi e in Lione. Si notano nelle elezioni di Parigi cinque 
caodìdati dell'opposizione^ Cavaignac, Goudeflau, Camot, e Darimen; 
e pare che accetteranno il mandato, e presteranno il giuramento per 
aver modo di fare una legale opposizione al governo in seno dell'as- 
senrirfea legislativa. 



73 LSTTOmB DI lAUVJU 

L'armata francese dell'Affrica ba (ermioaU U eoa grande apedi* 
zione delia Gabailia. Ora tulle le mootagoe del Giergiora aoae stale 
espagnate» e le tribù indomile di quei looghi alfeslri della gran ea* 
leoa deli'AUaote si sono sottomesse ai Francesi» 

La morte di Beranger , il più famoso Poeta Fraacese vitenle, detle 
occasiono al governo Napoleonico di . mostrare in quanta onere deb- 
bansi tenere gli nomini di genio straordinario. L'Imperatore vette che 
i fanerali del poeta fossero falli a spese del pubblico erarto» e diede 
loro tutta la solennità e la pompa che si conveniva. Qaesl'allo mostrò 
al tempo medesimo un fino accorgimento pottlico, perchè il governa 
Francese» secondando a tempo la pubblica opinione, tolse ogni cansa di 
manifestazioni politiche. Dicono che 800,000 persone si trovassero 
lungo le vie per le quali trascorse il funebre convoglio. 

11 moto mazziniano , che stoltameuto si soscitù in varie parli 
d* Italia > sembra che fosse collegato con le insurrezioni di Siviglia e 
di qualche altra città di Spagna, e con an atlenlato centro Napoleone, 
di cui più meno si ò parlato da tulli i giornali , e per cui si son fatti 
molli arresti a Parigi. Le potenze enropee hanno fatto delle giuste 
rimostranze all' Inghilterra, perchè sembra manifesto che tutta questa 
trama fosse stata preparata a liondra dai capi più fanàtici della «mi- 
grazione europea. a. e e 




Voi. IV. {Agosto iSòl) N.» 2. 

LETTURE DI FAMIGLIA 

(Nvova Collcsloae) 



VIAGGIO DA FIRENZE ALL'ALTO EGITTO 

raccoutato 

DA UNA FANCIULLETTA DI 12 ANNI 
(V. avanii , 9$è. 46) 

Riposale die fummo i ci condottoroa vedere la ooionaa 
di Poapeo. Era ma aempiiee coloana come un'altra, e a me 
per verità non ni parva da gaardarBi con maravigliai ma è 
aoito antica, e mi diséero che rammenta un gian folto 9 • 
perdo merila d'essere veduta* Ci condussero poi a visitare 
le pieeole casupole degli Arabi che ci fecero più impres- 
sione di Ittlto* Entrammo in una di esse per un useel- 
tao, che hisognava curvare tutta la vita per entrarci: in 
1«aUa speoie dì bugigàttolo vi erano bambini , caproni , peco^- 
n, asini, piccioni, galline e Arabi! tutta questa gente su- 
dicissima riunita aisiemcb Le Arabe sono coperte.di braccialetti» 
snelli e sonagli: portano un velo, che cominciMdo sotto gli 
occhi, scende loro fino ai piedi, ed è fatto in modo che cuo- 
IV. n. e, 10 



71k . LBTTURB DI rAMtOLÌA 

pre ia fiiccia, é lascia il petto tntto scoperto. Quelle donne 
sono quasi ignudo, perchò il loro yestiario non è altro che 
una cappa di tela blu e un pajo di pantaloni larghi ; e «calie ì 
piedi. Usciti di questo sudiciume ci condussero sulla riva di un 
canale detto Mahmudié. Questo canale mette in comunicaiione 
Alessandria col Nilo. Esso fu scavato in sei mesi, e ai dice che 
vi morissero SOmila Arabi per l'eccessiya fatica. Questo lavoro 
fu fatto sotto Meheraet-Alj. 

In questo canale si vedevano tante barche colle bandiere 
turche, cioè bianche e rosse colla mezza-liiuay e una stella. 
Quelle barche sono fatte all' incirca come le nostre, ma v'è 
una camera sola dove dormon tutti insieme. Passate queste, 
incontrammo tre signore arabe che passeggiavano: erano tutte 
piene di ornamenti magnìfici. ' 

visite «U'Harem. 

La signora Rossetti, ci invitò a fare con lei una visita alla 
principessa che era in un Harem. È questo il nome di un pa- 
lazzo ove sono rinchiuse tutte le mogli del Viceré che sono le 
più belle donne del paese* Arrivati alla porta del palazzo, ve- 
demmo tanti eunuchi ossiano schiavi deirHarem, che sono ì 
custodi di quelle donne. Uno di essi ci venne ad aprire lo spor- 
tello della carrozza; scendemmo e si entrò per un gran por- 
tone,. quindi in un magnifico androne tutto di marmo di Car- 
rara. Non le posso dire quanto mi fece piacere il sentir queste 
parole : Marmo di Carrara ! vedendo che il mio paese era ram- 
mentato anche là , e per un prodotto- cosi bello. Sebbene non 
fosse merito mio, mi sentii in certo modo insuperbire. E forse 
avrei detto a quelli che eran con me: Vedete questi bei marmi t 
vengono dall'Italia, da casa mia: ma poi, pensando che io 11 
ero la più piccina, e che que' brutti ceffi neri non avrebbero 
inteso niente, me ne rimasi zitta. Poi si entrò in una gran- 
dissima sala parimente di marmo,- come erano tutte le altre. 
Li stavano chiacchierando e ridendo le schiave bianche e more- 
Salimmo poi larghe scale di marmo, quindi si entrò in un'altra 
sala molto grande ove erano degli eunocbi^ e poi in un'alira 
ovverà la principessa e la sua figlia , le quali tutte e due fu- 
mavano la pipa , e ogni cinque minuti prendevano una fingìanna 



B SCIITTI PEB PAMCIOLLI 75 

dì caffè. La principessa stara poco bene^ e perciò era vesilila 
da camera: qaeata aeconciatara si compoiie?a di un par di 
Galloni larghi e lunghissimi di una stoffa ricamata in oro; e 
qttindi usa camicia dì raso o di seta ( non me ne rammento 
beneU qniadi un paio di scarpe colla punta voltata ali* insù 
ricamate io oro; e in testa aveva una t^rbusch, ossia una 
jKspafiaa da donna» e quindi 'una grossa ciocca di diamanti 
elle Jè pendeva fin sopra rocchio destro; e la figlia anch'essa 
era vestita come la madre. 

Appena entrammo noi« ci salutarono « si fece la loro 
cMoseenza,. e ci fecero accomodare. Poi la prima cosa fu di 
darci una pipa per una» e quindi fingianne dì caffè a tatto an- 
dare. Lei forse mi dirà: O che fumasti anche tu 7 - Io vera* 
mente non fumavo: non che mi dicesse schifo raccostarmi quella 
pipa alia bocca perchè era pulitissima « e con una specie di hoo- 
chino d'ambra » e fra i) bocchiao e la cannuccia » che pareva 
uo bastone da tanto ch'era luaga, c'era un giro di smeraldi. 
Pare impossibile veder tante ricchezze quasi sparse per tutto» 
come se nulla fosse 1 E le schiave ancora vestite di seta » e 
piene di brillanti. 

Io dunque» come dicevo» non fumai: solamente mi acco- 
stai il bocchino alle labbra, e per complimento facevo le viste 
di succiare» e basta,. Poi venne il gelato» giacché in Alessan- 
dria viene il ghiaccio da Trieste» e»' con grande spesa però» si 
può avere un gelato: cosa. che nel resto dell'Egitto non si 
trova più. La figlia della principessa , dopo, aver preso un poco 
del suo gelato 1^ ordinò che dessero a ine la parte che rimaneva 
nel bicchierino. E cosi fu fatto. Io ridevo fra me» perchè ero 
fliararigiiata che credessero di ftire una gentilezza ad offrire 
gli avanzi. La mamma mi aveva detto che lorp si hanno a 
male se non si accetta, perciò noi fummo costrette di bevere 
e mangiare tutto quello che ci fu offerto. 

Poi la principessa volle farci vedere l' Harem • e lei stessa 
volle condurci. Si entrò nella sua. camera da letto» la quale era 
SMatata all' europea ».e poi si entrò nel loro salottioo ove era il 
ritratio di una inglese intima amica della sovrana; poi si venne 
nella stanza musicale ove erano cembali » chitarrini » tarabucche , 
(sono specie di tamburi che si suonano battendovi con due roa- 
ni}; p(H si andò nell'appartamento di un'altra moglie del viceré » 



76 LsrroBB di fa>ioua 

la quale era sedòtd sopra un divano con una sua daoMi di éorte; 
ci si trattenne un poco a parlare, e poi la stessa prinei|iea8a 
volle farci vedere ì regali che aveva ricnvato da sue marito: 
quindi ci condusse in una stanza ove ella teneva qoeste cose 
preziose; ci fece mettere a sedere sopra un largo divano, e 
fece portare da una delle sue schiave una pipa e un».finginoDa 
di caffè, e quindi ordinò che si portassero le casse ove erano 
i regali. 

Subito portarono davanti a noi una cassa ^ la quale fu aperta, 
e dentro vi era un bel servito per il caffè, una dì quella co- 
pertine di stoffa che generalmente son ricamate in oro e argento, 
che là hanno Fuso di mettere sopra una specie di trabioooKno , 
che caopre il vassoio nel quale són le ta^ze di caffè (questa 
cassa era al di faori ornata d'oro con grossi smeraldi , diaman- 
ti e brillftnti: inscmma una gran quantità di pietie preziose) 
poi v*era un bel piccolo tappeto turco* che sarà costato assai 
perchè era magnificamente lavorato; poi miHe altre riechézie 
che non mi rammento bene. Siccome principiava- a hkr tardi,- le- 
vammo l'incomodo a quelle principesse, le quali ci avevano 
latto mille gentilezze > e ce ne andammo. 

Giacché sono venuta a parlare dell'Harem, le dii^ ancora 
che il babbo mi disse, che essendo*entrato come medico innti 
Harem , gli ci era voluto non sr sa quanto per visitare quella 
donne: le vide a sedere in un cantuccio col viso tutto coperto 
di un velo di seta bianca, gli parevano fagotti di cenci buttati 
là: poi dovendo visitare una di queste, mi raccontò tutta la storia. 
Le volle vedere la lingua s l'eunuco fece un taglio al velo di 
seta dal quale ella era coperta dal capo fino ai piedi, e lei 
tirò (bori la lingua da quel buco o taglio che era stato fatto ; 
poi quando il babbo voleva ordinarle qualcosa era obbligato 
di dirlo all'interpetre, poi l'interpetre aireunuoo, e l'eunuco 
all'ammalata; e se l'ammalata voleva dire qualche cosa al 
babbo bisognava che lei parlasse sotto voce aireunuoo e Teu- 
nuco all'interpetre e l'interpetre al babbo ^ e cosi quelb che 
l'ammalata voleva dire al babbo j^i era detto io tott'altra 
forma, perchè era già stata in * bocca a tre ; e cosi facevano 
impazzare il povero babbo. 

Di 11 tornammo a casa ove ci aspettava nn pranzo alForien-» 
tale, che quelle signore avevano preparato apposta per noi. 



per fcrri gostare'dei prodotti di €|uel paese. Qnando fu ttiez^ 
t6fkmo €i nettemmo a sedere, e ci erano in layola dei 
datteri (che là ekiamano tfarro/t) freschi* delle èiMaiM, frutte 
bnoniiBime che hanno la forma di un corno, dei fichi .di Smirne 
che amo Iwtoirìssimi » poi dei eaeU^ cosi chiamano una specie 
Ai pine ^aei direi di «remat anche questa boonisainia* In fine 
TI emo eoiiserf^ di ogni spede» U prenso principiò c<dParrQr 
8lo e fini con una specie di risotto ohe là chiamano pitae; e 
poi auLBfiatnroo qnette ddiiiose frutte ohe ci piac«|uere moltis- 



«e AlesMiBarIm al Catr». 

Alle quattro pomeridiane montammo in camxs» per ar-^ 
rifare allo jRsalo del canale, ove dove?amo imbarcarci» e par* 
tjramo in un battello a rapare condotto dagli Arabi ohe ci 
afcvano mandato i nostri babbi per portarci al Cairo. Quindi » 
partiti da Àiessandria, si andò giù sotto coverta ose era una 
stanzine grande quasi un quatto di questa* dove io scrivo ; e 
e'era tatto intorno un divanetto^ Li si doveva dormire. Questo 
bastìflaentino era moho pìccolo e incomodo» perchè si era oh. 
bKgatJ di dormire a traverso quei divanettì cosi pieceUni. 

Ora le narrerò come si passò la notte. Prima di tutto, 
dopo cena si fece un po' di chiasso; poi, noialtre bambine si 
ndd a letto le prime, e ci misero in fondo dol divano, perchè 
essendo fatto a mezs^a^luna, in fondo era più largo ^ e noi bam^ 
bine essendo piccole ci potevamo dormire a traverso più facil- 
mente che le nostre mamme. Noialtre bambine dormimmo be« 
Bino, ma le povere nostre mamme non chiusero» 3i può dire,» 
vn occhio, perchè venivano ad aver fa testa proprio accanto 
si piedi di noiallre: lei può credere oome dormirono. Quella 
nedesima sera a me mi cadde un dente> e lo buttai nel Nilo , 
hsoandovi cosi una memoria. La mattina di poi, noialtre barn* 
Iw stavamo benissimo i ma le nostre mamme erano tutte in 
dolile, e dicevano: « Se tutti i battelli arabi sono cosi scomodi 
e sodici , Dio d liberi dal navigare con questa gente. Ma non- 
diomio si stava tutte allegre, perchè non ci pareva vero di 
rivedere fra pocOf alle nostre mamme i mariti, a noi bambine 
il babbo, che da tanto tempo non avevamo rivisto. 



78 LBTTCBR DI FAMIGLIA 

Poi aodammo sut e ayendo delle pro??Ì8ÌóBÌ europee, bì 
feoe una buona colactone. Avevanio già peroono tutto il ca* 
naie, ed eravamo già entrati nel Nilo e precisamente nel ramo 
di Rosetta. Noi credeTamo di arrivare il giorno stesso, ma ci 
disse un signore europeo che yeniya con noi al Cairo , ohe es- 
sendo il battello piecolo, ci metterebbe più di tre giorni. Que- 
sta, nuova ci afflisse molto; ma bisognò aver pa^iensa. Per di- 
strarci cominciammo a gaardare le campagne, e ogni qusttro 
o cinq[ue miglia si vedevano piccoli villaggi composti di 
casupole , come quelle che si erana viste in Alessandria. Gli 
Arabi fabbricano le loro casupole da sé, e fanno i mattoni di 
fango e paglia, e poi non li cuociono, come si fa qui da noi, 
ma li mettono al sole e cosi li asciugano, e poi col fango me- 
desimo, li uniscono e formano quelle stanzucce, che a vederle 
da lontano pajono fornaci da carbone. Quella gente poi quando 
vedono passare un battello, si mettono tutti a saltellare e a 
ballare come bambini, e gridano a piena foìà: ^Bakeiee ja ca* 
taghia^ che vuol dire: Dainni la mancia, e Signoril A noialtre 
bambine ci pareva di sognare a vedere tutta quella gente cosi 
povera e ignorante; e nondimeno forse sono felici , perchè non 
conoscono lo star bene e la buona educazione. 

Arrivati ai Barage, cbe in italiano, si direbbe chiosa j ci 
fermammo. — II Barage fu fatto costruire in quel posto da 
Mehemet-'Ali viceré d* Egitto coir intenzione di trattenere Tacqua 
del Nilo, per averne abbastanza da inaffiare i campi nei mesi 
che il Nilo è calato, perchè in quei mesi nei Nilo non ci è 
quasi punta acqua. Esso è situato sulla punta del Delta. Pas-: 
sato questo dunque si tirò avanti, e si entrò nel Nilo grande. 
Alle cinque .pomeridiane un marinaro principiò a far la pre« 
ghiera e faceva mille gesti curiosi: ora si metteva in ginocchio-* 
ni^ ora baciava terra, ora si metteva le mani airorecchta, ora 
faceva un inchino. Gli Arabi quando pregano stanno rivolti 
sempre dalla parte di oriente , perchè al loro oriente è la Mecc^ 
ov' è sepolto Maometto loro profeta. 

Sul tardi si andò nello stanzino di quel signore, ove si 
pranzò e si bevve un bicchierino di Harsalia alla salute dei 
nostri babbi. Questa giornata era la seconda sul Nilo, di- 
modoché il giorno dopo si doveva arrivare al Cairo. Noialtre 
bambine eravamo mezze matte dalla gioia di vedere • i nostri 



B SCaiTTI VBB rAÀGICLLl 79 

Mibi* Dopo si fece un po' di ricreazione, al idilo, e poi si 
aiub a letto presto, perchè ci sì doveva levarQ di buon'ora 
per lo sbarco. Si dormi molto bene , ma ci volle molto ad 
addormentarei , percliè si pensava sempre a' nostri babbi. La 
mattina dipoi si era ii|. vicinanza dei Cairo» e si vedevano 
fi già drile case di campagna del Pascià é i suoi giardini 
di Sdabra. Arrivati a Bulacco» che ò nn^ grande sobborgo del 
Cairo ov*é lo scalo principale per i bastimenti e barche che 
urigano sul Nila^ il nostro battello si fermò» e noi si sbarcò : 
in quel momento arrivarono gli omiMus per portarci a casa 
kk wMrì babbi. Noiattre bambine si seccava sempre le nostre 
■amme, dimandando quando si arriverebbe; ma loro» pove- 
rette» erano tanta stanche dal viaggio scomodo fiitto sul Nilo» 
che noD avevano voglia di risponderci. 

{eawimua) . 



IL PAPPAGALLO 



Pietrino R sarebbe stato un eccellente ragazzino; 

poiché la natura lo aveva dotato di non comune intelletto 
e di molta atìitudine allo studio, e tutti i suoi maestri 
erano contentissimi del profitto che egli ritraeva dalle loro 
lezioni ; ma Pietrino era bugiardo 1 bugiardo a un punto estremo 
~ e potete facilmente immaginarvi» miei cari bambini, quanto 
dispiacere nn cosi brutto difetto cagionasse ai suoi genitori -. 
Avevano tentato ogni mezzo efficace per toglierglielo. Quante 
e quante voltolo avevano ammonito, portandogli gli esempi i più 
tristi ciko le conseguenze di un tal difetto attiravano. 

Pietrino taceva e pel momento sembrava commosso e pronto 
ai eaiendarsi» e anche ne faceva in cuor suo il fermo proponi- 
ii«Qto» ma era di breve durata» che tosto ei ricadeva nella solita 
ttaicanza; aveva talmente contratta Tabitudioe di mentire, 
cbe quasi non poteva aprir bocca» senza dire una bugia; ed 
«n ben facile accorgersene poiché egli allora arrossiva. 

Eravi in casa di Pietrino un bellissimo pappagallo, il quale 
^leva in modo assai scolpito ciò che sentiva dire. I gè- 



80 Lmmms di vintui 

nitori dì Pietrino, peDgavaiiò di servirsi di qiielt'aiiinale, per 
dare ona buona lezione al figlinolo la prima volta ehe egli men^^ 
tirebbe; nò oertamentc roccasiene doveva farsi molto aspettare. 
Ogni domeiiìea solevano alcuni fancialli, pieooli amici di Pie- 
trine, passare la giornata da lui — • La domenioa del di 6 
Settembre 18... il padre d! Pietrìnot essendo alla finestra, che 
dava sul giardino t vide il figliuolo, arrampicato ad un piccolo 
muro cbe coglieva Fuva di un pergolato neirorto vicino. . 

V — Scendi tosto da quel muro! *- gli gridò in tnoao se* 
vmro, e ansioso- pel pericolo in cui Io vedeva* 

Pierino voltandosi al padre rispose, artosaendo però sino 
agli erecelri. 

— Parlava con Cecchino. 

Cecchino era un bambino della sua età -figliuolo del pi- 
gionale vicino (prima bugia). 

— )<on ò verOf io vedo benissimo di qui nell'orto di 
Cecchino* e Cecchino non vi ò. — 

Pietrino scese tutto confuso dal muro * e per molta cau* 
tela che usasse, pure si fece un grande strappo nei pan- 
teloni, con un arpione che era nel muro. Il padre aveva ve- 
duto tutto, ed era pure sceso nel giardino. Pietrino ▼ed^dolo 
venire. alla sua volta, si poae a sedere sopra una panca co- 
prendo con una mano quel malaugurato sette n^ calzoncini. 

— Fammi vedere le tue mani, mi sembrano sgraiBate, 
gii disée il padre. Pietrino mostrò la destra, tenendo sempre 
i altra tutta aperta sul ginocchio. 

-^ Fammi vedere Feltra. 

Pietrino tutto sconvolto la porse, mettendo velocemente la 
destra sullo strappo. 

-- Dammele tutte e due! 

Qui Pietrino si vide perduto, e ponendosi a piangere, 
obbedì, e rispose al padre: 

— .Questo strappo però lo aveva anche stamani, non me 
lo sono mica fidto ora! (seconda bugiai) 

— Ma perchè? perché mentire con tanta ostinatexia; le 
due sole risposte che mi hai date sono state due bugie! negan^ 
(lo di coglier quell'uva rimediavi tu forse al male di averla 
presa? negando di esserti ora fatto questo strappo m'impedi- 
sci tu forse di accorgermele? Oh! nulla varrà ad emendarti 
dei tuo brutto difetto? 



B tCUtn »SM FANCiniXl 8i 

Pietrinonoii rigìNMe; seiitìya ohe il padre aveva ragione, e 
naledioera m cuore la aoa lingua ohe coil pronta gli teneva 
Meipre una iMigia. Sarebbe meglio ch'io non parlassi naif mail 
fcns6 ttm aò Pieirioo. In qneato momento entrò per primo Geo- 
eUno aegniio da altri tre faneinlli , e tottt abbracciarono con 
«■ella haaieo Pteirino. U padre , fingendo ili non oas^varli, udi 
Cmèiae domandare a PietrinQ.. 

— Oh! iinnndo ti\8ei t« &tto questo strappo? 

— Voleva coglier Tova del tno orto« mi sono arrampicalo 
Mqoel nMiro, e nello scendere mi son fatto qnesto strappo con 
a chiodo. Venite con me, ohe mi cambierò i pantaloni. 

Qottnto Al contento il padre di questa sincerità! ma non 
Al che «tt kmpo di qieransa» poiché nel corso deHa mattinata 
sempre con apparente indifferenza vigilò la conversazione del 
figttnoin, e uoèì vi so dire, cari bambini « qnttite bngie una 
dopo l'nKra intentasse Pietritoo. Servirono queste a mantener 
fennt mi loro proponimento i genitori del fanciullo. 

— Dme è il pappagaHo ? domandò Cecchino nn momento 
prima di andare a desinare. 

— fi morto — rispose tosto Pietrine r il quale non avendo 
fcdnto il pappagallo da alcuni giorni, spiegava in tal modo 
qneHa innni»nta. 

— Ohi povera bestto ! esclamò Gecdiino; era tanto cari- 
no 1 Ti ricordi come diceva bene a ban jout Momiew » I 

— B come diceva bene « ho fiime ! molta fkme I » disse 
sa altro fanciullo. 

— E come ci faceva il verso quando ci sentiva gridare I 
logginnse un aKro — di che malattia è morto t chiese Cecchino. 
— Di un accidente , rispose senta punto esitare Pietrine. 

— Ha lo hai veduto morire, o te lo ha detto il tuo babbo? 

— L*ho veduto morire io! 

-* Come ha tatto, raccontaci, dissero tutti i bambini. 

— Ha Cstto uno sgambetto cosi, e Pietrine muoveva un 
fiede , e poi nn uriaccio , ed è rimasto intiriizito. — In quel- 
Tiaaiite furono chiamati a tavola. — Dopo la zuppa la porta 
« apri , e il pappagallo fu portato nella stanza snl suo bastone 
da nn senritore. A quella vista tutti i bambini gettarono un 
(rido, e guardarono con sorpresa Pietrino, come per chie- 
dergli una spiegazione. Pietrino arrossi estremamente, ma la 

IV. n. e. li 



82 LBTTCKB 01 FAMIOUA 

risposta ta diede 1* uccello , il quale si miBe a urlare a Pie- 
trino è bugiardo! fa il viso fosso! Pietrino è bugiardo I fa il 
viso rosso ! » A queste parole diedero in tale scroscio di risa 
(meno Pietrino) da far credere che fossero pazzi! né l'aria 
confusa e mortificata del povero Pietrino , poteva calmarli , 
poiché il pappagallo ripetè senza interruzione la sua frase per 
tutto il tempo del pranzo. Finalmente Pietrino , che sin dalla 
venuta deiranimale erasi sentito un gròsso nodo alla gola , e 
non aveva mangiato nulla , non potè più frenarsi ; si alzò pian- 
gendo dirottamente » e corse a gettarsi fra le braccia della ma- 
dre pregandola a far portar via il pappagallo. — Si commos- 
sero i genitori, e lo fecero toglier di là; ma il pappagallo vol- 
tando il capo da tutti i versi seguitò a urlare: « Pietro è bu- 
giardo! fa il viso rosso! » 

Erano stati i genitori di Pietrino che gli avevano insegnate 
quelle parole, e lo avevano tenuto nascosto fino a quel mo- 
mento , per poi dare una lezione al figliuolo ; e fu efficace dav- 
vero, giacché il pappagallo rimase sempre in casa, non di- 
menticò mai la frase imparata, e Pietrino non diceva già più 
una bugia che Tostinato pappagallo non ripetesse subito senza 
nemmeno riprender fiato « Pietrino è bugiardo! Pietripo è bu- 
giardo! fa il viso rosso! t Finalmente il fanciullo prese a de- 
testare tanto la menzogna che non vi fu mai più pericolo che 
ne proferisse una delle più lievi. 

LeontiD9 Gordigiani. 



BROGETTO E ASCANiO 



Ascanio era andato a passare pochi giorni di vacanze in 
campagna' da un suo zio, possidente, il quale con molta abi- 
lità dirigeva da sé medesimo le faccende dei suoi contadini. Il 
valentuomo non si dava pensiero soltanto della buona coltiva- 
zione delle sue terre e dell'abbondanza delle raccolte; ma si 
studiava anzi principalmente di mantenere nei campagnuoli che 
da lui dipcndefano la semplicità e l'onestà dei costumi, la con-^ 
cordia, la temperanza, e usava ogni espediente che più fosse 
deconcio a istruirli quanto il loro stato voleva. Era sua mas- 



B scmrrti pbk vanciuu.i 83 

sima fondattieDlalet e Don s'ingannava dicerto, ehenonvipuò 
essere prosperità verA , tanto in uno stato qbanto in una pro- 
fiocia e in una famiglia, se Tamor dell'industria a quello 
della virtù non va sempre congiunto* Egli abborriva in con- 
seguenva l'oso di coloro i quali si appagano della operosità e 
deìValnlità dei lavoranti dei quali ai valgono, senza curarsi 
se sfeoo o no di onesti costumi. Soleva dire che cosi fa* 
rendo gli uomini si mantenevano nella schiavitù o erano con- 
siderati quali macchine da lavoro, al di sotto dei bruti stessi. 
Il denaro guadagnato sul lavoro di un uomo robusto e destro , 
ma vizioso e ignorante, gli pareva un delitto contro la uma- 
nilà, una delle principali cagioni di perpetuare la servitù e 
tatti i mali che da essa derivano. Con tutto ciò non è da cre- 
dere che egli fosse austero, intollerante, indiscreto; ma invece 
era amorevole e indulgente, preferiva l'esempio alle parole, i 
precetti alle prediche ; procurava che ciascuno fosse ricompen-» 
iato secondo il suo merito; che ninno patisse del necessario 
alla vita ; incoraggiva i meno atti a imparare ; sosteneva • con 
vaij ajuti i più deboli ; e insomma faceva per modo da essere 
obbedito, rispettalo, imitato per effetto di amore e di ricono- 
scenza, Don già per timorosa e servile soggezione. 

Non iarà dunque maraviglia se Ascanio, giovinetto d'in* 
dole buona si, e bene educato dai suoi genitori, ma tuttavia 
assaefiatto ai costumi meno semplici e meno puri della città, e 
un pò* guasto pei cattivi esempj che spesso Aveva sott'occhio 
nella scuola e altrove, comparisse meno savio dei figliuoletti 
di quei contadini. 

Uno di essi, per nome Brogetto, che aveva quasi la stessa 
età d' Ascanio, era stato scelto da questi per suo compagno; 
e insieme andavano a scavallare pei campi e a girellare nel 
bosco, quando lo 2io era occupato in casa o nello scri(tojo« 
Il secondo giorno della dimora d* Ascanio in quel bel luo- 
go, egli e Brogetto si erano allontanati da casa quasi due 
viglia, passando per le viottole de* campi, sugli argini di un 
ioireote, in mezzo ai prati « e traversando un bosco ceduo 
appartenente allo zio. Al di là di quel bosco vede vasi una 
bella piantagione di varj frutti squisiti. Ascanio ne rimase in- 
vaghito, o per dir aneglio, la sua ingordigia lo stimolò a se- 
gno che voleva subito saltare un fosso e penetrare la siepe 
per correre a farne preda. Ha il salto per lui era un po' trop-* 



6k LBffTDRB DI FAWIMJA 

pa luBgo, e la siepe co'saoi praai Io metteva i» peii««o. — 
Brogetlo ti dareblrà raoimo di saltar questa fossat — Per- 
che no? Ha veduto dianai? Quella che ho saltato allora é più 
larga e più profonda di questa. 

-^ E la siepe laggiù è aperU. Presto* Va a ooglaermi 
tre quattro di quelle belle peselie matufe« Mi piAcciono 
tanto le pesche I 

— * Ma questo non è podere del suo zio. 

— E che cosa vuol dire? 

— Vuol dire che non ò roba nostra » e che non possia- 
mo toccarla. 

— Ma io non vedo né contadini nò cani» Qui siamo soli. 

— Che cosa importa se siamo soli? A pigliare la roiia 
d'altri si fa sempre male, o veduti o non veduti. 

— > Tu mi fai ridere con questi scrupoli. Per due o tre 
pesche !.. Mi proverò a prenderle da me. 

E in ciò dire tentò due o tre volte di saltare la fossa, 
e non gli riesci. Allora si volse a Brogetto, e si ostinava a vo- 
lerlo obbligare a cogliergli le pesche. Brogetto persisteva a ricu- 
sare e ad esortare Aseanio che desistesse da quel volere. Questi 
invece prese a minacciarlo di percosse ove non obbedisse; e il 
buon contadinello, dopo aver fatto uso di tutta la sua pasienza, 
quando vide che le esortazioni erano inutili, disse ad Aseanio: 
^ Venga via; io. me ne vado; -e infatti volse rtsolotamente il 
piede per tornarsene verso casa. Allora il signorino , incollerito , 
prese un sasso, lo scagliò dietro a Brogetlo e lo colpi nelle 
spalle senza fargli gran male. Se Brogetto avesse voluto ri- 
cattarsi, avrebbe saputo tirare il sasso con maggior forza; 
ma sapeva nel tempo stesso che il ricattarsi è grave colpa , 
e che coi cattivi soggetti non mette conto far prova di co* 
raggio. Sicché frenando il risentimento, senza nemmeno vol- 
tarsi indietro, né proferire una parola, aspettandosi anche 
un' altra sassata con proposito di non si curare nemmeno di 
quella, prosegui tranquillamente la sua via, e con pochi passi 
scomparve dalla vista d' Aseanio dietro un campo di granturco. 

Dopo che Aseanio ebbe fatto il bravo a modo suo con 
insolenze e minaccia, dopo che si fu ^nuovamente provato 
ma invano a saltare il fosso, a cercare un varco più focile, 
bisognò che dicesse addio alle belle pesche; e che sì rasse- 
gnasse a tornarsene con le trombe nel sacco. 



B SCBITTI PSB PAHaULLI 85 

Ail9r% labiate da parte le minacce e ]o,ÌDgi|irie» cbmoiò 
eon garbo il suo compagno. Ma Brogetto era già lontano» e 
non potftva udirlo. In solle, priaiie ai figurò che il contadi- 
lelio» impermalito, si fosse nascosto dietro qnalcfae albero; 
tornò a chiamare^ a raccomandarsi ; girò qna e là , orlò , ma 
sempre invaso. Incominciò ad ayer panra di trovarsi li solo» 
ipiaatDaqiie fosse di giorno, e in. msua a campagne tanto 
àea coltivate cbe parevano orti e giardini; ma i cattivelli 
s'impaoriflcoBO presto e d'ogni cosa: talora sono audaci, te- 
nersi}, inaolenti, ma pnsiilanimi sempre; e se ardiscono ofio*- 
leslare un cane mastino quando è incatenato , facendo mostra 
di non earami dei suoi latrati, dei denti minacciosi, dogli. aforzi 
per avventarsi, fuggono accecati da estrema paura al comparire 
inprowiso di un cagnolino cbe corra scherzando verso di loro. 

Cosi Ascanio, vedendosi solo , non udendo né i passi, né la 
Toce di Brogetto, non sapendo pia da che parto prendere per 
tornare a caaa, incominoiò a piangere, si lasciò cadere in terra 
avvilito « ai tenne per morto, a guisa del viandante nel deserto, 
allorché non avendo più forza dì cankminare per la gran s^te 
ehe ropprime, rimane stesò e senza speranza di salvezaa anila 
infocata sabbia, mentre la carovana prosegue lenta e silen- 
ziosa il viaggio. 

Poco di poi passò di 11 una contadina, la quale av^eva 
■dito quel pianto; gli domandò i perchè piangesse, e si chinò 
per ajularlo a riazarsi, credendo che si fosse fatto male nel 
adere. Ascanio, poiché si fu alquanto riavuto dal suo eodacdo 
timore, arrossi di $è medesimo,, vergognandosi di confessate 
la cagione del suo pianto. Si alzò, chiese che gli fosse inse- 
gnata la strada per tornare a casa» e ringraziata la. cortese 
contadina che lo accompagnò fino ad un punto dal quale si 
scorgeva la villa, si dette a correre verso quella. 

Brogetto intanto era tornato al suo podere, e senza dir 
•alia deiraccaduto, s*era posto a lavorare ajutando suo padre» 

Potete figurarvi se anche Ascanio serba scrupolosamente il 
aknsio* Quegli non parlava per generosità d'animo; e questi 
BìD voleva certamente palesare la sua vergogna. 

Ma Brogetto non si fece più vedere alla villa, e Ascanio 
■on si arrischiava a chiamarlo. o a dire allo zio cheto facesse 
▼coire in sua compagnia. V'erano altri contadinelli , e tra 



86 LETTimE DI FAMiaUA 

quelli il signoriao avrebbe potato scegliere; ma nerauno si 
mostrò Yoloiiteroso di accogliere il suo invito. 

Quei fanciulli avev<iiio già fatto tra loro questa semplice ri- 
flessione : Brogetto è un buon ragazzo; non si cura più di andare 
col nipote del padrone ; vi deve essere un motivo; e questo 
dipenderà piuttosto dal signorino che da Brogetto. A ogni 
modo, se la compagnia d'Ascanio è buona e Brogetto merita 
d*essere scolto a star con iui« iioi non gli vogliamo togliere 
questo favore ; e se poi il signorino avesse dito qualche so- 
pruso a Brogetto 9 e questi avesse giusto motivo di non seguir- 
lo, noi non ci vogliamo mettere allo stesso rischio. 

Lo zio , il quale senza che Ascanio se ne accorgesse teneva 
dietro ad ogni suo passo, e aveva conosciuto i suoi difetti , si ac- 
corse di questa repugnanza di Brogetto e degli altri ; e facendo gli 
opportuni confronti dei loro costumi, dette facilmente nel segno. 

Il giorno dopo, era la vigilia della partenza di Ascanio, 
Io zio fece che i due fanciulli si trovassero insieme alla sua 
presenza. Con aspetto benevolo li guardò ambedue, dicendo: 
tra poco dovrete lasciarvi. Siete stati piti volte insieme, e avrete 
fatto amicizia, non è vero?... 

Brogetto stava apparentemente impassibile guardando il 
padrone; Ascanio abbassò gli occhi; fece il viso rosso; voleva 
andarsene. 

— No, riprese lo zio, tenendolo per mano. Conosco che 
il fanciullo di città non ha saputo meritarsi la stima del 
campagnuolo. Non voglio sapere il perchè; ma voglio sperare 
che quando Ascanio tornerà tra noi, saprà governarsi in modo 
da non dover essere sfuggito dai savj ragazzetti che lavorano 
le mie terre. Intanto separatevi con affetto, porche Brogetto 
deve compatire gli errori di un fanciullo imprudente e ine* 
aperto; e Ascanio deve incominciare a conoscere che i veri 
amici non sono già quelli che secondano i nostri difetti o i 
nostri capricci, ma si veramente quelli che ci consigliano bene 
e che ci distolgono dalle colpe. Ho io ragione di dir questo? 

— Sì, esclamò Ascanio; e confessò allora il suo errore, 
invitando Brogetto a perdonargli e ad abbracciarlo. 

Brogetto piangeva per tenerezza; aveva già perdonato; i 
due fanciulli si separarono amici davvero; e lo zio sperò bene 
del suo nipotino. 

P. Thouar. 



B SCBITTI PBB IAHaUl,Ll 87 

MYRTIL 



Vn 80ir d*èté, le jeune Myrtil était sorti de sa niaison- 
nette, et se promenait auprès d'un étang dool les eaux réflé 
cbunìenl l'éclat de la lune. Le calme de la campagne éclairée 
par eette douce lumière » la beante de la soirée , lea tendres 
aceenta du rossignoU le plongèrent pendant qnelque temps dans 
aie agréable réverie. 

Puis il revint sona le berceau de paropres verta qui om- 
brageait l'entrée de sa demeurc. Là il trouva aon vieux pére 
qui, conche sur le gaton, aommeillait paisibleroent. 

Le jeune bommetému, a'arréte et contepiple son pére; il 
éprooTait , en le i^gardant « un . senttment délicienx. Sa vue 
restait constamment fixée sur lui ; quelqnefoia seulement il re* 
gardait le ciel a travera le feuillage , et dea larmea de joie et 
d amoor coolaient de ses yeux. Il dtsait : 

« O V0U8, qn'aprés Dieu j*honore le plus, ù mon pére, 
combien vous reposez doucenientl que le sommeìl du justeest 
calme! Sana doute vous serez sorti ce soìr de la maison pour 
offrir votre priére à Dieu , et vos yeux se seront fermés dou- 
cement. 

« Voìis avez sans doute ausai prie pour moi ; que je suis 
beureux! Dieu écoute vos priéres. Si nos champs se couvrent 
de fécondes moissons , si nos prés nourrissent de nombreux 
troopeaux , e' est que le Ciel nous bénit tous à cause de votre 
verta. 

tf Lorsqoe , toucbé de mes soins pour votre vieillesse, vous 
répandez des larmes de joie , et qu'élevant vos regards vers 
le ciel vous appelez aes bénédictions sur ma téte , ohi quelle 
Kiicité faìt palpiter mon ooeurt 

a Gomme vous souriez au milieu de votre sommeìl 1 Ahi 
iaas doute vous révez à quelqu'une deces bonnes actioos que 
TOUS faites si souvent.... Mais à votre àge, il peutétre dan- 
gereux de dormir exposé à la rosee et au vent fraia de la nuit »• 

A ces mota , il lui baise le front pour TéveiUer doucemenl, 
et le Gonduit dans la maison pour lui proourer un meilleur 
Sommeil. Th.-H. Barrau. 



88 LvrTeas bi famiglia 



MIRTILLO 



Tranquilla erf la notte, e per la bruna 
Ombra HirtiHo dal ruscel tenia « 
Che aplesdea tremolante a'rai di luna: 

Del flebile suo usignuol la melodia. 

Che il siteaste rompea della natura « 
In dolce lo rapi malinoonia* 

Giunto airérnfo recinto^ ove alle mura 
Della capanna abbarbica il vinciglio, 
Vide il padre dormir au la verturab 

Delia luna al cbiaror videlo il figlio» 
E aefférroossi, e in luì pietoso aifisae 
Di lagrima amorosa umido il ciglio; 

Poscia i DioUt di pianto occhi indiris^e 
Al sereno de* cieli, e affettuoso 
Trasse un sospiro, e lagrimandp disse: 

« O a ine, dopo 4i Dio, padre amoroso. 
Il più sacro, il più carol è lusinghiera 
La tua quliete, è dolce il tuo riposo* - 

Pur or movesti in tacita preghiera 
'Dall'erma capanneltsi, e qui traesti 
Con piò tremaiiie a salutar la sera ; 

E qui ti prese il sonno- Ah, tu porgesti 

Per me preghiere al ciel; me fortunato! 
La tua preghiera ascoltano 1 celesti; 

E mi fan d'operosi ozj beato, 

E m'allietano il gregge , ed ogni stelo 
Che mi verdeggia la collina e il prato. 

Padre! allor che le palme alzando al cielo 
Mi benedici , e per lo interno affetto 
Gii oochì ti fan di pie lagrime velo , 

Allora , oh allor mi troncano ogni detto 
I palpiti , i, sospiri , e dolce il pianto 
Corre dal ciglio ad irrigarmi il petto. 



B SCUTfl PBK VANCIOLLI 89 

Mentre al tepido raggio a me d'accanto 

Oggi traevi, e t'inviAr gli augelli 

Dal ?icin bosco il mattutino canto, 
E corrarBÌ a le frutte i ramoscelli 

Mirasti, e pingui i còlti, e vagar liete 

Le capre, e lieti pascolar gli agnelli; 
Sdamasti: — O piagge floride, salve te! 

Questo crin si fé* bianco delle grate 

Ombre vostre al tripudio, alla quiete. 
Fra poco le mie luci affaticate 

Non vi vedran più mai, piagge leggiadra: 

Altre m*allegreran più fortunate. — 
Tu m'abbandoni, dolcissimo padre !••• 

Ed io qui, lasso! piangerò Tamara 

Tua dipartita coiraSlitta madre. 
crudele pensier , che ne separa ! . . . 

Misero! aìlor su la diletta fossa 

Ti comporrò di poche selci un'ara. 
E all'aprir d'ogni giorno, ov'io pur possa 

Levar d'affanno un infelice, a quella 

Verrò, benedicendo alle tue ossa, 
A spargerla di latte e di mortella »• 

Cosi diceva « e un lagrimar dirotto 

Gl'interrompea la tenera favella. 
Tenea sul genitor senza far motto 

Lunga fiata il guardo; mestamente 

Proruppe alfin dai singulti interrotto: 
« Dolce è il tuo sonno, o padre. Ora alla mente 

Pietosa vision forse t'adduce 

Dell'opre tue l'immagine ridente. 
Come una striscia di pallida luce 

Il verde della pergola dirada, 

E sulla fronfe calva ti riluce. 
Non ti nuocano l'aure, o la rugiada >•• 

Cosi dicendo il desta, e a più sicuro 

Sonno lo guida per solinga strada 
Sovra i morbidi velli all'abituro. 

Maffei , da Gsisntr. 

IV. fi. e 12 



90 LBTTUBB DI FAMIGUA 



STUDJ SULLA EDUCAZIONE 



Capitolo Vili. 

( Vedi avanti , p. 29). 



«f Le femmioe sono più carezzanti nella 
loro infanzia , più celesti nel fior 
della loro giovinezza , più docili a 
imparare , più attente a obbedire ; e 
pongono la loro felicità nel timpa- 
tizzare in ogni occasione co' loro 
genitori , e netraccrescere te dome^ 
stUhe grazie , che sole alla fin fine 
costituiscono la tenue porzione di 
vera felicità concessa ai mortali ». 
Ugo Foscolo. 

« L'essere madre è cosa piena di vigi- 
lanzia verso i figliuoli •. 

A6II0L0 Pahoolfini. 

Nel primo stadio delU vita sì fa già palese che la donna 
è posta nel mondo per ufficj assai diversi da quelli deiruomo. 
La natura fin da principio chiaramente manifesta tale differen- 
za; e vuoisi perciò prendere da essa le norme opportune, se 
ci sta a cuore di non andare errati. 

Siccome non hawi. popolo presso il quale la mano sinistra 
faccia la parte di operatrice essenziale, ma si per tutto fa quella 
di semplice ajuto della destra ; cosi in nessun paese , per notizia 
che se ne abbia, la donna è tenuta quale regolatrice dei pubblici 
affari. Ella è dunque da per tutto la mano sinistra della so- 
cietà umana. E non è da temere che la dignità di lei possa 
per ciò scapitarne. La mano destra a poche cose sarebbe adatta 
senza la sinistra; e meno ancora potrebbe l'uomo se fosse 
privo deir assistenza fedele e disinteressata della donna. Egli 
è innegabile che in questa come in tutte le altre cose, incon- 



B 8CBITTI PSB FANCIULLI 9l 

traiMi le eeoeiioai. Vediaiao donne addivenire benemerite della 
patria aeir adempiere degnamente i doveri di qualche ufficio 
più proprio degli uomini. Vissero illustri eroine e valenti 
reggitrìci di popoli; vi Turono e vi sono tutt*ora donne virilmente 
sapienti. Ma anche nelle facoltà naturali delle roani vi sono 
eccezioBi; e comecché torni innocuo essere mancino, pure non 
è Ila pregio, né diventerà mai regola generale. 

La vocaxione femipinile é la casa con tatti i doveri e 
Bffiq pertinenti a chi la governa; e le ragazze già <ia piccine 
haoBo questa persuasione » quasi per istinto. Con loro sommo 
diletto lavano, cucinano, faticano indefessamente perla fami- 
giia delle loro bambole; e riescono più amabili e danno meno 
bstidio dei ragazzi, i quali mettono tutto a soqquadro, e non 
saaoo fiure altro che del chiasso. 

I trastulli dell'infanzia sono immagine e preludio della 
vita fotura; e a voler che sieno ad essa profittevoli, bisogna 
valersi delle propensioni naturali, volgendole a fine di utile 
pratica. 11 frequentare la scuola , e i lavori da fare in casa per 
le lezioni sono in molte famiglie un pretesto addotto per impe- 
dire alle fanciulline di prender parte alle occupazioni casalin- 
ghe; e questo. é un gran danno, perché le cose che non si 
imparano netrinfonzia, più tardi o mai o con difficoltà s'im- 
parano; e siccome gli ufficj della donna si aggirano per lo più 
intorao al focolare domestico, cosi bisogna per tempo avviare 
Mche le bambine a quelle piccole faccende di casa delle quali 
la loro età le rende capaci; e oltre al profitto che ne ricaveranno 
per Tavvenire, il pensiero di essere state utili, quanto le loro 
forze consentivano, riescirà ad esse gratissimo, allorché nella 
e(à matura torneranno con la memoria ai tempi passati. Chi 
no» lavora wm ha da mangiare. Anche i bambini possono 
«caparsi utilmente , e prestare servigi alle persone con le quali 
nvoD0. 

Talora avviene che la nascita di una figliuola sia accolta 
«Da una specie di rincrescimento. <v Una figliuola I oh! avrebbe 
potito rimanersene in compagnia degli angioletti. La società 
ha dovizia di donne, le quali non sono buone a nulla, e perciò 
vivono sventurate; quale sarà la sorte di questa? Le verrà 
btto di procacciare la felicità altrui e la propria? ». Ah non 
iobitate, tutto sta che voi la sappiate volgere a questo fine, 



92 LBTTCRB DI FAMIGLIA 

e che le diate la persuasione della sua dignità umana in ge- 
nerale, e della sua dì|;nità di donna in particolare ; e il modo 
di riuscirvi consiste nel farle capire quanto bella e sublime possa 
essere Topera di lei* purcfaò adempia con forte amore e con 
perseveranza indomita i doveri da Dio impostile. Mostratele 
chiaramente come ella possa diffondere felicità nella sua fa- 
miglia e rendere la sua vita profittevole al prossimo , sebbene 
con modi diversi da quelli che sono in potere dell* uomo. Fi- 
gliuola, sposa, madre, ecco i tre perni sui quali si aggirano 
i doveri della donna. 

Molto prima del maschio la femmina può addivenire ajuio 
efficace nella casa paterna. E questo è vantaggio rilevante nella 
vita delle donne. Quando ha varcato Tetà dell'infanzia il 
ragazzo suole allontanarsi dal patrio tetto, pure abbisognando 
ancora per lungo tempo dell'appoggio dei genitori. Non cosi 
la figliuola. Le forze giovanili di lei spettano alla casa pater- 
na: ivi ella trova il modo più degno di esercitarle, e nello 
slesso tempo l'opportunità di ammaestrarsi in quelle cognizioni 
che le saranno necessarie allorquando si troverà a dover go- 
vernare la casa propria. Quindi è cosa di gran momento inspi' 
rare nelle fanciulle, fin dalla puerizia , operosità instancabilei 
e quella cara sollecitudine che in tutto e per tutto agogna ài 
conferire al bene e alla contentezza della famiglia. — P*»" ^*''* 
un'idea delle faccenduole in cui anche le bambine possono essere 
adoperate, citerò quella di nettare dalla polvere gli oggetti che 
esse possono toccare. La polvere, questa nemica capitale di ogni 
opera e creazione umana, è benanco nemica singolare della g^^' 
zia e deirordine. Le fanciullette vengono facilmente a capo di cac- 
ciarla, per la loro piccolezza , mercè la quale possono frugare m 
tutti i cantucci e nei ripostigli dei mobili e degli ornamenti collo- 
cati su di essi , e che sono propriamente le covature dei a 
polvere. Una piccina di tre o quattro anni può benissimo la- 
varne ogni traccia appunto da quei luoghi dove una person 
adulta lavora con disagio dovendosi chinare. Chiaro è che i 
sul principio vuoisi insegnar loro con pazienza e accortezza 
modo da tenere in queste faccenduole, e dipoi bisogna baa 
attentamente, che siano sempre sbrigate con accuratezza ^ 
tempo assegnato. Se voi sarete puntuali nella vostra vigi>^ 
anch'esse sapranno obbedire con esattezza; e nel loro ani 



B SCPITTI PSm FAMCIOLLl 93 

si sfolgerà man mano il senlimento del dovere , in gratta del 
quale nulla trasanderanno spensieratamente ; e te mai avesiero 
naneato una volta » la coscienza del fallo non permetterà lyro 
di starsene paghe e tranquille fintanto che il dovere che ave- 
vano tralasciato non sia adempito t e all'opposto saranno liete, 
anzi se ne terranno, quando abbiano conosciuto di aver fatto 
eoa esattezza e sollecitudine ciò che dovevano. 

Governando la vostra prole in siffatta guisa, le avrete fatto 
aeqoistare il prezioso sentimento del dovere» la bella assuefazione 
dell'ordine e della lindura , e quella moderata stima delle minuzie 
della vita che è sorgente di varj beni e vantaggi , massimamente 
per il sesso femminile* L'uomo , come quegli che si dee occupare 
dì affari di maggior rilievo rispetto alla società, si acquista 
facilmente perdono e indulgenza quando gli accade di trascu* 
rare le cosà dette bagattelle, abbenchò questi sbagli non sieno 
sempre indizio di grande sapere e di elevatezza d'animo, ma 
più spesso d'orgoglio, di sbadataggine, di arroganza. È indi- 
zio di vera superiorità il saper dare la conveniente e propor* 
zionata cura alle piccole come alle grandi cose , non altrimenti 
di quello che fa il sole , il quale versa le onde della benefica 
sua luce tanto sopra la maestosa querce, quanto sull'umile 
fiorellino dei prati. Infatti chi va osservando bene addentro 
l'ordine delle cose del mondo, capisce presto che questo ordine 
cesserebbe, ove a nell'immenso creato la Mente Eterna non 
governasse con eguale bilancia il moto di una stella , e il na- 
scere, il crescere, il cadere e il trasformarsi d'un fiore fugace, 
d'un povero filo d'erba! Per tornare al mio subbietto , dico 
che quella donna che volesse tralasciare e dispregiare le mi- 
nuzie opererebbe senza costrutto, e mostrerebbe apertamente 
essere contraij al naturale procedimento tutti i suoi concetti. 
L'oceano, per incommensurabile che ci appaja, è pur composto 
di slille d'acqua; un migliajo di secoli altro non è che una 
longa successione di minuti I Cosi chiamerei le dolcezze dome- 
stiche una riunione di atti lievissimi, i, quali con la frequenza 
tengono luogo del merilo della grandezza; ed è la mano della 
donna quella che deve seminare sul cammino della vita , e cu- 
stodire teneramente quei cari ma gracili fiorellini. Ricordando le 
faccenduole che possono essere affidate alle barobine di quattro 
cinque anni, senza che vi sia pericolo di stancarle, o di 



9fc LETTUBB DI FAttlOLlA 

nuocere al loro svolgimento fisico, giovi anche avvertire di 
nuovo che si assuefacciano a adoperare egualmente il sinistro 
briiccio e il destro; e converrà impedir loro di salire soprale 
seggiole. Una caduta, una mossa sforzata potrebbero cagionare 
una incurvatura della spina dorsale* Imparino a dipanare il 
refe; e sarà meglio stendere le matasse sopra due seggiole che 
sopra un arcolajo ; e invece di alzare il braccio tirando il filo 
su per la spalliera , facciano piuttosto il giro delle seggiole, il 
che è particolarmente da raccomandare nella stagione inveii 
naie, in cui sono più rare le occasioni di far del moto. Perk 
sorelline maggiori vi saranno faccende più rilevanti di queste. 
Procurate che sieno sempre pronte a porgere garbatamente il 
tenue ajuto che da loro dipende. La nonna richiede spesso 
molti piccoli servigi; e spetta alle nipotino il porgerli- Per 
mo' d'esempio, saranno pronte a infilare l'ago per lei ogni 
volta che occorre, a riprendere una maglia scappata nella sua 
calza ; baderanno che la poltrona e il panchettino si trovino 
sempre al loro posto, e via discorrendo. Senza dubbio la fa- 
tica di assuefare le bambine a questi ufflcj domestici è molto 
maggiore di quella che vi vuole a sbrigarli da sé; ed ecco la 
ragione per la quale talune madri lasciano crescere le figlino- 
te al telajo da ricamo , al pianoforte , alla scrivania , senza 
pensare ad allevarsi in esse tanti ajuti nelle loro ingerenze. 
E quelle stesse mamme sono poi le prime a lagnarsi della ge- 
nerazione crescente , la quale , dicono , ò affatto digiuna delle 
virtù casalinghe. Quali sono ammaestrate le figliuole suirin- 
fanzia, tali addiverranno adulte. La madre che soffre un 
atto d'ingratitudine dal figliuolo dovrà incolparne sé stessa, 
qualora non abbia saputo correggere le male inclinazioni di 
lui mentre era piccino. Colei che vede le figliuole darsi buon 
tempo mentre ella fatica su e giù per la casa , non ha ragione 
di querelarsi , se non seppe educarle al lavoro quando n'era 
tempo. Un'altra crede che basti aver dato un ordine alla sua 
figliuoletta di sett'anni , e non si cura poi di ricercare se è 
stato eseguito; e allora che cosa avviene? I passi che non 
volle fare quando doveva , sarà costretta a farli più tardi dieci 
volte tanto , e non goderà la contentezza di potersi fidare 
pienamente della figliuola divenuta grande. Le bambine vogliono 
essere trattate da bambine; vale a dire bisogna vigilarle 



B SCmiTTI PBB FAHCIOLLI 95 

cQDtiooaiiiente , ammonirle opportunamente, e insegnar loro 
anzi tatto i doveri che ad esse spettano. 

Fedeltà scrupolosa nelFadempimento del dovere si acquista 
per abito e per riflessione* Vigilando con solerzia i doveri che 
spettano alla figliuola t la madre adempie i proprii, e Tammae- 
sin OM Tesempio , il quale ammaestramento torna sempre di 
<Vni altro più efficace. « L'ozio é il padre dei vizj ». Questo 
^fito antico starebbe bene sopra ]a facciata di ogni casa, come 
ii Cmoici U sté$so sul frontespizio del tempio a Dodona. Dalla 
Vo^ germoglia la pace domestica, imperocché l'amore, la 
'^ non hanno stabile dimora se non in una casa dove al* 
^ la diligenza. Sicché questo buon abito è condizione es- 
*^iale, anzi è base della buona educazione. 

Gol crescere degli anni e delle forze fisiche bisogna dri 
pari estendere la sfera dei doveri dei fanciulli. La bimba di 
<Q anai che non frequenta ancora la scuola , faccia in casa , 
^i^ giorno , alla medésima ora , un compito di qualche lavoro 
<li maglia. Procurate che sappia al bisogno attaccare un nastro, 
^ ganghero , un bottoncino e ricucire una sdrucitura. Àccin- 
pndoTisi per tempo , il lavoro é cosa di nulla, e non sorpassa, 
le sue forze. Baccomandate caldamente di non differirlo : un 
i^Qco rimendato subito risparmia e quattrini e tempo. Affida- 
te loro la custodia degli augelletti , del cagnolino , del gatto ; 
>oa senza mai acordarvi di badare attentamente che non tra«- 
bacino alcuna cosa necessaria al mantenimento di quelle he- 
stioline. La negligenza su questo punto , e per parte vostra , 
<^be colpa grave , trattandosi di creature che stanno pro- 
priamente sotto la vostra protezione. Quando le fanciuUine sa- 
'^BQo grandi abbastanza da poter arrivare colla mano alla 
Uvola , addestratele a vigilare che la tovaglia sia ugualmente 
^ da tutti i lati , e senza pieghe. Collochino anche le posale 
1^ ogni posto. Le tazze per la colazione e le altre cose ne- 
^^^larìe sieno pronte prima che i genitori e ì figlinoli maggio- 
ri n adonino nel sadotto da pranzo. Raccolgano le tazze già 
^^^'perate e le pongano sopra il vassojo, e portino nella dispensa 
^i avanzi del caffé , del latte e dello zucchero. Tocca a voi 
' ignare a fiir queste cose con tranquilla premura e con 
'^^teiza, senza il minimo rumore né confusione. Laddove la 
biglia si alza di buon'ora egli é facile sbrigare queste fac- 



96 UETTOIB DI FAMietU 

cende prima dell'ora di scuola ; specialmente se hanno preso 
Tabito di mettere insieme la sera i libri e ì quaderni che 
abbisogneranno il giorno dopo. Insomma fate si che prendano 
ogni cosa pel suo verso. L'uomo è proclire all'imitazio- 
ne , e impara presto ciò che vede fare, e non si può pretendere 
che r infanzia abbia Tingegno inventivo per le cosi dette garba- 
tezze. La gentilezza dell'animo è celata da una verecondia che 
par ruvidezza , e bisogna saperla far germogliare con Tesempio. 

11 giorno del bucato è giorno di molte faccende, alcune 
delle quali non sorpassano le forze delle fanciulline, e perciò 
si possono affidare ad esse. Nell'estate per esempio quando 
farete stendere i panni lini sull'erba per imbiancarli , vi aiute- 
ranno a bagnarli con un piccdlo annaffiatojo fatto a bella posta; 
ma badate che* lo portino ora con la mano destra , ora con la 
sinistra. Se la biancheria è distesa sopra le corde nel giardino , 
stieno attente che le pertiche poste per appoggio alle funi non 
cadano. Imparino a ripiegare il bucato, incominciando coi fazzo- 
letti da naso, i tovagliuoli , gli asciugamani , i canovacci. Arro- 
vescino le calze , allarghino i nastri delle sottane , delle carni- 
cine ; riguardino attentamente ogni capo di roba per mettere 
da parte quelli che hanno d'uopo di rimendi , di bottoni , di 
gangheri, per portarli poi a chi sa e deve raccomodarli. 
Presto diverranno capaci di dar mano anche alla stiratrice, 
slargando i veli , le gale, i collaretti, i manichini di trina, 
e dividendo poi la roba, dimodoché sia tutta pronta per ri* 
porla nei cassettoni delle differenti persone a cui appartiene* 

Scegliete per codeste occupazioni quei giorni e quelle ore 
della settimana in cui non vanno alla scuola. A volere che né 
gli studj scolastici, nò i lavori casalinghi mai ne scapitino, fa 
mestieri di ripartire accuratamente il tempo. La ò cosa strana 
e dannosa, la é grande vergogna che le più tra le fanciulle 
escano dai loro istituti e dagli educatorj ignare affatto di ciò 
che una donna deve saper fare nell'interno della casa. Per 
ingegnarsi che faccia la madre in correggere questo difetto 
nella loro educazione, ella non vi Tiuscirà mai compiutamente. 
Ricordiamolo di nuovo: le cose che non s'imparano neUa in- 
fanzia , più tardi mai o con difficoltà s' imparano. Né é pro- 
babile che ci vada a genio ciò che non sappiamo far bene e 
con sveltezza; che l'uomo vagheggia sol quelle cose alle quali 



■ scura pti rAtfciVLLi 97 

sì sente keiie atto. Che adzi la giovanetta la qnale avrà impa- 
Tito dì buon'ora a conoscere e a valutare il lavoro e il tempo 
che occorre a custodire e tenere in ordine la biancheria, avrà 
più sollecita cura di conservarla lungamente linda e assettata, 
di colei che trova come per incanto tutto il suo bisognevole 
bene assettato nel cassettone senca che abbia dovuto costarle 
aleno pcBsiero. 

n bacato è una delle più rilevaoti occupazioni nella casa , 
e oaa massaja che non se n'intende o che l'abbandona ad altre 
mani, senza mai vigilare da sé medesima, crescerà notabilmente 
le ifese della famiglia, e può far cobto di tirarsi addosso rim- 
proveri acerbi e biasimo umiliante , se il marito , come sogliono 
qaasi tutti gli uomini, ami di portare biancheria beila e pu- 
lita. Oltre a ciò la biancherìa ben lavata dura di più ed é 
bolla ancor che fosse piena di rimendi; mentre quella che di 
attente core patisce difetto, si va logorando anzi tempo. Usino 
le vostre figlinole diligente attensicMie in tutto ciò non solo per 
fé medeaime, ma anche per ogni altra persona della ihmiglia, 
e abbiano per cosi dire in tutta la casa la soprintendenza dei- 
l'ordine e della nettezza. È verità innegabile che il culto delle 
virtù domestiche è fondamento della carità della patria , è ori- 
gine del diletto che proviamo nel contemplare le bellezze del- 
Tnaiverso, deiramore che nutriamo verso Iddio, e altrettanto 
é vero che tra queste e le sopraddette cose è connessione 
strettiasima, indissolubile 

La figliuola generalmente frequenta la scuola fino all'età 
di quindici anni. Farmi di avere luminosamente dimostrato che 
non possiamo aspettarci che faccia buona riuscita come madre 
di iaauglia e come padrona, di casa , se in questa sua prima 
poventù la teniamo lontana dalle faccende domestiche. Ancor 
che avesse molto da lavorare per i maestri, pure la troverà, 
le voi le insegnate a cercarlo , il tempo di adoperarsi in molte 
cose che a. torto si sogliono lasciare alle cure della servitù, 
iacbe prima dei dodici anni potrà abballinare il suo lettino, 
dir sesto alle cose nella sua camera, e procurare che anche 
is quella dei genitori e dei fratelli si trovi sempre l'occorrente 
per la oettezza, come sarebbe acqua fresca, sapone, asciu- 
gamani e via discorrendo. Avvezzatela a rimediare subito, in 
quello che a lei può spettare, a qualsivoglia disordine che 
IV. n. e. 13 



98 LBTTCBB DI FAMIQLU 

le dia nelFocchio. Colei che non si rammenta dove ha preso 
e dove ha posato una cosa, o che non si cura di rimettere al 
loro posto gli oggetti di cui si è servita, difficilmente giungerà 
ad essere buona massaja. 

Quando le figliuole saranno capaci di prendersi interamente 
cura della colazione, siano sollecite a prepararla in tem[io ai 
fratelli che debbono lasciare la casa di buon*ora a motivo delia 
scuola dei loro affari. Àjutino anche ad apparecchiare il 
pranzo e la cena , o di quando in quando cucinino coH'ajuto 
della mamma una vivanda prediletta del babbo. 

Il sabato dopo pranzo bisogna • metter fuori la biancherìa 
di bucalo pei varj usi , e la domenica mattina raccogliere quella 
che deve essere lavata, a Ora per tutte queste cose ci vuoi 
dovizia di tempo l » Non dubitate; il tempo vi è, purché im- 
parino da voi a spenderlo e a farne risparmio. Dovranno i 
maestri dare alle loro alunne quei compiti che . possono esser 
fatti senza pregiudìzio delle occupazioni casalinghe. Se è debito 
dei genitori porgere soccorso al precettore, questi dal canto 
suo deve far si che la parte educativa pertinente alla casa pa- 
terna non riceva impedimento. E non solo questo: egli ha da 
tenere a mente che le cognizioni da lui somministrate alle sue 
alunne tornino a prò del vivere domestico. Egli deve inculcare 
in esse la persuasione che il sapere acquistato nella scuola 
sarebbe piuttosto dannoso, ove non fosse accomodato alla 
vita pratica, o facesse impedimento a soddisfare agli obblighi 
da quella imposti. Racconti loro come i progressi nelle scienze 
giovino aM' industria; come le nuove scoperte nel campo della 
chimica possano applicarsi alla economia domestica. L'imbian- 
care, il cucinare, che cosa è se non un processo chimico? 
Valendoci dei perfezionamenti preziosi portati in queste, sic- 
* come in molte altre cose, noi facciamo risparmio di tempo, dì 
fatica e di denaro, e alla facilità deiresecuzione è pure unita 
la miglior qualità del prodotto. 

È utile, anzi necessario, il saper distinguere le erbe sa- 
lubri dalle velenose e conoscere le piante commestibili, Fuso 
che se ne fa e il tempo delle semente, il terreno atto a colti- 
varle, la temperatura richiesta dai legumi, dagli agrumi, dai 
grani, dagli alberi fruttiferi. Sia lor noto donde ci vengono le 
varie sorte di spezierie di cui ci serviamo nella cucina, e il 



B SCtlTTI PBB FANCI0LLI 99 

«rrado di latitadine sotto il quale si trovano. La cultura dei 
fiori insieme ad alcune nozioncelle sulFafi^ricoltura sono am- 
maestrameotì pregevoli , e molto conferiscono alVacquisto della 
taoto desiderabile intrinsichezza colla natura. 

Lo scopo di tutte le cognizioni da acquistare per le fem- 
mine, dev'essere, come già dissi parecchie volte ^ T incremento 
della felicità uman a per opera della saviezza , e per la cono- 
scenza di Dio. Abhiano peraltro la persuasione che non pos- 
siaiDo essere felici se non adoperandoci a procacciare la felicità 
altrai, e questo non essere possibile senza il sapere che informa 
lo spirito , e senza le virtù che ingentiliscono il cuore. 

Avere una buona figliuola è grande ventura, 6 consola- 
zione indescrivibile dei genitori. Ella è in verità il fiore della 
vita domestica, il più bello adornamento, la maggiore ricchezza 
dì una casa. La diligente alunna, la fanciullina gentile e lieta, 
docile e attiva addiverrà giovinetta virtuosa e amabile, e adem- 
pirà con amorosa solerzia i doveri di sposa, di madre $ e an- 
cora che non fosse chiamata a questi sacri ministerj , sarà uti- 
lissima nella umana famiglia, perchè eserciterà con bontà 
schietta , con probità sincera qualsivoglia uffizio le toccherà in 
sorte. 

Riconoscere il bello e il sublime degli ; ufficj della donna, 
cercarne premurosamente gli obblighi e soddisfarli con animo 
sereno e pazienza invitta; assuefarsi a fare non la volontà 
propria, ma quella degli altri; essere forte e umile, amorosa 
e fedele, ecco l'esempio, ecco l'immagine di una vera donna, 
dì una creatura consapevole della sua dignità uùiana e bene- 
merita dell'onore e della felicità deiruomo. 

L'equilibrio della macchina mondiale è mantenuto per virtù 
di forze contrapposte, le quali per la giusta misura che le 
regge spiegano quella perfetta armonia e bellezza che scorgiamo 
in tutte le cose del creato. Nel mondo intellettuale invece, tutto 
è disequilibrio e disordine, perchè le più nobili forze vitali , 
qtielle cioè del genere umano, sono ò adoperate a rovesciò o 
vicendevolmente mal ripartite: indi è necessità impreteribile, 
ristabilire in esso le dovute proporzioni , e sia questo il primo 
intento, la grande opera del savio maestro, della buona ma- 
dre educatrice* 

L* V. 

/ 



iOO LBTTUII DI FAMIGLIA 



SAGGIO DI STUDI MORALI 



LA ViUHCtLIA. 



Qu9Sia porle di un saggio di studj morali è fruito delk hliurt 
e delle rifUsiioni di una giovinella itudioea. 

O giovane , tu, nei moti del cuore cht si apre alle passioni 
della vita, nei yoU rapidi della tua fervida fantasia, nelle care 
sperarne di lieti giorni futuri, più non ricordi il tempo in che, 
più debole deir animale testé nato, non potevi muoverli senza 
il soccorso dei tool genitori! Tu allora non avresti potuto vivere 
due soli giorni senza le loro cure amorevoli! Quante ne spesero 
per insegnarti a proferire una sola parola, a formare un solo 
passo ! Quante per preservarti dai mali inflniti che minacciavaao 
l'aurora della tua vita ! Quante premure per esercitare al moto 
le tue tenere membra , per isvolgere il prezioso germe della tua 
giovine ragione, per mettere io atto le tue facoltà» per provve- 
dere ai tuoi bisogni I Questa madre affievolita dalFetà, affranta 
dalle fatiche, ha consumato per te i suoi bei giorni; non volle 
perderti di vista un solo istante , e per questo rinunziò a tatti 
i piaceri ; vegliò alla tua sicurezza , e per questo interruppe i 
suoi sonni; palpitò per la tua vita, e le la conservò con le opere, 
con lo lagrime, con la preghiera. Questo padre, riccq di meriti 
e di onori, che offre ora ai tuoi sguardi un vecchio riGnito, 
apese le sue forze per nutricarti ; i suoi capelli incanutirono per 
provvederti di vesti, di educazione, di un pane; né gli anni sol- 
tanto solcarono di rughe quella fronte veneranda ; ma anche 
Tamore per te ve le ha moltiplicate ed impresse. Eccoti ricor« 
diti i principali obblighi che tu hai verso di loro. Come rima* 
nerameli ? il cuore soltanto può farlo ! Tu gli rimuneravi già 
nella tua prima infanzia, allorché abbracciando stretta stretta la 
madre tua , avaro con altri , con lei solamente eri prodigo di ca- 
rezze, e la baciavi sulla fronte, sulle labbra» sul seno, ed ella 



B »CBITTI PBB PANCIULLI 101 

si tenea eooipeiiMFla» da qoesta taa prererenia» delk sue teglie 
e deijuoi sacriQcj. Il padre, ritornando dai saoi lavori godeva 
ddTa festa che ta ne facevi « si beava del tuo sorrìso e di quel 
nolo ingeaao che ti spingeva ad abbracciare le soe ginocchia. 
Quétla riconoscenza, che fa allora il ino primo istinto, è diven- 
tala ora il tao primo dovere. Qael Dio medesimo, il qaale por 
la ulveiza della toa infamia accese nel petto dei taci genitori 
là SGùililla deiramore paterno, accese nel tao cuore la scintilla 
ddr amore filiale; egli vuole che come essi li sorressero nella 
laa infoozia, tu adesso li sorregga nella loro vecchiezza. Dna 
bmiglia congianta dall' affetto della riconoscenza è il più gran 
keoe della vita; essa è benedetta da Dio, e forma la felicità di 
tatti coloro che la compongono. O giovine , ama « immagina , 
spera, perché questo è proprio della tua età, ma ricordati scm-^ 
pre del tuoi genitori; sta' disposto a tener conto di tutto, a non 
■etleie in oblio i servigi più piccoli , a pagare lutto col senti- 
■lento filiale, perchè tale disposizione è possente nelle intime 
iciaznii , alimenta il mutuo afletto ed incoraggia al sacrifizio* 
Oh I quanto deve esser felice il cuore riconoscente e soddisfatto 
di lotti coloro che egli ama I 

il IntfM. 

Lo sfrenalo amore del lusso suppone in noi il desiderio di 
soverchiare I nostri simili , d* innalzarci sopra di loro ; spesso 
anche di umiliarli col nostro splendore, di abbatterli ed anni- 
chilirli neir istinto del loco amor proprio; e questo riprensibile 
desiderio è opposto non solo alla santa legge della carila , ma 
eziandio ai buoni e retti sentimenti di vera eguaglianza. 11 lusso 
addiviene sorgente di mille ingiustizie , isola V uomo , spezza i 
vineoli deiramore fraterno, giacché estendendo senza limiti i no- 
stri desiderj ed i nostri bisogni, ci rende incessantemente occu* 
pati e rtamceutrati in noi medesimi. Colui che ne é dominalo 
pensa troppo ai suoi piaceri, ai suoi divertimenti, né si occupa 
delle sventare altrui; lungi dal mettere da parte la minima cosa 
per aollevare Ja védova ed il povero^ lungi dall'essere disposto 
a fare un piccolo sacrificio, crede di non aver mai il soverchio, 
e neppore Unto che basti per prov.védere a sé medesimo. 11 lusso 
distraggo quella sicurezza nell'avvenire, tanto necessaria alla 



102 LBTTDRB DI FAMIGLIA 

tranqoillitè dello spirito. Trascinati ad an modo di vivere , al 
quale non corrispondono i nostri assegnamenti » ne abbiamo lai- 
tana, pur contro voglia, il segreto sentimento; è una^spina che 
penetra acuta , e viepiù ci ferisce. L*anno presente invece di pre- 
parare sussidj per quello avvenire, intacca innanzi tempo le 
rendite, forse anche affatto le consuma. La perdita dell' indipen- 
denza è un necessario effetto di questo bruito stato. Felice indi- 
pendenza, tanto cara ad un'anima nobile l Colui cbe ti possiede 
non teme la vista dei suoi simili, non inchina la fronte davanti 
a loro ; egli conserva la dignità della sua natura ; ma V uomo 
abbandonato ai falsi splendori del lusso ti ha perdute, perchè 
dà ali artista, al lavorante ed al servo dei quali non paga la 
mercede, il diritto di umiliarlo. 11 lusso consuma i pitrtmonj, e 
poi trascina al delitto; e se non fosse altro, Tuomo schiavo del 
lusso sarà sempre una creatura degenerata^ perchè il suo pen* 
siero ed il suo cuore «i limiteranno sempre a cose vane ed igno* 
bili. Un uomo, un popolo, una nazione tutta data al lusso, per- 
deranno la gloria, la dignità, T indipendenza, e non saranno alti 
che al servaggio e alla più degradante schiavitù» 



NOTIZIE STORICHE E TOPOGRAFICHE 

ILLUSTRAZIONI DI MONUMENTI EG. 

«ALLEmiA evoMA&movi^ 

Nelle antiche case de'Buonarroti , in via Ghibellina , si con* 
serva una bella e preziosa galleria, che è come un tempio in- 
nalzato alla memoria del divino Michelangiolo dai nipoti di lui . 
È certo buona ventura per Firenze e per V Italia che i discen- 
denti di quell'uomo maraviglioso abbiano conosciuto il pregio 
della grande eredità pervenuta loro alle mani : cosi questi tesori 
rimangono ad accrescere la nostra dovizia artistica: e gf Italiani 
che peregrinano al di là dai monti non hanno ad arrossire ve- 
dendoli nei musei dei forestieri, come pur troppo hanno a porsi 



B SCUTTI PKB FANCIULLI 103 

le maoi alla faccia qaando ri trovano il testimoDìo deli' avari- 
zia e della sórdidcsza dì alcuni che- hanno spogliato la loro 
casa e la patria di opere stupende per prorvedere meglio ai 
capricci della moda e del lusso. 

Volendo fare una breve ma intera illustrazione di qaesto 
moMiiiieiito , stimo bene anzi tutto dire chi ne fu il fondatore. 

Da Lionardo Buonarroti Ggliuolo a Buonarroto fratello del 
grande Michelangiolo, e da Cassandra di Donato Ridolfi nacque 
la Firenze il k novembre 1568 Michelangiolo,che per distinguerlo 
dallo zio è soprannominato il Giovane. Datosi allo studio delie 
lettere le coltivò con onore in quell'età non infeconda di buoni 
iogegni: poi sotto la disciplina di Galileo attese alle matemati- 
che e alla 61osofla, Fu chiamato in Roma da Orbano Viti sul 
principio del suo ponliGcato; e ai nipoti di Ini dichiarò gì* inse- 
gnamenti del suo grande maestro* Poi , quando ebbe fatto ritorno 
alla città natale « volse T ingegno alle discipline leKerarie in 
servigio delle due accademie, la Fiorentina, della quale fu consolo 
nei 1599, e quella della Crusca , a cui presiedè come arciconsolo 
nel 1596. 1 suoi tempi furono poco atti ad accender gì* ingegni , 
perciocché gli animi erano inviliti dalla interna servitù e dalia 
influenza forestiera; ma non,scarseggiaron d'opere ammireroli si 
d'arti come di lettere» sebbene le une volgessero in declinazione , 
le altre versassero principalmente sopra questioni di lingua, e fos-' 
sero quasi del tutto accademiche. Ma egli, compreso di venera- 
zione per la memoria dello zio, del cui nome era pieno il mondo , 
volle, siccome il padre suo gli aveva innalzato un mausoleo in 
Santa Croce, innalzargli un monumento nelle proprie case; e dai 
più Talenti artefici dell'età sua fece dipingere alcuni fatti della 
vita di Michelàngiolo, e figure simboliche allusive alle virtù di 
Ini: nella quale opera spese più di ventimila scudi, come rica- 
vasi dai domestici libri (1). Fini di vivere a di 11 Giugno 1646, ed 
ebbe sepoltura nella chiesa di Santa Croce. 

Lasciò varie scritture in prosa e in verso: ma più che tutte 
gli arrecarono fama presso i contemporanei e i posteri le due 
commedie intitolate la Fiera e la Tancia, Della prima ci narra 

(t) Annotazioni di A. F. Gori alla vita di Michelàngiolo il veo» 
chio scritta dal Condivi. 



104. LBTTUBX 01 FAMIflUA 

il Salvini nelle annotazioni apposlevi, che T autore ebbe intea- 
zione scegliendo quell'argomento, siccon^e uno degli accademici 
delia Crusca, d* impiegare una ricca varietà di voei che serris- 
aero al famoso lavoro del vocabolario, a Del resto, eglj dice , 
troverai per tutto sentimenti sodi, morali e politici ammaestra- 
menti, ed una facile e non affettata costumata dottrina « in dose 
acconcia agli altrui stomachi, ma velata di dolce grazia, e co- 
porta di leggiadria , acciò non si senta tanto l'amaro salubre 
ohe vi si nasconde. Descrizioni troverai che son pitture d. Della 
Tancia reca giudizio il Gravina nella Hayion poetica cosi : 
« Ninno meglio che il Cortese nella Napoletana Ro$a ed il Buo- 
narroti nella Tancia^ ha sapulo rappresentare i caratlerì conta* 
dineschi e rendere al vivo i costumi e le passioni di simil ge- 
nere neirorditura di un dramma a. 

Gli altri componimenti , secondo il catalogo fatto dal Gori 
nelle note al Condivi sono i seguenti: 

Il Natal d'Ercoh , favola rappresentata . al serenissimo Don 
Alfonso d*£ste, 

Descrixione delle novto della crietianùiima maeetà di madonna 
Maria de" Medici regina di Francia e di Navarra. 

Il Giudizio di Paride^ favola rappresentata nelle nozze di 
Cosimo II e di Maria Maddalena d^Austria* 

Delle lodi del granduca di Toscana Cosimo Ih orazione reci- 
tata neirAccademia Fiorentina il di 31 Dicembre 1681. 

Balletto della Cortesia, 

Altri componimenti di esso vi sono elegantissimi, e molto 
belli, come mascherate, giostre, ballelti e cantale, stampati in 
fogli volanti. Meritano di esser posti in luce alquanti suoi capi- 
toli intitolati a vari suoi amici. Vi ò un poemetto in verso sciolto 
indirizzato al cavaliere fra Francesco suo fratello a Malta eoo 
altri componimenti. Delle quali cose tutte parmi che sarebbe beoie 
il fare una raccolta in una bella edizione, insieme agli scritti 
che ci rimangono deiraltro Michelangiolo. 

Tutti gli altri Buonarroti che vennero dopo non solamente 
ebbero cura di conservare la galleria, ma eziandio Tarricchirono 
delle cose che poterono trovare. Vuoisi certamente fare ricordo 
dell'amore e venerazione colla quale fu intenta a conservarla e 
sempre più adornarla la sig. Rosina Vandramin moglie del se- 
natore Cosimo Buonarroti ministro della pubblica istruzione , 



B semim pei fahciolli 105 

nàocala alla vita nell'anno decorso: il che non si paò meglio 
cbe riportando, an brano deiralfethiosa ed elegante biografia che 
di quella signara abbiamo alle stampe^ « Or chi potria dire con 
die reverenza entrò la prima volta ììosina in quelle stanze , e 
con che sentimento di verità fé* promessa in cuor suo di trovar 
modo come meglio potesse aggiunger bellezza a cotesto santuario 
ddl'aite! E la promessa, cooperante In ciò il marito, compiu- 
tameote attese. -Non vi ha stanza infatti, nella quale o per ya- 
gbazà (T intagli o per isplendor d'ornamenti o per. magnificenza 
di sappelletlili non si mani^esti^ la cura amorosa e diligente di 
W: ed ogni cosa ri é per modo acconcio dispòsta con tanta finezza 
df gusto, che niuna discordanza vi si* scorge tra il yecchio e il 
noovo, talché ^né stessa mente ed una sola mano sembra che 
tutto abbia là dentro diretto e fornito. Ella ebbe poi in delizia 
i nomerosi manoscritti dei* due Michelangioli , grah parte ordi- 
aandone con rara Saviezza, copiando moltissime lettere del primo 
df essi al padre, ai fratelli e massimamente ài nipote Lionardo, 
e deeìfrando ]per via d' infinita pazienza le altre molte ad esso di- 
ritte »» Per dipifressa» nelle ultime sue disposizioni testamentarie, 
fcee un lascitodi ottocento lire sfterline, perchè il frutto serva a più 
splendido manteiiiraento biella' galleria. Finalmente il senatore 
Cosimo Buonarroti ha ottenuto dal Principe la facohà di coati* 
toffe in- ente morale la galleria e rarchivio, ed ha aggiunto al 
capitale lasciato dalla moglie il provento delle pigioni del secondo 
piaoo, del terreno e defla riméssa della sua casa, perchè possa 
sempre pin arricchirsi il museo coli' acquisto di opere e scritti 
dei due Michelangioli, o di lavori/ artil^tici che rappresentino 
akon fallo. della loro vita* Conservatori debbono essere il Diret- 
lore delle RR. Gallerie, il Gonfaloniere di Firenze e il Bibliote- 
cario'.della Laurenzìana; i quali ogni tre anni dovranno dar conto 
Mia loro amministrazione alla corte- de' conti. Questo fatto,- 
perchè abbastanza eloquente, non ha. bisogno di encomio. 
(oofiKlKia) Agenore Gellf. 



V£XX2^ 



IV n. e. ik 



106 LBTTVRS DI FAMIOLIA 



ESPOSIZIONE AGRAFIA TOSCANA 



(Ved. Voi. prec. , pag. 572) 

XL La esposizione agraria , che ebbe luogo dal primo ai 
sette Giugno decorso nel ricco palazzo e vapti locali annessi 
alle RR. Caccine dell' Isola , sotto la direzione ;di S. E il Mar-* 
cbese Cosimo Ridolfi e della Sopraintendenza alle RR. Poases* 
sioni, riesci tale che, ove si consideri essere ^luella la prima 
del genere «meglio non si sarebbe potuto desiderare. Favorita 
da lieto volgere di stagione , onorata da reiterata Tisiie di S. A. 
1. e R. il Granduca e d,ella Real famiglia» non ^he delle più 
elevate autorità dello Stato e dei benemeriti GeorgofiU» frequen- 
tata da una folla di popolo ognor crescente, per cui tieicirono 
angusti quei locali, quelle corsie reputate preventivaméo te ba- 
stanti all'uopo, visitata ed apprezzata da distinti agronomi, 
tra cui alcuni Talentissimi esteri » codesta eaposiaione ci mostrò 
ampie e numerose stalle ripiene di prestantissimi animali» co- 
piosa raccolta di macchine ed arnesi perfezionati, STftrtati saggi 
di prodotti rurali pregevoli, una elegante e ricca collezione di 
volatili, ed uii vaghissimo tempio di Flora, ivi aorto a cura, 
della operosa Società di ;agricoltnra , con gentile accorgimeolo 
invitata a temperare con. la varietà e Tamenità delle sue mo« 
stre quella severità ed uniformità di aspetto. che sono caratteri* 
stiche delle cose rurali. Nella rapida rassegna che ci accingiamo 
a farne, noi spenderemo più rolentieri qualche parola intomo 
a quei soggetti che ci apparìranuo meritevoli dt esser più spe- 
cialmente dichiarati in modo elementare, anziché affaticare con 
troppo lAinuti esami il lettore , che cercheremo istruire piuttosto 
che tentare dMniziarlo al difficile confronto di merito, riserbando 
in ultimo a trarre qualche conclusione dalla esposizione gene- 
Talmente considerata. Esamineremo prima gii animali; poscia 
gli arnesi e macchine; in ultimo i prodotti. Ed è a bella posta 
che omettiamo di parlare dei fiori, dei quali ci sentiremmo capaci 
tentare una descrizione , anco quando avessimo a nostra dispo- 



B 9CUm PSE FAMCniLLl 107 

inioiie li più deca lavolom; imperocché ci sembri follia pre- 
raiMre di dare «sa idea di quelle splendidissime ed inarriTabili 
forme della creasieDe, a petto alle . quali perfino i miracoli 
deirtrtenon apparìscooo che pallide ed infelicissime imitazioni. 

XD* Bovini, eqatni, aomarini, pecorini, salni, volatili ed 
altri forte di animali erano copiosamente e riccamBnte rap- 
pnnBtati nelie stalle « nei prati delle Cascine Ttn i bovi- 
ai' priaKggiaTano un toro appartenente alla razza inglese 
Miaut dae della francese Charolaité , e parecchi altri tori 
^ nanzi colosnali , rappresentanti la nostra finissima razza 
Mh Tal di ChtaM« Con la razza Durham hanno gì' Inglesi 
«dolio il proMeraa della oame offèrta a boon mercato agli 
fferaj, ottenendo con eesa manzi ^'ingrassamento precoce, i 
(pài a tre anni raggiungono il peso vivo di tremila libbre, 
per cai ne vanno alla eonsomazlone due in quello stesso tempo 
^i sei anni oecorrente per preparare al macello un bove d'ìn- 
friMo tardivo. Ottengono ciò con cura e diligc^nze incredibili 
Ngaatamenle riatto alla nutrizione, per cui sono giunti a 
resdsre nei Dnrham avilnppatissiìna la caì'ne e ridotto al mi- 
uno lapparalo oaaeo, divenuto pressoché inutile per animali 
^ioati al ripeso. IMIa razza in questione dava una chiara 
i<ÌBiil magnifico toro, color cuccherò e cannella, già distinto 
A iB priaao premio a Londra nel 1657 , e singolare pel corpo 
ciliodrìco quasi toccante terra, il dorso largo, spianato, for^ 
nanfe con la groppa «na tavola orizzontale, il petto alto e 
br^o, rotea tura ridotta al nrioimo, la pelle finissima, la testa 
piccola, le coma inoffensive, e quella peculiare proporzione di 
psrti, per cui a prima vista si dichiarava animale da carne , 
■OH ptù atto al lavoro, dopodkè furongli scorciati gli arti e 
4epo8tr tviaiensi gemiteli di grasso eotto la pelle. Se questa razza 
^ prepria d'Inghilterra, noi la erodiamo poco adatta alle nostre 
QODdizioni, al per Tesigenza del vitto, che per la natura della 
ttrae che. induce piuttosto calore che nerbo aeirorganismo di 
chi se ne ciba. 

Senza parlare delle altre razze ingleai di cui erano esposti 
^koai pregevolisaiwi individui . e dei due mansueti e gentili 
^i« piuttoate carnicini che bianchi, appartenenti aMa razza 
Iraooese Charùfaise molto affine alla inglese Durham^ citeremo 



108 LBTTUBE m PAMIOUA 

piuttogto i bo?ini appartenenti a quelle raize iviivere 4Vmde 
traggono i branchi di macche quel mercanti che soendoDo 
più volte Tappeniiino in ogni anno, tra i quali erano spetta- 
colose per gì' immensi apparati mammari le mucche lattàje 
esposte dairamrainistrazione delle RR. Cascine. E molto degno 
d'encomio ci apparisce l'aromioistrato^e . dei possessi privati di 
S. A. R. in Casentino , il quale espose alcuni booni tori, alcune 
belle mucche e varj rustici manzi da lavoro appartenenti atta 
gran razza svizzera di Àppenzelio da lui introdotta sino dal 
1840 nelFerta regione ove coltiva. 

L'antica gentile e finissima razza di Chiana « che senza 
perdere attitudine al lavoro , crekce non troppo lentamente, in 
mezzo alla sobrietà e con auflteiente facilità ingrassa quando 
cessa di lavorare» era., per tacere degli altri, jtraodinaria- 
mente rappresentata alle Cascine da parecchi maestosi tori 
nonchò candide femmine ed alcuni spettacolosi mauri ingras- 
sati, (due dei qualj pesavano fino 7000 libbre) appartenenti 
alle' RR. PossessiQui, le quali di certo riportarono il vanto in 
questa parte delFesposizione^ come ottennero poi la gran medaglia 
di oro accordata a questa stessa, razza di Chiana ed a quella 
di S. Rossore ; mentre quella di seeonda classe pure di oro, fu 
ben meritamente conferita al sig. Roberto Lawley di Mònteo- 
chio per la ricca esposizione d« lui fatta di sette bellissiffli 
individui, quanto per la introduzione da lui felicemente pro- 
vocata della razza chianina nel pisano. 

. Sebbene sia da ritenersi che la Toscana non possegga che 
una sola razza- bovina bianca, di cui il tipo è di Maremma e 
la forma più affinata di Chiana > pure erano nelle stalle delle 
Cascine alcuni pregevoli, bovini appartenenti alla cosi detta 
razza di Val di Tevere, nella quale forse si riscontra qualche 
segno d' incrociameiìto romano; mentre i rappresentanti della 
rustica, vigorosa e quasi .selvaggia razza maremmana si vede- 
vano rinserrati nei recinti disposti in uno dei prati annesti allo 
Cascine stesse, ove eran pure alcuni bufali appartenenti a quella 
selvaggia e povera razza, la quale se in addietro rese grandi 
servigi airagricoltura» come tuttora li rende in alcune lo- 
calità piji disgraziate, ha fatto però il suo tempo, pviAiqu^ 
ritirandosi dinanzi alla gentile e più lucrosa rasia bovina 
bianca. 



K SClim PEB FANaULLl 109 

Kob «laneaTMo alPesposicione nameròsi e pregeroli tappre^ 
KDtaati della cosi detta razza nera toscana da latte e da carne , 
b quale ò Ibrse fratto di antichi incrociamenti svizzeri: in 
fiesta moalra non rifiillero già ai nostri occhi il colossale vi- 
tetto cssualmtate nato, che riportò la medaglia di argento, itia 
pinUosta- le nomerose e presiahtissitne mucche esposte dalle 
KB. Fosseasloni. 

P^iipsedìtrice della razza di Chiana, la Toscana ha poco più 
da derideìrare in fatto di boyfni. Quello che. ìe manca ò una 
kmaa razza da latte, giacché quella ài S* Rossore è ricono- 
nata aasai inferiore alle svizzere per quanto riguarda la da'- 
nta della secrezione laitea. 

•\ • • • . . '. ' , ■ . 

XIII* Se ricca riesci la mostra de'cayalH, a noi parve però 
che non avesse importanza rurale , couciosiachè quei nobilissi- 
■i destrieri erano stati cosi perfezionati al bolo oggetto di 
servire al lusso, ed avéano veduto la luce o nelle stalle reali 
In quelle di qualche particolare , non costituendo Tore razze. 
Sicdbé senza. intendere di menomare il merito reale di quegli 
insroeiaraenti. arabo-toscano ed . inglese-toscano di cui si am- 
miravano i saggi nelle scuderie delle (fascine, ci limiteremo à 
citare la pregévole razza domestica di Pisa , frutto di utia dili- 
genza piuttosto unica che rara, la quale venne rappresentata 
da numerosissimi nonché. bellissimi individui e riportò ben me- 
ritatamente la seconda medaglia d'oro. 

Le razze indigene erano pregevolmente ma scarsamente 
rappresentate alle Cascine: in generale avremmo desiderato che 
fiiceaaere mostra migliore e piti numerosa. Ora poi che posse- 
diamo alcuni arnesi rurali tirati da cavalli, sarebbe desiderabile 
fke ricuno dei nostri possidenti maremmani, pensasse, con 
faakhe iacrociamento francese, a dotare il paese di una sotto- 
razza di • -cavalli da lavoro rurale, della quale manchiamo 
assolutamente. 

Gli asini ed i muli non mancavano all'esposizione, ove il 
loro merito non venne disconosciuto, essendo andati fregiati 
deiruUima distinzione • quelli esposti dalle RR. Possessioni e 
dalla nobil cksa degli Albizzi.. 

XIV. Circa la metà delie . ducènto e più pecore esposte 
appartenevano alle RR. Possessioni. Predominavano all'esposi- 



110 LBTTDBE DI PAVIOUA 

zìone ie merine, come predominano nella nostra paiCorìziai 
attese il gran frutto che rendono in lana, la qoate, coltre al 
maggior peso dei velli , é in esse dotata di mag^or lunghetzSi 
fineaza , nerbo ed elasticità. La raiza merina importata ia 
Francia da. Luigi XVI nel 17SS , venne introdotta in Toscana 
dal sig. Goilacchioni, al quale fu ben meritamente conferita 
una delle quattro grandi medaglie d*oro, come espositore di 
bellissime pecore e montoni merini meticci , frutto d'iocrocia- 
menti pel primo da lui tentati. Il gregge merino si comenra 
purissimo nella real tenuta deirAlbérese, cui fu per ciò eoafc- 
rita una seconda medaglia d'oro, mentre altra d'argènto fa 
conferita airamministrazione dei l>ent reali privati Gasentineii, 
pel felice tentativo, di tenere le pecore a svernare neirappen* 
nino , nutricandole con foraggi artificiali , e per aver saputo 
mantenere costante il colore scuro nella lana di alcuni greggii 
onde è molto ricercata dai fabbricanti di panno del Casentino. 
La racza pugliese , cbe è quella che più si . è incrociata coi 
merini tra noi, era pure ben rappresentata alle Cascine. 

Appena menzioneremo i due montoni francesi da ud anno 
importati in Toscana alle RR. Possessioni, appartenenti Taso 
alla razza JtfoncAamp < lana lunga da pettine) e Ì*attro aUs 
razza Mauchamp-Rambomliet (lana corta), non potendosi ancora 
giudicare se sagace fu quella scelta ; e quindi passeremo alla 
antica è comune, ed in alquanti luoghi degradata, razza ps* 
corina comune toscana, che era assai lodevolmente rappresentata 
alle Cascine. Questa razza, preservata per la sua rusticità i 1^ 
statura ragguardevole, Tabbondanza del latte, la copia degli 
eredi che produce , è preziosa per quella località prossime ai 
centri di popolazione, ove dal gregfe, che non può essere 
numeroso, mancandovi le sodaglie, e^ predominandovi "Is <^'' 
tivf'izione, si ritrae utile, più che dalla lana, dal latte e dalla 
vendita degli agnelli per carne: sarebbe però desiderabile di 
migliorarla, apprestandole maggiori cure e scegliendo avvedu- 
tamente i riproduttori. 

Tra le varie capre esposte, che l'agricoltore vedeva <i| 
mal occhio , citeremo soltanto la piccola o candida capra di 
Angora, inviata all'esposizione dal principe Demidoff» 

XV. Se hi razza porcina òomùne e quella brada di marem- 
ma , che erano aasni ben rappresentate alle R&. Caseine, sono 



K 8CK1TTI Pia FANaUUJ 111 

pngefoii per U ftuiilìià eoa cai ingrassano gli i»éÌTÌdai cha 
le eonpoi|gcMiOt per poco che se ne migliori ralimeiUo, la raisa 
u^b-chinese ci parve degna defila più grande attenzione pel 
gndo di pi»gaedine raggiunta dai saggi che erano esposti , nei 
quali pik non diatiagueai ohe »na immensa massa di carne , 
etwilo le forme deiranimale scomparse e perdala perfin Pat- 
tihdiie a stare in piedi. Questa razza venne introdotta in 
ToKiaa dal principe Demidoff, e si è assai diffusa in Casentino 
per beare deirispettoreSiemoni: sarebbe desiderabile che si 
ifiadesse anco sul rimanente dd paese. Degni di menzione 
fm pire i verri della grossa razza Casentinese, esposti daJ 
pebdato Siemoni, e per la msticità tanto adatti a proaperare 
il quella moninosa regione. 

ITI. Se non faremo che nominare il lama, le aiMtopi, le 
fizulU , ed il cervo, come animali poco attinenti airagricol^ 
tara, ohe insieme ai dtpmedarj erano esperti In uno dei prati 
deUeCasdae, diremo però di. questi ultimi che vennero nel 1600 
introdotti in Toscana , ove la rana prospera e si mantiene , 
somministrando ottime hesti^^ da soma pei trasparti nei terreni 
Sfattosi della R^ tenuta di S. Rossore nel littorale pisano. 

ITU. Tra i polli, tacchini, piccioni, tortore , anitre, oche , 
€igu« fagiani» pavoni e perfino gru che si ammiravano in tanta 
copia nel cortile del regio palazzo, elegantemente disposti in 
anfiteatro che ne chiudeva il fondo , citeremo soltanto i ma- 
niifici polli della Gonchinchina e la collezione di^ varietà di 
piedoni esposta dal eav. Maggia cui frutK^ una dislinaione. 

X.VÌU. Se reaposizione degli animali apparve lodevoliasi-' 
>a, errerebbe chi da quella credesse potere arguire dello stato 
'ella pastorizia toscana, il quale nella generalità è tutt'altro 
cke prospera e diligente. Eppure aver molto bestiame e nutri- 
calo bene* acciò coi ricchi prodotti diminuisca il costo del 
letame che rende, è cosa importantissima, ma troppa poco in- 
t^ tra noi. Bisogna persuadersi che senza concio non vi è 
l^Qon ricolto, e senza bestiame non vi è concio; senza ricco 
^ produttivo bestiame non vi è economia nella produzione del 
concio stesso. Ma per averlo tale, cosa occorre? Occorrono co- 



112 UTTOKB DI VAMIOUA 

piosj -« buoni foraggi; Noi ritornereiao gu . ^est'argooiionto 
quando patlereino della esposizione dei foraggi medesimi. 

•" ' • • • ' ' ♦' 

. XIX. Il bestiame, che non è soltanto- una macchina da 
concime, ma anche un motore, ci conduce naturalmente a 
parlare degli arnesi aratorj e da cultura , dei quali erano •moHe 
le- specie e svariate le fogge esposte.' La Toscana dere allo 
zelo deir Accademia dei Geogofili, ed air operosità dei désìde- 
ratissimì Istitfiti di Meleto e di Pisa, nonché alle cure di alcuni 
benemeriti y quali i Ridolfi^ il Lambruschini » il IMgny, tutti i 
progressi della meccanica rurale di* cui si vantaggia, e di cui 
più. potrebbe giovarsi maggiormiBnte se in molti luoghi 1* empi- 
rismo ed' ir pregiudizio tuttavia ìion si opponessero- all' uso dei 
coltri, dei ripuntatori, -degli erpici, degli estirpatori, dei sar- 
chiatori, dei rinealzatorr ec. , di cui andiamo ad occupiirci. 

XX.. Gosa'é pertanto un coltro? Un coltello che fende la 
terra verticalmente, un voinere che la distacca orizzontalmente 
ad una certa profondità, ed uno orecchio che rovescia la fetta 
determinata da quei tagli; tre strumenti elementari collegati ad 
una stanga, alla quale, o direttamente, o col mezzo, di' un 
tiro mobile» si attaccano gli animali che debbono fare proce- 
dere l'arnese, la cui entratura nel suolo è determinata da un 
regolatore; situato alll* estremo anteriore della stangfa o bure, e 
della varia azione esercitata dal bifolco sulle stegole che sono 
fisse alla parte posteriore della medesima. Ecco la definizione 
più semplice che dar si possa del coltro , dàlia quale appari- 
sce come quest^arnese, rivoltando }o strato di terra che smuove» 
e rinnuovandone la superficie, compia quel lavoro che in arte 
dioesi rinnuavo. li primo coltro introdotto in Toscana fu impor- 
tato dair estero e perfezionato dal march. Cosimo Ridolfi , il 
quale conseguì perciò una corona accademica in seno dei Geor- 
gofili nel 1827; ma la superficie razionale da darsi all'orecchio Fct 
rinvenuta dall'illustre Lambfuschini, il quale riconobbe dovere 
essere una elicoide, che poi fu id parte modificata da Luigi * 
Bidolfi, In seguito, tenuta ferma la scoperta del Lambnisehini , 
che forma una nuova gloria italiana, la costruzione dei coltri 
andò sempre perfezionandosi in Toscana , per cui il coltro che 
airesposizione compi il lavoro più profondo, con eccellente ro- 



B flCBim PBB FANaOIXI 113 

Todamento ed esigendo il minore sforzo, fu quello costruito 
dal eonte De Combray Dignj, al quale ben meritamente fu confo* 
rìuh seconda medaglia d'oro dalla Commissione giodicantOt che 
eoD sapiente consiglio accordò al prelodato Lambnischini quella 
por di oro di prima classe, ecme fondatore della teoria mate^ 
Bottco iella eoitrwiiotie delVoreeehio del coltro a euperfice elicoide. 

Tra i vari coltri esposti , e tutti riferentisi al tipo che di- 
KBO Ridolfi-Lambruschini , citeremo soltanto uno reso più 
l^tgero di settanta libbre per la sostituzione del legno al ferro 
io alcune sue parti , esposto dalla fabbrica di Meleto, alla quale 
pei molti e buoni strumenti che costruisce venne giustamente 
coifsrita una seconda medaglia di oro. 

Dei vari coltri esteri esposti , ringraziando i benemeriti che 
se dotarono il paese , diremo che in generale ci sembrarono 
iaferìori ai nostri sul lavoro che fecero. — E che dire degli 
antichi periicaj o coltrine, rozzi ed inefiBcaci arnesi esposti dalla 
Accademia della Valle Tiberina toscana e dalle RR. Posses- 
sioni? Noi gli avremmo volentieri bruciati. Eppure furono la 
sola specie di arnesi aratoij esposti dalle RR. Possessioni! 

XXL Numerosi airesposizione erano i piccoli coltri ame* 
ncani a doppio orecchio girante, coi quali si può coltrare andan- 
do in su e in giù, senza bisogno di tornare a vuoto, senza perder 
tempo, e senza stancare inegualmente i manzi in quei campi 
ove Fangusto spazio o la soverchia inclinazione non consentono 
di lavorare addossando alla linea mediana. Gon^ questo stru- 
oento non si fanno certamente ì rinnuovi da granturco , ma 
n€8ce prezioso per tutti gli altri lavori che ora imperfetta- 
mente si compiono con l'aratro romuleo. A noi dispiacque che 
i giurali non accordassero alcun premio a questo arnese, che 
però non ne ha bisogno per raccomandarsi dopo il brillante 
successo che in poco tempo ha avuto nelle nostre campagne. 

XXII. Lo stesso dicasi del riputUatore , arnese composto di 
^uis vangheggia e di un coltello raccomandato ad una bure 
co! quale raddoppiando la profondità dello strato di terra smossa 
dal coltro, si assicurano le raccolte estive, si pongono Terbe 
BMdiche in eccellenti condizioni, si fanno i nostri campi ca- 
paci dì larghissime letamazioni. Il ripuntatore è pure un ar- 
IV. n. e. IS 



114 LBTTfmi 01 FAMIOLU 

tìege doTuto al benemerito Ridolfi, il quale da an modello 
inglese da lui importato, desnose la rustica ed economica fbggia 
che tanto si ò diffusa in Toscana e lo anderà sempre più , 
ancOYChA non distinta dai giurati. 

XXIIi. È generalmente da lamentarsi in Toscana Timper- 
fei:ione dell' erpice, arnese col quale compìesi il lavoro del coltro, 
sarchiansi le giorani graminacee , eccita nsi i prati e ricoopronsi 
le semente. Eppure all'esposizione vedemmo quelli di Valcoor 
e di Brlach, gravi e leggeri, acconci tanto a lavori energici, 
quanto delicati. Anco questi arnesi non incontrarono il fevore 
dei giurati, che non li distinsero. Noi però non sapremmo 
abbastainca raccomandare» facendo eco ai grandi maestri dei- 
Parte, i quali vogliono che 1* erpice non tagli, ma stritoli le 
zolle , e sia composto da un telajo in legno portante tante ponte 
di ferro le quali segnino sul terreno tante linee eqnidistaDti 
quante sono e^se punte. 

XXIV. In Toscana poco si conosce il lavoro deiretfi'rpa^'*'* 
col quale si estirpano le cattive erbe e si completa il lavoro del 
coltro, tritando le fette lasciate da questo e riempiendo i vacui 
che rimangono tra Tuna e l'altra. Degli estirpatori ve tt*era 
alle Cascine un solo costruito a Grosseto sul modello inglese 
importato dal Barone Ricasolf. 

XXV. Il coltro inglese da semeìila, la zappa a cavallo ed 
il rincalzatore, che erano esposti dalla fabbrica di Meleto, e 
i'nltimo anche dell'Officina grossetana sono arnesi che ande- 
rebbero maggiormente diffusi in Toscana potendo con essi ftrsl 
le semente e le altre faccende culturali cui si riferiscono con 
molta maggiore economia di quello cbe non si facciano a mano. 

XXVI. Tra gli altri strumenti da campo esposti citeremo 
gli spandi bottini, le ruspe, i «arri perfezionati da montagna 
qaattro ruote ed un raccattafieno costruito a Grosseto sol niod^l o 
inglese che meritò una medaglia d'argento, e formò Tamniir - 
zione di quanti lo videro agire. 

XXVIL Prima di passare all'esime degli ^rmeii àa sUAU^^ 
da aja , da cortile e da magazzino, vogliamo avvertire che ta 



B SGUTTl PU rAHGIOLLI US 

l'Accademia della Valla tiberiaa toscaoa qaanto le RR. Poa- 
teMioni esposero le coUeziooi degli atrumentì usati respettita- 
mente in quella prorincia e nelle RR. tBoate , le quali colle- 
zioni erano formale quasi esclusivamente da arnesi manuali o 
empirici e dimostraTano lo stato poco avanzato dell'agricoltura 
cheneiereita in quelle località. A eoteale oollaziooi aiflgolar* 
onle oontraalafra quella pregevolissima composta di otto arnesi 
perfezionati quali i ooiiri toscano ed americano 9 il ripuntatore^ 
gii erpici Valcour ed Erlach, il falcione inglese a volano trìn- 
daate, lo sgranatore americano per granturco ed il vaglio ven« 
alatore, esposti dalle amministrazioni delle Tenute di Nugola e 
Gaaslicee nelle colline pisane , riunitesi in quella mostra onde 
tiiDostrsre la forma di agricoltura progressiva e miglioratrice 
che 8i esercita nel vasto distretto da quelle formato* 

[continìta) Francefco Carega. 

NECROLOGIA 



stLTBSTm» M Arnioni. 

La mattina del 13 agosto morì di morte improvvisa Silve- 
Siro Hariotti di Pontedera valentissimo nell'arte dell'oreficeria. 
U palietto éel duomo di Pisa» un gradino delPaltare di 9. Atto 
'i Kstoja, ed altri lavori gli procacciarono molta fama. Attendeva 
orsa lavorare an tabernacolo per decorarne un altare della chiesa 
Ma sua t«rra natale t ed è stato grave danno che la morte gliene 
>bbis invidiato il compimento. Amava Tarte di accesissivo amore: 
che se alla perixia con la quale adoperava il buKno e il cesello 
iTesse oonginnto più squisita arte di disegno non dubito di 
liifficare che avrebbe toccato la eccellenza. Altri forse discor- 
rerà della sua vita « delle sue opere diffusamepte: io ho voluto 
farne questo semplice rioarde come tributo d* onore e d'affetto 
alla memoria 4tì compianto amico. I suoi compaesani percossi 
lil dolove 4ella grave perdila ne accompagnarono in gran n«- 
>>oro il cadavere alla sepoltura ; nella quale voglb sperare che 
porranno akun segno di onoranca e di riconoscenza. 

A. Gelli. 



116 LKTTOEB DI FAMIOLIA 

ANNUNZJ DI LIBRI 



Il Mvtodo di JoNBg^ Grammatica Mia Ungm mgUn^ 60»eser« 
eizi di traduMimu'e di lettura ad uso degritaliam. Firenze, 
Tip. Beueini, 1857, a spese dell'autore. 

Noi annunziamo volentieri questa Grammatica della 
lingua inglese, composta dall'onorevole signor Jone«, perchè 
la valentia dell'autore nelF insegnare altrui la sua lingua, 
e la cura, che bene apparisce a chiunque, da lui posta 
in questo lavoro, sono buone ragioni per estimarlo prege- 
vole; ma questo non è né può essere giudizio di critica 
coscienziosa, imperocché chi volesse prendere questo as- 
sunto dovrebbe essere versatissimo nell'una lingua e 
nellaltra, e aver fatto esperimento del nuovo metodo. 

Finché dunque non avremo il modo di dare questo 
giudizio , ci basti di poter asserire per altri rispetti ai no- 
stri lettori che il lavoro è tale da meritare accurato esame; 
e riporteremo intanto le parole con cui Fautore ne dà 

conto nella 

PREFAZIONE. 

Frutto di vari anai di esperienza e di accurato esame di 
tutti i metodi e grammatiche usate finqul nell' insegnare, offro 
agi* Italiani questa nuova GaAMMATicA dbllà tuiacÀ iMeLBSi. Fra 
le tante esistenti, due sole credo meritevoli di menxione: quella 
di Mulhouse e l'altra di Ollendorff. Ma la prima, sebbene per 
molti conti pregevole, ha il difetto comune a tutte le gramr 
maliche, di non rendere cioè Io studènte capace dì formare da 
sé stesso una frase, una- proposizione, prima di esser giunto 
alla fine (lunghissima e noiosissima fatica), e di non giovare- 
affatto alla pratica. Quella di Ollendorff non so se possa chia- 
marsi Grammatica ; e se sodisfi allo scopo , ne fo appello a chiun- 
que ne abbia fatto uso» Credo debba dirsi piuttosto una serie 
di esercizj incomposti: e fosse pure utile come semplici esercizj 1 
Ho conosciuto molti , che dopo averne scorse le 649 pagine , e 
averne tradotti i 163 temi , preso in mano un libro o un gior- 



B SCBITTI PBR FANCICLLI 117 

naie inglese non sono stati da tanto da intendere il senso di 
ooa frase. 

Ndr insegnare una lingua viva é necessario che la teorica 
à unisca alla pratica; che s'insegni non solo la lingua scritta 
ma anche la parlata ; che s' insegni cioè non solo ad intendere 
QB libro, ma anche a parlare, e ad intendere quando altri 
parla. E questo- è stato lo scopo, che mi sono prefisso nel pre- 
seafe laToro: tanto più che Tesperiensa mi ha insegnato che 
M lo studente riesca fin dal principio a poter dire qualche cosa, 
a potere esprìmere* qualche idea, sia pur poco» basta però a 
h^li più gradito lo studio di quella lingua. 

La presente opera contiene: le regole grammaticali, gli 
oerciij di traduzione, gli esercizj di lettura. È. divisa in due 
parti. Nella prima si espongono tutte le regole grammaticali; 
Beila seconda si perfeziona l' insegnamento della lingua. 

Il metodo di trattare partitamente di ciascuna delle parti 
dell'orazione , richiedendo qualche mese di tempo per apprendere 
Toso del nom», altrettanto per Varticoio, altrettanto per Ta^- 
9tUwo ec. riesce di somma noja e fatica, perchè solamente in 
capo a qualche anno, cioè dopo aver percorsa tutta intera la 
grammatica, può mettersi insieme una proposizione; e spesso, 
anzi quasi sempre, accade che arrivati per esempio al verbo 
è dimenticato cièche si rìferìsce al nome o all'arlìeo/o,- bisogna 
tornar da capo, e di qui il lungo tempo, il lento o nessun 
profitto, lo scoraggiamento. Per queste considerazioni , ho posto 
in ciascuna Lbziohb parole appartenenti ad ognuna delle parti 
del discorso ; cosi fino dal principio abbiamo materia per com> 
porre una frase, ogni parie si vede in connessione colle altre; 
e le Regole proprie di ciascuna ho disposto in modo che fosse 
beile alla memoria il ritenerle. 

Imparate a memoria le parole e le regole che forman ma- 
teria di una lezione, bisogna tradurre in inglese il tsma italia- 
Bo che vi è unito , poiché la nyda regola difficilmente si ritiene, 
ed è neccfksario vederne la immediata e ripetuta applicazione. 
Io questi tmm , in tutto il corso dellVopera, sia nella parte ita* 
liana che nella parte inglese , ho prescelto spesso la frase fa- 
migliare « perchè tal frase è la più difficile in ogni lingua , è 
la più utile per la pratica , più marcata ci si trova in essa la 
dìfierenza dei linguaggi , né ordinariamente giovano ad appren- 



liB LETTUtB DI FAMIOUl 

derla le grammatiche o i dizionari. Certamente noo sodo di 
questa opinione coloro che insegnano la lingaa francese sai 
Telemaco df Féìélon , o snile favole di LafmUaiml NeiriUliano 
ho fatto sempre nso della 2/ persona phiraiCf anziché delli 
2*' o 3/ singolare , per risparmiare allo studente un irobaraiio. 
OlUndorff ha 163 temi , Millhtmw 106, io ne do soli 87; perché 
ho esperimentato che la materia in essi cootenota è sufficienle 
per fare qualunque discorso » per leggere qualunque libro, per 
imparare ogni regola. Se T insegnante nel far tradurre (a voce) 
allo studènte questi temi si varrà anche delle a Frasi da impa* 
rarsi a memoria » che trovansi al principio del libro, potrà 
variare in più modi la frase , e Tesercizio riuscirà più dilette- 
vole, e il progresso sarà più rapido. Nel tradurre questi temi 
raccomanda allo studente di pronunziare ad alta voce le parole 
inglesi , perchè la parte meccanica , il movimento cioè della 
bocca e della lingua nel pronunziare , è necessario guanto l'eser- 
cizio delle dita sulla tastiera del piano-forte nel suonare, ed 
assueft l'orecchio ad intendere quando altri parla; *- Ho ag" 
giunto ancora una Gnu va , ossia la traduzione inglese dei t^m 
italiani t la quale potrà servire di norma per rinsegntnte, m< 
della quale non dovrà mai servirsi lo studente nel tradurre; 
potrà però gìevargli e affrettargli li possedimento della lingue « 
se dopo aver tradotto un tema procurerà d'impavare a memo- 
ria qualcuno dei tanti modi di dire ingtoii che in esso troverà. 

Nei primi Eareistj di iMwra le parole son divise iu sillabe, 
ed accentate; ma non hanno la pronunzia figmraiaj siccome 
altri han fatto; perche io credo che tal sistema lungi dall'ago' 
volare la corrètta pronunzia, la renda anzi più difficile ad ap^ 
prendersi: ho veduto colla pratica che lo studente ^^^V 
abituato a leggere colla pronunzia figurata , trova malagevole 
il leggere in un altro libro , né procede mai con •'^■•■'*V,^ 

La pronunzia delle Vocali , e Taccenlazione delle f^^^ 
essendo cosa si importante nella lingua inglese , ed una lo^ 
delle maggiori difficoltà per i metodi coi quaH si adno fio^^^ 
insegnate , ho dato una Tavola dove si trovano ridotte al f» 
'ristretto numero e nel più semplice modo esposte tutte le 
gole che si riferiscono alla pronunzia ; in tntto il corso del a 
Opera ho notato^ ogni volta che il bisogno l'ha riebiestOf i^ 
modo di pronunzia , od ho riaaandato alla relativa regeb^ ^ * 



E MBnm PBA FAlfCiOLLI 119 

particolare esercirio ho consacrato alle eccezioni. A poche, si* 
care e semplici ho pure ridotto le infinite e intricate regole 
per accentar bene le parole, laborinto dal quale a pochi o nes- 
SODO era concesso F uscire. Ed avenlo questa lingua, a difle- 
Trnza dell'italiana , obbligata la costruzione della frase, ho dato 
vnhosPBTTo che indica quale debba essere la giacitura delle 
prole nelle diterse frasi. 

Rè ho trascurato I principali e più comuni idiotismi, né la 
spiegiiiòne dei più importanti sinonimi. Ho procurato insomma 
ehe^esto metodo, ben applicata rendesse lo studente capace 
loo solo d'intendere un libro (per questo qualunque gramma* 
liea è buona) ma di parlare ancora, e d'intendere quando 
sitri parla. Se ciò gli basta non abbisogna di altre grammati- 
à?; se Torrà farsi più addentro nella lingua, e in essa di^en- 
tir dotto, si dia dopo a percorrere, meglio che ogni altra , 
qaella iagleae di Murray 

Ma trattandosi dì una grammatica inglese-italiana, mi era 
Dtcessarìa la cooperazione di chi avesse cognizione delF una e 
M l'altra lingua, di chi fosse bene al caso di conoscere le 
loro differenze e rapporti ; e a tal uopo mi son valso del con - 
aglio e dell'opera del sig. Gtw. Carbonari, al quale devo quanto 
so d'italiano, e che ho trovato espertissimo in ambedue le ling uè 

CotoTD che giudicano dei libri dal frontespizio e dall'indice 
tivreranno forse qualche analogia fra il metodo mio e quello 
^ OUmdwrff: ma chi prenderà conoscenza dell'uno e dell'altro 
Dilli troverà fra essi di comune. Certo che una grammatica 
iii s'inventa, e l'originalità non può consistere che nel rae- 
^ t nella esposizione delle materie. Mi son servito di tuttociò 
cke ho trovato buono, ho rigettato ciò che tale non mi sem- 
^iva, ho aggiunto dove ho trovato manciìnza, ho sempliciz- 
uto e rischiarato dove ho trovato confusione e oscurità. Credo 
F^ aver ridotto ad una semplicità finora non ottenuta , ed 
esposto in modo affatto mtofoo, quanto si riferisce alla iPronun- 
^f il (kmfoiraiwo ^ Superlaiivo relativo, al Pronome reiatiffo^ 
il Fallirò, ed al Condizionate, difficoltà principali, anzi uniche , 
<Ula lingua ìngleae* 

Prego infine il Pubblico ad essermi ind^ilgente per alcune 
^^'onreiìoni incorse, quasi sempre inevitabili in una prima 
«diiione. 

Firenze i Luglio i857. 

C. U. Jones. 



120 ' LKTTUBB DI FAmOUA 

Primo libro della infanzia ^ ossia esercizj di lettura e lezioni 
morali di M. Delapalmb; prima versione italiana, Pisa Ti- 
pografia di Lorenzo Giti, 1857. 

te 

Ecco un altro libretto pei bambini pubblicato dal 
P. G. Bettini niaestro di scuola in Pisa. Facemmo buona 
accoglienza a quello intitolato Conversazioni di una madre 
col suo piccolo figlio. (Libro interlineato. - Pisa, Tipogra- 
fia Pieraccini, 1857); e tale la faremo anche a questo, 
perchè ci sembra cosa buona. Non sarà discaro ai lettori 
veder qui le parole , e ad essi lasciarne il giudizio, con cui 
il signor Bettini manifesta T intendimento che ha avuto 
nel dare in luce questo libretto. Ei le rivolge 



Alle Madri ed aUe Naeslre. 

Volete che i figli vostri, i vostri allievi sieno docili» buoni 
e geoerosi? — Educate la loro infiinzia. — Tutto è sentimento 
in quella età: dirigete questo sentimento. Amateli eoo verità; 
voglio dire con affetto privo di rigore e di mollezza, con amore 
da fermezza temperato e da indulgenza* Amore è il solo edu« 
calore dogli uomini. — Svolgete questo santo affetto nel cuore 
dei vostri pargoli , dirigetelo contiauo verso i genitori « la ^* 
miglia, gli uomini tutti, e specialmente verso il Padre e il Crea- 
tore dì tutte le cose. Adoprando cosi avrete educato l'uomo 
intero. 

Lungi la stolta mania d'ottener tutto dai baroboli perforss 
di ragionamento. L'infanzia sente e non ragiona , o almeno i 
ragionamenti non comprende. Colpite i loro sensi , infiammateoe 
il cuore, accendetene la fantasia: ragionerete poi; o meglio i 
lasciate agli educatori della loro giovanezza la severità del ra- 
gionamento. Le idee e gli affetti, ossia le abitudini contratte 
nella nostra infanzia , buone o ree che siano, ci seguono nella 
vita e ci accompagnano indivisibili al sepolcro. Da voi sole di- 
pende il miglioramento della novella generazione, e il progresso 



à k. 



B BCUm MI FARaULU 121 

arile o il miTere^di qneUe virlù che attingono cffeacia dal- 
ramore e dalla fede, perchè voi sole potete educare rinfaniìa* 

B Toi sole il potete, perchè a voi sole ha Dio accordato 
capacità d* indoTinare da od guardo e da on gesto i toro tanti 
e si dirersi bisogni. A voi sole ha concesso squtsitexsa di sea^ 
tilt, soaviià di sguardi , leggiadria di movente , gentileiia 
d'atteggianienti , delicata la voce ^ pronte le lacrime, insinuanti 
Jejiarol^v e pazienza instancabile nel sostenere i -capricci e le 
oitinat» caparbierìe dei vostri figli, i quali, ciò non ostante * 
duamate con tutta la poesia del sentimento ì voitri angioUui* 
k Toi il languore della melanconia, la versatilità dell'ingegno, 
eia inesauribile abbondanza d* eloquio, onde facciate profonda 
e durercde impressione nelle menti deboli e incostanti dei bam- 
bini, i quali prendon aempre nuovo diletto neirudire quello 
die voi sapete ripetere le mille volte senza stancarvi. 

