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Full text of "Lo cunto de li cunti (Il Pentamerone): Testo conforme alla prima stampa del MDCXXXIV - VI;"

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University of Toronto 



http://www.arGhive.org/details/loGuntodelicunti01basi 



/I^ 



BIBLIOTECA NAPOLETANA 

DI 

STORIA E LETTERATURA 

EDITA DA Benedetto Croce 



IL 



LO CUNTO DE LI CUNTI 
I. 



ì 



LO CUNTO DE LI CUNTI 

(IL PENTAMERONE) 

DI 

GIAMBATTISTA BASILE 

TESTO CONFORME ALLA PRIMA STAMPA 
DEL MDC XXXIV- VI 

CON INTRODUZIONE E NOTE 
d: 

BENEDETTO CROCE 

VOL. L 




NAPOLI 

MOCCCXCI 




Trani, poi tipi dol Cav. V. Vccch i. 



•>(• 



A Bartolommeo Capasso. 



« E a te cresca lo Cielo 

« La sanetate e l'anne; 

« Ga n'ommo accessi buono, 

« N'ommo accossi saccente, 

« Deve stare a lo munno eternamente ! » 

G. B. BASILE, Muse NapoL, Egl. VI. 



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'C\.ftlL 







M^ 



AVVISO. 

Per impreveduti ritardi tipografici, non è ancora com- 
piuta la stampa de Le rime del Charìteo, a cura del 
Dott. Erasmo Pèrcopo, che doveva formare il primo vo- 
lume della presente collezione. Mando innanzi questo, 
clie era annunziato in secondo luogo, al quale conservo 
il n. II, perchè fra poco il volume, curato dal Pèrcopo, 
verrà a prendere il posto, che prima gli era stato asse- 
gnato. 

Napoli, aprile, 1891. ^,„.^ 



gftLIST.\UG2 



Bexeietto Croce. 



INTRODUZIONE 



^^ 



Il Cavalier Basile fu un letterato napoletano del prin- 
cipio del secolo XVII, del periodo letterario appunto, 
nel quale riluce, astro maggiore, Giambattista Marino. E 
fu uno dei satelliti di quell'astro; e gli altri si chiama- 
vano allora a Napoli Giulio Cesare Capaccio, Giambatti- 
sta Manso, Gian Francesco Maia Materdona, Ettore Pi- 
gnatelli, Orazio Comite, Francesco de Petris, Andrea 
Santamaria, Aniello Palomba, Tommaso Carafa, Gio. Vin- 
cenzo Imperiale, Antonio Basso, ecc. ecc. : tutti canori 
cigni, che, con luminosi inchiostri, facevano guerra alla 
morte, nelle Accademie degli Oziosi o degli Incauti. E, 
con tutti questi suoi compagni di gloria passata, sarebbe 
sepolto nell'oblio, nonostanti le sue Ode, e Madrigali, e 
Favole marittime, e Poemi heroici, che piacevano tanto 
ai suoi contemporanei, se non lo salvassero alcuni liber- 
coli di opere giocose, che egli non fece a tempo, o forse, 
non curò di pubblicare. In queste opere giocose il gusto 
pili largo e vario dei nostri tempi, ha trovato nuovi e 



X INTRODUZIONE 

originali e felici motivi artistici; e, nella principale di 
esse, la nuova scienza filologica, Lia riconosciuto un pre- 
zioso documento pei suoi studii. Cosi gli uomini, e spe- 
cialmente gli artisti, valgono, non per quello che vogliono 
valere, ma per quel valore, che la natura ha posto nel 
loro ingegno e nel loro carattere, e del quale essi, spesso, 
sono inconscii. E così, per un altro verso, le opere umane 
acquistano talora importanza per effetto di qualche for- 
tunata combinazione. Entrambi questi furono i casi del 
Basile; il quale è ammirato da noi per ragioni artistiche, 
cui egli certo non pensava; come molto meno poteva 
pensare che, pigliando a raccontare fiabe popolari nel sei- 
cento, avrebbe fatto una raccolta di documenti novelli- 
tici da porsi accanto ai Kinder und Ilaitsmàrchen dei 
fratelli Grimm. 



Vita del Basile. — Opere italiane. 

È incerto l'anno della nascita del Basile; meno incerto, 
quantunque anche controverso, il luogo, dove nacque. Ma 
le più probabili congetture menano a concbiudere cbe 
egli dovè nascere a Napoli, e forse nel villaggio di Po- 
silipo, intorno al 1575, poco più, poco meno^ 

È ignoto il nome di suo padre; sua madre si chiamava 
Cornelia Daniele, Egli ebbe varii fratelli e sorelle. I fra- 
telli si chiamarono Lelio, Francesco, e un altro, forse, 
Giuseppe; le sorelle, Vittoria, Margherita, e la famosa 
Adriana, la bella Adriana. Del suo parentado sappiamo 
anche che era suo cugino, per parte di madre, il padre 
Alfonso Daniele, dell'ordine agostiniano-. 

Poco sappiamo della sua fanciullezza. Sembra che fosse 
compagno di scuola di Giulio Cesare Cortese; perchè 
questi, in un luogo di un suo poema, lo nomina, dicendolo : 

chillo, 
Che la fortuna amico me facette 
Da che jeva a la scola, peccerillo^! 



1 Vedi appendici Aq B, sulla patria, e la data di nascita del Basile. 

2 V. append. C, sulla famiglia del Basile. 

3 Viaggio eli Parnaso, IV, 40. Delle opere del Cortese cito l'ediz. 
del 1621, per la quale v. più oltre cap. IT, di questa Introd. 



Xn INTRODUZIONE 

Il Basile, poi, in una sua favola marittima, fa dire a 
un marinaro Nifeo, che adombra senza dubbio lui stesso : 

Né tanto i miei primi anni 

Spesi in apprender l'arti 

Di sagace nocchiere, e come e quando 

Debbian le navi altere uscir dal porto, 

O star legate in più sicuro lido, 

Quando (sic), poi ch'io fui giunto 

Nel mezzo del camin di nostra vita, 

Nuovo spirto m'accese 

A miglior studio; e, benché augel palustre 

Io mi conobbi, pur tentai di pormi 

Coi più bei cigni al paro *. 

Certo, a nessuno verrà in mente di pensare che il Ba- 
sile, da giovanetto, avesse studiato l'arte marinaresca. La 
prima parte di questo brano è da riferirsi evidentemente 
al personaggio di Nifeo. Resta la seconda: gli studi di 
poesia, e le alte speranze, che, giovane, gli riempivano 
il petto. 

Ma il Basile, povero di fortuna, non era in grado di 
coltivar tranquillamente gli studi prediletti. Per lui la 
Musa era, si, la Dea celeste dei poeti, ma doveva essere 
anche la brava vacca da provvederlo di burro, secondo 
il noto epigramma dolio Schiller! 

Dello lotte, ch'ebbe a sostenere nella sua giovinezza, 
ci resta il documento, se non la notizia precisa, in varii 
luoghi delle sue opere: 



» Le avventurose disavventure, A. ni, s. V. Gito dalla 3.» ediz. Man- 
tova, per gli Osanni, 1613, che ha molte varianti sulle precedenti. 



INTRODUZIONE XIII 

Ma, quando io pii'i credea 

Ch'avvalorarmi in conquistar gli allori 

Dovesse la mia patria, io vidi allora 

Chi più amarmi dovea pormi in non cale: 

Dura condizion di nostra etade, 

Che di suoi figli stessi 

L'alte virtù la propia madre abborre^! 

E altrove parla « delle tempeste, clie nei primi anni 
della sua giovinezza gli mosse ingiuriosa fortuna » ^. 

La patria non proteggeva, anzi perseguitava colle armi 
dell'invidia, i figli, che le avrebbero fatto onore; e il 
giovane Basile lasciò Napoli: 

Ond'io fuggir disposi 

L'ingrate rive, e gir cercando altrove 

La mia fortuna 3. 

S'era sulla fine del secolo. Una delle sorelle del Ba- 
sile, l'Andriana o Adriana, aveva sposato da poco un 
gentiluomo calabrese, chiamato Muzio Barone; e la sua 
fama di grande cantatrice era ancóra latente. Le altre 
due sorelle erano ancora quasi fanciulle. Di uno dei suoi 
fratelli sappiamo cbe era dottore in legge *. L'amico Giu- 
lio Cesare Cortese nel 1600 andava a riempire a Trani 
l'ufficio di assessore, concessogli dal Conte di Lemos ^. 



i Le avventurose disavventure, 1. e. 

2 Ode, Napoli, 1627, p. 36. 

3 Le avventurose disavventure, l. e. 

* Ademollo, La bella Adriana e le altre virtuose del suo tempo 
alla Corte di Mantova, Città di Castello, Lapi, 188S; p. 117. 
5 V. più innanzi cap. II. 



XIV nfTRODUZIONE 

n Basile, dunque, parti; e saranno stati forse senti- 
menti studiati dal vero, sulla sua propria esperienza, 
quelli ch'egli mette in bocca a un personaggio di un suo 
cunto, costretto, come lui, a lasciar Napoli. Cienzo sale 
sul suo cavallo, s'avvia fuori la città, e, passata Porta 
Capuana, si volge indietro, malinconico, dicendo : « Tie- 
nete, ca te lasso, bello Napole mio! Chi sa se v' aggio 
da vedere chiù, mautune de zuccaro e mura de pasta 
reale?, dove le prete so de manna ncuorpo, li trave de 
cannamele, le porte e finestre de pizze sfogliate! » 

E la sua fantasia passa a rassegna i luoghi più ricchi 
e deliziosi e voluttuosi di Napoli, e Porto, e Pendino, e 
Piazza Larga, e Piazza dell'Olmo, e la Loggia di Ge- 
nova, e i Lanzieri, e Porcella, e la regione dei Colsi, e il 
Pertuso, e il Lavinaro, e il Mercato, e la bella Chiaia*! 

Lasciata Napoli, andò girando per quasi tutte le città 
d'Italia: 

Quante cittadi gloriose e belle 

Sembran nel ciel d'Esperia ardenti stelle 2! 



*■ Lo Cunto de II cunti, J. I, T. VII. 

* Non sappiamo se fu in questo viaggio che capitò a Vicenza: tra 
le sue poesie troviamo un madrigale per V Armida, tragedia del vi- 
centino Ludovico AleardL, e un altro « per l'illustrissimi signori Ac- 
cademici Olimpici », che paiono accennare a una dimora in quella 
città, prima del 1609, nel quale anno si trovano stampati (nell' ed, del 
1609, che si cita più oltre). V Armida dell'Aleardi fu stampata poi a 
Vicenza, il 161 1 (Quadrio, Storia e ragione d'ogni poesia, ITI, I, 79). 
Oli Olimpici di Vicenza era un'accademia sorta circa il 1590 {Ivi, 
I, 112) 



INTRODUZIONE XV 

Ma, in che qualità facesse questi viaggi, non è chiaro. 
Finalmente, capitò a Venezia: 

La Reina del mar, Vergine invitta, 
Di cui cantò talhor mia rozza cetra. 

Della quale, infatti, cantò più volte enfaticamente le 
lodi, e nel Cunto de li cunti, nominandola per incidente, 
si accalora, e la dice : « Schiecco de la Talia, recietto de 
vertoluse, livro maggiore de le maraveglie dell'arte e 
de la natura ! » ^. 

In Venezia si dovette arrolar soldato. Egli stesso ci 
ha desci'itto l'arrolamento, e la vita militare di quel 
tempo. S'inalbera un'insegna, batte il tamburo; gli arro- 
latori mettono in mostra, sparse sopra un bancherottolo, 
un pugno di lampanti monete d'oro. E il povero illuso 
va di corsa ad iscriversi: 

Tirato pe la canna 
Da quatto jettarielle. 
Spase ncoppa na banca! 

Ed ecco si veste di nuovo, si mette la spada a lato, 
sguazza per le taverne e pei postriboli. Un amico gli do- 
manda: Dove si va? Ed egli risponde allegro: Alla guerra, 
alla guerra^! 

Arrolatosi soldato ai servigi della Serenissima, Giam- 
battista passò nell' isola di Candia, o di Creta che voglia 
dirsi. Questa andata a Candia è il primo lieto ricordo 



1 J. IV, T. IX. 

2 Egl. La Coppella, alla fine della J. I. 



XVI INTRODUZIONE 

della sua vita. « Quivi, — dic'egli, parlando di se stesso 
— , quasi in tranquillo porto ricoverossi » '■. 

Candia era allora il posto avanzato di Venezia contro 
i Turchi: V antemurale della cristianità. Contava circa 
176,000 abitanti, ed era divisa nelle quattro provinole 
di Candia, Sitia, Retimo e Canea. Ne aveva riordinata 
l'amministrazione nel 1574 Jacopo Foscarini, che vi era 
stato mandato con poteri straordinari!. La milizia era 
fornita, parte dai signori feudali, e parte dalle leve tra 
paesani; nella città di Candia, che era stata fortificata 
con grandi spese, i Veneziani mantenevano da 2000 uo- 
mini di presidio, con un governatore, che non era ve- 
neziano, « ma persona straniera, ed esperimentato sol- 
dato ». 

Vi era nell' ìsola una florida colonia di Veneziani delle 
migliori famiglie, venutevi, in varii tempi, della Domi- 
nante ^. 

E il Basile fu accolto benignamente dalle principali 
di questo famiglie, dai signori Malipieri, Mocenigo, Mo- 
rosini, Pisani, Sagredi, e specialmente dai Cornaro, che 
era allora la più ragguardevole di tutte in Candia^. Il 
suo umor bellicoso non era, a quanto sembra, grandissi- 
mo, e, con tuono lamentoso, egli racconta che in Candia : 



t Ode, p. 36. 

* S. ROMANiN, storia documentata di Venezia, T. VI, Venezia, 1857, 
pp. 498-9; T. Vir, 1858, pp. 355 sgj. E V. anche Luca da Linda, Le 
descrizioni universali et lìartlcolari del mondo e delle repubbliche, 
In Venclia, MDCLX, pp. 493-6. 

3 Ode, p. 36. Per costoro scrisse l'ode : A Venezia, pp. 37-8. 



INTEODUZIONE XVH 

di canne invece e di tridenti 
Oprai di Marte il ferro; ed io, ch'avezzo 
Era a viver ne l'acque, 
Vissi lunga st'gion tra fiamme e foco 
Di folgori terrestri. 

Ma saranno stati esercizi militari e non battaglie; per- 
chè allora, — fra gli ultimi anni del cinquecento e i primi 
del seicento — , Venezia non ebbe altra guerra combattuta 
se non que''a contr"^ <^li Uscocchi, che aveva il suo campo 
d'azione lungi da Candia. A ogni modo quei disagi^ — 
continua il Basile: 

Dolci mi feo parer imo de'piii chiari 
Lumi, c'ornar giamai di Greta il lido. 
De la virtù cadente e fuggitiva 
Dolce asilo e sostegno, ond'io per sempre 
Devoto gli sa:'rai l'opre e la vita! 

Intende Andrea Cornaro, ch'era letteru,co e poeta, e 
tale da far buona lega col nostro povero poeta, diven- 
tato soldato di ventura. Il Cornaro aveva istituito in 
Candia un'accademia detta degli Stravaganti: la quale 
aveva per impresa un cane fuor di strada, col motto: Et 
jjer invia! Il Basile ne fece parte col nome del Pigro 
Stravagante^. 



1 Questo nome apparisce in fronte a molte sue opere. Sull'accade- 
mia degli Stravaganti, v. Quadrio, o. c, I, p. 6i. L'Imbriani fa men- 
zione di vna raccolta di orazioni del Cornaro, che è tra 1 codd. della 
Marciana, N. XX, Gì. Vili; fra le quali ce n'ha ima: XeUa fonda- 
zione deW accademia degli Stravaganti in Candia (Imbriani, Il Gran 
Basile, in Giorn, yax>ol. fil. e lettere. A. 1875, I, 46-8). 



XVIII INTRODUZIONE 

E, dal grande animo del Cornaro « riconobbe non 

men vivi i segni di generoso affetto, che chiari essempi 
d' immortai valore ». E in un'ode volle lodare « sì glo- 
riosa radunanza di felicissimi ingegni», cioè l'accademia 
degli Stravaganti: 

Fuor del comun sentiero, 

Emuli de le Muse, eccelsi spirti, 

Pogjian sovra più altero 

Permesso, adombro di bei lauri e mirti, 

E danno al Ditteo lido 

Famoso il nome e glorioso il lido^. 

E, in una madrigale, loda anche la Historia Candeana, 
del Cornaro, e, in un altro, il fratello di lui, Vincenzo, 
accademico Stravagante^. E chiaramente indicava il ge- 
nere di protezione, col quale il Cornaro incoraggiava i 
poeti, in questi versi del Teagene: 

Un Cornar fia di Greta al nobil regno 
Novello Giove, a giovar solo intento; 
Per doti di natura ed alto ingegno 
Di quanto gira il sol chiaro ornamento; 
Sarà di mille cigni alto sostegno 
Mentre di cigno formerà il concento; 
E n'un medesmo tempo avran da lui 
Gloria i suoi carmi, ed oro i versi altrui ^. 



1 Ode, pp. 39-40. 

2 Delti Madriatl et ode, Napoli, 1609. Gito dalla ristampa di Man- 
tova per gli Osanni, MDGXIir, p. 53. 

3 Teagene, Roma, 1637, G. v, 45. 



INTRODUZIONE XIX. 

Un altro dei suoi ricordi cretesi c'è conservato in un suo 
madrigale. Conobbe in Candia « una bellissima Hebrea ». 
Ed a costei, che, certamente, gli toccò il cuore, egli si 
volgeva con sentimento al tempo stesso di amore e di 
pietà cristiana, esortandola a farsi battezzare : 

Entra nel sacro Fonte, 

Leggiadra Donna, ed uscirai più bella, 

Come sorge dal mar lucida stella; 

Così fia l'alma eguale 

A la beltà del viso, 

E gareggiar potrai col Paradiso ^I 

Il Basile era certo in Candia dopo il 1604; e di qui 
si comincia a poter stabilire qualche data sicura nella 
sua vita. Tra le sue odi c'è n'ha una, da lui composta 
per gratitudine dei molti favori, che aveva ricevuti dal- 
l'arcivescovo di Candia, Luigi Grimani^. Ora il Grimani 
non fu eletto arcivescovo di Candia se non nel 1604^. 

Ed era certo anche in Candia il 1607. Sulla fine del 
1606, per la famosa lotta tra Paolo V e i Veneziani, 



1 Belli Madriali et Ode, ed. cit., I, p. 45. 

2 Ode, pp. 47-8. 

3 In quell'anno morì a Roma il suo predecessore Tommaso Con. 
tareno, e Clemente Vili, sulla quaterna proposta dalla Serenissima, 
scelse il Grimani. Cfr. A. Morosini, Istorie veneziane latinamente 
scritte (nella collezione: Begli Historici veneziani, i quali hanno 
scritto per pubblico decreto), T. Ili (VID, Venezia, MDCCXX, appresso 
il Lovisa, p. 303. Il Gams, al solito erroneamente, pone l'inizio del- 
l'arcivescovato del Grimani al 1610 {Serìes episcoporuni eccl. cathol., 
Ratisbouae, 1873, p. 401). 



XX INTRODUZIONE 

tutto pareva minacciar guerra. Filippo III dava ordine 
al Conte di Fuentes di raccogliere un esercito ai confini, 
per tenerlo pronto all'invasione, se Venezia non cedeva. 
Ma la Repubblica cominciò gli armamenti. Si raccolse 
una gran flotta, e, di questa, il 14 gennaio 1607, fu fatto 
generalo Giovanni Bembo, Procuratore di S. Marco, che, 
sulla metà di febbraio, entrò in ufficio ^ 

Enrico IV si adoprava, intanto, a mettere pace tra il 
papa e i Veneziani, desideroso che questi rivolgessero 
le loro armi contro gli Spagnuoli. 

Il Basile si trovava nel bel mezzo di queste minacce 
di guerre: « Era sossopra l'Italia, — egli scrive — , né 
d'altro che d'ira e di morte si ragionava, mentre l'in- 
trepido Leone empioa di tremendi rugiti l' Adria e il 
Tirreno ». Ed egli, « dentro alle tempeste dell'armi, dal- 
l'Impetuosa Fortuna sospinto, si ritrovava ». E, « pre- 
mendoli nel vivo del cuore, che tante armate schiere la 
tranquillità dell'Europa rendessero torbida ed inquieta », 
il nostro guerriero poeta, e più poeta che guerriero, 
scrive un'ode per persuadere l'una e l'altra parte « a so- 
spendere l'ire »: 

Sian dolci Paci l'Ire, 

Gli Odi Pieti\ celeste Ardor gli Sdegni, 

Puro affetto l'ordire, 

Ed humilt;\ ne l'alterezza regni! 

Sian l'armi caducei, Plettri le squille, 

E ne r horror di Morie Amor sfaville^. 



* MoivOSiNi, Istorie cit., Ili (VII). 367-9, 371-2. 

* Odi'., nn AT-1 



* Ode, pp. 41-3 



IKTRODUZIONE XXI 

Ma, nonostanti queste efficaci esortazioni, Giovanni 
Bembo seguitava nei suoi apparecchi militari. E, sulla 
fine dell'aprile, si recò a Corfù, dove voleva raccogliere 
il nerbo della sua flotta. A Corfù gli giunsero venti navi 
da Candia, delle quali quattordici armate a spese dei 
nobili Veneti e Candioti ^ 

Su queste navi dovette essere imbarcato anche il no- 
stro Basile. La flotta riunita navigò lungo le coste del- 
l'Epiro, percorse il mar Jonio per varii meài, e rese si- 
cura tutta quella zona ai sudditi della Repubblica^. 

Il Basile scrive: « Meraviglioso fu egli a vedere con 
qual alto avvedimento e somma prudenza l'Eccellentissi- 
mo signor Giovanni Bembo, sovrano Argonauta e Genera- 
lissimo della veneta Armata, guidò amplia classe di ma- 
ritimi legni; sicché non fu alcuno in essi che non si re- 
casse a siugolar ventura l'essere al sommo impero sotto- 
posto di si glorioso duce ». Egli stesso sperimentò più 
volte da lui un « incomparabile dimostramento di beni- 
gnità » ; e, per gratitudine, — magro ricambio ! — , gli 
consacrò una delle solite odi^. 

Ma sopravvenne l'autunno; gli Spagnuoli e i Turchi 
pigliavano i quartieri d'inverno, e Giovanni Bembo tornò 
a Venezia. Il Senato rese grazie ai comandanti candioti 
dell'opera egregiamente prestata, e dell'amore mostrato 
verso la Repubblica'*. 



i MOROSINI, Ist. Cit., p. 393. 2 MOROSINI, 0. C, pp. 4OI-2. 

3 Ode, pp. 44-6. 

* « Cretensibusqiie trierarchis quod egregiam operam Reipublicae 
praestitisseut, quodque praeclarum in eam studium patefecissent, 
gratiae a Seuatu aclae ». Morosini, o. c, pp. 401-2. 



XXri INTRODUZIONE 

Non sappiamo se il Basile, dopo aver preso parte a 
questa dimostrazione guerresca, tornasse a Creta. Certo, 
se vi tornò, non vi rimase: 

Dopo avermi, dico, 
Avezzato a soffrir l'aspre fatiche 
De l'armi in sen de la nodrice amata 
Del Regnator dOlimpo, 
Per cercar miglior sorte, 

ne scorsi 

Mille famose rive. 

E, risalendo verso l' Italia, prima di tutto, andò a Sparta : 

Onde la bella Greca 

Portò l'incendio a le troiane mura. 

E poi, girò pel promontorio Tenaro (capo Matapan): 

onde discese 
Al cieco abisso il domator dei mostri. 

E poi, nella Messenia: 

Al lido, onde si parte 
L'innamorato Alfeo, seguendo l'ormG 
De l'amata Aretusa. 

E poi, nell'Arcadia e nell' Elide: 

Ove ne corre il fiume, onde s'accrebbe 
A la Copia tesor, glorie ad Alcide. 

E poi ad Itaca, la reggia 

Del saggio ingannator de le Sirene. 



INTKODUZIONE XXIU 

E a Corfù, à^ Alcinoo gli orti. E ancora: 

mill'altre i' vidi illustri rive, 
E per ciascuna fei gran tempo albergo, 
Cangiar credendo stato, 
Né mai cangiai fortuna *. 

Finalmente, nel 1608 era di ritorno a Napoli, 

così vecchio, infermo. 
Là 'ndi già mossi più robusto il piede 2! 

Parole, che non bisogna prendere alla lettera, pel tuono 
d'esagerazione lamentosa, che ha tutto questo brano auto- 
biografico : 

chi provato ha gli affanni 

Di lungo navigar, di lunghi errori, 

Più si può dir felice 

Quando ei può riposar nel patrio lido^! 



i Così, sempre nelle Avvenlurose disavventure, 1. e. Come poi po- 
tesse fare tutti questi viaggi, e dimorare gran tempo in ciascun luogo 
nel breve spazio tra l'autunno del 1607, che stette nelle galee del 
Bembo, e il 1608, nel quale anno certo stava a Napoli, è uno. dei 
misteri della biografia del Nostro. E dire che da un'altra allusione 
si dovrebbe ricavare che egli fu anche nelle Fiandre! Infatti, in una 
di quelle lettere napoletane, stampate in coda alla Vajasseide del 
Cortese, e che, come si dirà più innanzi, son opera sua, si legge : 
« Io, che so sapatino ed ecciacuervo, e saccio quanta para fanno tre 
buoje, cìi'aggio fatto sti quatto pile a la guerra de Shiannena, co no 
stratagemma meletare le voze fare na nvoscata », Ma questa può darsi 
che sia un'affermazione scherzosa, 

2 Sembra che tornasse per mare: « Torsi il camin di miovo al 
mar Tirrheno », dice nelle Avventurose disavventure, 1, e, 

3 Le avventurose disavventure, 1. e. 



XXIV INTRODUZIONE 

A Napoli il nostro Giambattista tornò quasi come un 

forestiero: 

Né mernviglia fu se conosciuto 
Per citladiii non son, mentre mi rende 
Lungo perejj'rinar tanto diverso 
Dhabilo e di costumi 

Dopo sì lunga assenza, egli trovò molte coso cangiate, 
molte cose nuove. Nella sua famiglia, era sorta una ce- 
lebrità: sua sorella, l'Adriana, s'ei'a rivelata eccellente 
cantal rice, e aveva acquistato gran fama, ed era attor- 
niata da una schiera d'ammiratori, che ne lodavano l'arte 
del canto, la bellezza, la somma onestà^. 

I coniugi Barone erano ai servigi del Principe di Sti- 
gliano, D. Luigi Carafa^. E la sorella illustre diventò la 
protettrice del povero ed oscuro poeta: la cantante stese 
le sue ali sul poeta. — Nel 1608 il Basile pubblicava a 
Napoli la prima sua opera, che si trovi alle stampe: Il 
pianto della Vergine, breve componimento in tre canti, 
sul genere delle Lagrime di 8. Pietro del Tansillo^ E, 



* Vedi A DEMOLLO, La bell'Adriana, Cip. I. 

* Intorno a costui che fu il quarto principe di StigUano, Duca di 
Mondragone, ecc , v. B. ALDiMARr, Faviiglia Carata, Nap., 1691, II, 
391-6. 

3 II Chlorcarc'lli cita: 2<ap., 160S (L'è illiistribits scriiHorlbus, T. I, 
Neap,, MDCGI.XXX: pp. 303-5). Il D'Afflitto: Nap.^ Per Tarqninio 
I.ongo, 1608 {Mem. degli sor. del regno di Nap., ìi&p., 1794, II, 68 
sgg.). Il Basile lo ri^ampò a Mantova, per gli Osanni^ 1613, seconda 
impressione, e gli editori dicono che fu « quasi nella fanciullezza 
la prima volta mandata in lue? ». Cfr. append. D. Nell'ediz. di Man- 
tova è accompagnato da altre poche rime spirituali, 



INTRODUZIOITE XXV 

innanzi al' volumetto, era elogiato a gara da Andrea e 
Vincenzo Cornare, da un Giovanni Aquila, da Giulio Ce- 
sare Cortese, accademico della Crusca, detto il Pastor 
Sebeto, da suo cognato Muzio Bainone, detto il Partenio 
Ardente, e da varii altri ^ E, in quello stesso anno, pub- 
blicandosi il Tempio Eremitano di Ambrogio Staibano, 
egli, a sua volta, vi poneva innanzi un sonetto elogiativo ^. 
Il i8 ottobre 1608 si celebravano a Firenze le nozze 
di Cosimo dei Medici con Maria Maddalena d'Austria. Il 
Cortese, del quale son note la servitù e le buone rela- 
zioni colla corte di Toscana, e che allora, come sembra, 
era a Firenze, invitò il suo amico a scrivere nella rac- 
colta, che si fece per l'occasione. E il Basile scrisse l'ode, 
che comincia: 

Nel sen d'Esperia, Amore 
Inesta a Serenissima Beltade 
Alto Real Valore 3. — 

Deve mettersi forse intorno questo tempo un viaggio, 
che fece in Calabria, « trasportato dal desiderio di ve- 
der le pellegrine vestigia della Magna Grecia, come le 
meravigliose ruine dell'altra veduto avea » *. 

E si recò certo a Cariati, dove assistette all'ingresso, 
che fece il Principe di Cariati, Don Carlo Spinelli, con 



1 V. le rime che precedono Tediz. di Mantova, 1613. 

2 AMBROGIO Staibano, Tempio Eremitano, Xap., 1608. 

3 Ode, pp. 57-9. — V. Descrizione delle feste fatte nelle reali nozze 
dei Serenissim,i Principi di Toscana D. Cosimo dei Medici, e Maria 
Maddalena Arciduchessa d'Austria, in Firenze, appi'esso i Giunti, 
1608. •* Ode, p. 49. 



XXVI INTRODUZIONE 

sua moglie, D.^ Giovanna di Capua. Dal qual principe fu 
benignamente accolto, ed egli ne cantò le lodi, unendosi 
alla generale letizia dei sudditi: 

'1 suo Popol diletto 
O quanti archi drizzò, quanti trofei, 
Per cui passar gli eccelsi semidei *! 

Qualche tempo dopo, D.* Giovanna partorì un figliuolo, 
e, per questa occasione, egli scrisse un'altra ode^. — 

Checché si pensi della data di questo viaggio, certo, ai 
principii dell' anno seguente, 1609, egli era di nuovo a 
Napoli, dove pubblicava un volumetto di Madriali et Ode, 
raccogliendovi quanto era venuto sparsamente scrivendo e 
stampando fin allora^. Il volumetto è dedicato alla so- 
rella Adriana, ed è curioso il tuono della dedica: « Ecco, 
sorella amatissima, ch'io paleso al mondo sotto il vostro 
celebro nome questi miei poveri componimenti, i quali, 



1 Ode, pp. 50-3. 

* ivi, pp. 54-6. Don Carlo Spinelli morì giovane di 35 anni, il 17 
gennaio 1614, lasciando un figliuolo, di nome Scipione, e una figliuola, 
Isabella. È sepolto in S. Caterina a Fonnello, e l'iscrizione della 
tomba è riportata dal Celano, Noi. del hello, curioso ecc. della città 
di Napoli., ed, Chiarini, Nap., 1855-60, II, 457. Le odi, alle quali mi 
riferisco, sono stampate per la prima volta nell'ediz. nap. del 1609. 
Ora il Basile nel 1607 era ancora a Candia, sul finire nel 160S lo 
troviamo a Napoli. Il viaggio (se pure non fu fatto prima del ritorno 
a Napoli) deve porsi tra il 1608, e il 1609, che stampò il suo libro. 

3 Dei Madriali et Ode, Napoli, per il Roncaglielo, 1609 (GnioccA- 
HELLi, l. e. Toppi, Blbl. Nap., p. 130). Forma la prima parte della 
ristampa mantovana di Madriali et Ode, Mantova, 1613. 



INTRODUZIONE XXVII 

nati fra l'inquiete turbolenze della professione militare, 
hanno ben di mestiere cbe sien dal vostro favore rasse- 
renati.... ». 

E, con due odi, anch'egli si va a confondere tra la 
turba degli ammiratori della sorella, adoprando le stesse 
frasi laudative degli altri, proprio come se fosse un 
estraneo : 

Di Sebeto a le sponde 

Siede Ninfa canora, le cui note 

Rendon tranquille l'onde, 

Dan moto ai sassi, e fan le fei'e immote 



Con questo volumetto, che raccoglie tutta la produ- 
zione letteraria della sua giovinezza, si chiude la prima 
parte della sua vita letteraria; che non fu veramente 
troppo gloriosa. Il contenuto di tutte queste poesie è, 
quasi soltanto, l'adulazione, quella cieca, stupida adula- 
zione del tempo ! E la forma è delle peggiori : sono sten- 
tati madrigali, ovvero odi in monotoni versi settenari! e 
endecasillabi variamente aggruppati \ tutti contesti della 
brutta fraseologia allora corrente, e dei più sfatati luo- 
ghi comuui^. Tuttavia, queste odi e madrigali piacquero 



1 Per es. : due settenarii e due endecasillabi alternati, e due en- 
decasillabi; ovvero: quattro settenarii e due endecasillabi; ovvero: 
tre settenarii e tre endecasillabi alternati; ecc. Più raramente, la 
strofe è di sette, otto o dieci versi. Lo schema delle rime: abbacc, 
ovvero: ababcc; e, talora; ababbcc; e: ababcoddee 

2 Oltre le poesie già accennate, vi sono in questo volumetto le 
seguenti altre d'indole storica: Tre odi; l'una per Giuseppe d'Acunto, 
giureconsulto, e dilettante scultore; l'altra, per Gio. Berardino Azzo- 



XXVIII INTRODUZIONE 

e lo misero in mostra; e quella fama, clie, giovane, non 
aveva potuto ottenere, l'ottenne, ora, quasi d'un subito. 
Intanto, sua sorella Adriana, seguendo i suoi alti de- 
stini, era chiamata alla corte di Mantova. È ormai nota 
la passione musicale del Duca di Mantova, Vincenzo Gon- 
zaga, e la storia di tutte le sue smanie, e del suo ar- 
meggio per avere presso di sé l'Adriana^. Le trattative 
cominciarono sul principio del 1610. Nel far le sue con- 
dizioni, l'Adriana, dopo aver messa in prima linea, quella 
che, per suo decoro, doveva essere chiamata alla corte 
di Mantova con lettera della Duchessa Eleonora ; soggiun- 
geva, in secondo luogo, questa: che il duca « occupi in 
sua casa tanto Mutio Barone suo marito, quanto Giambat- 
tista, suo fratello, li quali sono 2}Grsoìie dell' hahililh che 
detto signor Paolo {Vagente che menava le trattative) farà 
relazione a S. A. e che procureranno per le persone loro 
di esser degni creati delli creati di S. A. » ^. E, dopo vari 
ritardi e peripezie, nel maggio 16 io, si mise in via verso 



lino, pittore e scultore; la terza, per lo scultore Giulio Grazia. Sul- 
l'Azzolino, efr. il De Dominici {Vite del pittori, scultori, ecc.. Nap., 
1843, II, 263 sgg.), che lo fa nascere in Genova il 1510! Per una pit- 
tura dell'Azzolino, ce anche un madrigale. Un'ode è in morte di Don 
Fernando di Castro, Conte di Scelves; e alcuni madrigali in vita di 
D. Fernando d'Avalos. Il quale, difatti, fu marito di D.» Margherita 
d'Aragona, e morì il 1609, quando appunto si stampava il volume. 
Inoltre, un madrigale per Giambattista della Porla e un altro pel 
dottor Ilorazio Calanco, accademico Intronato. 

1 Vedine il racconto vivo e minuto nell'ADEMOLLO, La bell'Adria- 
na, G. III e IV. 

2 Doc. pubbl. dall'ADBMOLLO, 0. e, pp. 8990. 



INTRODUZIONE XXIX 

Mantova un'intera carovana: « la signora Adriana con una 
sorella et cognata, e un suo figliuoletto, che sono quattro; 
il marito, con un fratello di lei et un creato che in tutto 
sono sette ; viene ancora per accompagnarla sino a Man- 
tova, e poi passarsene in Spagna, un altro suo fratello 
dottore con un creato » ^. 

I due fratelli accennati erano Lelio e Francesco, e la 
sorella Vittoria o Tolla. — Partirono con pianto di molti, 
— come dice l'Agente ducale — , « e veramente io spero 
che S. A. resterà gustata, perchè tutti questi .che ven- 
gono sono persone virtuose e buono, da guadagnarsi il 
pane, che mangeranno » ^. 

Giambattista, per allora, restò a Napoli. E fece eco ai 
molti, che s'erano adoperati a impedire la partenza del- 
l'Adriana, e ai quali ora non restava se non piangere 
quella conquista, che Mantova prendeva su Napoli! Un 
suo epigramma, intitolato: Rapimento di Virgilio vendi- 
cato, dice: 

Tolse al Mincio il Sebeto 

Candido Augel Canoro, 

Per cui crebbe a le stelle il verde alloro; 

Toglie al Sebeto il Mincio 

Leggiadra Cantatrice, 

Ond'era il lido suo chiaro e felice : 

Gloriosa vendetta al mondo sola, 

Se perde un Cigno, una Sirena invola 3! 



i Lettera del Gentili, 12 maggio 1610 — Ademollo, La ieW Adria- 
na, p. 117. 2 Ademollo, 0. e, p. 117. 
3 II Teatro delle glorie, p. 131. 



XXX INTRODUZIONE 

Egli si trovava allora ai servigi dal Principe di Sti- 
gliano, come, fin'allora, sua sorella e suo cognato. E, 
avendo avuto l'agio di scrivere una favola marittima, in- 
titolata: Le avventurose disavventure^, nel luglio 1610, 
la dedicava al Principe di Stigliano, per gratitudine de- 
gli « infiniti beneficii riconosciuti dalla sua libéralissima 
e generosa mano », ribadendo in versi le lodi: 

Tu sol fai che germogli 

Già secco il Lauro a le Gastalie rive; 

Tu sol pietoso accogli 

Le neglette dal mondo Aonie dive; 

E sorgi (tal virtute in te s'infuse!), 

ÌNOvello Febo, a ristorar le Muse 2. 

Nell'avvertenza dice lo stampatore: « Spero, graziosi 
lettori, darvi per l'avvenire maggior diletto con l'opre di 
(questo autore, il quale quanto giornalmente si avanzi nella 



* Le avventurose disavventure Favola mariiima di Gio. Battista 
Basile il Pigro Accademico Stravagante di Creta. In Napoli, presso 
0. B. Gargano e Lorenzo Nucci, 161 1 (Chioccarelli, l. e). La 2.» ediz. 
è di Venezia, MDCXII, appresso Sebastiano Cambi. La 3.% è di 
Mantova, presso gli Osanni, 1613. — Gfr. anche Imbriani, // Gran 
Basile, 1. e, II, pp. 197-205. 

* Si noti anche che « la scena si finge in Sirena, luogo delizioso 
di Posilipo ». Ora la Sirena era il nome dell'antico palazzo Bonifacio, 
comprato dal secondo Principe di Stigliano, Luigi, a Posilipo, edifi- 
cato su di uno scoglio in mezzo alle acque (Aldimari, o. c, 11,383; 
Celano, 0. e, V, 632). Fu poi rifatto e abbellito dal Duca di Medina 
Las Torres, marito di D.« Anna Garafa, Principessa di Stigliano, ed 
è il palazzo detto di Dognanna, del quale è celebre la storia e an- 
coro avanzano le pittoresche ruinc. 



INTRODUZIONE XXXI 

Poesia, ben il potete conoscere con paragonare questi ad 
alcuni altri suoi primi parti, che, stampati forse contro 
sua voglia, si può dir nella fanciullezza, devono solo co- 
me presagio di questi, che hora vedete, essere riguar- 
dati, da quegli occhi però, che non sono da ignorantia 
né da maligna invidia macchiati, e biecamente l'altrui fa- 
tiche non rimirano ». 

E lo stampatore, e l'autore per esso, ha ragione. — 
Le avventurose disavventure sono, a dir vero, una delle 
solite favole marittime del tempo, colle solite situazioni 
e il solito svolgimento: un rapimento dei Turchi, che 
serve a imbrogliare e confondere lo stato civile dei per- 
sonaggi; degli innamoramenti, che, quasi tutti, han sba- 
gliato il loro segno; una donna, che va pel mondo, vestita 
da uomo ; e una serie di riconoscimenti finali e di matri- 
monii. E non vi mancano i soliti luoghi comuni : il pa- 
store il pescatore che non ama, tutto intento alla cac- 
cia alle reti; le lodi dell'età dell'oro; i lamenti contro 
i capricci e l'ingiustizia della fortuna; ecc. Ma, tuttavia, 
la favola è composta con una relativa semplicità e molta 
facilità; ed è scritta in versi fluidi e armoniosissimi : il 
che, in mancanza d'altro, è sempre qualcosa. 

Ecco, come saggio, questo lamento della Ninfa Tir- 
rhena : 

Voi, che sembianza avete 

De l'Idol mio crudele, 

Che sì gelato ha il core, 

Che non sente giammai fiamma d'amore; 

Ruscelletti di neve, 

Che non date rimedio al mio ffran foco ? 



XXXII INTEODUZIONE 

Ma voi, come il mio Glauco, 

Sordi correte, e ne portate insieme 

I miei lamenti e le vostre onde al mare! 

Deh! riditeli almeno, acque amorose, 

I fonti dei miei limii, 

Onde crescete e vi cangiate in fiumi! 

Deh! riditeli almeno, aure pietose, 

I miei sospiri ardenti. 

Onde crescete e vi cangiate in venti ^ ! 

Giulio Cesare Cortese, il Pastor Sebeto, diventato acca- 
demico della Crusca, mise un suo epigramma innanzi 
all'opera dell'amico. E, coi due epigrammi che scrisse per 
l'Adriana, furono queste delle poche volte, nelle quali la 
sua Musa italiana si fece viva^. Altro amico, e lodatore 
del Basile, era Orazio Cernite, poeta allora in buona 
fama^. 

Nel 1611 Giambattista Manso, Marchese di Villa (l'a- 
mico di Torquato Tasso), istituiva nel chiostro di S.* Ma- 
ria delle Grazie, presso S. Agnello, l'accademia degli 
Oziosi. Tra i primi accademici, riuniti, il giorno della 
inaugurazione, che fu il 3 maggio, era il Viceré, Conte 
di Lemos, il Porta, il Capaccio, il De Pietri, il Zazzera, 
il P. Tomaso Carafa, e molti gran signori, come il Prin- 
cipe di Stigliano, il Principe della Riccia, il Princijjo di 
Cariati, il Principe di Tarsia, il Duca di Nocera, il Duca 
d'Acerenza, il Duca di Bovino. Tra i primi socii, eletti 



*■ Atto II, Se. I. 

* Il Teatro delle glorie, pp. 131-2. 

3 vi premise anch'esso un epigramma. 



INTRODUZIONE XXXIII 

da questi fondatori, fu Giambattista Basile, il Pigro Stra- 
vagante *-. 

Nel febbraio seguente, 1612, celebrandosi nel Duomo 
l'esequie di Margherita d'Austria, Kegina di Spagna, 
« comparve nel mezzo del Duomo il ricchissimo Mausoleo 
adorno di dottissime composizioni dell'Accademia degli 
Oziosi » ^. 11 Basile contribuì con tre sonetti, due ana- 
grammi, e un madrigale^. 

Compose anche per questa occasione un'egloga lugicbre. 
E, anzi, di Egloghe amorose e lugubri pubblicò a Napoli 
nel 161 2 una raccoltina, dedicandola a D. Marcello Filo- 
marino ^, 

Allo stesso D. Marcello Filomarino, lo stesso anno, de- 
dicò un drammetto in cinque atti, la Venere addolorata, 
uno dei primi componimenti, se non il primo, scritto a 
Napoli, per musica; che, tuttavia, non si sa se fosse mai 
messo in musica e recitato^. 



1 G. MiNiERi Riccio, Cenno storico delle accademie fiorite in Na- 
poli in Ardi. Stor, Nap., V, 148 sgg. 

' Tommaso Costo, Memoriale delle cose più notabili accadute nel 
Regno di Napoli daW incarn. di Cristo per tutto Vanno MDCXVII, 
con la giunta del Mormile, in Napoli, per Scipione Bonino, 1618, e 
ristamp. per il Gafifaro, 1639, p. 86. 

3 Relazione della pompa funerale in morte di Margherita dW.ustria 
di Ottavio Caputo, Nap., 1612 (cit. dal Minieri Riccio, Not. biogr. e 
bibliogr,, degli scrittori napol. fior, nel s. XVII, i cui nomi comin- 
ciano con la leti. B-, Nap., 1877, p. 13. 

■* Napoli, presso Gio. Domenico Roncagliolo, 1612 (Chioccarelli, 
l. e). 

5 Nap., per il Roncagliolo, 1612 (D'Afflitto, l, e); ristamp. a Manto- 
va, i6i3. Cfr. Croce, Tteatri di Napoli (s. XV-XYIII), Nap., 1891, p. 116. 



XXXIV INTRODUZIONE 

Le sue opere sono la fonte più abbondante di notizie 
sulla sua vita; e da esse ricaviamo quali fossero le sue 
varie relazioni ed amicizie. Cosi possiamo supporlo amico 
di Giovan Battista della Porta, pel quale scrisse un'ode, 
a proposito della tragedia il San Giorgio^. 

Scrisse altre odi pel matrimonio di D. Giorgio de Men- 
doza con D.^ Livia Sanseverino ; pel nuovo Viceré Conte 
di Lemos. Ed epigrammi o madrigali per dame e signori 
e letterati napoletani, come D. Tiberio Carafa, D.* Lu- 
crezia de Vera, Aniello Palomba, Ettore Pignatelli, Fer- 
rante Rovito, Ascanio di Colellis, i poeti spagnuoli Ai-- 
gensola, ecc. 

E anche da Napoli, prendeva parte agli avvenimenti 
lieti tristi, che succedevano alla Corte di Mantova 
presso la quale erano quasi tutti i suoi. Era le sue poesie 
ci sono madrigali per D. Silvio Gonzaga, Marchese di Ca.- 
vriana, figlio naturale del Duca Vincenzo, morto in quel 
l'anno 1612^; per Vincenzo, altro figlio del Duca; un'ode 
pel matrimonio di Cesare Gonzaga, figlio terzogenito di 
Eerrante, Conte e poi Duca di Guastalla, con Isabella 
Orsina, figlia di Paolo Giordano, Duca di Bracciano^; 
finalmente, un'egloga e un madrigale per la morte del 
Duca Vincenzo, accaduta, come è noto, il 18 febbraio 
161 2, e un'egloga per quella di Leonora Medici Gonzaga \ 



* Su qiiesta tragedia, v. art. di F. Fiorentino, sul Giornale Napole- 
tano di fllos. e leu, il., A. 1880; e cfr. Croce, / teatri di Napoli, p. 82. 

• Cfr. LiTTA, Famiglia Gonzaga, Tav. VI; e ademollo, 0. e, pp. 
168-9. 3 cfr. LiTTA, 0. e, Tav. IX. 

^ Odi e madrigali, che furono raccolti la prima volla nella seconda 



INTRODUZIONE XXXV 

E sulla fine del 1612, Giambattista Basile lasciava an- 
cli'egli Napoli per Mantova. 

I suoi parenti, alla corte dei Gonzaga, godevano di 
una straordinaria fortuna. Sua sorella Adriana, oltre molti 
altri doni e stipendi e onorificenze, aveva avuto il titolo 
di Baronessa, col feudo di Piancerreto nel Monferrato ^ 
Il figliuolo di costei, il giovinetto Camillo, era stato in- 
signito della croce di S. Maurizio e Lazzaro, onorificenza 
che il Duca di Mantova gì' impetrò da quel di Savoia. 
Lelio Basile fu « per lunga serie d'anni ai principali go- 
verni nello Stato di Mantova da quell'Altezze impiegato ». 
Francesco fu poi Senatore^. 

Quando giunse Giambattista, era moribondo, era morto 
da poco, il nuovo Duca, Francesco, figliuolo e successore 
di Vincenzo, che, dopo pochi mesi di principato, si spense, 
a 26 anni, il 23 dicembre 1612. Successe il fratello di lui, 
il Cardinal Ferdinando. 

Giambattista si recò a visitare la sorella nel suo feudo 
del Piancerreto. E racconta che qui vide, tra l'altro, « un 



parte dell'ed. di Mantova, 1613. Il Miaieri Riccio cita ancora del Ba- 
sile: Relatione delle pompe e solennità fatte per le nozze del Cristia- 
nissimo Luigi XIII Re di Francia etc. tradotta da Francese in Ispor 
gnuolo e da Spagnuolo in Italiano, Nap., 1612. Inoltre, alcuni versi 
nel libro Albero e genealogia della famiglia Scorza, Nap., 161 1, in 
fol. (MiNiERi Riccio, Not. biogr. e bibliogr., pp. 12-3). 

1 Ora circondario di Gasale, frazione di Montalero. 

2 Ded. di Domizio Bombarda al Teatro delle glorie, pp. 5-6. — H 
fratello Giuseppe, poi, « nella Fiandra per le molte virtù che l'ador- 
nano da quell'Altezza d'Austria in grande stima tenuto ». E cfr. Adb- 
MOLLO, La bell'Ariana, passim. 



XXXVI INTRODUZIONE 

piccolo sì, ma dilettevole giardino , in cui tra le fre- 
sche ombre e le tenere erbette, sorgeva di limpid'acque 
marmoreo fonte, che faceva umido specchio ad un va- 
ghissimo simulacro dell'ingannato Narciso, vestigio del 
raro ingegno dell' immortai Buonarroti e memoria della 
singolare liberalità del serenissimo signor Duca di Man- 
tova verso di lei dimostrata » ^ Egli trovò presso la so- 
rella una nipotina, che non conosceva, una bambina nata 
l'anno prima a Mantova, che doveva essere la continua- 
trice della gloria dell'Adriana e chiamarsi poi col nome 
celebre di Leonora Baroni^. 

Il nuovo Duca, Ferdinando, mostrò subito il suo favore al 
nostro poeta. Il 25 marzo 16 13 ordinava che fosse annove- 
rato « tra gli gentiluomini, famigliari et curiali nostri » ^. 

E il 6 aprile dello stosso anno, facendo uso del diritto, 
ch'era stato concesso dall'Imperatore Massimiliano II al 
Duca suo padre e suoi successori; considerato quanto il 
Basile valesse « in humanarum litterarum, philosophicis 
et Musarum studiis », lo nominava: « militem, sive equi- 

tnm auratum ac sacri Lateranensis Palatii, aulaeque 

ac Imperialis Concistorii Comitem; aliorumque equi- 

tum auratorum et comitum Palatinorum numero et con- 
sortio ascribimus et aggregamus » *. 



* Ode, p. 113. Di questa scultura di Michelangelo non pare s'abbia 
altra notizia. 

2 Era nata nel Die. 161 1. Gfr. Adkmollo, La bell'Adriana, pp. 191-2. 

^ Il dee. è pubbl. dall' Ademollo, o. c, pp. 199-200. Il decreto fu 
pubblicalo dal Bebtolotti nel Giornale araldico diplomatioo genea- 
logico dell'agosto 1884, n. 2, pp. 31-2. 

* Si soggiunge la facoltà di crear notai e giudici ordinarli in lutto 



INTRODUZIONE XXXVII 

Il Cortese pare che allora avesse per le mani il suo 
poema napoletano : Viaggio di Parnaso. E, in questo poe- 
ma, consacra l'onorificenza ricevuta dall'amico; perchè 
immagina che, là, sul Parnaso, a un punto, egli si addor- 
menti, e sogni: 

Na femmena chiù lustra de l'argiento, 
Che portava l'ascelle e no trommone, 
Decenno: Chi fo maje da Satiro a Tile 
Famuso chiù del Cavalier Bastie ì 

Da chisso ha schiacce matto ogne scrittore 
O sia toscano, o grieco, o sia latino; 
Chisto ha no stile che l'ha fatto nore, 
Quanto lo sole fa luongo cammino: 
Isso se fa la via co lo valore 
A la grolla, e ne schiatta lo destino; 
Ga mo è d'Apollo, commo frate, caro, 
E le vo bene de le Muse apparo ^ ! 

E si sveglia, ed ha notizia dell'arrivo d'un ambascia- 
tore da Mantova, che porta a Febo la novella, che la 
virtù del Basile: 

Co granne nore suo l'ha fatto avere 
Lo titolo de Conte e Cavaliere. 



il Romano Impero, et v.liiUbet terrarum. — Arch. di Mantova, 1613, 
6 aprile, Liber decret., n. 54. p. 30 t." — Debbo questo documento 
all'amico Conte E. Rogadeo, che a sua volta l'ha ottenuto dal signor 
S. Davari, la cui cortesia è ben nota agli studiosi, 
i Viaggio di Parnaso, IV, 3S-39 



XXXVin INTRODUZIONE 

E seguono grandi feste per la lieta novellai Ed è cu- 
riosa questa ottava sopra un ritratto del Duca Ferdinando, 
che si vedeva in una stanza di Parnaso: 

Chisso nc'era dépinto cossi bivo, 

Che quase lo vedive freccecare; 

Tenea la vorza fatta commo a crivo, 

Che no nce potè rejere denare! 

Da lo quale piglia oje sostiento e civo 

La Terlute, che stea già pe crepare; 

Le vide appiede mille vertuluse, 

Che le puoje nnuosso appennere le fuse. 

Ed isso a chi dà sfuorge, a chi tornise, 
E tutte fa partire conzolate; 
Ora cammina mo s'autre paise, 
Se truove tanta liberalitate 2! 

H Basile fece a Mantova una specie d'edizione com- 
pleta delle varie sue opere, il cui titolo complessivo è: 
Le Opere Poetiche di Giov. Battista Basile il Pigro, cioì 
Madriali, et Ode, prima e seconda parte, Venere Addo- 
lorata, favola tragica, Egloghe amorose e lugubri. Av- 
venturose disavventure, favola maritima, Pianto della 
Vergine^ poema sacro In Mantova, per Aurelio e Ludo- 
vico Osanni, fratelli stampatori ducali, MDCXIII. 

Di questa raccolta la sola cosa nuova è la seconda 
parte dei Madriali et Ode, nella quale sono raccolte le 
varie piccole poesie, che abbiamo accennato, fatte dopo 
il 1609, E questa seconda parte è dedicata al Cardinal 
Ferdinando Gonzaga. 



* hi, C. V e VI, 2 Viaggio di Parnaso, V, lo-i. 



INTRODUZIONE XXXIX 

Qualche mese dopo, tornò a Napoli. E, appena tor- 
nato, scoppiava la guerra tra Mantova e il Piemonte, per 
le quistioni della successione dei Gonzaga. Carlo Emma- 
nuele, non avendo potuto ottenere la tutela di Maria, 
unica figliuola lasciata dal defunto Duca Francesco, in- 
vadeva il Monferrato. E Giambattista Basile, da Napoli, 
scriveva al Duca Ferdinando, sospiroso di non poter pren- 
der parte alla guerra: 

Serenissimo Sig.re. 

Già viene Lelio mio fratello a servire V, A. Ser.ma come l'impose. 
Io l'invidio et incolpo la mia indispositione che nell'oportunità della 
presente guerra mi toglie sì largo campo di sodisfare in parte a 
quel ch'io debbo, e di mostrar a pieno quanto io sia desideroso di 
spargere il proprio sangue in servigio della sua Ser.ma Gasa, non è 
per ciò ch'io viva in pace, perchè da vari pensieri asseggiato son 
continuamente saettato dallo sdegno e dall'ira in veggendo quanto 
ingiustamente sia turbata la tranquillità de suoi Popoli; e la devo- 
lione et osservanza ch'io porto al suo S.mo nome fa ch'io riceva i 
suoi propi danni e con maggior affetto per non essere in me quella 
virtù sì Eroica di far poca stima degli avversi colpi della fortuna 
qual'è propia di V. A. Ella vince se stessa, io rimango oppresso e 
vinto dal dolore, né altro va mitigando il mio dispiacere fuorché il 
vedere le genti tutte pendere da felici avvenimenti di V, A, essendo 
ciascuno inclinato a desiderarle vittoria, ciascuno ad augurarle ac- 
crescimento di stato, come allo 'ncontro tutti' biasimano l'ingratitu- 
dine del nemico, l'hospitio contaminato e la rotta fede. Non è luogo 
dove non si rimproveri le barbariche attioni, le tante spezie di cru- 
deltà el dispregio delle cose sacre del contrario ; laonde viene mag- 
giormente a risplendere l'humanità, la bontà e la religione di V. A. 
la quale quasi chiaro Polo tiene converse le calamite degli animi a 
mirar et ad ammirarla. Io dall'una parte ciò vedendomi glorio d'es- 



XL INTRODUZIONE 

sermi dedicato a sì gran Principe, dall'altra mi rodo che altri sola- 
mente spinto dalla gloria del suo nome scopra si gran desiderio di 
vederla superiore delle nemiche forze e vorrebbono esservi presenti, 
et io che l'opere gloriosissime di V. A. non scio per fama che per 
veduta etiandio ho ammirate, anzi in larga parte gli efletti della sua 
grandezza e generosità d'animo in me provate, me ne stia otioso e 
non corra e non voli a spender la propia vita, ch'ella sarebbe assai 
ben impiegata in servitù de V. A., ma non essendomi ciò conceduto 
per non trovarmi intiera salute, supplico V. A. ad appagarsi almeno 
di questa mia buona volontà degnandosi credere che io sarei non 
men pronto in adoperar la spada in offesa di suoi nemici, come 
sono apparecchiato in celebrar le sue Palme, e le sue Vittorie con 
la penna. E col fine priego N. S. Iddio conceda a V. Alt.» poi d' ba- 
vere abbassalo l'orgoglio nemico eterna pace. Di Napoli primo di 
giugno 1613. 

Di V. A. S.ma e R.ma HumUiss. Ser.'" 

GlO. BATTISTA BASILE *. 

E, qualche mese dopo, ringraziando pei nuovi favori 
fatti dal Duca a sua sorella Vittoria, finiva: « Priego N. 
S. Iddio che questa generosità grande alla nostra Vit- 
toria dimostrata sia felicissimo augurio delle sue future 
vittorie » ^. 

Alla Vittoria si accompagnò l'altra sorella di Giam- 
battista, la Margherita Basile, anche virtuosa di musica, 
che il Duca, nel 1615, ebbe desiderio di avere alla sua 



1 Ai'ch. di Mantova. Debbo questa e le altre lettere del Basile al- 
l'amico Prof. N. F. Faraglia, che lo ha anche ottenute dal Davari. 

2 Lettera da Napoli, 20 Dicembre 1613. V. append. D. L'Imbriani 
suppone oh6 il Basile fosse a Roma il 1614, perchè tra i suoi ma- 
drigali ce n'ha uno: IMr la colonna drizzata nel colle EsquUlno per 
la santità di Papa Paolo V, appunto nel 1614 ({. e, I, 51). 



/ 



IKTRODUZIONE XU 

Corte. E ne scriveva al fratello; e la Margherita andò 
difatti, e, dopo due mesi, fu dal Duca dotata e maritata K 
Honny soit qui mal y j^^'i^se! 

Giambattista, nello stesso anno, era al governo della 
città di Montemarano, brutto paesello, poco lungi da Be- 
nevento, in provincia d'Avellino ^. Montemarano, nei se- 
coli XV e XVI, era appartenuto ai secoli Della Marra; 
ma nel 1610 era stato venduto dai creditori di Giovanni 
Della Marra a un Maurizio Tortello, e nel 161 5 appunto, 
messo di nuovo in vendita e comprato da Fabrizio Guin- 
daccio ^. 

Nel luglio 16 15, morì a Napoli, nel convento di S. Do- 
menico, Fra Tomaso Carafa, figlio del Marchese d'Ansi, 
gran predicatore e valente letterato, una delle colonne 
dell'Accademia degli Oziosi. Il Basile concorse alle splen- 
dide onoranze funebri, che gli si fecero, con un'ode"*. 

E, nei due tre anni seguenti, egli fu occupato, non, 
fortunatamente, in composizioni poetiche, ma in lavori 
grammaticali e in fatiche d'editore. A lui si deve un'edi- 
zione delle Eime del Bembo (1616-7), e del Casa (1617), 



i ADEMOLLO, La bell'Adriana, pp, 210-11, e passim. 

2 Sua lettera da Montemarano, 14 Marzo 1615, al Duca di Man- 
tova. — V. Append. D. 

3 Arch. di Stato. SpofjUo dei Cedolarii: Principato iiUra^ i600; 
ff. 239-40. Gfr, Ottavio Beltrano, Descr'. del Regno di Nap., Nap., 
1640, p. 106; G. B. Pacichelli, n Regno di Nap. in prospettiva, Nap., 
1703, I, 1241. 

^ Costo, 3Iemoriale, p. 88; Ode, pp. 140 sgg. Sul Carafa, cfr. an- 
che Ghilini, Teatro d'huom, letterati, Milano, s. a., pp. 414-5. 



XLII INTRODUZIONE 

e un volume di Osservazioni intorno alle Mime del Bembo 
e del Casa^. 

Le Osservazioni non sono altro clie una sorta di vo- 
cabolario delle voci e frasi usate dal Bembo e dal Casa, 
ognuna delle quali è largamente esemplificata. — Ma 
prodotto più importante di queste fatiche critiche del 
Basile furono le Rime di Galeazzo di Tarsia, poeta tanto 
notevole, e tanto poco fortunato, che egli fu il primo a 
divulgare per le stampe ^. Benché, a dire il vero, al me- 



i Eime di M, Pietro Bembo degli errori di tutte le altre impres 
sioni purgate aggiuntevi Vosservationi, le varietà del lesti e la ta- 
vola di tutte le desinenze delle Rime del Cavalier Gio. Battista Ba- 
sile nell' Accadem,ia degli Stravaganti di Creti e degli Ottosi di Na- 
poli il Pigro, In Napoli, per Constantino Vitale, MDGXVI. La Tavola 
delle desinenze ha un frontespizio particolare, colla data del 1617. In 
tutto, pp. 260. 

Rime di M. Giovanni della Casa riscontrate coi migliori origi- 
nali e ricorrette dal Cavalier Gio. Battista Basile, In Nap., per Con- 
stantino Vitale, MDCXVII. pp. 102. 

Osservationi intorno alle rime del Bembo e del Casa con la tavola 
delle desinenze delle Rime e con la varietà dei testi nelle rime del 
Bembo di Gio. Ballista Basile, Cavaliero, Conte Palatino et gentiluo- 
mo dell'Altezza di Mantova nell'accademia degli Stravaganti di Creti 
et degli Otiosl di Napoli il Pigro, In Nap., nella stamperia di Con- 
stantino Vitale, MDCXVIII, di pp. 512 numm. Queste ultime sono de- 
dicate a Marco Scitico Alteiups, arcivescovo e principe di Salspurg, 
al quale l'A. si professa grato « per li favori ch'Ella si è degnata 
di fare a mia casa, nella persona di mio fratello ». 

2 Rim.e di Galeazzo di Tarsia nobile Cosentino raccolte dal Ca- 
valier Basile dell'Accademia degli Otiosi, detto il Pigro, Napoli, ap- 
presso Constantino Vitale, 1617. Fu ristampata materialmente il 1694, 
1698, e 1716, e, con cura critica, il 1738, 1750, 1752. Su di un nuovo 



INTRODUZIONE XLIII 

rito dell'intenzione e al beneficio fatto alla fama del 
poeta, non corrisponda il valore dell'edizione, eh' è scor- 
rettissima, e senza punto critica ^ 

Il libro è dedicato da Zuncoli, colla data del i gen- 
naio 1617, a Cecco di Loffredo, Marchese di Trevico, e 
Capitano d'uomini d'armi in regno. — Znncoli è una pic- 
cola terra in Principato Ultra, della quale erano appunto 
signori feudali i Loffredo. Il Basile si trovava, dunque, in 
Zuncoli il 1617, al seguito del LofìVedo. 

Al quale Loffredo, suo nuovo padrone, dedicava anche 
la terza parte dei suoi Madriali et Ode, che fu stampata 
a Napoli il 1617^. 

Ma dal Loffredo passò subito ad altro padrone, al nuovo 
Principe d'Avellino, Marino Caracciolo ^. — Tale fu la sua 
vita, e tale la vita di tanti altri letterati d'allora: un pas- 
saggio di protettore in protettore, di padrone in padrone. 



codice, ristampò le Rinie del Tarsia lo Spiriti: In Nap., MDCCLVIIl, 
nella stamp. Simoniana. Ora se ne ha l'edizione del Bartelli: Ga- 
leazzo DI Tarsia, n Canzoniere, Cosenza, 1888. 
i Cfr. ed. cit. del Bartelli, pp. XIV sgg. 

2 De' Madriali et delle Ode del Cavalier Gio. Battista Basile, Conte 
Palatino, et Gentiluoìno delt Altezza di Mantova, Parte Terza, In 
Napoli, per Constantino Vitale^ 1617. — Ded. in data 20 Febbraio 1617. 
Contiene, tra l'altro, odi pei pittori Stanzioni e Caracciolo, e una 
per l'esilio del Duca di Nocera (cfr. Arch. Stor. Hai., IX, 227). L'Iin- 
briani, da un luogo del Teagene (Vili, 48), cava che il Basile do- 
vesse visitare anche altri luoghi del Principato; certo, le ferriere 
dell'Atrlpalda {Il Gran Basile, 1. e, I, 53). 

3 Suo padre, generale della cavalleria del Regno, era morto in 
Lombardia nel Dicembre 1617. — Costo, Memoriale, p. 94. 



XLIV INTRODUZIONE 

E cosi anche si spiegano, e appaiono non puramente con- 
venzionali le tante declamazioni contro le corti, che si leg- 
gono nelle sue opere. Sventurato!, — dic'egli — , chi: 

pe na pezza vecchia 
E per sorchiare vroda a no teniello 
Co na panella sedeticcia e tosta, 
Venne la libertà, che tanto costa! 

Non c'è vita più misera e più carca d'affanni: 

Mo se vede tenuto 

Mparma de mano e mo puosto nzeffunno, 

Mo caro a lo patrone, e mo nzavuorrio; 

Mo pezzente, mo ricco; 

Mo grasso e luongo, mo arronchiato e siccol 

Stenta e fatica quanto vuoi; ed ecco ti passa innanzi: 

No boffone, na spia, no Ganemede, 

No cuojero cotecone, 

O puro, uno, che facce 

Casa a dei porte, o n'ommo co doi facce*! 

Tuttavia, il Principe d'Avellino, gran Cancelliero del 
Regno, e « il più gran signore che fusse in Regno », era 
« virtuoso et amatore dei virtuosi, a segno tale che sino 
il 8U0 barbiere, Gio. Battista Bergazzano, fu poeta! » 
Aveva per moglie una D'Avalos, figliuola del Marchese 
di Pescara*. 



» Egl. La Coppella. Cfr. anche III, 7, 9, ecc. 

* Curr.A, Aggiunta al Giornali di Scipioìie Guerra, Ms. Bibl. Naz., 
segn. X. B. 66. — sub 4 Nov. 1630. 



rNTRODITZIOKE XLV 

Il Basile ci ha lasciato memoria della lieta società, 
che, nelle serate d'inverno, s'accoglieva in casa Avellino. 
« Passava l'Ecc.mo signor Principe d'Avellino in dilet- 
tevoli trattenimenti le notti del verno tra in liete gio- 
stre e in sontuosi tornei e in vaghe mascherate et in 
gioconde commedie et in piacevoli veglie, e in festosi 
halli ». E « una sera, fra l'altre, che in quella nobilissima 
corte, — delle più illustri d'Italia sovrana emolatrice — , 
v'erano gran numero dei cavalieri e di Dame ragunate, 
mentre la più graziosa di quelle, secondo un proposto 
giuoco, era al tempio dell' Eternità, qui drizzato, condotta 
con si peregrine maniere e con si artificiosi modi formò 
l'imposto ballo, che, dopo averla a scorno del tempo in 
quella immortai magione collocata, quasi votiva tabella.... 
devotamente vi sospese ».... due odi del Basilea 

Fra l'altro, il Principe d'Avellino, in questo periodo 
del massimo fiorire della sua casa, pensò di crearsi ad- 
dirittura una corte, a somiglianza delle sovrane. E si 
legge in una cronaca, ai principi! di maggio 1618: « Si 
dice che il nuovo Principe di Avellino abbia fatto li ca- 
valieri della chiave d'oro, con provvisione di cinquanta- 
due ducati il mese. 11 capo di quelli è il Cavalier Basile, 
con li Alabardieri » -. 

Nel 1619 il Principe lo mandava come governatore 
feudale alla sua terra d'Avellino^. 



i Ode, pp. 11-5. 

2 Zazzera, Giornali, ms. Bibl. Soc. Stor. f. 175 t. Ed. a stampa 
(Arch. Stor. Hai,, IX), p. 534. 

3 Ode, p. 216. A Montefusco, poco lungi da Avellino, « dovendosi 
da peregrini ingegni, rappresentar il pietoso strazio per amor di 



XLVI INTRODUZIONE 

E, da Avellino, dedicava al Principe il suo idillio: Are- 
tusa *, eh' è una delle migliori cose, forse la migliore, che 
gli uscisse dalla penna, composta in un momento felice, 
un bel pezzo di stoi'ia mitologica, raccontato secondo gli 
ideali di un letterato seicentista, con tutti i ghirigori ba- 
rocchi del tempo, ma con molta vena, molto brio, e fa- 
cilità e melodia di verso. Fa pensare a certi bei dipinti 
mitologici della scuola bolognese, dei Caracci, o di Guido 
del Domenichino. Eccone, come saggio, l'ultima parte, 
dove si descrive l'inseguimento, che fa Alfeo, dell'amata 
Aretusa : 

Alfeo, per quello stesso 

Precipizio mortai, sospinse l'acqua, 

E, per l'interne viscere ed occulte 

De la Terra, e per sotto il mar spumante. 

La segue ovunque vada! 

Né già potea, per tante 

Caligini d'orrori, 

Smarrir di lei la sospirosa luce!; 

Né già potea per tante humide vie 

Sentir men calde l'amorose flammei; 

Che mal può l'Oceano 

D'impetuoso Amor spegner l'arsura! 

Alfin, la sbigottita, 

Entro al più cupo seno 



Christo sofferto dalla Vergine e Martire santa Cristina », egli, pre- 
gato, compose alcuni versi per quell'occasione. 

i È sconosciuta a tutti i, bibliografi: L' Aretusa Idillio di Gio. Batr 
Usta Bastie Cavaliero Conte Palatino et OentiChuomo dell'Altezza di 
Mantova, s. a. 1. (pp. 31 numm., e a p. 32, errata corrige). La ded. é 
firmata: « Nella sua città d'Avellino, a primo Gennaio 1619 ». 



INTEODUZIONE XLVII 

Della terra, s'accorge 

D'un'occulta apertura, che penetra 

Sin dove siede la città del foco, 

Per cui, ratio scendendo, 

S'invola agli oocbi del sagace amante! 

O di cieco timor ferza inaudita!: 

Non mira, per fuggir, ch'ella già rompe 

Del liquido elemento 

Le innate leggi eterne, 

Che il suo contrario aborra; 

E va nel cerchio ardente a portar l'onde 

De l'infernal Gocito ! 

La famiglia d'Inferno 

Stupida a mirar prende 

Il non più visto fonte, 

E fa '1 nuovo portento 

Sospender fra quell'alme ogni tormento! 

Non si pascon gli augelli. 

Non si Tolgon le ruote, 

Non si conduce il sasso a l'alto monte 

Ne col cribo si trae l'acqua dal fonte! 

Il regnator de la penosa Dite, 

Da torvi rai spirando arida luce, 

Intende d'Aretusa 

Che l'abbia spinto al tenebroso regno. 

E, di suoi gravi affanni 

Pietoso, forse avria dato a quell'acque 

Incendioso albergo; 

Ma, per non porre al suo cocente nido 

Ospite sì nemica, 

L'insegna, ov"ella il varco 

Trovi, onde sorga a riveder le stelle. 



XLVIII mXKODUZIONE 

Ove Peloro scovre il mar Tirreno, 

Mille aperture ha la Trinacria riva, 

Per cui respira il foco, ond'arde il centro. 

Una di queste addita 

Il signor d'Acheronte ad Arelusa, 

Per cui risorge ove non tace il vento; 

E fa di nuovo humor bagnate e molli 

Di Sicania le piagge, 

Di tema ancor gelante, ancor tremante! 

Qui ferma il corso, e qui piange in eterno. 

Mai sempre humido il ciglio, 

D'Ismen la morte, e '1 suo perpetuo esigilo! 

L'anno dopo, era tornato a Napoli, e dedicava un al- 
tro idillio: Il guerriero amante, a D. Domizio Caracciolo, 
Marchese della Bella, cadetto di Casa Avellino ^ È la 
storia di un guerriero napoletano, che, andato alla guerra 
di Lombardia, in una tregua guerresca, s'innamora, e, 
non corrisposto nel suo amore, disperato, si uccide. E la 
donna crudele, punta da rimorso e da tardivo amore, si 
uccide sul morto amante: 

Così, dove non valse 
Prieghi o sospir del doloroso amante, 
È '1 suo morir possente a far pietate 
Nel duro sen dell'orgogliosa Ninfa. 

Cosi morte congiunse 

Quei, ch'unir non poteo forza d'amore! 

Così due somiglianti agli alti Dei, 
Fero destin sospinse a morte acerba! 



* Jji ded. è dulala: Napoli, i di Maggio 1620, 



INTRODUZIONE XLIX 

Un sol ferro l'ancise, 

Uà sol marmo l'accolse, 

Ove pia man gli chiuse, 

E v'intagliò queste dolenti note: 

Tardo pentir, sollecito dolore 

Empier qv.esfurna^ e fer ben duro scempio 

D'un' anima crudel, d'un fero core; 

Tu, che amata disami, or tranne esempio ! 

Adriana Basile da Mantova fece una scorsa a Napoli, 
e vi si trattenne durante l'inverno 1619-20, festeggiata 
da tutta la buona società napoletana, porgendole ghir- 
lande di versi Giambattista Manso, Domizio Caracciolo, il 
Marchese di Trevico, Andrea Santamaria, Antonio Basso, 
Orazio Cernite, ecc. ^ 

Nel 162 1 si fondava a Napoli l'accademia degli In- 
cauti, e il Basile vi appartenne*. Intanto, pigliava sem- 
pre parte all'accademia degli Oziosi, e per la solennità, 
che si soleva celebrare nel giorno di S. Giacomo in quel- 
l'accademia scrisse, una volta, un'ode^. 

Nel 162 1-2 fu dal Viceré Cardinal Zapata nominato 
per un anno governatore della terra di Lagulibero, ossia 
Lagonegro in Basilicata''. 



1 A DEMOLLO, La bell'Adriana, p. 244 sgg. 

2 MiNiERi Riccio, Cenno delle accademie, IV, 527-S. 

3 Ode, pp. 199-202. 

* Provvis. 18 Giugno 1621. — Arch. di Stato, Collaterale Offìcior., 
voi. 14 (1610-22), fol. 12S t." — V. Append. E. 



L INTEODUZIONE 

Nel 1623, s'incontra il suo nome alle stampe, come 
autore degli argomenti in ottave aW Eracleide, Poema di 
Grabriele Zinano*. 

Nel 1624, quantunque stesse sempre a Napoli, pubbli- 
cava a Mantova le Imagini delle più belle dame napole- 
tane ritratte da lor propri nomi in tanti anagrammi^^ 
dedicandole al Signor Tomaso Francesco Spinello, Mar- 
chese di Fuscaldo. Sono 71 nomi di dame napoletane, 
cucinati in 88 anagrammi ed epigrammi. Segue un'altra 
serie di simili componimenti per varii. 

Il volumetto, nella sua scioccheria, è di quelli, che fa 
pensare a molte cose. E fa pensare, anzitutto, alla deca- 
denza del carattere umano, in quei tempi, e alla conse- 
guente vacuità di sentimento e pensiero, che conduceva 
gente, come il nostro Basile, a perdere il suo tempo in 
lavori cosi indegni. — Che cosa sono queste Imagini delle 
più belle dame ? Ecco qui. — 11 Basile prendeva il nome 
di una dama napoletana, che, per suo interesse, per va- 
ghezza, gli convenisse adulare. Per es., quello di D.* Do- 
rotea di Capua, Marchesa di Campolattaro, una signora, — 
sia detto fra parentesi — , molto nota a quei giorni, e che 
era stata una delle amanti del Duca d'Ossuna^. Dunque: 



1 V Eracleidc di Gabriele Zinano, all'invittissimo et gloriosissimo 
signor II Cattolico Don Filippo IIII d'Austria, Re di Spagna e del 
mondo Nuovo universale Monarca, Per il Deuchino, con lic. e priv., 
In Venezia, MDGXXIII. Gfr. Imbriani, Il Gran Basile, 1. e, II, 213-4. 
II Basile, nel Teagene (V, 59), dice del Zinano: « D'Eraclio canterà 
l'eccelse imprese Zinan, rlie trarre i monti a sé ben puote ». 

2 In Mantova, 1624. Ded. da Nap., i Maggio 1624 (di pp. 94-49). 

3 Ved. Croce, / teatri di .\apoU, pp. loo-ioi. 



IKTRODTJZIONE LI 

Marchesa di Campolattaro. E, rivolgendo le lettere di 
questo nome, e provando e riprovando, ne cavava una 
frase per anagramma, questa: Hai d'amor scettro e pal- 
ma! E poi, su questa frase, costruiva il seguente ma- 
drigale : 

Nulla beltà risplende, 

Ove tu pompa altera 

Fai de la tua bellezza, alma guerriera!, 

Né già di te più degna 

Ne l'amoroso ciel trionfa e regna!; 

Che tu sol, chiara et alma, 

Hai d'amor scettro e palma'. 

E aveva il coraggio di far questo per settantuno nomi 
di dame, e poi per un manipolo di altri trentacinque; e 
di questi lavori, ingegnosi si, ma stupidi, disseminava le 
raccolte e i libri dei suoi amici. E come ne dava, cosi 
ne riceveva!, e una gran parte del tempo dei letterati 
italiani, per un secolo intero, fu occupato nel fare ana- 
grammi. H rebìis e la sciarada, insomma, elevati agli 
onori altissimi nel mondo letterario! 

Nel frontespizio di questo libercolo, comparisce per la 
prima volta, accanto al suo nome, il titolo di Conte di 
Tarane. Torone è uno dei sei villaggi, cbe compongono 
Morrone, in Terra di Lavoro, diocesi di Caserta ^ Va- 
lendosi del titolo, che gli era stato concesso, egli vi 



i Morrone, ai principii del v. XVII, apparteneva a Matteo di Gapua, 
Principe di Conca. Nel 1621 G. C di Gapua lo vendette a G, G. Pi- 
sano (Arch. di Stato, Spoglio dei cedol.: Terra di Lavoro: i600, fol. 
73. — Cfr. Giustiniani, o. c, VI, 165. 



LII INTRODUZIONE 

aveva aggiunto il nome di questa terra, che forse aveva 
comprato. Nel 1626, in una sua lettera, si trova detto 
Conte di CastelrampaK Ma poi torna al titolo di Conte 
di Torone, col quale si fregia nei frontespizi di tutte le 
ultime sue opere. 



Nel 1624 tornò a Napoli l'Adriana, che, sul principio, 
fu restia essa a ripigliare la via di Mantova; poi, non fu 
più voluta da quella Corte; e, malgrado 1 suoi tentativi, 
fini col restare a Napoli, fino intorno al 1633, quando 
andò a stabilirsi a Roma^. 

Veniva anche a Napoli lo stesso anno Giambattista 
Marino, e questo ritorno fu, con quello dell'Adriana, tra 
gli avvenimenti più notevoli dell'anno. Il Basile lo salu- 
tava con una sua ode, « tra per concorrere, — com'egli 
dice — , coll'universale applauso delle sue meritate lodi, 
e per obligatione di portare i pregi sino al Cielo di lui, 
che portato ha le glorie della sua Patria sovra le stelle 
e per rendersi eziandio grato con pochi versi a chi con 
tanti parti del suo divino ingegno ha la sua propria so- 
rella altamente celebrata »•'. Anche nel Teagene, che a- 
veva per le mani in questo tempo, gli consacrava un'ottava: 

Ma chi dirà di te, Marin, gli honori, 
Cui Permesso apparecchia eterni allori? 



* Napoli, 34 novembre 1626; v. Append. D, 

2 ADEMOLLO, La bclV Adriana, pp. 289-323. 

3 Ode, pp. 147-150. 



INTRODUZIONE LUI 

Qviante d'inchiostro versarai tu stille, 
Tante fien di dolcezza ampi torrenti!; 
Ogni solco di penna a mille a mille 
Fior di gloria aprirà lieti e ridenti ! ; 
Una de le amorose alme faville, 
Sparse in tue carte, le più voglie algenti 
Potrà inQammar; da le tue note altere 
Apprenderan nuove armonie le sfere ^! 

Nel 1626 il Basile aveva uno dei soliti incarichi di 
governo. Il Viceré, Duca d'Alba, lo nominava Capitano, 
ossia governatore regio, di Aversa, prò uno anno integro 
et deinde in antea ad beneplacitum^. Circa questo tempo, 
lo si trova anche detto : « Capitano di fanteria nel regno 
di Napoli » ^. 

Nel 1627 rimanipolava alcuni suoi volumi precedenti, 
formandone uno di cinquanta odi, che dedicava al Duca 
d'Alba, D. Antonio Alvarez, suo protettore''. Questo vo- 



i Teagene, V, 66-7. 

2 La nomina è in data del 28 dicembre 1626 {Officior., Colla!., voi. 22, 
1625-8, fol. 86 t."). È strano però che nel volume delle Ode, stamp. a 
Nap., 1627, e colla dedica in data i gennaio 1627, ci sia un'ode a 
S. Francesco, scritta quand'egli era governatore d'Aversa, ad istiga- 
zione del P. M. Andrea Torres Garmelita, che predicò ivi l'intera 
quaresima. Dunque, la dedica è antidatata rispetto alla stampa del 
volume, il Basile fu anche un'altra volta, antecedentemente, go- 
vernatore d'Aversa. V. append. E. 

3 Così Dom. Bombarda nella dedica in data i aprile 1628, al Tea- 
tro delle glorie, ristampato in Napoli il 1628. 

* Ode del Cavalier Gio. Battista Basile, Conte di Torone e Genti- 
luomo dell'Altezza di Mantova, all'Illustrissimo ecc. Duca d'xVlba ecc., 
In Napoli, per Gio. Dom. Roncagliolo, 1627, di pp. 224. 



LIV INTRODUZIONE 

lume contiene tutte le odi già stampate, e le nuove sono 
degne delle prime*. 

Le odi e i madrigali furono il genere da lui prediletto; 
ma compose anche, una volta e un'altra, dei sonetti; una 
ventina dei quali si trovano raccolti in un raro libro, pub- 
blicato dopo la sua morte -. Un sonetto amoroso, ha que- 
sto strano argomento: Di donna estinta in sogno s'inva- 
ghisce : 

Dovrà, lasso!, languir sempre il cor mio 

In si strana d'Amor spietata guerra, 

Per un lume, eh' è già spento e sotterra, 

Ch'esca fé' breve sonno al mio desio? 
Parta, deh parta, ornai sì folle e rio 

Pensier, ch'entro al mio cor si nutre ed erra!; 

Non cerchi invan, chi non trovar può in terra, 

E cada in Lete, se di Lete uscio! 
Mortai fu il dono; e che donar può mai 

Fallace sonno, imagin de la morte. 

Bugiardo amor, clie il cor di vita sgombra? 
Ove s'intese mai più acerba sorte? 

Un falso imaginar mi tragge in guai. 

Parlo d'un sogno, ed amator d'un' ombra! 

1 Tra quelle finora non notate, ce n'ha pel Cardinal Borghese, 
per Nicola Barlìarigo e Marco Trevisano, per D. Alvaro de Torres, 
per Muzio Barone, pel P. Alfonso Daniele, ecc. 

2 liime d'illustri ingegni napolitani, raccolte dal Dottor Gio. Do- 
menico Agresta, insieme con le sue rime, et coll'argomenti d'un 
verso, in fronte di ciaschedun componimento, date in luce dal si- 
gnor D. Giuseppe Macrino, In Venezia, per il Ciera, 1633. — Contiene 
rime dell'Agresta, di Gio. Doni, del Gaudio, di Aniello Palomba, di 
Nunzio Morone, di Fabrizio Marotta, e, da pp. 117 a 136, diciannove 
sonetti del Basile. 



INTRODUZIONE LV 

Compose anche tre commedie, intitolate il Fileno, VEii- 
genio, e gV Innocenti assoluti, che non furono mai stam- 
pate *. 

Com' è noto, ogni anno si faceva dal Popolo napoletano 
una gran festa, o Apparato, pel S. Giovanni Battista, or- 
nando di pitture, e statue, e iscrizioni, e versi, molte vie 
della regione di Pendino e di Porto. Il Basile, come gli 
altri letterati napoletani, non poteva mancare di pren- 
dervi parte, con qualche sua composizione. E neW Apparato 
del 1626, contribuì con un anagramma, una poesia spa- 
gnuola, e un epigramma latino*. — Nel 1628, alla via dei 
Lanzieri c'era il ritratto del Viceré con un'ode del Ba- 
sile; a San Pietro Martire un suo sonetto; e alla Spe- 
ziarla vecchia un « ingegnosissimo e leggiadrissimo ma- 
drigale ». E, nell'opuscolo descrittivo della festa, che si 
pubblicò allora, il Basile appare in una qualità per noi 
nuova, nella qualità di censore^. 



i Chioccarelli (De ilh'.str, script.): « edidit quoque com oedias ìta.- 
lice, nondum excussas ». Per altre bazzecole, scritte dal Basile, poesie 
laudative, anagrammi, ecc., rimando all'elenco fattone dal Minieri 
Riccio, JVot. biogr, e bibliogr. cit., pp. 12-3. Il Mazzuchelli cita inoltre: 
Sacri sospiri, madrigali, Mantova, Osanna, MDGXXX: che l'Imbriani 
suppone non esser altro se non i Madrigali Spirituali, che si leg- 
gono dopo, il Pianto della Vo-gine (Il Gran Basile, 1. e, II, 215). 

2 Gfr. MiNiERi Riccio, Not. biogr, e bibliogr., 1. e. 

3 Descriltione deW Apparato di S. Giovanni fatto dal Fedelissimo 
Popolo Napolitano, aU'IU.mo ecc. Duca d'Alba, 1628, di Giov. Berar- 
dino Giuliani, Segretario dell' istesso Fedelissimo Popolo, In Napoli, 
per Domenico Maccarano, 1628. V. lett. del Basile, al Duca, 13 set- 
tembre 1628, in fine. 



LVI INTRODUZIONE 

Anche negli altri Apparati, per esempio in quello del 
1631, egli contribuì coi suoi versi ^ 

Nel 1630 venne a Napoli, per passare in Austria, la re- 
gina Maria, sorella di Filippo IV, che andava sposa al- 
l'arciduca Ferdinando. Tra le tante feste, che si fecero 
in quell'occasione, il 17 ottobre 1630 i Cavalieri napole- 
tani disposero di rappresentare in Palazzo una sorta di 
spettacolo di ballo e musica, in sua lode. Le parole le 
compose appunto il Basile. Quello spettacolo è importante 
come uno dei primi saggi di drammi in musica, rappre- 
sentati a Napoli -. E ne durò la memoria per un pezzo. Il 
Capaccio dice : « E credo che dovette essere mirabilmente 
sodisfatta (Maria d'Austria) in quella maschera, che di 
volontà ferono tanti segnalati Cavalieri, e d'invenzione del 
Cavaliere Grio. Battista Basile, dove non so qual maggior 
cosa potesse comparire per vaghezza, per splendore, per 
diletto, per varietà, di ciò che si ritrova nel tesoro della 
poesia » ^. I versi del Basile erano abbastanza brutti, e 
così parvero anche ad un contemporaneo, al cronista Fer- 



* Cfr. PADiOLiovE, La Biblloteoa del Mimeo nazion. di S. Martino, 
Nap., Giannini, 1876, pp. LXXV-l,XXXr. L'Apparato del 1629 usci dal 
solito, perchè fu diviso secondo i segni dello Zodiaco, ciascun segno 
rappresentando una virtù del Duca d'Alba, che era lungamente svolta 
ed illustrala. Ved. Francesco Scacciavento, Il Zodiaco, Nap., 1630. 

* Monte di Parnaso Mascherata da Cavalieri Napoletani alla M. Se- 
ì'enlsslma di D. Maria d'Austria, Reina d'Ungheria, rappresentata. 
In Nap., 1630. Cfr. Alessandro Fellecchia, viaggio della Maestà 
della Regina di Bohemia e d' Ungheria, Nap., Roncagliolo, 1630, p. 56; 
e Croce, / teatri di Napoli, pp. 107 sgg. 

" Gai-accio, Il Forastiero , Nnp., 1634, p. 959. 



INTRODUZIONE LVII 

rante Bucca^ Perla stessa occasione, il Basile compose: 
Epitalamio alla M. Serenissima di D. Maria d'Austria'. 
11 mese dopo, moriva in Napoli il Principe d'Avellino, 
protettore del Basile. Il quale ne pianse la morte con 
un sonetto^. 



Giungiamo agli ultimi anni della vita del Basile. — 
Protettore suo, in questi ultimi anni, fu D. Galeazzo Pi- 
nelli, Duca dell' Acerenza: nobile signore, e letterato egli 
stesso, ed accademico Ozioso^. 

Già nel 1627, il Basile, dedicandogli un'ode, parla dei 
« continui favori, che in lui largamente ha sparsi » ^. Ma 
i favori si mutarono poi in un'assidua servitù del Basile, 
che divenne intimo e famigliare del Duca. 

Egli lavorava allora, come sappiamo, ad un gran poe- 
ma, che era intitolato il Teagene. Il Teagene era un versi- 
ficamento della Storia Etiopica di Eliodoro, romanzo greco 
del IV secolo, che fu stampato la prima volta il 1534, 



i « Non scrivo i propri versi, . . . . , sì per non esserno molto 
degni di memoria, come anche per esserno stampati da Gio. Battista 
Basile, componitore della poesia, e da Iacinto Lombando, posti in 
musica ». BuccA, Aggiunta, ms. cit., sub 17 ott. 1630. 

2 Nap., 1630. 

3 Rime d'illustri ingegni napoL, p. 131. Il Principe d'Avellino la- 
sciava solo una figliuola; postumo nacque un maschio, erede della 
casa e del titolo (BuccA, Aggiunta cit., sub 4 Nov. 1630. 

4 V. sue rime nel Teatro delle glorie, p. 189; e anche in alcune 
carte dell'Accad. degli Oziosi, ms. Bibl. Xaz,, XIII, B, 77. 

5 Ode, pp. 127-131. 



LVlir INTRODUZIONE 

6 del quale fin dal 1556 c'era una traduzione italiana, 
fatta da Leonardo Glinci ^ Sono le traversie di una cop- 
pia di amanti, che, dopo lunghi travagli, finiscono collo 
sposarsi in tutta regola. 

Questo romanzo ebbe molta popolarità sul principio 
del secolo XVII ^ A Napoli stessa, nel 1627, s'era pub- 
plicata la Carichia, tragedia di Ettore Pignatelli, acca- 
demico Ozioso, che drammatizzava la Storia Etiopica^. 

H Basile, nella sua composizione, seguiva strettamente 
il romanzo d'Eliodoro, anzi la traduzione del Glinci*. Ma, 
naturalmente, riduceva il racconto in quella forma con- 
venzionale, nella quale s' era allora fissato, la poesia epica, 
il poema heroico. Cominciava: 



1 Ne ho sott'occhio l'edizione: Historle di Heliodoro delle cose ethio- 
pichc, ecc. ecc., nuovamente tradotta dalla Lingua Greca nella Tho- 
scana da Messer Leonardo Glinci, In Vinegia, MDGXI, presso An- 
drea Babà. 

2 Di ciò discorre a lungo e bene l'Imbriani, Il Gran Basile, 1. e, II, 
416-23. Qui ancora, notizia sulle varie traduzioni e rifiicimenti. Noto, 
però, elle il Teagene e Cariclea del Montalbano, da lui menzionato, 
non è un dramma italiano, ma è il Teagenes y Clariquea {Ics hijos 
de la fortxna) del poeta spagnuolo Juan Perez de Montalvan (1602- 
38), Cfr. BARRER.\ y Leirado, Calai, bibllogr. y biogr. del teatro an- 
tigno espanol, Madrid, I860; p. 267. 

3 Del Pignatelli, il Basile dice nel Teagene (V, 68): 

Un Ettore, splendor de la Sirena, 
Tra mill'opre, onde avrà fama immortale, 
Cariclea min, pompa d'illustre scena 
Farà fuor de l'oblio fosco e letale. 

* L'Imbriani dà un saggio del modo come il Basile verseggia la 
l)rosa del Glinci. 



IXTRODUZIOKE LO. 

Canto Theroe, d'Achille inclito germe, 
E '1 seme di Perseo, l'alta Donzella, 
Che trasse errando in parti ignote et erme 
Fortuna, a lor lunga stagion ribella; 
Alme in valor non vide il Ciel più ferme, 
Coppia non ebbe Amor più fida e bella; 
Molti affanni soffrirò; in Meroe alfine 
Ginser di bianche bende il nobil crine. 

Questa prima ottava non promette molto, e il resto, di- 
fatti, risponde al principio. Il servile versificamento non 
è rallegrato se non dai soliti luoghi comuni dei poemi 
heroici; la forma è piena zeppa d'improprietà; i veri?i, 
disarmonici e stentati. Il brutto poema doveva essere de- 
dicato a D. Antonio Barberino. 

Nel Canto V, il Basile introduceva, con un artifizio, le 
lodi dei poeti del suo tempo. Calasiri descriveva il tem- 
pio d'Apollo in Delfo, dove erano, tra l'altro, l'effigie di 
tutti i mecenati e poeti, passati e futuri. Tra i mecenati, 
nominava il suo presente signore, il Duca dell' Acerenza: 

Un Galeazzo ancor, prodigo altrui 
Quanto largo di pregio a lui fu il cielo, 
Non vedrà mai nei fatti incliti sui 
Giunger del Tempo o della Morte il telo! 
O mille volte fortunato, a cui 
Dato in sorte a vestir terreno velo 
Sarà in quei lieti e fortunati giorni, 
Quando un si vivo lume il mondo adorni i! 

E, di poeti, una tale valanga d'immortali poetucoli e 
poetastri, da fare spavento! 



^ Teagene, C. V, 49. 



LX IKTRODUZIONE 

D. Galeazzo Pinelli era anche signore di Giugliano, 
paesello della Campania (ora prov. di Napoli, circ. di 
Casoria), sulla via tra Napoli e Nola^ E di Giugliano il 
Pinelli nominò governatore Giambattista Basile, a quanto 
pare intorno al 1631. 

Un bruttissimo inverno fu quello del 163 1-2. Cominciò 
male, colla terribile eruzione del 16 dicembre 1631, colla 
quale il Vesuvio yi svegliò dal suo sonno secolare. L'eru- 
zione del 1631 produsse un'intera letteratura scientifica 
e poetica'-. Anche il nostro Basile contribuì a questa let- 
teraria manifestazione di spavento con tre sonetti, uno 
dei quali è un bello, anzi un brutto saggio del più puro 
seicentismo : 

Con vomero di foco, alto stupore. 
Mostruoso arator solca il terreno, 
E il seme degl'incendii accolto al seno 
Vi sparge, e '1 riga di fervente umore. 

E, quindi, a fecondarlo, in rapid'hore, 
Di cenere ben ampio, il rende pieno; 
Onde, quanto circonda il mar Tirreno, 
Messe raccoglie di profondo horrore. 

Ma, se danno produce a noi mortali 
Cotanto aspro Vesevo; ond'ogni loco 
Arde, né scampo ei trova in mezzo al verno; 



* Giugliano era stato venduto il 1536 da Gio. Berardino Carbone 
ai Pinelli. Galeazzo, appunto, lo vendette poi il 1639 a Cesare d'A- 
quino, Principe di Pietralcina. Negli ultimi tempi, fu posseduto dai 
Colonna, Principi di Stigliano. Ved. Agostino Basile, Memorie sto- 
riche di Giugliano, Nap., 1800, pp. 125 sgg. 

* Ved. L. Riccio, Bibliografia della eruzione vesuviana delC anno 
iC3l in Arcìx. Sior. Naiìol, XIV, 537-55. 



INTRODUZIONE LXI 

Pur raccoglier ne giova in tanti mali 
Dal cener sparso, e dal versato foco, 
Membranza de la Morte, e dell'Inferno ^1 

Ma « erano appena terminati i flagelli dell'incendio, 
— dice un cronista — , quando il giusto Dio, scorgendo, 
che non erano ancora emendati, volle darli altra sorte di 
gastigo, poiché insorse un male di canna cosi crudele e 
contagioso, che parve peste, del quale in pochi di mor- 
sero infinite genti! »^. Morirono anche moltissimi dell'ari- 
stocrazia; e « tuttavia ne van morendo di per di, — se- 
guita il ©ronista — , e ne sono morti di subito D. Giovanni 
d'Aquino, Principe di Pietrapulcina, e Giovan Battista 
Basile, dei primi poeti di questo tempo, e Gio. Girolamo 
di Tomaso, medico assai celebre »^. 

Infatti, il Basile mori improvvisamente a Giugliano, dove 
si ritrovava al governo, il 23 febbraio 1632, sine sacra men- 
tis et sine electione sepulturae^. Fu sepolto, cum magna 
pompa funerali, nella chiesa di S. Sofia, dove, fino a qual- 
che tempo fa, sotto il pergamo, si vedeva la sua tomba. 



i Due di questi sonetti furono stampati nella Scelta di poesie nel- 
l'incendio del Vesuvio fatta dal Sig. Urbano Giorgi, Segretario del- 
l' Ecc.mo Conte di Conversano ; ded.ta al Cardinal Antonio Barberini 
(in fine: Roma, MDGXXXII), pp. 41-2. Tutti e tre nelle Rime di illustri 
ingegni nap., pp. 133, 135-6, Debbo l'aver potuto vedere questi rari 
volumetti, conservati nella Bibl. del Club Alpino, alla cortesia del 
Cav. Luigi Riccio. 

2 BuccA, Aggiunta, ms. e, sub Febbr. J632. 

3 BuccA, ivi. 

^ V. append. E, F. 



LXII INTRODUZIONE 

Sua sorella, Adriana, che andò a stabilirsi a Roma, 
prese cura di pubblicare, in una bella edizione, a Roma 
il 1637 * l'ultimo parto dell'ingegno di suo fratello », 
il Teagene, dedicandolo, secondo le intenzioni di lui, al 
Card. Antonio Barberini^. Un manipolo di poeti loda, al 
solito, il poema, l'autore, la sorella dell'autore, le figlie 
di questa e, specialmente, la bellezza e il canto di Leo- 
nora Barone. Caterina Barone, altra nipote dell'autore, 
scrive in un sonetto: 

Deh potess'io col tuo pregiato stile 
Scriver, e coi tuoi lauri ornarmi il crine, 
Del mio materno sangue alma gentile! 

E, innanzi al poema, c'è il ritratto del Basile, buona 
incisione di Nicola Perrey, da una pittura disegno di 
Giambattista Caracciolo^. Una simpatica e maschia figura 



1 Teagene Poema del Cavalier Gio. Battista Basile Napoletano Conte 
di Torone, All'Eminent.mo et Riv.mo Sig.re il Sig.re Card. Antonio 
Barberino, In Roma, appresso Pietro Antonio Facciotli, Con lic. dei 
Sup., L'anno MDCXXXVII. — La ded. dell'Adriana è in data di Ro- 
ma, IO marzo 1637; il permesso di stampa, 16 aprile 1635, 

2 Su Giambattista Caracciolo, v. ciò che dice il de Dominici, 0. e, 
IH, 37-64: il quale ne pone la morte al 1647. Il Basile ne cantò le 
lodi in un'ode (Ode^ pp. 160-3). Questo ritratto fu riprodotto ne Le 
glorie degli Incogniti (Venezia, 1647); dove è accompagnato da una 
biografia del N., che non ho avuto occasione di citare, perchè non 
dice nulla. E l'originale e la riproduzione (!) furono riprodotti nel 
Glambatllsta Basile, Archivio di letteratura popolare, HI, i, 3. Dal 
ritratto anzidetto derivano un ritratto, eh' è inserito nella Biografia 
degli uomini illustri del regno di Napoli, edita da Nicola Gervasi 



INTRODUZIONE LXIII 

in abito militare, che ci presenta in tutta la sua dignità 
il Cavalier Giovan Battista Basile, Conte di Torone, e 
Gentil' huomo di S. A. di Mantova, uno dei felici ingegni 
del secolo. 



(1813-20), accompagnato da una biografia di Giuseppe Boccanera di 
Macerata; e un altro, che fu riprodotto nel n. 58, A. I, del giornale 
napol. La ncicnia e lo martiello (1868), insieme con quello di un pre- 
teso descendente del Basile, che viveva una ventina d'anni fa, e scri- 
veva un'infinità di libercoli enciclopedici, invidiando la fama di un 
Ingarrica o di un Fenicia. 



;< 



II. 

Letteratura in dialetto napoletano — Opere dialettali del Basile. 

Questa, fu, letterariamente, la vita pubblica del Ba- 
sile. Ma un'altra parte della sua vita, un'altra faccia del 
suo carattere, restò come ignota ai suoi contemporanei. 
Il Basile, infatti, smetteva, talora, la sua qualità, e gra- 
vità, di poeta toscano; s'adattava un altro nome, come 
una maschera, quello di Gian Alesio Abbattutis; e, in- 
vece di ode e madrigali, scriveva bizzarrie in dialetto. 
E Gian Alesio Abbattutis, scrittore dialettale, aveva quei 
lampi, quella scintilla geniale, clie mancavano assoluta- 
{ mente al suo collega, poeta toscano! 

La letteratura del dialetto napoletano può dirsi clie 

non nacque se non, appunto, ai principii del secolo XVII. 

Non già che non vi siano monumenti dialettali, innanzi 

a quel tempo. Fin dal secolo XIV, il dialetto napoletano 

fu messo in iscritto, in tutta la sua schiettezza, dal Boc- 

1 caccio; se è autentica, come sembra, la lettera napole- 

\ tana, diretta a Francesco dei Bardi, che va sotto il no- 

\ me di lannetto de Parise (Giovanni Boccaccio). E nel dia- 

i letto napoletano, benché, veramente, in quello delle per- 

■ sone colte, « imbevuto da una parte del latino curiale, 

! dall'altra del toscano » ^, furono scritti i poemetti del 



* E. PÈRCOPO, I Bagni di Pozzuoli, Nap., Furchheim, 1887, pp. 40-3, 
(estr. dall'Arca. Slor. Nap., A. 1886). 



INTEODUZIONE LXV 

Regimen sanitaiis, dei Bagni di Pozzuoli, del Libro di 
Caio, ecc., e la Cronaca di Partenope, e i Bicordi di 
Loyse de Rosa, e, via via, gli atti pubblici della Corte 
aragonese, e della città di Napoli, fino alla metà del se- 
colo XVI. Nello stesso dialetto ibrido, furono scritte quasi 
tutte le opere letterarie del tempo aragonese, poemi, cro- 
nache, trattati d'ogni genere, tranne quelle poche, che 
rappresentano il rifiorire del "toscanesimo. 

Ma c'è un gran divario tra l'uso spontaneo e naturale 
del dialetto, e l'uso di esso, intenzionale, voluto, artistico. 
Intorno alla metà del secolo XVI, il dialetto napoletano, 
com'era già caduto dall'uso degli scrittori letterati, cosi 
spari dagli atti pubblici, nei quali ancora si adoperava ^ 
E il dialetto restò alla sola letteratura popolare, ai canti 
del popolo, e alle famose villanelle napoletane'. 

Qualcuno dei poeti popolari, oltre i canti che diven- 
tavano patrimonio del popolo, scrisse qualche poesia, di 
genere non istrettamente popolare, in dialetto. Velardi- 
niello, per es., o chi si cela sotto questo nome, fu autore, 
tra l'altro, di quelle belle ottave, che rimpiangono il buon 
tempo antico, e finiscono col grido, del quale si sente la 
sincerità : 

Sai quanto fuste, Napole, corona? 
Quanno regnava casa d'Aragona 3 ! 



i GALiAxr, Bel dialetto napoletano, ed. seconda, Nap., Porcelli, 1789, 
pp. 119-20. 

2 Gfr. Gapasso, Sulta poesia popolare napoletana, (in Arch, Star. 
Nap., Vllf, 1883). 

3 Le ottave, che cominciano: Cient'anno arreto oliera viva vava. 



LXVI INTRODUZIONE 

Ed è questo dei pochi sicuri monumenti dialettali del 
secolo XVI. Sulla fine del secolo, cominciò ad adoprarsi 
nelle commedie il dialetto napoletano, sia dai comici del- 
l'arte nelle commedie improvvisate, sia nelle commedie 
premeditate ^ Ma, nel teatro, l'uso del dialetto lia ragioni 
tutte speciali. 

Si scriveva, dunque, il dialetto napoletano già da varii 
secoli, ma, fino allora, o non era stato adoprato con in- 
tenzione artistica, o di un uso siffatto non c'erano se non 
casi isolati e timidi tentativi. 

Ma, sul principio del secolo XVII, la letteratura dia- 
lettale, intenzionale e artistica, prende un grande slancio. 
Le ragioni di questo fatto furono parecchie, e di varia 
natura. Ma la principale è forse da riporsi in quella ri- 
cerca assidua di novità, eh' è il vero spirito motore di 



furono pubblicate la prima volta nella Collezione di tulli i lìoemi in 
lingua napoletana del Porcelli, T. XXIV (1789). Di Velardiniello di- 
scorse il Gapasso (?. e, pp. 319-21), il quale ne pubblicò anche al- 
cuni versi inediti del Giambattista Basile (IH, i). Per la Farza dei 
Massari, a lui attribuita, cfr. Napoli Sionorelli, Vicende della col- 
tura, Nap., 1784-6, V, 357-8, e Grocp, / teatri di Naiìoli, p. 28 n. 

*■ Nalla Vedova di G. B. Cini (Firenze, 1569), tra i varii dialetti 
appare anche il napoletano (cfr. Quadrio, 0. e, III, II, pp. 71-218). 
Senza parlare dei personaggi buffi napoletani della commedia del- 
tarte {Coviello, Pascariello, Pulcinella, ecc.), nelle commedie scritte 
s'incontra un personaggio goffo, detto il Napoletano, che nasce ne- 
gli ultimi anni del cinquecento, e del quale si seguono le trasfor- 
mazioni. Ano alle commedie del Cerlone (flne s. XVIII). Così negli 
Intrighi d'amore, attrib. al Tasso, naWAnchora del Torelli, nelle 
Sprezzale Durezze del Glorizio, e nel Moro e nella Tabernaria del 
Porta. Cfr. Croce, o. c, pp. 75-80 e 2)assirn. 



INTRODUZIONE LXVII 

quel periodo letterario, che si chiama il seicento. Certo, 
s'ingannerebbe chi credesse che i letterati d'allora si vol- 
gessero al popolo e al dialetto, per quel desiderio del 
semplice e del vero, ch'è, in certo modo, la ragione del 
presente rifiorire della letteratura dialettale. Veramente, 
del semplice e del vero essi avevano bisogno ! Ma quel 
volgersi al dialetto non era la medicina della loro ma- 
lattia, ma, anzi, una manifestazione di questa loro malat- 
tia. Il Ji^letto,xa^.pr.^aejQdti9'yii*jiè?..iì^ il nuovo, 
il bizzarro, l'ingegriosp^ lo spiritoso !__E cosi si .spiega an- 
che come la letteratura. dialettale napoletana non fosse 
letteratura seria, ma letteratura burlesca. 

Tuttavia, appunto perchè letteratura burlesca, essa ebbe 
alcune doti di semplicità e di freschezza, che non aveva 
la contemporanea produzione in lingua italiana. La dispo- 
sizione giocosa del loro spirito liberò quegli scrittori da 
molti difetti e stranezze del gusto del tempo. E, oltre a 
ciò, non bisogna disconoscere che non si avvicinarono 
impunemente alle fresche e dolci acque dell'ingegno po- 
polare. 

Ho detto che le ragioni della fioritura furono parec- 
chie. Un'altra, anche importante, è d'indole, per cosi dire, 
locale, anzi municipale. La produzione letterai'ia italiana, 
a Napoli, come in molte parti d'Italia, aveva un carat- 
tere esotico, e sembrava quasi imposta di fuori. Per par- 
tecipare alla vita letteraria d'Italia, bisognava rinnegare 
la lingua inconsciamente appresa da fanciulli, e imparare, 
quasi come lingua straniera, sui libri e nelle scuole, il 
toscano. E naturale che, di tanto in tanto, nascesse in 
alcuni amatori della lingua e delle costumanze paesane 



LXVIII INTRODUZIONE 

una reazione e una ribellione contro il toscanismo : rea- 
zione e ribellione rappresentate praticanaente da un ri- 
torno alla produzione dialettale. 

E questo ultimo motivo è specialmente evidente in co- 
lui, che fu il padre della nuova letteratura dialettale, in 
Giulio Cesare Cortese. 

Una lunga e tenera amicizia legò, durante tutta la vita, 
il Cortese col Basile. Ed è bello, è quasi commovente il 
veder cosi fedeli e stretti l'uno all'altro questi due mas- 
simi poeti del dialetto napoletano ! Il Cortese cantava 
in un suo poema, a proposito delle onorificenze, che aveva 
avuto il Basile dal Duca di Mantova: 

Dire non saperria quanto senliette 
Piacere, audenno nommenare a chillo, 
Glie ];i fortuna amico me facetle, 
Da clie jeva a la scola, peccerilloi.' 

E il Basile, nell' introduzione a una delle sue odi : « Il 
più caro, il più honorato amico dell'autore, che le sacre 
e sante leggi dell'amicizia serbar sapesse, fu Giulio Ce- 
sare Cortese , il quale, con maraviglia di chi '1 conobbe, 

mostrò la grandezza dell'ingegno nella picciolezza del 
corpo, la ricchezza della virtù nella povertà della fortuna, 
e l'immortalità del merito nella brevità della vita » -. 



* Viaggio di Parnaso, IV, ott. ult. 
2 Ode, p. 57. Nel Teagene (V, 63): 



Il Cortese, a cui /la scarsa Fortuna, 
Quanto prodigo havrà Febo e le Muse. 



INTRODUZIONE LXIX 

La sua vita fu randagia, e avventurosa, e stentata, 
come quella del Basile. — In uno dei punti, che a me 
sembrano più poetici del suo Viaggio di Parnaso, il Cor- 
tese immagina di aver ricevuto dapprima da Apollo un 
tovagliuolo fatato, che bastava che e' lo spiegasse, perchè 
si trovasse innanzi ogni ben di Dio: 

No piezzodi vetella sottestato, 
E no pegnato propio a boglia mia, 
Maccarune, pasticce, e caso e pane, 
E grieco, e manciaguerra, e mazzacane ^l 

Ed era sicuro di non aver a patir fame. Ma ecco egli 
incontra un tale, che aveva un dono di tutt'altra natura, 
un coltello fatato, che, ficcandolo in terra, faceva sorgere 
mirabili palazzi incantati. E lui, invaghito del coltello, 
si affretta ad acquistarlo, scambiandolo col più prosaico, 
ma più utile tovagliuolo. E tardi si accorge del danno, 
che s'è fatto; gira il mondo, povero, affamato, col suo 
coltello fatato, senza poter mai trovare il posto da edi- 
ficare il mirabile palazzo della sua fantasia! 

Dovonca vao, tento la scorte mia 
Pe fare a quarche parte sto castiello; 
Ma chesta tene ognuno eh' è pazzia, 
E dice: a lo spetale, o poveriello^! 

E torna a Napoli, e questo pensiero lo fa quasi venir 
matto, e giorno e notte non fantastica, se non del suo 
castello : 



i Viaggio di Parnaso, VII, 6. 2 jij^ vu^ 36. 



LXX INTRODUZIONE 

Macaro me potesse cenzoare 
Quarcosa nmiero de Cipo de monte! 
Oh che bello castiello vorria fare, 
A dove se trasesse pe no ponte! 
Tutto de ntuorno lo vorria murare, 
E pò starence dintro commo a Conte! 

— Che magne pò! — Lo venno! — E a che palazzo 
Po'staje? — Ne facc'o n'autro Ohimè, so pazzo! 

Sto penziero m'allarga da la Musa, 
Ghisto scire me fa de cellevriello, 
E chisto pe frenetico m'accusa 
A tutte ore penzanno a sto castiello 1 
Ad ogni bene m'è la porta chiusa: 
Mannaggia chi me deze sto cortiello! 

— Cossi va chi è catarchio ed è pacchiano, 
E cerca meglio pane che de grano ^ I 

La vita del Cortese è pochissimo nota, ed io ne darò 
qui, pel primo, qualche notizia un po' circonstanziata. Egli 
nacque in Napoli intorno al 1575^. Nel 1597 si laureò 
dottore in legge ^. Sulla fine del 1599, risulta da un do- 
cumento che ho trovato, ch'egli ottenne dal Viceré Conte 
di Lemos per un anno l'ufficio di assessore in Trani ; uf- 
ficio, ch'egli non potè occupare immediatamente, e chiese 
la grazia, che la durata ne cominciasse dal 13 gennaio 
1600*. Pare che poi andasse in Ispagna, e indi in To- 
scana^. Il cementatore di un suo poema, il Zito, dice: 
« Ne lo chiù bello de la gioventù, pe pascere majore- 
mente l'animo sujo de cose grannissime, se pose ncorte de 



1 Ivi, VII, 40-1. 2 V. Append. B. 3 y. Append. B. 
* V. Append. G. •■» Viaogio di Parnaso, VII, 36. 



INTRODUZIONE LXXI 

lo Serenissimo Granduca Ferdinanclo, signore assoluto de 
tutto lo pajese de la Toscanetate; cossi, venenno nchella 
corte, era non sulo amato da tutte, ma grannemente ste- 
mato da lo patrono sujo, e chesto pe le bone qualetate 
e vertolose azione soje, de muodo che lo chiammavano 
lo cuccopinto de la Corte » ^ Fu anche accademico della 
Crusca-. Ma, — sempre secondo il Zito — , un amore 
concepito per una dama, di condizione molto alla sua su- 
periore, fu cagione ch'egli si risolvesse ad abbandonar 
Firenze. 

E, giacché il Zito dice che, tornato a Napoli, per isfogo 
di quell'amore fiorentino sfortunato scrisse e stampò la 
Vajasseide, la cui prima edizione sarebbe stata del 1604, 
bisognerebbe conchiuderne che, nel 1604, era già tornato 
a Napoli^. Tuttavia, nella ragione della partenza da Fi- 
renze a me par di fiutare un'invenzione del Zito; e la 
stessa data del 1604, come quella della px'ima edizione 
nella Vajasseide^ non va esente da dubbii ^. Certo, nel 
1606 il Cortese era a Napoli ed ebbe per un anno dal 
Viceré Conte di Benavente, l'ufficio di governatore di 
Lagolibero Lagonero, terra destinata, a quanto sembra, 
ad esser governata da poeti, perché, come s' è visto, 
qualche anno dopo ne era governatore il Basile^. Nel 



i Coli. Porcelli, T. Ili; pp. 195-6. 

2 Con questo titolo apparisce innanzi al Pianto della Vergine del 
Basile, e innanzi al Temiìio eremilano, dello Staibano (Xap., 1608). 

3 0. e, pp. 195-7, e 239. 

* L'ediz. più antica, che se ne conosca, è quella del 1615. 
5 V. App. G. E cfr. sopra, Gap. I. 



LXXir INTRODUZIONE 

1608 pare che fosse a Firenze, perchè invitava (di 11?) il 
Basile a concorrere con qualche componimento alla rac- 
colta da farsi per le nozze di Cosimo dei Medici con 
Maria Maddalena d'Austria^. Nel 16 io, poco dopo, era 
di nuovo a Napoli, protetto dal secondo Conte di Lemos, 
e poi dal fratello di lui, che restò Luogotenente del re- 
gno^. Appartenne all'accademia dei Sileni, fondata intorno 
al 1612, nel chiostro di S. Pietro a Maiella^. Scrisse mol- 
tissime opere in dialetto, delle quali solo alcune pubblicò 
per le stampe. E mori tra il 1621 e il 1627*. Né saprei 
aggiungere altro particolare se non questo, che riguarda 
il suo aspetto fisico: che era uomo di piccolissima sta- 
tura ^. 

Il Cortese, — il Pastor sebeto, come gli piaceva inti- 
tolarsi — , si vantava d'essere poeta napoletano. « Non 
è possebele, — egli dice — , che quarche travo rutto non 
strida, e che quarche strenga rotta non se metta ndozzaua, 
decenno : Da quanno niccà le povere Muscie so deventate 
de lo Lavinaro?, da quanno niccà la fontana de Puorto 



* V. sopra, Gap. I. 

2 Viaggio di Parnaso, VII, 39. 

3 Cfr. Linieri Riccio, Cenno delle accad., il. e, p. 5931. Erronea- 
raenle, il Minieri Riccio mette tra gli Svegliati (accademia, che fiorì 
intorno al 1586) Giulio Cesare Cortese detto VAttonito (0. e, p. 605); 
e doveva dire Giulio Cortese, letterato napoletano, che visse nella 
generazione antecedente a quella di Giulio Cesare, e pubblicò, tra 
le altre opere, un volume di Rime e prose (Nap., 1592). 

■1 II Basile parla del Cortese come già morto nelle Ode (Nap., 1627), 

P. 57. 
5 BASILE, l. c; Cortese, Viaggio di Parnaso, r, 20, 25. 



INTEODUZIONE LXXIII 

è Hipocrene? » *. Ma a costoro egli rispondeva, come 
in Parnaso ai poeti che si meravigliavano che tra loro 
fosse venuto ri'ommo de Puorto: 

Le Muse vanno dove so chiammate, 
Ca no stanno co buje co lo strommiento, 
E quanta vote a me se so nzeccate, 
Cose hanno fatto lustre coramo argiento! 

Con voi altri, ne nce aggio che spartire ! Io scrivo come 

parlo ! 

siano tutte li vuostre, e quinci, e v.nquanco, 
E vostro, e V Astro, e cotlllo, e Catella. 
Ch'io pe me tanto no ne voglio manco 
De tante isce bellezze na stizzella! 
Tanta patacche avesse ad ogne banco. 
Quanta aggia io vuce a Napole mia bella: 
Vuce chiantute, de la maglia vecchia, 
C' hanno gran forza, ed enchieno l'aurecchia! 

E qualcuno, spassionato e libero, dei poeti toscani, 
come il Berni, interveniva per dire: Egli ha ragion que- 
st'uomicino ^ ! 

Contro i toscaneggianti affettati non cessa di combat- 
tere. Nello stesso Viaggio di Parnaso, fingendosi la re- 
cita di una commedia, un Pulcinella fa il prologo, met- 
tendo in beffa le ridicole frasi toscane : 

Pollicinella, singhe beneditto! 
Tu sì, nmeretarrisse ciento scute! 

esclama Apollo^. 



i Pref. al Viaggio di Parnaso. 2 viaggio di Parnaso, I, 22-5. 
3 C. V, 21-9. Cfr. anche Vajass,, I, 8-9 SuH'eccellenza della lingua 



LXXIV INTRODUZIONE 

La Vajasseide è il primo parto della musa napoletana 
del Cortese. È un poemetto in cinque canti, in ottava 
rima, che descrive alcuni costumi di amori, gelosie, feste, 
matrimonii del popolino napoletano. La composizione, co- 
me in quasi tutte le opere del Cortese, è piuttosto scu- 
cita, e tutta episodica. La forma è semplice, i versi 
buoni, le descrizioni, per lo più, vivacissime. Segui il 
Micco Passavo (1619), del quale è eroe un guappo, 
smargiasso, come allora si diceva. La vita dei guappi 
napoletani, e delle loro innamorate, s'inquadra nel rac- 
conto di un'impresa contro i fuorusciti d'Abruzzo, che, 
storicamente, trova riscontro nella spedizione di Carlo 
Spinelli contro le bande di Marco Sciarra, avvenuta ai 
tempi della prima giovinezza del Cortese. Pubblicò poi 
un romanzetto in prosa: li Travagliuse Amure de Ciullo 
e Perna, che, appartenendo al genere serio, manca di 
quelle qualità, che hanno le due opere precedenti ^ 

E manca egualmente di queste qualità una delle sue 
opere più celebrate, la favola posellecJiesca, intitolata La 
Posa. Il Cortese, per solito cosi semplice, cosi vivo, 
quando tratta di cose burlesche, nella Posa ha i peggiori 
difetti dei seicentisti: i pensieri, i sentimenti dei perso- 
naggi sono continuamente tradotti in quella forma, tutta 



napoletana, v. anche il Tardaclno (B. Zito), Com. alla Vajass. cit., 
pp. 236 sgg., e contro il toscanesimo, ivi, p. 58. 

* Delle opere del Cortese discorse acconciamente Giuseppe Ferrari, 
in certi suoi articoli: De la litterature populaire en Italie, inseriti 
nella Revue des deu.v mondcs, anni 1839 e 1840. Sul Cortese, v. T. 
XXI (1840), pp. 509-11. 



INTRODUZIONE LXXV 

arguzie e fioriture, che piaceva al seicento; niente v'ha 
di schietto, d'immediato. 

Ma, invece, il suo quarto poema, il Viaggio di Parnaso, 
è tra le cose sue meglio riuscite. Consiste in una serie, 
al solito un po' confusa e sconnessa, di confessioni auto- 
biografiche, di sfoghi di opinioni e sentimenti suoi, e di 
bizzarre fantasie: e contiene pezzi molto belli. 

Questi poemi, messi alle stampe dal Cortese, e la 
ricca produzione di lui, che girava manoscritta, fecero 
sorgere il gusto per le composizioni in dialetto. Nel 162 1, 
uno dei primi editori delle opere del Cortese dice in 
una prefazioncella: « Perchè le opere del signor Giulio 
Cesare Cortese, a giuditio di tutti gli intendenti, nel ge- 
nere loro sono le più rare che sino a questo tempo siano 
vedute; ho posto insieme tutte queste che da sua si- 
gnoria mi sono state concedute; se potrò bavere alcuna 
delle sottoscritte, che sono a penna le stamperò a com- 
mune diletto, delle signorie vostre ». E, nientemeno, le 
opere inedite sarebbero state quattordici; cioè: 

1. Lo colascione; 

2. Lo regno de la huscia; 

3. Posilepo roffiano; 

4. La sirena npazzuta; 

5. Partenope shiaccata; 

6. La rota delli cauce; 

7. La Repubreca de cuccagna; 

8. Lo molino a Mento; 

9. La Ciarantola; 

10. L'Arcadia sconquassata ; 

11. L'ospetale de li Pazze; 



LXXVI INTRODUZIONE 

12. Lo Cerrìglio ricantato; 

13. Lo nove f allieto; 

14. Lo murino ammascarato^. 

Di queste quattordici, solo Lo Cerrìglio ncantato, me- 
diocre poema, fu stampato qualche anno dopo^. Le altro 
sono tutte perdute. Ma i loro titoli bastano ad iattestare 
la foga della produzione dialettale del Cortese. 



Intorno al quale s' aggruppano varii imitatori e seguaci. 
L'impulso era dato, e l'esempio fu presto seguito. Il 
Cortese l'intitolava il Pastor Seheto. Questo non pare 
che fosse titolo accademico; ma, a ogni modo, tutto fa 
supporre che si formasse a quel tempo come un'accade- 
mia di cultori del patrio dialetto. 

Il Basile cominciò anch'esso a provarsi nello scrivere 
il dialetto. E fu allora che assunse il nome di Gian 
Alesio Ahhattutis. Certamente, l'esempio e le esortazioni 
del suo amico Cortese, contribuirono a spingerlo in que- 
sta via. E le prime cose napoletane di lui, che si tro- 
vino alle stampe, sono una dedica burlesca A lo re de 



* opere turlesclie in Lingua napoletana di Giulio Cesare Cortese, 
cioè la Vaiasselde, Li travagliuse ammure. Micco Passaro narnmo- 
rato, Viaggio de Parnaso, La Rosa favola dramalica, In Napoli, per 
Domenico di Ferrante Maccarano, 1621, ad ist. di Fabritio de Fusco. 
La ded. è del De Fusco al signor G. B. Velli, 15 settembre 1621. Que- 
st'edizione, e le notizie surriferite, sono rimaste ignote a tutti quei, 
che hanno scritto del dialetto napoletano e del Cortese, 

* Il Marlorana ne cita un'edizione del 1628 (Xotizie biogr. e bibllogr. 
degli scrittori del dial. nap., Nap,, Chiurazzi, 1874, p. 156). 



