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Full text of "L'Omnibus pittoresco; enciclopedia artistica e letteraria"

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«:wK!i£iwBKi 









ENCICLOPEDIA AUTISTICA E LETTERARIA 



filRETM DA VISCESZO TOREllI 



^■Si^^ S3S4S22££'D 




DALL4 TIPOGRAFIA DEJi' OMNIBUS 



<8i4. 



APK 211971 




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■ro I 



AIiL« .&SS@ SENTISI® SI QWM^T^ Q^^m& 



Bene s(el o ha .1 suo rom.ncametito quesf anno ! F.rIÌ 8 s.me renerial volgeredi rgni anno, e c^ntrass^-na ciascuna 

siano urirr;'" r-s.ra.e da- vernali rlRori. si de- | epora della sua vita con se.npre novelli e d.sjwa.eefi. 

slanodalliMlino.toletargo ecom,n,>anoator.<iramn.anlof| d Fanriulla, ad un sol volgere del suo ti-lo ov'è o'o 

.n cu. er.no a, v.luppate. R.uu.amo intanto in complesso i espressa la pm pura letu.a, Lita al godi men ò dell .nno- 

tutte queste cose che compongono. 1 crealo aftinché i sensi e- g cenza; nel suosorriso. nelle sue movenze nelle sue cor- 

z andrò ahl.,ano egual parie dell .mas.nazione: diam loro le | se e dan.e tulle aeree/tul.e purezza, v'ha ale alleltamen- 

"ert Trchér.à uJruUT ''"""""' ^' ^' ^''^''^''^ 1 "?' '^''^ r^'' ''°'' "''' ' Ae"". -bel. é forza an he 
scorf,ere. perche t Ita cop.rtada largo manto ed accosciata tì a' pio s, h.v. . seg.iina in ogni suo allo, sorridere danza- 

Se1n\?i é'Inl rsr'r^V'"" ' ^'"^^"'^ ''^^ - ^ "' ^''''^e"'^^ '"^ '^'■- G-v^ne, sposa eVeconda altra °ura 
f.ia colla desraernll/ ,"" """" '"'"," '' '''''■ P"' ^ """. '* ^^'-F^^d^ ^he T avvenire de' fisliuoli onde diverrà 

!• nrn?nn/v T ) ^'"? '""'^"^ 'la «mho i lati g madre. D.venutala, attende ad educarli provvida ed amo- 
Jn nTl ^'^'"V'"^ r""^ '^ ^"^ l'ellezza. gettando. « rosa, fin.he matura duige le opere loroe fa he ne nca- 
t::^::^^;^:::^',Ti:: -^.^ 'r^. ■--•S^ere . « v-o amp. fmllo. Da ult.mo decrepita VLpravv^veute 

de ^;^- r S -5:.^;: ì^^t;^- 1 Sx^^s^r'- -^ ^-"^ -'^ '^ ^'^'^ ^' --• ^^- 

no tanti atomi .Ls,rrn'°li 'ff "^ .'^''""^ato . si spicca- ^ mento ? E' solamente muto spettatore? No - Egli, figlino- 
J^dappr Z in ha'l.aT'"n, r '' f-"^,,^''" ''"•»• ^^^"V^- g '" P-'^'^''^"» ^^-^''^ n^'^^a. la segue ir. ogni sua "v.iss.ludi- 
"nnumen li te a . 'kh ';''*"'' \^ '"'" "•^^"" fi " e" if P"' ' ''^' '''• 'I"^'"-" «^P^^ ''« "«"^ ""^ v.ta, pari a lei 
meravid a oh al hlrK..!'! ,. ..'"'r'" **' "'' "'^« ^l» u '. f'^"'^SSÌ'«"'« dapprm.a. hollenle e concitato poscia.provvi- 

^ rT e i; " r uà i S in T "'" '^' '«''^ ^r^^-" '^ ^ "^^ '^'^ "P"'" '"*^'' ''^ """"^ '^'^l'»''^ «= ^'^acco. l'er a Irò 
V rali cÒKd e Tno 11 ""f.'"''-i="ledicallcia | scorrerebbero alquanto monotoni ed aridi . suo. giorni s. 
LmTl^rSl r^^r^^ *°"'« ^'i" P^o- " ■' «^^nS^amanto degli oggetti che lo circondano non produ- 

raV-Z";:coul .r;?';^^ ÌI ^:t!^ eguaiiconsegue„z. in lui ; s' egli . aacorch/ vec- 



tura' — Ma Hrrni;. H,t «,,„..,■ 7 •> enza oeiia na- K '^^'^c cKuaii conseguenz.- in lui; s egli . ancorché vec 

ienafanc' 1 zza .d "fole^^^^^^^^ soave scri.o | ^J- • "0^ si senl.sse compreso da vigore e da g.ia mi- 

gravi pensieri ner.hè ardéntr^T! » ^""«•'«"o P"' li ""^"^ ! """« *^-'>"«" ^«^l""-' ""de s. ammanta la terra , a- 

falaZde IslleTdLen^^^^^^ ^ spirando 1' aria irahahamata che dapperlulto spira . e pe- 

asalcono „tnrn„lt?f r v^'f- """' presentimenti « ^o s. nnnovella ad ogni nnnovellarsi della naturL. Ùnnosa 
n te.rdlarm^^^^^^^ ''"' P"^'^'" "'^''■''» ^^ P '^r"^''^' ^'^ ""'^ '^'•«'' -'- 'he T opprimo,,,. , no.i man. a 

en r ca MonZi; Hm ,P " ^''«"'■•^«•si o il Frutto « al rinascer della natu,a di rivestirsi di verdi f.onde. - Ma 

o,pr m Zie 'ì^^^ & osserviam da vicino ques,' essere privilegiato; nel farlo no,. 

p.rnlla afir^aSrP I : '^ ^.'''^' f'Sli-.olo fort. g Vha duopo dell'aiuto dell'imaginazione; troppo sen.il.ile è 
denrovaSé Ch^m sarT^ n''"'"^ Ì '^«^^L' un uomo conosce l'altro . ma n, uno se medesi- 

deir universo novello .Li»,? i ""■ P''° ' '""^ «'"ena .^ mo. Gascuno sa di dover essere sulla scena del mondo lan- 
f.oL:::reZ:' i; t hi^i.Tur V^^'"" i -'^ giovane ardere, ..omo ma,uroede,repito. ,„a «es- 
se praterie ,n„u.„erevoii ..s.^'^aìiii:;;;;':;, " ^r:;; i rm:"'^""::::;^. '/;:':?;,^,>'',::pi;^;':!^r i!! 



ol,ne ; he " s n^^^^^ '''"° " P"" ^'' ^ "'"'"''• "e conosce da sé gli ostaeoli le'dn.e v.vnd 

da/red^lira teT^asu Tr^n " ''':^^^ "^'"'" '"^^'^"- i ''"''^i ^^"«-"ni - H de.t.n.. lo guida e ella sua fer-ea ... 
Il sole celo<!n n»Hr» „,, 1 j"n/'?""°^ 1' educar.ioue. n no non glifi adeguatamente conoscere il enliero che per 
LHlVnVche^glf?;oSl^^ P^»'^ P'" g corre; la volontà, che libera dicesi . il p,u delle volte L- 

può e la educa col suo fisf avv,c,na quanto più u facciata , non gli fa compiere i suoi più ardenti voli, e gli 

Per altro come eeloso |-*"i?"'^ rigogliosa e bella. ^ toglie così bruscamente ogni mezzo di recare in atto lasu;« 
icorso alcun tempo le chiedVe^Ho rrn^Tn?^"''"""^ ' ^ ^ ""'f '«"^ ^ ""a seconda creazione- Fisliuolo e compagno 



crea ma- 
sol^. ceFosrnadTp'' ''^n"r'!)"''^"n-""*'.'^^ I' educar.ione. H no non gli fa adeguatamente conoscere il enliero 

l'I 
1' 

scorso alcun tempo le'chi«i7e";aHrrrnrTn5'"''"'' '' '-I !^ ,, . , V -- 

Misera lei se non^e corrirp.nTe a° ZJa ," T'J '""• '^ '^'"'. "'r" •'• ' '" '"'"" ^' /'"^ *"■"" "'' ^T"'' ' ''''''"- 
danna a viver crama in. X ii ''"r *■' ' *"«'' '■'' ''°"- il '"'^"'^ S'' si assoggetta, e fatto per uscir dalla melma .mdV; 
costei efu-^esde-nosodall H ^^^^ ^^*^ '^ germana di ^ formato ed innalzarsi fino alla volta celeste, jna il caligiaoso 

abl.andono7atta vecchia anzi tèm, n ""'' '"'"''/^'' *' ^"'"''" " ^'""? ''^"' P'"'°"' ««^^ertite . opprimendolo . alle ali <]el 
solitario pianto Al contrario .e i ' °' y.';'".^""''3"nata ad ,m « pensiero sopperisce il gravitante peso della materia, 
dà loro premio di beni 'no sorrio*"^''"'^°'"P'"''' » Osserviamo adunque quest uomo; osserviamolo nellj 
tura, già solcato il fronte dalle ni^C' ^'l P"'"' '''Vi?' n l"""" ^' '"f "'° '""^ .^''''"'■' ^'■«-o medesimo ; e cosi ne sa- 
venutale a noia la ripudia. La misera rll» "'"^ ^ ^ *"' « I^T" '" 'f "'^'^"^^•. ^°^' P»'^''"':? giudicarne adeguatamen- 
do mostrar nude le proprie memi r ^fif ■\'n'"""'"^"' ^ \ ''i ° P^^*^" ^ ■ ""."■ "^f "'«"'"'*'- r"^''"-^ '^^'l'» 
ultimo in traccia di nuelmantn ;?c — si belle, va da « natura che nasce . slogliando al chiaror d'una lampad.i 
tamente lasci"'o In EfaTe" n "^^^J^r VT^ « f "• "' ''"""'' ''^"^--•"- ^'«'i ha abbandonato ,/sof- 
merabianze cheonello ledest;. n\l'J ?^^"'Re, ed alle n- pf fa, piun^e su n„ una diletta compagna e carissimi ;i-!iuoIi 
aia essa cm^Ih Ia f-,vr,lnc,f '"*'•'' P'^"^f ^"'"^"'^"'''- n "'"""^ 'ranqulllamente a riposare , ed è uscito a respirare 
m essa.quale la favolosa fenice, risorge dalle sue mede- g l'aria pura e libera d' una notte di primavera fuori ad un 



L OMNIBUS 



terrazzo donde un vaslissimo orizzonte si presenta allo || fana è l'opera dell'adolescente; ardente, avvampante , 

sguardo. Il cielo collo innumeri sue facelle rompendo la ^ commossa quella del giovine ; in quella poi dell'uom presso 

tenebria della rinite annunzia l'anordo e l'amore delie J? a maturità vi scorgi la ponderazionedel senno e la lima 

cose creale. — Tutto è quiete d'intorno, tranne il lieve " dell' e^pe^ien^a. 

alitar dello /cffiro che sorvola , il moriiiorio dell' onde, lo if| L'allusione non ha d'uopo d'esprimersi pili chiaramente. 

stormir delle agliate toglie. A questo spettai ole ei rinasce; y Gaetano TonELLi. 

ma voi al vedeilo pensieroso e cogli ocihi che distratti dal W — mc»<_ 

libro vaganij inceitamente senza fissarsi su niun oggetto ^ 

crederete che sia per effetto di sventure che l'opprimono i' a ^ ^F\WW* TfW T^^DiX-PW^X 

ÌNo. Soffriva prima che uscisse sul terrazzo, prima che quella H '^■a >iyyHHj5 >iAI dSiX^4»lfaX 

suave brtzza penetrandogli ne' p!ù interni meati il sollevas- « 

se, lo rapisse in un'estasi divina che ha discacciato in lui qua- H . La poca distrazione che la vita pubblica e i propri dove- 

lunque affanno. Ma pur egli continua a star immerso ne' || " offrono agli Spagnuoli ha fallo che le donne son divenu- 

suoi pensieri, luterroghianmlo. Mo, meglio è lacere ed a- a '^ lo scopo della sola passione da cui sieno seriamente pos- 

scoltar celati qii.1 che dice Ira sé. ^ seAiìU. Il pensiero forse del posto immenso che occupa- 

— "La mia mente sorvola all'eia scorsa, paragona quella |f »<> '" ""a società cos'i fatta ispira alle donne quell'altie- 
alla presente e sol di questa si compiace. Hi riandato la mia || rezza, quell indipendenza di sentimenti e di maniere da cui 
fanciullezza , come un lontano sogno ; ha considerala la « g'' stranieri son tocchi al itel principio. Non si trovano 
mia giovinezza, nave shattuta da mille contrari venti, e l'ha ^ fiià in quel paese fanciulle che arrossiscano subitamente , 
compassionala , ed è giunta Inialnu-nte a quest' età virile M '^^s'i occhi modestamente chinali , e dal timido contegno; 
che mi riveste e vi si è con sommo piadineiilo arrestata " '{"'vi le donne e le fanciulle guardano gli uomini in faccia, e 

.. Non pili il vortice delle passioni m'ingombra 1 animo fi si rivolgono nelle strade per seguirli cogli occhi, elleno par- 
e ne fa duro governo , non la sete di piaceri ingannevoli g lano alto.e perquanto possa essere scabroso il subbielto della 
the costano perenne pianto mi arde 1 ugola e mi sforza « conversazione , non si vedono giammai arrossare. E'questa 
a tutto inteulare per isbiamarla. Alla lerriinle burrasca ^ una sfrontatezza ? No: ma esse non arrossano per l'idea di es- 
è succeduta la placidezza della calma ed il mio cuore è U sere donne, essendo abituate a questa parte che accettano in 
sereno come questa notte che avviluppa il creato. Una g '"'fé 'e sue conseguenze. Si è fatta l'osservazione che de' 
volta era un vuoto in me che nulla al mondo poteva H capilavori della scultura antica il nudo non è per nulla in- 
colmare anche se lutti i miei desideii fossero soddisfalli; ^ decente, e che quelle donne usi ile dallo scarfiello dell' ar- 
erà che nulla bramo questo vuol.) è, anzi a ribocco, col- li 'is'^ non sembrano punto vetgognose d'una nudità che 
malo. Allorché sedotto dalle in.mdane lusinghe, sordo M fan vi.sta d i-noraie. Neil' atriludine delle donne spagnuo- 
alle voci più sante, mi davo tulio a seguirle, m' e- M le vi è qualche cosa che [niò riferirsi ad un sentimento 
ra insopportabile il freno del lavoro e della meditazione ; |j analogo , poiché esse conoscono la prudenza che ispira 
ora se n' è fallo pi'r me un bi^ogno , un altro elemento. U l'altierezza, ignorando quella che proviene dal pudore. Dif- 
Queste ore che rubo al riposo son consacrale all' agiatez- y fnilmenie potrebbe imaglnarsi la libertà tutta latina del 
za della mia cara compagna, de' miei diletti figliuoli , ^ linguaggio che si tiene qualche volta innanzi alle donne, 
ed oh quanto mi tornano dolci! Soave cura è all'animo |f la quasi ninna maraviglia che questa libertà I.to cagiona; 
d' un tenero consorte e padre quella della sua famiglinola! ^ m\\\e cose che presso noi farebbe loro montare il rossore 
V: il più gran dono, ihe dopo la vita può fare a' propiì u fino agli occhi, sono ascoltale in Isp.igna colla più perfet- 
figliuoli, quello di iornir loro il modo di condurla innan- ^ 'a tranquillità , e senza provocare nemmeno il più leggie- 
zi , e questo dono contiene un balsamo che rinvigorisce O ro sorriso. 

ed inanimisce a superare i più grandi ostacoli! Ld io, pen- ^ La rigorosa sorveglianza cui le glovanette son sollomes- 
sando alla dolcezza ihe ne provo, con lieto animo mi ado- ti ^^ "t^' ^ciìo dell' Europa è sconosciuta in Ispagna. A Ma- 
pero a prò di chiunque, ancora a me straniero ; con im- ^ ^rid, due firn iulle escono sole insieme per andare al l'ra- 
mensa usura mi pai;o del p ù picciolo capitale che altrui B ''<'- '"'"a •'•''e"'» " a far ^'sila. Le madri teng<m d occhio 
confido, con una pai e ed una g'Oia indescrivibili. Nel boi- || '« 'o'o figliuole da molto lontano, e loro lasciano la più 
lordi giovinezza quanta non ne perdelli, quanto travaglio « grande libertà, perciocché, dicono esse, loro spella il sape- 
non provai ! ormai è tempo di rsarcirmene e l'olterrò ^ re che abbiano a fare. Riguardo al matumoiiio vi si giu- 
colla divisa miUo pensiero per me , tutli per altrui. m «"^ ordinariamente per mez/.o d' un noviziato che non è 

"llenduto come sono esperto delle vicissitudini mondane, i| sen^» dilello né senza pericolo. S^: una giovanelta incontra 
m'è agevole causare II scogli in cui prima sempre rompeva ; O 3' ''^Ho od altrove un giovane che ie piaccia, coslui si 
conoscitore ormai dellefalselusinghecheaccompagnanol'uo- ^ presenta in casa della sua beila in qualità di nodo, vale a 
mo sull' universo, spregi,indole, ricorro al solo diletto onde il dire di amante preferito. Una volta accolto nella casa della 
si debbe pascere quel sc ffio divino che ne dà vita, al dilelto § giovanelta essa diviene la sua in quali he modo. Vi va ad o- 
della natura. \i quanto questa sola parola comprende ! Fi- U fi"' "''a. '"Sl^ solo colla sua nodo ; al baio ha dritto a tolte 
no ad ora non vellicò mai il mio senso olbiltorio la fra- % •« s'"' contraddanze , può interdirle di ballare con tale o 
granza di cui natura nella Inmavera profuma l'universo; n tal altro cavaliere che non le convenga; da ultimo esordi- 
non mai nella stale il mio sguardo fece valutare giusta- ^ sce in mille modi all' esercizio de' suoi diitli di marito. 

■ ' . , e • L (jj,(|Q p|,g II noi io tratta direltamenle (olla 

marito; ora è mestieri dire alcune luriosis- 



mente al pensiero la ricchezza di cui natura rendeva fé- y Si è già de 

ronda la terra ; non mai nell' autiinmi ravvisai il provvedi- S fanciulla da n 

lor dell'inverno né in questo il leconJator della state. siine restrizioni apportale dall' uso all' autorità paterna, n 

Tulio ora ne conosco il pregio, tutto, ed al confronto vedo || ciò che concerne il noiin liceo i due più importanti arti- 

ch'io. figliuol primogenito della natura , son meno per- a coli di iiuesti /uz-ros delle fanciulle 

fello degli altri. >. m Se una fanciulla aggradisce gli omaggi d' un giovine e 
Paragonale or i|uesl'uomo a tutto il corso delle altre ?» che il padre non lo voglia ricevere nella sua casa, la gio- 
cose Queste risentcno l'im|iroiita di ogni epoca della vita fj vane ha il dritto di andar a parlare con lui ad una finestra 
di colui che le dirif;e. Superbia non v'ha in quanto dico U bassa ed il [ladre non [niò impedirn la. Kinalmente se do- 
poichè o l'uomo fu dotato d'in;;egno e questo sulla incu j| po un lungo amore il giovane fa la sua dimanda, e quesla 
dine degli anni si tempra e si raffina , o ne fu sfornito e O vien respinta da'cont;iiinli della lamiulla, se costei persiile 
r esperienza sopperisce al difetto. Laonde leggiera e dia- % nei propri scnlioienli a suo riguardo , può implorare lassi- 




\ 



stenza del vicario del luogo, penetrare con lui nella rasa del- U 
la sua amante e rapirla , st- nza che i parenti possano op- jj 
porre la minima resistenza. La giovane cosi sottratta ai- M 
l'autorità paterna , è confidata alla custodia di una rispet- a 
labile dama della città , presso cui dimora per lo spazio H 
di un mese. Essa non deve uscire che accon)(iagnata dal- fi 
la donna che le serve di tutrice e solamente per andare U 
alla chiesa. Durante, tutto questo tempo l'amante non può « 
visitarla; i congiunti al contrario possono vedeila ogni gior- « 
no , e tentare su lei l'eft'etto delle loro esortazioni e delle jj 
loro rimostranze ; ma se ad onta de' loro sforzi la fanciul- fe 
la, scorso il mese di pruova , persiste nella sua prima « 
risoluzione, i congiunti non possono più mettere ostacolo g 
alle nozze. 51 

Questa grande libertà consiste certamente nella forza ì| 
di carattere e nella nobile alticrezza che son rimase in ap- ^ 
pannaggio alle donne spagnuole. L' abitudine di manife- g 
stare tutt'i loro sentimenti e di governarsi secondo la lo- JJ 
ro propria volontà , dà alla loro altitudine, alle loro ma- ^ 
niere , alle loro virtù, ed anche a' loro falli un alcun che a 
di leale e di sincero. H 

Da quanto abbiara detto si comprende che quelle don- u 
ne sono capaci di grandi passioni e di grandi abnegazioni ^ 
di sé , ed elleno non hanno mai quell aria ipocrita e prò- ij 
sfrata che il costrignimento e la menzogna danno akuna q 
volta alle donne. Se mai mancano a' loro doveri non invcn- 51 
teranno espresse teorie per iscusare la loro condutla ; es- || 
se sanno che fanno male , e ne convengono, senza nem- li 
meno invocare la passione chele scusa; esigenti d'altra j| 
parte , imperiose , gelose e sospettose, richieggono, come ii 
il [liii severo giudice , la cagione d' un quarto d' ora di ri- J 
tardo. ( induzione ) P- 

a 

n 

M 



Kew, è un villaggio dell' Inghilterra nel Surrcy posto 
sulla sponda del Tamigi tre leghe all'O. S. 0. di Londra 
con 700 abitanti. Vi è un bel palazzo prediletto soggiorno 
dell' ultimo re , il quale ne ha accresciuti i giardmi , già 
bellissimi, s'i che si uniscono a quelli di Richmond. L'orto 
botanico specialmente per la parte esotica , è forse uno 
de pili lielli del mondo. Il ponte che qui presentiamo è uno 
de* piii belli d'Inghilterra pel numero degli archi l'ampiez- 
za e la bontà della costruzione. 



CIBI FAVORITI DI ALCUNI UOMINI CELEBRI 

Degli uomini celebri anche le più picciole inezie destano 
la più grande curiosità ne' più lontani posteri che voglio- 
no studiare le loro debolezze i loro capricci ed i loro gu- 
sti particolari o per ridere de' sentimenti e delle asserzio- 
ni che si trovano negli scritti e nelle o[iere di essi, o per 
avere il mesihinlssimo conlento di rassomigliar loro se- 
guendone le inclinazioni. Laonde crediamo non tornerà 
discaro il conoscere i gusti gastronomici di alcuni famosi 
benché questi a quel che pare debbano esser ip ragione in- 
vero del genio. 

Cui imbgno preferiva a tutto le carni arroste e fra que- 
ste il selva"giume. Ab uni cacciatori avevan l'obbligo di 
apportargli questi cibi favoriti cosi com' erano infilzati nel- 
lo schidione sulla favola. 

Il Tasso amava passinnatamentei frulli confezionati, i 
marzapani egli altri cibi zuccherali colli al forno. Man- 
giava anche l' insalata col zucchero. 

Enrico IV re di Francia era uno smoderato mangiatore 
di ostriche e di poponi, e non era raro di vederlo caricar^ 



L OMNIBUS 



seae lo stomaco. La sua bevanda favorita era il vino di 
Arbois che cresce nella Franca Contea in un pitcìoliss.nio 

^"arfo XII re di Svezia preferiva, dicesi, una fetta di pa- 
ne col burro ad ogni altra ghiotfornia 

Voltaire era un insatiatule bevitore di catte ctìme iN.i- 
poleone e Federico il Grande. Il cibo favorito di quesful- ^ 
timo era la polenta. , , • i- i 

Lessing amava passionafamente le lentircliie. . . . ' 

Klopstoik era passionalissirao dell' uva. Trai suoi cibi | 
favoriti debbonsi annoverare i pasticci . principalmenie ^ 
quelli con tartufi, salmone, trotta salnionata, carni ailunii- 
cate e tra i legumi i piselli. Amava il vino del Reno d u- ; 
na maniera tu.ta particolare e b. veva spesso ne' suoi ulti- i 
mi anni la sia bottiglia d. Bordeaux. 

Kant, contava negli ultimi anni della sua vita, al nume- ' 
ro de' su. li cibi favoriti, un purè di lenticchie , on purè di ' 
pastmachccol lardo, un puddiiig col lardo alla pomerania- 
na , un pudding di piseli senhi .o' piedi di porco , e 
frutta icccate ne' forni della l'omerania. Restava ordina- . 
rianitnle a tavola dall' una alle quattro (1. m. 

Sihiller amava nella sua gioventii il presciutto in un i 
moto lutto particolare. 

SVieland ad esempio degli Ateniesi amava part:co!arm<-n- 
tfle torte e i cibi colti al forno Allorché sapeva «he sua ; 
moglie aveva ne' suoi armadii (piali he cosa di simile, si al- ' 
zava spesso anche dopo m.-z/.anotte per nibirle una qual- 
siasi piccola gholtornia. e mangiarla tranquillamente n.'lsiio • 
letto. Le liotte delle Alpi, tratte dalle vallate dello Zd^er, ' 
gli sembravano talmente sue» nienti che gli accadeva spes- 
so di panare due anni dopo d'un pasto inciiique' pesci a- , 
vevan figurato \ 

Al poeta Alessandro Pope nulla era più caro di un pic- 
ciolo pasto su(culento e ben composto. 

Goethe, si assicura, che amava particolarmente la Sciam- 

Noi terminiamo queste notitie gastronomiche con alcu- 
ne indicazioni sui cangiamenti introdotti nelle ore dei 
pasti. 

Nel Ibi'i gli sliidenti nobili di Tolosa pranzavano al- 
le IO a. in e cenavano alif 6 p. m. 

Fu abitudine fino nel IGOG , nel capitolo diTubinga, 
di pranzare alle !) a m. 

Secondo i regolamenti interni del duca Frnesfo di Gn- 
tha nel 16^8 , si mangiava in sua casa in està ed in in- 
verno a deci ore e Ire quaiti a. m e a cinque etra quar- 
ti p. m. 

Il re Giorgio I d' Inghilterra, murlo nel I7'J7, man- 
giava due ore dopo mezzodì, e le classi distinte di Lon- 
dra non pranzavano nel 1760 che a quatti' ore. 

Giorgio III, pranzava, in opposizione de' costumi ing'e- 
si, ad un'ora dopo mezzogiorno e cenava alle dieii p. ni. 

Filippo V di Spagna pranzava a mezzogiorno. Carlo Ili, 
morto nel |7f,8 faceta egualmente. Si aveva allena il co- 
storne di mostrare al re ed a' suoi convitati lenio piatti 
did'erenti di cui una quarantina solamente eran posati sul- 
la tavola. 

Tra il 1700 e 1770 i dogi e i senatori di Venezia, in- 
sieme a tutta la riasse operaia, pranzavano a mezzogior- 
no preciso. Nel I7<.)8 si mangiava a Firenze a tre o quat- 
tr'oie p m. allorché si era invitato. 

La classe distinta di Berlino pranzava nel 1778 alle due 
e cenava alle !). 

Caterina II e l' imperatore Paolo pranzavano abitual- 
mente ad un'ora dopo mezzogiorno ; Alessandro , al con- 
trario, air inglese. Ira le quattro e le cinque p m. 

L' ora del [iranzo non era fissata per Giuseppe li, Lgli 
pranzava a tre, n qualtro, a cinque ore. Nel 18IJ0, al pri- 
mo giorno dell'anno, l' imperatore Francesco dette anche 
un gran [uanzo a mezzogiorno. 



Nel 1786 i borghesi di Parigi mangiavano alle due p. 
m. i mercatanti alle Ire, i nobili a qiiattr'ore. 

L'imperatore della China che regnava nel 1773 man- 
giava ait olforea. in. e cenava alle due. 

Oggidì il gran mondo pranza tra le sei e le otto ore pra. 



IL CIMITERO DI SANTA MARIA DI LONDRA 
A Gaetano naraaco 

Amico, io non mi appresso a un cimitero, che non senta 
per tutte le membra un brividìo di venerazione e di spa- 
vento . ma un tale spavento non è già figlio della viltà , 
non mai, dapjioichè io già nascendo sapea d' aver contrat- 
to nella cuna I' obbligo di ridurmi novellamente ad esser 
terra. Ma ei deriva in me da quell' incertezza che mi ren- 
de orribile il giudizio degli uomini che sopravviveranno- 
mi. Quante generazioni, dico io , viveian sotterra , e cui 
r umana ingratitudine privò di una pietra , di un nome , 
di un fiore, di una lacrima:' Quanti uomini trapassarono 
benemeriti , e l'oblio fu ad essi retaggio;' Quanti . i cui 
consigli ìinmegliarono la mente e il cuore delle genti, (he 
visser con loro, o ad essi fiiron dopo, e il cuore e la men- 
te di cotesti non ne tennero mai pili memoria ? ILcco per- 
chè la loiiib» ricopre d' orrore chi la medili. Morrò , e 
morrò tutto, che non è morire se la ricordanza de' nostri 
siederà sempre in guardia del sepolcro, e ne terrà cura. 

Queste parole, amico dilettissimo, non vengonmi sug- 
gerite da un pensier di vana gloria, che oOfiiscasse in al- 
cun tempo la mia ragione ; certo che no. Lanciato alla 
sventura, l'ebbi io perennemente compagna; ipiindi né 
agio, né modi , e , sei volete pure, ne mente per solle- 
varmi dal volgo , che l' ingegno è una forza morale pur 
soggetta a' capricci di fortuna, e se una pena incessante- 
mente lai era il cuore, anco l'ingegno, che non si alimen- 
tò ad utili sudori, intorpidisce, e, soprafTitto da' più sover- 
chianti mali, si s(M'gne. Quindi se a un buon volere si op- 
pongono ed uomini e miserie, quel buon volere altro ei 
non rinian the penst'-ro. Nulla dunque io ho da attender- 
mi di gloria dopo di me, e sarebbe follia sperare in altra 
guisa. 

Ma Dio vuole eterno l' uomo per sé, ed immortale per 
gli uomini ; e quando a perpetuarlo tra' fratelli non sop- 
perisca r ingegno , ha posto fra 1' una e 1' altra creatura 
alcuni vincoli di amore e di tenerizza, che solo una fra- 
smodata infamia può schiantare. I lacci coniugali , i fra- 
terni, i paterni e filiali . qiie' d'amico , son tali che non 
li vince il tempo. Può 1' uomo dalla crudeltà delle stagio- 
ni esser fatto infelice, può morir maledetto dill" altrui 
ingiustizia, ma non si spegneià su d'esso quanto natura 
indelebilmente poneva. Oh come gioiscono le ceneri di 
un trapassato se la fida sposa, i teneri figli, i cari amici, 
le aspergeranno di una lacrima alfeltiiosiss ma ! Quella 
lacrima non sarà dispersa da" venti , non rasciugata per 
gli ardenti raggi del sole, non da mano profana contur- 
bata. Se la pietra dirà i suoi lo piansero, lo benedis- 
sero, quel pianto e quella benedizione dureraiino eter- 
namente. E questa gloria la si può otienerda chicchessia, 
conciossiachè è frutto di quell' amore che in vita versasti* 
su' vostri. 

Alle volte però egli avviene che barbara ingratitudine 
vi abbandoni alla terra inonorato e non compianto, e al- 
lor trapassaste la vita a guisa di meteora, di cui l'occhio 
perde ogni traccia. Ecco, amico, la ragion che spaventa! 
.^nco la sventura è una gloria, però se l' amistanza per- 
petuala nella mente dei nipoti. 

Entrava io spesso nel tempio di S. Croce, e m' indigna- 
I va come i Fiorentini avesser trascurato , fin da quando 



piTTonesto 




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:a ' ry. r /d^. 



Zi Al t "r"J'W.rani.d- innalzare ,,„ sp^olrro a 
q.iell ANfifi.e.o ,h. e grande q.-anfo T nnlter J Ferer 
senno .suo. co„u..ad,ni. e .ple.l.lido n.au.soleo so ^e 

va a me stesso Tu, owi/a «««/-a/a. sei er onde pel tuo in- 
8ef;no, ma egU sarebbe in d.mentìcaJa, ,e non /ose sta- 
'o nrnor d am.co che al ^ondo a,esse le i„e cJeZnl 
sla.e. \. ve.gogna e all' Hal.a e he l'alleilo di auakhe a 
mito vincesse la pnhblica inginslizia ^ 

sta rh/fS nf 7 r- ^'""'"' ''^""'' ""a cotale mae- ! 
sia , che 11 i'ilo.ofo di Ginevra solea dire essere ppjinn I, i 

quel dia gr i"uire rf , Jn' "" ■''^"'' ''r^'" '^'^'ì 

far^;4Ven\?a'ndT''la^rr";'et"T';r'\^r^"^'' ^ 
fra seppe i„„n..in',r I ; .• ^'""'' ^''^ I arrhif.-t. | 

ac,onc.o^Vci,,,, i L'ISl" '"'" ''''7^'' " f'" I 
un di qn.L.sacn edili USa'riV?'''"".''^'^';'' ^^^""•" I 
an!ncbeeieanh-.Ja,o\,,l. ^•'^'"'"''' ''""'''■^ C'offiH I 

parlano .neslan.ente al n/nre e ,1 f ' r/T".'""' '." ^ 
gnauli iDMili |i,„e„||^ „„,„,»' ' 1"""'» '"B"» e «^ 



noi d essere nel nvwew dei dimentiraJi ? Inrere di una 
arr.ma snila nostra l„„,l,a ,orge,a forse la spontanea or- 
tua .'' Invece dei balsamo della benedizione sarem forse 
noi esecrati? Tolga Dio si doloroso pensiero, o mio Gae- 
ano. fgi, sana tosa migliore non esser vissuto Potreb- 
i) essere, egli è vero, che ciò nascesse da ingratitudine 
ma comunque sia. meglio dimentcanza the adulazione ' 
••n piamo, una lode m. iiti»a non gingne innanzi a Dio ' 
ne lo muore a nostro pio', anzi ai ma la sua vendetta per 
1 onta cbe si reca alla sua giustizia. mio Gaetano 

Sol chi non lascia eredità d" affetti 
l'oca gioia ha dell' urna. 

Amico, amate l'amico 

Gaetano Valekiami. 



; 

j Mi/Hare fucilato . oppicraio . annegato , erimaso aro— 
j Durante la prima guerra di Spagna, il comandante iMonef 
. che faceva parte dello stato maggiore del maresciallo Soulf' 
I e un distaccamento da Ini comandalo caddero Ira le mani 
1 di una banda di guerillus (he li fece dispone in più ordi- 
, ni, e trasse su loro come sur nna mandra di bestie feroci 
'J'nlti «-adderò e i^uwVfcros si alloritanaruno persuasi che 
nessuno non era sfuggito alla moiJe. ma appena i nemi- 
ci furono ben lungi, il comandante Monef si trasse da sot- 
to I morti senza aver ricevuta la più pii cioia ferita. Alla fi- 
ne del giorno, aveva raggiunto un posto francese Dopo 
qualche tempo l' invulnerabile comandante ebbe un'altra 
volta la sciagura d'esser fatto prigioniero .ia un'altra ban- 
da di guerilla, e questa volta lo si spogliò nudo e lo si ap- 
picco ad un albero. Ma appena scorsi alcuni secondi un 
distaccamento di cavalleria francese, giugnendo, mise eli 
Spagnuoli in fuga e liberò dal la(cio MonVt che ritornò su- 
bito m vita. Ripreso una terza volta, la disgrazia vo'le . h^ 
lesse la banda di sueri/las ihe credeva avello fucilalo pò- 



Jiiir.s rn-jonpscn 



fi 



rande fu la maraviglia degli Spagnuoli, Q 

perché lo iicunoiibeiu ficifellanienle bene, dap()iinia alle M 

insegne del suo grado , piis( la alla sua larga taccia , ed m 

alla sua ritulea luililuziune; |>eiò dnfjo averlo spiiglialo, p 

gli nserliaiuno un genere di nmrte tlie doveva, a loro av- m 

viso , sbarazzarli | er sempre dal fendente della sua stia- y 

boia. 1,0 spogliaioiio dmnpie inteianitiile , gli legarono W 

(orteinenle lon coide i pieai e le mani, ie quali atiactate JJ 

dielio la schiena, e lo getlarono in cjuestu stalo in un lar- Q 

go (iume e profondo tiie scorreva là vicino. Il coinandan- '^ 

le rtlcmel, Uopo aver toccalo il fondo, rilurnò naluialiuen- ® 

te a galla , tutto stordito della sua cadula. E;;li si lasciò «» 

andai e a seconda delia coireiiie, coiriniinoli.l'ia d'un lada- 

vei e, ma osservando i suoi assassini e he dalla s jiouda cei ca- _ 

vano assicurarsi della sua morte. Quando fu inlerainente '^ 

fuori la vista de ^•uerì//e/os tentò di sciogliersi i (lolsi , la H 

quale operazione fu lunga e difficile, l'acqua avendo fallo ^, 

gonfiare le corde; ma cume egli era forte e vigoroso [ler- u 

venne a rompere i suoi legami, guadagnò la sponda, e pò- || 

co dopo slava in mezzo a suoi Iralelli d'amie, narrando g 

tra le risa questa terza avventura, d'onde ciascuno trasse la ||, 

tonsegiiciiza ih' egli era inv ulnerabi e. M 

A'ViSO a medili — Ad un uomo del rontado di Vene- ^ 

zia venne un mal di gola che lo faceva sifiiire immensa- ® 

mente, onde la moglie «orse snliilo a chiamare un Uut- ^ 

tore, il quale venuto e tastatagli i polsi disse alla donna di ià 

applicar dieci mii^naUei\ lungo interino. La donna inve- « 

te A\ mignutte icnW p f^nolle, per cui, appena andatosene ti 

il mcd;co, erse da' vicini a piovvedere le dieci pinnalle, jj 

e ben tiene lavatele, le inli zo in una corda, e tosi loin- Sk 

posta una ragguardevole ed insieme sirana collana , la mi- ^ 

se al collo del marito. Qu-'.sto non si trovava per nulla a M 

suo agi.) con quel curioso apparato, [iure per timore di non p 

romper le pigiiallt si slava i|iialli) (piallo, .scurendo s' ima- S 

gini come. La liiulta posizii ne lo (eie sudare immensa- ^ 

mente Allorché venne il medico, al miiare quella slranez- *''' 

za. scoppiò in un gran riso, ma fu loite inaiaviglial(M|iiaii « 

do follo all'infermo queir impaccio l' ud'i parlare lilura- Q 

nenie, ladd.'ve prima non poteva aprir le labbra, l'agliata ci 

adunque il Dullorp sul seno la nuova medicina ora in»e- || 

te di mignatle ordina pignntle. p 

U< cello poi tfiitoso — Un giornale inglese parla con tra- M 

spoi lo dello straordinario ingegno d'un uccello che non 

solo ( anta varie arie pcpolari. ma che n'articola nello stes- S 

so tempo le parole in modo afiallo' intelligibile. Quest'abi- H 

le cantore appartiene a quella specie di uccelli di passaggio H 

conosciuti sotto il nome di stornelli. Si citano molti canti U 

ch'egli eseguiste ton una si grande precisione, dite il j^ 

g ornale, che farebhe onore a qiialthe artista ap[ilandilo in T? 

teatro. Questo portentoso nei elio è anthe d" un naturale fj 

assai caiezzevole. Vola sulla mano e sulla spalla persino rf 

degli stranieri , va a iettare il cibo sulla mensa della fa- ^ 

miglia che l'ha allevato, ne conosce e chiama co' loro no- ^ 

mi tutti gì' individui, ed ogni volta eh' ei vuole che alcuno jj 

lo ascolti gli parli dice : — Porgetemi orecchio sig Rie- ^ 

cardo ! Ascoltate cara zia ! sig. Giovanni parlatemi ! " 



La, dov' è r ombrosa valle 
Più deserta più profonda, 
D' un ruscello in su la sponda 
Vago fiore il seno apri... 
Svpnluratn ! lua nessuno 
Lo conobbe, lo gradi. 



Fin che visse , ognor la pura 
Sua fragranza pellegrina 
Di qualch'auia montanina 
Sulle penne si levò. . 
Sventurato ! ma nessuno 
Lo conobbe, lo pregiò. 

Lo nudri la terra altrice 

De' [liù freschi e grati unnori : 
De' piii vivi e bei Colori 
L'almo soie il rivesti .. 
Sventurato ! ma nessuno 
Lo conobbe, lo gradi. 

Perchè mai quel fior compiango ? 
Ei, nascendo al rio da pi esso, 
Vagheggiar potè sé stesso 
Mentre il mondo l' ignorò ; 
E dell' essere ignorato 
Il compenso in sé trovò. 



IL POTERE DELLA BELLEZZA 

AD UNA Fanciulla. 

La bellezza, in compagnia 

Delle grazie e dei sorriso , 
Cagionando ignor venia 
Alcun g ubilo improvviso: 

Ma quel giubilo sembrava 
Trapassar come di volo ; 
In un punto si destava. 
Né vivea clie un punto solo. 

Dell' estremo suo periglio 
La bellezza infin s'accorse; 
Onde ali' arte, per consiglio. 
Supplichevole ricorse : 

Pur , dall' arte ronsigliata, 
Vanamente s' adornò ; 
La possanya sua più grata 
Non più stabile tornò. 

E la misera cotanto 

Dal dolore oppressa fu , 
Che disi iolta in largo pianto 
Chiese aita alla virtù. 

L" ode in prima, e poscia a lei 
La virtù si volge e dice : 
Quando presso a me non sei 
Trista vivi ed infelice. 

Meco restati, ed ornai 
Il dolor volgi in piacere : 
Meco restati , ed avrai 
Un durevole potere. 

Tenne allor quel saggio invito 
La bellezza : e fin che il tenne , 
Men fugace e più gradito 
Il poter di lei divenne 

GiusLprE Campagna. 



iilililii 

Uapolt 15 ©iupo 1844 



:r*T' 



I i^ÉBtJ ^ ^t5B<fi iSUTi i;3H&ì i 

= 2lnno Settimo =-- 






UN FOGLIO GHANA 5. — l'N SEMESTRE 1.30. — UN'ANNATA 2.(50. — PER l' ESTERO UN ANNO 3.60. 




V/V/('/vV/? rJ, U-i'// 






Gli ahilanli di D3ma.<;cn porlano larglie [ir.irhe ron un 
cinto sollo mi hiill.i tin [iii!;n.il<' oil una daf;a ; u.sano \in 
mantello (h' essi chiamano habba, ihe ropre tutto il corpo 
ed ha ppr lo più il color vetde come si può Vfdrre dalla 
fif^ura. Questo mantello è di pelo di raprcltn hen tessuto 
col pelo di camello. Prima di lomperar il mantello vi si 
versa sopra una secchia d'aci]iia per vedere se essa tra- 
passa nello spazio di un i^uarto d'ora. Comunemente cam- 
minano scalzi ed induriscono in modo la pelle de" piedi 
che resistono all' ardore delle saldile drenti ; alcuni per 
altro si calzano con pelli di montone, allri portano sorchi 
molto rialzati. Malia casa soj^liono portare le pantvTcìIe (he 
sono l'ordinario calzare delle donne II vestito di una don- 
na plebea consiste in due larj^hi calzoni ed in una camicia 
di tela variamente colorala, ed adorna talvolta di stod'e di 
altro colore, al disopra della qiiale portano il mantello, che 
involile la testa e tulta la persona, od una veste per lo piij 
verdastra ron inaniihe le quali non coprono die il prin- 
cipio del hraccio. Le donne di grado elevato , alloiihè 
camminano per le strade sono sem[ire coperte da capo a 
piedi ad onta dell'eccessivo calore. Gli uomini hanno il 
costume di portar berrette rosse col turbante : altri si co- 
prono la tesla rnn un fazzoletto giallo sparso di strisce 
rosse e nere, disposto in maniera che delle due punte degli 
angoli acuti una cada sul petto, l'altra sul dorso. 

Gli abitanti di Tunisi porlano \ina camiiia assai corta 
cnlle maniche larghe talvolta pendenti , talvolta rovesciate 
ind'eiro Sotto la camicia pirtano larghi calzoni di tela (he 
discendono fino al ginocchio e loro lasciano le gambe nu 
de. I piedi sono difesi da pantndole che non hanno né 
orer(h e ne talloni. ,Si mettono al disopra un abito alla tur- 
chesi a chiuso sul petto ove v'hanno alcimi cordoni (h" 
servono d'ornamento. Onest' abito detto haiskf è di slofTa 
di lana liianca ed ha di dietro un capp\iccio che term'na 
con un fiocco. Il fianco e cinto da una sciarpa di seta n'-lla 
quale si vede una guaina che contiene due o tre coltelli 



col manico prezioso per la materia e pel lavoro. La festa 
è ((perla di un sem|ilice berretto di lana rossa chetaUoI- 
ta si adorna con mussolina per formarne un turbante — 
Le donne usano una veste coperta fino alla cintura , ed 
attaccano alle sue maniche molli pezzi di mussolina. I loro 
calzoni coprono tutta la polpa della gamba. S' aggiustano 
le chiome alla Spagnuola e le fanno scendere al di dietro 
in due trecce con alcuni nastri. Hanno de' pendenti d' oro 
di pietre piez ose agli orecchi, de' braccialetti e delle pia- 
nelle di marrocchino rosso ornate talvolta d' oro. Allorché 
escono si coprono di un velo bianco, nel (piale s'invol- 
gono tutta la te-ta eccettuatine gli occhi. Nelle strade non 
parlano mai agli uomini, nemmeno a' loro mariti che non 
le possono conoscere. Quando arrivano alla camera di qual- 
che loro amica lasciano le scarpe sulla porta, adinihè il pa- 
drone della casa non v' entri, indi si levano il velo bianco. 



DI GEOGRAFIA FISICA E POLITICA 

La Inna-§uc fasi-Eccli^sr-Sfcra celosfe-^fera 
armillar»-(i!«bo ierrcslre-»elle g-randi di- 
visioni di esso. 

Dopo il sole, la luna è di tutti i corpi celesti quello che 
ina<"'iormente incita la nostra curiosità. Dessa è un globo 
come la terra ed acc ompagna questa nella sua rivoluzione 
annua intorno al sole, nel quale spazio di tempo gira qua- 
si tredici volte intorno alla terra nella propria orbita, e 
tale rivoluzione si compie in 27 giorni ed S! ore. Ma sic- 
come la terra cammina in quel medesimo tempo, la luna 
abbisogna di 29 giorni e 13 ore per ritrovarsi allo stesso 
punto io rapporto al sole. A guisa deg'i a'tri pianeti gira 



^: 



IO 



l OMNIBUS 



snpra se stessa ; ma rome ci mostra sempre la stessa fac- E 
eia rosi ne risulta < he mette un egnal tempo a fare un giro ^ 
sopra di se medesima the a girare inlorno alia terra ; ed in S 
conseguenza la liiiif;hezza de' suoi giorni e delie sue notti , « 
deve essere pari al tempo the scorre dal novilunio al pie- ^ 
niliinio, cioè di ì\ a Io giorni nostri. |^ 

Le rosi dette fasi della luna , o i diversi aspetti solfo M 
cui ci appare, provengono dalle diverse maniere in cui q 
questo astro è rischiarato rapporto a noi ; sì che quando ^ 
è collocato tra il sole e la terra , non è punto visibile , es- ^ 
sendo il suo lato opaco rivolto interamente verso noi , ed ||| 
allora diresi novilunio, A seconda che s' allontana dal sole h 
noi com nciamo a vedere la sua parte risthiarata che si ^ 
dice primo quarto : cresce di giorno in giorno finché la ^ 
terra trovandosi pieri<amente tra il sole e la luna, si scor- |^ 
gè tutta la parte rischiarala di qtiest' ultima , ed allora A 
si dice plenilunio, (lominria poi a mancare avvicinando- S 
si ai sole , sino a tanto che riisparisre e che diviene una ff 
altra volta novilunio. Ad ogni novilunio , e ad ogni pie- M 
niliinio dovrebbe avvenire .-ilternativamenle ora nn ec- « 
dissi di sole ora «n e n lissi di luna , ma a causa dell'in- ^ 
clinazione dell'orbita della luna , questa passa il plii so- || 
vente al disopra o al disotto della Inea che va dal centro È 
del sole a quello della terra ; e quando accade che !a nuo- h 
va o piena luna hanno luo;;o allorché questa passa nell" or- O 
l»ifa della terra il fenomeno d'un ecclissi succede. ^ 

L'astronomo per giungere alla descrizione del cielo, ed |^ 
osservando che uioUi degli a->lri visibili sembrano descri- y 
vere oib te tanto [liii picciole quanto più sono vicini ad k 
un punto che si .suppone iiumobile , in modo che il cielo I! 
sembra volgersi sopra due punti fissi che si chiamano pò- M 
li del mondo, cos'i imagina una linea tirata da un polo ad || 
un altro, detta asse; nn gran circolo perpendicolare ad es- « 
so detto equatore ; altri circoli paralbili a questo , e da fi 
ultimo i meridiani o circoli perpendicolari all'equatore che || 
passano pe'poli. Oilre a ciò siccome l'asse del mondo puf) es- |l 
sere considerato quale prolungazione dell'asse terrestre per g 
la poca entil.i del diametro dell'orbila terrestre rispetto M 
alla distanza (he ci separa dalle costellazioni , così i cir- ^ 
coli seguati nella sfera celeste dividono il nostro globo M 
nello slesso modo e conservano però gli stessi nomi. Per q 
mezzo pii delle lalifudini o circoli para'lelli all'equatore, e « 
dellelonijitudini o circoli paralleli! al prim.i meridiano. Tuo- g 
mo perviene ad indicare esattamente il sito dei varii luoghi H 
della terra dinotalo dal punto d' intersccaz'one de' due cir- g 
coli , la quale intersecazione fissa la distanza di ciascun k 
punto dall'equatore e dal suo primo meridiano. m 

Tutta questa divisione del mondo era interamente ideale M 
allorthè gli astronomi ed i geografi avvisarono di renderla ij 
sensibile la merce di due mici hnetle, le quali appellarono « 
r una sfera armillare , e 1' altra globo terrestre, e nd en- jj 
trambe applicarono i circoli della sfera celeste , che sono ^ 

10 ; 6 grandi il cui piano passa pel centro dividendo i| 
il globo in due parti uguali : e 4 piccoli il cui [ìiano non S 
passando pel centro taglia l'asse e divide il globi in due ti 
parti disuguali. I sei grandi sono 1' equatore, 1' orizzonte , Il 
il meridiano, il zodiaco, i colori l'uno degli equinozii a 
1 altro de' soistizii ; i quattro p ccioii : i tropici Tono del M 
cancro l'altro del capricorno, e i due circnli polari. p 

Il mondo si divide in tliie emisferi the venj^on detti an- H 
'ico e nuovo. L'antico ha più terre dell' altro. Le terre ià 
sono divise in due grandi continenti, l'aulico ed il nuovo, ^^ 
ed in un grandissimo numero d" isole [hìi o meno eslege t! 
Questi due continenti si dividono essi medesimi in grandi jj 
porzioni che si chiamano parti del mondo. L'antico conti- tt 
nenie ne comprende tre , 1' Luropa l'Asia e l'Africa. Il ** 
nuovo conquende l'America. Da una mollitudine d' i-ole. M 
di cui molle considerevolissime , diffuse ne! Grande Ocea- f, 
no, si forma la quinta parte del mondo, chiamala Oceania, u 

11 mondo adunque si divide in cinque parli : I' europa , '-* 



S r Asia , 1' Africa , 1' America e 1' Oceania , di cni fa parte 
! l'Australia o iNuova Olanda, la più grande isola conosciuta. 
j La soperfii ie del globo sì delle acque come delle terre 
■ è di l'iS, 521,000 miglia «piadrale. Quella delle sole ter- 
; re sei ondo le ultime investigazioni è di 37, 08.3,000 miglia 
1 quadrate, laonde le rimanenti I IO, 849,000 m. q. indicano 
} la superficie di tiilt'i mari del globo. Le terre sono adun- 
; que nella propnrzione di 37,773,000 a 1 IO, 849,000 o a 
' un dipresso come I a 3. A questa immensa massa di ac- 
' qua si dà il nome di Oceano , il quale si divide in quattro 
parli prini ipali: 1' Oceano Atlantico che bagna le toste oc- 
cidentali dell'antico continente, e le coste orientali tiel nuo- 
vo: il Grand' Oceano t ompreso tra le coste orienlali dell'an- 
tico e le occidentali del nuovo : 1' Oceano glaciale artico 
o del Nord che bagna le coste seltentrionali dell'F.uropa 
dell' Asia e dell' America ; e l'Oceano glaciale antartico 
o del sud , ove non conosrevasi nessuna terra prima del- 
l' ultimo viaggio del comandante d' Urville che ha dato 
alla sua nuova scoperta il nome di terra Luigi Fibppo. 

La specie umana, the popola le diverse parti del mon- 
do, è distinta da' colori della pelle e da alcuni altri ca- 
ratteri in cinque vaiielà o razze principali: 

La dionea o enucasicu < he popola 1' Liiropa, 1' Asia oc- 
cidentale, il nord dell' Africa ed una parte delie due Ame- 
riche. . ' 
h^ gialla o mongolia AWn%a neir.\sia orientale. 
La malese die abita una parie dell Oceania. 
La nrra (he popola la più gran parie dell'Africa ed una 
parte dell' Oiesnia 
La roìsa che si trova solamente in America. 

Europa 

Or che abbjam dello della divisione tlella terra, venia- 
mo a dire di quella di ciascun suo con'inente, comincian- 
do dall' Luropa (he è quello da noi abitato. 

l'osiziONE ASTRopiOMiCA — Longihidinp tra 12." nr- 
cidentalee 02." orientale. Latitudine boreale tra 34." e"l " 

CrjNFiNi — L Luropa è limitata al nord dall'Oceano gla- 
ciale artico ; all' ovest dall' Oc' ano atlantico ; al sud dallo 
stretto di Gibilterra , il mar iMedilerraneo, 1' Arcipelago, 
i Dardanelli, il mar di Marmara, lo stretto di Costantino- 
poli , il mir Nero e le montagne del Caucaso ; all' est dal 
mar Caspio , il fiume Urale, i monli Lrali , e la riviera 
di Kara. 

CoMTR.\DE — L' lìuropa è divisa in diciassette contra- 
de paesi , di cui tre al nord, otto al mezzo, cinque al 
sud ed una all' est : 

Le tre del nord sono, le hnle Brilannick^, il regno di 
Svezia e Norregin, la Danimarca. 

Le otto del mezzo sono : — la Francia, il Belgio , 1' O- 
landa, la Svizzera, \' impero di Jiislria. il regno di Prus- 
sia, gli stali secondarli d'yllemagna , la Piìlonia. 

Le cinque del sud : — Il Porlogolh , la Spagna, V Ita- 
lia , la Turchia , la Grecia. 

Una sola contrada trovasi all' est ed è la Russia Eu- 
ropea . 

IMapìi e Colti — l'Oceano Atlantico, eh" terminando 
I fìuropa airoc( idente vien dettoaltrevinccìdentale, forma il 
more del iS'ord o di Germania, che fi i due golfi di Didlart 
e di Ziiydersee. Un ìiracrio di esso forma il così detto ma- 
re di Danimarca ed il golfo di Cnslinnia Un altro brac- 
cio di esso fa il more di Cattegat ed i piccioli golfi di Bukke 
e di Ptcrgen. 

L'Oceano Atlantico forma altresì i mari di Scand.'noiia, 
della niamca , d Irlanda , di Caledonia , il golfo di Gua- 
scogna e la baia di Biscnglia. 

l'cuctrandn poi nel continente Europeo vi forma due 
vasti mari uieillerranei l'uno a liaiiiontana l'altro al sud. 

Quello a tramontana o mar [lu'tico fa i goTi di Botnia, 
di Finlandia, di lìigo a di Lhonia e di Danzica. 




£^ ^/^//^a^/' a y^ /7/yy^ 



Quello al snd che dicesi semplicemente il Mediterraneo 
il canale delle Baleari, i golfi di Lione e di Genoi'a, i ma- 
ri di Toscana , di Sicilia e 'I Jonìo che forma i golC di 
Taranto, di Patrasso, di Corinto o di Lepanto; il mare 
Adriatico che fa i golfi di Venezia, di Trieste e di Came- 
ra; ['Arcipelago che forma i golfi di Nauplia o à\Egina, 
4Ìi Salonicchio , di Contessa o d' Orfano, e di 6'j/'os , i ma- 
ri di Marmara e iV'c^o il qual ultimo i mari di Azof e i 
mari di l'erecopio o di Odessa. 

V Oceano glaciale artico, che bagna dell'Europa solo 
l'estremità boreale presenta parecchi golfi di cui il mag- 
giore è detto mar Bianco , che ne forma altri quattro , 
quello di Kandalascaia, di Onega, di Duina n A' Arcangelo 
e di Mezen. Gli altri principali golfi dell' Oceano artico 
sono: il ^f^est-Fiorden, il Vercanger- Fiord, quello di Tze- 
schiaia e quello di Kara. 

Il mar Caspio cosi detto perchè il p:ii gran lago delia 
terra , la maggior parte delle sue coste appartengono al- 
l' Asia. 

Stretti — In Europa v'"ua sedici stretti principali di 
cui nove al noid e sette al sud : 1 nove al nord sono : 
quello di TVaigatz al nord della Russia; lo Skager-rack , 
il Kattegat, il Sund, il Gran Beli ed il Picciolo Beli tra il 
mar Baltico ed il mare del ISord ; i\ passo di Calais tra 
l'Inghilterra e la Francia ; il canale del Nord e. quello di 
S Giorgio tra il mar d' Manda, e l'Atlantico. 

1 sette al sud sono ; lo stato di Gibilterra tra la Spagna 
e ì Africa ; lo stretto di Bonifacio Ira la Corsica e la Sar- 
degna, il faro di ìilcssina tra il mar Jonio ed il Tirreno; 
\\ canale di Otranto Ha il Joni.i e l'Adriatico; \o stretto 
de Dardanelli o di Gol'ipoli Ira 1' Arcipelago e il mar di 
Marmara ; quello di Ccstanlinopoli tra il mar di Blarmara 



ed il Nero ; quello di Jenikale o di Gaffa Ira il mar Nero 
e quel d'Azof. 

Isole — V ha in Europa sessantasei isole o gruppi dì 
isole notevoli cioè: 

Sette nell'Oceano glaciale artico: lo Spitzberg, l'isola 
di Cherrr, la iVuo^a Zembla, l' isola di Jf^aigaiz , di Kal- 
eouef , quelle di Loffodon, e quella di Giovanni-Mayen. 
, Quindici neir Oceano Atlantico di cui tre grandi : la 
Gran Bretagna , V Irlanda e l' Islanda; e dodici pictiole : 
le isole Faroer . le Shetland , le Orcadi, le Ebridi, le Sor- 
lingues. di Occessant, di Groix , Bell' isola, di Noitmon- 
tie", Y isola-Dio, di fìe e dOleron. ,. , ^ , 

Undici nel Mediterraneo di cui tre grandi : la Corsica, 
la Sardegna e la Sicilia ; ed otto piccole : quella di Fer- 
menterà à' L'ica, Maiotca . Minorca , q.ielle d' Hyeres . 
quella ieW' Elba, quelle di Lipari e il gruppo di JUalta 

Undici nel mar Baltico : di Aland, di Doga, d' Oesel . 
di Gothland, àOland, di Bugen. di Bornholm, di Laaland, 
di Falster, di Seeland, e di Fionia 

Quattro nel mar del Nord: quelle di SrU, d Belga- 
land , di Texel e della Zelanda ■ j. ^ , 

Due nel mare d' Irlanda : quelle di Man e di Anglesef. 

Quattro nella Manica : di ^f^ight, iiAurigny, di Guerne- 
sev e di lersey. 

'SfWe nel mar Jonio : di Corfii . di Paxo, di S. Mauro, 
di Theaki o Itaca, di Cefatonia, di Zunte e di Cerigo. 

Un gruppo nel mar Adriatico cioè le isole Illiriche. 

Qaattro nell' Arcipelago : l'isola di Candia , di Negro- 
ponte . di Lenno o di Statimene , e le Cicladi. 

Penisole — In Europa ve n' ha sei delle principi! di 
cui tre grandi : La S^'ezia con la Lapponia russa, la Spa- 
gna col Portogallo, l' Italia., e tre piccole : il Giutland 



L OMNIBUS 

in Danimarca, la .tiorba in Grecia, e la Lrimeii in Russia Q niiMo, le pianure della Germania sellenirionale , e quella 

JsTMI — Si contano (ine istmi priiu ipali : (|iiello di j- (l;'lla Polonia occidentale. Si iliviile nelle .st'^iit-nti catene: 

Corinto che congiugne la Jlorea alla Livadia in Grecia, e |' Catena EninioCarpazia ilie contiene i ^ua/w-v propria- 

quello di /VrcA-op che conpinnge la Crimea alla Russia. |o niente delti ; i monti Sade ti , e gli Ercinii ; catene Se- 

Capi — I principali capi dell'Europa son sedici : il ca- p comiarìe di Zdarsky Iltry, di Boeliemer.tvisld , di Franken- 
po Nord al nord della Svezia ; il capo Nai^e o Lindesness h ivald , di Tliurin^einvald . di H'irz , di Rhnen gebirt^e , di 
al mezzogiorno della ^'orvegia; il capo Skai^en al nord del S Vogel^berg , di S;/ess>jnIt . di Taiinus, di If^esie/aatd. 
Giutland ; il capo DIizen al sud ovest dell' Irlanda ; il ra- tx " sistema Sturo non è formalo di catene [iro[ulamente 
pò Land' s- End al sud ovest dell'Inghilterra ; il capo del- || dette penion liè non è altro i he una elevata pianura coro- 
la Ilogue al nord ovest della Francia ; il capo Finislerre ii na'a di colline piii o meno alle, ma di cci nessuna aggiun- 
al nord ove^t della Spagna : il capo S. Vincenzo al sud- P< gè 1' altezza di ISO tese sopra il livello del mar Baltico. Si 
ovest del Portogallo ; il capo Trafalgar a\ sud-ovest della U stende per tutto il vasti» auororo de la Russia 
Spagna , il capo S. "Martino all' oriente della Spagna rim- ^ H sistema Scandinavo ahlirac. ia tulle le montagne della 
petto air isola d' Ivica ; il capo Corso al noul della Corsi- || Norvegia , della Svezia, della l.apponia, della Finlandia, 
<a ; il capo Tth'ulnr,, al sud della Sardegna : il capo Pax- U del governo Olonetz e d' Aicangeio. La catena principale 
sarò al sud della Sicilia ; il capo Spartivento al sud dell'I- si contiene i monti TltuHani , Dofrini e Kocien ; un'altra se- 
talìa ; il capo 7l/u/fl^fl/2 al sud del Peloponneso. jj condaria da' gruppi delle isole Lofnden e Tromsen. 

Montagne — Le montagne di Europa possono divider- i^ 'I sistema Sardo-Corso comprende tulle le montagne 

si ne' tredici .sistemi seguenti di cui nove sono continentali h delle isole di Corsica e di Sardegna separale dallo stretto 

e quattro insalari Sette de' pvimi sono interamente com- U ^^ Ronifacio. 

presi ne' suoi limiti cioè : V Esperico, il Gaììo Francico , jf \\ sistema Hrifannico o Caledonio ahhtstÙA Uì\\t\e mon- 
V Aìpico, lo Slaro- Ellenico, U Slaro, V Ercinio Carpazlo e U lagne dell'arcipelago Rrilannico. Non offre catene conti- 
lo Scandinaro; i due altri V Uralico e il Coiicaftico appar- y "nate ma anelli a>sai hrevi e gruppi di picciola estensione 
tengono in comune all'Europa ed all'Asia di cui segnano i É e sono i seguenti: Anelhì settentrionale o di Ross , anelli 
conhni, peiò se ne farà menzione quando si parlerà deir.\- Tj de' Grampiani, monti Clieriuts , catena centrale, anelli d'Ir- 
sia. I quattro insulari sono il S(jr,/o Corso nel ÌMedilerranen; || landa, anelli delle Ebridi , anelli delle Grcadi, anelli delle 
il B'itannieo, e VJzoriono nell Oceano Atlantico ; e il Bo- Ù 'sole Shetland, anelli delle isole Ferree, 
reale neh' Oceano artico glaciale. J| Il sistema azorico o occidentale. Questo picciolo siste- 

II sistema esperico ( che ahhracria tutte lo montagne e *! ma insulare comprende tutte le montagne dell' arcipelago 

gli acrocori dell' antica Imperia corrispondente a' presenti || delle Aznre 

regni di Spagna e di Portogallo ed a cui appartengono Li H sistema boreale secondo Balbi comprende tutte le 

tutte le montagne della Franeia situate al sud della Garon- n montagne dello Spilzherg. 

ne e del canale del mezzogiorno ) si divìde nelle seenenti " Vulcani — li Vesuvio, pre.sso Napoli è il solo vulcano 
calane : Catena Peni Brtica o Sierra Neradn ; Mariani- H che appartenga propriamente al continente ; ma ve ii' ha 
ca , Oreto-Erminia o Sierra di Toledo, Cnrpetn-Veltimira. U |>oi molti nelle isole di questa parte del mondo 1 princi- 
Celtibera , Pirenei Golliberici, Pirenei Cantabrici, Pirenei jj P^'' sono 1' Etna n Mongibello in Sicilia , i tre delle isole 
Aiturici , Pirenei Cfl//(;/V; che comprendono un anello se- '-''■ Vulcano ì'ulcanelln e Stiombali nel piccolo arcipelago di 
condario della Sierra Pegnamarella , e ['Anello delle Isa- ii Lipari; il gran vulcano di Pico e ijiielio di 5 Giorgio nà- 
ie Baleari. ii le isole di questo nome , quello di Sarjtclieff neWà Nuova 

Il sistema Gallo Francico com^Tenio ìnHe le monia^xìP. y Zemlila. V'ha pure alcuni vulcani sottomaiini fra quali 

di Francia dal nord della Garonna e del ranale del mez- fi (piello presso all'isola di Sanlorìno nell' arrifielago, e ijiiel- 

zogiorno, all'occidente del Rodano, della Saona, del Donlis Ji 1" presso alle isole 5. iVicli.-le. Terzeira e 5. Giorgio nell'ar- 

e del Reno, e si divide nelle seenenti catene; le Cerenne, U cipelago delle Azore. Nel IS.3.3 un vulcano sottomarino dette 

catena de' Vosgi , montagne della Margerida , montagne a segno di esistenza vieino Sieilia, produsse poscia dopo un' 

dell' Alrernia , montagne del Forez , catena Armorica" 'A eruzione un'isoletta chiamato Feidinandina the di li a poco 

Il sistema Alpico comprende le montagne .situate a'I'o- n disparve, 

riente del Rodano e del Doiilu, alla destra del Danuliio , || — «»«— 

ed all'occidente dell l una, e si div rie ro-'i: Cotca prin- a 

cipale formata dalle ^i^' maiittme , Co zie , Graie, Pen- ^^ LA CAMERA DE DEPJTATI 

nina, Leponzie , Retirtie e Noriche ; Galeno Seltentrinnale Q. 

o Alpi Bernesi ; Catena del Giura : Catena di Voralberg-, || a Parigi. 

A'pi Gamiche ; Alpi Giulie-, Catena dell' Appennino rhe li 

comprende il Settentrionale , il Centrale, il Meridionale, U H palalo in cui s'adunano oggidì i deputati della Fran- 

V Insulare. ' O eia. fu orciqiato dal consiglio de' cinquecento sotto la le- 

II sistema Slaro Ellenico o delle Alpi orientali si divide Q puhlica, e dal corpo legislativo sotto 1' impero. La prima 

in catena Settentrionale che prende il suo principio dai jy| di queste due assemii'ee pnlitii he , aveva in origine tenii- 

terreni elevati della Croazia militare e rieeve i nomi dì Al y 'o le sue adunanze in quella sala del maneggio, tanto inco- 

pi D,nariclr^ traver.«ando (piesla e la l):ilinazia ; di Nissa- U moda e tanto meschina, (he aveva veduto siiccessivanien- 

va-Gora e Gliibutìn tra la Bosnia a tramontana e 1' Herze- \\ to 1' assemblea costi! uente, l'assemlilea legislativa e la con- 

Sovine , il IMoutenegro e l'Alta .Mhania al sml ; di Tzar- ^ venzione. I difetti di quel locale determinarono il direttorio 

dag e Argentare Ira la Servia al nord e la Macedonia al v| a dare al consiglio de" i inquecento il palazzo Borbone , 

sud; d'i Duubnitza e Balken Ira la Bu'garia e la Rome- ti confiscato dalla repubMica sulla famiglia de' Condé. 

lia ove va 2 terminare nel mar Nero. In catena meridie- || Napoleone mandò a r siedere all'antico Palazzo Bor- 

nale, che poirebbe pur dirsi ellenica, poiché abbraccia nei Ci bine i deputati del corpo legislativo, che avevano per inis- 

siioi vari rami tulle le montagne della penisola greca prò- f-f sione di sanzionare le volontà del padrone della trancia 

priamente detta. In catena insulare che abbraccia lemon- ?1 senza poter mai prendere la parola. L' iniperalore li avea 

tagne di Cai'idia, quelle dell'isole dell' Arcipelago e delle ^ coperti d' un costume s[ilfndido carico di ricami inoro; 

Jpnie. u laonde volle die la decorazione del loro palazzo corrispon- 

II iisleina Ercinio Carpazio abbraccia tnlte le monta- « desse allo sfdendore delle loro fogge e per ordine suo 

gne e le altezze comprese tra il Reno, il Unlcper , il Uà- h. l' architetto Poycl innalzò nel 1801 dalla parte della Sen- 



i;! 




^cMa/^' <^r. /'^^^ 



na, la facciala monuraenta'e ch'esiste ossidi e che è rap- ^ len7Ìo , gli diedero l'idea di dedicare i suoi momenti d'o- 
presenlata dalla incisione congiunta a quest'articolo >^ zio a rendere ad esse la paiola e '1 benessere. Prima di Ini, 

Dopo la ristorazione la Camera de' Deputati ha succedii- |5 Giovanni Wailis avea fatto alcuni sa;;;;] per trasmettere 
(o al corpo legislativo, ed in questi ultimi anni grandi la- |f ai muti le idee degli altri. Un religioso spagnuolo , chia- 
vori sono stati eieguiti in questo palagio. Delle costriizio- i| malo Ponce, seguì le norme di^A'allis. I! medico Amman 
ni sono slate innalzate sulia sinistra per ricevere la hi- 53 venne dopo di esso, e puhiilicò i mezzi die adoperava, in 
blioteca della camera , le quali soii lungi d'aver aumen- |^ una dotta disertazione su la parola, ed in uno scritto inti- 
tato l'elfctto della facciata, ma per altro eran necessarie. Jj tolato : Siirdus luquens. Pereyre occupossi quindi a Parigi 
Una scala di quasi cento piedi di larghezza conduce a ì* dello stesso oggetto ; ma f ahate de 1' Epce lece ohbliare 
questa facciata. Le due statue colossali (he s'innalzano u, quanto prima i suoi predecessori. Sotto di lui numerosi al- 
r.tte sui piedestalli innanzi al palago ed a" lati della sca- " lievi acquistarono le piij utili cognizioni , e si comunicaro- 
la , rappresentano la Giustizia e la Prudenza. 1 quattro |j no il loro sapere. Ne furono veduti di quei che possedevano 
personaggi seduti su sedie emuli un poco innanzi alla sca- i^ fino a sei lingue diverse ; altri ch'erano divenuti profondi 
la sono r Hospital , Dagnesseau , Sully e Colbert. Queste « matematici ; altii che avevano ottenuto premii accademici 
sei statue sono in pietra rivestita di una composizione che « con opere in poesia ed in letteratura. Senz' altri soccorsi 
imita il marmo. S!;! die una fortuna di circa 7000 lire di rendila, il loro iiti- 

II frontispizio che corona il cornicione sopportato da do- ^ tutore sostenne solo tutte le spese del loro staliilimento. 
dici colonne corintie di grande dimensione, é ornato d" un li Egli si privava di tutto, affinchè i suoi alunni rion mancas- 
bassorilievo eseguilo da Fragonard , che rappresenta la |^ sero di nulla Quando l'imperatore Giuseppe II andò a Pa- 
Legge colla Forza e la Giustizia. Alla sinistra di questa fi- «» rigi, ammirò f istituzione dell'abate de TEpee, egualraen- 
gura principale la Pace riconduce il Commercio ; alla sua % te che la semplicità del suo fondatore. Fi gli domandò il 
dritta r Abbondanza procede seguila dallo Scienze e dalle & permesso di collocare presso di lui , come d scepolo .un 
Arti. Negli angoli vi sono le imagini allegoriche della Sen- y uomo intelligente , che potesse trasportare in Germania i 
na della Marna e del Rodano. Questa facciata co'suoiacces- P, benefizii della sua scoperta. Nel 1780 , i' ambasciatore di 
sorii ha costalo 1,800,000 franchi. M Russia andò a complimentarlo da parte dell' imperatrice. 

Il e gli cifFi'i un dono considerevole : " Dite a Caterina , gli 

U rispose l'abate de 1' Epce , ihe io non ricevo mai danaro, 

""^^"'^ Il n,a the se le mie fatiche hanno qualche diritto alla sua 

„ jv 3 y stima , tutto ciò the le chieggo , si è d'inviarmi dai suoi 

^;' AJAtiH W^ 2»^ 221^3 S vaslidominii un sordomuto di nascila per educarlo col mio 

a metodo. L'abate de 1' E(óe è. morto a Parigi , nel mese 
Carlo Michele , abate del'Epée, fu del picciol numero %^ di febbraio 1790, dopo aver trasmesso il-6uo metodo al- 
di uomini (he nascono per la feli, ila de' loro simili. Surl'i n l'abate Sicard, che divenne suo successore. Si delùdono all'a- 
i natali in Versaglia, il 23 novembre 17 Ti. Suo padre, ar- ^ bate de l'E| ée le seguen:i opere: Fa/azione d fila malo/ tiii 
chitetto dei re , gli diede una diligente educazione, e non a g disila giiariffionfi di Maria Anna ristaile, \~.>1 , in-lì; — 
pose ostacolo al suo gusto per lo slato ecclesiastico. No- U istituzioni de'sordit;mnti,permezzode'sdgni melodici, Ind, 
minato canonico di 'J'ioyes dal vescovo di quella città , « ristampata nel 1784, sotto il titolo della fera maniera di- 
strinse indi a poco inlima amicizia col celebre Soanen, col § <;truìre i sordi e muli, confermala da una lunga esperienza. 
(juale divise le opinioni religiose e la sorte L'abate de li L' abate de 1' Efnie occupossi pr molto^tempo di un />/- 
r Ep(i''fiì interdetto. Due giovinette sordo-mute, vivevano |j zienario de' segni adoperali nella lingua de' sordi muti , 
in Parigi in casa della loro madre. L'interessante loro fi- f5 rhe non potè compiere, e che è stalo terminato dall'abate 
gnra, il grado d' intelligenza che mostravano e la mestizia jj Sicard. 
della loro genitrice nei vederle condannale ad un eterno si- i^ 



l' omnibus 



LATOUR D'AUVERGNE 



Teofilo Correi di Latour d' Auvergne nacque il 1743 in 
un borgo della Bretagna; discendeva d' una famiglia so- 
vrana; era dotato di alta inteiiigenza.Chiamalo pel suo co- 
raggio e pel suo ingegno a comandare eserciti, e divenuto 
oggetto di omaggio, di dignità, di onori, rifiutò gradi, di- 
gnità, e ricchezze; volle per tutta la sua vita esser povero 
ed altiero , sapiente e modesto : la sua storia è una ecce- 
zione dei tempi, un simulacro di non comune virlii, è una 
rimembranza degli antichi eroi ; ed in fatti egli ebbe la 
grandezza di vivere eroe , e di morir semplice soldato : 
Latour d' Auvergne fu una delle splendidissime glorie che 
sursero in mezzo alla repubblica francese — Sarebbe lun- 
go il dire come le sue gesle lo renderono l'ammirazione 
degli eserciti; e quante volle li condusse alla vittoria col 
solo ascendente che viene daii'allo intelletto e dalla bravu- 
ra. Vi vorrebbe assai per ritrarre quella dolorosa epoca 
della sua vita, che prigioniero degi inglesi lutto con som- 
ma dignità cogl' insulti ed oltraggi di un feroce popolazzo; 
assai, per lichiamaie le sue dotte veglie e fatiche, il suo 
ardente amor della patria, i suoi fatti di umanità, di di- 
vozione , di gloria. Si era qiiest' uomo singolare ritirato a 
vivere in una sublime ve( i In. zza in cui era venuto di buo- 
n' ora ; ma oppresso dalle infermità, coperto di ferite, che 
eran testimonio del sangue sparso per la sua patria, fu nuo- 
vamente incitato da allo sentimento di amicizia, a rimet- 
tersi sotto le sanguinanti bandiere. Egli vi andò in vece 
del figliunlo di un suo amico, che non aveva altri che que- 
sto p«r durare la vita; nobile e magnifico esempio dell'ar- 
dore (he i generosi sentimenti avevano nel suo cuore! Hi- 
portiamo come uno dei pi eziosissimi documenti storici di 
quest' uomo ammirando, la seguente lettera di Carnet 
quando sosteneva il ministero delia guerra, scritta il di 5 
Floreale anno V. _ • 

— «• \'olgendo i miei attenti sguardi sugli uomini di cui 
l'esercitosi f) onore, siriveva il ministro, io vi ho veduto, 
(itladiiio , e ho dello al primo console : Latour d' Auver- 
gne Ccrr..|, nato nella famiglia di Turenna. ne ha eredi- 
talo il valore e le virtii E uno de' piii anliihi ufiziali del- 
l'esercito; colui che con a piii geste e iielle azioni su^^li 
altri, perdei che Uitl'i valurosi lo hanno chiamalo il piii va- 
loroso Ai l'irenei orientali il generale ragnnò tulle le 
compagnie di granatieri, e pel rimanente della campagna 
non diede loro aìcun capo. 11 più antico capitano doveva 
comandare, ed era Latour d' Auvergne. Egli obbedisce , e 
subito quel corpo di bravi fu chiamato dal nemico la co- 
limna iiifeinab- L'n suo amico non aveva che un solo fi- 
f^lio, le CUI braccia eran necessarie al suo vivere; l'esercito 
il» (liiama; Latour d' Auvergne, franto per ferite, non può 
darsi a niiiii lavoro, ma può per allm combattere: \a al- 
l' Cseicito del Reno, sobtiluisce il figliuolo dell'amico , e 
durante due stagioni campali, col sacco alle spalle, e sem- 
pre a prima fila , egli è in tutte le fazioni e incuora i gra- 
natieri co' suoi discorsi e col suo esempio. Povero ma al- 
tiero ha rifiutalo il dono di una terra che gli oll'riva il capo 
della sua iamiglia. I suoi costumi son semplici, la vita so- 
bria, egli vive della modira provvigione di capitano Pieno 
di dottrina, parlando tutte le lingue, la sua erudizione c- 
t;uagllail suo valor militare, e si deca lui I' im[iortante 
opera intitolata lus origim-s gauloises. l'ante virtìi e tanta 
doltf'ina appartengono alla stona , ma appartiene pure al 
primo console di anticiparla. Il primo console ha udito sif- 
ialto racconto in quella stessa commozione che aveva io me- 
desimo, e vi !ia subito nominato (iriino granatiere della rc- 
publiia , e vi decreta questa scialila di onore — Salute e 
ira'ernilà — Carnai — » Questa lettera non ha uopo di ! 



i esser commentata, dipignendo queir epoca s'i piena di en- 
I tusiasrao, di semplicità, e di genio — La distinzione avuta 
i fu ricusata da Latour d' Auvergne, come quella che non 

• aveva domandala, ma in cambio richiese per tutta ricom- 
! pensa, di poter raggiugnere i suoi antichi fratelli di armi 
j per combattere insieme con loro, non in qualità dei primo, 
l ma del più antico granatiere della repubblica! Gli fu con- 

• ceduto, e quella campagna fu per lui l'ultima: ebbe in sor- 
I te di poter coronare la piìi nobile vita con la piii bella mor- 
I te : cadde ferito al cuore sul campo dì battaglia di Neu- 
j bourg e immantinente moiì. 

