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Full text of "L'8 febbraio 1848 in Padova: commemorazione letta nell'aula magna della R ..."

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■v^^p^C 



E. N. LEGNAZZI 



L' 8 Febbraio 1848 



IN 



COMiMEMORAZIONfE 

LETTA NELL*AULA MAGNA DELLA R. UNIVERSITÀ 

DI PADOVA 

L* 8 FEBBRAIO 1892 




Padova - FRATELLI DRUCKER - Verona 

LIBRAI-EDITORI 
1883 



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Padova, 1892. Tip. ali* Università dei Fratelli Gallina 



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Sempre nel cor 1' Italia 
Se ella anche obblia chi Tama. 
G. *Berchd, 



L*otto Febbraio 1848 é una semplice data? o segna 
neir indice del tempo il sorgere d'un'epoca lungamente at- 
tesa ? E motivo di gioia, è grido di dolore ? 

Gli storici lo ricordano appena: un poeta, mentre tanti 
altri oggi dimenticano quel giorno, lo ha cantato in una 
ispirata poesia, che passò incolume attraverso quaranta- 
cinque anni, e ne fece un'arme di guerra, lanciando la su- 
perba disfida: 

Silenzio e lagrime 
Se n* ebbe assai 
Sotto una grandine 
D'ingiurie e guai; 
Dal Faro all'ultima 
Alpe gelata. 
Fratelli, armatevi, 
L*ora è suonata. 

Ma se gli storici accennano appena a quel giorno, se 
i poeti non sciolgono più il canto agli eroi del momento, 
a quei grandi anonimi, che giganteggiano sempre improv- 
visi in mezzo alle crisi umane ed alle evoluzioni sociali, 



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— 6 — 

se la demoralizzazione prodotta dai subiti guadagni ab- 
buia per poco lo splendore di un popolo e restringe il suo 
orizzonte, rimangono i vecchi, testimoni ed attori di <iuel- 
Tepoca e di quel giorno, a suonare la campana del risve- 
glio, ad educare i giovani e farli rivivere in un mondo 
migliore del nostro, eccitando V animo loro cplle forti ri; 
membranze del passato^ coi promettenti bagliori e colle in- * 
vocate promesse dell'avvenire. 

E permettete, o giovani studenti dilettissimi, coi quali 
ebbi sempre comuni le speranze e le aspirazioni, che io 
mi compiaccia ritenere d'essere stato scelto da voi a com- 
memorare quel giorno, perchè testimonio e attore modesto 
dei fatti, che in esso vennero compiuti. 

E permettete ancora mi compiaccia in tale occasione 
di esprimere i miei sentimenti in questa Aula, santificala 
dal genio dei nostri avi, innanzi a colleghi chiarissimi, in 
mezzo ad una gioventù entusiasta, fidente, fira gentili si- 
gnore e illustri cittadini, che qui accoglie il sentimento 
della patria, e circondato dai gonfaloni del popolo e del 
Mutuo soccorso, dai vessilli dei Reduci e dei Veterani, miei 
vecchi e cari commilitoni, ansiosi di riudire una pagina 
della storia gloriosa del loro passato, e di evocare quei 
grandi, che furono loro guida nella via seminata di tri- 
boli e di spine, la quale ci condusse al risorgimento d'Italia. 

La poesia di un popolo è un elemento del suo pro- 
gresso, ed io mi studierò di risvegliare nell' animo vostro 
tutta quanta la poesia dei momenti ineffabili, che prelu- 
diarono la redenzione della nostra patria. 

Fu la luce d' un lampo, che bastò per un minuto ad 
illuminare le virtù nascoste di un popolo oppresso, fu la 
potenza fatidica di un'idea, che fece ripetere il miracolo di 
Gesù sul corpo di Lazzaro. 

Ma prima di proseguire, esaminiamo 1' ambiente so- 
ciale, artistico e politico, che contribuì alla fecondazione 
degli eventi, che vi verrò esponendo. 



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Padova del 46, del 47, del 48 non era la Padova di 
oggidì; era la Padova, è vero, dalla musoneria proverbiale, 
che ne forma il carattere distintivo. Vecchia brontolona, 
ma seria ed onesta, vedeva volentieri i giovani, che si ac- 
calcavano nelle sue vie; sospettosa di ogni ciarlataneria, non 
era facile ad accettare la merce di contrabbando; gelosa 
della sua dignità e de* suoi diritti, non permetteva a per- 
sona del mondo di farle il menomo oltraggio, e meno poi 
lo permetteva ai proconsoli dello straniero, invadenti, astuti 
e provocanti. 

Adesso non la è più così, il vecchio patavo è divenuto 
una rarità, perchè sopraffatto da un mondo giovane, che 
gli turba le idee, e lo spinge sopra un cammino, eh* egli 
vorrebbe percorrere passo a passo, non tutto di un salto, 
ricordando le abitudini della sua città massaia e previ- 
dente. 

Allora le case dei Pivetta, dei Cìttadella-Vigodarzere, 
dei Manfrin, dei Giustinian-Cavalli, dei Sartori, dei Mal- 
dura, dei Rusconi, dei Mario, del Gaudio, della madre di 
Leone Fortis ( i j erano aperte a lieti e geniali convegni, ove 
si agitavano in segreto le più gravi questioni politiche, e lo 
spirito, la letteratura e V arte avevano seggio onorato, ed 
il frivolo pettegolezzo non trovava seguaci. 

Oggi è un vero miracolo se una egregia gentildonna, 
straniera di nascita, coltissima senza ostentazione, affabile 
per natura, porta i costumi delle sue terre tra noi, ed an- 
gelo della carità intelligente, schiude i battenti della sua 
casa alle buone nostre gentildonne ed ai nostri scienziati. 

Gli studenti nel 1847 erano oltre 2400 ed apparivano 
tali e quali li descrisse il Fusinato. Vivevano divisi per 
compagnie. Burloni e affaccendati a portare attorno la spen- 
sierata e balda giovinezza dei loro venti o ventidue anni, 
rappresentavano una baraonda chiassosa e tumultuante. 

Si accapigliavano sovente coi popolani e coi macellai, 
rompevano i sonni ai pacifici cittadini, vociando a tarda 



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— 8 — 

notte stonate canzoni, beati se potevano dar da fare agli 
sbirri ed ai poliziotti, e mettersi contro alle autorità costi- 
tuite. Erano insomma la manifestazione di quelle irrequie- 
tezze indistinte, di quel vago malessere, di queir orgasmo 
ansioso di novità, manifestazione, che poi trascinò tutti per 
forza irresistibile fino a quel passo, che segnò la prima tappa 
del nuovo cammino che ci aspettava. 

Alla sera li accoglieva il caffè o l'osteria, e fra un 
bicchiere di vino e la giovialità cordiale, rifacevano il verso 
ai professori, raccontavano barzellette lepidissime della vita 
universitaria, e alternavano le note gaie del poeta colle 
osservazioni acute in argomenti di scienza: — sapendo 
indovinare la nota allegra, segnavano col lapis e col fumo 
della candela caricature somiglianti, spiritosissime, ed im- 
provvisando versi e sonetti acrostici ed a rime obbligate, o 
dettandone di eleganti facevano le pulci a qualche no- 
vellino, che ingenuamente si credeva poeta e lo consiglia- 
vano, come spesso consigliava Aleardi, a cominciare da 
capo. 

In quei ritrovi però si appartavano spesso in apposita 
sala, per togliersi all' occhio sospettoso della polizia au- 
striaca, una ventina di giovani, all'apparenza intenti a un 
giuoco di carte o a quello della mora^ ma che in effetto, a 
frasi rotte e sommesse, parlavano di patria, di speranze, 
di libertà e di gloria. 

Si dispensavano manoscritte, si imparavano a memoria 
e si declamavano le poesie del Foscolo, del Berchet e del 
Giusti, le pagine della « Giovine Italia » del Mazzini, delle 
a Mie Prigioni » e della « Francesca da Rimini » del Pellico, 
dell' a Esule» di Pietro Giannone, dell' «Arnaldo da Bre- 
scia » del Nicolini, della « Parisina » del Somma, dell' « As- 
sedio di Firenze » del Guerrazzi, della « Guerra del Vespro 
Siciliano » dell'Amari, e di altri ancora. 

Ma fra quei giovani erano Rizzi Giovanni, Nalin An- 
tonio, De-Boni Filippo, Lupati Bartolomeo, Varese Carlo, 



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- 9 — 

Dair Ongaro Francesco, Vittorio Merighi, Alberto Mario, 
Giacomo Alvisi, Federico Seismit-Doda, ì due fratelli Giu- 
seppe e Gio. Batt. Gazzoletti, i due fratelli Clemente ed 
Arnaldo Fusinato, Ferdinando Coletti, Francesco Marzolo, 
Luigi Pastro, Sacchi Bortolo, Chiassi, Acerbi, Billia, An- 
tonio Facci, Marco Guastalla, Alfredo Romano, Francesco 
Beltrame, Rocco Sanfermo, Guglielmo Stefani, Antonio 
Legnazzi, Gilberto Govi, Carlo Pisani, Eusebio Fiorìoli, e 
tanti altri, nei quali il materialismo non era giunto ancora 
a soffocare i nobili sentimenti. 

Oh 1 non s' intrawedeva allora nei giovani sintomo al- 
cuno di decrepitezza morale! 

Baldi e sicuri, interpreti d' un' epoca fortunosa e strette 
in mano le chiavi dell' avvenire, come i paladini del buon 
tempo antico, si slanciarono animosi alla battaglia, e vin- 
sero sui campi della letteratura e della scienza, e vinsero 
sui cruenti campi per la libertà e per l' indipendenza. 

E a raccogliere questo forte manipolo di volonterosi 
avevano agito due potentissime dinamo-elettriche, la Uni- 
versità e il giornale « Il Caffè Pedrocchi » diretto da Gu- 
glielmo Stefani, scrittore brillante, ingegno facile e pronto, 
animo aperto, amorosissimo e vero prodigio di attività {*). 

Attorno al Caffè Pedrocchi dello Stefani brillavano Gio- 
vanni Prati, Aleardo Aleardi, Francesco DalF Ongaro, An- 
tonio Somma, Cesare Cantù, Nicolò Tommaseo, Antonio 
Berti, Ferdinando Scopoli, Carlo Leoni, Gianjacopo Pezzi^ 
Ippolito Varese, Carraro Giuseppe, Arnaldo Fusinato, Jacopo 
Crescini, Antonio Vio Bonato, Giovanni Sabbatini, Fran- 
cesco Farini, Leonzio Sartori, Jacopo Cabianca, Angelo 
Pasi, Pietro Beltrame, Giuseppe Speranza, Antonio Allegri, 
Giuseppe Vollo, Luigi Carrer, e vi facevano le prime armi 

(*) È quello Stefani, che poi esiliato e rifugiatosi in Piemonte 
fondò la notissima Agenzia Stefani, la quale porta ancora il suo 
nome. 



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— IO — 

Leone Fortis, Teobaldo Ciconi e il prode e sventurato Ip- 
polito Nievo e molti altri 

Né basta ancora. — A questo centro letterario fecevano 
degno riscontro nella Università, nel Ginnasio, nel Semi- 
nario, fra i cittadini, veri scienziati ed ingegni di primo 
ordine, che onoravano Padova non solo, ma Y Italia. — Fra 
questi ramcfienterò gli artisti Japelli e Cazzotto, — gli scien- 
ziati Furlanetto, Andrea Cittadella-Vigodarzere, Qttadella 
Giovanni, Paolo Marzolo, Fabrizio Orsato, — gli avvocati 
BrusDni, Boscaro, Tergolina, Callegari e Salvagnini, — poi 
gli eruditi Selvatico, Cavalli, Da Rio, Carlo Leoni, — gli 
abati Barbieri, Bernardi, Melan, Corradini, — i professori 
Racchetti Alessandro, Poli Baldassare, Cotta Carlo, Giaco- 
mini Ciac. Andrea, fondatore delle nuove teorie mediche^ 
Cortese Francesco, morto generale medico nell* esercito ita- 
liano, — Negri Cristoforo e Zambelli Barnaba professori e 
statisti, — i matematici Santini, Conti, Bellavitis, Bucchia, 
— i letterati De Castro, Valbusa, Menin, i tre fratelli Fan- 
zago. Palesa, — i patriotti Cavalletto, Tappari e Meneghini 
Andrea (2). 

E a completare il quadro dell' ambiente padovano a 
quei giorni merita un ricordò reverente la Casa degli In- 
validi a S. Giustina, ove gli ultimi superstiti dei vinti e 
dei vincitóri nelle battaglie Napoleoniche, mutilati, coperti 
di invidiate ferite, vivevano frammisti alle loro famiglie, 
ed allegravano i tramonti di una vita fortunosa, rammen- 
tandosi a vicenda le glorie guerriere di quel Grande, alla 
cui ambizione fii breve spazio il mondo. 

E quei nobili vecchi abbronziti, cronache viventi di tante 
vittorie, di tante inattese catastrofi e di immani sventure, 
raccontavano ai nostri giovani, estatici e commossi, i fatti 
più memorandi delle campagne d' Italia, di Spagna, d'Au- 
stria, di Russia e di Germania, e parlavano dei generali 
Massena, Mazzucchelli, Lecchi, Pino, Fontana e di tanti al- 
tri, che condussero le truppe italiane a morire e a vincere 



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— II — , 

in cento campi di battaglia, pronte ad ogni rischio, ad ogni 
stento, rotte, squallide, scarne, rendendo ammirato il mondo 
del loro valore (3). E i nostri giovani allora, innanzi a 
quei luminosi ruderi di battaglie, entusiasti agli eroici ri* 
cordi, si domandavano, « se i nostri padri pugnarono da forti 
e morirono per altra terra ed in estranie contrade, di che non 
saremmo noi capaci se ci fia dato di poter dir morendo 

« alma terra natia 

La vita che mi desti ora ti rendo »... ? 

È in questo ambiente che si formò il carattere dei 
nostri studenti di allora, i quali colla loro condotta ed au- 
dacia seppero imporsi ai tiranni, e si assisero in seguito fra 
gli arbitri dei destini d'Italia. 

Le Gazzette Governative e la ferrea ignorante Censura 
impedivano che ogni elemento- di libera vita penetrasse 
entro il raggio della loro attività, nascondevano il bene che 
si compiva nelle altre parti d' Italia, e non si occupavano 
che del male circondandolo dei maggiori particolari per. 
farci quasi vergognare di appartenere al nostro paese. Var- 
care il Po era un delitto, il passaporto era imposto ovunque. 

La spia !... La Spia^ infame strumento di tirannide, era 
un' altra invenzione dei barbari Governi, che ci martoria- 
vano la vita. — La spia studiava di leggerci il pensiero, ci 
'assediava dovunque, in tutti i modi, o nei pubblici ritrovi, 
o sedendoci a lato nel caffè e nel banco della scuola, o pro- 
fonandoci il focolare domestica Nulla ad essa era di sacro f 
che sacro ? assassinava colla parola pel solo gusto di assas- 
sinare, mai còmmovendosi alla disperazione delle famiglie 
orbate del padre, dello sposo, del fratello, per una falsa de- 
nuncia data sempre con animo tranquillo e col sorriso bef- 
fardo di Giuda. 

Immaginatevi, o giovani, tutto ciò che vi ha di ostico, 
che fa nausea e ribrezzo, che vi mette orrore, e non ar- 



pioni 



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— 12 — 

riverete mai a formarvi una anco lontana idea della spia 
italiana al servizio dell' Austria, 

Mi si rizzano i capelli in capo al ricordo che per le 
infami arti delle spie, col sussidio delle.verghe per domare 
i forti, delle segrete e dei digiuni per intimorire i deboli, 
furono iniziati tutti i processi politici contro i nostri cit- 
tadini liberali, e vennero condannati alla fucilazione od al 
capestro i più cari, i più integerrimi, i più prodi patriotti (4 ). 

Anatema e maledizione a queste spie, a questi stru- 
menti della tirannide più atroce. Che Iddio ne disperda per 
sempre la razza e ne cancelli la esecrata memoria ! 

Prati fulminò le spie con un canto rovente, e ne mise 
alla piena luce la nefandità dell'animo e Tabbiettezza della 
vita. — Cito una strofa tra le otto: 

Talora il ladro chiamo infelice; 
Degna di pianto la meretrice; 
Da me un'ascosa lagrima ottiene 
Sin l'omicida stretto in catene! 
Ma tu, tu solo mi metti orrore, 
Sei delatore! (5) 

Oggi con la libertà e con le patrie leggi abbiamo i 
martiri a buon mercato; allora era il sangue che grondava 
dalle ghigliottine pontificie e borboniche, e le membra degli 
uccisi, che penzolavano dalle forche austriache, stavano a ripe- 
terci continuamente quanto di angoscie mortali, di patimenti 
e di sangue ci sarebbe costato il liberarci da tanti tiranni, 
il respirare liberamente e tranquillamente nel nostro paese. 

Allora gli studenti, che per ragione politica cadevano 
in odio alla polizia, venivano presto messi a posto. — Una 
carrozza chiusa si recava di notte con 4 poliziotti a pren- 
derli al loro alloggio, — poi li aspettava una caserma, ove 
erano condannati all'arruolamento forzato nella milizia dei 
perlustrati (6), e internati nelle nordiche Provincie dell' im- 
pero, ove l'uomo onesto, studioso e di gentile lignaggio era 



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— 13 — 

costretto a vivere coi condannati per delitti comuni, e a com- 
battere forse più tardi contro i propri fratelli! 

Ma le spie e le persecuzioni di una polizia codarda 
non valsero a spegnere Tassillo della libertà. 

Le lettere, le scienze e le arti davano ancora alle pagine 
della storia contemporanea uomini famosi, che in quelle si 
facevano alla loro volta i cospiratori ausiliari degli esuli e 
degli imprigionati negli ergastoli. 

U autore drammatico studiava le frasi a doppio senso 
€, se rappresentava nelle sue opere i delitti dei tiranni e 
la corruzione delle corti, non dimenticava di mettere in ri- 
lievo le gesta egregie, le notevoli e generose aspirazioni dei 
campioni dell'umanità, e ad interpretarle giganteggiavano un 
Modena, la Ristori ed un Vestri. 

La musica di Rossini nel Guglielmo Teli, del Verdi 
nell'Attila, nei Lombardi alla prima crociata e nell'Ernani, 
faceva sentire al pubblico elettrizzato e commosso, con le 
melodie eccitatrici, gl'inni di un non lontano risorgimento. 

E Alessandro Manzoni scriveva l' Adelchi e il Carma- 
gnola; Tomaso Grossi il Marco Visconti; Domenico Guer- 
razzi la Battaglia di Benevento e l'Assedio di Firenze; Fi- 
lippo De Boni la Congiura di Roma e Pio IX e lo Straniero 
in Lombardia; Cesare Correnti l'Austria e la Lombardia; 
Vincenzo Gioberti il Gesuita moderno; Gio. Batt. Nicolini 
il Giovanni da Procida, l' Arnaldo da Brescia ed il Filippo 
Strozzi; Massimo d'Azeglio la Disfida di Barletta e i Casi di 
Romagna; Giovanni Berchet le famose romanze italiane e 
Giuseppe Giusti le poesie satiriche inimitabili. 

Gli scienziati italiani, raccolti in congresso a Padova, 
a Venezia, in Piemonte ed altrove si conobbero fra loro, e 
nella consuetudine dei colloqui e delle discussioni giorna- 
liere appresero quanto di bene avrebbero potuto operare a 
benefìcio dell'Italia, di questa povera Cenerentola delle Na* 
zioni, degna, mediante i loro accordi intelligenti e corag- 
giosi, d'essere collocata sopra un trono di gloria. E l' idea 



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— 14 — 

sorta nei Congressi, divulgata via via fra le città e le borgate, 
trovò un forte lievito nelle popolazioni! che mal compor- 
tavano il vecchio edifizio architettato dai santi alleati nel . 
1815 sui tappeti verdi del Congresso di Vienna; trovò un 
forte lievito negli odii e nei voti di vendetta rimasti dalle 
ribellioni militari del 1821, dalle sommosse dei Carbonari, 
nelle Romagne, dalle spedizioni dei Bandiera e Moro nelle 
Calabrie e dalle levate di scudi di Rimini e di Faenza. 
Era il popolo che lentamente si preparava a sorgere in- 
tero e spontaneo per rinvigorirsi all' alito di una nuova 
vita. Era però convinzione di tutti, che solo col carattere, 
coir abnegazione, col sacrifizio e colla scienza si potesse 
realizzare l'augusta visione dei poeti. 

Ma le nubi si addensavano sempre più, la bufera rumo- 
reggiava, e tutti attendevano lo scoppio della folgore. E que- 
sta scoppiò formidabile, improvvisa, poderosa da una reggia, 
d* onde non si sarebbe mai aspettata, — scoppiò dalle im- 
mense Loggie di San Pietro in Roma, di fronte ad un po- 
polo accalcato, plaudente, fra le sacre melodia e il suono 
degli organi, tra i profumi degli incensi e i rintocchi delle 
campane, — scoppiò nel giorno in cui Pio Nono, stendendo 
la destra, in atto profetico, disse con parola solenne; « Bene- 
dite, o gran Dio, T Italia ». 

Allora, solo allora scoppiò la folgore e corse infaticata 
dalla punta estrema della Sicilia alle vette delle Alpi, dal 
Tevere all'Isonzo, dal Danubio al Reno, dalla Mosa al Gua- 
dalquivir, dalla Vistola agli ultimi confini della Siberia. E 
a quel suono benediròno i popoli in tutte le lingue, allibi- 
rono i tiranni. — a Viva Pio Nono » era la parola d* or- 
dine, era il grido di combattimento degli oppressi nelle terre 
Italiane; a quel grido si aperse un abisso fra il popolo e 
gli sgherri, e la bandiera di Pio Nono divenne il nostro sim- 
bolo, la nostra forza nelle battaglie del bene e nelle con-» 
quiste morali. 



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— 15 — 

Quante pagine vennero alla luce in quei giorni in onore 
di Pio EXJ Basta per tutti Tode del Vittorio Merighi (7). 

I giovani della nostra Università sì accorsero di essere 
il vigore e vollero educarsi ad essere la disciplina; si ac- 
corsero di essere il coraggio e si prepararono a diventare, 
r abnegazione. 

Gli austriaci ci dileggiavano e ci facevano un delitto il 
ritorno improvviso di un affetto entusiasta al padre dei fe- 
deli; noi non lasciavamo occasione senza mostrar loro il 
nostro odio, il nostro disprezzo. 

Maturavansi frattanto i destini d'Italia. 

II Papa Pio Nono pubblicò subito un decreto d'amni- 
stia a benefìcio degli esuli e degli imprigionati politici, e 
parve tener fede alle promesse, che avea fatte concepire. Su- 
blime delirio! 

Per vero dire tentò di togliere gli abusi amministrativi, 
provvide ad una maggiore indipendenza nella istruzione 
ed alla regolarità dei processi; promosse lavori pubblici, e 
stimando poter conciliare il Principe italiano col Pontefice 
universale, accordò perfino le armi cittadine ed uno Statuta 
Molti gl'increduli e i trasognati innanzi ad un papa libe- 
rale e riformatore, ed ebbero ragione; molti gli avversi al 
nuovo ordine di governo, perchè vedevano in esso la loro 
rovina; molti i favoreggiatori di anarchia e di rivolte, stu- 
diosi di sfruttare le oneste tendenze dei liberali: moltissimi 
gli entusiasti. Il Trimato d Italia di Vincenzo Gioberti aveva 
conquiso l'animo degli Italiani e svegliata perfino nel clero 
la febbre delle riforme; la spinta era datai 

Alla campana dei Vespri facevano riscontro le insurre- 
zioni di Palermo, di Reggio, di Messina. Il Borbone ri- 
spondeva ai desideri della città di Giannone e di Vico, 
della patria di Giovanni da Procida e di Campanella, colle 
fucilazioni, cogli ergastoli e colle stragi. La Toscana rumo- 
reggiava per conseguire una maggiore libertà politica. — 
Insofferenti di tirannide fremevano i cittadini di Modena e 



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-lò- 
di Parma, — Il Piemonte chiedeva anch'esso arditamente 
una costituzione, per liberarsi dalie vecchie leggi e dalle 
viete usanze. La fatidica voce di- Giuseppe Mazzini echeg- 
giava da un capo all'altro d'Italia, eccitando i forti, scuo- 
tendo i neghittosi; — dappertutto era il grido di guerra ai 
tiranni « Fuori lo Straniero »; e Carlo AlbertOi uno fra i 
principi, che signoreggiavano il nostro paese, ma il solo 
che sentisse nell'animo l'orgoglio della italianità, offertosi 
a campione delle vendette della patria, affidava al suo eser- 
cito ed alla sua armata il tricolore vessillo, arricchendo così 
il blasone della sua nobile stirpe di una nuova divisa, ed 
addensava il primo sul Ticino e volgeva le prore della se- 
conda air Adriatico, pronti a lanciarsi intrepidi contro i se- 
colari nemici d'Italia. 



In Padova si abbandonarono i caffè frequentati da uffi- 
ciali austriaci, si chiusero in faccia ad essi le porte delle 
case, si lasciarono vuoti i teatri a dimostrazione di lutto, e 

volendo recar danno all'erario ed ai monopolisti di Vienna, \ 

si impedì il consumo del tabacco, si proibì di giuocare al lotto, ! 

e si rifiutò l'acquisto delle manifatture straniere, a difesa ! 

ed a vantaggio delle nostrali, raccogliendo in pari tempo j 

offerte a beneficio dei fratelli lombardi, straziati od uccisi ! 

j 

da una soldatesca briaca di sangue e di stragi. l 

Quindi uno studente, in un brutto giorno accusato di i 

spia, sfuggito dai soliti compagni, vide vuotarsi la scuola, \ 

in cui era entrato, rimanendo solo, di fronte al professore i 

sbigottito, confuso sulla sua cattedra, mentre nei chiostri I 

della Università gli studenti mormoravano i versi del Prati: | 

« Va sciagurato, — mi metti orrore, ! 

Sei delatore! » j 

Guardò intorno, gli parve di vedersi segnato a dito; . 
con chi prendersela? con tutti? Impossibile. — Esci dalla 
scuola come un pazzo, con la testa in fiamme. Si recò difi- 



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— 17 — 

lato alla Casa di forza, ove, essendo medico suo padre, avea 
facilità d' accesso, tentò di trascinare i forzati alla rivolta 
sognando di schiacciare alla loro testa i guardiani, di for- 
zare i cancelli, di gettarsi con quei disperati per le vie di 
Padova, di erigere le barricate.... e poi ? — e poi di farsi am- 
mazzare o alla testa di quegli strani insorti, se vinto, o da 
loro se vincitore, e tutto pur di lavarsi dal marchio di spia 1 II 
tentativo falli. Ma la polizia scoperse il nome e i connotati del 
rivoluzionario, e nella notte sguinzagliò i suoi segugi per 
arrestarlo ; — fortunatamente trovarono il nido vuoto. Egli 
si era messo in salvo travestito da carbonaio, e combattè 
più tardi le battaglie della indipendenza. (*) 

Innocente, ma di carattere altero, spesso rude ne' suoi 
attriti coi campagni, aveva raccolto sopra di se molte anti- 
patie, che cercarono solo un' occasione di sfogo, con esage- 
rate manifestazioni, è vero, ma proprie di quel tempo, e 
figlie d' un errore di giudizio, deplorato acerbamente più 
tardi anche dagli animi vivaci e subitanei di una gioventù 
generosissima (8). 