Educare adunque 1* infanzia, penso esser la vostra divina 
nissioBe nel .mondo,, e questa dee formare il vostro orgoglio e 
la gloria vostra. Questa vi farà lieta la vita, e consolata la ca- 
nuta vecchiezza, quando i frutti raccorrete deHa santa semenza 
die deponeste nel cuore dei figli. La donna che questo divino 
apostiriato sa compiere merita davvero, anco dai prosatori, e^ 
ser chiamata: L'Angiolo ièlla foiMo/ajsÙMM, la ispiratrice d'ogmi 
nrfu, e venire rassomigliata, come lo è nelle sacre pagine , 
ai nnvmv tesoro* 

Ma se le madri possono sole i^ducare 1* infanzia , non tutte 
per6 sanno scegliere i pfù' opportuni ed efficaci mezzi per rag- 
giunga r intento; anzi non. poche malavvisate riescono al fine 
contrario. Infatti per citare la mia soia esperienza , ne ho co- 
nosciute non poche che stimando quasi di ninna importanza 
le azioni infantili , lasciano quindi i bambini agire a lor posta 
e abbandonano al temfK> e alla futura ragione la cura di cor- 
leggerlì. Certo le azioni dei. pargoli sono in sé stesse di poco 
valore; ma dovranno ritenérsi come tali le cattive abitudini dei 
primi anni? Altre poi per fuggir questo difetto cadono nel con- 
trario eccesso. Spinte costoro dall'amore della eccellenza e della 
perfezione , vanno esaminando sottilmente non solo tutte e sin- 
gole la azioni dei toro figli , ma le parole perfino e gli sguardi 
e tutto volendo raddrizzare e correggere, senza aver riguardo 
al carattere a all' indole toro ; né riuscendovi , dopo avere sé e 
IV. n. e. 16 



i&2 UWmMU ut VAKMUA 

quelli iouttlneota Uirmealuto» àniécono colio smarrire il corag* 
^ìot <farii in balia del caso. ->- Non dasaì perfèaìoae fra gli 
umuìdì^ e aettza fedie e costanza nei principi! morali non è 
potiibile Tediicarc. Akre poi «ne yidi die invece d'amare i loro 
^mbani {e specialmente se no. abbiano un solo) fl^ idolatrano , d 
non. battno pei^ essi che melate parole, languide ten^rexxa, pau- 
rosi Kigibnrdi, e Umori e sparanti a ogni mal di eapo, ad ogni 
metter di febbre* ad ogAi colpo di tosse, in guisa tale da rea* 
der sé aoiser? schiara dei £gIi>o i figli caparbj, capricciosi i 
agoisiì. -^ È mal eonsigiiero l'affetto quando- trasmoda. — 
Alcune poi (e particolarmente quelle ohe hanno asaritt di viscere 
pietose) sdegoatidd le caresse e i baci, come mollene, e la 
dignità malema colla rigidità scambiando ^ spiegano ani figli 
autorità virile; e lamentando poi in assi la nuiDeBnnn'di<qo^l> 
soare espanaiasa d'affetti « che eikno stesse hanno impedita. 
Arreno aline poi ^che trapassando, par manco di aofferooaa, dalla 
tenereziza al rigore « dai baci al gnatigf , distruggono l'opera kiro 
4ÌtmaatAcando che la coatanza o V impero di sé stesse castitoi' 
8oaw> il pfimo.fiattdaaiento della educazione. ^ Ne ho pur tro^ 
TBle -di qnolle che da certa lettore solla infallibilità della umana 
ragione fiianria4e> la.^ fanno da filosofesse, e tengono 1 loro ra- 
ga«ini ioeootinui ragionari; e vera tirannide crederebbero il 
costringerli od agire senta aror dato loro una rigorosa dimo- 
strazione d*ogni perchè; ma io ho sempre notato però che 
quelle vispe e iaAolteranti nature oltre alla noja d'ascoltare 
senza inteodore* ritraggono la Innesta abitudine di voler la 
ragione prima di preotarai all'obbedienza. "•- Nella edncaai<^ 
ne è necessaria obbedienza pronta e passiva; e noi aappiamo 
a prova qua! aia il vantato potere della ragione quando coe- 
traata ai nostri desiderj od alle nostro passioni 1 Noterò final- 
mente quelle che si fanno un pregio di easero (come dicesi co- 
munemente) asitftmenlaM -^ Queste riuscirebbero quaai infaUi- 
biimeote se appunto non esagerassero gli affetti che sanno 
iapirare. — Infatti i loro figliuoletti si diatinguono per affabi- 
lità, grazia e gentilezza naturale fra tutti i bambini; e le 
madri che vedono già i maravigUosi efletti deir amore vogliono 
.tutto ottenere per questo santo affetto: e se per ventura do- 
vessero pnoirOf usare una certa severità ^ non aanno risolversi» 
o in quella vece prendono a lagnarsi di non easere amale f men- 



B MMrm FA PANCnftLl ISS 

tre lo sono , e Io ganno. Esse mentiscono , e i bambini se ne 
Meor|»ono; e taUtff volte sono in^'iisté, perchè il pifÉ dèi difetti 
di chi é educato h taf guisa dfpendonb o dtf tètn^fanrénto o 
da carattere. Il m.aggior numero di queste pevò éì prodamano 
infelicissime, e tanto e si bene vanno apostrofando ì figli col 
none dr scono^efftf ed ingrati , cfie béèì flitiscono col |)e^sna- 
derloa sé* stessi, e si danifo ad agire cónfe tali. 

Ciò che ho fin <|iit dettr> delie niffdri , pn6 nt motta parte 
anehe alle maestre appHcarst e {ie non m'iirg^sMa respétìencsi 
dilunghi anni consacrati afla istruzione e itlrèdtrcai^ofie dei 
^o?anetti) tengo per fermo che le une e le altre non fallireb- 
hm al sicoré e desiato porto /se ienrperttssèro oblia féritiezza 
l'amore, se ai ragfònamenti intempestfvi soatitufsscto vive im-> 
magini def beiDB e del male ,' e se invece^ df abbandonarsi alle 
iraconde impasfénzé, e alle qneritAMfie dMngrafitudlne^ faces** 
»ro appello ' alla coiE(èrenza incotftattìimta dl^i figliuoletti , è' i 
nobili affetti dà Via nell'urna^ cuoi^ inseriti etcHtÉséto, iHo* 
straaiio, conica ti- tizio ibrmi il tormento del' vf^roso, méntre 
la n'rtù soltf porgiif anche nelle sventure confòrto e tranquiilitft. 

A ftcilitare pertanto questo modo df edoéarione nelCa guisa 
eheper me^ si potesse migliore, ito vohltó recare* nei vòlgflV 
nostro questo libretto scritto per la prima infanzia, e alle madri 
^alle msféstré dedicarlo, cernei qu^lo chef bène ha sapulo te 
ùtraiìotti dei ragionamenti itt Semplici fatti tradurre', e i più 
solenni dettami della religionié, della filosofia e della morale 
KQder sensibile, e peretd' ste^o ^vk autofèvoK alfe vergini in- 
WKgénze. 

Goal mentii questo libretto renderà all'infanzia utfK e di- 
^tefott le prime letture, ssfrfl per le madri e per le marestre 
«0 efficace istrumento di mora^ , religiosa e civfle educaziòò^^ 

Sia dunque T umile mia offerta una pubblica testinfonTarsrzaf 
^ qifella stima e venerazione che ogni buona madre od istìiu- 
^ ha saputo inspirarmi , e tfvspirar dévé a chiutfqtie nonr 
^iwodosca maHgnamente la santità deiruffleio vostro e h qtfasf 
"genèrairf^e potenza che ésercMate nella società. B vof , Madri 
«Maestre, aecsagliétèlo' con qMÌIa fede viva' ert^busta colla qùàìe 
^^ lo cottsactra chi a dispetto deHa tristizia dèi tempi crede nel' 
WoBfo deMa forza morale eitipiflHeto ef Éort loniiarto aVvetìrre. 

Vivet» feMcK 

P.G. Bellini. 



i2k LBTTOU DI PAWOUA 

Uitere originali e iradQtU^ raccolte perla giovciUi italiana dal 
D. STAMfstAO BiANCiABDu Torino « Tipografia di G. B. Pa- 
raTia e GoiDp«y 1856. 

E perche tornano ad onore di un caro collaboratore noitro; 
e perchè lodano un libro che crediamo noi pure utilissimo e 
vorremmo vedere adottato nelle scuole d'Italia, e più. ancora 
perchè incoraggiano un'impresa che ci sta molto a cuore, ri- 
portiamo à9ÌV lititutorc di Torino le parole seguenti: 

« Per avere una buona scelta di lettere da porre in mano 
e ai giovanetti e anco ad altri , ben fece il Paravi^ editore a 
Torino a volgersi al prof. Stanislao Bianoiardi senese, scrittore 
e traduttore prelato, maestro e padre, già collega del Lam- 
bruschini , e ora successore di quello Scartabelli pistoiese che 
lasciò in. Firenze di sé cara memòria e onorata; al Bianciardi 
che la dolcezza de'ipodi attinge al cuore sincero, e la pietà 
religiosa concilia, con la civije dignità, la letteratura elegante 
con l'amore del popolo seipplice, i cui canti egli primo imitò 
per modo da fare senza volerlo ilhisione ad orecchi esperti e 
toscani; al Bianciardi in cui le arti del vivere cittadino non 
macchiarono V ingenuità portata dai monti ove nacque. La sua 
raccolta è la migliore ch'io sappia; non però si ch'anco ia 
essa il maestro non abbia a fere secondo i luoghi e i tempi 
una scelta , e serbare a' più maturi o accompagnare con osser- 
vazioni sue, per esempio, la lettera dove il Caro racconta uoa 
vendetta alquanto manesca fatta da certo frate conte* ubo di 
qnegF importuni beffatori e consigliatori, de' quali la razza non 
pare spenta ; e quella dove il Bonfadio distorna il Manuzio dal 
troppo studiare con certe ragioni che non sop dejle meglio, 
siccome nota anch'esso il Bianciardi; e quella dove il Tasso 
conféssa d'aver pensato all'allegoria del poema dopo fatto già 
mezzo il poema , e si volge al patriarca di Gerusalemme perchè 
gliela raccomodi, e lo prega di non ci mettere troppa teologia, 
acciocché paia credibile che l'abbia trovata il poeta; veramente 
incredibili cose! Le noticine, come di toscano e di scrittore, 
paiono a me più pregevoli che d'altri lodati: se non che lad- 
dove il Caro scrìve: « dire eificacemente e proM4lm$nte », io 



B MKiTn FBI rAMcnnxi 125 

rintenderei non lodevolmente^ in modo da euere approvato ^ ma 
inabilmente^ in modo pereuasivOf ch'è forma latina , delle poche 
che il Caro adopri, solilo attenerai alla lingua dell' uso vivente 
con vantaggio più della famigliarità che del vigore e della 
brevità e del decoro. E dove esso Caro dice « non si lasciano 
nai parlare né quasi vedere a, io non noterei come difettoso 
il estratto spiegando no» parlano e non ei laeeiano vedete; ma 
Blnderei semplicemente» non laeeiano ch'altri gli parli <, non 
eie parlare essi da sé, e non lasciano appunto per non essere 
tirali in parola. E là dove dice che certi troncamenti di voci. 
ii toscano non lì aioa« è da intendere a discrezione » perchè in 
arti laoghi ne richiede e comporta di tali che fuor di Toscana 
parrebbero licenze poetiche , come ealzon' eerti» fieeion' groeei, 
Y» tutti i buon'riepetti^ e altri utili a ritenere. Velia ristampa 
eh' è da sperare prossima* si potrà abbondare di più special- 
Beote in lettere tradotte dal francese colla maestria che tradu- 
ce il Bìanciardi. I modi: « io sarò felice solamente quando /oserete 
Toi -. la vostra fortuna e là vostra salute dipendono egual- 
^eete dai primi passi che farete nel mondo — ho ricevuto due 
»le lettere di vòstro; la terza forse verrà: i la sola consola- 
zione che desidero » (dove Terrebbe più morbido e più evi- 
▼eote qnest'4 o gli è o simile); non sono che nei in mezzo a 
Mezze tanto più difficili quanto men danno nell* occhio agli 
Krìvacchianti volgari. 

« E a pro|K>sito di lettere racconterò che il Bianciardi, mae- 
^ in un collegio femminile , offerse delle sue allieve un saggio 
■VOTO, e non meno sintero che onorevole; fece che il tema 
Mia lettera da scrivere nella prova degli esami fosse il nar- 
fve quel ch'esse avevano negli esami provato in sé, tema che 
Boo poteva di certo essere apparecchiato» e del quale le si 
idebitarono in modo degno di lode. L'aver fatta men teatrale 
e meno falsa la prova degli esami é un buon passo; ma meglio 
ttrebbe che esami pubblici t massime per femmine, non ce ne 
f<M8e; si perché quel cimento, se di buono è troppo rischioso; 
M vanità, prova il contrario di quel che vorrebbe; si perchè 
giovanette, a esporle cosi, paion proprio povere esposte, cioè 
gettatene 9 nò tanto ci guadagnano forse, quanto ci perdono. 

« D*utt!attra cosa ho da lodare il Bianeiardi, dell*aver colto 
^ dolorosa morte di Cesare Scartabelli , a cui le fatiche one- 



126 , LBTTOMB DI rAUIALfA 

ste e felici iMoorciaron la Vita e non assicurano un pftne e un 
tetto a' suoi figlioletti, dell'aver colto ti destro di proporre in 
Toscana una società d'assicurazione e sussidio fra grinsegnan- 
lit com'è proTvidamente fondata in Piemonte, conile in Lom- 
bardia ; dacché latti , e maestri dì grammatica e maestri magnani, 
debbono saper provvedere mutuamente ai pr^ri bisogni e alla 
proprra dignità, e il men che possoffo pendere dalla miseri- 
cordia d«' governanti , i quali hanno assai da pensare (lo dico 
senza Malizia , anzi con intenzione piena di pietà) a governare 
sé stossi. I Lombardi a questo 'fine istituiscono anòo un gior« 
naie, eh* è buona idèa, se lo destinano non tanto a pompa di 
erudizione (non dico a sfogo di di«rpetci; che non è nemmeno 
da immaginare»), ma a educazione principalmente dell'umile 
popolo «. 

V N. Tommaseo. 



AVVISO 



È imminente la pubblic izione deirOperetta : 

Il Forentino istruito nella Chiesa della Nunziata di Firenze. 
Memoria Storica del Segretario Avv. Ottavio ÀMoumcat Cava- 
liere della Legione d'Onore e Socio delL*L e R., Accademia di 
Scienze Lettere e Arti d'Arezzo. Firenze^ eoi tipi di M. .Celli- 
ni e C* alla Galilejanat 1857, un volume in beirSyo di nitida 
edizione. 



CRONACA DEL MESE. 

Le elezioni della 3foIdavia furono accelerate e compiate solla 
la funesta impressione delle violenze usale dal Caimacan Yogorides 
contro i partigiani dell'uoione , e riuscirono elelli a grandissima mag- 
gioranza i eandidalf del partito separaliara. If signor Thouvenel mini- 
stro di Francia a Costantinopoii protestò energicamente, e reclamò l'an- 
notlamento di quelle elezioni , esaendi^ manicato ehè non potevano 
rappresentaiè la libera vokmtà del popolo moMato^ ma^ la s«o proleste 



B scuTTi pft« PAiiaetLi 127 

DOB itoiwmo a«ooiéo in principio. U SoUaiio adMmto e sentilo il eoo 
Consiglio, Teee rispondere al sijgnor Thoavenel che efii non potem •»- 
naJJare le ele»oni sai reclami di alcune delle potenze ae^toatarìe del 
tnUato di Parigi , ma ebe sarebbe occorso ehe tnUe concordemente al 
voissero a domandarne rannullamento. La Rossia , la Prasaia e la 
Sardegna appoggiavano le rimostranze francesi; TAnslria e riaghil- 
lerrt vi si opponevano : anzi (a 4MI0 che lord Redeliffe , amba* 
seiaiire inglese, assistesse conkd ogni consoetodine all'adonania 
dDlGMisiglio del Soilano e intkisse tolla deliberazione deth rispoala 
a reclami della Francia. FaUo si è che Thoavenel abbassò la bandiera 
fnacese , e domandò i snoi passaporti. I minislri di Rnssia 9 Prussia 
e Sardegna si preparavano a Care allrettanlo. 

la qoesto tempo Luigi Napol^ne era io fngbilèerra a visitare la 
r^ina ViUorìa» ed ebbe con Palmeraloo delle coaferense, nelle qoafì 
Uttvè modo d'i^darre il ministra ingleae a pia Aìli consigli. Palmerston 
si persoase che le appareoae almeno delle elezioni Moldave Tacevano 
giosUanenle supporre che gli elettori oon. avessero avola ona pienti li- 
cerla, e riconobbe ohe mm ei sarebbe alata convenienza pel governo 
liroo ad inaialere perché qneireiezioni non fossero annollaCe. Anche 
i'Aoglrìa fn di qnesto parerevc da. Londra e da Vienna partirono gli 
«diai agli ambasciatori Inglese, ed Anatrlaco di appoggiare presso il 
9»veroo iqroo la demandata onllilà 4lelle eleiioni HeldavOé 

Gasi fn tollo di mezzo il pretesto che la Porta addooeva per oon- 
iltteeodere alle richieste di Thonvenel e degli ambasciatori di Russia, 
Pwiéa e Sardegna, e il Soltano ba annnllate le elezioni della Mol- 
(hria^ ed ha ordinato «he si rivedano le liste elettorali, e si proceda 
4opo t5 giorni a nuove elezioni. 

lo tal modo è sitata nuovamente evitata onarotlora, che avreblie 
forse potuto portare fuoesliasime consegoenze» 

La insvrirozione dei maoniettani nell'India va progredendo, e mi- 
Mccia seriaaaente la potenza inglese in quelle regioni. Non solo l'ar- 
cata del Bengala ò. insorta, ma quella ancora. del regno d'Onde, e le 
tiesse presidenze e di Madras e di Galeotta non sono sansa timore 
della fedeltà delle loro truppe indigene, tantoché gl'Inglesi hanno tolto 
loro la guardia dei luoghi più importanti, e si sono assicurati i punti 
>(ralegici. Dovunque la rivoluzione si è estesa , le truppe ribelli hanno 
più meno fatto man bassa sugli Europei , e specialmente sugli uffi- 
liaii che le comandavano , e sulle loro famiglie. Rari sono quei luoghi 
<^e sieno stati lasciati partire senza recar loro alcun nocumento. 

La città di Delhi è sempre in mano agli insorti, e le truppe in- 
glesi la cìngono ; ma per scarsità di numero non ne possono tentare 
l'assalto; bensì hanno piò volte respinto vittoriosamente le sortite de- 
gli assediati. Il general Bernard, che battè gl'insorti e s'impadronì 



1% L9TT0M Bl FAmèUA 

delle altare; ò morta di diesenteriR e 11 «io soceeMcvre lia-pt«io il ee- 
mando dell'armala. 

Un'altra schiera di ribelli s'impadronì di Gawnporey e vi com- 
mise ogni alrocilà sagli Europei,; ma il generale Havelok riprese U 
città e battè 3 volte gl'insorti. 

Dair Inghilterra son già partile molte troppe per rindìa, ma Tiro- 
meoso giro dell'Affrioa le tratterrà non poco per via , e prima che vi 
giooganof le poche troppe inglesi che vi sì trovano, avranno molto da 
Boffrtre. Avrebbero volato alconi che si mandassero le troppo nell'In- 
dia SttUe navi da guerra a elice, ma Lord Palmerston noe esitò a dire 
.in parlamento che sarebbe slata imprudenza massinia T allontanarle 
dalle coste deli' Inghilterra, quando potevano da un naomento all'altro 
essere necessarie per riunire nna flotta polente a difesa deirioghillerra. 

Nella China gì' Inglesi distrossero ana flotta di giunche ai Chinesì. 
Lord Bigio è giunto a Kong-Kong, ma per ora nolla può essere intra- 
preso di serio perché le truppe son lotte occupate nell'India. 

Il Somrmo Pontefice da Bologna si recò in Toscana» pernottò alla 
villa Gerini alle Maschere , e di là il 18 parli per Firenze dove entrò 
la sera in mezzo alla folla che da ogni parte era aoooraa ad onerare 
nel sao pedaggio il Vicario di GesA Cristo. 

Nei cinque giorni che si trattenne in Firenze visitò il Santo Padre 
lotto ciò che di più bello si ammira fra noi, pose la prima pietra ddla fac- 
ciata di Santa Croce, assistè ad un Oratorio del Maestro Gav. Raimoodi 
datogli a cara del Municipio. Consacrò in Duomo il noovo Arcivescovo 
di Firenze Monsignoi; Giovacchino Limberti, e i tre Vescovi di Piesolet 
di Volterra e di Montepulciano : accolse e benedi i figli del popolo 
presentatigli datfk Società degli asili infantili, e tutte le depatazioni 
•delle società, dello accademie, del clero, dei corpi-religiosi, dei ca- 
valieri che desiderarono di attestargli la loro devozione. 

Parti quindi a|la volta di Pisa e di là si recò a Lucca, a Livorno 
e a Volterra sempre accompagnato da S. A. il Orandoca e dalla 
R. Famiglia: Il di 38 partiva per Siena di dove rientrerà nello stato 
della Chiesa per recarsi a Viterbo e di là a Roma. 

A. 0. e. 



^sSXxiS^ 



Voi. IV. (SHtmbre 4887) N." 3. 

LETTURE DI FAMIGLIA 

DI FIRENZE 



DI DUE DONNE E DUE FANCIULLI 

RIMASTI ABBANDONATI IN MARE 

Od fraocese delle colonie, stabilito in America, il gignor 
Mfloyer, dopo avere abitato ub anno a Samana(l), nella parte 
«pagDQola deir isola di San Domingo, deliberò di ritornare al 
Capo-francese, dal quale era venato. A tal fine comperò una 
Koletta, piccola nave da trasporto, e vi allogò tutto quanto 
{li parve di dover seco arrecare. Le persone cbe fér dovevano 
ii tiaggio con lai erano la moglie , a coi portava grandissinio 
dtuo, nn figiiuoHno di sette anni, un ^Itro tuttavia lattante, 
< una donna negra , loro schiava , la quale fattaci cristiana , 
avera preso il nome di Caterina. 

Mentre eh* egli faceva i suoi .preparativi per veleggiare, 
Banfragò sulla costa un legnetto mercantile, e i marinari di 
iodio poterono nuotando giungere alla riva , e salvarsi. Essendo 

(t) È an^isoleita dbirarci pelago delle Anlille neirAmeriea ced^ 
^le* a greco (nord-est) dell'isola di >Hayli, allrimenti detta di San 
^ìngo. Ora Tisotatia di Saroana fa parte del piccolo impero indi- 
P^denie di Bay ti. Quando avvenne qoeato fatto era sotto il domini^^ 
^Psgnnolo. Chiamasi. Saoiana an^e il capo-liiogo dell' isoletta. 
IV. n. e. 17 



t30 UTTIAB DI nMÌiUA 

li a Samana un'altra nave pur di un franeeae « i anufiraglit « che 
erano otto» pregarono colui che la governava a riceverli a bordo. 
Ed egli aderì alla richiesta degli sventurati; ma poiché la sua 
nave era molto carica di varie mercatanzìe, ve ne fece salire 
solamente sei, invitando il Déooyer a prendere gli altri due. 

Il Dénoyer, mosso anch'egli da quel senso di umanità che 
sempre aveva avuto neirànimo» accolse di J)uon grado i due ^ 
naufraghi, dette loro biancbena e vesti, e usò con essi ogoi 
amorevole garbatezza. S*apparecchiò a partire in sui primi del 
mese di Marzo del 1766 ; e aveva preso al servizio della goletta ^ 
due marinari francesi. La nave bordeggiava lungo la costa; ed 
era giunta rimpetto a una casa poche miglia lungi dal luogo 
della partenza, quando i due marinari francesi, mutato repeo- 
linamente consiglio, esortarono il padrone a farli scendere a 
terra e a scioglierli dall'obbiigo preso con lui, addimostrandogli 
che di essi non aveva più bisogno; giacché i due marinari 
inglesi ai quali aveva dato generosa ospitalità sulla sua nave, 
erano abili a condurla*, e sarebbero stati più che bastanti 
per quel viaggio. 

Il cortese uomo volle appagarli , e il giorno dopo con l'aiuto 
dei due inglesi tornò a spiegare le vele. Dopo aver navigato 
prosperamente fino alla sera, dettero fondo in un luogo chiamato 
Geigi pressoché distante tre miglia dal Porto 'Piata, lungo ia 
costa settentrionale di San Domingo. Quivi cenarono tatti io- 
sieme con piacevole conversare; indi si dettero a coprire il 
cassero con foglie di palma e con panno teso a guisa di tenda, 
e a collocarvi una materassa che facesse le veci di Ietto per 
la signora Dénojer, pei figliuoletti e per la schiava; il marito 
si coricò sopra un'altra materasaina, ai piedi delia moglie; 
mentre i due marinari s erano adrajati a poppa. Cosi ciascuno 
si dette in braccio al riposo. 

Intorno alle tre o alle quattro della mattina la signo^ 
ra Dénoyer fu improvvisamente riscossa dallo strepito di nn 
colpo violento e sordo, che le parve un colpo di scure 
dato li presso sul letticciuolo dei marito , e i^dl insieme un 
profondo sospiro. Tutta rimescolata e tremante chiama la 
mora, ma neiratto uno dei due marinari inglesi se le avventa 
con la scure, e minaccia di ucciderla se fa il minimo atto di 
alzarsi. E i due scellerati compiono tosto il loro delitto , pre* 



B Mimi PBft rANGlOLU 13f 

ctiAiiido in man il o^rpo del misero Dénoyer, dell'uomo cbe 
gii STera aceolti ocm mano benefica ; e dando la Tela al vento, 
e ini|Rignando il timone, volgono la prora verso la Naova-York. 
M cbe si fiirono vie più spinti in alto mate, dissero alla 
àp$n Oénoyer, che era più moita che viva, e che pure aveva 
tutte le sue forze raccolte per difendere ì figliuoletti , aver essi 
iotcnioae d'impossessarsi della goletta e d'ogni valsente che 
ixinella fosse; ma non voler togliere la vita nò a lei né ai 
pargoletti, e ohe ne- l'avrebbero lasciata andare quando l'aves- 
Mo jpadicato opportuno alla lor sicurezsa. Nel rimanente di 
foel giorno e della notte non le impedirono di abbandonarsi 
<itta al suo ineffabile dolore. 

gie^iK» dopo allo spuntar del sole, i malvagi ordinaronle 
di fare un iiird^etto dei panni che le fosse piaciuto di pren- 
ce, e di prepararsi a scmdere in un burchiello o piroga (i) 
à» era a bordo ; ed essi Tandavano preparando per metterla 
n maree Sebbene qMtla piroga fosse picciola e non atta a 
sostenere IMnqieto delle onde, la signora Dénoyer accolse tosto 
CM giid»biIo «fueata* notila, come colei che anteponeva qua- 
^oe pericolo, anche la morte, alla detestata compagnia 
^ quei dae mostri kta le avevano assassinato il marito. Poco 
tempo le basto a fairé i preparatiti; prese in collo il bambino; 
^Uftalla mora il fanciultetto, e ambedue le donne sì collo- 
^voDo p«r entro la fragile navicella. Ma appena si videro cosi 
><^ e intanto rischio, signoreggisìto dal naturale sentimento 
^Hranordelfai vita, stesero le mani supplichevoli alloro car- 
Infici, i quaK invece- di muoversi a compassione presero a 
Mani deUe meichinè. 

Soltanto dettero loròun paglieticcìò da stendere in fondo 
^h piroga, ifuattrd panini di biscotto , una brocca d'acqua , 
^ Qova e un pesco di carne salata ; indi tagliarono la fune 
^ teneva la piroga unita alle nave, e si allontanarono fa- 
^^ forza di veie. Bgll è -da credere cbè la loro scelleragglne 
^ rimanesse impunlia, perchè in niu>ìia parte giunse poi 
^iiia di eSÉi; e forte perirono di naufragio: gastigo tuttavia 
^'^ laìie per la orcenda colpa che avevano commeéso* 

(1) Nèvfteella dei settaggi* dell'Aroerica fatfà con on trònoo d'al- 
^ Beatelo. 



132 LBTTUMB DI rAMIftUA 

La Déooyer» oraiai fuori d ogpDÌ speranzAy teme tango tempo 
gli sguardi fmì al baslimeoto che ai allontanava t che ogni mo- 
mento addiveniva meno visibile, che si ridusse a un punto 
impercettibile suirorizzonte ; e sparito affatto anche quello, ella 
tornò a guardare dove e come «"imasta fosse, e opnobbe tutto 
Torrore del suo stato. 

Abbandonata in mezaso ai flutti^ senxa patere scorgere la 
terra da nissun lato^ non il bisognevole nò la capacità, per «rego- 
lare il cammino .della navicella, era necessario lasciarla andare 
in balia dei venti, i quali tanto potevano spingerla in alto mare 
quanto condurla a terra; o più presto per la sua leggerezza , a 
uno sbuffo di vento più forte o per la imperizia nel governarla « 
era ogni poco in procinto di far cuffia: la minima spinta in- 
somma poteva Carla naufragare. E quando anco le ondale e i 
venti non fossero per recarle alcun danno , v'era la fame che 
minacciava orrenda morte a quelle sventurate creature. 

Tutte queste riflessioni vennero por troppo a turbare a 
un tratto Tanimo della signora Pónoyer; la quale si strina 
al seno i figliuoli, addolorata mille volte più per essi che per 
so medesima; li guardò con tenerezza e terrore* e non potendo 
reggere a quello spasimo cÀdde in deliquio. 

La povera schiava adopera tosto ogni cura per richiamarla 
in vita , e in breve ha la consolazione di vederla tornare io 
sé; e allora si studia di. farle coraggio, di trovare qualche 
speranza che la sostenga. La padiona sta ad ascoltarla eoo 
rassegnata dolcezza, ma nulla vale a persuaderla; intanto il 
bambino si mette a piangere ; e la madre lo riprende in collo, 
bagnandolo con le sue lacrime, alzandolo con le stanche sue 
braccia al cielo, per metterlo sotto la protezione della Provai' 
denza; indi gli porge il latte del suo seno, per mantenere 
quella vita che da un istante all'altro poteva essergli tolta. 

Il primogenito che già era nella età della ragione tanto 
da conoscere la grandezza di quella sventura, se ne sta seduto 
sul pagliericcio^ e guarda in silenzio la madre sforzandosi dt 
.i^pparire sereno per non le aumentare l'afflizione* La mora, 
perchè più assuefatta ai patimenti , ai pericoli^ .e quindi p>^ 
capace d'intrepidezza, non si prende pensiero di sé, ed ò tutta 
intesa a governare la piroga o a custodire la desolata fami;li^' 
Verso sera soltanto la natura incominciò a far sentire aoco<> 



B scimi FA VAIIGIUIXI 13S 

alle dae donne il bisogno di cibo; e eoo- mesta teotesza nan- 
gìaroio qualche boccone. di: biscotto, e si dissetarono alta stessa 
kroccB. Cosi passò il rimanente di qnella infiiusta g iernata. 

Il sole era già scomparso dairorìzsonte; PaTricinarsi delle 
tenebre della notte accreaocrva il pericolo e raddoppiaira i ti* 
morì. Per maggior disgrazia il vento spira più fresco e gagliardo 
eia bre?e si fa burrascoso; le acque agitate si frangono,. e la 
piroga ò rapita con veloce, con impetuoso corso dalle onde che 
ogoi poco la mettono al panto di rimanere sommersa. A un 
tratto un cavallone si riversa nella piroga, porta via il biscotto, 
(Ofescia labvocGa d*acqua, o le sventurate donne appena hanno 
tempo di pensare a questa grave perdita , che le sopraggiugne 
il timore di un'altra ondata più forte e capace di far capo- 
Tolgere la piroga. Mala schiava , sensa perdersi d'animo, seppe 
regolarla tanto bene da sfuggire a questo rischio. Intanto la 
grande oscurità in mezao.a cui erano accresce^fa lo spavento, 
6 si sentivano ghiacciare il sangue nelle vene. L'impeto dei 
tenti, la furia delle onde, il violento e continuo agitarsi della 
barchetta non davano loro alcun riposo; e ogni poco le grida 
ci» ad esse la paura strappava si confondevano invano col 
fremito dellsi tempesta, e sì dileguavano nella immensa solitud- 
ine. Quelle grida erano calde preghiere a Dio ; quelle lacrime 
^no lacrime di una madre pei suoi figliuoletti innocenti; i 
voti della mora erano per la salvezza della sua padrona e di 
qnelle caro creature. Iddio ò misericordioso , e sostenne sopra 
l'abisso dell'oceano la fragile navicella, mentre forse i maestosi 
Tastelli , infranti dagli scogli , si sommergevano. 

• Finalmente rividero spuntare Taurora che tanto desidera- 
vano, la videro biancheggiare a poco a poco, diradare le tenèbre 
in tolta la volta celeste, e rivestir di luce la vasta pianura delle 
^oe. Nello stesso tempo un altro benefizio le confortava, perchè 
il vento si calmò, le ondate erano meno alle e meno frequenti, 
« quando il sole sfolgorava su tutta la distesa delle acque, la 
piroga si riposava mollemente sopra di esse. Allora la madre 
e la mora giunsero le mani , piegarono le ginocchia e ringra- 
ziarono il cielo che le aveva protette; e anche il fanciullo ge- 
anflesso accanto a sua madre, ripeteva le parole di riograaia- 
meato proferite . da . lei. 

La QoAle paurosa .era. i^assata, e il gimmo «ra del più 



I8fc UTTOEB m rAMUILU 

semii; ma qoale iperanza per le misere donne? ]>*ofn*intorao 
ddo e acqua «oltaolò^ ed esse abbandanate io un leggiero schifo, 
sopra on elemento terribile al quale non erano assuefatte. La 
nuova luoe del giorno le invitò a riguardare 1* interno del loro 
bardietto: atdmè I che pur troppo un- minnto di tempo bastava 
a veder tutto; e videro condolore che il biscotto era stato portato 
via, e ohe*nelia' brocca non rimaneva una stilla d'acqua dolce ». 
Afa 1 la mia càraCaterina^ diasela Dénoyer alla negra^ e ora come 
faremo ? Che coaa darò a questi poveri figliuoli ?» La Caterina 
vedeva bene a quale estremo fossero ridotte; ma avendo da 
lungd tempo imparato a -sopportare il dolore^ trovò modo di 
dare anche-alloraiun po' dì coraggio' alla sua padrona/ « I^ 
voatre vèsti* le diceva, ^n' tutte mollr; tavateveìe per ferie 
asciugare a questo bel sete: Iddio ha compassione di noi; et 
mandai il calore .del> giorno dopo'i venti freddi della notte. 
Sdrajatevi su jquasto pagliericcio col vostri figliuoli; e ripesatevi 
un poco fihshè il cielo lo permette.. Io etarò sveglia « e quando 
avitoto dormito vòs^ mi oorìchèrò io »• 

La' padrona* strinse con* affetto la mano della sua schiava, 
e ne segui il consigltOk La ataochezaa estrema le fece chiudere 
gli oQcbi al sonno;.. ma quel . sonno . fu . tiirbato dai moti del 
aasgue e da paurose visioni. In sul mezzodì fu svegliata dal 
pianto del ban:>lMno» e sùbito gli pòrse il latte , e lo fece sa- 
tollo; ma appena ebbe adempiuto questo tenero ufficio ^ il mag- 
giore, stropicciandosi gli occhi per dileguare. un resto di sonno 
fu nelle stesso mentre costretto. a confessare gemendo che la 
fame lo tormentava. Allora la madre tornò a versare lagrime 
dolorose; e prendendo intanto un uovo dei sei che le erano 
stati dati, lo aperse e lo dette a bere al figliuolo, ce Questo, 
disse, basterà a ristorarlo .alcun poco 9. Indi esortò* la mora a 
prendere anch^ella un boccone, ce Tu sei molto stanca , ledfsae; 
tu devi cercare di sostenerti; quanto a me non ne sento ancora 
bisogno ». Là buona Caterina, penetrando il segreto pensiero 
di quella madre, la quale voleva privare sé stessa del po^ 
cibo per amor dei figliuoli: « Nemmeno io, rispondeva/ 0^^ 
bisogno di mangiare, vi sarà tempo a pensarvi poi ani t^^ 
della notte »w Acconsenti peraltro a riposarsi nel rimanente del 
giorno. Allora la padrona vegliò per governare la piroga, li' 
eoi fiir della notte la mora s'era già svegliata; e fé necessario 



B soatti PIE làncroiu OH 

di date allo itomMo uà p0co di nalruncnio; ceti le due donne 
pregerò une feUaoeina di eenie saIaU ; ne dettero akpianta 
anehe al fuieiulio; e tale fa la loro cena. 

Cosi passò il secondo giorno^ e la ootte seguente fu torri* 
bile, perchè il miserando caso era per eè stesso da sgomei^ 
Ure. U tempo npn imperversò come nell- altra; m% ail'appa- 
lÌK del nuoTo giorno ambedue le donne furono prese da 
mrlale abiuittimeiito , allorché girando intorno gli . sgoardi 
litro non iaoorsero anche allora che. acqua e cielo. Le ti tetre 
rileiiieni cìm ebbero a fare spensevo in esse ogni «languido 
iiegliore di cosaggio e di speransa^ e rimasero piesso-ebe 
tetta quella giornata senza far metto e immobilmente sedute 
Bella piroga; 

La botte non arrecò sollievo ai lòr mali. Il giorno di poi 
ffltnche più lagrimevole: i viveri andaTano diminuendo ,. e la 
lignora si accorse che le sue mammelle erano affatto esauste ; 
il povero piccino affsiicava inutilmente sé stesso e la madre ; 
prenendo convulsamente con le .manine .il materno* seno* ei 
pisAgeva, e la madre pmr piangeva senaa potere in idt)ro modo 
calmare i patimenti della creaturina. Si provò : poi a largii 
iagojare un uovo^ ;e:le tìuscI di -tenerlo ancora lia vita -con 
fiesto espediente.- - > - ■ 

Ma un Doale tremendo quanto là fame incominciava a farai 
Kitire, e con molta forza: voglio dire la sete. Le fatiche du- 
nte, ransielà , il caler del clima, la carne salata, avevano 
acceso un fuoco divoratore nelle viscere, di quegl' infelici, en^ 
^'«ra eperansa di riparo. Il poveito fanciulletto.che non sapeva 
altro s'affannava a raccomandarsi gli dolsero a bere llapqua 4^1 
mare; e come fargli capire quanto quell'acqua gli sarebbe stata 
htaie. La stessaimora, sebbene capace di. farsene sagion^, du- 
f«Ta moha fatica adastenersidal beYeise. I^a padrona pemUro 
^ >nggert di. prendere di qneU'acqutf ' per .bon^^si la- te^ta e 
Spetto; e si valse di questo eapediente per so medesima a. pei 
%iiaoli. Tuttii ne ricavavano qualche refrigerio. 

U quarto giorno non arrecò mutazione alcuna ^ tanto. pa- 
tire: presero qaalehe hoccone.di queUa carne ^ruda^ efoffri- 
^^Do anche più erudeliapasimiper .ragion dalla aet)»t. 1. fan* 
^i cangiarono queligioiao . ie ultimp .due uoy^u . . ^ . 



196 LBtTUBfe DI FAMIOtU 

Il qdintb'giortiD fu giorno di desotaKione anebe naggiore. 
La Dénojer, ormai perduta ogni forza d'animo e ogni speranza , 
tennesi sempre sulle ginocchia ti pargolétto languente, e roa- 
stied'UD pò* dì carne provandosi a fargliela inghiottire.^ Il fan- 
ciullo poi era tanto spossato che se ne stette sempre, disteso e 
muto con gli occhi smarriti eie labbra smorte. La mota t molto 
più robusta, si sentiva ancora tanta forza da condurve la piroga. 
L'auro di fu colmo di disperazione; mangiarono a gran fatica 
l'ultimi^ avanzo di carne; ormai bisognava rassegnarsi a morire. 

La sera , le due donne non avendo piii né forza né voglia 
di pensare alla vita , si sdrajarono sul paglierìccio accanto ai 
fanciulli moribondi « e lasciarono che la navicella se ne andasse 
dove le onde la portavano. Un poco di sonno produsse loro 
qualche sollievo. Al riedére deir^urora (era quella dei settimo 
giorno), alzarono a stento il capo, e guardarono.... Sempre 
mare deserto; ricaddero giù senza dir nulla, aspettando la morte. 

Un l^ve gemito del bambino fecerìscotere la Dénoyer dsl 
letargo in cui era immersa. Si sollevò un poco, prese in brac- 
cio la povera creaturina, svenuta e efinKa da estrema langui* 
dezaa; e se la strinse al seno quaai volesse infondere ia<queUe 
misere membra la poca forza che l'amor materno aveva io lei 
risvegliato. Quand'ecco venirle a un tratto un pensiero, e con 
occhi-accesi dell'ultimo fulgore: ot Caleriiia, disse alla schiava, 
poche ore di vitami rimangono; ma io posso dare questo breve 
tempo perché i miei figliudi mi sopravvivano; e forse allora..* 
]>ammi il tuo coltello; mi aprirò la vena, e farò succhiare il 
mio sangue a questo sventurato bambino, altrimenti anch'egli 
muore tra poco^ pof verrà l'altro: ecco quello die ora posso e 
ddbho fare per essi )>. 

La mora si senti insieme atterrita e commessa in udire 
questo proponimento dettato dalla disperazione, e feee ogoi 
sfòrzo per dissuadertab Mentre la padrona e la .schiava erano 
in questa estrema dolorosa contesa,, l'ultima volgendosi a un 
tratto scorse lontano lontano, sulle acque alcun dbe di bian- 
cheggiante. Il cuore le balzò tosto dal giubbilo; taoipe air im- 
provviso; guardò più fissa facendo ogni sforzo ^per aguzza^^ 
gli sguardi; credè di riconoscere quello che tanto desiderava; 
le yiene il tremito drila paura d'avere sbagliato, ma finalmc»^ 



- B SGtrni vu rinGiOLLi . 137 

n' è certa* si ^ se è certa , e: « Un vascello, padrona! un Ta* 
seetlol esclama giagnendo le mani; eccolo JaggUi! i» Ed isfor-' 
zasi di far vedere alla signor^ le Tele irradiate dal sole. A tal 
TtsCa rinascono in esse le forze, il coraggio, la vita$ si rizzano; 
mandano grida che non potevano essere udite; stendono le 
braccia, e pongono un fazzoletto bianco in cima d*un remo. U 
bastimento che si accostava osserva questo segnale, e risponde. 
ADora le donne si estimano salve, e ad altro non pensano che 
a ringraziare a calde lacrime la Provvidenza che le aveva soc- 
corse nd punto estremo. Non era peraltro senza rischio racco** 
starsi al bastinoiento : le ondate che in esso rotnpevansi fecero 
temere più volte che la piroga ne rimanesse sommersa; ma 
Tibilità del capitano e dei marinari seppe superare ogni osta- 
colo, e la signora Dénoyer coi suoi figliuoletti e la Caterina 
salirono sani e salvi a bordo. Tanta fu la gioja di tutti che 
insieme genuflettendosi intuonarono un te Deum in rendimento 
<li gratie a ]>io misericordioso. 

Il bastimento arrivo a buon porto nella rada della Nuova* 
Orléans per dove era in cammino. Ivi la Dénoyer ebbe la buona 
Tentoni di trovare un parente che accolse con grande ^affetto 
l'infelice vedova, i- figliuoletti e la schiava, usciti per cosi dire 
dal sepolcro. U primo pensierósi quella signora fu di dichiarar 
libera la Caterina, la generosa compagna delle sue sventure; 
na la buona fanciulla , commossa da questo atto di ricono- 
scenza della padrona, non tolte lasciarla, e disse che sarebbe 
rimasta con lei per tutta la vita. 

Questo fatto è attestato con ogni autenticità dal capitano 
« dai marinari della nave che salvò la Dénoyer , e trovasi nar- 
rato net Viùggi dySoisu nelV America eeitentrionah. 

P. Thouar. 



IV. fi. e. 18 



138 tmOKB 01 VAMMLU 

LA PIANTA I^I GERANIO 

Io mi trovai giorni sono in un crocchio di madri di fami' 
glia 9 e il discorso xadde naturalmente suireducazione. Voa 
delle interlocutrici mi domandò con premurosa curiosità quali 
modi aveva tenuto mìo padre óell'educarmi, rammentandosi ella 
ch'ei passava per un altro Socrate. Benchò mio padre fosse 
sempre ingolfato in studj profondi , risposi , mentirei se dicessi 
che egli non s'è occupato delia mia prima educazione. Io aveva 
cinque o sei anni, quando un fatterello , che resterà sempre 
impresso nella mia memoria, qual primo vincolo fra il mio 
cuore e quell'anima grande e bella, mi fece accorto che rocchio 
di un padre vegliava su di me.. Lasciate ch'io ve lo racconti, 
e cosi potrete giudicare voi stesse. 

-«r ^ 

a Mio padre era seduto sul prato dirimpetto alla nostra 
casa , col suo cappellone di paglia sugli occhi (era d'estate) e un 
libro sulle ginocchia. A un .tratto un. bel vaso di majolica, 
turchino e bianco, in cui fioriva una pianta di geranio, e che 
era stato posto suHa finestra d*un piano superiore, cadde con 
gran fracasso, e i frantumisi sparpagliarono intorno alle gambe 
di mio padre. Immerso nei supi studj profondi al pari d'Archi- 
mede nel tempo delFassedio di Siracusa , egli continuò a leggere: 
a Impavidum ferient ruinae! j> 

or Misera me ! Che cos'è stato ? o esclamò mia madre, che 
era a lavorare sotto il loggiato, cr Ahi s'è rotto quel povero 
vaso di fiori che mi era tanto caro I Chi può essere stato ? Te* 
resa 1 Teresa 1 » 

La Teresa si affacciò come un baleno alla finestra fatale 
per rispondere alla chiamata, e poi scese in un attimo, pallida 
e ansante. 

« Oh I » disse mia madre con rincrescimento, a avrei pi^^' 
tosto preso che mi fossero andate a male tutte le piante della 



E SeUTTl ¥M% «ANGIOLU 139 

ttiifa, — avrei piattosto preso che si fosse rotto il mio più 
bel servito da tò 1 Qael povero geranio coltivato da me , e quel 
dìo diletto vaso 9 che mi fu comperato ultimamente dal mio ma- 
rito pei mio giorno natalizio L.. Dev'essere stato quel bricconcello 
di Piero! » 

La Teresa aveva una gran paura di mio padte , non ne 
saprei dire la ragione, se non fosse- che le persone molto so- 
óeToli e faconde sogliono aver paura di chi é taciturno e ri* 
serrato. Ella dette una rapida occhiata al suo padrone , il quale 
comiociava a porger loro qualche attenzione, e soggiunse tosto: 

« No signora, non è stato quel caro bambino, che Dio lo 
Iieoedica; sono stata io. 

« Voi ! come avete potuto essere tanto sbadaita ? Eppure 
sapevate bene, quanto io tenessi in pregio il vaso e la pianta »• 

La Teresa cominciava a singhiozzare. — a Non dite bugie ^ 
Teresa 3» , esclamò una rocina stridula ; e messer Piero ( che 
ero io) scappò fuori a Caccia tosta, e. prosegui nell'atto : « non 
la gridare , mamma , sono stato io che ho dato la spinta al 
Tiso del geranio »• ^ 

fl Zitto 1 p disse la governante più inqiaurita di prima, 
e gnardando spaventata verso mio padre , il quale s'era risolu- 
tamente levato il cappello, e stava osservando questa scèna 
coQ occhi spalancati e severi. 

t Zitto; e se pure Fha rotto, signora, ò stato proprio 
senza volere; non è vero signorino? Parli j> , soggiunse sotto 
Toce « se no il babbo andérà in collera' davvero v. 

ff Andiamo, via! s disse mia madre, a voglio credere che 
sia stata una disgrazia; badaci un'altra volta, bambino mio.v 
Ti rincresce, lo vedo, di avermi fatto dispiacere. Eccoti un 
bacio, e non ti affliggere j». - a No, mamma, non devi baciarmi; 
Don me lo merito. L-hó fatto a bella posta ». - Ah! e perchè 
nud ? » disse mio padre avvicinandosi* 

La Teresa tremava come una foglia. « Per estro ! d dissi io 
scuotendo il capo; Yho fatto a bella posta per vedere come sa- 
nati rimasto tu, babbo; ed è proprio vero! Ora picchiami , si, 
picchiami. Mio padre scaraventò il libro cinquanta* passi lon- 
tanp, e chinatosi per prendermi in collo, disse: Bambino mio, 
^\ fatto male; e vi rimedierai, ricordandoti per tutta la vita 
elle tuo padre benedice il Signore d'avergli dato un figliuolo, 



140 i.BTTum« DI VAiaaUA 

jl quale seppe^dire il srero, soUopdoendcMi francamente al ga- 

stigo D. Poi, volgendosi risolato alla Teresa, le disse: 

« Teresa, se tì provate ad insegnargli un* altra finzione 
come questa, non ci vediamo più ». 

Fu quella la prima volta che io sentii di voler bene a mio 
padre, e m'accorsi d'essere amato da lui; e parimente da quel 
ponto egli cominciò a conversare meco. Infatti se m'incontrava 
nel giardino; non tirava di lungo, come per l' innanzi, conten- 
tandosi di un sorriso o di un cenno di testa ; ma si fermava , 
riponeva in tasca il libn>, e benchò io capissi poco o nulla le 
sue parole, nonostante quando mi tornavano in mente mi sen' 
tiva a ogni modo migliore, più contento e meno bambino, e pro- 
vava se mi fosse riescito di raccapezzarne il significato; percihò 
egli usava modi non da maestro che insegna la lezione, ma 
faceva germogliare le idee, e le métteva in testa, come per 
lasciarvele fermentare, a guisa di problemi da risolvere. Porterò 
ad esempio quello che avvenne di poi in conseguenza della rot- 
tura del; va^ di geranio. 

Un amico di casa , il signor Arturo , s^polo e persona 
agiata, mi faceva spesso dei regalini. 

Non molto dopo il fatta che già ho narrato me ne fece 
uno di pregio molto maggiore di quello che si soglia ai bam- 
bini : era una bella* scatola col giuoco del dominò, tutta in 
avorio intagliato, con bei colori é.dorature. 

Questa scatola era la mia delizia. Non mi stancava mai di 
fare la partita con la Teresa, e mi addormentava con la scatola 
sotto il capezzale. 

a Ah ! disse mio padre un gioilio che mi trovò tutto intento 
a baloccarmi coi pezzi , ah ! questo ti piace più di tutti gli altri 
tuoi balocchi , non è véro ? 

<x Oh! sì, babbo d. 

(T Ti dispiacerebbe molto, eh? se tua madre per estro sca- 
raventasse la scatola fuor di finestra e la rompesse tutta »• 

Io (guardai supplichevole mìo padre, e non fiatai. 

<x Ma saresti forse molto contento, soggiunse, se una di 
quelle buone fate, di cui tu leggi i racconti, potesse a un tratto 
trasformare questa scatola in un bel geranio dentro un bellis* 
Simo vaso turchino e bianco; e se tu avessi allora il con- 
tento di porlo sulla finestra della mamma. 



E SGBirn PBB PàNClOLLI l&t 

ff Altro se sarei contento t » dissi quasi piangendo. 

« Caro figliuolo, ti credo; ma i booni desidetj non ripa* 
nno Je cattÌTe azioni; bensì le buone azioni riparano le c9lU 
tire. Cosi dicendo, cbiu^ l'uscio e se n'andò. Non. so dirvi 
come rimasi impicciato per distrigare il vero senso della sen- 
tenza di mio padre. Io però per quel giorno non giuocai più 
al dominò. La mattina dopo , mio padre mi trovò seduto solo , 
et pie d*un. albero nel giardino; si fermò, e mi guardò fisso 
eoo quei suoi occhi lucenti e soavi. 

e Bambino mio », disse, «t vado a passeggiare fino a *** 
(una città circa due miglia distante); vuoi tu venire con me? 
e mot tu fare una cosa? prendi la tua scatola di dominò ; 
ìJTtì gusto di farla vedere a una persona v. Corsi a cercare 
)t scatola, e non poco esaltato di potere andare per la strada 
atestra a fianco di mio padre, partimmo. 

« Babbo •, dissi per la strada, a ma ora non ci sono più 
le iato 0. 

« E che cosa vuol dire ? d 

■ Perchè — allora non so còme potesse la mia scatola di 
<)omÌDò trasformarsi in una pianta di geranio in un vaso da 
tori turchino e bianco. 

« Caro mio », disse il babbo, mettendomi una mano sulla 
spalla, r chiunque vuol essere buono davvero, ha seco due 
bte, una qui b, e mii toccò il cuore, « e Taltra qui, e mi toccò 
bifronte ». 

« Non capisccu, babbo ». 

« A suo tempo capirai» e posso aspettare che questo tempo 
▼eaga ». 

Mio padre si fermò a un giardiniere, e, dopo aver dato 
^'occhiata ai fiori, mi fece osservare; un bel geranio doppiò» 
« Ah questo è più bello di quello che tua madre teneva tatitò 
^it). Quanto costa ?» 

« Sette scellini, <x rispose il giardiniere ». 

Mio padre si abbottonò il vestito, dicendo garbatamente: 
* Oggi obn posso comperarlo », e ce n'andammo. 

< Nell'entrare in città, ci fbrmammo di- nuovo in un ma-* 
P>aBo di porcellane» 

« Avreste un vaso da fiori simile a quello che comperai 
^^ì mesi fa? Ah, ecconé uno segnato tre scellini. Si, è lo 



1Ì2 LB1*rOBB DI PAinaUA 

stesso prezzo. Ebbene, quando ritorna il giorno natalizio di 
tua madre, dobbiamo comperargliene un altro. Vi sarà da aspet- 
tare qualche mese, ma possiamo aspettare, messer Piero ;pe^ 
che la verità che fiorisce tutto Tanno, vai piti di un miseio 
geranio; e una parola mantenuta vai piti di on coccio ». 

Rialzai subito il capo che fino allora a^ea tenuto basso; 
ma l'impeto della gioja che mi empi il cuore quasi mi soffocava». 

ce Sono venuto a saldare quel conticino, disse mio padre, 
entrando in una di quelle botteghe di librajo che sono nelle città 
di provihcìa, e dove si vendono tante altre cose e cosine, e fino 
i balocchi da bambini, a E giacché mi trovo qui a , (e in quel 
mentre il negoziante con volto sereno sfogliava il suo libro di 
banco ) tf credo che il mio bambino abbia da farvi vedere un 
capo di manifattura francese, molto più bello di queirastuccio 
da lavoro che voi faceste acquistare V inverno passato alla mia 
moglie, a Fa' vedere la tua scatola di dominò, Piero o. Io cani 
fuori il mio tesoro, e il librajo ne fece un visibilio d'elogi. 

« £ sempre bene, bimbo mio, conoscere il valore di qd 
oggetto, pel caso non foss'altro, che ce ne volessimo disfare. 
Se mai questo fanciullino si stuccasi una volta o l'altra del 
suo balocco, e volesse venderlo, quanto gli dareste? » 

.<c Ecco, signore », disse il librajo, tf credo che non se ne 
possa dare più di diciotto scellini , fuorché nel caso che il 
signorino volesse prendere in baratto alcune di queste belle 
cosine ». 

a Diciotto scellini I d esclamò mio padre, « dunque voi gii 
dareste dìciotto scellini? Tu hai capito, figliuol mio; quando ti 
venisse a noja la tua scatola, ti do il permesso di venderla » 

Mio padre pagò il conto, e usci* Io allora feci in modo d 
lasciarlo passare avanti , e dopo pochi minuti lo raggiunsi alk 
cantonata della strada. 

a Babbo, babbo s ! esclamai , battendo le mani , « possiamo 
comperare il geranio, possiamo comperare il vaso da^fiori 1 » I 
cavai di tasca una manciata di quattrini. 

a Non aveva io ragione ? » disse mio padre asciugandos 
gli occhi col fazzoletto* a Tu hai trovato le due fate f a 

Oh quanto me ne tenni, quanto mi sentii contento, allor 
che dopo aver collocato il vaso di fiori sulla soglia della fine 
stra, afferrai pel vestito mìa madre, e la tirai a forza su 
posto ! 



B gCBITTI PBB rANCIDLLI 143 

• È stala lai» e col suo deniirol » disse mio padre; « le 
baoDe azioni riparano le cattive ». 

ff Come ! # esclamò mia madre » quando ebbe saputo ogni 
cosa, a E la tua povera scatola di dominò che tenevi tanto cara? 
Ik>maoi torneremo in città, eia ricompreremo, costasse anche 
il doppio »• 

9 La ricompreremo 9 Piero ? • mi domandò mio padre* 

e Oh no - no -« no 1 sarebbe lo stesso che guastare ogni 
cosa 9 « esclamai ^ nascondendo il capo nel seno di mio padre. . 

a Moglie mia », disse con gravità mio padre , a ecco la 
mia prima lezione al nostro figlinolo: la santità e la conten- 
tezza del sacrificio personale: non disfate il principio di quell'in- 
segnamento che potrà condurlo a sapere spender bene la sua 
Yila ». 

Dairioglese di Bul^er, yersione libera di ua'aluno^. 



VIAGGIO DA FIRENZE ALL'ALTO EGITTO 

BACCORTATO 

DA UNA FANCIULLETTA DI ANNI 1:2 
(V. avana , p«g. 73) 

n Catro. • 

Alla fine si arrivò a casa. Ci dinsero le persone di servigio 
che i babbi erano fuori e che si avesse la bontà di aspettare. 
htanto ci mettemmo a far colazione; ma appena avevamo co- 
mÌBciato , quando tutto ad un tratto si senti una carrozza , e 
il cameriere ci venne ad annunziare che erano i nostri babbi; 
e Doialtre via ad incontrarli presto presto , e ruzzolando per le 
scale: e li tanti baci, abbracciamenti; poi vennero su dalle 
nostre mamme; e altri baci e altri abbraccia^ienti in grande 
abbondanza. 

Che bella cosa vedere i nostri babbi che stavano tanto bene I 
U povero mio babbo però ci disse che aveva f avuto la miliare , 
ma che non ce Taveva scritto perché temeva di spaventarci. Le 



ikk tBTttRB DI FAMlWXà 

nostre mamme aprirono subito ì banli , per trovare i regali. Io 
diedi al mio babbo i disegni che arevo fatto a Firenze^ e poi certe 
carte geografiche che avevo dipinto colla mia maestra Sig. Rondo- 
ni; e Sofia gli diede un laccetto per tenere il segno al suo tova- 
gliolo: questo cerchino era ricamato di mafgheritìney ed era la- 
vorato dalle mie amiche insieme. Dopo questo , i nostri babbi 
principiarono a raccontarci cosa facevano e cosa dicevano di 
noialtre quando si era per viaggio ; e ci dissero che erano tanto 
in pensiero quando eravamo sul Nilo, perchè il battello era 
ritardato da due giorni, credevano che noi fossimo malate, o 
che qualche cosa ci fosàe accaduto; e poi dimandarono del 
nostro contegno; e avendo avuto buone informazioni, ci promisero 
che dòpo pranzo ci avrebbero condotto in Bmieeo - Buricco 11 
chiamano il ciuchino -; e noialtre bambine si saltellava come 
burattini dalla gioja. 

Dopo pranzo i nostri genitori andarono un poco in riposo 
coinè facevano sempre, e noialtre bambine intanto facemmo un 
po' di chiassino. Poi venne l'ora destinata a fare la passeggiata 
in buricco; i nostri babbi ordinarono selle burrcchi. Intanto 
che noialtre ci si vestiva vennero i buricchi, e i nostri babbi 
d condussero giù ove si trovarono questi animali. La mia 
mamma insegnava a noialtre bambine e alla signora R. eoaie 
mettersi a cavallo , perchè mamma avendo cavalcato molto i 
eavalli nella sua fanciullezza, sapeva bene ancora asinare i 
hutieeìd. Dunque montati a buricco ì nostri babbi dissero ai 
buricchieri che ci conducessero a Sciubra. È questa la gran 
passeggiata del Cairo: un bellissimo viale di sicomori, in fondo 
al quale è un 'pala;Ezo col giardino, ma se si vuol vedere 
bisogna avere il permesso, perchè è di un Pascià, Arrivati 
dunqtie in fondo si vide il Nilo» Era appunto Torà che il sole 
tramontava, e indorava le Piramidi, e quelle palme e quegli 
alberi di datteri; uno spettacolo cosi bello che ci pareva un 
sogno, specialmente di vedere le Piramidi cosi da vicino nel 
desertow 

Dopo essere stati fermi un quarto d*ora per ammirare 
questa grande maraviglia, i nostri babbi dissero ai buricchieri 
che ritornassero indietro verso casa. Noi dimandammo come 
si diceva in Arabo: andate presto, e i nostri babbi ci risposero 
che si^'diceva gatatn; e noialtt'e bambine si principiò a dire 



B SCtlTTI »BB 7AKC1ULLI iUi 

a* nostri baricehieri cosi: a Garamme , gavamme che i nostri 
babbi yi daranno il bakcice d. Costoro non intesero dì certo 
te nostre parole italiane; ma sentendo nominare Gavamme e 
Bakcice cominciarono a frustare i buricchi, e li fecero trottare 
infine a casa. Li i nostri parenti arrivarono un poco dopo di 
noi; intanto che noialtre bambine si aspettava, questi bucicchìeri 
ci seccavano dicendo, e ridicendo: <v Bakcice ja sitta? j> che 
voleva dire : Mi dia la mancia , Signorina. Ma noialtre naturai* 
nenie non si rispondeva nulla. Quando vennero i nostri parenti 
si domandò a loro che cosa ci dicevano quelle genti che ci 
parlavano sempre del bakcice. I nostri babbi allora cavarono 
iQorì di tasca la borsa, e i buriechieri si affollarono tutti 
intorno a loro, come un branco di mosche, chiedendo quel 
benedetto bakcice. Avuto che l'ebbero, finalmente se ne andarono 
in pace , e la noia fini. 

Riposati che ci fummo un poco si usci di nuovo per andare 
alPEsbecfaie, che è una passeggiata che gli Europei fanno la 
sera per il fresco. Li ci sono eaffi allt^ (urea che sono coperti 
di paglia, e le pareti- lo stesso: paiono capanne. Il caffé è buono, 
ma ci é una fondata di polvere alta' quasi tre dita: lo danno 
senza zucchero ih certe tazzine che si chiamano fingianne; e 
quelle che le sostengono, si chiamano zarfe. Si figuri che la 
urfa sia un di queWasettini dove si mettono le uova a bere, 
e la fingianna un mezzo guscio d* ovo messo li dentro. 

Quando tornammo da questa passeggiata eravamo stanche 
rifinite che non se ne poteva più; e si aveva tanta fame, perchè 
la nostra passeggiata ci aveva fetto venire un grande appetito. 
Po una bella cosa che si trovasse la céna preparata: c*era del 
Pilao, e una specie di pesce che Ji chiamano Esce, e poi del 
pollo fritto , che non mancava mai ; e in breve tempo ci venne 
a noia che non si poteva più vedere. Quella sera . si principiò 
a domandare al cameriere come si chiamava il pane , e lui ci 
rispose che si chiamava Èisce-^ e poi come si chiamava il vino^ 
e lui ci disse che si diceva NMt: e via discorrendosi cominciò 
a tee un pò* di vocabolario» 

La mattina dopo ci alzammo alle otto, e si andò nel terrazzino 
che dava sulla strada a vedere gli Arabi e i buricchi che 
passavano: cosi ci divertimmo fino all'cMra di colazione. 
IV. n. e. 19 . 



146 LBTTUKB DI rAMMUA 

Quando i nostri babbi furono tornati dalla visita del Pascià, 
ci condussero a vedere un poco il Cairo; e la strada più larga 
di quella città dove sono tutte le botteghe europee, e le case 
abitate da Europei, e si chiama Muschi. Ivi erano piczaca- 
gnoli, greci, sarti e tante altre specie di gente* Questa strada 
non ò più larga di via Calzaioli^ e in tutto Cairo non vi è 
che quella in cui le carrozze possano passare, perchò perle 
altre non ci si passa nemmeno con V ombrellino da sole aperto. 

Dopo pranzo si ordinò al solito dei buricchi , e si andò a 
fare una passeggiata MAhbasia che è un palazzo 'del Pascià 
molto bello in mezzo al deserto* 

Del Cairo non ho da dire altro per ora. Un gienio 
essendo a pranzo ci vennero a avvisare, che il Pascià andava 
nel deserto, e che i nostri babbi dovevano partire subito dopo 
pranzo. Noialtre si disse che ci conducessero, e loro ci dissero 
che se non ci sbrigavamo, non si sarebbe fatto a tempo; 
noialtre bambine piene di contentezza si corse a vestirsi, s 
aiutare le nostre mamme a fare i bauli: i nostri babbi man- 
dannio a prendere delle arance, e quando si fu pronte venne 
la carrozza o dìligenaa araba, che è fatta come un omnibus. 
Ivi furono caricati i nostri bagagli, e si parti* 

Usciti dal Cairo, si prìncipiòa vedere il deserto; e quando 
si furono fatte molte miglia si arrivò alla prima stazione , la 
quale è una casa dove si cambiano i cavalli e i cocchieri. 
Fermati 11, si cambiò le bestie: perchò non erano cavalli, erano 
muli. Il cocchiere dunque diede una frustata ai muli, ma essi 
scalciavano, pestavano, si mordevano e volevano ritornare 
a dietro a tutti i costi , e il cocchiere a frustare: alla fine 
tirarono avanti.. Passata quelhi stazione allora principiò il vero 
deserto. Il deserto ò una immensa estensione di terra che si 
confonde coirorizzonte, priva d*ogni vegetazione; non vi è che 
una mobile sabbia la quale ò trasportata dai venti: vi si vedono 
qua e là scheletri di cammelli ed anche alcune carogne non 
ancora spolpate, intorno . alle quali ci atanno torme di corvi e 
avvolto] quando non vi sono i cani , e forse nella notte anche 
le jene. Il deserto non ò tutta pianura, vi sono ancora altissime 
montagne, ma tutte aride, senza piante di sorta alcuna* Non ci 
si trova una goccia d*acqua, non vi è abitazione alcuna se non 
qualche tenda spiegata dai Beduini. Per eccezioDe la strada 



B ÈCUm rSM VARCIOLLl 147 

che noi Cneeramo aveva a distanze stabilite nna casa , perchè è 
h strada che tengono gli Europei, specialmente gl'Inglesi, che 
fanno il viaggio delle Indie, e conduce da Soez al Cairo. 
Arrivati alla seconda stazione si cambiò i muli e ci fecero la 
medeaima faccenda di prima, e cosi continuò per tutto il viaggio. 
Si arrivò all'ottava stazione che era dove ci dovevamo fermare. 
Qaaedo ai arrivò era mezza notte: noialtre si era stanche 
rifinite, e si aveva tanta fame. Dunque si ordinò subito la cena. 
Poco prima di cena si stava nelle nostre camere disfacendo i 
bauli, ed io vidi un ragno grande quanto la palma della mia 
mano, e gridai: « O babbo o babbo I Guarda quel ragno quanto 
è grosso, io per me non ci dormo, vehi qui »• Il mio babbo 
prese Tombrello e lo ammazzò; ucciso quello se ne vede un^ 
altro simile a quello; e allora i nostri babbi principiarono a 
br la caccia dei ragni, e ne ammazzarono sette ò otto. 

Qaando la cena Ai pronta, si mangiò e si andò a letto 
subito, perchè si era tanto stanche. Si dormi molto bene 11 in 
mezzo al deserto ove è un silenzio che Jet non si può Immaginare. 
La mattina ci si svegliò in mezzo a una quiete che era una 
delizia* Dopo eolazione andammo a fare la passeggiata, quasi 
ano o due miglia distanti da casa: noialtre si andò pel deserto 
in cerca di sassi bellini, perchè II ve ne sono moHi con bei 
disegni : se ne fece una pezzolata piena , e li portammo a casa 
per baloccarci. Dopo pranzo si ritornò un'altra volta a fere 
un'altra {passeggiata, e a me accadde un'avventura poco bella. 

Mamma , babbo ed io si lasciò i signori R. e le bambine da 
un'altra parte della strada, dicendo: Addio a stasera; perchè 
loro se ne tornavano a casa a motivo del fresco. Noi ce ne 
andammo, adagino adagino , e alla fine si arrivò a una piccola 
montagna di sabbia ove erano dei pezzi di bel granito e mglti 
di quei sassi coi disegni. Mentre i miei genitori cercavano questi 
sassi, che fo io? mi metto in testa di ritornare a casa sola 
per portare alcune pietre alle mie amiche B. Mi mfsi a correre 
enei niedesimo tempo cantavo; pensando cosa direbbero le 
bambine alla vista di quelle pietre tanto graziose: arrivai alla 
fine a casa, stanca rifinita dal tanto correre: entrai zitta, 
aitta, andai nella camera della Sig. R. ove erano ancora le 
haad^ime che si divertivano, e dissi: «Tenete, guardate che 
bei saaainil » E loro mi dissero maravigliate :« E che sei venuta 



148 LETTORE DI PAMIOLIA 

a casa sola? » E io: si/ma ritorno fuori un'altra volta ». Mentre 
mi trattenevo cosi colle mie amiche a guardare, a esaminare ie 
pietrine vedo entrare la mamma tutta affannata e sturbata : pa* 
re va fuori di sé. Ecco come stava. I miei genitori non vedendomi 
più intorno a loro» mi avevano cercato coirocchio in quella pianura 
affatto nuda ove anche un cagnolino si vede a gran distanza ; e 
non scorgendomi , cominciarono a chiamarmi: io che forse a quel- 
Torà ero vicina a casa , naturalmente non rispondevo ; ed essi si 
misero in grande spavento che mi fosse accaduta qualche tremen- 
da disgrazia» E non sapevano cosa fare ; se si movevano da quel 
luogo óve erano e si inettevano a girare , temevano che io, ritor- 
nando li, e non trovandoli dove li avevo lasciati, non avrei saputo 
dove andare: e se mi fossi mossa per cercarli, ci potevamo per- 
dere gli uni cogli altri, e forse perderci tutti in quella soli- 
tudine, in quella immensa pianura. 

È una cosa che a pensarci anche ora mi fa spavento. I 
miei genitori allora fecero cosi : uno rimase sul luogo , e Taltro 
apdò a casa per vedere se a caso io ci fossi* La mamma venne 
verso casa, e il babbo si mise sopra un punto più elevato per 
vedere se mai da qualche parte io compariva. Appena ebbi vista 
la mia cara mamma in quello stato, tutta confusa le dissi: 
« Sono venuta a casa sola..^. « Eh ! lo vedo : e mi hai fatto 
fare una sudata , e il b^bbo è rimasto là in grandissima pena 
per vedere se tu comparivi da qualche parte. Perchè non hai 
dimandato a noi se potevi andartene? d E io stavo a occhi 
bassi e non rispondevo dalla tanta vergogna che sentivo di 
aver data cosi gran pena ai miei genitori. Mamma continuò: 

«e Ora, signorina, avrà il gastigo che si merita: 

ff E io piangendo: Oh mamma non lo farò più: ti prego 
a perdonarmi , pe)r questa volta ; credi che se avessi potuto 
prevedere di dar tanta afflizione a te e al babbo*, non Tavrei 
fatto: proprio te rassicuro. 

E mamma rispose: 

a Intanto finché non toma il babbo starai chiusa in camera 0< 
E prendendomi per un braccio mi condusse in camera sua, ^ 
mi rinchiuse dentro ; e io a piangere quanto potevo. lutante 
la mamma tornò correndo versa il luogo dove era rimasto di 
piantone il babbo 9^ per avvisarlo eh* io era a casa. Poco dopc 
tornarono tutti due. Il babbo entrò in camera e mi gridò tanto 



B sdirri pBft rAifcioiLi 149 

e quando fu uscito di camera, ia Sig. R. venne da me, e mi 
duse: 

of Tieni via, andiamo a chieder perdono.- E così dicendo 
mi prese per mano e mi condusse da' miei genitori cercando di 
scusarmi. Io me ne stavo tutta vergognosa: le gote mi scotta- 
vano, dovevo esser rossa come una barba-bietola. 

e Noi ti abbiamo beir e perdonato -disse il babbo, e intanto 
loi, e poi la mia cara mamma mi diedero un bacio d, ma pen- 
sando alla pena che hai fatto patire, specialmente a tua madre, 
Torrei che tu imparassi a petfsar bene prima di fare una cosa b. 
Bopo questo, io tomai a divertirmi colle mie care compagne. 
Babbo in seguito mi disse quanto soffrì per tutto il tempo 
che era rimasto nel deserto, finché non rivide la mamma e 
seppe che io ero a casa. Mille pensieri terribili gli yenivano 
in mente: o che un rettile velenoso mi avesse motoso e mi 
avesse fiitto cadere svenuta, oppure che fossi cascata in qualr 
cuna di quelle buche sparse qua e là pel deserto, o^^ure che 
mi fossi smarrita ed allontanata chi sa quanto. Quello poi che 
lo tormentava più era che il sole stava per tramontare, talché 
venendo la notte, la cosa si faceva sempre più tremenda; e 
appunto quando vide tornare la mamma stava per correre dal 
Vice-Re a pregarlo che mandasse un certo numero di arabi a 
cavallo colle fiaccole a cercarmi pel deserto. 

Dopo cena i miei genitori dissero di voler andar faori per 
godere il silenzio del deserto, perchè un silensio cosi intiero 
non si può avere altro che li: e se ne andarono lasciandomi a 
casa, giacché per me era troppo fresco. 
[eontiniua) 



\SSXIS^ 



150 LSTTOBB HI PAHTOUA 

IL CANTO E LA GINNASTICA 

. ( BdaettsUae ). 

Immaginiamo eke in una sonola nella qnalc sono raccolti 
per carità nn cento e più di fancinllini , il tempo destinato alla 
ricreazione sia pwttoato lungo » per esempio, due ore di seguito; 
e che questa ricreazione consista neirabbandonarli a sé, la- 
sciando che facciano pure un chiasso rumoroso e sfrenato. E 
agetole immaginare i molti inconrenienti che da questo errore 
deriveranno. Forse rari e non gravi i corporali , perchè si 
tratta di bambinelli , e perchè una o più donne che fanno 
crocchio hi un canto del piazzale sarebbero pronte ad accorrere 
ove qualche grido insolito , qualche pianto le avvisasse che vi 
è bisogno della loro presenza; ma i danni morali sono molti e 
rilevanti; né, dopo tante cose già dette e ridette intorno a ciò, 
è di mestieri annoverarli. Ma ancorché i primi si riducessero a 
poche sgraffiature, e a qualche livido, e gli altri, per avventura 
non fossero per sé stessi gravi e durevoli in quella tenerella 
età, certo è che la scuola in tal modo tenuta perde i vantaggi 
e fisici e morali che dovrebbe procacciare, e non raggiunge 
più il fine al quale fu istituita* Un tempo la ricreazione con- 
sisteva in eserciq di ginnastica semplicissima, adattata ai 
bambini e bene ordinata. Perche mai questa buona pratica non 
è più in uso ? Chi non sa quanto la ginnastica é utile ai fan- 
ciullioi e ai giovinetti d'ogni condizione, ma più specialmente 
poi a quelli che dovranno cavar dal lavoro la sussistenza ? E 
del canto non mi parve si avesse più la stessa cura di prima. 
Alcune, non già facili e armoniose, ma viete e sforzale canti- 
lene, da far credere che non fossero bambini nati in Italia, 
ma piccoli selvaggi di qualche povera landa settentrionale. 
Queste e altre cose mi tornavano in mente leggendo in un 
giornale i particolari di alcune scuole di carità che vanno 
prosperando in Piemonte. Quelle j)iene di vita e con utili per- 



B SCirm PKB PANGIOIXI l&l 

fezionaflMiiti— . E perchè questa yila e questi perfeiionamenti 
non sono per lòtto ? Lo telo per tali istituzioni si va doiiqoe 
iUangaidendo talora in chi ebbe il generoso intendimento di 
aprirle e di Yigilarle ? O qualche spirito maligno si è insinuato 
oecultamente per guastare la caritatevole opera ? 

Tra le oose che io leggeva molto mi piacquero anche ai- 
coni articoli intomo air insegnamento del canto nelle scuole 
deroentari di Germania; e chiedo in grazia ali* Istitutore di 
Torino, ove li trovai, che mi dia licenaa di ristamparli in que* 
Ite pagine, perchò vi sono notizie e riflessioni rìlevanlissime. 
Nelle nostre scuole elementari il canto è generalmente dimen- 
tieato ; e parmi cosa nociva e da non credersi. 



in' tetfennanento «el eanto actle Mv^le •l«ai«»««rt 



e In Germania come in Italia la musica è popolare, con 
questa differenza, che la popolarità di essa presso di noi di<^ 
pende dai naturale istinto alla musica che è proprio degFIta- 
b'ani, laddove in Germania essa è precipuamente Teffetto della 
educazione. Il canto colà non è solamente una parte essenziale 
dell'educazione delle classi elevate della società, ma si ri- 
guarda ancora quale espediente efficace e necessario al perfe- 
zionaménto deiranimo ed allo svolgimento dell' intelletto e del 
buon gusto del ceto medio é della plebe. Il perchè quest'arte 
fo messa a paro con tutti gli altri oggetti di insegnamento 
tanto ne'Ginnasii e ne' Licei, quanto nelle scuole elementari 
fogni genere. y''ha di più: i regolamenti scolastici non pre- 
icrìvono solamente alle potestà direttrici dell' istruzione pub- 
Mica l'obbligo di fare in modo che il fanciullo che frequenta 
le scuole possa, se gli talenta, apprendere il canto; ma richie* 
dono ehe ogpi fanciullo si nelle scuole urbane come nelle ru- 
rali , Tenga obbligato ad assistere alla lezione di canto, colia 
stessa assiduità ed esattezza che alle altre lesioni. Il pid gio- 
vane scolare tedesco non si dimentica più facilmente il suo 
picodo metodo di cute che il suo silli^ario. 



152 LETTURE DI FAHIGLIA 

Eppure colà non si pensa mica a fare di ogni alanno delle 
scaote an perfetto cantore od an musico valente. Questo si- 
stema è fondato sopra nna ragione più profonda e dettata da 
,un motivo più alto , e gli effetti che predace modificano pro- 
fondamente la vita ed i sentimenti del popolo. Imperciocché 
r insegnamento nelle scuole non mira per lo più che a svol~ 
gere l'intelligenza della gioventù, a formarne la ragione e ad 
arricchire la memoria; al corpo poco si bada, e rado ed insuf- 
ficiente alimento si appresta al cuore dei giovani alunni. Affine 
di promuovere ad un tempo le loro forze fisiche e le facoltà 
intellettuali, s'introdussero e nelle scuole e negl* istituti edu- 
cativi di Germania gii osercizj ginnastici; cosi pure, per inspirare 
nel cuore dei fanciulli tutti i generosi affetti, e per impedire 
che un sentimento d'orgoglio pei loro intellettuali progressi non 
macchiasse il candore della loro anima e non soffocasse nel 
loro cuore il germe de' benevoli e generosi istinti della giovine 
età , si pose il canto nel novero degli altri oggetti di studio. 

Immediato effetto di quest'arte nelle scuole è quello d'aprire 
l'orecchio dei fanciurlli all'impressione dei toni musicali, di 
rendere più delicato il loro gusto, di destare in essi l'amore 
delle arti, di allontanarli da tutto ciò che sa di frivolezza, 
di dare un nobile impulso ad ogni affetto. Si porge loro ad un 
tempo un degno oggetto di ricreazione, il quale destando in 
essi la simpatia, favoreggia l'unione e la concordia, mantiene 
l'armonia degli affetti, e stringe con dolci legami fra loro quei 
giovani cuori. 

II. 

KfltoiH «el emnf aull' eduMislone Asie*. 

a Noi dobbiamo qui prendere ad esame " ancora un^altra 
questione, vale a dire: perchè s'introdusse nelle scuole a pre- 
ferenza il canto, e sé questo eserciti sull'educazione del popolo 
un'azione più eificace che non sia quella di qualsivoglia altro 
istrumento musicale. La questione si risolve agevolmente ana- 
lizzando i resultati che si ottengono per mezzo del canto. Lo 
abbiamo già detto: sarebbe un'illusione il voler formare dei 
cantori e dei musici perfetti nelle scuole elementari^ Scopo di 
queste scuole é di fornire all'umana intelligenza il primo ali- 



B MBRn FKB rAnavLLi 153 

meDto, di porre }a prima base su cai si appoggia il ' futuro 
svolgimento delle umane facoltà, di favorire questo svolgimento, 
e tórre di mezzo gli ostacoli che la coudizione e T indole degli 
alanni vi possano per avventura opporre. Ora egli è appunto 
setto questo ultimo rispetto che T insegnamento del canto è 
stile e necessario. L'insegnamento della musica vocale giova 
anzi tratto a perfezionare la^ favella. Si è creduto , e eoo ragione, 
che il canto sia il modo più efficace di perfezionare gli organi 
della voce e di correggere in parte od anche intieramente i 
difelti degli organi dei fanciulli che balbettano od hanno una 
pronunzia nasale , oppure zufolano in certo modb parlando. Si 
ra dunque contro Io scopo che ha T insegnamento del canto 
quando si esi^ludono, come sì fa ordinariamente, i fanciulli che 
hanno qualche difetto negK organi della voce. Questo naturale 
ioipedimento, fosse pur grave, può venir superato od anche 
intieramente tolto, se il maestro vi pone ogni sua cura e l'alunno 
r\ si applica con perseveranza. 

« Ogni esercizio di canto, è ad un tempo un modo di 
perfezionare la favella. 11 modo di parlare differisce come la 
voce da uomo a uomo, secondo la maggiore ó minore fecilità, 
la dolcezza della pronunzia e la forza degli organi di cui cia- 
scuno ò: fornito. 

• Per altra parte il canto tende a perfezionare l'udito, gli 
organi del quale , come quelli della voce , non sono tu tutti gli 
uomini egualmente perfetti. Si commette dunque ancora un 
grande errore quando si escludono dalla lezione dì canto i fan- 
cinlli che non dimostrano al primo aspetto una buona disposi- 
zione musicale in quanto all'orecchio. Questo pregio s'acquista- 
dagli uni pia tardi che dagli altri, e se v'ha chi sembri esserne 
iatieramente sfornito , ciò spesso deriva dal non ayer mai udito 
qntare od almeno assai di rado, e dal non aver per conseguenza 
avoto sufficienti occasioni di imitare i canti altrui. 

EgH è solo dall'udire ii canto che apprendiamo a distin- 
guere i varj gradi d'alzamento e di abbassamento dei toni, ed 
esercitiamo l'orecchio: egli è solo tentando gradatamente d'imi- 
tare gli altri che noi riusciamo a indocilire i nostri organi ed 
a riprodurre i toni che abbiamo udito. Finalmente, non ostante 
tuai i pregiudizi che corrono a questo riguardo, noi crediamo « 
che il canto y nel quale la respirazione ha si gran parte, sia uno 
IV. n. e. 20 



154 LSTTOIB DI FAMiaUA 

dei migliori rimedj contro le malattie di petto^ia yero, per 
mezzo di esercizi proporzionati colle forze fisiche del cantore, i 
polmoni si dilatano^ si fortificano, e s* invigorisce con essi il 
petto. 

« A tutti questi fisici vantaggi dell* insegnamento dd canto 
aggiugoesi l'azione che esso esercita sìiiranimo amano, aziooe 
potente di cui Tuomo che vi fu convenientemente soggetto ri- 
sente t hcDefici e&etti fino al termine della sua vita. • 

lU. 

« 

Kl^tll del eanlo Ball' Mlueaslone mirale. 



« Ahbiamo dimostrato i vantaggi e la benefica aziooe 
del canto sull'educazione fisica della gioventù; ci resta orsa 
dichiarare gli effetti morali che può produrre come fonte di 
nobili sentimenti, e come mezzo di ingentilire i costumi. 

a Lo studio del canto non solo forma e perfeziona gli organi 
della voce e della favella, né acuisce soltanto il senso del- 
l'udito, ed avvezza i fanciulli al ritmo che dà grazia al discorso, 
ma giova ancora a destare in modo sicuro le facoltà musicali 
degli alunni. Senza dubbio, a questa educazione degli organi fisici 
si collega strettamente lo svolgimento delleiacoltà intellettuali* 
li sentimento del bello fa costanti -progressi negli ànimi» il 
germe del senso artistico vi s'inserisce, si svolge e vi getta ogni 
di nuove e più profonde radici. 

« Al miglioramento morale che siffatta educasione non pu<> 
a meno di produrre, vuoisi aggiungere ancora il piacere, il 
diletto momentaneo, che è cosa di molto rilievo per la gio- 
ventù, e per la quale ogni attenzione ed ogni cura non po^ 
sono mai essere soverchie. 

ft Dopo che fu introdotto il canto nelle scuole di Uermania 
questi Istituti altra volta si tristi presero tutt'altro aspetto; gli 
alunni perdettero a poco a foco quell'invincibile ripugnanza che 
avevano alle astrazioni pcrcui riguardavano la scuola come una 
vera punizione. Si.cantaal cominciamento e si canta ancora al &^^ 
d'ogni lezione. Per mitigare la fatica cagionata dalle altre materie 
d'insegnamento, vengono le lezioni di canto colle loro dolcez^o 
e colle distrazioni che presentano a fompere la generale mono^ 



M 8CEITTI M» VARCIULLI 155 

toDÌa. U eanlo rallegra la gioventù e la dispone ancora alla ' 
religiosa pielà nelle chiese del pari che ai teneri affetti presso 
il domestico focolare. In questa educazione musicale, quantun<(be 
affatto elementare, si trova la causa segreta dell'ardente amore 
che i Tedeschi professano alla musica , e dell'opinione che li fa 
rigoardare dagli stranieri come figli prediletti dalla natura per 
totto ciò che riguarda quest'arte. 

« I loro organi sono indociliti per tempo. I principj demen • 
tari della musica vengono impressi nella loro mente nello 
steMo tempo che Vabieei* Essi colgono in appresso ogni occasione 
per progredire nella scienza; dappertutto essi odono cantare ; 
dappertutto trovano eccellenti modelli che loro basta imitare. 
h tutte le occorrenze della vita, in tutte le disposizioni dell'ani* 
■0, nelle socievoli brigate del pari che nella solitudine , in 
patria e fuori , dappertutto il canta è, per loro un fedele ed 
iflseparabile eontpagno. 

IV.. 



Éltà d«l tenelvIH. 



« V'ha un pregiudizio che ostinatatfnente s'oppone allMntro* 
^lozione del canto ndl' insegnamento della gioventù. Credesi da 
>)olti, e spesso. si ripete, che lo studio del canto in età ancor 
l^oera pu6 nuocere grandemente alla sanità dei fanciulli, che 
^ è. la causa di molte malattie di petto ,, spurgo di sangue, 
etisie ed altre. 

« Non è gran tempo die cotesta opinione aveva dei sosteiti* 
^ in Germania, ma ora tutti sanno a che cosa attenersi; le più 
i^iaate ricerche istituite si per opera dei Governi come dei 
P"vati dimostrano l'opposto , ed esperienze mille volte ripetute 
buidirono al fine de] tutto dalla Germania questo timido 
errore. 

« Né si cessò solamente dal paventare il canto come no- 
<^*o alla salute, ma si considerò ancora come uno dei mezzi 
pHi elBeaci per rafforzare ed invigorire tutti gli organi fisici 
che il canto mette in movimento. Qualunque genere dp eserciz), 
SUDO d^lo spiritò o del corpo , favoriscono lo svolgimento delle 
^inaile facoltà. In quella "guisa che la mente ed il cuore dei 
bnciolli fanno ogni dì nuovi progressi quando sono assidua* 



156 LBTTIIBB DI PAMIOUA 

mente e ftapieniemeDte coltivaiit i muscoli anch* essi convénienle- 
meDte esercitati acquistano vigore. Dimostrò resperienza che 
lo- studio del canto non solo forma la ?oce e petrfeziona Tudito , 
ma aggiunge forza e morbidezza a tutte le parti del corpo che 
esercitano 'qualche azione sui polmoni. 

^ a Nella vita Gsica la respirazione è un bisogno n^torale, 
nel canto diventa un'arte. Infatti nel discorso t)rdinario vuoisi 
che i periodi formati di più membri siano proferiti in modo 
che ne esca un senso -chiaro ed intelligibile, per mezzo di 
quei riposi e di quelle cadenze che corrispondono alla punteg- 
giatura nello scritto. Ma questa osservazione acquista ancora 
maggior importanza nel linguaggio o discorso musicale, nel 
quale le frasi hanno maggiore estensione, le pausd sono per 
conseguenza più distinte le une dalle altre, e dove per altra 
parte è necessaria una molto maggior forza di voce e di respi- 
razione. Ci vuole allora una^ grande attenzione perchè 41 senso 
musicale non sia sconvenientemente interrotto da pause 
sgraziate che renderebbero questo senso affatto inintelligibile. 
(( Giacché Tesecuzìone musicale presenta dei passi cherichie- 
tlono assolutamente -di non esser divisi, senza che si perda ogni 
loro effetto» e si annienti affatto il pensiero musicale, ne conse- 
guita che la respirazione non debb'essere arbitraria, vtfle a dire 
che un cantore non dee respirare pel solo impulso e bisogno della 
natura , ma deve inodificere e sospendere la respirazione secondo 
le norme dell'arte. Nulla più che lo studio del canto è acconcio a 
dare una respirazione lunga ed estesa. Me ne appello a tutti co- 
loro che vi esercitano la loro voce e che poterono paragonare 
i risultati dei primi esercizj con quelli dei susseguenti. Da 
principio la menoma sospensione di respirazione é incomoda 
all'alunno ; una semiminima gli pare* spesso troppo difficile a 
sostenere; più semiminime consecutive *gli tolgono intierameote 
il fiato; le trova d'impossibile esecuzione* Ma quest'inconiodo 
cessa ben presto: l'alunno diventa in poco tempo capace di 
cantare d'un sol fiato più semiminime, e questo canto gli V^ 
meno faticoso che se ad ogni nota dovesse prendere Respiro, ^oco 
a poco si avvezza a cantare di seguito ^ue , tre, quattro semimini" 
me, poi successivamente due, tre o quattro misure in un movi- 
mento più a meno lento , e ' la sospensione del respiro che 
possono permettere allora ii polmoni di un fanciullo accede- 
rebbe spesso le forze d'un uomo fatto. 



B SCRITTI PBl PAKaOLU ' 15T 

« Tuttavia anche qui come in tutte le cose Feccesso diver- 
rebbe nocivo , e sarebbe cosa pericolosa lo stancare soverchia* 
melile il fanciullo conesercizj di questa fatta; ma non ne con- 
segue perciò il. diritto di attribuire alio studio del canto tutte 
ie malattie di petto da cui possono essere travagliati gli alunni. 
Dii esercizio moderato e discreto può far del bene alle co- 
stitozionì delicate, e rinvigorire il petto ed i polmoni. Ma a tal 
uopo è necessario che Finsegnamento si faccia nell'età delFin- 
bozia, quando gli organi sono ancora pieghevoli e docili. 



STORIA DI FIRENZE 

RACCONTATA AL POPOLO 

(V. <avamì, pag. 40;. 

LE FAZIONI DEL POGGIO E DEL PIANO. 

Cosimo il vecchio morendo, poiché conosceva la fiacca mento 
di Piero suo figliuolo, lo raccomandava a Diotisalvi Neroiii. Questi 
^cittadino, che aveva gran credito, e dei Medici zelantissimo^ 
s perciò Cosimo fidava che egli sarebbe jstato il sostegno di 
<^a Medici. Ma egli non aveva compresa Fanima del Neroni. 
Qoesti, o perchè vedesse che i Medici col troppo ingrandirsi 
imbbero immolata la liberta della, repubblica , o percl)è spe« 
niTa che la loro cadjata potesse aprirgli la strada al dominio, 
bsse insomma o carità di patria , o segreta ambizione , riusci 
tett'altro da quello che Cosimo aveva sperato, e può dirsi 
che inirece del sostegno, fosse il genio malefico delia casa 
*«dici. Piero, debole dMngegno e di corpo, non solo trascu- 
^va le,; faccende del governo, ma sibbene anche i propri 
>Iari commerciali, in modo che grave dissesto ne venne allò 
<^ sue. Era stato sistema di Cosimo , per accrescere la parte 
sna, quello di vincolare a sé, mediante grossi imprestiti, 
gran parte di cittadini, che per tal guisa gli erano favorevoli , 
cosi col credito si era comperati gli animi. Ma le grandi spese 



158 LBTTfJEB DI FAHIOLIA 

avevano intaccato il patrimonio dei Medici, p^r immenso 
che gi fosse. In tal frangente Piero richiese il consiglio del 
NeroDi. Costui, già d'intesa con Luca Pitti, il quale pare sma- 
niava di sodisfare la sua cupidigia, e farsi capo della repab- 
blica, diede a Piero un funesto consiglio, e fa quello di preteo- 
dere dai debitori la restituzione delle grosse somme loro 
imprestate da Cosimo. Non previde Piero quanto gli poteva 
riuscir fatale cosi fatto espediente, e ingannato da Diotisalvi 
pose in opera il consiglio di lui. Dal che nacque che molti 
dei cittadini, presi alle strette, dovettero restituire il denaro, 
cadere in rovina e sopportare la vergogna del fallimento. Ciò 
inasprì gli animi di molti e il subdolo parere del Neroni portò 
il tristo suo frutto. Con Luca Pitti e Diótisaivi Neroni si erano 
collegati Niccolò Soderini, il quale amava la libertà della 
patria nò sopportava il governo di pochi , ed Angelo Acciajuoli 
non perchè tanto fosse ligio alla causa della repubblica, quanto 
perchè a ciò lo moveva privata nimistanza verso i Medici (1^ 
Ora dunque due fazioni stavano Tuna contro Taltra. Quella 
che era^ governata dal Pitti, si disse del Poggio per avere egli 
fabbricato il suo palazzo vicino ài colle di san Giorgio; e l'altra 
in opposizione a quel nome , si disse del Piano. Dagli avversari 
dei Medicr si tenevano segretamente delle adunanze; ma io 
questi si trovava il Giuda , che tutto rivelava a Piero. La spia 
si cliiamnva Niccola Fedini, che, come vedete, era un tristo 
arnese, non essendovi peggior cittadino di quegli, che non 

(I) Secondo il Macchiavellì cagione di tale ani noiosità fra Cosiin<> 
e rAcciaJooli, si fa che un fìgliaolo di qoest'altimo, per nome Raffaello^ 
aveva presa per moglie l'Alessandra de' Bardi. Costei per (orti suoi o 
d'altri cominciò a lamentarsi del. suocero e del marito, evennero a tal 
ponto le cose, che ella si rifugiò presso r suoi. Angelo., che per lavare 
codest'onta noQ volle ricorrere a mezzi violenti, pensò rimettersi al pa- 
rere di Cosimo. Questi però, dopo che la causa fu loogamenle ventilala* 
diede la ragione airAlessandra, e il torto al l'amico. L'Acciajuoli se ne 
chiamò gravemente offeso e d'allora in poi l'amicizia si converti in odio. 
Michele Bruto però', seguendo l'opinione d'Iacopo Cardinal di Pavia « 
che lasciò scritto un commentario sulla congiura contro a Piero de'Me- 
dici, ammette altra causa, cioè quella dell'aver Cosimo, maritando una 
soa figlinola, posposto a an figlinolo dell'Aoclaiooli altro giovine di meo 
chiaro sangoe e di meno conosoiato affetto alla casa Medici. 



B 9CBITT1 PU PAKCIOLLI 159 

avendo nessuna bandiera, simula e tradisce i suoi collegbi. Par 
mezzo di cosiffalto demonio il Medici potè avere nelle mani 
ona lista di cittadini, che si erano firmati contro di lui. Allora 
egli yide il bisogno di procurarsi egli pure una sosccizione; e 
qui apparisce brutto esempio d'indifferenza o di perfidia o 
codardia dei cittadini, poiché in quella nuova lista molti posero 
la loro firma, che già si erano sottoscritti all'altra della fazione 
ét\. Poggio. E ciò dava a mostrare come il mal verme dello 
scetticismo rodesse la Repubblica fiorentina, e come poco vi 
fosse da sperare per la causa della libertà, quando cittadini 
vi erano che o paurosi o negligenti badavano più al proprio 
interesse che a quellq del Comune, e senza fede e bandiera 
si voltavano ad ogni vento. Il primo motivo della nuova discordia 
fa la morte di Francesco Sforza duca di Milano. Il principato 
era toccato a suo figlio Galeazzo. Ambasciatori da lui spediti 
vennero a Firenze per pretendere dalla Repubblica che fosse 
continuato il trattato^di alleanza fra Milano e Firenze, e che 
ai nuovo Duca si seguitasse a pagare Tannùo sussidio. Quelli 
del Poggio levarono su la voce adducendo, che ciò era in- 
^usto e che quel sussidio aveva sembianza di tributo che si 
pagasse da stato suddito ai suo padróne; essere indegno di 
liberi cittadini ; e che Talleanza col Duca di Milano era tutta a 
vantaggio dei Medici , i quali cosi in uq principe vicino si acqui- 
stavano un valido sostenitore. 

Queste cose dissero in pubblico parlamento gli avversar] di 
Piero, mentre questi sosteneva il contrario, dicendo esser de* 
coro del Comune fiorentino mantenere al figliuolo quei patti che 
aveva fermi col padre; ejl .parere di lui vinse, per cui- ja 
fazione del Poggio maggiormente. s'inasprì per quella sconfitta. 

Intanto era uscito gonfaloniere uno diei più potenti. nemici 
dì casa Medici, vuo'dire Niccolò Soderini, per cui riprese animo 
la fazione del Poggio , e s'insospettì quella del Piano. Ma le 
speranze dell'iena furon .vane, e presto cessarono le paure 
deli altra, dacché Tommaso Soderini, fratello del gonfaloniere 
« più aulico ai Medici che ai loro avversar], raggirò in modo 
lanimo di Niccolò per natura irresoluto , che lo messe sopra 
una strada di dubbiezze. e d'inerzia che nulla fece per la li- 
bertà, e lasciò aperta la strada alla parte Medicea, per cui, 
quando osci di carica, venne da' suoi bestemmialo, dagli altri 



160 LBTTOmB HI rAMIOLU 

derìso , come suole accadere in governo libero quando an cil- 
dino , per codardia , o per inerzia , o per colpa non appaga di 
nessuna fazione le volontà. Allora quelli del Poggio videro che 
o bisognava cedere affatto, o operare arditamente; andavano di- 
cendo aver Rinaldo degli Albizzi operato con troppa generosità 
lasciando vivo Cosimo Temulo suo ; che dei partiti ò bene spen- 
gere i capi , che Piero de' Medici doveva uccidersi. Venuti cosi 
a estrema e fièra risoluzione pensarono ricorrere a qualche 
appoggio forestiero ; si volsero ad Ercole d'Este fratello dei 
Duca Berso, e questi , andato d'intesa con essdoro, segreta- 
mente mosse ai confini pistojesi con 1300 cavalli. Bla di questa 
mossa era Piero avvisato dal B^nti voglio; per cui» a un capi- 
tano del Duca Sforza che si trovava nelle Bomagne, scrisse 
che difilato venisse con la sua gente a Firenze. Avevano icoo- 
ginrati divisato di uccider Piero ^ quando malato di goUa si 
fosse portato in lettiga alla città; ma dicono gli storici, e fra 
questi i pid encomiatori del futuro Lorenzo il Magnifico, che da 
questo suo figliuolo venne Pietri sottratto con. ardita risolutezza 
alle insidie dei suoi nemici; giacché il giovinetto, avvedatosi 
còme per la strada dove aveva a passare il padre, fo^^^ ^^ 
andare e venire di gente travestita ed armata, mandò subito 
a dirgli che mutasse cammino , e per altri luoghi passasse f^ 
venire a Firenze. Piero non intese^ a sordo e segui il parere 
del figliuolo, il quale intanto proseguiva la sua strada, e quando 
s* imbattè In taluni, che gli domandarono del padre» risp^^® 
loro che lo seguiva a breve distanza; gli credettero» e aspe- 
larono» ma fu vano Tattendere, e la congiura andò fal»^' 
Piero usci salvo da questa trama; oltre le truppe /Ielle Rc^nj*' 
gne, altre gliene spedi il Bentivoglio; la stella dei Medici bri 
nuovamente; grirresolutl, cioè i codardi che si regolano * 
condo il vento che tira , si dichiararono per lui :* il V^f^ 
minuto, che disgraziatamente si lascia spesso sedurre dal! ^ 
ebbe le largizioni dei Medici, e gridò: Palle: cosi ^P^ ^, 
fame si fa schiavo! Di più^Piero, con l'opera d'Antonio P«cc»» 
riuscì a staccare Luca Pitti dalla fazione del Poggio, e ^^^^^ . 
aàiico. Mentre gli avversarli di casa Medici esitano iocer 
quello stesso Niccolò Sederini, che da gonfaloniere non ave 
saputo oprar nulla d'ardito ;e di decisivo, ora bociava e 
tempo davvero di mezzi risoluti. Fa mettere in armi tutti (f^ 



E MBim Firn VANaOLLI 161 

dd 800 qpartiere avTern a Piero, e va alle case del Pitti per 
iiidurlo ad armarsi egli pure , e assalire i Medici. Ma fiero 
disinganDO 1 Luca risponde non potere armarsi perchè lo rite- 
neva la rirerenxa al nome di Cosimo di cai era stato amico , 
né ayrebbe sopportato lo sterminio della aua famiglia. U Sode- 
rìni, conosciutolo traditore della sua parte, gì* impreca contro; 
e Diotisalfi Neroni va al palazzo , dove in quel momento se* 
deva una signoria avversa a Piero, ma non tanto però che 
la ragione non prevalesse air ira; dissero esser meglio acco- 
modare le ooae airàmichevolé, e fra le dne parti si sta- 
gli come una tregua, ddla quale Piero non mancò trar pro- 
Sito. Difotti il gonfiiloniere della nuova signoria che doveva 
entrare in carica , era Roberto Leoni del quartiere di Santa 
Croce, uomo devotissimo a' Medici come era il resto del nuovo 
magistrato. Fra la signoria vecchia e la nuova si fecero deg^i 
accordi , ai quali dovettero assoggettarsi quelli della fiizione 
del Poggio, vedendo ormai disperate le cose. I quali accordi 
broDo da una parte sottoscritti da Luca Pitti, dall'altra dai 
figKooli di Piero, Lorenzo e Giuliano, 

Quando però Piero vide di poter contare sopra di una 
àgnorìa a lui tutta devota , pensò con ardito colpo abbattere 
i nemici. Si credo che Niccolò Sederini volesse riprendere le 
vmi; Tosse vera o falsa la cosa , bastò peraltro di pretesto al 
lonfalontere per radunare la balia , ad onta che il Medici nel 
fare i nuovi accordi avesse promesso che balla non si rifarebbe. 
Otto creature a lui vendute ebbero dal popolo radunato in 
piazxa questo potere: subito statuirono che 1* estrazione a 
^te sarebbe sospesa per- dieci anni , e ohe si farebbero elezioni a 
Bttno dalla sola faasione dei Medici. Ciò saputo quelli del Poggio 
videro tutto perduto, iuuninente il perìcolo , terrìbile la ven- 
ata, e per scampare alla sorte che li minacciava non aspet^ 
larono il permesso di Piero, ma uscirono dalla città. Allora la 
^alia dichiarò essi ribelli e confinati: a Barletta fu rilegato coi 
suoi figliuoli FAcciajuoli ; in Sicilia coi fratelli Diotisalvi Neroni ; 
^ no fratello di lui ; che era arcivescovo di Firenze, quasi te- 
nendo che il sacro abito e l'augusto ministero non fossero 
tastanti a liberarlo* dalla rabbia vincitrice degli avversai] , 
P^nsò meglio uscire di Firenze e trovare in Roma rifugio. In 
Movenza il Sederini configli ebbe il confine, Né furono i soli, 
IV. n. e. 21 



162 LBmiB tn. riiiiftLU 

cbè moltissimi altri cittadini ebbero baado e ooafisea di beni, 
tanto quella fatai easa dai Medici era ancora faworeggiata dalla 
forlusa e dall'aura popolare» Ora a^venie cbe gli sbanditi 
del 1534 ai uniroao a queaf ullimi. Giovanni Ffaneeeoo di Palla 
Strozzi era il capo de'fHimi; d%ì secondo era rAociajuoli, i 
quale» però prima di tanlara nsore oose^ oeroò di riooneiliarn 
con Piero ; questi gM mandò k crudele risposta « dbe io pace 
aopportasse le pene ed i dolori deireaiglio. Tutti i fioren- 
tini si portarono a Penifia, dove già, Tompendo il confine, li 
era recalo U Soderioi, Colà implorarono Tajuto della Repnbblia 
veneziana. INssero chieder da lei soccorsi t perchè proscritti is 
nome di quella libertA^ cbe vivera sicura airombra deUo sten- 
dardo di San Marco* Quando ciò si riseppe a Ftrenia , U par- 
tito vincitore dichiarò ribelli tulii i foruaoiti e posa su di loro 
la taglia.; quindi lega fu fatta col Duca 4i Milano e col Re di 
Napoli* L'accorta Venesia non volle apertamente dichiararsi fau- 
trice degli esuli , ma segretamente gli lavori; licenziò il suo ge- 
nerale , Bartolommeo GoUeoni, e acconaenll che passasse agii sti- 
pendi dei fuorusciti; anzi gli anticipò le paghe» e gli esufi arrio* 
cbki nei traffici aggiunsero a quelle altre somme oonaidereToii. 
11 GoUeoni aveva radunale sotto le sue bandiere alcune mìgliaja 
di soldati ; a questi ai aggiunsero 14Ó0 cavalli , condotti da Ercole 
d*Este« pure stipendiato dagli esuli t che del pari avevano coa- 
dotti al loro soldo i signori di Carpi , della Mirandola e di 
Forlì. Muovi alleati si stringevano ad essi; Aatorre Blanfredi, 
Signor di Faenza , già per ibde legato al Comune di Fireace, 
lo tradisce e si butta alia parte contraria. Lo' stesso Duca di 
Milano era infido alleato di Piero dei Medici -, e Alessandro 
Sforza f Signor di Peaan>, fratello deireatinto daca, mandò nel 
campo degli esoli il suo figliuolo Costanzo. Goal le fonie dei fuo- 
rusciti si erano d'assai aumentate ^ e per essi pareva star la 
fortuna. Il Colleoni passò il Pò il 10 Maggio IMT, e s'avanzò 
fino a Dovadola nel territorio d* Imola, preparato ad entrare in 
Toacana per la parte delle Romagna. L'esercito del Comune di 
Firenze, quasi direi quello ohe combatteva per Piero dei Me- 
dici, ora capitanato da Federigo da Montefeitro conte d'Urbino, 
esperto condottiero, cresciuto alla scuola aforaeaca. frolo fu 
il 2ft di Luglio che i due eeerciii si attaccarono alla Molinelia. 
E qui diaeordano gli storici , poichò aleuti dkona, e fira questi 



E SCtUm PBR rANCIVLLI 168 

il Macckflnrctti , ohe fo mm Karamvoeia pki ohe una ImUaglta» 
dieeoB pooo aecanimento sì combattè daH'ona parte e dairaltra 
e che poche fiirono le perdite* Altri il contrario sostengono after* 
niaiido che fu hattaglia ostinatamente combattuta, la quale 
riufld saDgQÌHoaat e ehe a renderlo tale molto valsero le arti- 
glierìe kggiere, che vi si adoperarono. II' fatto si è che t con- 
dottieri dcirutta e deiraltra parte si ritirarono divisi- daHe 
knAre, Incerti te dovevano airavveraarie ceder l'onore detta 
gioniata. 

Di U a poco tempo Paolo II, il naovo papa, ascilo dalla 
famiglia VcDCziana de' Barba» s^ interpose fira Fiorentini e Ve* 
oeiiani; la p>ace fo ivmata nell'Aprik ti68, con la condizione 
imposta sia ai Fiorentini come ad éltri Stati italiani, ehe con* 
corressero tatti assieme a pagare al Golleoni lOOmila scudi 
Taoso perchè coodacesse in Albania ìa guerra contro r Turchi* 
Più degli altri erano i Ftorentiai tassati, per cui rifiutavano ac* 
ttUare, e parevano col rifiuto voler rompere gli accordi. FiiiaN 
mente aonuirono^ e in foodd si vide die ht cosa era fotta da 
m papa venexiano in vantaggio di Veneaia^ e perchè ti denaro 
^ legarmi degli altri itati italiani procurassero di mantenere 
•ila RepnbMica veneziana il dominio dei possedimenti greci. 

Frattanto, sebbene il resultato della battaglia alla Moli^ 
Della riuscisse gravoso tanto ai collegati e specialmente ai fio- 
rentini, e che si conoscesse il pericolo di veder rotto presto ogni 
trattato, pure per opera di Berso d*Este le cose si conciliarono, 
e oeirAprile seguente fu segnata la pace con l'obbligo reciproco 
<li restituire le terre. 

Iti tutte queste faccende il giovinetto Lorenzo soccorse 
air incapacità e alla inferma fiacchezza del padre, e veramente 
iiede segni di quella sagacitft e prudenza mirabile, che poi 
doTeva cosi bene mettere in opera quando sarebbe stato il vero 
e solo padrone della Repubblica. 

Terminata la guerra , si volle al popolo , affamato sempre 
<li feste e di spettacoli, offrire pompa di giostre e di tornea- 
menti. Ebbero luogo sulla piazza di santa Croce, e vi fu sfoggio 
pande di ricche armi, di vesti pompose, e d'ogni sorta dì scialo. 
Minutile avvertire che di quelle feste furono gli eroi i due figlino* 
" di Piero, Lorenzo e Giuliano; le prodezze del primo cantò il 
^Qlci, quelle di Giuliano celebrò con più eletta ed armoniosa 



164 LBTTUAB m «AHIQLIA 

poesia il Poliziano , in ottave roarayigliose ed immortali I Det 
resto però fu sciupio di adulazioni, gi)icchò i poeti oramai in 
Italia erano addiventati uomini di corte ^ e qualche cosa tra il 
cortigiano ed il buffone. Di nuove feste fu poi spettatrice 
Firenze , quando si celebrarono le nozze di Lorenzo con la 
Clarice della magnifica casa Orsina di Roma* Il qual matrimonio 
aumentò i sospetti dei cittadini liberi , e fece perfino mormo- 
rare gli amici di casa Medici , dal vedere cbe a una fanciulla 
di fuori fossero state posposte tutte quelle delle più nobili e ricche 
famiglie fiorentine, quasiché fra queste nessuna fosse degna di 
Lorenzo. La quale scelta parve onta e sfregio per molti , e deluse 
le segrete ambizioni di parecchi tra i più fiicolto^i cittadini, 
che aspiravano ad imparentarsi con i fortunati padroni della 
Repubblica. 

Di 11 a non molto però Piero infermò gravemente » e presto 
in quel corpo sfatto mancarono le forze vitali, di modo che 
il giorno 2 Dicembre del 1469 egli moriva , lasciando i figliuoli 
sotto la tutela di Tommaso Sederini , e di sé poca fama, perchè 
prima quella del padre, e indi la magnifica del figliuolo Lorenzo 
oscurarono il di lui nome. Pure anch' egli con la sua roano 
inferma valse a mettere un anello alla catena della servitù 
fiorentina ! 

Napoleone G ietti. 




B SCBITTI PBB VATTCIOLLI 165 

NOTIZIE STORICHE E TOPOGRAFICHE 

ILLUStRAZIONI DI MONUMENTI EC. 

GAIXEBIA BVOlffAmmOTI 

(Vedi avanli, pag. 402). 



Appena entrati si presenta, alla parete delle finestre, la sta- 
tua di Michelangiolo. La scolpi Antonio Novelli nato a Castel- 
franco di sotto nel 1600: ma non è fra le più lodate opere di 
lui, perchè, per ordine del Buonarroti dovette scolpirla colla 
sonreglianza di Fabrizio Boschi, eccellente pittore; alla qual 
cosa di malavoglia erasi sottoposto il Novelli , perchè non sa-* 
pera esercitar Tarte propria secondo il gusto d'altri; e tanto 
più che il Boschi era per natura fantastico e sevèro e poco si 
conbceva colle persone (1). Nella base si legge la seguente 
iscrizione dettata da Michelangiolo il Giovine: 

D. O. M. 
MICHABLI ANGELO BONARROTAE 

FlllGBNDl SCÒLPBÌNbl ATQ. ABCBlTBCTANDI 
PBABSTAirriA MOMBN ADBPTO 
NON UT HBBCBDBH GLOBlAB 
QUA MAQN. PATB. VAHILIiH ILLUSTBAVIT 

BBPBNDEBBT 
NBVB AD BMIS LAOOEM ALIQ. CONVBBBBT 

SBD UT INTBB 
SUHHÒS BONOBES PBBACTAE VITAE CURS(5S 

INTBA DOHBSTICOS PABIBTBS PBOPIUS 

YBHltMENTlUSQ. AD VlBTUTUai ACCBKDEBET 

MICB. ANO. BONÀBROTA LEOKABDI F. 

STATU4M P. 

PIIfACOTHEi^AM 

A SB BÌtBUCTAM ATQUB OBIIATAH D. 

A. D. HDCXX. 

(1) Baldinucci, Nolizie dei professori del disegno. VUa di Antonio 



Ì66 UBTTUBB 01 PAMIGUA 

Nella parete di faccia è una tavola di sconosciuto soggetto 
abbozzata e inoltrata da Michelangiolo: di qua e di là sono 
due statuette rappresentanti la Vita attiva e la Vita contempla- 
tiva. Sotto vi è il bassorilievo, in cai è scolpita la zuffa d'Ercole 
co'Centauri, che Micbelangiolo condusse in giovinetta età. oAt' 
tendeva Micbelangiolo alli suoi sludj ogni di mostrando qualche 
fruito delle sue fatiche al Magnifico. Era nella medesima casa 
il Poliziano, uomo, come ognun sa, e piena testimonianza ne 
fanno i suoi scritti, dottissimo ad acutissimo. Costui conoscendo 
Michelangiolo di spirilo elevatissimo, molto lo amava , e di 
continuo Io spronava, benché non bisognasse, allo studio, di- 
chiarandogli sempre, e dandogli da far qualche cosa. Traile 
quali uh giorno gli propose il ratto di Deiaiiira, e la zuffa 
(le* Centauri, dichiarandogli a parte a parte tutta la favola. 
Messesi Michelangiolo a farla in marmo di mezzo rilievo; e cosi 
la 'mpresa gli succedette, che mi rammenta udirlo dire, che 
quando la rivede, conosce quanto torto egli abbia fatto alla 
natura, a non seguitar prontamente l'arte della scultura, fa- 
cendo giudizio per quelPopera, quanto potesse riuscire (1] i>« 
Il Cori ne dice: a Bisogna che resti attonito chi è intelligente, 
vedendo il grande meraviglioso aggruppamento di tante figure, 
disposte senza veruna confusione, le quali operano tutte» e 
tutte combattono e si azzuffano insieme, e quei bei modi, e 
come muscoleggiati vi compariscono (2) ». 

Nelle altre due pareti sono quadri rappresentanti alcani 
punti della vita del grande artista. 

Parete di fianco alla perla. 

1.° Michelangiolo fu di animo sdegnoso, e non seppe mai 
piegarsi dinanzi alla umana potenza. È noto come essendogli 
stato vietato di entrare da Giulio II se ne partisse alteramente 
da Roma. Ma lasciamo a lui stesso narrare come andasse la 
cosa : 9 Seguitando pure ancora circa la sepoltura di papalulio* 
dico che poi che eTsi mutò di fantasia, cioè del farla in vi^^ 
sua, com'è detto, et venendo cierte barche dì marmi a Ripa» 

(l) Condivi. Vita dì Michelangiolo. 

(%) Annotazioni di A. F. Gori al Condivi* 



B fCAim pm rAii€m.u 167* 

che pia tenpo ittnanzì bavevo ordinati a Carrara , noo peasendo 
bavere danari dal papa per essersi pentito di tale opera, mi 
bisognò per pagare i noli , o ciento cinquanta , o yero dngiento 
bacati , che me gli prestò Baldassarre Balducci , cioè il banco 
di oiester laoopo Gallo, per pagare i noli de* sopradetti marmi ; 
et venendo ìa questo tempo scarpellini da Fiorenza, i quali 
lisvefo hordinati per delta sepoltura , de* quali ne è ancora vivi 
qtnlchuoo, et bavendo fornita la casa che m'aveva dato lullo 
dietro a santa Caterina, di letti et altre masséritieper gii omini 
dei quadro «t per altre cose per detta sepoltura , mi parea senza 
daaarì esser molto impacciato, et stringendo il papa a segni- 
tare il più che potevo, mi fecie una mattina che io ero per 
Firisrgliper tal conto, mi fecie mandare fuori per un paiafro» 
nere. Come uao vescovo luehese che vidde quest'acto, disse al 
palafreniere: Voi non conoscete costui. Il palafreniere mi disse: 
Perdonatemi genlilhomo, io ho oommessione di fare così. Io me 
ne andai a casa, e scripsi questo al papa: — Beatissimo Padre, 
io tono slato stamani cacciato di palazzo da parte della Vo- 
<tra Santità; onde io le fo intendere che da ora innanzi, semi 
^rrà , mi ciercherà altrove che a Roma — • E mandai questa 
latterà a messere Agostino Scaleo, che la dessi al papa; et in 
n«a chiamai uno Cosimo falegname, che stava meco et face- 
vaaii masseritie per casa , et uno scarpellino che oggi è vivo, 
ahe stava per pur meco^e dissi loro: Andate per un giudeo, e 
vendete ciò che è in questa casa, et venitevene a Firenze; et 
io andai et montai in su le poste; et anda*mene verso Firenze. 
Il papa avendo ricieputa la lettera mia, mi mandò dreto cin* 
<|Qe cavallari , e quali mi giunsono a Poggi Bonzi circa a tre 
we di Botte|, e presentorenomi una lettera del papa, la quale 
diceva: — Subito visto la presente, sopto pena della nostra 
<)i«grazia , che tu ritornila Roma — . Volsono i detti cavallari 
<^beio rispondessi per mostrare d'avermi trovato. Risposi al papa: 
the ogni volta che m'osservassi quello a che era obrigato, che 
io tornerei; altrimenti non sperasse d'avermi mai. E standomi 
<ti poi in Firenze, mandò detto lullo tre brevi alla Signoria. 
^U'ulUmo la Signoria mandò per me, e dissemi: Noi non vo- 
fliamo^pìgliare la gbuerra per te conlra papa lulio: bisogna 
cheta te ne vadi; et se tu vuoi ritornare allui,noiti faremo 
lettere di tanta autorirà, che quaùdo faciessi ingiuria a te, la 



• 168 LBTTOEH 1» rAIUttUA 

farebbte a quella. Signoria. Et cosi ini fecie, et ritoraai al papa; 
et quel che seghuì sarie langho a dire (1) »• 

MosÀo adunque dagli eceitamenU del Gonfaloniere Soderioi 
tornò Micfaelangiolo al papa che era in quel momento a Bo- 
logna* Il Vasari e il Condivi narrano che il gonfaloniere diede 
a Micbelangiolo la qualità di ambasciatore della repubblica, 
affinchè non gli fosse arrecata alcuna ingiuria secondo il oo- 
mun diritto delle genti : ma nessun documento pubblico ag* 
giunge fede al racconto de* due scrittori. Certo è che Micbelan- 
giolo fu accolto dal pontefice senza risentimento e benedetto; 
anzi al vescovo che Io introdusse tornò male aver preteso di 
scusare il grande artista con dire che simil gente adopera per 
ignoranza; perciocché, stando a quanto afferma il Vasari, il 
male accorto prelato fu da Giulio battuto e respinto fuòri della 
sala da' servitori con brutto garbo. Nel primo- scompartimento 
di questa parete il pittore Anastasio Fontebuoni rappresentò 
Micbelangiolo in atto di presentarsi al papa. 

S.*" II pittore Bilivert dipinse nel secondo scompartimento 
Tambasciatore del Signore turco, che a nome del suo principe 
invitava Micbelangiolo a recarsi a Costantinopoli per fare un 
ponte fra Costantinopoli e Pera. Abbiamo dal Vasari e dal Con- 
divi che il Sultano aveva fatto pregare di ciò il Buonarroti per 
mezzo di certi frati francescani: ma egli non tenne F invito, seb- 
bene stesse in punto di prenderne la risoluzione , quando era 
in collera con Giulio secondo. 

S«^ Leone X diede commissione a Micbelangiolo di fare il 
disegno per la facciata della chiesa di San Lorenzo, e per la 
nuova sagrestia nella quale dovevano esser collocate le se- 
polture di Giuliano e del duca Lorenzo, fratello il primo del 
pontefice e l'altro nipote. È in questa storia effigialo da Iacopo 
da Empoli Micbelangiolo in atto che mostra al papa i disegni 
di dette opere. 

k."" Chiunque sale sul delizioso colle di San Miniato vede 
gli avanzi di quelle fortificazioni che la repubblica di Firenze, 
per difendere la libertà minacciata da un re straniero e da un 
cittadino pontefice, opponeva agli assalti delle nemiche solda- 

(i; Lettera di Micbelangiolo ristampata nel Commenlario »\U 
Vila di lui. -r Vite del Vasari, ediz. di Lemonnier. 