: Fu giorno di lutto generale e solenne per tutto l'eser- 
cito, e si decretò al primo granatiere una ricompensa de- 

I gna di lui. Tutti soldati consacrarono le loro provvigioni 

; di un giorno per pagar f urna in cui fu rinchiuso il cuore 
del virtuoso soldato; e quel monumento fu destinato al 

' Panthéon che la riconoscenza della patria innalzava allora 
per gli uomini illustri; e quando quel tempio fu chiuso dal- 
ia ristorazione, si presentò una nipote di Latour d' Auver- 
gne, Madama de Kersausie, per reclamare I urna prezio- 
sa, non pe' 60,00tJ franchi che valeva, ma per gli avanzi 
che conteneva. 

Lalour d' Auvergne non fu mai rivestito di alle fun- 
zioni nell' esercito , né nell'amministrazione civile ; e me- 
no ha avuto ambizione d'onori durante la sua vita più 
aveva drillo ad ottenerne dopo la sua morte. Generale o 
ministro egli sarebbe stato grande, semplice cittadino egli 
è stato sublime. L' istoria moderna non ha consacrato ca- 
ratteri piii belli del suo ; e forse bisognerebbe risalire al- 
le repuliliehe antiche per trovare un modello cos'i com- 
piuto di candore , di disinteresse e di affezione alla patria. 
Fin dal 1832 una iscrizione era stata collocata sulla 
facciata della casa di Charaix in cui Latour d' Auvergne 
era nato il 23 dicembre 1743. Nel 1838 il consiglio mu- 
nicipale derise che una statua gli sarebbe innalzata, ed il 27 
giugno IS'il , quarantunesimo anniversario della morte 
dell'eroe, questa statua venne inagurata. Diverse città 
della Bretagna, Morlaix. Brest, Saint-Barieuc, Treguier, 
Chateaulin , Qiiimper, avevano inviato delle deputazioni. 
Seicento granatieri dell'esercito erano presenti. Dire che 
la statua è stala scoperta al frastuono delle salve d'arti- 
glieria , delle bande marziali e degli applausi e che poscia 
de' discorsi sono stali pronunciati , è ricordare ciò che ac- 
cade ordinariamente in tutte le feste analoghe. Ma un 
avvenimento particolare merita d' esser riportato. Si era 
saputo che esisteva ancora nel fondo delle montagne d' A- 
vrée , un vecchio granatiere , quasi ottuagenario , antico 
fratello d' armi di Latour d' Auvergne. Esli era stato feri- 
so e mutilato accanto a lui all'azione di Berghausen; l'a- 
veva ricevuto moribondo nelle sue braccia a quella d'O- 
ber-hausen. Annunziata a questo bravo veterano la ceri- 
monia di Carhaix, uscì dal suo ritiro ad onta della sua età, 
ed andò a collocarsi a piedi del monumento. La sua vec- 
chiezza , le sue ferite , il suo intenerimento attraevano 
tutti gli sguardi, allorquando un prefetto ed un generale 
essendosi avvicinati a lui si vide attaccare un nastro rosso 
sul suo petto. Di leggieri [lolrà imaginarsi la maraviglia 
del vecchio soldato e la sua profonda emozione che fu im- 
mantinenti partecipata da liitla l'assemblea. Poche croci 
d'onore hanno , da lungo tempo, procurata tanta felicità 
a quelli che 1' hanno ricevute e provocato nel pubblico 
applausi tanto unanimi. 

La piazza in mezzo alla quale s' innalza la statua domi- 
na un magnifico anfiteatro formati' dalle montagne della 
Carnovaglia D.i una grandissima distanza si può scorge- 
re il bronzo e la sua base risaltante sul fondo degli alberi 
che la circondano. 

La statua è collocata sur un piedestallo di granito bian- 
co di Iliielgoat ( vicino Caihaix) diviso in due parti so- 
vrapposte. 



s^- 



j,u. i /i.. i L-L.j ■i.ai i .j', i 'j.iui'),' i m,« 



PITTORESCO 




Il piedestallo porta l'iscrizione seguente sulla faccia. 



TEOFILO MALO 

DI LA TOUll d" AUVEUGNE CORKET , 

Pr.IMO GRAHATIERF. DI FRANCIA , 

^ATO A CARHAIX IL 2.'5 DICEMBRE 17 l3, 

M'T.TO AL CAMPO D ONORE 

IL 27 GIUGNO 1800 

Alle spalle del p'cdeslallo , riiipsta iscrizione è riprodot- 
ta in lingua hrftnna. 

Questa parie mferinre è sormontai ed nrnnta di l)assi- 
rilievi in lirunzo di j\lari(helii -, l' imo rajipresentante La- 
tour d' Anvergne entrando il primo a Chamhery , colla 
spada in mano nel 1792; l'altro la morte gloriosa del 
primo granatiere di Framna sulle allure di Nenbourg ( Ba- 
viera ) nel 1800. 

Sol la parie anteriore sono le armi di Latoiir d' Au- 
vergnp : sul di dietro lo stemma di Carhaix. 

Colla sua mano sinistra , 1 eroe preme sul suo cuore la 



sciabola d'onore ricevuta dal primo console Bonaparte . 
colla sua mano dritta fa ;in gesto sulle sue insegne di gra- 
natiere che non vuol alihaudonare. 

Ci limiteremo infine a raccontare alcune delle sue a- 
zioni e delle sue paiole. 

Un giorno Latour d"Auvergne r.veva avuto l'ordine 
d' andare a rapo d' nn picciolo drappello alla scoperta del 
nemico. Dopo akuue ore di cammino si trova a fronte di 
un esercito numeroso scn/.a che né lui , né i suoi fratelli 
d'arme ne sieno sconcertati. Il- loro fermo contegno ed il 
loro fuoro ben diretto impongnnci per qiiakhe tempo ad 
8 10000 Spagnufili, ma le munizioni sono su! purlo 
di mancar loro. Il loro capo che lo sa , ordina a' suoi sol- 
dati di tignerò i fucili hen carichi e fa immautinenti cari- 
care a mitraglia i suoi piccioli pe/.zi di campagna . ma 
dappertutto proibisce di tirare. Allora s' annunziava gi.i 
quella crudele epidemia , o meglio quello spirilo di xnspet- 
tn che un genio infernale sclliò sulle diverse parti della 
Francia ed a cui s'immolarono tanti patrioti viituosi. La- 
lour d Auvergne mancò in quel pini o esserne la vitti- 
ma- All' ordine di non tirare inlese alcune voci risponde- 



^. 



IG 



l" OMr<IBt'S PITTORESCO 



EirW ci vuol tradire 



— Soldati gridò 1" intrepido U » rò altro dovere fuor <]nello di combattere e di vincer l'i- 

. apuano "alla sua schiera . voi conoscete eh' io son vo.lro ^ ■• nimico ; di lui che vcnsn sVrI. è -mnipossente come t.i 

co C'-no vo amu-o^^^ questi discorsi d. paz- | .. l'annun.n . a mettere m fuga gh Spafinuol. che s. s an- 

zrèd e^efil.ite i mie. ordini ; noi useremo di questo duro H .. no avanzando , ad alhonlare . qual. vado a lar battere 

*"inS "al s'icnTiò' de' Francesi . gli Spagnuoli si per- H ^^^1'. d.ceva spesso a' suoi soldati in T'^i f;"; d'sa- 
sua.louu che voKl.ono arrendersi e s, avv.cmauo tenur.a- ^ slros. .n cu, le fazion, laceravan.. la 'ranua n ogn. ver- 
■lente. Appena Latour d' Auve.gne li vede ben a por- f, so : .< ^on e. occup.amo d.pol.lua tulio quello che doi- 
ta.a fa s. an'are sopra essi la sua moschetteria e . suo, ^ .. hiamo .onoscere e la posizione del uem co , per andar- 
cannoni a mitraglia. Gli Spagnuoli crivellali , lovesi ial. , | .. velo a cercare e vincere e respingere I occupazione stra- 
stiaveulali sono nel più gran disordine. Il ccmandantefrau- V? .. niera ». . , ,. , ,, , ,. -, ,. 

irolllta di qiies niomento, fa Jd.lare la sua piccola p La g-n- rns.lh di Latour d' Auvergne • aveva ndolto 
schieU . e si rlli.a co. con alcun, prigionier. senza aver | a, .., m. esto ...au.n. d. r.oru.a d, M)U f.n, h, eh. 

^^;'!";:inÌ~giunta a moUe altre egualmente ar- f ;,eral"si -e, e senile ed egli non e.,ó a rivolgevi d, ri- 
dite e felici, determinarono il governo a nominare Latour li tameute ad uno de m.mbn del '''''■•;' ''^I"'^;" \";'j^;. 
d- Auvergne colonnello del reggimento poco prima Sc.am- ^ pa/ione di alcun, semi,. J,i, questa Po'«""« J^^ "^"f,^- 
" '^ " b eo li i| ^.^^^^^ ji ^ „,s,pj, (i,.ii, m, Pira u,ise una somma d, I JOU 

''Ip'pena ne ebbe ricevuto la lettera d' avviso radunò i P franchi alla disposizione di [^«"•"■■'l'^"/"«"Vl!;'ntl'rrto 
s«o,'granar,eri e disse loro: « Compagni . io debbo chie- | ne prese che 120, ^''•''^'^^.'\ "^^^'f';:^''^^'^^'^^^, 
dervi un consiglio » Intanto i granatici si sogguardava- ^ alla canea se aveva novelli bisogne Ma non t.uno a era- 
no so 'ridendo. .. Si , riprende il lo.o capitano . io vi ho U re il resto della som.na e restituì 1 ani,. .,, azione poco tem- 
.. dato alcune volte de buoni consigli, oggdi esìgo d voslro „ pò dopo. ._ .>„^;r,rp l'inlre- 

„ sopra un affare che mi riguarda. M, è slato mandato un ^ Non si sa se ,n quest eroe era piu da ammirare 1 intre- 
v^d.^co^^^^^^^^^ i pidez^a ol'umaui.à. Lgl. nguardava la guerra come un 

,. 1,0 accettare? Che ne pensate figliuoli miei: « 1 gra- fi lUgello cr.idele chenon Insognava aggravale se, za una ne- 
^a ie^i si enziosi e tiisti tacciono; finaluienle 1 un d'ess, «^^i'à i^ipenosa. Quantunque avesse seu.pre la spada n 
rnnd Udo a parola dice : « Capitano nostro, non solo « mano egli non sene .se. viva ma. , essi ndo ayaio del san- 
,u " grado^, "3 si "" altro superiore vi è dovuto da j| gue stesso de" suoi nem-ci e amantissimo de le spedi on. 
Ilnn-ntLpo ea que^lo.iguaroo tutto 1' ese, cito pen- ti pronte e dens.ve, perche con esse si giunge allo scopo desi- 
osa rome noi mano perdlam.. nostro padre!— Noi non fi derato col minor sarrifiziod uomin, 
poss .V, a gi:nse.o Jli al.ri granatic^.i dissuadervi dal- « Alla battaglia di Zurigo nel 1 /OO I-'°-_ ^ Auvergn 

.. fa eeltare^uesto avanzamento; ma noi Ed ablion- | si distinse pel suo coraggio e per la ^•'=' -" a"' «• Cg • . 

danti lagrime\gorgavano loro dagli oc, hi - -. Amici | -';« '' P""'° '" ^-^'^^" => "f'" •^^''^ ^ \ "'K, ska "^ 

,. miei linrese Latcr d' Auvergne inlenerito an.h" e- m pedi col suo sangue fredd o e la sua fennezza la stra e 

gT J bene che ciò vi affligge. Voi siete contenti di ^ de Russi che resistev.nno -'' '"'-."-^t^ /^ '^ ^^^^ ''r; 

, L - Ah ! se lo siamo !. .. Ma lo siete voi altreltanio | grande energia . quantunque snpnli >U, da f"'^« ^^ Pr^" 

-l ^e' vostri granatieri r - Amie, miei . contento , conten- » ri Egli medesimo fece pr,g,on„.ro un S-vane tamb o 

. lissl.no Voi siete tulli brava gente ed io vi amo tutu O pii. accanito degli altri . dandogli uno scappellotto inv ce 

ome figliuoli Vado dunque a -fmanda.e indie.ro il mio " d' un colpo di spada , con questa -"-"";-"« -''"■ 

„ brevetto. -Ma capitano^- Non ascollo j,ii. nulla. Io | mente paterna: - Arrenditi dunque, piccolo o tina > » 

. Seva il voslro consiglio, ormai lo conosco e mi basta g Latour d" Auvergne '•""^° ='-;""7''"'?„J": " 2' J 

Voi verrete tutti a pranzo da me, compagni, e nessuno M fa la .sua vita d'assumere il titolo d. ,>n,no s^ranatiere 

: vi manc;,lrà .! E rrdetto abhandnn^a'i suoi grana- | d.lla republica e di godere del trattamento unito a quel 

tieii maravigliati ed inteneriti . e va ad ordinare un pasto S t.tolo. 

militare e frugale. All' ora indicata i granatieri giungo- ^ "' 

no e Latour d' Auvergne si colloca in mezzo ad essi e U MASSIME 

si pranza gaiamente. Alla fine del pasto Latour d'Au- u „ii, j; ^nvpre 

. ^'er^ne si alza e rivolgendosi a tutta la sua compagnia di- | . - Gli nomm, sagaci simulano q-,'' ' "^ ''' ^''"' 
ce • .. Compas^ni miei! rinncvelliamo qui un vicendevole ^ impiegare degh art.ficii onde velai e I abili a ">ro. 
mpegno ; io' .li con abbandonarvi mai, 'voi d ..sserml sem | -Un modo assa, ebcalo d, aH^.Si;-;- -nor propr o 
r.re fedeli - E nv.tAo trattato fu consacreto dalle lagrime ^ d. coloro che no, abbiamo crdu.at, d, benenzu consiste 
preiLue.i . i> j ^ nell' esporre la rconoscenza loro a luvi cinienli. 

Sur d' Auvergne ritornò dunque indietro il s„o In^e- i _ I favoriti sono come gli orologi -'-i M consid-ano 
vetto di colonnello ma tenne un bel cavallo di Spagna che ^ allorqoando sono ,ll„m,nat, dal so: de o ^'«'^ • ^^ p u 
il miniSiro eli aveva inviato nello stesso tempo ed er.one j* guardano . allo,-,he quello r,trae da essi .suoi raggi, 
ne e nTfrevlo-ndo. soldati della' sua cou,pa- 1 _ Quanti non sarebbero ^^\^^^1^^:J:^ZÌ. 
gnia andavano a qualche spedizione, il cavallo andava ap- || ben, brio d, "^S-- prodigioso^ Quanl, ero non a, 
presso, ma era condoUo per la briglia, e .se un granatie.e | bono giammai giunti a tanto^, sefosseio st.t. .signor, tìcua 
sembrava stanco del cammino il capitano gli diceva :— >• f mente loro. .. . „ „r» .^c^nli da o"ni ore- 

^V , , „ ,i„ „,; h;. itnnaifin il (on- « ( oro . qua 1 pensano di essere esenti aa ogni pie 

(.(impacino, monta fpieslo cavallo, m. uà impaccio i. ( oii « <,oi,jh ■ h i •„,,„„,i; 

hirlÓc;,s.. .. !•: bisognava obbedire. ^ giudizio non -7; -"/. essere d.s.g.naa.r 

Latour d' Auvergne ricevette un giorno al bivacco sot- f^ - Nel verno della v ta si pa la «"' V iirels one e 
,0 '; mura di llaiona la visita dell'inviato d' un rappreseu- « che il presente non può fare bastevole .mpress.one . 
„n,e del popolo che sembrava citarlo sotto pen. di morte ^ di --,' ^ -/-'tirs:::"-. col q,.ale si è giunti 
^"^lS'tr;Ì;:;?E^^^l miopos,o. che non 1 a far [.odurre alla vanitagli cH^"' «^«1 vieti. ^^^^^ 



faccio la corte a nessuno , che non conosco e conosce- 



TlPOGRAFIA DELL'OMNIBUS DinETTORE PROPRIETAI^IO : V. TORELLI. 




Uipolt 20 ©iuguo 1844. = 2lnB0 Settimo = d^toBtbt tt.° 3 

UN Fdi.t.ld r.UANA 5. UN SEMESTHB 1.30. — UN'ANNAT.V 2.60. PER l' ESTERO UN ANNO 3.60. 




^, ■ .-Jcz^^^,' e- ^. ,^,y^ic: ^/^^ \zV ' i^>. >/a^//^^]',,7/^,>/^ 



In fondo al porto di Costantinopoli sborrano due fiumi 
che portano il nome di acque dolci ; conosciute nell' anti- 
chità sotto le denominazioni eufoniche di Cidarie Barbise. 
Esse son chiamate in turco Kiaghyd-Khanè-Soiou e Ali- 
Bei- Keuiu-Souiou vale a dire humicelli della carleria e di 
Ali- Bei. numi de* due villaggi situati sulle loro sponde. Le 
due vallate dove scorrerne que' due fiumicelli sono mollo 
profonde : in quella che tra gli Europei poi fa il nome di 
acque dolci di Europa, si osserva una prateria d una mez- 
za lega di lunghezza, bagnata dalla Barbise , che si è im- 
prigionata in un lungo canale in linea dritta, le cui spon- 
de son rivestile di pietre di taglio. Le dtie sponde son co- 
perte di mazzi di sicomori, di cipressi, di faggi e di piop- 
pi. Là è un asilo delizioso , un bel palagio circondato di 
verdura, fondato, nel 1724, dal Sultano Achmet 111, so- 
pra un disegno comunicato da nn ambasciatore francise. 
Il canale è traversalo da una diga di marmo bianco, e le 
sue acque cadono in cascala in tre ordini di conchiglie. 
Un secondo bacino , ornato d' un bel vaso antico e di tre 
serpenti di bronzo avvini hiati, bagna le mura dell'harem 
del sultano. Sulla diga s'innalzano Ire Kio'^chi di marmo 
bianco coperti di rame dorato. A misnra che si avanza il 
canale s' impicciolisce , e non diviene iotine che un traa- 



quillo ruscello ove scivolano leggieri caicchi i cui remi toc- 
cano le due sponde Questo fiume riceve il Cidari a una 
mezza lega al disolto del palagio , e le loro onde riunite 
formando una bella vasca d' acqua vanno a gettarsi in fon- 
do al Corno d'oro e sono solcate nel loro corjo da numerosi 
(alci hi carichi di persone de' due sessi e di tulle le nazioni, 
attirate dalla bellezza di quella leggiadra vallata, dalla ver- 
dura delle sue praterie e dalla quiete delle sue fresche e 
dolci ombre. C'ascuu popolo vi conserva ne' suoi giuochi 
e ne' suoi piaceri la fisionomia particolare che lo distingue; 
i Musulmani la loro gravità, i Greci la loro gaiezza e la 
loro agitazione, 1' Armeno la sua riserva, il Giudeo il suo 
spirilo di speculatore ec. ec 

In questa bella prateria si mettono al verde i cavalli di 
sua Altezza, circostanza accompagnata da certa pompa, e 
che raduna molla gente per godere di quel pittoresco spet- 
tacolo. ... 

Quando il Gran Signore va a passare alcuni giorni nel- 
la sua casa di piacere delle acque dolci , l'accesso della 
prateria è interdetta al pubblico. Sua Altezza non vi di- 
mora che quindici a venti giorni del mese di maggio , la- 
sciando il suo palazzo d'inverno, e prima d'andare a quel- 
lo ti'eslà. Durante il suo soggiorno permeile alcune volte 

3 



18 



l' omnibus 



alle suf odalische di passes^iare nrlla prateria di Ria- ^ 
gby-d Khunè vnigarmenle chiamata Kinot Hanè, ma allo- u 
ra de' l.osiangi vegliano ne' dintorni e fanno alionlanare ^ 



tutl' i curiosi. 



1)1 GEOGRAFIA TISICA E POLITICA 
Europa 

Vwm — I principali fiumi dell'Europa sono al nume- 
ro di ciiiqnanldtlo di nii: 

Tre (hi- si gallano nell'Oceano glaciale artico: il Ta- 
na . il Pctznra id il Kiir . 

Tre nel mar Bimro: 1' Onega, la Duina, ed il Mezen 

Dicci nel njar Ballico : la Dala. Y IniJalf osia Hiii>m- 
da . r Jriqermnnn , 1' Lmdii . il Lulea , la N(.a, la Duna, 
il Nifmen, la Vistola e 1 Oder. 

Sette nel mare del Nord ; la Schelda , la M'isa , il Re- 
ne, il Fesero ,V Elba , il Tamigi, e \' Humber. 

Due nella Minica : la Snvia e la Somma. 

Due nell' Arcipelago : il JUaritzn e il Vardor. 

Uiidi( i neir Od'ano AtUnl.co : il S.'ii.n'Jnn , la Sni'frna, 
la Chorenie , la Gotmnti , \ Ad^w, il M^nho, il Duna, 
il T^.'^o , la Civcdiima ed il Gundolqìiii>ir 

QiiaU'o nel Me ilerraneo: \' Ebro , il Rodano, l'Arno, 
ed il Teiere. 

Due nel mar Adriatirn : il fo e VAd'ge. 

Tre nel mar f^ero: il Dmiubio, il Dnirslereà il Dnieper. 

lino nel mare di Azol.' il Z^''//. 

Quattro nel mar Caipio : 1' iZ/u/if , il Volga , il Kuma 
e il Tareck 

Laghi — V" ha in Eiiri'pa venticinque la^'ni principa- 
li, nove nelle ci nlrade del INord, sette in quelle del mez- 
zo , e no\e in quelle del sud. 

I nove Helle contrade del Nord sono : in Nvezia i laghi 
Venein Vettern , e Melar: in lliissia i laghi 5j/ma, O 
nega, Lad.ii4<!, Pe'pns , Dmen, e il laf;o Di.nco 

1 selle nelle ronlr.idp d'I m"zzo sono : in Isrijzera i 
laghi di Neufchotel, di Ginevra , di Lucerna e di Zurigo; 
fia la Svizzera e 1' Alemagna il lai;ii di Costanza ; in Un- 
gheria i laghi di NniS'.edel e liulaton 

\ nove nelle contrade del sud : tra la Svizzera e l' Ita- 
lia il lago Maggiore e di Lugano ; in Italia i laghi di Co- 
mo, di Garda , di Comacchin. d: Perugia, di Bulsena e di 
Celano ; m Tiiichia il lago di Zonle o di Srulari. 

Valli e pianure — Le vaili e le pianure d Europa 
sono naturalmente meno estese di (]u Ile dell'Africa, del- 
lA'iia, e dell'Anierica. ma nondimeno ne ha delle ragguar- 
devoli in tnlte le sue pirli 

Deserti stei-pe e lande — L'Europa non ha vernn 
deserto propriamente detto , ma compi ende molte lunde 
Le pili vaste sono neirinip»ro russo. L'Austria ne ha 
pareichie segnatamente nell' Ungheria eh'' sono vastissi- 
me. Il regno di Annover ne ha delle ragguardevoli ; la I 
monarchia Priissisna ancora ; la Francia ne è pure in- i 
gomlira; il nigno rii Napoli ne ha delle mediocremente esle 
se nella province di terra di Dari, ' 

Clima — L'Europa ad onta che sia più vicina .i' pò- i 
Io che all'equatore, non è pur nondimeno esposta alle ari i 
dita ardenti dell' Africa , e come nello stesso terepii li sua 
estremità p ù settentrionale è lontana di 19 gradi dal polo ' 
artico , cosi non soffre 1' nzione del freddo allo ste^sn i 
grado della terre polari. Tutte le contrade meridicnali i 
dell Europa formanti il hacino del IMcditfrraneo godono 
d'un clima caldo, la cui intensità è anihesprs^o au- 
rneniata da' venti lirucianli che sofBino dall' Africa come 
ij solano delle coste di Spagna rio w /off» d' Italia che 



:<i fa anche sentire finn al Tirolo ov' è accompagnalo da- 
gli stessi fenomeni. Quivi la neve non fa per lo piii (he 
appaiire , i ghiaie! sono di poca intensilà, gli alberi fio- 
riscono soventi voile in gennaio e fi hhraio, la slate inco- 
ininiia spessissimo a maggio i e le piogge di qualche du- 
rala non regnano (he dopo novemhre. Nella parte ocii- 
dentale verso i meridiani di Parigi e di Loiidia il freddo 
cresce in una prngressione assai lenta a n'isiira che si 
avanza al noid. Al centro delle Alpi, ad 8(J00 [mdi so- 
pra il livello del mare , si trova il freddo delle legumi bo- 
reali, e la permanenza dei ghiacci annunzia che vi sdire 
poche modificazioni. Nelle contrade ociidentali il venlo 
dominante è il ponente, sempre accompagnato da piogge 
risultanti da' vapori (he s'innalzaro dall Atlantico Le sel- 
tenlrionali hanno un clima diversissimo, secondo i he so- 
no situate all' est o all' ovest del mar Daltii o , e in gene- 
rale diviene di piìi in piìi rigoroso a misura che si avanza 
verso i monti Urali, ove si soffre molto il freddo, prodet- 
to da' venti ghiacciati che vengono dalle montagne della 
confinante Asia. In qiie.ste regiiini 1' inverno e la stagio- 
ne pili lunga durandovi 5 (i ed 8 mesi ; la primavera vi 
è corta e fredda, ma 1' esla vi è qualche volta l^nto lai- 
da quanto nelle ( ontrade mer dionali e quasi raddoppiala 
dalla presenza costante del sole siili' orizzonte L aiiliinro 
non è senza piacere — La quantità di pioggia ihe f'de 
annuaniente in L'uropa varia niullo : nmf pi ri^nlo secon- 
do i calcoli falli a tal ncpo, semina i lir sia di un tei7.o (i u 
lons derevole al nord di quello che lo sia al sud delle Al- 
pi , ove cade sempre in ipasse piii forti. l'ili al nord liiso- 
gnaaggiu;; nervi le nevi <he al sud soeg ornano appena sul- 
la terra. Quantunque il clima dell Europa sia in genera- 
le sanissimo, pur nondimeio. pi esenta in (erte parti alcu- 
ni liiOLihi rendnti famosi dalla laro in«aliilirità . quali le 
paludi Pontine al sud di Roma, e le Maremme che limita- 
no tutta la costa della Toscana e dello stato Pontificio. 

Minerali — Llìuropa non possedè le immense quan- 
tità di pietre prez ose . di argento e di ero ihe si riiava 
dalle miniere delle altri p:i'!i del mondo, ma ha in crmp n- 
so le più ricche che si conosiano di ferro , di piombo , di 
rame, di stagno , di carbon fossile, di sale e di mercurio. 
Ecco i p3e,5Ì (he in p;ii abbondanza ne posseggono : 

Diamanti Rnsia — Altre p'elT!' preziose Austria Sasso- 
nia — O'o Rusvia, Afcica. Sardegna — Argento Austria, Sas- 
sonia, Annover, Turchia, Prussia, Int;hillerra, Francia, 
Svezia e Norvegia. Nassau. Sardegna — Stagno Inghilter- 
ra , Sassonia, Austria — Mtcuvìo Spagna, Austria, Ba- 
viera — Piume Inghilterra. Rii>sia, Austria, Svezia e Nor- 
vegia, Turihia , Prussia. Spigna. Francia, Annover — 
Ferro Inghilterra , Russia , l'Vancla , Prussia . Svezia e 
Norvegia , Alisiria , 'l'oscana , Spagna , 'l'iiichia, Bavie- 
ra, Sardegna, Nassau. — Pi^mbri Inghilterra , Spagna , 
Austria , Russia . Annover . Francia, Nas-au , Sassonia, 
Sardegna — iJnen Prussia , Belgio . Inghilterra , Austria 
— Cirbnn fnf^ile Inghilterra , Belgio , i'Vancii, Austria, 
Napoli recentemente srapTÌo- Siile comune di terra Rus- 
sia . Austria, Francia, Spagna, Inghilterra , l'ortogallo , 
Prussia. Vala'liia. M'ddavia. Sardegna, Napo'i, Biviera, 
stalo P(>ntifirio . Svezia e Norvegia isol' .Innie e Grecia. 

Vecetab li — Ij Europa produce tutt' i geneii di le- 
rcali, letMuni, fruì!', vini, ran.ipa, lino er. 

Sir'^nFTriE — '2. 793 000 loiffia quadrate 

l'opoLAZioNE -^ Atsn'iita 5'i7 . 7U0 000 abitanti : re- 
latita HI abitanti per ogni miglio quadrato. 

f'xNor.RAFi.v n rhìss'firnzione de popoli di Europa Fe- 
rondo le loro Pvpue. S pns«f>no lidi" re a venti famiglie 
piiniipali lutti popob che a'itanoora I Europa: \^ famiglia 
iberica o busca (he comprende i Biscongados Baschi ; la 
celtica i d'seendenti de" veri Celli, i Gallesi e i Bassi Bre- 
toni ; la Tracopelii<:gica o Green Lnt'na gli A'banesi . i 
Greci, i Romani , gl'Italiani, i Francisi , gli Spagnuoli, 



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y/^. 



i Porloghesi e i Valacrhi ; la Germenica i tfdeschi del- 
l' Alla e I5assa Germania, i Frisoni, i Meerlandesi, i Nor- 
yegi, i Dinesi e gì' |n-lpsi ; la Sla^a r1' Illirici . i Russi , 
i Hiisniaci , i Croari, i Windi o Winden , i Tchekhe , i 
Polacchi , i Serbi, i Lituani , i Leti o Lolwa ; la Uralia- 
na hnnfue o Izuda i Fiimesi, gli Esionii , i Lapponi , i 
Man Tzeremissi , i Mordwa , i Konii e KomiMurt , 
gli Oudi e Viitiaci , i Mansi e Mansi Kiim , gli Unghere- 
si ; la Siimoieda i Samuiedi; la Turca gii Oltomani, i Ra- 
si liiri, iTsciuwaci, i IMeschlzi-rcki, i Tnrroinanni, i Ta- 
tari [inri ; la Tartara o mongolia i Caliiiiicihi ; 1' Aivaro 
gli Avari , gli Andi e i Dido.lhi ; la Kaxzi Kaumuki i 
Kaszi KouiimIcì ; la JA-Hca gli Akuch ; la Kaura i Koiiri : 
la Mitsdiff;hi\ Mitsdieghi; la Persiana gli leoni o Osseti, e 
i Bukari , in Circassa gli Adichè o Circassi ; la Ahassa gli 
Abassi; la Semitica -^W ILIirei, i Maltesi e gli Arabi; la San- 
scrita o kindu'i, i Rama, Kula i, Smli , nnininati Boemi in 
Francia. Z genner in Germania, Z ngani in Italia, Git^nos 
in Lvpagna,Gip>y in Inghilterra, popolo vagabondo . h^ si 
può dire oi iginario dell" India ; 1' Armena gli Armeni. 

Religione — Il Cristianesimo si divide in Chiesa Cui- 
tolica Romana che stende il suo dominio sopra quasi tut- 
la la Francia , sul Belgio, la Polonia , l' lalia , la Spa- 
gna e il Poi logallo , su' quattro quinti dell' li landa , sul- 
la maggior parte dell'impero d'Austria, sulla metà circa 
della Prussia, della confederaz;one Svizzera e delle poten- 
ze secondarie delle conf.derazlonc Germanica, e sopra una 
porzione notevoje delia popolazione della gran Bretagna, 
dell' Impeto Ottomano e del re^nn attuale di Olanda : iiì 
chiesa Greca dominante nell impero Russo, nelle isole 
Joule , nel nuovo stato della Grecia e ne' tre principati di 
Servia, Valachia e Moldavia: in chiesa Protestarne (he si 
divide in Luteranismo, Co/rinismo eii Episcopale od Angli- 
cano. La popolazione non cristiana in Europa .si divide 
ne le quattro siguenli religioni : Islamismo , lìiiàdismo , 
Giudaismo e léuhAria. 

Govfin^^o — Le forme di governo deh' Europa si pos- 



sono dividere in tre classi principali ; autocrazie o monar- 
chie assolute , monarchie limitate , e repubbliche. 

L'Europa comprende presentemente tre imperi, una 
monarchia eletti^'a ecclesiastica , sedici regni , sMe gran- 
ducati , un elettorato, àoAm ducati , iìmànt^Ue principa- 
ti , un langraiiato , una signoria, e trentuna repubblica. 



711 wm@ li' iii£MixiL 

Il pio cenobita, la cui potente voce rimbombò in seno 
della c-isfianilà e la precipitò sull'Oi lente, era nato nella 
diocesi d' Ainiens verso la metà dell' \I secolo I priuii an- 
ni della sua vita sono sconosciuti non sapendosi se non 
che , giovine ancora , combattè valorosamente sotto il glo- 
roso stendardo de" duchi di B irgogna. A (luell'fpoca un 
santo entusiasmo animava i popoli cristiani , i quali non 
meditavano che un pellegrinaggio a' santi luoghi; l'uni- 
verso pe' fedeli si compendiava nella Palestina , la Pale- 
stina in Gerusalemme, Gerusalemme nel Sepolcro di Cri- 
sto ; si voleva andare a strappare la gran tomba del Sal- 
vatore dalle mani de' Saraceni. Pietro l'Cremila aveva al- 
lora perduto la ( onsnrie , nobile donzella della Picardia , 
e le tristezze della vedovanza lo incitarono a vestir la co- 
colla alline di consacrarsi a Dio- Egli parli per Gerusa- 
lemme in compagnia di parecihi pellegrini, e ne'suoi fre- 
quenti colloquii col patriarca Simeone , si doleva sulle mi- 
serie de'crisiiani e sulle crudeltà inudite esercitate sovra 
essi dagl' infedeli. Ben presto egli abbandona la città santa 
e va a Roma dal santo padre Urbano 11 il quale l'acco- 
glie con distinzione , e sa da lui con dolore la trista con- 
dizione de' fedeli dell'Oriente, e, gemendo sul loro infor- 
liiino, incita l'eremita Pietro a percorrere l'Europa ecci- 
tando i nobili uouiiui a brandire le loro buone spade per 
la Liberazione della tomba di Gesù Cristo. 

Olii comincia pel pio eremita quella esistenza di fatiche 



L OMNIBUS 



e di devczione die non finisce se non alla presa di Geru- | 
.■alemme (iff Goflredo di Buglione ed i troriati. Pietro , 
traveisa l' lialia , vallea le Alpi , arriva in Fiaiuia , pò- ' 
«eia in Inghilterra, da ultimo in Alemanna e dapperliitlo 
annunzia una prossima irofiata per istrappare Geriisalem- 
rae dalle mani de'turthi. Alla voce dil renobila tutte le 
popolazioni si agitano e Itrandisiono le armi contro i ne- 
mici diCiisto UiImTio II stava allora a Clermont ove pro- 
clamava la cromala in jiresenza di una numerosa cavalle- 
ria , e di qne' pielali bellicosi condotti dal vescovo d Oran- 
go e da AJtraarodi Monlc'l, il coraggioso vescovo di l'ey. 
Un prin.o esercito di fedeli fu guidato da P/etio l'Eicmi- 
ta e iia un gentiluomo borgognone chiamato Gualtiero 
senza A^cii , povero cadetto, spogliato dil suo patrimonio 
da'juoi fratelli maggiori e che andava in Palestina a 
tercare la gloria, la fortuna e gli onori. La sorte di que- 
sta prima spedizione fu deploraliile, poiihò di cinto mila 
uomini ch'essa contava alla sua partenza , se biscgna cre- 
deie a' cronisti , tre mila a pena sopravvissero e si rifug- 
girono nel laslello di Civilot ove sarebbero penti senza l'ar- 
livo de' nuovi ciociali sotto gli ordini di Goffredo. 

Dopo l'ingresso dei cristiani in Gei usaU mine non si 
parla più di ]*ietro 1' Eremita , poiché la sua missione è 
(oiiipiuta , il Sepolcro di Crsto è liberato , i fedeli hanno 
avuto la vittoria e questo era I' op getto de' suoi voti e dei 
suoi sforzi. Uopo CIÒ ritorna nella sua provincia di Plcar- 
dia a rivedere i luoghi della sua infanzia, ed a fondarvi un 
inonaslfio a Iluy ove muoie il 7 luglio 11 15 Ira i reli- 
giosi che la sua fama aveva attirati pies.-'O di lui ; ma in 
una oscurità profonda che non sembra\a dover essere il 
frutto dillo «elo dell' apostolo delle crociala , immensa in- 
trapreja fecondissima di grandi lisultamenli. 



( VECCHIA CRONICA ) j 

r ^ 

I- s 

Il mendico. \ 

Frugando alcune vecchie carte di famiglia, mi è venuto j 
trovato il seguente racconto che, per la originalità e l' in- t 
tiigo in esso contenuti, mi aflrello a partecipare a'benevoli < 
littori Esso è manoscritto e qui tal quale lo trascrivo, dan- 
doci Solamente le forme moderne : ] 
Ver.so la fine del passato secolo io abitavo dirimpetto al j 
vico della Pace, per istar più vicino al palazzo de' trilm- i 
nali, ove la mia professione di avvocato mi obbligava spes- ■ 
so ad andare, l'^ro solilo lidurmi a casa verso l' imbrunire i 
costringendomivi la poca sicurezzadella città e le faccen- | 
de che doveva disbrigare. Aveva spesso inteso parlate in j 
casa niiad'un tal poverello, il quale non veniva designalo ■ 
con altro nome se non con quello di Maledetto, ma.aven- i 
devi sempre fatta poi a attenzione, nim m'eio mai bii- ] 
gaio conoscer chi fosse colui, e perchè cos'i venisse sopran- i 
nominalo. Una sera, come entralo in casa, mi percosse l'u- 
dito uno .strano stisiirro all'angolo della mia casa in mez- 
zo alla strada ed udii più voci ihe a curo iIm evano : 

— Il maledetto! Il maledetto! Fuggiamo! Sventura a 
chi s' aciosta al maledetto ! 

Per un naturai molo di curiosità mi accostai alla fi- 
nestra, e sporto fuori il ca[io per uiirare ihe fos.sc, non vi- 
di se non molta gente la (piale fuggiva pel v'colo della la- 
va, ed un cencioso, die, a stento strascinar.dosi colf aiuto 
d'un bastone, s' avviava dalla parie contraria. Non ne jio- 
t-elti per altro scorgere i lineamenti perchè già notte. In- 
tanto queir uomo destava in me tale up interesse ch'io non 
poteva spiegarlo a me medesimo, e gli sarei volalo incon- 
tro a chiedergli quel the la mente mi avrebbe dellato se 



non avessi veduto ch'egli, già svoltato il vicolo , s'era al- 
lontanato. Punta al vivo intanto la mia curiosità sul con- 
io di colui, a soddisf.iila , ihiamai il mio servo, che Gia- 
como avea nome, il quale, come venuto a me, interrogai : 

Giacomo, non sapresti In per avvenlura nulla di que- 
sto sciagurato che dicono il Muledelto? 

li Cielo me ne liberi, signore. Che volete ch'io ab- 
bia di ( (umine con un uomo il quale porta seco la sventura? 

Bla chi t' ha dato a creder ciò i" 

I falli, signore. Ora vene dirò quel poco che ne so 

e vedrete ih' io non mentisco. Saranno circa sei mesi (he 
al cantone dei vicolo della lava si vide questo miserabile 
seduto per terra con 3C( .tuIo il suo bastone e la mano 
tesa (he chiedeva 1' elemosina dicendo : Fole, per amor del 
cielo, la rarità al maledetto. 'YMì (hi- udirono queste stra- 
ne parole furon coiiip'esida un arcano timore, e se qual- 
cuno fra essi era disposto a fargliela, a quel malauguroso 
appello, ritirò la mano, lo fui tra questi, e preso come gli 
altri dallo stesso pensiero, mi ritirai frettoloso in rasa co- 
me se mi aves.e'e ad ai cadere qua che sventura. D'allora 
in poi non s'indici) [liii quel mendico (he col nome di ma- 
ledetto. Intanto l' abitudine di vederlo ogni giorno fece 
SI (he ognuno gradatamente depose quel timore ond'era sta- 
to compreso al primo vederlo, e qualrheduno s'accinse a 
sovvenirlo. Primo fu Antonio il ciabattino che gli stava di 
fronte, e (he vedendngli il tomaio delle scarpe quasi dis- 
giunto' dalle suole , per un sentimento di carità volle rat- 
toppargliele ; ma questa sua generosità fu ogione della 
sua mo"rte , pen he la mattina venne trovato esanime nel 

suo prnoiio letto. 

Eli via, Giacomo, non aggiustar fede a simili ciance. 

Uifi. quel che volete, signore, il certo è che Antonio 

se non gli avesse rattippale ie scarpe non sarebbe mor- 
to. L'ha afièrmalo anche lo speziale... 

— Ah. ab, ah. 

Ridete pur quan o v'aggrada ma la cosa sta com'io vi 

diro; ed ammettendo pure ihe fosse stata tutfaltra la ca- 
gione della morte di Antonio, dovete meco convenire che 
è stato il maledetto qiiandu vi dirò che Giovanni il taver- 
niere cadde e si ruppe una gamba il d'i appresso alla mor- 
te di Antonio dopo aver dato della carne al maledetto. Di- 
vulgatisi questi due fatti, si vide chiarauieute che l'aver 
eh Aare con lui apportava sventura, ed ognuno da allora 
lo fugci. Adesso non comparisce che la sera. 

— E perchè? 

Perchè avendo veduto che la genie al sol mirarlo da 

lontano ritornava indietro, cerca nascondersi nelle lenebr-; 

della notte. „ ,. , , , 

Ho saputo quanto bastava. Egli sarà qualclie scia- 
gurato che privo di forza d'animo è bersaglio d'un avverso 
destino. Quell'uomo m'interessa, Giacomo, e voglio par- 
largli. ..... 

— Signore, non v' avventurate, ve .ne supplico, mi di- 
ceva Giacomo in luon di preghiera... 

Eh via ch'io non credo punto a simili dicerie. Sa- 
rà tua cura dirgli che vo' parlargli. 

— Io. signore!! ve ne piego, vi muovano g li esempi di 
' Antonio , di G'ovanni.... 

ì — Ah tu esiti ? Bene , farò senza le. Intanto va a pi- 

; gliarmi un lume. 

' E Giacomo uscito ritornò poco dopo col lume , lo depo- 

I se s-.il tavolino e si ritliò: io mi misi alle mie faccende, e 

I per quella sera non si parlò più del muledelto. 

i II giorno d.ipo perdetti una forte causa che io aveva lul- 

[ tele buone spenuzedl guadagnare , e. tutto conturbato 

! eirislo, mi rlducevoa casa mia secondo il solito, verso 

I l'imlininire, quando mi percosse l'orecchio una voce fie- 

l bile (he dil èva : 

l Signore , un .soldo per amor del Cielo , eh' io ne 

I compri pane a' miei figliuoli digiuni da due giorni. 



21 




//a/M/^^^ 



E macchinalmente presi una moneta e la posi in ma- 
no a colui che cosi dicendomi me la tendeva, e poscia ri- 
presi il mio cammino e il corso de' miei pensieri; ma ven- 
ni interrotto da un' altra voce che mi susurrò all'orecchio: 

— 11 cielo \e la mandi buona per aver fatta l'elemo- 
sina al male de Ilo. 

A questo , senza veder chi mi rivolgesse la parola e 
senza rispondervi , riiordandomi del colloquio avuto col 
servo il giorno innanzi su quello sciagurato , tornai indietro 
dal mendico cui dissi senz' altri preamboli : 

— Buon «omo, da ieri in qua voi avete eccitata la mia 
curiosila ; il mistero che vi circonda vie più la spinge , e 
vorrei.... 

— Signore , la mia vita è una serie di sventure e non 
prodiice altro che afflizione in chi ne ascolta il racconto. 
Perchè dunque volete affliggervi ì 

— Tanto infelice siete ? 

— Immensamente. 

— B-^ne , al'ora compassionandovi cercherò sollevare le 
vostre pine. 

— Quando è questo il vostro pensiero io di buon grado 
v' acconsento. Da (pianlo, ma quanto tempo aspettava un 
consolatore , eJ ora che il Cielo me lo ha mandato non ine 
lo farò certamente sfuggire. Pila troppo lunga è la mia 
storia e credo che v' antioierà, 

— Niente affatlo, anzi ne ho tale desiderio che mi sa 
mill'anni di vederlo soddisfallo Tanto piìi che se non 
m'inganno, a' vostri detti ed al vostro aspetto, parmi the 
non siate sempre stato in questo squallore. 



— Pur tro'ppo è vero, mi rispose traendo dal petto un 
profondo sospiro, pur troppo è vero ! Anth' io godetti agi 
e ricchezza, anch' io scorsi giorni lieti ed avventurosi, ma 
il destino.. . 

— Calmatevi, ve ne prego, soggiunsi confortandolo, ve- 
do che involontariamente v'ho esacerbata una piaga... 

— Ma che non voglio io tutto dirvi i" 

— Si , se mi credete degno della vostra confidenza. 

— Se ve ne credo degno ! Ne avrei creduto degno an- 
che il più vile animale che il lume della ragione non illu- 
mina, poiché al sol vedermi ciascuno fuggiva come da uà 
mostro. Io ve ne ringrazio adunque, o signore, e non pos- 
so che solo colle parole moslrarvene la mia li.onoscenza, 
che quantunque debolissima pur vi prego accettare. E 
giacché volete entrare a parte delle mie miserie, abbiate la 
bontà di accompagnarmi al mio tugurio, ove il rimanente 
dell'angoscioso spettacolo vi attende , una tenera moglie 
e cinque figliuoletti tutti immersi nella più squallida po- 
vertà, mancanti di vesti e di cibo. 'Avrete che compian- 
gere poiché vedo che .1 vostro cuore è buono. Acconsen- 
tite dunque i' 

— Si, con tutto il cuore, risposi commosso fino alle la- 
crime. 

E aiutatolo ad alzarsi andai seco Sno al'a sua casipola 
che consisteva in un sottoscala al borgo di S. .\iitonio. 
Egli picchiò alla porta dicendo : 

— Apri, Margherita. 

Ed aperto , un commovente spettacolo mi si presentò 
allo sguardo. AH' un canto stava disteso un lacero paglie- 



L OMNIBUS 



riccio poto rolrao di paplia tutta pesta e sminuzzata , che U fici pahgi, perchè mi faceva provare de' sentimenti che mi 
hen faceva vedere da quanto tempo serviva a queir uso ; a rendevano l)eato Rd era un piacere veder qiie' miserelli 
un vaso di terra, ed una mal connessa sedia di le^no com- Vi mangiare con avidità quei rozzo cibo , come fosse i più 

(ivano r addol)bamenlo del mesiliino sottoscala, con cui || delii ati manicaretti e lamangiari. Oh quanto la fame cott- 
ene andavan d'accordo le umide ed affumicate pareti e le |« disce ijuaiunque vivanda! 
lacere vesti di coloro che vai) lavano; una picciola lucerna j;^ l'oiché ebbero finito di mangiare, tutti di nuovo mi 
deposta a terra spandeva un fioro chiarore che dava alcun O rinj^iazarono, e ruoino, accintosi a narrarmi la sua vita 
che di sepolcrale a quel quadro. I fanciulli, come videro il $$ i osi dette cornine amenlo al suo racconto, 
padre, pli corsero incontro chiedendogli pane, ma vcibn- £| Gaetano Toiielli. 

do me si ritirarono in un cantuccio cheti e taciturni , [ oi- ^ 

rhè per essi era uno spettacolo nuovo quella visita d'uno G ■■■»! 

straniero l,a madre loro non rimasi' meno stupefalla al H 

vedermi, stando ujollo a disagio alla mia presenza per i U JJ"Ì> 3 '«iDS?yJIÌsliPII23f) 

suoi panni che malamente ne co[irivano le smilze forme. ^ ^^ 

e vi volle, perchè si ruuctlesse dalla sua confusione, che il ?' all' amno 7." di quest' oper*, fatto da pisante. 
roariio la rassicurasse con queste parole : g| 

— Sta di limm animo , Ulaigherita , questo signore è U Caro Torelli — Avevi già incominciato il tuo giro per 
fornito di buon cuore e viml udire le nostre vicende. In M le province, mnemotecnico per tutti i riguardi, quando 
l'ho pregalo a venir qui affinchè tu sovvenissi alla debo- " mi pervenne qii'i in Sorrento il primo numero dell'anno 
lezza della mia memoria nel racconto che m'accingo a jj ^ "; alinmenti sarei venuto a farli a voce l'osservazione, 
fargli. P che ti sfiedisco ora j)er la posta del tuo stesso giornale. 

— Cielo, ti ringrazio! rispose la donna inginorchiandcisi tj '" i e con me buona parte torse de' tuoi le;.gitori, aspet- 
e sollevando le mani e gli occhi in alto ; v'è finalmente ^ liamo con anticipata compiacenza il primo numero d'ogni 
anima viva che sente piel.i di noi. fj novell'anno, pel frontispizio die tu suoli affidare al bra- 

Ciò dello rialzossi ed avanzandosi verso dime, mi of- ì| vo ì'i.sanli. E tu piij d'ogni altro il sai. s'egli ne fa una 
fri quella sola sedia che v'era, invitandomi a sedermici li bella prima pagina, per la ipiale s' annunzia .Sene 1 opera 
dicendo : fi lulta. come musica per bella e compendiosa sinfonia; è des- 

— Signore, sedetevi, e la lienedizione del Cielo sia con m sa un'esca iiecessaiia sopratulto pei filorami, èil colmo della 
voi, poiché non isdegnalc di commiscrar gl'infelici e di r| paniera del giardiniere il romanziere scozzese, che la sa- 
star fra loro. INoi sedeienio qui sul pagliericcio. u peva lunga piìi di te e di tulli noi, non a caso faceva me- 

— Grazie, rispos' io con voce mal Icrma e tergendomi j-T Iodicamente precedere i suoi capitoli dalla commentatrice e- 
furlivamenle una laciima the m' era sgorgala dal ciglio, t? pigrafe d' illustre autore ; — il frontespizio del Pisanli è 
prazie buona gente. Ma ['lima che imjircndiate a farmi ^ l' cpgrafe artistica the raccomanda bene l'intera annata 
il racronlo delle vostre sciagure, prendete questo po' diri- li del foglio — V, sia dello in suo pieno encomio, egli sa ri- 
ÌH) , che la scarsezza del tempo m'ha solo permesso of- ^ sparmiare qualche ritaglio di tempo per lai lavori di mi- 
ferirvi. »' nor momento, senza seguire il vanitoso e comodo pregiu- 

E trassi da sotto al mantello ( m' ero dimenticalo dire fj dizio di chi giunto per fortuna od ingegno a pii gravi oc- 
• h' era inverno ) alcune roscrelle da mangiare iheavea M riipazioni disdegna odorar del suo iulervento i fogli periodi- 
ronipralc accompagnando il mendico, e lo porsi alla donna q ci Cosi, due anni or sono egli die tjiiel grazioso putto ia 
continuando : H acciaio, ti ricordi ? i un la tua divisa « chi f/iii dura la c/'/i- 

— Mangiatene , datene a' vostri figliuoli, che questo ^ '"'' » l'anno scorso quel bel issimo gruppo mitologico, di 
buon uomo dice stai digiuni da due giorni... M che li piacrjiie ,-iccoinpagnare il mio Canto delle Arti \ ed 

— Ah si, mi disse mestamente la donna. y ora ci trovo un non men pregevole lavoro, anonimo pe- 
E un po' confusa e vergognosa si prendeva dalle mie S^ raltro sotto tutti gli aspetti — Chi rappresent.ni' Chi n' è 

mani tpiel mangiare meuire mi diceva : jg l'autore':' o almeno, se è di Pisante, ove n'è il nome! 

— yiiantn sic le buono signore ! Ma non importa, man- ^ Povero trovatello, esposto cosi sulla pubblica via d'un 
geieuio dopo .. jQ frontfspizio, senza un segno che ne indichi il nome, o quel- 

— No, no diss' io; vedete che j fanciulli veslri m.il fre- ?| lo de' genitori! Io l'ho raccolto, l'ho trailo caritatevolmen- 
nano il loro desiderio; datene adunque loro e cibatevi an- fj te fra le braccia fino al tuo utfieio per saperne la provve- 
(Or voi, mentre io vado a farvi portar del vino. ^ nienza , ed i nomi che gli m.incano. Mi han detto essere 

ILssi non volevano ch'io uscissi ; ma al vederni fermo U un'incisione di l'isante ; e c-ò era facile ad indovinarlo, 
rei mio proposito mi lasciarono andare , ed io di li a pò- ^ non fosse che per quelle linee dolci e precise , per quella 
(hi passi, veduto un cantiniere, comprai giiastada e vino, V morbidezza di trailo, per qieH' accordo d' ombre, per quel 
e datili in 'ino ad un fanciullo tornai da' miei ori men- ^ riposo di luce e di riflessi. Sta bene. Ma perchè non l'ha 
dici che trovai invece di mangiare piangendo. O egli sottoscritta:' Domando poi che indica. iVIi si risponde 

— Ebbene , chiesi loro, v'é forse a\ venuta qualche ^ con un gesto di sorpresa. Ripeto l' inehiesta — Come! 
nuova disgrazia ? K non vedete che è un ritratto — .Vh ? e di chi :' — Di chi ! 

— E' la gioia o signore che ci sforza al piangere, la gio- ^ di Torelli — Davvero ? — lì, si — Ah ? capisco ora il (ler- 
ia d' esserci imbattuti in una rosi magnanima persona co- O che dell' assenza de' due nomi, uno tolto per giusta sir[ier- 
me voi sparge d'un balsamo soave 1.; nostre piaghe. || bia , l'altro per ingiusta modestia ... né giova piìi spe- 

Ed i fanciulli guidati, dalla madre venivano a baciar- JJ cificare. 
mi la mano ringraziando.mi piangendo dell' aver dato loro |j Adunque, è questo il tuo ritratto ? Minco male che non 
cibo in quel giorno. Quella scena mi commosse tanto che U hai dato a Pisante per modebo uno d; quii rijlrssi a\ da- 
finii col piangere ancor io, provando un ("lacere insolito « gherrotipo , e me ne accorgo perché almeno ipii veggio 
fin allora [>er me, ma che si [irova costantemente dachiun- o de' traili regolari, prospettii i. umani, . . non saranno né i 
tjiie solleva i miseri. ^ tuoi, né i mici, né quelli d' Abd ci Kader, ma è una fiso- 

Asciirgàto finalmente il pianto li esortai di nuovn a man- ^ nomia proporzionata, presenlabile, drcenle , che nulla ri- 
giare e liere, equcsta volta senza opporsi m'obbedirono con jj corda di ipielle malniigurate laminette, con the i girovaghi 
volto lieto mentre io li guardava tutti sorridendo, lo pre- ^ e onlrallaltori di D.iguerre si o.stinano a lare i credere ri- 
feriva in quel punto quella misera casiiccia a' piii magni- fj Irati! nostri, di noi che alla pur fine slam pure creature 



»^ 



riTTonEsco 



ballczzale ! C'-rti visacfi fosilii ed accigliati, non 50;ìiì- 
gliaiili, ffifl rontdrli , e tutlo ciò p;'r la sola irrefragal):le 
ragidrie die ii S.ilo non islia»lia, celie un ritr.Tlto fatto in 
due mimili e f>ir due si ndi dpv' essile un pmlento. Ma 
(jiiando io voglio vedeiini co-i acconcialo, e condilo al da- 
gherrotijw , mi guardo piuttosto nel convesso d' nn cuc- 
cili no , ove l(ovi) , nò p'ii né meno , nn eguai elTeilo di 
proN|ieltiva. 

<)/ siccnnH' i! Il- iV'i l'isnnte non è capace d'aver in- 
ciso ijueslo lain • iieli idea die fosse i( ino rilralto, anzi- 
clie 11 suo o ipieìlu (Il liili' altro , corre 1' ohliiigo a chi si 
sia di giustificarlo. Dopo iin esame scnipolnso dei falli, ec- 
co diinijiie la sua dilesa officiosa — Nulla di piii regolare 
d'np[ioire al frontespizio d' un giorn.i'e, e piii, dell'anno 
^ 11 d' un giornale, il ritratto d-'l gioriialisla; lu scrivesti 
ad un artista (oii.unicandogl quest'idea, né li pen-asti 
più. Un giorno egli, l'artista, si pre^entò in tua casa. Tro 
vò nel salotto uno de" tuoi commessi , e si stalil'i tra loro 
il se;^iien!e dia'ogo : — Il sig. Torelli? — f uscito — l'os- 
SD a.fiptlarlo:' — Faccia come le aggrada ; ma se volesse 
lasciar d Ito . — • Gi'iJie. d>'Ii!io ved-r lui — Si accomo 
di — Il (ioiiiinessii iipi;; iìi la sua fsccenJa. 1' aili4a apri 
la sua cartella, ne cavò dille matite, er.cc. Si alzò guardò 
i qiMdii della stanza, sf 'gliò un Oniniliiis; sbidigliò, contò 
i diluii d un seg.^inlone aulico, rishadigliò, e dopo niezj'ora 
dimandi) al C umnesso : — Tar.lrrà molto il sig. Tuiel 
li .' — Non so — Dnpo un allio quarto d' ora, 1' arlist.i in- 
cominciò ad accennare sulla caria un lavulo, una cortina, 
un ultimo piano, e degli arcessftii, poi si rivolse ancora 
all' inaii'oviliile commesso, e gli disse: — Sa, signore, do- 
ve potrei trovare il sig. Torelli i' — \'enga ipie-ta sera 
— Hi il Ito diiv.', u.in quando — Ah ? allora si conipiac 
eia di lilornar domani e lo troverà ipi'i — Mi io delilju og- 
gi consegnar il mio disegno all'incisore per farlo esegui- * 
re in rame — Ah ? Al ora fi'cia o\à, lo asprtli un tan- 
tino — F.' un'ora che sto qui! — Come li' [liace, ripetè il com- 
iiievS'" — i'er.loni. è q'iello il soprah'to di lui ? — S g lor- 
>i — Poirei cliii derle un favore? — Si serva — Indossi un i 
inolneuto codesto soprabito — Perchè? — Mi i onipiaccia — | 
Ecco — Stia cinque minuti a mossa, cos'i — lo? — Si, , 
appoggi il braccio destro alla spilliera della seggiola , col \ 
sinistro tenga quel volume aperto , cos'i , sta tiene ; io la | 
siirigo all' istante . . . Dica intanto , ha capelli il sig. Tu- i 
relli ? — Sicuro ! — Rriini ? — Neri e ondati — Ila haf- \ 
fi ? — 1 soli baffi — F' giovane? — Come voi — t' aito o • 
basso — Come me — F' magro o pingue ? — Cime ' 
ognuno di noi. Ma che ? ella forse fa il mio ritrai- | 
to' — Domando scuse, fo quello di T irrlli — F guarda j 
me — io guardo il suo abito , i suoi arnesi , ne ho i con- 
"•'tdti, h) p.ii di quanto bas'a. Ciardi, somiglia? — A mei' — ! 
Eh no, a lui — Chi lui? — Non somiglia al sig. Torelli? — \ 
Ah ? — Si conservi , me lo saluti . e scusi ella stessa il i 
disagio che le ho dato ;... può togliersi l'abito, scusi sa... 
1 miei doveri ! | 

Cos'i fn eseguito il tuo ritratto; cos'i, recato al l'isante; j 
rosi da lui ine, so ; co>ida te veduto sema che lo sapessi, i 
F bene, son leil.i, li uovelle aiiecac graia sorpresa, il ve- \ 
dir ritratte le lue srmliiaase dal inae^lievole e .squisito J 
bulino del valoroM. Pisante. sot|o la cui mano sì il rame { 
come r acciaio si aii.iia e prende viia. t 

Adunque, siane qual che vuoisi l' argomento, farai \ 
«empre bene, per te, per noi, e per ub a-sotiali di lasciar J 
inaugurare le annaL-eJ i semeslci dei Ino giornale dal del.- j 
calo ed esperio linlino del prof.Pisante; esoltosiriva e^li \ 
o no il suo lavoio , sta certo che molla gente (alia vo \ 
glio>a dal bel fronicpizij non esit.rò a sua volta di sotto- ì 
siriveie r olibligo d' sssoiiaiione — Addio — Credi sem^ ' 
pre luu aiuicu t 

Aca. D£ Lauziìu'.ss. ; 



OGAl ICCEllO FA IL SIO VERSO 



= ^ 



PEUSONACGI 



Giovanni Aringa , soprannominato il Tizianello , 

pi II ore. 

Tonino, discfpoh. 

Fa Ghita, modella. 

Il Capitan Fiiac.a,ssa. lecchiouffizioU francese. 

Fa lit^nrucci.v. . nonna di 

Mo.MO . sco'are incorrefyiyibUe. 

UuN Fazio , ncca salumaio. 

Roma, \%^'%, 



Uni Ii.tlf'.i !n vii ili'll.-i I..in;.Tr,i. .Sulle (imllrn psr'd iml)iin,-a!e 
(li fresciison abliii7.ili v.irii .ir^oin^nli sloriri d milol,i;ir|. Di un uni» 
(1,11.1 camiT.i pi-noflli, lavolojic, c.irluni (iispgn.ili. Dill'allro canto pUl- 
l.lli, lislicri, slnvi;;Iie, ortiiioli, lio.-cali, fordiclle di f^-rro a Ire rclibi , 
ciilli-lli S(>unl,ill ; un can.lel.i fitti lii un lijsoi. ì\l-I muM uni t.ivulie- 
1 il Hi l'.igsi", due tre seilie zO|i|ii?, un rav.illotlo siiam-aln. Sn tutti i 
su Metti .iinesi snn dui? diti di polvere, da potervi, fregando col dito , 
s:iivere il proprio DOine. 

SCElNA l'RIMA 

GioTAS.M nes'-U.} iTuntt tanica che gli scende al ginocchio, V. coH» 
Ignudo, la burba irsa!a e filla, la zazzera scarrnijliata ca trinciaa- 
(1.1 r aria con una bncchcUa, e disegnando alane linee, come se fos- 
se in'ernato nella c.imposizio -e d'an gran lavoro. TjK'a un tratto l'i- 
spirazione s'accheta, il viso del pittore ripiglia i colori naturali, la 
bacchetta i abbassa, e l'artista dice lentamente : 

— Pozienza ! S'egli è grano, fiorirà ! Questo è il seco- 
lo de'IuiTii !... e un di o laltro faià giornoanche per noi ! 
Fa cuore Tizian-llo. L'artista none [i.ii consideralo con:« 
un lavorante, come un operaio, come un arlgiano ! Non 
ha più m.'siieri della prolezion di nessuno. I grandi! Fh... 
siamo no; i grandi oggidì Quando penso ai tempi andati. . . 
liarbari tempi ! Al secolo di Lenne... al secolo de' Medi- 
ri. . al secolo di Fiamesco.. Insolenti ! si tiravan dietre 
gli aitisti come bulfoni, come famigli, ionie segugi. Or, 
lode al cielo, (hi ci vuide ci dmandi a noi stessi ! Non slam 
di nessuno Vi. irei veder chi sarebbe lauto ardilo da pa- 
gare li pl>v^■ro Correggio in .— iinela per farlo cascar morto 
solfo il peso del suo sacco. Manigoldi ! Og.;i si (laga in o- 
ro... quando si paga. — iMa in verità ci nilpavajio evsi , 
t;ente alla buona , che viveva a caso, seii/.a farsi p'.rtar 
rispetto — Chiunque vob va enirar in boltei^a loro, a trat- 
tenersi domesticamente, da paro a paro era il beiiveniilo .. 
in bottega ! Che vergogna! — Oggi si chiama studio! Eb! 
maestri , miei cari , ben vi sia ! 

SCENA II 

La porla s'apre con fracasso ed entra Tonino rosso , tendo , gras- 
so, tozzo e panciuto come don gancio Panza in persona. Il discepoli 
e vestilo d'un vecchio saio, d'una vecchia Cippa e d'una berretta guer- 
iiila di penne, con ui fermaglio d'otto. e, alla foggia del cingaecento. 
Tonino brontola tra' denti come un can di pagliaio , e par m, sio ad 
una collera bestiale, 

Gio. Che c'è, fattore ? Qual diavolo l'azzanna che sbuffi 
come un loro aizzalo ? 

ToN C'è. .. e' è., che se non vi ponete ordine voi , ci 
pi. no ordine i... 

Gio Discepol mio caro, che voglion dir quelle disordi- 
nai- paiole ? 

ToN. Voglion dite ch'io raigilterònd Tevere., «cu 
uaa picda la collo... pei' affogar piìi sicuraiueulc. 



l' omnibus pittohesco 



Gio. Ma che mai è avvenuto ? U Ton. Fa il suo terso. Me l'avete ripetuto più volle. 

Tom. In primis, questa è l'ultima volta che ve in piaz- ^ Gio. Ebbene , lascia gracchiar le cornacchie, ragghiar 
za Wavona con cotesti stracci indosso Tutti mi corron n gli asini e abbaiar i cani alla luna. 

detro lome ad un arki chino ! Andatemi a ripigliar i miei ^ ToN. Sin qni dite bene , maestro; che il droghiere è 
panni che avete dati in pegno a Beniamino, giudeo. Che y un asino , la Ghila una cornai ihia , e il padrone di casa 
diamine ! non siamo piii in carnovale ! ^ un cane. 11 proverbio non s' adatta solo agli uccelli. 

Gio. Ah ! fattore ! INon puoi credere quanto mi duo- jj Gio. E poi , fatture , tu giudichi male il secolo. Vedi, 

^ io son presago ; presto o tardi la nostra sorte cangerà... 
M ToN E ci sarà (he fare! disse colui che ferrava le oche. 



le quel che mi di 

'l'oN . C è ben di che ! Tornar a casa con una musi- 

(3 di ficchi , e sotto una pioggia di bucce , di torsi e di 

melangole ! g 

Gio. Non mi duole per fé , fattore , mi duole per la ^ 

mia Homa I Éi 

'ì'os. Come ? Come i' jj 

Gio Si! fossimo in Parigi o in Baviera o in qualsivo- || 

glia altro paese del mundo piìi illuminato, ninno ridcreb- ^ 

re del veder un artista vestito pittorescamente. Ma che a 

vuoi! la città nostra che già fu prima!... tu m" intendi -rf 

A bnon conto qcie' pannacci che avevi quando t'ho preso H 

a dirozzare, erano da cittadino, da borghi'se, da paino. . ,| 

e non da artista. Ove con quelle onorevoli vesti che t' ho il 

procaci iato si ammira la bella disposizione del tuo corpo., j* 

ToN. V. s'ammirerà sempre più... che a poco a poco il || 

mio giustacuore diventa un crivello... e quel che in esso ^ 

non è m;iC(h a, è buco. M 

Gio. Pazienza , fattore. Convien solFiire per amor del- u 

l'arie. ^ 

ToN. E poi il droghiere che ci vendeva i co'nri m' ha ^ 

dello che mene darebbe della biacca e del carminio... 2 

sul niiiM' ! U 

Gio. Villano ! M 

ToN. E la Ghita ch'è venuta qui a star a mossa per g 

tutti i quadri che avreste voluti fare... se aveste avuto di S 

che comperar la tela... vi ricorda i tic smdi «he avanza . a 

o dice che mi gralEerà il viso... per ricuperazione delle fa- ^ 

tiche sue. « 

Gio. Cantoniera ! g 

ToN. E il padrone della bottega... 

Gio. Dello studio! fattore . dello studio. _ g 

ToN. Basta... il padrone di questo bugigattolo... m'ha 1 

minacciato , se non isgombriamo tosto di casa sua per la ^ 

porta , di farci uscir per la finestra.... Ù 

Gio Profano ! fj, 

Tom. Sicché... dunque... 

Gio Mio caro fattore ; piglia un po' la granata.. 

sotto i pennelli .. è dà una spazzattina per la stanza. 

Tom. Da capo!... V'ho già esposto umilmente ier 



là 



al- 



tro ch'era venuto qui... per imparare a lavorar di pen- n 
nelli... e non di scopa... fi 

Gio Via per 1' amor dell' arte. ^ 

ToN. Ma per l'amor dell'arte voi non fate mai nulla., jj 
e tutte le faccende toccano a me. ^ 

Gio e perchè ti ho posto nome il fattore? Pen he l'ho ^ 
dato l' uffizio rhe aveva il gran Gian Fiance.sco Penni « 
presso il divin Raffiello ! Ingrato! Sappi per tua cunfusio- j^ 
ne che io mi son proposto di dare a' tuoi servigi m pre- ^ 
mio che pochi uomini al mondo posson promettere , che ^ 
ti sarà invidiato da lotti , che tu sfesso non avresti mai « 
osato sperare... Tinino , fu sarai immortale ! 

'l'oN Gran mercè . quando sarò morto di fame. 

Gio. 1 posteri ti bi-nediranno. 

ToN. Ouando i contemporanei m'avranno accoppato. 

Gio. e che fi fa quel che si bisbiglia dietro teine spal- 
le N he ti fanno le ingiurie della plebe, i rabbuffi d' una vi 
femminella, le minai re d'un sozzo avaro. Tu sai il prò 
■yerbio, Tonino? Ogni uccello... 



Gio Sì, la nostra sorte cangerà... il cuore me lo dice. 
ToN. Dio vi ascolti ! 

Gio. Ma ... odo picchiar alla porta... apri , fattore. .. 
Tom Oh! quando si parla del lupo!. . La Ghita! 
( Sarà coni. ) Pier Angelo Fiouentino. 



IL PASSERO E LA VECCHIA 

Ogni mattina, al nascere 
Dell'alba, una vecdiielta 
Sparger solea di bricioli 
Di pan la finestrella. 

Ed a beccar 1' apposita 
Esca sul davanzale. 
Un passero dimestico 
Correa con subii' ale. 

Sovra la man sua tremula 
Posava a quando a quando , 
E ne beccava i bricioli 
Cantando, pìpillando. 

L'ali sbattendo trepide 
Accarezzar parca 
La vecrhierella provvida 
Che tutta ne godea ; 

E in cordicea: guardatelo! 
Non parche il poveretto 
Grazie mi voglia rendere, 
E sfoghi il proprio affetto ? 

Ma un d'i, rhe il nostro passero 
La finestrella usata 
Non vede al sol dischiudersi 
(,oir esca desiata: 

Ob ver (hia del demoni o , 
Che fai questa mattina ? 
Dov' è r usato pascolo ? 
Ti sveglia, o malandrina ! 

E col berchello infrangere 
Vorria l' invetriala. .. 
Era la ven bla, hai misera 
Per morte addormenlata. 

L" ingrato si dimentica 
Di mille beni fui , 
Per ricordar quell" unica 
Volta, che nu gli dici. 



C. Bettkloi«i. 



Tipografia dell' OMNIBUS 



DmETTORE FROPRIETARIO : V. TORELLI. 



Uipoli 27 ©imjHO 1844. 



— 3nno ócttimo 






UN Flm^LIO GKAHA 5. — VN SEMESTRE 1.30. 



'N ANNATA 2.60. — PER L' ESTERO l'N ANNO 3.60. 



É 




ir3=!r2'©:aii.-^ ©©iloms^^ 



( £' articolo nel foglio prossimo 



Ili mA2>32)33'5!© I 

( VECCHIA CRONICA ) i 

II. I 

La storia del Mendieo. j 

— Uopo è dunque sappiale, o signore, disse il mendico, i 
eh' io mi chiamo Armando di Vallo , e che sun secondo- ; 
genito del Conte di Campi... 

— Che? sclamai io balzando da sopra la sedia all'udir ! 
quel nome e gittandomi al collo di lui ; tu sei Armando, 
tu il mio più caro amico ? 

— Che dite mai , signore ,^mi rispondeva egli stupefat- 
to ! Io non so d' avervi mai conosciuto, né... 

— E come ! soggiunsi io continuando ad abbracciarlo e 
haciarlo. Venti anni di lontananza hanno potuto cancellar 
dall' animo tuo , il tuo amico d' infanzia , il tuo più caro 
compagno di collegio ? 

— Che! Sareste mai?... 

— Riccardo Alba. 

— Voi... tu Riccardo' Oh quale indicibile gioia m'e- 
ra riserbata. 

E corrispondendo teneramente a'miei amplessi, yersò la- 



crime di pura gioia , 6nch" io tutto commosso ancora in- 
terruppi : 

— Fuori , fuori subito da questo fetido bugigattolo , 
bisogna che non vi stiate più nemmeno un istante. La mia 
è sufficientemente capace ed io son solo; però vi ci acco- 
moderete alle meglio. Presto dunque : voi signora, avvi- 
luppatevi in questo mantello, tu amico sorreggiti a me, e 
de' cinque fanciulli, i tre grandicelli ci precederanno , gli 
altri due che non ancor camminano li porteremo in brac- 
cio uno la signora , 1' altro io. 

— Ma ... dicevano Armando e la Margherita... 

— Non e' è ma tenga, e vi prego di fare quanto io di- 
co senza perdere il tempo in vane panile. Quand . saremo 
a casa mia ci faremo le vicendevoli spiegazioni. 

E li- costrinsi a fare il mio volere La notte era inol- 
trata e ci volle alcun tempo prima di giugnf-re a rasa mia. 
Giacomo mi stava aspettando fuori al paniere ttolo perchè 
già da mollo tempo passata 1' ora in cui ero solito a riti- 
rarmi. Egli m'amava come quello che m'aveva veduto 
nascere e che m' aveva cresciuto , e però più qual padre 
io lo considerava che come servo. Venutomi incontro col 
lume al salir su per le scale, restò fortemente maraviglia- 
lo, e poco mancò non si lasciasse cader di mano il lume 
quando meco vide e da me sorretto ]' uomo da lui temuto 
e la sua famiglia , ma io per rassicurarlo gli dissi : 



■-^ià 



— Sai tu , Giacomo , chi si nasconda in questo inendi- Gj dare le mie pene, io scoppiava in me stesso dall'angoscia! 
ro che tu credi portar seco la sventura ? a Se m' incontrava nel genitore non era che per averne un 

lìgli si strinse nelle spalle ed io continnai: B rimprovero e però il fuggiva. Cosi passava i giorni scon- 

— 1 mio pili grande amico, quello con cui fummo indi- h solati e mesti solo con me slesso e quasi sempre chiuso 
visibili per nove anni che stetti in collegio , e che tu hai W ni'lla mia camera; co^^ passai sei lunghissimi anni! Ne 
veduto pur le tante volte allorché mi venivi a visitare. li aveva allora ventolto ed il mondo intanto m'era ancora 

— Il signor Armando ? mi chiese ammirato ed ansioso |] sconosciuto I 

ad un tempo il buon Giacomo. H Un giorno per altro , continuò Armando guardando le- 

— Quello appunto. fìj neramente la moglie, uscito di casa ptr respirar aria più 

— Oh Dio! soggiunse guardandolo amorevolmente, e n libera di quella della mia volontaria (irigione, trassi senza 
come ridotto in tale stato? ^ prestarvi attenzione pel largo dell»- l'igne, e poscia voltati 

— Questo è quanto sapremo tra poco tu ed io. Intanto jf i Vergini mi d ressi verso i Cristallini per salire sulla Ileg- 
prendi per la mano questi ragazzi e precedici ; jjì già di Capodimonte. Alla metà della via. alzati involonta- 

Saliti fìnalnienle in mia casa, dopo aver fatto sedare il k riamente gli occhi, mi venne veiinla una leggiadra fanciul- 
mio am'co e la sua f^nrgliuola , ordinai a Giacomo di »• la fuori ad un balcone che stava tutta intenta a liar da- 
apparec(hiar nella camera contigua, del tutto apportata g go , non alzando mai gli occhi da sopra il suo lavoro Io 
dal rimanente della casa ed in cui si poteva stare con tu'- a rimasi immobile a guardarlo né sapeva dire a mestesso per 
ta libertà, l'occorrente p'r accoglierlo ed egli quanto M qual cagione. Tanta mode>tia , tanta grazia , tanta inno- 
pr'ma s'era mostrato renitente, tanto allora solerte ed W cenza erano seulte in ogni suo movimento ih" eia impos- 
cffirioso , sollecitamente prese a fare quel che gli ave- |f sibile guardarla e non rimanerneamtualiato. ^questa donna 
va imposto, per la curiosità che lo pungeva d' udire Q che avea prodotto in me tale (fletto era Mirght-nta, la mia 
la storia del vecchio amiro del suo padrone. Ed accioc- ri moglie. Ella forse non avrebbe distolli punto gli ocdn dal 
fhè a maggior nostro agio Armando potesse narrare i suoi H suo lavoro, se una ri>S8 (he avvenne sotto il suo balcone 
casi, ed io e Giacomo udirli , feci che prima venisser co- || non ne avesse ri<hiamata la allinzone , e 1' a»esse fatta 
niati i fanciulli. Allorché il furono e che il sonno gli ebbe volgere dalla parte mia. Allora io potetti rontemplar- 
linti, strettici intorno al fuoco Armando, la moglie. Già- O 1» 3 m'o beli' agio , e (liii la conteniplai più ne rimasi 
corno ed io , pregai il primo (he volesse dar comincia- 13 preso. Fosse caso o ventura ella si or.se che stavo intento 
mento alla sua storia. H a guardarla, ed iinmaniinenli, tutta arrns>ando in viso, si 

— nifcardo , co.-ninriò egli tutto intenerito , non pos- M ritrasse in casa Io ne provai pena , e sperando eh ella di 
so esprimerli quale immensa gioia, tu mi fai oggi provare, y nuovo si facejse vedere al balcone, r masi co'à immobile 
Io non lo posso, ma il Cielo senza dubbio compenserà il 9 per lunga pezza senza badare a ciò < he potessero pensar- 
tuo magnanimo operare. Il ne le convicine genti, le (piali della mia condotta do\evano 

— Armando mi fjrai andar in collera se roitlnui su H al certo meravigliare. Alfne ritornato in nie dal mioesal- 
qiiesto tuono. Ti prego di non farmi p ù mollo di co. ma fi lamento , vergognando al vedermi guardar da molli , mi 
scio soddisfa la mia impazienza di conoscere per qual ca- ^ mossi da qtiel luo^o e ripresi la via della ma abitazione 
gione sei venuto in cos'i meschino slato. h tulio pensieroso e pieno dell' ima;^ine della mia IMar-he- 

— Eccomi adunque ad appagai ti. Tu già sai ih' io so- lì rita. Senza dilungarmi più oltre in partcoiari, ti basti 
no del secondo letto, e che mio padre del primo aveva avii- n il sapere (he giunsi a firmi amare da lei, e (he po- 
to mia sorella Eugenia, maritala al mio cugino Alfonso due H co dopo, conoscendo il caiallere altiero del padre mio 
anni prima che ambedue noi fos>imo liscili di collegio, e dal fi e lenendo per fermo iberni avrebbe negalo il suo con- 
qual tempo non ci siamo pili rivfdiili In per lo spazio dei p senso a queste nozze per la disfiarità de* gradi , ((mirassi 
nove anni che passai in ( ollegio , di rado andava a casa Sk un matrimonio secreto con lei col consentimento della 
mia . e , per quella t midezza die ho sempre avuta , o jj madre sua. l'er tre anni furono un mistero per lutti le mie 
perchè forse ne stavo il pù lonl.ano, quasi mi sembrava " nozz-, per tre anni godetti d'una felicità cognita a me $o- 
esser slrau'ero fra' miei , e temeva di scontrare gli sgiiar- H la. p rchè Margherita era dolala di tutte le virtù che pos- 
di del genitore , per natur.il- severo. Alia sorella m era ìt sono far felice un uomo. Ero altresì divenuto padre e 
indiUerenie o piultosto l'odiava, perrhé essa mal poteva ve- n questa seconda felicità mi rendeva beato. Mi angu>tiava 
dere mia madre , nella quale solamente io trovava confor- sf P''r altro il dover occultare questo nodo agli orrhi di tutti 
to e speranza. Uscito di collegio e ritiratomi a casa . pei ff e di dover slare assai tempo lontano dalla mia ( ara con- 
quallro anni che visse mia madre, fui se non in tutto fé- E ''"'"'<'• Ma ben presto la sciagura venne a destarmi da que- 
lire in parte , perchè le tenere cure di lei sopperivano al ìi sto deliziosissimo sonno ! 

difetto di quelle del padre, che sembrava tulle rivolgerle 8 Un , giorno mio padre mi fece chiamare nella sua ca- 
alla mia più fortunata sorella. Ma, morta appena mia ma- |f mera , e , burb'ro come T ordinario nell' aspetto , mi dis- 
dre una vita di pene e di sofferenze cominciò per me; mio g se , dopo un lungo preambolo del dovermi costituire uno 
padre, quasi per nulla si curava di me ; mia sorella e mio a stato, ch'egli a tal uopo s'era impegnato per me colla fi- 
cognato mi dispn zzavano : ed i servi giungevan fino a S gliuola d' un duca. Pensa qual colpo di fulmine fu questa 
sogghignarmi in viso. Mia madre, non aveva pollato che |j proposta per me! 

un nome illustre, poiché mio padre, ad onta della sua smo- M — lovero Armando, ben me P imagino quanto dovet- 
dala avarizia, l'aveva tolta, quantunque ne fosse amante, U te esser crudele , interruppi io compassionandolo 
per isnienlire certi nobili suoi pari i quali 1' accusavano di s — Io, continuò egli, rimasi mutolo ed avvilito Mi 
sudicio e taccagno , non prendendola in moglie, conierliè 0* sembrava che la terra si fosse spalancata sotto a' miei 
senza dote. ì. aonde passati i suoi primi momenti di eb- & piedi e che m'avesse inghiottito, pure l'amor di marito 
brezza, e signoreggiandogli 1' animo di nuovo la sola pas- H e di padre dandomi quel coraggio di cui naturalmente 
sione (he ave-se al mondo, prese a disprezzarla, ed il suo Jj mancava , osai dirgli , avvegnai he alquanto renitente , che 
esempio venne seguito dagli altri. Sensibile com' ella era ?1 non voleva saperne di nozze. Sdegnato per la mia oppo- 
ne provava un'angoscia mortale che la precipitò immatura ^ sizione mi disse die la sua parola era sarra e di.? io do- 
ancora nel sepolcro S op i io adunque al d sprezzo di lui- ti veva ciecamente ubbidire: io cercai esimermene fingendo 
ti fui compreso da tale una cupa melanconia che mi prò- J! di nuovo essere avverso al legame coniugale, ma inutllmen- 
sfrò tiifle le forze dell'animo; io sofl'iiva e piangeva in si- ;* te che egli, ancor più sdegnato, colle minacce cercava in- 
leniiol! Senza un frofello , senza un compagno cui confi g durrai a fare il suo desiderio , s'i che io f.ii costretto pale- 



27 




^ rlr. //>//, 



sargli com' era mjrlfo e padre. A qiiesla confessione il j 
suo furore non ebbe p ii limiti, e, prorompendo nelle più j 
orribili impriTazioiii, mi maledisse e mi cacciò di casa gin- ) 
rando di ndn vdlernii più li vedere né piii riconoscere per 
figliuolo. Io [liansi , pregai, supplicai per ottenere il per- ! 
dono ma tulio indaino , egli fu irremoviliile e da quel gior- \ 
110 i!on villi [liu la casa paterna. Ah die pur troppo , ad i 
oiiia di ( m o disprezzo per le ricchezte, desiderai gli agi \ 
nun per me ijuanto per i miei. I 

U'alloia il lutto e la miseria si posarono snila mia ra- j 
sa, d'allnia inroininciarono gli orribili strazii (he mi fei e- 
10 inianiiiirc anzi tempo ! Senza nessun rongiunfo cui li- \ 
correie in tanta avvera Ih mi fu d' uopo r.issegnjrmi alla ' 
mia sorte e pensare al sostentiimenlo de' miei, ma che fa- | 
re:' lo non sapevo nessuna professioni», nessuna arte. Mi < 
acconciai dunque a passar in netto le scritture altrui, e j 
colio scarso fruito che ne ricavava. tongiunSo a quello (he ; 
Margherita traeva da' suoi lavori d'ago, che mai non ave- ; 
va tralasciati, e cui allora si delle con maggior ard(ire,sop j 
perivano malamente a' nostri bisogni. Cos'i vivemmo me- , 
schinamente per un anno, allorché io, oppresso dalla liop- ' 
pa fatica cui non era abituato , cad.li infermo e rimasi in 
letto sei lunghissimi mesi. Chi può dirti le solleciiudini 
le premure della mia buona Margherita in quel frangente. ; 
Ferma al mio capezzale confortava i trasporti della mia 
disperazione, e ni' indiireva a s'p' rare. Vana speranza! 
Finalmente m' alzai di letto, ma non potetti piìi darmi al- 
l' iilBi io di prima perchè le dita diyenner disadatte a ma- 
neggiar la penna Che fare privo ancnra di questo fragi- 
le mezzo di sussistenza ì Duvetii in somma combalter la 
Ter„ogna e tender la mano nelle pubbliche strade per muo- 
vere l'altrui pielà Durai fatica ad acconciarmi^!, ma alla 
fin fine il dovetti perché i figli chiedefan pane ed io non 
aveva loro che dame. 