Le dimostrazioni frattanto in odio allo straniero si suc- 
cedevano le une alle altre. 

Presso i magistrati si raddoppiavano i lagni e le peti- 
zioni contro il malgoverno; nei circoli correvano parecchi 
scritti con la storia dei nostri dolori, cogli inni funebri della 
nostra schiavitù, coi sospiri di tanta oppressione, coi raggi 
delle nostre speranze, coli' alimento incessante di queir in- 
cendio, che ardeva in tutti i cuori e che doveva finalmente 
divampare alla luce nel giorno. Ma non erano solo le poe- 
sie e gli scritti, che leggevansi di straforo nei cercati segreti 
di un gabinetto o in un ritrovo domestico. 

Disertate le lezioni anche dai più diligenti, assalivano 
la nostra mente esaltata pazzi discorsi, ardenti speranze. A 
pochi a pochi noi passavamo le ore apprendendo esercita- 

(*) L. FoRTis, Drammi con prefaiionL Voi. I, Milano, i888. 



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— i8 — 

zioni militari da uno degli Invalidi, il capitano Combatti; 
la notte ci trovava raccolti in qualche remota cameretta a 
fonder palle, a preparar cartucce; nelle cantine, nei cortili, 
negli orti, in mal dissimulate fosse, nascondevamo quelle 
poche armi e munizioni che tanto ci costavano di danaro 
e di fatica. Cento volte al giorno noi mettevamo a rischio 
la vita per imprudenti esperienze colla polvere ed arditi ri- 
trovati. E si continuava a lavorare, a provocare, a sollevare 
in ogni modo la pubblica opinione. 

Giovani ardenti, sorrisi in fronte da un raggio di ver- 
gine poesia, trovarono ogni modo di eludere la sospettosa 
vigilanza poliziesca; e fra questi il Prati, vero poeta della 
nazionale indipendenza, lanciò fra le turbe una splendida 
canzone, nella quale il nome d* Italia era nascosto sotto il 
trasparente anagramma di Atilia: 

Ohi Atilia! 
Noi ti torrem la veste dolorosa, 
Sarà il tuo crin de' più bei fiori adomo: 
E tu risplenderai novella sposa. (9) 

Il Censore austriaco lesse, ma non capì, e ammiccando 
con un sorriso malizioso il nostro poeta, lo avvertì che Atilia 
si sarebbe dovuto scrivere con due t 

Ma se non capì il Censore, capì il pubblico> e capirono 
gli studenti, che in quei giorni spasimarono tutti in versi 
o in prosa per TAtilia del Prati. 

Ma che diavolo, disse il Censore, seccato da tanta efflo- 
rescenza poetica; sono tutti innamorati di codesta Atilia 1 
Non ci sono altre donne a Padova? e concluse: poesie ad 

Atilie non ne permetto più per la morale; che cambino 

morosa » (*) 

(*) L. FoRTis, Lib. cit. 



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— 19 - , 

Capite voi, o giovani, la nostra condizione politica? non 
ci era permesso di pronunciare nemmeno il nome d Italia I 

Insomma tutto il paese, che da molti secoli aveva di- 
menticato di essere una nazione, era in un grande sussulto, 
tastava dove stringevano ì suoi lacci di schiavo, sen- 
tiva scorrere nelle sue membra un fremito immenso, era • 
come in attesa, quasi aspettasse il surge et ambula del 
Nazzareno. Ma di questi fremiti, di questi sussulti il popolo 
non sapeva ancora rendersi completamente ragione. 

Attendevano tutti come sentinelle il grido dell'allarme 
pronti a lanciarsi a qualunque sbaraglio; ma nessuno aveva 
la coscienza dell* ambiente. Si spingevano coir occhio della 
mente ad orizzonti lontani appena intraweduti e che appa- 
rivano luminosissimi nel loro infinito, e fin nelle piccole 
cose prendevano dimestichezza col pericolo e coglievano 
occasione di addimostrare l'animo loro. 

E la fiumana intanto saliva, saliva pronta domani a 
schiantare, a sradicare, a trascinare seco quanto potesse es- 
sere di ingombro al suo fatale cammino. 

Ma chi mai si sarebbe azzardato allora di attaccare l'Au- 
stria di fronte? Senza armi, senza disciplina, senza cogni- 
zione alcuna di tattica militare? 

Ecco la vera, ecco la sola questione italiana di quei 
giorni tempestosi. Bisognava cominciare ; gli studenti intui- 
rono che toccava a loro la tremenda impresa, e seriamente 
vi si accinsero, e si immolarono come i valorosi delle Ter- 
mopili. 

Oh ! generosi cavalieri del sacrificio, o sublimi difen- 
sori della patria conculcata! 

Fiori ed inni e gloria a voi tutti! 

Come erano belli e promettenti quei giorni! I giovani 
studenti non si atteggiavano a vecchi prima del tempo, ne 
posavano a scienziati senza dottrina. Spensierati in appa- 
renza, vivaci, animavano le vie ed i ritrovi di Padova, ma 



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— 20 — 

in segreto alimentavano il sacro fuoco che li guidò alle 
alte imprese. 

La corrente elettrica, sotto il cui dominio erano nati, 
stava per isprigionarsi. Erano fantastici, nervosi e sentivano 
neiraria un movimento insolito, foriero di novità e di igno- 
rate tempeste. 

Quella corrente elettrica percorse tutta la penisola, scuo- 
tendo in modo particolare i centri delle Università, che 
tutte unite gridarono « guerra ai tiranni, fuori lo stra- 
niero ». 

Ma nella nostra il movimento era più accentuato; più 
che altrove, a Padova aleggiava lo spirito de' nuovi tempi. 
La scolaresca era in fermento. Cessarono d' un tratto le bal- 
dorie; i giovani assunsero la serietà degli uomini maturi 
per essere domani soldati di un libero paese, e arditi e pro- 
vocanti guardarono per la prima volta in faccia agli sgherri 
dello straniero. — Eppure da Vienna si proclamava il giù- 
di:{io statario ( io ). 

Bisognava cominciare T attacco. Studenti e popolani que- 
tarono le ire, che per subdola arte di tirannide li tenevano 
da tempo divisi, e, terribili nella concordia, affollarono le 
vie e le piazze a dimostrare in tutte guise lo spirito da cui 
erano animati. Quindi fischi e dimostrazioni a sfregio del 
prof. Spongia, direttore della facoltà medica; — quindi messa 
solenne e funzione in chiesa al Santo in suffragio dei morti 
per la patria; — quindi il saluto di fischi generali ad un cele- 
bre professore, quantunque prediletto dagli studenti, perchè 
erasi rifiutato di firmare la petizione di Tommaseo e Manin 
chiedente a Vienna franchigie liberali, dicendo « io non 
firmo che il foglio pagatoriale ali* ultimo del mese » ( ii ) — 
quindi lo sfoggio di vestiti air italiana e di cappelli colla 
piuma all'Emani; — quindi l'incetta e la pulitura di pistole 
e di stili irruginiti. 

Da tutto si prendeva motivo, ogni fatto serviva a for* 
mulare una protesta. 



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— 21 — 

Le soperchierie austriache in Milano e airUniversità di 
Pavia e il sangue colà sparso contribuirono grandemente ad 
esaltare gli esaltati. 

Le ostilità pigliavano tutte le forme, sia quella della 
gioia, sia quella del lutto. 

Infatti il 6 Febbraio moriva il giovane Placco Giu- 
seppe di Montagnana, studente di filosofia. Si trasse partito 
da quel morto per una manifestazione solenne ed impo- 
nente contro il Governo e per un atto pubblico di fratel- 
lanza fra popolani e studenti, fra studenti e cittadini. 

Nel cortile della Università, ove da giorni convenivano 
in straordinaria frequenza gli studenti, fu eletto lì per lì 
un comitato coli* ufficio di provvedere al funerale. 

Esso in un attimo prese gli accordi coir aristocrazia e 
coi borghesi, ed alla sera dello stesso giorno, nella Borsa del 
caffè Pedrocchi, tra le strette di mano e le forti espressioni, 
stabilì le ultime intelligenze coi popolani, i quali in segno 
d' italianità ornarono le loro berrette con una penna di cap- 
pone, per far riscontro alla piuma del cappello degli stu- 
denti. Il funerale ebbe luogo nel pomeriggio del 7. 

Non meno di cinquemila persone accalcavansi nella via 
dì S. Giovanni, ove era la casa del defunto, e nelle vie adiacenti. 

Quattro centinaia di studenti, ad onta dei Proclami e 
delle Notificazioni, che fioccavano da Vienna (12), erano già 
vestiti air italiana ; pantaloni larghi di velluto nero di co- 
tone nazionale, giubboncello pure di velluto stretto al corpo, 
mantello dello stesso velluto gettato con brio su di una 
spalla e cappello con fibbia davanti e piuma nera. Questi al 
centro formavano ala al feretro, e ventiquattro a vicenda 
lo portavano a braccio. 

La colonna davanti e di dietro era distribuita così : uno 
studente ed un popolano, una livrea di casa signorile con 
torcia ed un cittadino. Sul feretro era deposta una colos- 
sale corona di fiori a zone tricolorate, intessuta ed offerta 
dalle signore padovane convenute in casa della patriota 



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— 22 — 

Angelina Sartori. Persino la musica era composta di tanti 
studenti quanti cittadini. 

L* interminabile processione percorse silenziosamente le 
vie di S. Giovanni,. del Duomo, la Piazza dei Signori, (ove, 
é tutto dire, i soldati della Gran Guardia ci presentarono 
le armi), la Piazza dei Frutti, Via Pedrocchi; quando presso 
r Università il Generale d'Aspre sopraggiunto in carrozza 
dalla via Beccherie voleva attraversarla. — Lo studente Bor- 
tolo Lupati di Adria, tuttora vivente, il principe dei capi 
ameni di quei giorni, uno dei direttori della processione, 
balza davanti alla carrozza del Generale, e con giovanile 
audacia, fulminatolo con un* apostrofe alla Mirabeau, gl'in- 
tima di retrocedere. 

Ma la solennità pura e completa di quel giorno doveva 
essere .turbata dalla soldatesca alla sera. 

Indispettita per lo scacco patito dal suo Comandante, 
essa invase a spade sguainate i Caffè della Croce di Malta 
e della Vitttoria, squadronando e facendo uscire gl'intjerve- 
nuti e ferendo anche una donna incinta. 

Alla notizia dell'evento, cittadini e studenti convennero 
in gran numero al Caffè Pedrocchi. Indicibili in tutti la 
commozione e l'ira. 

Lo studente Guastalla, montato sopra un tavolino, 
proruppe in parole magnanime contro gli odiati stranieri, 
e propose e fu deliberato, che una Commissione di dame, 
di cittadini e di studenti, sarebbesi presentata il dì appresso 
al generale Wimpfen comandante della Piazza per prote- 
stare e. per chiedere la punizione dei soldati delinquenti. 

La mattina successiva la Commissione fu costituita e 
componevasi del Rettore Magnifico Giuseppe Torresini, di 
4 studenti, fra. i quali era Alberto Mario, delle nobili si- 
gnore Antonina Pivetta, Carlotta Mario, contessa Paolina 
Cittadella e Carolina Zucchetta, di alcuni signori, e fra que- 
sti, del Vescovo Modesto Farina, uomo distinto e di aperti 
sentimenti italiani. 



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- 23 — 

Prima che la Commissione si presentasse al Wimpfen, 
gli studenti, ormai in permanenza all' Università, invita- 
rono il Rettore Magnifico a render conto delle pratiche 
fatte presso il Comando Militare e presso il Delegato della 
Provincia, Piombazzi, nella sua qualità di tutore della sco- 
laresca. Si sapeva che tra il delegato ed i generali era già 
ordita una trama infernale. L* uno fingeva mitezza, gli al- 
tri tracotanza; e Tunoe gli altri preparavano il tradimento. 

Il Rettore Magnifico, pallido come un cadavere, com- 
parve alla Loggia superiore della Università. Non uno stu- 
dente mancava, e vi si aggiunsero numerosi cittadini. Il 
Rettore pronunciò parole vaghe e poco rassicuranti; aveva 
le lagrime agli occhi. Si provò a parlare il direttore Spon- 
gia, cui fu subito risposto « taci tu canaglia di un austria- 
cante, qui comandiamo noi:» poi prese la parola anche il 
venerando prof. Racchetti; ma un silenzio glaciale accolse 
le sue parole, perchè nulla dicevano allo spirito dei giovani. 
Dal centro del cortile sorse allora a parlare un giovinetto, 
di piccola statura, il quale con voce ferma disse: «signor 
Rettore Magnifico, il silenzio di tanta gente, qui adunatasi 
a domandare giustizia, esprime meraviglia e dolore per la 
risposta ricevuta. Come mai la Rappresentanza nostra e la 
Municipale, e le Autorità politiche e civili non seppero ot- 
tenere dal Governatore Militare, che non si attenterebbe 
più alla vita dei cittadini, e che alle pattuglie armate sa- 
rebbe quindi innanzi vietato di entrare minaccianti nei 
caffè e nei convegni privati? Ma se questi signori, che pur 
seppero opprimerci, or si dichiarano impotenti a difenderci, 
perchè non ci danno le armi per provvedere da noi stessi 
all'ordine pubblico ed alla nostra sicurezza? Perchè si la- 
sciano trepidanti le nostre famiglie, si turbano i nostri 
studi con minacele, con soperchierie e con truci disegni ? 
Non sarebbe migliore partito chiudere V Università? — 
Senza provocazione, ma senza viltà, aspettiamo che ci si 
faccia una posizione netta ». 



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— 24 — 

Questo improvvisato oratore era Giacomo Alvisi, che 
con giovanile ardimento preludeva ai giorni, in cui guer- * 
riero, scrittore ( 13), deputato ed. ora Senatore avrebbe ono- 
rato con le opere la patria diletta. 

Gli inusitati accenti dell'oratore in quei giorni di giu- 
dizio statario, quando Commissioni militari sopra semplici 
indizi, o sulla denuncia di infami delatori, sentenziavano 
immediatamente della libertà e della vita dei cittadini, 
suscitarono una tempesta di applausi, e Foratore fu solle- 
vato sulle braccia degli studenti e portato in giro quasi in 
trionfo. 

Il Rettore promise di ritentare la prova; stabili un 
nuovo convegno agli studenti per le 4 e mezzo di quel 
giorno martedì 8 Febbraio nel cortile dell' Università, e | 

unitosi alla nominata Commissione delle signore, degli stu- j 

denti e dei cittadini, si recò in Piazza dei Noli, ove nella j 

casa Zaborra abitava il maresciallo Wimpfen. ; 

Costui dopo aver fatto attendere mezz' ora la Com- j 

missione nell' anticamera, la ricevette con piglio altero, in j 

piedi. j 

La bellissima signora Zucchetta gli rivolse per prima ( 

la parola in tedesco. Ma neppure al suono della natia fa- ! 

velia egli die' segno, non dirò di spiriti meno crudeli, ma j 

di modi più urbani. ì 

Affermò in sostanza, che i provocatori erano gli stu- 
denti, e che i soldati avevano fatto il loro dovere. Alberto 
Mario giovanissimo e bollente volle dire la sua ed inter- 
ruppe il Maresciallo con un « non è vero » e prosegui : « ler- 
sera dieci o dodici sergenti di cavalleria irruppero colle 
sciabole ignude nel caffè della Croce di Malta, mentre gli 
studenti giuocavano al bigliardo; se si venne alle mani, 
non fummo noi i provocatori. «Wimpfen replicò secco; «i 
soldati fanno il loro dovere, nulla di più, nulla di meno». 
Le donne e i gentiluomini della Commissione, visto che le 
buone ragioni a nulla valevano, si accommiatarono da quel 



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— 25 - 

superboi che « non mosse collo e non piegò sua costa » per 
accompagnare quella rispettabile Commissione all'uscio della 
sala. 

La Commissione in fretta ed in furia recossi ali* Uni- 
versità. Ivi, alla presenza, del Rettore Magnifico, del Dele- 
gato Piombazzi, del Vescovo, del Presidente del Tribunale 
Giuseppe De Menghin, del Podestà Achille Zigno, dei Di- 
rettori delle cinque Facoltà, dei Professori e di una folla 
compatta, lo studente Alberto Mario espose in compendio, 
dall'alto della Loggia, l'esito della intervista avuta col Ma- 
resciallo, esito che venne accolto dal pubblico colla mas- 
sima indignazione e che promosse roventi indimenticabili 
proteste, per le quali impallidirono tutte le autorità, e più 
di tutti il Rettore Torresini ( 14), e proruppero in un solo 
urlo tutti gli studenti, che, persuasi non essere più tempo 
di parole ma di fatti, si gettarono furibondi fuori dell'Uni- 
versità. 

In queir istante due ufficiali austriaci passavano innanzi 
al portone coi sigari accesi in atto di sfida; invitati a de- 
porli, rifiutarono, e gli studenti strappandoli loro di bocca, 
finirono col percuotere i due provocatori e col rincorrerli a 
lungo per le strade della città. 

L' azione era cominciata, chi mai poteva più trattenerla? 
Da tutte le parti accorrono schiere di soldati, slanciandosi 
avidi di strage e di sangue contro gli studenti, i quali of- 
fendono e si difendono coi bastoni e con vecchie pistole. 
Grida e lamenti, cozzi d'armi e colpi di fuoco empiono 
r aere. 

In quel momento venne chiuso il portone dell'Univer- 
sità, entro cui erano rimasti circa quattrocento giovani. Uno 
di essi Michele Leicht, studente di legge (15), forzò con 
una pistola il custode della torre a consegnargli la chiave, 
ed avutala cominciò con altri due, di cui uno era lo stu- 
dente Anghinoni, che doveva miseramente perire mezz'ora 
dopo, a suonare a martello quella storica campana, che coi 



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— 26 — 

suoi cupi e solenni rintocchi contribuì potentemente a sal- 
vare in gran parte la scolaresca dalla strage meditata. 

Altri studenti, tra i quali il nostro Gio. Maria Piazza, 
salirono poi in aiuto a batterla con maggior forza. 

A quel suono insorsero i galeotti della Casa di pena, e 
tutta la cavalleria dovette schierarsi in Piazza Castello per 
impedire che ne uscissero quei reclusi. 

A quel suono gli abitanti del Bassanello tumultuanti 
jnossero su Padova; ma furono arrestati nella loro corsa . 
animosissima da sei pezzi d'artiglieria impostati a Porta 
S. Croce, 

Questo fu un grave disappunto; calcolavamo sul loro 
concorso già combinato in giornata tra studenti e battei- | 

lanti; questi in massa, avean già giurato di volare in nostra | 

aiuto appena udissero i tocchi della campana universitaria. ; 

E neirS Febbraio 1848 le truppe austriache facevano im- ' 

peto segnatamente contro il portone principale della Uni- j 

versità, per ridurre al silenzio e mandare a pezzi quella ! 

campana, che, chiamando alle armi la città, avrebbe forse ! 

invertite le sorti del prefisso eccidio. j 

Vedendo queir impeto, antivedendo nella carneficina dei • 

giovani rinchiusi entro l' edificio il primo effetto delle 
porte sfondate, balenò ad Alberto Mario l'idea di poter im- 
pedire il truce divisamento. Tentò di pervenire al Palazzo 
della Delegazione, ora Prefettura, in via S. Lorenzo, girando I 

r angolo del Gallo. i 

Quivi schioppettate e sassate e ululati, e fughe e rin- j 

corse e strepito infernale. Mario riesci alla perfine ad ar- \ 

rivart alla tomba d'Antenore ed a correre alla porta della 
Delegazione. ! 

In quel mentre, il sergente dei poliziotti ( 16) metteva in j 

ischiera la sua grossa pattuglia. — Alberto Mario si pianta i 

d'un balzo davanti a loro e li arringa cosi: 

«Voi siete italiani: Sentite 1 gli austriaci ammazzano 
gli studenti, italiani come voL Stanno sfondando il portone 



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— 27 — 

dell* Università. Corriamo ad impedire l' imminente assas- 
sinio, io vi guiderò » (*). 

Fossero le schioppettate^ o la campana a stormo, fosse 
r arcano senso dei* nuovi destini della patria, o la parola 
dell' animoso studente, o tutte queste cose insieme, il fatto 
fu, che il sergente acconsentì, e tutti, avendo alla testa Ma- 
rio, e poi altri due suoi compagni, avviatisi alla crociera 
del Gallo, giunsero in breve davanti al portone dell* Univer- 
sità, nel momento -appunto, che drappelli di fanteria Unghe- 
rese tentavano gli estremi sforzi per abbatterlo. Il Sergente, 
seguito dai suoi poliziotti, suggerito da Mario, urlò con 
gesto di comando, march! 

E gli Ungheresi si ritrassero, e i poliziotti occuparono 
il portone e la strage fu scongiurata. 

Con queir atto, Alberto Mario preluse al bel cavaliere 
senza macchia e sènza paura, al biondo Garibaldino, che, 
amico del duce immortale, prese parte alla epopea dei Mille» 
"e combattè imperterrito, sereno su tutti i campi della pa- 
tria risurrezione. 

Pochi studenti erano armati. L*ira nemica sfogava si a 
colpi di moschetto e di sciabola sopra una moltitudine di 
inermi, i quali nelle supreme distrette e privi di scampo 
davano di piglio ai sassi e a quanto capitava loro tra mano. 
Fu disciottolata in un attimo tutta la via dall' angolo del 
Gallo alla Posta; i sassi volavano fitti fitti per ogni dire- 
zione d'onde sboccavano le soldatesche. 

Circa venti studenti, riparati nella casa Vanzo rimpetto 
Pedrocchi, casa ora abbattuta, lanciano dalle finestre pietre 
e scranne sulla truppa, che lira a sua volta fucilate contro 
di essi; sono presso ad essere arrestati, ma ani vano a eva- 
dere quasi tutti, alcuni per la corticella Duse e pel ponte 
del Portelletto; nove però vengono fatti prigionieri, e tra- 

(*) A. Mario, Memorie manoscriite. 



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— 28 - 

dotti prima nel corpo di guardia, poi innanzi al generale 
Wimpfen, che li minacciò della fucilazione. — 11 terzo giorno 
coir aquila in fronte, al cenno insolente di un caporale 
croato, come perlustrati, vennero trasportati in Transilvania. 

Dalle finestre della cancelleria universitaria, che guarda 
la via Portici Alti, altri studenti lanciano le scranne e le 
poltrone degli Uffici su due squadre di soldati. — Minac- 
ciati di morte da un momento all' altro, calano nel vicolo 
Fiappo dietro V Università: alcuni si salvano in casa Zuc- 
chetta, i più hanno scampo neir ufficio della Corriera del 
Brenta, dove, coir aiuto dell'agente Tonello, s'imbarcano 
per Venezia. 

Ma vi ha di più. 

Un padovano, certo Giovanni Zoia, mugnaio, un tipo 
di popolano^ dal collo poderoso, dai muscoli d'acciaio, 
afferrato alle spalle un giovine tenente degli Usseri, bel- 
limbusto e protervo, alzatolo da terra, gli fiacca con un 
ginocchio il filo della schiena sugli scalini del caffè Pe- 
drocchi. 

Un altro popolano, di alta e torte statura, Antonio Brazzi, 
macellaio, detto Boaro, ardito e noto guidatore di bighe, 
con un lungo coltello giunse a ferire alla schiena un te- 
nente dei lager, mentre stava tirando un colpo di sciabola 
ad uno studente riparato dietro il banco del caffè Pedrocchi. 

Un terzo popolano, Pietro Rossolato detto Drappello, 
facchino robustissimo (che fu poi sergente artigliere nella 
compagnia Bandiera e Moro^ con altri due compagni di- 
fese 4 studenti in via S. Andrea, bastonando e facendo fug- 
gire alcuni soldati della provianda. 

Antonio Legnazzi, armato di un catenaccio atterra vi- 
cino all' Università un ufficiale degli JSger. Alfonso Turri 
sulla porta delle Beccherie fredda con pistola un caporale 
del Reggimento Kinsky. Giuseppe Carli in contrada S. Lu- 
cia, difendendosi con coraggio, ricevette un leggiero colpo 
di baionetta nel fianco destro ed una piattonata alla testa. 



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- 29 — 

È quel Carli, che poi si distinse nella lunga cospirazione, e 
morì nove mesi or sono medico a Breganze in mezzo al 
compianto generale di quella popolazione. 

Rocco Sanfermo, investito presso il cancello del Muni- 
cipio da una pattuglia, si difese eroicamente schermendosi 
con un bastone, e ritirandosi grado grado al Pedrocchi, ove 
infine cadde per dodici ferite (17). 

Beltrame Francesco, avuta notizia da Roggia Giovanni 
del triste caso occorso al comune amico Sanfermo, riesci 
ad uscire dall'Università e si affrettò a soccorrerlo; ma una 
irruzione di Kaiser JSger provenienti dalla Piazza delle 
Biade costringe ì pietosi infermieri del ferito a sgombrare 
il terreno. Una palla di fucile, rasentando il Beltrame, si 
pianta nella parete della prima sala del Caffè Pedrocchi, 
e resta ancora là a testimoniare delle barbarie di quei 
giorni (18). 

I giovani incalzati dagli JSger incontrano dalla parte 
dell'Università altra pattuglia che li carica alla baionetta. 

I tre studenti Roggia, Merlo Girolamo e Beltrame sono 
tosto assaliti. Nella colluttazione i due primi non patiscono 
danno di sorta; Beltrame tira sassi ed abbracciatosi ad un 
Jager gli martella con un sasso la bocca, e gli fa ingoiare 
tre denti. Ma il Jager pervenuto a svincolarsi da quel fiero 
amplesso gli vibra tre colpi di baionetta al capo e lo atterra 
sotto la Loggia presso rOffelleria. Quando Beltrame ricu- 
pera i sensi, e, assistito dallo Zoia, si rialza e avviasi versò 
casa sua, si accorge di aver lasciato sul terreno il mignolo 
della mano destra. 

Beltrame poteva rimanersene sicuro dentro TUniversità, 
ma volle affrontare il gravissimo cimento, che gli costò 
quasi la vita, per correre al soccorso dell* amico Sanfermo. 

Nel petto di Beltrame palpitava il cuore aperto, amo- 
roso, caldo, gentile, delicatissimo del futuro difensore di 
Venezia, del valoroso Bersagliere di Civitella del Tronto, 
dell'onesto pubblicista, che rappresenta oggi una delle per- 



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- 30 - 

sonalità più spiccate di uella generazione, ormai quasi tutta 
scomparsa, che non si rassegnò alle beatitudini del 1815. 

Il fratello di Sanfermo riportò anch*egli una ferita alla 
spalla destra da un musicante del Kinsky in piazza delle 
Biade. 