INTRODUZIONE LXXVII 

li vienti, promessa airedizione elei 1615, per Tarqulnio 
Longo, della Vajasseide, e gli argomenti a questo poema, 
e alcune lettere, che gli fanno coda. 

Sul frontespizio dell'edizione è detto: « con gli argo- 
menti, e alcune jìrose di Gian Alesio Ahhattutis ». Que- 
ste prose, meglio, lettere in prosa e verso, sono state 
attribuite da alcuni al Cortese stesso^; ma erroneamente. 
Il Basile stesso ne rivendica la paternità, avendo lasciato 
scritto, in una prefazioncella, preposta alle Muse Napo- 
litane: « comme ne facette lo medesemo autore n' antro 
scampolo a chelle lettere, che fecero cammarata co la 
Vajasseide, dalle quale, come robha propria, se n'ha pi- 
gliato l'accoppatura »^. 

Nella prima di queste lettere, eh' è in versi sdruccioli, 
Gian Alesio risponde a una lettera napoletana, direttagli 
da un notar Cola Maria Zara, e lo ringrazia della de- 
dica, che gli voleva fare, di un'opera. La lettera ha là 
data del dicembre 1614. Nella seconda, anche in versi, 
risponde « a lo muto lostrissimo e magnifico Comm' a 
frate carnale Messer Uneco », che voleva pigliar moglie, 
e Gian Alesio gli consiglia Cecca, 

Cecca, che de Xapole 
È lo shiore, lo spanto e lo martorio, 

e della quale gli descrive le bellezze, cioè a dire, le 
bruttezze. La lettera è firmata col nome Lo Chiafeo, ed 



i Galiani, Del dialetto napol., p. 126; MArtorana, 0. e. pp. 153 sgg. 
Come del Basile le riconobbero I'Imbriant, o. c, 38-40, e il Rocco 
nel GiamhaUista Basile, vr, 2. 2 lq Muse Napolitane, Introd. 



LXXVni INTEODUZIONE 

ha per data: mille e seiciento e zero co iìo chilleto, cioè 
1601 a interpetrare rigorosamente, ma forse 1610, vo- 
lendo ravvicinarla alle date delle altre. La terza è una 
lettera in prosa, colla data del 1614, diretta a un tale, 
che chiama: « frate mio », e che sembra lo stesso di 
Messer Uneco ^ La quarta, anche in prosa e colla stessa 
data, è diretta: « All' Uneco shiammeggiante, che pò 
rompere no bicchier© co le muse », ed è firmata Lo 
Smorfia. La quinta, firmata Lo Chiafeo, e colla stessa 
data, è diretta: « A lo settemo geneto de Messere, zoè 
fratemo carnale, lochiù stritto parente, che stace a Co- 
senza ». cui manda un sonetto in lode di Cecca, della 
quale si professa innamorato, e racconta un sogno, e la 
buona speranza, che ne tiae per questo amore. 

11 Basile, scrittore dialettale, ci si presenta in queste 
lettere con un carattere spiccatamente diverso da quello 
del Cortese^. Il suo ingegno si manifesta esagej*atore e 
paradossale. Il dialetto è veramente per lui un istrumento 
da sfoggiare la bizzarria delle sue ricerche, e la ricchezza 
della strana terminologia dialettale, che ha saputo rac- 
cogliere. Per ogni qualifica egli trova venti aggettivi; 
per ogni oggetto, che nomina, venti varietà. Egli dovè 
porro uno studio particolare nell'andare notando tutte le 
espressioni e le frasi dell'infima plebe: il suo fondamento 
artistico è un ricco vocabolario. 



1 Cfr. princ. G. IV, e anche G. II. 

2 Tanto diverso, che il Galiani, clip, come s'è dello, le alliibui- 
sce al Cortese, non può non notar che ih esse « intieramente imitò 
il Basile • (0. e, p. 126). 



INTRODUZIONE I.XXIX 

Le Lettere sono come i frammenti superstiti di un' in- 
tera serie di composizioni burlesche, che dovevano scam- 
biarsi tra loro i varii cultori del dialetto in quel tempo. 
Le allusioni, che son molte, a cose e persone, provano 
quest'asserzione. 

E, specialmente, alcune allusioni gettano una luce — , 
scialba, se si vuole, ed incerta — , su uno dei libri più 
belli ed importanti del dialetto napoletano. — Per quanto 
mi dolga di dovermi indugiare su tante questioni inci- 
dentali, non posso farne di meno, perchè, da una parte, 
la storia della letteratura dialettale non è stata ancora 
fatta, e dall'altra, io non posso procedere nella mia espo- 
sizione, senza stabilire alcuni punti sicuri, da orientarci 
in quest'oscura regione della storia letteraria; e, non tro- 
vando fatta la ricerca, sono costretta a farla io. 

Nel 1646 lo stampatore Camillo Cavallo, che stampò 
anche le opere del Cortese e del Basile, pubblicava, ad 
instanza di Tomaso Morello, un libretto intitolato : De la 
tiorba a taccone de Felijjpo Sgruttendio de Scafato^. Il 
Morello dedicava l'opera a Gennaro Moscettola, dicen- 
dola: « parto di un ingegno, che, fra' primi, nelle de- 
lizie di Pindo, campeggia ». Dunque, par certo che l'au- 
tore, a quel tempo, fosse ancor vivo. Quel, che non è 
certo, è che questa edizione sia la prima ^. 



i Per Camillo Cavallo, MDGXLVI. 

~ I bibliografi non ne citano altra antecedente; ma ciò non vuol 
dir nulla. Ragioni di non crederla edizione originale, addusse l'Im- 
briani, nelle illustrazioni alla Posilecheata del Sarnelli (Xap., 1885, 
p. 222). 



LXXX INTEODUZIONE 

Ma, anche sia la prima, la composizione del libro, eh' è 
una serie di sonetti napoletani amorosi, in vita e in morte 
di una Laura volgare, che il poeta chiama Cecca, non 
potè esser fatta se non molti anni prima del 1646. Le 
allusioni di quei sonetti, le persone e le costumanze, cui 
essi accennano, ci trasportano al tempo stesso della com- 
posizione dei poemi del Cortese, intorno, cioè, al 1620^. 

E di Cecca e dei canti in sua lode, usando le stesse 
frasi dello Sgruttendio, si parla nelle lettere citate del 
Basile : 

E chisse te faranno pò na mnseca, 
(Ga portano a taccone na teorbia). 
Da fare ashevolire meza Napole! 

Certo, potrebbe supporsi che dalle frasi del Basile a- 
vesse preso le mosse lo Sgruttendio pel suo canzoniere. 
Ma la contemporaneità, che a me sembra evidente, dello 
Sgruttendio e del Basile, farebbe piuttosto pensare ad 
un argomento burlesco, reso famoso dallo Sgruttendio, 
tra i cultori del dialetto, e al quale accenni il Basile. 

Ma chi è lo Sgruttendio? Chi è questo poeta, che, col 
Basile e col Cortese, forma la triade dei primi e sommi 
poeti dialettali napoletani? — Su questo punto, mistero! 



1 Non è possil)ile provare qui mimitamente quest'asserzione. Si 
noti per es., ciò che vi si dice del Dottor Ghiajese, una celebrità po- 
polare dei tempi del Duca di Ossuna (Gfr. Groce, / teatri di Napoli, 
pp. 99-100), e eh' è messo in azione nel Micco Passare (IV, 19 sgg.; 
V, I sgg.) e nel Viaggio di Parnaso (IV, 26 sgg.). Gosi Pezillo, Gompi 
Junno, ecc. ecc. 



INTRODUZIONE LXXXI 

Il nome: Filippo Sgruttendio da Scafato, è, certo, un 
pseudonimo. Se non bastasse a provarlo la sua stranezza, 
lo proverebbe indubitabilmente la ricerca fatta dal Mi- 
nieri Riccio, e da me ripetuta, nei fuochi o censimenti, 
di Scafati: nei quali non s'incontra nessuna famiglia di 
cognome Sgruttendio. È un pseudonimo: ma chi cela 
esso? Messa da parte la sciocca ipotesi, che celi Fran- 
cesco Balzano^, un'altra mi si era affacciata alla mente, 
che cioè l'autore non fosse altri che il Cortese. Ed era 
spinto a questa ipotesi, sia dal non trovare altro dei noti 
scrittori di quel tempo, al quale attribuire un cosi bel 
canzoniere; sia dal sembrarmi che le lettere del Basile, 
dove si parla di Cecca, fossero dirette al Cortese; sia, 
infine, dal notare, (cosa non avvertita da altri), che il 
Cortese, tra le molte opere inedite, ne lasciò una intito- 
lata lo Colascione: eh' è quasi lo stesso titolo del canzo- 
niere dello Sgruttendio. Ma se, come parrebbe dalla de- 
dica dell'editore del 1646, allora, l'autore della Tiorba 
era ancora vivo, non può essere il Cortese, morto una 
ventina d'anni prima. E cosi si torna al mistero di prima ^. 

Comunque sia, pel nostro scopo basta notare che nella 
fioritura dialettale, eccitata dal Cortese, fu prodotta que- 



i V. Pietro balzano, Ragionamento letto all'Accad, Pontaniana, 
il 1855. Lo combatte ragionevolmente, ma con immeritata minuzia 
e serietà, il Martorana, 0. e, pp. 380 sgg. 

2 Nel libro del Gelano, Degli avanzi delle Poste, P. Il, Nap., per 
Antonio Bulifon, MDGLXXXI, pp. 45-6, accennandosi ai varii poeti 
napoletani, si nominano il Cortese, il Basile, il Quaranta, il Taren- 
tino, napoletani, 



LXXXII mTEODUZIONE 

sta Tiorba: un canzoniere, eh' è una parodia dei canzo- 
nieri italiani del seicento. Tutte le trovate allora solite, 
i paragoni, le immagini, le movenze dei periodi, le frasi, 
sono contraffatti in questi sonetti, che appartengono al 
genere di quello, famoso, del Berni : Chiome d'argento, fi- 
ne, irte, ed attorte! — i^priamo a caso uno dei canzonieri 
del seicento. Siano, per es., le Poesie di Marcello Gio- 
vanetti, compartite in affettuose, boschereccie, ecc. ecc. 
(In Roma, mdcxxvi). E, scorrendo il libro, ecco venirci 
innanzi sonetti, con titoH come questi: Bella Donna con 
macchie rosse nel volto; Bella Donna con veste rossa, o 
nera ricamata a stelle d'oro, o azzurra; Bella Guercia; 
Bella Serva; Bella Ninfa dagli occhi bianchi; ecc. ecc. 
E lo Sgruttendio scrive: A la bella Tricchetraccara ; 
A la bella Guattara; A la bella Trippajola; A la bella 
Tavernara; A la bella Jettacantare ; A la bella Pedoc- 
chiosa; A la bella Shiaccata; ecc. ecc.! — E ogni cono- 
scitore della letteratura seicentistica apprezzerà la finezza 
di parodie, come questa, intitolata: 

Paraggio fra isso, 
e lo sorece ncappato a lo mastrillo de Cecca. 

La sciorta mia e toja, o sorecillo, 
Tutt'è na cosa, e simmo duje pacchiane! 
Tu ghist'a cheli' addore de casillo, 
Io a Cecca, che de st'armo è caso e pane; 

Tu faje zio-zio, ed io sospiro e strillo, 
Tu muzzeche ssi flerre, ed io sti mane; 
Tu zumpe, io sauto, comm'a gatta o cane; 
Io senza libertà, tu a sso mastrillo! 



INTRODUZIONE LXXXin 



A te sbatte lo piatto, a me lo core, 
Tu morte aspiette, ed io no spero vita, 
Tu chino de paura, io de dolore! 

Nchesto sgarrammo, ed è, ca tu avarraje 
Una morte da Cecca saporita, 
Io n' aggio ciento, e non se sazia maje^! 



Il Cortese, il Basile, e il misterioso Sgruttendio, pro- 
ducevano le opere, che abbiamo visto, o vedremo. Ma 
anche altre opere dialettali si venivano stampando. Nel 
1628, un Domenico Basile, pubblicava una traduzione na- 
poletana di quel Pastor fido^ allora tanto prediletto, che, 
come dice Salvator Rosa, serviva da ufficialo nelle chiese. 
E annunziava di aver pronti per le stampe altri lavori 
intitolati: Lo Dottore a lo sproposeto^ lo Spitale de li 
pazze, la Casa de V Jgnoranzia, la Defenzione de li Poete 
napolitane contro Boccalini e Giulio Cesare Capaccio 
nnanze ad Ajjollo^. E, nello stesso 1628, Bartolommeo 
Zito, detto il Tardacino, accademico Risoluto^, scriveva 
un lungo cemento napoletano alla Vajasseide e una Difesa 
di essa contro le censure degli Accademici Scatenati. E, 
senza citare le altre opericciuole in dialetto allora stam- 
pate'*, basti ancora accennare alla traduzione in ottava 
rima del libro quarto dell'Eneide, fatta da Francesco 
Bernaudo^: e che ci resta qualche verso napoletano del- 



*■ Tiorba, G. I, 50. ~ 0. e, pp. 23-4. 

3 Gfr., intorno a lui, Croce, / teatri di Napoli, pp. 65-7. 

^ Per le quali v. passim il Martorana, o. c. 

5 Nap., 1640, per Secondino Roncaglielo. 



LXXXIV ISTRODUZIOXE 

l'amico del Basile, Orazio Cataneo, e di Giulio Cesare 
Capaccio, ch'era amico e ammiratore del Cortese*. 

Nella Tiorba dello Sgruttendio, per imitare anche 
quella parte, costante nei canzonieri del seicento, che è 
formata da uno scambio di sonetti tra l'autore e i suoi 
amici e ammiratori, ci sono delle proposte e risposte, tra 
lo Sgruttendio, e una quindicina di poeti, che si dicono : 
lo Smenchìa Accademico Cestone^ lo S^nchiechia Accade- 
mico Sciaurato, lo Catarchio Accademico Sparnoccliia, lo 
Sbozza Accademico Marfuso, ecc. ecc. Il Minieri Riccio 
costruì con questi nomi un'accademia reale, di storica esi- 
stenza, e suppose sotto ciascuno d'essi una persona reale-. 
Ma che gli accademici sieno immaginarii, e quel carteggio 
poetico uno scherzo, è cosa che a me sembra, a lettura 
di libro, evidente^. E si noti che, se fossero nomi reali 
di accademici, bisognerebbe supporre che ciascuno d'essi 
appartenesse a un'accademia differente, e quindici acca- 



i Del Cataneo, un lungo sonetto caudato in dialetto, intit.: «Gon- 
tra uno di casa Affatalo (suo nemico) », è nel ms. X, XXI, della 
Bibl. dei Gerolomini; e m'è stato indicato dall'amico Angelo Borzelli. 
Del Capaccio è, di certo, il sonetto diretto al Cortese, che si trova 
stampato nel quinto volumetto della prima ediz. del Cunlo de li 
Cuntl, con una risposta del Cortese. L'autore scrive da Pesaro, e, 
com'è noto, il Capaccio fu ai servigi dei Della Rovere, signori di 
Urbino e Pesaro. 

2 Cenno sxdlc accad., 1. e, pp. 585-6. 

3 Anche innanzi alla Vajass. del Cortese vi sono poesie dello 
Smorfia Accademmeco Pacchiano, dello Sguessa Accadem/meco Sma- 
tricolato, de lo Catammaro Accademmeco Chiafeo. E le lettere del 
Basile sono firmate, ora lo Smorfia, ed ora Lo Chiafeo. 



INTRODUZIONE LXXXV 

demie per quindici nomi. Infatti, se, per es., lo Smenchia 
è il nome particolare dell'accademico, Cestone richiame- 
rebbe l'accademia dei Cestoni; tSciaurato, quella degli 
Sciaurati, e cosi via! 

Ma, se non un'accademia costituita in tutte le forme, 
un' attiva produzione, ed omogenea, vi era. Il Basile, o 
Giaìi Alesio Ahhattutis, in sua vita, oltre le lettere che 
abbiamo visto, non stampò altro in dialetto ^ Tuttavia, 
scriveva molto; ma forse serbava le sue opere per gli 
amici, vi lavorava nei suoi ozii, per pubblicarle poi 
quando cbe fosse. 



E, quando, il 23 febbraio 1632, il Cavalier Basile mo- 
riva a Giugliano, il suo portafogli era carico di opere 
manoscritte. Sua sorella, Adriana, ne tolse il Teagene, 
come si è visto. Ma un altro ne traeva due manoscritti, 
per istamparli, uno, molto grosso, intitolato : Lo Cunto 
de li Canti overo lo trattenemiento de' Peccerille de Gian 
Alesio Ahhattutis, e un altro, più piccolo, intitolato: Le 
Muse Napolitane, Egloghe di Gian Alesio Ahhattutis. 

Un Salvatore Scarano s'affrettò a mandare in istampa 
il Cunto de li Cunti. Chi fosse questo Salvatore Scarano, 
non si conosce. Ma si conosce la persona, alla quale pensò 



i Si noti che nella Lett. IV allude a certi sonetti (napoletani?), 
che avrebbe scritto: « Non saccio s'aje lejuto li soniette compueste 
contra chillo scirpio. smeuzillo, sautam'adduosso, piuzillo, regnola, 
ecc. ecc., scazzamauriello d'Ammore, che m'aveva pigliato a fru- 
sciare, ecc. ». 



LXXXVI INTRODUZIONE 

di dedicarlo: ch'era quel Duca d'Acerenza, Galeazzo Pì- 
nelli, protettore di Giambattista, ai cui servigi questi 
era morto. 

E, nel 1634, pubblicava appresso Ottavio Beltrano, la 
prima giornata del Cunto de li Curiti, dedicandola : « Al- 
l' Illustriss, et Eccellentiss. Sig. il Signor Galeazzo Fran- 
cesco Pinello, Duca dell'Acerenza, Marchese di Galatone, 
Sig. di Copertino, Veglie, Liverano, et Giuliano, mio pa- 
trone osservandissimo » ^ 

Lo Scarano dice nella prefazione (tralascio le solite 
ciance del tempo): « Vengo a comparire avanti di V. E. 
ed a dedicarle per hora la prima giornata del Pentame- 
rone overo Conto de' Conti del signor Cavaliere Gio. Bat- 
tista Basile in lingua napoletana, in cui si scorgerà la 
grandezza d'un ingegno cosi pellegrino com' era il suo, 
in ordinar quello favole con tanti scherzi, con tante sen- 
tenze, e con tanti stravaganti modi, che son certo che 
deveranno arrecare grandissimo diletto ed allegrezza a 
coloro, che le leggeranno, e fama e gloria a lui che l'ha 
composte ». 

Il Cunto de li Cunti è qui chiamato per la prima 
volta Pentamerone. Il qual titolo non appare sul fronte- 
spizio, e non sappiamo se provenga dal Basile, non sia 



* Lo Cu/nto I de li Cuna \ overo \ Lo trattenemiento de' \ Feccerille \ 
de Oian Alessio (sic!) Abballutls | In Napoli, Appresso Ottavio \ Bel- 
trano, 1634 I Con licenza de' superiori; — di pp. 160 num., e 8 inn. 
a princ. — Quest'edizione è sconosciuta ai bibliografi, che han trat- 
tato delle opere del Basile; e l'unico esemplare, che io ne conosca, è 
conservato nella Biblioteca Nazionale di Torino. 



INTRODUZIONE LXXXVII 

stato piuttosto foggiato dal suo editore nella dedica. Ma 
più tardi il titolo: Pentamerone, più breve, più comodo, 
prevalse. 

Lo Scarano continua ancora coll'assicurare il Pinelli 
« che non è mica (intendi : non è poco) faticoso il com- 
porre simili cose, e che habbiano da dilettare e piacere; 
appagandomi sommamente quella sentenza, che nelle sue 
epistole riferisce Pico, quel grand' huomo Mirandolano, 
dicendo che: jocularia et fabellas describere erudite, acrio- 
ris ingenii est quam de gravissimis rebus vel ornate dis- 
serere. Operiosus enim est ex limo, quam ex aere vel auro 
decoram effingere statuam ». 

Passa poi a dire il perchè della dedica a lui: « Si de- 
vono indirizzare a V. E. l'opere del detto signor Cava- 
liere, il quale, mentre visse, era suo fedelissimo amico, e 
credo certo che, s'egli fosse sopravi vuto fin' hoggi, quello 
e' ho fatto io, avrebbe fatto egli ». E conchiude che 
« forse, prendendo animo, manderà appresso in luce l'al- 
tre giornate che seguono » ^. 

L'opera, venuta cosi a luce postuma, non era ancora 
del tutto pronta per la stampa: le negligenze di forma 
che vi si ritrovano, e alcune strane inavvertenze sono di 
ciò bastevole indizio^. 



i Ded. di Napoli li 3 di gennaio 1634. — -j 

2 Basti osservare, fra l'altro, che il T. Il della G. II è intitolato \ 
Verde ìYato, senza che di questo nome si dia ragione nel corso della | 
narrazione; che il Pippo del T. IV della G. II è a un bel punto chia- | 
mato e continuato a chiamare Co.gliicso; e che l'eroe del T. VII è \ 
chiamato, nella stessa novella, ora Nardeaniello , ora Antoniello, ora . 

Mase AnieUo. E molli altri simili esempii. 



Lxxxvnr introduzione 

Qualche mese dopo, pubblicò la Jornata seconna, dedi- 
candola allo stesso Pinelli, e stampandola sempre dal 
Beltrano ^ 

E nello stesso anno, senza dedica e pei tipi di Lazzaro 
Scoriggio, usci la Terza Giornata^. E tra il 1634 e il 1635 
la Quarta Giornata, che è dedicata al signor Giuseppe de 
Rossi e Bavosa Barone di Castelnuovo, da Gio. Antonio 
Farina ^. 

Nel 1635 furono messe a stampa le Muse Napolitane, 
che, — mirabile dictu! — , non sono precedute da nessuna 
dedica di nessun editore"*. 



i ut supra. — lornaia seconna. In Napoli, apiìresso Ottavio Bel- 
trano, iG31, con licenza dei Superiori, di pp. 106 num., e 6 inn. 
Ded. 20 di aprile 1634. Dice, tra l'altro : « Egli ben si conviene che, 
dovendo comparire alla luce questa seconda giornata del Pentame- 
rone del signor Gavalliero Gio. Battista Basile, ch'esca ancor ella 
sotto i felici auspici di V. E. sotto la cui tutela uscì altresì la pri- 
ma. Ella viene alla luce 2)osthu7natus pater, e come V. E. sa per di- 
sposizione di ragione a Posthumi si concede il tutore, perchè habbia 
chi difende lo sue ragioni ». 

2 Ut supra. — lornata terza. In Napoli, per Lazzaro Scoriggio, 
1631, con Ite. del Sup., di pp. 126 num. 

3 ut supra. — lornata quarta. In Napoli, per Lazzaro Scoriggio, 
i63t, di pp. 152. Ma i varii esemplari da me visti, anche quello da 
me posseduto, sono preceduti da 8 pp. inn., che contengono un altro 
frontespizio colla data del 1635, e la dedica anzidetta in data del 
20 di luglio. 

* Le Miise Napolitane, Egloghe di Gian Alesio Abbatiutis, In Na- 
poli, per Domenico Maccarano, con licenza del Svp., 1635, di pp. 
132 e IO a prlnc. inn. Nella maggior parte degli esemplari, che ne 



IKTEODUZIONE LXXXIX 

Ma, viceversa, c'è una prefazione e un'avvertenza del- 
l'autore, che forse il Basile dovè lasciare preparate per 
la stampa. Nella prima si giustificano, con arzigogoli, i 
titoli delle egloghe, presi dai nomi delle Muse. Nell'al- 
tra, si accenna alla morte del Cortese e si dice ai lettori 

che « lo sole pe levareve lo nsavuorrio, che v'hanno 

causate certe freddure napoletane scinte dapò la morte 
de lo Cortese a la stampa, se contenta che da oje nnante 
esca quacche lampetiello de la luce soja a scompetare la 
perdeta fatta, e, pe primmo relanzo, ve refunne st' ecro- 
che, nelle quale sotto varie azzediente stregue nsiemme 
tutte le forme de lo parlare napoletano, che servarà pe 
conserva de la bella antichetà de Napole; comme ne fa- 
cette lo medesemo autore n'autro scampolo a chelle let- 
tere, che fecero cammarata co la Vajasseide, dalle quale, 
comme robba propria, se n'ha pigliato l'accoppatura. Lei- 
tele, adonca, gustatele, e pregate lo cielo pe Gian Ale- 
sio, mentre isso ve prega da chi pò buono appetito e 
male da magnare, ch'è sanetate de cuorpo ! » 

Le 3Iuse Napolitane sono nove egloghe, ciascuna delle 
quali, oltre il titolo proprio del contenuto, porta il nome 



avanzano, il 3 del 1635 non si vede; tanto che l' Imbriani nella sua 
bibliografla mette: 16-5. Ma in un esemplare, conservato nella Bibl. 
Naz. di Torino, si legge chiaramente: 1635. C'è un'edizione antece- 
dente a questa, delle Muse Xapolitane ? Non la conosco, e nessuno 
la cita o vi accenna. Ad ogni modo non oserei affermare recisa- 
mente che questa del 1635 sia la prima, anzi, neanche credo asso- 
lutamente fuor di dubbio che le Muse Napolitane fossero pubblicate 
postume. 



XC ' DSTEODUZIONE 

di una Musa. La prima è Clio^ overo li Smargiasse, che 
mette in iscena due che litigano, minacciano, si sfidano, e 
poi, per r intromissione di un terzo, si rappaciano. La se- 
conda, Euterpe, overo la Cortisciana, dove si rappresenta 
un giovane, scortator, che un vecchio cerca invano di di- 
stogliere da quella razza di donne, dipingendogliene al 
vivo i costumi. La terza, Talia, overo lo Cerriglio, nella 
quale un tale descrive ad un inesperto le meraviglie della 
taverna del Cerriglio, quella stessa taverna tanto famosa, 
che dette argomento al poema, che abbiamo menzionato, 
del Cortese. La quarta. Melpomene, overo le Fonnachere, 
che mette in iscena due donne del popolo, due demonii, 
che vengono alle beffe, ai danni, all'onte, con grande co- 
pia di fantasia e di linguaggio insultatore. La quinta, Ter- 
sicore, overo la Zita, che descrive i preparativi di un ma- 
trimonio popolare. La sesta. Erato, overo lo giovane nzo- 
raturo, che è una serie di consigli, che un savio vecchio 
dà ad un giovane sulla scelta della moglie. La settima, 
PoUnnia, overo lo viecchio nnammorato, che è in beffa 
di un vecchio, innamorato di una fanciulla e in procinto 
di sposarla. L'ottava, Urania, overo lo Sfuorgio, che de- 
scrive come un tale, col mutar vestito, acquisti la stima 
e l'adulazione della gente, con relative considerazioni 
morali. La nona. Calliope, overo la Museca, che ricorda 
la musica e le canzoni del bel tempo, antico. 

Tali gli argomenti di questi dialoghi, impropriamente 
chiamati Egloghe. — Hanno tutte un concetto morale e di- 
dascalico, ma questo concetto è svolto e illustrato da una 
serie di svariate scenette di costumi popolari napoletani. 
La ricchezza dei particolari e la esattezza e la copia del- 



INTRODUZIONE XCI 

l'osservazione dei fatti, sono straordinarie ^ Ma l'elo- 
quenza dei dialoganti è l'eloquenza seicentistica dello 
scrittore. Si ha cosi la vita popolare napoletana del tem- 
po, passata attraverso i gusti dello scrittore seicentista. 
Ma, fortunatamente, tali gusti non sono, in questo caso, 
le solite freddure mitologiche, o i giuochetti di anagram- 
mi, dei quali si compiaceva lo scrittore italiano. 

Sono tutt' altri. Sono le lunghe enumerazioni, con le 
quali un oggetto, un fatto, è presentato sotto molteplici 
e svariatissimi aspetti. Ovvero, quella che l' Imbriani chia- 
ma bene sinonimia scherzosa ~, per la quale uno stesso 
pensiero, una stessa cosa, è detta con una lunga filza di 
parole, e frasi, e circonlocuzioni. Il Basile ne aveva già 
dato esempio nelle Lettere, che abbiamo visto; ma, nelle 
Lettere, questa sinonimia era poco più dell'opera di un 
vocabolarista; nelle Egloghe, diventa un mezzo artistico, 

E sotto queste esagerazioni e queste bizzarrie palpita la 
vita. Ecco, per esempio, come nell'Egl. V sono descritte 
le carezze, e i vezzi, e i discorsi amorosi dei ziti (sposi) : 



E, datole no vaso a pezzechillo, 

Secoteja, e le dice: 

« Tu sì lo capo mostro 

« De le piantate cose! 



^ Cosicché, queste egloghe hanno anche un valore storico non 
piccolo. Di moltissime costumanze napoletane si conserva in esse 
l'unico documento. — Ma qui non è il luogo d'illustrarle, sotto que- 
sto rispetto. 

2 Imbriani, ?. e, ir, 455.6. 



XCII INTEODUZIONE 

« Tu si quatto dell'arte 

« De le cianciose e belle! 

« Tu sì l'accoppatura 

« De li frutte amoruse! 

« Tu sì lo primnio taglio 

« De le carne d'Ammore! 

« Famme luce, lanterna de lo sole! 

« Damme mpumma, fontana de docezza! 

« Votame ss'uecchie, parlarne, canazza, 

« Gacciacore, nennella! 

« Vide pacione tujo, 

« Ca zo muerto pe tene! 

« Scètate, peccerella, 

« lo zo ro tata, e tu ra mammarella .' » 
Lei. Ed essa, che le dice? 
Mas. Fa de la contegnosa, 

Torce lo musso, e vota la faccella, 

La facce rossolella 

Justo comm'a doi spalle di vattente, 

E co certe squasille 

E gnuognole, da farete morire, 

E co na voce cianciosella, dice : 

« iMzzame zzare, ca ro dico a mamma, 

« Che puezz'ezzere, lazzame, te dico ! 

« Uh! com,me si sfrontato, tiene mente, 

« iN'on fare ze vr egogne nanze a gente! » 

Ed isso leprecheja: 

« Renzolla, bene mio, non me vuoi bene? » 

« Voglio », — essa dice — . Isso responne: « Quanto? » 

Essa: « Fi ncoppa a l'astraco! » 

E, nchesso, siente l'una vocca e l'autra 

Fare comm'a dui mafare ndegeste; 

(Né dico paparacchie: 

Ga non sai se so sische o so vernacchie!) 



mTEODUZIONE XCIII 

E ho riferito anche quest'ultimi versi goffi e sporchi, 
perchè si vegga un difetto del Basile, eh' è comune quasi 
a tutti i nostri scrittori dialettali, i quali, movendo dal 
pensiero, che il popolo sia grossolano (cosa vera in certi 
limiti e in certi casi), gli mettono in bocca sconcezze, an- 
che in situazioni, nelle quali il sentimento popolare sa 
essere fine e delicato, quanto quello di qualunque poeta ! 
Ma, da parte i difetti, che verità d'osservazione, che 
brio, che fertilità d'immaginazione! Con questo fervore 
d'ingegno, e copia e vivacità di lingua, sono descritte 
tutte le varie scene delle nove egloghe. 



L'anno dopo si compieva la stampa del Cunio de li 
Curiti. Il Farina pubblicava la Quinta Giornata, pei tipi 
del Beltrano, dedicandola a « Don Felice Di Gennaro, 
nella sacra Theologia maestro e del santo Ufficio consul- 
tore » ^. 

L' operetta piacque moltissimo, e l'edizione andò a ruba. 
Queste novelle, — dice l'editore — , furono « con tanto 
appluaso ricevute dal mondo per le maniere dei lumi e 
degli artifici poetici, e per lo nuovo genere, che saranno, 
si come io credo, immortali! » E, trovandosi esauriti i 



*■ ut supra. — Jornata quinta. In Napoli, appresso Ottavio Bel- 
trano, 1636, con lic. dei sup,, di pp. 96 numm. La ded. ha la data 
del 20 luglio 1636. In alcuni esempi, di questo volumetto sono inse- 
riti dopo la dedica due sonetti napoletani (v. s. p. LXXXIV) e una 
canzone di Giulio Cesare Cortese: Conziglio dato da lo Chiajese, della 
cxuale si discorrerà più olti'e. 



XCIV INTRODUZIONE 

due i^rimi volumetti, pubblicati nel 1634, il Beltrano li 
ristampò nel 1637. I^ primo, il solito Farina lo dedicò 
al « Padre Baccelliere F. Alfonso Danielle Napoletano 
dell'ordine di Santo Agostino », ch'era, come sappiamo, 
cugino del Basilea II secondo, lo stesso, al « Signor 
Fulvio Casaburo », anche amico del Basile'. 



1 In Napoli, per Ottavio lieltrano, MDCXXXVIT, con lic. dei sup. 
di pp. 167 numna. Ded. 2 genn. 1637. 
* m supra. — Di pp. 108 numm. e 8 innumm. Ded. 1 luglio 1637. 



m. 



Il Cunto de li Cimti come opera letteraria. 

Il Cunto de li Cunti è un libro di fiabe. E le fiabe, — 
non occorre quasi il dirlo — , sono racconti popolari tra- 
dizionali di avventure, alle quali pigliano parte esseri 
umani, ed esseri sovraumani od estraumani della mitolo- 
gia popolare, come fate, orchi, ammali parlanti, ecc. Que- 
sto complesso di racconti tradizionali, la cui origine è 
incerta e discussa e risale senza dubbio a una remota 
antichità, viene ora considerato dalla moderna filologia 
come un gruppo di documenti importanti per la storia 
del genere umano e per la psicologia popolare. Ma, per 
molti secoli, essi non furono se non un oggetto di diletto 
e di trattenimento pel popolo ingenuo e pei fanciulli, che 
avidamente li ascoltavano : lo scienziato disdegnava d'ap- 
pressarvisi, e solo, di rado, vi si appressò l'artista. 

E uno dei primi artisti, anzi il primo, che vi si ap- 
pressasse, fu appunto il nostro Giambattista Basile. Non 
già che, prima di lui, la materia delle fiabe non fosse 
passata sotto le penne dei letterati. Varie fiabe contiene 
i\ Pecorone di ser Giovanni Fiorentino^; varie altre, per 
esempio, se ne ritrovano nel Mambrìano del Cieco di 



^ Gfr. Imbruni, o. c, II, pp. 437-45. 



XCVI INTRODUZIONE 

Ferrara, e sono state recentemente studiate^; e molte 
altre ancora sarebbe agevole scavarne nella gran conge- 
rie dei nostri libri di novelle. E, finalmente, nel secolo 
decimosesto, ci fu uno scrittore, Giovan Francesco Stra- 
parola da Caravaggio, cbe, nelle sue Piacevoli Notti (pri- 
ma ediz., 1550, 1553), di molte sue novelle tolse la ma- 
teria da fiabe e facezie popolari^; tanto che, per questo 
rispetto, può riguardarsi come il precursore del Basile. 
Ma, negli scritti di costoro, le fiabe sono modificate, 
regolarizzate, svisate. Essi le atteggiano a novelle citta- 
dine, le spogliano, per quanto possono, del meraviglioso 
messovi dalla fantasia popolare, e, infine, le raccontano 
sempre col rigido vecchio stile dei novellieri italiani. 
Dello Straparola dissero giustamente i Grimm: « Si sforzò 
di narrare secondo il modo solito e prestabilito, e non 
seppe far risuonare una nuova corda » ^. E si può dire 
che, con essi, le fiabe entrarono bensì nel campo della 
letteratura, ma vi entrarono di nascosto, inosservate, ca- 
muffato delle consunte vesti degli epigoni Boccacceschi. 
Invece, col Canto de li Cunti fecero un ingresso aperto, 



1 Cfr. G. RUA, Vovelle del Mambriano del Cieco da Ferrara, espo- 
ste ed iHì'.strate, Torino, Loescher, 1888. 

2 Sullo Straparola, basti citare l' importantissimo studio del RuA, 
Intorno alle Placex'oU Notti dello Straparola (in Gior. stor. leti, ital., 
XV, 111-151, XVI, 218-283). 

3 « ...,nach der gewòhnlichen ausgebildeten Erzàhlungsart strebte, 
uud eiuc neue Saite anzuscblagen nicht verstand » (Kinder-und 
Jlausmurchen, gesammelt durch die Briider Grimm, 3," ed., Gòttin- 
gen, 1856, Iir, 291). Cfr. anche Imbriani, l. e, II, 446. 



INTRODUZIONE XCVH 

trionfale, nel campo dell'arte, abbigliate di tutta la pompa 
e le bizzarre e strane fogge della fantasia popolare. 

Il Basile racconta le fiabe come fiabe. — Ma quale 
interesse poteva egli prenderci, qual significato poteva 
darci, perchè ripeteva e rifaceva queste fiabe, che aveva 
raccolto dal popolo? Qual' era, insomma, V intuizione, che 
aveva, di questa sua materia? — Bisogna determinare 
questo punto, per determinare la. natura dell'opera. 

Le fiabe, considerate come materia grezza, possono 
servire, naturalmente, a scopi svariati, scientifici, morali, 
artistici. E, tralasciando gli scopi scientifici e morali, 
quanto ad arte possono dar luogo, per esempio, al conte 
pliilosophiqne, col quale la fantasia vede in esse quasi 
simboli d'idee; possono dar luogo ad una sorta di poe- 
tica rievocazione del passato fanciullesco ed ingenuo. 
« Ah! », — diceva, pieno di Sehnsucht, Errico Heine, 
quando, attraversando il Tirolo, vedeva lungi sui monti 
le piccole casette tirolesi, dipinte in verde e in bianco, 
tutte fiori e immagini di santi e visi di fanciulle — , 
« vi si deve star pur bene e intimamente li dentro, e 
la vecchia nonna deve raccontare le più recondite sto- 
rie! » ^. Questo poetico sentimento, o sentimentalismo, è 
appunto espresso nei versi famosi del La Eontaine : « Si 
Peau d'àne m'était conte, J'y prendrais un plaisir extrè- 
me! » ; e di esso ebbe un sentore nel secolo scorso, in 
Italia, Carlo Grozzi'. 



i Beisebilder {Italien), I, Kap. XII. 

2 « Io confesso, — scriveva il Gozzi, nel fare l'esposizione del suo 
Amore delle tre Melarance — , che rideva di me medesimo, sentendo 



XCVIII INTEODUZIONE 

Ma il Basile non era né l'uomo del secolo xviir, ne 
il romantico del secolo xix, e il conte phìlosophiqKe, o 
la fiaba rivissuta, non entravano nel suo campo spirituale. 
L'abbiamo già detto: il Basile era un letterato seicen- 
tista, e alle cose del popolo prendeva quell'interesse che 
solo poteva prenderci un letterato seicentista. Lo attira- 
vano lo strano, il goffo, l'assurdo, motivi per lui di co- 
mico spiritoso! E, per bizzarria, porse orecchio attento 
a questi cunti, che soleno dire le vecchie pe trattenemiento 
de peccerille; e, per bizzarria, prese poi a ripeterli, a 
volta facendo mostra di obliarvisi e interessarvisi, cosic- 
ché per la sua bocca parla il popolo in tutta la serietà 
del suo sentimento, a volte tornando sopra se stesso, e 
scherzando e facendone la caricatura. 

Per quanto questi sentimenti paiano, a prima vista, 
contraddittorii, per tanto essi sono sinceri e reali. Il sen- 
timento ha di queste stranezze e di questi ondeggiamenti; 
ed è naturale che l'opera d'arte, — ritraendo non la ve- 
rità logica, ma, semplicemente, la verità psicologica — , 
li rispecchi fedelmente. Il Basile non ripete commosso e 
ingenuo le fiabe dell'infanzia, e neanche le fa oggetto di 
uno scherzo e di una parodia, che sarebbero davvero sine 
ictu. Egli rappresenta, e, talvolta, scherza. E nei tratte- 
nemienti del Cunto de li Cunti, par di vedere, a volta a 
volta, ora la faccia grinzosa di una delle vecchie novella- 
trici; ora il volto arguto e ridento del Cavalier Basile. 



fantino a forza umiliato a godere di quelle immagini fancltdlesche, 
che mi rimettevano nel tempo della mia infanzia » {Le Fiabe di C. 
a., ediz. Masi, Boi., 1885, I, 27). 



INTRODUZIONE XCIX 

Cosi si spiega come, pur non essendo egli im racco- 
glitore uno scrittore di fiabe alla moderna, nella sua 
opera le fiabe si ritrovino schiette e senza alterazioni. 
Egli comincia col serbar alla fiaba tutta la sua realtà po- 
polare: non vuol sollevarla a più alto stile, ma anzi vuol 
restare in tutta la bassezza e la volgarità della sua ma- 
teria. E, con queste disposizioni d'animo, è naturale che, 
nella sua opera, viva moltissima parte dell'intonazione 
e del sentimento popolare. 



Ma, a questa rappresentazione esatta e realistica, si 
mescolano, come si è detto, molti elementi burleschi ' 
e individuali. — E il primo elemento burlesco, che il ! 
Basile introduce nella sua raccolta di fiabe, è appunto / 
quella specie di macchinario epico, — Pentamerone — , / 
che costruisce con esse : le cinquanta fiabe delle cinque 
giornate sono tutte collegate tra loro, e racchiuse in una 
cornice generale, che ravvicina questo libro di fiabe ai 
più classici libri italiani di novelle, ai Decameron, alle 
Cene, ai Diporti, alle Piacevoli Notti, ecc. 

C'era una^jvolta .un Re, ^^-ave^i^- una figliuola, chia- 
mata Zoza, che, per una certa strana malinconia, non si 
vedeva mai ridere. Indarno il padre aveva tentato più 
sorte di nmèdii: finché, un giorno, ordina che si faccia 
una fontana d'olio innanzi al palazzo reale, sperando che 
ne nascerebbe tale fuga e confusione nella gente che 
passava, che darebbe luogo a qualche spettacolo ridicolo, 
da scuotere finalmente la malinconia della figliuola. Alla 
fontana viene una vecchierella, che, con una spugna, si 



e INTRODUZIONE 

mette a riempire d'olio un orciuolo, che aveva portato. 
E, mentre era quasi a capo della sua fatica, un ragaz- 
zetto, paggio della corte, tira un sassolino all' orciuolo, 
e lo rompe. La vecchia esce in un profluvio d'iraprope- 
rii; il ragazzo risponde per le rime; la vecchia, fuor di 
sé per la rabbia, fa un atto sconcio, alzandosi la veste; 
e la principessa, ch'era alla finestra, scoppia in una 
grande risata. Alla risata si rivolge quella, inviperita, 
e le dà la maledizione: che non possa trovar requie se 
non sposa il Principe di Camporotondo ! E Zoza, spinta 
dalla forza della maledizione, si mette in viaggio verso 
Camporotondo. Il Principe di Camporotondo, anche per 
una maledizione, giace addormentato in una tomba, sulla 
quale è posta un'anfora, con un'iscrizione che dice: che 
la donna che riempirà di lagrime quell'anfora, lo farà 
risuscitare e lo prenderà per marito. Zoza si mette all'o- 
pera, e, piangendo, ha quasi ripiena tutta l'anfora ; quan- 
do, colta dal sonno, s'addormenta. Una schiava, ch'era 
stata a spiare, coglie quel momento, vien fuori, si reca 
in mano l'anfora, finisce di colmarla, e subito il Principe 
si sveglia, e l'abbraccia, e la fa sua sposa con grandi 
feste. La povera Zoza, disperata, ricorre all'uso di tre 
oggetti fatati, datile da tre fate nel suo viaggio: l'ulti- 
mo dei quali è una bambola, alla quale ordina, che, ve- 
nuta in possesso della schiava, debba metterle in seno 
un gran desiderio di sentire cunti. Cosi succede, e il 
Principe, per contentare la moglie, fa venire dieci vec- 
chie, delle migliori novellatrici del suo regno, a raccon- 
tare fiabe. E queste vecchie, per cinque giorni di segui- 
to, raccontano ciascuna im cicnto. Nell'ultima giornata 



INTRODUZIONE CI 

Zoza, clie ha preso il posto di una delle veccliie, che s' e 
ammalata, racconta la sua storia, e scopre al Principe 
l'inganno della schiava. La quale ha la punizione che 
merita, e il Principe sposa Zoza. 

Ciascuna giornata comincia colla descrizione di varii 
giuochi e trattenimenti, coi quali la compagnia si diverte 
nelle prime ore del mattino. Ciascun c^tnto è preceduto 
da un'introduzione morale; e si chiude con un proverbio. 
Dopo i dieci cunti, escono due persone della corte del 
Principe, e recitano un'egloga, che tiene il posto delle 
canzoni, che si cantano alla fine di ciascuna giornata del 
Decameron. Queste egloghe sono quattro: la Copjìella, 
la Tenta, la Stufa e la Vorpara; e formano quattro sa- 
tire morali in dialogo, che, colla solita ricca fraseologia, 
ritraggono l'infelicità delle varie condizioni umane (messe 
alla cojypella), la maldicenza che calunnia i buoni, e la 
finzione, ch'esalta i cattivi {la tenta, o sia la tintura), 
l'avidità del guadagno {la vorpara, l'uncino, la noia che 
danno alla fine tutti i piaceri umani {la stufa, la noia). 

A questo primo elemento burlesco se ne aggiugono 
varii altri. Nello scherzo riappare, come s'è detto, nel 
Basile il letterato seicentista, con tutti gli strani gusti, 
dei quali s' è dato un saggio, discorrendo delle sue opere 
italiane. Anche nelle fiabe del Perrault e' è una parte 
non ingenua e non popolare, che è frutto dell'individua- 
lità del francese e del letterato del secolo di Luigi XIV. 
E il Sainte Beuve dice che quella è la data dell'opera^. 
Cosi gli scherzi del Basile sono la data della sua opera. 



* Causeries cLu Lundi, Paris, Garnier, V, pp. 272-3. In un artic. 



Cn INTRODUZIONE 

E consistono principalmente nelle frange e ricami, dei 
quali sono capricciosamente ornati i cunti messi in bocca 
alle dieci veccliie: una serie di giuochi di forza, nei quali 
il letterato seicentista dà prova di tutto ciò eh' è capace 
di escogitare, quando ei ci si metta di proposito ! Le meta- 
fore più strane, le frasi equivoche, le allusioni, le enu- 
merazioni, le sinonimie scherzose, si succedono e intrec- 
ciano le une colle altre. I suoi personaggi, le sue fate, 
i suoi ordii, i suoi Ee, i suoi Principi, le sue Zezollc, 
Vastolle, EenzoUe, Petrosinelle, i suoi Cienzo, Nardaniello, 
Milluccio, Canneloro, hanno fatto tutti un corso di lette- 
ratura seicentistica: hanno letto V Adone, e amano molto 
le Ode del nostro Basile ! « Chi sa, marito mio, » — dice 
Ceccuzza al marito, che le ha riferito tutto spaventato, 
che una gran lucertola fatata vuole presso di sé una delle 
loro figliuole — , « chi sa, marito mio, si sta lacerta sarrà 
a doje code pe la casa nostra? Chi sa se sta lacerta è 
la certa fino de le miserie nostre? » ^ — « Già sapite 
ca la luna de lo nore mio ha fatto le corna! » — , dice 
ai suoi consiglieri il Re, che ha trovato la figlia gravi- 
da — ; « già sapite ca, pò far scrivere croneche, ovver 
corneche, delle vergogne meje m'ha provisto figliama de 
materia de calamaro; già sapite ca, pe carrecareme la 
fronte, s'ha fatto carrecare lo ventre; perzò, deciteme, 
consigliateme! Io sarria de pensiero da farele figliare 



recente della lìevue des deiix mondes (i die. 1890), A. Rnrine ha 
cercalo di mettere in rilievo la parte storica, che si trova nelle 
fiabe del Perrault. 
1 G. I, 8 



mTEODUZIONE CHI 

l'arma primma de partorire na mala razza ; io sarria d'o- 
more de farele sentire primma le doglie de la morto, 
che li dolure de lo partoro; io sarria de crapriccio, che 
primma sporchiasse da sto munno, che facesse sporchia 
e semmenta! »^ E, quando nel T. X della Gr. I, l'orrida 
e decrepita vecchia mostra al Re per un buco il suo 
dito, che ha reso bello e liscio col continuo succhiarlo: 
« Non fu dito, — dice la novellatrice — , « ma spruoc- 
colo appontuto, che le smafaraje lo core! Non fu spruoc- 
colo, ma saglioccola, che le ntonaje lo caruso ! Ma che 
dico spruoccolo e saglioccola^ Fu zurfariello allommato, 
pe l'esca de le voglie soje; fu miccio infocato pe la mo- 
nezione de li desiderio suoje. Ma, che dico spruoccolo, 
sagliocca, zorfariello, e miccio f Fu spina sotto la coda 
de li pensiero suoje; anze cura de fico jejetelle, che le 
cacciaje fora lo frate de l'affetto amoruso co no sfonne- 
rio de sospiro! « E, alla vecchia che gli aveva mostrato 
il dito, il Re si rivolge con questo profluvio d'invoca- 
zioni ed esortazioni: 

arcuccio de le docezze, o repertorio de le gioje, o registro de 
li privelegie d'ammore!, pe la quale cosa so deventato funnaco d'af- 
fanno, magazzeno d'angosce, doana de tormiento!, è possitele, che 
vuoglie niostrarete cossi ncotenuta e tosta, che non t'aggie da mo- 
vere a li lamiente mieje? Deh, core mio bello, s'hai mostrato pe lo 
pertuso la coda, stienne mo sso musso, e faciramo na jelatina de 
contientel, s'hai mostrato lo cannolicchio, o maro de bellezza, mo- 
strarne ancora le carnumme, scuopreme ss'uocchie de farcone pelle- 
grino, e lassale pascei-e de sto core! Chi sequestra lo tresoro de sta 

1 G. I, 3. 



CIV INTEODTJZIONE 

bella facce drinto no cacature?, cbi fa fare la quarantana a ssa 
bella mercanzia drinto a no cafuorchio?, chi tene presone la po- 
tenzia d'ammore drinto a sso mantruUo? Levate da sso fuosso; sca- 
pola da ssa stalla; jesce da sso pertuso; santa, maruzza, e dà la mano 
a Gola, e spienneme pe quanto vaglio! Sai puro ca songo re, é non 
so quarche cetruUo, e pozzo fare e sfare! Ma chillo cecato fauzo, fi- 
glio de no sciancato e na squallrina, lo quale ha libera autoretale 
sopra li sciettre, vole che io te sia suggeco, e che te cerca pe gra- 
zia chello che porria scervecchiarene pe propio arbitrio; e saccio 
ancora, comme disse chillo, ca co li carizze, non co le sbraviate, se 
ndorca Venere! 

E una curiosità del libro sono le cento metafore di- 
verse, colle quali si trovano parafrasate le indicazioni 
delle ore del giorno, dell'albeggiare, dell'annottare. Scor- 
rendo le sole prime pagine, si troverà, per dire il far 
del giorno: 

la matina, quanno la notte fa jettare lo hanno dall'Aucielle 

a chi avesse visto na morra d'ombre negre sperdute, che se le farrà 
no buono veveraggio {Ntroduzz.). 

appunto quanno lo sole ha puosto sella pe correre le solite 

poste, scetato da le cornette de li galli (ivi). 

a lo spuntare de la stella Diana, che sceta l'arba ad aparare 

le strate, pe dove ha da spassiare lo sole (ivi). 

la matina, quanno esce l'aurora a jettare l'aurinale de lo 

viecchio sujo, tutto arenella rossa, a la fenestra d'oriente (I, i). 

nnanze che lo sole scesse comme a Protamiedeco a fare la 

visita de li shiure che stanno malate e languede. ... (I, 2). 

la mattina, quanno l'ombre de la notte, secotate da li sbirre 

de lo sole, sfrattano lo pajese (I, 4). 

subeto che l'aucielle gridaro; viva lo sole! (I, 5). 



INTRODUZIONE ,CV 

Ovvero, per esprimere il far della notte: 

sommiero le 24 ore, quanno comenzavano pe le poteche de 

Cinzia ad allommarese le locernelle (I, i). 

essenno già l'ora che la luna voleva jocare co lo sole a ghi- 

ste e veniste, e lo luoco te perdiste (I, 3). 



Quando lessi per la prima volta il Cunto de li C'unti, 
fui colpito dalla parentela artistica, clie c'è tra questo 
libro e il gran libro del Pantagruel. In seguito, ho tro- 
vato notato la stessa somiglianza in una nota, messa dal 
Liebrecht, alla traduzione tedesca, da lui fatta, dell'opera 
dell'inglese Dunlop: Geschichte der Prosadichtungen^. E 
noto l'indipendenza della mia osservazione, perchè mi 
sembra che, in questa indipendenza, sia una prova di 
più dell'esattezza di essa. 

Anche il Rabelais ebbe, come materia della sua opera, 
una tradizione popolare, e la raccontò con intonazione 
semipopolare, ma mescolandovi continuamente giuochi, e 
riflessioni, e digressioni, e allusioni d'ogni genere. A leg- 
gerlo, io ho avuto sempre in mente la dedica ai beuvers 
trés illustres, colla quale s'apre il libro. E non ho potuto 
difendermi dal concepire lo scrittore del Pantagruel, nella 
condizione intellettuale e nella condizione psicologica di 
un uomo di grandi doti intellettuali, che abbia largamente 
bevuto, e che abbandoni le redini a tutte le sue facoltà, 
le quali si agitano scompostamente, ma possentemente! 



1 Berlin, 1851, pp. 517-8. 



evi INTRODUZIONE 

E quante cose svariate produce questo agitamento di 
tutte le sue facoltà, dell'intelletto, della fantasia, della 
memoria ! Osservazioni ed erudizioni serie ; giuochi di pa- 
role e tours de force; descrizioni artistiche minute e finis- 
sime, novellette e invenzioni satiriche, racconti mostruosi, 
di quelli che interessano le menti fanciullesche, ecc. ecc.; 
tutto ciò entra a comporre quel guazzabuglio del Pan- 
tagruel, che spesso fa girar la testa, ma non annoia mai, 
perchè è opera d'ingegno, scomposto, ma gagliardo. 

Il Basile è, naturalmente, tanto meno ricco di conte- 
nuto intellettuale rispetto al Rabelais, di quanto dista un 
letterato italiano del seicento da un dotto europeo del 
rinascimento. Ma il genere e i procedimenti artistici d'en- 
trambi hanno molta conformità. Il ricamo del tema po- 
polare è, in molti punti, in entrambi gli scrittori, fatto 
allo stesso modo. Le lunghe enumerazioni del Basile 
trovano riscontro nelle lunghe enumerazioni del Rabelais, 
e gli sforzi d'ingegno dei due scrittori sono, in molte 
parti, simili, come sono simili i risultati. 

— Ma, oltre questa conformità di fantasia, questa con- 
nessione naturale tra due ingegni simili, il Basile ha col 
Rabelais un'altra connessione, una connessione storica? 
Le somiglianze col Rabelais sono prodotti simili di due 
attività simili, o le une procedono dallo altre, e il Basile 
ha imitato il Rabelais? — 

Ora, il Liebrecht sostiene appunto che il Basile abbia 
avuto sott'occhio e imitato il Rabelais. Traduco la nota, 
che ho già citato: / 

I^eggendo ripetutamente il Rabelais, io sono venuto nella per- 
suasione che il Basile abbia imitato nel modo più esatto lo stile e 



INTRODUZIONE CVII 

il modo di esprimersi di quello scrittore; cosicché l'ipotesi da me 
fatta nella mia traduzione di un'imitazione del Basile di un parti- 
colare d'una fiaba (V, i) da un luogo del Rabelais, acquista anche 
maggiore probabilità. Io fondo la mia affermazione sulla sorpren- 
dente conformità tra i due autori per ciò che concerne lo stile e 
l'espressione, che non può essere, del tutto casuale; e, giacché una 
lunga dimostrazione prenderebbe troppo spazio, accennerò solo ad 
alcuni punti. Il Rabelais, per esempio, si compiace ad enumerare 
l'uno accanto all'altro svariati oggetti di una stessa specie; cosi uc- 
celli (I, 37), ed egualmente il Basile (II, 5, IV, 8); piante (I, 13), e il 
Basile (II, 5); utensili (I, 51), e il Basile (II, 5); parole ingiuriose (I, 
25), e il Basile {Xtroduzz., I, i, 3): giuochi (I, 22), e il Basile (princ. 
G. II e IV); vesti (I, 56), e il Basile (III, io). Inoltre: sinonimi: il Ra- 
belais (I, 22) : « aprés avoir bien joué, sassé, passe, et beluté temps, 
ecc. », e il Basile (II, io) : « che, comm'a sacco scosuto, se norcava, 
cannariava, ciancolava, ngorfeva, gliotteva, devacava, scervecchiava, 
piuziava, arravogliava, scrofoniava, schianava, pettenava, sbatteva, 
smorfeva ed arresidiava ». Il Rabelais, L. IV, nuovo prologo: « Sera 
beline, corbiné, trompé et aSìné », e il Basile (I, i): « stimmanno 
facile cosa de cecare, nzavorrare, ngannare, mbrogliare, e dare a ve- 
dere ceste pe lanterne, a no majalone, marrone, maccarone, verve- 
cone, nsemprecone, ecc. ». Inoltre, rime incidentali: Rabelais, L. IV, 
nuovo prologo: « Au soir un chascun d'eux eut les mules au talon, 
le petit cancre an menton, la male toux au poulmon, le catarrhe 
au gavion, le gros fronde au cropion, ecc. », e così I, 52. E il Basile 
(I, 6): « spampanate, sterliccate, mpallaccate, tutte zagarelle, campa- 
nelle e scartapelle, tutte shiure, adure, cose e rose, ecc. ». — Di questi 
esempii, come ho detto, io non posso recarne se non pochi, ma che 
si possono aumentare di molto, specie tenendo presente l'abbondanza 
di proverbi!, comune a entrambi. E, se qualcuno poi voglia convin- 
cersi dell'imitazione che il Basile ha fatto del Rabelais, confronti il 
nono capitolo del quarto libro del Rabelais, con l'introduzione alla 
quinta giornata del Basile; e ciò risulterà nel modo più chiaro^. 

1 DUNLOP, L e. 



CVm INTBODUZIONE 

Ora si noti che la maggior parte di questi riscontri 
riguardano somiglianze di procedimenti e di metodi. Met- 
tiamo un momento da banda queste somiglianze, perchè 
il venire intorno ad esse ad una conclusione, richiede 
un discorso più lungo. — A due sole imitazioni concrete, 
e flagranti, accenna il Liebrecht. 

La prima è abbastanza curiosa. Nel T. I della G. I, 
si racconta come: « Lilla e Leila accattar© na papara a 
lo mercato, che cacava denaro; l'è cercata mpriesto da 
na commare, e, trovanno lo contrario, ne l'accide e la 
jetta pe na fenestra; s'attacca a lo tafanario de no Pren- 
cepe, mentre faceva de lo cuorpo ; ecc. ». Su quest'ultimo 
particolare, per quanto poco pulito, ci conviene fermarci. 
— Il Basile dice nella novella che il Principe: «trasette 
a chillo vicuozzolo a scarricare lo ventre, e, fatto c'appe 
lo servizio, non trovannose carta a la saccocciola pe 
stojarese, vista chella papara, accisa de frisco, se ne ser- 
vette pe pezza ». 

La stessa novella era stata già raccontata dallo Stra- 
parla ; nel quale però, anziché di una papara, si tratta 
di una poavola (bambola) ^ E, a quel tal punto, lo Stra- 
parla scrive cosi: « Il servente, andatosene al letamare, 
e ricercando por dentro se potesse trovare cosa che fosse 
al proposito, trovò per avventura la poavola, e, presala, 
in mano, la portò al Re, il quale senz' alcun sospetto, 
tolse la poavola, e postasela dietro alle natiche, per net- 
tare messer lo perdoneme, trasse il maggior grido che 

' Straparola, PiacecoU notti, V, 2. cfr. RUA, l. e, XVI, 243. 



ESTEODUZIONE CIX 

mai si sentisse, perciocliè la poavola, con i denti, gli aveva 
preso una natica, ecc. ». 

Potrebbe dubitarsi che lo scambio della papara colla 
bambola fosse un'alterazione fatta dallo Straparola alla 
tradizione popolare. Ma no: una fiaba siciliana, raccolta 
dal Pitrè, prova cbe nella tradizione c'era difatti la 
bambola. La versione del Pitrè è intitolata: La Fupidda, 
ed è in tutta simile a quella del Basile, e solo al punto 
in questione, dice: che il Re « vidi da 'n terra la pu- 
pidda cu ddu folareddu biancu pulitu e la pigghia pri 
stujàrisi. Chi fa la pupidda? Sàuta e si nfila 'nculu a lu 
Re »^ 

Come mai il Basile ha, dunque, sostituito alla bambola, 
della versione popolare e dello Straparola, la papara f 
Il Grimm aveva osservato (poco verisimilmente, a me 
sembra), che la somiglianza delle parole napoletane /jì- 
pata (bambola) e papara, doveva forse aver prodotto lo 
scambio ^. 

Ma il Liebrecht, invece, pensa che lo scambio sia av- 
venuto per effetto del famoso capitolo XIII del Gar- 
gantua, nel quale si espone: Comment Grandgousier co- 
gneut l'esprit merveilleux de Gargantua à l' invention 
d'un torchecul, e si viene alla conclusione: « qu'il n'y a 
tei torchecul que d' un oison bien dumeté, pourveu qu'on 
lui tienne sa tète entre les jambes, ecc. ecc. »^. 



i Pitrè, Fiabe, Novelle, ecc., IV, {Bibl., VII), n. CGLXXXVIII, pp. 
242-7. Cfr. anche I {Bibl., IV), n. XXV, pp. 221-26. 

2 Kinder und Hausmàrclien, III, 291. 

3 Trad. ted. cit, II, 260; cfr. Dunlop, l. e. 



ex INTRODUZIONE 

CJerto, la somiglianza, è curiosa; ma l'imitazione tut- 
t'altro che fuor di dubbio. Niente nel luogo del Basile, 
nessuno accenno, nessuno aggettivo, ricorda la lunga dis- 
sertazione laudativa dello scrittore francese su quel punto; 
e tutto il riscontro si riduce all'uso che, incidentalmente, 
si fa di una papara morta nel cunto del Basile, eh' è 
quello che il Rabelais esalta come ottimo, fatto di un 
uccello qualunque vivo e caldo. 

L'altra imitazione è anche meno sicura. « Chi vuol 
persuadersi, — dice il Liebrecht — , confronti il principio 
della G. V del Cunto de li Curiti col nono capitolo del 
rV" libro del Pantagriiel ». Ma, se si fa il confronto, nel 
Basile si troverà la descrizione di un divertimento, che 
consisteva nel proporre a ciascuna delle donne un giuoco: 
« la quale, senza pensarence, m'ha da dicere subeto ca 
no le piace, e la causa perchè non le daco a l'omore ». 
E nel Rabelais, invece, la descrizione « des etranges 
alliances » dell'isola Ennaisin, dove giunge Pantagruel, 
e una lunghissima serie di scambii di risposte tra gli 
abitanti del paese; per esempio: « En pareille alliance, 
Tun appelloit une sienne mon homelaicte, elle le nommoit 
mon oeuf; et estoient alliés comme une omelaicte d'oeufz. 
De mesmes un antro appelloit une sienne ma trippe, elle 
l'appelloit son fagof, ecc. ecc. ». Ed io non veggo, tra 
questi due brani, altra relazione se non una certa somi- 
glianza nell'andamento del dialogo, che, nell'uno e nel- 
l'altro, è composto di una serie di botte e risposte. 

Di queste due imitazioni particolari, accennate dal Lie- 
brecht, una, dunque, a me sembra molto incerta, e l'altra 
addirittura inesistente. Ma io credo d'essere in grado di 



INTEODUZIONE CXI 

sostituire a questi indizi, che metto in dubbio, un altro 
più valido. 

Perchè una delle maggiori difficoltà, che presenterebbe 
la supposizione di un'imitazione del Rabelais da parte 
del Basile, sarebbe la pochissima notorietà del Rabelais 
in Italia, nel cinquecento, e nei secoli seguenti, fino ai 
tempi nostri. 

Il Guerrini non giunse a trovare se non un sol accenno 
all'opera del Rabelais in libri italiani, e, propriamente, 
uno, fugacissimo, nelle Facezie del Della Torre ^. Qual- 
cun'altro ne pescò il Martinozzi, che, tuttavia, riafferma, 
per questa parte, le conclusioni del Guerrini". Ma a me 
è capitato di scoprire, o m'inganno, un'imitazione lam- 
pante del Rabelais in uno scrittore napoletano, amico e 
commilitone del Basile, in Giulio Cesare Cortese. 

In qualche esemplare del quinto volumetto della prima 
edizione del Cunto de li Curiti^ stampato il 1636, si trova, 
dopo la dedica, un curioso componimento del Cortese, 
eh' è ignoto a tutti, e può dirsi inedito. Questo compo- 
nimento è intitolato : Canzone de lo Segnore Giulio Cesare 
Cortese: Conziglio dato da lo Chiajese ad tma persona 
che Vaddemannaje qual fosse meglio nzorarese o stare 
senza mogliere. Il Dottor Chiajese era una celebrità po- 
polare di quei tempi, che, per pochi soldi, dava il suo 



1 0. Guerrini, Rabelais in Italia, in Brandelli, Roma, Somma- 
ruga, 1883, Serie terza, pp. 153 sgg. 

2 Giuseppe Martinozzi, Il Pantagruel eli Francesco Rabelais, Citlà 
di Castello, S. Lapi, 1S85, pp, 29 sgg. 



CXII INTRODTJZIONE 

bizzarro parere sulle quistioni, che gli si sottoponevanoj 
e che il Cortese aveva già tirato in ballo nei suoi poemi ^. 
Ora ecco il componimento del Cortese, che merita d'esser 
tratto dall'oblio: 

Decelte a lo Chiajese, 

tìh'eje omino saputo, e letterato: 

« 'xèccote no tornese, 

« E dimme: è buono l'essere nzorato? » 

« Benissimo », — diss'isso — « a la hon'ora, 

« Si tu non sì nzorato, e tu te nzora! » 

« Aggio na gran paura », — 

Io le decette — , « non desse de pietto 

« A na mala ventura; 

« Ed àUzate, se puoje, pò, da sso nietto; 

« E dì eh' è pezza, che se pò stracciare! » 

Ed isso disse: « E tu non te nzorare! » 

« Se vao pe ssi pentune, 

« N'auzarraggio, — diss'io — , na spertftazzola, 

« farraggio a costiune, 

« E puosto ne sarraggio a na gajola, 

« E nce vo bona agresta a scire fora ». 

Ed isso me decette: « E tu te nzora! » 

« Vorrà ire sforgiosa », 

— Diss'io —, « che nge vorrà tutta la dota, 

« Sarrà na schifenzosa 

« Che scariglia farrà chiù de na vota; 

« Io me ntorzo e non pozzo comportare... » 

Responnette isso: « E tu non te nzorare! » 



* V. cap. preced. 



mTRODUZIONE CXIU 

« Starraggio sempre sulo », 

— Io le decotte — , « e puosto a no pentone, 
« Justo conun'a cuculo, 

« Ghiagnenno de menestra no voccone, 
« Ga na mogliere te n'abbotta ogn'ora! » 
« Diss'isso: « Frate, adonca, e tu te nzora! » 

« Me farrà tanta figlie », 

— Io disse — , « che jarranno pe la casa, 
« Justo comme a coniglie; 

« Starraggio' sempre maje drinto la vrasa, 
« Penzanno comme l'aggio da campare! » 
Ed isso leprecaje: « No te nzorare! » 

« Ma, se cado ammalato, 

« Cbi me fa na panata o no cristiero! », 

— Diss'io — , « e abbannonato 

« So dall'ammice, comme a no sommiero. 

« N'è meglio tanno, arrassosia, ch'io mora? » — 

« S'è chesso, — me respose — , « e tu te nzora! » 

« N'aggio granne appetito », 

— Diss'io — , « ma, s'ave male cellevriello, 
« E me manna a Gomito 

« Ghella che piglio, patre de l'agniello, 
« E pò torno a Forcella ad abetare... » 
« Scumpe! », — diss'isso — , « e tu no te nzorare! » 

« Voglio propio sapere », 

— Diss'io — , « da te co hai lietto lo Sonato, 
« Dove m'aggio a tenere: 

« Aggiome da nzorare, o star squitato? 
« Ga, comme me resuorve, a la stess'ora, 
« Me proveo de mogliere o de signora ». 



ex IV INTRODUZIONE 

Disse Chajese tanno: 

« O ca piglie l'ammica, o ca te nzure, 

« Sempre aje quarche malanno, 

« Ed aje causa de chianto e de dolure; 

« E sto conziglio avere a mente puoje: 

« Tutte so guaje, e piglia quale vuojel » 

SCOMPETURA. 

Apriamo ora il Pantagruel, e cerch'iamo il capitolo IX 
del L. Ili: Comment Panurge se conseille à Pantagruel, 
pour scavoir s'il se doiht marier : 

Mais, dist Panurge, si vous cognoissiez qne mon meilleur 

fust tei que je suis demeurer, sans entreprendre cas de nouvelleté, 
j'aimerois mieulx ne me marier poinct. — Poinct donc ne vous ma- 
riez, respondit Pantagruel. — Voire mais, dist Panurge, voudriez 
vous qu'ainsi seulet je demeurasse toule ma vie, sans compagnie con- 
iugale? Vous scavez qu'il est escrit: Vae soli! L'homme seule n'a 
jamais tei soulas qu'an volt entre gens mariès. — Mariez vous donc, 
de par Dieu, respondit Pantagruel. 

Mais si, dist Panurge, ma femme me faisoit coqu, comme vous 
s?avez qu'il en est grande année, ce seroit assez pour me faire tres- 
passer hors les gonds de patience. J'aime bien le coquz, et me sem- 
blent gens de bien, et les hante voluntiers; mais, pour mourir, je 
ne le vouldrois estre. C'est un poinct qui trop me poingt. — Poinct 
donc ne vous mariez, respondit Pantagruel 

Voire mais, puisque de femme ne me peux passer en plus qu' un 
aveugle de baston (car il fault que le virolet trott«, auUrement vivre 
ne s^aurois), n'est ce le mieulx que je m'associe quelque honneste 
et prende femme qu'ainsi changer de jour en jour, avec continuel 
dangier de quelque coup de baston, ou de la verole pour le pire? 
Car femme de bien onque ne me fut rien, et n'en deplaise à leurs 
mariz. — Mariez vous donc de j^cir Dieu, respondit Pantagruel ^ 



* Cito dall'ediz.: Francois Rabelais, Tout ce qui existe de ses 
oeuvres, curata da L. Moland, Paris, Garnier, s. a.: pp. 231-2. 



INTRODUZIONE CXV 

E cosi continua ancora per un pezzo, confrontandosi di 
tutto punto colla poesia del Cortese. E l'imitazione a 
me sembra, come dicevo, lampante ^. 



Se non che, ne gl'indizii accennati dal Liebrecht, né 
questa imitazione del Cortese, — la quale indicherebbe 
che il Rabelais era noto in Napoli nel principio del sei- 
cento in quel gruppo letterario, donde appunto usci il 



1 Ho avuto la fortuna di trovare, nella Bibl. di S. Martino, un ra- 
rissimo opuscoletto del seicento, intit: Istoria \ Ridicolosissima Na- 
politana del \ Dottor Pugliese | Dove si indendono (sic) gli avverti- 
onenti che \ dà il detto Dottore ad un Giovane, \ che desiderava pi- 
gliar moglie | In Napoli \ Con licenza de' Superiori; di dodici fac- 
ciate, con una rozza vignetta sul frontespizio, arieggiante ai soliti 
libercoli popolari. Contiene un poemetto di 44 ottave, che non è se 
non una parafrasi e trasformazione della bella poesia del Cortese. 
Basti dire che comincia: 

Parlaje no juorno a lo Dottor Pugliese, 
Che utriusque juris è dottorato; 
Per cortea me cercaje no tornese, 
Ca canoscette ca stea nnamorato; 
Ed io li disse: Te faccio le spese, 
Dimme si è buono ad essere nzorato. 
Me respose, decenno: A la buon'ora. 
Si tu non sì nzorato, e tu te nzora! 

Questo poemetto, per quanto ne so io, non s'è perpetuato, come 
tanti altri simili, nella biblioteca del popolo, e non si ristampa più. 
Ma porge egualmente un bell'esempio del modo, nel quale, passando 
per varii tramiti, l'invenzione di uno scrittore straniero possa di- 
vulgarsi presso la plebe di un altro popolo. Dal Rabelais al Cortese, 
dal Cortese all'anonimo versificatore, e da questi al patrimonio po- 
polare, ai canti, ai proverbii, alle facezie, ecc. 



CXVI INTRODUZIONE 

Basile — , mi par che provino sicuramente la continua 
imitazione del Rabelais, che il Liebrecht ha creduto di 
vedere nel Cunto de li Cunti. 

L'imitazione sarebbe, a ogni modo, di ^jwri procedi- 
menti artistici. Ora tali imitazioni generiche sono cose 
proprie di tempi più recenti; a quei tempi, le imitazioni 
solevano essere concrete e particolari. Investirsi dello 
spirito di un autore, cosicché tu lo senta in ogni parte, 
ma, quando vai ad abbracciarlo, torni colle braccia vuote 
al petto, non era il metodo dei nostri imitatori cinque- 
centisti e seicentisti. Essi imitavano la situazione, il pen- 
siero, l'immagine: ricalcavano, non s'assimilavano i loro 
modelli. 

Né lo stile del Basile, è un'apparizione cosi strana 
che, per ispiegarselo, bisogni uscire fuori del suo tem- 
po e del suo paese. Quello stile bizzarro é frutto del 
seicento letterario e dell'ingegno napoletano. Anche per 
Giordano Bruno, — compaesano e quasi contemporaneo 
del Basile — , il Mounier fece l'ipotesi che conoscesse 
il Rabelais e se ne appropriasse lo stile. E, — lasciando 
stare che sia piuttosto ardito il concepire lo stile di 
Giordano Bruno come qualcosa di esterno al suo carat- 
tere e al suo pensiero — , chi non vede che il ripe- 
tersi dello stesso caso per scrittori dello stesso tempo e 
dello stesso paese, é un'altra prova della poca verisimi- 
glianza di un' imitazione, fatta, e fatta misteriosamente, su 
cosi larga scala! — Il Basile applicava alle fiabe del 
Cunto de li Cunti i gusti comici suoi e del suo tempo. 
E a chi legge prima le sue Lettere napoletane, e poi le 
sue Muse, o poi il Cunto de li Cunti, par di assistere 



INTfiODUZIONE CXVII 

allo svolgersi spontaneo d'un ingegno, che cerca la sua 
via, e tenta, e progredisce, e, finalmente, cammina sicuro. 
Il Liebrecht nota giustamente che il Basile avrebbe 
imitato nel modo più felice, auf das GlucJdichste, i pro- 
cedimenti artistici del Eabelais. Tutta questa felicità si 
spiegherebbe agevolmente, ammettendo la mancanza ap- 
punto d'imitazione, cioè l'originalità del Basile. — Il che, 
beninteso, non esclude che potesse aver letto il Rabelais. 
Ma aver letto uno scrittore non vuol dire procedere da 
esso, e, molto meno, imitarlo. 



Il Cunto de li Curdi ha, dunque, due facce, una seria 
ed una burlesca: una eh' è rappresentazione serena ed 
ingenua; l'altra, eh' è invasione burlesca dell'individualità 
dello scrittore nell'opera. Un'opera d'arte, cosi complessa, 
richiedeva per esser compresa e analizzata tutta la lar- 
ghezza della critica moderna; di quella critica gloriosa- 
mente inaugurata in Italia da Francesco de Sancfcis. Nei 
tempi andati i lettori lo sentivano e lo gustavano : le 
molte edizioni, e traduzioni, e imitazioni lo provano ; ma 
i critici non riuscivano a capirlo e a spiegarlo. 

Non lo capi Ferdinando Galiani, il quale, nella sua ce- 
lebre opericciuola: Del dialetto napoletano, considerando 
il Basile come scrittore serio, e il Cunto de li denti 
come un libro di novelle ad instar del Decamerone, 
scriveva: « A costui {cioè al Basile), disgraziatamente 
per noi, venne il capriccio di contraffare l'incomparabile 
Decamerone di Giovanni Boccaccio, e compose un Pen- 
tamerone nel dialetto napoletano, e cosi divenire il 



CXVni INTRODUZIONE 

Boccaccio, sia il testo di esso. A tanta impresa man- 
cavangli interamente i talenti per eseguirla. Privo in 
tutto e di genio elevato, e di filosofia, e di felicità d'in- 
venzione, e di ricchezza di cognizioni, a poter immagi- 
nare adornare novelle graziose o interessanti, o tragi- 
che, o lepide, o morali, altro non seppe pensare che 
d'accozzare racconti delle Fate e dell'Orco così insipidi, 
mostruosi, e sconci, che gli stessi Arabi, fondatori di 
questo depravatissimo gusto, si sarebbero arrossiti d'aver- 
gli immaginati » ^ 

Come bene notò l'Imbriani, il Galiani cercava nel 
Cunio de li Cunti la filosofia dei Contes philosophiques 
del Voltaire^; ed era naturale la sua delusione! Egli non 
vide tutto ciò che c'è di intimamente scherzoso nel modo 
di narrare del Basile, e il libro gli apparve, come do- 
veva apparirgli, un mostruoso accozzamento di cose senza 
significato ! — Alla parte burlesca e satirica dette invece 
troppa importanza quell'arguto avversario del Galiani, 
che fu Luigi Serio. Il Serio fece del Cunio de li Cunti 
addirittura un libro di satira letteraria. Se il Basile nel 
Cunio de li Cunti fu un seicentista sfacciato, nce sia lo 
pperchè — , diceva il Serio. 

Il Basile fu un letterato di valore, che scrisse molte 
opere italiane, oltre quelle in dialetto; e curò, tra l'altro, 
le edizioni del Bembo e del Casa e del Tarsia, che prova 
che era uomo di buon gusto. E lui ed il Cortese, vista 
l'invasione del cattivo gusto ai loro tempi, vollero coi 
loro scritti napoletani mettere in derisione le bizzan-e 



1 Del Dialetto napoL, pp. 121-2. 2 imbruni, /. e, II, 435. 



INTRODUZIONE CXIX 

metafore, allora correnti. E questo sarebbe lo scopo del 
Cunto de li Curiti ^ ! 

Ora, chi ha letto le opere italiane del Basile sa che 
il seicentismo il Basile lo metteva in pratica sul serio, 
come sul serio lo mise in pratica il Cortese nella sua 
Rosa. Egli, nel Cunto de li Curiti, scherzava si, ma 
scherzava' colle sue armi: con quelle armi, che adoprava 
ordinariamente nella sua vita di scrittore. 

Del Basile scrisse anche in alcuni buoni articoli Giu- 
seppe Terrari, nella Revue des deiix mondes del 1840. 
« Ses personnages, — egli scrive — , paraissent et s'éva- 
nouissent comme des réves; mais quelle-que-soit la bizar- 
rerie des aventures où ils s'engagent, ils gardent con- 
stamment cette simplicité, ils entrainent avec cette force, 
qui n'appartient qu'aux traditions populaires. C'est le 
peuple qui est le grand magicien et le premier createur 
de cette fantasmagorie ; Basile, en la transportant nai- 
vement dans ses contes, s' est assuré un titre durable h 
la mémoire de son pays ». E nota che il Cunto de li 
Curiti, piuttosto che al Decamerone, deve paragonarsi 
alle Mille e una notte : « Et encore cette ressemblance 
ne repose que sur des traces presque méconnaissables. 
Les contes orientaux étaient absolument inconnus à Ba- 
sile ; ils n'arrivaient à lui que défigurés par l' imagination 
populaire. Les épisodes des Mille et une nuits, qu'on 
rencontre chez Basile, sont toujours réduits a des pro- 
portions triviales, et altérés par je ne sais quelle atmo- 
sphére de cuisine et de ménage; la fantaisie napolitaine, 



i Lo Vernacchio, resposta a lo dialetto napoletano, Nap., 1780, cap. IV, 



CXX INTRODUZIONE 

au lieu d'embellir, d'idealiser l'univers, l'a enlaidi à des- 
sein; pour en développer la vitalité, elle l'a peuplé de 
monstres » ^. 

Giudizio anche più giusto e sicuro ne dette Iacopo 
Grimm, prima nel terzo volume dei Kinder und Haus- 
marchen, e poi nella prefazione alla traduzione tedesca 
del Pentamerone, fatta dal Liebrecht. « Il Basile, — egli 
scrive — , ha raccontato secondo il gusto di un popolo vi- 
vace, spiritoso, e scherzoso, con continue allusioni ad usi e 
costumi, ed anche alla storia antica e alla mitologia, la 
cui conoscenza è, specialmente tra gli Italiani, abbastanza 
diffusa; sicché il suo stile e proprio l'antitesi di quello 
calmo e semplice delle fiabe tedesche. Egli è straordina- 
riamente ricco di espressioni metaforiche e proverbiali e 
di espressioni spiritose, delle quali ha una gran provvi- 
sta, e che, per lo più, sono calzantissime : non raramente 
anche l'espressione, secondo il costume del paese, è li- 
bera, sfacciata, senza veli, e perciò spiacevole alla nostra 

moderna delicatezza ; tuttavia, non si può mai dire 

del Basile, come dello Straparola, che egli sia immorale. 
Naturalmente, ha anche una certa sovrabbondanza e una 
certa piena del discorso ; ma si tratta del gusto pro- 
prio dei popoli meridionali, di cercare sempre nuove e- 
spressioni, e d'insistere col discorso sopra un oggetto; 
non già di povertà della cosa stessa, che si cerchi coprire. 
E, giacché la folla dei paragoni per lo più é esagerata 
per arguzia e scherzo, anche i più strani e ridicoli di essi 



1 J. Ferrari, art. e, nella Revue des deux mondes, 1840, XXI, 
pp. 507-8. 



INTEODUZIONE CXXI 

non sembrano punto assurdi » ^ E, nella prefazione alla 

traduzione del Liebrecht, stampata il 1846, dopo averne 
riconosciuta la superiorità sullo Straparola, soggiunge: 
« Quando vi si acquisti una certa famigliarità, l'esposi- 
zione veramente attraente di queste fiabe reca un gran 
diletto. Come sono inesauribili, per esempio, le svariate 
espressioni, colle quali si dipinge ogni volta il far del- 
l'alba e il tramontar del sole ! Si possono trovare queste 
espressioni spesso fuor di luogo; ma, quasi sempre, ap- 
pariranno ingegnose, e, in sé stesse, esatte. Nelle graziose 
e svariate immagini si ritrae il rumoreggiare e il mor- 
morare dei ruscelli, la profonda oscurità delle selve, e il 
cantare degli uccelli; nel mezzo della pompa orientale, si 
percepiscono le più lievi voci della natura. Il discorso 
scorre ricco di paragoni, giuochi di parole, proverbi!, ri- 
me..., ed anche qui, come nelle schiette fiabe di tutti i 
luoghi, quando la narrazione giunge ai punti importanti 
e decisivi, ricompariscono semplici, ma inimitabili rime, 
che fermano l'attenzione del narratore, e, nel tempo stesso, 
dell'uditore. Cosi in Peruonto: 

Damme passe e fico, 
Si vuoi che te lo dico ! 

e nella Schìavottella ; 

Chiave ncinto, 
E Martino drinto ! 

e nella Cenerentola: 

Spoglia a me, 
E Vieste a te! 2 



i Kinder xmd Ha".smctrchenj III, 291-2. - Trad. cit , I, VlI-VIII. 



CXXII ' INTRODUZIONE 

Il giudizio è pieno di acume e di giisto ; ma, come 
suol capitare ai critici stranieri, alquanto unilaterale ed 
esagerato. Troppa parte vi si fa al popolo napoletano, e 
poca al carattere individuale dell'ingegno del Basile, e 
ai tempi nei quali visse. — Chi, invece pel primo diede 
un giudizio equilibrato, nel quale si coglie il punto essen- 
ziale dell'opera e se ne vedono tutti i lati, fu Vittorio 
Imbriani, nel suo studio II Gran Basile, pubblicato il 1875 
sul Giornale Napoletano. Poche persone erano, per verità, 
più di lui fatte per intendere il Cunto de li denti; la 
qualità d'ingegno artistico, della quale la natura l'aveva 
provvisto, aveva una notevole somiglianza con quello del 
Basilea E, nel rifare il processo psicologico del Basile, 
trovava in se stesso gli elementi necessarii per capirlo. 
« Nel Basile, — egli scrive — , tutto è indovinato: ha sa- 
puto dare la forma adatta a questi racconti impersonali 
e nel contempo imprimere a questa forma il suggello 
della personalità propria. Chiunque ha studiato per poco 
la letteratura popolare, comprenderà quanto sia difficile 
ad eseguire una tal cosa. L'incanto particolare di tutto 
ciò eh' è popolare, è quel non so che d'epico, che lo per- 
vade, e di tipico: la mancanza d'individuazione; e quel- 
l'incanto appunto sparisce appena uno di noi vuol porsi 

a ritoccare quelle fantasie Ebbene, il Basilo ha saputo 

conciliare due cose, che parrebbe impossibile il conciliare, 



' chi ha avuto la /orliina di leggere qualcuna delle lìabe, che egli 
stampava a pochi esemplari, e regalava agli amici, m'intende age- 
volmente. Vedere, per es., il Mnstr' Impicca, fiaba (estr. dal giorn. 
n Calabro, A. IX). 



INTRODUZIONE CXXriI 

soprattutto nello stile : personalità spiccata, ed impersona- 
lità popolare. C'è la voce del popolo nel suo libro, e e' è 
il letterato seicentista con tutti i suoi pregi e i suoi di- 
fetti, dei quali ultimi sembra farsi beffe egli stesso. Ed, 
a far questo, gli giovò moltissimo e l'aver vissuto nel 
seicento, e l'aver adoperato il dialetto napoletano. Quel 
dialetto gli dà un non so che d' ingenuo e di beffardo ad 
un tempo; e sembra contenere ironia implicita » *. 



Varii appunti sono stati mossi allo stile del Basile. Il 
Galiani pretende che il Basile abbia voluto imitare, anche 
nello stile, il Boccaccio; il che non è esatto. Ma non si 
può negare che il Basile, dal lato della forma esteriore, 
scriva piuttosto male. Non già che si debba pretendere, 
che egli, scrivendo nel seicento, avesse dovuto pensare 
a stenografare il dettato popolare delle fiabe, come ha 
fatto Vittorio Imbriani, « ritraendo esattamente la ma- 
niera, con cui fraseggia e concatena il pensiero il volgo » ^. 
E neanche che avesse dovuto cercare di rappresentarlo 
artisticamente, come ha tentato qualche artista moderno. 
Ciò, del resto, era escluso dalla posizione stessa, da lui as- 



i Imbriani, o. c, 446-8. V. anche ia questo luogo quel che dice 
contro il Galiani e il Gantù. E di quest'ultimo, che egli chiama il 
più fecondo se non il pia facondo, il più voluminoso se non il più 
luminoso, degli storici italiani, riportato e criticato il giudizio, con- 
clude spiritosamente: « Il Basile, se vivesse, sclamerebbe, bisticciando 
al solito suo: can tu'. » 

2 V. Imbriani, La Xovellaia fiorentina, Livorno, F. Vigo, 1877, ded. 
e pref. 



CXXIV INTRODUZIONE 

sunta verso la sua materia ; posizione che ci siamo sforzati 
finora di determinare. Il Basile riorganizzava, e rifaceva 
l'esposizione popolare, secondo gli ideali di una prosa più 
riflessa; come poi adoprò anche il suo imitatore, Pompeo 
Sarnelli. Ma il Sarnelli, scrivendo a modo non perfetta- 
mente popolare, ha un suo periodare regolare e logico; 
laddove il Basile affastella le frasi popolari in lunghi 
periodi, poco connessi come pensiero, e poco piacevoli 
come armonia. Il Liebrecht ha notato che lo stile del 
Basile ha una sovrabbondanza stucchevole di costruzioni 
partecipiali ; che le sue proposizioni sono piuttosto ap- 
piccicate che connesse ; che cominciano spesso colla stessa 
parola, per lo più ma; cosicché lo stile spesso manca di 
rotondità e di varietà ^ Ed ha ragione. L'esposizione dei 
suoi curiti soffre anche d'una certa mancanza di rilievo 
e di distacco. In un sol periodo, talvolta, s'iniziano e 
svolgono e compiono lunghe azioni. E si va innanzi senza 
quei riposi, che la fantasia vede tra le varie azioni, e 
che vuol sentire nell'andamento dello stile. 

Vittorio Imbriani diceva che i difetti dello stile del 
Basile in massima parte sparirebbero con una buona in- 
terpunzione, sostituita a quella, orrida, delle antiche edi- 
zioni. In questa nuova edizione, la punteggiatura è tutta 
rifatta; ma i difetti dello stile del Basile non sono spa- 
riti se non in piccola parte, perchè sono difetti intrinseci, 
della costruzione del periodo. E giustizia, invece ricor- 
dare che l'opera del Basile fu pubblicata postuma, o che 
l'autore non v'aveva dato l'ultima mano^. 



1 Trad. cit., II, 322-3. '^ V. cap. preced. 



f 



INTRODUZIONE CXXV 



Altri appunti, i più giusti di tutti, furono mossi dal 
Galiani alla lingua del Basile. Ma, già un mezzo secolo 
prima del Galiani, varii di quei difetti erano stati rico- 
nosciuti da uno scrittore napoletano, autore rinomato di 
libretti buffi, Francesco Oliva, in una sua incompleta ed 
importante Grammatica della lingua napoletana, che si 
trova manoscritta alla Biblioteca Nazionale ^ Il Galiani 
comincia col dire che il Basile aveva « la più incredi- 
bile e minuta contezza di tutte le voci, dei proverbii, 
de' modi di dire, e delle espressioni strane e bizzarre, 
usate dal volgo ». Ma, per isfoggiare questa ricchezza, 
accimula le_.paxaLa.e Jé fra^^^ ,«. onde, avviene che, .spes- 
sissimo, collochi fuor di luogo parole e frasi, che non 
hann_o_quel_s.ensQ^ in. cui .egli.lo impiega ». Infatti, « è 
grande il numero delle parole toscane che egli ha for- 
zate e contorte alla pronunzia nostra, quantunque da noi 
non mai adoperate. Incredibile è poi a vedere lo studio 
e la fatica che fa a non usar mai quelle voci, pure ita- 
liane, che in gran copia abbiamo, ed usualmente adope- 
riamo, e sostituirci o le più rancide o le più laide del- 
l'infima plebe, solo perchè si scostano dalla lingua gene- 
rale italiana » ^. 

E, delle tre classi principali d'errori di lingua, che di- 
stingue nella sua grammatica, il Basile fornirebbe larga- 
mente gli esempii; perchè, infatti, è reo, sia di parole 



i Ms. Bibl. Naz.. XIII, H, 56. — V. spec, p. 44- 
2 0. e, pp. 123-4. 



i 



CXXVI IKTIIODUZIOXE 

che son comuni all'italiano e al napoletano, da lui, inutil- 
mente, storpiate in forma napoletana; sia di parole tutto 
italiane, da lui, invano, napoletanizzate; sia di parole na- 
poletane, adoperate in senso e costruzione che non hanno ^ 
Certo, basta svolger le prime pagine del Canto de li 

ì Curiti per trovare esempi di questa continua invasione 

I 

! creatrice sul dialetto popolare. E troverete stascionato, 

cauzare, voze, deze, jonze, ecc.; e infinite altre voci si- 
, l mili, che il popolo non ha mai usato. Il Basile aveva la 
I curiosa preoccupazione di fare il dialetto napoletano più 
i napoletano, più esclusivamente napoletano, di quel che 
è difatti. E cosi ha bandito gran numero di vocaboli e for- 
me, che nel dialetto sono lievemente diversi dai corri- 
spondenti italiani, e molti strani vocaboli con desinenze 
dialettali ha usato. 

Le improprietà poi si spiegano in altro modo. La con- 
tinua ricerca dell'effetto comico, eh' ò nel suo stilo, il 
considerare il dialetto come un mezzo di comico grotte- 
sco, han fatto si ch'egli è andato scegliendo tutte le frasi 
goffe del popolo, adoperandole continuamente, come se 
nel dialetto non ce ne fossero altre per esprimere quei 
concetti, quando si parla sul serio. Per esempio, Tadeo 
dirà alle vecchie, nell'introduzione: « Pe la quale cosa 
deve scusare moglierema se &' ha schiaffato ncapo st'o- 
more malenconeco de sentire cunte; e, perzò, se ve piace 
de dare mbrocca a lo sfiolo de la Prencepessa mia, e de 
cogliere miezo alle voglie meje, sarrite contente, pe sti 
quatto ciuco jorne che starrà a scarrecare la 2^o.nza, 

1 o. e, p. 25. 



INTRODUZIONE CXXVII 

ecc. ecc. ». Ora, tutte le frasi sottolineate esistono in 
dialetto, ma si dicono solo in alcuni casi particolari, o 
dispregiativamente o goffamente parlando. Il Basile, in- 
vece, ne usa a tutto pasto. 

Eppure, il Basile, malgrado la sua buona voglia di 
scrivere un dialetto napoletano in tutta la sua goffaggine, 
conservò e contribuì a stabilire l'uso di alcune forme 
auliche nel dialetto, clae non si spiegano se non come 
eredità del tempo, nel quale il dialetto s'adoperava come 
lingua, e si cercava di sollevarlo verso il toscano. Di 
queste forme atiliche, le più notevoli consistono negli 
articoli definiti lo, la, li, le, che vi si adoperano, laddove, 
nel dialetto schietto, gli articoli sono o (u), a, i*-. 

Si noti ancora che i bisogni del suo stile e delle sue 
caricature hanno richiesto l'uso di molti vocaboli, special- 
mente astratti, che il popolo non ha, perchè non sente 
il bisogno d'indicare i pensieri, che vi corrispondono. 

Tutte queste varie alterazioni hanno per effetto che 
per chi legga ora il Cunto de li Curiti, avendo riguardo 
al dialetto vivente, — che non può poi essere di molto di- 
verso da quello vivente di due secoli fa — , il dialetto 
. del Basile sembra, più che una lingua realmente parlata, 
una di quelle lingue arbitrarie, create dai letterati per 
fini letterarii, come la lingua maccheronica, o la lingua 
pedantesca. 



^ Di qui uno dei punti principali della disputa tra i sostenitori 
del dialetto letterario e del dialetto parlato: i primi dei quali vor- 
l'ebbero che si scrivesse, per os.: lo pane, la sora, e gli altri, giu- 
stamente: ti ppane, a sora. 



IV. 



Forili na del Cioito de li Cunti. — Traduzioni e imitazioni. 

Alle prime, che si son viste, seguirono subito altre 
edizioni del Cunto de li Cunti. Varie ne fece lo stam- 
patore Camillo Cavallo; una, tra le alti-e del 1644, de- 
dicata al signor Felice Basile*; im'altra del 1645, dedi- 
cata di nuovo al P. Alfonso Daniele*. 

Nel 1674 l'editore Antonio Bulifon, un francese stabi- 
lito a Napoli, « vedendo, — com'egli stesso dice — , che 
veniva sommamente desiderato questo, altrettanto arguto 
quanto giocoso, Pentamerone del vivace e bizzarro inge- 
gno del Cavalier Giovan Battista Basile », fece si che, 
« ridotto alla vera lettione, per mezzo delle stampe ei 
rinascesse ». Chi lo ridusse alla « vera lettione » fu un 
abate pugliese, Pompeo Sarnelli, poi vescovo di Bisce- 



1 rer Cernitilo Cavallo MDCXLTV, ad istanza di Salvatore Rispolo, 
un voi. di pp. 654 (PASSANO, Novell, ital. in prosa, Boi., 1868. I, 43-8). 
Ma la ded. ha la firma del 2 febbraio 1654. Sbaglia il frontespizio, 
o la dedica? Da ima parte, parrebbe, il frontespizio, essendo molti 
gli esempi di questi sbagli di decine d'anni in numeri scritti in ci- 
fre romane. Ma in questo caso credo che vi sia sbaglio nella data 
della dedica, perchè ho visto un'edizione delle Mtcse napoltlane, del 
1643, anche pel Cavallo, fatta anche ad istanza del Rispolo. 

2 In Napoli, Per Ca/niillo Cavallo, MDCXLV, ad istanza di Gio. 
Antonio Farina. La ded. è in data 30 ottobre 1645. Il Cavallo dice 
che l'opera del Basile « è si fattamente stata gradita dall'universo, 
che sono forzato a darla in luce in questa terza impressione ». 



INTR0DUZIO2SE CXXIX 

glie, appassionato cultore del dialetto napoletano, che al- 
lora serviva, a quanto sembra, da correttore nella stam- 
peria del Bulifon^ 

Il Ctinto de li Cunii fu, in quest'edizione, intitolato, 
per la prima volta, sul frontespizio: Il Pentamerone : ti- 
tolo più breve, che ricorda illustri precedenti, e che per- 
ciò prevalse^. Ed, anche sul frontespizio, è detto « co 
tutte le zeremonie corrietto » ; e, certo, il Sarnelli vi 
spese intorno molte cure. Ma queste cure non ebbero un 
risultato degno di lode. Il Sarnelli era uno di quei buoni 
editori all'antica, che credevano loro obbligo il far da 
collaboratori cogli autori, che ristampavano. Egli comin- 
cia col lamentarsi, giustamente, delle iiltime ristampe, 
che s'eran fatte del Cunto de li Cunti: « l'angresta de 
l'utema stampa l'havea fatto na magriata de manera che 
manco lo Patre (che lo cielo l'accoglia ngrolia !), se fosse 
vivo, l'haveria canosciuto pe figlio sujo ». E, riguardo al- 
l'ortografia, ebbe un eccellente criterio: « M'è parzeto 
cosa conveniente, — egli dice — , lassarelo stare sto po- 
vero popillo co chella artocrafia, che l'aveva lassato lo 



^ Nel Celano {Avanzi delle looste^ pp. 318 sgg.) c'è un dialogo, nel 
quale apparisce il Sarnelli, che andava « alla stampa del Bulifon »' 
a correggere i fogli di un poema, che pubblicava un tal De Notariis. 

2 II Pentamerone del Cavaller Giovan Battista Basile, overo lo 
Cunto de li Cunte, Trattenimiento de li FecceìHlle di Gian Alesio Ab- 
battutis Nova/mente ristampato e co tutte le zeremonie corrietto. Al- 
l' Illustriss. ecc. Pietro Emilio Guaschi, Dottor delle leggi e degnis- 
simo Eletto del Popolo della fedelissima Città di Napoli, In Napoli, 
ad istanza di Antonio Bulifon, Librare, all'insegna della Sirena, 
MDGLXXIV, di pp. 653 num., più 12 inn. al princ. e 3 alla fine. 



CXXX INTEODTJZIONE 

patre, azzoè, comme l'haggio trovato allo primmo livro, 
che fu stampato da deverze stampature a ghiornata a 
ghiornata, secunno che ghievano ascenno » ^ 

Ma, pel l'esto, non fu egualmente felice. Il Sarnelli 
corresse una grande quantità di forme, che a lui pare- 
vano non ischiettamente napoletane. Talvolta, colse nel 
segno; tal'altra, fece una correzione superflua, perchè, in 
realtà, in napoletano esistono ambe le forme, quella del 
Basile, e l'altra sostituita da lui; tal'altra ancora, errò 
del tutto. Egli, non napoletano, era buon conoscitore del 
dialetto napoletano; ma la sua conoscenza, formata collo 
studio, non poteva esser mai piena e sicura, e pareggiar 
quella di chi abbia appreso la lingua dalla balia. Talvolta, 
benché non frequentemente, egli sostituì parole e frasi 
sue a quelle del Basile. Non aggiunse, però, né tolse 
nulla di sostanziale nel testo, ed io, nel riscontro che ho 
fatto, non ho trovato se non ima sola, e curiosa, e scher- 
zosa interpolazione, passata poi in tutte le edizioni se- 
guenti. Ed è questa, che si trova nel trattenimento V 
della Gr. HI, dove il Basile dice : « arrevato all'acqua de 
Sarno »; e il Sarnelli aggiunge: « cMllo hello shiumvio, 
e' ha dato nomme a la famiglia antica de li Sarnelli »! 

Uno sguardo, che si dia alle prime cinque o sei pagine 
dell'edizione del Sarnelli. confrontandola coll'edizione ori- 
ginale, basta a fornire gli esempi dei varii generi di 
correzioni arbitrarie, che ho enumerati. Il Sarnelli ha ra- 
gione , quando crede forme più napoletane Zoroasto e Ara- 



* Di questo punto una severa critica fa l'Oliva nella sua cit. Gramm. 
ms. Ma di ciò più avanti. 



mTEODUZIOlirE CXXXI 

crcto, die Zoroastro e Eracleto; masto, che mastro; 
cossi, clie così; ajetate, che etate; rommenanno^ che ro- 
menanno; farrà, che farìx; canosciuta, che conosciuta; 
cammenaio, che cambiato; solete, che solite; e simili. Ma 
ha meno ragione di sostituire ueglio, con zioglio; viento, 
votato, con Mento e botato; sebetura, con sepetura; hu- 
mane, con homane; recevute, con recepute ; ecc. E sbaglia 
del tutto, quando in luogo di: se scoppasse a ridere, 
scrive: ?e scoppasse a ridere; o quando muta corzete in 
corzere; tanto composta che 2^'^^^va acito in ^anto com- 
posto ; vtisciola, con bisciola; racecotena a la catarozzola, 
in a la cecotena, a la catarozzola; morrannose, essenno 
stracqua, in morrandose, essendo str acqua; ecc. Queste, 
ed altre osservazioni, si possono fare nelle prime cinque 
sei pagine dell'edizione del Sarnelli e continuarle per 
tutte le cinquanta novelle^. 

Tuttavia, questa fatica, fatta dal Sarnelli sul testo del ì 
Basile, se fu dannosa come lavoro di editore, ha una ; 
certa importanza filologica, e, per chi studierà il dialetto \ 
napoletano, sarà utile l'interrogare questa lunga serie \ 
di osservazioni (che tali sono), fatte dal Sarnelli, sul te- 
sto del Basile ^. Peccato che il sistema di correzione non 
sia costante e rigoroso, e che la scorrettezza della stampa 
abbia ancor peggioi'ato questo difetto! 



1 V. App. 7/, nella quale ho fallo il confronto delle varianti delle 
due edizioni, per \in' intera novella, la X della G. I. 

2 Un vocabolarista napoletano potrebbe forse citare come due 
opere distinte il Cunto de li Cuna del Basile e il B^ntamerone se- 
condo la lezione del Sarnelli, 



.^ 



CXXXII INTRODUZIONE 

Il Pentamerone dell'edizione del Bulifon fu dedicato 
all'Eletto del Popolo, Pietro Emilio Guaschi. 

Cinque anni dopo, se ne ebbe un'altra ristampa a 
Roma, il 1679, per Bartolomeo Lupardi^ E, a Napoli, lo 
ristampava il 1697, Michele Luigi Muzio ^. 

Anche le 3Iuse napoletane ebbero varie ristampe du- 
rante il seicento; cioè nel 1643^, nel 1647', ^^1 1669^, 
nel 1678'^, nel 1693". 



Queste molteplici edizioni, ed altre probabilmente ora 
ignote, provano che il Cunto de li Cunti era in quel 
tempo letto e piaceva. « Galantissimo ed amenissimo li- 
bretto, il quale è per le mani di tutti », scriveva il 1683 



i n Fentanieì'one ecc. (come nell'ed. 1674), all' Illustrissimo Sig. e 
Patron. Coli, il signor Giuseppe Spada, in Roma MDGLXXIX, nella 
stamperia di Bartolomeo Liipardi, stampatore Camerale (pp. 633 num., 
e IO inn. a princ, e 3 in fine). 

2 PASSANO, l. e, che dice esservi un esemplare di quest'edizione 
nella Biblioteca Comunale di Bergamo. 

3 Le Muse Napoletane, Egloghe di Gian Alesio Abbatutis, In Na- 
poli, per Camillo Cavallo, 1643, ad instanza di Salvatore Rispolo allo 
Spitaletto; pp. 141 num. 

'' Martorana, iVot. cit., p. 13. 

^ In Napoli, per Glo. Francesco Paci, 1669. Ad istanza di Fran- 
cesco Massari e Domenico Antonio Parrino Librari (pp. 143 num). 
È ded. a Pappo Monto, « miedeco azzellentissimo, e Poeta famosis- 
simo ». 

" In Nap. ad istanza di Francesco Massaro, i67S. Ded. al signor 
Ciccio Montecorvino (pp. 136 num., più 8 inn. a princ). 

'' 1^1 Mollo, 169S. Ved. Martorana, o. c, p. 23. 



INTRODUZIONE CXXXIII 

il Nicodemi nelle sue Addizioni alla Biblioteca Napole- 
tana del Toppi ^ E, colle ristampe e colle letture, vanno 
di pari passo le imitazioni: che non mancano mai alle 
opere, che hanno un'impronta nuova e originale, come è 
appunto questa del Basile. 

Tra i lettori e gli ammiratori del Basile, c'era quel 
napoletano spirito bizzarro di Salvator Rosa. Ed è notis- 
simo, che, quando Lorenzo Lippi prese a scrivere il 
Malmantile riacquistato, « grandissimi furono ancora gli 
stimoli, che ebbe a ciò fare da Salvator Rosa, non men 
rinomato pittore che ingegnoso poeta. Da questo ebbe 
poi il libro, intitolato Lo Cunto de li Cunti overo Trat- 
tenimiento de li Peccerille, composto al modo di parlar 
napolitano, dal quale trasse alcune bellissime novelle, e, 
mé'ssele in rima, ne adornò vagamente il suo poema » -. 

Il Malmantile fu pubblicato, postumo, il 1676^. Il Lippi 
aveva avuto, tra gli altri scopi, uno simile a quello del 
nostro Basile: come questi del napoletano, egli voleva 
mostrare la ricchezza del parlar volgare fiorentino. Ma 
quanto è inferiore, nel resto, la sua opera al Cunto de 
li Cunti! Opera fredda, insignificante, che pareva scritta 
pel solo scopo d'essere aggravata, come fu poi, dalle 
note linguistiche di Paolo Minucci''. 



^ Nicodemi, Addizioni copiosissime, ecc., In Napoli, 1683, p. iii. 

2 F. BALDiNUCcr, Vita di Lorenzo Liì)pi (a capo dell'ediz. napol. 
del Malmantile riacquistato, a cura di Gabriele de Stefano, Napoli 
presso Gabriele Sarracino, 1854). 

3 II Lippi era morto nel 1664, 

^ L'edizione colle note del Minucci fu pubblicata il 1688. 



CXXXIV INTRODUZIONE 

Parrà strano che il Lippi avesse bisogno di ricorrere 
al C'unto de li Cunti per cavarne la materia delle fiabe 
popolari, che introdusse nel suo poema. Le fiabe, che 
racconta il Basile, — si dirà giustamente — , sono una 
ricchezza comune a tutti, un patrimonio d'ogni popolo, e 
che nel seicento vivevano certo a Firenze, come a Na- 
poli. Ma il Basile col suo libro rivolse l'attenzione del 
pubblico, distratta in altro, su quelle fiabe, e dette, a 
molte di esse, una forma definita ed artistica. Cosicché, 
parvero una novità, ed erano certo una rivelazione. 

Nessuno ha indicato finora precisamente e completa- 
mente le imitazioni del Lippi dal C'unto de li Cunti. Esse 
si riducono a tre punti. Il secondo cantare del Malman- 
aie è una versificazione esattissima del T. IX della G. I 
del Cunto de li Cunti. In questo Trattenimiento si rac- 
conta come, non potendo una regina aver figli, un sa- 
pientone indicasse al re un rimedio per produrre la gra- 
vidanza; che era di far mangiare alla regina un cuore 
di dragone, cucinato da una donzella. La regina s' ingra- 
vida, ed anche la donzella, e hanno due figli, similissimi, 
ai quali mettono nome Ponzo e Canneloro. L'odio della 
regina costringe Canneloro a spatriare; ma, nel partire, 
egli indica, al suo quasi gemello, il modo di venire a co- 
noscere se egli stesse bene, o se incontrasse perigli, o 
se, addirittura, fosse morto. Canneloro va; vince una gio- 
stra, alla quale era posto per premio la mano della fi- 
gliuola del re; e sposa costei. Ma, andando a caccia, 
prende a seguitare una cerva fatata, ch'era viceversa un 
orco; che lo tira dietro sé, e lo rapisce. Fonzo ha noti- 
zia del pericolo di Canneloro; si mette in viaggio; in- 



INTRODUZIONE CXXXV 

ganna ed uccide l'orco, e libera l'amico. — Come saggio 
del modo, nel quale il Lippi mette in versi la prosa del 
Cunto de li Cicnti, indico il luogo, nel quale il Basile, 
descrivendo i meravigliosi effetti del cuore di drago, dice : 

« lo re lo dette a cocinare a na bella dammecella. 

La quale, serratose a na cammara, non cossi priesto mese 
a lo fuoco lo core, e scotte lo fummo de lo vullo, che 
non sulo sta bella coca deventaje prena, che tutte li mo- 
bele de la casa ntorzaro. E, ncapo de poche juorne, fi- 
gliattero, tanto che la travacca fece no lettecciulo, lo 
forziere fece no scrignetiello, le seggio facettero seg- 
giolelle, la tavola no tavolino, e lo cantaro fece no can- 
tariello mpetenato, accessi bello, ch'era no sapore ! » E 
il Lippi verseggia cosi questa bizzarra fantasia del Basile : 

Kd egli, preso il prelibalo cuore, 

Lo diede al cuoco; al qual, mentre lo cosse, 

Si fece una trippaccia, la maggiore, 

Che ai di dei nati mai veduto fosse. 

Le rohe e masserizie, a quell'odore, 

Anch'elle diventaron tutte grosse, 

E in poco tempo a un'otta tutte quante 

Fecer d'accordo 11 pargoletto infante. 

Allor vedesti partorire il letto 

Un tenero e vezzoso lettuccino; 

Di qua l'armadio fece uno stipetto; 

La seggiola di là un seggiolino; 

La tavola figliò un bel buffetto; 

La cassa un vago e picciol cassettino; 

E il destro un canterello mandò fuore, 

Che una bocchina avea tutto sapore ! ^ 



i Malmantile, II, 16-17. 



CXXXVI INTRODUZIONE 

Tatto composto di riminiscenze del Cunto de li Cunti 
è il racconto, che fa nel IV cantare Psiche, venuta a 
cercar lo sposo in Malmantile. Il principio d'esso è for- 
mato da un pezzo del T. V della G. IL Nella parte di 
mezzo, c'è qualche riscontro coli' introduzione, col T. V 
della Gr. Ili, e anche col T. I, Gr. IV. La conclusione, 
infine, è tolta di peso dall'introduzione del Cunto de li 
Cunti ^. 

La novella di Nardino e Brunetto, nel VII cantare^, 
è una contaminazione delle novelle del Basile Lo Cuorvo 
(IV, 9), e Le tre cetre (V, 9), non senza mescolanza di 
alcuni nuovi particolari. 

Come poi il Lippi imiti il fare del Basile, lo provi 
questa descrizione deWuom selvatico Magorto, eco delle 
tante felicissime grottesche descrizioni di orchi, che si 
trovano nel Cunto de li Cunti: 

Ma io ti vuò dar adesso un'abbozzata, 

Qui, presto presto, della sua figura. 

Ei nacque d'un Folletto e d'una Fata, 

A Fiesol, 'n una buca delle mura: 

Ed è sì brutto poi che la brigala. 

Solo al suo nome, crepa di paura. ^ 

Ob questo è il caso a por fra i Nocentini 

A far mangiar la pajìpa a quei bambini! 



1 Malma/ntlle, IV, 2982. 

2 Malmantile, VII, 27-105. Quantunque erroneamente citando, a que- 
sta imitazione credo che alluda il Passano, quando dice che la nov. 
9, IV, e 9, V del Cunto furono imitate nel C. Ili del Malmantile 
(cfr. ;. e). 



INTRODUZIONE CXXXVII 

Oltre ch'ei pule come una carogna, 
Ed è più nero della mezzanotte, 
Ha il ceffo d'orso e il collo di cicogna, 
Ed una pancia, come una gran botte: 
Va sui balestri, ed ha bocca di fogna, 
Da dar ripiego a un tin di mele cotte: 
Zanne ha di porco, e naso di civetta, 
Che piscia in bocca, e del continuo getta. 

Gli copron gli ossi i peli delle ciglia. 

Ed ha cert'ugna lunghe mezzo braccio: 

Gli uomini mangia, e, quando alcun ne piglia, 

Per lui si fa quel giorno un Berlingaccio, 

Con ogni pappalecco e gozzoviglia; 

Gh'ei fa prima col sangue il suo migliaccio, 

La carne assetta in varii e buon bocconi, 

E della pelle ne fa maccheroni! ^ 

Queste imitazioni sono, a dir vero, abbastanza infelici, 
e ne conservano l'intonazione dell'originale, né lo variano 
con una nota nuova e sentita. 



Ma l'efl&cacia che ebbe il Basile a Napoli, sugli scrit- 
tori napoletani, fu anche maggiore. Egli fu, come a dire, 
il Dante del nostro dialetto : e fissò la varia e ricca lin- 
gua napoletana; cosicché gli scrittori posteriori, — come 
capita spesso di riconoscere — , mostrano aver studiato 
piuttosto le sue opere che il vivo linguaggio del popolo '-. 



1 Maini., VII, 53-5. 

2 Ciò osservava anche l'Oliva nella sua Grammatica rns.: « Non 
essendovi altri più accreditati e migliori scrittori, che gli avvisati 



CXXXVIir INTRODUZIONE 

Un solo però, tra gli scrittori, imitò propriamente il 
genere dell'opera del Basile ; e, dopo lui, si mise a nar- 
rare dei cunti. E fu questi il suo editore del 1674, Pom- 
peo Sarnelli, che, dieci anni dopo, pubblicava un volu- 
metto, intitolato: La Posilecheata de Masillo Reppone de 
Gnanopoli *. 

« Se be millanta valenthuommene hanno scritto, dapò 
lo Cortese, vierze napoletane, nesciuno, dopo Giannalesio 
Abbattuto, ha scritto cunte! », egli dice. E si mise lui 
all'opera, e mandò innanzi il libriccino, coli' intenzione, 
se piacevano, di farne no libro gruosso. La cornice della 
PosilecJieata è, come dal titolo, una scampagnata a Po- 
silipo, Masillo Reppone, invitato dal suo amico Petruccio, 
va a passare con lui una giornata, in una villa di Posi- 



Gortese e Basile, sono essi in cotanta riputazione giunti, che a ta- 
luno sembra temerità dare un passo fuori le di loro pedale in isce- 
gliere il soggetto delti componimenti e servirsi della lingua; perchè 
stimano errore l'allontanarsi dalle persone, azzioni, e parole plebee, 
né approvano cosa, che in quelli non sia; quasi che tutta la lingua 
fosse nei di loro libri, che sono due, pur troppo piccoli rispetto alla 
vastità di quella, e non veggono veder non vogliono che una me- 
noma parte delle voci e delle maniere non contengono del parlare 

di quella » {ms, e, p. 12). 

1 Ded. ad Ignazio de Vives. — In Napoli presso Giuseppe Roseli i, 
1684, a spese di Antonio Bulifon. — Ristampò quest'edizione Vitto- 
rio Imbriani (Nap,, Morano, 1885), corredandola di larghissime illu- 
strazioni. Fatica da lui fatta tra le fiere sofferenze della sua ultima 
malattia; ed è forse appunto per questo che vi si trovano esagerate 
alcune bizzarrie del suo ingegno. Tuttavia, l'edizione è importante, 
il testo correttissimo; e, nelle illustrazioni, è raccolto molto prezioso 
materiale folk-loristico. 



INTRODUZIONE CXXXIX 

lipo. E con lui fa un gran pranzo, rallegrato dalla com- 
pagnia e dalla cooperazione del Dottor Marchionno, ghiot- 
tone e buongustaio di prima forza, che divora da solo 
tre quarti del pranzo, e chiacchiera sempre lui, indiavo- 
latamente, senza arrestarsi un istante; e, ad ogni cibo 
che gli si presenta, ha il suo proverbio pronto, il suo 
motto, la sua erudizione; e chiede ora questo, ora quello, 
con la massima franchezza, o sfacciataggine che si voglia, 
nella certezza di far cosa grata all'amico, e nell'alta co- 
scienza alla sua riputazione di ghiottone da mantenere ! 
Dopo il pranzo, vengono cinque donne del popolo, e cia- 
scuna d'esse racconta una novella. 

Le cinque novelle del Sarnelli, quanto all'argomento, 
non trovano riscontro in quelle del Basilea E hanno 
questa novità, che, nel loro insieme, costituiscono una 
specie di mitologia di alcuni più famosi monumenti di 
Napoli: del Gigante di Palazzo, del Nettuno di Fontana 
Medina, della cosi detta Capa de Napole, dei Quattro 
del Molo, ecc., giacché, neanche novellando, il Sarnelli 
obliava del tutto d' esser lui 1' autore della buona e no- 
tissima Guida dì Napoli^. 

Nel resto, il Sarnelli imita, e imita bene, il fare del 
Basile; del quale piglia il metodo del racconto, le intro- 



1 II Kohler e l'Imbrianì indicarono i riscontri di queste novelle, 
nell'Illustrazioni XXXI, XLI, LI, LXX, LXXI, della ed. cit. 

2 Della vanità e dell'impopolarità di questi tentativi individuali 
d'invenzioni mitologiche, discorre molto bene l'Imbriani, conchiu- 
dendo: « Nella formazione dei miti ben poco o nulla può l'impeto 
sacrilego di una fantasia individuale ». Cfr. una mia recensione del- 
l'ed. dell' Imbriani, in Rassegna Pugliese, II (1885), n. 18. 



CXL IXTEODUZIONE 

duzioni, i movimenti delle narrazioni, gli scherzi e i gio- 
chetti, e solo deve riconoscersi che in certo modo lo 
avanza nella facilità del dire e nella correttezza della 
forma. È un'imitazione intelligente ed elegante. 



Anche nel secolo XVIII il Ctinto de li Cunti ehbe 
non poche edizioni. Il monopolio di queste ristampo fu, 
per la prima metà del secolo, degli stampatori Muzio, che 
ne fecero tm buon numero. E Michele Luigi Muzio lo 
ristampava il 1714 e 1722, e Gennaro Muzio il 1728. Poi, 
la Stamperia Muziana il 1749 ^ In tutte queste edizioni 
continuò la correzione arbitraria del testo, iniziata da 
quella del Sarnelli. 

Le Muse NapoUtane ebbero ristampe il 1703 e il 1719', 
e poi di nuovo nel 1745'. 

E, nella prima metà del secolo, si faceva del Cvnto 
de li Cunti la prima traduzione, che fu di dialetto in 
dialetto, cioè dal napoletano nel bolognese. Furono le 
traduttrici le illustri donne Maddalena e Teresa Man- 



1 Queste edizioni (che io ho sott'occhio), sono descritte dal Moli- 
NARO DEL CniARO, art. cit., e dal Passano, l. e. Un amico m" indica 
un suo appunto di un'altra ed. del Muzio del 1708 (?). Il Passano 
cita anche una edizione stampata nel 1747, e un'altra Nap., s. a., in 
8." (?). 

* Nap., pei' Giacinto Musitano, — Martorana, 0. e, p. 23. 

^ U Mmusc napoletane ecc. Ded. a D. Giovanni Columbo, A Na- 
poli, MDCCXLV, Per Dommineco Langiano e Donimineco Vivenzio 
compagne (pp. 131 num., e io inn. a princ.). 



INTRODUZIONE CXT.I 

fredi, sorelle di Eustachio, e Teresa e Angiola Zanotti, 
sorelle di Giampietro e di Francesco ^ La loro tradu- 
zione è intitolata: La Chiaqlira dia Banzola o per dir 
mii fot dìvers Tradott dal parlar napulitan in leingua 
hulgneisa; e fu stampata la prima volta a Bologna il 1713 ^. 

In questa traduzione sono tolte le divisioni in cinque 
giornate, le introduzioni alle giornate e ai singoli conti, 
le quattro egloghe. L'introduzione è anche abbreviata, e 
seguono poi, senz'altro legature, le cinquanta novelle, 
meglio le 49, perchè la 50.^ serve da conchiusione. 

Le traduttrici hanno fatto anche cadere molti dei fron- 
zoli, coi quali il Basile capricciosamente le adornava: 
cosi le descrizioni dell'alba, del tramonto, della notte, ecc., 
cosi le lunghe parlate, e, in generale, la loro traduzione 
è più compendiosa dell'originale. « An poss negar, — 
dicono nell'avvertenza — , eh' 1' gli avvn pers purassà d' 
quel grazi, eh' gli an in tla so lingua naturai; e se ben 
oh la sostanza dia fola è l' istessa, an' i è però una som- 
ma fedeltà in tla traduzion, part pr n'aver catta di pru- 
verbi in bulgnes, ch'avvn l'istess significat di napolitan, 
e pò mi i n ho miss di nusti, eh fors ben n vran brisa 
dir quel, ch'dseva qui; part anch pr assri multissm cos, 
eh' mi n' intendeva, e eh' ai ho pò cumpost alla piz, e 
quest ara cavsà, eh' 1' sinn armas, in za e in là, più sec- 



i Gfr. Quadrio, 0. e, I, 210. Che la traduzione del Cunto de li 
Cunti sia delle donne Manfredi e Zanotti, afferma il FAntuzzi, No- 
tizie degli scritt. bologn., (Boi., 1781-9), V, 201-2. 

2 PASSANO, 0. e, pp. 46-7. La prima edizione, che cita il Fantuzzi, 
è qiiella del 1742. 



CXLII INTRODUZIONE 

chi. Chi lizrà 1' Napolitan', vdrà anch, ch'ai è dia rohba, 
oh' n'è tradutta brisa, e quest, perchè gli in digression 
ch'ai ho stima, cb' s' possn tralassar seoza eh' s' guasta 
la sostanza dia fola » ^ 

Certo, a questo modo, le novelle hanno perduto un 
po' l'impronta originale. Ma, cosi abbreviate e sfrondate, 
esse sono anche belle, e, se han perduto da una parte, 
hanno acquistato, dall'altra, qualità, che prima non ave- 
vano. Le traduttrici raccontano con vivacità e garbo, e 
con semplicità, e con intonazione tutta popolare. 

E la loro opera fu fortunata, perchè ebbe ristampe del 
1742, 1777, 1813, 1839^ e 1872. Essa « fissò le regole 
e l'ortografia del dialetto, e divenne il codice del bel 
parlare bolognese, e si ristampa ancora, e, per quanto 
conti un secolo e più di età, non mostra di essere invec- 
chiato, nemmeno nelle forme esteriori ed ortografiche del 
dialetto » ^. 

Cosi si potessero fare le stesse lodi a un traduttore 
italiano, che ebbe il Basile, il 1754! Un'artistica tradu- 



1 Cito dall'ed. Dulogna^ MDCCCXIII, i'e>' Gasper de' Franceschi 
alla Clomba. 

2 Quella del 1839 è intitolata: Al Pentameròn d' Zvan\iléssl (sic) 
Jìasile, osia ztnquanta fol delle da dis donn in zeinqu giornat; ed 
Ila molte varietà sulle precedenti, perchè riveduta sull'originale na- 
poletano, le novelle divise in cinque giornate, e fattevi molte ag- 
giunte di passi tralasciati, come anche delle quattro egloghe, che vi 
sono esposte in prosa. L'ed. del 1872, presso Priori, è cit. dal Pitrè 
(Fiabe popolari sic, Palermo, 1875. I, p. LUI n.). 

3 O. GUERRiNi, La vita e le opere di Giulio Cesare Croce, Mono- 
grafia, In Bologna, presso N'icola Zanichelli, 1879; pp. 134-5. 



INTRODUZIONE CXLIII 

zione italiana sarebbe stata pel Canto de li Cunii una 
nuova vita. Ma non era fatica da poterla fare uno scrit- 
tore del secolo XVIII colla sua ammiserita lingua ita- 
liana! Del resto, questa traduzione italiana è tanto cat- 
tiva, che non è il caso di dar di essa nessuna colpa al 
secolo XVIII; la colpa va tutta intera al pessimo anoni- 
mo traduttore. 