Un servo di mio padre, che più di lui sentiva pietà del 
mio stato, mi soccorreva alcune volte, e mi ragguagliava 
intorno a ciò che avveniva nella casa paterna. Seppi da 



lui che mio padre stava gravemente infermo e che poca 
speranza v' era sulla sua vita. \o voleva accorrere a lui 
e cercer di commuoverlo per ottenerne il perdono, ma il 
servo mi raltenne dicendomi aver mio padre ordinalo éi 
cacciarmi se per poco avessi avuto la temerità di accostar- 
mi al suo palazzo. A questa pruova segnalata deil' odio 
suo io non potetti ratiener le lagrime e ne versai in abbon- 
danza. Di lì a pochi giorni lo stesso servo venne a dirmi 
esser mio padre morto ed avermi diseredato interamente: 
a favor di mia sorella. A!iora niaiuo poco e non soggia- 
cessi a quel colpo: ogni via di speranza mi era interamen- 
te chiusa, e la mia famiglia intanto pativa la fame. Pur fal- 
la fona a me stesso corsi da mia sorella ad iaipforarf. la 
sua pietà nelle barbarie del genitore, ed i famigliari me uè 
cacciarono minacciandnmi di farmi pi'g;^io se avesse avuta 
la stolta audacia di riloruare. Andai pure da un tal Ro- 
berto B libo .vecchio intendente di m o padre .. 

— Come hai detto che si chiama questo intendente? in- 
terruppi ansiosamente. 

— floberto Balbo. 

— Vedi combinazione, continuai io , l'altro giorno eb- 
bi da lui un invilo per difendergli una causa. 

— E non sai di che si tratta? 

— No, perché non è ancora venuto da me, raa domani 
anderc) io-da lui, questa combinazione solleticando lamia 
curiosità. Intanto ti prego di continuar la tua storia. 

— l'oco altro ho da aggiugnere. Come diceva adunque 
andato da questo intendente ne venni altres'i cacciato. Al- 
lora non sperando più nulla da nessuno sulla terra , m" 
sottoposi alla divina vobmià , e girando di (jiiartiere iti 

! quartiere chiesi l'elemosina, del cui tenue frutto sosten- 
I ni la famiglia fino a questo giorno in cui il caso ti guidji 
' in mio soccorso. 

I — E non invano spero, snygiuns'io, perthè ancor ijuì 
i v'ha leggi che proteggono l'innocenza, e che sopperisco- 
ì no al difetto d' on capriccioso genitore. Fin da domani 
\ comincerò ad operare , e la mia voce tuonerà forte ali o- 



'28 



l' omnibus 



recchio desìi ns.irpatori de' f.ioi dritti. Ma adesso è vano 
il parlare . intanlo the voi avete bisogno di riposo ; pero 
andate lieti a ledo e sperate. 

_ Caro Riccardo, sempre lo stesso, sempre amorevole. 
Io m' affido a te , tu sei la mia tavola di salvezza. 

E non ti troverai pentito della tua confidenza. Ma 

va a letto perocché già è tardi. Giacomo accompagnalo. 

E Giacomo preso un lume li accompagnava nientr'essi 
piangevano per letizia. E' cosi dolce il godere un momen- 
to di calma dopo tante pene sofferte ! Quando Giacomo ri- 
tornò gli chiesi quasi in tuon di rimprovero: 

Giacomo, temi ora piii di accostarti al moìedetto? 

— Vi prego, signore, di perdonare alla mia dabbenaggi- 
ne ; io non sono uomo di penna ! 

Gaetano Torelli. 

CASTELLO DI l'LESSIS-LES-TOURS 
Luigi XI dopo essersi fatto consacrare a Heims , il 15 
agosto KiGI, non dimoit) che pochissimo tempo a J'a- 
ngi donde si diresse sulla Turenna ove aveva risoluto dista- 
biliro la sua corte. Egli avrehhe potuto fissare la sua sede 
ne' castelli di Tours, d'Amboise, di Loches o di Chinon, ma 
amòcrear.si una dimora tutta novella. In conscguenzacom- 
prò da Arduino di Maillé, suo ciambellano, per contralto 
del lo febbraio l'iG3 , la terra deìMontils-les Tours , me- 
diante la somma di 5, 500 scudi (circa 50, OOU franchi) e 
cambiando il nome de'Montils in ipiello del P.essis,vi lece 
edificare il castello conosciuto nella storia sotto questo no- 
me. Questo palagio non aveva nulla di notevole, né nel- 
le sue distribuzioni né nella sua architettura . e non deve 
la sua celebrità che al soggiorno di Luigi XL Ciinvertito 
verso il 1778 in un deposto di mendicilà, questo casleilo 
fu alienato all'epoca della rivoluzione, ed ora non ne resta 
che una debolissima porzione che nan può più offrire al- 
cuna idea di quel eh' era in origine. 

Senz'aggiugner altro sul castello di Plessis ricorderemo 
solamente che Walter Scott ha nel suo Quintino Duru'urd 
fatta una descrizione piltorescadiquesto castello ove avven- 
gono parecchie scene del suo romanzo. Luigi XI a V\es- 
sis-les-Touis ha anche ispirata a Berang«r una canzone. 



Oli UCCELIO FA IL SUO TERSO 



(Continuazione). 

SCENA HI 

La Ghita e i precedenti 

La Gh. Lodalo il cielo che ti ci ho colto. 

ToN. Con chi parli, Ghita? 

La Gh. Con te , fui fante ... e fi so dire che questa 
volta porterai i covi alla collina! 

ToN. Oh! bella! Che abbiamo a partir (ra noi! 

La Gh. Lo saprai tosto e bene ... che a me non mi si 
fa torto d' un quattrino. 

ToN. Ghita mia, tu mi pigli in iscambio. Volgiti in là, 
e parla al maestro. 

La Gh. Io non ho che far nulla col Tizianelio, che chi 
non ne ha non ne può dare ; bensì parlerò a te, ghiotto, 
e per modo che ra' intenderai. 

ToN. Oh! ti venga il bene! T'ho forse ritratta io ! 
T'ho io fatta star a disagio. 

La Gh Se non m" hai ritratta , non è restato da me. 
Ma ad ogni mudo pagherai pel maestro e per te, che bea 
lo puoi. 



ToN. Tu m' aduli , Ghita! 

La Gh. Oh ! can traditore , non t'ho io visto entrar 
dal rosticciere a comperare il più bel pollastro che era al- 
lo spiedo ;' 

ToN ( Sono tradito ! ) 

Gio .\h :' fattore, fattore! Invece di comprar il car- 
minio ! 

La Gh. Eccolo! qui sta il morto ! E dall'altra tasca 
un fiaschetto d'Orvieto? Non ti vergogni? 

Tom. Giù le mani , Ghita ! — Insomma de' miei paoli 
poss' io far quell' uso che voglio. 

Gio Via , via , figlinoli ; or vi rappattumerò io. Fate 
[laie, bevete insieme, e non s'entri in altro. Ghita, dà qui 
il grembii.le a mu' di tovaglia ; fattore , ri.sciacqiia i bic- 
chieri ... ve ne ha due ap|iiinlo Bravo ; cosi va latio : 
queste son due sedie. . lasciami accomodar la Ghita ii... 
per di dentro... io qui Fattore , arrota d coltello. \"edi . 
m o buon discepolo, piglia esempio da me. Gii artisti non 
debbon es.ser orgogliosi... viviamo tulli da amici , da lia- 
telli... che lutto iia comune tra noi. . Il tuo pollastio è 
squisito. 

ToN. E' vero , maestro , ma cosi non me ne lasciale 
nulla. 

La Gh. Mesci dunque, fattore, giacché sei in piedi; con 
le donne si vuol esser cortese. 

Gio. ( dopo ot'er empito il suo bicchiere sin all'erto ) 

Figliuoli un brindisi all' ombra immortale del gran Ti- 
ziano Vecelli , maestro de' maestri. 

La Gh. {legando anche il suo bicchiero pieno raso) 

Evviva Tiziano ! Evviva Tiziano! 

Gio. Come , fattore ! tu rifiuti il brindisi ì 

ToN. Ma.. . 

Gio. Sciagurato! saresti fant' ardito ? 

ToN. Ma-ilico.... 

Gio. (Ideandosi con furore ) 

l'en he non bevi ?.. 

ToN. Peichè avete preso il mi" bicchiero.... 

Gio. Ah ! in tal laso li perdono... credeva (he lo fa- 
cessi in dispregio del gran Tiziano... Orsù, Ghita, or che 
s' è fatto ; o'ezione, puoi danni una seduta; vorrei finir il 
bozjetlo della Lucrezia. Sparecchia, fattore... che, vorre- 
sti rmaner a tavola sin a domani ? 

Tom. E' certo che se non mangio mai più di stamane, 
non aviò a temer indigestioni ! 

Gio. ( pigliando la laiolozia) 

Lucrezia, ni' intendi ! Atteggiati bene ? La fronte alta, 
le ciglia leggermente aggrottale, il pugnale impugnato sul 
seno i^^nudo. Ti ricordi la storia? 

La Gh. E i he credi parlare a una IM'nente ? son Tra- 
steverina, per dinii; e non fo per vantarmi, ma la storia 
la ho in punta delle dita ! F. poi di questi fatti non se ne 
veggono ogni di, Lucrezia! Una gentildonna romana. . 
onesta... che saminazzò... dopo ! 

Gio. Chi viene? guarda, fattore... Sarà qualche bella 
dama (he vuol farsi ritrarre? 

'J'oN alla porla 

E' una Vecchia strega che tira per l' orecchio un ra- 
gazzo... 

Gio Falli entrare. 

SCENA IV. 
Bertuccia tenendo tuttavia Mo.mo per t'orecchio , e 

DETTI . 

Bert. Vien qua, cavezzuola ; vien qua , ribaldo ; vien 
qua. (Iisutilaci io. 

MoM. piangendo e urlando. Oh ! là, là ! nonna mia , 
non lo farò più ; vi giuro che non lo farò più! 
' Bert. Scellerato, senza cuore , senza vergogna 



riTTORESCO 



]\IoM. j\lercè , nonna , m6r(è , non Io farò piii. fiS 

I)i.nr. Morrai sulle (orthe... siillt; forche, liriccone ! ^ 

i\IoM. Oiinè r orerdiio , nonna , 1' orecchio. H 

Gio IVlci insomma , signora , potrò io sapere che vuol || 

dir (juesta scena ! M 

Iki-.T. Lo stnli , birro , lo senti? Ma me la sconterai... g 

(ilo. Signora .... fJ 

Beut. È' t;iusto , ora vi dirò tutto., chi è il maestro? ^ 

Gio. Son io; in che val^o a servirvi ? & 

Beht. Sap()iate , maestro... L 

]\lo.M Ohi i.i . là I nonna... f? 

IjiaiT. Zino , l)ri;;ante . che .se' pa^'ato serond" tu me- ^ 

rti. . sappiate ni.iestro... di ;;raz'a il vostro nome ?. . fj 

(ilo. (jii)vanni Aringa, detto il Tizianello per la virtìj 5 

del (o'orito. B 

Buivr. Sappiate dnnqne , ser Tizianello mio ... che il ^ 

cielo in punizione de nostri peccati ci ha mandato il piii BS 

tristo, il piii malvago, il piii perverso pollroncello che ali- « 

Ma mai vituperata una casa; ed è tanta la perfidia di H 

questa sua scellerata natura , che della passione ha fatto y| 

morir padre e madri' ; e me , sua avola , ha già ridotta U 

con un pie alla fossa. . . . chù [meo potrà tardare a lia- K 

b'ccarmivi. Ahbiamo adoperato tutti i mezzi e tutto e' è n 

riuscito invano ; digiuni , discipline , prigione , niente ^ 

ha giovalo. !>' abliiauio mandato a scuola ; ha perdu- Q 

to i libri e bastonalo i compagni l' abbiara mes- « 

so a bottega di un calzolaio , e non ha nai saputo ti- W 
rar lo spago. Finalmente era entrato per fante in rasa un |^ 
gentiluomo, e s' è fatto cacciar via per ladrci! — Ebbene, Ù 
malatgiia, giacché non hai voluto attender mai a nessii- a 
uà virtiJ , giacché non hai curato né ammonizioni, né ca- p 
stighi , giacché assolutamente non sei buono a nulla . . . H 
sarai pittore. U 

ToN , ridendo. Bella condanna! ift 

l\loM. raddoppiando le strida. Oinìi;\ O^m'c^ ronna mia, ^ 

uccidetemi, ma non mi lasciale qui ?3 

Gio. frenandosi a s/t-n/o. Signora, se non avessi rispetto ^ 

al vostro sesso... all' età vostra. . ìà 

Bep.t. No , maestro , ve lo confido . . non ha voluto P 

essere uomo onesto fatene un artista .. 1; 

La Gii. Che testarda ! ff 

Gio. Andate col malanno voi e lui, o giuro al cielo . M 

BeI'iT , afferrando Marno a' cipelli e strascinandolo terso S 

la parla. Lo vedi , sciagurato , lo vedi , ncppiir i pittori ti 

voglion tra loro .. or non li resta piii altro che morir sulle |g 

forche. & 

Gio. fuor de termini, dando di piglio a una sedia. Sie- « 

te ancor li ?... aspella . aspetta. ^ 

ToN. ridendo. Pazienza! maestro... lasciatela dire .. p 

Ogni uccello fa il suo verso. Ò 

Gio. Tu pure ìi beffi di me ? S' è mai veduta una più rs 

temeraria bestia di quella vecch a 1 A noi , Ghita. Finia- O 

mo il bozzello... apri ben gli occhi... cosi... le luci spa- p 

ventale .. come se vedessi Tarquinio ... un uomo che ti m 

fa ribrezzo , e paura... puoi guardar il fattore .. y 

SCENA V. I 

fi 

Il c.\pitah Fr.Acvss.^, Giovauni, Tonino, la Ghita P 

' ti 
E5 

Il Cap , mandando giii la porta. Ehi, dalla bottega . . || 

siete sordi, mille cannoni ! "A 

Gio. Chi è di là ? corri , fattore. p 

Ton. Un capitano! Oh! che presenza marziale ! .. . ff 

La Gh. Uà capitano ! Porgimi quella veste , Tizia- || 

nello ^ 

Ton Ha i capelli bianchi i mustacchi grigi .... e una 1] 

gamba di legno. ™ 

Il Gap Aprite o non aprite , mille cannoni... n 



Ton, aprendo. Sia il benvenuto , signore... 
Il Cap. Ov' è Monsieur Tizianello? 
Gio. lù'comi per ubbidirla. 

Il Gap. Signore ... ho l' onore di salutarvi . . capitan 
Fracassa... francese... artiglieria volante con una gamba 
di legno... al vostro servizio... Vi prego di farmi il ritrai- 
lo subito , subilii... 

Gio. Un ritratto! (L'ho detto io che un di o T altro 
avrei il venlo il poppa ). — S' accomodi e vedremo di co- 
minciar il bozzetto. Fattore , da qua i pastelli. 

Il Cap. V awerlo , .sifjnoie, che il ritrailo dee esser 
1 omini Ilio e fiiiiio in mezi' ora ; e lo voglio a olio, m' in. 
leniieli' ? 

Gio. Come, in mezzora? Vossignoria vuol motteggiare. 
Il Cap. Io non motteggio mai, mille i annoili! Ve l'ho 
chiesto in iiiezz"ora perché non posso aspellar piii di mez- 
z ora, m'intrudete ! Se avessi avuto piìj tenifio da perde- 
re, sarei andato da un altro m intendete ?.. però ho scel- 
to di tutti i pittori di Uoraa colui che avea meno da la- 
vorare, m'intendete? Il vetturino m'aspetta qua fuori per 
londurmi a Civitaveci hia , a Civilavici hia m'aspetta la 
fregata per ri.iidiirmi in Africa, in .\frica m'aspetta Abd- 
el Kader ... E, mille cannoni ! mm vo' lasciare ai miei fi- 
gliuoli senza il mio ritratto , m' intendete ! 

Gio. Allora conveniva pensarci prima. Io non fu ritrat- 
ti in mezz' ora. Se la sua venerata famiglia ha atteso ses- 
sanl'anni , può attender ani ora. 

Il Cap Attendere ancora! E credete che i B'^duini mi 
lasceranno tornar via per far piacere a me , a voi e alla 
mia famiglia! iVIa non sapete, signor mio, che il capitan 
F'rpcassa è 1' nomo pii'i infelice che militi in questo mun- 
l'o ? Non sapete che l'unico seguo di tutti i miei pensieri 
è stalo sempre di lasciar un ritratto, una memoria di me, 
prima alla mia buona consorte — la poverella s' è stan- 
lala d'asjienare ed è morta ! e poi a' miei figliuoli ... che 
non aspeltano da me niun'altra eredità se non questa. Quan- 
do cadde il Grand' Uomo, io pensai abbandonar per sem- 
pre la milizia , e, sposata una virtuosa giovane, volli gu- 
star le KÌoie domestiche , le dolcezze del riposo. Sin d' al- 
lora ebbi in animo di farmi ritrarre ! E benché avessi nel 
ventre due o tre palle prussiane, nel petto più d'una scheggia 
di miliaglia inglese, e nelle reni una lancia cosacca... il ne- 
mico generoso . . prevedendo che io dovea maritarmi .... 
aveva rispettato di me tulle le mie parti visibili! . . ìlla 
i primi anni passai ono come un sogno ne' casti afl'elti , e 
nelle tenere cure dell'amore. Sopravvennero i figliuoli... 
e la mia cara mogie disse una parola che non porrò mai 
in obblio. ,. Ecco il più bel ritratto che puoi lasciarmi, dis- 
se la povera moglie!... Finalmente la prima idea tornò 
con più f'cza, e saranno omai ventanni.., scelsi il primo 
piltor di Francia... e lo pregai di ritrarmi ! 

Gio ( Ve' se il destino potea mettermi innanzi un più 
gran matto di costui ! ) 

Il Cap. Come allora non avea fretta, dissi tra me, non 
guarderò né a tempo né a spesa, e voglio il primo pitto- 
re nessuno. L'artista non mi lasciò finire, e dando tre 
passi indietro , sclamò : Voi volete nn ritratto... voi ? Ma 
in coscienza non posso ! — Come non potete diss' io stra- 
lunando gli orchi e spalancando la bocca per maraviglia, 
perchè non potete? — Perché voi siete rosso come un 
gambero .-. e io abborro il color rosso come la peste , ri- 
spose freddan-iCnte il jiitlore. 

Toh. Capisco... era un discepolo di Cimabiie ! 
Il Gap Cima di bue o cima di asino, quando il capitan 
Fracassa hn fisso un chiodo, noi rimoverebbe nrppur Bel- 
zebù. Ebbene , diss' io all'artista , che debbo fare per es- 
ser ritrailo da voi? ."\Iangiar crescioni e ber acqua di fon- 
lana. — E poi ? — E poi vedremo. — Feci questa cura 
per due anni ; a capo di due anni era divenuto giallo co- 
me un boto di cera — Mi scopersi al mio pittore che non 



. . , ■• Ora ^i fhe vi ritrarrò con plarere , IO licenza che potrete ottenere, venite a Roma e vi giuro che 

TiUTartre' i.i.o"^sen>.noaip,.nneli,.ÌQ.an- f ,1 vostro ritratto sarà finito _ M^lle cannoni ! Quell'in- 
fé sedu e io corrono, maestro^ - Cento, dugenlo, m.l- | fame Beduino parea che lo sapesse ! _ M ha p.opno ta- 
! rhi a? L'aite è iun-a e la vita è breve. - A vostra ^ filuita netta una gamha! - l>er me non importa, the non 
.7 tli risDOsi ho ten.po da vendere e pazienza da ha- >* ho mai camminato n.eglio se non .la the ho una gamba di 
fattar'e una sola dimanda? - Dite pure. - Posso h.ma- g le^no. - Ma il mio povero pittore . . quando m ha ve- 
" !I'ó„anlo vorrete. . sinché non arriviamo alla hoc- W d.ito comparire... cosi monco., ha mes^o un urlo . che 
re v"a u V LI j^ ^(.^jjyg esalasse l'anima ... e ha gitlalo il quadro nel 

"^o'^^Iio 0,*:" saper di grazia... ^ Tevere ! Tanta era la disperazione del buon ar,..3 che 

I A rn Lascialo dire, T.zianello , .he mi par d'esse- U V>^^^ V'^^' ^ e ddiito che invece del a gamba non m'ab- 
re ai burattini. -Tirate innanzi, capitano. % i-'a" mo^^o il capo -Capite ora che io ho atteso ab- 

It eli O-ni mattina me n'andava a fumare allo slu ri bastanza, the non ho più tempo da perdere, e the ho ra- 
dio del mio pittore, che m'avea vietato, .sotto pena di per- fj gione di voler il mio lilratto in mezz'ora... 
dér la sua irazia d, veder l'opera puma .he non fos^e g loN. Ma capitano la mezz ,.ra e passata... _ 
fin t Promisi quinto volle! Co>i. senza far piii parole né | Il C.p. E' vero, m.l e cannoni ! parlando non me „ e- 
ria un .anto ne dall' altro, ogni goino per tre ore con U ra avveduto . Come s, fa ora: dovio dunque morire senza 
?,niiè egli lavorava ed io fnmav.,. Un piorno - eran corsi U ritrailo. Ma voi me la pagherete. .. 
ventitré mesi inclr.a da .he la mia tei., er. sul cavallet- | Gio. M, maraviglio di lei. signor gradasso. . rispetl. il 
io 11 mio pittore fu chiamalo fu-., dello studio non so | mio slu.im o . per la mia v.la, le caverò io g-. umori lu- 
cer che fac.enda , e mi lasciò solo. Allo. a pensando che b natici... Fattore, cac,-,a v.a questo signore 
To o o n u a dove;se mancare al mio riiratlo , da cui non g ToN , .p:gnenJo/o be bello .erso la pò, a. Scusi . capi- 
s-era mai spiccato un momento, ebbi volontà di vederlo, tì tano, ma c'è il modo d aver il suo ritrai o m due secon- 
Scendod 1 mio seggiolone, m-accosto, guatilo... Mite ran- «di. .un sno paesano Monzu i^.^W. ha inventata una 
nom' Sul a tela Z, v'era scritto che.pieste parole -. P.af- f macchinetta .he par fatta apposta per lei. Avia .1 viso un 
"rELLO Eri UN GUAN p.ttobe! Avei perduto due anni *é Po' "ero .. un po'adumicato , ma come ella v.en appun- 
FAELLO Ei.A ci> o « r ^^||. ^j.^j^^ ^^^ ^1 jj^ijj „|3ig 1^ riverisco , 

per un assioma! ^ 

ÌTo' Ma' intornia mTiii.'à che ho a far io con.. . | " li" Ir. Va all' inferno, ma.eahone. Se la fregala non 

II Cap Le grida furcn gr^.ndi. V.dev.. ammazzarlo a ^ m'aspettasse a Civitavecchia , vi farei vedere chi e .1 ca- 
nirni mnrio Ma Dui pensando che non troverei un aiiro al 11- || pit-in Fracass^. . . • . .• r • • 

riad. il a<^l.o Sln,,elgrido, mi las.iai persuadere, vì- t G.o. Maledetti! Cosforo han giurato di farmi rinnegare! 

1 dlv de a"r.ne d'in 'op.ra tanto maiav'gliosa. Solo fé- g ToN. Eh ! maestro , sarete il pr<,ve,hio ; 

fi nn oat e lueslo si era di guardar ogni anno a the ne ^ Gio. Vuoi lacere ? - Vediamo. Ch, a, leva su il brac- 
ci un patto, e ques o si eia u t, „ ^.^ ^^^^^^ ^^^.^^. j. ^.^^^^ ^^^ ^^^^^^^ ^^^^ ^^^^ muscolo 

sles.e .1 'n'o/;_^|^^;°- ^^ , g jel braccio. .. e tu. s. r ui celbceio , va un p.' a spasso . 

1t Cap ' Verso ii ISM il disegno della figura era qn.v '' in mio servizio. . che m' hai fradicio col tuo cu^alare 
« fm^o e eia un occhi,. - l'occhio diruto che u,,,, ho H ToN, avviandosi p^^r onda e, si sofferma suH uscio. Co- 
1 ome vedete -era colorato- Al mondo non si vide f, s'i vn dello. Ma inUnto se non v ii.creste e, co venir a 
mai'casrpii. bella. Ma intorno a quel tempo i miei o.n- à .|ne,ta volta l,>le .he vi farà passar tutta la stizza. . o eh io 
Datrioti fecero vela al conquislo d'Algeri, l'auli... l'o'lere |^ m' lugaiuio l„rte. ,• . i, • 

mi si rLlesll' neir animo , e . nulle cannoni ! vcl i .'sseie | Gio. Mandalo u. sua malora ; non voglio veder alln 
anch'io a quella impresa. Tornai a casa carico di gloria, f* per quest oggi ,. .. , .. r e. e» 

ma 0.1.0 dm occhio. Il mio pittere. che non era mai re- ii T.N. Oibo! che costui m ha la cera d un Gre so... se 
rialolT lavorare avea g^à fa to l'aliro. . Bisognò com.i- M .s'argnmenl, da due cioudoion. d oro <he ha a cntola ... e 
Sa d capo Questa volta il povero artista non ne avea | dalle dita p eoe d' anelia ... e da un bel topazio the ha 
colo. Ripigli»"'"'» le nostre se.lute. Io dimauJai lic.n/.a ^ in petto, glosso ,,uaulo una no.c.uola. - Eccolo che v.ea 
r'i iorn.'re e <ome un occhio era già.hiuso... ottenni S dentro. 

;'urd!(licori.à di pi^er chiudere 1 ait^o. Il rilrath, era gin % ( Sura coni. ) P.E« Angelo Fiobe.t.SO. 

ben innanii, quando intervenne la camp.=>(;na d Anversa. | 

V andai come gli altri , e ne ripoitai il nastro da cava- jhj '"" 

l.ere e un manrovescio in sul viso che mi sfregiò la ma- | „ ^« . ^n, 

s,.pl!a — Da capo, di-^se il pilti're. senza perder.M d ani- M, %% l'BAB® 

n,n. _ Da capo . risposi con la slessa fermezza ; soltanto » passc""ia»a di Madrid. 

chiesi la permissione di portar un libro, hco.i impani la ^ Passeggiata 

lingua araba. - Ma in .,uesla ^^-^J^ a rtlanlu-'a" i H Prado , si spesso celebrato dagli Spagnuoli ne loro 
dovetti abbandonar di nuovo '' -° ^^' ^^ i^^^^^^^^ ^ roi anzi e nelle loro commedie , e d, cui'il solo nome ri- 

benche m. trovassi ^*'"'P;^.^°'"'';;^^;"^„P '„'"'' ^Ì'i | eorda tante avventure ed aN venimenli, tanti intrighi, tanti 
ra . non occai nessuna ferita 'l; " ^;'-„;°";;^^„';' ,; 'À ,omplolli politici . è la frequentata passeggiata di Madrid. 
,„,e. capelli erano "-l^ian ati .f^^ /^ "^"^V;,",^;":;,^'. g « |a ^sola t'he sia iiell' interno della città. Esso toimucia al 
toccaci.. Intanto ebbi tempo d ''JYi'KadTr nostro al'ea- " «onvento di Atocha . passa innanzi alla porta di questo no- 
matica italiana.. Finalmente .\bd-el J^.^ "J^^J^ ° ;' 'l U ^. f^ „„ ^,^^ ^j 3' ,,, ,,„„ , e s. stende fi.o a quella 

to. CI ruppe guerra a ''^-i'^^^'»;^';;:';'^'^;'^ ;',",„ g Je Fran.escani , formando in tal guisa , uno .p...io consi- 
;::!:;ri;?:c:hi''S: ^v^M^n: -tP;:i: | derevo,issi.no n r.,nt„ tl'.una parte deila citta. La sua e- 
i,;i.d-,^ soldato-èesposlo a,ropp,.^icer^ | ^'^S^ ^ go 'le:n;!';:rima che il Prado meritasse in 

r't:':b;^:s.f ;mi;e-siel:7r.; e;^'^i: ;e;^.u : pi^: 1 ^:cuna g^ 

• r . Il' ..•^;„..io -I,,. ,1.. \ nello in firn «-ia m,ì »1 """e eia cslreiuainente ineguale , e lungi tlall oUiireai- 
r:tt?Al io Z i io\ rtl^ £'J i - ^''ctto , alcun ornamenlo , questa passeggiata non era 

Sila.' presS; dd\' Accaden;;a'Francese \ alla prima l nemmeno piantata di alberi e sembrava propr.amente uu 



^ 



PITTURiStO 




andò deserto. La Tidnania della corle che risiedeva ordi- 
nanamente a Duen-Ilitiro . attirava solamente al l'rado la 
«0 la elegante ; e forse anche l' ineg.iaglianra del terreno 
e la vasta estensione della passeggiata favorivano i conve- 
gni che VI SI davano pe' duelli. 

Il Prado essendo divenuto un luogo pericoloso, Carlo III 
Io fece spianare piantar d' alberi ed ornare , vi fece in- 
nahare alIreM del e rontane d. marmo ed «n gran numero 
di sla.ue^Oggid, .1 l'rado e una del.e più belle passeggiate 
del mondo . meno a cagion del luogo che a cagionedel- 
1 affluenza maravigliosa che vi conviene ciascun giorno 
da secoli dalle sette e me..o di Francia antimeridiane all^ 
d.ec. della sera. Lo spettacolo che presenta allora il l'rado 
e magnifico. 

i:n larghissimo viale e due altri collaterali , piantati di 
aj.en .percorrono .1 Prado in tutta la sua estensione ; Il 
primo e riserbalo alle carrowe . gli altri due a coloro che 
rnvplif'f"r roco nuove piantagioni vi han formato 
novelli viali e novelle passeggiate. -Gli alberi di tutf. viali 
VI son scoronali, bitorzoluti ed anche contraffatti : il piede 
d, ciascun d essi è posto in un picciolo bacino formato d, 
raatloni , ove de rivoletti conducono I acqua per linaftia- 



mento ; perche senta questa precauzione gli aliieri sareb- 
bero presto divorati dalla polvere ed arsi dal sole. 

Il l'rado è anche abbellito dalla visla di Buen-HelJio e 
del Giardino di Butanica eh' esso costeggia a dritta hno alla 
porta d' Alcala , e non gli manca che d essere ornalo an- 
che sulla sinistra di case e di giardini. 



<:aino e la sua i AiMiglia 

liceo la famiglia di colui che primo sulla terra commi- 
se r omicidio e sul proprio fratello. Caino, nato dal pri- 
mo uomo onde gli altri tutti che po[iolano l'universo tras- 
sero la vita, trasportato dalla invidia di vedere i suoi doni 
mal accetti a cagion de' maliziosi pensieri che ne inRora- 
biavano lo spirito , in quella ihe niiiava l' innocente suo 
fratello prediletto a Dio , troncò a tradimento i giorni di 
lui. I: questa fu 1' ahiiominevole sementa di si orrìbile 
delitto che ha d'uopo, per commettersi , o della follia o 
dello straripamento delle passioni. Misfatti simiglianti, qua- 
li di portar la mano armala contro il proiiriosioiileospt- 



Knerne la vita, dettati dal proprio ben essere, inorndisro- g 
no si ma non come il fralnc.dio, perche in quell. non v e y 
.ome in questo T uiiilà dtUa fonie da cu. scaturiscono due ^ 
fratelli , non la intimila prodotta dalla convivenza . non ^ 
lo stesso sangue che loro scorre nelle vene. .Ma 1 interes- ^^ 
se e r ambizione a che non menano ? Essi acciecano 1 uo- a 
nio, e facendogli porre in oblio i pili santi doveri della na- O 
tui.i, lo tra^porlano a' più nefandi delitti. p* 

Questo ;;.up|ìo di liU\ esposto nel 1833 al Museo di l'a- ^ 
rii;i che qui diamo , rappresenta Caino seduto sopra una ^^ 
roccia, colle gambe stese, il corpo piegato, la testa china- « 
ta, il braccio sinistro abbandonalo sulle spalle della sua ji 
consorte ma senza toccarla; la mano destra ù rivolta al di- ti 
dietro , e^li la nasconde per un moto involontario essendo i^ 
quella che ha commesso il delitto e sembra temere di avvi- ^ 
tinarla al suo giovane figlio appoggialo contro al suo pelto. p 
La moglie di Caino sta inginocchiata vicino a '"'- col- |^ 
la testa appoggiata sulla coscia sinistra di lui tenendo il ^ 
figliuolo pili picciolo al seno. Tutta la situazione di que- '^ 
sta donna indica il dolore. Il figliuolo primogenito di Cai- p 
no e in piedi alla dritta di lui, sostenuto contro il suo pel- |j 
to ; il povero fanciullo alza la trsta e sembra inlerrogare q 
gli sguardi del padre suo e chiedergli coraggio. V 

Si è preso da grandissimo dolore alla vista di questi pn- t 
mi quattro esseri della razza umana si severamente pu- | 
niti , oppressi da tanti mali , e destinati amora a tante £ 
miserie. £ 

DEL 1.° FOGLIO DELL* ANNO 7.° DI QUESX' OPERA. 

Mio carissimo De Lanzières — Tu mi hai promossa una 
rara gioia, interpetrando che cosa fossequella figura del fron- 
tispizio. ed interpetrandola pel mio ritratto , fatto sull a- 
sp^tto di un mio commesso. Ah furbo di satirico Tu vuoi 
dumi che la incisione del Pisante è bellissima, ma che la 

somiglianza ? Ma io ti dirò come andò quella far- 

renda. Io era in \vellino quando mi giunse il 1 " nume- 
ro dell'anno 7.» Ed io guardava quella lignra del fronti- 
spizio, e mi pareva e non mi pareva, allorché un amico, 
venendo a me, mi disse : 

F.vviva, vi abbiamo riconosciuto.. 

— E come no, che sono mascherato io : 

— Oh, oh ! non fate l' indiano. Abbiamo riconosciuto il 
vostro ritratto sul frontispizio dell' anno 7.° 

— Oh ! il mio ritratto ? Vo' vedere io pure ; e vera- 
mente vidi che quella fic;nra avea due occhi . un naso , 
una bocca ( per grazia di Dio ); ma dimandai: Cd e mio ri- 
tratto questo ? , ■ . I.- 5 

— Sicuro, mi rispose l'amico, non vedete i mustacchi .'' 
Ah ! è vero : ora lo riconosco. E somiglia 

— Capperi ; vi hanno tagliata la testa ! 

— A chi mi vuol male ' 

— Ma come non lo sapevate ? 

— No, caro D. Carlo. Gli amici del mio officio , e spe- 
cialmente il mioPisante.ilcui valore artistico se e grande, 
le sue virtii d' animo lo superano, ha voluto qui tarmi que- 
sta grata sorpresa 

— 1'^ d' onde ha preso le sembianze ?" 

— Di mente sua, credo, che io non ho ritratti di nes- 
suna maniera, tranne uno al Dos;herrotipo, che e fuori di 
Napoli, il quale mi somiglia si, ma in convulsione, m au- 
mento di membri , e sotto il dominio della bile , perche 
ditto è pili grosso e truce. 



f! 



— Dunque per farvi una sorpresa ? . . . 

— E piacevolissima , senza dirmi nulla , mi hanno in 
quel modo accennato il riiratto. E dico accennato (leichc 
in un viso tutto grosso quanto una lenticchia , e un mira- 
tolo che ci sia entrata una boi.a. un naso , due occhi ed 
un mustacchio , senza avere a pretendere eziandio una 
gran somiglianza. ,, , 

— Ma V i dico no, vi somiglia. Se noi senza saperlo l ao- 

biamo deltol . ■ a- i- 

— Ne godo, perchè ne godrà l'amico da rsapoluevi 
prometto farglielo sapere. 

Ecco dunque mio taro De Lauzières come andò la lac- 
cenda del ritratto, della sorpresa faltami in provincia, e 
del grado di somiglianza, (juanto poteva essere in si picco- 
la figura. Però mi ti dichiaro tenuto di ([uella parte che la 
il bene della mia opera, e ringrazio vivamente f amico! i- 
sanle delia cordiale e graia sorpresa lattami 

\ . Torelli. 

IN MUraE DELLA PREST.VSTISSIMA GIOVINETTA 
Eloisa Periti. 

E' discesa nella tomba 
Pura come un' angiolclta ; 
E' tornata la colomba 
I Dentro 1' arca sua diletta ! 

I Or che sono innanzi a lei 

Della terra i di piìi bei. 
Le delizie di quaggiii ? 
Seno un'ombra pel suo «ore 
eh' or si è tutta dileguata — 
Dentro l'arca del Signore 
La colomba è ritornata — 
E' fornata coli' ulivo 
Che sul margine d' un rivo 
Colse sacro alla virtù. 
Mira il sol come le inonda 
Di be' raggi la persona, 
Come il crine le circonda 
Di settemplice corona ! 
In quegli occhi volti a Dio 
Mira pago ogni desio — 
Mira il bello di lassù I 
— A te gloria, o giovinetta. 
Che volasti innanzi sera 
Alla patria tua diletta, 
Alla gioja veritiera ! 
Or degli angeli sorella 
Sempre vai di stella a stella. 
E rimiri i tuoi quaggiù — 
Fine al pianto, fine al pianto ! 
Alla vergine felice 
Che or di Dio si posa accanto 
Il lamento non si addice — 



Ed è scesa nella tomba 
Pura come un'angioletta ; 
E tornata la colomba 
Dentro l'arca sua diletta. 
Or che sono innanzi a lei 
i le'la terra i dì più bei '■' . 
Sono un' ombra che passò ! 

B MlRAGLIA DA StROTCOLI. 



Tipografia dell' OMNIBUS 



i-:* FOGLIO i;rama 5. — vv sfìirstre 1.30. — mn' atonata 2.60. — per l'estero \m anno 3.60. 




( La Pace che ricondnrc T Abbondania ) 



Smtissima pace, tu sei il dono più prcg'afo che Dio fa- i 
cesse mai ai;li uomini, anzi tu sei una t'rnaiiazione di lui 
slesso s(iarsa ovunque sul mondo per dai(,'li un' idea di 
paradiso. Non v"è bene die [)ossa equiparar questo die 
è fonte e principio di lulti i beni. Il mat;v;ioii di tulli i pò- ; 
diintnii in Cielo, disseio tutti i popoli della terra. e>'.ere il , 
niuh dolere, le niune (lassioni, i imini desided, quindi una ' 
tompiulissinia pace. Il massimo ile^'i auRiui, e il più so- ' 
ieiine perchè nobilitalo maestosamente dai riti di religione. | 
fu il Ubi pax , e infatli ogni credenza all' entrar di opni i 
nuovo anno ingiungeva ihe gli un gli altri si augurasse 
ro pice I! m.iggiore elogio che i nostri padri solean fare 
sulla tomba di cpialche sposo trapassalo, non curando né ' 
nobiltà di sanpue, né ampiezza di titoli , né grande/ra di 
potere, era la fiase Cum qua vixit sine querela, cioè inpcr- 
/f/Z/M/mj/jac^-. entrain una famiglia, e se hai anima ben 
ronf'rmala alle più nobili sensationi, a che resterai tu ra- 
piti!.? For-e a' lucidi marmi , all' oro , alle gemme , allo 
.splenriore delle vesti, al bantheltare, al suflì -e dormire, ai 
«iaidini voluttuosi, a un'ampia corona di servi, alla ve 
iiusià di bella sposa ? No certo , che tali beni son giuoco 
della fortuna . e come nebbia .si disperdono velo( i innanzi 
appunto a chi più li pregia. Egli guarderà se vi stia la 
sanla pace; ! amore per essa d' una catena di molli indivi- 
dni la un soId anello; per essa un avvedulo consiglio siu- 
f-A le umane deb(de/,ze; [ler essa un religioso dovere sosti 
tuis' e al rigore il perdono-, per essa I' umana IratellapM è 
un viiicolo ( he non si si hianterà giammai per infuriar d'in- 
famie : per e.ssa un Eliso addiviene qualunque congii'ga- 
rionedi uomini. Che se poi in allra gui.-a che moralmen- 
te intenderemo gli effetti della santa pai e. vedremo quanto 
»ia f"ili- il mondo a non nirarla com'ella merita , lome 
«ioeil iiupreiDO tene the possano da Dio attendersi in que- 



sta ferra ei popoli e le nazioni. L'ablioadania d'ogni pro- 
dotto d' arte e di natura è il premio di chi cara la pace. 
Vedi l'innocente agricoltore, dopo non invidiato sonno , 
spargere onorati sudori sul piccolo rampiceilo che niuno 
gli turba , e aveine in aggio quanto mai può una provvi- 
da natura somministrargli; anco la pù sterile gleba è fe- 
condissima per la pace ; nia se pare non v" ci terreni 
piii ubertosi addivengono ingrati e sterilissimi l", i sudori 
dell' agricoltore sono lo splendor dei grandi , la polenw 
dei regni, il pane delle [lopolaiioni. 

iMira l'assiduo mercatante col maestoso pino solcare ma- 
ri d'ogni generazione , balzare in altri mondi, affialel- 
larsi co' popoli più lontani , per comune recipro.aiua atte- 
nuarsi scauiliievolmenfe i bisogni col cambio delle ricrbet- 
?.e dell'arte , e ritornar fra suoi tranquillo e felice, con 
abbondanza di qii.m'o occorra al miglior vivete i ivile , se 
pace lo asseconda egli è ministro di pubblica e domestica 
felli ita ; ove mani hi la (lace a lui cessano i mez/.i di ono- 
ranza , e non può compiere il suo olTitio, o il compie con 
' malagevolezza e periglio. 

Osserva quel sapiente negli ozi beati di una perfetta pa- 
ce dire incr£mento a le più utili scienze , mira quell'ar- 
' lista perfezionar cose die meno dolente facciano la nostra 
! misera vita . mira il santuario delle leggi celebralo eoa 
; affluenza d innocenti , e min lordato da infamia di colpe- 
I voli che attendano punizione da inesorabile giustizia ; odi 
j come il nome di debito si taccia per migliorati tempi , vedi 
r come casti e pudibondi sono falli gb amori , e vedi il la- 
i lamo nuziale sollevato alla pu nobile delle dolcezze. 
i Questo è il quadro dalla pubblica paie, ove è pace è 
abbondanza di virtù , e di mezzi al vivere ; ove è pace è 
f paradiso. 
I Gli Antichi hanno dipinta rAbbondan-> setto la fi^uia 



^ 



L OMNIBUS 



d'una donzella splendente di giovinezza e di salnfe. La 
sua testa é coronala di fiori ; ed un rirco ricamo circon- 
da la sua veste. In una mano essa tiene il corno di Amal- 
tea, d'onde escono frutti e fiori ; nell' altra stringe delle 
spighe di grano. Alcune volte dal suo corno royesc.ato sfug- 
gono un gran numero di monete d'oro e d'argento per 
indicar la ric(hezza. 

Per caratterizzare queste due divinità, madama le Drun 
ha fatto un felice uso degli attributi che le distinguono. La 
composizione del quadro è piacevole e ben intesa. L' aria 
delle leste ha molta grazia e finezza, Il disegno è corretto, 
ed il colorito d' una grande freschezza. Le fii^ure sono al 
naturale. Gaetano Valeriahi. 

§ul medesimo argomento 

Ferve la pugna : premono 
Dell' universo il snolo 
Corsieri ardenti e celeri , 
Di fanti immenso stuolo ; 
L' un contro 1' altro scagliasi 
Da rio furor guidato , 
Si fiedon d' ogni lato , 
S' alibattono, e calpestano 

I vinti i vincilor. 

Di guerra in tanta furia, 

L* Ambizione ingorda , 

Che la ragione ottenebra , 

Che la pleiade assorda , 

Gemer fa il suolo , ed arido 

Si scorge in sulla sera , 

Da rigoglioso eh' era 

lì verdeggiante e florido 

Sul malluttino albor. 
Succede al campo fertile 

D serta una pianura , 

Al buon cultore il prem'o 

De' suoi sudor si fura ; 

Egli è già presso a mieterlo 

Con sua Iranijuilla fali e , 

Quando l'opprime e il gualce 

De' combalienti eserciti 

L'irrequieto pie. 
Versa ogni corpo , esanime 

Ilenduto Calla guerra , 

D' umano sangue un rivolo 

A fecondar la terra , 

Che quale madre tenera 

Satolla piia sen rende , 

II petto poi si fende 

Le memì)ra ancora tiepide 

A custodire in se 
Ma l'indomabil rabbia 

Il suo livor raffrena ; 

Tulio ad un tratto mutasi 

La sanguinosa srena ; 

pietà succede ad ndio , 

Petdonansi le ofl'ese , 

\L le farelle an ese 

Dall' invida Discordia 
' l*ace estinguendo va. 

E pure necissario 

Fu quel versato sangiM I 

La seti! inestinguibile i 

Ad iibramar di 11' angue 

Della vendetta rabida , 

Che poscia si ridesta, 

Con seie più funesta, 

A porre in fuj;a , or ibile , 

La languida pietà. 



Quai calme tornan subito 

Onde del mar commosse , 

Dall' Aqullon terribile 

Furiosamente scosse , 

Tal, dopo fier contendere. 

Le membra umane aflranle , 

Di propria vita amante , 

11 vincitor sollecito 

Concede il suo perdon. 
Reso il terreno sterile 

Dall' inimico acciaro , 

Languon per fame i popoli , 

Frutto di guerra amaro! 

Ciascun si ascolla piangere, 

Ciascun sparuto è in viso , 

Bandito è ovunque il riso , 

Solo singulti e gemiti 

Loro compagni son. 
Ferma è la pace : il rustico 

Agricoltor riviene 

D' onde cebissi pavido 

Alle campagne amene , 

Teatro già d' incendii. 

Di stragi , sangue , e lutto , 

E di novello frutto 

On man robusta ed agile 

Dimanda a! suol mercè. 
Oh qual .successo prospero 

1 suoi sudor corona ! 

Pìi eh' ebbe tolto, tenera, 

La terra gli ndona : 

La pace pili continua , 

La terra piii è feconda . 

L' uomo di tutto abbonda 

Volge tranquillo l'animo. 

Né teme più j.er sé 

Gaetano Torelli. 



OG.\I UCCELLO FA IL SCO VERSO 

( Continuazione e fine ). 

SCENA VI. 

Dos Fazio e i precedenti 

1) Fa. Oh uh ! oh uh ! che raldn, che arsura, chfl af- 
fanno, che sudore I — Può egli un uomo da qualcosa star 
a casa e boltega alla fine della Longara ! Io debbo esser 
vermiglio in viso come un gambero. — Venite qua , quel 
giovane ; eh ! dico a voi dalla cappa, fatemi un po' di ven- 
to, eh' io possa riaver il fiato. 

La Gh. ( Oh la zucca busa ! ) 

Grò , con impazienza. Che volete 1 Che andate cercan- 
do, signore ? 

!). Fa. Un momento, giovinotto, un momento : lascia- 
temi resprare... e poi quando si vien dal sole al buio tut- 

t' a un tratto non posso raffigurar bene gli oggetti .... 

mi par d'avere i bagliori. 

Gio. Ma chi siete i* Che volete ? 

D. Fa Vorrei parlare quando potrò parlare a 

un pittore che ha messo , or fa T anno . all' esposzione il 
ritrailo d' una nastra vicina, e che si domanda, credo per 
molleggio, il Tizianello. 

(jIO. Son io. 

I). Fa. Sia con buon'ora. Ma che veeso;' una donna... 
anzi una femmina... mezzo vestita... « bellina... che or- 



FirroRESco 







rorc ! Se mia moglie venisse a risapere che ho messo il pie 
in questa grotta, sarebbe una stoiia ^ 

1 u}"" "^^ f°"° ''"''^' • Speditevi, te ne prego ner- 
rhe ho faccende assai, e non n,rp,ace di far ^'p^eX. 

.^dtxJ^f'''^''''^''''''^'''^'''^^''^^^'''"- Cbe casa sac 
fft.-eg.ata ! Cbe masse.uie! Che povertà' Dice bene h 
'..-a sposa che cotesti a.t.sti sun una razza di z ngS ja 
starne l„ng. le nulle migba. E quei nbaldone la In sul 

n'°i? '"'"""y"^' parlerete voi una volta ? 

u- f A. 1 ei-donatemi giovinetto ; ma io mi veggo in un ! 

"rrs-.^r/. — - «'"'»■ ""'•" "^«- \ 

n p '^'"^ moccicone)! j 

Fat^o H'sallT"."''''" P'^'"^ indubitatamente di don 

quartiere ! ^ P'^-'cagnol..... la colonna del suo é 

Gio^Non l'ho mai udito nominare. \ 

bene, vu tuo" "anir'v? '•' '" ""l-""'"""^ ^«"^- '^^''- t 
r.^ , ?^'.""'^''>a- - uno sper.hodi tulle le virili \ 

n'-p,'- i*' ""f"" ^ »>• '"II» i)..e.(« ? ; 

IV. .ia n,i,M"":;''°' «'''"°'"'°- »" """"Ito Donna { 

re "'lu-l'Siré-e,,'';;;* ;;•'-"--■ 



a rome una colomba se nessuno la tocca , ma quando le sal- 
si ta un grillo , un vero demonio, lo non potetti mai deli- 
^ berarmi a venir sin qua.... mi pareva più lontano di Be- 
g nevente. Allora , affinchè la casa non andasse sossopra 
^ dissi arditamente una hiigia a mia moglie — e, tra noi, 
3 non fu la prima — dissi che eravate morto di peste 
\ perdonatemi , io vorrei che il cielo vi concedesse cento 
i anni di vita e uno stato men intelice del vostro.... ma lo 
I dissi per acchetar mia moglie Si chiamò un altro p.ltore 
i ihe abitava poco discosta da noi. Il ritratto riusci una per- 
\ fe/.ione, sia detto senza offendervi. Gli occhi, la bocca, il 
I mento, era tutta lei ; p.ireva che le avesse spiccato il capo 
^ <iel busto : persin Teiiii>locle ( il nostro cane ;, la riconob- 
I he, e le abbaiava ... ma. .. 
; Grò Ma (he?.... (possa tu sprofondare! ) 
J D Fa. Ma la veste non era somigliante. Una veste 
j magnifica giovinotlo ! Una veste di velluto chermisino , 
! da sei scudi il brarcio , una maraviglia. Nel dipinto noiì 
! appariva affitto, Nessuno vi poneva nii nte. Mia moglie che 
I voleva far mostra della veste piìj che di sé , che aveva spe- 
1 ranza di confonder tutto il vicinato, divenne una furia, e ta 
prese con me. Che colpa n'aveva io ! Ma quella benedetta 
donna è fatta cosi ! Il pittore si scusò dicendo che mia mo- 
glie avea la febbre addosso quando s' era fatta ritrarre • 
vera scusa da pittore ! che ha che fare la febbre con là 
veste .? Insomma , da wn anno in qua non ho potuto aver 
in rasa un'ora di riposo ... 

Gio. Veniamo 9 una coiiciusione, se è possibile, 
1>. Fa. La conclusione, eccola, lo vo' far pace con nua 
moglie. S' appressa il di della sua festa, ed ho immagina- 
to di farle una gahntena all'improvviso.... che cerio nun 
se l'aspetta. La poverina vi crede morto. 



l' omnibus 



Gio ( Cantlieri ) ! • ,■ 

D. Fa. Voi mi farete un ritrailo di donna Porzia , di 
grandezza naturale, pittura ad olio, di prima (pialilà, non 
badeiò al prezzo. Ma vi raccomando la veste l'er esem- 
pio non \orrei un quadro come questo, né come questo , 
uè come quest'altro. Di cbi è quella pilturaccia nera ne- 
ra che avete sul cavalietti. .. è di vostra mano ? 

Gio. No, signore, è del CaravaRgio. 

D. Fa. toccando la tela. Com'è ruvida ! Io non la vo- 
glio cosi. 

Gio Ve la faremo liscia. 

U. Fa. F poi ha un braccio più corto la metà del- 
l'altro 

Gio. E' di scorcio. 

D. Fa. Oh ! vi prego di non farmi di questi scorci nel 
ritratto di donna Porzia. Vi pagherò qual costtla di pii), 
ma vo' che mia moglie abbia le due braccia eguali. 

Gio ( Che pazienza ! ) cosi farò. 

D. Fa. e quando comincerete \ Il più tosto sarà il 
meglio. 

Gio. Quando avrete fatto venir vostra moglie, o quan- 
do mi condnrrele a lei. 

D. Fa. Ma mia moglie non dee saper nulla , prima che 
il ritratto sia finito. Glielo farò trovar posdomani , ntUa 
sua cameia, quando si sveglia. Qui sta il bello. 

Gio. Ma io non posso far un ritratto senza veder l'o- 
riginale. 

U. Fa. Che monta ? La veste, che è il principale, l'ho 
qui in quest'involto, il resto ve lo diiò io — 

Gio. Lasciatemi in pace. 

U. Fa. Fronte né alia né bassa, ocihio azzurrino, guan- 
ti' pienotte e vermiglie. . 

Gio. Levalemivi diiianzi. . 

1). Fa. Naso grande, borea maggiore, mento a pozzetta. 

Gio. Fuori di qui... o vi farò tal partilo che ve ne pen- 
tirete... 

D. Fa. Capelli già biondi, ma che or tirano al grigio... 

Gio. correndogli addosso Fuori, poltrone, e non capitar 
più qui... né tu né i tuoi pari... (D. Fa fugi^e sbigottito) 

ToN. Via... via accheialevi, maestro... il pover' uomo 
ha avuto tal paura die non tornerà pù. 

Gio. Lasciatemi tutti, che io affogo dalla rabbia... 

La Gh. Non vogliamo terminar la Lucrezia ?.. 

Gio. Non voglio mai piii tni i ar pennelli 1 the maledetta 
sia l'arte e chi me 1' ha insegnata !. . 

D. Fa. tornando sali' Wicio Ilo dimenticato di dirvi (he 
mia moglie ha un neo sopra il labbro... 

Gio., afferrando un colteUo Sciagurato... (D. Fa. e La 
Gii. fuggono Ton. lo tiotliene.) 

ToN. Come ! maestro è questa la vostra filosofia ? 

Gio. Lasciami, o mi do di quel coltello nt-l cuore. Se- 
colo stupido e perverso! Secolo di Boighesi ! Secolo ingrato ! 

Ton. Udite, maestro. Questa mattina quando m' avete 
uccellato con la Ghita e m'avete beccato la mia colezione 
io non Ilo neppur fatto vista d'accorgermene. Ora penile 
due tre si iocthi vengono a darvi fastidio , non si vuol 
pelò maledir f arte e accusare il secolo Lasciale che io vi 
ripeta ciò (he mi dice.ste stamane. (^he (oiilo volete fare de- 
gli asineschi giudizi e delle baloide parole d'una vecchia ar- 
pia, d'un gallo e d'un allocco ? Facciamo il dover nostro, e 
dica chi vuole. Ricoidalew il proverbio, maestro; Ogni 
uccello fa il suo ifrso. PiEu Angelo Fioar.NTiNo. 



LA CHIESA DELLA MADONNA DI LORETO 

a Parigi. 

Le fondamenta della Madonna di Ijorelo fiiron getta- 
te , son circa quindici anni , sopra un leiieno talmente 



i umido che una gran parte dovette esser poggialo su tavo- 
lali sostenuti da palafitte. 

' l^a facciata rialzala sopra parecchi gradini è composta 
di quattro colonne e di due pilastri corintii , che sosten- 
gono un frontespizio e formano peristilio. 

A' due lati vi sono due padiglioni rientrali cui si co- 
munica per una porta. Un gran basso rilievo di 30 piedi 
di base occupa tutto il frontispizio, e rappresenta l'o.T.ag- 
gio alla Vergine. 

Al disotto diil cornicione si legge l' iscrizione seguente : 

Beatae. Mauiae. Virgini. Lauretanae. 

I>a cima del frontisp zio è ornata d' un gruppo rappre- 
sentante la Carità, alla sini-.lra è la figura della Speranza , 
a dritta la Fede. 1 tre gruppi, di pietra di Conllans, han- 
no 8 (liedi di propoizinne. 

Questa chiesa é all' imita/.ione di Santa Maria TJaggiore 
di Doma, divisa in cinque navi da quattro ordinidi colonne, 
ciascuno avendone otto di stiicio. 

La nave del mezzo , assai più elevala delle altre , è 
decorati di otto quadri, quattro grandi e quattro più p c- 
cioi, rappresentanti subb etti tratti dalla storia della Ver- 
gine. 

Il soflilto, in legno dipinto e doralo , è d'una grande 
ricchezza. 

©2.2 A-Eiliai 2.* 3e2^'i!0 

La principale popolazione dell'Egitto moderno si com- 
pone d' Arabi. I Turchi che li governano sembrano oppri- 
merli e tiranneggiarli a piacere , non facendosi scrupolo 
d' adoperare , per togliere a quegli sciagurati il poco oro 
(he posseggono, i piii bai bari mezzi. So|>rattulto nelle leve 
il dis(mtisnio deTurchi diviene p.ù rivoltante, impadronen- 
dosi senza preliminari di tutti gli Arabi propri al servigio 
e condiicendoli come bestie da soma. 

Gli Arabi che si danno alla coltura delle terre o alla 
custodia delle greggi sono vivaci, hanno la fisonomia e- 
spressiva, l'occhio incavato e coperto, ma pieno di fuoco; 
tutte le loro forme sono angolose e miiscolos.^ le loro mem- 
bra; portano la barba corta; le loro labbra che son sottili 
ed aperte la,^cian vedere una b'Ila dentatura ; l'altitudi- 
ne del loro corpo ha più forza che grazia. Questi tratti 
carallerist ci che si trovano nell' Arabo della campagna ap- 
paitengono anche meglio all' ab. tante del deserto. 

La foggia di questi conladini consi.ste in una veste di 
grossa lana ed una picciola berretta di cotone azzurro. 
Quelli che hanno qualche agiatezza portano una vesta di 
cotone di color azzurro ed un liiibante bianco rosso o 
verde. Il costume degli Arabi ricchi che abitano le città è 
una veste di tessuto finissimo, di svariali colori e aperta 
sul davanti. Una elegante cintura loro circonda il corpo. 

L'abbigliamento dell' donne non è alira cosa che una 
lunga pezza di lana nera o di cotone azzurro con cui elle- 
no si avviluppano tutto il corpo e si coprono il viso. 



T2^J!*?t>Ji2A (!ì02.?)l?rìA 

( Fedi la figura al numerg precedente). 

yii •.l'iina ha non |i(ir Sc fatta immortale 
Gli (Inlcc slil <ii rliL' il Mii^linr mio odo ; 
M,i |iiiò qualunque , (li chi p.irli n .scriva , 
Trar dal scpoliin e fir rli'plerno viva. 
AmosTO Cullo xxwii. 

Vitloria Colonna nacque l'anno KiDO nel castello di Ma- 
rino, feudo della nobilissima famiglia roinsiia de" (vdon- 
nesi a dodici miglia da Roma, ultima figlia di Fabnr.iu Cu- 



riTTonEsco 




.ry^mA 






fonna, gran conlestabile dd regno di Napoli, e d'Anna 
di Monlefeltro , figlinola di Federico duca di Uibino. 

Belle di^[lo^izloni d'animo, singolare intelletto, e straor- 
dinaria bellezza tanto la ornarono sin dalla sua più ti nera 
età , che toinpinto appena il quarl' anno , don Alfonso 
d'Avolos, marchese di Pescara, ihiaro [ler militari g'este. 
credeile di ben provvedere alla felicità del pro[>rio suo fi- 
glio Ferdinando Francesco, giovanultn di pari età e di su- 
blimi speranze , chiedendola per esso in l^posa al genito- 
re il quale non la'dò punto a concedergliela, mosso anthe 
dal desiderio di Ferdinando il giovane, re d' Aragona, e 
dalla brama d'aggiungere il vintolo della parentela a quel- 
lo dell' amicizia , the da lungo tempo al marchese di l'e- 
scara stringevamo. 

Venivano intanto i genitori dell' una e dell'altro accu- 
ratamenle coltivando in tnlranilii gli e-iinii e preziosi do- 
ni stati loro da natura concedute, ed iniziando e ()iegando 
i bennati animi ad ogni più bel finr di virtù , e l'ingegno 
alle lettere ed alle scienze a|iplic;nido ; sic» he la giovanot- 
ta Vittoria giunta in età conveniente al maritaggio, ed ac- 
cresciutesi meravigliosamente cpt;li anni le sue nnbilissi- 
me virtù , trasse molti ad aniai la e ad agognar le sue 
nozze. A maggior onore di lei nomineremo fra questi i 
duchi di Savoia e di Braganza , i ^uali pnscia o accorgen- 
dosi , che il pontefice Giulio li favoriva il concertato ma- 
trimonio col marchese di l'escara ; o veramente persua- 
dendosi che il tenero cuore di lei non ad altri sarebbe mai 
per rivolgere queir affetto , che .< opì^ena m-ean gli spirti 
intera dia » nato esserle diceva , e cresciuto neh' animo 
pel giovane più avvenente, più amabile e meglio coslu- 
mato del tempo suo , di più lungamente desiderarle, Ijen- 
chè a malincuore, ristettero. 

Furono adunque con isplendido apparecchio e con pom- 
pa solennissiina celebrale le nozze neil anno diciasseltc-si- 
mo di loro eia, né additar potevasi per tutta Italia (oppia 
più bella, più virtuosa, e di più rare (]iialilà dotata di one- 
sta. Vivevano i teneri sposi [lienaraente e lii-lamente feli- 
ci per le conformila de'costumi e della gentilezza, ne mag- 
gior contento provavano che di piacersi scainbievohiiente; 
ed ora soggiornando nella ridente isola d' Ischia, ora in 
Napoli , quasi da nobilissima gara accesi d'amore e d'o- 
nore , sempre a peifezionaie intendevano 1' animo e l'in- 



i5 gegno .-tiuello nelle più belle virtù, questo nelle discipline 

y migliori. 

Bi Ma fu di troppo breve durata questa pura felicità ; per- 
ii elle , non volendo Girlo V più diderire il muover deli'ar- 
K mi contro a' Francesi, bello parve al marchese di l'esca- 
y ra d' oll'eiire al suo signore i propri servigi. Dalla qua- 
\l le risoluzione Vittoria , avvegnaccbè il distaccarsi dall' a» 
jj mato sposo amaro le fosse, pure non tentò già di distor- 
J3 lo, ma , come amore e prudenza la consigliavano, di que- 
^ sto pure pregol'o , che non si lasciasse all'ardor della glo- 
iSÉ ria trasportare cos'i , che ponesse in obblio la propria sal- 
Q vezza ; e presentatolo d' alcune palme a sìmbolo di vit- 

M tona , con forte , lienchè afflittissimo animo , si sepa- 
ra 
raro no. 

|t| Durante la dolorosa assenza dello sposo suo, Vittoria 
i2 usciva di casa assai raramente , intenta o allo scrivere 
^^ lettere al inalilo , le quali per ciò appunto più affettuose 
riuscivano , che dettate eran da luoghi consapevoli della 
loro mutua felicità , o a coltivare con quella accuratezza 
the potea maggiore i favoriti s loi studi, fra i quali la eru- 
dizione neir anli(hith principalmente la dilettava. 

In i]uel mezzo sentissi ella alquanto riconfortata per la 
novella che il maritf., quasi appena arrivato al campo, era 
stato insignito della illustre carica di capitano generale 
dei cavalleggieri: se non che vo:le poi la fortuna mescola- 
re a quel dolce una infinita amarezza , quando nella cele- 
bratissima giornata di Ravenna, l'annn \SV1, il marche- 
se di l'escara, dopo di essersi con intrepido e marsviglio- 
so valore listtnto , cadde co' capitani migliori in poter dei 
nemici , e fu condotto prigioniere e ferito in Milano. Nel 
tempo di tal prigionia, che non fu però lunga, scrisse egli 
un piacevole e giocondissimo (A'^j/o^^o d'amore, pieno di 
sali e di sentenze, e in segno del suo tem-ro afFe'to indi- 
rizznllo alla moglie , dolendosi di non potere allora avvi- 
cinarsele colla persona, come usato era di fare qualunque 
volta noi ritenevano i doveri dell'importante suo uffizio , 
ad una de'le q'n!i desidera'issime visite allude ella in quel 
verso " qui fere il mio bel zole <i me ritorno >■. Qnas; a 
risposta p<''ò di quel caro pegno di afletto^ immaginò essa 
r ingegnoso emlilema d' un Amorino rindiiuso dentro un 
cenhio formato da un serpente, conquesto motto: .. Quel- 
l'amore the viilù produsse prudenza conservi ». Nel i.ht. 



3S L OMNIBUS 



dava ella a divedere in un tempo e la sagacilà del suo ove ad imilazione dell'amoroso Cigno di Sorga trasfuse 
spirito e la nobile fermezza dell' animo suo » tulio queir affetto , e quasi dissi , delirio amoroso , rh' è 

Accesasi di bel nuovo la guerra , nuove inquietudini e 8 proprio d'un anima , la quale da somma peiturbazione 
nuove ambasce assalirono 1' amorosa Vilioria. Ai cadde al- ^ agitata quel solo oggetto vede, ed ode , ed intende the ha 
lora quella famosa battaglia di J'avia, the levò tanto ro- || miseramente perduto. 

more nel mondo per la totale disfatta de Francesi e la pri- fj Vinta da cosi forte e profondo rammarico , non è me- 
gionia di Francesco I. Non perdonò in com grande occa- W raviglia , che rinunziasse a principesche splendidissime 
sione il l'escara né a fatiche né a stenti, ivi trovandosi il || nozze che le venivano oftVrte, percioi che essere sempre vi- 
primo ove il pericolo era maggiore ; e mentre seguia con M vo per lei diceva quel sole che gli altri riputavano spento, 
impeto la vittoria, non cedette che solo alla forza d un suo m IJen amò ella di stringere amistade co' più dotti uomini 
familiare , il quale trasselo dalla pugna malconcio per le « del suo tempo , affinché fossero quasi tote al suo ingegno, 
ferite. IL ben fu a lui principalmente dovuta la gloria di fj cui tanto maggioruieute bramava perfezionare , ipjanto 
quegi' immensi vantaggi che riportJtrono quel di gl'Iinpe- O che divisalo avi-a di consacrarlo al dolce mesto uDiiio di 
riall sopra i Francesi; intantochè Francesco I, eccellente jj celelirare le lodi dell'amilo suo sposo , e alla posterità 
estimatore d'ogni maniera di merito ancor tra' nemici . ^ tramandarle. Perciò veggiamo pre^sothè lutii que' chiari 
ebbe a dire , ei cello Antonio di Leva , Pescara essere il f| ingegni lodare a cielo la sua singolare costanza, la sua pie- 
primo de' generali di Cirio V. & tà, la sua lara virtii, il suo profondo sapere nelle lettere 

Riparalo in Sfilano o il movesse disdegno del vedersi jj e nelle scienze , e dare al suo spirilo il titolo di divino ; 
men giustamente rimeritalo da' suoi alti servigi, o meg io ^ titolo tanto piij allora prezioso , che non osava quella eia 
sorridesse al suo spirilo lo splendore lusinghiero d'un p d' abusarne , né di profanare simili encomii, accordando- 
treno, egli è fama, the, mutato l'animo, poigesse un trai- S gli anzi che al mento vero , all' apparenza o all'ostenta- 
to l'orecchio a vari principi d' Italia , che unitisi in lega U ^'one di esso Chi non lesse le m.iravigliose lodi date alla 
offerivano al marchese il regno di Napoli , se contro Ce- ^ nostra marche-^ana dai cardinali Bi'iiibo , C'mlarini e Po- 
sare avesse voliate le armi Ma Vittoria, avuto sentore di tI lo, da monsignor Giiidiccioni, da Molza, dal Flaminio, 
ciò , e meravigliosamente atHiggcmlesene, sdisse al mari- ^ dall' Alamanni, così nelle loro prose , come ne' versi? Chi 
to una lettera di elevatissimi sentimenti cosi ripiena, ihc a non sa, che Paolo Giovio dedicolle i scile libri , scritti in 
assai poteva ogni piir vacillante coraggio sostenere: ricor- S Ialino, della vita del marchese di Pescara, e che il Casti- 
dassesidella solita virtù, costanzaegenerosilàdetl'animosuo, y* glione per compiacete a lei non meno , che a Luigi XII 
stesse fermamente attaccalo al suo dovere, al suo princinr; M re di Francia, compose il suo rinomatissimo Cortigiano!' 
non coi titoli, ma colla virtù procacciarsi il verace onon- ; h F. sei ottave consacrolle 1' Aiiosto nel suo divino poecna , 
<h' ella non desiderava g a di esseie mogi. e di re, ma si ^ che sole basterebbero a farla iniuiorlaie, quando ogni me- 
di quel grande ed onoiatissimo capitano. f* moria di lei fosse spenta ; ed una donna di hnis>imo in- 

Fosse pertanto che sentimenti si nobili e generosi alla M gegno e di somma dottrina fornita, la ( aslissima Veroni- 
primiera virtù il riconducessero , o che verainenie ei non Ù ca Gambara , disprezzata la gelosia naturale del sesso , 
desse ascolto a quella ccngiuia, se non per meglio cono- g vari sonetti indirizzolle assai belli, in un de" quali la chia- 
scerla e prevenirla . come a sua giustificazione manifestò fi ma, con rara modestia, unica gloria di quell'età. Ma ono- 
poida all' imperatore , egli è certo , the , s" la sp'eiiciida j^ revolissima mi par di tulle , per ciò appiiulo «he a lei non 
fama di lui non rimase che da passegglera ombra ostinala, H diretta immediatamente , la testimonianza di Agnolo Fi- 
quella di Vittoria di piii liella e chiara luce rifiiise. i-, renzuola , i he in una epistola a Claudio'f'olommei, scrit- 

Ma per le rilevate ferite, e pei disagi delle lunghe e " la in lode delle donne, esalta la marthesa di Pescara, 
successive guerre trovavasi indejiolita cosi la salute del fi siccome tale •< da essere inlri'dolta a ragionare de' legre- 
marchese, che né la natura sua era più alla a ritonfoiiar- ^ ti della natura , e di qual altra cosa si voglia » 
si, né potevano le cure de' più valenti fisici rinvigo- « INè sembrerà a' più avveduti picciola pruova del meri- 
rirla. Di che avvedutosi egli volle ne fosse avvertita la sua ^ lo di questa egregia d^mna , che in tanta copia di ammì- 
diletla consorte, acciò senza frapporre indugio si pollasse ^ ralori niuno quasi , tranne gli storici, parli della sua sin-- 
a M lano, premurosissimo di vederla anzi che morisse. Se M goiare hellezz,), né col linguaggio pur delle muse, ove si-' 
non (h' di corto incalzandolo vie più il male , vide, the « mile lode, ancorché soverchia, o men giusto, sembra non 
tempo non eravi d' aspettarla : psrchè fatto ihiam.ire il ® i he permessa, voluta in femminile argomenio. Non é egli 
marchese del Vasto , suo cugino ed amico, e col piii cai- ff questo silenzio un alto ed eloquente parlare, che a chiare 
do affetto raccomandatagliela , nominollo erede d' ugni || note dice , fra tante eccelse doti dello spirito di lei ', i cor- 
sua facoltà; che né la moglie , de' beni della fortuna a p porei pregi, quantunque rari e ammirabili, non aver qua- 
firan dovizia fornita , ne abbisognava; né in die iassctte an 1? si luogo, ove comparir con onore ? F certo i versi fiellis- 
ni di matrimonio avuto avevano conforto di figliuolanza ; H sirai ch'ella compose, assai apertamente dichiarano di 
ciò ch'ella affettuosamente accenna . dicendo : « Sji-riìi i || ijuante ricca ed eletta supp'lleltile fossero adorni il suo 
corpi fur l alme feconde », e correndo l'anno trentesimo- U intelletto e la sua fantasia , e di qual sottile delicatissima 
secondo della sua gloriosa carriera fini di vivere. g tempera fosse formalo il suo cuore ; e possono servir d'e- 

Non sì tosto aveva udito Vittoria la tristissima nuo- B sempio a mostrare in qual modo imitar si debba un ori- 
va della infermità del marito, eh' erasi partita da Napo- || ginale senza servilità ; opera difficilissima sempre , nia 
li , e con ogni sollecitudine lasciata Roma, deve con stra- || principalmente in un secolo , in cui vera luce , per ciò 
ordinali onori fu accolta , era pervenuta a Viterbo , « che ad amore s'aspetta, quella erasoio tenuta , che al 
quando intese, the più non sarebbe giunta in tempo a || grande luminare del Petrarca veniva attinta Di ihemag- 
JVIilaiio. Jj g'or laude non credette poterle dare (iiammalteo To- 

A sillatto annunzio abbandonata subitamente dall'usata U scano , quanto chiamandola « nulli post Peirarchara se- 
costanza e valore dell'animo, e da quella religiosa rasse- y cunda » 

gnazione, in che, come in suo asilo , ripara 1' umano cor- ?| Fd essa ebbe pure cnmune col tenero cantore di Lau- 
doglio, perdette 1' uso de' sensi, né riaccpiislullo . che per || ra la sventura di perdere in verde età I' oggetto della sua 
lasciare libero il corso a dirottissimo pianto. E fu questo U costante affezione, ed il conforto, non so se dolce od ama- 
per più anni lo sfogo e il nutrimento ad un' ora del suo i^ ro , di remlerlo immortale per mezzo de' carmi. E già 
acerbo dolore , al quale se potè ella in appresso trovare || perniala ventura quasi altre rime di lei no» ci restano, 
alcun lenimento , ciò fu solamente per virtù delle rime , E che queste scritte dopo la morte del marito, com'ella ac- 



PITTORERtO 




cenna fin dal primo suo verso « Stìvo sol per sfogar j 

l' interna doglia ■• ; sicché e" è pur forza dei suono di una j 

sola corda rimaner paghi. Ma come poteva mai meslio j 

r affetto (he il more strug^eale, e la lada injmaginazio- ' 

ne, e la mente feconda variare di quell'unica corda la soa- 5 

vissima melodia ? Quanto non è mai b^lla quella mesta | 

dolci zza, che deriva dal non disrostarsi mai dall' amato ) 

oggetto de' suoi lunghi lamenti? E siccome è naturale in ; 

chi della bellezza delle create cose compiace*! , e più vi- : 

ve in esse . confrontare la misera condizione del proprio j 

animo con la costante , lieta e maestosa armonia dell' u- j 

niverso , rosi avveniva a Vittoria , ond' ella dice: ^ 

Dal avo fonte del mio pianto eterno 

Con maggior fena un largo riro insorge 

Quando lieta stogion d' interno srorge 

L" alma , che ha dentro un logriinoso verno. 

Se non che in fatto di vivo, gentile, e potentissima affet- 
to quella canzone mi par mirabile: che incomincia; « Spir- 
to gentil che sei nel ferzo giornn n ; ove al suo diletto 
sposo in quell'estasi d'amore, che tutto figura presen- 
te, e d CUI il Petrarca c'insegnò tanto bene il linguaggio , 
parla com : 

Gli occhi che giàmifurbi-n-gni tanto. 