. Giovanni Bossaro, Luigi Canella fabbro, Francesco Dea- 
nesi cartolaio, Gio. Batt. Bigai studente e Giuseppe Bor« 
satti mereiaio, nel Caffè Pedrocchi, ebbero braccia e coscie 
trapassate da colpi di baionetta. Francesco Sacchetto, no- 
stro carissimo amico, che poi ebbe una parte importante 
nelle successive cospirazioni, quella sera in caffè Pedrocchi 
si salvò da un musicante del Kinsky, che lo minacciava 
colla sciabola sguainata, fingendosi un cameriere del caffè, 
e così potè assistere il ferito Borsatti. Gio. Batt. Ricci dì 
Rovigo restò massacrato in via del Sale, e Giovanni An- 
ghinoni di Bozzolo (Mantova), piccolo di statura ma bellis- 
simo di viso, fu assassinato con un colpo di baionetta, che 
gli attraversò il cuore, dalla sentinella, che vegliava TUffì- 
ficio postale. Vio-Bonato Antonio (ora distintissimo medico 
a Parigi), Palatini Francesco, Nalin Giuseppe, Ottavio Fra- 
marin (ora Colonnello a Vicenza), Angelo Ranzanici, An- 
gelo Ponzetti, Pegolini Pietro, Piva Marco e Toffanello 
Pompeo menarono colpì arditi. Alberto Ura, dal grande cap- 
pello verde, Patella Daniele e i due fratelli Francesco e 
Giuseppe Rocchetti impedirono ai soldati della provianda 
di penetrare nel caffè degli Svizzeri. 

Trebeschi Pietro, Fattori Carlo, Bologna Roberto, Cat- 
taneo Francesco (morto V 8 Aprile a Sorio), Seccamanì Giu- 
seppe, Facci Antonio, cogli spiedi forniti dall'ardita ostessa 
Gigia del Portelletto, nell'angusto vicolo dietro Pedrocchi, 
ferirono alcuni croati: — Pietro Lavagnolo, Dante Aldi- 
ghieri ed Enrico Facci coi tavolini roteanti a molinello ten- 
nero testa ai soldati musicanti del Reggimento Kinsky, che 
tentavano penetrare in Pedrocchi dalla parte della Posta; 
— Barnaba Pietro, Nicolò Dolfin, Giovanni dall'Olmo (ucciso 



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- 31 - 

il 12 Maggio sotto la mura di Treviso dopo sette ore di 
combattimento), Pietro Fabris, Angelo Rosina e Costantino 
Santini si difesero ed ofTesero in via San Canziano e nel 
vicolo del Ghetto. 

Sotto i portici, lungo le vie, giovani soli, inermi erano 
presi di mira dai moschetti* nemici. Era la caccia allo stu- 
dente. Le strade si fecero in breve deserte e nella oscura 
notte le truppe austriache, divise in plotoni, si misero a per- 
correre la città, con tutto V apparato della loro forza mi- 
litare (19). 

Vinsero il numero e le armi, ma trionfò Tidea della 
patria. 

Nel giorno seguente le botteghe rimasero tutte chiuse; 
uno sdegno represso gonfiava i cuori, sul volto dei citta- 
dini traspiravano la tristezza e la bramosia di una rivin- 
cita; sulle faccie dei soldati il riso satanico dell* ironia e la 
gioia del trionfo nefando. Orribile poi a dirsi ; furono poste 
le sentinelle nei luoghi più frequentati della città colle ba- 
ionette intrise ancora del sangue dei nostri fratelli 1 

L'ingegnere Alberto Cavalletto, indignato e inorridito 
a quello spettacolo crudele, volò a protestare alla Polizia; 
ottenne che le sentinelle fossero mutate, ed in quel me- 
desimo giorno si dimise dal posto governativo d'Ingegnere 
Capo, che occupava presso V ufficio delle Pubbliche Costru- 
zioni, per liberarsi da quella camicia di Nesso, che gli to- 
glieva di respirare ed agire liberamente. Due mesi dopo 
fu r eroico maggiore, comandante i nostri Volontari a Sorio 
e a Venezia, poi il cospiratore instancabile, V inflessibile 
inquisito di Mantova, il fiero condannato di losefstadt. 
Oggi Nestore del Parlamento italiano, è vanto di Padova, 
e porta nelle discussioni, che hanno rapporto agli alti in- 
teressi, al decoro ed alla difesa d'Italia, tutto quanto l'im- 
menso amore, che ha sempre nutrito e nutre per la sua Pa- 
tria adorata. 



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- 32 — 

Due ore dopo 51 sanguinoso combattimento, il vate ita- 
liano scriveva: 

Dio, che ti nomini 
Delle vendette. 
Perchè non stridono 
Le tue saette 
Sulla vandalica 
Turba de' mostri, 
Che i brandi infìggono 
Nei petti nostri? 

Che fai ? commoviti, 
Dio forte e grande! 
Sangue d' Italia 
£ che si spande; 
Sangue di nobili 
Giovani cuori, 
Che domandavano 
Tregua ai dolori! (20) 

Così neirS Febbraio 1848 gli Studenti auspicarono col 
sangue il riscatto d'Italia compiendo atti di valore e di pietà 
inestimabili. — E il nostro popolo padovano si mostrò an- 
che lui in quel giorno degno della sua patria. Io lo vidi 
prendere parte alla sommossa e difendere gli studenti, lo 
vidi a Sono e Montebello, a Vicenza, nell* assedio di Ve- 
nezia e più ancora durante la cospirazione e nelle carceri 
e neir emigrazione. 

Moltissimi cittadini, specialmente fra i vetturali e i ca- 
merieri, furono arrestati e condannati ; ma nemmeno uno 
si rese delatore, nemmeno uno accusò o compromise un 
compagno, ad onta di promesse, di minacele, di torture, di 
condanne. Fatto assai onorifico per questo popolo, e che io 
doveva in q^uesto giorno constatare solennemente da questa 
tribuna ad onore del vero. 



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- 33 - 

Ma chi ci ritorna i caduti dell* 8 Febbraio ? 

Poveri giovani^ avanguardie intellettuali della nostra 
generazione, figliuoli prediletti del pensiero dei vecchi e 
speranze sacre del loro cuore, voi affinaste di continuo lo 
spirito alle fiamme più pure e più ardenti che mai abbiano 
scaldati i petti umani, e salendo via via air idea più alta 
del compito delFuomo sulla terra, nella sua formula più 
severa « il dovere » nella sua gloria più augusta « il sacri- 
ficio » avete bagnato di sangue il lastrico delle contrade 
di Padova. 

a Furono pazzi, credevano di vincere coi bastoni V ag- 
guerrito esercito austriaco l Amia^itio anche noi la patria; ma 
al modo seguito dai nostri studenti, dai nostri agitatori, si 
torna indietro e si intralcia il lavoro degli uomini tran- 
quilli, dei bene pensanti ! » 

Così diceva allora e così dice anche oggi quella semisag- 
gezza, quel semipopolo, che è incapace di muovere un dito 
per un' impresa un po' pericolosa, ma che poi è pronto a fare 
la parte dei saccomani e degli sfruttattori dopo la battaglia. 



Tutti i cittadini fremevano per la nefanda gazzarra dei 
nostri nemici, e con atti non equivoci manifestavano la 
universale esecrazione. — Andrea Meneghini e Guglielmo 
Stefani ne erano i più caldi interpreti. Eccitavano ognuno che 
fosse stato maltrattato o ferito o testimonio dell'avvenuto 
a fare le proprie deposizioni, in iscritto al Municipio, ove 
il Podestà, assistito dall' egregio av\'ocato Giacomo Brusoni, 
aveva aperto apposito protocollo per presentarlo poi quale 
monumento d' incredibile barbarie alle autorità superiori. 

Ma quelli erano tempi in cui si pagava caro l'amore di 
patria, in cui il sentirsi e il dirsi italiano era una colpa, il 
manifestare generosi sentimenti appariva un delitto. 

Andrea Meneghini e Guglielmo Stefani furono subito ar- 
restati e tradotti nelle carceri di Venezia a disposizione della 



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- 34 — 

polizia austriaca: i professuri Bazzini e De Castro sospesi 
ed allontanati entro 24 ore dalla città. Intanto lo stato d'as- 
sedio e il giudizio statario (21 } imperavano air ombra di 
una graziosissima e paterna sovrana Risoluzione (22); a die- 
cine vennero studenti e cittadini arrestati, e non pochi 
iscritti a forza come perlustrati nell'I. R. esercito e cac- 
ciati lassù in Boemia, in Moravia, in Gallizia. — Quindi 
stato d* assedio, giudizio statario, licenza di truppe irritate, 
che avevano smarrito il senso della disciplina, spie, cen- 
sure, multe di guerra, deportazioni, imprigionamenti.... e 
giudicate se la nostra era una vita più orribile della morte. 
Ad onta di tutti questi intimidamenti in Brescia io mila 
persone con coccarde nere accorrevano in Duomo alla messa 
tli lutto per i caduti di Padova (*). 



I tempi si addensavano ognora più torbidi e gravidi 
d'avvenimenti. 

Le notizie della rivoluzione di Francia e di quelle scop- 
piate in tutti gli stati della Germania vennero a mostrarci 
il primo lampo di luce. Fu poi speranza completa, anzi cer- 
tezza di vittoria T annuncio della grande rivoluzione di 
Vienna^ strozzata nel sangue dal Maresciallo WindischgrStz, 
e poi della costituzione concessa alla capitale ed in tutto 
r impero. 

L'irrompere della vera gioia, lo scatto [del mal re- 
presso entusiasmo avvenne il giorno 17 Marzo in cui Da- 
niele Manin, Nicolò Tommaseo, Andrea Meneghini e Gu- 
glielmo Stefani prigionieri dell' Austria, venivano ridonati 
a libertà dal popolo Veneziano. 

L'ingresso del Meneghini a Padova fu un pieno trionfo. 



(*) C. TiVARONi, L'Italia sotto il dominio austriaco. T. I, p. 423, 
Torino, 1892. 



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1 — 35 — 

Staccati i cavalli, la carrozza venne tirata a mano per 
lungo tratto dalla stazione per via Maggiore e piazza dei 
Signori fino a casa sua in via Vignali con seguito inter- 
minabile di cocchi, di bandiere tricolori, in mezzo ai plausi 
ed agli evviva ; traluceva da ogni volto il raggio del futuro 
trionfo. Si innalzavano a trofeo sui bastoni gli stivali le- 
vati dai piedi e si gridava viva io stìvaie. Quella sera al 
teatro tutti gli artisti vestiti ali* italiana acclamati, subissati 
da applausi continui, non poterono non dare ma nemmeno 
cominciare la rappresentazione; questa fu fatta dal pub- 
blico,che pareva delirante: i dì susseguenti nelle piazze, nelle 
vie, nelle case tutte aperte, dovunque, ebbrezza, furia di 
dimostrazioni patriottiche; gli studenti a capo d* ogni mo- 
vimento ; il popolo infiammato rispondente sempre ali* ap- 
pello. 

La milizia, tutta straniera, sotto due capì frementi e 
furenti non osava far atto di opposizione. Era meraviglioso 
il contrasto. Questo bel popolo, poco prima prostrato sotto 
acuta tirannide, si elevava agitando in faccia ai suoi op- 
pressori la bandiera della sua liberazione. Quieti, mogi 
mogi ci sogguardavano costoro collo spavento di chi teme 
un castigo. Fra tanto bollore, la moderazione e l'ordine di- 
mostrarono il gradò della nostra civiltà. A quelli che ave- 
vano sparso il nostro sangue non abbiamo torto un capello. 
La guardia civica, subito istituita, fu il nostro trionfo. 



La rivoluzione scoppiata a Vienna, le gloriose cinque 
giornate di Milano e la liberazione di Venezia per bene- 
detta concordia e somma avvedutezza di cittadini, tra cui 
primo r immortale Daniele Manin, costrinsero il vecchio 
Maresciallo Radetzky, Comandante gli Austriaci nel Lom- 
bardo-Veneto, a concentrare le sue truppe nel famoso qua- 
drilatero di Verona, Legnago, Mantova e Peschiera. 

La febbre della lotta, i pericoli corsi agguerrirono gli 



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-36- 

animi dei nostri giovani anelanti a definitive battaglie. 
L' aria s' era vieppiù riscaldata. 

Nessuno può ridire V entusiasmo di quei giorni candidi 
e sereni come V aurora della vita I Chi non provava allora 
entusiasmo, era un'infelice senza rimedio. Le bandiere tri- 
colori sorte quasi per incanto sventolavano a mille a mille 
sui pogginoli e dalle finestre delle case e per le vie della /^ 

città; le coccarde in numero infinito brillavano sul petto di 
tutti i cittadini, uomini e donne, e le une e le altre erano 
lavoro segretamnnte preparato dalle nostre gentildonne nei 
giorni del pericolo. — Inni patriottici popolari improvvisati 
riempivano ovunque le strade, le piazze, i ritrovi delle loro 
melodie. Una santa armonia era tra i doveri e gli affetti, 
tra r uomo ed il cittadino, tra la vita nella famiglia e la 
vita nella patria, tra la morale pubblica e la privata. 

Scomparvero le divisioni di casta, tutti i cittadini si 
chiamarono fratelli, non si faceva un passo nelle vie senza 
rispondere a un bacio, ad una stretta di mano,. e, col cuore 
in alto, il soccorso era pronto alla miseria, il soccorso alla 
patria inesauribile. Più tardi popolane e gentildonne si ac- 
calcavano intorno ad un palco eretto in Piazza dei Signori 
(chiamata Piazza Pio Nono), e, all'invito di due poveri 
frati, Giuseppe Gavazzi ed Ugo Bassi, offrivano spontanee i 
modesti orecchini e gli anelli, le collane ed i gioielli pre- 
ziosi 

, Le aule di Tribunali e delle Preture potevano tenersi 
chiuse in quei giorni, tanto V idea della patria aveva cac- 
ciato dagli animi gì' istinti perversi. Nessuno che ridesse o 
berteggiasse delle cose più alte e più sante; i queruli, gl'in- 
contentabili, i soperchiatori non esistevano più, si erano 
ecclissati davanti alla luce splendidissima che irradiava sul 
nostro paese. 

A Padova, partiti gli Austriaci, il Municipio si dimise 
in massa, e vennero eletti, nel recinto del Prato della Valle, 



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— 37 - 

in pieno giorno, a Membri del Comitato Dipartimentale 
provvisorio di Padova i cittadini : 



1. Meneghini dott. Andrea 

2. Zambelli prof. Barnaba 

3. Leoni co. Carlo 

4 Cavalli co. Ferdinando 

5. Cotta prof. Carlo 

6. Gritti Alessandro 

7. Gradenigo Gio. Batt. 

Essi nominarono a loro presidente il Meneghini, a se- 
gretario Alessandro Macoppe, a vice-segretario Cesare Ma- 
garotto, e a Direttore degli Uffici e Archivista, Andrea 
Gloria, 

Non spetta a noi, massime in tal giorno, che è tutto 
quanto dedicato agli studenti, tessere la storia e 1' elogio 
delle opere egregie di sapienza amministrativa e di corag- 
gio civile compiute da questi esimi cittadini. D' altra parte 
il tempo fugge, ed ogni sosta mi è vietata dal maturare 
degli eventi (23). 

Lo storico però non potrà dimenticare che il Comitato 
Dipartimentale di Padova fu tra i primi a raccomandare 
ed a provvedere V arruolamento dei soldati, mentre altrove 
si mandavano a casa con armi e bagaglio i soldati italiani 
provenienti dall' Austria; - fu tra i primi, che intuendo 
le necessità dell' avvenire, chiamò i cittadini, come fece 
quello di Brescia, a votare la fusione del Veneto al Regno 
di Sardegna. 



Tutte le città italiane, ridonate a se stesse, quietata la 
baldoria delle feste, pensarono ad apparecchiare armi ed 
armati a compiere T impresa così felicemente iniziata. 



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-38- 

Padova per impulso degli studenti fu ancor più solle- 
cita, come dissi, nell'organizzare una legione, a cui s' iscris- 
sero prima gli studenti, che formarono 4 compagnie e poi 
anche i popolani. Della Legione fu nominato Colonnello 
il prof. Gustavo Bucchia, Maggiore Ting. Alberto Cavalletto. 
Le quattro compagnie s' intitolarono dal nome dei loro 
capitani, Gazzoletti, Guerrieri Gonzaga, ora senatore, Le- 
gnazzi e Turri. A queste compagnie erano aggregati come 
ufficiali, tenenti, Mordini, ora deputato, Fortis il noto pub- 
blicista, Govi, r illustre professore, Bellotti-Bon il celebre 
capocomico ed altri giovani animosi. 

Tre giorni dopo si costituirono altre quattro compagnie 
comandate da Bezzati, Braghetta, Ferrari e Lisiutti. 

A generale dei corpi volontari, che rapidamente anda- 
vano componendosi come per incanto, fu prescelto V inge- 
gnere Marc* Antonio Sanfermo, venerando avanzo delle guerre 
Napoleoniche. La legione dei Volontari Vicentini era co- 
mandata dal colonnello Giacomo Zanellato, già capitano 
dei Dragoni napoleonici, fatto cavaliere nel 1813 sul campo 
di battaglia di Malojaroslawez al di là di Mosca. I movi- 
menti del generale Sanfermo dovevano andare di con- 
serva con quelli del generale Durando, a cui spettava di 
risalire dagli stati Pontifici nel Veneto con altre masse di 
volontari e di truppe regolari. 

E naturale quindi che il Sanfermo volesse dilazionare 
la partenza della Legione da Padova; ma era cosi vìvido 
r incendio acceso nei petti dei nostri giovani, e così irre- 
frenabile il desiderio dì avvicinarsi ai campì della battaglia, 
che alla mattina del 30 Marzo, trascinandovi lo stesso ge- 
nerale, partirono dalla Caserma Eremitani^ fra gli applausi 
e gli auguri dei cittadini, per Vicenza, ove più imminente 
sì riteneva il pericolo (24). 

Ognuno dei prodi giovani portava una croce rossa sul 
petto o sul braccio, ed erano preceduti da tre padri cap- 
puccini, poiché la guerra contro lo straniero, che per tanti 



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- 39 — 

anni conculcò questa bella parte della bellissima Italia, aveva 
tutti i caratteri di una guerra santa dopo il fatidico grido 
che tuonò dalle Loggie di S. Pietro in Roma. 

« Gran Dio, benedite T Italia >>' 

La Legione di Padova si unì a Vicenza ai volontari dì 
quella città, ed agli altri pochi che accorrevano da Treviso, da 
Schio, da Arzignano, da Feltre, da Cologna, da Montagnana 
e da Cittadella; eravamo in tutti 2400, male organizzati 
e peggio armati. Ma l'entusiasmo bastava a tutto e pro- 
metteva vittoria. 

A dirvi del calore dell* ambiente, vi basti la ripetizione 
di pochi versi del capitano Vittorio Merighi : 

« Vendetta per l'orribile 

Vergogna della verga. 

Per le ventenni angoscie 

Dei santi di Spilberga, 

Per il tradito sangue 

Di Ricci e di Menotti, 

Per le premiate infamie 

Di Bolza e di Salvotti, 

Per le derise lagrime, 

Pei profanati aitar; 
Per Dio, per Dio sui barbari 
Morte dall'Alpe al Mar » ( 23 ) 

Data questa condizione di spiriti riesci impossibile al 
Generale Sanfermo di temporeggiare più oltre per avvez- 
zare i nostri giovani alle armi ed alla disciplina. 

Volevano muoversi in via assoluta da Vicenza, ed in 
questo caso nessun altro obbiettivo appariva più opportuno 
di quello di concentrarsi sulle colline di Montebello Vi- 
centino. 



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— 40 — 

Gli avamposti del nemico non oltrepassavano San Mar- 
tino Buon Albergo, e solo qualche pattuglia, tratto tratto, 
si spingeva verso Caldiero. 

A proteggere le Provincie Venete dall' invasione au- 
striaca, due sole linee di difesa potevano adottarsi. La prima, 
che, legando le alture di Soave con Villanova e costeggiando 
TAlpone, si prolunga poi sulla sinistra dell'Adige. La se- 
conda più in ritiro si stacca dalle alture sopra Montebello 
e per Lonigo e Cotogna, si porta alla Bevilacqua, indi al- 
l' Adige. 

Gli esploratori avevano nella sera del 7 Aprile riferito 
al Quartiere Generale, che il nemico si era ingrossato a 
Caldiero e a Villanova. Si prevedeva quindi un attacco e 
vennero prese di conformità le opportune disposizioni. 

Nella primissima mattina del giorno 7 tutti i volon- 
tari avevano occupato il loro posto. I Vicentini, un cento 
di quelli di Treviso armati di picche, tolte dai cancelli dei 
giardini, ed una parte dei volontari di Padova, occupavano 
i trinceramenti a sinistra del Chiampo tra la Fracanzana e 
l'Acquetta. Sei compagnie scelte del corpo di Padova guer- 
nivano le alture fra Mason e Sorio. Più di 200 uomini di 
vecchi soldati disertati dall'Austria presidiavano la comu- 
nicazione al di sopra di Gambellara, ed il rimanente era 
in riserva a Montebello o ne guerniva le spalle. Sul ponte 
della Fracanzana erano postati due cannoni di marina e 
due cannoncini da costa difesi da parapetti ; e fra quei 
ponte e l'altura di Mason erano piantati altri due cannoni 
pure di marina. 

Alla notte i volontari vigilavano. Si provava il senti- 
mento di quella distanza indefinibile, minacciosa, imper- 
scrutabile, che separa due armate nemiche di fronte. Che 
cosa vi ha un passo al di là di quel limite? che cosa vi 
ha al di là di quel campo, di quell' albero, di quel caso- 
lare? Lo si ignora e lo si vorrebbe sapere. Si teme di var- 
care quella linea e nonostante si vorrebbe averla oltrepas- 



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— 41 — 

sata. E tutti ricorrono col pensiero al paesello nativo, alla 
chiesetta della parrocchia ed al cimitero ed ai noti visi, e 
ricordano l'ultima parola della mamma, e ascoltano sem- 
pre nelle orecchie gli addii del papà e dei fratelli, 1* ac- 
cento della donna amata, e precorrendo i supremi istanti 
pensano ai viva della vittoria, al plauso che attende i vinci- 
tori, ai trofei, alle corone di fiori lungo le vie, e dimenticano 
le sofferenze e forse la morte che li attende, poiché tutti 
si sentono esuberanti di forze, di salute e di allegrezza, 
poiché tutti hanno nel cuore T Italia, 

Verso le sette antimeridiane i posti avanzati della Fra- 
canzana e quelli delle colline scambiano le prime fucilate 
con rinimico: erano battaglioni croati. L*azione si allarga 
e continua. I volontari, che nel perìcolo tanto invocato si 
animano sempre più, escono dalle barricate, e, risonanti 
nelle armi, allontanano con ardore gli assalitori. L'artiglie- 
ria, di 4 cannoni di marina, se anche deficiente, agisce 
mirabilmente, ma sul più bello il nemico, girando la po- 
sizione di Monteforte, spiega contro i nostri forze mag- 
giori e ci prende alle spalle. Accorrono subito in sostegno 
le tre compagnie di Vicenza, quella di Schio e V altra di 
Feltre. L* attacco riesce vivissimo, la resistenza ostinata. 
Nessuno cede, il lungo combattimento accanisce gli odii, 
e le bandiere tricolori drappellano dovunque, segnacolo dì 
speranza e di sacrificio. I volontari compiono opere di va- 
lore, e se uno sfortunato equivoco, facendo scambiare i 
croati coi nostri, non avesse trattenuto immobile il corpo 
collocato sopra Gambellara e destinato appunto ad impe- 
dire che il nemico soprawanzasse, l'attacco di Sorio sarebbe 
riuscito vano, e quella posizione si sarebbe certamente con- 
ser\'ata. Che avvenne allora? Abbandoni inaspettati inde- 
boliscono la linea, grida al tradimento, che non mancano 
mai aira\'\'icinarsi della sfortuna, esortazioni e sforzi eroici 
di quei bravi che tentarono d* impedire il rovescio, e salva- 
rono colla loro intrepidezza l'onore delle armi italiane. 



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— 42 — 

Ma tutto fu invano. Alle 4 la confusione e lo sbanda- 
mento divennero generali, i trevigiani gettarono le picche 
a terra e fuggirono, 13 crociati si nascosero in due grandi 
casolari lì vicini, ove furono massacrati e poi abbruciati 
dagli austriaci, tra cui Giuseppe Furlani di Padova, — 
28 caddero prigionieri del nemico. Condotti a Verona e 
minacciati di fucilazione, vennero invece, dopo trepidazioni 
infinite, rimandati alle case loro dal maresciallo Radetsky, 
che li congedò con le parole seguenti: « Voi combatteste 
da prodi, ritornate ai vostri focolari, di voi non mi curo. — 
Ho ancora 60 mila uomini. Con questi fra otto giorni ri- 
prenderò Milano. » 

U incendio dei casolari fu ordinato da Radetsky per 
terrorizzare le popolazioni. E dallo stesso si intimò di ab- 
bruciare i paesi di Bevilacqua, di Castelnuovo, di Sermide 
ed altri. 

E ciò ricordo non per riaccendere odi antichi, ma per 
ammonizione di coloro, che con Y Europa tutta in armi, 
pronta alla guerra, vorrebbero una Italia disarmata ed a 
ogni costo pacifica, non ricordando il passato ed i tristi 
primi tempi del 1793-97» del 1848-49, e devo dire anche del 
1866, in cui perdemmo in terra ed in mare perchè 1* eser- 
cito era stato improvvidamente ridotto a minimi termini, e 
tardivamente e quasi improvvisamente richiamato e ricom- 
posto sotto le armi. — Ma i propugnatori del disarmo hanno 
ben altre mire che quella di provvedere all' economia na- 
zionale. Essi non vogliono V esercito, perchè ostacolo sicuro 
ed invincibile air adempimento delle loro mire bieche e ne- 
faste. — Essi vogliono una Italia disarmata, per assidersi 
sfruttatori ambiziosi e codardi sulle sue rovine. — Oggi 
piangono il pianto del coccodrillo per mettere a nudo do- 
mani le unghie della tigre, e dilaniare questa patria, che 
può essere e sarà grande se sostenuta e difesa dal senno e 
dal valore dei figli, o ritornerà schiava e divisa se prevar- 
ranno le mene degli ipocriti e dei malvagi, in maschera di 



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- 43 - 

patriotti. E che ciò possa avverarsi, basta guardare in quali 
file militino gli avversari del nostro esercito e della nostra 
difesa, e come in essi non vi sia che la stoffa dei Perego e 
dei Mazzoldi di nefanda memoria. 



I Volontari, che dal primo mattino resistettero sino alle 
4 e mezzo pom. air attacco tentato prima in pianura e poi 
sulle colline di Sorio da 6000 austriaci forniti di artiglieria 
e cavalleria, furono appena 1600. 

II generale Sanfermo, i Colonnelli Succhia e Zanellato 
il Maggiore Cavalletto, i capitani Turri e Fusinato e Chia- 
vacci e Marsari e Radovich e Rinaldi e Zanghellini fu- 
rono fra i primi. 

E ricordo di quei valorosi, un giovine biondo, aitante 
della persona, robustissimo, primo fra i primi nelF ora del 
pericolo, eccitatore fervente ai timidi, mai mitingaio nella 
folla, sempre eloquente nei fatti, dopo Y 8 Febbraio correre 
con grado di capitano a Sorio, rimanervi due volte ferito, 
salvarsi da certa morte rotolando giù dal monte, poi vo- 
lare a Venezia, circondarsi di gloria in queir assedio me- 
morando, indi deposte le armi, non la cura della patria, 
compagno a Speri, a Montanari, a Tazzoli, a Cavalletto at- 
tendere imperterrito negli ergastoli di Mantova V ultimo 
fato; e finalmente libero riprendere la vecchia bandiera e 
meritarsi a Treponti nel 1859 V ambito saluto di prode da 
Giuseppe Garibaldi, e subito dopo ricevere dal Municipio 
di Brescia una medaglia d'oro in premio de' suoi patimenti 
e del suo amore alla patria. 