Il quale, anche, tolse via le egloghe, e, inoltre, intere 
novelle \ e abbreviò e sfrondò le altre, e si dette finan- 
che il gusto di mutare infelicemente i nomi dei perso- 
naggi, ed altre circostanze. Ma, lasciando stare i grossi 
spropositi che vi sono -, con quale goffaggine sia fatta la 
traduzione, lo dice quest'esempio, eli' è tolto dal principio 
della prima novella: 

Bravi nella Città di Biserta una dama dabbene chiamata Drusilla, 
la quale, oltre a sei figlie femmine, avea un figlio maschio ianto 
sciocco e scimonito, che la povera madre perciò ne stava sconten- 
tissima; né v'era giorno che non l'avvertiva, ora correggendolo dol- 
cemente, ed ora al dolce delle correzioni, vi mescolava l'asprezza 
delle invettive, od anche, se v'era di bisogno, delle bastonate; con 
tutto ciò non furono queste cose bastanti a far si che Rodomonte 
si fosse riavuto dalla sua dapocaggine; per la qual cosa, A'edendo 
Drusilla non esservi speranza, che suo figlio ravveduto si fosse dalla 
sua sciocchezza (quasiché il difetto di natura fosse stato in lui ca- 
gionato per colpa sua), un giorno fra gli altri con un bastone lo batté 
di maniera, che poco vi mancò a non romperle tutte le ossa, ecc. 



i Mancano i racconti: T, 9; II, 3; V, 4, 5, 6, 7, 8, 9. 

2 uorco, per es., è tradotto sempre in Orca, cosicché il Re dà in 
isposa la figlia all'Orca.' La Gatta Cennerentola è tradotto: Il gatto , 
benché si tratti di una femmina!, ecc. 



CXLIV INTRODUZIONE 

Questa tx*aduzione fu ristampata il 1769, il 1784 e il 
1863 '. 

Circa lo stesso tempo, il Cunto de li Cunti, servi da 
fonte a Carlo Grozzi per alcuna delle sue fiabe, rinno- 
vandosi cosi il caso dì Lorenzo Lippi. 

Anzi, proprio le due prime fiabe del Gozzi furono tolte 
dal libro del Basile. Ju Amore delle tre melarance fu, co- 
me è noto, recitata la prima volta il 25 gennaio 1761 ; 
e ce ne avanza una sorta di scenario, disteso dallo stesso 
autore. Il terzo atto è tolto di peso dalle Tre cetre (V, 2) 
del Basile. Noi primo atto, si trova un'altra reminiscenza 
del Cunto de li Cunti nell'espediente, al quale ricorre 
Truffaldino per indurre al riso il principe Tartaglia. 

E anche di peso è tolta dal Cunto de li Cunti la se- 
conda fiaba del Gozzi: Il Corvo, che fu rappresentato 
prima a Milano, poi a Venezia, nell'autunno del 1761-. 

Oltre a queste, il Gozzi non fece altre imitazioni del 
Cunto de li Cunti^. Il Gozzi, tra gli elaboratori artistici 



i II Passano cila l'edizione; Il Conto del Conti, trattenimento de' 
fanciulli. Trasportato dalla napoletana alV italiana favella, ed ador- 
nato di bellissime figure, In Napoli, si vendono (sic) tiella libreria 
di Cristoforo Mi'jUaccio, 1754, in 12." (pp. 264, oltre l'antip. e il front.). 
Secondo I'Imbriani {XII Conti pomigl., Nap. 1876, p. 24), questa deve 
essere una seconda edizione. Per quella del 1769, v. Pitrè, l. e. Per 
quella del 1784, v. Molinaro, art. cit. Per quella del 1863, (che ho 
sott'occhio), anche Passano, l, e. 

2 Le Fiabe di Carlo Gozzi, ed. cit. del Masi; I, Pref., pp. LXXVII, 
e sgg. 

3 Ne fece, bensì dalla Posilecheata del Sarnelli, a sua conlessione; 



INTRODUZIONE CXLV 

delle fiabe, è uno dei più notevoli. Anch'egli, come il 
Basile, non espose le fiabe, con la sola intenzione arti- 
stica di riprodurre in forma conscia l'inconscia produ- 
zione popolare. Che, anzi, le fece servire a tutto un com- 
plesso di teorie e polemiche letterarie. Ma ancb' egli, co- 
me il Basile, pure profanando, e in misura molto mag- 
giore, la creazione popolare, non la corresse, e non la 
svisò, e il sentimento popolare sopravvive in quelle ela- 
borazioni teatrali, ragione del fascino, che hanno eserci- 
tato su molti critici di questo secolo. I fini letterarii che 
si propose il Gozzi, furono, — come disse stupendamente 
Francesco de Sanctis — , fini transitorii, « i quali pote- 
rono interessare i contemporanei, dargli vinta la causa 
nella polemica e nel teatro, e che oggi sono la parte 
morta del suo lavoro ». Ma la parte viva della sua opera 
è « il concetto della- commedia popolare in opposizione 
alla commedia borghese Il contenuto è il mondo poe- 
tico, com'è concepito dal popolo, avido del meraviglioso 
e del misterioso, impressionabile, facile al riso e al 
pianto » ^. 

Nella Bibliothéque des romans furono dati alcuni e- 
stratti del Ciinto de li Cunti del Basile. E, da questi 
estratti, il Wieland, nel 1778, desunse la materia di un 



VAugel Belverde, infatti, è tratto dalla Ngannalrice ngannata (e. Ili 
della l'osiL), cosa non notata né dal Magrini (1 tempi, la vita e gli 
scìHtti di Carlo Gozzi, Nap., 1SS7, p. 221), né dal MASI (l. e); e che 
veggo ora notato dal RUA, Intorno alle Piac. notti, 1. e, XVI, 238. 
1 F. DE Saxctis, Storia della letter. ital., Nap., 1879, II, 391. 



CXLVI mTRODUZIONE 

SUO racconto in versi, intitolato: Peruonte (sic) oder die 
Wiinsche, che corrisponde al Peruonto, T. Ili della G. I 
del Cunto de li Cunti *. 

H racconto del Wieland, nelle due prime parti, segue 
a passo a passo l'esposizione del Basile, solo adornandola 
di nuovi particolari e svolgendo le varie situazioni. L'in- 
tonazione è scherzosa, ma non vi manca la punta di un 
significato morale. C'era un re di Salerno, che aveva una 
bellissima figliuola, chiamata Vastola (sic), ammirata, cor- 
teggiata, che, tuttavia, non pensava a maritarsi: 

Blieb mitten in den Flamraen, 

Nach wahrer Salauianderart, 

Stets unversengt, eiskalt, und felsenart! 

Intanto, un giovanotto, chiamato Peruonto, brutto e 
sciocco e sgraziato, mandato dalla madre al bosco a far 
legna, trova tre fate, che dormono al sole, e le ricopre, 
formando sopra i loro corpi una pergola ombrosa. Le tre 
fate si svegliano, e, per gratitudine, gli danno la fata- 
zione, che ogni desiderio, ch'egli formi, diventi subito 
realtà. Peruonto, fatto il suo fascio di legna, pensa tra 
sé: — se questo fascio, invece di farsi portare, mi 
portasse a casa! — Ed ecco il fascio si mette in movi- 
mento come un cavallo. E Peruonto, via! E, seguito dalla 
gente che rideva e schiamazzava, va cosi verso casa, e 
passa innanzi al palazzo del Re, dove Vastolla, ch'era 
alla finestra, esclama: 



* WielAnd's Werke, hg^'. von H. Kurz, Leipzig, s. a , FAnleitxmg, 
p. xxm. 



INTRODUZIONE CXLVII 

Das lohnt sich auch der Mùh, dass cine ganze Stadt 

Um einen solchen Bàrenhauter 

So narrisch thut! 

Sein Pferd ist schlecht, und, dodi, fiir solchen Reiter, 

Ben Wechselbalg, den Unhold, noch zu gut! 

Peruonto, irritato, le augura che possa esser gravida 
di lui e partorire due gemelli. — Cosi avviene, e segue, 
come nel Basile, il racconto dell'ira del Re al veder 
gravida la figlia, il parto, i conviti, e le feste fatte per 
iscoprire tra i convitati il padre dei bambini. E, in tal 
modo, si scopre Peruonto. Il Re, fatta la vergognosa 
scoperta, subito lo fa mettere con Vastolla e i bambini 
in una botte e gittare a mare. E li, nella botte, alla 
mercè delle onde, comincia un dialogo tra loro, dal quale 
Vastolla viene finalmente a sapere del mirabile dono, che 
Peruonto aveva ricevuto dalle fate, e dell'augurio, che 
le aveva fatto. Peruonto, indettato da Vastolla, si augura 
che la botte diventi una bella barca, e cosi sono salvi. 
E, subito dopo, si augura di approdare in un luogo de- 
lizioso, di avere un grandioso castello, e poi di diventare 
bello; finalmente, di essere dotato di quell'intelletto, che 
non aveva. Colmi di tutti questi doni, 

Prinzessin, — spricht Peruonto — , wir haben 

Der Wùnsche nun genug. Der Feen Gùtigkeit 

Ist gross; doch inimer neue Gaben 

Expressen, wàre Geize und Unbescheidenheit! 

Niclits ist nunmehr uns Noth als die Begniigsainkeit ; 

Allein mit dieser muss der Mensch sich selbst begaben. 

Lass durch Genuss uns nun verdienen, was wir haben! 

Uns lieben, Vastola, und Alles um uns her 

Mit unserm Gliick erfreuen und beleben, 

Sei unser Loos! Was kònnten wir noch mehr 

Uns w'iinschen, oder was die Feen mehr ims geben? 



CXLVIII INTRODUZIONE 

A questo punto il Wleland cessa di seguire il Basile, 
il quale concliiude coU'andata del Re, padre di Vastolla, 
al castello degli sposi, e col riconoscimento tra di loro 
colla pace e la felicità di tutti. La terza parte del rac- 
conto del Wieland narra, invece, come, dopo qualche 
settimana, quella vita di piena e tranquilla felicità co- 
minciasse ad annoiare Vastolla. E, facendo fare a Pe- 
ruonto un continuo uso del dono delle fate, ora vanno al 
festino del Re a Salerno, ora corrono a Napoli a menare 
gran pompa di vita, ora si trovano a Venezia per la fe- 
sta del Bucintoro, ora invitano una gran società al loro 
castello, tra la quale Vastolla lia occasione d'innamorarsi 
d'uno degl'intervenuti, e procurarsi un amante. Final- 
mente, Vastolla domanda a Peruonto di poter fare da 
sola un viaggio a Sorrento, e gli chiede una borsa di de- 
naro, che non s'esaurisca mai. Peruonto acconsente; ma, 
appena restato solo, si volge alle fate, supplicandole di 
riprendere il dono, che gli avevano fatto: 

Hort mich, ihr gute Feen, 
An denen icli, trotz meinem bessern Sinn, 
So oft durch Wùnscben mich vergangen, 
Hòrt meinen letzen W'unsch! Nehmt Alles wieder liin 
Was ich von euer Hiild empfangen, 
Und jetzt in diesem Augenblick 
Mich, in den Stand, worin ich war, zuriick, 
Ala ich zu wiinschen angefangen! 

Le fate acconsentono, e tutto sparisce, e Vastolla si 
ritrova alla Corte del padre, come se niente fosse, e Pe- 
ruonto di nuovo colla vecchia madre, solo restandogli, di 
tutto ciò che aveva ottenuto, l'intelletto. 



INTRODUZIONE CXLIX 

H Wieland, — dice un suo critico — , volle in questo 
racconto ■• adombrare il concetto espresso dallo Schiller 
nei versi: 

Was kein Verstand der Veslandigén sieht 
Das ubet in Einfalt ein kindlich Gemùht! 

Ma, forse, sbagliò nel rappresentare dapprima il suo 
eroe, non come uomo d'animo semplice, ma come persona 
rozza e goffa. È felicissima, invece, la mescolanza della 
più profonda serietà colla più furbesca malizia, e l'ese- 
cuzione mostra la maestria del poeta nell'esporre le sin- 
gole situazioni ^ 



Si è vista la polemica, alla quale il Cunto de li Curiti 
dava luogo nel 1779-80 fra il Galiani e il Serio. E, pochi 
anni dopo, lo stampatore Porcelli, nel pubblicare la sua 
Collezione dei poemi in lingua napoletana, nei volumi 
XX e XXI ristampò, il 1788, le opere napoletane del 
Basile, cioè il Cunto de li Cunti e le Muse; e questa è 
stata l'ultima edizione, che se ne sia fatta nel dialetto 
originale. In essa il testo del Basile, già segno di tante 
arbitrarie correzioni, è rovinato nel peggior modo, spe- 
cialmente per ciò che riguarda l'ortografia. Questa edi- 
zione è la più facile a trovarsi^. 



i KuRz, Einleitung, cit., p. xxm. 

2 II PiTRÈ (J. e.) menziona anche un'ediz. di Roma, 1797. Ma credo 
si tratti d'un equivoco. 



CL INTRODUZIONE 

Il Graliani, cogli stretti ideali del secolo XVIII, disco- 
nobbe, come abbiamo visto, l' importanza artistica del 
Basile. E, quantunque fosse iniziato a tutti i progressi 
dello spirito scientifico del secolo XVIII, non presenti 
l'importanza scientifica, che il nostro secolo avrebbe tro- 
vato in quell'opera. Ma gli studi filologici e mitografici 
sono di quelli, che è tutta gloria del nostro secolo l'avere 
incominciati, e portati a tanta altezza. 

Fu Jacopo Grimm, il padre della nuova filologia e della 
nuova mitografia, quegli che doveva scoprire nel Cunto 
de li Cunti, semplice libro di diletto per un paio di se- 
coli, un nuovo importantissimo aspetto. 



Il Cunto de li Cxinti, e la novellistica comparata. 

È stata fatta tante volte la storia del sorgere e del 
progredire degli studii di novellistica popolare, che, dav- 
vero, non è il caso di rifarla. È, ormai, cosa notissima, 
come dalle raccolte di fiabe, fatte in varii tempi e in 
varii luoghi, per iscopo artistico o educativo ^, si passasse, 
nel 1812, alla prima raccolta scientifica coi Kinder und 
Hausmiirchen dei fratelli Grrimm. E, da quel tempo in 
poi, studiosi di tutti i paesi, — ed è forse difficile tro- 
vare in altro campo di studii tanta fratellanza! — , hanno 
messo in luce e studiato un immenso materiale, raccolto 
dal popolo, e si sono adoprati a trarne conclusioni gene- 
rali per gli studii di psicologia, di storia, di etnologia, 
di filologia^. 

Ora, nell'opera fondamentale dei fratelli Grimm, nel 
terzo volume, pubblicato la prima volta il 1822, facen- 
dosi una specie di rassegna di tutta la letteratura delle 
fiabe, il primo luogo, per importanza, era assegnato al 



1 Da scrittori italiani, portoghesi, francesi, tedeschi: lo Straparola, 
il Basile, il Troncoso, il Perrault, la D'Aulnoy, il Musaus, il Gùnther, 
il Vulpius, ecc. 

2 Eccellenti esposizioni della storia degli studii di novellistica po- 
polare sono, — per dir di libri italiani — , in Pitrè, Fiabe, novelle 
e racconti popol. siciL, I, pp. XLIII-LVI; e Xovelle popol. toscane, 
Fir., 1885, introd. 



OLII INTRODUZIONE 

Cunto de li Canti del Basile. « Questa raccolta di fiabe, 
— essi dicevano — , tra quante ne furono state fatte 
presso qualunque popolo, fu, per un pezzo, la migliore 
e la più ricca. Non solo la tradizione allora era per se 
stessa ancor più completa, ma l'autore possedeva anche, 
con l'esatta conoscenza del dialetto, un'abilità tutta sua 
nel raccoglierle ed entrar nello spirito di esse. Il conte- 
nuto è quasi senza lagune, e il tuono, almeno pei napo- 
letani, perfettamente indovinato; il che gli dà un van- 
taggio sullo Straparola Si può, dunque, considerare 

questa raccolta di fiabe, pel suo ricco contenuto, come 
fondamento delle altre ; perchè, quantunque nel fatto non 
sia cosi, ed anzi non fosse nota fuori del suo paese, e 
nemmeno tradotta in francese, tuttavia, nel complesso 
della letteratura popolare, può rappresentare questa parte. 
Due terzi delle fiabe, ch'essa contiene, si ritrovano, nei 
loro tratti essenziali, in tedesco, e ancora viventi. Il Ba- 
sile non ha fatto nessun cangiamento; raramente si è 
permesso un'aggiunta di qualche importanza; il che dà, 
anche da questo lato, alla sua opera un valore singo- 
lare » ^ 

Con queste parole, l'opera del Basile fu indicata agli 
studiosi di tutto il mondo, e usci dalla mezza luce, nella 
quale era stata tenuta, come opera scritta in dialetto, e 
in un dialetto dell'Italia meridionale. Varie novelle fu- 
rono anche tradotte in tedesco^. 



1 Kinder und Hausmàrcherì , ni, 290-1. 

2 Alcune ne tradussero gli stessi Grimin nei Kinder und Hausmàr- 
chen, voi. III. Nel 1816, nel Taschenbuoh fiir Freunde altdeutscher 



INTRODUZIONE CLIII 



Ma nel 1846 Felice Liebrecht, teste defunto, nome 
caro ai cultori di questi studii, seguendo lo stimolo, che 
era venuto agli studiosi dalle parole dei Grimm, presen- 
tava al pubblico una traduzione tedesca completa del 
Cunto de li Cunti. Usci, in due volumi, a Breslau, con 
questo titolo: Der Pentamerone, oder das Mcirchen alter 
Mdrchen von Giambattista Basile, atis dem NeapoUtani- 
schen iibertragen von Felix Liebrecht, mit einer Vorrede 
von Jacob Grimm^. 

Il Grimm coglieva l'occasione di quella prefazione, per 
metter sempre in maggior luce l'importanza artistica e 
filologica del Cunto de li Cunti. E, accennando all'opera 
del traduttore, diceva: « Tradurre in tedesco il Penta- 
merone, cbe esprime tutta la singolarità del dialetto na- 
poletano tanto diverso dal comune italiano, non è cosa 
facile. Se è già una faccenda seria il solo intender bene 
tutte quelle immagini, comparazioni, giuochetti di parole, 



Zea una Eiinst, I. Grimm tradusse Lo Serpe (II, 5). O. L. B. Wolff, 
nella Kelghlleij s Mi/thologie der Feen und Elfen (Weimar, 1828) tra- 
dusse Cagliuso (II, 4), Lo Dragone (rv, 5), La facce de crapa (I, 8). 
Nel libro del von der HAgen, Erzahlungen und Mdrchen (Prenzlau, 
1825) si trovano tradotti Cagliuso, Li tre Ri Anemale (IV, 3), e Pe- 
ruonto (I, 3). Uu buon numero, ma piuttosto esposte che tradotte, 
nell'opera Mdrchensaal, Mdrchen alter Vólker fior Jung und Ali, 
gesammelt ubersetzt und hgg. von II. Kletke (Beri., 1845). Tolgo que- 
ste notizie dall'opera del Liebrecht, II, 326-7. 

1 Breslau, in Verlage bei Josef Max und Komp., 1846, 2 voli.; il 
primo di pp. XXVIII-412, e il secondo di pp. 340. 



CLIV INTRODUZIONE 

espressioni d'amore, rimproveri, maledizioni, caldi e vivi 
come produzione orientale; ima difficoltà molto maggioro 
s'incontra, quando si vuol trasportarli in una lingua, clie 
non ha bastante pieghevolezza, da render questo stile 
ampolloso in tutti i suoi naturali ghirigori e le sue gra- 
zie. Il nostro moderno tedesco, e i tempi nostri sono 
troppo composti e serii da assumere simili imprese! Un 
Fischart, col vocabolario e i costumi del secolo XVI, se 
un simile libro gli fosse venuto tra mano, avrebbe potuto 
lasciar libero giuoco alla lingua, e colle indomate parole 
ed espressioni d'allora, che accanto all'onesto dicono, 
senza rispetto alcuno, anche il disonesto, accanto al pu- 
lito, anche il poco pulito, avrebbe potuto raggiungere, 
anzi superare, il quadro originale. Io avevo consigliato 
al traduttore (della cui fondamentale intelligenza del te- 
sto originale nessuno vorrà dubitare), di sopprimere tutto 
ciò, che urterebbe il lettore moderno; e comprendo che 
gli dovesse sembrar arrischiato il rompere la fedeltà e 
la completezza deUa sua opera. Ma le parole e le frasi, 
che a noi ora sembrano basse e triviali, quando anche 
esse rispondano alla lettera del testo, sono diventate più 
rozze e più dure per noi, perchè, noi moderni, abbiamo 
tutt'altri concetti della decenza, e un Tratfeniinìento de 
j)eccerille, innocuo, a Napoli, nel seicento, non potrebbe 
darsi in mano alle nostre donne e ai nostri fanciulli » *. 



1 Trad. cit., I, pp. VI-VII. Il Liebrecht, però, osserva giustamente, 
che, quantunque il Cunto de II Cuna sia intitolato: Trattenimtento 
de pecccrllle « tuttavia non è opera né per questi, e neanche pel 
basso popolo » (o. e, II, 324). 



INTRODUZIONE CLV 

Il Liebrecht osò affrontare pel primo tutte le difficoltà 
del testo del Basile, veramente enormi per uno stratiero. 
Ed erano anche maggiori allora, nel 1846, di quel che 
sono ora, saranno fra breve. Senza un buon vocabola- 
rio napoletano \ senz'aiuto di studii e commenti fatti da 
scrittori italiani sull'argomento, il Liebrecht dovè, per in- 
tendere il suo testo in tutti i suoi particolari, ricorrere 
agli aiuti della scienza filologica e allo studio diretto 
degli altri scrittori napoletani, e, specialmente, dei con- 
temporanei del Basile. E, col suo acume, e colla sua di- 
ligenza, giunse ad acquistare un' intelligenza, quasi in ogni 
particolare, completa del testo, che veramente è mirabile. 
In pochissimi punti errò, quasi sempre per colpa delle 
scorrette edizioni, che fu costretto ad avere sott'occhio, 
giacché egli potè solo confrontare l'edizione del Sarnelli 
del 1674, che gli parve, ed è difatti, la migliore, rispetto 
alle seguenti, e specie a quella del Porcelli. 

Né è minore il merito letterario dell'opera: con grande 
facilità e felicità, alle espressioni e alle immagini del Ba- 
sile, il Liebrecht seppe trovare le equivalenti nella lin- 
gua tedesca. E l'ingegno artistico di Gian Alessio Ab- 
battutis vive e palpita, in questa traduzione, in tutto il 
suo bizzarro e originale carattere. 



*■ Nel 1846 non c'era se non il Vocabolario delle parole del diO' 
letto napol. che più si scostano dal dialetto toscano, Nap., Porcelli, 
1789; del quale è nota la povertà e la mediocrità; di buono non vi 
si trovano se non alcuni articoletti del Galiani. Il vocabolario del 
De Ritis fu cominciato a pubblicare il 1845, e, com'è noto, inter- 
rotto alla parola: tnagnare. 



CLVI INTEODUZIONE 

Poche note aggiunse il Liebrecht, varie delle quali 
preziose; ma, nelle note, volle essere molto sobrio \ e 
non volle entrare nel ginepraio dei confronti novellisticì, 
contentandosi dei pochi cenni dati, su alcune delle no- 
velle, dal Grimm, nella prefazione. La mancanza, a quei 
tempi, di raccolte italiane di fiabe rendeva, del resto, 
necessaria quest'astensione. 

V'aggiunse ancora un lavoro sul dialetto e la lettera- 
tura dialettale napoletana^, eh' è fatto con molto garbo, 
ma ha un valore, più che altro, didascalico, pel pùbblico 
tedesco. Si trovano in esso le acute osservazioni, delle 
quali s'è tenuto conto, sulla forma e sullo stile artistico 
del Basile. 



Dopo questa fortuna avuta, il Cunto de li C'unti entrò 
a far parte di tutte le biblioteche dei folkloristi, più 
spesso nella traduzione, che nelle rare edizioni dell'ori- 
ginale napoletano, e, col nome del Basile o del Liebrecht, 
è stato ed è continuamente citato. 

Due anni dopo, se ne pubblicava anche una traduzione 
inglese con questo titolo: The Pentamerone, or The story 
of stories, Fun far the little Ones, hy Giambattista Ba- 
sile, translated from the Neapoliian hy John Eduard 
Taylor, with illustrations hy George Cruikshank. Tradu- 



1 Cita a questo proposito la massima del Johnson; Notes are often 
necessari/, but they are necessari/ evits (o. e, II, 537). 

2 Kinlge Bemerhungen ilOer den neapolitanischen Dlalcht und iles- 
sen Literàtur, so ivie ùber Basile insbesonders (0. e, II, 280-338). 



INTRODUZIONE CLVII 

zione eccellente, a giudizio del Liebrecht, che però non 
contiene se non trentuna fiabe, perchè le altre 19 furono 
tralasciate come non adatte ai fanciulli, ai quali il libro 
principalmente si dirige ^ 

Lo stesso Liebrecht, nel 1851, pubblicando una tradu- 
zione tedesca dell'opera già citata del Dunlop, e anno- 
tandola largamente, ne prendeva occasione per aggiun- 
gere, nelle note, una serie di osservazioni e correzioni 
a varii punti della sua traduzione del Canto de li Cunti ~. 

E, in Italia, chi ravvivò la fama del Basile presso 
noi, guardandolo sotto il nuovo aspetto, fu Vittorio Im- 
briani, il quale fu anche dei primi che iniziasse presso 
di noi gli studii di letteratura popolare. Nel 1875, nel 
Giornale najjoletano di filosofia e lettere, V Imbriani pub- 
blicava lo studio col titolo: Il Gran Basile. Ma l' Im- 
briani, veramente, studiò nel Basile piuttosto l'artista 
che il folkloiHsfa, 0, com'egli avrebbe voluto che si di- 
cesse, il demopsicologo. 

La traduzione bolognese si è seguitata a ristampare 
ai nostri tempi, ed una ristampa ha avuto anche l'orrida 
traduzione italiana^; e, recentemente, se n'è fatta una 
nuova scelta e traduzione, meglio, riduzione, per fan- 
ciulli, di solo diciotto fiabe, tratte dalle due prime gior- 
nate, per cura di Giustino Ferri*. 



* DUNLOP-LlEBRECHT, 0. 0., p. 515. 

2 0. c, pp. 515-518. 3 V, s. p. cxLri-iv. 

< Gian Alesio Abbattutis (Giambattista Basile), Fate benefiche, 
racconti per i bambini, libera versione di G. L. Ferri, con illustra- 
zioni di E. Mazzanti, Firenze, Paggi, 1889. — di pp. 178. 



CLVIII INTRODUZIONE 

Il Basile raccolse le sue fiabe direttamente dal popolo. 
La freschezza dei suoi racconti manifesta la loro diretta 
origine popolare. E, poi, quali sarebbero le sue fonti let- 
terarie? Collo Straparola, egli ha comuni solo alcune 
fiabe. Il T. Ili della G. I (Peruonto) si riscontra con la 
novella I della III notte dello Straparola. Il T. IV della 
G. II (Cagliuso) con quella I della XI. Il T. I della 
G. V {Lilla e Leila) Con la II della V. Il T. VH della 
G. V {Li Cinco Figlie) con la V della VII. Questi riscon- 
tri notò il Grimm^; ma altre ve ne sarebbero da ag- 
giungere. Cosi nello Straparola (X, 3), Cesarino di Berni 
che ' libera una principessa destinata ad esser parto d'un 
dragone; e, ucciso il mostro, gli spicca la lingua, di cui 
si vale in seguito contro un impudente contadino, che si 
vantava presso il re di essere l'uccisore del drago », 
di tal che sposa poi la principessa; si riscontra, per tutta 
questa parte, col Cienzo del T. VII, G. I, del Cunto de 
li Cnnti. E somiglianze di particolari ìnotivi non mancano. 

Ma, con tutto ciò, la conchiasione del Grimm che: 
« fa 'io il confronto, si vede chiaro che il Basile scriveva 
indipendentemente dallo Straparola », resta, a me sem- 
bra, indubitata e indubitabile^. 

Alcuni altri riscontri si potrebbero trovare dì fiabe del 



1 Kinder und Hausmarchen, III, 291. Si noti però che dove il 
Grimm dice X, i, bisogna leggere XI, i, e il risco'ntro dello Strapa- 
rola (VII, 5) con la nov. 45, del Biisile, cioè 5 della V giornata, bi- 
sogna correggerlo: nov. 47, cioè 7 della V giornata. 

- Kinder, und Hausmarchen, III, 291. 



INTEODUZIONE f'hJX 

Basile con altre, antecedentemente messe in iscritto. Cosi 
la prima parte del Vardiello (I, 4) è precisamente la nO' 
velia XLIX del Merlino: De maire, quae filium custO' 
ditum reliqidt^. Ma un racconto tanto popolare, come 
pensare che il Basile lo desumesse dal Merlino ? E come 
avrebbe fatto ad atteggiarlo, nell'espressione e nel dia- 
logo, a quel modo tutto popolare, se non era il popolo 
stesso olle glielo dettava? 

Il soggetto del T. II, Gr. II (Verde prato), è questo: 
« Nella è amata da no prencepe, lo quale, pe no connutto 
de crestallo, va spesse vote a godere cod essa. Ma, rutto 
lo passo da le midiose de le sere, se taccareja tutto, e 
sta nfine de morte. Nella, pe strana fortuna, ntenne lo 
remmedio, che se pò fare, l'applecaalo malato, lo sana, 
e se lo piglia pe marito ». E si riscontra di tutto ;)unto 
con una novella, contenuta neWAngitia Cortigiana de na- 
tura del cortigiano (Roma, MDCL), di M. A. Biondo, e 
eh' è riassunta dal Passano a questo modo: « Narrasi 
come un gentiluomo, chiamato Pennaverde, per andare 
a ritrovare l'amata, passasse attraverso un tubo di cri- 
stallo; il quale* rotto ad arte dalla sorella della ganza, 
gli lacerava le carni, in modo da condurlo in fin di vita, 
ed in qual maniera fosse salvato dall'amante » ^. Ma an- 
che questo è un racconto molto popolare, e se ne cono- 
scono numerose versioni. 



1 H. MoRLiNi, Novellae, Fabiilae, Comoedia, Parisiis, MDGCGLV, 

PP. 94-5. 

2 PASSANO, 0. c, Torino, 1878 (erron., nel cap. prec, Boi., 1868), 
I, 50. 



CLX INTRODUZIONE 

Un riscontro, che dà più da pensare, è quello notato 
dal Rua tra il T. IX della Gr. Ili, Rosella^ e la novella 
di Filenia, inserita nel C. XXI del Mambriano, Il ri- 
scontro è perfettissimo in ogni particolare (salvo un solo, 
di poca importanza), e l' ipotesi dell' imitazione, fatta dal 
Basile, acquista più probabilità, « quando si osservi che 
la mancanza nella novella del Cieco, e anche in quella 
del Basile, di alcuni tratti popolarissimi e comuni a tutte 
le versioni, fa pensare ad un rimaneggiamento operato 
dal poeta nella fiaba popolare » ^ Checche si pensi di 
ciò (e, in verità, anch'io inclino alla conclusione del 
Rua), si può sempre affermare con sicurezza che nel 
Ciinto de li Curiti la corrente letteraria, se non fu nulla, 
fu tanto piccola, da non doverne quasi tener conto, 

Circa poi alle variazioni, che il Basile abbia potuto intro- 
durre nella tradizione popolare, esse consistono quasi sol- 
tanto in ricami formali, e appena, qua e là, si sorprende 
qualche particolare di sua invenzione, come l'originalissima 
pittura della Casa del Tempo nel T. VIII della G. IV*. 



^ Rua, Novelle del Mamhriano, pp. 88-9. 

2 « Nooppa la ciniina de chella montagna Irovarrai no scassone de 
casa, che non s'allecorda da quanuo fu fravecata: le mura songo se- 
sete, le pedaniente fracete, le porte carolate, li niobele stantive, e, 
nsomma. ogni cosa conzoraata e destrutta. Daccà vide colonne rotte, 
dalla statue spezzate, non essennoce autro sano, che n'arma sopra 
la porta quartiata, dove nce vedarrai no serpe, che se mozzeca la 
coda, no ciervo, no cuorvo e na fenice. Gomme si trasuta drinlo, 
vedarrai pe terra lime sorde, serre, fauce e potature, e ciento e 
ciento caudarellc di cennere, co li nomme scritte corame arvarelle 
de ppoziiile; dove se leggeno; Corinto, Sagunlo, Cartagene, Troja, è 



INTRODUZIONE CLXI 



La ricca messe di tradizioni popolari, raccolte dal Ba- 
sile, rientra quasi tutta in quel genere della produzione 
novellistica popolare, che più propriamente si chiamano 
fiabe. Di certo, classificazioni logiche e profonde, nel 
campo della novellistica, non sono ancora possibili; ma 
la distinzione delle fiabe dalle leggende storiche o reli- 
giose, dagli apologhi, dalle facezie, e anche, dalle semplici 
novelle, è cosa, che basta enunciarla, perchè s'intenda. 

Di trattenemienti, che non sieno fiabe, nel Cnnto de li 
Cunti ve ne son pochi. Vi è, prima di tutto, qualche 
novella semplicemente faceta. Tal' è quella, intitolata lo 
Compare (II, io), nella quale si racconta come « Cola 
Jacovo Aggrancato ha no compare alivento, che se lo 
zuca tutto, né potenno co arteficie e stratagemme scra- 
staresillo da cucilo, caccia la capo da lo sacco, e, co 
male parole, lo caccia da la casa ». 

n T. II della G. IV (Li dui fratielle) è, — come 
disse il Grimm — , piuttosto una novella morale {sieht 
eher einem Lehrgedicht àhnlich). Vi si narra come : « Mar- 
cuccio e Parmiero, fratielle, uno ricco e viziuso, n'autro 
vertoluso e pezzente, se vedono, dapò varie fortune, lo 
povero scacciato da lo ricco deventato barone, e lo ricco, 
caduto nmeseria, connutto vicino la forca. Ma, canosciuto 
nocente, è da lo frate recevuto a parte de le ricchezze 
soje ». 



mille autre città jute all'acito; le quale conserva pe memoria de le 
inprese soje ». 



CLXn INTRODUZIONE 

Qualche altra si avvicina piuttosto alla novella, perche 
non vi è mescolanza di persone e cose meravigliose. Cosi 
quella di Vardiello (I, 4), che, « essenno bestiale, dapò 
ciento male servizio fatte a la mamma, le perde no tuocco 
de tela, e, volenno scioccamente recuperarela da na sta- 
tola, deventa ricco ». Cosi l'altra, la Serva cV agile (III, 6), 
nella quale si narra di Belluccia, che, travestita da uomo, 
va a trattenersi in casa di un amico di suo padre; ed, 
essendosi il figlio di quest'ultimo innamorato di Belluccia, 
cerca di scovrirla per donna, quale egli tiene per l'ermo che 
sia, e, dopo varii tentativi, ci riesce, e la sposa. Cosi 
la Soperìjìa castecata (IV, io), che racconta come un re, 
disprezzato da Cinziella, figlia di re, giungesse a vendi- 
carsene, a possederla, a ridurla a vita miserabile, finché, 
dopo averla abbassata e punita, la rialza e la sposa. Cosi 
la Sapia (V, 6), che narra come: « Sapia, figlia de na 
gran baronessa, fa deventare ommo accuorto CenzuUo, 
ch'era figlio de lo re, che non poteva capere lettere. Lo 
quale pe no boflfettone che le dette Sapia, volennose 
vennecare, se la pegliajo pe mogliere, e, dapò mille stra- 
zio, avutone, senza sapere cosa nesciuua, tre figlie, s'ac- 
cordano nsieme ». 

Ma, tutte le altre, appartengono al regno delle fate e 
degli orchi. Sono strane avventure, con la cooperazione 
di esseri soprannaturali, che non si riattaccano alle cre- 
denze cristiane del popolo che le racconta: misteriose 
tradizioni, che, pel popolo stesso, hanno un valore tutto 
fantastico. Una parte del contenuto di esse sono passioni, 
avventure, casi, che accadono, più meno comunemente, 
nella vita; ma le relazioni di questi fatti vengono tutte 



INTRODUZIONE CLXIII 

alterate dall'intrusione di quegli esseri meravigliosi, e 
dal concepire il meraviglioso e lo strano come una con- 
dizione normale delle cose. 

Passando a discorrere degli esseri soprannaturali, « per 
quanto, — dice il Grimm — , sia grande la ricchezza e la 
varietà di queste fiabe, cosiccliè ve ne sono pochissime 
simili, e vi si vede una provvista veramente inesauribile 
degli elementi costitutivi; tuttavia, tutte le altre leve 
mitiche si possono metter da parte, non operando in esse 
se non due sole categorie di essei'i soprannaturali. Cioè, 
i buoni e favorevoli, che sono sempre femminili, e i cat- 
tivi e sfavorevoli, che si dividono per contrario nei due 
sessi, e quelli si chiamano fate, e questi ora iierco, ora 
orca. La fata corrisponde alla gufe o weìse Frati e Vuorco 
al loilder Mann o Riese della mitologia tedesca E no- 
tevole l'assenza da queste fiabe d'ogni figura cristiana: 
ne Maria, madre del Signore, né gli angeli, né il demo- 
nio v'hanno una parte, o c'entrano in alcun modo, lad- 
dove nelle fiabe tedesche appaiono spesso. Evidente- 
mente, fata e uerco hanno origine latina, cioè romana, 
e sarebbe stolto attribuirne loro una celtica » ^. 

Il demonio e altri esseri maligni, sono nominati, qua e là, 
in modo vago, ma non compariscono mai con personalità 
spiccata^. Oltre le fate e gli orchi, s'incontrano in queste 



i G. Grimm, Vorreda cit., I, X-XI. — Sulle fate e gli orchi, cfr. an- 
che Grimm, Deutsche Mythologie, IV ed., Berlin, 1875-8, I, capp. XVI 
e XVII, e spec, pp. 340-3, e 402. 

2 Cosi III, 9, la Gran Turchessa muore e va a pagare la norma 
a lo mastro che l'aveva mezzato l'arte, e il Gran Turco va a casa 
cauda (inferno), e Rosella si fa aHstiana, ecc. ecc. 



CLXIV INTRODUZIONE 

fiabe, alcune personificazioni, come il tempo, i mesi (IV, 8, 
V, 2); uomini dotati di facoltà meravigliose (I, 5; III, 8); 
animali fatati, come un asino cacaure (I, i), un dragone 
(■f) 7)» g^tti (II, 4, III, io), uno scarafaggio, un topo e un 
grillo (III, 5), un uccello fatato (IV, 5", ecc.; fate, prin- 
cipi, orchi, per capriccio o per destino, sotto spoglia di 
un animale, anche in una piantai come una vioriella, 
ch'è una fata (I, 2), una lucertola (I, 8), una cerva (I, 9), 
un serpe (II, 5), colombi (IV, 5); oggetti dotati di mira- 
bili qualità : come un'erba che fa risuscitare i morti (I, 7), 
un cuore d'animale, una foglia di rosa, che fanno in- 
gravidare (I, 9 ; n, 8), ghiande, tovagliuoli, bastoni, a- 
uelli, datteri (II, i; I, i; III, 4; IV, i; I, 6), il grasso 
della volpe di un orco impiegati come rimedii per ma- 
lattie mortali (II, 5; II, 2); finalmente, maledizioni di 
effetto sicuro, dalle quali è diffìcile redimersi {Ntr.; II, 

7; in. 9). 

L'elemento morale è il solito delle fiabe, coli' infalli- 
bilità distributiva dei premi e delle pene, secondo le 
virtù e i vizii, non senza qualche ferocia di procedimenti 
qualche mancanza di scrupoli, che sono caratteristici 
ricoi'di di un mondo passato. 



Ma i curiti del Basile non sono proprietà particolare 
del volgo napoletano, dal quale egli li raccolse. Le varie 
raccolte di fiabe, dei varii paesi d'Europa, e non solo 
d'Europa, che si vennero pubblicando, rivelarono, prima 
di tutto, questo fatto: la comunanza della tradizione no- 
vellistica tra varii e lontani paesi. 



INTRODUZIONE CLXV 

E, da circa un secolo, gli studiosi si adoprano a notare 
queste somiglianze, a raccogliere e classificare i varii 
racconti e i varii elementi costitutivi di essi, riunendoli 
in famiglie novellistiche, e, finalmente, a cercar di spie- 
garsi il modo dell'origine e la ragione della comunanza. 

Ogni raccolta porge nuovi elementi ad arricchire e il- 
lustrar meglio la storia dei singoli gruppi; il clie è la 
preparazione necessaria, per risolvere le quistioni più 
importanti, della natura e dell'origine. 

Il Cunto de li Canti conserva versioni importanti e, 
relativamente, più antiche, di molte novelle tipiche. Ac- 
cenniamo rapidamente ad alcune delle principali di esse, 
e alle loro relazioni con lo altre versioni, come un saggio 
delle osservazioni, cui può dar luogo il libro del Basile. 

E noi troveremo, anzitutto, che varii trattenemienti ap- 
partengono al gruppo di quella, ch'è la fiaba più famosa e 
più ricca di storia, la fiaba di Psiche. — Cosi il nono della 
G. II, nella quale si racconta di Luciella, che, andando ad 
attinger acqua a una fontana, trova uno schiavo, che la 
invita a seguirlo, promettendole tante belle cose. Luciella 
lo segue, per una grotta, in un bellissimo palazzo sotto 
terra; dove è riccamente trattata e servita. E la sera si 
corica a un letto, tutto racamato de perne e d'oro, nel 
quale, a lume spento, le si viene a coricare allato un 
essere sconosciuto. Alcuni giorni dopo, essa ha voglia di 
rivedere la famiglia e le sue due sorelle; le quali, in- 
vidiose, le mettono in mente il pensiero di scoprire chi 
dorma al suo lato. E le consigliano di gettar via, la 
sera, fingendo di berla, la bevanda, o sonnifero, che le 
porge lo schiavo, e vedere cosi il marito dormente, e 



CLXVI INTRODUZIONE 

le danno anche un catenaccio, ch'essa deve aprire per 
metter fine all'incanto. Cosi fa Lnciella, e si vede ac- 
canto un bellissimo giovane. Essa apre il catenaccio, 
e le sfilano davanti varie donne, che portavano in te- 
sta del filato: ad una delle quali cade a terra una ma- 
tassa. Luciella le grida che la raccolga; ed, a quella 
voce, il giovane si sveglia, s'adira dell'essere stato sco- 
perto, fa rivestire Luciella dei suoi cenci, e la manda via. 
E la povera Luciella torna a casa sua, ed è scacciata 
dalle sorelle, e va girando pel mondo finche, dopo lungo 
errare, capita al palagio di un re. Qui è accolta per com- 
passione da una damigella di corte, e partorisce im bel- 
lissimo bambino. Ma la notte, mentre tutti dormono, entra 
un giovane, che dice rivolto a quel bambino alcune strane 
pai'ole. La damigella ne dà avviso alla regina, che lo 
sorprende, lo riconosce pel suo figlio, l'abbraccia; e, con 
questo, cessato l'effetto della maledizione avuta da un'orca, 
lo riacquista; e il principe sposa Luciella. 

Nel T. IV della G. V, Parmetella, cercando di sradi- 
care no tnrzo d'oro in un bosco, ha la stessa fortuna: 
un'abitazione meravigliosa, con un marito misterioso, 
ch'essa perde per la curiosità del volerlo vedere di notte. 
E lo riacquista, dopo grandi tormenti e grandi prove. 

Altri particolari della stessa fiaba si trovano più volte 
ripetuti: l'invidia delle due sorelle ^11, 2, 3); il giovane, 
che, scoverto, fugge, abbandonando la sua sposa (II, 5); ecc. 

Come si sa, le versioni di questa fiaba sono moltissime, 
e, oltre le numerose elaborazioni letterarie*, so ne cono- 



* Cfr. Psiche, Poemetto, e l'Ozio sepolto e V Olimpia, Drammi di 



INTRODUZIONE CT.XVII 

scono versioni raccolte recentemente in ogni parte d'Ita- 
lia, e in molti altri paesi d'Europa. 

La non meno celebre fiaba della Cenerentola è rappre- 
sentata nel Cunto de li Canti dalla Zezolla del T. VI 
della G. I. La quale, dopo avere, ad istigazione di una 
sua maestra, uccisa la madrigna, e persuaso il padre a 
sposar colei, è maltrattata e spregiata dalla nuova ma- 
drigna e dalle figliuole, cbe porta in casa. Ma una fata, 
ch.6 le era diventata amica e protettrice, le manda in 
dono una pianticella fatata, che le rende possibile di tra- 
sformarsi come vuole. E si trasforma, e, splendidamente 
abbigliata, va alle feste, dove vanno le sorelle, e inna- 
mora di sé un principe; il quale, finalmente, giunto a 
conoscerla, per mezzo di un chianiello, che le era ca- 
duto nel tornare precipitosamente a casa, la fa sua sposa. 

Ed, anche di questa, le versioni sono abbondantissime, 
e basti citare la famosa Cendrillon del Perrault, elabora- 
zione artistica, che dette alle fiabe una seconda popolarità. 

Molti altri trattenemicnti fanno parte di quel ciclo dello 
sciocco fortunato, eh' è uno dei più ampii. E Antuono, che 
ha da un orco tre oggetti fatati, i quali perde e poi 
riacquista (I, i); è Peruonto, che riceve la fatazione che 
ogni suo desiderio sia subito recato ad effetto (I, 3); è 
Vardiello, che vende la tela della madre ad una statua 
(I, 4) ; è Nardiello, che, mandato tre volte a mercatare 
dal padre, compra una volta un topo, un'altra uno sca- 



Francesco Bracciolini dell'Api, con prefazione e con saggio sull'ori- 
gine delle novelle popolari di Mario Menghini, Bologna, Romagnoli, 
1889 {Scelta, Disp. CCXXXIV) — pp. XCriI-CXXI. 



CLXVIII INTRODUZIONE 

rafaggio e la terza un grillo, che sono poi causa della 
sua fortuna (III, 5); è il/oscjone, che, mandato via dal 
padre, incontra quattro persone diversamente virtuoso, 
che gli fanno acquistare grandi ricchezze (III, 8). — La 
novella dello sciocco si racconta in India come in Eus- 
sia, in Germania come in Italia; e presso di noi il De 
Gubernatis l' ha fatta, recentemente, oggetto di un suo 
studio ^ 



Una delle fiabe più notevoli della raccolta pareva al 
Grimm la V della G. V: Sole, Luna e Talia. In Ger- 
mania ò questa la fiaba di Dornroschen: « Nasce una 
figlia a un re, e dodici fate sono invitate al festino, in- 
nanzi a ciascuna delle quali è posto un piatto d'oro. 
Quando undici di esse hanno pronunciato le loro fata- 
zioni, entra una tredicesima, non invitata, per la quale 
manca il piatto d'oro. E questa allora, irritata, annuncia 
che la bambina, divenata giovinetta, si pungerebbe a 
morte per mezzo di un fuso. Ma la dodicesima fata, che 
non aveva ancora parlato, mitiga la maledizione, dicendo 
che la giovinetta sarebbe solo caduta in un sonno da 
durare cento anni. Il Re fa togliere tutti i fusi dal suo 
reame; ma, quando la fanciulla ha raggiunto i quindici 
anni, giunge un giorno a una torre cadente, dove una 
vecchia fila; la curiosa fanciulla stende la mano al fuso; 
ma, subito, si punge cade in un profondo sonno. Tutte 



• *■ V. storia delle novelline ìwpolai'l, Milano, Iloepli, 1883, pp. 61- 
87, e cfr. Florilegio delle nov. pop., pp. 139-156. 



INTRODUZIONE CLXIX 

le genti, tutti gli animali nel castello, financo il fuoco 
nella cucina, cominciano a dormire. E, intorno al castello, 
cresce uno spineto cosi folto, che nessuno può penetrarvi. 
Dopo molti anni giunge un liberatore ». L'attinenza di 
questa fiaba, — dice il Grimm — , col mito di Brunilde 
è evidente. « Lo stesso nome: Dornroschen, riconduce 
alla spina, colla quale Odino punge la valchiria Brunilde, 
e la immerge in un profondo sonno. Chiusa nell'elmo, e 
nella corazza, dorme la valchiria, in una stanza inacces- 
sibile e circondata di fiamme, sul monte Hindar. Era ri- 
serbato a Sigurd di rompere i suoi legami, cioè di trarre 
fuori la spina; dopo di che, la sposa. Ed è da notare che, 
se essa è chiamata Horgfn, lini datrix, ciò si potrebbe 
intendere qui piuttosto nel senso di filatrix, perchè tutte 
le valchirie e le parche filano ». 

In Francia, è la fiaba della Belle au bois dormant. 
Anche la fiaba francese comincia colla scena del batte- 
simo, cui intervengono le fate, e continua come nel Dorn- 
roschen; solo che le genti e gli animali si addormentano 
non da sé stessi, ma al tocco della bacchetta della fata. 
Dopo cento anni, giunge un figlio di re ; gli alberi gli 
fanno largo; va alla bella, s'inchina, e la sveglia. Passa 
due anni con lei, che gli partorisce una figlia, Atirore, e 
un figlio, Jour, e la fine della fiaba racconta la perse- 
cuzione della vecchia regina contro questi due bambini, 
e come vengano salvati. 

Nel ciinto del Basile, manca la scena dell'invito delle 
fate e dell'ira di una di esse: vengono solo i succienti 
e nevine^ e predicono la morte per mezzo di un' aresta 
de lino. Quest'introduzione si trova invece in un altro 



CLXX INTKODUZIONE 

cunto: neirVIII della G. II, dove si racconta che Leila 
fa una figlia: « a la quale puosto nomme Lisa, la man- 
naje a le fate; la quale ognuna le dette la fatazione 
soja ; ma l'utema de clielle, volenno correre a vedere sta 
peccerella, sbotatose desastrosamente lo pede, pe lo do- 
lore la jastemmaje : che a le sette anne, pettenannole la 
mamma, se le scordasse lo pettene drinto a li capille 
mpizzato a la capo, de la quale cosa moresse ». E la 
fiaba ha altri punti di somiglianza con quella di Sole, 
Ltina e Talia. 

Il re padre prende ogni sorta di precauzione, perchè non 
ci sia una sola conocchia nel castello. Ma un giorno, Talia 
vede passare una vecchia che fila, vuol vedere la conoc- 
chia, si punge e muore. Il padre la fa collocare su di 
un trono, e abbandona il palazzo. Ma, qualche tempo dopo, 
a un re, che va a caccia, per quei luoghi, sfugge un fal- 
cone, che vola a posarsi su una delle finestre del castello 
abbandonato. Il re batte alla porta: nessuno risponde. En- 
tra, e trova Talia addormentata. E, invaghito della sua 
bellezza, cosi, addormentata, egli la gode, e se ne ri- 
parte. Dopo nove mesi, Talia, sempre addormeùtata, par- 
torisce due figli, che due fate le pongono al petto. Ma 
una volta che i bambini non riescono a trovare il petto 
materno, le prendono il dito, e succhiano, e le traggono 
Varesla, ed ecco, Talia si sveglia. Il Re torna qualche 
tempo dopo; trova i due bambini. Sole e Luna, e pro- 
mette di venire a ripigliarli. Ma la Regina penetra la 
cosa; e cerca (come nella fiaba francese) di fare ammaz- 
zare e cucinare i due bambini: il che le riesce vano. 

« Ciò che mi sembra più notevole, — conchiude il 



INTRODUZIONE CTAXI 

Grimm — , è il falcone, che volando indica il castello ; 
perchè egualmente nel Vdlsiingara, cap. 24, quando Si- 
gurdo si avvicina a Brunilde, fugge il suo sparviere 
nella torre, e si pone alla finestra, e Sigurdo lo perse- 
guita, e trova la valchiria dormente: qui i due racconti, 
nel resto differenti, sono simili - in modo sorprendente. 
Anche la gelosia della regina per Talia indica una rela- 
zione simile a quella tra Gudrun e Brunilde, e il sonno di 
Talia nel castello, è, di tutto punto, il sonno della val- 
chiria. È bello il tratto che i due fanciulli poppanti le 
traggano dal dito Varesta col succhiare : i nomi dei fan- 
ciulli presi dai giorni e dagli astri sembrano tradire es- 
seri divini del paganesimo » *. 



Un altro riscontro nelle tradizioni mitologiche germa- 
niche, ritrovano i Grimm nel T. V della G. IV. Ivi si 
racconta di un re di Anta Marina, che aveva fatto forza 
a una giovane, e poi l'aveva fatta murare in uno stretto 
carcere. La giovane è protetta da un uccello, eh' è una 
fata : la quale la nutrisce, e ne piglia cura. E, quando si 
sgrava di un bambino, l'uccello fa in maniera che il bam- 
bino esca dal carcere, capiti nelle cucine del re, e sia 
poi chiamato in corte. Il re gli mette amore, ma la re- 
gina non può soffrirlo, e persuade il re a chiedergli va- 
rie cose impossibili, e a mandarlo a varii pericoli, dai quali 



i I. Grimm, Torrede, 1. e, I, pp. XII-XVI. Per questa e per le due 
novelle seguenti, ho esposto, e qua e là tradotto alla lettera, ciò che 
ne scrissero i Grimm. 



CLXXII INTRODUZIONE 

riesce sempre incolume, e con onoi*e, per l'aiuto dell'uc- 
cello. Gli chiede tre castelli in aria, e l'uccello li fa fare 
di cartone, e trasportare in aria da tre grifi. Gli chiede 
che vada ad accecare una maga, che s'era impadronita 
del suo regno, e l'uccello fa compiei-e l'opera da una 
rondine. Gli chiede, infine, che vada ad uccidere un gran 
dragone, fratello della regina; e Miuccio, con un'erba da- 
tagli dall'uccello, addormenta il dragone, e poi l'ammazza. 
Con la morte del dragone muore la regina, la cui vita 
era collegata alla vita di quello, e dovrebbe essere ba- 
gnata nel sangue del dragone per risuscitare. Ma, in 
questo, Miuccio riconosce sua madre, e il re la piglia 
moglie, e l'uccello si muta in una bellissima giovane, 
che sposa Miuccio, e la regina morta resta morta. 

Le somiglianze di questa fiaba con la leggenda di Sieg- 
fried, — dicono i Grimm — , sono evidenti. « La nascita 
segreta del bambino, il basso servigio presso il cuoco, ri- 
cordano la fanciullezza di Siegfried. Poi la vediamo aiu- 
tato da un uccello, che ci ricorda quegli uccelli, la cui 
lingua Siegfried conosce, e dai quali riceve ed accetta 
consigli. La regina adirata si riscontra con Brunilde, e 
nel tempo stesso con Reigen, ch'è quello che spinge 
Siegfried alla lotta col dragone. Il dragone è anche qui 
fratello della regina, e la vita dell'uno legata a quella 
dell'altro. Essa vuol essere bagnata nel suo sangue, come 
Reigen chiede il sangue del cuore di Fafner » ^ 



' Grimm, Kinder und Hausmarchen, IH, 292-3. 



INTRODUZIONE CLXXIII 



La fiaba del Cìiat Botte, — una delle fiabe più antiche 
j e fondamentali, Jdice il Grimm — , è rappresentata nel 
Cunto dell'i Ctin'ti da Cagliuso (II, 4). Gli stivali appaiono 
nella versione francese, e :sono un tratto molto grazioso, 
ma non essenziale. La versione più antica è quella dello 
Straparola (XI, i). Una donna, madre di tre figliuoli, ve- 
nendo a morte, lascia al primo dei figli un alhurlo, al 
secondo una panara, e al terzo una gatta soriana. I due 
primi, col prestare i due oggetti, trovano il modo di ti- 
rare innanzi la vita; non cosi il terzo, Costantino, colla 
sua povera gatta. Ma la gatta era fatata, e prende a 
proteggere Costantino. Uccide, per esempio, una lepre 
e la porta al re, come dono del suo padrone : il re le fa 
assai accoglienze, le dà da mangiare e da bere; ed essa 
riempie la sua bisaccia ed approvvigiona Costantino. Poi, 
un giorno, lo fa gittare nel fiume, presso il palazzo reale, 
e grida all'aiuto : il Re manda gente ad aiutarlo, e la 
gatta, con una vera simulazione di reato, racconta che 
era stato assalito da alcuni ladroni e spogliato delle sue 
gioie. Costantino è fatto rivestire, ed è riccamente re- 
galato. E il re, nella credenza che colui fosse un gran 
signore, gli dà la figliuola per moglie. Partono gli sposi, 
e la gatta li precede, e, con un suo stratagemma, fa 
dire a tutta la gente dei luoghi, pei quali passa la co- 
mitiva, che quelle sono terre di Messer Costantino. Fi- 
nalmente, lo conduce a un bel castello, del quale, per lo 
stesso stratagemma, lo dice signore. Ed, essendo morto. 



CLXXIV INTRODUZIONE 

per avventura, il vero padrone del castello, Costantino 
vi resta colla figlia del re felicemente. Muore poi anche 
il re, e Costantino gli succede sul trono. 

Nel Cagliuso del Basile ci è qualche differenza: manca 
l'incidente della caduta nel fiume, ch'è sostituito da un 
invito del re, e da un' andata al palazzo reale. E il fi- 
nale è diverso : Cagliuso promette alla gati^a, che, alla 
sua morte, la farebbe imbalsamare, e la metterebbe in 
una gabbia d'oro, e la terrebbe sempre nella sua stanza. 
La gatta, qualche giorno dopo, si getta a terra, e si 
finge morta; ma l'ingrato Cagliuso, quando ha notizia di 
quella morte, dice: « Pigliala pe no pede, e jettala pe 
la fenestra! » Onde la gatta, fattogli un gran rimpro- 
vero, gli volta le spalle e lo abbandona! 

Molte versioni, raccolte recentemente, s'avvicinano a 
questa; cosi alcune toscane, livornesi, siciliane, abbruz- 
zesi ^ Nel Ee Messémiglihecca- I-fumo, nella Novellala fio- 
rentina dell' Imbriani,. è solo mutato il finale, nel quale 
il beneficato dalla gatta paga la pena della sua ingrati- 
tudine, e, sparito il castello, si ritrova nella sua cantina 
colla sposa accanto, e senza aver da mangiare, né nulla. 

Nei Contes del Perrault, il gatto richiede un paio di 
stivali al suo padroncino, calzato dei quali compie le sue 
imprese, e finisce coU'acquistargli il castello di un Orco, 
che aveva persuaso a trasformarsi in un topo, e, subito, 
divorato. 

Il Grimm riferisco anche una fiaba norvegese, nella 
quale si riscontrano entrambe lo parti, dei regali portati 



* V. cit. in PiTRÈ, Novelle pop. toso., n. XII, La Golpe. 



INTRODUZIONE CLXXV 

al re in nome del suo padrone, e del viaggio attraverso 
terre altrui, che la gatta fa passare per terre di lui. An- 
che in questa poi, la gatta s'introduce nel castello di 
di un Troll; e, quando il Troll sopraggiunge, lo tiene a 
bada con discorsi fuori la porta, finché apparisce il sole, 
e il Troll scoppia. Infine, la gatta chiede al suo padron- 
cino che le tagli la testa. — Non sia mai ! — , dice que- 
sti. — Tagliami la testa, se no, ti cavo gli occhi! — 
Malvolentieri le taglia la testa. E la gatta diviene una 
bellissima Principessa, ch'egli prende per moglie ^ 



Al gruppo della novellina della Fanciulla dalle mani 
tronche si riconnettono due cunti. La Penta Manomozza 
(III, 2) racconta di un re che, rimasto vedovo, vuol pren- 
dere per moglie sua sorella, Penta. Anche nel T. VI della 
G. Il si ha l'amore incestuoso di un re vedovo, al quale 
la moglie morente aveva fatto promettere di non pren- 
dere per moglie se non una donna bella come lei : il Re 
non trova di pari bellezza se non la propria figlia, e vuole 
sposarla; ma questa, per un legnetto fatato che ha da 
una vecchia, si trasforma in un'orsa, e gli sfugge. Ma, tor- 
nando a Penta, essa, sapendo che il fratello s'era spe- 
cialmente invaghito delle sue mani, se le fa tagliare e 
gliele manda in un bacile. Il re, adirato, la fa mettere 
in una cassa impeciata e gittare a mare. La cassa è ti- 
rata a riva da certi marinai, ma la moglie d'uno di que- 



1 I. Grimm, Vù-rrede, 1. e, pp. XVI-XXII. 



CLXXVI DìTEODUZIONE 

Bti, per gelosia, rinchiude di nuovo Penta nella cassa e la 
gitta a mare. La raccoglie il re di Terraverde, che conduce 
Penta alla sua corte ; e, venuta poi a morte la regina, la 
sposa. Parte il re per un viaggio : Penta, intanto, partori- 
sce un bel bambino. 11 messaggiero, che portava la notizia 
al re, capita a quella stessa riva, e in casa di quella stessa 
femmina, che aveva gittate Penta a mare la seconda volta. 
La malvagia donna scambia la lettera, in modo che giunga 
alla corte un falso ordine del re, che si bruci la madre 
e il bambino. Invece, per compassione, i consiglieri la 
cacciano soltanto, e Penta va raminga. Finalmente, capita 
alla casa di un mago, che la piglia a proteggere. E ban- 
disce che chi venisse a lui e potesse raccontare la più 
grande sventura, avrebbe avuto una corona e uno scettro. 
Il re fratello di Penta, e il re marito, il quale aveva 
scoperto, frattanto, tutto l'inganno, vengono insieme e 
raccontano le loro storie innanzi al mago. E Penta è ri- 
conosciuta, e si concilia col fratello, ed è ripresa dal 
marito. 

È noto che questa novellina fa parte di un intero ciclo, 
ch'è stato studiato principalmente dal D'Ancona, dal Wes- 
selofsky, dal Puymaigre. E se ne sono passate a rassegna 
le varianti e i riscontri che se ne hanno nel romanzo fran- 
cese del secolo XIIT, la Manekine, nell'italiana Rappre- 
sentazione di S. Uliva, nella Storia della figlia del Re 
di Dacia, nel Victorial di Dias de Games, ecc. ecc. Que- 
sto ciclo ha tre diramazioni. Le versioni della prima con- 
tengono il racconto dell'amore incestuoso del padre, delle 
mani tagliate, del gittamonto a maro, e del matrimonio 
di Penta; e continuano con le persecuzioni di questa per 



INTRODUZIONE CLXXVII 

opera della madrigna, o di altra donna. Le versioni dellg, 
seconda contengono solo la storia di queste persecuzioni, 
frangiate di molte varianti. Le versioni della terza non 
contengono più la storia dell'amore incestuoso, e l'ampu- 
tazione delle mani ha in esse cause diverse ^ 



In questi gruppi internazionali, è facile fare rientrare 
lo fiabe del Basile. Ma, formati questi gruppi, sorge la 
domanda: Qual'è l'origine della tale o tal'altra novellina 
tipica? Anzi, qual'è l'origine delle novelline popolari in 
generale? E come si spiega la comunanza di esse tra 
varii popoli? 

Nel cercar di rispondere a queste domande si assom- 
mano tutti gli sforzi della novellistica comparata, E le 
risposte, date finora, sono state varie ipotesi, più o meno 
confortate da un certo numero di fatti. E sono note le 
varie scuole, che ora disputano in questo campo: la scuola 
mitica, fondata dai Grimm, che conta fra i suoi sosteni- 
tori il Max Mùller, la quale vuole che le fiabe sieno puri 
miti, frammenti dell'antica mitologia aria, personifica- 
zioni di fenomeni naturali, specie del sole e dell'alba, 
patrimonio recato con sé dai popoli arii in Europa; la 
scuola storica, che ha per capi il Benfey e il Koehler, 
la quale nega alle fiabe un senso mitico e vuole che sieno 
pervenute dall'Asia in Europa per varii canali letterarii 



^ Db Puvmaigre, Folklore, Paris, Perrin, 1885, pp. 253-775 l^<^ fitte 
aux raains cottpées. Gfr. i lavori del D'Ancona e del Wesselofsky, 
dai quali prende le mosse il De Puymaigre. 



CL XXVIII INTRODUZIONE 

e popolari, durante il medioevo; e la recente scuola an- 
tropologica di Andrew Lang e suoi seguaci, che, consi- 
derando le fiabe come sopravvivenze dell'antico stato 
selvaggio del genere umano, ne sostiene il poligenismo. 
E non mancano tentativi eclettici, di conciliazione, fra le 
varie scuole. 

Si potrebbero mostrare queste varie scuole alle prese, 
in particolari esempii, come per la novellina di Psiche, 
per la Cenerentola, o per la Fancixdla dalle mani tron- 
che. In Psiche clii vuol riconoscere un mito solare, come 
ha fatto il nostro De Gubernatis^, chi una semplice tra- 
smissione di una novella popolare indiana, come ha fatto 
il Cosquin, seguace della scuola storica, e chi il ricordo 
di un antico rito, caduto in disuso, secondo il quale alla 
donna non era permesso di veder nudo suo marito '^. — An- 
che nella Cenerentola, il De Gubernatis, rappresentante ita- 
liano (alquanto avventato, mi sembra), della scuola mi- 
tica, scopre un mito solare: l'ombra della notte, che co- 
pro colla cenere del suo colore il fuoco del solo^. Ma 
altri ne ricerca la provenienza storica; il Coote, dopo 
avere affermata la trasmissione di essa dall'Italia agli 
altri paesi d'Europa, crede, tuttavia, che l'Italia la to- 
gliesse dalla Grecia ; il Kestner trova traccia della Cene- 
rentola in una leggenda che riferisce Eliano (II s. d. C.) 
intorno a Rodope, e mette innanzi l' ipotesi che alla Grecia 
potesse essere venuta dall' Egitto '. — La Fanciulla dalle 



1 storia delle Novelline pop., pp. 254-82. 

2 MENOiiiNf, 0. e, pref. ^ 0. e, pp. 9-34. 

'* Arch. si. trad. j^opol., I, (1882), pp. 265-7, Hknry GiiArliìs Coote, 



INTRODUZIONE CLXXIX 

mani tronche è spiegata dal Wesselofsky col sistema mi- 
tico: « la regina che muore è la dea dell'estate, che fi- 
nisce; la figliuola, è l'anno futuro; il padre, il Dio Wuo- 
tan; il cacciatore, che scopre la fuggitiva, l'inverno; le 
mani tronche sono le foglie che cadono dagli alberi, che 
rinascono appena tocche dalle acque vivificatrici, ecc. ». 
Ma altri osserverà: « J'avoue que je ne crois pas du toufc 
à ce mythe » e tenterà un'altra spiegazione ^. 

La controversia diventa più viva e più grave, quando 
dai singoli casi si passa ad indagare l'origine e la natura 
di tutto l'insieme delle novelline popolari. Anche qui, co- 
me in tutti i rami degli studii, le ultime conclusioni, pro- 
prio quelle che più importano, sono, e saranno abbando- 
nate chi sa per quanto !, a una continua disputa. 



Origine della Cenerentola; II, (1883), pp. 345-52, Hermann Kestner, 
La Cenerentola, studii di letteratura comparata. 
^ Dk Puymaigre, 0. e, p. 274, 



VI. 

ni questa edizione. 

Il Olinto de li Ciinti non è stato ristampato, da più Ai 
un secolo, nel dialetto napoletano (dall'edizione del Por- 
celli in poi), e da due secoli e mezzo nello schietto testo 
originale. È evidente che, volendo ristamparlo, bisogni 
tornare alla prima edizione del 1634-6, eh' è quella, dalla 
quale derivano, per una serie di correzioni arbitrarie, 
tutte le altre ^ 

Gli è ciò appunto, che, come abbiamo visto, professò 
di voler fare, ma solo parzialmente, per ciò che riguar- 
dava l'ortografia, il Sarnelli. L'Oliva, combattendo que- 
sto criterio del Sarnelli, faceva alcune obiezioni, che si 
potrebbero ripetere anche ora, dopo più di due secoli, 
alla nostra edizione: « Com'egli sa che tale fosse l'orto- 
grafia del Basile, se poi, spiegandosi, si contraddice? 
Mentre soggiunge: azzoè comme Veggio trovato allo privi- 
mo livro che fu stampato a ghiornata a ghiornata se- 
cunno che ghievano ascenno. S'egli s'è regolato dal pri- 
mo libro, stampato a staccio da diversi stampatori, come 
dice essere l'ortografia dell'autore? Ognuno ben sa quanto 



* Ne ho avuto solf occhio, come ho detto sopra, l'esemplare (il 
solo ch'io ne conosca), esistente nella nibl. Naz. di Torino, segn. 
F. Vili, 14; del quale trovai l'indicazione nell'o. e. del Rua, Novelle 
del Manibriano, p. 29, n. 



INTRODUZIONT-: CLXXXI 

sieno scorretti quei libri, clie in tal guisa, ed a furia, per 
l'ingordigia del guadagno, s'imprimono dagli stampatori, 
e specialmente diversi. S'egli l'avesse corretto secondo 
l'originale dell'autore, o secondo quel libro corretto dal- 
l'autore, potrebbe dire d'averlo lasciato nella di lui orto- 
grafia. Ma, non avendolo fatto, come l'alliga in testo? » 
Se il Basile avesse scritto cosi, non avrebbe scritto bene ; 
e, se non aveva scritto bene, l'obbligo del suo editore 
non era di ristamparlo materialmente, ma di correggerlo, 
« non dico già nelle parole e senso, ma nell'ortografia, 
dove manifesta ragione lo ricercava; essendo tale l'ob- 
bligo dei revisori delle stampe, né ciò ragionevolmente 
deve spiacere agli autori, quando altri con modestia ri- 
forma ciocché per inavvertenza o poca osservanza nel 
principio delle cose si tralascia » K 

Ma l'edizione, fatta da diversi stampatori del 1634-6, 
se non fu ricorretta dal Basile, fu certo eseguita sui suoi 
manoscritti autografi; né apparisce che l'editore abbia 
fatto dei cangiamenti; né la stampa, in verità, può dirsi 
troppo scorretta. E, se anche non fosse cosi, e' è poco da 
scegliere. Più corretti, e, specialmente, più uniformi, sono 
i due volumetti colla data del 1637, ma non contengono 
se non le due sole prime giornate, e si resta incerti sulla 
giustificazione delle correzioni fatte, quantunque qualcuna 
di esse, (che abbiamo adottata), sembri accennare a un 
riscontro del manoscritto originale^. Cosicché, quella del 



i Fr. Oliva, Gramm., Ms. e, p. 46. 
2 Cfr. pp. 5, 198, 218, di questo volume. 



CLXXXII INTRODUZIONE 

1634-6, se non rappresenta il massimo bene, rappresenta, 
certo, il minor male; e bisogna necessariamente pren- 
derla a base della nuova edizione. 

Quanto alle negligenze, che potevano esservi nel ma- 
noscritto del Basile, e che l'Oliva credeva obbligo dello 
editore ricorrBggere, conviene andar piano. Di questi er- 
rori, o negligenze, possono farsi due categorie: quelli, 
che sono praticati costantemente, e quelli, che consistono 
in discrepanze e varietà di forme di ortografia. I primi, 
per quanto si sia convinti che sieno errori di lingua 
di ortografia, non si possono toccare, perchè fanno parte 
integrante dell'individualità dello scrittore ^ I secondi 
meriterebbero un diverso trattamento. Ma (questo è il 
punto!), si può esser sicuri che sieno un puro effetto di 
negligenza? E, dato questo, si può procedere con certezza 
nel rimettere le cose a loro posto? Il Basile, come il 
Cortese, non scrivevano un dialetto già letterariamente 
formato e definito, ma un dialetto, ch'essi andavano crean- 
do come lingua letteraria, nella sua grammatica nella 
sua ortografia. E, nello opere del Cortese, stampate lui 
vivente e da lui rivedute, l'Oliva stesso ritrovava varietà 
e discrepanza, che destavano la sua meraviglia'"^. Inoltre, 



1 Per es.: il Basile e il Cortese usano molto di rado la lettera 
doppia in principio di parola, tralasciandola in moltissimi casi, nei 
quali il dialetto la richiede. Sarà un errore, ma non è il caso di 
correggerlo nelle loro opere. Lo corresse il Porcelli nella sua edi- 
zione, e lo corresse male; cosicché quell'edizione né è dialettalmente 
esatta, né ha il merito di esser fedele agli originali, che ristampa. 

2 Ms. e, p. 44. 



INTRODUZIONE CLXXXIH 

ciò che pare errore, non è invece, spesso una semplice 
nostra ignoranza? In questi dubbii, il meglio è di non 
altei'are nulla, fornendo al lettore ed allo studioso tutti 
gli elementi necessarii pel suo giudizio. Qualche erroruc- 
cio, che si poteva correggere, è un piccolo male, in con- 
fronto del male che, forse, si farebbe col sopprimei-e 
forme, che potrebbero importare al filologo, per la storia 
del dialetto, o per lo studio della parola. Alle negligenze 
del testo lasciate intatte può rimediare facilmente da sé il 
lettore intelligente; ma per restituire il testo vero, alte- 
rato dalla smania del correggere, bisognerebbe procurarsi 
l'edizione originale, ch'è cosa tutt'altro che facile. 



Per queste ragioni, io ho seguito l'edizione del 1634-6, 
senza alterare correggere nulla, tranne qualche evidente 
errore di stampa, e accettando, qua e là, come con'e- 
zione, qualche variante tratta dall'edizione parziale del 
1637, dalle correzioni del Sarnelli, come ho sempre no- 
tato. Ho conservato finanche le anomalie e le varietà or- 
tografiche; cosicché si troverà, per es., a lo, e allo, ctiorpo 
e cuerpo, uorco ed ricreo, dinto, drinto e dintro, Giar- 
dino e giardino, doi, dui e dite, ecc. ecc., per quanto 
alcune di queste varietà propenda anch'io a crederle ef- 
fetto della negligenza dello autore o del correttore. 

I soli cangiamenti, fatti da me, sono i seguenti: ho 
tolto gli h inutili; ho diviso i nessi alo, delo, al' in a 
lo, de loj a V, ecc; ho cangiato il nesso ti in zi, quando 
si pronuncia come tale ; ho conservato l'uso tipografico 
dell'j tra due vocali, solito in tutte lo edizioni del Ba- 



CLXXXIV INTRODUZIONE 

sile da quella del Muzio in poi, e negli scrittori dialettali; 
ho riformato a mio modo l'uso delle lettere minuscole e 
maiuscole, usando il meno possibile di queste, laddove 
nel testo ce n'era un subisso. 

Ho rispettato il sh, che si trova nel Cortese e nel Ba- 
sile per indicare il suono sibilante dello se seguito da vo- 
cale, come in shioshiare. — Viceversa, ho abolito gli apo- 
strofi, indicanti aferesi, che talvolta il Basile adopera a 
principio di parola. Questo sistema, che muove dal concetto 
di considerare molti vocaboli dialettali come manchevoli 
corrotti, rispetto a quelli della lingua italiana, è stato 
seguito anche, applicandolo con molto rigore, dai recenti 
scrittori e trascrittori del nostro dialetto, capo dei quali 
Vittorio Imbriani. Ora la convinzione, nella quale io sono 
venuto, è che questo sia un sistema sbagliato ^ Tuttavia, 
malgrado questa mia convinzione, io avrei conservato gli 
apostrofi indicanti aferesi a principio di parola, se nel 
tosto del Basile l'uso di essi fosse stato costante '^. Il che 
non è; l'uso di essi vi è, anzi, raro, saltuario, illogico. 
E, se da una parte, conservare questo capriccio ora una 
vera superstizione, dall'altra, non potevo estendere e ap- 



1 Cfr. G, Capone, TJ ortografia del dialetto napol.^ in Giamh. Bo- 
xile,' Ardi, di Icttcr. poxiol., A. II (1884), n. 5; al quale mi sottoscrivo. 

* Il Sarnelli disconobbe del liiUo la ragione di questi apostrofi, e 
quando mostrò di credere che il Basile « scagno de le doje inni, 
doje nn,.., a chelle parole però che non l'hanno pe natura loro, nce 
ave puosto no cierto segno, che no grieco lo chiammarria spireto, 
azzò che nce dassero chella bottecella, che chissà nce vonno dare co 
tanta mm, e tanta nn • (Avv. di Masillo Reppone, all'ed. 1674). Una 
critica vigorosa fa su questo punto l'Oliva, tris, e, pp. 44-56. 



INTRODUZIONE CLXXXV 

plicare regolarmente un sistema, che a me sembra erro- 
neo e di malsicura applicazione. Ho creduto bene, dun- 
que, sopprimere tutti gli apostrofi, che dovrebbero indi- 
care troncamenti del genere anzidetto. Quindi, non 'ncop- 
pa, ma ncoppa; non 'nc'era, ma nc'era^. 

Finalmente, ho rifatto tutta la punteggiatura, che nelle 
edizioni antiche del Cunto de li Cunti era, come s'è già 
detto, orribile. E non solo l'ho rifatta nell'interno del 
periodo, ma ho anche, spessissimo, messo punti fermi, di- 
videndo i periodi, dove l'edizioni antiche avevano, sem- 
plicemente, punti e virgole, o, anche, virgole. 



Passiamo alle note. Di note, io ne ho messe di due 
generi: storiche e filologiche. Le prime servono a spie- 
gare le allusioni a cose e costumi popolari, o napoletani, 
di quel tempo, che son molte, e formano una delle dif- 
ficoltà dell'intelligenza di quel testo. Le altre sono di- 
rette a diradare le molte oscurità linguistiche di un'opera 
scritta in dialetto, e, specialmente, in un dialetto come 
questo del Basile, dov' è continua la ricerca di parole 
strane e l'intenzione di sfoggiare la ricchezza della ter- 
minologia dialettale, e eh' è, di più, abbastanza antico e 
svecchiato. Anche un napoletano, che conosca bene il 
parlare del volgo napoletano, moltissime volte non intende 
il Cunto de li Cunti. D'altra parte, di buoni vocabolarii 
napoletani finora non ce ne sono, perchè quello, eccellente. 



* Ecco un caso, per esempio, nel quale l'apostrofo innanzi a ^nc'era, 
è erroneo, o, almeno, molto dubbio. 



CLXXXVI INTRODUZIONE 

del Rocco è appena ai primi fascicoli^; e, inoltre, non 
è facile averne uno a propria disposizione, nò è comodo 
svolgerlo a ogni pie sospinto. Per tutte queste ragioni, 
ho voluto spiegare tutte le parole o forme napoletane, 
che un italiano colto non intenderebbe facilmente. E ho 
tenuto questo modo: di spiegare la parola o la forma 
napoletana, una sola volta, la prima che capiti, suppo- 
nendo, come dovevo, che il lettore legga da principio, e 
impari man mano i significati dei vocaboli, che ignora. 
Tuttavia, per ricordo o per chi voglia leggere di per 
mezzo, ho riimito tutti i vocaboli spiegati, in fine del se- 
condo volume, in forma di glossarietto. — Soggiungo che 
non mi è parso che questo fosse il luogo di entrare in 
discussioni etimologiche o morfologiche, restringendomi, 
nelle note, al puro accertamento del significato. 



Tra le illustrazioni, che richiedeva il Cunto de li Curiti, 
molti penseranno che la principale dovesse essere l'indi- 
care i riscontri delle novelle, in esso contenute. Ora, su 
questo punto, io ho ragionato cosi. I cinquanta curiti del 
libro sono tutti, o quasi tutti, di genere fiabesco, e la 
fonte dalla quale sono tratti è una sola: la tradizione po- 
polare. E, presso la tradizione popolare si ritrovano an- 
cora vivi ; e quasi tutti io ricordo d'averli sentiti raccon- 



1 ottimo anche è quello dell'Anclreoli, ma è vocabolario dell'uso 
vivente, non storico, e serve più per uq napoletano, elio voglia scri- 
vere bene l' italiano, anziché per un lettore, che voglia intendere un 
tfisto- napoletano antico. 



INTRODUZIONE CLXXXVII 

tare da bambino, e chi ha una qualche pratica delle mol- 
tissime raccolte di fiabe, pubblicate in questi ultimi de- 
cennii in Italia e fuori, vede a primo tratto che vi si 
ritrovano sparsi tutti, o integralmente, o nei loro elementi. 
E, anche quando non se ne ripescassero i riscontri, nes- 
suno potrebbe mai dubitare della loro indole e origine 
popolare. H provarne, dunque, la popolarità coi riscontri 
sarebbe, a dir vero, una dimostrazione superflua. 

Certo, oltre questa prova generica della popolarità, i 
riscontri dovrebbero menare a un altro risultato; allo stu- 
dio, cioè, dei singoli gruppi fiabeschi, e, quello che im- 
porta anche più, della loro origine, mitologica o storica 
o antropologica, che sia. Ma questo studio non può farsi 
per incidente, a proposito del Cunto de li Cunti. Questo 
libro è uno dei documenti da consultarsi, uno dei tanti, 
quantunque uno dei più importanti. Lo studioso di novel- 
listica interrogherà questa testimonianza, e le tante altre, 
e tirerà le conclusioni, che potrà, rispetto all'origine e 
alla diffusione delle novelline popolari: studio importan- 
tissimo, ma che oltrepassa il libro del Basile, e sarebbe 
strano il fare a proposito di esso. 

Resta, dunque, una sola ragione a giustificare l'uso del 
notare, caso per caso, libro per libro, i riscontri delle 
novelle : l'agevolezza, che ne viene allo studioso, col met- 
tergli sott'occhio buona parte della letteratura di ciascun 
tema, e coli' indicargli un buon numero delle relazioni, 
che deve tener presenti per le sue conclusioni. 

Sotto questo rispetto, penso anch'io che, i riscontri 
non siano del tutto inutili; ed ho aggiunto perciò, in fine 
a ciascun volume, una Tavola di riscontri, fatta per som- 



CLXXXVIII INTRODUZIONE 

mi capi, dei cnnti del Basile in esso contenuti, con le 
novelle popolari pubblicate in altre raccolte italiane; e, 
in questo, ho adottato il criterio stabilito dall'illustre Pi- 
trè^ Solo, ho aggiunto, di versioni straniere, i riscontri 
coi Contes del Perrault, e tutti quelli con le fiabe tede- 
sche, ch'erano stati già ricacciati dai Grimm, Si noti 
anche che non ho voluto dare l'indicazione delle varie 
versioni di ciascuna fiaba, ma semplicemente indicare i 
libri, nei quali le notizie di queste varie versioni sono 
raccolte: salvo qualche piccola aggiunta, che ho fatta 
esplicitamente. 



Conchiudendo: i lavori moderni sul Cunto de li Cunti 
consistevano nella bella traduzione tedesca del Liebrecht, 
e nell'acuto e arguto studio di Vittorio Imbriani. Dopo 
aver letto questi due lavori, a me parve che restassero 
da fare le seguenti cose: a) ristampare il testo genuino 
del Basile; h) annotarlo, spiegando le allusioni storiche 
e il non facile dialetto; e) rifare con nuove ricerche la 
vita del Basile, della quale pochissimo dissero gli anti- 
chi biografi, e poco raccolse l' Imbriani nel suo studio; 
<ì) mettere le opere napoletane del Basilo in relazione 
colle altre opere scritte in quel tempo in dialetto napo- 
letano, e ricercare la natura del fiorire della letteratura 
dialettale a principio del secolo XVII. 

Circa allo studio letterario o estetico, ora quella la 
parte meglio riuscita e più salda dello scritto dell' Im- 



* Fiabe sic, I, p. XXXV. 



INTRODUZIONE CLXXXIX 

briani ; e, senza rifare il già fatto, era solo necessario 
compierlo di alcune parti, alle quali egli non aveva ri- 
volto la sua attenzione. Circa allo studio novellistico, 
lio detto quale sia la mia opinione, e perciò dovevo li- 
mitarmi a raccogliere nella prefazione alcuni accenni del 
Grimm e di altri mitografi, al solo scopo di servire di 
orientazione al lettore, e a dare una tavola di riscontri 
che mettesse in relazione i cunti del Basile colle novelle 
delle altre principali raccolte. 

Questi mi son parsi i miei doveri d'editore, e questi 
ho cercato d'adempiere, come meglio ho potuto ^ 

Napoli, dicembre 1890. 

Benedetto Croce. 



i Manifesto tutta la mia gratitudine al eh. Prof. Rocco, che m'ha 
aiutato a spiegare non poche parole e frasi difficili del N., comuni- 
candomi, secondo la mia richiesta, ciò che ne aveva scritto in quella 
parte del suo prezioso Vocabolario, che non è ancora stampata. 



ILLUSTRAZIONI E DOCUMENTI. 



A. 
PATRIA. 

Il Basile in un brano autobiografico delle Avventwose disavven- 
ture (III, i), la cui scena è Posilipo, dice: 

Saprai, dunque, che in prima io gli occhi apersi 
In questa lìvopria riva al chiaro giorno. 

Affermazione molto chiara ed esplicita. Ma il 1715 un Fulvio Se- 
bastiano Santoro della terra di Giugliano, in un certo suo libro, 
dava per fatto che il Basile fosse nato a Giugliano, paesello a cin- 
que miglia da Napoli sulla via d'Aversa^. E, tra gli uomini illustri 
di Giugliano, lo annoverava Agostino Basile nelle sue Memorie sto- 
riche della terra di Giugliano^; seguito poi da varii altri. 

Ma Vittorio Imbriani gettò il dubbio su quest'affermazione, e fa- 
ceva notare che il Basile, che pure mette le scene dei suoi racconti 
in non so quanti paesucoli dei contorni di Napoli, non nomina mai 
Giugliano, come pur sarebbe naturale, se fosse quella la sua patria 3. 

L'affermazione della nascita a Giugliano è sorta, secondo me, per 
un equivoco. Il Basile morì e fu sepolto a Giugliano. Ora il Santoro, 
che fu il primo a mettere innanzi quell'affermazione-, suppose che 
fosse nativo di Giugliano dal fatto ch'ivi era sepolto. Le sue parole 



i Scola di canto fermo, ecc. Nap,, MDCGXV, p. 92 — cit. da L. Mo- 
LiNARO DEL Chiaro, Giambattista Basile, nel Gia/inb. Basile, Ardi. 
di lett. pop., A, n n. 3 (15 marzo 1884). 

2 Nap., MDCCG - p. 151. 3 0. e. I, 40-3. 



CXCII INTEODUZIONE 

sono: « I principali di questa terra amano dopo morte farvi seppel- 
lire i di loro corpi, che, per non fastidirvi nel nominare le persone 

più illustri, dirò solamente che Giovan Battista Basile.... giace sotto 

il pulpito del medesimo tempio sepolto ». Ma il Santoro non aveva 
letto la nota del libro dei defunti, dalla quale appare che il Basile 
morì a Giugliano, mentre era nel suo ufficio di governatore, e morì 
sine electlone sepvUurae. 

Agostino Basile poi aveva presente, probabilmente, il Santoro, o fa- 
ceva lo stesso ragionamento. E l'uno e l'altro furono forse confer- 
mati nel loro errore dal vedersi intorno in Giugliano tante famiglie 
di cognome Basile. 

Ma nell'Archivio di Slato si conservano i fuochi, ossia censimenti, 
di Giugliano, del 1545, 1561, 1595, 1642-3, ecc.; che io ho allenta- 
raente riscontrati. Nessuna delle moltissime famiglie Basile, ivi no- 
tate, si confronta con quella che doveva essere la famiglia del no- 
stro Giambattista. Nel 1595 (n. 415, 438), c'è anche un Giovan Bat- 
tista Basile, di anni 15; ma padre, madre, fratelli, sorelle, sono di- 
versi. E, se questo non bastasse, si consideri anche che il Basile, 
se fu governatore di Giugliano, non poteva essere nativo di quel 
luogo: perchè i governatori, com'è nolo, non potevano essere pae- 
sani. Legge, che, veramente, soffriva qualche violazione; ma che 
non per questo non pesa come un indizio di più contro la nascita 
giuglianesca del Basile. 

Che cosa resta, dunque? — Resta il verso: 

In questa propria riva al chiaro giorno : 

e se il Basile non mentiva (del che per verità non veggo la ragio- 
ne); e se conosceva il valore delle parole, possiamo affermare, sulla 
sua affermazione, ch'egli nacque a Posilipo, o, se si vuole, a Napoli *. 



1 Nella G. Ili, 8, parlando dello Zefiro, il Basile ricorda: « Shio- 
shiaje mprimmo soave soave, che pareva lo viento, che spira a Po- 
sileco vierzo la sera ». 



INTRODUZIONE CXCIII 

B. 

DATA Dt NASCITA. 

Non si ha nessuna notizia esplicita sulla data della nascita del 
Basile. Io l'ho perseguitato nei varii luoghi, dove lo sbalestrò la sua 
vita avventurosa, colla speranza di vederne riportata una volta l'età. 
E ho riscontrato i fuochi di Zuncoli, Cariati, Lagoaegro, Aversa; ma 
invano; perchè questi censimenti non caddero mai negli anni, nei 
(juali il Basile si trovava in quei luoghi. 

E, anche a fare congetture, ci troviamo imbrogliati; perchè i passi 
delle opere del Basile, sui quali potremmo fondarci, si contradicono. 
Nel brano autobiografico, già citato, delle Avventurose disavventure, 
egli racconta che 

Nel mezzo del camin di nostra vita 

si dette agli studii di poesia; ma, provata avversa la sorte in Napoli, 
ne uscì, e andò peregrinando per l'Italia, si recò a Venezia, e, fi- 
nalmente, a Cnndia, come militare; finché tornò poi, vecchio infermo, 

La 'ndi giù mossi più robusto il piede *. 

Il mezzo del cammino della vita, secondo la comune accettazione, 
sono i 35 anni. E in questo tempo, sarebbe dovuto partire da Na- 
poli. E, giacché nel 1607 stava ancora a Gandia, e nel 1608 era tor- 
nato a Napoli, supponendo a dir poco, cinque anni di peregrinazioni, 
dovremmo dedurne che nel 1608 avesse intorno ai qiiaranta anni, 
e che fosse nato tra il 1568 e 1570. 

Ma ecco che, in un punto d'un altro suo libro, egli, parlando del 
tempo che giunse in Candia, accenna «■ alle tempeste che nei primi 
anni della sua giovinezza gli mosse ingiuriosa fortuna » 2. Ora, come 
conciliare i primi anni della sua giovinezza, coi 35 anni, che avrebbe 
dovuto avere, quando lasciò Napoli? 



1 Avvent. disavvent., 1. e. - Ode, p. 36. 



CXCIV INTRODUZIONE 

E non basta. Nel 1608 egli stampò a Napoli \m poemetto, intitolato 
Jl Pianto della Vergine. Di questo poemetto fece una seconda e*di- 
zione a Mantova nel 1613; e lo stampatore diceva che questo poe- 
metto fu mandato alla luce la prima volta « quasi nella fanciullezza 
dell'autore ». E colle stesse frasi, l'editore napoletano delle Avven- 
turose disavventure, nel 161 1, accennava alle opere antecedenti del 
Basile, stampate nel 1608 e 1609. — Ora come, se intorno a quel 
tempo doveva avere, a dir poco, quaranta anni, poteva essere negli 
anni della fanciullezza? 

Per questa via, dunque, non si giunge a nulla. Ma forse può con- 
chiudersi qualche cosa per un'altra via. 

Il Cortese dice in un suo poema d'essere stato amico del Basile 
fin da fanciullo: 

Che la fortuna amico me facette. 
Da che jcva a la scola, peccerillo 1. 

Amico, dunque, e, parrebbe, compagno di scuola. Ora queste ami- 
cizie non nascono se non fra coetanei. Determinato l'anno di nascita 
del Cortese, si verrebbe a determinare, approssimativamente, quello 
del Basile. 

Ma il guaio è che anche la data di nascita del Cortese è tutfaltro 
che sicura. Se non che, il suo nome è sui registri dei laureati del- 
l'Università di Napoli all'anno 1597^. La laurea in legge si doveva 
prendere a 21 anni, e diffìcilmente si prendeva più tardi, di poco. 
Il Cortese sarebbe, dunque, nato intorno al 1576. E, intorno allo stesso 
tempo, il nostro Basile. 

A questa età ci riconduco anche ciò che sappiamo della data della 
nascita di sua sorella, Adriana. La quale nel 1615 trattava un raa- 
Iriraonio per un suo figlio, e, nel 1619, questo giovane sposava una 



* Viaggio di Parnaso, IV, 40. 

2 L. Settembrini, Le carte della scuola di Salerno e gli autografi 
d' Ulustri napoletani laureali nell'Università di Napoli, Nuova An- 
tologia, 1874, voi. xxri, pp. 951-2. 



INTRODUZIONE CXCV 

ragazza della casa baronale dei Bonifali*. Dal che parrebbe che l'A- 
driana non potesse nascere molto tempo dopo il 1580. Ma neanche 
molto prima, perchè nel 1625 sappiamo che faceva ancora dei figli*. 
Dunque, intorno al 1580. 



Famiglia del Basile. 

L'Imbriani scrive: « Una sua bisnonna {del Basile), la nonna di suo 
zio, si chiamava Chiarella Usciolo, perchè dice nel Pentamerone: le 
cose che soleva contareme chella bona arma de zia Chiarella Vu- 
sciolo, vava de ziemo, che Dio Vhaggia ngrolia! » (II, i)3. 

Ora queste parole sono messe in bocca a Zeza, una delle vecchie 
novellatrici, e Chiarella Vusciolo è, evidentemente, un nome fanta- 
stico. Cosi nella G. I, Tr. IX, Ciommetella racconta una novella, « che 
me soleva contare vava Semmonella, ch'haggia recola! ». E tanto è 
vero questo che lo Sgruttendio, nella Tiorba a taccone, comincia 
una sua poesia: 

Me deceva chelVarma benedetta 

De Zia Chiarella Vusciolo la sera, 

Quanno a la cemmenera 

Stèvamo attuorno tutte quante nchietta.... ■* 

Bisogna, dunque, prima di tutto, cancellare questi Usciolo dalla 
parentela dei Basile. 

Delle sorelle del Basile, Adriana, Vittoria e Margherita, come an- 
che dei fratelli, Lelio e Francesco, abbondano le notizie, specialmente 
nei documenti, raccolti dall'AdemoUo. È curioso che Domizio Bom- 
barda, nel Teatro delle glorie, scriva che Francesco Basile era cu- 
gino dell'Adriana e Giambattista = : il che è apertamente smentito 



^ Ademollo, 0. e, pp. 207, 246. 2 ademollo, 0. e, p. 291. 
3 iMBRiANi, l. c, I, 38-9. ■* Ed. Porcelli. — p. 199. 
5 Nap., 1628, p. 6. 



CXCVI INTRODUZIONE 

dalle tesUraonianze dei tanti docuinenli. Lo slesso Bombarda accenna 
all'altro fratello, Giuseppe, « nella Fiandra, per le molte virtù che 
l'adornano, da quell'Altezza d'Austria in grande stima tenuto ». K 
Giambattista, dedicando nel 1618 le Osservationi intorno alle rime 
del Bembo e del Casa a Marco Scitico Altemps, Arcivescovo e Prin- 
cipe di Salzburg, parlava dei « favori, ch'ella s'è degnata fare alla 
mia casa nella persona di mio fratello ». Era un altro, il fratello 
Giuseppe*? 

Infine, dev'essere incorso in errore a un punto dell'opera dell'Ade- 
mollo, dove si parla di un Daniele Basile, come padre di Giambattista. 
Daniele era, invece, il cognome della madre 2. il Basile, nell'introdu- 
zione d'una delle sue odi, parla del P. Alfonso Daniele, « per vincolo 
di sangue all'autor congiunto »3. E l'editore della seconda edizione 
del Cunto de li Cunti dedica al P. Daniele l'opera del Basile, « cu- 
gino di V. 0. » *. 



Lettere inedite del Basile. 

-V quella, riportata per esleso a suo luogo (v, p. XXXIX-XL), biso- 
gna aggiungere le seguenti tre, che ho semplicemente citate (pp. XL, 
XLI, LII). Come ho già avvertito, sono tratte dall'Archivio di Man- 
tova, e dirette le due prime al Duca Ferdinando Gonzaga, e la terza 
al Duca Vincenzo: 



1 Da una delle lettere napoletane del Basile, eh' è dedicala a lo 
sellemo geneto de Messere, zoè fraterno carnale, lo chiù strillo pa- 
rente, che stace a Cosenza, parrebbe che il Basile avesse un set- 
limo fratello, che stava a Cosenza. Ma quelle lettere sono così enim- 
matiche ed oscure in tanti punti, ch'io non saprei che fondamento 
farci. 2 ademollo, 0. e, p. 4, cfr. pp. 209-10. 3 Oda, p. 203. 

' G. A. Farina, 2 Gen. 1637, Nap., per Ottavio Belto-ano, MDGXXXVIL 



INTRODUZIONE CXCVII 



Ser.nio Sig.re, 

Son così grandi e singolari i favori, clie mia casa di giorno in 
giorno riceve dalia generosissima mano di V, A. ch'io neanche mi 
confido d'agguagliar quelli con le parole, per ciò che quanto ella va 
maggiormente aprendo la strada alla sua magnanimità, meno so io 
trovare il sentiero da poternela a pieno ringratiare. Molte erano 
le obligationi con le quali m'havea V. A. legato per tanti favori ad 
Andreana mia sorella già fatti, molto era il debito ch'io particolar- 
mente me le conosceva d' bavere per quegli, che nella persona mia 
stessa ella si degnò d'impiegare. Ora s'è cotanto, e l'obligatione e '1 
debito avanzato per cosi signalato beneficio, che l'altra mia so- 
rella Vittoria dalla Real magnificenza della sua mano Ser.ma ha ri- 
cevuto, che mi sono accresciute nuove e più salde catene alla ser- 
vitù ch'io tengo con l'Altezza di lei. Per lo che ^ l'ardente 

desiderio ch'io notrisco de spargere ad ogni suo minimo cenno il 
sangue e la vita qual ella si sia. Priego N. S. Iddio che questa gene- 
rosità grande alla nostra Vittoria dimostrata sia felicissimo augurio 
delle sue future vittorie, cosi come più che felici a V. A. le auguro 
con l'opportunità delle prossime feste di Natale, le quali conceda il 
cielo a V. A. piene d'altre tanta e di maggior consolatione di quella 
che ha fatto sentire a nostra casa, con che fine fo a V. A. hum.ma 
riverenza. 

Da Napoli 20 di Xbre 1613. 

Di V. A. S.ma Hum.mo e perpetuo Ser.re 

Gio. Battista Basile. 



* « Non si legge per essere sbiadito l'inchiostro per umidità 
(Nota apposta alla copia dal sig. Davari). 



CXCVriI INTRODUZIONE 



Ser.mo Sig.re, 



Due disgusti ad un tempo istesso e gravi a sopportare ho inteso 
con la partita di mia sorella al servitio di V. A. S.ma: l'uno perchè 
resto privo della miglior parte di me, l'altro perchè non mi è lecito 
per l'occupatione in che mi trovo per questo governo di venir seco 
a partecipare di tal servigio. Il primo è temperato dal piacere ch'io 
sento che V. A. S.ma si degni servirsi di noi e ch'ella venga ad a- 
dempiere in parte quanto a V. A. debbiamo, il secondo non so come 
possa mitigarsi se non se in quanto V. A. dal comandarmi in tutto 
ciò ch'io possa in queste parti me faccia securo ch'io, ancorché 
lontano di Mantova, non sia escluso dal numero dei suoi devotissi- 
mi servidori, con che fine pregando a V. A. S. da N. S. Iddio ogni 
compiuta felicità le fo hum.ma riverenza. 

Della città di Monte ^larano 14 di Marzo 1615. 

Di V. A. Ser.ma 

Hu/m.mo e DevoLono Serxe 

GlO. BATTISTA BASILE. 
ITI. 

Serenis." SUj. mio e Padrone sempre CoUno. 

Van del pari il dispiacere ch'io sento della perdita del S.mo S.r 
Duca fratello di V, A., che viva nel Cielo, e '1 giubilo della succes- 
sione dello stato nella sua S.ma persona, perciochè, se mi vien me- 
no un S.re, cui di tali e tanti benefici mi riconosco debitore, veggo 
accresciute le grandezze d'un principe, che in mille guise mi tien 
obligato. Mi condoglio perciò e rallegro insieme e col medesimo af- 
fetto prego a quell'anima gloriosa eternità di quiete, come all'A. V. 
Immortalità di bene, secondo il suo real merito, e '1 mio vero desi- 
derio, nella cui infinita benignità ho fondato il ristoro di tanto danno. 
E perchè nelle nuove successioni è lecito a sudditi di chiedere o 
nuove gratie conflrmatione dell'antiche, prendo perciò baldanza 
di supplicare l'Alt. V. a confirmarini la familiarità, che degnò quella 



INTRODUZIONE CXCIX 

Altezza (che viva nel Cielo!) di concedermi, perchè, si come io possa 
pregiarmi di una continuazione di riverenza verso la sua Ser.ma 
Casa, così mi glorij di veder continuati in me quei favori che mi 
tengono immortalmente obligato, e col fine fo all'A. V. profondis- 
sima riverenza. 
Napoli 24 novembre 1626. 

Di V. A. S. * Hwm.mo et DevoLmo Ser.re 

Il Gay. Gio. Battista Basile 
Conte di Castelrampa. 

E. 
Nomine del Basile. 

Segretaria Vicereale. — Collaterale: Offìciorum, Voi. 14, 1610 a 
1622 — fol. 128 t." 

Philippus etc. 

Fuit provisum patens officii Gapitaneatus terre Lagus liberi in per- 
sonam magnifici V. I. D. Joannis Baptiste Basile prò uno anno inte- 
gro et deinde in antea ad beneplacitum, qui etiam prestitit jura- 
mentum in poss. M.ci Julii Gonstantii marchionis Corleti Regii Colla- 
teralis Gonsiliarii et Regiae Garaerae Regentis et cum aliis clausu- 
lis solitis et consuetis. In forma R.e Cancellarie prout in presenti Re- 
gistro fol. 4. Datum Neap. die 18 Mensis Juiiii millesimo sexcente- 
simo vigesimo primo. 

El Gard.l Qapata. 
{Seguono firme). 

Ivi. — Collaterale: Offìciorunì, Voi. 22, 1625 a 28 — fol 86 l.» 

Philippus etc. 

Don Antonius Alvarez de Toledo et Beaumont Dux Alve. Expedita 
fuit provisio patens officii Gapitaneatus Givitatis Averse in personam 
m.ci equitis Joannis Baptiste Basile prò uno anno integro et deinde 
in antea ad beneplacitum, qui etiam praestitit juramentum in poss. 
Ill.mi Marchionis, Belmontis, Regii Collateralis Gonsiliarii et Regie 



ce INTRODUZIONE 

Camere regentis, cum aliis clausulis solitis el consuetis in forma Re- 

giae Garaerne prout in Offìc. primo fol. 8 eiusdem ecc.mi. Datum 

Neapoli die 28 mensis decembris millesimo sexcentesimo vigesimo 

sexto. 

El duque de alva. 
(Seguono flnìie). 



Fede di morte e tomba. 

Il signor L. Molinaro del Chiaro, nell'articolo già citato, pubbli- 
cato sul Giaììibattista Basile, Archivio di letteratura popolare. A, H, 
N. 3 (15 marzo 1884), scrive: « Avendo determinato (dal libro del San- 
toro) il luogo della sepoltura del Basile, speravo trovarci una lapide, 
con qualche iscrizione, molto interessante pel fatto nostro. Mn, reca- 
tomi, con ogni sollecitudine, nella chiesa di S. Sofia di Giugliano, fui 
grandemente maravigliato e dispiaciuto di non rinvenire il minimo 
indizio di tale sepoltura. Solo, giunsi a sapere, dai più vecchi di quel 
Comune, essere stata essa collocata sotto il pergamo (proprio come 
assicurava il Santoro) e che, in seguito, nel 1876, sindaco il Cava- 
liere Aniello Palumbo, dovendosi rifare a nuovo il pavimento della 
chiesa, senza alcuna discrezione fu tolta la lapide e buttata alla rin- 
fusa con molte altre nel giardino contiguo alla sagrestia; né mi è 
venuto fatto di rinvenirne i frantumi fra i moltissimi che ivi stanno. 

« Pure, quest'atto vandalico non mi fé' desistere da ulteriori ricer- 
che; almeno, ritornato in quel paese potetti in parte confortarmi 
della perdita, rilevando l'epoca della morte del nostro Basile dal se- 
guente documento, che ora, per primo, vede la luce: 

Estratto dal libro primo dei defunti della Pannocchia di S. Anna 
di Giugliano in Campania al foglio 172: 

Anno Domini 1632, die 23 Fkbruabii. 

« Dominus Ioannes Baptista Basilis (vulgo il Cavalier Basile), gu- 
bernator luliani, vitam cum morte permutavi t sine sacramentis, et 



INTRODUZIONE CCI 

sine electione sepulturae: tamen de licentia R. R. Capituli Aversani, 
quae apud me servatur, ejus corpus fuit sepultiun in ecclesia S. So- 
fiae loco depositi cum magna pompa funerali ». 



Cr. 

Documenti concernenti il Cortese. 

Li ho trovati nei volumi degli Officiorura del Collaterale, Archi- 
vio di Stato, Segretaria Vicereale. 

Voi. 8, (1599-1601), fol. 27 t.» 

Philippus etc. Expedita fuit provisio patens officii assessoratus Ci- 
vitatis Trani in personam magnifici et I. d. lulii Gesaris Cortese prò 
lino anno integro et deinde in antea ad beneplacitum cum provi- 
sione, lucris, gagiis, et emolumentis solitis et consuetis. In forma 
regie Cancellarle qui prestitit juramentum in poss. Ill.i Mar.nis Mor- 
ioni regii Collateralis 

Consiliarii et regiam Cancellariam regentis. Datum Neap. die ult. 

mensis Xbris 1599. 

El. Conde de Lemos. 
(Seguono firme). 

In margine è annotato: 

Il dottor Giulio Cesare Cortese fa intendere a V. E. come essendo 
restato servito provvederlo dall'Assessorato de Trani et fatta l'espe- 
ditione sotto l'ultimo del passato mese di Xbre et per l'impedimento 
delle ferie della natività di N. S. non se na possuto, spedire dalle 
firme né segnare né sigillarsi. Per questo supp.ca V. E. si degni or- 
dinare che l'anno cominci il giorno delli 13 del presente et l'havrà 
a gratia di V. E. ut Deus. 

Provisum per Ill.mum Dom. Proregem, Neap. die 13 lanuarii 1600, 
Dominicus Barrilis. 

Ivi. — Voi. II, (1606-1608), fol. 4. 

« Expedita fuit provisio patens officii Gapitaneatus terre lagus li- 
beri in personam m.ci V. I. D. lulii Gesaris Gortesii prò uno anno 
integro et deinde in antea ad beneplacitum cum provisione lucris, 



CCIl lIsTRODUZIOXE 

gagiis, et einolumentis solitis et consuetis, qui prestitit juramen- 
tum in poss. 111. Fulvii Gonstantii Marchionis Corleti regii Goll.ris 
Gonsiliarii et regiam Cancellariam regentis ciirn aliis clausulis soli- 
tis et consuetis in forma Regie Gan.rie. Sub datum Neap. die 2." men- 
sis lunii millesimo sexcentesimo sexto. 

El Goxde de Venavente. 
(Segìiono firme). 



H. 

Le edizioni del 1634 e del 1674. 

Ecco il l'icaccio di tutte le varianti di un'intera novella del Cunto 
de li Cunti (I, io) dell'edizione del 1634, confrontata con quella del 
Sarnelli del 1674. Le varianti di quest'ultima sono stampate in cor- 
sivo. 

Nnammora, nammora — nmediosa, niediosa — uerco, uorco — 
sejellasse, seggellasse — guastano, roinano, ecc., guastammo, roinam- 
mo, ecc. — membre, m,iembre — nanze, nnanze — l'apparecchiano, 
s'apparecchiantio — vacantarie, bacantarie — castico, castigo — l'al- 
lucco, Vallocca — raccoret«, racoute — la fronte ncrespata e vro- 
gnolosa, lo fronte ncrespato e brugnuluso — uocchie guize, nocchie 
vizze — non le vedesse, non le beclesse — drinto, dinto (più volte), 

— segnore, signore (più volte) — mbrosoliavano, mbrosolejavano — 
le pigliava lo totano, se pigliavano lo totano — gesommino, giesem- 
m.ino — atnmatontato, amatontato — la quintascienza, quintassen- 
zia — cenede, cenere — chiù spedito, chiù speduto — contante de 
la bellezza de la poteca, contante de le bellezze de Vaddorosa itoteca 

— ssa bellezzetudene, sta bellezzetudene — a reto, arreto — a dito 
a dito, a dito — le vecchie, le becchie {più volte) — pe vedere, pe 
bedere — zucarese, zocarese — sconciurava, scongiurava — liqui- 
dare, lequedare — sodesfarese, sodisfarese — Giardino giardino 
{più volte), — monezione, inanizione — fico jejetelle, fico jedetelle — 
mbrunetura, inbroneturo — privelegie, privtlegie — magazzeno, mar 
azzeno — ss'uocchie, sfuocchie — squaltrina, sguallrina — lo dia- 



INTRODUZIONE CCIII 

scace, lo diascance — vorpa mastra, vorpa inaestra — lo soperiore, 
supcriore — rejale, riale {più volte) — voglio, baglio — ntrezziatura, 
nterseiatura — aflfrezzione, affezzione — recevuta, receputa — tutto 
pampanianno, lutto paparelanno — vedde, hedde — atuorno, attuorno 
— co lo miccio a la serpentina, coìnme lo miccio a la serpentina — 
adonannose, addonannose — permonara, pormonara — co na ga- 
lera shiorentina, co galera — primmo suonno, lirimo suonno — ca- 
muscio, caìwìnuscio — perquisizione, perquesezione — e magenan- 
nome, ìnagenannome — d'avere, de avere — drinto a lo, dinto lo — 
settenzia, sentenzia — stravolo, straolo — venire, &e« ire — bruodo, 
vruodo — de zippo e de pesole, de zeppe e de pesale — le quale, li 
quale — talemente, e talemente — e cauzante, e cauzature — ster- 
liccata, strellecata — sbagliava, abbagliava — li capelle, li captile — 
lanterne a vota, lanterne a bota — stentaro, stantaro — appise, ap- 
pese — a spaluorcio, a spalurcia — tarafonato, tarrafinata — chiup- 
peto, chioppeia — pe le scale, pe le grada — mbroscinannose, mbro- 
scenna/nose — sentarraje, senterraje — vedarraje, vederai — de 
vrocca, de bracca — vene, bene — mesericordia, rtieserecordia — 
meretevole, merdevole — lo sprofunno, lo siireffunno — ped ajero, 
j)e Vajero — grannissemo, grandissimo — addemannava, addem^mctr 
nava — occorreva, accorrevo^ — sbombavano, sbrammavano — fran- 
frelliccbe, franfellicche — la fortuna mia, la fortuna — la cosa, la 
cose — pe le mano, pe la 'mano — non sarrai sola tu, non sarraje 
sola — e levatese ntanto le tavole, e levatose manto le tavole — 
stemannola pazza, che la stemava pazza — rispose, respose — tu 
non parie a separé, non parie a separa — sì pazzo tu, pazzo tu 
— farraggio, faraggio — continovanno, continuanno. 



LO CUNTO DE LI GUNTI 



LO CUNTO DE LI CUNTI 



LO TRATTENEMIENTO DE PECCERILLE 



GIAN ALESrO ABBATTUTI8 



AVVERTENZA. — Con (EO) si cita Tedizione originale del Cunto 
de li Curiti del 1634-6; con (ES), quella del 1674, curala dal Sarnelli; 
con Liebr., la traduzione tedesca fattane da Felix Liebrecht. — Dei 
vocabolarii napoletani, quello degli Accademici Filopalridi, si cita 
con y^Y; quello del de Ritis, con DR; quello del d'Ambra, con DA; 
quello dell'Andreoli, con A; i fascicoli, finora stampati, di quello 
del Rocco, con R. Gli scrittori del dialetto, quando non è avvertito 
altrimenti, s'intendono citati (perchè non s'è potuto farne di meno) 
secondo la grande, ma scorretta Collezione di tutti i poemi in lin- 
gua napoletana, edita dal Porcelli (28 voli., Nap., 1783-89), correg- 
gendoli, quando m'è stato possibile, col confronto di migliori edi- 
zioni. Le Muse Napolitane del Basile, secondo l'ediz. del 1635. Le 
opere del Cortese (tranne Lo Cerriglio ricantato), secondo l'edizione 
del 1621, — Con: Pitré, Bibl., si cita la Biblioteca delle tradizioni 
popolari siciliane del Pitré; con GBB, il Giambattista Basile, Archi- 
vio di letteratura popolare (N'ap., 1883-89). Tre opere, delle quali si fa 
uso frequente nelle note, occorre citare anche ima volta per sempre. 
È la prima quella specie d'enciclopedia, della fine del s. XVI, intit.: 
La Piazza Universale di tutte le professioni del onondo nuovamente 
ristampata e posta in luce da Thomaso Garzoni da Bagnacavallo 
(In Venetia, appresso l'herede di Gio. Battista Somasco, 1592). La se- 
conda, l'opera di Giambattista del Tufo: Ritratto modello delle 
grandezze, delilic et maraviglie della Nob.m,a città di Napoli, che ha 
la data del 1588 (Ms. della Bibl. Nazionale di Nap., segn. XIII. C. 96). 
Finalmente, l'opera del Celano: Notizie del bello, delVantlco e del cur 
naso della città di Napoli, che si cita secondo l'edizione curata dal 
Chiarini (5 voli,, Nap., 1856-60). Tutte le altre opere, volta per volta, 
secondo che capita l'occasione. 



NTRODUZZIONE 

A LI TRATTE2sEi[IEXTE DE PECCERILLE 



P u proverbejo stascionato de cliille^ de la maglia^ an- 
tica che: « chi cerca chello, che non deve, trova chello, 
che non vele ». E chiara cosa è che la scigna, pe cau- 
zare li stivale, restaje ncappata pe lo pede^. Come soc- 
cesse a na schiava^ pezzente, che, non avenno poi'tato 
maje scarpe a li piede, voze portare corona ncapo. Ma, 
perchè tutto lo stnorto ne porta la mola^', e una vene, 



i (EO) de clune stascionato; ch'è corretto nelfed. del 1637, e nelle 
seguenti, nel modo che ho adottato. 

2 Dell'antico conio. Maglia, nome di antica moneta. 

3 Allude a una variante della nota favola della scimia, che, per 
imitare il boscaiuolo, si mise a fendere un querciuolo; ma, riser- 
randosi questo, restò presa per l'un de' piedi; onde, accorso il bo- 
scaiuolo, l'ammazzò. Cosi il Firenzuola {Disc, degli anim.); la favola 
è già nel Pantschatantra (ed. Benfey, Leipzig, 1859, 1. I, 1). 

''' Con questa parola s'intendevano allora, comunemente, i mori 
corsari, fatti prigionieri e venduti schiavi. 

5 La mola (pietra d'arrotino) agguaglia tutto. Cfr. Egl. La Vorpara. 
Così altrove (J/.V., Vili): « Tutta la raggia ne porta la mola ». 



6 LO CUNTO DE LI CUNTI 

clie sconta tutte, all'utemo, avennose pe mala strata osor- 
pato chello, che toccava ad autro, ncappaje a la rota de 
li cauce®; e, quanto se n'era chiù sagliuta mperecuocco- 
lo", tanto fu maggiore la vrociolata^; de la manera, che 
secota. 

Dice, ch'era na vota lo re de Valle pelosa, lo quale 
aveva na figlia, chiammata Zoza^, che, comme n' autro 
Zoroastro o n'autro Eracleto, non se vedeva maje ridere. 
Pe la quale cosa, lo scuro patre, che non aveva autro 
spireto che st'uneca figlia, non lassava cosa da fare pe 
lovarelo la malenconia, facenno venire a provocarele lo 
gusto, mo chille, che camminano ncoppa a le mazze*", mo 
chille che passano dinto a lo chirchio*\ mo li mattacine**^, 
mo mastro Roggiero*^, mo chille che fanno juoche de ma- 



fi Giuoco, pel quale v. princ, Giorn. II. '' In alto. 

^ Ruzzolone, capitombolo. 

^ Usa questo nome anche lo Sgruttendio (Tiorba, G. IX, p. 245), 

*'' Glie vanno sui trampoli. 

11 Noto spettacolo ginnastico. 

*2 Giocolieri e saltatori mascherati. Il Caro accenna ai mattaccini, 
che « per far meglio ridere, vanno con quella camicia pendente, e 
con le calze aperte, facendo delle berte » {Apologia, in Opp., Fir., 
Le Monnier, 1864, p. 201). Il Garzoni, tra i balli, menziona quello, 
intitolato il mattacino {La Piazza universale, p. 452). Che questi 
giuochi fossero allora in uso a Napoli, è attestato da altri luoghi 
del N. (cfr. Egl. La Stufa), del Cortese {Micco Passare, X, 28), ecc. 

*3 Cantante popolare della fme del s. XVI e princ. s. XVII. Vi ac- 
cenna il Del Tufo: « Et al suon del pignato del tagliero Cantar 
Mastro Rogiero, E simili persone, Col tamburello e con lo colascio- 
ne » (rns. e, f. 100). Il Cortese gli fa cantare le lodi di Micco: « ...ve- 
netle Maslo Roggiero co li sonalure, E na museca bella se facette. 
Gommo se face nante a li segnure »; e cita una serie delle sue 
canzoni (?. e, I, 37 sgg.). Lo Sgruttendio, discorrendo del carne- 
vale: « Canta po'masto Roggiero, Ch'è bestuto da Ucciali » (o. e, 
C. IX, p. 336): canzone, che attribuisce al poeta popolare SbrufTa- 
pappa (0. e, C. VII, p. 195), e nella quale si allude ad Assan Cicala 
(cfr. Capasso in Arch. Star. Najy.^ Vili, 324). 



NTRODUZZIONE 7 

no**, mole forze d'Ercole*^, mo lo cane che adanza*®, mo 
vracone che santa *^, mo l'aseno che beve a lo bicchiero, 
mo Lucia canazza*^, e mo na cosa, e mo n'autra. Ma tutto 
era tiempo perduto; ca manco lo remmedio de mastro 
Grillo*^, manco l'erva sardoneca^*^, manco na stoccata a lo 
diaframma, l'averria fatto sgrignare no tantillo la vocca. 
Tanto che lo povero patre, pe tentare l'utema prova, non 
sapenno autro che fare, dette ordene che se facesse na 



i< Giuochi di destrezza. 

*5 Cosi anche il Cortese {Vajass., TV, 29). Gfr. Le Lettere di A. 
Calmo, ed. V. Rossi (Torino, 1888, pp. 14-5). E forze si dissero fino 
agli ultimi tempi i giuochi ginnastici. 

i6 E, più innanzi, l'asino che beve al bicchiere: animali adde- 
strati. 

i'' Vracone si trova nel Cortese (Viaggio di Pam., II, 5), e nello 
Sgruttendio: « E parca, cammenanno a sautariello, Vracone, quanno 
fa ntantarantera »; e poi: «Vracone de Moretto » (0. e, C. I, s. 27; 
C, II, s. I, ecc.). Ed era nome, a quanto sembra, di una sorta di 
buffone. 

i* Ballo popolare napoletano, detto anche catubba. Cfr. Del Tufo 
(ms. e, f. 100) ; e vy alla par, Tubba catubba. — Il Callot ritrasse 
il ballo della Lucia in una sua bella incisione, e lo Sgruttendio 
lo mette in azione in una delle sue più belle poesie: « O Lucia, ah 
Lucia, — Lucia, Lucia mia, Stiennete, accostate, nzèccate ccà! Vide 
sto core ca ride e ca sguazza! Aiiza sto pede, ca zompo, canazzat 
ecc. » (0. e, G. IX, p. 248; e anche pp. 235-6). Gfr. prlnc. G. Ili, e V, 
9, IO. 

^^ Un villano, improvvisato medico, che guarì la figliuola del Re, 
procurandole, con certo suo strano mezzo, una gran risata. Il Pas- 
sano cita molte edizioni della: Opera nuova itiacevole et da ridere 
de un villano lavoratore nomato Grillo quale volse diventar medico. 
in rima istoriata (Ven., 1521, ecc.). V. Novell, ital. in verso (Boi., 
1868, pp. 99-100). Cfr. anche Pitrè, Nov. popol. toscane (Fir., 1885, pp, 
283-8, e R. Kòhler, III. XIX alla Posilecheata del Sarnelli, ed. Imbriani 
(Nap,, 1885, pp, 135-9). 

20 Sardoa herba (lat.), da una voluta proprietà della quale deri- 
vava il riso sardonico. Cfr, Liebr,, Anm., I, 396-7, 



8 LO CUNTO DE LI CUXTI 

gran fontana d'ueglio nante la porta de lo palazzo, co 
designo che, sghizzanno a lo passare de la gente (che fa- 
cevano comm'a formiche lo vacaviene pe chella strata), 
pe non se sodognere'^ li vestite, averriano fatte zampe ^^ 
de grillo, shauze de crapejo e corzete de leparo, sciu- 
lianno e morratinose-^ chisto e chillo, potesse soccedere 
cosa, pe la quale se scoppasse a ridere. Fatto, adonca, sta 
fontana, e stanno Zoza a la fenestra, tanto composta, 
ch'era tutta acito ^', venne a sciorte na vecchia, la quale, 
azzopanno co na spegna l'ueglio, ne nchieva n'agliariel- 
lo^^, c'aveva portato. E, mentre, tutta affacennata, faceva 
sta marcancegna'*', no cierto tentillo^'' paggio de corte ti- 
raje na vrecciolla^*, cosi a pilo, che, cogliuto l'agliaro, no 
fec9 frecole'''. Pe la quale cosa, la vecchia, che non aveva 
pilo a la lengua, né portava ngroppa, votatose a lo paggio, 
commenzaje a direle: « Ah zaccaro^", frasca, merduso, 
« piscialietto, sautariello de zimnaafo^^TT'^''^*^"^'"^'^!^^^) 
« chiappo de mjpiso^-*, mulo canzirro^M; ente^^ ca puro li pu- 
« lece hanno la tosse ^"^l, va, che te venga cionchia^'!, che 
« mammata ne senta la mala nova !, che non ce- vide lo 



«1 Ungersi. 22 Salti. 23 urtandosi. 

2' Composta, nome collettivo di varie cose solite a conservarsi 
nell'aceto; di qui il bisticcio. 

25 Dimin. d'agliaro: vaso per olio, di terracotta, di stagno. 

26 propr.: astuzia; qui, operazione. 

27 Diavolo. 28 Sassolino. 29 Frantumi. ^'^ Fanciullo. 

31 Propr.: salterello di cembalo. — Forse: vispo, irrequieto? 

32 petlola, falda della camicia, che vien fuori dallo sparato dei 
calzoncini dei bambini. 

33 Cappio (nodo scorsoio) d'impiccato; come a dire: furcifer. 

3» Mulo nato di cavallo e d'asina; qui, bastardo. Il Del Tufo, par- 
lando dei bastardi: « Quell'altro (al nostro dir) mulo canzirro » 
(ms. e, f. 74). 

33 Ecco, vedi. 

^ Gfr. Pitrè, Prov. naiìol,^ in Xrch. 2icr lo si, traci, pop., Ili, 289. 

3" Paralisia. 



NTRODUZZIONE 9 

« primmo de maggio ^^!, va, che te sia data lanzata cata- 
<i lana^-'! che te sia data stoccata co na fuaa, che non 
<i se perda lo sango ''*!, che te vengano mille malanne, co 
« l'avanzo, o presa, e viento a la vela 'M, che se ne per- 
« da la semmenta!, guzzo, guitto, figlio de ngabellata '-, 
« mariuolpj » Lo figlialo, c'aveva poco varva e manco 
descrezzione, seutennose fare sta nfroata de zuco '•', pa- 
ganuola de la stessa moneta, le disse: « Non vuoi appi- 
« lare ssa chiaveca, vava''' de parasacco *■', vommeca vrac- 
« ciolle, affoca peccerille '"^, caca pezzolle*^, cierne veruac- 



38 Giorno di festa. Gfr. Ili, 8; V, 9. Il Cortese: « lo primmo de 
Majo, quanno a Napole ogne casa deventa taverna, co lo frascone 
ncoppa la porta. » {Ciullo e Ferna, p. 9). V. anche Del Tufo {ms. 
e, f. 115-6). A Napoli si facevano, tra l'altro, in quel giorno, il palio, 
la cuccagna, ecc. Gfr. Fasano, note al Lo Tasso napoletano, zoè la 
Gierosalemme libberata (Nap., 1689, G. Ili, 73). Esiste ancora la Via 
del MaJo di Porto, che ricorda la festa già dismessa ai tempi del 
Celano {Notizie, IV, 292). Sugli usi del Maggio, in Italia e fuori, c'è 
un'intera letteratura, che non è il caso qui di citare. 