Volgi ora ai miei , eh' al pianto 

Jpron SI larga e si coKtinuo uscita ; 

Fedi come mutiiti son da quelli , 

Che li sulean parer già cofi belli 
R seguita a d rgli , che la guardi , né al tolto 1' essere in 
cielo il distolga da nò , i he altra volta s'i gli piaceva , e 
SI duole, che l'afflizione l'abbia intieramente cangiata , 
pel timore di non esser- da lui più conosciuta. 

Io Sono , io son bfu desso , or vedi come 

M ho cangiata il dolor fiero ed atroce. 

Ch' a fatica la voce 

Può di me dar la conoscenza rera. 



Lassa! ch'ai tuo partir parti veloce 
Dalle guance, dagli occhi , e dalle chiome 
Questa a cui dai i nome 
Tu di bellaile , ed io n andava altera , 
Che me l credea, perchè in tal pregio t' era. 
Ed esce poi quasi furibonda in quella maraviglia: 
Coti' è eh' io viva, quando m rimembra, 
Ch' empio sepolcro . e invidiosa polve 
Conlamina e dissolve 
Le delicate alabastrine membra ? 
I quali versi ricordano quel sonello , eh' è tra' pWi belli 
ed appassionali del IVtrar.a, iu cui porta egli invidia alla 
terra, al cielo, a beati (he gli traltengono si cupidamen- 
te la sua Laura; e finalmente alla morte, che - stassi 
ne' ■iuoi b^gli occhi , e lui non chiama ". 

Se ncm che f:a le rime della Colonna [liacemi di nov.i'ì- 
. nare dstintamenie quelle ventisette elegantissime stanze, 
che r illii-lre signor l\oscoe , nella relebrati^sima vita di 
■. Leon X , crede indirizzale a Filibetta di Savoia moglie di 
I Giuliano de' i\1ediri , ma (he non si .saprebbe a qual pun- 
I to della sua vita meglio adattare, perciocché sonn le <ole, 
i dalle rime spirituali in fuori , che del marito suo non fa- 
f vellino. Sparse sono e condite di morale filosofia, rosici he 
! ben ci appalesano , com' ella a' migliori fonti attingesse , 
e in ispezialtà a quello d'Orazio , e possono, se mal non 
ì m'avviso, considerarsi reme il più saporito rompoiiim'n- 
' to (he di lei ci rimanga , stante che in esse di lMn,ga ma- 
I no piii che altrove Irabice quell'amabile facililh. eleganza. 
i e chiarezza di stile, che tanto placa, appunto perchè Cf<n- 
l sente allo spirito di dilettarsi a bell'agio, senr.a la rnidel 
' necessità d' uno sforzo continuo della mente che in danno 
I riesce mai sempre del piacer nostro, non meno che dell'al- 
1 triii lode ; sensatissime e succose, e insieme legate e ron- 
I nessB con bella successione di pensieri filosofiri e di finis- 
i sime osservazioni. Ma non sarà, credo, discaro a chi jeg- 
I gè , sopra queste ottave eleganti fermare un poco il ptn- 



4j t' OMMBVS PITTORESCO 



.1^^ 



»ii'io 1L^S' in om'nrla-^o dalla d'srriy.ione della piimave- fi liia del po?la nnn è sorprendente che s' sappia poco in- 

'i, iiiisla in uti di letizia e di solve mal nconia. Li ler- a lorno a! suo destino. Omeio di>e a>er mollo \ aggiato ; 

li ornala di fimi, le fi-re di- amore fa uicir da' Itusdii e «• induliitatajiienle egli |iernjrse a piii iiprese la Gie.ia, la 

."litiche grolle , le panie >ejlile d novelle fr 'nde, il <iol- s^ l'einci.i, I Jllgitlo, ec, se si vuol gmd care djlle cognizioni 

«e canto degli uccelli , e il gialo ronior de linini (he In- J* gccgiafiche e nurMIime che alleslano le sue opere INiun 

gnano !e spmde fruilf riieiluno la nojira autrice inijurl- ti [mela e piii esilio di lui a descnvere imt' i luoghi, (ilii 

Il g ave ron>i<i'r^zi(.ne : 54 ledele ne, le siie d. pinture , piii allento a l'.ariare le tiadi- 

. . o't! quanto e brece su i'ioni nazoiiali Lgli è seiiipie (lassalo per eccellente geo- 

Qitrs/j nostra inoliai mhfra rifu! ^ grafo e S rabiine si lall'uza sovente delia sua aulorità. Vi- 

f'iir dianzi tultj pir-na era di ni-tr U nalmenle O.neio e lo stmico d IT opoca sua 

Qifst'i p'ng^iii or sì ferdf e si furila ; ^ A iiim lleiido liic Omeio sia stalo lealmen'e ricco, come 

È d un aer lìi'liali) , vsru'v e grfiY laci onta l'.iosania. non era cei lo ciero di nascila , poiché 

La bc-llezza del del eia impedita; ^ non s.irelihe mai stalo capace di fare deile [liltnie de^li og- 

E queste fiere laghe ed umorose ìi fi""!!! vi'.il'ili tali quali i suoi poemi ne conteng no. Si è 

Slji-on Sole fra monti o boschi os'ose. ìi IjHo di lui ora un maestro di sriiola e e o, oia un men 

(Continua) Isabella Teoticui Al^iìizzi ìj dicantr lidolio a guadagnarsi il pane caiiia:ido di [lorta in 

|1 (loila, il (he è coniCddello da quanto SI s 1 intorno agli an- 

Q iiclii aoedes o cantori pressa i Grecie della loio (Oiidizio- 

ULISSE] E PdLIFEMO ^ ne. lissi, se non erano nei h; e pMent;, erano almeno ronsi- 

Ij der.itissiini o meglio ris|'ett;ili ; avevano il loro posto ri- 

EPISODIO THATTO DALL ODISSEA . jj ^^,,,3,,, „ , ^^,.„,, , ^ .J,,^ j^,,^. ^j ^..^..^ ..gnalmeutc l.en 

L' OJiss -a di nero è la storia di tutte le sciagure sof- li accolt. si nelle riunioni de' i itt.idini roaie ne' palazzi d i 
f rie dal protagonista Disse pr lo sp,iZÌo d venti anni ^ prncipi. O.in roera, seiondo ogni v.-ri^inuglianz,!, uno di 
dopo la distruzione di Troia e prima di luc(are la lena na- Tt questi (aniori ainliiilsnti, uno d que pereti estemporanei 
tale. Gli a veoim mi di IMo e di J?,)arta, la grotta di C»- |f eh' eg'i ha rappresenlalo in Femio e Demjdoco , e non 
J.pso, il batlelio costroiio da Ulisse , i racconti nel pj| iz- Ìi un meudcante un m.ieslro di scuola. 
r.t) à, Alcinoo. 1' isola de' C clop , 1" evocazioni- ile' morii , Ij T ilie le pniove (he si hanno d^ll' antiih'lh fanno sup- 
plì avvenlm nll dell' isola di Circe, il Lagno d. Ulisse , la *' porre che i due cassici poemi deìf Ii.id. e dell' Odissea, 
slrage d ■' pretendenti, ciò che avvenne ne' campi e n^lla f| su cu' Aristotele ha liaci alo le regole dallepopea, non sie- 
ilimr» di La>'it', formano l'inliigo di questo primo e clas- H "o sfati composti sur un disegno ant cifialaoiente conce- 
s;co poema. I piii vivaci ed in uno sempin i colori vi cam- 4^ pilo, ma s'i canti sparsi raccolti poster 01 niente. La man- 
fi-'ggiano in tiiìto il loro sp'endore. e d 'stano 11:1 s.-mpr.- ' caiua della scrittura è la priiova piii irrefi agihile che se 
I rescente ini resse senza che la utente aliliia a soiir rvi fa || n" possa avere, laonde i fioemi d' Omero non furono srrit- 
1 i:a (li sorta l'er altro le parti non hinno q 1 'ila neres- Q li nia cantali. La memoria e oiservava alloi.i le opere del 
«iria dipendenza cheicoinpunenli di un fililo drbliono ave- ja geni»), (ome h Irad r.ione, la fama sola trasmetteva la ri- 
le fia loro, osservandovisi a iz' un distaccamento fra esse « cordanza degli avvenimenti. 

• he ha fatto sorgere in mente a taluni critici che si I ///a ff La Cecia co itava due classi di pò "ti: una, e fu la prima, 
de come VOls<ea non sien poemi da una sola mente i- H di qiel'i che improvvisavano e rerilavano i loro versi nei 
inaginati, ma can.'i di diversi rap.iod alla m-'glio accozz.i ff pulililici luogh ; l'altra, e venne dopo, che recitava i ver- 
I , e a (alimi altri che s eii s'i di Oiii ro ma dellat. a hiani ^ si improvvivali da' loro a^teces^ori , ed in Iti modo ven- 
V non collo siopo dell' niiiià f? nero trasmessi a'pisteri questi due pò 'mi. Ma non si può 

L' aniich là di Onero lascia immerso nelle lenclire & duliilare rhe un simile modo di Irasmessione non fosse 
f; anto concern • la sua vita e fa sorgerei duliiii più pio- o sogg Ito a molle alterazioni; pas.sandi per tante hoci he 
lnh li sulla sua esistenza. Le h o^rafie di lui atiribuile ad f[ questi poemi nm hanno p.ituto restare intatl', e molti pas- 
iroilotoe a Platone sono un tessulo di lavj'e alcune voi- fe sa,^gi hann.i dovuto cinomprsi, e frammenli stranieri 
I • ingi'gnosi-, il p il sovente assurde. Gli si son dati per au- ^ esservi introdotti, l'ero appena 1' uso della sirillora si dif- 
fenati i numi e le muse ; si è rircondat.i la s la culla d Q fuse , furon solleciti d' adoprarlo a raccoglier questi canti 
liiTaroli. e sparso del meraviglioso su tutta la sua v ta; ^ preziosi, soli annali de' tempi eroici l'isistrato tiranno 
p il suo nome ha dato luogo ad una quantità di e'imologi ■ W di Atene, volle (he le poesie omeriche fosseio conservate 
fi lerli Omero non è diven ilo cel bre th • in (111 teoipj in n colia siTilliira. e. stabilii 1 un concorso pubblico, fece 
cui e a impossibile d: raccogliere su lui de' do.umen 1 de- m proi limare dag'i aialdi rhe dava (erinesso a chi sapeva 
pni di fi-de; laoade a difetto di questi do ument.si è do- '5 versi d" Omero d indicarglieli, pagando un obolo ciascun 
viito les^e^e la sua s'oiia su d-lle probabilitii. su d -Ile tradì- 51 vi-rso. Ma ciò non si p itette fare senza si ppressioni ed ad- 
lioni più meno alterate, donde un ammasso di favole in- \^ dizioni per ligare le d fl'erenti parti, il die avendo mossa 
rnerenli, di aneiMoij, di particolari fatti pei bisogno .Secon- ÌR la critica, tina quinli'.idi eruditi presero 1' assunto di 
di le men.israglonevoli di queste tradizioni, O.nero sarei) " rorreggerne i filli , e il loro lavo fu di due specie : I ." 
Jie nato sulle spond- del fiume Meles vicino Smirne ; a- fi di riunire le diverse parti di questi poem' cantali fino al- 
vr,-blic avuto per padre M :on e per madre Criteid-;, d on ^ lora a brani stai cali , formando un grande in ieme di fiii'i 
<?.■ viene che lo si chiamiva lUena.'da dal nome d suo pa JJ i fiammentl S|iarsi (he compongono og;i Y Iliade >• I O- 
dr» e Melesigene da' lii'go della sua nascita. In quanto h dionea ; 2 ''' di rifare il testo in p.ii liiogh' per islabilire la 
a!U pallia non si piò dli nulla di cerio perocché sette cit- B concalen:ii/.loue delle diverge ra(isodie. Ma i grammal'ci 
•à si disputano f onore n' averlo vedutonascere.Into.no ^^ d' Alessandria msero I ultima mano a' poemi omerici e Io- 
ali' epoi a in mi nero ha vissuto s' incontra la slessa in J^ ro dettero la firma definitiva, d vidtfndoli ciascuno in '24 
«■■■rtezia. poiché si è indecisi tra il X, il iX e 1 Vili secol a a canti . designali da ciascuna de le lettere dell" alfile^lo 
j'-ima di Gesii C'islo ^ Nel numero venturo parleremo dell' episodio di Uhsse e 

Gin una tale incertezza sulla famiglia, il secolo e la pa- jg Poliftmo. [Compilazione) 



TrpoonAFiA DELL'OMNIBUS Direttorb prophietario : V. TORELLI. 



imiiiiiiiiiiiiiiiiii 



UjpoU 11 Cualio 184^. = 2lnno Settimo = etojjtìì tt." 6 

l-N rOr,LTn OHA.NA 5. — un SEMESTRE 1.30. — I'n' ANNATA 2.G0. — TER L' ESTERO UN ANNO 3.60. 







^///i^i'^ ^ U' ^_yyyayn'yt^//? 



Giuseppe Rihera, dello altresì io Spagnoletto , termina- 
te un giorno un magnifico suo pranzo, pre^e dalle braccia 
della moglie la figiiuolina e raisesi con quella piacevol- 
mente a schcreare , mostrandole ed allontanando allernati- 
vamenle una bella pesca di Malta, che la fanciulla cercava 
afferrare colle sue pienotte e rosate manine. Ma in breve 
la fronte della vaga creatura s' annuvolò , poscia chinò 
le mani e mise un piccolo grido d' impa2Ìenza. A questo 
Ribera le dette nelle mani il frutto, e mentre ch'ella lo vol- 
geva per vedere dove affondarci i denti , un servo an- 
nunziò Belisario Corenzio e Caracciolo. Quasi nello stes- 
so tempo i due pittori entrarono, e Rlbera, dopo aver ba- 
ciata la fanciullina la rese alle madre e restò solo coi due 
suoi amici. 

— Non è vero , diss' egli dopo <jn corto silenzio , non 
è vero che è leggiadra la mia piccola Maria Rosa? Se l'Al- 
bano lavesse veduta si conterebbe un'angelo di piii in tut- 
ti i suoi quadri. Mi rimproverano il mio lusso, amici miei, 
ma io non l'amo che per la mia famiglia, non temo la 
miseria che per essa, poiché la non può vivere di questo 
fumo che dicesi gloria. K'è cagione la fortuna cieca e ca- 
pricciosa , poiché Giuseppino è sazio dei suoi favori in 
quella che Doraenìchino si muore dalla fame. Qual folle 
pensiero ha adunque compreso questi signori del Tesoro, 
conlinuò tetro e pensieroso, che non possono trovare co- 
si qui come a Roma un pittore che abbia energia ed 



ingegno? Quel che abbiamo già fatto, lor dunque sp.ace ; 
Oseranno abbattere le opere nostre nella cappella di S. 
Gennaro; distruggere i vostri affreschi ed imbiancar le mie 
tele? 

Così dicendo , lacerava fremente il lembo del suo man- 
tello di velluto e toccava il manico del suo pugnale i la 
bruna sua fronte diventava livida, i suoi sguardi sfavilla- 
vano d' un cupo fuoco e le labbra impaludile, mosse da 
un brivido febbrile, lasciavano vedere i denti convulsiva- 
mente serrali quasi volessero spezzarsi. 

— Maestro , temete assai presto , disse Caracciolo. 

— D'altra parte, disse Corenzio, Giuseppmo, Cnido , 
Gessi vennero forzati l'un dopo l'altro a cederci lUampo; 
un quarto avrebbe la stessa sorte ; niuno sarà da tanto 
da provocare il nostro corruccio; i nostri lavori son prin- 
cipiali , e quei, che amministrano i tesori della citta v 
penserebbero due vcilte prima di oltraggiare il pittore del 
viceré ed i suoi amii i. , 

— L'insulto è fatto. Le vostre opere sono cadute, e 
cancellati i dipinti, disse bruscamente un quarto interlocu- 
tore che indubitatamente avea udite le parole di Corenzio. 

— Fresrobaldi, ne sei sicuro ? esclamò Ribera con vo- 
ce alta. Hanno'ardito dunque distruggere in un momento 
quel che io aveva meditato per sì lungo tempo ! Guai a 
loro o guai a chi essi hanno chiamato... Il suo nome? 

— Dumenico Zamnieri dello Domenichino. 

6 



(^|jg m3J pgnsi fare r ^^ 'e*'* •' f' '•*" •'^'^ questa casa, ci hanno promessa una 

— Non so ho minacciato Giuseppino, ricco, uomo di § eflicace protezione. Comincerò il lavoro domani, saremo 
mondo mediocre artista; ma una nobile gloria nell'animo | ricchi, td Anna potià sposare colui che ama. Mia cara 
del r.iiticiano non (>uò eguagliare il timore ed egli è parti- g Anna , non nasconder la testa nel seno di tua madre , che 
to Ilo battuto con un bastone il servo di Guido, che. ricco | s'egli è prole d' -jn nobile, eleva la fronte poiché tu sei 
egualmente ha temuta 1' umiliazione. Gessi è venuto colla |f figliuola del Domenichino. E la laccia di Domenico rag- 
sua spada di bravaccio, ma io ho fatto annegare due al- O giò di un nobile orgoglio. 

Iiuvi di lui. e perchè egli non sa nuotare ha ringuaina- U — Hai tu dimenticato, mio caro, rispose Marsibilia, tut- 
ta la spada e conservati i pennelli. Ma con Domenichino la O to quel che han fatto a Guido a Gessi, 
h.lta sarà lunga e dubbiosa ; i deputati del Tesoro ne han f| — No, no. so tutto, e son venuto perchè spero che la-, 
pieso in ostaggio la moglie e la figliuola, gli hanno offer- U sceranno in pace me che sanno esser povero, capo di h- 
:o grosse somme . ed hanno nn' alleata che sarà piii forte y miglia e senza difesa^ ,. ^ ^, . t_ _• .. _._. 

di me. Questa alleata è la miseria che si è raccolta nei 



focolari del Domenichino ; la miseria eh' ei teme non per 
ini ma per la propria famiglia. 

Quest" ultime parole furono pronunziate lentamente. 
Frescobaidi fisava Ilibera, il quale, divenendo più pallido, 
si lasciò scappare dalle labbra convulsivamente tremanti 
questi detti : 

— Gli ! quale insulto ! quale insulto! 

Fresrobaldi sperava disarmare la collera del pittore ri- 
cordandogli I amore del padre, ma inutilmente: la gelosia 



Non avea ancor finito di parlare che una pietra entrò 
per la finestra , e venne a cadere sopra il lit>ro di Dante 
aperto al canto degl'invidiosi. 

La pietra era avvolta in una carta ; Domenico prese 
la carta, vi gillò gli occhi, e disse soltanto : 

— Di già. . 

Marsibilia lesse ad alta voce ciò che sicgue: 

« Domenico Campieri ricorda Giuseppino, Guido e Ges- 
si; se domani sarai ancora in Napoli, guai a te ed ai tuoi; 
I governo Napolitano non ti proteggerà meglio (he non 



avea chiuso il cuore di Ribera Gli altri due essendosi U ha protetto i tuoi predecessori 

' ■ • ' • ^ . • -I I- w — Oh partiamo, partiamo, esclamarono insieme An- 

na e Marsibilia 



accordati tra loro a voce bassa , Corenzio vergò alcune li 
iiee , ed usci precipitosamente. 

Il rumore dell'uscio che si chiuse violentemente lo tras- 
se dalla sua meditazione, ed alzatosi, prese una borsa pie- 
na d' oro in una ricca coppa a ceselli» di Benvenuto Gel- 
lini e disse sottovoce a Frescobaidi : 

— To' quest' oro... l'el capo della mia diletta figliuola 
Maria Rosa, giuro dartene dieci volte tanto se Dom'-nichi- 
1)0 non termina la cappella di S. Gennaro. L'occhio del 
lazzarone si spalancò e splendette di viva luce alla vista 
dell'oro, esitò prima un momento . ma poscia ripose nel- 
le tasche del suo giubbone la coppa con quello che v'era 
dentro, e velocemente usc'i di casa. 

Ribera si fece recare il mantello, covrissi la testa d'un 
sombrero (he cevalagli il viso , e, seguito da Caracciolo 
si diresse al palazzo del vice re. disse il suo nome al cerite- 
lo che lo guardava e disparve sotto le volte dell'abita- 
zione del Duca d'Ossuna. 

In una casa di JNapoli non lungi dalla cappella di S. 
Gennaro, avveniva un' iltra scena. Un uomo calvo, pic- 
lolo , sparuto, d' una fisonomia dolce e quasi timida , leg 
s^eva a " 

the parla degl 

L' una di queste femmine, di circa qiiarant'anni . non n 
pili ascollava, ma con gli occhi pieni di lagrime riguarda- H 
va una giovinetta il cui volto pallido e (;rave pareva indi- u 
care che sofl'erisse. Povera Anna; mormorò ella sottovoce. « 
La fanciulla intese o immaginò le parole della madre, poi- fi 
che- inchinò la testa sul petto come per cercarvi un poco || 
di quiete. |ì 

— Bjsta . basta, questa lettura, Domenico . soggiunse ^ 
la madre. La tua voce è tanto dolce che non può pronun- SJ 
ziare i violenti anatemi dell' Alighieri, i! tuo cuore è tan- M 
to puro che non può intendere lo spaventevole vizio che p 
egli marchia Anna ed io amiamo meglio sentire gli armo- ^ 
niosi sospiri del Petrarca. p 

Per un moto istantaneo tutti e tre caddero in ginocchio, p 
Il sole cadente rischiarava d'una splendida aureola un y 
Cristo d' avorio sospeso al muro della semplicissima carne- ^ 
ra. La povera famiglia pregò: Domenico e Marsibilia per ^ 
i loro fi^liu(jli che piìi non vivevano, la gioA'inetta per un ^ 
fratello ed una sorella che aveva adorali. Rialzandosi, Do- Vk 
menico fece osservare alla moglie ed alla figliuola il Cri- « 
sto che purea sorrider loro con pietà ed amore. M 

— Speriamo, diss'egli, forse Iddio avrà finito di prò- || 
varmi. I deputati del Tesoro ni' han promesso cento scu- U 
di a figura, cin(juanta per mezza, e venticinque per ogni ^ 



— Non mai! Iddio Teglierà su di me. rispose esaltato 
Domenico; egli siami testimone che darò la mia vita, acqui- 
stata la gloria , perchè dopo la mia morte non abbiate a 
mendicare un pane. 

Poscia metteva il dito sopra il libro di Dante ed ascia- j 
raava : | 

— Dio è giusto. 

— Il domani fece preparare gliaffresihi ed innalzare »| 
tavolati. Ribera ed i suoi non s'aspettavano tanta fermez- 
za nel timido Domenichino In oltre il vice lé palesò a Hi- 
bera il suo malcontento sul modo crudo ed infame di (om- 
battere un rivale, e l'arcivescovo di Napoli , Buoi compa- 
gno , nato a Bologna come Zampieri . facevalo scortare 
dai suoi servi e spesso lo andava a veder lavorare. 

Contra il Domenichino gl'insulti erano inutili e le mi- 
nacce perdute, essendo che egli era come la canna che la 
tempesta fa piegare ma non ispezza Convenne ritrovare un 
mezzo plìi sicuro dalla brutale forza , e la cabala ordì le 

„, .„ ^__ ._„ infernali sue fila , la calunnia apprestò il suo \eeno. 

due donne il terribile canto del poema di Dante « Dapprima lettere anonime avvisarono Domenichino che 
la degl'invidiosi. H '^ figliuola gli era stata rapita e posta in mano ai liber- 

tini della ( orfe del vice re. Il buon Domenico correva in 
sua casa, trovava la figliuola occu[iata a leggere con la 
Bibliia qualche poeta italiano , od a suonare. Allora la 
copriva di baci e tornava piti lieto al lavoro. Avendo la 
calunnia esaurito il suo veleno, fu adoperata la cabala. 

La prima volta che Domenico scopri una parte della 
sua opera risuonarono fischi da per ogni dove, sicché il 
pittore perdette il coraggio. Ma mentre riprendeva tristo 
e abbattuto il cammino della sua casa , udì in mezzo ad 
una folla di lazzaroni un uomo che diceva. .... Bi^ogna 
che il denaio del sig. Ribera sia di buona lega, poiché giam- 
mai pitture cosi belle furono vedute come quelle che ab- 
biam disapprovate. Zampieri sapeva che il popolo italiano 
conosce a meraviglia quel che è opera d'arte; applaudi» 
sce i pittori ed apprezza i loro capi lavori. Domenico, rin- 
cuorato . raccontò alla moglie quel che avea inteso e spe- 
rò por fine al suo lavoro. 

Le vergognose pratiche del Ribera vennero all' orecchio 
del vice re che glie ne fece amari rimproveri e la cabala 
fu sventata come la calunnia. Durante due mesi, i nemi- 
ci di Domenico cessarono di pensar di continuo alla perdi- 
ta di lui, talché a poco a poco l'agiatezza venne nella picco- 
la casa , ed il povero Domenico , cui sì spesso era man- 
cato il necessario , si lenea felicissimo Oh con qual ar-i 



J 



PITTCmESCO 




,/,//.. .d_ 



dorè ei lavorava ! liberalo dalla miseria , la grandezza del 
suo ingegno moslravasi in lulta la sua estensione. 

Kibera stesso , mirando i buoni successi del suo rivale, 
applaudiva prima degli altri. L' attiva vigilanza del vice- 
rè , dell'arcivescovo e degli amiti del Zauvpien andò pece 
a p«co mancando, e questo era quello the-tercava Ribera. 

La notte del tre ncivembie 1633 due uomini avvilup- 
pati m larghi mantelli penetrarono nella cappella di S 
Gennaro e ne serrarono accuratamente dietro loro la porla 
th essi avevan trovata aperta. Durante la notte udivasi uscir 
di quella cappella uno strano rumore, e di tempo in tempo 
dei sord. colpi che. ripetuti dall' eco della, cupola partano 
lugubr. sospiri. All'alba , la porta si apri un poco , uno 
degli uomini guardo se alcuno passasse, fece un segno al 
compagno, ed ambedue disparvero al voltare della strada. 

Due ore dopo la città cominciava ad essere frequenta- 
ta, e Uomenico presto e festevole dirigevasi alla cappella, 
quando incontro un servo dell' arcivescovo di Napoli che 
pregollo di seguirlo. Domenico obbedì ! L'arcivescovo eli 
disse che dovea partire per Ro.na ! che non volea la- 
sciarlo in Napo 1 solo senza protettore, e che se non gli I 
spiaceva lo avrebbe condotto seco. Domenico ricusò dicen- , 
do ihe I SUOI nemici eransi stancali di perseguitarlo . che ' 
non avea niente a temere , e che nulla al mondo lo avrei.- i 
lie indotto ad abbandonare la moglie e la figliuola Indi i 
torno alla cappella ove un uomo era giunto "prima di 'lui' i 
Domenico non se ne curò- punto, e mise il piede sul pri- ■ 
mo gradino del suo tavolato. Colui che l'osservava stra- ' 
Lilio e rinculò fino alla porta ; e questo brusco movimen- i 
to gli fece cadere il cappello e scovri i lineamenti di Fre- 
scobaldichecongh occhi fissi in Domenico parca una be- 
stia leroce adccchiando la preda. 



PIAZZA DELLA BORSA A PIETROBURGO 

Abbiamo più volte parlato di Pietroburgo, magnifica e 
vasta città dell'impero Russo, e però tralasciando di addi- 
tarne le particolarità che piii volle abhiam ripetuto, anno- 
vereremo le piazze sue più belle, tra cui primeggia quella 
della Biirsa, di cui qui diamo la figura. Esse sono la piazza 
del palazzo d' imerno che è la piii bella ; quella dell'/f/w- 
mira^liato \ d'Isacco o del senato, ornala della bella chiesa 
di tal nome che non è ancora terminata. In questa piazza 
sorge il monumento colossale dedicato da Caterina li a 
Pietro I; la statua di questo monarca , è collocata sopra 
uno smisuralo masso di granilo d' un sul pezzo , del peso 
di 1,700,000 libbre ; vi si scorge anche il magnifico edi- 
fizio da poco terminato sopra l'area dell'antico senato. Se- 
guono : la piazza del teatro che prende il nome dal gran 
teatro che le sorge in mezzo; il Campo di Matte, destinato 
agli esercizii militari , ed alla cui estremità dal lato della 
Neva , vedesi la statua di SoiivaroM-: la piazza del primo 
corpo de' cadetti ; e da ultimo la nuova piazza formata dal 
[lalazzo d' Anitscków e dalle nuove fabbriche della biblio- 
teca imperiale, oltre a la già indicata della Borsa. 



( Continuazione e fine 

A cui succede qir-i tristo confronto, che al verno di-lla 
nostra vita non tien dietro già , cnrne a quello della na- 
tura , un novello fiorire, e parlando qui dtlla morte, el- 



l' omnibus 



!a noia uno de' più formidabili suoi colpi , dicendo : B 

Anzi quella crude! ha per usanza | 

1 più famosi e trionfanti regi , fi 

Jllor che hanno di vincere speranza, U 

Primr di vita , e degli ornati fregi ; E 

Né lor gio,>a la regia alia possanza , || 

Né gli' avuti trofei , né i fatti egregi- g 

(1 fatto congiunto al patetico tenore di tutto questo com- ^ 

ponimento , potrebbe indur altri a credere , che esso sia A 

posteriore alla perdita , che fece Vittoria del suo ama- O 

to consorte. Passa indi a deplorare la umana stolte7Zi, per ^ 

cui, quasi non basterebbero gì' inevitabili difetti di nostra ^ 

natura. || 

Procacciamo dì far noiosa e greve « 

La vita die tròppo è misera e breve P 

Il guerriero, il mercatante, il cortigiano, 1' nsiirpafore e | 

l'amante sono cinque condizioni di persone , eh ella con ^ 

adattissimi caratteri disegnò per le pm soggette a mali e | 

pericoli non necessarii. l'ercò <■ La felice antica etade " fj^ 

ch'ella descrive, anzi dipinge con somma vaghezza , le |J 

pare la più degna di tutte, che uom la desideri , e felice |j| 

le pare doversi dir solamente « quel che vive in vita tale -. a 

SI veramente eh' egli cerchi : O 

..... Quella che 1 uom eterno serba U 

Dolce )ìelfine, e nel principio acerba à 

Lo vinti , dico » b^ 

1 cui nobili elfelti ella narra così nella segiienle ottava: | 

„ D: così bel desio l anima accende u 

Questa felice e gloriosa scoria, <^ 

Che olir cose celesti spesso ascende . |f 

E i intcllello nostro spesso porla , g 

Tal che del cielo e di rial ni a intende f} 

Ci li alti segreti ; onde poi fotta accorta , || 

Quando ogn altro piacer men bello sia . g 

Sol segue quella , e lutti gli altri obblia » . ^ 

E queste Iodi della virtù la conducono naturalmente a |^ 

decorarne quel pcr,onaggio, qualunque e' siasi, cui sono n 

da lei dedicale quelle vaghissime stanze. jf 

Ma dopo lo spazio di ben sett'anni fatta ella accorta , a 

the né le rime né i viaggi frequenti né gli onori che le y 

venivano resi, verun alleviamento purtavano alla >ua prò- fi 

fonda tristezza, nuli' altro divisò rimanerle , che intera- |f 

mente dirizzare 1' animo e !' iiiJelletto alle cose celesti : | 

laonde soflocalo ( conciossiachè io non sappia se spegnere « 

si potesse) quel caldo alletto , per cotal guisa del divino ^ 

s'accese che fecelo, eoa esempio assai raro in donna , J^ 

l'oggetto nobilissimo de' suoi carrai; a molti de' quali pe- l| 

rò sciaguratamente occorse quella sorte medesima , che y 

ad altri' molti suoi scrini scieiililiii e [loetici , cioè d' an- " 

darne smarriti : perchè parmi di poter dire . doverle noi JJ 

altrettanta lode per quella stima, che da tanti preclari in- || 

t;egni s'i largamente le fu Irilnitala, (i-ianta si è quella, co; u 

iucche grandissima e singolare , che lueiitanu e i sonetti || 

suoi che ne restano e le lielli.ssime stanze , e il capitolo || 

del trionfo di Cristo, in cui sembra , che anlmandos^ e |j 

.sé medesima talor superando, la mente e lo stile per siffat- p 

ta guisa innalz;)sse da rendere l'uua e l'altro alla sublimi- b 

t;i del soggetto adeguati. . . « 

E crebbe a tale la fama di sua r.'ligiosa p'eta che a lei || 

cbhiTo riiorso per istruzione circa il modo di bene e spi- || 

litualmenle condurr»- la vita, e una regina di Navarra e « 

unadurhe^-a di Auiifitun C ■rnanio T .sso , al ipiale p 

sinome ad altri b Iterati ancora, male agiati de' beni del- || 

la fortuna non pure d' aioli spiiiluali, ma d'altro genere a 

(ziinJio di soccorsi fu liberale ; che iu essa, qual gemma || 

delle virtù , bella risplendeva la santissima benefuenia. SS 



Nulladimeno o sia che la complessione tenera e deli- 
cata di questa donna amorosissima a lungo sostener non 
potesse gli sforzi d' una immaginazione assorta negli og- 
getti puramente spirituali , o sia che 1' amore divino si 
confondesse talvolta nell'appassionato suo cuore con quel- 
lo sconsolatissimo affetto maritale , o sia finalmente che 
trovandosi fra l'uno e l'altro divisa poiché non é dato 
a' mortali né spogliarsi al tutto delle umane inclinazioni, 
né al tutto iu un istante ordinariamente vestir le celesti , 
mal potesse a tal contrasto resistere , noi la veggiamo con 
una specie d'instabilità e di dubbiezza viaggiare ora alla 
volta di Lucca, ora di I"'errara e Bologna, ed ora seguire 
r idea religiosa d'un viaggio a Gerusalemme; da cui con 
più illiiuiinala pietà , che la sua per avventura non era , 
limossela il marchese del Vasto, temendo per essa i disa- 
gi di si lunga peregrinazione ; ora chiudersi nel raoniste- 
ro d Orvieto e poscia in quel di Viterbo, e finalmente giun- 
to l'anno I5ì7, cinquantesimottavo dell'età sua ritornar- 
sene a Roma, dove non guari dopo, in odore quasi di san- 
tità , passò a vita migliore , lasciando le preziose sue sup- 
pellettili al cardinal Polo, la cui amicizia era per lei sta- 
ta sempre con somma diligenza coltivata. 

Isabella Teotichi ALur.izzi. 



1 granatieri , nome che fante morti gloriosamente date 
e ricevute resero famoso e terribile , traggono origine da 
qiie' soldati sceltissimi , i quali nel XIV, XV e XVI secolo 
formavano il fiore degli eserciti francesi, in cui erano di- 
stinti col titolo di figlinoli perduti { enfons perdus ) espri- 
mente a meraviglia l'indole arrisicata e cimentevole di tale 
famiglia. ILssi venivano, per lo più, collocati all' antiguar- 
do, ne' sili più esposti, e se v'era un'ardua prova da 
vincere, ad essi toccava il tentarla Estratti a misura di 
Tirza, di coraggio e d' intelligenza dal seno delle bande 
(compagnie) meglio disci(ilinate, questi uomini roinisfi ed 
avidi di pericolo ora operavano agglomerati in corpi stac- 
cati, ora fronteggiavano le varie colonne moventisi per as- 
salire, ora, togliendosi in mezzo 1 esercito, vigilavangli ai 
fianchi, onde il nemico non dessegli molestia per via. Nelle 
brecce , poi, ed in generale ne' latti più maneschi e mor- 
tali , era legge, non che consuetudine , eh' ei s' avessero 
sempre il primo e principal luogo. Ond'é che oltre la pa- 
ga maggiore e la maggior pompa delle vesti, poneansi loro 
in mano armi eziandio notevolmente migliori. Inventatesi 
quindi, nel 1537 le granate , furono d' essi i primi che ri- 
cevessero in ufficio di adoperarle , gitlandole , a slancio 
di braccio , in mezzo alle file nemiche , negli assedi raas- 
simami'nte. Locchè die loro apfninto il nome di granatie- 
ri , passato col tempo , dalla Francia al di fuori , si che 
il mondo tutto in brevi anni andonne inondato. Il vigore 
delle membra ed un provato valore furono dapprima le 
sole condizioni richieste per l' ammissione nel novero dei 
granatieri : ma parve, poco stante , che anche l'altezza 
della p'rsona potesse contribuire ad accrescere la terri- 
bilità di gente sifialta, e fu statuito che si avessero cini|ue 
piedi e quattro pollici di statura, e già avessero dato buon* 
segno di sé in sei anni di militare servizio. Ma il rigore 
non durò costante se non che su la laccenda della statura, 
ess-ndosi , quant.T al servizio , acconsentito che bastassero 
quattro anni , e sull'ultimo anche due soli. 

I granatieri vennero, come ì figli perduti loro predeces- 
sori, contraddistinti , fin dall' origine , con aruii e fogge 
piivibgiate. Le armi furono, sul principio, un'ascia, una 
sciabola, ed ima gronatiera o sacco di cuoio contenente da 
dodici a (piiudifi granate. La granata eradei calibro di 4 
e pesava due libbre : empievasi di polvere , e davasele il 




fuoco col mezzo di una miccia , custodita in apposito a- |S 

stuccio. I granatieri s' ebbero, inseguito, cioè verso il Sne ^ 

delle truppe assoldate. Da quell' epoca questo nome passò gs 

a significare uomini d'arme elettissimi, e diversamente or- « 

dinati secondo le varie nazioni e le varie epoche, i grana- o 

tien Qgurano con onore in tutti i fatti guerreschi chean- Ù 

darono via via insanguinando la terra. ù 



COSTUME DI CITTA 

DELLE PERSIANE D' ASTRABAU 

La città d" Astrabad ù situata nel Mazenderan sulle co- 
ste meridionali del mar Caspio, e deve , dicesi la sua ori- 
gini a Zizideb-Maklud capo arabo di una grande celebri- 
tà. Questo principe essondosi fermato ad un villaggio chia- 
mato Aterik che occupava una parte del sito attuale ov'è 
la città di Astrabad , si trasse iialla terra un tesoro com- 
posto di quaranta vasi d' oio e d' argento e legati insieme 
da una catena. Zizid ordinò ^i costruire una città con 
quel. e ricchezze. Astrabad ha una lega quasi di circuito 
ed è fortificata, ma in sì povero modo che i suoi baluardi 
non resisterebbero per nulla a milizie un poco risolulc. 
Come tutte le città della l'ersia essa è in gran parte mi- 
nata e le sue mura non racchiudono più di duemila case. 
Per altro f aspetto di Astrabad dAfrisce da quello delle 
altre città meridionali della l'ersia , non solo i boschi ^i 
stendono su tuif i punti fino al fossato che circonda la cit- 
tà : ma i numerosi giardini e gli alberi che ombreggiano 
in tulli quartieri gli edifici , producono un effetto piace- 



vole, quando Io si paragona all' aspetto sterile e monoto» 
on delle mura e de' tetti di terra grigia delle città delle al- 
tre province. Le case anche son pittoresche e ridenti per 
la forma e pel colore, lo stile della loro architettura è leg- 
giero pili del gusto indiano che del gusto persiano , i tet- 
ti elevati in punta sono coperti di tegole e sorpassano le 
mura. Molte hanno alte badghirs ( letteralmente prendi- 
tori di venti ) e sono torri quadrate aventi da ciascun la- 
to delle aperture per dove il vento giugne nelle camere di 
una casa. Queste torri coperte di tegole f.|nno, nel pae- 
saggio , r effetto che producono i campanili, cioè l'amma- 
no. I bazari sono molto estesi , ma poco gueniiti . poi- 
ché iiuantunque Astrabad sia un porto di mare vi si fa 
poco commercio, C:ò che vi è di più notevole in questa 
città singolare è la freschezza e la bellezza della verdu- 
ra che si mischia da ogni parte alle case; qui vecchi e bel- 
li sicomori , là alti cipressi che s' innalzano al disopra del- 
le mura di giardini carichi di gigli e di garofani. 

Il costume delle donne di Astrabad diflerisce poco da 
quello eh' esso portano nelle altre province. Esso si com- 
pone di. una camicia cortissima e d' un calzone, un fazzo- 
letto di seta nera attorcigliato intorno alla loro testa ser- 
ve di turbante con un pezzo di cotone che si gitta nel bi- 
sogno sulla testa e sulle spalle. Ma quando esse escono 
a mi.ilche d stanza dalla casa si servono del teliedder o ve- 
lo che avviluppa tutto il corpo. Questi veli S'mo di seta 
Il di cotone listato, alcune volte in grandi q'iadrati azzur- 
ri , ed alcune altre rossi e verdi Esse portano all' gam- 
be una sp-'cie di calze chiamate tchak tthor che ricevonn 
come stivali il basso de' calzoni. Al disopra poi di queste 
calze mettono !e panloffjle ordinariamente verdi ed a tal 
Ioni alti. 



L OMNIBUS 



( VECCHIA CRONICA ) 
III. 

II falso testatore. 

Poco nulla chiusi occhio la nolte successiva a qiiesfav- 
lenimento , considerando P instabilità della fortuna che a- 
veva precipitato il.illa più splendida (ondizione nella più 
squallida miseria il miu povero amico. E^^li non era dota- 
to di quella forza d animo che sa affrontare le sventure e 
rendersene maggiore, [ercui, nel vedersi tutto ad un trat- 
to privo di ogni speranza di Lene a-venire e padie di fami- 
glia , la quale non sapea come sostentare , era caduto in 
quel maiausuralo letargo che tutto assopisce i sensi del- 
l' uomo SI che solo auloniaticanienle lo fa muovere. Oltre 
a ciò l'odio del padre , l'altrui disprezzo , di cui , anche 
falso del lutto , egli era intimamente persuaso , gli aveva- 
no interamente tolta quel po' di confidenza the poteva ave- 
re nelle proprie forze , rendendolo timoroso di se sfesso e 
Tile in faccia ad ognuno. Laonde ra' era dolce conforto al 
cuore l'essermi imiiatiutoin lui, d'averlo soccorso debolmen- 
te e forse di potergli più ampiamente giovare. D'altra par- 
te non sapeva rendere a me stesso ragione del perchè la 
combinazione dell'invito tenuto da quel Balbo col raccon- 
to di Armando , in cui mi diceva quegli essere stato inten- 
dente di suo padre , mi facesse sorgere un vago sospetto 
di avere a stoprir qualche intrigo. La professione di avvo- 
cato può dirsi non si alimenta che di sospetti , alla cui ve- 
rificazione intendendo, si viene poscia a sceverare il vero 
dal falso. E tale sospetto avendo preso profonde radici nel- 
la niia immaginazione, questa , addormentatomi, mi prt- 
sentò l'inlendente come il solo autore delle sciagure di Ar- j 
mando. 

Il mattino, come fu giorno, attesi con Giacomo a far de- ' 
porre quelle luride vesti ond' eran coperti a' miei cari prò- ' 
tetti, ed in poco d'ora il tutto fu presto, se non cornea- i 
yrei voluto, almeno come la scarsezza dil tempo mei per- • 
mise. Io aveva risoluto , poiché la barbarie d' un padre ' 
aveva calpestato i più santi doveri, a giovargli per quanto I 
m'era possibile, e fargli scordare in parte le pene soitt-rte , ■ 
anche se non mi fosse venuto fatto di reintegrarlo ne" suoi , 
dritti. Io non possedeva molto per vero , ma essendo solo i 
m'era più che supeifluo, e di leggieri poteva prestar soc- I 
corso a chi ne avesse bisogno, n' altra parte quello sfar i 
sempre solo m' era venuto ad uggia , e preseutatomisi il \ 
destro di aver compagnia, l'accolsi con ogni possibile ardore. : 

Armando ed i suoi, come usciti di letto e vestiti degli a- i 
bili che aveva loro fatti fornire, vennero da me solleciti a j 
farmi tm' infinità di ringraziamenti che venivano loro prò- ; 
prio dal cuore. Come meglio potetti repressi il tenero ef- i 
fello della loro riconoscenza, e quando mi fu dato parla- I 
re diasi al mio amico : j 

— Armando , d' ora innanzi non formeremo che una : 
sola famiglia. Le mie non poche faccende non permellen- ! 
domi badare della casa, un d'i o I altro mi avrebbero indotto ' 
a provvcùermi di chi avesse potuto prenderne cura ; ma \ 
ora tua moglie sopperisca al bisogno ; imponga e di.spon- ■ 
ga di tutto tome meglio l'aggrada. Tu sarai mio compagno. ! 
ed in quanto a' tuoi ligliuoli penseremo a dar loro istru- \ 
zione aCinchè l'avvinire non torni ad essi di peso e li sieno i 
conforto nella vecchiaia. H da ultimo, se l'amicizia the ne ; 
unisce ha qualche potere su di te t'impongo in suo nome | 
di dar bando a' ringraziamenti , riuscendomi anzi che no i 
molesti. ! 

— Ma tu vuoi opprimermi di grandissimo peso, non la- 
sciandomi neppure lo sfogo libero alla mia riconoscenza, | 
che solo colle parole e col pianto potrei esprimerti. j 



f — Oh SI , lasciateci benedirvi mille volte al momento, 
^ interrompeva Margherita , lasciatene spargere le lacrime, 
f che, per tanta bontà, la gioia ne fa sgorgare. 
I A ciò io feci un atto d' impazienza, per cui, compreso 
i quanto poco a grado m'andasse quel favellare, si tacquere 
j ed io continuai : 

! — Tvliei cari , io esco per le mie faccende e tra poco ci 
I rivedremo. 

I E tolto commiato da loro m' accingeva a partire quando 
venne Giacomo a dirmi che il sig. Roberto Balbo chiede- 
va parlarmi. 

— Oh come a proposito ha prevenuto i miei desideri, 
sclamai io. Giacomo introducilo nello scrittoio cl.e ora sa- 
rò da lui Armando, vieni meco, 1' intendente di tuo padre 
non fi riconoscerà e chi sa che la tua presenza non ci ser- 
va a sco[)rir terreno. 

— Si, ho grandissimo desiderio di vederlo. 

Andati nello scrittoio, mi feci incontro a colui, dicendo- 
gli dopo i convenevoli ossequi e the ci fummo seduti : 

— In (he posso servirvi signore :' 

— Vengo a deporre , mi diss'egli , tratto dalla vostra 
fama, la difesa de' mìei dritti tra le vostre mani , ma vedo 
qui. . . . 

— Parlate forse di questo signore ? Egli è un mio gio- 
vine e potete francamente dire il tutto innanzi a lui. 

— Qiiand' è cosi sappiate che il conte e la contessa di 
Campi mi van debitori di ducati ventimila , di cui il mor- 
to conte , padre della contessa , mi fece legalo nel suo te- 
stamento. 

Fin dalla prime parole di lui , Armando aveva fatto un 
atto di sorpresa, che, non essendo stato avvertito dal nar- 
ratore, questi continuò: 

— Da quattro anni che è morto il conte, per lo spazio 
di essi sonrimaso in casa loro adempiendo all'ufficio d'in- 
tendente, ufficio che sosteneva in casa del defunto. Ma o- 
ra il peso degli anni, avendomi renduto inatto a più conti- 
nuarlo , mi ha obliligato a chiedere la mia dimissione ed 
il ItgalD. Non appena ciò detto mi si son scagliati contro 
colle più atroci invettive , dicendomi di non volermi dar 
niente , e scacciandomi di casa. Ma il testamento parla a 
chiare noie ed io non intendo per nulla perdere ciò eh' è 
mio. L'ho portata meco per farvelo osservare e per farvi 
vedere quanto i miei dritti son sacrosanti. 

E cos'i dicendo trasse di saccoccia il testamento e me lo 
|iorse. Armando voleva prenderlo , ma io con uno sguar- 
do il rattenni, e mi misi a scorrerlo con una grande atten- 
zione. Il testamento per si- era valido , e , tranne il legato 
di ventimila ducati per l'intendente, tutti gli altri beni del 
(onte eran dati alla figliuola , non facendosi nessuna men- 
zione di Armando, lo, dopo aver finito di leggere , volgen- 
dogli sbadatamente la parola, gli chiesi: 

— La ragione sta tutta dal lato vostro, ed io di buon 
grado assumo la vostra difesa ; ma di grazia . signor Ro- 
iicrto , il defunto conte non ha avuto altri figliuoli oltre 
alla contessa ? 

A questa dimanda fattagli all'improvviso, e cui certo 
non era preparato , fece un balzo sulla sedia e si sconcer- 
tò non poco Pure rimessosi dal suo sbalordimento rispo- 
se con accenti smozzicati: 

— Si. ... ne ha avuto un altro, . . . 

— l'.d è, forse, morto prima del padrC? 

— ISo : ma che ha che far questo colla nostra bisogna ? 

— Assumendo la vostra difesa è d' uopo che mi mettia- 
te a parte di tutto allìne di avvalermi delle armi ne- 
cessarie ad oltener vittoria Bisogna che sapjiia quali ra- 
gioni gli avversari potrebbero addurre in contrario ; in- 
somiM.i bisogna forte munirmi contro ogni assalto iiiipre- 
vediiio. 

— In tal caso vi dirò, soggiuns' egli tuttavia renitente, 
the il conte aveva un figliuoio il quale fu da lui diseredato 



^ 



PlTTOntSCO 



per aver lolla in isj)Oi.a una donna di vile rondizono , e £2 piate die il conte di Campi da due nio^'li ÌMi(ia!iiiale , a- 
perciiè era di cusi |iesjiiiia iiidule die mai altra al mondo ^ veva avuto dalia |irinia la (ireseiile conlessa e dall' altra 
eguale. U un figliuolo masiliìo. La di$scn]ione regnava nella fa- 

Qiii gli occhi d' Armando sfavillarono di sdegno ed a- S miglia, perchè il conte non amava la seconda moglie e 
vrebbe voluto scagliarsegli contro per fargli ricacciare le p meno il figliuolo, in (juella die predileggeva la figliuola, la 
menzognere parole in gola , qiiand' io , che aveva gli oc- || (|uale odiando a morte la matrigna ed il fratello , spinta 
chi fissi su di lui. Indovinandone il pensiero, prendendo- iì anche a ciò da suo marito, teneva accesa nel cuore del pa- 
lo pel braccio gli dissi: j| dre l'avversione per essi, lo, com'è costume di tutt' i fa- 

— Or vedi , Ai mando, qiial felice combinazione ci si M miliari di tenersela dalla parte del più forte, adulava lei 
prt-senta ; la pratica della teorica che stavamo discutendo , p (he vedeva imperare siili' animo del padre. Morta la ma- 
tioé se un padre possa a suo grado diredare un Aglio. Ma Ù frigna, questo impero divenne più vasto, e quando ella ven- 
era non dobbiamo prenderci pensiero di ciò, e lascia che il j^ ne a cognizione che il fratello aveva fallo un matrimonio 
signore continui il suo racconio. H secreto con una donna di un grado molto inferiore al suo, 

Armando mi comprese e si tranquillò. Il Balbo sogginnse: jt fomentò tanto sdegno in cuor del padre (he l'indusse a 

— Dopo quattro anni il conte mori istituendo erede do- Q maledirlo , ed a scacciarlo duramente di casa Fu cura la 
gni suo avere la sua figliuola, lasciando a me quel legato in a nostra poi di togliere ogni comunicazione fra loro. 3Ia a- 
compenso di venti anni di servigi prestatigli col mjssimo ^ desso viene il grave , e gran pena soffro a dirlo. Di lì a 
zelo ed amore. Col conte e la contessa siamo andati bene ji tre anni il Conte infermò gravemente e tutte le cure del- 
Bnchè non ho chiesto il mio; ma quando poi son venuto a ^ l'arte lornavan vane, quando una sera, sentendo accostarsi 
toccar questa corda è finita la buon' armonia. fi il suo fine, chiamatici d intorno a lui, disse alla fiuliiioia ed 

— Ma quali ragioni allegano, chiesi, per negarTÌ quello ^ al nipote: figliuoli miei ; sento a[)pressaisi il mio fine e 
che è vostro? ..... » poche altre ore di vita mi rimangono. Ivssi piangevano a 

— Quella di aver istigato ioil defunto a lasciarmi qnesla ^ cUde lagrime ed io pure ch'era presente piangeva , ma a 
ragguardevole somma. M dire il vero quelli lo facevano più per fm/Jone che per inter- 

— Ma anche ciò fosse da qual lalo intendono attaccare ^ no sentimento di dolore, giacché essi anelavano il momento 
il testamento ? 1? di mettersi in possesso dei beni paterni, il conte intanto 

— Questo è quanto non so , ma alla fm fine, se avviene ^ continuava con voce ognor piii languida : Non piangete , 
ch'io perda, essi non ne godranno a lungo. fj (i.qliiioli miei , io non fo altro che rendere il tributo dovu- 

— Come ! to alla natura dipartendomi da voi. ^'o^ che vedrete Ar- 

— Ilo tal arme in mano, che quantunque rechi nocu- w mando annunziategli che io lo benedic<>, e che gli diiepgf) 
mento a me usandone, pure farà precipitare i miei avver- ^ perdono. Là in quel cassetto è il mio testamento. Che la 
sari da tanta altezza in cui sono nella più squallida miseria. U benedizione del Cielo accompagni la mia e vi faccia lelici. 

— Ma io non v' intendo spiegatevi. ... g Non appena ebbe ciò detto un assalto apoplelico gli tols-3 
Qui egli goardò Armando quasi per dirmi chenonavreb SD? la parola, e quando accorremmo a soccorrerlo lo trovara- 

be voluto testimoni, il che io compreso, pregai Armando a Q mo freddo. Mutoli rimanemmo tutti per alcun tempo a 
voler uscire rassicurandolo con uno sguardo d'intelligenza; U quello spettacolo, ma poco dopo il sig. Arturo, dall' egoi- 
ed egli uscito, il Balbo continuò : S smo solamente guidato^, corse al cassetto I' apri e ne tolse 

— Oracbesiam soli, signore, vi prego darmi la vostra W il fatai testamento. Quando l'ebbe letto ruppe in impre- 
parola di tenermi il secreto su quanto vado a confidarvi, fi cazioni orribili, impercechè in esso era dichiarato erede il 

— L'avete di già. O figliuolo, essendosi il conte pentito del male (he gli avea 
Dopo CIÒ trasse di saccoccia nna carta che teneva ri fatto, tranne un picciolo legato alla figliuola. Allora sorse 

accuratamente involta in molte altre e presentandomela v, '" pensiero alla moglie l' idea infernale di lacerare quel 
D" disse ; yi testamento e farne iin altro , che io avrei dettato , met- 

— Leggete , signore , leggete , e dopo che l' avete let- ^ tendomi in letto in luogo del morto. Questo spediente piat- 
ta vi manifesterò il segreto che racchiude. ^ que moltissimo al marito e , non essendosi altri che noi 

Aperta la carta lessi ciò che segue : «Noi qui solfo- || in quella lugubre camera , subito entrambi mi pregarono 
» scritti Arturo ed Eugenia di Vallo , ci dichiariam debi- o ^ metterlo in esecuzione, promettendomi in compenso que' 
» tori di Kobeito Balbo per ducati diecimila, a titolo di |i diecimila ducati di cui, avendo io accettato, mi fecero l'òb- 
» ricompensa di grandissimi servigi da lui pi estatici. Que- rs bligazione che v' ho presentata in iscritto. Tratto in alt."^ 
• sta somma è pronta ad ogni sua dimanda. Arturo ed ^ camera il cadavere , m'acconciai nel letto come un mori- 
» hugenia di Vallo. » — ^ bondo , e subito essi mandarono a chiamare il notaro , al 

— " Ma (]uesta parmi, disslodopo aver Ietto, cosa tut- M quale, venuto , io , imbacuccato tutto ne'panni si che non 
ta diversa dal legato? jj si scorgeva quasi nemmcrto il naso, e con voce tremula , 

Non tanto quanto credete , perchè icvfeci quel le- 'U dettai il testamento interamente a favore della figliuola e di 
^ j^'^ir*"'^'* ''^^ 9^esta promessa non fosse per manca- H suo marito, riserbandomi ventimila ducati per me per pau- 
re di eltetto. ^ ^ ra (.[je non avessero a tenermi la [)comessa. Il testamento 

— Come ! voi faceste i! legato? ... u olografo era stato già lacerato, ma io ne avea raccolti con 

— C'oè ,^. . . non saprei . . .dovetti. ... P accuratezza i pezzi e, fingendo d'andaili a gettare, li ho te- 

— Voi v'imbrogliate, signore. Che cosa debbo pensa- Ji nuli sempre d'allora in poi gelosamente conservali. Questo 
re di quel che si nasconde sotto questo vostro balbetta ^ e quanto aveva a dirvi e vi supplico di compatirmi, 
mento. Se avete a palesarmi alcun che , da uom d'onore U — E potreste portarmeli questi pezzi? sarebbe un'arma 
qual sono , vi prometto di non abusarne; se poi credete ^ fortissima controRli avversari per farli condiscendere a tut- 
raeglio celarmelo , non è mio dritto l'esigere di dirmelo. TI l'i vostri desideri, diss'io dissimulando l'orrore concepito pel 

Vedo bene, signore, (he mi son troppo inoltrato per || racconto di si grande infamia, 
poter piii retrocedere , e però penso confidare nelle vostre H — A momenti ve li porterò, 
mani tutto me stesso. Quanto vado a dirvi mi farà arros- a — 1^ subito cominceremo il processo. 

Egli se ne andò , ed io , chiamato Armando , lo misi a 
parte di tutto, e lo confortai alle più liete speranze. 
- - peso opprimente che ià 

mi gravita sull animo da oltre quattro anni. C' d'uopo sap- i Gaetano Tof.elli. 



. „ . -•---"• v""'"" fduu <r uirvi mi lara arros- o 

sire lino agli occhi , perocché sempre si arrossisce qnan- q 
do SI palesano i propri delitti all' uomo che difende la giù- H 
stizia , ma e meglio sgravarmi d' un peso opprimente che U 



48 



l" omnibus pittoresco 



IL LINGUAGGIO DEGLI OCCHI 
Canzone Tillcrcccia. 

Ouando da Elisa io son lontano 
Icnsieri iiinuineri mia mente ingombrano 
In vaiia guisa a mano a mano. 

Chiederle voglio se le son caio ; 
Se vaghi giudica Giovanni e Tonio; 
Se quando scioglie in pianto amaro , 

l'eiché crudele force i bei rai 

Da' miei die cercano sua cara imagine 
Di latte e miele, piange a' miei lai. 

Wanilestarle siccome brami ; 

]^Iai sempre d' esserle alialo supplice 
Per favellarle di quanto io 1' ami , 

Come ripeta ad ogni istante 

Il suo l>ellissimo nome adorabile , 
Che i" indiscreta eco mugghiante , 

S no al più oscuro angol del mondo 
Mandando rapida come la folgore , 
L' aere fa puro da cima a fondo; 

Come i suoi folti capelli d'oro 
Del sole vincano i raggi fulgidi ; 
E come ha tolti i pregi loro 

Alla vermiglia fragrante rosa, 

Al gigliu candido, del puro simbolo, 
il, loi somiglia cosi vezzosa. 

riiille altre cose dirle vorrei 

Che d amor fervido iitl cor mi dettano 
Le fiamme ascose a prò' di lei ; 

]\la quando [nesso io me le faccio, 

E, ciò a ripetere vo' il labbro sciogliere. 
Non SOR più desso, sol tremo e taccio : 

Un fuoco intenso tulle le vene 
M'occupa ed agita, gli occhi srinliilano 
Qual lume accenso, ed il mio fumé 

Io fiso, e, quanto il labbro tacque, 
Essi palesano con volger rapido 
A lei che tanto, tanto mi piacque. 



— Un giovine e rirco provinciale aveva comprato un 
ì paio di orecchini ed una .«■pJla di brillanti per un suo pa- 
i rentedi fuori, poscia chiusili in una liiista da gioie se b aveva 

posti nrlla lasca di dietro del sopralii/o, ed andava a cunse- 
gn;irli ad un suo amico che pailiva il giorno appresso pel 
suo paese. Quando tutt ad un trailo è aiiestato da un uo- 
mo nobiliiienle vestito clie, cavandosi il cappello il saluta 
profondamente, poi volgendogli la paiola gli dice : 

— Signore , perdoni alla mia indiscretezza ma debbo 
cercarle un favore. 

— In che posso scivirla ? 

— Dovrebbe aver la bontà di dirmi se è della provincia 
della capitale. 

— In verità non intendo. 

— Eccomi a spiegarle il mistero della mia dimanda. 
S'ccorne voglio stampare la statisti! a, classificata secondo 
le diverse età, de' viventi che dimorano in questa metropoli, 
cosi prescindendo da nativi della capitale, la cui dà iiievo 
da' registri dello stato civile , mi vedo sforzato a chiedere 
a' provinciali ed agli stranieri la loro età. Ora che le ho 
dello la ragione della mia audace inchiesta spero che vo- 
glia compiacermi e dirmi quanti anni ha? 

— Volentieri , rispose il giovine ihe era amante delle 
strane avventure. Ho venlidue anni cinque mesi e tredi- 
ci giorni agli ordini suoi. 

— A favorirmi. 

E qui l'incognito tratto il taccuino si notula cifra. Do- 
po tolse commiato dal giovine e se ne andò , ed il giovine 
.T'unto dall'amico gli raccontò la curiosa avventura , po- 
scia mise le mani in tasca per trarne la biisla di gioie ma 
con suo grande stii[inre non ve la trovò. 

— E' refTetto delia statistica, disse sorridente l'amico. 

Argon su cento scudi esige cento 
E dire essere un gran benefattore : 
Sicuro : non permette un «ol momento 
Ch' esca di casa il proprio debitore, 
Peichè avendo di Ini tenera cura 
Teme non pigli qualche infreddatura. 



ALBUM 

— Giulio giovane da poco uscito dal collegio , scemo 
anzi che no ., si pose a far ali' amore «on una sua cugina 
di molto acume d' intelletto dotata. Un giorno stando con 
lui alla finestra le « adde il faxzolelto che uno che passava 
raccolse e le portò sopra. ÌMentre che questo lo porge\a 
alla cugina , Giulio si trovò più lesto e lo prese lui La 
cugina intanto ansiosamente lo voleva. Giulio per diver- 
tirsi glie lo negò , e quella corsogli sopra per islrappar- 
glielo , egli si mise a correre intorno alla stanza ed ella 
dietro lui. Nel correre si svolse e ne cadde una cartina. 
Ambedue cercarono impadronirsene sopra ma Giulio trovan- 
dosi primo ebbe la fortuna di prenderla ed apertala lesse 
rio che segue : — Mio tesoro. Fai bene a fingere di orna- 
re quei babbuino di tuo cugino , cosi i tuo! parenti non li 
soriegiiernnnn tonto seieramente e nin potremo a nostro 
hdf agio lederci e quulcfie volto parlarci. — A me questo ? 
disse Giulio dopo aver letto queste fiarole: — Cos'i è l'uso, 
rispose senza scomporsi la cugina Giulio voleva uccidersi 
ma poi , pensando più filosoficamente, prese il cappello e 
se ne andò : 



- Che noia stamaltina ! 
Un soggetto non trovo e si a dozzina 
Bli vengono al pensiero, 
Dicea Lucio a Sigerò; 
E questi : — Ah non vi sia 
Chi in te mancanza di soggetti dica, 
.\pri un tantino l'Enciclopedia 
E ti risparmierai ogni fatica. 



- Vicinissima a morte 
Stava d' un dottorone la consorte, 
Ed egli un epitaffio le compose, 
E su una tomba il pose; 
?Ia la moglie guari 
I'^. mal suo grado trattolo di li, 
Disse : Oh deslin riibello 
Perdere un epitaffio cesi bello ! 



- Solo monete gialle in tasca porto , 
Diceva Beinardone. 
Soggiunse Albin di corto : 
— Son gialle, ma d'ottone. 



TipocnAFiA dell'Omnibus 



Direttore proprietario : V. TORELLI. 



m 



mmm 

napoli la Caglio 1844, = anno Settimo = 

UN FOGLIO GHANA 5. — UN SEMESTRE 1.30. — UN'ANNATA 2.60. 



<£>toiieirt ÌX.o 7 

PER l'estero un ANNO 3.60. 




GQmwMEmm U 

DI GEOGRAFIA FISICA E POLITICA | 

Slonarcbìa Inglese. || 

n • • ^ 

to^izione astronomica. Lonsìtndine occidentale fra ° jl 

35 e l3/> Latitudine tra 50." e 61." P 

fo/T/^fl/— L'Arcipelago Bntann co è circondato dall'O- i 

ceano Allanluo i! quale assume il nome di tn.ire d'Alema- U 

Sna e del No.d a levante della Gran Bretagna, di Manica « 

j ,, "■ ; ^ "'""" Atlantico a ponente della Scozia e » 
dell Irl.inda. ^ 

Poeai— Il Regno Unito è composto dell'ArcipeÌa«o Bri- U 
tann.,oche^,o.nprende il re^no d Inghilterra , quelli di fi 
Vnzia e d Irlanda, il principato di Galles e le isole rhe M 
ne dT'-ridono ; delle dip-ndenze amm.nistralive dell'In i 
gli.lterra composte d' isole comf.rese nell' arcipel3"o Bri- \A 
tannico e d, altre no. rome lisole ai.glo normanne a fron- U 
te delle coste della I^orraandia . dei pircol grnppo di Hel- ^ 
Roland rimpetlo alle foci dellEll.a e del Vesero del grup. S 
pod. Malta nel Med.terraneo ; e di Gibilterra nell' Andi- È 
lusis in Ispagna. g 

.Vo«/.^„._ Tutto r Arcipelago Britannico è sparso di 5 
montagne spefial.-nenle la Scoria e l' Irlanda ; ma la loro W 
altezza e lieiì mediorre. il 

t/'aÌ T '^'."''V,^"'e -ircondano quelle del!' Inghilter- Ù 
ra, della S-oz.a, delll, landa e Hel principato di Galles del- % 

nn".' 7."f 7 /ll'--^-"' 8ià menzione nella lista de le Ì 
piinc'j.ali isole deli Europa. «| 

ere'^'lf rl^-'; '"°''";-[[^ "" *>» pochi : il Winanderme- » 
.1 Lilm 11 v"«' '■ >?,f ^""'- La Srozla ne ha molli : ?i 
Il L.imond , iNess i lav cn imi i •■ i tì 

l'Fr.iP III? . '-,1. y/'^. — L Irlanda pili di tutte: M 

Kmarn;;'e^"'' ' " ^°'-^'^ ' " »-• Derg. kllen, Conn. | 

^••■«7'- I principali dell' Inghilterra sono • il Tamiei a 
1 Hi.mher, .1 Trent, 1" Oiise, la Mersey, la Severn ' " 

u 'offrii w^^^^^^ 

Tok di canali quanto la Gran BretagDa. E siccome con- ^' 



\e g^one tulli verso una delle sue cltlà principili cos'i ven- 
gon dmsi in qualtio sistemi idiaulici. (Quello di Manche- 
sier cumpieoile 1 calia. 1 ,\ R,„ iM..,e.di Lridgewater.d'Ash- 
lon e d'Odhìin, di Hu.iderslìeld . di l'eak-Forest e di 
Ramsden. Quello di Liverpodl i canali di Ellesmere , di 
Shreu-NÌiiiry, di Shropshire , di Ketjjy , di 'i-reat e iMer- 
sey, di D rhy , di Eiewash, di Leeils e Liverponl , e di 
Lancaslro. Quello di Londra i canali del fiegsente , del 
harino di l'addington, della Gran Giunzione, della Gran- 
de Linone , dell' Unione , d' Oxford Coventry e Fazeley , 
della Stroiide , di Berkiey e (i nnreste.- , di Hereforil , di 
Berks e W.Its , di Kennef e A^nn . di Wey e Anin , di 
Grand Siirrey , di Tamigi e Medway. Quello di Birmin- 
gham i canali di Birmingham e Fazeley. del Vecchio Bir- 
mingham , di Viiley ed E^sington , rii'StafIbrd e Worce- 
ster , di Leeminster e Kingston, di Worcester e Birmin- 
gham , di Drowitiih , di Diidley e Sloiirliridge , di Sirat- 
(ord , di Waiwi(k. — I principali delh Scozia sono: il 
canale Caledonio, di Forth e Clyde. di Ciinan, d'Unione , 
di Glasgow a l'aisley — I primipali deil Irlanda sono : il 
canale Reale, il gran Canale, e quelli diNewry, di Lagan 
e di Ballinrohe. 

Strade di ferro — Immenso è il numero delle strade di 
ferro praticate in tuffi tre regni delia Gran Bretagna e 
lungo qui sarehlie il volerle annoverare. Basti dire che è 
il più diifuso mezzo di comiinicaziipne 

E/nrigrofia — Ne parlammo allorché facemmo parola 
dell Europa in generale. 

Ftelgione — La Calvinica Anglicana è la dominante in 
lutto il Regno Unito traune la Scozia , ove la Calvinica 
Presbiteriana è professala dalla maggior parte degli ahi- 
tant'. Alla Cattolica si attiene più di un quarto degli ahi- 
tanti, la maggior patte di cui vivono in Manda Vengono 
poscia i Metodisti , i Mennonili , i Quaccheri e i Fratelli 
Ploravi. Gli Elicei so;io fioche migliaia. 
Gotrrno — Monarchia costituzionale. 
Indiiatria — Quasi tutte le fahhriche , e le manifatture 
furono recate ad un allo grado di peifezione in Inghilter- 
ra ed in Iscozia. Manifatture di cotone , di lana , di lino, 
di seta; fahhriche di oggetti di ferro, d'acciaio, e di ogni 
specie di minuterie; gioielli, maiolica, porcellana, conce di 
cuoiami, preparazione di pelli di guanti , fabbriche di ve- 
tro, di carta, tutto vi è prosperevole. 

7 



C.^m.;r/.- Il commercio del a Gran Bretagna non | 

ha al.n confini che quelli del mondo conoscu o. s, che la « 

h a salire al più allo grado d. potenza ed. spendere. | 

Visione o,n,nir.isfrnlha. _ U Regno Unito e d.v,sn „ „ 

tre rc-ni che sono : d' Inghilterra col principato d, Gii- ^ 

les di Scozia, e d' Irlanda. Cascnn regno e diviso .neon- « 

ee'e queste in distretti. Il regno d' Inghilterra e diviso | 

in 52 contee dodici delle quali appartengono a principato | 

di Galles ; quello di Scozia in 33 , e quello d IHanda sud- | 

diviso in 4 province ecclesiastiche è diviso in 32 contee. H 

Noi a cagione dell' angustia del luogo faremo parola del- ^ 

le sóle contee e de loro capilnoghi. U numero che segni- ^ 

là questi sarà quello degli al.ilanli in migliaia. La V che | 

segue i numeri indira le città che hanno porti ^ ^ , |^ 

Regno DiNGHiLTEnr.A : Bedford , BedforJ , 7 ; Berk, | 

Reading, IO; Burkingham . Buekingham, /; Camhndge . ^ 

Camiiridge, 21; Chester, Chester, 21; Cnrnwal Launces- | 

ton , 5 ; Cuinherland . Carlisle . 20 ; Derby , Derby 2 i ,• fì 

Devon Exeter, 28 P; Dor.set, Dorchesler . 3; Durham , | 

D.irham, 10; Essex, Colchester, IG. !'• G'fcester, Gioì.- | 

cester T'; llereford, Heiefurd. 10; Hertfoid, Hertfoid.lO, |^ 

Huntingdon, lluntingdon, 3; Kent, Canterbuiy, 15; Lan- | 

caster, Lancaster. 13. Leicester, Leicester, 30; Lincoln , | 

Lincoln, |3, Middle.sex, Londra. 147'.; Monmouth, Mon- | 

mouth 5; Norfolk, Norvviik, GÌ ; Norlhampton, Noriham- |! 

nion 15- Norlhnmberland, Newcastlee Gathesliead co, E 

p. Nottingham, Nottingham, ól;Oxford,Oxford,20.Ruth- ^ 

land, O.kgam , 2; Shrop o Srhop, Shrewsbnry 22. So- f 

merset Baih, 37; Sonlhamplon, Winchester, b; Staltord, ^ 

Staflbrd. 7; Siifl.lk. Ipsuick. 20, P; S'.rrey, Gu.lford^ 4 | 

Sussfx Chi.hester, 8, P; Warwick. War^virk. 9; West- | 

TTioreland, Appleby, I; Will, Salisbury, 10; Worcester, ! 

Worcester. 19; Yorck, York, 25. ^ ,. . ,^ | 

Princfpota di Galles. Flint . Flint , 2 ; Denb.gh . Den- | 

bi-'h 4Ciernarvon,Caernarvon,7,P; isole Anglesey, beau- , 

niaris '3. P, Merionelte, Dolgelly, 4 ; Montgomery, Mon- ? 

fgomery 1 Radnor, New Radnor. 0. 5; Cardigan, Car- | 

digan .} ■ Peinbroke, Pemhroke, G; Caermarthen, Caer- | 

marthèn, 10, P; Brecknoik, Brecknock, 4; Glamoigan, | 

Dipèndrnze amminislrothe dell' Ins^hiUerra : Arnpelago , 
di Scilly, Ni wlon sull'isola Santa Maria, 0. 8, P; isula i 
di Man Caslletown. 2, Pi isole Normanne, lersey ca- . 
poluogo Saint H.-llier, 8. P; Gnernsey . capoluogo Porto 
San. Pietro, 13. P; isola d' Helgoland. Oberland o llel- 
goland. 2. P; Gibilterra. Gibilterra , 15 , P ; Gruppo di 
Malta, Malia sull'isola di Malta, 32, P 

Reono 1)1 Scozia: Edimburgo, Edimburgo, 130; l.in- 
lilh-nw Linlithgow, 5; lladdington, Haddington, G; Ber- 
wi(k. Greenlaw. I; Renfrew, Renfrew, 3; Ayr, Ayr, 8 
1> Wigton Wigtnn, 2. P; Lanerk. Lanerk, 8; Peebles, 
P^ebles, 3,"Selki.k, Selklrk. 3; Roxbiirg , ledburgh. 6; 
Dumfries, Dunifries, 12, !'; Kirkudhright. Kiikudbright, 
3 1' Oikney, k rkvall, 3; Caitnhess, Wirk, 10, P; Su- 
thorland. Dornoch, 2; Ross, Tayn, 3, P; Cromarty, Cro- 
marty, 3. ]'; Inverness, Inverness, 14, P; Argyle , In- 
verary , l; Buie, Rothsay. 5; Nairn, Nairn, 3. P; Mur- 
ray, Ligio, G, ]'; Bmlf, BanH. 4, P; Aberdeen, New-A- 
berdeen 5S.P, Meain o Kim ardine, Stornhaven, 2,1 ;An- 
■Miso Fo.i,.r. Forfar. 8; Perlh, IVrth, 20; Fife, Cupar, 
GiKinro-ss. Kmross. 3; Oai kmannan , Clackniannan. 4; 
Stirling.Stirling.H, Diinibarton o Lenox, Dumbarton, i,l 

Reg^Nci d'Iulanda: l'roànriudi Leinster; Oublinn. Du- 
blino ')27 P- l.niiih, Diindalk. 15, P; EastMealh. Triin. 
4- Wiiklow, Wi.klow. 2, P; W-xforri. Wexford, 1 IP; 
Kilkenny, Kilkenny, 28;Carlnw, Carlow. 10. Kildare.Kil- 
ilare, 1; ()iHTn 's Cmirty. Maribnrough, 3; Kmg's diurlv, 
Philipstown. I ; West-Meath . Mullìngar , 4 ; Lni.gford , 
/, -Ipm'incia di Ulster : \iitrim, Belfast, 38. P, Down, 
Dowpatrick, 4; Armagh, Armagh, 8; Tyrone, Omagh, 2; 



Lnndonderry, Londonderry, 12. P; Donegal, Donegal , 
0, 8; Fermauagh, Enniskillen, 8; Cavan, Cavan, 2; iMo- 
nàghan, Monaghan, 4. Pmincia di Connought : Leitiim, 
Carrick-on-Sh.innon, 2; Sligo. Sligo, 13, P; Roscommon, 
lioscommon. 3; iMayo, Castlebar , 5 ; GaUvay, Galway, 
28 p _ Provincia di UlunsUr : Giare , Ennis , 12 ; Li- 
merick, Limerick, GG. P; Kerry, Tralee, 8 ; Cork, Cork, 
101, P, Walerford, Waterford, 34, P; Tipperary. Clon- 

mel ,16. I 1- 

Dopo avere enumerate le contee ed i loro capoluoghi, 
non concedendoci la strettezza del lucgo il descriverne la 
Topografia, faremo cenno soltanto delle tre rap.tali de tre 
regni che formano la Gran Bretagna. E incominciando da 
Iimdra diremo che essa è una delle piij r.cihe e P"' fio- 
renti città dell' universo, capoluogo della contea di Mid- 
dlesex e capitale della Gran Bretagna, posta lungo le due 
sponde del Tamigi a %< leghe dalla sua foce "^1 "}»'«. 
In 13 leghe di circonferenza, contiene oltre a lòOOOO ra- 
se disposte in 8000 e più strade e si compone della cit- 
là propriamente detta . della città di Westminsler , del 
borgo di Soulwaik, e de' vari loro sobborghi nel Middle- 
sex e nel Surry, con molti vicini villaggi successivamen- 
te annessi alla città per l' incremento del fabbricato nel- 
f interposto terreno, una parte di si gran massa giacendo 
sulla destra sponda ed un'altra suUasiniMra del I amig..,>ano 
unite insieme pesci gran ponti di Londra S.ulwa.k.W.st- 
■ minster . BlackfriarS . Waterloo e Wauxhallo , oltre ai 
[quali lo sono presentemente ambe pel 1 unnel, strada sca- 
i vaia sotto quel fiume. Le principali strade seguono il cor- 
so del Tamigi dallE. allO- e le minor, procedono d. tra- 
ì verso a questo dal S. al N. Visi contano 70 p.a/ze pub- 
I bliche fra cui 14 più tonsiderevolii 14 mercati; 3.J. chie- 
se- 14 corti di giustizia; l47ospedali ed ospizi, con I/OO 
stabilimenti pel sostentamento di of.ni genere di svenlura- 
! li- "^m scuole de' poveri ; 16 seminari d' istitutori ; o col- 
I le'gi di teologia, 13 di giurisprudenza. 12 d. medicina: M 
i società dotte; IO sale destinate alle belle arti, e 13 teatri. 
l Ha molti canali per l'acquee pel gas d; illnminazione. in- 
' numerevoli edifici pubblici o per pregi di an hitettura, o 
I per ornamenti , o per utilità, o per curiosità , o per ric- 
i chezza, o per rarità, o per le «ne e le altre insieme, non 
i essendovi ramo d' umano sapere o genere d. bisogni ,i- 
I mani che non trovi luog 4 o stab limento ond essere appa- 
1 g.ito d istruzione, di sussidio, di conforto. Ne Londra e 
A solamente un centro di lusso, ma è pure un immenso em- 
^ porlo di marittimo commeicio. ed il fuoco duna slera in- 
i dustriale sterminata. Un infinito numero d. fa ilir.che e 
CI manifatture provvede a tnif i bisogni possibili de vieni e 
i de' lontani, e 15000 vascelb portano annualmente . pro- 
ti dotti di tanta industria, spinti al massimo grado d. perte- 

zione, in tolte le parti del globo e ne riportano le loro 
U ricchezze. Nel 1700 Londra contava appena b/0,.JoO a- 

1 bltanti, oggi oltrepassali 1,400000 di abitanti tulti in- 
« tenti ad un unico fine, alla prosperità nazionale. 

I EJimbur<,ro capoluogo dMla Contea del f « ';o"^V'' 'T' 
" tale della Scozia, posta a poca distanza del golfo di l'ortu , 
P sede de' tribunali superiori e delle primarie amministra- 
a zioni del regno. Il lago Norlock divide la vecchia ella 
i dalla nuova ; un castello munito , posto sulla cuna di una 
n roccia di lava basaltica, .signoreggia la prima, le cu. strade 
H strette e salienti sono circondate da case assai alte , men- 
» Ire la nuova oflVe una maggiore regolarità e pui bellezza 
n di edifizii. La ver.hia ha una università, un museo e 1 an- 
?5 tiro castello de' sovrani di Scozia col suo parco ; la nuova 
Il .li archivii e molle belle chiese. Oltre a ciò possiede una 
Il i.orsa, un teatro, due banchi , un istituto di sordomuti . 
il un giardino botanico , nn osservatorio astronomico , un 
H gabinetto di .stoiia naturale e di curiosità, nn re adeniia 
i ed una società dalle scienze molto famose. Numerose sono 
g le sue fabbriche di vetri , di birra , di stoffe, di cotone, d. 