B fiGftlTTI PBA VABCIOLLI 

fesclie. Le grandi prove d'amore alla patria e alla libertà die 
fecero i FiQrevtini in qoel memorabile assedio son note a latti 
che hanno aadie scarsa ootixia delle glorie e delle sventare 
patrie; come a neasono è ignoto che in quel lavoro fa adope- 
rato l'ingegno di Michelangiolo che di buon animo prestò l'opera 
ma in benefizio della natale città pericolante. Non poteva que- 
sta parte bellissima della vita del preclaro artista rimanere in- 
differente a chi ereditava il suo gran nomCi Perciò fa bello in 
tempi di servitù rammemorare l'ufficio di cittadino che a lui fa 
commesso e da lui adempiuto con fede e con amore. Certo a 
chi riToIge nella mente le aiioni di un uomo divenuto famoso 
per immortali opere d'arte., si esalta il pensiero raffigurandosi 
Ificbelangiolo, che deposto lo scalpello e il pennello » si affac- 
cenda attorno a quelle opere nelle quali é riposta tanta spe- 
ranza della salute, della patria* Nel rappresentare questo fatto 
fece buona prova il pennello di Matteo Rosselli. 

5/ Narrano gli storici di Firenze che Michelangiolo, come 
ebbe inteso da Mario Orsini che la fede di Malatesta Baglicmi , 
al quale era commessa dai Fiorentini la difesa delta loro repub- 
blica, era soqietta, o per fuggire lo spettacolo della patria 
eadenle in mano de' nemici ».o per provvedere alla propria sal- 
vezza, in una notte dei settembre fuggi segretamente di Firenze 
con altri, e passando per Ferrara si: recò a Venezia: donde poi, 
avuto salvocondotlo dai magistrati fiorentini , e certezza che gli 
era rivocato il bando di ribello fiittogli contro dagli Otto di 
Custodia e Balla ritornò a Firenze. U Guerrazzi nell'^t- 
isAo di F«rMix«, col generoso intendimento di purgare la fama 
di Michebngiolo da questa macchia , pubblicò una lettera della 
Signoria di Firenze a Galeotto Giugni, nella quale si parla <d*ana 
segreta commissione data al Buonarroti. Ma i commentatori 
delle opere del Vasari stampate dal Lemonnier, hanno dimo- 
itrato che quel doicumento atteneva a una gita fatta anterior- 
mente da Michelangiolo a Ferrara: cosicché il fiitto rimane 
qnale lo racconta il Busini, secondo ciò che ebbe dalle parole 
di Michelangiolo stesso. Valerio Marucelli dipinse nel quinto 
Kompartimenlo l'arrivo di Michelangiolo a Venezia dopo la 
fuga, a Arrivato che fa a Venezia, sono parole del Varchi (i), 

[ì] Storie Fiorenline, lib. X. 

IV. n e. 22 



170 LSTTOBB DI PAMIQUA 

per fuggir le yigite e le eerioionie, delle quali egli era nimi- 
eissimo» e per Tivere solitario, secondo rosansa sua,erìrooto 
dalie conTersazioni « si ritirò pìanameote nella Giudecca, dove 
la Signoria, non si polendo celare la venuta di un tal nomo 
in tanta città, mandò due de* primi gentiluomini suoi a visi- 
tarlo in nome di lei , e ad offerirgli amorevolmente tutte quelle 
cose, le quali o a lui proprio o ad alcuno di sua compagnia 
bisognassero: atto che dimostrò la grandezza cosi della virtA 
di Michelangiolo, come dell'amore di qnei magnifici e clarissliM 
signori alla virtù »• 

Paret$ offo%ta. 

1/ Il pontefice Paolo terzo successore a Clemente sv^va 
gran desiderio che Michelangiolo conducesse per lui alcun la- 
voro: ma> essendo Michelangiolo obbligato coi signori d'Urbino 
, a por fine alla sepoltura di Giulio secondo, non'poteva compia- 
.cere alla volontà di Paolo. Di che il papa ebbe sdegno: ma 
incalorito sempre più nel suo desiderio un giorno andò con dieci 
cardinali a trovare a casa il 'Buonarroti e lo indusse a sempli" 
cizzare la sepoltura di Giulio e a dipingere le facciate della 
Cappella Sistina secondo i disegni e cartoni che a Paolo par- 
vero stupendi. Allora Michelangiolo dipinse il Giudizio univer- 
sale, della quale opera meglio è tacere che dir poco. Nel primo 
quadro di questa parete Filippo Tarchiani ritrasse la visita di 
Paolo terzo e dei cardinali alla casa di Michelangiolo. 

S."* Fabrizio Boschi dipinse nel secondo scompartimento 
quando Giulio terzo ricevendo Michelangiolo in una sua vignai 
per segno di grande onore, lo fece sedere al suo fianco, men- 
tre dodici cardinali stavano in piedi. Questo pontefice aveva tanto 
in instima e in amore il Buonarroti che, secondo il Condivi « 
diceva più volte cr che volentieri, se possibit fosse, si leverebbe 
de' suoi anni e del proprio suo sangue, per aggiungerli alla vita 
di lui, perchè il mondo non fosse cosi presto privo di untale 
uomo 0. 

3.** In questo si vede Michelangiolo che presenta a Paolo IV 
il modello della cupola di San Pietro a Roma e gli dichiara i 
disegni per condurre a fine la gran fabbrica di quella chiesa. 
Sarebbe lungo riferire ciò che Michelangiolo fece per quest'opera. 



K Seifm FBI PAR^VILI 171 

La capola di San Pietro gareggia, per sentenia degl'intelligenti, 
con quella del Bruoellesco» Si odono sempre in bocca del fo^ 
polo di Firenze due versi attribuiti a Michelangiolo quando 
ebbe incarico della cupola , i quali tuttavia mostrano in quale 
concetto egli avesse il maraviglioso lavoro del suo concittadino : 
i versi soii questi: 

Io vado a Roma a far la tua tonila 
Pii^ grande $i ma non di te più beila. 

II dipinto di questa storia ò di Domenico Passignani. 

hJ" Qui è Michelangiolo in atto di comporre versi # Come 
può non rimanere attonita la mente di ognuno che pensi 
alia prodigiosa potenza di quest'uomo a cui ben fu dato il ti- 
tolo di divino? Eccellente nelle tre arti sorelle^ volle anche mo- 
fllrare che a tutte le manifestazioni del bello fosse egualmente 
proDto il suo ingegno, perciocché scrisse anche poesie che si 
ammirano non tanto perchè sieno di lui, quanto perchè hanno 
in sé pregio. La lettura della Divina Commedia , dalla quale 
lorse trasse ispirazioni al suo ardito pennelleggiare dovette 
anche edocarlo all'arte della poesia. Questo quadro fu incomin- 
ciato da Cristoforo Allori e lo portò a termine Zanobi Rossi, 

SJ' Di Cosimo Gamberuccì è Tultimo de' quadri nei quali son 
figarati i Cittì della vita di Michelangiolo. Recatosi a Roma il 
granduca Cosimo eolla moglie e col figliuolo Francesco t Miche- 
langelo andò subito a visitarli: il giovine Francesco subito che 
vide comparire il venerando artista che era giunto a grave veo- 
ehiezxa, gli andò incontro in segno di riverenza e gli diede il 
posto suo perchè sedesse accanto al padre. 

Soffitto. 

1/ Agoaiino Ciaropelli dipinse le suntuosissime esequie con 
che la patria volle onorata la memoria del gran cittadino da 
coi tanto onore le veniva. Mi sarebbe piaciuto riportare qui la 
descrizione che ne fa il Vasari: ma noi consente la brevità 
di questa illostrazione: perciò a quello scrittore può aver 
ricorso chi ha desiderio di prenderne notizia precisa. 



172 LnroiB di vamoua 

%"" I più celebri pittori, scultori e architetti clie si 
piacquero dello studio delle opere di Michelangiolo sono eSgiati 
da Nì^odemo Ferrucci. 

S."" Da Sismondo Goccapani fu rappresentato Miclielangiols 
esaltato e incoronato dalle arti belle* 

k.^ La Fama solleva Michelangelo air immortalità: è dipinto 

del cavalier Curradi. 

5.*^ Leonardo Buonarroti nipote di Hichelaiq[ido fece inal- 
zare alla memoria dello zio il monumento che è in Santa Croce 
col disegno del Vasari , e colFopera di Batista Lorenzi che scolpi 
il busto e la Pittura e fece tutto il lavoro di quadro t di Gio- 
vanni Bandini che scolpi l'Architettura e di Valerio Gioii che 
effigiò la Scultura (1). Il quadro che rappresenta questo fatto 
di Leonardo é dipinto da Santi di Tito. 

6/ Giovan Battista Brazò detto il Bigio effigiò 1 Onore: ò 
in figura d'un giovine con mantello giallo» elmo in testai spada 
in mano; e posa un piede sopra una testuggine. 

7.' È dipinta dal Pugliani allievo del Rosselli la Moderanza 
con un piombo da architetti in mano e. in aito .digufirdare 
il sole* 

8.^ Giovanni da San Giovanni significò le quattro Arti in 
che fu eccellente Michelangiolo, in quattro ghirlande intrecciate 
insieme e sostenute da due putti* 

Q."" Zanobi Rossi simboleggiò lo Studio in un giovine ben* 
dato con ali alle mani, e con un modello, una afera» una pianta 
architettonica e varii libri attorno* 

10/ Una giovine donna» nuda , di sembianze ardite, sim- 
boleggiante r Inclinazione » è opera d'Artemisio Leonini. 

11.^ L'Ingegno fu figurato da Francesco Bianchi. 

12.^ Alle qualità dell'ingegno seppe congiungere Michelan- 
giolo anche quelle dell'animo: e fu esempio come i veramente 
grandi lasciano di so ammirazione anche colla rettitudine deHa 
vita. Egli ebbe altezza ed anche fierezza co'snporbi e co' po- 
tenti: ma ebbe poi tolleranza degli umani errori» e ne' casi della 
vita mostsò animo forte; e ben fece Girolamo Buratti simboleg' 
giando la Tolleranza in nna:4lonna su' treni' anni ronameate 
vestita» e che sostiene con pazienza un gran^ 

(t) Note al Vasari^ Ed . Lemonoier. 



B Bomt m vAHOOLu <73 

ÌV È Qtt' inpresa simUe a quella dtiFottaTO scompartimeDto, 
ed é pare di nano di Giovanni da San^ioTanni. 

14/ li genio della Pitlora dipinto da Iacopo Vignali. 

15.° Giovan Battista Guidoni rappresentò la Pietà Cristiana, 
e con savio intendimento, perciocché questa sia la luce che Ta 
più risplendere le umane aiioni«. Chi non crede che il sentimento 
religioso fosse ispiratore di grandi cose a Michelangiolo ? Chi 
noD si commuove pensando alle cure atTettuose con che testi- 
aoDiò al aervo Urbino il suo amore? Sappiamo dal Vasari e 
lai Condivi; che vivendo paccaiaentei era poi largo in soccorrer 
pomi, maritare le fanciulle biaognose, e ricompensare più dei 
imut chi lo ajutava nei suoi lavori. 

{C^lHitmal Agenore GeUi 



DEI DOVERI CIVILI 

niscòRSi 

AGIOVAM educati da LUCIANO SCARABELLI 

(Fano, pei tipi di G. Lana, 4857). 

Dei libri che ci vengono trasmessi dagli autori e dagli 
editori diamo con fniio auino contezza, qualóra ci seinbraao 
utili e rispondeuii a quel fine stesso al quale queste Letture 
«iraao. 

Bi quelU ohe ei ctapitano alle mani, beiiehè non inviati 
^DineuMie ddle^ l^iurt, teniamo parimene diaeorso, ove 
1^ abbiano in aè qualche: pregio; perohè anzi tutto conaide* 
^^ rutiUlà'dt; divulgare le cose buone. 

Perciò propesiamo ai nostri lettori questa opofotta , della 
Vuk lasceremo che f aulore^steaso esponga roBèstoin^udlaiento 
^ la perule che ei premette ai Disomrsi. Oltre « ciò , e speriamo 
^^*^flì non ce ne debba riprendere, caveremo dal sub libro 
alcune pagine, e ne laremo dono ai nostri lettori , aon foss'al- 
^ per invogliarli a procacciarsi il libro. Del iue e del inerito 



ilk LBTTOtB DI VAHMUA 

morale dei Discorsi è dello Unlo ohe basii nella prebiione <iui 
ristampale ; del merito lellerario e dello siile giiidielierà il let- 
tore dai saggi che ne porremo sello i saoi occhi. 



Al 



« L*accrescimenlo de'beni e la diminnzioDe de'mali che 
Tediamo nella civiltà, paragonali i tempi presenti e'passalif sono 
una conseguenza delF amore che le persone d'esperienza antica 
e di studio ostinalo professarono per la gioventù. Ridurre i prò* 
yelti e gli accostumali in viete usanze a mutarle affaitto in nuove 
e diverse non fu mai facile; ma ai* giovani, teneri toltaviae 
flessibili , ò non che facile^ quasi direi , sicuro. Pertanto in ogni 
tempo e più nei presenti si scrissero libri pe*giovani volonte* 
rosi di conoscere la via buonaì da correre nella yita » per ria* 
scire utili a so e alla patria, cari ai parenti e agli amici, Isa* 
dati da per lutto, e da per tutto onorati. 

e Quando scrissi le Novelle morali^ ebbi Intendimento di 
rappresentare al popolo alcune buone azioni che fossero insieme 
documento dell'atto pratico della vita civile e una norma del 
contenersi nel fare il bene, nel punire il male, nel correggere 
i difetti, nel soccorrere alle infelicjtii dell* uomo. 

e Ma gli accidenti della vita non potevano tulli raccogliersi 
in casi pochi e in picciol volume, nò per rappresentazioni trat- 
tarsi. Onde risolvetti di chiamare i lettori di esse a considerar 
meco i doveri che ciascuno di noi ha verso ^i altri ; donde 
provengono i diritti che sentiamo tanto profondamente , avvi- 
satici dal nostro amor proprio. Nò ancora ho voluto schierarli 
tulli ; ma i principali, quelli che sono base del resto. Li ho 
dunque esposti qui in ragionamenti piani e posati , senza esempi 
cavali dalle storie de* popoli morti o de*nostrì Tocchi, onde 
schivare il rischio che l'antichità scemi la credenza. Esempi t 
quando mi parvero opportuni, ho bensì posti, ma tolti dalia sto- 
ria del popolo vivente, da me stesso veduti, adatti alla comune 
intelligenza, e pòrti con queiramore, che ho giudicato potesse 
un padre co*figliuoli in famiglia. 

a È un trallalello di morale, precettiva e pratica insieme, 
dettato col medesimo fine delle Nwelle^ e cou viste più larghe: 



9 SCUTTt P81 vANcnnxi * 175 

ane^achè quelle doTerano toccare il caore, e questo deve 
esereìtare anche la mente; qoelie riguardavano (eccetto una) le 
azioni da privato a privato, questo discorre le aiioni anche da 
])rì?ato al pubblico; per quelle bastava forse un poco di 'atten- 
lione e potevano leggersi ad ogni ora , per questo si richiede 
ancbe un po*di studio e di quiete. Nò per avventura essendo 
libro di l9tiure giovaniii può essere preso in vano a leggersi dalie 
madri, soggetto di trattenimento famigliare in quelle ore che 
si dedicano alla cultura deiranimo o vogliam dire alla educa* 
rione. I giovanetti dai quindici ai diciott'anni dovrebbero tro* 
Tarri piacere ; avvegnaché vi si tocca quanto veggono accadere 
tatto di innanzi a sé e ne ascoltano la bontà o le malizie , per- 
ekè sappiano arrendersi air occasione alla pratica di un bene, 
sapere come ostare alla tentazione del male e i pessimi 
dempi fuggire; delle opere altrui sentire compassione, o di- 
spreuo, o stima, o riconoscenza, secondo che vengano da igno- 
nua, da mal animo, o da virtù. 

< Forse io sulle prime non parrà tanto ameno da potervi 
dorare lunga lettura : materia inusitata all'età e alle abitudini ; 
aa le vi puote coraggio per poche pagine, io mi prometto che 
ivanziDo e tornino suUe lezioni. Le quali sona bensì le une 
die altre legate; ma anche si possono leggere distintamente 
Keoado il piacere o il bisogno. 

« Poco vi si é messo di ricercatezza di stile : onde paress 
piùnatnrale, ai é serbato il parlar comune, eccetto che in qual- 
^ passo de'racconti , dov'è stato bisogno conservare il carat» 
^ delle persone e la propria loro maniera di conversare e 
^ttare. Piuttosto si è usata cautela nelle voci , affinchè il libro 
abbia, senza timore e scrupolo nessuno, a lasciarsi liberamente 
Amano a chiunque «aerbatovisi il più delicato rispetto. Cosi 
*iKlie le fanciulle, se fl leggeranno, speriamo che trovino al- 
esila Qtile direzione ai loro aflelti , uaturalmente più ammodatt 
die la gioventù, maschile per fuoco più acceso non reca ; e 
dÌTentate madri di famiglia il proporranno ai loro figliuoli. 

• La lettura universale dì un libro è il miglior premio che 
I^Msa desiderarsi un autore. 



t76 * LSTTOtB DI FAMMUA 



« In queste professioni del bène , facile è alla gioyeatà en- 
trare ; difficile durare. Le buone istruzioni accomodano gli awmi 
a dilettarsi del giusto e dell'onesto, a compiacersi di essere 
incolpevoli; ma il contatto dolcetti vi guasta i buoni, sì che rare 
è che* un guastato risani. Il male non discaccia di tatto ponto 
il bene; ma il bene che riroane ò sk debole é sparuto che 
é vergognoso mostrarlo* Né il male prende in uii momento 
il posto del bene ; anzi non si presenta audace né scoperto 
(che forse non sarebbe accolto) ; ma si accosta cortese e im- 
bellettato o mascherato di bontà, e inganna gli ifteapecti o i 
dormigliosi» 

e Che male c'è dare al giuoco,: più ohe nono aditOf «ni 
mezz'ora di tempo? Nessuno, se non occupa lo spazio a«t»r- 
dato a qualche dovere ; ma pure se vi sentile molto dilettOt vi 
farete fallo : sarà tra breve più il tempo del giuoco che quel 
dello studio* — Che male giuocare alle carte piuttosto che al 
biliardo? NessunO', se nen ponete nessuna iaspoctan^anebvia* 
cere; ma se la ponete, perdio arrìschiansi alla cieea fortona 
contro cui l'ingegno vostro non vale? Oltreché il giuncare nn 
valore è sempre per un danno o vostro o d'altrui; che pel 
dispiacere della perdita e il desiderio di rifaMene aeoresce e 
finisce talvolta con querele ed atti incivili. -^ Facciamo per 
impegnare la partita. — Se il giuoco ha ad eia» altro che 
un sollievo dell'animo, ripudiatelo. -— Che male tagliare una 
vesta a filo dì moda piuttosto che dimessa? Lodo la eleganza; 
ma se vi lasciate prendere dalla precisione della moda 9 il vo- 
stro abito, che oggi ò precisTssimo, domani sarà pieno di difetti: 
voi scucirete , ritaglierete , ricucirete; e poi sarete da capo ; e un 
prezioso tempo perderete. La volubilità della moda é un bene, 
perché mette in moto molte braccia e in giro molto denaro ; ma 
come ogni bene deve prendersi a misura, cosi donno considerarsi 
le comodila deMa famiglia e la mancanza assoluta deir oppor- 
tunità di giovare colle ricchezze al prossime. Le giovanotte 
inclinano alla moda più de' maschi, e perchè i loro ornamenli 
sono più facili, e perchè di sola apparenza e suscettivi di es- 
sere variamente foggiati con poca spesa e minor tempo. Ma le 



B SGBITTI PBB fAliaOLLl 177 

giovaoeUe Josingate dalla moda finifloono-per essère ambiziose 
e vane, e capricciose, ioconlenf abili e cattive; la rovina detona* 
riti e de* figliaoli. — Che male fermarsi alcuna volta a un 
otffé con un amico? Nessuno» se per bisogno di un ristoro, e 
totio ne uscite ; se il bisogno è raro ; se non è un'abitudine. Ma 
rìDcoDlro degli amici, le cortesie de' ciarloni oiiosi vi lusinghe^ 
nono, e vi sarete tratti più spesso , prima a parlar del buon 
tempo, poi di Tizio e di Caio, poi di Laura e di Cammilla, 
poi a &re una partita di scaccbi, indi a concertare una cena, 
OD dissipamenio : in breve perderete ogni fmore allo studio, il 
bww tempo, dovuti alla. famiglia, all'ufficio; se non finirete 
eoD qualche grave disgusto. — Che male è ftmare un» cigara ? 
Biro più innanzi le ragioni di non formarsi de'bisogni : ma quel 
/«mar», che una qualche rara volta sarà stato creduto medvi' 
Bile, se non è un male, è un'oziosità, la quale crescerà per 
l'esempio e V incitamento altrui e vi farà spendere un denaro 
cke potreste meglio impiegare , consumare la bocca e putire 
Balaineote. 

e Sono molte le dimostrazioni di questo genere: vi ho ci« 
tate queste per un esempio : da principio nessun male , ma ori- 
gine del male. Quelle origini imbrogliano gl'inesperti : lusingati 
cadono nel laccio, da cui ò raro chi presovi n'esca. Fermi adun- 
que a non deviare^al cammino in cui vi pose chi ebbe cura 
<ldla vostra educazione; e camminate risoluto di non cedere 
a nessuna lusinga. Il mondo ò un intanto, il più che par bello 
tradisce: poscia si scopre, e ne abbiamo dolore. 

« Siate costanti nell'abbracciata virtù ; modesti, moderati 
Bel ricevere e nel prendere, larghi e pronti nel dare; circoscritti 
Bel parlare d'altrui; avveduti e attenti nei casi umani pergiudiea* 
re dell'onesto ; quali ora ohe entrate nel mondo, tali sempre. Per 
cui, aè per \ iolenze di nemici, vi spostate dalle vostre risoluzioni 
M beib: i nemici vi potranno prendere tutto fuorehèronore. 

« Se voi siete felici, avrete invidiosi; se infelici, avrete di- 
Vregistori. L'invidia vi amareggerà i vostri piaceri ; il disprezzo 
vi cruccerà. L'uomo ò nato per patire ; e senza la costanza di vo- 
^reil bene, vivere per il bene, onde la coscienza si consola, 
BOB è tollerabile male alcuno. 

«t Costanti siate nel favorire il giusto anche vituperato, 
^be calunniato; costanti in mantenere le promesse : promessa 
IV. n. e. 23 



178 LBTTVRK DI riMieLlA 

dula è un debito che per neagun pretesto si può mancare 
seoz*oota: costanti in abboininare ia meniogna.; costanti in 
amare, costanti in riverire. Avvertite che io lodo la costanza, 
che è il mantenersi in perpetuo quale ci hanno formato IMstru- 
lìone savia e l'educazione. Ha non è già costanza rostinaxioae 
in voler fare o credere quello che prudente o vero non fosse. 
Dico: mantenetevi quali siete e non mutate; ma intendo nelle 
parti buone; che nelle non buone dovete correggervi. Poi è 
da notare, che dove predico la costanza nel mantenere il vero 
in ogni occasione, intendo sempre co' debiti modi e accorta 
prudenza. Imperciocché sarà verissimo che Antonio sia un am- 
ministratore infedele; ma non dovete correre gridandolo perle 
piazze e le botteghe. Né la morale, né la legge vi oonseatireb- 
bono quella detrazione dell* onore altrui: il quale non può essere 
giudicato che nelle forme dalla legge istessa prescritte per fug- 
gire ringinsUzia, né altra pena portare* che la prescrivibtie 
da un tribunale. Guaì air uomo che dovesse sottostare ai ca- 
pricci o ai giudizi de* singoli cittadini. Quel vero in quel caso 
non si può dire che per maniera dubbiente, e solo a chi si 
trovassse in pericolo di porre gli affari suoi in mano a colui. 
Ila anche prima di arrischiarsi a questo, ciascuno dovrebbe 
pensare se 6 ben sicuro di quello che dice: se la vooe pub- 
blica non fosse, come tante volte è, una ripetizione insensats 
del falso giudizio di un solo uomo, o della voce sparsa sd 
arte maligna di un qualche invidioso calunniatore. Piuttosto 
siavi costanza in non emettere giudizi! senza necessità, e cbe 
non siano provati giusti da fatti universalmente veduti. 

Sono come veduti universalmente i fatti die sebbene ce- 
lati si manifestano dalle conseguenze. Antonio ha fama di 
frequentare secreti ridotti e perdervi mucchi d*oro: nessuno 
rha visto, perché é difficile incontrarsi in quell'uno cbe osi 
manifestare cbe in cosa mala gli sia stato compagno :^s fra 
due o tre anni vende i poderi, quindi la casa; infine gli 
argenti e i mobili di maggior valsente; io non vi torre dal 
credere veritiera la fama cbe di lui corre, né anche di »rr\' 
sare un amico di guardarsi dal confidargli le cose pi6 care. 

a Disgrazia grande vi toccherebbe, o giovani , se, voi vivi. 
si mutassero i tempi di giusti in tngiusìi, fosse' perseguitata 
la sciensa, fossero perseguitati t sapienti, maltrattati gli stn- 



E SCBITTI PSl rAMClULLI 179 

liiosi, ridotti a morirsi di sleoto i predicatori del vero. Una 
volta qua' tempi furono: e percbò niente è nuovo sotto il sole, 
possono, tornare. )fa se voi siete onesti, non rinnegherefe 
la sapienza , non mentirete il vero , non lascerete ignoranti i 
figliuoli; non dichiarerete pericolose le scienze, né II sapere; 
non confesserete per rivoltosi gli uomini che studiano; non 
ischernirete chi prepone la povertà all'infamia, chi elegge di 
vivere povero e saggio fra migiìaja di adulatori e di huflTonl che 
per ragj^iungere onori e denaro disconfésserebbono di essere 
nomini. Vivono tuttora nella memoria nostra e vivranno a*po* 
steri i nomi di coloro che interi oostanttemento furono in qoe' mi- 
seri tempi. Chi delle migliaja de'vilisaimi ricorda un solo? 

« Nò per ostacoli che incontriate, né per odiosità che vi 
sorgano, nò per traversie che ai gettino, vi fisrmeffete dal-pro^ 
cacciare al vostro prossimo fé più al vostro paese) ob bene. 
Penante quanto bene ò togUete alle strade migliaia di bambini, 
i quali, oltre al patire disagi di ogni sorta, per incuria deige* 
nitori perigliavano della vita, e molti certo morivano; erano, 
cresciuti senza nessuno amore, nessuna cognizione, nessuna 
certa inclinazione; quali pianticelle esposte ad ogni vento, ad 
ogni tempesta. Ora tutti lodano il pietoso trovato degli -Asili, 
e nnsno é che ardisca biasimarlo in pubblica: ma dapprima, 
quante ostilità, quante maldicenze, accuse, calunnie! Se i piru»- 
motori di un tanto beneficio non fossero stati costantissimi I que- 
gli asili sarebbero stati s<»lòcati nel nascere ;o nati, dispersi. 
A tanto era giunta la iniquità dei nemici da accusare come 
nemici del trono i più zelanti procacciatori delle sale pe'bam- 
bini. E la guerra non ò ancora finita , sebbène non sì osi farla 
di palese e ad armi cortesi: ma più non si teme, e se più gli 
animi si scaldano della carità del prossimo, e se voi, giovani, 
vi fornirete di buoni studii le menti e comprenderete qual 
bene aia per derivare alle intere città nelle generazioni venture 
dalla educaiione del popolo plebe, oso vaticinare che questa 
età sarà lodata e ringraziata dell* avere gettato i semi di una 
Micità die la terra fino a que' di mai non avrà goduta. Ma 
se voi non vi unite nosco ad aiutare questo bene, se mancando 
noi, voi costanti non sarete a mantenerlo e a procurarvi altri 
(autori, a noi resterà Tenore dì avere promosso un beneficio, 
a voi il vitnperio dell'averlo lasciate disfiire. Patirete voi, o 



180 LKTTimS DI PAMIOLIA 

animosi , tanta rergogna ? A voi non piace il morire , a nessano 
piace; e perchè gli nomini vogliono ingannare la morte e vivere 
almeno nella memoria de* posteri, si fanno ritrarre sulle tele, 
biografare nelle pietre o ^ulla carta ; ma il popolo non gente 
niun bene derivato da coloro: delle immagini e de'nomi loro non 
cura ponto. Bene loda e celebra ne' secoli chi fu cagione del 
migliorato costume t delle leggi santissime , delle oppressate in- 
giustizie, del viver più quieto ideila salute più ferma e sicura. 
A procurare le quali cose per generazioni , e generazioni dtire- • 
voli riehiedesi animo costante ad apprendere la virtù, e volontà 
costante a farla apprendere al popolo, costante opera in fon- 
darla , tp sostenerla , in francarla. 

ff Né le promesse, né gli onori, né le minacce, né le pu- 
nizioni vi smuovano dall'esercizio del bene, dal combattere il 
male. Se non avrete desiderio che di virtù , noi^ vi alletteranno 
gli onori : migliore onore l'essere intemerato cittadino; se non vi 
spaventeranno le* minacce, né le punizioni vi affliggeranno: il 
pensiero dell* utile dato o che era per prodursi dalle vostre 
opere, vi soverchierà il piacere nella sventura. E per ciò che 
quelli che vi avranno maltrattato dovranno di necessità parervi 
poveri d'intelletto e di cuore; voi buoni compatirete alla loro 
cecità e al loro peccato. La forza non è la ragione ; e sebbene 
paia spesso che quella prevalga, pure, se bene osserverete, 
affievolisce col tempo, e questa trionfa. La forza è accidentale, 
la ragione positiva ed eterna: dunque siate costanti nel pro- 
fessarvi divoti alla ragione, e sarete nomini onorati. 

JkWÈOr P»<rto. 

cr Come il figliuolo ama il padre e la fiimiglia, cosi il cit- 
tadino la patria. Patria è il paese del padre, che vuol dire: 
in' cui visse la famiglia,, nacque il padre o vi si naturò da 
bambino e vi crebbe e vi prese coli' amore il costume. Ma non 
al piccolo spazio che cingesi da mura di città, o da limiti di 
provincia riducesì patria, ma ella si distende fin dove natura 
fisica le prefisse co'nmnti, co' fiumi, con altri segni » e le die 
lingua una e desiderio e sorte comune la fortuna, o il concorso 
di avvenimenti singolari. Nazione è il popolo contenuto in 
que' termini , e V individuo di qualunque parte di esso è il pa- 



B 8CaiTTI PftB FABtaCLLl 181 

triola. Qoal è il tuo paese ? domandate a un guascone. Vi 
risponde : la Francia I —- E il tuo ? a un meclemburghese. Vi 
dice: la Germania. — Ad uno di Plymouth : la tua patria? La 
Gran Brettagna, risponde o, IVInghilterra. — E la tua? al 
granatese. La Spagna. — Duncpie la patria del milanese, del 
tormese, del fanese, del romano, deir aquilano è Tllalia. Tutti 
i yarii popoli di questa Penisola difficili a intendersi nei loro 
dialetti, presto s^intendono nella lingua comune, questo il lor 
nesso» olire ai sentimenti, alle abitudini, ai desiderìi civili e 
politici e altri argomenti speciali che li distìnguono dagli altri 
popoli. Come i diversi stati diversamente retti in Germania non 
impediscono che ciascuno lor cittadino si reputi e vanti tedesco, 
nulla cosi deve o può ostare ai diversi Italiani di tenersi 
tgliaoH d*una sola famiglia , cui ciascuno individuo ha ob- 
Migo di amare, onorare, aiutare, servire, e co'proprii rtudìi 
render migliore , perocché questa famiglia e le altre famiglie for« 
mano l'universale che si avanza alla perfezione nella perfezione 
delle sue parti. E siccome della universal perfezione noi riceviamo 
eofflodità e beni, cosi altrettanto ridare per mantenere rarmonla 
della giustizia. A codesto dobbiamo tutto che passiamo coli* animo 
« coH'ingegnou 

« Voi, giovani, siete la speranza della patria. Se molto 
scqaisterete di studi e di virtù, molto bene farete al paese vo* 
stro: è dunque da voi, che la patria spera quei beni che altri 
P&^i godono, è per la inerzia o la ignoranza die' nostri oominì 
ncora noi non abbiamo. L'età vostra 6 ottimissima per lo stu- 
dio: verrà quella dell'Operare, giunta la quale poco più si acquista 
di cognizioni. Ecco perchè la patria non ispera più nulla da*suoi 
secchi, e spera da voi. E voi non tradirete la sua aspettazione. 

< Come rinnamorato che non vede altro oggetto degno di sé 
che la donna sua, alla quale suggerisce ogni grazia, ogni gen- 
tfleaa, e le soccorre Tingegno e Tammonisce de*piccoli CaNì, 
<i la stringe or dolce, or severo di ciò che è degno od indegno, 
perche gli sta a cuore che ella ^ia esempio di virtù , ed egli 
^bbia a gloriarsene ; cosi voi giovani cortesi , sarete col vostro 
paese affettuosi e solleciti. I nostri vecchi fecero quanto pote- 
rono, secondo le cognizioni che ebbero, gli studi, la forza 
inorale infusa loro eoli' educazione a' lor tempi viva; ma ora 
*ono stanchi, e rimettono volentieri i travagli e le cure in mano 



182 LKTTURB DI PAMIOUA 

voslra, conienti di godere le utilità procacdate^ desiderosi ehe 
▼oi compiate le cose da loro cominciate. Gonsoiatione della 
vecchiaia vedere i figliuoli operosi compiere il preparato dai 
genitori. La loro esperienza giova alle risoluzioni « tempera la 
foga giovanile, che per troppo ardimento arrischierebbe di 
trovare insormontabili ostacoli e consumarvi tempo e forze. Dna 
tale prudenza rispettabile sempre ò per altro da cakotarsi se- 
condo le ragioni e gli studii opportunamente fatti dal consiglia- 
tore; perchè i vecchi tenaci de' costumi del tempo loro, a cai 
sono abituali, mal consentono di arrendersi a costumanze nuoTe; 
divenuti piuttosto avari per l'esperienza del difficile acquisto, 
non vorrebbono per esempio spendere in fabbriche, in abbel- 
limenti, di cui o non sentono il materiale giovamento, o saaoo 
che per poco tempo lo avranno. Anche sono poco facili alle 
iiiliraprese che hanno faccia di nuove; scoltati da cento ante- 
riori che andarono a male. 

e Io non vi ripeterò mai altro, o giovani , che studiate: nes- 
suno studio a voi possibile, al vostro ingegno proprio, soave 
ai cuor vostro, non tralasciate. Pieni di cognizioni, vedrete il 
buono, il facile, Futile, i mezzi del produrlo, le arti del ffirlo 
ricevere, di costringere gli altri a crescerlo, ad universario. 
Ma nonrvi arrestate a poco studio. I libri vi daranno- le teoriche 
il mondo, la esperienza. Conversate col dotto, col ricco, colban- 
ehiere , col mercante, col fabbricatore, coirarttsta, eolP artigiano, 
col militare, coir agricoltore, coir ingegnere , col filosofo, collo 
storico; e con ciascuno di loro> parlate delle loro opere, delle 
cose loro. Entrate in ogni bottega a veder macchine, a consi- 
derarne gF ingegni ; ne'caqapi, ed esaminate i diversi stromenlii 
varii per le varie operazioni, per le varie terre ; nelle scuole, ed 
esamiaate i tvketodi dell'istruire e dell* educare. Poi considerate 
gli uomini, e soli, e cogli altri: non ignorate le forme delle 
anaministrazioni, le leggi di finanza e di civiltà; studiate i 
bisogni; troverete i rimedi.. Se voi amerete la patria, tntto 
questo farete ne' vostri anni più vigorosi; e ne* virili , essa per 
voi muterà faccia, ringtovenirà come le generazioni* 

oc Se US caMo amore vi prenderà del paese vostro, comin- 
cereAe dajl' accontarvi in molti a provvedere al popolo: massa 
difficilissima da maneggiare, e sempre nemica eziandio a quelli 
che la vogliono migliorare, t suoi mali continui^ le* mille e 



B SCBITTI rKB rASldULLI 183 

milio ileluse «per^Qze Fiiaono Calla ribolle ad o^ni umano con- 
siglio. 1 mali a lei loccatt dagli ambisìoti , dai superbi aono 
una conseguenza deirigDoraasa: cbe «e avetse avuto liice al- 
l' iotelleUo, né i superbi né gli ambiziosi Tavrebbepò Iradita. 
Fioche il popolo sarà ignorante, non riceverà nessun bene, o 
ricevuto to guasterà; le faticbe de'bBOoi saranno vane, e il 
resto della società avrà sempre gli atessi travagli. 

« Dunque istniile la massa , e cominciate nella più piccola 
parte e nella più alta ad apprendere: cominciate dai bambini. 
Molta parte d'ItaUa ha aperto gli Asili alla povera infanzia; 
poi qua e colà scuole pei non poveri, moddllate «gli Asili; poi 
qualche ricovero o casa in cui si raccolgono gli uscenti dagli 
Asili » e vi si perfezionano quanto allo spirito e vi si addestrano 
alle arti. Ottimo pensiero, che se prendesse tutte le teste,- 
oserei di promettere air Italia mutata in venti anni la condi- 
zione sua. Della parte più valente, che è l' industriosa , ftitevi 
TecoDomo. L*uomo £a di tutto per guadagnare, e voi rendete 
produttori i guadagni del popolo, toglietegli di mano quanto 
dona ai vizi, e serbatelo a migliorargli la famiglia. Gasse di ri- 
sparmio, aasieuraaiottì della vita. ** Molti per difetto di buona 
educazione rompono. la vita, e voi saldatela negli orfanotrofi, nei 
collegi, ne* ritiri: a tutti istruzione ci vile, lavoro, ordine, ginna* 
stica e pane; poi escano ad un'arte, vegliati, ma senta che 
il sappiano ; perchè pena mai non ò disgiunta da vergogna , e 
la vergogna non eccita che di rado il bene, sempre affievolisce 
gli animi. Molti per manco di forze, por istenti, per mille dolori 
si disfanno: date cura e salute agli spedali; ma facdano l'opera 
i cittadini più dotti, più attivi, più generosi,* cbe i venali non 
rubino, e non lascin rubare. 

a Scuole di grammatica, scuole festive di disegno, di arit- 
metica, di storia civile, di chimica; scuole notturne di meo- 
canica e disegno e lingua : scuole di geografia fisica e stati- 
stica, di agricoltura, di storia naturale tanto necessarissime, 
di enologia, d'industria commerciale. Fremii ai più egregi in 
ogni arte, in ogni scienza: premii ai più generosi. Onori ai 
cittadini più amorevoli della patria. — Tutto procacciate voi, 
giovani, io concorso privato di voto e di pecunia. Se amato la 
patria, educatela. I ricchi, i nobili che vorranno essere sopra il 



184 LKTTORB DI rAMlGUA 

popolo , faticheranno, studìeraono come i loro fratelli, e saranno 
più degnamente nobili, più giustamente ricchi. 

« Ogni paese ha qualche bene speciale, cave di marmi, sali- 
ne, miniere ferrifere, argentifere, ramifere, magone, acque pure 
sparse, o correnti in isbriglia ; terra da gelsi, da olivi, da 
viti, a produrre vini eccellenti. Procacciate per soscrizioni di 
socii di attivare Findustria, Fagricoltura : il denaro non sarà 
gettato, impiegherete molte braccia, diminuirete l'ozio, allar- 
gherete la ricchezza. 

« Ogni paese manca di qualche comodità. Strade, ponlit 
luce notturna, difese dall* acque, canali per irrigare, per ma- 
cinare, per muover macchine, luoghi di spettacoli pubblici, di 
pubblica istruzione, scuole di canto, di corsa, di salto, di equi- 
tazione , di nuoto ; eccitate i cittadini : per poco che molti fac- 
ciano, insieme faranno tutto. 

« Ogni paese ha qualche illustre: e voi promovetene l'onore; 
sollevate la città , perchè possa quieto e riposato comporre un 
qualche bene che sia perpetua gloria della patria. 

a Ogni paese manca di chi si occupi di qualche cosa spe- 
ciale; la terra, non nemica a nessuno, può avere un ingegno 
e non accorgersene: proclamate premi a saggi di scienza» d'arte, 
di studio qualunque vi abbisogni; se v*è, uscirà. Se non v'è 
oercatelo al largo, ma grande, ma sommo; e fatelo premiatis- 
Simo; il genio suo traspianterà in casa vostra la scienza, di 
che mancate. Ma gridate contro la parsimonia ; la quale dev'es- 
sere per le private spese, non per le pubbliche, le quali tanto 
producono quanto son grandi. Agi* ingegni conosciuti , ma sfor- 
tunati, date mezzo onorato di produrre opere degne ». 




U SCmiTTl m PAMCIOLLl i9& 



STORIA NATURALE 



ORDINE DEGL'INSETTI COLEOTTERI 

Sottordine dei Tetrameri. 

(V.Vol,ppeiìMP.W4) 



Quatttifoque di ordinario sia difficile trarre il carattere 
distintiro di una famiglia dalia Jnngliezia più o meno conside- 
rerole di una parte quaianqne dei corpo dell'animale, si pnò 
Bon di meno per la Simiglia dei Lm^eotni impiegare senxa 
ÌDO(HiTeBÌent« la Inagbezsa delle antenne per caratterizzarli. 
Infatti qneflti organi aono ordinariamente lunghi quanto il corpo 
iatiero, e spesso anco più, dimodociiò si possono quasi sempre 
rìeoQoscere qoesti insetti al primo «guardo. Un altro carattere 
non meno evidente' si è che la parte inferiore dei primi tre 
articoli del loro tarso è fornita di spazzole, ed il quarto offre ^ 
Q& piccolo rigonfiamento che simula un quinto articolo ; ciò che 
ha indotio alcuni naturalisti a porre i longieorni tra i coleotteri 
pentamerf. 

Gl'insetti cU questa famiglia sono generalmente grandi e 
vesso adorni di colori vivaci; e quando volano producono un 
nunore acuto, che ò prodotto dall'attrito delladdome contro 
il corsaletto , o della testa contro lo scudo. Le loro larve prov- 
viste di forti mascelle attaccano la scorza ed ancoil tronco degli 
Alberi, e lo sforacchiano , rendendolo per tal modo improprio 
Alle costruzioni. 

U genere principale di questa famiglia è quello dei Capri- 
forni (cerambjx). Quest'insetti hanno le antenne lunghissime, 
e le mandibole poco sviluppate. Si distingono anche alla grati- ' 
<lftza del loro labbro superiore, che è molto visibile e largo 
IV. n. e. 2k 



186 LBTTOIS DI rAMlOLU 

quanto la (egta. Il loro corpo ò allungato, ed ornato di colorì 
brillanti e variati ; le loro forme leggiere ed eleganti annun- 
ziano nei loro movimenti un^agilità rimarchevole; infatti il 
loro volo ò rapido e di lunga durata; ma al tempo atesso 
fragoroso. 

I capricorni vivono nei boschi sui tronchi degli alberi, e 
mediante un lungo tubo che portano all'estremità dell'addome, 
depositano le loro uova nelle fessiture e sotto la scorza del legno. 

ramlfflli^ del Clellel. 

Tutti i coleotteri di questa famiglia hanno il corpo rotondo 
o almeno pochissimo allungato, e senza una ben netta distiniiooe 
tra il corsaletto e l'addome; e da ciò appunto proviene il nome 
di ciclici, che significa orbieolari o rotondi. 

' Questi insetti sono ordinariamente di piccole dimensioni , 
e forniti di colori vivaci e spesso metallici. Lenti nella loro 
andatura e nel loro volo, sono obbligati di tenersi nascosti o 
di prendere molte precauzioni per evitare i pericoli. Lo strat- 
tagemma più comune da essi impiegalo per sfuggire ai nemici 
consiste nel lasciarsi cadere in terra dall'alto degli alberi, ed 
essendo quasi tutti molto piccoli, trovano tra le foglie sparse 
sul terreno, o nelle fessiture del suolo un sicuro nascondiglio* 
Le larve di questi insetti hanno tutte aei zampe e possono 
camminare assai bene; quando sono per subire le loro meta- 
morfosi si fissano alle foglie degli alberi il colore delle quali 
confondendosi con quello della loro pelle , impedisce che aieno 
viste dai loro persecutori. Certe specie invece si eottraggoQo 
al pericolo, nascondendosi sottoterra ed ivi passando tutto il 
tempo del loro stato di larva. 

Due sono i geneiii importanti di questa famiglia , cioè le 
Cauidi^ e le Crisomele. 

Le CaiHdi (cassida) sono volgarmente chiamate eeurahei^ 
pizzughe, poiché la loro forma arrotondata o ovale rammenta 
quella del guscio di questi rettili. Questa conformazione uniU 
alla disposizione della loro testa che è intieramente o in gran 
parte nascosta sotto il corsaletto impedisce di confondere que- 
sti piccoli coleotteri cogli altri insetti della stessa fkmiglia ; il 
corsaletto e le elitre riunite formano nella parte superiore del 



K scsmi PSB rANaoLLi 187 

loro corpo ana specie dì scudo che protegge il loro corpo nel 
modo più efficace, perocché sporge al di fuori delle zampe 
deiraddome e delia testa, precisamente come fa un gasco {eai^ 
m) al capo che è destinato a difendere. 

Questi caratteri sarebbero stati sufficienti a fissare su questi 
animali Tattenzione dei naturalisti, se i medesimi non l'atti- 
rassero ancora poi colori argentini o dorati di cui sono rive- 
stiti. Ma le abitudini delle larve di questi insetti sono anco più 
rimarchevoli» Queste lanre hanno una coda biforcuta , che ter- 
mina l'addome, e tra i rami di essa è posto l'ano* L'uso di 
questa particolare disposizione è dei più singolari: a misura 
che la larva rigetta i suoi escrementi , i rami della coda bifor- 
cata essendo guarniti di aculei li trattengono nel loro passag* 
gio, per modo che tali materie non tardano a formare una 
massa, cosi grande quanto l'animale stesso* Allorquando que- 
sto si vede perseguitato da qualche insetto o da qualche ne- 
cello, si ferma ad un tratto, raddirizza la coda e fa cadere 
sul proprio dorso il disgustoso carico che portava seco , dimo* 
dochè il suo corpo acquista l'aspetto di un mucchio di sozzura 
da cui i nemici rifuggono. 

Le Crisomele (chrysomela) hanno il corpo ovale, liscio ed 
ornato di bei colori come le cassidi ; le loro abitudini sono del 
tutto simili ed il loro corpo egualmente piccolo: mi| si ricono- 
scono facilmente alla testa sporgente al di fuori del corsaletto. 

Quest'insetti non sono meno ammirabili per l'istinto di 
conservazione di cui la natura li ha provvisti. Debolissimi come 
sono per resistere ai loro nemici , sarebbero bentosto la preda 
di questi, se non fossero protetti da uno scudo solido, e se la 
loro picciolezzà non li rendesse difficili a scorgersi. Ma poiché 
le loro larve non hanno la prima di queste difese vi suppli- 
scono con un artifizio al quale ricorrono ogni volta che sono 
in pericolo. Da^ loro corpo trasuda un umore viscoso , colorito 
e fetido che emettono allorquando si veggono inseguiti, e che 
è sufficiente a respingere il nemico. Passato il pericolo la larva 
riassorbe la materia emessa e la serba per una nuova occasione. 



188 LBTTinUI DI PAHraUA 



k."" Sdiardine 



Qaealo groppo che è il meno nunieroso deirordioe, raechin* 
de i ooleotleri che hamio soltanto tre articoli ai tarsi, e si 
compone di ctsqae generi » dai quali ano solo comprende delle 
q»ecie europee ed ò quello delle eaeeinelU (coccinella); Qoesti 
insetti sono molto rimarchevoli per la forma globulosa, perh 
brevità delle zampe e delle antenne e per la varietà dei colorì. 
Sopra un fondo omogeneo giallo o rosso, hanno delle mac' 
Ghie di colore più cupo disposte con regolarità e siraetria; le 
loro elitre moke incurvate e perfettamente congiunte, sembrano 
formare una piccola conchrglia sotto la quale l'animale si na- 
sGonde a guisa d'una piszuga» L'eleganza della loro forma e 
la bellezza dei loro colori rendono questi piccoK coleotteri pia- 
cevoli a tutti, e specialmente ai fancialli* 

Le Coccinelle sono essenzialmente carnivore e divorano usa 
considerevole quantità di pulcioni sia allo stato di larva che 
dMnsetti perfetti, e con ciò rendono un grande servigio al- 
ragricoltorii. Sono comunissimo in tutti i paesi ; gli uccelletti 
ne divorano una grandissima quantità malgrado la solidità 
delle loro elitre e l'umor fetido che spandono quando si Teggono 
prese. Le specie pia comuni sono la Coeeimila a iué nkoedii^ 
e la Coecinetia a MU macchie. 

Prof. L. D. 



■ SCEITTI f BR PANCIOLLI 



ANNUNZJ DI LIBRI 



Racconti Bibugi della marchesa Teresa Bernardi Gas- 
«ANI Ingoni. ModcDd, Tipografìa Cappelli» 4857. 

Quando resimia autrice ebbe dato alle stampe il manifesto 
di questa opera educatrice e instruttiva, noi l'annunziammo 
ai nostri lettori , riportando le parole da lei premesse al lavo- 
rO| e un saggio del medesimo. Ora eh' ella ne ha pubblicato 
il primo fascicolo , torniamo a ricordarlo e a raccomandarlo , 
soprattutto alle* madri, essendo appunto dettato danna buona 
^re pei suoi figliuoli, e sembrandoci che in tutto sia merite- 
Toie di buona accoglienza. 

Nello stesso tempo facciamo noto che il signor Paggi libraio 
fvitji Firenze riceve le firme di associazione a quest'opera» e si 
^ cura di dispensarne i fascicoli. u Direzione. 



Ricordi e Studj sulla Esposizione Agraria Toscana, 
tenuta presso Firenze nel 1857. Per Francesco 
Carega , dottore in scienze naturali ec. Firenze , 
Tipografia Beocini , 1857. 

Questi ricordi e studj ce. furono già pubblicati nel giornale 
^^ Spettatore ^ e meritamente incontrarono Taggradimento dei 
lettori. Ora Tautoro li ha riuniti in un bel volumetto di circa 
^pagine, e si vendono al prezzo di paoli due, a benefizio 
<lsgli Asili infantili di carità di Livorno e degli Ospizj marini 
Statuiti in Firenze. 

L'Educatore Lombardo, Giornale del Pio Istituto 
dei Maestri di Lombardia. 

Vero è che da un bene ne germoglia un altro. L' istituto 
<li nntno soccorso dei Maestri , fondato non ha guari in Mila- 
no, oltre ai vantaggi ehe arrecherà ai soej, si ò proposto an- 
cora di porgere alle famiglie in generale una lettura che riescirà, 
abbiam ragione di sperare, utilissima. 



190 LBTTGKB DI rAMlGLIA 

Poniamo il programma del naovo giornalo di educazione, 
al quale facciamo applauso offrendo una stretta di mano fraterna. 

« Alla Lombardia, doviziosa di provvide istituzioni dirette 
ad agevolare l'educazione della gioventù, mancava un periodico 
che, occupandosi esclusivamente di materie educative, offrisse 
ai giovinetti una serie di letture adattate alla loro età ed ai 
loro studii. Il pio Istituto di mutuo soccorso dei Maestri, vo- 
lendo supplire a tale difetto, pubblicherà settimanalmente an 
giornale da poterne formare alla fine deiranno un bel volome. 
In esso verranno compendiate le notizie che interessano le arti, 
le scienze e le lettere, avuto però sempre riguardo all'indole 
de* suoi lettori. L*efficace cooperazione di varii^aestri di Lom- 
bardia e di valenti scrittori che gentilmente sussidiano la re- 
dazione , renderà duratura la modesta esistenza di questo perio- 
dico con vantaggio degli studiosi e degli addetti al Pio Istiluio, 
di cui è Tergano ufficiale; poiché ne pubblicherà gli avvisi, 
le circolari, i rendiconti, come pure i nomi dei protettori, e 
quanfaltro giova portare a comune cognizione. Si riprodurranno 
Io Statuto organico, e il Regolamento interno, aggiungendovi 
quei commentì che tornano opportuni per la più facile intelli- 
genza. Oltre agli annunzj dei libri risguardanti T istruzione, 
tosto che sono pubblicati od anche in corso di stampa, ver- 
ranno inserite le ordinanze deirautorità scolastica, quando di- 
rettamente importino al corpo dei Maestri. L'ultima pagina 
annunzierà anche i posti vacanti , e potranno i direttori e le 
direttrici dei Collegi od Istituti, come pure gli Istruttori, 
valersene per l'inserzione der loro avvisi. Colla pubblicazione 
di questo giornale avranno le famiglie un periodico opportu- 
nìssimo pei loro figli , gli ascritti al Pio Istituto de' Maestri il 
modo più sicuro di essere informati intorno a quanto li ri' 
sguarda, e tutti coloro che vorranno annoverarsi fra gli asso- 
ciati , un mezzo di far conoscere il valido patrocinio che si 
compiacciono accordare alla provvida istituzione. 

<x Un corpo modesto, come quello degli Istruttori , non può 
in nessuna occasione rinunciare alla semplicità della propria 
espressione ; perciò senza far pompa di promesse, almeno quella 
manterrà di essere ognor semplice e morale e non dimenticherà 
mai iMndole dei propri lettori o. Per la Hedag. 

. 0. B. Stampa. 



LBTTimB DI FAM16LIA 191 

CRONACA DEL MESE. 

La debolezza dell' Impero Turco ha avola ana nuova conferma 
neirabolizlone delle elezioni della Moldavia. La sublime Porla vor- 
rebbe per certo che la Moldavia e la Valacchia cooliDuaasero a reg- 
gersi separatamente aotto il suo dominio, e gli aboai di aotorilà del 
Cainacan Vogoridea nelle paaaate eleiioni per olienere on volo sepa- 
nlisla , non erano alate vedute di mal occhio a Costantinopoli. Ma la 
Porta ha dovuto cedere alle rimostranze delie sei Potenze che tirma* 
roQo il trattato di Parigi » e le nuove elezioni sono riuscite con una 
oiggtoranza grandissima per il partito dell'unione, il quale vi conta 
66 ?oli sicuri» contro 6 partigiani della separazione, e Ift di cui non 
si cooosce la opinione per la quale prepondera uo. 

Il Parlamento inglese fu prorogato sul cadere del mese d'Agosto, 
e la Regina, rìograziando i Lordi e i Signori della Camera de'Comoni, 
della cooperazione loro al di lei governo, toccò della gravità delle 
ìonrrezloni -^elF India , e assicurò che nessun sacrifizio sarebbe tra- 
lascialo per ristabilire l'aotorità inglese In quei luoghi. 

Le notizie dell'India son sempre gravissime, né si potranno 
avere delle migliori Gntanlochè non giungano colà tutti i rinforzi che 
Hngbllterra vi ha mandati. La auperiorilà degli Europei contro gl'in- 
di è certissima; ma il loro numero è cosi scarso di fronte a que- 
sti ultimi che la lotta riesce troppo disuguale; e se gl'Inglesi non 
^Do stati scacciati affatto dal Bengala , lo debbono alla mancanza di 
direzione intelligente fra gl'insorti , i quali non sanno riunirsi in 
KraDdi masse e portarsi ad opprimere gl'Inglesi col numero. Sir Colin 
^mphell è gianto a Calcutta, ed ha preso il comando dell'esercito; 
^ le ultime notizie facevano dubitare che si fosse ammalato. Delhi 
resiste sempre, e gl'Inglesi sono costretti a limitarsi a respingere le 
sortile frequenti degli assediati senza potere attaccar la città* Il ge- 
nerale Havelock , che è stato sempre vittorioso contro gl'insorti, dopo 
iver ripreso Cawmpore , si era diretto sopra Lucknow per soccorrere . 
ilpieeolo presidio di quella piazza, che erasi tanto valorosamente di- 
fcso. Anche le Presidenze di Bombay e di Madras , hanno qualche 
f^giroento indigeno insorto, è nella stessa Calcutta è stata scoperta 
«Da cospirazione ;. lo che dimostra quanto poco l'Inghilterra possa 
fidarsi degl'indigeni. Gli orrori commessi contro le donne e i fanciulli 
Koropei dagl' indigeni , e principalmente dal più feroce dei loro capi 
Nena-Saib a Cawmpore fanno raccapricciare. 

Gl'Inglesi hanno aperte delle soscrizioni in favore delle vittime 
della ribellione dell'India , e a queste hanno concorso anche altri paesi 
d'Europa. L'Imperatore Napoleone inviò a quest'oggetto al Lord Maire 
di Londra 1000 lice sterline, 400 la guardia imperiale, 100 il Mini- 



102 LBTTOaB DI FAMMLU 

atro Waletcky ; ma significantissimo su latti fa rinvio di 1000 lire 
sterline da parte del Saltano Atxlol Medgid , pensando che egli è capo 
spirituale dei Maomettani , i quali si son ril)ellati agrioglesi sotto an 
pretesto di religione. 

L'Imperatore Napoleone, portandosi a Stoeearda a restitoire osa 
dapliee Tisita rioerata dal re di Wartemberg , si è incontrato con rim- 
peratore Alessandro di Russia , ed ambedue questi Sovrani liaimo 
portato seco I loro ministri. Molte voci son corse sniroggetto di qoeato 
incontro, e non è mancato chi abbia voluto vaticinare una variaiione 
di politica e d'alleanze. Ora Tlmperator d'Austria s'incontra anch'esso 
con l'Imperatore di Russia a Weimar; ma qual possa essere il reci- 
tato di questo avvicinamento fra i tre Imperatori Europei sarà fatto 
palese dal seguito degli avvenimenti. 

Intanto la Francia estende in Afflrica i suoi doroinj e la sua in- 
fluenza. Il Rey di Tunisi, in seguito di alcuni disordini e persecoiioni 
del Maomettani contro i Cristiani , ha pubblicato delle rìforne, e 
proclamata la civile eguaglianza di tutti i suoi sudditi senza dìffereasa 
di religione , e la flotta francese appoggiava con la sua presenza aelle 
acque di Tunisi , la pubblicazione delle riforme del Rey. 

Altro motivo di lunghi discorsi ha dato l'Assemblea del Dacato 
di Holstein, la quale ha respinto a unanimità II progelio della doov» 
costituzione presentatole dal re della Danimarca. La Dieta si è qoii^ì 
disololta ; ma prima ha pia volte applaudito il re , quasi per mostrare 
che II progetto della nuova costituzione non era slato respinto per 
avversione alla di lui persona , ma perché creduto lesivo degl'interessi 
germanici di quel Ducato. La Dieta inviò sciogliendosi una supplica al 
Re esponendo contemporaneamente i motivi del suo rigetto. 

Frattanto le facilitate comunicazioni fra tutti i popoli civili d'Eo- 
ropa danno agio agli scienziati di tutti i paesi di rranirsi frequente- 
mente per il progresso delle scienze e della eiviltà. A Tprino si tiene 
un congresso di telegrafia ; a Vienna si tenne un congresso di stati- 
stica , al quale assistè come deputatd per la Toscana il cav. Zaccagni- 
Orlandini ; a Grenoble se ne tenne uno scientifico universale, in eoi 
molto si trattò del taglio dell'istmo di Suez ; a Rrusselles se ne tenne 
uno particolare per roftalmologia; a Prancoforte uno per la benefieensa. 

La Spagna è sempre in pericolo di nuove variazioni , e il Mini- 
stro Narvaez è sialo sul punto di dare la sua dimissione. 

La Svezia e la Norvegia hanno approvata la reggeata del Prin- 
cipe imperiale f durante la malattia del Re. 

L'imperatore Alessandro di Rusaìa ha aceordata la ristampa delle 
poesie di Micklewich , previa però la censura , a benefiico degli or- 
fani del poeta polacco. È da sapersi per comprendere il valore di qae- 
sta permissione , che sotto Niccolò alcuni sono stati imprigionali « Al- 
tri esiliati in Siberia per essere stati trovati possessori di queste 
poesie. A. G. e. 



Voi. IV. {Ottobre 1867) N." 



LETTURE DI FAMIGLIA 

DI FIRENZE 
( NiiOTa Coll«mlone ) 

UNA VITTORIA DELL AMOR FILIALE 

iNTEBLOCUTORr. 

jBBftUto , vedova. 

mMwIlnd») sua figlia di 43, o 44 iadì. 

AMiiuite) vecchia portinaja. 

V«re«iiift , nipote della portinaja, 

B»rtA«Éte, amica di Rosaltnda. 

ATTO PRIMO. 

(La iceiia è in^nn giardino , indi in casa della .Signwa Emilia). 
Bft I. - Assunta , Teresina. 



Aii. {ita cucendo tuli' uscio della sua stanza di portinaja, 
^ n suppone a destra dello spettatore) 

Teres, {fa la calza, seduta accanto alla sua nonna) Come 
■Bai la signorina non ò ancora scesa ? Dovrebbe averla già 
finita la sua lezione di pianoforte. E si che la giornata è bella 
per passeggiare e di? ertirsi nel giardino. 

Ass. {sorridendo) Ti saresti tu forse stancata a lavorare? 
Hil nipote mia, a nojaUri braccianti non è lecito prenderci 
^i poco un tantino di svago. Per noi la giornata di lavoro 
^€ve essere tutta d'un pezzo. 

IV. n. e. 25 



194 LBTTOmB DI PAMIOUA 

Ter$i» Oh I nonna 1 non occorre che voi me lo diciate. Io 
lavoro volentieri, e non mi euro poi di tanti svaghi. Non vi 
pare che faccia in tatto e per tutto il vostro desiderio ? 

A9i. Lo so, Io so; non ho volato farti un rimprovero. Ma 
certe cose non è mai male ripeterle, perchè ciascuno defe 
sempre avere presenti a sé gli obblighi del proprio stato. Del 
resto, ho caro anch'io che tu vada un poco a spassarti in 
compagnia della nostra padroncina. 

Xeres. Mi premeva di farle vedere quel bel fiore che è 
sbocciato stamani , e del quale il giardiniere fa si gran coilto. 
Anch' ella aspettava con impazienza che sbocciasse. 

Ass. E finalmente è sbocciato, eh? va bene ; ma durerà poco 
a fare spicco della sua bellezza, non è vero? 

Terei. Così dice il giardiniere. Prima di sera sarà appassito 
per Taffatto. 

Ah. e cosi avviene della giovinezza* vedi tu? A vojallre 
fanciuUine non par vero d'arrivare all'età da non esser più 
chiamate bambine. Ha eccovi giunte ; e poi in un momento quel 
bel tempo passa , e vorreste tornare indietro. Però nojaltrt vec- 
chi ci raccomandiamo che vi sappiate approfittare del tempo. 

Teres. Voi dite benone, e farò di tutto per non ne perdere. 

A$s* Ed io sono contenta di te. Del resto, dianzi, men- 
tre tu ajutavi al giardiniere ad aprire le vetrate delle stufe, 
m*è parso di avere udito una carrozza fermarsi al portone. 
Sarà venuta qualche visita» e da questo dipenderà l'indugio 
della padroncina. 

Tene. Infatti mi disse jeri che aspettava quella sua amica , 
quella signorina che si chiama Enrichetta, ve ne ricordate? 
quella che fa tanto chiasso, che ride sempre » che scherza con 
tutti... • 

A$$, [un po' uria) Eh I me ne ricordo bene, non dubitare. 

Teres. A dir vero, qualche volta quella signorina va un 
po' agli eccessi. 

As». Te ne sei accorta anche tu? Credo anch'io che la 
padroncina da questa amicizia non possa ricavare nulla di 
buono- 

Terét. Se vengono insieme nel giardino, e se m'invitano, 
secondo il solito, a fare il chiasso con loro, io cercherò una 
scusa per non seguirle. 



K aCftlTTI PEI PANCMLLI 195 

Au* E perchè mendicare una scusa? No davyero! T'ho io 
roaì insegnato a fingere « t* ho io mai dato esempiojdi queste cose ? 

Tersi. ìioy ma io credeva in questo caso di far bene. 

A$s, Sono sempre finzioni , azioni da ipocriti , e non è mai 
bene imitar costoro « nemmeno a buon fine» PiuUostp si dice , 
non voglio, e tanto basta. Ha anzi, se quello che tu supponi 
avvenisse, tu devi accettare T invito. Ho caro, ed anche la 
signora, lo so, avrà caro che quell'angiolo della sua figliuola 
QOD resti sola con questa sua conoscente. Tu hai più età di loro, 
e inconseguenza dovresti anche avere un pò* più di giudizio, 
e potrai forse impedire che commettano qualche imprudenza. 

Teres. Farò quello che voi credete meglio. Sta* I se non 
sbaglio sento schiamazzo.... Sono risale.... Dicerto, riconosco 
la voce di quella signorina.... [i'aixa^ e va a vedere in fondo 
alla eeena) Si ; sono loro [toma accanto alla vecchia) ; e sono 
sole, sapete? 

Àie. Ricordati dunque di quello che ti ho dello. 

Teree. Non dubitate. Farò io da mamma. Eh ! con me non 
si scherza. Saprò farmi obbedire I 

À$$. (ridendo) Ohi ma bada, non t'investire d*un'autorità 
che non ti appartiene. Ricordati che tu sei la nipote d*una 
povera portinaja; e che la signorina è figliuola della nostra 
baona padrona, 

Teree. Oh l non crediate.... 

Ast, Cauta , ma rispettosa. . 

Terei.Eo detto in quel modo, cosi per ischerzo. 

iiMM» II. - EnrichiUa e dette , poi la Roiolinda. , 

Enr. [di dentro alla einietra^ cioè dalia parte dove ei n»p- 
poM che eia il cancello del giardino) Teresinal Teresina! Dov*ò 
ia nostra Teresina? (entrando) Ah! sempre quii sempre col 
lavoro in mano ? Siamo scese nel giardino , ed ancora non te 
Q*erì accorta? (tornando indietro dalla parte di dove è venuta) Ami- 
cai Rosalinda! L'ho trovata io, l'ho trovata! La Teresina è qua. 
(roma avanti). Ila io parlo al vento 1 Non so dove mai la Rosalinda 
sia andata per cercar di te. Oh I non voglio confondermi. Giri 
quanto vuole; è una storditellat... Ma tu! anche tu oggi mi 
fai la stordita. Che cos'è stato? Non hai nemmeno voce per 
salutarmi ? * 



196 LBTTOBB DI rAXIQUA 

Teres. Scasi I ma non mi ha lasciato tempo !... Son serva..* 

Enr. Io son venata per fare il chiasso, e non voglio masi 
serj. Allegra! allegra! butta via il lavoro...» Oh ! (coti affetta- 
zione) baon giorno. Assunta. Non vi aveva veduta* 

Asi. (con gorbo) Signorina , son serva. 

Enr. Animo 1 Su vìal Date licenza alla vostra nipote di 
venire a spassarsi con noi. Permettetele di lasciare il lavoro. 
Voi la volete far marcire dalia fatica questa povera fanciulla. 
I vecchi non hanno compassione dei giovani ì 

Tereè. Oh! ma io non posso dir questo, no davvero! La 
' mia buona nonna..- 

Aé$, Va' pure a tener compagnia a queste signorine 
giacché lo desiderano* 

Teres- ìeon premura entrando in ea$a) Vado a posare la cal- 
za, e torno subito. 

Enr. Manco male ! Cosi va bene fai aeeotta con aria 
scherzevole alta vecchia) Ora siete una donna di garbo, la mia 
buona vecchiuccia. La gioventù, cara mia ha bisogno di moto. 
Ve ne ricordate, eh? quando eravate fanciulla anche voiT 
Avrete fatto il chiasso» avrete riso, avrete fatto più strepito 
di noi.... Ed ora.... su via! ditemi qualche cosa. Fatemi udire 
qualcuna delle vostre parole.... Voi che siete cosi brava a spn* 
tar sentenze! 

A$i. Grazie , signorina , io non presumo d* insegnare a chi 
può essere più istruita di me. 

Enr. Si vede che oggi Foraoolo non è in vena ! 

Teree. [tornando senza lavoro) E la signorina non é ancora 
venuta? Vuole che vada a cercarla io? 

Enr. Non ti confondere [ridendo) Rideremo ! Ella ti cerca 
dove tu non sei ! Questa è bella davvero! 

Teres* Ma non vorrei.... Scusi.... [per andare). 

Enr. Ferma! abbiamo detto di fare a capo a nascondi. 
. Potrebbe darsi che avesse già voluto incominciare il ginoco. 
Bravai spiritosa 1 Non Tavrei creduta cosi svelta! Manco male! 
mi pareva che da qualche tempo si lasciasse andare al pateti- 
co ! Tanto meglio se mi sono ingannala [si accosta verso l<^ 
parie del cancello) Ma! che cosa vedo ? Eccola li; guarda verso 
il cancello dei giardino. Che cosa vi sarà da osservare ? Voglia 
vedere anch* io [corre via). 



B gCMTTI PKft PANC10LL1 197 

A$$. {$i nlxa con fremuta ^ e va a vedere vena il eaneelio) 
La sigoorina guarda con premura verso il cancello 7 

Teres. {dietro alla nonna) Che cosa paò essere ? 

Ait* (voltando^) Nulla, nulla I {guardando). Eccole incon- 
tro a noi. Resta al tuo posto {torna indietro). 

Enr» Dunque ; stavi tu forse contemplando il sole ? Non 
vi sarà da saper nulla ? Davvero che tu mi parevi un astronomo 
ehe avesse scoperto la cometa* Andiamo, andiamo a spaèsarci 
con la Teresina, giacché la sua nonna {caricata) si è degnata 
di permetterle un po*di isvago. 

Bos. {con ingenuo affetto) Ma io voglio dare il buon giorno 
all'Assunta {va a prenderla per mano). Come state voi cara As^ 
SQota? vi saluto anche a nome della mamma. 

Àii» Io sto bene. .Tante grazie, signorina. E lei? e la 
signora madre ? 

Roi. Benissimo. 

Enr. Ma il tuo beniesimo va poco d*accordo con l'aria 
KQtimsntale che io scorgo da qualche tempo. No, non mi era 
ìngaDoata.... Anche (^gi...« Anzi, oggi mi pare che *tu sia più 
distratta del soKto. Animo I che cosa facciamo qui 1 Non per- 
diamo più il tempo in queste chiacchiere. Via I Chi sarà la 
prima ad andare a nascondersi? Presto I una bella corsa!... 
Di' quello che vuoi.... sarà un giuoco da bambine.... ma,... io 
mi ci diverto sempre, rido, e tanto basta. Se hai da proporre 
di meglio tu, avanti I ma lestezza I risoluzione 1 io sono impa* 
nenie. 

Itof. Vengo 1 vengo ! ma sto anche un po' volentieri con 
b mia buona Assunta [le etringe la mano). . 

far. £d a contemplare le nuvole dalle fessure del cancello. 
Oh! Finiamo questi daddoli! chi mi vuol ben mi seguiti {va 
^fi correndo e ridendo)* 

Aof . (con afétto) Addio a tra poco , Assunta {prette eotto 
^c'to la Tereeinal Contentiamo i'Enrichetta. Questa pazze- 
r^lla non sogna altro che chiasso {via correndo)» 

ita. (rimane in piedi guardando vereo il cancello) La signo- 
rioa s'era fermata anche oggi al cancello? È pensierosa , di- 
toUa... Si, è vero; anch'io me n'era accorta... Dunque... an- 
die |eri.... non fu caso.... Ah ! non vorrei che fosse vero quello 
che io dubitava... Ma come mai? No, noi alla sua età!... Ap^ 
pena quattordici anni l... £ impossibile!... 



198 



LBTTOmB DI FAMIOLIA 



0eeB« III. - AiiWita , ed Emilia. 



Em. {mene dalla destra di dove amo venute le fanciulle) Ah ! 
siete qui Assunta? Va bene. 

Ass. {riseoesa, eon premura e rispetto) Le signorine sono 
andate a spassarsi nel giardino. 

.Em. E la vostra Teresina è con loro? 

Ass. Sì signora, la mia nipote è con loro. Hanno avuto 
la bontà d* invitarla ; e giacché vosignoria mi disse che lo pér- 
metteva»... 

Em. Sì, stl Non mi oppongo davvero! Anzi, voi sapete 
che Tho desiderato... E ora sono lontane di qui... [guardando] 

Ass. Sì signora; spero peraltro che non vi sarà alcon 
pericolo.... Anderò a cercarne.... Anche subito se vuole. 

Em. No; anzi, ho piacere di trovarvi sola; ho da dirvi 
appunto qualche cosa in segreto. 

Ass. Per servirla. Ma poteva farmi chiamare. Sarei ve- 
nuta su io.... 

Em. Ohi se posso risparmiarvi di salire le scale lo fo 
volentieri.... 

Ass. Quanto è buona ! 

£m. Inoltre non sarei stata libera di dirvi ciò che mi 
preme, perchè vi è su la mia amica, la madre dell' Enricbetta.* 
Eppure vorrei levarmi subito una certa curiosità.... Ecco qui [con 
cautela) Dite, mia cara Assunta, vi sareste voi forse accorta che 
un giovine, quello che abita nel palazzo di faccia , il figliuolo 
stesso del padrone di quel palazzo, si sia scioccamente posto 
a guardare, a far cenni verso questa parte.... cosi, come h" 
rebbe.... non saprei.... sono ragazzate.... ma a volte.... 

Ass. Signora 1... Eh!... Quasi quasi... 

Em. E la vostra nipote non è più tanto bambina... Dunque. 
chi sa? 

Ass. {sorpresa) Ah! la mia nipote? 

Em. Cosi mi è stato detto.... almeno.... qualcuno lo ba 
dubitato. Saranno sciocchezze, ripeto. La vostra nipote poi 
savia!.*, è ingenua.... nonostante.... non vorrei che la m*^ 
figliuola, benché giovanissima.... Sapete?... a volte.... bisògn 
badarci seriamente', perchè dal contegno, dalle parole, cbe s 
io !... possono pur venirne certe impressioni che poi , ool ^^ 



B BCBITTI PBB FANGIOLU 199 

scere degli anni, si riaffacciano alla n>enioria..* Già roi siete 
prodeote... Dovete capire... Mi bastava di avvisarvi 

A»». Ahi si signora!.. È vero... Cioè..* le dirò. Quel signo- 
rino aveva ardito di mostrarsi... [tra $i) La mia nipote 1 

Enr. {dol$ntisHfna) Propriamente? Ah! questa cosami af- 
fligge molto! {tra $è). La madre deirEnrichetta dunque aveva 
ngioDo. 

Aé$. Ha posso anche assicurarla che la mia nipote non si 
è mai accorta di nulla... E che ora... 

Bnr. Ma come dunque avete voi potuto accertarvene?... 
Voi che quasi non vi movete di qui... che non vedete nessuno... 

Am. Ohi ma io non la perdo mai d'occhio, la mia Teresina. 
Mi accorsi di qualche cosa da alcune sciocche parole del signo- 
rìoo,e francamente feci conoscere a lui stesso che s* ingannava; 
d egli dorvò capire abbastanza. Infatti desistè subito... 

Enr. Guardate! Chi avrebbe mai creduto che, dovendo 
€gli, a quanto sembra, esser bene educato... 

A$s. Io lo giudicai , per compatimento, piuttosto pazzo che 
litro. Voleva promettere di sposarla {ridMdo):. Ma ella pu6 
girarsi se io seppi chiudergli la bocca! 

Enr. E siete propriamente sicura che la vostra nipote non 
si sia mai accorta di nulla?... 

ìm. Signora! Se ciò non fosse io non le avrei celato ii 
fatto* Qualora non vi fosse stato altro riparo, avrei piuttosto 
capato rinunziare ai suoi henefizj , allontanandomi di qui , che 
lasciare esposta alla minima molestia la mia nipote. 

Enr. Ed io. che vi stimo, sono persuasa che avreste usato 
fselle maggiori cautele che il caso richiedeva. Ma intanto questo 
P^eolo si era già affacciato... Ed io non potrei abbastanza 
accomandarvi la più scrupolosa oculatezza.... 

Ai$. Signora, ella sa che oltre al sentimento del mio do- 
vere io debbo, pur troppo I si, io debbo più d*ogni altra temere 
^ triste conseguenze di certe avventure... 

Enr* Cioè? io non v'intendo. So che una mia cara amica, 
abitante nel vostro paese, vi raccomandò a me tanto caldamente, 
^ mostrandomi di voi tanta stima , che io senza fare altre ri- 
<^crche, potei offrirvi asilo in casa mia... 

A$$. E generosa assistenza! Io credeva che ella sapesse 
tutto. Or bene, le dirò in poche parole, che la mia povera 



200 LETTURE DI WàìUQllA 

figliuola, Tunica che io aYesgi, fu» e non per colpa mia né 
sua , fu crudelmente ingannata da. un giovine facoltoso che si 
dichiarò pre^o di lei. La sposò, è vero; e noi non eravamo già 
poveri; tuttavia molta era la sproporiione di averi delle doe 
famiglie. Ei la sposò contro la volontà dei genitori di lui e 
contro la mia..*» Mal sventuratamente io era sola ad oppormi! 
Presto ei divenne un dissipato , un cattivo marito ; si rovinò col 
giuoco; fuggi; fece tristo fine* La sua ruina cagionò la nostra. 
La mia povera figliuola si ammalò. pel dolore; ebbe un parto 
infelice*... Le spese che dovetti sostenere per lei mi ridussero 
nella estrema povertà; e non bastarono a salvarla 1 Sopravvisse 
la sua creatura, ed è la Teresina. Io non seppi rimanere in 
quei luoghi che mi » risvegliavano tante dolorose memorie.... 
Trovai qui un ricovero ; una benefattrice..*. Non ho io dunque 
e molte e gravissime ragioni di essere cautelata più d'ogoi 
altra ? {commotta, e ritirandoti da parte 9 come per natcondtre It 
iaerime). 

Em* Senza dubbio 1 Che cosa mi narrate voi) la mia amica 
mi tacque tutto. Ma se anche mi avesse palesato il motivo della 
vostra disgrazia, ohi io vi avrei accolta egualmente, e forse 
con maggior premura I {tra ti) Ma questo racconto, fattomi 
appunto ora, mi cagiona un*" apprensione terribile I.». Ahimè !•• 
sarà un pregiudizio.... ma a volte.... chi sa ?... vi sono pur troppo 
certe persone che sembrano perseguitate sempre da un destino 
avverso.... Oh! se la mia Rosalinda potesse mai accorgersi.... 
Ahi non posso pensarvi.... Orsbci vuole risoluzione (a tMW0 o/M 
aU'AttutUa^ e con garbo) Mia cara , confortatevi.^ Non avverranno 
altri sconcerti.*.. Ma intanto, voi stessa dicevate poco fa, che 
mi avresste fatto al bisogno la proposta di assentarvi.... lo^tei 
afflittissima che doveste allontanarvi da noi..*. Ma se per qu^' 
che tempo vi ritiraste nella mia villa.... non sareste cosi anche 
più sicura? 

Att. {con rattegnaxione dft^nt /osa) Signora, ella deve coman- 
darmi; io sono pronta ad obbedirla. 

jEm. Non per comando. Obbligarvi non voglio* no davve- 
ro t Mi era già venuto questo pensiero.... Ed ora.... voi ste^* 
me lo avete affacciato. Infine giova sempre l'abbondare di cau^ 
tele in. cose tanto delicate... 

Att. Non ho ragione da oppormi. 



K SCftim PSm FANCIULLI 201 

■ Em, Peraltro, non subito. Gi penserò anche meglio. Ri- 
fletteteci voi pare* Torneremo a ccoisigliarci insieme. Orft non 
Toglie più lasciar sola la mia amica. Addio, mia buona Assunta. 
{vaviaiolleciiamewiè). 

0ee«« !▼• - Assunta sola» - 

Ais* [agitaiisiima) In qnal bivio mi trovo io posta? Ella 
DOS dubita che si tratti piuttosto della sua figliuola; o forse 
BODme lo vuol dire.... Ha, e perchè tacerebbe? E perchè attri- 
boire falsamente alla mia nipote?... Edio.... Sono io sicura che 
qaello sconsigliato ardisca di mostrarsi preso della signorina, e 
che ella possa avvedersene- e forse anche corrispondere, soltanto 
per faDcinliaggine?... Per ora è un dubbio.... Dovrei io afflig* 
im» questa tenera madre per un semplice sospetto? Che cosa 
(irò? Lasciar questa casa? Oh! Io farò volentieri, e subito, 
se questo potrà accrescere la sua quiete. Ha anderò io di qui lon- 
tano, senza svelarle nulla? E non potrei io, vigilando , preve- 
nire un^afllizione della mia benefattrice? Ah I chi mi consiglia? 
[n mette in aseolto) Se non sbaglio queste fanciulline tornano 
qni.... Io sona troppo turbata. ... Non voglio ancora farmi vede- 
fe;M. e forse.... Chi sa? Da qualche loto parola potrei acquistar 
lame (va in ecea). 

S«e«* ▼. - BosaUnda ed Bnri(^lta. 

Bo$. Eccoci tornate qui.... Dunque vuoi tu dirmi ora il 
perchè? La Tereaina ci va cercando nel boschetto, e tu vuoi 
shggirla; ma perchè? quale intenzione è la tua? 

Enr, (ridendo}. Ha intanto tu non hai fatto gran diiBcoltà 
> seguirmi verso il famoso , verso il misterioso cancello. E pas- 
UDdo di lì non hai potuto fare a meno di voltarti. 

Roi. (confusa) Sta' zitta! Non m'importunare con le tue 
solile visioni... 

Enr* Le mie vinoni? Ehi a me non si danno ad inten- 
dere lucciole per lanterne. Voglio saper tutto. Hi hai promesso 
di confidarmi ogni cosa... E giacché la vecchia sibilla è tornata 
^el suo antro, vien qui, mantieni subito la tua parola. Tra 
IV. n. e. 26 



202 LBTTimB DI rÀKIOLIA 

poco non saremo pifi flole, -perchè la Teresina si stancherà 
di cercarci dove non siamo.- Presto, Presto I 

Bfis* Io non ho nulla da confidarti... 

Enr. E la ina promessa?..* 

Ro$. Dianzi ho promesso, cosi... per contentarti... Non mi 
lanciavi ben avere.... 

Enr. Eh via! non Io credo... Tu. hai fatto il viso rosso... 
Qualche cosa c'òt O che amicizia sarebbe la tua, se tu non 
mi confidassi i tuoi segreti? giacché sono persuasissima che 
tu ne abbia !.. 

Ros» E* io non voglio dirti nulla ; non ho nulla da palesarti. 

£iir. E io ad ogni modo lo saprò; e dirò a tutti che to 
hai un segreto... Sicuro 1 un segreto.*, col canoello del tuo giar 
dino,.» Si... dirò... dirò che tu sei innamorata del cancello... 
Anzi... Ohi tu arrossisci più che mai? Come? La parola can- 
cello... o la parola innamorata?!.* 

itos. {con premura e MgoUimmtOf $ fuori pi^tugeudo) Tuoi 
tu chetarti?., per carità! 

Enr. Sarebbe egli possibile? (riéhudoi Ahi Ahi l'ho indo- 
vinata, Tho indovinata! 

jRo#. Ha zitta! Mi raccomando I.. 

Enr* Parla tu, e ti prometta di stare zitta ìq. 

Ro$. (ia tira in disparte eùn grande appreneùme) Nim vorrei 
che la tua loquacità, bene spesso imprudente, m'avesse a tra* 
dire. 

JEnr. (con affettaaSane) Ehi tradire!.. Che paroloni!.. Oh!., 
se si tratta di cose aerìe, non dubiti, signora Rosalinda, che 
io saprò fare da dosna pnidento... Saprò custodire il segreto 
al pari... al pari d'un ministro di stato!. . 

Roe* Sappi dunque che da qualche tempo un giovine che 
ahita qui difacoia mi guarda eoa certo occhiate.., 

Enr. E tu gli userai la garbatezza di guardar lui... Questo 
è naturale... 

JRoa. E tutte le volte che può vedermi... 

Enr* Se ne ingegna-. Ho capito... E tu? 

Jloa. Ed io... Ahi... non posso negarlo... 

Enr* To Io vedi volentieri ?.«. Ma bravai E... questo signo- 
rino sarà... Sarà un occhio di sole. 

Roe: Mi pare un angiolo ... 



B Mmim pn rAiiaiii.Li ,303 

Air. {danio in wu^ $€opfh di risa) Ahi Ahi Ha l>enel 
questa me la gtfdo ! 

Ras. Come? (sdegiuita) Tu ridi? 

Enr. Ttt fai gièr alPamoM? NoB hai a»eor messa tutti i 
denti, e mi scappi fuori ÌBnainorata? Ortf capisco il perchè di 
quell'aria sentimentale... 

Ras. Ma zitta 1 Queste non sono còse da: ridere. Qualche 
Toha anzi mi vien coglia di piangere... E se io non Io ri* 
▼edessi... 

Enr. Ehi non v'è caso. La faccenda è seria davvero... 
(eoa aria di scherno) Dimmi» quanti anni sono che tu hai lascia- 
to la balia?... 

Ras. Tu ti prendi crudelmente giuoco' di me! Come se non 
si fossero dati esempj di queste cose anche, in persone di più 
tenera età. Ho letto nella vita di Dante... 

Enr. Brava! E tu sarai un'altra Beatrice!.. 

Jlos. Pur troppo, benché io non sia Beati^icevi. 

J?fir. Né quel signorino sia un Dalkte«<» 

Ras. Por troppo, io temo d'aver perduto la mia pace... E per 
tempre (quasi piangendo). 

Enr. (ridendo) Ma bravissima ! E come hai 0Qb{t<) Il pronto 
al tuo comando il vocabolario dei romanfici> 1 • {ira si) Questa è 
proprio bella ! Non mi par vero di raceonlaria alle mie amiche... • 

Ras. E invece di confortarmi, pare ame che tn mi-derida. 
Ho fatto dunque peggio a svelarti l'arcano del mio cuore. 

£fir. (ridendo) Vedo che tu bai approfittalo moHo deHe tue 
letture fette di nascosto alla mamma. Scommetterei che tu lo 
hai imparato a mente quel bel romanzo che ti prestai^ 

Ras. Zitta! che nessuno trapeli!... 

Enr. Non dubitare. Nessuno ci sente. 

Ros. Pur troppo mi accorgo dalle tue beffe che ho commesso 
vn' imprudenza. 

Enr. Oh! io non dirò questo; non giudicherò... 

Ros. E tu invece di canzonarmi, dovresti dirmi sincera- 
mente. ••• 

Enr. Io canzonarti ? No [davvero ! Dico anzi' che tu hai 
fatto benissimo, e che bisogna continuare.... Avanti, avanti !... 
Avremo da ridere per un pezzo. 

Ros. Ridere? 



2M LBTTUBK DI FAU^UA 

Enr. Ma sicuro! Voglio vederlo anch' io... Àndiaino sabito 
là.... Deve essere.... dove?... Alla finestra, nella strada, sul 
tetto? Presto I Dove sarà? 

Ro$. [con risduiezza prendendola per mano) No I fermati ! 

Enr. Saresti tu anche gelosa ? gelosa di me ? Oh I che 
bella burletta I 

Eòi. E vorresti beffarti anche di luì ? 

JSnr.Tien qui.... Bada a me.... tu devi continuare a non 
isfaggire i suoi sguardi, stile di romanzo; e quando egli sarà.... 
sarà.... ora prendo una parola del vocabolario del cuoco , quando 
egli sarà cotto ben bene..». 

JRo#. {sdegnata) Chetati !.». 

Enr* Allora faremo una bella bambola» e la legheremo a 
quel cancello. 

Eoe. {con eotiera) Tu non mi sei amicai Finiscila» e la- 
sciami andare. 

Enn {la iraiUene) No ! Io smetto la burla. Ho fatto.... 
Cosi.... per assicurarmi se tu dicevi davvero. La cosa è serial... 
{tra $i) Che grulla I Io ammiro anzi il tuo cuore sensibile ; 
tu sei divenuta per me un'amica assai più cara, di prima. 

Eoe. Comunque siasi io t'impongo il silenzio. 

JSnr. Figurati I nemmeno ali* aria (Ira $è) Domani all' isti- 
tuto lo racconto a tutte le mie compagne. 

Eoe. Andiamo andiamo a ritrovare la Teresina. Non la fac- 
ciamo più confondere. 

£nr. E la Teresina sa nulla ? 

Eoe. Guai a me se sapesse I No certo I Bada bene I Tu sola... 

£iir. Non parlo 1 Non parlerò, .. nemmeno.... se fossi messa 
alla tortura come il povero Orombello. Te ne ricordi di quella 
bell'opera? Anche all'opera, non è vero? andiamo sempre im- 
parando qualche cosa.... lo serbo scrupolosamente nella memo- 
ria tutte le ariette che ho udito e che il maestro di musica 
mi fa cantare» perchè a suo tempo certe parolette inzucche- 
rate, certi sentimenti caldi caldi» possono far [molto comodo. 
{tra ei) Ohi quanto vogliamo riderei {voltandoei vede la Te- 
resina) Ma eccola qua la Teresina. 



B SGIITTI PBR PANGIULU 20$ 

Scemi VI. > TereHna e Dette, poi ris^tinla. 

TVrff. Hanno volato farmi nna boria 9 eh, signorine ? Cerca 
rerca... 

Enr» Cosi è Tu l'hai indovinata. 

Ter$$0 {cardando Roealinda) Che cosa vedo, signorina? 
Pare che abbia pianto; si è fatta male ? È forse caduta ? 

B9$. Nulla, nulla I Ti pare? 

Enr. È accaldatst dal, tanto correre. Abbiamo fatto a chi 
pia correva fino ad ora... Abbiamo consumato un pajo di 
icarpe, vedi tu? 

Teres. Si riposi dunque. 

Jtoi. Sto benone, non sono stanca. Anzi ho bisogno di 
passeggiare. 

Enr. SI, e di respirare aria più aperta. 

Ros. [a parte aU'Enriehetta) Non dire sciocchezze I Non 
eommettere imprudenze» 

Enr^ Io? Mi maraviglio di tei Dobbiamo noi passar;; 
dal cancello ? 

Ro$. {con di^eiio) Cattiva ! 

£flir* (alla Teresina) Insomma ! concludiamo qualche 6osa. 
Ora mi sarebbe venuta U voglia di divertirmi con l'altalena. 
Ha.... [con affettazione) voi non siete più bambine.... Non sono 
tose da voi... Non vorrete adattarvi... 

Ro$. . Che cosa dici ? Andiamo pure dove ti piace (010- 
ttndoei). 

Ai9. (eece alV improwieo) Signorine, ò venuto un servitore 
a cercarle perchè tornino in casa. 

Enr. Eh via ! cosi presto ? 

Ate. La sua signora madre vuole andarsene. 

jRos. Obbediamo subito. Addio Teresina. 

£fir. Eppure mia madre mi aveva fatto sperare di lasciarmi 
con te tutta la giornata 1 Proprio mi dispiacerebbe I 

Jtos. Ad ogni modo se tua madre va via , io voglio sa- 
lutarla. 

Ente Sentiamo un poco (ai aiotia)» Eh ! ma io la farò fare 
a mio modo. Ili preme troppo, di rimanere. 

jRoa. Addio; cara Assunta; ci rivedremo (parte). 



206 LftTTOBB DI PAiaÓLU 

A$$* Son serva. 

Tere9. Posso accompagnarle fino alle scale? 

Ass, Si, e torna subito. 

2'eres, Non dubitate (via). 

Att. Non ho capito bene tutto il colloquio , ma qualche 
cosa di strano vi de?e essere. La signorina è confusa!.. Ah ! gran 
disgrazia sarebbe che quella buona fancinlHna fosse presa da 
tanta follia.... Forerà me! Non posso pensarvi ! Ed ora che il 
mio dubbio si accresce, come dovrò contenermi con sua madre? 
Bisognerà che le parli e che la verità le $ia fatta nota {via), 

ATTO SECONDO. 

(In casft della signiora Emilia. Salotto). 
««e«A ■• ' AdfalitidA sola. 

Ro$. (E seduta ad un tavolino col volto nascosto nelle mani; 
vi sono alcuni HM , fbgli ec. Accanto ai tavolino è un telajo 
da ricamo) Ah ! Io non posso più studiare. Non mi ricordo di 
nulla. Un pensiero solo mi viene d! continuo alla mente, e 
mi frastorna tutte le idee, (sbalza) Il disegno, lo studio, e 
perfino i miei più graditi' lavori mi annojano. Voleva aver 
finito questo ricamo per la mamma.... Ahimè! Non mi riesce; 
non potrò farlo come vorrei.... Ah I mia madre! Eppure un 
animo mi consiglierebbe di palesarle... Ah! non ardisco... Ma 
che ?... Fo io forse qualche cosa di male?... Eppure dovrò an- 
ch'io maritarmi...r Non sono più una bambina.... non sarà meglio 
che mi scelga uno sposo di mio genio ? Non può «ssere a meno 
che egli non meriti la stima di mia madre...'Hi pare tanto bene 
educato , tanto cortese !.. Chi sa come sarà istruito? Ma, e per- 
chè quando penso a mia madre, mi sento sgomenta ? Ah! [toma 
a sedere; i abbattuta) Questa incertezza mi opprime. 

*^ «een» ». - BmiUa e detta. 

Bun* Rosalinda ! Ecco che per la seconda volta ti trovo 
oggi pensierosa, malinconica, distratta dal tuo studio o dal 
tuo lavoro. Che è questo? Perchè? Forse non ti riesce di far 



K saura PBi pintiVLLi 967 

bene la tua lenone? Hai tu qualebe dis|iiaeere? Perchè, non 
confidarmelo? 

Roi. [incerta] No, cara raamma; non ho dispiacer !••- cioè.... 
veramente..-. Ho osservato in te da qoakhe tempo una certa 
malinconia ; e questo mi tiene in pensiero. 

Em. Senti, figlinola mia laeearpxmndola), io non potrei aver 
cagioni di dispiaceri, se non mi veniasero da te. Ma questo è 
inpoMÌbile, non è vero?... 

Ro8. Sarei ingrata troppo; sarei infelice » se, anco Sensa 
volere, ti arassi dato motivo di affliggerti. 

£m. Non lo temo, ripeto.... Ma, giacché hai potuto ae- 
corgerti di qualche cangiamento nel mio contegno, io ti dirò 
che ta stessa, da varj giorni. non mi sembri più quella di prima 

iloi. [con dolore) E da ciò dipende la tua malinconia, cara 
mamma ? 

£m. Potrebbe essere.... 

Roi. Povera me ! 

fin. Se la tua salute fosse minacciata ?... 

Jloi. Oh ! 10 mi sento benone. 

£oi. Se ti mancasse qualche cosa ehe potesse farti piacere t 

Roi. E che cosa vuoi tu ehe mi manchi, -quando una ma- 
dre amorosa come te , previene tutti i miei desideri ? Quando 
lo non pensi ad altro che al mio bene ?... 

£m. E allora,, perchè siei tu malinconica? 

Aw. (eonfmsa) Non saprei..*. Ti parrà... cioè.... La tua 
stessa mestizia.... 

£m. O forse un pensiero che ti molesta. ..• 

jRoi. {riseoiea) Quale ? 

Em. Rosaliqda, non hai proprio nulla da confidare a tua 
madre? 

Roi. lo?... Ma no! [oonfiMa e afflitta) Tu conosci il mio 
^ore.... potrei io nasconderti nulla?,.. 

£m. Non io crcido (eon affeUo). 

Roi. Ah I... YorreL.^ Ma- se.... 

£m. Che cosa ?... Dunque ?... Rosalinda ! 

Jiof. No 1... Io non ho nulla {fian§$ndo). 

£m. Allora calmati, figliuola mia, non piangere; non ti 
^■Sgere.... È stata una semplice supposizione.... 



206 LB'BTUBB DI VaIIMIUA 

Mot. {con estrema ecmmozioné) Gara mamma I.. 

Em. Non pensare ad altro.... Ta hai biaogno di ricrearti* 
Va* in camera tua , in sala.... svagati un poco. 

Hot. {esitando e andando con paesi interrotti) Anche tu cara 
matnma.... Non esser più tanto mesta... Mi raccomando.... 

Em. (eerena) No. Lo yedi ? Eccomi rasserenata. Figurati 
che io non ti abbia detto nulla. 

Roe. (rieoluta) Si; {tra si allontanandosi) Ho bisogno di 
piangere, non posso resistere. È meglio che mi ritiri (fonia 
tereo la madre eorrendo per darle un bacio y poi si raitiene 
come sgomentata) Addio.... 

Em. (commossa) Sì; Tieni, vieni pure nelle mie braccia.... 
Eccoti {la bacia) , eccoti un bacio della tua mamma ; questo ti 
faccia . dimenticare i miei ingiusti •'sospetti e tornare a me con- 
solata, giubbilante come al tuo solito. 

Ros/{va via precipitosamente e eopfendosi il volto). 

0ecB« III. - EmiUa sola. 

Em, {passeggiando) Ahi Io ne aveva più bisogno dj lei di 
rimaner sola. Povera figliuola 1 Lo diceva io? Non è vero nulla i 
Tutte sopposizioni. Potrebbe ella mai fingere ? Dna sola delle 
mie occhiate materne non sarebbe bastata per indurla a sve- 
larmi tutto ? Chi meglio di me può conoscere la mia figliuola ? 
Era afflitta per essersi accorta della mia malinconia... Poveretta ! 
Hi dispiace d'averla inutilmente mortificata» d'aver forse fatto 
nascere nell'animo suo.... Ma noi Io non ho detto nulla che 
potesse darle a conoscere la natura del mio sospetto. Hanno 
equivocato con la Teresina. Quella scioccherella della Enrichetta 
deve aver forse udito qualche parola di sua madre, e subito è 
andata a raccontare alle amiche.... Quale imprudenza I Ecco , 
ai solito che una ciarla basta a turbare l'animo delle persone.... 
Ma intanto è avvenuto quello che io temeva: l'avere in casa 
queste donne è ormai un rischio...* {va alla porta) È tempo di 
parlare {chiamando). Agnese, fate subito chiamare l'Assunta; 
che venga su; ho bisogno di parlarle, {tornando) Mi duole di 
doverlo fare.... Ma.... ci vorràlpazienza I Io non voglio più in 
casa mia questa cagione di equivoci, di ciarle..*. E poL... Que- 
8ta|donna... lo non ho mai avuto ragione fin ora. di dubitare 



B 8CUTTI PBB PANCID&LI S66 

della 8oa onestà, della sua pnideiisa«... Ma pure il raxsconto 
che ella mi feoe jeri raUro»«.. Ah 1- d'allcn-a in poi io non ho 
a?ato più quiete.... Se non yr'é alcun pertcoio ora , potrebbe 
par nascere eoi tempo. La condizione delia mia figliuola è di- 
vena da quella della sua nipote*. .. Oh sii voglio scandagliare 
l'animo di questa vecchia. Se io le facesse supporre 7... Chi 
sa?.. Chi dice a me che ella non si figurasse di far bene, tenendo 
maDo?... Voglio sinc^armi» 

0eeB« IT. - Emilia ed Assunta, 

Aig, {eniranào) Signora , eccomi ai suoi comandi. • 

£m. (con n'^f lo). Prendete «na sedia e riposatevi» 

A$i. [prendendo ia. tedia) Tante grazie della sua garbate/za. 

Em. Mi dispiace d'avervi fatto salire « ma la cosa di cui 
dobbiamo parlare ò molto delicata. Qui sono più sicura-di non 
essere iiiterrotta da alcuno. 

A$$. Sempre padrona di comandarmi. 

£m. (va alia porta, e dice ai di fuori) Finché TAssunta non 
esce di qui, Biessono potrà vedermi. Se la Rosalinda venisse, 
trattenetela voi {chiude ^ poi si pone a eedere ckceanto aifAe" 
mia, e le dice eolkmoce) Già v'immaginerete diche cosa io 
Toglia parlarvi. Avrei dovuto vedervi jeri; non ebbi • tempo ; 
alcune visite me lo impedirono. Peraltro ho fatto le mie rifles- 
sioni. Voi pare avrete fatto Ib vostre*. 

A$s. Si signora; anzi; premeva anche a me di rivederla 
pregio. 

£m. Dunque io temeva che il tentativo di quel giovine verso 
la vostra nipote.... 

ìm. Che io mi éono sempre pia aasìcurata non essersi 
wcorta di nulla* .« 

£m. Si, lo credo... Ma a vette anche gli altri.;, le ciarle... 
^on è sempre colpa nostra.... 

Aes» E appunto per questo.... 

£m. So ((ueUo'die volete dirmi. Pure, considerando a 
nente fredda tutti i perieoli.... Supponiamo che il giovine in- 
vece di mettere gli occhi sulla vostra nipote; avesse.... cosi..*, 
perqnelia imprudenza giovanile.... avesse ardito fare qùakhé 
Mila verso la mìa figliuola.. . 

IV. ne. • 27 



SIO LITTOBB 01 FAlnfiUA 

A$Sé [con calore) E questa aupposizione.... 

Em* Lasciatemi dire. Voi sapete che le madri hanno e 
devono avere premura di collocare bene le loro figliuole.... 

As$. Eh ! Quando Tetà lo richiede, si signora.... 

£m. E talvolta per certe combinasioni, il pensarvi per 
tempo, non è male.... Che cosa ne dite? 

A$8. Eh ! questo poi...* 

Em* In sostanza che cosa sapete voi di questo giovine ? 
Io so che suo padre è un gentiluomo,' ricco e stimabile, 
credo im... 

A$$» Signora 1... 

£m. Dite, dite pure francamente l'animo vostro. 

As$* Oh 1 Io non presumo di giudicare di certe persone... • 
non soglio dare ascolto alle parole def^i altri... 

£m. Avanti l Quanto a me non avrei ragione di non sti- 
narlow... 

As8. Dirò che io..«. ma...» 

Em. Forse voi non siete dello stesso parere ? Parlate, che 
cosa ne dicono? 

Ass. Dunque dirò^ francamente che ho udito parlar molto 
male di lui.... ^ 

£»• E perchè? Di che cosa lo accusano? 

Ab>*. Di avarizia, di orgoglio; sembra male educato.... 
Sbaglieraono.... 

Em. Ehi pur troppo a volte l'invidia, che so io?... fa 
fare dei giudizj temeraij. Ma se, in queste voci sinistre sul 
conto suo , qualche cosa di vero vi fosse, o non potrebbe il 
suo figliuolo essere un buon giovine , far buona riuscita; dive- 
nire, a suo tempo, un eccellente marito? 

As». {sorpreta , alxamdest) Signora ! ma ella lo ha veduto? 

Em. SI, e pare che abbia buona indole...* 

A$s. Ma è cosi giovine I 

Em. E per questo?... 

Ass» E poi scusi.... 

Em. Parlate pure feancaménte, ripeto (li atea). 

Am. {ecn calore^ E non si rammenta che egli tentava di 
far lo sciocco, secondo che ella credeva, con la mia nipote? 
Non le dissi io ohe s'era provato a pajriarnu per indurmi a 
secondarlo?... Ed io, dopo questa insolènte ragauata, scusi 



B Mum »Bi vAnavLu su 

se parlo cosi.... fiMse «Bche il più rtcoD signore, e ano padre 
ilegflo mi diiedeste per ini la mano della mia nipote , ohi non 
glie ia darei I 

£m. (em calore ed affetto) Ora aoAo più che mai eonvinla 
della YOgtra aa^iezza 1 Sensate se ho voluto usare di un arti- 
fizio.,.. 

ÀMt» Ehi signora 1 Io non me ne offenda t Ma stia certa 
ehenoB ve ne era bisogno I E le mie sventure, le ripeto, mi 
hanno insegnato abbastania* 

Em. {eoa e^fèttù eàbrae^iaméola) Sensate , pier carità, io non 
doveva ftre questa prova; aoao stata ingiusta ; ma perdonate 
tilt trepidanaa d'una madre I 

Ate. Io aton vi penso davvero* Ànsi approvo la sua eautebi. 
In queste cose non è mai troppa.... 

Em* Ma con voi , virtuosa donna, con voi davvero non ve 
B*era bisogno. Or dunque veniamo all'altra parte dèi mio colio^ 
qnìo. Lo credereste ? Pur troppo io devo darvi una spiacevole no- 
tizia, Assunta mia. Io non so ben capire in qual modo, forse 
per inavvertenza di sua aaadre, quella sck>ccherella, quella 
imprndente ciarliera delFEorichetta, venne a sapere qualche 
cosa delle molestie di quealo nostro vicino ; ed equivocando tra 
lavoslra nipote e |la mia figliuola, ha narrato il fSatto alle 
sue amiche, ed ha nooainato la Resalinda. Afiche di questo 
iono stata avvisata da sua madre medesima. Bisognerebbe ora 
indagare come mai tutto ciò possa esser giunto alle loro oree- 
ehie. Se la voatra nipote non sa nulla, forse i vielid , qualche 
s^To, ehi sa?*.. 

Am. k\k I signora I e non le è nato ancora un altro dub- 
bio?.., 

£«1. Ma quale 9 Che forse sia vero che si tratti della 
aia Rosalindat... Si, mi era venuto.... Ma ioTho interrogata, 
(d ella mi ha risposto in modo da allontanare ogni timore. 
Qiiella ingenuità non poteva ingannarmi. 

Ah. Eppure, mi dispiace di doverlo dire.... IG premeva 
<li parlarle appunto per questo. 

Em. {con apfreaeiom) Avete voi forse fatto qualche sco- 
peitat 

ita. Credo ora che la signora Enrichetta pur troppo di* 
cesse il vero per averlo saputo dalla bocca stessa..^ 



^i^ LBTTOJIB DI PAMQUA 

, Em* Della mia Rosalinda ? Come? sarebbe mai possibile ?..- 

\Abs* So che U do un dolore ; ma io non doveva lacere più 
a lungo; e spero che sarà in tempo a rimediare a tutlo. 

Em. (afflittissima) Ingrata I Ed avrebbe potuto nascondersi 
aaua madre, mentre ai era confidata con, una amica? con una 
che non merita questo nome? 

Ass, La compatisca! Il ritegno, il timore di affliggerla... 

Em* Mio Dio 1 Dunque Tamor materno mi aveva accecata 
a tal segno? Ella ò rimasta confusa, afflitta alle mie dimande. 
Ma io attribuiva quella codfósione, queirafflizione alla sua 
ingenuilà ; e non ho voluto insistere temendo di offenderla.... 
Invece ella è colpevole I II suo rossore dipendeva dunque da 
un rimorso, il suo silenzio era disobbedieoza 1 (si getta a sedere 
nella massima afflizione) m 

Ass. Signora» non si scotta ggisca. In quella tenera età, non 
potrà essere che un- impressione passeggiera; si tratta di fan- 
ciullaggini...« 

' Em. Ma non volermi dir nulla? 

Ass. Consideri che la signorina nmi può nemmeno valu- 
tare la gravità del pericolo. 

£m. SI , mi avete dato un gran dolore , Assunta mia. Ha 
avete Catto benissimo ad avvisarmi. E perché non farlo prima ? 

Ass» Nemmeno io poteva persuadermi dell' accaduto.. • E 
finché è^ stato un. semplice dubbio , non ho creduto necessario 
parlarne. 

£m. Ah ! Pensiamo dunque immediatamente' al rimedio. 

Ass. Intanto se credesse opportuna la mia assenza con la 
nipote , non foss'aitro per togliere subito un motivo alle ciarle.** 

Em. (s'alia con risolutezza^ e prende per mano la v€cehi<iì 
No, cara Assunta I Voi non mi dovete abbandonare. Ho biso- 
giko dei vòstri conforti. Sbagliai , vi offesi quando vi feci qu<$ll^ 
proposta. Non lo rammentate nemmeno, perché ora ne ar- 
rossisco. 

As8. Non so che dire ; io non la presi , né la prenderò mai 
per offesa. 

Em. Di grazia , tacete su questo. Io interrogherò èi «uovo 
la mia figliuola. Ora non potrà nascondermi nulla ! lafeli^' 
Ingrana 1 Poteva io mai aspettarmi da te questo dolore ? 

Ass. Non si sgomenti. La signorina é tanto buona che s\ 
ravvedrà facilmente. 



B scami pn. rANOOLLi 218 

Em. Si ; speriamola ; aUritnenti io sarei la madre più 
sventurata di questo mondo. Andate dunque. Ora so come 
debbo contenermi. Presto vi farò chiamare; v'informerò di 
tolto. 

ìm. Ai suoi comandi (iikchinandon)^ 

Em. (prendendola per mano) Ajatami» buona Assunta, eeom- 
patiMimi. Addio per ora. 

Ass» {$i ailmtana) Ahi spero che presto ella potrà tortore 
«d essere pienamente tranquilla (via). 

Scena V* - Emilia sola. 

firn, (sedefkdo abbattuta) Ricusare di confidarsi meco?... 
NoD 80 risolvermi a crederlo I Ecco perchè era malinc(mica, di- 
stratta, svogliata. -M Ecco perchè io la sorprendeva spesso a 
quella finestra I... In cosi tenera età I... Ah I come poteva io 
immaginare questa disgrazia ?«.. , 

«•emi VI, ' Atnmta e deUa. 

As8. Goa licenza. 

Em. (sgomenta) Che ^qualche nuovità! 

Ìm. La cameriera aveva ricevuto questo biglietto per lei , 
mentre io era qui. Non ha voluto interrompere il nostro col- 
loquio. 

£i7i. {prendendo il biglietto) Cosi le aveva ordinato. E chi 
mi scrive ? Non riconosco questo carattere. 

Ass, Ha detto che viene dal signore che abita qui di 
faccia. 

Em. {eorpreea) Da Ini! 

Ase. Perciò mi son presa la libertà di portarglielo subito io. 

£m. Avete fatto benissimo. Ma che cosa può egli scri- 
vermi? {h apre em etitazione) Vediamo. 

Ai8. Se è vero quello che dicono di lui vi sarà da aspet- 
tarsi qualche insolenza.... 

Em. {leggendo si (uféa) €ome !... A me queste parole òl- 
H'aggiose ? 

Ass. Un animo me lo diceva. 

Em* (sdegnata) Uomo indegno I Ascolta, ascolla, e vedi se 
^ ragione di risentirmi.... 



S14 , ISTTUIB DI FAinOtlA 

A$$* Ma non dia poi tanto peso.... 

Em. {légge) a Signora 1 Mi sono accorto che ti contfaio mio 
a figtiuoio ha qualche segreta intelligenza con la sna bambina. 
<x Mi meraviglio che una madre bene educata , quale io credeva 
« che ella fosse, abbia a chiudere gli occhi sa questo inconve- 
« niente. Presumerebbe ella forse di preparare in tal modo un 
«e marito alla sua figliuola ? La prevengo che s'ingannerebbe. | 
<i Se vi fossero le sue convenienze , le mie non vi sarebbero 
a certamente. Sia dunque più cauta; ed impedisca addiriUn- 
ra.... » « Ma io non mi degno di leggere altro. È un orrore ! 

Ah. Consideri da chi vengono queste indegne parole.... 

Em. È un crudele rimprovero, e pur troppo me Io sono 
meritato, perchè non ho conosciuto in tempo...# 

A8$* Non dica questo ! Chi avrebbe potuto mai fimnaginaret.. 

Btn. [nel masàimo abbatiimenlo) Ah Rosatinda I Che cosa 
hai tu fatto? 

Ass, Per carità, signora, si calmr. 

Em, Assistimi, buona Assunta; io non reggo {tmolsedm); 
il dolore. Io sdegno, la confusione, mi opprimono.... Non posso 
sostenermi.... Non vedo più lume (#t abbandona sulla «eA'Ot 
lasciando cadere il biglietto], 

Ass. {l'ajuta a sedere) Poveretta I ha ragione.... Ma sifoc- 
età animo.... 

ATTO TERZO. 

(StaiuMi come nel iécondo Atto). 
Seeii» 1- - Assunta, poi RosaUnda e Teresma, 

Ass. [i seduta ; fa la calza) Questo lungo sonno è buono 
indizio. Ringraziamo il Cielo {s'alza e va ad orecchiare allaparte]* 
Si ; ella prosegue a dormire ; non sento alcun rumore {passeg- 
gia adagio lavorando) 

Ros. {entrando con premura, ma cauta per non far mfncrt) 
Assunta, come va? La mamma sta meglio? 

Ass. SI, si; ha riposato bene, e pare che dorma sempre* 

Xeres. {con premura) Che bella cosa! 

Ros. Dio ti ringrazio 1 Ma dimmi.... Si può sapere quale 
incomodo abbia avuto ? 



B SCtlTTI PBS FAKCIOLLI SOS 

iif. NoD saprei che cosa dirle. 

jRoi. Non sarà una malaltia, non ò vero? 

Asi. Oh! non lo credo; no certo. 

7erM. Ha cosi ad un iraitol... Abbianao proprio avuto una 
graa paura 1... 

Jfof. Se la manuna si amai^lasse , io ne sarei disperala !• • 

As$. Non tema , signorina , non tema. È stato un incomodo 
passeggìero. 

Sos. Appena si sveglierà potrò vederla » eh ? 

Às$» Senza dubbio* 

Mo§. Badai Se non fossi qui, fammi chiamale immedia- 
Umente. 

As9. Sarà servita (sì ode 9uonare ii eampamiìa}. 

Rog, Oh ! è lei che chiama. 

ÌM« Vado subito (va eonpnmnram eam$ra). 

Xos. Domandale so posso passare anck'iou 

Ass. {uieendé) Lasci fare {tiaK 

0eeB» li. - R0$àlind§L e Tdrevhut, 

Ro9. {alla Teresina) Ma che cosa ne dici , eh ? Chi si sa- 
rebbe mai aspettato questo dolore eoA all' improvviso ? 

Xeres. Ma stia di buon animo. Ho veduto che la nonna è 
IraDquilla. È segno che non vi è nulla da leroere* 

Mo$. E poi non ò stato cercato il medico 

Teres. Si vede che s> trattava di una semplice mancanza. 

jRos. Ma da qualche tempo mia madre era meno- serena 
del solito. 

Teres. Davvero ?... 

Bas. E che io mi rammenli, non aveva mai sofferto di 
qoeste' mancanze. 

Teres. Cagioni di affliggersi non poteva averne. 

Mos. (sospirando) Ah 1 Chi sa 7... 

Tares. Come!... 

Aos. Nulla, nulla I [tra sé allontanandosi) Eppure! quelle 
dimande.... Ed io ho avuto cuore di non rispondere ! 

Teres. [tra si guardando la Rosalinda) Parrebbe che la si- 
gnorina avesse qualche cosa da rimproverarsi. Ma non è pos» 
Mbile che abbia potuto dare a sua madre atoan> motivo d^af- 
dizione, i tanto buona, tanto obbediente 1... 



216 LBTTIIIB Ai FAMMLIA 

Seett» III. - Emiha , Assunta e d9Ue> 

Em. (i in f)0ite da camera ; apparisce alquanio iebeli ; tiene 
a braccio dell Assunta). 

Ro8. (appena vede la madre, le corre, incosUro) Gara mamma 
{fqbbraccia) Come stai ? 

Em. Sto bene. 

Ros. Davvero? Danqae sei proprio guarita? 

Em. Si, figliuola mia. Non ò stato nulla. 

Ter. Mi permetta dunqae , signora , che anch* io mi con- 
gratuli della sua guarigione. 

Em. Grazie, Teresina ; accetto di tutto cuore le tue con- 
gratulazioni. 

Ros. E non ci farai più di queste paure, non è vero? 

Em. [sorridendo) Per quanto starà in me, non dubitare. 
{aWAsssunta lasciandola) Grazie, Assunta {siede). Andate orai se 
vi piace, nella vostra stanza. Non ho bisogno di nulla. 

Ros. [alle parole rispostele dalla midre si i turbata). 

Ass. [fiano, e con apprensione) E che cosa ha volato 
dire? vuol parlare proprio subito? 

Em. dHOfio] Si; ora mi sento tutta la forza che è noces- 
seria. 

Ass. [come eopra) E debbo alkmlanarmi ? 

Em. State vicina.... Ad un bisogno suonerò il eampaoeUO' 

Ass. Come oomanda. Andiamo, Teresina, vi^n meco (ev- 
vieinandoii)^ 

Ter. [salutando la signora) Son serva. 

Em.- Addio, cara Teresina. 

Ros. {aceompag$M la vecchia e la Taratila) Presto ci rive- 
dremo: vi porterò io le nuove della mamma,.ch6sarAQoo sem- 
pre migliori. 

Seen» l¥. - Emilia e Bosalinda- • 

Ros. {correndo nelle braccia della madre) Ora cjie siamo sole 
danuoi un altro abbraccio ; consolami u«' altra rpUa col dirmi 
che tu stai bene. 

£•1. (con dolcezza abbracciandola) Si; noq sur^ $1^^^ '^ 
spero. 



■ gCmiTTl PM FAHaULLI 217 

Bas. {con apprenmne) Ma dianzi ià mi hai risposto..*. Oh ! 
per quanto starà in mei... Queste parole, dico il vero,.** tu le 
hi proferite in certo modo.... 

£m. Eh t pur troppo, niuno in questo mondo può esser 
Bicaro di star sempre bene, perchè non sempre la serenità, la 
tranquillità dell'animo dipendono da noi. Naturalmente lo desi- 
deriamo; ma a volte certe cagioni che da noi non dipendono, 
possono giungere inaspettatamente a turbarci. 

Ras, Tu dunque hai avuto queste cagioni 7... 

£81. Chi sa ?... 

Roi, {con dolore) E forse io ? 

Em. Hai tu da farti qualche rimprovero 7 

Aof. {piangendo alt imfrowiso) Madre mia! ($i cuopre il 
«o/lo con h mani). 

Em. [con mestizia tranquilla) Dunque tu hai da confidarmi 
qoalclie cosa che ti affligge molto. 

Ros. {piangendo e gettandosi ai suoi gitìoeehi) SI; e mi sento 
colpevole per averti ricusato di farlo prima d'ora. 

£m. {con affettuosa dignità) Alzati ; se tu sei pentita , io 
spero di poterti perdonare. 

Ros* Ah ! non lo merito ! Sono stata troppo colpevole , ho 
cagionato io sola tutto il tuo male. 

£m. No ; questo no. Tu non potevi conoscere le coilse- 
goenxe del tuo silenzio, ed in parte ti compatisco. Intanto, 
obbedisci: alzati ; calmati; e poi parleremo più tranquillamente. ^ 

Ros. [si alza, ma tenendo sempre il viso basso coperto dalle 
nasi}. 

£m. {dopo alcun poco di silenzio, e sempre con dignitosa 
calma] Ora tu hai ccmfessato da te medesima di avere per la 
prima volta negato di svelarmi l'animo tuo.... 

Ros. Oh si, mamma I È stata la prima volta; e sarà 
ruUima. 

£m. Lo spero. 

Ros. Io lo prometto.. •• Si Io prometto.... 

£m. Basta cosi. E quel segreto che non volevi palesare 
a me lo avevi già confidato ad una tua... Non posso dire amica.... 
^ una fanciulla di tua .conoscenza.... airEnrichetta.... 

Ros. {con vergogna) Ah I È vero !... Io sono anche più col- 
pevole di quello che non pensava.... 

IV. n. e. 28 



218 LBTTimB DI FAIIIGUA 

Em: A lei sola ? 

Moi. SI, mamma» a lei soltanto. 

Em. Io ti rammento questo fatto , perché tu impari intanto 
a conoscere come sia pericoloso il confidarsi con persone ciar- 
liere e piene di leggerezza. Il diffidare di tutti ò grave difetto, 
figliuola mia ; ma errore non meno 'grave si è il riporre in- 
consideratamente la nostra fiducia in chi non la merita, in 
chi non sa custodire un segreto^ — Nello stesso tempo io ti 
risparmio di dirmi quello che già ho saputo pei discorsi im- 
prudentemente fatti dalla Enrichetta. Ha dimmi un po*ora quello 
che più mi preme, dimmi se questo sentimento, non so vera- 
mente come chiamarlo , se questo affetto che parrebbe tu avessi 
concepito per quel giovinetto li possa mai essere sembrato con- 
veniente , ragionevole.,: in che modo sia nato nel tuo anÌDM>.... 

Ro$. {confusa) Madre miai 

Em. Parla con franchezza.... La tua coscenza che cosa ti 
dice? È moltp tempo che questo pensiero ti occupa? Come ha 
potuto sorgere in te ? Ti senti tu disposta a palesarmi tutto ? 

Ro$. SI, madre mia, io leggeva un romanzo datomi dalla 
Enrichetta. 

Em. {8orpre$a) Senza mia saputa ! 

Ras. Ed ecco un'altra colpa. 

Em. E lo hai tuttora questo libro? 

Ras. Si; ma voglio subito restituirglielo; e non ho aeni- 
meno finito di leggerlo. 

Em. Farai benone. Avanti. 

Ro$. Io Io leggeva, lo confesserò francamente, con molto 
diletto , sebbene non capissi tutto.... In quel tempo mi accórsi 
di essere osservata , mi ritrassi più volte, poi non mi riuscì 
d'allontanarmi sempre; e alfine.... ho anche desiderato di ri- 
vederlo.... 

Em. [con ansietà celata accortamente) Ed ora? 

Ros. Farei io male, madre mia, a non dimenticare ogni 
cosa? 

Em. Sarebbe stato meglio che tu me Tavessi fatta prima 
questa dimanda. 

Ros. Ah ! quanto sono infelice I 

Em. E non hai considerato la tua età? Con si. pochi anni, 
senza alcuna esperienza, chi ti assicura di non ingannarti nella 
scelta delle persone in cui vorresti riporre stima ed affetto ? 



B SCBlTTI frBB PANaULLl 2i9 

Ro$. Non 80 ehe cosa rispondere.... 

firn. Ti par dunque che ti costerebbe grande sforzo il di- 
aeDticare affatto un sentimento cosi immaturo ?•.. A questo 
puoi tu rispondere ? Parla con tutta sincerità.... 

Mas. Certo 9 se io mi fossi ingannata nella scelta.... 

Em. La vostra età, non foss'altroM.. 

Ros. È vero! 