39 Così anche altrove; I, 7, ecc. Il Porta: « Che te sia data stoc- 
cata catalana a la zizza manca. » (Tabern., I, i). È famosa la po- 
tenza micidiale delle armi catalane. Il Del Tufo accenna alle « buone 
lame Di spade e di pugnai di Barcellona. » (jns. e, f. 203). 

'"' Che sii impiccato! 

^^ Metaf. tolte dal navigare, 

•*"- Meretrici: che pagavano la gabella di due carlini al mese. C'era 
ancora, ai tempi del Basile, un Tribunale della gabella delle meretrici; 
che fu abolito alcuni anni dopo. V. Pramm, Nov. 1589, Tit. GLXXII, 
(De meretricibusj 6. Coli. Giustin., T. VII), e N. Toppi {De origine 
omnium tribunaliu/in. Nap , 1655-9, H? 35)- Gfr. il Tardacino (Gom. 
alla Vaiass., p. 172), e G. V, i. 

*3 Forte rimprovero; rimprovero {nfroata) coi flocchi {de zuco). 

■*' Avola, nonna. 

^ Spirito maligno, che le balie nominano come spaui'acchio ai 
bambini, quasi aprisse il sacco per cacciarveli dentro e rapirli. 

^ Attributi di streghe; che si credeva aramazzassero i bambini 
e ne mangiassero le membra. 

'"!■ Altrove {MX., IV): « semmena pezzolle. » 



IO LO CUNTO DE LI CIINTI 

« cljie^*? ». La veccliia, che se sentette la nova de la 
casa soja, venne ntanta zirria'', die, perdenno la vùsciola 
de la fremma'''' e scapolanno da la^ stalla de la pacienza, 
auzato la tela de l'apparato, fece vedere la scena vosca- 
reccia, dove potea dire Sirvio: Ite sveglianno gli occhi 
col corno'-'^\ Lo quale spettacolo visto da Zoza, le venne 
tale riso, cli'appe ad ashevolir e •''''. La vecchia, vedennoso 
dare la quatra^^, venne ntanta arraggia, che, votato na 
caira^' da sorrejere^-' verzo de Zoza, le disse: « Va, che 
« non puozze vedere mai sporchia^*^ de marito, se non 
« piglie lo prencepe de Campo retunno! » Zoza, che 
sentette ste parole, fece chiammare la vecchia, o voze 
sapere ad ogne cunto so l'aveva ngiuriata o jastem- 
raata. E la vecchia respose: « Ora sacce ca sto prence- 
« pe, che faggio mentovato, è na pentata^^ criatura, e 
« chiammato Tadeo; lo quale, pe na jastemma do na fa- 
« ta, avenno dato l'utema mano a lo quatro de la vita, 
« è stato puosto dinto na sebetura, fora le mura de 
« la cetate; dov'è no spetaffio scritto a na preta: che 
« qualesevoglia femmena, che nchiarrà^^ de chianto ntre 
« juorne na lancella^'^, che là medesemo stace appesa a 
<i no crocco, lo farà resorzetare e pigliarrà pe marito; 
« e, perchè è mpossibele che dui uocchie umane poz- 
« zane piscioliare tanto, che facciano zeppa na lancella 
« cosi granne, che leva miezo staro (si non fosse, com- 
« me aggio ntiso dicere, chella Geria, che se fece, a 



•1^ Coreggia, o rumore colla bocca a imitazione della coreggia, fatto 
per dispregio d'alcuno. 

'5 Stizza. 50 Bussola della flemma. 

■'' Nel Paslor fido (I, I), dice Silvio: « Ile, voi che chiudeste L'or- 
ribil fera, a dar l'usato segno Della futura caccia: ite svegliando Gli 
occhi col corno ». 

''2 Sdilinquire, venir meno. "•''^ Beffare. 5' Spagn.: faccia. 

'•"• Sbigottire. ^^ Propr, gormo;:'ìio. -^«^ Voga, leggiadra. 

•"''' Empirà. ^^ Anfora. 



NTRODUZZIONE 1 1 

« Romma, fontana de lagreme ''''), io, pe vedereme del- 
« leggiata e coffiata"^ da vui, v' aggio data sta jastem- 
« ma; la quale prego lo cielo che te venga a colà*'-, pe 
« mennetta de la ngiuria, che m'è stata fatta! » Cossi 
dicenno, sfilaje pe le grade a bascio, pe paura de quar- 
che ntosa^^. Ma Zoza, a lo medesemo punto, romenanno 
e mazzecanno le parole de la vecchia, le trasette ra- 
cecotena a la catarozzola'''; e, votato no centimmolo de 
penziere e no molino de dubbie sopra sto fatto, all'ute- 
mo, tirata co no straolo"-" da chella passione, che ceca lo 
jodizio e ncanta lo descurzo dell' ommo, pigliatose na 
mano de scute da li scrigne de lo patre, se ne sfilaje 
fora de lo palazzo. E tanto camminaje, che arrivaje a no 
castiello de na fata; co la quale spaporanno lo core, essa, 
pe compassione de cossi bella giovane, a la quale erano 
dui sperane a farela precipitare e la poca etate e l'am- 
more sopierchio a cosa non conosciuta, le deze na lettera 
de racommannazione a na sere soja, puro fatata. La quale, 
fattole gran compremiento, la matina, quanno la notte 
fa jettare lo hanno dall'aucielle, a chi avesse visto na 
morra d'ombre negre sperdute, che se le farrà no buono 
veveraggio, le dette na bella noce, decenno: « Tè, figlia 
« mia, tienela cara ; ma non l'aprire maje, si no a tiempo 
« de granne abbesuogno ; » e, co n'autra lettera, l'arreco- 
mannaje a n'autra sore. Dove, dapò luongo viaggio, ar- 
rivata, fu recevuta co la medesema amorosanza, e la 



^^ È nota la favola di Egeria, la quale, morto Numa, lo pianse 
tanto, che Diana la mutò in una fonte. 

6i Beffata. 

62 (EO) a cola. — Sottint. a chhonmo (piombo), a pilo^ ecc., come 
si trova altrove: riuscire. ^3 Bastonatura. 

^* L\ES) corregge : « a la cecotena, a la catarozzola. » E cosi ver- 
rebbe a mancare il soggetto della propos., che è racecotena, spirito 
maligno, diavolo; e qui, metaf., prurito. — Catarozzola, capo. 

^■^ Carro. 



12 LO CUNIX) DE LI CUNTI 

naatina appe n'autra lettera all'autra sore, co na casta- 
gna, dannole lo stisso avertemiento, che le fu dato co 
la noce. E, dapò avere caminato, jonze a lo castiello 
de la fata, che, fattole mille carizze, a lo partirese, la 
matina, le consignaje na nocella co la stessa protesta; 
che no l'apresse majo, se la necessità no la scannava. 
Aùte sto cose Zoza, se mese le gamme ncuollo, e tanta 
votaje paise, tanta passaje vuosche e sliiommare, che, da- 
pò sett'anne, appunto quaùno lo sole ha puosto sella pe 
correre le solite poste, scetato da le cornette de li galli, 
arrivaje quase scodata a Campo retunno. Dove, pi'imma 
che trasire a la cetate, vedde na sebetura de marmerò, 
a pede na fontana, che, pe vederese dinto no cremme- 
nale"*^ de porfeto, chiagneva lagreme de cristallo. Da dove 
levato la lancella, che nc'era appesa, e postasella miezo 
a le gamme, commenzaje a fare li duje simele*^' co la 
fontana, e non auzanno mai la capo da lo voccaglio ''* do 
la lancella; tanto che, manco termene de duje juorne, 
era arrivata doi deta sopra lo cuoUo, che non ce manca- 
vano due autre deta ed era varrà*'". Ma, pe tanto trivo- 
liare, essenno stracqua, fu, non volenno, gabbata da lo 
snonno; de manera che fu costretta d'alloggiare no paro 
d'ore sotto la tenna de le parpetole. Fra lo quale tiompo, 
na certa schiava gamme de grillo, venenno spisso a nchire 
no varrilo a chella fontana, e sapenno la cosa do lo spe- 
taflSo, che se ne parlava pe tutto, comme vedde chia- 
guere tanto Zoza, che faceva dui piscericole de chianto, 
stette facenno sempre le guattarelle "**, aspettanno che la 
lancella atesse a buon termene, pe guadagnarele de mano 
sto bello riesto, e farela restare co na vranca de mosche 
mmano"'. E, comme la vedde addormuta, servennose de 



<'<' Carcere. 

<*" Allusione ai sìniili, argomento di tanlo comedie. 

•'^ Bocca. "<* Colma. "** Spiando. "' (EO) mano. 



NTRODUZZIONE 13 

l'accasione, le levaje destramente la lancella da sotta, e, 
puostoce l'uecchio ncoppa, nquattro pizzeclie la sopran- 
chiette; eh" a pena fu rasa, che lo prencepe, cornine si se 
scetasse da no gran suonno, s'auzaje da chella cascia de 
preta janca, e s'afferra j e a chella massa de carne negra. 
E, cari'iannola subito a lo palazzo sujo, facenno feste e 
lumenarie de truono"', se la pigliaje pe mogliere. Ma, 
scetata che fu Zoza, e trovanno jettata la lancella e, co 
la lancella, le speranze soje, e bisto la cascia aperta, se 
le chiuse lo core de sorte, che stette mpizzo"^ de sbal- 
lare li fagotto de l'arma a la doana de la morte. All'u- 
teme, vedenno ca a lo male sujo non c'era remmedio, e 
che non se poteva lamentare d'antro, che de l'uecchie 
suoje, che avevano male guardato la vitella de le spe- 
ranze soje, s'abbiaje pede catapede~^ dinto la cetate. 
Dove, ntiso le feste de lo prencepe e la bella razza de 
mogliere, che aveva pigliato, se maginaje subetò comme 
poteva passare sto negozio, e disse sospirando : che doi 
cose negre l'avevano posta nchiana terra""', lo suonno e 
na schiava. Pure, pe tentare ogne cosa possibile contro 
la morte (da la quale se defenne quanto chiù pò ogne 
anomale), pigliaje na bella casa faccefronte lo palazzo 
de lo prencepe; da dove, non potenno vedere l'idolo 
de lo core sujo, contemprava a lo manco le mura de lo 
tempio, dove se chiudeva lo bene, che desederava. Ma, 
essenno vista no juorno da Tadeo, che, comm'a spor- 
teglione"^, volava sempre ntuorno a chella negra notte 
de la schiava, diventaje n' aquila in tener mente fitto 
ne la perzona de Zoza, lo scassone ""^ de li privilegio de 
la natura e lo fora-me-ne-chiammo de li termene de la 



"- Grandi, meravigliose. ~'^ In punto. 
'' L'un piede dietro l'altro; a passo a passo. 
'^ In piana terra, sulla nuda terra. 
'<* Pipistrello. '''' Eccesso, colmo. 



14 LO CTJNTO DE LI CUNTI 

bellezza'*. De la quale cosa addonatose la scliiava, fece 
cose dell'autro munno; ed, essenno già prena de Tadeo, 
menacciaje lo marito, decenno: Se fenestra no levare'^, mi 
punia a ventre dai'e, e Giorgetiello mazzoccare^^ \ Tadeo, 
elle stava cuocolo*' de la razza soja, tremanno comm' a 
junco de darele desgusto, se scrastaje comm'arma da lo 
cuorpo de la vista de Zoza. La quale, vedennose levare 
sto poco de sorzico*^ a la debolezza de le speranze soje, 
non sapenno cbe partito pigliare a sto estremo abbesuo- 
gno, le vennero a mente li duone de le fate. Ed, aprenno 
la noce, ne scotte no naimuozzo^^, quanto a no pipatiel- 
lo^', lo chiù saporito scarammennisso **', che fosse stato mai 
visto a lo munno; lo quale, puostose ncoppa a la fene- 
stra, cantaje co tanta trillo, gargariseme e passavolante, 
che pareva no compà Junno, ne passava Pezillo e se 
lassava dereto lo cecato de Potenza e lo Re de l'au- 
cielle^'"'. Lo quale visto e sentuto a caso da la schiava, 
se ne mprenaje do manera, che, chiammato Tadeo, lo 



"8 Metaf., tolta da chi esce dalla barriera: « mi chiamo fuori. » 

"^ Questo parlare all'infinito vorrebbe imitare il supposto parlare 
della schiava. Così, HI, 2, Penta parla allo schiavo Ali; cosi la schiava 
della G. V. 9. 

*<* Acciaccare, schiacciare. ^^ Tenero. •''^ Ristoro. ^3 xanetto. 

8' Bamboccio; e, più oltre, pipata, bambola. Così nel Candelaio 
del Bruno: piiìpata (V. 17). Ma, ora, si dice jìvpata. 

"'> Dingelchen (cosetta), traduce abilmente il Liebr. 

815 Nella G. IV, 6: « le tre canlature princepale de Napole, Gio: de 
la Carriola, Compà Junno e lo Re de la museca. » — Su Compà 
Junno cfr. il N. {MS, I, e egl. La Stufa). Il Cortese gli fa sonare il 
colascione in concerto con Gianleonardo dell'Arpa {Viaggio di Pam. 
I, 42); e nel Micco Passavo accenna a: « Compà Junno, Quanno chiù 
docemente a no rotiello Canta le storie nanze a lo Castiello. » (X, 31). 
Lo Sgruttendio lo chiama Junno cecato (o. e, C. I, S. 8, ecc.). — Pe- 
zillo er? « n'ommo, Musechiero de sfuorgiò. Che paro ad isso maje 
no ne nasci! » Il disgraziato per una pagnotta, per un pezzo di 
cacio, per un « arravuoglio De quaccosa, cha tavola è remmaso », 



NTRODUZZIOUfE 15 

disse: Si no avere chella piccinossa^''^ che cantare, mi 
punia a ventre dare, e Giorgetiello mazzoccare ! Lo pren- 
cepe, che s'aveva fatto mettere la varda a bernaguallà^*, 
mannaje subeto a Zoza, se noe lo voleva vennere. La 
quale respose che n'era mercantessa, ma che, se lo voleva 
nduono, se lo pigliasse, ca ne le faceva no presiento, 
Tadeo, che allancava^'' pe tenere contenta la mogliere, 
azzò le portasse a luce lo partoro, azzettaje l'offerta. 
Ma, da Uà a quattro autre juorne, Zoza, aperta la casta- 
gna, ne scette na voccola^'' co dudece pollecine d'oro. 
Li quale ^^ puoste ncoppa la medesema fenestra, e viste 
da la schiava, ne le venne golio dall'ossa pezzelle^-, e 
chiammato Tadeo, e mostratole cosi bella cosa, le disse : 
Si chilla voccola no pigliare, mi ptcnia^a ventre dare e 
Giorgetiello mazzoccare. E Tadeo, che se lassava pigliare 
de fìlatielle^^' e joquare de coda da sta perra cana^', 
mannaje de nuovo a Zoza, offerennole quanto sapesse 
addemannare pe priezzo d'accessi bella voccola. Da la 
quale appo la stessa resposta de mprimmo, che nduono 
se l'avesse pigliato, ca pe termene de venneta noe per- 
deva lo tiempo. E isso, che non poteva farene de mancò; 
fece dare dalla necessetà mazzafranca^^ alla descrezzione; 



cantava, mirabilmente, le sue più belle canzoni. (Sgruttendio. 0. e, 
G. VII, p. 197-8). Del Cecalo de Potenza e del Re de VAucielle de 
la niuseoa, non parlano altri scrittori, fuori del N. 

87 (ES) piscinosa. — Storpiatui'a, forse, di: piccina? 

ss Che era uno degli epiteti, che si dava alla Lucia del ballo, pel 
quale v. n. 18, p. F. Bernagualà, dice il Del Tufo; iernovallà è scritto 
sotto l'incisione del Callot; pernovallà, lo Sgruttendio. Così, per in- 
dicare una turca una schiava. Gfr. V, 9. s^ Trafelava. 

!>* Chioccia. 51 (EO) la quale. ^- Malleoli. 93 intimorire. 

5' Ferro (spagn.), cane. In una canzone popolare del tempo: « Ca- 
nazza perra, nata mBarvaria! » {MN., IX). 

9^ Allusione al giuoco detto mazza e pinzo, nel quale la sospen- 
sione del giocare si chiede colla parola: oìiazza franca. V. il Tarda- 
cino (0. e, p. 179-80). Int.: I.a necessità sospende la discrezione. 



l6 LO CUNTO DE LI CUNTI 

e, scer vecchi annone^'' sto bello voccone, restaje ammisso" 
dalla liberalità de na femmena, essenno de natura tanto 
scarzogne^^, che no le vastarriano tutte le verghe, che/ 
veneno dall' Innia. Ma, passanno autretante juorne, Zoza 
aprette la nocella, da la quale scotte fora na pipata, 
che filava oro, cosa veramente da strasecolare; che non 
cossi priesto fu posta a la medesima fenestra, che la 
schiava, datoce de naso, cliiammaje Tadeo, decennole: 
Si pipata no accattare, mi ptcnia a ventre dare, e Gior- 
getiello mazzoccare! E Tadeo, che se faceva votare com- 
m'argatella^^ e tirare pe lo naso da la soperbia de la 
mogliere, dalla quale s'aveva fatto accavallare, non aven- 
no core de mannare pe la pipata a Zoza, nce voze ire 
de perzona, arrecordannose de lo mutto: « non c'è me- 
glio misso, che te stisso » ; « chi vele vaga, e chi non 
volo manna », e « chi pesce vole rodere, la coda se vo 
nfonnere ». E, pregatole granuemente a perdonare la mper- 
tenenzia soja a li sfiole'"'' de naprena, Zoza che se ne jeva 
nsecoloro co la causa de li travaglie suoje, facette forza a 
se stessa de lassarese strapregare pe trattenere la voca, 
e gaudore chiù tiempo de la vista de lo signore sujo, 
furto de na brutta schiava. All'utemo, dannole la pipa- 
ta, comm'avea fatto dell'autre cose, primma che nce la 
conzignasse, progaje chella cretella*^' c'avesse puosto 
ncore a la schiava de sentire cunte. Tadeo, che se vedde 
la pipata umano, e senza sborzare uno de cieijto vinte 
a carrino ''^•, restanno ammisso de tanta cortesia, l' offerse 
lo stato e la vita ncagno de tante piacire, e, tornato a 
lo palazzo, dette la pipata a la mogliere; che non cossi 
priesto se la mese nzino pe joquaresenne, che parze 



PO strappando. ^ Interdetto. ^* Avaro. 50 Arcolaio 
100 Voglie, desiderii. *"i Bamboccio. 

los Cioè di un earliao; ch'era composto di io grani, e ciascun 
grano di 12 calli cavalli; dunque, 120 calli. 



NTBODUZZIOlfE 17 

n'ammore nforma d'Ascanio nzino a Dedone*''^, che le 
mese lo fuoco mpietto. Pocca, le venne cossi caudo de- 
sederio de sentire cunte, che non potenno resistere, e 
dobi tanno de toccarese la vocca**^* e de fare no figlio, 
che nfettasse na nave de pezziente ^''^, chiammaje lo ma- 
ritò e le disse: JSi no venire gente, e cunte contare, mi 
punia a ventre dare^ e Giorgeiielló mazzoccare! Tadeo, 
pe'Tèvarese sta cura de marzo ^'^'^ da tuorno, fece subeto 
jettare no hanno : che tutte le femmene de chillo paese 
fossero venute lo tale juomo. Ne lo quale, a lo spuntare 
de la stella Diana, che sceta l'arba ad aparare le strate, 
pe dove ha da spassiare lo sole, se trovaro tutte a lo 
luoco destinato. Ma, non parenno a Tadeo de tenere 
tanta marmaglia mpeduta pe no gusto particolare de la 
mogliere, etra che l'affocava de vedere tanta folla, ne 
scegliette solamente dece, le meglio de la cetate, che le 
parzero chiù provecete^^~ e parlettere, che foro: Zeza 
scioffata, Cecca storta, Meneca vozzolosa, Tolla nasuta, 
Pepa scartellata, Antonella vavosa, Giulia mossuta, Paola 
sgargiata, Ciommetella zellosa e Jacova squacquarata^*^^. 



i'>3 Gfr. Verg. Aen. I, 685 sgg. (Liebr. Anm. I, 398). 

i<^' La credenza volgare vuole che le donne gravide, quando desi- 
derano alcuna cosa e non possono averla, se per caso si toccano in 
alcuna parte del corpo, in quella parte stessa del corpo del bambino 
verrà impresso il segno (voglia) della cosa desiderata. Perciò, nella 
Vaiass. del Cortese, la suocera consiglia la nuora: « Se viene a scire 
prena, ed hai golio De quarche cosa, tiene mente a l'ogna, O te tocca 
la nateca! » (I, 29; e com. del Tardac, p. 70-1). Gfr. Pitrè {Blbl., XV, 
115-20); e Liebr. {Anm., I, 397-8). 

105 che appestasse una nave di pezzenti. Temeva, col toccarsi la 
bocca, di fare un figlio straordinariamente chiacchierone e noioso. 

1"^ Seccatura, molestia. Sul mese di Marzo, e i torti, che gli si at- 
tribuiscono, cfr. V, 2. 107 Pronte, svelte. 

i'J* Pei nomi, s'avverta che Zeza è Lucrezia; Cecca, Francesca; Me- 
neca, Domenica; Tolla, Vittoria; Popa, Giuseppa; Clulla, Giulia; 
Ciommetella, Girolama. Che, a quel tempo, erano diminutivi molto 



l8 LO CUNTO DE LI CUNTI 

Le quale scritte a na carta, e lecenziate l'autre, s'auzaro 
co la schiava da sotta a lo bardacchino, e s'abbiaro pa- 
nilo pallilo ^''^ a no giardino de lo palazzo stisso, dove li 
rame fronnute erano cosi ntricate, che non le poteva 
spartire lo sole co la perteca de li ragge. E, sedutese 
sotto no paveglione commegliato ^^'^ da na pergola d'uva, 
miezzo a lo quale scorreva na gran fontana, mastro de 
scola de li cortesciani, che le mozzava ogne juorno de 
mormorare, commenzaje Tadeo cosi a parlare: 

« Non è chiù cosa goliosa a lo munno, magne fem- 
« mene meje, quanto lo sentire li fatti d'autro, né, senza 
« ragione veduta, chillo gran felosofo^'^ mese l'utema fe- 
« licita de l'ommo in sentire cunte piacevole; pecca, au- 
<c solianno'*- cose de gusto, se spapurano l'afFanne, se dà 
« sfratto a li penziere fastidiuse e s'allonga la vita. Pe 
« lo quale desederio vide l'artisciane lassare li funna- 
« che'^^, li mercante li trafìche, li dotture le cause, li 
« potecare le facenne, e vanno canne aperte pe le varva- 
« rie^*' e pe li rotielle^*^ de li chiacchiarune, sentenuo no- 
« velie fauze^^", avise^'" montate e gazzette n'ajero''*. 



usuali, e non esclusivamente volgari; come si prova dal trovarli ap- 
plicati alle più alte dame. Per gli aggettivi, che li accompagnano, 
s'avverta che scio/fata signif. curva, cadente; vozzolosa, gozzuta; 
scartellala, gobba; vavosa, bavosa; mossuta, col muso sporgente; 
sgargiata, scerpellata; zellosa, tignosa; squacquarata, sconcia di 
corpo, e quasi schiacciata. 

i^^ Pian piano. ^^^ Coverto. ''•' Pare una citazione burlesca. 

112 Ascollando. "^ Fondaci. 

•" Botteghe da barbiere. Sui barbieri e slufaioli napol. cfr. Pel 
Tufo (ms. e, f. 78-9). Il Garzoni dice: « Dei poveri barbieri non si 
può dir altro poi, se non che ciarlano communemente come le gaze, 
perchè tutte le nuove, anzi tutte le carette, corrono in barbaria, e 
bealo colui che le dice più sfondrate! » (La piazza universale, p. 856). 

115 Circoli. 116 (ES) novellanze. 

11* Così, com'è noto, si dicevano lo informazioni manoscritto di 
quei tempi. n* In gener., notizie. 



NTRODUZZIONE I9 

« Per la quale cosa, devo scusare moglierema, se 1' è scliiaf- 
« fato ncapo st'omore malanconoco de sentire cunte. Però, 
« se ve piace de dare mbrocca a lo sfido de la pren- 
« cepessa mia e de cogliere miezo a le voglie meje, sar- 
« rito contente pe sti quattro cinque juorne, che starà 
« a scarrecare la panza, de contare ogne jornata no cunto 
« peduno de chille appunto, che soleno dire le vecchie 
« pe trattenemiento de peccerille, trovannove sempre 
« a sto luoco stisso. Dove, dapò avere ngorfuto^^^, se 
« darrà prenzipio a chiacchiarare, termenannose la jor- 
« nata co quarche egroca, che se recetarrà da li mede- 
« seme sfrattapanelle^'^'^ nuestre, pe passare allegramente 
« la vita, e tristo chi more! » A ste parole azzettaro 
tutte co la capo lo commannamiento de Tadeo ; fra tanto, 
poste le tavole, e venuto lo mazzecatorio, se mesero a 
magnare; e, fornuto de gliottere^'^, fece lo prencepe si- 
gnale a Zeza scioffata, che desse fuoco a lo piezzo ; la 
quale, fatto na granne ncrinata a lo prencepe e a la mo- 
gliere, cossi commenzaje a parlare. 



ii9 Trangugiato, mangiato. ^-^ Servitori di casa. ^'-^ Ingoiare. 



JORNATA PRIMMA 



LO CUNTO DELL' UERCO 



Teattenemiekto primmo de la Jornata peimma. 

Antuono de Marigliano ^, ped essere rarceafanfaro de li catammare -, 
cacciato da la mamma, se mese a li servizie de n'uerco; da lo 
quale, volenno vedere la casa soja, è regalato chiù vote, e sem- 
pre se fa corrivare^ da no tavernaro; all'utemo, le dà na mazza, 
la quale castiga la gnoranza soja, fa pagare la penetenza all'o- 
ste de la furbaria ed arricchisce la casa soja. 

v_ihi disse ca la fortuna è cecata, sa ciiiù de mastro 
Lanza'* (che le passaci); pocca fa cuerpe veramente da 
cecato, auzanno mperecuoccolo gente, che no le cacciar- 



i Comune della provincia di Caserta, circondario di Nola; o, come 
allora si diceva, terra in provincia di Terra di Lavoro, diocesi di 
Nola. Nel 1648 contava 1049 fuochi; conta ora ab. 11,460. Gfr. Giusti- 
niani, Dizion. geogr. ragion, del Regno di Nap. (Nap. 1802) t. V, 
ad nom. ^ Sciocconi, tangheri. 3 Burlare. 

'' Di costui tacciono gli scrittori contemporanei, che pur parlano 
di Mastro Roggiero, Mastro Muccio, del Dottor Chiaiese, ecc., e di 
tante altre celebrità popolari; nella categoria delle quali, probabil- 
mente, andava compreso Mastro Lanza. 

5 Bisticcio colla parola lanza; che li trafigga! 



22 LO CUNTO DE LI CUNTI 

risse da no campo de fave*', e schiafifanno de cuerpo 
nterra persone, clie so lo sliiore de l'uommone, commo 
ve farraggio a sentire. 

Dice, ch'era na vota a lo pajese de Marigliano na fem- 
mena da bene chiammata Masella; la quale, etra a sei 
squacquare" zitelle zite, comm'a sei perteche, aveva no 
figlio mascolo cossi vozzacchione*, caccial'-a-pascere ^, che 
no valeva pe lo juoco de la neve; tanto che ne steva 
comm'a scrofa, che porta lo taccaro^'', e non era juorno, 
che no le decesse : « Che nce fai a sta casa, pane mardit- 
« io? squaglia, piezzo de catapiezzo^M sporchia'', Macca- 
« beo*^! sparafonna, chianta malanne! levamette danante, 
« scola vallane"! ca me fuste cagnato a la connoia *'^, e, 
« ncagno de no pipatiello, pacioniello, bello nennillo ^'^^ me 
« nce fu puosto no majalone, pappalasagne ! » Ma, co 
tutto chesto, M^sfìlla parlava, e isso siscava! Ma, vedenno 
che non c'era speranza che Antuono (cossi se chiam- 
mava lo figlio) mettesse capo a fare bene, no juorno fra 
l'autre, avennole lavato bona la capo senza sapone, deze^ K 
de mano a no lagauaturo *", e le commenzaje a pigliare 
la mesura de lo jeppone**. Antuono, che, quanno manco se 
credeva, se vedde stecconejare, pettenare e nforrare *", 
comme Je^ potte scappare da Ig. mano, le votaje le car- 
cagne. E tanto camminaje, fioche sommiero^" le 24 bore 



^ Cfr. 3/iV., IX, ecc. * Perchè servirebbero di spauracchio agli uc- 
celli », interpreta il Liebr., I, Zusàtze. Ma, piuttosto : un miserabile, 
che nessuno caccerebbe da un campo di fave, dove entrasse per isfa- 
marsi. ' Femmine. * Scioccone. ^ Come animale che era. 

*" Che va al macello con la spranghetta in bocca. 

1' Pezzo di briccone. *2 sparisci. 

13 Sciocco. Questo signi Acato deriva, naturalmente, dal semplice 
suono della parola. Neil' /doJo Cinese del Lorenzi (If, 15): « Che son 
quelli? — Maccabbei d'Italia! »; e intende: maccheroni. 

*' vaitene, succiole. *^ Culla. i" Vezzeggiativi di: bambino. 

1" Matterello *8 Giubbone. 1^ Foderare. 2" Verso. 



JOENATA I. TEATTENEMIENTO I. 23 

quanno comenzavauo pe le poteche de Cinzia ad allom- 
marese le locernelle, arrivaje a la pedamentina de na 
montagna, cossi anta, che faceva a tozza martino ^^ co 
le nuvole. Dove, ncoppa a no radecone de chiuppo'', a 
pede na grotta lavorata de preta pommece, nc'era se- 
duto n'uerco: mamma mia, quanto era brutto! Era 
cbisso naimuozzo e streppono de fescena ^^, aveva la 
c apo cbiù grossa che na cocozza d'Innia, la fronte vro- 
gnolosa^^, le ciglia jonte, l'uecchie strevellate, lo naso 
ammaccato co doje forge '^, che parevano doi chiaveche 
maestre; na vocca quanto no parmiento, da la quale sco- 
vano doi saune, che l'arrivavano all'ossa pezzelle; lo 
pietto peluso, le braccia de trapanature''^, le gamme a 
bota de lammia"-^ e li piede chiatte ^^ comm'a na papara. 
Nsomma, pareva no racecotena, no parasacco, no brutto 
pezzente e na mal' ombra spiccecata '^, c'averx'ia fatto 
sorrejere n'Orlanno, atterrire no Scannarcbecco ^*', e smaga- 
re ^^ no fauza pedata^"-. Ma Antuono, che non se moveva 
a schiasso de shionneja^^, fatto na vasciata de capo, le 
disse: « A Dio messere, che se fa? comme staje? vuoje 
« niente? quanto c'è da ccà a lo luoco dove aggio da 
« ire ? » L' uerco, che sentette sto trascurso da palo 
mperteca, se mese a ridere, e, perchè le piacquette l'o- 
more de la vestia, le disse: « Vuoi stare a patrone? » Ed 
Antuono leprecaje: « Quanto vuoje lo mese? » E l' uerco 



'^ Cozzava come iin caprone. 22 pioppo. 

23 Si dice anche: muzsone de fescena, uomo di piccolissima sta- 
tura. Streppone è propr. gambo stelo; fescena, paniere di vimini 
terminante in punta. 24 Bernoccoluta. 20 Narici. 26 Aspo. 

27 Lamia, volta. 28 Grassi, larghi. 

29 Spiriti maligni, cfr. n. 64, p. 11, e n. 45, p. 9. 

30 L'eroe albanese Giorgio Gastriota, detto lo Scanderberg. 

31 Cadere in isvenimento; spagn,: desmayar. 

32 Un bravaccio ? O, come interpreta- il Liebr., un mendicante, un 
importuno? (0. e, I, 17). 33 a1 girar d'una fionda. Cfr. MN., VI. 



24 LO CUISTTO DE LI CUNTI 

tornaje a dire: « Attienne a servire noratamente, ca sar- 
« rimmo de convegna, e farraje lo buono juorno. » Ac- 
cessi, concruso sto parentato, Antuono restaje a servire 
l'uerco; dove lo magnare se jettava pe facce, e, circa 
lo faticare, se steva da mandrone^'; e tanto che, nquattro 
juome, se fece Antuono grasso comm' a Turco, tunno com- 
m'a boje, ardito comm' a gallo, russo comm' a gammaro, 
verde comm' aglio e chiatto comm' a ballena^-^, e cossi 
ntrecenuto e chiantuto^^, che non ce vedeva. Ma non 
passaro dui anne, che, venutole nfastidio lo grasso, le 
venne golio e sfiolo granne de dare na scorza a Pa- 
scarola^", e, pensanno a la casarella soja, era quasi tra- 
suto^^ a la primma spezie. L'uerco, che vedeva le ntra- 
gne ^^ soje e lo canosceva a lo naso lo frusciamiento *" de 
tafanario", che lo faceva stare comm' a chelleta^^ male 
servuta, se lo chiammaje da parte e le disse : « Antuono 
« mio, io saccio eh' aje na granne ardenzia de vedere 
« le camecelle toje; perzò, volennote bene, quanto le vi- 
< sciole '^ Dieje, me contento che ce dinghe na passata, e 
« agge sto gusto. Pigliate, addonca, st'aseno, che te le- 
« varrà la fatica de lo viaggio ; ma sta ncellevriello, che 
« no le decisse maje: Arre, cacanre!, ca te piente, pell'ar- 
« ma de vavomo ! » Antuono, pigliatose lo ciuccio, senza 
dire bon vespere, sagliutole ncoppa, se mese a trottare. 
Ma n'avea dato ancora no centanaro de passe, che, smon- 
tato da lo sommarro, commenzaje a dire: Arre, cacaure! 
E aperze apena la vocca, che lo sardagnuolo commen- 
zaje a cacare perne, rubine, smeraude, zaffire e diamante, 



3* Poltrone. 35 (j/q) banana. 3C Tarchiato e colla pelle tesa. 

3" Casale nel teriitorio Aversano; ora frazione di Caivano. Ma 
sembra una svista, e che volesse dite: Marigliano. 38 Entrato. 

39 Viscere; spagn.: entranas. *<> Molestia, prurito. ■" Deretano 

■•* Cosa, faccenda. E si adopero, quando non soccorre la parola 
precisa. <3 Pupille, 



JOENATA I. TEATTENEMIENTO I. 25 

quanto na noce l'uno, Antuono, co no parmo de canna a- 
perta, teneva mente a le belle scinte de cuerpo, a li su- 
perbe curze e a li ricche vesentierie ** de l'aseniello, e 
co no priejo'*-^ granne, chiena na vertola"*^ de cbeìle 
gioje, tornaje a craaccare, e toccanno de buon passo, fin 
che arrivaje a na taverna. Dove smontato, la primma cosa, 
che disse a lo tavernaro, fu: « Lega st'aseno a la man- 
« ciatora, dalle buono a manciare; ma, vi, non dire: Arre, 
« cacaure !, ca te ne piente, e stiparne ancora ste coselle a 
€ bona parte. » Lo tavernaro, ch'era de li quattro del- 
l'arte^", saraco"*^ de puerto, de lo quaglio ''^ e de copella, 
sentuta sta proposta de sbauzo, e vedute le gioje, che 
valevano quattrociento^", venne ncuriosità de vedere, che 
significavano ste parole. Perzò, dato buono mazzecare ad 
Antuono, e fattolo shioshiare ^*^ quanto chiù potte, lo fece 
ncaforchiare ^- fra no saccone e na schiavina, e non tanto 
priesto lo vedde appapagnato ^^ l'uecchie, e gronfiare a 
tutta passata, che corse a la stalla, e disse all'aseno: 
Arre, cacaure! Lo quale, co la medecina de ste parole, le 
fece la soleta operazione, spilannosele lo cuerpo a cacarelle 
d'oro e a scommossete de gioje. Visto lo tavernaro sta 
evacoazione preziosa, fece pensiero de scagnare l'aseno e 
mpapocchiare lo pacchiano^' d' Antuono, stimanno facele 
cosa de cecare, nzavorrare, nzavagliare ^^, ngannare, mbro- 
gliare, nfenocchiare, mettere miezo e dare a vedere 
ceste pe lanterne ^° a no majalone, marrone, maccarone, 



*' Dissenteria. ^^ Gioia. ^ Bisaccia. 

'1'^ Gfr. V. 7 « lo quarto dell'arte delli inarranchine. » Allude all'an- 
tico reggimento della arti, nelle quali c'erano i consoli e i quarti 
dell'arte. E vuol dire che quel tavernaro era il più eccellente, cioè 
il più briccone dei tavernari. 

^ Furbo. 49 Caglio. =0 cfr. I, io, e princ. G. IV. 

51 Bere. ^^ Ficcare. 

53 Appapagnare, chiuder gli occhi per sonno, appisolarsi. 

5S villano. 55 Legare. 3G (gg) ^essìcìie pe lanterne. 



26 LO CUNTO DE LI CUNTI 

vervecone^", nsemprecone, comm'a chisto, che l'era mat- 
tuto pe le mano. Perzò, scetato che fu, la matina, quanno 
esce l'aurora a jettare l' aurinale de lo viecchio sujo tutto 
arenella rossa a la fenestra d'oriente, scergate^* l'uoc- 
chie co la mano, stennecchiatose pe mez'ora, fatto na 
sessantina d'alizze e vemacchie ^^, nforma de dialogo, 
chiammaje lo tavernaro, decenno: « Vieni ccà, cammarata; 
« cunte spisse, ed amicizia longa; amice siammo e le 
« burze commattano '^"; famme lo cuuto e pagate! » E 
così, fatto tanto pe pane, tanto pe vino, chesto de me- 
nestra, chello de carne, ciuco de stallaggio, dece de lietto 
e quindece de bon prode ve faccia''^ sborzaje li frisole*'*, 
e, pigliatose l' aseno fauzario co no sacchetto de prete 
pommece ncagno de le prete d' aniello, appalorchiaje^^ 
verzo lo casale. E, nanze che mettesse pede a la casa, 
commenzaje a gridare, comm'a cuotto d'ardiche: « Curre 
« mamma, curre, ca simmo ricche ! apara tovaglie, stienne 
« lenzola, spanne coperte, che vedarraje tesoro! » La 
mamma, co na prejezza granne, apierto no cascione, dove 
ora lo corriere de le figlie da marito, cacciajo lenzola 
shioshiale ca vola*", mesale adoruse de colata*'^, coper- 



" Pecorone. ■'* Stropicciatisi. so Sbadigli e peti. 

60 cfr. 3/.^', I. 

6* Il Del Tufo descrive così l'oste napoletano, che fa il conto col- 
r avventore: « Alfln poi viene a rassettare il conto Con volto ilare 
e pronto; E dice a ciascheduno: — Quattro e quatlr'otto, e tredici 
a ventuno; Quattro di pane e sei di vin fan diece; Sei altri di esca- 
pece; Sette d'arrosto, e tre d'allesso, e sei Di frutte e cacio, e prò 
vature arroste, A la barba de l'oste, Che non guadagna straccia, 
Con sanità de li patroni miei. Con due di più de lo buon prò vi 
faccia; Giusto, s'io non m'inganno a lo contare, Otto carlini in' avite 
a pagare. — Poi presa la moneta o quel docato, Dice: — Signori 
miei, siavi donato. — » («w., e. f. 8i). 

"^ Quattrini. ^^ parti di buon passo. 

•" A soffiare sarebbero volate via; tanto eran finel Cosi, lìassim, 
il N,, lo Sgruttendio, ecc. <^5 Bucato. 



JORNATA r. TRATTENEJriENTO I. 27 

ture che te sliiongavano "^ nfacce, facenno na bella apa- 
rata nterra. Sopra li quali puostoce Antuono l'aseno, co- 
menzaje a ntonare: Arre, cacmiref Ma arre, cacaure, che 
te vuoje, ca l'aseno faceva tanto cunto de chelle parole, 
quanto fa de lo suono de la lira. Tuttavia, tornanno tre 
quattro vote a leprecare ste parole, ma tutte jettate a lo 
viento, deze de mano a no bello torceturo ^''' e comenzaje 
a frusciare^^ la povera vestia; e tanto vusciolaje'^^, refose, 
e nforraje, che lo povero anemale se lassaje pe sotto e 
fece na bella squacquarata "''^ gialla ncoppa a li panne jan- 
chi. La povera Masella, che vedde sta spilazione de cuor- 
po, e dove faceva fonnamiento d'arrecchire la povertà 
soja, appe no funnamiento ''^^ cossi leberale ad ammor- 
barele tutta la casa, pigliaje no tutaro"'^, e non danno 
tiempo, che potesse mostrare le pomece, le fece na bona 
sarciuta/^. Pe la quale cosa, subeto affuffaje^* a la vota 
dell' uerco. Lo quale, vedennolo venire chiù de trotto, 
che de passo, perchè sapeva quanto l' era succiesso 
ped essere fatato, le fece na nfroata de zuco, ca s'a- 
vea lassato corrivare da no tavernaro ; chiammandolo 
Ascadeo"^, mamma mia"*', moccame chisso'''^, vozzacchio, 
sciagallo '^, Tadeo, verlascio ~^, piezzo d'anchione ^•'j scola 
vallane, nsemprecone, catammaro, e catarchio, che pe n' a- 
seno lubreco de tesoro s'aveva fatto dare na vestia vro- 



cs Avventavano, saltavano (pei loro vivi colori?). Gfr. il/X, V, ecc. 

'^~ Randello. ^^ Molestare; battere. ^9 Bastonò, '*> Cacata. 

'^ Ano. ''2 Bastone. "^ Cucitura; bastonatura. "' Se la svignò. 

"'^ Nome proprio, cfr. I, 5. Qui: semplice, inetto. 

'•'' Attaccato come un bambino alle gonne materne. 

'■^ Che abbocca qualunque cosa gli si dica. "* Vile. 

"9 Nome medievale, e poi volgare, dell'Anfiteatro di Capua. V. A. S. 
Mazochii, In mutilum Campani Amphitheatrt titulum (Neap., 1727, 
PP- I35-9)' Si diceva proverbialmente per cosa antichissima; cfr. Sgrut- 
tendio (0. e, G. VII, p. 190). Quindi : straccione, mal ridotto. Cfr. 3IX. I. 
« verlascio, straccia vrache. » ^'^ Minchione. 



28 LO CUNTO DE LI CL'NTI 

gale*^ de mozzarelle*- arrauciate. L' Antuono '*^, gliotten- 
nose sto pinolo, joraie elio mai chiù, mai chiù, s'averria 
lassato paschiare e burlai'e da ommo vivente. Ma non 
passaje n'autro anno, che le venette la stessa doglia de 
capo, morenno speruto*' de vedere le genti soje. L' aer- 
eo, ch'era brutto de facce e bello de core, dannole 
lecienzia, lo regalaje de chiù de no bello stojavocca**'', 
decennole: « Porta chisto a mammata; ma avviorte, non 
« avere de lo ciuccio a fare comme faciste dell' aseno; 
« e fioche non arrivo a la casa toja, non dire: Aprete, 
« né: Serrate, tovagliulo; perchè, si t'accasca quarche au- 
« tra disgrazia, lo danno è lo tujo. Ora va co l'anno buo- 
« no, e torna priesto! » Accesi partette Antuono; ma, 
poco lontano da la grotta, subeto puosto lo sarvietto 
nterra, disse: Aprete, e serrate, tovagliulo. Lo quale apren- 
nose, lloco te vediste tante isce^'' bellizze, tante sfuorge, 
tante galantarie, che fu na cosa ncredibile ! Le q uale co 36-4- 
Xvedenno Antuono, diss§.^ubeto: Serrate, tovagliulo; e, ser- 
ratose ogno cosa dintro, se la sdaje*^' verzo la medesema 
taverna. Dove, trasenno^ d isse all' oste : « Té, stiparne sto 
« stojavocca, e vi che no decisse: Aj^rete, e serrate, tu- 
« vaglinlo. » Lo tavernaro, ch'era de tre cotte, disse: 
« Lassa fare a sto fusto », e, datole buono pe canna, e 
fattolo pigliare la scigna pe la coda**, lo mannaje a dor- 



8* Storp. di: volgare. 

82 Specie di latticinio; qui, per la forma degli escrementi dell'asino. 

83 Antuono è il nome di S. Antonio Abate, Cfr. Celano (o. o,, V, 
431) Essere un Antuono vale: essere un balordo. E il protagonista 
della novella si chiamava, ed era, un Antuono. 

8' Languendo di desiderio. 85 Tovagliuolo. 

8'' Rafforzativo delle parole: bello, bellezza, ecc. Il Del Tufo: «Al 
fanciul, che tien quel che gradisce, Gli dicon: isce, iscC. » (»n«. e, 
f. 129). 87 si avviò. 

88 ubbriacarsi; e, quindi, vedere una cosa per un'altra. Parrebbe 
che il \. credesse che uno dei caratteri della scimmia sia di non 



JORNATA I. TRATTENEMIENTO I. 29 

mire. E isso, pigliato lo stojavocca, disse: Aprete, tova- 
gliulo; e lo tovagliuolo, aprennose, cacciaje fora tante cose 
de priezzo, che fu no stopore a Ledere. Po la quale cosa, 
ashiato n'autro sarvietto simele a cliillo, comme Antuono 
fu acetato, noe lo ngarzaje**^. Lo quale, toccanno buono, ar- 
rivaje a la casa de la mamma, dicenno : « Ora mo si, ca 
« darrimmo no caucio nfacce a la pezzentaria!, mo si, 
« ch'arremediarimmo a le vi'enzole, petacce e peruo- 
« glie''^! » E, ditto chesto, stese lo sarvietto nterra, e 
comenzaje a dicere: Aprete, ^of«^Zù<Zo.' Ma poteva dicere 
da oje ncraje, ca ce perdeva lo tiempo, e non ne faceva 
cria, né spagliosca^^ Perzò, vedendo ca lo negozio jeva 
centra pilo, disse ala mamma: « Ben'aggia aguanno, ca 
« m'è stata ngarzata n'autra vota da lo tavernaro ! ma 
« va, ca io ed isso simmo duje ! meglio non ce fosse 
« schiuso! meglio le fosse pigliato rota de carro! io poz- 
« za perdere lo meglio mobele de la casa, si quanno 
« passo da chella taverna pe pagareme de le gioje e 
« dell' aseno an'obato, io no le faccio frecole de li rova- 
« gne^'-! » La mamma, che ntese sta nova asenetate, fa- 
cenno fuoco fuoco, le decotte: « Scapizzate, figlio sco- 
« monecato!, rumpete la catena de la spalla!, levamette 
« danante!, ch'io veo le stentine meje, né te pozzo chiù 
« padiare ^^, ca me ntorza ^ ' la guallara ^^, e faccio la voz- 
« za^^, sempre che me viene fra li piede!, scumpela prie- 
« sto, e fa che te para fuoco sta casa!; ca de te me ne 
« scotolo li panne, e faccio cunto de non t'avere ca- 



aver coda. O che non conoscesse altra scimmia, se non la bertuccia, 
inuus ecaudatus (Cfr. II, 2; IV, 4; V, 3, 4). Veramente, nomina nella 
G. IV, 8 il gatto maimone, gatto di mare, cercopithecits, che ha la 
coda. Cfr. Liebr., Anm., I, 405. * 

*5 ygarzare, propr. : commettere il legname a dente, 

^ Tre parole per indicare cenci. ^^ Un minimo che. 

92 Frantumi dei vasi. ^ Digerire. ^^ Gonfia. 

^j Propr. : ernia. ^^ Gozzo. 



30 LO CTJNTO DE Lì CrNTI 

« cato! » Lo scuro Antuono, che vedde lo lampo, non 
voze aspettare lo truono, e corame si avesse arrobato 
na colata ^^, vascianno lo capo ed auzanno li tallune, ap- 
palorciaje a la vota dell' uerco. Lo quale, vedennolo ve- 
nire muscio e scialappa scialappa^*, le fece n'autra re- 
cercata de zimbaro ^^, decenno : « No saccio chi me tene, 
« che no te sbozzo na lanterna *"'', cannarono, vesseniello, 
« vocca pedetara, canna fraceta, culo de gallina, tatana- 
« ro, trommetta de la Vecaria, che d'ogne cosa jette 
« lo hanno, che vuomraeche quant'aje ncuorpo^°*, e no 
« puoie rèjere ^'^' le cicero ! Si tu stive zitto a la taverna, 
« no te soccedeva chello, che t' è socciesso ; ma, pe fa- 
« rete la lengua comm'a taccariello de molino ^''^, aje 
« macenato la felicetà, che t'era venuta da ste mano! » 
Lo nigro Antuono, puostose la coda fra le coscio, se zu- 
caje sta museca ; e, stanno tre autre anno quieto a lo 
servitio dell' uerco, pensanno tanto a la casa soja, quanto 
pensava ad essere conte, puro, dopò sto tiempo, le tor- 
naje la terzana, venennole n'autra vota ncrapiccio di dare 
na vota a la casa soja; e perzò, cercaje lecienzia all' uerco. 
Lo quale, pe levarese da nanze sto stimmolo, se contenta- 
taje che partesse, dannole na bella mazza lavorata, co 
direle: « Portate chesta mazza pe memoria mia, ma 
« guordate che no decisse: Aìisate, mazza, né: Corcate, 
« mazza; ca io non ce ne voglio parte co tico ! » E An- 
tuono, pigliannola, respose : « Va, c'aggio puosto la mola 



0' I panni d'un bucato. ^* Lento lento. 

^ Cembalo. V. n. 31, p. 8. 

*'"' Gfr., MX. I: « Chiù presto nio le sborzo na lanterna. » 

*"• Sinonimi di chiacchierone : latanaro, parola onomatopeica della 
tromba; trommetta d. l. V., della Gran Corte della Vicaria di Napoli. 

102 Reggere, ritenere. 

•"s i^gnetto, che, al girar della tramoggia, balte incessantemente 
sulla mola. Qui, raetaf. E, dalla stessa metafora, nacque jtiù tnnli il 
nome del tipo comico dell'A&otó Taccarella. 



JORNATA I. TRATTENEMIENTO I. 31 

de lo sinno ^''', e saccio quanta para fanno tre buoje; no 
« so chiù peccerillo, ca chi vo gabbare Antuono se vo 
« vasare lo guveto ^"'^ ! » A chesto respose l'nerco: « L'o- 
« pera lauda lo mastro; le parole so femmene, e li fatte 
« so mascole; starrimmo a lo bedere! Tu m'aje ntiso 
« chiù de no surdo : ommo avvisato è miezo sarvato ! » 
Mentre l'uerco secotejava a dire, Antuono se la sfilaje 
verzo la casa: ma non fu miezo miglio descuosto, che 
disse: Auzate, mazza. Ma no fu parola chesta, ma arte 
de ncanto, che subeto la mazza, comme se avesse au- 
to scazzamaur ielle ^^'^ dinto a lo medullo, comenzaje a 
lavorare de tuorno^*^' ncoppa le spalle de lo nigro An- 
tuono, tanto che le mazzate chiovevano a cielo apierto, 
ed uno cuorpo n'aspettava l'autro. Lo poverommo, che se 
vedde pisato e conciato ncordovana^'^^, disse subbeto: Cor- 
cate mazza; e la mazza scacaje^'^^ de fare contrapunte so- 
pra la cartella de la schena. Pe la quale cosa, mozzato ^^"^ 
a le spese soje, disse: « Zoppo sia chi fuje!; affé ca no 
« la lasso pe corta!; ancora n'è corcato chi ha d'avere 
« la mala sera! » Cossi dicenno, arrivaje a la taverna 
soleta, dove fu recevuto co la chiù granne accoglienza 
de lo munno, perchè sapeva che zuco renneva cotona. 
Subeto che Antuono fu arrivato, disse all' oste : « Té, sti- 
« pame sta mazza; ma vi, che no decisse: Avzate, mazza, 
« ca passe pericolo! ntienneme buono, no te lamentare 
« chiù d' Antuono, ca io me ne protesto, e faccio lo lietto 
« nante ! » Lo tavernaro, tutto prejato de sta terza ven- 



io' Dente del senno. ^^^ Gomito. 

^^'^ Piccolo demonio, diavoletto, piuttosto benigno. ^^'' Tornio. 

108 « Siccome la pelle di cordovana per divenir più gentile nella 
sua concia, passa per tormenti maggiori d'ogni altra pelle. » Così 
Partenio Tosco (L'eccell. della lingua napol., p. 266). 

1*^^ Cessò. Metaf., al solito, da cosa poco pulita. 

110 Istruito. 



32 LO CUKTO DE LI CUNTI 

tura, lo fece buono abbottare*" de menestra e vedere lo 
funno de l'arciulo; e, corame l'ebbe scapizzato ncoppa 
a no letticiello, se ne corze a pigliare la mazza, e, chiam- 
manno la mogliere a sta bella festa, disse: Aiizate, mazza! 
La quale commenzaje a trovare la stiva de li tavernare, 
e tuffete da oca, e tiffette da Uà, le fece na juta e na 
venuta de truono, tale che, vodennose curte e male pa- 
rate, oorzero, sempre calo chiajeto^'- dereto, a scetare An- 
tuono, cercanno mesoricordia. Lo quale, vistose la cosa co- 
lare a cbiummo"^, e lo maccarone dinto a lo caso"', e 
li vruoccole dinto lo lardo, disse: « No c'è remmedio; 
« vuje morarrite crepate de mazze, si no me tornate le 
« cose meje ! » Lo tavernare, ch'era buono ntommacato "', 
gridaje: « Pigliate quant' aggio, e levarne sto fruscia- 
« miento de spalle! »; e, pe chiù assecurare la parte d'An- 
tuono, fece venire tutto ohello, che l'aveva zeppolejato"''; 
che, comme Tappe dintro ale mano, disse: Corcate, mazza! 
e chella s'accosciaje e jettaje da na parte. E, pigliatose 
lo sommarro, e l'autre cose, se ne j eze a la casa de la 7^ 
mamma; dove, fatto cemiento rejale de lo tafanario de 
l'aaeno, e prova secura de lo tovagliulo, se mese buone 
cuoccole "' sotto, e, maritanno le sore, e facenno ricca 
la mamma, fece vero lo mutto : 

A pazze e a peccerillc Dio l'ajuta. 



1*1 Gonfiare. **' Propr.: lite, affare. ii3 Riuscire. 

"■i Ora si dice: il cacio sui maccheroni. Il Brano, nello Spaccio 
della bestia Irionf. (D. Ili): « Ne è cascato, com'è proverbio in Na- 
poli, il maccarone dentro il formaggio ». Per altri prov. e frasi prese 
dai maccheroni, cfr. IH, 9; IV, 3, 4, 6, 9. "^ Battuto ben bene. 

1'® Rapilo di soppiatto, arraffato. *i^ Quattrini. 



LA MORTELLA 



Teattenemiento secunno de la Jornata primma. 

Xa foretana de Miano ^ partorisce na mortella. Se ne nnammora no 
prencepe, e le resce na bellissima fata. Va fora, e la lassa dintro 
la mortella, co no campaniello attaccato. Traseno dintro la cam- 
mara de lo prencepe certe femmene triste, gelose d'isso, e, toc- 
canno la mortella, scende la fata, e l'accidono. Torna lo pren- 
cepe, trova sto streverio^, vo morire de doglia; ma, recuperanno 
pe strana ventura la fata, fa morire le cortisciane, e se piglia la 
fata pe mogliere. 

i\lon se vedde pipetare nessuno, mentre Zeza seco- 
tava lo ragionamiento sujo. Ma, pò che fece fitta a lo par- 
lare, se ntese no greciglio^ granne, e non poteva chiu- 
dere vocca delle cacate de l'aseno e de Ramazza fatata; 
e nce fu perzona, che disse, ca si ce fosse na serva de 
ste mazze, chiù de quattro mariuole manco sonarriano 
de zimmaro*, e chiù de quattro autre mettarriano chiù 
sinno, e non se trovarriano a lo tiempo d'oje chiù a- 
sene, che sarme ^. Ma, pò che s'appe fatto quarche tra- 
scurzo ntuorno a sta materia, lo segnore dette ordene a 
Cecca che continovasse lo filo de li cunte ; la quale cossi 
parlaje. 



^ villaggio, una volta casale, di Napoli, a due miglia, verso setten- 
trione. 2 Ruina, strage. 3 Mormorio, chiacchierìo. 

'^ Sonar di cembalo, rubare: usa spessissimo il N. Cfr. anche Pi- 
trè, Bibi, XV, 360, 5 (ES) farine. 



34 LO CUNTO DE LI CUNTI 

Quanno l'ommo pensasse quanta danne, e quanta rui- 
ne, quanta scasamiente succedeno pe le mardette fem- 
mene de lo munno, sarria cliiù accuorto a fuire le pedate 
de na donna desonesta, che la vista de no scorzone; e 
no consumarria l'onore pe na feccia de vordiello, la vita 
pe no spetale de male, e tutte le ntrate pe na pubreca, 
la quale non passa tre tornise ^; pocca non te fa gliottere 
antro, che pinole agregative de desguste e d'arraggia; 
comme senterrite, che soccesse a no prencepe, che s'era 
dato umano a ste male razze. 

Tu a lo casale de Miano no marito e na mogliere, 
che, non avenno sporchia de figlie, desideravano co no 
golio granne d'avere quarche arede; e la mogliere so- 
pra tutto sempre diceva : « Oh Dio, partoresse quarcosa 
« a lo munno, e no me curarria che fosse frasca de 
< mortella! » E tanto disse sta canzona, e tanto frusciale 
lo cielo co ste parole, che, ngrossatole la panza, se le 
fece lo ventre tunno, e, ncapo de nove mise, ncagno de 
partorire mbraccia a la mammana'' quarche nennillo o 
squacquara^, cacciaje da li campi elise de lo ventre na 
bella frasca de mortella. La quale, co no gusto granne pa- 
stenatola a. na testa lavorata co tante belle mascarune^, 
la mese a la fenestra, covernannola co chiù diligenzia ma- 
tino e sera, che non fa lo parzonaro ^** no quatro de ter- 
za ^\ dove spera cacciare lo pesone dell' uorto. Ma, pas- 
sanno da chella casa lo figlio de lo re, che jeva a caccia, 
se ncrapicciaje fora de mesura de sta bella frasca, e man- 
naje a dicero a la patrona che ce la vennesse, ca l'a- 



'' Giuoco sul doppio spnso di pubreca. donna pubblica, e moneta, 
che valeva tre tornesi. 

'^ Levatrice. * Bambino maschio, o femmina. V. n. 7, p. 22. 

9 Testi da flori, come usano ancora, con mascheroni in rilievo. 

**• Propr. : mezzadro (portlonarh/s)^ e, in gen,, contadino. 

'^ Spartimento tutto piantato di torse, broccoli di cavolo: Vrasstca 
olcracca. 



.TORNATA I. TRATTENEMIENTO II. 35 

verria pagata n'uocchie. La quale, dopo mille negative 
e contrasto, all'utemo, ncannaruta^' dall' offerte, ncroc- 
cata*^ da le prommesse, sbagottuta da le menacele, ven- 
duta da li prieglii, le deze la testa, pregaunolo a tene- 
rela cara, pecca l'amava chiù de na figlia e la stimava 
quanto se fosse sciuta da li rine siig^e^ Lo prencepe, co 
la maggiore prejezza de lo munno, fatto portare la testa 
a la propia cammai'a soja, la fece mettere a na loggia, 
e co le propie mano la zappolejava e adacquava. Ora 
mo accascaje, che, corcatose na sera sto prencepe a lo 
lietto, e stutato ^' le caunele, comme fu quietato lo mun- 
no, e facevano tutte lo primmo suonno, lo prencipe sen- 
tette scarponiare pe la casa, e venire a l' attentune verzo 
lo lietto na perzona. Pe la quale cosa fece penziero o 
che fosse quai'che muzzo de cammara pe allega rirele lo 
vorzillo, quarche monaciello pe levarele le coperte da 
cucilo ^^; ma, comm'ommo arresecato, che no le metteva 
paura manco lo brutto zefierno, fece la gatta morta, aspet- 
tanno l'eseto^*^ de sto negozio. Ma, quanno se sentette ac- 
costare lo chiajeto, e, tastianno, se addonaje dell'opera 
liscia, e dove penzava de parpezzare puche d'estrece ^~, 
trovaje na cesella chiù mellese *^ e morbeta de lana var- 
varesca, chiù pastosa, e cenerà ^^ de coda de martora, chiù 
delecata e tenera de penne de cardillo, se lanzaje da 
miezo a miezo, e, stimannola na fata (comme era n'ef- 



i2 Presa da .ingordigia. '^ Tirata coli' uncino. ^^ Spente. 

ij Cfr. III. 7. Il raonaciello , spirito familiare nella credenza del 
volgo napoletano. Si suole immaginarlo, ordinariamente, sotto forma 
di un nano, vestito da prete con la chierica e la scazzettella (zuc- 
chetto) rossa in testa. I suoi scherzi e dispetti (tra i quali, comu- 
nissimo questo di tirar giù le coverte dal letto di chi dorme), e i 
suoi favori, sono argomento di curiosi aneddoti. V. L. Correrà, U 
munaciello in GBB., I, 4; e F. Verdinois in Fanfulla, 6-7 genn. 1885. 
Cfr. Pitrè, Il Folletto {Bibl, XVII, 68-72). i^ (es) effetto. 

^' Pungoli, spine d'istrice, i* Tenera, molle. i^ Morbida. 



36 LO CUNTO DE LI CUNTI 

fetto), s'afferraje comme purpo, e, joquanno a la pas- 
sarà muta, facettero a preta nsino ''\ Ma, nnanze clie lo 
sole scesse comme a protamiedeco-* a fare la visita de 
li shiure, che stanno malate e languede, se sosette lo 
recapeto*- e sbignaje, lassanno lo prencepe chino de do- 
cezze, prieno de curiosità, cari-eco de maraveglia. Ma, es- 
senno continuato sto trafeco pe sette juorne, se strudeva 
e squagliava de desiderio de sapere che bene era chi- 
sto, che le chioveva da le stelle, e quale nave, carreca 
de le docezze d'ammore, veneva a dare funno a lo lietto 
sujo. Pe la quale cosa, na. notte, che la bella nonna fa- 
ceva la nanna -^, attaccatose na trozza de l e , ^j ^ a lo 
vraccio, perchè non potesse sbignare, chiammaje no cam- 
mariero; e, fatto allommare le cannele, vedde lo shiore 
de le belle, lo spanto de le foramene, lo schiocco, lo cuc- 
copinto*' de Venere, l'isce bello d'ammore; vedde na 
pipatella, na penta palomma, na fata Morgana, no confa- 
lone''^, na puca d'oro-'"'; vedde no cacciacore'^, n'uoc- 
chie de farcene, na luna nquintadecema, no musso de 



*o Due giuochi ; il primo dei quali è menzionato nella lettera dei 
N. aìV Uneco sciammeggiante (cfr. anche Cort., 3/tcco Pass., Ili, 3) ; e 
il secondo a princ. G. II. Qui, metaf,, in senso osceno. 

21 II Protomedico a Napoli, oltre al dar le licenze ai medici e 
chirurgi, non dottorati in Napoli in Salerno, « riconosce tutte 
le drogherie e droghieri, et spetiali di medicina, e barbieri e mam- 
mane per tutto il Regno; ministra in sua casa giustizia, con l'ap- 
pellationi al Consiglio, esercita per tre anni, eletto da S. M.. né può 
essere d'altre parti che Napolitano del Regno » (Capaccio. Na- 
poli descritta nel 2»'inctpii del S. XVII in Arch. Stor, Nap. VII, 780). 

*2 La persona, delia quale si parla o con la quale si ha relazio- 
ne; e, quindi, concubina, amica. V. più oltre in questo stesso Trat- 
ten., e cfr. 3/.V., IH. 

23 Nanna; giuoco di parola con nenna, giovinetta. ^' Cupido. 

*^ Cfr, I, 6; e l'egl. La coppella: « Auta e desposla cornine a con- 
fatone. » ^'^ Creatura tutta bolla, quasi ramoscello d'oro. 

^ (ES) Cacciatore! E il Liebr., quindi: cine IIerzensja.gei'in (I, 32). 



JORNATA T. TRATTENiarrENTO II. 3" 

piccionciello, no muorzo de re, no giojello ; vedde, final- 
mente, spettacolo da strasecolare. La quale cosa, nairanno, 
disse: « Ora va te nforna, dea Cocetrigno ^^ !, chiavate na 
« funa ncanna-^, o Elena! tornatenne, o Criosa e Sbiorella^*^!, 
« ca le bellezze vostre so zavaneUe ^^ a paragone de sta 
« bellezza a doi sole^-, bellezza comprita, nteregna^^, sta- 
« scionata, massiccia, cbiantuta, grazie de sisco^', de se- 
« viglia^"^, de truono, de mascese^*^, de mportolanzia ^'', 
« dove non nce truove piecco?^, non c'asbie^^ zeta! 
« suonno, o doce suonno, carreca papagne'*'^ all' nocchie 
« de sta bella gioja!, non me scorrompere sto gusto de 
« mirare, quanto io desidero, sto triunfo de bellezza! 
« bella trezza, che m'annodeca!, o beli' nocchie, che me 
« scaudano !, o belle lavra, che me recrejano !, o bello piet- 



as ciprigna. 29 va t'impicca! 

30 Qui il luogo sembra corrotto, e, forse, deve dire : « a Criosa, o 
Shiorella. » Allude alla storia di Marco e Fiorella, due famosi a- 
manti. Cfr, II, 7, e il Cortese {Giulio e Perna, pag. 6). Questa sto- 
ria, tanto popolare un tempo, non riuscì al Liebr. (An/n, I, 398-9), 
né airimbriani {Posti. III. XV, pag. 176, sgg.), di ripescarla. Ne La 
Necessità aguzza lo Ingegno, Comedia dell'Accadi. Infuriato, detto lo 
Impatiente (Nap., 1670), e' è, intorno ad essa, un accenno un po' più 
largo: « Ecco agghiustata la trinca: Marcalo, Shiorella e Buonau- 
rio » (I, 5). D'altra parte, trovo che Guglielmo di Blois scrisse in- 
torno al 1160 una Tragoedia de Flaura et Marco, ora perduta {Hi- 
stoire Hit, XV, 414). Il che accennerebbe all'antichità dell'argomento, 
se il riscontro dei nomi non fosse, come forse è, puramente casuale. 

31 Cose da nulla. 

32 A doppia suola. Erron. il Liebr.: « mit zwei Sonnen. » (I, 32). 

33 Intera. 34 propr. : fischio. Ma: de sisco vale: a meraviglia. 

35 Molte le cose eccellenti di Siviglia: il tabacco, la bellezza delle 
donne, ecc. Nelle MX, Vili: « na calza de Seviglia. » 

36 Nell'Egl. La Coppella: « È quarcosa de bello? — A punto, e 
de mascese ». E così molti altri esempii, in senso di cosa utile, ot- 
tima, eccellente. 

3'' Forse: d'importanza. Nella G. Ili, 3: « lo negozio è de mporto- 
lanzia ». 38 Difetto. 39 Trovi. *o Papaveri, 



38 LO CTJNTO DE LI CUNTI 

«. to, che conzolame!, o bella mano, che me smafara'^M 
« Dove, dove, a quale poteca de le maraveglia de la na- 
« tura se fece sta viva statola ? qnal' Innia dette l' oro da 
« fare sii capille? qual' Etiopia l'avolio da fravecare sta 
« fronte? quale maremma li carvunchie de componere 
<; st'uocchie? quale Tiro la porpora da magriare*^ sta 
« facce? quale Oriente le perne da tessere sti diente? e 
« da quale montagne se pigliaje la neve, pe sparpogliare 
« ncoppa a sto pietto? Neve contra natura, che mantene 
« li shiure, e soauda li core ! » Cosi decenno, le fece vite 
de le braccia, pe conzolare la vita. E, mentre isso le 
strenze lo cucilo, essa fu sciòuta da lo suonno, respon- 
nenno co no graziuso alizzo ^'^ a no sospiro de lo pi'encepe 
nnammorato. Lo quale, vedennola scetata, le disse: « 
« bene mio, ca si, vedenno senza cannele sto tempio d'am- 
<f more, era quase spantecato, che sarrà della vita mia, 
« mo che ci aje allommato doi lampe? bell'uocchie, 
« che, co no tronfiello de luce, facite joquare a banco fal- 
« luto*' le stelle, vui sulo, vu i avite spertosato sto co- 
« re, vui sulo petite comme ova fresche farele na stop- 
« pata*"'! E tu, bella medeca mia, muovete, muove a pie- 
« tate de no malato d'ammore, che, pe avere mutato 



•'* Buca, trafiggo, 

''^ Colorare di rosso. E si chiamavano inagriate, quelle tinture di 
rosso o altro colore, che si facevano per insulto alle porte delle 
case; contro le quali pene severissime stabilivano le prammatiche. 

''S sbadiglio. V. n. 59, p. 26. 

^' Il Tansillo nei CajiUoU (ed. S. Volpicella, Nap., 1870, p. 269) no- 
mina: « il giuoco del trionfo e di runfetto ». Il Garzoni, tra i giuochi, 
che si fanno coi tarocchi: a trion fitti, e a banco fallito (0. e, p. 564). 
Il Boccalini discorre del trionfetto, chiamandolo: « giuoco vilissimo 
A-\ sbirri » (Ragg. di Parnaso. Ven., 1680, II, 2). Nelle prammatiche, 
il giuoco del triunfo è nominato tra quelli permessi. Cfr. Pranun. 
Agosto, 1638, T. Xil. De aleatorlbus, 14 (Coli. Giust., T. I). 

*^ « Si fa con uova, olio rosato e trementina con stoppa, ponen- 
dosi sulle ferite » (Fasano, 0. e, IH, 19). 



JORNATA I. TRATTENEMIENTO IL 39 

« ajero da lo bruoco""^ de la notte a lo lummo de ssa 
« bellezza, l'è schiaffata na freve!, mietteme la mano a 
« sto pietto, toccarne lo puzo, ordename la rizetta! Ma 
« che cerco rizetta, arma mia?, jettame cinco ventose a 
« ste lavra co ssa bella vocca; non voglio autra scerga- 
« zione'' a sta vita, che na maniata de sta manzolla'*^, 
« ch'io so securo ca, co l'acqua cordeale de sta bella 
« grazia e co la radeca de sta lenguavoie^^, sarraggio li- 
« bero e sano. » A ste parole, fattose la bella fata ros- 
sa comme a vampa de fuoco, respose : « Non tante laude, 
« signore prencepe, io te so vajassa^", e pe servire sta 
« faccia de re, jettaria perzi lo necessario ^\ e stimmo 
« a gran fortuna, che, da rammo de mortella pastenato 
« a na testa de creta, sia deventato frascone de lauro 
« mpizzato a l' ostarla de no core de carne ^', e de no 
« core, dove è tanta grannezza e tanta vertute! » Lo 
prencepe, a ste parole, squagliannose comme a na can- 
nela de sivo, tornanno ad abbracciarela, e sigillanno sta 
lettera co no vaso, le deze la mano, dicenno: « Eccote 
« la fede, tu sarrai la mogliere mia, tu sarrai patrona de 
« lo scettro, tu averraje la chiave de sto core, cossi 
« comme tu tiene lo temmone de sta vita! » E, dapò che- 
ste e ciento autre ceremonie e trascurze, auzatose da lo 
lietto, vedettero se le stentina ereno sane^^, e stettero 
co lo stisso appontamiento pe na mano de juorue. Ma, 



^ Fosco, '*'' Fregagione. *^ Manina. 

■*9 Pianta medicinale; linguabova, buglossa. Altri corregge : lengua 
toja. 50 Serva. 

51 Vaso immondo. Allude all'uso delle serve, che andavano allora 
a gettar fuor di casa i vasi immondi. Gfr. IH, io: «A la marina de 
Ghiaja la sera, quanno chelle magne femmene portano lo tributo 
a lo maro, d'autro che d'adure d'Arabia ». 

5- Le frasche, messe a insegna deirosceria. 

53 Mangiarono. Il Cortese: « Jezemo nuje perzine a lo (iniello A 
bedere s'è sano lo vodiello » {Viaggio de Parnaso, II, i). 



40 LO CUNTO DE LI CUNTI 

perchè la fortuna, sconceca juoco e sparte matrimonio, è 
sempre mpiedeco^' a li passe d'ammore, è sempre cano 
nigro, che caca miezo a li guste de chi vo bene^^, oc- 
corze che fu chiammato lo prencepe a na caccia de no 
gran puorco sarvateco, che roinava chillo paese. Pe la 
quale cosa fu costritto a lassare la mogliere, anze a las- 
sare dui tierze de lo core. Ma, perchè l'amava chiù de 
la vita, e la vedeva bella sopra tutte le bellezzetudene 
cose, da st'ammore e da sta bellezza squigliaje chella 
terza spezie, che è na tropeja ^'^ a lo mare de li contiente 
amoruse, na chioppeta^' a la colata de le gioje d'am- 
more, na folinia, che casca dinto a lo pignato grasso ■'** 
de li guste de li nnammorate, chella, dico, eh' è no serpe, 
che mozzeca e na carola ^^ che reseca, no fele, che ntos- 
seca, na jelata, che nteseca*'", chella, pe la quale sta sem- 
pre la vita posole, sempre la mente nstabile, sempre lo 
core suspeca. Perzò, chiammata la fata, le disse: « So 
^; costritto, core mio, di stare doi, o tre notte, fora de 
<v casa. Dio sa con che dolore me scrasto da te, che 
« si l'arma mia!, lo Cielo sa, se nante che piglia sto 
« trotto, farraggio lo tratto ! Ma, no potenno fare de raan- 
<' co de non ghiro pe sodesfazione de patremo, besogna 
< ch'io te lassa. Perzò te prego, pe quanto ammore me 
« puorte, a trasiretenne dintro la testa, e no scire fora, 
« finché non torno, ca sarrà quanto primma. » « Cossi 



5' Intoppo. 

S5 Così il N. lìosxbn e il Cortese {Giulio e Perna, p. 25), ecc. 

5" Temporale, tempesta. '<'' Piofj^ria. 

^■>^ Cfr. II, 4. Sorta di minestra napoletana, fatta con cavoli, pro- 
sciutto, lardo, ecc., che allora era considerata come il capolavoro 
della cucina napoletana; i maccheroni non avevano l'importanza, 
che ebbero poi. V. il Del Tufo (nis. e, f. 19-20) e il N. e il Cortese 
e lo Sgruttendio, che non cessano di esaltarla! Nella G. V., i: « L'a- 
dore ne .ieva pe tutto lo quartiero, comme va de le pcynate mari- 
tate la domeneca. » so Tarlo. '•0 Intirizzisce. 



JOENATA I. TKATTENEMIENTO II. 41 

« farraggio, — disse la fata, — perchè non saccio, non vo- 
« glio, nò pozzo leprecare a chello, clie te piace! Perzò, 
« va co la mamma de la bon'ora, ca te servo a la co- 
« scia^M Ma famme no piacere di lassare attaccato a la 
« cimma de la mortella no capo di seta co no campa- 
« niello, e, quanno tu vieni, tira lo filo e sona, ch'io su- 
« beto esco e dico : veccome ! » Cossi facette lo prence- 
pe; anze, chiammato no cammariero, le disse: « Vieni ccà, 
« vieni ccà tu, apre l'aurecchie, sienti buono: fa sempre 
« sto lietto ogne sera, comme ce avesse a dormire la 
« perzona mia, adacqua sempre sta testa, e sta ncelle- 
« vriello, e' aggio contato le frunne; e, s'io ne trovo una 
« manco, io te levo la via de lo pane ! » Accessi ditto, 
se mese a cavallo, e jette comm'a piecoro, eh' è portato 
a scannare, pe secotare no puorco. Fra chisto miezo, sette 
femmene de mala vita, che se teneva lo prencepe, visto 
ca s' era ntepeduto e refreddato nell'ammore, e c'aveva 
nzoperato '^'" de lavorare a li terretorie loro, trasettero 
nsospetto, che, pe quarche nuovo ntrico, se fosse smen- 
tecato dell'ammecizia antica. E perzò, desiderose di sco- 
prire paese, chiammaro no fi*avecatore, e co buone do- 
nare, le fecero fare na cava pe sotto la casa loro, che ve- 
nette a responnere dinto la cammara de lo prencepe. 
Dove trasute sto spitalere*^^ leiestre*^' pe vedere se nuovo 
recapito, si autra sbriffia'^-' l'avesse levato la veceta"^'' 
e ncantato l'accunto, no trovanno nesciuno, aperzero. E, 
visto sta bellissima mortella, se ne pigliare na fronna 
ped uno; sulo la chiù picciola se pigliaje tutta la cimma, 



Si Nel miglior modo. Metaf. tolta dal beccaio, clie taglia all'avven- 
tore la carne della coscia, cioè del miglior pezzo. 

<52 Sospeso, cessato. 

63 Meretrici, gente da ospedale. Gfr. MK, II, vm. Lo Sgruttendio, di 
lina donna infrancesata: « e non sapeva Ch'era sore carnale a lo 
spedale. » (0. e, II, 12). 6i Leste. ^^ Meretrice. 

^ La vece, 1" ufficio. 

6 



I 



42 LO CUNTO DE LI CUNTI 

a la quale era attaccato lo campaniello. Lo quale toccato 
a pena, sonaje; e la fata, credennose che fosse lo pren- 
cepe, saette subeto fora. Ma le perchie scalorcie "'', corn- 
ine vedettero sta pentata cosa, le mesero le granfe ad- 
duosso, decenno: « Tu si elicila che tiri a lo molino tujo 
« l'acqua de le speranze nostre?, tu si chella che ci hai 
« guadagnato pe mano lo bello riesto de la grazia de 1 o 
« prencepe?, tu si chella magnifeca, cheite si posta mp os-'^ 
« sessione delle carnecelle nostre?; singhe la ben venu- 
fn ta, va, ca si arrevata a lo colature!, oh che non t'a- 
vesse cacato mammata!, va ca staje lesta!, aje pigliato 
« vajano*^^!, nce si ntorzata^'-' sta vota!, non sia nata 
« de nove mise, se tu ne la vaje! » Cossi decenno, le 
schiafattero na saglioccola'" ncapo, e, spartennola subeto 
nciento piezze, ogn'una se ne pigliaje la parte soja: sulo 
la chiù peccerella non voze concorrere a sta crudeletate 
cosa,-e, mmitata da le sere a fare comme facevano lloro, 
non voze antro, che no cierro de chille capille d'oro. 
Fatto chesto, se l' appalorciaro pe la medesema cava. 
Arrivaje, fra tanto, lo cammariero pe fare lo lietto ed 
adacquare la testa, secunno l'ordene de lo patrone, e tro- 
vato sto bello desastro, appo a morire spantecato! E pi- 
gliatose lo mano a diente, auzaje li residie*' de la carne 
e de l'ossa avanzate, e, raso lo sango da terra, ne fece 
tutto no montonciello dinto la stessa testa ; la quale adac- 
quata, fece lo lietto, serraje, e posta la chiave sotto la 
porta "^, se ne pigliaje le scarpune fora de chella terra. 



6'' Brutte, vili. Cfr. .V.V., II. 

^ Hai trovato il tuo danno. « Detto usitatissimo per dinotare che la 
cosa non succederà secondo l'altrui desiderio » (Fasano, o. e, II, 71). 

^5» Capitata. '''' Mazza. "' Resti, rimasugli. 

'^ Cfr. n, IO. Nota il Liebr.: « Anche nelle nostre classi popolari, 
è cosa non rara il metter la chiave sotto la porta altrove, nel 
partire, perchè altri poi ve la ritrovi. » {Anm., I, 399). Ed è usuale 
anche presso il nostro popolo. 



JORNATA I. TEATTENEMIENTO II. 43 

Ma, tornato lo prencepe da la caccia, tiraje lo capo de 
seta e sonaje lo cainpaniello; ma sona, ca pigile quaglie^^, 
sona, ca passa lo piscopo "', poteva sonare a martiello, ca 
la fata faceva de la storduta, Po la quale cosa, juto de 
ponta'^ a la cammara, e non avenno fremma de chiam- 
maro lo cammariero e cercare la chiave, date cauze a 
la mascatura, spaparanza la porta, trase dintro, apere la 
fenestra, e vedenno la testa sfronnata, commenzaje a fare 
no trivolo vattuto""^, gridanno, strillanno, vocetejanno: « 
« maro mene, o scuro mene, o negregato mene ! ; e chi 
« m'ha fatto sta varva de stoppa? e chi m'ha fatto sto 
« triunfo de coppa ~~ ? o roinato, o terrafinato "*, o scon- 
« quassato prencepe! o mortella mia sfronnata, o fata 
« mia perduta, o vita mia negrecata"^, o guste mieje, jute 
« nfummo, piaciri miei, jute a Tacito! Che farrai, Cola 
« Marchione sventurato? che farrai nfelice? sauta sto 
« fuosso; auzate da sto nietto!; Si scaduto da ogni bene, 
« e no te scanne? si alleggeruto da ogne tresoro, e non 
« te svennigne? si scacato da la vita, e non te dai vota? 
« Dove si, dove sì, mortella mia?, e quale arma chiù de 
« pipierno tosta m'ha roinato sta bella testa? caccia 
« mardetta, che m'aje cacciato da ogne contento!; ohimè, 
« io so speduto, so fuso, so jato a mitto^*^, aggio scom- 
« pute li juorne ! ; no è possibele che campa pe sprem- 
« miento a sta vita senza la vita mia! Forza è ch'io sten- 
« na le piede, pecca senza lo bene mio me sarrà lo suonno 
« trivolo, lo magnare tuosseco, lo piacere stitico, la vita 
« pònteca^' ! » Chesse ed autre parole, da scommovere le 



'3 Allude ai richiami dei cacciatori. ''' Vescovo, "'^ Difilato. 

~'^ Pianto, che si fa sui cadaveri, con certe cadenze e battute; co- 
stume antico e diffuso. Gfr. Mormile, note ai Sonetti di N. Gapasso 
(Nap., 1876, p. 31). 

'^'' Allusione a un giuoco. ''* Mandato in rovina. 

"5 Sventurata. S'^ Son morto. ** Aspra, acerba. 



44 LO CmfTO DE LI C'UNTI 

prete de la via, deceva lo prencepe ; e, dapò luongo rie- 
peto^-' e ammaro sciabacco*^, chino de scliiattiglia e de 
crepantiglia, no chiudenno maje uoccliie pe dormire, né 
aprenno maje vocca pe magnare, tanto se lassale pigliare 
pede da lo dolore, che la faccia soja, ch'era mprimmo 
di minio orientale, deventaje d'oro pimmiento^', e lo 
presutto de le lavra se fece nsogna*^ fraceta. La fata, 
ch'era de chelle remasuglie poste ne la testa tornata 
a squigliare, vedenno lo sciglio ^"^ e lo sbattere de lo po- 
vero nnammorato, e comme era tornato no pizzeco co no 
colore de Spagnuolo malato **■, de lacerta vermenara, de 
zuco de foglia, de sodarcato*^, de milo piro, de culo de 
focetola*^ e de pideto de lupo, se mosse a compassione ; 
e, sciuta de relanzo da la testa, comme lummo de can- 
nela sciuta da lanterna a bota^", dette all'uocchie de 
Cola Marchione, e, stregnennolo co le braccia, le disse : 
« Crisce, crisce, prencepe mio! no chiù! scumpe sto tri- 
« volo, stojate^^ st' nocchie! lassa la collera, stienne sto 
« musso! eccome viva e bella a dispietto de chelle gua- 
« guine "-, che, spaccatome lo caruso ^^, fecero de le carne 



82 Lamento, piagnisteo. Sul rlepeto v. Galiani in VN., e B. Capasse 
in GBB., in, 9. 

83 Pianto dirotto. ** Orpimento. 

*s Sugna, strutto. 8^ Lo strapparsi dei capelli per dolore. 

87 Doveva essere un aspetto speciale e proverbiale. Il Del Tufo, 
descrivendo lo Spagnuolo, che giunge a Napoli, senza un soldo e 
colla sola spada al fianco, che non può cavarla per la ruggine: 
« Misero, afflitto e stanco, Anzi dal troppo lungo aspro digiuno Vien 

macilento ognuno, Lordo, laido, meschin, tutto stracciato smonta 

poi di galera. Con quel volto suo afIliUo, ispida cera. » {tns. e f. 
103-4). 88 (ES) nsolarcato. 89 Beccafico. 

^ Il Garzoni parla di « quella sorta di lanternini, inventati dai 
Bresciani, che chiudono e scoprono il lume quando si vuole, benché 
oggi siano proibiti quasi da per tutto » io. e, p. 460). Infatti le no- 
stre prammatiche ne permettevano l'uso solo àgli sbirri. Gfr. DR.^ ad 
verb. »* Netta, tergi. ^^ ^^le femmine. ^3 zucca, testa. 



.TORNATA I. TRATTENEMEENTO II. 45 

« meje cliello che fece Tefone^' de lo povero frate! » 
Lo prencepe, vedenno sta cosa, quanno manco se lo cre- 
deva, resorzetaje da morte nvita, e, tornaonole lo colore 
a le masche''^, lo caudo a lo sango, lo spireto a lo piet- 
tó, dopblnille carizze, vierre, gnuoccole e vraoccole ^"^j 
che le fece, voze sapere da la capo a lo pede tutto lo 
socciesso. E, sentuto ca lo cammariero non ce aveva 
corpa, lo fece chiammare, e ordenato no gran banchetto, 
con buono consentemiento de lo patre, se sposaje la fata; 
e commetato tutte li principale de lo regno, voze, che 
sopra tutto nce fossero presente le sette scirpie^~, che 
fecero la chianca^** de chella vetelluccia allattante. E, 
fornuto che appero de mazzecare, disse lo prencepe ad 
uno ped uno a tutte li commetate: « Che meritarria chi 
« facesse male a chella bella fegliola? », mostranno a 
dito la fata; la quale comparze cossi bella, che sajettava 
li core comme furgolo, tirava l'arme comm' argano e stra- 
scinava le voglie comm' a stravolo. Ora mo, tutte chille, 
che sedevano a la tavola, commenzanno da lo re, dissero, 
uno ca meretava na forca, n' antro ch'era degna de na 
rota, chi de tenaglie, chi de precipizie, chi de na pena, 



^* (ES): Tesone. Onde il Liebr. annota: « Io non so a che si al- 
luda. » Ma aggiunge l'errore di tradurre frate per Mónch (Anm. I, 
399). Tifone (Seth.), dio della mitologia egiziana, con settantadue 
compagni congiiirò, secondo la favola, contro suo fratello Osiride, 
e riuscì, con un'astuzia, a farlo entrare in una cassa; sulla quale i 
congiurati si precipitarono, chiudendo il coverchio, conficcandovi 
dei chiodi, colandovi dentro del piombo, e poi la gittarono a mare. 
V. Plutarco, De Iside et Osiride, XII. 

3^ Guancie. 

^ Vierre, carezze. Gnuoccole, specie di pasta; vruoceole, broc- 
coli; e metaf., carezze. Onde i venditori di broccoli a Napoli gridano 
equivocamente : Vrv.occole, ca so buone dint' lietto ! 

'^" Arpia. 

^ Macello. Dalle panche (chianche), sulle quali si mettono in ven- 
dita le carn^ macellate. 



46 LO C'UNTO DE LI CUKTI 

e chi de n'autra. E, toccanno pe utemo a parlare a le 
sette cernie ^^, se be no le ieva a tuono sto parlamiento, 
e se nzonnavano la mala notte, tuttavia, perchè la verità 
sta sempre dove tresca lo vino, resposero : che chi avesse 
armo de toccare schitto sto saporiello de li guste d'am- 
more, sarria stato merdevole d' essere atterrato vivo dinto 
na chiaveca. Data sta settenza co la propia vocca, disse 
lo prencepe : « Vui stesse v' avite fatto la causa, vui 
« stesse avite fermato lo decreto; resta ch'io faccia se- 
« cotare l' ordene vuostro; pocca vui site chelle, che co 
« no core de Nerone *'"^, co na crudeletate de Medea, fa- 
« cistevo na frittata de sta bella catarozza, e trencia- 
« stevo comtn'a carne de sauciccia ste belle membro. 
« Perzò, priesto, ajosa^^S no se perda tiempo, che siano 
« jettate mo proprio dinto na chiaveca maestra, dove fì- 
« niscano miseramente la vita! » La quale cosa posta su- 
beto ad effetto, lo prencepe maritaje la sore chiù pic- 
ciola de ste squaltrine co lo cammariero, dannole bona 
dote. E, danno da vivere commodamente a la mamma e 
a lo patre de la mortella, isso campaio allegramente co 
la fata, e le figlie de lo zifierno, scompenno co ammaro 
stiento la vita, fecero vero lo proverbio dell'antiche sa- 
pute: 

Passa crapa zopjìa, 

/S'è no trova chi la ntoppa.^^^ 



98 (ES) Cervie — Cernia (perca gigas), sorla di pesce ; metaf., per 
persona brutta. *^ (ES): Nigrone. *oi orsù. 

102 eh' è il proverbio, citato da Farinata degli Uberti. quando di- 
fese Fiorenza a viso aperto. Cfr. jV.V., I. 



PERUONTO 



Trattenemiento terzo de la Jornata primma. 



Peruonto, sciaurato de copella, va pe fare na sarcena^ a lo vosco, 
usa no termene d'amorevolezza a tre che dormeno a lo sole, ne 
i-eceve la fatazione, e, burlato da la figlia de lo re, le manna la 
mardezzione, che sia prena d' isso, la qual cosa successe. E, sapu- 
tose essere isso lo patre de la creatura, lo re lo mette dinto na 
votte co la mogliere e co li figlie, jettannolo dintro mare. Ma, pe 
vertute de la fatazione soja, se libera da lo pericolo, e, fatto no 
bello giovene, deventa re. 



iVlostraro tutte d'avere sentuto no gusto granne pe 
la consolazione avuta da lo povero prencepe e pe lo 
castico recevuto da chella marvasa femmena. Ma, avenno 
da secotejare lo pai-lamiento Meneca, se deze fine a lo 
vervesiamiento - de l'autre, ed essa commenzaje a contare 
lo socciesso, che secota. 

Non se perdette maje lo fare bene: chi semmena cor- 
tesie, mete beneficio, e chi chianta amorevolezze, reco- 
glie amorosanze; lo piacere, che se fa ad anemo grato, 
non fu maje sterele, ma ncrina gratetudene e figlia prem- 
mie ; se ne vedeno sprementate ne li continue fatte del- 
l' uommene, e ne vedarrite esempio ne lo cunto, e' aggio 
mpizzo de fareve sentire. 



1 Legna. - Chiacchierìo, 



48 LO GUSTO DE U CUNTI 

Aveva na magna femmena de Casoria^, chiammata 
Ceccarella, no figlio nommenato Peruonto ; lo quale era 
lo chiù scuro cuorpo, lo chiù granne sarchiopio "*, e lo 
chiù sollenne sarchiapone ^, c'avesse crejato la natura. 
Pe la quale cosa la scura mamma ne steva co lo core 
chiù nigro de na mappina'' e jastemmava mille vote lo 
juorno chillo denucchio, che spaparanzaje la porta a sto 
scellavattolo'', che no era buono pe no quaglio de cane*. 
Pecca, poteva gridare la sfortunata e aprire la canna, ca 
lo mantrone non se moveva da cacare pe farele no mmar- 
ditto servitio. All'utemo, dapò mille ntronate de celle- 
vriello, dapò mille nfroate de zuco, e dapò mille dicote 
e dissete, e grida oje, e strilla craje^, l'arredusse a ghire 
a lo vosco pe na sarcena, decennole: « Ora maje è ora 
« de strafocarece ^^ co no muorzo ; curre pe ste legna, 
« non te scordare pe la via e vieni subeto, ca volimmo 
« cucinare quatto torza strascinate*' pe strascinare sta 
« vita. » Partette lo mantrone de Peruonto, e partette 
come va chillo, che sta miezo a li confrate *^; partette, 
e camminaje, comme se jesse pe coppa all'ova, co lo passo 
Qe la picca, e contanno le pedate, abbiannose chiane 
chiane, adaso adaso, e palillo palillo, facenno siamma siam- 



3 Allora casale regio di Napoli; ora comune della prov. di Napoli, 
capoluogo di circondario con ab. 9890. 

* Sciocco; e, secondo il Gal., è « una di quelle pochissime parole, 
intieramente e indubitatamente greche che ci sieno restate. » VN. 

s Goffo, villanzone. In una delle redazioni della Nascita del Verbo 
Umanato appare il personaggio buffo chiamato Sarchiapone. 

" Panno da cucina. 

' Un uccello, che sarebbe, secondo il Gusumpaur {Vocab. ornltol. 
nap., Nap. 1874), la balia, muscicapa albicollis, 

8 Cosi altrove, e bisogna intendere che non era buono a nulla, 
perchè il caglio di cane non serve, ^ Domani. ^'^ Affogarci. 

" Broccoli soffritti in olio. 

*2 Che va a morte. A Napoli i condannati a morte erano assistiti 
dalla Compagnia dei Bianchi della giustizia. 



JOENATA I. TBATTENEMIEKTO lU. 49 

ma'* a la via de lo vosco pe fare la venuta de lo caor- 
vo**. E, comme fu miezo a na certa campagna, pe dove 
Correva no ahiummo, vervesianno e mormoreanno de la 
poca descrezzione de le petre, che le impedevano la 
strata, trovaje tre guagnune ^^, che se avevano fatto strap- 
pontino de l'erva, e capezzale de na preta selece; li 
quale, a la calantrella ^'^ de lo sole, che le carfettejava*^ 
a perpendicolo, dormevano comme a scannate. Peruonto, 
che vedde ste poverielle, ch'erano fatte na fontana d'ac- 
qua miezo na carcara^^ de fuoco, avennone compassione, 
co la medesema accetta, che portava, tagliaje certe fra- 
sche de cercola^^, e le fece na bella nfrascata, Tra chi- 
sto miezo, scetatose chille giovane, ch'erano figli de na 
fata, e, vedenno la cortesia e morosanza de Peruonto, le 
dezero na fatazione : che le venesse tutto chello, che sa- 
pesse addemannare. Peruonto, avenno fatto sta cosa, pi- 
gliale la strata verzo lo vosco, dove fece no sarcenone 
cossi spotestato, che uce voleva no strado a strascina- 
relo. E, vedenno ch'era chiajeto scomputo^" a poterelo por- 
tare ncuollo, se le accravaccaje ncoppa, decenno : « be- 
« ne mio, se sta fascina me portasse camminanno a ca- 
« vallo ! » Ed ecco la fascina commenzaje a pigliare lo por- 
tante, comme a cavallo de Bisignano*^; e, arrivato nante 
a lo palazzo de no re, fece rote e crovette da stordire. 
Le damicelle, che stevano a na fenestra, vedenno sta 
maraviglia, corzero a chiamare Vastolla, la figlia de lo 
re. La quale affacciatase a la fenestra, e puosto mente a 



*3 (ES) shiamma sMam'/na. Cfr. V, 9. 

i' Int.: per non tornare o tornar tardi. Cfr. II, io. 

i5 Fanciulli, giovanetti. ^^ Sferza del sole. ^"i Batteva. 

18 Fornace per la calce. i9 Quercia. 

20 propr.: lite finita. Int.: cosa impossibile. 

21 Comune della prov. e circond. di Cosenza; ab. 4460. Ancora nel 
secolo scorso erano celebrate le sue razze di cavalli. V. Giustiniani, 
0. e, Voi. II (Xap., 1797), ad nom. 



50 LO CUNTO DE LI CUNTI 

li repulune'" de na sarcena ed a li sauté de na fascina, 
sparaje a ridere; dove, pe naturale malenconia, no se ar- 
recordava maje e' avesse riso. Auzata la capo Peruonto, 
e visto ca lo coffiavano, disse: « Vastolla, va, che 
« puozze deventare prena de sto fusto ! » E, cossi ditto, 
strenze na sbrigliata de scarpune a la sarcena, e de ga- 
loppo sarcenisco arrivaje subeto a la casa co tante pec- 
cerille appriesso, che le facevano l'allucco e lo illajo^^ 
dereto, che, se la naamma non era lesta a serrare subeto 
la porta, l'averriano accise a cuerpe de cetrangolate e 
de terza. Ma Vastolla, dopò lo mpedemiento dell' orde- 
nario^^, e dopò cierte sfiole e pipoliamiente de core''^, 
s'addonaje e' aveva pigliato la pasta ; nascose, quanto fu 
possibele, sta prenezza, ma, no potenno chiù nasconnere 
la panza, ch'era ntoi'zata*'' quanto a no varratummolo"', 
lo re se ne addonaje; e, facenno cosa dell'autro munno, 
chiammaje lo consiglio, decenno: « Già sapite ca la luna 
« de lo nere mio ha fatto lo corna; già sapite, ca pe fare 
'< scrivere croneche, overo corneche, delle vergogne meje, 
<■ m'ha provisto figliama de materia de calamaro; già 
« sapite, ca pe carrecareme la fronte, s'ha fatto carre- 
« care lo ventre; perzò, deciteme, consigliateme ! Io sar- 
« ria de pensiero de farele figliare l'arina primma de 
« partorire na mala razza; io sarria d'omore de farele 
« sentire primma le doglie de la morte, che li dolure 
<• de lo partoro ; io sarria de crapriccio, che, primma spor- 
« chiasso''* da sto munno, che facesse sporchia e sem- 
« menta! » Li conzigliere, c'avevano strutto chiù uo- 
glio, che vino, dissero: « Veramente mereta no gran ca- 
« stico; e de lo cuorno, che v'ha puosto nfronto, se de- 



22 Scossoni. 23 Grida, urli. 21 Mestruo. 2,'; svenimenti. 

26 Qui: gonfiata. 27 (es) vero tummulo. — Un tomolo pieno. 

28 Sporchiare, germogliare, e, anche dileguare, sparire. Onde il 
giuoco di parola. 



.TORNATA I. TRATTENEMIENTO III. 51 

« verna fare la maneca de lo cortiello, che le levasse 
« la vita. Non perrò, si l'accidimmo mo, eh' è prena, se 
« n'escerà pe la maglia rotta chillo temmerario, che, pe 
« ve mettere dinto na vattaglia de disgusto, v'ave ar- 
« mato lo cuorno diritto e lo manco ; pe v'ammezzare la 
« politeca de Tiberio, v'ha puosto nnante no Cornelio 
« Tacete^"; pe rapresentareve no suonno vero d'infam- 
« mia, l'ha fatto scire pe la porta de cuorno. Aspet- 
« tammo, adonca, ch'esca a puorto, e sacciammo quale fu 
« la radeca de sto vituperio, e pò ponzammo e resor- 
« vimmo co grano de sale che cosa n'averrimmo da 
« fare. » Ncasciaje a lo re sto conziglio, vedenno ca par- 
lavano assestato ed a separo^*', e perzò tenne la mano e 
disse : « Aspettammo l'eseto de lo negozio. » Ma, comme 
voze lo cielo, jonze l' ora de lo partoro, e co quattro do- 
glie leggio leggio, a la primma shioshiata d'agliaro^^, a 
la primma voce de la mammana, a la primma spremmuta 
de cuorpo, jettaje nzino a la commare dui mascoluno, 
comme a dui pomme d'oro. Lo re, ch'era prieno isso puro 
de crepantiglia, chiammaje li conzegliere pe figliare, e 
disse; « Ecco è figliata figliama, ma è tiempo d'assecon- 
« nare co na saglioccola. » « No, » dissero chillo viec- 
chie sapute (e tutto era pe dare tiempo a lo tiempo) 
« aspettammo, che se facciano granne li pacionelle^'^ pe 
« potere venire ncognizione de la fosonomia de lo pa- 
« tre. » Lo re, perchè non tirava vierzo senza la fauza- 



29 Giuoco di parola Ira Cornelio e corna. 

30 Saggiamente. Nella G. I, io: « Va, sore mia, ca notii)arlea se- 
para. » 

3i Vaso, nel quale le partorienti soffiavano forte per aiutare le forze 
nei dolori del parto. Il Cortese : « Spriemmete, figlia, spriemme, ca 
non dura Troppo st' ammaro, e vennerà lo doce; Spriemmete, bene 
mio, sta ncellevriello; Aiutate, tè, shioshia sfagliar iello! * {Vaiass., 
XI, 2). Gfr. Del Tufo (ms. e, f. 55-7). 

32 Bambini. V, n. 16, p, 22, 



52 LO CUNTO DE LI CUNTI 

rega de lo consiglio pe no scrivere stuorto, se strenze 
ne le spalle, appe fremma, ed aspettaje fi tanto, che li 
figliule furo de sette anne. Ne lo quale tiempo, stimmo- 
late de nuovo li consigliere a dare a lo trunco e a dove 
tene, uno de loro disse: « Pocca non avite potuto scau- 
« zare vostra figlia e pigliare lengua chi sia stato lo 
« monetario fauzo, eh' a la magone vostra ave auterato 
« la corona, mo ne cacciarrimmo la macchia. Ordenate, 
« adonca, che s'apparecchia no gran banchetto, dove ag- 
« già da venire ogne tetolato e gentelommo de sta 
« cetate, e stammo all'erta, e co l' nocchie sopra lo ta- 
« gliero, dove li piccerille ncrinano chiù volentiere vot- 
« tate da la natura, ca chillo senz'autro sarrà lo patre, 
« e nui subeto ne l'auzammo comme cacazza de ciaola^'*. » 
Piacquette a lo re sto parere. Ordenaje lo banchetto; 
commetaje tutte le perzune de ciappa e de cunto; e, 
magnato che s'appe, le fece mettere nfilo e pasaiare li 
peccerille. Ma ne fecero chillo cunto, che faceva lo corzo 
d'Alesantro de li coniglie^'; tanto, che lo re faceva for- 



33 Gazza. 

3* Cane corso, e, in generale, grosso cane feroce. Si racconta, che 
Alessandro Magno, durante la sua spedizione in India, ricevesse in 
dono un cane inusitatae magnitudinis ; e che, per metterlo a prova, 
vistolo cosi grande, gli facesse uscir innanzi prima dei cignali, poi 
dei daini. Ma il cane non se ne lasciò muovere: conlemptu immo- 
bili jacente eo. Cosicché, sdegnato della viltà dell'animale, lo fece 
uccidere. Il donatore, saputo del fatto, gliene mandò subito in dono 
un altro, l'ultimo che gliene restasse di quella razza, facendo dire 
ad Alessandro, che, se volesse sperimentarlo, non gli mettesse innanzi 
piccoli animali, come cignali o daini, ma leoni ed elefanti. Così, difatti, 
fece Alessandro, e il cane lottò vittoriosamente contro un leone e 
un elefante. V. Plin., yatur. Histor., recogn, Lud. lanus. I.ipsiae, Teu- 
bner, 1854-57, Vili, 40, 61. (R cfr. per lo stesso aneddoto Diod. Sicul. 
XVII, Plutarco, Quinto Curzio, ecc.). A questo aneddoto mi pare che 
Alluda qui il N., e par che voglia dire: se non teneva conto dei ci- 
gnali e dei daini, che conto avrebbe fatto dei conigli? E lo stesso 
conto facevano i fanciulli dei signori convitati: cioè, nessunissimo. 



JORNATA I. TRATTENEMIENTO IH. 53 

tuna, e se mozzecava le lavra ; e, benché non le mancas- 
sero cauzature^^, puro, perchè l'era stretta sta scarpa de 
doglia, sbatteva li piede nterra. Ma li conzigliere le dis- 
sero: « Chiano, vostra Majestà, faciteve a correjere, ca 
« craje facimmo n'autro banchetto, non chiù de gente de 
« portata, ma de chiù vascia mano. Fuorse, perchè la 
« femmena s'attacca sempre a lo peo, trovarrimmo fra 
« cortellare, paternostrare e mercante de piettene la sem- 
« menta de la collera vostra, dove no l'avimmo ashiata 
« fra cavaliere. » Deze a lo vierzo sta ragione a lo re, 
e commannaje che se facesse lo seconno banchetto. A 
dove, pe hanno iettato, venettero tutte li chiarie, ies- 
sole^", guitte, guzze, ragazze, spolletrune, ciantielle, scau- 
zacane, verrille ^''^, spogliampiì^e^* e gente de mantesino, 
e zuoccole^^, ch'erano a la cetate. Li quale, sedute com- 
m'a belle cuonte a na tavola longa longa, commenzaro a 
cannariare. Ora mo, Ceccarella, che sentette sto hanno, 
commenzaje a spontonare ^'^ Peruonto, che jesse isso per- 
zi*^ a sta festa; e, tanto fece, s'abbiaje a lo mazzecatorio, 
dove arrivato a pena, chille belle nennille se l'azzecolia- 
reno a tuorno, e le facettero vierre e cassesie ^'■^ fora de 
li fora. Lo re, che vedde ste cose, se scippaje tutta la 
varva, vedenno ca la fava de sta copeta *^, lo nomme de 



3^ Calzatoi, che sono a forma di corno. ^6 (es) chiaise, flercole, 

^~ Terminologia per indicare gente dell'infima plebe. Ciantelle si 
dicono anche ora le donne dell'infima plebe; ma il maschile è fuori 
d'uso. Gfr. IV, 2. 

■^s Gfr. I, 7. Nelle MX.^ Introd.: « stracce viecchie de spogliampise ». 
Rivenduglioli, che avrebbero comprato dal carnefice le spoglie dei 
giustiziati. Ed è termine dispregiativo dei rivenditori di panni vecchi, 
zafferanari, spogliamorti, come anche si dicevano allora; e, in 
gen., per indicare gente vilissima. 

39 Artigiani: raantesino, grembiale. ^^ Pungere, eccitare. 

••i Anch'egli. ^2 carezze. 

^ « Confezione di nocciuole e miele, in forma per lo più di schiac- 
ciata, guarnita di confetti» A,— Fava, int. quel confetto, eh' è nel 



54 LO CTTNTO DE LI CUNTI 

sta beneficiata ' ' era toccata a no scirpio bi'utto fatto, che 
te veneva stomaco e nsavuorrio ''"' a vederelo scbitto"; 
lo quale, etra cbe aveva la capo de velluto, l'uoccbie 
de cefescola'", lo naso de pappagallo, la vocca de cer- 
nia, era scauzo e vrenzoluso '^, cbe, senza leggere lo Fio- 
ravante '^, potive pigliarete na vista de li secrete. E, dapò 
no cupo sospiro, disse: « Cbesen'ba visto sta scrofella 
« de figliama a ncrapicciarese de st'uerco marino? cbe 
« se n'ba visto a daresella ntallune co sto pede peluso? 
« Ab, nfamma, cecata fauza, cbe metamorfose so cbeste? 
« deventare vacca pe no puorco, azzò cb'io tornasse pie- 
« coro? Ma cbe s'aspetta? cbe te penzeneia^*^? aggia lo 
« castigo cbe mereta; aggia la pena, cbe sarrà jodecata 
« da vui, e levatemella da nante, ca no la pozzo pa- 
« dejare! » Fecero, adonca, conzierto li consigliere, e 
concrusero, cbe tanto essa, quanto lo malefattore e li fi- 
glie, fossero scbiaffate dintro na votte e jettate a maro, 
azzò, senza allordarese le mano de lo sango propio, faces- 



centro, quasi ad ornamento. Dolce, ancora solito il giorno di S. Mar- 
lino. ** Antico giuoco, sostituito poi da quello del lotto. 

^^ Disgusto. ^'' Solo. 47 civetta. ^^ Cencioso. 

^"^ Leonardo Fioravanti, bolognese, fiorì nella seconda del secolo 
XVl, dopo varie peregrinazioni a Palermo, nell'Africa, a Napoli, a 
Roma, si fermò a Venezia (-;- 4 settembre 1588). Medico e ciarlatano, 
scrisse specialmente intorno ai segreti; materia allora prediletta an- 
che da ingegni non comuni, quali il Cardano e il Porta. « Quel 
glorioso huomo dai miracoli nuovi di Leonardo Fioravanti, il quale, 
per haver cattivi vicini, ha commendato sé stesso estremamente », 
dice il Garzoni (o.c, p. 467). L'opera, alla quale si riferisce il N., è: 
Il Compendio del segreti razionali intorno alla Medicina, Chirur- 
gia e Alchimia dello Ecc.mo doti, e Cavaliere AL Leonardo Flora- 
vanti: della quale conosco l'ediz.: Venetia 1675, appresso li Pro- 
dotti. (Il Liebr. cita: Ven. 1564, Anm, I, 400). Scrisse ancora: Secreti 
inedicinali di M. L. F., medico bolognese, dii^isi in tre libri. In Ve- 
netia, oppresso Ludovico Aranzo, MDLXI, ristamp. poi col titolo; De 
Capricci medicinali. 50 (es) se penza. 



JORNATA I. TRATTENEMIENTO IH. 55 

sero punto finale a la vita. Non fu cossi priesto data la 
settenza, che venne la votte, dove ncaforchiarono tutte 
quattro. Ma, nante cbe ntompagnassero ^\ certe dami- 
celle de Vastolla, chiagnenno a selluzzo, nce mesero dintro 
no varrile de passe e fico secche, azzò se jesse mante- 
nenno, pe quarche poco de tiempo. Ma, serrata la votte, 
fu portata e jettata a maro, pe dove jeva natanno, se- 
cunno la vottava lo viento. Tra chisto miezo, Vastolla, 
chiagnenno e facenno doje lave dell' nocchie, disse a Pe- 
ruonto : « Che desgrazia granne è la nostra ad avere pe 
« sepetura de morte la connoia de Bacco? Oh sapesse a 
« lo manco chi ha trafecato sto cuorpo pe schiaffareme 
« dinto a sta carraio ^'! Ohimè, ch'io me trovo spinolata^^, 
« senza sapere lo comme ! Dimme, dimme, crudele, e 
« che percanto faciste, e con quale verga, pe chiudereme 
« dinto li chirchie de sta votte? dimme, dimme, chi dia- 
te scace te tentaje a mettereme la cannella nvesibile pe 
« n'avere antro spiracelo a la vista, che no negrecato 
« mafaro^*? » Peruonto, c'aveva fatto no piezzo aurec- 
chia de mercante, all'utemo, respose: « Si vuole che te 
« lo dico, tu damme passe e fico ! » Vastolla, pe cacciarele 
da cuorpo quarche cosa, le mese ncuorpo na brancata '="'" 
de l'uno e dell'autro. Lo quale, cogja^-^jpe chiena la gor- 
gia, le contaje puntualemente quanto le soccedette co li 
tre giuvene, pò co la sarcena, utemamente co essa a la 
fenestra, che, pe trattarelo da panza chiena, le fece nchire 
la panza. La quale cosa sentuta la povera signorella, pi- 
gliaje core, e disse a Peruonto : « Frate mio, e vorrimmo 
« sbottare la vita dinto sta votte? Perchè no fai che de 
« sto vasciello se faccia na bella nave, e ghiro pe scap- 
« pare sto pericolo a buono puorto? » E Peruonto lepre- 



si Chiudessero, col porvi l'altro fondo. ^' (ES) carcere, 

53 propr.: spillata, 

51 Tappo, e anche buco della botte. 53 Manata, 



56 LO CTTNTO DE LI CUNTI 

caje: « Damme passe e fico, si vuoje che te lo dico! » 
E Vastolla subeto, lesta, le ncLiette la canna, perchè 
aperesse la canna; e, comme pescatrice de carnevale^*, 
co li passe e fico secche le pescava le parole fresche da 
cuorpo. Ed ecco che decenno Peruonto chello, che deside- 
rava Vastolla, la vette tomaje navilio, co tutte li sar- 
ziarame necessarie a navecare e co tutte li marinare, 
che besognavano per lo servizio de lo vasciello. E loco 
te vediate, chi tirare la scotta, chi arravogliare le sarte, 
chi mettere mano a lo temmone, ohi fare vela, chi saglire 
a la gaggia, chi gridare ad orza, chi apoggia, chi sonare 
na trommetta, chi dare fuoco a li piezze, e chi fare na 
cosa, e chi n'autra. Tanto che Vastolla era drinto la nave, 
e natava drinto no mare de docezza. Ed, essenno già l'ora 
che la luna voleva jocare co lo sole a ghiste e veni- 
ste, e lo luoco te perdiste^'', disse Vastolla a Peruonto: 
« Bello giovane mio, fa deventare sta nave no bello pa- 
<' lazzo, ca starrimmo chiù secure. Saje che se sole di- 
« cere? lauda lo maro e tienete a la terra! » E Peruonto 
respose: « Si vuoje che te io dico, tu damme passe e 
« fico! » Ed essa subeto lo refose lo fatto, e Peruonto, 
pigliato pe canna, ademandaje lo piacere. E subeto la nave 
dette nterra, e deventaje no bellissimo palazzo aparato 
de tutto punto, e cossi chino de mobele e sfuorgie, che 
non e' era chiù che desiderare. Pe la quale cosa Vastolla, 
ch'averria dato la vita pe tre cavalle'*, non l'averria mpat- 
tato co la primma signora de sto munno, vedennose rega- 



** « Durante il Carnevale e le mascherate, che si sogliono fare, si 
vedono spesso donne travestite da pescatrici, che gettano dolci cogli 
ami. > — Liebr., Anm., I, 400. 

•'■'■' Allude a ima filastrocca che dicono i fanciulli in giuoco, e, in 
generale, quando uno occupi il posto, lasciato vuoto dall'altro. Nella 
sua integrità è questa: « Te ne isti, e pizzo perdisti: songo venuto, 
e pizzo aggio avuto ». 

^ (ES) chiane. — Cavallo o callo, dodicesima parte di un grano. 



.TORNATA I. TRATTENEMIENTO III. 57 

lata e servata comme na regina. Siilo, pe siggillo de tutte 
le bone fortune soje, pregaje Peruonto ad ottenere gra- 
zia de deventare bello e polito, azzò s'avessero potuto 
ugaudiare -'^ nsiemme ; che, se be dice lo proverbio : « me- 
glio è marito sporcillo*"^ cli'ammico mparatore », tutta 
vota, si isso avesse cagnato faccia, l'averria tenuto pe la 
chiù gran fortuna de lo munno. E Peruonto co lo mede- 
semo appontamiento, respose: « Damme passe e fico, si 
tu vuoje che lo dico! » E Vastolla subeto remmediaje a 
la stitichezza de le parole de Peruonto co le fico jeje- 
telle''^; ch'a pena parlato, tornaje da scellavattolo cardillo, 
da n' uerco Narciso, da no mascarone pipatiello. La quale 
cosa veduto Vastolla, se ne jette nsecoloro pe allegrezza; 
e, strignennolo dinto le braccia, ne cacciaje zuco de con- 
tentezza. A sto medesemo tiempo, lo re, che, da chillo 
juorno, che le soccese sto desastro, era stato sempre 
chino fi ncanna de lassarne stare, fu da li cortisciane suoje 
portato pe recreazione a caccia. Dove, cogliennole notte 
e vedenno lucere na locernella a na fenestra de chillo 
palazzo, mannaje no servetore a vedere se lo volevano 
alloggiare, e le fu respuosto ca nce poteva non siilo rom- 
pere no bicchiere, ma spezzarono cantaro*'-. Perzò lo re 
nce venne, e saglienno le scale, e scorrenno le cammare, 
non vedde perzona vivente, sarvo, che li duje fìgliule, 
che le jevano ntuorne, decenno: « Vavo, vavo^^! » Lo re, 
stoppafatto, strasecolato e attenete, steva commo ncan- 
tato; e, sedennose pe stracco vicino na tavola, loco vedde 



59 Sposare. ^^ (ES) porciello. 

''i Nella Ct. I, io: « cura de fico jejetelle, che le cacciaje fora lo 
frato dell'affetto amoruso co no sfonnerio de sospire ». Vi accenna 
anche il Del Tufo, parlando delle voci dei venditori: « Vi, tè, tè, ca- 
gnatelle Ste fico jedetellel » {ìns. e, f. io). Nella forma jecletelle si do- 
vrebbe intendere piccole e lunghe, quanto un dito {jédeta, dita). 

62 Int.: non solo mangiare, ma anche dormire. Cfr. Il, 7. 

^ Nonno, nonno! 



58 LO CDNTO DE LI CUNTI 

nvisibilemente stennere mesale de Shiannena'^', e venire 
piatte chine de vaga e de riesto*'-^, tanto che magnaje 
e veppe veramente da re, servate da chille belli figliule, 
non cessanno maje, mentre stesse a tavola, na museca de 
colascione e tammorrielle, che le jeze pe fi a l' ossa pez- 
zelle. Magnato ch'appe, comparse no lietto tutto scumma 
d'oro, dove, fattose scauzare li stivale, se jette a corcare; 
comme fece ancora tutta la corte soja, dapò avere buono 
cannariato a ciento autre tavole pò l'autre cammare ap- 
parecchiate. Venuta la mattina, e volenno partire, lo re se 
voze portare co isso li duje peccerille ; ma comparse Va- 
stoUa co lo marito, e, jettatose a li piede suoje, le cer- 
cale perdonanza, contaunole tutte le foi'tune soje. Lo re, 
che vedde guadagnate dui nepute, ch'orano doi gioie, e 
no jènnaro, ch'era no fato''", abbraccianno l'uno e l'au- 
tro, se le portaje de posole a la cetate, facenuo fare fe- 
ste granne, che durare mute juorne pe sto buono guada- 
gno, confessanno a sfastio de le gargie soje:'''' 

Che, se prepone Vommo, Dio dispone. 



^* Fiandra. Secondo il Capaccio, in Napoli entravano ogni anno 
da 200 mila scudi di tele di Fiandra (Il Forastiero, Nap. 1634, p. 840). 

Cj Sono termini di giuoco, e, in questo caso, di poco chiaro uso 
metaforico. Nella G. Ili, 5: « de inanera che de vaga e de r lesto ne 
aveva froscialo la raetale de la robba paterna ». 

<i<5 Maschile di fata, cfr. II, 5, 9 ecc. « Nennillo de sto core, Far 
tillo bello -inio », dice Annuccia a D. Nicola, nella famosa Canzone 
di Zeza. '^' A suo dispetto. 



VARDIELLO 



Trattenemiekto quarto de la Jornata primma. 

Vardiello, essenno bestiale, dapò ciento male servizio fatte a la mam- 
ma, le perde no tuocco de tela'; e, volenno scioccamente recu- 
perarela da na statola, deventa ricco. 

Jr enuto eh' appe lo canto Meneca, lo quale fu stimato 
niente manco bello dell' autre, ped essere nmottonato ^ de 
curiuse socciesse, che tenne ii a la coda pesole lo pen- 
siero de l'auditure, secotaje, pe commandamiento de lo 
prencepe, Tolla; la quale, senza perdere tiempo, decette 
de sta manera. 

Se avesse dato la natura a l'anemale necessetà de ve- 
stire e de spennerò pe lo vitto, sarria senz' antro destrutta 
la jenimma' quatrupeda. Perzò, trovando lesto lo civo, 
senza ortolano che lo coglia, compratore che l'accatta, 
cuoco che l'apparecchia, scarco che lo trencia, lo stisso 
cuojero lo defenne da lo chiovere e da la neve : senza 
che lo mercante le dia lo drappo, lo cosetore le faccia lo 
vestito e lo guarzoue le cerca lo veveraggio. Ma a l' om- 
mo, ch'ave ngiegno, non s'è curata de darele sta com- 
modetate; perchè sape da se medesimo procacciarese 



i Ripieno. 2 Razza. 



6o LO CUNTO DE LI CUNTI 

chello, che l'abbesogna. Chesta è la causa, che se vedeno 
orclenariamente pezziente li sapute e ricche le bestiale; 
comme da lo cunto, che ve dirraggio, poterrite raccogliere. 
Fu Grannonia d'Aprano^ femmena de gran jodizio, ma 
aveva no figlio, chiammato Vardiello, lo chiù sciagorato 
nsemprecone de chillo paese. Puro, perchè l'uocchie de 
la mamma so affatturate e stravedeno, le portava n'am- 
more svisciolato, e se lo schiudeva sempre e allisciava, 
comme se fosse la chiù bella creatura de lo munno. A- 
veva sta Grannonia na voccola, che schiudeva li pole- 
cine, ne li quale aveva puosto tutta la speranza da farene 
na bella sporchia'' e cacciarene buono zuco. Ed, avenno da 
ire pe no fatto necessario, chiammaje lo figlio, decennole : 
« Bello figliulo de mamma toja, siente cà, aggie l'uoc- 
« chie a sta voccola, e, si se leva a pizzolare ^, sta ncel- 
« levriello a farcia tornare a lo nido; autamente, se re- 
« freddano l'ova, e pò non averrai ne cuoche, né titillo'' ». 
« Lassa fare a sto fusto, — disse Vardiello — , ca no l'aje 
« ditto a surdo ». « N'autra cosa, — leprecaje la mam- 
« ma — , vide, figlio beneditto, ca driuto a chillo stipo 
« ne' è na fesina' de certe mbroglie ntossecose; vi che 
« non te tentasse lo brutto peccato a toccarele, ca ce 
« stennerisse li piedi! » « Arrasso sia^!, — respose Var- 
« diello — , tuosseco non me ce cuoglie ! ; e tu, sapia co la 
« capo pazza, ca me l'aje avisato, ca ce poteva dare de 
« pietto, e no ne' era né spina, né uosso! » Accossi, scinta 
la mamma, restaje Vardiello; lo quale, pe no perdere 
tiempo, scette a l'uorto a fare fossetelle coperte de sproc- 
cola^ e terreno, pe ncai:)pare li peccerille; quanno, a lo 
meglio de lo lavoro, s'addonajo ca la voccola faceva lo 



^ Paesello, un miglio e mezzo lontano da Aversa. 
^ Qui: covata. ^ Beccare. ^ Né uova, né pulcini 
" Vaso di terra invetriata. ** Lontano sia! 
9 Fuscelli. Int.: a tendere agguati per gli uccelli. 



.TORNATA I. TRATTENEMIENTO IV. 6l 

spassaggio pò fora la cammara. Pe la quale cosa com- 
menzaje a elicere: « Sciò, sciò!, frusta ccà, passa Uà! » 
Ma la voccola non se moveva da pede; e Vardiello, ve- 
denno ca la gallina aveva de l' aseno, appriesso a lo scio, 
scià, se mese a sbattere li piede, appriesso a lo sbattere 
de li piede, a tirare la coppola ^<', appriesso a la coppola, 
le tiraje no lacanaturo, che, centola pe miezo, le fece 
fare lo papariello ^^ e stenneccliiare li piede. Visto Var- 
diello sta mala desgrazia, pensaje de remmediare a lo 
danno. E, fatto de la necessetà vertute, azzò non se re- 
fredassero l'ova, sbracatose subeto, se sedette ncoppa 
a lo nido; ma, datoce de cuorpo, ne fece na frittata! Vi- 
sto ca l'aveva fatta doppia de figura ^~, appe da dare de 
capo pe le mura. All'utemo, perchè ogne dolore torna a 
voccone, sentennose pepoliare lo stommaco, se resorvette 
nnorcarese ^^ la voccola. E perzò, spennatola e nfilatola a 
no bello spitp, fece no gran focarone e commenzaje ad 
arrostirela. Ed, essenno adesa^^ cotta, pe fare tutte le 
cose a tiempo, stese no bello cannavaccio de colata ncop- 
pa no cascione vieccbio, e, pigliato n'arciulo, scese a la 
cantina a spinolare no quartarulo ^^. E, stanno a lo me- 
glio de lo mettere vino, ntese no rommore, no fracasso, 
no streverio pe la casa, che parevano cavalle armate. Pe 
la quale cosa, tutto sorriesseto ^'^, votato l'uocchie, vedde 
no gattono, che, co tutto lo spito, se n'aveva zeppoliata 
la voccola, e n'autra l'era appriesso, gridanno pe la parte! 
Vardiello, pe remmedejare a sto danno, se lassaje, comme 
a lione scatenato, ncuollo a la gatta, e pe la pressa las- 
saje spilate lo quartarulo. E, dapò avere fatto a secutame 
chisso pe tutte li pentune de la casa, recuperaje la gal- 



i" Berretto. ^^ Morire: prop., affogato o impiccato. 

12 Metaf. da un giuoco di carte. ^^ ingoiarsi. 

1-* Già, subito. 15 Quarta parte d'un barile napoletano. 