=iL^ 




^ K-C-z-^CC 



r/^-'^y^//^^, ^/ ^ -^^^^.^ ^ y^/^^ 



tela fina, di damasco, di sapone, <ìi candele , cmce di pel- j 
li, cartiere cr. E' pure molto comiiienìanìe. j 

Dublino ci!th mariiiinia capitale dell'Irlanda e capoluo- ! 
Ro della proviivcia di Leinster e deila contea del suo no- ■ 
me snl nidi e d' Irlanda , alla foce del a l.ifTey che la divi- ! 
de in dne parli, li' residenza d' un viceré o lord liiOi^ote- I 
iiente , d' un arcivescovo cattolii o ed uno protestante ; è i 
iien fabliricjta, con lielli edifici, università, tribunale del- 
l ammiragliato, istituii d' istruzione e di henefv enza, tea- ' 
tro, biblioteca ec. l''ssa è il centro del commercio dell li- 
landa, vi Sono fabbriche e manifatture d' ogni sorta di tes- 
suti di seta , di cotone e di lino , di tabacco, d' amido , di 
acquavite e di mille altri oggetti ; le imporfaiioni e le e- 
sporlazioni vi sono considerevoli , i soli dritti di dogane 
importando meglio di 25000000 di franchi all'anno. 

Possessioni. Y);ì i:h.t le colonie spagnuole si sono sepa- 
rate dala loro madre patria, quelle dell' Inghilterra sono 
le p!ii vaste e le più popolose di tutte. Parleremo di esse 
allorché diremo,deir Asia, dell' Africa, dell' Oceania e del- 
l' America. Il totale delle possessioni iiritannithe , compre- 
sevi le sue dipendenze politiche, offre una superficie di 
<, 470 . 000 miglia guadrate ed urta popolazione di 1 i2 , 
180,000 abitanti. 

nEGNO DI SVEZIA E NORVEGIA 

Posizione astronomica Longitudine orientale Ira 4." e 
39." ; latitudine tra 55." e 7 1 ". 

Confini. Al sud l'O'eano .artico , all'est la Lapponia e 
la Bvtnia russa , il golfo di Botnia , il mare d' Àlaad ed 



il mar Baltico, al sud questo Stesso mare e lo Skager-Rack; 
ali' ovest il Sund , il Cattegat , lo Skager-Rack , limare 
del Nord , quello di Scandinavia che sono parti dell' Oce- 
ano Ailantico 

Paesi. 11 regno di Svezia , cioè la Svezia propriamente 
detta, la Gozia e le isole che ne dipendono (tranne l'Arcipe- 
lago d' Aland , la Finlandia , la Dotnia orientale e parte 
(le'la Laponia, paesi ceduti alla Russia) inoltre il regno di 
Non'egia coi jsocrland norvegio ed il Firmarck , stati di- 
pendenti al re di Danimarca fino al 1815. 

Montagne. Le montagne di questo regno appartengono 
al Sistema Scandinavo. ■ r\ \ 

Isole. Le principali sono quelle di Gottland , di Oeland 
e di Ilvven nel mar Baltico, quella di Orust nel Cattegat, 
r Arcipelago Morvepio diviso ne' tre gruppi di Bergen, di 
Dcontheim , di Loloden Mageroe negli Oceano Atlantico 
ed Artico. 

Liighi.. I principali della Svezia sono : il Wenern , il 
Well'crn , 1' Hielmarn e il Melarn , il Silllan , lo Stor5)on, 
lo Stor-Uman e lo Stor Afvan, il Lulca e il Tornea-T'^e.^k. 
Quelli del a Norvegia sono : il M:osen, il FamunJ, il Ti- 
rys e i] Rvs. 

fiumi II Tornea , il Calix , la Lutea , la Pitea , il Sil- 
dut , l' limea , 1' Augerman , l' Fndals , il Lju<ne , il Dal 
e la iMotala si gettano nel mar Baltico: la Gotha, ii Glom- 
mea , il Drammeu , il Loven . l'Ordern , l'Oikèl e il 
Neid, il Nara ns, il Vef^eu e il Salten (he .si gettano nel- 
l' Oceano Atlantico. 11 Mais , l' Alten , la Tana , si get- 
tano nell'Oceano Artico. 



L OMNIBUS 



Rpvole. Vi son molte fahbridie e manifatture di tt'ssiili di 
lana e di seta , di Lotone e di filo ; di porcellane , niaioli- 
ra , vetri e tristalii , di tapiìeli , gioielli ec. con fonderie 
di cannoni e cantieri di costruzione navale. Quivi è l'ein- 
por.o dei conimercio di tutto il regno , e se ne esportano 
ferro, acciaio, rame, legname, allume, trementina, potas- 
sa ed altro. 1 contorni di essa sono veramente magnifici. 
Hegno di INouvegia. Non essendo ancora l)cn dislm- 
Relnione. I-a maggior parte degli abitanti professa il fi lo (|uali sieno i veri Capiluoghi de' 17 lìaliaggi che com- 
luleran°smo. Tutte le altre sono tollerate , tranne il Giù- || pongono questo regno , rosi annovereremo solamente 



Canali. H canale di Gotlia o di Gnzia , quello di Trol- U 

Ihatta, di Arl)nga, di Stromsholm, di Sodertelge, di Wad- jj 

do, dì AlmareStack ec. ....,., ^ • ,• % 

Etno"r(ìfiù. La popolazione si divide in due lanuglie : y 

la Germanica , e 1' Uraliana. Alla prima appartengono gli O 

Svedesi, i Norvegi ed alcuni Tedeschi ed Inglesi staliil.li || 

da lungo tempo nelle citlà piii mercantili di questi regni, li 
Alla seconda i Lapponi ed i Finnes= 



dalsmo che non lo è nella sola Norvagia 

Goi'enw. Il governo è monarchico costitn/.ionale in am- 
bedue i regni. 

Imliistria. La Svezia ha poche manifallure e la Norve- 
gia ancor meno. Le fabbriche (he più si stm perfeziona- 
te sono quelle di acciaio, di maiolica, e tra le manifatture 
quelle di cristalli e di panni. Gli altri frutti principali del- 
l'industria sono la costruzione de' vascelli , il taglio de'le- 
gnami (ti fabbricazione, lo scavo delle miniere, l'orologe- 
ria e gli slromenli di malematca e di fisica (li Stoiolma, 
molti lavori di legno , le carte , le conce de"corarni e le 
fabfìriche di guanti , 1' oreficeria di Slocolma , vasi ed al- 
tri oggetti di porfido , d' armi e fonderie , cordami, e raf- 
finerie di zucchero. 

Cummercio. E assai più importante dell industrii, e lien- 
chc airpianto diminuito dal I8IG in poi, pur nondimeno 
é assai ragguardevole, e consiste spezialmente nell'espor- 
tazione del frutto della loro industria. 

Divisione amminislrat i-a II regi\o di Svezia si divide in 



iiesli. La regione Sondelfieids comprende i baliaggi di 
Aggershuus , di Sinaalabuiiie , di lledeinaiken , di Oi- 
stian , ili Bu'keiiid, di I5i atsb'ig ; di Nedcnoes e Haa- 
liygiieliget, di Lister e rtlaiul.il, di S'avanger, dijjrlsberg 
e Lauivig : quella di ISonlenfields quelli di Sondre-Ber- 
genhuiis , di Nordre Bergeiihuiis , di Roiiisdal , di Son- 
dre-Tro::dhiem , e di iNordre-Tcondliiem: ipieladi INord- 
landens quelli di Norland , e di Fnikmaiken. 

Cristiania citlà ofiitale della Norvegia e ca[io luogo del 
baliaggio di Aggershuiis è' la residenza di mi governatore, 
del vesiovo metropolitano , e sede della corte suprema 
del regno. Ha un unversità fondata nel 1811 , bibliote- 
ca , osservatorio , siiedali , teatri ; scuola di disegno , di 
commercio e molti altri stahilimenti d' istruzione e di be- 
nefiienza. 'Varie sono le sue fabbriche di vetri, di sapone 
di cordami ; le sue manifatt'jre di tabacco , di carta , di 
cuoi. Eccelle poi nella fatìuia delle seghe. Il suo eccellen- 
te porto sulla baia d'Ansio è coirinierciantissimo in fer- 
allume , pesce secco , catrame e tavole the si 



Divisione amminislrat t-a II regi\o di Svezia si divide m ^ ro , rame , allume , pesce secco , catrame e tavole tue s 

Ire parti principali (he sono: la Svezia propriamenie delta, || spediscono in Inghilierra. Hi 21, UOii abitanti. 

la Gozia ed il Norrlaiid, le (piali poi si suddividono in 24 || Possessioni. Il regno di .Svezia e Norvegia possiedi 

lan prefetture. Il regno di Norvegia si divide eziandio m "<-'H' Ardpelago dell Aniille la piccola isola di S. IJar 



I 

L.. „ ^ - „ - . 

nelle Ire regioni il Smidrufièlds , il Nordenfièids ed il 
JNordIendens , le quali si suddividono poi in 17 baliaggi. 
Eccone 1' enuai' razione : 

Reciso ui Svezia Se zia propriamente detta : Stoccol- 
ma , Stoccolma, 8;), V ; U|isala, Upsala , a ; West^ras , 
Westeras, 3; Nykopmg, Nykoping, 2. P; Oerebro , Oe- 
rebro, 3, P ; Carisfadt , Garlslad , 22 ; Stora Kopparlieig, 
Falnn , 4 ; Geileborg , GeHeborg , G — Gozia : Linku- 
ping, Linguplng. 3; Calmar, Calmar, òO. !'; loukoping, 
lonkoping, 4 ; Kronoberg, Vtxio , 1 ; Blekinge , Carl- 
scrona, 12; Scaraborg, Skara, I; Eifsborg, Wene.sborg, 
2; Gotheboig e ddius , Golheinbiirg, 21, P; Iliimstad, 
Halmstad , I, P; Cristianstad . CnsUanstad , 3. Mal- 
roohous , Rlalmii . G , P ; Goltland ( isola di ) , W sby , 
4 , 1> — Nurrland: N"rrbo!ten , Pile;'», o. 8, P; Wesler 
botten, Umea, I, P; We^ier-Norrlaud, Heruosand, 2, P; 
Giemtiand , Oestersiind , 250 — 

Slùcciil:!ta , capitale della Svezia è edific ata , sulle due ri- 
ve settentrionale e meridionale del lagu Melaru , ove que- 
sto si congiunge ad un golfo del Baltico, su due penisole 
e .-ette isoletle. Oltremodo pittoresca ne è la situazione, _ 

ma è fabbricata irregolarmente , e la più parte delle g fiala dall'Aar e da un gran numero di ruscelli; la seconda 
sue case .sono di pietre e di mattone, l'altre in legno |« è frammezzata da belle vallate (he conducono per isirade 
dipinto in rossO e giallo. Molti sono gli edifici notevo- ^ pitt(ires(he nel cantone di Basilea ; le ruine del vecchio 
Il , tra cui il palazzo reale , la casa della riunione del- a castello ne abbelliscono i dintorni, 
la nobili;» ducnle la dieta, l'aisenale, la banca . 'a ^ ' 
zecca , il palazzo del comune , le staile reali , una gran- M 
de ollirina regale di ferro, al uni spedali, parecchie chie- ^ 
se e campanili, ecc. Sigccolma possiede varie società let- a 
terarie : accad.mia delle scienze, per la lingua svedese , ^ 
per le belle arti, la storia e l'aiituliilà, per la pittura e la 
scoltura, per la musica, un'accademia militare, iiua socie- || 
tà patriotica ed' agricoltura, un collegio di medicina. Vi M . 

si trovano una bibliot. ca , nn gabinetto di mineralogia e II carta a Muuzlisvit e a Anegstetten , di carte a Balstall, e 
zoologia e vari altri istituii per l'istruzione , come parec- M di t.ib;u:co a Solura. I cavalli , le bestie cornute , il for- 
ehie ve ne hanno per la beneficenza. Pochi po;-ti hanno ^ maggio , il Kirsih , il legno da bruciare e il marmo seno 
maggiore profondità e capacità del suo potendovi 1000 ve- a " pi'incipali oggetti d'esportazione ; il comm'iciodi transi- 
le starvi in tutta sicurezza ; per altro l'entrala n' è mala- ^ lo vi è altresì mollo attivo, specialmente duoo la teimnia- 



tolomeo la cui superficie si vuole di i5 miglia quadrate 
e la sua popolazione di IO, (JOU abitanti , le quali due 
)omme aggiunta a quelle dei regni di Svezia e Norve- 
gia danno una superfirie di 223, 015 miglia quadrate , 
e di 3 , 8()G , OUU abitanti. 



VECCHIO E BO^'ZELLA 
DEL CANTONE DI SOLURA 

Solura , uno de' 22 chntoni svizzeri , il dei imo nell'or- 
dine della coiifedei azione , è limilalo ai sud da Berna , al 
noni da Basilea, ed all'e>t dali'Argovia. La sua forma (j ir- 
regolai issima , ed ha anche alcuna delle sue parti intera- 
mente comprese ne' cantoni di Birnaedi Basilea. Si va- 
luta la sua siipei fiele a 45 leghe quadrate. Coperta in gran 
parte dalla catena del Giura , esso si divide in due regio- 
ni ; la pianura e la montagna. La prima va fastosa di 
allieri fiu'tiferi, di foreste, di campi, di praterie, ed inaf- 



II clima è sano ed 11 paese fertile. Vi si raccoglie mol- 
lo fi umento , legumi , < anape , ma vi son poche vigne : 
l'agricoltura per altro vi è tenuta in onore- Le case sono 
buone si, ma non cos'i grandi né cos'i belle come quelle di 
Berna. La popolazione si dedica parlicolaimente all'edu- 
caziniie del bestiame ed all'agricoltura. Pur nondimeno 
v'ha molte fabbrii he cf.me (pielle di tele di cotone stam- 
pato a Solura e a Balstall , di calze e berrette a Olten, di 



PITTOnESCO 



L.^ 




J^/uAr ^.nc.'^../. .^'c.^-/'^^^ 



«ione della slraila del Sempione. V' ha un liceo , un colle- 
gio diretlo da 13 professori , un istituto, una biblioteca 
pubblica , fendala nel 1765 e due tipo};ralie. Ora v han- 
no aitici aiuole secondarie ben ordinale. 

11 nome di (juesta capilale del cantone, in alemanno So 
lothura , non è che un' allerazione di quello dell' antico 
Solodurum dei Uoiuani che ha sosìiluita. Ben costrutta in 
generale ella niosira con orgoglio agli stranieri diversi e- 
difici [lulililici come la (hiesa di b. Orso, ([uella de" Gesui- 
ti , il palazzo del Comune, l'arsenale, 1' o>pedale de' bor- 
ghesi , la casa degù orfani , la prigione , il teatro , cinque 
conventi e il capitolo di S. Orso. Si son trovate a Solura 
alcune aniichilà , avanzi del soggiorno de' Iloraani. Que- 
sta città è stata la residenza de' duchi di Borgogna della 
seconda razza, l'iù lardi divenne cillà imperiale. Al XV 
secolo si uni ai cantoni svizzeri lontro il duca di Borgogna; 
ma solo dopo la guerra del 1 481 venne ammessa insieme 
al suo territoiio ueila confederazione. 



lieo splendore; vi si distinguono fra gli altri le aiene o l'an- 
fiteatro , sbarazzalo da poco delle macerie che ne ingom- 
bravano le gradinate e che si suppone aver potuto conte- 
nere 17000 spettatori ; la casa quadrata , antico tempio 
riparato sotto Luigi XIV e Luigi XVllI , 1' arco trionfale 
dello la porta di Cesare, e fuori delle sue mura la torre Ma- 
gna , che si alza in forma di piramide con selle facce alla 
base ed otto sopra. Fra gli edifici moderni si distingue il 
palazzo di /^iuatizia , il fabbricato dell' ospedale , Sfon- 
tana ed il mioio teatro. I suoi principali istituti lelterarii 
sono : i' unitersitif, il collegio reale, il senìnario, la scuola 
del disegno, il corso di chimica, di geometria e di mecca- 
nica applicata alle arti , quello di ostetricia , l' accademia 
regate del Card, la socielii di medicina del Card , ijuella 
d' agricoltura , il museo /Maria Teresa nel a casa quadra- 
la ^W gabinetto di storia naturale , la biblioteca pubblica. 
Popolazione: 41,000 abitanti. 



MIME3 

Nimes è capoluogo del diparti men'to del Gard in Fran- 
cia , sede d' un vescovo e residenza d'una corte reale. Le 
numerose sue manifallure di seta , di flanelle , di coleue 
e di lana , scialli , fazz. detti , l' importante suo commercio 
rii spez erie e di droghe, della sela del paese , la f.ihbrica 
. d'acquavite e le sue tinture la cidiorano al primo ordine 
tra le piazze più industri e più commercianti del regno. 
Ximes cuaserva molti monumenti the ricordano il suo an- 



( Conlinuaz. e fine. Fed. Un. 5. ) 

V episodio che forma il subbietto della incisione posta 
nel numero antipassalo.è il più celebre dell'Odissea. Que- 
sto poema è il racconto di dieci anni d'avventure, di 
pruove e di miseria cui Ulisse ha soggiaciuto, dopo la ca- 
duta di Troia, per ritornare nella sua palria. Il corruccio 
di Nettuno Io persegue e lo tien lungi dalla sua cara Ita- 
ca, da suo figlio, e dalla sposa Penelope. Ulisse sfiigsito 



ài 



L OMNIBUS 



dall' isola di Calipso è gettato da iin naufragio nel paese B slancia contro terra come dne piccioli cani. I loro cranii 

de'Feaci ov'c ricevuto da Nausicaa, figliuola d Al( iiioo re q sono infranti : le cervella schizzano ed il suolo ne è nmet- 

delia contrada: riceve una s[)|rndida dsjiilalii.i e figura in !| lato. Poscia li taglia a pezzi e li divora come avrebbe fat- 

mezzo a' giuochi celebrati in suo onoie. All'ora del fesli- ^ io un lione delle montagne, non restandone né intestini, 

no, il cantore delle coile d'Alcmon, Duniodoco, canta sul- M né caine, né ossa. .. 

la lira le fazioni della guerra di Troia e quelle d' Ulisse , « 11 mostro, satollo di quella carne umana si stende per 
il quale a queste ricordanze si turba e rompe in lagrime. M terra e s' addormenta. Ulisse si prepara ad ucciderlo, raa 
Inlerrcato sulla cagione del suo dolore ris|)ond<' eh' egli P è arrestato dalla vista di quel lerrilìile masso che chiude 
è Ulisse e narra le sue sciagure. La prima pai te di questa M la caverna, però aspetta l'aurora e la partenza del Ciclo- 
narrazione, il canto nono, é consacrato alle sue avvento- ^ pe. Il mostro si sveglia, prende altri due compagni dì U- 
re nel paese de' Oclopi S lisse, li divora ed esce colle sue capre e le sue pecore, do- 

Giiiuto in quella silvaggia contrada Ulisse lascia i suoi gf pò aver rinft-sso la roccia al suo luogo. 

con:pagni sulla riva, e con alrtini de' piii valenti scelti dal H Ma Ulisse non perde tempo ; scorge nella caverna un 

destino si mellead c>[iloraie (lutlla terra. m t'oiiio d' ulivo ancora verde the il Cu lope aveva fagliato 

>. INon lungi dal mare, rai conta i' eroe , noi vediamo M per farsene un bastone quando sarebbe secco. Alla sua 

sotto roc(e minaceianti, una caverna immensa (0[)erla da o lunghezza ed alla sua grossezza, dice 1' eroe, lo si sarebbe 

una foresta di allori. Una vasta bocca è i hiusa da massi di ^ preso, per 1' albero di uno di que' pesanti vascelli che at- 

iiietra l'uno sopra r.-.llTo giossolanamenti; accomodali In- « traversano! mari cariihi di mercatanzie. Ulisse ne taglia 

torno vi son degli abeti e delie querce le cui cime si per- » una parie , la fa sgrossare da' suoi compagni , e l'aguzza 

dono nelle nuvole. Qua e là vagano delle pecore dei mon- |j da un capo. Dopo aver indurito questo legno in un fuoco 

Ioni e delle capre. |^ vivo e diiaio , lo nasconde in un fumiere. Verso la sera 

,. In questo spaventevole asilo aliilava un enorme gi- i| arriva il gigante colle sue greggi, fa entrare nella caver- 

caiile, il ipiale andava solo errando collesue greggi seni- B na capre e pecore, !)ecchi e montoni, posila prende altri 

pre in luoghi rimoti, non mai conversando cogli altri Ci- P due compagni d' Ulisse e ne fa un oriibile pasto. Ulisse 

dopi, non mai meditando che pensieri neri e sinistri Og- Ù s'avvicina al Ciclope egli presenta un fiasco del vino che 

getto di maraviglia ed'orroie die non ha nulla d' ema- M aveva portalo 11 mostro rapito da quel liquore vuota tre 

no , non rassomigiia se non a quei picchi isolati die in- || volte la tazza. 

«alzano al disopra delle altre montagne la loro cima carica ff » Quando i fumi del vino ebbero turbato il suo cervello, 
d' abeti » |» S'' <^'*s' '^<"' "" tuono piacevole : <• Ciclope, tu m'hai di- 
Ulisse lascia i suoi compagni a guardia del suo vasrel- fi - mandato il mio nome e,l io le lo dirò ; il mio nome è 
lo, ne sceglie dodici de' più risoluti , e parte, avi ndo a- S » Nessuno ; mio padre , mia madre e tutti qndli che rai 
vuta la cura di portare un otre pieno di vino delizioso. ^ |j x conoscono mi diiamano Nessuno. » Il Ciclope risponde:* 

» Noi corriamo all'antro, continua Ulisse, e non vi Irò-' ^ Ebbene! io mangerò Nessuno 1' ultimo dopo tult'isuoi 

viamo punto il Ciclope, stando egli ne' suoi pascoli a guar- « compagni. » 

dare le sue greggi. Noi entriamo, e visitiamo tutti gli an- g » Ciò detto, chinato indietro cade rovescioni ; la sua 

goli. Quivi erano delle graticiuole cariche di formaggi, a testa cade sulle sue spalle, un pesante sonno opprime 

delle botti piene di siero e poi delle secchie, delle pen- g lult'i suti sensi ; egli russa e dal suo gorgozzule escono 

tuie e tutto r apparecchio d' una latteria ; piij lungi , in p fiumi di vino e pez7.i di carne ancora sangtiiiioienti. » 

luoghi separiti, degli agnelli, de' capretti, ciascuna specie ^ Ulisse e i suoi compagni prifitlano del sonno del nio- 

a parte. Noi accendiamo del fuoco e Iranqiwllamente se- || stro, collocano il loro pinolo sotto la cenere ardente , e 

doti ci meniamo a mangiare il suo formaggio aspettando jj poi quando il legno è riscaldato, l'immergono nell' occhio 

di' egli ritorni, e torna finalmente portando un pesante S del Ciclo[)e. 

fardello di legne secche per apprestare il suo [lasto. Ginn- ^ Il mostro inelte grida terribili. Tutta la caverna, tutte 

to alla por'a dell' antro lo getta a terra con fracasso orri- U le rocce ti', intorno ne erbeggiano. Colle sue mani egli 

bile. Tren^iindo di paura, noi corriamo ad accosciarci in jj strappa il pinolo insanguinato , lo getta lungi da sé , po- 

un angolo. Egli fa entrare capre e pecore , lutto ciò da p. scia ihiama a grandi grida i Ciclopi, die abitano dispersi 

cui deve niugnerc il latte, e lascia fuori becihi ed arieti, jj su quelle allure sempre battute da' venti. ICssi accorrono 

l'oscia [.er diiiulere la porta della sua caverna, prende un U alla sua voce e dal difuori del suo aniio gli chieggono ; 

macigno enorme, che venlidue carri a quattro ruote non j{ « Che hai tu , Polifemni' Perdio durante la notte queste 

avrebbero smosso ; egli solo lo smove , e lo colloca con Q » grida terribili (he tiiibano il nostro sonno ? Ti si rapi- 

allietlanta facilità, (pianta ne avrebbe avuta un cacciatore || » seono le tue greggi o ti si minaccia la vita ? » Egli dal 

a chiudere il suo turcasso. Finita la sua operazione ac- || fondo della sua caverna risponde : « E' Nessuno. — Co- 

cende il fuoco e si melle a visitare il suo antro. Egli ci g » me? Nessuno!' — S'i, Nessuno vi dico. — Esenessu- 

scorge e con una orribile voce ci dice : ■< Chi siete voi;' |l » no t'assalisse che fate? non \i è mezzo di evitare i mali 

« D' on'le venite si» questa umida pianura ? Siete nnerca- ^ » che il ciclo ( i manda; invoca tuo padre il dio de' mari. » 

» tanti o avventurieri ? pirati che corrono il mare , espo- j^ Quando i Ciclopi sono partiti , Polifemo si alza gemen- 

» nendo la loro vita per formare 1' altrui sciagura.-' ^ Al- g do, va a tastoni a togliere il masso che chiude la sua ca- 

r aspetto orribile del Ciclope, al tuono della sua voce, U- m verna, si siede sul limitare della sua porta, e tiene le sue 

lisse si getta ginocdiioni implorando la sua pietà in no- ;^ braccia stese per all'errare colui che avrebbe osato uscire, 

me di Giove e de' Numi. § Ma per salvare lui ed i suoi compagni. Ulisse imagina di 

Egli continua con tuono feroce: « Tu sei un imbecille o m prendere i vimini su nii aveva dormito il Ciclope, di for- 

» piue vieni da molto lontano ! Tu mi dici di temer Gio- ^1 marne de' legami e d' attaccarne i montoni a Ire a tre ;_ 

» ve e di rispettare gli dei;, i Ciclopi si burlano di Gio\e jj quello d.l mezzo portava uno de' suoi com[iagni , gli altri 

» e de' suoi dei poltroni. ■> Il Ciclope dimanda ad Ulisse || due camminavano a' lati. Restava un ariete il piii vigoro- 

dove ha lasciato il suo vaserllo , ma costui ha la cura di gj so ed il [liii ìiello di lutti ; Ulisse lo piglia, si stende sot- 

dirgli che una tempesta 1' ha distrutto, e eh' egli vedeva ^ to il suo venire, l'abbraccia colle mani e s' attacca al suo 

innanzi a lui gli sciagurati avanzi sfuggiti al naufragio j| vello. Al sorger dell'aurora, il Ciclope chiama le sue greg- 

ed alia morte. iì RÌ a' pascoli. 11 loro padrone piangendo li tastava senza dii- 

» Il barbaro senza rispondermi, continua Ulisse , si m bilare dell'astuzia. L'ariete d'Ulisse usci l'ultimo, rallentato 

getta su' miei compagni , prende due di essi , li alia eli® dal fjrdeUo che portava. Il Ciclope lo palpa , e lo carezza 



pirrouEsto 



dicendo: « Kh ariete perdiè l'ultimo ? Non è tuo uso di U corre, corre, e il terzo Riorno arriva moriiiondo a Fra- 

» restare alla coda del gre-se. Colia testa alla tu correvi Q scatl innanzi al oslello di";;li Aldolirandiiii. 
» il primo al pasccdo, al fiume il primo, la sera tu rjtur- ^ Quivi, vicino Roma di' ei non avnhbe mai dovuto ab- 

■ navi il primo all'ovile; ed ora eccoli 1' ullimo. Ah sen- || bandonare , protetto da amici polenti , ricorda la moglie 

• 23 dubbio tu compiansi I' oci hio del tuo povero padro- |^ e la figliuola ctie 1' attendono da tre giorni e tre notti, rac- 

> ne che uno scellerato ha fallo privo della vista dopo aver y coglie le poche forze the restangli per iscriver loro e ras- 
. domato i suoi spiriti con nn vino avvelenato. Ah se tu w .sicurarle, chiude la lettera la vede partire e cade inaniraa- 

> [M. lessi parlare, se potessi dirmi ove questo scellerato è H '" f" 'e braccia dd cardinale Aldobrandini. 

. nascosto per isfiiggii e al mio Innire , ben presto il suo g La sera stessa della fuga del Domenichmo, Frescobal- 

m cervello schizzerebbe sul suolo, ed io sarei vendicato dei ja d' . [Wf 'a prima volta senti svegliarsi nell'anima nn sen- 

> mali the m'ha fatto questo miserabile Nessuno. » Ciò U tiraenio di pietà , sicché restò solo nella cap[iella iin'altr'o- 
detto lascia nscire il suo ariete. 9 ra, appoggiato alla porta d'onde avea assistito alla strana 

Una volta fuori della caverna, Ulisse si libera il primo, ^ peripezia del dramma che Ilibera avea diretto. Una voce 



libera i suoi compagni dopo lui ; poscia cacciano innanzi n ben nota lo scosse dal letargo in cui era immerso 

a loro quanto vi ha^di p il bello e di più grasso nel greg- ^ — ebbene Frescohaldi ? 

ce del Ciclope e dopo lunghi giri giungono al loro vaseci- Ti — II' [wrlito, maestro, è partito. Iddio veglia 

lo. Nel suo furore due volte il mostro lancia immensi y l'uomo e 1" ha pFoservato dal tuo odio. 

massi di nuda the sollevano 1' ' nda e fanno vacillare i « — Did il vero ? 

flutti , ma finalmente Ulisse ed i suoi compagni raggiun- J| Intanto Ribera ( perchè egli era) guari 



su quel- 

dava attentamente 
goni) ia loro flolla ed i loro amici inquieli'sulla loro as- p tutte le travi cadute. 
jg^^^^ H In quel punto il pittore ed il bandito mostravano uno 

» Tristamente seduti snlla sponda , dice Ulisse termi- U strano contrasto, puichè in volto a Hibi'ra vedevasi un ter- 
nando il suo racconto, noi mangiamo e beviamo in silen- Q ribile dispiacere, in quella che appariva la noia negli sguar- 
lio; posda deploriamo il destino de' guerrieri che il Ciclo- M di sfavillanti di Fresi:ohaldi. L' invidia avea ridotto il fa- 
clope ti ha rapili. Finalmente il sole s'immerge nelle ac- || moso Pubera piij vile del lazzarone, 
que e la noi!" ci copre delle sue ombre. Sfesi sulla terra U — Partito ! egli mi fugge ? esclamò Ilibera. 
noi dimentichiamo in braccio al sonno le nostre fatiche e le ^ — F'm salvo, rispose Frescobaldi. 
nos're pene Appena sorge l'aurora, io ordino gli apparec- ^ — Seguimi. 

c6i della partenza , ed immanlinenli le vele si spiegano , ^ — Maestro, sona aspettato sul porto. Ribera s'allonta- 
V onda schiuma e mugghia sotto i nostri remi, lasciando- || nò solo. Era questa la prima volta the Frescobaldi disob- 
ci dietro quella terra abborrita rendendo grazie a' menci y bediva. La notte fu trista per lo spagnuulo, provando quel 
che ci hanno salvati ». sentimento del malvagio che none né rimorso ne collera, 

50 e che tiene dell' uno o dell' altra , il dispello d' aver ordi- 

" *' " '"■ ^ ta una trama non riuscita, il dimani tetro e pensieroso 

rj venne al palazzo dal Viceré. 11 duca d' Ossiina lo ricevette 

KIOERA E IL 110.^8 EXICIIIi^'O f! severamente, e gli chiese conto ddla subila sparizione del 

Ih Uomenichino, dicendogli che la moglie e la figliuola del 
( Cotttinuaz. e fine. ) & pittor bolognese lo accusavano d' un assassinio. 

a — Che ! la sua moglie e la sua ligluola sono in Napo- 

Dopo un momento di riflessione Domenico s' assise so- ?? li. In questo caso , signore, vi servano d' ostaggio. Dome- 
pra uno sgabello vicino al suo tavolalo e cadde in una di <<ì nico non è stato punto assassinalo, ma è fuggito col dcnaio 
quelle nieililazipni durante le quali l'artista crea il capo- i^ ricevuto, e senza dubbio fuggì di Napoli ieri sera, per 
lavoro che la sua mano esegue ; Frescobaldi seguitava a 'iì andare a Roma ad eseguire qualche lavoro che sarà pa- 
guardail". \l gaio assai piii. li' d'uo[)o ritorni , sgnore è d uopo rilor- 

Ciò durò assai tempo ; e la giornata erasi avanzata , l! ni, disse vivamente Ribera potendo a pena contener la 
l'ombra dei pilastri si allungava sul pavimenlo di marmo || sua gioia, 

della cappella , allorché Domenico «sci dalla sua medita- ìS II duca andò via. Ribera si guardò intorno , ed avendo 
viene e si alzò. Frescobaldi irapallid'i e poggiò le mani al 5| in mezzo alla folla dei cortigiani riconosciuto Corenzio e 
cuore che batteva quasi come se dovesse spezzargli il pet- p Caracciolo , si fece loro innanzi , li condusse nella corte 
to. Domenico si slanciò e sali rapidamente i primi gradini '^ del Palazzo , e lor disse a bassa voce, 
del tavolato. O — Egli è parlilo, ma ritorna, e questa volta non ci 

A questo una trave si stacca , cade con fracasso , la va- y scappa più. Indi usci e corse in mezzo alla piazza , per- 
ita cupola sembra muggire , Domenico si gilta giù dalla O thè le anticamere ducali erano troppo anguste per conte- 
scala , indietreggia sin vicino a Frescobaldi, gli mette una j| nere la veemenza della sua feroce gioia. 
mano sul braccio, e con gli orchi feroci gli mostra ol dito il Ali' ombra d' un portico molli lazzaroni giuncavano alla 
r immenso tavolato che stride si rompe e cade con fracas- ^ mora eà il più accanilo giuoiatore era Frescobaldi. — 
so. ."Miora il misero pittore vien compreso da una vertigi- ?' Giucca, disse fra se, giunca, dunque è ino ! Poi tornò ce- 
ne, traversa la città correndo , coi capelli ritti, e gridan- || leramente in casa per obb'iare un momento il suo odio 
do ; vere un cavallo attaccato alla porta d'un' osteria; Ò Ira le dolcj carezze della piccola Maria Rosa. 
Domenico dmerHica la moglie e la figliuola , si slam ia sul j| Che facevano intanto la moglie e la figliuola del Do- 
doiso del cavallo , e fugge di galoppo da quella città che J» menithino i* Com' era loro uso, pregavano ed affrettavano 
il mattino stesso non lia voluto abbandonar;-. Essendosi la |> giustizia e da Dio e dal viceré. Un messo segreto le tran- 
paura impadronita di lui, ei baiteli ca\albi die non lo j| quillò instruendole che Domenico era fuggito verso Ro- 
trasporta cosi celeremente come vorrebbe. La notte so- iì ma , le due ange ithe donne risolsero raggiungere co- 
vraggiunge , e gli pare esser perseguitato da fantasmi con Ò hii th' era loro debito consohre. Ma un ordine del viceré 
minacce e grida , e ognora ascolla il rumore del suo ta- H ingiunse a Marsibilia e ad Anna di restare in Napoli finché 
volato che rovina, con gli occhi chiusi per non vedere , " Domenico fosse venuto per riprendere il lavoro interrotto, 
conte mani vicino all'orecchio per non udire. Inchinato a Era scritto lassù che il Domenichino dovesse morire 
sul cavallo, di cui tiene la briglia fra i denti convulsiva \t sotto il cielo di Napoli. La sua lettera s'incontrò con una 
niente serrati , premela bestia colle nerborute sue gambe, n lettera di Marsibilia la quale gli fece cambiar risclusione. 



56 



L OMNIBUS PITTORESCO 



C-detlp alle istanze del Cardinale Aldobrandini che seppe 
cumraovere l'animo dell'artista col parlargli vivamente della 
gloria. Infine Uomenii o decisoa partire, nescrissepriinaalla 
iBoglie, indiai viceré, e pochi gioì ni dopo si ridusse in iNapoli. 

Rihera, non movendosi punto a pietà , fece ordinare 
dal Viceré alcuni quadri di tutta fretta al Uoiiienichino , 
(he non s' accorse dell' agguato tesoj^li e ringraziò il suo 
larncfìce. Compiuto il quadro, Hihera, che aveva l'ufticio 
di dar giudizio di tulle le cose d'arte, umiliò il suo rivale 
riirovandone oltraggiosamente falsi i dipinti , credendo in 
tal modo insultare coloro cheavevan chiamato di lioma 
un pittore che avea bisogno delle correzioni di lìiliera. Si 
giunse fino a sciivergli che la moglie voleva avvelenar- 
Jo ; si corruppero quei che gli stavano intorno ; si cen- 
surarono aspram"nle le sue opere ; ma Domenico , mo- 
strando^i più grand»? nella svtnliira , opponeva a tante in- 
lamie e tradimenti una suhlime rassegnazione. 

Avendo avuto bisogno d' uno e he gli preparasse i colo- 
ri , prese il primo che gli si presentò , Frescohaldi ; non 
rammentando che questi era statoli suo carnefiie. L'o- 
pera giiigneva al suo termine , ed usciva pura e sublime 
dal capo e dal cuore di quell' uomo staccalo dalla terra , 
che non vivea piij che con Dio D jmenii-o pii non ascoltava 
i vani clamori dei suoi nemici, poiché scorgeva die il do- 
mani il suo nome sarebbe famoso trai più famosi d'Italia... 

In sul piincipar d aprile IG'il non si parlava d'altro 
in Napoli e he degli affreschi del Domenichiiio ; che si do- 
vevano mostrare al pubblii o addi 4 dei mese. Come sette 
anni avanti , il mattino di questo giorno tanto desiderato, 
D imeneo slava nella cappella con Frcscobaldi. Il pittore, 
ordinariamente debole e gramo , er.i divenuto alto cento 
braci ia, siccome quegli che empieva d Ila sua gloria il tem- 
pio non per anco consacrato all' Oiinlpolente. La folla a 
spettava e facciasi ognora più numerosa inn.mzi alJiiseio 
della cappella. Domenico, tanto tranquillo, tanto modesto, 
vagheggiava il pensiero del suo vicino trionfo. Fresrobal- 
di , non altrimenti che il piltore , non distaccava il suo 
sguardo dalla volta. 

— Aprite r uscio , gridò Domenico. 

Ad un tratto, come se quelle parole fossero un seguale. 
gli affreschi si crepano , un pezzo se ne distacca , poi un 
secondo, poi un terzo. Un grido orribile, atr^ie, esce di I 
petto di Domenico ; fa tre passi , e cade colla fronte sulla 
pietra, in quella che d'ogni dove piovono! frantumi delle 
pitture che dovevano farlo riverire dopo la morte e r he al- 
lora pareva lo dovessero sepellire vivo 11 niiseiahile Fie- 
scobaldi avea mischiato la cenere al gesso di cui s'era 
servito. — 

Mentre la fuUa fugge precipitosamente nella (blesa; vien 
rialzatoda terrail Domenii bino, mallo, e spaventevolim nte 
ridendo. Trasportato in casa non cessava dal ridere, par- 
lando di glor a, di affreschi, della figliuola e Marsibilia 

in ginocihio vicino al letto pregava Pregò per dieci gior- 
ni. L' undii esimo, un penitente vestito di nero chiese ve- 
dere il Domenichino. Avendolo iVlarsibilia fatto entrare , 
come il penitente fu innanzi a Domenico , pronunziò con 
una cupa voce il nome di Riiiera. 

A questo nome il moribondo si rizra , leva gli orrhi al 
rielo, stende una scarna mano. Seguitò un generale si- 
lenzio : il Domeniihinn era morto, Marsibilia piegava — 

— Donna , disse 1' uomo vestito di nero , compirò la 
maledizione di Domenico Zampieri. 

— Chi siete voi dunque, p.idre mio? 

— Ieri era FrescobaMi, l' istrnmento di tortura di mi 
si serviva Ribera contro Dnnienico ; oggi sono frate Am 
Lrogio. La vittima cerca vendetta. Preghiamo, o sorella ! 



Dal giorno 7 della morte del Domenichino, la gioia ri- 
tornò in casa del Uibera, il quale sorrideva di nuovo alle 
parole della moglie , e godeva delle carezze di iMaria Uo- 
sa che Ogni giorno diveniva più bella ; poiché i rimorsi 
non vengono a tormentare il (olpevole che quando il pia- 
cere della vendetta é pienamente piovala. La morte del Do- 
meniihino era un esempio tanto terribile che niiin pittore 
(li iìonia avrebbe osalo esporsi alla collera dei pittori na- 
poletani, collera abilmente secondala da una potenza oc- 
culta ed infernale. Il cani o di pingere la cappella fu rendu- 
to a Ribera ihecon la forza dell'ingegno cerca far perdere 
le tracce d' un' infame persecuzione. iNulla mania alla sua 
gloria, avendogli 1' Accademia di S. Luca aperte le porte, 
ed il pa[)a nominatolo cavaliere di Cristo ; e se alcuna vol- 
ta tristi rimembranze venivano ad oscurargli la fronte , 
queste si dissipavano subito al suono dell'oro ammontic- 
I hiato , al lusinghiero grido della sua fama , alla voce di 
Maria Rosa che ringraziava il p.iùre di continuare a forza 
di fatica una vita di lusso a cui essa s" era abituala, e per 
conseguenza l'era divenuto un bisogno. 

Ritiera parli per la Spagna, conduiendo seco la moglie 
e le sue due figliuole. In quella ch'ei s'imbarcava , una 
maschia voce gii gridò : l'enlit!. Invano cerio ricordarsi 
dove avesse intesa quella vice.Per quali he tempo Rifiera 
resiò lontano da Napuli; ma egli, s'i fiero, si indi(iendente, 
egli il cui nome era si celebre in Italia , egli sì grande sì 
potente in Napoli, non poteva vivere in Lpagna, quasi sco- 
nosciuto. 

Ritorna in Napoli nel IG-iS, selle anni dopo ia morte del 
Domenichino. Iddio aveva accordalo a Ribera per pentirsi 
un tempo eguale a (juello del maitirio dei Ztmperi. Ri- 
bera mise il piede sulla riva i ome trionlalore, e stese sor- 
ridendo la mano alla figliuola Maria Rosa allora di se.lici 
anni. Ad un tratto il sorriso gli si agghiaci io sulle lalihra, 
la sua mano tremante abb?indonò quella della fanciulla ; 
una voce severa salutava il ritorno di lui dicendo Petit ti. 
Un giorno, un sinistro presentimento comprendeva l'a- 
nimo del piltore Spagnuolo. Finiva l' ultimo quadro nella 
cappella di S. Gennaro , ed ecco che un monaco passa vi- 
cino a lui . e pronunzia il nome di Domenico. Ribera si 
slancia si spigne fuori della cappella ; corre alla sua casa 
(on capelli scompigliali e pallido viso. 

Irimorsi lomartoriavano. Infine stanco delle sue pene , 
risolse di viaggiare Un mattino abbraicia la moglie e la 
figliuola, monta a cavallo e parie. Tutto il giorno lasciò 
errare il caval'o alla ventura assorto in tristi pensieri , 
senza accorgersi che due uomini eziandio a (avallo lo se- 
guivano. La sera arrivava a Sorrento S ferma a un al- 
bergo, domanda una camera e vi si chiude. Ma non pri- 
ma la notte è nel più lugubre silenzio, che la voce, che 
lo perseguitava dovunque, gli suona ali' orer( hio. 

Immantinenti si alza, (hiama, perde la pazienza, insella 
da se stesso il cavallo, e fugge di galoppo. Ascolta galop- 
pare die'ro lui ; rallenta il corso del suo cavallo, guarda 
e non vede niente ; si f(;rma : il nome di Domenico suona 
rome la folgore nel silenzio dilla notte, e Ribera liprende 
la vagante sua corsa Sentendo sempre dietro lui il correre 
di due cavalli, finché, la strada allargandosi, due fantasmi 
si situano 1' uno a man sinistra . 1' altro a man dritta dei 
[iltore, ed afferrando la briglia del cavallo di lui, e traen- 
dolo con loro gridano alternativamente : <■ Domenico. . . . 
Tutta notte seguitò questa furiosa corsa. Non prima ap- 
parve 1' alba (he i Ire viaggiatori scorsero le mura d un 
convento .^lla porta di quello il cavallo di Ribera sdruc- 
ciolò. Ribera non potè pronunziare ninna parola e cadde, 
morto. (Compilazione). 



TrpoGRAFiA dell'Omnibus 



DinETTORE proprietario: V. TORELLI. 



napoli So i^ujlio 1844. 



iiiiiiiiiiiiiS 



= 2lnno Settimo == 



fiottìi Vi,» 8 



UN FOGLIO GHANA 5. — l'N SEMESTRE 1.30. — Un' ANNATA 2.60. — PER l' ESTERO l'N ANNO 3.60. 




saaag^nsTA. 






ai cyi/fz^izy 



Cristina, regina di Svezia, nata il di 8 febbraio lf>Q6, 
siiccfdelle a Gu^toio- A Juif » s\ìo padre, morto nel lOVi 
in mezzo alle sue vittorif. S'n dalli sua infanzia si erano 
manifestati in lei un vivace ingegno ed ancoraggio supe- 
riore al sesso ed all'età, tìustaio, avendo concepito gran- 
di speranze di questa giovinetta principessa sua unirà fi- 
glia , erasi compiaciuto di condurla seco ne' suoi viaggi 
La menò a C^ilmar , mentre non aveva per anche due 
anni. Dimandò il governatore, se doveva tirar il cannone 
e se V era timore, che pel grande strepito la fanciullina 
$1 spaventasse. Esitò dapprima il re sulla risposta ; ma poi 
dopo un momento di silenzio , disse : Sparate : ella è fi 
glia dun so'Mlo : si ha d' mrezzare. Li haml.ina, lungi 
dailospaventarsi, rideva, haltevalemani. e sembrava chie- 
dere, ,he SI replicasse i! colpo. Quest'intrepidezza piac- 
que sommamente^ Gmtaco , chf» poi facendo la rivista 
delle sue milizie davanti a lei, e sorgendo il piacere con 
mi osservava questa militare spettacolo: And,jt^. le disse, 
ìoscate fa' e a me , che ii conJnnb un giorno in luoghi', 
o.e proi erete molto contento. Lgli morì troppo prest.. piT- 
rhé po'esse mantenerle la parola ; e Cristina, che in tolta 
la sua vita si d.'lse di non essersi potuta trovare in batta- 
glia a capo di un esercito , si afflisse ancor più per non 
aver potuto apprendere il mestier della guerra sotto un 
fa e maestro. Nulla sfuggi all' attività del suo ingegno. 



Ella imparò otto lingue , e leggeva in originale Tucidide 
e Polibio in un'età in cui gli altri fanciulli ne leggono 
appena le traduzioni. C/'oc/o, Bochart. Cartesio e. piii altri 
dotti furono chiamali alla sua corte, e 1' ammirarnno. Cri- 
stina, giunta all'età da poter regnare da se stessa, governò 
con saviezza, e stabili la pace nel suo reame. Siccome noa 
da va a divedere nessuna inclinazione al matrimonio. gli stati le 
fecero in tale firoposilo le piii viverappiesentanze.Senesba- 
razzòessa un giorno, diiendo loro: — « Amo meglio destinar- 
li vi un principee un siiccessorecapacedi tenere con gloria le 
.. redini del governo. iNon mi forzate adunque a prender mari- 
■I fo: pntrebbenascerpdaraerollastessafacillàun A^row, che 
'> un. -/«^us/O'). Uno de'grandi affari, che occii parlino Cm/wa 
sul trono , fu la pace di Vestfalia , segnata a i\liinster il 
2'i ottobre IGÌ8. Dopi la m.rte di Guita>o g'i Svedesi, 
animali dalla Francia , e dalla magg or parte de' principi 
I'rllte^l1^ti , avevano continuata sotto la direzione del can- 
celliere Oren<;tiern la euetra in Aleraagna , e quantunque 
avessero sofferto qualche rovescio , erano stati assai mag- 
giori i vantaggi, che avevano riportati. Tra gli altri erano 
state memorabili, la sconfitta da essi Svedesi data , sotto 
la condotta del generale Banner, agi' imperiali presso Wj. 
stock nel IG36 , coli' entrar indi a dar la legge al Bran- 
deburgheseedestendere le conquistesino nella l'omeran^a; 
la disfalla totale che nel \{<\1 sotto il generale Torsten^on 

S 



:>8 



diedero all' arciiiiira XifflpoWo e al generale Piccoìomini , 
colla presa di Lipsia ; la rotta data il 1GÌ4 nella Doeniia 
agl'imperiali ; e la battaglia di Sommerbauseo da questi 
pure perduta in aprile 1648. Que^ti ed altri considere- 
voli progressi , fatti dalle armi Svedesi durante la niino- 
r4<à di Cristina, le diedero poscia adilo a conihiudere nel 
trattato di Westfalia una pace utile e gloriosa. Restarono 
per tal guisa in possesso di lei i nuovi acqiiisti dell'arci- 
vescovato di Brema , del vescovato di Vtrden , dell alta 
Pomerania , dell' isole di Rugen , ec. Ma oltre il proprio 
interesse, Cristina in questo famoso trattato, fu 1" arbitra 
della pace generale, con soddisfazione di tulle le potenze 
belligeranti, ovvero interessate in tal affare. Alla conclu- 
sione della riferita pare molto aveva contribuito colla sua 
saviezza A'a/r/ti , suo secondo ministro plenipotenziario al 
congresso , e suo cancellier particolare Lo licoinpensò 
la regina, innalzandolo al grado di Senatore: posto, che 
i[i ìsvezia era sempre stato a( cordato alla nascita, e (he 
essa credette di (loler fonferire al merito. Sin dalla sua 
età di venti anni 1' amor delle lettere e della libertà avea 
le ispirato il disegno di abbandonare un pDpolo , il quale 
non sapeva che combattere , e di rinunziare alla corona. 
l^asciij maturare nn tale disegno per lo spazio di 7 anni. 
Finalmente, dopo aver tanto rooperalo col mezzo de' suoi 
ambasciadori ne' trattali di 'Westfalia a pacficare 1' .\lc- 
magna , ed esserne riuscita gloriosamente , discese dal Irò 
no. In etp di soli 28 anni rinunziò spontaneamente quel 
sublime grado di splendore e di aulorità, per giiit;ner al 
quale tanti altri adoprano lult' i loro sforzi , aflVontano 
infiniti travagli e pericoli , e conculcano bene spesso i piii 
sacri doveri del sangue, dell'amicizia, dell'onestà e della 
religi.ine. Convocata l'assemblea generale degli Stati il d'i 
10 giugno IG54, fece la solenne sua dimissione, e col con- 
senso de' popoli (iosa il diadema sul capo a Carlo Gustavo 
suo cugino germano, l'oco dopo la sua rinunzia Cristina 
lasciò la Svezia, e fece battere una medaglia , in cui leg- 
gevasi, che // Parnaso vale più del Trono. Vestita da uo 
mo attraversò la Danimarca e 1' Alemagna , andò a Rriis 
«elles, ove abbracciò la religione Cat'olica ; e di là passò 
in Inspruik. ove abbiurò solennemente il Luteranismo. 
Grandi onori le f ce la corte di Francia, allori he passò in 
ijuel regno. Le femmine per altro, ed i cortigiani per la 
maggior parte, non rilevarono in questa principessa quel 
genio , che in lei brillava. Sembrò loro di non vedere in 
essa se non una donna travestita da uomo , (he danzava 
male , che bruscamente mortificava gli adulatori , e che 
aveva a sdegno le acconciature e le mode. Uomini meno 
frivoli , rendendo giustizia a' talenti ed alla filosofia di 
lei , detestarono la morte di Mona/deschi suo grande 
scudie/p , ed anche , secondo alcuni , suo amante. 

L' orrore, che generalmente si apprese in Francia per 
quesl' omicidio, fece che Cristina si annoiasse di più Irat- 
tenervisi. Avrebbe voluto passare in Inghilterra , ma non 
essendo stato approvato da Cromivelìo un tale viaggio, ella 
riparti ben presto per Roma Ivi si abbandonò, ancor p ìi 
di prima, al suo gusto per le arti e per le scienze , prin- 
cipalmente per la chimica, per le medaclie e per le sta 
tue. Sedi va allora sulla cattedra di S Pietro A'essandio 
VII, sotto il (Ili pontificato , avendo avuto Cristina qual- 
che motivo di disgusto , risolse di ritornare in I>vezia 
nel l()00 dn[io la morte di Carlo Gwitovo. Ma ivi non a- 
vendo trovato guari disposti gli stati a riporle sul ( apo la 
lorfina, di»- aveva di moto proprio deposta, si restiti i per 
la terza volta a Ilouia , e vi si stabili inleramente. Si ac- 
cinse a ((mllniiaie pili che mai il suo commercio co' dotti 
«li questa patria delle arti e cogli stranieri, e a d.ir fre- 
ijiiciiti prove di gusto per le lettere, e di munificenza per 
gli uomini insigni. 

Tre anni dopo, il giorno 19 aprile HJ89 in età di 03 
anni, cesso di vivere questa regina, di cui non si sa dire, 



i, OMNIBUS 



se maggiori sieno le lodi, che alcuni le hanno profuse , o 
pur le satire e le maldicenze, onde altri l' lianno caricala. 
Erasi veduta ridotta alle volte , secondo la predizione del 
cancelliere d' Oienstiern, alla necessità ed alla umiliazione 
di chiedere , e talvolta non ottenere sussidio • aveva pro- 
vato in esperienza, (he una regina sensa domini è una 
divinità senza tempio; ma pure mori da filosofante e da 
regina. 



Artcs firlulis sunl magisirae 

All' uom son l'.irll di \irlù maestre; 

AlOTOR AD HeHEN, lib. IV. 

Coloro i quali dispularono se la Tipografia era agli uo- 
mini cagione di giovamento o di danno , certamente non 
penetravano le intenzioni della Provvidenza , non cono- 
scevano sé stessi, ignoravano 1' arte di che mostravano pu- 
re far professione. Tute le arti sono un trovalo si supe- 
riore all' angusto intelletto dell' uomo — angusto non vo- 
gliamo dire rispello a quello che ha latto, e the può, sì 
rispetto a quello che tuttavia non ha falfo , e che sente 
non puter fare — queste arti hanno in sé tanta parte di di- 
vinità , che i Pagani le divinizzarono e le adorarono , i 
fedeli le riconolibero siccome beneficio antichissimo, e so- 
vrano del l'adre (realoie. Dunque le arti ogni qualvolta 
siate non fossero, siccome sono, tra le piir eci clienti opere 
della Provvidenza , non sarebbero slate certo Ira le ree , 
(he di rei lavori la l'rovvidenza non é artefice , ed elle , 
al paro di ogni opera divina , avrebliero avuta parte (he 
trista ci sembra, e la quale non è la prinripal parte della 
indole loro, ma é fra le lagioni dell' utilità e bontà loro. 
Se le arti acuivano l' intelletto dell' uomo ad opere scel- 
lerate, ciò non poteva essere allrimenli se acuir lo dove- 
vano alle virtuose ; ma l' intenzione della Provvidenza nel 
creare le arti si era di soccorrere la viilìi , non il vizio. 
Questa era la natura delle arti, questa la natura dalla Ti- 
pografia, infra le arti bellissima. 

Considerale la storia di tutt'i popoli, e di tuli' i tempi, 
e vedrete the la più ridicola cosa si è disputare intorno alla 
bontà o la tristizia di quello (he si è annoverato già fra 
le arti, esovenli espressamente fra le arti belle, fra quelle 
arti che già furono stabilite dono della Provvidenza , fra 
quelle arti che g à furono create col mondo e coli uomo , 
imp ■r( iocclié, (becche ne paia a certi filosofi del progres- 
so, nula può r uomo trovare se già prima Iddio non 1' a- 
vesse creato, mentre quelle medesime scellerate loro dot- 
trine non potrebbersi immaginare, se già Iddio non avesse 
permesso che vi fossero coloro i quali essi ricopiano. Con- 
siderate la sioria di tutte le arti, e vedrete die n^Pa molti- 
tudine dei mali da esse generali, sta la gloria loro.Fi:i quella 
vie'ala scellcraggine del navigare, nella quale, al dir del 
Vinosino, irrompeva r audace stirpe di Giapelo, fin quel- 
la orrenda dello sguainare le spade, attribuita dal mite Ti- 
bullo ad uomo veramente feroce e ferreo , giovarono ad 
incivilire, ali'ratellare, ammansare, questa rozza, nemica 
e ferina umanità F perchè dunque ceb'lire nella storia 
dell'umanità Flavio Gioia, vantato trovatore dell'ago ma- 
gnetico, C'istofoio (jolombo, trovatore di un nuovo mon- 
do, e, quel eh' é più notabile nella «ai ra storia, mollo in- 
nanzi a tutti costoro celebre quel Tiibalcain , che primo 
lavorava i metalli e attiravasi le maledizioni de' lascivi poe- 
'i pagani ? Fd ora, ora nel secolo dei lirmi, nel secolo del 
progresso, nel secolo estetico , nel secolo d' oro della ci- 
viltà, nel seio'o decimonono, vorrebbcsi denigrar l'arte 
Ci I dubbio, e sfrondare l'alloro (he adombra le santissime 
e (astissime fronti dei Guttenbcrg, degli .\ldi, degli Stefa- 
ni e dei Bodoni ? 



PITTORESCO 



59 




,/,//., ,j'ca/a 



1/,/a 



L' uomo the giunge a dubitare dell' ecrellenja delle ar- I 
ti, è ben ragione che induca opinione non aver egli fé- | 
de nella virlii. Quando perissero tutte le opinioni del se- 
colo nostro, e questa sola rimanesse, i nostri nipoti non 
a torto giudicherehhero troppo vergognosamente di noi : j 
a farci gran cortesia , ci riputerebbero troppo infelici ed j 
in troppo infelice secolo vissuti. Niuna cosa singoiar- ■ 
mente, niun' arte è pessima , se non pel pessimo uso che | 
1' uomo ne fa : è ben duopo che il tristo adoperare dell' , 
«omo soveiihi ogni misura, se giunge perfino a melteie i 
in dubbio la virtù di quelle arli , < hf la l'rovvidenza ha ! 
instiluite per essere delle piii benefiche all'uomo. che 
io m' inganno , o che in Sallustio , prolondissimo scritto- 
re, è una delle più vere e vive pitture di un secolo otti- 
mo, e di uno infame : egli rappresenta il primo dipingen- 
do la virtù milJlare de' Honiani antichi , siccome una 
delle due vii tu ihe a suo parere l'adornavano, l'andana 
nella guerra e ponendola a paro dell' equità , e della cu- 
ra delie cose pnliliihe in tempo di pare, l'-gli dipinge il 
sei ondo moslrando l'abuso che delle arti belle farevasi , 
r amor delle quali prelessendo liluravansi i sommi si-na- 
turi dalla carila della patria, e meritavano le acri i]i\eiti- 
ve del se\ern Catone , di quel Catone rhe colle contrarie 
virtù meritava la gloria da Cesare agognata Che non può 
mai la tiislizia degli uomini quando fin la santità della 
religione ha rotto a propria rovina ? — Narra Dioiinrn che 
un re , a bell'arte , per tenere discordi fra loro gli Egizi 
insegnasse ad una provincia un Dio, un altro ad un'altra. 
Non s iir.pongono a questo modo le religioni — Cos'i ot- 
timamente sclapia Cesare Canfù nella sua storia universa- 
le, opera chea suprema gloria dell'Italia starà principa- 
bssimo monumento del sei olo nostro. Or vedi con rhe di- 
ritto e ragione possano gli uomini dubitare delle arti , o 
condannarle. 

E dulì.tar della Tipografia e condannarla ! La Tipogra- 
fia, quell'arte divina la quale baslereiibe sola a coprir mol- 
le e molle vergogne dell' nomo, e costituire di questa crea- 
tura il fenomeno dell' abbiezione e del a subiimith ; la Ti- 
pografia, la quale ha cessato d'essere la gloria e l'ambi- 
zione di due nazioni , per estere il bisogno ed il fregio 



dell' umana civiUà ; la Tipografia , che di tutte le umane 
glorie è finalmente per avventura la più innocente e la 
più monda di dolori e lagrime umane. Non piuttosto quel- 
l'arte sublime sbucciò dal capo dell'uomo creatore, ella 
crebbe a vista d' occhio gigante, mirabile portento di bene- 
ficenza e bellezza dell'attonito mondo. Le ire che agitava- 
no gli stati, che armavano gli uomini già lunga pezza, che 
spopolavano le province , che spegnevano il seme della 
virtù , che ripiombavano sulla tetra quella spaventevole 
filange di mali e di sventure , descritta dal lineo latino ; 
quelle ire terribili tacquero, e diedero luogo ai miti, agli 
olili e graziosi sentimenti della pace, che facevano d'uopo 
per dedicarsi alla cura di quell arte meravigliosa, ch'era- 
no la conseguenza di quella medesima maraviglia da essa 
universalmente e immortalmente inspirata. 

Questa civiltà di (he godiamo è tanto e cos'i inconcus- 
so dono della Tip<igrafia, che ogni altro ragionamento sul- 
la sua ercellenza fu parere soverchio , ogni dubbio mos- 
\ so sulla sua bontà fu pirere stollo , ogni condanna lan- 
! cialale ad losso non può francarsi dal titolo di scellerata. 
I Quando Boccaccio e l'etiarca consumavano il non ricco 
, lor patrimonio a far tesoio di poehi volumi, che ora sono 
I comuni ad ogni men rota persona; quando lor^e nelle su- 
I blimi ed alietluose menti loro agitavasi il sospetto se.piel- 
! le preziose reliquie dell'aulica sapienza sarebbero giunte 
f alle remote generazioni, per iiluminarne le tenebre , ben 
dovpano sentire que' grandi il diletto di un'arte la quale 
' que<^li inestimatiili tesori, quelle colonne della umana e.si- 
' stenza difendesse , moltiplicasse e facesse di comune di- 
p ritto. Ma quando noi consideriamo the le fatiche s|)ese non 
i solamente da que' due. ma da molti, e altri molti nobilis- 
! simi intelletti , intorno i cod.ci e maiu.sirilli . si a racco- 
I glierli, si a ordinarli, si ad autenticarli , >'i fiuauiiente in 
\ tulle quelle altre cure che lunghe e faticose , a r. rderli 
" utili, e pur sempre men uiib di un volume stampato, n- 
\ chiedevano , quando si pensa , dico , che quelle fatiche ti 
' hanno rubato molti importantissimi frutti dell' inge-no di 
\ que' nostri padri la cui memoria veneriamo, iiieutr.- da uii 
■■ lato non possiamo che compiangere i setoli pi ivi del hime 
\ di quell'arte, dall' altro saremmo bene stolti se s&ljmen- 



co 



l' omnibus 



1e~dnhitassimo della nnsfra felirilh, siccome quelli i quali 
di questo liinie divino , senza sospetto eh' egli si spenga , 
godiamo. Molti secoli privi di storia non lo sarel-heio a- 
desso : leggeremmo interi Tito Livio. Sallustio , Tacito 
ed altri, se a que'dì fossero vissuti Gultenberg ed Aldo, e 
questa sventura non temerà il nostro secolo. 

IVIa il maggior lieneficio della Tipografia non è ancora, 
a parer nostro, (]uello di aver guarentite dalla distruzione 
le reliquie del passato ed i monumenti del presente ; il 
maggior beneficio si è questo, che tutto induce a credere 
vivo e vero, di guarentire 1' avvenire da una seconda liar- 
barie. Finché durerà 1' arte della stampa , le vicende poli- 
tiche avranno perduto gran parte della importanza loro 
sulle vicende morali e intellettuali dei secoli, si< come»|uel- 
le che oggimai sono troppo intimamente legate alla Tipo- 
grafia, sicura di sua eternila negli stupendi suoi pingres 
si e nella sua stragrande moltiplicazione. l'olia imhailia- 
rire un secolo «he possegga i monumenti di quaranta se. 
(oli. i monumenti ilei secolo decimonono ? Sanhlìe troppo 
umiliante per 1' ucnio il pensarlo. E quindi si vedrà come 
tutte 

All' unm sien l otti ài iirtù maestre, 

come lo è sopra fuite la Tipografia. 



TEATRO DELLA SCALA 

Il Teatro della .Scala è una delle maraviglio di Milano. 
Noi ne reiherenio la liescrizione che sen legge in un'ope- 
ra recente. 

■I Questo gran teatro venne falihricalo co' disegni del 
valentiss ino an hitetto l'iermarini, ed a gu^lo titolo fu ed 
è riguardalo rome uno dei piii vasti e meglio ideali tea- 
tri d' P^urcp?. Il nomi- (U/Zu Srala con cui viene inrilolalo, 
Jo ritrae dall essere stalo eretto siili area dell'anìica chi'sa 
di S. JMaria della Srala. Venne aperto a! puliMico fino 
dal 1788. 

" Vedesi nella facciala di questo teatro un corpo avan- 
zato con tre archi , il quale lega rolla parte inferiore di'l- 
r edilizio liuinata , e serve per scendere al coperto dalle 
carozze. Al di sopra di esso vi è uno spazioso terrazzo. Su- 
periormente s' innalza un ordine coniposi'o con cnlonne 
tialzale per due terzi , rìoniln.-ilo da un attiro, (he hi nel 
fronte un hassorili>-\o rapfiresenlante Apol'o nel suo roc- 
«liio rolla Nolte (he sta in atto di trattenerlo. 

" Vi si entra per due grandi poile. le quali introducono 
nell'atrio interno, ne! mezzo del quale seno treingr'ssi al- 
la platea Lateralmente per ampie o corrode •icale siasien- 
de ai paldii. In quell' atrio sono poste f'fFicine . e stanze 
jier comodo degli avventori e dei corpi di guard a : e ?lle 
due teste di esso licvansi altre due porte diritte a facilita- 
re r uscita a qualunque evento. 

" l.a foriiM della pla'es è duella di un «emicerrliio. coi 
lati [iroliingali in curva reslringente'ii S"i ordini di pal- 
( hi (ompie<o il lcgi;ione intorno alla piai' a s'innaba- 
no. VA i primi Ite ordini contengono niim .30 palchi in 
giro ( es^'udo lo spazio di tre ncmpato dalla loggia del so 
vrano , e dalla pirla d' ingresso ) gli altri dn-» ordini .'50 
[laidii. 0;;nMno di questi èfirni'o di un ri«pei!ivn cameri- 
no . (Osa «hi' negli -A^vx teatri d' F/nopa non si osserva. 
Negli scorsi anni la fahliiica venne ampliata , ed il palco 
.scenico avend" acquistato un prolung^monio maggiore, a 
pili grandiosi sp'tiacoli potè dar luogo. Al d' sopra di .(ne- 
tto nuovo fallili irato sono sl:it.> rnslrulle due amp'e sale , 
che servono per dipingervi le Irle di Iiraccia 0,3 di liingluz- 
z» e braccia "20 e once 9 di larghezza. Molti altri luoghi i- 
noltre per guardarobe e magaz/iini vi sono stali creili. 



K « Avendo noi cos'i in breve presentato nn' idra del fab- 
j| bricato di questo grandioso teatro, daremo termine al no- 
f? stro ragionamento col porne qui sotto le misure in braccia 
H milanesi : 

n 

H Platea long » br. 41 larg.'' br. .37 

?! Proscenio . . . -> 3. . . . . >■ 47. G 

H Palco ..07. 2 7 . . . . »0I. 

p Lunghezza di tutto il fabbricato br. 168. 3 larghez- 
H za br. G-4. 

H Ma quesle descrizioni , queste misure non danno (he 
jj* r idea mati riale d'un teatro. Noi vorremmo dame f i- 
ri dea morale, se non len mancasse o lo spazio o l'ingegno. 
y 1,(1 in ellello, cin» en vedere il lealio dilla Scala la sera 
1^ della [)riuia lappre.senlHzione del ' o[)ei a di un ipialche mae- 
|| Siro famoso, o delli pi ima (Oiiipaisa di una celibi e can- 
g tante, di un egregio ballerino I |ialchi sono dei orati d i 
li(|le in \esli eieganii ; la platea é lilmccaute di spet. aio- 
ri Il p il al'o silenzio vi regna, ed (igniino vi siede come 
giudici- ili un giudizio «li Pan 11 diverso inleiesse sei on- 
do la diversa aspitlativa è piutn sopra ogni vollo La lun- 
ga abilnazione di- Milanesi agli slufieudi spellatoli rende 
«piasi inappellabili le loro si utenze. Poco I .ro importa (he 
r intera lìuropa abbia già esaltalo una miiòii a od un vir- 
tuoso di (auto : s' asjiilla a Imo il ddine g iidizo. i: poi 
quale enusiasino nella iiianilestai.ione d. i piai ere gu- 
stalo! 1/ ultima sera (he la iManbian caniò alla S.aia, 
p ii d un ora dopo la ree la il teatro contiuuu a riiiibom- 
barc d' applausi. Le piovevano a' piedi da liiili i la- 
ti le gli rande di fiuri Dalla platea , d.i palchi le s'au- 
gurava felli e, pronto e fiuslo ritorno. Ahi 1' mleiice , cel- 
ta da immatura moile ni'" lidi brilt,niniii , più non dovea 
riveJere qiiest' insubre arena de' suoi trionfi , si cara al 
suo cuore I F (he diremo della magnificenza delie decora- 
zioni con cui rabbelliva il magico Sinqiiirico, quando lo 
imnio'tale Vigano vi ftieva biillaie i suoi portenti di co- 
reografia ! L'arie del (ereogral'o si estinse lu Vigano, ma 
chi ramini Illa le sue (reazioni alla Siala , si sinte aiii «ira 
Irispmlalo in un mondo d'incantesimi che più non sa- 
ranno rinnovellati. 

Milano ha vari altri teatri, fra quali si dislinguono quel- 
lo della Ci nolibana i he ha pure il lilolo di legio, e quello 
de' Filodrammatici , ove una ben diretta compagnia di <li- 
leltanti , che sempre si ringiovanisce ( «ui nuovi adiui.sti , 
da (ina treni' anni \\ recita un gioino d' ogni jelliiiiaiia 
con lodevole gara. 



CIIIKSA DS'l.L.V <;L0HIA A RIO rA.NElUO 

Fabbricata nel fondo della baia di Ganabara nel I5G7 
per ordine della regina (^aerina. San S.bastino di Uio-la- 
neiro è divi nula una S(«.nda Lisliona. Lungo tempo ri- 
dotto alla «ondizione «i \\n grosso borgo le cui paludose 
cir«ostaiize d ndevano ddliile le comunicazioni coli' inter- 
no, il forte di (;alaii(oi(- 1 e le por he case «he lo circonda- 
vano SI cauj^iarono in un vasto magazzino delle derrate del 
Nuovo Mondo , in iiii.i ciilà popolosa e commerciante ( he 
doveva a( cogliere un re fra le sue mura, e trovarsi innal- 
zala al li\ello «I una «iliadi prim' ordine. Le palle «he 
gli m.andarono il capitano Dii Cifre e [ oscia l' illustre Du- 
guav-'l'rouin, sfiniaion i appena i tetti delle sue case, sen- 
za apportare al a coloni.) un danno durevole; l'ammini- 
strazione di Cirvallio venne a riparare ben piesto i set- 
te mil oni di [leidta « he ia città aveva provata. Luigi Va- 
sconcellos , «on un governo saggio ed amico delle arti , 
abbellì la cillà nascente. Numerosi edifui consacrai, al 



^: 



CI 




cullo ornarono le strade appena tracciate. Un gigantesco 
a'jiipdotlo . che ricordava colle sue proporzioni quelli che 
i tioinaiii hanno lasciali come monumenti del loio t;eniu 
costriiltoce , addusse in liio-laneiro , un'onda pura di cui 
fino allora era stata priva. Nulla p'ii grandioso ed elegan- 
te di questo aqiiedolto della (lari, ca c!ie forma uno degli 
edifici più razionali del IJcasile, e che ha t.tnto contribui- 
to alla fama della sua cap tale. 

San Srbasliano è un arcivescovado, e la sua cattedrale, 
«hiamata Chiesa de' Carinejilani scalzi, si trova sul largo 
del Palazzo Reale La cappella reale, meno vasta di que- 
sto lenipio, oltre che attira l'attenzione col suo grande ve- 
slliolo all' estremo, e la grande rici b'-zza d' ornamenti al- 
l' intorno , ricorda anche memorie stnrii he. 

Allato a questr monumenti sacri , vanno collocali per 
la ma;;n;ricenza delle decorazioni S. Francesco di l'aola 
(o'suoiMiumerosi ex volo, S. Francesco d' Asiisi Halle do- 
rature un po' troppo prodigale, la chiesa deMa Candela 
ria dalle alte toni, e che è senza conlradiiioni la piii gran- 
de chiesa del Brasile. 

^ Ma la ineiavlglla di Rio-Imeiro è il monastero di S. 
Renio la cui situazione pi|tore(a ne fa piuttosto una 
casa (he la liiiuora d'una coumnilà religiosa. 1,'ester 
no è di una nobile semplicità essendovi tutta la ric- 
chezza riseiliata per l'interno L- sale ed i corridoi sono 
di legno di j\iror<mda , scolpiti ed a ril evo . ed una tinta 
color Mo elio a nf] ssi dorati arrmenla la levigatezza natu- 
rale del legno. Pitture, dovute a vec, hi pennelli hrasilianl, 
tracciano le prinupali fcew. della vita di S. Benedetto, 
le CUI reliquie sono religiosamente conservale in una cap- 
pella non meno ri.ia di dorature e d'ornamenli analoghi. 

Sani' Antonio e Sanla Teresa sono gli edifiri dello stes- 
so genere i piii notevoli dopo S Bento. La situazione di 
S. 1 eresa e forse piii ammiraliile anrora di quella di S 
berito. L'edificio fton è cireondato di mura, e la sua Man 
ca faccala che si scorge dalla sponda de] mare , s innal- 
za su una molle e verdeggiante erliella. 

Al disotto del soggiorno dalle venhina cella di S T-- 
re-sa sopra un capo , s' inn.ilz.i la rr,„ios, .hiesa della 
Jìlarlonna della Giona, la cui (.istruzione (dtloresca dà al- 
la (ontrada che law.cna un aspello veramente originale. 

Digli edifiei religiosi passando a'monnmenli .ivili ae. 
cenniamo la dogana, il lealro eguale in estensione a quel- 
lo delia Scala di Milano e la Birsa. 

Non faremo che citare il Pa scio pubblico o giardino 



le cui terrazze ricordano quelle di Costantinopoli per la 
vista magnifica che vi si gode, e dove due fontane elegan- 
ti rinfreMano l'aria vaporosa d'un clima intertropicale. 
Le strade di Rio , e particolarmente quella dell' Alfan- 
dega, sono molto animate. La varietà delle razze d' uo- 
mini congiunta a quella de'coslumi , basterebbero sole per 
rom[iere la monotonia delle e tlà commercianti ; ma Rio 
slugge a questo difetto , essa ha saputo restare ad un tem- 
po la citlà dell'uomo occupato e quella dell'ozioso. La 
[mrilà del delo, la magnificenza de' punti di veduta , son 
là per confortare quello che il baccano de'merratanti stan- 
ca, che il calcolo di borsa e di cambio annoia. L'ideale 
si confonde nella città brasiliana quasi colla realità. 



L.\ FAMIGMA SUBLIME' 

O NUOVA MANIERA DI SALIIAE IN CARROZZA. 

Dardanio Sublime è un uomo di cinquantacinque anni 
picciolo, magro, mellifluo, bruito, ridiiolo; ridicolo perchè, 
non avendo mai avuto nulla di piacente, fu seiiifire piìi ci- 
veltinii d una bella donna . ed inveci blando questa sua 
pretensione aumentò. Ha gli ocihi piccoli e russici i, nasetto 
[lizzicato da untato, bocca pialla ed elei namente sorri- 
dente La parrucca ha bionda , ma tanta accurata ed ar- 
riiciata (h- il non vedere eh' è parrucca è proprio impos- 
sibile. Il sig Sublimi"; ha falle varie speculazioni e tuttt 
del pari gli riuscirono lieiie \i sono nel mondo creature 
che la fortuna accarezza, senza che si possa indovinare che 
cosa mai ricompensi in loro ; ma già la fortuna non diede 
né dà prove di retto senno co' suoi prescelti. 

Ammassa'ti trentamila franchi di rendita, Sublime non 
pensa piii ihe ala cara sua personcina e a soddisfare 
tulle le fantasie (he gli g nino pel capo ; poiché Sublime è 
uomo so^'gelio a faiilasie, uomo che spinge i propri cajiric- 
ci sino alla straiaganza. \'enutagli la passione [icr gli uc- 
I elii , non vi era stanza dilla sua casa in cui tu non ve- 
dessi dei rigogoli ,0 dèi canarini, o dei caidelllni, o dei 
pa(ipagalli, o delle cingal egie. La signora Sub'imè era di- 
sperata , ihè il suo apparlamento cangialo vedeva in uc- 
celliera < on 1' odore e la nelleìza di queste: per buona s.ir- 
te un gentil parrocchetlo, benissimo addomesticaln dal Su- 
bl'niè, ed incapace di fare il [liìi leggiero male a cbicibcs- 



62 



l' omnibus 



sia , ebbe il capriccio d' assaggiare il naso di Dardanio e 
con il becchetto ne porlo via un pezzo che fu impossibile 
di rimettere mai piii Da quel giorno la passione si tnulò 
in odio , e le statuine di gesso presero il luogo degli uc- 
celli nel cuore di Sublime. Allora, sopra ed entro gli arma- 
di , Apollo , Venere, le Gray.ie, Amore, Byrcn , e la Ta- 



— I miei slivaielti gialli , i miei stivaletti, doveson es- 
si, disse Sublime , correndo come un pazzo per l'apparta- 
mento. 
_ — Quanto a me non ne so nulla , Saffo non ha biso- 
ce"lli"nel'cuoie di Sublime. "Allora, sopra ed entro gli'arma- M gno, come ben saprete , io spero , de' stivaletti gialli. _ 

■ '■' ^ — Sapevo questo , ma dove m'hanno posto imieisfi- 
glioni. Le statuine non mandavano puzza, ma insudicia- ^ valelli .'' 

vano le mobiglie e la signora Sublime se ne lagnò col ma- ^ — Gli avevafra le mani la cameriera, disseallora Idalia. 

U — Giusto cielo! ch'ella non gì' inceri; Maria non in- 
M cerate i miei stivaletti del secolo XIII , e Sublime corre 
S in cucina, Idalia cerca delle spille su tutti gli armadi, la 
^ signora Sublime apre tiitt' i cassellini per trovare del taf- 
Ri fetlà nero e farsi de' nei; Eudossio mette tutta sossopra 
la stanza onde trovare ciò che gli bisogna, finalmente en- 



rito. Ma , piii delle parole delle sua cara >posa , un ac(i 
dente fece 1' effetto desideralo Una sera , aprendo un ar 
madio, tre statue che vi stavano sopra, caddero sulla lesta 
di Dardanio Una Venere gli ammadb la fronte, un Mer- 
curio gli scalfì un orec( hio, un' FJie lo feri in un occhio. 
Le statue furono slanciale dalla finestra , e gii orinoli pre- 
sero il posto loro. Oltre gli criuoli Sublime prese anche ad 
amare le corde armoniche e gli organetti. Sua moglie fu 
meno scontenta delle altre volle, solamente la povera don- 
na non sapeva mai bene qual ora si fosse. Questa signo- 
ra era pur essa un curioso originale. Donna d' alle e forti 
membra , di naso aquilino , di passo e di sguardo maesto- 
so, aveva molla prelesa d'erudizione : per questo tentò di 
apprendere il greco e il Ialino , per questo cercava sempre 
nei suo dialogo di far mostra di cognizioni ; rideva di suo 
marito , come di cosa troppo a lei inferiore ed occupavasi 
d'un libro eh' ella da ben quindici anni aveva intenzione 
di comporre. Da questa unione tanto male assortila ne 
nacquero due figli : una fanciulla , madamigella Idalia a- 
desso a diciassette anni, piuttosto alta con i tratti del vol- 
to avvenenti, ma con un tuono ardilo ed anche un po' bef- 
fardo che le toglieva quella certa grazia tanto necessaria 
in una giovanelta. Eudossio ragazzino di otto anni , e te- 
nuto dalla madre qual prodigio. Certo non sarà stato per 
la sua bellezza che se lo avrà detto il fanciullo prodigio, 
perchè era brutto quasi come il padre, ed aveva il naso 



tra in istanza il parrucchiere. Le signore lo sgridano dol- 
cemente ; poi la madre si pone sotto le sue abili mani, di- 
cendogli : 

— Guardate, sono travestita da Saffo .. . Vedete bene 
una donna di Lesbo. Mi bisogna un'acconciatura analoga 
al [icrsi.naggio... Capite, né vero. 