Em. E il dolore di tua madre, che se non fosse persuasa 
dei tremendi pericoli a cui potresti andare incontro, non sa- 
rebbe tanto aiBitta... 

Rù$. Ah sii mi sarò ingannata... 

£m. E non solo la mia afflizione; ma anche.... potrebbe 
ftDcbe esser posto a repentaglio il mio decoro... 

RoB. Madre miai Perchè? Come mai? Io non intendo.... 

Em, Supponi che io non potessi riparare in tempo a questo 
immaturo affetto...; che taluno mi credesse capace di tollerarlo; 
che una persona interessata in questa faccenda, un genitore 
me ne potesse fare rimprovero, accusandomi dMnconsideratezza, 
chiamandomi madre incauta.... 

Ro8. [con grande edizione) AìlÌ non piùl... Madre miai Non 
proseguire... Mortificata , offesa ingiustamente per mia cagio- 
De?... Noi non sarà mail Questo solo timore basterebbe! La 
tua sola afflizione, anche questa sola bastava! Si; io losento.», 
U solo vederti afflitta per cagion mia, mi costrìngeva già a fare 
ogni sforzo per liberarmi da questo pensiero molesto. Ma ora* 
oh! ora non esito piùl Io sono ravveduta... grazie! madre 
mìa... grazie! La bontà che hai avuto d'illuminarmi mi ha 
uivato. Conosco ora tutta la gravezza del mio errore. Non ardi- 
sco implorare il tuo perdono ; ma sento dì poterti assicurare che 
sono ravveduta per Taffatto I 

£m. (invitandola ecn e$pan»ione d'affètto) Vieni dunque 
nelle mie braccia ! L*amor filiale ha trionfato I Ecco io riacqui- 
sto la mia quiete; ora sono tornata felice come prima; questo 
bacio è il tuo perdono. 

Ros. {piangendo dalla consolazione) Ah I non ho parole per 
ringraziarti. 

Em, A suo tempo conoscerai meglio da qual pericolo ti 
abbia salvato questa vittoria dell'amor filiale. E ringrazia, ma 
solo in cuor tuo... usa prudenza verso la Teresina che non sa 



220 LBTTUAS DI VAWaUA 

nulla, ringrazia anche la buona Assunta* Ella ha vigilato sopra 
di te, ella mi ha avvisato in tempo, mi ha ajutato a salvarti 
[iuona il eampanelh)* Voglio chiamarla.... Povera e virtaoia 
vecchia 1 È giusto che ella goda subito del nostro giubbilo... 

Ro$. Come! L'Assunta si era accorta di tatto?... 

£m. Si ; ma spero che ora questa scoperta non ti farà ar- 
rossire in faccia a lei. 

Ro$. Il tuo^ generoso perdono, madre mia, e la speranza 
d'esserne degna, mi danno coraggio. 

Seea» ▼. - Awmta , Tereskw e dette. 
é 

A$$é Comandi, signora. 

Em. (andandole incontro, e condueendo per nutno la Roealinia) 
Abbraccia la mia figliuola. EUa mi ha dato oggi la più bella 
prova del suo affetto filiale. 

Aee. Ma bene? cara signorina! quanta consolazione! 

Em, Io so quanto debbo ringraziarti! 

Aes. Me? ringraziar me? no davvero! sua madre, su 
madre 1 

Em. Un abbraccio anche a te, mia cara Teresina. Vieni a 
parte anche tu del mio giubbilo.... 

Ter. Si figuri l E con quanto piacerei 

£m. (a parte e eon energia e consolazione all'A$eunta) B 
non ho avuto bisogno di palesarle l'offesa di quel biglietto. 
La sola supposizione che io potessi esser mortificata per cagion 
sua ò bastata a farle riportar vittoria sopra sé stessa. 

A$e, Non poteva essere a meno. 

Em. Ora noi anticiperemo la nostra villeggiatura. Ande- 
remo in campagnaa goderci più tranquillamente il nostro ginb^ 
bile. Tu fa* i tuoi preparativi. Questa sarà la risposta , e pensi 
egli quel che gli piace , sarà questa la risposta all'insolente bi- 
glietto del mio vicino. 

fleen» «Itlnui. - Enrichòtta, e dette. 

Enr. {con baldanza) Signora Emilia, amica, eccomi a go* 
dere della vostra compagnia per tutta la giornata. La signora 
madre non poteva accompagnarmi.... Sono venuta con la c«- 



B gcmm Ysm rAncraiLi 221 

nitriera-.. Posso licenziarla , eh , signora Emilia ^ Non darò in- 
eomodo spero. Avrà la bontà di Concedermi ilnesta grazia ? 

Am. [tra si) Che sfrontatezza I 

Em. Domando scusa, Enrichetta; ma, a dir vero, sarà me- 
glio che la cameriera aspetti. 

far. {turbata] Ohi Come? Le do incomodo forse? Non 
credeTa.... Ebbe pur la bontà dMnvitarmi.... 

Em. (JLntitand^a garbatamefUe presto di si) Se permette, 
Torrei dirle una parola. Tu, Rosalinda, hai da restituire un 
libro a questa signorina. Va'subito a prenderlo. 

£m. Obbedisco (via). 

Enr. {tra si) Che ascolto! 

Enu La restituzione di questo libro fatta da Rosalinda, 
per ordine mio, I9 spiegherà in parte il -perchè io non possa 
{ridire la sua compagnia. 

Enr. Ha ragione 1 Avrò fatto male ; domando scusa ; ma 
non credeva poi che fosse un delitto.... 

£m. Inoltre l'avverto d'esser meno pronta a narrare a 
chi si sia i fatti degli altri. 

Enr. Yale a dire? lo non so d'aver narrato.... Che cosa? 

Em. E sappia infine che la mia Rosalinda , consigliata dal- 
l'affetto filiale, mi ba confessato tutto; si è pentita di tutto, 
e BOB pelosa nò penserà più a quel capriccio che le era 
nato.... 

Enr Ora capisco.... Un capriccio che io peraltro non ap- 
provava davvero 1 ^ la Rosalinda è stata sincera, le avrà' dun- 
ine detto che io la posi in ridicolo, che voleva persuaderla a 
non fare queste fanciullaggini.... 

Em. E se ella pensava cosi saviamente, perchè raccontare 
ad altri come cosa seria un fatto giudicato da lei qual fanciul* 
la^ioe? 

Enr. Ha ragione 1 Ho sbagliato ! La mia smania di scher- 
mare sn tutto, la mia lìngua imprudente, mi hanno già cagio- 
nato altre volte queste mortificazioni. Ed ecco la più grave che 
io abbia avuto finora. 

Ros* {nisrie eoi libro ^ e lo consegna a sua madre). 

Em. Ecco il suo libro ; e mi compatisca se mi son trovata 
<%tretta a prendere cosi spiacevole risoluzione. 



222 LBmms m rAioaUA 

Enr. [con $inemtà e senza baldanza) Ma dia ha ragione» 
Confesso i miei errpri. Le chiedo perdono; la chiedo alla Ro- 
salinda. Spero che questa lezione mi sarà ntile. 

£m. Io lo desidero vivamente. 

Enr. E se il mio non è troppo ardire, se ha la bontà di 
credermi sinceramente pentita, e capace di ravvedermi, le chie- 
derei una grazia 

Em. Se potrò, volentieri 

Enr. Mi ajuti dnnqae a correggermi. Non merito la raa 
stima , lo vedo pur troppo ; non merito l'amicizia della sua 
figliuola, ^a non mi scacci dalla sua presenza ; non mi abban- 
doni, per carità. Paleserò tutto a mia madre. Proseguano ad 
essere amiche tra loro; e facciano in modo che io non abbia 
più a ricadere nei nrìei falli, che io non abbia ad arrossire 
delle mie imprudenze. Se questo ò per loro un giorno di giub- 
bilo, facciano che per me sia un giorno di speranza nel mio 
futuro miglioramento. 

Em. (prendendola per fa mano) Conosco che le sue parole 
sono sincere; Me ne consolo; Resti dunque con noi. 

Em. {baciandole la mano) Oh quanto la ringrazio I Cosi 
ella che sa fare il bene della sua figliuola, farà anche quello 
della sua.... di una che vorrebbe meritare d'esserle amica vera. 

£m. {abbracciando la Rosalinda) E intanto potrà meglio 
conoscere da questo fatto , come V amor filiale sia il sentimento 
più eflSioace di tutti, a liberare la giovinezza inesperta dai 
molti e gravi pericoli ai quali si trova esposta. 

P. Tbouar. 




M scMRTi nm FAiceim.Li 228 

NOVELLA 

.... a compimento de* miei discorsi giudico non avrete 
diseara una novella, dalla quale si conoscono i termini che il 
poTero deve rispettare in augurarsi fan sollievo, eie industrie 
del valente a darlo in iscoprire dove il bisogno sia. Fatto nar- 
ratomi da un degno dì fede , e che io qui distendo senza mu- 
tar nulla 9 fuorché i nomi delle persone , non parendo ancor 
tempo di nominarle (1). 

ff La signora Giuditta aveva quarantanni ; orale morto il 
marito dopo tre di matrimonio, lasciatele due bambine. Ella 
non volle rimaritarsi, quantunque bella, e i^raziosa, fosse da 
parecchi stata richiesta: disse tutte le sue attenzioni dovute 
alle figliuole, le quali senza il padre avevano doppio bisogno 
di lei; e ferma nel proposito, sole vide cresciute donne, una 
avent'anni, l'altra a centuno. La maggiore, babella. Orten- 
sia l'altra : piuttosto belline, e ambedue gentili , piene di Corto- 
na, il ritratto ripetuto della mamma , che avevalc educate al 
vivere onorato , al giudizio modesto , alle parole franche ma non 
ardite, alla riverenza de' piti vecchi ; e insegnato a sapere di 
leggere 9 di scrivere, di conti ^ di canto, di ballo , di storia na- 
turale, d'igiene domestica, e de' lavori più necessari alle fac- 
cende del loro sesso. 

« Parenti propri non aveva, almeno di prossimi; e del ma- 
rito, uno zio che lei non amava. Il marito non aveva che po- 
cUssimi beni di fortuna , consumatiseli tutti il padre ; ne aspet- 
tava invano dallo zio, che aveva nettamente spiattellato che, 
poiché erasi voluto ammogliare a suo dispetto, non gli avrebbe 
itemmeno in morte lasciato nulla (vedete razza d'uomol a cui 
Dio perdoni) ; onde entrato agi impieghi sorli ambasciatore, 
e pensato a' casi suoi visse in grande economia, sperando di 

(1) Y. fascicolo precedente , da pag. 173 a 184. 



22& . LB1TU1B M rAia€MLU 

ammDccbiare ; ma colto airimprovviso da morte, se ne andò 
senz'altro. La signora si rassegnò in Dio, e pensò al modo di 
vitere senza patire le umiliazioni del mondo, il quale par che 
trovi diletto di tormentare V aflBitto. Dunque de'casi interni della 
famiglia tacque ai conoscenti, e coli 'aiuto di una fante fida- 
tissima cercò modo di guadagnare quello che mancava a campare 
la vita. Prese tre stanze in luogo lontanetto dal centro delia 
città senza cacciarsi in sull* estremo, si tolse alla vista d'ognuno 
nel più delle ore del di, stando qualcuna la sera nella meglio 
guarnita camera con chi visitavala e desiderava dì rivederla. 
Poco usciva in pubblico; ma quando usciva, procacciaTa di 
essere con dignità, senza pompa, né lusso; al teatro, sinché 
le ragazze non furono adulte, non andò mai, e quelle erano 
buona scusa; poi una qualche voUa all'anno con esse nel palco 
di qualche sua amica. Non mostrando di aver bisogno di nes- 
suno, lutti le offerivano servitù, tutti desideravano di vederla 
più spesso, tutti la sollecitavano a gradire passeggi, convegni, 
spassi; 1 quali con delicato modo ricusava, prendendo pretesto 
che fatto un abito non lo poteva dissolvere; poi la istrozione e 
la educazione delle figliuole rubargli tutto il tempo. Del resto 
esse erano la sua delizia ; non proverebbe di meglio al mondo. 
« In sui di primi della sua vedovanza gli oziosi almanac- 
carono del come vivrebbe, che farebbe, con clii si porrebbe; 
ma vistala ridotta a solitudine, senza domandar nulla mai a 
nessuno, finirono per non curarsi altro di lei. Puro unc^che 
non era ozioso, non cessò di pensare a' suoi casi, e senza vo* 
lerle chieder nulla si pose in guardia per esser pronto ad ogni 
accidente. Amico dello zio, amico del marito che gli era stato 
figlioccio, aveva avuto pietà della sventura ; e per quel che 
poteva erasi offerto liberamente alla signora colle parole più 
persuasive , che di lui disponesse ; conoscere alquanto gli affari 
suoi , intendere a che doveva la dignità sua ; lui prendesse per 
amico , il quale non si dava a parole come forse gli altri. U& 
la signora, promesso che all'occasione si sarebbe ricordata 
delle generose profferte , non ci fu verso che in vent'anni usasse 
di lui, come di nessuno. Ed ejgli vide crescere le ragazzine, 
indonnarsi, ingentilirsi, formare una famiglia piuttosto lieta, 
senza disagi apparenti : per quanto scrutinasse , non riusci a 
capir nulla ; impossibile, che la fante accortissima sapeva de- 



B soum pBm vAiieiifixi 2S5 

lodera le me, eome le allre ricerche; flebbene Mpeeae d*aUra 
parto i pochi heni immobili foss^o ili. 

Ha ana delle figliuole amaialò, e poi subilo la madre* 
le qaali non furono più visibili a nessuDo* neppure alle ami* 
che ; a cai dava le aovelle del oieglio e del peggio ora la fiuite, 
or l'altra figliuola. Tulli se la passavano seoza gran ressa, posto 
cbe €0bI piaceva alla signora ; ma l'amico non era quieto. Sa* 
poto chi fosse il medico, andò all'improvviso da lui ; e chiese 
delle donne. Risposegli il medico, la figlinda prima esser quasi 
pianta, già star levata di letto.; ma dubitar molto e temere 
delia madre. Trasali il buon uomot e parendogli quel dottore 
usai amano, gli palesò ramiciaia che il legava col marito della 
inalata, le condi^oni strettissime in cui aveva vissuto, e le peg« 
glori in cui dovevano essere le donne; le tue offerte^ il con- 
legQo della signora , l'imbarazio proprio , e la pasnone dei- 
Tessere impedito di Aire quello che forse poteva. Il medico 
stette nn momento muto^ poi disse : 

— Mi permettete voi in parola d'uomo d'onore, che mi 
lerberete la fede se vi donmndo di non far nulla senza di me? 

— lotta, appuntino. 

— Ebbene : io ho visto cosa che sa Dio quant'anni stage 
^lata, e sa Dio quanti era per istare, se non si aveva biso- 
gno ài medico. Quella donna ò martire dal di che fa vedova ; le 
biche segrete Flianno logorata ; prima affeticata sola per so 
e le figliuole, poi aiutata bensì da esse, ma non quanto vele- 
vaiM) i bisogni ddl'età loro e della conditone; per troppo isfor- 
lare il coraggio, per troppo dissimulare a' curiosi il misero sia* 
to, ha l'animo rotto e il corpo; e ora, insufficientissime la 
tgliaola sana e la fante a guadagnar tanto cbe basti, si sono 
sproprìate di molte cose che io stimo di necessità possedere. 

— Ah dunque io devo.... 

— Adagio, amico: parola vohita dall'egregia donna che 
io non zittissi, via che ad uno estremo, il quale dia crede 
Boa sia ancor giunto. 

— Ha io non posso assolutamente più a lungo soffrire , 
(Ite sì virtuosa donna cotanto acerbamente patisca , e resti 
vittima di un pregiudizio che fa torto al suo buon senno. 

-- Ella si tiene obbligala di non essere a carico di nessuno. 
IV. n. e. 29 



unmmB di famiglia 

-* Benissimo, quando si possa ostentare colle proprie 
forze — . 

E qni si misero a discorrere del modo d'indnfla ad accet- 
tare un soccorso senza il pensiero che II suo amor proprio ne 
restasse offeso. Proponeva l'amico di rompere la buona creanza, 
e contro l'aspettativa della fante o della figliuola entrarle nella 
stanza da letto; e parere di diventar dotto a quella vista del 
caso; ma il medico temette una oomroozion troppo forte; onde 
quegli si batteva le mani esclamando: 

~* Se quel Gregorio ... Ah quel Gregorio! è un buon 
uomo, sapete, e voglio bene anche a lui da anni molti; era- 
vamo bambini insieme ! ma è testericcio d*una durezza che 
non lo moverebbero tutte le disgrazie del mondo. 

— E lo dite buono? 

— SI, credete, è buono ; e io so quel che dico. Tutti gli 
uomini hanno la loro pazzia; quegli s'era fitto in capo di far 
di suo nipote un prete : e non ci fu piti verso di cavargliela. 
Voi poi saprete che si guadagni a contrastare ai passi le loro 
opinioni favorite* Del resto è uomo da farsene quel che si 
vuole. 

^ — I pazzi si corano. 

— Alcune malattie sono difficili* — 

Pensa, pensa si viene a questo: che Famico vada a lai 
e gli partecipi di aver deliberato di prendersi in casa le figliuole 
di suo nipote, perchè orbe del padre ora saranno orfane anche 
della madre. Vedranno l'effetto: poi parleranno insième. Alla 
sua solita ora l'aaiico è da Gregorio: e facendo il distratto , si 
pone a sedere dinanzi a lui. 

— Caro Gregorio, da oggi in poi se ci dovremo vedere ^gni 
dì, come facciamo da quarantanni, verrai tu da me. 

— Ohi Luigi, e perchè? 

— Perchè la carità del prossimo vuole che ci moviamo un 
po' per uno. 

— Oh non ci moviamo ambedue? 

— SU ma ora mi potrò poco muovere, e così.... 

— Cosi, che cosa? 

— Cresco in famiglia. 

— Luigi ! passa i cinquanta I 



— Tanto miglior ragione per non restar solo: tu più vècchio 
di me non ci pensi e vivi qui come in un deserto, che se ti am- 
mali e illuo amico è preso da qualche incomodo, dovrai aver 
per grazia di lasciarti maneggiare da mani venali. 

— Oh va là , che tu troverai una sposina che ti prenda per 
olissimo amore I 

— E donde cavi tu di sposa? io non mi faccio marito. 

— No? dunque I 

*- Dunque , dunque mi metto in casa due amabili giova- 
nelle e figliuole di un povero mio amico , il quale morì, molto 
raccomandandomi la sua famiglia: poverine 1 tanto buone, tanto 
^me, avrei un rimorso orribile che avessero a cadere a male. 

— E chi son esse ? 

*— Tu non le conosci. Non le hai viste mai. 

— Non hanno madre? 

— Sta per morire. 

— Sgraziata ! E come vorrai prenderti cura di loro, tu che 
Boo avesti né naoglie nò figliuoli? 

— Non tei dissi, chi mi caccio in casa? farò come le mam- 
me, le guarderò dal male: e al bene penseranno esse: e spero 
cbe mi saranao grate, e saranno il conforto mio quando sarò 
più vecchio che non sono. 

-^ Tu fosti sempre un brav'uomo: & io avrò dunque il 
piacere di vedere ogni di il soggetto di tua beneficenza. 

Una buona madre non mostra a tutti le sue figliuole; io 
Poii piti inesperto che mai, fo conto di non lasciarle ve<)ere a 
nesmno; le chiudo in camera > e addio I 

-* Questa è una pazzia. Quant'anni hanno? 

— Sono sui venti. 

— Le farai intisichire — . 

Il discorso si prolungò a segno che Luigi facendo il severo, 
^Gregorio il benigno alle figliuole, questi, parsogli che l'amico 
volesse sacrificare quelle infelici, lasciatosi andare in gran col- 
'^rt, come per verità in qualche caso grave solito era, cosi pre- 
sumente lo apostrofò: 

— Questa è una tirannia, una empietà. Che deve giovare 
clorose, perduti i genitori e il pane, questo riacquistino, ma a 
prezzo della libertà? À me in tanti anni desti segno di ben 
divergo cuore; ora mi scatti 'dalV onesto, e io non patirò che tu 



238 UtTQEB DI 9AV«UA 

il £iCGÌa impunemeiite. Quelle ragaiie Avraaiio qualche tmrente, 
e io farò che tocchino altro yÌTere« 

— Qualche parente rhanno, anche on riceo ; ma oltreché 
non hanno nulla a fare con lui » il padre loro le raccomandò a 
me, e io voglio averle. Poi , colle buone; come eotri tu ne*fatti 
miei ? 

— Poichò ti sono amico « non devo permettere che tu com- 
metta bestialità, che tu sacrifichi degli innocenti. 

— Ah dunque pare a le che io faccia malel 

— Malissimo. 

— E se potessi, lo impediresti, e forse speri che io mi 
arrenda alle tue ragioni. 

-^ SI certo! 

— Ma io non veggo giusto che quello che penso io. 

— Luigi f tu non mi hai mai parlato cosi. Questa è presun- 
zione nuova; e mi dispiace assai, assai. 

— Ma se i parenti loro non le vogliono, e io non ho altro 
modo di curarle.... 

— Il ricco non le può ricusare. La legge.... 

— La legge ? SI » la legge costringerebbe il ricco al man* 
tenimento loro; ma egli le metterebbe in un ritiro, a cui la 
legge non si opporrebbe; tant'e tanto, è meglio che stiano 
meco. Poi immagina che bella fiiccenda è temi mantenere per 
forza : ohi ò meglio essere mantenuto per amore. 

-- Vedesti queste giovani? 

— Si. 

— • E sanno come le vorresti trattare? 
-No. 

— E se non volessero venire ? 

— Le tirerei per forza. 
•^ Ma, Luigi I 

^ Ebbene ? 

— lo credo che scherzi. 

-^ Hi pare di non avere aeppfnre aorrìso; parlo del miglior 
senno. 

— Povere ragaszei 

— Hai ragione ; se tu le conoscessi ben addentro, diresti 
anche piti. 

— Ma dunque ? 



m BGUin FSl VANGIULLI 2S9 

— Doaqm, me le vo a prendere, me le chiudo is eesa; e 
BOBmeJe gaasla neppar rafia. 

— Io non mi sarei mai aspettalo da te un simile tratto per 
beneficare il prossimo* 

— Meno male beneficare in qaalche modo, die farsi reo 
della desolazione delle famiglie ; che lasciar languire i parenti 
oella miseria; che non rammentarsi mai che il primo bene Io 
dobbiamo al sangue nostro ; che usare la crudeltii e la iniquità 
di odiare gl'innocenti, dimenticarli, fuggire di ascoltare i loro 
gemiti; che Care insomma quel che fai tu spietato verso le tue 

Bipoli. 

E disse con tanto fuoco e tanta furia tulle queste parole 
da perdervi il fiato « ma e*nol perdette; si lo tolse a Gregorio; 
<nde lenia dargli tempo di riapoodwe prosegui: 

— Or yia I non t'aspettavi a questa riuacila. Sono per lo 
mnoo dieci anni ch'io non ti ho parlalo di lorOf vista inutile 
ogni buona ragione. Ora sono alb estremo della miseria» senza 
tver chiesto mai nulla a nessuno, senz'aver mai pronunciato un 
bneato. Io atesso non sapvei nulla se non accadeva il peggio 
de'mali, la malattia d'una figliuolae della madide; che se presto 
nono soccorsa, muore , e muore senza che ninno dalla sua bocca 
appia i guai della casa» ohe io avrei soocerso» se avessi trovato 
il modo di farlo senza dispiacerle, perchò non vuole essere ob* 
bligata a chi non le deve nulla. Ora tocca a te; da te non dovrebbe 
^r di accettare ciò che per diritto naturale è dovuto alle 
Sglinole sue. Se tu non ti spetri, qualche cosa farò io; ma tenia 
il medico la vergogna dell'essere trovatjL misera a cui si voleva 
collie t le rompa quel tenuissimo filo di vitat che btw con un 
alto di giustizia si potrebbe ingrossare. Di dbe ella è rea « di che 
k igfiuoie ? Di che in nome di Dio, era il nipote ? — 

Gregorio, asooUata rintera predica a o^m> basaot alzò hi 
■ano destra» e poggiatala sulla sinistra spalla di Luigi » disse: 

— Andiamo — ; e si levò. 
-Dovet 

*- Dove vuoi tu; ma andiamo. 

U condusse dal medico; e per tutta la via né l'un, né l'al- 
tro disse verbo. U medico tolse di annunziar la visita di Gre- 
gorio alle figlinoie, e di istruirle del oonlegno da serbare colla 
iBidre sin che potesse prepararsi a vedere anch'essa lo zio. 



S80 UTTOBB DI PAHIOLIA 

Le giovaoi sapevano dell' aomo e della caufta della disamore- 
▼olezza saa; ma noD l'avevano mai veduto ; perohè la madre 
prudente aveva sempre schivato di mostrarlo ; se non poteyano 
averlo amico, nemico non importava conoscerlo : ^nel caso loro si 
sarebbe sviluppata forse d ali* antipatia, e la madre volle rispar- 
miare anche questo. Chi poteva prevedere I Quando le gioTani 
si videro venire innanzi benevolo un uomo dal quale nnlla pre- 
tendevano « ma avrebbero gradito un qualche aiuto, che ood 
volevano da nessuno, e che sei videro venire quasi tremùloso, 
e colle lagrime agli occhi e singhiozzante, perdettero il loro 
proposito di trattarlo quietamente e senza strepito, e diedero 
in un pianto dirotto. II .medico e Tamico si misero prestamente 
in mezzo: 

— Figliuole , zitte; per carità; la mamma — ; ma la mamou 
aveva udito e mandato la fante in grande affanno a vedere che 
fessevi di grave. La fante, s'intende, sapeva; e fatta premura 
di quietare, perchè la mamma erar ili gran tremito, ottenoe 
che SI soffocasse il pianto. Poche parole , e molle strette di am- 
plessi. — Figlie mie state di buon animo, fatemi perdonare 
dalla madre vostra, io vi amerò sempre; guaritela; poi tton 

• ci divideremo mai. 

— Oh cosi sta bene. Addio dunque , figliuole mie, per oggi 
basta. — E si dicendo, Luigi prese remico pel braccio, e la* 
sciò che il medico accomodasse il resto colla malata. 

Andò poi ogni giorno dalle figliuole, e dopo un quiadid 
di vide la madre; la quale, preparata a buon tempo, potè ao 
coglierlo col sorriso della grata ricenoscenia* E oome fti risto-' 
rata in salute, Gregorio si uni a lei, come ad una figlinola t 
detestando la propria ostinazione che 1* aveva per tanti anni 
privato della pit soave e cara persona ohe avesse mai cono- 
sciuto. E un di che il medico. si trovava in famiglia, ed eravi 
l'amico, per festeggiare la salute ricuperata della signora e la 
felice unione di Gregorio con lei^e colle gentili nipoti, Grego* 
rio ripeteva quella sua stranezza , e vòlto con risoluto piglio a 
Luigi : 

— Ti ringrazio, sai, ti ringrazio del beneficio che- m'hai 
reso; ma non ti perdonerò mai in vita mia, nò dopo morte» 
di non avermi fatto veni' anni prima quella sAiriata. *-« 

E l'amico subito al medico: 



B Bcum PS» VAMauLU 381 

— Non vel dus'io ch'egli era buono f — 

Tanta Teatora sarebbe mai toccata né ali' impetooso e 
teitereccio Gregorio, né alia infelice quanto amabile signora, 
M raancaYa quel Luigi con queir animo e quella costanza di 
tiretto che aveva , con quella prudenza , quell' accortezza , quella 
delicatezza, quel coraggio, queir^micicia ? £ senza il contegno 
mitronale di lei e la finissima Cura della famiglia i^ per le in<- 
terne cose, che per le esterne, e la bellissima educazione data 
alle figliuole, e i sacrifizi della sua gioventù, della sua bellezza , 
della Busi fortuna, credete voi che le sarebbe rimasto un tanto 
e si rispettoso e aCEeziooato amico? No, cari,* persuadetevi che 
b ?irtù è la veramente amata. Patisce, é vero, qualche volta 
tribolazioni e guai ; ma ò dall* ignoranza d*altrui. Se i perse- 
culori vedessero cui perseguono,. oh crediatelo, farebbero al- 
tro! Alla virtù dunque volgetevi ed attaccatevi ; per la virtù 
mte, e di virtù; che dopo le tenebre viene il sole; e tardi 
tosto anche allo sventurato è resa qualche giustizia ; sempre 
l'oBore. 



VIAGGIO DA FIRENZE ALL'ALTO EGITTO 

RACCONTATO 

DA UNA FANCIULLETTA DI ANNI 12 

(V. a vanii , pag. U^) 

I Pellegrini della Meeea. 

Quando ritornarono era mezza notte, ed io ero rimasta 
STe^ia per curiosità di sapere da loro che cosa avevano vi* 
Ito e sentito. Mi risposero , fra le altre, che avevano sentito 
bmeatare una Iena, ma non 1* avevano vista. Babbo disse: 
«PcDgaunpo': se Tavessi sentita quando ti credevo spersa pel 
<^rtol Chi mi avrebbe potuto levar dalla fantasia che tu 
000 fossi stata divorata da quella bestia feroce ! o 

La mattina dopo a colazione i miei genitori mi dissero che 
Hodomani dovevano arrivare i Pellegrini dalla Mecca, e che 
il Pascià veniva U dove eravamo noi per (lare 1* elemosina a 
quella geate. Si figuri come eravamo contente noiallre bambine 



232 LimiBB n rAiit«uA 

pensando al bello spettacolo i Non si faoeva altro the saltaie 

e preparare le nostre cainere per stare a vedere con eomodo« 

Arrivata la sera si cenò e ei andò a Ietto subito per le- 
varci presto , perchè si diceva che i bedoini verso le sette 
principiavano a venire. 

La mattina, appena svegliatat balxai dal letto. Eran le cinque 
e mezio: il sole risplendeva nella miacanera, e iaceva «n bellls- 
sisDO vedere. Mentre che si chiacchierava eolie mie amiche, 
ecce che viene il signor R. a darci la notista deliiiosa dke 
i pellegrini si cominciavano a vedere. Noialtre principiammo a 
saltare e a darci pizzicotti dall'allegrezza. Mentre si faceva co- 
lazione » ecco si sente nn snono come di tante zanzare grosse 
accompagnato di tamburi. E noialtre bambine si principiò a 
dire : Eccoli « eccoli i Pellegrini. 

In questo mentre eccoti il Babbo dicendo: « Venite venite 
bambine a vedere: arrivano i Pellegrini 1 fate presto, perchè 
se nò, non vedrete il principio della processione. 

Tutte noialtre: « Eccoci eccoci» subito nell'atto ». E io: 
« Andiamo alla finestra preparata per noialtre; di li si vedrà 
meglio, perchè è proprio dirimpetto alla strada DéVia» corren- 
do, alla finestra, e 11 si rimase a bocca aperta vedendo i pellegri- 
ni: uomini, donne, bambini ,. cavalli , cammelli e buricchi. Quelli 
che stavano sui cammelli erano difesi dal sole per mezzo d' una 
specie di baldacchino , che si reggeva sulla sella del cammello 
medesimo. 

Intanto i tamburi suonavano: i cannoni (che accompagnano 
sempre la caravana dei pellegrini per difenderla in caso di biso- 
gno) ogni tanto facevano qualche scarica per allegria, e le pelle* 
grine arabe facevano una certa musica cbe somigliava al trillare 
uggioso de' grilli; mentre gii uomini suonavano una specie di 
flauti che mandavano fuori voci simili a zanzare. Che rumore 1 
Che confusione! Che brustol Ah se gli avesse vedutile sentiti ! 
Chi correva di qua, chi di là: alcuni parevano matti, altri in- 
cantati. Bisognava poi vedere le corbacchiate cbe toccavano qneì 
poveri arabi pellegrini, se per disgrazia non facevano sabito 
largo. 

Ma lei forse mi dimanderà: Che vuol dire corbaeekiaie? 
- Ecco: Il eorbaeekio è una specie di frustino fatto di pelle dì 
ippopotamo col quale si danno là le bastonate che si chiamane 
perciò corbacchiate. 



B BcaaiTi PSB vAiicrau.1 23S 

I soMatj dttaqae covbaechiavaj»o spielaiaoieote : Ahi I 4>bi 1 
ah I ^ E quei Mudati, o guàrdie di polixia» elia si oàiamaiio 
C^9a$$, a menare più forte p^rchò ai chetassero. 

A me mi faceva proprio pena a vedere quella barbarie ; 
perchè, poTerini ! eoa quella confusione t e forse non avendo 
mai veduto fbcili e. cannoni, e sentendo quei gian. colpi, 
rimanevano i»ù stupidi e sbalorditi ohe mai. Ma tant*è: in 
qoel paese cosi crudele^ que|la povera gente , a ogni cosa che 
fanno paco bene, una bastonata. Senta frusta, dicono H, non 
si fa nulla. 

Alla fine però io mi stancai di vedere qudla barbarie, e mi 
mi a guardare il resto della processione. Noialtre bambine era- 
nm in estasi, non sì apriva bocca^ si aveva gli ocdii fissati sem- 
pre sallo spettacolo. Nel mezio della prooesaioae passò un cammello 
tatto ben ornato con nappe e fiori e fiocchi 'di ogni colore , e sopra 
6 esso un baldacchino rosso con firangia tutto intorno. Era il 
tappeto deHa Mecca» che riportavano dalla tomba di Maomettor: 
Frchè r uso della loro religione ò che ogài anno portano alla 
tomba del profeta un- magnifico tappeto, e riportano con gran 
ioleoDità quello deiranno inoansi che viene depositato in una 
aosebea, e drviao poi a peaii fra i fedeli ,1 quali tengono qué-pei- 
tetti come reliquie. 

I pellegrimi si accamparono ditiwpetto alla nostra abitazione 
<ioTe doveva renire il Viceré. Inalzarono le tende, ed era un 
ki iredere tanti colori sparsi e tante farme diverse di tende. 
^ più alta di tutte e la più betta era quella dove era collo- 
cato il tappeto. Quei i^e non avevano le tende. erano sdraia- 
ti al sole. Seppi che i pellegrini erano sirca 7miia, e le. bestie, 
^cammelli, cavalli ed asini più dì limila; eppure in queUa 
ÌQmensit& del deserto tanta mollitudlne pareva nulla!. 

Intanto venne mezzogiorno, ora destinata per il loro desì^ 
■are/ Pareva che per mangiare si dovessero mettere un poco 
in ordine da sé medesimi; ma no signore! bisognava che li 
Itastoaassoro per farli stare al posto loro: e questi, al solito: ahi! 
<Ail uhi! - Alla iine quando furono tutti pronti fu distribuito 
loro il pilau e la carne di bufalo, e questo era messo in gran 
^^tinom di legno. Costoro prendevano quei catinoni come. gran- 
ali affamati; e poi, sente. che spettacolo schifoso! ognuno di 
questi catini aveva intomo sette persone che mangiavano spie- 
IV. n. e. 30 



294 LBvvfaoB di fahioui 

talarmenle ooale mani. Questa però «m, eone sì direbbe, la 
ekissid bflflsa^ perchè i signori che boevano il peUegrìaaf gio ave- 
vano tutte le -profTisioiH e mangiaTaiio nelle loro tende ; faa^ 
ehé« dlfiiai«i«vi«|Bo l'aoqua, perchè quella non ce T hanno. 

Quando fu finito il loro pranzo, andanmo noi a desinare. 
Neialtre bamMae non si poteva stare ferme al «astro posto, bi* 
sognava assolntamaote che si andasse alla finestra per vedero 
oesa e* era di nuovo: le nostre mamme ei dicevano: « BambiDe 
stat» fermo, perehè quando ci sarà qualche cosa di anoro ve 
lo diremo noi. - Ma noi non potevamo stare alle moiaa* 

Quando fu finito il pranzo, ottenuto il permesso di andat^foori 
di tavola, noi si andò, subito alia finestra, e si vide ohe vesi- 
va il Pasoià. nella sua oarrozsa con tutto il seguito; e daccapo 
oamonate a iutt'iindave per allegria: fioese di carrozza. Egli 
era sgrasso e piccalo: i nostri babbi ei dissero ohe abbasaasakno 
le tendine mentre lui passava, pecche non volava vedere donne 
eneopee. Noi si. rise znollOt e ai abbassa le tenie: e le nostre 
mamme e noialtro si guardava dai bucotini delia teada. For- 
satini credeva di non eSser veduto, e noi»tatlo il tempo lo ve- 
deramò con tutta hi nostra comoditii. 

C'era tutto il aegfiito: ei si portava dietro tutto quel che gli 
poteva bisognare; perfino l'occorrente per fare il caffè: entrò in 
«na sala che avevano preparata per Ini a distribuire T elemosina 
ai pellegrini , ma non si vide come fece a dare questa elemoaisa 

U babba dopo pranzo condusse feort la mamma » e noi. 
andammo a camminare fra quella moltitudine di Arabi, gna^ 
dando le loro usanze, il vestiario, le tende, e girando attorno al 
tappeto. Babbo mi avvertiva di non ridere perchè poteva essere 
periooloso, ma di guardar tutto oon serietà e disinvoltuFa. Cbe 
se noi ci potevamo arrischiare cosi fra qliei fanatici Maomettani 
era perchè sapevano che eravamo col Viceré: altrimenti non sa- 
rebbe stata prudenza: ciò nonostante degli occhiacci ci venivano 
fatti, e parecchie volte ci si dicevano delle parole in Arabo: 
forse Cani infedeli. 

Verso la sera si videro calare le tende, arrotolarle e legarle 
per caricare i cammelU insieme colle altre robe onde prepa- 
rarsi alla partenza, e oontinaare il cammino alla volta del Cairo. 
Alle ventiquattro, poco pia poco meno^ tutti partirono .facendo 
grande strepito e grandi urli , specialmente le donnea e il ps«<^i^ 



X scarm m vaucidlli 9K 

se ne riCortiò al suo ptlnezò fra il eaoto da grBli e da itmara: 
e addio, bnooa notte. Si chiusero 1» finestre e oe n'aadaiMiar 
a oeaa , sempre chiaechieraiido di ^ella vista. Dopa cena aoialtré 
iMinbnie si feee an poco le sipiore, e poi si aaéè a kito; le w^ 
stre mamme avevano da fare i bauli per partire FiBdoiMmi per 
il Cafro 9 ove dovevamo vedere riagreaso in città del graa Tap- 
peto eoi Pellegrini. 

La mattina ci alsammo di buon'ora: si aiiiitò alle nostre 
namme a fere i bauli, e poi noialllv si roiaa inaieni'e. le nastra 
pietre ehe si erano raccolte nd desettò* Dopo praneo si partlf 
coiromm^ns ; e si trovanino i pellegrini accaoqiati fborì della 
porta Babet-<naser una 'delle antiche- del Cairo, fissi dovavano' 
girare tutto Cairo per far vedere a tatti il venerando lappai»; 
dunque ai tirò avantir 

Qoel giorno tirava un vento straordinario, e at|iufrnainiaBi' 
nere éome era l'arena dddeaerto. Kon le porno dire iquel chep»» 
reva. Poi, cosa straordinaria^ inosmiaciè qualche foooin d'aoqvftt 
e si ebbe uniipiecola pioggia pernna mezzora, cbe per rSgiMei 
è un gran chel Noti dhe ii vento ehe soffiava in. qort giorno atui> 
era il famoso Omiiny vento; caldissimo che Jà dominai meitov ^ 
flesso porta con sé la rena del- deserto. In quale vino ani vÌM^t- e 
a aentirla pAre cenere calda. E non ò nanravigiin, pekàhè nel* 
deserto proprio a mettere fra la vena un: .uovo , ai.'xnieoe; AUarà 
sono le giornatacoe dell' Egitto: il Gamsin produce le oftalmiot 
specialnien|enelCairo\ perdio mUe^straèd larghe c'ò aai^to enUo, 
e^aqBelle andando nelle atffadnoole coM aqsride e fireddb^ ifè 
da prendere una malattia merlale. 

Arrivati al Cairo sr viéetshe la nostra casa era uaai habUoi*^ 
Dia, perchè il giorno della partenza nostra per il deserto « Tam-' 
Tamo lasciata in disordine per la fretta del partile^ *- Mi ero 
dimenticata di dire che nel tornare dal deserto davanti aUa 
carrosxa c'era un ragazzo, arabo, giÀ s'intende! che perse il 
tarbusce e rimase a zucca nuda; anzi si può dire a zucca pelata» 
perchè costoro si rapano tutti i capelli , e solamente in mezzo alla 
tenta vi lasciano un codino, come i cinesi, perchè dicono che 
quando muoiono, 1* angiolo li prende per il codino, e li porta in 
paradiao. Eh, se questo fosse vero , qui in Firenze, fra gli uomini, 
non ci sarebbe altro che Stenterello che potesse andare in Para- 



di80 1 - Noialtre si rise molto di qodla incca pelala v del oodiae 
e della aciocea superatizione. 

Quando si arritò al Cairo era?aino stati quattro ore in 
viaggio: niente menol Dopo cenai nostri genitori si riposarono un 
poco, mentre noialtre bambine si tirava faori dai bauli le Destre 
pietrine, perché ci volevamo divertire. Ha presto andammo a 
letto, perchè eravamo stanche rifinite. 

Il giorno dopo si senti che i pellegrini erano per arrivare 
al Cairo. L'interpetre del Viceré ci condusse insieme con una 
altra famiglia europea di nostri anici , in una casa a vedere 
l'ingresso del tappeto. Andammo donqae tatti insieme a una 
finestra, e i nostri babbi ad un'altra* Li si vide venire tutto 
quel branco d'uomini e di bestie, come le ho detto nel deserta 
Si sentiva di piti la musica araba col piferi , e con una specie 
di timpani che facevano uno strepito da stordire* Vedemmo li 
davanti al tappeto dei Santoni (una specie di bigotti buffi) meni 
nudi che fiicevano mille strani movimenti. Una aigmnra che era 
. eoa noi alla finestra si fece veder ridere : allora uno dei sol- 
dati che accompagnava quella processione, si rivoltò , e disse 
delle parole in arabo che noi non poteomio capire; ma la si- 
gnora che conosceva l'arabo ci disse che costui aveva gridato: 
ridite ridete: tante avete a andare uW inferno, cani infedéli I 
Era stata veramente una imprudenza^ come disse anche il Bab- 
bo, il ridere in mezao a quella moltitudine di fanaticis si poteva 
ricevere qualche insulto. Intanto chhideva quella processione 
il Pascià^ che veniva in carrozza in mezzo alla musica e i tam- 
buri. Vista questa funzione, si ritornò a casa, e si senti che 
ci sarebbero state da vedere le penitenze e i miracoli degli 
arabi. 

icùntùma) 



. B Mum pm nJMsoui 337 

STUDI SULLA EDUCAZIONE. 

Capitolo IX. 

( y«di ATVBtì , pa^. QO). 

« Io mi SODO da Jungo tempo persuasa 
che la gioveDtù possa educarsi alla 
bellezza , mercè una grande atten- 
zione a) stto bene fisico e morale ». 
Im «pn(eiia di àiowKfcatìM.^ 

Dna bambina bene educata e ben euatodiCa tante rispetta 
al fisico quanto rispetto al morale , aMi?errà giofane non solo 
l^Bona e assennata, ma etiandio leggiadra. Bellezza perfetta di 
ndo s'incontra t e riesce, abzi'che no» dono di dubbio valore, 
ivyegnachò sia spesso cagione di misera sorte a cbi la possiede. 
Qosiito a me, io eMimo che ogni giovinetta possa essere gra^ 
aoia. Grazioso è ciò cbe piace. Hannovi donne jA» kl ptitao 
vederle compariscono mollo brntte* ma osservandole da vicino» e 
conoioendole meglio, d vien. fatto di trovarle piacevoli, e di te- 
nere in conto di venzi» cbe abbiano latti il loro pregio, le ir- 
regoiarità dei Uneameìiti. Non il volto profilato, né il puro e 
9 lendido colorito soltanto costituiscono il bello; ma ancbe quel 
non so cbe, il quale risiede, nei penetrali dell'animo, e che spi- 
nodo fuori , dà testimonianza .della pace, della contentézza » 
fcUa quiete intrinseca , ia quella guisa che le finestre illumi- 
aite di una casa danno indizio della luce accesa nell' intemo 
'i essa. Palazzo a casupola cbt sia» magione signorile o lagu- 
ro coperto di paglia» la luce che vjene dell* intemo risveglia 
idee di umana contentezza ; e potrebbe darsi cbe Tumile ca- 
Accia, priva di ogni simetria e ornamento, ci facesse impres- 
se più soave del. sontuoso edifizio ridondante di classica vo^ 
luisu e grandezza. Tengo per certo che una fanciulla , sana e 
Svesta Mrfla debita cura, sarà anche vezzosa; a altrettanto sono 
ùcura che le madri non sono indifferenti su questo punto , nò 
^<Mio essere (comeehò ne giudichino i gretti pensatori) ; e 
Perciò spero che alcune avvertenze che si rifMriscono , soltanto 



338 Limmi di PAMidUA 

in apparenza ^ airesteriore della persona , verranno loro a grado. 
Dico aoltairto in apparenza, giacché il corpo e ranimo sono, 
finché dora la loro unione qui in im%f si strettamente con- 
nessi, che non si può assolutamente operare su quello, senza 
che questo non se ne risenta. Ogni sostanziale avanzamento 
dell' intelletto nelFuomo cambia più o meno il suo esteriore , e 
pigliando del corpo le necessarie cure, noi coltiviamo anche 
l'animo. Abbellire il tempio ov*ei dimora ò dunque lo atèsso 
che conferire alla beltà e alla salute di esso. 

Bellezza senza lindura non esiste, e numerosi sono i capi 
che appartengono alla rubrica della pulizia. Oltre un vestiario 
in cui rifulga la pib scrupolosa nettezza» e che si addica alla 
condizione di colei che lo deve portare, vuoisi che i capelli 
siano ravviati accuratamente, la dentatura pulitissima, la nano 
aensa una laccofis, le unghie torte, ben tafliate e pareggiate» 
la calzatura irreprensibile; ed ovo la ragazza, acoonciata in 
questo modo» abbia contegno modesto e sguardo petapicac» 
e BOSfve , eeoovi V immagine dì leggiadra , ài aggraziate 
donzella. 

L^sanza di ^pratxaricare i fanciulli al piccini che gram- 
dìceNI di ogni Bp&é» di fronzoli è oramai smania «niveraale. 
Un errore di gusto tanto strano, ridicolo e dannoso parrebbe 
inesplicabile a chi non ponease mente che la coti delta società 
chrile ba (forviato in questa, come in tulle le altre ooee; 
laonde le norme date dalla natura non furono mai tanta mat- 
tamente violate quanto in questo nostro seoolo, il quale pure 
pretende di non voler nulla riconesoere Aiori della natura. 

La bellezia non può essere senza grazia^ e questa alla 
so» volta è generata della semplicità. Ma oimòt la aemplieità» 
ancella divina delle Grazie, si é dileguala insieme eou esae, e 
il lusso > implacabile nemico degli onesti costumi, del buon gu* 
sto, dell'economia domestica e della salate, brandieoe -ooii io- 
solente trionfo il suo scettro vandalico -e depravatore. 

Non dico per . altro che s'abbia in tutto a porre io non 
etit la moda. È ragionevole il seguirla , ma tenendo If pr»* 
zioia via di mezzo, e consultando la decenzut reoonomia^ iK 
gusto. Osserviamo dunque la desénza, schivando ogni' fsggiai 
che potesse offeederla; l'economia pnqKiralonaddo il aeatiu ab-* 
bigfiaeranto «i nioBtri averi; e iL guato, penneiteuded ahmoe 
modiAeazioui quaado il nostro senao^del bello ce le ceaaigii. 



U portai^ un ? eslito foggiala aopn usa aioda poeo giar 
aoM, quando già dai più fa poala in diamo aardÀe acioe- 
chen^. Biaogu cambiarne aubito il taglio t netttre isiveea vaolai 
iadogiare più die aia peaaibile a ribte quello càa torna bene 
iadiMO, e che è veramente bellino. La n^re che fia adoitafe 
alia faaitglia una foggia bruita « ai moalra .poco accorla; colei 
die penaetie di aeguirne una che pecca contro la modeatia ai 
nade colpevole di un fallo grave. 

Fm i vaij tagli di veatiii chejM>no in.nao» tnoki aceglìere 
ve quello che ha il maggior inooniro* ma quello che è meno 
Uiiarro» più semplice, più decente. Un abbiglìanaanto aemplioe 
Ha bene tanto alle belle, quanto alle brutte; e carne che «a 
pò lecito a qneUe che a queste veatinsi in modo da dar nél- 
rocehio, pure aarà aempre indiiio aTcun» di aaaenDateosa , .di 
fiisto e dì armonia interiore , l'andafe veatita oèn aampUoità 
elegante e.decotoaa. 

Non deeei mai prendere colori troppo vivaci;, né per aò 
Ile per hi frmiglia; a. nella aoelta deife atoffe^ nome ia qualla 
Mie coopaoensee^ ahbiaai in mira piuttaato il decoro- ft la 4iiaata 
die io spbndore a^pariacenie* 

Bisogna, nel vestiario, regolerai secondo la< stagione. Una 
Testa di lana gravo diadiee in una calda ghurliaia d'eatàte , nella 
itessa guiaa che Ja roba chiara e aoltilò:garba paco iaella ala^ 
gioDe luvemale. 

Conviene che le iigUuole imparino .per tempo a eonoacere 
fiello che fa d*oopo alla loro acoonciatura. Sappiano &ré da 
lè, almMio montare e rimontare quando occorre, i loro veatiti 
^ i loro capellini : è qneato un risparmio riletanto , o caalribui- 
Meaon poco alla eleganza esteriore; toroAndo più facile la'vorare 
Boi slesae ohe pagare la fatica alimi. Ma assuefatqleeguaimcnke 
fntto a riguardare tutto ciò che spetta all'aaconciatom » quale 
^etto aceeasorio, non principale. 11 dare aoverohio pregio a 
cwe che non ne sono degne attira la taccia di f rivofessn . ed 
i ia fatti indizio di carattere debole e meschino. Che aesa.pénaare 
^i una persona che si trova sgomenta e avvilita perchè le 
"ttaca qualche nonnulla richieatd dal hisaoT Un vestito lindo , 
a>n logoro, di foggia- non afiblto diversa da i|uelia ^fae ai 
M» ò un veatito buono; poco importa che sia di seta o di 
cotone. Non istà bene che bambine ofaiMnaUette. portino fiori 
^ gioielli. Alla fidanzata soltanto a'appartiene ornare i capelli 



SU) LBtnmB DI rAmouA 

di conmn di iori e aTor le rese in petto. AbbiaiDO già parlato 
del yantaggio che può Tenire alle ragazze dal saper cambiare 
da sé stesse la forma di mi vestito. Affinchè acfoistino ooclùo 
sicnro ed accorto per tale abilità , giova addestrarle di baon*on 
a conoscere i difetti pei qoali i vestiti sogliono star male indosso, 
spiegando parimente come si abbia da fare per ripararvi. 

Tra le cure che vanno date al corpo avvene alcune che 
vogliono attenzione speciale , e sono quelle della cot^, dei ca- 
pelli, dei denti, delle mani, dei piedi. La miglior- cura della 
cute consiste nella lindura. Bagni frequenti fanno si che i pori 
si mantengano aperti, e serbino florida e bella la carnagione 
Bisogna sempre lavarsi la faccia , il collo e il viso con l'acqaa 
fresca, la qual cosa fortifica i nervi e mantiene lungamente 
in buono stato la cote. Per le mani è meglio adoperare acqua 
alcun poco tepida 9 perchè la fredda le fa rosse, e nella sta- 
gione invernale ruvide e più soggette alle improssioni ieì freddo. 
Perchè la cute eserciti bene le sue funzioni è ancora necessario 
non porre ostacolo alla circolazione del sangue. Legature troppo 
tirate, vesti- e scarpe attillate, e anzi tutto i busti troppo stretti 
alla vita sono nocevolissimi tanto alla bellezza quanta alla aa- 
lute del corpo. 

Il dormire a lungo in camere troppo riscaldate e noniaCo^ 
gate il giacere tra calde piume, lo stare poco all'aria aperta, lo 
star sedute con positura non naturale, son cose che similmente 
cagionano danni gravi alla cute la quale addiviene livida , smorta 
e piena di macchie gialle; mentre che il moto frequente airaria 
aperta, o soltanto Faccudire alle faccende di casa è proprio a 
mantenerla in ottimo stato. Per le abluzioni po^ farsi uso del 
sapone, fino si, ma semplice e senza alena profumo; al più 
sia lecito adoperare sapone di mandorle dólci. Le giovinetto che 
vanno soggètte a pustole o bollicialtole nella fiiceia, faranno 
bene a usare ogni giorno un pediluvio di acqua tepida ; indi 
sfuggiranno scrupolosamente di portar il busto o la cintura 
strinta, osserveranno dieta giudiziosa, e procureranno di fare 
spesso del moto. Se questi espedienti non bastossero, consaliìsi 
un-medico, il quale senza dubbio scoprirà la cagione del male, 
e saprà porvi riparo indicando un modo di vivere differente , 
o altri rimedj opportuni. Non devonsi peraltro mai e poi mai 
esperimentare i eosmeliei , i quali producono sempre consegnenze 
funeste. 



B SCBITTI PKB FANCIOLLI ^41 

La cura de*capelK consìste nello spazzolarli spesso, e nel 
mantenere pniitissima la testii. Il mezzo più efficace per pro- 
carare alle bambine una bella capigliatura è di farla loro por* 
tare, inaino all'età di dodici annii corta come quella de'maschi. 
Pregiodiceyolissime riescono le pettinature che richiedono la 
rhioma atrettamente legata alla testa, e più dannoso ancora è 
l'uso d' incresparla con un ferro rovente. I capelli tormentati 
cosi vanno a poco a poco cadendo « e perdono il lucido e la lun-» 
^hezza. Facendo le treccie non bisogna servirsi dell'acqua per 
lisciarle. L'umido fa che la capigliatura diventi ruvida , smorta , 
e le conoanica un certo odore disdicevole, il quale accompagna 
a guisa di nuova atmosfera le persone che hanno questa as« 
soefazione non buona. L'olio di mandorle. dol6f, ovvero la pò-» 
mala fatta col micfollo dà morbidezza e lucentezza ai capelli ; 
bisogna peraltro ungere piuttosto la pelle del capo che la 
chioma. Quando le fanciulle incominciano a portare le treccie 
qualche altra pettinatura , insegnate loro subito a farla da 
per sé. Prendano anche Tassuefisizione di sciogliersi le treccie 
prima di coricarsi, e di spazzolarle attentamente. Giova ta- 
gliarne le punte di quando in quando. Molti reputano doversi 
fare questa spuntatura al crescere della luna. Io non so davvero 
se la luna abbia influenza alcuna sui nostri capelli ; ma credo 
con altri, che ne eserciti sui fiori. In ogni caso lo scegliere 
quel tempo non può tornare dannoso. Abbiaifi eziandio sollecita 
cura dei denti. L'Hufeland dice: « Chiunque ha perduto un 
dente possiede già una polizza d'assicurazione per Teternìtà »• 
Una dentatura sana ò ugualmente necessaria alla salute e alla 
bellezza dell'uomo. Subito che i denti cominciano a spuntare , 
é bene nettarli spesso con acqua tepida, a cui sia mescolato 
un po' di vino; e tostocbè i fanciulli imparano a fare da sé le 
abluzioni, vanno assuefatti a polirsi la bocca tre o quattro 
volte al giorno, cioè la mattina di levata, e poi dopo ogni pasto. 
Ricorderò qui che un bicchier d'acqua fresca bevuta innanzi 
la colazione giova grandemente alla digestione. 

La miglior polvere per i denti che si possa dare ai fan* 
dulli è carinone di tiglio finissimamente polverizzalo , mescolata 
con sale e nipitella ridotti in polvere. I dolci e le cose troppo 
dorè sono di nocumento ai denti , e lo stesso ò a dire del cibo 
troppo caldo. E Tona e l'altra cosa fanno pur male allo stomaco. 
IV. n e. 31 



24t LITTIIB3 DI P^HIQUA 

Quando i rancittlli molano i denti, è necessario risconirare 
se vengono diritti ; e caso mai ve ne fosse uno che minacciasse 
di essere storio , conviene raddriizarlo giornalmente colle dita. 
I denti cariati non s' hanno a lasciare in bocca, perchè servono 
a guastare gli altri e a dare al fiato un odore nauseante. Ap- 
pena un dente davanti incomincia a cariarsi bisogna farlo vi- 
sitare da un abile dentista. 

L'uso della nipitella in polvere pei denti e il masticarne 
alle volte la radica , è un preservativo eccellente contro il gua- 
starsi e il dolore dei denti* Quando si patisce di questo male 
uggioso giova molto risciacquarsi la bocca con acqua tepida, 
e confricare con acqua fresca le tempie e dietro le orecchie. 
E il tenere di poi il capo appoggiato tranquillamente sopra un 
guanciale, circa una mezz'ora, basta quasi sempre a vincere la 
violenza del dolore. Ci vuol, senza dubbio, una volontà ga- 
gliarda per. rimanercene quieti mentre siamo tribolati da pati- 
menti atroci ; ma , chi la dura la vince , e non vi sono da temere 
i cattivi effetti che sogliono succedere dopo Fuso di essenze 
forti e di pillole introdotte nel dente cariato. Sebbene questi 
rimedi ammortiscano per un pezzo Facntezza del dolore^ essi 
non sono valevoli a farlo cessare affatto, e solo servono a viepiù 
guastare la dentatura. 

Una delle cagioni più comuni e meno conosciute di una 
dentatura difettosa consiste, a parer mio, nella cattiva digestione. 
Lo stomaco è, per così dire, il focolare del corpo. I dolori di 
capo sono spesso i contrassegni di un disturbo di quello , e chi 
va attentamente osservando sdogli altri, riconosce che i denti 
pure ne patiscono; facciasi dunque di tutto per procurare buone 
facoltà digestive ai fanciulli. 

La parte del corpo che dopo le altre richiede ^attenzione 
sollecita è la mano. La mano dell'uomo ò il segno carat- 
teristico del genere a cui apparteniamo. Noi abbiamo a comune 
con gli animali gli organi dei sensi e le membra, ma la mano 
appartiene soltanto alFuomo ; e siccome la utilità di essa va in 
parte congiunta con la sua bellezza , cosi dobbiamo studiarci di 
non la guastare per incuria. Addestrandola in ogni sorta di 
lavoro voglionsi puranco usare quelle cautele che valgono a man- 
tenerla bella ; e m(rite ne fanno d'uopo alla donna la quale 
si adopera in molte faccende domestiche. Per modo d'eaempio, 
se ella impugna un vaso da cucina fuligginoso con la mano 



onda, se di poi se la unge, e se inoltre le rien fiitto di metterla 
nell'acqua calda o vicino al fuoco , eccole sn di essa uno strato 
di sudiciume che parrà inveterato, e del quale non potrà libe- 
rarsi per un pezzo. Per prendere in mano un tegame annerito 
dal fummo vi vuole , non già un canovaccio che sarebbe trop- 
po, ma un pezzo di carta. Nel maneggiare le fratta, nello 
sgusciare i legumi, nel levare la buccia alle patate , ec voglionsi 
ptrimente certe avvertenze di pulizia che facilmente può inr 
tendere e trovare ogni donna avveduta. Or dunque a volere 
sbrigare bene e senza scapito delle mani le più minute faccende 
è necessario fiar uso della riflessione. Le unghie delle persone 
che molto lavorano debbono essere tagliate in modo da non 
oltrepassare le punte delle dita , perchè allora torna più facile 
tenerle pulite, e di più non si corre il rischio di romperle. Ciò 
nonostante^ ò duopo servirsi di uno spazzolino da unghie. Si 
conosce subito alla mano se ò avvezza e addestrata al lavoro; 
e se ioottre la mano si vede in buono stato, senza quelle màc- 
chie inveterate che le occupazioni grossolane cagionano quando 
non vi si bada, è indizio che distingue la donna intelligente, 
indastriosa, riflessiva. La mano ajuta , più spesso delia faccia 
medesima y a giudicare dell'indole degli uomini. Chi sa quante 
iodasioni rocchio osservatore possa cavarne 1 

È cosa naturale che le cure date alle mani non debbano 
^ere spinte aireccesso. Esse sono istromento d'operosità, non 
oggetto da menarne vanto, corno reputano quelle tali che ne 
ookirano gelosamente la morbidezza e il colorito. Che cosa mai 
I si direbbe di un pittore il quale mettesse in mostra il pennello 
I 6 la tavolozza 7 Bella dunque non è se non la mano capace di 
lavorare; la mano diligente soltanto è sempre al suo posto. 
La vita proporzionata ò non meno necessaria per far com- 
parire aggraziata una fanciulla; e perciò assuefate, più presto 
(he sia possibile, le figlraolead avere portamento svelto e mo 
i<?sto. Chi se ne sta curvo e non pensa a voltare conveniente- 
mente le punte dei piedi affievolisce la spina dorsale, o si guasta 
la forma delle membra Inferiori. Y'è di più: la pienezza della 
salote dipende^ dallo svolgimento perfetto della complessione, e 
questo non è possibile senza il portamento svelto e ben composto 
« sea^ an passo snello e sicuro. Molto ancora importa la po- 
situra presa nel dormire; per la qual cosa va badato anche al 
«nodo di rifture i letti. Fa duopo che sieno sempre di bastante 



246 LBTTUWB DI FAXIQIU 

STORIA DI FIRENZE 

RACCONTATA AL POPOLO 

(V. avanti, pag. 457;. 
UL GOnGiimA DEI PAm. 

Non di canti solenni , non del pregare delle moltitudiDi , 
non delle deyote armonie degli organi , risuonava Santa Maria 
del Fiore il 26 Aprile del 1478, ma d'urla, di fremili, di be- 
fitemmie e fragor d'armi ; la Casa di Dio pareva ad un trailo 
convertita In un orribile teatro di carneficina e di spavento. 
L'ira di casa Pazzi sfogava i lunghi e segreti odj contro a' Me- 
dici ; e tanta era quella ira , che non ebbe ribrezzo di profa- 
nare la santità del luogo ; anzi le parve che meglio a'picdi de- 
gli altari ayrebbe potuto compiere il fiero disegno lungamente 
da lei meditato. Era quello impeto disperato di libertà che vo- 
leva saziarsi nel sangue della tirannide, e rendere alla RepuD- 
blica del Marzocco i suoi diritti calpestali ? era terribile conato 
deiroligarchia fiorentina ? o era solo privato odio di famiglia 
contro a famiglia , che vendicava gli altrui soprusi e intendeva 
ad arrogarsi violentemente quel dominio che gridava dagli altri 
usurpato? 

Sacrileghi assassini dissero gli uni i Pazzi , gli altri g^ 
nerosi vendicatori di violata libertà. Noi che vogliamo i popò" 
combattenti magnanimi e soldati della libertà sotto la splendida 
aura dei cieli e in campo aperto, non ci facciamo ciechi am 
mira tori di casa Pazzi , il cui attentato era mosso da troppo pri- 
vate ragioni , e nei cui furori sofliavano altre ire certo non ami* 
che a liberile a repubblica. Guardiamo dunque alla storia, e 
torniamo un passo addietro. 

Morto Piero il Gottoso , il primato del Comune di Firenze 
parve quasi domestico patrimonio toccare in retaggio a'siioi due 
flgliuoli Lorenzo e Giuliano ; tanto oramai per corrotta abitudine 
poco pareva sentire dì sé e dei suoi diritti il popolo degeneralo. 
Ad essi , come tutore, venne dal padre moribondo designato Tom; 
maso Soderini , la cui afiezione a' Medici non era dubbia. Costm 
iu Sant'Antonio convocò i principali cittadini , mostrò che per 
. la quiete interna e per la pace al di fuori era bene continuare 
Io stesso governo , cioè oiantenere la supremazia della casa Medici 
a scapito della libertà comune. A queOa adunata intervennero 
molti dei più influenti cittadini d'allora , i quali mestavano nella 
cosa pubblica , e che aspiravano ad esser padroni in nome dei 
due giovani figliuoli di Piero [Ij. Anche Lorenzo vi erai ii 

(t) Questi altri cittadini erano quattro, cioè Andrea dei Pazci » l'"'^' 
Guicciardini , Matteo Palmieri e Piero Minerbetti, i quali anche nei 



B 8G11TTI rsn PANGIULLl 2^7 

qoale dicono che io modo astutamente bello. parlasse, dimodo- 
ché fece bene sperare di sé a'suoi partigiani. 

Quei cittadini governarono per sette anni Firenze , nelqual 
tempo la ciuà fa tranquilla, e Lorenzo e Giuliano parvero più 
che alle faccende dello stato attendere agli sludj , alle arti, ai pas- 
satempi , alle feste» Sennonché un primo segnale di tempesta 
contro di loro fu il fatto di Bernardo Nardi. Questo giovine fio- 
rentino era dei fuoruscili; desiderio di tornare in patria e ren- 
derla liberale vendicare con i suoi i comuni dolori, lo teneva 
di contiDuo agitato. Ardito era; e con l'animo aperto ad audaci 
e grandi speranze pensò rinnoyare la guerra già stata combat- 
tuta dagli esali al tempo di Piero. In Prato (1) aveva/amici fidati , 
ne aveva in Pistoja ; sapeva in quelle due città vivere un certo 
amore alla perduta libertà ed odio verso il governo fiorentino. 
Pensò che potesse colà accendersi la fiamma , di colà dipartirsi 
la rivolta. Si aperse; con alcuni di codesti suoi amici ; a Diolisalvi 
Neroni , tenuto qual capo dei fuorusciti , scrisse del pari : ne 
ebbe parole d* incoraggiamento , e buone speranze ; dicevagli il 
ciUadiuo che in Prato cercasse di tenersi forte almeno per un» 
quindicina di giorni , che in quel frattempo soccorsi gli sareb- 
bero venuti da Bologna e da Ferrara. Vi credette il giovine 
^ardi , dacché gli esuli sieno facili spesso a darsi in balìa a fal- 
laci illusioni , o perché troppo gli spinga e li trasporti il desi- 
derio del ritorno in patria , o perché credano essere coadiu- 
vati da genie come essi di coraggiosa e volente speranza. Ahimèl 
che invece il più delle voile gli esuli si lasciano dietro a sé gente 
Tacile a dimenticare, seppure non proclive ali accusare, al ma 
lediret Ma giovine era Bernardo Nardi, e la giovinezza é l'età 
dei grandi desiderj e dei splendidi sogni ; il cuore ha una fede ; 
né il dubbio o il calcolo hanno peranco sfruttata qucU'anima , 
che con lieta baldanza si getta nei pericoli , ove é gloria com- 
battere per un principio santo e magnanimo. Ma levento non 
doveva corrispondere alle troppo avventate speranze. Infatti eragli 
riuscito entrare di notte tempo in Prato con un piccolo drap- 
pello di amici; ma il grido di libertà trovò scarsi seguaci. In- 
vano potè far prigioniero il Podestà , Messer Cesare Polrucci. 
I.a Signoria di Prato, a lui che la incitava a favorire la ri- 
volta, rispose, il Comune Pratese vivere tranquillo e con- 
tento sotto la protezione dei Fiorentini. Intanto alcuni giù- 
f ani di Firenze che si trovavano in quella terra , con a capo 
un Giorgio Ginori ascritto alla milizia dei Cavalieri di Rodi , 

tempo della malattia di Piero dei Medici avevano governato lo faccende 
della repubblica , ma con tale insolente maniera che spiacquero per- 
tioo a Piero , il quale , perchè vedeva forse di male occhio quel loro 
crescente prestigio sul popolo , volle reprimerne il soverchio potere , e- 
del richiamo degli esuli gli andava spesso minacciando. 

(1) Prato era stata venduta alla repubblica liorentina nel 1350 da 
Niccola AcGiajuoli gran Siniscalco della regina Giovanna di Napoli;. 
il i^rezzo della compra fu 17,500 fiorini d'oro. 



2tó Ì.ITTVBB DI rimaLiA 

presero le armi*, combatterono i foorasciti» li vinsero, li feoero 
prigionieri , gli mandarono a Firenze. La pena di morte fu il 
premio che la Repubblica degenerata diede al Nardi (1) e a*suoi 
compagni. Ebbero tronca la testa ; e forse nel mentre che la 
scure del boja li decapitava , una moltitudine vigliacca e com- 
pra ai condannati ; forse il frastuono di una festa cittadina 
copriva il suono delle preci che intuonavano i Batluli del Tem- 
pio dintorno al patibolo insanguinato, dacché Firenze poco 
allora pensasse alla libertà di prima ; e , disimparati gli au- 
steri costumi f si gettasse come una baccantB in mezzo as^li 
stravizzi dell'orgia. E narrano gli storici che ad ammollire sem- 
pre più i costumi Gorentini valesse la venuta di Messer Galeazzo 
Sforza , duca di Milano , più tigre che uomo , e che fra i tor- 
mentatori della umanità lasciò obbrobriosa memoria di sé. 

Veniva egli in compagnia della sua moglie Bona di Savoja ; 
il pretesto del viaggio era un voto che eg|i diceva avere da 
soddisfare. Gli storici e le cronache del ten^o ricordano le ma- 
gnificenze di quel viaggio, e gli sciali e il lusso, dimodoché si 
sarebbe potuto dire che piuttosto che un principe italiano , fosse 

(1) Entrava nella cospirazione del Nardi molla gente pistoiese: di 
gran braccio fra tutte era una famiglia conladina detta del Palandra per- 
ché legata ad assai numero di partigiani e consorti. 11 fi Aprile del 1470 
il Nardi con una banda di 160 armati circa e con i seguaci del Palandra 
si appiattarono sotto le mura di Prato tra pyrta Gualdimare e porta Lio- 
ne ; quando, dietro la domanda di uno dei congiurati fu aperto l'adito in 
Prato, il Nardi con tulli gli altri, penetrali deolro, difilarono silenziosa- 
mente a Porta Lione. In due parli era divisa la schiera congiurata , una 
condotta dal Nardi, l'altra da Silvestro da Prato, soldato audacissimo e 
dato alle più arrischiale imprese. Quando il Nardi si acciuse a mettere le 
mani addosso al podestà, messer Cesare PelrucCt, e lo minacciò della mor« 
te, questi non lasciandosi sorprendere dalla paura, trovò un mezzo di sa- 
lute col persuadere il giovine congiurato a lasciarlo ai'ringare al popolo 
per vedere se lo avesse mosso a Tavorire l'impresa. 11 Nardi acconsenti; e 
il Petrucci parlò dal ballalojo del palazzo: ma il popolo slette sordo. Cosi il 
Nardi incominciò ad avvedersi che non era secondalo dalla molttludine, 
e mentre perdeva il tempo si trovò, come é di sopra raccontato , sorpre- 
so , combattuto , vinto ed arrestalo dal Ginori e dagli altri giovani fio- 
rentini , partigiani della casa Medici. 11 conìiiglio volle con pubblico par- 
tito , quod sesta die* Aprilis fial singulis annis memorahiUs , co quod urbs 
defenta est ab hoste volenti eam occupare contra slatulum flormlini populi. 
Poi a di 24 Maggio dello stesso anno commise al pittore pratese Fra Dia- 
mante di dipingere sotto il portico del palazzo del Comune oo ampio 
panneggiamento rosso a guisa d'arazzo, gigliato in oro , con il nome del 
Pelracci in mezzo, sopra il ritratto e sotto la soguente iscrizione : 
Die Vi Aprilit MCCCCLXX 
l*opulu8 PraUnsii 
Te praetore , Caesar , palriam servavimut ipsi 
improridam^ quam hostis atrox invaserai armi» 
Rebellans , horrensque cutim, Floreniia, nomen. 
Vedi MicBBLANGBLO MARTINI , Bianoscrmo di cose mlrie, — Giugni, Cr<> 
naca roauoseritta , e nel Calendario pratese del 1810 il tumulto di Ber 
nardo Nardi scritto dall'egregio sig. Livi. 



B 8C1IITT1 f%U rANClCLLl 249 

DO Nabab dell'Indie ebe se ne andara a diporto (f ). E (ulta 
<|QeUe pompe di vestì , di splendidezze e di dovìzie sedussero 
il popolò fiorentino, lo corruppero, lo avvezzarono alle mollezzp 
del vivere , a cui gli assuefaceva volentieri il governo corrut- 
tore di Lorenzo il Magnifico, continuo festajuolo di gente de- 
generata I 

£ del pari splendida fu Faccoglienza che il duca ricevè 
dalla casa Medici. In onor suo molti spettacoli si diedero , e fra 
gli altri tre Misteri, ossia sacre rappresentazioni: in San Fe- 
lice vi fa Io spettacolo della Vergine Annunziata ; nel Carmine 
quello delFAscensione di Cristo; in Santo Spirito la venuta 
delio Spìrito Santo. Ma quest'ultimo si converti in un incen- 
dio, e parte della chiesa rimase arsa e dislrutta. Ma ora dalle 
feste veniamo a nuove tragedie. Due anni erano corsi dacché lo 
STeotiirato Bernardo Nardi a^era col proprio sangue scontata la 
soa geoerosa avventatezza che i Medicei , ossia i Soddisfatti d'al- 
lora dissero colpevole insania , giacché in tutti i tempi gli schiavi 
haoDO chiamato infami o ^stolti coloro che volevano rivendicarli 
I libertà , e i vili nella loro paura hanno sempre imprecato 
all'altrui coraggio. W che esempi vecchi e nuovi non mancano. 
Volterra viveva sotto la protezione dei Fiorentini; per cui 
pia che suddita poteva dirsi repubblica alleata, e con una certa 
oaibra d'indipendenza. Ogni sei mesi doveva ricevere un nuovo 
podestà fiorentino, e |>agare al nostro Comune Tannuo tributo di 
mille fiorini ; ma ogni due mesi aveva il diritto d'eleggere da so 
i suoi magistrati , né sosteneva che altri si mescolasse nei suoi 
«Vari. Ora egli avvenne, che per cagione di certe miniere d'al- 
iarne nacquero in Volterra serj tumulti. Codeste miniere erano 
slate affittate a un senese per nome Benuccio Capacci. Co- 
stai ritraeva grossi guadagni da queiraflitto, del che i Vol- 
terrani presero gelosia ; tanto l'amore del guadagno ha sempre 
lormeiitato- questo mal seme d'Adamo. Di cattivo occhio vede- 
vano essi elle tanto vantaggio risentisse gente venuta di fuori, e 
con brutta violenza pretesero annullare quel trattato , dicendolo 
ooljo per irregolarità di contratto. La qual cosa generò dissa- 
pori, contese, omicidj, e quindi un totale rivolgimento di go- 
verno. I Fiorentini si vollero impacciare di quell'affare, e pre- 
Ci) Dicono i ricordi del tempo che col mezzo di moli vennero tra- 
ipc^rtati attraverso alle montagne deirAppennino dodici carri coperti di 
<^nppi d'oro per servizio della signora dachessa, a disposizione della 
9Qale erano pure cinquanta cbìnee; pel duca venivano cinquanta de- 
slrieri (atti bardali con drappi d'oro ; cent'oomini d'arme e cinquecento 
rsnli per guardia; cinquanta staffieri vestiti di drappi di seta ed argento; 
^nqoecento coppie di cani da caccia e moltissimi falconi. La scorta del 
4«€a accresciuta da tatti i cortigiani sommava a circa doemila .cavalli, e 
P^ tanta pompa erano stati spesì.duegentomila fiorini d'oro , lotti estorti 
*U'oppresso popolo milanese. Cosi spesse volte hanno saputo i pa4roni 
^Kchiare il sangue dei. servii 

IV. ». e. 32 



250 LBTTIIBB DI FàHlALU 

tesero che gli a(Bai\juoii cacciati a forza ^ Jbaaero riitteni «I 
possesso delie miniere ; i Volterrani» paoti nel loro- orgoglio, 
non patirono questo comando , e si mostrarono renitenti al vo- 
lere della Repubblica protettrice, per cui dimenticarono quelFos- 
sequio che essi avevano sempre portato ^i Fioreatioi. In tale 
scissura nel nostro Comune vi fu chi voleva persuadiere di ri- 
condurre i Ypl terra ni. airobbodienaa eoo le buoie, altri con le 
caUive. Del primo parere era Tomniaao Soderiai ; del seooodo 
Lorenzo dei Medici , forse perchè vedeva ess^r quello un pretealo 
e un modo per sottomettere la Repubblica. di Volterra, e renderla 
affatto soggetta del governo fiorentino*. E Topinioue di lui pie^ 
valse. Lorenzo av^va gridato forte ; ma quando si trattò per 
consiglio principalmente di lui di vincere ^n la forza deirarni, 
egli se ne rimase neUe sue case, e il comando 4eirim|Hnesa 
venne affidato a Federigo di Montéfeltro » eonte di Urbina Le 
ostilità si aprirono , e dopo 25 giorni d'assedio VoUerrt eedé , 
vedendo aperta la breccia attraverso alle eiclopìebe sue man 
folgorate dairartiglierie fiorentine. La viUoria fu seguila da io- 
fame trionfo: i vincitori corsero la terra ebri di vendetta, di 
rapina imbaldanxita di libidine; cosi Volterra fa abbaadoaata 
alla balla di una soldatesca da trionfo. Un orribile saceo si 
commise» pieno di sangue » di ladronecci , di stupri. Ckwi si com- 
piè un altro di quei vergognosi fatti che pur troppo deturpano 
la storia italiana ; e se questa non avesse altre pagine nieoo 
brutte dove farci leggere il nostro passato , e'bisognerebbe dav- 
vero pel nostro decoro e per quello dei nostri vecchi , prendere 
il volume della nostra storia , farlo in brani , e gettarlo sopra 
le fiamme! Cessata l'infame tragedia, Lorenzo dei Medici» in 
aspetto trionfatore si recò a Volterra , e per compiere Topera fece 
innalzare una fortezza dov'era la chiesa di S. Pietro e il palatfo 
del vescovo ; e quella fortezza ebbe e conserva tuttora il noine 
di Maschio di Volterra. Così egli cercò di assicurarsi il dominio 
della soggiogata città, e4|uel forte fu monumento di tirannide I 
Per più anni la storia fiorentina nulla offerse .d'impor- 
tante f quando a un tratto l'odio di un pontefice e di una fami- 
glia, diedero motivo ad evento di terribilissima fama* Nel secolo 
precedente la Storia d' Italia ricorda commovim^ti di plebi ed 
impeti di spirito democratico. In Firenze vedemmo la. rivolu- 
zione e il governo dei Ciompi ; Genova ebbe la rivolta delle 
Cappeiie ; fatti consimili si consumarono in altre Repubbliche 
italiane ; perfino Venezia aveva provato la furia di questo tur- 
bine politico , e i nomi di Marino Faliero e dì Bajamonte Tie- 
polo cel ricordano! Nel secolo che adesso percorriamo, alle 
commozioni popolari » succedute dallo stabilirsi delle oligarchie 
e dei principati, tennero dietro le congiure, molte generate da 
febbre di libertà , alcune da privati odj. Ferrara diede il segnale. 
• Niccolò figliuolo dì Lionello .d'Esle, cospirò contro il duca Er- 
cole; ma il colpo gli andò fallito, e fatto prigioniero ebbe pre- 
sto la morte. Quei demonio di Galeazzo Sforza, di cui sopra 



K eCBITTl Pt« riNCIIILLl 25t 

ramiiMtanfiio le poonpe insensate, trovò la morte sotto il pu 
j^Ie di Girolamo Olgiati , di Carlo Visconti e di Giovanni An- 
drea Lampognani. Ma al fiero allentato tenne dietro lo glernìinio 
degli necisori : le Romagne foron teatro anch'esse di tali con- 
diure; Girolamo Riarlo òocciso in Forlì a tradimento dalle 
proprie guardie ; Galeotto Manfredi signore di Faenza é' svenato 
dalla moglie resa farente di gelosia ; tu Bologna i Malvezzi co- 
spirano contro il Bentivogllo; gli Oddi a Perugia contro il Ba^ 
glioDÌ. Ma in Firenze dalla casa Pazzi contro a* Medici si con- 
giurafa con ferocia più terribile e grande. £ Tira di un papà 
e rodio di un Arcivescovo in quel tremendissimo caso mestavano. 

E' bisogna che sappiate, come a Paolo* U succedesse nel 
papato Francesco della Rodere eletto il 9 Agosto del U7t coF 
nome di Sisto IV. Sciagmratamenle per la storia della Chiesa co- 
desto pontefice , di coi relezione fu compra , e perciò lorda di 
ràioma, sacrificò all'interesse della propria famiglia il decoro 
della Cbiesa, e fa quegli che diede principio al Nipotismo. Di* 
Mti Sisto IV aveva quattro nipoti , di cui cercò con scandalo 
Snmde della cristianità di appagare le voglie avare e sfrenate, 
ai c|Qali diede gran parte dei tesori del patrimonio di S. Pietro. 
Va di tali piaghe a me non tocca parlare. 

Codesto papa odiava i Fiorentini e i Medici , e t'odio si ac- 
^be, quando avendo egli mosse le armi della Chiesa contro a 
Niccolò Vitelli signore di città dr Castello , il nostro Comune 
prese le parli e la difesa dì questo principotto. Dal che nacque 
Qn'alleanza Ira il papa , ti re di Napoli e il duca di Urbino, a 
cui altra alleanza si oppose, ciod quella dei Fiorentini con i 
Veneziani é il doea di Milano. Da prima Sisto IV aveva creato 
U)renzo de'Hedici sno tesoriere generale, e datagli iti alDtto le 
cave d'allnme della Tolfa nel territorio di Viterbo. Ma presto 
codesta tenerezza del pappi verso i Medici venne a intiepidire, e 
si palesò co« non aver voluto Sisto fon cardinale di Santa Madre 
Chiesa Giullaiio fratello di Lorenzo. E dopo l'ajoto prestato al 
Vitelli, il papa stiszilo levò a Lorenzo la carica di silo ban- 
<^iere, e la data a Francesco dei Pazzi. La casa Pazzi era una 
delle più antiche e facoltose tra le fSamiglie fiorentine. Aveva 
ab antiquo avuto le stie cartella in Valdamo, e collegata con gli 
Dbertini, gli Ubaldini e I Tarlati , fiera sostenitrice delia ban- 
diera ghibellina, più volte contesecol Comune fiorentino, quando 
VH^sti, come aia vi raccontai, moveva guerra ai signori feu*^ 
dati del contado. Ma come tant'altri castellani , così i Pazzi fa- 
'ODO soggiogati , e vennero a stare ddntro la cerchia antica, 
^i però non fri acconranarono'mai col popolo, e furono tra 
VKi nobili die continuarono a tener fronte alla borghesfta vin« 
<^'<ri€e; per lo che vennero eschisi da!» partecipare ài go- 
veroo della Repubblica. Quando però Cosimo il vecchio, da 
V>el volpone che era, ebbe nel iU% messa da parte la nobiltà 
P<Volaiia , a meglio dire roHgarchia , vide che gli tornava 



25S LBTTOBB DI FlMIfiLU 

conto Stringersi coq la vecchia nobiltà feudale , nel tenpo stesso 
che accarezzava la plebe. 

Ai qnali nobili dantica data Cosimo per i suoi intenti ac- 
cordò il privilegio di farsi popolo ed ascriversi ad nn'arte. Lo 
che pare fecero i Pazzi, mettendosi nell'arie dei banchieri, e 
presto giunsero ad essere una delle case commerciali le pia 
ricche e accreditate che mai in Italia fossero. Cosimo , che co- 
nobbe quanto era il credito di quella famiglia , pensò bene di 
stringerla 9 sé con vincoli di sangue , per cui Bianca , Is saa 
nipote , e sorella per conseguenza di Lorenzo e di Giuliano, sposò 
Guglielmo di messer Antonio dei Pazzi. 

Ma Lorenzo, che aveva un risentimento suo particolare 
verso quella casata , non comprese, o noi volle , l'astulo e pru- 
dente contegno del nonno , e rovinò quanto la prudenza sagace 
di lui aveva operato; dal che nacque tra quelle due famiglie 
queirodio cupo e terribile , che poi doveva saziarsi col san- 
gue. £ veramente il procedere di Lorenzo verso casa Paui fa 
una continua ingiustizia e un tenace proposito di rovinare in 
ogni modo quella famiglia. Giovanni dei J^azzi , cognato della 
Bianca , aveva presa in moglie la figliuola di messer Giovaoni 
Borromei , cittadino florenlino ricco sfondolato. Ebbene, sapete 
che cosa fece Lorenzo alla morte di costui 7 Erede legittima ne 
era l'unica flgliuola , cioè la moglie di Giovanni dei Paui. Il 
Medici, per impedire che tante ricchezze andassero ad accrescere 
il cumulo di quelle possedute dall'abborrita famiglia , fa creare 
una legge con la quale si dichiara che le femmine non pote- 
vano essere eredi di un padre morto ab inie$iaÌo; ma si i nipoti 
maschi ; la legge era stata fatta dopo la morte del Borromei, e 
perciò non poteva aver vigore a svantaggio della flglioola di 
lui ; ma l'odio dei potenti non conosce ragioni , e si fa superiore 
alle leggi e al diritto; di tal modo, perchè il Borromei aveva 
creduto inutile di fare un testamento, la figliuola non fu erede, 
e cosi il Pazzi perde le ricchezze del suocero. Questo fn il pri- 
mo dei molti soprusi di Lorenzo , il quale , non contento , ot- 
tenne di fare escludere dagli onori della magistratura florentinà 
i suoi nemici , ad eccezione del cognato della Bianca. Il mag* 
giore dei cognati di lei era messer Francesco , consideralo per 
il suo ingegno e per la sua influenza quasi capo della famiglia ; 
nel cuore di cui più gravi che negli altri scendevano le atroci 
offese di Lorenzo. Sentendo non poterle altrimenti sopportare, 
abbandona Firenze, va a Roma; cpn papa Sisto,, e col nipote di 
lui Girolamo Riario stringe grande intrinsichezza; il papa t 
Lorenzo toglie la carica di suo banchiere , e ne investe Fran- 
cesco dei Pazzi. Voi sapete che Sisto IV era male intenzionaU) 
contro casa Medici , né sapeva perdonarle Fajuto prestato al Vi- 
telli ; ora si aggiunse altro fomite di rancore per avere Lorenzo 
impello che il Riario facesse l'acquisto d'Imola. Codesti tre 
uomini avevano dunque tutti un motivo di aborrire i Medici e 



E SCmiTTI riB PANaOLLl 258 

di volerne la rovina; accomunati dall'odio , fecero eziandio co- 
mone il loro proposito e la caduta di Lorenzo e di Giuliano fu 
da quei tre prima pensata in seareto , fu comunicata fra loro a 
ricenda, indi proposta e voluta. Ora bisognava pensare al modo 
di eflettuare quella vendetta. 

{ctmlinuai Napoleone Giotll. 



GINNASIO DRAMMATICO 

Spesse volte nelle nostre Letture abbiamo tenuto parola 
della molta utilità cbe può arrecare ai giovani una scuola spe- 
cialmente destinata alla recitazione e alla declamazione , non 
tanto per bene ammaestrare cbi avesse da natura ingegno e 
attitudine all'arte comica » quanto per educare il gusto in fatto 
di letteratura drammatica nazionale, e per addestrare non ch'ala 
tro gli alunni a parlare correttamente a con garbo, a legger 
iiene a voce alta (cosa non tanto facile quanto camunemeote 
8i crede)» a gestire, a presentarsi, a muoversi insomma con 
gentilezia» disinvoltura e convenienza. 

A ricordare e raccomandare la qual cosa porgevano mag- 
giore opportunità le cure indefesse e la costanaca esemplare, 
con CQ] da tanto tempo il valentissimo professor Filippo Berti 
porge questo insegnamento e agli alunni della Società d'inco- 
raggiamento dell'arte teatrale e a quelli del Liceo di S. Cate- 
rina. Chi ponesse mente agli sforzi e ai sagrifiq da lui fatti 
da molti e molti anni per migliorare tra noi le' sorli del tea- 
tro e liberarci dalla servilità al gusto straniero ; cbi tutta co- 
fioioesse la storia del Ginnasio Drammatico, della Società 
d'incoraggiamento dell' arte teatrale e di altre simili istituzioni 
da lai immaginate, promosse, fondate, sostenute; considerando 
nel tempo stesso gli ostacoli che ebbe da supeVare, le ostilità, 
le ingratitudini, le basse invidie, per non dire altro, troverebbe 
davvero da ammirare la perseveranza e il coraggio di chi 
ka dato tutto sé stesso a un fine nobilissimo e utilissimo; e 
dovrebbe insieme confessare che non pochi buoni effetti ne 
<0Qo deridati alla nostra letteratura drammatica rinascente. 



Ma noi non vogUtno fare an elogio a ohi pure lo merìle- 
rebbe; intendiamo soltanto di render giustizia alle fatiche di 
chi bene si adopera nella sua via all'utile della società e al 
decoro del nostro teatro, educando T intelletto dei gievani a 
un'arte bella e profilteYole quant'altra mai. E queste poche pa- 
role piuttosto di gratitudine che di encomio, a nome di quanti 
conoscono i generosi intendimenti del professor Berti e il bene 
da lui già fatto* accompagnino e raceomandino il nuovo dise- 
gno esposto nella seguente circolare, e al quale auguriamo 

ottima riescita. 

La Direzione. 

Signore. 

Il soUoscritto Maestro Direttore della Società d*Iiicoraggiame&(o 
dell'Arie Teatrale, convinto che alla teoria dell' insegnamento vaia 
congiunto Tatto pratico pel maggior proGtto de'suoi Alunni , si è de* 
terminato di aprire una soscrixione per dare annualmente non più di 
it Esperimenti in tin Teatro da destinarsi, è cosi riattivare irCin- 
nadio Dramimatfco per rappresentarvi t capolavori del Teatro Italiano, 
e quelle naove ptodanoni Italiane cfae venissero dalla Commissione di 
Censura approvale per incoraggiamento degli Scrittori, non che le 
Commedie del Concorso Ristori , quando sia dato riunire il namero di 
Attori ad esse necessario. 

Le condizioni sono le seguenti : 

t.^ Ogni Socio aggregato deve essere Azionista. 

2.^ Ogni Azionista avrà un Biglietto d'Ingresso personale, e due 
nomine da distribuire. 

3,^'te Azioni costano Paoli tre pagabili dietro Hcevnta alla con- 
segna del Biglietto d' Ingresso. - 

-4.^ Chi non si disdicesse avanti it nono Esperimento, s'intende 
rieonferBiato- per an altro anno, e cosi di anno in miIuk 

tt.^ Se il numero dei Se«|j fosse iato da non petmeltere di fiaairli 
tutti in una sera» la produzione data per Bsperimente» verrà. ripetoU 
quelle tante volte che sarà necessario perchè tutti i Socj possano iater- 
venirvi. 

6.^ Coloro che si sottoscriveranno ai 12 Esperimenti godranno di 
un Biglietto personale agli Esercizi di Recitazione. 

7.* I Socj permanenti mantenìtori della Scuola dì Avviamento allo 
studio della Declamazione, godranno degli stessi diritti degli Azionisti* 

SP 1 Socj addetti alla Direzione godranno di on Bigltelto personale. 

Qnakira a V. Sw piacesse d'incoraggiare ona istilMoneche aspella 



B SCBirri PBR PARCIULLI 8S5 

dalla cooperasiotie di lutti gli ajuli oecessarj a portare i frolli , che 
ormai non solo proroétle , ma che ha già recati per Esercitj ed fiape- 
rimenli ripetoli ed applauditi, 6 pregala di rimettere prima del 5 No- 
vembre prossimo , airi, e R. Liceo di Santa Caterina io Via Larga o 
al Negoxi* Lapi , Papini e G. successori Piatti in Vacchereccìa, la mo- 
dula firmala. 

Li 6 Ollobre 1857 

¥. Bbbti. 



CRONACA DEL MESE 



Le ultime nolizie dell'India recano la presa di Delhi falla dagli 
Inglesi il 14 Settembre sotto il comando dei generali Kawelock e Oo- 
tram , ai quali giunsero sufficienti rinforxi per dar l'assaHo alla piana. 
La resistenza dei Mussulmani fu accanita y e gl'Inglesi vi perderono 
800 widali e 40 uffixiali; molto più grande fu la alrage degli assediati; 
md al re di Delhi riosci fuggire con altri capi deirinsorreiione» Ira*- 
vestilo da donna: sembra però che gr insorti intercettino adesso le 
comoaicazioni 9 e manchino per questo oUeriori nolizie. 

Lo stato dell'India inglese, benché dia- mollo a pensare^ non è tale 
da lasciar dubbio Tesilo delle cose. Gli Europei» quando saranno giunti 
iadi i rinforzi , in breve domeranno rinsorrezione i ed il governo in* 
glese sarà ristabilito ;. ma in Inghilterra confessano francamente che la 
rìrolla è alala occasionata e fomentata dal mal governo della Gompa. 
gnia dell'Indie, e pensano seriamente al modo di togliere gli abusi 
che vi si erano ÌBlrodoUi , e di governare quei popoli pia omanamente 
<!he perjl passato. L'opinione pubblica ha già oondannalo il governo 
della Compagnia » e vorrebbe che la regina Vittoria fosse dichiarata 
imperatrice delle Indie. Fratto è che in Inghilterra si pensa a medicare 
il male nella soa radice , e dopo che l'insurrezione sarà stala domala, 
saranno prese a questo proposito delle efficaci riaolnzionì. 

La Francia ha proQUalo di questa occasione per oUenere la re- 
voca dei Iratlali del itf , riguardo ai suoi possessi indiani di Pondichery, 
> quali in Ibrza di quei trattati dovevano stare sotto la salvaguardia 
<^I*Inghillerra , e che essa non poteva difendere colle proprie forze. 
Quest'articolo fu d'accordo dei due governi abolito , e la Francia pensa 
adesso a lolelare da sé sléaia qneilo sue piccole colonie. Cosi ella acqui- 
sta maggior influenza anche nell'estremo Oriente; nò sarebbe fuor di 
proposilo che si trovasse impegnala negli affari della China , ora cho 



356 UTTfJRB DI PJOUALU 

gl'Ingledi hanno di là ritirale qiia«i lolle le iero troppe, e ohe 11 fa- 
mofio governatore di Canlon , Yek, ìmbaldamiito pubblica che gli Ea- 
ropei hanno devoto foggire dinaoti alle schiere dei valorosi Chineei • 
e mallratla senza distinziooe lodi gli occidentali. 

Le deliberazioni dei Divani ad hoc dì Moldavia e di Valacehia , 
farono pienamente concordi e prese quasi ad onanimità. I doe Divani 
esternarono il voto della anione dei doe principati sotto la dominazione 
di nn prìncipe eoropeo di dinastia occidentale , con ona costituzione, 
e colla dichiarazioni della neutralità del regno Moldo-Valacco. È que- 
sta apponlo la decisione che risponde ai desiderj di Luigi Napoleone, 
il quale mentre fa smentire dal ilfontleur la candidatora del prìncipe 
Giovacchino Murai al nuovo regno, non sarebbe certamente contrario 
a (lérmettere che egli accettasse l'offerta, se questa gli venisse fatta dal 
voto della popolazione Romena. 

La Spagna si agita sempre in cerca d'un ministero che soddisfac- 
cia la regina , le Cortes, e la nazione. Grintrìghi di corte, come rove- 
sciarono Esparlero e O'Donnell, per surrogarvi Narvaez, ora rovesciaDo 
Narvaez , per innalzare Armerò o il conte di San "Luir alla presidenza 
del consiglio. 

In Piemonte tutti si preparano alle nuove elezioni, che avranno 
Ì9tk;o al 18 di Novembre. Un decreto del re sciolse la camera , alla 
quale reslava poco a compiere il suo mandalo , sulla giustissima rifles- 
sione, che gr importanti lavori che le riforme deiramministrazione in- 
terna dello stato la chiamano a compiere non avrebbero potuto venir 
ultimati durante quel poco tempo , e che qui ndi conveniva che i dopo* 
tati avessero tutto l'agio di studiare i progetti che il ministero avrebbe 
sottoposti alla loro approvazione. 

Il Duca di Modena ha posto lo stato d'assedio a Carrara a motivo 
di ripetute aggressioni alle truppe ducali per parte della popolazione. 

Straordinarie pioggie nella parte superiore del Po hanno cagionalo 
nel cadere dell' OUobre lo straripamento di molti dei sooi influenti, e 
la rottura in diversi ponti delle strade ferrate piemontesi ; le comont- 
cazioni sono state interroUe per alcuni giorni su varj punti , e Soa 
Maestà il re Vìllorio Emanuele si è recato personalmente a viallarei 
luoghi più danneggiati. 

Anche nella valle inferiore del Po il Aome è salito ad una straor- 
dinaria altezza , ed ha cagionalo toondazioni di non lieve danno. 

A. e. G. 



Voi. IV. (Novembre 4857) N.? 6. 



LETTURE DI FAMIGLIA 



DI F1R£NZ£ 



3 3®M9»If $11 9lia<ll'ilIEiO 

( Mao va Colleslone ) 

Aiigurj pel 1858 



Se in mezzo a tanti dolori pnbblici e privati che mettono 

* pro?a li nostro animo non ci sostenesse la fiducia nella Di- 

vÌBaProvvidenza, se la profittevole scuola della esperienza non 

ci ammaestrasse 9 e non fosse cortese la speranza d'alcun sud 

benigno sorriso^ che cosa sarebbe mai la nostra vita? E le 

speranze si rinnovellano col rinnovellarsi dell'anno. Quali esser 

I debbano le più care per voi , o ianciulli , il vostro cuore vel 

I 'ice: veder contenti i genitori, e fare che di questa contentezza 

voi medesimi siate argomento principale : i voti dei genitori 

iranno tutti pel vostro bene, come ogni lor cura più diietta 

^ questo stesso fine e continuamente rivolgono* Né gli augufj 

cbe facciamo noi e ai genitori e ai figliuoli sono meno affettuosi 

e meno fervidi. Indi noi tutti insieme , non paghi di sterili de- 

si<ierj, ma operando ciascuno dal canto suo quanto può, ten- 

liamo almeno con forte volere e con perseveranza indomabile, 

di educare nel santuario della famiglia, alla patria che si 

raccomanda, una generazione di figliuoli di tutte quelle virtù 

ornati che valgano a soccorrerla, a riscoteria dal funesto le- 

! targo in cui le sventure la fecer cadere» a restaurarne il 

IV. n. e. 83 



258 LBTTCRB DI FAnOLIA 

decoro, la potenza, la gloria, tulio ciò iosomma che, veramente 
suo^ per antichi e nuovi errori^ e per antiche e nuove colpe 
le fu rapito. 

Caro Balibo e cara Maaima. 

Vedo ogni giorno il bene che mi volete e i benefizi che 
da voi ricevo. Ogni giorno ve ne ringrazio di tutto cuore, e 
vorrei esser sempre tanto buona da meritarli. Non vi stancate 
di amarmi. Oggi che tutti si rallegrano del nuovo anno , voglio 
farvi un ringraziamento anche scritto ; ma quello che più preme, 
e che più vi sarà accetto, voglio raccomandarmi con maggior 
fervore a Dio , che mi ajuti a mantenere la promjessa di essere 
sempre savia. 

Caro babbo e cara mamma , siate sempre sani e felici, e 
possa io essere la vostra vera consolazione per tutta la vita. 

Ai miei cari Gcnltari. 

Sento che tutti si preparano a festeggiare il nuovo anno 
con buoni augurj, con donativi e con bei vestiti. Io cosi piccina 
che cosa posso fore? Non mi arrischio a parlare , non so scrì- 
vere, non ho nulla da regalare, e i bei vestiti li sciuperei sù- 
bito. Quelli che ho mi tengono caldo v sono puliti, e basta. Ma 
se non posso dire né far nulla da me^ io mi farò ajutare;e il 
mio cuore che è tutto dei miei cari genitori parlerà, e sarà più 
eloquente del labbro e della penna. Il mio cuore mi farà essere 
sempre buona, obbediente, studiosa, perchè sa che i figliuoli 
savi sono la consolazione dei genitori ; e se essi provvedono al 
bene dei figliuoli ogni giorno, e sempre sempre li amano tanto, 
cosi i figliuoli, debbono sempre sempre portarsi bene e cosolarli, 
e pregare Iddio che li conseryi sani e li faccia essere felici. 

E questo io penso ogni giorno; ma oggi l'ho voluto anche 
scrivere per festeggiare anch'io in qualche modo il nuovo anno. 

Al miei earl «cnltorl. 

I prati sono rimasti senza fiori e senza erba t gH alheri 
privi di frutti e di foglie; i campi spogliati , il freddo, la neve 
hanno scacciato da noi i vispi uccelletti che rallegravano l'aria 



B 8CUTT1 PKB FANCIOLLI 2S9 

coi loro canti. Nondimeoó vedo in tutti una contentezxa' che 
consola al ricordare che siamo al principio del nuovo anno , e 
che passerà V inverno rigido , e tornerà la primavera tatta ri- 
dente. Sono dunque a proposito le congratulazioni che gli uo- 
mini si fanno tra loro ; ed io vorrei che i miei cari genitori 
avessero qualche gradito ricordo dell'amor mio. Vorrei che 
sperassero anch^ da me , che sono al principio della vita , i 
fiori e i frutti che la Divina Provvidenza non tralascia mai di 
far tornare sopra la terra. Mi raccomanderò a quella perchè mi 
soccorra , e mi faccia essere sempre degna dei benefizj che ogni 
giorno ricevo da chi mi ha dato la vita ; e il maggiore dei 
benefizj che invoco oggi e invocherò sempre con tutto il cuore , 
sia quello di benedire e di far prosperare la mia famiglia. 

E sapendo che i buoni portamenti dei figliuoli molto rile- 
vano per questa prosperità , desidero ardentemente di essere 
qaal si conviene a virtuosa figliuola , alBnché per me questa 
prosperità non sia mai per mancare. 



LA RECITA DELLA COMMEDIA 



RACCONTO, 

La sera del in casa della Contessa B , la figliuola 

^i lei, e alcune altre fanciulline dovevano recitare una comme- 
<lia. Ciascuno può figurarsi come fossero affaccendate: andavano 
e venivano per le stanze, salivano e scendevano }e scale, quelle 
in cerca dei guanti, questa per uu nastro, un'altra pei fiori, 
« quale passeggia mio per le sale ripeteva ad alta voce la sua 
parte. Le due cameriere cheje dovevano vestire non riparavano: 
« Legatemi qui. Maria 1 » - « Oh ! mi si è staccato un ganghero , 
Teresa I j» - « Ma il mio vestilo è troppo corto. Maria! » e via di 
questo passo; e quelle a rispondere: Un po' di pazienza, Signo- 
noe, e saranno servite e allestite tutte! tanto non c'è furia, 
la signora Contessa è scesa ora nella sala del teatro» e gfinvi- 
Uti non sono ancora giunti. 



960 LBTTCJftB M PAMIQUA 

La Corinna M.... , la martore di tutte quelle bambine, 
bI accoBtò alla figliuola della padrona di casa, vedendola che 
se ne stava seria seria, seduta in una poltrona, mostrandosi 
di cattivissimo umore, e dolcemente le disse: 

-^ Fanny, giacché noi due siamo pronte , e abbiamo per 
conseguenza del tempo, vuoi tu che proviamo un'altra volta 
le nostre piccole scene ? 

— Oh ! le abbiamo provate abbastanza ! - rispose la Fanny, 
guardandosi la punta del piede sinistro, mentre con impazienza 
batteva il destro sul pavimento, e si sventolava lesta lesta con 
un immenso ventaglio. 

La Corinna le si pose a sedere vicino; e allora la Fannj 
volle allontanarsi ; ma la poltrona era troppo pesante ; non le 
riesci di smuoverla ; diventò rossa dallo sforzo, e mordendosi 
le labbra continuò a Fiire il suo duetto col piede e col ventaglio. 
La Corinna che aveva osservato tutte queste mosse , riprese 
con maggior dolce/za. 

— Cara Fanny, non mi tenere il broncio; tu lo sai, io vo- 
leva cederti la mia parte , quando mi accorsi che ti rincresceva 
che fosse stata destinata a me ; ma come fare se il signor mae- 
stro, la mamma tua, la mia, tutti insomma si sono opposti i 
perchè dicono che quella parte sta bene alla più grande? 

— Oh I sì , che passa una grande differenza di statara 
fra noi due I - esclamò la Fanny guardando senza batter oc- 
chio il soffitto. 

— È vero , tu sei molto alta per la tua età ; ma pure io 
ho due anni più di te.- 

^ E gli bai forse scritti sul naso questi due anni? -pro- 
ruppe la Fanny , affissando con impertinenza la Corinna. 

— Non credo, ma spererei d'averne faTtto capitale, e do- 
vrei avere più giudizio, e più memoria di te, — rispose un 
poco indispettita la Corinna. 

— Più memoria di me! ecco U gran parola! più memorisi 
ho fatto ogni sforzo per imparare la mia parte, Tho letta e 
ripetuta ad alta voce almeno cinquanta volte! dunque none 
colpa mia se tutte quelle tiritere non mi rimangono in mente! — 
E nel dir questo la bambina aveva quasi seApre le lacrime 
agli occhi. 

— No, poverina, non è colpa tua sa non hai più ratteni* 



B SCBirri FBK rANCIULLl 261 

tira ; nella stetia guisa che non è merito mio se ne ho molla ; 
dunque devi convenire che era cosa naturale che assegnassero 
a me una parte lunga , e a te una parte breve. 

— Sì ; ma intanto questa cosa mi fa molta ma molta rab« 
bis— >, rispose r invidiosa Fanny; giacchè^mia cara lettrice, ti 
sarsì accorta quale fosse il difetto della fanciullina. . 

— Vuoi dunque che proviamo? 

— No. 

— Solamente la prima scena, dove tu sei solita di sba- 
I sgliare. 

— No , no 1 

—■ In ogni casa, non temere , perchè io ti suggerirò la 
parte. 

— Ahi non ci sarà bisogno del suo aiuto, cara signora 

I naestra — , rispose, la presuntuosa , tutta accesa di stizza e d'or- 
goglio. 

-— Via I cara Fanny I non essere cosi scontrosa ! Come 
farai tu ad abbracciarmi con affetto nell'ultima scena , se ti 
nostri tanto renitente a volermi bene ? — e la Corinna tentava 
di prenderle la mano. 

— Oh ! quello ò un bacio da commedia ! soggiunse tosto 
la Fanny, svincolando la sua mano da quella della Corinna, 
fuggendo. 

La Siila era piena di signore e di signori , parenti e amici 
<li casa , e tutti indulgentemente applaudivano le piccole attrici. 
Ohi come quegli applausi le tenevano allegre I La Corinna so- 
pra tutte, recitava e gestiva con tanta intelligenza e sveltezza 
<la meritar davvero di essere commendata. Appunto dopo uno 
scoppio d'applausi fatti a lei venne fuori la Fanny, la quale 
laaggiormente adontata e turbata pel buono incontro della 
compagna, perdette affatto ^a bussola, e non seppe valersi di 
foella poca . memoria che aveva. Si fermò sul davanti della 
leena, e balbettò alcuni monosillabi che nessuno intese La Co- 
rinna sempre buona e affettuosa faceva di tutto per darle animo 
dicendole sotto voce o Via, coraggio ! coraggio 1 ^ ; e le suggeriva 
la parte. La sòl rispcmdeva con mal garbo la Fanny; ma intanto 
^ idee non le si affacciavano alla mente , e le parole le mori- 
vano sulle labbra. Il sommesso bisbiglio che sorgeva nella sala 
e qualche lieve applauso mosso da compassione inasprirono più 



262 LSTTOftC DI FAM10UA 

che mai rinfidioaa, ]a quale accecata dal dispetto contro la 
povera Corinna, e dimenticando affatto il luogo dov'era e le 
persone che la vedevano, le scaraventò sulla guancia uno schiaffo, 
e fuggì via. Vi lascio considerare le scompiglio che allora nacque. 
U sipario fu subito calato. GÌ* invitati non sapevano che cosa 
pcQsare di qu^to brutto caso. La madre della Corinna, oltre 
ogni dire offesa voleva andarsene, non acconsentendo che la 
figliuola dovesse proseguire la recita. La povera Contessa colle 
lacrime agli occhi la esortò a rimanere > e chiese perdono a lei 
e al rimanente della conversazione ; indi corse a sgridare con 
severi detti la Fanny che se ne stava fredda e impassìbile. 

Abbracciò teneramente la Corinna in mezzo a tutte le altre 
fenciuUìne le quali a vicenda l'accarezzavano e le rasciugavano 
gli occhi, dicendole parole di affetto. La Contessa le chiese in 
grazia di continuare la recita affinchè gli astanti rimanessero 
distratti e non pensassero più a quel brutto incidente. La Co- 
rinna rimessa dal suo disturbo con tante amorevoli dimostra- 
zioni condiscese gentilmente al desiderio della padrona di casa; 
si voltò alla Fanny, e sorridendole amorevolmente le disse: 

— Fanny, io non penso più al passato; tanto era uno 
schiaffo da commedia 1 non ò vero ? La fanciulla non rispose. 
L'ordine fu ristabilito ; il sipario venne alsato di nuovo , e la 
recita riprese il suo andamento. • 

Eccomi alFuItima scena, e avviene appunto fra la Corinna 
e la Fanny. Questa è vestita da viaggio, deve dire poche pa- 
role y abbracciare la Corinna , e andarsene. Al nuovo comparire 
della figliuola, il cuore della Contessa palpitava ; quella povera 
madre temeva, e con ragione, qualche nuovo disturbo. La cu- 
riosità, nell'animo di ogni spettatore era al colmo I La Fanny 
entrò dunque in scena dalla parte di mezzo; aveva il cappello 
in una mano» ed una piccola borsa da viaggio neiraltra* Si 
soffermò alcun poco; il suo imbarazzo era visibilissimo; pure 
proferì senza sbagliare, e senza reticenze, il suo breve discorso; 
ma sulFultimo la voce le divenne treniula, e poi le mancò; 
indi lasciando cadere quello che aveva in mano, corse a get- 
tarsi fra le braccia della Corinna; e non pensando più né alla 
commedia nò al pubblico , dette in un pianto dirotto. Quella 
commozione tanto vera e tanto tenera vinse l'animo di ciascuno « 
e la sala echeggiò di spontanei e fragorosi applàusi* 



K SCBITTI PBB rANUOLU 363 

Il sipario fu calato , ma le due fanciulle erano tuttavia 
ooite in quel tenero amplesso. Finalmente la Fannj staccò per 
un momento il aùa volto da quello delPamica, e vedendosi 
soltanto allora contornata da tutte le sue compagne, dalla 
Contessa , dalla madre della Corinna , o da molte altre persone 
disse loro : - 

7- La sua bontà, la sua dolcezza, mi hanno guarita al- 
rimprovyiso della mia cattività, e della mia presunzione. Ti 
ringrazio, cara Corinna, di avermi emendata; ma ti chiedo 
perdono delia crudele offesa I E questo non è né un pentimento, 
Bé un bacio da commedia! ora non siamo più sulla finta scena! 

E nel ciugere nuovamente con le sue braccia il collo della 
Corinna, celandole il volto nel seno , vide che tutte le sue Com- 
pagne si rasciugavano le lacrime per la tenerezza , e fece ferme 

proposito di non essere più invidiosa. 

Leontina Gordigiani. 



L'ISTINTO DEGLI ANIMALI 



'— Manetta ! Manetta 1 guarda i cari uccellini che ho ca» 
Vito dal nido che era sul tetto. È mancato poco due ò tre 
volte che io non cadessi « ma che cosa importa? finalmente 
in*è riuscito di prenderli ! Che cosa ne dici , eh ? Non ti ho 
fatto piacere ? 

~ Not fratel mio, per dirti il vero, no certo. Se ti sei dato 
foesto pensiero per me, ti ringrazio della buona intenzione ; ma 
**a*por sicuro che avrei più caro di vedere questi poveri ani- 
mulini nei loro nido , sotto le ale della loro madre , che costi 
lotti tremanti di freddo e condannati a morir di fame. 

— Morir di fame 1 Oh I che cosa dici ? Darò loro io da 
mangiare; li custodirò; vedrai con quanta cura; e poi li voglie 
addomesticare. 

— Ma per loro disgrazia tutto ciò è impossibile, caro mi«>. 
Sono rondinini, i quali campano soltanto di mosche e d'altri 
insetti, e bisogna che siano imbeccati dalla loro madre..^. Po- 



2&h LBTTVBis bi r^aiioiu 

vera madre ! che ora sarà disperata percbò la le hai rapilo 

cosi crudelmente i suoi pieeioi. 

-— Ma io non voleva far loro alcun male..* Ahi forse per 
questo ho veduto due uccelli che svolassavano e eioguetlavano, 
anzi stridevano attorno a quel nidot e pareva che volessero 
venire con me quando ho preso gli juccellini. 

— Ha sicuro, picciqo mio. Ha vedi un poM Che cci^ hai 
tu fatto ? Senza volere tu hai portato la desolazione in una Ai- 
miglia !... £ quand'anco ti potesse riuscire quello che ti vai 
figurando, che cuore sarebbe, il tuo di procurarti diletto ^ 
danno d'altri col male di queste povere bestioline ? £ ancora 
che ti venisse fatto di dar loro qualche cibo, tu non le po- 
tresti tenere a lungo ; le rondini non campano nella gabbia ; 
hanno maggior bisogno di libertà» e non passano mai Tinverno 
nei nostri paesi, perchè non reggono al freddo che allora fii, 
e non ci troverebbero di che cibarsi. 

— dove stanno dunque hell* inverno? 

— Ti dirò: quando siamo verso l'autunno si radunano in 
tante, se ne vanno di qua tutte insieme, e si trasferiscoDo 
in paesi dove trovano il caldo che desiderano, come sarebbe 
nell'Affrica. La primavera di poi tornano qua, costruiscono il 
loro nido, fanno le uova, le covano, e allevano la famiglinola ; 
sicché neir autunno i piccini sono già tanto robusti da poter 
seguire nel lungo viaggio i lor genitori. Se dunque tu vuoi farmi 
piacere, mio caro fratellino , tu devi andare a rimettere questi 
poveri uccellini nel nido dal quale tu gli hai cavati, e poi 
anderai a vedere di soppiatto di quando in quando con quale 
amore la madre porti loro il cibo, li riscaldi sotto le sue ale 
e gli ammaestri a volare. 

Il fratellino corse subito a riportare i rondinini nel nido ; ma 
per la troppa furia dette dentro nel nido slesso , il quale si staccò 
e cadde in terra coi poveri uccelletti , e questi rimasero sul colpo 
perchè ancora non avevano messo le penne per sostenersi ! Pieno 
di vergogna andò a raccogliere quel nido, e corse tutto ad- 
dolorato a narrare alla sorellina la aventurata morte di quei 
piccini, studiandosi di farle conoscere che il male era venuto 
dal nido che non era bene aderente alla parete, o dai piccini 
che non volevano entrarvi, e non già per colpa sua; indi le 
domandò con premora se il nido fosse stato fatto dalla rondine 
stessa, e con che cosa lo avesse costruito. 



'm Bcirm pn rARauLU 966 

— Con terra intrisa d'acqua e con ftascellini e pagliuzze « 
;U rispose la Marietla, Gonìiidera quanta pazienza e quanta in- 
dastria ha dovuto usare questa povera bestiolina per giungere^ 
coIsoIoaJQto dej suo becco, a portare tutta la terra occorrente , 
ad appiccarla al muro, a dare al nidala forma che deve avere. 
Io qael punto entrava in casa Maurizio; ma il fanciullo 
era tanto occupato del nido di rondine , che quasi si scordò di 
dare il buon giorno al suo vecchio amico. 

«- Che cosa vai tu osservando con tanta attenzione , gli 
domaodò il buon marinaro. 

— Ohi ma dite un po' voi» Maurizio» come si fa egli a 
credere che un uccello possa condurre col suo becco un 
lavoro come questo? Mi pare che la rondine abbia ad avere 
fiù ingégno d'un uomo» perchè un uomo , in proporzione » non 
sarebEe capace di fare altrettanto. 

— E che cosa diresti tu dunque se tu vedessi 1 lavori dei 
castori, i quali sanno tagliare alberi, conficcare pali nel terreno, 
bre il cemento, alzare argini opposti alla corrente dei fiu- 
mi, e costruirsi casipole di due piani con assai maggiore in* 
dostria e pazienza di quella che per lo più usino i selvaggi; 
ctQttociò adoperando soltanto i loro denti, le loro zampe e la 
loro coda? 

*- Direi che questi animali hanno ingegno almeno da quanto 
ili nomini, poiché mi dite voi stesso, Maurizio, che i selvaggi 
Bon sanno tanto bene quanto quelli costruirsi le case. 

— È non di meno t' iganneresti , ragazzo mio, poiché 
homo può inventare ogni cosa da sé medesimo, mentre che 
gli animali non inventano nulla. L'uomo può istruirsi e far 
no prò di quello che gli altri hanno trovato e operato prima 
di lai, e gli animali' non sono capaci di tanto; Tesperienza 
cbe uno di questi potrebbe talora acquistare è utile soltanto 
>d esso, e non può essere di giovamento agli altri. Tutto quello 
che l'aomo sa fare proviene da studio e da riflessione ; ma 
sii animali non {studiano né riflettono. L'abilità che hanno 
■on è già dote da essi acquistata ^ ma istinto della natura 
che in essi risiede per legge di creazione e senza loro saputa. 
Perciò la rondine non ha bisogno di studiare né di riflettere 
per costruire il nido che ti fa tanto stupire ; ed essa lo fa na- 
turalmente senza avere imparato l'arte di costruirh). Le rondini 

lY. ». e. 3* 



d'Qgfi4l 3i comportano ìa tutto come le priiii# fh# fiourono al 
ipondo ; layojraDO cieoza poterne ibre a «leno» sansa previdenza e 
qaasi 9eiiza intelligeoza. Ho veduto io stesso una rondine af- 
faticarsi a volere appeadere il suo nido sotto una porta nel 
punto di dove passava il fil di ferro di un campanello. Ogni 
volta cfae il campanello veniva suonato, il fil di ferro» osci!- 
landò, distruggeva T inGominciata lavoro, e ta povera beatia 
non seppe accorgersi che le faceva mestieri scegliersi al* 
trove il domicilio. Lo stesso ò a dire dei oastori : sempre sodo 
stati abili a un modo ; e nulla hanno inventato, e nuUa per- 
feiionato. I primi uomini che vissero sulla terra non sariwino stati 
capaci di fare quello che già i castori facevano benissimo ; mt 
da qnal tempo i castori sono sempre rimasti allo stesso posto, 
mentre l'umana inlelligenza ha prodotto cose e ha fatto avau- 
zamenti che sembrano prodigiosi* Gli uomini un tempo abita- 
rono nelle caverne o sotto capanne di frasche; ora non solo 
sanno costruire case comode e ben difese, ma anche palazzi 
sontuosi, ponti che varcano i maggiori fiumi, vascelli ehi 
viaggiano in alto mare* I primi uomini n<m conoscevano Tuso 
del ferro. Tubalcain, al dire della Bibbia , ad<^r6 p^l prinao 
questo metallo, fece con esso qualche istrninenlo; ma tu vedi 
inoggi quanti e quali lavori fannosi col ferro! vomeri^» falci» 
pennati, schioppi, arnesi e utensili d'ogni fpede; indi maccbise 
mirabili le quali, con Fajulo del fuoco e dell'acqua , tavorano 
egregiamente, e possono assomigliarsi a nuove braccia dotate di 
forza incalcolabile, e procacciate a sé stesso dall'uomo per opera 
della sua industria. Un tempo volendo sapere che ora fòsse nel 
giorno, altro modo non v*era fuorché guardare il sole; di poi 
furono immaginati. gli orologi a acqua e a polvere, vale a dire 
che misuravasi il tempo dalla quantità d'acqua o di rena sot- 
tilissima che passava per un forellino. Indi furono inventati gli 
orologi coi pesi oa bilancia come quello del campanile, e an- 
ch'essi segnano le ore con massima esaltezza ; finalmente hanoo 
trovato il modo di racchiudere in una piccola macchinetta ta- 
scabile tutto quanto fa duopo a sapere che ore sono per Lutto i 
in ogni tempo, e con massima precisione. 

Tu vedi dunque che l'istinto invariabile dal quale gli ani- 
mali sono condotti nella maggior parte dei loro lavori , non è 
da mettere a paragone con l' intelligenza dell'uomo , in quante 



B SClttrr PB» FANCIULLI à67 

cbe egli ragiona , inventd $ si giova dei trovati altrui , e può dare 
opera al per fe2ìoita mento di fiè roed^sii^o. 

— Ma non mi avete voi dettò che anclìé al giorno d*oggi 
risono selvaggi incapaci di fìire ciò che i castori fanno? Ba 
che cosa dunque proviene che qaesti uomini, con tutto il loro 
ìntellelto , e dopo tanto tempo , non ahbiano maggior dose 
fistrtìzione? ' *^ 

— Perché non hanno ancora potuto Raggiungere quel tanto 
di cmità che ci vuole per escire da tale stato di ab^rulimepto ; 
perchè nemmeno cotioscono che cosa sia Incivilimento, e non 
hanno in conseguenza alcuno stimolo per acquistarlo: non Ia« 
Toraoo, sonò infingardi, figliuolo mio ; non st curano d'altro che 
di mangiare e di dormite. I selvaggi sono uomini» j quali o 
DOD hanno mai potuto incominciare a dirozzarsi né da aè me- 
desimi né con l'ajuto di popoli civili , o che a poco a poco tfono 
ràdati Beir abbreiimenlo per eaterat vo l o n t a ri a mente arvtiitt 
ìqo al punto di addivenire inferiori agli animali irragionevoli. 
Non voglÌ4»ao, non. sanno lavorare ; meafre oha i fruiti preziosi 
deir industria e della scienza provengono solamente dal lavoro in- 
telligente e assiduo. Se un campo , aacorchò di terra fertilissima, 
Don è coltivato, produce solamente sterpi e ortica. Cosi avviene 
deirintellette éelfuoino! sol t(A FAvorò'pud glijrii^re à far cose 
degne di lui. Io mi figuro che a volte ti sarà sembrata un 
po'dara la necessità del lavoro. 