16 S5hi>nt.fit.n 



62 LO CtJNTO DE LI CtmTI 

lina, ma se ne scorze lo quartarulo. Dove, tornato Var- 
diello, e visto ca l'aveva fatta de colata, spinolaje isso 
perzi la votte de l'arma pe le cannelle dell' nocchie. Ma, 
perchè l'ajutava lo jodizio, pe remmediare a sto danno, 
azzò la mamma no s'addonasse de tanta mina, pigliaje 
no sacco raso raso, varrò varrò, chino chino, zippo zippo 
e a curmo a curmo de farina, e la sporpogliaje pe ncoppa 
a lo nfuso. Co tutto chesto, facenno lo cunto co le deta 
de li desastre socciesse, e, pensanno ch'avenno fatto scas- 
sone d'asenetate, perdeva lo juoco co la grazia de Gran- 
nonia, fece resoluzione de core de no farese ashiare vivo 
da la mamma. Perzò, dato drinto la fesina de nuce con- 
ciate, che la mamma le disse ch'era de tuosseco, maje 
levaje mano, fi che no scoperze la petena. E, chinose 
buono la panza, se ncaforchiaje drinto a no fumo. Fra 
chisto miezo, venne la mamma; e, tozzolato no gran piez- 
zo, visto ca nesciuno la senteva, dette no caucio a la 
porta. E, trasuta dinto, e chiamanno a gran voce lo figlio, 
vedenno ca nesciuno responneva, se nzonnaje lo male 
juorno, e, reforzanno le doglie, auzaje chiù forte li strille : 
« Vardiello, Vardiello, aje la sordia, che non siente?, 
« aje le jorde*" che no curre?, aje le pipitela ^^, che no re- 
« spunne? Dove si, faccie de mpiso?, dove si squagliato, 
« mala razza? Che t'avesSe affocato nfoce, quando te fice ! » 
Vardiello, che ntcse sto grcciglio, a l'utemo, co na vocolla 
pietosa pietosa, disse: « Eccome cà, so drinto lo fumo, e no 
« me voderrite chiù, mamma mia! » « Perchè? », respose 
la negra mamma. « Perchè so ntossecato », leprecaje lo fi- 
glio. « Cime, — soggionze Grannonia — , e comme aje 
« fatto?; che causa aje avuto de fare sto mecidio, e chi 
« t'ha dato lo tuosseco? » E Vardiello le contaje una pod 



*"' Giarda: malattia nelle giunture dei piedi, propria del cavallo. 
** Pipita: prop., malattia dei polli sulla punta della lingua. 



JORNATA I. TRATTENEMIENTO IV, 63 

una tutte lo belle prove, eh' aveva fatto ; pe la quale cosa 
voleva morire, e non restare chiù pe spremmiento a lo 
munuo. Sentenno ste cose la mamma, negra se vedde, 
mara^^ se vedde, appe da fare e che dire, pe levare 
da capo a Vardiello st' omore malenconeco. E, perchè lo 
voleva no bene svisciolato, co darele certe autre cose 
sceroppate, le levaje da chiocca-** la cosa de le nuce 
conciate, ca non erano venino, ma conciamiento de stom- 
maco. Accessi, accordatolo de bone parole, e fattole mille 
carezzielle, lo tiraje da drinto lo fumo. E datole no bello 
tuocco de tela, disse che lo fosse juto a vennero, aver- 
tennolo a non trattare sta facenna co perzune de troppo 
parole. « Bravo !, — disse Vardiello — , mo te servo de 
« musco ^^, no dobetare! » E, pigliatose la tela, jette gri- 
dunno pe la cetate de Napole, dove portaje sta mercan- 
zia: « Telo, telo! » Ma a quante le decevano: « Che tela 
« è chesta? », isso responueva: « Non faje pe la casa mia, 
« ch'aje troppo parole. » E si n'autro le deceva: « Com- 
« me la vinne? », isso lo chiammava cannarono e che l'a- 
veva scellevrellato, e rotte le chiocche. All'utemo, ve- 
duto, drinto no cortiglio de na casa desabetata pe lo mo- 
naciello -", na certa statola de stucco, lo poverommo, spe- 
dato e stracco de ire tanto nvota, se sedette ncoppa a 
no puojo; e, non vedenno trafecare nesciuno pe chella 
casa, che pareva casale sacchejato, tutto maravegliato 
disse a la statola: « Di, cammarata, nce abita nullo a sta 
« casa? » E, vedenno ca no responneva, le parze ommo 
de poco parole, e disse: « Vuòite accattare sta tela?, ca 
« te faccio buon mercato ». E, vedenno la statola puro 
zitto, disse: « Affé, aggio trovato chello, che jeva cer- 
« canno ! Pigliatella, e fattela vedere, e dammene chello 



13 Amara, triste, sventurata. 20 Tempie, capo. 

21 Pi'ofumatamente, con ogni garbo. 22 y. n. 15, p. 35. 



64 LO CUNTO DE LI CtlNTI 

« che vuoje; ca craje tome pe li fallasse ^^ ». Cossi ditto, 
lassaje la tela, dove s'era assettato; che lo primmo figlio 
de mamma, che nce trasetto pò quarche servizio neces- 
sario, trovato la sciorta soja, se ne l'auzaje. Tornato Var- 
diello a la mamma senza la tela, e contato lo fatto comme 
passava, Tappe a venire l'antecore*^, decennole: « Quanno 
« metterai cellevriello a sieste? Vide quanta me n'aje 
« fatte, arrecordatelle! Ma io stessa me lo cor po, e, ped 
«• essere trop£o_tennera de jremmonej non faggio a 
« la primma aggiustato li cambio-^, e mo me n'addono, 
« ca mediceo pietuso fa la chiaja ncorabele! Ma tanta 
« me ne faje, pe fi che buono nce ntorze, e farrimmo 
« cunte luonghe! » Vardiello, da l'autra parte, diceva: 
« Zitto, mamma mia, ca non sarrà quanto se dice ; vuojeaii- 
« t m, che li tornise scognate nuove nuove -'' ; che te cri- 
« de ca so de lo Jojo*~, e canon saccio lo cunto mio?; ha 
« da venire craje !; da ccà, a bello vedere^* non ne' ó tanto, 
« e vederraje si saccio mettere na maneca a na pala! » 
Venuta la mattina, quanno l'ombre de la notte, socotate 
da li sbirre de lo solo, sfrattano lo pajese, Vardiello se 
conzegnaje a lo cortiglio, dove era la statola, decenno : 



23 Quattrini. 24 Male al ctiore. 

23 Raddrizzato con una buona bastonatura. Cfr. Egl. La Coppella. 

2<5 Coniati or ora. 

^ Nella G. Ili, 2: « I-: dove slamino?, a lo Jojo? » Ne L'Astuta 
Cortegiana, commedia di Giulio Cesare Sorrentino (In Nap., per Laz- 
zaro Scoriggio, MDCXXXI): « Non te credisse ca so de Jojo » (A. IV, i). 
Fantasticamente, il DR. asserisce che sia nome della contrada della 
città, altrimenti detta Pontescuro, abitata della feccia della plebe. 
Jojo^ Joi/o, e Joij, (ora Gioj), terra in Princip. Ciler., diocesi di Ca- 
paccio, (comune della prov. di Salerno, circond. di Vallo della Luca- 
nia, con ab. 1968). V. Giustiniani, o. e, V. (1802), ad noni. 

-"* Accenna forse a qualche luogo dei contorni di Napoli, che al- 
lora si chiamava Belvedere? La villa, detta di Belvedere (dal Prin- 
cipe di Belvedere), sul villaggio del Vomere, è del secolo scorso. 



JOENATA I. TRATTENEMIENTO VI. 65 

« Bonni, messere; staje commodo pe daremo cliille quat- 
« to picciole ? Ora busso, pagarne la tela ! » Ma, vedenno 
ca la statola era muta, deze de mano a na savorra^^, e 
noe la schiaffaje co tutta la forza de ponta nmiezo a l'arca 
de lo pietto, tanto che le roppe na vena: che fu la sane- 
tate de la casa soja. Pocca, scarupate^*^ quattro mazza- 
cane'*, scoperze na pignata chiena de scute d'oro, la 
quale afferrato a doje mano, corze a scapizzacuollo a la 
casa, gridanno: « Mamma, mamma, quanta lupine russe, 
« quanta ne, quanta ne! » La mamma, visto li scuti e 
sapenno ca lo figlio averria sprubecato lo fatto, le disse 
che fosse stato a pede la porta pe quanno passava lo 
caso recotta, ca le voleva accattare no tornese de latto. 
Vardiello, ch'era no pappone ^"■^, subeto se sedette nmocca 
la porta; e la mamma fece grannanejare pe chiù de me- 
z'ora da la fenestra chiù de seje rotola de passe e fico 
secche. Le quale Vardiello adonanno, strillava: « mam- 
« ma, o mamma, caccia concole, miette cavate ^^, apara 
« tinelle^M; ca, si dura sta chioppeta, sarrimmo ricche! » 
E, comme se n'appe chiena bona la panza, sé ne sagliette 
a dormire. Occorze che no juorno, facenno a costejune 
dui lavorante, esche de corte ^^, pe na pretennenzia de 
no scuto d'oro trovato nterra, ce arrivaje Vardiello, e 
disse: « Comme site arcasene a litechiare pe no lupino 
« russo de chisse, de li quali io non ne faccio stimma, 
« pocca n' aggio trovato na pignata chiena chiena! » La 
corte, nteso chesto, aprennoce tanto d'uocchie, lo nzam- 
menaje^^, e disse: comme, quanno e con chi avesse trovato 



29 Scheggia, sasso. 30 Rovinati. 

31 Ammasso di pietre da riempimento 



32 Prop., grasso, paffuto: scioccone. 

33 Tinozza più alta che larga. 34 porgi dei tini. 

35 Gfr. Egl. la Tenta, e. II, 8: « esche de mazze ». Gente che ha 
ìmpre da fare coi tribimali, o, anche, colla giustizia. 30 Esaminò. 



sempre 



66 LO CUNTO DE LI CUNTI 

sti scute ? A lo quale respose Vardiello : « L' aggio tro- 
« vato a no palazzo, drinto n'ommo muto, quanno cliio- 
« vettero passe e fico secche ». Lo jodece, che ntese sto 
sbauzo de quinta nmacaute^^, adoraje lo negozio e decre- 
taje, che fosse remisso a no spitale, comme a jodece com- 
petente sujo. Cossi la gnoranzia de lo figlio fece ricca la 
mamma, e lo jodizio de la mamma remmedejajo a l'ase- 
netate de lo figlio, pe la quale cosa se vedde chiaro : 

Che nave che caverna hxion jJ&lota, 

È gran desgrazia quanno tozza a scuoglio. 



" Sbalzo nel vuoto. 



LO POLECE 



TeATTENEMIENTO QUmTO DE LA JOENATA PRBIMA. 

No re, ch'aveva poco pensiero, cresce no polece granne quanto no 
crastato. Lo quale fatto scortecare, offere la figlia pe premmio a 
chi conosce la pella. N'uorco la sente a l'adore e se piglia la 
prencepessa; ma da sette figli de na vecchia, con autetante pro- 
ve, è liberata. 

jLiisero a scHattariello ^ lo prencepe e la schiava de 
la gnoranzia de Vardiello, e laudare lo jodizio de la mam- 
ma, che seppe antevedere e remmediare a le bestialetate 
soje. Ed, essendo sollecetata Popa a dicere, comme tutte 
l'autre mesero le chiave a lo chiacchiarare, commenzaje 
essa a dicere. 

Sempre le resoluzione senza jodizio portano le roine 
senza remmedio: chi se coverna da pazzo, da sapio se 
dole; comme soccesse a lo re d' Automonte, che, pe no 
spreposeto a quatto sole^, fece na pazzia ncordoana, met- 
tenno a pericolo senza mesura la figlia e l'onore. 

Essenno na vota lo re d' Automonte mozzecato da no 
polece, pigliatolo co na bella destrezza, lo vedde cossi 
bello e chiantuto, che le parze coscienzia de settenzia- 
relo ncoppa lo talamo^ de l'ogna. E, perzò, miselo drinto 



i A crepapelle. 2 ^ quattro suole. V. n. 32, p. 37. 
3 Palco, patibolo. 



68 LO CTINTO DE LI CUNTI 

na carrafa, e notrennolo ogne juorno co lo sango de lo 
proprio vraccio, fu di cossi bona crescenza, che, ncapo de 
sette mise, bisognanno cagnarele luoco, deventaje chiù 
gniosso de no crastato. La quale cosa vedenno lo re, lo 
fece scortecare; e, conciata la pelle, jettaje no banno, che 
chi avesse canosciuto de che anomale fosse lo cuojero, 
l'averria dato la figlia pe mogliere. Dove, sprubecato che 
fu sto manefesto, corzero le gente a morra, e vennero da 
culo de lo munno pe trovarese a sto scrutinio, e tentare 
la sciorta lloro. E chi diceva ch'era de gatto maimone, e 
chi de lupo cerviere, chi de cocotriglio, e chi de n'ane- 
male, e chi de n'autro. Ma tutte n'erano ciento miglia da 
tasso ^, e nesciuno coglieva a lo chiuovo. All'utemo, jonze 
a sta notomia n'uorco; lo quale era la chiù strasformata 
cosa de lo munno, che, nvederelo schitto, faceva venire 
lo tremmolese, lo Elaterio^, la vermenara*^ e lo jajo' a 
lo chiù arresecato giovane de sto munno. Ora, chisso, 
a pena arrivato, e moschejanno^ e annasanno lapella, couze 
subeto da miezo a miezo, decenno: « Chisso cuojero è 
« dell'arcenfanfaro de li pulece! » Lo re, che vedde ca 
l'aveva nzertata^ a milo shiuoccolo *^, pe no mancare la 
parola, fece chiammare Porziella, la figlia. La quale non 
mostrava antro che latte e sango; bene mio, ca vedive 
no fusillo**, e te la schiudive co l'uocchie, tanto era bella! 
A la quale disse lo re: « Figlia mia, tu saje lo banno, 
« ch'aggio jettato, e saje chi songo io. All'utemo, no me 



■• Discosto. 

5 Paura: dal movimento, che sente nelle viscere chi ha paura. 

" Febbre verminosa. "^ Ghiaccio, freddo. 

8 Ronzando, come mosca. ° Innestata. 

*" Sembra da identificarsi con la Celtis auslralis o col Ziziphus lo- 
tus. Da quest'albero, un t«mpo molto comune, prendono anche nome 
due luoghi di Napoli, a Porto e a Materdei. Gfr. Rocco, in GBB.^ 

V, 12. 

*^ Fusillo, nome, che i Napoletani danno a più specie di libellula. 



JOENATA I. TRATTENEMIENTO V. 69 

« pozzo dare arreto de la prommessa: re scorza de 
« chiuppo! La parola è data, besogna compirela, anche 
« me crepa lo core. Chi poteva nmagenarese ca sta be- 
« neficiata toccasse a n'uerco? Ma, pecca no se cotola^^ 
« fronna senza la volontate de lo cielo, besogna credere 
« che sto matremonio sia fatto mprimma là ncoppa, e pò 
« cà bascio! Aggiete, adonca, pacienzia; e, se si figlia 
« benedetta, no leprecare a lo tata*^ tujo, ca me dice 
« lo core, ca starrai contenta, perchè, spisso, drinto no 
« ziro^'* de preta rosteca ce so trovate li tresore! » A 
Porziella, sentenno st' ammara resoluzione, s'ascoraro l'uoc- 
chie, se ingiallette la faccia, cascare le lavre e trem- 
maro le gamme, e fu mpizzo mpizzo pe dare vuole a 
lo farcene de l'arma dereto a la quaglia de lo dolore. 
AU'utemo, rompenno a chiagnere e sparanno la voce, disse 
a lo patre : « E che male servizie aggio fatto a la casa, 
« che me sia data sta pena?, che male termene aggio 
« usato con vuje, che sia data umano de sto paputo ^^? 
« negrecata Porziella!, ed ecco volontariamente, com- 
« m'a donnola, ire ncanna de sto ruospo !, ed ecco pecora 
« sbentorata essere furto de no lupo menare ^^ ! Chesta 
« è l'affezzione, che puorte a lo sango tujo? Chisto è 
« l'ammore, che mustre a chi chiammave popella dell'ar- 
« ma toja? Cossi scraste da lo core chi è parte de lo 
« sango tujo? Cossi te lieve, da nanze l'uocchie, chi è 
« la viscida dell'uocchie tuoje? patre, patre crodele, 
« non si nato cierto de carne omana!: l'orche marine te 
« dezero lo sango, le gatte sarvateche te dezero lo latte. 
« Ma che dico anemale de maro e de terra? Ogne ane- 



12 Scuote, muove. ^^ padre. 
*^ Vaso grande, generalmente da tenervi olio, 
i^ Spirito maligno, e anche fantasma. 

is Lupo mannaro: sul quale è notissima la credenza popolare. Cfr., 
tra gli altri, Pitré, BibL, XVII, 224-31. 



70 LO CUNTO DE LI CTJNTI 

« male amma la razza soja! Tu sulo aje contracore e nsa- 
« vuorio la semmenta propria; tu schitto hai contra stom- 
« maco la figlia!^' clie meglio m'avesse strafocato 
« mammama, che la connoia fosse stato lietto martore, la 
« zizza de la notriccia vessica de tuosseco, le fasce chiappe, 
« e lo fiscariello ^*, che m'attaccare ncanna, fosse stato 
« mazara^® ! ; pocca doveva correre sta mala sciagura a ve- 
« deremo sto male juorno a canto, a vedereme accarez- 
« zata da na mano d'arpia, abbracciata da doi stenche 
« d'urzo, vasata da doi sanno de puorco! » Chiù vo- 
leva dicere, quanno lo re, nfomatose"^'* tutto, le disse: 
« Senza collera, ca lo zuccaro vale caro!, chiane, ca li 
« brocchiere so de chiuppo^M, appila^*, ca esce feccia!, 
« zitto non pipitare, ca si troppo mozzecutola, lengoruta*^, 
« e forcelluta! Chello, che faccio io, è ben fatto: no mez- 
« zare lo patre de fare figlie; scumpela e nfìccate ssa 
« lengua dereto ; e non fare che me saglia lo senape, ca 
« si te mecco ste granfe adduosso, non te lasso zervola^^ 
« sana, e te faccio pigliare sto terreno a diente! Vide 
« fleto de lo culo mio, ca vo fare dell'ommo, e mettere 
« legge a lo patre! Da quanno niccà una, ch'ancora le 



" Il Liebr. nota: « Questo luogo è un'imitazione dell'//. i6, 33 
sgg.; Aen. 4, 365 sgg.; cfr. Gellius, 12, i, 20 » (An«i., I, 400). 

18 Fischietto. Ai bambini s'attaccava anche al collo il campanello 
di S. Anluono. Cfr. il Tardacino (0. e, p. 72), e De Bourcard {Usi e 
Costumi, voi. Il, Nap., 1866, pp. 201-6). 

1' Pietra, che si legava al collo di coloro, che venivano annegati. 
Cfr. IV, 6. Mazzara multa, chiama N. Capasso, qtielle tre grosse 
pietre nere, come forme di cacio, che si veggono nella cappella dei 
Riccardi, nella chiesa dello Spirito Santo, « delle quali, — dice il 
Celano — , si servivano gli antichi tiranni a tormentare i seguaci 
del Croceflsso! » (Cfr. N. Capasso, Varie poesie, Nap., 1761, pp. 103-107, 
e Gel., o. e, III, 20). 

20 Adirato. 21 l^ forchette son di legno, cioè facili a rompersi. 

22 Tura. 23 (ES) Ungula. 2i ciocca di capelli. 



JOENATA I. TRATTENEMIENTO V, 71 

« fate la vocca de latte, ha da leprecare a le voglie 
« mie? Priesto, toccale la mano, a sta medesema pe- 
« data tocca a la vota de la casa soja, ca non voglio te- 
« nere manco no quarto d'ora nnante all'uoccliie sta faccie 
« sfrontata, presentosa! » La negra Porziella, che se 
vedde a ste retaglie, co na facce de connannato a morte, 
co n'uocchio de spiritato, co na vocca de chi ha pigliato 
lo domene Agostino -•", co no core de chi sta fra la man- 
nara e lo cippo-'', pigliaje pe mano l'uerco. Da lo quale, 
senza compagnia, fu strascinata a no vosco, dove l' arvole 
facevano palazzo a lo prato, che non fosse scopierto da 
lo sole; li shiumme se gualiavano ~^, che, pe cammenare a 
lo scuro, tozzavano pe le prete; e l'anomale sarvateche, 
senza pagare fida, gaudevano no Beneviento'^ e jevano se- 
cure pe drinto chelle macchie; dove non ci arrivava maje 
ommo, si non aveva sperduto la strata. A sto luoco ni- 
gro comm'a cimmenera appilata, spaventuso comme facce 
de nfierno, nc'era la casa dell' uerco, tutta tapezzata e 
aparata ntuorno d'ossa d'uommene, che s'aveva canna- 
riato^''. Conzidera mo chi è ci'istiauo lo tremmoliccio, lo 



23 Cioè, lo sciroppo inventato dal famoso Agostino Nifo, da Sessa 
(1462-1538). Lucio Sacco {L'antichissiìna Sessa Pometia, Nap., 1640) 
scrive: « Egli fu lo inventore di quel mirabile siruppo, senza il 
quale par che non ti potesse fare perfetta medicina, il quale comu- 
nemente da medici e speziarii è chiamato Syrup. Domini Au^ustini ». 
ìielVAntidotario Napolitano di Francesco Greco (Napoli, 1642, p. 81) 
ve n'è la ricetta^ Gfr. E. Rocco, in GBB., VII, 2. 

26 La mannaia cadeva dall'alto, e da essa pigliava il nome quella 
sorta di ghigliottina, che era in uso già da molti secoli a Napoli, e 
in tutta Italia. V., sull'argomento, una serie d'articoli nel periodico 
La lega del bene (II, 1887, nn. 38-43). 27 si lamentavano. 

28 Gfr. n, I. Il diritto di fida, affidatura, si pagava da coloro, 
che menavano gli animali a pascolo nelle terre regie e comunali. 
V. L. Bianchini, Bella storia delle finanze del regno di Napoli, Pa- 
lermo, 1839, pp. 41-2, e passim. — Benevento apparteneva, com'è 
noto, al Pontefice, ed era un vicino e sicuro asilo. ^ Divorato. 



72 LO CUNTO DE LI CUNTl 

sorrejemiento, l'assottigliamiento de lo core, lo filatorio, 
lo spaviento, la quatra de vierme e la cacavessa, ch'appe 
la povera figliola; fa cunto ca no le restaje sango ad- 
duosso! Ma cliesto non fu niente, non fu zubba^*^ a lo 
riesto de lo carrino, pecca nnanze pasto appe cicero e dopo 
pasto fave ngongole^^ Perchè, juto a caccia l' uerco, tor- 
nale a la casa tutto carreco de quarte d'accise, dicenno: 
« Mo non te puoje lammentare, mogliere, ca non te co- 
« verno ! Eccote bona monizione de companateco, piglia 
« e sguazza e vuoglieme bene; ca pò cadere lo cielo, 
« ch'io non te faccio mancare lo mazzeco ». La negra 
Porziella, sputanno comm'a femmena prona, votaje la fac- 
cia da l'autra banna. L' uerco, che vedde sto motivo, 
disse : « Chesso è dare confiette a puorce ! Ma no mporta, 
« agge no poco de fremma fi ncraje matino, ca so stato 
« committato a na caccia de puorce sarvateche, de li 
« quali te ne portarraggio no paro, e farrimmo nozze 
« ncaudariello co li pariente, pe conzomare con chiù gu- 
« sto lo parentato ». Cossi ditto, ammarciajo pe drinto a 
lo vosco. Ed, essa restata a trivoliare ^- a la fenestra, pas- 
saje pe desgrazia da chella casa na vecchiarella, che, sen- 
tennose allancare de la famme^^, le cercaje quarche re- 
frisco. A la quale la negregata giovane respose : « bona 
« femmena mia. Dio sapere core, ca sto npotere de no 
« zifierno^', che no me porta a la casa autro, che quarte 
« d'uommene e piezze d'accise: che non saccio, comm'ag- 
« gio stommaco a vedere schitto ste schefienzie; tanto 
« che passo la chiù misera vita, che passasse mai arma 
« vattiata ^'•' ! E puro so figlia de re ; e puro so cresciuta 



30 Un niente. 

3i Fave secche, che si cuociono senza mondarle dal guscio. Cfr. 
Del Tufo {ms. e, f. 29). 
32 Piangere. 33 Languir di fame. 3i Demonio. 
3i Battezzata. 



JORNATA I. TBATTENEMIENTO V. 73 

« a pappalardielle ^^; e puro me so vista drinto lo gras- 
« so! » E, cossi decenno, se mese a chiagnere, comm'a 
peccerella, clie se vede levare la marenna. Tale che, nten- 
neruto lo core de la vecchia, le disse: « Crisce, bella 
« figliola mia; no straderò sta bellezza chiagnenno; ch'aje 
« trovata la sciorta toja; so ccà ped ajutarete a varda e 
« a sella! Ora ntienne: io aggio sette figlie mascole, che 
« vide sette giojelle, sette cierre, sette giagante: Mase, 
« JSTardo, Cola, Micco, Petrullo, Ascadeo e Ceccone, le quali 
« hanno chiù vertute de la rosa marina^'. E, particolare- 
« mente, Mase, ogne vota, che mette l'aurecchia nterra, 
« sente ed ausoleja tutto chello, che se fa pe trenta mi- 
« glia da rasso ; Nardo, ogne vota, che sputa, fa no gran 
« maro de sapone; Cola, sempre che jetta no ferruccio, 
« fa no campo de rasole ammolate; Micco tutte le vote 
« che tira no spruoccolo, fa no vosco ntricato; Petrullo, 
« sempre che jetta nterra na stizza d'acqua, fa no shium- 
« mo terribile; Ascadeo ogne vota, che tira na vreccia, 
« fa nascere na torre fortissema; e Ceccone ceca cossi 
« diritto ca na valestra, che tira no miglio da rasso a 
« n'uocchio de na gallina. Ora co l'ajuto da chiste, che 
« so tutte cortise, tutte ammoruse, e averranno compas- 
« sione de lo stato tujo, voglio vedere de levarete dalle 
« granfe de st'uerco; ca sso bello muorzo gliutto non 
« è pe lo cannarono de sto paputo. » « Maje a meglio 
« tiempo de mo, — respose Porziella — ; ca la mal'om- 
« bra de maritemo è sciuto, pe non tornare sta sera, e 
« averriamo tiempo d'allippare^^, e fare lo filo ». « Non 
« pò essere stasera, — leprecaje la vecchia — ; ca sto 
« no poco lontano: vasta, ca craje matino io e li figlie 



36 Pane e lardo, cibo per la povera gente squisito, dice il Gal. nel 
FA'. Qui: cresciuti nell'abbondanza, nelfallegria. 

37 Son note le virtù del rosmarino. Gfr. anche Pitré {Bibl., XVI, 
251-3). 38 Svignarcela. 



74 LO CUNTO DE LI CUNTI 

* mieje saxrimmo nsieme a levarete da travaglio. » Cossi 
ditto, se partette; e Porziella, fatto no core largo largo, 
arreposaje la notte. Ma, subeto che raucielle gridare: 
« Viva lo sole! », eccote venire la veccliia co li sette figlie ; 
e, piiostese Porziella nmiezo, s'abbiaro a la vota de la 
cetate. Ma no foro no iniezo miglio descuosto, che, mpiz- 
zanno Mase l'aureccliie nterra, gridaje: « Allerta, olà, a 
« nuje, eh' è vorpe! Già Tuerco è tornato a la casa, e, 
« non avenno ashiato sta figliola, nio se ne la vene co la 
« coppola sotto titilleco^" ad arrivarence! » Sentuto che- 
sto Nardo sputaje nterra e fece no maro de sapone; dove 
janto l'uerco, e vedenno sta nsaponata, corre a la casa, 
e, pigliato no sacco de vrenna "^, se la mbroscinaje'' tanto 
e tanto pe li piede, ch"a gran pena, passaje sto ntuppo. 
Ma, tornato Mase a mettere l'aurecchia nterra, disse : « A 
« te, compagno!, mo se ne la vene! » E Cola, jettato lo 
ferruccio nterra, sguigliaje no campo de rascia. Ma l' uerco, 
che se vedde serrato lo passo, corre n'autra vota a la 
casa e se vestette da capo a piede de fierro; e, tornato, 
scavallaje sto fuosso. Ma Mase, mpizzato do nuovo l'au- 
recchia nterra, gridaje: « Su su, arme arme!, ca mo te 
« vide ccà l'uerco co na carrera, che vola! » E Micco, 
lesto, co lo spnioccolo^ fece soriere no vosco terribelis- 
simo, cosa difficele a sperciare. Ma, commejonze l'uerco 
a sto male passo, caccia mano a na cortella carrese '^, 
che portava a lato, ed accommenza a fare cadere da ccà 
no chiuppo, da Uà no cierro, da na parte a fare tommo- 
liare no corognale'^\ da n'autra no suorvo peluso; tanto, 
che, nquatto o ciuco cuorpe, steso lo vosco nterra o scotte 
scapolo da chisso ntrico. Mase, che teneva l'aurecchie a 
leparo, tomaje ad auzare la voce: « No stammo comme 



39 Ascelle; col berretto sotto il braccio. '" Crusca. '' Strofinò. 
*^ Specie di coltellaccio. Gfr. IV, 5. 
w (ES) coregnano. — Corniolo. 



JORKATA I. TEATTENEMIENTO V. 75 

« nce radessemo '■', ca l'uerco ha puosto l'ascelle''^; e mo 
« te lo vide a le spalle nostre ! » Chesto sentuto Pe- 
trullo, pigliaje da iia fontanella, che pisciava a stizza a 
stizza de na quaquiglia ^'^ de preta, no surzo d'acqua; e, 
sbruffatola nterra, lloco te vediste no gruosso shiummo. 
L'uerco, che vedde st'autro mpiedeco, e ca non tanto 
faceva pertosa, quanta trovavano appelarelle, se spogliaje 
nudo nudo e passaje a natune co li vestita ncapo da l'au- 
tra banna. Mase, che metteva l'aurecchia ad ogne per- 
tuso, sentette lo fruscio de carcagna dell' uerco, e disse: 
« Sto negozio nuostro ha pigliato de granceto^"^, e già 
« l'uerco fa no vattere de tallune, che lo cielo te lo 
« dica pe mene. Perzò, stammo ncellevriello, e repa- 
« rammo a sta tempesta; si no, simmo jute! » « Non du- 
« betare, — disse Ascadeo — ; ca mo chiarisco sto brutto 
« pezzente'^ ». E, dicenno chesto, tiraje na vreccia e 
fece apparerò na torre, dove se schiaffaro subeto drinto, 
varrianno ^^ la porta. Ma, arrivato l'uorco e visto ca s'e- 
rano puoste nsarvo, corre a la casa, e pigliaje na scala 
de vennegnare e, ntorzatasella ncuollo, corze a la torre. 
Mase, che stava co l'aurecchie pesole, sentette da lon- 
tano la venuta dell' uerco e disse : « Mo simmo all'ute- 
« mo de la cannela de le speranze; a Ceccone sta l'utemo 
« refugio de la vita nostra; ca l'uorco mo torna e co 
« na furia granne. Oimè, ca me sbatte lo core, e me 
« nzonno la mala jornata! » « Gomme si cacavrache!, — 
« respose Ceccone — ; lassa fare a Menechiello, e vi si 
« coglio mponta co le parrette^** ». Cossi decenno, ec- 



^* cioè, fermi, saldi. ^^ Ali. ^^ Conchiglia. ^"^ Rancido. 

•*8 V, n. 29, p. 23. -i^ Sbarrando. 

50 Così erano dette le pallottole, che si scagliavano dalle balestre, 
« quando non era in tanto xiso lo scoppio > (Celano, o. e, III, 919-20). 
E c'è ancora, presso al Mercato, un Vico dei Parretlari (corrotta- 
mente Barrettari). 



76 LO CUNTO DE LI CUNTI 

cote l'uerco appoja la scala, e commenza ad arrampina- 
rese. Ma Ceccone, pigliatolo de mira e cacciatole na lan- 
terna^', lo fece cadere luongo luongo comm'a piro nterra; 
e, scinto da la torre, co lo cortellaccio stisso che portava, 
le tagliaje lo cuollo, comme se fosse de casoricotta. Lo 
quale portattero co n'allegrezza granne a lo re; che, giu- 
belejanno d'avere recoperato la figlia, pecca s'era ciento 
vote pentuto d'averela data a n'uerco, fra poche juorne, 
le trovaje no bello marito, facenno ricche li sette figlie 
e la mamma, che avevano spastorato la figlia da na vita 
cossi nfelice, no lassanno de chiammarese mille vote 
corpato co Porziella, che, pe no crapiccio de viento, l'a- 
veva posta a tanto pericolo, senza ponzare quanto errore 
commette chi va cercanno: 

Ova (le lupo e 2yicttene de fjuinncce ''•. 



^'1 Fattogli una ferita, da parte a parte. Gir, n. loo, p. 30. 
^* Gfr. MX, I: « Lo meglio è de se fare Lo fatteciello sujo, e non 
cercare Ove de lupo e piettene de (/ninnece ». 



LA GATTA CENNERENTOLA 



Teatteìiemiekto sesto de la Jorxata peimma. 

Zezolla, nmezzata da la majestra ad accidere la matreja, e, credenuo 
co farele avere lo patre pe marito, d'essere tenuta cara, è posta 
a la cucina. Ma, pe vertute de le fate, dapò varie fortune, se gua- 
dagna no re pe marito. 

JT arzero statole li ascoltante a sentire lo cunto de lo 
polece e facettero na dechiaratoria d'asenetate a lo re 
catammaro^, che mese a tanto riseco lo nteresse de lo 
sango e la soccessione de lo stato pe na cosa de vren- 
na. Ed, essenno tutte appilate^, Antonella spilaje de la 
manera, che secota. 

Sempre la nmidia, ne lo maro de la malignitate, appe 
ncagno de vessiche la guallara; e, dove crede de vedere 
antro annegato a maro, essa se trova o sott'acqua o toz- 
zato a no scuoglio ; comme de certe figliole nmediose me 
va mpenziero de ve contare. Saperrite, donca, che 

Era na vota no prencepe vidolo, lo quale aveva na fi- 
gliola accessi cara, che non vedeva ped autro uocchio. 
A la quale teneva na majestra princepale, che le nmez- 
zava le catenelle, lo punto n'ajero, li sfilatielle e l'afreco 



* Scioccone. V. n. 2, p. 21. - A bocca chiusa, in silenzio. 



78 LO CUNTO DE LI C'UNTI 

perciato ^, monstrannole tant' affezione, che non s' abbasta 
a dicere. Ma, essennose nzorato ' de frisco lo patre e pi- 
gliata na focoliata, marvasa e miciata de lo diantane'', 
commenzaje sta mardetta femmena ad avere nsavuorrio 
la figliastra, facennole cere brosche, facce storte, nocchie 
gronnuse, de farela sorrejere. Tanto che la acura pecce- 
rella se gualiava sempre co la majestra de li male trat- 
tamiente, che le faceva la matreja, decennole : « Oh Dio, 
« e non potisse essere tu la mammarella mia, che me 
« fai tanta vruoccole e cassesie? » E tanto secotaje a 
fare sta cantelena, che, puostole no vespone a l'aurecchie, 
cecata da mazzamauriello '', le disse na vota: « Se tu 
« vuoi fare a muodo de sta capo pazza, io te sarraggio 
« mamma, e tu me sarrai cara comm'a le viscide ' de 
« st'uocchie ». Voleva secotiare a dicere, quanno Zezolla, 
(che cossi la figliola aveva nomme), disse: « Perdonarne 
« si te spezzo parola nmocca; io saccio ca me vuoi be- 
« ne; perzò, zitto e zuffecit*: nmezzame l'arte, ca vengo 
« da fore; tu scrive, io fìi-mo. » « Ora susso, — lepre- 
« caje la majestra — , siente buono, apre l'aurecchie, e 
« te veneralo pane janco comm'a li shiure. Gomme esce 
« patreto, di' a matrèjata ca vuoi no vestito de chille 
« viecchie, che stanno drinto lo cascione granne de lo re- 
« trotto^, pe sparagnare'" chisto, che puorte ncuoUo. 
« Essa, che te vo vedere tutta pezze e peruoglie, aprerà 



3 II punto n'ajevo è menzionalo da V. Braca, nella farsa A Maestà 
{Opere cavatole, Ms. Bibl. Naz., segn. IX, F. 47, f. 7). Afreco perciato, 
pieghetta, orlo. Il Del Tufo, ove discorre dell'arte del cucire delle 
donne napoletane: « Sapran forse elle sole Fare il ponto Spagnuolo? 
O il cairello o '1 travato, L'Afreco tondo, il piano quel perdalo''. » 
E « le catenelle insiem colle spighette » {ms. e, It 71-3). 

* Ammogliato. 5 sobbillata dal diavolo. 

^ O scaz zamaìtriello, come sopra; v. n. 106, p. 31. 

" Viscere degli occhi, pupille. '^ Latin.: sufficit. 

^ Stanzetta. Cfr. I, 7. '^ Rispunuiare. 



JOENATA I. TEATTENEMIENTO VI. 79 

« lo cascione e dirrà: tiene lo copierchio. E tu, tenen- 
« nolo, mentre jarrà scervecanno ^^ pe drinto, lassalo ca- 
« dero de botta, ca se romparrà lo cuollo. Fatto chesto, 
« tu sai ca patreto farria moneta fauza pe contentarete ; 
« e tu, quanno te fa carizze, pregalo a pigliareme pe mo- 
« gliere, ca viata te!, tu sarraje la patrona de la vita 
<i mia! » Ntiso chesto Zezolla, le parze ogu'ora mill'an- 
ue, e fatto compritamente lo conziglio de la majestra, 
dapò che se fece lo lutto pe la desgrazia de la matreja, 
commenzaje a toccare li taste a lo patre, che se nzorasse 
co la majestra. Da principio, lo prencepe lo pigliaje a 
burla; ma la figliola tanto tiraje de chiatto, fi che couze 
de ponta; che, all'utemo, se chiegaje a le parole de Ze- 
zolla. E, pi^liatase Carmosina, ch'era la majestra, pe mo- 
gliere, fece na festa granne. Ora, mentre stavano li zite '^ 
ntresca, affacciatase Zezolla a no gaifo ^^ de la casa soja, 
volata na palommella sopra no muro, le disse : « Quanno 
« te vene golio de quarcosa, mannal' addemannare a la 
« palomba de le fate a l'isola de Sardegna, ca l'averrai 
« subeto ». La nova matreja, pe cince seje juorne, af- 
fummaje de carizze a Zezolla, sedennola a lo meglio luoco 
de la tavola, darmele lo meglio muorzo, mettennole li me- 
glio vestite. Ma, passato a mala pena no poco de tiem- 
po, mannato a monte e scordato affatto de lo servizio re- 
ceputo (0 trista l'arma, ch'ha mala patrona!), commenzaje 
a mettere npericuoccuolo seje figlie soje, che, fi a tan- 
no^', aveva tenuto secreto. E tanto fece co lo marito, 
che, receputo ngrazia le figliastre, le cadette da core la 
figlia propria. Tanto che scapeta oje, manca craje, venne 
a termene, che se redusse da la cammara a la cecina, e 



11 Rovistando. i- Sposi. 

'3 I r/aìft erano « una specie di terrazzini pensili, clie sporgevano 
dai primi piani delle case » (b. Capasse in Arcìi, Slot: ^'a..p.^ XV, 428)- 
1' Fin allora. 



So LO CUNTO DE LI CUNTI 

da lo vardacchino a lo focolare, da li sfuorge de seta e 
d'oro a le mappine, da li scettro a li spite*^. Né sulo 
cagnaje stato, ma nomme perzi, che, da Zezolla, fu chiam- 
mata Gatta cennerentola. Soccesse ch'avenno lo prencepe 
da ire nSardegna, pe cose necessarie a lo stato sujo, do- 
mannaje una ped una a Mperia ^"j Calamita, Shiorella, Dia- 
mante, Colommina, Pascarella, ch'erano le seje figliastre, 
che cosa volessono che le portasse a lo retuorno. E chi 
le cercaje vestite da sforgiare, chi galantarie pe la capo, 
chi cuonce'^ pe la faccia, chi jocarlelle pe passare lo 
tiempo, e chi na cosa e chi n'autra. Ped utemo, quase pe 
delieggio, disse a la figlia: « E tu che vorrisse? » Ed 
essa: « Nient'autro, se non che me raccommanne a la pa- 
« lemma de le fate, decennole che me manneno quarcosa; e, 
« si te scuorde, non puozze ire ne nanze, ne arroto. Tiene 
« a mente chello, che te dico: arma toja, maneca toja*^! » 
Jette lo prencepe, fece li fatte suoje nSardegna, accat- 
taje quanto l'avevano cercato le figliastre, e Zezolla lo 
Bcie*^ de mente. Ma, nmarcatose ncoppa a no vasciello 
e facenno vela, non fu possibele mai, che la nave se ar- 
rassasse^'' da lo puorto, e pareva che fosse mpodecata da 
la remmora. Lo patrone de lo vasciello, eh' era quase de- 
sporato, se poso pe stracco a dormire e vedde nsuonno 
na fata, che le disse : « Sai perchè non petite scazzel- 
« lare^^ la nave da lo puorto? Perchè lo prencepe, che 
« vene con vui, ha mancato do promessa a la figlia, alle- 
« cordannose de tutte, fora che de lo sango propio ». 
Se scota lo patrono, conta lo suonno a lo prencepe; lo 



*5 Spiedi. i** (EO) Mpera. 

" Belletti. Gfr. Del Tufo: belletti e conci delle donne in yapoli 
(ms. e, f. 5). 

18 « Formola, con cui si esige una promessa o un'assicurazione, 
e vale come dire: se manchi tal sia di le, o peggio per le » Jì. 

*9 Usci. 20 Scostasse, 2i staccare, 



JOENATA I. TRATTENEMIENTO VI. 8l 

quale, confuso de lo mancamiento ch'aveva fatto, jeze a 
la grotta de le fate; e, arracommannatole la figlia, disse 
che le marinassero quarcosa. Ed ecco scette fora da la 
spelonca na bella giovane, che vedive no confalone! La 
quale le disse ca rengraziava la figlia de la bona memo- 
ria e 'che se gaudesse ped ammore sujo. Cossi decenno, 
le dette no dattolo, na zappa, no secchietello d' oro e na 
tovaglia de seta, dicenno che l'uno era pe pastenare e 
l'autre pe coltevare la chianta. Lo prencepe, maravigliato 
de sto presiento, se lecenziaje da la fata a la vota de lo 
pajese sujo, e, dato a tutte le figliastre quanto avevano 
desiderato, deze finalmente a la figlia lo duono, che le 
faceva la fata. La quale, co na prejezza che non capeva 
drinto la pella, pastenaje" lo dattolo a na bella testa, lo 
zappolejava, adacquava, e co la tovaglia de seta matino 
e sera l'asciucava. Tanto che, nquatto juorne, cresciuto 
quanto a la statura de na femmena, ne scette fora na 
fata, dicennole: « Che desidere? » Alla quale respose 
Zezolla che desiderava quarche vota de scire fora de ca- 
sa, né voleva che le sore lo sapessero. Leprecaje la fata: 
« Ogne vota che t'è gusto, viene a la testa, e di: 

Battolo mio naurato, 
Co la zappetella d'oro faggio zappato, 
Co lo seccbietiello d'oro faggio adacquato, 
Co la tovaglia de seta faggio asciuttato; 
Spoglia a te, e Vieste a me! 

« E, quanno vorrai spogliarete, cagna l'utemo vierzo, 
« decenno : Spoglia a me, e vieste a te ! » Ora mo, es- 
senno venuta la festa e scinte le figlie de la majestra 
tutte spampanate, sterliccate ^^, mpallaccate '^, tutte zaga- 



22 Piantò. 23 (ES) strelleccate. — Strigliate. 

24 « Ca s'alliscia, se nchiacca, Se strellicca, se nchiastra, e se 
mpallacca ». Egl. La Coppella. 



82 LO CUNTO DE LI CUNTI 

relle-^, campanelle e scartapelle -''', tutte shiure, adure, 
cose e rose ; Zezolla corre subeto a la testa, e, ditto le 
parole nfrocicatole da la fata, fu posta n'ordene comme 
na regina, e, posta sopra n'accliinea, co dudece pagge 
linte e pinte, jette a dove jevano le sore ; che fecero la 
spotazzella" pe le bellezze de sta penta palomma. Ma, 
comme voze la sciorte, dette a cbillo luoco stisso lo re ; 
lo quale, visto la spotestata bellezza de Zezolla, ne re- 
staje subeto affattorato, e disse a no servetore chiù ntrin- 
seco, che se fosse nformato, come potesse nformare de 
sta bellezza cosa, e chi fosse, e dove steva. Lo serve- 
tore, a la medesema pedata, le jeze retomano. Ma es- 
sa, addonatose dell' agguaito, jettaje na mano de scute 
riccie-*, che s'aveva fatto dare da lo dattolo pe chesto 
effetto. Chillo, allummato li sbruonzole ^^, se scordaje de 
secotare l'acchinea, pe nchirese le branche de fellusse. 
Ed essa se ficcaje de relanzo a la casa, dove, spogliata 
che fu, comme le nmezzaje la fata, arrivare le scerpie de 
le sore, le quale, pe darele cottura, dissero tante cose 
belle, che avevano visto. Tornaje fra sto miezo lo serve- 
tore a lo re, e disse lo fatto de li scute. Lo quale, nzor- 
fatose co na zirria granne^'', le disse che pe quatto fri- 
sole cacate aveva vennuto lo gusto sujo e che in ogne cunto 
avesse l'autra festa procurato de sapere chi fosse chella 
bella giovane, e dove s'ammasonasse^^ sto bello auciello. 
Venne l'autra festa e scinte le sore tutte aparate e ga- 



25 Fettucce, nastri. 26 (es) Scarpetelle. — Scartapelle, coserelle. 

2' Gliene venne l'acquolina in bocca. 

28 Moneta d'oro, battuta il 1582, con l'effigie di Filippo II nel di- 
ritto, e nel rovescio l'arma di Spagna; e l'iscrizione: PhtUppus, Rex 
Arayoniae, utriusque Siciliac, Hierusalem. 1582 (Vergara, Monete 
del Regno di Napoli^ Roma, MDGGXV, p. 129). Il Del Tufo: « Che 
un sol lo pagherei tre sculi ricci ! * (ms. e, f. 24). tieW Astuta Corta- 
giana del Sorrentino: « na vranca de scute riccie e doppie de Spa- 
gna » (II, 9). 20 Danari. 3" Adiratosi. 3* Annidasse. 



JOBNATA I. TRATTENEMIENTO VI. 83 

lante, lassare la desprezzata Zezolla a lo focolare. La 
quale subeto corre a lo dattolo ; e, ditto le parole solete, 
ecco scotterò na mano de dammecelle, chi co lo schiecco, 
chi co la carrafella d' acqua de cocozze, chi co lo fierro 
de li ricco, chi co la pezza de russo, chi co lo pettene, 
chi co le spingole, chi co li vestite, chi co la cannacca^^ 
collane. E, fattala bella comme a no sole, la mesero 
a na carrozza a seje cavalle, accompagnata da staffiere 
e da pagge de livrera. E, jonta a lo medesemo luoco, 
dove era stata l' autra festa, agghionze maraviglia a lo 
core de le sore e fuoco a lo pietto de lo re. Ma, re- 
partutase e jutose dereto lo servetore, pe no farese ar- 
rivare, jettaje na vranca de perno e de gioje; dove rema- 
sose chili' ommo da bene a pizzoliarennelle, ca non era 
cosa da perdere ; essa ebbe tiempo de remmox'chiarese a 
la casa e de spogliarese conforme a lo solete. Tornaje 
lo servetore luonge luongo a lo re; lo quale disse: « Pe 
« l'arma de li muorte mieje, ca , si tu non trueve eh es sa, 
« te faccio na ntosa, e te darraggio tanta cauce nculo, 
« quanto aje pile a ssa varva! » Venne l' autra festa e 
scinte le sore, essa tornaje a lo dattolo. E centinovanno la 
canzona fatata, fu vestuta seperbamente, e posta dinte 
na carrozza d' oro co tante serviture attuorno, che pareva 
pottana, pigliata a lo spassiggio, ntorniata de tammare ^^. 
E, juta a fare cannavola^* a le sore, se partette; e lo 



32 Collana. « Na cannacca de vrito » MK, V.; « E cannacche de 
perne comm antrite » (Cort., Micco Pass,, in, 35). 

33 Così, volgarmente, gli sbirri. Gfr. n, 4; IV, 2,6; l'Egl. La Cop- 
pella; lo Sgruttendio, (0. e, II, 6), ecc. Il Braca, in un capitolo: « Che 
mporta a me ch'eo fosse sbirro o tammaro? » {ms. e, f. 139). Le me- 
retrici non potevano andare in carrozza, o ai pubblici passeggi, né 
in gondola per la spiaggia dal Molo a Posillipo. V. le prammatiche 
del 30 novembre 1579, 23 agosto 1607, 13 agosto 1610, 21 agosto 1638, 
10 luglio 1646, ecc. (Coli, cit., VII; Tit. CLXXII, De 3Ieretricibi(s, 4, 8, 
9, ecc.). 34 Gola. 



84 LO CITATO DE LI CUNTI 

servetore de lo ro se cosette a filo duppio co la carrozza. 
Essa, vedendo che sempre l'era a le coste, disse: « Tocca, 
cocchiero! » Ed ecco se mese la carrozza a correre de 
tutta furia, e fu cossi grarme la còrzeta, che le cascaje 
no chianiello^^: che non se poteva vedere la chiù pen- 
tata cosa! Lo servetore, che non potte jognere la car- 
rozza, che volava, auzaje lo chianiello da terra, e lo por- 
taje a lo re, dicennole quanto l'era socceduto. Lo quale, 
pigliatolo nmano, disse: « Se lo pedamiento è cossi bello, 
« che sarrà la casa? bello canneliero, dove è stata la 
« cannela, che me strudel, o trepete ^'^ de la bella cau- 
« darà, dove volle la vita!, o belle suvare^~, attaccate a 
« la lenza d'ammore, co la quale ha pescato chest'arma!, 
« ecco v'abbraccio e ve stregue, e, si non pozzo arre- 
« vare a la chianta, adoro le radeche ; si non pozzo avere 
« li capetielle, vaso le vase^^! Già fustevo cippo de no 
« janco pedo, mo site tagliole de no nigro core: pe vui 
« era anta no parmo e miezo de chiù chi tiranneja sta 
« vita^^, e pe vui cresce auto tanto do docezza sta vita, 
« mentre ve guardo e ve possedè! » Cossi dicenno, chiam- 
ma lo scrivano, commanna lo trommetta, e tu tu, fa jet- 
tare no hanno, che tutte le femmene de la terra vengano 



35 Pianella. « Non essendovi (jorima) donna napolilana, che, senza 
di queste, camminato avesse. Ora {sulla fine del seicento)^ fuor di 
qualche monaca claustrale e riformata, sono da tutte le donne sban- 
dite o vanno in iscarpetta ». Cosi il Gelano, a pl'op. del vico Piauel- 
lari, ch'era presso S. Caterina Spina Corona (o. e, IV, 127). Una can- 
zone popolare del tempo, cit. da T. Costo nel Fuggilozio, e dal N, 
(MA', IX): « Songo tanto leggiatre e tanto vaghe, Donna gentile, sti 
tuoi chianelletle! » E un'altra: « Vorria, crudel, tornare chianelletto 
ecc. » (V. princ. G. IV). ^c Treppiede. 37 sugheri 33 (gg) i^ase. 

39 Nell'egl. La Coppella: « ca, si se leva li chianielle, Co tante 
chiastre e tante cioffe e tante, Vederraje fatto naimo no gigante ». 
Donde si vede che le pianelle erano calzature alte, o, forse, rialzate 
per mezzo di zoccoli. 



JORNATA I. TRATTENEMIFNTO VI. 85 

a na festa vannuta'"^ e a no banclietto, che s'ha puosto 
nchiocca de fare. E, venuto lo juorno destenato, oh bene 
mio, che mazzecatorio e che bazzara*^, che se facette! 
Da dove vennero tante pastiere e casatielle'"?, dove li 
sottestate ''^ e le porpette?, addò li maccarune ''^ e gra- 
vinole''^?; tanto che nce poteva magnare n'asserceto for- 
mato. Venute le femmene tutte, e nobele e gnobele, e 
ricche e pezziente, e vecchie e figliole, e belle e brutte, 
e buono pettenato, lo re, fatto lo profittio, provaje lo chia- 
niello ad una ped una a tutte le commitate, pe vedere a 
chi jesse a capillo ed assestato, tanto, che potesse cono- 
scere da la forma de lo chianiello chello, che jeva cer- 



^'> Bandita. 

■** Il Cortese: «.... priesto si mettesse Na tavola pe fare gran baz- 
zara » {Cerr. incanì., VII, 14). 

'^ Pastiere, torte di Pasqua. Casatielle, ciambelle con uova sode, 
non sgusciate, anche solite a Pasqua, Velardiniello nomina: « Li ca- 
satielle d' Isca e le pastiecle » {Ottave, p. 7). Degli uni e delle altre 
discorre il Del Tufo (ms, e, f. 107). 

*^ Il Del. Tufo parla dei: « sottestati D'un buon pezzo di carne te- 
nerella, Con pruna, agli e pignioli, Passi, zuccaro, amendole, e can- 
nella » (ms. e, f. 21). 

4* I napoletani erano detti allora mangiafoglie, e non numgiamac- 
cheroni, come più tardi. Cfr. Fasano (0. e, ITI, 20); Gal., VN; e Pitrè 
{Bibl, VII, 392). — I maccheroni passavano per un cibo quasi esotico. 
È noto il luogo di O. Landò : « Giungerai nella ricca isola di Sicilia 
et mangerai di quei maccheroni, i quali hanno preso il nome dal 
beatificare, ecc. » (cit. dall' Imbriani, XII Conti pomiglianesi, Napoli, 
1876, pp. 234-5). Il Cortese: « No piatto nce fo de maccarune, Che 
n Cecilia fo fatto a stanza a stanzia » {Viaggio di Pam., V, 7). Lo 

Sgruttendio: « E vuje de Cagliava Maccarune » (0. e, p. 233). 

Tuttavia, dei maccheroni si trovano frequenti menzioni anche in 
iscritture napoletane del S. XV. 

■*5 che qui non sono i raviuoli, ma piuttosto i rafliiuoli, specie 
di pasta dolce. G. Bruno: « equa son de gravioli, targhe di zucchero, 
mustacciuoli di S. Bastiano » {Candel., I, 6). Il Del Tufo: « I lasa- 
gni, le pizze, e i gravioli, Con la pasta gentil de mostaccioli » 
(WS. e, f. 23). 



86 LO CTJNTO DE LI CUNTI 

canno. Ma, non trovanno pede, che noe jesse a siesto, 
s'appe a desperare. Tuttavota, fatto stare zitto ogn'uno, 
disse: « Tornate craje a fare penetenzia co mico; ma, se 
« mi volito bene, non lasciate nesciuna femmena a la ca- 
« sa, e sia chi si voglia! » Disse lo prencepe: « Aggio 
« na figlia, ma guarda sempre lo focolaro pedessere de- 
« sgraziata e da poco, che non è merdevole de sedere 
« dove magnate vui ». Disse lo re: « Chesta sia ncapo 
« de lista, ca l'aggio da caro ». Cossi partettero; e lo 
juomo appriesso tornaro tutte, e, nsiemme co le figlie de 
Carmosina, venne Zezolla. La quale, subeto che fu vista 
da lo re, l'ebbe na nfanzia''^ de chella, che desiderava; 
tutta vota, semmolaje. Ma, fornuto de sbattere, se venne 
a la prova de lo chianiello: ma, non tanto priesto s'acco- 
staje a lo pede de Zezolla, che se lanzaje da se stisso a 
lo pede de chella cuccopinto d'ammore, comme lo fierro 
corre a la calamita! La quale cosa vista lo re, corze a 
farele soppressa de le braccia; e, fattola sedere sotto lo 
vardacchino, le mese la corona ntesta, commannanno a 
tutte che le facessero ncrinate e leverenzie, comme a 
regina loro. Le sore, vedenno chesto, chiene de crepan- 
tiglia, non avenno stommaco de vedere sto scuoppo de 
lo core lloro, se la sfilare guatte guatte verso la casa de 
la mamma, confessanno a despietto loro: 

Ca pazzo è chi contrasta co le stelle. 



'**> Fisonomia: somiglianza. 



LO MERCANTE 



TbATTENEMIENTO SETTraO DE LA JORNATA PEIMMA. 

Cienzo rompe la capo a. no figlio de no re, fuje da la patria; e, libe- 
ralo da no dragone la nfanta de Pierdesinno, dapò varie socciesse, 
le deventa mogliere. Ma, ncantato da na femmena, è liberato da 
lo frate; lo quale, pe gelosia avennolo acciso, scopierto nozente, 
co na certa erva, le torna la vita. 

IN on vasta a magenarese quanto toccaje drinto all'ossa 
d'ogne uno la bona sciorte de Zezolla. E, quanto laudar© 
assai la leberaletate de lo cielo verzo sta figliola, tanto 
jodecaro poco lo castico de le figlie de la matreja; non 
essenno pena, che non merita la soperbia, né ruina, che 
no stia bene a la nmidia. Ma, nfra tanto che se senteva 
no vesbiglio ncapo de sto socciesso, lo prencepe Tadeo, 
puostose lo dito ennece de la mano deritta a travierzo 
de la vocca, fece signale che ammaf arassero. Li quale, 
tutto a no tiempo, ncagUaro, comme si avessero visto lo 
lupo ^, comme scolaro, che, a lo meglio de lo mormo- 
riare, vede de mproviso lo mastro. E, fatto signo a Giulia 
che arrancasse lo sujo, cossi decette. 



1 Cfr. IV, S. Il Marino: « In quella guisa che talhor veduto Da la 
lupa nel bosco il pastor suole. Come spirito e senso habbia perduto, 
Gli muoion ne la lingua le parole » {Adone, XII, 75). Cfr. anche 
Cortese, Ciullo e Ferna, p. 23. 



88 LO CUNTO DE LI CTJNTI 

Songo lo chiù de le vote li travaglie all'uommene scia- 
marre" e pale, che le sciiianano la strata a chella bona 
fortuna, che non se magenava. E tale ommo mardice la 
chioppeta, che le nfonne lo caruso, e non sa ca le porta 
abbonnanzia da dare sfratto alla famme ; comme se vedde 
ne la perzona de no giovane, comme ve dirraggio. 

Dice, ch'era na vota no mercante ricco ricco, chiam- 
mato Antoniello; lo quale aveva dui figlie, Cienzo e 
Meo ; eh' erano cossi simele, che non sapive scegliere 
l'uno dall' autro. Occorze che Cienzo, ch'era lo primmo- 
geneto, facenno a pretate all'Arenaccia^ co lo figlio de 
lo re de Napole, le roppe la chirecoccola"*. Pe la quale 
cosa, Antoniello, nzorfato, le disse: « Bravo, l'aje fatta bo- 
<i na!, scrivene a lo pajese !, vantate sacco, si non te scoso!, 
« miettela mperteca! Va ch'aje rutto chillo, che va soje 
« rana^! A lo figlio de lo re aje sfravecato lo caruso? 
« E non avive la meza canna'', figlio de caperrone? Mo 
« che ne sarrà de li fatte tuoje? No te preggiaria tre 
« caalle, e' hai male cocinato; che si trasisse dove si 
« sciuto, manco t'assecuro da le manzolle de lo re; ca 
« tu saje e' hanno le stenche longhe, ed arrivano pe tutto. 



2 Picconi. 

3 Contrada nella parie orientale di Napoli. Nei sec. XVI e XVII era 
il campo dei sassaiuoU napoletani (preh^ejanti, come li chiama il 
Cortese, Micco Pass., II, 12); lun quartiere sfidava l'altro e inter- 
venivano talvolta fino a duemila combattenti. « Mi si diceva dai 
vecchi, — scrive il Celano — , che ve n'erano così bravi nel tirare 
di fionda, che, dove segnavano con l'occhio, ivi colpivano » (0. e, V, 
461). V. bando della Vicaria 1577, pramm. vicer. 1606, 1616, 1622, ecc. 
Nel 1625 il Duca d'Alba fece prendere da trenta « capi sassaiuoU » 
e li mandò in galera (Cel., ivi). Cosi quel mal costume cessò, o, me- 
glio, diminuì di proporzioni; perchè le x>etriate sono continuate, si 
può dire, fino ai giorni nostri. Cfr. art Lega del Bene, IV, 1889, n. 3. 

•* Cranio. ^ Grana. 

fi Per misurarti. Mezacanna, misura di quattro palmi, molto usuale. 



JOENATA I. TRATTENEÌIIENTO VH. 89 

« e farrà cose de chelle, che feteno! » Cienzo, dapò 
ch'appe ditto e ditto lo patre, respose: « Messere mio, 

« sempre aggio ntiso dicere ca è meglio la corte, che 

<i lo miedeco a la casa. Non era peo s'isso scocozzava' 

« a me? So provocato, simmo figliule, lo caso è a rissa; 

« è primmo delitto; lo re è ommo de ragione; all'utemo, 

« che me pò fare, da ccà a cient'anne? Chi non me vo 

« dare la mamma, me dia la figlia; cheJlo, che non me 

, « vole mannare cuotto, me lo manna crudo; tutto lo munno 

« è pajese, e chi ha paura, se faccia sbirro ! » « Che te 

« pò fare? — leprecaje Antoniello — ; te pò cacciare da 

« sto munno; farete ire a mutare ajero. Te pò fare ma- 

« Btro de scola co na sparmata de 24 parme a fare ca- 

« valle a li pisce, perchè mparano de parlare^. Te pò 

« mannare co no collaro de tre parme mposemato^ de 

« sapone a nguadiarete co la vedola^'^, e, pe parte de 

« toccare la mano a la zita, toccare li piedi a lo patri- 

« no^^. Perzò, non stare co lo cuojero a pesone fra lo 

« panno e l'azzimmatore; ma ammarcia a sta medesema 

« pedata, che non se ne saccia ne nova, né vecchia de 

« lo fatto tujo; azzò non nce rieste pe lo pede. Meglio 

« è auciello de campagna, che de gajola^-! Eccote denaro, 

« pigliate no cavallo de li dui fatate, che tengo a la 

« stalla e na cana, eh' è pure fatate, e no aspettare chiù. 
« Meglio è toccare de carcagna, ch'essere toccato de tal- 
« lune; meglio è chiavarete le gamme ncuollo, che te- 



"^ Rompeva la testa. 

8 Tutto ciò vuol dire: gettare a mare. Le immagini sono prese 
dalla scuola: sparmata, sferza; cavallo, punizione scolaresca, nella 
quale uno scolaro prendeva sul dosso l'altro, che doveva essere 
sferzato. 

5 Inamidato. 

!<> Sposar la vedova, cioè la forca. Gergo ancor vivo: in Francia 
chiamano la veuve la ghigliottina. 

i^ Int.: carnefice. 12 Gabbia. 



90 LO CUNTO DE LI CUNTI 

« nere lo cuollo sotto a doje gamme ^^,* meglio è fare 
« mille passe a la fine, che restare co tre passe de funa; 
« si non te piglie le bertele**, non t'ajutarrà né Baldo, 
« né Bartolo*^ ». Cercannole la benedezione, se mese a 
cavallo; e, puostose la cagnola mbraccio, commenzajo a 
camminare fora de la cetate. Ma, comme fu scinto porta 
Capoana*^, votatose capo dereto, commenzaje a dicere; 
« Tienete, ca te lasso, bello Napole mio! Chi sa se v'ag- 
« gio da vedere chiù, mautune de zuccaro e mura de 
« pasta reale?, dove le prete so de manna ncuorpo, li 
« trave de cannamele, le porte e finestre de pizze sfo- 
« gliate! Oimè, che, spartennome da te, bello Pennino *', 
« me pare de ire co lo pennone ! ; scostannome da te, 
« Chiazza larga *^, me se stregne lo spireto!; allontanan- 
« nome da te. Chiazza de l' Urmo *^, me sento spartire 
« l'arma!; separannome da w.je, Lanziere**, me passa 



i3 Int.: esser calcato dai piedi del boia, che gli saliva sulle spalle. 
Il Garzoni, discorrendo « dei carnefici et boli », dice: « Ma sopratutto 
è commendato assai, quando fa bene il groppo air impiccato, o che 
taglia la testa netta all'homicida, o che lesto come un daino, salta 
ben sulle spalle a colui che è appeso, come fa mastro Joseffo da 
Ravenna » (o. e, p. 756). i* Bisacce. i^ Famosi giureconsulti. 

1" Porta ad oriente di Napoli, eretta da Ferrante I d'Aragona. 

*' Pendino, regione, ora quartiere, di Napoli: il pennone era un 
grande stendardo di color rosso, con le armi del Re e del Gran Giu- 
sliziero del Regno, che, nelle esecuzioni di giustizia, era portato da 
un ministro del Tribunale a cavallo (cfr. Del Tufo, ms. e, f. 139). 
Cosi, tutti i nomi seguenti di luoghi di Napoli danno occasione a 
bisticci e giuochi di parole. 

18 Piazza larga, poco lungi da S. Pietro Martire, detta cosi per- 
chè allargata a spese dei complatearii (Gel., 0. e, IV, 250). 

15 Piazza delColmo, la via detta poi di Porto, con grande e fre- 
quentatissimo mercato. Nel Del Tufo, un napoletano, lontano da Na- 
poli, press' a poco come Cienzo, « estimandosi allor quasi infelice », 
si fa a dire: « Chiazza dell' Ulmo mio, chiazza dell' Urmo, Che Uà ti 
vidi a curmo, ecc. » (ms. e, f. 15). 

20 Via egualmente nel quartiere di Porto. Un tempo c'erano botr 
teghe d'armieri; nel seicento, come finora, « molti ricchi fondaci di 



.TORNATA I. TRATTENEMIENTO VII. 9I 

« lanzata catalana 'M ; scrastannome da te, Forcella'^-, me 
« se scrasta lo spireto de la forcella de sfarina! Dove 
« trovarraggio n'autro Puorto'^?, doce Puorto de tutto lo 
« bene de lo munno! Dove n'autre Ceuze'^?, dove l'aguo- 
« lille ^^ d'ammore fanno continue follerà de contentizze! 
« Dove n'autro Pertuso^^, recietto de tutte l'uommene 
« vertoluse? Dove n'autra Loggia^", dove alloggia lo 



tele d'oro, di panni sottili, di lana forastieri, d'opere bianche, di veli 
e d'altre merci » (Gel., 0. e, IV, 282). 21 y. n. 39, p. 9. 

22 via, che prende il nome dall'antichissima inatea forcellense. 

23 Regione, e poi quartiere, di Napoli. 

2* Luogo sopra Toledo, che, fino ai principii del S. XVI, era tutto 
piantato di gelsi, e vi si allevavano i bachi da seta. Vi si andava a 
diporto, a bere e a far l)'aldoria. Nella seconda metà del S. XVI vi 
si cominciò a fabbricare e vi si posero dei quartieri di soldati spa- 
gnuoli; il che contribuì a farne un centro di prostituzione, com'è 
ancora gran parte di quel tratto, che si dice « sopra i quartieri » 
(Gel., 0. e, IV, 635 sgg.). Nell'ottobre 1616, si legge in un croni- 
sta: « Sabato, S. E. andò curiosamente in seggia scorrendo tutte le 
strade del quartiere sopra la strada di Toledo, volgarmente detto le 
Gelse; e, si dice, per rinserrarlo, com'è solito per le altre città, che 
vogliono vivere onoratamente. Ma qui non sarà possibile, bisognando, 
per volere rinchiudere tutte le cortegiane di Napoli, chiudere più 
della metà della città! » (Zazzera in Arch. Stor. Hai., IX, 487). Nella 
J/X, II, dove si tratta delle cortigiane, l'uno degli interlocutori, in- 
terrogato dal compagno, dichiara: « Io vengo da le Ceuza, Da pi- 
gliareme spasso ». 25 Bachi da seta. 

2C Di fronte la Chiesa di Montesanto era la porta de lo Pertuso, 
una sorta di buco nella cinta delle mura. Allargata e ornata nel 
1639 dal Viceré Medina Las Torres, prese il nome di Porta. Medina 
(Gel., 0. e, IV, 800). È stata abbattuta ai nostri giorni. Il Liebr. {Anni., 
I, 401) ravvicina questo Pertuso al Malpertiigio, onde parla il Boccac- 
cio {Decameron, II, 2). Ma questo era nella regione di Porto: il luogo 
detto 'inalum pertusuni si trova nominato nei Registri angioini del 
1329 (n. 278, f. 77), come mi comunica il eh. Prof. De Blasiis. E un 
< vico rerti'sillo era verso il Molo, il cui nome fu poi mutato in via 
dell' Acquaquilia. 

27 Loggia di Genova: cosi detta, perchè vi abitavano, prima, i mer- 
canti genovesi. Ortensio Landò ne fa menzione, nel 1548, cosi: « Ve- 



•''^gzy LO CUNTO DE LI CUNTI 



« grasso e s'affila lo gusto? Aimè, ca no pozzo allonta- 
« nareme da te, Lavinaro mio^^, se non faccio na lava 
« da st'uocchie! Non te pozzo lassare, o Mercato^", senza 
« ire mercato de doglia! Xo pozzo fare sparte casatiello 
« da te, bella Chiaja^*', senza portare mille chiaje^^ a 
« sso core! A dio, pastenache^^ e fogliamolle ; a dio zep- 
« pole^^ e migliaccie; a dio, vruoccole e tarantiello^*; 
« a dio, cajonze e ciento figliole ^^; a dio, piccatiglie e 
« ngrattinate ^*' ; adio, shiore de le cetate, sfuorgio de 
« la Talia, cuccopinto de l'Auropa, schiecco de lo Munno; 
« a dio, Napoli, no plus ultra, dove ha puosto li termene 
« la vertute e li confine la grazia! Me parto, pe staro 
« sempre vidolo de le pignatte maretate^'; io sfratto 
« da sto bello casale; torze meje^^, ve lasso dereto! » 
E cossi decenno, e facenno no vierno de cbianto drinto no 
sole leone de sospire, tanto camminaje, che, la primma 
sera, arrivato a no vosco da chella parte de Cascano ^^, 



drai in Napoli la loggia, detta per soprannome del Genovesi, piena 
di tutte quelle buone cose, che per unger la gola desiderar si pos- 
sano » (cit. da V. Imbriaui in Natanar II, Bologna, 1875, p, 44). 

28 via, che da Porta Nolana, riesce al Carmine; pel qual luogo 
scorreva un tempo l'esuberanza dell'acqua della Bolla. 

28 Regione e quartiere nella parte meridionale di Napoli. 

3<* La spiaggia di Ghiaia, dove allora erano già alcuni palazzi si- 
gnorili: i Viceré e la nobiltà vi andavano a diporto in gondole. 

31 Piaghe. 32 Bietola. 

33 Ciambella di pasta fritta e sparsa di zucchero. 

3' Salume fatto dal ventre del tonno. Il del Tufo, discorrendo « delle 
cose salse che si trovano per Napoli »: « Tonnina, tarantello, ove 
e sardoni, ecc. » (ras. e, f. 22). 

35 Interiora d'animale. N. Capasso, in una sua poesia macchero- 
nica: « Caionzas, centuraiìellcs trippasque » {Varie jjoesie, p. 91). 

3" « .... cuotto dui pollastri aveva, Uno arrostuto e n'autro ngrat- 
tinato • (Cort., Micco Pass., Vili, 20). 

37 V. n. 58, p. 40. 38 V. Vi. II, p. 34. 

35 Uno dei 23 casali della città di Sessa in Terra di Lavoro, due 
miglia distante da Sessa e trentadue da Napoli. 



JORNATA I. TRATTENEMIENTO VII. 93 

lo quale se faceva tenere la mula da lo sole fora li ter- 
mene suoje, mentre se gaudeva co lo silenzio e co l'om- 
bre, dov'era na casa vecchia a pede na torre; la quale 
tozzolata, lo patrone, ch'era sospetto de forasciute, essen- 
uo già notte, non voze aperire. Tale che lo povero Cienzo 
fu costritto di stare drinto chella casa scarrupata; e, mpa- 
storato lo cavallo miezo a no prato, se jettaje co la ca- 
gnola a canto sopra certa paglia che trovaje Uà drinto. 
Ma non appe cossi priesto appapagnate l'uocchie, che, 
scetato da l'abbajare de la cana, sentette scarponiare pe 
chillo vascio. Cienzo, ch'era anemuso e arresecato, cac- 
ciaje mano a la scioscella ^"^ e commenzaje a fare no gran 
sbaratto a lo scuro. Ma, sentenno ca no coglieva a ne- 
sciuno e che tirava a lo viento, se tornaje a stennec- 
chiare. Ma, da Uà a n'autro poco, sentutose tirare pe lo 
pede adaso adaso, tornato a dare de mano a la serrec- 
chia*^, s'auzaje n'autra vota, decenno: « là, tu me fru- 
« sce troppo, mo!; ma non serve a fare ste guattarelle !, 
« lassate vedere s'aje buono stommaco, e scrapicciamonce, 
« ch'aje trovato la forma de la scarpa toja! » A chesto 
parlare, sentette no riso a schiattariello, e, pò, na voce 
ncupo, che disse: « Scinne cà bascio, ca te dirraggio chi 
« songo! » Cienzo, senza perderese niente d'anemo, re- 
spose: « Aspetta, ca mo vengo! » E tanto jeze a tentune, 
che trovaje na scala, che jeva a na cantina, dove, com- 
me fu sciso, trovaje na locernella allommata, e tre, com- 
me a papute, che facevano n'ammaro sciabacco, decenno : 
« Tresoro mio bello, comme te perdo! » La quale cosa 
visto Cienzo, se mese isso perzi a trivellare pe conver- 
sazione ; e, dapò chianto no buono piezzo, avenno ora- 
maje la luna dato nmiezo con l'azzettullo*^ de li ragge 



40 Propr.: carruba; scherz,, spada. ^^ Scherz., spada. 
42 Gli accettulU erano tra le armi proibite, nominate nelle pramm, 
30 die. 1557, ecc. (Coli, cit., II, Tit. XXV, De armis, 5). 



94 LO CUNTO DE LI CUNTI 

a la zeppola de lo cielo, le dissero cliille tre, che face- 
vano lo riepeto: « Ora va, pigliate sto tresoro, eh' è de- 
« stenato a te schitto, e saccetelo mantenere! » E, ditto 
chesto, squagliare, comme chillo, che maje pozza pai'ere ! 
Isso, comme pe cierto pertuso vedde lo sole, voze sa- 
gliresenne; ma non trovaje la scala. Pe la quale cosa, 
commenzaje a gridare tanto, che lo patrone de la torre, 
ch'era trasuto a pisciare drinto a chillo scarrupo, lo ntese 
e, demannatolo che faceva, e sentuto la cosa comme pas- 
sava, jette a pigliare na scala; e, sciso abascio, trovaje 
no gran tresoro. De lo quale volennone dare la parte a 
Cienzo, isso no ne voze niente; e, pigliatose la cana e 
puostose a cavallo, se mese a camminare. Ed, essenno 
arrevato a ne vosco, jerremo e desierto, che te faceva 
torcere la vocca, tanto era scuro; trovaje na fata a pede 
a no shiummo, che, pe dare gusto a l'ombra, de la quale 
era nnammorato, faceva la biscia ne li prati e corvette 
pe ncoppa le prete, che l'erano ntuorno na morra de ma- 
lantrine pe levatele lo nore. Cienzo, che vedde sto male 
termene de spogliampise, mettenno mano a la sferra'*^, 
ne fece na chianca. La fata, che vedde sta prova, fatta 
pe causa soja, le fece na mano de compremiente, e lo 
nmitaje a no palazzo poco lontano, ca l'averria dato lo 
contracambio de lo servizio, che n'aveva recevuto. Ma 
Cienzo, decennole : « Non e' è de che, a mille grazie, 
« n'autra vota recevo lo faore, ca mo vao de pressa, pe 
« nsi che mporta! », se lecenziaje. E, camminato n'autro 
buono piezzo, trovaje no palazzo de no re, ch'era tutto 
aparato de lutto; tanto che te faceva scurare lo core 
nvederelo. E, demannanno Cienzo la causa de sto viseto, 
lo fu respuosto, ch'a chella terra nc'era apparzeto no 
dragone co sette teste, lo chiù terribelo, che se fosse 



*3 Scherz., spada. 



JORNATA I. TEATTENEMIENTO VII. 95 

maje visto a lo munno. Lo quale aveva le centre^' de 
gallo, la capo de gatto, l'uocchie de fuoco, le bocche de 
cane corzo, l'ascelle de sportegliene, le granfe d'ui'zo, la 
coda de serpe. « Ora, chisso se cannareja no cristejano 
« lo juorno ; ed, essenno juta si a lo juorno doje sta cosa, 
« pe sciorte è toccata sta beneficiata a Menechella, figlia 
« de lo re. Pe la quale cosa ne' è lo sciglio e lo sbat- 
« tetorio a la casa reale; pecca la cbiù pentata creatura 
« de sto pajese ha da essere nnorcata e agliottata da 
« no brutto anomale ». Cienzo, che sentette chesso, se 
mese da parte e vedde venire Menechella co lo strascino 
de lutto, accompagnata da le dammecelle de corte e da 
tutte le femmene de la terra, che, sbattenno le mano e 
tirannose le zervole a cierro a cierro, chiagnevano la 
mala sciorta de sta povera giovane, dicenno: « Chi nce 
<i l'avesse ditto a sta scura figliola de fare cessione de 
« li bene de la vita ncuorpo a sta mala bestia?, chi nce 
« l'avesse ditto a sto bello cardillo d'avere pe gajola lo 
« ventre de no dragone ?, chi nce l'avesse ditto a sto bello 
« agnelillo de lassare la semmenta de sto stame vitale 
« drinto a sto nigro fuollaro ? » E, chesto decenno, ecco 
da drinto no caracuoncolo ^-^ scire lo dragone; oh mamma 
mia, che brutta cera! Fa cunto, ca lo sole se ncaforchiaje 
pe paura drinto a le nuvole; lo cielo se ntrovolaje"^ e lo 
core de tutte chelle gente deventaje na mummia; e fu tale 
lo tremmoliccio, che non le sarria trasuto pe ci'estiero na 
l'està ■^'' de puorco. Cienzo, che vedde chesto, puosto mano 
a la sferra, tuffete!, ne fece ire na capo nterra. Ma lo 
dragone, mbroscinato lo cuoUo a certa erva poco lon- 
tana, lo nzeccaje subeto a la capo, comme lacerta, quan- 
no se jogne a la coda. Ma Cienzo, vedenno sta cosa, 
disse: « Chi non asseconna, non figlia! » E, stregnuto li 



<< Creste. ^5 caverna. ^^ Si turbò. ^^ Pelo. 



96 LO CUNTO DE LI CUNTI 

diente, auzaje no cuorpo cossi spotestato, che le tagliaje 
ntruonco tutte sette le capo, che se ne sautaro da lo 
cuollo, comm'a cecero da la cocchiara. A le quale levato 
le lengue, e stipatosene, le sbelanzaje no miglio da rasso 
da lo cuorpo, azzò non se fossero n'autravota ncrastate 
nsiemme. E, pigliatose na vrancata de chell'erva, ch'aveva 
ncollato lo cuollo co la capo de lo dragone, mannaje Me- 
nechella a la casa de lo patre, ed isso se jette a repo- 
eare a na taverna. Quanno lo re vedde la figlia, non se 
pò credere la prejezza, che ne fece. E, sentuto lo muodo, 
comm'era stata liberata, fece jettare subeto no hanno: 
che chi avesse accise lo di-agone, venesse a pigliarese la 
figlia pe mogliere. Sentuto chesto no villano maliziuso, 
pigliatose le teste de lo dragone, jette a lo re e le dis- 
se: « Pe sto fusto è sarva Menechella!; ste manzolle hanno 
« liberata sta terra da tanta roina! Ecco le teste, che so 
« testimonio de lo valore mio! Perzò, ogne promessa è 
« debeto! » Lo re, sentenuo chesto, se levaje la corona 
da capo, e la pose ncoppa la catarozzola de lo villano: 
che parette capo de forasciuto ncoppa a na colonna'*^. 
Corze la nova de sto fatto pe tutta la terra, tanto, che 
venne all' aurecchie de Cienzo. Lo quale disse fra se me- 
desemo: « Io veramente so no gran catarchio! Appe la 
« fortuna pe li capille, e me la lassaje scappare da mano ! 
« Chillo me vo dare miezo lo tresoro, ed io ne faccio 
« chillo cunto, che fa lo Todisco de l'acqua fresca ''. 



'»8 Giustiziato, o altrimenti ucciso, un brigante, un bandito, se ne 
soleva esporre la lesta sopra una colonna, o dentro lina gabbia, 
spesso con mitera o corona di carta in testa. 

■*9 È nota la fama d'ubbriaconi, goduta dai Tedeschi: i quali, un 
tempo, si può dire non erano conosciuti per altro presso di noi. 
Cfr. Liebr. (Anm., I, 401-2). Al tempo del N.: « I Thedeschi, cosi su- 
perbi, altieri, Servon la patria mia per panettieri per alabardieri », 
dice il Del Tufo {ms. e, f. 203). 



.TORNATA I. TRATTENEMIENTO VII. 97 

« Chella me vo fare bene a lo palazzo sujo, ed io ne 
« faccio chillo cunto, che fa l'aseno de la museca. E mo, 
« so chiammato a la corona; ed io me sto comme la 
« mcabria de lo fuso^'^, comportanno che me metta pede 
« nante no pede peluso, e che me leva de mano sto bello 
« trentanove no joquatore vescazzuso e de vantaggio ^^ ». 
Cossi decenno, dà de mano a no calamaro, piglia la pen- 
na, stenne la carta, e commenza a scrivere: « Alla bel- 
« lissema gioja de li femmene, Menechella, nfanta de 
« Pierdesinno. — Avennote pe grazia de lo sole leone 
« sarvato la vita, ntenno ca autro se fa bello de le fa- 
« tiche meje, ed autro se mette nante de lo servizio, 
« ch'aggio fatto. Perzò, tu, che foste presente a lo ntri- 
« co, puoje sacredere lo re de lo vero, e no consentire 
« che autro guadagna sta chiazza morta 5-, dove io aggio 
« vottato le mescole ^^; ca sarrà dovuto effetto de ssa 
« bella grazia de regina e meretato premmio de sta forte 
« mano de Scannarbecco. E, pe scompetura, te vaso le 
« delecate manzolle! — Da l'ostarla dell' Aurinale; oje, 
« dommeneca ». Scritta sta lettera, e sigillata co lo pane 
mazzecato, la mese nmocca a la cagnola, dicenno: « Va, 
« curre correnno, e portala a la figlia de lo re, e non la 
« dare ad autro, che nmano propria de chella facce d'ar- 
« giento ». La cagnola, quase volanno, corze a lo palazzo 
rejale; e, sagliuta a la scala, trovaje lo re, che faceva an- 
cora zeremonie co lo zito. Lo quale, vedenno sta cagnola 



50 Immobile? ^^ Allusione a un noto giuoco di carte. 

52 In ogni compagnia di soldati spagnuoli o italiani era, per isti- 
tuzione di D. Pietro di Toledo, un posto vuoto, chiamato piazza 
morta. Questo posto provvedeva alla sussistenza di tre soldati inva- 
lidi; dandosi a l'un d'essi V alloggiamento, e tra gli altri due spar- 
tendosi il soldo. E, giacché ogni soldato spagnuolo riceveva all'anno 
ducati 73, e ogni italiano d. 60, la piazza morta, pei primi, era di 
d. 36 e mezzo e pei secondi di d. 30. Gfr,, tra gli altri. Capaccio, 
Forastiero, pp. 399-401. 53 Mestole. " . 



98 LO CUNTO DE LI CUNTI 

con la lettera nmocca, ordinaje che se pigliasse. Ma nou 
la V0Z6 dare a nesciuno e, sautanno nzino a Menechella, 
nce la pose nmano. La quale, auzatose da la seggia e 
fatta leverenzia a lo re, nce la deze, azzò la lejesse. Ed 
isso, lejutala, ordinaje che se jesse dereto la cagnola a 
vedere dove trasesse e facessero venire lo patrone sujo 
nante ad isso. Jutole, donca, appriesso duje cortisciane, 
arrivaro a la taverna, dove trovare Cienzo, e fattole la 
nmasciata da parte de lo re, lo carriaro verzo lo pa- 
lazzo. Dove, arrivato a la presenza reale, fu demannato: 
comme se vantava d'avere acciso lo dragone, se le teste 
l'aveva portato chili' ommo, ch'era coronato a canto ad 
isso? E Cienzo responnette: « Sso villano meretarria na 
« mitria de carta rejale, chiù priesto, che na corona; poc- 
« ca è stato cossi sfacciato de darete a rentennere ves- 
« siche pe lanterne. E che sia lo vero ch'io aggio fatto 
<.< sta prova, e non sto varva d'annecchia''*, facite che 
« vengano le teste de lo drago, ca nesciuna te pò ser- 
« vire de testemmonia ped essere senza lengua. Le qua- 
« li, pe ve saccredere de lo fatto, l'aggio portate njo- 
« dizio ». Cossi decenno, mostraje le lengue, che lo vil- 
lano restaje tutto de no piezzo e non sapeva che l'era 
socciesso. Tanto chiù, che Menechella soggionze: « Chisso 
« è isso! Ah, villano cane, ca me l'aveva calata! » Lo 
re, sentenno chesto, levaje la corona da capo a chillo 
cuojero cotecone^'^ e la mese a Cienzo. E, volendolo man- 
nare ngalera, Cienzo le cercaje la grazia, pe confonnere co 
termino de cortesia la ndescrezzione soja. E, fatt' apparec- 
chiare le tavole, fecero no magnare de signore; lo quale 
scomputo, se jezero a corcare a no bello lietto addoruso de 
colata. Dove, Cienzo, auzando li trofei de la vittoria avuta 
co lo dragone, trasetto trionfando a lo Campeduoglio 



s' Annecchla, giovenca, ^s « austeco, cotecoue ». Egl. La Tenta. 



JORNATA I. TRATTENEMIENTO VII. 99 

d'ammore. Ma, venuta la matina, quando lo sole, joquan- 
no lo spatono a doje mano de la luco nmiezo le stelle, 
grida: « Arreto, canaglia! », Cienzo, vestennose nante na 
fenestra, vedde faccefronte na bella giovane; e, votatose 
a Menecliolla, disse: « Che bella cosa è cbella, che staoe 
« a derempietto de sta casa? » « Che ne vuoi fare de 
« ssi chiajete?, — respose la mogliere — ; hàince apierte 
« l'uocchie?, te fosse venuto quarche male omore?, t'è 
« stufato lo grasso?; non te vasta la carne, ch'aje a la 
« casa? » Cienzo, vascianno la capo comme gatta, e' ha 
fatto dammaggio^*^, non disse niente; ma, fatto nfenta de 
ire pe certo negozio, scette da lo palazzo e se ncaforchiaje 
drinto la casa de chella giovane. La quale veramente era 
no morzillo regalato; tu vedive na joncata tennera, na 
pasta de zuccaro!; non votava maje li bottune dell' uoc- 
chie, che non facesse no rettorie" amoruso a li core; e 
non apreva maje lo ncofanaturo ''^ de le lavra, che non 
facesse no scaudatiello ^^ a l' arme ; non moveva chianta 
de pedo, che non carcasse bone le spalle a chi pendeva 
da la corda de le speranze. Ma, otra a tante belHzze, che 
aff attera vano, aveva na vertute, che, sempre che voleva, 
ncantava, legava, attaccava, annodecava, ncatenava ed ar- 
ravogliava*^*^ l'uommene co li capille; comme fece de 
Cienzo; che, non tanto priesto mese pede dove essa sta- 
va, che restaje mpastorato, comme a pollitro. Fra chisto 
miezo. Meo, ch'era lo fratiello menerò, non avenno maje 
nova de Cienzo, le venne ncrapiccio de irelo cercanno. 
E, perzò, cercato lecienzia a lo patre, le dette n' antro 
cavallo e n'autra cagnola, puro fatata. Cammenanno, a- 
donca, Meo, ed arrivato la sera a chella torre, dov'era 



56 Danno. 

^~ Emissario fatto nel corpo umano con vessicante. Cfr. VX. 

58 Conca. 5^ Lavanda con acqua calda. 

^^ Ravvolse va. 



lOO LO CUNTO DE LI CUNTI 

stato Cienzo, lo patrone, credennose che fosse lo frate, 
le fece li maggiore carizze de lo munno; e pò, volenno 
darele denare, isso non ne voze. E, vedennose fare tante 
ceremonie, cadette npensiero, che Uà fosse stato lo fra- 
te; e, perzò, pigliaje speranza de trovarelo. Gomme la 
luna, nemica de li poete, votaje le spalle a lo sole, se 
mese ncammino. Ed, arrivato dov'era la fata, la quale, 
credennose clie fosse Cienzo, le fece na mano d'acco- 
glienze, sempre decenno : « Singlie lo benvenuto, giovane 
« mio, che me sarvaste la vita! », Meo, rengraziannola 
de tanta amorosanza, disse: « Perdoname, s'io non me 
« trattengo, ch'aggio pressa. A revederece a la tornata! » 
E, rallegrannose fra se stisso, ca sempre trovava pedate 
de lo fratiello, secotaje la strata; tanto, ch'arrivaje a lo 
palazzo de lo re, la matina a punto che Cienzo era stato 
sequestrato da li capille de la fata. E, trasuto drinto, fu 
recevuto da li serviture co granne onore; ed, abbracciato 
da la zita con granne affezzione, le disse: « Ben venga la 
« miamogliere! » « La matina va, la sera vene! Quanno 
« ogne auciello a pascere, lo luccaro*"^ ammasona! Com- 
« me si stato tanto, Cienzo mio?, comme puoje stare lon- 
« tano da Menechella? Tu m'hai levato da vocca a lo dra- 
« gene, e me schiaffo ncanna a lo sospetto, mentre non 
« me fai sempre schiocco de st' nocchie tuoje"'! » Meo, 
ch'erano trincato "^^j penzaje subeto, fra se stisso, ca chessa 
era la mogliere de lo frate ; e, votatose a Menechella, se 
scusaje de la tardanza, ed, abbracciatola, jettoro a maz- 
zocare. Ma, quanno la luna, comm' a voccola, chiamma le 
stelle a pizzolare le rosate, jezero a dormire ; e Meo, che 



Ci Gufo. 

02 « Tutto questo brano, — noia il liehr. —, è nell'originale mollo 
oscuro, e probabilmente adulterato » (A«»i., I, 402). Colla nuova pun- 
teggiatura, messa da me, mi par che debba riuscir chiaro. 

63 Furbo. 



JOENATA I. TRATTElfTEMIENTO VII. lOI 

portava nore a lo frate, spartette le lenzola, e se mesero 
uno ped uno, azzò non avesse accasione de toccare la 
cainata. La quale, vedenno sta novetate, co na cera bro- 
sca e co na faccia de matreja, le disse: « Bene mio, da 
« quanno niccà?; a clie juoco joquammo, clie juocarielle 
« so chiste?; e che simnio massaria de parzonare liti- 
« cante, che ce miette li termene?, che simmo asercete 
« de nemico, che ce fai sta trincera?, che simmo caalle 
« fuoresteche, che ci attravierze sto staccione '^•* ? » Meo, 
« che sapeva contare fi a tridece, disse: « Non te la- 
« mentare de me, bene mio, ma de lo miedeco, che, vo- 
« lennome purgare, m'ave ordenato la dejeta; otra che, 
« pe la stracquezza de caccejare, vengo scodato ». Me- 
nechella, che non sapeva ntrovolare l' acqua, se gliottette 
sta paparacchia '^^ e se mese a dormire. Ma, quanno la 
notte, ausolejata da lo sole, le so date li crepuscolo de 
tiempo a coUegennosarcinole, vestennose Meo a la stessa 
fenestra, dove s'era vestuto lo frate, vedde chella stessa 
giovane, che ncappaje Cienzo. E, piacennole assaje, disse 
a Menechella: « Chi è chella sbriffia, che stace a la fe- 
« nestra? » Ed essa, co na zirria granne, respose: « E 
« puro cossi me la tiene? S'è cossi, la cosa è nostra! 
« Jere perzi me frusciaste lo canzone co ssa cernia; e 
« aggio paura, ca Uà va la lengua, dove lo dente dole! 
« Ma devei'risse portareme respetto, ca, all'utemo, so fi- 
« glia de re, ed ogue strunzo ha lo fummo sujo ! Non senza 
« che, sta notte avive fatto l'aquila mperiale^^ spalla a 
« spalla! Non senza che t'eri ritirato co le ntrate toje! 
« T'aggio ntiso: la dieta de lo lietto mio èpe fare ban- 
« chetto a la casa d'antro ! Ma, si chesso veo, voglio 
« fare cose da pazza, e che ne vajano Tasche^''' pe l'ajero! » 



^' steccone. •'^ BuLola. 

<'6 Allusione all'aquila a due teste dello stemma imperiale: « Fa 
l'aquila a doje teste, si se corca ». Egl. La Stufa. ^~ Schegge. 



I02 LO cuirro de li ctnirTi 

Meo, ch'aveva magnato pane de chiù forne, accordatala 
co bone parole, le disse e juraje ca pe la chiù bella pot- 
tana de lo munno non averria cagnato la casa soja, e ca 
essa era la viscida de lo core sujo. Menechella, tutta 
conzolata pe ste parole, jette drinto no ritretto a farese 
da lo dammecelle passare lo vrito pe la fronte***, a ntrez- 
zarese la capo, a tegnorese le ciglia, a magriareae la faccia 
ed a ncirecciarese tutta pe parere chiù bella a chisto, che 
se credeva che fosse lo marito sujo. E Meo, fra tanto, 
da le parole de Menechella trasuto nsospetto, che non 
fosse Cienzo a la casa de chella giovane, se pigliaje la 
cana. E, scinto da lo palazzo, trasette a la casa de chella, 
dove, a pena arrivato, essa disse: « Capille mieje, legate 
« chisso! » E Meo, subeto, co lo negozio lesto, respose: 
« Gagnola mia, manciate chessa !» E la cana, de relanzo, 
ne la scese, comme a veluocciolo d'uovo'^''! Meo, trasuto 
drinto, trovaje lo frate comme ncantato ; ma, puostole doi 
pile de la cana sopra, parze che se scetasse da no gran 
suonno. A lo quale contaje tutto chello, che l'era socciesso 
pe lo viaggio, ed, utemamente, a lo palazzo, e comme, 
pigliato scagno da Menechella, avea dormuto con essa. 
Ma voleva tanno secotare a dicere de le lenzola spartute, 
quanno Cienzo, tentato da parasacco, cacciaje mano a na 
lopa"*' vecchia, e le tagliaje lo cuollo comm'a cctrulo. A 
sto remmore affacciatose lo re co la figlia, e, vedenno 
Cienzo ca aveva ucciso n'autro simele ad isso, l'addeman- 
naro la causa. E Cienzo le disse: « Demannalo a te stessa; 



cs Per rendersi liscia la fronte si usava un tempo dalle donne 
una palla di vetro. Nel liediculuso contrasto tra Annuccia e Tolta 
(ed. presso Luigi Russo, s. a.) la suocera accusa la nuora: « Pe te fare 
menare lo vrito a Faustina, L'auto juorno le diste la farina; E pe 
lo ghianco e russo, che te portaje Nanella, ecc. ». ''^ Rosso d'uovo. 

*'* Spada: * lama di spada detta della luim, quale sorta di lama 
è perfettissima » (Fasano, o. e, II, 93). 



.TORNATA I. TBATTENEMIENTO VII. 103 

« tu, cli'ajo clormuto co fraterno, credenno d'avere dor- 
« muto co mico, e perzò ne l'aggio missiato"M » « Deh 
« quanta ne so accise a tuorto !, — disse Menecliella — ; 
« bella prova hai fatto ! Tu non lo meritave sto frate da 
<-< bene!, pocca, trovannose a no stisso lietto co mico, co 
« na modestia granne sj)artenno le lenzola, fece sarvo e 
« sarvo! » Cienzo, che sentette sta cosa, pentutose de 
u'arrore cossi gruosso, figlio de no jodizio temmerario e 
patre de n'asenetate, se scippaje'- meza facce. Ma, venu- 
tole a mente l'erva nmezzatole da lo dragone, la scergaje 
a lo cuollo de lo frate, che subeto nzeccaje, ed, appic- 
cecatose co la capo, tornaje sano e vivo. Ed, abbraccia- 
tolo co n'allegrezza granne, e cercatole perdonanza del- 
l'essere curzo troppo nfuria e male nformato a cacciarelo 
da lo munno, se ne jettero ncocchia a lo palazzo. Da dove 
mannattero a chiammare Antoniello co tutta la casa, che 
deventaje caro a lo re, e vedde ne la perzona de lo figlio 
vereficato no proverbejo: 

A barca storta lo piiorto derìtto. 



'^^ Falciato, ucciso, '- Si strappò, si graffiò. 



LA FACCE DE CRAPA 



TratteìNEMiento ottavo de la Jornata primma. 



Na figlia de no villano, pe beneficio de na fata, deventa mogliere de 
re. Ma, mostrannose sgrata a chi l'aveva fatto tanto bene, le fa 
deventare la facce de crapa. Pe la quale cosa, sprezzata da lo 
marito, receve mille male trattamiente. Ma, ped opera de no 
buono viecchio, omeliatase, reciipera la primma facce e torna 
ngrazia de lo marito. ' 



Ocomputo Giulia de contare lo cunto sujo, che fu de 
zuccaro, Paola, a chi toccava de trasire a lo ballo, ac- 
commenzaje a dicere. 

Tutte li male, che commette l'ommo, hamio quarche 
colore de sdigno, che provoca, o de necessitate, che 
spegne, o d'ammore, che ceca, o de furia, che scapizza. 
Ma la sgratetudene è chella, che non ave ragione, o fauza 
vera, dove se pozza attaccare ; e, perzò, è tanto pesse- 
mo sto vizio, che secca la fontana de la meserecordia, 
stuta lo fuoco de l'ammore, chiude la strata a li benefi- 
cio, e fa squigliare ne la perzona male recanosciuta nza- 
vaorrio e pentemiento; comme vederrite ne lo cunto, che 
ve farraggio sentire. 

Aveva no villano dudece figlie, che l'una non poteva 
ncuollo l' autra * ; pecca, ogn' anno, la bona massara de 



1 Gh'eran tutte bambine. 



JOENATA I. TEATTENEMIENTO Vili. 105 

Ceccuzza, la mamma, le faceva na squacquara. Tanto che 
lo poverommo, pe campare noratamente la casa, jeva ogne 
matina a zappare a jornata, che non sapive dicere, s'era 
chiù lo sodore, che jettava nterra, le spotazze, che met- 
teva a la mano ' ; vasta ca co lo poco de le fatiche soje 
manteneva tanta cracace e peccenaglie ^, che non mo- 
ressero de la famme. Ora, trovannose chisto no juorno 
a zappare a lo pede de na montagna, spione de l'antro 
munte, che metteva la capo sopra le nugole pe vedere 
che se faceva ne l'ajero, dove era na grotta accessi futa 
e broca ', che se metteva paura de trasirece lo sole, scotte 
da chella no lacertone verde, quanto no coccotriglio ; che 
lo povero villano restaje cosi sorriesseto, che non appo 
forza de appalorciare, e da n'aperta de vocca de chillo 
brutto anomale aspettava lo chiodemiento de li juorne 
Buoje. Ma, nzeccatose lo lacertone, le disse : « Non avere 
« paura, ommo da bene mio, che non songo ccà pe fa- 
« rete despiacere nesciuno; ma vengo sulo pe lo bene 
« tujo ». Chesto sentenno Masaniello (che cossi aveva 
nomme lo fatecatore), se le ngenocchiaje da nante, decen- 
nole: « Signora, commo te chiamme, io sto mpotere tujo; 
« fallo da perzona da bene, ed agge compassejone de sto 
« povero fusto, ch'ave dudece regnole^ da campare ». 
« Pe chesto, — respose la lacerta — , io me so mossa ad 
« ajutarete: perzò, portame craje matino la chiù pecce- 
« rolla de le figlie toje, ca me la voglio crescere comme 
« figlia e tenerela cara quanto la vita ». Lo nigro patre, 
che sentette chesto, restaje chiù confuso de no mariuolo, 
quanno l'è trovato lo furto ncuollo; pocca, sentennose 
cercare na figlia da lo lacertone, e la chiù tennerella, 
facette conseqaenzeja ca non era senza pile lo manto, e 
la voleva pe no pinolo aggregativo de vacovare la fam- 



- Int.: per maneggiare la zappa. ^ Bambini. '' Profonda e scura. 
2 Prop. : lamento; e, metaf., bambini. 



I06 LO CUNTO DE LI CTJNTl 

ma. E decette fra se stisso: « S'io le do sta figlia, le 
« do l'arma mia; si nce la neo, se pigliarrà sto cuorpo; 
« si 1136 la concedo, so spogliato de le bisciole; si la 
« contradico, se zuca sto sango ; si consento, me leva na 
« parte de me medesemo; so recuso, se piglia lo tutto. 
« Che me resorvo?, che partito piglio?, a che spediente 
« m'attacco? che mala jornata aggio fatta! Che de- 
« sgrazia m'è chioppeta da lo cielo! » Accessi dicenno, 
lo lacertone disse : « Resuorvete priesto, e fa chello, che 
« faggio ditto; si no, nce lasse le stracce, ca io cossi bo- 
« glio, e cossi sia latto ! » Masaniello, sentuto sto de- 
creto, nò avenno a chi appellareso, jette a la casa tutto 
malenconeco, cossi gialliato de facce, che pareva nsodarca- 
to, e Ceccuzza, vedennolo cossi appagliaruto ^, ascelluto '', 
annozzato * e ngottato ', lo decette : « Che t' è soccies- 
« so, marito mio ? Aje fatto accostiune co quarcuno ? T' è 
« stato speduto quarche seco torio centra? ne' è muorto 
^< l'aseno ?» « Niente de chesto, — respose Masaniello — ; 
« ma na lacerta cornuta m'ha puosto nmoina; pecca m'ave 
v; amraenacciato, ca, si no le porto la figliola nostra chiù 
« peccerella, farrà cosa de chelle, che fé tene; che la capo 
« me vota comme argatella, non saccio che pesce pi- 
« gliare! Da una parte me costregne ammore, e da l'au- 
'« tra lo pesone do la casa. Ammo scorporatamente Ren- 
« zolla mia, ammo scorporatamente la vita mia: si no le 
« do sta jonta'" de li rine mie, se piglia tutto lo ruo- 
« telo** de sta mara perzona mia; perzò, consegliame, 
« Ceccuzza mia: si no, so fuso! » Sentenno chesto, la mo- 
"cliere le disse: < Chi sa, marito mio, si sta lacerta sarrà 



6 Come paglia s^cca. 

I Abbattuto; come volatile, che abbia perduto l'ali. 

8 Col nodo alla gola. 

9 (ES) ngottonato. — Che La un dolore interno. *" Giunta. 

II Rotolo, peso di 33 once. 



.TORNATA I. TEATTENEMIENTO Vili. 107 

« a doje code^" pò la casa nostra? Chi sa se sta lacerta 
« è la certa '^ fino de le miserie nostre? Vi ca, lo cliiù de 
« le vote, noe dammo nuje stisse l'accetta a lo pede, e 
« quanno devarriamo avere la vista d'aquila a canoscere 
« lo bene, che nce corre, avimnio l'appannatora all'uoc- 
« chie e lo franco a le mano pe l'agranfare! Perzò, va, 
« portancella, ca lo core me parla, ca sarrà quarche bona 
« sciorta pe sta povera peccerella! » Quatraro ste parole 
a Masaniello ; e la matina, subeto che lo sole co lo scu- 
polo de li ragge janchejaje lo cielo, ch'era annegruto pe 
l'ombre de la notte, pigliaje la peccerella pe la mano e 
la portaje dov'era la grotta. Lo lacertone, che steva a la 
veletta, quanno venesse lo villano, subbeto che lo sco- 
perze, scette fora da lo recconcolo. E, pigliatose la fi- 
gliola, deze a lo patre no sacchetto de pataccune^^ de- 
cennole: « Va marita l'autre figlie co sti fellusse; e sta 
« allegramente, ca Renzolla ha trovato la mamma e lo 
« patre. viata essa, ch'è nmattuta a sta bona fortuna ! » 
Masaniello, tutto prejato, rengraziaje la lacerta, e se ne 
jette zompanno a la mogliere, contannole lo fatto e mo- 
strannole li frisole, co li quale maritattero tutte l'autre 
figlie, restannole puro agresta^"' pe gliottere co gusto li 
travaglie de la vita. Ma la lacerta, avuta ch'appe Ren- 
zolla, facenno apparerò no bellissemo palazzo, nce la mese 
drinto, crescennola co tante sfuorge e riale, all' nocchie 
de na regina: fa cunto ca no le mancava lo latte de la 
formica*^! Lo magnai'e era de conte, lo vestire de pren- 



12 Le lucertole a due code sono stimate dal popolo di buon au- 
gurio. V. Pitrè, BibL, XVI, 353. 

^3 Giuoco tra lacerta e la certa fine. i' Moneta di 5 carlini, 

15 « Salsa fatta coU'agresto per condire il pesce », e, metaf., s'a- 
dopera per danari (iJ). 

!<' Ogni sorta di raflìnatezza. Nelle i)/iV, III, descrivendo la taverna 
del Gerriglio: « E tu cerca, si vuoi, De lo chiù, de lo manco, Latte 
della formica, Lengua di pappagallo, Penne de la Fenice, Ga subeto 
è portata! » 



I08 LO CUNTO DE LI CUNTI 

cepe, aveva ciento zetelle sollecete e provecete, che la ser- 
vevano ; co li quale buone trattamiente, nquattro pizzeche, 
se fece quanto na cercola. Occorze che, jenno a caccia lo 
re pe chille vosche, se le fece notte pe le mano, né sa- 
penno dove dare de capo, vedde lucere na cannela drinto 
a sto palazzo. Pe la quale cosa mannaje a chella vota 
no servetore, azzò pregasse lo patrone a darele recietto. 
Juto lo servetore, se le fece nante la lacerta nforma de 
na iDellissema giovane, che, sentuta la nmasciata, disse: 
che fosse mille vote lo buono venuto, ca no nce sarria 
mancato pane e cortielle. Sentuto lo re la resposta, venne 
e fu recevuto da cavaliere, scennole ciento pagge nante 
co ntorce allommate, che pareva na granne assequia de 
n' ommo ricco ; ciento autre pagge portare le vevanne a 
tavola, che parevano tante guarzune de speziale, che por- 
tassero li sauzarielle '^ a li malate ; ciento autre, co stro- 
miente o stordemiente, mosechiavano. Ma, sopra tutte, 
Renzolla servette a dare a bevere a lo re, co tanta gra- 
zia, che bevette chiù ammore che vino. Ma, scomputo lo 
mazzecatorio e levate le tavole, se jette lo re a corcare 
e Renzolla medesema le tiraje le cauzette da li piede e 
lo core da lo pietto co tanto buon termene, che lo re 
sentie dall'ossa pezzelle, toccate da chella bella mano, 
saglire lo venino ammoruso a nfettarele l'arma. Tanto 
che, pe remmedejare a la morte soja, procuraje d'avere 
l'orvietano'* de chelle bellezze; e, chiamanno la fata, 
che n'aveva protezione, nce la cercaje pe mogliere. La 
quale, non cercanno antro che lo bene do llenzolla, non 
sulo nce la dette liberamente, ma la dotaje ancora de 
sette cunte d'oro '". Lo re, tutto giubiliante de sta ven- 



*'' Piattelli, ove si conservano salse o altri liquori fla intingere. 
Cfr. rartenio Tosco (o. e, p. 238). Nelle MX, V: « due sauzarielle de 
manteca ». 

*s Celebre antidoto. *" Milioni d'oro. Sp. : Cilento, 



JOENATA I. TRATTENEMIENTO Vili. I09 

tura, se partette co Renzolla. La quale, spurceta^*' e sca- 
noscente a quanto le aveva fatto la fata, se l'allicciaje^^ 
co lo marito, senza direle na parola mardetta de compre- 
miento. E la maga--, vedenno tanta sgratetutene, la mar- 
disse, che le tornasse la faccie a semeletutene de na crapa. 
E, ditto a pena ste parole, se le stese lo musso co no 
parmo de varva, se le strensero le maschie, se le ndur- 
zaje la pelle, se le mpelaje la faccie e le trezze a ca- 
nestrelle tornare corna appontute. La quale cosa visto lo 
nigro re, deventaje no pizzeco, ne sapeva che l'era soo- 
ciesso; pocca na bellezza a doi sole s'era fatta accessi 
strasformata. E, sospiranno e chiagnenno a tutto pasto, 
deceva: « Dove so le capille, che m'annodecavano ?, dove 
« l'uocchie, che me sficcagliavano -^ ?, dove la vocca, che 
« fu tagliola de st'arma, mastrillo'* de sti spirete e co- 
« davattolo-^ de sto core? Ma che?, aggio da essere 
« marito de na crapa ed acquistarene titolo de capeiTone?, 
« aggio da esser' arredutto de sta foggia a fidareme^^ a 
« Foggia^"? Non, no! Non voglio che sto core crepa pe na 
« faccie de crapa, na crapa, che me portarrà guerra, ca- 
« cann'aulive^* ». Cossi decenno, arrivato che fu a lo 
palazzo sujo, mese Eenzolla co na cammarera drinto na 
cecina, danno a l'uha ed a l'autra na decina de lino, azzò 
la filassero, mettennole termene de na semmana a for- 
nire lo staglio-^. La cammarera, obedenno lo re, com- 
menzaje a pettenare lo lino, a fare le corinole^'^, a met- 
terele a la conocchia, a torcere lo fuso, a formare le ma- 



20 (ES) Spruceta. — Ritrosa. 21 se ne andò. 22 (ES) Fata. 

23 Traforavano. 24 Trappola da topi. 

25 (ES) caravattolo. — Trappola da uccelli. 2G y. n. 28, p. 71. 

~'' A Foggia, centro del Tavoliere di Puglia, si accoglievano nel- 
l'inverno le mandre, che scendevano dagli Abbruzzi; onde: esser 
dentro Foggia, vale: esser cornuto. Il Garzoni adopera: « restarono 
essi castroni di Puglia » (0. e, p. 178). 

28 Forma dello sterco della capra. 29 compito. 30 Lucignoli. 



no LO CUNTO DE LI CUNTI 

tasse ed a fatecare, cornine a cana; tanto che lo sapato a 
sera se trovaje scomputo lo staglio. Ma Renzolla, cre- 
denuose d' essere la inedesema, eh' era a la casa de la 
fata, perchè non s' era merata a lo schiecco, jettaje lo 
lino pe la fenestra, docenno : « Ha buon tiempo lo re a 
« daremo sti mpacce! Si vo cammise, che se n'accatte, 
« e non se creda avereme ashiata a la lava^^! Ma s'alle- 
« corde ca l'aggio portato sotte cunte d'oro a la casa e 
« ca le so mogliere, e non vajassa; e me pare, ch'aggia 
« de l'aseno a trattareme de sta manera! » Co tutto che- 
sto, comme fu lo sapato matino, vedenno ca la cammarera 
aveva filato tutta la parte soja de lo lino, appe gran paura 
de quarche cardata de lana; e, perzò, abbiatase a lo palazzo 
de la fata, le contaje la desgrazia soja. La quale, abbrac- 
ciannola co grann'amore, le dette no sacco chino de filato, 
azzò lo desse a lo re, mostranno d'essere stata bona mas- 
sara e femmena de casa. Ma E,en^olla,'pigliatcse lo sacco, 
senza dire a gran merzi de lo servizio, se ne jette a lo 
palazzo rejale; tanto che la fata tirava prete de lo male 
termene de sta nzamorata'^'-. Ma, avuto lo re lo filato, deze 
dui cane, imo ad essa e uno a la cammarera, decenno 
che l'allevassero e crescessero. La cammarera crescette 
lo sujo a mollichelle, e lo trattava comm' a no figlio. Ma 
Kenzolla, decenne: « Sto penziero me lassaje vavomo! 
« Lloco so date li Turche ^'-^P Aggio da pettenare cane 



31 Tra le lave era famosa quella del Vergini, torrente d'acqua pio- 
vana, che dalle colline di Capodimonle, Miradois, S. Eusebio scen- 
deva per la via dei Vergini, facendo spesso danni gravissimi. Ter- 
ribile fu la lava del 19 novembre 1569, che rovinò in quel borgo 
moltissime case. (Gel., 0. e, v, 402). Naturalmente c'era della gente, 
che andava frugando tra il fango, per trovarvi qualche cosa, che po- 
tesse servire. Gfr. II, io. « Va trovanno chiuove per le lave! » 

32 Senza amore, disamorata. 

"3 Sono in ischiavitù? Alludendo alle iucureioni dei barbareschi, 
che menavano vìa schiavi e prede. 



.TORNATA I. TEATTENEMIENTO Vili. Ili 

« 6 portare cane a cacare ? » ; e, cossi decenno, sbelan- 
zaje^' lo cane pe la finestra, che fu antro che sautare 
pe drinto lo chirchio^^. Ma, dapò cierte mise, lo re, cer- 
cato li cane, e Renzolla filanno male, corze de novo a 
la fata, e trovato a la porta no veccliiariello, ch'era por- 
tiere, le disse: « Chi si tu, e che addommanne? » E Ren- 
zolla, sentutose fare sta proposta de sbauzo, le disse : 
« No me canusce, varva de crapa? » « A me co lo cortiello ?, 
« — respose lo viecchio — ; lo mariuolo secuta lo sbirro!; 
«t allargate, ca me tigne, disse lo caudararo; jèttate nnante 
« pe non cadere! Io, varva de crapa? Tu si varva de 
« crapa e mezza; ca, pe la presenzione toja, te mie- 
« rete chesso e peo ; ed aspetta no poco, sfacciata pre- 
«.< sentosa, ca mo te chiarisco e vedarraje dove t' ave ar- 
« redutto lo fummo e la pretennenzia toja ». Cossi decen- 
no, corze drinto a no cammariello, e, pigliato no schiecco 
lo mese nnante a Renzolla. La quale, visto chella brutta 
caira pelosa, appe a crepantare de spasemo, che non tanto 
sentette abbasca Ranaudo, mirannose drinto a lo scuto 
ncantato, straformato da chillo ch'era^*^, quant'essa pigliaje 
dolore, vedennose cossi stravisata, che non canosceva 
se stessa. A la quale decotte lo viecchio: « Te dive al- 
« lecordare, o Renzolla, ca si figlia de no villano, e che 
« la fata t'aveva arredutto a termene, che jere fatta re- 
« gina. Ma tu, nzipeta, tu, descortese e sgrata, avennole 
« poco grazia de tante piacire, l'aje tenuta a la cammara 
« de miezo, senza mostrarele no signo schitto d'ammore! 
« Ferzo, piglia e spienne; scippane chesto e torna pe lo 
« riesto. Tu ne cauze buono de la costiune^"! Vide che 
« faccia ne puorte, vide a che termene si arreddotta pe 
« la sgratetutene toja, che, pe la mardezzione de la fata, 



3' Lanciò, gettò. ^5 y. n. ii, p. 6. 

^8 Tasso, Gerusalemriie Liberata, XVI, 2931. 

•*^ T'è riuscita bene, la cosa! 



112 LO CUNTO DE LI Cl'NTI 

« aje non sulo mutato faccio, ma stato perzi! Ma, si vuoi 
« fare a muodo de sta varva janca, trase a trovai-e la 
« fata, jèttate a li piede suoje, sciccate sse zervole, ra- 
« scagnate ssa faccie, pisate sso pietto, e cercale perdo- 
« nanza de lo male termeno, che l'aje mostrato; ca essa, 
« eli' è de permone tenneriello, se moverrà a compas- 
« sejone de le male sciagure toje ». Renzolla, che se 
sentette toccare li tasto e dare a lo cliiovo, fece a bierzo 
de lo viocchio, E la fata, abbracciannola e vasannola, la 
fece tornare a la forma de mprimma. E, puostole no ve- 
stito carreco d'oro drinto na carrozza spantosa, accompa- 
gnata da na mmorra de serveture, la pòrtaje a lo re. Lo 
quale, vedennola cossi bella e sforgiosa, la pigliaje a caro 
quanto la vita, dannose le punia mpietto de quanto stra- 
zio l'aveva fatto a patere, e scusannose ca, pe chella mar- 
detta faccie de crapa, l'aveva tenuta justa li bene^**. Cossi 
Benzolla stette contenta, amanno lo marito, onoranno la 
fata e mostrannose grata a lo yiecchio, avenno canosciuto 
a propie spese: 

Ca jovaje soiipre l'essere cortese. 



38 (EO) jnstali bene. — Int.: presso le emorroidi, il deretano. 



LA CERVA FATATA 



Teattenemiento nono de la Joenata peimma. 



Nasceno pe fatazione Fonzo e Ganneloro. Ganneloro è nmidiato da 
la regina, mamma de Fonzo, e le rompe la fronte. Ganneloro 
se parte, e, deventato re, passa no gran pericolo. Funzo, pe ver- 
tute de na fontana e de na mortella, sa li travaglie suoje, e vace 
a liberarlo. 



O tetterò canna aperta a sentire lo bellissemo cunto 
de Paola, e concrusero tutte, ca l'umele è corame la palla, 
che, quanto chiù se sbatte nterra, chiù sauta, e comme 
a lo caperrone, che, quanto chiù se tira arroto, chiù forte 
tozza. Ma, fatto signo Tadeo a Ciommetella che secotasse 
la robrica, cossi mettette la lengua nvota. 

E granne senza dubbio la forza de l'amecizia, e ce 
fa tenere le fatiche e li pericolo^ sotto coscia pe servizio 
de l'ammico: la robba se stimma na pagliosca, lo nore 
na cufece, la vita na zubba-, dove se pozza spennerò pe 
jovare l'ammico, comme ne sbombano ^ le favole, ne so 
chiene le storie, ed io, oje, ve ne darraggio no nziem- 
pro, che me soleva contare vava Semmonella (ch'aggia 
recola!), si, pe daremo no poco d'audienzia, chiuderrite 
la vocca ed allongarrite l'aurecchie. 



1 (EO) gli pericole. 

2 Pagliosca, cufece, zubba, tre espressioni per dire: niente. 

3 (ES) Sbroìnmano. 



114 LO CUNTO DE LI CIINTI 

Era na vota no cierto re de Longapergola, chiammato 
Jannone; lo quale, avenno gran desederio de avere figlie, 
faceva pregare sempre li dei, che facessero ntorzare la 
panza a la mogliere; e, perchè se movessero a darele sto 
contiento, era tanto caritativo de li pellegrine, che le 
dava pe fi a le visole. Ma, vedenno, all'utemo, che le cose 
jevano a luongo, e non c'era termene de ncriare na spor- 
chia, serraje la porta a martiello, e tirava de valestra a 
chi nce accostava. Pe la quale cosa, passanno no gran 
varvante * da chella terra, e non sapenno la mutata de 
registro de lo re, o puro sapennola e volennoce remme- 
diare, juto a trovare Jannone, lo pregaje a darele recietto 
ne la casa soja. Lo quale, co na cera brosca e co na gronna 
terribele, le disse: « Si n'aje autra cannela de chesta, te 
« puoi corcare a la scura! Passaje lo tiempo, che Berta 
« filava; mo hanno apierto l'uocchie li gattille; non c'è 
« chiù mamma, mo ! » E, demannanno lo viecchio la causa 
(le sta motazione, respose lo re: « Io, pe desiderar d'a- 
«.< ver figlie, aggio spiso e spaso co chi jeva e chi ve- 
« neva, e jettato la robba mia; all'utemo, avenno visto 
« ca nce perdeva la l'asa^, aggio levato mano ed auzato 
« lofierro ». « Si n'è ped autro, — leprecajo chillo viec- 
« chio — , quietate; ca te la faccio scire subeto prena, a 
« pena de l'aurecchie! » « Si farraje chesto, — disse lo 
« re — , te do parola darete miezo lo regno ». E chillo 
respose: « Ora siente buono: si la vuoi nzertare a piro, 
« fa pigliare lo core de no drago marino e fallo cocinare 
* « da na zitella zita; la quale, a l'adore schitto de chella 
v< pignata, deventarrà essa perzi co la panza ntorzata; e, 
« cuotto che sarrà sto core, dallo a manciare a la regina, 
« che vedarrai subbeto che scirrà*' prena, comme si fosso 
« do nove mise ». « Comme pò essere sta cosa?, — ro- 



•* Sapiente, dottore. 

5 La Larba, rasa a posta: l'apparecchio fatlo. *» Uscirà. 



JOBNATA I. TRATTENEMIENTO IX. IT5 

« pigliaje lo re — ; me pare, pe te la dicere, assaje dura 
« a gliottere! » « No te maravigliare, — disse lo viec- 
« chio — , ca, si lieje le favole, truove, che a Gionone, 
« passanno pe li campe olane sopra no shiore, l'abbottaje 
« la panza e figliale''». « Si è cossi, — tornaje a dicere 
« lo re — , che se trove a sta medesema pedata sto core 
« de dragone! All'utemo, no nce perdo niente! » E cossi, 
mannato ciento pescature a maro, apararo tante spedirne, 
chiusarane, parangrafe, buole, nasse, lenza e felacciune ^ ; 
e tanto se votaje e giraje, fioche se pigliaje no dragone ; 
e, cacciatole lo core, lo portare a lo re. Lo quale lo dette 
a cocinare a na bella dammecella. La quale, serratose a 
na cammara, non cossi priesto mese a lo fuoco lo core e 
saette lo fummo de lo vullo^, che non sulo sta bella 
coca deventaje prena, che tutte li mobele de la casa ntor- 
zaro. E, ncapo de poche juorne, figliattero; tanto che la 
travacca ^^ fece no lettecciulo, lo forziere fece no scri- 
gnetiello, le seggio facettero seggiolelle, la tavola no ta- 
volino, e lo cantaro fece no cantariello mpetenato, accossi 
bello, ch'era no sapore! Ma, cuotto che fu lo core, e as- 
saporato a pena da la regina, se sentette abbottare la 
panza; e, fra quattro juorne, tutto a no tiempo co la 
dammecella, fecero no bello mascolone ped una, cossi spic- 
cecate l'uno all'autro, che non se canosceva chisto da 



'^ « Quod petis Oleniis, — inquam — , mihi missus ab arvis Flos 
dabit. est hortis unicus ille meis. Qui dabat: — Hoc, — dixit — , 
sterilem quoque tange juvencam, Mater erit. — Tetigi, nec mora, 
mater erit — . Protinus haerentem decerpsì pollice florem: Tangitur, 
et tacto concipit illa sinu » (Ovid., Fastorum, recog. R. Merkelii, 
Lipsiae, MDGGCLXII; V, 229 e sgg.). Gfr, Liebr., Awm., I, 402. 

8 (ES) palangrese. — Il Capaccio nomina: « tanti instrumenti da 
pigliar pesci.... e reti e sciabiche e palangrisi » (For., p. 937). Il Del 
Tufo: « e nasse e paste e reti I palancri, la sciaveclie e spedoni » 
(■ma. e, f. 69), Suolo o vuole, retata: efr. Gal. in VJy. 

9 Ebollizione. ^'^ Padiglione di letto. 



Il6 LO CUNTO DE LI CUNTI 

chillo. Li quale se crescettero nziemme co tanto ammore, 
che non se sapevano spartere punto fra loro ; ed era cossi 
sbisciolato lo bene, che se portavano, che la regina com- 
menzaje ad averene quarche nmidia, pecca lo figlio mostra- 
va chiù affezzione a lo figlio de na vajassa soja, eh' a se 
stessa, e non sapeva de che muode levarese sto spruoc- 
colo dall' uocchie. Ora, no juorno, volenno lo prencepe ire 
a caccia co lo compagno sujo, fece allommare fuoco a na 
cemmenera drinto la cammara soja; e commenzaje a squa- 
gliare lo chiummo pe fare pallottine. E, mancannole non 
saccio che cosa, jette de perzona a trovarela. E, fra sto 
miezo, arrivanno la regina pe vedere che facesse lo figlio, 
e trovatoce sulo Canneloro, lo figlio de la dammecella, 
penzanno de levarelo da sto munno, le dette co na pal- 
lottera nfocata verzo la faccie. Pe la quale cosa, vascian- 
nose, le cogliette sopra no ciglio, e le fece no male ntacco. 
E già voleva asseconnare l'autro, quanno arrevaje Fonzo 
lo figlio. Ed essa, fegnendo essere venuta a vedere com- 
me steva, dapò quatto carizzielle nsipete, se ne jette. 
E Canneloro, carcatose no cappiello nfronte, non fece ad- 
donare Fonzo de lo chiajeto, e stette saudo saudo, si be 
se sentette friere da lo dolore. E, comme appe fornuto 
de fare palle comm' a scarafone*', cercaje licienza a lo 
prencepe de ire fere. E, restanno maravegliato Fonzo de 
sta nova deliberazione, le demannaje la causa. Lo quale 
respose: « Non cercare antro, Fonzo mio; vasta sapere 
« schitto ca so sforzato a partire; e lo cielo sa, si,.par- 
« tenno da te, che sì lo core mio, fa sparte-casatiello l'ar- 
« ma da sto pietto, lo spireto fa sia voca da lo cuorpo, 
« e lo sango fa marco sfila *^ da le vene. Ma, pocca non 
« se pò fare antro, covernamette ^^, e tieneme a memo- 



*^ Quelle pallottole, che formano gli scarafaggi in campagna. 
i2 Fugge. Sull'origine della frase, v. un'ipotesi, che a me sembra 
poco verisimile, del Galiani, in yiV, 13 Sta sano. 