— Siale tranquilla — e l'artista, con una sicurezza im- 
pertui ballile, aggiusta i capelli della Sublime alla chinese. 

Dardanio venne a chiedere aiuto alia sposa perchè gli 
allacciasse il collare , ma ella : 

— Lasciatemi in pace, rispose, non vedete che m'ac- 
conciano come Saffo , andate da Ida. 

— Ida, allacciami questo collare. 

— Papà non ci ho il tempo, eh ama Maria. Finalmen- 
te la Siibliiuc s'alza e si guarda nello specchio, sorride, 
poi dice : 

^ Avrei creduto che Saffo fosse pettinata diversamente. 

— No, no, rispose l'artista, l'anno scorso è possibile, 
ma in questo eccovi come sono tutte le Saffo. Madamigel- 
la, sono agli ordini vostri. Mentre si pone sul capo di ma- 
damigella Idalia l'acconciatura da lei scelta, Sublime s'ac- 



quilino come la madre; ma Eudossio parlava di tutto, im- « damigella Idalia I acconciatura da lei scelta, Sublime s ac- 
.nischiavasi in tutf i discorsi ; in una stanza faceva rumo- H '«sta a d' un organetto . ne spinge una picciola molla , e 
re per dieci ; per via v' urtava sempre nei piedi , a tavola g "" waltzer si fa udir 



mangiava sorprendentemente , al teatro gridava tanto che 
era mestieri farnelo liscire , e da tutto ciò la signora Su- ìi 
Llimè aveva conchiuso essere suo figlio un prodìgio. ^ 

Adesso occupiamoci della toeletta delle signore Snbllm-è fi 
e della loro andata ad un magnifico ballo mascheraln. 



— Hein! che cosa ne dite, esclama Dardanio guardan- 
do trionfalmente il parrucchiere, ma questo, attento al 
fallo suo , non gli bada , ed Idalia s' impazienta con suo 
[ladre che viiglia distocie 1" attenzione dell'artista. Mail 
buon uomo insiste, il parrucchiere finalmente si scuole, ed 



La signora Sublime aveva scelto 1' abbigliamento di S.iffo U '''^''^ ^a^rrabbiala dice a suo padre : 
credendo aversi molta rassomiglianza con la celebre poetes- 
sa di I^sbo , non già nel fisico , che Saffo era picciola e 
nera di carnagione , ma come polendo passare qnal deci- 
ma musa Dardanio dopo di avere ben ponderato, si adat- 
tò il costume d'un zerbinotto del secolo di Luigi XIII. Ida- 
lia si vesfi alla Pompadour , e il piccolo prodigio ad onta 
dalle r flessioni materne sulla dignità, volle indossare l'abi- 



to di pulcinella. Il parrucchiere che doveva essere pronto H lu seguito da un ; 
alle otto non era ancora venuto. Le signore arrabbiava- P presto inso[iportabi 



signore 
no , e Sublime andava ripetendo: 

— Calmatevi , non sono (he le otto e mezzo. 

— Oh sì , rispondeva Idalia , sono Ire quarti di ora che 
suonarono le olio e mezzo aglioriuoli della stanza di rice- 
vimento e di quella da pranzo. 

— Che piacere aversi irentasei orologi in rasa e non 
saper mai 1' ora che è ; mormorò la signora Sublime. 

— Pazienza , cara mia , rispose il marito , si regole- 
ranno tutti allo stesso passo , come un reggimento di gra- 
natieri. 

— Oh io sono acconcialo sul fallo , esclamò Eudossio È^ "' ['i'l<"ine 
cercando d imitare gli altucci di pulcinella. Io ho una par- y neniuieno. 
rucca di bamliagia . . Oh ! oh , mi sembra d' avere la 
testa d'un montiiup. Tra la , la , la. . . 

Eudossio. non ballare cos'i, caro piccolo, gridò la 



Ma , via papà , lasciate dunque ch'egli stia attento 
a me ; per cagion vostra il mio cappellino sarà posto con 
poca graz a. 

— State tranquilla , signorina ; se m'avrò delle spille 
tutto andiù benissimo. 

— Mamma mia , presto delle 
madre cerca le spille , un oriuof 
fu seguito da un altro e via via il tintinnio divenne bea 

le. 



spille. Sintanto che la 
suona le dieci , questo 



— Ah , come volentieri li gitterei tutti dalla finestra , 
O disse Idalia battendo i piedi .. 

jj — Delle spille, delle s^'ille, gridò il parrucchiere. Il 
l' campanello di strada si fece udire , la signora Sublime 
disse : 

p — Ecco il sig. Monfignard ; ne sono contenta ! Tarde 
a vcnientibus . . . 

^ Prima che Saffo terminasse la citazione comparve un 
P giovane travestilo da marinaio inglese. 
1^ — Addio iMunfignard , grida Eudossio imitando la voce 
a, come sei ben mascheralo, non ti conoscevo 



B un 



— Ma , egli è il si;;nor Ademaro Marly, osservò Dar- 
danio, cercando d'.ilzare la bocca sopra il collare che gli 
saliva suo al naso 

Infalto, disse la Sublime facendo al ntiuvo venuto 



madre puoi, farli male 

— bah ! bah '. io voglio questa sera alla festa ballare ^ "" salu;ino grazioso, e Idalia, a questo nome, s'era siios 
come pulcinella, vedrete che bene ! . . . » w »" *""d ^^^^^ dicendo con bassa voce al parruLch.ere 



^ 



PITI'Or.ExO 



03 



Fate prcsin e fatemi bella l)ella . . 

. Si-nora, disse Ailemaro salutando liitta la famiglia ; 

mi sconlrai nell' amiro Uoiinlii lum che ritornava dalla 
caccia , il qnale mi disse ihe >lonfi;^nard s'era trovalo si 
stanco che non poteva andare al liallo , e , come voi l'a- 
spettavate, rosi credetti ben fare vtnendo in sua vece. 

— Siete amabilissimo; e verrete dunque con noi al bal- 
lo , chiese la madre ? 

— Se questo non \ispiacerh. 

— O, no, ceito' sclamò la figlia, anzi siete ben meglio 
di Moiifignard che non danza , e la fanciulla s' alzava con 
una qualche superbia aspellando un romplimento d' Ade- 
maro. Ma Sublime se n' era impossessato e il conduceva 
ad un armadio ove un altro organetto suonava. — Ave- 
te mai udita musica tanto soave? 

Giammai: Com'è delizioso, esclamò Ademaro IJa- 

lia battè con dispelto i piedi, maledicendo la musica e 
gli organetti. 

Qie cosa vi sembra del mio fravestiraenlo , signor 

Adeni.Tro, chiese la Sublime al giovane? 

Dijiintissima, signora; soltanto, se mi fosse permes- 
so una rillessiune... 

— l'ariate., voi mi farete piacere ! 

ebbene, l'acconciatura chinese non mi sembra quel- 
la che convengasi a Saffo. 

>'on è vero ? pensai e dissi lo stesso pur io , rispose 

la signora. Questi parrtii rhieri sono cosi ostinati. . 

M^iia, diaria, presto, chiama di nuovo il parrucchiere, 
e la Sublime corre ella stessa verso la scala, chiamando 
rarli>ta. 

Allora Malia s'accosta ad Ademaro e gli d'c": 

— Fareste una bella eosa ! la mamma torna ad accon- 
ciarsi e noi andremo al ballo a m zzanofte. 

— Avete ragione , ho fatto una sciocchezzi , rispose 
Ademaro , ma saprò ripararla. La signora rientrò , il gio- 
vane le disse : 

— Perd^ino, mia signora, feri una riflessione ; ho ve- 
duSo una litografìa, rapjiresentante Sa (lo al momento in 
cui s' incammina al Sullo di Leucade, ed ella era preci- 
kauienle acionciata come voi : probabilmente , prima di 
preiip tarsi nel mare, la celebre pretessa di Lesbo avrà ti- 
rali I capelli alla chinese perchè non le venissero negli 
occhi. 

— Veramente ! gridò la Sublime meravigliala , avete 
veduta una tale litngr^jfia? Oli, allora mi sto rosi. Sallo 
nel momento del sallo di Leucade! il momento più toccan- 
te della sua vita I 11 parrucchiere ebbe dunque un'idea in- 
gegnosissima. 

— La carrozza è pronta , disse la serva comparendo 
alla porla. 

— Partiamo , partiamo. 

— Sto bene , signore mie , rosi ' chiese Dardanio alla 
moglie ed alla figlia 

— Sì , sì , benibsimo , risposero le due donne. 

— 1 miei guanti. 

— Il mio ventaglio. 

— Il mio bouquet. 

— V. già, osservò la madre, aspettale sempre l'u'timo 
raomenio. F lu Ludossio bai tutto :" 

— Si, si ... pvrrsti. .. Signori, signore, rispose pul- 
cint-lia. 

— Via, hai di già il zufl'olino in bocca ; che fanciullo 
terribile !... Guarda b ne Ludos.Mo di non Inghiottii lo. 

— Sii tranquilla .. Signore, signori !.,. 

— E come arriverete alla carmzza ? Sapete bene i he il 
fango é orrendo questa sera e che vi bisogna allraveisare 
il bastione, osservò Ademaio 

— F, i miei stivaletti gialli ? 

— E le mie srarpine di raso ? 

— L i miei coturni ? 



gì — Io pure ho scarpette a vernice , ma spero , cammi- 
^ nando con attenzione, giiigneie netto sino alla carrozza. 
R Uisccrrendo così, la famiglia discese le scale e giunse alla 
IPI porla d' uscita. S esaminò il fango ed il tratto di strada 
M ch'era mestieri percorrere. 

5 — E' impossibile che noi camminiamo in codesta soz- 
fj zura, gridarono le due dame. 

^ — Se non avessi io stesso bisogno di molti riguardi vi 
jK porterei sulle braccia , ma questo il (lolrebbe fare il coc- 
5 chiere, disse Ademaro. 

H — Io intanto porterò il piccolo , soggiunse la serva e , 
^ prendendo Pulcinella sulle braccia, Maria attraversò lesla- 
n mente il bastione e depose il fanciullo nella carrozza ; poi 
M disse al cocchiere : 
H — Andate lai he v'aspettano. 
y — .X^petlano me, e perchè ? 
n — Andate e il saprete. 

« — Potreste portarmi sino alla vostra carrozza, chiese la 
Il Sublime al (occhiere ? 
P — Voi ! il credo bene... 
U — ÌVIa biso,;neià non si iiiparmi, vedete ! 
Q — Non abtìiale timore, vi dico I 
e E il cocchiere s' abbassa onde prenderai in braccio Sal- 
ii fo, ma questa fa un sallo in addietro gridando : 
a — Giusto cielo, voi puzzale orribilmente di vino. 
Q — Oh I buono ! è egli forse disgustoso 1' odor di vino ? 
H Volete dunque o non volete ?.. disse il cocchiere, a cui la 
|g pazienz.i scappava a momenti. 

H — Mamma, lascia chei ti porti ; un minuto e ci sei ; 
Q le sussurrò Idalia alTorecchio. 

— Signore, signori , venite, gridava Pulcinella dalla 
H vettura. 

m — Or via solo che non mi conciate malamente. Il coc- 
u chiere dunque solleva senza più Saffo e la trasporta nella 
« carrozza. 

H — Adesso a mia figlia , disse la Sublime. Il cocch ere 
fi è già presso alla giovanetta, (he non move lagno e si la- 
ti Sila trasportare. Ademaro attraversa cautamente il bas'io- 
« ne e come gli altri sale ei pure in carrozza. Il cocchiere 
K allora vuol chiudere 1' uscio, ma gli vien dello : 
^ — E il zerbinotto del secolo di Luigi XI 11 che v'aspetta 
£5 là sulla porta della casa , noi vedete cocchiere ? Andate a 
S lui , ei vi ihiama 

P — C ime, qiifl v echio mascherato !... Che ? deggio for- 
^ se traspuitare anche quello li! Ma avreste ben dovuto 
Gt prendeie un altro nomo per far ciò. Non ostante il coc- 
y (bierr tnrna a Sublime e si dispone a trasportarlo diten- 
O dogli : Spero che m' avrò, dopo ipieste fatiche , una buona 
p ricompensa ! 

Ò Ma Sublime teme pe' suoi stivaletti di farsi prende- 
M re sulle braccia come gli altri , e propone al cocchiere 
M di montargli cavalcioni sul dosso come lanno i ragazzi fra 
^ loro. — Sì, si; come volete, è lo stesso per me, soltanto 
^ v' avverto di starvene bene attento, penhèse cadrete in 
a questo modo non saia più mia la colpa. 
O II (Occhiere si curva, Dardanio gli si pone cavalcioni, 
^ l'altro si rialza e comincia la traversala Le persone che 
H passavano dovfttero ridere vedendo un zerliinotlo del se- 
M lolo di Luigi Xlll cavabioni sulla SI h ena d un cocchiere. 
B Quegli stessi della carrozza non (loterono trattenere le risa 
^ per la strana fìi^iira che faceva llardanio cosi vestilo e co- 
ti si tremante dal timore di cadere. Ma al cocchiere man- 
H cano solamente quattro passi e poi è giunto alla carrozza , 
H quando il cappello con larga ala di Sni)limè precipita dal- 
li r allo della sua parrucc a a terra 

ii — Il mio (appello ! esdama Daidar.io facendo un rao- 
^ vimento per arrestai lo. Il dici hiere che vede il cappello 
Bl dinanzi a sé , crede potere facilmente raccoglici lo ; s' ab- 
g bassa , pone un piede in fallo , il peso che gli sia sulla 
§ schiena lo trascina giù, cade e si loloia nel fango iniieme' 






G4 



L OMNIBUS PITTORESCO 



•■ni zerbinotto del secolo di Luigi XIII. Varie grida si fan- C| 

no udire. ti 

— Hro certa che questo sarebbe toccato a mio marito ^ 
disse Saffo , non sa pioprio far nulla di bene ! su 

— Papà ti sti fatto male , (hifse Idalia. ^ 

— INo , non son borito in alcuna parie, disse Su!)liniè, U 
rialzandosi e renando di abbassare il collare che gli era ?| 
s.dito agli occhi qiial benda ; ma bensì sono inzactherato; fi 
m' ho fango da per tulio. Co(chiere, siete un imbecille!. . ^ 

— Or via , credile che sia stalo mio spasmo il Iraspoi- u 
tar\i lutti (onie foste pacchetli. E poi non lo feci a bella ^ 
posta io ; foste vcii che m' avete trascinato a terra ! W 

— Via , via Dardanio , poiché non siete ferito , abbia- f| 
te pazenza ; Idriiale in ( asa e mutate panni poi verrete a ài 
rag;;iun;^erri al b.illo. Paitiamo eocihieie , strada fiithe- y 
lieu ; sapete voi il numero della porta signor Ademaro.'' |^ 

— Si , o signora , giunti colà , gì' indicherò 1' uscio. Il ^ 
cocchiere ihiuse lo sportello delia carezza , sali sulla ser- '^ 
pe , fé' scoppiettare la frusta, e la compagnia fiarli pel jj 
ballo, lasfi indo il zerbinotto del sei olo di Luigi Xlll risali- *| 
re a' sun appartamento , tutto su'ido di larigo , giurando n 
di non aiai pili farsi portate cavalcioni. J^J 

-«^ n. 

ti 

IL SONi\^0 ff 

ià 
Ad una fanciulla. li 

Oc die godi l'età piìi fe'ice 

Donni, dormi e elesle (aiieiu'' ! 
Suvia il sen dilla tua genitrice 
Dormi un placido sonno d'amor ! 
Oh tre volle beala ! hai (ler ciiPa 
D'una madre bellissima il cor! 

Sovra il sen dove fosti concelta 

Dormi, dormi fanciulla diletta ! 
Dormi ... un giorno tal sonno beato 
Memhrerai malinconicamente. 
Quando adulta al tuo core piagalo 
l'n affetto la pace torrà... 
Quando i giorni in che fo'ti innocente 
Sempre invano il tuo cor chiederà ! 

Sopra il sen della tua genitrice 

Dormi, dormi fanciulla felice! 
Or degli anapli rara sorella 
A te volano gli angeli intorno, 
E ti mandan neir anima bella 
C^nto immagni tutte d' amor I 
• Ma verrà ... si verrà pure un giorno, 
E non più goderalle il tuo cor ! 

Or (he il .sen della madre hai per culla 

Dormi dunque celeste fanciulla ! 

Biagio Miraclia. 



Sonetto. 



Quando ti chiamo, spinto dall' affello , 
lìsser mi pare in un sognato eliso. 
Che in cor mi suona il nome tuo diletto 
Come dolce armonia di paradiso ! 

Onde se nel furor d un destin rio 

Di gioia io senio un raggio animatore 
A te lo debbo, e fanriulletlo mio. 

1:1 giusto dunque che per tanto amore 

Un pegno io ti olirà, e appaghi un gran desio, 
Ma che potrò donarli? ... Ècco ... il mio con! 

Lo STESSO. 

Salve, fanciulla, che tra rose e gigli 
Dormi un snnno d amore entro la culla ! 
Vili angelo che posa ah ! lu somigli 

Salve, fanciulla ! 
Or che la madre tua lunge lavora 

Di mirarle il .mio cor punge vaghezza : 
Voglio presso di te passare un'ora 

Di conlentezza ! 
Che, quando in le dormente io 1' occhio affiso , 
li contemplo il tuo volto abbandonato, 
E la malinconia the dona al viso 

L' occhio velato... 
Ah non saiqiial celeste arcano ineanto 
Sente con gioia inusitata il core! 
Come mi balza ... e come a te di accanto 

Ditte d' amore ! 
Vorrei, cara, stringendoli al mio jiello 
Negli amplessi versar l'anima mia ! 
Vorrei sfogare l' innocente affetto 

Chea te m' invia... 
Ma no ... che i sogni tuoi sono celesti 
Né turbar li voglio io te risvegliando : 
Dormi, dormì, ed al ciel torna sognando 

D' onde scendesti ! 

Lo STESSO. 

PEMSIEM DI CANOVA 

Come veniva il Canova da tult' i d pintori in Roma 
chiamato per consiglio, trovandone alcuni assai liemanli , 
perchè era loro fatto credere esser 1' arte quasi una prati- 
ca sovruniana , quelli inccraggiava e dicea , molta timi- 
li dezza . penso , induca nei giovani persuadersi esser l'arte 
K un qiialehe arcano , lome si dice che. predicasse ai suoi di- 
R scepoli il Mengs , per sentenza del quale ad esser artista 
y era prima bisogno alzarsi sopra le nuvole e sublimarsi nel- 
(ì le idee piii sottili. 

Jl Questa troppa sublime dottrina poter essere forse di al- 
f cun giovamento alla statuaria , ma non alla pittura. I 
P valenti dipintori veneziani , sof;giun;^ea , ci fecero vedere 
fi le meravi};lie con una sorprendente naturalezza e facìità , 
^ ed operarono (he parea (he giocassero. 
!J Le sottigliezze non produrono che sofisti I nostri vec- 
^ chi pittori tolsero piuttosto a sottilizzare colle opere, e di- 
B sputar direttamente colf imitazione della verità, della bel- 
J; lezza , della natura e degli umani alletti , e fecero le ope- 
fj re classiche. 

FI buon senso , privilen;io da Iddio compartito a pochi , 



fi 



Quando estatico guardo, n giovinetto, 
La rara pace che ti sta sul viso , 

l'ili non sento il dolor che mi auge il petto, W è tutta la metafisica delle nostre arti , come ciedo lo sia 
E le labbra disihiudo ad un soriiso. 



jj di tutte le cose: questo dettato avea sempre in bocca. 



Tipografia dell' OMNIBUS 



Direttore proprietario : V. TORELLI. 




Hipoli 1 3oo«to I«44 



2lnno Settimo ==- 



VN FOr.LIO GRANA 5. — l'N SEMESTRE 1.30. — Un' ANNATA 2.60. — PER I,' ESTERO VV ANNO 3.60. 




C-^ìcf-^é^^U- 



o'c^i-X-Xe^Y 



^e/y/^ 



Qi'»nto Io<pitaIil3 ìia di p:ìi grazioso , qiianfo \\ .«aprre 
ha di [iiii svari?lo, s'<firono ii' Ma Smzla alloslraniero f!ie 
vi è aninies^o ; in nessun' allra parie si rinvitne più pre 
mnra , pri'\en7,ioni , lìiama di piacere, desiderio di f.ir 
pregiare un paese per cui gli abitanti professano una spe- 
cie di cullo. 

Gli ScoMesi hanno una pretensione fondata alla scienza 
e ad iina certa perfezicme nelle arti ; ciascun d'essi cena 
di rendi rsi padrone d' un ramo qualunque. Hisultamenlo 
ne è una istruzione piii generale che non lo sia altrove , 
dal che il bisogno di farne .-foggio. 

Le scozzesi annunziano Intle un gran desiderio di pia- 
cere e la maggior parie hanno i mezzi di pervenirci. 
Grandi , bionde , bianchissime , sono in generale pinllo- 
slo belle (he leggiadre. A quella delicatezza di fisonomia, 
che natura non ha loro couipartito cosi liberalmente co- 
me alle donne di alcune a tre contrade, sopperiscono coi 
mezzi che loro forniscono lo spirito ornalo e la bontà del 
carattere. ]'assanrio*solo alcuni momenti vicino ad esse 
si nmane convinto che vi riescono a meraviglia La loro 
bellezza ha un genere di splendore che si fa notare so- 
praliiitto ne' balli ; il loro spirito , un genere di piacevo- 
lezza che dà alla loro l■()nve^^a^'onP un vivissimo interes- 
se ; le loro abitudini d'educazione e dell nlerno della fa- 
miglia hanno un'analogia compiuta con quelle delle da- 
me inglesi. 

Gb Sczzesi sono gravi ma affabili ; la loro gentilezza 
»i piega molto piò di quella degl'Inglesi alle forme adot- 



tate sni conlinènf* ; posseggono altresì al più alto grado 
una espressione di cortesia , una dimostrazione di ospita- 
lità, un'esteriore di bontà che non ismentisce mai la pruo- 
va che si fa delie loro disposizioni. 

Gli Scozzesi sono di alta statura , ed hanno voluto ren- 
dere una specie di omaggio a questa qualità fisica, crean- 
do ad Edimburgo un club sotto la denominazione di 5/j- 
feel 's club o club di sei piedi. La prima di tutte le con- 
dizioni d' ammissione è di presentarsi con una statura di 
sei piedi inglesi , e senz'essa il guerriero più rinomato il 
pili (hiaro scrittore che non avevano la voiula statura sa- 
rebbero, rimasi alla porta. 

Gli Scozzesi quantunque incorporati alla Gran Bretagna, 
scn rimasi Scozzesi, e partecipando agi' interessi comuni 
ne conservano nondimeno alcune che loro sono particola- 
ri. La loro aristocrazia continua a risiedere tra essi a 
t^ianlcnervi la sua influenza , e la loro religione, diflVren- 
te in alcuni dogmi ma assai più per l'eccessiva severità 
de' suoi principi , stabilisce una pronunciala linea di se- 
parazione. Fino alla lingua la quale, la stessa per le clas- 
si elevate della società "presso i due popoli , si dislingue 
nondimeno per un' accentazione che alle prime parole pro- 
nunciate fa r'conoscere uno scozzese. 

Diversi reggimenti scozzesi hanno conservato nel loro 
uniforme alcune parli notabilissime del loro costume na- 
zionale. Essi hanno una mnsica nazonale di cui si mo- 
.strano altieri. Questa pretensione è fondala sopra alci n; 
ballate d' una melodia seuifilice allettevole , melanconica , 

9 



■ 'T»^W^ Ot5*^fa.t^C<i»* *l-»bi. fc 



poio variala ne' suoi eifelli , poro dotta nella sua compo- 
szione, ma ihe non pertanto non è senza diletto. , 

Il loro sistema musicale risale evidentemente all' infan- 
2Ìa Stilarle, ed ha consci vaio i difelli ihe doveva avere 
nella sua origine Ne' reggimenti scozzesi , i tamliiiri e la 
mus ca sono sostituiti dalla cornamusa, isirumenlo nazio 
naie di predilezione. I suoi snoni acuti e poro forti non 
sembrano propril a dilettare 1' orecchio né ad eccitare il 
valore , e neanche a Irasmeliere ad una grande distanza e 
ad una folla numerosa i comandi per cui da[i[iertutlo al- 
trove si adoperano i tamburi e le trombette Ma essi con- 
i.iicono alla vittoria i clan di Wallace , gli eserciti di Ilo 
lierlo BMice , e bastano per infiammare il coraggio degli 
Scozzesi de' nostri giorni. 

Gì' Hif^hlanilesi hanno conservato il costume de' loro 
padri ad onta degl'inconvenienti che presenta relativamen ' 
te all' asprezza del clima. Una specie di berretta che non ] 
«opre se non la parte superiore del capo, una specie di ì 
stoffa quadrata destinata a tener lungo di mantello che si 
posa sulle spalle in un modo più pittoresco che comodo ; \ 
\m abito inferiore della forma d'un giubbone the lascia ' 
nude la metà della i ostia e la gamba, e che deve essere una ' 
debole difesa conico il freddo abilua'e dell'atmosfera; del- 
le calze che non sorpassano la metà della gamba, bastano 
per far fede de lailezione di questo popolo a' suoi costumi. I 

Ciò che si può concludere da questa ostinazione di tulio j 
un popolo in conservar costumi che non sono in rapporto ne , 
con le «onvrnienze della vita, tali quali vivono attualmente, ! 
né con gii usi delle altre nazioni, né collo stalo presente drl i 
proprio incivilimento , è che ha la volontà di restar tale i 
quale una lunga sequela di secoli 1' ha improntato , è che \ 
vuol protestare contro i cangiamenti che gli sono stati ini- 
posti e da cui è minarriato , è che non crede pagar troppo 
cara la sua nazionalità comprandola al prezzo di uno stalo 
stazionario, in un ordine di cose divenuto un vero inronve- 
nienle pel suo contrasto con ciò che esiste altrove e cogl' in- 
contrastabili progressi del suo proprio incivilimento. 
( Compilazione ). 

( La figura nel prossimo numero ). 

Forse la gloria maggiore di Napoleone è lo slabilimen 
to dcgl' Invalidi a Parigi. Mostra quell' edificio un trionfo 
[lerenne della gratitudine e dell' amore che tant' uomo ad- 
dimostrò a quegi' infelici onoratissimi che sul rampo della 
gloria furono gli stromenti alla sua grandezza. L'scivan 
per ordinario quelli dall' infima classe del popolo, da quel 
la classe che deve per bisogno e educazione prestar la 
mano a perenne fatica, dappoiihè la fatica fu sempre da 
che nacquero il complesso di tutte le loro fortune. Chia- 
mali o dalla voce dell'onore che li spigneva in amplio ar- 
ringo di speranze e di sp'endore, o da un patrio precetto 
che voleva i on 1' armi in onoranza la terra natale, o da 
qua e altra ragione, vidersi dal ferro nemico troncato l'av- 
venire, e muiiiati e miseri, non pii) alti a qualunque ope- 
ra , [er loro sarebbe slata fortuna la morte , se la carità 
palria non avesse preso a cuore il bro stato , e da quelle 
terre i he avcano col proprio sangue inzupf'ale non aves- 
ser dedollo ciò che ad un romodo vivere fosse bisognalo a 
quelle umane reliquie. Napoleone vi pose gli estremi a 
%anzl delle sue iinnien-e armstn, e la Francia par che .ib- 
bia coiitinoalo il fiio scopo dell' Istitutore , dappoiihè in 
perpetuo tutti gì' Invalidi ivi saranno riposti. Questo asilo 
della gloria èia [.iii illustre epigrafe ihe possa vantare 
un regno Qui stanno conservale le piii nobili rimembran- 
ze di un popolo; ipii si pascono que' mutilati, giustamen- 
te orgogliosi , di andate memorie, e della venerazione pre- 
sente che loro si tributa, e Napoleone quando entrava in 



quello slabiiimento , si alirateliava a quegli antidii guer- 
1 ieri, e dispensando prove d'amore faceva the non fosseyi 
pure estraneo il bacio della lenerez?.a. 

Sirellamente [larlando , non è di moderna istituzione 
un asilo per le ri liqnie vive e mutilale nei campi di liat- 
taglia, ma è !ien p-iò di moderna filantropia la dignità e 
l'amore con cui adesso tengon^i, né farà discaro a' no- 
stri leggitori farne un cenno isterico. 

La Grecia, rhe noi sappiamo, è il più antico popnlo che 
pensasse a provvedere a coloro che avessero combaltulo 
per la patria , e da! ferro ostile falli iuijiotenti a procac- 
ciarsi riho, da essa ebbero pane. In Alene Pisislrato ord- 
nava rhe il tesoro pubblico li mantene-ise ; ed era cano- 
ne di politica pure il far presupporre a' guerrieri rhe ri- 
manendo mutiliti a ragion dell i patria salvezza, aviebber 
di(ioi ritrovalo U lor terra natale piuttosto matrigna che 
madre. 

Homa, quella Iloma che appunto nell'armi teneva sua 
esistenza, nffer'i una solenne anomalia in fatto dello alimen- 
tare i guerrieri che 1' avean servila al cesio del sangue e 
c.'elle membra loro. Pocheestraordinarie rimunerazioni si da- 
vano a questo a quello, che per poco facevan prò sull'a- 
nimo di tutto il residuo dell esercito. Infatti se Moma col- 
le onoranzi; infiammava 1 ardore gueiresco , piii che col 
guiderdone sapea farsi lenjere rolla sevrità e colla pena. 
Mistero di una politica tremenda che non sappiamo come 
conducesse tant alto quella dominatrice del inondo, l'ure 
in alcun tempo si penso da alcuni alla vita avvenire dei 
veterani di quelle terribili falangi , e Ottaviano spogliava 
i legiltirai possessori delle terre d' Italia per arrinhirne i 
suoi commilitoni. Siili-nne (inpott-n/.a i In- ci frullo b più' 
bella delle Kgloghe del Maiiiovaiio Porla, e « he ù U prima, 
r questa rimunerazione e forse della natura di quelk 
del tempo nostro? Augusto secondava lanini') ogginiai 
de|)ravato dei campioni di Roma , quello cioè d'invadere 
anco le più sacre cose e lo^liliii^a la forza in drillo, ligli- 
avea d'uopo di cattivarsi i suoi velerani, e ad e. si dav» 
il pane rhe ad altri toglieva. Onal legge periuetteva que- 
ste ricompense, e dove o la gllu^t:zia o la ie^ige nim foinii 
una istituzione ella è fruito del capricci», e qu.ndi illegale. 
Né per qu'^ste vie ronipensavansi tutti , ihè la maggior 
parte infiammali dagli slissi esempi di prepotenza , e a- 
vendo dritto a vita, pomansi alla vealura , infestando e 
depredando cose e persone. 

Nel medio evo , dopo Carlo Magno , si stabilirono gli 
, olitati , ossieno Monaci laici , i quali dal mestiere delle ar- 
l riii passavano a quello di servire ne' templi a sonar cam- 
pane, a cantarvi, a provvedere alla polizia ed agli utensili 
1 delle chiese ; ma pur questi erano pochi , e solo di tale 
I stato provvedevansi alcuni per inusitato favore Dovèdun- 
ijiie la mendicità e la ipiestua provvedere al pane di co- 
loro . cui non prendeva a cuore la carità e la giustizia 
' pubblica. 

I Agli oblali tenner die'ro le cos'i dette Paghe morie, spe- 
1 zie di veterani, a' quali in tempo di pace rilasciavasi la 

guardia di alcuno castello 
' I-iiigi I.X istituì spedali, ed asili di beneficenza per molti 
! veterani, che furono, sebbene utilissimi , però un'imma- 
) gine di slabilimciilo per gl'invalidi guerrieri. 
I Filippo Augusto innanzi a lui aveva già da assai dispo- ' 
' sto di fondare un'asilo cinirale pi r i veci hi soldati , ma 
( pretendeva però di sottrarli alla giurisdizione i he il vesco- 
j vo esercitava su' monaci laici ; Innocenzo III lirusò di ron- 
[ rorrere perc'ò a s'i utile impresa , e la sua opposizione 
'• mandò in fumo quella istituzione pessima. 
I Cnriro IV volendo ricompensare i suoi vecchi ufiziali, la 
maggior parte protestanti , apri ad essi un ricovero in 
! Parigi nella via di San Marcello , passando poco dipoi a 
Bicélre. Ma Luigi XIII non permise dipoi che vi si aa»- 
I meltessero altro che c»ttolÌ£Ìt 




Luigi XIV fondò nel 1664, ed apri sei anui dopo il ina- 
pnifiro pjlaizo degl'Invalidi. Alla fine del re^no di questo 
priniipe Iroavansi in qui-H' edificio ben diecimila invalidi 
di Jiitli i gradi e di tutte le condizioni. 

Ma, rome suole avvenire in ogni umana isliinzione , *i 
s'introdussero in breve molti abusi. Sullo il regno di 
Luigi XV v'erano in quell" edifizio molti invalidi , intro- 
dottivi dalla protezione e dal favore. V erano alcuni vec- 
chi staffieri o s. rvi di grandi magnali, che il potere de'lu- 
re padroni area fatti amnietlere fra gì' invalidi , quantun- 
que non avessero giammai portato le anni. Somma ver- 
gogna l'acciimiinare il servo mercenario a chiave» con 
!' armi in pugno sul campo della gloria servito ai vantag- 
gi d-Ila patria , lascian lovi per arra le proprie membra. 
San Gerinann fatto ministro della guerra ovviò fermamente 
a questo massimo inconveniente. 

Kel 1789 quello stabilimento possedeva una rendita di 
un milione e setterento mila franchi ; in seguito diminuì 
à' assai. Nel 1792 gì" invalidi alti ancora a prestare 
qualche s-rvhio alla p.tria furono messi fuori di quel!' n- 
s|uiio , e ordinati in compagnie col nome di veterani. In 
quell'anno medesimo, un niimcrosssimo stato maggiore , 
che teneva stanza m quell'edificio, assorbiva la mas{,'ior 
parte dei loudi , pure lo stabilimenlo godeva ancora ,ii 
<(>nsid,rev,.li entrale, di molli privilegi, di varie innnu- 
iiiià, ma nel second' anno d.lla repiibbl ca perde quasi 
tulto. e fu a carico dello stato fino all'anno sesto di es 
sa , nel quale si fondavano fermi e regolati statuti Sul 
principio del Consolato una succursale fu stabilita a Ver- 
saglia, e due altre di lì a poco ad Avignone e a Luvan- 
c", dappoiché la e fra degl'invalidi ammontava in quella 
icpoca a oltre quindici mila . che nel 1813 formavano T in- 
iigente somma di ventiseimila. 

I Napoleone, giunto aj supremo potere, tornò a porvi a 
jVita un solenne e fa.stoso stalo maRgiore , e fece novelli 
,^egola.iienti per f entrate , T ammimstraz-one , la nobzia 
m luogo. Vi pose di più alcuni oilici militari vani sen7a 
;alcun carico, uno sciame o' inutili ofO^iali civili , rd un 
iiaresciall > di Francia, che teneva, a peso dello staliilimen- 
0, corte magn fica. 

Solto la Restu'.irazìone un minl.slro giunse fino a stabi- 
[irvi una dispendiosissima musica a fin di rendere p l'i se- 
enne il cul'o sacro. 

1 A due pir aliro la verità, sen/.a minima ombra di pac- 
ione , egli éinduUlato the gì' Invai di di l'arigi ebbcfsi 



! miglior agfo di vlfa, e maggior lustro da Napcìeone che fa 
loro capitano , conciossiachè tutti quelli the ivi entro si 
starino custoditi prescindendo da pochi di una data recen- 
H tissima , furono suoi commilitoni , e suoi stromenti a una 
g grandezza che non ebbe né avrà mai pari, e che tramontò 
U (sorte di tutte le umane cose) in un misero scoglio Bona- 
^ parte essendosi ivi fondato un eterno monumento di ca- 
rità, era ben dovere che qui pure, ove itala maggior sua 
g gloiia, cofttenesse le sue ceneri. Qui infatti EGLI è ca- 
li ^'oditO G. VALEniAHI. 



S- GIOVANNI LATERANO 

La faeeiata di S. Giovanni Laterano innalzata da Cle- 
mente XII , è opera deil' archilello Fiorenzo Galileo. 
Sotto il portico l'iterale si mira una statua di Arrigo fV' 
re di Francia, scolpila dal lorencse Cordier, conaecrala a 
quel re dal Cafiilolo, siccome a benefattore della basilica. 

S. Giovanni Laterano è la caltedrale rpfjoiare del Ve- 
scovado di Roma; e tale è la sua superiorità su tntte 
1p altre calledrali , che vieni? chiamata sede del Ponti- 
ficato p madre di tutte le chiese di Koma e del mondo. 
Eid)e Costantino per fo idal re , ma poslerionnente ven- 
ne rislaurnta , distrutta , ed interamente riedificala. 
La sua ampiezza corrisponde appipni alla sua antichi- 
tà ed all'ordine cos|)icuo che ella (iene, e la riciihi'zza 
de' suoi ornaiKonti supera quanto riniiiia;TÌna'/J, ine pnò 
concepire di più sontuoso. Come Santa Maria iMngf^io- 
re. essa ha due portici : uno consiste in una doppia 
ijalieria snperposla ed adorr.a di pilastri: l'inferiore è 
d'ordine dorico , il snperiore d'ordine corintio. (Jaivi 
si colloca il Sommo Pontefice allorquando dà la solen- 
ne benedizione. 

Il vestibolo è una lunga g.illeria incrostala di mirmi 
di vario colore , e vi sono quivi cinque porti» dalle ([rinli 
s'entra nel temiiio. La porta di bronzo, ilei mezzo . è 
d' no lavoro sqiiisilissiiiio : essa proviene il.illa basilica 
Emilia del Foro e si può rifruardare siccome 1' unico mo- 
dello delle acliclie , dette quadrifo^IES. La navata prin- 
cipale è coperta da uno sp'eivlidissimo sollìili) del cele- 
bre corruUore dell' archilcKura Dorroinini. Nelli dodici 



Ò8 



slalue colossali c'ps'ì Aposloli si disapprova che, secon- 
do l'uso di quei teiupi, esse uou siano vestite, ma pan- 
neggiale, cosi che i personaggi non poUebbero far on 
passo tenza che le lor vesti non cadessero a leiia. 

Un tempo l'ediCzio era sosleniilo da più di trecento 
pilastri , ma nel ristaurarlo si adottò un metodo che in 
appresso, venne pure a|i|)licalo a Saula Maria Maggio- 
re, e che non riuscì troppo felice. 

Ammirai l'aliar [Maggiore di hronzo doralo, alcuni 
pilastri che si dice fossero nel tempio di Giove Capitoli- 
no , o|)piire nel tempio di Gernsaleinine. Al di sopra di 
questi pdaslri osservai alleniamenle un fresco rappre- 
senl.iiite l'Ascensione di Cristo al Cielo. Questa bell'ope- 
ra è del cavalier d'Arpino, il cui sepolcro è nella chie- 
sa non men che (juelli d' Audiea Sacchi e di Bonifacio 
VII. Il muniimi'nlo funereo di ijiiesto Papa è ricco di 
un Ireseii attribuito a Giiitto, nel ipiale liiiuifacio è rap- 
presentalo in mezzo a due cardinali , in alto di pubbli- 
care il pruno Giubileo, nel i3oo. 

La ricca cappella Corsini, il capolavoro di Gali'eo. si 
distingue per buon genere d' ornali e per la savia sua 
dislriinizinne. Venne innalzata a S. Andrea Corsini 
da papa Ch^menle XII. uno de'suoi discendenti, ed ha 
la forma di croce greca, i suoi muri sona incrostati di 
diaspro e di alabastro ed ornali di bassi rilievi. Sono 
belle assai (juallro staine rappresentanti le qnaliro vir- 
tù Cardinali e |)nncipalmentc il Coraggio di Rusconi. 
La bell'urna che racchiudeva le ceneri d' Agrippa nel 
I*anlcon . racchiude in (jiiesta cappella il corpo di Cle- 
mente XII. Un'altra tomba, quella di Martino V . della 
famiglia Colonna, morto nel l3'i.o , venne pur collocala 
nella cappella Corsini. Il tabernacolo gotico dell'aitar 
niagginre. monumento singolare dell'isloria dellarle nel 
secolo VI, è dovuto alla raunilicenza del papa Urbano 
Y , francese , e vi sono gli stemmi del pana ined-esimo e 
del re di Trancia Carlo V "he avea contribuito alla sua 
elezione. Esso , fra le molte relir|iiie contiene le teste 
de' Ss. Pieiro e Paolo , ritrovale da Urbano al principio 
dell'anno 1 368lra le rovine dell'antica bflsilica incendiata. 

Tra i nuovi sepolcri di S. Giovanni Lalorano si anno- 
vera (juello dell'; baie Cancellieri eruditissimo antiquario. 

Il baltistero di S. Giovanni Laterauo è uno dei più 
antichi che sussistano. A Costantino è dovuto questo mo- 
numento che attesta la sua magnificenza come pure il 
cattivo gusto di quel tempo. A Iraverso d'un angusto 
portico si penetra in nn vaso o lagono nel cui centro è 
.in'anitiia conca di marmo di forma corrispondente a 
qiiel'a dell' edilizio. Alcuni gradini tagliati all' iulorno 
della conca medesima conducevnno nn tempo i calecu- 
meni sino a'I onda rigeneralrice. Due cappelle, poste 
nelle eslremità più reinole del battistero , erano desti- 
nate all'ammaestramento religioso. 

Si vuole che quivi abbia ricevutoli b.illesimo (jiislan- 
tiii^j, e ne fanno fede varie inscrizioni. Un ampio dipinto 
a fresco nella chiesa rappresenta la funzione di (|uesto bat- 
tesimo, intanto che una delle figure del quadro sembra 
lanciare nelle fiamme alcuni libri. 



L OMNIBUS 



a»iL 11 ODA r<MA^'ir?s nm^A wr^A | 



L" odore ed il variopinto colore di queita troppo >era 
jmagine della vita, ci dimosliano i nostri fn^ijovuli dilct- 
li. Le spin ■ poi, gli affanni , le noie e le molestie della no- 



stra breve vita ci annunziano. Dreve è difalti la vita della 
rosa, essa n.isce e muore col };iorno. Bieve è la nostra vi- 
ta (he in un sol giorno per dir cos'i finisce. Fragile è la 
rosa , corta e la sua vita : fragile è dell' uomo la vita , e 
corta [laiimenti. Vaga e pompnsa e la rosa ; vaga è dilet- 
tevole è la vita dei mortali. Tale ce la descrive Virgilio 
allorché dire : 

i> i\Lrabar celerem fugitiva aetate rapinam 
» Li dum nascuntur consenuisse Uosas. 

Ed altrove : 

>■ O laiii ionga una dies, aetatem longa Rosarum 
» (^)iijs pubesieiiles iuncta senetta prcmil. 

Qiia'e tra i fiori uguaglia la Rofia e per l'odore e per 
la ti^la ? L>.sa sola diiii(|iie racihiudc il misterioso quadro 
della v ta ; imperciotthc siccome goder non possiamo di 
questa inoinenlanea vita, che a somiglianza di un fiore (he 
spuntar vergiamo, macerarsi e fuggire a guisa di ombra, 
senza mai tennaisi in un medesimo slito , se insieme noi» 
proviamo noie, cure e travagli ; co^'i parimenti coglier non 
p'iossi rosa tra le spine senza che la mano diesa non ne 
rimanga. — Prima che la rosa giunga al colmo della sua 
peif.-zione si vede rimhiusa , e quasi direi tiranneggiata 
da ramoscelli fronzuti e spinosi ; piiimenti la vita dell'uo- 
mu (irima che giunga alla perfezione, .uanie perturbazio- 
ni , quante molestie, quante cure non la molestano, 1' at- 
tristano e la comliatlono ? La fioln, il giglio, il nuicixofA 
il giacinto sono ancor es si fiori poco durevoli al pari della 
rosa ; ma la rosa quanto fa piii bella mostra di loro, ga- 
reggiando coir aurora in modo nello spiegare de'suoi vivi 
rubini fuori della tenera Imi eia , da lasciar dubbiose ella 
doni i suid v vi colori all'aurora, o questa alla rosa, tanto 
ma,^giurmente ci mena a maggiori ronsiderazaini , e ci de- 
sta maggior pietà, (juando nell'occaso del sole la veggiaino 
an,'uire, e fradicia pe.'dere le sue poco prima ammirale 
rie. he/./,e. 

per essa non solo ci si propone la vita nostra ; ma nel- 
1' alba, tempo in nn va scoprendo 1 oci ulto suo tesoro , 
Il luj.-lra il fiore della nostra gioveniìi fugace, e ci raani- 
lesta esser noi in quella prima etade simili alla rosa na- 
scente e nella purità e nel colore. Onde leggiadramente 
r .\rioslo. parlando della rosa, la rassomiglia ad una ver- 
ginella ( Cani. I . ;. 

» La Verginella è simile alla rosa 

» Che in bel giardin sulla nativa spina , 

» Mentre sola e sicura si riposa , 

» INè gregge , nò paslor se ravvicina. 

» L' aura soave e I' alba rugiadosa , 

» Fj' acqua e la terra al suo favor s' inchina. 

» Giovani vaghe e donne innamorate 

>« Amano averne e seni e tempie ornate. 

Molti altri autori potrei citare che la rosa alla umana 
vita paragonarono ; ma solamente, per non essere prolis- 
so, ini piace rappoilare le due belle ollave 

D'I sorrentino vate onor d' Apollo 
Cile cep(ii in vita, in morie s' elibe onori, ^ 

L che al suono dell' epica sua Iromba 
Cintò del pio Duglione il qiial 1' avello 
Di Cristo liberò dal rio servaggio. 
» Deh mira, egli conto, spuntar la rosa 
Dal verde suo modesta e verginella , 
Che nvi.i.n a[)cila ancora, e mezzo ascosa 
Quanto si musila men tanto è pit bella. 
Mivo poi nudo il scn già baldanzosa 
Disp ega : ecco poi langue e non par quella, 
Quella non par che desiala avanti 
Fu da mille donzelle e mille amanti. 



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« Cnsì trapassa ai trapassar d' an giorno 
Della (v/fl inorlaìe il fiore e T verde ; 
ISè, perchè faccia indielm aprii ritorno, 
Né rinfiora ella mai né si rinverde. 
Coghaiii la rosa in sul matlinu adorno 
Di questo di , che tosto il scren perde : 
G}gliam d'amor la rosa : amiamo or quando 
Esser si puote riamato amando. ■> 

Ma la Rosa in se racchiude altri sensi piìi belli non solo 
ma mi.steriosi ancora. Significa , al dir dei Magi Indiani , 
grazie, fmore e i'eniislà — Gli antichi, come dalle storie 
si rileva, volendo onuiare un priniipe. lo ungevano, con 
un certo unguento rosalo. Ulisse sbattuto dal mare venne 
unto da Pallade con ungui'nto rosato per renderlo piii ve- 
nerabile e piii degno. Ettoie venne unto da Venere con 
imguente rosato per renderlo immune dalla corruzione. 
Fu parimente per opera di Venire che £/;tfa comparve nel 
tempio di Cartagine ( En. lib. 111. ). 

Las( io da parie le altre consideraiioni che misticamente 
si potrebbero trarre dMe foglie, àaWe grane!/,' gia//c. dal- 
l' ombelico , dal gambo , e dalle sue prciprielà medicinali ; 
ielo aQ'giuogo che la i'0;:a è iadizio di tranquilla mente ; e 



concliiudo coi bellissimi versi dell' ab Leoni , 
poco si avvicinano alle nostre idee. Eccoli : 

» Ahi quel Gore nel suo gambo 
Rabbellito dalla brina 
Un' immagine meschina 
E' di nostra umanità. 

» Rompe r alba — schiude il seno 
Redolente e tutto vita ; 
E' la foglia sua vestita 
D' un color che ugual non ha. 

t> Quando Febo in mar s' intomba 
Langue chino sullo stelo, 
Aridisce, e sotto it cielo 
Se lo cerchi non è piìj... 

n Nell'aprile della vita 
Lunga lena all' uom sorride. 
— Langue... il fato i di conquide. 
Segna solo i dì che fu... » 



i qaali nm 



70 



L OMNIBUS 



CASlMinO III DETTO IL GRANDE RE DI POLONIA , 

Casimiro III, denominato il Grande, nato ne! 1309. si 
distinse in ginveulii nelle guerre sotto il piopilo genito- 
re Uladislao l.oketfk e suri esse al medesimo nel refjno di 
Polonia il 1333 SjIìIo sul Irono, cedette la Slesia , per 
aver là pace, a Giovanni di Lussemburgo re di B'ieinia, 
oberasene impadronilo nel regno preiedeiile;e per lo stes 
so genio pacifieo aveva ani he sa< rifieaia la l'oinerania ai 
cavalieri Teutoniri; ma gli stati di l'olon a ririisarono di 
ratificare nn tale t:att.ilo, ma non avendo \olnto i cava- 
lieri acconsentirvi . fu forza cedere. 11 l34l Casimiro re 
spinse i Tartari che avev;'no fatta un'irruzione ne' suoi 
stali, e nel 1386 solto'iiise (lualtro province della Litua- 
nia. Queste si rihellavono quasi suluto , ma nel 1368 le 
fece lientrare sotto il proprio dominio, e ritolse pure alla 
Russia alcune province , da essa prima levale alla l'o'o- 
pia. Non mostrò solamente abdilà per la guerra ; ma di 
pili elihe la virlìj di buon monana in tempo di pace, ppr 
la quale nudii mag;iiir inclinazione e prorinò di manie- 
iierla quanto gli fu possibile Fondò 1' università di Craco- 
via nel I3i7; attese all' ammini>traziune della giustizia, e 
dette un Codice di ieg^i alla Polonia che fin allnra eianp 
stata mancaale Fimdò e dotò molte chiese ed ospedali e 
fece (Ostruire diverge fortezze. iVIori 1' 8 novembre 1470, 
l'anno 61 di sua età e 37." del suo regno. Dal suo matri- 
monio con Anna principessa di Lituania non lasciò rhe u- 
na figliuola; laonde in lui terminò la dinastia de' Piassi 
in Polonia , dopo avervi avuto sussistenza pel corso di 
£>18 anni. 



Ì2» MAJLIDS^SID 

( VECCHIA. CRONICA ) 
IV. 

Riranoscimenfo 

lo, appena nscito il Balbo e che ebbi dato ad Armando 
«onteiza della perfida trama tessutagli contro per ispo- 
gliarlo delle sue legittime sostanze, m'accinsi ad andar 
dal Conte e a dar principio alle mie operaziini a pro'del mio 
infelice amico, i.a sua casa non era lontana si che presto 
\i giunsi ; ma per aver ascolto da lui dovetti aspellare ol- 
ire ad una mezz'ora. La sua dimora spirava il lusso e la 
inagnificenza, il che mal mi fece sperare generosità e giu- 
stizia. Finalmcnile mi si rnosttò Al sol vederlo ne |r.-5vsi 
rlie avrei dovuto mollo contendere con lui. perchè una ri 
iMittanie allerigia gli si vedeva dipinta nel volto, ma le ar- 
mi oiid'io era munito mi davan sicurezza e guarentigia di si 
«ura riuscita! Gune mi scorse mi misurò da ca[io a pie- 
di con un soir so di scherno , e dopo aver volte com per 
lunga pezza io sguardo indagatore (ler tutte le parli della 
mia persona, ruppe il silenzio sprezzantemenlo dicen- 
domi : 

— In che posso servirla ? 

— Signor Conte. avrei a dirle rosa delia piìi alta im- 
portanza , e che n(in vi tornerebbe piacevole il f.^.r udire 
a chicchessia; però troverete buono che ci lidiniamo in 
qualche rimoa camera ove potessimo favellar liber.-im.nte. 

_ Quali sarebbero queste cose di cui intendete pai lare 
signor mio :' 

1)' un testamento del defunto vostro suocero e zio.. 

— Oh venite, venite cnn me. 

\l mi trasse per una lunga sequeli di camere in uno 
scrittoio , ove giunti mi ofl'eise una sedia , pregandomi di 
sedere , e d"po averne chiusa la porla , ponendoraisi a 
rincontro mi disse : 

Ora son tutto vostro. 



— Signore, io vengo qui come difensore de' dritti d' nn 
tal Ilnlierlo Bilbo, cui dovete, a norma d'un articolo del 
testamento del morto Conte, venlimila ducati 

— Sff non avete altro a dirmi , potevate risparmiarmi 
la pena di venire fin qui, poii lié io non ho nessuna inten- 
zione di dargli pur un soldo. Egli ed io sappiamo la ca- 
gione di qiieNto mio rifiuto. 

— L'effeilu è vile quanto la cagione. 

— Cume ! 

— Parliamoci a viso scoperto, poiché il fingere ne fa- 
rebbe perdere il tempo in inutili discussioni da cui non 
trarremmo gran prò' né voi, né io. Signor Conte , avreb- 
b'ella per avventura cognizione d'un testamento lacerato 
cui tenne dieiro un altro dettato da un finto moribondo 

— Come ! Voi sapete ! .... Quali baie m' andate rac- 
contando. Sappiale ch'io non sollro insulto di sorta da al- 
cuno, meno (lui da una persona come voi... 

— La quale, signor Conte, ha in mano le armi di man- 
darla in galera. 

— Vilissima creatura ! Se piii aggiungi , ti fo gittare 
da questa finestra !''s(i, vattene, non cimentare la mia sof- 
feri nza o mal per le. 

— Non s" alteri signor Conte. L' uorno retto non teme 
gì' infami mezzi della prepotenza. Mal vestile colla collera 
il timore onde avete compreso il cuore. Lasciate eh' io vi 
dica solamente poi he altre parole e poi vi libererò dalia 
mia odiosa pre>enza. 

— Non so chi mi tenga dallo spaccarli il cranio, pure 
parla. 

— Un uomo, che si dice nobile, guidato dalla più avara 
ingordigia, insieme a pili perversa moglie fanno scacciare 
iin(Ognato, un fratello dalla casa paterna, e poi, non conten- 
ti di CIÒ, lacerano il testamento in cui questo veniva istituito 
erede della metà del patrimonio paterno e ne fanno far \in 
allro da un loro piìi vile satellite, spogliando di tutto il mi- 
sero che aveva avuto la sfortuna di nascer loro congiiHi- 
to Ora io vengo a proporre a qiiest' uomo o che esegui- 
sca quanto é espresso nel vero testamento che, quantunque 
lacero, si trova fra le mie mani, oche portata la cosa in- 
nanzi a' tribunali si attenda disonore e pena dur.-intc tutta 
la vita. 

— Vedo che si son piaciuti tessere una bella favoletta 
a mio svantaggio per ottenere (pianto ingiustamente rhieg - 

gono iVla che voadJucendo sruse; un nob le qual me 

non s' avvilisrt! a tanto. 

— D'inqiie ? .; 

— Dunque esci o ti farò carriare da' m'ei s'tvì. 

— A rispanniarvene l'incomodo me ne vo da me: ma 
vi giiMoche ve ne pent.rete 

— Gracchia pur quanto vuoi ch'io non mi degno ri- 
sponderti. 

Unii di qui 11» elsa veramente poro soddisfatto dalla riu- 
scla del mio all'are, ma non disanimato Lo sdegno per al- 
tro in me traboccava, e mi ridussi in lasa. alfine d'intentar la 
laiisa. Armando mi disse che il Bilb^j mi stava attenden- 
do ci'l testaaiento in pezzi che gli aveva commesso por- 
tarmi. 

— Signor avvocati), ecco quanto mi chiedeste, mi diss'e- 
gli come mi vide e dandomi i pezzi di carta involli accu- 
lataiiienle in un' altra. 

— Opfioiliinaiiienie, giovevolissimo è\ torna adesso. La 
pietra è dura e non vuol cedere, ma (edera 

— Dite di me ? 

— No , [lailo del vostro avversario che m' ha acrollo 
nel piii villano modo ih' in mi conosca , ma non munta. 
Armando riuniamo questi (lezzi divisi. 

— Armando ?.. Chi ?.. 

— E' il nome di questo mio amico. Non vi va forse a 
grado ? 

— Non già per questo ; ma un tal nome mi ricorda il 



figliui'!') del min padVone rlie cosi parimente :,hiamavasi- 

— Né mal v' apijoiiete , egli è giusto quello the vi sia 
dinanzi. 

— Che ? fulfo sronip"gliato esdamò il Baliio. 

— Si, sdamò Ainiando tutto fucjfo in viso, io sonqueì- 
Io rhe voi Rciit ■ malnata sp nj^este nella piii squallida mi 
seria, che itiduiesle a malediie il punto del proprio nasci- 
menio. Seti' anni ho scorsi mendicando un pane per me e 
P'T la mia fam sHa, fino a q.uesto giorno in cui quest'ilo 
ini) pietoso, quest'esempio d'inalterabile amicizia m'ha 
fatto provare un istante di felicità nel veder sazii e vestiti 
j miei, slra| pandoiui a quella povertà che s' era fatta mia 
sola compas'ia. 

Il Balbo intanto stava g^ià ginocchioni innanzi ad Ar- 
mando, e, piangendo a calde lagrime, aveva presa la mano 
di lui e la binava fervorosamente. Quell' uomo non era 
cattivo, ma I altrui perversità avviluppandolo ne' suoi lac- 
ci l'aveva sovvertilo. Egli sclamò tra' singulti : 

— l'erdnnatemi, perdonatemi — 

— lo V ho già perdonato. Ma qual prò' a seminar la di- 
scordia Ira un padre ed un tenero figliuolo , nual prò' a 
ftir ignorare a costui ia suprema felicità dell' afielto pater- 
no, qiial prò' a f.irlo maledire? 

— Oh no, interrompeva Hoberto, sempre ginoccbinni e 
sempre piangente, egli negli ultimi istanti m' ha chiamato 
vicino a h' dicendomi: S" vedi (Li pur m' è figliuolo 
quantunque abbia trasgredito i miei voleri, digli eh' io ri- 
voro la mia maledizuine, e che lo benedico. 

— DiiHjiie m' ha b'-nidelto, dunque la sua maied zio- 
re non ini pende più sul capn, gridò Armando tulio rag- 
fiiantp di gioia in volto; alza e\i, alzatevi Roberto evenite 
qui sul mio cuore ove colle vostre parole avete sparso un 
balsamo salutare. 

E se lo strinse al cuore afrettuosamente. In qii'>ir a- 
nima nobile d'Armando non capiva pimto 1' odio. B^iono 
naturalment'' non poteva imaginare la tristizia in altrui, 
e, se ne scorgeva gli effetti, non risaliva alla sorgente ma ne 
credeva .-nlamente autore il caso. Sciogliendosi fiiialmen 
te il Balbo dalle braccia di Armando esclamò : 

— (.he debbo fare per ripristinarvi ne' vostri dritti, di- 
temelo ed opererò. 

— r,a cosa sta per essere portata innanzi a'Iribunali, 
diss' io prendendo pule al i olloqiiio , la falsità del testa- 
mento dev'esseie compro\ata. Spetta a voi dunque il 
farlo. 

— Sp io feri il male p trò !)ene rimediarci. Sono fra le 
vostre biaicia, regolatimi, ed io farò quanto sarà in vostro 
grado il dirmi. 

L aliare fu menalo innanzi celereraente Roberto giu- 
rò che il testamento era falso e si presentò il vero. Fu pa- 
rimenti chiamato il Conte a giurare, ma non comparve. 

Il giorno dopo con mia grande sorpresa il Conte venne 
a casa mia. Compresi che quella visita inaspettala era 
foriera di qualche prospero evento. 

— Vengo, ei mi disse allorché fu introdotto nel mio 
scrittoio, a trattar pice. Le cause mi fanno male. 

— Squali sarebbero le vostre intenzioni? 

— F. quali le vostre? 

— Voi cono^cele quello che è espresso qua dentro , 
soggiuns' io mosftandogli il testamento lacerato , né piii 
né meno compreso il frutto di qualtro anni da che godele 
ingiustamente queste riccheize. l'er allro bisogna vedere se 
è questa ancora l' intenzione di voslr.j cugino. Ora lo i hla- 
meremo e lo sapremo. 

— No, no dispensatemene, perchè vi confesso non po- 
terne sostenere la vista. Accetto di buon grado le vostre 
condizioni. 

— Dovete oltre a ciò rinunziare al titolo di Conte. 

— Aqueslo poi non posso consentire quand'anche voles- 
si; troppo disdoro me uè verrebbe. Ridiiedete sa queste 



P1TTOI.Eà;0 



71 



condizioni il vostro diente, e prendi levi la pena di vtnre 
in mia casa ove saia il tutto aggiustato. 

Se('pi dqioi che a questa precipitosa risoluzione 1' aveva 
indotto la vergogna di vedersi accusalo di falsificatore , 
e che già a quella semplice accusa alcuni fra i suoi pari 
lo fuggivano. 

Armando, avendo di buon grado acconsentilo alle pro- 
poste condizioni , nulla badando al titolo di cui non si 
dava pensiero come sfornito di orgoglio, andai dal Conte 
ove stringemmo l'accordo, ed in tal guisa Armando ritor- 
nò in possesso dilla sua fortuna. 

Armando non volle abbandonarmi e visse meco felice 
colla sua bella famiglia lunghi anni, finché, pervenuto ai'li 
estremi, esalò 1' ultimo sospiro colla cnnientez/.a di lascia- 
re virtuosi i suoi figliuoli (he a me afiidò. li Bilboche, in 
premio della sua riparazione al mal fitto, Ai mando volle 
seco, si condusse alletiuoso e zelante fino alla lomba. 

Io avrei poiiiio ridurre all' estrema miseria ed in carcere 

il Conte, ma, la moderazione grandissima di Armando e la 

mia stessa, me ne tolsero (uire il pensiero, avvegnacihè la 

sua inaudita nequizia meritasse a buon dritto sifTaita pena. 

Gaetano 'I'ohelli. 



CURIOSITÀ' FILOLOGICHE ORIENTALI 

L'ampollosità e la stranezza della orientale eloquenza, 
non mai forse , tanto appalesasi , qu.inlo in qiie' traili del- 
le turcbesche cronache, in cui lo storico , costretto a nar- 
rare le innumerevoli violenze commesse da' sultani, ricor- 
re a contorte ed ipocrite figure, per velare, ed in certo 
modo ingentiliie, gli orribili falli ch'egli racconta. Di 
qiit^sti sforzi non sappiamo se più ridevoli od immorali, lu- 
cidissima prova bassi in Aziz Efendi , il quale accingendo- 
si ad enumerare le cento p ù distinte viltime cadute sotto 
il tirannico ferro di 3Iiirad IV , a vece di dire strozzato, 
scannalo , imp'Cftih ecc. , secondo the la vera natura di 
quelle tragedie gì' imponeva, va infiorando ed abbellendo 
ogni molte colle più strambe e p-regrine imag ni del mon- 
do. Eccone, a sfigo di innocente curiosità, alcuni esempi; 

Berber-lMohammed Paicià — l'ose mortalmente ferito 
il capo sul cuscino del riposo. 

Il beg di Cavalla — La barchtta del sui corpo spari 
nel mare della sua misericordia. 

K''mankesck.\.U l'ascia gran visir, — Bevve la bibita 
del maiiirio. 

Guigi-Rzwan — L'uccello del suo spirilo volò dalla 
sua galibla. 

Deliliabi — Fu chiuso l' eflusso della sua vita. 

Ahiueil-Agà — Bianco inebbriato dalla feccia della taz- 
za di mo te vio'eiiia. 

Sakà-\loammed — Depose il vestilo preso ad irapre- 
slito. 

Carà-Miisfafa-Pasrià — Fu innocentemente distrutto. 

Dereli Chalil — Prese dalle mani dei carnefici la bibi- 
ta niatlulina del martirio. 

Elias-Pascià — La Iure della sua vita fu portata via 
dalla festosa sala dell'esistenza. 

Nik.lel'i-Mustafà Pascià — La tazza della sua incostan- 
te vita traboccò. 

IMahomud-o-hlu — La sua cervice fu presa dall' arti- 
glio della spada 

Hag'i Ahmed — Rivolse le spalle al mondo. 

Abazà-Visir — Bevve la diraeniicanza delle fatiche del- 
la vita. 

Tutung'i Ilassan-Pascià — Fu mandato governatore 
sotteira. 

Un dragomanno francese — li distruttore dei piaceri del- 
la vita aggomitolò il nastro della sua esistenza. 



72 



l' omnibus pittoresco 



'anct Girai — Si perde nella tazza dell' annìpnlamento. 

l'n giudice di Cipro — Assaggiò il gelido sorbutlo della 
morie 

Uno Sceik (predirator. ) di Sakaria — Fu deposto dall'uf- 
fizio della via. 

Un liey di Teniscekr — Fu vestito della pelliccia d' onore 
del martirio. 

Un Saiigiarcn di Begsrchri — Passò nei giardini. 

iUoliainiiii d-1'ascià — Fu lihcralo, mediante la certezza 
del a morte , dail' inquietudine prodotta dal timore e dalla 
sppranza. 

Glialil-Pascià — Gli fu destinalo in abitazione il sepolcro. 

lìjjszid, fi atollo del sultano — Cadde giù dal caliio cor- 
ridore della vita. 

l^n Hiiiiiice di CaràAgayè — Inglilotfi le onde dell'O- 
ceano delia rovina. 

Il IMijfi'i Aki /ade — L'albero della sua esistenza fu 
colpito dal iulrnine dell'annientamento. 

Kosc-Moliammed — La luna della sua vita sofferse l'er- 
clissi della morte 

Il giiiiiice di Knmulgina — Il suo vercliio vestito fu 
gettato m un (anione. 

FalirFddin-i'imir — Il suo nome fu cancellato dal li- 
bro dei viventi. 

Ebki Uzun-Hassar. — Il sole della sua vita tramontò. 



nostra mano , ci diamo pensiero di un altro che sta tutto- 
ra in quelle della fortuna ( Minimum vùendi impedimen- 
tuin est expeci alio quae pendei ex cr usi ino. Perdis ìwdier- 
iium ; (jiiod in manu foitunae posilum esi , disponis : quud 
in tua aimittis). 

Il pili degli uomini non rivolge la propria vita a scopo 
veruno determinato , ma last iasi lras[)orlare da una vaga 
ed incostante leggerezza, la quale, incresi iosa dico cbe ba, 
spingeli, irrequietamente, contro sempre nuove risoluzioni. 



y\LCUNI PENSinRl DI SENECA 

Con«;ii!pra!e in che modo gli nomini tolti , alti e bassi , 
adoperino la vita , e voi li troverete più .lif^u elidati delle 
altrui (Ose (be delie proprie. Cena , 1' uno . ( bi solk\ih 
in suo prò: sollecita, un altro, in prò di chi invoca il. suo 
patrocinio. Auiisa un terzo , ed un quarto difende. Veste 
iin quinto la ioga di g udire. Nessuno pensa a sé, e per 
-sè vive, 'l'ut li ci consumiamo interi gli uni negli altri 
( Aliui in alium comimimur ). 

Voi non dovete, quindi, prefendrrp che vi ^\ tenga me- 
rito dei serv'i^i (he altrui rendete. Iniperofdiè non é per 
amore .li aflratellarvi con altri , ma p'r impossibilità di 
contenervi dentro voi slesso , che voi li reinleste ( A^.'n 
e&i qund isla officia nifguiim impiiti-a, quoniam quidem cum 
ilio far errx non esse cum alìqua vulebas , sed tecum esse 
non poleros). 

Appressatevi agli uomini piii grandi e potenti , e voi u- 
drete sfuggire d:illa loro bocea inavvertite parole . le qua- 
li svelano il desiderio di un riposo ch'ei non sanno trovare. 

Temiamo di lutto , quali mortali, ed a tutto aspiriamo, 
fjnasi fossimo , invere iniinorlali ( Omnia lanqunm niortales 
tìmemus : omnia laiiquam iinmottales concupisrìmus ). 

Molti rhe parevano felicissimi in terra , disciinprirono, 
<"ll' ultimo , le interne plaghe df| cuor loro , delestanrio 
l'infera vita da essi trascorsa. Ma queste querele non vai 
sero ne a sanale (hi le mandava . né a fare avvertito ibi 
udivale. Imperoi che cessato appena il .suono delle parole 
le passioni ricondnrevanli nel precipizio. 

Uno de' niag.;inri osfarnli al ben vìvere si è 1' inquieta 
aspettazione dell'avvenire. Noi lasciamo (he il presente ci 
sfugga , e mentre perdiamo , cos'i , un tesoro che sta in 



OSE 

D' oro e di gemme , o Povertà nemica. 
Madre e nutrice de' piii tini ingegni , 
Cbe porti in fronte o^uor della fatica 
Srolpiti i segni ; 
Bella tu sei , né '1 nome pur di Diva , 
Ove onestà ti fiegi , a te s(onvien.si ; 
Benché sull' are ognun d' oflVii li schiva 
Gli s( arsi incensi. 
In alto cocchio 1' Opulenza assisa 

Lo sguardo appena .>>ul tuo capo abbassa , 
£ , disdegnando 1' umile divisa , 

Ti guarda e passa. 
Ma de' favori suoi poco a le ole ; 
Gli' a tua tiisogna <on solette cura 
Pensa e provvede , madre a tutti eguale , 
Madre Natura. 
Il verde .suolo ed il fiorito colle , 
Il ciel sereno a te sorrider sembra , 
Quando adagiale hai sulle fiesihe zolle 
Le slam be membra. 
La pura aurelta che leggiera sdiote 
l)e' verdi ontani le fiondose ci(ne , 
L'onorato sudor delle lue gote 

Terge e reprime. 
Lo scarso cibo al naturai desio , 

Condito dal lavoro . assai ri'.ponde : 
Spegni tua sete di perenne rio 

Nelle chiar' onde. 
Poro hai tu A' uopo , poco ( hiedi , e poro , 
Di tutto priva , a desiar ti res'a : 
Farsi non puote di tue brame gioco 
F'Tluna infesta. 
Sposso tu figgi gli or(hi in ciel . tua meta ; 
E, poiihe r alma in ceppi d' ór non g'rae , 
L'ale rivolgi del pensiero lieta 

Ver l'ore estreme. 
Segno all'invidia . di ricihezze pieno 
IV'on sollevommi a luminoso stalo ; 
Non mi depresse a'ia miseria in seno 
Avverso fato. 
Ma se il min medio invidierà h sorte , 
Ah tolga il (lei rb' io fugga a te da vanta ! 
Cuore in me sorga a sostener da forte 
Il tuo sembiante. 
E mi vedrai sotto il tuo manto umile 
S'der tranquillo e riposar la mente , 
Non per ricchezze liaditnr , non vile , 
Puro , innocente. 

G. B VEncRLLi. 



Tipografia dell' OMNIBUS 



Direttore proprietario : V. TOHELLI. 



Kapoli Ji 3^0610 1844. = 2lnno Settimo = ©toutèi tt." lO 

UN FOGLIO GRANA 5. — IT» SEMESTRE 1.30. — Vn' ANNATA 2.60. — PER L' ESTERO VN ANNO 3.60. 




( L' articolo nel prosshi'o numero ). 



( NOVEj;.LA AMERICANA ). 

1 II povero Daniele se ne ritornava a passi concitati e col 
cuore contento. L'n mese prima lo si era veduto partire 
aalla sua dimora, tutto carico de' suoi orologi di legno che 
loitava davanti e di dietro, sul petto e sulle spalle. In tal 
;uisa carico Daniele aveva percorjo tutto quanto Io stato 
lell Ohio, e non v'aveva picciola borgata ove non avesse 
atta echeggiare la sua picciola e solita canzone ch'egli can- 
ava con una voce (hiara e lieta : 

I — Ciickoo ! Ciickoo ! Ecco gli orologi , i buoni orologi 
|:he non s'arrestano né il giorno né la notte e che cantano 
{Tieglio del cuculo ne' boschi ! Cuikoo ! Cuckoo ! 



II viaggio di Daniele era stato felice , avendo venduto 
con gran vantaggio tutt' i suoi orologi , ed un ricco pre- 
sbiteriano aveva comprato il gran quadrante a raggi d'oro, 
(he da oltre tre anni portava tulio sfolgorante nel mezto 
del suo petto senza av^r potuto trovare a chi venderlo. 

Allo svoltar della strada apparvero tra gli alberi le pri- 
me case della cillà di Cleveland, ed aliora Daniele si fermò, 
scosse la polvere da sopra le sue scarpe , si raggiustò la 
cravatta ed il giubbetto , e ripiese poscia l'interrotto cam- 
mino d' un passo meno sollecito di prima. A seconda che 
s'inoltrava nella citià i suci passi si rallentavano, ed in 
vece d'andare colla fronte alta come prima, la lene>a chi- 
nata veiso terra. Finalmente giunse sulla grande p'azza , 
tutta ricca di verdi (juerce Cominciava ad imbrunire, e già 
le bulleghe erano rischiarale, ma tia tutti i lumi brillavano 

10 



L OMMBt'8 



1^ 



n^r Prrellerza nuelli di maestro Sannders , T oroloRraio , O stava l'allievo di suo padre perche era un na^o azzurro , 
che teneva bottega all' insegna del carro di Apollo. Daniele g ed i nasi azzurri non erano uomini agli occhi suoi ; egli 
raltenendo il suo ttalo . e facendo il minor rumore possi- g fremeva di rabbia nel vederlo assidersi a tavola con lui e 
bile coi suoi passi , s'avaniò verso quel bel magazzino . | non gli risparmiava né i cattivi trattamenti né le ingiurie, 
senza contradizione il più ricco di tutto Cleveland ed in U Daniele supportava tulio ciò con dolcezza, e, rendendo il 
trodusse il rapo ad una delle finestre. S bene pel male, aggiungeva sempre le sue preghiere a quelle 

Maestro Saunders era agiatamente seduto nella stia se- | di Luisa . per calmare la collera di maestro Saunders , 
dia a bracciuoli di cuoio nero , colle mani incrocicchiate % senza posa eccitata dall' ubbriachezza dalla poltroneria e 
sul suo vasto addomine; e. dolcemente assorto nella tran- M dal libert.nagg-o del suo tristo figliuolo 
Quilla bisogna della sua digestione . teneva i suoi sguardi S Quando i conti furono regolati maestro Saunders (hiu- 
fissi sur un gran pendolo di legno , che ornava il fondo B se il suo denaio con un aria soddisfatta e rnostrando a 
della sua bottega , e serviva di regolatore a tutte le mo- g Daniele un insolita premura . gli disse d andar a preir- 
stre di Cleveland Saunders venerava il suo vecchio pen- U dere il riposo di cui doveva avere grande bisogno , e gh 
dolo come il i.lù bel pezzo d'orologeria ihe fosse uscito g augurò la buona sera m un modo qu.si aflettuoso. 
dalle sue mani maestre , era per lui una occupazione tutta B Daniele provò un vivo sentimento di fé ic.ta rivedendo 
paterna il seguire collo sguardo l' ammirabile moto de due H 'a s"» P'if"!» "mera a bianche cortine. Durante la sua 
indici dorali ed allora l'avreste veduto imprimere mac- Q assenza una mano amica aveva inaHialo sera e mattino i 
chinalmente 'alla sua grigia testa un picciolo movimento ^ rosai , he fiorivano sulla sua finestra . ed accuratamente 
regolare , corrispondente a quello del bilanciere del pen- f colma di fre>ca anagalbde e d. marzapane la gabbia del 
dolo. Seduta allato dell' orologiaio, la sua figliuola Luisa ^ pi. ciolo cardellino rosso e nero. Daniele corse ad aprire a 
filava curvalo il capo in aria pensierosa, ed i ricci dei B finestra che sporgeva sul beliago Erie , e siccome già la 
suoi biondi capelli coprivano quasi del tutto le sue vermi- ^ luna s' innalzava egli ascoto sovra uno de pioppi della 
|. . "^ *^ ^ 53 sponda ranlare il rossignuolo. La sua emozione fu si gran- 

^ Daniele rimaneva sempre immobile alla finestra. Final- § de che vacillò e fu obbbgalo a sedersi, 
mente la fanciulla alzato il capo , e i suoi occhi incontran- |i Damele e Luisa s amavano da lungo tempo ; ma Da- 
do quelli di Daniele che stavano fissi su lei, delle in un K niele non possedeva nulla al mondo e non osava svelare 
picc olo gndo foffocafo : | fi suo maestro 1' amore .he n.idr.va per la sua figliuola. 

*^ _ „" . . , D n giorno I due amanti potevano appena vedersi e parlarsij 

E n.llo"siesso tempo un vivo rossore colorò il suo volto. & ma quando la sera era venuta . Daniele apriva la sua fi- 

_ Di eia sdamò maestro Saunders alzandosi . già d, fl nestra, e, sempre alla stessa ora Luisa apriva eziandio la 
ritorno \\ naso azzurro ( Lgli non chiamava mai altrimenti « sua per respirare la fres. hezza del lago Le due finestre si 
il suo giovane allievo . a cagione dell' esser questi origi- fj toccavano quasi. l'er ungo tempo Dauie.e non aveva o- 
nario della Nuova Scozia, i cui abitanti sono venuti sopran- | -sVo rivolgere la parola alla sua vicina ; ma finalmente es- 
nominali / .osi azzurri da' vicini dell' Unione ). U sendo un rossignuolo venuto a stabilirsi nell està sovra 

Daniele intanto aveva aperta la porta ed era entrilo. « "no de pioppi della sponda, e siccome' cantava a sera al. 