Quel giovane eroico non è più; volle morire, perchè la 
forza fisica aveva cessato di secondare gV impeti del pa- 
triotta;.... quercia colpita dal fulmine, reclinò la fironte be- 
nedicendo air Italia. — Parlo del mio povero fratello An- 
tonio, Capitano a Sorio nella 2* compagnia, ricordato an- 
cora da alcuni professori qui presenti, e da questi veterani 



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- 4i - 

del 1848-49, prodi avanzi del primo periodo dell'epopea na- 
zionale, i quali furono suoi soldati. 

Il generale Sanfermo nel suo rapporto ufficiale al Ge- 
nerale Zucchi parlando di coloro che più si distinsero a 
Sorio scrisse: «Fra i capitani che spiegarono molta fer- 
mezza e molto valore non devo tacere certamente il nome 
del bravissimo Legnazzi, che rimase gravemente ferito ». 

E voi, giovani generosi, e cittadini egregi, perdonate al 
mesto saluto che mando da qui oggi in questa solenne ceri- 
monia alla tomba di mio povero fratello, aperta anzi tempo, 
ed alla quale sempre col pensiero ricorro per ritemprarmi lo 
spirito se il dubbio lo conturba, se il tedio di tante mise- 
rie, che ne circondano, minaccia di spegnere la sacra fiahima 
che lo ha sempre animato. 



Era la prima volta nel 1848 che professori di Univer- 
sità, studenti e cittadini, non avvezzi alle armi e non for- 
mati ancora ai movimenti guerreschi, affrontavano in campo 
aperto un esercito ordinatissimo e ricco di tradizioni mi- 
litari. A quei volontari non mancavano ne valore, ne co- 
stanza, né tenacità, qualità eccellenti per morire; manca- 
vano ordine, legame, disciplina, requisiti necessari per vin- 
cere. 

Era la prima volta, che il grido di viva Italia suonava 
arditamente in faccia allo straniero, fra il rombo dei can- 
noni e lo scoppio delle fucilate. Ma se le improvvisate mi- 
lizie dovettero cedere al numero ed alla solidità del ne- 
mico, rimase però nell' animo della nostra gioventù la co- 
scienza del proprio valore, 1' ardimento per le imprese ven- 
ture e la virtù del sacrificio. 

Credetti ricordare il fatto militare di Montebello e Sorio, 
perchè fu una immediata naturale conseguenza dell' 8 Feb- 
braio 1S48. 



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— 45 - 

Amore e fede che sono luce air intelletto, religione al 
cuore, conforto speranza e premio alle anime elette, fecero 
sorgere in ogni città d* Italia con gentile orgoglio e con 
memore affetto negli atrii delle Accademie e delle Univer- 
sità, come in quello della nostra, apposite lapidi coi nomi 
dei giovani studenti, caduti per la patria, e dovunque sulle 
facciate dei civici palazzi si vollero incisi a ricordo sul 
marmo i nomi di coloro, che morendo per V Italia, resero 
sacro e caro alla nazione il cantuccio di terra in cui erano 
nati. 

E quando io m' avvengo in quelle lapidi ed in quei 
marmi, oh I come allora mi si parano innanzi all' occhio 
della mente i sacrifici che costarono ad un'infinito numero 
di famiglie la libertà è Fìndipendenza, e rammento le ma- 
dri, che i figli dilettissimi videro partire ad uno ad uno e 
ad uno ad uno seppero estinti. E pensando alla giovine na- 
zione nata fra le lagrime, maturata nel martirio ed innal- 
zata dal valore dei figli, io dico : eh' essa non sarà sicura 
finche gl'Italiani agli altari ed alla pompa di sacerdoti bu- 
giardi non sostituiranno una volta le tombe dei morti per 
la patria. 

È la nuova religione che deve sorgere sulle rovine dei 
roghi, della barbarie e dei pregiudizi. 

E già sul colle di Sorio è sorta una guglia in memoria 
di quell'infausta ma gloriosa giornata, che potendo essere 
una vittoria, riesci ad un lagrimato sacrificio di sangue. (27) 

Ma come scendono ogni anno dalle Alpi o vengono dal 
mare, salmodiando al Dio della vendetta e della ristorazione, 
a mille e mille i pellegrini, per insultarci nella eterna città, 
ove siamo ed ove resteremo, e per deporre l' oro, tolto forse 
alla miseria, ai piedi di un prigioniero fittizio fra gli agi e 
le pompe sibaritiche, un prigioniero che ha perfino la li- 
bertà degli insulti i più atroci contro la nostra Nazione, 
così a questa guglia di Sorio e in ben diverso pellegrinag- 
gio accorrono e accorreranno ogni anno i vecchi combat- 



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- 46- 

tenti di quel giorno per deporre corone votive sul monu- 
mento; vi accorrono e vi accorreranno i giovani soldati 
delle ultime battaglie, che possono chiamarsi la giovine 
guardia della patria, per ritemprarsi l'animo nei ricordi 
del valore ed essere preparati all'appello, che fosse loro per 
muovere la patria minacciata. 

Qui non abbiamo questioni da risolvere, e chi si atten- 
tasse di sollevarne una, sarebbe nostro nemico, che combat- 
teremmo con tutte le armi del patriottismo e della dispe- 
razione. 



Ma se a Sorio è sorto da parecchi anni un ricordo, non 
era meno desiderato quello, che oggi si inaugura sulla 
facciata della nostra Università a rammentare il giorno, 
che fu principio nelle Provincie Venete della lotta memo- 
randa. 

Nel 1882 un alito di calda primavera, un profumo dì 
lieta giovinezza era penetrato nel nostro Comune. Un 
uomo, poeta ed artista, d' animo aperto, gentile, delicatis- 
simo, di ingegno pronto, ampio, arguto, eloquente, domi- 
natore, amico degli studenti, con la" testa ritta sulle spalle 
fra la turba infinita di bigotti dell' autoritarismo, sia mode- 
rato, sia democratico, difensore dei deboli, amico del suo 
Re, il cittadino Antonio Tolomei, troppo presto rapito alla 
patria, alla poesia, alla scienza, all'arte e a questa Padova, 
cui prodigava le cure indefesse di un figlio dilettissimo, di- 
venne capo dell'amministrazione del Comune e vi portò 
tutto il suo entusiasmo, tutti i brillanti colori della sua 
tavolozza. Molti padovani dissero: ecco un sindaco poeta; 
ecco la rovina delle finanze comunali; moltissimi lo salu- 
tarono sapiente sindaco, riformatore e innovatore. Altri 
hanno parlato egregiamente del sindaco, del poeta e del- 
l' artista; io mi fermerò soltanto a due punti della sua vita 
di sindaco patriotta: — il concorso cioè all'Esposizione di 



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- 47 — 

Torino per le memorie dei Risorgimento Italiano, sicuro 
che la sua vecchia Padova avrebbe fatto, come fece, in 
quella mostra, splendida figura; — e l'erezione della lapide 
universitaria. 

L'obblio colpevole, di cui era coperto il giorno 8 Feb- 
braio 1848 gli pareva un brutto ed ingrato controsenso, di 
fronte alle tante glorificazioni, die poco assai di serio glori- 
ficavano. Non una pietra, non un ricordo che lo ramme- 
morasse, e questo pensiero, che gli martellava la mente, 
empiendogli V animo di un desiderio infinito, non gli dava 
pace in mezzo alle cure diuturne: però non poteva arre- 
starsi ad un desiderio che era anche diviso dagli studenti e 
dai cittadini, ed in una lapide da porsi sulla facciata del- 
l' Università scrisse con firasi roventi di queir avvenimento, 
condannando alla gogna la barbarie degli oppressori. 

Ecco la iscrizione che doveva essere scolpita: 

8 FEBBRAIO 1848 

QUI 

ALLE IRRUENTI ORDE STRANIERE 

STUDENTI E POPOLANI 

PER IMPROVVISA CONCORDIA TERRIBIU 

IL PETTO INERME OPPONENDO 

AUSPICARONO COL SANGUE 

IL RISCATTO D'rTALU 

Tutto era allestito. La lapide scolpita in marmo già 
pronta ad essere murata in posto, stampate le prove del- 
l' avviso ai cittadini e gl'inviti per la solenne inaugurazione, 
quando un veto inaspettato venne da Roma. — Il governo 
progressista d'allora, che pareva avesse il monopolio di tutte 
le libertà, non credette opporsi ad un richiamo del Console 
Austriaco di Venezia, cui non garbava la fi-ase orde stra- 



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- 48 ^ 

nierc^ e fece assoluto divieto di inaugurare la lapide (28). 
Il Tolomei a malincuore si arrese a mutare la frase orde 
straniere con 1* altra di soldatesche austriache^ ma non ebbe 
migliore fortuna. 

Telegrafo, scrisse e riscrisse inutilmente al Ministero, 
deplorando si sprecassero denari e sangue e decoro nelle 
spedizioni africane, e non si salvaguardassero la libertà e 
r indipendenza in casa nostra. 

E la lapide venne tolta in silenzio, dolorosamente, 
dal sito ove doveva essere murata, e il sindaco patriotta, 
non quetandosi alle bassezze altrui, si dimise dal posto, 
a cui aveva fatto tanto onore, per ritirarsi in famiglia 
fra le cure affezionate dei figli, a rinnovar col cuore i can- 
didi fantasmi che Y affanno aveva distrutto. 

Antonio Tolomei dopo una lunga malattia, virilmente 
sofferta, spirò la grande anima il 20 Ottobre 1888, lasciando 
nel pianto i figli e i genitori dilettissimi, la gioventù stu- 
diosa, alla quale avrebbe apprestato altri nobilissimi esempì, 
gli amici, la sua Padova, Y Italia. 

Oh! qui, qui, tutti, giovani studenti, cittadini egregi, 
che ne seguiste commossi il feretro lagrimato, qui tutti col 
cuore e col pensiero inneggiamo a questa riparazione, ideata 
da Antonio Tolomei, la cui anima oggi aleggia festante su 
voi e benedice air Italia, che non è vile, perchè si trovò al- 
fine un governo di galantuomini liberali, che non volle per- 
durassero la infamia e la pusillanimità degli anni scorsi. 

I martiri deir8 Febbraio 1848 sono vendicati nel 1892 1 
Il mio voto è compiuto. Quidquid amavimus, quidquid 
mirati sumus, manet mansurumque est in animis hominum, 
in aeternitate temporum, in fama rerum. (Tac.) 



Ma poeti, artisti, scienziati, studenti, popolani, combat- 
tenti 1*8 Febbraio a Padova e fronteggianti nel giorno 
8 Aprile sui colli di Sorio e Montebello in giusta battaglia 



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-49 - 

il secolare nemico, attendendo invano fra tanti inni pa- 
triottici quello della vittoria, pur presentendo vicino a loro 
quel non so che di minaccioso, di eterno, di sconosciuto, 
di lontano, che mai aveva cessato di accompagnarli durante 
una gioventù travagliata, — fisso lo sguardo all'angolo oc- 
cidentale della penisola, videro incrollabile la Croce bianca 
di Savoia fra gli orifiammi di un' antica stirpe di guerrieri, 
di statisti, di eroi nelle battaglie, di angeli di consolazione 
nelle disgrazie del popolo, devoti ai giuramenti, primi cit- 
tadini fra i cittadini, leali, splendidi, generosissimi, mo- 
desti gregari all'ombra di quella croce, unico faro di re- 
denzione, — quei poeti, artisti, scienziati, studenti e popo- 
lani, combattendo sempre, e mai disperando a ricostruire 
pietra a pietra lo stupendo edifizio, che l'amore di patria ave- 
va cominciato ad innalzare e stava cementando col sangue 
de'suoi figli migliori, — tutti, tutti quei valorosi noi troviamo 
sulle vie delle fortune italiane, o fra gli azzurri battaglioni, 
o fra i bersaglieri piumati, che volarono sul Mincio dalle terre 
allobroghe, o fra le rosse divise che resero popolare la guerra 
del risorgimento italiano, o fra i difensori immortali di Vi- 
cenza, di Venezia e di Roma, ove pel valore di truppe im- 
provvisate si combatterono e si vinsero le due più impor- 
tanti battaglie della rivoluzione, la sortita di Mestre 28 Ot- 
tobre 1848, voluta da Daniele Manin, duce Guglielmo Pepe, 
e 30 Aprile 1849 sotto le mura di Roma, duce T eroe leg- 
gendario Giuseppe Garibaldi. 

E tutti quei valorosi noi troviamo alternativamente in- 
sieme a Carlo Alberto ed a Vittorio Emanuele, — soldati 
compiere opere di valore egregio, e seminare delle loro 
ossa le nostre campagne da Coito a Rivoli, da Somma- 
campagna a Valeggio, da Novara a Palestro, da S. Martino 
a Roma, — popolani segnalare in due battaglie la eroica 
Vicenza, meritare il nome di prodi nei combattimenti di 
Cornuda e di Treviso, immortalare la mia Brescia, questa 
superba Lionessa Lombarda, abbeverata nel sangue nemico. 



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- 50 - 

che rimase immutata nella sua fede a Casa Savoia tanto 
nelle glorie quanto nelle sventure, e combattè le dieci gior- 
nate memorande da sola contro il comune nemico, dopo 
che sui campi di Mortara e di Novara parevano precipitate e 
seppellite per sempre le sorti della patria. 

Le sue vie, che nei io giorni della lotta videro subli- 
mate tutte le virtù, rimarranno sempre coi loro storici nomi 
nella pagina più eroica di Brescia, come in Italia e dovun- 
que il suo magnanimo esempio destò allora V entusiasmo 
deir ammirazione. 

Brescia cadde da Leonessa ferita^ ma la sua caduta non 
fii vittoria dell'Austria, ma dell'Italia e della libertà: Bre- 
scia colla pietà e coll'odio riscosse gli animi degli Italiani e 
segnò r Austria ai popoli civili con nuova nota d' infamia. 



E se v' indugiai, o giovani egregi, nello evocare tante 
memorie, attribuitelo al desiderio acuto che ci anima tutti 
rivivendo nei giorni delle prove più difficili, in quelli delle 
lagrime e delle speranze. 

Ricordate prima e sempre, o giovani studiosi, che oggi 
vi tocca solo imparare per operar poi, non a rompervi la 
testa a dividere il mondo e a non servire di sgabello, gio- 
vani ingenui, coi vostri applausi e colle vostre vergini forze 
al salire dei mestieranti della politica, i quali raggiunto il 
loro scopo non solo non vi riconosceranno più, ma vi par- 
leranno in guisa ben diversa da quella con cui un altro 
giorno accendevano i vostri entusiasmi; vi parleranno in- 
vece di quiete necessaria, di doveri, e non più di diritti, di 
necessità di governo, di obblighi internazionali, e si ture- 
ranno occhi ed orecchi per non vedere le lagrime e non 
udire le imprecazioni di un popolo generoso air ultimo so- 
spiro del biondo giovinetto, che morì giustiziato perchè vo- 
leva baciare la sua vecchia madre in seno alla patria libera 
ed indipendente. 



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— 51 — 

Ma se vittoria sorrise al gran Re, all' eroe Nizzardo ed 
alle loro spade, se un bel raggio di sole avvolge adesso in 
un nimbo di gloria le anime dei forti caduti, e bacia le 
venerande canizie di quelli che nelle armi o negli alti uf- 
fici, o nella Camera, o nel Senato hanno fatto sacramento 
di servire la patria fino alF ultimo sospiro, o bel raggio di 
sole sospendi il tuo cammino, e aspetta di piovere i tuoi 
fiotti di luce il giorno in cui Veterani e Reduci delle guerre 
passate, circondati dai fantasmi dei nostri eroi, statisti e 
fattori della nostra indipendenza, educato il fiore celeste 
della concordia e vincitori in pacifico arringo, saluteranno 
festanti il ritorno agli itali imenei delle dilette sorelle, che 
hanno nido a pie delle Alpi Marittime e.... «presso del 
Quarnaro, che Italia chiude e i suoi termini bagna » e sa- 
luteranno orgogliosi questa Italia risorta, trasformata nel 
corso di pochi anni, con industrie numerose, con una ma- 
rina mercantile che sostiene onorato il nome dltalia in tutti 
i porti del mondo, con una flotta terribile, con un esercito 
giovane numerosissimo, che anela il giorno delle prove, con 
una popolazione attiva intraprendente, studiosa, che ha la 
coscienza di essere destinata ad un grande avvenire, col suo 
Re leale, nobilissimo esempio d' ogni cittadina virtù, eroe 
delle carità e del soccorso, con Roma infine capitale intan- 
gibile, la città dei sette colli, «anta pei ricordi delle italiane 
grandezze, santa pei martiri del libero pensiero e del pa- 
triottismo, ma più santa ancora quando noi italiani con la 
dignità delle opere le cingeremo la sua antica corona di 
sapienza e di gloria e mostreremo d' esserne degni. 

Ed ora che rimane da compiere alla nostra genera- 
zione ? 

Gli studi classici, che ci tempravano le anime e le 
menti ne' sereni ideali, si mutarono in una ricerca di date. 
L* amore, la fratellanza, le abnegazioni, che informavano 
la fede dei nostri martiri, appartengono oramai ali* arse- 
nale delle frasi fatte, non hanno significato alcuno, e... si 



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— 52 — 

tira via, e si vive incerti del presente, trepidi dell'avvenire» 
senza uno sprazzo di luce che vivifichi, che consoli. — Che 
cosa dunque ci rimane? 

Tocca ai reggitori della cosa pubblica ad essere vindici 
della verità, senza sottointesi, e della virtù, che non so- 
migli a quella degli Auguri di Roma, —ad essere custodi 
gelosi ed integerrimi della dignità della patria, delle sue 
fortune e dei suoi liberi ordinamenti. 

Tocca a noi, o vecchi, lo alimentare il sacro fuoco di 
Vesta, sì che arda nel petto dei nostri figliuoli e prepari la 
nuova generazione alle magnanime imprese, sia nel campo 
degli studi, come in quelli della politica e delle armi. 

Tocca a voi, o giovani, a non atteggiarvi come rifor- 
matori, mentre siete alle prime pagine del libro della Ivita 
e ai frontispizi dei sacri volumi della scienza. — Tocca a 
voi a nulla apprendere dalle alchimie politiche, dai con- 
nubi inverecondi, dai trasformismi senza nome, e ad ispi- 
rarvi a tutto quanto nobilita il cuore, e prima di tutto al- 
lesempio dei vostri eroici colleghi, che vi destarono gli en- 
tusiasmi per la verità, per l'onore e per l'affetto alla patria 
nostra. 

Ma non dubito di Voi, o giovani; sento intorno a me 
il gagliardo battito de' vostri cuori, sento che non sarete 
Voi, che non saranno i giovani, che mancheranno al paese 
nel giorno delle prove. Ond'io volgendo lo sguardo alla ge- 
nerazione che con me tramonta e, fissandolo in quella che 
sorge fiorente con Voi, io mi conforto ancora e sono sicuro, 
che, o nelle file dell' esercito, o nelle schiere dei volontari, 
sempre nell' amore alla patria, ove questa corra pericolo e 
vi chiami in soccorso. Voi sarete, come essi, o primi a mo- 
rire, o ultimi sul campo a intuonare l' inno della vittoria. 



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Come finirono gli Studenti del 1848. 

Molti potranno chiedermi : « che avvenne de* suoi com- 
pagni d'Università del 1848? come finirono? » 

La risposta e brevissima. Dopo avere combattuto su 
molti campi di battaglia come soldati volontari, dopo essere 
stati messi in prigione e condannati all'ergastolo, poi rinati 
alla vita civile, o come professionisti, o come autori, o mili- 
tari, o giornalisti, o professori, sono morti quasi tutti: uno 
venne impiccato a Mantova, due fucilati, molti caddero sui 
campi morti o feriti, altri fatti prigionieri, moltissimi emigra- 
rono in Belgio, in Oriente, in Alnca, in America, special- 
mente medici, ma tutti mostrarono al nemico T animo loro 
adamantino, e di che tempra fosse il loro ardire. Ora pochis- 
simi siamo vivi, rari nantes in gurgite vasto, credo in tutti 26, 
uno senatore, tre deputati, uno nell'alta magistratura, tre uffi- 
ciali superiori in congedo, due professori, pochi altri privati : 
ma tutti tutti, quantunque da giovani ascritti alla libera 
Italia, o presto o tardi, compresi Merighi e De Boni, ab- 
bandonarono il vessillo repubblicano, e si raccolsero sotto la 
bandiera « Italia e Casa Savoia » : per quanto mi consti, non 
notansi che due sole eccezioni, Alberto Mario e Gilberto 



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— S4 — 

Govi, miei carissimi colleghi, che rimasero inconcussi fedeli 
al loro principio. 

Ma se vissero e morirono repubblicani, rispettarono i 
plebisciti, mai scesero nelle piazze fra le comparse obbligate 
di tutte le dimostrazioni, e mai si assisero fra i numerosi 
banchettanti da Teatro. 



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A chi si deve la Lapide dell' 8 Febbraio. 

Se la Lapide commemorante PS Febbraio 1848 è stata 
finalmente eretta sulla facciata dell'Università, lo si deve alla 
iniziativa ed alla insistenza degli studenti, agli sforzi con- 
cordi ed alla perseveranza del nostro Prefetto, conte Saladino 
Comm. Saladini, del nostro Sindaco, conte Vettore Comm. 
Giusti e del nostro Rettore Magnifico Francesco Carlo Comm. 
Ferraris, auspice S. E. il Ministro Giovanni Nicotera, ai 
quali tutti a nome mio e dei cittadini esprimo i sensi della 
più viva riconoscenza. 



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IsT O T El 



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(I) 

La madre di Leone Fortìs, ELENA WOLLEMBORG, 
letterata distinta del tipo classico, dotta nel greco e nel la- 
tino, poetessa, nemica delle pose accademiche e delle aspi- 
razioni artificiali, inspirò sentimenti liberali e il vero gusto 
della lingna italiana a suo figlio Leone, rinomato pubbli- 
cista ed autore, tutt' ora vivente. 

Fra gli illustri uomini ho citato solamente quelli che, 
oltre la scienza, professavano allora e professarono anche 
in seguito apertamente sentimenti liberali ed amore alla 
patria, tale essendo lo scopo del mio discorso. 

(3) 

Nella grande caserma di] S. Giustina, allora degli In- 
validi, abitavano il generale Franco, il colonnello Parodi, 



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— eo- 
li tenente colonnello Soldati, il maggiore Parmegiani, i ca- 
pitani G)mbatti, Sadowski ed altri, che erano amici ed in- 
spiratori degli studenti. 

(4) 

Oltre gli uomini si dilettava di questo infame mestiere 
anche il bel sesso : è turpemente nota la contessa Bonvec- 
chiato-Mircovich, che abitava nel vicino paese di Santa Ma- 
ria di Sala e che fu l'Atropo del processo di Mantova, 

Pur troppo nella nostra provincia figurò un' altra di 
queste megere. 

(5) 

Giova riportare per intero questa poesia scritta dal 
PRATI in pochi minuti sopra un tavolino del caffè Pe- 
drocchi nel Dicembre 1847. 



IL DELATORE 



Le orecchie intente, gli sguardi bassi, 
Tu come un' ombra segui ì miei passi ; 
Se un lieve accento muovo al compagno, 
Ratto ti sento sul mìo calcagno: 
Va, sciagurato, mi metti orrore. 

Sei delatore! 



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-6i - 

Ma quando mangi pan guadagnato 
Con r abbiettezza del tuo peccato^ 
La bieca larva del tradimento 
Non ti sta presso ? non n' hai spavento ? 
Va, sciagurato, mi metti orrore. 

Sei delatore 1 

Il sol la luce dovria negarti; 
Mai col tuo nome nessun chiamarti; 
Ma con quell'altro che ti dispensa 
Pane e vergogna sull' empia mensa; 
Va, sciagurato, mi metti orrore, 

Sei delatore 1 

Talora il ladro chiamo infelice: 
Degna di pianto la meretrice; 
Da me un' ascosa lagrima ottiene 
Sin l'omicida stretto in catene: 
Ma tu, tu solo mi metti orrore; 

Sei delatore 1 

Va, sciagurato; cala il cappello. 
Ti ravviluppa nel tuo mantello, 
E se un istante sul cor ti pesa 
La mia parola, cerca una chiesa, 
E piangi, e grida: Pietà, Signore, 
Son delatore 1 

Là solamente, presso a quel trono 
Può la tua colpa trovar perdono; 
Impauriti de' tuoi tranelli 
Più sulla terra non hai fratelli. 
Va, sciagurato, mi metti orrore. 

Sei delatore 1 



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— 62 - 



(6) 

Sotto il paterno regime austriaco eravi un titolo di 
milizia chiamato dei perlustrati^ al quale venivano forza- 
tamente ascritti i malviventi, gì' individui incorreggibili e 
pericolosi, coloro insomma che adesso si manderebbero a 
domicilio coatto. Erano poi distribuiti tra i vari reggimenti 
stanziati nelle Provincie settentrionali dell* impero sotto con- 
segna rigorosissima. — Là colle verghe, col bastone e col 
digiuno venivano domati, sovente uccisi. A questa condanna 
si assoggettavano pure^ per colmo di ignominia, i giovani 
educati e di buona famiglia, che professavano sentimenti 
liberalL — Anch* io fui tra i perlustrati 1 Però combinai di 
non essere mandato"al corpo- 

(7) 

VITTORIO MERIGHI, anima di fiioco, in figura miche- 
langiolesca, fibra d'acciaio, poeta battagliero, affascinante, 
sdegnoso, commovente, inspirato, quasi un novello Tirteo, 
''oratore convinto, vero tipo di italiano, agitatore e cospira- 
tore consumato, esecutore di difficili missionil affidategli 
da Cavour e da Vittorio Emanuele, combattè come 'capi- 
tano e poi come maggiore à* artiglieria in tutte le battaglie 
della patria dal 1848 al 1870, e morì V anno scorso a Ve- 
rona, povero, ma onorato, lasciando un'unica bellissima figlia. 
Riportiamo la sua ode a Pio IX. 



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^3 



A PIO IX, 



Sorgi, ti scuoti, l'agita. 
Crucciata anima miai 
Sorgi, e del gioviti cantico 
Ridesta l'armonia: 
In faccia al Sol ti suscita 
Gonfia di speme e d'ira, 
E delle più recondite 
Potenze anela e spira; 
E incitator terribile 
Ne frema intorno il suoni 



E non temer se apparveti 
Il tempio abbandonato, 
E qui fra noi del Golgota 
Il segno profanato: 
Che se quel Dio, che liberi 
Ci bandì tutti e uguali. 
Più non ci lasci a fremere 
Preda di re bruuli. 
Riconoscente il popolo 
Ritornerà alPahar. 



Sorgi 1 Non più dal tempiq 
Parla vendetta e orgoglio; 
Non più briaco un Flamine, 
Turpa di Pietro il soglio; 
Ma vi salì un magnanimo 
Che tutti accoglie in fronte, 
Mosè novello, i fulgidi 
Raggi del sacro monte, 
E dentro al cor 1' angelico 
Palpito del perdon. 