JORNATA I. TEATTENEMIENTO IX. Il7 

« ria! » Cossi, abbracciatose e trivolianno, s'abbiaje Can- 
neloro a la cammara soja; dove, pigliatose n'armatura e 
na spata, ch'era figliata da n'autra arma, a tiempo, che 
se coceva lo core, ed armatose tutto, se pigliaje no ca- 
vallo da la stalla. E tanno voleva mettere lo pede a la 
staffa, quanno l'arrivai Fonzo chiagnenno, dicennole eh' a 
lo manco, pecca lo voleva abbannonare, le lassasse al- 
cuno signale de l' ammore sujo, azzò potesse smesare 
l'affanno de l'assenzia soja. A le quale parole Canne- 
loro, caccianno mano a lo pognale, lo mpizzaje nterra, e, 
scintane na bella fontana, disse a lo prencepe: « Che- 
« sta è la meglio memoria, che te pozzo lassare; pocca, 
« a lo correre de sta fontana, saperrai lo curzo de la 
« vita mia. Che, se la vederraje scorrere chiara, sacce 
<- ca starraggio cossi chiaro e tranquillo de stato; se la 
« vederraje trovola, màgenate ca passarraggio travaglio; 
« e, si la troverrai secca (non voglia lo cielo!), fa cunto 
« ca sarrà fomuto l'uoglio de la cannela mia, e sarrag- 
« gio arrivato a la gabbella, che tocca a la natura ». E, 
ditto chesto, mese mano a la spata, e, danno na mbroc- 
cata nterra, fece nascere no pede de mortella, decenno: 
« Sempre che la vide verde, sacce ca sto verde comm'a- 
« glie; se la vide moscia ^^, penza ca non vanno troppo 
« ncriccate^^ le fortune meje; e, si deventarrà secca a- 
« fatto, puoi dire pe Canneloro tujo : requie, scarpe e 
« zuoccole^'^! » E, ditto chesto, abbracciatose de nuovo, 
se partette. E, camminato camminato, dapò varie *" cose, 
che l'accadettero, che sarria luongo a raccontare, comme 
contraste de vettorine, mbroglie de tavernare, assassina- 
miente de gabellote, pericole de male passe, cacavesse*^ 



i-i Floscia. 

i5 Erette. ^^ Cioè: Requiem aeternam in saecula saeculorum. 

^~ (EO) varij. ^^ Paure. 



Il8 LO CTJNTO DE LI CTJNTI 

de mari vuole ^^, all'utemo, arrevaje a Longapergola, a 
tiempo clie se faceva na bellissema josta, e se promet- 
teva la figlia de lo re a lo mantenetore. Dove, presen- 
tantose Canneloro, se portaje cossi bravamente, che ne 
frusciaje tutte li caaliere, venute da deverze parte a 
guadagnarese nomme. Pe la quale cosa, le fu data Fe- 
nizia, la figlia de lo re, pe mogliere, e se fece na festa 
granne. Ed, essenno state pe quarche mese nsanta pace, 
venne n'omore malenconeco a Canneloro de ire a cac- 
cia. E, decenno sta cosa a lo re, le fu ditto : « Guarda 
« la gamma, jènnaro mio!; vi che non te cecasse para- 
« sacco ^''I, sta ncellevriello!, apre l'usce, messere ^M; ca pe 
« ssi vuosche ne' è n'uerco de lo diantane; lo quale ogne 
« juorno cagna forma, mo comparenno da lupo, mo da 
« lione, mo da ciervo, mo d'aseno, e mo da na cosa, e 
« mo da n'autra; e, co mille stratagemme, carreja li po- 
« verielle, che noe nmatteno, a na grotta, dove se le can- 
« nareja. Perzò non mettere, figlio mio, la sanetate nco- 
« stiune, ca nce lasse li straccie! » C annel oro, chVveva 
lassato la paura ncuorpo a la mamma, non curanno li con- 
siglio de lo ciuccerò--, non cossi priesto lo sole co la scopa 
de vrusco" de li ragge annettaje le folinie de la notte, 
jette a la caccia. Ed, arrivato a no vosco ^', dove, sotto la 
pennata--' de le fronne, se congregavano l'ombre a fare 
monipolio ed a confarfarese centra lo sole, l'uerco, ve- 
dendolo venire, se trasformaje a na bella cerva. La quale 
Canneloro, comme la vedde, commenzaje a darele caccia; 
e, tanto la cerva lo traccheggiaje, e strabbauzaje da luoco 
a luoco, che l'arredusse a lo core de lo vosco, dove fece 



li> Tutti gli accidenti ordinarii dei viaggi di quel tempo. 
20 V. n. 45, p. 9 21 Apri gli occhi! 22 (es) suogro. 
23 (EO) vtisco — Fatto di ramoscelli di bruscoli. 21 (eO) rritsco. 
25 Tettoie sporgenti in fuori; solite in quei tempi specialmente 
sulle botteghe, come una specie di tende. 



JOENATA I. TRATTENEMIENTO IX. II9 

venire tanta chioppeta e tanta neve, che pareva che lo 
cielo cadesse. E, trovatose Canneloro nante la grotta de 
l'uerco, trasette drinto pe sarvarese. Ed, essenno aggran- 
oato de lo friddo, pigliaje certe legna, trovate là drinto; 
e, cacciatose da la saccocciola lo focile, allommaje no gran 
focarone. E, stannose a scarfare ^"^ e sciugare li panne, se 
fece a la vocca de la grotta la cerva, e disse: « si- 
« gnore caaliero, damme licienzia, ch'io me pozza sca- 
« glientare^" no pocorillo, ca so ntesecata^^ de lo friddo! » 
Canneloro, ch'era cortese, disse: « Nzèccate^^, che sin- 
« ghe lo benvenuto! » « Io vengo, — respose la cerva — , 
« ma aggio paura, ca pò m'accide! » « Non dubitare, — 
« leprecaje Canneloro — , viene sopra la parola mia! » 
« Si vuoje che benga, — tornaje a dicere la cerva — , 
« lega sti cane, che non me facciano dispiacere, ed attacca 
« sso cavallo, che non me dia de canee ». E Canneloro 
legaje li cane, mpastoraje lo cavallo. E la cerva disse: 
«; Sì, mo so meza assecorata; ma, si non lighe la sferra, 
« io non ce traso, pe l'arma de vavo! » E Canneloro, 
eh' aveva gusto addomestecarese co la cerva, legaje la 
spata, comme a parzonaro, quanno la porta drinto la ce- 
tate, pe paura de li sbirre ^'*. E l'uerco, commo vedde 
Canneloro senza defesa, pigliaje la forma propia. E, da- 
tole de mano, lo calaje drinto na fossa, ch'era nfunno a 
la grotta, e lo commegliaje^^ co na preta, pe magnare- 
sillo. Ma Eonzo, che matina e sera faceva la visita a la 
mortella ed a la fontana, pe sapere nova de lo stato de 



26 Riscaldare. 27 Riscaldare. -^ Intirizzita. 29 Accostati. 

3f In una pramm. del 18 maggio 1573 si ordina che quelli, die 
dalla campagna entravano nella città, dovessero portare gli schioppi 
scarichi (Coli, cit., VII, tit. XXV, De Armis, 13). Una disposizione 
analoga doveva esser quella qui accennata dal N. Ma non ho potuto 
trovarne notizia precisa in quella novantina di prammatiche, che 
concernono il porto d'armi. 3i copri. 



I20 LO CUNTO DE LI CUNTI 

Canneloro, trovato l'una moscia e l'autra trovola, sub- 
beto penzaje che passava travaglie lo cardascio sujo^'! 
E, desederuso de darele soccurzo, senza cercare lecienzia 
a lo patre, né a la mamma, se mese a cavallo; ed, arma- 
tose buono, co duje cane fatate, s'abbiaje pe lo munno, 
E, tanto giraje e ntorniaje da chesta e da chella parte, 
che arrivaje a Longapergola. La quale trovaje tutta apa- 
rata de lutto pe la creduta morte de Canneloro; e, non 
tanto priesto fu arrivato a la corte, che, ognuno credenno 
che fosse Canneloro, pe la someglianza ch'aveva cod isso, 
corzero a cercare lo veveraggio a Eenizia; che, scapizzan- 
nose pe le scale a bascio, abbracciaje Ponzo, dicenno: 
« Marito mio, core mio, e dove si stato tanta juorne? » 
Ponzo de sta cosa trasette subbeto a malizia, eh' a sta 
terra fosse venuto Canneloro, e se ne fosse partuto, e 
fece penziero d'esammenare destramente, pe pigliare 
nsermone la prencepessa, dove se potesse trovare. E, 
sentenno dire ca, « pe sta mardetta caccia, s'era puosto a 
troppo pericolo, e massema si lo trovava l'uerco, lo quale 
è tanto crudele co l'uommene », fece subbeto la massema, 
che lloco fosse dato de pietto l'ammico sujo. E, semmo- 
lato sto negozio, la notte se jeze a corcare. Ma, fegnenno 
avere fatto vuto a Diana de non toccare la mogliere la 
notte, mese la spata arrancata, commo staccione^^, nmiezo 
ad isso ed a Penizia, e non vedde l'ora la matina, che 
scesse lo sole a dare li pinole naurate^' a lo cielo, pe 
farele vacoare l'ombra. Perchè, sosutose da lo lietto, non 
potennolo retenere nò prieghe de Penizia, né comman- 
namiento de lo re, voze ire a caccia. E, puostose a ca- 



32 Amico strettissimo, come fratello. Cfr. riV. ^^ V. p. loi. 

3» Immagini farmaceutiche. Il Garzoni, discorrendo « de' speciari 
overo aromatari! », cita le « tante sorte di pillole, come di agarico, 
di hermodattili, di euforbio, di eupatorio, pillole auree, pillole di 
lucis, ecc. » (o. e, p. 664), 



JORNATA I. TRATTKNEMIENTO IX. 121 

vallo CO li cane fatate, jette a lo vosco; dove, soccedutole 
lo stisso, ch'era socciesso a Canneloro, e trasuto a la grotta, 
vedde l'arme de Canneloro, li cane e lo cavallo legate, 
pe la quale cosa tenne pe cierto, che lloco fosse ncap- 
pato l'ammico. E, decennole la cerva, che avesse legato 
Tarme, cane e cavallo, isso nce l,e nterretaje^-' adduosso, 
che ne fecero petaccie. E, cercanno quarche autra notizia 
de l'ammico, ntese gualiare abascio lo fuosso; ed, au- 
zato la preta, ne cacciaje Canneloro co tutte l'autre, che, 
pe ngrassare, tenea atterrate vive. Ed, abbracciatose co 
na festa granne, jettero a la casa, dove Fenizia, vedenno 
sti dui simele, non sapeva scegliere fra lloro lo marito 
sujo. Ma, auzato lo cappiello de Canneloro, vedde la fe- 
ruta, e, canoscennolo, l' abbracciale. E, dapò essere stato 
no mese Fonzo, piglianuose spasso, a chillo pajese, voze 
l'epatriare e tornare a lo nido sujo. Pe miezo de lo quale, 
scrisse Canneloro a la mamma, che venesse a partecepiare 
de le grannizze soje, comme facette; e, dall'ora nante, 
non voze sapere né de cane, né de caccia, arrecordannose 
de chella sentenzia: 

Ammaro chi a soe spese se castica! 



33 Adizzò. 



LA VECCHIA SCORTECATA 



Teattestemiento decemo de la Jornata primma. 

Lo re de Roccaforte se nnamraora de la voce de na veccbia. E, gab- 
bato da no dito rezocato^ la fa dormire cod isso. Ma, addonatose 
de le rechieppe2, la fa iettare pe na fenestra. E, restanno appesa 
a n'arvolo, è fatata da sette fate, e, deventala na bellisseiua gio- 
vane, lo re se la piglia pe mogliere. Ma l'autra sore, nmediosa de 
la fortuna sojn, pe farese bella, se fa scortecare, e more. 

INo nce fa perzona a chi n'avesse piaciuto lo cunto 
fio Ciommetella, ed appero no gusto a doi sole, vedenno 
liberato Canneloro e casticato l'uerco, che faceva tanto 
streverio de li povere cacciature. E, ntimato l'ordene a 
lacova, che sejellasse co l'arme soje sta lettera de trat- 
tenemiento, essa cossi trascorze. 

Lo marditto vizio, ncrastato co nui autre femmene, de 
parere belle, nce reduce a termene tale, che, pe nnaurare 
la cornice de la fronte, guastano lo quatro de la faccie; 
pe janchejare le pellecchie de la carne, roinano l'ossa de 
li diente; e, pe dare luce a li membre, copreno d'om- 
bre la vista, che, nanze l'ora de dare tributo a lo tiem- 
po, l'apparecchiano scazzimmo^ all' nocchie, crespe a la 
facce e defletto a le mole. Ma, se merita biasemo na 
giovanella, che, troppo vana, se dace a sso vacantarie ', 



1 Succhialo. 2 Grinze. ^ Cispe. ' Vanità. 



.TORNATA T. TRATTEXEMIEXTO X. 123 

quanto è chiù degna de castico na vecchia, che, volenno 
competere co le figliole, se causa l'allacco de la gente, 
la mina de se stessa; comme so pe contareve, se me 
darrite no tantillo d'aurecchie. 

S'erano raccorete^ drinto a no giardino, dove avea l'af- 
facciata lo re de Roccaforte, doi vecchiarelle, ch'erano 
lo reassunto de le desgrazie, lo protacuollo de li scurce", 
lo libro maggiore de la bruttezza. Le quale avevano le 
zervole scigliate e ngrifate', la fronte ncrespata e vro- 
gnolosa, le ciglia storcigliate e restolose^, le parpetole 
chiantute^ ed a pennericolo, l' nocchie guize e scarcagnate, 
la faccio gialloteca ed arrappata ^*^, la vocca squacquarata ' ^ 
e storcellata, e, usomma, la varva^^ d'annecchia, lo pietto 
peluso, le spalle co la contrapanzetta^^, le braccia arron- 
chiate, le gamme sciancate e scioffate^^, e li piede a 
crocco ^^. Pe la quale cosa, azzò no le vedesse manco lo 
sole, co chella brutta caira, se ne stevano ncaforchiate 
drinto no vascio ^'^ sotto le fenestre de chillo segnore. Lo 
quale era arredutto a termene, che non poteva fare no 
pideto senza dare a lo naso de ste brutte gliannole^', 
che d'ogne poco cosa mbrosoliavano e le pigliava lo to- 
tano ^^; mo decenno ca no gesommino, cascato da coppa, 
l'aveva mbrognolato lo caruso, mo ca na lettera strac- 
ciata l'aveva ntontolato na spalla, mo ca no poco de por- 
vere r aveva ammatontato '■^ na coscia. Tanto che, sen- 
tenno sto scassone de dellecatezza, lo re facette argo- 
miento, che, sotto ad isso, fosse la quintascienza de le 
cose cenede, lo primmo taglio de le carnumme mellese 
e l'accoppatura^'^ de le tennerumme. Pe la qualemente 



5 (ES) racoifte. ^ Mostruosità. ' Irte. 8 spinose. ^ Grosse. 
10 Grinzosa. ^^ Allargata. 12 (eo) varvea. ^3 Gobba. 
1' Zoppe e deboli. ^5 a uncino. 

i'' Basso: abitazione a pian terreno. ^"^ Glandule; cancheri. 
18 Parlantina, brontolìo. ^^ Contuso. 20 y\ov fiore. 



124 LO CUXTO DE LI CUNTI 

cosa, le venne golio dall'ossa pezzelle e voglia da le ca- 
tamelle"^^ de l'ossa de vedere sto spanto e chiarirese de 
sto fatto, E commenzaje a jettare sospiro da coppa a ba- 
scio, a rascare*'^ senza catarro, e, finalemente, a parlare 
chiù spedito e fora de diente, decenno: « Dove, dove 
« te nascunne, giojello, sfuorgio, isce bello de lo munno? 
« Jesce jesce, sole, scaglienta, mparatore^'M Scuopre sse 
« belle grazie, mostra sse locernelle de la poteca d'am- 
« more, caccia ssa catarozzola, banco accorzato^' de li con- 
« tante de la bellezza!, non essere accessi scarzogna de 
« la vista toja!, apre le porte a povero farcene^-'!, famme 
« la nferta, si me la vuoi fare^''!, lassarne vedere lo stro- 
« miento, da dove esce ssa bella voce !, fa che vea la cam- 
« pana, da la quale se forma lo ntinno^"!, famme pigliare 
« na vista de ss' auciello !, non consentire, che, pecora de 
« Ponto *^, me pasca de nascienzo'^, co negareme lo mi- 
" rare e contemprare ssa bellozzetudene cosa! » Cheste 
ed autre parole deceva lo re; ma poteva sonare a grolia, 
cà le vecchie avevano ntompagnato l'aurecchie; la quale 
cosa refonneva legne a lo fuoco, E lo re, che se senteva, 



21 Midolle. 22 Spurgarsi. 

23 Canzone, per la quale v. prine. G, IV, Il Serio dice che « se canta 
ila li peccerille senza abballo, quanno è male tiempo e l'aria sta ntro- 
volata » (Lo rernacohio, Nap., 1780, pp. 48-9), Gfr, Imbriani e Casetti. 
Canti popol. della prov. merid. (Torino, 1871-2; II, 194-7), 

2» Che ha molto concorso. 23 Giuoco, pel quale v. princ. G, II. 

2" Il Del Tufo, parlando del capodanno, dice che in quella « notte 
senti mille spassi e contenti, Come molti cantare: Fance la nferla 
se nce la vnoi farei, Sentendo a tutte l'ore: Fance. la nferta e fan- 
la de bon core, Che lìozzl fa nu flolio mperatore! Gli altri puttin 
con voce dolce e lieta: Mittete mano a la vorza de seta. Che te ce 
pozza crescer la moneta! » {ms. e, f. 86). Cfr. variante in Molinaro 
del Chiaro {GBD, I, 4). 27 Tintinnìo, rintocco. 

28 « Absinthi genera plura.... Ponticum, e Ponto, ubi pecora pin- 
guescunt ilio, et ob id sine felle reperiuntur » (Plin., Hist. nat. 
XXVII, 7). cfk-, Liebr., Anm., I, 403. 29 Assenzio. 



.TORNATA I. TRATTENEMIENTO X. 125 

comm'a fierro, scaudare ala fornace de lo desederio, te- 
nere da le tenaglie de lo penziero e martellare da lo 
maglio de lo tormiento amoruso, pe fare na chiave, che 
potesse aperire la cascettella de le gioje, che lo face- 
vano morire sperato; ma non pe chesto se dette a reto 
ma secotaje a mannare suppreche, ed a renforzare as- 
saute, senza pigliare mai abiento ^'^. Tanto che le vec- 
chie, che s'erano poste ntuono e ngarzapellute de l'af- 
ferte e mprommesse de lo re, pigliattero consiglio de 
non se lassare perdere sta accasione de ncappare st'au- 
ciello, che, da se stisso, se veneva a schiaffare drinto a 
no codavattolo. Accessi, quanno no juorno lo re faceva 
da coppa la fenestra lo sparpetuo, le dissero da la ser- 
ratura de la porta co na vocella ncupo: ca lo chiù gran 
favore, che le potevano fare fra otto juorne, sarria stato 
lo mostrarele schitto no dito de la mano. Lo re, che 
Gomme sordato pratteco, sapeva, ca a parmo se guada- 
gnano le fortezze, non recosaje sto partito, speranno a dito 
a dito de guadagnare sta chiazza forte, che teneva asse- 
diata; sapenno ancora essere mutto antico: « piglia ed ad- 
demanna ». Perzò, azzettato sto termene perentorio de 
l'ottavo juorno, pe vedere l'ottavo miracolo de lo munno, 
le vecchie, fra tanto, non fecero autro sarzizio, che, com- 
m'a speziale, che ha devacato lo sceruppo, zucarese le 
deta, co proposeto, che, junto lo termene dato, chi de 
loro avesse lo dito chiù liscio, ne facesse mostra a lo re. 
Lo quale, fra chisto miezo, steva a la corda, aspettanno 
l'ora appontata pe spontare sto desederio: contava li 
juorne, nomerava le notte, pesava l' ore, mesorava li mo- 
mento, notava li punte, e scanagliava^^ l' atome, che l'e- 
rano date pe staglio a l'aspettativa de lo bene desede- 
rato; mo preganno lo sole, che facesse quarche scortatora 
pe li campe celeste, azzò, avanzanno cammino, arrivasse 



30 Riposo. 3i Scandagliava. 



126 LO CUNTO DE LI CUNTI 

primmo de l'ora osata a sciogliere lo carro nfocato, ed 
abbeverare li cavalle stracque de tanto viaggio. Mo scon- 
ciurava la notte, che, sparafonnanno le tenebre, potesse 
vedere la luce, che, non vista ancora, lo faceva stare 
drinto la carcarella de le shiamme d'ammore; mo se la 
pigliava co lo tiempo, che, pe farele despietto, s'aveva 
puosto le stanfelle^- e le scarpe de cbiummo, azzò non 
jognesse priesto l'ora de liquidare lo stromionto a la 
cosa amata, pe sodesfarese de l'obrecanza stipulata fra 
loro. Ma, comme voze lo sole lione, jonze lo tiempo, e, 
juto de perzona a lo gìar3Tno7Tdzzoraje la porta, decen- 
no: « Vienela, vienela^^! » Dove una de le vecchie, la 
chiù carreca d'anne^ visto a la preta de lo paragone ca 
lo dito sujo era de ^meglio carata de chillo de la sere, 
mpezzannolo pe lo pertuso de la serratura, lo mostraje 
a lo re. Lo quale non fu dito, ma spruoccolo appontuto, 
che le smafaraje^lp cor©;* .non'^TB''''gf^'5'òcolo, ma saglioc- 
cola che le ntonaje lo caruso! Ma, che dico spruoccolo e 
saglioccola? Fu zurfariello^' allommato pe l'esca de le 
voglie soje, fu miccio infocato pe la monezione de li de- 
soderie suoje. Ma, che dico spruoccolo, sagliocca, zorfa- 
riello e miccio? Fu spina"soiEtò"Ta~ coda de li 'pensiero 
Buoje, anze cura de fico jejetèlle^^, che le cacciàje fora 
lo irato de l'affetto amoruso, co no sfounerio de sospiro! 
E, tenenno mano^^ e vasanno_chillo dito, che, de raspa ^' 
de chTanellaro ^^, era deventato mbrunetura de nauratore'*'', 
commenzaje a dicere : « arcuccio de le docezze, o re- 
« pertorio de le gioje, o registro do li privelegio d'am- 
« more!, pe la quale cosa so deventato funnaco d'affanno, 
« magazzeno d'angosce, doana de tormiento!, è possibele, 



32 Grucce. 33 Giuoco, pel quale v. pr. G. II. ^* Solfanello. 

3^ V. n. 6i, p. 57. 36 cioè: in mano. 

37 Specie di lima. 38 Lavoratore di pianelle. 

39 Brunitoio, che è d'acciaio o pietra dura, ma sempre mollo liscio. 



JOENATA I. TEATTENEMIENTO X. 127 

« che vuoglie mostrarete cossi ncotenuta e tosta, che non 
« t'aggie da movere a li lamiente mieje? Deh, core mio 
« bello, s'hai mostrato pe lo pertuso la coda, stienne mo 
« sso musso, e facimmo na jelatina de contiente^"!, s'hai 
« mostrato lo canaolicchio ", maro de bellezza, mo- 
« strame ancora le carnumme, scuopreme ss'uocchie de 
« farcone pellegrino, e lassale pascere de sto core! Chi 
« sequestra lo tresoro de sta bella facce drinto no caca- 
« turo?, chi fa fare la quarantana a ssa bella mercanzia 
« drinto a no cafuorchio?, chi tene presone la potenzia 
« d'ammore drinto a sso mantrullo *'' ? Levate da sso fuos- 
« so; scapola da ssa stalla; jesce da sso pertuso; sauta, 
« maruzza, e dà la mano a Cola^^, e spienneme pe 
« quanto vaglio! Sai puro, ca songo re, e non so quar- 
« che cetrullo, e pozzo fare e sfare. Ma chillo cecato 
« fauzo, figlio de no sciancato e na squaltrina'**, lo quale 
« ha libera autoretate sopra li scettre, vole che io te sia 
« suggeco'*^, e che te cerca pe grazia chello, che porrla 
« scervecchiarene pe proprio arbitrio; e saccio ancora, 
« comme disse chillo, ca co li carizze, non co le sbra- 
« viate, se ndorca^*' Venere! » La vecchia, che sapeva 
dove lo diascace teneva la coda, vorpa mastra, gattono 
viecchio, trincata, arci va " ed ecciacorvessa''*^, pensanno 
ca quanno lo soperiore prega, tanno commanna, e che la 
zerronaria^^ de no vassallo move l'omure colereche nolo 
cuorpo de lo patrone, che pò sbottano a besentierie de mi- 
ne, se fece a correjere; e, co na vocella de gatta scorte- 
cata, disse: « Signore mio, posca ve ncrinate de sottomet- 



•i^ Bisticcio; int. : muso di porco, che si prepara in gelatina. 

•*^ Sorta di pesce; pesce cannella. ^ Carcere. 

*3 Frase proverbiale. 4* Amore, figlio di Vulcano e Venere. 

*^ Soggetto. '^^ Adesca. *^ Astuta. 

■** Ingannatrice. Gfr. Gort.: « L' ecciacuorvo le fece n'autro tratto » 
(Viaggio di Pam., Ili, 22); e Sgrutt. (0. e, G. VII, p. 181). Spagn.: echa- 
cuervos. '9 Ostinazione. 



128 LO CUNTO DE LI CUNTI 

« tere a chi ve stace sotta, degnannove de scennere da lo 
« scettro a la conocchia, da la sala rejale a na stalla, da li 
<.< sfuorge a le pettole, da la grannezza a le miserie, da 
« l'astraco^'* a la cantina, e da lo cavallo all'aseno, non 
« pozzo, non devo, né voglio leprecare a la volontate 
« de no re cossi granne; perzò, mentre volite fare sta 
« lega de prencepe e de vajassa, sta ntrezziatura d'a- 
« volio e de ligno de chiuppo, sto ncrasto de diamante 
« e de vritille, eccome pronta e parata a le voglie vo- 
« stre, sopprecannove scbitto na grazia pe primmo signo 
« dell'affrezzione, che me portate : eh' io sia recevuta a lo 
« lietto vuostro de notte e senza cannela, perchè non 
« me sopporta lo core d'essere vista nuda! » Lo re, tutto 
pampanianno de priejo, le juraje co na mano ncoppa al- 
l'autra, ca l'avarria fatto de bona voglia. Cossi, tirato no 
vaso de zuccaro a na vocca d'asa feteda, se partette, ne 
vedde l'ora che lo sole, nsoperato d'arare li campe de lo 
cielo, azzò^^ fossero semmenate de stelle, pe semmenare lo 
campo dove aveva fatto designo de raccogliere le gioje a 
commola e li contiente a cantaro. Ma, venuta la notte, che, 
vedennose atuorno tante pescature de poteche e ferrajuo- 
le^-, aveva comm'a seccia ^^ jettato lo nigro, la vecchia, 
tiratose tutte le rechieppe de la perzona e fattone no re- 
chippo dereto le spalle, legato stritto co no capo de spao, 
se ne venne a la scura, portata pe mano da no camma- 
riero, drinto la camraara de lo re. Dove, levatose le zan- 
draglie"'', se schiaffaje drinto a lo lietto. Lo re, che steva 
co lo miccio a la serpentina, commo la ntese venire, e 
corcare, mbroscinatose tutto de musco e zibetto, e sbaz- 
zariatose tutto d'acqua d'adore, se lanzaje, comm'a cane 



50 Terrazza, superiore alle case, ^i (eo) Manca: azzò 

52 Ladri. « Garbuglie fanno pe nuje, — disse cìilUo, eh' adonava 

ferraiuole », trovo in una commedia (L'innocenti Golpati di G. C. 

Sorrentino, In Napoli, 1683, per ile Bonis, I, 4). 53 seppia. 5i cenci. 



JOENATA I. TEATTENEMIKNTO X. 129 

corso, drinto a lo lietto. E fu ventura de la vecchia che 
portasse lo re tanto sproffummo, azzò non se sentesse lo 
shiauro de la vocca soj[a, l'afeto de le tetelleche'^ e la 
mofeta de chella brutta cosa. Ma, non fu cosi priesto cor- 
cato, clie, venuto a li tasto, s'accorze a lo parpezzare de 
lo chiajeto dereto, adonannose de le cajonze secche, e de 
le vessiche mesce, ch'erano dereto la poteca de la negra 
vecchia. E, restanno tutto de no piezzo, non voze, pe tan- 
no, dicere niente, pe se sacredere meglio de lo fatto. E, 
sforzanno la cosa, dette funno a no Mantracchio ^^, mentre 
se credeva stare a la costa de Posileco ^'', e navecaje co na 
permonara^*, penzannose de ire ncurzo co na galera shio- 
rentina^^. Ma, non cossi priesto venne a la vecchia lo pri- 
mo suonno, che lo re, cacciato da no scrittorio d'ebano 
e d'argiento na vorza de cammuscio co no focile drinto, 
allommaje na locernella. E, fatto perquisizione drinto a 
le lenzola, trovato n' Arpia pe Ninfa, na Furia pe na 
Grazia, na Gorgona pe na Cocetrigna, venne ntanta fu- 
ria, che voze tagliare la gomena, eh' aveva dato capo a 
sta nave. E, sbruffanno de zirria, chiammaje tutte le ser- 
veture, che, sentenno gridare ad arme, fatto na ncammi- 
sata^'', vennero ncoppa. A li quale, sbattenno comm'a 
purpo, disse lo re: « Vedite belFabbuffa-cornacchia^^ m'ha 



55 Fetore delle ascelle. 

56 Contrada del Molo piccolo, lurida ed abitata dall'infima plebe. 

57 La deliziosa collina e spiaggia, all'estremità occidentale del 
golfo di Napoli. 58 Piccola barca. Cfr. IV, 4. 

59 Le belle galee fiorentine, che tante volte in quei tempi scor- 
sero il Mediterraneo, insieme colle napoletane, contro i barbareschi. 

co Incamiciata; cioè scelta di soldati, propriamente per assalti not- 
turni, i quali, per riconoscersi nel buio, mettevano una camicia so- 
pra l'armatura. 

6i II Del Tufo, tra le frasi, che enumera, del « parlar goffo della 
plebe napoletana », ha: « L'altro, che l'onor suo non cerca macchie: 
Uh quanta paparacchiel Haggiote cera d'abl^offa cornacchie? » {ms. 
e, f. 130). 

>7 



I30 LO CUNTO DE LI CUNTI 

« fatto sta vava de parasacco^', che, credennome de nor- 
« care na vitelluccia lattante, m' aggio trovato na secon- 
« na'^^ de vufara*^'; pensannome d'avere ncappatona penta 
« palomma, m'aggio ashiato mano sta coccovaja''^; ma- 
« genannome d'avere no morzillo de re, me trovo tra le 
« granfe sta schifienzia, mazzeca-e-sputa. Ma chesto e peo 
« nce vole a chi accatta la gatta drinto a lo sacco ! Ma 
« essa m'ha fatto sto corrivo '^'^, ed essa ne cacarrà la pe- 
« netenzia. Perzò, pigliatela priesto corame se trova, e 
« sbalanzatela pe ssa fenestra! » La quale cosa sentenno 
la vecchia, se commenzaje a defennere a canee ed a 
muorze, decenno, che s'appellava da sta settenzia, men- 
tre isso stisso l'aveva tirata co no stravolo a venire a lo 
lietto sujo, etra che portarria ciento dottare a defesa soja, 
e eopra tutto chillo tiesto: « gallina vecchia fa buono 
« bruodo », e chill'autro, che: « non se deve lassare la 
« via vecchia pe la nova ». Ma, con tutto chesto, fu pi- 
gliata de zippo e de posole "^^j e derropata a lo giar- 
dino. E fu la fortuna soja, ca, restata appesa pe li ca- 
pille a no rammo de fico, non se roppe la catena de lo 
cuollo. Ma, passanno ben matino certe fate da chillo giar- 
dino, nante che lo sole pigliasse possessione de le terre- 
torie, che l'aveva ciesso la notte, le quale pe na certa 
crepantiglia non avevano mai parlato, né riso, e visto 
pennellare dall' arvolo chella mal' ombra, eh' aveva fatto 
nante tiempo sporchiare l'ombre, le venne tale riso a 
crepafecate, ch'appero a sguallarare ^®. E, mettenno la 
lengua nvota, non chiusero pe no piezzo vocca de sto 
bello spettacolo. Talemente che, pe pagare sto spasso e 



"2 v. n. 45, p. 9. "S Propr., placenta delle puerpere. "' Bufola. 
•'S Civelta. Era famosa la fontana della Coccovaia di Porto. 
''<' Burla. '^"^ Di peso. 

<^ Prop.: uscir l'erma per lo sforzo del ridere; che tale è la cre- 
denza volgare, 



.TORNATA I. TRATTEXE^riElfTO X. 131 

sto sfizio, le dezero ogne una la fatazione soja, decennole, 
una ped una, che potesse deventare giovane, bella, ricca, 
nobele, vertolosa, voluta bene e bona asciortata. E, par- 
tutose le fate, la vecchia se trovaje nterra, seduta a na 



seggia de velluto nquaranta co franco d'oro, sotta Farvelo 
stisso, ch'era deventato no bardacchino de velluto verde 
co funno d'oro. La facce soja era tornata de fegliola de 
quinnece anno, cossi bella, che tutte l'autre bellezze aver- 
riano parzeto scarpune scarcagnate a paro de na scarpe- 
tella attillata e cauzante; a comparazione de sta grazia 
de sieggio*^^, tutte l'autre grazie se sarriano stimate de 
li Pierre viecchie e de lo Laviuaro ''^'^ ; dove chesta joquava 
a trionfiello de ciance e de cassesie, tutte l'autre aver- 
riano joquato a banco falluto"^ Era pò cossi nciricciata, 
sterliccata e sforgiosa, che vedive na maestà; l'oro sba- 
gliava, le gioje stralucevano, li shiure te shiongavano 
nfacce ; le stevano ntuorno tante serveture e dammecelle, 
che pareva che nce fosse la perdonanza'^. Fra chisto 
tiempo, lo re, puostose na coperta ncuollo e no paro de 
scarpune a li piede, s'affacciaje a la fenestra pe vedere, 
che s'era fatto de la vecchia. E, visto chello, che non se 
magenava de vedere, co no parmo de canna aperta, e 
Gomme ncantato, squatraje pe no piezzo da la capo a lo 
pede chillo bello piezzo de schiantone '^, mo miranno li 
capello, parte sparpogliate ncoppa le spalle, parte mpa- 
storate drinto no lazzo d' oro, che facevano midia a lo 



69 Sono noti i cinque seggi della nobiltà napoletana. Onde nobiltà 
di seggio, che si considerava maggiore della nobiltà fuori seggio, ecc. 

70 Ferrivecchi, via di Napoli, poco lungi dalla Sellarla. — Lavi- 
naro, v. n. 28, p. 92. "^^ V. n. 41, p. 38, 

"2 II Tansillo, nei Capitoli: « Entrar ci vedo gli uomini a drap- 
pello, Come si dice a Napoli, al perdono » (.ed. cit., p. 173). Cioè, a 
prender le indulgenze. 

"3 Piantone. « No piezzo de schiaritone ». Egl. La Coppella. Cfr, 
II, 9. 



132 LO CTJXTO DE LI CUNTI 

sole, mo tenenno mente a le ciglia, valestre a pozone"', 
die parrettiavano'^ li core, mo guardanno l'uoccliie, lan- 
terne a vota de la guardia d'Ammore, mo contempranno 
la vocca, parmiento amoruso, dove le grazie pisavano 
contento e ne cacciavano grieco dece e manciaguerra de 
gusto"". Dall' autra parte, se votava comm'a stantaro"'', 
e sciuto da sinno a li trincole e mingole''*, che portava 
appise ncanna ed a li ricchi sfuorgie, ch'aveva adduosso. 
E, parlanno fra se stesso, deceva: « Faccio lo primmo 
« suonno, o songo scetato?, sto ncellevriello, o sbarejo?, 
« so io, non so io? Da quale trucco è venuto cossi 
« bella palla a toccare sto re"^ de manera, che so juto 
« a gpaluorcio? So fuso, so tarafonato, si non me re- 
« catto! Gomme è spontato sto sole?, comme è sguigliato 
« sto shiore?, comm'è schiuso st'auciello pe tirare com- 
« m'a vorpara^" le voglie meje? Quale varca l'ha por- 
« tato a sti paise?, quale nuvola l'ha chiuppeto?, che lave 
« de bellezza me ne portano drinto a no maro d'affan- 
« ne? » Cossi decenno, se vrociolaje pe le scale, e, cor- 
renno a lo giardino, jette nante a la vecchia renovata; 
e, mbroscinannose quase pe terra, le disse: « musso 
« de peccionciello mio, o pipatella de le grazie, penta 
« palomma de lo carro de Venere, strado trionfale d'am- 
« more; si hai puosto nammudlo sto core a lo shiummo 
« de Sarno^', si no nce so trasute drinto l'aurecchie le 



'■* A bolzone. "^^ Saettavano. 

'* Sul mcmglaguerra d'Angri, v. Del Tufo (ms. e, ff. 21-2), che ne 
fa grandi lodi e ne enumera le qualità. Cfr. anche MN., III. 

''' (EO) s tentar — Propr.: regoli, che reggono le imposte. 

"'^ Fronzoli, gingilli. Il Del Tufo: « Ma poi con altri ancor: Trin- 
gole e niingole, Chi accatta lazze e spùìgole? » {ms. e, f. 27). 

"^^ Metaf. dal giuoco del trucco, ^o uncino. 

*i Al fiume Sarno, (che bagna la provincia di Salerno e sbocca nel 
golfo di Napoli tra Castellammare e Torre Annunziala), prima della 
bonifica, si soleva mettere in molle il canape (cfr. Vincenzo degli 
Uberti, Sul fìwne Sarno, Discorso storico idraulico, Nap., 1844). 



JORNATA I, TRATTENEMIENTO X. 133 

« semenze de canna^^, si no ci è caduto nell' uoccliie la 
« merda de rennena*^, io so securo ca sentarraje, o ve- 
« darraje, le pene e li tormiente, che, de vrocca e de re- 
« lanzo^', m'hanno refuso a lo pietto sse bellezze toje; 
« e, si non cride a lo cennerale^^ de sta faccie la lesela^", 
« che bolle drinto a sto pietto, si non cride a le shiamme 
« de li sospiri, la carcara, ch'arde drinto a sto vene; com- 
« me a comprennoteca, e de jodizio, puoi fare argo- 
« miento delli capille d' oro, quale funa m' attacca, da ssi 
« nocchie nigre, quale cravune me eocene, e dall'arche 
« russe de ste lavre, quale frezza me smafara! Perzò, 
« non varriare la porta de la pietà, non auzare lo ponte 
« de la mesericordia, né appilare lo connutto de la com- 
« passione! E, si no me judiche meretevole d'avere nul- 
« te*''' da ssa bella facce, famme a lo manco na sarva 
« guardia de bone parole, no guidateco de quarche prom- 
« messa e na carta aspettativa de bona speranza; perchè, 
« autramente, io me ne piglio li scarpune, e tu pierde la 
« forma! » Cheste, e mille autre parole, le scettero da 
lo sprofunno de lo pietto, che toccare a lo bivo la vec- 
chia renovata; la quale, all'utemo, l'azzettaje pe marito. 
E, cossi, auzatase da sedere, e pigliatolo pe la mano, se 
ne jezero ncocchia a lo palazzo rejale. Dove, ped ajero, fu 
apparecchiato no grannissemo banchetto; e, mannato a 
mitare tutte le gentiledonne de lo pajese, tra l' autre, 
voze la vecchia zita, che nce venesse la sere. Ma nce fu 
da fare e da dire, pe trovarela e carriarela a lo commito : 



82 Sulla canna e le sue qualità dannose, cfr. Pitrè, BibL, XVI, 226-7. 

83 sterco di rondine. Cfr. rV, 5. Lo sterco di rondine è reputato 
molto scottante: colui, al quale casca negli occhi, diventa cieco. Cfr. 
Liebr., Anm. I, 403. È noto che Tobia, dormendo, fu accecato dallo 
sterco caldo, che gli cadde sugli occhi da un nido di rondini {Libro 
di Tobia, II, 11). «* D'un subito. 

85 Generacciolo, panno che sostiene la cenere pel bucato. 

86 Lisciva. 87 Indulto. 



134 I-O CTJNTO DE LI CTTNTI 

perchè, pe la paura granne, s' era juta a ntanare e a nca- 
forchiare, che non se ne trovava pedata. Ma, venuta, com- 
me Dio voze, e postase accanto a la sore, che nce voze 
antro che baja pe la canoscere, se mesero a fare gau- 
deamo. Ma la vecchia scura aveva autra famme, che la 
resecava; pecca la crepava la mi dia de vedere lucere lo 
pilo a la sore. Ed, ogne poco, la tirava pe lo maneco- 
ne, decenno : « Che nce hai fatto, sore mia, che nce hai 
« fatto?, viata te co la catena**! » E la sore responneva: 
« Attienne a magnare, ca pò ne parlammo! » E lo re 
addemannava, che l'occorreva; e la zita, pe copierchio, re- 
sponneva, ca desiderava no poco de sauza verde; e lo 
re subeto fece venire agliata, mostarda mpeperata, e 
mill'autre saporielle*^ pe scetare l'appetito. Ma la vec- 
chia, che la sauza de mostacciuolo ^"^ le pareva fele de 
vacca, tornaje a tirare la sore, decenno lo stisso: « Che 
« nce hai fatto, sore mia, che nce hai fatto?; ca te vo- 
« glie fare na fico sotto a lo mantiello^M »' E la sore 
responneva: « Zitto, ch'avimmo chiù tiempo, che donare; 
« mancia mo, che te faccia fuoco, e pò parlammo! » E lo 
re, coriuso, demannava, che cosa volesse; e la zita, ch'era 
ntricata comm'a pollecino a la stoppa, e n'averria voluto es- 
sere diuna de chillo romperaiento de chiocche, respose, ca 
voleva quarcosa dece. E lloco shioccavano le pastetelle"^, 



88 Tra i giiioclii fanciulleschi, menzionati dal N. nella lettera al- 
VUneco Shlanimcggiante, c'è anche: a viata te co la catena: giuoco 
disusato ed ignoto. 

^^ Il Cortese, tra le cose che sanno fare le vajasse, enumera : « A- 
Uliata, e sauze, e mille auto sopui-e, Cose da cannarute e da segnu- 
re » iVaJass., I, 15). 

^ Specie di dolce, flitto con zucchero, mandorle, ecc. V. n, 45, p. 85. 

01 Atto contro il marocchio, o jctlalura, Cfr. Pilrè, Bibl., XVir, 244-5. 

^■- Il Del Tufo: « Ma di quell'altra cosa rotondetta, Chiamata ìjo- 
stidella, Fatta con uova, zucchero e cannella, Che ne dirò ? Dirò che 
son lontano Dal più dolce boccon napolitano » (»'«. e, f. 23), 



JOENATA I. TBATTENEJIIENTO X. 13 5 

lloco sbombavono le neole^^ e taralluccie, lloco dello- 
viava lo janco manciare '"'^, lloco chiovevano a cielo a- 
pierto le franfrellicclie ^^ ! Ma la veccbia, che l'era pi- 
gliato lo totano, ed aveva lo filatorio ncuorpo, tornaje a 
la stessa museca. Tanto che la zita, non potenno chiù re- 
sistere, pe levaresella da cuollo, respose: « Me so scor- 
« tecata, sore mia! » La quale cosa sentenno la crepan- 
tosa^'', disse sotta lengua: « Va, ca no l'hai ditto a sur- 
« do!, voglio io perzi tentare la fortuna mia, ca ogne 
« spireto ha lo stommaco! E, si la cosa m'enchie pe le 
« mano, non sarrai tu sola a gaudere, ca ne voglio io perzi 
« la parte mia, pe il a no fenucchio ! » Cossi decenno, e 
levatese ntanto le tavole, essa, fatto nfenta de ire pe na 
cosa necessaria, se ne corse de ponta a na varvaria. Dove 
trovato lo mastro, e reteratolo a no retretto, le disse: 
« Eccote cinquanta docate, e scortecame da la capo a lo 
« pede ! » Lo varviero, stimannola pazza, le rispose : « Va, 
« sore mia; ca tu non parie a separé, e securamente ve- 
« narrai accompagnata^'! » E la vecchia, co na facce de 
pepierno, leprecaje: « Si pazzo tu, che non canusce la 
« fortuna toja!; perchè, otra de li cinquanta docate, si 
« na cosa me resce mparo, te farraggio tenere lo vacile 
« a la varva a la fortuna. Perzò, miette mano a fierre, 
« non perdere tiempo, ca sarrà la ventura toja! » Lo 
varviero, avenno contrastato, letechiato e protestato no 



93 cialde. In lat. mediev., nebulae. Cfr. E. Rocco nel GBB, IV, 9. 

s* Così una specie di crema, esaltata dai nostri scrittori come cosa 
eccellente; il Celano parla di im gran giardino, che avevano nel se- 
colo XVI i Pignatelli di Monteleone dal lato, dove poi si formò via 
Toledo, il qual giardino « per la sua amenità detto veniva lo Bianco 
mangiare, che è una dilicatissima e regalata vivanda, che si fa in 
Napoli, e particolarmente nei monasteri » (0. e, rv, 804). 

0^ Zuccherino: piccolo pezzo di pasta di giulebbe e miele. G. Bruno: 
« masticava come avesse in bocca il panferlich » (Candela Argom.). 

^^ Invidiosa. ^' Come pazza, che sei. 



136 LO CUNTO DE LI CUNTI 

buono piezzo, all'utemo, tirato pe naso, fece comm'a chil- 
lo: « lega l'aseno dove vo lo jpatrone! » E, fattola sedere 
a no scanniello, commenzaje a fare la cLianca de chillo 
nigro scuorzo^*, che chiovellecava e j)iscioliaya tutta san- 
go; e, da tanto ntanto, sauda, cÒimiSe se radesse, deceva: 
« Uh chi bella vo parere, pena vo patere! » Ma, chillo, 
continovanno a mannarela a mitto, ed ossa, secotianno sto 
mutto, se ne jezero contrapuntianno lo colascione de chillo 
cuorpo fi a la rosa de lo vellicolo "^ ; dove, essennole 
mancato co lo sangue la forza, sparaje da sotta no tiro 
de partenza, provanno co riseco sujo lo vierzo de Sana- 
zaro: 

La nmicUa, figlio mio, se stessa smafara^^^ì 



^ Corteccia; pelle ilura. ^^ Umbilico. 

^'^ Trad. napoletana del v.: « L'invidia, figliuol mio, se stessa ma- 
cera » (Sann., Arcadia, Egl. VI, v. 13). 



JOENATA I. LA COPPELLA 137 

Fernette a tiempo sto cunto, ch'era data n'ora de ter- 
mene a lo sole, che, comme stodiante fastediuso^, sfrat- 
tasse da li quartiere dell' aj ero; quanno lo prencepe fece 
chiammare Fabiello e Jacovuccio, l'uno guardarobba e 
l'antro despenziero de la casa, che venessero a dare lo 
sopratavola a sta jornata. Ed ecco se trovare leste com- 
m'a sorgiente^, l'uno vestuto co cauze a la martingala^ 
de friso nigro, e la casacca a campana co bottune quanto 
na palla de cammuscio, co na coppola chiatta fi ncoppa 
l' aurecchie ; l'antro, co na barretta a tagliere, casacca co 
la panzetta, e canza a braca de tarantola^ janca. Li quale, 
scenno da drinto na spallerà de mortella, comme se fosse 
na scena, cossi decettero: 



LA COPPELLA 

EGEOCA 

Fabìello, Jacovuccio. 

Fai). Dove accessi de pressa^?, 

Dove accessi de penta, o Jacovuccio? 
Jac. A portare sta chelleta a la casa! 



1 Allude alle frequenti cacciate degli studenti. I quali, anche, com'è 
noto, per grazia chiesta dalla Città al Re Cattolico, e concessa il 
1505, non potevano abitare, se non in certi luoghi determinati. Sono 
famose le lapidi attaccate alle mura di varii monasteri, nelle quali 
si proibiva di abitare nei contorni a « meretrici, studenti et simili 
persone dissoneste ». Cir. Ili, 2, e Cortese, Citello e Perna, p. 31. 

2 II N. usa spesso questa frase. Gfr., tra l'altro, il/iV, III: « Listo 
■ commo a sorgente ». 

3 Ornamento, che ricadeva in giù delle calze. 

^ Sorta di tessuto, piuttosto ordinario. Cfr. 3IX, Vili; Cortese, 
Rosa, II, 6; Vajass., Ili, 4. 5 Di fretta. 



13S LO CTJNTO DE LI CUNTI 

Fab. E qualcosa de bello? 

Jac. A punto, e de mascese^. . 

Fàb. Ma puro? 

Jac. È na coppella "' ! 

Fab. A che te serve? 

Jac. Si tu sapisse! 

Fah. Eia, sta ncellevriello, 

E arràssate * da me ^ ! 
Jac. Perchè? 

Fab. Chi sape. 

Che parasacco, mo, non te cecasse? 

Tu me ntienne! 
Jac. Te ntenno; 

Ma tu ne si da rasso ciento miglia! 
Fab. Che saccio io? 

Jac. Chi non sa, sta zitto, e appila! 

Fab. Saccio, ca non si arefece. 

Né manco stillatore; 

Fa tu la consequenzia ! 
Jac. Tirammongé da parte, Eabiello, 

Ca voglio che stordisce e che strasiecole! 
Fab. Jammo a dove te piace! 
Jac. Accostammonge sotto a sta pennata, 

Ca te farraggio scire da li panne ! 
Fab. Frate, scumpela priesto, 

Ca me faje stennerire ! 
Jac. Adaso, frate mio! 

Gomme si pressarulo ^° ? 



6 V. «. 36, p. ZI- 

"• eh' è quel vasetto di cenere, usato dagli orefici, da cimentarvi 
oro o argento. 8 scostati. 

^ Pensando che la coppella gli serva per fare monete false, il de- 
litto allora più comune ed esecrato: cosicché quasi non c'era giorno' 
che non s'impiccasse squartasse qualche monetario falso. \., pas- 
sim, le cronache del Guerra, del Zazzera, del Bucca. i* Frettoloso. 



JORNATA I. LA COPPELLA 139 

Accessi priesto, di, te fece mammeta? — 
Vide buono st'ordegna? 
Fab. Io lo veo, eh' è roagno, 

Adove se porifica l'argiento. 
Jac. Tu nge aje dato a lo pizzo ; 

L'aje nnevenato a primmo! 
Fai). Commoglia, che non passa quarche tamraaro " 

E fossemo portate a no mantrullo ! 
Jac. Gomme si caca sotta! 

Tremma securo, ca non è de chelle, 
Dove se fa la pasta, 
Co tanta marcancegne, 
Che tre decincó^^ resceno tre legne^^! 
Fai). Ma, dimme: a che l'aduopre? 
Jac. Pe affinare le cose de sto munno, 

E canoscere l'aglio da la fico! 
Fah. Aje pigliato gran lino a pettenare ! 
Tu nvecchiaraje ben priesto. 
Ben priesto tu farraje li pile janche ! 
Jac. Vi ca ne' è ommo nterra, 

Che pagarria na visola e na mola^*, 
Ad avere no nciegno, comm'a chisto, 
Ch'a primma prova cacciarria la macchia 
De quanto ha ncuorpo ogn'ommo. 
De quanto vale ogn'arte, ogne fortuna, 
Perchè cca drinto vide 
S' è cocozza vacante, o si ne' è sale, 
Se la cosa è sofisteca o riale. 
Fab, Comm'a dicere, mo? 
Jac. Siente fi mponta, 



li sbirro. V. n. ^2,-, P- 83. 

12 Tre cinquine, ciascuna delle quali era pari a due grana e mezzo. 

13 cioè, che con esse si riesca a fare una forca. 
1* Un occhio e un dente molare. 



140 LO CUNTO DE LI CÌINTI 

Quanto ca me spalifeco chiù meglio: 
Quanto, a la ncornatura^^ e a primma fronte, 
Pare còsa de priezzo. 
Tutto nganna la vista, 
Tutto ceca la gente, 
Tutto è schitto apparenzia. 
Non ire summo summo, 
Non ire scorza scorza. 
Ma spercia e trase drinto, 
Ca cM non pesca nfunno, 
E no bello catammaro a sto munno. 
Adopra sta coppella, ca fai prova, 
Se lo negozio è vero, o fegneticcio. 
S'è cepolla sguigliata, o s'è pasticcio. 
Fob. È na cosa do spanto, 
Pre vita de Lanfusa^''! 
K."^^^^^*^ '^^^- Sienteme ncLino, e spàntate; 
Jammo chiù nanze, e spireta; 
<soM-lfcV*'**'^ ^^ senterraje miracolo! 

Ande, mo: verbegrazia. 
Tu criepe de la nmidia, 
Abbutte e fai la guallara 
De no signore conte, o cavaliere, 
Perchè vaco ncarrozza; 
Ca lo vide servute e accompagnato 
Da tanta frattaria, tanta marmaglia: 
Chi lo sgrigna da ccane, 
Chi lo ncrina da liane, 
Chi le caccia la coppola. 
Chi le dice: schiavuottolo ! 



15 Fisonomin, piglio. 

10 Anche il Cortese: « Bravo, disse, i)cr vila de Lanfusal » (Viaggio 
di J\irn., V. 27). Lanfiisa era la madre di Ferraù, il quale giiirava 
sempre pel nome di lei. 



JORNATA L LA COPPELLA 141 

Straccia la seta, e l'oro; 

Quanno isso ciancolea^', le fanno viento; 

E tene fi a lo cantaro d'ai'giento. 

Non te mprenare subeto 

De sti sfaste e apparenzie, 

Non sospirare, e fa la spotazzella; 

Miettele a sta coppella, 

Ca vedarrai quante garrise^^, e quante 

Stanno sotto la sella„à-Q Jjeiluto ! ; 

Truove quante scorzune 

Stanno accovate tra li sliiure e l'erve ! ; 

T'addonerrai, si scuopre la seggetta 

Co franco e co racamme 

De cannottiglie e sete, 

Si lo negozio è de perfummo, feto ! 

Ha lo vacile d'oro, 

E nce sputa lo sango; 

Ave li muorze gliutte, 

E le ntorzano ncanna ; 

E, si buono mesure e meglio squatre, 

Chillo, che stimme duono de fortuna, 

È pena de lo cielo ! 

Dà pane a tante cuorve, 

Che le cacciano l'uoccliie ; 

Mantene tante cane, 

Cbe l'abbajano ntuorno ; 

Dace salario a li nemmice suoje, 

Che lo metteno nmiezo, 

Che lo zucano vivo e lo nzavagliano. 

Chi da ccà lo scorcoglia^^ 

Co smorfie e paparacchie; 

Chi da Uà te l'abbotta co no manteco; 



" Mangia, divora. I8 Guidaleschi, ulcere. ^^ Scrocca, smunge. 



142 LO CUNTO DE LI CUNTI 

TJno se mostra culo de lemosena ^''j 

Lupo sotto la pella de na pecora, 

Co bella meriana*^ e brutta nieuza, 

E le fa fare aggravio ed ingiustizie; 

N'autro le tesse macliene; 

Chillo le porta e adduce, 

E le inette a partito 

La negra catarozzola; 

E chisto lo tradisce, 

E manna a besentierio; 

Tanto che mai non dorme co arrepuoso, 

Non magna mai co gusto. 

Né ride mai de core! 

Li suono, s'isso magna, lo scervellano; 

Li suonne, s'isso dorme, l'atterresceno ; 

L'arbascia^^ lo tormenta, 

Comm'auciello de Tizio ^^; 

So le bagianarie l'acque e li frutte. 

Che nce sta nmiezo, e de la famme allanca 

La ragione, nsenziglio^' de ragione. 

La rota è d'Issione, 

Che maje le dace abbiente; 

Li designo e chimere 

So le prete, che saglie 

Sisefo a la montagna, 

Che, pò, tàffete a bascio ! 

Sede a la seggia d'oro 

Mosiata^^ d'avolio, 



2" Nella G. II, 9: « Luciella, ch'era cunno de lemmoslna ». E così 
altrove ora: cttnno, e ora: culo. 

21 Bella apparenza: inerlana per 'ìnl}riana, la Fata Mbriana. Cfr. 
Cortese, Micco Pass., VI, 26. 22 Albagia. 

23 È noto il supplizio di Tizio, figlio di Giove e d'Elara. — Se- 
guono gli altri mitologici tormenti di Tantalo, d'Issione e di Sisifo. 

2* Nuda. 25 Intarsiata. 



JOENATA I. LA COPPELLA 143 

Co centrelle-^ naurate ; 
Tene sotto a li piede 
Coscine de mbroccato e cataluffo^'', 
E trappite torchische ; ma le pènne 
Na serrecchia appontuta 
Ncoppa la chiricoccola^^, 
Che la mantene schitto no capillo; 
Tanto che stace sempre ncacavesse. 
Sempre fila sottile ed ha lo jajo, 
Sempre ha la vermenara, 
Sempre lo filatorio, e sempre stace 
Sorriesseto, atterrato ; 
E, all'utemo dell'utemo, 
Ste sfastie e ste grannezze 
So tutte ombre e monnezze^^, 
E no poco de terra, 
Drinto no fuosso stritto, 
Tanto copre no re, quanto no guitto ! 
Fai). Hai ragione, peli' arma de messere!. 

Affé, ca è chiù de chello, che tu dice!; 
Ca li signure, quanto chiù so granue, 
Chiù provano chiantute li malanno. 
E, nsomma, disse buono 
Chill'ommo de la Trecchiena ^*', 

C he jqa. ^v fìnnpinnn nuce : 
« Non è tutto oro, no, chello che luce ! » 
Jac. Siente st'autra e deventa miloshiuoccolo ^M 
Ne' è chi lauda la guerra, 



26 Chiodetti, bullette. 

27 Stoflfa menzionata anche III, io: « coperte de cataluffo, g^uarauto 
co pontine de smauto »; ed era una sorta di taffettà. 

28 Gli pende una spada sulla testa, come a Dionisio. 29 immondizie. 

30 Trecchina, o Trecchiena, terra in Basilicata, diocesi di Polica- 
stro (comune della prov. di Potenza, circ. di Lagonegro, ab. 2971), 

31 Rosso come miloshiuoccolo, V. n. io, p. 68. 



144 LO CUNTO DE LI CUNTI 

La mette mperecuoccolo, 

E, comme vene l'ora, 

Che s'arvoleja na nzegna, 

Che sente taratappa, 

De corzeta se scrive, 

Tirato pe la canna 

Da quatto jettarielle '* 

Spase ncoppa na banca! 

PiglÌEk jtornise_frisch e , 

Se veste a la Jodeca^^, 

Se mette la scioscella, 

E te pare na mula de percaccio^', 

Co lo pennacchio e lo passacavallo ! 

Si n'amico le dice: « Adove jammo? »^ 

Eesponne allegramente, 

Né tocca pedo nterra: 

« A la guerra, a la guerra! » 

Sguazza pe le taverne, 

Trionfa pe le Ceuze^^ 

Vace a l'aUoggiamiento, 

Recatta le cartelle^". 

Fa remmore e fracasso, 

E no la cedarria manco a Gradasso! 

Maro isso^^, si se fonne a sta coppella! 



32 Monete. Nella già cit. coram. : La necessità aguzza l'ùìgegno, Pas- 
sero dice a un Capitano: « Ste mprommesse sordatesche saccio come 
so. Facile na bella spasa de doppie ncopp'a na bofTetta. Li peccerille 
correno a lo lustro, e buje l'aijgi'afTate, zufTcte, dinlro lo tarcenale! » 

(ir, 9)- 

33 Luogo di Napoli, nella regione del Pendino, dove una volta erano 
gli Ebrei, e, cacciati questi, vi si sostituirono i venditori di panni 
vecchi, continuatori del loro mestiere. 

^* Procaccio. 35 Luoghi di postriboli. V. n. 24, p. 91. 
30 Ordini di alloggio. Allude ai soprusi, ai quali servivano di pre- 
testo questi ordini. 37 Amaro lui, lui sventurato! 



.TORNATA I. LA COPPELLA 145 

Ca tutte st'allegrezze, 

Sti sbozze e spanfiamiento^^, 

Le retornano a trivole e a tormiente. 

Lo nteseca lo friddo, 

Lo resorve lo caudo, 

Lo roseca la famme, 

La fatica lo scanna, 

L'è sempre lo pericolo a li shianclie, 

E lo premio da rasso; 

Le ferite ncontante, 

E le paghe ncredenza, 

Luonglie l'affanno e le docezze corte, 

La vita ncerta, e secura la morte! 

All'utemo, 0, stracanato 

Da tante patemiente, se l'affuffa, 

E con tre sante nmezza. 

Si lo cannavo è miccio od è capezza ^°; 

ntutto è sbennegnato^*^, 

resta stroppiato; 

Ed antro non avanza. 

Che, n'ajuto de costa de stanfella, 

no trattenemiento de na rogna, 

0, pe no manco male, 

Tira na chiazza morta a no spetale^M 
Fah. N'hai cacciato lo fraceto. 

Non ce puoi dire niente, 

E vero, è chiù ca vero! 

Pocca la scolatura 

De no scuro sordato, 

E tornare pezzente, o smafarato ! 
Jac. Ma che dirrai de n'ommo tutto cuocolo 

Ire mponta de pede?: 



38 Vanterie, 39 è impiccato. Cfr, IV, 9. 

■io Ammazzato: da vennegna, vendemmia. ^^ V. n. 52, p. 97. 



146 LO CUNTO DE LI CUNTI 

Tutto se pavoneja, 

E se mprena e se vanta 

Ca vene de streppegna e de jeniinma*^ 

D'Achillo d'Alesantro. 

Tutto lo juorno fa designe d'arvolo*^, 

E tira da no cippo de castagna 

No rammo de lecina''*; 

Tutto lo juorno scrive 

Storie, e cierne Lucie ''^ 

De patre, che non apporo mai figlie^'''; 

Vo, che n'ommo, che venne l'uoglio a quarte, 

Sia nobele de quarte •*'^; 

Aggiusta privilegie ncarta pecora. 

Eatte viecchie a lo fummo, 

Pe pascere lo fummo, e l'arbascia; 

S'accatta sepoture, 

E nce mpizza spetaffie 

Co mille filastoccole; 

Pe acconciare le pettole 

Paga buono le zazzare'^; 

Pe accordare campane, 

Spenne a li campanile; 

E, pe jettare quarche fonnamiento 

A case scarropate, 

Spenne n'uocchio a le prete. 



<2 Di stirpe e di razza. " Alberi genealogici. ■" Elee. 

■is (ES) Giarnalogie. — Cierne Lucie, storpiatura burlesca di: ge- 
nealogia. Cfr. n. 18, p. 7. 

•''' Contro i falsi nobili e gli scrittori stipendiati di genealogie. 
Questa peste cominciò a infierire appunto in quel tempo nella no- 
stra letteratura storica. È noto che si giunse finanche ad alterare 
ed interpolare i documenti conservati nei pubblici archivi!, come se 
ne osservano tuttora le tracce. 

'*■' Giuoco di parola tra il quarto, misura, e i quarti, requisiti di 
nobiltà. *8 Altri corregge: zaccarc (fanciulle). 



JOENATA I. LA COPPELLA 147 

Ma, puosto a copellare, 

Chillo, che chiù se stira, 

Chillo, che chiù pretenne, 

E la sfelizza e frappa. 

Ancora ave li calle de la zappa! 
Fai). Tu tuocche a dove dole, 

Non se pò dire chiù, cuoglie a lo chino vo ! 

M'allecordo a preposeto, 

(E parola agge a mente!), 

Ca disse no saputo : 

« Non e' è peo che villano resagliuto ! » 
Jac. Vide mo no vaggiano, 

No cacapozonetto'^ ed arbasciuso, 

Che stace mpretennenzia 

De casecavallucce '"^ e che se picca 

Co gran prosopopea. 

Che t'abbotta pallune, 

Che sbotta paparacchie. 

Sputa parole tonno e squarcioneja, 

Torce e sgrigna lo musso, 

E se zuca le lavra, quanno parla; 

Mesura le pedate; 

Va tu nevina chi se pensa d'essere! 

E spanfeja e se vanta: 

« Olà, venga la ferba la pezzata ^M 

« Chiamma venti de miei! 

« Vedi se vuol venire alquanto a spagio^' 



*9 Millantatore. 

5<^ Piccoli caciocavalli, sorta di latticinio. 0. Landò, parlando di 
Napoli: « Tu siniazzerai con quei caci cavallucci, freschi, arrostiti 
non con lento fuoco, ma prestissimo, con sopraveste di zucchero et 
cinnamomo. Io mi struggo solo a pensarvi » (Imbr., l. e, p. 44). Ag- 
giunto a pretennenzia, è un dispregiativo. 

51 Int.: la giumenta fulva e quella pomellata. 

52 Spasso. — Storpiatura voluta, per indicare un parlar toscano 
spropositato. 



148 



LO CUNTO DE LI CUNTI 



« Neputemo, lo conte! 

Quanno l'erario nuostro 

Mi recarà il carrugio^^? 

Dite al mastro ch'io voglio inanti sera 

La cauza a braca racamata d'oro! 

Respunne a chella sdamma, 

Che spanteca pe mene, 

Ca, fuorze fuorze, le vorraggio bene ! » 
Ma, comm'a sta coppella è cementato, 
Non ce truove na maglia; 
Tutto è fuoco de paglia; 
Quanto chiù se l'allazza, chiù fa alizze^'; 
Parla sempre de doppie, e sta nsenziglio; 
Fa de lo sbozza, e niente ave a la vozza''^; 
Lo collaro ha ncrespato, e sta screspato ^^; 
Trippa contenta, senza no contante; 
E, pe concrusione, 
Ogne varva le resce na garzetta ''''', 
Ogne perteca pinzo •'''^, 
Ogne mpanata^^ allessa, 
E la pommarda se resorve a vessa ^''! 
Faò. Che te sia benedetta chessa lengua! 



53 Carrozza, cfr, IV, 7. Quando l'amministratore mi porterà le ren- 
dite? 

s* (EO) alozze. — Giuoco di parola tra allazza, allaccia, e alizze, 
sbadigli. E così, in seguito. ^5 Gorgozzule. 56 a. borsa vuota. 

57 Così di una cosa, che riesca contro l'intenzione. Garzella, se- 
condo il DR., sono « quei peli, che si lasciano lungo le mascelle, e 
con parola di moda diconsi favoriti ». Cfr. MX, V. 

58 Legnetto, che s'adopera nel giuoco di mazza e ìììuzo. V. princ. 
G. IV. 

59 Mpanala, sorta di pasticcio di carni. Cfr. II, 7. Nunz. Pagano: 
« Dapò lo fritto ascelle na mpanala. Che nfl a lo cielo l'addore nne 
.jeva, De pulle, auciello e carne mpasticciata. Aula no parmo, tanto 
chiena steva » (Le hhinte rotola de lo vaiamone, XVI. 29). — Alles- 
sa, lesso. ^ Peto. 



JORNATA I. LA COPPELLA T49 

Gomme l'hai smedollata, 
E Gomme l'hai squatrata! 
Nsomma, è settenzia antica: 
Ca lo vagiano è comme a la vessica. 
Jac. Chi secata la corte, 

Da chella brutta strega affattorato, 

E s'abbotta de viento, 

E se pasce de fummo de l'arrusto, 

Co le vessiche chiene de speranza, 

Ch'aspetta campanelle 

De sapone e lescia^^, 

Che, nanze d'arrivare, 

Crepano pe la via. 

Che co la canna aperta resta ammisso 

Da tante sfaorge e tante, 

E, pe na pezza vecchia, 

E pe sorchiare vroda a no teniello. 

Co na panella sedeticcia^^ e tosta, 

Venne la libertà, che tanto costa; 

Chi dà lo cenneraccio a sforo fauzo, 

Vedarrà laberinte 

De fraudo e trademiente ; 

Troverrà, frate, abbisse 

De nganne e fegnemiente ; 

Scoprerà gran pajese 

De lengue mozzecutole e marvase. 

Mo se vede tenuto 

Mparma de mano, e mo puosto nzeffunno ; 

Mo caro a lo patrone e mo nzavuorrio; 

Mo pezzente, mo ricco ; 

Mo grasso e luongo, mo arronchiato e sicco ! 

Serve, stenta, fatica. 

Suda comme no cane, 



6* Bolle di sapone. 62 pane non fresco. 



150 LO CUNTO DE LI CUNTI 

Cammina cliiù de trotto, che de passo, 

E porta pe fi a l'acqua co l'areccbia. 

Ma nce perde lo tiempo, 

L'opera e la semmenza; 

Tutto è fatto a lo viento, 

Tutto è jettato a maro; 

Fa quanto vuoi, eh' è jota; 

Fa designe e modielle 

De speranze, de miereto, e de stiento, 

Ch'ogne poco de viento 

Contr-ario ogne fatica jetta a terra. 

A la fine, te vide puosto nante 

No boifone, na spia, no Ganemede, 

No cuojero cotecone*'^, 

puro uno, che facce 

Casa a doi porte, o n'ommo co doi facce"'! 
Fai). Frate, me dai la vita! 

Cride, ch'aggio mezzato 

Chiù sto poco de tiempo, 

E chiù sta vota sola 

De tant'anne, che spiso aggio a la scola. 

Consurta de dottore: 

« Chi serve ncorte a lo pagliare more ». 
Jac. Hai sentuto, che sia no cortesciano; 

Siente chi serve mo de vascia mano. 

Figlie no servetore, 

Bello, polito e nietto. 

Che sia de bona nfanzia. 

Fa ciento leverenzie, 



"3 villanzone, ingrato. 

''* Chi acquista favore col mozzo di sua moglie. Casa o Poteca a 
dote ììorte « per indicare, — scrive Partenio Tosco — , che, quando 
il marito entra per una porta, l'adultero se ne va via per l'altra » 
(0. e, p. 258). 



JORÌfATA I. LA COPPELLA 151 

T'arresedia*^^ la casa, tira l'acqua, 
Te mette a cocinare, 
Scopetta li vestite, 
Striglia la mula, scerga li piatte; 
Si lo manne a la chiazza, 
Torna nante che secca na spotazza. 
Non sa mai stare co le mano all'anca; 
Non sa mai stare n'ozio, 
Sciacqua becchiere e jetta lo negozio ^^. 
Ma, si tu ne fai prova 
A cemiento riale, 

Eetroverrai, ch'ogne noviello è bielle, 
E che la corza d'aseno non dura; 
Ca, passato xre juorne. 
Tu lo scuopre trafano'^'', 
Potrone pe la vita, 
Rofl&ano de trinca, 
Mbroglione, cannaruto, joquatore! 
Si spenne, fa lo granco*^^. 
Si da biava a la mula. 
Le dà dall'uva all'aceno; 
Te mezeja la vajassa, 
Te cerca le saccocciole, 
E, nfine, pe refosa^^ de lo ruotolo, 
Co n'arravoglia cuosemo™: 
Te fa netta paletta e se la sola: 
Va legale, li puorce, a le cetrola! 
Fab. Parole de sostanzia. 
So chesse, tutto zuco! 



65 Aggiusta, ordina. 6" Vaso immondo. 

6'' Falso, traditore. cs Granchio: cioè, ruba. ^9 Per giunta. 

"'^ Furto. Arravoglia quacsumus: « si finge essere unorazione di 
breviario, che cominci così: siccome molte cominciano con una pa- 
rola e poi sussegue il quaesumus ». Cfr. VX. 



152 LO CUNTO DE LI CUNTI 

nigro e sbentorato 
Chi matte a servetore meziato! 
Jac. Eccote no smargiasso, 

Lo protoquanqua de li spartegiaccbe"*. 

Lo capomastro de li squarciamafaro, 

Lo majorino de li capoparte, 

Quarto do l'arte de li spezzacuoUe "^, 

L'arcinfanfano vero de li brave, 

Lo priore dell'uommene valiente! 

Se picca e se presume 

D'atterrire la gente, 

De te fare sorrejere 

Co na votata d'uoccbie; 

Lo passo ha de la picca, 

La cappa quartiata, 

Carcato lo cappiello, 

Ngriccato lo crespiello ''^, 

Auzato lo mostaccio 

Coll'uoccbie strovellate, 

Co na mano a lo sbianco, 

Sbruffa, sbatte li piede, 

Le danno mpaccio per fi a le paglioscbe, 

E se la vo pigliare co le mosche! 

Va sempre co scogliette". 

No lo siente pai'lare 

D'antro che sficcagliare: 

Chi spercia, chi spertosa, chi sbennegna, 

Chi smeuza, chi smatricola, chi screspa, 

Chi scatamella''^, sgongola''*' e sgarresa", 

Chi zolla, chi stompagna, 



''^ Taglia giachi. "^^ V. n. 47, p. 25. 

73 Ghiera all'estremità della spada. 

" Nell'egl. La Stufa: « Fra scoglielle e vernile o leva o dace ». 

75 Smidolla. '^ Sguscia, cava dal guscio. 77 impiaga. 



JOENATA I. LA COPPELLA 153 

Chi sbentra, chi scocozza, chi scervecchia, 

Antro strippa, antro sfocata, 

Antro abbuffa, antro ntomaca. 

Antro ammacca, antro smafara. 

Si lo siente frappare, terra tienete! 

Chi scrive a lo quatierno, 

Chi leva da sto mnnno, 

Chi manna a li pariente; 

D'uno caccia li piciole ^^, 

N'antro miette a lo sale, 

Chisto pastena nterra, 

De chillo fa mesesca'^^, 

Ciento ne vetta, e ciento ne messeja, 

E sempre co streverio e co fracasso, 

Spaccanno capo e sgarrejanno gambe! 

Ma la spata, pe quanto 

Mostra forza e valore, 

Zita^** è de sango e vedola de nore! 
Ma sta coppella te lo scopre a rammo^^j 
Ca so le sbraviate de la vocca 

Tremmoliccio de core; 
Le cazzeche dell'nocchie, 
Reterate de pede; 

Li trnone de livante, 

Cacavesse de jajo; 

Lo smafarare nsuonno. 

L'avere zotte nveglia; 

Le tante liberanze a le nfrnate^^ 

No sequesto a la sferra. 

La quale, comm'a femmena uorata. 

Se vregogna mosti-arese a la nuda; 



78 Sventrare, uccidere. 

-9 Carne tagliata in pezzi e salata. §0 Vergine. «^ Gh'è rame. 

82 Rimproveri, minacele. 



154 LO CUNTO DE LI OUNTI 

Si pare male fele, ha sempre file^^; 

Si reseca liune, 

Va cacanno coniglie; 

Si desfida, è sarciuto ed è nforrato**; 

Si menaccia, è frusciato e 1' è refuso; 

Si joqua a dado de smargiassaria, 

Sempre l'è fatto ncuntro; 

Ne le parole è bravo, 

Ma ne l'effetto è breve; 

Caccia mano a l'acciaro, 

Ed assarpa lo fierro^^; 

Cerca arrissa e s'arrassa, 

Ed è volante chiù, che no è valente; 

Tro vanno chi l'attoppa e lo chiarisce, 

Trovanno chi l'assesta lo jeppone, 

Trovanno chi lo sbozza, e noe le cagna, 

Chi l'ajusta li cammie. 

Chi le carda la lana. 

Chi le dà pe le cegna, 

Chi le face na ntosa, 

Chi le fisca l'arecchie. 

Chi le ntrona le mole. 

Chi le trova la stiva, 

Chi le mena li ture, 

Chi lo scomma de sango ^•', 

sborza na lanterna, 

fa na pettenata, 

concia pe le feste, 

piglia co no usciuolo*', 

fruscia co no tutaro, 



83 Giuoco di parola tra fele, fiele e file, paura. 
>" Cucito e foderato. 85 Leva l'ancora e fugge. 

86 Ture, tonsille. — Scomma de sango, percuota a sangue. 

87 Bastone. 



JORNATA I. LA COPPELLA 155 

afferra a secozzune, 
piglia a barvazzale a sciacquadiente, 
Mascune, mano merze, ntunamente, 
Chechere, scoppolune, scarcacoppole, 
Annicchie, scervecchiune, 
Cauce, serrapoteclie e ntommacune, 
E le mette na foca pollecara^*. 
Vasta, ca piglia punte, e leva taglie; 
Fa la voce de l'ommo, 
La corzeta de crapio; 
Semmena spetezzate, 
E,ecoglie molegnane^®; 
E, quanno tu te cride, 
Ca vo mestire^'^, comme a caparrone, 
Che dia masto a n'asserzeto^^ 
E che vette le mescole; 
Scoppa di, fa buon juorno. 
Te resce no cavallo de retuorno!, 
Affuffa, alliccia, assarpa ed appalorcia, 
Sporchia, sfi'atta, e se coglie le viole, 
E squaglia, e sfila, e sparafonna, e spara 
Lo tiro de partenza, 
Se la dace ntallune, e sbigua, e scorre; 
Se ne piglia le vertole; 
. Ajutame tallone, ca te cauzo !, 
Le carcagna le toccano le spalle. 
Ed ha lo pede a leparo, e te joca 
Lo spatone a doi gamme; 
E, comme a gran potrone, 
Arranca, e fuje; receve, e va mpresone! 



88 Modi di stringer la gola colle mani. Per la sinonimia napole- 
tana degli schiaffi e altre percosse, cfr. Partenio Tosco (0. e, pp. 255-7). 
83 Lividure. 9" Investire, cozzare. 
9^ Mandi in rovina un esercito. Cfr. J/.Y., Ili, ecc. 



156 LO CTJNTO DE LI CUNTI 

Fah. Retratto spiccecato 

De sti sgarratallune ! ^ 

comm'è naturale! 

E di ca non ne truove 

Chiù d'uno, affé!, de chisse, 

Che co la lengua smaglia, 

E non vale pe cane de na quaglia ^^I 
Jac. N'adolatore mo te lauda, e sbauza 

Pe fi ncoppa lo chirchio de la luna; 

Te vaco sempre a bierzo, 

Te dà pasto e calomma^^. 

Te dà viento a la vela, 

Né mai te contradice; 

Si si n'uorco n' Esuopo'', 

Dice ca si Narciso; 

E, s'aje nfacce no sfriso ®^, 

Jura, eh' è nieo, e na pentata cosa; 

Si tu si no potrone. 

Afferma, ca si n' Ercole Sansone; 

Si de streppegna vile, 

Attesta, eh' è jenimma de no conte. 

Xsomma, sempre t'alliscia e te moseja®*; 

Ma vi non te legasse a le parole 

De sti parabolano cannarune '' ! 

E bi non nce facisse fonnamiento! 

No le credere zubba, 

Ne le stimare nibba^^, 

Non te fare abbiare. 

Ma fanne sperienzia a sta coppella; 

'•'^ Int.: de cane joe no quaglio. Trasposizione scherzosa. V. fi.S, p, 48, 
™ Metaf. tratta dal linguaggio marinaresco; calomare, lasciar scor- 
rer liberamente la gomena o altro cavo. 
^' Esopo, del quale è proverbiale la bruttezza. '"' Sfregio. 
^ Lecca. ^ Ghiottoni. ^^ Niente. 



JORNATA I. LA COPPELLA 157 

Ca tuocche co le mano 

Ca chisse hanno doje facce, 

Una facce da nante, una dereto, 

Ed hann'autro a la lengua, antro a lo core; 

So tutte lavafacce e fegnemiente ; 

Te coffeja, mette nmiezo"^. 

Dà la quatra, pascheja, piglia de paise *°°, 

Te nzavaglia, te ngarza, e te nfenocchia, 

E te mbroglia, e te ceca, e te mpapocchia 

Quanno isso te asseconna. 

Sacce ca, tanno, tu curre tempeste; 

Co lo risiilo mozzeca, 

Te mbratta co l'encomie, 

T'abbotta lo pallone, 

E sbotta lo vorzillo; 

Tutto lo fine sujo 

È da zeppolejaro e scorcogliare, 

E co li vraccbe de le laude soje, 

E co le filastoccbe e paparaccbie. 

Te caccia da lo core li pennacchie^"^; 

Che, schitto pe scroccare 

Quarche poco d'argiamma, 

Pe ire a le pottane o le taverne. 

Te venne le vessiche pe lanterne ! 

Fab. Che se perda de chisse la semmenta, 
Uommene ammascarate, 
Che songo, pe schiaffarece a no sacco, 
Fore Narciso, e drinto parasacco! 

lac. Siente mo de na femmena, che stace 
A chi vene, a chi vace ^^- ! 
Vide na pipatella, 
N'isce bello, no sfuorgio, na palomma, 



99 (EO) mene miazo. i*>0 (es) de paiso. ^^^ Danari. 
^02 Di una meretrice. 



158 LO CUNTO DE LI CUNTI 

No schiecco, no giojello, 

No cuccopinto, na Fata Morgana, 

Na luna quinquagesima retonna, 

Fatta co lo penniello; 

La vevarrisse a no becchiero d'acqua, 

No muorzo de signore, 

Ninnella, caccia core! 

Co le trozze t'annodeca, 

Co r nocchie te smatricola, 

Co la voce te sbufara! 

Ma, comme è copellata. 

Uh, quanto fuoco vide. 

Quanta tagliole e trapela, 

Quante mastrille e trafeche. 

Quante matasse e gliommare! 

Mille viscate aparano, 

Mille malizie mentano, 

Mille trapole e machine, 

Moscate stratagemme, 

E mene e contrameno e mbroglie e sbroglio! 

Tira comme a n'ancino, 

Nsagna^''^ comme a barviero, 

Gabba comme a na zingara**", 



i03 Salassa. 

^oi Contro gli zingari c'è una serie di prammatiche, che ne ordi- 
nano la cacciata da Napoli e dal Regno. V. pramm. 13 luglio I559i 
rip. il 1560, 1569, 1575, 1585, ecc. (De Sariis, Codice delle leggi, Nap., 
1797, L, XII, T. LVI). Il Del Tufo li menziona tra le nazioni, ch'erano 
a Napoli al suo tempo (1588): « I zingari ancor lor, che dall'Egitto, 
Popolo cosi afflitto, Vengono ramingando », trovano da vivere, « col 
vender dei fosilli e moscoloni » {nis e, f. 103). Nel seicento, una colo- 
nia di zingari abitava in un luogo del quartiere degl'Incarnati, presso 
l'Arenacela: che « fu assegnato per abitazione a questa razza di gente, 
per farla abitare fuori della città, e, quarant'anni sono (intorno al 
1650), ve ne abitavano più di cento famiglie, che avevano il di loro 
capo, e qlieslo chiamato veniva Gapitanio » (Gel., 0. e, V, 461). Gfr. Ili, 3. 



JORNATA I. LA COPPELLA 159 

E mille vote pienze, 

Che sia vino, che cresca, 

Ed è carne, che mesca ^'^^! 

Si parla, ntramma, e, si cammina, ntesse; 

Si ride, ntrica, e, si te tocca, tegne ; 

E, quanno non te manna a lo spitale. 

Si trattato d'auciello, d'anemale; 

Che, co marditto stile. 

Te lassa, senza penne, senza pile ^"^ ! 
Fai). Si tu mettisse ncarta quanto aje ditto. 

Se vennarria seje pubreche sta storia ^^~; 

Ca se ne caccia assempio, 

Ca se fa l'ommo spierto a stare allerta, 

E non darese nmano a sse squartate; 

Perchè è moneta fauza, 

Huina de la carne e de la sauza! 
Jac, Si vide pe fortuna a na fenestra 

Una, che pare a te, che sia na fata; 

Ha li capille junne. 

Che pareno a bedere 

Catenelle de caso cavalluccio ^"^ ; 

Lo fronte, comme a schiocco; 

Ogn' nocchio, che te parla e mire nfrutto ; 

Doje lavra, comme a felle de presutto ; 



i05 Mischia, è contagiosa. 

106 II Braca, nella farsa Sautabanco, tra varii mali nomina: « na 
lìelarella a na ingidnaglia » {ms, e, f. 31). Il Landò: « Guardati di 
rimescolarti con cortigiane, ispezialmente in Napoli, Roma, Vinegia ; 
se non ne vuoi in premio riportare gomme, piaghe, doglie, taruoli, 
pannocchie, dentanj-ole e 2?elarelle » (cit. dall' Iml3r., l. e, p. 100). Gfr. 
SgTuttendio (0. e, I, 47; II, 5). 

i07 (EO) venarria. — Storie, propriamente quei libercoli popolari, 
di varia contenenza, che si stampavano, allora come ora, a soddi- 
sfare i bisogni letterari! del popolo. 

i^'S Trecciuole di formaggio, una delle tante forme nelle quali si 
sogliono lavorare i formaggi, ancora in uso nelle nostre Provincie. 



l6o LO CUNTO DE LI CUNTI 

No piezzo de scliiantone, 

Auta e desposta, cornine a Gonfalone! 

E tu, non tanto nce aje mpizzato l'uocchie, 

Che muore ashevoluto, 

Che spantecho sparuto. 

Catammaro, catarchio!, 

Saccela copellare, 

Ca chello, che te pare 

Na bellezza de sfuorgio, 

Trovarraje, che è no destro mpetcnato ^^''j 

No muro ntonacato, 

Mascara Ferrarese ^*°, 

Ca la zita ave spase li trappite^^M 

Le trozze so a posticcio, 

Le ciglia songo tento a la tiella^^-, 

La facce rossa chiù de na scotella 

De magra, cauce vergene e bernice; 

Ca s'alliscia, se nchiacca, 

Se strellicca, se nchiastra e se mpallacca 



i09 Vaso immondo. 

110 II Folengo, nel Baldo, dice : « Mille trovai fogias in vestis pul- 
cra Ferrara » {Macclu, II, Ed. Mantova, 18S2, i, 93). Vediamo ora 
che cosa siano le tnaschere Ferraresi. Il Garzoni, discorrendo dei 
« mascherari », accenna all'uso comunissimo della maschera a Fer- 
rara, e poi dice: « Come si captivan meglio i giovenetti inesperti et 
mal accorti, che sotto quegli habiti di Ninfe Ferraresi, che portano 
si garbatamente attorno le donne meretrici? » (0. e, p. 649). Lo 
Sgruttendio dice: « Chella faccia janca e rossa De colure mpete- 

nata pare Mascarella Ferrarese » (0. e, G, IX). Nell'opera dol 

Cantone, che citeremo più sotto, c'è una « Tariffa, overo annoiamento 
delti prezzi per li quali s'haveranno da fare l'estima per infrascritto 
robbe e mercantie, tanto in la Regia Doana di Napoli, quanto per 
il Regno >, e in questa lista, a p. 247, si legge: « Mascliare Ferra- 
rese, la dozzena: D. 3. ». 

m Ha sfoggiato le sue ricchezze, ornando a festa la casa. V. più 
oltre: « Para la casa soa comme la zita ». 11* Padella. 



JORNATA I. LA COPPELLA l6l 

Tutta cuonce ed agniente, 

Tutta pezze, arvarelle, 

Purvere e carrafelle, 

Che pare, quanno fa tanto apparato, 

Che boglia medecare no nchiagato ^^^. 

Quanta deflette, e quanta 

Copreno le camorre ^^^ e sottanielle! 

Otra, ca, si se leva li chianielli. 

Co tante chiastre e tante cioffe e tante, 

Vedarraje fatto naimo^^^ no giagante! 
Fab. Affé, me vaje rescenno pe le mano ! ; 

Io devento na mummia, resto ammisso. 

So fere de me stisso! 

Ogne settenzia, frate, che tu spute, 

Vale settanta scute ; 

Nce puoje dare a sti ditte co no maglio, 

Né te scazzeche punto 

Da chillo mutto antico: 

« La femmena è secunno la castagna; 

« Da fere è bella, e drinto ha la magagna ». 
Jac. Venimmo a lo mercante, 

Che fa cammie e recammie, 

Assecura vascielle e trova accunte; 

Trafeca, ntrica, e mbroglia; 

Tene parte a gabelle, 

Piglia partite, e tira le carate^^^; 

Face vascielle e fraveca; 

S'enchie buono la chiaveca; 

Para la casa soa, comme la zita; 

Sforgia, comme a no conte; 

E fruscia seta, e sfragne, 

Mantene uommene, sierve e donne libere, 



113 Impiagato. ^^ Gammurre, 



"•> Impiagato. ^'■■^ trammurre. 

115 Nano, iii^ Carato, parte che si ha da un'impresa commerciale. 



l62 LO CUXTO DE LI CUNTI 

Ch' ogn' uno n' ave midia ! 
Nigro, si se copella!, 
Ch'è na recchezza n'ajero, 
È na fortuna nfummo, 
Fortuna vitriola, 
Soggetta a mille viente. 
A riseco de l'onne! 
E bella apparescenzia, 
Ma te gabba a la vista; 
E, quanno chiù le vide 
Eellusse a furia, e a pietto de cavallo, 
Perde tutto lo juoco pe no fallo ! 
Fah. De cbisse te ne conto le migliara, 
Ch'hanno scasate case, 
E la ricchezza loro 
Se ne va mvesebilio : ca me vide, 
Ca no me vide!; e fecero a sto munno, 
A barva de lo tierzo o de lo quarto, 
Scarze de sentemiento. 
Buono pignato, e tristo testamiento! 
Jac. Ecco : lo nammorato 
Stimma felice l' ore. 

Che spenne, e spanne, nservizio d'ammore; 
Tene dece le shiamme e le catene, 
Tene cara la frezza. 
Che lo spertosa pe na gran bellezza; 
Confessa, eh' è restato 
Co morire allancato. 
Co vivere stentato; 
Chiamma gioja lo pene. 
Spasso li sbotacapo e le cotture; 
Gusto le crepantiglie e le martielle; 
Non fa pasto, che jova; 
Non fa suonno, che vaglia; 
Suonne smesate, e pasto senza voglia; 



JORNATA I. LA COPPELLA 163 

Senza tirare paga, fa la renna 

Ntuorno a le porte amate; 

Senz'essere archetetto, fa designe, 

E fa castielle n' ajero ; 

E, senz'essere boja, 

Fa sempre strazio de la vita soja! 

Co tutto cliesto, pampaneja e ngrassa, 

E fa tanto de lardo, 

Quanto cliiù pogne, e smafara lo dardo. 

Tanto fa festa e juoco, 

Quanto coce lo fuoco; 

E stimma felicissima fortuna, 

L'essere annodecato co na funa! 

Ma, si tu lo copielle, 

T'adduone, eh' è no rammo de pazzia, 

Na specia d'ettecia, 

No stare sempre nfuorze 

Tra paure e speranze, 

No stare sempre mpiso, 

Ti'a dubbie e tra sospette; 

No stare sempre male, 

Gomme la gatta de Messe Vasile^^'^, 

Che mo chiagne, e mo ride ; 

No cammenare stentato e sbanuto, 

No parlare a repieneto e nterrutto, 

No mannare a tutte ore 

Lo cellevriello a pascere; 

E avere sempre mai 

Lo core de mappina. 

La facce de colata, 

Caudo lo pietto, e l'arma ntesecata! 

E, si pure a la fine 

Scarfa lo jaccio e scantoneja la preta 



i" Allude a sé stesso, e a un gatto, che pare prediligesse. 



104 LO CTJNTO DE LI CUNTI 

De chella cosa, cli'amma, 

Che quanto arrasso è cliiù, tanto è chiù arrente, 

Prova appena lo doce, die se pente! 
Fah. tristo chi nce matte 

A ste rotola scarze*^*! 

Nigro chi mette pede a sta tagliola!, 

Ca sto cecato manna 

Li gnste a deta, e li tormiente a canna! 
lac. E lo scuro poeta 

Delluvia ottave, e sbufara soniette, 

Strude carta ed angresta^^^, 

Secca lo cellevriello, 

E conzumma le goveta^^^ e lo tiempo, 

Sulo perchè la gente 

Lo tenga pe n' oracolo a lo munno ; 

Va comme a spiretato. 

Stentato e nsallanuto ^^\ 

Pensanno a li conciette. 

Che mpasta nfantasia, 

E va parlanno sulo pe la via, 

Trovanno vuce nove, a mille a mille : 

« Torreggi an ti pupille, 

« Liquido sormontar di fiori e fronde, 

« Funebri e stridule onde, 

« Animati piropi 

« Di lubrica speranza, 

« che dismisurata oltracotanza ! » 

Ma, s'isso è copellato. 

Se ne va tutto nfummo! 

che bolla composta! — , e loco resta! 

Che matricale! — , e spienne! 

E, fatto lo scannaglio, 

Quanto fai vierze chiù, manco ne' è taglio! 



"8 Disgrazie. ii» Incliioslro. 120 Gomiti, i^i Trasognato. 



.TORNATA I. LA COPPELLA 165 

Lauda chi lo desprezza, 

Essauta chi l'affanna, 

Stipa mammona eterna 

De chi se scorda d'isso, 

Dà le fatiche soje 

A chi mai le dà zubba: 

Cossi la vita sfragne: 

Canta pe gloria, e pe miseria chiagne. 
Fah. Con effetto, passare 

Chille sante Martine^'--, che portato 

Era chianta de mano ogne poeta; 

Ch'a chesta negra etate, 

Li Mecenate songo macenate; 

E a Napole, fra l'autre, 

(Ch'io ne schiatto de doglia!). 

Lo lauro è puosto arreto da la foglia*'-^! 
Jac. Lo astroloco, isso puro, 

Ave da ciento hanno 

Tante e tante addemmanne: 

Chi vo sapere si fa figlio mascolo. 

Chi s'ha lo tiempo prospero^-*, 



i-2 Int.: quei lieti giorni. La festa « del sacrosanto di di S. Mar- 
tino, Così tenuto in stima, Quando s'assagia il vino, Che fa tornare 
ogni trista alma lieta », è lungamente descritta, tra gli altri, dal Del 
Tufo {ms. e, ff. 134-5). Velardiniello, parlando del bel tempo antico, 
ricorda: « cliille Capodanno e Samìnartino » (ed. Porcelli, p. 8). 

i23 si è già accennato alla passione proverbiale dei napoletani per 
la foglia, erbe ortensi. V. n. 58, p. 40, e «. 44, p. 85. Nel libro For- 
cianae quaesUones (Xeap., MD XXXVI, f. 6), eh' è del Landò, si legge: 

« Neapolitanos caulibus libentissime vesci ». V., passim, il Del 

Tufo {ms. e). Il Capaccio dice: « Mangiano d' herbe hortensi trenta- 
milia e più scudi al mese » (Fon, p. 847). Del Cortese, tra 1 moltis- 
simi luoghi, che si potrebbero recare, citerò : « Napole mio, dico chi 
voglia, Non sì Napole chiù, si non hai fogliai » {.Micco Pass., m, 23). 

^24 (ED) die s'ha lo tiempo prospeto. 



l66 LO CUNTO DE LI CUNTI 

Chi se vence lo cliiajeto *^^, 
Chi s'ha sciorte contraria; 
L'uno, si la segnerà penza ad isso, 
L' antro, si ha da tronare, o fa l' agrisso '^"j 
E loco dà pastocchie. 
Che nce vorria na varrà ^", 
E meza ne nevina e dento sgarra! 
Ma, drinto a sta coppella, 
Puoi vedere s'è porvere o farina; 
Ca, si forma quatrate. 
Se trova luongo e granne, 
E, si desegna case^^^, 
Non ha casa, né fuoco; 
Mostra figure, e scopre brutte storie ; 
Saglie ncoppa a le stelle, 
E dà de culo nterra; 
All'utemo, stracciato e sbrenzoluso *^", 
Tutto lenze e peruoglie, 
Le cascano le brache, 
E loco miri astrologia chiù vera, 
Ca mostra l'astrolabio co la sfera! 
Fah. Me fai ridere, frate, 

Sibè non n' aggio voglia! 
Ma chiù me vene riso a schiattaricllo, 
De chi crede a sta gente; 
Pocca pretenne nevinare ad autro, 
E non nevina, che le vene aduosso: 
Mira le stelle, e vrociola a no fuosso ^^" ! 
Jac, N' autro se tene d'essere patrasso, 
E se stira la cauza^^^ 



12j Qui, nel senso proprio: lite. i^c Ecclissi. ^^ Bastone. 
12* (EO) cafet. 129 (Eo) sbrenzolutn. 

130 Come Talete, secondo il nolo aneddoto. 

131 si mette in superbia. 



JOENATA 1. LA COPPELLA * 167 

E squatra le parole, e sputa tunno, 
E se stimma lo meglio de lo munno! 
Si tratte poesia, 

Ne passa a piede chiuppe lo Petracca; 
Si de filosofia, 

Te dà quianece e fallo, ad Arestotele; 
D'abaco no la mpatta a lo Cantone ^^^; 
D'arte de guerra è sfritto Cornazzaro^^^; 
D'architettura, tornatenne Eucride!; 
De museca, dà piecco a lo Venosa ^^^; 
De legge, è juto a mitto Farinaccio ^^^ ; 
E de lengua ne ncaca lo Voccaccio^^^! 
Nfila settenze, e smafara conziglie, 



132 Di Oberto Cantone, genovese, è a stampa « Vuso pr attico del- 
Varitmetica di Oberto Cantone da Genova, Professor delle discipline 
matematiche. Nel quale con nuova inventione s'insegna in inateria 
di conti l'uso tanto della Regia Camera della Sommaria quanto di 
Negotianti, ricreanti et Artegiani e coms Napoli cambij et recambij 
in ciascuna piazza. In Napoli, appresso Tarquinio Longo, MDIG. Si 
vendono dal medesimo autore a Banchi nuovi »; di pp. 292. DebUo 
al eh. Prof. L. T. Belgrano, dell'Università di Genova, la curiosa no- 
tizia che questa frase del N. sia ancora viva nel popolo genovese, il 
quale, a significare una persona molto dotta, e non solo in aritme- 
tica, ma in qualsiasi altra materia, usa sbrigarsi col dire: ò ne sa 
Giù de m,eistro Cantoni 

133 Gorr.: Cornazzano. — Antonio Cornazzano, di Piacenza, che 
fiorì nella seconda metà del S. XV. Scrisse, tra l'altro, in terza rima, 
l'opera Be Re Militari. 

134 Carlo Gesualdo, Principe di Venosa ( -1614), il maggior ma- 
drigalista italiano. V. intorno a lui il Florimo, La sctoola m,usic. di 
Napoli, Nap., 1881, I, 74-6. 

135 Prospero Farinaccio, romano, uno dei maggiori giureconsulti 
di quel tempo (1544-1618). Alla sua fama presso i posteri contribuì 
non poco l'essere stato il difensore di Beatrice Cenci. V. intorno a 
lui, tra gli altri, il Ghilini. Teatro d'huom. letterati (Milano, s. a., 
p. 386), e A. Bertolotti, Francesco Cenci e la sua famiglia, 1879, 
pp. 203-21, 136 Boccaccio. 



l68 LO CmfTO DE LI CUNTI 

E non vale a lo juoco de li sbriglie ^^^. 

Ma, si vene a la prova, 

Se trova ncrosione 

Fra no stipo de libre no cestone ^^^ ! 
Fai). quanto è bestiale 

Lo presumere troppo; 

Solea dire no bravo studianto: 

« Chi cbiù pensa sapere, è chiù guorante 
Jac. Dove lasso l'archimmia e l'arcliemista? 

Già se tene contento. 

Già se stimma felice, 

E, fra vinte o trenta anne, 

Prommette cose granne. 

Conta cose stopenne, 

C'ha trovato stillanno a lo lambicco, 

Che spera essere ricco. 

Ila, comme se copella. 

Resta magnato tutto, 

E vede si sofistica è chella arte; 

Vede quanto è cecato, 

Sedunto e affommecato, 

Ch'a puosto le colonne de speranza 

Ncoppa vaso di vrito; 

C'ha puosto li penziere e li designe 

Tutte miezo a lo fummo; 

Che, mentre co lo manteco 

Va le vanno le shiamme, 

Co le parole ntanto, 

Pasce lo desederio de chi aspetta 

Chello, che mai non vene. 

Va a caccia de secreto, 



i3'7 Birilli. V. pr. G. IV. 

i38 Giuoco di parole Ira stipo, armadio, e cestone, grossa cest ■, 4 
anche sciocco. 



JORNATA I. LA COPPELLA 169 

E se va^^^ spobrecanno pe no pazzo; 

Pe retrovare la materia prima, 

Perde la propria forma; 

Crede moltiprecare 

L'oro, e desmenuisce chello, ch'ave; 

Se magena sanare 

Li metallo malate, 

Ed isso se ne coi-re a lo spetale; 

E, ncagno de quagliare 

L'argiento vivo, azzò se spenna e vaglia, 

La stessa vita, faticanno, squaglia. 

E, mentre trasmotare 

Se pensa nnoro fino ogne metallo. 

Se trasmuta da n'ommo no cavallo! 
Fah, Senza dubbio è pazzia 

A pigliare sta mpresa: io n' aggio visto 

Ciento case scasate, e poste nfunno! 

Nullo ne luce maje. 

Ma, pe granne speranza desperato, 

Ne va sempre affommato, ed affammato ! . 
Jac. Ma dimme; vuonne chiù pe tre caalle? 
Fah. Io stongo canna aperta pe scortare. 
Jac. Ed io me ne jarria per fi a la rosa! 
Fah. Secuta puro mo, che stai de vena! 
Jac. Si, quanno l'arma non me stesse mpizzo, 

Pocca passata è l'ora de lo mazzeco! 

Perzò, sfilammonnella, 

E viene, si te piace, 

A la poteca mia, 

Ca menarrimmo nsiemme li morfiente ^■^^ : 

Non manca tozze a casa de pezziente! 



139 /EO) se ne va. '■^'^ Denti; e propr., gl'incisivi e i canini. 



Ijo LO CUNTO DE LI CUNTI 

Foro le parole de st'egroca accompagnate da cossi 
graziasi jeste, e co smorfie cossi belle, che potive cac- 
ciare li diente da quante le ntesero. E, perchè li grille 
cbiammavano la gente a retirarese, lo prencepe lecen- 
ziaje le femmene; con che fossero venute la matina ap- 
priesso a secotare la mpresa; ed isso, co la schiava, se 
reteraje a le cammare soje. 



Scompetiira de la Jornaia primma. 



JORNATA SECONNA 



H/ra scinta l'arba ad ognere le rote de lo carro de 
lo sole, e, pe la fatica de lo bottare l'erva co la mazza 
drinto la semmoja^ s'aera __fatta rossa comme a. m?^ milo 
diece^; quanno, levatose Tadeo da lo lietto, dapò na granne 
stennecchiata, chiammaje la schiava. E, bestutose nquatto 
pizzecbe, scesero a lo giardino, dove trovare arrevate le 
dece femmeue. Glie, dapò fatto cogliere quatto fico fresche 
ped uno, che, co la spoglia de pezzente, co lo cuollo de 
mpiso e co le lagreme de pottana^, facevano cannavola a 
la gente, commenzaro mille juoche pe gabbare lo tiempo fi 
all'ora de lo mazzecare^: non lassandoce ne Anca Nicola'^, 



^ Mozzo, parte centrale della ruota. 

2 Mela verraigliona. Il Cort. : « Ch'avea na facce rossa, janca e bella, 
Gommo no mito dece slralucente » {Micco Pass., Il, 20). 

3 Che sono i tre requisiti del fico, secondo il prov. napol. Cosi 
anche il Del Tufo (ms. e, f. io). 

* Seguono 31 giuochi popolari. Altri 14 ne accenna il X., princ. 
G. IV. E quasi tutti questi, e non pochi altri, enumera nella lettera 
alVUneco shiammeggiante. — M. A. Perillo, nella sua favola dram- 
matica La Pescatrice (Nap., 1630), ha anche una lista di giuochi (I, 7). 

3 Cfr. Ili, 3, I.ett. cit., Perillo, l. e. Nel Patrò Calienno de la Costa, 
comedia buffa (1709), che va col nome di Agasippo Mercotellis, c'è 
questa canzonetta: « Anga Nicola, Sì bella e sì bona, Sì bella mmare- 
tata. Quanta corna tiene ncapo ? — Quattro. — E si ciuco avisse ditto, 
A cavallo fusse scritto, A cavallo de na crapa, Quanta corna tiene nca- 
po? — Sette ». V. Scherillo, I canti pojìol. nelV opera ì>uffa (in GBB, 



172 LO CUNTO DE LI CUNTl 

né Rota de li cauce'^, né Guarda mogliere'', né Covalera^, 
né Compagno mio, feruta so^, né Barino e coìnìuannamien- 



I, i). Giuoco ancor vivo. Un fanciullo nasconde la testa in seno a 
Tino dei compagni. Questi vi pone su le mani, con una o più dita 
aperte, e domanda: « Quanta corna tiene ncapo? » Se chi sta sotto 
indovina, il suo posto è preso da chi fa il giuoco; se no, si conti- 
nua, finché non indovini. Cfr. Pitrè", Giuochi fanciidlescht, N. 87, A 
càncara e bella (BibL. Xiri, pp. 169-75). A un giuoco a Anca Nicola, 
diverso da questo che ho descritto, accenna il Rocco, che dice: « Con- 
siste nel giungere ad una meta su di un solo piede, ma senza saltare, 
e quindi strisciando il piede in modo che avanzi or la punta ora il 
tallone. Si accompagna il giuoco con questa cantilena: Anca Nicola, 
Sì bella e sì bona, Sì bona e si bella, Comm'a culo de biella » (R). 

8 Cfr. Ktroduzz., e Leti. cit. Accenna questo giuoco anche il Del 
Tufo: « Chi poi dietro un cantone, A la rota di calci a lo vespone » 
(nw. e, f. loi). Che non ha a che fare col giuoco : A la rota, a la ro- 
ta, descr. dal Cortese (Ciullo e Ferna, p. 13), né coli' altro: Rota, 
rota, menz. dal Serio {Vern., p. 49-50). Si suol fare, invece da una 
compagnia di fanciulli, che girano tenendosi per mano, e respin- 
gendo coi movimenti dei piedi uno di loro, che sta di fuori e deve 
•sforzarsi di entrare nel circolo. Chi lo lascia entrare, va di fuori. 

■^ Cfr. Lett. Il Pitrè, n. 168, descrive il giuoco: A vardamv.gghteri 
(/. e, 290-1); che, almeno nel nome, si riscontra con questo. 

* Cfr. Lelt.\ Del Tufo; Perillo; Velardiniello {l. e, p. 8); Cortese 
( Vajasx., I, 25). B. Zito lo descrive cosi: « Lo juoco de covalera l'ausano 
a Napole li fegliule grannecielle e se face de chisto muodo: s'acchiet- 
tano otto o dece fegliule, li quale mprimma jocano a lo tuocco, a chi 
de Uoro deve attoccare a covare; ed a chillo che attocca, se le fa 
fare juramiento de non vedere addove se vanno ad accovare; e cosi, 
accovate che so, guidano nmezzo chillo che cova e le diceno: Vlenela, 
rienc\ Allora, chillo che cova, se parte da lo luoco addove steva, e va 
cercanno chille, che stanno accovate, e s'abbene che nne trova quar- 
cuno, subbeto l'abbraccia stritlo, e dice: Aiiciello, auclello; e ntanno, 
chillo ch'è pegliato, l'attocca a covare ad isso » (0. e, p. 68). Ag- 
giungo che a quello, che è volto contro il muro, si suole accostare 
uno dei giuocatori, e, battendogli sul dorso, gli dice: « Cova cova- 
lera. Chi ncappa e chi leva.... Spim^'ola ccà, spingola Uà, Santa Lucia 
te fa ceca! » 

Cfr. Lett. e III, 3. Il Garzoni, in una sua lunga lista di giuochi 
fanciulleschi, menziona: A buon compagno son sta ferito (0. e, pp. 



JOENATA II. TEATTENEMIENTO I. I73 

io^°, né Ben venga lo Mastro^^, nèEentinola, mia rentinola^^, 
né Scarreca la votta^^^ né Santa parmo^*, né Preta nzino^', 



563-4). Il Serio: Compagno mio feruto sotto (0. e, 50). Ed è forse lo 
stesso del giuoco siciliano: A cumpagnu sei flrutu, descritto dal 
Pitrè {l. e, n. no, pp. 200-1). 

10 Gfr. Leu. Nella G. IH, 3. Renza, abbandonata dall'amante, dice: 
« Vedéreme fatto lo juoco de li peccérille: Banno e eommanna- 
miento da parto de 3Tastro lommiento, mentre me magenava de jo- 
quare ad Anca Nicola co tico ! » Gfr. anche II, 6. Un giuoco, nel quale 
le parole rituali dovevano modellarsi sulle formole dei bandi, che, 
difatti, cominciavano, per es.: « Bando e comandamento da parte della 
Gran Corte della Vicaria, per lo quale si notifica, ecc. ». 

il Gfr. IV, 8, e Leu., 

i'2 Gfr. Leu. — Rentinola, rondine. C'è un giuoco, nel quale una 
fanciulla si mette in ginocchio, le altre le stendono le mani in testa, 
e una di loro gira intorno, cantando : « Rondine, mia, rondine, Sus- 
siteve a balla. — Che m' aggi a sosa a fa? — Ve vote lu vostro pa- 
dre. Che ve vote mmarità ecc. ». Così in una versione beneventana. 
Una versione napol., invece, comincia: « Tanninola, tonninola, Jesce 
a balla ». Finita la canzone, prende una delle fanciulle, e ricomin- 
cia il canto, finché non sieno prese tutte, meno quella che sta in 
ginocchio. (F. Gorazzini, I compon, minori della letter. pop. Hai., Be- 
nevento, 1877, pp. 108-9). 

i3 Gfr. Ili, 3. Il Serio ne riferisce le parole: « Piripirotta, Scarreca 
la votta, Piriperino, Scarreca lo vino » (0. e, p. 50). V. anche De 
Bourcard, ( Usi e cost., I, 303, sgg.), e L. Molinaro del Chiaro, in GBB., 
in, 6), il quale lo annovera tra i giuochi infantili, e dice che si fa, 
« ponendo il fanciullo a cavalcione siiUe ginocchia e agitandolo in 
guisa del trotto dei cavalli... Nel ripeter l'ultimo verso si allargano 
le cosce così da farvi cadere in mezzo il bambino ». Gfr. Pitrè: A 
scarica canali (0. e, n. 118, pp. 212-5). 

1* Lo descrive lo Sgruttendio in un suo sonetto: « Le disse: Cecca, 
va a lo fenestriello, E a sauta parrìie videce jocare ». Chiamati va- 
rii compagni, incominciano a saltare. Ma, al poeta, nel saltare, si 
rompe la cinghia dei calzoni, e Cecca esclama: « Chisso n'è sauta 
parme, è zitabona! » (0. e, I, 37). Gfr. il Serio: zompa,parm,o (0. e, 
P. 50). 

1^ Gfr. Leti, e Del Tufo {JL. e); Velardiniello: « Le donne: a preta 
nsino, a covalera, Tutto lo juorno sino a notte nera » (0. e, p. 8). 
Potrebbe esser qualche cosa di simile al giuoco più conosciuto col 



174 LO CUNTO DE LI CL'NTI 

né Pesce marino ncagnalo^'^, né Anola tranoia, pizza foìifa- 
nola^~, né Re mazziero^^, né Gatta cecata ^^, né A la lampa a 
la lampa^^, né Stienne mia cortina^^, né Taf aro e tamhiirró^^, 



nome dell'anello. Un giuocalore, con un oggetto (un sassolino, o 
anello che sia) chiuso tra le palme, va in giro per gli altri e fa a 
ciascuno l'atto di lasciarglielo in mano o nel grembo. Poi domanda 
a uno di loro a chi l'abbia lasciato realmente. In Sicilia questo 
giuoco si dice anche: a la pitnidda (Pitrè, o. e, n. 40, pp. 978). 

i*» (ES) né Agitelo. E crea cosi un altro giuoco, che dà luogo a 
un'erronea congettura del Liebr. {A)Wi., I, 404). Cfr. Leti., dove si ag- 
giunge: « Piglia la preta e shiaccalo ». 

*^ Cfr. Leu., e V. 3, dov'è una delle frasi fatate di Betta, 

18 cfr. Leu., Perillo. Il mazziere è un « serviente di magistrato, 
così detto dalla mazza, che porta avanti, come i littori dei Romani; 
ed è anche sorta di carica nelle processioni delle nostre congrega- 
zioni per lo stesso motivo » (VM. 

15 Cfr. Leu.; Del Tufo. Anche giuoco comunissimo, pel quale vedi, 
tra gli altri, Corazzini (0. e, pp. 101-2), e Pitrè (0. e, n. 100, pp. 191-4). 

20 cfr. Leu. I giuocatori mettono il loro indice sotto la palma 
della mano d'uno di loro, e cantano: « A la lamiìa, a la lamim, 
Chi ce more e chi ce campa; A Parrocchia u Salvatore, Chi ce re- 
sta va im prigione ». E chiudendosi a \\n tratto la mano, chi resta 
preso « va sotto ». Corazzini (0. e, pp. 108 9); e cfr. Imbriani, Le can- 
zonette in/ant. pomiglian., Boi., 1877, pp. 8, 27. Si suol fare, general- 
mente, non come giuoco da sé, ma come principio di giuochi. 

21 Cfr. Leu.; Velardiniello; Del Tufo; G. Il, 3. Corrottamente anche: 
Stienne, stienne matutina o MasV Austino. Ecco come lo descrive il 
Rocco nel GBB, VII, i: « Più fanciulli si mettono in fila di lato, 
tenendosi l'un l'altro per mano; e, mentre il c^po del giuoco dice: 
f^tienne, stienne, mia cortina, i fanciulli distendono le braccia, il 
più che sia possibile, e rispondono: Aggio stennuto. Indi alla voce: 
Pance no nudeco, tutta la fila intera passa per sotto le braccia del 
primo e del secondo, rispondendo: nce V aggio fallo; e cosi il se- 
condo rimane colle braccia incrocicchiate sul petto. E, seguitando a 
dirsi: Fancenne n'autro, questo passaggio si ripete, finché tutti ri- 
mangono in simile attitudine conglomerati. Ordinariamente, il giuoco 
termina col ruzzolare di tutti per terra ». 

22 Cfr. L^tt. e Del Tufo: « Altri in dolce susurro Stanno giocando 
a taffara e tamburro » {J. e). — Tafaro, il sedere. — Cfr. Pitrè: A 



JORNATA II. TEATTENEMIENTO I. 175 

né Travo luongo^^, né le Gallinelle'^, né Lo viecchio no 
è vemcto'^^, né Scarreca varrile-'^, né Mammara a nocel- 
la-'^, né Sagliepengola ^*, né Li forasciute ^^, né Scar- 
rìglia 3Iastrodatto ^°, né " Vienela vienela ^^, né Che tiene 
nmanof, Vaco e lo filo^', né Auciello auciello, maneca de 



tafara e lafaruni (0. e, n, 109, p. 200). Nella G. V, 3, è un'altra delle 
frasi fatate di Betta, coU'aggiunta: « pizze ngongole e cemmino ». 

23 cfr. Del Tufo: A cavallo luongo {l. e). È una specie di altalena; 
una lunga trave, posta su di una pietra, e ai due capi seggono due 
fanciulli. Non ha relazione col giuoco: A travu longu, descr. dal 
Pitrè (0. e, n. 128, pp. 231-2). 

2* Cfr. Lett.^ Perillo, e il Serio (0. e, p. 50). 

25 Cfr. Leu. 

26 Cfr. Ze«., Velardiniello, Del Tufo, Perillo. V. s. n. 13, p. 173. 

27 Cfr. Del Tufo. Il Zito lo descrive cosi: « Se pigliano duje pe 
tutte doje le mmano lloro, e s'allargano le braccia de muodo che 
veneno a fare no garbo commo se fosse na seggia, pegliannose pe 
le mmano, comme se fosse lo darese la fede, ed allora uno se sede, 
e li duje lo portano pesole pe la casa, e, cantanno, diceno : A «lam- 
tnara e nocella. No sacco de pedetella; Tanta ne fece mammata. Che 
roppe la caudara » (o. e, p. 85). V. anche un grazioso luogo della 
Rosa del Cortese (A. I, s. i). Il giuoco è vivo e comunissimo. Cfr. 
Pitrè (0. e, n. 241, pp. 358-9). 

28 Cfr. Lett.^ Velardiniello: « Io penso a chelle state, e ben com- 
prendola, Quanno era tanto bene e tanto accummolo, Co chillo juoco 
de la sanni-pendola. Ed a lo fossetiello co lo strxmimolo ». Il Del 
Tufo: « Come anco a dui tra lor la saglipendola ». Cfr. Cortese 
Ciullo e 'Perna, p. 31). Mi par facile identificarlo con una sorta di 
altalena. 

29 Forse qualche giuoco simile a quello dei Turchi e Cristiani, 
che è messo in azione in una comedia bufi"a di F. Oliva: Lo Castiello 
sacchejato (1722). O come quello dei soldati e briganti, ecc., in uso 
ai giorni nostri. Cfr. Pitrè (0. e, nn. 192-7, pp, 312-8). 

Sf* Lo nomina anche "Velardiniello (?. e). Nell'egl. La Tenta, si trova: 
fare searriglia, attaccar briga, entrare in rissa. Il mastrodatto era 
un uflSziale di tribunale, ordinatore dei processi. 

31 Cfr. Lett., che aggiunge « cuccipannella ». È una variante del 
giuoco a covalera. Cfr. Rocco in GBB, IV, i. 

32 Non ne ho nessun riscontro. 



176 LO CnNTO DE LI CUNTI 

fierro^^, ne Grieco o acito^\ uè Aprite le porte a povero 
f arcane ^■\ 

Ma, venuta l' ora de nchire lo Stefano, se mesero a ta- 
vola, e, magnato che appero, lo prencepe disse a Zeza, 
che se fosse portata da valente femmena ad accommen- 
zare lo cunto sujo. Essa, che ne aveva tanta ncapo ^^, che 
jevano pe fora, chiammannole tutte a capitolo, sceuze pe 
lo meglio chisto, che ve dirraggio. 



33 Cfr. sopra n. 8, p. 172. Lo Sgruttendio riporta le parole più 
compiutamente: « Auciello, auciello, maneca de ficrro, Fierro fer- 
rato mo, che si ncappato » (0. e, I, 5). 

31 Non ne ho nessun riscontro. 

3s Cfr. Leu. e G. I, io. II Galiani: « Questa canzone si canta an- 
cor' oggi, facendo un giuoco, in cui tutti si tengono per mano, gi- 
rando in cerchio e lasciando uno in mezzo, il quale deve tentare 
di scappare, passando sotto le braccia di lahma di quelle coppie. 
Dopo cantati i sopradetti versi da colui, che sta in mezzo, il coro 
alza quanto più può le braccia, ma senza disgiungere le mani, e re- 
, plica: Le 2)orte stanno aperte, si faraone vale entrare. Se, in quel 
momento, a chi sta in mezzo riesce fuggire per uno di quei varchi 
prima che lo arrestino le braccia congiunte, che prontamente si ab- 
bassano ad attraversarglielo, vince; altrimenti, torna dentro e si con- 
tinua il gioco. Ci pare giuoco antichissimo. Il nome di Falcone si 
dà a quel di mezzo, come se stesse rinchiuso in una gabbia » {Del 
(Hai. Napol„ p. 118). È descritto, con molti particolari, in P. J. Reh- 
fues, Gemàhlde von Neapel, Zurich, 1808, II, 86-90. Cfr. F. Novali, 
Madonna Pollatola (in Arch. stud. trad. popol., IV, 1885, pp. 3-21). 

3* (EO) cfie aveva tanC ncapo. 



PETROSINELLA 



TRATTENEMIENTO PEIMMO de la J0Ii:JfATA SEC0N3JfA. 



• Na femmena prena se magna li petrosine^ de l'uorto de n'orca, e, 
couta nfallo, le prommette la razza, che aveva da fare. Figlia 
Petrosinella; l'orca se la piglia, e la ncbiude a na tori'e. Xo 
prencepe ne la fuje, e, nvirtù de tre gliantre^, gavitano^ lo pe- 
ricolo dell'orca; e, portata a la casa de lo nnammorato, deventa 
prencepessa. 

Hi cossi granne lo desiderio mio de mantenere alle- 
gra la prencipessa, che tutta sta notte passata, dove an- 
tro non se sente ne da capo, né da pede, n'aggio fatto 
antro, che revotare le casce vecchie de lo cellevriello, 
e cercare tutte li scaracuoncole ■* de la mammona, scie- 
gliendo fra le cose, che soleva contare chella bona arma 
de madamma Chiarella Vusciolo^, vava de ziemo, (che 
Dio raggia ngrolia, nsanetate vostra!), chille cunte, che 
me so parzete chiù a proposeto de ve sborzare uno lo 
juorno. De li quale, s'io non m' aggio cauzato l' nocchie 
a lamerza^, me mageno che averrite sfazione. E, si non 
serveranno pe squatre armate da sbaragliare li fastidio 
de l'anemo vuostro, saranno a lo manco trommette da 
scetare sto compagne meje a scire ncampagna co chiù 



i Prezzemolo. ~ Ghiande. 3 Evitano. ^ Cavità, ripostigli. 
5 V. Introd. G Al rovescio. 



lyS LO CUNTO DE LI CUNTI 

potenzia de le povere forze meje, pe sopprire co l'ab- 
bonnanzia de lo ngiegno loro a lo defletto de le parole 
meje. 

Era na vota na femmena prena, chiammata Pascadozia; 
la quale, affacciatose a na fenestra, che sboccava a no 
giardino de n'orca, vedde no bello quatro de petrosine. 
De lo quale le venne tanto golio, che se senleva asbie- 
volire. Tanto che, non potenuo resistere, abistato" quanno 
scette l'orca, ne cogliette na vraucata. Ma, tornata l'orca 
a la casa, e volenno fare la sauza, s'addonaje, ca nc'era 
menata la fauce, e disse: « Me se pozza scatenare lo 
« caollo, si nce matto sto maneco d'ancino *, e non ne lo 
« faccio pentire, azzò se mpara ogne une a magnare a 
« lo tagliere sujo, e no scocchiariare pe le pignate d'au- 
« tre! » Ma, continovanno la povera prena a rescennere^ 
all'uorto, nce fu na matina mattuta da l'orca. La quale, 
tutta arraggiata e nfelata, le disse: « Aggiotence ncap- 
« pata, latra, mariola! E clie ne paglie lo pesotie de 
« st'uorto, die viene, co tanta poca descreziono, a zep- 
« poliarene l'erve meje? Affé, ca non te mannarraggio 
« a Roma pe peuetenzia! » Pascadozia, negvecata, com- 
menzaje a scusarese, decenno, ca non pe cannarizia *", o 
lopa^^ ch'avesse ncuorpo, l'aveva cecato lo diascance a fare 
st'arrore ; ma ped essere prena, e dubetava, che la facce de 
la criatura non nascesse semmenata de petrosine *^ ; anze, 
deveva averele grazia, che no l'avesse mannato quarche 
agliarulo". « Parole vo la zita, — resposo l'orca — ; no 



' Adocchialo. >* M'imlialto nel ladro ^ (EO) rcscedere. 

1" Golosità. 1^ Fama grande, da lupo. 

'2 Allude alla credenza popolare sulle voglie delle incinte. Cfr., tra 
gli altri, Pilrè (o. e, XV, 115-29). 

13 Secondo l'accennata credenza, chi non soddisfi alla voglia di 
un'incinta, ne ha per punizione il male, detto orzaiuolo, che con- 
siste nel gonfiore ed arrossimento della palpebra. 