- C-me ' tulle vendute , proruppe Saunders con un n l'ora slessa in cui 1 due amanti si mettevano alle loio 11- 
erossori.leiep rivolgendo briisramenle Daniele davanti e g nestre , s' impegnò la conversazione as. oliando e lo.lando 
da dietro . tutte ... fino al sole ( era il quadiante a rag- U il raeravislioso cantare. l>os. .a erano venu e a poco a po- 

• ., V ^ ,0 |g lonfidenze , le inezie lonlessioni . m.li 1 disegni del- 

^' _°Dio ha benedetto il mio viaggio . rispose Daniele , W l'avvenire, e Luisa aveva dinas- osto ricamato p.r Damele 
e nello sles.o tempo trasse dalla sua blouse una grossa sac- « una vaga borsa verde ove lutti due mettevano le loro p'C- 
chetla tutta colma di scudi e la depose sopra un banco. fl ' >o!e economie , destinate . nel loro pensiero, alle pi ime 

Gli occhi dell'orologiaio sfavillarono di gioia . e pren- ^ sp.se de! matrimonio, 
dendo ,1 sac. he.to con una mano gì, lese lal.ia dicendogli: O htanto , giorni ed 1 mesi erano s orsi s nz he Da- 

- Tocchiamoci o giovanotto , tu sei un bravo „aso |f no le osasse fare al suo maestro la so enne domanda L o- 

» b • ,, ^j,^ ^,j,g Samuele gli portava , e pm I accoglienza dura e 

'intanto Luisa, che aveva veduto goccioloni di sudore ri- | severa del maestro inlimi.iivano le sue migliori risoluzioni. 
gare la fronte d Damele, era corsa nella camera contigua g Luisa diveniva Insta e pensierosa , e spesso . suo. occhi 
e ne era ritornata . on un gran bicchiero colmo di mini ^ erano pieni d. lagrime che ella tergeva furtivamente ma 
Mp( acqua di menta ) la bevanda favorita degli amen- ||^ . he Daniele ben vedeva ^ «■• »'''°"^ *«;^'^f "° Pf J'I'';: 
cani. Essi posò senza nulla dire II bicchiere sul banco, vi. | gio un orol. giaio ambulante . che p.i.tava s I d d gU 
cinissimo a Daniele, i cui occhi non perdevano neppiir uno | o.ologi a musica. Deg 1 orologi a •"";'? f;^;-»"' '"'» 
de' suoi movimenti L'orologiaio s' era già armato della | |.arla.e a L eveland d un simile prodigio: Quale scap- 
sua Jenna per metter in regola i suoi . onti ; Luisa era | pellotlo a" poveri cuculi di legno 1 quali -"-'.-;? "^' » 
ritornata al suo filatoio , e .on un dolce sorriso faceva se- | gMa se n.m due triple note. *«'"f '•« !^' ^•■;,f .1. =»; ;'"^^, " 
gno a Daniele di prendere il bi. < h.ero . he aveva collo.alo ^ '-'le'S che si pucava .li avere più di ogni al ro uomo - 
vcinoa lui; ma juesto. quantunque affaccndato a nspon- ^ venie ol.repas.sati 1 liniit. dell «^ '' ^'f ' J '; ,f ' ' 
dere alle mol.ipli^.e. inci?.es,e di suo padre . non pensava | P^ucipio^i ^^:^:-^^:^^::^ Z:^--:^::':;^ 
'T;,:^::Ì':;t'òSn^f:::a:::- nella bottega sa- « ilagH^ologideno -.n,e..anima.a|lora da un notule 
muele Saunde,.. il figliuolo del padrone, e senza salutare h zelo , prese 1 suoi strumenti . s. chiose "J => "^ < -Y:^' 
„è suo padre , né sua sorella, seu/.a dire una parola a Da- H tagliò spezzo, fabbri, o ruoe ed alili "S;*-''' ■ P ^ ^ '^^ 
„iele p eseil bicihie.e che Luisa aveva posato sul bau.o. M ebbe bel fare; 1 suoi orologi a musica cantavano tutto al 
ifi'ord'un fiato esali fischiando alla'siia camera. Sa g p.ii .ome un girarrosto. Pel dispetto n--^' « "'f-- ; 
muele era un tiisto che spn.z.va suo padre e f oiolo.e- « e dichiarò a chi volle ascoltarlo che lo straniero non era, 
ria . che non aveva mai voluto imparar nulla . e me- jj aUni se non uno stregone ._ ^, .. ..... ] 

uava innanzi la v,ta facendo il perdigiorno, fumando, be- || D^Hiele ebbe un idea audace ^.'^„^';" ' '"^.f" " '! 
vendo e giuncando ; suo padre l'aveva pi. volte minac | confido ,1 suo '»'^''S"° '^ ^i.'sa che I appro>o d^ 1 110^^, 
ciato di cacciarlo dalla casa, ed, diseredarlo, ma Samuele | il ross.gniiolo aveva loro s. spesso « ^ ';,":'? "''JV, '»! 
nun cangiava per nulla la sua condotta. - Samuele dete- |^ can2one, che ambedue la sapevano a meraviglia dal pnn 



PITTOnESCO 



75 




,j:^'rz/uzz'^ ^ ^/,:^/^• ^ r/ra/a i//- ^<'^/r^"^<' tr /ly^. 



«pio alla fine. Daniele dicera anche a Luisa ohe, durante 
il suo lavoro o i suoi via^^i , appena pensava a lei . ira 
manlinenli la canzone del ros>it;nnolo echeggiava dnlce- 
menre nel fondo del sno cuore Daniele, buon operaio in 
orologeria , intraprese dnntiue a mettere quella bella e pic- 
ciola canzone in un orologio. 

— Miestro Saunders , egli diceva , è troppo buono o- 
rologia 0, per nulla ricusarmi, se giungo a recare in allo 
il capolavoro. 

Immanlinentl Daniele si mise aTopera, rea ben presto 
s accorse che una cognizione preziosa gli mancava; egli non 
sapeva la musica né Luisa davvantaggio. Che fare ? Dopo 
mo te deUberazR.ni . fu risoluto tra i due amanti che Da- 
mele nel prossimo viaggio, giugnerehbe fino a Louisville 
ed andrebbe a presentarsi al sig. Cla.ke , il più famoso 
organista di tulio lOhio , gran musico , se bisognava ag- 
giustar f. de alla fam«, e stimato maestro nell'arte sua. 

La sera dunque del suo ritorno, il povero Daniele stava 
altarcialo alla sua finestra . appena rimesso dalla viva e- 
mozinne fallsgli provare dall' amiro rnssignuolo. ed aspet- 
tava Luisa intenerendosi intanto nel guardare il bel lago 
avviluppato ne chiaroscuri della notte. Finalmente la fine- 
stra vicina s' apri 

— Eliiiene ? dimandò Luisa con ansietà. 

Lssa tendeva a Daniele la sua picsiola mano bianca , 
ed egli f.er baciarla sporgeva tutto il suo corpo fuori della 
finestra a rischio di precipitarsi. 



— Ebbene, Daniel»... soggiunse Luisa, il sig. Clarke?...- 

— Io r ho veduto, 1' he veduto ! Luisa , che Dio m' as- 
sista e l'orologio canterà. 

Luisa ruppe in un grido di gioia e volle che Daniele 
le raccontasse i particolari del suo famoso colloquio con 
r organista. 

— Immaginatevi, Luisa, un grand'uomo secco e giallo, 
avvilii[ipato in una vesta da camera a rosse liste, con gran- 
di mani bianche e manichini di merletto, lo mi avanzai 
meglio rest li sulla soglia volgendo la mia berretta Ira le 
mani e confondendone in saluti. — Che volete da me, 
mio giovinotto ? mi disse il signor Clarice con bontà — A 
questo mi feci ardito ed entrai tutto ad un tratto [•Iglimi 
fece sndere e mi ripetè la sua cortese dimanda. Allora io 
pensai a voi Luisa e presi un gran coraggio per dirgli 
sfrontatamente : Signore vorrei fare un orologio che can- 
tasse la stessa aria del rossignuoln — Egli sorrise ed io 
bis.^ai la lesta arrossando. Ma il signor Clarke è un va- 
lentiinmn che non vorrebbe cagionar pena a nessuno , e 
vedendomi confuso, mi chiese dolcemente chi mi avesse 
piista in capo simile idea. Io sema esitare gli raccontai 
tutta la nosira stoiia. Egli sembrava che il mio racconto 
r interessasse , po'ché mi serrò la mano a più riprese di- 
cendomi : Cmlinuate amico mio , continuate , io non amo 
altro rosa al mondo tanto quanto i buoni cuori — Ah Lui- 
sa se vi conoscesse I 

— .\p presso ' disse Luisa. 



L OMNIBUS 



Qiiaiidii el)l>i terminato di racrontare il sifinor Ciar- B 1" eserii7,ioni> dell'orologio fili presentava sempre nuove 

ke sco^S" la te^^a dìrendomi : Daniele , sai tn die hai in- ^ Jilliiolià l'iii d' una volta disfece quello (he aveva fatto, 

tranieo ? Tu non dubiti al fiiuslo di quello die è canto di ^ piii d'una volta disliusse in un istante il lavoro di (liù fiior- 

rossifinuiilo ; i piii grandi musici hanin) a[i[ifna p'tnto no- ff| ui o di pu nulli; (loidié nel (orso del giorno Daniele 



tarlo. Credimi, scegli piuttosto quali he allro iiciello, rum 
la capinera , il fringuello. — Ma io non volli rimuvernii 
dal ro5signiiolo, perciocché voi questo amate — Io ci raet- 
teiò dieci anni se liisogna , risposi al signor Claike, Lui- 
sa m' aspelteià.. . Ditemi solamente in qual modo debbo 
condurmi — Allora il signor Claike mi condusse nel suo 
studio, a(ii'i i suoi grossi libri , e mi lesse lutto ciò che i 
doili hanno scritto sul rossignuolo. L'nn d'essi ha cuntilo 



aveva podii uiouienti a lui. Il ve((hio Saunders, ((me ac- 
cade s(le5^o agli orologiai, era stato col|)ilu da una ma- 
lahia di occhi (he gì' impediva di lavorare, ed awa 
afiiilata al suo allievo lulla la parte delicata dell'orologe- 
ria. Durante il giorno dunque Daniele lavorava pel suo 
maestro e non si risparmiava per niil a secondo il suo (o- 
stume. Luisa , silenziosamente seduta in fondo alla liotle- 
gli rendeva d'altra palle grato il suo lavoro, qiiaii- 



nel suo canto ventiquattro strofe d.iTerenti, senza parlare p Iiu)(|iih gli ricordasse eziandio l'opera non (ompiuta don 



del e variazioni 

— Ah ! mio Dio , sclamò Luisa. 

— Ciò non è nulla ancora , soggitinse Daniele : un al 
Irò dotto ha notato che il rossignuolo si serviva di sedici ^ sa , poi(ht> il vecchio Siuiiders , iiio(( iqialo ed affililo 
entrate e conclusioni difl'erenti , mentre le note inlerme- |J "n"' fi'orno più , slava là e gli rimproverava tulli gì' i- 



e dipendeva la f.lii ita di tutta la loro vita, e lo faceva 
finse lammaricaic di qiialdie moinenln perduto a una 
slraui'ia bisogna Damele nun osava [lunto guardare Lui- 



die erano variate all' infinito. 



à 



stanti in cui (irendeva fiato Per buona sorte Luisa trovs- 



— Daniele, disse Luisa, bisogna scegliere un allro fS va stmpre modo, andando e venendo dall uno all'altro la 
cello. Il tip, (li avvicinarsi al banco di Daniele mormorando più iias- 

Oh no; rispose Daniele , io sono ormai sicuro di li *" ''t*^ poteva : 



questo. Seguitale ad ascollare. Il signor Claike si mise a 
(aniarini egli stesso il canto del rossignuolo, e veramente, 
Luisa, in ogni allra occasione m'avrebbe cagionato gran 
desiderio di ridere. Etco c(im' egli ramava, ma non vi 
burlate almeno di quel buon signor Claike 

Tioù , Tidù , lioù , lioù. 
Zo , zo . zo, zo , 7.0, zo, zo, zo, zo, zo, zo, zo zinhading. 



Tioù , tioù , tioù , lioù , 
o meglio : 

Ili gai gai gai gai gai gai gai gai gai gai gai couior dzio 
dzio pi. 

e Daniele dimenticava tutte le sue pene. 

Un giorno il maestro inlese il ritornello della sua figliuo- 



,, 1 1 I . *l la , e le disse con un tuono duro e quasi colerico : 

Ho ze 7,e ze ze ze ze ze ze ze ze ze ze ze ze ze ze hodgehoi. O _ ^.|,^ j^„,j„ ^- ^^^^^^^ • ^J ^,,g „„„• , 

J.o gai gai gai gai gai ga, gai gai gai gai gai couior dzio | , ,,^^3 j^,^^,,;^., ^ ^; s-oncertò e non leppe che rispon- 

1^'' t| dere, il che la fere trattare da slu()ida da suo [ladre. 

Vedete se ho buona memoria Ah queste note non m il La sera , appena la bottega veniva chiusa, Daniele sa- 
usciraniio mai dalla memoria. — Do])oavir ledo tutte yi liva sollecitamenle alla sua picciola camera, ed ascollan- 
qiiille belle cose e molte e molte allre ancora , il signor J| do il io>signiiolo , spingeva innanzi l'opera con tulle 
Claike mi condusse da un abile operaio di strumenti di l| le sue forze. Quando era impacciato per una nota o per 
musiia , e tulli e A\ie (lassaron la Piiornata a mostrarmi in || un accordo andava alla sua finestra a consultare Luisa , 
qual niiido si tendevano le corde , si facevanu i soflieti , jij la quale da qualche teuipo aveva mollo nllellulo sulla mu- 
si aci oidavan le note ec. ec. Io rimasi Ire giorni a scuola !| sica del rossignuolo; si che avrebbe potuto dar consigli allo 
a l.oiii^ville, e sircome la Dio mercè so far buon u<o fj stesso signor Clarke. 

delle mie mani , così ben presto riuscii , (oii l'aiuto del || Il cielo sembrava d'altra parte benedire e favorire i 

signor Ciaik' e del suo operaio , a fare una sfiecie di [lic- ìì due amanti, poiché l'eslà si prolungava oltre ogni speran- 

«iola Serinette( .strumento con mi s iin[iarauo le ariette p za ; il rossignuolo cantava seinpre e s'i bene che le sue 

a' caiidcini ) the bene male cantava : tioù. tiiù, licù e JJ canzoni avevan finito coli' attirare sul suo pioppo un altro 

il resto. Ormai b sogna che Iraspu ti il mecianisiiin nello- il pinolo musico della sua specie , di manicr.i che fino al 

rolog II signor Clarke m'ha abbracciato partendo, e mi i» iiialiino , erano de' gorgheggi a nnn pin tiniine , delle ca- 

ha il.ita una caria tutta p ena di note di mu<ica e di rac- S denze (ontinne , iiu assalto di note armoniose e di scaie 

I oraandaMoni meccaniche: di più vuole die gli scriva II brillanti. L' uno non aveva appena finito che l'altro riat- 

qiiando mi troverò impacciato. Io domani comincio la mac- ù laccava a tutta gola come se lutti due avessero voluto can- 

I hina. fi tare a morirmi ! 

— Daniele! se non avesse a iius( irvi, disse Luisa traen- f| Fiu.ilmente dopo un' ultima nulle passata tutta intera 



do un gran sospiro 

— Binino , ricomincerò ; scriverò al signor Claike , e 
poi iioii ho sopra il pioppo il migliore di tuli i modelli , 
»n musico piii grande dello stesso signor Claike i' E a 
lui (he mi rivolgerò a preferenza allori he sarò iiiipaccia- 
1(1... Ali ! per esempio , debbo jireveniivi , Luisa die 1 ii> 
ci riiineià. V ha di bisegno di corde d ar;:enlo . di mo- 
le di argruloe 1 he so 10! lo avevo gran paura (he il signor 
(] arke non voles-e delle ruote d' oro. 

— Ali ! disse Luisa. Quanto il Inion Dio é ricco, egli 
che ha fallo tanti rossignuoli ! 

Poscia ella corse al suo 1 assello , ne trasse la pici iola 
borsa verde e la detti; a Daniele dicendogli ; 

— Buona sera , Daniele ; io vado a |iiegar Dio afiiii- 
chc il iflssignuolo non abbandoni il nostro poppo 



n ali opera, l'orologio fu finito; esso cantava 1 Quando Lui' 

^ sa discese il mattino nella hnllega , Diniele volse verso lei 

fi un viso raggiante di gioia e si mise a cantare dolcemente: 

n ,„ , 

rs I lini , Ilou , lidii , tioii , 

ipS senza stancarsi fino a die il suo padrone impazientato 

^ non isdauiò : 

— — Finirai presto spero la tua canzone di naso azurni^ 
IMa Daniele caiiiò ancora tra le sue labbra tutta la 



H 

n 

à gioinata : 

^ Tioù. lioù , lioù , lioù. . . . 

»c 

!v Non mai sera fu si lunga a venire a grado de'diie aman- 
n ti. Per aecresi imenlo d' impazienza , in quel giorno Sa- 
li miielc Saunders non si ritirò alla sua solita ora , e suo 



£S padre die l'aspetlava non volle chiudere la bottega se non 



Fin dal ginrno successivo, ((im'egli r aveva dello . Da- H a notte ben inoltrala. Finamenle siccome Samuele non 



niele [lose mano al suo capolavoro ; egli 1 ra tulio pieno 
di ardore e senliva crescere il suo coraggio a seconda che 



si ritifava, il maestro dette mormorando il segnale della 
ritirata. Iiiuaantiucuti Daniele sali sulle scale ed ajiporlò 



^- 



PITTORESCO 



U_^2 




r^ /i'rj'^y'/a 



J .A 



/^l'^■,/,yu^ fj'< 



■//:■. 



sulla finestra il prezioso orologio. F.sso dovt'va cantare a 
iiiezzaiiiilte, e inezjanotte s"avviLina^ a (Ninnala sulla sua fi 
riestra Luisa aspettava tutta tremante l'ora fatale Scuro 
dell'opera sua Daniele rideva . saltava, parlava a Luisa 
della loro prossinia unione , riandava tulle le fatiche du- 
rale per Costruire il suo oroloj^io , e s' inorgogliva pen- 
sando che non avuto bisogno di scrivere una sola volta al 
sit;nor (Jaike, se non per ringraziarlo dc'suoi linoni consi- 
gli ed annunciargli g i ec( elli nli frutti che aveva prodotti. 

Tutio ad un tratto la nn zzanolte suonò al campanile 
della chiesa. Luisa dette un grido di spavento ed il cuore 
di Daniele si serrò mal suo grado ; ma immantinenii I o- 
riilogio si mise a cantare »• nnn aveva ancora finito i]uan- 
do i due rossignuoli del poppo continuarono con esso la 
1 anzone cominciala. Luisa piangeva di gioia e Daniele ab- 
l>raciiava il suo orologio! 

Il re.^to della iiolle fu adoperato a d' liberare su ciò che 
rimaneia a fare. Egli non bisognava perder tempo , e si 
decise all' unanimità che il dì successivo , a mezzogiorno, 
Daniele portereMie l'orologio a maestro Saunders , egli 
diinanderelilie l.i mano della sua figliuola seiiz' altra for- 
mjlii.». l'oK he l'orologio cantava , Daniele poteva bene 
trattare da eguale a eguale col suo maestro. 

Tulio andava b>-ne fin qua ; i due amanti si (redevano 
al colmo de' loro voti , ma il cielo che >i piace a provare 
i buoni cu'iri. fuo riserbava un aiiiirissirao cordoglio. Que- 
sto domani s't bello nella loro speranza doveva essere il 
più tristo g orno d. Ila lor vita. 

Si rammenti i he il cattivo Samuele non era punto rien- 
trato la sera nella casa paterna ; tutto il giorno ei s'era 
dato in preda alle gozzoviglie , ed al cader della notte , 
era andato errando per la campagna, per dissipare la sua 
ubjiriachezza. Cammino in tal guisa alla ventura nelle le- 
nebie fino a ch^j non polendo più sostenersi si lasciò cade- 
re sotto il primo albero (he gli si presentò per digerirvi il 
vino — La sciagura volle che q^uellalbero fosse proprio il 
pioppo de' due rossigniioii. — A poeo a poco Samuele as- 
sopito sulla terra senti la freschezza delia notte dissipare 
i fumi del suo vino. G.à la ragione loniinciava a ripren- 
dere il suo impero , aliunhè inle.se al disopra del suo capo 
due VOCI note the terminarono di .svegliarlo ; erano le voci 
di Damele e di sua sorella. Samuele lese 1' orerchiu . .sor- 
prese il segreto de' due amanti , inlese cantare 1' orologio 
e flun perde una [larola del Jis-gno ih'era sialo concertalo 



pel dimani. La sua collera giunse al colmo quando vide 
sua sorella amare quel naso azzurro, quello schiavo com'e- 
gli lo chiamava ; ma la viobnza non gli sarebbe giovala a 
nulla j e però dissimulò e conie[i'i un nero disegno <he do- 
veva mandare a vuoto le fé ici S[ieranz" di Luisa e Danie- 
le Iv.;li rientrò di buon'ora la mattina con un uomo di 
caltiva cieca ed andò a chiudersi con lui nella sua camera. 
Tulli i suoi amici avevano quell'aspetto e però nessuno 
badò alla sua nuova conoscenza. 

Il sole s' era alzato raggiante e Daniele ne concepì un 
felice presagio. Ualo un ultimo sguardo al suo orologio lo 
pulì , lo caricò accuratamente , e lo rinchiuse preziosa- 
mente nel suo armadio; poscia discese nella bottega. 

Il suo maestro era già alzato , ed in piedi sulla soglia 
della porta, «olle mani serrate al petto, guardava l'alzarsi 
del sole , ed aveva un'aria di buon umore che non gli si 
era veduU da lungo tempo Dai-.iele si senti tutto felice 
di questa buona disposizione del maestro e gli chiese ii.>pel- 
tosanieiite notizie degli orchi suoi. Questa dimanda rad- 
doppio r interno conlento del maestro fornendogli una oc- 
casione legittima di lamentarsi, e siccome aveva volontà 
di parlare , s' intenerì sulla condizione comune degli o;o- 
logiai la cui vista finiva sempre coli' indebolirsi, in conse- 
guenza de' loro lavori impercettibili e di>se a Daniele ; 

— Governa la tua vista , naso azzurro, governa la tua 
vista ! Tu sei un buon operaio, e potrai fare qualche cosa, 
ma ricordati (he gli oc(hi non sono di ferro. 

Co dicendo il maestro teneva familiarmente l'allievo 
ner uno de' bottoni del suo abito. Favore iniidito ! Luisa 
ringraziava il e elo d'aver am.-nollito il cunre di suo [ladre. 

Quando undici ore fuion suonate , il maestro salì nella 
sua camera, come gli era solito hve. ogni giorno alla sles- 
sa ora. La più grande gioia del vecchio orologiaio , dopo 
che non'poleva piii lavorale, era qnel'a di caricare tutti 
gli orologi della sua casa e di re.;(ilarne il movimento. E- 
gli aveva nella sua camera da lelto una collezione d' oro- 
logi di Francia, di cui prendeva cura particolarmente, e che 
predileggeva più de suoi propri cuculi. Secondo lui quando 
quegli orologi erano giunti di Francia eran tulli disordina- 
ti , e n(m avrebbe vci'ulo venderli in quello stato nemme- 
no a' suoi nemici ; ma da (he egli li sorvegl ava, il loro 
moto era divenulo regolare e costante da fare inviJia 
al sole 

-- Ora, diceva egli, qual'è il vero artista? quello che 



L OMNIBUS 



costruisce pazzamente una mardiina o quello che rego- 
la le funzioni di questa macchina e ne conogge le ruote 
indiscipliniile ? 

Passava dunque tutl'i giorni un'ora intera a veder cam- 
minare d' un [lasso armonioso ed in cadenza que* nume- 
rosi orolo;;i , e qiian'lo essi suonavan 1' ora tuli' insiemi' li 
paragonava ad un uggiinentn di snidati (he eseguono gli 
esercizi militari nello stesso momento e co^l^ un sol uomo, 
^on vi mancava mai ne l'ora di mezzogiorno ihe gli fa- 
ceva assa[iorare dfidiii volle il siin trionfo. 

Appena egli fu salilo, Daniele, p eno di ccnfiHenza, an- 
dò ili lulta fretta a cercare il sue otolrgln ; durò qualche 
fatica aij aprire 1' arriiad n o\e i' a\i va rini liiiiso, peidié la 
chiave volgeva dilli. iliinn'e nella seiraliira , ma egli non 
aveva il tempo di liadaivi. Presa la sua ])rpz osa macchina 
discese le scale a quattro a quattro, e. giunto innanzi al- 
la porta dei maestro, alzò il lucchetto senza esitazione ed 
entrò. 

Gli orologi francesi suonavano undici ore e mezzo , 
e Saunders die tendeva già l'orecchio, fece segno linisia- 
mente all'allievo di fermarsi e star ch'tc). Dan eie re^lò 
sotto la soglia, e gli oidii'gi suonarono tutt' insieme e d' un 
.sol tuono, fin sorriso di compiacenza rischiarava il volto 
del vecchio Saunders , quando tutto ad un tr.illo pwi di tre 
secondi dopo gli altri si fece vergognosan'cnle sentire una 
mezz'ora ritardante. 1^' orolrgiaio impallidì e tutto fui'ioso 
esclamò. 

— W il Turco, un'altra volta il Turco, sempre il Tercct 
L'imbecille , la liestia , lo riconosco bene. 

Ed indicava cil pugno un lieH' orelogio di diaspro sor- 
montato da un magnifico turco in oro. La collera di Saun- 
ders era spaventevole e si diffondeva in ingiurie. 

— Dire che 1' acroiiodo ogni giorno , que^sfo furfante 
di Turco ! .sì tutl'i giorni questo rane d'infedele! Chi 
mai duncpie ha potuto fahliricare una cos'i ignoliile e 
squin'einata macdiinaccia ?.. , Kssi chiamano ciòdell'o- 
fiilogeria, dall'altra parte dell'acqua '.... Va poltrone , io 
ti venderò al lihasso se continui. ., sempf in rifarli.. ! 

E volgendosi verso Daniele (he l'ascoltava rolla liocca 
aperta : 

— Che vuoi tu da me, imlteciUe? Ohe tieni Ira le mani? 
Daniele tremava con Inlto il corpo, rome ,se fosse slato 

egli stesso il colpevole Turco pieso in fingi ante ritardo, ed 
avrelihe voluto mettersi in salvo vedendo il liei tempo ed 
il buon umore del mattino cos'i volti in uragano ed in fu- 
rore, ma oiiiai non era p ii tempo di pensare alla ritirata. 

— E cosi parlerai , iie»tiacda ? sciamò il padrone con 
una voce di tuono. 

Daniele giudiiò die l'ora delle estreme risoluzioni era 
giunta : e eh amando Dio in suo aiuto disse con una voce 
quasi ferma. 

— Tilaestro io ho a parlarvi di cose gravi. 



( Cantinua ) 



( Dal francese ) . 



P. 4 3..'^ ZZO WrCALE 

E SCAL.\ DE'GIGAVn A VENEZIA 

Il lusso la magnificenya e per conseguenza 1' amhiiio- 
jie ed il desiderio di primeggiare penetrando in cjualsie- 
si popolo , lo porta per naturaU nclinazione a piovveder- 
si di q'.ianlo può rendere agiata e bella la vita , di quan- 
to può dilettar lo sguardo ,■ infine di quanto all' apice della 
perfez'one la giungere un qii;i| che si voglia oggetto la 
mano dell'uomo. 1'] prima ( csa a cui si pone mente e la 
propria abitazione, perchè dovindnvici passare i giorni, lo 
amore delia projiria conservar.ione congiunto a quello del 



hello induce ogni uomo ad edificarsi, per quanto gli è pos- 
sibile, unadimora non solo agiata , ma eziandio di va"0 
aspetto e sontuosa. Dove mettersi al coperto dalle intem- 
perie dell' aria fu il primo bisogno dell' uomo , ed a que- 
sto soppeii dapprima la natura colle spelonche , poscia 
la mano di lui col fabbricarsi mercè tronchi d'alìiene ra- 
musi elli un' limile capanna. Mano , mano per altro gli 
uomini affialellatisi e latti comuni i propri interessi, innal- 
zarcno al bel principio rozze ma solide mura per dividere il 
proprio terreno da quello del popolo vicino ed anche per 
difendersi da una straniera aggressione, poscia un recinto 
chiuso ove rustodiie erendere onoranza alNume (he coll'e- 
steriore mac<loso imf.one.'se venerazione e rispetto no' ri- 
guardanti . furono i forieri de' palagi che anche a distin- 
zione dt I polente dal miserabile servirono. I seccdi (he tra- 
scorsero dettero una varia impronta all'are hitellura dei 
diversi popoli che popolarono e popolano I' universo: ma 
i monumenti che ce ne rimangono fan fede, (he, a seconda 
dell'ine vi i mento diiiascun popolo, gli edifii i si pubblici co- 
me privali aggiungevan splendere e magnificenza, e stabi- 
lita una v( Ita l'ineguaglianza di gradi e di fortuna Ira gli 
uomini . (ioe stabilitele società , i governanti abbisogna- 
rono di un luogo piii spazioso, p il artici camente co.struito 
di (|uello dei governali.— I^ si videro quelle famose piramidi 
che , sollevando superbe la rima, dovevano serviredi nobile 
dinii ra a chi le avea fatto innalzai e dopo trapassali, collo sfi- 
dare le ingiurie di oltre a quaranta secoli. Per altro l'archi- 
letlura lìg z ana la 'jiiale nmi ebbe se non un sol t.ipo, d'un 
genere ani h' esso assai monotono , non ci fa scorgere, ne' 
numerosi avanzi onde quella terra famosa è coperta , nes- 
sun vestigio di palazzo propriamente dello. — E quale non 
ne fi Omero maraviglictsa dipintura dei palagi dei princi- 
pi frigi, ove tulio quanto slimasi ricihezza , era a larghe 
mani profuso La (irecia monarchica ebbe gran copia di pa- 
lagi privali ove dappertutto spirava lo magnificenza : la 
Grecia divenuta repiibblicaiìa portò tutte le sue maggiori 
cure ad abbellire gli edifici pubblici quasi considerandosi 
come un sol corpo ed una sola volontà. 

Roma , in i ni poscia si concentrò tolto il potere, il lus- 
so e la ricchezza dell' universo e che come specchio ne ri- 
fletteva i raggi alle solloposle province, dette l'origine 
alla parola palazzo (he viene dal latino pa'utium. deriva- 
to anc h'esso dal nome del luogo (il monte Palatino) su tiii 
Ilomolo si fece innalzare una casa, e dove Augusto fece edi- 
fiiare piii tardi un vero palazzo Homa republilica non co- 
nobbe né palazzi pe' grandi né ( anili p. I [ii.polo, né gli a- 
bili dorati d'una casta contrastare co ( enei d' un' altra ; 
ma quando le idee re[iiibblicane cominciarono ad indeJio- 
tirsi , e (he 1' arislrocrazia , di cui il germe esisteva nel- 
la costituzione del paese , ebbe preso forza , quando la 
glori.i delle armi ebbe alfine uccisa la libertà, quando i vi- 
zi l'inondarono in seguito alle conquiste e che si videro 
semplici particolari ricchi delle rendite o del saccheggio di 
diverse province , tulio cangiò faccia , e la più mostruosa 
ineguaglianza, con tutl'i disordini chene sono la conseguen- 
za , si stabili anche prima del lompiiilr. (rollaniento del 
sistema democratico Cicerone , con una mediocre fortuna 
aveva già abitazicni d un lusso ricercalo ; ed era peggio 
ancora de' Siila, de' Crassi , e dei Luculli i quali non offri- 
vano nondimeno ancora se non un pallido preludio di ciò 
(he ben pre^to accadde sotto gl'imperatori. Di fatto Au- 
gusto die èva : » che aveva trovala Roma fabbricata d'ar- 
gilla e che la lasciava tutta di marmo n 

Le «otioposle province, stabilito l'impero, dovettero sovve- 
nire al' lusso (lei palagi die si cominciarono achiamar(/o/77B.<, 
come la famosa caxa dorntu , quel palazzo immenso da Ne- 
rone fallo edificare dopo l'incendio di Roma, e che occupa- 
va non solo tutto il monte P.ilatinn , ma ancora le valla- 
te che Io separavano dai monti Esquilino e C'alio , ed e- 
ziandiu una parte di questi ultimi. Si ch'amava Cisa u Pa- 



J»^ 

•♦5Ì9- 



PITTOnSScO 




■-/^&/j?<> ^a/'.y^i.-aAy, 



( Vedi r articolo nel numera precedente ) ■ 



lazzo Dorato a ragione della prodigiosa quantità d' oro, di 
argenti! , di statue, di quadri, di pietre incise , ec. di cui 
io SI era sopra('(ari('ato piuttosto che abhellito Vi si vr- 
dean dello montagne e dei laghi, delle foreste, delle pia- 
nure , delle fasfuse case éi campagna ei^. Ottone e Vitei- 
lio lo spogliarcno d' una parte dei suoi ornamenti per sod- 
disfare r avidità delie coorti [)retoriane che li avevan por- 
tati al potere, e quantunque ne restino anche oggidì al- 
cune mine, la mano del tempo, e soprattutto quella degli 
uemini , l'halalniente sfi,;^uratd , come tanti altri ed fui 
di sim I genere , i he non si [lotreliliero pin farsene un' i- 
dea di quel che fosse primitivamente. Di tanti pakzzi dei 
Greci e dei liomani , non esiste piìi oggidì che il Palazzo 
di Docleziano a Spalatro, vii ino ad un altro palazzo che 
Diocleziano aveva a Savona, a una lega di là, e che rimon- 
ta al IV secoio o agli ultimi tempi di quanto si dire ar- 
chilellura antic.i. Quella enorme massa di edificio come 
perduta in una penisola della Dalmazia , è sfiiggi-la alme- 
no in gran p.irte alla niami degli uomini. 

INel medio evo, o epoca della cavalleria , nella quale lo 
spirito militare del tempo si profuse ad edificare in quasi 
lutto Europa forti castelli, non si fa menzione di molti palagi; 
laonde non si potrebbeccm una indicazione autentica di mo- 
numenti fare una mediocre istoria de' palazzi del medio evo. 

Venezia giunta al piìj alto grado di grandezza e di 
potenza , e spiccando dappertutto il lusso e la magnificen- 
za . Clarino Fallerò famoso doge che viveva alla metà del 
XIV secolo volle edificare un palazzo ove racchiudere 
le principali amministrazioni del dogato e che corrispon- 
de.vse allo splendore della repuWilica, dette m^ano al fa- 
moso palazzo Ducale che venne continuato dal suo siii- 
ressore Francesco Foscari. Antonio degno , architetto 
del palazzo dal (Ì7| in p^ii, fece la maravigliosa scala 
de'Gganti, di cui qui diamo la figura e iheil Sansovino 
atibell'i di due sfatue colossali di Martee di Nettuno dalle 
quali le venne 1" allribi>to d; Gigatiii. G. T. 



LA REGIKA DI FRISSI A 

Amelia-Lui«a-.\ugiista-Vilelmina nacque dal duca di 
Meddenbourg Streliii il IG marzo 1776 nell'Annover, 



venne maritata il 20 aprile 1793 al principe di Prussia . 
poscia re sotto il nome di Federico Guglielmo, e mori il 19 
luglio 1810 all' età di trentacinqus anni. 

La bellezza, la grazia, lo spinto, 1' istruzione della gio- 
vine Amelia, ne avevan fatta fin dall' età di diciassette an- 
ni una di quelle creature di prediiezione, che , in qualun- 
que grado si trovano , esercitano sugli altri un ascenden- 
te maggiore di quello della grandezza e della nascita. El- 
la, se anche non avesse occujialo un trono, non sarebbe 
stata meno una di quelle donne notevoli le quali alle com- 
movenli tpialilà del loro sesso, aggiungono quella risolu- 
zione, quell'energia, che, ne' gradi interiori della società, 
sono ordinariamente 1' attributo degli uomini, ma che da 
alcune generazioni la maggior parte de' le e de' principi 
dell'Europa hanno 1' estrema galanteria di lasciare alle 
donne del loro sangue. 

Al pi incipio della stagion campale del 1800 ella volle 
seguire il qiiartier generale (m veste di amazzone guerrie- 
ra e eolla divisa del suo reggimento di dragoni) , ove la 
sua presenj.a eccitò Ira le schiere un indii ilnle entusiasmo 
che per altro no'U potè tener fronte alle mosse ed impetuo- 
sità francesi. Dopo la disfatta di lena ritornò a Berlino 
d'onderà partita poi hi giorni innanzi non sognando che 
gloria e trionfi. A Ciistnn raggiunse suo marito che d'al- 
lora in poi non la lasnò più. Prima e dopo la battaglia 
d' Eyiau l' imperator Napoleone , per distai care il re di 
Prussia dall' alleanza di .Alessandro, offri vantaggios?^ con- 
dizioni che Federico (Guglielmo ricusò, e il disastro di Fried- 
land segii'j questa ripulsa. 

Ma alcune parole ancora su' due ultimi anni di questa 
giovineri-gina si presto mietuta. Di ritorno a Meniel, trista 
capitale degli stati smembrati di suo marito , Amelia non 
era piii la giovine alemanna vivace , lelleggiante, circon- 
data da futt' i prestigi della grande/.za , del piacere e della 
civetteria , ma sibbene una sposa attenta , una madre af- 
fezionata , una regina maestosa' di rassegnazione. La reli- 
"ione e lo studio le udVirono allora noliili consolazioni . e 
i' autore di '^7//;i»/ffi i)fe:st.r , produzione filosofica piena 
ili genio , Goethe , ricordava ennorgoglioi h ella aveva at- 
tinto in quel libro nuovo alimento di coraggio e di conforto. 
Dopo la catastrofe del ISUO la salute di Amelia era lan- 
guente. Al mese di giugno 1810 andando ella presso ii 



co 



L OMNIBUS PITTORESCO 



^uca suo padre , al castello di H"lienzorch,rii assalita da 
lina feiibre che la portò al sepolcro a capo di un mesi-. 
Ha semplice moniiiiif nio innalzalo sul confine d' una lort'- 
sta allfsla al viagfiiatorc il hiot;o ov' clilie i punii assalii dtl 
male. Fedpri<o Gngli'imo le lia fatto innai/.are un nionu- 
rnenlo recale ; ma , ciò ihe vai meglio, è ninaso d' Ame- 
lia Ira i i'rnssiani una ricordanza tenera e dolce che non 
\errà mai meno. 



FATTI E DETTI MEMORABILI 

Allorché Alessandro il Grande investi della dignità re- 
gale di Sidone Alidolonimo gli chiese come avesse jioluto 
sopportar la miseria, e quei gli rispose : — l'iatcia a Dio 
eh io sopporti nflln .stesso modo la grandezza. INiente mi 
è mai mancato , lincile sono staio senza posseder nulla , 
poiché le mie mani supplivano a tutto. 

Dimandalo Aciio, poeta trai^ico Ialino, perchè non arrin- 
gasse nel Foro, poirliè riusciva cosi hene in teatro, rispo- 
se : — Nelle mie Iraged o dico ciò «he mi piace ; ma nel 
foro mi sarelilie d' uopn ascoltare ciò che non vorrei. 

Agesilao ateniesi- fratello di Teinistorli', nella guerra 
contro Serse, si mischiò tra le file neuDche ed uccise Alar- 
donio che aveva preso per In stesso re. Arrestato e con- 
dotto al cospelto di Sirse questi lo condannò ad esser im- 
molalo sull'altare del Sole. Agesilao giunto all'altare, po- 
se la destra sull'altare e lascinlla aniere senza manda- 
re il pili piciiiilo grido , assicurando che lutti gli Ateniesi 
rassomi;;!iavrngli, e che se non si credeva alla sua pa- 
rola era pri/nlo a comprovarlo nieltemlovi anche la sini- 
stra, lin.i siflalla intrepidilà ispirò tal terrore a Serse che 
vietò di farlo morire. 

Alcamene 1\ re di Sparta , chiesto perchè vivesse da 
monaiia povero quantunijne fosse ricco, rispose : Che un 
>jom<i ricco acquistava maggior gloria seguitando la ra- 
gione che abliandonandiisi alla propria cupidigia. 

Alenino quando rendeva conto a Carlomagno de' suoi 
Javori per l'educazione di lui dicevagli : — Io non do ad 
ognuno tutr i tesori (he posseggo ma li dislrihuisco. A 
questo ungo le lahhra col miele delle s.icre scrilture; ineh- 
brio quello col vin vecchio della Stona antica ; nutrisco 
)in altro de' frutti della grammatica ; fn lirillare agli oc 
chi dell'ultimo lo scintillare degli astri. Ciascuno cosi ha 
la sua proporzionata parte di cui deve essere conten 
lissimo 

Ald.islan o Adastan, figlio e successore di Odoardo I re 
d' Inghilterra . mosso a sdegno da' suoi cortigiani contro 
suo fratello l'.ihiino, arcnsnndo questi d' aver tramata una 
congiura contro di lui , 1' fece esporre sopra un picciolo 
naviglio senza vele e senza cordami in halia delle onde. 
11 giovane principe vedendosi perduto si geitò in mare. 
Questa morte ingiusta suscitò i più vi(ilenti rimorsi ad A- 
destan, che s' impose da sé stesso una penitenza di siile 
anni, dopo aver fatto morire il princioaie accusatole dello 
sventurato fratello. 



LA GALLINA E IL GALLETTO 



Vedi, fìi,'IÌMoI carissimo. 
Quei pozzo ? egli è fatale. 
Un tuo fratello caddevi 
Pel far bravura d" ale. 



Se a lui quel temerario 
Volo recò la morie ; 
Temi , che un volo simile 
Danno simil ti apporle j, 
Un giorno quesla predica 
Faceva una gallina 
A (in figlio suo , legillima 
Progenie mascolina. 
Ed egli rispond-^yale : 

« L'avviso avrò presente ; 
Sarò , la non si dubiti , 
Sarò savio e prudente » 
La buona mamma credula 
Affidasi a quel dire ; 
Né sa che in suo proposilo 
Ei vuol disobbedire. 
e Orsù elle mai significa 
Quel lauto pigolare '? 
Ah è vecchia ! e sempre sogliono 

I vecchi brontolare : 

e Ma un gallo , un gallo giovine 

Avrà , poler di IJacco, 

Un'alma si ordinaria 

Un cor cosi vigliacco ? 
« Ch' io tremar debba a un panico 

Spavento? Oli bel consiglio ! 

Dappoco si mi reputa '? 

Son gallo e non coniglio. 
> E poi chi sa? M'immagino 

Ho un cerio qiial sospeKo 

('he si , che là nascoiidesi 

Di grano un lesorelto: 
t E la mia mamma serbalo 

Al figlio suo mignone ? 

Voliara , voliamo '■ inganDatìi 

Chi nn vile mi suppone x 
Disse : e il pensiero subilo 

Ecco egli pone in opra, 

II voi spicca . e in 'm attimo 
Dei pozzo all'orlo è sopra. 

All'acqua indi afTaccialosi , 

La propria immago avvisa ; 

E mentre in quella altonilo 

Arrestasi e si affisa ; 
« Che veggo , esclama . è proprio 

Un mignoncel , che il grano 

Laggiù riposto godesi 

Ah che io no! dissi invano: 
f. Ma invan ben ei si repula 

Solo a goder : vediamo 

Del cibo e dello spirilo 

Chi ne avrà più — scendiamo. » 
Scende in ciò dir : ma in cambio 

Del grano sospiralo , 

Trovò l'acqoa , onde il misero 

Fu subito annegalo. 
Questo è per le — profittane 

giovane stordito , 

Che ad onta dei pericoli 

Vuoi divenir marito. 



Tipografia dell' OMNIBUS 



Direttore proprietario: V. TOtlELLL 



^ 



Uipoli !i> CHijosta ia44. = :^nJUJ Settimo == eiooròi 0.° H 

UN FOGLIO GHANA Ó. — IN SEMESTRE 1.30. — Un' ANNATA 2.60. — PER L' BSTERO-rN ANNO 3.60. 







r/y.yl/e. 



^efcarzà a ,JSt?^A:^r 



Tra le bocche del Po nell" un mai e e il golfo della Spezia 
nell'ailio, al pie di quella giogaja dell'Ap^nnino che disRÌun- 
ge la Toscana dalla Lombardia, s ede Bologna, antica, il- 
lustre, fiorenti», popolosa citlà, la seconda de^li Slati della 
Chiesa a cagione di Roma . e la prima Ira le cilfà di se- 
cond' ordine della nostra Italia. Il Reno, detto il piccolo 
per distinguerlo dal Germanico, ma fiumana spesso super- 
ba ed infesta , e l'umile Savena le scorrono presso. Essa 
siede nel p'ann ; ma un anfileatro di ridenti colli , coperti 
di eleganti \ille , le gira da fianco. S'accosta ai 75,000 
il numero df' suoi abtsnii. 

Chiamossi l-'elsina anticamente. Soggiacque a' guasti dei 
Barbari dopo la caduta dell' imperio di Roma, l'oi vendi- 
catasi in liberl-ì, fu straziata dalle gare civili. Gravi mali 
le recarono le fazioni de' Lambei tazzi e de' Geremei. Se 
ne armgarouo il dominio i Pepoli , i Visnmli , i Bent'vo- 
gli. in ultimo si pose sotto la signoria della Chiesa. Ora è 
la residenza di un legato e il capoluogo della sua legazio- 
ne. Tutti i forestieri, che il caso o il m-gozio o l.i propria 
elezione conduce a soggiornare qualche tempo in Bologna, 
decantano con alte lodi la gioiondith del vivere in questa 
città, ove svegliati sono gl'intellelti, colte le menti, amabi- 
le il tratto, facili i moiii. F^e donne bolognesi rongiungono 
spesso la bellezza delle lombarde allo spirito dellefio'eitine. 

lì celebre Bologna ne' fasti dell' arti ; e la scuola Bolo- 
gnese va gloriosa pe' nomi del Francia , de' Ire Ciracci , 
del Domenichino, di Guido, dell' Albano . del fluerrlno , 
che soli basterebbero per asserire il primato della pittura 
all'Italia. E ne" fasti delle scienze è celebre a! pari. Impe- 
rocché il famoso Irnerio, primo interprete delle leggi ro- 



mane in Italia , apriva in Bologna , verso l' anno 1116, 
pubblica scuola di diritto civile; ed a lui succedeva una 
serie di dotti che facevano di quell' anti( hissimo anhigin- 
nasio uno de' più rinomati d' Europa. In esso Bartolo pre- 
se la laurea dottorale, Accursio compose le vue opere, pa- 
pa Gregorio IV indinziò le sue decretali, Bonifacio V III 
il testo e Giovanni XXllI la raccolta delle Clementine. Ed 
era in addietro sì strepitoso il grido dell'universila bologne- 
se che da tulle le parti d'Europa vi concorrevano a studio. 
Oltre r università che tuttora conserva molta parte del- 
l' antica sua fama ed è tra le prime d' llalia , è 'fa t'tarsi 
in Bologna l' Inslituto fondato da Eustachio Manfredi e da 
Ferdinando Marsigli; magnifico stabilimento letterario m 
cui si raunò quanlu può giovare allincremenlo delle scien- 
ze esatte e naturali , non che al progresso dell'arti. 1 er 
tutti questi rispelli e pel gran numero de' dottissimi uorai- 
ni che in ogni tempo produsse. Bologna, che perla fertilila 
del suo territorio è volgarmente ihiaraata la groìia, ven- 
ne dalla genie colla addimandala la àolla. 

Felsina amica, di sai'Cr maestra. 

E la citlà slessa prendeva per molto Bnnonin docet, col- 
le-ando queste parole colle altre librrtas , libertas , per- 
chè veramente prima del 179(J essa teneva apparenza di 
una specie di repubblica ari>locratica solto la proiezione 
anzi che solto la dipendenza del Pipa. 

Le chiese di Bologna s' adornano di nobili opere di ar- 
te. ISiell' insigne basilica di S Petronio mirano con rive- 
renza gli stranieri la famosa meridiana delineata ;da Do 
menico Cassini. I suoi palazii, tra' quili alcuni bcllissira- 

11 



rontcn-ono prez'osp Kalleiie di iiiiadii. E la [.InDCdlera a to ali asse era s:no al 1792 ili piedi 8 i li-vanrc, e di pV- 

drll' Auadeiuia di Belle Aili pcssipiie la santa Ceiiiia, il m di 3 a mi7zidi ; ma le ossnvazioni jjiie dai [irofesson Ha- 

piii efct-llmte forse Ira" quadri di Rallaello. Lunjiamente M celli id Aniolini li manifesiano un aumento di un' onda e 

iminobiii vi restano gii oc, hi dello spitlattire, (he itni ijiifl- gf mezzo dalle nll me osservaz'oni , onde non resta < he un 

la della Beala la propria estasi do'c einenle einf.inde. i;d è ^ piede ed om ie 4 e mezzo ad \isrire di centro verso le- 

ricia pure quel'a pinaioleca in liei dipinti dej;li autori ES ^^nte e p ed i C ed onde 6 verso mezzodì. — lì' singolare 

della sua celebre scuola. La fontana, delta del Gigante , || ' he f'^ fa">i terremoti , questa torre non abbia mai mes- 

po^la sulla piazza maggiore ed esprimenie ìNelluno rir J| so spavento in Biilo;;na, e il popolo non faccia nessun crn- 

condatu da ninfe sopra delfini , è maraviglioso la>oro in || 'o di quella pendenza penhè certo è innocua finrhè resta 

bronzo di Giovanni Bologna. Ù "fi futro di gravità, 

Bo'ogna è la ( illà dei portici ; essi fiancheggiano tulle S Dell'altra torre più alta della degli Asineli! non si 
le strade, sii he si pub girar dovunque senza pa ire o il so- S conosce la fondazione, ma la sua stessa costrulinra indira 
le la pioggia, o temere i cavalli e le ruote 1 quali por- t* «he fu innalzata in varie volte : nel 14,03 vi fu fatto al 
licati non han però da porsi in paragone coi magu fui a piede intorno uiì muro con sopra una terrazza : fra il mu- 
della piazza di S. Marco in Venezia o della Piazza Castel- ^ ro e la torre era un corpo di guardia , oia sono botteghe ;. 
lo e strada del l'o in Torino. Sono quelli p.r la magg or «« la torre sale ristringendosi, in cima ha una terrazza sopra 
parie angusti e bassi , onde ronferiscon mestizia. Mondi- ^ la qua'e una piccola torre [er la campana e snpra un di- 
meno si vien racconciandoli, e ve ne sono già di assai belli. jS pollilo, talihè l'altezza totale è di piedi 25G , 7. Nella 
ISolevolissimo è poi quello che vi guida lontano quasi a ^ parte e>leriore a ponente vi e collorata la statua di S. 
Ire miglia fuor di cil'à sino al santuario della ]\ladonna 33 Michele Arcangelo. Solo verso il 1706 si scopri che que- 
di S. Luta in velta al monte della Guardia. E certamen- f| sta torre inclinava piedi 3 e 2, ciò -he provò 1' architetto 
te egli è singolare p acere nell'inverno, mcnlie le ni vi in U Senato Tarnfii e una lapide posta a jiiedi della statua ac- 
gonìbran le strade , il poter ascendere a pedi a.scictli in P cennala Nel IS13 il professore di fisica Barelli e l'archi- 
sul colmo d'un monte. Comincia questo porticato dalla tetto i\ntolini ripeterono gli scandagli e trovarono un leg- 
poila del Meloncel e si continua sino a quel tempio per § gerissimo aumento d' inclinazione : però questo è assai pie 
seicmto e piii anhi, tramezzali da rposi e da scalini. Da a colo in ronfiouio a quello della Garisenda, ed è tanto me- 
quella cima 1" ocihio dilettalo trascorre sulle seggi tte rara- y no vi>ibile perla costruzione rastremala de ila torre, tal- 
pagne bolognesi, rigate dal Reno , e sulle ville the am- ^ che è d (Beile accorgersene, 
manfano g i ameni poggi, onde è vago un mezzo cenhio w _»«,^»_ 
intorno aila tiUà. Dei binano questi colli a maestro, e o 

collegardosi coi piani Modenesi, si vanno a perdere ne'va- « g^i @S@19'©IQ ESil <I^AWTA 

sti rampi della Lombardia, mentre in piii ristretto onzzon- || "" 

te la g cgjja degli Appennini Toscani li termina a tramon- ^ ( novell.v a.viei\icana ). 

tana. Il Santuar o è una rotonda di ordine . ompnsto. con | , Continuaz. e fine. ) 

ardita ed elegante fupola. 1. immagine ihevi si venera (^ ^ ' 

della Vergine, è piamente creduta opera di S. Luca. W Saundefs sbarrò gli ocihi e guardò Daniile da capo » 

Singolarissimo oinamento di Bologna è il moderno suo »♦ piedi, 
cimiterio Comunale nell'antica Certosa, non troppo di- B| — lo son buon opera'o , soggiunse Daniele senza sron- 
stanfe dal'a cillà, al quale pure ora si giunge per poi li- a certarsi a qin'l terribile sguardo; voi stesso me 1' avete det- 
ti. Un viaggafore asserisce che può citarsi a modello di ^ lo questa mattina , el eccomi in eia di stabilirmi, 
quanto più sublime e commovente siasi fatto in questo gè- j-1 — Tu non hai un soldo , interruppe il maestro, 
nere sino a" di nostri. Esso è adorno di nionimienti sepol- Il — Egli è vero ; ma io so lavorare e lavorerò, 
rrali, e questi monumenti sono adorni d'iscrizioni latine iì — Ebbene! \attrne al diavolo, ;labilisc ti ove più li ag- 
ihe rammentano il miglior secolo della consolare favella, f? grada essendo grande il n ondo, ma li prevengo i he non 

Lord Byron , durante il suo soggiorro in Bologna , si Si li darò nemmero un mezzo scellino, 

portava quasi ogni giornea visitarne il cimitero. Nell'a- o — Maestro io non ho punto desiderio di abbandcnar>i. 

silo della molte il Cantore delle Tenebre pasceva qijel'a & — Come! che vuoi tu dire? 

polente fantasia che dal fondo delle tombe (voca gli estinti ^ — Maestro ... io amo vostra figlia, e vostra figlia a- 

e conduce i viventi tra le generazioni i he vedranno i g or- ìS ma me. 

i.i nelle età più lontane. E b' n certo l'aspetto de' sepo!- ^ Saunders pallido dalla collera prese una sedia ; ma gii 

cri in.-pirava il suo genio quel g'orno in i ui disse : 11 S le |4 Uanie'e , He[)onendo il suo orologio sulla tavola aveva af- 

non essere che l'ombra di Do ■>. p ferrato il biaicio del venhio in una maniera energica, che 

Celebri sono 'e due torri degli Asineli! e Gari.senda in g non soll'riva punto la resistenza. 

Bologna. ^ — Ascoltaleiiii , maestro Saunders , voi siete il padre- 

La torre Mozza o Garisenda che è la più bassa , fu 14 ne ed io 1' operaio ; ma io sono un onesfuomo e voi non 

fabbricata nel 1 1 IO dalla f.imiglia Garisendi : è alta L30 a avete il drillo di maltratlam'. Io non vengo ];uiito come un 

piedi : essa è inclinata, e sorse disputa varie volte ripefu M vagabondo a limandarvi la voslra figliuola , ma porlo la 

fa, se sia stata rosi fabbrica'a ad arte, o inrlinas-e da pij. p mia dote che ecco. 

Fra Leonardo Alberti fu il capo della si hiera de" primi. ì| E mosir.iva il suo orologio. 

G'ovanr.i Ludov'co Biantoni e gli altri, dicono <hc questa U — Questo cuculo? disse ironicam'^nte l'orologiaio, 

inclinazione la prendesse dal terreno cedevole da[ipoi , e f| — Non è gà un cuculo , ma un rossigniido , un oro- 

infatli gli strali d. Ile pietre, e i buchi (lei ponti inclinrno lì logioihe canta e meglio ancora di quello dello straniero' 

a seconda della pendenza, ciò che vi desi ani he nel!' in- ^ che voi chiamavate uno stregone. Mezzogiorno sta per suo- 

lerno della torre. Lo comprova poi l'essere questa pen- ìà nare e voi ascollerele la mia musica , dopo della qual cosa 

dcnza aumentata, come attesta Giiolnmo Bianconi [larlan- |j drc derete. 

do de'l'.' dimensioni. — Il quadralo della 'l'orre è di piedi 11 Daniele lasciò il braccio del suo ppdrrne ed andò tulio 

19 , tanto nella ba.se che nella sommila ; la grossezza dei j^ p.-illido a sedersi presso il suo orologio. Saunders credeva 

muri è di piedi 6 die per varie riseghe s! riducono ai qual.- li sognare. 

tro , quindi il vano «he al piede della nudesima si trova di || Intanto Samuele Saunders scendeva nella bottega , e 

piedi 7 diventa di [Tedi 11 alla cima. La pendenia cispe!- U arcomp-gnava fino alla porta il suo brullo compagno ; u- 



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( L articolo nel numero venturo. ) 



sa trista gioia era dipinta sul suo viso, e il suo riso sar- ' 
donico non annunziava nulla di buono. Luisa stava sola | 
allora nella bottega , e (binava gli orchi per non inronira- j 
re i malvagi sguardi di suo fratello. Samuele la guardò per j 
qualche tempo standole in piedi innanzi , poscia prenden- 1 
dola rozzamente per mano le disse ; \ 

— Vieni là sopra, mezzogiorno sta per suonare. j 
l'' la trascinò per foiza sino alla camera del padre loro. 
Alla vista di Samuele che lideva e della povera Luisa 

tutta tremarne , Daniele senlì un freddo mortale penetra- 
re nel suo cuore. 

— Ah eccoti , buona figliuola ! sclamò il vecchio Saun- 
ders in un'aria minaccevole. 

Daniele si mise Ira Luisa e suo padre e il suo aspetto 
•ra così risoluto che il vecchio rinculò. Samuele s'era 
seduto in un angolo della camera, ridendo malvagiamen- 
te nella sua barba rossa e fischiando secondo il suo solito. 

— Mezzogiorno! sdamò Daniele, e gli erologi di Fran- 
cia toccarono il loro primo colpo 

— La tua macchina è in ritardo, disse freddamente il 
vecchio orologiaio. 

Non aveva appena fini o di parlare che un iunior 
rauco si fece sentire , come si fosse agitata una vecchia 
tabella, o fatto stiidere una corda sur una vecchia carru- 
cola irrug.nita. Il misero Daniele dette un grido d' ango- 
scia, e Luisa andò a cadere sopra una sedia mezza moria. 
Samuele si sganasciava dallerisa.eil vecchio Saunders sca- 
gliatosi suir orologio di Daniele, lo gitiò a terra , lo rup- 
pe in mille pezzi con un calcio , e spinse rozzamente Da- 
niele per ie spalle , caricandolo d" ingiuri?, grossolane. Il 
povero giovane era talmente stupefatto che si trovò nella 
strada senza sajier ^ome. Samuele si fregava le mani du- 
rante questa bella scena; dette anch' egli un calcio agli 
avanzi della macchina ed uscì. 

Luisa si trovò sola allora nella camera di suo padre, e 
tale era il dolore che 1' opprimeva, che non poteva pian- 
gere , finalmente inginocchiatasi si mise piamente all' o- 
pera di raccogliere i franiurai dell' orologio. Il primo pez- 
zo che le venne fra mano fu una picciola ruota d'argen- 
to, che Daniele aveva messo due lunghe notti a fare e i he 
doveva far muovere le principali corde della tastiera del- 
i'biolo^^io. Tutti denti di questa ruota erano stati infranti, 



e la traccia della malvagità era sì visibile che non si po- 
teva conservare alcun dubbio sulla mutilazione dell'orolo- 
gio. Il primo" movimento di Luisa fu di correre a mostrare 
a suo padre quel pezzo accusatore e a denunciare il col- 
pevole ; ma questo era certamente Samuele ( il suo tristo 
ridere appieno lo provava) e Luisa conosceva suo padre per 
giusto altrettanto che severo. Per un' azione si nera egli 
avrebbe maledetto il suo malvagio figliuolo , scacciato e 
fors' anche battuto colle sue mani ; e Samuele nel suo fu- 
rore avrebbe egli rispettato l'autore de' suoi giorni? No ! 
non eran questi gli auspici sotto i quali ella doveva unirsi 
a colui che amava. 

Ivuisa avviluppò accuratamente la ruota mutilata e la 
fece tenere al povero Daniele con queste sole parole: Mio 
fratello è il colpevole ! Non ho nulla detto a mio padre. 
Addio ! Non vi dimenticherò mai. 

Il dimani cominciarono le piogge e i due rossignnoli del 
pioppo se ne fuggirono. Samuele fece entrare presso suo 
padre . in luogo di Daniele , il bruito uomo che vi aveva 
già condotto. Era desso un ubbriaco ed un brutale della 
sua specie , antico operaio orologiaio , scaccialo per furto 
dal suo primo maestro ; aveva fatta la conoscenza di Sa- 
muele alla taverna, ed il giovane Saunders lo aveva paga- 
lo per andar a distruggere l'orologii^ di Daniele. Lina 
tri.,ia azione era un grande ed inaspettato guadagno per 
questo tristo uomo , ed egli aveva po^ta tutta la destrezza 
nel tagliare i denti della picciola ruota di argento senza 
"uastare le ruote ordinarie, afliuihè la confusione del po- 
vero Daniele fosse più compiuta. Samuele presenlò il suo 
nuovo amico a Luisa, dicendogli che quello era il cognato 
di sua scelta e che desiderava fosse da lei tallo a manto. 
Intanto Daniele l'esiliato ernsl ritirato a Louisville, ove 
aveva piangendo raccontato 11 suo infortunio al buon signor 
Clarke, che mise tulio in rpe;.i per consolarlo , e che gli 
trovò un impiego onorevole Dmule asciugo le sue lagri- 
me ma il suo cuore era sempie infermo. Egli rifece a 
poco a poco col e sue i.uove eci.nrmie il suo orolngio a 
musica, e siccome era guidato da' consigli dell'organista. 
' l'antica macchina non i ra che un cardellino a paragone 
' della jiresente. Daniele non aveva :»llra felicità che di sen- 
, lire la canzone del suo orologio, che lo faceva sempre pro- 
rompere in lagrime: luti" i suoi momenti d' o-io , tutto H 



suo danaio erano da lui impiegati ad abbellire questo mo- 
numento del suo amore e de' suoi rammarichi, l'ero volle 
the il quadrante dell'orologio fosse sormonlato da un ra- 
mo d'argento su cui era appollaialo un rossigniiolo d'oro 
col becco aperto, la g.da gonfia e le ali battenti. 

Tutto un anno passò in tal guisa e Daniele diceva a sé 
medesimo : Ella mi dimentica , quando un giorno final- 
mente ricevè una lettera col bollo di Cleveland. JNoii vi 
erano che due lighe in questa lettera : 

.< Mio padre ha perduto la vista in conseguenza d' una 
lunga malattia. M:o fratello ed il nuovo giovine se ne son 
fuggiti con tutto il danaio della casa. Ritornate» 

Luisa. 

Daniele prese immantinenti congedo de' suoi buoni a- 
mici di Louiiville , e parli portando nel suo sacco il suo 
nuovo orologio. Allorché fu all'ingresso di Cleveland una 
donna, che stava seduta sopra un banco di pietra colla 
testa avviluppata in un bruno mantello , si avvicinò a lui 
dicendogli : 

— lo vi sono venuta incontro, sapendo che sareste ar- 
rivato oggi. 

Luisa era ben cangiata ; le sue guance erano state sol- 
cale dalle lagrime ed il suo sguardo era si tristo che Da- 
niele senti il suo cuore vicino a spezzarsi. 

— Ascoltate, disse Luisa con voce risoluta prendendo 
il braccio di Daniele, voi ritornate in casa sotto il nome 
ili l'alriik, e venite da Nuova Yordc, ricordalevene. Non 
pallate o pure cangiale la vojtra voce perché mio padre 
non deve punto riconoscervi. 

l'oscia, dopo un momento di silenzio, aggiunse : 

— Voi non avrete gran pena a tacervi, poiché la no- 
stra casa è silenziosa come la tomba , e mio padre passa 
delle intere settimane senza aprir bocca. 

Arrivati alla casa Luisa presentò il nuovo apprendista, 
inviato, diceva ella, da uno de" loro amici di Nuova Yoik. 

— Va bene, rispose il vecchio cieco. Daniele non for- 
mò verbo e si mise a lavorare. 

La povera casa sembrava la dimora d' un morto. Gii 
iitf osili eian già irruginili e tutti gli orologi fermati. Di 

vhe Sjnnders aveva perduto la vista, aveva proibito alla ' 

sua figliuola di cariiar gli orologi che nessuno regolava , ' 

e (he passavano tutta la giornata a suonar l'uno dopo ; 

l'altio. l'iivo de' suoi orologi non aveva piìi di due me- ; 

si a vivere. ! 

Daniele a capo di alcuni giorni rimise tutto in ordine; I 

visitò gli orologi di Francia l'uno dopo l'altro, riparò la | 

loro soneria senza che il cieco se ne accorgesse, e li terne j 

tutti [Tonti a camminare alla prima occasione. Luisa lo : 

secondava dii suo meglio , ma ella era sempre trista , e i 

Daniele non osava pailarle della sua nuova macchina per \ 

timore di risvegliarle triste rimcuibranze. Finalmente un j 

giorno il vecchio essendo uscito dalla sua camera ov'era- : 

no gli orologi di Francia, Daniele s'alfrettò a ricaricarli, < 

affinchè potessero suonare mezzogiorno (he si avvicinava; j 

poscia corse a cercare il suo orologio e lo collocò sul i 

cammino, ov' esso brillava di lutto il suo fulgore col suo j 

ramo d'argento ed il suo rossignunio d'oro. ! 

U vecchio rientrò appoggialo sulla spalla della sua fi. | 

gliuola. Tutti gli orologi suonarono all'unisono il primo i 

colpo del mezzogiorno , poscia il secondo , indi il terzo. | 

Il vecihio delle un gran grido. I dodici colpi suonarono I 

insieme. \ 

— Tulli, sciamò il cieco; lutti.... fino a questo fur- \ 
fante di Turco. 

ijl^li era vicino .i svenire dalla gioia. j 

àli ecco che l'orologio a mu>ica, ritardalo di alcuni .se- 
tondi da Diuiele cominciò a cantare : Tioù, tioù, ticii, j 
li( ù, zn, 70, zo, ec. LuLo alla sua volta gridò 

— Che èco, disse Saunders merav'gliato f j 



, — E' r orologio del rossignuolo, rispose Daniele senza 

I contrall'are la sua voce. 

I — Daniele ! sclamò il vecchio. 

i Daniele e Luisa stavano alle sue ginocchia. Il povero 

I cieco abbracciava tutti due da solfucarli, e piangeva sulle 

I loro teste. 

j — I\la come avvenne che il tuo primo orologio non 

ì riusci ? chiese il vecchio. 

Luisa si mise il dito sulla bocca guardando Daniele, 

I — Bah, rispose gaiamente questi, io aveva dimenticato 

di mettere i denti alla ruota principale... Null'altro che 

i questo , se vi piace. Se vi avessi consultato maestro, noa 

' avrei ( ommesso questo fallo. 

I — Taci dunque adulatore ! disse sospirando il vecchio 
I orologiaio , tu sei piii valente del tuo maestro I Io non ho 
i mai potuto domare (luesto furfante di Turco ! 
I ( DjI francese ) Albert(J Aubert. 

i La maggior parte de' popoli antichi non avevano tombe 
propriameiiie dotte; e^si bnn iavano i morti, le cui ceneri 
eraii confidale ad un' urna che poteva faciiiiienie traspor- 
tarsi da un luogo all'altro. Presso le nazioni che hanno 
seppellito i loro morti e li hanno confidali alla terra , la 
forma delle sepol'ure ha molto variata. Gli librei scava- 
vano ordinariamente i loro ncfjli scogli ; il che fere che 
Abramo comprasse una montagna in cui fece praticare 
una caverna per servire di sepoltura alla sua famiglia. 
Quando le tombe degli Ebrei erano in rasa campagna, le 
coprivano d' una pietra tagliala affinchè que'che passavano 
non le profanassero toccandole. La parola sepulcrum ser- 
viva presso i Romani a designare eziandio il luogo ove 
si collocava un cadavere ed anche solamente le sue ceneri 
(]uando era stato arso. Nulla ha più variato d'allora 
in poi, secondo i tempi ed i luoghi, della forma, del carat- 
tere e della materia de' sepolcri. I Faraoni d' Egitto sono 
quelli tra luti' i re , i quali hanno attaccato maggior im- 
portanza alle loro tombe , e vedendo ancora oggidi in- 
nalzarsi nel deserto quelle enormi piramidi, costruite eoa 
si enormi spese per ricevere un poco di polvere , non si 
saprebbe, dopo un giusto e primo moto d' orgoglio eccitato 
dalla potenza deli' uomo capace d' una simile opera , far 
taceie un sentimento di pieià per l' essere debole e vano 
(he ha fallo scorrere tanti sudori e consumalo lanle forze 
in sifFallo scopo. A'ciini popoli indiani nell' America danno 
sepoltura a' loro morii in grandi vasi di terra colta. AI 
i\Iessico si è scoperta una immensa caverna (he ha servito 
aiiticaiiiente di .sepoltura ad un migliaio di cadaveri cir- 
ca , non Kià ammassati gli uni sugli altri, ma seduli e di- 
visi per famiglie , poiché vi sono, per ciascun un gruppo, 
da 8 a IO individui di ogni sesso e di ogni el.à, ben con- 
servati , e vestiti di stofle [il cui una parte indica un tes- 
suto d' una finezza e d un lavoro, che non ha potuto esser 
r opera di popoli indiani nello stato d' incivilimento in cui 
si trovavano all' epoca della scoperta dell' America. 

Il sepolcro è per ciascun di noi la fine di ogni cosa ; 
essendo egli sempre mestieri giugnere ad un h:c jacet. 
Non può imaginarsi quanto qi;esla considerazione può 
essere alle volte salul,-irc a quello che la fa a proposilo, e 
di (pianìa rettitudine può essergli maestra nel cammin 
della vita. 



( Fedì la figlila al muaeio antecedenìe ). 

Eschilo , Sofocle ed Euripide , i soli tragici greci del'e 
ciii Iraged-e ci sien pervenute parie , han lutti e tre, cia- 
scuno alla lur volta, iratlato l'emiuentcmeute tragico sub- 



PITTORESCO 



85 



.^ 




^^- fC 



bietfo dell' Oreste. Esso presentava un fanciullo il quale, 
sfuggito al parricidio materno penile dalla sorella inviato 
secrelamente alla corte di un congiunto , fatto finalmente 
adulto ritorna alla reggia paterna accompagnato soltanto 
da un incomparabile modello di amicizia, e quivi ha piena 
vendetta uccidendola madre e 1' adultero suo : vastissimo 
campo ove la mente di fervido poeta poteva a beli' agio 
spaziarsi e rifolgere di vivissimo splendore in tanta bat- 
taglia di affitti or teneri ora crudeli. A questa semplice sto- 
ria del personaggio , aggiuntevi poi le religiose credenz.e 
dell' epoca , quali quelle che i parricidi erano dati in preda 
alle Furie , ha fornito un novello subbiftto ad Eschilo su 
cui ha svolto l'altra sua tragedia delle Eumenidi. 

Eschilo a lunque nelle C' efore ossia le [lorlalrici delle 
libazioni (che sono donzelle del seguito di Clitenaesfra ed 
amiche di Elettra ) le quali giusta il costume portano li- 
bazioni alla tomba d'Agamennone , Oreste accompagnato 
da l'ilade si prest-nta innanzi al palazzo dtHa regina come 
inviato da Slrofio re dilla Focidc ad addur la novella della 
sua propria morte ; e, fingendo non esserle nota Clitenne- 
itra , si scusa di venir obbligato a fare si spiacevole rac- 
conto. La regina freddamente riceve tal nuova , ed impone 
eh' ei venga menalo là dove gli stranieri hanno albergo. 
Egisto, avutone contezza, va tosto a visitarlo per assicu- 
rarsi della verità del fatto; ed Oreste all'entr.irc lo ucci- 
de a colpi di nugnaie, (jtjm.e dato il mortai colpo presen- 
tasi sulla soglia Ciitennestra; egli l'obbliga ad inoltrarsi per 
esservi da lui trafitta sul corpo del drudo ; quella per muo- 
verlo a [liit.i ed affinchè non la uccida gli sciqjreil seno ricor- 
dandogli ch'egii una volta sonnecchiando nesuggeva il latte; 
ma, tutto è indarno, Oreste la trascina e compie la sua fatale 
vendetta. Per altro troppo spaventevole spettacolo è quelln 
di un fig'iiiolo che con preiuedita'o disegno strascina ad 
uccidere la (Copria madre, ed avrebbe cagionato orrore an- 
che al pili indjrito nel delitto ; laonde il poeta avea d'uo- 
po di quali he spediente aliine di poter giustificare in al- 
cun modo la snaturata condotta del suo protagonista. Però 



finge che x\pollo sfesso abbia spinto Oreste al parricidio, 
facendolo sdamare in tal guisa prim > di aver compiuta 
l' opera : « E' il Dio medesimo che m' incoraggia , desso 
» mi tuona dal [irofondo del cuore , annunciandomi rru- 
» deli tormenti se gli assassini del padre mio non muoian 
» siccome lui. L'ombra sua compresa dal dolore si ven- 
» di(herà di me s' io tion farò de' suoi uccisori aspra ven- 
» detta , della quale l'oracolo promette anticipatamente 
. una consolazione a' nostri nemid, vaticinando ch'io ne 
» sarò punito. Il mio corpo verrà trafitto da mille dolori, 
» le mie carni saranno da orribile lebbra consumale. Ma 
» che dico io mai ? Se noi vendico, l'ira paterna scoppierà 
. su me con ben altri eil'etti. Apollo gà il vede scuotere 
, il capo nelle tenebre e lanciar furiosi sguardi. Le om- 
j bre de' trucidali eroi s' attaccano come dardo a' mortali 
.. da esse perseguitati ; i\ella notte li destano colmandoli 
„ di falsi terrori , e con acuta punta di bronzo sembrano 
,. straziarli. In tale s' 'o si è escluso dagli altari, respinti 
.. da'sagrifici. Mi accompagnerà dovunque 1' invisibile fu- 
.) rore del padre mio da cui ninno polla libera» mi ; odia- 
» to , disprezzato dagli uomini sarò costretto a p-iiremi- 
,. seramente. Io debbo aggiustar fede alla sue minacce , 
u e quand' anche noi volessi , sono in obbligo Ji vendi- 
.. care Agamennone. Tutto mi vi spingo , gli ordini del 
» cielo, la tenerezza per un padre, l'obbrobbno e l.i miseria 
.. in cui noi siamo, e da ultimo la vergogna di mirar tanti 
,. illintri guerrieri, dal cui valore Troia fu distrutta, soggio- 
.. gali da un'adultera donna e da un mortale ancor più 
,> vile d'una donna. Quell' ellemminato assassino lo pro- 
„ vera ben tosto ». — Coa'i calmato alquanto l'interno af- 
fanno , e palliando coli' idea di eseguire un ordine divino 
r orrore che gli cagiona 1' allentato che va a commettere, 
Oreste si accinge alla vendetta , ed appena compiutala le 
„ t'urie I incalzano. La persecuzione di esyj forma il subbielto 
Q delle Ivimenidi che non è (|ui nostro assunto il riandare. 
?| Neil' Elettra di Sofocle, Oreste e Pilade si dicono ezian- 
O dio Focesi e nunzii della multe del primo , le cui cencfi. 



8G l' omnibus 



raccolte per tura di Slrofio, fingono di portare in un ur- O sce indelebilmente nell'animo di lui e che ninna legge li- 
na ; e questo disegno e il modo di uiiidere il tiranno è a mana può giungere a strappare, giidano ad alta ^0(e e lo 
stalo da essi risoluto innanzi al palazzo di Egist», quasi non W forzano a seguirne gì' impulsi, tranne l'eccezione che sof- 
avessero dovuto e potuto fallo prima e in luogo sicuro. E- H fiono tiilte le cose. Le leggi che Roma modellò sulle gre- 
let ra e Crisotemi tsi on sole e prima del giorno a lamen- M che e che la recarono a quell' alto grado di potenza e di 
tarsi sulla strada dtllt- loro miserie e a ragionate delle so- k splendore per la sana fllo^^Jfla con cui sono svolte , e don- 
spirate vendette contro la madre ed il tiranno Le dame ^ de tutte le nazioni avvenire hanno attinto siccome a fonte 
di Mcene , loro conliiienti e che formano il coro , riman- jj inesausta d'umanità, di virtù e di giustizia nella dfesa 
gono sulla piazza per tutta la tragedia ad essere a parte S( degli umani dritti , ci. mostrano 1' uomo della medesima 
de' più impoi tanti secreti de' (irincipali personaggi. Cliten- « natura di quale l'è ogg di , conciossiachè le leggi sono lo 
nestra viene anch'ella sulla strada ad altercar con El' ttra, M specihio delle tendenze d'una nazione, e que.ie leggi e- 
ed ambedue si dicono st<)maclie\oli ingiurie (he appena si H ran le medesime di Solone e di Pericle ec ; tacendo di 
pronunzierebbero ne' [liù reionditi Imiglii. In tale ajiparato S Dracone , che ne dettò delle ferree, perchè a comprimere 
Clilennestra I iceve il messaggio de fiuti focesi. Oreste intan- a la depiavazone de' costumi cos'i abbisognavano Intanto, 
to , sendochè Egisto sta lontano , incomincia dall' assassi- S come ci dipingono i loro eroi gli autori greci? Ferocie di- 
nar la madre perseguendola nell'interno del palazzo, ove H sumani all' eccesso , ignari di ogni principio di umanità, 
finalmente la uccide, incalzato a ciò dalla voce di Elettra, |l ptrtinai i neile vendeite , ingordi del sangue del proprio 
the gli ^lida dalla strada: jj s'imile , ambiziosi , irascibili, spregianti di virtù, derisori 

lìaddoppia i colpi . se puoi ec. | '^'' ^''f^ '"'i'"*^ "f" '^'^'''^ P'!} nefande enormezze che pos- 

" '^ SS sa rendere odioso un e>sere della specie umana, e che pur 

poscia tornando sulla piaz/.a s'imbatte in Egisto che viene || tutte in un solo non possonoveniraccolte.Uisiftalta tempera 

da un viaggio o dalla campagna, td egli, avventandosegli a <ran formali gli uomiiii che tutto un poj.olo venerava in 

so()ra, compie traiiijuillaiuenle la sua vendetta senza (he S vita •■ dji dopo morte innalzava altari e sacrificava oflcite. 

alcuno sorga in dilesa di Egisto. Qui Sofocle , imitando II Ma Espililo che il primo introdusse le forme tragiche sul 

l'^schilo, ha cura che Oreste si giustifichi fin dalla prima ^ teatro avea preso a modello l'Iliade d'Omero, ed i tipi pre- 



scena del pariicidio che va a commettere , dicendo e.vservi |1 si ad imitare era primo Achillee forse forse secondo .\iace. 

dere n l'er altro s'i Eschilo come Sofocle ed r.uripide sentivano 
che, quella duplice uccisione, è in qualche modo un atto di p quale dovess'esseie 1' uomo , (piali obhbghi quali doveri 



spinto da Apollo , e non tralascia di far ben comprendere n i*"^'' ^Itro s'i Eschilo come Sofocle ed r.uripii 

che, quella duplice uccisione, è in qualche modo un atto di p quale dovess'esseie 1' uomo , (piali obhbghi (, 

religione e di obbedienza agli Dei. |j gli venissero ingiunti , ipialì sentimenti dovesse nutrire: 



Euripide nella sua Elettra fa parimente dichiarare ad M ce lo mostra chiaramente la mendicala si usa del |)rotago- 
Oreste come per obbedire all'oracolo di Apollo intraprende f| nista d'essere spinto dal Nume al matricidio, e la di.<.pera- 
a vendicare la morte del proprio padre, e, presentatosi ad ^ zione che lo coglie dopo aver commesso il delitto. Bla tra- 
Egisto sotto il nome di un Tessalo, lo uccide nel momento in f| lasciando l'indole di Oreste che più ad un assassino con- 
cui quusto è intento a fare un sacrificio alle ninfe ed a con- S viensi (he ad un eroe, e venendo ad Elettra come mai 
templare le palpitanti viscere dell'immolalo toro. Le guar- fj può daisi in donna , timida per sé slessa , tanta fecocia e 
die assalgono Oreste, che, secondato da Pilade, giimge a te- *? tanta iniquità da spingere freddamente e senza posa un 
nerle in rispetto e a persuader loro esser egli il legittimo |Ì fratello a bagnarsi nel sangue di chi lore dette la vita ? 51a 
re figliuolo al defunto e trucidato Agamennone, venuto non || quella avea uaiso il padre loro, consorte a lei! — E perciò 
già a suscitar la guerra ma a vendicarlo. A questa di- u restava per avventura cancellato il benefizio della vita ri- 
oùiarazione le guardie abbissan le armi contro terra ; un y. ceviilo :' — Ma la storia ? — La storia non fa inenzio- 
vecchio s'avanza, e, riconosciuto il principe, immantinenli O ne di ciò nemmeno a" tempi loro liie soli sei secoli 
\ien coronato ed in mezzo alla (nibblica gioia condotto al & can corsi dell' avvenimento del fallo. — Ma il gusto dei- 
palazzo della regina. — Elettra sa per un messo 1' ne- U l'Epoca.' — Questa, fu sola questa la cagione che gl'in- 
cisione d' Egisto , che Oreste medesimo viene a confermar- P dusse a vestir della forma di un vile carnefice un figliuo- 
le. Ambedue prol.samenie poscia combinano il modo di Ij lo di re famoso e polente, di quelle d'unaMegeia anzi di 
uccidere Clitcuneslia, e mirabile è tanto in questa tragedia ^ una Furia una donzella ; mentre era dovere di ipielli che 
di Euripide quanto in quella di Sofocle l'animo feroce di li presentavaii sulle scene lai tragici falli destii [lar dal cuore 
E ettra che non si rista mai dallo incitare il fratello a lom- 5 di un popolo l'inclinazione pel 'Sangue e per la ferocia e ri- 
luettere il parricidio. Viene Clilennestra per un' impostura K tornai lo a' sacri sentimenti d' umanità e di virtù. Questa 
di l'Elettra senza saper nulla della morte di Egisto ; Ore- n niissione, mi si dna, era ingiunta agli autori delle corame- 
slese le dà a conoscere, e dopo averle amaramente rim- 8 die non a quelli di Tragedie, il cui obbligo riducevasi ad u- 
provcrata l'uccisione di Agamennone , da spietato 1' uc- S na semplice presentazione di un fatto eroico ed a commuo- 
iide, confessando per altro non aver egli vendicalo il pa- n vere l'animo degli spettatori. E quelli in vero adempievano 
dre e le sue proprie sciagure se non col più abbominevole ^ a questa missione, scagliandosi acerbamente col veleno della 
delitto. Bellissimo è in questa tragedia il carattere di un J0£ satira contro tutti e su tutto , non la perdonando a niuuo; 
vecchio contadino da Egislo , per avvilirla , dato in i'^pnso « ^nzi si vide scopo de'suoi morsi la più inalterabile integrità, 
ad lìlettra, il quale, rispettando in lei il sangue del re de're. Il « l'apice della perfezione che possa darsi in uomo. E si 
non usa con lei de' maritali drilli, e la rispelta e venera co- ^ dissero tipi di pei lezione le greche Tragedie soi [lerchè po- 
me a principessa conviensi. M chissirai, le cui opere andaron perdule, s' avventurarono a 

Fin qui gli autori greci. Essi avendo nella Tragedia p calcare le orme di quei tre; conseguenza forse delle conli- 
solaiuenle (ler iscopo di destar nell' animo degli ascoltatori, W nuate guerre e dei mali in cui queste immersero la culla e 
e più pen Ile coj'i la tendenza dell' epoca imponeva, lo spa- ^ la sede d'ogni dottrina '^ Ma può esser perfetta qualsiasi co- 
vento ed il terrore, ad otte nere il loro intento, secondo Ira- i| sa sol la prima volta tentata ? 

spare da' loro capilavori, calpestavano e lacevan tacer^' fino |l Veutidue sei oli erano scorsi da che il coturno alternava- 
il grido del sangue ed i più santi doveri della natura. \.' no- " si sulla scena collo scurrile socco quando qui in Italia sur- 
iiio può bene per la diversità dei 'ostumi dellt varie na- p geva un aeiiio, Vittorio A fieri, cui solo era dato informar 
zioni , divenute per lungo uso r.bitiidini in lui e però se- JS la vera Tragedia che conviensi agli uomini di tutte le età, 
conda natura, parei vano in diversi punti della terra ; ma « di tutte le nazioni , di luti' i costumi. Dotato di un' anima 
ciò avverià solo relativamente e n n mai direltamente , jf teiiipr.Tta a nobili sentimenti, ei se()pe giustamente valiila- 
(jeraucLlic j^li ail'ctli i doveri, che una mano divina scolpì- H re l' indole della Tragedia che doveva fondant , « poscia 



^ 



87 



&^ 



dÌM'ii r tipo ; Vide rome l' iTolcn doveva esser penncl'ef;- 
siilo, e je (lese risse vizi in tutta la loro oriihile deloiiiiil-i, 
dejtrisse eziandio virtù in tutta la loro seiiipli(e e uiae 
stosa he iezza a caratteri ben proininriati [icrdié (lolessem 
di leg^inri venir tonfiisi , e ^\i uni apparir le altre e (ire- 
ste qni-l i, inetlendo (rudelmente in miniale ogni ximolo 
di SOI ie'à e di natura. Oitre a ciò non lei e la Ida di \in sol 
colore , ma mettendo a contrasto il vizio e la virlii, e spie- 
gando piinamei.fe tulle le laidezze del [rimo e le liell zze 
della seccnda, avviliva quello ed esaltava questo. Ki lesse, 
Stud ò , analizzò ^li autori greci , ne sceveiò il huono dal 
tallivo, ne roiiohlìe il falso, re ammirò la semplicità : ma 
senza imiifversene , senza imitarli , si mise alla prande o- 
pera di fondare un tiuuvo teatro , e dopo lunf;he fatiche e 
stenti , dfipo infiniti ostacoli, che l'invidia e l' ignoranza 
oppongono mai sempre al genio , giunse a stabilirne alla 
perfine le salde fondamenta. 