— È vero, Maurizio. 

— Or bene; «appi, figlinole mio, «1m appunto la gloria e 
lai dignità dell'uomo consistono nel saper vìncere la propria 
pigrizia a soalenere Faticosi lavori. Bi può/ se vuole, fivotgere 
tQtte le sue forte a ciò elie tortia utile agli altri , a ciò che 
i bello e giusto, a^ora die la sedution^ dei piaceri ne lo di- 
^togliesse; e in questo risSéde la sua superforità tta le altre 
creature della terra. Dal che proviene che tu sei contento dì 
(e medesimo quaudó hai avuto il coraggio di condurre a fine 
qualche ardfta impresa. 

Se qual si sia lavoro potesse mai addivenire in ogni sua 
parte agevole, dilettevole, tnsomma il piacere stesso, aftofà 
sparirebbe ogni mefito del saperci goverMre dà noi medesimi 
liberametitb, dietro i* dettarmi della tetta ragiotfe; àllbra diteti- 
Iremmo atmitgliaoti ai castori, i qhàfì atterrano gti a1ì>erì sof 



SS8 LBTTOKB Bl FAHIfiUA 

perchè godono a rosicchiare la scorza e il legno tenero; saremmo 
come le api, le quali vanno succhiando l'umor d'ogni fiore 
sol perchè sono invitate dal profumo che esala da essi e dal 
liquore zuccherino che vi rinvengono. Se tu vuoi addivenire 
uomo veramente degno di questo nome, tu devi avere il co- 
raggio di lavorar sempre per adempiere il tuo dovere, ancorché 
il lavoro, lo studio debba il più delle volte costarti fatica e pri- 
varti di quei godimenti che più ti sedurrebbero. Insomma tieni a 
mente che il dovere va innanzi a tutto , e che dobbiamo adem- 
pierlo ad ogni costo. Noi non dobbiamo operare ciecamente per 
istinto come gli animali, ma si lasciarci guidare dalla ragione che 
da essi ci distingue. Dice agli uomini un gran poeta: 
« Considerate la vostra semenza: 
Fatti non foste a viver come hmti ; 

Ma per seguir virtude e conoscenza ». 

P. Thouar. 



VIAGGIO DA FIRENZE ALL'ALTO EGITTO 

BACCOVTATO 

DA UNA FAjrCltiLLXTTA DI Ita AMNl 

(V. avanti , pag. S34) 



e 1 HilrMeU ««sii amM. 

La mattina dopo ci alzammo molto presto per andare a 
vedere quello spettacolo che è chiamato la festa del Dose, e sac- 
cede in un gran cortile. Arrivati 11 , ci mettiamo a sedere sopra 
delle panche, e si vede apparire una compagnia di Scheik o 
preti, vestiti di bianco, che cantavano con queji tuono che da noi 
si canta in coro: poi si vide venire degli uomini mezzi nudi» 
cioè nudi a mezza vita. Due presero in mano una scimitarra 
la quale era stata benedetta da un di quelli vestiti di bianco, 
ch*era il capo e il discendente di quel santo , in devozione del 
quale si facevano le penitenze. Questi due reggevano la scimi' 
tarra: uno pel manico e Faltro per la punta, e un terzo si mise 
col ventre sopra la parte affilata , aggravandosi con tutto il corpo; 



■ iotiTTi na viMsnjiAi Mt 

cosa che mi fece molto ribressa Qaell'iioino che si era coel 
messo a pensoloni ani taglio della scimitarrk aenia rimaneme 
offeso, si alzò Irioofaiite, come aea^eaae datò in quello un 
legno della pcotesione del aanlo, e qpiasi del miracolo fatto; 
na il babbo mi diaae che era ben naturale che il taglio della 
scimitarra non offendeaae quella peraona ^ giacché per tagliare 
bisogna che 1* iatrumento eaeguiaca dei movimenti » come di 
lega ; la sola preaaione aul taglio non Tale a recidere : gpecial- 
meate qaando non è affilato. 

Poi venne un uomo che aveva un aerpente in mano; lo 
nostro a quello Scheik come per dimandargli ae k> poteva in- 
gojare impunemente» e lo Scheik gli fece cenno di at Allora 
io no momento ai vide che queat'uòmo ai introdusse la testa 
M serpente is bocca, e principiò a morsicarlo! ma questp 
lerpente era grosso e vivo^ e quel sudicione veniva a masti- 
carlo proprio dinanzi a noi, come se atesse mangiato un 
peno di. rosbiilé ; bisognava proprio voltarsi da. un* altra 
pirte per 1* orrore che fiioeva. Poi quando ebbe finito il 'suo 
inon cibo, che pareva che lo mangiasse con tanto sapore , 
Tenne un altro che aveva due otre bicchierini di retro. fine, e 
foando questi furono benedetti dallo Scbeik, questo diagrasiato 
si mise a mangiarli con tutto il suo comodo uno dopo l'altro « 
come se fossero siati di succherò cristallino : ansi io quasi quasi 
credevo che fossero tali, ma avendone raccattato un pezzettino, 
ni sincerai , e vidi che erano proprio di vetro fine : somiglia- 
Tano quelli che noi adoperiamo per le iHuminazioai. 

Tennero poi tre uomini che avevano in mano oprano uno 
ipiede di ferro, e in cima una palla di piombo : questi spiedi 
li buttavano in aria e poi li ricevevano o sulla fronte, o sugli 
<^hì, o sul petto, dove rimanevano infilati: ma su questa cosa 
non posso trattenermiciy perohò fa troppo ribresso; sebbene il 
bibbo mi dicesse che era tutta arte , e che realmente non si 
conficcavano quelle punte nelle carni, come facevano vista. 

Dopo questo si videro renire degli altri uomini con piccoli 
ifiedL Principiarono essi a passeggiare intorno alla chio- 
da per farsi vedere;. e intanto s'infilavano questi spiedi nelle 
carni da una parte e li facevano uacire dall' altra, qul^ e là , per 
It EMcia , pel collo, per il petto e per le braccia ; e cosi quei 
mascalzoni ,wa cinque o sei di questi spiedi confitti nelle carni 



ITO fttrmii M tTAMiMii 

gè ne andavano girando aClorno» «loftCranièo di tramare come se 
areMBro le oonvalrftiìiivéìgrigtoaiido i dMti e faéendf^ bava datla 
bocca: eoaa varaaiente stomacsbevole e terribile. Sra poi cu- 
rioso che lotti costoro , dopo arier fatti questi pretesi prodigi 
in nome del loro santo, Tenirano a obfedere il baksresee ossia la 
mancia ; e il babbo allora mi disse t Yedi come sanno tender 
bene i miraoolil 

Finita questo, si vida tontt^ ntiA moMtudfne di arabi piet* 
tosto giovani f i quali si sdraiarono tnttt bocconi 9n terra stf^t 
streUi fra loro da una astremitA aM* altta del conile. Quando 
eosouni»vaifo assai alto n grasso ison «no Scbelk Mftk: erano 
il cavallo e lo Sahaik-cbe avevano asOompaghato» Il Ta^etò sili 
Mecèa: il oavaHo cott fiirtn yatso* còmioetd a camMnIilat'e sopta 
questi infialici; e flMOva proprio Pibvezto aaoMri faol siMmo pa^ 
tioelare che mandavano! piedi dei cavallo, cnlpnafando earae 
ed osna umanOtf Le Scbeik -al tonnine delln oarsa parava che 
dalla commozione «fosse U per svnolnsi » e scese da cartallo fra 
lo bracda dei esttfcrtatori . Uni gran Iblfai dì genio si precipito 
aihira verso qucgti oowioi wn qb ali era psaaato H oavaMo p^ 
aollevarli; e 11 u» nrUra kà iln frastuono grandfl^itno the ài^ 
aordìvano. R di. quel diagt'attali ebi thcevn mille «onférsioni, \i 
atralunava gli oochi , e mnndava bava dalk jMNsea < c^^' ^ 
nvesBonddossDlD spirito dèt santo; aliti pallidi e «ndisntt er^ 
soivétHdni loro compagni i ma come finisca questa acena non 
si ba Jbene , persile calcano di fare sparli^ qnelli che mnoSen^i 
giacché ilmiiMolo dovvèbbo. essore ohe noasuvvè mortase, i^ 
pofò qfMJcnno muore , e cbe ai ymgk a sapere , -è ségno , di- 
cono qvrni preti, «h'égli era ili pacato ma^tate^ €osl H aaato 
ha sempre ragidtao. ' 

QMndo questo spettacolo fu finito noi nodammO vta : non 
ci parava vero di nsdfie àà q^iélla barbarle ; ébé, nlmeno io, 
benché ogni tantas anvi spessissimo, «ni-^ voltassi da nn altra 
parto» non ci potavo più reggere : Mamma e la sSg. R. si sen- 
tivano proprio male. C'era però un attl^ motivo^ mott si era 
anoora fistio eolatione , e santa atieiiB mrfla inllo stomaco, vedere 
quegli oncori laeeva ncfébe più mato t me ^ano proprio cose 
di cai non ai ara nep^re MbMo tftai parlaM. 

A4v4vati ohe Inmmo a casa« id andai subito M dafllo bam- 
bine R) In «qnaK'Iaosvnaio compagnia al totn babbia, nn po'io- 



wmiftoi 49 Olili «9ii|ifA«U»n«i • f|ie<oiitAÌ to 1001119 fàe arorQ 
yiito; ^ loto 1199 ; ci crQ4/»YaiiO'; m^ poi %WP4o 1a «frtir^oo 
ooofermare djil mio b^hbp jbiq furono certf. 

Iljbabjiip mi ^i^ pi^i cb^ ^ivevii toMo danni vnMduidfdla 
peoiteoi^ohensav^i^P Ù: ^ mj disf^cbi} quegli aUazif) 4tt^gK 
orrori ooo ^teyaoo, «iaere {[raditi a Dio, a^che parpbò mq 
erano Tespres^ione di un puro ^d iUumUialo aaii^mmlo; e che 
miayyeuaa^i a disUqgi^are la vi)ra reUgioon chfi onnca Iddio 
colla boaU, robJt^edii^n^ la pre^i^ara, dalla auperpAiWMi 
dairifqpranaa P dal|« qia|a feda; qoa^poTerì infeUcìt ÌA(Mrr 
natie ingitnoatori, aon proprio da O^^nww^c^ . 

i • » * . . • '. . * • 

M^ «i principiava di già. a parlare di partile par Taila 
Egitto, perchè i nostri babbi furono Avverati .da.l ?aaci^ cho 
potrebbero condurre anche le loro fatiaiglie « giacché ci avrebbe 
dato un battello a vapore apposta per noi aoH* JuMuaiperò 
di lasciare il Cairo « le voglio raccontare una gita che mi pare 
interessante. — - $ì and0 a vedere u,)a Iwgft Ì^i\Q Mvp pietri- 
ficata 9 poco lontano dal G^ro, . . ^ . , . ^ ; . 

Una inaiiipa alle 6 d^nqua* pel f^o^ dopo 4veir oarfcatp 
QQ baricco di provviaioni, us^iaMop fuor della parta dal Caifai 
tolti a buricco» v^rsp la selva p^trificata* Slrad» facendo non 
si vide cha la catepa 4^' monti A,fabici odelMolKAUqkt e aertf 
nonticelli di arenai e poi dei pezzetti d| l^gno piia(rifiaato apafai 
qna e |à. Alla fine arrivammo alla Selva» ^ba iataoiQma noi^ 4 
altro che uoa parte di.ii^erto ove ai vedono ^qpa a là dai 
peui di legno piatrifiicali. Scavando neli'arepa vi fi tr/3vai|0 
ancora jroncbi di alberi più meno grossi e lojagbif nw pai^ 
pantati in iena co^e loro radici, lo m'aspptiava di vedere di 
belli alberi ritti> coi rami pietrificati e lutto, einYOfia non.eraao 
altro (.he .pezzi di alberi pietrificati sparsi per terra « Si raacol* 
Kro molti pezzi di questo .les[po pesi oome.di marmo; io, gliene 
l^rò vedere nel nostro piccolo piQsao di figUto» (per darlo 
un'idea del legno pelrificato di quella Selva. 

Dopo avere girato un pocp par quella selva stecca e aensa uii 
palmo di ombra, facemmo scaric^reiljburìcoo dtllapi^vviaione, d 
tenemmo a sedere in terra 9 e ai prinpipiO a maogiafo,; in come 



873 uAlTIB DI riMlQUA 

tatti gliattrì, arevo una sete che non ne potevo più: vi erano due 
o tre bottiglie di Tino e delle arance « ma io coi vino non mi dis- 
fetavo, e perciò presi un'arancia. Quella mi levò un poco la sete, 
ma non di meno non mi bastava ; e perciò non vedevo l'ora 
di tornare a casa per bevere due o tre bicchieroni di quel- 
l'acqua fresca e buona del Nilo, per dissetarmi bene* 

Noi avendo già pranzato e volendo riposare, si andò a tro* 
vare un pò* di ombra a pie di una piccolissima oolUna: e 11 A 
riposò un poco, in tanto che i buricchieri preparavano i buricchi; 
quando si credè di potere andare verso casa , ci si mise io or- 
dine un poco, montammo a buricco, e ce ne tornammo a casa 
per il fresco la sera, contente di avere gustato questo divertimen- 
to , perchè per me ita proprio tale. — Ora non continuo più t 
parlare del Cairo, perchè non c'è nulla di straordinario, e 
racconto subito li viaggio dell'alto Egitto che in somma ò la 
cosa più importante di tutte. 

ft'Alto Bffit*». — I lS««iiaaeB|l. «- CPIp^sel. — l« aavauMle. 

Si parti la mattina della vigilia di NaUle alle sei dal 
Cairo, e ci si imbarcò sul Nilo ove erano tutti i bastifoenti 
del Pascià, per lui e per il suo seguitò. Si |)artl molto alle- i 
gri dicendo : Addio Cairo, addio care Piramidi. — Si ve- ì 
devano appunto in lontananza , mentre il sole era per oscir i 
fuori dall'orizzonte. Era tanto bello I A noi pareva un vero i 
sogno. A misura che noi salivamo il Nilo, le Piramidi ci as- i 
davano abbandonando: prima quelle di Giseh che sono le più 
prossime al Cairo, poi quelle di Abukir, e finalmente le ul- 
time di Zaccara, villaggio vicino al luogo ov^ra l'antica 
Menfi. Di quando in quando l'aria ci portava un odore si- 
mile a quello dei fiori di arancio e de'gelsomini , ch*era 
veramente una delizia. Dopo la calala del sole ci fermammo 
in un luogo detto Eriah nelle vicinanze di Erviggia . 9 H pernot- 
tammo senza scendere a terra. La mattina del 25 , giorno di 
Natale, partimmo alle ore 3 antimeridiane, e sul fkre del giorno 
rivedemmo una Piramide mezza rovinata. Prima dì notte ci 
fermammo, e la mattina del S6 ripartimmo di nuovo, e dopo 
il mezzogiorno arrivammo a Miniè, paese del Medio Egitto* 
che secondo tlcani, mi disse il Babbo , sarebbe l'antica Ciao- 



■ Borni f ift VAMQioixi 273 

poli Città dei Ganiy ore sono delle fiibbriche di rocchero» 
La maUina ci akammo presto» e si andò su io coperta, e si 
fide delle casupole fatte di fango e paglia. C'erano anche mo- 
schee e minaretti, ma fabbricati di materie più: solide. 

LI si rimase due giorni ; e andammo a vedere la fabbrica 
dello zocebero. Vi erano delle canne da zucchero le quali yeniva- 
oostrizzate da un grosso eilindro di ferro che ci passava sopra, e 
faceva uscire tutto il sugo che hanno ; poi lo fanno passare per 
certi condotti, e quindi lo mettono in uuagran pila; poi lo bol- 
lono: quello piti bollito è bianco t e quello dove rimane sempre 
della melassa è bruno. Poi vidi un'altra stanza dove lo mettevano 
io forma, e poi vidi quello zucchero cristallato che in inglese si 
dice eandyiugàr* In questo paese vi è un Santone chiamato il 
Fuly, il quale ò in grande venerazione ; e siccome verso quel 
luogo 8' incominciano a vedere i coccodrilli, e generalmente aldi 
lotto di Hiniè non se ne vedono , c'osi vi è una leggenda la 
foale dice che il Fuly impedisce ai cocodrilli di avanzarsi al 
di là di Hiniè ; ma siccome qualche volta se ne trova alcuno 
aldi sotto» allora si dice che il coccodrillo ^ha ingannato il 
ttBto, passando innanzi a Miniè a pancia all'aria; che allora il 
^oly non se ne avvede. Che bravi santi ! Lasciarsi imbrogliare 
dai coecòdrilU! Pare impossibile! 

Il giorno dopo, che era l'ultimo, si fece una passeggiala; 
ùvide il palazzo che alloggiava il Pascià, e veduto questo, si 
ritornò al battello. Il Pascià ci disse di andare a vedere le 
antichità che erano vicine^ a Miniè , e il vapore ci condusse 
sulla parte orientale del Nilo ad una catena di monti che è la 
coQtioaazione della catena arabica, i quali erano chiamati Be- 
Bihassan perchè alle loro falde si trova un villaggio di questo 
^me, e li Babbo mi disse che quello era forse l'antico Speo$ 
irtmidaSf ossia Grotta di Diana. 

Li si fece fermare il nostro battello per sbarcare , onde 
ttiire su; perchè essendoci dei sepolcri, si ebbe curiosità di 
^ere quelle maraviglie. Andando* su perii monte, ogni 
oomento ci, si. fermava per raccogliere delle conchiglie pe- 
trificate, le quali erano tonde come monete; e perciò dice che 
i Geologi le chiamano Munuliti. Arrivati a un certo punto, si 
Tide una grotta ossia un Ipogeo, .e il Babbo mi disse: si 
cUama cosi perchè è fabbricato sottoterra. Infatti sono oome 
IV. n. e. 85 



9f74 LBTTCBB »i vamixi 

case scRvale nel miiMO d^a mMlagtta. Vi erabo grosie oo- 
loone inezie rovioate eoo geroglifici disegnali sopra. Sì entrò 
uo poco più in dentro « e si vide una porta: gli Mipitit e 
rarchitrave erano tatti ornati di giroglificL 

Lei saprà t meglio assai di me, che gli aniichi . Egiziani 
scriyevanoy inrece di lettere, figure di animali, e d*altri og- 
getti» Entrati dunque in questa porta , ai vide una sala colla 
pareti tutte lavorate di Geroglifici e bassirilicTi , e4Httore a 
colori cosi hen conservati cbei pareva impossibile che avellerò 
tanti secoli ; e poi sol cielo di questa vi erano dipiati degli 
ajMimari (uccelli che gli anticbi egisiani adoravano) , e tante 
altre cose: questa sala era un sepolcro, e dentro vi erano 
tante colonne , grosse, e belle ma lavorate in bassorilievo 
con geroglifici. Il luogo però, dove stava il cadavere era 
andie più profondamente scavato nel masso, e Éon si ve- 
devano che le tracce di alcune bnehe già rìpieoe di sabbia e 
di sassi. Uscimmo dì II,, e andammo, in un'altea slanaa ove 
erano presso a poco le medésime cose, e via ria quando si 
usciva da una stanza ai entrava in un'altra. Questa grotte erano 
sul monte messe tutte in fila , e ne visitammo circa una veutina. 
Fu allora la prima volta che wedemmo quel che si (ttce anti* 
cbilà Egiziane , e ci maravigliammo come a forata di scarpello 
gli antichi scavassero monumenti cosi Tasti e regolari. Si ri- 
scese, e andammo di duoVo* in battello per ritornare a Miaié. 
Quando si arrivò era sera. Appena arrivati si cenò a si aadò 
a letto ; ma non creda ohe si andasse veramente a letto» p^' 
che chi dormiva su i divani, chi in terra e ohi sotto la 
tavola. 

Il primo, di Gennajo partimmo da Hiniè ; e verso le 
due di notte gettammo rincora dirimpetto ad un villaggio 
detto Melvee. Il giorno dopo movemmo per Syont^ . vedendo 
molti villaggi, tra i quali notai Maufiilut, ii quale era itato 
portato via in. gran parte dal Nilo ; e infatti vedovasi qoeslo 
paese sulla riva occidentale del finme in gran parte diroccato. 
Questo paese ò lasciato cosi senza mettervi riparo alcuno, tal- 
che di qui a pochi anni non se ne parlerà più. Noi ci alzarono « 
e andammo in coperta ; già eravamo arrivali a Siout antica U- 
eopoli > città deXnpi, grosso paese. 

. I nostri babbi salirono un monte detta catena Libica, e mi 
raccontarono di aver veduto molti ipogei simili a quelli di Beni- 



X iCMm <rai rjàifCifliLi 27S 

Haisaa, sebbene di diversa ar«lHl«tlorft ; e molle buehe deslinate 
per seppellirvi ì inpl ìrobalsàinati: ma Babbo mi diceva ehe 
piattosto che lupi dovevano essere gli Sciacalli « specie di grosso 
oMe salvatico delfBgido, e mi fece vedere usa testa che 
avera trovata. 

Noi la nattioa del giorno dppoci risammo, quando il sole 
non si era ancora levatOt e feeeva un yentìcello fresco come qui 
restate; perchè là nonc'ò inverno. Ho poi sentito dal Babbo» ehe ò 
stato al Cairo anobo neirestale, che in quella stagione g*ittcalori- 
icefiaoil marmo: la credo che sia terribile un caldo cosi eccessivo: 
noi ei SI può alaceiare neppure alla finestra » da tantoché ò 
ealdo affannoso. — Si scese dal battello; si presero dei burle* 
cU, e» andò in lìn faoaco di gaggie; Il si principiò intanto 
a coglierle , e poi ai trovava au questi alberi dì gaggie una 
specie di (j^omina arabica buona ancora a mangiare. 

Stati on fMo 11, ai andò avanti^ e si entrò nella città di 
Snt, ^ve si gfapò un poco , e ci -fermammo a vedere come que- 
gli arabi fanno le pipe di terra, quindi ne uscimmo, e andammo 
m per un monte, ove c'erano delle buehe o Ipogei. 

Qoeife b«ebe erano sepolcri, ma più grandi assai di quelli 
'i Beaibaasiin. Entrati in una di queste, al videro delle colonne 
Inviliate, ma avevano un'idea bella anche più delle attre db» 
avevamo viale a Benihassan, dove erano più piccole e più 
inoderne. Dunque, entrate un po' più là si vide una. gran sala, 
che aveva le pareti tutte scolpite di geroglifici, e le colonne 
parimente contornale da geroglifiki : poi II dentro v'errano dei 
pozii per non so che cosa. Noi, per vedere se erano fendi, ci 
^ buttò dei aassi, e sentimmo che erano -profondissimi. Ho 
fKMato fra me sola sola ohe quei pozzi fossero fotti per sep- 
Nlirci le mummie; ma non ne sono certa, perchè questa idea 
^ latta mia. — Ora sarà meglio che seguiti il TÌaggio. 

Si uscì dall' Ipogeo, e si trovò buttate in qua e in là delle 
^ di mummie, e pd pezzi di ossi, ma non mai mummie 
ùtere: noi raccogliemmo alcuni di quegli ossi, e si messero 
i>Qn fazzoletto per portarli a casa. 

Gli antichi egiziani , mi diceva il Babbo , imbalsamavano 
ì morti con molti profumi, col natrone*(ttna specie di sai nitro) 
®<on sostanze bituminose , e poi H fasciavano con pezze* di lino 
V^ mefo fine seéondo le ricchezze dei defunti, e li met- 
tevano dentro a certe casse che avevano la forma medesima 



976 unromB vi rhmwu 

della nmininia: qneate casse Mmo di sìeoiiieroy o di pietra o 
di granito, e poi credo che le mettessero in quei j^zzi che le 
ho detto prima. 

Gli Àrabi, quando troyano le muiDmie^ se ne servono 
per legna da bruciare ; ò un danno , e fa piangere a vedere 
tante belle cose che esistevano anticamente, e che anderebbero 
conservate, sciuparle in quel modo. 

Si. scese giù per il monte, perché principiava a farsi sera: 
arrivati alla sponda del Nilo si chiamò la Filuefit , che vuol dire 
barca : questa barca era del nostro battello. Montati nella me- 
desima si andò al battello e si cenò: si chiacchierò un poco, 
e dopo si andò a letto. 

La mattina del giorno 5 Gennajo alle.sei partimmo da Siout 
per Benderà : mentre si chiacchierava dopo colasìone su incope^ 
ta, furon viste due teste di coccodrilli. Noi tutti curiosi di vedere 
iin coccodrillo vero, si andò correndo alla spalliera del battello, 
credendo di goder meglio lo spettacolo; ma fommo deluse, perchò 
ì coccodrilli, sentendo il rumore del vapore, si buttavano nel- 
Tacqua. Per vederli con tutto il comodo bisognava essere con una 
barca che non facesse rumore. Noialtre ci contentammo divedere 
la testa, e si videro aprire le bocche, e tutti i denti: questi erano 
grandissimi, le bocche similmente. I coccodrilli erano nell'acqua, 
ma vicini vicini alla sponda dèi Nilo. Veduti questi , si guar- 
dava se mai- se ne scorgessero altri; ma npn se ne videro altri, 
e ci dispiacque molto. 

Verso il tocco principiò un poco di vento , e il Nilo principiò 
a fare un po'di burrasca : poi piovve , e noialtre bambine si 
fingeva di essere delle signore che viaggiassero per mare, e poi 
ci si sdraiava e si diceva di soffrire. Intanto però il vapore 
si arrenò, e non si poteva andare innanzi , e noialtre bambine 
cominciammo ad avere paura! E si diceva: Babbo, -cosa vnol 
dire arrenare ? che si affoga? — Ei nostri babbi ci dicevano: 
Oh che sciocchine, non sapete che arrenare vuol dire che la barca 
tocca terra , perchò c*è poca acqua ? E siccome' in fondo all'acqua 
c'ò la rena , noi strisciamo sopra la rena: ma ora verranno i bar- 
caioli colle pertiche a muov.ere il battello, e allora si principierà 
ad andare un'altra volta. 

Difatti gli uomini con certi bastoni lunghi messi sotto al 
battello mossero la barca , e noialtre bambine si fa più tran- 
quille. 



E SCMTTI Pn FANnULU 277 

La burrasca- però seguitava a essere forte , e noi tutti si te- 
me?a die con quei barcajoll arabi non si potesse andare bene, 
tanto più cbe si avTicinaya, la sera e ancora non eravamo arri- 
vati. Grazie al cielo si arrivò verso la mezzanotte sani e salvi 
ti gettò Tancora presjBO un villaggio assai grande detto Rejehina 
famoso pei ladri y cbe assaltano le barcbe; noi già eravamo a 
letto, elamattima ci alzammo mentre il vapore proseguiva il 
viaggio per Eénò grosso villaggio alla sponda orientale del 
Nilo, famoso per la fabbrica2ione delle bardacche, ossianò vasi 
di terra che si adoprano per tener l'acqua da bere, ed hanno la 
proprietà di tenerla freschissima. Arrivammo sul mezzo giorno; 
era un caldo terribile perchò eravamo vicini al Tropico. La 
burrasca si era calmata, e noiallre eravamo molto più tran- 
qniile del giorno innanzi. Si sbarcò per andare a vedere Ben- 
derà l'antica Tentira ch'era distante dal luogo ove eravamo 
ancorati circa 3 miglia sul cominciare del deserto della Libia o 
diSaara. Il Mudir, ossia il governatore di Kénè ci aveva fatto 
preparare i buricchi. Noi camminammo circa un'ora per un 
terreno tutto screpolato dalle acque che si erano ritirate , e che 
vi furono stagnate nell'inondazione; andavamo in mezzo a 
campi seminati di grano e di fave le quali mandavano un odore 
veramente buono, perchè erano in fiore; in molte parti ave« 
vano il baecelfo: vedere campi di baccelli agli otto di gennajo, 
chenedicet 

A Benderà vi erano delle rovine , la principale delle quali 
era un tempio assai ben conservato, e il babbo mi disse essere 
dei tempi di Cleopatra. Da Benderà ritornammo al Nilo, e pas- 
cti soir altra sponda, cioè su quella orientale, facemmo una 
coraa fino a Eene ove vedemmo fabbricare le bardacche ; noi 
oe comprammo parecchie, perchè in quel luogo si fanno più 
boone : sono quelle ch'Ella può vedere nel nostro piccolo Museo 
di cose egiziane. 

Si rientrò nel battello ch'era già notte e il giorno dopo 
si riparti per Lu^or. Il paese è piccolo, ma i monumeiiti 
SODO molto interessanti. Luxor è posto sulla sponda orientale 
del Nilo. I nostri babbi ci vollero condurre a vedere un bel- 
l'obelisco compagno di quello che è stato portato a Parigi ed 
altri antidii monumenti. Bunque si sbarcò e arrivati a terra si 
prese dei biiricchi, e si andò a Tederò l'obelisco di cui ci avevano 



378 IBTTimS U FAIIi«UA 

parlato i nostri babbi. Vedemmo quest'aitiMiniA mole fatta di 
un solo pezzo di granito tutto scolpito di geroglifici : quesfobe- 
lisco era al lato destro della porta di un tempio; quello del 
lato sinistro- non esisleva più , perehò trasportato im Francia, 
che poi io ho veduto alto alto «ulla piazza delU Copoordia a 
Parigi , fra il giardino delle ToUlerie ed i Campi Elisi. 
(coniinMj 



IL FIOR DEL CAMPO E IL FIOR DEL GIABDINO 



Crescevano in un giardino mille e mille vaghissimi fiori* 
Fra questi ve ne era un» che per la dovizia delle sue foglie, 
per la vaghezza de*suoi colori e per altri bei pregi pareva che 
primeggiasse su tutti. Era a lato di jquesto giardino «n 
campicello coperto d'erbe e di fiori campestri , il quale eoo k 
sua semplicità faceva grazioso cootrapposto al sónluoso giar- 
dino. Accanto al fiore vaghissimo posto sulla proda del giardifio, 
cresceva una leggiadra violetta campestre. Ella se ne stava 
umile e dimessa, ma pur barila e pregevole pd delicato edose 
che spandeva. Il vento piegava mollemente e rialzava il eoo 
ienerello stelo, e talora la curvava fin sopra il fior snperbo, 
tantoché le loro foglie ai confondevano. Ma Taltro fiore gonfio 
della sua bellezza e delPesser nato in un giardino, oompiacevasi 
di sé e vergognavasi di avere tanto un. fiore che egli credeva 
spregevole; e cosi con altero piglio sì volse a lui dieendo: 

— Fatti in là, miserello; né essere ardito di confondere le 
tue abiette foglie con le mìe vaghe e graziose. Le mie sono scre- 
ziate di mille colori, e le tue sono scialbe e brutte a vedersi. Nea 
vedi come io ti superi e in bellezza e in fragranza e in ogni 
altro pregio? 

Q^ la violetta fece segno H voler parlare. Ma il fiore del 
giardino soggiunse: 



E scimi PBl VANCIULLl 279 

— Taci, in non sei nernmen degna di rispondere alle ànie 
parole. Io sono da tatti ammirato, tutti mi desiderano, tutti mi 
lodano, e a te nessuno getìa neppure uno sguardo di compas- 
sione. Cosi finivall Tanesio» imponendo collo sguardo e col sorriso 
beffardo alla gentil violetta di non rispondere né di difendersi 
dalle villane parole. 

Ma la violetta , come ehi si sente forte perchè migliore con 
QDo sguardo sicuro, 6ia non orgoglioso, gli disse: 

— A tutti ì vanitosi che altr*arme non hanno per abbas- 
sare altrui ed alzare so stessi, fuorché le superbe e maligne 
parole, sarebbe difficile rispondere , ove sempre ed in qualun- 
que luogo la innocenza non trovasse modo di prevalere. Tu dun- 
que meni si gran vanto di cotesta tua bellezza ? E non pensi tu 
che la é fuggevole cosa e più breve di un giorno? Tu vai superbo 
di essere nato in nn giardino e disprezzi me ch« ebbi nascimento 
da un'umile zolla t Ma non sai tu ehe la virtù non appartiene 
solamente alla nobiltà, e ehe anzi spesse volle è compagna del 
povero e deir ignobile? Se ninno mi cura, che cosa m'importa? 
vita ofcura é più libera , più fiyrtunatà. Or fa ragione da'pari 
taci: Vedi come gli altri fiori di cotesto giardino iqiseramente 
finiscano. Il mattino se ne adornano i giovani e le donzelle, il 
nattinó ai ripongono entro vasi di cristallo; la séra sono gettati via, 
son calpestati come cosa inutile e immonda. Eccola loro bellezza 
ove é andata a finire ! la loro superbia come é stata mortifi- 
cata ? le al contrario rimarrò qni sul mio stelo i solla zolla che 
mi ha nutrita ^ contenta delle aure che mi baciano , della rugiada 
che mi ristora, del sole che m* imbianca ; e quando sarà giunta 
la Olia fine, declinando il capo sul terreno taatio, morrò; ma 
non tutta morrò: chò al nuovo. anno spunteranno sopra di me 
mille altri fiori dai semi che vi ho lasciato morendo, e per 
tal guisa vivrò nella mia figliuolanza. 

Voleva più dire, ma la mano di una vaga, donzella aveva 
già troncato la vita al fiore del giardino. 

Gtovioette apprendete dal fior del campo ad essere umili , 
modeste, a non curarvi di una bellezza che passa come ómbra. 

1. V. p. 



LVmiBB DI FAMMtiA 

ESERCIZI DI RCTTA PRONDNZU 

— @ — 

(Ved. Voi. prec. , pag. SO) 

EsBicino XXI. 

Della pronunzia della vocale E neUe parole edrucciele. 

Ognun sa che per parole sdrocciole ioteodiamo i|iiélle ehe 
vanno proferite con una pausa sulla aillaba.anti^pentUiffla. 
Or dunque la vocale e in queste sillabe sulle quali cade la paass 
ha suono generalmente aperto; e ne possono dare essmpio le 
seguenti. parole: leggere, spandere , distendere, coderà, anCisii 
j[?rcole^ elice, pelago, celere, regola, oceano, seppero, ebbero» 
vorrebbero, e simili; cetera (per cetra), eccetera, debbano, 
Mentore. 

Non poche peraltro se ne debbono eccettuar»; e qui ne ia- 
dicheremo quel maggior numero che potremo. 

Parole sdrucciole in cui la vocale e ha pronuniia ehinea. 

Artefice, battesimo^ medesimo, incfintesimo, quaresima, e 
tutte le terminazioni in eeimo , eccettuata la parola cresima , 
ed eccettuati tutti i numeri ordinali terminanti in jeeimo, come 
dodicesimo, tredicesimo, ventesimo, trentesimo, cMtasimo, mU- 
lesimo ec. . 

Aggiungi che i chiusa la vocale e nelle sdrucciole: béstia, 
bettola, bevere, bevero, cencio, (ma in Cencio, alterato di 
Vincenzo è larga) , cenere, Cesare, credere, crescere, credito, 
debole, debito, desino, dimentico, discepolo, domenica, Dome* 
Dico, edera. 

Inoltre sono eccettuate le terminazioni in eeero e in eroi^ 
nel passato dei verbi, e quelle in eeetmo e in eeeero négl'imp^' 
fetti del modo congiuntivo, come: scesero, resero, crederono; 
temessimo, dicessero ec.^ • 



I scsim m FAHcnrixi 881 

. Parimente le parole termiDate in ew^^^ come abomineTole» 
oDowote^ orvefole, e aimili. 

Anebe le segiMoti: fegato, femmina; lecito, lesina; mesce- 
^f mettere, promettere, e composti, mentova (da mentovare) ; 
o^woio; nevica^ orefice; pegola, pentola, Pesaro, Pontefice; 
nee?ere, scegliere, scendere e eomposti; sedici, segatto e com- 
posti; semola, seìnplice, seppia, setola, sollecito, tégola, Te- 
vere, tredici, sedici; vedova,' vendere, vendita, vergine, ve- 
SCOTO, arcivescovo, Empoli, empito, e forse poche altre. 

Osservisi che nella maggior parte delle soprannotate parole 
h lettera $ proviene dall'i latino, e perciò conserva il suono 
itretto anche neUMtaliano , secondo fu detto in sul principio dì 
questi eseroisj. 

Ssncizio XXII. 

Non sai* imitile per taluno metter qui una raccolta delle più 
esitate fra le parole equivoche per la diversa pronunzia deli* J?. 

E di fronmnsim chiusa. E di pronif»2ta aperta. 

^teetta^ strumento di lerro. Aecetta, retho o participio. 
^ftia^ taglia a fette. Affetta^ brama con ansietà. 

^iMMz^a, diviene troppo maturo, ilmtnezza, divide per mezzo. 
^mta^ piccola assicella. AsM^ita^ mette in assetto, 

««.bevi. Bti, helli. 

^o//e//o, piccolo colle. Colletto y raccolto. 

^^ta, sorta di terra. Cr^ta (Gandia) isola. 

^f dei o delli. De* per deve, é deh^ interiezione* 

^) invece di <lia, voce antica. Dea, nome. 
^\ essi medesimi. Desit, per si de', o si deve. 

ìhtì e ilsrie, partic. di dire. Det^i e dette f per diedi e diede . 
^/t, pronome. Egli^ gli i. 

&le; pron. fem. plur. E//e, la lettera L. 

£iea, nome. Eeea, verbo, da uscire. 

^'i pron. fem. plur. Eeet, si i. 

£i(e, per queste, in poesia. Eele, cognome di famiglia. 
f*Ua, tìoi, feccia; e cosi fello. Fella, fèllo ^ felle e felli, cio^ 
We , cio^ , lo fece , le fece , ec. malvagi , ec. 

IV. ne. 36 



Fero per fercmo e fecero. PerOf per fino, voce poetica. 

Feitif feste ^ per facesti, faceste. Fe«li%fejl«; fatti?!* ec 

legge f nome. £09^9 ▼n'ho. 

Jim, Uuef hoMìiif boHile. teisì, /eaM, da leggere, 

Uef pron. e agg. verbale. Jfe\ per maglio. 

MeUt pluc. di mela fniUo. jUfeJa, oaiele. 

iAma/o, conducilo. JHefio/o , monte e eittlu 

ibsii^ plur. di moMa * o verlK) ilfe<Mi la raccolta* 

da mettere. 
Mezzo f fìix che matum. Mezzo ^ la nietiu 

Pera, pere f frutto. jPera, jxertfy perisca» parisoe. 

Pesca f pescagione. Peeeaf ferrica ^ frutto. 

Peaco, da pescare. Pesco ^ persico^ albero. 

Peste ^ o pestale. Peste, pestilenza. 

Sete, plur. di seta. 4htOf per siate, verbo. 

Te, pronome. Te (nome di un* erba). 

Telo, (sost.)]pezzo ditela^ oper Telo, fitadot voce paatka. 

te lo. 
Tema, timore, temenza. Tema, soggetto, argomento. 

Veglio, vegliaf ifl veliere. Fe^/ia^ve^/ia, vaoclHOtTeechia, 

voci poetiche. 
Vewii, numero. Vewti, p(ur. di vanto. 

P. Tbouar. 



IL FALEGNAME 



AlFentrare in una rozza officina 4*un falegname , e al ve- 
dere in essa qpià martelli e scuri, là magli e seghe, e alla 
rinfusa per tutto scarpelli e pialle, trapani e aecdiieUi)® 
quant'altri ordigni e ferramenti da ogn'uso adopera il mestiire 
e Tarte di lavorar di grosso in legname, non vi credereste gi^ 
che r artefice sappia e possa non altro che scortecciar detto 
assi e riquadrare e spianare dei tronchi d'alberi per format 
travi e tavolati da fabbrica. Ànch^egli spesso ha per mano 
delie opere di maggior pregio , doV A necessario che lo stadio 
e r ingegno conduca e regoli il lavorio de*sttoi ferri. 



B Bcmm PKt rmaoLLi 
Io Ilo in |riù hkogki veèmio hvort e prote maravfgliosé 
dHi'arte dell'intarsiare» émi dét commettere iù un piano pez- 
inoli e falde di sottilitairae aaaieBlIe, ordinate a formare con 
le tinte de'kir colori ciò cbe sa fere il pennello nèHa superficie 
d'in quadro: felièrìcbe, prospettive , pavimenti ad opera, pae- 
nggi; ogni varietà di straniente di mnsìca, di animaflì, di 
fiori, di vaseUnnienlo, di armi, di libri, e mille altre svariate 
inagiai a caprieeio. Tutt«> i magistero dell* ingegno e della 
nano, che si adoprano l'nno a discernere t. Taltra ad' unire 
qoeile diverse croste di legno, àwnti nn tal colorito i una tal 
veaa, noa tal macchia, e cosi lumeggiate e chiatte, e cosi om- 
breggiate e fosche che incastrandole Tuna allato Aeiraltra, uè 
proTeaga di tutte organizzato e compo^ cid che si voole: ma 
con nn passare dalFuna Ibglia neiraltra, con tanta union di 
eobri, ch'egli non sembra un adunamento di^ molte scaglie di 
vaij alberi, e di vai] legni accozzati con arte, ma opera nata 
intera in un tronco , e hitto é caso eompaf ita nel fenderlo. 

Bartoll. 

IL FABBRO 



Fingetevi un uomo nato ne'boschì, e vissuto sempre nelle 
foriste. Se avverrà che costui o da per so aggirandosi si abbatta 
altri r induca a vedere una città, al farglisi innanzi la son- 
taosità delle fabbriche, il ricco vestire, e la gran dovizia d'ogni 
^e alFuman vivere conveniente , non potrà a meno di non re- 
stare estatico di maraviglia. Or gli si presenti a vedere alcuna 
<^ dell'arti y delle quali mai non vide nò magistero nò opera; 
«lasciate da parte le più nobili e più ingegnose » entri nella 
più che altro spelonca d'un fabbro tutta affummicata e cali- 
piioaa: e vi ci vegga colà un grati pajo di mantici, qui una 
snisarata ancudine, e sparsigli per attorno martelli qiaal più 
8 qnal meno pesanti ; e sulla fucina qui tanaglie , qui morse, qui 
carpelli, qui Kme. Egli a che servano quegli ordigni» noù sa, ma- 
taee e ammira , e non condanna ; chò dbVe osservò tutto il reslto' 
Mia città* andar si beri regolato, ir naturai suo discorso gli difce' 
che quivi altresì dee operarsi a disegno. Quegli dunque doVer 



884 Linaui m wjaamJA 

esser stromenli ed ingegni adatti ad alcan laTOrio. E Jhcciamo 
che il vegga. Mettasi ad infocare un'informe massa* di ferro 
nella fucina: «eco -spartiti gli nfficj e i mantici scambieTolinente 
levarsi ; e far di quell'aria « onde a vicenda si gonfiano, un 
soffio eguale per cui spargendosi il fuoco di una piociola brace 
s*av vanta ad una gran massa di carboni, e gli avviva, e il 
farro, in fra essi messovi freddo e indomabile, quanto sMofooca, 
tanto s'ammorbida e intenerisce. Indi acco li Toso delle gran ta- 
naglie che l'addentano, e trattolo dalla fucina, il portano a 
domar sulF incudine ; e quivi i martelli girati con beirordine a 
batterlo ed a foggiarlo, fino a condurlo a ciò che T intelligenza 
del mastro vuol divisarne. Ma perciocché sulF incudine il ferro 
sol si dirozza,. e accenna soltanto [mal disegnata la forma a 
che vuol condursi, tratto di sotlo ai colpi si consegna alte 
morse e alle lime più o men ruvide e scabre, che tutto dili- 
gen temente il ricercano, il figurano, il nettano, fino anche a 
dargli pulimento, brunitura e lustro. Or se costui nato ne'bo- 
sebi, allevato e senza cultura d'uomo, dopo aver vedutoli bel- 
l'ordine d'una città, non s'ardirebbe a condannare inutili gli 
strumenti d'un fabbro, sol perchè egli nonne intendesse il lor 
uso; come non saremmo noi indegni di chiamarci uomini, se 
dove pur intendiamo andar il mondo con ordine si regolato, 
volessimo accusar d'inutili o di dannose quelle opere della 
natura, delle quali non arriviamo a discemere i fini, ed a eo- 
noscere il magistero ? 

Bartoli. 



UN BUON ESEMPIO 



Bérangeri poeta vero, il poeta più popolare della Francia, 
e, quello che più gli fa onore , uomo e cittadino virtuosissimot 
è tanto noto, per opera dei giornali d'ogni lingua , che stimiamo 
superfluo^ ripetere qui le cose che di lui si trovano dette altrove. 
Ma ci piace ricordare un aneddoto il quale addimostra quanto 
e come egli sapesse praticare la più bella delle virtù sociali 
e religiose, la carità. È un esempio morale da porgere ai gio* 



■ Beami pn rAnaoLLi 98S 

rani. E perchè nello stesso tempo sia esercizio dì studio a co- 
loro che imparano la lingua francese ^ lo poniamo qui nelFori- 
finale, con la versione fattane appunto da uno scolare* 



B&anger dem&urait aiors 
dan$ le faubourg Saint- Crer- 
Mt/?. // avait «otff^ent rencùntré 
dans son esealierun homme vers 
fui il $e tentati atiiré far une 
ij/mjHithie magn^tique. Cet hom- 
m avait la figure intelligente et 
mirante ; $es véiements, d*une 
fnfréié rigoureuse^ atteetaieni 
eependant les eoins caneiants^ et 
féMlee de la pauvret fui tieni 
àmier eonvenable et digne. Bé- 
ranger finii forpénétrer eh et cet 
hmmequi l'ini/reisait.San eoeur 
fui déckirépar le speetaele de la 
mire la plus navrante. Il s'in^ 
{(n^ atee bonié^ il apprend gue 
foti vcinn est un , médeein sane 
I dietUilef que la mieire empéche 
Ì9 te (aire connattre ; il oppar- 
tieni à une famillerieheavee la 
qiulle il est hrouillé à eause de 
«M opiniùns poliiiques. Cette fa- 
ille le poursuii de sa haine. 
Cui elle qui mei obstacle à 
tovtM ses teniatives. 



Quelques jours après, le 
roiiifi de B&anger le reneontre^ 
^ lui da : - Yous ne savez pas ? 
*w famille senile vouMr shu- 



Béranger abitava allora nel 
sobborgo di san Germano. S'era 
spesso imbattuto per, le scale 
in un giovine con cui si sarebbe 
voluto aiBatare per impulso di 
segreto affetto. Quel giovine 
al sembiante mostrava intelletto 
sveglio ; le sue vesti tenute con 
scrupolosa lindura facevano 
bensì manifesto il contìnuo e 
penoso ingegnarsi del povero, 
il quale vuol mostrarsi conde- 
cente e dignitoso contegno. Fi- 
nalménte Béranger strinse di* 
mestichezza con la persona che 
tanto gli premeva, ed entrò 
nella sua stanza. Il cuore del 
poeta si senti straziare all'aspet- 
to della più desolante miseria. 
Procura con buon garbo di co- 
noscere il suo stato, e rileva 
che il suo vicino è un medico 
senza avventori , perchè la mi- 
seria gì' impedisce di farsi stra- 
da, e che viene di famiglia 
facoltosa dalla quale è separato 
per dissapori derivanti da opi- 
nioni politiche. La famiglia an- 
zi lo perseguita con malanimp ; 
ed essa medesima frappone 
ostacoli a ogni suo tentativo. 

Pochi giorni dopo , il vieino 
di Béranger lo incontra, e gli 
dice : - Sapete voi ? pare die 
la mia famiglia voglia diventare 



Lirriuu^ D 

mam$er; rih mta 0mMgé d$$ 
fravMms : umjémÒ9m » un foin 
de tu€r9f mn me de eaff^ dw 
Unge eie»..» Venez done voir mee 
riehe$9$$, 

Béranget est enehanté^ U 
félieiie san nowei ami, il eepere 
que eet emm est la preme qu'an 
ne tm tiendta pae Imgtempe ri- 
gteewé Cependant toitiee le$ eemai^ 
nee lés entxde $$ remmtellaiMi , 
rnvoie ntmbreum, proneiam mf^ 
fisamtes t qui meitaàenl U parn^e 
dietble à l'abri dm bemin*.. fnaie 
rien n*indiquaitque l'an wiutaU 
M rmffproehtr de lui; 09$ lui U" 
nmt ioujoure riguntr^ et lui e^pé- 
rati ioujoure. 



Cela dura kuH ane; dee 
promeionr suffkeaniee a rrmir e/t U 
ehez le toisin de Béranger etnie 
que sa famille paHt vouhir faire 
autre ekou pour /«•*. Au houi 
de huiiam, epuieé par la lune, 
levòiein mourut danr les brae 
de Bìéranger ; •/ mourut en hénie- 
eani sa omeile famiUo^ 



Or, ea familk ne lui ataii 
jamaie rienonooyé. Pendant huit 
ane, e' eet Béranger qui anaii 
mmvé oomoyotif da eulwenir aum 
^ de $ei iKforiuué, peudani 



i wàmuuA 

più umana con ove; mi ha 
mandato delle prorrwtoni : un 
presdutto, anechero in ^ane, 
caffè, biancheria, ec..«. Venite 
▼enite dunque a vedere, le mie 
riceheaaee* 

Béranger ae ne mostra lie«- 
trastmo, se sfe congratula col 
nuove' amràe, nutre spe^aMtf 
che queste coM inviategliaiaM 
indialo che i parenti non cotf- 
ttnuera<Mo hingo tempo a te^ 
nergli broacieF. Iiit«(nto ogtfl 
aettfmanv gH venivano mandate 
le solite provvisione, e sew* 
prein abbondanaa, taiVfe clie 
bastassero a Kbevarìsqu'èlf ìn^ 
felice dalle strette del bisogno... 
U» nolln dava a conoscere cba 
voiessero» rappaltnmarsf eon 
lui; erano sempre^ adirati, ed 
egli pur éempre speravav 

La faccenda andò ittvalizl 
cosi per ottO' anni ; per otto 
anni , bastevolt provvisioni 
giunsero a crtaa* del vicino di 
Béranger, detiia che la fami* 
glia desse pur cenno di voler 
fare aKro per lui. Itf eapo a 
otto anni, spossavo dal conti* 
nuo conflitto contro la sventu • 
ra, il vicino morì nelle brac- 
cia di Béranger ; mori benedi- 
cendo la sua spietata famiglia. 

Or dunque, egli è da sapere 
che la sua Aimiglia mai nulla 
gli aveva mandato. Per otlo 
anni di seguito Béranger stesso 
avevr inovato questo mnéo di 



B Bctim rai rAHcniLU 
kmt «M il Imi fàurm ainri » 
mntqwh m$ikewmss Vait mii* 
jifMa/ le$ tiwru et i$$ «éMm^nU. 
B&anifer fi a jamais 4if à pet^. 
<MM e$t aeu de ehanrit^ mklim» 
k mod$aie et de petsév&anee. 
Uni nule pereonne Va pomM» , 
t^Ue de qui je tieme ce retiti eelle 
fd tervit d' iniermediaire à Ber 
rwger panr faire remHtre ees 
ioM ehez mùh voisin^ eant que 
odui'ci f4i eaufC^nner d'où ile 



m 



soeeenrere nei mot Huofm 
qu«Uo «yeBlwato; p0r otto 
0001 lo aveva coti fornito di 
yi||o e di voiti , sooia obe Y in^ 
fdioe |N>te/Bae immagioaro che 
da lui gli yeoisseraqiieglìaiuU* 
Bérwgor bob palesa nai a 
aessQBo questo atto di carità» 
fatta aublioie dalla modestia a 
dalla perseveraaza» Uoa soia 
persona oe ebbe ooBtezta » 
quella da cai è sialo fatto quo* 
sto raccosto t quella che serri 
di mediatrioe n Béraager per 
far giungere i suoi donati^ 
ìb casa del vieioo, senta die 
qujesti potesse sospettare 4t 
do^e provenissero. 



STUW SULLA EDUCAZHWE.. 

Capitolo X. 

(VedisvBDti, p. 237). 



« L'aomo non edacsU) dal dolore 
rimao sempre bambino »• 

N« TOVMASIO. 

Nella durata ddfa vita umana ogni periodo faa i suoi proprii 
adi e le sue speciali tribolazioni. Nenraieno T infanzia, che i 
l^li si dolcemente cantano ed esaltano , e alla quale noi tutti 
^pensiamo con sommo diletto e con mesto desiderio nemmeno essa 
^«Ta immune; e la più provvida accoriecza, le più tenere curo 
^\h madre non bastano a interamente preservarla dalle sue peri- 
pezle. Holtiplici sono i mali che turbano il sogno breve e non- 



288 LBTTUBB DI WàMlQUà 

setepre delizioso deirinfanzia. Le cosi dette malattie iDrsDlili', 
abbeDcbè uggiose e plù-o meno pericolose , noi^ sono però tanto 
da temere quanto i terribili morbi, cbe hanno nome di 'scrofola 
e di rachitide. Queste infermità, specialmente angiomi nostri, ìq- 
fleriscono e si distendono per modo cbe poche sono le- famiglie 
in cui una persona a) meno non ne sia offesa. Non può essere 
mio assunto dettare qui un trattato sulle malattie infantiU: so 
cbe i fanciulli quando yeramente si ammalano devono essere 
aiBdati alle cure di un medico ; ma Torrei rammentare alle 
madri quanto egli torni assai più facile prevenire cento malattie 
che guarirne una sola. La scrofola è spessissimo effetto d* incaria; 
questo si sa. Quanto semplici sono i provvedimenti che sareb- 
bero stati valevoli a impedirla 1 Aria aperta, moto frequente, 
nutrimento semplice e sano, la più scrupolosa lindura, e pro- 
curare che i fanciulli sieno sempre lieti e contenti : ecco gli 
espedienU necessarissimi al mentenimento della loro salate; co- 
sicché il tralasciare una sola di queste cautele basta a svolgere 
il germe di malattie pericolose , anzi la cagione di morte im- 
matura. Conviene eziandio osservare i fanciulli con la maggior 
attenzione affine di potersi accorgere subito del più lieve cam- 
biamento nell'aspetto , nell'umore e nelle funzioni generali della 
persona. Badando agli indizii lievi possiamo impedire lo svolgi- 
mento di una infermità grave, anzi di un male cronico; e siamo 
anche in grado di ajutare il medico, dandogli minuta ed esalta 
contezza dei sintomi da noi scoperti. Per intendere il valore dei 
sintomi meno apparenti e per acquistare l'oculatezza necessa- 
ria a riconoscerli , fa d'uopo aver letto un buon libro che tratti 
delle malattie infantili. Stimo che non si possa trovarne uno 
di maggiore utilità pratica di quello intttolato: Consigli di una 
nonna alle giovani madri sulla educazione fisica dei fanciulU] 
della contessa di Mountcashell (1). Qiiesto libro fu recato in ita- 
liano per cura di valente medico , la qual cosa é raccomandazione 
autorevole ; e oltre a utilissimi consigli igienici , contiene ec- 
cellenti precetti di educazione. Nondimeno evvi un punto cbe 
la egregia autrice non ha. toccato, e 8i;il quale farò alcnne 
parole, avvegnaché mi sembri essere di gran momento. Voglio 
parlare della cura coU'acqua fresca. L'idropatia ha molti seguaci 

(4) Livorno , dalla tipografia di Giulio Sardi, 4840. 



B Bcum MB nuMamxi 
idanteimi, e assai grande nnoiero di atTfrsarj implacabili. 
NoD appartiene a me gindioare chi abbia ragione in questa 
coaiesa. Soltanto mi proverò di addimostrare coom questa cura 
riesca in varj casi si veramente giovevole. 

Il principio sa cai riposa è di porgere ajato alla natura , 
«ODcbè possa restaurare da per sé l'equilibrio che era stato 
turbato nella organlszazioiie del corpo umano. Laonde ecco anii 
tiilfo remosse le conseguenze ftinesle che alle volte avvengono 
(topo l'oso di rimedj violenti, i quali comecché fossero stati va- 
leroli a guarire il male, ne tirano addosso un altro più serio e fa- 
tale del primo. Inoltre nessuna di quelle guarigioni dpbbie le quali 
altro non sono che modificazione dell' infermità originale, e 
cagionano morte improvvisa, come saple accadere nella miliare. 
L'acqoa fredda adoperata giudiziosamente ^ infatti niedJcamento 
capitale suggeritoci dalla natura stessa, non già speciOco uni- 
versale. Stoltezza sarebbee grave mancanza di riflessione il volerla 
adottare in ogni età e contro ogni specie di male. Il numero per al- 
tro di coloro che veramente e con efficacia ne rimangono guariti 
! wo é piccolo. La febbre nervosa, tifindea, la scarlattina, la roso- 
lia, il vajolo , insomma tutte le malnttie eruttive e cutanee ed an- 
die quelle del bassoventre vengono agevolmente curate con questo 
Dieloda ; e mi dò a credere , anzi sono persuasa , che eziandio 
Bella miliare, la quale mena tanta strage nelle terre d'Italia, 
« pur mmpre distrugge la gioja in tante e tante famiglie, possa 
essere esperimentalo con vantaggio grande. Questa persuasione 
priocìpalBiente mi mosse a chiamare Tattenzione delle madri 
italiane su questo obietto, sapendo che nel loro paese Fidropatia 
noQ ha preso ancora molto piede. Ma non bisogna credere che 
tal cara consista solamente nel bevere molta acqua fredda , e 
nel fare i bagni : ci vuol ben altro; e tante sono le cautele da 
asare, e tanto é facile lo ingannarsi a chi non conosca bene 
^sta cura , che io non ardisco dare il minimo cenno sul modo 
dateoere in uno od in altro caso, benché accuratissime osser- 
vuioni ed esperienze proprie me ne abbiano fatti riscontrare 
erideatemente gii effistti salutari. Quella madre che ha fède nella 
<^cia deiracqua fresca consulti dunque un medico valente 
che sia venuto nella stessa persuasione, e che abbia studiato a 
bodo tal metodo ; e poscia , ajutata dai consigli di lui , si affidi 
senz'altro alla natura benigna ; imperocché essa, 4la buona geni- 
IV. n. e. 37 



390 Lirnmi m famigui 

Irice qoarè , sempre si porga pronta a soccorrere, dòte inipe- 
diu non sia da espedienti opposti al suo regolare andamento. 
Mi resta ancora ad accennare, come Tacqaa fresca possa essere 
adoperata nella parte preventiva delia edncazione fisica, in qacUa 
cioò clie aggiugne robaslezza al corpo e lo rende atto a soste- 
nere i mali inevitabili del suo modo di essere. A tale uopo l)a- 
stano ( rispetto airacqaa fresca ) i bagni quotidiani fatti fare di 
levala al bambino. È naturale che vi deve essere assuefatto man 
mano, cominciando coIPacqua tiepida; e. non si permetterà che 
▼i si trattenga a lungo ; poiché tra i cinque e gli otto minoti 
bastano ; e facciasi che in questo tempo egli stia sempre in 
moto; anzi sarà bene che venga stropicciato da altra persona. 
Pei fanciulli troppo gracili sono da preferire alle immersioni o 
lavande , le fregagioni con un panno di lino inzuppato neiracqoa 
fresca ; indi vanno lavati con una spugna. È superfluo rammen- 
tare che bisogna asciugar bene tanto gli uni che gli altri . t 
mandarli poi a fare una passeggiata o qualche esercizio di gin- 
nastica* Giova molto assuefarli a bevere, mezz'ora avanti la cols- 
zione, un bicchiere di acqua fresca, il che serve a nettare Io 
stomaco dal mncco formatosi nella notte , e lo apparecchia cosi 
a una buona digestione* Dopo ogni pasto bisogna beverne pare 
una quantità moderala. 

t La miglior bevanda é Pacqua, bencbò dai più sia disprez- 
zata, e da molli renga tenuta in conto di dannosa. Io non istarò 
ad affermare che Fuso moderato -di essa sia necessario alla vilai 
imperoccbò questa ò cosa dimostrata per vera dalla natura. 
Vedete i bruti. E chi non sa che il vino e gli altri liquori, be- 
vuti senza grande moderazione, per lo meno raÙreviano? 
L'acqua accelera la digestione e agevola tutte le dejezioni del 
corpo, e senz*acqua non avvengono secrezioni. Cosa utilissima è 
dunque il bevere acqua fresca, attinta^ cioè, dal pozzo ogni 
volta che ne abbiamo bisogno , affinchè il vigor naturale di 
essa non evapori. Cosi è , l'acqua di polla contiene al pari della 
minerale una certa quantità d'ossigene ; sicché noi beviamo in- 
sieme con quella propriamente la fona vitale. Chi ha assuefalli» 
i figliuoli a bevere acqua , assicura loro un buono stomaco per 
tutta la vita ». 

Queste parole furono dettate dall' Hufeland in un tempo in 
cui poco o nulla della idropatia si sapeva, ed il Priesznitzdice* 



B scìam PEI PAilcnTLLi 291 

f L*a8o dell'acqaa fredda serve airacqaisto di un sano giu- 
dizio. 9 E perchè no? Giacché tanto notabilmente confensce 
alla salote. Senza forse ; l'aomo che sta l>ene di salute, giadica 
Mìe cose in modo diverso dali'aomo infermo. Usate qaindi 
quelle maggiori cure che per voi si possalo per assicurare sa- 
nità robosta ai figlinoli ; ma e non isperate che essi sappiano 
naikieDerla, se nel tempo slesso non vi studiate di crescerli 
ìmiooì e savj a. 

In ogni specie di cura poi bisogna seguire esattamente le 
prescrizioni del savio medico ; e non permettersi mai di aggiun- 
gere di soppiatto cosa veruna, come sogliono fare taùle mamme. 
Uno sproposito grave quaflt'altro mai è pur quello di trala- 
sciare afflitto le cure educative nel tempo dì una malattia. 11 
itnm per questo modo arrecato è incalcolabile, t fonciulli in- 
fermi assistono, per cosi dire, alla scuola della vita; e siccome 
svenloratamente non è in arbitrio della mamma il tenerli sempre 
ì loolaoi da quésta dura lezione ^ procuri almeno che vi imparino 
j cose utili per Tavvenire. 11 dolore é un severo maestro, ma 
I sorei sono gV insegnamenti che porge. Le persone che stanno in- 
torno ai fanciulli malati , generalmente reputano essere loro 
stretto obbligo di contentare in tutto e per tutto là volontà anche 
i capricci dei piccoli pazienti ; e per lo più le madri per im-' 
proivido jimore e inopportuna compassione , sono le prime a 
cadere in quest'errore , non riletlendo che in tal guisa cancel- 
boo non solo ciò che il maestro e l'educatore ha durato fatica 
loQga a incalcare ; ma anche impediscono la propria opera per 
|»recchi «anni di poi. a II poverino è stato malato », ecco la 
scusa per tutti i falli che il Tanciullo commette nella convale- 
scenza , i quali crescendo con la età degenerano in difetti gra- 
vissimi e fecondi di molti guai tanto per lui , quanto per 
cbionque ha da vivere con «sso. La storia deir uomo è un mi- 
sto di cose piacevoli e dì cose spiacevoli, e queste in particolar 
ttHio sovrabbondano. In tutti i tempi là vita umana fu para- 
gonata a un conflitto, a un. arringo in cui l'uomo dee far 
prova. delle sue forze; ma di che cosa mai sarà egli capace 
se non vi entra armato? < li fanciullo è il principio del- 
roomjO »; e forza è dunque esercitarlo in quelle virtù che 
sono necessarie a formarne un uomo vero. Uomo vero ò 
quello io cui. lo spirito vuole e il corpo deve. Addestrate dunque 



292 Lxnm BiWàm^Uà 

la YMtra prole a volere fortemeotei e a aon volere altro che 
il vero e il buono. L'ioflnensa della volontà ò immensa. Merco 
di essa i fanciulli imparano ad esser paiienli e rassegnali nelle 
infermità, le quali cosi, purché la madre abbia saputo anche da 
un male cavare un bene» tornano proQttevoIi nella edacazionc. 
Anzi tutto è necessario che ella faccia sempre mostra di qaelle 
virtù che le preme di inculcare. Non si lasci dunque vincere 
dalla impazienza ; non addimostri il minimo ribrezzo di qualsiasi 
male; non manifesti cattivo umore a cagione dei disagi che si 
tirano dietro le malattie ; non faccia trapeUre paura nei morbi 
contagiosi , nò desiderio di svagarsi nel tempo della segregaziooe 
voluta dalla infermità del suo bambino. Queste avvertenie, che 
sono superflue per la massima parte delle madri , spero debbano 
esser tali anche per le persone a cui spetta fame le veci. Ca- 
pisco che riescirà talora più difficile a queste Tadempimento di 
tali doveri , perchè sono prive del potente ajuto che viene dallo 
islintiTO afiTetto materno, il quale tanto giova ad alleviare ogni 
più arduo sacriflzio; ma invece dì quello si inspirino alla ca- 
rità del. vangelo; e se desiderano di sapere come regolarsi eoa 
le tenere creaturine alle loro cure affidate, si figurino come il 
Divino Amico de* fanciulli le avrebbe trattata. Dissi già altroie 
che i fanciulli patiscono con maggiore intensità degli adulti, 
avvegnaché vivono solo nel presente, e perciò va fatto di (allo 
per conforterli nelle loro tribolazioni. La madre tenga lottaTia 
in mente che la sua pazienza non ha da essere invitta se noa 
quando si- tratta di sacrificare i comodi , i divertìmenli, il rlposol 
ma subito che vengmo in campo altre considerazioni rispetto 
a dò che sard)be il meglio per la sua prole » la indulgente 
soflerenza faccia posto alla severità tenera si ma inesorabile 
della maternità educatrice. Quei fanciulli che avranno avnlo 
educazione in tutto giudiziosa, non saranno, in tempo di malaUia, 
né ostinati né disobbedienti; e con gli altri sarebbe assunto vano 
e sei^a costrutte il volere incominciare allora un nuovo metodo 
di educazione ; e perciò qui parlo soltanto dei primi. Il pren- 
dere naedicine di cattivo sapore è senza dubbio cosa che rincresce: 
ma il fanciullo che per tempo fu assuefatto a docilità , conosce che 
é faaevitabile , e perciò vi si rassegna tranquttlamente* Non le 
adolcinate carezze , non promesse di chicche, di baloodù , hanno 
da indurre il paigoletla a aottomettevai a ciò chef li riesce sgra- 



I scnm pai pahomilli 

• 

devole; ma si , la ferina ToloDlà materna, la rillesaieM, e quelle 
parole : Cosi dev'essere ; non si pa6 fere a meno. Allorcbè al 
(ratta di una operazione, come sarebbe l'aprire una suppuraxione, 
ilGayare un dente ed altre simili necessarissime, non si con* 
eedaao indugi, lamenti, panre, strepiti; né vi stndierete di Dirgli 
aDìmo con assicurarlo cbe non sentirà male; e piuttosto cogliete 
ttitte le occasioni per infondergli il coraggio che é una delle 
doti più atte a render meno infelice la vita dell'uomo. E ben 
sapete non esservi modo più acconcio a inspirarlo fuorché 
il dame prova voi medesime. Quindi sappiatevi signoreggiare , 
iBaobé una caduta improvvisa, un taglio, una bruciatori 
afveoQta alla vostra creaturina non vi cagionino rimescola* 
meato visibile. Non tanto inopportune quanto crudeli sareb» 
kro le sgridate in quel punto. La sola cosa che preme nell'atto 
H è di mettere in opera gli opportuni rimedj , e governarsi di 
tal f^lta che il fanciullo abbia caro di mostrarsi coraggioso , 
istreptdo, paziente. Non dubitate: se ha saputo sfidare nella 
infanzia il dolorpccio, ei si farà incóntro con fronte impavida 
alle ambascio piò serie , le quali a guisa di nere pietre mi« 
lliari , s'incontrano ben anco sulla via di coloro cbe sembrano 
pieBamente felici. Le femmine in particolar modo debbono essere 
loaale ad opporìre rassegnazione pazientissima e soave ai di- 
safi che tengon dietro alle infermità , essendoché la natura 
rtesaa le ha destinate a soffrire. La regina nel suo sontuoso pa* 
^0 e la tapinella che non ha luogo dove poter posare il capo^ 
ambedue debbono portare sotto il cuore il fruito delle loro vi- 
^re , e ambedue soggiacciono ai dolori , spesso atroci , uri dare 
b vita alla loro progenie. 

Il corpo della donna, mentre è più gracile di quello del* 
l'tKNno, va ancora più soggetto ad essere òflfeso, e la differenza, 
ticono , che scorgiamo nel fisico , esiste pure nel morale. Comò 
fcoqoe le sarebbe possìbile di reggere ai mali che l'assalgono 
se non avesse presa i'assuefazione a patire? E- nella stessa guisa 
the deve sostenere y senza lagnarsi, i patimenti propij, cosi le 
eviene non rimescolarsi, non rabbrividire all'aspetto di quelli 
^U altri. La impari a guardar ferite, suppurazioni, piaghe, senza 
iDoalrame ribrékfo , perché è parte del suo ministero donnesco 
P<^ere in tali casi l'ajuto che occorre. E ehi pia capone In ciò 
^ donna 7 Nel medio evo poche erano quelle che non ave»- 
^ qadche perizia in faHo di chirurgia. 



SM LirroiB DI FAKIttJA 

Nel capitolo antecedente ci yenne fatto di parlare ddU 
mano deli'oomo quale istnimento della* ragione , e che perciò 
ba doopo deirabilità geometrica negli nfBcj a ^ni è stato de- 
stinate; e fa fatto chiaro che rimarrebbe impotente e inabile se 
Io spirito non lo governasse sempre con attenzione grandissioM. 
Ora ricorderò che vi sono occasioni nelle quali fa daopo che la 
mano sia guidala dal ci|ore ; e la mano femminile è quella che 
in tali casi rende i migliori servizj , anche per essere piccola e 
agile, morbida e flessibile. Talune non possono veder ferite « 
piaghe o che so io, senza cadere in deliquio. Questo suol profe- 
nire dalla debolezza de' nervi; e siccome una volontà gagliarda 
è valevole a migliorare e spesso a vincere aSatto. molti mali 
nervosi, cosi io mi penso che a volersi liberare dì questo basti 
cogliere per tempo le occasioni di vedere e di medicare quei 
mali che cagionano maggior ribrezzo. 

Le ragazze vanno soggette a particolari malattie nervose 
airavvicinarsi del tempo nel quale son per entrare nello stadio 
dell'adolescenza. La madre farà bene a discorrerne meno che sia 
possibile; ma spesso condurrà la Ggliuola a godere dell'aria 
aperta; e procurerà che dia opera a faticose faccende di casa; e 
di più non tolleri che si diletti di letture troppo espansive, aè 
di visitare il teatro; e impedisca eziandio il conversar eoo fan- 
ciulle soggette allo stesso male. I bagni d'acqua fredda giofaao 
molto a dare buona tempra al sistema nervoso. 

Il ciel mi guardi dal dichiarare Gnzioni , smorfie , afelK* 
zioni i varj incomodi che assalgono il mio aesso ; ma sono si- 
cura di non ingannarmi quando alfermo che il più delle volte il 
male che soflDriamo è accresciuto dalla nostra immaginazioDe; 
ed eccomi a ripetere, che se vogliamo sano e robusto il corpo, 
è necessario di bene invigorire lo spirito., procurare insomoiA 
che questo sia sempre padrone di quello. 

Le giovaoette che soflrono di attacchi nervosi a segoo da 
minacciare il sonnambulismo vanno fatte consapevoli delle ca- 
gioni che generano tali eOetti , e gioverà tenerle occupale molto 
e distoglierle dal volgere da sé stesse la mente a tali fenomeni. 
Chiaro é che bisogna al tempo stesso affidarle alle cure di un 
abile medico : e nello sceglierlo fa duopo usare somma pru- 
denza , perchè dee essere nomo non solo valente nell'arte saio- 
tare e onestissimo , ma capace ancora di comprendere, e secon- 
dare gli argomenti dell'ottima. edncaiione, la quale tanto più 



B sciifTì ram vAfiqiiLU S95 

6«ero dere ocntala quanto maggiori addivengMo i pericolL In 
•leoni luoghi in alcuni tempi i magnetiiiaton hanno trovato 
faDalicì e improTTidi partigiani; e sarehbe per esempio grave 
imprudenza affidarsi in chi pone a fondamento delle core me- 
diche qaakhe occulta o qualche soprannaturale InQuenia ; non 
allriinenU che sono da riprendere coloro che danno retta ai ridi* 
coli osupersliiiosi suggerimenti delle donnicciuole medichesse, o 
alle impostore dei ciarlatani. 

Insomma il medico deve essere nomo di lunga « di matura 
esperienza, uomo serio e prudente che conosca bene addentro 
la natura delle donne, e che sia capace d* inspirare nella gio- 
ventù rispetto, fiducia ed affetto filiale. 

Deve esser hen nota alle madri ed alle educatrici la fase, 
per cosi dire, pia climaterica dello svolgimento fisico,. il pas- 
saggio dalla adolescenza alla pubertà ; e che talora questo pro- 
duce i più insoliti soottvolgimentì ai quali non ò possibile porre 
riparo senza il soccorso della scienia. 

Certe stravaganze che improvvisamente appariscono non sono 
da reputare colpevoli , né vanno tenute affatto in non cale ; ma 
polrebbero addivenire poi riprensibili quando non fossero curate 
a tempo e nel modo die si conviene. Per tali funeste combina- 
zioni è facile l'adito alla ipocrisia , allo esaltamento, agli occulti 
UH pei quali svanisce la ingenuità dell'animo , la Ooridezza 
della persona, il vigor della mente , e tutto precipita nell' abie- 
zione. 

Un'altra malattia e molto uggiosa e frequente in questo 
topo, deriva da difetto di. funzioni necessarie; e allora moto 
PKsaochò continuo all'aria aperta, bagni, distrazioni opportune 
generalmente bastano a farla scomparire. Tra le cagioni che la 
fomentano sono da annoverare i busti tenuti troppo stretti , la 
vita troppo sedentaria , la mancanza d'aria salubre. Se non ne 
fosse arrestato il progresso in sulle prime, facilmente le fanciulle 
potrebbero dare in consunzione. Tutte le malattie di queiretà 
>ono più o menò connesse con lo svolgimento delle facoltà fisi- 
ehe spettanti particolarmente alla donna ; e questo svolgimento 
porta seco delle conseguenze che non possono attribuirsi a 
<^pa perchè effetti inevitabili della organizzazione. Giova non- 
dimeno che ogni ombra di malizia sia tenuta lontana. 

La innocenza e la ignoranza sono sorelle, ma non deb* 
^ essere scambiate l'una con l'altra. Soltanto la fanciulla che 



306 unomB n 

ooMMce 9«tor«iiD8ii(e il proprio modo A emnt e le pàrtleola* 
vita del nedeeimo, può essere e rimanere dob BtaipidaiiieDle,ma 
littliiienle iogenaa. Lasciata neirignoraiica troppo- a lungo, gli 
elMtl della organiisacioBe , TaspeCto del mondo vegetale e sai- 
male soscitano rlcerclie, le quali oaaHimeiite soddiafatle da 
persone rozze turberanno il verecondo animo gìoTaniie eoo pe- 
ricolo gravissimo. Certo , spiegazioni di tal fatta possono riescin 
oUremodo perniciose ; non già gli ammaestramenti eanti e op- 
portuni di nna savia genitrice. 

La umana generazione muove da un arcano santo e sublime 
delle leggi di natura , e la parte che in ciò spetta ai sensi è savissi- 
mo ordinamento della Bontà Divina, la quale ha vallalo eoo pii 
«Inattive f connettere gli elementi necessarj legami e alla conser- 
vazione delU specie. Or dunque la madre spieghi a suo tempo alU 
figlinola quel tanto che è dato a noi e che giova conoscere della 
provvidenziale dipendenza della progenie dai genitori , e le faccia 
osservare e venerare gli andamenti e i provvedimenti mirabili della 
Miura , peiqualì la prole é e deve essere più cara della vita slessa 
a chi rha procreata. Vuoisi egualmente ammonirla intorno agli 
effetti spaventevoli dei traviamenti che precipitano Fuomo dalla 
più sublime altezza delFuteanità in un abisso che è molto ai 
di sotto delta condizione del bruto. Conceda si ogni dimanda 
intorno a tali fatti, ma dia risposte serie» vere > conveniealL 
-È lecito il rispettoso conversare su tutte le cose che Iddio ha 
ordinato nella creazione » e soltanto lo scherzare sopra di esse 
è illecito e sconveniente, il comparire di un uomo nei mondo 
flftico non è certamente obietto di motteggi, ma al é tema della 
più santa e seria importanza. La maggiore dignità umana , vale 
a dire la maternità , non si può conseguire senza che la moglie 
si affidi al marito; e questa piena fiducia non può essere Bè 
cosa ridicola ^ né colpevole , né umiliante ; essendo anzi neces- 
saria e conforme agli ordinamenti del Creatore ; e Taflètto vi^ 
tuoso deve santificarla , e vigilare che la dignità umana non ne 
scapiti. H pudore , la verecondia soprattutto sono virtù essen- 
ziali y e sarebbe grande sventura se fossero osservate meno dt 
quello che si dovrebbe, lo non ardirò sentenziare nò rampo- 
gnare su di ciò; ma Tanimo mio è contristato..... Forse alcooe 
madri molto si maraviglieranno perchè io stimi utile anzi oeees- 
sario, che la savia genitrice conferisca di queste cose con la 
figliuola» ed esse medesime non crederanno dannose certe assoe- 



B SeiITTI PBB rANCfOLU 297 

f»ioDÌ , certe sistcoiazìoRÌ della famiglia nelle rarie parti della 
casa 9 per le quali sì lìaioeia confìiMimente palese alla prole qaello 
cfee le dovrebbe rimanere occulto. E questo sarebbe lo stesso che 
ipargere di propria mano il mal seme. Un fanciullo di quattro an- 
ni , lo abbiamo detto già per altri- rispetti , ode e osserva , ed 
accuratamente , ogni cosa nuova per Ini , e teìm poscia con ge- 
losa cara le cognizioni di soppiatto acquistate. Possa ogni madre 
preodere a cuore* queste avvertenze , e dare conrenìente luogo 
a tolto nella casa . ancorché dovesse privarsi del salotto appa- 
recchiato a ricevere le visite. Quante volte i fanciulli stimolati 
<)a curiosità vegliano mentre pare <:he dormano I 

Attchesu questo particolare pongasi mente ai pericoli che 
i fanciulli corrono per cagione della servitù ;^e tonto maggiori 
«fanno, quanto più riprovevoli^ è la incuria d'alcuni nella 
scelta di essa. Quegli reputerebbe somma ingiustizia essere 
chiamato poco amoroso o poco provvido verso la sua famiglia, 
il qaale si darà spesso maggior pensiero, dovendo prendere un 
servitore, del bene dei auoi cavalli che non di quello de' figliuoli. 
Qaaote cautele, quante informazioni prima di prendere un eoe* 
cbiere, un semplice mozzo di stalla! Il padrone non avrà pace 
fioche non siasi accertato della abilità non solamente a guidare 
e custodire i cavalli , cosa necessaria senza dubbio , ma anche 
della valentia nel seguire le mode inglesi o francesi, e in tante 
altre eleganze straniere ; e appena scopresi in lui qualche lieve 
mancamento su di ciò, eccolo licenziato. 

Porranno essi tanto studio quando* si tratta del bene di co- 
loro a cui hanno dato la vita ? Le persone di servizio che stanno 
intorno ai OgliuoU sono esse prima conosciute a fondo ? Certo . 
oon (ntti^ gì' individui dr questa classa sono depravali ; ma po- 
neste voi la maggior cura nello sciegliere.i buoni? Avete voi 
^Ho di tutto per convincervi della rettitudine del carattere , 
('ella illibatezza de' costumi di ciascuna persona di servizio? o 
vi siete contentali che ben conoscano il servizio che da essi chie- 
<iete? A certe dimando i fatti rispóndono; e fatti che hanno 
conseguenze tremende I Per acquistare maggior fede alle mie pa-^ 
rolc addurrò -di nuovo quelle dell' Hufeland. a Mercè le espe- 
rienze svariatissime che tira dietro la mia professione , ei dice , ho 
potuto convincermi che la terribile fiacchezza tanto fisica quanto 
(Qorale, che è la malattia della nostra generazione, e che si no- 
IV »• f . 38 



296 LSTTUBB DI FjUn«UA 

tabilmente abbrevia il corso della vita ainana , deriva in gran 
parie da certi vizj presi Della puerizia ; e qaei vizj vengono 
spesso attaccati e fomentali (per lo più per ignoranza] dalle 
persone di servizio ; alle quali più specialmente sono dati in 
custodia i bambini : indi è da usare la più accorta prudenza 
nella scelta delle medesime ». 

Taccio le altre conseguenze funestissime di tali errori, an- 
noverate dal celebre medico, perchò questa sola è eoncladente, 
e mi fo lecito di ripetere un'altra volta, che Tesser madre è 
cosa di grande vigilanza. Da seme piccolissimo germc^liano i 
giganti delle foreste , e certi fatti di miniino conto in apparenza 
partoriscono il bene o il male, non che della vita di un indi- 
viduo, ma di quella di molti, essendo, per cosi dire, la umana 
generazione una catena elettrica in cui il colpo dato al primo 
anello viene con pari forza risentito dairullimo. Pensateci bene, 
dice il nostro Jean Paul , pensateci bene ! Lo strale che scagliate 
contro un petto , ferisce nel tempo stesso un numero incredibile 
di altri cuori! Quando i fanciullini fanno dimando alle qnali 
non potrebbe essere data conveniente risposta, meglio è narrar 
loro, per dislrarli, una favoletta, ma senza, darla per cosa 
vera. Ragionate seco loro pressoché nel modo seguente: a Bam- 
bino mio, tu siei troppo piccino da poter capire questa cosa: 
senti una favola, che te la spiegherà quanto basti d. Indi rac- 
contate loro, come, per esempio, vi fossero angioletti rincbiasi 
nelle corolle de'Gori, e che dopo essere stati liberati da quel 
grazioso carcere , corsero nelle braccia delle mamme , come fa 
appunto il fratellino neonato ; e cose simili. Credo che in ogni 
paese corrano su tal proposito f alcune leggiadre Bnzioni giànn 
tempo suggerite dal bisogno. Fin tanto che i fanciulli fanno 
certe dimande • potete star sicuri che sono affatto ignari; le 
domande cessano col primo barlume del yero. 

L.' V. 




B 6CBITTI PBl FANdOLLl 299 



STORFA NATURALE 



DEGL'INSETTI 

3.^ Ordine. ^ Degli Ortotteri. 

(V. a vanii p. 485) 

Se si considerasse soltanto la natora delle ali anteriori « 
si potrebbero confondere gli ortotteri coi coleotteri^ giacché que- 
sti organi sono duri e coriacei si negli uni che negli altri, 
sebbene abbiano generalmente maggior solidità nei coleotteri 
cbe negl* insetti di quest'ordine; ma la disposizione delle ali 
membranose è affatto differente nei due ordini. Negli ortotteri 
esse oltrepassano in larghezza le elitre, ed hanno bisogno di 
esser piegate a ventaglio allorquando l'animale è in riposo, 
mentre quelle dei coleotteri sono piegate in traverso. Inoltre 
le elitre di questi ultimi hanno i loro margini interni cosi 
bene adattati l'uno accanto ali-altro da sembrare saldati in- 
sieme, mentre che negli ortotteri, i margini di questi astucSi 
sono più o meno disgiunti. Siccome però tanto negli uni che 
negli altri le ali' possono talvolta mancare , si ricorre ad un altro 
carattere per distinguere i due ordini. Questo carattere , che ò 
inYariabile e contante è preso dalla conformazione della bocca, 
perchè mentre nei coleotteri le mascelle sono sempre libere, 
negli ortotteri stanno invece racchiuse in una specie di guaina. 

•ttn^sti ultimi insetti differiscono pure dai precedenti per 
te loro metamorfosi, le quali non sono mai complete. La loro 
larva uék sortire dall'uovo non differisce quasi dalla crisalide , 
e quest'ultima non è mai involta in un bozzolo di seta, dimo- 
doché r insetto conserva tutta la sua agilità nei varj suoi 
stati. Pertanto si potrà sempre distinguere la larva dalla ninfa 
perchè quest'ultima presenta sul suo corsaletto i moncherini 
delle ali che debbonsi svolgere in seguito. 



300 LBTTDKI DI FAIBaJA 

Il genere di vita degli ortoHm offre poca ▼arietàr tatti 
questi insetti sono terrestri nei diversi loro stati , e preferiscono 
generalmente le sostanze vegetali alle animali. Perciò hanno 
il canale intestinale sviluppatissimo, e al primo stomaco o 
gozzo fa seguito un secondo stomaco muscoloso guarnito inte- 
ramente di pezzi solidi è cornei, atti macinare le sostanze 
vegetabili. Questo regime degli ortotteri li rendd sommamente 
nocivi, perocché infestano le nostre provvisioni di cereali, di 
legumi e simili. 

I loro guasti sono sommamente considerevoli , a motivo spe- 
cialmente del gran numero di questi insetti, e della facilità 
con cui si riproducono , a segno che talora divengono un vero 
flagello. Soprattutto nei paesi caldi, i danni che producono 
sono talvolta enormi. 

L'ordine degli ortotteri è incomparabilmente meno esteso 
dd precedente: comprende «cotanto due famiglie, vale a dire 
gli ariotieri earritori e gli orMttri iaitatorù 



Vamlfflla «egli mrttàwi 0«rrlt»rt. 

Gr insetti di questa prima famiglia ai distinguono da 
quelli della seguente per avere i piedi eguali e proprj a 
camminare ; carattere facilissimo a distinguersi , ma che però 
rftanisce animali tra loro differentissimi. Infatti i tre generi 
compresi in questo gruppo, vaie a dire le Forfécchie o Pinza- 
orecchi^ le Blatte e le Mante potrebbero formare ciascuna una 
famiglia distinta. I soli caratteri che abbiano a comune sono 
l'eguaglianza dalle zampe e> l*impoBsibilità di produrre alcun 
suono. 

Le Forfecchie (forficnià) dette anche volgarmente fcrhUij 
debbono il loro nome scientifico che significa tanagNe a diit^pro- 
lungamenti di natura squammosa simili alle mascelle di una tana- 
glia e come quelle mobili, i quali terminano il loro addome, e 
servono loro quali armi offensive. In alcuni luoghi il volgo le 
chiama Pinza-orecchi^ perchò v'ha un pregiudizio assai sparso, 
che attribuisce a quest'insetti l'abitudine d' introdursi nelF in- 
terno del cranio, forando il timpano delForecohio ; pregiudiiio 
assurdo, che non ha il minimo priacipio di verità. 



B SCUTTI PKB PAliaUtU 301 

È facile rieojDOBcere le forfwehie alla loro fordoa allungata • 
e spedalmeiite alla tanaglia che termina la parte posteriore 
del loro corpo. Sono cosi agili e si agitano tanto quando si 
cerca di prenderle, che difficilmente vi si riesce, e se non si 
tengono bene sfu|[gono dalle mani mentre uno meno se lo 
aspetta. 

Quest'insetti sono comanissimi in tutti i luoghi freschi e 
Qmidi, tro?ansi a branchi sotto le pietre, e nel legno marcio. 
Sodo yoracissimi, e distruggono moltissimi frutti nei giardini; 
sembra che divorino anche i cadaTCri degli animali so ne in- 
cootrano» e non risparmiano quelli della loro stessa specie. 

Una rimarchevole singolarità delle loro abitudini , si 6 la 
cara che hanno le femmine della loro prole. È vero che non 
è raro vedere gì' insetti provvedere con sollecitudine ai futuri 
bisogni di questa , ma una volta adempiuto a questo ufficio , 
pochissimi si occupano del resultato delle loro cure. Non fanno 
cosi le forbici, le quali non abbandonano mai le loro uova, e 
pare quasi che le covino. Se queste si disperdono le radunano 
<iì Buovo per farle svolgere. Quando le ìarve escono dall'uovo, 
esse accompagnano ovunque la loro madre che le protegge e 
le difende come fa la chioccia ai pulcini. 

Le Bluiie (Blatta) o piattole sono molto differenti dalle for- 
fecchie , e si può quasi dire che sieno l'opposto, perchè mentre 
queste hanno il corpo svelto eia testa sporgente, le blatte sono 
OTali rotonde , schiacciate , ed hanno la testa naiscosta nel corsa* 
iHto, al di là del quale non si scorgono che le lunghe antenne. 
Malgrado l'apparente pesantezza del loro corpo, quest'insetti 
SODO agilissimi e corrono con tal rapidità che è difficile rag^ 
Ipangerli. Si nascondono nei più piccoli buchi e nelle Tessiture 
^ pavimenti da cui escono soltanto la notte, e perciò.gli an* 
liehi davano loro il nome di lueifugae. ♦ 

Si credeva altra volta che questi ortetteri non partorissero 
^ due uova, il che rendeva inesplicabile l'eccessiva loro 
^liiplieasìone; ma dipoi si è riconosciuto, in grazia di più 
attente osservazioni, che quelle pretese uova erano dei gomi- 
toli pieni di un gran numero di germi, che le femmine tra- 
HNirtano eon loro, come fanno certi ragni. 

Le piattole vivono generalmente nelle nostre case, e spe- 
^alfliente nelle cacine, nelle botteghe di fòmajo, nei mu- 



903 LBTTUEB DI FAMIGLIA 

Uni ee.; la loro voracità è grandistjina e non risparmia nulla: 
le provvisioni da bocca , il cuojo, la lana ec. Qaelle specialmente 
delle Indie Orientali sono intollerabili, ed attaccano perfino le 
scarpe e gli stivali. 

«Le Mante (Mantis) si distinguono dai due generi prece- 
denti percbè banno cinque articolazioni ai tarsi » il corpo 
stretto ed allungato e la testa molto sporgente fuori del cor- 
saletto. Oltre questi caratteri, la bizzaria delle forme delle 
mante, impedisce di confondere quest* insetti colle forfecchie e 
colle blatte. A vedere il loro corpo lungo e sottile, il loro 
addome sporgente e le loro ali larghe ed estese, sembrano 
spettri. Difatti in alcuni luoghi hanno ricevuto questo nome, 
ed in altri luoghi invece chiamansi Prega^Dio. 

Questi ortotteri sono rari in Europa ; se ne trova uoa 
specie presso di noi, ed è il comune Prega-Dio. Stanno sogli 
alberi, in mezzo al fogliame dove è difficile scorgerli, a mo- 
tivo del loro color verde e della forma delle loro ali che le 
fa confondere colle foglie. 

VamlsU* d«i 0iatiitort. 

Questi ortotteri sono fiicili a riconoscersi alla lunghezza ed 
alla forza delle loro zampe posteriori , che permettono bro di 
saltare con un'agilità poco inferiore a quella delle pulci, e 
ciò ha valso loro da per tutto il nome di cavallette. 

I maschi di quest' insetti producono tutti un suono acolo 
e monotono , sia confricando tra loro i margini interni delle loro 
elitre , sia fregando il lembo posteriore di questi organi colie 
coscie, le quali fanno in certo modo Tufficio di un arco di 
violino. Tutti questi insetti sono erbivori, e stanno sia sugli 
alberi, sia sul terreno, ove cercano il loro nutrimento, l^ 
femmine depongono le loro uova nella terra. 

Questa è una famiglia tanto naturale che se ne potrebbe 
fare un sol genere; nondimeno per facilitarne lo studio si divide 
in Ire generi cioè: i grilli, le eavalletiey e gli ùeridi, 

1 grilli (grillus) sono da tutti conosciuti, ed è facile rico- 
noscerli alia posizione delle loro elitre- che sono poste orizzoa- 
tafanente sul loro dorso, mentre che nei due generi segnenti 
sono oblique e formano come un tetto sul corpo deH'animale. 



E SCBITTI VMM FAlfCIULlI 303 

Qaest' infetti trovatosi ger tatto, nei campi, nei giardini, e 
perfino nelF interno delle abitazioni , ove fanno sentire un grido 
acuto e penetrante. Questo genere comprende le grillotalpe ed 
i ^7/i propriamenie detti. 

Le grillotalpe sono un vero flagellò per la coltivazione. 
Annate di due zampe anteriori, egualmente atte a scavare ed 
a tagliare, praticansì con. queste delle gallerie sotterranee per 
nascoodervisi e per depórvi le uova . e cosi distruggono tutte 
le radici che trovansi sulla loro strada. Nei luoghi ove hanno 
stabilito la loro dimora veggonsi le giovani piante ingiallire e 
cadere in uno stato di languore , cui succede la morte. Il loro 
nome di grillotalpe è dovuto alla contemporanea loro somiglianza 
coi grilli e colle talpe, avvicinandosi a queste ultime per la 
forma delle loro zampe anteriori e per le loro abitudini sot- 
terranee. 

Quest'insetti sono comunissimi in Europa, specialmente nelle 
terre coltivate accuratamente, perchè ivi riescono nei loro la- 
Tori con minor fatica. Perciò sono temuti grandemente dagli 
ortolani e dai giardinieri , che fanno loro un' incessante guerra 
di distruzione; ma riesce difficile prenderli, perchè escono sol- 
tanto la nptte, e per ucciderli fa d'uopo sorprenderli nel loro 
baco. 

Le Cavallette (Locusta) si distinguono alle elitre disposte 
a tetto, alle antenne setacee e lunghe quanto il corpo, edalle 
foattro articolazioni dei tarsi. Molto più agili dei grilli le 
cavallette invece di fuggire la luce come questi, sembrano 
iovece cercarla con piacere, e si compiacciono di stare sulle 
piante basse , ora in silenzio ed ora stridendo fragorosamente. 
£ specialmente quando il sole è più ardente, che fanno udire 
i loro canti discordi. Ma se alcun rumore le. spaventa, esse 
fuggono tosto, sia saltando di pianta in pianta, sia volando. 
Va in ogni caso non vanno molto lungi^ e dopo ^ver per- 
corso una distanza di pocbi piedi, si fermano un istante, a 
meno che inseguiti vivamente non siano obbligati di riprendere 
immediatamente il loro slancio. 

Quest'insetti sono comunissimi nei campi e nelle praterie, 
sebbene siano distrutti abbondantemente durante Testate dagli 
uccelli insettivori; ma la loro fecondità è così grande che la 
lofo distrazione non è mai completa. 



30i|. LBTTDBB DI FAMIAUA 

Gli Aeriii (Acrìdium) diiferisoono dalle cavaltettó per la 
brevità dette loro antenne, le qaali non raggiungono mai la 
lunghezza del corpo. Quest'insetti che sono generalmente confusi 
colle cavallelte, sono i più terribili che si conoscano, a motivo 
della loro voracità e della prodigiosa loro fecondità. La specie 
viaggiatrice detta comunemente eavalluta di paesaggio^ è spe- 
cialmente rinomata pei guasti che produce nelle emigrazlooi 
che è costretta di fare di tratto in tratto. Volano *a turbe cosi 
numerose da intercettare la luce del sole a guisa di nubi. Gaai 
al paese su cui la notte sorprende questi insetti 1 Essi vi piom- 
bano sopra come la grandine, lo ricuoprono per estensioni di 
qualche miglio quadro, ed ivi distruggono in un momento anche 
ogni traccia di vegetazione , perocché non solo divorano le 
foglie, ma non risparmiano i ramoscelli e la scorza, dimodoché 
allorquando sono passate sembra che il paese sia stato devastato 
da un incendio. Per farsi un'idea del loro numero, basti dire 
che in alcuni luoghi , colle uova lasciate dopo la loro partenza 
8i è riempito fino a tremila vasi, ciascuno dei quali ne conteneva 
circa due milioni. Perciò la loro apparizione è un flagello simile 
alla grandine, alla peste ed alla fame. Fortunatamente non 
ci vuol molto e distruggerle ; e basta un vento impetuoso o 
una pioggia dirotta per farle perire a miriadi; ma in questo 
caso non è raro che racoumulazìone dei loro cadaveri in pulre 
fazione, produca delle malattie epidemiche molto micidiali e 
talora anche la peste. Queste emigrazioni sono però lungi dal- 
l'esser frequenti, e accadono quando quest'insetti essendosi 
moltiplicati smisuratamente per qualche causa che ne ha favo- 
rito lo sviluppo , non trovano più nel loro paese di che nutrirsi. 
Nelle annate ordinarie non sono gran fatto nocivi. In Oriente 
vengono mangiati dopo che sonò stati privati delle ali e delle 
zampe. prof. L. D. 



■(^90© 



« SOIITTI PBI VAfl€lDLLl 9ft& 

ALL/i MEMORIA 

DL 

RAFFAELLO CAVALLUCCI 

— *— 

a La gioventù e la morte sono cose tanto disformi e re- 
« pugnanti , che la loro unione ci parrebbe nn evento mostruoso 
« e incredibile, se non fossimo avvezzi a vederla frequentemen- 
« le x».. Queste sconfortanti parole di Vincenzio Gioberti (1) ci tor- 
Dano piene 4li mestizia al pensiero , ogni qualvolta dalla ghir- 
landa della vita vediamo staccarsi innanzi tempo un di quei 
Gorì che la facevan più bella. £ assai più- dolorose oggi cho le 
ricordiamo innanzi al cadavere di un amico, ove ebbe stanza 
UD gentilissimo spirito, in cui non sapresti dire se fosse maggiore 
la bontà deir indole o la virtù dell' fngegno. Oh miseria delle 
cose umane, e non ultima, yeder distrutte prima che mature 
le messi che davano tanto bella speranza di pingui ricolte I 11 
perchè non sia reputato inutile s^lla memoria dello inclito amico 
questo tributo di lacrime, come quello che muove non da serva 
adulazione di abbaglianti grandezze, bensì dal cuor degli 
amici e dalla patria carità; che sente dover rimpiangerei pochi' 
baoni e savj, oggi che di bontà e saviezza vsinno sceme le 
menti ed i cuori. 

Nacque RaRaello Cavallucci in Firenze ai 18 di Novembre 
del 1818 ; e abbenchè fino da' primi anni, fosse infermiccio della 
persona], appena sembrò l'età comportarlo fu dagli amorosi e 
solerli genitori posto agli studi nel Collegio de' padri Scolopj 
ore ricevette il primo avviamento nelle lettere e nelle scienze. 
Venuto innanzi negli anni e nella cultura applicava alle lingue 
moderne ; bene conoscendo che in questo cosi rapido accomunare 
della^umaua famìglia^ fosse non solo utile ma necessario ren- 
dersi padrone j almeno delle più comuni. 11 perchè l'idioma 

(1) Il Gesuita Moderno. Dedica alla memoria di Giulio Robecchì. 
IV. n. e. 39 



906 LvrranB u vaiii«ua 

francese e F inglese imparò cosi beae non solamente da par- 
larli come fossero i snoi , ma anche da scriyerli con eleganza. 
Né si creda che ciò facendo tenesse in non cale lo stadio dei 
linguaggio materno; anzi fu tanto in lui Tarnore per la dolcis* 
sima favella del #i, che soleva dire, come leggesse taholla 
certi libri vinto in special modo dal magistero squisito delle Trasi 
e delle parole. Ma non fu pedante; e questo bone intendano co- 
loro, che scambiato per delirio di mente allucinata » lo ufficio 
nobilissimo del letterato nella mania della lociisla, credono av- 
vantaggiare i yeri e sodi studi filologici con una guerra pcile- 
gola e vergognosa senza scopo e senza concetto. 

Ma in oggi la virtù della modestia , che tanto ebbe in pre- 
gio il nostro ami€x>p è disconosciata dai più; e non si vuole 
altro che porre innanzi so stesso in danno altrni. È invalsa|,e 
la ci viene 'con tante altre d-oUremonte, la trista massima 
che meglio d'ogni altra cosa giovi a porsi in mostra il prorom- 
pere in allo schiamazzo, fosse pure dicendo male di 4ntto e di talli. 
Chi più strilla ha più ragione, essi dicono ; ed in tempi siccome i 
nostri la regola il più di sovente non falla ; ma per^'giostizia 
al vero convien dire che il buon senso non ò ancor morto ne- 
gli Italiani, e che in questo bagliore di false luci» qualche rag- 
gio di sole penetra talvolta a rischiarare le menti. Povero Raf* 
facllo I a Itti non facevano al caso siffatte lustre , e pintlosto 
che farsi innanzi gridando guardatemi , amò meglio nascondere 
con modestia degna d'altro tempo, il fratto dei lunghi e beo 
coltivati studi. Contento del suo impiego nella nostra Accademia 
di Belle Arti, rivolse a coleste nobilissime figlie deirumano 
pensiero le idee, e guidato dal consueto dritto consiglio, pub* 
blicò nel giornale Le Arii del Disegno^ diretto da suo fratello, 
alcuni articoli, da lasciare vivissimo il desiderio di le^croe 
dei nuovi. 

Ebbe non lunga la vita, ma benché breve sovente amareg- 
giata dai disinganni ; pure amò sempre gli uomini a norma 
di quella leggo divina che ci vuole fratelli , ne compatì le 
debolezze e gli errori , e con fermezza e coraggio supcriore 
airallnii malignità seppe scusare, perdonare e anche, il cbe 
vai meglio , dimenticare le ingiurie. Però alla generosità del- 
l'animo male rispondevano le forze del corpo ; e l'infelice assa- 
lito da quel morbo distruggitore, che fin dalla prima giovenlò 



B ICMTTl PBl y^ft^lOU.! 307 

lo avea oiDacciato, andava IcDtanMnIi a consumarsi. La spe- 
ranza dì ricuperare la salute non Io tbbandonò mai , né mai 
sino alla fine disperò di. so stesso. Negli ultimi mesi poi confi* 
darà riaversi niuiahdo uria; ma come spesso avviene a coloro 
che SODO afilitli da cosi terribili malattie, invece della salate 
troTò io cotesto viaggio nn rapido peggioramento. Il fratello 
Iacopo, nnica e cara persona di famiglia che fessegli rimasta, 
corse presso di ini , e appena ebbe il tempo di rìcondurlo in 
Firenze , ove pochi giorni dopo, la mattina del k ottobre 1857 
rotò a ricongiungersi alla cara madre sua , la cui dolorosa per- 
dita, avvenuta sei mesi innanzi, forse fu causa deiraffrettarsi 
doIKultima ura del nostro amico. 

Povero Raffaello t tu posi adesso in seno alla, madre, né 
più ti affannano le miserie mortali. Il maggior male è per noi , a 
cui vien meno, in tanta miseria e tristizia di tempi , un cuore 
aITcUaoso, un'anima bella e piena d'amore come la tua. Ma non 
ci mancherai intieramente, se ripensando alle doti di che andavi 
adorno, quelle ci porremo innanzi per guida; chèla laude più 
bella da tributarsi alla memoria dei trapassati sta intiera nello 
imilarne le virtù. 

10 OHobre 1857 

^ G. E. Saltini, 

anNunzj di libri 



Sul Mmumento di Vittorio Alfieri in 8. Croce tu firmzè. Di- 
scorso di VmcENZO SALVAGNOti. Firenze. TipograHa Le Mon- 
nter. Volume in 8vo di pag. 68. 

Noi annunziamo e caldamente raccomandiamo ai nostri 
associati questo Discorso, perchè oltre ad essere destinato a 
soccorrere gli Ospixj Marini , dei quali già più volte abbiamo 
tenuto parola in queste Letture ^ è bello esempio di sapienza 
e di coraggio civile ; opportuno sempre negli stati e quando la 
fortuna loro è prospera e quando è avversa ; ma necessario, e 
più meritorio » quando le calamità dei tempi porgono maggiori 
impedimenti a questo ufficio nobilissimo delle lettere , a questo 
adempimento di doveire cittadino. 



308 . ' LSTTOfE DI PAklMJA 

Ma dei pregi tettetaiì non appartiene discorrere a noi ; né 
ci possiamo fare giodici delle Opinioni del valente statista. A 
noi basti ricordare che quelle pagine spirano carità di patria , 
che i nomi di dae tra le maggiori glorie italiane , l'AlGeri e il 
Canova sono degnamente onorati ; e sperare che gli Ospizj Ma- 
rini abbiano a ritrarne non lieve soccorso. 

E perchò io questo particolare sia meglio palese il savio e 
pio intendimento dell'autore , riporteremo la seguente lettera da 
lui premessa al discorso: 

A GIUSEPPE BARELLAI 

Esresto Medleo p Amieo fMto. 

a E*mi pare molto savio consiglio aver deliberato che il 
tuo Istituto degli Ospizi Marini venga soccorso soltanto coi 
prodotti della mente » perchè questa cosa è grande estimazione 
della prima ricchezza dell'uomo : la quale essendo dispensala 
da Dio stesso in più disegnai modo della ricchezza materiale, 
chi può dar poco non sarà da imputare , e dando poco proverà 
dolore ,ma non yergogna. Tale son io , che accogliendo il tuo 
invito ti mando questo Discorso da me preparato per gli Onori 
Parentali a Vittorio AlGeri neirAccademia di Pistoia, ai quali 
fui impedito di leggerlo da cagioni tutte fuori della volontà mia. 
Certo avrebbe QYuto cortesi e acuti uditori : cosiffatti ora , mi 
auguro , avrà lettori » cui non parrà strano che a ben conoscere 
un'opera dell'arte si debba penetrare la riposta intenzione del- 
l'artista. Del che magistrale esempio ne porgono le considera- 
zioni profonde di Giovan Batista Niccolini sulla intenzione di 
Michelangiolo nello scolpire il sepolcro di Giuliano de 'Medici. 
Nò diverso Gne si proposero il Buonarroti e il Canova ; sebbene 
quegli punisse il Medici morto, e questi incitasse Napoleone 
vìyo. Cosi que'due monumenti direi appartenessero più alla 
storia della nazione che a quella dell'arte. La qual cosa mi 
sembra che tanto più cresca il pregio del monumento canoviano» 
quanto più i tempi si riscontrino con la intenzione dell'artefice, 
e promettano effettuarla , iniziando veracemente quella condi- 
zione di cose, per cui solo ò possibile il bene civile della 
Italia. Addio. 

Corniola presso Empoli, a'48 d'ottobre 4867. 

Vincenzo Salyagnoli. 



B BClim PBl rANCIULlI 309 

SiUire di Anastasio Bousehso. Milano , co* tipi di G. Redaelli. 
Volume in Sto di pag. 14^. 

L*aver noi pubblicato alcune di queste Satire 'prima che 
reoisse in«luce il libro che le contiene, addimostra in qual 
coolo le tenessimo ; e già lo dicemmo con poche ma sincero 
parole che precedevano quei componimenti. Ora annunziamo il 
libro, e speriamo che chiunque lo leggerà debba venire nella 
Qostra sentenza. 



Cmtìpofolari , e Poesie di Cbsajib Cavaba. 
Bologna 1855 e 1857. 

Sono due libretti contenenti molte poesie d'argomenti per 
lo più, domestici, affettuosi, e così detti popolari. L'autore 
spesso ha vena veramente poetica e forma gentile, ed è poi 
woipre intento a inculcare virtuosi e generosi sentimenti; e 
soprattutto Pamore verso il povero popolo, il compatimento di chi 
soflre, la stima delle ingenue e modeste virtù della gente oscura. 

Questo egli dice tra le altre a una Signora che leggeva 
on libro dedicato alla, classe infima del popolo : 

€ Bella, se in lini candidi 

Lieve-ondeggianti avvolta, 

Fra il riso delle Grazie 

Fidi la chioma sciolta 

Agli artiOcj ingenui 

Del pettine legger; 
ff Ma più vezzosa e amabile , 

Quando chi soffre Intendi, 

Quando con una lacrima . 

La man pietosa stendi 

Al tapinel che al gaudio 

Sempre non Oa stranier ». 
Benedica il cielo le intenzioni generose e pie di chi agogna 
l'alto ufficio di poeta del popolo, e specialmente in tempi nei 
quali è viepiù sentito dagli onesti il bisogno di migliorarne 
lo stato intellettuale, e più scaltramente sono avversate dai 
■maligni le cure di quelli. 



310 IBTTTRB DI PAflfOI.U 

Il Fiorentino hlruito nelle co$e delta $ua Patrku Calendario pel 
1857 (Anno XI). Firenze . Gìoseppe Polverini editore. Vo- 
lume di pag. 128 in 16mo. 

È stata altre volte e meritamente commendata questa pub- 
blicazione periodica , e perciò saremo paghi di ricordarla an- 
nùniiaadone la oontinuasione ai nostri lellori. 



Primo libro delPÀdoleseenM ^ o$$ia eeereisq di Lettura e Lexiwi 
morali di Af. DBLAPALMb. — Prima ver$ione Ualiana ad m 
delle scuole elementari. Pisa. Tipografia di Lorenzo Citi 1857. 

Ron ha gaari annunisiammo in queste Letture di Famiglia 
il Primo libao dbll' infanzia pubblicato dall' operoso maestro 
Don Giuseppe Bottini; ed ecco ora T altro libro che egli pro- 
metteva nel dare in luce il primo. Facemmo allora merilato 
encomio dell* intendimento e dell* opera ; e altrettanto è da fare 
pel nuovo libro* Giudiziosa èia seeila, ben condotta la versione, 
e diligente è la stampa io grossi caratteri. Questo libretto ci par 
dunque utilissimo ; ed esortiamo i genitori e i maestri di scuole 
elementari a farne loro prò. A questi appunto è dedicato, e eoo 
parole che li richiamano a gravi e utili riflessioni intorno al- 
l' ufficio dell'ammaestrare e educare l'adolescenza. Le leggano 
e le meditino, e torneranno di non poco vantaggio ad essi e ai 
discepoli. 



CRONACA DEL MESE 



Alla metà del Novembre incominciarono le elezioni dei Depatati in 
Piemonte , e questa volta non vi fu partito che si astenesse dal concor- 
rervi e dall' impiegar tutti i mezzi per ftir trionfare i propij candidati. 
Da questa battaglia elettorale ne è derivato che diversi deputati, i quali 
er^no siati sempre eletti in alcuni collegj Son rimasti vinti dai candi- 
dati di un altro partito ed hanno perduto il seggi9 da lore Bn adesso ot- 



B SGuxn rBi rAji€iou.i 311 

topato alia Camera; altri haooa rice?olo il maDdato da cottegj diverti 
da fieli! che fino ad ora %ì'\ avevano elelli 9 come Broflério e La-^Mar- 
mora; altri in fine «eoo ftati eletti in più eoUegjt come Cavour e il conte 
Soiaro della Margherita » il quale è corifeo del partito retrogrado. 

Ciò nonostante la maggioranza liberale, al ministero è assicurata. 
li centro e la sinistra, che negli afiari più importanti si troveranno uniti» 
coniano 107 vpti. La destra contraria al minisleto ne conia 58* Died ri- 
nuogono incefrfi. Ma come è hen facile a intendersi , fino alle prime 
roiaiioni non sì potrà conoscere la vera fona dei diversi partili nella 
camera. 

Paleocapa si ò ritirato dal Ministero» ed il CommeDdatore Bona è 
stalo cbiamato a succedergli ; questa mota stono per altro non cambia 
io oulla le opiofoni del mioislero, ed ò da attribuirsi solamente a circo- 
Maaie personali del Paleocapa, che da mollo tempo desiderava di ri- 
lìranL 

Anche nel Belgio ferve la loda elettorale. Il Be accette la dimis- 
liooedei ministri, e incaricò della formazione del noov9 gabinetto il 
sigiuw Carlo Rogier , il quale accettò V incarico e ai circondò di no- 
mini noli per le loro opinioni decisamente liberali. 

Il Re di Porlogalìo apri in persona le Cortes, nonostantechè la feb- 
ive gialla non cessi d' infierire a Lisbona;, dove ha già fallo moltissime 
▼illlme. 

A Londra fti apertd il 3 Dicembre il parlamento inglese ; e nel di- 
ttorao della eorooa si accennò per princìpal motivo di questa convoca- 
zione r interesse commerciale, V approvazione delle misure eccezionali 
prese dal governo verso la banca; e in ultimo il parlamento fu invitato 
d'I occuparsi degli alfori dell'Indie, dove si continua sempre a spedire 
rlDroneidi Iruppe; e di alcune rifoirme deiramminislrazione interna del 
regne. * 

La opinion pubblica sempre più si manifesta contraria al governo 
I biella Compagnia delle Iodio, ma non è facile che gì' Inglesi si inducano 
I > mettere in mano al governo la distribuzione di tanti impieghi e la di- 
I retta amministrazione di tanti tesori. Intanto le notizie che vengono 
dall'Indie recano sempre un miglioramento nella situazione degli In- 
Siesi. Delhi riconquistata ; Lucknow liberala ; i ribelli baduli in più 
scontri da truppe tre quattrD volle inferiori di numero ; i rinforzi che 
adesso cominciano a prender parie alla pugna; la mancanza di capi 
(iislinli fra gì' insorti , (ulto concorre a far credere che gì' Inglesi ritor- 
ceranno ben presto padroni dell'India. 

Anche in Francia il 28 Novembre fu aperta la sessione del Corpo 
l'Ogislativo. Il discorso della corona letto dal Conte di Morny fece Tapi 
logia del governo imperiale, mostrò come la opinione della Francia era 
stata ristabilita all' estero, e come da tutto il mondo riconoscevasi la i*^ 



312 USTTOAB U rAMIOUA • 

lei 8op«rÌM'it&; Mkfine parlsya della erìsi OniDuarià, e inftttTa T as- 
semblea a ooadiavare il f overira nel preodere la miaare più opporlaae 
per riparare al gravissimi danoi cbe ne deri ratto. 

Una lettera dell' Imperatore al miDistro delle Aaanse Tenne op- 
portuna a mostrare come questa erisi fiMoitaria fosse prodotta in gran 
parte dal timor pàaico più che dalle cattive coadiaioni in coi si tro- 
va il paese. 

Mentre negli anni scorsi le raccolte eran mancate e la banca di 
Francia era in sitoazioni assai più eritiohe, non si lece rieorse a nù- 
sare eccezionali cbe avrebber portato V allarme nel commercio e fra i 
capitalisti; tanto meno adonqoe il governo francese vi rìeorrerebl)e 
adesso, come alèoni malevoli andavano spargendo. Qoeste cose diceva 
Napoleone con molta evidenza; ma nonostante i fallimenU sono conti* 
noali , e la sospensione dei lavori ba caosato tumulti nelle elassi roa- 
nifatioriere, specialmente in Inghilterra. Ora la fiducia comincia a ri- 
nascere» ed è sperabile cbe gli atlàri riprendano il loro corso natarale. 

1 voti espressi dai divani ad hoc di Moldavia e di Vallacchia hanno 
ineonlrato la più viva opposizione del governo torco, il quale con appo- 
site circolari alle potenze europee protesta contro l'unione dei Princi- 
pati , taccia di rivoluzionarie le loro domande , nega l' esistenza dei 
trattali che i divanì hanno citato in appoggio alle loro deliberazioni ; e 
adona troppe ai confini per esser pronto ad ogni eventualità. La Raasia 
e la Prussia si riportano alio folore conferenze di Parigi e si tengono 
nella massima riserva ; V Austria e 1* Inghilterra ìndioano a favore delia 
Porta ; la Francia continua a difendere le libere manifestazioni dei voli 
di quei popoli ; ma vi è chi nota anche in essa un certo raffreddamento. 
La questione orientale presenta ancora molte cose^ilflcili a risolversi 
di pieno accordo fra le grandi potenze. 

A Magonza lo scoppio d' una polveriera produsse gravissimi danni. 

La corda telegrafica è stata felicemente immersa fra Cagliari e 
Malta, e cosi le notizie deir Indie potranno giuttgere a Londra con aa- 
sai più sollecitudine: 

A. a. e. 




Voi. IV. (Dicembre 48 57) N.» 6. 

LETTURE DI FAMIGLIA 

DI FIRSMZK 



IL DANARO TROVATO 

-9- 



— Babbo , quel povero ragazzo ha raccattato roba da terra... 
Goarda » guardai È tutto allegro. Gorre via come il vento. Ohi 
<lcaoi che mi passavano daccanto hanno detto che ha trovato 
OD fonor-monéte con molli danari. Male per chi Tha perduto» 
«bene per chi Tha trovato, non è vero? 

— E peggio per chi l'ha trovato, tu devi dire. 

— Ohi e perchè, babbo? 

-*- Riflettici un poco, e da te stesso troverai la ragione 
<U mio detto. 

•^ Non saprei. È roba trovata... Se il padrone non gliela 
ncfaiede , mi pare che quel povero ragazzo possa tenerla per sua. 
^ avesse usato qualche malizia per appropriarsela , sarebbe 
fQaai lo stesso che rubare; e allora , oh! allora è delitto. Ma..» 
^M n'andava pel fatto suo; vede in terra un porta-monete; 
lo prende; nissuno gli dice : L' ho perduto io... Deve andare egli 
(tesso a cercare del padrone ? sarebbe impossibile... 

— Impossibile ! Tu , che cosa faresti se ti trovassi nei 
piedi di quel ragazzo ? Ti terresti per tuo quel danaro ?... 

— Se nesaano me Io richiedesse ? 

IV. M) 



314 umuiB M wàmuaxA 

— Tu non faresti alcuna premura per rintracciarne il 
padrone T 

— > Poniamo che il padrone fosse un ricco al quale poco 
danno venisse dall^aver penlnto quel danaro... 

— E come faresti tu a saperlo? Ma voglio anche coace- 
derti che tu abbia la certezza che al padrone del danaro non 
arrechi danno l'averlo perduto... Nondimeno» che cosa faresti? 

— Eh I Tu hai ragione... Non mi darebbe l'animo di ap- 
profittarmene. M' ingegnerei di restituirlo al padrone; e se noo 
lo trovassi... dopo un pezzo... Che cosa fame? Si, lo distribuirei 
ai poveri. 

— E non faresti altro che il tuo dovere. Ho udito narrare 
che in alcuni luoghi, e appunto in qualche città della Svizzera, 
chi trova roba di valore perduta da ailri , la' raccatta , e la 
posa in un luogo frequentato da tutti, dove questa roba rimane 
intatta fintantoché il padrone che ne va in traccia non viene a 
riprenderla ; ovvero chiunque la trova la consegna nelle mani 
di qualche magistrato , e ne dà pubblico avviso nei giornali o 
in altro modo. 

— Mi piace davvero questa usanza. È segno che in quel 
paese tutti sono persone oneste. 

— Qui tra noi vedo spesso Alle cantonate gli avvisi di chi 
ha perduto qualche oggetto di valore e la promessa di ricom' 
pensa a chi lo riporterà al padrone; e non ho mai veduto... 
aspetta... dico male... una volta ho letto in gazzetta Tattiso 
di chi ha trovato.-. ^ 

— Sarà stato uno Svizzero* 

— E perchè non potava essere un Italiano ? Credi ta che 
anche tra noi non vi siano persone oneste? 

— SI , si... £ tu » per esempio , avresti fatto lo stesso. 

— Io e tanti altri; perchè t ti ripelo, ovvero, tu conosci 
bene da te medesimo, che non solamente il restituire la roba 
d'altri è dovere , ma è dovere anche il darsi premura di rin- 
tracciarne il padrone ; o di far noto il ritrovamento della cosa 
perduta. 

— O se venisse a richiederla uno che falsamente soste- 
nesse d'averla posseduta ? 

— Oh! non mancano cautele per isventairela frode. 

— Altrimenti sarebbe meglio fare un'elemosina. 



B ftcutn rsi VAHciOLLi 315 

— E quando il vero padróne non m trovasse * allora i sicuro, 
appro?erei Telemosina. E forse il padrone medesimo . se fosse 
ricco e generoso t potrebbe far godere a un povero o il valore 
della cosa perduta o la ricompensa che non venisse accettata 
dal restitutore. 

— Con tutto ciò ancora non capisco bene perchè possa dirsi 
figgio per ehi V ha ircvata. 

^ Né io pretendo che la tua poca esperienca arrivi a ca- 
pirio cosi frcilmente. 

<*- Po* poi quel'ragaizo era povero; e figurandomi che con 
qoei danari e' possa dare qualche aiuto ai suoi genitori i mi 
parrebbe da compatire se ai è approfittato della fortuna. 

— Speriamo che piuttosto e' non sia da compiangere. Ma 
prima di tutto, bada bene di non offendere il povero, come tanti 
leggermente o involontariamente sogliono fare , dandosi a cre- 
dere che sol perchè è povero sia capace di commettere senza 
Kmpolce senza suo gravissimo danno, quelle azioni che il fa- 
coltoso e dabbene reputa •colpevoli. Io ti posso affermare, con 
molti esempi dei quali fui testimone, che tra i poveri , spe- 
cialmente tra coloro che non sono poveri per propria colpa , le 
leggi deironesto sono osservate oon rigore e spesso con virtù 
veramente eroica* Sovente una buona azione che per noi è 
semplice adempimento di dovere « in essi è merito grande. A chi 
i provveduto del necessario, a chi non ha da temere la povertà, 
il resistere a una tentazione, è fSacile, figliuol mio ; ma per colui 
che deve guadagnarsi il pane oon aspre fatiche , per colui che 
Ulora , sebbene abbia voglia di lavorare , non ricava dalle sue 
tiliehe il campamento per la famiglia , oh ! per colui il serbarsi 
onesto a ogni costo, il non approfittarsi della colpa, special- 
■Dente quando per ignoranza non sa bene se sia colpa, o quando 
è certo di non riportarne pena , ò yirtù vera. Spesso il solo 
lentimento di squisita delicatezza, il solo, amor natlirale del 
giusto e dell'onesto rattiene dalla colpa il povero, ancorché egli 
non sappia , in qualche insolito caso, giudicare se il fatto da cui 
>i è astenuto era colpevole. Io mi sono trovato più volte in mezzo 

* poveri artigiani, e gli ho veduti dar prova di tanta onestà, 
di tanta generosità da commovermi, da invitarmi ad ammirare , 

* venerare quella pronta e ingenua virtù inconsapevoli) di sé 
(tessa. Otk\ non siamo, non siamo così pronti a supporre che 



316 LETTO» DI rimaui 

Taomo sia capace di male operare yolootarianiente ^ sol perché 
lo vediamo coperto di misere vesti; non ci affrettiamo a diffi- 
dare del povero, nemmeno quando e* vede il cattivo esempio 
tanto spesso e tanto facilmente dato da chi vive neiragiatezza 
o nella opulenza. Ricordati che i veri poveri sono i prediletti 
del Redentore ; e non solo perchè la carità abbia ad essere 
esercitata verso di quelli , ma ancora perchè niuno può meglio 
estimare le loro virtù di colui che sa riconoscere anche in essi 
ì propri fratelli. Noi li lasciamo languire nella miseria e nella 
igiioranza , che è peggiore d'ogni miseria , e ci diamo poi anche 
a credere ch'e'non possano essere onesti; lì teniamo in conto 
di gente spregevole sol perchè li abbiamo disprezzati ; e diffi- 
diamo di loro quando per averli fatti divenire men buoni col 
nostro abbandono ) col cattivo esempio o coi mali trattamenti, 
vediamo o solamente ci figuriamo di non potercene più fidare. 