Anch'io fuggii dai tempii, 
E bestemmiai la Croce, 
Perchè la vidi complice 
Di codardia feroce: 
Perchè in suo nome sparsero 
Sangue i leviti infami; 
Perchè in suo nome imposero 
A generosi e grami,! 
E invan gagliardi popoli 
L'onta di stranio rei 



Salve, di grami innumeri 
Alba di speme, o Pio! 
Si, salve, a fard liberi 
Mandato a noi da Diol 
Oh! dal tuo labbro mistico 
La gran parola tuoni, 
E gli avviliti popoli 
Risorgeran leoni, 
A far redenta Italia 
Tutta dall'Alpe al mar! 



Ma tu salute additala 
Agli Itali frementi. 
Ma Tu vessil brandiscila 
Contro le stranie genti; 
E coU'ardor dei martiri 
Io tornerò a prostrarmi, 
A oscularla, a strìngerla : 
E sangue, e vita^ e carmi, 
O Redentor Pontefice, 
Tutto fia sacro a Te! 



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-64- 



Né ch'io ricusi correre 
Sorger potrà periglio: 
Né varrà mai carnefice 
A spaventarmi, o esiglio: 
Andrò novello Precida 
Tutta a infiammar la terra: 
Tirteo secondo, i cantici 
Di disperata guerra 
Farò per tutta Italia 
Altissimi fremir! 



Parla, e sugli Austri l'itala 
Vendetta rompa omai, 
Che d'essi al par sacrileghi 
Non vide il mondo mail 
Oh, dillo tu, miserrima 
Terra d'eroi poloni; 
E gì' ingannati il dicàùò 
Trucidator coloni. 
Che la promessa austrìaca 
Fé mostri e poi tradì. 



E non t' arresti il sangue 
Che ne sarà colato; 
Ei che mori sul Golgota, 
Egli l'esempio ha dato! 
Bastava un voto, e l'opera 
Era del par compita; 
Ma ad insegnar che sorgere 
Dovranno a nuova vita 
Solo col sangue i popoli. 
Volle il suo, primo, offrir! 



E tu al mondo pubblica, 
O piazza di Tamovo, 
Fra le tue mura il teutono 
-Mercato orrendo « novo; 
E i sanguinenti bamboli, 
E i vegli mutilati, 
E i palpitanti esanimi, 
E i teschi mercatati, 
E un Arciduca preside, 
E r oro che mancò ! 



Né mai l'idea ti mitighi 
Che padre a tutti sei, 
A rattenere i fulmini 
Sulle cervici a* rei. 
Padre pur là all'empireo 
Era l' Etemo a tutti : 
Ma molti un dì fra gli angeli 
Furo empi, e gli ha distrutti: 
Tu dell'Eterno imagine 
Gli empi distruggi qui! 



Oh mostri!.... E al fetido aere 
Della nequizie avezzo, 
É il soffio lor che suscita 
De* Sanfedisti il lezzo! 
Mostri che i ferri affilano, 
Che temprano il veleno, 
Che stoltamente sperano 
Se n'avrai roso il seno, 
Fallita la grande opera 
Che a Te il Signor legò ! 



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-65- 



Mostri I Che profanarono 

Troppo col piede immondo^ 
E avvelenar coir alito 
Qjiesto giardin del mondo: 
Che. mescolar colle itale 
Donne 1* orrendo seme ; 
Che fan delitto al misero 
Se generoso freme; 
Che fan le genti piangere 
Dove sorride il Sol! 



E mille, e tremendissimi 
Del Vaticano ai tuoni, 
Vedransi e mille sorgere 
Soldati e Gédeoni; 
E spariranno i teutoni 
Satelliti da noi; 
Ed ai guerreschi aneliti 
Degli italiani eroi 
Della tedesca Gerico 
La cinta crollerà! 



Mostri^ che ir4esorabili 
Dove trovar 1* ingegno 
Perennemente il fecero 
D'estreme ingiurie segno: 
Che la discordia soffiano 
A oppor che Italia s'erga; 
Che, in onta a Dio, sugli uomini 
Fan sibilar la verga: 
Che all'orda gesuitica 
Schiudon l'infame voi! 



E allor dall'ime viscere 
Di servitude l'empio 
Seme distrutto, fervidi 
Ritorneremo al Tempio: 
E tu vedrai mitissimi 
Prostrarsi, e scioglier voti, 
Qpei che dapprima irrisero 
Increduli, o indevoti; 
E sorto grande il popolo, 
Grande sarà 1' aitar] 



Ofci mostri, mostri! Vindice 
Un vento mugge, e Dio 
Dentro a soffiarvi impavido 
T'ha suscitato, o Pio! 
Oh, là, sui colli, inalbera 
Patrio vessi! la Croce; 
Oh, leva, leva il sònito 
Della inspirata voce, 
E per Italia un'unico 
Urlo risponderà! 

Verona, luglio 1846 



Àlfìn giungesti, o splendida 
Aurora di salvezza, 
E dei frementi Italici 
Prorompe alfin l' ebrezza I 
Oh ruggi, ruggi, unanime 
Indomito, immortale, 
Ai teutoni carnefici 
Distruggitor finale; 
Ruggi, o saluto italico, 
Ruggi dall'Alpe al mari 



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-66- 

(8) 

Era ALFREDO ROMANO figlio di Giuseppe medico mi- 
litare della Casa degli invalidi e della Casa di Pena, nato a 
Padova, studente del IV anno di legge, fii amicissimo di 
L. Fortis, anzi suo collaboratore nel comporre il suo primo 
dramma, che destò in Padova grande entusiasmo, ed assi- 
curò la sua fama di scrittore drammatico. 

Dopo la sua fuga, favorita dalle simpatie che passa- 
vano fra la sua bella madre ed il fomigerato Censore Au- 
striaco, combattè con tanto valore coi Volontari nel 1848 
e 49, che fu nominato Capitano. Emigrò in seguito in 
Egitto, ove abbandonato il codice si trasformò in medico 
e riesci così bene, che era da tutti stimato e ricercato. Da 
due anni è morto anche lui. 

(9) 

La poesia ad Atilia del PRATI fu pubblicata a Pa- 
dova nel 1847 nella strenna, che s' intitolava « Dono di pri- 
mavera»; in quei giorni ne furono tirate migliaia e mi- 
gliaia di copie, e tutte col visto di quel famoso censore. 

(IO) 

Questa è una delle tante Notificazioni emanate da 
Vienna per istigazione del famoso Metternik. 



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-67- 
SOVRANA RISOLUZIONE 

All'oggetto di mantenere nel Lombardo- Veneto la pub- 
blica tranquillità^ Mi sono determinato ad ordinare che nei 
casi qui appresso accennati dei delitti di alto tradimento, 
di perturbazione della pubblica tranquillità, di sollevazione 
e di ribellione, e per la grave trasgressione di polizia del 
tumulto, sia attivato un giudipo statario giusta le norme 
seguenti : 

S I. Ha luogo il giudipo statario: 

a) Contro chi, dopo la pubblicazione della presente 
legge nel regno Lombardo- Veneto, provoca, istiga, o tenta 
di sedurre altri, benché senza effetto, al delitto di alto tra- 
dimento, contemplato dal S 52 lett. h della Parte I del Oxi, 
penale, ovvero al delitto di sollevazione o a quello di ri- 
bellione (SS 61 e 66 della Parte I del Gxi. penale}, quando 
vi sia congiunta T intenzione di alto tradimento. 

h) Contro chi, colla stessa intenzione, ovvero durante 
una sollevazione o ribellione scoppiata per qualunque mo- 
tivo, si oppone con vie di fatto alla forza armata, o com- 
mette violenze contro funzionari publici, contro persone rap- 
presentanti qualche magistratura, o contro una guardia. 

e) Contro chi si associa con mano armata ad una som- 
mossa popolare od ammutinamento, e richiamato dall' au- 
torità o dalla forza armata a staccarsene, non presta pronta 
obbedienza, e viene arrestato durante la sollevazione o ri- 
bellione con armi o altri strumenti atti ad uccidere. 

d) Contro chi suscita una sommossa popolare sia con 
pubblici discorsi atti ad ispirare avversione contro la forma 



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I 



- 68 - 

di Governo, ramministrazione dello Stato o la costituzione 
del paese, sia con altri mezzi a ciò diretti (§ 57 della Parte 
I del Cod. penale), o prende parte attiva ad una sommossa 
popolare suscitata con tali mezzi. 

e) Contro chi si fa reo della grave trasgressione di Po- 
lizia del tumulta 

S 2. Dinanzi questo giudizio, saranno tradotti, senza 
riguardo al loro foro personale od al luogo in cui fossero 
stati arrestati, tutti coloro, che vengono colti sul fatto, o 
contro i quali emergono indizii legali cosi stringenti, da 
poter ripromettersi con fondamento di raggiungere senza 
ritardo la prova legale della loro reità. 

S 3. 11 termine, entro il quale nel giudizio statario deve 
essere ultimata 1* inquisizione e prolata la sentenza, è fis- 
sato a quattordici giorni, a datare da quello, in cui si diede 
principio air inquisizione, 

§ 4. Contro le persone riconosciute ree di uno dei de- 
litti enunciati, ha luogo la pena dì morte. 

% 5. Contro una tale sentenza di morte non ha luogo 
né ricorso^ né supplica di grafia. 

§ 6, La presente legge sarà operativa dopo giorni quat- 
tordici da quello della prima sua inserzione nella Gazzetta 
della città, in cui risiede il Governo. 

Yeneiia, li 24 novembre 1847. 

Ferdinando, Imperatore 



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-69- 

(") 

LODOVICO ab. MENIN, patrizio Anconitano, fu tra i 
professori più celebrati della nostra Università. —Bello ed 
aitante della persona, con occhi scintillanti, inappuntabile 
nel vestito, imponeva il rispetto e la venerazione a quanti 
lo avvicinavano. Di modi aperti e gioviali, di erudizione 
sconfinata, era ricercato, accarezzato nelle conversazioni cit- 
tadine. Nello insegnare la storia universale nessuno lo pa- 
reggiava pel colorito vivace delle descrizioni, per lo svol- 
gimento evidente delle passioni, per la facondia inesauribile. 
Non faceva gesti ; oltre la voce armoniosa e squillante, in 
lui parlavano gli occhi. Ogni lezione era per lui un triónfo. 
Vi accorrevano a calca gli studenti, abbandonando le le- 
zioni d* obbligo, e i cittadini, che mai si stancavano di plau- 
dire il prediletto professore. E V aula a lui assegnata era la 
più grande fra tutte. Q)n arte mirabile, nelle sue descri- 
zioni, faceva risaltare la differenza tra una battaglia dei 
greci, una dei romani ed una moderna; chiudeva un lungo 
periodo con tre o quattro verbi incalzantisi, riassumenti 
razione raccontata. Insuperabile era nel descrivere gli amori 
di Cleopatra e di Maria Teresa. — Spesso veniva accom- 
pagnato a casa da una folla di giovani fra gli applausi 
degli ammiratori entusiasti. Caritatevole e buonissimo era 
chiamato il padre degli studenti. — Eppure, una frase in- 
felice, sfuggitagli certo dal labbro per dire una arguzia, di- 
strusse in un giorno l'aureola di gloria, che lo circondava I 
In quei giorni a nessuno era permesso scherzare sul nome 
della patria. 



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— 70 — 

II prof. Menin è autore dell'opera colossale < 77 Costume 
di tutte le naponi e di tutti i tempi », 3 voL in foglio gran- 
dissimo, coi disegni ricchi e stupendi eseguiti da distinti 
artisti, tra cui il Lazzari ed il Cazzotta 

(12) 

Sta bene rileggere le seguenti tre Notificazioni : 

i*di Haynau. 

2* di Torresani-Lanzenfeld. 

3* di Palffy. 



NOTIFICAZIONE 

Venne a mia cognizione che in parecchi luoghi degl* in- 
dividui ardiscono mostrarsi con contrassegni rivoluzionar), 
come coccarde, ciarpe e nastri tricolori. S* incaricano perciò 
tutte le Autorità, principalmente Comunali, di far cessare 
tosto queste illecite dimostrazioni, delle quali resteranno 
esse responsabili in caso che si rinnovassero, e saranno se- 
condo la gravità del caso avvenuto punite con multe con- 
siderabili. 

Ogni singolo individuo poi, che in avvenire si trovasse 
munito di un contrassegno simile, sarà considerato come 
ribelle, soggetto alla leg^e marpale^ e sottoposto, secondo 



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— 71 - 

le circostanze, al giudico statario o di un Consiglio di 
Guerra, 

Dal quartier Generale di Padova li 23 Febbrajo 1849. 

L'Imp. R. Comandante il II Corpo à* Armala di Riserva 

H Tenente Maresciallo 

Bar. Haynau 



2/ 



REGNO LOMBARDO- VENETO 

Milano j6 Febbraio 184Z. 

I. R. DIREZIONE DELLA POUZIA 
AVVISO 

Da qualche tempo sì è adottato da taluno Tuso di 
portar cappelli detti alla Calabrese, alla Puritana, all' Er- 
nani. 

Non potendosi tollerare l'uso stesso, lo si proibisce as- 
solutamente, sotto la comminatoria agli inobbedienti del- 
rimmediato arresto. 

Si ricorda che questo divieto è già portato dall' altro 
avviso di questa I. R. Direzione Generale 3 gennaio p. p., 
che proibisce di portare qualsiasi distintivo politico, sim- 
bolo o segno di ricognizione, sotto comminatoria delF ar- 
resto salvo quant'altro fosse di legge. 

Tutte le Autorità di Polizia, così Regie, come Comu- 



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- 72 — 

nali^ e la Forza pubblica, sono incaricate di curare rigoro- 
samente la piena osservanza delle premesse ingiunzioni. 

Milano, dair I. R. Direzione Generale della Polizia nelle 
Provincie Lombarde, il 15 Febbraio 1848. 

V L R. Cons, Aulico Alluale, Direttore Generale della PoUi^ia: 

Barone De Torresani-Lanzenfeld. 

Wagner, I. R. Segretario. 



3.* 
IMPERIALE REGIO GOVERNO DI VENEZIA 

NOTIFICAZIONE 

Nel proclama 9 Gennaio p. p. Sua Maestà si è degnata 
di manifestare la dolorosa sensazione in Lei prodotta dal- 
Tagitazione, in cui trovasi il Suo Regno Lombardo- Veneto 
per opera d* irrequieti individui, che, istigati dall' estero e 
mossi da mire interessate, tentano sconvolgere il presente 
ordine legale delle cose, dichiarando in pari tempo, essere 
Sua ferma volontà di tutelare la sicurezza e quiete interna 
ed esterna del detto Suo Regno, con tutti quei mezzi che 
la Provvidenza Le ha dato, memore dei Suoi doveri di So- 
vrano, fra i quali è primo il vegliare al bene dello Stato e 
alla tutela dei fedeli Suoi Sudditi. Or rendendosi necessario 
che tanto il potere giudiziario, quanto le Autorità^di Po- 
lizia siano munite di quella maggior forza, che i bisogni 
del momento, e V importanza dell' ufficio loro richieggono. 
Sua Maestà ha ordinato, che per tutte quelle azioni che 



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— 73 - 

turbano la pubblica tranquillità, e sono punite dalle vi* 
genti Leggi, abbia luogo una procedura sommaria^ secondo 
le norme che si pubblicano, contemporaneamente alla pre- 
sente, coir altra Notificazione in data d*oggi. 

Oltre alle azioni contrarie air ordine e alla tranquil- 
lità, che sono contemplate dalla Parte I e II del codice pe- 
nale, altre pur v'hanno, che, per se stesse, innocue, possono 
assumere un carattere pericoloso in tempi di politica agi- 
tazione, come il presente. In tal caso e, e fu sempre dovere 
della Polizia d* intervenire, o prevenendo simili azioni, o 
reprimendole. 

Per porgerle i mezzi necessari all' adempimento di que- 
sto suo ufficio, e guarentirla dalla taccia di atti arbitrarii, 
si notificano a sensi della Sovrana Risoluzione 13 febbraio 
corrente le seguenti disposizioni: 

Ogni qual volta un'azione, per se stessa innocua, a ca- 
gione d' esempio, il portare certi colori, o il metterli in 
vista, il portare certi distintivi o segnali, il cantare o decla- 
mare certe canzoni o poesie, l'applaudire o il fischiare certi 
passi di un' azione drammatica o mimica, 1' affluire ad un 
dato luogo di convegno, il dissuadere dal trattare con certe 
persone, il far collette o il raccogliere sottoscrizioni, e così 
via, assume il carattere di una dimostrazione politica, con- 
traria al vigente ordine legale, l'Autorità politica, della Pro- 
vincia ne pronuncia il divieto. 

Ciò ha pur Inogo per quelle riunioni in luoghi pub- 
blici o privati, nelle quali si rende manifesta una tendenza 
ostile al detto ordine, per ciò, che per massima notoria vi 
si ammettono soltanto persone conosciute come addette ad 
un dato partito, o altre se ne escludono del partito contrario. 



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— 74 — 

Lo stesso vale se taluno con intenzioni sovversive del- 
l' ordine tenta di limitare 1' altrui libertà individuale con 
minacce, scherni, rampogne od ingiurie. 

onimissis 

Seguono le pene comminate. 
ommissis 

Ordinando le pubblicazioni delle presenti misure di 
rigore, rese necessarie dall' urgenza delle circostanze, Sua 
Maestà confida che i tranquilli abitanti delle Provincie Lx)m- 
barde-Venete non vi ravviseranno che un nuovo atto di 
paterno provvedimento per la repressione di uno spirito di 
vertigine insinuatosi d^lV esterno e fomentato da alcuni 
turbolenti, o imprudenti, o protervi, il quale minaccia da 
vicino la tranquillità morale e il materiale benessere del 
Regno Lombardo- Veneto. Ne esse hanno a far dubitare dei 
paterni sensi di Sua Maestà verso i Suoi Sudditi del Regno 
Lombardo-Veneto, poiché la loro severità può colpire sol- 
tanto coloro che, dopo la pubblicazione della presente, non 
dimetteranno i colpevoli loro raggiri contro V ordine so- 
ciale e lo Stato, invece di riporre la loro fiducia nel pa- 
terno cuore di Sua Maestà sempre disposto di provvedere 
al bene de' Suoi sudditi. 

Tanto si porta a pubblica notizia pei corrispondenti ef- 
fetti 

Ymeiia, il 2$ Febbraio 1848. 

Il Governatore, Luigi Co. Palffy. 



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- 75 — 

(13) 

ALVISI comm, GIACOMO, ora Senatore del Regno, 
pubblicò varie opere, tra le quali é lodatissima quella « Su- 
gli intenti politici dei diversi Stati d'Europa nelle que- 
stioni orientali » 

(14) 

Fu tanto lo spavento provato dal Rettore Magnifico 
TORRESINI nei giorni 7 ed 8 Febbraio che dallo spasimo 
morì quattro giorni dopo, cioè il 12 Febbraio 1848. 

N^. Da alcuni criticoni, non testimoni di quei fatti e 
molto meno attori, pur di trovar a ridire contro il mio di- 
scorso, si sostenne e si sostiene erroneamente che il Ret- 
tore Magnifico nel 1848 non era il Torresìni Giuseppe. Che 
sapientoni I Vadano alla Università e leggano il Prospetto 
degli studi. Si persuaderanno allora ? Non lo credo, perchè 
conosco da molto tempo la ostinazione di certi contraddi- 
tori, che dicono nò perchè di nò, e sono Tincarnazione del 
noto proverbio turco. 

(15) 

Strana antitesi I quel giovine ardito, quel rivoluzio- 
nario, che metteva la pistola al petto di un galantuomo, di- 
venne poi un rigido procuratore della giustizia .'MICHELE 
LEICHT, Commendatore, onore dei Tribunali e delle Corti 



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-76- 

di Appello, erudito criminalista, facondo oratore, saggio, ri- 
spettato, vero gentiluomo, venne l'altro mese collocato nella 
meritata pensione come Procuratore Generale di Corte d'Ap- 
pello, dopo 42 anni di non interrotto servizio: era nato a 
Tarcento nel 1826, ora è nostro concittadino. 

(16) 

Questo bravo sergente, cui batteva il cuore di italiano 
quantunque inscritto alla Polizia austriaca, afferrò quel- 
l'occasione per dare sfogo al suo animo; era l'ardito LUC- 
CHINI GIUSEPPE: ma subito dopo il fatto dell'S Febbraio 
egli e il caporale Cerosa e i loro 14 soldati furono arre- 
stati, sottoposti a consiglio di Guerra e condannati in vita 
nella fortezza di Petervaradino:per loro fortuna, mentre a 
piedi ed incatenati si recavano colà a piccole giornate scoppiò 
la rivoluzione a Vienna, per cui vennero posti in libertà a 
Lubiana : nel ritorno furono acclamati e portati in trionfo 
ad Udine: Lucchini fu tosto nominato capitano, Cerosa 
Tenente e i loro soldati sergenti. — Il Lucchini fii chia- 
mato prima a Padova come Capitano del Comitato di di- 
fesa, poi passò nella Legione dei Cacciatori del Sile, ove si 
distinse per coraggio, per valore e per costanza nella dura 
prova deir assedio di Venezia. 

(17) 

Rivendicate a libertà nel 1866 le Provincie Venete, il 
conte ROCCO SANFERMO ritornò a Padova professore 



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— 77 - 

sapiente di Agronomia nell* Istituto tecnico, amato e vene- 
rato dai Colleghi e dagli studenti. Mori nel 1882 compianto 
da tutti. 

(18) 

Gli I. R. Delegati Governativi ed i Commissari Su- 
periori di Polizia, che dal 1848 si succedettero in Padova 
fino al 1866, fecero mille sforzi e proteste e minacele per 
cavar quella palla e distruggerne la memoria, — ma Anto- 
nio Pedrocchi coraggiosamente e sempre vi si oppose. 

(19) 

Il compianto ALBERTO MARIO nelle sue memorie 
lasciò scritto, che oltre i due studenti uccisi ne furono fe- 
riti 107: è impossibile precisarne il numero: certamente 
furono molti, ma si tenevano nascosti per paura della Po- 
lizia. 

Egli sosteneva ancora che rimasero uccisi 13 ufficiali 
austriaci : dei soldati nulla lasciò scritto, ma riportò il fatto 
che in quei giorni la lavanderia militare fece bucato di 
molte camicie e molte lenzuola insanguinate. 

(20) 

Riportiamo V intera poesia del PRATI. 



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-78- 



VS FEBBRAIO 1848 IN PADOVA (♦) 



Dio, che ti nomini 
Delle vendette. 
Perchè non strìdono 
Le tue saette 
Sulla vandalica 
Turba de' mostri, 
Che i brandi infiggono 
Nei petti nostri? 



Sangue di martiri^ 
Sangue fraterno 
Fumando innalzati 
Fino airEt<:mo; 
Digli che roridi 
Del tuo lavacro. 
Sognano i barbari 
Novo massacro. 



Vedi! Il tuo popolo 
È inerme e solo; 
Le atroci sciabole 
Passano a volo. 
Oh insuperabili 
Prodi soldati! 
Di sangue i lastrici 
Son già macchiati. 



Ma s*£gU un attimo 
Tarda al soccorso 
Francati l'anima 
D*ogni rimorso. 
Noi tutti miseri, 
Tutti fratelli,- 
Trarrem dai foderi 
Daghe e coltelli. 



Che fai? Commoviti 
Dio forte e grande ! 
Sangue d'Italia 
É che si spande; 
Sangue di nobili 
Giovani cuori. 
Che supplicavano 
Tregua ai dolori. 



E sulle nordiche 
Belve inumane 
Suoneran l'Itale 
Nostre campane. 
Non tratteneteci 
Madri e parenti. 
Varcato è il termine 
Dei patimentL 



(*) Versi scritti due ore dopo 1' avvenimento. 



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-19 — 



Silenzio e lagrime 
Se n'ebbe assai, 
Sotto una grandine 
D'ingiurie e guai. 
Dal Faro all' ultinu 
Alpe gelata. 
Fratelli armatevi. 
L'ora è suonata! 



Or basta. I fondachi. 
Gli atrii, le pire 
Le piazze, i vicoli 
Dien armi all'ire. 
Tuonando erompano 
Fuor da ogni loco 
Gragnuole e Turbini 
Di ferro e fuoco. 



Più non può vivere 
Colomba ed angue. 
Sangue domandano; 
Sia dato sangue, 
Morte e sterminio 
Fu provocato; 
Qpel ch'essi vollero 
Sia consumato. 



Contro le perfide 
Bande dei ladri 
Lasciate i tumuli, 
Larve dei padri; 
E su quest' orrida 
Furia di stolti 
Tutti scagliamoci 
Vivi e sepolti! 



Su artieri e villici. 
Popolo e plebe, 
Di sangue fumano 
Le vostre glebe. 
Su, vecchi e bamboli. 
Su, cittadini, 
Su stritoliamoli 
Questi assassini. 



Giù quelle sciabole, 
Qjiei drappi a terra. 
Vostra è T infamia 
Nostra è la guerra! 
Con noi combattono 
Concordemente 
L'Odio, la Patria, 
L'Onnipotente. 



Orde del cimbri co 
Senacheribo 
Le nostre chiesero 
Carni per cibo; 
E dieci secoli 
Le nostre vene 
Colmaro i calici 
Delle lor cene! 



Vili! Son libere 
Le nostre mani: 
Desta è V Italia 
Co' suoi vulcani; 
Barbari 1 Uditene. 
Dovunque i gridi: 
et Morte ai carnefici, 
Via gli omicidi ». 



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- 8o 



L'Europa unanime 
Sovra vi cade, 
Snudan tre principi 
Tre forti spade 
E guai se P angelo 
Del Vaticano 
Sui sacri fulmini 
Porrà la mano! 



Padre e Pontefice, 
Tien fede a noi: 
Pace chiedevano 
Gli ovili tuoi: 
Ma i crudi irruppero 
Figli d*Acabo, 
« Viva il tuo tempio, 
Pera Moabo ! » 

G. Prati. 



(21) 

Fortunati i giovani che non conoscono lo stato d'as- 
sedio, se non per averne udito parlare dal babbo o dal 
nonno. — Forse V avranno creduto una di quelle favole, che 
nelle veglie invernali intorno al focolare, si raccontano ai 
bambini per tenerli buoni o addormentarli. 

Non si poteva andar per strada in tre, e guai a non 
separarsi al sopravvenire della pattuglia! 

Se in quei giorni — parlo di quarantaquattro anni ad- 
dietro — il buon Dio fosse capitato a Milano o a Venezia, 
con la scusa che è trino, il primo caporale venuto gli avrebbe 
intimato di sciogliersi. 

Di giorno, di notte, giravano pattuglie di croati ; gli uf- 
ficiali baldanzosi, provocatori, battevano le spade sui mar- 
ciapiedi, guai se uno li guardava! 

I soldati d*ogni razza, fuorché italiani, erano croati, slavi, 
sloveni, slovacchi, valachi, illirici, carnioU, boemi, bucovini, 
ruteni, ungheresi, transilvani, galliziani, perchè nessuno li 
intendesse. 



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— 8i — 

Ogni tanto per le strade, otto, dieci croati scortavano 
di giorno per le vie una vittima incatenata, forse affatto 
innocente. 