JOENATA ir, TRATTENEMIENTO I. 179 

« me noe piscile co sse cluaccliiare ! Tu hai scomputo lo 
« staglio de la vita, si non prommiette de daremo la cria- 
« tura, che farrai, mascolo femmena, che se sia ». 
La negra Pascadozia, pe scappare lo pericolo, dove se 
trovava, ne joraje co na mano ncoppa all'autra; e cossi 
l'orca la lassaje scapola. Ma, venuto lo tiempo de parto- 
rirò, fece na figliola cossi bella, ch'era na gioja, che, pe 
avere na bella cimma de petrosino mpietto, la chiammaje 
Petrosinella. La quale, ogne juorno crescenno no parmo, 
comme fu de sette anne, la mannaje a la majestra. La 
quale sempre che jeva pe la strata, e se scontrava col- 
l'orca, le deceva: « Di a mammata, che s'allecorde de 
« la mprommessa! » E, tanta vote fece sso taluerno^^, 
che la scura mamma, non avenno chiù cellevrièllo de sen- 
tire sta museca, le disse na vota: « Si te scuntre co la 
« solita vecchia, e te cercarrà sta mardetta prommessa, 
« e tu le respunue: pigliatella! » Petrosinella, che non 
sapeva de cola^"', trovanno l'orca, e facennole la stessa 
proposta, le respose nocentemente, comme l'aveva ditto 
la mamma. E l'orca, afferratala pe li capille, se ne la 
portaje a no vosco, dove non trasevano mai li cavalle 
de lo sole, pe n'essere affedate a li pascolo de chell'om- 
bre, mettennola drinto a na torre, che fece nascere ped 
arte, senza porte, né scale, sulo co no fenestriello. Pe 
la quale, pe li capille de Petrosinella, ch'erano luonghe 
luonghe, saglieva e scenneva, comme sóle batto ^*^ de 
nave pe le nsarte dell' arvolo. Ora soccesse, eh' essenno 
fora de chella torre l'oi'ca, Petrosinella, cacciato la capo 
fora de chillo pertuso, e spase le trezze a lo sole ^", pas- 



i^ Molestia, insistenza. ^^ Che era semplice, senza furberia. 

16 (ES) bratto. — Mozzo di bastimento. 

i~ Cfr. G. Ili, I. Le donne, com'è noto, usavano allora, secondo la 
moda, imbiondire i capelli; onde, dopo averli intrisi di una speciale 
mistura, si esponevano, la mattina, per lunghe ore, al sole, coi capelli 



l8o LO CTJNTO DE LI CUNTI 

saje lo figlio de no prencipe. Lo quale, vedenno doje 
bannere d'oro, che chiammavano l'arme ad assentarese *^ 
.a lo rollo d'ammore ^^, e miranno drinto a chelle onne pre- 
ziose na facce de serena, che ncantava li core, se ncra- 
picciaje fora de mesura de tanta bellezze. E, mannatole 
no memmoriale de sospiri, fu decretato, che se l'assen- 
tasse la chiazza a la grazia soja, e la mercanzia resci 
de manera, cho lo prencepe appo calate de capo a"** 
vasate de mano, nocchie a zennariello^^ a leverenzie, 
rengraziamiente ad afferte, speranze a prommesse, e bone 
parole a liccasalemme--. La quale cosa continuata pe 
chiù juorne, s'addomestecaro de manera, che vennero ad 
appontamiento de trovarese nsiemme. La quale cosa do- 
veva essere la notte, quanno la luna joqua a passara 
muta"^ co le stelle, ch'essa averria dato l'addormio-* a 
l'orca, e ne l'averria aisato co li capille. E, cossi restate 
de commegna, venne l'ora appontata; e lo prencepe 
se consignaje a la torre. Dove, fatto calare a sisco le 
trezze de Petrosinella, ed aiferratose a doi mano, disse: 
« Aisa^^! »; e, tirato ncoppa, schiaifatose pe lo fene- 
striello drinto la cammara, se fece no pasto de chillo pe- 
trosino^de la sauza d'ammore. E, nante che lo sole moz- 
zasse li cavalle suoje a sautare pe lo chirchio^" de lo 
zodiaco, se ne calaje pe la medesema scala d'oro a fare 
li fatto suoje. La quale cosa continuanno spesse vote a 



sparsi e la fronte circondata dalle larghe falde di un cappello di 
paglia. V.: Les femmes blondes selon les pei7itres de V école de Venise 
2ìar deux Venctiens (cioè A. Baschet e Feuillet de Conches), Paris., 
A. Aiibry, MDCCCLXV, i8 Iscriversi. 

i3 Nella cit. comm.: La necessità aguzza t Ingegno: « Eh comme 
steva lesto pe me scrivere a lo rollo! » (II, 9). 

20 (EO) e, e così più avanti, e zennarlello. Ma crron. 

21 Occhiolino, sbizzala d'occhio. 22 Lusinghe, moine. 

23 V. n. 20, p. 36, 24 (ES) adduobbio. 25 Alza, tira su. 
26 Gfr. n. II, p. 6. 



4 

.TORNATA ir. TRATTENEMIENTO I. l8l 

fare, se n'addonaje na commare dell'orca; la quale, pi- 
gliannose lo mpaccio de lo Russo-", voze mettere lo 
musso a la merda, e disse all'orca, che stesse ncelle- 
vriello, ca Petrosinella faceva l'ammore co no cierto gio- 
vene, e sospettava, che non fossero passate chiù nante 
le cose; perchè vedeva lo moschito^*, e lo trafeco, che 
se faceva; e dobetava, che, fatto no leva ejo^^, non fos- 
sero sfrattate nante Majo^*^ da chella casa. L'orca ren- 
graziaje la commare de lo buono avertemiento, e disse, 
ca sarria stato penziero sujo de mpedire la strata a Pe- 
trosinella, otra che non era possibile, che fosse potuta 
foire ped averele fatto no ncanto, che, si n' aveva mano 
tre gliantre, nascose drinto a no trave de la cecina, era 
opera perza, che potesse sfilarennella. Ma, mentre erano a 
sti ragionamiente^^ Petrosinella, che steva co l'aurecchie 
appezzute ^'-, ed aveva quarche sospetto de la commare, 
ntese tutto lo trascurzo. E, comme la notte spase li ve- 
stite nigre, perchè se conservassero da le carole, venuto 
a lo solito lo prencepe, lo fece saglire ncoppa li trave. E, 
trovate le gliantre, le quale sapenno comme se l'avevano 
da adoperare, ped essere stata fatata dall'orca, fatta na 



^'^ Gfr. IV, I. La frase s'incontra spesso negli scrittori dialettali. 
Partenio Tosco la crede tutta napoletana, e ne illustra l'origine: lo 
Russo era un tale, che, andando a giustiziarsi, « si prendeva pensiero 
che il pollo nello spiede non si bruciasse » (o. e, p. 284). Ma, in- 
vece, la frase è pretta fiorentina. V. il Cecchi. Dichiar. di molti prov. 
detti e parole della nostra lingua (ristamp. con V Assiuolo, Commedia, 
Milano, Daelli, 1863, p. 72). 28 u ronzar come mosca. 

29 Tolto tutto ciò che era in casa. 
' 30 Don Pietro Fernando de Castro, Conte di Lemos, secondo viceré 
di Napoli di questo nome (1610-1616), mandò fuori una prammatica: 
« Che la mutazione delle case a pigione, ordinata farsi al primo di 
maggio, si fosse fatta ai quattro del medesimo mese, ed, essendo 
festa di precetto, si facesse il giorno seguente » (Parrino, Teatro dei 
viceré, Nap., 1692; II, 84). Gfr. anche De BoTircard (0. e, I, 185-201). 

31 (EO) ragunamiente 32 Tese, 



l82 LO CTJKTO DE LI CUNTI 

scala de fonecella, se ne scesero tutte duje a bascio, e 
commenzaro^^ a toccare de carcagne verzo la cetate. Ma, 
essenno viste a lo scire da la commare ^', commenzaje a 
strillare, chiammanno l'orca; e tanto fa lo strillatorio, 
che se scetaje. E, sentenno ca Petrosinella se n'era fojuta, 
se ne scese pe la medesima scala, ch'era legata a lo fe- 
nestriello, e commenzaje a correre dereto li nnamorate. 
Li quale, comme la veddcro venire, chiù de no cavallo 
scapolo, a la vota lloro, se tennero perdute. Ma, lecor- 
dannose Petrosinella de le gliantre, ne jettaje saboto 
una nterra. Ed eccote sguigliare no cane corzo, cossi ter- 
ribile, ch'o mamma mia! Lo quale, co tanto de canna a- 
perta, abbajanno, jeze ncontra all'orca pe se ne fare no 
voccone. Ma chella, ch'era chiù maliziosa de parasacco, 
puostose mano a la saccocciola, ne cacciaje na panella; 
e, datola a lo cane, le fece cadere la coda, ed ammosciare 
la furia. E, tornato a correre dereto chille, che fojevano, 
Petrosinella, vistola avvecenare, jettaje la seconna glian- 
tra. Ed ecco scire no feroce lione, che, sbattenno la coda 
nterra, e scotolanno li crine, co dui parme de cannai'one 
spaparanzato, s'era puosto all'ordene de fare scafacelo ^^ 
dell'orca. E l'orca, tornanno arroto, scortecaje n'aseno, 
che pasceva miezo a no prato ; e, puostose la pella ncoppa, 
corze de nuovo ncontra a chillo lione. Lo quale, creden- 
nose che fosse no ciuccio, appo tanta paura, ch'ancora 
fuje. Pe la quale cosa, sautato sto secunno fuosso, l'orca 
tornaje a secotare chille povere giuvane, che, sentenno 
lo scarponejare, e vedenno la nuvola de la porvere, che 
s'auzava a lo cielo, conjetturaro ca l'orca se ne veueva 
de nuovo. La quale, avenno sempre sospetto, che no la 
secotasse lo lione, non se avea levato la pelle dell'aseno. 
Ed, avonno Petrosinella jettato la terza gallozza^", ne 



33 (EO) commenzaje. 3i (eq) da le cammare. 
35 Propr,: schiacciare. 30 ohiandn. 



JORNATA II, TRATTENEMIENTO I. 183 

scette no lupo. Lo quale, senza dare tiempo all'orca de 
pigliare nuovo partito, se la norcaje comm'a n'aseno, e 
li nammorate, scenno de mpaccio, se ne jettero cliiano 
chiano a lo regno de lo prencepe. Dove, co bona lecen- 
zia de lo patre, se la pigliaje pe mogliere, e provaro, 
dapò tante tempeste de travaglie : 

Che n'ora di buon puorto 

Fa scordare cient'anne de fortuna! 



VERDE PRATO 



TkATTENEMIENTO SECUSNO de la JoENATA SECO]!mA. 

Nella è amata da no prencepe, lo quale, pe no connutto de cristallo, 
va spesse vote a gaudere cod essa. Ma, rutto lo passo da le mi- 
diose de le sore, se taccareja^ tutto, e sta nflne de morte. Nella, 
pe strana fortuna, ntenne lo remmedio, clie se pò fare, l'appleca 
a lo malato, lo sana, e lo piglia pe marito. 

v_/ bene mio, e co quanto gusto sentettero fi mponta 
lo cunto^ de Zeza; tanto, che, si avesse durato n'au- 
tr'ora, le sarria parzeto no momento! Ed, avenno da fai'e 
la veceta soja Cecca, essa cossi secotai lo parlare. 

È na gran cosa da vero, quanno facimmo buono lo 
cunto, che da lo stisso ligno rescano statole d'idolo e 
travierze de forche ; seggo de mperature, e copierchie de 
cantari; commo ancora strana cosa è, che da na pezza 
stessa se faccia carta, che, scrittoce lettere ammorose, 
aggia vasate de bella femmena e stojate'* de brutto ma- 
faro^: cosa che farria perdere lo jodizio a lo meglio 



i II Liebr. nota: « Questo titolo non ha nessuna relazione colla 
fiaba » {Anni., I, 405). Ma ho altrove avvertito (v. Introd. e Tav. di 
riscontri) che questa fiaba popolare ebbe una redazione scritta, pri- 
ma di questa del N. {neWAngitia di M. A. Biondo, Roma, 154°)» nella 
quale il principe si chiama IMnna verde. Il che mi fa pensare che 
Verde jìrato dovesse essere il nome del principe: cosa non detta dal 
N. per trascuraggine. 

2 Si taglia. 3 (Eo) gìtsto. ■» Forbiture, & Deretano. 



JORNATA II. TRATTEOTEinENTO II, 185 

astrolaco de lo munno. Tanto se pò dire medesemamente 
de na stessa mamma, da la quale nasce na figlia bona e 
n'autra ruina''; na petosa''' e na massara; na bella e na 
brutta; na mediosa e n'ammorevole; na casta Diana e na 
Catarina Papara^; na sfortunata e na bona asciortata; 
che, pe ragione, essenno tutte de na streppegna, dever- 
riano essere tutte de na natura. Ma lassammo sto de- 
scurzo a chi chiù ne sape: ve portarraggio schitto l'as- 
sempio de chesto, cbe v'aggio azzennato, co tre figlie de 
na mamma, dove vedarrite le deverzefcate de costumme, 
che portaje le marvase drinto no fuosso, e la figliola da 
bene ncoppa la rota de la fortuna. 

Era na vota na mamma, ch'aveva tre figlie, doi de le 
quale erano accessi sbentorate, che mai le veneva na 
cosa mparo; tutte li designo le rescevano travierze, tutte 
le speranze le rescevano a brenna^. Ma la chiù picciola, 
cb'era Nella, portaje da lo ventre de la mamma la bona 
ventura; e creo, ca, quanno essa nascette, se conzertaro 
tutte le cose a darele lo meglio meglio, che potettero: 
lo cielo le deze l'accoppatura de la luce soja; Vennero, 
lo primmo taglio de la bellezza; Ammore, lo primmo 
vullo de la forza soja; natura, lo shiore shiore de li co- 
stumme. Non faceva servizio, che no le colasse a chium- 
mo; non se metteva a mpresa, che no le venesse a pilo; 
non se moveva a ballo, che no ne scesse a nore. Pe la 
quale cosa, non tanto era da le guallarose ^"^ de le sere 
midiata, quanto era da tutte l'autre amata e voluta bene; 



6 Rovina della casa. "^ (ES) patrona. — Pigra, scioperata. 

s Fu, probabilmente, qualche donna famosa in quel tempo per dis- 
solutezza delitti. A proposito del cognome Papara, è nota Luisa 
Papara, figlia d'Aurelio, che, sulla fine del S. XVI, fu una delle fon- 
datrici del Collegio della Scorziata, e fondò poi un altro conserva- 
torio nel vico, che ancora porta il suo nome, di vico Paparelle (Gfr. 
Gel., o. e, ITI, 208, 781). 9 Crusca: cioè, a niente. 

10 Metaf.: invidiose. 



l86 LO CUNTO DE LI CUNTI 

non tanto le sore l'averriano voluta mettere sotta terra, 
quanto l'antro gente la portavano mparma de mano. Ed 
essenno a chella terra no prencepe fatato, lo quale jeva 
pe maro de la bellezza soja, tanto jettai l' amo de la 
servetute ammorosa a sta bella aurata'", pe fi che la 
ncroccaje pe le garge de l'affetto, e la fece soja. E, per- 
dio potessero, senza sospetto de la mamma, ch'ex\a na 
mala feruscola^', gauderese nsiemme, lo prencepe le dette 
na certa porvere, e fece no canale de cristallo, che re- 
sponneva da lo palazzo riale fì sotta a lo lietto de Nella, 
ancora che stesse otto miglia lontano, decennole : « Ogne 
« bota, che tu me vuoi covare, comme a passare, de 
« ssa bella grazia, e tu miette no poco de ssa porvere a 
« lo fuoco, ca io, subbeto, pe drinto a lo canale, me ne 
« vengo a ciammiello '^, correnno pe na strata de cri- 
« stallo a gaudere ssa faccio d'argiento ». E, cosi ap- 
puntato, non c'era notte, che non facesse lo prencepe lo 
trase-ed-jesce, e lo va-ca-viene *^, pe chillo connutto. Tanto 
che le sore, che stavano spianno li fatte de Nella, addo- 
uatose de lo fatte feste*', fecero conziglio de nzoccarele '-' 
sto buono muorzo. E, pe sgarrare lo filato de sti amure 
loro, jettero a rompere de parto mparte lo canale. Tanto 
che, jettanno chella negrecata fegliole la porvere a lo fuo- 
co, pe dare signo a lo nammorato, che se ne venesse, chillo, 
che soleva venire nudo correnno a furia, se couciajo de 
manera pe chelle rotture de cristallo, che fu na compas- 
sione a vedere. E, non potenno passare chiù nanze, tor- 
naje a reto follato tutto, comm'a bracone Todisco*", e 



^^ Orata. Lo nomina il Del Tufo Ira i pesci rli Gliiaia (ms. e, IL 7-8). 

11 Ch'era un cattivo arnese. 

12 zimbello: uccello attaccalo a un filo per richiamo. 

13 Entra ed esci, e va e vieni. 1* Successo, fatto compiuto, 
is (ED) nzorcarelCé — Propr.: spezzare, interrompere. 

18 Per intender l'allusione, bisogna ricordare che i signori Tede- 
schi: « costumano portare alcuni braconi con tagli lunghi fino al 



.TORXATA II. TRATTENEMIENTO II. 187 

se pose a lietto, faceuaoco venire tutte li miedece de la 
citate. Ma, perchè lo cristallo era ncantato, le ferite foro 
cossi mortale, che non ce jovava remmedio ornano. Pe 
la quale cosa, vedenno lo re desperato lo caso de lo fi- 
glio, fece jettare no hanno: che qualonca perzona avesse 
arremmediato a lo male de lo prencepe, s'era femmena, 
nce l'averria dato pe mainto, e, s'era mascolo, Taverna 
dato miezo lo regno. Sentuto sta cosa Nella, che span- 
tecava pe lo prencepe, tentase la faccia, e stravestutase 
tutta, de nascuso de le sore, se partette da la casa pe 
irelo a vedere nanze la morte soja. Ma, perchè oramai 
le palle naurate da lo sole, co le quale joqua pe li campo 
de lo cielo, pigliavano la renza^''' verzo l'occaso, se le 
fece notte a no vosco, vicino la casa de no uerco. Dove, 
pe foire quarche pericolo, se ne sagliette ncoppa a n'ar- 
volo. Ed, essenno l'uerco co la mogliere a tavola, e te- 
nenno le fenestre aperte pe magnare a lo frisco, com- 
m'appero fornuto de devacare arciola e stutare lampe ^^, 
commenzaro a chiacchiarare de lo chiù e de lo manco; 
che, pe la vicinitate de lo luoco, ch'era da lo naso a la 
vocca, sentette Nella ogne cosa. E, fra l'autre,' deceva 
l'orca a lo marito: « Bello peluso mio, che se ntenne?, 
« che se dice pe sso munno? » E chillo responneva: 
« Fa cunto, ca non c'è no parmo de nietto, e tutte le 
« cose vanno a capoculo, ed a le sterzo ». « Ma pure, che 



ginocchio, di velluto fatto ad opera, ricamati tutti d'oro, overo di 
argento in tutte le liste, e sono foderate di ermesino verde, con cal- 
zette di seta fatte all'aco, le quali portano molto ben tirate sopra 
le gambe ». Gfr. Cesare Vecellio, Degli liabiti antichi, et moderili di 
diverse parti del mondo, Ven., 1590; f. 299, con flg. 

i" Quella corsa, un po' inclinata da un lato, che fanno le palle, pel 
peso {renza) di piombo, od altro, che si suol mettere in un punto 
d'esse. 

1** Lampa, misura di vino di due caraffe, ch'era usata in alcuni 
luoghi del regno. Onde, scherz.: spegnere lampadt. per bere. 



l88 LO CUNTO DE LI CTIRTI 

« ne' è? », leprecaje la mogliere. E l'aereo: « Nce sar- 
« ria assai che dicere de le mbroglie, che correno, pecca 
« se senteno cose da scire da li panne! Boffune rega- 
« late, forfante stimate, poltrune norate, assassine spal- 
« Hate, zannettarie ^^ defenzate, ed uommene da bene 
« poco prezzate e stimate. Ma, perchè so cose da cre- 
« pare, te dirraggio schitto chello, eh' è socciesso a lo 
« figlio de lo re. Lo quale, avennose fravecato na strata 
« de cristallo, dove passava nudo a gauderese na bella 
« guagnastra -'^, non saccio comm'è stato rutto lo cam- 
« mino; ed, a lo passare, che ha voluto fare, s'è tren- 
« ciato de manera, che, nanze che appila tanta pertosa, 
« se le spilarrà ntutto lo tufolo^^ de la vita. E, si be 
« lo re ha fatto jettaro hanno co prommesse granne a 
« chi lo sana, è spesa perza, ca se ne pò spizzolare li 
« diente; e lo meglio, che pò fare, è tenere leste li lutto, 
« ed apparecchiare l'assequia ». Nella, sentenno la causa 
de lo male de lo prencepe, chiagnenno a selluzzo, disse 
fra se medesima: « Chi è stata st'arma mardetta, e' ha 
« spezzato lo canale, pe dove passava lo pinto auciello 



10 Le zannette erano lo monete tosate di mezzo carlino, le quali 
fu disposto nel 1609 che avessero corso pel loro valor nominale. Il 
dissesto, che venne da ciò al pubblico commercio, fu gravissimo. Il 
Card. Zapata le abolì, ma il danno non fu ristorato interamente se 
non col governo del Duca d'Alba (v. Parrino, Teatro eroico e politico 
del Viceré, Nap., 1730, II, 42, 147 ?-Q^.). « La confusione e danno in- 
credibile, che tuttavia si va argomentando in questa città e in tutto 
il regno per cagione di queste zannette da cinque grani infamissime 
e vituperose non si può esprimere; basta solo a dire eh' ó diflìcilis- 
simo il poter trovar da vivere con questa sorla di monete, ecc. ». 
Così scriveva l'Agente del Duca d'Urbino, 4 febbraio 1622, da Napoli; 
il quale anche racconta che, in un tumulto successo nell'aprile, la 
gente attorniò il Card. Viceré Zapaln, chiamandolo: zannettario cor- 
mtto! (v. Arch. Slor. Jlal.,IX, 237 sgg., 240). Gfr. anche, per quei tu- 
multi, Capaccio {For., pp. 538-42.) 

2'* Ragazza. 21 Tubo. — Si sturerà il tubo della vita. 



JOENATA II. TEATTETSEMIENTO II. 189 

« mio, azzò s'aggia a spezzare lo connutto, pe dove pas- 
« sano li spirete mieje? » Ma, secotanno a parlare l'orca, 
stette zitto e mutto ad ausoliare. La quale deceva: « Ed 
« è possibele, clie è perduto lo munno pe sto povero 
« signore?, e clie non s'aggia da asciare lo remmedio 
« a lo male sujo? Di a la medicina, che se nforna!; di a 
« li miedeco, che se chiavano na capezza ncanna!; di a 
« Galeno e Mesoè--, che torneno li denare a lo mastro, 
« mentre non sanno trovare recette a proposeto pe la 
« salute de sto prencepe! » « Siente, vavosella mia ''^, — 
« respose l'uerco — , non so obrecate li miedece a trovare 
« remmedie, che passeno li confine de la natura. Chessa 
« non è coleca passara'^, che noe jova no vagno d'uo- 
« glio; non è frate ^^, che se cacce co sepposte de fico 
» jejetelle-"', e cacazze de surece -''',• non freve, che se ne 
« vaga pe medecine e diete; né manco so ferute orde- 
« narie, che nce voglia stoppata uoglio de pereconna^^. 
« Perchè lo percanto^^, ch'era a lo vrito rutto, fa chillo 
« effetto stisso. che fa lo zuco de le cepolle a lo fierro 
« de la frezza^*^, pe la quale se fa la chiaga ncurabole. 



22 (ES) 3Iesiiè. Gfr. V, i. « Ci sono stati due famosi medici di que- 
sto nome: il più antico, medico del Califfo Harun al Raschid, morì 
a Bagdad intorno alla metà del IX sec; l'altro, invece, viveva nel 
s. XI a Gahira. Tutti due hanno lasciato varie opere di medicina, 
in lingua araba » (Liebr., Anm., I, 405). Ma credo clie si tratti del 
primo, le cui opere furono tradotte in latino e in italiano, e stampate 
fin dagli ultimi anni del s. XV. Il Garzoni nomina, tra i varii rime- 
dii in uso : « Telettuario di Mesuè ». E, altrove, dice dei cattivi me- 
dici: « non capendo neanche il Mesuè in volgare » (o. e, pp. 14-5, 159). 

23 Vezz.: bambina mia. Vavosella è, propr,: quel pannolino, che si 
lega al collo dei bambini. 24 (gg) colecapassa. — Colica. 

23 (EO) stalo. 26 V. n. 61, p. 57. 

27 Allude a un rimedio farmaceutico, ora ignoto. 

28 Ippericon {liijppericum perforatuni\ pianta medicinale, che pos- 
siede proprietà astringenti. 29, incantesimo, 

30 È nota la virtù irritante della cipolla: cfr. Pitrè, Bibl, XVI, 232. 



igo LO CUNTO DE LI CUNTI 

« Una cosa sarria schitto bona a sarvarele la vita; ma 
« non me lo fare dicere, ch'ò cosa, die mporta! » « Dim- 
« mello, sannuto mio, — leprecaje l'orca — ; dimmello, 
« non me vighe morta! » E l'uerco: « Io te lo dirraggio, 
« puro che me mprommiette de non confidarelo a per- 
« zona vevente: perchè sarria la scasazione^^ de la casa 
« nostra e la mina de la vita ». « Non dubetare, mari- 
« tuoccolo bello bello, — respose l'orca — ; perchè chiù 
« priesto se vederranno li puorce co le corna, le scigne 
« co le code^^, le tarpe coll'iiocchie, che me ne scappa 
« mai na parola da vocca! » E, joratone co na mano 
ncoppa all'autra, l'uerco le disse: « Ora sacce ca no è 
« cosa sotta lo cielo, e ncoppa la terra, che potesse sar- 
« vare lo prencepe da li tammare^^ de la morte, fere che 
« lo grasso nuestro ; co lo quale ontannose le chiaghe, se 
« farria no sequestro a chell'arma, che vo sfrattare da 
« la casa de lo cuorpo sujo ». Nella, che sentette sso 
chiajeto, dette tiempo a lo tiempo, che scompessero de 
ciancoliare. E, scesa dall'arvolo, facenno buon'arme, toz- 
zolaje la porta dell'uerco, gridanno: « Deh, signure mieje 
« orchisseme, na carità, na lemmosena, no signo de com- 
« passione, no poco de meserecordia a na povera me- 
« schina, tapina, che, zarafinata^' da la fortuna, lontano da 
« la patria, spogliata d'ogni ajuto umano, l'è cogliuto 
« notte a sti vuosche, e se more de famme! » E tuppote 
tuppete! — L'orca, che sentette sto frusciamiento de chioc- 
che, le voze tirare meza panella, e mannarennella. Ma 
l'uerco, ch'era chiù cannaruto de carne de cristiano, che 
non è la lecora de la noce '■^^, l'urzo de lo mèle, la gatta 



31 Rovina, disgrazia. ^- V. n. 88, pp. 2S-29. 
33 Birri: v. n. 32ì P> ^3- 
^* (ES) tarrafinato. — Subissata, rovinata. 

3j Lecoi'a, lucherino. V,, a questo propos., il grazioso racconto di 
Popa in Cortese, Micco Pass., HI, 19 sgg. 



JORNATA II. TRATTENEMIENTO II. 191 

do li poscetielle, la pecora de lo sale, e l'aseno della 
vi'ennata^*^, disse a la mogliere: « Lassala trasire la po- 
« vere! la, che, se dorme ncampagna, porrla essere gua- 
« stata da quarche lupo! » E tanto disse, che la mo- 
gliere l'aperze la porta, ed isso, co sta carità pelosa, 
fece designo de faresenne quattro voccune. Ma no cunto 
fa lo gliutto, e n'autro lo tavei'naro! Pei'chè, essennose 
buono mbriacato, e puostose a dormire, Nella, pigliato 
no cortiello da coppa no repuosto, ne fece na cliianca; 
e, puosto tutto lo grasso a n'arvariello^^, s'abbejaje a la 
vota de la corte. Dove, presentannose nanze a lo re, s'of- 
ferze de sanare lo prencepe. Lo re, co n'allegrezza gran- 
ne, la fece trasire a la cammara de lo figlio. Dove, fat- 
tole na bona ontata de cbillo grasso, nditto nfatto^^, com- 
m'avesse jettato l'acqua ncoppa lo fuoco, subeto se cbiu- 
dettoro le ferute, e deventaje sano, comme no pesce. La 
qualmente cosa vedenno lo re, disse a lo figlio: « Cbe- 
« sta bona femmena meretarria la remonerazione prom- 
« messa pe lo banno », e che se la pigliasse pe mogliere. 
Lo prencepe, sentenno chesto, respose: « Da mo se pò 
« pigliare lo palicco^^!, ca non aggio ncuorpo quarcbe 
« despenza de core, che ne pozza dare a tante; già lo 
« mio è ncaparrato, ed autra femmena n'è patrona! » 
Nella, che sentette chesto, respose: « Non te deverisse 
« allecordare de chella, ch'è stata causa de tutto lo male 
« tujo ». « Lo male me l'hanno fatto le sere, — lepre- 
« caje lo prencepe — , ed esse ne deveno^*^ cacare la pe- 
« netenzia! » « Tanto che le vuoi propio bene? », — 
tornaje a dicere Nella. E lo prencepe respose : « Chiù de 
« ste viscide ». « S'è cossi ^\ — repigliaje Nella — , ab- 
« bracciame, strigneme, ca io so lo fuoco de sso core! » 



36 Intriso di crusca ed acqua, che si dà per cibo ai cavalli o agli 
asini. 37 Vasetto, alberello. ss Detto fatto. 30 stuzzicadenti. 
^0 (EO) deveva. ^^ (EO) e cossi 



192 LO CUNTO DE LI CFNTI 

Ma lo prencepe, vedennola cossi tenta la faccie, respose : 
« Chiù priesto sarrai lo carvone, che lo fuoco: perzò, ar- 
« ràssate, che non me tigne! » Ma Nella, vedenno ca no 
la conosceva, fattose venire no vacile d'acqua fresca, se 
lavai la facce, e levatose chella nuvola de foliuia, se 
mostrai lo sole : che, canosciuta da lo prencepe, la strenze 
comme a purpo. E, pigliatosella pe mogliere, fece frave- 
care drinto no focolaro le sore; perchè portassero, com- 
me a sangozuca, drinto le cenere lo saugo'- corrutto de 
la midia, facenno vero lo mutto: 

Nullo male fu mai senza castico. 



*^ È noto che si sogliono mettere nella cenere le sanguisughe, 
staccate dal corpo umano, perchè rigettino il sangue, che han suc- 
chiato. 



VIOLA 



Teattenemiento terzo de la Jornata seconna. 

viola, midiata da le sore, dapò assai burle fatte e recevute da no 
prencepe, a despietto loro, le deventa mogliere. 

1 rasette drinto all' ossa pezzelle sto ctinto a quante 
lo sentettero, e benedecevano mille vote lo prencepe, 
ch'avea pigliato la mesura de lo jeppone^ a le sore de 
Nella, e portare lo nomme pe fi a le stelle de l'ammore 
sbisciolato de la giovene, che seppe co tanta stiente me- 
ritare l'ammore de lo prencepe. Ma, fatto signo da Ta- 
deo, che stessero tutte zitto, commannaje a Meneca, che 
facesse la parte soja; la quale de sta manera pagaje lo 
debeto. 

E la midia no viento, che shioshia co tanta forza, che 
fa cadere le pontelle de la grolla de l'uommene da be- 
ne, e jetta pe terra lo semmenato de le bone fortune. 
Ma, spisso spisso, pe castico de lo cielo, quanno sto viento 
se crede jettare de facce nterra na perzona, la vetta chiù 
prieste a fardo arrivare nanze tiempo a la felicitate, che 
l'aspetta; comme senterrite ne lo cunto, che voglio di- 
reve. 

Era na vota no buono ommo da bene, chiammato Col'A- 
niello, lo quale aveva tre figlie femmene, Rosa, Garofano^ 
e Viola. Ma l'utema de cheste era tanto bella, che fa- 



1 Giubbone. - (EO) Garofaro. 

2i 



194 1^0 CUNTO DE LI CUNTI 

ceva sceruppe solutive do desiderio pe purgare li core 
d'ogne tormiento. Pe la quale cosa ne jeva cuotto ed arzo 
Ciullone, figlio de lo re, che ogne vota che passava pe 
nante no vasaio ^, dove lavoravano ste tre sore, cacciatoso 
la coppola, deceva: « Bonni, bonni, Viola! » Ed essa re- 
sponneva: « Bonni, figlio de lo re: io saccio chiù de te! » 
De le quale parole abbottavano e mormoriavano l'autre 
sore, decenno: « Tu si male criata, e farrai scorrucciare 
« lo prencepe de mala manera! » E Viola, semenannoso 
pe dereto le parole de le sore, le fu fatto da chelle pe 
despietto male afQzio co lo patre, decennole: ca era trop- 
po sfacciata e presentosa, e che responneva senza re- 
spetto a lo prencepe, comme si fossero tutto uno, e quar- 
che juorno nce sarria ntorzato, e ne paterrà lo justo pe 
lo peccatore! Col' Aniello, ch'era ommo de jodizio, pe le- 
vare l'accasione, mannaje Viola* a stare co na zia soja 
chiammata Cucevannella, azzò mozzasse de lavorare. Ma 
lo prencepe, che, passanno pe chella casa, non vedeva chiù 
lo verzaglio de li desiderio suoje, fece na mano do juorno 
comme rescegnuolo, che non trova li figlie a lo nido, che 
va de fronna nfronna, ntornianno e lamentannose do lo 
danno sujo. E tanto mese l'aurecchio pe lo pertose, che, 
venuto a sentore de la casa adove stava, jette a trova- 
re la zia, decennole: « Madamma mia, tu sai chi io son- 
« go, e s'io pozzo vaglio! Però, da me a te, zitto e 
« mutto^! Famme no piacere, e, pò, spiennemo pe la mo- 
« nota, che vuoje ! » « Cosa che pozzo, — respose la vec- 
« chia — , so tutta sana a lo commanno vuestro ». E lo 
prencepe: « Non voglio autro da te, che me facce vasare 
« Viola, e pigliato ste visole meje ». E la vecchia lepre- 
caje: « Io, pe servirevo, non pozzo fare autro che tenero 
« li panne a chi vace a natare ! Ma non voglio che essa 



3 (EO) vosco. ^ (EO) Nora. 5 Questo che ti dico, resti tra noi! 



JOENATA ir. TRATTEN'EMIENTO III. 195 

« trasa a malizia, elio faccia la maneca a sta lancella, 
« e eh' aggia tenuto mano a ste larutte vregogne, e n'au- 
« zasse, a la scompetura de li juorne mieje, no titolo do 
« garzone do ferrare, che mena li manteco"! Però, chello 
« che pozzo fare pe darete gusto è, che ve jate a na- 
« sconnere drinto la cammara terrena doll'uerto, dove, co 
« quarche scusa, io te mannarraggio Viola. E, comme tu 
« averrai lo panno e le fuorfece mano, e non te saperrai 
« servire, la corpa sarrà latoja! » Lo proncepe, sentnto 
chesto, rengraziatola de lo buono affetto, senza perderò 
tiempo, se ncaforchiaje a la cammai^a. E la vecchia, co 
scusa de volere tagliare non saccio che tela, disse a la 
nepote : « Viola, va, si me vuoi bene, a lo vascio, e pi- 
« gliame la meza canna ». E Viola, trasenno a la cam- 
mara pe servire la zia, s'addonaje de l'agguajeto; e, pi- 
gliato la meza canna, destra commo a gatta, zompaje" fora 
do la cammara, lassauno lo prencepe cresciuto de naso 
pe vregogna, e ntorzato do crepantiglia. E la vecchia, 
che la vedde venire cossi a l' ancorrenno, se sospettajo 
ca l'astuzia do lo prencepe no avea pigliato fuoco; e, 
da Uà n' antro poco, disse a la figliola: « Va, nepote mia, 
« a la cammara de vascio, e pigliamo lo gliuommaro de 
« filo brescianiello ^, da coppa chillo stipo ». E Viola, cor- 
ranno e piglianno lo filo, sciuliaje, comme anguilla, da 
mano de lo prencepe. Ma poco stette, che la vecchia le 
tornajo a dicero: « Viola mia, se no me piglio la fuor- 
« foco a bascio, io so consumata! » E Viola, scesa a bascio 
appo lo terzo assauto ; ma, fatto forza do cane, scappajo 
da la tagliola. E, sagliuta ad àuto, tagliaje co la fuorfece 
stessa l'arecchie de la zia, decennole : « Tienete sso buono 
« voveragg io de la sansaria ! : ogni fatica cex'ca premio : a 



^ Cioè, ne acquistassi nome di ruffiana. ^ Saltò. 

8 Refe, filo: detto bresciano, perchè si fabbricava a Brescia. 



196 LO CUNTO DE LI CUNTI 

« sfrisate ^ de nore, sgarrate d'aurecchie; e, s'io non te 
« taglio lo naso perzi, è perchè puozze sentire lo male 
« adoro de la fama toja: roffiana, accorda-messere, porta- 
« pollastre, mancia-mancia, mezeja-peccerille^"! » Cossi 
decenno, se ne jeze ntre zumpe a la casa soja, lassanno 
la zia scarza d'aurecchie, e lo prencepe chino de lassame- 
stare. Ma, tomanno a passare pe la casa de lo patre, e 
vedennola a lo stesso luoco, dove soleva stare, toi'naje a 
la soleta museca: « Bonni, bonni, Viola! » Ed essa, su- 
beto, da buono jacono^*: « Bonni, figlio de lo re; io saccio 
chiù de te ! » Ma le sore, non potenno chiù comportare sta 
miette-nante, fecero confarfa^^ tra loro de messiarennella. 
E, cossi, avenno na fenesta, che responneva a no giar- 
dino de n'uerco, se proposero pe chesta via de caccia- 
rene li picciolo. E, fattose cadere na matassella de filo, 
co la quale lavoravano no portiere*^ de la regina, decet- 
tero: « mare nuje, ca simmo ari'oinate, e non potimmo 
« fornire lo lavoro a tiempo, si Viola, eh' è la chiù pec- 
« corolla e chiù loggia *' de nuje, non se lassa calare co na 
« funa a pigliarence lo filo caduto ! » E Viola, pe no le 
vedere cossi affritte, s'offerse subeto de scennere; e, le- 
gatola a na funa, la calare a bascio; e, calatola, lassare 
ire la funa. A lo stesso tiempo, trasette l'uerco pe pi- 
gliarese na vista de lo giardino; e, avenno pigliato gran- 
ne omedetà de lo terreno, so lassaje scappai'o no vernac- 
chio, cossi spotestato, e co tanto remmore e strepete, 
che Viola, pe la paura, strillava: « mamma mia, aju- 
« tame! » E, votatose l'uerco, e vistose dereto stabella 
figliola, allecordatose d'avere ntiso na vota da certe 



8 (ES) Sfilata. — Sfrisate, sfregi, tngli sul viso. 
**> Varii sinonimi di ruffiana. — Mezeja-peccerille, che istruisce, 
ammalizia i fanciulli. 
*i Diacono, e int.: che risponde alla messa. ** Concerto. 
*3 Portiera, tenda, *' Leggiera. 



JORNATA II. TEATTENEilIENTO HI. 197 

stodiante, che le cavalle de Spagna se mprenano co lo 
viento ^^, se ponzaje clie lo corzo ^'^ de lo pideto avesse 
ngravedato quarche arvolo, e ne fosse scinta sta pintata 
criatura^". E perzò, abbracciatola co grann' amore, decet- 
te : « Figlia, figlia mia, parte de sto cuorpo, sbiato de lo 
« spireto mio, e chi me l'avesse ditto mai, che co na 
« ventositate avesse dato forma a ssa bella facce?, chi 
« me l'avesse ditto, ca n'eiTetto de fredezza avesse gne- 
« netato sto fuoco d'ammore? » E, decenno chesse ed 
autre parole tennere e sbisciolate, la consignaje a tre 
fate, che n'avessero pensiero e la crescessero a cera- 
selle^^. Ma lo prencepe, che non vedeva chiù Viola, e 
non sapenno nova, né vecchia, n'appe tanto desgusto, che 
l'uocchie se le fecero a guallarella ^^, la facce deventaje 
morticcia, le lavre de cennerale, e non pigliava muorzo, 
che le facesse carne, suonno, che le desse quiete. E, 
facenno diligenzia, e promettenno veveragge, tanto jette 
spianno, ch'appe notizia adove steva. E, fattose chiam- 
mare l'uerco, le disse: che, trovannose malato, comme 
poteva vedere, l'avesse fatto piacere de contentarese, 
che potesse stare no juorno sulo e na notte a lo giar- 
dino sujo, ca le vastava na cammara schitto pe recria- 
rese lo spireto. L'uerco, comme vassallo de lo pati'e, non 
potennole negare sto piacere de poco cosa, l'offerze, si 



15 plin., Hìsl. Xat, S, 42 (67): « Constai in Lusitania circa Olisi- 
ponem oppidum et Tagum amnem equas favonio flante obversas ani- 
male concipere spiritum, idque partuca fieri et gigni pernicissimum 
ita, sed triennium vitae non excedere » (Cfr. Liebr, Anm., I, 405). An- 
che il Cortese : « Aveva no cavallo gioveniello Gli' era de viento a 
Spagna gnenetato » {Cerr. ncant., Il, 4). 

i*» Nell'ed. 1637, e nelle seguenti: sMauro. 

*^^ Cfr. F. Liebrecht, Der Wind in der Dichtung und aucli anders- 
ICO (nella Germania, Wien, A. Vili, 1884, n. 2). 

1* Ceraselle, ciliege. — Crescere a ceraselle, crescere nella bam- 
bagia, allevare con ogni cura. ^^ Con le borse. 



igS LO CUNTO DE LT CUNTI 

non vastava nna, tutte le caulinare soje. e la vita stessa. 
Lo prencepe, rengraziatolo, se fece consignare na cam- 
mara, che, pe bona fortuna soja, steva vicino- a chella del- 
l'uerco; lo quale clormeva a no lietto stisso co Viola. E, 
comme scotte la notte a joquaro a stienne mia cortina 
co le stelle'*', lo prencepe, trovanno la porta dell'uerco 
aperta, che, ped essere state, ed a luoco securo, le pia- 
ceva de pigliare frisco, trasette chiano chiano, ed, atta- 
stato la tanna de Viola, le deze dui pizzeche. La quale, 
scetannose, commenzaje a dicere: « tata, quanta pu- 
lece! » E l'uerco fece subeto passare la figliola a n'au- 
tro lietto. E lo prencepe tornanno a fare lo medesemo, 
e Viola gridanno de la stessa manera, e l'uerco tornanno 
a farele cagnare mo matarazzo, e nio lenzola, se ne scorze 
tutta la notte co sto trafeco, fioche, portato nova l' au- 
rora, ca lo sole s'era trovato vivo, s'erano levate li panne 
de lutto da tuorno a lo cielo. Ma, subeto che fu fatto 
juorno, lo prencepe, passejanno*^ pe chella casa, e visto la 
figliola a pedo la porta, le disse, comme soleva: « Bonni, 
« bonni. Viola! » E, responnenno Viola: « Bonni, figlio 
« de lo re, io saccio chiù de te! », leprccaje lo prence- 
pe: « tata, quanta pulece! » Viola, che sentette sto 
tiro, trasette subeto a malizia, che lo frusciamiento de 
la notte fosse stato corrivo de lo prencepe. E, juta a 
trovare le fate, le contaje sto fatto. « Si è chesso, — 
« dissero le fate — , e nui facimmola da corzaro a cor- 
« zaro, e da marinaro agalioto; e, si t'ha mozzecato sto 
« cane, vedimmo d'averene lo pilo; isso te n'ha fatta 
« una, e nui facimmocenne una e meza ad isso! Eatte, 
« adonca, fare da l'uerco no paro de chianielle, tutte 
« chine de camiianelle, e, pò, lassa fare a nuje; ca lo vo- 



20 v. princ. G. II.: n. 21, p, 174, 

** Neir(EO) mancano le parole: lo prencepe passejanno : che si tro- 
vano nell'ed. 1637. 



JOENATA II. TRATTENEMIENTO III. 199 

« limmo pagare de bona moneta ! » Viola, desiderosa de 
la vennetta, se fece fare subeto subeto li cbianielle dal- 
l'uerco. Ed, aspettato che lo cielo comm'a femmena Ge- 
novesa--, se mettesse lo taffettà nigro ntuorno la facce, 
se ne jezero tutte quatto de conserva a la casa de lo 
prencope. Dove le fate co Viola, senz'essere viste, tra- 
settero drinto la cammara soja; e, comme lo prencepe ac- 
commenzaje ad appapagnare l'uoccliie, le fate fecero no 
gran parapiglia, e Viola ^^ se mese a sbattere tanto li pie- 
de, eh' a lo remmore dele carcagna, e a lo fruscio de li 
campanelle, scetatose co no sorrejemiento granne lo pren- 
cepe, gridaje: « mamma, mamma, ajutame! » La quale 
cosa fatto doje tre vote, se la sfilare a la casa loro. 
Lo prencepe, dapò avere pigliato la matina agro de citro 
e sementella*' pe la paura, dette na passiata pe drinto 
lo giardino, non potenno stare no momento senza la vi- 
sta de chella Viola, ch'era ntellegenza a li garuofane 
suoje^^. E, vedennola a bocca la porta, le disse: « Bonni, 
« bonni, Viola! » E Viola: « Bonni, figlio de lo re, io 
« saccio chiù de te! » E lo prencepe: « tata, quanta 
« pulece! » Ed essa: « mamma, mamma, ajutame! » 
La quale cosa sentenno lo prencepe, disse: « Me l'hai 
« fatta, me l'hai calata!, io te cedo ed hai vinto! E, ca- 



22 Non è facile spiegar quest'accenno a un particolare, che do- 
vrebbe esser quasi proverbiale, deirabbigliamento delle donne ge- 
novesi. Delle quali sono, invece, note e proverbiali le ricche vesti, 
dai colori smaglianti. V., su questo punto, Cesare Vecellio : 0. e, flf. 
2058. E, similmente, nell'opera di Luca da Linda [Le descriltiont xmi- 
zersali et particolari del mondo et delle Repubbliche, in Venetia, 
1660, p. 431) si legge: « Gli habiti et gli ornamenti delle donne (ge- 
novesi) anche in casa privatamente sono attillate, non punto contente 
dell'uso commune, portano filze di perle et di pietre pretiose; le no- 
bili amano le vesti intessute d'oro e di varii colori adorne ». 

23 (EO) Xora. 

2* Semenzina, o seme santo, erba che si dà ai bambini per rime- 
dio contro i vermi. 25 Sembra un'allusione oscena. 



200 LO CTOfTO DE LI OUNTI 

« noscenuo veramente, ca sai chiù de me, io te voglio 
« senz'antro pe mogliere ». Cosi chiamato l'uerco, e cer- 
catoncella'*', ca non voze mettere mano a le gregne^' 
d'antro, avenno saputo la matina stessa, ca era figlio de 
Col' Aniello, e che s'era ngannato l' nocchio de dereto a 
pensare, che sta vista adorosa fosse parto de no zesero 
fetente; e, perzò, dato na voce a lo patre, e fattole sa- 
pere la bona fortuna, ch'era apparecchiata pe la figlia, 
co granne allegrezza se fece la festa-, facenuo rescire vera 
chella settenza : 

Che bella zita nchiazza"^ sejriaxUa^^f 



*« (EO) cevatocella. ^ Covone, manipolo di spighe. 
2« In piazza. 29 così anche MN., V. 



CAGLIUSO ' 



Trattenemiejtto quarto de la Joexata secoxna. 

Cagliuso, pe nustria de na gatta lassatole da lo patre, deventa signore; 
ma, mostrannosele sgrato, l'è renfacciata la sgratetudene soja. 

IN on se pò dire lo gusto granne, cli'appero tutte, de 
la bona fortuna de Viola, che, co lo nciegno sujo, se seppe 
fravecare cossi bona sciorte, a sfastio de le garge de le 
sere, die, nemiche de lo propio sango, le facevano tante 
cavallette* pe farele rompere lo cuollo. Ma, essenno tiem- 
po che Tolla pagasse lo cienzo, che doveva, sborzauno da 
la vocca le monete d'oro de le belle parole, cossi a lo 
debeto sujo sodesfece. 

La ngratetudene, segnure, è chiuovo arroggiuto^, che, 
mpezzato all'arvolo de la cortesia, lo fa seccare; è chia- 
veca rotta, che spegna"* li fonnamiente de la affrezzione ; 
è folinea, che, cascanno drinto lo pignato de l'amecizia, 
le leva l'adoro e lo sapore^; comme se vede e prova 
formalemente e ne vedarrite no designo abbozzato ne lo 
cunto, che ve diraggio. 

Era na vota a la cettà de Napole mio no viecchio 
pezzente pezzente; lo quale era cossi nzenziglio, sbri- 



*■ Neir(EO) si trova: Cagliuso, e solo due volte: Gagliuso. 

2 yare cavallette, dare il gambetto. Metaf., brutti tiri. 

3 irruginito. ■* Immolla, corrode bagnando. ^ y. ^j. 58, p. 40. 

26 



202 LO CUNTO DE LI CUNTl, 

scio^, grimmo', granne^, lieggio, e senza na crespa ncri- 
spo a lo crespano, che jeva nudo comme a lo peducchio. 
Lo quale, essenno a lo scotolare de li sacche de la vita, 
chiammaje Oraziello e Pippo, figlie suoje, decennole: 
« Già so stato zitato sopra lo tenore de lo stromiento 
<i pe lo debeto, ch'aggio co la natura, e creditemo, se 
•i site cristiane ch'io senterria no gusto granne de scira 
« da sto mantracchio ^ d'afifanne, da sto mantrullo de tra- 
« vaglie, si non fosse ca ve lasso scadute, granne com- 
« me a S. Chiara^*', a le cinco vie de Melito*^, e senza 
« na maglia'^, niette comm'a bacile de varviero*^, liste 
« comm'a sorgente^', asciutto comm'uosso de pruno, che 
« n'avite quanto porta mpede na mosca, e si corrite 
« ciento miglia, non ve cade no picciolo *■'. Pocca la sciorte 
« mia m'ave arredutto, dove li tre cane cacano*'', che 
« n'aggio la vita, e comme me vide, cossi me scrive *'', 
« che sempre, comme sapite, aggio fatto alizze e cru- 



8 Nudo. ' Nell'egl. La Tenta: « Grimmo, aggrancato ». 

8 Sull'uso di granne per: povero, cfr, E. Rocco in GBB.^ IV, 6. 

9 V. n. 56, p. 129. 

10 Convento e chiesa di Santa Chiara in Napoli, fondato da Roberto 
d'Angiò. 

il A Melito, paesello sulla via di Napoli ad Aversa, « vi è una con- 
trada detta la etneo vie, presso alla quale, in un luogo detto Fasce- 
naro, vi è sempre affluenza d'accattoni » (E. Rocco, l. e). 

12 V. n. 2, p. 5. 

13 Nei Giorn. mss. del Bucca, sub 27 giugno 1631, parlandosi di 
un D. Michele Bianco, si dice: « cavaliere, bel giovane, però senza 
un carlino, e che stava liscio come bacile di barbiero, come si dice 
per proverbio » (Ms. Bibl. Naz., segn. X, B, 66). 

" V. n. 2, p. 137, 

15 cfr. n. 102, p. 16. Nel Dunlop-Liebrecht {Geschlchte der Prosa- 
dichtung, p. 517), si ricorda lo spagn.: « poder dar dlez saltos sin 
que se le caya à uno una bianca ». 

1* cfr. MX, Vili, e v. lì. 55, p. 40: in condizione miserrima. 

17 Non ho altro che la mia persona. 



JORNATA II. TRATTENEMIENTO IV. 2 03 

« celle *^, e me so corcato senza cannela*^; co tutto chesto, 
« voglio puro a la morte mia lassareve quarche signo 
« d'ammore. Perzò, tu, Oraziello, che si lo primmoge- 
« neto mio, pigliate chillo crivo ^'^, che stace appiso a lo 
« muro, co lo quale te puoi guadagnare lo pane; e tu, 
« che si lo cacanitolo ^^, pigliate la gatta, ed allecordateve 
« de lo tata vuostro! » Cossi decenno, scappajo a chia- 
gnere, e, poco dapò, decette: « A dio, ca è notte! » Ora- 
ziello, fatto atterrare pe lemosina lo patre, pigliatose lo 
crivo, jette ceruenno^"^ da oca e da Uà, pe abboscare la 
vita; tanto che, quanto chiù cerneva, chiù guadagnava. 
E Pippo, pigliata la gatta, disse: « Gravide, che negra 
« redetà m' ha lassata patremo !, che n'aggio da campare 
« pe mene, e mo averraggio da fare le spese a dui ! Che 
« se n'ha visto de sto scuro lasseto? Che meglio se ne 
« fosse stato ^^! » Ma la gatta, che sentette sto taluerno, 
le disse: « Tu te lamiente de lo sopierchio, ed hai chiù 
« sciorto, che sinno! Ma non canusce la sciorte toja, ca 
« io so bona a farete ricco, si me nce metto! » Pippo, 
che sentette sta cosa, rengraziaje la gattaria soja; e, fa- 
cennole tre quatto allesciate sopra la schena, se le rac- 
commannaje caudamente. Tanto che la gatta, compassio- 



18 sbadigli, e crocelle; perchè lo sbadiglio « si accompagna con 
un gesto di aprir la bocca e farvi la croce sopra ». La ragione di 
ciò era nella credenza che gli spiriti maligni potessero cogliere quel 
momento per entrare nel corpo umano; onde s'impediva il passo con 
una croce (cfr. VN. e Pitrè, 0. e, XVII, 40). Il Tassoni {Secchia rapita, 
IV, 48): « Cerca di qua, cerca di là, né trova Cosa da farvi il minimo 
disegno, Sbadiglian tutti e fan crocette a prova, E l'appetito lor cre- 
sce lo sdegno ». Nel Dunlop-Liebrecht (0. e, p. 515): « È anche co- 
stume in Irlanda: cfr. Taylor, p. 119 ». 

i9 « Andare a letto senza candela: questa frase è spesso adoperata 
dal N., come segno di gran povertà » (Liebr., Anm., I, 405-6). 

20 Vaglio. 21 Casalingo. 

22 ^EO) correnno. 23 jsje avesse fatto di meno. 



204 LO CTJNTO DE LI CTJNTI 

nevole de lo negrecato Cagliuso '^, ogne matina, clie lo 
sole co l'esca de la luce, posta co l'ammo d'oro, ne pe- 
sca l'ombre de la notte, se_coiiiùgnaya_o^a_la marinjt-iie 
Chiaja^^^a la Preta de lo pesce*"; ed, abbistanno quar- 
che cefaro gruosso, o na bona aurata, ne la zeppoliava, e 
portava a lo re, decenno : « Lo segnore Cagliuso, schiavo 
« de Vostra Autezza, fi ncoppa all' astraco '", ve manna 
« sto pesce co leverenzia, o dice: a gran segnore, pic- 
« colo presiento! » Lo re, co na facce allegra, comm'è 
solito de fare a chi porta robba, respose a la gatta : « Di 
« a sto segnore, che non canosco, ca lo rengrazio, a gran 
« merzè! » Quarc'autra vota, correva sta gatta, dove se 
cacciava a le Padule o a l'Astrune ^* ; e, corame li caccia- 
ture avevano fatto cadere o gelano ^^, o parrella^'\ o capo- 



ni Qui Pippo cambia nome e diventa Cagliuso, com'è poi chiamato 
sempre. 25 y. n. 30, p, 92. 

28 Luogo sulla via della marina, dove si raccoglie la pesca fatta 
per conto del negozianti in grosso, caplj)aranza. che la dislrilnii- 
scono poi ai pescivendoli. Vi è accanto la chiesetta di Santa Maria 
della Pietra del Pesce, eretta nel 1526 dalla comunità dei pesciven- 
doli (Gel., o. e, IV, 247 sgg.). Tuttavia, si noti che ai tempi del N. 
un'altra Pietra del pesce era a Ghiaia, press' a poco al posto dove 
poi sorse il Palazzo Satriano, e un'altra a S. Lucia; cosicché non è 
chiaro quale di questi tre luoghi avesse in mente. 

^ Gfr. II. 6, V, 6: « Le voleva bene n(ì ncoppa a l'astreco, ecc. ». 
— Astreco, terrazza, eh' è sopra alle case. 

*8 Luoghi di caccia presso Napoli: le paludi dal lato orientale, e 
gli Aslroni poco lontano dal Lago d"Agnano, con laghetti e selve, 
caccia reale riservata. Nel Forasi, del Gipaccio (p. 608): * For. Il vo- 
stro Re.... tiene in Napoli loco parlicolare di cacciai — CU. Signorsì. 
Loco assai celebre, poco discosto dalla cita, che dimandano Aslruni, 
con un piano circondato da colline, col giro di più di tre miglia, 
pienissimo di arbori e di tutti animali.... Mi dole ch'essendo Viceré 
il Conte di Benevento (sic), si tagliarono tutti i legnami, e il loco 
restò squalido ». 

2* O volano, eh' è il rigogolo, oriolus galbula. 3» Cinciallegra. 



.TORXATA II. TRATTEXEMIENTO IV. 205 

fuscolo^^ ne l'auzava, e lo presentava a lo re co la me- 
desema masciata. E tanto usaje st'arteficio, fioche lo re, 
na matina, le disse: « Io me sento cossi obrecato a sso 
« segnore Cagliuso, che lo desidero canoscere pe le ren- 
« nere la pariglia de sta morosanza, che m'ha mostrato ». 
A lo quale respose la gatta : « Lo desiderio de lo segnore 
« Cagliuso, è mettere la vita e lo sango pe la corona 
« soja, e crai matino, senz'antro, quanno lo sole averrà 
« dato fuoco a le restocchie^- de li campo dell'ajero, ve- 
« nerrà a fareve leverenzia ». Cossi, venuto la matina, 
la gatta se ne jette da lo re, decennole : « Segnore mio, 
« lo segnore Cagliuso se manna a scusare si non vene, 
« perchè sta notte se ne so fojute cierte cammariere, e 
« no l'hanno lassato manco la cammisa! » Lo re, sen- 
tenno chesto, subeto fece pigliare da la guardarobba soja 
na mano de vestite e de biancarie, e le mannaje a Ca- 
gliuso. E no passare doi ore, ch'isso venne mpalazzo, 
guidato da la gatta; dove appe da lo re mille compre- 
miente, e, fattolo sedere a canto ad isso, le fece no ban- 
chetto da strasecolare. Ma, ntanto che se magnava, Ca- 
gliuso a bota a bota se votava a la gatta, dicendole: 
« Mesce ^^ mia, sianote arrecommannate chelle quatto 
« peruoglie, che non vagano a mala via! » E la gatta 
responneva: « Sta zitto, appila, non parlare de ste pez- 
« zentarie! » E lo re, volenno sapere che l'accorreva, la 
gatta responneva, ca l'era venuto golio de no lemon- 
ciello piccolo. E lo re mannaje subeto a lo giardino a 
pigliarene no canestriello. E Cagliuso tornaje a la stessa 
museca de le zandraglie e pettole soje; e la gatta tor- 
naje a dicere, ch'ammafarasse la vocca; e lo re doman- 
naje de nuovo, che l'accorresse; e la gatta co n'autra 
scusa pronta, pe remmediare a la viltate de Cagliuso ! 
All'utemo, manciate e chiacchiarato no piezzo de chesto 
e de chell'autro, Cagliuso cercaje lecenzia. E la gatta re- 



3i Capinera. ^2 Ristoppie. 33 Micia. 



206 LO CUXTO DE LI CTJXTI 

staje co lo re, descrevenno lo valore, lo nciegno, lo jo- 
dizio de Caglinso, e, sopra tutto, la reccliezza granne, 
che se trovava pe le campagne de Romma e de Lom- 
mardia: pe la quale cosa, meretava d'apparentare co no 
re de corona. E, demannanno lo re, che se poteva tro- 
vare, respose la gatta: canon se poteva tenere cunto de 
li mobele, stabele e soppellettole de sto riccone, che non 
sapeva chello che aveva; e, si lo re se ne volesse nfor- 
naare, avesse mannate gente cod isso fore lo regno, ca 
l'averia fatto canoscere a la prova, ca non c'era rec- 
chezza a lo munno comme la soja. Lo re, chiammato 
certe fedate suoje, le commannaje, che se fossero nfor- 
mate menutamente de sto fatto; li quale jettero pe le 
pedate de la gatta. La quale, co scusa de farele trovare 
refrisco pe la strata de passo npasso, comme fu scinta 
li confine de lo regno, correva nante, e quante morre de 
pecore, mantre de vacche, razze de cavalle e vranche de 
puorce trovava, deceva a li pasture e guardiane : « Olà, 
« state ncellevriello, ca na mano de vannite^* vonno sac- 
« chiare quanto se trova a sta campagna; però, si volite 
« scappare sta furia, e che sia portato respetto a le cose 
« vostre, decite, ca so robbe de lo segnerà Cagliuso, ca 
« non ve sarrà toccato no pilo! » Lo simile deceva pe 
le massarie, che trovava pe lo cammino; tale che, do- 
vonca arrivavano la gente de lo re, trovavano na zam- 
pogna accordata, che tutte le cose, che scontravano, l'era 
ditto, ch'erano de lo segnoro Cagliuso. Tanto, ch'essenno 
stracque d'addemmannare chiù, so ne tornare a lo re, 
decenno mare e munte de la reccliezza de lo segnore 
Cagliuso. La quale cosa sentenno lo re, promese no buo- 
no veveraggio a la gatta, s'/ trattava sto matremmonio. 
E la gatta, fatto la navcttola^^ da cà o da Uà, all'utc- 



3* Banditi. 

3^ Spola di tessitore. Gfr. Cortese (Micco Pass., Vili, 22). Int.; tergi- 
versato un pezzo. 



JORXATA ir. TRATTENEMIENTO IV. 207 

mo, concruse lo parentato. E, venuto Cagliuso, e con- 
signatole lo re na grossa dote e la figlia, dapò no mese 
de feste, disse, ca ne voleva portare la zita a le terre 
soje. Ed, accompagnate da lo re fi a li confine, se ne jette 
a Lommardia. Dove, pe conziglio de la gatta, comperaje 
na mano de territorio e de terre, che se fece barone. 
Ora mo, Cagliuso, vedennose ricco a funno, rengraziaje 
la gatta, che non se pò dicere chiù, decenno, ca da essa 
reconosceva la vita e la grannezza soja, da li buone af- 
ficie suoje, che l'aveva fatto chiù bene l'arteficio de na 
gatta, che lo nciegno de lo patre. E però, poteva fare e 
sfare de la robba e de la vita soja, comme le pareva e 
piaceva; dannole parola, che, comme fosse morta, da Uà a 
ciento anne!, l'averria latto mbauzamare e mettere drinto 
a na gajola d'oro, drinto la stessa cammara soja, pe tenere 
sempre nanze all' nocchie la mammoria soja! La gatta, 
che sentette sta spanfiata^*^, non passaro tre juorne, che, 
fegnennose morta, se stese longa longa drinto lo giardino. 
La quale cosa vedenno la mogliere de Cagliuso, gridaje : 
« Oh, marito mio, e che desgrazia granne!, la gatta è 
« morta! » « Ogne male vaga appriesso ad essa!, — re- 
« spose Caglinso — , meglio ad essa, ch'a nuje! » « Che 
« ne farrimmo? », replecaje la mogliere. Ed isso: « Pi- 
« gliala pe no pede, e jettala pe na fenestra^''! » La gatta, 
che sentette sto buono miereto, quanno manco se l'averria 
màgenato, commenzaje a dicere : « Chesta è la gran mer- 
« zè de li peducchie, che faggio levato da cucilo?, che- 
« sta è l' a-mille-grazie de le petacco^^, che faggio fatto 
« jettare, che nce potive appennere le fusa^''?, chesto è 
« lo cammio d'averete puosto nforma de ragno; ed ave- 



36 Vanteria. 

37 II Liebr. nota che, se il gatto stava nel giardino, era difficile 
gettarlo dalla finestra (Anw., I, 406). 33 cenci. 

39 Che si potevano lavorar col fuso, filare. 



208 LO CUKTO DE LI CUNTI 

« rete sbrammato, dove avive l'allanca^*^, pezzente, strac- 
« cia-vrache!, che jere no sbrenzolato, sdellenzato, spe- 
« tacciato, perogliuso, spogliampise! Cossi va chi lava la 
« capo all'aseno! Va, che te sia marditto quanto faggio 
« fatto, ca non mierete, che te sia sputato ncanna! Bella 
« gajola d'oro, che m' avive apparecchiata!, bella sepe- 
« tura, che m' avive consignata! Va, siervo tu, stenta, 
« fatica, suda, ped avere sto bello premio! Oh negre- 
« cato chi inette lo pignato a speranza d'autro! Disse 
€ buono chillo felosofo: chi aseno se cprca, aseno se 
« trova! Nsomma, chi chiù fa, manco aspetta! Ma: bone 
« parole e triste fatte, ngannano li savie e li matte! » 
Cossi decenno e capezzianno^^, se pigliaje la via de fere; 
e, pe quanto Cagliuso, co lo permone*^ de l'omelità, cer- 
caje alliccarela, non co fu remmedio, che tornasse arreto. 
Ma, correnno sempre, senza votare mai capo dereto, de- 
ceva: 

^Dio te guarda de ricco mpoveriito, 

\E de pezzente, quanno è resagliuto*^! ' 



<o Fame canina. *^ Scuotendo la testa. 

■12 eh' è il cibo dei gatti. E a Napoli si dicono: polmonari i ven- 
ditori ambulanti, che vanno distribuendo per le case questa cibo. 
Un nostro scrittore di cinquanl'anni fa descriveva il iJolmonaro 
* che trascorre a passo lento la strada con una mazza a bilan- 
ciere sulle spalle, dalle due estremità della quale pendono due 
enormi polmoni di buoi leggermente cotti... E (i gatti) lo conoscono, 
lo prevedono anzi, lo profetizzano, e ne sentono l'appi'ossimarsi an- 
cora molto da lontano, si che cominciano a miagolare e rimenarsi 
inquiete. E non appena lo veggono che gli strisciano attorno le gambe 
nude, lo battono con la coda, e rombano con quel suono interno e 
profondo, tal che sembrano ventriloque. Ed egli sorride loro da pri- 
ma, dice qualche parola gentile o adulatrice, prende conto della loro 
Ralut<>, del loro appetito, dei loro alTari, e finisce per assegnare una 
porzione di cibo equivalente al bisogno o al merito di ciascheduna. » 
{Napoli in miniatura, ovvero il popolo di Napoli ed i suol costumi, 
Opera di patrii autori, pubbl. per cura di M. Lombardi, Nap., 1847, 
pp. 230-2, con flg.). *3 Salito in fortuna. 



LO SERPE 



Trattenemiento questo de la Jorxata seconda. 



Lo re de Starzalonga^ marita la figlia co no serpe, e, scopierto 
ch'era no Lello giovane, Tardette la spoglia. Isso, volenno rom- 
pere na vilriala pe foire, se roppe la capo, né trovanno remme- 
dio, la figlia de lo re lassa la casa de lo patre. E, ntiso da na 
vorpe lo secreto da sanare lo nammorato, accide maliziosamente 
la vorpe, e, de lo grasso sujo e de varie aucielle ontanno lo gio- 
vane feruto, ch'era figlio de no prencepe, le deventa marito. 

Jr u compatuta fora de muodo la scura gatta pe ve- 
detela cossi male remunerata; si be nco fu perzona, che 
disse, ca se poteva couzolare co l'avanzo e presa, non 
essenno sola; ca, ogge, la sgratetudene è fatto male do- 
mesteco, comme a lo male franzese e lo crastone^; es- 
sennoce dell'autre, e' hanno fatto e sfatto, conzomato la 
robba, roinata la vita pe servire sta razza de sgrate, e, 
quanno se tenevano mano antro, che gajole d'oro, se de- 
stinano na sepetura a l'ospitale. Tra chisto miezo, ve- 
denno apparecchiata Popa pe parlare, facettero selenzio, 
mentre essa disse. 



i star za signif.: vasto podere, fattoria. 

2 Mal castrone si chiamò la febbre catarrale epidemica; della quale 
si ebbe a Napoli e in tutta Italia una terribile epidemia il 1580 (Cfr. 
A. Corradi, Influenza, ovvero febbre catarrale epidemica dell'a. 1580 
in Italia negli Ann. univ. di medie, voli. 197-8, e il Fanf, d. Dom., 
XII (1890), 3, 4, 5). 



2 IO LO CmjTO DE LI CUNTI 

Sempre se dette l'ascia a lo pede clii cercaje troppo 
coriuso de sapere li fatte d'autro, comme ne pò fare te- 
stemonio lo re de Starzalonga, che, pe mettere lo musso 
a la chelleta, sgarraje lo filato de la figlia, e roiuaje lo 
nigro jennero, che, dove era venuto a sfracassare co la 
capo, restaje co la capo sfracassata. 

Ora dice, ch'era na vota na foretana, che desiderava 
chiù d'avere no figlio, che non desidera lo liticante la 
sottenza nfavore, lo malato V acqua fresca, e lo tavernaro 
la passata de lo percaccio ^. Ma, pe quanto lo marito 
zappava a jornata, mai arrevava a vedere la ferteletate, 
che desederava. Ma, essenno juto no juorno lo poverom- 
mo a fare na fascina a la montagna, e sciaravogliannola'' 
a la casa, nce trovaje no hello serpetiello driuto a le fra- 
sche. La quale cosa vedenno Sapatella (che cossi se chiam- 
mava la foretana), jettato no gran sospiro, disse: « Ecco 
« ca pe fi a li sierpe fanno li serpunchiole, e io nasciette 
« sbentorata a sto munno, co no guallaruso^ de marito, 
« che con tutto che sia ortolano, non è da tanto de fare 
« no nzierto*^! » A le quale parole rispose lo serpe: « Pocca 
« non pnoje avere figlie, e tu pigliate a me, ca sarrà no 
« buono appiello', e te vorraggio bene chiù de mamma ». 
Sapatella, che ntese parlare a no serpo, appe a spire tare; 
ma, fatto armo, le disse : « Quanno mai ped autro, pe 
« ssa amorevolezza toja io me contento d'azzettarete com- 
« me si fusse sciuto da lo denucchio mio ». E cossi, con- 
signatole no pertuso de la casa pe connoia, le deva a 
magnare do chello, che aveva, co la chiù granne affez- 
zione de lo munno. E, creacenno de juorno njuorno, com- 
me fu fatto granneciollo, disse a Cola Matteo, lo foretano, 
che teneva pe messere : « tata, io me voglio nzorare ! » 
« De grazia, — disse Cola Matteo — , trovanimmo n'au- 



3 Dei via 
^ Ernioso, 



iggiatori, che viaggiano col procaccio. ■* Svolgendola. 
0. 6 Innesto. "^ Che sarà una buona scelta. 



JORNATA II. TEATTENEMIENTO V. 211 

« tra serpe, comm' a tene, e farrimmo sta lega de po- 
« teca ». « Che serpe?, — respose lo serpetiello — , era- 
« me fatte tutte uuo co le vipere e li scorzune ! Ben se 
« pare ca si n'Antuono^, e fai d'ogne erva fascio! Io vo- 
« glio la figlia de lo re; e, perzò, vattenne a sta mede- 
« sema pedata, e cerca a lo re la figlia, e di ca la volo 
« no serpe ». Gola Matteo, che jeva a la bona, né se 
ntenneva troppo de sti vottavarrile^, jette semprece- 
mente a lo re, e le facette la masciata, decenne : « Ma- 
« sciatore non porta pena: si no, mazze quanto la rena! 
« Ora sacce, ca no serpe vole figliata pe mogliere; per- 
« zò, vengo comme ortolano a vedere si potesse fare no 
« nsierto de no serpe co na palommella ». Lo re, che 
canoscette a lo naso ch'era no vozzacchione, pe levare- 
sillo da cuollo, disse: « Va, di a sto serpe, che, si me 
« farrà li fx'utte de sto parco tutte d'oro, io le darraggio 
« figliama ». E, fattose_ na gran risata, le dette lecienzia. 
Ma, dato Cola Matteo la resposta a lo serpe, isso le disse: 
« Va crai matino^'', e aduna tutte l'ossa de frutte, che 
« truove pe la cetate, e ne semmena lo parco, ca ve- 
« derrai perne nfilate a lo junco ». Cola Matteo, ch'era 
fatto a la sterza ^^, ne sapeva leprecare, ne contradire, 
comme lo sole co le jenestre ^' d'oro scopaje le monnezze 
de l'ombre de li campe adacquate da l'arba, nfilatose na 
sporta a lo vraccio, jette de chiazza nchiazza adonanno 
tutta l'ossa, che trovaje de perzeca, de gresommola^^, 
d'albergo ^^, de visciole, e de quante nevinole^^ ed arille^" 
trovaje pe le strate. E, juto a lo parco, le semmenaje, 



8 V. n. $s^ p. 28. 9 Par che voglia dire: cerimonie, e simili. 

10 Domattina. ^^ Stortamente, grossolanamente. ^~ (EO) fenestre. 

i3 Albicocca. 

1* Varietà di pesca: ijrunus armeniaca v. Alexandrina praecox. 

i5 II de sembra superfluo: nevinoìe^ semi, simili. 

i6 Vinacciuoli, e, in gen., semi. 



212 LO CUNTO DE LI CUNTI 

comme aveva ditto lo serpe, che, nditto nfatto, sguigliaro, 
fecero li troncane de le cbiante, le frunne, li shiure, 
e li frutte tutte d'oro lampante, che lo re, vedenno tale 
cosa, jette n'estrece ^^ de stopore, e pampaniaje de prejez- 
za**. Ma, essenno mannato Cola Matteo da lo serpe a 
cercare a lo re la promessa: « Adaso li cuorpe!, — disse 
« lo re — , ca voglio n'autra cosa, si vole figliama! Ed 
« è, che faccia tutte le mura, e lo suolo de lo parco de 
« prete preziose ». E, referuto sta cosa da lo parzonaro 
a lo serpo, isso le respose : « Va crai matino, ed, ado- 
« nanne tutto le graste*', che truove pò la terra, jettale 
« pe lo strato e pe le mura de lo parco, ca volimmo 
« arrevare sto zuoppo! » E Cola Matteo, comme la notte, 
ped avere fatto spalla a li mariuole, ave l'ausilio ^^ e va 
raccoglienno le sarcinole de li crepuscolo da lo cielo, pi- 
gliatose no cuofano^^ sotta tetilleco, commenzaje a ire 
adunanno graste d'arciulo, piezze de tieste e do coper- 
chiole, funne de pignate e de tiane^^, urie de scafarejo^^, 
maneche de lancelle, lavre de cantaro, arresediannone 
quanto locernelle rotte, graste spezzate, fesine sesete^', 
quante frantumme de roagne trovaje pe la via. E, fat- 
tone chello, che aveva ditto lo serpe, se vedde lo parco 
mautonato de smeraude e caucedonie, ntonacato de robino 
e carvunchie, che lo lostrore sequestrava la vista drinto 
li magazzeno dell'uocchie, e chiantava la maraveglia drinto 
a li territorio de li core. A lo quale spettacolo restajo 
lo ro tutto de no piezzo, e non sapeva, che l'era socciesso ! 
Ma, fattole dire n'autra vota lo serpe, che l'attennesse 
la parola, lo re respose: « Quanto s'è fatto, è zubba, si 



" In estasi. 18 Allegrezza. io Cocci. 20 Esilio. 
" Corbello. 22 Tegami. 

23 Vasi di terracolfa per lavarvi stoviglie o erbaggi, ecc. 
2' Vasetti spezzati. Cfr. Egl. La Stufa: « stracco de pede e slselo 
de testa ». 



JORNATA II. TRATTENKMIENTO V. 21 S 

« non me fa deventare sto palazzo tutto d'oro ». E Cola 
Matteo, referuto st' antro capriccio de lo re a lo serpe, 
lo serpe le disse: « Va, e piglia no fascio d'erve deverze, 
« e ugnene le pedamente de lo palazzo, ca vedarrimmo 
« de contentare sta regnola^^ ». Cola Matteo, a lo stisso 
punto, se fece na grossa mappata de foglia molle, de ra- 
pestelle, d'aitille, de porcliiacclie, d'arucole e de cerefuo- 
glie-'^; e, fattone n'onzione a lo pede de lo palazzo, se 
vedde subeto tutto stralucere comme a pinolo naurato ^'', 
da fare vacuare le povertà a ciento case, stetecute ^^ da 
la fortuna. E, tornato lo foretano a nomme de lo serpe 
a l'are stanzia pe la mogliere, lo re, vedennose stagliate 
li passe, chiammaje la figlia, e le disse: « Grannonia mia, 
« io, pe delleggiare no marito, che te voleva, aggio cer- 
« cato patte, che me pareva mpossibele, che se potes- 
« sero comprire. Ma, vedennome arrivato ed obrecato, non 
« saccip comme, te prego, si si figlia benedetta, che me 
« facce mantenere la fede, e che te contiente de chello, 
« che vele lo cielo, ed io so costritto de fare! » « Ea 
« chello, che te piace, tata gnore mio, — respose Gran- 
« nenia — , ca no sciaraggio na jota da lo volere tnjo ». 
Ntiso chesto, lo re disse a Cola Matteo, che facesse ve- 
nire lo serpe. Lo quale, sentuto la chiammata, ncoppa a 
no carro tutto d'oro, tirato da quatto lefante d'oro, se 
ne venne a la corte. Ma, dovonca passava, sfrattavano 
atterrute le gente, vedenno no serpe accessi gruosso e 
spaventuso fare lo spassiggio pe la cetate. Ed, arrivato 
mpalazzo, tremmaro comme a junco, ed ammarciaro tutte 
li cortesciane, che non ce restairo manco li guattare. E 
lo re, e la regina se ncaforchiaro pe lo jajo drinto a na 
cammara; sulo Grannonia stette sauda sauda! E, benché 



23 Propr., lamento; qui: persona noiosa. 

26 Cioè: « un gran fagotto di bietola, ramolaccio, aglietti, erba por- 
cellana, ruca, cerfoglio ». ^7 y. n, 34, p. 120. 28 Rese stiticlie. 



214 LO CUNTO DE LI CTJNTI 

lo patro e la mamma gridasse: « I^wje, sbigna, Gran- 
« nonia!, sàrvate, Rienzo! », essa non se voze scazzecare 
mollica, decenno: « Perchè voglio foire da lo marito, 
« che m'avite dato? » Ma, trasuto lo serpe a la cammara, 
afterraje pe miezo co la coda a Grannonia, e le dette 
na vranca de vase, che lo re ne fece na quatra de vier- 
me, e, si lo nsagnave^^, non ne sceva sango. E, portato- 
sella drinto n'autra cammara, fece serrare la porta; e, 
scotolanno lo cuojero nterra, deventaje no bellissemo gio- 
vane, ch'aveva na capo tutta ricco d'oro, e coll'uocchie 
te affattorava! Lo quale, abbracciato la zita, couze li prim- 
me frutte de l'ammore sujo. Lo re, che vedde ncafor- 
chiare lo serpe co la figlia, e chiudere la porta, disse a 
la mogliere: « Lo cielo faccia pace a chella bon'arma 
« de figliama, ca è juta senz'antro, e chillo marditto 
« serpe ne l'averrà scesa, comme a veluocciolo d'uovo! » 
E, mettenno l'uocchie pe lo pertnso de la chiavatura, 
voze vedere, che cosa n'era fatto. Ma, visto la stremata 
grazia de chillo giovane, e la spoglia de serpe, ch'aveva 
lassato nterra, dato no canee a la porta, trasettero drinto. 
E, pigliato chella pella,' la jettaro a lo fuoco, facennola 
abrosciare. La quale cosa, vedenno chillo giovane, gri- 
daje : « Ah cane renegate, me l'avite fatta ! » E, strafor- 
matose a na palomma, e trovato pe foire le vitriate a 
le fenestre, tanto nce tozzaje co la capo, pe fi che le 
roppe; ma ne scotte conciato de manera, che no le re- 
staje parte do la catarozzola sana. Gi'annonia, che So 
vedde a no punto contenta o negra, felice e sbentorata, 
ricca e pezzente, sciccannose la facce, se lamentaje co 
lo patre e co la mamma de sta ntro volata ^"^ de gusto, de 
sta ntossecata de docezza, e do sta sgarx'ata de sciorte. 
Li quale se scusattero, che non pensare de fare male. 



** Se lo salassavi, 3o Turbamento, 



JORNATA II. TRATTENEMIENTO V. 21 5 

Ma essa, gualiannose, fioche scette' la notte ad allommare 
lo catafarco^^ de locielo pe le pompe fonerale de lo sole, 
Gomme vedde corcate tutte, pigliatose tutte le gioje, che 
teneva a no scrittorio, se ne scette pò na porta fauza, 
co penziero do cercare tanto, fi che trovasse lo bene, 
che aveva perduto. E, soluta foro de la cetate, guidata 
da lo raggio de la luna, trovaje na vorpe, la quale le disse 
se voleva compagnia. E G-rannonia le respose: « Me ne 
« fai piacere, commare mia, ca non so troppo pratteca 
« de lo paese ». E, cossi, camminanno, arrivar© a no 
vosco, dove l'arvole, joquanno comm'a peccerille, face- 
vano casarelle pe nce-accovare l'ombre^-. Ed, essenno ora- 
maje stracque de lo cammino, volennose arreposare, se 
retiraro a lo copierto de le frunne; dove na fontana jo- 
quava a carnevale co l'erva fresca, scarrecannole aduosso 
l'acqvia a lancelle^^. E, corcatose ncoppa no matarazzo 
d'erva tennerella, pagaro lo dazio de repuoso, che dove- 
vano a la natura, pe la mercanzia de la vita; né se sce- 
taro mai, fioche lo sole non dette signo co lo solito 
fuoco a marinare ed a corriere, che potevano secotare lo 
cammino loro. E,scetate che foro, se fermare ancorano 
buono piezzo a sentire lo cantare de varie aucielle, mo- 
stranno Grannonia no gusto granne de sentire lo verno- 
liare^*, che facevano. La quale cosa visto la vorpe, le 
disse: « Antro tanto piacere senterrisse, ntennenno chello, 
« che diceno, comme lo ntenno io ». A ste parole Gran- 
nonia, perchè le femmene hanno cossi pe natura la cu- 



3^ I catafalchi pei funerali si solevano fare magnifici, in quel se- 
colo pomposo, come si può vedere dalle molte descrizioni di fune- 
rali e catafalchi, che restano a stampa. 

32 Allus. al giuoco a rimptattino. 

33 Tra gli altri usi carnevaleschi c'era quello d' inafflar la gente, 
con acque odorose, o altrimenti. Il Del Tufo, discorrendo del Car- 
nevale: « Quel trar degli uovi coloriti e belli, Pien d'anisi, confetti 
forticelli. Altri iV acque e profumi. Conforme a lor costumi » {ms, 
e, f. 88). Cfr. IV, 4. 34 Cinguettare. 



2l6 LO C'UNTO DE LI CUNTI 

riositate, comme le chiacchiare, pregaje la vorpe a dì- 
relè chello, che aveva sentuto a lo lengiiaggio dell'auciello. 
Ed essa, dapò fattose pregare no buono piezzo, pe gua- 
dagnare maggiore curiosità a chello, che doveva contare, 
disse che chille aucielle trascorrevano fra loro de na de- 
sgrazia soccessa a lo figlio de lo re; lo quale, essenno 
bello comme a no fato, pe non avere voluto dare sfa- 
zione a le sfrenate voglie de n'orca mardetta, l'era stata 
data na mardezzione, che fosse transformato nserpe pe 
sette anne; e che già era vicino a fornire lo tiempo, 
quanno, nammoratose de. na figlia de re, se ne steva co 
la zita drinto na cammara, ed aveva lassato lo cuojero 
nterra; ma lo patre e la mamma de la zita troppo co- 
riuse, l'aveano abbrusciato la spoglia. Lo quale, fojenno 
nforma de na colomma, a lo rompere na vitriata, pe sciro 
da na fenestra, s'era sfracassato de manera, ch'era de- 
sperato da miedece. Grannonia, che sentette parlare dò 
Taglie suoje^^, demannaje, la priraraa cosa, di chi era figlio 
sto prencepe, e si nc'era speranza de remmedio a lo male 
sujo. E la vorpe respose, ca chille aucielle avevano ditto 
ch'era lo patre sujo lo re de Vallonogruosso, e che non 
c'era antro secreto pe appilare le pertose de la capo soja, 
azzò non so ne scesse l'arma, che ontare le ferite co lo 
sango de l'aucielle stisse, ch'avevano contato sto fatto. 
Grannonia, a ste parole, se ngenocchiaje nante la vorpe, 
pregannola a farele st'utele de pigliarele chill'auciello, 
pe cacciarene lo sango, che averriano spartuto da buon 
compagne lo guadagno. « Chiane !, — disse la vorpe — , 
« aspettammo la notte; e, comme l'aucielle s'ammaso- 
« nano, lassa fare a mammata, ca saglio ncoppa a l'ar- 
« volo, e ne le scervecchio uno ped uno ». Cossi, passato 
tutto lo juorno, mo parlanno do la bellezza do lo gio- 



35 Dei {jxiii^ dei guai suoi. 



JORNATA II. TRATTENEMIENTO V. 217 

vane, mo de l'arrore de lo patre de la zita, mo de la 
desgrazia soccessa, trascorrenno trascorrenno, passaje lo 
juorno, e la terra spase no gran cartone nigro pe racco- 
gliere la cera da le ntorcie de la notte ^°. La vorpe, 
comme vedde appapagnate l'aucielle ncoppa a li ramme, 
se ne sagliette guatto guatto, e, ad uno ad uno, ne piu- 
zaje^^ quante gelane ^^, cardille, reille^^, froncille '*'*, galli- 
ne arcere^^, coccovaje, papesco "^^j marvizze^^, lecere, co- 
starelle" e pappamosche erano ncoppa all'arvole. Ed, 
accisole, mesero lo sango drinto a no fiaschetiello, che 
portava la vorpe pe ref'rescarese pe la via. Grannonia, 
pe lo priejo, non toccava pedo nterra; ma la vorpe le 
disse: « Oh che allegrezza nsuonno, figlia mia! Tu non 
« aje fatto niente, si non aje ancora lo sango mio pe 
« fare crapiata'*-' co chillo de l'aucielle! » E, ditto che- 
sto, se mese a foire. Grannonia, che vedde derropato le 
speranze soje, recorse a l'arte de le femmene, eh' è l'a- 
stuzia e la losegna, decennole: « Commare vorpe, aver- 
« risse ragione de sarvarete la pella, quanno io non te 
« fosse tanto obrecata, e quanno non se trovassero autre 
« vurpe a lo munno; però, mentre saje quanto te devo, 
« e sai ancora ca non mancano pare toje pe sse campa- 
le gne, te puoje assecurare de la fede mia, e non fare 
« comme la vacca, co dare de pedo a la tina, mo che 
« l'aje chiena de latte : hai fatto e fatto, e mo te pierde 
« a lo meglio! Fermate, crideme, ed accompagname a la 
« cetate de sto re, ca me accatto pe schiava ». La vorpe, 
che non se credeva mai, che se trovasse quinta essenza 



36 « Allusione all'uso della povera gente, che nelle pubbliche feste, 
e specialmente nei funerali, nelle chiese, ecc., raccoglie con un pezzo 
di cartone la cera, che scorre dalle candele » (Liebr., Anm., I, 406). 

'^"^ Propr. : beccò. 38 y. ^7, 29, p. 204. 

39 Reatini, scriccioli d'Europa. ^^ Fringuelli. ^^ Beccacce. 

« Upupe. ^3 Tordi. ^^ Strigi, ^5 Miscela. 

28 



2lS LO CUXTO DE LI CirSTl 

vorpina, se trovaje vorpinata da na femmena. Perchè, 
accordatoso**' a camminare co Grannonia, non appero date 
cinquanta passe, ch'essa le nzertaje na mazzata co lo va- 
stone, che portava, e le dette a la chiricoccola de mane- 
ra, che subeto stese li piede. E, scannatola, subeto'" ne 
pigliaje lo sango, refonnennolo a lo fìaschetiello. E, com- 
menzato a toccare de pede, arrivaje a Vallonegruosso; 
dove, abbiatose verzo lo palazzo riale, fece ntennere a 
lo re, ch'era venuta pe sanare lo prencepe. Lo re, fattola 
venire a la presenzia soja, se maravigliaje de vedere na 
figliola prommettere chello, che n'avevano potuto fare li 
meglio miedece de lo regno siijo; puro, perchè lo ten- 
tare non noce, disse ch'era de gusto granne vederene la 
pperienzia. Ma Grannonia leprecaje: « S'io ve faccio ve- 
« dere l'^ifetto, che desiderate, voglio, che me prommet- 
« tite de daremillo pe marito ». Lo re, che teneva lo 
figlio pe muorto, le respose: « Quanno tu me lo darrai 
« libero e sano, io te lo darraggio sano e libero, che n'è 
« gran cosa dare no marito a chi me dace no figlio ». 
E, cossi, juto a la cammara de lo prencepe, non cossi 
priesto Tappo ontato co chillo sango, che ae trovaje com- 
me n'avesse avuto mai male. E Grannonia, comme ve- 
dette lo prencepe forte e gagliardo, disse a lo re, che 
l'attennesse la parola. E lo re, votatose a lo figlio, disse: 
« Figlio mio, già te sì visto muorto, ed io te vogo vivo, 
« e manco lo creo! Però, avenno prommisso a sta gio- 
« vane, si te sanava, che tu lo fusse marito, già che lo 
« cielo t'ha fatto la grazia, famme comprire sta mprom- 
« messa, pe quanto aramore me puorte; pecca è necessità 
« de gratetudene pagare sto debeto ». A ste parole re- 
spose lo prencepe: « Signore mio, vorria avere tanta li- 



*^ (EO) accostatose. 

*'' Mancano neH'CEO) le parole: subeto stese li piede e scannatola, 
che si trovano nell'ediz. del 1637. 



JORXATA IL TRATTEl^EMIEXTO V. 219 

« bertate alle boglie meje, pe dareve sfazione, quanto 
« ammore ve porto; ma, trovannome mpegnato de pa- 
« rola ad autra femmena, ne vui conzenterrite, che io 
« rompa la fede; né sta giovane me conzigliarrà, che io 
« faccia sto tuorto a chi voglio bene, né io pozzo mu- 
« tare penziero ». Grannonia, sentuto chesto, appe no 
gusto ntrinseco, che non se porrla dicere, vedennose viva 
drinto a la mammoria de lo prencepe. E, fatto na tenta 
de carmosino a la facce, disse: « Quanno io facesse con- » 
« tentare sta giovane amata da vui, che me cedesse sta 
« partita, non te chiegarrisse a le boglie meje? » « Non 
« sarrà mai, — respose lo prencepe — , ch'io scache la 
« bella raagene de l'amanza mia da chisto pietto ! che 
« me faccia conserva de l'ammore sujo, che me dia cas- 
« sia tratta'*^, sempre sarraggio de na stessa voglia, de 
« no stisso penziero, e me porrla vedere mpericolo de 
« perdere lo luoco a la tavola de la vita, che io non 
« farraggio mai ne sto cavalletto, né sto trucco^'' ». 
Grannonia, non potenno chiù stare drinto le pastore de 
lo fegnemiento, se le scoperze chella, che era; pecca la 
cammara, serrata tutta, pe le ferite de la capo, e lo ve- 
derela stravestuta, non ce l'aveva fatta canoscere. E lo 
prencepe recanosciatola, saboto l'abbracciaje co no giu- 
belo da stordire, decenno a lo patre la perzona, che era, 
e chello, ch'aveva patuto, e fatto ped essa. E, mannanno 
a chiammare lo re e la regina de Starzalonga de bona 
commegaa fecero lo matremmonio pigliannose sopra tutto 
graonissemo sfizio ^"^ de lo corrivo de la vorpe, concro- 
denno all'utemo dell'utemo: 

Ch'a li gusle d'ammore 

Fu semi^re connemiento lo dolore. 



■** Cassia cavata dalle canne: e, qiii, metaf. 

''9 Né questo inganno, né questo cambio, ^o Gusto. 



L'ORZA 



Trattenemeento sesto de la Jornata seconda. 

Lo re de Roccaspra vo pigliare la figlia pe mogliere; chella, pe a- 
stuzia de na vecchia, se cagna nforma d'orza, e fuje a le serve; 
e, venendo mmano de no prencepe, la vede nell'aspetto propio 
drinto no giardino, dove se faceva la testa ', e se ne nammora; 
dapò varie succiesse, scoperta pe femmena, le deventa mogliere. 

1 utto lo cunto, che disse Popa, fece ridere a schiat- 
tariello le fammene; ma, dove se trattaje de la malizia 
lloro, bastante a coffiare na vorpe, lloco avettero a cre- 
pare pe li fianche de lo riso! E, veramente, la femmena 
ha le malizie comm'a granatelle nfilate a ciento p'ogne 
capillo de la capo : la fraudo l' è mamma, la buscia nu- 
triccia, la losenga maestra, lo fignemiento conziglio, e 
lo nganno compagno, che bota e revota l'ommo comme 
le piace. Ma, tornanno ad Antonella, che s'ora ngarza- 
pelluta- pe parlare, la quale, stata no poco sopra do se, 
comme se pigliasse mostra de li penziere, cossi dicette. 
Disse buono chillo sapio, ca non se pò a commanna- 
miento de fele obedire de zuccaro. Deve l'ommo com- 
mannare cose jaste de mosura, pe trovare obedienzia ag- 
ghiustata de piso: dall'urdene, che non commeneno, na- 
scono le resistenze, che non s'agghiustano ; comm' appunto 



* si pettinava. 2 Ringalluzzita, e qui, atteggiata, apparecchiata. 



JOBNATA II. TRATTENEMIENTO VI. 221 

soccesse a lo re de E/Occaspra, che, pe cercare na cosa 
ndebeta a la figlia, le deze causa de fuiresenne, a riseco 
de perdere lo nore e la vita. 

Ora dice, ch'era na vota lo re de Roccaspra, che a- 
veva pe mogliere la mamma de la stessa bellezza; la 
quale, a la meglio carrera de l'anne, cascaje da lo ca- 
vallo de la sanetate, e se roppe la vita. Ma, nnante che 
se stotasse la cannela de la vita a lo ricanto dell'anno^, 
se chiammaje lo marito, e le disse: « Io saccio ca sem- 
« pre m'aje amato svisciolatamente ; perzò, mostrame a 
« la fonnareglia* de l'anne mieje, l'accoppatura de l'am- 
« more tujo, promettennome de non te nzorare maje, se 
« non truove n'auta femmena bella comme so stata io; 
« autramente, te lasso na mardezzione a zizze sprem- 
« mute^, e te ne portarraggio odio pe nfi a l'auto munno ! » 
Lo re, che le voleva bene nfi ncoppa l'astraco, sentenno 
st'utema volontà, scappai a chiagnere, e, pe no piezzo, 
non potte responnere na parola mardetta. AU'utemo, 
scomputo de trevoliare, le disse: « Ch'io voglia sapere 
« chiù de mogliere, nanze me schiaffa gotta ^, nanze me 
« sia data lanzata catalana''', nanze sia fatto comm'a Sta- 
« racemi Bene mio, scordatello, non credere a suonne, 



3 Metaf. dai pubblici incanii. Il Liebr. {Anm., I, 406) dice che l'uso 
della candela nei pubblici incanti vigeva anche in Ispagna: onde la 
frare: acabarse la candela. E nel Dunlop-Liebrecht (0. e, p. 515) che: 
« vigeva una volta anche in Inghilterra: Taylor, p. 168 », e che, pro- 
babilmente a quest'uso allude un luogo dei Gesta Eomanorv.m, 96, 98. 

■* Feccia, e quindi al fondo, alla fine. In relaz. con accoppatura, 
fior flore. 5 Maledizione terribile, fatta con tutte le forze. 

6 Muoia d'apoplessia. '' V. n. 39, p. 9. 

* Giovan Vincenzo Starace (o meglio Storace, perchè così si trova 
la firma in documenti dell'Archivio Municipale), fu Eletto del popolo. 
— Kel 1585, per essersi mandato molto grano in Ispagna, cominciò a 
sentirsene carestia in ìS'apoli. Nel maggio, gli Eletti, riunitisi in 
S. Lorenzo, riconobbero la necessità o di diminuire il peso di rial- 
zare il prezzo del pane. Il solo Starace, per mezzo di due suoi con- 



2 22 LO CUNTO DE LT CTJXTI 

« ch'io pozza mettere ammore ad autra femmena. Tu 
« faste la ncignatura^ de l'affezzione mia, tu te ne por- 
« tarraje le stracce de lo boglie meje! » Mentre isso di- 
ceva ste parole, la povera giovane, che faceva lo racano ^'^, 
strevellaje *^ l'uocchie, e stennecchiaje li piede. Lo re, 
che vedde spilata Patria*^, spilaje le cannelle dell'uocchie, 
e fece no sbattetorio, e no strillatorio che nce corze tutta 
la corte, chiammanno lo norame do chella bon'arma, ja- 
stemmanno la fortuna, che nce l'aveva levata; e, tiran- 



sultori, s'oppose a questa deliberazione. Ma si sparse invece la voce, 
cbe avesse consigliato gli odiosi espedienti; e il popolo cominciò ad 
agitarsi. Invano lo Starace tenne riunione in S. Agostino che a stento 
potè parlare e non persuase o non fu capito. Pure, si concluse di ra- 
dunarsi il giorno dopo a Santa Maria la Nuova, per andare dal Viceré. 
Ma il giorno dopo (9 maggio) fu levato a furia di popolo da Santa 
Maria la Nuova, tra insulti e percosse menato a S. Agostino; e qui, 
prima ferito, poi trafitto con una stoccata, e gittate semivivo in una 
fossa: donde cavato fuori di nuovo, negatogli di confessarsi, fu per- 
cosso e straziato e spogliato nudo, e trascinato per le strade verso la 
Rellarin, dove morì. Ma, anche morto, per più di sei ore seguitarono 
a trascinarlo, a bruttarlo, a insultarlo, a tagliuzzarlo, cavandogli il 
cuore, strappandogli le viscere, troncandogli le gambe, ofi"rendo quelle 
membra a chi volesse mangiarne; poi la plebaglia si divise, e una 
parte andò a bruciare la casa dello Starace, un'altra parte seguitò a 
divertirsi col cadavere; lasciandone solo sul tardi pochi bi-ani san- 
guinosi a una cappelluccia, ch'era sulla via. Gfr. Suramonle. Hist. di 
Nap., L. Xir, G. Iir, e Arch. Stor. Nap., I, 131 sgg. Quell'orribile ec- 
cidio restò proverbiale, e se ne formò anche il verbo: slaracejarc, 
int. al quale v. E. Rocco nel GBD., IV, 6. 

^ L'assaggio, il principio. — Scignare, cominciare a servirsi d'una 
cosa. *<> Rantolo dell'agonia. ^^ Torse. 

** Patria, la Lltcrna palns. Gfr. Cort, {Viaggio di Pann,, IV, 21). 
Sec. il Galiani, « viene quest'espressione da un regolamento, che an- 
cora si osserva, rispetto alla caccia delle folaghe, ed altri uccelli 
acquatici. Finché la foce è chiusa, che noi diciamo a2}i)ilata, non è 
lecito entrar nel lago a far la caccia. SìJilata, o sia aperta la foce 
(il che segue nel mese di novembre), allora cessando la riserva, tutti 
possono andarvi, e perciò vi corrono a furia » ( 7^V). 



JORNATA II. TEATTEXEMIENTO VI. 223 

nose la varva, no ncacava le stelle, che l'avevano man- 
nato sta (lesgrazia! Ma, perchè voze fare comm'a chillo : 
« Doglia do guveto e de mogliere^^, assaje dole, e poco 
« tene »: « doje, una a la fossa, e n'autra a la cossa.^^ », 
non era ancora soluta la notte a la chiazza d'arme de lo 
cielo a pigliare mostra de li sportegliune*^, quanno ac- 
commenzaje a fare li cunte co .le deta: « Ecco morta mo- 
« glierema pe mene, ed io resto vidolo e negrecato, 
« senza autra speranza de vedere*'^ si no sta negra figlia, 
« che m'ha lassato! Perzò, sarrà necessario procurare de 
« trovare cosa a proposito pe farence no figlio mascolo. 
« Ma dove dongo de pizzo?, dove ashio na femmena 
« spiccicata^''' a le bellezze de moglierema, si ogni autra 
« pare na scerpia a fronte ad essa? Ora lloco te voglio! 
« Dove ne truove n'autra co lo spruoccolo ^^, dove ne 
« cirche n'autra co lo campaniello, si natura fece Nar- 
« della (che sia ngrolia!), e, pò, roppe la stampa? Ohimè!, 
« a che laberinto m'ha puosto, a che fiscole ^^ la prom- 
« messa, che l'aggio fatta! Ma che? Io ancora non aggio 
« visto lo lupo, e f ujo : cercammo, vedimmo, e ntennimmo ! 
« E possibele, che non ce vele essere autr'asena a la 
« stalla de Nardella?, è possibele, che voglia essere per- 
« duto lo munno pe mene ?, nce sarrà fuorze la scajenza ^'^, 
« la sporchia^^ de le femmene?, se ne sarrà perduta 
« la semmenta? » Cossi dicenno, fa subeto jettare no 
hanno e commannamiento da parte de mastro Jom- 
miento^^, che tutte le femmene belle de lo munno ve- 



i3 Dolor di gomito e di perdita di moglie. 

i^ Una nella tomba e l'altra nel letto. 

i5 A far la rivista dei pipistrelli. ^^ Forse deve correggersi: arede. 

^' Tal quale, bella come mia moglie. ^8 a cercarla col fuscello. 

i3 Gabbie: che s"adoprano nello strettoio per l'olio. A che strette. 

2*^ Mancanza, scarsezza. 21 quì nel senso di: mancanza. 

22 V, n. IO, p. 173. 



224 1^0 CUNTO DE LI CITSTI 

Dessero a la preta paragone de la bellezza, ca se voleva 
pigliare la chiù bella pe mogliere, e dotarela de no re- 
gno. La quale cosa essennose sparza pe tutto, non ce fu 
femmena a l'univerzo, che non venesse a tentare la sciorte 
soja; non ce restaje scerpia pe scorciata, che fosse, cbe 
non se mettesse ndozzana^^; perchè, comme se tocca 
sto tasto de la bellezza, non c'è gliannola, che se dia 
venta, non c'è orca marina, che ceda: ogneuna se picca, 
ogneiina ne vo la meglio; e, si lo sciecco le dice lo vero, 
ncorpa lo vrito, che non fa naturale, e l'argiento vivo, 
eh' è puosto a la sterza. Ora mo, essenno chiena la terra 
de femmene, lo re facennole mettere a filo se mese a 
passiare, comme fa lo gran Turco, quanno trase a lo ser- 
raglio, pe scegliere la meglio preta do Genoa*' pe af- 
filare lo cortiello damaschino. E, jenno e venenno, da 
coppa a bascio, comm'a scigna, che mai abbenta, e schiu- 
denno e squatranno chesta e chella, una le pareva storta 
de fronte, una longa de naso, chi larga de vocca, chi 
grossa de lavra, chesta longa ciavana*^, chella corta male 
cavata, chi troppo mbofonuta*", chi sopierchio spepo- 
liata*': la Spagnola no le piaceva pe lo colore crepato ^^; 
la Napoletana no le deva a lo more pe le stanfelle co 
le quale cammina*'; la Tedesca le pareva fredda e je- 

23 Scorciata, scontraffatta. — Ndozzana, nella dozzina, alla pari 
colle altre. 

21 Così II, 7: « preta de Genova per dare lo taglio a lo cortiello »; 
e IV, 8: « pigliaje na jìreta de Genova e, onlatala d'uoglio, accom- 
menzaje ad aflilare le zanne ». 

25 Ciavano segue lungo, ed è rinforzativo di lunghezza. 

26 Grassa, gonfio. 27 Magra, smunta. 

23 Colore sbiadito, smaccato: spagn.: color quebrado. 

29 stanfelle, grucce. — Allude forse all'uso, al quale accenna anche 
il Vecellio, discorrendo delle baronesse napolUane: « Procedono con 
gratia et gravità, ritenendo la riinaaztona nel camlnar appoggiate 
sopra le serve, o paggi, quando vanno alle chiese »? (0. e, f. 248). O 
a qualche difetto proverbiale del modo di camminare delle dorme 
napoletane? 



JORNATA II. TRATTENEMIENTO VI. 225 

lata; la Franzeae, troppo cellevriello sbentato^°; la Ve- 
neziana, na conocchia de lino, co li capille cossi jancacce^M 
All'utemo dell' utemo, chi pe na cosa, e chi pò n'autra, 
ne le mannaje tutte co na mano nante e n'autra dereto. 
E, vedenno ca tante belle facce erano resciute a gar- 
zetta^-, resoluto de strafocarese, deze de pietto a la 
propia figlia, decenno : « Che vao cercanno Maria pe 
« Ravenna, si Preziosa, fìgliama, è fatta a na medesema 
« stampa co la mamma? Aggio sta bella facce drinto la 
« casa, e la vao cercanno nculo a lo munno ! » E, fatto 
ntennere sto penziero a la figlia, n'appe na nfruata e 
na lengoriata^^, che lo cielo te lo dica pe mene! Lo re, 
tutto nfuriato, le dicette : « Vascia^^ ssa voce, e schiaffate 



30 Qualità proverbiali delle donne tedesche e francesi. Delle quali 
iiltime, del resto, mette conto notare che, fin d'allora, non ne erano 
ignote le solide qualità. Così Stefano Guazzo accenna all'istruzione 
pratica delle donne francesi, capaci di « sollecitare processi e fre- 
quentare le case dei giudici e degli avvocati e regolar di lor mano 
i libri dei crediti e debiti, ecc. » {La civil conversatione, in Vinegia, 
1616, p. 118). 

3i Cioè, biondicci. — Che bianchiccio (Jancacce) stia per biondic- 
cio si prova con altri esempi. Così in una delle solite enumerazioni 
delle bellezze delle donne, si legge: che deve awere ire cose bianche. • 
capelli, denti, carni (cfr. Facezie e motti dei sec. XV e XVI, pubbl. 
dal Papanti. Bologna, Romagnoli, 1874, p, 66j: il che non vuol dire: 
capelli incipriati, come suppone l'ed. (cfr. Imbriani, PosiL, p. 124). 
E il tuono del biondo, prodotto dalla toilette d'allora, andava spesso 
al bianco: onde il Vecellio (0. e, f. 255), discorrendo delle donne 
di grado napolitane, dice: « Costumano anchora di farsi i capelli 
biondi a forza d'acqua artificiosa, fatta a tal effetto, che fanno par 
vere i capelli di argento ». Più tardi, le donne veneziane comincia- 
rono ad avere i capelli bianchi per cipria. « Le donne, — dice uno 
scrittore del 1660 — , solevano tinger li capelli al biondo: bora li 
aspergono di polve bianca, onde par che chiamino le canitie ad far 
lega con la gioventù » (Luca de Linda, o. e, con le agg. del Bisac- 
cioni, p. 461). 

32 Riuscite male. V. n. 57, p. 148. ^3 un gran rimprovero. 

3* (EO) va via. 

29 



226 LO CIJXTO DE LI CUXTI 

ssa lengua dereto, resorvennote stasera de fare sto nu- 
« deco matremoiiiale ; autramente, lo manco piezzo sarrà 
« l'areccbia! » Preziosa, sentuta sta resoluzione, se reti- 
raje drinto la cammara soja; e, trivolanno sta mala sciorte, 
non se lassaje zervola sana. E, stanno a fare sto nigro 
viseto, venne arri vanno na vecchia, che la soleva servire 
d'argentata^^. La quale, trovannola chiù da chillo munno, 
che da chisto, e sentuto la causa de lo dolore sujo, le 
disse: « Sta de buon'arme, figlia mia, non te desperare, 
« -ca ad ogne male ne' è remmedio, fore eh' a la morte ! 
« Orasiente: comme patreto, stasera, avenno dell'aseno, 
« vo servire pe stallone, e tu miettete sto spruoccolo 
« mecca, perchè, subeto, deventarrai n'orza, e tu sfratta, 
« ca isso, pe la paura, te lassarrà foire, e vattenne de- 
« ritto a lo vosco, dove lo cielo t'ha sarvata la ventura 
« toja. E, quanno vuoi parere femmena, comme si, e sar- 
« rai sempre, e tu levate lo spruoccolo da vocca, ca tor- 
« narrai a la forma de mprimma ». Preziosa, abbrac- 
ciata la vecchia, e fattole dare no buono mantesinato ^^ 
de farina e doi felle de presutto e de lardo, ne la man- 
naie. E, commenzanno lo sole, comm'a pottana falluta, a 
cagnare quartiere '^^, lo re fece venire li vottafuoche^*, e, 
commitanno tutte li signure vassallo, fece na festa gran- 
ne. E, comme appero fatto cinco o sei ora de catubba ^^, 
se mesero a tavola. E, mazzecato fore de misura, se 



35 Specie di belletto. Gfr. Cortese (Micco Pass., I, i8). « A la cam- 
mara soja na vecchia ntrava, Che d'argentata la solea servire ». Il 
Vecellio, sempre a prop. delle donne napoletane, dice: « Usano pa- 
rimenti lisciarsi la faccia con diversi alunii e misture, ed è cosa 
commune fra loro, che in vero parerla, che una donna, se non si 
lisciasse, fosse beffata e derisa » (o. e, f. 255). S" Grembiale pieno. 

37 Meretrice, che, non facendo più guadagni in un posto, trasfe- 
risce altrove la sua abitazione. 

38 Istrumento musicale, pel quale v. principio G. IV. 
3» V. 71. 18, p. 7. 



JORNATA II. TRATTENTIMIENTO VI. 227 

jeze a corcare; e, chiamanno la zita a portare lo qna- 
tierno pe saudare li cunte amornse, essa, puostose lo 
spruoccolo mocca, pigliaje la figura de n'urzo terribele, 
e le jeze ncontra. Lo quale, atterruto de sta maraveglia, 
s'arravogliaje drinto a li matarazze, da dove manco pe 
la matina cacciaje la catarozzola. Tratanto, Preziosa se 
ne scette fora, e toccajo a la vota de no vosco, dove fa- 
cevano monopolio l'ombre comme potessero a le 24 ore 
fare quarcbe aggravio'*'' a lo sole. Dove se stetto co la 
dece converzazione dell' autre aniriiale, ficcbè venne a 
caccia a cbille paiso lo figlio de lo re de Acquacorrente. 
Lo quale, vedenno sforza, appo a morire ciesso*^; ma, 
adonatose ca st'animale, tutto coccioliannose'*-, e menanno 
la coda comm'a cacciottella''^, le jeva ntuorno, pigliaje' 
armo. E, facennole carizze, decennole: « Cucce cucce, mi- 
« sce misce, ti ti, rucche l'uccbe, cicco palù, ense ense^M », 
se lo portaje a la casa, ordenanno che lo covornassero 
comme la perzona propia, facennola mettere drinto a no 
giardino a canto lo palazzo riale, pe poterela vedere, 
sempre cbe voleva, da na fenestra. Ora, essenno scinte 
tutte le gente de la casa, e restato sulo lo prencepe, 
s'affacciaje pe vedere l'orza. E vedde che Preziosa, pe 
covernarese li capille, levatose lo spruoccolo da la vocca, 
se pettenava le trezze d'oro. Pe la quale cosa vedenno 
sta bellezza fore de li fore, appe a strasecolare de lo 
stopore. E, derropatose pe le scale, corze a lo giardino. 
Ma Preziosa, addonatase de Tagguaito, se schiaflfaje lo 
spruoccolo mocca, e tornaje comm'era. Lo prencepe, sciso 
a bascio, e non trovanno chello, che aveva visto da coppa, 
restaje cossi ammisso pe lo corrivo, che, puostose a na 
granne malanconia, nquatto juorne scapezzaje malato, de- 



■*" Offesa. ^^ Morir di colpo, all'improvviso. 

^ Accucciolarsi, farsi carezzevole. ^3 Cngaolina. 

•*^ Voci, da chiamare e attirare varie sorti d"aDimali. 



2 28 LO CUNTO DE LI CUNTI 

cenno sempre: « Orza mia, orza mia! » La mamma, che 
sentie sto taluorno, se magenaje, che l'orza l'avesse l'atto 
quarche malo trattamiento, e dette ordene, che fosse ac- 
cisa. Ma li serveture, ch'erano nnammorate de la dome- 
stechezza de l'orza, che se faceva amare da le prete de 
la via, avenno compassione de farene na chianca, la por- 
taro a lo vosco, referenno a la regina ca n'avevano cac- 
ciate li picciolo. La quale cosa venuto a l'arecchie de lo 
prencepe, fece cose da non se credere. Ed, auzatose, ma- 
lato e buono ''^j da lo lietto, voze fare mesesca de li ser- 
veture. Da li quale sentuto comme passava lo negozio, 
se mese pe muorto a cavallo; e tanto cercaje e giraje, 
che, trovato l'orza, la carriaje de nuovo a la casa. E, po- 
stola drinto a na cammara, le disse: « bello muorzo 
« de re, che stajo ncaforchiato drinto sta pellai, o can- 
« noia d'ammore, che staje nchiusa drinto sta lanterna 
« pelosa!; a che fine faremo sti gattefelippe ^^'j pe ve- 
« doreme sparpatiare e iremenno de pilo mpilo '"? Io moro 
« allancato, sperato, ed allocignato pe ssa bellezza, e tu 
« ne vide li testemonie apparente, ca io so arredutto 
« ntierzo comm'a vino cuotto '^, ca n' aggio si no l'uosso 
« e la polla, ca la freve me s'è cosata a filo duppio co 
« ste vene! Perzò, auza la tela de sso cuojero setuso, e 
« famme vedere l'apparato de sse bellizze!; leva, leva 
« le frunne da coppa sso sportone, e famme pigliare na 
« vista de ssi belle frutte ! ; auza sso portiere, e fa tra- 
« sire st'aocchie a bedere la pompa de le meraviglie! 
« Chi ha puosto a na carcere, tessuta de pile, n' opera 
« cossi liscia?, chi ha serrato drinto no scrigno de cuojero 
« cossi bello tesoro? Eamme vedere sso mostro de gra- 
« zie, e pigliate rapagamiento tutte le voglie meje; bene 



•*5 Sfatica nell'CEol *<^ Civetterie. '*' Morir di consunzione. 
** vin cotto, che discende a un terzo della quantità di vino, che 
si pone al fuoco. 



JORNATA IT, TRATTENEMIENTO VI. 229 

« mio, ca lo grasso de sforza pò sdutto remmediare a 
« l'attrazziono de niervo, ch'io tengo! » Ma, dapò ditto 
ditto, visto ca jettava mpierdeto le parole, tornaje e 
schiaffarese drinto a lo lietto, e le venne accessi spote- 
stato azzedente, clie li miedece fecero male pronosteco 
de li fatte suoje. La mamma, clie n'aveva antro bene a 
lo munno, sedutase a no lato de lo lietto, le disse: « Fi- 
« glie mio, dove nasce tanta crepantiglia?, che omore 
« malanconeco t'è pigliato? Ta si giovane, tu sì amato, 
« tu si granne, tu si ricco: che te manca, figlio mio? 
« Parla: pezzente vregognuso porta la tasca vacante. Si 
« vuoi mogliere, tu sciglie, ed io ncaparro ; tu piglia, io 
« pago. Non vide tu, ca lo male tujo è male mio ? A te 
« sbatte lo puzo, a me lo core^^; tu co la freve a lo sango, 
« io co l'azzedente a lo cellevriello ; n'avenno autra pon- 
« tella de la vecchiezza mia, eh' a tene ! Perzò, stamme 
« allegramente, ped allegrare sto core, e non vedere ne- 
« grecato sto regno, terrafinata sta casa, e carosa^'' sta 
« mamma! » Lo prencepe, sentuto ste parole, disse: « Ne- 
« sciuna cosa me pò conzolare, si no la vista dell'orza; 
« perzò, si me volite vedere sano, Tacitela stare a sta 
« cammara; né voglio, che antro me coverna, e faccia lo 
« lietto, e me cecina, se no essa medesema, che, senz'au- 
« tro, co sto gusto, sarraggio sano nquatto pizzeche ». 
La mamma, si be le parze no spreposeto, che l'orza a- 
vesse da fare lo cuoco e lo cammariero, e dubetaje, che 
lo figlio frenetecasse, puro, pe contentarelo, la fece ve- 



^^ Questo verso si ritrova in un son. dello Sgruttendio : « A te sbatte 
lo pietto, a me lo core » {Tiorba, e. I, 50). 

5" Gfr. Iir, 6, Propr., tosata; in segno di vedovanza 0, in gen., di 
lutto. « Alla perdita del marito, — dice il vy. — , nei tempi andati si 
tosavano le donne i capelli, e, legati alle mani del defunto, li man- 
davano a conseppellire, né si rimaritavano, se prima non fossero 
cresciuti come i già tosati; e questo costume dura ancora in certi 
luoghi del Regno ». 



230 LO CUNTO DE LI CUKTI 

nire. La quale arrivato a lo lietto de lo prencepe, auzaje 
la granfa, e toccaje lo puzo de lo malato, che fece sor- 
rejere la regina, penzanno ad ora ad ora, che l'avesse a 
sciccare lo naso. Ma, lo prencepe decenno all'orca: « Chiap- 
« pino^' mio, non me vuoje cocinare e dare a magnare, 
« e Governare? », essa vasciai la capo, mostranno d'az- 
zettare lo partito. Pe la quale cosa, la mamma fece ve- 
nire na mano de galline, ed allommare lo fuoco a no fo- 
colaro drinto a la stessa cammara, e mettere acqua a 
bollere. E l'orza, dato de mano a na gallina, scaudatola, 
la spennaje destramente, e, sbentratola, parto ne mpiz- 
zaje a no spito, e parte ne fece no bello ngrattinato ^'^, 
che lo prencepe, che non ne poteva scennere lo zuccaro, 
se ne leccaje le dcjeta^^. E, comme appe fornuto de can- 
nariare, le deze a bevere co tanta grazia, che la regina la 
vozo vasare nfronte. Fatto chesso, e sciso lo prencepe a 
fare la preta paragone de lo jodizio de li miedece, l'orza 
fece subeto lo lietto ; e, corzo a lo giardino, cogliette na 
bona mappata de rose e shiure de cetrangolo^', e nce le 
aparpogliaje pe coppa. Tanto che la regina disse che 
sforza valeva no tresoro, e ch'aveva no cantaro de ragione 
lo figlio de volerele bene. Ma lo prencepe, vedenno sti 
belle servizio, jonze esca a lo fuoco, e, se, primma, se 
conzomava a dramme, mo se strodeva a rotola; e disse 
a la regina: « Mamma gnora mia, si non dongo no vaso 
« a sforza, m'esce lo shiato! » La regina, che lo vedeva 
ashevolire, disse: « Vasaio, vasa, bell'anemale mio, non 
« me lo vedere speruto sto povero figlio! » Ed, accosta- 
tase l'orza, lo prencepe, pigliatola a pezzechille^^, non 



SI Nome, che si dà agli orsi. È nota la commedia del Porta inti- 
tolata la Chlappinaria. ^2 y. n. 36, p. 92. 53 Dita. 

5' Cedrangola, arancia forte. 

Sj Bacio in bocca e sulle due gote, strette tra il pollice e l'indice 
delle due mani. 



JOENATA II. teatte]st:miento vi. 231 

se saziava de vasarela. E, mentre stevano musso a musso, 
non saccio comme, scappaje lo spruoccolo da vocca a Pre- 
ziosa, e restaje fra le braccia de lo prencepe la chiù 
bella cosa de lo munno. Lo quale, stregnennola co le te- 
naglie ammorose de le braccia, le disse: « Ncappaste, 
« shiurolo^''!; non me scappe chiù senza ragione veduta! » 
Preziosa, refonnenno lo colore de la vregogna a lo qua- 
tro de la bellezza natorale, le disse: « Già songo a le 
« mano toje: siate arrecommanato lo nore mio, e spacca 
« e pesa, e botame dove vuoje ». E, demannato da la 
regina, chi fosse sta bella giovane, e che cosa l'avesse 
arredotta a sta vita sarvateca; essa contaje pe lo filo 
tutta la storia de le desgrazie soje. Pe la quale cosa la 
regina, laudannola de bona e norata fegliola, disse a lo 
tìglio, che se contentava, che le fosse stata mogliere. E 
lo prencepe, che non desederava autra cosa a sta vita, 
le dette subeto la fede. Ed essa, benedecennole ncocchia, 
fece sto bello ncrasto co feste e lommenarie granne. E 
Preziosa faceva scannaglio a la valanza de lo jodizio 
emano : 

Che chi fa bene, semjjre bene aspetta. 



56 Verdone: latin, fringilla chloris. 



LA PALOMMA 



Teattenemiexto settimo de la Jornata seconna. 



No prencepe, pe na jastemraa datole da na vecchia, corze gran tra- 
vaglio, lo quale se fece chiù peo pe la mardezzione de n'orca; 
a la fine, pe nuslria de la figlia de l'orca, passa tutte li pericole, 
e se accasano usiemme. 

Arrivato a lo rurame e busse ^ sto cunto de Antonel- 
la, che fu a viva voce laudato pe bello e graziiiso, o de 
granne assempio pe na figlia norata, Giulia, a chi veneva 
la beneficiata d'asseconnare, cossi decette. 

Chi nasce da prencepe, non deve fare cose de vernilo : 
l'ommo granne non deve dare male essempio a li chiù, 
basco : che dall' aseno chiù gruosso mpara de manciare la 
paglia lo picciolo; che non è maraveglia, pò, se lo cielo 
le manna li travaglie a tommola; comme soccesse a no 
prencepe, ch'appe li cruosche^, danno desgusto a na po- 
verella, che ne fu vecino a perdere malamente la vita. 



1 Alla fine. — Rummc, il renne, cioè la cifra li., che si soleva 
mettere con altre abbreviature alla fine degli antichi alfabeti: busse, 
aggiunta scherzosa, che, nelle scuole di un tempo, non era del tutto 
senza senso. Cfr. Egl. La Tenta, e Iir, 3. 

2 Tarme: « vermi, che si generano nell'intestino dei cavalli, e dan 
loro tormento e ventosità ». Met.: non aver requie, essere in perpe- 
tua agitazione. Cfr. l'.v. 



\ JORNATA II. TRATTENEMIENTO VII. 233 

Era na vota lontano otto miglia da Napole, verso l'A- 
strane^, no vosco de fico e de chiuppe, dove mborzavano^ 
le saette de lo sole, che non lo potevano sperciare. Drinto 
a lo quale, nc'era na casarella meza scarropata, che nce 
abetava na vecchia; la quale era tanto sbriscia de diente^, 
quanto carreca d'anne, cossi àuta de scartiello, comme 
vascia de fortuna. Aveva ciento crespe a la faccio, ma 
era totalemente screspata ^; che, si be aveva la capo car- 
reca d'argiento, non se trovava uno de ciento vinte a 
carrino'^ pò sorzetarese lo spireto. Tanto che jeva cer- 
canno pe le pagliara do lo contuorno quarche lemmosena 
pe mantenere la vita. Ma, perchè a lo tiempo d'oje se 
darria chiù priesto na vorza de tornise a no spione ma- 
gna-magna, che no trecaalle a no povero abbesognuso, 
stentaje tutta na scogna^ pe avere na cocinata de fasule, 
a tiempo che nce n'era tanta grassa a chille paise, che 
poco case non se ne chiudono le tommola. Ma, perchè: 
« caudaro viecchio, vruognolo^ pertuso », e « a cavallo 
« magro Dio le manna mosche », ed « ad arvolo caduto, 
« accetta accetta », scinta la negra vecchia, ed annottate 
li fasule, e schiaffatole drinto a na pignata, la mese 
foro la fenestra, ed essa jette ad abuscare quatto sproc- 
cola a lo vosco pe se le cocenare. Ma, fra sto tiempo, che 
jette e venette, passaje da chelle case Nardo Aniello ^°, 
lo figlio de lo re, che jeva a caccia. Lo quale, visto la 
pignata a lo fenestriello, le venne golio de fare no bello 
cuorpo ^', e facette nguaggio ^- co li serveture suoje, a chi, 
cecanno^^ chiù deritto, le cogliesse miezo co na savorra. 