Dopo questi e vari altri discorsi , il genitore e il ftnciollo 
tornarono a casa , e la loro mente ebbe a volgersi ad altri 
pensieri. In breve non si ricordarono pi%- del ragazzo che aveva 
trovato il porta-monete; né avrebbero forse avuto occasione 
di rammentarsene più , se qualche anno dipoi non fosse avve- 
nuto un fatto , pel quale il figliuolo stesso ebbe a dire al padre 
suo che pur troppo erano state disgraziatamente profetiche 
quelle parole: e peggio per ehi l'ha troeatc. 

Non istarò a narrare i particolari del fatto, poiché non vi 
è nulla di straordinario, essendo uno di quei tanti avvenimenti 
dolorosi pei quali sogliono essère schiuse le carceri a chi non 
potè trovare aperte le ottime scuole; o perchè delle ottime ne 
siano troppo poche, o perchè non tutti coloro che ne hanno 
maggior bisogno vi possano essere educati e ammaestrati. 

Noterò soltanto quello che basta a spiegare il detto di 
quel savio genitore. 

Il ragazzo che trovò il porta -monete era figliuolo di povera 
gente, e stava per fattorino in una bottega di manescalco. 

Neirandarsene tutto allegro col danaro trovato s'imbattè 
in un suo compagno, un poco di buono, scaltro e scioperato! 
il quale aveva fatto per due anni il groom con un lion novellino, 
.escito di poco tempo dal collegio e dallo stato pupillare. Presto 
erano mancati al lùm i danari per tenere cavalli da corsa, f^^ 
lare le scommesse, per giuooare, e simili altre nobili splen- 



B SGUm VEM VAKOViU 317 

dideiie ; i creditori più iosolenti dod avevano volalo più a 
lungo aver fiducia nella onoratezza specchiata del gentiluomo 
di primo pelo; ed era stato gioco forza vendere i cavalli, af* 
filtare stalla e rimessa e fare un viaggio nel più stretto inco- 
gnito per gabbare i creditori più umani o che si erano svegliati 
più tardi, e per affinare la educazione in mezzo alla. colta 
società dei sahns parigini. 

Vix groom , sebbene avesse fatto progressi alla scuòla degli 
stimabili amici del suo padrone, e potesse, perchè aveva talento, 
stare a petto di qualche grvom inglese pmto sangue ^ era sempre 
a spasso da qualche mese , e campava d'ozio industrioso. Ve« 
dendo Tamico suo a quei modo giulivo gli venne voglia di co- 
oosceroe la cagione; e sebbene Ceppino avesse fatto proposito 
di tener celata a tutti, fuorché a sua madre, la cosa, colui 
seppe far tanto bene che gli riesci di scoprire il segreto. Figu- 
ratevi allora con quanta eloquenza si accinse a dissuadere il 
ragazzo dal portare quel danaro a sua madre I Tu la faresti 
baonal Presto si saprebbe che tu hai avuto questa fortuna; il 
padrone del porta-monete potrebbe farsi vivo, e ti toccherebbe 
a restituirlo* Eh via 1 Tu te li. devi godere. Appunto siamo di 
carnevale. Stasera c'è il corso; ho anch'io qualche soldo 
(il mariuolo aveva le tasche asciutte come l'esca), voglio diver* 
tirmi, mascherarmi» andare al veglione; e poi e poi... vedrai se 
saprè farti godere da quanto un signorino I O che noi quando 
abbiamo la borsa gaia non siamo da quanto i riechi? non pos- 
siamo andare per tutto con la maschera al viso?...- Insomma 
cavò fuori tutti gli argomenti possibili per vìncere la repu- 
gnanza che il mal capitato Geppino addimostrava a seguirlo; 
e tanto fece lo scaltrito che gli riesci d' invogliarlo a fare al- 
meno per due o tre giorni la vita, com'egli diceva, del signo- 
rino; vale a dire dei signorini che aveva avuto la occasione di 
conoseere quando stava a servizio del lioneelio* 

Non andiamo dietro a questi due disgraziati , né ai caffè, 
né al corso, né alia trattoria, né al teatro, né al veglione... 
Potete immaginarvi come fossero spese le poche lire che erano 
nel porta-monete , e il valore del porta-monete stesso , e come 
\'ex groom avesse saputo farne suo prò. Geppino rimase mezzo 
gmllo dopo lo sbalordimento di quegl* insoliti svaghi; ma gì» 
runaae pur troppo , o gli tornò poi la voglia di goderne. Ecco 



3tB LBTTUIB DI 9AMMUA 

Qn altro carnevale ; ma questa volta mancata il porta-moiiete. 
Come fare ? A Ceppino era rimaalo sempre neiranimo il ricordo 
della gran contentezza provata a possedere il danaro guada- 
gnato senza fatica... La sola fatica di chinarsi e raccoglierlo... 
Questa ricordanza lo perseguitava sempre , e specialmente ogni 
volta che, anche senza chinarsi, la mano lesta e rapace avrebbe 
potuto servire... Infelice I Gli strepiti del nuovo carnevale,! 
fantasmi del lusso lo sedussero. Quella mano non seppe resi- 
stere alla tentazione. Trovò qualche scellerato compagno cbe 
gli dette animo... E dopo due o tre furti commessi per godere 
aach'egli un po' di carnevale , finalmente fu còlto in fallo; ed 
eccolo nelle carceri; eccolo minato forse per tutta la vita. 

P. Tbouar. 



SOGNO 
-•- 

Dormendo io sul meriggio d*un caldo giorno d'estate* 
mi pareva d'essere in un giardino ripieno di ogni delizia. Nel 
mezzo di esso slanciavasi uno zampillo d'acqua, il quale giunto a 
piccola altezza veniva dairaria diviso io splendenti e innane- 
revoli stille t che tremdantì e graziose ricadevano nel seno di 
marmorea vasca. Fiori di mille forme e tutte vaghe, e varia- 
mente coloriti lo abhellìvano, e profumavano l'aria con soave 
fragranza; uccelletti dipinti dei più hei colori, ool lieto garrito 
rendevano ancora più grato queirBliso. Parevami d'essere sedata 
a* pie d'un salice, il quale facendo ombra alla vasca incurvava 
con molle ondeggiamento le hraccia flessuose sopra il mio capo. 
Io mi stava cosi pensando a' casi miei, quando una celeste 
melodia interruppe la mìa meditazione : tesi Torecohio , e par- 
vemi che i suoni grado a grado mi giungessero più distinti. 
D' improvviso cessò l'armonia , e vidi due putti , anzi due an- 
gioletti ( che tali apparivano) venire alla mia volta. — Certo, 
pensai, mi trovo nel Paradiso terrestre, e questi ne sono i 
felici abitatori. — Poi con ocehi fissi a quegli esseri divini che 
mi si erano fermati dinanzi , ne andava osservando con stupore 
ogni lineamento: erano delia medesima statura, ed alati ambe- 



B fCUm FM PAIMIIOLU 310 

doe; a uno di easi però le ali si colorivano di giallo « mentre 
qaelie del compagno aplendevaoo di limpido azzurro: il primo» 
brunetto di carni , il secondo bianco al pari d'un giglio; quello t 
neri e corti i capelli , questi lunghi e ricciuti, e pareano fila d'oro. 
Nella destra aveva ciascun d'essi un' urna, e nella sinistra una 
banderuola: l'insegna del putto col biondo crine e col volto 
ioavemente lieto e sereno t era rossa con un candido gìglio nel 
mezzo; quella dell'altro che mi pareva meno ingenuo e a cui 
balenava un malizioflO sorriso sul labbro, era cangiante tra il 
color d*oro e il rosso. L'urna del primo era di schietto legno 
senza alcuno ornamento ; quella del secondo riccamente dorata 
ed ornata di diamanti, rubini ed altre gemme di gran pregio. 
Allora una voce proferi queste parole: In ciascuno di questi 
rasi sta racchiuao differente destino; scegli, o mortale, l'urna 
ehe preferisci, e quella abbiti siccome cosa di tuo dominio. 
Mi feci allora a esaminare attentamente i due vasi. Cercava 
in quel mentre di investigare che cosa significassero gli sguardi 
dei due putti ; ma essi facevano vano il mio disegno volgendo al- 
trove la testa. Guardato allora il vaso disadorno, dissi fra me: Che 
aspetto meschino! ivi non può accogliersi che miseria e tribo- 
lazione. Rivolto all'altra urna., pensai: Ivi però ha da essere 
vera felicità, ricchezza, bellezza... ogni bene; sicché io scelgo 
questa d'aspetto tanto lusinghiero. Allora, come se avesse inr 
dovinato il mio pensiero, il bambino che teneva il vaso da me 
prescelto, me lo porse con un sorriso di trionfo, e osservai che 
gli occhi gli scintillavano di sinistra gioia; mentre il compagno 
SQo mestamente sospirando chinava la tasta. Presi l'urna, rico* 
minciò l'armonia, e qudrapparizione si dileguava nell'aria. Ri- 
tornata nella primiera quiete, volsi tutto l'animo alla mia urna. 
Titubara ad aprirla perclié in quel punto non mi sentiva intera- 
mente appagata della scelta fatta. Finalmente volli vedere, ma 
oimè ! oh stolte e lusinghiere speranze 1 Un denso vapore si 
levò ratto dal vaso, appena n'ebbi tolto il coperchio; e, che 
dico io? l'urna medesima risolvendosi in fumo, andò a formare 
in cielo un gran nuvolo nero. 

Udii allora terribili tuoni» che pareva dovesse finire il 
mondo; i lampi mi abbagliarono, e una forte pioggia mista a 
grandine fece dileguare le immagini leggiadre che prima mi 
avevano rapito. La grandine sperperò i vaghi fiori e portò seco 



280 LBTTimB DI wàmoiià 

il graBioflO lampillo ; il fulmine ed il vento atterrarono i begli 
alberile con essi il salice ospitale; il fracasso della bufera mi 
finalmente Tuso dei sensi. 

e. s. 



Troviamo neW hiituiore questa graiiosa lettera inedita del 
Goszi, e rendendone grazie a chi Tha pubblicata pel primo, 
ne facciamo, dono» che sarà certo gradito» anche ai nostri 
lettori. 



Semel Mbboi, eemper abbai « Al tuo partir paKl dal moado 
Amore m. Se voi vedeste Venezia quello ch'ella pare a me dopo 
la partenza vostra, vi fareste il segno del cristiano. Non ci 
trovo più un diletto al mondo; le gondole mi paion tutte ve- 
stite a nero, la musica delle campane mi rompe la testa Je 
canzoni di quelli che vendono zoccoli e che comperano drappi 
vecchi m'intronano il cervello^ e finalmente ogni cosa, opi 
cosa mi dà fastidio. Gane^ crudele, macigno: m'aveste voi 
almanco lasciato il ritratto vostro, ch'io potessi pascere gli 
occhi miei dell' immagine di cosi cara creatura I Niente, noo 
voi, non ritratto, ntìUa; e credete di trovarmi più vivo alla 
venuta vostra? Egli è vero che l'effige vostra confitta nel mio 
cervello mi pasce qualche pochetto ; ma egli è eome dare a 
fiutar acqua di Helisia a un affamato. Pur pazienza ; poiché 
altro non ho^ questo mi consola. A vostro marcio dispetto non 
mi vi potete rubar tutto. Eccovi, eccovi davanti a mepittUo* 
sto piccolo che grande , con quella vostra faccia un po' tormen- 
tata dal vainolo, con quell'aria piuttosto soda. Odoti ragionare 
di studi, e vi rispondo minchionerie; voi v'alterate, poi ri* 
dote, poi tirate la coda, e pestate il ventre alla China Ghinea 
s.econda, mordendovi il labbro di sotto. È questo un vedervi, 
si o no ? Pare a me che si. E voi vedete me cosi lungo luogo, 
un po'fatto in^arco ndle spalle, con le braccia fino alle ginoc- 
chia, col viso intagliato, malinconico, taciturno, incantato! 
Mi vedete? SI? O somma potenza del signor nostro Amore, 
o infinita virtù della concordia di due anime congiunte, che 



K.MBITTI FBE rA»a<n.Li 9S1 

mollo più puoi di qualsivoglia telescopio 1 Tu conduci due 
amanti, l'uno de*quali è a Venezia e Faltro a Strà, e forse di 
là, a potersi vedere come se fossero presenti. Benigno figlio 
della pudica Venere, sia tu ringraziato per mille volte. Voi 
però dovete scrivermi qualche cosetta, se volete [vedermi con- 
tento affatto» o non lasciarmi a digiuno, e se non avete altro 
argomento da scrivere , ragguagliatemi almeno delle minuzie 
della vita : Son levato a tale o a tale ora ; mi fu data l'acqua 
alle mani ; ho dette le mie sante orazioni , se cosi fate ; ho preso 
il tè. da donna Pasqua ; ho visitato quella signora bassotta e 

grassetta , della quale a me non sovviene il nome 

Sodo stato sul ponte un'ora a veder sempre l'acqua quanto ò 
cresciuta; ho sputato nel fiume per fare un bel eerchio; ma 
neU'acqua corrente non si vede cosi bene come nella stagnante. 
In somma non manca che scrivere quando uno ha buona vo« 
lootà. Prendete l'esempio, dal vostro. Guasparri,- ch'empie un fo- 
glio, e non sa di che» e tuttavia va avanti* Sopra tutto fatemi 
qualche digressione intorno a quelle magnifiche ricotte, delle 
quali fate il guasto cosi volentieri. Ila so che avrete poca vo- 
glia di scrivere, poiché quel maledetto avversario Stratico fa 
delle sue. Veggo il cielo intorbidato al solito. Gran pestìfero 
genio ch'è quello 1 A mano a mano veggo tanta sperienza di 
qoesto. fatto, che vado credendo ch'egli ci sia. Mene dispiace, 
fi se credessi ch'uno scongiuro in capitolo potesse umiliarlo, vor- 
rei ingegnarmi. Ma che diavolo fo io ? Scrivo, scrivo, come se 
non li dovesse «ssere incomodo a leggere. Ancora poche linee, 
fi poi farò ponto. Lasciatemi dirvi qualche cosa che più mi 
prame. I miei wpetti all'eoGeL^^o signor Procuratore. Alle dame 
^ vi par proprio di. fare un inchino, fatelo; ma ricordatevi xshe 
voi siete piccolo e io iungo , e che per fare ch'uno deWostri 
iachini giunga a uguagliare uno de'miei, bisogna che vi prò- 
badiate bene o ne facciate due , e forse due e un quarto. Ba- 
sta, regolatevi secondo che vi pare. Non altro; solo, che vi ri- 
cordiate d*anQ che senza di voi non può star sano ; d'uno che 
v'ama quanto le pupille degli occhi della sua testa; dune che 
^ scritto per tutte le mura delia sua camera il vostro nome ; 
e finaUnenle d'uno che se sarà osaUrattato da voi» morirà più 
▼eechio che gli sarà possibile. Addio addio. 

TmUo vostro ti Gozzi. 
IV, ». e. ki 



322 LSTTUIB DI FAVraLIA ' 

VIAGGIO DA FIRENZE ALL'ALTO EGITTO 

BACCORTATO 

DA UNA FAlfClULLETTA DI 13 ANNI 

(V. avanti ,• pag. Ì68j 



Dopo a?6r veduto 1* obelisco di Luxor andammo a Tebe o 
Carnak poco distante da Luxor, sulla medesima parte* orien- 
tale del Nilo. Si Tìde un grande propileot eh' è una specie d'im- 
mensa porta t stretta da capo e larga da piedi, prima di arri- 
yare al quale si entra nel gran viale di sfingi. 

Lei saprà meglio di me cosa sono le sfingi, ma nondiine- 
no, per vedere se io mi spiego bene, ne parlerò. Dunque 
le sfingi erano idoli adorati, credo, dagli antichi Egitisni, 

« e sono falte così. Hanno il viso di donna, e il resto del corpo 
odi cavallo, o di gatto, o di leone, o di altre simHi qualità di 

, quadrupedi, ma il volto semi>re umano, vale a dire o di donna 
o di uomo. Mi pare che sia cosi; ma lei mi deve dire se sono 
fatte veramente a quel modo, perchè lei legge e sa più di me. 
Entrati nel propileo del tempio^ o del palazso che era magni- 
fico, tutto coperto di geroglifici e di sparvieri , si vide una gran 
sala che aveva tutte le pareti coperte di geroglifici; e poi ▼> 
erano ancora le divinità Iride e Oriride. Irid» è la madre, mi 
pare, di Oro; OstW<fail marito: poi c'erano tante altre cose di 
cui non mi rammento bene. Quello però che mitolpi furono le 
colonne che erano tante e grandi ^ e tutte coperte di geroglifici; 
molte di queste erano cadute a terra , altre minacciavano di ca- 
dere. Si girò in qua e in là fra quelle colonne e i massi rofi- 
nati per la campagna , intorno al tempio di Tebe, poi rito^ 
nando al battello, si vide dei pezzi di colossi mezzi rovinati- 
mamma volle prendere un pezzo di braccio di granito nero» e 
attaccato a questo vi era la spalla: questo braccio gitelo fard 
vedere, perchè forse passando dal nostro piccolo mvseo, non lo 
avrà osservato. 

LI ci vennero intomo degli arabi per venderci le antichità ; 
ma generalmente quelle antichità sono fabbricate in Europa e 



t 8CKITTI PBA FANCIULLI 323 

maDdate là per iDgannare i forestieri ; cosi molti 8<!arabei , 
molti bronzi sono moderni. Mamma .però cohiprò la mano di 
Qoa mommia, che ayeva uno scarabeo in un dito. 

Si arvicinava il mezzogiorno, e si sentirà un caldo terribile, 
perchè in mezzo e quelle rovine non e* era nessun riparo dal 
sole cocente. Ritornammo al battello per pranzarOé 

Vi erano da vedere altri antichi monumenti Sulla sponda 
occidentale o sinistra del Nilo, cioè Gurnab detto ancora Hen- 
nooio, Ramesione forse TOssimandia, Medinet-A-bou, due grandi 
ctdossi d^ le statue di Hemnone , e Beban-eI*Huluk ossia la 
valle della morte ove sono le tombe dei re di Tebe. La guida non 
seppe condurci eoo risparmio di tempo , e non potemmo vedere 
Medinet-A-bou. Vedemmo Gurnab, o il Ramesione^ ilMemnonio 
eh' è un palazzo, o tempio assai diroccato, e non vi sono che 
looghe file di colonne, ed alcune qua e là sparse, e frammenti 
di colossi rovesciati a terra. Di là passammo: a vedere i colossi 
io statue di ' Memnene cbe s'innalzano in mezzo ad una im- 
mensa pianura. Essi sono formati di diversi massi di pietre 
^i^rapposti gli uni sogli altri, e rappresentano due statue sedute 
sul loro trono con le mani distese ed appoggiate sulle ginoc* 
ehia in atto di riposare. Gli Arabi chiamano questi colossi 
Sa/am, che vuol dire M/ufo, come se quelle statue stessero là 
per salutare chi va a vedere quei monumenti; li chiatnano ancora 
Sehamye Damy. Il colosso della parte del Nord si dice che sia 
il famoso Hemnone, statua parlante (oche mandava un suono 
al comparire dei primi raggi del sole ) della quale gli antichi 
racoootaroDo tante meraviglie. Mi pare che me ne parlasse lei 
quando si studiava la storia di Lamè-Fleurj. 

Volevamo andare a Medinet-A--bou, ma l'ora incominciava 
^d essere tarda , e volevamo vedere ancora le tombe dei re di 
Tehe aReban-el-MoIuk, e questo luogo era lontano, perciò prefe- 
Hmmo di vederle a Medijiet-<A-bou , perchè questuerà un tempio 
<^ palazzo di cui già avevamo veduto un bel modello in Karnak. 
Voltammo adunque i nostri cavalli e i nostri buricchi verso la 
valle di Beban-el-Moluk, camminando verso il Nord, avendo 
alla destra il Nilo ed alla sinistra la catena libica, scavata qua 
^ là di sepolcri. Voltammo a sinistra ed entrammo nella sacra 
▼alle dei morti; arida, silenziosa cinta d'immensi dirupi, e 
^rsa di enormi massi caduti che rendevano difficile il cam- 



324 I.BTTIJBK DI fàMiaUk * 

inioo. Vi cammÌDamtno circa minora dirigeBdoci verso il Sod- 
Ovest, e finalmeiite giungemmo alle ròocie nelle quali flono 
scavati i sepolcri dei re* Bisogna andare salendo e scendendo fra 
piccoli viottoli per trovare Y ingresso di ciascuna tomba, ilqaaleè 
assai piccolo e circondato da molti ammassi di terra. Quesle tombe 
sono sparse qua e là nella montagna: se ne sono scoperte, mi di- 
ceva il babbo, 15 o "90 dal nostro Belxoni in poi, e sono nume- 
rate; noi entrammo in una segnata del N.^ 17 « che è qoeih 
scoperta dal Belzoni ed una delle meglio conservate. 

Gli arabi che ci guidavano dentro accesero delle iaoeote con 
fiasci di canne. Scendemmo per una lunghissima scala , la qoaleci 
condusse per un lungo corridojo a scesa, ma senza scalini. Al ter- 
mine di questo vi è un piccolo atrio, ti quale conduce ad altro 
lunghissimo corridojo che mette ad altra scala: questa mena 
ad un altro piccolo atrio, da cui si entra in altro atrio gran- 
dissimo con quattro7cotonne , e finalmante si entra nella grao 
camera che dovea contenere il sarcofago della spoglia del re. 
Dì là poi si scende per altre scale che conducono a stanze piti 
prcffonde. Noi non vi potemmo grimanere lungo tempo, perchè 
difficilmente ci si respirava tra la polvere , il fumo delle fiaccole 
e Taria cattiva. Tutte le pareti delle scale e de'corridoj , e degli 
atri e delle stanze sono tutte coperte di geroglifici e di pitture; 
i geroglifici sono geoeralitiente a basso-rilievo' e disegnati stu- 
pendamente. Le pitture rappresentano processioni fùnebri, sa- 
crifizi , mojti emblemi ed oggetti simbolici , e fatti relativi alla 
vita ed alle azioni del peraonaggio al quale appartiene la tomba. 
1 colorì sono così belli e cosi ben conservati che paiono dei 
nostri tempi. Questo sepolcro era uno dei meglio conservati 
quando lo scopri Belzoni ;\ ma oggi si vedono qua eia molti gaasti. 

n babbo mi disse che gli facevano sdegno quelle cose 
rovinate, perchè non era opera del tempo e dei barbari, 
ma di un ' europeo istruito ai tempi nostri: Lipsios pros- 
siano, famoso antiquario^ mandato alcuni anni sono dal re di 
Prussia a studiare le antichità in Egitto, dopo avere presi i 
disegni, aveva fatto guastare dagli arabi con lo scarpello e col 
martello gli originali che aveva copiati, perchè nessun altro li 
potesse più copiare, e perchè chi volesse vedere e conoscere 
quelle cose dovesse necessariamente ricorrere alla grande opera 
sua che ha pubblicata a Berlino. 



B 8G*iTn PBft wàncìvtLt ' 385 

Uirimmo daUa tomba, e già il sole si avvicitiava al tramonto; 
averamo molta atrada én fare prima di giungere al nostro 
baUèilo, né yclevamo inoltrarci molto nella notti^ in mezzo, a 
quei deserti e con quegli arabi, e perciò noti scendemmo in 
altre tombe e c'incamminammo alla volta del Nilo. Giungemmo 
al nostro Tapore, ebegià aveva acceso il fuoco, e partimmo 
rabtto per la prima cateratta. 

La seca del giorno dopo, giungemmo ad Bsne verso le 
einqne: noi altri curiosi di vedere un pò* le usanze del paese, 
» sbare6 appena arrivati , ma ci fu impedito di andare nel 
paese, perchè tutta quella gente affollata II tfulla riva, vollero 
brci comprare delle paniere fatte di palma. Gliele farò vedere: 
tutti le volevano vendere per poco. Per noi era interessante 
OK>lto l'avere qualche cosa di quelle parti. Vedemmo però un 
tempio, il quale era in gran parto sotterrato ed assomigliava 
a quello di Dendera: era l'antico tempio di Latopoli. 

Dopo cena andammo a Ietto, e nella notte proseguimmo il 
maggio per la prima cateratta. 

Ora m'ingegnerò di darle un'idea della prima cateratta. 

Risalendo il Nilo come fiicevamo noi, si naviga sempre 
Kttza ostacoli: non ci sono né scogli nò pescaie. Ma arrivati 
^à Assuan, si trovano de' grossi massi di granito : lì chiamerei 
icogli, ma aiccome si paria d'un fiume, non so se direi bene: 
tatto quell'ingombro di massi, o di macigni, è quel che si 
chiama prima cateratta. Io credevo che cateratta fosse un luogo 
^e l'acqua d'un fiume precipita dall'alto ; ma 11 almeno, non 
ècoal. 

Fra tutti quei massi il vapore non ci passa : bisogna an- 
<^are colle barchette, e ci vuole un barcajolo* molto pratico e 

blìTO. 

Alcuni di qu^ massi sono smisurati , e si posson chiamare 
vara montagve: anzi la cima a volte n'ò spianata, e allora son 
vere isole. Cosi sono l'isola Eleflintina, e l'isola di File. Noi 
badammo nell'isola di File: e di 11 girando intorno a quell'isola 
con una barchetta si vide anche meglio la prima cateratta, 
^ i massi di granilo aparsi pel Nilo. Qualche cascata fra 
^SKo e acoglio si vede, ma non mi parvero gran cosa, e non 
^ vero che dsia tanto rumore da assordire come scrivono, mi 
^a il babbo, certi viaggiatori più amanti della maraviglia 
Ae della verità. 



326 LKTTHAB OI 

Intanto la mattina vereo le otto giaogeniitto ad Assuan, 
r antica Siene. II battello a yapore non va più oltre. Si seeie 
dal bastimento sdrucciolando per un asse» alla sponda del 
Nilo: appena scesi ci incontrammo tre donne che stavano a 
sedere» e erano, qoasi nude e piene di ornamenti, e poi are- 
vano un lungo Telo che serviva a tutte e tre: andavaoo in 
fila ridendo» e si cuoprivano la fiiccia tutte insieme. Vedute 
queste» si prese dei buoni burìcchi e ce ne andammo nel de- 
serto.. Ma il mio babbo non essendo mai stato sopra il cam- 
mello, incontrato ch'ebbe per strada un cammello, scese dal 
buricco e vi montò sopra ; ma dopo poco tempo il cammello 
principiò a correre: quelle bestie» quando corrono, scootono 
terribilmente» e quando vanno del loro passo fanno un certo 
moto che pare, d'essere sul mare quando è agitato: dunque il 
mio babbo» disse al cammelliere per messo del dragomanno, 
ohe era il nostro servitore» che facesse inginocchiare il cam- 
mello, perchè il cammello è cosi alto che non vi si sale nò si 
scende se l'animale non s'inginocchia; ci volle molto prima 
che il cammello si fosse inginocchiato; alla fine sceso giù, il 
babbo riprese il buricco» e disse al servitore che era assue 
fatto ad andare sul cammello» che .vi montasse: Babbo era 
strapaziato da quel movimento e non gli pareva vero di essere 
sceso» ma intanto ha provato anche il cammello. 

Attraversato Assuan» un vasto cimitero, gran tratto di 
deserto» le montagpe di granito ove si vedono ancora le cave 
dalie quali gli antichi egiziani cavavano il granilo pei loro 
nionumenli » giungemmo ad un ramo del Nilo ove lasciammo i 
buricchi ed entrammo in una barca; Il cablo che soffrimmo nel 
viaggio» tanto per terra quanto per acqua, è indicibile» quan- 
tunque non fossimo che verso la metà di Gennaio ; se si rac- 
coglieva un ciottolo o un posso di granito» bruciavano che 
non si potevano tenere in mano. Andando da Assuan all'isola 
di File ch'ò già il principio della Nubia» incominciammo ave* 
dere persone veramente selvagge : erano quasi tutti ignudi e 
neri , non avevano altro che una frangia fatta dì pelle intorno 
alla vita. Le farò vedere anche questa specie di grembiule, 
perchè l'abbiamo avuto per messo di una donna che l' avea io 
dosso: la quale levatosela dalla vita. ce la. vendette» e non le 
parve vero di vedere denari. A noialtre bambine ci pareva di 
sognare nel vedere quella gente cosi rossa e selvi^gia. 



E SCBirri PSB VAirClOLLI 3^7 

Si giunse a File, e approdammo ad un tempio, il quale 

era grande e ben consenrato : questo consisteva di una gran 

8ala che invece di avere sulle pareti i geroglilBci scolpiti , erano 

dipinti ; nella volta della sala (eome sempre) vi erano dipinti degli 

sparvieri. VI erano mólti di quei propilei dei quali le ho parlato 

a Tebe; noi si andò li per passare la giornata, dimodoché si 

portò con noi dell'uova, piccioni, galline arrosto e galline 

lesse , e andammo a mangiare sopra una terrazza del tempio , 

e lì e* era aria aperta e nel tempo istesso ombra, a motivo di 

no maro il quale da una parte era attaccato al terrazzo: questo 

terrazzo era senza punto riparo. Dunque ci si mise a sedere in 

terra come gli arabi, si principiò a mangiare allegramente; 

facendo aprire dal servitore le bottiglie di vino. Vicino al 

tempio snl quale eravamo , eravì il tempio di Éscniapio , Dio 

della medicina , e i nostri babbi fecero un brindisi dicendo , 

me ne ricordo benissimo: Alla salute del professor Bufalini, 

Esculapto véro e vivente d'Italia. — Noialtre bambine dopo 

pranzo domandammo ai nostri babbi e alle nostre mamme 

il permesso di scendere nel tempio, e loro ci risposero: Oh 

sspettate noi che ora verremo, lion scendete sole, perchè v*é 

perìcolo di cadere. Noialtre si obbedì; Quando avemmo sceso delle 

scalncce sì passeggiò intorno al tempio, e poi si andò a vedere 

la famosa cateratta. Lei poi colla sua pazienzina mi farà il 

piacere di dirmi cosa significa precisamente la parola cateratta. 

b qael punto Tacqua era interrotta da molti massi di granito, 

era molto spumeggiante, e faceva un gran rumore e molti 

▼ertici. 

Si andò alla cateratta per il Nilo con una barca: era un 
ealdo che non se ne poteva più. 

Noialtre mandammo degli uomini con delle bottiglie a 
prendere Facqua della cateratta; questi si buttarono dentro a 
^nei vortici impetuosi e principiarono a fare capitómboli nel- 
1 acqua ; noi si rideva molto , e que' buffoni vennero su che 
inondavano d* acqua , e non si rasciugavano nemmeno con un 
I^nno, ma facevano come i cani, che quando sono stati a no- 
tare si rasciugano al sole. Noi pagammo questa gente e andam- 
ino al battello perchè si avvicinava la sera. Battemmo la stessa 
vi» della mattina , e ci fermammo un poco alle cave del granito 
<^Ye ai è detto che gii antichi egiziani traevano i loro monu- 



328 LSTTOIB Ol PAMIGUA 

mentì. Si vede ancora un obelisco quasi terniioato: manca sola- 
mente di staccarlo dalla ròcca. In questo layoro comiodato e 
non finito sì può vedere come essi lavoravano. Ci fermamioo 
un poco ad Assuan per vedere U paese^ e tornammo a bordo 
eh* era già sera. 

Non 'dirò niente dello stato miserabile di quella poTert 
gente che si trova nella ignoranza , e nel legato : paion quasi 
bestie, e io non potevo proprio capire come facevano a vivere 
a quel nH)do; e pensando ai comodi anche dei nostri coatadinit 
sentivo una gran compassione. 

Da quei luoghi vengono anche gli schiavi, che tante volte 
sono rubati, e alle volte venduti dai genitori stessi che voglion 
più bene ai quattrini che ai figliuoli. Le arabe mi pare che 
amino poco i figliuoli, e ho sentito dire cl^e alle volte lasciano 
i piccini sulla sponda del Nilo» e viene un coccodrillo, e ne 
fa un boccone , e loro non se ne fanno nò qua né là* e dicono: 
Tanto ce n*ho 4egn altri. — Perchè le arabe per lo più hanno 
molti figliuoli. 

Li si faceva il commercio di schiavi , e fra gli altri vi era 
un bambino, il quale fu offerto al nostro capitano, che mostrò 
desiderio di comprarlo. Dunque Io fece epaminare ai nostri 
babbi per vedere se era sano e senza imperfezioni, come ap- 
punto si fa quando si compra un cavallo ed up bue ; ma quando 
lo principiarono a esaminare noialtre tutte si andò giù con on 
pretesto , e dopo- sentimmo dire che lo avevapo pesalo e tutto, 
ma che poi eostava troppo e il capitano Io lasciò stare: a noial- 
tre, cioè alle nostre mamme, e a noi bambine ci faceva una 
compassione, come lei può immaginarsi, e anche a pensarci 
ci afBIggeva. Cenammo , e noialtre bambine subito dopo cena 
si andò a ietto, e i nostri babbi vollero, partire di notte, per- 
chè avevano furia di tornar^ ad Esne ove li attendeva il vice- 
rè'. U capitano urtava ogni momento nei pezzi di granito» il 
battello principiava a fare acqua ; sul far del giorno il capitano 
disse che bisognava restaurare il battello, e noi mezze addor- 
mentale si scese. Appena scese incontrammo tre dottne« le quali 
avevano una cappa blu e un cencio sulla testa sudicio, sudicio 
lutto unto, e i capelli erano intrecciati in tante piccola trecce, 
e ogni treccia era spiaccicata sulla testa, e attaccata coUs 
pece. 



B «OUTTI PM VAMCIOLLl 

lotanto si levava il sole e poco lontano da noi si vedeva 
Terdeggiare. Noi andammo là; c'erano dei baccelli, ne cogliem- 
mo, e come ella può immaginare, ne mangiammo. LI vedemmo 
un pozzo, dove le donne d'un |>iccolo villaggio, del quale non 
sapemmo il nome , andavano a attingere Tacqua. Il modo di 
attingere mi parve curioso , e mi proverò a descriverglielo. Alla 
bocca del pozzo è piantato. una specie di piolo, ma lungo: lo 
chiamerei pertic» ma le pertiche smm) pit sottili. ^Mta cima e* è 
legato in croce un altro come bastone grasso e lungo. Da un 
capo di questo bastone traverso, scende una fune, in fondo alla 
quale c'è una mezzina di terra per uso comune ,^ che pesca 
nell'acqua. Dall'altro capo del bastone c*ò un'altra fune, e le* 
gato a quella a metà di altezza un grosso sasso ; e la fune 
sopravaqza al posole tocca terra. Quando quelle donne vanno 
a attinger l'acqua , tiran giti il peso , e allora la mezzina vien 
so piena; e Joro la versano neile baiasse, vasi di terra che là 
chiamano in questo, modo, e la portano a casa. 

Accomodato ohe fu il battellp, ci rimettemmo in cammino 
per Esne. Vi ^arrivammo verso sera , e nella notte proseguimmo 
il viaggio ; e rivedendo i paesi pei quali eravamo già passati , 
finalmente ritomanuno al Cairo dopo circa un mese di assenza. 
h rimanemmo fino al mese di Maggio e non vidi niente di 
Doovo. Il caldp già si faceva sentire assai. Il habbo non 
Tolle che la mamma ed io fossimo «sposte ai calori terribili 
dell'Egitto, e perciò partimmo il di 18 di maggio per Alessan-» 
dna, da dove ci imbarcammo per Trieste e ben presto giun- 
gemmo a Firenze. Il lasciare il babbo là solo mi dispiacque 
molto. Quando però fui a casa, ogni tanto ricevevo le sue 
lettere : e queste non posso dire quanto jnì consolavano. Anzi , 
^ egli si contenta, a lei farò vedere qualcuna, dove mi parla 
di quando cresce il Nilo, delle teste che si fanno in Cairo 
per quell'accrescimento, e di tante altre cose interessanti. Cosi 
finirò il mio rapcopto, e lo finirò bene di certo. 

Intanto ringrazio Lei della pazienza che ha avuto nel gui- 
darmi, e nel correggere i miei scarabocchi; e col mio studio 
cercherò in futuro di far onore a chi mi ha insegnato, e di 
essere di consolaziope ai miei cari genitori. 



IV. n. e. 42 



8a0 blTTmi DI VAMMUA 



ORIGINE FISICA DELLECO 



L^arìa elastica « allor che in molo è posta 
in cìrcoli ondeggia nti si propaga ; 
Cosi, se pietra o grave altro si accosta 
All'onda che tranquilla in fiume allaga , 
S* increspa 9 e par che allontanarsi cerchi» 
E più si scosta e più fa grandi i cerchj. 

Trasmettoa questi cerchj in linea retta 
I suoni e le parole in lontananza ; 
E se tra parti solide è ristretta 
. L'aria, e non ha di dilatar possanza. 
Batte» ed a retro suol tornar diretta , 
E il suon riporta che^ eoa lei s'avanzaf ; 
E di riflessìon l'angol risale 
In tutto a quello d'incidenza eguale. 

Cosi raggio di sol dentro gli ustorj 

Specchi percuote^ e torna o si refrange. 
Portando rai più splendidi e maggiori. 
Come un novello sol ch'esca dal Gange; 
E se la voce esce dal lahbro fuori 
E nelle pietre a retto angol si frange» 
Dell'aria uniti ai circoli frequenti» 
RiedoD moltiplicati i proprj accenti. 

Deserlslone deir«reeelil«. 

Di ben aride fibre al suono adatte 

L'orecchie sono, ove quel suono 6 vOlto; 

E col tipo del suon» se l'aura il batte. 

Con l'aere è il suon dall'elice raccolto» 

Ove un martel col timpano combatte 

Fra l'incude e il triangolo rivolto; 

Qui il suon si purga» e qui membrana lieve 

Per trasmetterlo all'antro il suon riceve. 



I saam nii vavciolu 381 

Giiiiiti nella caverna interiore 
I rai sonori aon nei lati rotti» 
E per due strade indi trapassan fuore. 
Nella, doppia spirai coclea ridotti; 
Altri del laberinto entro Fortore 
Che in triplice canal poi son condotti ; 
Quindi ai nervi sensorj il suon si esprime, 
E il caratter del suon nell'alma imprime. 

BartolommiBo Sestmi. 



LE CAMELÉON. 



Denx hommes dispataient an joar avec chalenr 
Sur le caméléon, et chacun, à son dire, 

Mieux que l'antre pourait décrire 

Sa forme et snrtont sa coalenrl 

« Peut*on, dit lun, s'obstiner de la sorte? 
Je l'ai YU, de mes jeux, sur une branche morte. 

Et par un jour clair et serain. 
L'animai sur le ciel se desdinait en plein : 
J'ai donc de sa couleur la prenve la plus forte. 
De me contrarier vous toqs faites un jea. 
Et toot autre qae vous coaviendrait qn'il est blen. 
— Allons, dit le second, vous aviez la berlue. 
J'ai des yeux comme vons^ ponr quei vous récrier? 

Moi, sur la feuille d'un figuier 

Et sans que rien génàt ma yue, 
Je l'observai de près et foct à découvert: 
Il n'est'pas bleu du tout, je prétends quMl est vert. 
Us allaient se gourmer en forme de dilemme, 

Quand il en vint un troisième 
Qui, le cas expliquó, se porta juge entre eux. 



332 Lnrnm u tamuhìa 

Parbtea, dil celai-ci» le hasard est hcoretix; 
Je pai3 facilemeDt résoudre ce proUème; 

Et Yous avez tort tous les deax. 
Hìer soir à la nuit^ qui se faisait obscure, 
J'eD pris uo que je tieQs coaché sor da colon 

Dans une bolle de carlon. 
Yoas saurex donc le fait d'aoe mamòre aure; 
J'ai la bolle sar moi, et toos allei bien voir 

Qae le eaméléoa est noir. 

— Noirt allons donc; autre méprise; 
Voas voalez voas moqner. - Point da toat*. Mais si fait* 
-— Yoici donc mon tómoiii »• Il le montre: d sorprise! 

Il élait blanc comme du laitl 
Toas trois, boacbe beante et d*un air imbécile, 

Se regardaient sans dire un mot de plus. 
Lors» le caméléon, doni roreiUa e^t sobtile. 
Da fond de sa prison les ayant enlendas» 
Lear dit: a Gette le^on devra voos étre alile. 
On peat étre trompé méme sar ce i|ii'on voit. _ 

Gbacon se fie à Tapparence, 

Et Tapparence vous de^oit. 
D'un Arabe savant.écootez la sentence: 
« a Si Ton voas contredit sqr votre opinion, 
Qae d'étre dans Terrear la craìote fons reii6nne; 

Meme en croyanl arcrir raiaon» 
Le sage ancor congoit des doates sur ta sieone ». 

{M.^ Esther Sezzi). 



383 



IL CAMALEONTE (1). 



Un giorno ine oomioi erano Tenuti tm loro a fera 
contesa intorno al Camaleonte; e ciascono asseriva di po« 
terne meglio dell'altro descrivere la forma e particohirmente 
indicarne il colore, a Come si fa, dice uno, a ostinarsi in 
qoesto modo'? L*ho visto io co'miei occhi, sopra un ramo 
s^co, e in un giorno splendido' e serenò. L'animale cam^ 
peggiava intero e distinto neiraria : dunque ho certa prova 
che è del colore che dico. Tu ti vuoi prendere il gusto dì 
coDtradirmi; e ogni altro fuor che tu s'accorderebbe meco 
a giudicare che è azzurro ». - « JSh via ì disse l'altro , tu 
Itai le traveggole. Ho occhi buoni al par de'tnoi; perchè 
Tolermi dar sulla voce ? Io l'osservai da vicino ; era sopra 
Qoa foglia di fico, ben distinto da ogni altro oggetto; e 
Dulia, proprio nul|^a , m'impediva la vista... Non è azzurro^ 



(1) U Camaleonte i un r#tlìle che ai assomiglia alla locartola » na 
è più grosso e tozzo. È noto per la proprielfà che- gli viene altribuiia 
<'i cangiare quasi a un (ratto il color della pelle; perciò oe Tu Tatto il 
simbolo della ipocrisia, estimando ch'ei potesse effettuare questa mu- 
azione dì calore a sua tiaglìa per prendere il colore degli oggetti cìr- 
stanti, confondersi con quelli e sroggire cosi alle indagini dei suoi 
Qeiaici. Peraltro queste mutazioni di colore avvengono veramente 
qoaDdo l'animale è preso dalla collera; e allora apparisce bianco, verde, 
giallognolo, rossiccio o in tutto o in parte. Ma in tali cangiamenti non 
^ che fare la sua volontà; e altri aggiunge che possono veramente 
diptodere dalle tinte degli oggetti che lo circondano, essendoché si 
Hiccehiano nelle sqoammette lucide della pelle, le quali hanno per sé 
Stesse la proprietà di dare a queste tinte una specie di cangiante. Vive 
io Egitto, nella Barberia, nella Spagna, nelle Indie orientali. Gl'In- 
diani sogliono tenerlo nelle case per dare la eaccia alle molte mosche 
<^e li molestano , e delle quali è ghiotto. 



LBTTI[BB 91 FiVMUA 

signor DO ; io sosteogo che à verde i». £rapo per venire alle 
mani , a fine di persuadersi addirittura , con modo tanto 
efficace, qnand'ecco sopragginngere un terzo, il quale, fat- 
tosi spiegare il nodo della contesa , prese a farla da giudice 
tra di essi, a Cospetto I disse egli, il caso ci serve proprio 
bene ; io posso facilmente risolvere questo problema , e cod- 
vincervi che ambedue la sbagliate. Ieri sul far della notte, 
quando incominciava a esser bujo, ne presi uno, e l'ho 
chiuso tra il cotone in una scatoletta di cartone. Potrete 
dunque riscontrare la cosa con certezza ; ho la scatola meco ; 
e vedrete che il Camaleonte è nero ». - « Nero I le zocche! 
é un altro granchio ; vuoi burlarti di noi ». - « No davvero 9. 
- a Anzi si, dico io ». -• « ^cco qui il mio testimone ». E 
mette in mostra l'animale: oh sorpresa! fra bianco come 
il latito 1 Tutti e tre a bocca aperta , come tanti stolidi , si 
guardavano senza fiatare. 

Allora, il Camaleonte che ha l'udito sottile» avendoli 
ascoltati dal fondo della sua prigione , disse loro : <c Questa 
lezione vi farà bene. Voi vedete che possiamo ingannarci 
anche iu quelle cose che cadono sotto ali occhi. Ciascuno 
si affida alfapparenza ; e l'apparenza inganna... 

Ascoltate il detto d'un Arabo sapiente : - Se taluno si 
oppone al tuo giudizio,, considera che tu puoi avere sba- 
gliato; il savio dubita del proprio parere anche quando 
crede d'aver ragione. 

P. Thouar. 



B sentn pbb vahciiilu 



11 1857 e il 1858. 



Il bel tèmpo d'ieri invitò mio padre a coDdarmi a fare 
noa bella passeggiata in campagnja. Il freddo, che era piut- 
tosto pungente , e il cielo sereno , ei fecero affrettare il passo 
e andare aocbe più lontano di quello cbe aTessimo disegnato ; 
e perciò y tornato a casa e Tenuta l'ora del dormire , appena 
mi fai disteso nel mio letticciuolo la stanchezza mi conciliò 
00 sonno profondo. 

Allora mi parve d'essere saRto sulla cima d'alta mon- 
tagna di dove lo sguardo spaziava per vastissimo orizzonte ; 
ma dalla sinistra vidi una gran rupe « e tra massi enorini e 
muscosi , scorgevasi l'ingresso d*ampia e tenebrosa spelonca. 
Da quella parte il cielo s'andava oscurando, come se il sole 
fosse già tramontato e la notte si avvicinasse. Mentre io 
guardava stupefatto e quasi pauroso quel deserto luogo, vidi 
V un vecchio bianco per antico pelo » accostarsi lentamente al 
limitare della caverna. Aveva aspetto^ venerando e insieme 
pieno di mestizia, e plareva che una forza arcana lo spin* 
gesse contro sua voglia alla vòlta dello speco. Tuttavìa quando 
mi vide si soffermò sorridendo con atto soave , talché io mi 
feci animo a domandargli chi egli si fosse e in qual luogo 
io mi trovassi. - O giovinetto , mi rispose , giacché mi è con- 
cesso di trattenermi ancora qualche minuto sulla soglia di 
<lQesta spelonca , mi piace di appagarti. Tu sei presso l'al- 
bergo del Tempo, ed io son Fanno 1857 che sto per iscen- 
dcre nell'abisso dei secoli dove sarò eternamente sepolto coi 
iniei fratelli che mi hanno preceduto. Tu mi vedi afflitto, 
>>on gii perché mi dolga d'essere giunto cosi presto alla vec- 
chiaia e al termine della vita : la é cosa inevitabile , e sa- 



rebbe follìa il sentirne rincrescimento. Ha si mi accora il pen- 
sare al poco bene che ho fatto nel breve giro dei miei giorni 
e ai molti errori che invece ho commesso ; talché ne seoto 
rimorso e vergogna ; e mi aspetto che la storia non abbia 
da lodarsi molto dei fatti miei. Io venni al mondo pieno di 
baldanza e speranzoso quant'allro- mai , e tutti mi fecero fe- 
sta ; ma ohimè I Quante delle mie più care speranze svani- 
rono I Voglia il cielo che almeno il mio successore faccia sao 
prò della esperienza che gli lascio in retaggio. Tu lo vedrai, 
aoch'egli baldanzoso , e... Ma ecco ; la mia ora è suonata ; 
non posso pia indugiare ; raccomandati ai mio snccessore 
che non si lasci sedurre \dai piaceri, che non si lasci ingan- 
nare dalle apparenze, che non perda il tempo in vane pa- 
role.... Addio, addio I E in ciò dire il vecchio spari yelo- 
ceraente. nella spelonca ,* io non udii altro che un lungo so- 
spiro , quasi un gemito , e le tenebre erano divenale più 
dense, talché non iscorgeva più nemmeno l'ingresso della ca- 
verna. 

Non era ancor cessato in me lo . stupore , quando mi 
apparve subito dall'altro lato una luce sfolgorante , e adii 
rifluonare squillanti trombe e voci festose ; iodi una grande 
schiera, di vezzosi CiDcinlli, tutti raggianti di luce, i qo&li 
facevano a quel snono una danza in gran giro , tenendosi 
tutti per la mano; ed ecco un d'^esai staccarsi dal drappello» 
e gli altri sparire, e cessare il suon del.le trouàbe. Il bo- 
ciullo tutto ridente e seoapre danicando corre a me vicino. 
mi stende la mano e mi dice ; ^ Ben trovato il mio ragatfo: 
sai tu chi sono ? Io sono il 1858 , e vengo a fare^ una ri- 
sita a questa picciola terra*. Se la dimora, come spero, mi 
piacerà, son capace di passarvi tutta la mia vita. Sta dun- 
que allegro. Per ora non vedo le bellezze dì che la natura 
suole abbellire la terra; ma presto la primavera mia amica 
le farà comparire. Intanto sollazziamoci come mèglio potremo. 
So che il vostro carnevale incomincia; andiamo, andiamo a 
godercelo. E mi voleva condarre seco. Io resisteva all' io- 



B scimi FBK PàRcnrcLi 387 

Wlo, e mi apparecchiaya a fargli l'imbasciata del vecchio ; 
ma appena ebbi aperto bocca , il giorinetto mi fece una ri- 
sata io faccia, mi piantò, e se ne andò via danzando folle- 
mente verso la parte ond'era venuto. Io mi posi a corrergli 
dietro per tentare di indurlo ad ascoltarmi ; ma egli fuggiya 
ratto al pari dei vento, e allora proseguendo ancb' io a rin- 
correrlo , inciampai in una radica d'albero e caddi... Non mi 
facimale peraltro, perchè essendomi sveglialo, mi ritrovai 
sempre disleso sol n|io leitieciuolo. Allora dissi Ira me: se 
lamio naovo non ha voluto ascoltare i consigli del vecchio, 

farò intanto di ricordarmene io. 

P. Tboaar. 

STUDJ SULLA EDUCAZIONE. 

GAPrroLO XI 

(Vedi avanti, p. SS7}. 

« Guai a chi non ha opera da condurre ». 

P. T. 

« L'ioeremefito deUa civiltà europea., I» 
piega che hanno presa i nostri costami 
non permettono più alla donna di esser- 
re unicamente !a custode e l'artefice 
dell'ordine domestico e del domestico 
Jtenesaere; ella ha acquistato un' badi* 
retta kì» ma nulla meno poteste azione 
sociale ; ò divenuta- una forza che non. ai 
può non riconoscere e non apprezzare ». 
Rafpabllo Lahbruscbiiii. 

Quel padre che noo si desse pensiero di far imparare ai 
figliaoli una professione perchè possano campare onestamente, 
^Q verrebbe considerato quale uomo dabbene a cagione di 
V^csta ineuria, e rispetto al più sacro de* suoi doveri paterni; 
e la madre che si mostra sollecita di procacciare alle figliuole 
lui buon accasamento, nella qual cosa suol esser riposta la 
mU« la vera vocaiione della donna, viene derisa, biasimata e 
^oa rare volte spregiata. Certo , è questa una delle più strane 
^QtradiiioBi della società civile; e altrettanto è da stupire che 
IV. n. €. 43 



33S umaB di vahi«lu 

gli uomiBif quasi fimero ì loro latereMÌ affatto estranei a quelli 
delle donne, si cnostrino per lo pia sa tal punto indifferentisBimi; 
se non che qualche padre di famiglia, nel ricondurre a casa le 
figliuole dopo una conversazione o una festa di ballo, eoo un 
sospiro domanderà a sé stesso: « E che cosa faremo di queste 
ragazze? quale mai destino sarà loro serbato ?» Ma a nes- 
sun filosofo, a nessun amministratore della cosa pubblica è 
mai caduto nelFanimo di toccare questo tasto, di sciogliere 
questa vitale questione. Pare proprio che le femmine sieno nel 
mondo solamente perchè il genere umano non si estingua. Se 
ci riescisse di fabbricare uomini con qualche nuovo artificiale 
trovato, esse rimarrebbero dunque senza uno scopo per la loro 
esistenza. Eppure sono creature umane al pari di coloro che si 
danno nome di signori della terra; eppure hanno gli stessi 
diritti alla vita , e -anche ad esse corre obbligo di conferire al 
miglioramento deirumanità, al bene dell'universale. « Chiaro 
si scorge » , dice Socrate , come la natura femminile per nulla 
ceda a quella dell'uomo; solamente manca di consiglio e di 
forza •• 

Spesso , assai più spesso che non agli uomini , spetta alle 
donne di fare sacrificio personale della felicità pel bene oo- 
mune. La madre dee avere il coraggio di spingere il figliuolot 
la moglie il marito, a morte crudele, inevitabile, quando rio- 
trepidezza e la costanza virile hanno da aver dimora stabile 
nel cuor del popolo. Le debbono saper sopportare con fronte se- 
rena ed impavida la povertà e tutte le tribolazioni che seco 
arrecano tempi burrascosi , perchè V indole del popolo possa 
inalzarsi al nobile affetto del ben comune. Ma è egli possibile 
che abbiano questa forza di elevare Tanimo altrui, se nei loro 
proprio animo non viene destato il sentimento della grandezta 
dell'essere umano? se ninno si pone di proposito a consigliare 
e a rinvigorire il loro spirilo? È in voga il detto che « la 
donna sia rispetto airuomo quel ohe lo zero è rispetto ai nu- 
meri a; e questo pregiudizio ba siffattamente allignato nella 
società civile che un vero incontestabile n'è rimasto quasi oc- 
culto, quello cioè, che ninna donna può riescice moglie e loa- 
dre qnal deve essere, ove prima non sia «puil deve creatura 
umana , una oreatora che pensi rettameiite , e della quale gli 
affatti e le opere stano sempre indiriuate al vero 



K SCMTTf PBB VAlfaOl.Ll 339 

Che se tale yerìtk YeniMe ad- esser» geoeralnMiite rieooe- 
scinta y le lagnanze che in oggi si sentono intorno alla tcarsilà 
dei oonnubj cesserebbero insiena a. quelle ^she* hanno per argo- 
mento la poea felicità dello slato matrimoniale , é gli: sforti priiH 
cipj sa cui ò basato Pedifisio dell'educazione femminile» E le 
doonOp non più friTole ed osiose , acquisterebbero proprio quei 
pregi 0^ quelle virtù che sono nella donna della Scrittura » e ehe 
si efficacemente conferiscono alia felicità individuale e gene*' 
rale del consorzio umano. Non e?TÌ stato più lacvimeviolef 
più umiUantB di chi troppo tardi; si accorge di non essere 
capace dell'opera e del pese destinatoci dalla Provvidenza* 
Di tutte le arti la più difficile , la più solenne è la vita; nuNa- 
dimeno pochi sono coloro i quali insegnano^ alla progenie a ri* 
Tere bene, mentre che anche Tuomo il meno sogacO' non ati*- 
merebbe i suoi figlinoti- atti neppui^e a compitare « se prima non 
▼i fossero stati addestrali* Qnal mai strano errore il credere die 
sia poesibile esercitare l'arte suprema senza averla studialal E 
le donne più specialmente si ritrovano a dover operare questo 
prodigio* Ma sifTaiti miracoli sono conlrarj a quella grande me« 
raviglia che è Tordine e la regolarità nella concatenazione tra 
le canee e gli- effetti in tutte le cose del creato; epeeciò sono 
ìnpossilnli» 

Le donne pensatrici della nostra età vedono il bisogne di 
ana riforma nel vivere e noli* operare del loro sesso* l voti di 
emaneipazione fisittida alonne leggiadre e giovani' donzeUe^ le 
eaergidie manifestazioni di <lolore della Dudevant^ le ado-^ 
nanze di signore inglesi ed americane, hanno la stessa origine 
dei gravi avvertimenti di Luisa Bikcbner , Amelia fitfltke ed 
altre. Tutte queste donne, per differenti che siano le loro in- 
doli « il loro modo di vedere e di sentire le cose » in un punto 
Tanno interamente d'accordo* nel riconoscere,, cioè, la necessità 
imminente di migliorare lo stato del sesso femminile* rispetto 
alla società civile. Gli espedienti peraltro a tal .uopo da esse 
suggeriti sono dì natura^ affatto opposti ; che mentre talune re- 
putano necessario di scuotere ogni freno , altre per contrario 
eon vedono possibilità di conseguire il bene desiderato, fuorchò 
per opera di una maggior restrizione dei limiti nei quali ò 
eìreosoritta la sfera donnesca. 

A parer mio queste vanno non. meno errate di quelle ^ 
perchè le loro conda^iooi da fallaci principj derivano. Am- 



340 LBTTCBE 01 FAMiaLIA 

bedue le parti esiimaiio quali cauiè eslrinseclie qaelle che 
debbono eeseie o ooneite o cambiate , ed io iaveee credo che 
io ogni cosa i miglioramenti dello stato estrinseco non. pos- 
sano coDsegttirii fuorché con la scorta di un miglioramento 
dell*essere intrinseco. Le lotte che ebbero luogo negli ultimi 
anni ne fanno fede abbastanza. Qual profitto abbiamo noi ri- 
cavato dalle rivoluiioni dd 48? che cosa hanno lasciato di lé 
fuorchò la memoria di idee confuse e di combattimenti sangui' 
nosi ? reminiscenze dolorose scolpite nel cuore di chiunque 
accolse nell'animo con subita fiducia le nuove speranze. Gran 
mercè se un abuso rilevante fu abolito, se di un pregiudizio 
venne Catta ragione. E perchè tanto poco frutto, perchè 
questa mala riuscita? Perchè abusi e pregiudizj hanno messo 
radici estese è profonde, le quali assorbendo ogni generofo 
vigor del terreno gP impediscono di condurre a maturità il 
seme dei pensieri nuovi e magnanimi. Applichiamo questo 
concetto in {specialità al sesso femminile; consideriamo i di- 
segni di' riforma di alcune delle nostre sorelle , indaghia- 
mone la sapienza , e ricerchiamo perchè il metterli in campo 
sarebbe cosa impossibile. Che il co^ detto amore Ubero 9 c(m- 
forme a natura sia incapace di pur contentare il proprio cuorCt 
nonché di nulla conferire al miglioramento della societàrie 
nostre emancipate lo dettero chiaramente a conoscere nel co- 
gliere la prima occasione che si presentasse per rientrare nei 
limiti dello stato matrimoniale. La Dudevant stessa fece mani- 
feste cotal verità, forse senza saperlo, lasciando che la Indiana 
sbagliasse nell'obbietto del suo amore nobile, coraggioso e 
pieno di abnegazione; indi col suscitare^ dubbj legittimi intorno 
all'azione benefica di simile affetto nell'incremento della felicità 
umana. La contessa Hahn-Hahn che credeva il fiorro unum ttt 
fieeesiarium trovarsi in un altro cullo, avrà di già scoperto, 
quantunque non lo confessi, che cambiando religione non si 
muteno né i pensieri, né gli affetti, né i desiderj vioendeYol- 
mente in lotta nel nostro cuore , ma si la mera spoglia esterna. 
Il voler rintegrare la donna nella pristina sua condizione» 
io educarla per modo che non sia atta ad altro che alla curs 
delle domestiche faccende e della famiglia, anche questo è 
addirittura impossibile. Sarebbe quasi lo stesso che mandare la 
figliuola già adolescente nella sterna de' bambini per ricoprire 
delle vesti infantili le già formate sue membra, per chiuderne il 



m SCBim PIB FAHCIDLII S%f 

cuore agli affetti noTelli che lo agitanO) per imprif^ionare JDn*altni 
volla il fiorei por ora aperto alla luce del sole, neirinvoglio scuro 
e angusto della boccia. Ledoone del nostro secolo, perocché la 
loro forza ialellettiva fa risvegliata dalla istruzione, e l'oriz-* 
zoDte mentale 9 per Tacquisto di varie cognizioni venne ampliato, 
oon possono più ritornare nel cerchio ristretto della vita intel- 
lettuale delle loro nonne, e bisnonne. Il mondo ha progredito, 
e il sesso femminile insieme con esso» Ma nulla inaino ad ora fu 
btto per volgere a miglior meta rinoremeuto intellettuale di tanta 
parie delia famiglia umana. Quale sorte aspetta dunque le nostre 
figliuole? che ne sarà del bisogni rispondenti alla condizione 
più elevata del loro spirito? Hanno dunque ragione i genitori 
di sgomentarsi allorché precorrendo col .pensiero l'avvenire delle 
loro figliuole , antivedono la lunga schiera di giorni vestili a 
lotto che saranno per succedere alla tanto breve » tanto fugace 
slagion fiorita » delle meschine. Indubitatamente i matrimonii 
vasno scemando, ed é non men vero che nello stringere questo 
nodo gli uomini si lasciano governare dal principio che la mo- 
glie deve ricevere dalla casa paterna di che soddisfare ai biso- 
gni di lei, man mano crescenti nella nostra età. Né tale pre- 
tensione apparirà ingiusta a chi imparzialmente consideri le 
esigenze del vivere civile. (Parlo qui di ciò che avviene tra noi^ 
ma credo che il caso non sia dissimile in molti altri paesi), lo 
Don conosco le tavole statistiche ; ma ho udito dire che quasi 
no quinto . della nazione s'adopera negl' impieghi a servire lo 
slato; quattro quinti sono possidenti, agricoltori, negozianti, 
*ftigiani, braccianti ; e tre dì questi quattro quinti apparten* 
gooo al popolo , cioè a gente che ricava il campamento soltanto 
dalia sua sanità e dalla sua robustezza; Ma anche 1* impiegato e 
loffiziale hanno duopo della paga per procacoiare il bisognevole 
(<ii risparmj non è da ragionare), e il numero delle famiglie che 
P^r copia d*averi possono assicurare 1' avvenire delle figliuole è 
*<^r8o, e il paese è pieno di donzelle affatto sprovvedute, tra le 
qaali pochissime sono capaci di guadagnarsi il pane coi lavoro. Il 
matrimonio è il porto a cui aspirano le mille e mille donne sprov* 
vedute e disoccupate. Riesce peraltro a tutte di giungere ad ap- 
prodarvi ? è per tutte quelle che vi arrivano è egli porto di si- 
brezza e di salute T Chi è che non sappia la. maggior parte dei 
^nabj aver luogo soltanto ^rchè la donna non intravede nel* 



S42 LBfTomB DI wAmmà 

l'avvenire altro che solitudine trista e inevitabile miseria ? La 
femmina al pari del mascliio ba bisogno di nutrimento per non 
morire di fame, di ireatiarìo e di un ricovero per non perire dì 
freddo. E propriamente la mano sol dei marito dee sopperire ad 
ogni stringente bisogno? Ecco, ecco il teiribile guaio, la piaga 
profonda d'oggigiorno 1 e non è da credere che ne portino la 
pena solamente le donne. No! la società intera ne scapita, es- 
sendoché i connubj infelici debbono necessariamente inflaire 
suir indole della nazione in generale e* della cittadinanza ìd 
particolare» per tacere di altre oonseguenae^ pure funestissime. 
Sappiatelo, o uomini, dalla sorte delle vostre figliuole dipende 
la sorte del mondo I b — <r l'avvenire è con esse $ non le ab- 
bandonate dunque b , e « cessate di gettarne tante e tante da 
banda a guisa di matasse inestricabili ». 

È usanka quasi universale di tener le donne celibi e attem- 
pate in cento di mondiglia della società umana. Ha nel mentre 
che l'agrononso e il chimico s'ingegnano di produrre cose utili, 
esiandio belle, c<mii ogni specie di rimasugli e di ritagli , migliaja 
di creature intelligenti vengono lasciate là ad avvizzire e a 
deperire, qual peso gravoso a sé medesime, e di nessuno ulile 
né conforto al loro prossimo. I più non hanno vergogna di 
slringersì nelle spaile e di malisiosamente sogghignare, allorché 
una donna sulla trentina si mostra invaghita dei giovanili di- 
porti > o fa palese il desiderio di accasarsi, cioè, di trovare no 
appoggio nel marito, e di rispondere a quella vocazione che 
dicono unica vocazione della donna. 

Eppure se una fanciulla non più giovine trovasse modo di 
farsi uno stato nei mondo, cosicché il suo tempo fosse utilmente 
impiegato, è molto probabile, ardirei dire é cosa certa, che 
ella non mostrerebbe mai o di rado sentirebbe tanta brama di 
trovar manto. Iraperoccfaé quel desiderio di essere amata |>ro- 
viene anzi tutto dallo stato di solitudine e di abbandono delle 
donne. Ve ne sono moltissime le quali , sebbene maritate , non 
conosceno la felicità che l'amore ingenera , e che nondimeno si 
contentano, perché le cure della casa domestica e deireduca- 
zione della famiglia valgono a degnamente esercitare le fon^ 
dell'animo. 

Sovente, pur troppo, le ragazze attempate riescono d'inco 
- modo peso alle ftimiglie a cui appartengono. La generftzio>>^ 



K WBim PBK FASfCIbLLI 343 

piò ffamne va cmiceiido: le nipothie rì fiinso belle, e richie» 
dono cqmaneBti •% aaelatio aragbi. Il capo di Teatiario che il 
padre di fan»tglia ai ?ede costretto di donare alla sorella tor- 
nerebbe più a proposito a una delle sue figlinole. Il posto alla 
eonrersazioDe, alla festa di ballo, al teatro spetta alla gioventù 
fiorente, non all'età abiadita. Quale abisso di des<dazionet qua! 
pelago di goaii ò la sorte di una vecobia sia celibe e povera I 
Id uggia a sé stessa, e agli altri tregge la inutile sua vita pro- 
prio in «r un aer senza stelle 9 , se pur non è t^nto sciocca da 
lasciarsi illudere dalle promesse menzognere della iqieranza , 
per le quali va sempre sognando avvenire più ferice al fianco 
é\ un marito* 

KuQ uomo può arrivare a pienamente intendere l'amarezza 
di tale stato cbe riunisce in sé ogni cosa più dolorosa e scon- 
fortante. Solitudine e vuoto nel cuore ; mancanza di utili occu- 
pasioni; povertàe dipendenza; il pensiero tormentoso di essere di 
aggravio alla propria famiglia e di addivenire bersaglio ai mot- 
H^ por qualunque mostra che eHa faccia dei sentimenti che 
agitano e conturbano il povero cuor femminino; tutto ciò com- 
pone nn quadro tanto tetro, tanto melanconico da vincere al 
paragone Teffetto di una giornata nebbiosa d*autunno , quando 
la pioggia venendo giù a . stille sottili » fitte e pungenti vela 
l'oriuoate e tinge tutti gli oggetti di un bigio cupo o mone- 
to. Certo» la fiera lòtta che la natura sostiene « quando 
il turbo spira», il fragore del tuono /T imperversare del vento 
generano sensazioni di gran lunga meno sinistre. 

• Terribile è il destino cbe è riserbato alle povere forze 
dHlo spirito umano quando mancano di degno esercizio, di 
^no fine I » scrisse anni fa un ingegno illustre , e vogliamo 
^rare die non l'abbia detto soltanto per una metà del ge^ 
"«re umano. Ma come premunire le nostre figliuole contro un 
datino tanto terribile? Non vale il cercare di maritarle; 
%ni passo per questa via ci ^ ferebbe bersaglio ai sarcasmi 
M mondo, senza menomamente avvicinarci al fine desiderato , 
giacebè gli uomini fuggono che nulla più da una madre intenta 
> trovare uno sposo per la figliuola. Ed eoee perchè vuoisi 
bearle non solo ad essere buone massaje ed egregie madri di 
^ottglia, ma al ancora istruirle per modo che sieno capaci di 
^pemrsi in una qualche professione, caso mai la aorte non 



ok% LBTTUBB OI WàMOilA 

oonced»8Be loro di esercitare le faeollà aUiDenti «ila vocanone 
primitiTa. Non intendo affermare che allora potranno godere di 
una contentezza ugnale a quella di una moglie , di nna madre 
felice; la maggior beatitudine è cosa che spetta al onore, non 
y*è dabbio; m% sdl>bene solitaria nella sua vita intima t la doaaa 
che sa di poter essere parte in qualche modo utile della socie- 
tà, non può più chiamarsi sventurata, perchè ha saputo eziandio 
acquistarsi la stima di so, , e mantenere illesa la propria dignità 
umana. Or dunque imparino un*arte anche le femmine, e non 
sia chi mi tratti di visionaria se do questo consiglio. È dovere 
urgente il trarre dal misero stato in cui languisce tanto gran 
numero di creature intelligenti ; è tempo di por fine al danno 
che scaturisce dal lasciare inoperose le loro forze. E qoesU 
non è già cosa impossibile* I pregiudizi che chiudevano l'adito 
di una vocazione civile alla donna vanno via via scemando, e 
quelli che tutt*ora sussistono non sono catene adamantine , ma 
piccole siepi di pruni che non sarà poi tanto difficile tagliare 
e divellere. Questa non sarebbe già la emancipazione secondo 
l' intendono alcune delle ardite novatrici odierne , le quali fa- 
c(>ndo violenza alla natura del loro sesso vorrebbero veder le 
donne sciogliersi da ogni vincolo. Innovazione cosi fatta non sa- 
rebbe, no, cosa bella né desiderabile. Il privilegio di strisciare 
nel fango appartiene a chiunque non ha paura d* imbratterai ; 
e non ha che fiure colla necessità di una posizione civile per 
le donne. 

Taluno mi potrebbe qui obiettare esservi già alcune arti e 
mestieri a^ quali le femmine si sono adattate : vi sono maestre 
di scuola, educatrici, disegnatrici , sarte, crestaje, levatrici , ra- 
gazze di bottega e via discorrendo. Ma queste professioni non 
bastano al bisogno d*oggidl, e chiaramente lo- palesa la soverchia 
concorrenza in alcune delle sopraddette professioni; ooacorreoxa 
che porta seco svantaggi grandi. Consideriamo un pò* lo stato 
delle maestre, o delle cosi dette governanti. Che visibilio ^^ 
n'è dappertutto! Le figliuole dell' impiegato, deirufliziaief '^^ 
mercatante fallito, ec. si fauno governanti, istitutrici, prendo- 
no , cioè , a formare il carattere della generazione crespenl^ ; 
ed ò superfluo ricordare che novantanove per cento nulbi ^ 
nulla sanno della più difficile di tutte le arti. Vi è forte eb| 
dimanderà come mai sia possibile che i genitori à^patì^ ^ 



B SGBITTr PBB FANCIULLI 3^ 

persone a educare la loro progente. Fo anch* io questa doman- 
da, e li mio animo da fierisaimo duolo è strazialo allorquando 
veggo le madri trattare cosi gra^e negozio con tanta colpe* 
Tole indiflerenza. Ma ho già detto molto, e vi sarebbe da 
dire assai più su questo proposito; passiamo oltre. 

II darsi a una occupazione, senza possedere le cognizioni 
cbe richiede 9 torna di grave nocumento» non tanto ai fanciulli 
affidati alle cure di chi tale fiducia non merita, quanto alle 
persone cbe sono Veramente idonee a bene educare i fanciulli; 
coDciossracbd il merito rero é per lo più mal noto nella guasta 
età nostra, la quale altro non vuole che orpello, e nulla si cura 
della sostanza. Piacemi di muovere qui un'altra questione im- 
portante: perchè viene pagato il lavoro della donna molto mena 
dì quello deiruoìno ? Gli stipendj degli insegnanti maschi nelle 
Kuole, sono in proporzione un terzo maggiori degli stipendj 
delle femmine, e la differenza di onorario tra educatore e go- 
vernante è anche più rilevante. Questo non anderebbe bene 
nemmeno se le loro fatiche fossero uguali; ma quando, come 
avviene di fatto, eguali non sono, e il soverchio spetta alla 
parte più debole, la. è ingiustizia addirittura. Sono dunque varj 
i pregiudizj che fa duopo estirpare inverso il sesso femminile; 
loa il primo, il più grave è certamente quello che vieta alla 
donna la sceha di una posizione civile. Quale stima fiicciamo 
noi di un giovane intento solamente ad assettare la sua per- 
^aa e andare in cerca dei piaceri e di ricca moglie, per ac- 
<|ni8tàr8i con gli averi di lei il campamento? Nessuno tralascerà^ 
di oondannario severamente; ma le nostre figliuole, tutte quante 
si trovano nella stessa condizione; e chi ò che trovi da ridire 
8Q di ciò la minima cosa? Le cattive conseguenze pertanto di 
inesto errore farannosi sempre più palpabili, ed io estimo es- 
Mre lontano il tempo in cui la necessaria rigtpnerazione della 
donna verrà operata; e il primo passo sarà appunto una no 
velia posizione civile di lei nella scelta di una professione. 

Molti mestieri esercitati dagli uomini , infatti , più alle 
donne si addicono, quali sarebbero il sarto e il calzolaio da 
donna, la chirurgia ostetrica, Torologiajo, T incisore, l'orefice, 
ii cuoco.. Esse potrebbero imparare anche la litografia, la 
Toiografia, e vi sono senza dubbio molte altre faccende atte a 
f» capitale delle loro forze, del loro tempo, del loro ingegno, 
IV. n. e. hk 



346 I.BTT1IBB 91 VAMMLU 

della loro diligenxa costante, paiieote, delicata, e a nelterie 
in istato di liberare da un aggravio i conglonti. Eaaa eoatéri- 
rebbero eziandio grandemente alFagiatezza della fttmiglia, go- 
dendosi inoltre la contentezza di campare per opera della propria 
industria, e di non aver bisogno dell'ajulo e deUa carità 
altrui. 

Non è vero niente cbe te figliuole, le sorelle, la madre 
stessa di una famiglia trovino sempre in casa loro tante foc- 
cende da occupare tutto il loro tempo, talché non ne rinanga 
un poco per qualche altro lavoro. Quail^ ^ la sorgente dei nu- 
merosi difetti di cui le donne vengono accusate? Perebè ne 
vediamo' noi la maggior parte disperdere il prezioso tempo gi- 
randolando ovunque c'è speranza di uno svago, di una distra- 
zione ? Da che cosa dipende quel dileguarsi graduale della vera 
dignità donnesca? L*ozio, l'ozio è quel tremendo d^ravatorc; 
e la mancanza di un 6ne degno, è cagione precipua di sì iagri* 
mevole decadimento. La curiosità, la maldicenza, le varie eoa- 
gerie di sentimentalità e di afléttazione , la smania di fare 
sfoggio e di piacere , il desiderio di divertirsi , non sono difetti 
della donna; sono difetti della creatura intelligente, uomo o 
donna che sia , quando è tormentata dal tedio e dalla scooten- 
tesza di sé. Tengo per fermo che tuttooiò svanirebbe come pol- 
vere portata via dal vento ^ se fossimo solleciti di educare la 
donna in altro modo , e migliore di quello «he fa usato per lo 
addietro; enil tempo stesso cesserebbero i bisogni sognati, i 
pregiudizi nocivi , le superstizioni sciocche , e T uomo stesso non 
sarebbe più schiavo spregevole di passioni abietteé 

I vantaggi di una professione per la donna sono innuaie- 
revoli ; ed il minimo. di essi non é quello del non veder più un 
redentore in ogni uomo che fii le viste di gradire la conver- 
sazione delle nostre figliuole. 

Quanta consolazione poi nel pensare de non pure sono pa- 
ghe del presente , ma che posseggono esiandio un rifugio per 
l'avvenire. E quale rincalzo non sarebbe per tante famiglie , le 
quali appena possono attecchire U cena col desinare ? E le oc- 
cupazioni utili bandirebbero chi sa quante faccendo scipite e 
superflue , il sentimento del bello e dell'armonioso non verrebbe 
pith tanto stranamente oltraggiato da oerte conversazioni musicali 
(ia muovere a sdegno roreccblo il meno delicato, e l'occhio non 



K scmim FSB wtìictVhLi svi 

sarebbe più offeso dalle vedute di ricamocci e di diBegnubci 
che quasi quasi vi riconeiltano eolia miopia. Seommetto pu* 
ranco cbe gli autori di eerti rooiansacei non troverebbero pièi 
leltrici, piuttosto vitiime. Oh^date «D'occupaiioney ìbd me- 
stiero, UD Ittvopo )^atìe» alle donne I Sebbene non generi per 
sé stesse tutto il bene , è senza forse il priiiio gradino all'acqui- 
sto ed al flianieniniento di esso. 

Indi non oon viene ecceltuarne nemmeno le persone ri<9e]ie^ 
tanto pel loro bene proprio, quanto perchè nessuno ha il di- 
ritte di rimanersene cmbioso ili un mondo in eui e per legge 
saldissima di natura al cessare dei moto eessa la vita in tutte 
le eose »• 

La PreYvideaza fece Fuoino signore della terra; laonde, 
dipende da hii fiirne il paradiso dke andiamo sognando. SI. Iddio 
di tante privilegiò la creatura umana da conferire an<^e a lei 
il diritte di creare; e in ciò ò riposto uno dei pili rilevanti 
distìntivi deir«nte ditato di ragione, perchè non esso, ma si 
Tanimale trova qui la sua utopia belile fatta* 

Ma cerne Esali barattò il retaggio e la benedizione paterna 
con la vivanda prediletta , cosi l'uomo si disfece della prero- 
gativa divina, senza ricavarne peraltro il frutto che ne aspet- 
tava; tanfo è vero che la felicità umana non si acquista ali- 
mentando solamente i piaceri dei sensi. 

Quando parlo di nn paradiso su questa terra non intendo 
vataralmente uno stato libero da ogni affanno e da ogni dolore , 
bensì una vita fatta bella per quella contentezza che scaturisce 
dall'adempimento scrupoloso degli ufSci che toccano a ciascuno 
di noi. E questa vita può e dee fa-re tanto l'ultimo quanto il primo 
nella scala sociale» perchè a tutti corre l'obbligo di conferire 
al bene universale, a II miglior cittadino » . dice Beniamino 
Franklin, « è quegli che sa fare meglio e con maggior rettitu- 
dine di coscienra il proprio mestiere d. 

Il nome di buon cittadino merita quindi che ciascuno si 
^operi con zeb onesto ed indefesso nelle faccende sue parti- 
colari. Il contadino non meno del legislatore; la povera serva 
ola sartina non meno della massaja e della madre di fami- 
glia; il manuale non meno del filosofo. Soltanto colui è mem- 
bro inutile nella comunanza civile, il quale lascia poltrire le 
proprie forze per infingardia , o perchè si creda che il compito 



348 LKTtOBB 01 FAMIOLU 

a lui aMQgnato non «ia degno delle quaKtà del gua animo» o 
per essersi avvexzato a non rivolgere la sua mente fuorché a 
cose che gli arrecano piacere. Pochi sono gì' individui di que- 
sto secolo i quali per natura o per abito non pieghino a una 
di queste difettose tendenze; e particolarmente ne patisce il no- 
stro sesso. Molle donne intelligenti passano la loro vita in una 
inerzia vergognosa t perché s'immaginano che un lavoro, una 
professione non siano cose degne delle belle facoltà a loro do 
nate. Le si lagnano perché furono create donne; lasciano già- 
cere inoperose le mani nel grembo , e sognano un altro Biondo 
con una sfera di azione più acconcia ad esse. Vuoisi fare ogni 
sforzo per divellere da senno questa mala pianta; che l'iner- 
zia .della vita é cosa perniciosa quanto la disperazione inope- 
rosa nel tempo della sventura. Benvenuto €ellini allorché 
era colpito da gravi sdagure soleva pregare: « Ajotami, o 
mio Dio , che tu sai che voglio aitarmi anch' io ». E colui che 
in qjuesto modo invoca il soccorso divinoiiK>n manchsr& di ot- 
tenerlo. 

Non si danno circostanze tanto meschine da non poter es- 
sere migliorate in parte; e chi ha saputo riportare una vitto- 
ria, fosse pur piccola, nel combattere l'egoismo » la viltà, la 
superbia e 1"^ inerzia o di sé o di altrui, e nel trovare riparo alla 
povertà o a qualche altro male, quegli ha arrecato a sé stesso 
non scarso benefizio, e di più é stato utile a coloro che gli 
stanno vicini; mostrando, prima la possibilità di liberarsi da 
simili pesi 9 indi il modo di farlo. 

Quelle donne che hanno da combattere più particolarmente 
contro l'avversità , sono parimente atte a tal pugna; im* 
perqcché iddio misura il peso secondo le, forze; e queste, per 
esercizio che se ne faccia , vanno crescendo. 

Oltracciò essendo cristiani dobbiamo accettare con pazienta 
forte e serena ogni tribolazione, ogni croce. Il nostro Mae- 
stro portò sopra l'omero lacerato la croce su cui gli toccò 
a finire la sua vita e non ne fu alleggerito che d<qK> essere 
caduto tre volte. Pure il dolore che gli empiva l'animor, le la- 
grime che andava versando « non ebbero per cagione i patimenti 
suoi proprj ma gli errori e le colpe de' suoi carnefici. Gesù Cri- 
sto é l'immagine più bella e sublime dell'altezza e della di- 
gnità umana. MiM'ibondu, in roe^zo ai più crudeli patimenti, 



E 5CBITTI PER VANaULU 349 

egli non si dimenticò di pensare al bene degli altri , di tenera- 
mente provvedere alFavvenire de' suoi cari. Egli porgeva puranco 
dolce conforto a chi accanto a lui pativa, e perdonando, amo- 
rosamente perdonando ai nemici suoi, volle ancora implorare 
per essi il perdono dal suo Padre celeste. Eeee Homol . 

Camminare sulle orme del Redentore, imitarlo per quanto 
sia possibile, questo sì che l'uomo può fare; e nessuno ha il 
potere di vietarglielo, che nessuno è capace di toglierci la li- 
bertà in qualunque occasione di altamente sentire e di pensare 
ed operare con dignitosa rettitudine. Nò ò ciò tanto difficile 
specialmente a noi donne. « Io poi credo » , scrisse già una egre- 
gia creatura, che orà.ò angiolo di iParadiso, <x che il miglior 
passo da farsi verso la perfezione sia Fodio di tutte quelle colpe 
<^Udiane, che sembrano nulla a noi e che tanto dispiacciono 
alla perfezione del Signore »• Questo, e il non increscerci di 
adempire con fedeltà costante i più minuti uffici ò proprio di 
un'anima elevata che agogna.il vero bene, vale a dire quello 
della pace dell'animo, per opera di volontà salda e pura. 

Colui che ò nel possesso di questo bene ha sicuramente in 
oon cale tutti gli altri. ^ 

A coloro phe altro far non sanno fuorché andare in trac- 
cia dei piaceri, a cui ignota è la beatitudine del lavoro, 
la povertà torna ottima monitrice. Herder le- diede nome di 
decima musa , e non a torto: chi sa a quanti uomini grandi 
nell'arte, nel sapere e nella virtù la fu maestra e instigatrice I 

Il lavoro ò non solo capace di premunirci contro gl'inconve- 
nienti della povertà, ma sì ancora contro la degradazione morale 
che spesse volte ne deriva. Quella donna che non ha rifugio nel 
lavoro quando la penuria col ferreo suo dito picchia alla porta 
di lei , è senza riparo perduta.. I più profondi abissi aprenti in: 
nanzi ad ogni passo della sciagurata; che la miseria in compa- 
gnia dell'ozio popola gli spedali, le carceri, e conduce grado a 
grado le sue vittime attraverso tuttet le sozzure del vizio, a 
morte immatura e inonorata. 

Moralisti, legislatori severi ! giudici inesorabili, invece di 
rigorosamente condannare e punire le colpe , ponetevi a preve- 
nirle. Date lavoro al sesso femminile, lavoro. pratico, utile, pro- 
fittevole e che tenga in esercizio anco l'intelletto e il gusto « 
incutetegli ben bene la persuasione che il guadagnare il pane 



3ÌM) LETTOIB DI FAVIGLU 

quotidiano con le proprie fiitiche è eosa tanta, grande, onorevole 
Mettete le mostre figlinole,' non che i figlinoli in istatodione- 
slameate campare; e la donna sensa estere reggitrice degli stati, 
senza brandire la spada neHe battaglie, sensa entrare con voi 
in gara animosa nel campo delle scienze e delle dottrine, e 
senza che nemmeno le siano ,mai chiuse le fonti del sapere, 
verrà ad essere nel vero significato della parola, Taltra metà 
del genere umano. L.* Y.' 



Nomm VMiE 

LO STUDIO DELLE SCIENZE NATURAU 



Sotto qnesto titolo ddremo di quando io quando 
articolelti originali o cavati da opere nostrali ostra- 
niere, con intendimento di stimolare i lettori allo 
studio delia naturale dì porger loro utiU e dilettevoli 
cognìzionL 



•f serfr««|«a g esit s Uaih» imìtmemm «dl« stAi» del i sm*ì 
. nel tewpl aattehkislml. 

La geologia , che è la scienza della formazione e strattara 
della terra , appartiene tanto alla fisica quanto alla storia nata- 
rale. Questa scienza odiernamente nata e cresciuta con rapidi e 
notevoli avanzamenti , é di tal pregio per le arti e le indosfric 
e tal diletto ingenera negli animi, che stimiamo possa riescire 
ntile e grato ai nostri lettori additarne loro in succinto l'oggetto e 
i fondamenti , mostrando insieme quale per avventura esser potesse 
lo stato del globo terrestre prima della creazione deirnomo. 

Non Ti sarà più oggimai chi voglia credere o sostenere essere 
la geologia una scienza fondata sopra semplici conghietture, iO' 
perocché sono suo valido sostegno documenti da non mettere in 
dubbio , quali le ossa fossili e talora scheletri interi di animali 



B scimi pn FARcivixi 8SI 

enoriBi e straai, creati prima che Taomo comparisse sopra la 
lem; a?aiiri4ÌÌTegetabiii giganteschi ete pia non germogliano 
su questo suolo da tanto tempo ; memorie di an mondo primi- 
tiro, sepoho ora In terreni , i qnali eoi lo^ ordine di soyrap- 
posùioDe ( vale a dire gli strati o falde geologiche ; le zone in 
coi é fasciata la terra ) addimostrano chiaramente quello della 
creazione, l'ordine stesso, gioyi dirlo ànsi tutto, elle è perfet- 
tamente conforme al racconto della Genesi. 

La storia geologica della terra pnò essere dijisa in cinque 
epoche , rispondenti ad altrettante riToluzioni avvenute nel globo 
a ioteryaili di tempo che non possono essere misurati , ma che 
necessariamente contano un certo numero di migliaja d'anni. 

Gli nomini non potranno mai dire che cosa fosse la terra 
prìffia delle epoche geologiche ; e in questo dobbiamo stare alla 
Genesi ; imperocché tutto quello che vi si nota intomo alla crea- 
zione del mondo è confermato dai monumenti che la terra nel 
suo seno raecbinde. 

Noi vi leggiamo giorno per giorno , che è quanto dire » 
epoca per epoca secondo il linguaggio figurato dell'Oriente» 
l'ordine della creamne ; e Tediamo che l'uomo fu areatp nllimo » 
quasi a coronare l'opera del Creatore. .Infatti nm sonosi mai 
^rate ossa ornane tra i frantumi fossili delle vdiverse genera: 
xioni d'animidi precedenti a quella ddl'uomo (1). 

(i) La Genesi dice che Dio; creò ia loce il secondo giorno» e clie 
il sole e le stelle furono dipoi. Ci fa danqne sapere ciò che l'uomo 
ha ignorato fino a questi ultimi tempi ; essendoché Newton considerava 
la loce quale einanaziope dei corpi luminosi , del sole , delle stelle ; 
^ la scienza moderna consente che essa abbia orìgine da un fluido 
W di misura sottile ed elastico il quale riempie Tuni verso ( il fluido 
etereo ), 

<c II reputare significate altrettante epoche ne'sei giorni della crea- 
" lione è pienamente tollerato dalla chiesa cattolica ; mentre favori- 

■ scono questa opinione Origene» S. Gregorio Nazianzeno e S. Ago. 

* alino, il qual^ nel libro IV de OewH ad Uieram^ con uno slancio 

■ degno della sua grand'anima , suppone perfino che il settimo giorno 
Don sta ancor terminato. ^ ai tempi nostri il cardinale Wiesman 

' (liceva nelle conferenze da lui recitate a Roma e poi stanipate a 

* Londra : - A che ripugna il supporre che possa Dio avere eletto 
^ ona proporzione e scala, per cui la vita progressivamente avanzasse 
«alia perfezione, si nell'interno vigore che negli esteriori' stromeuti 7 



LBTTUU DI FAMiaf.U 

Opina il BùflbD che rincontro di una* cometa col sole ne 
distaccasse alcune {K)rziooi di materie, le quali, slanciate lique- 
fatte nello spazio , addivenissero, per legge preordinala dal Crea* 
tore , pianeti e satelliti. Ma oggimai é quasi evidente che le 
comete sono agglomerazioni di vapori più o meno densi , e poco 
idonei all'uABcio che Buffon assegna- loro nella formazione della 
terra e degli altri pianeti. 

Sembra dunque miglior consiglio lasciare tra le mere ipotesi 
queste e altrettante opinioni , e dipartirci dairammettere sem- 
plicemente il fatto della creazione quale ci viene riferito dalle 
sacre carte. - 

Peraltro non possiamo fare a meno di conoscere che la terra 
fu prima corpo liquefatto, e che soltanto dopo lunga successione 
di secoli la superflcie essendosene assodata, potè tesero stanza 
di vegetali , indi di viventi. 

Una corteccia grossa sette o otto miriametri (1) ci separa 
dalla immensa e spaventevole fornace in cut vanno continoa- 
mente bollendo i metalli e le terre liquefatte. Le riprove di 
questo stato d'interna ftasìonè della terra, ci stanno, per cosi dirst 
sott'occhio; ed anzi tutto le porge il calore sempre crescente cbe 
andiamo trovando nello scavarla molto addentro. 

Alla profondità di undici metri incomincia questo aumento 
di calore, il quale ogni trenta metri cresce di un grado termoro^ 
trico, sicché ai tremila metri deve essere quale il calore del- 
l*acqua bollente, e a trentamila metri, se l'uomo potesse sfondare 

a Se la geologia manifesterà qualche segno siffatto, chi ardirà dire 
ff che non consuoni, per stretta analogìa, colle vie di Dio nel fisico 
a e morale governo di questo mondo ? » - ( Brevi nozioni scientìfthi 
ini creato). 

La geologia svolgendo le zone in cui è fasciata la terra ha ritro- 
vato nel primitivo sviluppo della natura queste gradazioni : - « Pia 
« antichi fra i corpi organici appajono le piante ed i molluschi: i 
tt pesci cominciano la serie dei vertebrali : succedono i rettili marini, 
à poscia i mammiferi marini: i volatili precedono i mammali erbivori, 
« e questi i carnivori; ultimi i quadrumani (cosi raggiungevasi U 
« forma dell'uomo); e in generale gli animali più antichi dissomi- 
« gliano dalle specie ora viventi ». - {Cantù, SU)ria Universàley 

(1) Un mirametro si calcola approssimativamente sei miglia. Sia 
detto ora per sempre , che un melrct equivale a circa 1 braccio e due 
terzi. II miriaroetro è una lunghezza di diisclmila metri. 



fin ligpàt troverebbe la materia liquefatta. Ooesle riprove opnsi- 
siooo ancora nelle scatarigìnt d*acqae caMe o anche boUeati ebe 
s'ificontrano in tanti luoghi ( e basti ricordare le sorgeìiti del 
Gejser neirislanda , ove si vedono scaturire , a grande altezza, 
eooroìi colonne d'acqua bollente); nei vulcani che dir si possono 
imoieDsi sfiati della grai^ fornace terrestre ; e nei terremoti pei 
quali la corteccia del suolo crolla, ai spalanca, ondeggia a mo* 
faro dei ribollrmenti delle materie liquefatte e dello sforzo dei 
fiuidì vapori che, si sprigionano. 

Tenendo dietro ai computi di Bufibn, è stato necessario un 
tempo lungo sterminatamente perchè la corteccia terrestre si as<- 
sodasse; e un altro non minore intervallo deve essere passato 
prima che la superGcie del suolo si fosse freddata tanto da potervi 
sussistere i prirai^corpi organati. 

Giovi dare ora una rapida occhiata alle diverse epoche sopra- 
ricordate. Non è. eerto inutile conoscere un poco la storia anti- 
chissima della nostra dimora terrena, sebbene vi siamo pe- 
regrinanti. 

Diremo anche qualche cosa della cagione probabile dei 
grandi sconvolgimenti fisici , i quali hanno più volte messo sos- 
sopra il globo terraqueo, sotterrando sèmpre i corpi anterior- 
mente creati, fino a che vi comparve Tuomo uscito dalle 
mani del Creatore , insiem coi più degli animali che or cono* 
sciamo. 

È da per. mente anche a questo; che man mano la superficie 
s'andava raffireddapdo, nascevano a popolarla enti .conformatila 
guisa da poter vivere nella sua temperatura. 

Prima le piante, indi i molluschi , i polipi, i pesci, poi i ret- 
(iii, poi le enormi lecerle, poi animali che viepiù si accostano 
alla natura di quelli che ora vivono sulla terra. 

Figuriamoci quàl fosse il globo allorquando tutti gli eie- 
menli, per cosi dire, .essendo nello stato di vapore o di fluidi 
dovevano farne un immenso cao& 

Poi le terre e i metalli, di vapori che erano, incominciarono 
a condensarsi e divennero congerie di materia ardente la quale 
formò il nocciolo della terra. v 

1 Ouidi, i gas più leggieri da ogni parte la circondano , e do- 
rranno a suo tempo, combinandosi'insieme, formar l'acqua del- 
l'oceano e l'ójr'ìa atmosferica» 

IV. ne. 45 



Tal fa la terra quando la mano potente del Creatore la 
lanciò nello spazio perehè facesse il sae periodico gire intomo 
al sole, e divenisse, dopo mtgliiya di secoli la dimora degli 
nomini. 

«." EPOCA - Terreni prtinUlTl , «easa ffoMlli. 

Onesto stato dunque del nostro globo fu antecedente a qael 
tempo al quale fo assegnato il nome di' prima epoca. La terra 
pervenuta a bastante raffreddamento, ricevette le acqne Odo 
allora state sospese in forma di vapori; l'azoto e l'òssigenc ne 
composero Tatmosfera ; quell'immenso cataclisma ne sconvolse 
la superficie* 

Allora probabilmente dal violento incontrarsi delle masse 
raminghe e dallo sfacelo delle roccie , si andò formando ana 
falda di terra, la quale poi, per opera del calore e deirumido, 
fti capace di coprirai di piante. 

t^ fiPflCA - Terréni M IraiMliilone e earbontferl. 

Nel formarsi quei vegetabili posti dalla mano del Creatore 
in questa nuova terra , e antecedenti agli animali che se ne 
dovevano cibare , i primi a comparire furono quelli che avevano 
più semplice organamento. TuUe le piante che si rinvengono nei 
terreni più antichi spettano alle famiglie degli acotiledonì e dei 
monocotiledoni. Erano allora notevolissimi pel vigore e per la 
statura di gran lunga superiore alle specie analoghe dei nostri 
tempi. Infatti le felci arboree giungevano all'altezza di 25 e di 
30 metri ; le canne , i banibù , i fuchi erano giganteschi ; il 
mare allora era abitato da poKpi^ da radiali composti di on 
tronco semplice , articolato , che aveva in cima una specie di 
spiga con braccia o tentacoli; dai trilobati^ che sono I crostacei 
meno somiglianti agli attuali , e avevano il corpo diviso per lungo 
in tre parti o lobi da due solchi profondi e paralleli; da alcuni 
molluschi, tra i quali primeggiavano i produetus e gli spirifer. Nei 
terreni superiori di quest'epoca sono pesci marini e d'acqua dolce; 
i megalitidi che partecipano insieme del pesce e del rettile , le 
testuggini, alcuni insetti delle famiglia degli emitteri , dei eo- 
ìeotteri e dei neforotteri, gli 9c&rfiùni,\ calamai. Le piante 



s Muvf 1 Fsa wéMemti 865 

terrestri sodo in OMggior Domerò, e s<>prattii(to le palme, quelle 
a ventaglio , ad albero e d'altre forme 

Qaesli Tegetabili , rimasti sepolti per cagione di un nuovo 
cataclisona , per effetto di un altro grande seonvolgimenlo ter- 
restre, hanno addosso enorme quantità di terra ; talché per 
opera di tanto peso e per effetto del calore , ai convertirono in 
carboD fossile. 

Nella galleria botanica del giardino delle piante « Parigi 
redesi una copiosa raccolta d'impronte di foglie e di Xusti che 
appartennero a piante oggidì quasi tolte sconosciute , e che fu* 
roDO deirepoca denominata carbonifera , imperocché sono for- 
mate nello stesso carbon fossile. 

La terra , prosegnenio a perdere mna parte ilei suo ecces- 
«?o calore , incomincia a- popolarsi d'enormi animali ehe ap- 
parfeogono al genere della lucertola e che i naturalisti chia- 
marono $Murj 9 col corpo coperto di scaglie , unghie alle Eampe 
e i denti incastrati nelle mascelle; e con essi opparisce gran 
OQnero di mottmthi ; gli ammollili o cotna fAmmmtt con- 
cbiglie univalvi raccolte sopra sé a spirali , e che oggidì si 
trovano solaaoiente impietrite e incrostato nella pietra da costro* 
none (alcune hanno il diaoaetro di un braccio e mezzo e df 
MI) braccio e due terzi); indi molti pesci grossissimi; i primi 
fatili propriamente detti , come i w^galotaufi , specie di luoer^ 
tole grandi quanto Te hal«ie , e i phnoéaurf di stranissima 
allora , perchè avevano Insieme la testa di lucertola, il collo 
ài serpente, il corpo di quadrupede 4; le membra di cetaceo, e 
)Q lunghezza passavano anche le sedici o le diciaissette braccia» 

Vittiosaurio è uno dei più singolari tra quei mostri , Im^ 
perocché ha la mascella del delfino, i d^nti del coccodrillo, la 
testa e lo sterno della lucertola , le estremità del cetaceo e le 
Tertebre del pesce. Quest^aoimale che partecipa del cetaceo e 
4el pesce, era lungo tra le dodici è le quindici braccia. A questo 
vanno aggiunti i geosaurj, i mtuiodansaurj , i /ttoàautj, altri 
^Bltiii notevoli per la struttura e per la (frossezxa ; il tnosogmurio 
passava le dodici braccia; eììptisrodaiiihavA un rettile volante 
che si assomigliava a un enorme pipistrello, e in tutto apparisce 



856 LBTTUBÈ DI fAMIttLlA 

diverso da quanti se ne conoscono animali foasili o animali ora 
YÌvenli. 

Vengono pòi i primi coecùdriili assai più grossi dei pre- 
senti , e i enuiacei , molti gamberi nugrini e gU wofUi a 
riccio. 

Incominciano a comparire alcuni uccelli deirordine dei 
trampolierì, come aironi^ cicogne, ibi. 

Le piante sono in generale meno gigantesche di quelle 
della prima epoca, e appartengono alla medesima specie, ma ?i 
si aggiungono varj generi della famiglia delle cicadee. 

4.* EPOCA. -' Terreal eretosl'e tenl«r|. 

Ora abbondano i coccodrilli , e notasi T Heeaurio , Incertola 
lunga dodici braccia; vedoosi sahtnandre gigantesche; tariarughe; 
gran numero di petci; grossi cetacei, come il lamantino^ la bakna, 
il delfino e infinita copia di conchiglie marine. Tra le cerili 
primeggia^o le ostriche , le belemmiti , 11 nauiilo ; le conchiglie 
lacustri indicano gii i terreni d*aoqua dolce; e coatinuanoa 
moUiplicarsi i crustaeei e gli xoofili a riccio. 

È questa Tepoca nella quale appariscono i mammiferi eolro 
i terreni sovrapposti alla creta ; e la massima parte di essi ap* 
{Mirliene a specie che non hanno analogia con le ▼iventi. Molti 
sono pachidermi e paleterj , e di questi se ne incontrano nove 
specie ; i più grossi erano alti due braccia e meszo da terra al 
sommo della schiena. VanoploUrio comune giungeva a sole due 
braccia da terra alla schiena, e aveva grandissima coda ; YancpIO' 
ierio minore era più piccolo e con la statura , la sveltezza , la 
grazia del camoscio» V'erano più specie di lofiodj f alcune delle 
quali grosse quanto il rinoceronte; i cheropotami o maiali dei 
fiumi; gli aniracoterj grossi quanto un somaro, e gli aiof^ 
quanto l' istrice. Tutte queste sono specie perdute , ma insiemi 
ad esse comparvero l' ippopotamo e il rinoceronte bicorne , di 
forma poco dissimile da quella dei presenti ;. il tofiro , il ^i"* 
ghiaU , il cavallo , alquanto più piccolo ^di quelli dei nostri 
tempi , il cervo , il bue , Y orso , la Jena e la tigre. 

Le ossa di questi . grandi carnivori sono amunuccbiaie ia 
gran copia soprattutto nelle eaverne, e franuntste a quelle d'altri 
animali che avevan loro servito di pasto. 



B M«im m wAMsaoiLi 857 

Queste caterne tanto ripiene di ossa soao.an fenomeoo 
siogolarissifflo per ogni aspetto (f): i residui che ess^ raccbiiH 
dono ìd 8ò fanno fede che animali di specie , di generi e di classi 
affatto diverse , analoghe a quelle che oggidi non potrebbero 
sassistere nello stesso clima , hanno, vissuto nondimeno insieme 
oeirantico ordine di cose. Animali che ora vivono solamente 
oella zona torrida , vissero b abitarono un tempo con quelle 
specie che or s' incontrano solamente nei paesi più glaciali. • 

Nei terreni di quest'epoca rinvengonsi eziandio il castoro ^ 
lo scoiattolo, la kpre^ il topo €u:quqjuolo ec. 

Gli uccelli fossili erano somiglianti alle hecoaeee^ alle qwtgjtiiy 
alle lodùk marine^ all' ibi , all'oca, all'atici^ra , alla civetta ec. 

Le piante si accostano sempre più. alle conifere della zoaa^ 
temperata» 

t." C1»Ò€A. ^ Terreni trasportati o di «IfiivIOBe. 

1 pachidermi di specie ora perduta» quali sarebbero i pa- 
leoterj., gli aDoplolerj , ec. non rinvengonsi più nei terreni mo* 
demi mentre quelle dei quadrupedi ora viventi , e che nell'e^ 
poca precedente erano rare» sono numerosissime in questa ; il 
nailodonle jgigamtctco era un pacbiderme eoa la proboscide e le 
zaone a gnisa dell'eleCante ; aveva corporatara andte più mas- 
Mccia; e masaimamente « discostava da questo per la spropo* 
sitata grosseua dei denti, i quali avevano la supericie coperta 
di bernoccoli cooki e posU a coppie^.. 

Gli elefanti ormai innumerevoli hanno lasciato quasi per 
tutto immensi mucchi delle loro ossa. Vi,. è il tapiro f vi è ii 
éinotirio animale gigantesco che doveva partecipare insieme 
delFelefante e del tapiro. Una lesta di quest'animale trovata 

(1) Presso al polo , ove or sol nutre il terreoo 

Pallido musco, e pe' campi agghiacciati 

L'irto Lappon strìnge alle renne il freno, 
Torreggiavano allor di smisurati 

Elefanti i' gran* corpi ; e in cerchio immane 

Insoliti bngai s'avyolgean ne* prati. ^ 
Orrendi mostri t onde or ehi delle strane 

Forme scuopre gli avanzi eie grandi ossa , 

Taciicr e fredda di stapor rimane. 

{ Cui^ina Pérrucci^hmo 9A\9L Terra}. ,. 



358 ' LBttmfiB Di< wàmmsk 

nel Ififf è iofiga più dì tre bracda, e pesa cirea setlecenlo 
libbre. Doterà superare per forza e per grossezza gW elefantì 
più colossali ; aveva la proboscide ; e la mascella inferiore era 
armata di due lEanné ripiegate verso la terra. 

11 ifidfnmul ora un grande elefaute col dorso lanoso e seto- 
loso. I crini soiigevauo lungo il collo e lungo la spina dorsale 
per modo da fare una specie di criniera. Se ne trovano le spoglie 
in gran numero nella Siberia, e I ghiacci polari spesso ne 
mostrano alcuni Interi e conservati stupendamente. Trent'anni 
or sono fu trovalo un mammtit intéro e lutto gelato nelle sponde 
glaciali della Lena^ Qume della Siberia. Poterono scoprirlo in 
una frana avvenuta sulla sponda del fiume. H ghiaccio aveva 
conservato tanto fresca la carne, sebbene fosse 11 sepólta da parec- 
chie migliaia d*anni, che i caceialori , dopo averla fatta digelarc la 
dettero a mangiare ai lor canL Nel giardino delle piante a Pa- 
rigi f hanno un pezzo della pelle di quest'animale antidiluviaDO. 

Vengono poi i cavalli., i cervi con grandissime e ramose 
corna, e mote altre specie analoghe; ìndi il porco spino: il 
megaterio è aoifliiale non pia viveale, e che^em grosso quanto 
Telefante , partecipando della aalura del tardigrado , é dell'ar* 
madillo I imperocché andava copertu^com'essi 41 una specie di 
oorSEza fatta di scaglie, e i suoi piedi erano arsiaU d'unghie 
OKìstraoaei e tagHenti con le quali potere scavare^ la terra per 
eslrame le radkbe. Pare ohe il tns^lombt , grosso quanto il bae, 
appartenesse alla famiglia del precedènte ; il pang^Uno era lungo 
piò di dieci braccia; il feUf-^speha aveva la forma del giagaar 
e la grossezza del leone. 

Ai carnivori già ricordati nell'epoca precedente sono da ag- 
giungere in questa il lupo , il eane , la volpe , la putzola , ia 
mustela o donnola , il tasso , la talpa , il pipistrello. 

1 terreni mobili di alluvione ricuoprono una quantità im- 
mensa di residui di piante; vi si trovano «sepolte foreste in- 
tere , e i tronchi d'albero sempre legnosi possono essere adoperati 
utilmente ; e le torbiere che ricuoprono spazi di molte miglia 
quadre , contengono in gran copia quei vegetabili legnosi coperti 
da grande quantità di vegetabili erbacei.conosciuti sotto il nome 
di torba propriamente detta. 

Tra le centocinquanta specie di mammiferi ò quadrupedi 
ovipari scoperte da Guvier, novanta sono sconosciute ai nalu- 



B gcMTn rit Fucnrixi 859 

ralislk Ai corpi giganteschi' e di forme idie w dkebboMì ca- 
pricciose e mostniose, e che evideotemente sono i più anticliì» 
leDgono dietro ad ogni niiovo stadio di 'creazione animali passo 
passo più aamigliantl alle razse contemporanee dell'iiamoe cbe 
popolano la tèrra. 



«ci «oatfaena. 

Tralasciando d'investigare rinfliiensa delle comete, che 
ornai dal più tra f li sciensiati è giudicala quasi inefficace ri-* 
spetto alia terra, ecco in qnal modo potrebbero essere spiegati 
i grandi sconvolgimenti dei quali abbiamo toccato , e quelli a 
coi il nostro globo potrebbe con l'andare del tempo essere 
soggetta 

Tutte le osservazioni geologiche fanno eTidentemente ma- 
nifesto quanta parte abbiano avuto le acque nella contestura 
M nostro globo/ Noi ritroviamo per tutto le loro tracce e grin- 
dizi dei loro lungo soggiorno , dalla cima dello più alte mon* 
^V^e^ fino nelle più profonde cavità che l'uama abbia mai 
potuto ricercare nelle viscere delia terra. Ogni 'dove al trovano 
le rovine di un mondo anteriore, ogni dove s'incontrano testi-^ 
nonianze di una catastrofe spaventevole, dalla quale ebbe ad 
^re sconvolta ìa stiperOcie terrestre, sicché divenisse un in- 
forme radunamento di materie incoerenti , una specie di caos 
sui quale una giovane natura iioveva poi porre il suo nnovo 
impero, sfoggiare nuove ricchezze, destinate forse a perire 
SDclì*esse alla ior v^lta in un'altra rivoluzione fisica, da cui 
debbono emergere nn nuovo ordine e nuove bellezze. 

Sarebbe cosa di molto rilievo il potere spiegare Fantieo 
<^(aelismo e preconizzare il futuro rinnovamento; e questo du- 
pKce concetto si fonda sopra una verità di fatto e sopra un'os* 
ovazione giornaliera che da ciascuno può esser fatta. 

Infatti la posizione della terra rispetto al sole , e la incli- 
BSzìone dell'asse terrestre , per cagion della quale essa presenta 
al sole successivamente i punti del circolo denominato eclittica » 
sono effetto di circostanze permanenti , le quali finché doreranno 
3 essere, faranno si che la terra proseguirà a mooTersi con 
^l^esto medesimo ordine. 



Limm* M FAMIMJA 

* Smira $tarqi]r«4i fnveitigiire le cavee delia legge di gra- 
vità, certo è cbe ha molto che fare nei presente stato fisico della 
terra, e forse da essa sola dipende che sia qaale è. Ora aiBo- 
chè la tèrra perseveri in tale stato , è neslieri che questa fona 
operi sa di essa in an modo che io chiamerei equilibrante, io 
modo cioè che i due emisferi stiano ìq equilibrio, rispetto al 
centro d'azione di questa forza. Imperocché la gravità produoendo 
il suo effètto a proporzione delle masse e della densità, è cosa 
evidente che se uno dei due emisferi venisse ad acquistare mag- 
gior densità , l'attrazione sarebbe maggiore da quel lato , e la 
tèrra , dovendo obbedire a questa forza , prenderéhbe nuova po- 
sizione e inclinazione diversa rispetto al suo centro di gravità; ' 
e in conseguenza une dei poli s'addirizzerebbe verso del sole, 
a uno dei punti tra questo polo e l'equatore, e. fors'anche uno 
dei punti dell'equatore medesimo addiverrebbe polo, e aoche 
recliltica si muterebbe, e tutti gli altri circoli anderebbero sog- 
getti allo stesso cangiamento. 

Dopo di ciò Convien ricordare che lutle le matme brute e 
inanimate hanno un peso specìGco maggior delle acque; cosicché 
se queste acque venissero a ceder luogo a queste materie» do- 
%rebbe miliare la proporzione dei peso tra i divefvi puoti del 
globo. 

Ora egli è manifesto che parecchie cagioni s*acoordaDO a 
fare scendere dalle sommità della terra nelle cavità dell'Oceano 
queste materie ebe continuamente gli veggono tributate «dai 
torrenti , dalle fiumane, dai fiumi. 

Nondimeno questa quotidiana affluenza di materia, cbe se 
fosse misurata ci farebbe sbalordire » è pur sempre poca cosa 
ove la paragoniamo al volume per. noi. enorme del globo cbe 
abitiamo. Peraltro non. è da tenere in niun conto l'osservaziose 
cbe il mare in più luoghi ha mutato sponde , talché atcone 
ciuà non sono più come prima porti di mare, altre invece sono 
ormai sommèrse nei flutti. 

Ma diciamo pur che sia di poco rilievo questo traslocamento 
di materie, questa specie di demolizione d'ogni di, d'ogni anao, 
dei secoli.... Ma i secoli fanno somma, e con l'andare di essi 
questo scarico di materie, questo lento e insensibile trasloca- 
meiito cresce, cresce sempre; mentre la vita dell' uomo è laoto 
breve che appena se ne può accorgere; e se la jgoccia d'acqua 



B iSCBITTI PBR PAUCItLLI 361 

che setB/fìte cade ùélio stesso ^nto gìange à forare il duro ma- 
cigno, qoàl HiOù liarà pei^ essere Teffétto della natura òhe costan- 
temeiite Taf tainaiido roiWne cheesistó ora, per farne etóergeréi 
tma i0Mfl)oìH; ' Wterfórc ? 

Chi ét-difebbe affermare che lo spaventevole cataclisma rìte' 
rito Min BbriUtira, noto a tutti 1 popoli , attestato dalle véstigie 
ehe per tatto se ne intobti'aiìo, non fosse 'effetto di qnesla ca- 
gione, diélla quale si' siertl il Creatore 9 quando la sua sofferenza 
ffl fii stancata, come dice la Genesi? 

Fadte é -con(ee|^iré che allora tutto ebbe ad essere^sconvólto : 
<io?e per tanti secoli furono le acque, rimase asciutto; dove la 
più bella vegetazione lussureggiava andò Facqua a sommergere 
ogni cosa, a nascondere lericGbe2zedeIsaolo.Finalmente per effetto 
delle oscillazioni di una sfera, che dopo ayér ricevuto un impulso 
mctfmmensurabile , deve riprendere una posizione qual vuole la 
gravità, le più alte montagne furono coperte dal flusso e riflusso 
delle ondef agitate che a poco a poco s'andavan posando. Infatti 
^ da osservare che le alte montagne , le quali forse altro non 
^0 che lo scheletro d^uo mondo antico, non contengono quei 
terreni alluvionali depositati lentamente dalle acqae torbe che 
tornano limpide,' ma solamente presentano alcuni resti della 
vecchia natura gettati là come a caso e raccolti per e^ual modo. 

Chi vtnrebbe ormai affermare non poter essere riserbato 
^g^ destinò alla terra che abitiamo, allorché la successione • 
^^ì secoli atra fatto si che i bacini dei due mari reng^ino ad 
essere riempiti, tanto che basti per cambiare la densità corrispon- 
dente delle parti ond'è composto quest'immenso pianeta, che pure 
^ QQ picciòl punto nello spazio? 

Laseiamo ai più sapienti la cura di ben disporre le ipotesi, i 
alcoli, le probabilità. Certo, sarà difficile indicare quale abisso 
potrà essere tiempito prima , in qual parte si rammonterauno 
i frantomi éelle nostre montagne, le spoglie dei nòstri campi, 
<|aando ' verrà il tempo in cui requilibrio sarà turbato, e quale 
effetto produrrà il nuovo assestamento. Ma basti d*ayer potuto 
dare at^omento a un esame di tal natura che non ci pare in* 
<iegno deirattenzione di chi si diletta di meditare questi subbietti. 

Ha prima di por fine a questo cenno intorno ai fenomeni 
geologici è da ricordare on'altrk cagione che potrebbe col tempo 
>ver moha parte nel tatnbiamento dell'asse della terra, e sot- 
IV. n. e. 46 



36^ LBTTDIS DI PAMiaLU 

tpporre lo conseguenia il globo a un nuovo cataclisma* QoesU 
cagione opera eziandio con maggior forza e celerità dei fiami 
ì quali trasportano ogni anno presso alle spiagge marine le 
materie rapite alle pianare e alle montagne. Vuoisi qni parlare 
dei banchi d'ostricbe o d'altre specie di conchiglie che vanno 
crescendo ogni giorno, e delle dimore che i polipi continaamente 
si costruiscono, le quali a poco a poco s'innalzano dall'imo 
dei mari più profondi, e formano enormi ammassi che diven- 
gono isole di ragguardevole estensione , e , dopo un certo no- 
merò di secoli , perverranno a dare origine a vasti continenti. 



♦»♦ 



STUDI LETTERARI. 

È nostra mente proporre, coH'analiai estetica di alcuni dei 
più bei componimenti della nostra letteratura, e intanto con 
quella della Ode IX di Giuseppe Parini, a tutte le giovinette che 
volenterose 3' inoltrano di buon passo nel cammino delle lettere, 
un mezzo per agevolar loro l'acquisto delle regole che al bel 
dire si affanno; certi essendo che una buona analisi, come eser- 
cita la mente a contemplare gli scrittori nelle loro belleiae, 
così presenta l'occasione di notare e conoscere le leggi estetiche, 
spogliate della noja che per avventura arrecherebbero, quando 
fossero esposte in qualsivoglia modo sistematico. - Volere del 
Parini nella sua ode citata è quello di dimostrare, che egli 
non sarà per far versi, come n'era invitato, in mezzo al tripodio 
del banchetto, avvegnaché le muse rifuggono da ogni tumulto, 
e solo hanno vita là dove tace la guerra delle passioni. « Qiui 
a luogo, egli dice, avranno fra le mense versi elaborati eoo 
« arte , ed inspirati da uoa musa indagatrice, i quali sian degni 

< di aggiungere pregio alla età loro? Non senti tu qual tumulto 
« si solleva fra i convitati, che ti ricorda i centauri feroci, 
« quando, violando le leggi deirospitalità e della religione, 

< suscitarono una rissa nel nuziale banchetto di Plritoo? Al- 
« cuno sen va sui bastimenti di Cesare a portar guerra agli 
a Olandesi, e cupido vincendo il mare e i ripari, già con Ia 

< mente saccheggia gli scrigni carichi d'oro dei mercatanti 
a olandesi. Altri poi spogliano del fulmine la mano di Giove 
«.e parlano di scienza, ed altri vanno sui globi aereoslalid a 



K SGHim rsi FANGiin,Li 963 

« Tolo per Tarìa a recar noTclIe delle ukime parti del tnondb. 
« Appresso tutti le grida confuse tengono laogo di ragioni. Lascio 
« ad altri la cara dì vincere quel tamalto, ad altri che si ri- 
< promettesse vincere le inforiate Baccanti quando trascorrono 
« ebbre pei monti; ad allri che con faccia impudetite veste di 
« UD verso gonfio inutili scempiaggini. Làscio ad un procace cor- 
ff rattore il vanto di attirarsi la comune ammirazione , elabo- 
« rande versi che distruggono il buon costume , e fanno fuggire 
« vergognando ogni pudica persona. La musa ama orecchio pa- 
c cato, ossia uditore tranquillo, di mente sottile ed educato a 
f gentil costume ; e se dovrò far mai cosa egregia con la cetra 
8 poetando , noi farò già ove la turba del volgo prorompe agli 
« sciocchi clamori. Io non desidero altri a giudice dei miei versi, 
( fuorché il buon Carlo Passerotti ; il quale seppe volgere la 
( vita di H. Tullio Cicerone a riforma di costumi , ed ora mira 
« alla medesima meta imitando le favole d'Esopo. Ovvero, te, 
« Paola Castiglioni, che Dio formò atta a gustare il bello, dei 
« quale tu sai prender piacere , come dimostrano i tuoi occhi, 
« donde muove un gentil senso di affetto per cbi ti ammira ». 
Vediamo adesso comici vestisse di nùmeri e di fórma questi pen- 
sieri eletti, e quésti nobili ammaestramenti; e facciamo si che 
lai ricerca possa servire al nostro intendimento. 

LA RECITA DEI VERSI 

' ODE 
•I OIO0BPPB #AB11II 



Vo8 exemplarins, • 
Nocturna versale manu , V9nat& diurna. 
Orazio, Poet. 

Voi mediterete dì e notte i classici autori, 
gli esemplari del bello scrivere. 