Ohi lo stato d' assedio 1 per un sospetto, per un puro 
accidente, uno veniva arrestato, in tre giorni processato, 
senza alcun difensore, con tutti accusatori, e dentro 24 ore 
fucilato od impiccato I A Padova furono cosi finiti un Fer- 
rari Giuseppe, bel giovinetto di 19 anni, per uno stile tro- 
vatogli in casa, ed un Varolin Alessandro, solo perché si 
rinvennero in una cassetta a lui attribuita, alcune armi 
vecchie irrugginite. Cosa raccapricciante 1 il Varolin fu de- 
nunciato da un'altra Signora, la cont. G. Fa orrore il modo 
col quale fu massacrato questo caro e simpatico giovane. 

Dal mio carissimo collega prof. A. Gloria ebbi la se- 
guente risposta alla mia domanda sulla morte del Varolin, 

« Ecco quanto ho attinto da testimonio oculare e quanto 
« ho scritto nella mia cronaca (dal 1848 al 1866), intorno 
a alla morte del Varolin; 

« 185 1 IO Dicembre. Ieri alle ore due pomeridiane venne 
a fucilato alla polveriera (tra gli Scalzi e Codalunga) sulla 
« mura della città Alessandro Varolin, giovane di 33 anni, 
« nativo di Este. Si rinvenne in una boaria di Strà una 
« cassetta con poche armi, che un villico dichiarò proprietà 
« dello stesso Varolin e colà nascosta per ordine di questo. 
« Fuori della deposizione del villico altre prove non emer- 
« sero. Il Varolin nella caserma di Savonarola negò con fer- 
« mezza e nondimeno fu condannato a morte. Messo gi- 
« nocchioni colla benda agli occhi nel luogo del supplizio, 
« a cui si era portato a piedi, non avvilito, tre soldati gli 



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— 82 — 

« rivolsero il fucile, e al dato comando tirarono il grilletto; 
« ma neppure uno dei fucili prese fuoco. Dallo scoccare dei 
« grilletti e dal vedersi immune il paziente, credendo es- 
ce sere graziato, si strappò la benda e ringraziò V ufficiale . 
« austriaco; ma costui dopo averlo disingannato rinnovò 
« r ordine ad altri tre militi : che momenti orribili 1 II Va- 
« rolin, poste le mani agli occhi, aspettò per là seconda volta 
« la morte ! Uno solo dei tre secondi fucili gli spezzò la 
« mano. 

a Cadde a terra in mezzo a dolori atroci: finalmente 
« altri tre militi a due passi di distanza lo finirono con al- 
« tre tre fucilate I Per questa truce morte rimasero coster- 
« nati i cittadini. Si vuole che l'Auditore militare abbia so- 
« stenuto non esistere la prova e non potersi condannare a 
« morte il Varolin; ma che il Generale De Fejervary volle 
ff che fosse fucilato. » 

Nel trascrivere queste righe mi trema la mandi 
Sul delitto, o meglio sulla innocenza, dèlio sventurato 
Ferrari, sul processo laconico e sulla repentina sua fucila- 
zione basta leggere la seguente sentenza: 



« Dal Giudizio Statario Militare riunitosi li 2 dicembre 
corrente in Padova per ordine di quesfl. R. Comando Mi- 
litare della Città venne con unanimità di voti giudicato, che 
Giuseppe Ferrari, figlio dei viventi Nicolò Ferrari e Luigia 
Conti, d*anni 19, cattolico, nubile, di condizione possidente, 
essendo lo stesso in conformità al fatto legalmente rilevato 
reo confesso, ed oltre a ciò anche per mezzo di testimoni 
legalmente convinto, d'aver posseduto, e malgrado la No- 



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-83- 

tificazione di S. E. il sig. Feld -maresciallo conte Radetzky, 
del giorno 29 settembre anno corrente, portato presso se li 
17 Novembre p, p. uno stile grande, che in- giudizio fa ri- 
conosciuto si dal Ferrari che dai testimoni, sia perciò a 
senso della menzionata Notificazione da condannare a morte, 
e da fucilare entro 24 ore. 

Tale sentenza fa confermata per parte di questo L R. 
Comando Militare della Città, ed eseguita lo stesso giorno 
verso le ore i pom. sulle mura della Città. 
fPadova 3 Dicembre 1848. 

V I. R. Generale Maggiore e Comandante Militare 
Susan 

A completare le delizie di quel paterno regime sta bene 
aggiungere V altra 

NOTIFICAZIONE 

Si è dovuto verificare che, malgrado i reiterati ordini 
concernenti la consegna delle armi per parte degli abitanti 
delle Provincie Lombarde e Venete, ne farono però tratte- 
nute, e siccome tale detenzione potrebbe essere stata mo- 
tivata dalla inscienza della sorte che minaccia i contrav- 
ventori ; così, il sottoscritto si è determinato di porgere a 
tutti un* altra occasione di poter obbedire ai suddetti or- 
dini e vuole in pari tempo far conoscere chiaramente a mi- 
sura della pena che colpirà i renitenti. 

Vengono pertanto nuovamente diffidati gli abitanti di 
queste Provincie di fare la consegna fino al giorno io del 
p. f. mese di ottobre di tutte le armi da fuoco e da taglio, 



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come pure di tutte le munizioni da guerra di cui fossero 
in possesso. 

Trascorso il suddetto termine perentorio, qualunque in- 
dividuo, senza distinzione di condizione o di anteriore illi- 
batezza, al quale si troveranno armi, sia indosso^ sia nella 
di lui abitazione, sia in qualunque locale ove fossero ri- 
poste per fatto ad esso lui imputabile, verrà irremissibil- 
mente condannato a morte e fucilato entro 24 ore. 

Milano, il 29 settembre 1848 

F. M. Conte Raoetzky 

(22) 

Anche a Montebello tutti i lavoratori addetti alla co- 
struzione della Ferrovia Vicenza- Verona si riunirono nella 
Chiesa Parrocchiale ad udirvi una messa solenne fatta ce- 
lebrare per le vittime delF 8 Febbraio, a cura e spese del- 
ring. V. S. BREDA allora direttore di quei lavori, che poscia 
ebbe a subirne un lungo e penoso processo. 

(23) 

Solo rammentiamo che il GLORIA nella notte del 
12 Giugno 1848 prima del ritorno degli Austriaci sottrasse 
dall'Archivio le scritture utili alla storia e ne bruciò mol- 
tissime di compromettenti, deludendo cosi l'avidità della Po- 
lizia. 



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- 85 - 

(24) 

Molti studenti lombardi, causa le comunicazioni in- 
terrotte tra la Lombardia e la Venezia, erano rimasti senza 
danaro: Andrea Cittadella- Vigodarzere aperse loro la sua 
cassa, e li forni del necessario senza ricevuta alcuna: cosi 
provvisti partirono ancor più allegri per Vicenza e pel 
campo di battaglia. 

(«5) 

GRIDO DI GUERRA 

Squillai! le trombe, rombano 
I vindici caijnoni.. .. 
Veniam, veniamo a frangervi 
Ribaldi battaglioni : 
Oh ! v' espandete, enfiatevi 
Terribilmente, o vene, 
Battete, o cor, V anelito 
Delle assetate iene; 
Muggite, o fauci italiche, 
Di guerra la canzoni 

Vendetta! Oh dal reo calice 
No invano a Italia santa 
Avrai, ladrone austriaco. 
Onda versata tanta: 
Oh no no, vigliacchissimi. 
Invano non mieteste 
D'Eroi sicani e calabri 
Le generose teste; 
Udite un suon terribile 
Venti milioni urlar. 

Per Dio, per Dio sui barbari 
Morte dalPalpe al mar! 



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— 86 - 

Vendetta di Gallizia 

Per l'ostie sanguinose, 
Per le sfiorate vergini 
Per le pollate spose; 
Per r inaudita ingiuria 
Dell'oro maledetto 
Come sguardo di Satana 
Splendente a Szela in petto (*) 
Per la sembianza ai popoli 
Tentato cancellar.,.. 
Per Dio, per Dio sui barbari 
Morte dall'alpe al mari 

Vendetta per Y orribile 
Vergogna della verga, 
Per le ventenni angoscìe 
Dei santi di Spilberga, 
Per il tradito sangue 
Di Ricci e di Menotti, 
Per le premiate infamie 
Di Bolza e di Salvotti, 
Per le derise lagrime. 
Pei profanati aitar . . . 
Per Dio, per Dio sui barbari 
Morte dall'alpe al mari 



(*) Condannato ai ferri vent'anni per due figlie violate e 
moglie uccisa, questo mostro assolto dai ferri fu scelto dall'Au- 
stria per dirigere i massacri di Gallizia; pugnalò di sua mano 
l'intera famiglia del Principe Bogusz, composta di venti individui, 
e si vantò mille volte di aver ucciso solo più di 200 persone. 
Visse impunito fino al giorno 21 Luglio dello scorso anno, nel 
quale finalmente fu veduto per le strade di Lemberg condannato... 
a portare una medaglia d* oro sul petto. Cristo, Cristo dov'eri tu? 



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-S7 - 

Vendetti per le viscere 
Della venduta schiera, 
Che pugnò e cadde intrepida 
Con Moro e coi Bandiera, 
Per l'infemal perpetua 
Catena alla parola, 
Per la cruenta infamia 
Dei mostri di Lojola, 
Pel sangue, oh orror I che fecero 
Gli Estensi rei versar... 
Per Dio, per Dio sui barbari 
Morte dall'alpe al mari 



E se a salvar la patria 
Deggion cadere i felli. 
Oh cento volte muoiano 
Quantunque sian fratelli! 
Dio l'ha insegnatoi A tergere 
Il popolo da' rei 
Ei cento volte sorgere 
Ebrei fé' contro Ebrei, 
Empio chi tenta i superi 
Decreti contrastar. 
Per Dio, per Dio sui barbari 
Morte dall'alpe al mari 



Squillan le trombe^ rombano 
I vindici cannoni, 
Veniam, veniamo a frangervi 
Ribaldi battaglioni; 
Oh! v'espandete, enfiatevi 
Terribilmente, o vene, . 



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— 88 - 

Battete, o cor, l'anelito 
Delle assetate iene^ 
Rizzate, o chiome italiche, 
, La giubba del Leon . . . 

Padova, 14 Maggio 184S 

Gap. Vittorio Merighi 

(26) 

Rapporto del Generale Sanfermo « Sui fatti di Sorio 
e di Montebello al generale di Divisione Zucchi; Palma- 
nova IO Aprile 1848». — Vedi il Caffè Pedrocchi, foglio 
politico letterario, nuova serie. N. S-j^ del 24 e 27 Aprile e 
N. 8-9, del I e 4 Maggio 1848. 

(27) 

La Guglia di Sorio è un obelisco di marmo alto 
circa 6 metri, eretto nel 1867 sul luogo del combattimento 
colà avvenuto tra 2400 volontari italiani e 6000 uomini di 
truppa austriaca. 

Sul lato destro leggesi : 

I MARTIRI 

DELLA PRIMA PÀTRIA BATTAGUA 

8 APRILE 1848 

QUI MORIRONO 

ITALIA LIBERTA ACCLAMANDO 



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89- 



sul lato sinistro: 



EROI 
NELLA GIOIA DI SICURA VITTORIA 

CADESTE 
ESULTATE DEL VOSTRO TRIONFO 



8 Aprile 1867. 



(28) 



I COSÌ detti ministri liberali, che nel 1885 avevano 
il privilegio di tutte le libertà e si vantavano di aver fatta, 
essi soli, r Italia, proibivano la lapide sulla facciata della 
nostra università, dimenticando che altre iscrizioni ben più 
roventi esistevano a Brescia, a Milano ed altrove e preci- 
samente altra lapide assai più sanguinosa nel suo dettato 
era stata murata, annuenti altri ministri detti invece mo- 
derati, sotto la Loggia Amulea nella Piazza Vittorio Ema- 
nuele n in Padova a merito di Alberto Cavalletto. 

Su questa lapide leggonsi incise le seguenti parole: 

A PERPETUA CONDANNA 

d' OGNI DOMINIO STRANIERO 

PADOVA RICORDA 

ANGHINONI GIOVANNI E RICCI GIO. BATT. 

STUDENTI ASSASSINATI NELLA SERA 8 FEBBRAIO 1848 

FERRARI GUJSEPPE TRILUSTRE FUQLATO 

IL dì 3 DICEMBRE 1848 

CAZZATO VAROLIN ALESSANDRO FUQLATO 

IL DÌ 9 DICEMBRE 185I 

CALVI PIETRO FORTUNATO COLONNELLO 

IMPICCATO IL DÌ 4 LUGLIO 1855 

2 Giugno 1867 



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ALCUNE POESIE NAZIONALI 

PUBBLICATE E CANTATE 

NEGLI ANNI 

DELLA RISCOSSA ITALIANA 



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ALCUNE POESIE ITALIANE 



Qui riunite riporto in questa occasione 22 poesie, che 
ritraggono ad evidenza lo spirito e le tendenze di quei 
giorni fortunosi, perchè i giovani italiani possano formar- 
sene un'idea, la più esatta possibile. 



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n bardo della indipendenza italiana 

GIOVANNI BERCHET milanese, il bardo dell' indi- 
pendenza italiana» il più popolare ed inspirato poeta della 
nostra redenzione soffri un esigilo di ventisette anni La li- 
berta dltalia fu il costante sospiro della sua vita, la passione 
dominatrice del suo cuore. Brevi gioie, fugaci speranze alter- 
nate da amare ed insistenti arigosce: ecco la storia del suo 
lungo esiglio; ma il nostro bardo era de'pochi eletti, in cui 
arde il sacro fuoco della poesia. Il dolore^ anziché infiac- 
chirlo, esaltava e ingagliardiva i suoi sentimenti, e lo ac- 
cendeva d* un* ira generosa ch'ei disfogava coi sublimi ac- 
centi della sua lirica. Alla penetrante melodia del suo verso, 
espressione sincera di una indomata passione, ogni cuore 
italiano fremeva di sdegno, piangeva e tutta sentiva la pos- 
sanza dell'amor di patria. 

Ciò che dà un'impronta afTatto distinta alla poesia del 
Berchet é la potente rivelazione del sentimento nazionale, 
è la concentrazione di tutte le facoltà dell'anima in una 
sola passione. Sin dalle sublimi apostrofi di Dante e dalle 
liriche del Petrarca la poesia italiana restò fedele alla no- 
bile missione di conquistare l'unità nazionale e di farci 



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- 96- 

ambire più elevati destini. Ma nessun altro poeta ha con- 
sacrato, siccome il Berchet, tutte le facoltà del cuore e della 
mente al solo scopo di rigenerare la patria. I mali di questa 
si aumentavano di secolo in secolo; e negli ultimi tempi 
la civiltà e la libertà» diffuse in altre nazioni, facevano più 
vergognosa la nostra schiavitù, intollerabile il dominio degli 
stranieri. Al primo balenare dì una speranza di rigenera- 
zione, Berchet si unì subito ai pochi generosi che affronta- 
rono la collera brutale dell'Austria per redimere la patria. 
Ma la Provvidenza non ci credette forse allora abbastanza 
purificati dal dolore, perchè la vittoria fosse nostra. Quasi 
per miracolo nel 1821, quando furono arrestati a Milano 
G)nfalonieri, Pellico, Maroncelli e colleghi, potè fuggire alla 
studiata vendetta del despota Austriaco, e, lasciando ogni 
più diletta cosa, s'avviò sul duro calle dell* esigilo. Fug- 
gitivo e vagabondo, ogni pensiero dell' esule era rivolto a 
noi: 

Sempre ha nel cor l' Italia 
S'ella anche oblia chi l'ama, 
E carità con cento 
Memorie lo richiama 
Là sempre a quei che gemono. 
Che aggira lo spavento, 
A quei che trarli am1)ivano 
Da servi a libertà. 

Il nostro poeta concentra ogni suo affetto, ogni suo pen- 
siero nell'amare la patria e nel prepararne la rigenerazione. 
La più profonda, la più sincera delle passioni lo agita, lo 
tormenta e lo divora. Chi può resistere al linguaggio di 
tanta passione? Ecco il motivo per cui la poesia del Berchet 



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- 97 — 

ha si forte efficacia sopra ogni anima gentile e generosa. 
Cominciate ad amar voi la patria con tutte le potenze del- 
l'anima, e la patria si scuoterà al vostro accento, o a meglio 
dire si com moveranno tutti ì cuori nobili ed elevati, nei , 
quali solo ha stanza quesf ente spirituale che patria si 
chiama. 

La poesia del bardo milanese formava in ispecie la de- 
lizia de' giovani. Era un ritmo, una melodia che essi erano 
costretti a ripetere e a modulare finche ogni parola si fosse 
scolpita nella memoria, finche tutto il fuoco di quegli inspi- 
rati accenti si fosse trasfuso nei loro cuori. Era la compa- 
gna delle ore di solitudine, e serviva pure nei fidati con- 
vegni di pochi amici ad animare il canto o la declamazione. 
Si è detto che le vite di Plutarco sono il latte delle anime 
grandi ; noi Lombardi e Veneti possiamo pur dire che la 
lirica del Berchet era per noi inspiratrice dell'amor di patria. 

Le Romanze, rivestite di più fluida melodia erano pre- 
ferite nella prima nostra gioventù. Or appena la mente, nu- 
trita dagli studi storici, si rendeva più vigorosa, il severo 
e virtuoso linguaggio delle Fantasie veniva da noi anteposto. 
Era un grave accento di rimprovero, ma da cui però tra- 
pelava la fiducia che la progenie degli eroi Lombardi, i 
quali avevano segnata una pagina gloriosissima nella storia 
colla lega di Pontida coronata dalla vittoria di Legnano e 
dalla pace di Costanza, potesse ancora rinnovare gli anti- 
chi esempi. Egli faceva fremere ogni anima generosa con- 
frontando le prodezze di queir epoca coli' ignavia che ab- 
biamo or ora scossa. I sette secoli posti tra quei fatti glo- 
riosi e la nostra miseria, scomparivano, in guisa che 
allorquando il poeta cantava 



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-98- 

Han combattuto, han vinto : 
Sotto il tallon dei forti 
Giace il Tedesco estinto 

ci pareva che avessimo solo da pochi momenti abbandonato 
il campo di battaglia di Legnano. Non si sapeva compren- 
dere come ci fosse sfuggita la liberià con tanto sangue e sì 
gloriosamente conquistata. E allorché ritornando in noi, 
era pur d* uopo che pensassimo ai molti secoli di servitù e 
di dominio straniero, prepotente irrompeva da noi il grida 

Su, nell'irto increscioso Alemanno 
Su, Lombardi, puntate la spada; 
Fate vostra, la vostra contrada. 
Questa bella che il del vi sorti. 

Chi prima di Berchet ha fulminato con evidenza più 
sfolgoreggiante V infamia e l'ingiustizia del dominio di na- 
zione sopra nazione? 

Perchè ignoti, che qui non han padri, 
Qui staran come in proprio retaggio? 
Una terra, un costume, un linguaggio 
Dio lor anco non diede a fruir? 
La sua parte a ciascun fu divisa: 
É tal dono che basta per lui. 
Maledetto chi usurpa V altrui. 
Chi il suo dono si lascia rapir. 

Questa voce di eterna giustizia, una volta che avesse 
fatto fremere i nostri cuori, non poteva più tacere: il su- 
surro di essa restava nelle nostre orecchie. La tendenza dei 



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- 99 - 
giovane era pur sempre determinata. Sospirato il dolce 
amplesso della libertà, altro non cercava che svincolarsi 
dagli abborriti abbracciamenti del dispotismo. Ogni cura 
era diretta a spiar V occasione di scuotere il giogo del do- 
minio straniero. 

Invano TAustria, col suo decantato regime patriarcale, 
cercava di fonderci in una monarchia, eh' altro non era che 
uno studiato e perfido equilibrio di antipatìe nazionali. Il 
cuore ci avvertiva che quello sarebbe .stato T ultimo nostro 
avvilimento. E poi quando lo stesso Austriaco, dopo avere 
esauriti tutti gli sforzi per assimilarci al Moravo ed al 
Croato, ci rinfacciava con istrana contraddizione una larva 
di rappresentanza da quasi tutto il popolo ignorata, e ci di- 
ceva di rispettare la nostra nazionalità, noi ben sentivamo 
che non vi poteva essere nazionalità, sinché il teutono do- 
minatore passeggiava fiia noi, e sinché 

Il giallo ed il nero 
Colori esacrabìli 
A un italo cor 

non fossero spariti innanzi ai tre colori della bandiera 
italiana. 

La santa voce del nostro poeta impediva quindi che al- 
cuno potesse restare illuso. Esso, anche prima che il sommo 
PIO desse testimonianza a tutto il mondo, che religione e 
libertà sono sorelle, rendeva omaggio alla dignità dell'uomo 
libero, e flagellava la vile bacchettoneria. 

Egli é perciò che V inquisitrice polizia austriaca per un 
odio ed una paura quasi istintiva moveva una particolare 
guerra alla circolazione di quelle poesie. Ma alla stampa 



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— lOO — 

suppliva il manoscritto, al manoscritto la memoria e la ri- 
petizione orale. 

Ridicoli sforzi del dispotismo 1 Chi mai può soffocare 
il sentimento della nazionalità, senza la quale ogni pretesa 
libertà sarebbe uno scherno? Il meraviglioso istinto di tutta 
la nostra popolazione, sorta allora come un uomo solo, ce 
lo disse. Fu appunto nel momento che l'austriaco sem- 
brava disposto a farci delle concessioni, che tutta la nazione 
italiana sentì, che queste potevano riescire fatali alla sua 
dignità. La nostra nazione, tenuta in ceppi, ma convinta 
della giustizia della propria causa, e fortificata dalla spe- 
ranza, ha sopportato cinquanta anni il dominio dell'Austria, 
e non ha voluto per un sol momento lasciar credere a tutto 
l'universo, che volontariamente potesse rinunciare ad una 
parte qualunque dell'indipendenza nazionale. 

Nobile poeta, tu forse ne' momenti di sconforto avrai 
creduto, che la tua voce non fosse da noi ascoltata e com- 
presa. E se parte del nostro popolo non era forse abbastanza 
educata per sollevarsi alla dignità del tuo linguaggio, riflette- 
vasi però su di essa dagli altri cittadini, infiammati dalla 
tua parola, l'odio al^iogo straniero; e nelle memorande 
nostre giornate si vide che non tralignò da' suoi padri di 
Legnano. 

Tu con un carattere fermo e dignitoso, non mai smen- 
tito da debolezze, con una vita d' esigilo e d* abnegazione, 
hai cresciuta possanza alla tua parola e l' hai santificata con 
un lungo martirio di dolore. Tu, scotendoci da una lunga 
ignavia, ci consigliavi a riconquistare la gloria e la libertà 
coir eroismo, e noi ben mostrammo di essere memori della 
tua sapiente esortazione. 



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— 101 — 

Libertà non fallisce ai volenti, 
Ma il sentier de' perigli ella addita ; 
Ma promessa a chi ponvi la vita 
Non è premio d'inerte desir. 

Noi conserveremo preziosa questa cara libertà, supremo 
bene della vita, e che ormai sentiamo indispensabile come 
r aria che si respira. 

Nella terra d'esilio egli non dimenticò mai la sua Italia 
ed i mali che V affliggevano, e volle anche di là continuare 
r opera redentrice e vendicare i fratelli che gemevano fra 
le catene dell' Austria. 

Per mantenere vivi i sentimenti di libertà e di ven- 
detta negli oppressi, scrisse diversi canti patriottici e li 
mandò mano a mano in Italia, ove vennero avidamente 
letti e ripetuti; ma i due che furono accolti entusiastica- 
mente sono « // Romito del Cinisio » ed « 77 ^morso », 
notevoli ambedue per venustà di forma e per energia di 
sentimento, comparsi anonimi per la prima volta nel gior- 
nale francese « Le Globe ». 

Berchet per questi due componimenti si ebbe il nome 
di Tirteo italiano. 

La polizia dell' Austria sequestrò queste poesie, e le di- 
strusse a migliaia di copie, ma troppo tardi. Tutti le sape- 
vano a memoria e sommessamente le ripetevano, perchè in 
esse trovavano la vera pittura delle loro sventure; perchè 
nessuno prima del Berchet aveva espresso in modo più atto 
ad infiammare gli animi degli Italiani l'odio contro il giogo 
tedesco. 

A questi due canti si debbono in gran parte le solle- 
vazioni italiane. 

7 



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— 102 — 



IL ROMITO DEL CINISIO 

Viandante alla ventura 
l'ardue nevi del Cinisio 
un estranio superò; 
e dell'Itala pianura 
al sorriso interminabile 
dalla balza s'affacciò. 

Gli occhi alacri i passi arditi 
subitaneo in lui rivelano 
il tripudio del pensier. 
Maravigliano i romiti, 
quei che pavido il sorressero 
su pe' dubbi del sentier. 

Ma l'un d' essi, col dispetto 
d* uom crucciato da miserie, 
rompe i gaudi al vlator, 
esclamando: — Maledetto 
chi s'accosta senza piangere 
alla terra del dolori 

Qual chi scosso d'improvviso 
si risente d'un' ingiuria 
che non sa di meritar, 
tal sul vecchio del Cinisio 
si rivolse quelP estranio 
scuro il guardo a saettar. 



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— 103 - 

Ma fu un lampo. — Del romito 
le pupille venerabili 
una lacrima velò; 
e r estranio^ impietosito, 
ne' misteri di quelP anima, 
sospettando, penetrò. 

Che un di a lui, nell'aule algenti 
là lontan su l'onda baltica, 
dall'Italia andò un rumor 
d* oppressori e di frementi, 
di speranze e di dissidii^ 
di tumulti annunziator. 

Ma confuso, ma fugace 

fu quel grido; e, ratto a sperderlo 
la parola uscì dei re, 
che narrò composta in pace 
tutta Italia ai troni immobili 
plauder lieta e giurar fò. — 

E pensava: — Non è lieta; 

non può stanza esser di giubilo 
dove il pianto è al limitar ; — 
Con inchiesta mansueta, 
tentò il cor del solitario, 
che rispose al suo pregar: 

— Non è lieta, ma pensosa; 
non v' è plauso, ma silenzio; 
non v'èpace, ma terror. 
, Come il mar su cui si posa, 
sono immensi^! guai d'Italia, 
inesausto il suo dolor. 



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— 104 — 

Oh, l'improvvido I Than colto 
come agnello al suo presepio* 
e di mano al percussor 
sol dai perfidi fu tolto, 
perchè, avvinto in ceppi, il calice 
beva lento del dolor; 

dove un pio mai noi consola, 
dove i giorni non gli numera 
altro mai che T alternar 
delle scolte... La parola 
sulle labbra qui del misero 
i singulti soffocar. 

Di conforto lo sovviene, 

la man stende a lui l'estranio* 
Qjiei sul petto la serrò- 
poi, com' uom che più *1 rattiene 
più gli sgorga il pianto, all'eremo 
col compagno s'avviò. 

AhiI Qjiaralpe si romita 
può sottrarlo alle memorie, 
può le angosce in lui sopir, 
che dal turbin della vita, 
dalle care consuetudini, 
disperato, il dipartir? 

Come il voto che la sera 
fé' il briaco nel convivio, 
rinnegato è al nuovo dì; 
tal, sull'itala frontiera, 
deiritalia il desiderio 
all'estranio in sen mori. 



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— 105 — 

Ai bei soli, ai bei vigneti 
contristati dalle lacrime 
che i tiranni fan versar, 
ei preferse i tetri abeti, 
le sue nebbie ed i perpetui 
aquiloni del suo mar. 