3 V. n. 28, p. 204. * Davan dentro, restando come in una borsa. 
5 Priva di denti. ^ Senza quattrini. "^ Un carlino. V. n. 102, p. 16. 
8 Tutto il tempo della trebbiatura. *> Ammaccature. 
^<* Costui è chiamato più innanzi Antoniello e Maso Aniello; scam- 
bii di nomi, frequenti nel N. 11 Colpo. ^^ Scommessa. 
i3 Mirando. 



234 ^0 CUNTO DE LI CUNTI 

E, commenzanno a bei'zagliare chella pignata nnocente, 
a le tre o quattro pantosclie^', lo prencepe, nzertanno a 
pilo, ne fece la festa. Jonze la vecchia a tiempo, che 
s'erano partute, e, trovato st'ammaro desastro, commen- 
zaje a fare cose mardette, gridauuo : « Di che se stira 
« lo vraccio, e che se ne vaga vantanno, lo caperrone de 
« Foggia*^, ch'ave tozzato co ssa pignata!, lo figlio de 
« vava, e' ha rotta la fossa de le carne soje!, lo villano 
« cotecone, , e' ha semmenato contra stagione li fasule 
« mieje! E puro, si non ave avuto na stizza de compas- 
« sione de le miserie meje, doveva avere quarche re- 
1 spetto a lo nteresse propio, e non jettare pe terra l'ar- 
ac me de la casata soja, nò fare ire pe li piede le cose, 
« che se teneno ncoppa la capo*"^! Ma va, che preo lo 
« cielo a denocchie scoperte, e co le visciole de lo core, 
« che se pozza nnammorare de la figlia de quarche orca, 
« che lo faccia voliere e male cocere; la sogra noe ne 
« dia tanta pe lo cagne ^''', che se vea vivo e se chiagna 
« muorto, e che, trovandose mpastorato e da lo bellezze 
« de la figlia, e da li percante de la mamma, non se ne 
« pozza cogliere maje le bertele ^^, ma stia, anche ne cre- 
« pa, soggetto a li strazio de chella brutta arpia; la quale 
« l'aggia da commannare li servizio a bacchetta, le dia 
« lo pane co la valestra, tanto, che, chiù de quatto vote, 
« venga a sosperare li fasule, che m'ha jettato! » Mese- 
ro lo mardezziune de sta vecchia l'ascelle*^, che sagliet- 
tero subeto ncielo; tanto, che, se be so sole dicere pe 
proverbio: « jastemme de femmena pe culo te le sem- 
« mena », ed « a cavallo jastemmato luce lo pilo », tutta 
vota, deze a lo naso de lo prencepe, che noe appo a las- 



1* Zolle: qui, colpi di pietra. *5 V. n, 27, p. 109. 
^^ Allude al proverbio, che cita più oltre: « Chi semmena fasule, 
le nasceuo corna ». *' Per le cinte, percuotere: tormentare. 
18 Far le bisacce, e partire. ^^ Miser le ali. 



JOENATA II. TEATTENEMIENTO VII. 235 

sare lo cnojero. Che, non passaro dei ora, che, stanno 
drinto a lo vosco sperduto da le gente soje, scontraje na 
bellissima figliola, che jeva coglienno maruzze^", e, pi- 
gliannose gusto, deceva: 

« Jesce jesce, corna, 
« Ca mammata te scorna, 
« Te scorna ncoppa l'astraco, 
« Che fa lo figlio mascolo^i! » 

Lo prencepe, che se vedde comparere nante sto scrit- 
torio de le cose chiù preziose de la natura, sto banco 
de li chiù ricche deposete de lo cielo, st'arzenale de le 
chiù spotestate forze d' ammore, non sapeva che l' era 
socciesso ; e, da chella facce tonua de cristallo trapas- 
sanno li ragge dell'uocchie all'esca de lo core sujo, al- 
lommaje tutto, de manera che deventaje na carcara, 
dove se cocevano le prete de li designo pe fravecare 
la casa de le speranze. Filadoro (che cossi se chiam- 
mava la giovane), non monnava nespole ^^, che, ped es- 
sere lo prencepe bravo mostaccio da giovane, lo sper- 
ciaje subeto da parte a parte lo core; tanto che l'uno 
all'autro cercava meserecordia coll'uocchie, e, dove le 
lenguo lloro avevano la pepitela, li sguardi erano trom- 
mette de la Vicaria ^^, che spobrecavano lo secreto del- 
l'arma. E, stato no buono piezzo l'uno e l'autro co l'are- 
nella a lo cannarone, che non potevano sghizzare na parola 



20 Chiocciole. 

21 Una filastrocca, che ancor si dice dai fanciulli, per eccitare 
una chiocciola a cacciar le cosiddette corna. E, con poca varietà, 
anche in altre parti d'Italia, e in Francia, Spagna, ecc. Gfr., tra gli 
altri, V. Imbriani (Le Canzoni infan, Pomigl, p. 8, 28), L. Molinaro 
del Chiaro ( Canti del pop. nap., p. 27 sgg. e in GJ55., Ili, 5) e Pitrè 
(0. e, XVI, 309-10). Gfr. anche Dunlop-Liebrecht, 0. e, p. 515. 

22 Non perdeva tempo. 23 y. n. loi, p. 30. 



236 LO CUNTO DE LI CITATI 

mardetta, all'utemo, lo prencepe, spilato lo connutto de 
la voce, cossi le disse : « Da quale prato è sguigliato sto 
« stiore de bellezza?, da quale cielo è chioppeta sta rosa- 
« ta de grazia?, da quale menerà è venuto sto tesoro de 
« bellezzetudene cose? serve felice, o vuosche fortu- 
« nate, abitate da sto sfuorgio, allustrate da sta lomme- 
« naria de le feste d'ammore, vuosche e serve, dove 
« non se tagliano mazze de scopa, travierze de forca, né 
« copierchie de cantaro, ma porte de lo tempio de la 
« bellezza, trave de la casa de le grazie, ed aste da fare 
« le f rezze d'ammore! » « Vascia sse mano, cavaliere 
« mio!, — respose Filadoro — , non tanto de grazia!, ca 
« so le vertù veste, no li mierete mieje, sto spettaffio de 
« laude, che m' avite dato; ca io so femmena, che me 
« mesuro, né voglio ch'antro me serva de mezacanna! 
« Ma, tale quale songo, bella brutta, nizzola'^ 
« janca, sfrisata chiantuta, pueceta petosa^^, 
« cernia o fata, pipatella votracone ^"j io songo tutta 
« a lo commanno vuostro ; pecca sso bello taglio d'ommo 
« m'ha follato lo core, ssa bella cera de conte m'ha pas- 
« sato dall'uno all'antro canto, e me te do pe schiavot- 
« tela ncatenata, da mo pe sempre! » Non foro parole 
cheste, ma sonata de trommetta, che chiammaje lo pren- 
cepe tutte a tavola ^^ de li contiente amoruse, anze lo sce- 
taje co no tutte a cavallo^* a la vattaglia d'ammore. E, 
vedennose dato no dito d'amorosanza, se pigliaje la ma- 
no, vasanno la vorpara d'avolio, che l'aveva ncroccato 



2* Nlzzolo, nero; e, anche, mézzo. 23 (eo) peloso, — O svelta 
pigra. 

** Il Bruno, nel Candelaio: « Tenetelo appeso al fumo come le 
salciclie et come mesesca di botracone in ìnujla », cioè in Puglia 
(A., I, s. 16). Per la mesesca v. ri. 79, p. 153. Votracove par clic in- 
dichi una grossa pecora, o un castralo, simile: in contrapposizione 
di pipatella, persona piccola, leggiadra. " (eo) tntte a vola, 

** Tutte a tavola, tutte a cavallo: termini di giuoco. 



JORNATA II. TRATTENEMIENTO VII. 237 

lo core. Filadoro, a sta zeremonia de prencepe, fece na 
facce de marchesa ^^, anze fece na facce de tavolozza de 
pettore; dove se vedde na mesca de minio de vregogna, 
de ceraso de paura, de verderame de speranze, de cena- 
brio de desiderio. Ma, tanno voleva Nardo Aniello as- 
seconnare, quanno le fu nzoccato lo dire, perchè a sta 
negra vita non c'è vino de sfazione senza feccia de des- 
gusto, non e' è bruodo grasso de contento senza scumma 
de desgrazia. Che, mentre steva a lo meglio, eccote de 
vrocca^*^ la mamma de Mladoro; la quale era n'orca ac- 
cessi brutta, che la fece la natura pe lo modiello de li 
scurce. Aveva li capille comme a na scopa de vrusco, 
non già ped annottare le case de folinie e ragnatele, ma 
pe annegrecare ed affommare li core; la fronte era de 
preta de Genova ^^, pe dare lo taglio a lo cortiello de la 
paura, che sbennegnava lipiette; l'uocchie erano comete, 
che predecevano tremmolicce de gamme, vermenare de 
core, jajo de spirete, filatorie d'arme, e cacarelle de cuor- 
po; pecca portava lo terrore ne la facce, lo spaviento ne 
l'occhiatura, lo schianto ne li passe, la cacavessa ne le pa- 
role; era la vocca sannuta com'a puorco, granne comm'a 
scorfano^-, steva comm'a chi paté de descenzo^^, vavosa 
comm'a mula; nsomma, da la capo a lo pede vedive no 
destellato de bruttezza, no spetale de struppie! Tanto 
che lo prencepe doveva cierto portare quarche storia de 
Marco e Shiorella^^ cosute a lo jeppone^^, che no spire- 
taje a sta vista. La quale, dato de mano a lo corzetto de 
Nardo Aniello, disse: « Auza la corte, auciello, auciello. 



23 Giuoco di parola con: prencepe. Marcìiese, mestruo. « Ga bella, 
mente da lo primmo mese Se rebellaje da lo Segnò Marchese » 
(Gort., Micco Pass., II, 19). 3" D'un tratto. ^i y. n. 24, p. 224, 
■ 32 Pesce: scrofano, 33 Eclamsia, sorta d'epilessia. 

31 (EO) Schiorella. 

35 Dovevano essere veramente due fedeli amanti. V. n. ^y, p. 30. 



238 LO CUNTO DE LI CL'NTI 

« maneca de fieiTo^*^! » « Testemmonia vosta^'''!, — re- 
« spose lo prencepe — ; arreto canaglia! »; e voze met- 
tere mano a la spata, ch'era na lopa vecchia^*. Ma restaje 
comm'a na pecora, quanno ha visto lo lapo, che non se 
potte movere, né pipitare; de manera che fu carnato, 
coram'aseno pe capezza, a la casa dell'orca. La quale, sub- 
beto che fu arrevata, le disse : « Attienne buono a fati- 
« care, comm'a no cane, si non vuoje morire comm'a no 
« puorco! E, pe lo primmo servizio, fa che, pe tutt'oje, 
« sia zappato e semmenato sto muojo^^ de terreno nchiano 
« de sta cammera; e sta ncellovriello, ca, si torno sta 
« sera, e non trovo fornuto lo lavoro, io me te gliotto ! » 
E, ditto a la figlia, che attennesse a la casa, se ne jette 
a scommerzione co l'autre orche drinto a lo vosco. Nardo 
Aniello, che se vedde arreddutto a sto male termene, 
commenzaje ad allavaniarese*" lo pietto de chianto, mar- 
decenno la fortuna soja, che l' aveva strascinato a sto 
male passo ! Filadoro, dall' autra parte, lo consolava, de- 
cennole, che stesse de buono armo, ca essa noe averria 
puosto lo propio sango pe l'ajutare, e che non deverà 
chiammare marvasa la sciorte, che l'aveva connutto a 
chella casa, dove era cossi sbisciolatamente da essa a- 
mato, e che mostrava poco scagno ''^ a l'ammore sujo, 

3" Anza la Corte: « formola, con cui la forza e l'autorità pubblica 
intima che nessuno si muova » (R). Per la seconda parte della frase, 
V. n. 33, p. 176. 

37 Frase per invocare la testimonianza degli astanti sull'ingiuria, 
che si riceve. Il Cortese, a colui che gli domanda se sia forasciuto: 
* Testemmonia vostra! — io le respose — , Arrassosia, che dice, o 
cammarata? » {Viaggio di Parn.^ VII, io). Cfr. Ili, 7, e il/.V., L 

38 V. n. 70, p. 102: e cfr. ;i/.V., L II Tassoni (Secchia rapita, VI, 37) 
ha: « Non ferma qui la furibonda spada, Ch'era una lama de la lupa 
antica »; e la nota spiega: « In Ispagna, saranno in circa due secoli, 
si fabbricavano bellissime lame da spada, e molto buone: si vede in 
esse l'impronta d'una lupa ». 

30 Moggio. '•o Allagare. ■" Ricambio. 



JORNATA II. TEATTKtfEMIENTO VII. 239 

mentre stava accessi desperato de sto socciesso. A la 
quale respondette lo prencepe: « No me spiace l'essere 
« sciso da lo cavallo all'aseno, né l'avere cagnato lo pa- 
« lazzo riale co sto cafuorchio, li banchotte vannute co 
« no tuozzo de pane, lo cortiggio de serveture co ser- 
« vire a staglio, lo scettro co na zappa, lo fare atterrire 
« l'asserzete, co vedereme atterrato da na brutta cajor- 
« da''^; perchè tutte le desgrazie meje stimarria a ven- 
« tura co starece tu'^ presente, e schiuderete co st'oc- 
« chie. Ma chello, che me spercia lo core, è che aggio 
« da zappare, e sputareme ciento vote le mano, dove 
« sdegnava de sputareme na petinia'*^, e, cot-pejo^^, ag- 
« gio da fare tanto, che non ce vastarria tutto no juorno 
« no paro de vuoje; e, si no scompo sta sera lo fatte 
« festa, sarraggio cannariato da mammata; ed io non 
« tanto averraggio tormiento de scrastareme da sto ni- 
« grò cuorpo, quanto de scantoniareme da ssa bella per- 
« zona! » Cossi dicendo, jettava li selluzze a cuofano, e 
le lagreme a botta fascio. Ma Filadoro, asciucannole l'uoc- 
chie, le disse: « Non credere, vita mia, ch'aggo da la- 
« vorare antro territorio, che l'uorto d'ammore, né do- 
« botare che mammama te tocche no pilo schitto de ssa 
« persona! Agge Eiladoro, e non dubitare; ca, si no lo 
« saje, io so fatata, e pozzo quagliare^'' l'acqua, e scu- 
« rare lo sole. Vasta e suffece!; perzò, stamme allegra- 
« mente, ca sta sera se trovarrà zappato e semmenato 
« lo terreno, senza che nce dinghe no cuorpo ! » Sentenno 
chesto Nardo Aniello, disse: « Si tu si fatata, comme 
« dice, bellezza de lo munno, perchè non ce ne sfrat- 
« tammo da sto pajese, ca te voglio tenere comme na 
« regina a la casa de patremo? » E Filadoro respose: 



*2 Donna xiìe, abbietta. Gfr. .V.Y„ V. « (EO) manca tu. 
4' Impetigine. ^ Latin.: qicod peiics. ■^^ Coagulare. 



240 LO CUNTO DE LI CUXTI 

€ Na certa chelleta de stelle sconceca'" sto juoco; ma pas- 
« serra fra poco sto nfruscio *^, e starrimmo felice ». Tra 
chiste mille autre duce ragionamiente, passaje lo juor- 
no; e, venenno l'orca de fora, cbiammaje da la strata la 
figlia, decenno: « Filadoro, cala sti capille! »; perchè, 
essoDDO senza scala la casa, sempre se ne saglieva pe 
le trezze de la figlia. E Filadoro, sentuto la voce de la 
mamma, guastannose la capo*^, calaje li capille, facenno 
scala d'oro ano core de fierro; che, subeto sagliuta ncop- 
pa, corze all'uorto, e, trovatolo covernato, restajo fora de 
li panne, parennole mpossibele, che no giovane dellecato 
avesse fatto sta fatica de cane. Ma non fa cossi priesto 
l'autra matina scinto lo sole a sciauriarese ^'^ pe l'umeto 
pigliato a lo shiummo dell' Innia, che la vecchia tornaje 
a scenneresenne, lassanno ditto ad Antoniello, che le fa- 
cesse trovare la sera spaccate sei canne de legna a 
quatto pe piezzo, ch'erano drinto a no cammarone; si no, 
l'averria adacciato^^ comm'a lardo, e fattone no piccati- 
glio^^ pe collazione la sera. Lo nigro prencepe, sentuto 
sta ntimazione de decreto, appe a morire spantecato; e 
Filadoro, vedennolo muorto e spalleto, le disse: « Gomme 
« sì cacasotta!, ben aggia aguanno^^, tu te cacarrisse de 
€ l'ombra toja! » « E che te pare cosa de no lippolo^', 
« — respose Antoniello — , spaccare sei canne de legna, 
« a quatto pe piezzo, da ccà a sta sera? Ohimè!, ca 
« nanze sarraggio spaccato da miezo a miezo, pe nchire 
« lo cannarono de sta negra vecchia! » « Non dubetare, 
« — leprecaje Filadoro — , ca senza pigliarete fatica, le 



*'' Guasta, impedisce. *^ Influsso. *^ Disfacendo la pettinatura. 

50 Asciugarsi, mandar fuori rumidit;\. 

51 Adacciare, battere con la coltella. 

52 Spagn.: picadillo: carne tagliata in piccoli pezzi, cotta e con- 
dita con spezie e uova battute. 

53 propr.: quest'anno abbia bene!; che sii benedetto! 



JOENATA II. TRATTENEMIEKTO VII. 241 

« legna se trovarranno spaccate e bone ! Ma, fra sto mie- 
« zo, stamme de bona voglia, e no me spaccare st'arma 
« co tante lamiente! » Ma, comme lo sole chiuse la po- 
teca de li ragge pe non vennero luce all'ombre, eccote 
tornare la vecchia; e, fatto calare la soleta scala, se ne 
sagliette. E, trovato spaccate le legna, trasette nsospetto 
de la figlia, che non le desse sto schiacce matto. E lo 
terzo juorno, pe non fare la terza prova, le disse, che 
l'avesse annottato na cesterna de mille vutte d'acqua: 
perchè la voleva nchire de nuovo, e fosse fatto pe la se- 
ra; autramente, n'averria fatto scapece o mesesca=^. Par- 
tuta la vecchia, Nardo Aniello commenzaje de nuovo a 
fare lo trivolo; e Filadoro, vedenno ca le doglie jevano 
ncauzanno, e che la vecchia aveva dell' aseno a carré- 
care lo pover'ommo de tante guaje e catalaje^'', le disse: 
« Sta zitto, ch'essenno passato lo punto, che sequestrava 
« l'arte mia, nante che lo sole dica: m'arrequaqaiglio ^''', 
« nui volimmo dire a sta casa: covernamette ^^ ! Vasta 
« ca sta sera mammama trovarrà sfrattato lo pajese; ed 
« io voglio veniremenne co tico, viva morta! » Lo 
prencepe, sentenno sta nova, spaporaje^^, ch'era addesa 
crepato; e, abbraccianno Filadoro, le disse: « Tu si la 
« trammontana de sta travagliata varca, arma mia !, tu 
« si la pontella de le speranze meje! » Ora, essenno 
verso la sera, fatto Filadoro no pertuso pe sotta l'uorto, 
dov'era no gran connutto, se ne scettero fere, toccanno 
a la vota de Napole. Ma, comme foro arrivate a la grotta 
de Pozzulo''*', disse Nardo Aniello a Filadoro: « Bene 



^i Filo, filaccia. 

55 spagn.: escabecUe; maniera di condimento di pesci e ortaggi 
prima cotti. Mesesca: v. n. 79, p. 153. 56 ouai^ e poi altri guai. 

S'' Propr.: rientro nella conchiglia. ss Governati: sta bene. 

59 Respirò. 

<''* La grotta aperta attraverso la collina di Posillipo, per la quale 
passava la nuova via puteolana, fatta al tempo d'Augusto dall'archi- 



242 LO CUXTO DE LI CUNTI 

« mio, non convene lo farete venire a lo palazzo mio a 
« pedo e vestuta de sta manera. Perzò, aspetta a sta 
« taverna, ca torno subeto co cavalle, carrozze, gente e 
« vestite, ed autre fruscolo *'^ ». Cossi, restanno Filadoro, 
isso s'abbiaje a la vota de la cetate. E, tornanno fra sto 
miezo l'orca da fore, né responnenno Filadoro a le solete 
cbiammate, trasuta nsospetto, corze a lo vosco. E, fatto 
no gran pertecone, l'appojaje a la fenestra, ed, arrampi- 
natose comra'a gatta, sagliette a la casa. La quale cer- 
cato tutta drinto e fore, ncoppa ed abbascio^^, nò trovato 
nesciuno, s'addonaje de lo pertuso, e, visto che jova a 
sboccare a la chiazza, non se lassaje zervola sana, jastem- 
manno la figlia e lo prencepe, e -preganno lo cielo, che- 
lo primmo vaso, che recevesse lo nammorato sujo, se 
scordasse d'essa. Ma lassammo la vecchia dire paternuo- 
stre sarvateche'^^, e tornammo a lo prencepe; che, arrivato 
a lo palazzo, dove se teneva pe muorto, mese a remmore 
la casa tutta, coiTcnnole ncontra, e decennole: « A la 
« bon'ora!, singhe lo buono arrivato! Eccolo a sarva- 
« miento! Gomme ce pare bello a sti paise! », e mille 
autre parole d'ammore. Ma, sagliuto ad àuto, e scontra- 
tolo a meza scala la mamma, l'abbracciaje e basaje, de- 
cennole: « Figlio mio, giojello mio, popella dell' nocchie 
« mieje, e dove si stato, comm'aje tardato tanto pe fa- 
« rece tutte stennerire*"? » Lo prencepe non sapeva che 
so responnere, perchè averria contato le desgrazie soje, 
ma non tanto priesto co le lavra de papagne Tappe vasato 
la mamma, che, pe la jastemma dell'orca, le scotte de 



tetto Cocceio. Nel medio evo, era Ira le opere, che la leggenda attri- 
buiva a Virgilio. Fu allargata e restaurata da Alfonso d'Aragona e 
poi da D. Pietro di Toledo. Gfr., tra gli altri, E. Cocchia, La Tomba 
(Il Virgilio (in Arch. Slor. Ifap., XIII, 631 sgg.). 

61 Goserelle. 62 su e giù. 

63 Paternostri selvatici, cioè: imprecazioni e maledizioni. 

6* Palpitare, 



.TORNATA II. TRATTENEMIEXTO VII. 243 

mammona quanto avea passato. Ma leprecanno la regi- 
na, che, pe levatele st'accasione de ire a caccia, e con- 
zomare la vita pe li vuosche, l'averria nzorato: « Sia co 
« la bonora!, — le respose lo prencepe — ; eccome prunto 
« e parato a fare tutto chello, che vole mamma gnora 
« mia! » « Cossi fanno li figlie beneditte! », — lepre- 
caje la regina. E, cossi, appontaro fra quattro juorne de 
portarene la zita a la casa, la quale era na signora de 
ciappa, che da le parto de Shiannena era capetata a chella 
cetate. Ordenaro, adonca, gran festa e banchetto; ma, 
fra sto miezo, vedenno Filadoro ca lo marito tricava *'•' 
troppo, e fìscannole, non saccio comme, l'aurecchie de sta 
festa, che se jeva spobrecanno pe tutto, abbistanno lo 
garzone de lo tavernaro, che s'era corcato la sera, le le- 
vaje li vestite da capo lo saccone. E, lassato l'abete suoje, 
stravestutose da ommo, se ne venne a la corte de lo re ; 
dove li cuoche, pe tanto ch'avevano da fare, besognan- 
nole ajuto, lo pigliare pe guattaro. E, venuto la matina 
de l'appontamiento, quanno lo sole sopra lo banco de lo 
cielo mostra li privilegio fattele de la natura"^, sigillate 
de luce, e venne secreto de schiarire la vista, venne la 
zita a suono de ciaramelle ^^ e cornette. Ed, apparecchiato 
le tavole, e puostose a sedere, mentre shioccavano le ve- 
vanne, tagliato lo scarco na grossa mpanata ngrese^*, 
ch'aveva fatto de mano soja Eiladoro, ne scotte na palom- 
ma accessi bella, che li commitate, scordannose de maz- 
zecare, se mesero spantecate a mirare sta bellezza cosa. 
La quale, co na voce pietosa pietosa, le disse: « Aje ma- 



^^ Tardava, indugiava. 

S6 Metaf. presa dai saltimbanchi, che mostravano ptHvilegi, come 
ora cerllftcali. <>' Cennamelle. 

"8 V. n. 59. p. 148. Nella cit. com. L'Astuta Cortegiana: « Et io vor- 
rei ritrovarmi nel Gerriglio a fronte di una ben ripiena mensa di 
turte lombarde, imjìanate all' Inglesa, ecc. » (III, io). 



244 LO CUNTO DE LI CUNTI 

« gnato cellevriello de gatta ^^, o prencepe, che te si scor- 
« dato, nditto nfatto, T'affrezzione de Filadoro? Cossi t'è 
« sciato de mammoria li servizio recevute, o scanoscente? 
» Cossi paghe li beneficio, che t'ha fatto, o sgrato?, l'ave- 
« rete levato da le granfe dell'orca, l'averete dato la 
« vita, e se stessa? E chesta è la gran merzè, che daje 
« a chella sfortunata figliola de lo sbisciolato ammore, 
« che t'ha mostrato? Di che se dia na vota, e levase; 
« di che sponteche"^ st'uosso, fi che vene l'arrusto! 
« negra chella femmena, che troppo sempre na de parole 
« d'uommene, che portano sempre co le parole la sgra- 
dì tetudene, co li beneficie la scanoscenza, e co li debete 
« lo scordamiento ! Ecco la scura se magenava de fare la 
« pizza driuto a lo Donato"^ co tico, e mo se vede paz- 
« ziare a sparte casatiello'-; credeva de fare co tico 
« serra serra, e mo tu faje sarva sarva''^; ponzava de 
« potere rompere no becchiero co tico, e mo ha rutto lo 
« cantaro '' ! Va, non te curare, facce de nega-debeto, ca 
« te coglieno pe deritto le jastemme de tutto core, che 
« te manna chella nogrecata! Tu t'addonarraje quanto 
« mporta mpapocchiare na peccerella, coflSare na figliola, 
« nzavagliare na povera nocente, facennole sto bello trucco 
« mucco"-', portannola folio a tergo, mentre te portava 



''9 Aver mangiato cervello di gatta, esser diventato smemorato. 
Nella G. IV, 8: « E e' hai magnato cellevriello de gatta, o sore mia, 
che te hai fatto scire de mente l'aviso nuostro? »; e V, 7: « É no 
gran cellevriello de gatta chi cova la cennere ». — Il Braca, in una 
canzone, dice delle ttova del gatto: « L'ova da gatta cierte Manducate 
haggio spisso, Pocca mi volo o chiericuocco ogni hora » [nis. e, 
f. 137). "> Spolpi, roda. 

'^ Deve alludere a qualche uso scolaresco: « fare la schiacciata 
nel Donato », cioè nel famoso libro di grammatica di Elio Donalo. 

^* Scherzare, giuocare: a dividere il casatiello (cfr. n. 42, p. 85). 

"'^ Serra, serra e sarva, sarva, grida di tumulto. '* V. n. 62, p. 57. 

■'s Metaf. tolta del giuoco del bigliardo. Trucco raucco, è un colpo 



JOENATA ir. TRATTENEMIENTO VII. 245 

« intus vero"*^; mettennola sotta a la cedola, mentre te 
« metteva sopra la capo ; e, mentre essa te faceva tanta 
« servetù, tenerela dove se faceno li serviziale! Ma, si 
« lo cielo non s'ha posta la pezza all' uocchie, si li dei 
« non s' hanno chiavato lo mafaro'" all' aurecchie, vede- 
« ranno lo tuorto, che l'hai fatto, e, quanno manco te 
« cride, te venarrà la vigilia e la festa, lo lampo e lo 
« truono, la freve e la cacarella ! Vasta, attienne buono a 
« magnare, datte spasso a boglia toja, sguazza e trionfa 
« co la zita novella; ca la scura Tiladoro, filanno sottile, 
« romparrà lo filo de la vita, e te lassarà campo franco 
« da gauderete la nova mogliere! » Dette ste parole, 
sparaje a belare fora de le fenestre, che se la pigliaje 
lo viento! Lo prencepe, sentuto sta mbrosoliata"^ colom- 
mesca, restaje pe no piezzo attassato"^. All'utemo, de- 
mannato da dove era venuta la mpanata, e sentuto da lo 
scarco, ca l'aveva lavorata no guattaro de cocina, pigliato 
pe sto abbesuogno, lo prencepe lo fece venire nanze ad 
isso. La quale, jettatose a li piede de Mase Aniello, e 
facenno na lava de chianto, autro non diceva, si no : « Che 
« faggio fatto io, canazzo?, che faggio fatto io? » Lo 
prencepe, che pe la forza de la bellezza de Filadoro, ó 
pe la vertute de la fatazione, che aveva, se venne ad al- 
lecordare l'obrecanza, ch'aveva stipolata nfacce soja a la 
curia d'Ammore, subeto la facette auzare e sedere a 
canto ad isso; contanno a la mamma l'obreco granne, 
ch'aveva a sta bella giovane, e quanto aveva fatto ped 
isso, e la parola datole, che era necessario, che l'avesse 
compruta. La mamma, che n'aveva autro bene, che sto 
figlio, le disse: « Fa chello, che te piace; puro che noe 



dato in modo che la propria palla resti nel luogo, donde si scaccia 
quella dell'avversario. ""^ Metaf. tolte dalle citazioni dei libri. 

■'' Qui, nel senso proprio: cocchiume. "^ Moi'morio. 

"9 Interdetto. 



246 LO CUNTO DE LI CTJ^TI 

« sia lo nore e lo gusto de sta signorella, che t'aje pi- 
« gliato pe mogliere. » « No ve pigliate sti fastidio, — 
« respose la zita — , ca io, pe ve la dicere comme sta, 
« restava de mala voglia a sto pajese. Ma, pecca lo cielo 
«. me l'ha marinata bona, io, co vostra bona lecienzia, me 
« ne voglio tornai-e a la vota do Shiannena mia, a tro- 
« vare li vave de li becchiere, che s'usano a Xapole^"; 
« dove, mpenzanno d'allommare na lampa^^ pe diritto, 
« s'era quase stutata la lucerna de sta vita ». Lo pre'n- 
cepe, co n'allegrezza granne, l'offerse vasciello e compa- 
gnia. E, fatto vestire da prencepessa a Filadoro, levate 
che foro le tavole, vennero li vetta fuoche^", e s'accom- 
menzaje lo ballo, che duraje pe li a la sera. Ma, essonno 
la terra coperta de lutto pe l'assequia de lo sole, venet- 
tero le ntorcie. Ed ecco pe le scalo so ntese no gran fra- 
casso de campanelle; pò la quale cosa, lo prencepe de- 
cotte a la mamma: « Chesta sarà quarche bella masca- 
« rata^^ pe norare sta festa!; affò, ca li cavaliere napo- 
« litane so comprite assajo, e, dove abbesogua, ne fru- 
« sciano lo cuotto e lo crudo ! » Ma, ntanto che facevano 



*•> Cioè, interpreta il Liebr.: « bicchieri mollo grandi, come dicia- 
mo anche noi ». E aggiunge che pel Basile la Fiandra era una parte 
della Germania; e perciò la dama, della quale si parla, aveva tanta 
sete! (Anm., I, 407): cfr. n. 49. p. 96. — La spiegazione mi par giu- 
sta; e non credo possa pensarsi ad un'allusione alla foggia dei bic- 
chieri. Della Germania e della Fiandra era nolo, invece, il poco uso 
che vi si faceva di bicchieri propriamente detti. M. Bino, nel capi- 
tolo in lode del bicchiere, dice: « La vostra Magna Fiandra e tutta 
quella Parte, die beve in slagno in argento, ecc. » {Il secondo libro 
dell'opere burlesche del Berni, ecc., Usecht al Reno, 1771, p. 213). 
81 Bere una l)ottiglia. V. n. 18, p. 187. 82 y. princ. G. IV. • 
83 Di mascherato di cavalieri ne descrivono molte le cronache con- 
temporanee. Per una delle più famose, per quella fatta a Palazzo 
lloale il 17 ottobre 1630, nell'occasione della venuta della Regina 
Maria, che andava sposa all'Arciduca Ferdinando d'Austria, il N. ap- 
punto scrisse una specie di dramma per musica. V. Inlrod. 



JORNATA II. TRATTENEMIEKTO VII. 247 

sto jodizio, compare miezo la sala no brutto mascarone, 
die non passava tre parme d'autezza, ma era grossa chiù 
de na vette. La quale, arrivata nante lo prencepe, disse : 
« Sacce, Nard' Aniello, ca li vierre®' e lo male procedere 
« tujo t' bave arredutto a tante desgrazie, eh' aje pas- 
« sato. Io so l'ombra de chella vecchia, a la quale rom- 
« piste lo pignato, che, pe la famme, so morta cessa! Te 
« jastemmaje che fusse ncappato a li strazio de n'orca, 
« e furo saudute li prieghe mieje! Ma, pe la forza de 
« chesta bella fata, scappaste da chelle rotola scarze. Ed 
« aviste n'autra mardezzione dall'orca: ch'alio primmo 
K vaso, che te fosse dato, te scordasse de Filadoro; te 
« vasaje mammata, ed essa te scette da mente. Ma, pe 
« l'arte de la medesema, te la truove a canto! Ma, mo, 
« te torno a mardire: che, pe memoria de lo danno che 
« me faciste, te puozze trovare sempi-e nante li fasule, 
« che me jettaste, e se faccia vero lo proverbio : chi sem- 
« mena fasule le nascono corna! » E, ditto chesto, squa- 
gliaje comm'argiento vivo, che non se ne vedde fummo. 
La fata, che vedde lo prencepe spalleduto a ste parole, 
le dette armo, decennole: « Non dubetare, marito mio; 
« sciatola e matola, s'è fattura non vaglia^^; ca io te 
« caccio da lo fuoco! » E, cossi decenno, e scomputa la 
festa, jettero a corcarese; e, pe confermare lo stromiento 
fatto de la nova fede promessa, nce fece fermare dui te- 
stemonie^^, e li travaglie passate fecero chiù saporite li 
gusto presente, vedennose a la coppella de li socciesse 
de lo munno, che: 

Chi ntroppeca, e non cade, 
Avanza de cammino. 



8i Capricci. ^"' Formiila per scongiurare una fattura. 
^^ Equivoco osceno. 



LA SCHIAVOTTELLA 



Teattenemiento ottavo de la Joenata seconna. 



Lisa nasce da la fronna de na rosa, e, pe jasterama de na fata, more; 
è posta da la mamma a na cammara, lassanno ditto a lo frate, 
che no l'apera. Ma la mogliere, gelosa, volenno vedere che nc'eje, 
nce trova Lisa viva; e, vestutala da schiava, le fa mille strazie; 
recanosciuta, all'utemo, da lo zio, caccia la mogliere, e marita 
ricca ricca la nepote. 

« V eramente, — disse lo prencepe — , ogne ommo 
« deve fare l'arte soja: lo signore da signore, lo staffiere 
« da staffiero, e lo sbirro da sbirro; che, sicome lo ra- 
« gazzo, volenno fare da prencepe, deventa ridicolo, cossi 
« lo prencepe, facenno da ragazzo, scapeta de repota- 
« zione ». Cosi decenno, votatose a Paola, le disse, die 
se lassasse correre. La quale, fattose mprimmo na bona 
zucata* de lavra, e na grattata de capo, cossi commen- 
zaje. 

È na pessema feruscola, si vale a dicere lo vero, la 
gelosia, vertigine, che fa votare la capo, freve, che scauda 
le vene, accidente, che refredda li mi ombre, vesentierio, 
che scommove lo cuorpo, malo, finalemente, che leva lo 
suonno, amareja lo civo, ntrovola la quiete e smesa la 

1 Succhiata. 



.TORNATA li. TEATTENEMIENTO Vili. 249 

vita; essenno serpe, che mosizeca, carola, che reseca, fele, 
che ntosseca, neve, che nteseca, chiuovo, che smafara, 
sparte-matremmonio de li guste cl'ammore, scazzella-cane^ 
de li contente amoruse, e continua tropeja ne lo mare 
de li piacire de Venere ; la quale mai sguigliaje cosa de 
bene, come confessarrite co la lengua vostra, sentenno lo 
cuiito, che secota. 

Era na vota lo barone de Servascura, che, avenno na 
sore zita, la quale sempre jeva coll'autre giuvane de 
l'età soja a sautariare pe no giardino, e trovanno fra 
l'autre vote na bella rosa spampanata, facettero nguag- 
gio, che chi la sautasse netta, senza toccarele na fronna, 
guadagnasse no tanto. E, sautannoce na mano de fem- 
mene cavallune pe coppa, tutte ce morravano, e nesciuna 
la scarvaccava netta. Ma, toccanno a Lilla, ch'era la sore 
de lo barone, pigliato no poco de vantaggio arreto, dette 
na tale corzeto, che sautaje de posole pe coppa la rosa. 
Ma, facennone cadere na fronna, fu cossi accorta e de- 
stra, che, pigliannola fra lumme e lustro^ da terra, se la 
gliottette*, guadagnanno lo nguaggio. Ma non passaro tre 
juorne, che se sentette prona; de la quale cosa appo a 
morire de dolore, sapenno cierto de n'avere fatto mbro- 
glie, né vescazzie^, né le poteva cadere mente, comme 
le fosso ntorzata la panza. Pe la quale cosa, corze a 
certe fate ammiche soje, le quale le dissero, che non do- 
betasse, ca era stata la fronna de rosa, che s'aveva gliot- 
tuta. Lilla, sentuto chesto, attese a nasconnere quanto 
potte la panza, e, venuta l'ora de scarrecare lo pisemo, 
figliaje secretamente na bella fegliola. A la quale puosto 
nomme Lisa, la mannaje a le fate. La quale, ogn'una 
le dette la fatazione soja; ma l'utema de chello, volenno 
correre a vedere sta peccerella, sbotatose desastrosamente 



2 Propr.: chi molesta i cani, che amoreggiano per le vie. 

3 Senza esser vista. ^ Inghiottì. 5 Disonestà. 



32 



250 LO CUXTO DE LI CUNTI 

lo pede, pe lo dolore la jastemmaje: che, a li sette anno, 
pettenannole la mamma, se le scordasse lo pettene drinto 
a li capille mpizzato ** a la capo, de la quale cosa moresse. 
E, arrivato lo tiempo, e socciesso la cosa, la negra mam- 
ma, desperata pe sta desgrazia, dapò avere fatto n'am- 
maro trivolo, la chiuse drinto a sette casce de cristallo, 
una nserrata drinto all'autra, mettennola all'utema cam- 
mara de lo palazzo, tenennosenne la chiave. Ma, essenno 
pe lo dolore de sto socciesso redotta alla scolatura de 
la vita, chiammaje lo frate, decennole: « Frate mio, io 
« me sento a poco a poco tirare da la vorpara de la 
« morte. Però, te lasso tutte le scartapelle meje, che ne 
« singhe signore e patrone; sulo, m'aje da dare parola 
« de n'aprire mai chell'utema cammara de sta casa, sti- 
« pannote sta chiave drinto a lo scrittorio ». Lo frate, 
che l'amava sbisciolatamente, nce ne deze la fede; ed 
essa, a lo stisso tiempo, disse: « A dio, ca le fave so 
« chiene''! » Ma, ncapo dell'anno, essennose sto signore 
nzorato, ed esseuno mitato a na caccia, racommannaje 
la casa a la mogliere, pregannola, sopra tutto, a n'aprire 
chella cammara, de la quale teneva la chiave drinto a 
lo scrittorio. Ma n'appe cossi priesto votato le spalle, 
ch'essa, tirata da lo sospetto, voltata da la gelosia, e 
scannata da la curiosetate, ch'è primma dote de la fem- 
mena, pigliata la chiave, aperze la cammara. Ed, aperto 
le casce, pe dove vedeva stralucere la figliola, trovaje 
cosa, che pareva che dormesse. La quale era cresciuta 
quanto ogne autra femmena nsieme co le casce, che s'e- 
rano ngrannuto, secunno jeva crescenno. La femmena 
gelosa, visto sta bella orlatura, dicette saboto : « Bravo, 
« per vita mia!; chiave ncinto, e martino drinto*! Chesta 
« era la deligenzia, che non s'aperesse la cammara, azzò, 

^ Confitto. "^ È tempo di raccogliere: la mia vita è Anita. 

8 Martino, cornuto. Propr. : che, mentre alcuno sta sicuro fuor di 



JORNATA ir. TRATTENEMIENTO Vili. 25 1 

« non se vedesse lo Maumetto^, che adorava drinto a 
« le casce! » Cossi decenno, la pigliaje pe li capillo, ti- 
rannola fore; pe la quale cosa, cascannole nterra lo pet- 
tene, se venne a resentire, gridanno: « Mamma mia, 
« mamma mia! » « Va ca te voglio dare mamma e tata! », 
respose la baronessa; e, nfelata comm'a schiava, arrag- 
giata, comm'a cane figliata, ntossecosa, comm'a serpe, le 
tagliaje subeto li capille, e, facennole na ntosa de zuco^°, 
le mese no vestito stracciato, ed ogne juorno le carré- 
cava vrognole a lo caruso, molegnane all' nocchie, mier- 
che^^ nfacce, facennole la vocca comm' avesse mandato 
pecciune crude ^^. Ma, tornato lo marito da fore, e ve- 
denno sta figliola cossi male trattata, addemannaje chi 
fosse. Ed essa le responnette, ch'era na schiava, che l'a- 
veva mannato la zia, la quale era n'esca de mazze ^^, e 
besognava martoriarela sempre. E, venenno accasione a 
lo signore de ire a na fera, disse a tutte le gente de la 
casa, pe fi a li gatte, che cosa volevano che l'accattasse. 
E, cercato chi na cosa, e chi n'autra, all' utemo, venne 
alla schiavottella. Ma la mogliere non fece cosa da cri- 
stiano, decenno : « Miette puro ndozzana** sta schiava mos- 
« suta^^, e facimmo tutte pe na regola, tutte vorrimmo 
« pisciare a l'aurinale ! Lassala stare, mal'ora, e non dam- 
« mo tanta presenzione a na brutta siamma^^ ». Lo signo- 
re, ch'era cortese, voze, nn'ogne cunto, che la schiavot- 
tella cercasse quarcosa. La quale decette: « Io non voglio 
« antro, che na pipata, no cortiello, e na preta pommece; 



casa, colla chiave in tasca, la moglie, in casa, trova il modo di farlo 
cornuto. ^ Maometto: idolo. i'* Una buona bastonatura. 

ii Mierche, impronte di ferite. 12 cioè: tutta bagnata di sangue, 

13 Persona, che strappava le bastonate. 

^^ Metti pure a paro delle altre. 

*^ Colle grosse labbra di un moro. 

16 (ES) fiamma. — Siamma, denominazione, che, probabilmente, 
una volta si dava agli schiavi. 



252 LO CUNTO DK LT C.X^Tl 

« e, si te ne scuorde, non puozze maje passare lo prim- 
« mo shiummo, che truove pe strata! » E, comprato lo 
barone tutte le cose, fere che chelle, che l'aveva cercato 
la nepote, a lo passare de no shiummo, che carriava 
prete ed arvole da la montagna a la marina, pe jettare 
fonnamiente de paure, ed auzare mura de maraviglia, 
non fu possibele che sto segnore potesse passare. Pe la 
quale cosa, allecordatose de le jastemme de la schiavot- 
tella, tornaje arreto, ed accattaje pontoalmente ogne 
cosa. E, tornato a la casa, spartette, una ped una, le 
cose, che aveva accattate. Ed avuto Lisa ste coselle, se 
ne trasette a la cecina, e, puostose nante la pipata, se 
mese a chiagnere e trevoliare, contanno a chillo arravuo- 
glio*" de pezze tutta la storia de li travaglie suoje, 
corame se parlasse co na perzona viva. E, vedenno, che 
no le responneva, pigliava lo cortiello, ed, affilannolo co 
la pommece, deceva: « Vi, ca, si non me respunue, mo 
« me npizzo, e scompimmo la festa! » E la pipata, ab- 
bottannose a poco a poco, corame otra de zampogna, 
quanno l'è dato lo shiato, all'utemo, responneva: « Si, 
« ca t' aggio ntiso chiù de no surdo ! » Ora, duranno sta 
museca pe na mano de juorne, lo barone, ch'aveva no 
retretto sujo muro a muro co la cecina, sentenno na vota 
sto medeserao taluorno, e mpizzato l'uocchie pe la chia- 
vatura de la porta, vedde Lisa, che contava a la pipata 
lo sautare de la mamma ncoppa la rosa, lo magnarese 
la fronna, lo figliare, la fatazione datale, la jastemma de 
la fata, la restata de pettene ncapo, la morte, la nchiusa 
a sette casce, la stipata drinto la cammara, la morte de 
la mamma, la lassata de chiave a lo frate, la juta a cac- 
cia, la gelosia do la mogliere, la trasuta drinto, dove 
stava centra l'ordene de lo frate, la tagliata de li capille, 
lo trattamiento de schiava, co tante e tante strazio, che 



i' Fagotto, involto: bambola falla di pezze. 



JORNATA II. TRATTENEMIENTO Vili. 253 

l'aveva fatto. E, cossi clecenno, e cliiagnenno, deceva: 
« Respunneme, pipata, sino, m'accido co sto cortiello! » 
Ed, affilannolo a la preta pommece, se voleva spertosare; 
quanno lo barone, date de cauce a la porta, le levaje lo 
cortiello da mano. E, sentuto meglio la storia, ed abbrac- 
ciannola comme a nepote, la portaje fora de casa, dan- 
nola a na certa parente soja a refarese no poco, ch'era 
deventata meza ^^, pe li male trattamiente de chillo core 
de Medea. E, ncapo de poche mise, essennose fatta com- 
me na dea, la fece venire a la casa soja, decenno essere 
na nepote soja^^. E, dapò fatto no gran banchetto, e le- 
vato le tavole, fatto contare da sta Lisa la storia de 
tutte l'affanno passate, e la crodeletate de la mogliere, 
che fece chiagaere a tutte le commitate, cacciaje la mo- 
gliere, mannannola a la casa de li pariente, e dette no 
bello marito a la nepote, secunno lo core sujo. La quale 
toccaje a le vi elio: 

Ca, quanno Vommo manco se Io penza, \ 
Le grazie soje chiovelleca lo cielo. j 



^8 Ridotta alla metà, smagrita. ^^ (EO) manca soja. 



LO CATENACCIO 



Teattenemiento nono de la Tornata seconna. 

Lucia va ped acqua a na fontana, e trova no schiavo, che la mette 
a no bellissimo palazzo, dove è trattata da regina. Ma, da le sore 
midiose consigliata a vedere co chi dormesse la notte, trovatolo 
no bello giovene, ne perde la grazia, ed è cacciata. Ma, dapò es- 
sere juta sperta e demerta^, grossa prena, na maniata d'anne^, ar- 
riva ncasa de lo nararaorato; dove, fatto no figlio mascolo, dapò 
varie socciesse, fatto pace, le deventa mogliere. 

IVJoppe^ a gran compassione lo core de tutte le de- 
sgrazie passate da la poverella de Lisa, e chiù de quatto 
fecero l'uocchie russe co le lagreme mponta, che non è 
cosa, che chiù tetelleca"* la piatate, quanto lo vedere 
chi patisce nnozentemente. Ma, toccanno a Ciommetella 
de votare sto filatorio, cossi decotte. 

Li consiglio de la midia sempre foro patre de le de- 
sgrazie, perchè, sotto la mascara de lo bene, chiudono 
la facce de le ruine, e la perzoua, che se vede la mano 
a li capille de la fortuna, deve magenarese d'avere a 
tutt'ore ciento, che le mettono le fonecelle tirate nanze 



^ Sperduta e sprezzata. 

* Un certo numero. « Vedete un po' la negligenza del Basile, — 
dice il Liebr. — , che fa andare Lucia girando per varii anni grossa 
gravida I Purché ciò non sia fatto intenzionalmente e per ischerzo. » 
{Anm., I, 407). 3 Mosse. ■* Solletica. 



JORNATA II. TEATTENEMIENTO IX. 255 

li piede, pe farelo tommoliare ^ ; comme soccesse a na 
povera figliola, che pe lo male consiglio de le sore, ca- 
dette da coppa la scala de la felicità, e fu meserecordia 
de lo cielo, che non se roppe lo cucilo. 

Era na vota na mamma, ch'aveva tre figlie, che, pe la 
pezzentaria granne, ch'aveva pigliato pede a la casa soja, 
la quale era chiaveca, dove correvano le lave de le de- 
sgrazie, le mannava pezzonno pe mantenere la vita. Ed 
avenno na matina abboscato certe fronne de caole, jet- 
tate da no cuoco de no palazzo, e volennole cocinare, 
disse, una ped una, a le figlie, che jessero pe no poco 
d'acqua a la fontana. Ma l'una co l'autra se la pallot- 
tiava®, e la gatta commannava la coda'''; tanto che la po- 
vera mamma disse : « Commanna, e fa tu stisso ! » ; e, 
pigliata la lanoella, voleva ire essa pe sto servizio, an- 
cora che pe la gran vechiezza non poteva strascinare 
le gamme. Ma Luciella, ch'era la chiù picciola, disse: 
« Dà ccà, mamma mia, ca, si be n'aggio tanta forza, quanto 
« me vasta, puro te voglio levare sto travaglio ». E, pi- 
gliatase la lancella, jette fora la cetate, dove steva na 
fontana, cha, pe vedere li sbiure smajate^ pe la paura de 
la notte, le jettava acqua nfacce. Dove trovaje no bello 
schiavo, che le disse: « Bella fegliola mia, se vuoi ve- 
« nire co mico a na grotta poco lontana, te voglio dare 
« tante belle coselle ». Luciella, che steva sempre spe- 
ruta do na grazia, le respose: « Lassarne portare sto poco 
« d'acqua a mammama, che m'aspetta, ca subeto torno ». 
E, portata la lancella a la casa, co scusa de ire cercanno 
quarche tacca ^, tornaje a la fontana. Dove trovato lo me- 



3 Capitombolare, inciampare. 
^ Se la rimandavano dall'una all'altra. 

''' (EO) code. — Modo proverb. : la gatta, che dà ordini alla sua 
coda; per indicare persona, che non vuol fare una data cosa. 
8 Svenuti: e, per farli rinvenire, li spruzzava d'acqua. 
» Scheggia, pezzo di legno. 



256 LO CUNTO DE LI CUtsTI 

desemo schiavo, se l'abbiaje appriesso; e fu portata pe 
drinto na grotte de tufo, aparata de capille vienere ^^, e 
d'ellera, drinto a no bellissimo palazzo sotto terra, ch'era 
lutto lampante d'oro. Dove le fu subeto apparecchiata 
na bellissima tavola; e, fra tanto, scettero doje belle 
schiantune de vajasse a spogliarela chille poche straccio, 
che portava, ed a vestirela de tutto punto, faceunola 
corcare la sera a no lietto tutto recamato de perno ed 
oro. Dove, comme furo stutate le cannele, se venne a 
corcare uno. La quale cosa durata na mano de juorne, 
all'utemo, venne golio a sta figliola de vedere la mamma, 
lo disse a lo schiavo. Lo quale, trasuto a na camraara, 
parlato non saccio co chi, tornaje fora, dannole no gran 
vorzone de scute, e decennole, che le desse a la mamma, 
allecordannole a no scordarese pe la via, ma che tor- 
nasse priesto, senza diro da dove veneva, né dove stesse. 
Ora, juta la fegliola, vedennola le sere cossi bella 
vestuta, e cossi bona trattata, n'appero na midia da cre- 
pare. E, volennosenne tornare Luciella, la mamma e le 
sere la vozero accompagnare. Ma essa, refutanno la com- 
pagnia, se ne tornaje a lo medesemo palazzo pe la stessa 
grotta. E, stanno n'autra mano de mise quieta, all'utemo, 
le venne lo stisso sfigolo, e fu, co lo stisso protiesto e co 
li stisse donativo, mannata a la mamma. E, dapò essere 
socciesso sto chiajeto tre quatto vote, co rofonnere 
sempre sceroccate de midia a la guallara^^ de le sore ; 
all'utemo, tanto scervecaro ste brutte arpie, che, pe via 
de n'orca, sapettero tutto lo fatto corame passava. E, 
venuta n'autra vota da loro Luciella, le dissero : « Si be 
« non co hai voluto dicore niente de li gusto tuoje, agge 
« da sapere, ca nui sapimmo ogne cosa, e ca ogne notte, 
« essennote dato l'addebbio, non te puoi addonare, ca 
« dorme co tico no bellissomo giovane. Ma tu starrai 



iO Capelvenere, 11 Eccitando sem])re più 1" invidia delle sorelle. 



JOENATA II. TRATTENEMIENTO IX. 257 

« sempre co st'allegrezza a repieneto, si non te resuorve 
« de fare lo consiglio de clii te vo bene. All'utemo, sì 
« sango nuostro, e desiderammo Tutele e lo gusto tujo ! 
« Però, quanno la sera te vaje a corcare, e vene lo 
« scliiavo co lo sciacquadente '■', e tu, decennole che te pi- 
<.< glia na tovaglia pe te stojare lo musso, jetta destra- 
« mente lo vino da lo becchiero, azzò puozze stare sce- 
« tata la notte. E, comme vedarrai mariteto addormuto, 
« apre sto catenaccio, ca, a despietto sujo, besogna che se 
« sfaccia sto ncanto, e tu restarrai la cbiù felice femmena 
« de lo munno ». La povera Luciella^^, che non sapeva, 
ca sotto sta sella de velluto nc'era lo garrese, drinto sti 
shiure nc'era lo serpe, e drinto sto vacile d'oro nc'era lo 
tuosseco, credette a le parole de le sore. E, tornata a 
la grotta, e venuta la notte, fece comme le dissero chelle 
mielate ^^ Ed, essenno tutte le cose zitto e mutto, allom- 
maje co lo focile na cannela, e se vedde a canto no shiore 
de bellezza, no giovane, che non vedive autro, che giglio 
rose. Essa, vedenno tanta bellezzetudene cosa, disse : 
< Affé, cane me scappe chiù da le granfe! » E, pigliato 
lo catenaccio, l'aperze. E vedde na mano de femmene, 
che portavano ncapo tanto bello filato; a una de le quale 
cascata na matassa, Luciella, ch'era cunno de lemmo- 
sena*^, non recordannose dove steva, auzaje na voce, de- 
cenno : « Auza, madamma, lo filato !» A lo quale strillo 
scetatose lo giovane, sentette tanto desgusto d'essere 
stato scopierto da Luciella, che a la medesema pedata 
chiammato lo schiavo, e fattole mettere le primme strac- 
cie ncuollo, ne la mannaje; che, co no colore de scinto 
da lo spitale, tornaje a le sore, da le quale fu co triste 
parole, e peo fatte, cacciata. Pe la quale cosa, se mese a 
pezzire^® pe lo munno, tanto che, dapò mille stiente, es- 

12 propr.: sciacquabocca; qui: bicchiere. ^^ (eo) Luccia. 
^^ Malvage donne. ^5 y. n. 20, p. 142. 16 Limosinare. 



25S LO CUNTO DE LI CUKTI 

senno la negrecata grossa prona, arrivaje a la cetate de 
Torrelonga. E, juta a lo palazzo riale, cercaje quarche 
poco de recietto ncoppa a la paglia; dove na dammecella 
de corte, ch'era na bona porzona, la raccouze. Ed, es- 
senno l'ora de scarrecare la panza, fece no figlialo a- 
cossi bello, ch'era na puca d'oro! Ma la primma notte, 
che nascette, mentre tutte l'autre dormevano, trasette no 
bello giovane a chella cammara, decenno: 

« O bello figlio mio, 
Se lo sapesse mamma mia, 
Nconca d'oro te lavarria, 
Nfasce d'oro te nfasciarria; 
E, si maje gallo cantasse, 
Mai da te me parlarria! » 

Cossi decenno, a la primma cantata de gallo, squagliaje, 
comm'argiento vivo. De la quale cosa essennose addo- 
uata la dammecella, e visto, ch'ogne notte veneva lo 
stisso a fare la stessa museca, lo disse a la regina. La 
quale, subeto che lo sole, comm'a miedeco, lecenziaje da 
lo spitale de lo cielo tutte le stelle, fece no hanno cru- 
delissimo, che s'accedessero tutte li galle de chella ce- 
tate, faconno tutto a no tiempo vedole e carose*' quante 
galline nc'erano. E, tornanno la sera chillo medesemo 
giovane, la regina, che steva sopra lo fierro'*, e no sco- 
glieva nemmiccole*^, recanoscette ch'era lo figlio, e l'ab- 
bracciaje strettamente. E, perchè la raardezzione data da 
n'orca a sto prencepe era, che sempre jesse spierto, lon- 
tano da la casa soja, fi che la mamma no l'avesse ab- 
bracciato, e lo gallo no avesse cantato, tanto che subeto 
che fu tra le braccia de la mamma se desfece lo per- 
canto, e scompette lo tristo nfruscio. Cossi la mamma se 



i"' V. n. 50, p. 229. 1'' Slava attenta, apparecchiata. 
*" Lenticchie: non stava occupala in altra faccenda. 



.TORIATA II. TRATTEXEMIENTO IX. 259 

trovaje avere acquistato no nepote, comme na gioja; Lu- 
ciella trovaje no marito, comme no fato; e le sore, avuto 
nova de le grannezze soje, se ne venettero co na facce 
(le pepierno a trovarela. Ma le fu resa pizza pe tortane ''', 
e foro pagate de la stessa moneta, e co gran crepanti- 
glia d'arma canoscettero : 

Ca figlio de la midia e l'anfecore. 



20 Schiacciata per pane. Tortane, pane a ciambella. 



LO COMPARE 



Trattexemiento decemo de la Jorxata seconna. 

Gola Jacovo Aggrancato* ha no compare alivento*, che se lo zuca 
tutto; né potenno co arteflcie o stratagemme scrastaresillo da 
cuollo, caccia la capo da lo sacco, e, co male parole, lo caccia 
da la casa. 

Jr u bello, veramente, lo cunto ditto co grazia, e sen- 
tuto co attenzione; de manera, che concorzero mille cose 
a datele zuco, perchè piacesse. Ma, perchè ogno picca^ 
de tiempo, che se metteva miezo, da cunto a cunto*, te- 
neva la schiava a la corda, e li deva li butte ^; però, se 
sollecetaje Jacova de ire a lo tuorno". La quale mese 
mano a la vette de lo fìlastoccole, pe refrescare lo desi- 
derio dell'audeture, de chesta manera. 

La poca descrezzione, signure, fa cadere la mezacanna 
da mano a lo mercante de lo jodizio, e sgarrare lo com- 
passo all'architetto de la crianza, e perdere la vusciola 
a lo marinaro de la ragione. La quale piglianno radeca 



* Aggranchiato: avaro. Gfr. Egl. La Tenta. Qui sta come un cogno- 
me, ma è tratto dalle qualità morali di Gola Jacovo; e l'Irabriani 
(XII canti pomigl., p. IX) lo tenne, con troppa sicurezza, per un ca- 
sato realmente esistente in Pomigliano d'Arco, a quei tempi. 

* Scroccone, truffatore. 3 Ogni pocolin di tempo. 
■* (EO) e le seguenti: da canto a canto. 

6 Urloni. Immag. tolta dalla tortura della corda. 
^ A raccontare alla sua volta. 



JORXATA II. TRATTENEMIENTO X. 26 1 

U6 lo terreno de la gnoranzia, non procede antro frutto, 
che de vergogna e de scuorno; comme se vede soccedere 
ogne juorno; particolarmente accorse a no cierto facce- 
tosta de compare, comme dirraggio. 

Era no cierto Cola Jacovo Aggrancato de Pomigliano ', 
marito de Masella Cerneccliia de Resina^, ommo ricco 
comme a lo maro, che non sapeva chello, che se trovava, 
tanto eh' aveva nchiuso li puorce, e teneva paglia fi a 
ghiuorno. Co tutto chesso, si be n'aveva né figlie, ne fit- 
tiglie^, e mesurava li de quibus^*^ a tommola, se correva 
ciento miglia, non le scappava uno de ciento vinte a car- 
rino*\ e, facennose male a patere, faceva na vita sten- 
tata da cane pe mettere da simmeto, e fare stipa ^''. Tutta 
vota, sempre che se metteva a tavola pe mantenere la 
vita, nce arrevava pe ruotolo scarzo^^ no malejuorno de 
compare, che non lo lassava pedata, e, comme si avesse 
l'alluorgio ncuorpo, e la mpolletta^^ a li diente, sempre 
si consignava all'ora de lo mazzeco, pe remescarese co 
loro. E, co na fronte de pesature ^^, se l'azzeccoliava de 
manera ntuorno, che no ne ^^ lo poteva cacciare co li pe- 
cune^~. E tanto lo contava li muorze ncanna, e tanto de- 
ceva mottetto, e jettava mazze^^, .fi che l'era ditto: « Se 
« te piacesse! » Dove, senza farese troppo pregare, 
schiaffannose da miezo a miezo fra lo marito e la mo- 
gliere, e comme si fosse abbrammato, allancato, ammo- 
lato a rasulo ^^, assajato"'', comme cane de presa, e co la 



' Pomigliano d'Arco, paesello sulla via da Napoli a Nola. C'è an- 
che Pomigliano d'Atella. 

8 Resina, presso Portici, famosa poi per gli scavi d' Ercolano : com. 
della prov. e circ. di Nap., ora con ab. 15,652. 

9 Molestie date dai bambini. ' ^o Quattrini, 
11 V. n. 102, p. 16, e n. 15, p. 202. 

^- Metter da parte, e conservare. ^3 per disgrazia. 

1^ Clessidra, orologio a polvere. ^5 pestello. ^^ (EO) nne lo. 

^'^ Coi picconi. i8 Tanti detti scherzevoli diceva. 

^^ Affilato come rasoio, 20 Aizzato, incitato. 



262 I-O CUNTO DE LI CUNTI 

lopa ncuorpo, co na carrera, che bolava, — da dove ve- 
ne? da lo molino ^^ — ; menava le mano comme a sonatore 
de pifaro, votava l' nocchie comme a gatta forastera, ed 
operava li diente comme a preta de macena; e, gliottenno 
sano, l'uno voccone non aspettanno l'antro, corame s'a- 
veva buono chino li vuoffole*-, carrecato lo Stefano, e 
fattone na panza comme a tammurro; dapò visto la pe- 
tena de li piatte, e scopato lo paese, senza dicere : cover- 
namette; date de mano a n'arciulo, e shioshiatolo, zorla- 
tolo, devacatolo, trincatolo, e scolatolo tutto a no shiato^^, 
fi che ne vedeva lo funno, se ne pigliava la strata a fare 
li fatte suoje, lassanno Cola Jacovo e Masella co no pai'- 
mo de naso! Li quale, vedenno la poca descrezzione de 
lo compare, che, comme a sacco scosuto, se norcava, can- 
nariava, ciancolava, ngorfeva, gliotteva, devacava, scervec- 
chiava, piuzziava, arravogliava, scrofoniava, schianava*', 
pettenava, sbatteva, smorfeva, ed arresediava '^ quanto 
ne' era a la tavola, non sapevano che fare, pe scrastarese 
da tuorno sta sangozuca, sta pittema cordiale, sto nfetta- 
miento de vrache, sta cura d'agusto, sta mosca ntista^*^, 
sta zecca fresa ^''', sta susta -^, sto sopra-uosso, sto pesone, 
sto cienzo perpetuo, sto purpo, sta sasina ^"j sto pisemo, 
sta doglia de capo ! E no vedevano mai cheli' ora, na 
vota, magnare sciamprate '^^, senza st'ajuto de costa, senza 
sta grassa de suvero^M Tanto che na mattina, avenno sa- 
puto ca lo compare era juto pe spalla^* de no commis- 
sario fora la terra. Cola Jacovo disse: « che sia lau- 



21 Cfr. MN., I. 22 Piene le mascelle. 23 sinonimia del bere. 
2' (EO) schiavava. 2^ sinonimia del mangiare. 2C importuna. 

27 II Porta nella Tabernai'ia : « Oh Dio, che zecca freda è chisto ! » 
(ni, 7). 

28 Propr., legaccia elastica, e, metaf., molestia, importunità. 
2» Propr.: feritoia. Cfr. IV, a. 30 Da soli. 

31 Grascia, abbondanza di viveri; suvaro, sughero. Ch'è come a 
dire: grascia di magro, abbondanza di consumo. ^2 Aiutante. 



.TORNATA II. TRATTENEMIENTO X. 263 

« dato lo solo lione, ca na vota, ncapo de ciento anne, 
« ne' è toccato de menare le masche, de dare lo portante 
« a le ganasse, e de mettere sotta lo naso, senza tanto 
« frusciamiento de tafanario; perzò, la corte me vo sfa- 
« re, io sfare me voglio ! Da sto munno de merda, tanto 
« n'hai, quanto scippe co li diente ^^! Priesto, allumma 
« lo fuoco, che mo, che avimmo mazza franca^' da fa- 
« rece na bona pettenata, nce volimmo sgoliare^^ de quar- 
« che cosa de gusto, e de quarche muorzo gliutto ! » Cossi 
decenno, corze ad accattare na bona anguilla de pantano, 
no ruotolo de farina ashiorata ^^, e no buono fiasco de man- 
giaguerra ^'''. E, tornato a la casa, mentre lamogliere, tutta 
affacennata, fece na bella pizza, isso frejette l'anguilla. 
Ed, essenno ogne cosa all'ordene, se sedettero a tavola; 
ma non foro accessi priesto sedute, che veccote lo pa- 
scono de lo compare a tozzolare la porta. Ed, afiaccia- 
tose Masella, e visto lo sconcecajuoco de li contiente loro, 
disse a lo marito : « Cola Jacovo mio, mai s' appe ruo- 
« tuolo de carne a la chianca de li guste umane, che 
« non ce fosse la jonta dell'uosso de lo dispiacerei^; mai 
« se dormette a lenzola janche de sfazione, senza quar- 
« che cemmece de travaglio ; maje se fece colata de gu- 
« sto, se non ce mattesse chioppeta de mala sfazione! 
« Eccote nzoccato st' amaro muorzo, eccote annozzato 
« ncanna sto magnare cacato! » A la quale Cola Jacovo 
respose: « Stipa ste cose, che stanno ntavola, squagliale, 
« sporchiale, ncaforchiale, che non parano, e, pò, apre la 
« porta, ca, trovanno sacchejato lo casale, fuorze averrà 
« descrezzione de partirese priesto, e nce darrà luoco da 
« strafocarence co sto poco de tuosseco ! » Masella, men- 
tre lo compare sonava ad arme, e scampaniava a grolla, 



33 Ne strappi coi denti. ^^ V. n. 95, p. 15. 35 cavar la voglia. 

36 Fior di farina. 37 y. n. 76, p. 132. 

38 Metaf. tolte dal comprar carne dal macellaio. 



264 I>0 CUNTO DE LI CUNTI 

mpizzaje^^ l'anguilla dereto a no repuosto, lo fiasco sotta 
lo lietto, e la pizza fra li matarazze. E Cola Jacovo se 
schiaffaje sotta la tavola, tenenno mente pe no pertuso 
de lo trappito^**, che pennoliava fi nterra. Lo compare, 
pe la chiavatura de la porta, vedde tutto sto trafeco; 
comme fu apierto, co na bella rasa"'^, tutto sbagottuto e 
sorriesseto, trasette drinto ; e, demannato da Masella, che 
l'era socciesso, disse: « Mentre m'hai fatto stennerire co 
« tanto spromiento e penzeniamiento '- fore la porta, aspet- 
« tanno lo stimolo, e la venuta de lo cuorvo, che avisse 
« apierto, m'è venuto pe li piede no serpe; uh mamma 
« mia, che cosa spotestata e brutta! Fa cunto, ch'ei'a 
« quanto l'anguilla, e' hai posta drinto a lo stipo! Io, che 
« me vediette curto e male parato, tremmanno comm'a 
« junco, avenno lo filatorio ncuorpo pe lo jajo, la verme- 
« nara pe la paura, lo tremoliccio pe lo schianto, auzo na 
« preta da terra quanto lo fiasco, eh' è sotta lo lietto, e 
« tuffete ncapo, ne faccio na pizza, comme chella, eh' è 
« fra li matarazze ! E, mentre moreva e sparpatejava, 
« vedeva, ca me teneva mente, comme fa lo compare da 
« sotta la tavola. Non m'è restato sango aduosso, tanto 
« sto schiantuso ''^ ed atterruto! » A ste parole, non po- 
tenno chiù stare saudo Cola Jacovo, che non ne poteva 
scennere lo zuccaro, cacciato la capo fora de lo trappito 
comme a Trastullo'", che s'affaccia a la scena, le disse ''^: 
« S'è accossi, è pasticcio!, mo si ch'avimmo chino lo fu- 
« so, vi!, mo avimmo fatto lo pane, vi!, mo avimmo vinto 
« lo chiaito, vi! Se 'te devimmo dare, accusace a la Va- 



39 Cacciò. ■"" Tnpiìeto, coperta. ^i Faccia. V. n. 5, p. 114. 

•** Indugio. '*3 Sbattuto, palpitante di paura. 

■*' Personaggio della Commedia dell'arte. Nella G. Ili, 7: « dove 
fanno sempre mascare, la mormorazione da Trastullo, ecc. ». Lo cita 
il Del Tufo: * Trast^dll e Pantaloni * (ras. e, f. 100). Nei Balli di 
Sfessania del Callot è rappresentalo in coppia con la signora Lucia, 
alla quale fa una dichiarazione. ^5 (i^o) e disse. 



.TORNATA II. TRATTENEMIENTO X. 265 

« gliva'^; si te avimmo fatto despiacere, fance na qua- 
« rera'*'' a la Zecca ^^; se te siente affiso, legame a curto''^; 
« si hai quarche crapiccio, fance na cura co lo motillo^"; 
« se pretienne quarcosa, fance na secotata co na coda de 
« vorpa^'^, schiaffance sso naso a Napole^^! Che terme- 



46 Nel Tribunale della Bagliva si trattavano le cause dei danni 
fatti ai territorii, e tutte le cause da tre ducati in sotto. La sua giu- 
risdizione si estendeva a Napoli e casali. L'appello era ai maestri ra- 
zionali della Zecca. Era posseduto dalla famiglia Costanzo, aveva sei 
giudici nobili, due di Montagna e quattro degli altri seggi: oltre gli 
uffiziali subalterni. Ai tempi del N., era già riunito, cogli altri tri- 
bunali, in Castel Capuano (Cap., For., p. 634, e Cel., 0, e. II, 376). 

■" Querela. 

48 II Tribunale della Zecca era prima presso S. Agostino, e passò 
poi anche a Castel Capuano. Giudicava delle cause concernenti mo- 
nete, pesi e misure, e delle frodi commesse nel comprare e vendere; 
ed era ristretto a Napoli e Gasali. Da esso s'appellava al Sacro Re- 
gio Consiglio (Toppi, 0. e, P. II, 32-3, e Cel., l. e, 276). 

49 Legami stretto, in modo che non possa scrollarmi. 

50 Piccolo imbuto; cura co lo motillo, clistere, lavativo. 

5i Probab.,' come fanno talora i fanciulli, perseguitando un gatto, 
altro animale, per la casa. — li Liebr. {Anm., I, 407) dice: « Io 
non so a che costume alluda: forse, una volta i fanciulli correvano 
dietro ai cattivi debitori, ecc., con una coda di volpe, ecc. Almeno, 
simili costumi vigevano presso altri popoli; così, presso gli Etru- 
schi »; e cita Heracl. Pontic, Fragm., 16, che scrive: « OTav 02 Ti; 
ò(p£iXwv )^pio; [A'/i à— oScSò), 7;apy./,oXo'j3'0'jG'.v 01 -TralSs;, 
zyjov-:z; xìvóv 3-uXà'/,'-0V si; Supto— txv ». Gfr. anche Dunlop-Lieb- 
recht, 0. e, 515. 

52 si dice Napoli (e talvolta: Pozzuoli) per non dire un'altra pa- 
rola. Gfr. VN. Il Del Tufo, discorrendo del parlar goffo della plebe 
napol.: « Hora mo sì, ca sì fastidiuso. Te, chiavance so naso a sto 
pertuso! » (ms. e, f. 131). È noto l'antico rito giudiziario, pel quale 
i debitori decotti dovevano denudarsi il sedere e dar tre volte con 
esso su una pietra, una colonnina che fosse, posta nel pubblico 
tribunale. La colonnina, ch'era a Napoli innanzi a Castel Capuano, 
si vede ora al Museo di S. Martino. Schia/Tame so naso a Napole 
vale, dunque: puoi vedermi il sedere, ma non hai da togliermi niente! 
Gfr. Pi tré,. BiM., XV, 372-4. 

34 



266 LO CUNTO DE LI CUNTI 

« ne, che muodo de procedere è lo tujo? Pare che sin- 
« ghe sordato a descrezzione ^-^ e che vuoglie la robba 
« nostra pe filatiello ! Te deveva vastare lo dito, e non 
« pigliarete tutta la mano, ch'oramaje nce vuoje cacciare 
« de sta casa co tanto ammoinamiento^M Chi ha poca 
« descrezzione, tutto lo munno è lo sujo; ma chi non se 
« mesura è mesurato, e, se tu non hai mezacanna, nui 
« avimmo trapanature e laganature. All'utemo, sai ca se 
« dice: a buono fronte buono pisaturo? Perzò: Ogne 
« riccio a suo pagliariccio ; lassannoce co li malanno nuo- 
« stre. Se cride, d'oje nante, continuare sta museca, nce 
<i pierde le pedate, e non ne faje spagliocca!, nce pierde 
« la paratura, canon te rasce a pilo!; se te maggine de 
« corcarete sempre a sto muollo, hai tiempo, va ca l'hai!, 
« marzo te n'ha raso^-^, e te ne puoi pigliare lo palicco! 
« Se pienze ca chesta è taverna aperta a ssa canna fra- 
« ceta, quanto curro e mpizze^*'! Scordatenne, levatello 
« da chiocca, è opera perza, è cosa de viento, e non c'è 
« chiù esca, né taglio pe tene! Avive abbestato li cor- 
« rive e li pecciune; avive allommato li pupille^', avive 
« scanagliato l'asine, avive trovato la coccagna! Ora va, 
« tornatcnne, ca non te vene chiù fatta, e a sta casa 
« puoi mettere nome penna, ca non lieve chiù acqua co 
« lo fatto mio; e si si no spia-pranzo, no sfratta-panelle, 
« no arresedia-tavole, no scopa-cocine, no licca-pignata, 
« no annetta-scotelle, no cannarono, no canna-de-chiaveca, 



!^3 Allude, come altrove, alle vessazioni degli alloggiamenti mili- 
tari. V. n. 36, p. 144. 

5* Affaccendamento, armeggìo. 

55 Non hai più che farci! Cfr. Del Tufo, ms. e, f. 130. Una cervel- 
lotica nota etimologica, in VX 

^ Metaf., dal giuoco deìVanello, de la sorlija, come si diceva alla 
spagnuola. Il giuoco, com'è nolo, consisteva nell'infllzare un anello, 
correndo: il che sembrava, alla prima, cosa facile; ma non era. 

57 Adocchiato i pupilli, i minorenni, da imbrogliare. 



.TORNATA II. TRATTENEMrENTO X. 267 

« s'hai lo ciancolo^*', la lopa, lo delluvio e lo sfonnerio 
« ncuorpo, che darrisse masto a n'aseno^^, fanno a uà na- 
« ve, che te norcarrisse l'urzo de lo prencepe''*', ne fru- 
« sciarrisse lo sangradale ^', né te vastarria lo Tevere, 
*« né l'Angravio*'^, e te magnarisse le brache de Mariac- 
« ciò"'*: va pe ss'autre accresie'^*, va a tirare la scia- 
« vaca, va adonanno pezze pe li monnezzare^', va tro- 
« vanno chiuove pe le lave^'', va abboscanno cera pe 
« l'assequie®', va spilanno connutte de latrine pe nchire 
« ssa Vozza; e sta casa te para fuoco!: ch'ogne uno ha li 
« guai suoje, ogn'una sa, che porta sotto, ogn'uno sa, 
« che le va pe lo stommaco: ca n'avimmo abbesuogno 
« de ste ditte spallate ^^, né d'accunte fallate, e de ste 
« lanze spezzate! Chi se pò sarvare, se sarva; besogna 
« smammarete da sta zizzenella*^"! Auciello pierde-jor- 



58 Fame insaziabile, 59 Divoreresti un asino. 

60 A che alluda con questo: orso del principe, è ignoto. 

6^ È una storpiatura del Saint-Graal, la coppa, nella quale, se- 
condo i romanzieri del ciclo brettone, Giuseppe d'Arimatea aveva 
raccolto il sangue di Cristo. Oggetto preziosissimo, che una stirpe 
privilegiata lo aveva in custodia; la queste du SI, Graal era l'opera 
del Re Artù e dei suoi cavalieri. Il romanzo più celebre del ciclo 
è il Perceval di Grestien de Troyés. V. indie, bibliograf. sull'argo- 
mento in G. Nyrop., Storia dell'epopea francese nel Medio evo (trad. 
it., Firenze, 1888, pp. 442-4). Gfr. R. Guiscardi, Sominibus bonae vo- 
luntatis, colla data di Venezia, 1886, pp. 4-5. 

62 Cosi anche nelle Lett.: « VAngravio e lo Danubio » E il 22. 
suppone che sia corruzione di langravio, i possedimenti del Lan- 
gravio (?): il Tevere per bere, e i prodotti di quei possedimenti per 
mangiare. Ma che VAngravio debba essere un fiume, è evidente: 
benché quale sia, non m'è riuscito di accertare, per ricerche che ab- 
bia fatto. 

63 Anche: le brache de Mariaccio, è una frase d'allusione ignota. 
6* chiese. 65 Spazzaturai. 6G y. n. 31, p. 110. 

67 Gfr. n. 36, p. 217; e G. Ili, i. A coloro, che accompagnano coi 
ceri le esequie, si suol rilasciare ciò che resta dei ceri, a funzione 
finita. 68 Ditte (commerciali) fallite. 

69 Spopparti, staccarti da questa mammella. 



268 LO CUNTO DE LI CUNTI 

« nata, dessutele, mantrone, fatica, fatica!, miettete a 
« l'arte, trovate patrone ! » Lo negrecato compare, sen- 
tennose fare sta parlata fore de li diente, sta sbottata 
de postemma, sta cardata senza pettenarulo; tutto friddo 
e jelato, comme a mariuolo trovato nfragante, comme a 
pellegrino, ch'ha sperduto la strata, comme a marinaro, 
rotta la varca, comme a pottana, eh' a perduto Taccunte, 
comme a peccerella, ch'ave allordato lo lietto, co la len- 
gua nfra li diente, la capo vascia, la varva mpizzata 
mpietto"'*, r nocchie a pisciarielle, lo naso peruto'\ li 
diente jelate, lo mano vacante, lo core assottigliato, la 
coda fra le coscio, cuoto cuoto'^, zitto e mutto, se ne 
pigliaje le zaravottole '^, senza votarese mai capo dereto, 
venennole a sieste chella norata settenza: 

Cane no mitato a nozze 
Non ce vaa, ca coglie zotte"'*. 



'" Fitta nel petto. "^^ Muffito. "^ Mogio mogio, chiotto chiotto. 
'3 Nelle 3/.V., I: « Figlie le zaravaUole » — Spulezzò, 
'* Scudisciate. 



JORNATA II. LA TENTA 269 

Risero tanto de lo scuorno de lo sbregognato compare, 
che non s'adonavano ca lo sole, ped essere stato troppo 
prodeco de luce, era falluto lo banco ; e, puosto le chiave 
d'oro sotto la porta ^, s'era misso nsarvo. Ma Cola Am- 
bruoso e Marchionno, scinte co cosciale de cammuscio e 
casacche de saja frappata, a fare lo secunno motivo, sce- 
tarono l'aurecchie tutte a sentire lo spetaffio de st'egro- 
groga, che secota. 



LA TENTAI 

EGEOCA 

Cola Ambruoso e Marchionno. 

Col. Fra tutte quante l'arte, Marchionno, 
A la tenta se deve, comme disse ^, 
Non saccio si fu guattaro, si cuoco. 
Dare lo primmo vanto, e primmo luoco ! 

Mar. Io nego consequenza*, Cola Ambruoso, 
Perchè chessa arte lorda, 
Ca vai co le manzolle 
Sempre de galla, vi tri vuole e alumma^, 
Comm'a petena justo de cargiumma". 



i V. n. 72, p. 42. 2 Tenta (con Ve chiusa), l'arte del tintore. 
3 (EO) desse. ^ Negò conseguentiam, come si diceva nelle scuole. 

5 II Garzoni, discorrendo dei tintori e del modo di far nero un 
panno: « la prima cosa che fanno alle pannine le ingallano con gal- 
late; di poi le fanno bollire con vitrtolo, ecc. * (0. e, p. 525). 

6 Come la pelle di un moro. 



270 LO CUKTO DE LI CUNTI 

Col. Anze, è la chiù polita 

Fra tutte l'esercizie; 

Cosa de n'ommo appunto, 

Che vo parere nietto, ed è sedunto''. 
Mar. Me darrai a rentennero, 

Che sia de sprofformiero, 

de ragammatore*? 

Va, tornatenne, va, ch'hai fatto arrore! 
Col. Io te voglio provare, 

E mantenere drinto de no furno^, 

Ca l'arte de tentore 

È cosa de segnore. 

Chesta, a lo juorno d'oje, s'usa fra tutte, 

Co chesta l'ommo campa. 

Ed è tenuto ncunto; 

Aggia mbroglie a lo cuorpo, 

Aggia vizie a lo pietto, 

Ca co la tenta copre ogne defletto. 
Mar. Comme ne' entra lo vizio de la vita, 

Co la tenta de lana e capisciola*"? 
Col. Comme se vede ca non sai de cola'M 

Tu te cride ca parlo 

De tegnere cauzette o pezze vecchie! 

La tenta, che dico io, 

E d'autra cosa, ch'inneco o verzino: 

Tenta, che fa parere a le perzone 

Lo colore moriello*- ncarnascione *^. 
Mar. Io sto drinto a no sacco. 



'' Unto, 8 Profumiere e ricarantore. 8 Anche dentro un forno. 

^^ Seta di seconda qualità; e, propr., « è il capo del lavoro dol verme 
della seta per fabbricarsi la stanza più dura e soda » (Parlenio To- 
sco, o. e, p. 234). ^' Che non s.ii di niente. 

** (EO) mortella; e vorrebbe dire allora: colore verdognolo. 

*' Incarnato. 



JORNATA II. LA TENTA 27 1 

Non te ntenno spagliosca, 
Ca sto parlare tujo mpapocchia e nfosca! 
Col. Vi, ca, si tu me ntienne, 
Te mezzarai tentore, 
pure de canoscere chi tegne; 
Ed averrai gran gusto 
Mparare st'arte nova, arte, clie corre 
Fra le gente chiù scautra; 
Arte, che piglia a patto 
No scarafone, che te para gatto ! 
Siente, sarà na forca de tre cotte ^*, 
Che scopa quanto matte, e quanto allumma'^, 
Che n'auza quanto vede, 
Ch'azzimma, quanto trova. 
Ora chi sa sta tenta, 
No le*° dà nomme nfamme 
De latro marivuolo. 
De furbo marranchino ^'', 
Ma dirrà, ca se serve 
De lo jodizio, e caccia li donare 
Da sotta terra, abbusca, e saria buono 
A campare fi drinto de no vosco; 
Che s' approveccia, ed è no buono fante, 
Saraco, tartarone e percacciuolo, 
Corzaro de copella. 

Che non perde la coppola a la folla ^^; 
E, nsomma, co ssa tenta 
Cossi bella e galante. 
Piglia nomme d'accuorto no forfante! 



i^ (EO) corte. ^^ Scopa, ruba ciò, che incontra e che adocchia. 
16 (EO) vole. 

1^ Mariuolo, ladroncello: adopera anche il Bruno {Candel.^ V, 5). 
is Cioè a dire: è uomo attento, e accorto, che in ima folla non 
perderebbe il cappello. 



272 LO CUNTO DE LI CTINTI 

Mar. Aglie*^, tu me vai nchienno pe le mano! 
Chesta è n'arte de spanto, 
Ma n'arte, che non rasce a poverielle, 
Si non a cierte masaute-'', 
A li quale è conciesso de chiammare 
Venenno da lontano asciutte asciutte, 
Agie li grancie-* suoi, li furto frutte! 
Col. Nce sarà no potrone, vota-facce, 
No jodio-', caca-vrache, na gallina, 
No poveriello d'armo, 
Core de pollecino, 
Sorriesseto, atterruto, 
Agghiajato, scliiantuso, 
Che tremma comm'a junco, 
Sempre fila sottile, 
Sempre ha la vermenara, 
Lo filatorio ncuorpo, 
E le face paura l'ombra soja; 
S'uno lo mira stuorto, 
Fa na quatra de vierme; 
Si n' antro l' ammenaccia, tu lo vide 
Comm' a quaglia pelata ; 
Deventa muorto e spalleto. 
Le manca la parola, 
E subeto le veneno li curze; 
Si chillo caccia mano, assarpa, e sbigna! 
Ma co sta tenta nobele 
Lo teneno le gente 
Pe perzona prodente, 



*' Capperi! 

*o Sec. il Galiani (VX): corruzione dallo spagn. mas alto: e, quindi, 
persona distinta, principale; e, ironie, furbo, birbone. 21 Ruberie. 

2* Ebreo pauroso; come per le persecuzioni secolari e l'odio ge- 
nerale erano divenuti gli ebrei. Nelle MS., I: « Iodio quaglia pelata, 
Core de polecioo ». 



JOENATA II. LA TENTA 273 

Posata, ommo da bene, 

Che vace co lo chiummo e lo compasso, 

Né piglia strunze mbuolo^^, 

Ne a donare contante 

Compra le costiune; 

Non eje esca de corte, 

Se fa lo fatto snjo, 

E quieto e cagliato'^; 

De sta manera, figlio, 

E tenuto pe vorpe no coniglio ! 
Mar. Me pare, clie la ntenne 

Chi se sarva la pelle, 

Ca na vota lejette 

A na storia, non saccio 

Si fatta a mano, a stampa: 

Ch'un bel fuir tutta la vita scampa ^^! 
Col. Ma, pò, dall'autra parte. 

Vide n'ommo de punto. 

Un ommo arresecato, ommo de core, 

Che non cede mollica a Rodomonte, 

Che sta da toccia a toccia'^ co n' Orlanno, 

Che sta da tuzzo a tuzzo co n'Attorre, 

Che non se fa passare 

La mosca pe lo naso, ed ha li fatte 

Nante, che le parole. 

Che fa stare a stichetto, e fa che metta 

Dui piede into na scarpa 

Ogne taglia cantone e capo parte; 



23 « Giocoso nostro detto popolore; e vale: alto là'. » {VN.) E si 
dice da chi entra in naezzo per dividere una contesa. Gfr. Cortese, 
Micco Pass., r, 31. 24 silenzioso. — Spagn.: cattar. 

25 Parodia del verso: « Un bel morir tutta la vita onora » (Pe- 
trarca, P. I, canz. XVI, str. 5, v. 13). 

26 A petto, a paro di un Orlando. 



274 LO CUNTO DE LI CTJNTI 

Votta buono le mescole, 
Ave armo de leone, 
S'accide co la morte ^'', 
Né dà maje passo arreto, e sempre meste 
Comm'a no caperrone. 
Ma, s'è misso a sta tenta, 
È tenuto da tutte 
Pe no scapizzacuollo mpertenente, 
Temerario, nsolente, 
No toccuso^*, no pazzo, vetrejuolo. 
No tentillo, no fuoco scasa-case. 
Che te mette lo pede ad ogne preta, 
Che te cerca l'arrisse^'' co lo spruoccolo, 
N'ommo senza ragione, 
Una perzona rotta e senza vriglia, 
Che non è juomo, che non fa scarriglia ^** ; 
Che fa stare nquiete li vecine. 
Che provoca le prete de la via; 
Nsomma, è stimato n'ommo, che vedimmo 
Degno de rimme, degno de no rimmo^M 
Mar. Zitto, ch'hanno ragione. 

Perchè perzona sapia ed aggiustata 
E chi se fa stimare senza spata. 
Col. Ecco ne' è no spizeca, 
Uno muorto de famme. 
Uno stritto ncentura. 
Una vorza picosa^^, una tenaglia 
De caudararo, cacasicco e stiteco, 
Uno roseca-chiuove, 



" Lotta, combatte ad ultimo sangue. 28 Bizzarro, impertinente. 
*9 Litigi. 30 Braveria. 

31 Giuoco di parola: rlmme, rime, e il remo dei condannati alle 
galere. 3* Propr.: catarrosa: borsa stretta. 



JORNATA II. LA TENTA 275 

No cavallo senese ^^, 
No cetrangolo asciutto, 
No suvaro suino, uosso de pruno, 
Na formica de suorvo, no speluorcio, 
Mamma de la meseria, poveriello. 
Che, comme a no cavallo caucetaro^*, 
Nante darrà no paro de panello. 
Che no pilo de coda; 
No grimmo ed aggrancato, 
Che corre ciento miglia, 
Né le scappa no picciolo ^^, 
Che darrà ciento muorze a no fasulo. 
Che farrà ciento nodeca 
A na meza decinco^", 
E che non caca mai pe no magnare ! 
Ma se remedia subeto a sta tenta, 
E se dice, eh' è n'ommo de sparagno. 
Che non jetta sbaraglia chello, ch'ave. 
Che non face la robba 
Ire pe l'acqua abascio, 
Ch' è buon'ommo de casa, 
E ire non ne fa mollica nterra; 
All'utemo, è chiammato 
(Ma da certe canaglia) 
Ommo, eh' è no compasso, ed è tenaglia! 
Mar. che sporchia sta razza 

C hanno lo core drinto a li tornise, 
Fa diete non dette da lo miedeco, 
Porta ciento pezzolle, 



33 Cosi, per indicare un taccagno. 

31 « N'aseno caucetaro.... Glie le dà pe resposta doje panelle ». Cort., 
Micco Pass., I, 25. 35 V, n. 102, p. 16, e n. 15, p. 202. 

36 La deduco, cinquina, due grani e mezzo: ineza decinco, un 
grano e quarto. 



276 LO CUKTO DE TI CTJNTI 

Sempre lo vide affritto 
Se tratta da Guidone^'' e da Vajasso^*, 
E more sicco miezo de lo grasso! 
Col. Ma lo revierzo, pò, de la medaglia 
È di chi spanne e spenna; 
Darria funno a na nave, 
Darria masto a na zecca, 
Sacco scosuto, jetta quanto tene, 
Che non fa cunte de la robba, ch'ave. 
Le vide ciento attuomo 
Scorcogliune^^, alivente. 
Senza nulla vertute, 
Ed isso a bottafascio le refonne! 
Sfragne'"' senza jodizio. 
Vetta senza ragione, 
Dace a cane ed a puorce, 



^ Guidoni si dicevano in quel tempo i pezzenti scrocconi. Il Gar- 
zoni ha un discorso: « Dei Guidoni furfanti o calchi »: « Si tro- 
vano alcuni, che non tanto da inopia o da miseria tratti, quanto da 
una pigritia mera, abbandonate Tarti e le scienze, si danno a una 
vita talmente oziosa e negligente che la maggior quiete o felicità 
non istimano che con una pazza furfanteria mendicar del continuo 
il cibo et il vitto, reputando questa vita per la più dolce e più beata 
al mondo ch'esser possa. E lo sbatter dei denti per il freddo, il gri- 
dar per le contrade come cani arrabbiati, il tremar dal gielo, il mo- 
rir per l'eccessivo caldo, il camminar con le ferie per il viaggio, l'an- 
dar con le ginocchia per terra, il portar le natiche per il fango, lo 
star sepolto dentro a una barella, è reputato da loro più tolerabile 
che esercitarsi in un'arte o fare un mestiere come i galani' h'wjmini 
fanno: i professori della qual vita son dimandati dal volgo comune- 
mente Guidoni, Furfantoni, e Calchi ». E segue una serie di aneddoti 
e di curiosi particolari di costumi (0. e, pp. 580-84). Cfr, anche Jl Va- 
gabondo overo la sferza dei Diantl e Vagabondi. Opera nuova ecc. 
data in luce per avvertimento dei semplici da RaffaeUe Frlanoro (In 
Ven. e in Bassano, s. a.). 

38 Vajasso, maschile di vajassa, serva, anzi servaccia. 

3" Scrocconi. *^ Frange: consuma. 



JORNATA II. LA TENTA 277 

E se ne vace nfummo. 

Ma co sta tenta acquista openione ^ 

De n'armo liberale, 

De cortese, magnanemo e jentile, • 

Che te darria le visole, 

Ammico de l'ammice, 

Puzza de re, mai nega a chi le cerca. 

E, co sta bella rasa, 

Sfratta le casce, e sfonnola la casa! 
Mar. Ne mente pe la canna 

Chi chiamma liberale uno de chisse! 

Liberale è chi dace a tiempo e luoco, 

Né jetta pataccune^^ 

A gente senza nere ed a boffune. 

Ma refonne li scute, 

A povero norato, e e' ha vertute. 
Col. Vide no magna-magna 

Pignato chino, piecoro lanuto, 

Martino, cervenara, sauta e tozza. 

Una casa a doi porte, cauzature, 

Che vene da Gomito, 

Ed ha casa a Porcella; 

Un accorda messere, uno tauriello, 

Ch' è quatro oregenale 

De la nfamia, e retratto de la copia *^,- 



*^ V. n. 14. p. 107. 

■*2 Tutte queste frasi per dir: cornuto. Intorno a varie d'esse, cfr. 
Partenio Tosco (0. e, pp. 258-9). Magna magna: « perchè vive di reali, 
e però disse graziosamente uno spagnuolo: los cuernos son corno 
los dientes, que al salir dan dolor, y despues sirven para corner », 
— Pignato chino: « perchè non ha bisogno di portare il vitto in 
casa, trovandolo nella pentola a spese del proprio onore ». Casa a 
doi porte: v. n. 64, p. 150. Cauzature: v. n. 35, p. 53. Martino, cer- 
venara, sauta e tozza: caprone, che salta e cozza: cornuto: cfr. n. 8, 
p. 250. — Cornilo, Gorneto — Forcella, v. n. 22, p. 91. Il nome dà 
l'equivoco. 



78 LO CTJNTO DE LI CUNTI 

E, tinto isso perzine, 

Lo cliiammano quieto, ommo da bene, 

Galant'ommo, che fa lo fatto sujo, 

E se la fa co tutte, 

E co tutte cortese. 

Tene la casa aperta pe l'ammice, 

Non va co zeremonie, né co punte, 

Buono com'a lo pane, 

Doce com'a lo mele, 

Ne fai chello, che vuoje, 

E, ntanto, senza fare 

Niente la facce rossa, 

Ea mercato de carne, e sarva l'ossa. 
Mar. Chisse oje campano a grassa. 

Uno de chisse schitto 

Vede, se va de notte a la taverna, 

Pocca pe l'ossa luce la lanterna''^. 
Col. N'ommo sta reterato, 

Né pratteca co guitte e co vernile, 

Euje le scommerziune. 

Non vo doglie de capo. 

Non volo dare cunto 

A lo tierzo, a lo quarto. 

Vive sempre quieto. 

Patrone de se stisso. 

Non ave chi lo sceta, quanno dorme, 

Né le conta li muorze, quanno magna; 

Puro, ne' è chi lo togne, 

E lo chiamma foriesteco e sarvaggio, 

Na merda de sprovioro". 



■*3 (EO) pò ca, e le altre poca: che non dA nessun senso. Ilo corretto 
pocca (poiché, perchè), e vorrebbe dire: che non ha bisogno di lume 
nell'andnr di notte alla taverna, tanto è grasso e gli luco il pelo. 

** Gli escrementi dello sparviero, che sono inodori; e, metaf., di 
un uomo che non è nò buono, né cattivo. 



JORNATA II. LA TENTA 279 

Che n'adora, ne fete, 

No spurceto, no nsipeto, 

Rusteco, cotecone, 

N'ommo senza sapore, e senz'ammore, 

Sciaurato, bestiale, 

Catarchio, maccarone senza sale! 
Mar. felice chi stace a no desierto, 

Ca non vede, né abbotta; 

Dica chi vele, io trovo 

No mutto assai provato : 

Meglio sulo, che male accompagnato. 
Col. Ma, pò, dall'autra banna. 

Trova no commerzevole. 

Che se fa carne ed ogna co l'ammice : 

No buon compagno aifabele, 

Che tratta a la carlona; 

E, co sta tenta, chi lo crederria?. 

Trova chi lo retaglia, e forfecheja"*^, 

Cose e scose, e lavora a pilo mierzo, 

E le face la causa da dereto; 

Chiammannolo sfrontato, miette nante, 

Pideto mbraca'*^, fronte a pontarulo, 

Strenga rotta ndozzana^'^, 

Sfacciato, petrosino d'ogne sauza, 

Che vo mettere sale a quanto vede, 

Che vo dare de naso a quanto sente, 

Ntrammettiero, arrogante, mpacciariello; 

Auzate chesso, e spienne, poveriello'*^! 
Mar. Noe vole chesto e peo; 



*> Taglia colle forbici. 

^ Impertinente, come una correggia, che vuole uscire inopportu- 
namente. 
•*''' Cinghia rotta, messa insieme colle altre buone nella dozzina. 
^ Prendi questo, e spendi: piglia questi complimenti! 



28o LO CTJNTO DE LI CUNTI 

Lo Spagniuolo la ntese, 

Che disse, ha no gran piazzo: 

La tnuccia cTiella es causa de despriesso*^! 

Col. Si n'ommo pe ventura 

Parla sperlito, chiacchiara e trascorre, 

E fa pompa de nciegno e de loquela, 

E dovonca lo tuocche o lo revuote 

Lo truove spierto; e te responne a siesto; 

Sta tenta l'arreduce de manera, 

Che n'auza no cappiello 

De no parabolano cannarono ^°, 

De na canna de chiaveca, 

D'uno, che darria masto a le cecale^^, 

C'ha chiù parole, che non ha na pica, 

Che te ntrona lo capo, e te scervelleca, 

Co tante paparacchie e filastoccole. 

Tanta cunte dell'uerco^-, 

E co tanta taluorne e visse-visse, 

Che, quanno mette chella lengua nvota, 

Co na vocca de culo de gallina 

Te nfetta, te stordisce, e t'ammoina! 

Mar. A sta età de sommarre, 

Ea quanto vuoje, ca sempre tu le sgarro! 

Cui. Ma, s'un antro te stace zitto e mutto. 
Caglia, appila ed ammafara, 
E se stipa la vocca pe le fico^^, 



<9 In ispagn.: « La mucha cliella es causa de desprecio ». Chella 
s'adopera in nap. come cìielleta, per indicare, vagamente, una cosa, 
per la quale non sovviene la parola precisa. Gfr. Cortese {Micco Pass,^ 
I, 5; ir, 20; Vlir, 27, ecc.). Qui: virtù. 

^'^ Piglia il cappello, la laurea. 

5' Che la vincerebbe sulle cicale. 

52 Cunte dell'uerco, fiabe, fandonie. 

53 Cosi anche il Del Tufo, nel parlar goffo, ecc. (ms. e, f. 130). 



JORNATA II. LA TENTA 28 1 

Né lo siente na vota pipitare, 

Sta tenta te lo muta de colore, 

Ca n'è cliiammato Antuono babione ^*, 

Muscio^', piezzo d'ancbione, mammalucco, 

Comm'a cippo de nfierno, 

Sempre friddo e jelato, 
. Gomme la zita, cbe male nce venne •'''^; 

Tanto cbe pe sto gorfo 

Trammontana io non veo; 

Si parie tristo, e si non parie, è peo! 
Mar, Veramente, oje lo juorno 

Non sai comme trattare. 

Non sai comme pescare. 

Non c'è strata vattuta a cbi cammina; 

Viato cbi a sto munno la nevina '''''! 
Col. Ma cbi porria mai dire fi a lo rummo^^. 

L'affette de sta tenta? 

Ca nce vorria mill' arme senza fallo. 

Né vastarria na lengua de metallo! 

Facciase, cbe se voglia. 

Tratta comme te piace, ad ogne muodo. 

Se le cagna colore, ed é cbiammato 

Lo boffone faceto, 

Cbe dà trattenemiento ; 

Lo spione, cbe sape lo costrutte 

D'Agebilebo munno ^^; 

Lo forfante, ncegnuso e saracene; 

Lo pigro, ommo fiemmateco ; 



5i V. n. 83, p. 28. S5 Tardo. 56 w\q^ quale venne un malanno. 

57 Indovina. ^8 y. n. i, p. 232. 

59 II ie., che è il solo che registri questa frase, dice: « Par che 
sia nome di qualche celebre spia ». Ma mi pare che il giro della 
frase voglia invece che si accenni a qualche cosa di onesto e ono- 
revole. 

}6 



282 LO CUNTO DE LT CTJNTI 

Lo cannaruto, ommo de bona vita; 
L'adulatore, bravo cortesciano, 
Che canosce l'omore 
De lo patrone, e che le vace a biorzo; 
La pottana, cortese e de buon tratto; 
Lo gnorante, eh' è sempreco e da bene'^'*. 
(Jossi, de mano mano. 
Va descorrenno, e sutfecit! 
Perzò n'è maraveglia s'a la corte *'^ 
Lo tristo pampaneja 
Lo buono so gualeja, 
Perchè so li signure 
Gabbate da sta tenta a li colure, 
E fanno cagno e scagno, 
Gomme sempre s'è visto, 
Lassanno l'ommo buono pò lo tristo! 
Mar. Negrecato chi serve! 

che meglio la mamma 
L'avesse fatto muorto: 
Corre borrasca, e mai no spera puorto! 
C(A. La corte è fatta sulo 
Pe gente viziosa. 

Che ne tene lo buono sempre arrasso, 
E lo leva de pede, e botta e sbauza. 
Ma, lassammo sti cunte, 
Ca mentre me se raspa*^' a dove prode. 
No scomparria"^ pò craje, né pe pescrigno' 
Perzò, facimmo punto, e nsoperammo, 
Mo che lo solo joqua a covalera**^, 
Che farrimmo lo riosto n'autra sera! 



60 (KO) da abene. 61 (eq) corra. C2 Grolla. 63 Finirei. 
6< Domani, né doman l'ai Irò. 65 y. n. 8, p. 172. 



.TORNATA II. LA TENTA 283 

Chiuse, tutte a no stisso tiempo, la vocca Colambruo- 
so, e lo juorno lo sole; pe la quale cosa, appontato de 
tornare la matina appriesso co nova monizione de cunte, 
se ne jettero a le case loro, sazie de parole e carreche 
d' appetito. 



Scompetura de la Jornata seconna. 



TAVOLA DI EISCONTRI 

DEI CUNTI DELLE Gg. I. E 11.^ 



// INTROD. — Il principio è comune a moltissime fiabe popolari 
I i (figlie di re, o fate, che non ridono, vedine anche in G. I, 3, io. III, 5, 

!'I ecc.). Per l'avventura della vecchierella, cfr. spec. Pitrè, Fiabe 
' I sic, XIII, LXVT, e Imbriani, KovelL, XXIV, Le tre rtielarance, ecc., 
con relativi riscontri. Anche comunissimo il particolare dei tre og- 
getti dati dalle fate per attirare l'attenzione del perduto amante (cfr. 
y, 3; Imbriani, Novell., XII, Il Re Porco, e la fiaba milanese, El Cor- 
latin, pp. 176 sgg., ecc. ecc.). Ma, veramente, i tre oggetti nelle fiabe 
popol. (come in V, 3), servono tutti e tre, progressivamente, a rag- 
giunger lo scopo ; nella narrazione del Basile, restano inutili e senza 
scopo, e solo il terzo serve, sforzatamente, per dar occasione alla 
narrazione dei Cunti. Per l'intervento della schiava, cfr. anche V, 9. 

I, I. — Cfr. PiTRè, Kov. tose, G. I, n. XXIX, La fava, e le altre 
versioni, che indica, toscane, piemontesi, siciliane, veneziane, tiro- 
lesi. Riscontri più lontani in Imbriani, KovelL, n. XXVII, Il figliuolo 



i Con Pitrè, Fiabe sic., s'intendono i 4 voli. (rv-VII) della Bibl. 
delle trad.pop. sic, int. Fiabe e novelle e racconti pop. sic; con Pi- 
trè, Fiabe sic. agg., il v. XVUI della stessa Bibl., eh' è int.: Fiabe e 
leggende pop. sicil. ; con Pitrè, Kov, tose, le Novelle popol. tose (Fir., 
Barbera, 1885); con Imrriani, Navell. la Novellaja Fiorentina (2." ed., 
Livorno, 1877) ; con Imbriani, XII Conti, i XII Conti Pomiglianesi 
(Nap., Detken, 1876); con De Gubernatis, Fior., il Florilegio delle 
novelline popol. (Mil., Hoepli, 1883). Con Grimm, si riferiscono i ri- 
scontri con le fiabe tedesche, già notati dai Grimm, nei Kinder und 
Havismdrclien (Gottingen, 1856, voi. III). Altre citazioni, via via. 



286 TAVOLA DI RISCONTRI 

del pecoraio; e XH Conti, III, 'E corna. Cfr. anche De GobernAtis, 
Flor.^ vn, La Novellina di Piccolino. Cfr. Grimm, n. 36, Tischchen 
deck dich. 

I, 2, — È la Mela (Pitrè, Nov. tose, VI) e la Rosamarina (Pitrè, 
Fiabe sic, XXXVII): nella prima delle quali la parte nemica è rap- 
presentata dalle som del Re, e nella seconda dalla matrigna: le 
femìnene de mala vita della versione del Basile non mi sembrano 
un particolare d'indole popolare. Cfr, Grimm, n, 76, Die Nelhe. 

I, 3. — Cfr. Str.vparola, Piacevoli notti, III, i; e i riscontri che 
raccoglie il RuA (in Giorn. Stor. leti, ital., XVI, pp. 229-30). Ai quali 
si aggiungano quelli del Pitrè, .Voi', tose, XXX, La favola del Fai- 
chetto; e Fiabe sic, CLXXXVIir, Lu loccu di li passuli e ftcìf. Per l'e- 
laborazione letteraria del Wieland, v. Inirod, pp. CXLVIX. 

T, 4. — Cfr. H. MORLiNi, Xovellae, fabulae, comoedia (Par., 1855, 
n. XLIX); e anche il BeìHoldino di Giulio Cesare Croce (v. O. Guerrini, 
La vita e le opere di G. C. C, Boi., 1879, p. 201. Delle versioni vi- 
venti, Pitrè, Fiabe sic., GXG, Giufà; e Nov. tose, XXXII, Giucca. Una 
versione napoletana nel GlìB., I, 2, Ucunto 'e Peruoszolo. Cfr. Grimm, 
n. 59, F^Ueder und Catherliesehen. 

I, 5. — Cfr. per la prima parte Lu latru, in Pitrè, Fiabe sic. agg., 
n. II: per la seconda, Fiabe sic, XXI, e Nov. tose, X, Il Negromante; 
e i molti riscontri indicati in questi tre luoghi. V. .anche V, 7. 
Cfr. Grimm, n. 71, Sechsc durch die Wclt; Framm. II, Die Laus. 

I, 6. — tó la notissima fiaba delia Cenerentola, per la quale v. Im- 
URI ani, Novell., XI, XXI; Pitrè, Fiabe sic, XLII, sgg., LVI, e De Gu- 
nERNATis, Fior., I, La Novellina della Cenerentola. Pel particolare 
dell' arremoramento della nave, cfr. 'A fata Orlanna, conto napol., 
in Imrriani, Novell., pp. 333 Bgg. V. anche G. Il, 8. I versi, che dice 
Zezolla, si ritrovano nella versione raccolta dalla Pioorini Beri, nel 
contado di Camerino (in De Gurernatis, Fior., p. 36). Cfr. Grimm, 
n. 21, Ascìienputtel. 



TAVOLA DI RISCONTRI 287 

I, 7. — Il principio, cioè la motivazione della partenza di Gienzo, 
sembra un'aggiunta del Basile. Per la lolla col dragone dalle sette 
teste, lo sposalizio colla principessa, e l'inganno del villano, cfr. Stra- 
PAROLA, Piac. notti, X, 3 (RuA, l. e, pp. 269-70); e Imbriani, Novell., 
XXVIII, Il mago dalle sette teste. La seconda parte di cxuesta versione 
fiorentina è alquanto diversa : il giovane ( Ciemo\ scambio di vedere, 
appena levato di letto, la bella incantatrice alla finestra, vede una 
selva, nella quale va a caccia, ed è trasmutato in una statua da una 
vecchierella maga. Il particolare dei capelli iUapllle mici, legate a 
cJiisso!) ricomparisce in una versione milanese, presso lo stesso Im- 
briani (?. e, pp. 387-9). La chiusa si riscontra esattamente. V. anche 
PiTRÈ, Nov. tose., I, II, III; e cfr. G. I, 9. Cfr. Grimm, n. 60, Die 
zwei Bruder, 

I, 8. — Una variante di questa è in Gomparetti, Novelline ìwpo- 
lari italiane, Torino, Loescher, 1875; n. Ili, La Barbuta. In questa 
del N. è più spiccata l'intenzione morale. Cfr. Grimm, n. 3, Marien- 
kind. 

I, 9. — Un perfetto riscontro (anche nel nome) è Cannelora, in 
Gomparetti, 0. e, n. XLVI, fiaba raccolta in Basilicata da R. Bonari. 
Solo, dopo la partenza di Canneloro da casa, sono intercalate due 
avventure che ricordano invece il T. VII, G. I: la cerva è sostituita 
da una serpe dalle corna d'oro, e la principessa, sposa di Canneloro, 
è invece la fata da lui liberata (cfr. I, 7). Nel Mago dalle sette teste 
(Imbriani, Novell., XXVIII), tre fratelli simili nascono da una donna, 
una cavalla e una cagna, che avevano mangiato lo stesso pesce fa- 
tato : la 'mortella è surrogata da ima boccetta piena d'acqua chia- 
ra; in luogo della cerva fatata, eh' è un orco, c'è nella selva una 
vecchierella maga. Per l'elaborazione letteraria del Lippi, v. Introd, 
Cfr. Grimm, n. 60, Die zioei Bruder. 

I, IO. — Gfr. PiTRÈ, Fiabe sic. agg., VI, Donna Peppa e Donna 
Tura; dove si citano riscontri siciliani, veneziani, abbruzzesi e ti- 
rolesi. « Uh chi bella vo parere, pena vo patere! », dice la vecchia, 
nel cunto del Basile. E nella fiaba siciliana: « Gu' bedda vo pariri, 
Duluri vo' sintiri! ». 



288 TAVOLA DI RISCONTRI 

II, I. — Cfr. PiTRK, Fiaie sic, XX, La vecchia di Vortu; ImbriA- 
Nr, Xovell., XVI, La Prezzemolina, e la fiaba milanese, Itrii naranz, 
e J tre tosann del Re (o. e, pp. 415-19); id., XIl Conti, IV, Pstrusi- 
nella; e tutti i riscontri ivi raccolti. Cfr. Grimm, u. 12, Rapunzel. 

ir, 2. — Un riscontro perfetto, nQ\V Angitia del Biondo (Roma, 
MDXL" ; intorno alla quale, v. Introd., p. GLIX. Versioni popolari in 
l'iTRÈ Fiabe sic, XXXVIII, Li palli magichi; riscontro più lontano, 
Fiabe sic agg., VII, La bedda picciotla, e anche, spec. per la chiusa, 
yov. tose, IV, La Coscia di Monaca; v. anche Imbriani, yovell., la 
fiaba milanese, El Fegorcc (pp. 599 sgg.). Ter la chiusa, cfr. anche 
11,5. 

Il, 3, — Cfr. riTRÈ, Fiabe sic, V, La Grasta di lu basilico; Nov. 
tose, XIII, La Maestra; Imbruni, Novell., la fiaba milanese La stella 
Diana (pp. 42-7); id., XII Conti, II, Viola; Amalfi. '0 cunto d' 'a bella 
Viola, in GBB., U, 12; Comparetti, 0. e, XLVIII, Oh la Viola! 

II, 4. — Cfr. Introd., pp. CLXXIII-V: Straparola, XI, i (RuA, l. e. 
pp. 271-2); per le versioni popol., cfr. I'itrè, iS'or. tose, XII, La Golpe. 
Cfr. anche Das Màrchen vom gestiefelten Kater in den Bearbeitun- 
geti von Straparola, Basile, Perrault, und Ludwig Tieck, mit Ziviilf 
liadierungen von Otto Spechter, Leipzig, F. a. Brockhaus, 1844. 

II, 5. — Cfr., pel principio, I, 2, e per la fine, II, 2; la fiaba del 
Re serpente, in Purè, Fiabe sic, LVI, Lu serpenti, con copiosi raf- 
fronti. Cfr. anche Rua, l. e, 224-5. Cfr. Grimm, n. 108, Hans m€in 
Iffcl. 

II, 6. — K la fiaba di Peau d'àne. Cfr. I'itrì, Fiabe sic, XLIU, Pi- 
lusedda, con relativi riscontri; e GuArnerio, Nov. pop. sarde, I, Ma- 
ria intaulata (in Arch, st. trad. 2iop.i I, 21 sgg. Cfr. GRiMsr, n. 65. 
Allcrlei-Rauh. 

II, 7. — Pel principio, cfr. Ntroduz:., e Pitrk, Fiabe sic, XIII, 
Blancorcomu^nivi, epe; e pel seguilo, id. ivi, XVir, Marvizla. Per 
l'ultima parte, cfr. la fiaba toscana, Prezzemolina, in Imuriani, XII 
Conti, IV ter. Cfr. Grimm, n. 56, Ber licbstc Roland. 



TAVOLA DI RISCONTRI 289 

II, 8. — Il principio è una delle solite fatazioni; cfr. anche V, 5 
e rise, per le fatazioni, R, Kòhler, nella Posil.^ ed. Imbriani, pp. 167-8. 
Per una regina chiusa in una cassa di cristallo, cfr. la fiaba napol. 
'O cunto cV 'a cascia 'e cristallo (in GBB. I, 6). Cfr. anche parzial- 
mente V, 5. Cfr. CtRimm, n. 53, Sneetritchen. 

II, 9. — Appartiene al gruppo delle novelline di Psiche; la ver- 
sione più prossima è quella napol.: '0 Cunto d"a cappuecia (in GBB., 
I, II), dove le parole del figlio del re sono: « Fa la nonna, figlio 
mio, Fa la nonna, gioja 'e papà; Ca si vava lu sapesse, Connoia 
cf oro te vucarria. Fascia d'oro te nfasciarria, Ca si gallo mm can- 
tasse, E si campana non zunasse. Tutta 'a notte starna accossì ». 
E con questa napol., la sicil. in Pitrè, Fialie sic, XXXII, Lu Re 
d'Animmulu (cfr. anche IV, 424-6), e la milan., L'Ombrion in Im- 
bruni, Novell., pp. 327-31. cfr. anche Pitrè, 0. e, XVIII, Lu Re d'A- 
muri, ecc.. e Gomparetti, 0. e, XLVIII, Oh la Violai Cfr. Grimm, 
n. 88, Lòwenecherchen. 

II, IO. — Facezia ancor viva; ma non saprei indicarne nessun 
riscontro in libri italiani. Cfr. Grimm, n. 61, Das Biirle, e riscontri 
relativi. 



FmE DEL VOL. I. 



AGGIUNTE E COPIREZIONI. 



Testo. 

Lasciando al lettore la facile coi-rezione di qualche incertezza di 
punteggiatura, e tralasciando di notare qualche piccola difformità 
ortografica, o qualche scambio di forme, usate indifferentemente dal 
N. o dai suoi editori; il che non fa nessun danno nel generale on- 
deggiamento formale di questo testo; si correggano i seguenti errori, 
occorsi, come gli altri, nei soli primi fogli del testo: 

p. II, 3: grade, scale — p. 12, 31 (e n. relat): mmano, nmano — 
p. 25, 8: vi (erron. stamp. in corsivo) — p. 26, i: mattuto, nmattulo 

— P- 29, 5: toccanno buono, toccanno buono de pede — p. 30, 7: 
sbozzo, sborzo — p. 30, 24: guordote, guardate — p. 34, 2: succe- 
deno, succedono — p. s7ì 2: la quale cosa, le quale cose — p. 39, 
24: ereno (così erron. nell'EO), erano — p. 40, 22: ghire, ire — p. 43, 
6: cauze, cauce — p. 45, 15: chella bella, sta bella — p. 47, 20: 
ncrina (così nell'EO, ma erron.), noria — p. 51, 25: pacionelle, pa- 
cionielle — p. 53, 20-1: azzeccoliareno, azzeccoliarono — p. 56, 15: 
ghiste, iste — p. 57, 4: ngaudiare, ingaudiare — p. 62, 7: sporpo- 
gliaje, sparpoghaje — p. 69, 12: ingiallette, ngiallette — p. 72, 16 '. 
committato, coìnmitato — p. 73, 18: terribile, terribele — p. 75, 8: ve- 
stita, vestite — p. 76, 2: sesto, siesta — p. 79, 28: receputo, recevuto 

— p. 89, 16: nguadiarete, ngaudiarete — p. 94, 27: nsì, cosa — p. 97i 
2: cunto, caso — p, 97, 4; mcabria, mbriaca. 

Note. 

p. 15, n. 88, nella citaz., dov'è segnato F leggi 7. 

p. 19, n. 120, si aggiunga, a spiegazione della denominazione sfrat- 
ta-panelle, ciò che dice il Gal. nel VN., alla parola settepanelle : 
« Fino a che la scoperta delle Indie non moltiplicasse i metalli pre- 



292 AGGIUNTE E CORREZIONI 

ziosi tra noi, durò l'uso antico dei Romani di dare ai servitori, suc- 
ceduti agli antichi servi, piccolo salario in danaro e somministrar 
loro; insiememente il pane, e talvolta anche il vino e il companatico. 
Così ancora usasi nelle Provincie. Il pane faceasi una sola volta la 
settimana, cioè il Sabato. La mattina della Domenica consegnavansi 
sette pagnotte a ciascun servitore da dovergli bastare tutta la setti- 
mana ». 

P- 35) *^- i5' Il Liebr. ricorda, a propos. del monaciello, il moine 
bottru dei Francesi, e il frayle degli Spagnuoli: e come il Delrio 
nelle sue Disqu. iniag. parli del folletto Snebergius, nigro cuculio 
vestitus (Dunlop-Liebrecht, o. e, p. 515). 

p. 49, n, 21, a proposito dei cavalli di Bisignano, aggiungi che il 
Tassoni nella Secchia (II, 31) ha: « Pallade, sdegnosetta e fiera in 
volto, Venia su una chinea di Bisignano »; ed annota: « Bisignano, 
ove nascono ottimi cavalli, e in gran credito sono quelli del Prin- 
cipe di Bisignano ». 

p. 59, Vardiello. Il Taylor deriva il nome Vardiello da bardus 
(latin.), stupido (Dunlop-Liebrecht, 0. e, 515). 

p. 64, n. 28. Varii luoghi presso Napoli si chiamavano a quel tempo 
Belvedere: tra gli altri, il Castello del Belvedere, nel gualclo Aver- 
sano, già dinaora di caccia dei re angioini, cha si trova segnato tra 
i luoghi notevoli dei contorni di Napoli nella caria del 1616, Cam- 
pwniae felicis Ti/pus, nell'opera del Barrionuevo {Panegyricus , Nap., 
MDCXVI). 

p. 71, n, 28. A propos. di Benevento, aggiungi la citazione della 
G. IV, 8, dove sono queste parole: « La camara loro era fatto lo Be- 
neviento de le nemiche soje ». 

p. 90, n. 13. Il Liebr. aggiunge una citazione dalla Tancia del 
Buonarroti (I, i): « Cecco, i' mi muoio, e vonne a maravalle, l'ho '1 
nodo al collo e 'i boia sulle spalle » (Dunlop-Liebrecht, 0. e, 515). 

P- 93) *^i 42. Aggiungi che qui si allude a un giuoco, del quale 
discorre cosi il DA nel suo vocabolario: « Questo giuoco era tra 
due, ed importava j)artire la zeppola in due pezzi eguali, perchè dei 
(lue giuocatorl, alternativamente, l'uno dava il colpo, e l'altro aveva 
il diritto di scegliere tra le due parti divise ». 



AGGIUNTE E CORREZIONI 293 

p. 97, 1. 19. « Da l'osteria de l'Aurinale ». Nella bellissima carta: 
Topografia dell'Agro Napoletano del Rizzi Zannoni, 1793, è segnata 
sulla via tra Mugnano e Piscinola una Taverna del Piscialoro. 

p. 127, n. 43. Salita maruzza, e dà la mano a Cola, non è solo 
una frase proverbiale, ma è il principio di una canzone, per la quale 
V. Galiani, Bel dial. napoL, p. 118. 

p. 171 sgg. Ai giuochi fanciulleschi, che ho accennati come men- 
zionati nel tempo stesso dal Basile e dal Perillo, si aggiimgano questi 
altri : A la rota de caucie, Ben venga lo mastro, A reminola, A scar- 
reca la botta, A santa parma, A preta nzino, A Re 'inmazziere, A la 
gatta cecata, A la lampa a la la/mpa, A stienne m,ia cortina, A ta- 
faro e tamburo, A travo luongo. Lo vieochio no è benuto, A li frog- 
yiudecate, A bienola vienola, Ad apere le porte che Faraone vo ntrare. 
I quali si trovano tutti nel luogo citato a p. 171, n. 4. 

p. 237, n. 35, Si spieghi più chiaramente che la frase allude all'uso 
popolare del portar cucite negli abiti immagini di santi, cartellini 
d'orazioni, per devozione. 

p, 278, n. 43. Si noti che pò ca per 2J0i che, usa il N. nelle 3IX., 
passim; onde, se la spiegazione da me data è giusta, la correzione 
in pucca è superflua. 



Indice del Volume Prlmo 



Introduzione • . . . Pag. ix 

I, Vita del Basile — Opei'e italiane » xi 

y. II, Letteratiura napoletana in dialetto — Opere napo- 
letane del Basile- ■..'.' » lxiv 

'X iir, Il Cunto de li Cunti come opera letteraria . . » xcv 
*é. rv, Fortuna letteraria del Cunto de li Cunti . . » cxxviii 
V, Il Cunto de li Cunti, e la novellistica compa- 
rata » GLI 

VI, Di questa edizione » clxxx 

Illustrazioni e documenti » cxc 

A. Patria » ivi 

B. Data di nascita » cxciii 

C. Famiglia del Basile » cxcv 

D. Lettere inedite del Basile » cxcvi 

E. Nomine del Basile » cxcix 

F. Fede di morte, e tomba » ce 

G. Documenti concernenti il Basile » ccr 

S^ H. Le edizioni del 1634 e del 1674 » ccii 

Lo Cunto de li Cunti 

Avvertenza Pag. 4 

Ntroduzzione » 5 

Jornata primma, Tr. I, Lo Cunto de l'Uerco » 21 

Tr. II, La Mortella » 33 

Tr. III, Peruonto » 47 

Tr. IV, Vardiello » 59 

Tr. V, Lo Polece > 67 

Tr. VI, La Gatta cennerentola » 77 

Tr. VII, Lo mercante » 87 

Tr. VIII, La, facce de crapa » 104 

Tr. IX, La cerva fatata » 113 

Tr. X, La vecchia scortecata » 122 

La Coppella, Egroca » 137 



296 INDICE 

Jornata seconna Pag. 171 

Tr. I, Petrosinella » 177 

Tr. II, Verde Prato » 184 

Tr. Ili, Viola » 193 

Tr. VI. Gagliuso » 201 

Tr. V, Lo Serpe » 208 

Tr. VI, L'Orza » 220 

Tr. VII, La Palomma » 232 

Tr. Vili, La Schiavottella » 248 

Tr, IX, Lo Catenaccio » 254 

Tr. X, Lo Compare » 260 

La Tenta, Egroca » 269 

tavola di riscontri delle go. i k ii » 285 

Aggiunte » 291 




Deposito di questa Collezione 



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presso la sede della Società Napoletana di 
Storia Patria, piazza Dante, 93, Napoli 
— Librerie Luigi Pierro, piazza Dante, 
76, Napoli — Ermanno Loesclier, Corso. 
307, Roma. 



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