Meraviglioso precetto, e sovra ogni credere utile e Tero, fu 
questo che il Venosino poeta alla romana gioventù lasciava, e 
ia pari tempo a quanti amano profittare nell'acquisto delle arti 
belle. Imperocché l classici scrittori son preziose ed inesauste 
laniere di gemme peregrine e rare, di squisiti tesori ai quali 
^^f^sce in (i^cdarU bellesia» e di tanti « si nobili pregi» che il 
iH)a ?olger?isi, é quasi lo stesso che il condannarsi a rima- 



36i^ LBTruM oi ràmmu 

nerseoi^ privi per sempre. E perchè mq^lio assai delle parole 
Tale ìq questi, casi Tesempio, verremo brevemente espomsndo ed 
aoalizzaado la sovraciUta ode di Parini^.uoo dei più casti, no- 
bili, e Goriti scrittori del secolo decorso, ingegno e cnore a molli 
superiore, a niuno secondo. Al veder quante bellezze racchiode 
un componimenlo, il quale a prima yisla sembra di pocalieva- 
tura»e come appartenente al genere più tenue del comporre, ci 
persuaderemo vie maggiorn^ole delta verità del precedo d'Ora< 
zio« La mente del poeta, per tutta la tessitura della sua canzone, 
è quella di dimostrare che le muse amano la soavità della pace, 
e rifuggono dai clamori di una soUanevole comitiva agitata 
da ogni sorta di passioni. Questo soggetto, o argomento, ch'ei 
tolse fi trattare,, il trasse dal costume ch'era in voga in.qoei tempi 
di cantar versi quando, all'apporsi dell'ultima mens^,, il. vino ge- 
neroso avea inebriato quasi Iie menti dei convitigli nei geniali 
banchetti. Ora siqcome ogni soggetto richiede orns^q^ento, ed in 
particolar mod^o lo vogliono i componimentj che alla lirica apet- 
tano, è bello il vedere come Parini,. o vuoi per 1^ nitidezza ed 
eleganza della forma, o vuoi per la nobiltà dei concetti, gio- 
vandosi delle, tradizioni e dells^ .istoria , raggiungesse un tale scopo, 
e adattasse al suo comporre le regole tutte di una. estetica squi- 
sita. Odiamo lui stesso* 

, Qual fra le mense loco 

Veni otterranno , che da nobil vena 

Scendano^ e alFacre foco 

DelTarte imponga la'sottH Camma ^ (1) 

Meditante latoro\ 

Che ita di nostra età pregio e decoro? 
Con quaFeleganza di forma, nobiltà ed artiGciodi stile, vivezza 
d' immagini, e scelta mirabile di Ogure e tropi non si fa egli strada 
nel cuore e nella mente di chi lo ascolta 1 La interrogazione 
procede da tale conrincimento di animo che esclude ogni timor 
del contrario; ed allora appunto la interrogazione si usa quando 
lo scrittore è sicuro che lajrispusta npn sarà disforme dalla do- 
mandaci! Panni, colto meravjgliosaqaente il diestro, e, Insingando 
col fare appello all' intelletto di quanti lo sentono, l'amor pro- 
prio .di ciascuno y per belU ed accorta maniefa, ne acquista la 
beneyplenza, scopo a cui principalmente mirar deye qgni scrit- 

(i) €aroèoe diceransi le nove Masa figlie di Giove e di Moemo- 
sine , Dee drila arti balle. 



toN> «finché il n» dire non ctàtt Tinto di' elMlnw Uann^vi- 
alcnoì iiqofiU fUMmenteavrisano che non togHael mi eompontt» 
memi fare>«bidioidi patole; ìmperoccbèf dieon essi, intarlo che^i 
Jftiii6Qie?apeMMMnente in tracoiadi acconcie fraisi^ il penaìara' 
le ÌDgg0 dineazi, o ▼! rimane tllangiudilo e smorto; Ci'a « qtie«. 
sto p^ruicioBO errore si oppone mtrahifaneiila Teeempio deLnostrei 
Panai y il qoale» avendo insegnalo che la lingna sta al pensiero 
come le tinte alle linee del pittore, ne fece studio pecidiare- a 
grandisgimò, come può federsi eziandio oeUaaaelCa delle parole 
che ha usate, alBnchè il snodire sembnuae, qnale ò di fatto, 
immagine viira e miniata dei proprj conoelià MirabHe artificio tra- 
spare negli epiteti, che sono forse la pia difficile parte del com- 
porre. Non raro ayyiene che la manie, ed in Biodo particolare 
qaella dei gìoyanetti, la qaale scaldasi per.poco^ abbia a sé 
dinanzi copia tale di epiteti da rimanessi diririlùosa a quale ac- 
cordar preferenza, ed in questo caso acoede die la scelta non 
sia sempre il resultamenlo di sotti! giudiaio, cptf grare danno 
dell'efficacia, la quale consiste nel presentare all'intelletto il con- 
cetto rifestito della propria e miglior forma. NeUo schivar que- 
sto scoglio contro coi rompono tanti scrittori,, il Sarini fu piut- 
Ustonaico che raro ; e Taggi unto melaferico di osrs da|o al fuoco, e 
di toltile alla musai per tacermi degli altri , dimostrino quanto in 
tal bisogna ei fosse yalcntcEd a meglio pemuaderseae , giovi con- 
siderare quanto scapiterebbe in efflcacia e beUesza quel carme , 
se si osasse modo differente di dire. L'ocre uoitoal fuoco, men- 
tre findica uno. dei pia saldi principi della estetica, ti porge 
Fimmagine della separatione-cAesi fa io arie delie cose, migliori 
^ iorerieri; .ponvi pn altro epÀteto quiiomiiie» ed avrai fet- 
^^ la verità e. la forza della immagine. E cosi .vai dicendo di.. 
^lioi$iht cbe:ti pone soU'ocebio l'inteUig€tnte eaame che fa 
nieslieri ad ogni poeta. prilM di esprimere i proprj pensieri, , 
iTTegnachò sìa indubitato che la poesia, quantunque abbia sua 
fadiee neirelemento fiintalifco ed immaginoso , dee però sempre 
^^r gotemata con le norme savie e disciplinate di ben colto' 
ifllelletto. La chiosa di questa prima strofa , è quanto mai dir 
si possa degna di si gran maestro. Neirultima sentenza è rac- 
cbioso il precipuo fine delle lettere , quello di giovar, dilettando, 
%U uomini , di educarne i costumi , di migliorarli. Il cbiei|ere . 
qaal luogo potrebbero aver fira le meq^ varai degni di una età, 
vale quanto dive, esser vergogna grande clie uno scriUore possa 



3M «^ UTTOBS DI VitfmiA 

sprecar rinfBgiio serivendo sema il Odo egrepa di accrescere 
lustro e splendore alla età saa per ammaestraiv i nepoti , ed 
essere disdicevole che possa taluno desiderare e chiedere com- 
poDfoieDti siSHti. Prosegue indi a reeare inaanii gli argomenti 
pei quali erede non potersi dar luogo alle pacifiche ispirazioDì 
delle muse fisa il clamore di un coutììo. Una rapida e vìface 
descrizione del tumulto che regna nei banchetti le segueoti 
strofe ti porgono : 

Kon odi aUo di vod 

i eontiiaii ioUevar iumnlU^ 

Che % Ceniauri (1) fnraei 

Fa tammmiar , quando^ ton empie intuito 

AlFoipite, di UH 

Spar$9ro e guerra i nwMaU riti? 
rka ehi al negato Scaldi 

Con gH lUmti di Cesare ioekggia (S); 

B^ le taete onde e i Baldi 

Muri spettati^ già nel cor saccheggia 

D^ baiavi mercanti 

Le moke di tetoro arche pesanti* 
A Giotfe ofUri Formata 

Destra di fulmin spoglia; ed attri a volo 

Sopra Varia domata 

Osa portar nowtte genti al polo. 

Tal sedendo confida 

Ciascuno, e sua ragion fa delle grida. 
In queste tu (rovi dipinto con vivaci colori il costume delle 
orgte, e più partieolarmente quello che regnata a quei giorni 
di tristizia. La composizione del periodo è numerosa e Suonante, 
e quasi imita il baccano dei convitati » l'urtarsi delle hsMe , il 
clamor delle voci alle e concitate. Ma come ben poca cosa sem- 

(1) Appella alla nota favola dei Centaorì e dei Lapiti* I CenUnri 
erano popoli rozzi che abitavano tra Pelio ed Ossa» celebri monti nella 
Tessaglia. Qaesli centauri venivano rigaardati quali esseri mcslroosì, 
metà uomini e metà cavalli, dalla ignoranza di quei tempi, forse per 
aver domato tali animali. Invitali da Pirlloo re dei Lapili ad assistere 
alle sue nozze con Ippodaniia , tratti del senno dal vino » suscitarono 
una fiera zuffa nella quale furono vinti. 

(a) Si allude alla guerra dell' lAiperalore con gli Olandesi per aver 
liberala navigazione dello Sehetda llime óeì Piaest«4leui. 



B stMm pam vmoouj W7 

braasegil aver deicrilto quel dfsordlM , per dar pMi Miota alleni- 
matisriiiio quadro da Ivi traltagfìalo, usa con sanao e naeaUia 
inimitàbile , a dar riaailo e lumeggiar le «ne trate, della Agora ehe 
i retori appellano eomparmione^L'istilaire ì termini di conihMito 
per far naggiorinenle spiccare una cosa» fu arte anticbissima, 
Ja qoale ha a^ orìgkie nella atessa naCora dell' InteHetto ornano, 
ed equiparando gli oggetti fra loro , fa si che acquisti per bmcio 
di ambedae pia' chiara cógniaione tanto dell'ano quanto dell'aMro. 
Spetta però all'autore lo scegliere per termine di comparazione 
no oggetto ehe Yeramenta possa servire a ciò; perchè agevol- 
I mente in simil materia si pecca ^ sia non scegliendolo adeguato 
lontano tanto che la nenie si aibtielM lunga pezza per rin* 
tracciare la relazione, ovvero prodendone oo altro, che per la 
quasi identità dei caratteri non presenti diversità tali da dare il 
debito spicco a ciò che gli vien confrontato. L*uno e l'altro sco- 
glio evitò il Parini ; e le sue comparazioni , quanto sono belle, 
I altrettanto convengono a cqMllo al saggetto per cui vengon 
I tolte. B qui giova notare ehe ampio si è il campo dal quale può 
i esser tolto ogni genere di comparazione ; non esduso quello che 
ei fu trasmesso dal senno antico per raezio della tradizione. Anzi 
aoi non dubitiamo di affermare che, dopo avere usate le dehtte 
I diligeoze ed aver ben tenuto a mente come « Capui ariis est 
I deem (1) a, questo è per avventura uno dei mezzi più acconci per 
I bene scrivere. InfMti, oltre il giovamento che, per proprio uHI- 
^^> porge alla scrtHore la favola , vi è il vantaggio eziandio di 
obbligare un colto scrittore a tener sempre pronto il tesoro delle 
cognizioni , ed a rUetterè ben di sovente alla sapienza che si 
asconde sotto il velame dei miti e delle tradizioni storiche. Ma 
ù> ciò 9 ripetiamo, è da osservare, come intuita, la debita mi- 
<ora, giacché la perfezione si trova solamente posta fra gli 
^remi. Bellissimo è pure il modo col quale vengon descritti i 
diversi costumi di coloro che si aSaticano a correr dietro ad 
<f ni piacere ; costumi per la strana contradizione da cui è tiran- 
neggiato l'animo degli uomini , disformi in tutto dagli abiti loro. 
^dice, esservi alcuni i quali vanno alto gridando e spulando 
Mstcmi di stratègica, mentre per la cupidigia dell'oro, sognano 
inari valicati, muraglie abbattute, e città derubate e distrutte. 
7^ ha chi. al negalo Scaldi ec. 

(«) Il mmmo é$U*arle, ùuia U f^méfal preettlo chela riguarda , è 
fifoiio nella ewiMmUmga. (Qmotillano). 



8B8 LsmaB; p» iahimu , 

Altri vaasot 8|MN)caiidoilaQrie a:a|MO|W6Ìlo, e ladeado méHit di 
.MimtiéwlM.€)afl[MSH>QÌ<{»arlaMo«>rifMciOY e oome Dte: voate^^rila 
mreasioDcdel celebre Frmkliii e4t Moilgolfier » dei fMli Tubo 
iliyeiitò i parafolmìDi^ l'altro i globi araeataCieiv ed appreawtnUi 
le .gride inflòndite tengMO* luogo di Mgtoni» Quiadif qoati w- 
gogoand» di eaaerBì troppo almigo.tralteMifoiaifiiealelriflliiie, 
«e come rispondeodo a coloro che gli tpBlevaao otHaUare l'ino di 
laljQiio, eoo dignitosa preoeeupasioae (l)>eaolama: 
Vimeere ilnton i%$wr4$ 
Speri oolui^ che di^lqmor hf^lU 
JU^mdi (2), aliardiàkrde 
Di mo$to il tiio balwtm far li ^M, 
Vinoe^ Sy ecnmUm fmnie^ 
Gonfia d^andaee eer«Q. itiMia cMit; 
O gran àHmmo mlerm 
à Me V9$m campar Fmuno (3) proMM, 
S$, d$l pndoTB a Morao, 
Ànnumtia carme ^.^nde ai profani piaca^ 
Dalla 0Hi labfi^arU 
gaggia mairona» nergo^tané^ parie. 
Quasi dicesse, io non mi pregio divìdere con alti» it ?aata di 
vincere nella turpe gara uomini rotti ad ogni soziura di «iii (4)* 
lauto da diigradaroe le Menadi « o Saeeaoliy le quali» lacie ^^ 
rito di Bacco si abbandonavano ad ogni vitupero; e aborro dai 
cogliere l'alloro impudico di cui sì circonda la firoote i|aal€be 
procace CQrrultor di cosliuni » con versi si laidi da Itoreil iw^ 
agli abietti seguaci d'Epicuro (5) » e da eoelringere ogni gestii^ 

(i) La préoeeupaMioM è quella figura Tetterieat^r la fiBte ^' 
f riviene ravversario, rispoadendo a eie ^e s'indovina fdter «t^ 
obiettare. 

. (a) Le Menadi arano sacerdolesse di Aacse dio dal ;Vino, le qi>^ 
rooipevaiu) in- ogai eccesso nei^ giorni cansacrati a quella dailàv dieflA- 
dosi o credendosi invase da farore divino. 

(3) 1 Faani erano una specie di Nomi inferiori che at>iUvaoo i 
boschi ; e Ongevansi metà uomini e metà capri. L'antica Mitologia te- 
novali come a personificazione di ogni vizio piò basso. 

(4) Ai (empi in cui scriveva Parini la morale era mollo corrotta* 
ed i costumi rilassati. Ebbe sempre in mira di riformar Fona e gli altri* 

(ff) Epicuro fu nn aatieo fiJosafe detta Grecia, viasnto mollo >»' 
nunzi la venula di Gesù Crislo. Egli ripide la sapieina faliettà degli 



e eostamata persona a toi^liersi quinci vergiogiiaiido deiroiieao pò - 
don. Era io quel ImiponoUo ricercato Giovan Baltiata Casti, 
autore, di dolorosa memoria, di oseeoe notelle erotiebe. GogHe 
pertaolo il destro dì ammonirlo gravemente a ùtr senno «mi 
tolta, a tornare sai sentiero della virtàt e d*av?ertir latti éel 
▼efeoo che, sotto mostre piaoeToli, veniva da questo sciagurato 
sprecatore d'ingegno, propinato ai ciechi da cui era applaudilo. 
L'oso dei tropi e del parlar figurato, la breve prosopopea (1) 
delle Menadi, e la bene acconcia tessitura del verso, conferi- 
800DO in modo mirabile alla bellecsa delle due strofe antidette , 
che trovano un laminoso riscontro nella pacata soa?ità, nella 
squisitezza della forma, e nel nomerò soave delle tre ultime 
strofe con le quali compie la sua canzone. 
Orecchio ama pacato 

La Musa^ e mente arguta, e cor gentile: 

Bd i0f te a me Ha iato 

Ordir mai sulla cetra opra non vile. 

Non toccherò già corda ^ 

Ove la turia di $ue dmce OBiorda. 
Ben ds'nttmeri miei 

Géudiee chiedo il buon cantora the deetro 

VoUcy a fungere i ret, 

Di Tullio i cast; ed or, uovo maeetro, 

A far migliori i tempi 

Gli echerui u$a del Frigio e i propri eHmfj. 
Uf Paola^ che il retto 

E il Sello atta a sentir formmo i Numi; 

TCf che il piacer concetto 

Mostri 9 dolce inteudsndo i duo, bei bmi , 

Onde «pira cedore 

Soavemente periglioso al core. 
Degna di apprendersi da ognoìio che ama darsi alle muso 
è la franca generosità che il Parini dimostra , profanando a viso 

Qoidìdì nel ben governato dtlettamenlo dei sensi. I suoi discepoli, 
corroin|)endoue la dottrina, ed aHontanandosi dal sao esempio, rup- 
pero in ogni eccesso, e si macchiarono dei vizii i più nefandi. 

(1) Prosopopea con greco nome appellasi dai retori quella Agora 
per la qoale toserittoìre dipinge cosi vivamente I fatti e le cose , da 
▼«darle quasi eoo i proprj ocahi. 

IV. n. e. 47 



370 uMmmB m/màmwMk 

aperto di avete a schifo le lodi dei vdgari, e dì colore che 
nelle opere dell' ingegno non chiedono se non la vanite, men- 
tre è ansioso d'incontrare soltanto il gradimento dei virtuosi, 
come addimostra chiedendo nna parola di lode da Gian Carlo 
Passerotti sao contemporaneo , nomo di tatto le virtù fregialo, ed 
autore della vita di Cicerone e delle favole Esopiane, come pare 
un. sorrìso di Paola Castìglioni, colta^ e gentil dama. Gii ueoiìni 
dorrebbero ricordarsi che non é vile quegli soltanto che si lascia 
corrompere dalForo, ma vile è pure colui che non sa resistere 
alla sedazione di bugiarda adulazione. 

6. CasaUni. 



COSE VARIE. 

Pestatoio per ridurre in polvere zolfo e carbone per inzolfare le 
viti. Lettera al Direttore delie Letture di Famiglia. 

La scienza e la pratica ormai dimostrarono come lo zolfo ed 
il carbone di buona qualità , ridotti in polvere impalpabile, val- 
gano a distruggere la cosi detta malattia delle viti. Pe^ ottener ciò 
bisogna essere accorti e solleciti nel procacciarsi le indicate ma- 
terie, quanto sicuri e perseveranti neiradoperarle. 

A tutti coloro pertanto che volessero eolleeitam^nU , e quindi 
a buon mercmo , ammannirle pei loro vigneti, il sottoscritto, 
sempre con animo di giovare al proprio paese, rende noto aver 
dato gli ordini' opportiini affinchè nello stabilimento già da lui 
eretto il 1853 nna parte del pestatoio (simile a' pestatoi usati nelle 
polveriere] ed anche una parte delle altre macchine idrauliche 
ivi esistenti per la fabbricazione d* ingrassi , venga pur desti- 
nata a ridurre in polvere e accuratamente stacciare zolfo e 
carbone. 

Nel dirigere a Voi quest'avviso, il sottoscritto vi prega 
d'informarne, per mezzo del vostro Giornale, quei proprietari, 
e fattori, ai quali riuscisse vantaggioso. 

1 committenti potranno recarsi al menzionato Stabilimento 
fuori la Porta S. Maria luogo dello all'Acquacalda : consegnare 
al ministro la roba da macinarsi: e, volendo, assistere airope- 
razione ; la quale verrà eseguita sutrito con buona fede ai prezzo 
di un paolo il tento delle libbre. 



E gcmim FBR FARGIOLLl 371 

Accogliete i seosi della più distinta stima di colui che nella 

presebte occasione si dichiara 

Lucca, S8 Nofcmhre 1857 

Vostro ec, 

Bbrnaidino Baroni. 

Biblioteca delh famiglie italiane , aseia RaceoUa di scritti editi 
e i$uditi letterari e tcienti/lci^ dettinaia alPineremenlo della 
coltura materiale e marcUe dei popoli italiani. Valenza, 
TipograGa editrice di Biagio Moretti, 1858. 

Di questuatile ed economica pubblicazione, è ascilo intanto 
il prima Yolame di 108 pagine, il quale, sotto il titolo di Pri^ 
mixie, contiene: Novelle e Racconti di Ida Vegbzzi-Rijscalla. 
Questi Racconti della giovine scrittrice saranno presi in esame 
un'altra volta. 

La Biblioteca delle famighe italiane si pubblica • in f olumì 
di circa 100 paginette ciascuno in l6mo. piccolo* 

L*associazione è obbligatoria per 12 voliimii al prezzo, 
per la Toscana di 9 paoli. 

Cenni storici intomo alla donazione del eardinah Niccolò 
Forteguerri ^ ed alla fondazione della Pia Casa di Sapienza 
in Pietoja. 

Questo libro di pagine 8k in 8to è offerto da Giuseppe 
Forteguerri ai suoi ooncitladini. L'accurata edizione è uscita 
da*Torchj di L. Niccolai in Firenze. 

Alla meeta e dolce memoria del Dott. Curzio Coitanii. 
Cenno Necrologico. 

Cosi è intitolato l'opuscolo testé pubblicato dalla Tipografia 
del solerte editore sig. Felice Le Monnier. 

DtUe scienze nella società. Discorso inaugurale^ letto dal profes- 
sor Gilberto Govi, per la solenne apertura degli studii, 
neWI. e R. Istituto Tecnico Toscano , ti dì 16 di Novembre 
del 1857. 

Quest'opuscolo di pag.23ifi 8vo, è diligentemente stampato 
coi tipi dei sigg. Barbèra, Bianchi e G. di Firenze; 



372 LBTTimK DI fASMUA 

Della viia e delle opere di Silvestro Menriotii, per EaiLio Fkah- 
ciNi. Firenze , Tip. di Fed. Bencini , 1857. VolumeUo di 
pag. M in 16mo. 

Nel Fascicolo d'Agosto di nostre Letture di FamigUa fa dato 
annunzio della morte di questo illustre pontedèrese, < che qoasi 
di per sé fece rifiTere e tenne in onoransa in Toscana Torifi- 
certa , rendendole la importanza che ebbe all'epoca di Haso Fi- 
niguerra, del Cellini, e degli altri, che nel XV e XVI secolo 
resero quell'arte sorella ed emula della scultura ». 

Rimandiamo al pietoso libretto del sig. Francini cbiaaqae | 
voglia sapere le rare doti dell'ingegno e del cuore che distia- ! 
aero il celebre artista. Intanto ci conforta a conchiudere con 
IViulore che verrà eretto modesto ma decoroso monumento; clie 
una soscrizione all'uopo sarà aperta, se il superiore Governo 
appaghi il YOto paesano; che già un illustre scultore prometterà | 
lavorare con amore il JI>u8to marmoreo; e che il prof. Contracci | 
ne prepara la epigrafe sepolcrale. 

Metodo pratico per applicare le regole della Ortoepia ed Orto- 
grafia italiana , compilato da A. Tedeschi. 

Quest'operetta di pag.;; 64 in 8vo di elegantissima edizione 
é sUmpata nel 1857 in Trieste dalla Tipografla del Lloyd 
Austriaco. Dello stesso autore è uscita la prima parte del Ma* 
nuale di educazione, propoeto ai Genitori ed Educatori^ dedicato 
air illustre Raffaello Lambruschinù — La seconda parte uscirà 
fra breve. 

Abnanaceo Etrusco cronologico statistico mercantile per Fanno ìSX 
(Anno terzo )• Firenu , Tipi, di G. Mariani. 

Quest'almanacco è un libro utile, bene ordinalo, copioso 
di notizie cavate da autorevoli documenti. La Toscana, e pos- 
siamo dire ormai V Italia , deve saperne mollo grado al modesto 
e diligente compilatore. Sarebbe superfluo lodarlo , imperocché 
ha già acquistato la reputazione che doveva meritare. Perciò* 
invece di ripetere quello che dicemmo altra volta , riporteremo 
le parole che reca in fronte, per le quali si fari manifesto il 
fine deiropera e gli argomenti adoperati a raggiuagerlo : 



B SCURI FAI vauoioixi 37S 

« Giudti al lert^aono dalla pabUieazioDe di questo nostro 
libro, non dissimalianio che airananime saffragio, di coi lo ve* 
demmo onorato fin dal suo naseere da molti Illustri personaggi e 
daJJe più reputate efiémeridi della Penisola , avremmo speralo do- , 
Tesse corrispondere una maggiore e più generale ricliiesta di es- 
so. Nonostantechè per questo lato molto resti a desiderare, non ci 
siamo perciò amarrili d*animo; ma, sempre più persuasi , pro- 
gredendo, della grandezza ed utilità dell'opera, con uguale o 
maggiore alacrità ci siamo decisi a proseguirla. 

ff Per presentare un quadro generale il meno imperfetto pos- 
sibile della odierna società (postro precipuo scopo), quadro non 
d'invenzione ma vero, e quindi da comporsi , non sottilmente 
dissertando e oratoriamente colorendo fatti e circostanze nel mo- 
do più acconcio a far trionfare in quello uno od un altro sistema, 
ma convenientemente aggruppandovi , colla indicazione delle loro 
peculiari condizioni, i vari ordinamenti ed istituti religiosi poli- 
tici militari mercantili di beneficenza d' istruzione pubblica di 
scienze di lettere e di arti , specialmente nostrali , aggiungendovi 
per compimento le azioni e i fatti più notevoli venuti in luce nel 
corso deiranno, non sarebbe certamente troppo il senno o Topera 
d'ona intera accademia. Non farà perciò* mestieri al eompilatore 
di troppa modestia per confessare di riconoscersi ben lontano 
dall'aver raggiunto il suo scopo; ma neppure gli si vorrà attri- 
buire troppa presunzione se ha fiducia , non venendogli meno i 
sussidi dell'amicizia e il favore del pubblico , di fare quanlo alle 
forze d*un solo può esser concesso per viemeglio avvicinarglisi »* 

Racconti biblici della marchesa Teresa Bbrnabdi Cassiani 
Ingoni. Modena. Tipografia Cappelli 1857-58. 

Annunziammo già , non è gran tempo , questa operetta delta 
egregia Bernardi , riportando il programma d*associazione. Tor- 
niamo a ricordarla ora che ne sono Tenuti in lace i primi 
fascìcoli; ora che dalla lettura di quelli chiaro apparisce Tutile 
ammaestramento e il diletto che ne ricavano i fanciulli pei 
quali è tessuto il lavoro, e le madri stesse che alFamorosa e 
santa cura di educare i figliuoli sanno congiungere quella di 
esisterli e addestrarli nei primi acquisti del sapere. Esse enco- 
miano e ringraziano la benemerita autrice; i fanciulli leggono con 
^cro piacere le narrazioni bene ordinate e con stile semplice e cor- 



retto pi acerolmeote esposte; rispondODO BoHecìti alle domande 
con buono accorgimento apparecchiate per dopo la letlnra; e im- 
parano e intendono le graziose poesie unite ad ogni racconto. 
Questo libro raggiunge a pieno il One pel quale é fatto, ed é an 
vero benefizio che una buona madre fa ai suoi figliuoli e a quelli 

delle altre madri italiane. 

P. Tlioaar. 



CRONACA DEL MESE 

lì Parlamento Piemontese fu aperto in persona dal Ee II 14 Dicembre 
col segoenle discorso che riportiamo per Intero. 

« Signori Senatori, signori Depalatl. Nel rilrovarml In mezzo a voi 
dopo le recenti elezioni, mi è grato il manifestarvi la fiducia che li 
nuova legislalora adempirà l'alta sua missione con patrlolllsmo e senno 
pari a quello di col diede già prove la legislatura ebe tia testé compialo 
Il suo mandalo. 

« Non dubito rinvenire In voi II medesimo forte e leale concorso nel- 
''applicare e svolgere quei princlp] liberali , sui quali riposa ormai in rondo 
Irremovibile la nostra politica naziona le {Applausi vivissimi e prolungali]. 

« Le nostre relazioni colle polenie stranière si mantengono regolari e 
sodisfacenu. La Interruzione delle relazioni diplomaticbe con uno Stalo 
vicino, avvenuta per cagioni che r£uropa ba potuto apprezzare, sossisle 
iutiera; essa però non pone oslacoio al corso normale del rapporti civili 
e commerciali dei due paesi. 

« Ho ordinato al mio governo di comunicarvi nuovi trattali conciasi 
nell'interesse della pnt»bHca giustizia , della navigazione e del commercio 
colla Spagna, colla Danimarca e colla Persia. 

« L'aumento del nostri Interessi commerciali nei paesi stranieri ba 
reso Indispensabile un migliore ordinamento del servizio consolare. Vi 6>r^ 
sottoposto un progetto per attivare questa grave riforma. 

« Dal miei ministri vi verranno pure presentati varll progetti sopra 
importanti argomenti d'interna amministrazione. 

« Sarà possibile, merco una rigorosa economia, il mantenere nei bi- 
lanci il pareggio fra l'entrate e le spese ordinarie, non ostante gli sfavo- 
revoli eventi che si opposero al regolare sviluppo delle risorse delio Stato. 

»K Converrà nondimeno ricorrere aLcredito per provvedere alle grandi 
opere iniziale dalla Spezia al Cenlslo, in difesa dello Stato, vantaggio tà 
onore della nazione. 

« Signori Senatori, signori Deputati, volgono ormai dieci anni deche 
Il mio augusto genitore, chiamando 1 suoi popoli a libertà, dava loro io 
Statolo. Informando l'intera mia vita a queiratlo magnanimo ho dedicalo 
ogni mia forza a secondare li pensiero che glie lo aveva dettato. (F^t^*'^' 
Ttppkmsi), 



B satim PSK FANcnTLu 375 

< Posta la sua meoMiia , che ^gì simboleggiata Id marmo confido 
aHs Tostra Tenerazioiìe, Inspirare (Qtle le vostre delibemioBl oer U bene 
e per là gloria del Piemonte e della eoman patria Italiana ». (Prolun^M 
1 9M applausi) . 

Il giorno appresso, tMtt Dicèmbre, si apriva la sessione della Ca- 
mera legislativa e del Senato nel Belgio , dove le elezioni del deputati 
rfiBciroiio con grandissima maggioranza favorevoli aUH>plBloiie liberale 
del Ministero. 

Due qoestloot banno occupato In qoesto tempo i gabinetti eoropel; li 
taglio defr Istmo di Saez e il deftnillvo ordinamento dei principati danu- 
biani, iotanlo II Divano df VaNacchla si è prorogalo ed ba terminate per 
ora re soe sessioni , votando nnanfmi ringnfziamenll alle polense segnata- 
le del trattalo di Parigi , e rimettendosi nelle loro promesse per la ese- 
eoxiooe del voti espressi legalmente dalle popolazioni Romene. Ma le 
BQove CoDferense che avrebbero dovuto aprirsi a Parigi per qoest*og- 
letlo non si adunano per ora. 

La questione del taglio dell'Istmo di Suez sembra tiM in qaalche modo 
iBflalsea solla risolaztone della prima , perchè la Porta non acconsente a 
parlare del taglio dell' Istmo flncbò non le venga restitoita r isola di P^ 
rim all'entrala dei Mar Rosso > lo che dà campo agi' Inglesi di far valere 
^ sae idee contro Tonione del principati , e induce la Francia ad esser 
piò remissiva ad on accomodamento per ottenere II taglio dell' Istmo da 
lei desiderato. Pare adunque fhe I pilocipati otterranno una unione piut" 
toslo amministrativa che politicfl , e che* la normazione del regno delta 
Homenia sotto on principe di qualche Simiglia regnante europea verr4 
Hglomata ad altra occasione. 

Le ultime notizie deir India sono assai sfavorevoli per gF Inglesi. 11. 
^iìoroso generale Haivelock che era rimasto circondato dagF Insorti nella 
f^D ciMà di Locknow è morto di dij^senlerla cagionata dal^e privazioni e 
<lisagl che ha dovuto soffrire. Slr Colin Campbell appena polo riunire un 
cinquemila uomini di troppe europee volò ai suo soccorso , e senza av-^ 
^entorarsi nelle vie della città di Locknow operò In maniera che pol6 li- 
brare gr Inglesi che si erano rinchiusi in una posizione fortlflcata nel- 
l'iQiemo delia città, e si trovavano già aireslremo di tutto. 1 malati , le 
«ioone, 1 fanciulli, furono cosi sottratti alhi morte, e Inviati In sicuro da 
Allumbagh sotto la custodia della divisione del generale Ootram che oc- 
^pa quel luogo. Dopo ciò Colin Caropbeil si ritirò , lasciando Luckpow in 
preda agi* Insorti. Ebbe poi diversi scontri cogl* Insorti di Gwalior , e la 
<iQes(e battaglie , sebbene abbia la fine respinti gii assalitori , pure le 
^nippe inglesi banno molto sofferto , e II generai Windham che ne co- 
i^Qdava una parte (ù nel 27 Novembre sconfitto dal ribelli che tagllaro- 
^ a pezzi il d4mo reggimento e bruciarono tende e bagagli agi' Inglesi. 
Naove insurrezioni sono scoppiate In diversi luoghi , e le truppe inviate 
>li' India dair Inghilterra avranno da fare assai prima di ristabilirvi il mi- 
"icciato Impero. 

Un terribile terremooto ha devastato gran parte del regno di Napoli, 
^esciando intere borgate , e spargendo dovunque la desolazione e lo 
Httìento. 



376 urroiB m va 

Il prliiélpeto cIterloM e la Baglltata tuo to pmvImIi cIm Imbo pM 
sollérto dilto altre. Nella sola città di Palla plA di 2000 mw slate la tM- 
flOM di qoeslo orribile terremoto. In Potenxa neasao adiflito e rinitto 
saldo. Tito , Marslconovo , Lorensana , Brlensa , con molle altra boriile 
Boo quasi allitlo distratte. Cog| lielfl « Tignola, Tigflaae, Calvello, in- 
zlo, Abriola , Pertoaa , Atena, ^ntella aon eanelale» dal friùal rnsao, 
In on nMweiiio di rovine. Le vUttnae al fbnoo eaeendere a bea ptà 
di 10,000. Il terremooto che ai estese qnasla tutto 11 regno di Navali aooidde 
la nolte dal 15 al 17 Diceaabre. e le soomo più forti (orone due, la se- 
conda più terribile della prima « aecompaenale da romba spavaoton,e 
con moto aossnltorio , vertiginoso e di abalfo. A Napoli , io apaveolo ci- 
fionato dalle doe acosse del terremnoto, fa tale, che la più gran parto 
della popolaxlone , lasciò le case , e cercò on rifugio nel luoghi aperti » a 
In qaantl bastimenti e navigli erano alla spiaggia ; ma non hanno da de- 
plorare alcoaa vittima , nò danni di qoalch'entUà agU edlUid. 

La regina di Spagna ebbe on figlio preaanto erede della corona .al 
qoale Ih poslo nome Alfonso. 

aiorl il feld mareaclallo conte Radelachy • e V imperatore gii decralò 
solenni onori fnnebrl e nn monnmeùto alla sua memoria. 

È morta anche la fanaesa tragica madamigella Rachel; era oaKi 
nel ISSO da poveri girovaghi ebrei. AIO anni sefolva una sua sorella j 
che andava cantando solla chilarra diverse ariette pel caflè di Lione. Cbo*j 
ron, fondatore dell' inatitoto reale di moiloa religiosa, preae a edocaria 
al canto ; ma accortosi dei ano partlcolar talento nella deciamaalona i 
l'affldò alle core del signor Pagoon Saint Aulaire. Da cost amili prloctpj 
ella seppe elevarsi al sublime dell'arte , e rendere immortale II suoDome. 
La sera del ft , il teatro francese a Parigi » fo chioso In segno di lotlo per 
la perdita della grande attrice. 

La aera del 14 corrente Gennajo mentre rimpenlore Napolcoo^ ^ 
cavaai cell'Imperatrice e col soo seguito al Teatre delTOpera tre espio* 
sionl di bombe accaddero in prossimità del Teatro, dalle quali rimaser 
feriti alcool soldati della scorta, e diverse persone dei aegnlto dell'lop^ 
ratore. I 

La sna stessa carroua ne rimase malconcia e U general Hognet cba 
vi si trovava In compagnia delie LL. M M . restò leggermente ferito nem 
noce. 

Ciò Qonoetanie conllnoarono la lore gita, e furono accolti nel Tealro 
dalle piò vive acclamasiool. La rappresentanza non venne menomamenie 
interrotta. 

GII aotori di queste attentalo sono stati arrestati e fk-a qoesti flfO'* 
on certo Pieri , esule toscano, che alcool , forse Inganoatl dallo ateaso ea^ 
aato , hanno eredoto Fiorentino. 



V25XJ2/ 



Voi. IV. (Gennaio 18g8) N."» 7. 

LETTURE DI FAMIGLIA 

DI FIRENZE 
( Nwitm C«IlMÌMi«) 



IL CEPPO DEL NONNO 



Il Nonno 

Virginia } 

Adele f sorelle 

Marletta ) 

Erminia dmma di servitio 

Salotto 

I. - Verginia, Adele, Hiarietta. 



Yvrg. (dÌMpna). 

Ad: (euM)» 

Jfor. ( smv€ )• 

Yìrg.Otdi poi boo contenta davvero; ho superato il più 
difficile* Qael che mi resta da fare è tanto poco e tanto facile 
che posso dire d*av6r finito. 

Ade. Io con iin*altra ora di lavoro son lesta. 

Vitg. E se ne avrai bisogno ti darò una mano. 

Adt. Vedremo; forse ne approfitterò» 

Mar* Ha io , pavera me , non posso essere contenta come 
▼oi.... 

Yitg. Appunto lo voleva dire : oggi la tua lezione va più 
^Q lungo del solito. 

IV. 48 



9?8 LBTVOtB DI VAMlttlA 

- Ade, Oppure t*è accaduto qualche disgrazia. 

Jfar. Tu l'hai indovinata. 

Ade. Già ai sa: una delle tue. 

Mar. Ho dovuto ricopiare due pagine , si la mia eara 8i« 
gnora già ti sai due pagine da capo a fondo, a motivo di no 
bello scarabocchio che era venuto a far le veci di puntolino 
sopra un i. La diligentissima signora già n $a non ha mai fatto 
scarabocchi in vita sua. 

Ade. Ecco I Subito ti sei avuta a male che io abbia detto 
già ei sa. Tu sei sempre permalosa... 

Ifar. E arroge^ direbbe il signor Biagio, amico del nonno e 
accademico della Crusca, arroge che il si sa non è farina 
schietta; pute un poco di gallicismo^ e più aeetmeio all'uopo 
sarebbe, not sappiamo. 

Vir. Marietta, se tu ti perdi in parole, non ti rimarrà 
tempo... 

Mar. Non dubitare: saprò avaeeiarmi; del resto poco mi 
manca; e tu, Adele, sta'pur tranquilla; io non sono piti per* 
malosa, e non fa di mestieri che tu venga a pigliare perde- 
nanza del tuo reato; tu poi fiir conto d'esserne assoluta senta 
più; in ispexialità se tu fai fermo proposito di non ricadere.... 

Ade, Non vi sarà pericolo: son già pentita. 

Mar. E allora, vivi tranquilla, avvegnaché la mia clemenza... 

Ftr. Basta, basta, Marietta. E se ti sbrigherai sarà bene. 
Un po' di ricreazione, un po' di riposo dobbiamo prendercelo oggi. 

Ade. Di buona ragione ! sono tanti giorni che ci troviamo 
affollate di lavori e di studio I I regali pel ceppo, gli esami... 
Ma grazie al cielo possiamo dire d^essere in porto. 

Ftr. (all'Adele) Io vorrei sapere di dove la Marietta cava 
tutte quelle parole stantie... 

Ade. Frutto della lezione d'italiano. Anche noi, te ne ri- 
cordi? le abbiamo trovate negli esempi di bello scrivere in praa^* 

Yir. È vero, è vero. 

Ade. E poi, quando il signor Biagio vien qui a far visita 
al nonno, ed entrano a parlare di lingua, la Marietta, lo sai, 
non perde sillaba: pare che ci si diverta... E ha tanta memoria 
che si ricorda di tutto. 

Yir. Si , per poi ridere alle spalle dei buoni veechi.- Ma 
questo non istà bene, a dir vero. 



s Minm psi f AiiGiou.1 379 

Ade. t: tanto obiasscma ! 

Mar. [figura di Uggire guardando o malizia U sorelle che 
pariamo flra loro) Le volpi m eoniigliamo^ favola duodecima, a 
pagina YatteFa cerca. 

Vir. Manetta, Hariettal Bada a qaello che devi fare. Ti 
accadere qualche altra diggrazia. 

Ade. Ti sei apposta che parlavanio di te ? 

Mar» E tirandomela giù senxa misericordia , se mal non mi 
appongo. 

Tir. Questo poi non è vero. Bensi io diceva che lo scher- 
zare che tu fai sul conto del signor Biagio potrebbe parere man- 
canza di rispetto per un vecchio stimabile, e anche pel nonno. 

Mar. Io non ho mai avuto l'ardire di mancar di rispetto nò 
al nonno nò al chiarissimo messer Biagio accademico infiurinato- 

Vir. E batti 11 ! È meglio stare litte. 

ilfar. Fate, dite, pensate quel che volete; ma intanto: finii 
oronat opui (ii alza). La mia copia a buono ò all'ordine: ò 
venuta stupenda, senza una teccola, tersa come uno specchio !.. 
Che bello scritto 1 che lindural proprio, di me medesima meco 
mi congratulo... E ora ( talullamdo laida il poito ) chi s*ò visto 
8'è visto I Libri, fogli, dormite un lungo sonno— Ci rivedremo... 
dopo le vacanze. Io vado intanto nel giardino a sgranchirmi con 
due salti : mi dolgono le dita dal tanto scriverei, e dal freddo. 
C'ò un raggio di sole e me lo voglio godere. Chi mi vuol ben 
mi seguiti ( j» amda ). 

Vir. SI, or ora verremo anche noi. 

Ade. Aspettaci un pochino. Anch*io son per finire. 

ilfiw. Un pochino si convertirà in un'ora. Conosco i miei 
poHi... 

iSeeaa li. — EmUnIa e dette. 

Erm. ( dà a conoeeere che credooa di non tro(oar «s^mno nH 
uilotto. Ha una grande eeatola] Oh povera me I Le signorine sono 
sempre qui? 

Mar. ( le va prono) Sicuro I E perchò ne fai tu le mera- 
viglie? 

£rm. Credeva che fossero già scese nel giardino... Non 
dovevano andare in ricreazione ? Il tempo è buono. 



380 LSTTURB DI FAHIOa^ 

Mar. Sì ^ sìf anderemo* Anzi io n' ÌBoa«imiaAva già..* Ma... 
E che cos'hai tu di b^Uo in ootesta Beatola ? 

JSrm. Ecco I Appaalo per questo, almeno lo credo, dob 
avrei doTuto farmi vedere a loro. 

Mar. Indizio certo che quella soatola contiOBe roba per noi. 
Dunque voglio sapere... 

JSnn. Veramente... non so... non posso... 
Aie. { H alza ) E chi ti ha detto di non ti far vedere a noi? 
Erm. Ohi E se non dovessi nemmeno parlare? 
Fir. (rialza) So che tu sei escita di casa eoi nonno. 
Mar. Dunque ho capito io ! 
Ade. Ci voleva poco a capirio. 
Yirg. Siamo alla vigilia di Ceppo I 
Mar* Evviva» evviva t U nonno ci ha eoanerato il ceppo, 
e vuol farci la sorpresa— 

jSiriiii. Ha, per eaiitàt som mi facciano scomparire... 
Mtfr. E che cosa ha f^li comperato? DlUa subito» e basU. 
Noi non fiateremo. 

F4rv.Ma.M E il nonno dov'è^? Non è tomaio a casa teoo? 
Erm. Or ora veri^ È entralo in un'altra boltoga» e ha 
mandato a casa tm^ 

Mar» Dunque» sbrigati» che^egli non ti travi qui. 
Ade. Presto» presto 1 Che cosa hai tu di bello? 
Erm. Ma prima promettano di non dir nulla. 
• Tir;. Per me puoi star sicura. 
Ade. Non parlo davvero. 
Mar. Nemnienoio. 

£rm. ( tra sé) Povere signorine 1 Nou mi dà il cuore di te- 
nerle in curiosità. 
Jfar. Dunque? 

£rffi. Oh se sapessero che belle oosel 
Ade, Sentiamo» sentiamo I 

Erm. Prima di tutto una bambolii bella che pare «n occhio 
di sole, 

Yirg. Una baroboia! come mai?.. 

ilfor. Sarà per me. Io sono sempre piccina... Ben venga la 
bambola. Quanto pagherd a vederla I 

£lrm.Ohl questo poi no! Non apro la scatola davvero! 
E poi è legata... 



B scBim pu PAifcnn.u 381 

Ad§4 E cbeaUrot Sbrigati. 

Em. Poi va teatrino eoo tanti bei burattinL». 

Virg. Un teatrino I II nonno comperare la bambola , il 
teatrino... 

Ade. 1 baratUni ! 

Mar. Sarà per te, Adele. Sicuro I Ti piacciono tanto le coni*- 
medie,, e il nonno ti ba comperato il teatro. 

Àd$. Tu dici benone l E io farò recitare i barattini. Cbe 
earo nonno I Le pensa proprio tutte ! 

Vòrg» ÀYanti » ayanii ! 

Erm. Una bella borsa di pelle', con una cerniera d'acciajo 
lodda, lavorata cbe òuna marayiglial 

Jfor. Per la Virginia.:* Va benone 1 Tu che sei la mag- 
giore, devi a^ero la bona per (unando vai fuori con la mamma 
a fere le compre. 

Vir^ Certo, la gradirò molto. 

Ade. C'è altro? 

£n9. Eccome I Le raccbette e i volani; un altro giuoco, 
mi pare, quello dei cercbi ; un guancialino t due panierino la- 
vorate,, e propriamente grariose... e , ma... noii mi ricordo bene... 

Mar. Insomma fior di roba I Peccato che tu non voglia 
brci vedere... 

Mrm* Non è che io non voglia» Non posse I Eh 1 se non 
avessi timore... 

Ade. Il nonno quest'anno ha voluto sfoggiare. 

Virg. Allegre dunque ! avremo un ceppo co* fioccbi* 

JBm. O andiamo 1 E sittel Mi raosomandp* 
* Jfor. Ma una guardatine solai Quella bambola... 

Erm. No davvero 1 Le pare ? ( si amia ] 

Virg. Contentiamoci , contentiamoci. 

Ade. SI, lasciamola andare. 

Erm. { andando ) Dunque non diranno nulla ( parte ). 

Mar. Acqua in bqcca {baitmdo le mani). Bravo nonno! 

Ade. E tempo fa, ti ricordi? Avevano detto 4^e ora non 
siamo pid da balocchi. 

Mar. Adagio! Voialtre , sta bene; ma io, oh ! io sono sempre 
ittmbiaa, 8em|ire da bambole..» Ho appone appena dieci anni... 

Virg. Si vede che il nonno non ha potuto resistere al de- 
siderio dì farei i soliti regali... 



382 LBTTutB m PAinaLiA 

Mar. Ovvero questi balocchi sono tatti per me. Totti per 
la più piccina, giacché nh altr*anno... allora sarò cresetaU-« 

Ad€. E anojaltrenalla? 

Virg. Non sarebbe giusta davvero. 

Mar. Per voi che avete tanti più anni e tanto più gindixio 
di me avrà comperato qualche bel libro. 

Virg. Non dico ; un libro lo gradirei ; ma po'poi i miei anni 
non sono ancora tanti*.. 

Mar. Né il giudizio è ancor tanto... 

Virg. Cosi è... da dover lasciare affatto i balocchi. 

Mar. E poi la borsa, che dicerto è destinata a te, non è 
un balocco. 

Ade. E nemmeno il teatrino si può dire cosa da bambineo. 

Mar. No certo ; specialmente per te che sei tanto appas- 
sionata per la declamazione. 

Virg. E ha fatto^ benissimo a prendere le racchette nnoTC, 
perchè quelle che abbiamo sono sfondate. 

Ade. E a chi toccherà il guancialino? è per la Virginia; 
le panierino saranno per noi due; le racchette per me... 

Virg. Queste per tutte. Dobbiamo giuocare insieme. 

Mar. SI via 1 Per tutte. Basta che io abbia la bambola, e 
sono contenta. MI divertirò a vestirla, a spogliarla, a rifarle 
il letto. Gara bambola I Mi par di vederla I Deve essere 
grande... La scatola ò madornale... Avrà gli occhi mobili, QB 
bel eappellino... Evviva, evviva il ceppo del nonno! 

Ade. {inùreeehi) Stai sento i colpi di una mazza».. 

Mar. ( eorrendo atVueeio ) È il nonno di sicuro ! 

Ade. (id.) È lui, ò lui! 

Fir^.Caro nonno! Quanto bene ci vuole! 

0eeBA III. — U Nomo e dette. 

Non. Ah! siete qui, le mie nipotino? 

Ade ì ^ ^'^ vAono attorno e lo accarezzano ridendo, e con 
Mar. I "^'^ affetto). 

Virg. Si signore, siamo qui. Ancora non siamo seese nel 
giardino perchè avevamo da fare. 

iVbfi. Bene, bene! Molte faccende eh? molte jfiaceendef 



B 8CM1TTI P»B rA«€l9UU 88S 

Ad». Ehi gono certi giorni I... IK signore; molle fitecende. 

Ftr^« ( gli mostra la p<4tnma, e la tira opanii } Nonno » sarà 
stanco, segga. Stia un pò* con noi. 

Mar. £ abbiamo anche tanta ?pglia di lavorare !... 

iVbti. Si ? Oh 1 r ho caro. Cosi fanno le buone fiinciulle (H 
aeeoita al tavolino ). 

Mar. È nostro dovere. Vuole accomodarsi qui? Vieni , Vir- 
j?ioia, accostiamo la poltrona {con fa Virginia e con F Adele portano 
la poltrona al tavolino ). 

Virg. Dobbiamo esser grate a chi ci fa tanto bene» O si 
accomodi , caro nonno. 

Ade. A chi ci fa essere sempre contente I Non ci sono ri* 
scontri da questa parte ( va a chiudere meglio gli ued). 

Mar» E sempre allegre.^ Il nonno pensa sempre a noi , non 
è vero? 

Non. Lo vedo si che siete allegre. Anzi oggi vi trovo più 
allegre del solito. 

Ade. E non abbiamo noi ragtme d'essere contente? Oggi 
per l'appunto 9 sicuro..* 

Virg. Tutti i giorni , tutti i giorni possiamo dire d'esser 
Mici. 

Mar. Ma oggi, signora si» oggi anche più... perché.. v il 
perchè lo so io, lo sa il nonno, non è vero? 

Non. Davvero I E quale ò questo perchè? si può egli aa^ 
pere? lo non capisco. . . 

Yirg. Aspettiamo a domani... sarà meglio domani, bambine. 

Ade. Sono certi giorni I... Che cosa vuole, nonno? Cerca 
qualche cosa? Ha bisogno di qualche cosa? 

ilfar. Un animo mi dice di stare allegra; io poi non so 
altro I Che caro nonno! (accarezzandolo). 

Ade. Quanto bene ci vuole! 

Virg, Pensa sempre al modo di far qualche piacere alle sue 
care nipotino* 

Non. Oh! sì certo; vi penso, vi penso... (tra $i)ìt^ tutte 
queste carezze più affettuose del solito... tutte queste premu- 
re... Non vorrei... 

Mar. ( tra $è ) E ancora non dice nulla I 

Ade, r( tra ei ) Quanto|oi fa storiare I 

Yirg. Chi sa che non voglia aspettare a domani ? 



m^ UffTVtB M VAViaUÀ 

JWatr. Sa ftitto Otta bella passeggiata t iioBttiiio? È staneo? 

Ad$* H teiaipo è Mio, non è "rero? per passeggiare. Dov'è 
andato a passeg^are stamani? 

Non, Si , il tempo è beiloy e se volete andare intanto nel 
giardino, aàdate pare. Io, giacchòqai sto bene, ho da scri?ere 
una lettera, e la scriverò a questo tavolino. Avete carta da 
lettere? 

f^^. SI, sì ! Ora la trovo subito ( cùmgranfremmra^ eem 
la carta nella eaaetta ). 

Ade. ( eonfmmMra ) Il calamajo è qui.Gereherò un quaderso 
per mettere sotto il foglio. 

Mar. ( ean prenmra) Ma il nonno adopera le penne d'oca. 
Yo sobito a prenderle^ Sonori là (corra via^ poi iorna ^os /« 

jMIMM ). 

Virg. Ecco la carta. Ma «u questa sedia starà poco bene. 

Ade* C^è un guanciate, e'ò un guanciale ( va apremMo, 
$ lo pone dietro ia poltrona )• 

iVbn. (Srazie, grazie- (eedendo). 

Virg. Poserò qui la mazza ( la prende ]. 

Ade. Nonno, se non volesse durar jfiitica a scrivere, po- 
trebbe dettare a me. 

Virg. O piuttosto a ne che scrivo un pò* più lesta... 

Mar. Ecco le penne d*oca ; e faranno bene ; sono già tem- 
paiate. 

JYofi. Va bene. Ma bisogna cbe scriva da me; vi ringraiio 
peraltro della vostra offerta. Airoccorrenza ne approfitterò, aos 
dubitate, figliuole ( s» ptepara a ecrivere). 

Mar. Ci vorrà anche Tostia... 

Ade. Ovvero la ceralacca. 

Virg. So io, so io dove sono! {corre via). 

Non. Le ostie bastono. 

Virg.Bo capito (via). 

Ade, E noi non abbiamo nemmeno polverino. Vado a 
ppsnderlo. 

Jfsr. Vado io, vado io I 

Ade. No signora! Tu sei già andata per le penne. 

Mar. E ora.... 

Ade. Una cosa per una. 

Mar. E si ^Ae io trovo più presto io! (età). 



B SCBITTI PBH VANCIUI.U 885 

Ad$. Vedremo I [via]. 

Non. Qaante aUeozidiii! ehe zqlo gtraordioario ! Ohi mi 
ToglioDo bene, Io so; fanno sempre di tutto per dimostrarlo... 
aia oggi... mi pare che sovrabbondino... Sarebbe egli possibile 
che oggi queste premure » queste carezze fossero un pò* inte- 
ressate ? Cospetto i II pensiero del ceppo... Eh ! potrebbe 
darsi... Ma» non mi pareva die fossero capaci di... basta... 
m' ingannerò. 

Fifff. Ecco le ostie e la ceralacca. A sua scelta. 

ìiir. I (*^^^^) ^'^ il polverino. 

Ftrgr. E se il nonno si contenta , rimarremo qui... 

Ad0» Staremo zitte zitte per non Io interrompere... 

Mar. E quando avrà scritto la lettera farà un pò* di coa- 
Tersazione con noi, non è vero? 

N(m. {un po'ierw scrivendo) Volentieri. 

Ftr^. Intanto se avrà bisogno di qualche altra cosa... 

Ad$. Siamo qui pronte a servirlo. 

Mar» A proposito! Non ha scaldino. Corro subito a pren» 
derlo!... 

Ntm. No! non ho freddo. In questa stanza non vi è bisogno 
di fuoco. 

Mar. Ha a scrivere, le dita si diacceranno. Lo so io 1 

Non. {imo) Basta cosi. 

Virg. {tiranioti da parie con le sorelle) Ohi ò diventato 
burbero. 

Ade. Pensava già a quel che doveva^scrivere, e la Harietta 
lo ha distratto. 

Mar* E io se vuol farei tanto storiare con questi regali ^ 
8000 capace d'andare dall'Erminia, e d' indurla almeno a far- 
celi vedere. 

FtTjf.Eh vial Ti par egli? 

Ade. Sarebbe una grande imprudenza. 

Virg. j 

Ade. I {proseguono a parlare tra di loro con molta anima). 
Mar. V 

Non. {sospendendo alquanto di scrivere) Care figliuole I Certo 
li aspettano i regali ; e veramente sono conjpatibili... Nondi- 
IV . W 



386 LETTO» DI rAMIflUl 

meno se la loro gollecitndìne fosse animata soltanto dalla espet- 
tativa del ceppo, mi dispiacerebbe. Vi sarebbe un poco di si* 
mnlazione*.. Il cielo ce ne guardi ! Non hanno bisogno di usare 
queste arti. Sanno che io ci penso ; che tutti gli anni fo ì 
miei regaietti... Ehi vedremo... {prosegue a scrivere). 

Ftr^. Ma via, abbiate un poco di pazienza! 

Ade. Ora» quando avrà finito di scrivere, vedrai, vedrai I 

Mar* Lasciate fare a me. Gli do addirittura la buona Pasqua 
e le buone feste, e allora non vi é più da farci aspettare, 
signor nonno garbato. 

Virg. Io credo che tu faresti malissimo ( le fanci%dle prò- \ 
seguono 'come sopra ). 

Non» ( chiude la lettera ^ e fa la direzione , dicendo fra si) 
Che abbiano veduto l'Erminia con qaella scatola? E forse 
avranno voluto sapere?... Eh! potrebbe darsi... Oramene 
accorgerò senza dubbio. (Forte) Ecco fatto! Chiamate rErmioia, 
bambine. 

Mar. {battendo le mani) Evviva! Subito {via). 

Ade. Finalmente! {correndo dietro alla Mar») 

Virg. Ha bisogno d*aItro ? 

Non. L'Erminia , e basta. 

FtV^. Ho capito {ma). 

Non. {si alza con la lettera in mano e passeggia) Ohideye 
essere andata cosi. Hanno veduto quella scatola... La curiosità 
di sapere che cosa vi fosse le ha sedotte... È la vigilia di cep- 
po... L'Erminia non avrà saputo resistere alle loro dimanda. 
Ah! bambine bambine! Ma! vanno compatite... Compatite? 
Eh! un poco si, e un poco no! No, anzi! No, perchè sanno 
che noi ci pensiamo anche a queste cose , e non debbono farmi 
le carezze per interesse... Cospetto! Non le voglio io, no; 
queste figure non le vogliamo ! ( rimane pensieroso). 

Se«B* IT. - Erminia e detti. 

Erm. {alle bambine suW usdo) Mi assicurano* dunque di 
non avergli palesato nulla? 

Ftr^' No, no! non abbiamo parlato. 
Ade. Nemmeno una sillaba» ti dico. 



X scarni »E FAncKnxi 887 

Mar, Ma di che cosa hai tu paura ? 

Erm. Mi pare che sia burbero... Mamma mia 1 

Virg, Ehi fatti coraggio! Nonno, eccola qui l'Erminia. 

Non* Ah I va bene. Accostati.. 

J?rm. Ai suoi comandi [timoroia, eammitui adagio). 

Non. ( guardandola fiato ) Che cosa è stato ? Perchè quel 
viso di spaurita ? 

Erm. Eh I nulla , nulla ! 

Non. Animo dunque I Yien qui ! 

Erm. [si aeeoita timidamente) Eccomi. 

Non. Òov' è quella scatola ? 

Mar. {si rallegra^ e dice alle eoretle) Ci siamo! 

Virg. {frenando la Mar. ) Zitta I 

Erm. La scatola è di là. Devo andare a prenderla? 

Non. [gìMrda le fanciulle e $i accorge dei loro atti d'im-' 
fftzienzh) È sempre l^gata» non è vero? 

Erm. Ohi sì signore. 

Non. Legata bene? Come Tha legata il negoziante? 

Erm. Nissuno Y ha leccata ; le pare ? 

A^. {guardando fieee le hanMne) Va bene. Dunque an- 
d^ai a prenderla. 

£fm. Subito (m eolta sollecita). 

Mar, { allegra ) Oh bene 1 

Ade. ( allegra ) Lo diceva io ! 

Non. Aspetta 1 Lasciami finire il discorso* . 

Erm. { toma a fermarsi ) Non mi muovo. 

Non. Anderai a prenderla, e la porterai. .. 

Erm. Qui ? Subito , si signore. 

Non. No I La porterai con questa lettera al procaccia di 
^Ile. Gli dirai, bada bene, gli dirai che appena arrivato a 
UUe la porti immediatamente alla persona a cui è diretta. lo- 
soooina la roba che vi è dentro deve essere- consegnata dimat- 
una. Fatti dare la proinessa che egli non frapponga indugio..* 
^^6^gli il porto... E raccomandati che ne abbia cura... Hai ca- 
9^t (Le dà la lettera) Puoi andare... Animo! Lestezza! {It 
f^ciHih rimangono sbigottite e si guardano estatiche). 

irm. Devo andare... davvéro ? ^ 

Non. qnest*ò bella 1 Non hai capito queV.o che ti ho or- 
*»^todifare? 



\ 



388 LBTTirEB DI FAM1GUA 

Erm. ( andando lentamenie ) Si signore. 
Non, E fa* presto. Tra poco il procaccia parte. Non vi è 
tempo da perdere ! 

Erm. Si signore. Danque vado. 
Non. Ma sicuro ! E sollecitudine. 
Erm. Si signore. Vado davvero ( ma ). 

0MBA «IMbm - Il Nonno € le NipoH. 

' Non. (guardando fisso le faneiulh ) E per. qual motivo siete 
voi rimaste cosi stupefatte in udire l'ordine che ho dato all'Er- 
minia ? ( Ls fanciulle H guardano in idèo eenxa fiatare )• 

iVbf|. Poco Ci tutte allegre , festose ;*a farmi un visibilio di 
carezze; nonno qua, nonno 1&, nonnino carol... E ora, se 
non m'inganno, avete fatto un muso lungo , che non ho mai >^ 
duto l'eguale. Questa non è maraviglia , figUuole mie ; e poi qaa) 
maraviglia può destare in* voi l'ordine che ho dato all' Erminia 
di portare ima scatola al procaccia di Colle ? Dunque che cos'è? 
Quale è il sentimento che vi turba Tanimo , che vi fa morire 
|e parole in bocca ? Eh I me l' immagino io. Avevate credalo 
una cosa che vi riempiva di contentezza ; e ora che siete rimaste 
deluse, eccovi divenute serie, vergognose, melènse. Non fa 
bene; mi dispiace; questo vorrebbe dire che avete commesso 
uno sbaglio. Infatti se io paragono le garbatezze, le premure, 
le moine , i daddoli , si 1 i daddoli di dianzi , con la solita ac- 
coglienza affettuosa e schietta , lieta e rispettosa che voi mi 
fate gli altri giorni ; e se considero insieme il cambiamento im 
provviso, cagionato dal viaggio di quella scatola a Colle , dovrei 
rilevare che una curiosità indiscreta vi ha indotto a doman- 
dare all'Erminia che cosa contenesse la scatola ; un desiderio 
puerile, ma alquanto compatibile , vi ha fatto credere che fosse 
roba per voi ; e un'impazienza , non tanto da compatire, riha 
spinto ad abbondare di carezze al nonno... E qui sta il male; 
dffgliuole mie, qui, se ho dato nel segno, sta tutto il male, 
percììSNK^un pò* di affettazione , perchè l'avete fatto a secondo 
fine... percfiSni^ete quanto a noi debba dispiacere il non Te* 
detti sempre ingenue , sincere... Ma dunque ? Mi' sono forse 
ingannato ? Ho io giudicato male di voi ? 



B SCttmi PMI VANGIIIALI 8W 

firg. {ingmoeehikmdo9i ai piedi M motmo) t v««», è vétQ, 
ho sbagliato , • diiedo perdono. 

Mar. {eoiM sopra) Sono io «Tsono io la odpevole. 

Ade. {come iopra) Anch'io. La Virginia non avrebbe vo- 
loto... 

Vurg. Zitte, zitte I Par troppo anchM« m» amia accordata, 
e TI ho dato il cattivo esempio. 

Nirn. {Ugutìrdu mimmito , e sifrridmdo) Basta» basta, 
figliuole. Alzatevi [dà loro la mano, $d esse la baciano a una 
a una}* Ho perdonato: e il vostro sincero peBtiniento> ^mi fa 
fiicuro che no» rieaderete pit in qnest' errore. Sarà stato Iter 
▼issimo, lo so; avrà avuto appena Tombra delia cólpa; ma, 
badate , mie care figliuole : in questo, anche il più Ueve. fallo 
|Hiò a poco a poco diventare colpa. •• Ohi detestate la esage- 
razione , le smorfie , Faffettazione in ogni cos» , perdbè presto 
si converte in spregevole doppieai^a , in abietta aimnlaaiene^ 
Ha via I Non proferiamo nemmeno queste brutte parola Non sono 
cose da voi ! Animo l Qua un abbraccio^ {Uaòhraeeia una dopo 
l'altra) Dimentichiamo la scatola che viaggia per Colle, e to»> 
nate allegre come diami... 

Virg. Caro nonno ! Ella è tanto indulgente... (oon un poco 
a ritenutezxa ). 

Ade. Grosie del bene che ci vuolo (soi»fimidsir;(a}. 

Mar* ( risoluta) Non lo farò più davvero 'io I 

Non* Va bene ; ma non basta ; vi voglio vedere allegre. 
Animo 1 venite un' altra volta nelle braccia del vostro nonno... 

nrg. j 

Ads. I (si slaneianoeommosusallsgre nelle hstaociadétnonno). 

Mar. 1 

Non. Care le mie nipotinel Vera consolazione nùa e dei 
vostri genitori 1 Oh I ora sono contento. 

Virg, { alle sorette tutta eowtewta ) Io fo più conto di un 
ibbraccio ddl nonno che di tutti i regali di questo mondo. 

Ade. [rallegrandosi con le sorette) Mi ba fiitto proprio 
consolazione ! 

Mar* O iot Non so dbe cosa darei per aveffne;nn* altro. 

Non. ( guarda sorridendo le fanciulle) £ poi... Badate a 
me... So anch'io che demani è il ceppo; e dovevate p enfiarvi... 
Oh! è naturale^ E il ceppo del nonno c*èl... Sicnio ohO'O'è! 



390 LBTTUBB DI PAMIOLU 

Allegre, allegre I ( m metu U mani in Uica) Li cedete A ? i 
miei tascooi? Ve ne ricordate di quando erano pieni di chicche 
e di balocchi? Ma ora..« Le chicche, i balocchi... 

Virg. Ohi non siamo più da chicche nò da balocchi... 

Ade. No davvero, no davvero ! Or ora anch'io ho dodici anni! 

iVbn. {ridendo) Forse la Blarietta... 

Mar. [alzandosi in punta di fiedi) Neoimeno io, nemmeno 
10 , signor nonno 1 Lo vede come son crosciala ? Ho più di 
dieci anni, sa? La diecina è passata! 

Non. Va bene, va benel I balocchili lasceremo viaggiare 
per Colle , verso i vostri cnginetti che non hanno ancora pas- 
sato la diecina ! La bella bambola che forse forse la Mariella... 

Mar» Ma ò stato an lampo {ti alza in punta di piedi). 

Non. SI , sì ! Ho detto di non rammentarlo più, e sia qoesta 
raltima volta. Dunque, appunto incomincerò da te {alla Mar. 
Iwando di tasca un libro rilegato ) A te che hai passato la diecina 
darò nn libro che piace anche a me che ho passato la setUn* 
tina... {leta di tasca ^ e dà un libro a$^he alle altre) E nn libro 
anche a voi che avete tanti più anni della Mariella I 

Mar. {prendendo il libro) Grazie, nonno. 

Virg. Tante grazie (guardandolo). 

Ade. Oh bellino 1 Grazie {guardandolo). 

Mar. { leggendo il froniespizioldel suo libro rimane atioiàta)* 

Non. {guarda ridendo la Manetta) Ebbene? Hai vedalo il 
titolo di cotesto libro? Leggilo a voce alta. 

Mar. SI signore.. — Dello studio della propria lingua. Di- 
scorso di Biagio... 

Non. {ridendo) Ah 1 Ah 1 Non è un libro che ti va a genio? 
Dimmi schiettamente che cosa ne pensi. 

Mar* {con franchezza) SI signore, mi piace; già perchè 
piace al nonno, e un suo regalo mi è sempre caro, .ma anche 
perchè vi trovo un'altra buona lezione. SI, qualche volta ni 
son presa la libertà di scherzare sul conto del signor Biagio; 
e ora sta bene che , per gasligo , io debba leggere tutto da 
capo a fondo il suo libro. 

Non. Oh povero signor Biagio t Leggerlo per gastigo ! 

Mar. Mi ha detto che parlassi sinceramente... 

Non, Si si , e hai fatto benone. E sarà un gastigo che ti 
frutterà due beni : ti renderà più cauta nello scherzo, che la- 



B 8CUTTI PBM f AMCIUIXI 391 

lora potrebbe eccedere e divenir biasimevole, e ti farà meglio 
conoscere i pregi della nostra cara e bella lingua (m m9ii0 la 
mano in taica^ e ne eata un calamaio di cri$tallo).E percbò tu 
possa prender ricordo delle sentenze che più ti piaceranno t 
eccoti il calamaio e le penne. 

Mar. {prendendo e guardando il dono) Oh carino ! Oh 
graziose 1 

Non, (leva di tasca due astucci) A te^ Adele, perchè tu 
abbia tutto l'occorrente per cucire. 

Ade. Ohi che bel regalo (prendendo ìs guardando Faetueeio). 

Non. E a te. Virginia, giacché tu impari bene il disegnOf 
eccoti un astuccio con l'occorrente per disegnate. 

' Virg. (prendendo e guardando) Ohi caro Nonno , quanto lo 
gradisco! E com'è bello! 

Non. Questo dunque sia il ceppo del nonno ; il vero e il 
buono che si ricava dallo studio ; V utile che si procaccia col 
lavoro ; il bello che si imita con l'arte ; e soprattutto i consigli 
di un vecchio che vi raccomanda , bambine mie , di custodin 
sempre sempre la ingenua, la cara, la bella sincerità deiranimo. 

Virg. Caro nonno di questi bei doni terremo in maggior 
pregio , e non dimenticheremo mai i savi avvertimenti* 

Non. E ve ne troverete sempre bene. 

Ade. Oh sì I di questo dono saremo bramose ogni giorno» 
Questo lo potremo chiedere sempre , non è vero ? 

Non. Questo, e qualunque altra cosa possiate desiderare 
pel vostro vero bene» 

Mar. Io intanto chiedo subito... si, caro nonno , voglio 
che il ceppo sia anche più bello : chiedo un altro abbraccio » 
ecco fatto! 

Non. E io ve lo do con tutto il cuore , le mie care nipotine. 

Mar. ì 

Ade. j Evviva, evviva il ceppo del nonno! 

Virg. ! 

P. Tbouar* 



988 LBrrDEK di fammuia 



APOLOGHI 



▼MUtH tfel plaeerl. 

€ti t^lil ftmciiittttlò, leggiadro coiAd l'amore, e tttii 
pift vispo e Vivace d'ila aagello, stavasi aa giorno a diporto 
entro un fiorito giardino, e scorreva coli* agile piede per i j 
verdi sentieri, or questo cogliendo, or quell'altro Gore. { 
Quando, ecco egli vede repente volar per le ajuole dtpiote 
di primavera una farCalletta con le ali screziate dei viiaà 
colori dell'Iride, e tosto si tenti voglia di averla in 'suo 
potere. Cosi con lo sgvardo fisso, l'alito represso, ed < 
pniri taciti ed insidiosi, muove incontro all'insetto leggiadro, 
che erasi in quel mofmeftto posato lieve lieve sulla Corporea 
corolla di una rosa bellissima. Come parvegli di stare a rt- 
gionevol distanza, e di poter sema timore di fallo atender 
la mano e raggiungerla, lanciossi rapidissimo sul fiore, « 
strinse, ma invano. La farfalla, quasi schernendolo ai eri 
con picciol volo sottratta alla sua voglia, e posata di nuovo 
sopra anakro fiore, non molto dri primo lontano. L'inatile 
lefltativo agnato maggiormiente la brama del vivace fan- 
ciullo, il quale si die con tutta la lena ad inseguirla, fio- 
ché& stanco del lungo ed inutile correre, disse irosetto aili 
farfalla: 

— Perchò , insetto scortese , sfuggi tu dalla mia mano 
come da quella di fiero nemico? Perchè non vuoi tu che ammiri 
dappresso i colori vivaci e svariati delle tue ali leggiere* 
e m'invidii sì lieve diletto? Non voglio già farti un male 
al mondo; anzi non vi sarà carezza o grazia che non ti 
prodighi quando ti avrò in mio potere — . 



B sciaTTi PSR vAncuau 3S3 

Allora la farfalla sciolse la voce, e disse: — O gentil 
faociallo, Don t'incresca punto se non paoi prendermi. Cosi 
ooD ayrai a dolerti di avere stretto nelle tae mani un'effimera 
bellezza di fugaci colori, che svanirebbero tosto, e di aver ri- 
lenoto veramente un vii bruco. E Taffaticarti che hai fatto per 
corrermi dietro, serva ad insegnarti a dispregiare i piaceri 
di quaggiù, i quali mai non si raggiungono; o se per 
avventura qualche volta avviene di poterne godere, perdono 
tosto la leggiadra sembianza , e gli splendidi colori dei quali 
sembran da lungi adomarsi. 

2. 



Vide on giorno una fandullina entro un verde rosaio 
uni rosa con foglie bellissime e colori vivaci , e la prese 
^ghezza di possederla. Perlochè spingendo incautamente la 
mano tra le fronde del cespuglio , le avvivine di dar sulle 
spine, e traBggersi a sangue le picciolo dita. Di che dolo- 
rando e piangendo , si ritrasse , e disse alla rosa : — - Parli 
%li cosa ben fatta , o fiore bugiardo , allettar colla bellezza 
delie fronde e dei colori gì incauti per poi crudelmente tra- 
figgerli? — E la rosa a lei pianamente rispose: — Togli, 
giovinetta 5 4al tuo caso al vivere documento , e non volerti 
dolere di sventura s) lieve , conciossiacfaè ella ti faccia ac- 
corta che verissimo è quel detto antico: — Nimium ne 
crede colon d. Non ti fidar di leggieri alle apparenze. 
Quando sarai cresciuta negli anni, il piacere ti si farà in- 
contro coi colori della rosa ; ma tu, avendo in memoria 
le spine pungenti , saprai trattenere la mano volenterosa , 
governerai con saggio avvisare le brame, e risparmierai a 
te stessa i lunghi dolori del disinganno. 

Gluseiipe Caflalini. 

IV. n. e. ' 50 



39k LBTTDIB DI PAXIttLU 



ESERCIZI DI RETTA PRONUNZIA 

-e- i 

(y.avmtì, |M«. tao) 

Esmcizio XYIII. 

Delia divena pronunzia della vocale o. i 

1. La vocale o ha pronunzia generalmente chiusa o stretta 
in quelle parole deriyate dal latino, nelle quali i sostituita alla 
vocale Uy come vedesi in volgo (vulgus), molto (multum), 9€ito 
(subter), eopra (supra) » iloos (obi), dolce (dulcis), colpa (culpa), 
volto (vultus), fono (sum), torre (turris) , lontra (Lundinum) ec. 

Da questa regola sono peraltro ecoeltnati i vocaboli percow 
da pereuiius^ coppa da cupfm, nozze da nuptiae^ lotta da tutta, 

2. L*o si proferisce largo o apsrto, allorché dinanzi ad esso 
trovasi un e liquido, formando insieme un dittongo, come io 
òi»ono, fuoco ^ cuore, uomo, duomo ^ tuono, tuono ^ muore, taolo, 
giuoco f fuori i puote^ vuole, figliuolo, ec. 

Similmente aperto è Vo di alcune parole in cui vien prece- 
duto da I liquido, e con cui forma dittongo, come in fioco, pio^i 
chiodo^ fiocco, fiocine, gioia ^ Giove, Giona, e forse altre poche. 

Ma vanno eccettuati i seguenti vocaboli nei quali è da 
proferire stretto, giove e giova voci di verbo, fiore, jMòm^, biondo, 
ghiotto, iinghiozzoj ec; e anche in tutte quelle voci nelle qoali 
l'I precede lo per ammollire il suono delle consonanti antece- 
denti, come in migliore, magione, ragione, carnagione, e simili t 
derivanti dalla terminazione in tic dei latini. 

3. Nelle voci accorciate o tronche lo mantiene la pronunzia 
che aveva nelle voci intere o primitive, sicché dicesi eo', fo',;o*, 
Coreo, ec. da voglio, togli, poco, Corsica; mentre rimane di 
pronunzia chiusa in co*e mo', perchè tale i nei primitivi eoi 
{con i) ; e moglie. 

4. All'opposto il medesimo o dei vocaboli semplici si con- 
serva di eguale pronunzia nelle parole accresciute , purché queste 



B 8€«rrri pbb riNCiULU 395 

conMrvino il medesimo acceato , come pof fono da pone , eoitano 
da eo$to^ nelle quali tocì i aperto; mentre rimane chiaao qnale 
«ra nelle voci formano da forma ^ volano da vola^ rompono da 
rompe}. E la medesima regola si osserva nelle voci composte per 
Faggianta di pronomi o d'avvarbj , proferendosi chioso in rom^ 
p0it, perchè voce^ composta di rompe e ei^ in rodevi ^ da rode e 
ti (ivi); mentre fa coitami qaando viene da eoeta (verbo costa- 
re) con l'aggiunto mi. 

Ha sono da eccettuare le voci nonttna in coi Yo è aperto 
sebbene venga da nome in coi è chiuso, e propoetfo da propoito\ 
d$po9ito da depoeto ^ e forse alcune altre meno usate, come eom- 
poiito da composto. 

5. Generalmente Vo i di pronunzia aperta nei monosillabi 
termiuanti con esso: do^ fo, e/ò, eo, «o, mo, (voce lombarda 
che significa ora) ho (verbo), Po (fiume) e»6« no; ma ^ chiuso 
io lo articolo e pronome relativa , in ino' per moglie, e in co* per 
001 ton I* 

6. Anche nelle voci di più sillabe terminate in o, se 4 ac- 
centato si proferisce aperto: amò, parlò, cantò ^ anderò, farò, 
dirò, perciò, peròf Niccolò, Bernabò^ ec. 

7. Nelle parole derivanti dal latino, e dove au dittongo si 
converte in o, questo si proferisce aperto, come in a//oro da 
lanruSf prode da fraude, godo da gauéteo, lode da laude ^ nolo 
da nan/tim, moro da mauru», odo da audio, oro da aurum^ ora 
da aura, oto da anene, poeo da paucue^ posa da pausa, roeo 
da raucus^ toro da taurus, tesoro da thesaurus. 

È eccettuata la parola coda da cauda^ e anche foce da 
fauees; in esse è chiuso. 

Dopo queste avvertenze generali anderemo notando la di- 
versa pronunzia delPo nelle singole parole ^ per ordine di desi- 
nenza, a somiglianza di quello che fu fatto per la pronunzia 
della vocale b. 



396 LETTUEB DI FAXIQMA 



UNE RENCONTRE. 

li n'y a que le$ méchanU qmi n$ eroiéiU pai à /a Inmté. Crmn 
à ia bcnlé^ e'eti dejà se moni ter ten «oì métm^ #1 iowent c*9H 
aussi obliger lei aulree à se montrer bone eommé naue- On ne pi«< 
aimer ees semblabUe ft fon e'en iéfi» iaujomr» , et l'tm m feul 
élre heureux n l'im n'aime. Crùyotu dono à ee qui eet fati pm 
éire aimé^ et dan» tim$ lee eoe , ayons lon/otri U eowrage de p a^ 
ler euivant notre pensée et d'agir suivant nos croyanees* Ce cowra^ 
n'en ssrait pas un $'il fi'at»aìl se$ ineonvénimts ; mais il porle am 
SMC lui ses atantages* 

Un jour une troupe d[onfanis se trouoait sur /« rouie qui tnim 
do Paris à un joli tUlage des ennirons. Il étaii midi. Un soltH 
briUant , un soleil du mois de juillet dardait ses rayons lei fin» 
ardente sur la poussìire bianche de la route et sur tes eampagnei 
deeséèhées, L'oiseau sous la feuiliée , /' insecte dans son trou^ l'tomm 
sous l'ombre de son toit , tout se reposait « tout se (aisait. fa» ^ 
bruii dans le del , pas um miouvemeni sur la terre. Les paM»^» 
nioai«nt cesse de se montrer sur le ehemin ; les toituree elles-mhsss 
y denenaien^ de plus en plus rares ; et pourtant e'était la féu d% 
pUlage doni nous venone de parler. Partis le matin dans levr» 
habits de féte^ les uns mieuss vétus^ les amtres moifw bien, s^' 
vani l'aisanee de leurs familleSf ees jeunes enfants, après atm 
bien eouru » bien battu les buissone » bien poursuivi les papiUons^t» 
trouvaieni bien loin du village^ bien fatigués, et^ n'en ponMiU 
plus , ile s'éUtient laissés tosnber , à fornire d'un arbre. Mortt di 
faim , de ehaud et de fatigue ( les plus petite surtout )^ iis se di- 
wsandaient depuis long temps commeni ils feraient pour relowm» 
aupris de leurs mirest et les plus forts allajent ti^andonner lesau* 
tres , lorsqu'ils aperQurent à quelque distanee un monsieur }•» 
venait vere eux> A mesure\qu 'il approckait^ il pouvait wrir les regards 
de ces enfants se porter altemativement sur lui et sur l'un d'entrt 
eux, qui lui méme le regardait de ses gi^ands yeux noirs avec uns 
sorte de sollicitude pleine de eandeur. Les yeiMP des autres , av eoe- 
traire^petillaieni de uMliee et d'impatience. On toyait qu'ils atten- 
daient une scine qui se terminerait à la eonfusion de leur petU 



B SGBITTI PBB FANCIOLLI 397 

tamarai9. Ctlm-ci , la figure encore tout en feu , U$ eheveux de- 
bomclù a tombafa tw $ei jouei , gardait toujours ion rtgard d^espe- 
ranee néhe el de hùnté. Le fnofMteur , lui aussi , ^lait aeeablé de 
ckalew; eependant torsqu^il fUt arrivé au milieu d'ettx, l'aimable 
etmani $*atanQa vere lui, et lui dit tota eimpletnent: « Moneieur^ 
timiezvoue me parier? » A eex mote le rire méehant dee autres , 
cmtmu jueque /d, fit exploeion: ce fui un concert de kuées\ ite 
triomphaient dejà du refue auquel eette demande leur eemblait expo- 
MT etlui qui avait oeé la faire. Moie le monfieur ravi de la eonfiance 
^ /ut montrait le bvn petit gargon , et du courage atee lequel il 
atait brave Us mioqueriee doni citte eonfiance était l'objet, le eaitit 
ianésee brae, lui donna un groe baieeri et le chargea eur eee épau'ee 
M /•• dieant: « Ouiy mon enfant, oui certee^ je te porterai ^ et ta 
^é ne eera pae punie d'avoir beaucoup préeumé de la bonté dee 
a«l»v# ». Et^ en effet, il le porta jusqu'à la maison de sa mire. 
Qwnt aux autres^ ile emivaient à piedj clopin-^elopant ^ et ne 
riaient plus rette foie. 

Cesi ainei quo la méohaneeté qui verni eonfomdere lee bone 
^^i9un eet eomoeni oonfondue elle-méme. 

À. Bussiére. 



UN INCONTRO. 

È proprio solamente dei cattivi non credere nella bontà. 
Aver iSducia nella bontà altrui, è lo stesso che mostrare bontà 
in noi stessi ; e sovente i anche un obbligare gli altri a mostrarsi 
booni come noi. Non possiamo amare i nostri simili se diCB- 
diamo sempre; e non possiamo essere felici senza amare* Affidia* 
noci dunque nelle persone che meritano il nostro affetto , e , in 
^aalanque caso , non ci venga mai meno il coraggio di parlare 
secondo il nostro modo di pensaris , e di operare seconda quello 
^'he reputiamo onesto. 

Nò questa sincerità avrebbe dnopo di coraggio se non fosse 
esposta a qualche pericolo, ma porta anche con sé i suoi vantaggi* 

Un giorno un drappello di fanciulli si tfO^ò sulla strada che 
conduce da Parigi a un grazioso villaggio dei* contorni* fra mez- 
zogiorno. Il sole scottava ; un sole del mese di Luglio dardeg- 



398 LSTTOBB DI r^MiauA 

giava i suoi più fervidi ra^ì sopra la bianca polvere della strada 
e sopra le aduste campagne. L*ucceUetto stava sotto le fronde , 
l'insetto nel suo nascondiglio, Tuomo all'ombra del suo tugurio; 
per tutto erp riposo , per tutto era silenxio. Neiraria non si sen- 
tiva il minimo strepito , sulla terra il minimo tramenio. I vian* 
danti avevano cessato di farsi vedere sulla strada ; le stesse car- 
rozxe divenivano sempre più rade , e nonostante era la festa del 
villaggio del quale abbiamo parlato. Esciti di casa la mattina 
coi loro vestiti da festa , quali più in gala , quali meno , secondo 
la possibilità delle loro famiglie « questi garzoncelli, dopo essersi 
sfogati a correre « a frugare in tutti i cespugli » a dar dietro alle 
farfalle, si trovavano molto lontani dal villaggio t molto stan- 
cbi t e non ne potendo più si erano sdrajatì all'ombra di un al- 
bero. Rifiniti dalla fame , dal caldo e dalla fatica ( soprattutto 
i più piccini ) , erano già da qualche tempo in pensiero del come 
fare per tornarsene alle loro caae; e i più robusti si accinge- 
vano ad abbandonare gli altri , quando scorsero in qualcbe di- 
stanza un signore che veniva alla lor volta. Passo passo che si 
avvicinava , ei poteva distinguere gli sguardi di quei Canciulli , 
volgersi ora a lui, ora a uno dei loro compagni, il quale pure 
lo affissava co'suoi occhi neri sgranati , e con certa ansietà piena 
di candore. Gli occhi degli altri , al contrario , scintillavano di 
malizia e di impazienza. Si conosceva che si aspettavano una 
scena, la quale sarebbe andata a finire con vergogna del loro 
piccolo compagno. Questi, colla faccia sempre rossa, coi capelli 
distesi pel sudore sopra le gote , serbava sempre nel sembiante 
la speranza ingenua e piena di bontà. Quel signore stesso era 
molestato dal caldo; nonostante quando fu in mezzo ad essi. 
l'amabile fanciullo gli andò incontro, egli disse con tutta sem- 
plicità: e Signore, vorrebbe portarmi? » A queste parole le risa 
maligne degli altri fino allor trattenute , scoppiarono ; e si con- 
vertirono in un concerto di fischi , e godevano già del rifiuto al 
quale pareva loro che questa dimanda dovesse esporre colui che 
aveva avuto l'ardire di farla. Ma quel signore tutto contento 
della fiducia che gli mostrava il buon ragazzino, e della intre 
pidezza con la quale aveva sfidato le beffe tirategli addosso da 
questa fiducia, lo 4 abbracci^, lo baci^ e se lo prese incollo, 
dicendogli: « &» caro bambino , si certo, io ti porterà, e la tua 
bontà non dovrà pentirsi dì aver fatto capitale della bontà degli 



B 8CBITT1 PBB FANCIULLI 399 

altri ». Infatti lo portò fino alla casa di saa madre. Quanto 
agli altri lo seguirono a piedi barcotlon barcolloni , e non ave- 
vano più voglia di ridere. 

Cosi il maligno che vorrebbe burlarsi di chi ha buon cuore 
sovente rimane schernito egli stesso. 

Uno scolaretto. 



STUDJ SULLA EDUCAZIONE 



Moli issimi Dei costumi , siamo peggio 
che barbari nelle azioni. "^ 

Fbarces<^a PKamucci. 

Pochi giorni fa mi ritrovai a questo fatto. Era una mat- 
tina freddissima , tanto die Tacqua versata sopra I& lastre vi 
si agghiaeciava subito. Essendomi affacciato alla finestra per con- 
templare un poco il bel cielo sereno, vidi nella strada una poterà 
vecchia» la quale si trascinava a stento col veggio sotto il grem- 
biule; e in poca distanza da lei due giovanetti che se ne anda- 
vano per opposta parte. Uno di essi aveva una lunga e larga cappa 
foderata di pelliccia, ed oltre a ciò era tutto rinragottato in un 
panda scialle di lana che gli celava il viso fino agli occhi, 
^ gli cingeva le spalle e le braccia come un bambino fasciato; 
le mani erano ambedue confitte nelle tasche ; e se ne andava 
chiotto chiotto, che pareva proprio l'immagine dell'inverno. 
I^'altro che pareva un giovine di bottega, aveva un semplice 
<^ppottino, e camminava di passo lesto si, ma senza mostrarsi 
tanto pauroso del freddo. A un tratto la povera vecchia sdruc- 
ciola e stramazza quanto è lunga sotto il naso del primo. Egli 
si sofferma un poco, si prova a tirar fuora le mani, a levarsi 
i guanti, a sbarazzarsi dallo scialle; ma cincischia cincischia 
non gli riesce, o la paura del freddo lo disanima; e fatta una 
spallucciata , come chi dicesse, - che cosa importa che io mi pigli 
briga di co^ei? potrà rizzarsi da sé -, prosegue ratto per la sua 
via senza nemmeno voltarsi indietro. Ma intanto Taltro giovine 
elle era lontano dalla vecchia un cento di passi, appena l'ha 



400 LBTTOaB DI FAMiaLU 

veduta in terra corre a lei, Taha, la aostiepe, le domanda se 
si è fatta male» ed ella gli risponde di no, e lo ringrasia. Indi 
il buon gioyine si accorge che nel cadere le si è rotto lo Mal* 
dino, e la brace si è tutta sparsa perterrf; e frugatosi subito 
in tasca ne cava pochi soldi , forse aveva quelli soltanto, e li di 
alia poveretta, la quale in sulle prime ricusa*, poi gli accetta, 
benedicendolo mille volte. Ma egli senza aspettare altri ringra- 
ziamenti, la saluta e va via; bensì voltandosi due otre volle 
come per assicurarsi che la poteva camminare da so sola. 

Che cosa vi è di singolare in questa avventura? A qoal 
prò raccontarla ? Certo il buon giovine fece quello che avresti 
fatto tu, che avrei fattoio, che avrebbe fatto, lo voglio, cre- 
dere, anche l'altro, se.... se avesse potuto facilmente sciogliersi 
dalle vesti che lo impacciavano, se avesse avuto meno paara 
del freddo. Gl'impedimenti e la mollezza lo resero disumano. 
Schiavo dei suoi comodi , represse un subitaneo , un primo im- 
pulso di compassione, e tirò via. E se il rimorso d'aver lasciato 
li in terra senza soccorao la povera vecchia , la quale poteva 
anche essersi fotta male, non lo spinse a voHarsi indietro al- 
meno una volta, o se quello stesso rimorso non gli turbò fani- 
mo quando fu nel suo bel salotto, davanti alla stufa, aedato 
alla mensa bene imbandita, rivedendo la madre o la vecchia 
nonna, coperte di buone vesti, sdrajate in una bella poltrona , 
qual giudizio fare di lui? Ohi roglia il cielo che non gli «▼' 
venga mai di sdrucciolare, come fece la poveretta, quando ^ 
impastoiato nelle calde sue vesti , perchè non potrebbe ajutarsi 
nemmeno da so medesimo. Tanto è vero che le troppe cautele ti 
troppi comodi, le mollezze son bene spesso contrarie al.itostn> 
bene. Spessissimo poi sono impedimento a fare il bene degli 
altri; e a forza di reprimere in noi, solamente per non iscomo- 
darci y gli spontanei moti di umanità, diventiamo insensibiU al 
male degli altri, egoisti, crudeli. Mi ricordai allora d'un tale 
che non fece l'elemosina a uh povero cieco perchè non volle 
stare a cavarsi i guanti bianchi , a sbottonarsi la giubba noovi 
e che so io, facendo proposito di soceorrere il giorno di poi 
r infelice che avea fiame allora. Se per {sfamarsi avesse dovuto 
aspettare il giorno dipoi , quando il benefattore non era vestito 
in gala, che cosa sarebbe stato del pover uomo? E quante volte 
un ghiottoncellosisarà voltato da on'altra parte all'aspetto delia 



K SCHITTI PEU rAMGIULLI Mi 

miseria, tfflnehò la oompasBioiid non lo inducesse à dare «1 
povero la ernia tenuta in serbo per comperarsi il pasticcino 1 
Questa e simili altre riflessioni mi fecero tornare in mente tè 
Motenza che ho posta in principio. SI , le mollezae ci fanno 
dlfenìre cmdeti col prossimo, oltreché sono micidiali per noi; 
ci Cinno schiavi del nostro corpo, e qnello che è peg^gio, ci 
nervano l'animo e ei mantengono nella vergognosa servitù della 
qaale d tagnamo invano con codarde querele. Meditino i gio- 
vani, niedittno i genitori quell'aurea sentenza, e ne fiicciano 
loro prò pel bene di so e degli altri, e per carità delta patria. 

P. Tholiar. 



STORIA DI FIRENZE 

RACCONTATA Al* POPOLO 

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(V. avanti, 0ag. M6) 

LA comowtUL ott màEa 

[conti noafzione] 

Assalire i Medici apertamente parve quasi impossibile al 
Papa, a Francesco dei Pazzi e a Girolamo Riario; il governo 
ad essi ?endnto «ra sospettoso e vigile ; dnnque se il nemico 
iH)n si poteva combattere e perdere con modi aperli , si aveva 
a spengere a tradimento con una congiora. E così fa statuito. 
All'opera cercarono compagni ; si aggiunse ad essi altro ficri»- 
simo nemico de41a casa Medici, che era Francesco Saiviati arci- 
vescovo di Pisa, a cai i padroni della repubblica avevan vo- 
late contrastare quella dignità. Allora Francesco Pazzi si recò 
a Firenze a One persuadere il vecchio Iacopo , che veniva consi- 
derato come il capoccia della famìglia. Egli da prima si oppose; 
quindi l'autorità del pontefice lo persuase, é si mise nella trama. 
Questi quattro si può dire clic fossero i capi della tcrribilis- 
Mnui ioipresa. Eranvi poi e an Giovaoni Battista da Moniteseoco 
condottiero del Papa e del conte Riario, e un laoopo Foggio 
IV. II. e. 51 



U)2 LBTTUVB Di FAMIOUA 

figlio di tale che si rese insigiie nelle lettere, e che fu per 
luogo tempo segretario del Comune di Firenze , e di cai faremo 
a suo tempo ricordo ; eranvi due altri della casa Salviati , cioè 
il fratello e il nipote dell'arcivescovo e ambedue di nome Iacopo. 
Eranyi Napoleone Francesi di san Gemignano e Bernardo Bao- 
dini (1) audacissimi giovani , di casa Pani aderenti sUeUissimi; e 
finalmente si mescolarono in quella faccenda due altri preti 
che non sentiron rimorso , da che l'impresa pareva loro bene- 
detta dairinteryento di un papa e di un arcivescovo; eco- 
storo erano, uno Antonio Maffei prete volterrano e notqodellA 
chiesa, e che nel sangue mediceo anelava di vendicare rìnfaiDe 
sacco dato alla sua città, l'altro era Stefano Bagnoni, parroco 
di Hontemurlo (2). 

Questi erano i congiurati; speravano che, conseguilo Tìd- 
tento , e spento di coltello Lorenzo e Giuliano, il loro governo 
sarebbe tosto caduto , e il popolo avrebbe sostenute le parti dei 
vincitori. Bisognava trovare il momento per compiere lo scem- 
pio, e mettere in campo un pretesto tale, che non potesse 
destar sospetto nei Medici e nella loro fazione. Di più conve- 
niva trovar modo di spengere ad un sol tratto i due fratelli. 
Pensarono lungamente i congiurati ; finalmente parve loro arer 
raccapezzato il pretesto eli modo che andavano da vario tempo 
concertando. Il papa aveva mandato agli studj di Pisa il nipote 
del conte Girolamo Riario; il giovinetto avea nome Raffaello; 
contava appena 18 anni; il 10 Dicembre del ikVI aveva otte- 
nuta la porpora cardinalizia* 

Far venire l'adolescente cardinale a Firenze t ricevere gli 
omaggi dei Medici, pprve espediente opportuno per ime nella 
rete le vittime. E detto fatto Raffaello Riario, persuaso dall'ar- 
civescovo Salviati , che ne era stato alla sua volta indettato 
dal papa^ venne a Firenze. I Medici, sebbene avessero della 
ruggine con Sisto IV, pure si fecero, per prudenza, un dovere 
d'ossequiare cotesto principe di Santa Madre Chiesa. Andò il 
Riario a Montngbi alla villa Pazzi , invitato dal vecchio Iacopo. 

(1) Alcuni cronisti lo chiaroeno, invece di Bandini, Baroncelli. 

(t) Dairesempio d'Iacopo tatti qoelli della casa Pazzi entrarono a 
parto della congiora , eccetto Ranieri , ano dei cinque figilooli éì 
Piero dei Pazzi. 



B MBini PBB PANCIUU.! 403 

Lorenzo T'interreDDe» Ginliano no; dunque non par?e baona 
occasione per tentare il colpo: Lorenzo invita il Riario alla Boa 
Tìlla di Fiesole (1). Ma neppnr là si sapeva che Ginliano aa-* 
rebbe ilo ; dunque convenne differir la cosa : ma il tempo strin^ 
ge?a, pacche le congiure sono facili ad esser tradite; dunque 
era d uopo sollecitarsi se invece di came6ci non si voleva di- 
ventar vittime. Il Cardinale doveva assistere ad una messa so- 
lenne in Santa Maria del Fiore; colà i due fratelli sarebbero an- 
dati ; colà dunque si dovevano spacciare , e il tempio parve luogo 
opportuno; il momento scelto Ai quello nel quale il misterioso 
sacri6zio è più solenne» cioè nel punto che il sacerdote con- 
sacra l'ostia. I feritori di Lorenzo dovevano essere i due preti, 
i qaali nessun ribrezzo sentirono di contaminare con l'assassinio 
ia santità della chiesa. Francesco Pazzi e Bernardo Bandini si 
rìscrbarono Giuliano. L'arcivescovo Salviati e Iacopo Braccio- 
lini con alcuni fuorusciti perugini, dovevano a un dato cenno di 
campane , correre al palazzo dei priori , impadronirsene , scan- 
nare la Signoria.- 

La sera che precedeva la terribile giornata, Iacopo il veochiOt 
quasi presago di sinistro evento, e perché altri non avesse a 
sotnre delle sue disgrazie, volle pagare tutti i suoi creditori, 
e rese ai proprietari le mercanzie che a suo nome stavano presso 
Iqì nella dogana (2). 

Venne il mattino : il cardinale si portò in duomo ; vi^'giunse 
anche Lorenzo; la chiesa era stivata di gente; i congiurati 
erano al loro posto. Giuliano però non s faceva ancor vedere. 

(1) detesta villa venne fatta fabbricare da Cosimo II vecchio. 
I^a'aalìca tradizione corre, che nel terreno occupato da codesto fab* 
^cato nascondesse Catìliaa i tesori portati seco qaando foggi da 
Homa; e infatti nel 1829 , fecendo certi scavi nel giardino, fa rinve* 
nota gran copia di antiche monete romane. Codesta adesso ò la villa 
Mozzi. 

(2) Angelo Poliziano, tatto dei Medici, e che scrisse in latino 
della congìora dei Pazzi, fece di qaesto Iacopo an carattere assai sini- 
stro, dipingendolo come nomo violento, bestemmiatore, in odio al 
popolo. Forse il ritratto sarà vero ; ma ò vero anche che il cortigiano 
^era, scrivendo, servire a'snoi padroni I Ciò che Iacopo fece la sera 
iananzi la eonglura ce lo darebbe a credere invece per nomo assai 
^*Mo e scropoioio negli affari. 



M4> LBTTUBB DI Pirin«LU 

Ciò teneva sospesi i suoi aemici* Conveaìya eliei«d ogni modo 
ogli poro ci fòsso. Francesco Paizi e il Baodioi, ebe esser dove- 
vano i suoi ucoisori, lo vanno a trovare alla saa casa in via 
Larga ; con festevoli parole lo invitano di piMrtarsi al tempio; egli 
acconsente. Per via fu un ricambio di faceaie , dì- anicbevoli 
discorsi ; Francesco Pa^it^ per conoscere se softo le vesti Gin- 
Itano indossava là corazza, lo va come spensieratamente tastsado, 
e s'accorge che sotto al giuslacore corazza non v'era ; nn iInpe^ 
eettìbile sorriso d'inferno gli sfiora le labbm. Ealrano lotti e 
tre famigliarmente parlando in Santa Maria del Fiore; la messa 
toccava il solenne momento in cui sarebbe stata profanata dalla 
truce vendetta dei congiurati e un silenzio solenne occupava lolla 
quanta la chiesa. Giuliano dei Medici era io mezzo alBandini 
e a Francesco dei Pazzi. Ecco che a un tratto il primo eoo on 
eerto pugnaletto si rovescia sulla sua vittima , lo > trafigge sei 
petto e Io stende cadavere al suolo. Il Pazzi a sfogare la soa 
sete di sangue s'avvenla sul morto e replica i colpi rabbiosa- 
mente , e con tanta ferocia che sé stesso ferisce gr^yemeale in 
una coscia. I due preti allo stesso tempo assaltano Lorenzo, ma 
fortuna volle che al colpo mortale scampasse » e solo fosso ferito 
leggermente nel collo^ A difendersi allora egli ai ravvolga nel fflio- 
idlo e snuda la spada. I suoi aderenti accorrono in sua difesa, e, 
primi fra questi, due suoi scudieri Andrea e Lorenzo Cavalcanti. 
Il primo di questi fu ferito. La calca dei difensori si faceva mag- 
giore iniorno. a Lorenzo » il 4iuale col loro ajuto potè rifogi^i^ 
nella sagrestìa, e Angiolo Poliziano ne cbiuseJa porta di bronzo. 
Così scampò al furore del Bandini , il quale non sazio del sangue 
di Giuliano , pur quello chiedeva del fratello, e cbo appena ebbe 
compito il primo omicidio, un altro ne commise nella p^sona di 
Francesco Nasi, che grimpediva il passo. Ma l'ira sua ita vana» 
dacché ormai la chiusa sagrestia difendeva Lorenzo dei Medici, 
a cui Antonio Ridolfi succhiava e medicava tosto la lieve ferita. 

Ma tutto ciò che ho riferito avvenne però più rapido del rac- 
conto. Che tumulto spaventoso si svegliasse allo scoppiar della 
congiura in Santa Maria del Fiore non è da dirsi. Parte del popolo 
si dava alla fuga; uomini, donne, fanciulli urlando orribilmente 
si rovesciavano spaventati verso le porte, per uscire; i più impre* 
cavano agli assalitori, dacché Tatto sacrilego.e la santità <}el 
luogo profanato avesse svegliato Tira deiln OMiltitndincv e ad oai 



■ fcmnri pn vamciouu 485 

mebqstemiiayaDO il Dome di casa Pani e dei. suoi aderenti. 
1 partigfiani dei Medici con le spade ignode feoer capo innanzi 
alla sagrestia , dicendo che essi ad ogni costo volcfan vendetta , 
che Lorenzo si metlesse alla loro testa, e desse ai soot assaa- 
sia! una spietata rappresaglia* Ma quelli di dentro non si Ada- 
vaoo a qaelle voci e credevano invece ciie fossero non gli amici 
ma i coDgiorati. Allora Sismondo della Stofa sali snlla scala 
deirorgano e da' nn pertQgiol che vi era in alto goardò giù 
nella chiesa; conobbe< che erano amici di casa Medici quelli 
che rociferayano dinanEi alla sagrestia, e rassicorato discese per 
penoadere Lorenzo ad uscire. Questi pallido, non so se di rabbia 
di paura, venne fuori, e in meito a' suoi compagni siarviò 
alle sue case. 

Nel tempo che succedeva questa tragedia in Duomo, Taroi» 
rescofo Salviati , seguito da altri Bdi , entrò nel palagio dellH Si- 
gnoria con r intento d' impadronirsi o uccidere anche il gonhle* 
Diere e i priori. Gonfaloniere era allora quel Cesare Petrucci, di 
cai vedemmo che cosa fece nel tumulto di Prato. 

D'allora in poi costui si era fatto cosi sospettoso, che dovun- 
<IQe sognava >tradimenti e congiure. L'arcivescovo chiede parlai^ lii; 
n abboccano^ il gonfaloniere crede vedere un certo turbamento» 
«d volto del 'prelato; questi infiitti ad ogni tanto tossiva , magava 
colore, si voltava vèrso la porta della sai» quasi aspettasse Farrivo 
<li qualcuno. Il Petrucci insospettito corre alla porta , Tapre , e 
nella stanza contigua vede Giacomo Braceiolini ; preso da furore 
gli sì rovescia sopra • lo afferra pel petto , lo getta a terra , chiama 
i SQoi soldati di guardia , e intima loro che di lui s'impadronì- 
>^>ao. Il cenno é eseguito. E poiché spesso nelle cose di questo 
iMNido il ridicolo si confonde al terribile , è ridevol cosa il Ggo- 
farsi il gonfaloniere Petrucci, che si rifugia nella cucina dei 
palazzo, vi afferra uno spiede e si pone' di guardia alla porla 
della torre . dove i priori si erano rifugiati^ Tanto é vero che nel 
pericolo ogni arma è buona. Quanti congiurati eran saliti su ven<- 
nero presi, scannati, buttati giù dalla finestra. £ poco appresso 
il cadavere dell'arcivescovo penzolava dai merli del palazzo (1). 
Gii altri congiurati, armati giù alla porta, si tidero presto assa- 

(t) 11 Fatffueei vi fece inoltre applcoare il Braoeiolitti , assieme 
^ an fralello e ad un cugino del Salviati. 



406 LSTTOn BI PAin«UA 

liti dairirrompente accorrere dei raotori di casa Medid , per coi 
si appiccò aoa xaffa arrabbiatissima. 

Mancato il colpo in Duomo, quell'altra parte di congiurati « 
aperse qua e là ; i preti fuggirono vilmente. U Bandini, Teduto di« 
speralo il caso, usci di città, e si pose in salvo , non pensando pe- 
rò come un anno appresso sarebbe rientrato in Firenze per esservi 
impiccato alle finestre del bargello, e soddisfare cosi alia ostinata 
vendetta di Lorenzo il HagiiiBeo (1). Francesco Pazzi , che come 
dissi neiruccidere Giuliano si era gravemente ferito in una coscia/ 
debole pel sangue versato, si trascinò alle sue case; ma gli fa 
impossibile montare a cavallo , correre la terra , e chiamare il 
popolo a libertà. Cosi malconcio e sfinito com'era, martellato io 
cuore dalla disperazione del colpo fallito, persuase il vecchio 
Iacopo dei Pazzi a tentar egli Tultimo colpo. 

Il vecchio, oramai astretto dal giuramento, non rifiutò: 
venne fuori a cavallo , seguito da un centinajo d*uomini , e 
mosse verso la piazza della Signoria. Ma invano gridò libertà: 
la moltitudine, o perchè in generale si metta sempre dalla parie 
di chi vince, o perchè inorridita dell'allentato commesso in sacro 
luogo, non rispose a quel grido, che tante volte era stato pro- 
Canato per le vie della città. Vedendo impossibil cosa riasc/re 
in questo tentativo estremo, e consigliato dal Serristori , che gli 
rampognava l'attentato e il tumulto, si volse Iacopo allo scampo 
con la fuga; ma invano, perchè sulle alture degli Appennini fu 
riconosciuto ed arrestato dai montanari : il vecchio aborrendo 
dal cadere nelle mani del suo nemico, disse loro che l'uccides- 
sero sul momento : essi ricusarono e lo trascinarono a Firenze 
dov'egli puro fu impiccato : indi il suo cadavere fu vituperosa- 
mente strascinalo dalla plebe per le vie di Firenze ; poi fu sep- 
pellito negli avelli di casa sua ; ma quasi lo strazio e la morie 
non avessero saziata la rabbia dei tormentatori , fu trovato il 
pretesto che nell'atto del morire il vecchio avesse bestemmialo; 
e ciò bastò perchè fosse il suo corpo disotterratOi di nuovo traUo 
per le vie, indi gettato in Arno. Impiccato fu Francesco, iopic- 



(1) 11 Bandini erasi rifagialo a Goslantinopoli ; ma Lorenzo Irovò 
modo di farlo arrestare, e Maomello II lo rinviò. La condanna avveone 
il 29 Dicembre 1479. 



B SCUm^Bt FABdULLI Wl 

caio Ranieri: da settanta cittadini, sospetti d'essere fiiotori di 
casa Pani, furono sbranati , calpestati (1)« 

Giovan Battista da Montesecco, dopo un lungo interroga- 
torio nei quale palesò la complicilà del papa nella congiara , 
ebbe mozza la testa. 

Il giovine cardinal Riario, che era stalo fin a quel di 
ignaro di tutto e inyolontario stromento, fu messo in carcere , 
per quindi esserne poi tratto, quando in seguito bisognò chi- 
narsi alle scomuniche del papa che malediva a Firenze lorda 
di sangue ecclesiastico. 

Così terniiinò la congiura di casa Pazzi , fine terribilissimo 
a terribilissimo attentato, e che mostrò come le congiure diffi- 
cilmente riescano, poiché nei rivolgimenti degli stati si richiede 
l'armato concorso delle moltitudini. Morti crudeli furono offerte 
in olocausto di espiazione alla vendetta di casa Medici, uè Lo- 
renzo pensò«frenare*gli efieratì furori de' suoi satelliti, nò i de- 
lirj di quella parte di popolo, che male di popolo ha nome , la 
qaale in ogni rivolgimento, in ogni tumulto si fa gioia di stragi 
e lascia di sé un*ornia terribile. Cosi lo splendido proteggitore 
delle arti, l'entusiasta innamorato delle dottrine Platoniche, e 
il |»oela atto a cantare di sacre e profane cose, lasciò contami- 
nare il suo alloro; tanto l'ambizione di dominio rende inesora- 
iiili e spietati gli nomini I 

(1) Goglielnio dei Pazzi dovè salva la vita alle preghiere della 
fiiaoca soa moglie, sorella di Lorenzo. 

{contìnm) , N* g- 



MB LBTT1IIB DI rAHMLlA 

NOTIZIE STORICHE E TOPOGRAFICHE 
ILLUSTRAZIONI DI MONUMENTI £C. 

( Ved. Fase. !• pag. 40i, Fase. 3.^ pag. 466 ). 



Oltre le pittare descritte vi sono sei chiannsciiri. Nel iirino, 
situato sotto la seconda storia » Iacopo Vignali rappresenlA i 
messi che Giulio secondo mandò, dietro a Micbelangtolo, cpiai'o 
questi per lo sdegno deiroffesa dignità fuggi da Roma ; i qoali 
raggiuntolo a Poggibonsi non poterono fiare che si recasse alla 
folontà del Pontefice* Nel secondo è rappresentalo dallo 
stesso Vignali quando Miohelangiolo visitò Carlo V, il qnaJe 
compreso di ammirasione per si grand' uomo , al suo comparire 
si alzòt e andandogli incontro gli disse die molti imperatori 
yi erano stati « mia nessun uomo che a lui si rassomigliasse: 
fktto onorevole ad ambedue, percioochè Tuomo che aveva io 
sua mano i destini d' Europa « seppe tenere in beila onoranza co- 
lui che per Y ingegno straordinario colpiva di meraviglia legeoti. 

Nel terzo chiaro-scuro, di mano di Matteo Rosselli , vedes; 
Micbelangiolo festeggiato da' suoi concittadini , dopoché ritorse 
in patria a sovvenirla deiropera sua nell'estremo pericolo. Nel 
quarto é effigiato dal Rosselli in atto che studia e compone. 

Il quinto e il sesto sono opera di Francesco Furini : neiruno 
è quando Micbelangiolo rifiuta Tofferta di una somma di de- 
naro , che gli era mandata in ricompensa delle cure da lai 
poste nel sorvegliare la costruzione della cupola dì San Pietra 
Narra il Condivi che mandatogli un giorno papa Paolo cento 
scudi d'oro » per messer Pier Giovanni , come quelli , che 
avessero a essere la sua provvisione d* un mese , per conto della 
fabbrica ; egH non li volle accettare , dicendo che questo non 



I sctrnri PBt mncioiu UM 

era il paKo che aTerano insieme , e gli dimandò indietro : del 
che papa Paolo si sdegnò. ••; ma non per questo si mosse Hi- 
chelangiolo dal suo proposito. Ma gli Annotatori del Vasari 
fanno osservare che liicfaelangiolo rifiutò i denari per la ra- 
gione che egli aveya promesso di servire alla fabbrica di S. Pietro 
solo per amore di Dio e per la riverenza al principe degli 
Apostoli , com* è dichiarato nel breve papale per la sua elezione 
a quell'ufficio (1). ^ Nel sesto, è Hichelangiolo che a diversi 
giovani gentiluomini fiorentini dà precetti d'arte e di filosofia. 

Il Furioi dipinse pure i due chiaro-scuri che sono sulle porte 
che mettono nella seconda stanza. Uno rappresenta quando 
Lodovico padre di Michelangìolo, andò potestà per il Comune 
di Firenze a Chiusi e Caprese: nella quale occasione la moglie 
di Lodovico che era gravida di Hichelangiolo cadde da cavallo 
senza sconciarsi. Neil^altro vedesi Michelangiolo vicino a morte 
in atto di fare il suo brevissimo testamento. « Ammalatosi Mi* 
chelangiolo di una lenta febbre» subito fé scrivere a Dfbie>lo 
che Leonardo (suo nipote) andassi; ma il male crescendogli, 
ancora che messer Federigo Donati suo medico e gli altri suoi 
gli fussero attorno , con conoscimento grandissimo fece testa- 
mento di tre parole: che lasciava l'anima sua nelle mani di 
Ko, il suo corpo alla terra» e la roba a' parenti più prossimi , 
imponendo a* suoi , che nel passare di questa vita gli ricordas- 
sero it patire di Gesù Cristo (3) ». Mort Michelangiolo il 18 
Febbraio, alle ore ventitré, corrispondenti alle 4 e tre quarti 
delia sera , secondo l'uso moderno , per resolutiane , come scrisse 
l'ambasciatore ducale a Roma , Averardo Sérristori , cioè per 
isfinimento (8}. 

Sopra gli ovali delle nicchie dalia medesima parte sono 
quattro teste di cane feUte dal Furini stesso. 



Questa è nominata la camera delle Storie di Famiglia. Le 
qnatlro facciate hanno ciascuna un quadro in mezzo a due ovali. 

(1) Note alla vita di II iehetangiole Boonarroti del Vasari. Voi. XIII 
della Rf^coHa irlÌ9(ìca, ed. del Lemonnìer , p. 228. 
(S) Vasari , laog. eli. p. 269. 

(9) Note e Ceomantarto alla vita di Michelaagiolo. ee. 
IV. n. e. 62 



kiQ LBTTOma DI rAttlCLU 

F^iceiata a «mkjo ^krno* 

Hei primo orato, che è sali* «scio d'ingresiOt BAceio éA 
Bianeo effigiò il diTìno Micbekiigiolo » il padre di lui Ledovico, 
e i geiiilori di Micbelangiolo il giovine fondatore della (ialleriti 
cioè Leonardo e Gasvandra di Donato Ridoifl. 

Nel quadro di meno Domenico Pugliani ;dipinae Baonar- 
roto di Siinone, cbe nel 1343 era ide' Priori , ^aado il papolo 
torentino sollevato cacciò di Firenae Gmaltiero di Brteoae, che 
ne opprimeva la libertà. 

Dia Baccio del Bianco sono ritratti nel aeeondo ovato quatlro 
Simooit cioè Simone. di Buonarroto del 1295, Siinone di Buo- 
narroto del 135(, 1866 e 1371^ Siaiofle di Buonarroto, che 
nel 1356 fondò cm altri la compagnia del Tempio, la quale 
aveva fra le pie opere ifl»poateai , quella di aaaialere e acoom- 
pagnlire al luogo del suppliaio i eoardamiati a morte ; e Giovan 
Simone di Lodovico. 

facciata a pQn$ni$. 

Baccio del Bianco dipinae in uno ovato Michele Baonarrolo 
di Bernardo Buonarroti che fu conaigliere deireaercito fioreatiao 
nella memorabile battaglia di Moataperti nel 1260, quando i 
Guelfi furono 'diafal ti datt'eaeroilo gbvbelliaor e che andò VArbia 
tohfraiotm rouo. 

Quando le aoldateache di Filippa Maria Viaconli, che vo 
leva porre le mani sopra la repubblica di Fireme, nel 1424 
occuparono la provincia del Gaaeatino, la Signoria di Firenxe 
mandò potestà di Chinai e Caprese,. Leonardo di Filippo Buo- 
narroti. Domenico Pugliani dipinse nel quadro di meno quando 
Leonardo diri[^e le fortificazioni di Ghiosi. 

La finestra occupa il posto deil'ovato. Negli usci finti che 
sono sotto gli ovati , e sotto questo secondo ovato Baccio del 
Bianco dipinse a figure e a paese. 

Faeciéià a UramAntmm'». 

Por mano dello stesso Baccio del . Biaueo è ritfalto ael 
primo ovato Buonarroto di Simone che nellWSera de' Capitani 



E «€Bmi vm wàMQUoud 411 

di parto» Quéste MigiMrat» fa erealo sd iÈM dopo la viitom 
di Gari^ primo» ed ebbe .grande aot^tÀ sopra i GbibellÌDi; 
ma il tempo t e vari aeddanli e le nnofe divisioBi lo fecero 
mettere in dimeniicansa. Nel 1862 bt date autorite ai Capitelli 
di cbiarire i GhibeHini^ e cbiarilit significar loro ed amsMi*- 
Dirgli cbe bob proMlaseero alcun magialf aio : alla quale aromo- 
niiioue se non obbedissero t rìmaaessero coDdaunati (!)• 

Quando nel 1M6 Leone X tornò a Firenie da Bologna , 
dove era stete per. abboccarsi con Francesce prinio re di Francia* 
celebrò soteane messa nella :Gbiesa cattedrale, presente la Si- 
gnoria, fece la benedizione delle ceneri t e di sua mano la inpose 
sopra la fronte de' delii Signori e degli altri magistrati e del 
popolo cbe con gran divozione rondava a ricevere (3). Era allora 
proposte de' Signori Buonacrotodi Lodovico, il quale ebbe^io- 
siems cogli altri priori, dal pontefice il privilegio d* inserire 
nella propria arme le palle medicee e il breve di conte palalinp 
per sé e suoi disceodentu II celebre pittore Pietro da Cortona, 
prese da queste fatte il. soggette del quadro di mezzo, in cui 
redensi Buonarsoto, cbe dà l'acqua alle mani a Leone X. 

NeiraUfo ovato è dipinte da Baccio del Biaapo Fra Fran- 
eesoo Bnonarroti cai aliare di Malte, storico di quell'Ordine» in 
atto cbe ite • eoUequio col gran Maestro deU' Orbine , cbe era 
a quel tempo fra Antonio de'Paola. 

Fiucia'a a Ivan^e. 

La 4iMstra occupa lo spazio deir ovato* Neiraltro. oprate « 
opera dì Baccip 4el Biuncp, sono i ritratti di fr^ benedetto « 
di fra Leonardo Buimarroti cbe salirono in fama« siccome rag- 
foardevoU predioatert.. . 

Nel 1598 Odetto di Foix, cbiamato mpnslgnor di Lautrec 
calcitano generale del re di Francia., si avvicinò alla Toscana 
con poieraso. esercite , per passare all'acquisto del reame di 
Napoli. Nei cMsigH della Repubblica, fiorentina vinse, il parere 
di lon concedergli il paf^ per il territorio fionrntÌQo:e mentce 
si csrcè d' infrattmario .con buone parole * ai. attese ancbe ai 

(1) Mscbiavelli, StùrUfwrmiM, lib. 111. 
(9) !lardl , StwU Fiortn^ , ii>i. VI, 



pFOvvedlmenti cleiU goerra , •! diede il eMnaado delle lolda* 
tétcbe a Oraiio Baglioni^ e la eorotoifaione sopra tolto Vuffizlo 
della guerra a Giovamèattista SoderiBi (1): faroiio pare forti* 
ficate le terre aul confine della Romagna. Era In quel tempo 
conmisaario di guerra e potestà a liodigliana Gisinondo di Lo- 
dovico Buonarroll. Baccio del Bianco prese da ei^ argomeato 
per dipingere nel quadro di meizo di questa facciata , tiismondo 
che fa le fortificasioni alla terra di Modigliana» 

Nel fregio sopra i quadri e sopra gli ovati deacritti sodo 
dipinti gli»stemmi della famiglia, e quelli delle donne entrtle 
o uscite dalla famiglia Buonarroti f che per più completare la 
presente descriiione stimo bene di non lasciare senza indicarli. 

Sul quadro della prima facciata sono le armi della cosa 
del Sere e Ubaldini: sul primo ovato le armi della fismiglit 
l^uooarroti , e sulFaltro quelle Bartoli. Sul quadro della seconda 
facciata stanno le armi Peruzst e Rossi : negli ovati : primo , Por 
linari e Brunacci ; secondo, Bagnesi. Sul quadro della tena 
fecciata 6 Tarme Martetlini: nel priiQp ovato quella Mauinghi ; 
nel secondo Ridolfi. Lo stemma della casa Guicciardini èqueUo 
sopra il quadro della facciala quarta : e gii stemmi Corsi e 
Barducci sono negli ultimi due ovati t e sono qui posti questi 
Ire ultimi , percbè in quelle famiglie entrurono tre donne della 
casa Buonarroti. 

Soffitta. 

Qui Iacopo Vignali effigiò P Eterno Padre che divide il 
giorno dalia notte. 

Sono poi appesi alle pareti di questa starna nove disegni 
originali di liicbelangiolò posti in cornici dorale, fra* quali il 
primo pensiero del Giudizio Universale. Non ho trovalo nel Va- 
sari e nel Condivi nemmeno alcun cenno di questo disegno : se 
non che il Vasari dice che quando Michelangiolo ebbe da Cle- 
mente VII incarico di fare la facciata della cappella Sistina, e 
di dipingere il Giudizio Universale , per mostrare io quella 
storia tutto quello che Tarte del disegno potea fhre , egli aveva 
molti anni innanzi fatto schizzi e tari disegni. Non é mio pro- 
posilo intrattenermi intorno alla sublime pittura del Giudisio, 

(I) Segni , Storia Fiorentina , lib. L 



B fleum pm rAnciotu 418 

la quali riempie di merayigHa e di terrore tutti coloro che la 
riguardano. Può chiunque voglia leggerne le deacritiont nei 
libri che delle opere del Buonarroti ragionano. 

Sopra uno sgabelione di fino e ben inteso intaglio è il busto 
al naturale del fondatore della galleria « scolpito con maestrìa da 
Giovanni Finelli allievo del Bernini. 

Annesso a questa ò uno stanzino^ che dicesi aver servito 
di studio a Micheiangiolo. Vedonsi dentro a questo un San Gi- 
rohmo nel deserto, di Luca della Robbia, un Crocifisso in ma- 
tita rossa che si attribuisce a liiobelangido ; i bastoni a gruccia 
che il Buonarroti adoperava a sostegno del corpo indebolito 
dalla veeefaiesxa , ed una spada , che è fama esser quella che 
ebbe in dono Buonarroto di Simone quando fu creato ca vaUere 
e fu Insignito delle armi angioine» 



Wope Vignali dipinse in questa, che è una cappellina, 
le pareti rappresentanti colle effigie de' Santi e Beati del contado 
fioremino, tutti questi spiriti celesti che guidati da San Gip- 
vanni Battista e da Santa Reparate vanno dalla Chiesa militente 
nella Uionfiiaite. Riferirò i nomi de'.Santi effigiati negli spasj 
in cai è -divisa ciascuna parete. 

Facciata a mcsuogiomo. 

Primo tpaziù , che è sopra I' oseio d' ingresso: 1. Il Bealo 
Ifneo cardinale ,2. Beato Simone Salterelli arcivescovo di Pisa, 
3. Beato Gregorio Settimo papa, 4. Sant* Andrea Corsini vescovo 
di Fiesole, 6. Beato Gio. Domenico cardinale domenicana, 
(. San Bernardo degli Uberti cardinale. 

Scamdo spazio: Sono i sette Fondatori deirOrdine de* Servi 
di Maria, doèj 1. Buonfigliuolo Monaldi che porta T^insegna, 
2. Bartolommeo Amadei, 8. Giovanni Manetti, 4. Benedetto An- 
tellesi , 5. Gherardino de' Sostegni , 6. Ricovero Uppi, ovvero 
Uguccionì , 7. Alessio Falconieri. 

Terzo cpazio. 1. Beato Iacopo Geri camaldolense , 2. Beato 

Michele di Firenze, 8. Beato Aldobrandino Ammannati martire, 

. k. Beato Booninsegno Gicciaporci, »• Beato tra Gaddo dei Conti 



kU LBTvims ai PAI 

deHa «litrafdesiM, 6. Fra Girolaino Stai èli MiMri di StnU 

Gtt>C0, T« H fMtore Beato Angelica da Fìeaate, 8. Fra Akaiaaclro 

Capocchi domenicano , 9. Bealo Domònieo Gori , IO. Bealo Fraa- 

eearo dai HaleBci di Savia Croca , li. Beato Silfesira Carnai- 

dolaoae. 