Giovanni Berchet 

IL RIMORSO 

Ella è sola^ dinanzi alle genti; 

sola in mezzo dell'ampio convito; 
né' alle dolci compagne ridenti 
osa intender lo sguardo avvilito; 
vede ferver tripudi e caròle, 
ma nessuno l'invita a danzar; 
ode intomo cortesi parole; 
ma vèr lei neppur una volar. 

Un fanciullo, che madre la dice, 

s'apre il passo, le corre al ginocchio, 

e co' baci la lacrima elice, 

che a lei gonfia tremava nell'occhio. 

Come rosa, è fiorente il fanciullo, 

ma nessuno a mirarlo rista: 

Per quel pargolo un vezzo, un trastullo, 

per la madre un saluto non v'ha. 

Se im ignaro domanda al vicino 
chi sia mai quella mesta pensosa, 
che su i ricci del biondo bambino 
la bellissima faccia riposa; 
cento voci risposta gli fanno, 
cento scherni gì' insegnano il ver: 
— È la donna d' un nostro tiranno, 
è la sposa dell' uomo stranier. — 



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— io6 - 
Ne' teatri, lunghesso le vie, 

fin nel tempio del Dio che perdona, 
infra un popol rìcinto di spie, 
fra una gente cruciata e prìgiona 
serpe Tira d'un motto sommesso, 
che il terrore comprìmer non può: 
«» Maledetta chi d'Italo amplesso 
il tedesco soldato beòl — 

EU'è sola; ma i vedovi giorni 
ha contato il suo cor doloroso; 
e già batte> già esulta che tomi 
dal lontano presidio lo sposo. 
Non è vero. Per questa negletta 
è finito il sospiro d'amor: 
altri sono i pensier che 1* han stretta, 
altri i guai che le ingrossano il cor. 

Qpando l' onte che il di V han feriu 
la perseguon, fantasmi, all'oscuro; 
quando vagan su l'alma smarrita 
le memorie e il terror del futuro; 
quando sbalza dai sogni e pon mente, 
come udisse il suo nato vagir, 
egli è allor che alla veglia inclemente 
costei fida il segreto martir; 

« — Trista mei Qjial vendetta di Dio 
mi cerchiò di caligine il senno, 
quando por la mia patria in oblio 
le straniere lusinghe mi fenno? 
Io, la vergin ne' gaudi cercata, 
festeggiata — fra l'Itale un di, 
or chi sono? L'apostata esosa 
che vogliosa — al suo popol men^ 



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— io; - 

e Ho disdetto i comuni dolori, 

ho negato i fratelli, gli oppressi; 
ho sorrìso ai superbi oppressori; 
a seder mi son posta con essi. 
Vile! Un manto d' infamia hai tessuto: 
l'hai voluto — sul dosso ti sta; 
né per gemere, o vii, che farai, 
nessun mai — dal tuo dosso il torrà. 

« Oh 1 il dileggio di che son pasciuta ! 

quei che il versan non san dove scende. 
Inacerban 1' umil ravveduta 
che per odio a lor odio non rende. 
Stolta! il merto, che il pie non rattengo, 
stolta! e vengo — e rivelo fra lor 
questa fronte che d' erger m* é tolto, 
questo volto — dannato al rossor. 

« Vilipeso, da tutti reietto, 

come fosse il figliuol del peccato, 
questo caro, senz' onta concetto, 
è un estraneo sul suol dov' è nato. 
Or si salva nel grembo materno 
dallo scherno — che intender non sa; 
ma la madre che il cresce all' insulto, 
forse, adulto, — a insultar sorgerà. 

a E se awien che si destin gli schiavi 
a tastar dove strìnga il lor laccio; 
se rinasce nel cor degli ignavi 
la coscienza d' un nerbo nel braccio; 
di che popol dirommi? A che fati 
gli esecrati — miei giorni unirò ? 
Per chi al cielo drizzar la preghiera? 
Qjial bandiera — vincente vorrò? 



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— io8 - 

« Cittadina, sorella, consorte, 

madre, — ovunque io mi volga ad un fine, 

fuor del retto sentiero distorte 

sumpo V orme fra i vepri e le spine. 

— Vile! Un manto d' infamia hai tessuto; 

l'hai voluto, — sul dosso ti sta; 

né per gemere, o vii che farai, 

nessun mai — dal tuo dosso il torrà. — » 

Giovanni Berchet. 

VITTORIO MERIGHI: ho già parlato di questo poeta 
alla nota (7); una delle più roventi e più conosciute sue 
poesie è la seguente contro T austriacante Salvotti. 

SALVOTTI ! SALVOTTI I 

n dorso ricurvo, calato il cappello, 

Nascosta la fronte nelP irto mantello, 
Un uom, per vigliacca paura pallente, 
Divora le scale, s' invola alla gente, 
S* invola ? Lo spera, ma invano, il codardo. 
Che ognuno pegli atrii fa fronte, e rista: 
Che sulla dannata cervice ogni sguardo 
Immobile, intenso, terribile sta. 

E, pari agli sguardi, diventan le voci 

SuU' empio che passa, convulse e feroci; 
E Giuda lo chiamano, e il gridan Caino, 
Di martiri ausonii ausonio assassino !... 
Infamia 1 La faccia del vase nefando. 
Si a lungo succhiata, finor noi saziò.... 
Infamia !... L' udimmo noi tutti, comando 
Novello di sangue pur ora parlò. 



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— 109 — 

Ma sopra il briaco desio del demente 

Urlò la bestemmia d' un popol furente : 

Ei fugge 1.... Ma a trarlo da nostra vendetta, 

In armi, a* suoi fianchi^ qual gente s' è stretta? 

Oh! Vienna, d'un' altra vergogna polluto 

L'atroce tuo nome domani sarai... 

Chi infame tra sgherri fuggir s' è veduto, 

Oh! Vienna, in Senato doman sederà!!! 

Ma il nome, ma il nome?... Per fin giovinetto 
À farsi alle pugne gagliardo e provetto. 
Ogni ora che il padre vibrava il coltello, 
Scendeva a fiutare V avito cancello.... 
E all' ampio futuro dei nobili agoni 
Al cor generoso la lena a doppiar, 
Sulle agne innocenti, sfinite, prigioni. 
Scorreva col ferro le fibre a tentar ! (i). 

Ma il nome> ma il nome? Suo padre falsario (2) 
Pagava in catene 1' ardir temerario j 
Ei degno del padre, coli' austro esecrato 
D'italico sangue faceva mercato; 
E, etema memoria di sangue, al vestito 
Un nastro gli scese di rosso color; 
E sopra i dolori d* un popol tradito. 
Deposta la scure, sedè Senatori 

Ma il nome, ma il nome ? Dio !... tal che il rimbomba 
Con squilli di sangue l' Italica tromba !... 
È lui, che in Pretorio sui scanni mercati 
Gli avvinti fratelli traeva affamati: (3) 
È lui che sul gramo, che spinse a follia, (4) 
Più reo di Satana, fii visto ghignar: 
È lui, che veduto fu giudice e spia, 
Bugiardo accusare, più falso dannar. 



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— no — 

Ma il nome, ma il nome? Diol... tal che comprende 
Di quante mai foro le infamie più orrende : 
Che fece in Senato, dacch'ei v'è salito. 
Il Dritto piangente, larvato, tradito: 
Che d^alti e d* oscuri suoi frodi recenti 
A incender chiamato d'Àstrea lo splendor. 
Coi bassi dannati, cogli alti innocenti, 
Fémtta Venezia compresa d' orror! (5). 

E Vienna fidente credeva, la stolta. 

Che avrebbe tradito soltanto una voltai 

Si, un dì dei fratelli le ha il sangue venduto. 

Ma ha poi del Senato 1* onor prostituto I... 

Tradiva la prima, ma fu il tradimento 

Allor men codardo... tradì per salir: 

Salito, tradiva per V empio talento 

Che a strazi il fa ingordo, briaco a fallir I 

Ma il nome, ma il nome ? Perfino P Etemo 
Segnato lo volle dell'ultimo scherno!... 
D'un volto si bello di fuor lo splendore, 
E in sen della iena vilissima il core I... 
E, adultero, inÉime una donna ha renduto, 
E il crine d'un vecchio d' obbrobrio copri : 
E il seme ribaldo con quel del canuto 
Nell'utero istesso gemette, e fluii!!.. 

E a te, svergognata, che al misero il letto 
Fecondi pomposa colV uom maledetto, 
La bava alle labbia nefande succhiata 
Le vene a te serpa rabbiosa, infocata; 
E i gaudi brutali col mostro fremuti 
Sul cor disperato rigorghin velen; 
E i figli suir orme del drudo cresciuti 
T' insultino il ventre, ti squarcino il sen I ! ! 



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— Ili — 

Ma il nome, ma il nome? Dio I... tale che un giorno 
Da mille Leoni gridato d* intorno. 
Farà che vendetta terribile s'erga 
Pel pianto dei Santi gen^utp a Spilbergal 
Si, tale che un giorno.-. Ma su lo gridate 
Su, figli d* Italia, nel vostro furor; 
E Taura, sull*ale dal suon concitate, 
Pel vindice mondo ne sparga 1* orrori 

SALVOTTI!.. SAVOTTIIII.. Giustizia di Dio, 
Ahi, forse V avresti lasciato all' oblio ? 
Solo esso rimane, solo esso dei trini (6) 
Dell'italo sangue supremi assassini: 
Ha Tun già lo spirto vomUo ad avemo. 
All'altro la vita rompeva il yelen... 
Or dunque, qual strano potere V etemo 
Flagello di sangue sul terzo rattien? 



Più giovin degli altri, più bello, più infame, 
Pasciuta ha più d' essi 1' orribile fame ; 
E Dio di sua mano colpirlo disdegna, 
E air odio, alla rabbia delFuom il consegna j 
Oh allora, eh' ei viva !... ma spettro evocato, 
Miserrimo Villa (7), scoperchia Tavel, 
E al cor patricida col dente affamato 
Ministra un' affanno del tuo più crudel 1 



E sorga Oroboni, ma sorga vampiro 

Le vene a succhiargli furente, deliro; 
E quando il conforto del sonno gli arriva. 
Lo gravi la mano d'un Incubo... e vivai 
E allor che mature saranno le sorti 
L'infame cervice recisa cadrà; 



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— 112 — 

£ in mezzo degli urli di mille coorti 
Confìtta sul patrio vessil sorgerà!!! 

Verona if Gennaio 1846. 

Vittorio Merighi. 



(i) Storia. Suo padre era macellaio in Trento. E ancora fa- 
mosa presso le sue conoscenze d'infanzia la crudeltà colla quale 
si dilettava^ fanciulletto ancora^ a scarnificare i garetti degli agnelli 
e dei capretti legati. 

(2) Ancora istoria. Suo padre fu condannato 'dal Tribunale 
d'Inspruck ad otto anni di lavori forzati per falso monetario. 

(3) Egli lasciava gì* inquisiti digiuni le vigilie degli esami, e pro- 
lungava r interrogatorio all'intera giornata accoppiando cosi alla 
fatica di 24 ore il digiuno di 48. Accadeva quasi sempre, che, 
sfiniti, fossero ricondotti alla prigione sulle braccia dei custodi. 
— Nulla tralasciò egli per estorquere confessioni: fame, sete, ba- 
stone, comparse notturne, ira fiaccole e sicari; madri, mogli, so- 
relle, oro, confessori; tutto! Ad un tale, che egli sapeva reli- 
gioso, e dal quale interesse grande aveva di strappare un segreto, 
fu di notte mandato il prete, che annunciatogli prossimo il sup- 
plizio, lo esortò a confessarsi. Maledizione; il prete era un birroil 

(4) Conducetemi X., disse egli un giorno, durante un costi- 
tuto. — Eccellenza, risposeso i custodi, dall* altra notte (il scelle- 
rato gli era comparso con fiaccole e sicari) è diventato pazzo, e 
va gridando che è un merlo. — Un merlo ! riprese egli ghignando : 
eh! bene; portategli del miglio! — Asino e cannibale! 

C5) Si allude al processo del consigliere di Governo G 

nel quale vi fu un tantino mescolata quella buona anima del De- 
legato di Padova, Groeller. Salvotti riassunse in terza istanza : as- 
solse i ladri grossi, e condannò i subalterni. 

(6) Mazzetti, Zajotti e Salvotti. Il primo mori Presidente di 
Tribunale a Milano, il secondo, pur Presidente, fu avvelenato a 
Trieste. 

(7) Egli era, come Oroboni, nativo di Fratta, generosa terra 
del Polesine. Gigante di forme e di vigore, lo scarso alimento 
del maledetto Spilberg non gli era bastante : dopo due anni d'or- 
ribili sfinimenti, mori di fame! 



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— 113 - 

LUIGI MERCANTINI, in una nota ai suoi canti, così 
parla, del presente suo inno, col quale può dirsi che egli 
esordisse nella vita politica e cominciasse a farsi nome di 
poeta popolare. 

«Quest'Inno che, come poesia niente vale, io non avrei 
ristampato, se non chiudesse in se tante care e dolorose 
memorie. Fu posto in musica dall* egregio maestro Zam- 
pettini di Sinigaglia, e i volontari entrarono nel Veneto 
con quest' Inno sul labbro, che fu poi cantato per tutta 
Italia. 

« Quando in Corfa (mi si consenta questa dolce rimem- 
branza) io fui a visitare Daniele Manin, da una stanza vi- 
cina si udiva cantare: 

Tre colori, tre colori.... 

« Ecco! mi disse Manin commovendosi, ecco il canto col 
quale abbiamo combattuto in sino ali* ultima ora sulle 
nostre lagune. » 

E in una lettera scritta al proprio padre da Sinigaglia 
diceva di questo inno : 

« La mia canzone é cantata da tutte le truppe che pas- 
sano di qui, e tutte le bande la suonano, e spero che la 
sentiranno anche i Tedeschi I Cosi se non potrò tirar loro 
con lo schioppo, tirerò coi versi, e qualche volta fanno 
male anche questi.... » 



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— 114 — 



INNO DI GUERRA NEL 1848-49 



Patrìotti, all'Alpi andiamo, 
patriotti, andiamo al Po; 
perderem se più tardiamo, 
già il tedesco e* insultò, 
n tambur, la tromba suoni, 
noi sui campi marcerem; 
mille e più sieno i cannoni 
noi le micce accenderem. 

E sol verde, bianca e rossa 
la bandiera s'innalzò. 
E sol verde, bianca e rossa 
La bandiera s* innalzò. 

Tre colori, tre colori, 
l'italian cantando va; 
e cantando i tre colorì 
il fucile imposterà. 

Foco, foco, foco, focol 

sMia da vincere o morir. 
Foco, foco, foco, focol 
ma il tedesco ha da morir. 

E sol verde, bianca e rossa 
la bandiera s'innalzò, 
E sol verde, bianca e rossa 
la bandiera s' innalzò. 



Luigi Mercantimi 



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— US — 

MAMELI GOFFREDO di Genova, studente di Legge, 
compose giovinetto poesie bellissime, calde di amor patrio, e 
fra le altre V inno « Fratelli d* Italia » che divenne popola- 
rissimo nel 1848. Combatté volontario la campagna 1848, e 
dopo r armistizio Salasco si arruolò nella Legione Gari- 
baldi, compagnia Nino Bixio. A Roma fu nominato aiu- 
tante di Campo del generale Garibaldi. Rimase ferito il 3 
Giugno 1849 ^ y^i^ Pamphily e morì il 6 luglio dello stesso 
anno dopo l'amputazione della gamba, non avendo ancora 
compiuti 22 anni. 

Mameli univa al candore dell'anima un coraggio da 
leone^ — era poeta nato, quindi entusiasta per tutte le cose 
belle e le cose sante, — ebbe a religione Y amore di patria, 
che cantò in versi nobilissimi, dei quali furono fatte parec- 
chie edizioni 

Sul finire del 1847 in Italia si diceva francamente: 

« I tedeschi in casa non li vogliamo più; rìpassin Falpi 
e tornerem fratelli. » 

Fra i canti popolari di quei giorni il più celebre fu il 

seguente di G. Mameli, mirabile per la quarta strofa nella 

quale si ricordano con tanta efficacia le gesta più gloriose 
d'Italia. 



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— ii6 - 



INNO 



Fratelli d'Italia, 

r Italia s* è desu; 

deirelmo di Scipio 

s' é cinta la testa ; 

dov' é la vittoria ? 

le porge la chioma, 

che schiava di Roma 

Iddio la creò. 
Stringiamd a coorte, 
slam pronti alla morte, 
Italia chiamò. 



Uniamoci^ amiamoci, 
r unione e V amore 
rivelano ai popoli 
le vie del Signore; 
giuriamo far libero 
il suolo natio 7. 
uniti per Dio 
chi vincer ci può ? 
Stringiamo a coorte, 
slam pronti alla morte» 
Italia chiamò. 



Noi siamo da secoli 

calpesti e derisi, 

perchè non siam popolo, 

perchè siam divisi; 

raccolgaci un' unica 

bandiera, una speme ; 

di fonderci insieme 

già r ora suonò • 
Stringiamci a coorte, 
siam pronti alla morte, 
Italia chiamò. 



Dall'Alpe a Sicilia 

dovunque è Legnano: 
ogn*uom di Ferruccio 
ha il core, la mano: 
i bimbi d'Italia 
si chiaman Balilla; 
il suon d'ogni squilla 
i Vespri suonò. 
Stringiamci a coorte, 
Siam pronti alla morte, 
Italia chiamò. 



Son giunchi che piegano 
le spade vendute: 
già l'Aquila d'Austria 
le penne ha perdute. 



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— H7 — 



H sangue d'Italia, 
e il sangue Polacco 
beve col Cosacco, 
ma il cor le bruciò. 
Strìngiamci a coorte, 
Siam pronti alla morte» 
Italia diiamò. 



Settembre 1847, 



Goffredo Mameu 



In mezzo ai desideri, alle incertezze ed ai dubbi, ecco 
levarsi ALESSANDRO POERIO per accennare la via nella 
quale dovea allora procedere T Italia: la guerra. 

Ed il canto, che era il fedele interprete dei loro desi- 
deri, applaudirono gì' Italiani che si apparecchiavano ala- 
cremente a combattere per V indipendenza e la libertà. 

Alessandro scriveva questa poesia neir ottobre 1847, 
mentre il fratello Carlo giaceva in carcere prigioniero del 
Re di Napoli. 

IL RISORGIMENTO 



Non fiori non carmi 
degli avi sull'ossa 
ma il suono sia d* armi, 
ma i serti sien l'opre, 
ma tutta sia scossa 
da guerra — la terra 
che queDe ricopre; 
sia guerra tremenda, 
sia guerra che sconti 
la rea servitù; 
agli avi rimonti 
ne' posteri scenda 
la nostra virtù. 



Divampi di vita 
la speme latente 
di scherno nutrita, 
percuota gli strani 
che in questa languente 
beltate — sfrenate 
cacciaron le mani, 
d' un lungo soffrire 
sforzante a vendetta 
r adulto furor. 
Sorgiamo, e la stretta 
concordia dell'ire 
sia l'italo amor. 



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— ii8 — 



Sien l'empie memorie 
d' oltraggi fraterni, 
d'inique vittorie, 
per sempre velate, 
ma resti e s'eterni 
nel core — un orrore 
di cose esecrate; 
e, Italia, i tuoi figli, 
correndo ad armarsi 
con libera man, 
nel forte abbracciarsi 
tra lieti perigli 
fratelli saran. . 



Fu servo il tiranno 
del nostro paese; 
al domo Alemanno 
le terre occupava 
superbo il Francese. 
Respinto — dal vinto 
poi quelle sgombrava. 
Si pugni, si muoia; 
de* prodi caduti 
r estremo sospir, 
con fede saluti 
la libera gioia 
del patrio avvenir. 



O sparsi fratelli, 
O popolo mio, 
amore v'appelli, 
movete, nell'alto 
decreto di Dio 
fidenti — valenti, 
movete all' assalto. 
Son armi sacrate; 
gli oppressi protegge 
de' cieli il Signor ; 
ma questa è sua legge 
che sia liberiate 
conquista al valor. 



Ma vano pensiero 

sia l'inclita impresa, 
se d'altro straniero 
l'aita maligna 
sul capo ci pesa; 
sien soli — i figliuoli 
d'Italia; né alligna 
qual seme fecondo 
nel core incitato 
verace voler, 
se pria non v'è nato 
sospetto profondo 
dell'uomo stranier. 



O Italia, nessuno 

stranier ti fu pio: 
errare dall'uno 
nell'altro servaggio 
Rincresca, perdio l 
Fiorente — possente 
d* un solo linguaggio, 



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— 119 - 

alfine in te stessa, 
o patria vagante, 
eleggi tornar; 
ti leva gigante, 
t* accampa inaccessa 
su* monti e sul mar. 

Alessandro Poerio 

G. PRATI, il bardo deirepopea italiana dal 1844 al 1870, 
così scriveva in prigione nel gennaio e febbraio 1848. 

« Si, il dolore che soverchia e doma ogni più eroica pa- 
zienza , il grido perpetuo dell* intelletto, che sfidò la carcere 
e Tesilio, come i martiri il rogo ; e la spada finalmente, 
antica e ricordevole arma d' Italia, questa triplice confede- 
razione dell'anima, delia parola e del braccio ha dato quasi 
compimento e corona alle faticose speranze di dieci secoli. 

a E chi infatti non ha sperato negli ultimi giorni del 
crollo barbarico? Ho sentito le donnicciole del trivio ma- 
ledire e sperare: ho veduto i fanciulli spensierati esercitare 
le membra alla battaglia: ho contemplato le imbelle gio- 
vinette ricamar ciarpe e bandiere quando V Austria furi- 
bonda e' inviava, a noi felloni, centomila soldati e l' ombra 
del patibola 

« Speravamo tutti : e anch'io nella mia prigione ho ar- 
dentemente sperato; ultimo a tutti nel merito dei trionfi, 
non secondo a nessuno nello averli presentiti e adorati 
coli* anima piena di fede. 

« Italiani! Sappiamo esser degni una volta del beneficio 

di Dio! 

Pudova gennaio 1S4S 

G. Prati. 



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— 120 — 

DALLE CARCERI DI PADOVA 

IL 17 GENNAIO 

Deus ultìonum Dominus 



Sorgi, o mio cor: si mesto 
Io non ti voglio. È questo 
H semp * ' ,r: profondo 
Detto del luo Gesù; 

«Beati quei che soffrono 

Perseguitati al mondo! 

Delle giustìzie il giudice 

Lo troveran lassù. 

Lo troverem; t' infranca; 

Però che mai non manca 
Promessa, che una volta 
Da quelle labbra usci. 

Dall'iracondo fremito 

Cessa, o mio cor; m* ascolta; 

Ci fu promesso un vindice, 

Lo troveremo un di. 

Grande sarà quel giorno 
Che dissipato intorno. 
Come arid* erb?, il regno 
Dei violenti andrà; 

Regno, che qua tra gli uomini 
T* abbevera di sdegno, 
Perchè terribil arbitra 
La cieca forza è qua. 



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— 121 — 

S][)era, o mio cor. V etemo 
Coronerà di scherno 
Clii ha prediletto il nome 
D'iniquo e d'oppressor; 
E dei più verdi palmiti 
Cinte saran le chiome 
Dei figli, che serbarono 
Libero e mondo il cor! 

Amar la patria è cosa 
Si santa e generosa, 
Che chi non l'ama è detto . 
Anima inerte e vii. 

Ardi, o mio cor. Negl* impeti 
Di quest'eccelso affetto 
Ti segue ogni magnanimo, 
Ti loda ogni gentil. 

Grande è la patria nostra; 

Grande; ed a lei si prostra, 
E al tempio di sua fede. 
Che è Roma la immortai, 
Chi pon la tenda al Libano 
Chi sul deserto incede, 
Come chi pesta i culmini 
Deir Anda inospitai . 

Sommesse e riverenti 

Guardano a lei le genti, 
Imperadrice alterna 
Di due stupende età. 

Guerriero asil dei Cesari, 
Nido dell'ara etema. 
Ara su cui pontefice 
L' Onnipotente sta. 



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— 122 — 

E questa patria cara, 

Qpesto Pastor, quest*ara. 
Le ceneri degli avi 
Mi fia delitto amxir? 

Ardi, o mio cor, di perfidi 
Ceppi il livor ti gravi; 
Ardi, mìo cor, fra i martiri 
Oggi è più bello entrar. 

Lascia che V odio cieco 
Dal vandalo suo speco 
Rompa, e gli ausonii venti 
Sferzi col fulvo crin, 

£ vomitando eserciti 

Scenda, percota, inventi 

Le croci di Caligola 

E i nappi d*Alboìn. 

Qjiesto inventor di pene 
Non sa crear catene 
Per l'anima, che sale 
Libera al spo Signor, 

E a lui prostrata il provoca 

Col gemito immortale 

Ad afferrar 1' orrisono 

Arco fulminator. 

O tigri della terra, 

Noi concitate in guerra; 
Con sillaba demente 
Non dite : Iddio non v* è I 

Che quando alle sue collere 

Sorge l'Onnipotente, 

Stridon le freccie , e in polvere 

Van le corone e i re. 



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- 123 - 

Sotto i fulmìnei dardi 
Schiantati i baluardi. 
Frante dall' imo e stese 
Crollar le torri al suol, 
E dell' orrendo eccidio 
Altro non fia palese. 
Che il fumigar del ruderi 
Contro il nascente sol. 

Gran Dio, gran Dio, tremenda 
Quest' ira tua non scenda 
Sui lauri e sulle palme 
Dcir italo giardin 1 

Gli affanni ti propizino 
Di poche afflitte salme, 
Perchè d'un tuo gran popolo 
S' incardini il destin. 

Ma se il livor dei forti 

L' onta raddoppi e i torti, 
E invan si pianga e preghi 
Per ottener pietà, 

E qua catene suonino, 
Là ree minacce e nieghi, 
E dappertutto il gemito 
Dell'itole città; 

Gran Dio de' padri miei, 

Sappiano allor chi sei! 

Ricordati le antiche 

Giostre del tuo furor, 

E gli Amorrei s' atterrino, 
Come falciate spiche. 
Che r han mertato i barbari. 
Che tu lo puoi. Signor. 



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— I2J — 

E noi, francati i passi. 

Sbattendo il cq)po ai sassi, 
Col divin segno in fronte, 
Che tuoi guerrier d fa. 
Drappelli insuperabili 
Noi salirem sul monte, 
L'inno, gran Dio, cantandoti 
Di nostra libertà. 



IL LU'rTO(i) 

In amaritudine anima meo. 

Patria mia dolce e caral 

Finché non sieno infranti 
La verga e V oppressor, 

Io prosternato ali* ara 
Percolerò di pianti 
L' orecchio del Signor. 

E d'alta mi vedrai 
Malinconia dipinto 
In negri panni uscir, 

Né al tuo fìgliuol più mai 
Verrà sul labbro estinto 
Il riso a rifiorir. 



(i) Pieno di malinconìa e di speranza io dettavo questi versi 
partendo per ordine di Vienna, relegato in un' Alpe, nel cuor del 
verno, macerato dalla febbre, tolto di fresco dal carcere, perse- 
guitato da visite di polizia, da decreti e da birri, condannato in- 
somma a perir di furore, se la fede in Dio e nella patria non 
fosse stata più forte in me dell'abborrimento all'oppressione. 



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- 125 - 

Ma se una volta Dio 

Rompa la verga, e pesti 
La man che ti piagò^ 

Sciolto dal lutto, mio 
Le sfogoranti vesti 
Del gaudio assumerò. 