Faeciatu a jiàiwala. 

Qumrio tpmxio^ È oocapalo dalla fineetra. 

QuMd^^ ifutio. Jn lineato. il ptttoto ha ritrailo le foattro 
▼irtli» Obbedienza, Verginità, Penttenaa e Foyerlà per ainbo- 
lèggiare la Chiesa militante* 

Suto $pamo. U Beata Umiliana , S. Santa Caterina dei Ricci i 
& S, Maria Bagneai, k. S. Chiara Ubaldiai foédatrice di Mon- 
ticelli , 5. Beata Berta degli Alberti, 6. S. Lucia Bartolini> 

7. 8. Apollonia fondatrice delle Morate , S. Suor Bomenica 
fondatrice delia Crocetta, 9» S. Maria Maddalena dei Paul, 
10. B. Villana delle Botti, il. B. Piccarda 0onati, 12. SaaU 
Bloo nar a Pncei , 18. B. GioKana Falconieri , ik. B. AatoMoa. 

S$nitko apattta. 1. Orlando dei Medici; %i B« Guido deh 
CHtevardeaca, 8. B. Ip|Mito Oalaiilini , k. B. aberardo, &. B. Bar- 
duetto , 6. B. GioYanni. da. Vetpìgnane* • • * 

(hfw$o ipmzio. Iv S. Filippa Neri, . 3* B. Garfo Gcaneiio, 

8. San GioYan Gualberto fondatore deil'odiMde'VjaUbBftbiDaaai. 

FmeHaia a UiMméé* 

Nmw a/Miaio. 1. San Poggio , 9L Sa» Creeeemio Biacono, 
8.' Sant'Bufeoio , 4. San Zanobi Yeacofvo, 6. Sani* Aaiimino ar- 
cirescoTO de Firente , 6. Sant'Andiea veaoovo , 7. San Maarisio 
teaeovoy & Sant'Isidoro Tescoto, 9. San €ioTaniii Battiita 
protettore di Firenze. 

' Decimo $pMÌù. Le «pialtfo qualità morati dai eotpi beati, 
aiaè IfttpasaibiKtà, SoltiglieBxa, Chiaareaaa,.Agiitlà che., 
leggiano la Obiesa triewCantew 

Padirtm e $pàwiùk È occupato-dalia finailia. 

Questi dipinti del Vignali ao«o teiiuU oooie^ i pia' 
f di lui (1). 

(1) Lanif, Slarl(r]Nlnort0a, I. L 



E fum rti rAHOuxi M5 

Nel «onciDii mpola Mithebofiofo Gi^faMm 4» SeltigMaò 
diiHnse un Arcangiolo Raffaello co» più «ori di anfgtlì. 

Svirallare è.«aa MadosM ài legoi eommeMi, eaegaiii sai 
disegM di Pieiro da; Cortona da Benedelto GaleniQotiy che era 
fattorino d*an legnaiuolo, il qnak fece pare aiiri lavori, oeme 
gli usci della prima stanaa delia Galleria tal disegno dello steseo 
Pietro da Cortona. . 

Vedeai difaocia all'aliare in* apposita cornice il basaoritie?o 
in marmo rappcesenlante la Vergine eel bambino Gesù» alto più 
tPan braccio: a nel quale Midielangiolo » essendo giovanetto, 
veieado contraiiare-la asaniera dì Donatello, si poetò ali bene« 
ek par di mano- s«a» eoceUo cbe vi sit vede più fimsia e più 
disegno (1) ». Questa fu donato da LeeMrdo Bnenarroti* ni 
gnndnca Cosimo I «he lo teneva per cosa singolarissima: ma 
nel 1647 fu restituito alla Ismiglia da Cosimo II ^ quando fu 
fondata la Galleria» Leonardo prima di privarsene ne lece Aire 
ne fttto in bronio «he è in iqnesla stansa dalla parte medesinui. 

In.4iin vnoU lalerali sono i basti dai Commendatore- Co- 
simo Buonarroti attudlproprielatrio delia Galleria > te delfaid»* 
finta sua moglie Sig. VÌoeina • Vandramin, icolpiti dal ceieòre 
artista vivente Aristodemo CestoK. 

fi finahnenle qui da ammirarsi la pila deli'aoqua henedeltn 
egtegiaisente levonala in asamo dallo acultoro UHsse . Cambi. 



b questa nominata lo Studio:^ a «viiaono «dipinti rgU 
illaslri italiani,, ma più speoialmecite . toscani cbe*tfiorÌBano lino 
ftl tempo in cui venne fondata la Galleria* 

Matteo Rosselli dipinse nella £icciata a meizogiorno, ohe 
resta dalla parie dell' ingresso:, i legisti, gli istorici ,!'ì (reiterici 
e fH umanisti, divisi in quattro schiere. Nella facciala a ponènte 
vedoosi i fisici « i semplicisti efligìati pure dal Rosselli* Per 
mano di Cecco Bravo farono ritratti nella canlonatar.. dall'altra 
parte della finestra , i maleflaatici e i naviganti celebri 9 il quale 
Cecco Bravo dipinse anche i poeti nella parete a tramontana* 
I teologi sono dipinti per opera di Leonardo Ferrari nella fac 

(1) Vasari , Vita di mcKelanifioh, 



416 LBTTOftB Bl WàMUktU 

ciaU a levante. E finalnienle dairaltra parte della finestra li 
ogseryano i filosofi effigiati dal Rosselli. 

Sono intorno alla stanza diversi armadi dorrò si conservano 
vari modelli di Michelangiolo e di altri autori, manoseritli, 
bronzi antichi, due urne etrnscbe che hanno pregio per essersi 
mantenuti i colori, il braccio di- un Discobulo e due teste an- 
tiche che ebbe in dono Michelangiolo il Giovane da Gostanu 
Barberini. Piaeemi ora trattenermi un momento sul modello io 
cera del David /che ò insieme cogli altri modelli. 

Rammenta il Vasari {1) che Michelangiolo, prima di sco^Hre 
la meravigliosa statua del David , ne fece un modello in cera. 
Preziosi oggetti sono invero tutti quelli che sono usciti daUe 
mani de* divini ingegni: e tanto più «> questo che ci mostra il 
primo pensiero di un* opera che sola basterebbe a illustrsre 
non pure un uomo, ma una nazione. Come fosse ritrovato, 
quando si credeva smarrito, lo racconta il biografo della Sig. Ro- 
sina Vandramin. « Mentre una mattina stavasi nella Galleria, 
aieeom'era suo giornaliero costume, accuratamente esamiaaado 
nn antico mobile, chioso ad ognuno fiaqnl, le riuscì di far 
girare uno dei rabeschi rapportati in rilievo, e vide celarvisi 
sotto un serrarne. Il quale di subito tentato con una delle 
vecchie e disusale chiavi, ed aperto con avida trepidazione, 
scarse a traverso un nuvolo di polve iti un segreto ripostiglio 
alcuni modelletti in cera, fra i quali non fu tarda a ravvisare 
quello del David , , che tutti credevano miseramente perduto. 
Qual fosse la gioia di lei , mal si potrebbe significar con pa- 
role; e il Ga Valter Buonarroti ha tuttora presente airanimo il 
volto infiammato ed il brillar degli sguardi delPegregia sna 
donna, allorché recossi frettolosa a dargli notizia del rinve- 
nuto tesoro. Nò crediamo ingannarci col dire, che dello scopri- 
mento di questo ella fu allegrata oltremisura, si perchè le parre 
di avMT conseguito cosa che in alcun modo la mostrasse degna 
di sostenere il carico di tanto nome , si perchè ebbe in animo 
che si fatta preziosa scoperta dovesse, meglio che di pri- 
vata, aversi in pregio di patria onoranza e di pubblica f(^ 
tuna «• , 



(1) Laog. eil. 



E 8CB1TTI Pia KANCfOLLI Ì17 



Vlllma 0(ABMi. 



Sopra uno sgabellone dorato dirimpetto ali* ingresso ò un 
mezzo busto in bronzo di Michelangiolo. La testa fu gettata 
dal celebre Giovan Bologna : è tradizione della famiglia che il 
getto foase fatto sopra la maschera ritratta dopo la morte del 
Buonarroti. Da questa parte è anche un ritratto di Michelan- 
giolo di mano di Marcello Venusti scolaro di lui ; e sotto vedesi 
un disegno di Michelangiolo raffigurante una Cleopatra. Poi 
dalla parte opposta alla finestra è un gran disegno opera di 
Iqì stesso , che rappresenta una Madonna con Gesù bambino 
lattante: a mano destra yi è posto un altro suo ritratto fatto da 
GiolianoJkigiaj^dinit e a sinislra il ritratto di Michelangelo il 
giofineopani'itfi Cristofline Alk>rt< Sotto a questi due quadri 
stanila due disegni originali di Michelangiolo, e in mezzo un ri^- 
trattodi -doana. entrata nella famiglia Buonarroti dipìnto da 
ignoto «qtM'é. 

L'Alteri dipmse il quadro che rapprasenta ire wpbW di 
Michelangiolo il giovine, che si red^ nel rieodo del muro ae- 
caalo.airuscio d'ingresso. Del cavalier Corrado é il quadrello 
ovale cobe fi trae >ufi San Criovanni Evangelista , situato sotto il 
quadro deirAUori) e Taltro nel risodo del muro accanto alla 
finestra. 

Finalmanl» in un anditino che mette ad un piccolo Museo 
etrusco sono vaij bonetti di diversi autori e il disegno della 
facciala di San Lorenzo. Nel l&i6 il potlteflce Leone X affidò 
a Michehifigiolo l'incarico della facciala di questa chiesa già 
eostroila a spese della femiglia Medici. Diversi disegni furano 
eseguiti da celebrati artisti del tempo per quest'opera. Il Ma*- 
riette e eon'hii gli Amolatori del Vasari (1) sono d^opinionétAe 
il diseg)*^ ehe >vedesi 4n questo stanzino sia il vero disegno di 
Midielangiolo« 

Ver fere piA complèta questa vostra descrizione) urei pro»- 
sìmo inM9Ìcolo daremo alcune notizie. degli artisti che concor- 
sero eoH'Qpefa loro ad abbellire questa Galleria. 

Agenore Gei li. 

(i)iVasarìy4«og. eit. 

IV. n. e. 53 



418 UKTTUIS 01 rJMiaLlA 

STORIA NATURALE 

DBGL'INSETTL 

hJ" 0rdin9. — Deffii Bmttteri. 

(V. avanti, p. 299) 

Il carallere distiiiti?o di quest'imieUi non oonfiife loltaBfo 
nella organizzazione delle loro ali', «ome lo fiirebbe credere fl 
nome ohe li dìaiingne il quale in greoo significa m»xxe alù Se tl- 
eoni di essi possono essere rìconoscittti alia disposizione di 
questi organi , che sono infatti per metà coriacei e per metà 
membranosi* la maggior parte hanno indnbilatamente queste 
appendici differenti da . quelle indicate, perchè di eonnstenia 
unifórme in tutta la loro estensione. Talvolta poi sono alatto 
•provristi di questi organi. Gli%mitteri possono adunque esser 
privi di ali o averne quattro, ora tutte membranose ed oraia 
parte membranose ed in parte coriacee ; in quest'ultimo caso 
le elitre sono ordinariamente consistenti ed opache alla loro 
base e trasparenti e leggiere alla loro estremità; le ali sodo 
per conseguenza troppo variabili nella forma* nel numero e 
nella struttura per servire a caratterizzarli. U invéce nella 
.organizzazione della loro bocca che sono riposti i caratteri atti 
a taf distinguere quest'insetti da quelli degli altri ordini. 
Essi non hanno mai mandibnie, nò mascelle: queste parti sono 
modificate in guisa da formare colla loro riunione una specie 
di becco o di tubo che contiene tre o quattro setole dure ed 
acute; la loro bocca ò per conseguenza impropria a triturare 
un nutrimento solido, e non può servire che a traforare la 
scorza delle piante e la pelle degli animali , degli umori dei 
quali, si cibano. Questa qualità d'alimento essendo più elabo- 
rata e più nutriente delle materie vegetabili dure, non esige 
un canale digestivo tanto sviluppato quanto quello degli ortot- 



B SOIITTI PM PANaOLLÌ U9 

Ieri; perdo gH enutfeii hanno un solo stomaco a pareti me- 
diocremente solidct ed i loro intestini sono di mediocre lon- 
giiezza. 

Gli Bmitteri non subiscono mai vere metamorfosi ; i loro 
cambiamenti molto analoghi a quelli degli ortotteri si limi- 
tsDo allo sviluppo delle ali, di cui sono sprovvisti nei primi 
due loro stati. Nel rimanente Taniroale presenta nei tre periodi 
della sua esistenia, la stessa organinazione intema ed esterna, 
per modo che le sue abitudini non offrono alcuna differenza 
nei Moi differenti stati. 

L'ordine d^li Emittori può (dividersi in due sott*ordinif 
gli 9l$roUm e. gii omotteH. 



' EtmvUiri, 

Io quest'insetti il becco nasce dalla fronte o parte supe- 
riore della testa, le loro elitre sono dure alla base e mem- 
branose all'estremità; perciò il nome di emitteri è veramente 
appropriato a quest'insetti. Si può aggiungere a questo ca- 
rattere, che sono i soli insetti di quest'ordine, che abbiano il 
primo segmento 'del corsaletto molto più grande degli altri due^ 
le ali dei quali sieno poste orizzontalmeute ovvero appena 
inclioate sdì dorso, allorquando Tanimale non le adopra.Qaasi 
tutti qoest' insetti sono carnivori, e si nutrono del sangue o 
degli amori di altri animali. Si distinguono col nome generico 
di Cìmtct, sebbene la loro organizzazione presenti, delle diffe- 
reuEe assai notevoli da indurre i nataralisli a dividerli in due 
famiglie, vale a dire in Cimei terrestri ed in dmiei acquatiche. 
Le Cimici terrestri si distinguono alle antenne più lunghe della 
^sta, alla forma dei tarsi che non sono mai dilatati a guisa 
dì natatoje, nò guarniti di peli disposti in modo da percuo- 
tere Tacqoa. Fra questi emitteri , alcuni vivono da parasiti sul 
corpo dei mammiferi o degli uccelli; altri conducono una vita 
errante e fanno la caccia ad altri insetti ; altri infine sono er- 
ranti oome i precedenti, ma si nutrono dei. sughi delle piante, 
Balie qnali talvolta si stabiliscono in gran numero. 

Questa fiimiglia comprende un numerò considerevole di 
specie, che'distinguonsi tutte volgarmente col nome di cimici^ 
•ebbene sieno divise in due generi; te cimici propriamente dette, 
^ le redwHe* » 



429r «.avToiB di.fammua 

Le Cimici frapriamentè d9ii$ (cw^il) sQÉA^iiietU ^nkcéW 
meole noli, sia pel Caatidio che talora ci vecaM* col Yeaiie a 
succhiarci il sanf^ue mentre dormiamo, sìa per l'odore iograt(^ 
e uaaseant^ che covaoicano afii oggetti su cui bao^o dimoralo 
per un certo tempo. Poche sono le persone che non. abbiano 
airuto luogo di oisservare la confornuazioBe di' quesl^ìaieUi» 
Testremo schiacciamento del loro eorpo»* .la kwiO Ibmia ovale, 
ed il loro ' collo corto .ed appena percettibile* Ma; cì(k che è 
ignorato da inolti si è che oc esistono deUO' specio fomite di 
colori vivaci e gradevoli, le quali invepe di rinnaliere fisse e 
aderenti ai corp^ come la maggior parte delle cimioi, si ele- 
vano nell'aria volando celermente, e fuggono con. agilità dalle 
roani di chi se ne vuole impadronirò. Per altro anche que- 
ste, ad onta della loro bellezza, comunicano un cattivissimo 
odore a tutto ciò che toccano. 

Il numero delle ci mici, è molto considerevole; essa molti' 
plicansi ovunque con somma facilità, e speeialmeiite nel- vec- 
chio legname /come nei mobili e nei travicelli delle antiche 
abitazioni* Le femmine nascondono si bene le lorouova , che ordi- 
nariamente il loro sviluppo non trova ostacoli; eci4 rende omKo 
dii&oile restirpaziooa di quesl'insettt da un appartamento. in eoi 
sì siano da luogo, tempo >stabiliti. Esistono presso di noi molti 
di. questi disgustosi emittori; tali sonola (;ìm«V« dd htU^ la 
eimiee del cct«/o, ec. ec. 

Le rtdmie (reduvius) hanno -assaisoinigUanzacoUe prese- 
denti, e volgarmente son dette moschorcimicit per significare 
che somigliano al tempo- stesso alle due specie d'insetti. Per 
r insieme della loco organjazazione bv accostano alle cimici; 
mentre per avere il corpo allungato, la testa separala dai^troneo 
mediante uno stroszamento , e per la disposisione delle ali 
hfinno motta analogia colla mosche comuni. . 

Le reduvie sono assa^ meno conosciute de Ue-'cimiei, quai- 
t|inque esse pure abitino i nostri appajrtemanli* Sono meno 
nqtevoli. porche c'incomodano meno, e perchè si nascondono con 
tale^arte che diflkilmente: si' scelgono. . Ha le loro abitudini 
sono non di menoi inUcessanti* Sono carnivore^ e vivono.d'in- 
setti e specialmente di régni, i quali.essendo piikagiliidi esse, 
le costrhBgooo a far usio^di strattagemmUx Rerciò et avvolgono 
neUa\ polvere.e n^ sudiciume, che a^accasi al loro oorpo^, e le 
rendono irriconoscibili. In tal guisa mascherate si aggirano da 



B SCBirTI> PKft PUWnilLI kSi 

ogu latof eercàndo éi- seoprlre la ptefe» 3 che-^ riesce loror- 
assai facile perdeefaèea -sendo poco rieotMMciMlie eenniiiiiaiMlo 
con lentezza, sembraDo frammenU di sadiciume spinti dai>¥e»to' 
piaUewlecheceeaUMPe Viventi ed aiiinittte. Ma è 8el#«lloBtato 
di larva che 1» reduvie rìcorrone a tale ariifiuOv e noa appena 
haBoo acquistato- le- ali, inseguoiio aperlaMeate la preda» Faa^ 
salgoio' vivamente e- la divorano depe- averla abbattuta.- 

Le Qimtei acqufrHehe non diiibrieeono seltiato dalle oimiei-' 
terrestri pei loro tarsi schiacciali o guarniti di peli, che lea^ 
dono questi insetti essenzialmente ao^alici ; ma hanno anche 
le antenne cortissime , per modo che la loro testa ne sembra 
sfvovvistat gii ocebi spot geaiiaaimi e molto graadi » e le «ampe 
terminate da no articolo ndnaco e mobile , ohe fa.. ruVcio • dì 
aia tanaglia jnediasle la ipaaleJ^aimMile afferra la auapreda* 

Talli qaeelii- iosMi'Naano acquatiti ed abitano i lagbl efii 
stagni ed in generale tutte le acque stagnanti. àIcoaì si 
moovono lenfomenle'eul fango^del fondo ^ altri, nuoiano rapi< 
danente sidla soperfieie taléra voltati sai dorso , e a^ «ommer- 
goBo. velocenuDote quando si voglieiìa prendere. Sono molta car- 
BÌTorì aoita i laro tre differenti stati» e si notrono di pkaaU 
iaselti che alRrrano eoa somma agilità* o a» atabiliaeono aufc 
corpo di vai] -asiinaU' acquatici v di cu» sQcchiaaa il sangua^v 

Me* «•Mwataie - OmoUiri. 



Se prenécesimo soitaato a considerare il carattere delle 
<li delle elitre, il nome di emitteri non sarebbe appropriate 
alla specie' di questa seoenda sezione le. quali presentano delle 
elitre di uniJbrme.coneistensa. i» tutta la loro- estenaioney e 
spesso poBbfissimo dtfferentt dalle ali ordinarie. 

Ma la loro organiaxazìone, il loro genere di vita,. la loro 
aUtndiaiec. hanno tanti rapporti con quelle degli emitteri del 
prhno settordSna che è impossibile separarli da queati per farne 
va ardale a partej II becco degli omotteri nasee dalla parte 
infcrioie deila^teala» e^talora fra. le due zampe aaleriori; il 
prtme-MgaMiÉa del' toao' tronco invece di essere più grande: 
^^ altH dna è quasi seoapra più piccolo oal pib della stessa 
K^sadezia. ladtee I& femmine di tiatti queslittnsetli differiicono? 
^l^'qnelle daiiipreeedeatirper amat specie di puntaruoio- «dentalo 



433 Lvmm di rAWouA 

a guisa di sega« di cui è fornita la ettreaiità del loro addome, 
e mediaDte il quale traforano il legno in eui Ybgliono deporre le 
loro uova. 

Gli omotteri sono tutti erbivori , e stanno sulle piante del 
sugo delle quali si nutrono, e yì cagionano spesso dei danni 
considereToli» o danno loro un aspetto sjgraderole produoendo 
sulla scoria o sulle foglie delle brutte eseresoeaze. Quesf in- 
setti sono stati divisi in due famiglie, cioè: i Cieaéari e gli 
A/idi. 

FMBlallji 4toi Cseatfar:; . 

Questa numerosa famiglia compifende tutti gli omotteri che 
banno tre articoli ai tarsi , lo antenne piccole e terminate la 
punta «ettilissima , e le elitre sempre un poco più consisteati 
delle ali. Sì compone di tre generi: leeitMUf le cie«dMle, eie 

Le CieaU (cicadaj sono a tutti ben note pel loro canto 
monotono «e stridulo, cbe fanno udire in campagna nelle ore 
più calde dell* eslate. Alcuni le confondono colle cavallette, nu 
esaminando gli organi della loro bocca/ è facile riconoscere che 
sono degli emilteri e non ortotteri. Le loro elitre di ani- 
forme consistenza in tutta la loro estensione indicano che ap- 
partengono agli omotteri; e le loro zampe tutte eguali e perciò 
improprie al salto impediscono di confonderle colle cicadcliee 
colle fulgori. Quest'insetti distinguonsi ancbe per avere tra i 
due occhi ordinar), tre altri occhi situati ai di sotto di essi, e 
le loro antenne hanno cinque articoli. 

Le Cicale sono proprie dei soli paesi caldi. E solo nei 
grandi caldi deireslate esse manifestano tutta la loro alti- 
vita, facendo sentire il loro stridulo canto, e volando da 
un albero all'altro. Ma se il tempo si guasta e la pioggia cade, 
cessano di cantare, perdono la loro vivacità e rimangono im- 
mobili e come intorpidite sui rami. Esse vivono del sugo degli 
alberi , che feriscono mediante le setole di cui ò provvisto Tin- 
terno del loro becco; e sembra che la loro pinzatura non abbia 
per effetto di fare scolare soltanto la quantità di sugo necessario 
al hnro alimento, ma che dalla medesima prosegua ad uscirne 
in oopia anche dopo che Tanimale se ne è satollato. Si crede 
cbe la manna che sgorga da aksone specie di frassini proprj 



della Sidlia, flniica diai medeaimi in eonaegaania delle forile 
che Ti prodooDDo le cicale. 

La riprodozione delie cicale ò carioaissinia. Quando la 
Ibfflmina è prossima a deporre le soe uova cerca on ramoscello 
leceo nel qnale col trapano di cai ò fornita, pratica Tarj fori 
iHai profondi^ in cui deposita le sue uova. Non è a caso che la 
cicala alBda la sua prole ad un ramoscello secco, perchè le lanre 
che si svol[(eranno» non potendo svilupparsi che dentro Ja terra* 
risUafo fa loro presagire che quei ramoscelli cadranno solleci- 
taneate * e che le piccole lerve potranno facilmente internarsi 
nel suolo per aubir le loro metamorfosi. 

I soli maschi delle cicale hanno la facoltà . di cantare ,. 
ed il canto è da essi prodotto mediante un organo particolare 
«tutto neir interno d^l loro addome, consistente in certe 
membrane che Tanimale contrae e rilascia alternativamente con 
tomma rapidità. Cosi può farsi cantare artificialmente e per 
fcrta, stiracchiandogli Taddome.' 

Le cicale non sono oggidì di alcuna utilità all'uomo ; ma 
gli antichi conaideravano le loro larve come un cibo pre- 
libato. 

Le Cicadeth (cieadelta) diiferiscono dalle precedenti ' per 
non cantare, per essere fornite di soli due occhi straordinarj 
stemmati , per avere le antenne fornite di tre soli articoli , 
« perchè le loro zampe posteriori sono più lunghe delle an- 
teriori, il che le caratterizza come animali saltatori. Le^specie 
di questo genere sono meno delle cicale esclusivamente proprie 
del mezzogiorno, e si trovano anco, in alcuni paesi settentrio- 
nali. Sono più difficili a prendersi perchè saltano con grande 
ngilità e si sottraggono facilmente a chi le insegue. Del rima- 
neate le loro abitudini sono molto simili a quelle delle cicale. 
Le larve di alcune specie di questo genere, come per es. delle 
Cereopì, sono singolari pel modo col quale la natura ha cercato 
di sottrarle alla persecuzione degli uccelli o di altri insetti che 
ne. sono molto ghiotti: il loro corpo trasuda un umore che in 
contatto dell'aria si converte in una schiuma che le avvolge e 
le nasconde. Non di meno, ad onta di questo espediente, v'è 
nna specie di vespe che sa riconoscerle e farne sua preda. 

Le Fulgori (fulgora) hanno molti rapporti colle cicale e le 
cicaddle per la generale conformazione ; ma sono focili a rioo-' 



aoioertA ad^ oD^putiongaiiiesto «Mia kkro fronle .ohe ò nidto flfmr- 
gente. Bhnno due soli gtemmati sitaaU al dK aoUo degli ooehi 
ordiDarj* Le. loro ablludiDi sono «pielle stesse delle ckaie, meno 
che i-fero maschi sono sprovvisti deirorgam» del caatow Dna 
deUe specie le più. rimarchévoli di questo genere è la ./alfor* 
pw»la lawipiom ohe trovasi neirAra^ioa meridbiiale» £ os 
insetto di circa tre pollici • di longbeaza, che 1m la fusate ri- 
gonfia oome ttoa vescica ^ e dotata della proprietà rimarche?ole 
di ffisptendere bella nolte di «na luce fosforica si intensa^ ehe 
a quanto si narra, à possibile di leggere ai cUarere cke 
spande, e ciò le ha valso il nome di jporfa-/amptoiMu- 



Gl'insetti di questa famiglia sono notevoli per la piccokiu 
delle loro dimensioni; non avendo. mai una lungkeiaa maggiore 
di una o due linee. Differiscono dai cieadarj per non avere 
piii di uno o due artieoli ai tarsi. Le loro antenne soao Iob- 
ghissime; e le loro elitre, di cui spesso sono sprovvisti, sodo 
simili alle ali membranose.^ Il loro corpo è molle ^ Bà offre on 
Hutrianento delicato alla maggior parie degli animali insettivori 
che ne divorano una grande quantità. La loro piccolessa è per 
loro di una qualche difesa, 'ma sanno anche .nasconderli av- 
volgendosi entro a varie materie ;. e poiché rimangono qoasi 
intieramente immobili sulla pianta che dà loro asilo e nutri- 
mento; sono spesso inosservati, e irovano in tal modo sicurtà 
nella stessa loro debalesxa. La fecondità degli afidi ò prodi- 
giosa» perchè partoriscono più volte neiranoo, ed ogni votU 
un numero grandissimo di nova; e poichò anche le larve si 
nutrono del succo delle piante , queste bentosto iUanguidiacoBO 
e spesso anche si disseccano* Questa famiglia comprende doe 
gweri interessantiteimi , vale a dire i pmi^om e le eoerim^tii' 

I pmlchiU (aphis) sono insetti singolarissimi ehe vivoao ia 
branchi numerosi sulla foglie del tiglio, del «nolo ec. ec Im- 
mobili al medesimo posto, passano tutte la loro vita occapsti ad 
assorbire colla loro tromba il sugo dei vegetebili, e aeiabrsBO 
a primo aspetto dei. corpuscoli inerti, piuttostodid animali do- 
tati di Lutto te fero facoltà. Atta fere pinsalora debbow V^^ 



B SGIITTI PKB FANaULLI 425 

escrescenze che vediamo prodursi cooìuneiDeDte sulle foglie del- 
Tolmo, del pioppo ee. • 

Esaminando con attenzione un branco di pulcioni si ve- 
dono degli sciami di formiche aggirarsi intorno ad essi perchè 
quest'ultimi insetti sono molto ghiotti di un umore zuccherino 
che i pulcioni trasudano da certi canaletti di cui ò provvista 
Testremità del loro addome» ove vanno a succhiarlo. Perciò ove 
SODO dei pulcioni trovanti anche delle formiche ; e si pretende 
da alcuni naturalisti che quest'ultime si approprino dei bran- 
chi di questi emittori» li conducano nelle loro dimore, e ne ab- 
biano -cura all'oggetto di nutrirsi del loro miele. 

Ma il fatto più curioso della atoria dei pulcioni, è il modo 
con cui si riproducono. Abbiamo detto che le femmine par- 
toriscono più volle neiranno; e finché dura la bella stagione 
dal seno materno escono dei piccoli animaletti viventi che si 
spargono sugli alberi ove trovano un facile nutrimento ed una 
dolce temperatura. Ma verso la fine d'autunno, siccome il 
freddo farebbe certamente perire quei piccoli e delicati esseri, 
le femmine partoriscono invece delle uova che nascondono in 
luoghi difeai dal rigore della stagione , ove si conservano fino 
alla primavera , nella quale stagione si sviluppano. 

Le Caeemigti$ (Goecus) hanno molta analogia coi pulcioni ; 
roa se ne distinguono per avere un solo artfcolo ai tarsi e due 
setole all'estremità dell'addome. Vivono esse pure immobili 
sulle piante di cui succhiano il succo colU tromba immersa 
nella loro acorza, per cui sembrano piccole escrescenze in 
ferma di globi , piuttosto che esseri animati. La femmina 
non partorisce uova , ma piccoli viventi. Tosto che i germi si 
sono formati nel suo corpo, muore , si dissecca, e il suo cada- 
vere diviene per essi un asilo in cui sono difesi dal freddo ; ma 
al sopraggiungere della buona stagione, il calor solare li fa svol- 
gere; e da quel singolare ricovero escono un gran numero di 
piccole larve che bentosto si fissano sulla pianta come la madre. 

Si conoscono varie specie di questo genere ; ma la più ce- 
lebre ó la Cocciniglia del Nopal , che trovasi nel Messico tanto 
allo stato naturale come anche coltivata. Vive sopra una specie 
di eaciui detto Nopaly e fornisce quel magnifico color rosso che 
rimpiazza oggi la porpora degli antichi , e col quale si ottengono 
il carmìnio, Io scarlatto, ed il cremisi., Questo insetto costituisce 
una delle principali ricchezze del Messico. Prof, L. n. 

lY. n. e. 5* 



426 LB-rrun di rAHi«u^ 



IL CANTO E LA GINNASTICA 



( V. tr., fm%. 4W). 
V. 



Il canlo è Ia base fondamenUle drogai nusicale edaeaxiooe; 
tutte le altre parti di qaest'edacaiione eoa aoao ehe ihiMibì- 
tasione del catttcu Ogai strumento eanta a modo suo, con forme 
più o meno ricche e lusiBghiere, eoe suoni pih o meno robu- 
sti 9 secondo il carattere e la riecheiia del «uo «neccanismo. 

Ha la difficoltà di famigliariziarsi eoi mecoanismo richiede 
assidue cure ad essere superata ; queato studio adunque deve 
essere preceduto da fezioni generali sulla musica ossia sulla 
parte grammaticale deU*arte. Ora , come etteiiera» con maggior 
facilità e certezza questo risultalo, fuorché facendo camaunare 
di pari passo la teorica manicale e i' insegnameato del canto? 
▲ misura che la voce .diventa più docile e pieghevole « si svol- 
gono successivamente i principi! fondamentali dell'arte ; alT in- 
tonazione delle note si aggiunge la lettura dei segni » la divi- 
sione dei tempi, la conoscenza delle varie scale e dei varii 
modi, quella degli accenti tonici, delle sincopi» degli accor- 
di ec Tutte queste lezioni sono . oggetto d'uno studioi prepara- 
torio , necessario agli atrumentisti ; e chiunque avrà lavorato 
su queste basi s'impadronirà facilmente del meccanismo del 
suo strumento. 

Che se più facilmente si vincono gli ostacoli fisici ponendo 
a base di ogai educazione musicale V insègnaoiento del canto, 
non è questo però il sola motivo che e' iaduca a preferir que- 
sto metodo. L* influenza del canto deve estendersi fino alle A- 
coltà iotelIettuaH dell'uomo ; deve modificare tutto l'caseie suo; 
j suoi effetti non devono essere solo momentanei, ma durevoli, 
e lasciare neiralunao traete profonde per tulta la, vita» 



B «cmiTti PBi VAficiutu 427 

Si vero, oltre il perfeiionamenlo della pronuniia, oltre 
li piefhevoleua e la vigoria della voce , oltre reducasione del 
sento dell'udito , lo studio del canto produce ancora il sentir 
mente del ritmo, il quale diventa poi, a cosi dire, parte del* 
riuMUMi ' natura , e s' imptime per' sempre neiressere suo. Fra 
i masid , qualunque fosse T istnunento ov'erano. valenti , non 
se ne vide mai alcano che avesse un sentimento più squisito 
e fino deUa misura , divenuto in loro una seconda natura^ come 
fia qnelli cfaD erano, stati prima cantori, o che avevano latte 
presedete ogni studio* musicale da quello del canto. 

Non è a dire perciò che qualsiasi insegnamento sia accon»- 
€10 ad eMener questo scopo. S'incontra una folla di cantori 
d'ogni ordùie , i quali son privi di quel sentimento della mi- 
rala di cui diacorriauìo. L' insegnamento individuale non è nuu 
tale, da svolgere questa SMUimento in modo notevole. Egli ò 
peieiè che seana esitare noi diamo la preferenza air insegna- 
mento delle scuole suU' insegnamento isolato. Le differenie dì 
carattere e di temperamento spariscono nella folla; ella trasci- 
sa gli indolenti e tempera l'ardore dei troppo impetuosi. 

In generale , coli' insegnamento simultaneo il professore 
trota un petente aiuto neiremulaeione degli allievi e neir istinto 
d' iantaxiene., che è si profondamente inq^resso nelFumana na- 
tora^ I fortiiMscinano i deboli, l'attenzione è costantemente 
«esitata, ed no alunno diventa maestro del suo compagno. 
%NiEe lo> stese» iésegnametlto simultaneo non raggiunge in** 
tisramenle: lo scopo , se. non ha luogo in queU'età' in cui gli 
ergami delFudito e dette Tocenon ebbero ancora il tempo d'ia- 
dnrafil ^ in- eniJ* sensi non sello ancora ottusi, in dai finsdmente 
qnefitt'Orgaot sono nnoàra docili e cedevoli ad ogni impressione. 

Per questo motivo 1* tnfanKÌa''non è solamente Fetà più idonea 
a profUtacn di questf integnamento, ma. è anche quella in cui 
le iecioiii possono essere d'una vera utilità. L'educazione mec- 
canica della voce deve coippiersi prima del tempo della sua 
mutazione ; questo notabile periodo 4ella vita che è il fine deBa 
possiaia b^frincipie delFadoleseenza, ha una illimitata influenza 
ralFeihmaziona della voèe. 

Kan^ alloia.layoci dei maschi ^ delle femmine hanno prea- 
Mdiè* lo nleaso. SafOtóm. lianeUn stessei tetefio «he il corpósi 
fenam». «ii nmnifoatanq andie. séntiaMntl fine allora ignoti , m 



428 LBTTUBB 01 rAHIGUA 

sveglia in essi una nuova natara, i sesfi si separano, le voci 
ai fanno differenti, e la parola piglia un diverso carattere. 
Questo cangiamento è principalmente notevole nei ftodolli; i 
toni elevati delia loro voce scompariscono affatto oppure l'ab- 
bassano a poco a poco fino all'ottaim inferiore; in tal madore 
voci di soprano o di contralto diventano nei maschi voci di te- 
ner e o di basso. 

Questo periodo della mutazione della voce dura più oaie* 
no lungo tempo , secondochò il temperamento o le acrideatalì 
emozioni dell'animo affrettano a rilardano il lavoro della nata- 
ra« La crisi dura sovente per lo spazio di due o tre aimi: il 
fanciullo perde successivamente l'una dopo l'altra tutte leoote 
elevate della sua voce, prima che le note basse siansi ancora 
formate; accade pur sovente che egli perde ad un tratto i 
toni elevati » e riroane pressoché del tutto senza vooe. Talvolti 
in pochi mesi od in poche settimane si fa queato cangismeoto» 
ed accade spesso cl^ una fortuita emozione produce istaaU- 
neamente siffatto rivolgimento della natura. 

Le voci di donna conservano , è vero , le note elevate ; per- 
ciò il cangiamento si opera meno sensibilmente; ma il lavoro 
interno della natura non ò però meno attivo. Tutti i giudixi 
che si possono fare prima di questo tempo sulle future qualità 
della voce non possono essere che semplici probabilità ; poiché 
avviene talvolta che le voci alte divengono gravi e reciproca- 
mente; ed avviene ancora, non di rado, che una roce puerile 
che in apparenza era affatto ordinaria , diventa dopo queato 
periodo piena, pieghevole, vibrante e fornita d*una grazia af- 
fatto particolare, laddove una bella voce al contrario, per ca- 
gione della medesima crisi, diventa affatto mediocre, se pere 
non si perde intieramente. 

Ma egli avviene per l'ordinario che la mutazione dà alla 
voce di donna maggior grazia e forza, maggior rotondità e 
pienezza , e che le procura a pofio a poco la qualità onde si 
^ riconosce più distintamente per voce di soprano o contralto. 
Questo periodo ò di grandissima importanza pel maeatio 
come per Talunno, poiché il regime cfa^ s'impone a quest'ul- 
timo, del pari che il modo onde si la cantare, esercitano 
un'azione immediata sulla mutazione della sua voce. Uopo à 
soprattutto guardarsi di esercitarlo troppo frequentemente» e 



K.SCBITTI PBl rARCI€LLl 429 

più aneora di richiedere da lai suoni di cui non aia capace, 
perciocché rorgano della voce affievolendoai e perdendo della 
lua aolita affilila, ne potrebbero derivare gravi danni alla voce 
che si ?aole educare. Gli aforzi ecceaaivi fatti^durante queato 
perioda hanno tal volta, annientalo per aempre delle voci au cui 
si (badavano le più belle aperanze. 

Né qaeato ò il solo motivo di vietare allora l'eaercisio del 
canto; è cosa richieata ancora dalle regole dell' Igiene , non 
osservando le quali ai poaaono produrre neirahinao gravi ma- 
lattie di petto. 

Siccome adunque in queato' periodo ai forma la voce» e 
prende un .carattere durevole per tutto il rimanente della vita 
così è neceaaario che prima d'allora Tallievo abbia acquiatato 
usa certa dimeatichezza colle lezioni aul meccaniamò delia voce. 

Ora, giaoehò è cosa generalmente conoiciuta (ed in queata 
8'aocordano i rianltati delle più minut^^ ricerohe medicali col- 
i'esperienza al dei maeatri come dei genitori) che l'eaercizio del 
canto non è menomamente pericoioao per l' infanzia , e che al 
contrarip conlribuiace efficacemente a avolgere i muscoli del 
petto, a rafforzare i polmoni , a formare e perfezionare tutti 
gli organi della voce a d^a fsivella , egli è evidente che vuotai 
tppnnto scegliere queat'età per V inaegnamenio del canto. 

Il quale, maaaime nelle acuole , è del tutte conveniente ai 
faneiolli, anche a quelli della fih tenera età; poiché eaai non 
partecipano alle lezioni ae non per diletto, giacché non aono 
fonati, come avviene nellVina^namento individuale, a cantar 
da aoli, e non aono Obbligati a fare sforzi che superano tal«- 
▼oita la loro 4;a|^acità. 

Non havvi alcun altrp insegnamento che abbia > anche ad 
insaputa delFalunno, più vivo ed efficace influaso sulla ana 
susseguente educazione; ed ò cosa che fa aovente meraviglia 
il Yedere fino a qual punto l'orecchio del fanciullo ai trova 
perfezionato per mezzo deirabito contratto di cantare quaai 
ùtintiramente , fino a qual punto il sentimento del ritmo si è 
radicato nel ano animo; e quanta aUlilà abbia acquistato la 
ft«a voce neir intonazione degli intervalli melodici. 



VI. 
emmim per l*lBÌMiBt«. 

La soaraeitt in citi sicma di cottfmiMtl eaerati di caDl» 
è senza dubbio uno dei più grandi oafa^oli che ai oppongono 
aH' iniognmeDto musioale neUe seuole elementari « e principal- 
mente nelle piccole città del pari che nelle campafoe. È impoi- 
flibile ogni ptogresao'qnanda In lexiempratiahp non ÌMBminaii 
di pari passo coi precetti della teocica. Non è mai troppa l'mtr 
logia che deve correre fra queste doe parli dell* innegoamento, 
e la prime non defcib'eeseie che il complemento e la-spiegazisBa 
della secondàrie regole debbono essere ineamte negli esevpi 
e dedotte, da essi; e questi, per produrre una durevole impvet- 
sione, vogliono esaese scolpiti nell* animo degli alunni per 
messo d'una teorica chiara e precisa. Quando le lezioni pmfr 
che derivino da un akro: prindpie, avverrà che la aceUa ne 
sia talvolta sbegiìata. Gli esempi* mele appropriati ai pressili 
ed airinldligenca degK ahsnni nem fanno che accrescere Is 
difflcoUà deir insegnamento» e diventano allora più .nocivi che 
nlìli. 6ìì eaertotii desinati alla scnèla^ di canto sono di due 
specie: la (Htea ò il solfeggio, nel qnala non sit cantano k 
parole; neila^ saeoada làmusiea è aeoompagnata da atti testo 
qualsiasi. 

Comindande dai primi eieaMnti di quest'arte, la purelaé 
già in eerto modo riunita ai snoni , ai quali fr^aecoppia coì>booiì 
delle note musicali^ di. cui due, cioè as^ e /is, forono motivo 
per cui tali esercizi si chiamarono soìf$ggiOé II professore defe 
dunque fin dalle prime lesioni adoperare egaf sua cura per 
ottenere dagU' allievi una pronunzia chiara e distinla« 

Del resto questi esercizi scompagnati dal testo sono pid 
fttciR a trovarsTche non gli altri; e qualunque ordinario pio- 
Csssorer può comporoe egli stesso per adattarli alle soe leziosi 
teoriebe. Dopo queste lezioni preparatorie ^ le quali, sono ili 
masaimat importaùsa , riesce facile al proAsaora> mettere le pa- 
role sotto le note« ed esercitare i suoi alliefvi in questo doppio 
studio. 

Ed è quello un momento solenne nelle scuole elementari 
di canto ; i primi ostacoli sono superati , un nuovo campo lo- 



■ SGIITTI PBA VANCWLLI 4fti 

«nghiero jl apre éinmsi al fanmuUo. Chi |i«lreUi« iofatti mi- 
colare, riniuresaione ohe :!pfod«(Mifio anila ana giovine anima le 
piEole die egli eomprende., e che egli vede per lai prfna volta 
•dome del preatigio dei .Moni? Come descrivere rentuaiasitoo» 
il .racoagUineolo « la f ieia «aule ^ inito «omprcap , quando in 
aea acoola di ^campagna della Germania ai eaagoiacono lofirime 
anioni.,, il cui penaiero » . cometa muaioa , è ai aampKee , gl 
paro , fi aleAftnoao ed innocente? Beata udire il conciirto di 
^elle vod^. ilj eui.nnmero variando da M ad SOr, sale spesse 
iiDo a MO;.hnsta leggere -negli occhi di-ciasenno di quei fan- 
(BioilLper vedere. ciò che>eeDtonO:iieU'taima« Inaiarne col suono 
die ri diilbiide<de.iin orecchio aU'akre, la «coinmoaione dell'ani- 
mti aiimle ad «lelirica sciaiìllaai comnniea a oiaaonno di essi. 
Il AiBoialle aerne a casa, il canto che testé ha appreso ei lo 
ripete come imeglie sa, lo aipetaial padre. ^alla madvp, airavoloi 
t tatti...ln caea e.' nolle* vie , nei pnati come nei boschi y dap- 
pertutto si sente risnenare la melodia deU'amafta eanione. 

Cosi remore della irouaica cresce e .gnandeggia presso i Te- 
deiclii. Il sentimento. fiuaioale, il sentimento del hf Ilo vengono 
«vegliati essai per tempo* In tal.gnisa la voce al forme, l^oreo- 
diio del. fanciulle si.perlétiona , 1 soei centi oreacono eon tati , 
e l'adattano- conlinaameiìle alle esigerne delle sua cendixione 
e della sna nrte.IWtti coniane m Alemagna : il cittadino come 
il contadino, lo.etodeate come il soldato, artisti ed artigiani, 
tutti hanno il doro, approvvigionamento d^i centi che some i com- 
ptgm diletti onde non ai separano naai in alcnna delle eiltA 
ove t' incontri nelle loro nomadi schiere. Il Tedesco i e oni è 
si beile trovar daperlntto nna patria ^ dimei)tÌGa ialvelta la 
pispria lingua I il paese. che The. veduto nascere^ ma non sa 
^ può mai dimenticare i suoi canti. 

Chi non ha udito talvolta uno Svinerò a saspirare <il suo 
fMz delle montagne od uno Stiriese a modulare il- iruo /odiar? 
Chi non- preste F orecchio. 41 quei eanti^ le .cui voci, eiaslt 
lir eco d' un tempo . più forlnnato , comprendono TioniaMi del 
datore d* un. sento entnsiasmo e g|i rammentano un.. mondo da 
iaago tempo perduto ? Per chi penetrò nel. dotte tahirinto delle 
teoriche delFanno^ e del contrappunto , per chi ammirò l'arte 
■Bancale nelle aue più. aohili iapiraiieni., .aui:4eeUi come nelle 
cUese , sotto importici 4el Vatieiino.nome. nei lempli dei Pro* 



iMUnti o éegV Ifraelitt in Alemagoc ; per cki bt sladiato IV 
«laiia cormiione nella eoa culla in meiao alle grandi metio- 
|M>li dell'Europa , ore le passioni d*ogni genere « ove le diioor 
die religiose e politiche da lunghi anni canceilarono dalla sos 
memoria il mondo innocente dipinto nelle tedesche* cameni, è 
impossibile il descrìvere il commovente effètto che produce sol 
Tedesco espatriato on canto appreso nella sna infanzia* Dovendo 
adooqae questi canti produrre nello spirito degli alonni im- 
presaioni cosi profonde e durevoli, non si può porre una cnit 
troppo grande nella scelta delle parole e della melodia. 

Per la poeiia , còme per la musica , bisogna guardsfsi 
d' attingere le bpirazioni nelle regioni elevata dei teatri o delle 
aale. I canti destinati air infamia. debbono in entrambe le km 
parti , poesia e musica » rimanersi nella cerchia ove s'aggin 
r intelligenza del ftndullo. In questi canti tutto debb'essere 
azione e vita, nulla d'astratto, nulla di ik«ddoo d'inaninuto. 
Vuoisi attìngere l'argomento de' suoi canti dagli oggetti ioao- 
centi che sono accessibili alla sua mente, sesi vuole che questi 
siano compresi e non iallito lo scopo per cut s' insegna. Fer 
mezzo d'esempi pieni di vita, per mezzo d* immagini commo- 
venti si riesce ad adunare in questi canti tutto ciò che vocisi 
imprimere in quelle giovani anime per la loro Altura educazione. 
- Tutta la vita umana , tutto ciò che contribuisce al suo mo- 
rale e religioso perCMjonamento è argomento di questi canti. 
Il fiinciullo vi trova lesioni su tutti ì doveri che dovrà adem- 
piere un giorno come uomo « come cittadino ed anello di quells 
gran catena che dicesi società. La scdta del testo è dunque 
di somma importanza, ma, per fsrio comprendere, la scelta 
delle espressioni è tanto difficile quanto ò importante. U mondo 
non apparisce lo stesso agli occhi del fanciullo o ^ell' adulto, 
l' immaginazione del primo dona la vita anche agli oggetti ias- 
nimati. Nei disegni che fa colle sue piccole mani aùil'arena , la 
sua vivace immaginazione sa trovare villaggi , città e campagne. 
Ai suoi occhi poche carte sonò un palazzo , un pezzo di vetro di- 
venta un soia , la bolla di sapone rappresenta un mondo ; per hi 
tutto è animato, laddove l'uomo che già s'avanzò nel cammiao 
della vita e dell' esperienza, vede sparire ad una ad una le soe 
iHusiani ; indui^ato alla scuola del dolore , abbandona a poco per 
volta il m^ada della realtà per raccogliersi in quello delle astra- 



B 8G1I1TT1 PBH FANCtULl.1 433 

zioni e dei ragionaineoti. Egli vive nel passato e nell'avvenire, 
mentre il fanciullo è tutto rinchiuso nel presente; leggiera far- 
falla che accarezza tutti i fiori per succhiarne il nettare e sen- 
tirne il profumo» 

Le prime regole d*un canto destinato ai fanciulli si mani* 
festano dunque per cosi dire da sé stesse: si deve eliminare 
per quanto si può ogni parola od idea astratta ; vuoisi presen- 
tare alla sua ménte delle immagini viventi, che la sua scienza 
non va quasi al di là de' suoi passi. Eppure la cerchia entro 
la quale può muoversi la poesia data all' infanzia non è cosi 
ristretta come altri potrebbe pensare ; la natura tutta tal quale 
vive attorno a noi , quale si spiega ai nostri sguardi co* suoi 
fiumi e ruscelli , co' sqoi alberi , fiori e frutti , co' suoi uccelli 
e farfalle /col suo cielo, cogli astri, colle sue nuvole e colle 
sue meteore , la natura gli presenta una moltitudine d' oggetti 
tutti capaci di deliziarlo ; così pure nel mondo morale : la 
scuola e la casa paterna, il dk natalizio del padre, della madre, 
di lui stesso, sono altrettanti argomenti poetici a lui convenienti. 
Eppure questa parte cosi importante del primo insegna- 
mento non è dappertutto trattata colla stessa attenzione e colla 
stessa sollecitudine. La Germania che si piglia cosi assidua e 
vigile cura all' educazione della gioventù , l'Alemagna più che 
ogni altra nazione è ricca di poesie destinate all'infanzia, e si 
può affermare senza tema d'errore che i più grandi poeti di 
quella nazione non hanno disdegnato di consacrarvi la loro penna 
ed il loro ingegno. 

Possano le parole d' un grande filosofo su quest'argomento 
trovare simpatia e corrispondenza benevola pk'esso quegli uomini 
i quali, compresi dalla grandezza della loro santa missione, ài 
sentono chiamati ad istruire una generazione novella, e credono 
possibile adornare di grazia « poesia i loro precetti per impri- 
mere nell'animo dei giovanetti alte e severe lezioni sui loro do- 
veri come uomini e cittadini, a Dio mio 1 esclama Herder (1), 
che vuoto , che aridità suppongono certuni nell'anima umana , 
nell'anima dei fanciulli! Eppure quando io penso alle poesie da 
scriversi per loro, nessun argomento mi pare più grande e più 
sublime! Impadronirsi dr tutta l'anima d'un fanciullo, amman- 
ti) Sopra Ossian e 1 canti degli antichi popoli, p.84. 
IV, n. e. 55 



484 tBTTOBB DI FAMIOUA 

lùrgU dei tuti che Usceranoo in lui um daretrole perpetaia 
rkordanta, spiogerlo alle grandi azioni ed alla gloria, ispi* 
rargli Tamore della Tiriti e preparargli oonsolaiioni nelle it- 
tersità ; rinno?are finalmente i canti di patria e di guerra, i 
canti epoici al cari alle antiche nazioni , òhe nobile scopo 1 che 
generota impresa! » 

Ili sia permesso, dopo quanto mi venne detto finora ia- 
tomo air insegnamento del canto , dimostrare lo stato in cui n 
trova oggidì quest* insegnamento in Germania nelle varie dsssi 
della società. 

Non Bì potrebbe per questo rispetto istituire alcun panl- 
lelo della Germania con qualsiasi altra nazione, se non mo- 
atrando di questa la grande inferiorità; non ò questo adanpe 
lo scopo che ci proponiamo, occupandoci della Germania eome 
abbiam fatto finora. Noi siamo lontani dal voler presentare 
questa nazione siccome un modello a tutte le altre. Ci conteo- 
liamo solamente di dimostrare ciò che abbiamo precedentemente 
affer.niato ; che cioè il canto e la musica sono colà difenati 
popolari, perchè forman parte deireducazione del popolo; e 
ne concludiamo che, cosi adoperando, tutte le altre nazioni , 
nessuna ecx^ettuata, possono raggiungere lo stesso scopo. La 
vita d'un popolo può paragonfirsi alla vita umana. Quanto più 
un uomo è rozzo, tanto più è soggetto alle impressioni dei sensi* 
Variano i modi di fare imf^ressione sui sensi, secondo il grado 
di civiltà che un popolo ha raggiunto. Grossolani pei selvaggi 
s" ingentiliscono questi in proporzione del posto viepiù elevato 
che prendono i popoli nella scala sociale. Quando questa gen- 
tilezza si fa sentire nei costumi , come nell'educazione del po« 
polo, agevol cosa riesce raccoglierne i frutti in quella guisa 
che con un'attenta cultura delle piante è facile procacciarsi 
un'abbondante ricolta. 

In tutte le scuole pubbliche della Germania , e principal- 
mente in Prussia, in Sassonia, in Baviera, nel Wnrtemberg» 
l'insegnamento del canto è prescritto dai Governi eMse parte 



AU.B LBni7EB DI PAMIGUi 435 

eiMBsMe seolastioa. Sieoome non è permesso sotto alcun pre^ 
testo ad an padre di famiglia d) priyare il suo figliuolo del- 
l' istnuione intorno alla lettura, alla scrittura, al calcolo» alta 
lingua, poiché tn questo caso è punito dalla legge; cosi 
nessuno pud dispensarsi di attendere allo studio del canto 
adottato nelle scuole. 

La prima questione che s! presenta è questa ; da chi è di* 
retto quest'insegnamento 7 Havyi dunque in Germania un tal 
numero di maestri di musica da poterne provyedere uno per 
ciascuna scuola delle città e villaggi f Ed inoltre da chi son 
fatte le spese necessarie a siffatto ordine di cose ? 

Tali questioni sono risolute dai regolamenti che prescrivono 
che ogni direttore di scuola sia nello stesso tempo maestro di 
eaolo. Chi non possiede quest'abilità è collocato nelle scuole 
ove , oltre il maestro principale , è necessaria la presenxa dhin 
maestro assistente. Nella nomina dei maestri poi i Governi ba- 
dano attentamente perchè Tuno dei due maestri sia abbastanza 
abile nelhi musica per poter diriger bene l'insegnamento di 
quest'arte. 

La legge vuole che 11 canto sia insegnato nelle $euoh ma- 
giurali y e nei HminarU dai matitri di icuola ; ma per procac* 
ciare un po' di soHievo al maestro, ed alleggerire a lui la fa- 
tica che gK cagionerebbe Tobbllgo di cantar egli stesso, dopo 
di aver atteso ai suoi doveri di professore nelle altre parti d'in- 
segnamento, si richiede da lui, come condizione della sua 
nomina e della sua coHocazione , che egli conosca almeno il 
violino per essere in grado di accompagnare con questo stru* 
mento il canto de* suol allievi. Vuoisi inoltre che egli abbia 
qualche pratica del pianoforte e dell'organo. 

Per mantenere poi, incoraggiare, perfezionare in questi 
stessi maestri il sentimento e Parte musicale, s'istituirono con- 
firtnx§ od 0$$ireizii settimanali , che si fanno sotto la direzione 
d'un loro collega eletto da essi in ragione della sua capacità, 
oppure anco sotto quella d'un parroco, d'un ispettore delle 
scuole a tal uopo Invitato. * 

AvvioBe sovente che i professor! d'una o più provincia 'si 
rhniseoBO annualmente per eseguire grandi opere vocali o istru- 
mentaM/ eori « Yt»ì d'udmini ed' anche oratorti. 

Del resto le autorità seolMtiche non si rimangono intera-'' 
mente estranee a questa propagazione dei gusto delta musica, 



436 liETTURB DI FAIUGLIA 

ed agli esercizi pratici che si fanno dai maestri di sciuda. Si 
somministrano ai più poveri od a quelli che hanno U solo ti* 
tolo di candidati gli strumenti necessari e gli scritti di musica 
che sono indispensabili « come il metodo « i canti ec.; stage- 
volano cosi i mezzi di raggiungere io scopo che è tanto alto 
locato nella pubblica estimazione. 

Tutto ciò che il maestro sa, può ifacilmente insegnarlo 
a' suoi alunni; il perchè non avv iene;; di rado trovare delle 
scuole di campagna dove i fanciulli eseguiscono con soddisfo- 
ziojie generale dei piccoli ca)ìti, delle piccole cantate a solo od 
in coro nelle feste scolastiche o religiose» 

Dal fin qui detto consegue naturalmente che nelle scuole 
d'un ordine più elevato t come nei convitti e nei pensionati si 
maschili che femminili , il canto e la musica sono coltivati con 
ancor maggior cura', e che vi si attende agli svolgimenti più 
elevati delFarte. 

Nei ginnasii il canto ed il disegno sono posti sulla stessa 
linea che le lingue classiche, la storia e le matematiche. 
L*arte con questo sistema cammina a pari passo colla scienza. 
L'uomo dolio che non ha potuto attendere allo studio dell'ar- 
te , languisce frequentemente assiso in faccia ai ponderosi e tar- 
lati volumi in foglio; laddove Terudito ed ammaestrato nella mo- 
sica si sente vincolato alla società con più stretti e dolci legami* 

Nelle scuole militari che ogni semplice soldato è obbligato 
a frequentare per apprendervi la lettura, la scrittura, il cal- 
colo ed i principj fondamentali dell'arte della guerra, s'inse- 
gnano pure gli elementi del canto. 

Si sentono perciò i soldati eseguire nelle vie , la sera io* 
nanzi alle loro caserme , i loro canti a quattro voci; essi can- 
tano a battaglioni intieri, recandosi di mattina all'esercizio ed 
alla manovra. Al loro ritorno non v'ò fatica che impedisca 
d* intonare i loro cori a piena voce, e di 'procacciarsi per tal 
modo un'utile e dilettevole ricreazione. 

Ma nulla parerla il momento solenne, quando più reg- 
gimenti si riuniscono all'aperto e, schierandosi in cerchio in- 
torno al loro predicatore militare , accordano le loro migliaia di 
voci per intonare un canto fermo; la qual cosaci rammenta il 
tempo in cui Gustavo Adolfo, circondato dai suoi Svedesi , alzava 
air Eterno mattina e sera la preghiera del coro: Nessuno ^ o 
Signare ^ può liberarmi, fuorché voi. 



E 8CB1TT1 PEft FANaULLl 437 

Viritate nei giorni feriali gli ospiti dei poveri e degli orfanelli 
' maschi o femmine; le loro classi s'aprono e si chiadono coi' 
canti ; nelle chiese da loro frequentate i fanciulli cantano con 
un'unzione ed un affetto deiranima che li trasporta in più beate 
regioni , e dimenticano la sorte crudele che minacciava la loro 
esistenza. 

Negli orfanatrofi più che altrove -sì scorge come il canto 
giovi ad animare ed abbellire resistenza dei fanciulli e del po- 
polo, che soave azione eserciti sulle feste scolastiche e nazio- 
nali, e quanto finalmente s'accordi col benessere della nazio- 
ne; il canto fa vibrare con maggior forzarle fibre del cuore e 
dell'anima che rimarrebbero inerti e mute sotto tutt'altro im- 
pulso ; il canto dà queir intimo calore che è necessario perchè 
la volontà acquisti quello slancio e queirentusiasmo che non 
potrebbero darle le sole forzo della ragione; il canto rafferma 
le risoluzioni deirallievo,. nobilita a' suoi occhi Io sjcopo che egli 
si propone. Il canto vuol dunque essere considerato come uno 
dei mezzi più efficaci per l'educazione delia gioventù. 

Nel canto la parola ed il tono si prestano un mutuo soc- 
corso: nn verso cantato sarà sempre più presto inteso e più 
vivamente sentito che un verso solamente pronunziato. 

Per la qual cosa, in tutti i tempi la storia ci presenta degli 
nomini che, altamente persuasi dell'influenza della musica sul 
popolo, attribuirono a quest'arte meravigliosi effetti, e se ne 
valsero per compiere nobili ed alte imprese» 

< Io vorrei^ disse un uomo grave del secolo decimosesto., 
poter lodare degnamente questo magnifico dono di Dio, che è 
fl la bell'arte della musica ; ma io trovo in quest'arte si nobili e' 
« grandi vantaggi, che io non so donde cominciare e come fini- 
• re ciò che vorrei dire a sua gloria ; io non so in che maniera e 
V sotto qual forma porla sott^occhio a tutti gli uomini per ren- 
<' derla loro più chiara ed apprezzata. La musica è il balsamo 
^ più efficace per calmare, rallegrare e vivificare il cuore di chi 
« soffre. La musica rende gli uomini più jlolci, più benevoli, più 
« modesti e più ragionevoli. 

« Io amai sempre la musica ; chi coltivò questuarle non può 
« non avere un'indole buona. Vuolnadogm eosto eonservarla 
' ^ik seuoh; un maestro di fanciulli dwe sapere il canto t isnza 
«f ài che egli m0ncm d'un potcntiaimo mexzo d'educazione. 



j 



439 LBTTOn DI FAHIGUA 

« La miisìct è^tin é&aa sublime che oi ha fitto Mèlo; ella 
« lieDo akaa dhe daUa teologia. Quel pece che le ae 8ó , aoa Io 
f flcambtarei om un tesoro. Vuoiti appr0ndm^ elftì jwwiWii e^ 
a U§^'art0 rh§ r&»d$ gli uomini buoni, prmdBnti, ad^H^ium 

« |« attr0 arti* . . • j- 

a Fra le arti e gli esercizi musicali il canto è il migKor» di 
« tatti; voi eoo 1* ineontrate né davanti ai tribunaK né fra i ris 
« saBli ; chi sa caetare non t'abbandona né al dotare uè alla ma- 
« liMonia. & gaio e liete, e seàcoia col canto le cere aflanaos^. 



CRONACA DEL MESE 



Annimiiando il mese passato rorribile altentato commesso cooUo 
la vita dell'Imperatore di rrancia non potemmo dime altro che quello 
che si seppe dal primi avvisi telegrafici , dai quali non appirifano 
tulle le «iffcostanse che han fatto sembrar quasi miracolosa Issalreiia 
dell'Imperatore e dell'Imperatrice. 

Gli assassini, poiché allro geme non possono mevilere glieiw» 
di tanla scelleraleasa , non avevano avuto rilegoo di sacrifieiw w 
numerò grandissimo di persone, che essi neppur potevansouoacerei 
purché neirnniversale esterminio anche V Imperatore restasse collo. 
Avevano a liuesfoggetlo preparalo delle bombe ripiene di falminalo 
di mercurio, la di cui, forza nell'esplodere è Unto superiore aquefl» 
d'ogni altra composizione di questo genere, che ò stato calcolalo che 
ogni bomba doveva scheggiarsi in non meno di centoventi a cesio. 
quaranta pesai, ognuno dei quali avrebbe recalo morte o ferite dorè 
avesse colpito* Queste bombe erano preparate per modo che l*ur!eoealiv 
il terreno bastava a farle scoppiare , e le tre sole ohe «aptusere forsoo 
capaci di uccidere o ferire più o men gravemeote da pio di oeslo- 
cinquanta individui fra quelli del seguito dell' Imperatore e f ra i pe«- 
flci cittadini che sì trovarono in vicinanza dell'ingresso dell' Opera. 
Di 28 cavalli montati dalla guardia dell'Imperatore 24 rcstaron feriU. 
La bomba che esplose in maggior vicinanza alla carrozza imperiale 
uccise uno dei cavalli, ne feri l'altro mortalmente, feri il cocchiere, 
orìvellddiia fori la carrozza stessa, feri noli* interno di essa il geoe- 
rale Hougoet , che era situato sul davanti , traversò con una scheggi* 
il cappeUo dello stesae Imperatore ed egli e PimperelrloefÉrsoe fUss^ 
L'Imperatore non perse il suo sangue Ireddoj e ad «nuaMale, cks lo 



B SCURI ni wàMemLi 4S9 

MlIeGìtovt a ft9«M)ore.e « salvani, rùipgeq faMidogli Mswvare Ae 
ave?a ^kn^otioalo di abbaware il inaslamo. dalla «^rraiaa. 

L'attentalo fa macohiiiato e pra^ralQ in laghiUerra : lo bombo 
faroo fallo fabbricare a Birmingham : Ire roAigiali, un eorto oonlo Or- 
8ioi , nn Pieri » o no lai. Rodio ilaliani parllroo da Londra por Bm^ 
seliesidi là ai recarono a Parigi per dare eaocoaiono al feroce pro- 
posilo. La poliaia francese aveva avnlo qualche avuiso anlla partenia 
di individni sotpelli per Parigi , ma non era rioaoila a identificare le 
perfooe , .percbè i Ire accennali avevano passaporto iogleae , e parla- 
raoo qoella lingua simalando benissimo la naiionalilà* Ci<l^ non diamene 
il Pieri venne arrestato qualche minuto avanti l'esplosiono della prima 
bomba, l'Orsini rimape ferito» e* fu scoperto dal suo servitore Go- 
mez y che scopcertoto andava cercando del eoo padrone ohe diceva fe- 
rito , e non voleva indicarne il iiome. 

Molli altri arresti furono falli > ma non sembra ohe vi stono altri 
Gompromeaai. nella eongiora : dicesi infatti che quasi lutti gli altri sono 
slati rilasciali. 

Il Sonalo, il Corpo legislativo, il GonaigUo di stato. Tarmata , i 
BMoicIpi , molle corporaaioni di arligiimi hanno fello a gara a man- 
dar depolaiioni e a portar indiriizi di congralolasione all'Imperatore e 
all'lmimratrice per la salvesia co^ prodigiosamenle otiennta. L'Impe- 
ratore stesso aprendo in persona la aessione del Corpo legislativo il 
dì 18 disse che qooU'elteniato aveva consolidala viepiù la sna dinastia, 
perchè tulli i Francesi si sarebbero slrelti intorno alla culla del Prin- 
cipe iasperiato quando egli fosse rimasto vittima degli assnssinL 

Intanto il governo francese profittò della generale indignasione 
por sopprimere. due giornali organi dei dae partiti opposti; lo Spel- 
UiiMir del partito togiUimista e la Rivué de ParU organo del partito 
r^bblicaoQ, i q^ili non lasciavano da vario tempo occasiono di attac* 
cara raitnal regime di Francia, benebò lo tooessero con molta riserva, 
e pia per via di allusioni che direttamente ; ed una nuova legge fn 
prosentata al Corpo legislativo per sottoporre ad una pena speciale le 
provocazioni a delitti di ribellione e agli attontati contro la persona 
dell'Imperatore e delt'Imperalrtce, ta vendita, distribuzione , odeton- 
ziooe di macchine micidiali • e di polveri lelminanli» senza aotorusa«> 
tiooe speciato ;. e per dar facoltà ai tribunali ordinari di decretare 
l'iiTtemamento nei dipartimenti, o io Algeria » o anche l'espolalone 
dalla Francia, di qoegl' individui che si mostrassero pericolosi aita pob^ 
blica sicurezza. 

Fu anche levata la voce contro due giornali del Belgio il Ora- 
peou e il CroeodU che avevano avuta la sfrontatezza di encomiar rat- 
tentato; e il governo Belga prese immantinente delle misure contro 
di loro, e propose una legge per punire chi si facesse apologista di al- 



UO LBTTimB DI PAniQhìÉL 

lealati «oolro i go?erai slranieri. Né qui bì rimasdro le misore di 
precaoiione soggerite dall'aUentato : ai volsero gli occhi alPInghilterra 
e ai fece senlire qoaoto mal ai aoffriaae ehó ella laaeiaaae macchinare 
e preparar tranquillamente aimili delilti all'ombra della accoglieoxa 
che totti i refogiati politici vi incontrano. Dicesi ohe fosse anche do- 
mandata l'espnlsione di alcuni; ma 1* Inghilterra si è mostrata pronU 
a vigilare più attentamente i refogiati ; a ponir qoelli che macchinas- 
sero contro la tranquillità dei governi amici , ma non molerà per 
questo le sue leggi sulla tradisionale libertà d'asilo accordato a (alti 
ì refugiali europei. 

jf 
Le notine dell'India son sempre gravi per griagfesi. I rinfoni 
di troppe europee vi giungono con lentezza, e valgono appena a ri- 
pianare i vooli che le malattie e le stragj hanno recalo fra le troppe 
rimaste fedeli, il Regno di Onde è loUo in mano agli insorti, e se 
ringhilterra vorrà tornare a dominarlo, bisogna che ne faccia un'al- 
tra volta la conquista. L'insurrezione fa sempre dei progressi nel 
Bengala, e nonostante le vittorie dei generali inglesi le bande degli 
insorti ricompariscono, e intercettano le comunicazioni anehe fra Cal- 
cutta e BombaJ. 

Il matrimonio del Principe di Prussia colla Principessa d'Inghil- 
terra ha tenuto in feste la Corte di Londra. 

Tutto ciò ha contribuito ad aggiornare di fatto la risoluzione delle 
questioni dell'ordinamento dei principati danubiani , e della naviga- 
zione del Danubio che avrebbero dovuto trattarsi nelle coofereoie di 
Parigi. 

Dioesi vicina ad ana composizione amichevole la vertenza di Na- 

' poli con lo potenze occidentali Francia e Inghilterra, mentre s'inasprisce 

la inimicizia fra Xapoii e il Piemonte per la cattura del Cagliari che 

è atato dichiarato dalle autorità Napoletane di buona preda, meotre i 

mintatri piemontesi ne reclamano la restituzione. 

Le ultime notizie portano che Lord Palmerston ha proposta 
un'emenda alle leggi inglesi sull'assassinio e sulle congiure : in que- 
sta occasione alcuni deputati nelle Camere dei Comuni e priocipal- 
mente Roebaok hanno parlato con molta violenza contro alcune espres- 
sioni adoperate in Francia negli indirizzi presentati alf'lmj^ratore, 
e nelle quali si vuol vedere una minaccia all'Inghilterra per la sua 
tolloranza verso i refogiati politici. a. a. e. 



v^xi^/ 



Voi. IV. {Febbraio *8ti9) N.* « 

LETTURE DI FAMIGU A 

DI niIBNZB 



LA MONETA DI DIECI LIRE 



Lvisal O LnifMi 1 gmvdate cAe Mia mmitlà^ diteci lire 
ni ha dato in^^ifiesto pMto la^mamnia I Perchè t)ggi è il mio 
giorno di natoita , la« fta mi ha «mandata'due bei IfM di %ii- 
re , e la mmNtta deU^Bmina' na* bett^aneUino ii*oro.... iPeraltro 
questa moneta sola tniUa più piacere dì lotti quei regali measi 
insieme I 

— Perchè lei non è assuefatta ad aver quattrini. 

— Questo non è vero , rispose la Delfina f quando vado 
fuori, la mamma mi dà spessissimo t» ^meixo paolo tper fare 
quakfae elemoBiaa. 

— O per comperarsi dei pasticcini ! soggiunse aorridaado la 
Luisa; neao qualche cosa,! 

— Lo credo I te ne ^doaeinpre «n peazellMiol 

— Perchè io stia aitla , «mi è vero ? 

— Ohi si, dbc'^tt par di paaliacini per<selttiaiaÉa»Bsiitffr- 
ranno un bel malel mangio tante cUceheiei casal 

— Appunto per questo , la wn dovrebbetcomperarte fiiori ; 
e iflfcoa oon'qoel danaro potrAbe tee tante eleolosine. 

— Ma 4o non passo andate a cevcave i |»veri;«anl»aehè 
ne^iocontfo, non^ muso mai di dar -loro qwaliJhe cosa ! 

IV. II. a. M 



4(2 LBTTimft DI rAipauA 

-^ Eh 1 aignorina mia , ce ne sono tanti clie non ckiedoiio 
per vergogna, e che hanno più bisogno degli altri I 

— Sarà yere. Ma siccome non ThanoD scritlo snl viso, io 
non mi posso mettere a urlare per la strada: « Chi vuole due 
crazie 1 chi vuole un mezzo paolo! » Ohi ma che bella mooeU! 
e la Delfina guardava con aomma .compiacenza il suo denaro* 
Dieci lirel ma dieci lire non possono mai venire a finel Luisa* 
che cosa è più un paolo t o una lira? 

— Comel io che sono una povera cameriera, dovrò saperne 
più di lei che ha tanti maestri ? 

— Questo non mi spiega se una lira è meno o più d'on 
paolo. 

— Una lira vale un paolo e mezzo. 

— Davvero 1 esclamò la Delfina ; ma dunque quanti paoli 
vale questa moneta? 

— Quindici. 

— Quindici I io ho quindici paoli! una moneta, non di 
dieci lire, ma di quindici paoli! 

— Ma è la stessa cosa ! 

— Nò. Quindici paoli mi sembrano di più. Quindici è più 
di dieci 1 Ditemi Luisa, credete voi, che ci aieno molte, ma 
molte persone in Firense » le quali abbiano quindici paoli? 

— Molte persone ? sicuro 1 ma non molte bambMie. Seotiaioo 
un polche cosa comprerà con questa ntfmetiu 

— Quante cose comprerò, dovete dire. Già vi faccio un 
regalo. 

~ A me? 

— 81 a voi: un reatito. 

-* Un vestito 1 ma le pare ? dovrebbe ap o n doto tutta la 
sua monetai 

— Ohi allora vi comprerò un grembiule di seta. 

— Ma la seta in oggi costa tanto cara 1 

— £ io lo comprerò di lana; poi comprerò.... Ma basta, 
sarà meglio ch'io fiiccia come fa la mamma; scriverò tutte io 
cose The voglio comperare. 

— 8^, sarà meglio, rispose la buona Luisa; e senta » cara 
signora Delfina , ne ho abbastanza dei grembiuli , non stia a 
metterio sulla lista ; bensi la ringrazio del pensiero. 

— Come volete, Luisa; ma io ve lo faceva volentieri que- 
sto regalo; tanto sono ricca! Ohi sentita^, hanno suonato! 



K SCAlTTt PBA FANCinLLI 448 

— Sarà forse la signora.' 

— No. La Dìamiha è andata a far delle visite, non può 
essere già di ritorno. Sarà rEmma; fatela passare nel salottino 
della mamma : cosi mi ajuterà a far la lista delle eompre. 

La Luisa corse ad aprire, ed era infatti TEmma, graziosa 
e boona batnMifa, presso a poco dèlPetà della Delfina; e abi- 
tava nello stesso casamento. Le madri delle fanciulle erano 
amiche fin dall' inftinpiia , ed ò ben naturale ebe le due figlino- 
lette vedendosi giomaimetite , avendo le stesse inclinazioni e 
quasi lo stesso carattere , si fossero pure strettamente legale in 
amicizia; 

Appena entrata nel calottino , la Delfina , corse ad abbrac^ 
dare Tamica, e colla più gran gioia le mostrò la celebre mo- 
neta ; e subito Ai ammirata , e girata per lotti ì vèrsi dall' Emma. 

— Ora vieni accanto a me» disse la Delfina, per aiutarmi 
a scrivere la lisla di tutte le cose eh* io voglio comperare co» 
questi émari. PHma di tott<^ mi ci voole una bella bambocci 

— Ma se né halrdtté ! 

— Una ha il naso jotto e Tallra è troppo piccina -. E tutte 
dae le bambine si assisero sul canapo dinanzi al tavolino. La 
Delfina prese m bel foglio di carta , la falsa riga, la penna, e 
scrisse: 

— Um beila bMbola.^ ' 
-* Oh! bai fatto subito MÒ sbaglio, disse l'Emma, la 

quale tenendo il capo appoggiato sulla spalla dell'amica , se- 
guitava con gir occhi la penna. Hai scritto bambola con i^n n, 
e et vuole un m. 

— Dunque coli* iti disse la Delfina. E la bambola deve es- 
sere di quelle che girano gli occhi e che piangono a tirarle per 
le gambe; ma tutto questo non lo starò a scrrvere.... E poi? 

aiutami 1 

— Compra un corredo per la bàmbola. 

— Ci vorrà un corredo? che cosa è? • 

— Vuoi dire, cominciando dalle calze, tutto il necessario 
per vestirla. 

— Ah! si, sii bai ragione: m cùredo. 

^ Oh 1 ecco un altro sbaglio l hai messo un r di meno. 

— Io non ho scritto mai correda; è una parola tua; ma 
eccoti un r; uè vuoi dell'altre? Oh, ora comprerò qualche cosa 
per me. 



44% UrrOBB 01 FAMKiLU- 

— O la bambola non è per te? 

— * 81^ iBA il corredo è per la batoboUi*- . 
« MUti ehie-- ckikm.* 

— Danqoe? 

— Non Bài rioofdo pia se cbioohe ai scrive co» ine A Al 
-^ Non la scrivere. tutu intera la parola; metti nn CL, e 

tii< saprai che Torrfc dire chicche. 

-~. Ho capito», non Io sai nernsaeno tn ooièe si aerici 
-r- Io non ci* sono, ancora arrivata, costi ; ho solamente ne- 
ve annil 

— B io ne ho solamente otto , danqoe sono e deva easere 
più isMUetro di te* Ora dimmi che cosa ti piace? 

-^ A me? a nie piace tottol 

--T Lo credo ; ma io non posso, comprarti Hitlow Ponuanio 
aqaakhe cesa di bellinD -, e pon^ la penna» e lotte due si dm- 
sere a guardare fisse il soffitto della stanza-» come per iipi- 
rmnL.Sopa nn poco di raccoglimento» la Delfina, piwnppe: 

— Ti piacciono le pasticche di giuggiole? 
-^ Moltissimo* 

-— SuiMiue: « Paatio***» Pastict. ••• Ohi aoohe ^pifista Sai- 
sce osa quel benedetto ieeh$ ; e io scriverò abbreviato» Ma qas- 
sto è poco; voglio fartene due dei regali. Pensiamo a quelPakiOf 
e si misero di bel nuovo in atto di persoae> coiitem|itative. 

-^ Ti piacerebbe una Sitatmome^f domandò risoiatamente 
laDelfina* 

^ Una Filmrmimiea^t esclamò tutta spaurita l'Emma. Ma 
la Filarmonica è una casa grande grande , dove, le nostre mam- 
me vamia di tAmpo in .tempe a sentir suenase e. cantare. 

•— Che! io. voglio pe^lare di certe scatoline» che si cari- 
cano eoe nna chiave , e che smmane tanti peszettini di ma- 
sica. Dunque la vuoi? 

— Sicuro, la piglteeò. vol9ntieri , se. vuoi comprarmela. 

— Ora che ci penso». ne voglio una anche per me. 

-^ È inutile» siamo sempre insieme , ti servirai della mia 
come se fosse tua. 

— Bene dunque: « Vm FUntfmmiea ». Ohi tof^o anche 
un pappagallo! 

— Un pappagallo? ma costano molto sai? Ho sentito dire 
a<mio sio» che a Parigi coatano ancbei cento franchi. 



' B MMnf ria f A«fiDU.i 4U 

*- AFmìi^, pud( eatite; i^a qui eo^wmù «enÉ^ E poi* 
tn parli di fraachi, a qai si fraManieata oMiiaahe di paoli. a 
di \m*^ Dtaei lii« . a qoiftdiai pMlif ai b célia ? - B batteva 
eoa soddisfasione il fuo ditino indice della destra aolk-bella 
moneta. 

— Ma. UD fraaco é più d^ima liral me Fba. delta lo zio. 

— Ob 1 ma sai, ohe è wi gran cèiacGbieiioao il tuo cara 
noi rispose «n pò* iodispaltita la Delfina.» etviiali mailer bocca 
in ogni ossa l... Daaqiie 4H>mpterò ioTece» an CwdMmok 

— Saaà .meglio , e dove lo meMenai? 
-r- In MIMI ^oMta. E Offa ? 

Io questo momento entrò la madre, della Delfina » « dopo 
avare abbracoiato lo baasbine domandò loro cbe ooaa 'facesaero» 
La Delfina lo. moatr^ la lista. La sig. C..^ dopoavernje letto il 
oonlemitOv la: consigliò soividendo a far paolo. La. fanciulla ob^ 
bedl, e fu fissato che it giorno dopo saretbbero andate inaiar 
ne oott. l'Emma a fir le compre^. 

La. .mattina dipoi» la Delfina si svegliò quasi airalha^ a 
con graadissimo albrao . di valontò, restò nel ano .lettino fino n 
tanto che la Luisa fu iil ordine per vestirla. Ah ! come il tenyo 
le sembrò lungo 1 le ore noa scorrevano mài 1 La mamma le 
aveva. dallo che sarebbero andate fuori a niflisiO|^onio$ ana aUe 
ondid la IMfina aveva giò il suo cappellinp in capo t i guanti 
la nuano » e la moneta e la lista nella bonsia , e ritta, ia piodi 
guardava senza quasi batter palpebra la lancetta di uà bellis- 
simo orologio, che era sopra ii;camminettiO nel salotiD. Final- 
mente^ eomeilcìei voUe, metaodi suonò» e la signora G« osci 
dalla sua camera tutta allestita e con grandissima contentezza 
della Delfina* L'Emma pwe era pronta, di modo che poAerono 
senza indugio scender le scale. Il primo capo notato sulla li- 
sta, era hi. bambola: entraroMo donqoA in una bella bottega 
di balocchi per sceglierne una. Sia la. Delfina ora molto, inooiv 
tentabile 1 Questa le pareva . troppo rossa nelle gota, quella 
soiaigliava a^ndo lei troppo alla ana lavaadi^, l'una pian- 
geva male» rattfa aveva {^i occhi fissi4 ma in fi>ndo il mag- 
giore di tutti i difetti era sempre quello del prezzo» U pyndrone 
della bottega non. aveva io bocca altro cheSOt. 25 e, 30 paoli 1 
e la povera bambina tolta confusa» propose sotto voce alla 
mamoM di andare in on'altra bottegai Quando, funwio por la 
strada , l'Emma disse alla Delfina: 



446 LBVmK M FAMMUML * 

^ Se io foni in te , non oomprerei la bMiboli , Unto 
quella cbe hai è tempre beliiéa t 

— Ma la mia però non piange 1 rìapoae quasi piangendo 
ella medesima* 

— Ma ha bei capelli rossi 1 e gira gli occhi. 

— Ne gira uno solo ! interruppe la l>eMÌBa ; quell'altro é 
guasto; e poi ha il naso sbucciato! non te ne mordi? 

La signora G. che avev^ udito questo breve dialogo, du- 
rava fatica a rattenere le risa. Erano allora in una strada poco 
frequentata, quando ameno di essa i ncontrarone due donne, 
le quali parevano dalle vesti due pevere canìpagaiiele. Dna di 
50 anni in circa » l'altra di 16 o 18. Esse mestamente guarda- 
rono la signora C; fecero un atto, come per volerle parlare, 
indi cònfttse e incerte proseguirono il camniiino. Ma Catti pochi 
passi si fermarono , e voltandosi indietro , incontrarono «nova- 
mente lo sguardo della signora , la quale mossa da un'arcana 
simpatia erasi pure voltata. Allora quelle due donne, oeme se 
dal benevole atto avessero preso coraggio, ritornarono indietro, 
e la donna di età disse con aeeento rispettoso e timido alh 
signora G. 

— Perdoni, signora»..,* mi saprelibe dire, se quello là, e 
accennava una bottega, è un parrucchiere che lavora molto? 

— Non saprei , buona donna , rispose dolcemente la signo- 
ra G., poiché io non lo coneneo; ma ve n'è un altro in fondo 
alla strada. ' 

-^ Eh 1 ci siamo stale 1 ma ci ha detto che non iM)teva dar 
retta, e che non compra nulla! Si prorerà da questo L. la 
scusi !... ^ 

Allungarono il passo , e in un attimo entrarono nella i>ot- 
tega del parrucchiere. 

-- O che cosa mai quelle povere donne anderanno a fare 
dal parrucchiere , eh mamma 7 

— Quasi crederei di figurarmelo; ma per sincerarmene, 
voglio con qualche preteste entrare anch'io In quella bottega. 

-*- Ha veduto , signora G. , come quella povera ragasis é 
bellina? disse l'Emma. 

— No, giacché, per dirti il vero, il volto melaneenieo e 
patito della vecchia tirava a sé tutta la mia attentione; e poi 
quel ^ran eappello di paglia delia giovane , la nascondeva in- 
tieramente ai miei sguardi. 



B SCaiTTl Fn FANGUrUI H7 

— Ma B^i «he mmo piccine » abbiamopotalp vederla be^ 
ne, e U awicuro, «ara maoMna, che TEinaia ba ragipne*: queU^ 
ragaua è nu^to bellina. 

— Ora la Yedremo» diase la aig. C; ed entrarono lutt^ 
nella boltega. 

Non yì era aUri fuorché il padrone^ e. le : due donne ohe 
già oonoaciainot II .parrucchiere era un.uoaio vecchiotto, pie* 
colo e greaao ; e la aua fiaonomia dava fi conoaoere una certa 
boatà d'animo,. La ragazza si era levato il cappello; i «noi ca- 
pelli biondi belliaaimi erano tutti acioltì , e tanto lunghi che 
passavano le ginocchia* Vedendo entrare la 'signora colle barn-; 
bine, le due donne si guardarono sbigottite; e la gioitane ar* 
rossi. Il parrucchiere offerse subito i suoi servigli alla sifpno* 
ra; ma ques.ta volle che egli finisse prima di dare ascolto alle 
due donne. Allora voltandosi a q.ueUe: 

— Dmicpie^ come vi ho detto i vi dò dieci paoli : convengo 
cbe i capelli sono lunghi, docili « fini (e ne prendeva delle 
ciocche in mano.» facendole ^i ricadere ) , jna io Aon posso darvi 
di più. 

— Che bei capelli , disse sorridendo di compiacenza la De^ 
fina, ed. avvicinandosi alla' ragaziSEa. 

— Sono più lunghi di quelli deUa mamma « disse TEmma ; 
e g| che tutti gli ammirano tanto! 

— Son belli , eh > signorina ? dissala vecchia.— confesso che 
mi piange il cuore a farglieli tagliare ! 

— Farglieli tagliar^ ! esclamarono con dokre e aUo stesso 
tempo le due bambine , le quali fino allora non. avevano ca-» 
pilo di che cosa si trattasse. * 

-— Non mi era ingannata I disse fra sé la signora C. •£ ora ^ 
ebe il Cielo inspiri la mia figliuola , e sarò felice I 

Eh ! il bisogno « signorine mie I il bisogno ci costringe , 
dissella vecchia. 

— E non potete proprio far^ altrimenti? domandò la si* 
gnora C. 

-* Le diròaéqza soggezione pgiii cosa.»* Ha la bontà d*in- 
irrrogarmi ; la scuserà.... Siamo due povere pigionali di fuor di 
PorU alla Grotte; questa Tè la mia figlinola ^, che lavora d^ 
sarta. U mio marito pover uomo , andava per opra ; ma uf 
giorno s'allettò ; e io non volli mandarlo subito allo Spedale. 



FiiicM piftétti'lotmiithi CMa; il dottor» ^eirita tutti i giani. 
im ««Ala iiitéreiM , perchè è la porla de'galaotiioiiikii. Àuf 
speaao speaso le portava lui le medicine! Poveri 8*era dipriflM.-. 
La gli dia pof , senza guadagni « e coUa malattia; certi po*di 
soldi che s'erano messi da parte per la pigione se n*ÉndafOBo 
tolti 1 Finalmente il mio povero maritò ha dorato andare-, allo 
Spedale 1 E ora il padrone di casa mi ha detto che se non gli 
pngo la pigione, comanda i gtnntfarmi a pigliarmi la rébil Le 
son> venti lire: dtoei; a fbrsa di stenti , m*è rieftoito di neespet- 
farle ; e ipièlle altre dieci , che cosa vuole t Questa bnOtoa crea- 
tura m'ha offerto di fìarsi tagliare e di vendere i snoi eapeE... 
— - Dunque, poverina , non vi dispiace di perderli? demanio 
cortimessa la sig. C... alla ragana. 

— A me 1... no.... tiossignora I rispose questa..- Che can 
non farei per ajutare la mataima? B in ciò dire scafnrinBo 
dai suoi occhi due grosse laortme chVIla Invano tf sforzava di 
nascondere; e le nìChne parole erano state profcrite tea voce 
allenta ; «icthè si vedeva maniflssta in qveH'snriina la lotta 
tra la prontezza al sacrifizio e il dolore di perdere la Mh 
chioma * 

-- Fatti coraggio, figliuola aKia) tu sei giòffMre, i capelK ti 
rialhMigfaeranno presto t' da un'aHra pane ho dovuto acoellare 
subito la tua offerta.... come vuoi tueh^io TkceÉél ? 9d mimetto 
a ditedcfr l'elemosioa , il mio povero taiaritomorii^bbe dalla ver- 
gogna e dal dolore 1 

— Povera donna, disae il parrucchiere intonerito... Andia- 
mo , vi thrrò dodici paoli , pefrchè voi mi fhte proprio tx>npes- 
aione. 

In tutto ^qoeato tempo la signora €. 'gommava attentamente 
con la coda dell'occhto la figliuola , la ifuale 1M prèsa da fieri 
agfttazione ; e con estrema segreta gioia, la vide più volte met- 
tere quasi macchinalmente la mano alla borsa. 
* — Bbbene , dÌBèe la vecchia , prenderò 1 HlMicl*ptfoli: taglia- 
teli ! per il resto Iddio ci ajuterà. 

-^Dunque/ coraggio! soggiunse il ' parruoébiefe alia ra- 
gazza; mettetevi a sederò qui su questa «q^giola; e preadeado 
un pàio di grosse forhici s*accingeva olla operazioDe; ma al- 
r improvvisa fu tfattenoto da vn grido dt dolore della Mfeti 
la qoite èidlaèaòMSinghìozzando. 



B SGftlTT] PBB ' PARCIULLI 4^9 

— Fermatevi! fermatefi! noi non li tagliate; e voltandosi 
allt ragazza: Eccovi died lire! e le pose in mano la aua bella 
noDeta. 

Descrivere lo stupore di tutti, e la contentezza della si* 
^oora C. è cosa per me impofleibile. La Delfina era oltre ogni 
dire intenerita ; le carezze e un bacio della madre e dell* Em- 
ma, e la riconoscenza che piangendo di giubbilo le maaifesta- 
Tioo quelle semplici e sensibili donne, la ricompensarono lar- 
gamente delia sua buona azione. 

— Buona fanciulla, disse la gig. C, tu puoi accettare senza 
rossore quel denaro; non è un'elemosina, no; anzi valutando 
la gioia che per cagion tua io provo nel cuore , sono invece io 
tua debitrice. 

— Ahi signora, rispose la vecchia, la ci permetta alla mia 
figliuola e a me di baciarle la mano! non per ringraziarla, per- 
ché e'non si saprebbe che cosa dire! Iddio la rimeriterà; ma 
per mostrarle rispetto, e quasi per divozione, perchè lei ha un 
angiolo con sèi E le due donne baciarono con espansione ambo 
le mani della signora G.«. E quando uscirono dalla bottega ave- 
vano tutte le lacrìme agli occhi, ma erano lacrime di conso- 
iaziose e di aperaiiia; perfino il parrucchiere, nel richiudere 
l'uscio, si rasciugò gli occhi col rovescio della mano, non pen- 
sando pia a domandare alla signora per qual ragione fosse 
entrata in bottega* 

— E ora dove anderemo^? Potreste voi figurarvelo? disse 
la signora G. alle bambine. 

— Io non lo so davvero! disse FEmma. 

— Ma io scommetto che anderemo a casa , rispose la Delfi- 
na; ora non v'è più occasione d'entrare in altre botteghe. 

— Anzi, riprese la signora C... anderemo a comperare 
tuUo ciò che è scritto sulla tua lista! Non già che io voglia 
ncompensare la tua buona azione. Tu hai fallo il luo dovere ; 
la sola ricompensa desiderabile sta nella tua contentezza e 
nella mia.... 

— Ah mamma! È vero, è vero! La tua contentezza è un 
tesoro che vale più d'ogni cosa.*., esclamò quasi fuori di sé dal 
giubbilo la Delfina ; e senza pensare che erano in mezzo alla 
strada, abbracciò forte forte le gambe alla mamma, e volle 
>in altro bacio. 

IV. ft. e. 57 



tKO LBrrou oi rAmauA 

— Gare iMinbiiic miei Siele tempre baoneewriUteyoli, 
eeguitò a dire la sig. C: fincbà aarele piccine ne avrete ricoiih 
pensa nella contenteiza dei vostri genitori; e quando sarete 
grandi, la troverete nella voatra eosctenxa e nella benediiione 
del Cielo, giacché rieerdatevi sempre che chi dà al povero, im- 
presta a Diol 

teoDlma Gordigiani. 



APOLOGHI 



3. 



L'anrora arerà a poco a poco sgombrato dal balxo orien- 
tale le nabi della notte , e dipingerà gli ultimi confini del* 
lorizzonte con i lìeri e sfumati colori del miattiiio. Co 
soavissimo fiato di seffiro stormiva con basso mormorio estro 
le chiome dei fronsuti alberi, e la aatnra toUa lìnnoTdbfa 
di Morello rigooe, più lieta e più bella si destara con la loce 
dal sonno riparatore. Contemplarail sublime spetUcolo un 
filosofo arabo , uomo merariglioso nella scienza » di ogni bel- 
l'arte ornato» e perito eziandio nell* intendere» nonché ogni 
umana farella , quella che parlan seco loro le bestie. Ora 
ar venne che passando costui sotto un albero rigjOfroso» scorse 
io una foglia» entro una gocciola di rugiada» i|na nirìadedi 
quei piccolissimi e stupendi atomi rirenti » che si appellano | 
infnsorii, i quali parea che insieme tenessero. etretto ragiona- 
mento» come mossi da cosa di non Iier|Klomento. Laonde 
inchinato l'orecchio» stette ed odi queaìp^onciusione di una 
più lunga dicerìa» tenuta dal più recelVo: « Cosi» come vi 
dicera» nei miei pellegrinaggi fra gli nomini non mi ^^ 
dato conoscere fuorché quanto sian essi ingrati e discono- 
scenti ai beni che vengon loro dati copiosameate dalla 
mano amorosa de^a Prorridcnza. Delle ricchcMe si servono, 



B SCUTffl Mi FàllGIIIUI 451 

non a conroiio e* sollievo dei miseri , ma a sfogo e compia* 
cimento dì ogni caprìccio , e dell'ingegno eziandio fanno mi- 
serabil getlito, e lo deturpano e lo avviliscono senza pudore 
ti mondo. Noi per fermo siamo assai migliori di loro, poiché 
nella nostra generaiione qon vi fu mai esempio che uno di 
noi o dei nostri maggiori si attentasse giammai a rompere 
i limiti che Dio con provvido consiglio ha segnato a tntti 
gli esseri che compongono la creazione tutta quanta. Ho 
detto ». 

II filosofo » dispiacente di esser giunto un poco tardi , e 
sospirando, esclamò: 

« Piacesse ai cielo, che tutti gli uomini avesser come 
me potato udire il ragionamento di questa saggia bestiolina. 
Io sarei certo ehe li prenderebbe vergogna del loro tristo 
operare, e che da quell'ora in poi cercherebbero con ogni 
stadio di non meritare quel duro rimproccio, che un giorno 
fari loro Iddio, dicendo ». - <( Io vi ho costituiti sopra tutti 
gli esseri del mondo, dotandovi d'intelletto e ragione, e voi 
yì siete posti al di sotto di tutti , spregiando Tono e rine- 
gando l'altra ». 



IL POVERO CECOLINO 



FaoelnUettt , che psssste 
Vispi e lieti per la vìa. 
Do istante il pie fermate ; 
Vi trattenga la pietà. 

Fanciolletti al cecolino - 
Fate un po' di caritA. 

Appressatevi alla stanza 
Dell'albBao, del dolore , 
Dote fino ogni speranza 
Dei prim'anni speota è gii. 
Faneinlletti ec. 



Nacqoi cieco , e della vita 
Fin dal primo mio sospiro 
Ogni gioja a me rapita 
Fa da tanta acerbità. 
Fancialletti ee. 



Doro pan maflkte e searso 
Il mio vivere alimenta ; 
B ristoro al sen riarso 
D*acqaa un sorso appena dà. 
Fancialletti ec. 



452 



LBVOAB DI ITAMiaUA 



l'oca paglia porge an loUo 

Al mio fianco affranlo e lasso; 
Né altro asilo ho fuor del tetto 
Dove alberga povertà. 
Faneìolletti ec. 

La mia mamma • poverina t 
Per camparsi la giornata , 
Qoi mi porta la maUina , 
Mi dà UQ bacio , e poi sen va. 
Panciulletti ec. 

Sento il pianto che diffonde 
Giù pel volto la meschina; 
Ma quel volto oh Dio! m'asconde^ 
Una tetra oscurila. 
FancijiUelli ee. 

Voi beati! a cai il sorriso 
Della cara gaaiirica 
Fa gustar di Paradiso 
Una dolce voluttà. 
Fancinlletti ec. 

lo son cieco, e solo io sento 
Qoi del sol la sferza ardente; 
Ma il SQO lome è per me spento 
Per me spento ognor sarai 
Fancinlletti ec. 

Oh felice ! chi vedere 

Può del sole lo splendore; 
. Chi per esso pqò godere 
Del creato la beltà. 
Fancinlletti ec. 



lo sepoUo nel' tremendo 

Capo orror di eterna notte, 
Di qael bene io sol comprendo 
Il valor , che egoal non ha. 
Fanciolletti ec. 

Odo il mondo a me d'intorno 

Che qoal turbine si aggira , 
* Ma confino tallo il giorno 
Qoi mi tien la cecitàu 
FanciuUetli ec. 

Nato al pianto , degli ailanni 
La lunghissima catena 
Qui coi giorni, qoi cogli anni 
Sto contando di min età. 
Fancinlletti ec. 

Come voi Anciallo anch'io 
Quanto son più svenloralo! 
Ahi ! che stato eguale al dìo 
Sulla terra non si dà I 
Fanciutletti ec. 

fratelli nel Signore , 

Se sventura or ci separa, 
Non dividaci l'amore , 
Ma ci stringa in amistà. 
Fancinlletti ec 

Sol dì un misero denaro 
Soccorrete ad un meschioo: 
Alla fame alcun riparo 
Con un tono almen darà. 
Fancinlletti ec. 



Poi qual tronco abbandonato , 
Incrociate al sen le braccia , 
Che & lui spunti 11 desiato 
Sole eterno attenderà. 

A voi allora il cecolino 
Renderà la carità. 



Ab. M P. 



B SCRITTI PKB PAIiCIULLI 453 



ESERCIZI DI RETTA PRONUNZIA 

(V. aranti, pag. 5ij5) 

Esercizio XXIV. ^ 

a) Nelle terminazioni in oba, obb, obo, obi» TO è di pro- 
nunzia Apetia in roba, robe, globo» globi, probo. 

Esempj.^ 

Col viso ritornai per tutte quante 

Le sette spere , e vidM questo ginìbo (4) 

Tal , eh' io sorrisi del suo vii sembiante ; 
E quel consiglio per migliore approlM) (S9 

Glie l'ha per meno ; e ehi ad altro pensa (3) 

Chiamar si pnote yeramente probo. 

(Dahtb , Farad, G. XXII). 

h) Terminazioni: obbì, òbbo, ec. 

Aperto in Giobbe, addobbo, gobbo, robbo. 

Chiuso io conobbe, da conoscere. 

MLi^tnp) • 

B non er'anoo del mio^ petto esausto- 

L'ardor del^ sagrifleio •b'^io conobbi (4). 
Base» Utare ati^to luooftlo e fausto (5) ;. 

(1) E vidi tanto piccola questa terra abitala dagli ' iioniioi , che 
^^ rilo «ao aspetto mi risi. 

(3) E giadleo essere di maggior senno «oUii che dfteao lo stima 
(il Destro globo). 

(3) E chi volge altrove i suoi pensieri , cioè al cielo , può dirsi 
^n verità oomo retiti 

(4) Sagrificlo di lode a Dio e di ringraziamento. 

(tt) £feo (ilare, cioè, il mio sacrificare» il mio rlngraiiameoto. 



454 LBTTUtB DI fAMlllUA 

Che con UdIo lucore e UdIo robbi (4) 

M'apparvero splendor dentro a due raggi (2) » 
Ch' io dissi : Blios che sì gli addobbi (3j ! 
(Dasti, Farad, C. XIY). 

e) Terminaziom: obia e osmio. 
Aperto io Slenobia , obbrobrio* 
d) Terminaziom: oca, o€0. 

Aperto in invoco (verbo), foca (animale marino), fuoco, 
loco, poco, oca, giuoco, roco (rauco), coco, cuoco. 

Simpi. 

Un ponto vidi che raggiava lume (4) 

Acuto sì I che il viso ch'egli aibca (5) 

Chiuder convìansi per Io forte acume ; 
E quale stella par quinci più poca , (6) 

Parrabbe luna , locata con asio , (7) 

Come staUa con atoUe si oolloci (8). 

Nella proCouia e chiara susalatm^ 
Dell'alto lame parveml tra giri (9) 
Di tre colori e d'ima cootootnza ; 

(i) £«More, splendore^ RoM , rossi t dai latino rubem o nbett* 
{%) Dui myyti due lista lominoae. 

(3) O EUoi , eccelso Dio , o laminoso Dio. EUot in ebraico vale 
ecGslso ; in greco , sole. OH addobbi , gli adomi , gli abbellì. 

(4) In qoesto pmilo è figni%ta la divinità, cbe totto comprende 
in un ponto, il passato, il presento, il fntnro. 

(6) El eìfo eh'egU agòea , cio^ gli occhi che illumina conviene che a 
chiudano per to/brieaeiMi#, per la malta acolMM di esse lume. 

(e) Quinci f di qui dalla nostra terra. - Pia poca ^ più piccola. 

(7) Parrebbe luna, ee. eostrnliei: Locata eon esso (in vicinaoxa 
d*és8o ponto luminoso) come si colloca stella con stella , parrebbe Iona 
(in graadeiaa). 

(8) In questa parola il secondo o si pronmitia largo perché di 
sdrucciola è stata latta piana per fona di rima ; laddMPe profoivndola 
sdrucciola quale è si pronunzia largo il primo e ehinse il seoendo 
(colloca). 

(9) Panoemi o porvermi :. tre ffiri mi apparvero , mi si fecero ve- 
dere , ed erano 4i una eonlanensé , cio^ d*ooa stessa misura. Questa « 
figura della Trinila divina. 



B 8CUTTI PBl VANCnriAI VSH 

K run daìraltro , come fari da IH 

Farea reflaiao , e U Uno parea ftiooo (4) 

Che quinci e quindi egoalneote si spiri {ff. 
quanto è corto il diro , e come fioco 

Al mio concetto 1 e questo , a quel eh' io ridi (3) , 

È tanto Cile non basta a dieer poco (4). 

(Davti, FMVd. C. XXXllI). 

i) Termimaziom: ocb, ùcl 

Aferto io coce da cuoce (verbo) , noce da ii«ooe (? erbo) , 
boci (plorale di bocto, apecte di pesce). 

CAìtfio io croce, voce, feroce, veloce, noce (frutto), atro- 
ce, foce (*) 

Dante nel XIU del Paradiso riprende con belle immagini 
Tavventatesza degli umani giodizj: 

Non sien le genti ancor troppo sicure 

A giudicar , sì oome quei cbo stima 

Le biade in campo pria che sien mature ; 
Gli' io ho veduto tutto il verno prima 

Il prun mostrarsi rigido e feroce (5) , 

Foseia portar la resa in sulla cima ; 
B legno vidi già drillo e t^Ioos (6) 

Correr lo mar per tutto suo cammino, 

Perir al fine aU'entrar della foce (7). 

E nel XXII del Paradiso pariando della piceoleua della 
^«rra vedala dall'alto dei cieli , rinlUBta la noetra superbia : 

(1) Parsa re/lesie ; pareva proveniente $ e ti fér$o , ec. cio^ , lo 
Spirito Santo. Dice che pareo fitoto per csprimeie no allriboto dei 
<J»vino amore. 

{%} Cht quinci e quindi , ee. Che spirava dall'uno e dairallro del 
^ giri , cioè che procedeva dalla prima e dalla eeconda persona. 

(3) À quel che io vidi : in paragone di quel che vidi. 

(4) È ianio^ ehe^ ec. È sì scarso che la parola poco non basta ad 
^rimerà con proprietà questa scarsezza. 

(5) Rifgido e feroci , aspro e pungente. 

(6) Xe^o, cioè la nave. 

(7) Foce 9 per porlo. 

(*) £ da osservare che II SalvinI diee che foce va proferita con 
«psrto; ma Taso in Toscana voole il eonlrario. 



> 



Uft UrmB DI VAUGLIA 

L'ainola che ci fa tanto feroci (4) 

Volgradom' io con gli eterni gemalli (2) , 
Tutta m'apparre da' colli alle tod (3) : 

PoRcia rivolsi gli ooohi agli occhi bolli (4). 

(1) Chiama mitola U globo lemolre» 
(9) GfemeUi, toUndi la ooitellaiiooe dei gemelli, ehiamali eltra 
perchè incormUibili come lutle le coae celosti. 

(3) Cio^ dalle montagne ai mari, dove i flaml hanno le foci. 

(4) Agli «oohi di Beatrice. 

P. Thottor. 



LA COLOMBE ET LA FOURMI 



lo iong i tm o/atr moootfi» bwmit imo oo/omAo , 

Quand $wr feau sé penehant un$ fourmii (1) y tombt; 

Et dans col oc^on (2) l'an eit tu la foHrmis 

S'effoteetj maU o» r«ìfi, dà rtgagfmr la mo* 

La colombe austitói usa de eharité: 

Un brin i herbe dans l'eau par elle ^ant jeié; 

Ce fui un pramontoire (3) oà la faurmis arrite. 

Elle u sauté. Et là-dessus 
Passe un eertain eroquant {h) fui nsarehaU les piede nat: 
Ce eroquant par hasard avait une arbalète (S). 

Dèe qu'il «oil l'oieeam de Yéme (6), 
Il le crea on oo» ]mI, ei ddjà lui fasi féu* 
Tandis qu*à le tuer man villageois s'appréie, 

[i) Ancienneroent on écrivait fourmis avec on s aa singulier. 

(2) Océan , vaste mar. Tel était le raisaeaa pour la petite foanni- 

(3) Promontoùrej langue de terre élevée qoi s'avance daos la mer. 

(4) Un eeriain eroqìMmi , on paavre paysan y nn villageois. On 
avait donne ce nom à dea paysans de la Guyenne qui s'étaient rérol- 
lés,, sona Henri IV e aoos Louis XIII , pour ne pas payer les impdts. 

(5) ÀrbaUie , are arme d'une dòtente pour tirer des fléches. 

(6) La colombe élail aUBchée au char de Véoua ; Vénns od my- 
thologie, élail la déease de la beaulé. 



E SCBITTI PSB PANaOILI 457 

LoL fourtni ie piqué au taion. - 

Le vilain (1) reiourne la lète: 
La colombe l'enUnd^ party et tire de long (2). 
Le souper du eroquani aree elle senvole: 

/^oini de pige&a pour une obole (3). . 

( La Foutaine). 

LA COLOMBA E LA FORMICA 



SiilTorla d'una Umpida fontana,. 

Schenava una Colomba, e vitlc in essa 
Cadere una Formica che annegava: 
Sen dolse » e pensò darle alcun soccorso ; 
Onde un peluixo (4) dVrba in bocca prese , 
£ rassettò con tanta maestria. 
Che quella rampicpsst, e venne in salvo. 
Volò poi la Colomba a un vicin muro; 
Ed ecco passa un viUanaceio scalzo 
Che la vide« e fra. so s*aUegrò tutto, 
DicMulò: -.-Oh buon boccon che ho ritrovatol - 
E tirò r^rco suo giù dalla spalla^ 
E stava in atto già cR saettarla (S). *" 
Ma la Formica che in ial rischio vide 
Quella che avea salvato a Isi la vita,- 
Con tanta rabbia iiu>rBegli un tallone , 
Che quel villano , pel dolore eslreano , 
IMò un urlo tal che volò via Taugsllo (6). 
{tìaspero (voasti* 

(1) Le vilain j le vìllageois , le carnpagnard ^ le paysan. 

(2) El tire de longf el s'en va bìen loin. 

(3) Obole, pelile monoaie qui ne vaiali pas à Alhènes plas d'un 
denier , cu la douztéme parile d'an sou de France. - Pas pour une 
obole , pas pour' un tiard ; rien da tout. 

(4) Ossia un fio , fUuzto , (iloHno d'erba, 

(5) Di colpire la colomba con la «o^^la o col dafdb, freccia, strale. 

(6) L'uccdlo, cioè la Colomba. 

IV. ne. 58 ^ 



US8 LiTTOlB DI PAMIftUA 

EDUCAZIONE PRATICA 



C«Me • ivultf •!• ■ c e w H» «f per 
— e«t«iieptc il pane* 

Più efficace d'ogni ammaestramento nella nostra ?ita è 
Tesperiensa: verità antica qnanto il mondo, e le mille voile 
scritta in migUaja di Jibrì; ma non mai ripelnta abbasUnu, 
sicché i giovani Tai^biano sempre nella memoria* Vd essi che 
della propria esperienaa non hanno dovizia è doopo che facciano 
tesoro di quella degli altri. Perciò i racconti moraH sono gio- 
vevoli, mentre 4;he al diletlo ottiseonò IVrtile^ e maggiore è 
Fautorità deU* insegnamento qnaado qMslo si può ricavare da 
fatti non immaginati ma veri. 

È stato por detto e ripetuto e con evidenia massima di- 
mostrato, che clascnno» ancorché la sorte lo abbia fotte na- 
scere nella, opnlénsa, deve acqoiatarsi qualche abilità da potere, 
al bisogno, o coli* ingegno o con la mano procaociarsi onorata 
sussistenza. Non solamente é qoesto ottimo espediente per fug- 
gire Tozto, per diventare uljle cittadino, per acquistarsi qual- 
che bella lode, ma può essere opportuno riparo ndle sventure 
improvvise, imperocdié al mondo avvi spesso chi riceve muta- 
mento di stato - 81 spesso vien chi vicenda consegue (1) - dice 
il sommo poeta. 

Chiunque della moderna storia ha contessa, o per lettura di 
libri e di giornali o pei racconti dei nostri vecchi, i quali 
furono testimonj delle grandi rivoluzioni avvenute in molte 
parti dell'Europa tra il finire del secolo scorso e il cominciare 
di questo, ricorda le meravigliose gesta di Napoleone; e sa che il 
formidabile eroe, Tardito conquistatore, Taudace emulo d'Ales> 
Sandro e di Carlo Magno , ebbe finalmente o^ngiurate ai suoi 
danni le vendette dei re balzati dai loro troni, quelle dei pò- 

(t} Dants , ^n/èrtio , C. VII. 



poli delaM neHe loro «peranxe , e le ineleiiieiiie della stagione 
nelle squallide tefre della Bnseia* • Qui?! pesmno le tperaìiae 
di Nspoleone, scrÌTe Cario Bolla, quivi sì eambiarono le sorti 
del Biondo^.** Il rosso gelo spense reserciloc piangerà eterna* 
meate la Francia « piange, e piangerà T Italia il sno più bel 
fiore perduto per ranibiiione d'un ^lomo^ cbé con la sua so« 
perbia Tolle tentare il cielo...^ Imparino moderaiione e gioslisia 
gli ambiiiosi».ebe si dilelianb delle miserabili gridn degH atra* 
zisti uomini (1). 

Il fiiUo più tremendamenfe lagrimefole di quella immensa 
mina fa la ritirate del grande esersilo dopo 1* incendio di Mo- 
ses; e al oiménto ferìninaliTO di Malò-TaroolaTels , in cai mo- 
strarono «n grandissimo ralore i addali del regno italico (2) , 
e al jmmo delia Beresinat i patimenti e le stragi delle sTcnlu- 
rate e par sempre gloriose miliiie forono inauditi nelle storie 
di lutti i popoli e di tulli i tempii Chi potrebbe mai in poche 
parole nemnmno adombrare tante sciagure? Leggete le istoriot 
e dopo ater tributalo generoso compianto alle tante migliarfa 
di prodi cbe perirono lontani dalle loro patrie, ?Mit« dietro a 
me col pensiero ^ e figuratevi Ire creaturinot due bambmi e 
usa bambina, rimasti abbandonali in preda lalla Cime e al 
freddo su quella terra di deaolasione e d'estemrinio. Il loro 
padre, chirurgo maggiore di un reggimento francese, era pe- 
rito insiem conia Énoglie al passo della Beresina, o travollo 
nelle gelide acque del finnse, o soSbcalo dalla folla precipitosa, 
schiaccialo dalle ruote dei carri o pesto dalle zampe dei ca- 
Talli , e .fime mentre appunto si adoperara chi sa con quali 
sfiMrzi, chi sa con quale ansia, a salvare dilla cruda morte la 
moglie e i diletti figKuoliBri 1 Fatto è che un povero contadino 
polacco li trovò semivivi, n'ebbe ^ compassione , pietooamente 
li raccolse e li portò nel suo tugurio per salvarli da inevitabili» 
morte. La moglie pfelosa al par di lui si fece tosto ad assi* 
sterli quali creatore delle sue viscere, e i miseri orfanelli si 
riebbero. .. 

Ha quei due buoof contadini non potevano sostenere a 
lungo ti peso di Ire figliuoli adottivi. La notieia di questa ca- 
li) Sforfs d^tklia dal 1789 al 1814. Libro vìgesimosesto (18i3). 
(S) Bolla , I. €. 



Ì60 LBTTnitS DI. PAinflLU 

ritatevole aiioflie giunge agli orecchi M loro padrone, no prin- 
cipe polacco , giof ine e riccot il qìBaleonlinò subito che ios- 
teio con ogni più diligento cara condotti in nn soo palano; 
e andato poi colà a prenderla da sé stesso , generosamente de- 
liberò di far loro da padjre fino a che non avesse potato ria- 
venire la Catmigiia alla quale appartenevano. Ei li tenne danqae 
con sé, e si accinse a educarli » a farli istruire, e pose loro 
affetto verameuto paterno ; tuttoché facesse intanto ogni inda- 
gine per conoscere la loro patria e i parenti, volendo gìostixìa 
che i fanoiuUetti né di quella né di questi rimanessero pmL 

Dopo non poche premure in capo a qualche anno gli lìesà 
di sapere che i parenti dei suoi figliuoli adottivi erano enesU 
e agiate persone di una città di provincia della FrMwia meri- 
dionale; ed essi alla inaspettata notitia che i tre fiineiij|IeUi 
fossero, fuor d'ogni loro speranza, scampati alla miseraadt 
strage della Berestna, e vivessero sani e sahi in Polonia, 
mentre il caritatevol signore di tanto benefizio che ai loro ni- 
poti faceva affettuosamente ringraziavano, con eguale ardore 
al paterno tetto li richiamarono. 

Grande era pel buon principe il dolore di doversi separare 
da coloro che ormai teneva e amava si veramente quali figliudi, 
e non si sapeva mai risolvere non solamente a separarsene, 
ma nemmeno a palesare ai giovinetti la necessità di questo 
passo. 

Finalmente egli si apparecchiava ad accompagnarli da sé 
medesimo in Francia , quand*ecco un loro zio venire a prenderli 
fino a Varsavia dove dimoravano nel coapicao palazzo del gio- 
vine benefattore. AUora fé necessario ohe davvero si apparec- 
chiassero alla partenza, li generoso polacco volle aggiungere al 
fatto beneficio molti bei donativi ; disse che sperava di far 
pfesto un viaggio e di andare a rivederli nel loro paese; e 
dette finalmente ai maschi soprattutto questo savio ricordo: — 
Sebbene , figliuòli miei , abbiate finora vissuto con me in quella 
.agiatezza che alla Provvidenza piacque di concedermi, io non 
vi ho nascosto l'esser vostro ; e mi sono ingegnato di 6rvi 
istruire in modo che a suo tempo possiate imparare una pro- 
fessione onorata e provvedere al vostro sostentemento. Anche 
questi buoni parenti, che con tanto amore vi desiderano e che 
la vostra fiimiglia e la vostra patria vi restituiscono, possono 



B SCntTl Pfla PANCIVLXI 401 

largamente provvedere ai vosIfi bisogni , e voi medesimi avete 
DOD searso retag {^o nella casa paterna ; né io mi scorderò mai 
dei fostro reciproco affètto. Con tvtto ciò» vi raccomando nno- 
vanente il consiglio die tante volte vi ho dato : sceglietevi nna 
professione; affidatevi solamente nel patrimonio dell'ingegno; 
il quale è meo soggetto d'ogni altro ai capricci della 'fortuna; 
fuggite Tozio che d'ogni ricchezia è irreparabile distrnttore; 
addivenite se noti altro capaci di giovare al vostro Simile , di 
servire la vostra patria. Voi avete una patria indipendente da 
straniera dominazione, la qtial fortuna non. è concessa all' in- 
dice Polonia..^ deh, sappiate approfittarvi di qoeslo bene in* 
vidiabile; ed io di ninn' altra cosa mi terrò maggiormente lieto 
ebe d'avervi educato all'amor del lavoro. B dopo queste ed altre 
affeKoose parole, non* senza molte lacrime éi dissero, addio. 

I giovinetti giunsero iéKcemeiite in Francia col loro zio , 
e tennero affettuosa corrispondensa di lettere col generoso pò» 
lacco. Ha dopo alcun twipo sciupio nella Polònia la rivoluzione 
del 18S0,. ed essi non potettero piti avere di lui alcuna notizia. 
Gli eroici sforzi di quel popola che mirabilmente propugnò eoa 
le armi rindspendenxa, non bastarono a liberarie dalla servitù 
della Russia. 

Le stragi t le prigionie, gli esilj ^ ì sopplizj, la confusione 
ne aumentarono le sventure ; e pur troppo i nostri giovani 
ebbero a dubitare che anche il loro protettore fosse perito in 
quella lunga e tremenda lotta . 

Era trascorso pressoché un anno di doloroso Silenzio per 
parte del principe polacco e d'inutili indagini per parte dei 
suoi beneficati, allorché il maggiore di essi, il quale era a 
Parigi per isludiarvi. la medicitia, ebbe bisogno di far rilegare 
un libro, ed entrò nella prima bottega che gli venne veduta. 

II principale non poteva badare a lui perchè era occupato 
a servire alcune signore; e allora il giovine studente si diresse 
> un banco dove alcuni garzoni stavano lavorando belle rilega- 
tore. Chiede cortesemente ascolto dal piò vicino > mostrandogli 
il Ubro che aveva liisoguo d'essere rilegato; il garzone a quella 
▼oce alza «obito il capo , e gli lancia un'occhiata folgorante : 
lo scolaro lo fissa maravigliato ; gli balena subito una somi- 
glianza ; quello sguardo gli suscita nell'atto un. palpito affettuoso; 
il cuore non s'inganna. Signore I voi qui? Ahi é dunque vero! - 



462 iurra«B 01 

E tv mi liii rìooMiciatet II gMterti del gioWne al collo del 
pdaeeo, e slringefMlo forte al atM* fisi k toh rispoitt che 
potaaie dare a qvella dimaBda. D prineipe ìntMiarilo gK reiti- 
iQiTa gK aaspteiai • i baci. Vi volle qualche amelo pria» che 
la Ibrte coaaÉiOBioee peraMttoaae allo studente di articolare tlUe 
parole; ma appena si Ai riafuto, esclamò con Ammo ila carila, 
signore, ditemi e perchè io ti trovo in questo ioogo» a qaeslo 
banoo di lavoro ; perchè venendo in Francia non avete ceicalo 
di noi*.* Che forse qualche vostra colpa involontaria ci ha Mi 
indegni del vostro aftUo ?**. Ab t noi abbiaoM carcato mi tt- 
vano le veatre nuove 1 Poi vi abbianM» creduta eatinto selle 
sventurate vicende della vostra eroica patria.^ Oh ! peidoBato» 
ae non sapendo nulla del vostre destino.» abbiemo pcraeiM 
che voi*.. Ma, deh I usciamo eubite, venite a enea mia— — 
Calmati , dalmati « figliool mio ; e restiamo pur qui di dove io 
non potrei ora allontottarrai senza mancare al mio dovere; qaeito 
lavoro è aiiidalo a me» e doumni a buon* ora deve esser fiatto: 
vedi? è un libro da chiesa per una giovane apeea... nesaua altri 
che io potrebbe finirlo, giacché è mio il disegno; e mi {preme 
che Ja giovane sposa sta servita bene. Tu lai quanto ie fcsii 
vago di beile rilegature ; e che per servigio delia mia biMioteci 
feci già venire a Varsavia un Rilegatore ingléee*** Ora la pe- 
riaia che acquistai mi ha giovato, come tu vedi, per procac- 
ciarmi un pane onorato... - Ma perdonate , signore. In nostra casa 
non è ella vostra ? Non siete voi il nostro benefattore, il aoatro 
padre ? Perchè non venir da noi , perehè non avvisarci dello 
stato in cui vi trovate, perchè privarci perfino delle veatre 
nuove ? Oh ! noi vi abbiamo certamente offeso senta volere , e 
voi... ^ No , Baiò caro ; nulla di tutto queste: in poche parole ti 
dirò che , rinmsto gravemente ferito ndla guerra per la indi- 
pendensa, fui ricoverato in un luogo remote, ed ebbi daopo 
di nascondere accoratamente l'esser mio : indi mi liegdk di rifo- 
giarmi qui in Francia ; e non è già aaolto tempo che io vi aono. 
Ho trovato aubito , come t