E resa ad Israele 

Stretto da ferrei nodi 
La dolce libertà, 

Il servo tuo fedele 
Fra il cantico de' prodi 
Licto^ o signor, morrà! 

Qpesto è il mio voto: e spero 
Che amico alla mia tomba 
S'arresti il vìator, 

E qualche pio guerriero, 
Qiialche gentil colomba 
Su vi deponga un fiori 

Che se uno de' miei carmi 
L'aura natia mi porti, 
Sia quel, gran Dio, sia quel, 

Che impon la fede e l'armi. 
Che nutre a Italia i forti, 
Ed i credenti al ciel. 

12 Febbraio 1848. 

Giovanni Prati 



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- 126 - 



INNO MILITARE 



Suona la tromba, ondeggiano 
Le insegne giallo e nera. 
Fuoco, per Dio, sui barbari. 
Sulle vendute schiere. 
Già ferve la battaglia. 
Al Dio de' forti Osanna, 
Le baionette in canna 
È r ora di pugnar. 

Né deporrem la spada 
Finché sia schiavo un'angolo 
Dell'Itala contrada. 
Finché non sia l' Italia 
Una dall'Alpi al mar. 

Viva r Italia libera, 

Viva la gran risorta. 
Se mille forti muoiono, 
Se a mille e mille cadono 
Trafitti i suoi Campioni, 
Siam ventisei milioni 
E tutti lo giurar. 

Né deporrem la spada 
Finché sia schiavo un'angolo 
Dell'Itala contrada, 
Finché non sia V Italia 
Una dall'Alpi al mar. 



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— 127 - 

Viva r Italia libera. 

Viva la gran risorta, 

Segno ai redenti popoli 

La tricolor Bandiera, 

Che nata fra i patiboli 

Terribile discende 

Fra le guerresche tende 

De* prodi che giurar. 
Né deporrem la spada 
Finché sia schiavo un'angolo 
Deir Itala contrada, 
Finché non sia V Italia 
Una dairAlpi al mar. 

Sarà r Italia 1 Misero 

Chi tenta opporsi, edifica 

Sulla vagante arena. 

Dio pugnerà col popolo! 

Curvate il capo, o genti, 

La speme de* redenti 

La nuova Roma appar. 
Né deporrem la spada 
Finché sia schiavo un'angolo 
Dell' Itala contrada. 
Finché non sia V Italia 
Una dair Alpi al mar. 

Noi lo giuriam pei martiri 
Uccisi dai tiranni. 
Pei sacrosanti palpiti 
Compressi in cor tant' anni. 
E questo suol che sanguina 
Sangue de' nostri eroi, 
A Dio dinnanzi e ai popoli 
Ci sia solenne aitar. 



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— 128 — 

Né deporrem la s^ada 
Finché sia schiavo un*angolo 
Dell' Itala contrada. 
Finché non sia 1* Italia 
Una dall'alpi al mar. 

4 Febbraio i5^8. 

Goffredo Mameu 



In mezzo al tripudio quasi universale d'Italia, le pro- 
vìnde lombardo-venete gemevano sotto la tirannide. Ge- 
mevano, ma non stavano con le mani alla cintola e pre- 
paravano l'insurrezione. Sul finire del 1847, fira altre dimo- 
strazioni di ostilità all'Austria e di simpatia al Papa ed 
all' Italia, i Lombardi ne fecero una che merita di essere 
narrata* Per privare il governo dell'annua rendila di 15 
milioni che ricavava dal Lotto e dalla Privativa Tabacchi, 
decisero di non più giuocare, ne fumare. Come era da pre- 
vedersi i Lombardi tennero duro: i Tedeschi provocarono: 
ed anche questa dimostrazione finì nel sangue. 

Venezia animata dagli stessi sentimenti, fece al Go- 
verno una petizione di riforme, firmata da TOMMASEO e 
MANIN. Il Governo rispose col fare imprigionarci due uomini 
illustri. Ma Tommaseo dal carcere dette ai tiranni, con le 
strofe che seguono, una bella lezione, insegnando così an- 
che ai popoli a sopportare le sventure in prò della patria. 



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- 129 



LA CARCERE 



Nella mesta prigionia 
son più libero .di pria. 
Ha la carcere il suo vanto, 
ha la sua dolcezza il pianto, 
ha la pena i suoi piacer. 

Sono ignote ai cuor superbi 
le delizie che tu serbi, 
o Signore, ali* uomo oppresso. 
Qjiando è in pace con se stesso, 
è felice il prigionier. 

Sente, è vero, in fondo al cuore, 
più che il suo l'altrui dolore; 
ma non teme e non s'attrista, 
non s'adira, ed ali acquista 
il magnanimo voler! 

Così rondine, che il fiume 

rade e bagna in lui le piume, 
vola in alto agilemente, 
e rivede il sol fuggente, 
e saluta il suo cader. 

Ma del di, ch'io veggo, i rai, 
o Signor, non fuggon mai: 
grande ognora, ognor crescente, 
sempre mite e sempre ardente, 
sempre invitto in suo poter, 



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- 130 — 

E contempla il suo splendore 
la mia mente; e passan Tore; 
e il cor mio non è mai solo, 
perchè a me con vario volo, 
sopra il capo al carcérier, 

per le triste inferriate, 

quai colombe innamorate, 
entran l'alte rimembranze, 
le instancabili speranze, 
r ardue gioie, e *1 pio dolor. 

O Signore, agi* infelici, 

agli erranti, a' miei nemici, 
sii propizio, e in loro spandi 
questa pace che tu mandi 
ne' suoi sonni al prigionier. 

E a que' pii che del mio danno, 
più di me, pensosi stanno, 
tu sovvieni e li consola; 
parla in lor la mia parola, 
e rivela il mio pensier. 

Salve, o Sol, che le pareti 
di mia stanza ignude allieti: 
colombi, o vaghi uccelli, 
che nel sol volate snelli 
via per liberi sentier, 

non v' invidio : il mio pensiero 
via per libero sentiero 
vola anch'esso; e riverente 
ddP insonne e del languente 
s' inginocchia all' origlier. 



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— 131 - 

Sento il grido de' passanti, 
e la lieta aura de* canti 
io respiro consolato, 
come l'alito odorato 
di giardino e di verzier: 

E rispondo, e godo anch'io 
lor compagno: e a lor desio 
(deh, non giunga il dì del pianto 1) 
generoso e puro il canto, 
incolpabile il goder. 

Nella mesta prigionia 
son più libero di pria; 
ha la carcere il suo vanto, 
ha la sua dolcezza il pianto, 
ha la pena i suoi piacer. 

2j Febbraio 1848, 

Nicolò Tommaseo 

n 24 Febbraio 1848 i francesi si levarono in arme e ro- 
vesciando con Luigi Filippo la monarchia Orleanese pro- 
clamarono la Repubblica. 

L'Europa tutta fu scossa da questo rivolgimento e Vienna 
non tardò a seguire l'esempio della rivoluzionaria Parigi. 

Questi fatti avevano molta importanza sui destini d'I- 
talia, ansiosa da lunghissimo tempo di riacquistare la pro- 
pria indipendenza. 

LUIGI CARRER adunque, traendo partito da questi 
avvenimenti, lo esortò con l'inno che segue, ad insorgere, 
e, come la Francia a cacciare i tiranni che da oltre 6 lu- 
stri l'opprimevano. 



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132 - 



SORGI ITALIA 



Sorgi, Italia 1 il brando impugna 

e sui barbari ti getu; I 



spunta il di della vendetta; 
schiuso è il calle al tuo valor. 
Spenna Pali, mozza l'ugna 
al grifagno augel vorace; 
di trentenne infida pace 
lava in campo il disonor. 

Sulla Senna il chiaro esempio 
ti die un popolo d'eroi: 
era schiavo, e i ceppi suoi 
in brev'ora stritolò. 
Era schiavo, e a fame scempio 
la tirannide spergiura 
d'armi folte e d'ardue mura 
il suo covo assicurò. 

Ma nel giorno del riscatto 
tenne invan le atroci ròcche, 
e da mille ardenti bocche 
spessa morte grandinò; 
Del vii gregge satisfatto 
si votaro i compri scanni 
e col regno dei tiranni 
la rea favola cessò. 



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- 133 - 

Libertà, son tue quest'opre; 
tuoi miracoli son questi: 
se dal sonno ti rìdesti 
chi non destasi con te? 
L'ignominia che il ricopre 
sente il popolo t mistura, 
e rivendica natura 
ciò che all'uomo tolse il re."^ 

Libertà tra noi pur spiega 
il tuo fulgido vessillo, 
noi gli eredi di Camillo 
noi di Bruto i successor. 
Scettro e cherca in tetra lega 
ci tenean divisi e molli : 
. or non più: dai sette colli 
tuona il nostro difensor. 

Colla man che Cristo accoglie 
e a' credenti mostra il cielo, 
delle fronde squarcia il velo 
e rincora i dttadin. 
Dalle Cozie estreme soglie 
all'estremo mar sicano 
tutti tutti, mano a mano, 
non abbiam che un sol confin. 

Sorgi, Italia! il brando impugna 
e sui barbari ti getta: 
spunta il dì della vendetta. 
Schiuso è il calle al tuo valor. 
Spenna V ali, mozza Y ugna 
al grifagno augel vorace; 
di trentenne infida pace 
lava in campo il disonor. 
27 Mario 1848. 



Luigi Carrer 



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- 134- 

II vero canto della rivolta lo dettò il veneto ARNALDO 
FUSINATO, soldato e poeta ad un tempo dell'indipendenza 
italiana. La rivoluzione è scoppiata. L'odio lungamente re- 
presso e rinfiammato dai recenti eccidi di Milano e di Pa- 
dova prorompe in grida di sanguinosa vendetta. Questo 
canto, quasi selvaggio, si confonde anch' esso con quelle 
grida : il battaglione universitario di (Padova lo (fa suo e 
lo intuona allegramente nella sua marcia al campo di Sorìo 
e Moritebello. Questo canto porta l' impronta fedele delle 
focose ed entusiastiche passioni dell' epoca. 

CANTO DEGLI INSORTI 

Suonata è la squilla: già il grido di guerra 
terribile echeggia per T itala terra; 
suonata è la squilla: su presto, fratelli, 
su presto corriamo la patria a salvar. 
Brandite, i fucili, le picche, i coltelli, 
fratelli, fratelli, corriamo a pugnar. 

Al cupo rimbombo dell'austro cannone 
fischiava la Biscia, ruggiva il Leone, 
il manto d'infamia, di ch'era coperto, 
coir ugna gagliarda sdegnoso squarciò, 
e sotto l'azzurro vessillo d'Alberto 
ruggendo di gioia il volo spiegò. 

Noi pure l'abbiamo la nostra bandiera 
non più come un giorno sì gialla, sì nera; 
sul candido lino del nostro stendardo 
ondeggia una verde ghirlanda d' ali or; 
de' nostri tiranni nel sangue codardo 
è tinta la zona del terzo color. 



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- I3S - 

Evviva r Italia 1 d'Alberto la spada 
fra Porde nemiche ci schiude la strada. 
Evviva V Italia l sui nostri moschetti 
di Cristo il Vicario la mano levò.... 
È sacro lo sdegno che ci arde ne' petti, 
ohi troppo finora si pianse e pregò. 

Vendetta, vendetta l Già V ora è suonata, 
già piomba sugli empi la santa crociata; 
il calice è colmo dell'ira italiana, 
si strinser la mano le cento città; 
sentite sentite, squillò la campana... 
combatta coi denti chi brando non ha. 

Vulcani d'Italia, dai vortici ardenti 
versate sugli empi le lave bollenti I 
e quando quest'orde di nordici lupi 
ai patri covili vorranno tornar, 
corriam fra le gole dei nostri dirupi 
sul capo ai fuggiaschi le roccie a crollar. 

S'incalzin di fronte, di fianco, alle spalle, 
un nembo li avvolga di pietre e di palle, 
e quando le canne dei nostri fucili 
sien fatte roventi dal lungo tuonar, 
nel gelido sangue versato dai vili 
corriamo, corriamo queir armi a tufìfar. 

\^ E là dove il core più batte nel petto 
vibriamo la punta del nostro stiletto, 
e allora che infranta ci caschi dal pugno 
la lama già stanca dal troppo ferir, 
de' nostri tiranni sull'orrido grugno 
col pomo dell'elsa torniamo a colpir. 



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- 136 - 

Vittoria, vittoria! Dal giogo tiranno 
le nostre contrade redente saranno; 
già cadde spezzato l'infame bastone 
che l'italo dorso percosse fìnor; 
il timido agnello s' è fatto leone, 
il vinto vincente, l'oppresso oppressor. 

IO Man^o 1848 

Arnaldo Fusinato 



SEISMIT-DODA FEDERICO fu tra gli studenti di Pa- 
dova un nobile rappresentante della colonia Dalmata. -— 
Spirito italiano ed indipendente, mai seppe dissimularla 
Scrisse nel Caffè Pedrocchi poesie lodatissime, prese parte 
ai fatti del 1848; e più tardi eletto e sempre riconfermato 
Deputato, fu dopo il 1876 il Ministro delle Finanze che 
abolì la tassa del Macinato. — Fu vera gloria questa ? Ai 
posteri r ardua sentenza. 

Noi ammiriamo in lui il vero e grande patriotta. 

TRIESTE E VENEZIA 

UN SALUTO 

Viva Trieste, che a Venezia mia 
In si nobile gara oggi precorse! 
Oggi un patto si stringa e sacro sia, 
Come il dolore che ne fece adulti: 
Non sia la gioia incitatrice a insulti, 
Ma frutti amore a chi per lei risorse. 
Frutti Tamor tra le cittadi oneste. 



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— 137 - 

Cui Dìo disserra del futuro il varco, 
E com' io grido a voi : Viva Trieste, 
Rispondetemi or voi; Viva San Marcel 

Tadova, i^ Mar^p 184^. 

Federico Seismtt-Doda 



VENEZIA A MILANO 

INNO PATRIOTTICO 

Dedicato aifraUlH Lombardi dai Vene(iani 

Fratelli d^nsubria, vetusti leoni, 
Del vostro trionfo, su, l'inno s' intuoni! 
Redenti col sangue per sempre voi siete, 
Salvetel Salvetel — tremendi guerrieri 

Un grido fu il vostro: L'Italia sia solai 
La santa parola — vi schiuse il sentier. 

Qpì pur le catene fiir rotte, o fratelli, 
Dei martìri nostri sui tepidi avelli.... 
Venezia la mano sovr'essi a voi porge, 
Venezia risorge — dal libero mar! 

Giuriamo alP Italia concorde il futuro. 
Di Pontida il giuro — ritomi a echeggiar. 

Fratelli d' Italia, già Y orde nemiche 
Ripassano l'Alpi, le vindici antiche.... 
Ma se nei fuggiaschi la rabbia s'accende. 
Se l'Aquila scende — dal Brennero ancor... 
Su in armi! su in armil concordi frementi. 
Disperdasi ai venti — l'antico oppressori 



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-l}8- 

L' Italia, o fratelli, sia lìbera ed una ! 
Fu in duolo consorte, sia par la fortuna. 
Se un di lo straniero ne insulti al riscatto. 
Si strìnga in un patto — l'eguale tenzon... 
E sventoli alfine su eguali stendardi,* 
Fratelli Lombardi — col Serpe il Leon! 

Padova, 27 Mar^o 1848 

Federico Seismit-Doda 



Nel 1848 GIUSEPPE GIUSTI il grande poeta italiano, 
scrisse il patriottico coro che segue, rammentando in esso 
le due vittime del Duca di Modena, Menotti e Borelli. 

Il popolo fiorentino cantò questi versi per le vie della 
città in quel giorni che precedettero la campagna di Lom- 
bardia. 

Così il Giusti, malato e molto vicino al sepolcro, non 
potendo brandire, come il Poerio, il Mameli ed il Bassi, 
una spada per la guerra deir indipendenza, continuava la 
strenua battaglia alla tirannide ed allo straniero, già com- 
battuta con la satirica penna nella massima parte dei suoi 
lavori poetici. 

Fratelli, sorgete, 

la patria vi chiama; 
snudate la lama 
del libero acciar. 

Sussurran vendetta ' 
Menotti e Borelli; 
sorgete, o fratelli, 
la patria a salvar. 



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- 139 - 

Deir itala tromba 

rìntroùi lo squillo, 
s'innalzi il vessillo, 
si tocchi r aitar. 

Ai forti l'alloro, 

infiamia agli imbelli: 
sorgete, o fratelli, 
la patria a salvar. 



28 Mario 1848, 



Giuseppe Giusti 



INNO DI GUERRA 

DEI CROCIATI D* ITALIA 

All'amiil all'armi! l'Italia è sorta 1 
Vii mentitore chi disse: è morta. 
All' armi I il teutono codardo orgoglio 
Suscita alfine mille città. 

E la campana del Campidoglio 
Ci suona a stormo la libertà I 
Avanti, avanti ! — si pugni e canti ; 
Iddio lo vuole! da Pio guidati, 
Noi dell'Italia siamo i Crociati] 

All'armi 1 all'armi! vecchi cadenti, 
Donne, fanciulli, schiavi gementi, 
Tutti su, in arme 1 correte ai piani, 
Dio la vittoria ci ha scritta in cor; 
Come il cratere dèi suoi vulcani 
Oggi d'Italia scoppia il furor! 



( 



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— 1^0 - 

Quando V Europa sul petto a noi 
Miri la croce di santieroi, 
Dirà: il sepolcro fu già di Cristo 
Che trasse all'armi tanti guerrìer. 

Or di una grande patria il conquisto 
Alle battaglie, schiude il sentieri 

Un di la voce dell'Eremita, 

Oggi Pio Nono r Italia invita 1 
Ma non ai colli della Sona, 
Ai minaretti dell' Ottoman; 
Non alle steppe di Barberìa, 
Ai chioschi infami del truce Imanl 

Fin che sull'Alpe l'Aquila annida 

Non siavi tregua, l'Alpe V uccida... 
Fin che un austriaco resti pur anco 
Guatando Italia da* suoi burron. 
Nessun la spada tolga dal fianco, 
Nessuno intuoni liete canzoni 

k chi resiste... catene o morte, 

A chi si arrende... perdona il forte! 
Perdono ai vinti I Cristo lo ha detto: 
Ma guai se il vinto riede a insulur; 
Guai se dall'Alpi spunta il reietto 
La sua perduta schiava a tentar! 

All'armi! all' armi! V Italia è sorta! 

Vii mentitore chi disse fé morta. 

All'armi! il teutono codardo orgoglio 

Suscita r Itale mille città, 

E la campana del Campidoglio 
Ci suona a stormo la libertà. 



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— 141 — 

Avanti, avanti 1 si pugni e canti: 
Iddio Io vuole 1 da Pio guidati, 
Noi deiritaljia siamo i Crociati 1 

Vene:(ia 2 Aprile 1848. 

Federico Seismit-Dopa 



AI GLORIOSI MARTIRI DELLE BARRICATE 



Nel soggiorno dei beati 
Riposate, eroi lombardi: 
O primizie de' gagliardi 
Onde ali- itale città, 
Vinti i barbari e fugati, 
Splende il sol di libertà. 

Più d'invidia che di pianto 
Degna fia la vostra sorte. 
Ogni storia ed ogni canto 
Parlerà dei cinque di, 
Che dal sonno della morte 
Per voi soli Italia usci. 

-Da quel sangue che spargeste 
Sulle libere barriere 
Sorgeran fraterne schiere 
Di terribili guerrier. 
Che alle nordiche foreste 
Caccieranno lo stranier. 



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— 142 — 

V^alzerem di teschi e d'ossa 
Monumenti imperituri. 
Dove i popoli futuri 
Si raccolgano a giurar: 
Pie stranier giammai non possa 
Questa terra ricalcar 1 

Padova, 6 Aprile 1848 

Francesco Dall' Ongaro 



La più popolare e gentile canzone che sia stata scritta 
e cantata da coloro che combatterono le guerre dell'indi- 
pendenza dal 1848 al 1870, e ripetuta da tutto il popolo ita- 
lico, è quella intitolata «Il Volontario che parte per la 
guerra dell'Indipendenza,» e più volgarmente conosciuta 
per « l'Addio del Volontario ». 

L'autore CARLO BOSI scrivendola, aveva dettato « Io 
vengo a dirti addio » ma il popolo corresse egregiamente 
quel primo verso in « Addio, mia bella, addio, » ed il cam- 
biamento fu accettato anche dall'autore medesimo. 

Compagna fedele delle nostre glorie e delle nostre scia- 
gure da Sorio e Curtatone a Roma, questa canzone si è 
meritata giustamente il primo posto fra gì' Inni del nostro 
risorgimento. 

Le quattordici strofe di questa poesia hanno nociuto 
agli Austriaci più di una battaglia perduta, e giovato al- 
l'Italia più di una battaglia guadagnata. Tanta e la potenza 
del ritmo e dell'armonia sull' animo gentile degl' Italiani. 



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— M3 — 



ADDIO DEL VOLONTARIO ALL' ININAMORATA 



Addio, mia bella, addio. 
Tarmata se ne va; 
se non partissi anch'io 
sarebbe una viltA. 

Non pianger, mio tesoro, 
forse ritornerò; 
ma se in battaglia io moro 
in del ti rivedrò. 

La spada, le pistole, 

lo schioppo l'ho con me; 
allo spuntar del sole 
io partirò da te. 

Il sacco preparato 
sulP omero mi sta ; 
son uomo, e son soldato, 
viva la libertà 1 

Non è fraterna guerra 
la guerra ch'io farò; 
dall'Italiana terra 
l'estraneo caccierò. 

L'antica tirannia 

grava l'Italia ancor; 
io vado in Lombardia 
incontro all' oppressor, 



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— 144 — 

Saran tremende Pire, 
grande il morir sarai 
Si mora, é un bel morire 
morir per libertà! 

Tra quanti moriranno 
forse ancor io morrò; 
non ti pigliare affimno, 
da vile non cadrò. 

Se più del tuo diletto 
tu non udrai parlar, 
perito di moschetto, 
per lui non sospira. 

Alla mia tomba appresso 
la gloria sederà, 
e invece del cipresso, 
un fior vi spimterà. 

Qjiel fiore, idolo amato, 
i tre colori avrà; 
lo bacia, e di' che è nato 
in suol di libertà. 

Si stracci il giallo e nero, 
simbolo di dolor; 
e r italiano altero 
inalri il tricolor. 

Io non ti lascio sola, 

ti resta un figlio ancor; 
nel figlio ti consola, 
nel figlio dell' amor 1 



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— I4S — 

Squilla la trotpba, addio, . 
l'annata se ne va; 
. un bado al figlio mio; : 
viva la libertà! 



IO Aprile 1848 



Carlo Bosx 



Tra le fatiche del campo cantavano i combattenti an- 
che quest'altra dolcissima poesia di TEOBALDO aCO^a 
di Udine, studente di Legge nel 1848 all'Università di Pa- 
dova. 

RONDA DELLA GUARDIA CIVICA 

AI FRATELLI UDINESI 

Fischiano i venti, la notte è nera, 
Batte la pioggia sulla bandiera; 
Finché nel cielo rinasce il giorno 
Giriam, fratelli, giriamo intomo... 
Zitto... silenzio... chi passa là ? 
Viva l'Italia, la libertà! 

Siam delle guardie dai -tre colori, 

VerdCt... la speme dei nostri cuori, 
Bianco... la fede stretu fra noi. 
Rosso... le piaghe dei nostri eroi.... 
Zitti, silenzio: chi passa là? 
Passa la ronda, viva la ronda. 
Viva r Italia, la libertà 1 



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— 146 — 

Moschetti e spade, spade e moschetti 
Per la salvezza dei nostri petti; 
Finché c'è sangue, regni, per dio, 
L' indipendenza del suol natio... 
Zitti, silenzio: chi passa là? 
Passa la ronda, viva la ronda 
Viva r Italia, la libertà. 

Dalle congiunte bocche dei cento 
Scoppia la voce del giuramento; 
Braccio di ferro, cor di leone, 
Ciascun difenda la sua ragione.... 
Zitti, silenzio: chi passa là? 
Passa la ronda, viva la ronda, 
Viva r Italia, la libertà. 

Poveri e ricchi siam tutti eguali 
Nelle risorte terre natali: 
Bacio per bacio, vita per vita 
Ecco la legge da noi sancita... 
Zitti, silenzio : chi passa là ? 
Passa la ronda, viva la ronda, 
Viva P Italia, la libertà I 

Fischiano i venti, la notte è nera, 
Batte la pioggia sulla bandiera ; 
Che sia bonaccia, che sia procella. 
Saldo rimango di sentinella... 
Zittì, silenzio: chi passa là? 
Passa la ronda, viva la ronda, 
Viva P Italia, la libertà! 

Udine 16 Aprile 1848 

Teobaldo Ciconi 



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- 147 — 

CA.RLO PISANI, soldato, poeta, scrittore distinto, com- 
battè da valoroso nelle due battaglie di Vicenza, per cui fu 
uno dei cinque vicentini esigliati dal subentrato governo 
austriaco; si distinse subito dopo nell'assedio di Venezia; 
poi emigrò, e ritornato a Venezia stette imperterrito sulla 
breccia del giornalismo moderato. Morì due anni or sono 
compianto anche dagli avversari pel suo carattere integer- 
rimo e per le belle virtù, di cui andò largamente fornito. 



INNO DI GUERRA 



Guerra! — sui nostri martiri 
Piange V Italia e langue; 
Su, abbevcriam nel sangue 
Di questa terra i 6or. 

Guerra! — dall'Alpe all'ultimo 
Lembo dei nostri mari, 
Dei profanati altari 
Si terga il disonor. 

Su! — dei polluti talami 
L'onte laviam coi brandi, 
Sui capi agli esecrandi 
LMra di Dio tuonò. 

Su! — della serpe il sibilo 
Svegli il furor lombardo, 
Su, ritempriamo il dardo 
Che r oppressor spuntò. 



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-MS-. 



Xosuo è 3 ircbìI ^e fibero 
L*jk al koa fifende» 
Vostro qaét sol die splende 
Sopn 1 seinggi xrijr» 

So! —^ rìnDOTianio i Vcspcri 
Per k commlsa tcm; 
L Alpi lispoudap gueiiiy 
Si xisoIleTi il 



j6 ApriU JS4S 



Colo PiSAìa 



IL PROFUGO DA UDINE 
Dopo la capUdtti^ùme del 22 ApriU 



Sgnor degli eserdd 
.Terribile, eterno 
Che piombi le folgori 
Dal ckHo all'inferno. 
Che al suono dei vindid 
Timballi di guerra 
Scateni gli oppositi 
Confìn della terra; 
E tutta dd secoli 
Sull'ali rìvochi 
L'infamia dei pochi 
La gloria dd più; 
Di questa, Signore, 
Città del dolore 
Proteggi, rivendica 
• L'offesa virtù. 



Addio, lacriinabifi 
Soggiorni d' afflitti. 
Percossi dall'impeto 
Di nuovi delitti 1 
Domani, ludibrio 
Dell'onte straniere, 
Cadran nella polvere 
Le nostre bandiere. 
Domani sul popolo. 
Dei mille leoni 
Lo scherno dd troni 
Di nuovo cadrà; 
Ma il Dio delle glorie 
Vessillo e vittorie 
Nd suol delle lagrime 
Rinascer farà. 



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