Quinta tragedia che la sua ferace immaginazione con- 
Cfp va alla lettura di Seneca e «he poscia ccn alacrilà sten- 
deva era 1' Oreste. In essa non vi trovi già la ribultante 
orridi'zza , indegna pur d' una tigre , d' un uomo che 
tranquillamente e con ponderato disegno va a pugnalar la 
madre; non la donzella, spogliatasi dell'ordinaria timidilà 
e vevtilasi della ferocia delle orde selvagge, incitar aìlri al- 
l' eccidio V ni.n una madre iufaras the sionosie ogni ritdce 
sentimento dell'amor matt'ino, ni f sibbene vi trovi l'nnmo 
spinto dall'a-nor filiale ad uccidere l'assassino del padre suo, 
rhe ha orrore deila madre pel delitto da lei commesso, ma 
che pur ne sente a prò suo 1' inestirpabile afl'elto , e (he 
se 1 uccide. Ciò avviene solo nvclont^riamenta, e per con- 
fusione e foga dell'ira : vi trovi la fanciulla angosciata pel 
parricìilio della madre , e per la continua vista dell'assas- 
sino 1 he non fa se non colmai la di disprezzo e di affanni, 
Hia non snaturata al si gno di agognare la morte di Ila ge- 
nitrice ihe anzi compiange: questa v ai illante Ila riivirsi 
affetti e oppressa dal peso d'inesprimibili pene, non sr. vra 
di rimorso e di amnr materno, rome è espresso da FJetlra 
nella scena 1^ del'alto '2 "allori he Oreste 'e chiede noti- 
lie della madre, con queste parole : 

Ah I tu non sai , qiial vita ella pur Iragge... 
Fuor (he d' Alride i figli , ognun pietade 
Me aviia.. L'avremmo anche pur troppo noi. 
Di tcrror [lii na , e di sospetto sempre ; 
A vii tenuta dal suo Rgisto istessu ; 
1)' ligisio amante amor «he iniquo il sappia ; 
IVnIita , eppur di rinnovare il fallo 
<-apace forse , ove la indegna fiamma 
Di cui si adira ed arrossisce , il voglia : 
Or madre, or moglie, e non mai moglie e madre: 
Aspri rimorsi a mille a mille il «ore 
Squarcianle il d'i; notturne orride larve 
Tolgonle i sonni — F.cco qual vive. 
Ed all' imhiesta di lui se si può far conto su lei nel gran 
colpo che stanno meditando, Elettra colla sua risposta : 

Ah nulla. 
E nihè fra' 1 viz'o e la virlude ondeggi 

S'attiene al vizio ognora. i 
mostra pienamente il carattere di CI fennestra. 

Il pentimento, e l'amor .materno di costei son pnre di- i 

pmti a più riprese in tutto il corso della Tragedia, rome i 

nella <c na I.* dell' atlo piimo quando vuol farsi rompa- : 

gna ad [iifitra nel visitar a tomba d Atnde, da cui la li- ! 

gliuola la d'ssmde con amari rimproveri s'i , ma «he j 

pur son diretti solamente al debito di cui si è manhiata i 

anzi che alla sua qualiià di madre, ella le risponde umil- ; 

mente «ome a severo giudice : \ 

G à in vita tutt' i rei tormenti io provo I 

Del tenebroso .Sverno. U colpo appena \ 



1 pilla man mi sfuggia, che il pentimento, 

r Tosto, ma lardo, mi assalia lieuitndo. 

Dal punto in poi, quel sanguinoso aspetto 
I F. giorno e notte ornbilmenle sempre 

j Sugli ocihi stanimi. Ov' io pur muova, il veggo 

j Iti sanguinosa striscia atro .sentiero 

l'recedendo, segnarmi : a mensa, in trono , 
! RIi siede a lato : infra le acerbe piume, 

I Se pure avvien «he gli ocihi al sonno'io chiuda, 

losto, ahi tirnbil vista ! ecco mosti arsi 

Nel sogno 1 ombra; e il già squarciato petto 
\ Dilaniar «on man rabida, e ti jrne 

i l'iene di negro sangue ambe le palme, 

F. giltarmelo in volto. — .\ orrende no'lti, 

ÌDi solfeniran più orrendi : in lunsa morte 
Cos'i meo vivo. — figlia (qual ih' io sia 
Mi sei pur tale) al pianger mio non piangi ? 
Elcf. l'ialino .... SI ... piango ... 

j L' amor materno rifulge di tutta la sua luce nella sce- 
na 4,.^ del' alto 3 " rìoj'o (he Oreste e l'ilade fintisi am- 
basciadori di Slrofuj le hanno data la notizia della morte di 
j Oreste , ed in cui questi per .esalar tulio lo sdegno suo si 

compiace di straziarla In mille modi. Ella dice ; 
j Figlio infelice mio ! .... Figlio innocente 

I Di scellerata madre ! ... Oreste, Orerìe.... 

! Ah più non sei ! Fuor del p.ilerno regno 

I Dj me sbandito, muori ? E^^ro, deserto, 

j Chi sa, qual morte ! . . E al fianco tuo , nell' ore 

= Di pianto estreme, un sol de' tuoi non v' era ? 

! Né dato a te di tomba nnor nessuno. .. 

\ Oh destino ! Il fi^buol del grande Atiide, , 

j Errante, ignoto, privo d' ogni aiuto... . 

; Né madre, né sorella col lor pianto 

I Lavaro il morto corpo tuo ! .... Me lassa ! 

I Fii;lio amato, mie man non ti prestaro 

I E ultimo ufGiio, chiudeniioli i lumi 

I Moribondi. — 

I Per altro il rimorso «he di continuo la martella , assa- 
I lendula tulfad un tratto, la fa continuare sclamando: 
i Che diro ? rran mie inani 

l Da tanto ? amor del sangue del tuo padre 

! Lirde e fumanti, dal tuo volto, Oreste, 

I Le avresti ognora, e con ragion, resp'nte. 

i Oh di madre men barbara tu degno ! ... — 

! i\1a, per averli io il gemtnr svenalo. 

Ti son io madre meni? ah! mai non perde 
t Natura i dritti suoi .... l'iir se il destino 

Te giovinetto non fogliea, tu forse 
(Come predetto era da oracol vano) 
Hivolio avresti nella madre il ferro ? 
E tu il dovevi : inemendabil f.illi) , 
Qual mano altra punir meglio il pofea .' 

L'amor materno la comprende sì che le fa desiderare 
Oreste rivivo anche a costo di dover coni[iiere l'oiacolo, 
e la fa prorompere : 

Deh ! vivi, Oreste; vieni, in Arjo Torna, 
L' oracol compi ; in me, non una madre, 
IMa in qua donna, che usurpò tal nome 
Tu svenerai : deh ! vieni ... Ah più non sei... 

A sfrano contrasto nel carattere di questa donna si ag- 
giunge poi a' belli sentimenti del pentimento del rimorso 
e dell'amor materm l' indomai). le affetto (he nutre per 
Egisto, quantunque conosca che solamente per i7ccupare li 
treno egli abbia finto d'ama'la, i he ottetiu'o l'intento 
abbia deposta la masi hera e si sia mostrato lin tutta l'esten- 
sione de le sue nefandezze, che la disprczi , e che infine 
solo perchè sicuro del non poter ella tramar niente conir» 




o 



di lui le lasci la vita. La varietà di lanli afFetl. consHinti 
insieme e la loniinua batla^lia in lui .stanno Ha loio, lan 
si che il neisonassio di Chtennestra indnca nel lellore o 
spettatore, anziché terrore ed ira, (ompassmne , solo el- 
<etto che doveva e poteva produrre una incauta donna 
trascinala al delitto dalla vanità e dalla debolezza. 

Egisto , modello del piìi consnniatn infame ed eRoista , 
che tutto sconvolge sossopra ad ottenere il proprio utile, si 
mostra lutto quanto sia ad ogni pie so.spinto. 1 mudo e vi- 
le perche reo, si fa corona di minacce e di punizioni per 
rendersi temuto, ed ottii^ne l'intento congiunto al disprezzo 
universale. Incitatore di Clilennestra al parricidio, la ram- 
pogna continuamente con amara ironia sul commesso delit- 
to ; sì die .pulii misera donna che ha tutto sacnhcato ad , 
Amore non ha in controcamhio se non disprezzo e crudeli « 
rimproveri. Allorché ascolta la nuova della morte di Ure- j 
ste, apre il cuore ad illimitata gioia , pNchè lii.ero alhne | 
di chi poteva ronlrastargli il trono; questa s' aumenta at- 
lorquando sa di averlo in sue mani, potendo rosi sbnimare , 
la sua sete di sangue nella vista del .suo supplizio ma la e j 
di poca durata, pei che qucll in cui più fida\a ed a cui a- ^ 
veva commessa la custodia di Oreste, stanchi del suo gio- ^ 
fio , sciolgono 1 lacci di quello ed insieme al jiopolo gli , 
dan mano a compiere la sua vendetta. Kg'slo vile come 
ogni tiranno piange allorché Oreste gli piomt.a addosso pei 
trafiggerlo : 

Piangea il rod.irdo, e vV\i m'emplea di raldi'a 
l^)u<l pianto infame. Ahi padre! Uom, chenon osa 
Morir, ti uccise ? 
O.psIp, giovine, ardente , ollrrmndo coraggioso , tulio 
pieno deli' idea della vendala die deve co npiere , crede, 
cera' e costume della giovenlii di veder tutto facile, poter- 
la ottenere col sol mostrarsi . fidando nella giust.zia d^i 
suoi dritti, e si espone al risihio di perdere la vita senza 
ricavare alcun frutto del suo viaggio per la sua troppa pre- 
cipitazione, se Pilade , 

senza esempio al mondo unico amico ! 
non fareste argine colla grandissima prudenza ond' è do- 
talo al bollore da cui 1' altro è tutto ingombro, e noi per- 

suadesse che 

con l'arte, 

l'ria che col ferro la viltà si assale. 

Per altro tanto Oreste quanto Pilade ed Elettra son vlr-. 
tiiosi, non scellerati come gli autori greci si son piad^ti di 
dipingerli La m-nzione che fa Alfieri nel personaggio di 
E£;isto di mandar Elettra sposa d,l piii vile de' suoi servi 
potrebbe per avventura esser presa da lui dall episodio 
Ili Euripide d averla già fatta consorte d' un vecchio con- 
tadino-, ma sempre arreca meno nausea il veder accenna- 
ta solamente una vilissima rosa da farsi, la quale poi non 
ha elTelto, che di vederla già fatta. _ 

Il matricidio avviene naturalmente ed involontario si che 
non si può accagionare chi lo commette di snaturatezza, e 
si ha nello stesso tempo la punizione del misfatto . men- 
tre al paragone l'indtamento dì un Nume a commettere un 
opera eserranda ragiona dispetto ed orrore. E perdie quan- 
do il nume lo spingeva al matricidio non aveva tor/a di 
liberarlo dalla persecuzione delle Furie- Ma qui Esrhi- 
lo , Sofocle ed Euripide si .sforzano a far credere che 
Apollo spinga Oreste all' assassinio a solo fine di esser 
perseguitato dalle Furie. Eran pure i grandi bricconi quei 
Dd pagani <he si prendevano tale specie di sollazzi ! — 
E venendo a' costumi di quell'aurea età (aurea per in- 
cesti, seddziotii, tirannidi, e mille altre bellezze di simil fat- 



ta) conceduto anche che i re (non però i tiranni) non fos- 
ser circondati da quell' apparato di grandezza di cui l' in- 
civilimento li ha latti belli, e si potesse pervenire ad e.ssi 
senza molta dilhcollà, reca forte meraviglia il vedere che 
quel babbeo di Egislo , il quale stava in coniinuo timoie 
della vita, si oliva solo ed melme (tranne die in Euripide, 
ove quantunque Egisto sia circondato da soldati , pure 
questi assalgono solamente Oreste quaud egli ha compiu- 
ta con tutta tranquillità la sua vendeila, il che se non e del 
tutto possibile è almeno probabile in gran parte ) acolpi del 
fi-liuolo di quello da lui ucciso, quasi losser moiti tutt i suoi 
satelliti e prezzolali. — L' Egislo d' Alfieri e vile si ma 
dotato di quell'astuzia e di qudle preveggeuze dettate dal 
timore, sempre parato a qualunque contrario evento, e pe- 
rò al primo veder discordi fra loro i due amici , conce- 
pendo sospetto di menzogna, coin' è costume di ihi ha 1 a- 
nimo leso, ordina che veugan posti prigioni affine di trar- 
re il vero da essi. Ma la sode .he sempre arride a per- 
versi fa che un'amante sorella , cui pieine forte conser- 
var l'ignoto del fratello, oda per isbaglio che questi venga 
trailo "a morte (e qui si noti l'alta mente del poeta) e col 
rimproverare, irrompendo, alla madie .he vel faccia an- 
dare tranquillamente, cangia il sospetto del tiranno in cer- 
tezza , ed è cagione delia vera sentenza di morte del suo 
germano l.a ingiusta condanna di co.slui, e l'opprimente 
giogo dd tiranno fa die i suoi propri satelliti se gli ribel- 
rino"ed obbediscano al suo rivale, che pur era loro legiltimu 
sovrano, col qual mezzo ei giunge ad avere in mano il suo 
nimico ed a trucidarlo. Qual e lunai il vero Egisto . o 
i meglio quale ha mai potuto essere? 11 tnpbce greco o 1 u- 

nico italiano? , • , 

\ A por fine a queste nostre parole basti d re che Io sfo- 
: po prefissosi dagli autori gred era il destar terrore, quel- 
' lo dall'italiano il ritrar la natura L'epoca ed il gii, to dei 
, contemporand imponeva il primo a' primi; il cuore ed il 
S genio il secondo al secondo, di uni .son grandi ed a buon 
\ dritto meritarono la venerazione di tanti secoli per averne 
^ segnato le tracce della tragica palestra , che poi "'eolie 
I più lardi da grande ingegno divenner sola norma dellar- 
5 le drammatica, quantunque quo medesimi da cui venne- 
ro attinte queste regole le avessero spesso tradite, ed aHe 
'tre famose unità sopperito vergognose duplicità, ma < he 
r infanzia dell'arte, l'austera semplicità e la maesto.sa bel- 
lezza del lavoro di leggieri fan perdonare : l'altro e pur 
grande e come profondo conoscitore del cuore umano e co- 
me avaro d'ogni prolissità e snervatezza. 

Gaet.\nci Torelli. 



La quercia e la vite. 

Par la quercia andando in alto 
Alle nubi dar assalto, 
l^Ia quai frulla è dato córri? 
Solo ghiande buone a' porci , 
Quando invece 1' umil vite 
Èva reca saporite. 

Da dò Impara qual mercede 

Spesso dà chi in allo slede. 

La fama 

Gianni a Cerco il primato contrasta 
Con dir : Godo di fama più vasta ; 
E a lui Cecco : Di a rae qual ingombra 
Se più spazio la fiamma o se 1' Ombra ? 

L. C.\r,RKB. 



s?^. 



Tipografia dell' OMNIBUS 



Direttore proprietario: V. TORELLL 



UopoU 2*i agosto 




ili 



= 2lnni> Settimo 



mi 

©tootòì M." 



12 



UN FOGLIO GUANA 5. — UN SEMESTRE 1.30. — I'n' ANNATA 2.60. 



PER t' ESTERO l'M ANNO 3.60. 




^'acc- ^ afTì c/i t^.^- Uà-. 



>; 



Non è fantasia italiana rhc non s' arrenila all"a«ppllo 
delle venete mannificenze raccolte ed agj^iiippate intorno 
a San Marco. Roma stessa , oserò dirlo , non ha liiofjo 
che più vivamente m'abbia tolpilo d'ammirazione: là 
f una gloria antica di cui posano le reminiscenze su ru- 
deri; qui una gloria recente che par vivere ancora sotto 
le volte dell' augusta Basilica e sotto gli archi del Palazzo 
durale. Rgli è qui che può formarsi un' idea della poten- 
za veneziana ; qui dove bri.lano i mai mi , le colonne , i 
bronzi del soggiogato Oriente , e sventolano le bandiere 
ricordafiiii delle conquiste di Candia, Cipro e Morea, quasi 
soffiasse ancora quel vento the le adduceva altre volte 
alla vittoria. Dal fondo della magnifica piazza quadran- 
golare e di quei celebri portici denominati Procuratie , io 
ini fermai estatico a considerare la facdala di San Mar- 
co. Al vedere quel grandioso miscuglio d" araba e greca 
architettura, la mia immaginazione riconduceasi ai secoli 
in cui soli i Veneziani possedevano il commercio delle In 
die , mentre le loro navi riposavano vittoriose e padrone 
in tutti i porti dell'impero di Costantinopoli. Delle loro 
ricchezze diventate incalcolabili , s' incontrano i segni ad 
ogni passo : esse, ove un ingegno presago delle future ri- 
voluzioni avesse suggerito a que' repubblicani di utilmente 
adoperarle, sarebbero valute a rendere anch' oggi Venezia 
una delle p ii fiorenti città dell' Europa. Se il veneto Se- 
nato avesse dorrtandafo ed ottenuto dai Soldani d' Egitto 
f'I che era facilissimo per 1' amicizia che esisteva fra i due 
Governi e pel vantaggio reciproco che ne sarebbe ad es- 
si derivato) il permesso di riaprire la comunicazione the 
anticamente era sfata praticata tra il jMar Fiosso e il Me- 
diterraneo , il Capo di Buona Speranza o non sarebbe sta- j 
fo scoperto , o poco conterebbe che lo fosse ; e il com- , 
mercio dell' Indie rifluirebbe 'ulto per la via più spedita ' 
°6i nostri mari , facendo dell' Italia e de' suoi porti l'era- i 



I porio delle sue merci e il centro delle sue speculazioni. 
Do fine a questa digressione p-r incominciarne un al- 
I fra Le ossa dell Evangelista che ha assoi iato il suo no- 
\ me a tutte le glorie della repubblica , vennero nel! otta- 
i vo secolo trasportate dall' Oliente a Venezia. 1 calilh del 
\ Cairo per adornare il loro palagio in Alessandria, ponea- 
\ no a ruba le chiese de' Cristiani, spogliandole dei marmi 
! e deli arredi preziosi. Simile profanazione sovrastava al- 
\ la .appella in cui posava il corpo di san Marco. Atterriti i 
' sacerdj'i che la custodivano , cedettero alle islanti pre- 
ghiere di due veneti raercadanti che volonterosi oi}' 'i^"*' 
di portare alla loro patria le venerande reliquie. Dilfi-i^e 
I era ascondere ai cristiani d' Alessandria il P'o /urto ; d.fh- 
i Cile l'occultarlo a' doganieri saraceni , che diligentemente 
ogni cosa che della città fosse escita frugavano. Ricorsero 
pertanto i Veneziani ad uno spedimte assai singolare: ri- 
\ rosero il corpo in un cesto profondo, e colocarono supe- 
I rlormente carni fresche di maiale. Gl'infedeli, in aprire 
il cesto e vedere quelle carni abbornte , s' aOrellaiono di 
' lasciar passar oltre : talché il sacro deposito giunse felice- 
mente sul naviglio, e, dopo aver incontrata terribile pro- 
cella, fu accolto in Venezia con inesprimibili trasporti di 

^' Ma . ritornando alla facciata di Sin Marco , mi sor- 
prendeva-q.iel moltlplice ordine d' arch; che le da un cer- 
to ,he di bizzarro e subbme ad un tempo mi faceva at- 
loniln quella selva di preziosissime colonne che pare ne in- 
gombri\uasi l'ingresso; m'abbagliava il fulgore dell o- 
^ ro di cui splende e compons. .1 fondo de mo.s,ici che co- 
prono la superior parte degli arch. ; ma parfcolarmente 
considerava con meraviglia i quattro cava li d, bronzo che 
posano al di sopra della principale porta del tempio. Sm- 
■^lie destino delle umane gran lezze! Fatte son esse pec 
servire sempre di trofeo a chi vince, e fuorché la memo- 



L OMNIETS 



ria che talora tramandano ai posteri di chi primo ag^itin- 
se ad esse il proprio nome, scino incostanti come la fama, 
mutahili come la fortuna ; faceano prima il vanto di chi 
le avea creale: diventarono poi quello di ilii se le ha appro- 
priate ; segno innanzi di lustro e potenza , indizio do- 
po di decadimento e servitù. Cosi questi cavalli famosi , 
tolti a Roma per ornare Costantinopoli, la città predilet- 
ta d'un Imperatore che sagnficò ad un capriccio la forza 
e l'unità dell" impero ; di là trasportati a Venezia , pre- 
mio di guerre faticose e magnanimi fatti d'armi, trascina- 
ti poi a Parigi in testimonianza di spogliazione , furono 
per ultimo restituiti a quella sede , dove se non il piii le- 
gittimo, certamente il più glorioso «itolo aveali collocati. 
Il peristilio di San Marco parvemi una reggia : l'in- 
terno del temp'o è più magnifico ancora. Il pavimento, 
le pareti, le volte, le colonne, sono tutte odi marmi finis- 
simi, o di mosaici. Nella rapitale del mondo cristiano a 
vea veduto gli alaliastri, i porfidi, i graniti (he alibellimno 
un tempio i palazzi dei Cesari, decorare oggi le romane ha- 
sili(he. San Marco le vince tutte in ricchezza : e basta so- 
lo a provarlo che la città di Costantino cui furono tolte 
quelle preziosità, non la cedeva in opulenza alla sna rivale. 



I\Iidrid, trovasi siil'a riva sinistra del Manzanares, in mez- 
zoad iinasalibosa esterile pianura, cinta di montagne, circa 
a 2,000 piedi sopra il livello del mare, e (juasi nel centro 
del regno di Spagna, la qtial posizione le aiquistj il vanto di 
essere nominala capitale della monan hia per un' ordinan- 
za di I'iii(i[io 11. La parte moderna che è di gran lunga 
la p;ù ampi.T , può riputarsi cillà bellissima , mercè delle 
mol'e case di bella apparenza , delle cnnirade ben d ritte, 
selciale e fornite di larghi marciapiedi. E^sa è pure la pù 
pulita. Quattro contrade sopra fiilte le altre sono notah li 
per la loro bellezza ; e sono quelle di Akala , à' Alocha, 
di San Bernardo e di Fufnrarnil. 

Fi a \i' sue i2 piazze vuoisi nom'nare la Piata Major 
(P.azza-Maggiore) di cui i geografi esagerano l'ampiezza 
e la beltà ; la piozza del Palazzo Reale , abbellita da ipie- 
sto magniliro e vasto ed fizin ; Ia/;/c: del Sol ( pia/za del 
So'e ). s[iii ie di croci, chio a cui uietton capo le e iuqne più 
Ielle ronliadc della cillà ; essa è con\egno ordinario de- 
gli oziosi , degli u mini di faccende e de' forestieri ; la 
piazza ove si fanno i combattimenti de" tori. 

Fra gli edifizii |iubblici che adornano Madrid , il più 
hello e il più ragguardevole è il nuoi-o palazzo de! re che 
è forse la più bella residenza reale di Europa ; lodasi prin- 
cipalmente la magnifica sala degli ambasciatori e la cap- 
pella ; il palazzo del Buen riliro , che fu tanto danneg- 
giato durante la guerra d.ll" indipendenza ; ma ancora as- 
sai ragguardevole pe'suoi bei giardini che mancano al pri- 
mo : ii palazzo deicon^'gìi (de los conscios) o sia del «■o 
verno: il superbo edifizio del museo reale del/e belle arri, 
ristorato dal re Ferdinando II. con enormi spese; quello 
non meno notabile del museo delle se'enze naturali : il pa- \ 
lazzo delle pnsle:^ la dottarla, la Panaderia ove risiede l'ac- , 
cademia di storia ; Biiena f'/sla , ove trovasi ii museo ! 
reale di artiglieria , le cui sale ofTiono una superba raccol- ! 
ta di modelli di macchine , disegni di piazze forti , di cit- ' 
là , ecc ; l arsenale ( Armeria real j ove conservasi gran i 
numero di curiosi oggetti ; la z'cra , la prigione di corte \ 
( care el de corte ) e il SalaJero : il coiheiito di S. Filippo ; " 
lo spedale mo;-ginre I\Iadrid possiede Ire teatri | 

F'si potrebbe quasi dire die innesta città non ofl'ie ve- i 
runa chiesa , la quale per ar. hitetdira possa para-onarsi j 
COI belli edifizii d tal genc?re che posseggono le altre ca- 1 



j pitali di Europa , el anche molti dei capi luoghi delle 
! province di Spagna. Citeremo però come le più notabili : 
; la chiesa del contento delle Salesiane , riputata la più gran- 
I de di iMadrid ; quella di sani' Isidoro che apparteneva ai 
5 Gesuiti , e quelle di santa Isabella , san Pasquale , san 
' Martino , san Francesco di Sales e dei Domenicani. Quello 
\ che abbiamo detto delle chiese, dobbiam ripeterlo quanto 
^ agli edifizii dei privali , che non sono ragguardevoli se 
non per ampiezza e per le preziose raccolte di oggelli di 
I scienze e d'arti che molli racchiudono. I principali edifizi 
! di tal genere sono i palazzi dei duchi di Èerwich, ùì Alba, 
\ dell' InfantaJo , di Medina- Cceli e di Ossuna. 
\ Ad onta del severo rimprovero cha si fa di continuo a- 
r gli Spagnuoli di trascurare le scienze , ^ladrid possiede 
! molti lellcrarii instltiili,che per ta loro importanza ledan- 
j no luogo distinto fra le prime capitali di Europa -, noi cite- 
i remoli museo delle scienze naturali , ove dotti professo- 
j ri fanno pubblica scuola di mineralogia , zoologia , ma- 
! tematiche , agricoltura e botanica , e al quale apparlen- 
j gono il gabinetto di storia naturale , e principalmente la 
I colledone dei minerali annoverala fra le principali di tal 
genere , come pure V orto botanico , che è il più ricco di 
tutta la Peniscda : vi si conserva la Flora di Bogota , rae- 
I colta prezosa e che non fu ancora pubblicata , e la Cere- 
j re Spagnuolo ; il Consenatorio delle orti e de' mestieri, 
\ istituto per lo stesso fine di quello di Parigi , vi s' inse- 
I gna la geometria , il disegno delle macchine , la fisica, la 
I meccanica e la chimica applicata alle arti ; la direzione 
j delle miniere, ove si danno lezioni di chimica docimastica; 
\ la scurla di farmacìa , ove la chimica , la fisica , la niine- 
\ ralogia , la zoologia . la botanica , la f.irinacia sperimen- 
tale e la materia medica sono in ogni m.nula parte inse- 
I gnate; il laboratorio , il gabinetto di fisica, le collezioni 
1 di storia naturale sono degni di quel bello e vasto istituto; 
I il magn fico studio di sant' Isidoro (\ls\nA\os rea'es de san 
1 Isidoro ) , spei ie di università che ha sedici professori ; la 
scuola di medicina pratica. Vengono appresso il collegio 
' di chirurgia medica de san Carlo ; la scuola degi ingegne- 
I ri geografi ; il collegio reale dei nobili non 23 professori e 
; maestri ; la scuola veterinaria , la scuola dei punzoni, an- 
nessa alla zecca. In questi ultimi anni il governo creò a 
Madilà uns scuola delle miniere : molle parli di questo i- 
stituto furono allestite con una vera sontuosità ; nulladime- 
no la direzione delle miniere non ha per anco eflettuale le 
speranz'i eh" si erano concepite di quella scuola. Madrid 
ha presentemente tredici Accademie o dotte società 
fra le quali dlstingnonsi le accademie deWe belle arti, del- 
la lingua spngnuola , della storia di Spagna , A' economia 
e di medicina. Vuoisi aggiungere la biblioteca reale , una 
delle più ricche d'Europa ; quella di sant' Isidoro ; il me- 
dagliere ; V osservatorio ; la magnifica collezione dei quadri 
collocata nell'edifi/.io del museo reale delle belle arti, che 
è una del'e più numerose e più beile del mondo; essa com- 
prende e irra 2, 000 quadri. La bibloteca privata del re 
(he fu testé arricchita di tutte le più ragguardevoli opere 
pubblicate recentemente, come pure la sua njagnifica col- 
lezione di stampe. Abliiamo già menz'onato le belle colle- 
z'oni scieii'ifiehe del museo delle scienze naturali e quelle 
del museo d' artiglieria. 

Madrid ha pure molti bei luoghi di passeggio ; la sola 
che s'a nel recinto della città è il Pra.lo , abbellito nella 
sua considerevole lunghezza di fieschi viali di alberi e di 
fontane , di cui qui ne presentiamo una , e di cui è debi- 
tore a (]irlo IL Quantunque la sua larghezza sia poco con- 
siderevole, il Pcado è una delle cose più belle che sieno 
al mondo ed i romanzieri spagnuoli non hanno tralascialo 
di celebrarlo. Seguono il P-isro de las deliria^ , con lun- 
ghi viali ed un gran prato lunghesso il Manzanares ; e i 
giardini di Buen Ritiro frequentati dalle più illustri per- 
sone. Né vuoisi tacere il maestoso arco di trionfo che of- 



^. 



91 






fre la porta a cui mette rapo la Itella contrada d'Alrala 
né il uìAgn'ìfuo ponte di Toledo sul Manzanarcs, la rui so- 
lidità e dimensioni gigantesche non sono gran fatto in 
armonia con la natura dell' ostacolo die avevasi a supera- 
re. La popolazione di IMadiid , compresivi 20,000 fore- 
stieri , era nel 1825, secondo il sig. Mignano, di 201,000 
abiianli. 



2»ii 3t):aUA 2)31iIL* ATA210 

( J'edi lo figura al foi^Uo precedente). 

SCHERZO COMICO IN l'N ATTO 



D. On.MOUDO, avaro. 

Giulia, sua figl'a. 

Ortensia, sortila di D. Oimondo. 

Lnhico, amante di Cicilia. 

Giannetta, loro serva. 

La scena è nella camera da letto di D. Ormondo. Un 
nrniadio un letto una tavola e due sedie compongono tut- 
ti gli arredi della camera. 

SCENA L 

D. OiìMONDO in veste da camera tutta rattoppata in- 
nanzi al tavolino che scrive. 

Oh benedette le mille volte le mie fatiche la cui mercè mi 
trovo possessore d' una considerevole somma Diecimi- 
la luigi d'oio nel ventre e nelle gambe.... Tremala zec- 
chini nel pitto.. . jVIille e cinquecento piastre di Spagna 
nel braccio destro ... altrettanti pezzi da cinque franchi nel 
sinistro e da ultimo duemila doppie di Spagna nella le- 
sta !.. . Quanto non ho dovuto lavorare per r.iggranella- 
re tutte quelle belle monete, e quant' altro non lavorerò 

per ammassarne delle altre! Si, non la perdonerò né 

a fatica , né a sudori fino a che sarò in vita per ammon- 
ticchiare quanto piìi mi sarà conceduto (s'alza e corre 
ad aprire l' armadio , dopo o\ere accuratomeote guardato 
intorno se tutto è chiuso. Aperte l armadio , comparisce 
una figura di donna seduta, e pingue ma senza gambe. Tut- 
t' i contorni della sua perdona sono terminati da un itlo ) 
Ecco l'imagi ne di quella cara moglie (hi' in vita ottenne tuli i 
miei alletti e che ambe dipo noria è l'oggetto del mio piii 
sviscerato amore ( va a prendere una sedia e si siede rincon- 
tro alla figura) Povera moglie mia ! cos'i slavi quando (1 
amputarono ambedue le gamhe e cheti fasciarono intera- 
mente per liberarti da quel maledetto cancro che s'impa- 
dronì di te Che giorno terribile fu quello! . poco mancò 
ch'io non ne morissi Mi <"ome son belle pienotte que- 
ste braccia, come rilevato questo petto, come tondi gj;iante 

questo collo Son io che ti ho dato queste forme. .. io 

che li faccio parer cos'i bella ... io (he non lascerò nulla 
intentalo per renderti piìi grassa e florida Ah mio te- 
soro, mia sola speranza, mio solo amore {obbroccia e ba 
eia con tanta effusione la figura che questa cade rotescioni) 
Oh poverina ! Ti fossi per a\ ventura falla iiiaU?... ani- 
ma mia ti ave-si mai prodotta qualche contusione? (con 
premura . efialzandola con forzo) perdona .. l'amore. . 
('■ien picchiato olla por tu) Oh cielo! (hi iarh:(affr,'llntamente 
chiude l armadio e smoziicando le parole dict)Q)\\ è? Chi 
mi vuoici* 



Gian, (di fuori) Snn io, signor padrone. 

1) Or.. 1' che (erchi ? 

(jian. C'è un signore (|ui fuori che va in traccia di voi. 

I). On. Eccomi, eccomi . .. (tra sé) Ci fosse da fare al- 
cun guadagno ? (ca ad aprire lo porta e dice a G annetta 
che si presenta sul limitare) Introducilo, (a se Stesso) Vo- 
glia la Provvidenza mandai mi qualche buon negozietto. 

SCENA IL 

Enhico e detto; Giulia ed Ortensia di tanto in tan- 
to fanno capolino dalla porta. 

Enr. (inchin^indi-si) Perdonate, signor D. Ormondo, se 
forse ven;;o a distuiliaryi dalle vostre orcup.izioni; ma se 
vi sonn d'incomodo, ditemelo libeiamente , che tornerò in 
un' altra ora.. 

D Or Niente aflalto , siate sempre il benvenulo. In 
(he posso serv rvi ? Volele panni , stoffe , grano , gioie , 
caviilir .. 

Eni». Nulla di lutto c'ò. 

D Or. Nulla! (freddamente) E ... di grazia che vo- 
lete da me ? 

Enr Vi dirò.... Ma, per non slare a disagio, è meglio 
che .«ediamo. 

D. Or. Avete molto da dirmi ? 
Enp. Perchè? Qualche bisogna forse viobbllga ad uscire. 
D. On Si, un piiciolo affiretto. 
I Enr. Elitiene; torueiò piii tardi, oggi, slasera, domani, 
I dnm.m l'altro, in somma quando v'aggrada. 
' D.On. (Iiaft) Oh ihe noia! (forte) No, no, sonoa'voslri 
I comandi; ma vi preg(idisliri;;ai m qiiantopiii presto [otrelc. 
! Lnr. Salò brevissimo, se voi non troAerete opposizio- 
; ne a quel che vado a proporvi. Dunque sediamo. 
' D. Or. ( di mala i-oglia) Come volete ( seggono). 
! Enr Bi-ogna (hi- sappiale prima di tutto signor U. Or- 
j mondo ch'io mi chiamo Enrico Maratli.. . 
\ D. Or ( con sorpresa che subito /■<'/;nm,") Figliuolo forse 
I ad un tal D Carlo Maratli?. 
i Enr. Appunto. 

: D. On.M ( /ras.?) Maledetto chi mi ti ha portato innanzi. 
I Enr. Lo conosievale forse? 

I D Or. Sicuro (he lo lonoscivo quel huo:i signore! Ab- 
i biamo fatto tanti affari insieme e guadagnato tanti dena- 
' ri. ...Ah. ah... (dispiacendosi d' over detto danm i) 
I Enr. Ch' è avvenuto? 

i 1). Or. Nulla , nulla. . un callo a! dito mignolo dd p e- 
) de che mi dà martino Ma. ..seguitate il vostro discorso .. 
Enr. Hccomi; e '1 farò piii lieto, poii he l'esseie voi stalo 
' amiro di mio patire mi fa già tener per certo quello che 
t ardent-mente bramo mi coiuediate. 

D. Or Se è per denaro, amico mio, è inutile (he ip-? ne 
, parliate ..son si povero... 

Enr Non è già per ipieslo. Sappiatelo adunque una vol- 
ta ; io amo vostra fi,^lia e ne son riamalo. 
' D Or. Buon piò vi farcia 
Enr. Dunque acconsentite ? 

D. Or. Vi pare., un galanluorac» come voi — Sicuro 
.(he acronsenlo. 

Enr. Posso dunque chiamarvi signor suocero? 
D. Or. Com'io con questo abbraccio vi riconosco per 
genero. 

Giù (sottovoce ed Ortens'a ) Oh felice me ! 
Ort (sottavoce a Giulia) Non dire quattro se non lo 
hai nel sirco. 

1) Oli. Amalis>imosipn rgenero, permelterele ch'io vada 
dove i m ei doveri mi ihiamano , ora che abbiamo conclu- 
so I' accordo ( fl/i:(J"(/".?'). 

Enr (costringendolo a seder di nuot'o) Ohibò! non lo 
' abbiamo neppur comincialo. 



92 



L OMNIBUS 



D. Or. Come! E che altro volete da me dopo deiravervi 
da'o mia (isl'a ? 

Enr. La figliuola va lienissitno e ve ne son grato infini- 
tamente. Ma ( accostandosi colla sedia ) adesso dobbiamo 
trattare di una cosa più importante , qual' è la dote. 

D On. (balzando dulìa sedia) La dote ! 

Or.T. (a Giulia) Vedi che ci siamo. Io le l'aveva pre- 
delio. 

Giù. ( a Ortensia ) Oh Dio ! 



R 



vostra figliuola co'ventimila scudi della vostra defunta mo- 
glie in dote , io non ini avvarrò di questo bona : se poi 
persistete nel rifiuto, sartie voi cagione del male che ve 
ne verrà. 

D. Or. (rimessosi) Io vi ripeto che non so nulla di tut- 
to ciò , che quella non è mia sottosrriz'one, e che se non 
ve ne andate per la porta vi farò volar per la finestra. 

Enr. Davvero ! poverello ! Vorrei vederlo co' tuoi 



Ci settant' anni sulle .«-palle 1 Senti ora un avvertimento che 

Enr. Ma pi'rchò vi sbalordite. Egli è vero che io ho die- U voglio farli prima d' andarmene, l'rima di domani la tua 
cimila ducati di rendita; ma non per qiie:>to dovrò pigliare 1? figliuola sarà mia moglie , e le tue lucide monete d' oro 
una fanciulla senza niente. il e d argento sarenno in mio potere, o che mi possa ca- 

D. Oiì. E con diecimila ducati di rendita osate diman- ^ srar la lingua. .\ rivederci sudicio avaraccio Ah 

dar dote ? « 

Enr. Oh bella! Sia a vedere che dovrei darvi il resto. P 
Ma senza dote è impossibile di maritare la vostra figliuola. Il 

D. 0». E quando io non hoihe dm le e non v'énessu- Q 
no che voglia prenderla cosi com'è resterà nubile. M 



srar la imgiia. .\ rivederci sudicio avaraccio 
Ah... metti giudizio o in galera ( parie ). 

SCENA III. 

D. Ormondo solo 



Ort (c. s.) Questo è quello (he vedremo 

Giù. (c. s.J Zia, io non ho adatto questa volontà ^ 

Ort. (c. s )Te lo credo , te lo credo. ^ 

Emr, llicfo come siete non avete che darle? Q 

D Or. Io ricco! ! Quale oi renda bestemmia vi fale u- n 

3cir dalle labbra ! Chi ha potuto invrnlar questa infame ^ 

calunnia? .. lo son povero poverissimo, e sudo e stenlo per |j 

trarre la vita innanzi. Vedete, (mostrando le suppellell li Ù 

della camera) vi paion essi gli arredi d' un uomo ricco?., fi 

E.NR. Eh ali une volte , signor D. Oruiondo , si finge di P 

cssiT povero , (he so per non essere derubato , per || 

D. Or Calunnia, infame calunnia Oh alle corte, signor tì 
Enrico ; io non ho (he dare alla mia figliuola e se la vo h 
lete dovete prendervela cosi com' è senza nienle. Se poi la P 
cosa non v' ari onioda la porla è quella. || 

Enr. Sia pure come d.te che voi non avete nulla , ma |j 
la dote di ve:iliinila scudi che vi porlo la buon anima di ti 
vo.^tra moglie dev'esserci. » 

D. Or Che dote , che moglie ; mia moglie è morta. tf 
Enr, e giu>to per questo spelta alla vostra figliuola. 
D. Or. Che mi andate cianciando di figliuola e di dote 
non ve n' è piir im soldo , è tutto speso. 

I-NR. Ed a (he di grazia :' O 

D Or j\la, signor m o, mi semlira indiscretezza la vo- |j 

s'.'-a di venirmi a fare i conti addosso ?( alzandosi). ti 

Enii. (al :aidosi anch' esso) \l<.seni\om\ molto a (iure fj 

questo aliare... Dunque abbiate la bontà di dirmi che Si' ^ 

n' è fatta la dote dell.i riveritissima vostra moglie? 

D. Or. E torniamo ! Ve l' ho già detto una volta ; ora Ù 

velo ripeto di nuovo; non r' è piii, nonc'èpiìi. Vi 

Ort. (c. s. ) Che briccone! O 

Giù. ( e. 5. ) (]he barbaro padre! fj 

Enr (segui- nJn D. Ormando che jasseggia per !a slan- ì\ 

za.) E io vi dico che ci dev'essere, altrimenti vi farò li 

ballare. || 

1). Or Far ballare me.' ff 

Enr. Si, voi , e se occorre vi manderò .imhe in sale- tìi 



Infame! briccone! venirmi ad insultare fino in rasa! ... 
ma vedrai , viso d'appiccato , quel che so farti. Non son 
D. Ormondo l'alio se non fo ricacciarti le tue ingiurie in 
gola.. A me in galera , a me... vedremo , giovine senza 
cervello , vedremo... (STianiando ) 



SCENA IV. 

Ortensia Giulia e detto 



|i Ort. Che è. avvenuto fratello? 

eCjiv . Che è stalo papà ? 
„ D. Or Non sai nulla tu, l'innocentina ! Non sai che 
Il il tuo vago è venuto ad insultarmi fin nella mia camera. 
Il cbiamandoml avaro .. fo avaro ... già cisi si taccia la 
rj pò ver là... MI ha in in, irci a lo di volermi mandare in galera... 

» Ma gli vo tagliare un abito.. . Ora vado dal Commissario 

H Giù. No , babbo, deb perdonatelo. . Quello è di carat- 
tì lere ardente , voi gli avrete negala la mia mino, ed egli, 
H pen he m'ama svisceralimenle, v'avrà ri.^poslo un po' sde- 
2I guaio. 

Ort. a proposito, Ormondo , che è venuto a fare da 
le Iilnriro i\laralti ? 

I). Or l'I venuto a chiedermi la mano di questa degnis- 
sma signorina. 

tjiu. E voi che gli avete risposto ? 
D Or. Di sì prima , poi no quando voleva da me una 
dote. 

Ort e peri he no ? 

D. Or. ( cori mal piglio ) Perchè son miserabile , per- 
chè non ho un soldo.... perchè — insomma perchè non 
ho voluto. 

Ort. Scuse d'avaro. 

D Or. (rahbiosn) Anche tu mi vuoi far andar sulle furie. 
Ort. Ma che serve il nascondere che sei ricco. 
D Or. La sguaiata ! Uscite intanto che mi debbo ve- 
ra quando non mettiate g iidizio. (TrarnJosi dal pelto una O slire , e tu G uba bada 1 he non mi venga piii fra'piedi quel 
• ■ - ' ^ (iiiesto ? Vi tuo vagheggino se non vuoi che gli renda pan fer focaccia. 



corta e mostrandola a D Ormomlo. ) Che cosa è (]i 

D. Or (gìiardiinJo cogli occhi spalane: fi la caria e Vi 
contorcendosi) Non... so... (frasi'). Ah malcdello! .. Ave- ^ 
Vo già [ireveduto qiie>to colpo. ii 



Gru. Caro babbo , m' ama Santo ; io pure 1' aiDO tanto 
tanto ! 

1). Or. ( rnhb'oso controffaccendola ) W ama tanto, l' a- 
mo tanto. Oh che mi lucia sentire ! Si vede veramente co- 



_ E.NR. Ah non snpclp. |'Ji!>ene ve lo dirir \' riveritissimo ^ 

signor IJ. Ormondo. E' un Lonn die voi f.icesle a ni o padre 1! me t'ama : la (wima cosa cui bada è la dote 
dietro un prestito di diecimila ducali di es^o [.il|o\i qiial- ^ " 
tro anni fi , e (he io or sun pochi giorni trovai tra alru- B 
ne sne Importanti carte. H 

D. Or. (P'iìli.'o imiio.e sa'iler.endoH ad n::a sedia) Non II una rice 
è vero, io non dovtya nulla a vrstro padre .. io non ho || IL Oi 



Giù. Ma chi volete che mi pigli senza dote. Neppure 
un cane. 

Or.T. Dovrebbe pigliarla come una mendica quando ha 

dote... 

Oi teusia ! 



j re.1,0 m:ii nulla in prestilo da Ini... ' « Ort. C'epa, sihiatfa, ma ti» sei un avaraccio e presto 

Ei:<R. Questo è quanto vedremo innanzi a' tribunali. In- || tardi resterai corl>flla!o. Mi dh l'animo di fjiti andar 
tanto asccllalc la seguente piìiposiziuuc : se lui date la pitoccando. Non te ne vergogni ? 



^m. 



PITTORESCO 



rj:i 



.^ 







D. Or.. Vergognati tu d'irgiuriare tuo fralello. Alle 
corte , uscitp , usi ite , che non vo'star più a perdere la 
paaii nza ( le prenJt' per mano e le Ciiìduce alla porta ). 

Ort. { usce.Jo ) l'itrrco li dtblio vedere. 

(jiu . ( sitppUclitiole ) Zia ! 

Ort. (fuori) l'iltcco ? 

SCENA V. 

«1 

D. Ormondo solo sbuffando. 

Io scoppio dalla bile. Tutti congiurati contro di me. Mi 
vogliono veder morto; ma questo piacere non l' avranno, 
no. Fa'ò forza a me stesso ma non mi prenderò mai piìi 
collera , non mi sdegnerò mai più ; tutto quel che diran- 
no io diranno al vento ; io non avrò più orecihie per lo- 
ro, me le tnrerò, si , me le furerò , e cosi avrò lunga vi- 
ta — Bla (he avessero scoperto il mio secreto ! Giusto 
Cielo! al solo imaginailo io agghiaccio Oihò! è impossibi- 
le. Qui non vi dimora altri (he io... come mai. . pure., 
vedramo... ( opre futmadio ) Eccolo qua, il mio tesoro, 1' a- 
nima mia , sempYe egualmente turgido... moglie mia, ca- 
ra moglie.. .non marnarmi mai di fede sai... se (pialche- 
dono per avventura giungesse a rajiirti tu grida ed io ac- 
correi ò in tuo aiuto. Vieni fra le mie braccia unico oi;- 
geltn dello svisceralo amor mio ( abbraccia la J/giini). Ad- 
dio, io ti lascio e vado ad adoperare per impinguai ti an- 
cor plii ( chiude r armadio , si toglie la feste di camera e 
s! mette una giubba Se , non eguulmeate rvttopputa , poco 
meno ; poscia preso il cappello lutto bucherellalo che tiene 
in m.ì cassa di carbone ed il bastone ca per uscire). Addio 



di nuovo diletta mia, io ci soffro mollissimo a separarmi da 
te ma il dovere Tiiiipone ! Oh còme alcune volte son no- 
iosi i doveri che ti tolgono alle cose più care ! 

SCENA V 

Ortensi.^ e Giulia da una porta segreta. 

Ort. E' uscito finalmente quel consumato taccagno Non 
son chi sono se non lo pago di quella moneta di cui egli 
va in traccia. 

Giù. Z'a.non intendo quel che vi diciate. 

Out Non m'intendi ? Egli non vuol darti dote e noi 
ce la prenderemo colle nostre mani mal suo grado. 

Giù. i\Ia rome faremo.^ 

Ort. Aflidati alla mia esperienz.i e te ne chiamerai con- 
tenta. ( //-a^sio in tasca una chiame) Vediamo adesso se 
questa chiave, che finalmente dopo tanto tempo son perve- 
nuta a procurarmi, apre questo maledetto armadio ( intro- 
duce la chiave nella toppa dell ormc.dio e dopo qualche sfor- 
zo l'apre ). Ecco qua questa fi^-iir.i ih' esso dice esser l' i- 
mai^ine di tua madre, mn (he in eir-lto poi è la sua borsa. 

Giù. Come ! Io non ne ho saputo mai nulla. 

Ort. Già, perchè quel veccho maledetto ha l'accura- 
tezza di tener sempre chiuda la porta (piando è tra' suoi 
coniugali amplessi , e tu essendo tuttavia ines[>erta non n^ 
hai traspirato nulla; ma io, cui è toccato in sorte anche un 
marito avaro ho subito indovinato dove stava il corpo del 
delitto. Tocca , tocca queste braccia e vedi e. me seno lieii 
pesanti , tocca questo ventre che in vece di budella ha- bei 
dobloni d' oro. 



L' OMUIBVS 

Giv (tocca anch' esso, poi marmisliala dice) Oh Ge\ol U Giù. Ch!? Enrico? 
Ouante ricchezze ! E perchè il babbo dice d' esser con « Ort. (contraffacendola) Si, Enrico (a Giannetta), Fallo 
j^ p M salire ed introducilo qui ( Giannetta parie). 

Onx L'avarizia, nipote mia", è una gran brutta passio- jg Giù. Zia, che voiele dire ad Enrico? 
ne che allorquando s' insifinorisie d.ll' animn di una [ler- || Oirr. Giulia, con questa benedetta curiosità mi faresti 
sona non le fa desiderar altro i be d' aniipoiiii. thiar seni- p dire il ben di Dio... (impaiienlundusi , poi tra sé) ma co- 
pre senza mai toccar nula dell'oro amirt*ss.ito. ^ me son moccicona, non sono stata io pure cosi, non sono 

Giù. J*erò voi lo ihianiate sempre avaro? ^ così tutte ! 

Onx Ed hai veduto com' egli sariovella a questo ti- " SCENA IX. 

tolo Ma voglio farlo reslaiecon un palmo di naso quan- a 

do li vedrà sposa di Eniiio e colla slessa dote eh' ej^li ha g Giannetta, Eniiico e dette, 

domandata, lol suo involontario consenso. Wt 

Giù. Cara zia! ^ Gian. Il sig. Enrico. 

Or.T. Già noi altre z'o siamo buone, slamo rare fintan- « Enk Signoia Ortensia, adorata Giulia, eccomi, che a- 
to che vi second amo ; se per poco poi ci opponiamo ai S vete a com.mdarmi ? 
vostri capricci siamo tigli, vipeie e die so io. <n Ort (a Giannelto)ìiàón a quando viene il padrone ed 

Giù. Oh (he dite, putele iniaginarvi simile cosa di me. g avver ine siiiiito. 
Won avrei mai credulo che mi teneste per cosi cattiva. m Gian Senza fallo (esce). 

Ort. Via . via non è nulla , ni ii andar in collera ; ho ^ Ort. Ora dunque Enrico debbo dirvi di star pronto 
detto così per ischerzo Ma intanto per clan(iare mi di- jj stasera col notaro.... 
menticavo l'oggetto per cui ero qui venuta. IVsla qui un B Giù. No, no, zia... 
momento che adesso ti raggiungo (parte per la porla se- ù Out. Come ? fossi andata in pazzia ? 
gff(Q ) « Enr. Giulia, mia cara, perchè questo cangiamento ? 

SOiNA VI. B Giù. Voi, Enrico, voi... 

@ Enr. Ebliene non mi fate scffiir di più. 
Giulia sola. v 0,,^. Via, Giuba, eh" è avvenuto ? Dì, presto. 

Ora vedi clie brullo papà, tenere tanto danaro e negar- U Giù. F.nrico, voi ... (si asciuga col fazzoletto gli occhi) 
mi la dote; fa bene la zia che glie la piglia di nascosto 10 Enk. Oh Dio , Giuba , mi fate morir d'angoscia. Eb- 
Ma è poi ben fallo? mi par di no; la zia per altro dice ^ bene? .... 
disi; essa certamente ne sa piìi di me, e deve conoscere à Giù V'oi non m' amate. 

se conviene no. Ma io in tutti conti voglio Enrico asven- *^J Enr. Io non v'amo!! Giusto Cielo! E che debbo far 
gaquel che vuoisi. E' cosa troppo noiosa il passar i g orni fi di più? ... 

sempre eguali a filare e a far calze, senza prendersi mai ^ Ort. Lasciatela andare , Enrico , io conosco il debole 
nessuno spasso, senza mai uscire. Ma quando poi si ha Ù delle giovanette, Cime donna anche io ho usate queste 
marito si può far da padrona, ed il giorno al passeggio, la ^ arti ... 
sera al teatro od alla conversazione, e si vive in gioia ed !| Giù. Uh! ... zia! ... 

in festa. E' vero che amo Enrico, ma al vederlo andar cosi }^ Ort. Che! mi fai il viso arcigno per non avere neppu- 
lento a formare la mia felicità e cosi poco premuroso di n re accennata una delle nostre picciole debolezze? Dunque 
farmi sua moglie, quasi quasi sarei tentata di prendere il g che hai? D:llo una volta in tua buonora, 
primo che mi togliesse da tante angustie anche brutto e li Giù Enrico .. ama più la dote che me... 

stor H Enr. lo! V'ingannate Giulia.. . 

SCENA VII. 1^ Ort. Va, va che sei la gran sernpliciona. Enrico amia 

„ , , it . j M isl^cazione è andato da tuo padre a chieder quella dote 

Ortensia con ima veste che la copre nello stesso modo ^ ^^^ presentargli quella carta in cui roniparlsce debitore 
della abiura che sta nell' armadio, con un velo che le in- | ^. j- ^^(,3 ^,,,,3,1^ perchè io voglio in tulli i conti vedere, 
volge il capo, e detta. ^ ^^ ^^^ ^^-^ j| ^ presentata 1' occasione, di guarirlo da qiie- 

Giu. (tia il riso e lamaraviglia)Z\»,c'ht\no\ significare jj sf infame vizio. Egli non voleva nulla, ma perché dover 
questa mascherala ? M perdere una florida dote ? Se qualunque espediente verrà 

Ort. Dimmi, nipote, rassomiglio a quella figuraccia là o meno, Enrico n..n mancherà mai alla sua parola. Non è 
in fondo? I egli vero? (ad Enrico). 

Giù. Sembrate due gocce d'acqua. a Enr. Mi si fa torio col duiutarlo. 

Ort. Questo è quanto bramavo. g Giu. Perdonate, zia; perdonate Enrico, chi ama... 

Giù Ma zia, deh appagate la mia curiosità, spiegatemi i Enr. S-mpre sospetta volete dire, e questo sospetto ra'è 
quest enimma. P pur < ar.> per. he mi fa credere che veramente... 

Ort. In quesf arnese stanotte terrò il luogo di quella i| Ort Non vi perdete adesso in vane parole. Voi avete 
figuraccia, e se il Cielo benedice la mia impresa , farò in ^ un notaro vostro amico? 
modo che il mio signor fratello si levi per sempre 1' ava- t| Enr. Sì 
l'Lzia del capo. li Ort. Dunque a mezzanotte con due testimoni fate di 

Giù. Ma io sono ancora al buio come prima. U trovarvi alla nostra porta e senza picchiare aspettate ch'io 

Ort. E vi resterai fino a tanto (he l'opera sarà compiuta, y v'apra.. . 

Giù Né potrò sapere... ^ SCENA A. 

Or.T. Tu non saprai piìi di quello che io ti dirò di fare, g 
per recare a fine quello che io ho in mente. g giannetta e detti. 

SCENA Vili. I Gian. Signora, il padrone. 

g OiiT G à! Va ad a[irirlo e traltienlo. (chiude freltolo- 
Giannetta c dette. g snmente P nnnadi") Andiamo Giulia , Enrico , ne. le mie 

U camere (escono per la porta segreta). 

W 



Gian Signora, è adesso passato il signor Enrico per qui « 
sotto , e , secondo m' avete ditto, io 1 ho chiamato. g 



rrnoiìEsco 



<JJ 



^8i 




SCENA Xf 

D. Or,.Mor»DO aprendo la porta e p,i chiudendola di 
nuovo. 

ì\Ii pare d'aver inteso uno scattar don lucchetto (gnor- 
dandusi uftornu ) Ma qui non v' è nessuno , ogni cosa sia 
al suo lungo .. Ali saio ingannato. . Assicuriamoci (caia 
di lasca la chiame dell armadio e r opre ) ah eccola qua la 
mia rara moglie Viscere mie , sola speranza mia , ogni 
momento che non ti vedo mi semhranamiU' anni, mi par 
sempre di averli a perdere ; che qnalcheduno, geloso della 
mia fé icità , non ti rapisca al mio smisuralo affetto , e 
m'imineri^a co^i in un abisso di mali. { considerandola 
da latte le porti) Mi piange il fuore, nei vederti cosi fio 
rida in salute . d' esser costretto a salassarli Oli Dio mio! 
dover estrarre dall^j tue vene il tuo preziosissimo sangue 
Ala se aiconsenlo (facendo mille moine ) ad usare si ne- 
fanda opera teto è solo ad oggetto di ritornartene il do[ pio 
e forse il lri[i!o. lo, credilo amala m glie, non ho altro in 
mente che il tuo hene , il tuo solu b ne , .'•i ihe sovente 
trascuro me medesimo per la tua prosperila, che sola nii 
fa stare in ìila. Luce degli culli mi i, vita mia, fendimi 
deh quesiu tuo r t nJello lirarcio destro, affinchè ti estragga 
solaraenle cento goice del tuo latteo e purissimo sangue , 
(scoprendo il b accio destro della figura, e, prendendo da 



Sul iaiolino le Jaibici ne scuce accuralamente i punti e ne 
estrae a J una a J une le piastre di Spa^'nn ) Ah.' che do- 
liToso ufli(io son costretto adeni[iiere .. cinque... sei ; ma 
la compra di quel grano mi fruitela il duecento per cen- 
to ; e tra un mese in vece di cento , a\io in mio possesso 
trecento belle piastre di Spagna , tutte di peso e di fresco 
coniale. Ah che il vederle solamente ro>i lucide mi con- 
sola.. Trentanove... Quaranta. S« potessi tuttu il dia 
mio agio contemplarle, senza che mi venissero a distur- 
bare ogni momento e mi fogliessero alle mie prfd lette me- 
ditazioni. .. Cinquanta. . Cinjuantuno .. (^)iiasi, quasi non 
avrei voluto aver né figli, né congiunti pr godere un po- 
co della beata solitudine... S ttantaselie, settantotto .. Mi 
andrei proprio a chiudere in un deseiln.. Ouantaonque , 
ottantasei... Ma poi come potrei ac luniilare... Novantu- 
no-, novantadue .. stando cosi lungi dal consorzio Uiiiano. 
Ah vedo pur troppo eh egb è impossibile 1' eseguire que- 
sto mio pensiero... Novantotto , novantanove e cento... 
.\h . Povera la mia moglie .. li ho falla stentare non è 
vero , li ho tutta svenata eia sei rifiuta., ma allegra- 
mente., te le farò ridivenir cosi gonfi, ' questi; vene. . 
che il braccio s' ingrosseià assai (liii di p; ima — Ora però 
è mestieri cliiuder la vena , afhnihé non esca sangue più 
del bisogno ( >'3 al linuliiio. prende ut ago con del refe e si 
mette a ricitrir di mn^o le pezze scw te ) Oh poverina co- 
me sei divenula fi' S'.ia , mi stringe il cuore al vederlo. . 



96 



l' omnibus pittoresco 



Ecco fatto... Conserviamo adesso queste belle monete ed 
andiamo a comprare il patlovito grano [mette le cento pia- 
stre in una borsa , (wi in un altra, e finalmente in tasca ). 
Il vascello salperà ad un' ora di notte e se non mi trovo 
almeno per ventiiiuallr' ore a caricarlo , addio speranze, 
(iiior dei mio cuore, di nuovo li lascio, ma sarò di ritor- 
no tra poro. (ctiiuJr r armadio e si pone in tasca la chia- 
tr ) Quante sorve^^lianze ahhisoguano per tener telalo (jiiel- 
Jo che con gravi slenti e fatkhe un pnver uomo si ha pro- 
turalo. Ah! (apre la porla esce e la richiude). 

SCILNA XII. 

Ortensia, Giulia ed Enrico dalla porta segreta. 

OiiT. Presto , presto fanciulli miei , ora è il tempo di 
operare e non bisogna che vi perdiate in vezzeggiamenti 
e dolci parolette. IMi avete intesa ? 

EnR Bene, signora Ortensia, eccomi pronto. Che biso- 
gna fare 'i ditemelo ed io obbedirò. 

Ort. Bisogna (he voi ed io trasportiamo nella camera 
di Giulia una vezzosa, anzi adorabile fanciulla. 

Enr. Una fanciulla ! Vezzosa ! Qui, in questa camera ? 
E dov' è , dov' è eh' io la vegga!" 

Giù. ( crucciosa ) Da bravo il signorino, non appena ha 
inleso una fanciulla e subito si è ai ceso. 

Ort. Giulia, via smetii queste moine che non sono dei 
momento , e prestaci aiuto pulloslo che inlerrornfieici. 

Giù. Alìbiale pazienza, zia, ma questo bel cervellino 
mi .-alta di p:ilo in frasca per nulla... 

l'NR. l'erdcnarai Giulia , ma tu pure sei sospettosa al- 
l' eccesso... 

Giù. Io! (nsoIata)S? mi pjrlatc più in questa guisa si- 
gnorino, vi rifiuto per marito. 

Ort. ( interponendosi } Or \ia , ragazzi , a che giuoco , 
giuochianio. Vi giuro che se segu'tate queste corbellerie , 
me ne lavo le mani del vostro all'are , e ve lo lascio tirare 
innanzi a voi. 

Enr. No, per pietà signora Ortensia , non voglia mai 
il cielo ! 

Giù. (umile) Voi mi spaventale, signora zia. Vi promet- 
to che fatò forza a me stessa ani he a costo di scoppiare , 
ma vi obbedirò in tutto quello che vi piacerà impormi. 

Ort. Adesso va bene. Prima d'ogni altra cosa diamo 
la liberlà a questa povera prigioniera, (opre l'armadio) 

Enr. ( i-edendo la figura \ Che è (juesla, la befana ? 

Ort. e che bei regalucci ha in serbo per voi due, ra- 
gazzi miei. 

Enr. Non comprendo. 

Ort. Comprenderete poi. Via su, Enrico, pigliamo que- 
sta leggiadra donzella voi da quel lato , io da questo , r 
trassportiamola nella i amera di Giulia. 'Y\ì (a Giulia) z- 
spelta qui quaud'io ritorno. 

Giù. Fate presto. 

Ort. Subilo. 

Enr. (a'zando la figura pel braccio destro a stenla) Uh 
come pesa Che conterrà ? 

Ort. Siete pure il gran barbassoro, Enrico! Come, non 
r indovinale ! 

I'>NR. Denaro ? 

Ort. Ma si danaro, danaro (trasportano fio p^r la porta 
secreta la figura). 

SCENA xin. 

Giulia sola 

Oh come Iremo Inlla. Chi sa mio padre che inferno 
farà quando Iroveèà involalo il suo tesoro. Questo colpo 



è capace di farlo morire. Ma d'altra parte, non è nna cat- 
tiva azione la sua il negarmi la dote, mettendomi cos'i al 
rischio di non trovar marito, e farmi restar nubile per tnlta 
la vita. Questa è una indegnità che meritava punizione. 
Tra pochi altri giorni sarò la signora Maratti ed allora.... 
Ma la zia non viene ed intanto qui è fatto buio senza ac- 
corgermene.... 

SCENA XIV. 

Ortensia vestita come la figura che stava nell' arma- 
dio con una candela e detta. 

Ort. Buona notte, nipote. 

Giù. Felicissima, zia. 

Ort. Come sto ? 

Giù. a meraviglia. 

Ort. Benissimo. Dunque sii avvertila di non venir qui 
dentro se tuo padre grida. Hai capilo.' 

Giù. Si. 

Ort. Enrico è parlilo ed a mezzanotte sarà alla porta 
(le diiunu ciliare) (hìfsìa è la chiave della tua camera o- 
ve ho chiusa (piella bella personcina, e non aprirla se non 
vengo io. Olire a ciò slatti pronta vicina all'uscio se- 
creto per lutto quello che potrò aver bisogno di te. 

Giù. Saia lutto eseguilo appuntino. Ma, zia, ho timore 
che invece di aggiustar la faccenda, non la guastiamo del 
tutto. 

Ort. Eh via, paura da pusillanime. Fidali a me e non 
temere. Tu non sai the (hi si mette a contrastar colle 
donne ri ha sempre la peggio. 

Giù. Si, è vero., ma papà come voi dite è troppo com- 
preso dalla passione dell'avarizia, per scllìire di buon 
grado di vemr cos'i malamente corbellato. 

Or.T. Senti, Giulia , quando nna cosa è falla non ci è 
piii rimedio. IVrò tuo padre griderà , smanierà , ma alla 
fin fine dovrà darsi pare, se non isreglie poi meglio d'an- 
dar ad abitare nella casa de' malli. Il tulio sta nel fare la 
cosa. ( Continua ) Gaetano Torelli. 



Teodorico I ( in francese tiiierri ), re di Austrasla, fi- 
glio di CloJoieo I re di Francia , ebbe in sua porzione 
nell'anno 51 1 la citlà di Metz, capitale del regno di Au- 
slrasia, 1' Auvergne, il Houvergne, ed alcune altre pro- 
vince , le quali aveva lolle ai Visigoti , vivente tuttavia 
Clpdotro suo padre. Nel 515 essendo sbarola all'imboc- 
catura della Musa una flotta di Danesi, que.sla penetrò si- 
no nelle sue terre ; ond' egli spedi contro di essi Tevde- 
berta .suo figlio, il quale vinse qiie' bai bari , ed ucci- 
se Cìochiloiio loro re. Teodorico si collegii nel 5'J8 con 
suo fratello Clotario re di Soissons contro Ennenfredo re 
di Tunngia , die spogliarono de' suoi stati , e the fecero 
precipitare dallallo delle mura di Tulliiac, dove lo aveva- 
no fallo venire sotto la promessa di trattarlo bene. In- 
tanto Cliildrberto, suo fratello, re di Paiigi, fece un' irru- 
zione neir Auvergne: Teodorico accorse per difendere que- 
sta provincia , ed ottenne la pare colle anni alla mano. 
Egli moi'i dopo non molto tempo, nel 534.. in ""là di 51 
anno circa dopo averne regnati '23. Teoderico era bravo 
a capo degli eserciti e saggio nel consiglio ; ma era di- 
vorato dall' ami) zione e servivasi di qualunque mezzo per 
appagarla Fu il primo, (he de.sse delle leggi a' Boi popoli 
della Biviera , dopo averle falle compilare da abili giu- 
reconsulti. Queste leggi servirono di modello a quelle di 
Giustiniano. 



Tipografia dell' OMNIBUS 



Direttore proprietario : V. TORELLI. 



UapoU 29 3^josta 1844. 



== 2lnno Settimo 



(C'iODtòt tt." 15 



UN FOGLIO GRANA 5. — UN SFMESTRE 1.30. — Vn' ANNATA 2.60. — PER t' ESTERO VN ANNO 3.60. 




■I big-iictfo 

A fosco ci ciò , a noti e irana. 

" i 

Il conte Eduardo Mulino ardeva forte nei primi tf'mpi B 

della sua giovinezza per una donna di eia matura the sep- ^j 

pe folle sue arti allenarlo , e tenerselo ben agpi )salo pa- ^ 

recihi anni, l.uirezia, t'I eia il (ostei nome, esercitala alla j 



K ne, sapendo anrora die gli animi insnfF renli dalla di- 
il S[iula acquistano nuovo ardire , e molle scappale impa- 
li rano alle quali da sé soli non avrelihero malavvisato Laou- 
ti de ella non faceva che raddoppiar di sollecitudini , e se 
U di qualche cosa rintuzzava il Conte era per i.-piegar mag- 
P gior seduzione e civetteria , quando quegli aspeltavaW una 

.-^epulsa formale , una di quelle decisioni che le donne per 

amor di sé prendon forse a precipizio. 

B sognava faila finita. Già una romanzesca F.tnelina a- 

vea ferito il cuore di F.doardo , ed egli pur troppo vedeva 

di quanto inciampo era l'antico amore. Ma non trovandosi 



vita mondana, non priva di grazie, anzi fornita di quella sim- Ò hrìe abba-'lanza di assaltar di fronte la terrihile I.HicrczÌ3 



patia che maravigliosamente acromfiagna talora sino alla 
vecchiaia, Liurezia ave i ; i^ogno di cattivarsiun animoc(dla 
illusione , perciodhè la realtà degli anni lien la facea dif- 
filare , e tanta ella ne usò ctU' incauto giovane Kdoardo 
(he so ne vide signora in pochissimo tempo ; e i due a 
malori durarono hingapczza invieme, persuasi thequella lo- 
ro felicità non dovesse mai non che finire, scemarsi. Ma 
la disparità degli anni presto o tardi ingenera lo scontento, 
e per quanto il docile C'mte si affaticasse a non (edere a 
quella potentissima legge delie p.nssioni , cominciava for- 
se suo malgrado , a provare un fastidio , un peso , una 
oppressione, comedi cosa che disdlcevole fosse a giovin cuo- 
re , e quel cbè piii è, se ne sentiva libero appena dall' a- 



mancò una sera al solito ritrovo , ed il giorno appres- 
so fé air abbandonala donna capitare un viglielto in questi 
termini; 

" Signora 

« La mia coscienza mi obbliga di non ingannarvi di 
» vantaggio ; io non ho p ù forza di amarvi , e piullo>fo 
■> che presentare a voi ogni giorno un cuor freddo e hii- 
» C'ardo , mi permetterete i he rinunzi a quelle amabilità 
" di cui mi side slr.la largh ssima lungo tempo. Questa 
.. genuina confessione, cr.ngeià, io spero, in istirna Ta- 
» more che non dovete piii nutrire per me ». 

Eduardo Multino. 

Pianse forse Lucrezia alla lettura di (jii^vle parole? No 



mata donna dis'costavasi. Al qua! fallo , che ogni giorno a una donna a qiiaranf anni ha disseccata le fonte delle la 
pili avvertiva , applicata alcun poco la mente , comprese té gr me... ma una donna a quarantanni che vede rompers 
che nell'amore di Lucrezia, colla sua feroce gelosia, con a il solo prisma dell'avvenir suo , è tremenda come una ie 
le inesauribili pretensioni stava lutto il male , e die a vo- " - - 

lersene affi ancare era d'uopo pigliar mezz pronti e risoluti. 
Lucrezia dal canto suo vedeva a poco a poco rallentarsi 
la passione del Conte . ma proprio perchè ella temeva di 
[njrdere il cuor dell' amante non ne raiiovcva quistio- 



nn. Oh s'i ! R^n soglion d' ordinario gli nomini andar su 
perhi e lieti di abbandonare, quando tutte lo loro armi son 
rivolle a giovanette innoicnti e debolissime, che alla [iiipic. 
cola avversità sufcumlioiio, e non janno altro che mcdiiii- 
dersi entro di loro slesse per is'cmpeiar T'-^arezzain pian- 

13 



'■}^ÉK 



h OMNIBUS 



lo. Ma se una vi.lla risorgono villoricse da quella prima di- U 
t(jeiazii.ne, se rit. Ulano alla vita, sfiorate sì nella giovanez- k 
za ( poiché le lagrime del tradimento e dell'abbandono la- O 
telaio solchi prclundi ) ma esperte del pericolo ; oh non g 
vi ha bravura the abbatta piÌKiiielle donne: elledivenlano H 
signore dei loro afl'i tli, aiqiiiilan l'arte di mentile, ijutlla di ^ 
Ungere ; sanno amaie senza inabissarsi, ripi n uoteie senza H 
avvilirsi ; al t)isogno dell'amore mettono accanto quel de.la j| 
vendetla ; ogni dolce pensiero accompagnano con un so- Li 
spello, ed ogni sospetto con una minac<:ia ; e poiché iian la k 
mano troppo debole a ferire sanno ingegnosamente so- S 
sliluire a disegni di sangue , altri meno nefandi ma più i| 
leiribili fatti. Q 

Lucrezia alla lettera del conte ri-pose con un gliigno n 
di feroce rabb a : non la iaceiò , come si suol far delle U 
cose addoioranti ; anzi con un certo moto convulso di rn.ini H 
piegando'a e lipicgandula , pareva che già avesse preve iì 
duto ili (juale impoilanza esser dovea quella letti ra nella n 
sua fu lui a condona, e se la pose in petto, Solo dopo alquanti « 
minuti di contemplazione, ih' ella fece gellandosi sulla sua ff 
sedia a braci iuili , e nascondendosi la (lallida fan ia Ira le M 
man', diede un sallo e gri(iò ; << L' anima non può slar mai O 
vuota. . . Fin ieri l'amore... da oggi la vendetla. ■> ^ 

l^ppure non è co-'i rapido il passaggio (ome qmsli suoi ìj 
dettici votrcbbero far credere, .^ppl na negli essei i ( he vi- U 



'Iella via non avesse trovato plìi quel residuo di foiza (he 
ani ora la reggeva in piedi.'' e se giunta, ni.n fosse stala ai col- 
la? e se fosse moi la di staiuhezza prima di poter giiingeui' . 
l'iire Lucrezia al cader di ijuel toibido giorno di ollobre 
volgeva le spalle alle case cittadine , e come forsennata 
corievasuila caii.p.igna. Il cielo era foòco, e la notte s in- 
noitrava bruna biuna. 

IL 



Tommaso. 

SHai^io regna che fa spnrenlj. 
Bovjsr. 

Il paese della Calabria in cui avvenivano questi fatti era 
di quei lahoiiosi che principalmente atlendono all' agri- 
coltura, e amantissimi della fatica nelle giornale eorie o 
lunghe che seno a'^petlano con grand' aii-ia il Iraiiiouto 
del scie per alibandonarsi al riposo. Aggiungi a que.<ta pri- 
ma considerazione 1' allra non meno grave the i giorni di 
autunno sono (iii faticosi sì perchè alle ad'reltate ultime 
raccolte si iiniscnno i preparativi della nuova seminagione 
come anche p^ri he gli avanzi dell' estivo i a'do continuano 
tuttavia a sf rzare il dorso del ricurvo colono ; e tonipren- 
Jirai tosto (he sioccala appena l'Avemaiia non si veda 
p il ( ainminar anima v V'iile. 

Lii. rezi 1 non [ensavaa ciò. Il silenzio (he la circon- 
dava iiiveie di scemare il suo cora;gii) , e ralleneila a 
piando a quando pavida e tremante , riuscivale grat s- 



von rotti ad ogni tur piludine, e add-meslicati son per lungo Q 

uso col v zio, succede con lauta prestezza. Lucrezia in fondo TI i— 

(ra una bu. na pasta di donna . e tulio al pii avca ipiclla " s mo . sii < ome (pieil.. (he non la fiastornava nel suo ai- 
specie di naiura'e malvagità (he viene inspirata dagli af- || ''^"o proponimento. Nei momMili terribili di coidogho an 
felli non n. Oliti e si sviluppa coli' esperienza. Se gì' " ' "" '" "" '' " 



manti, equest'ullLiio in ispecie, le fossero siali fedeli eom'el- S 
la desiderava avrebbe senza dubbio a morte meritala una H 
la[iide 1 he la dichiarasse dolcissima di tulU le donne. Peiò 1^ 
(llraggiala , com'era , sen'iva nondimeno eulio di sé ima O 
tal quale diiptniz'ond (he non volea disperare ( permeile- n 
temi la frase arrisi hiata che a dir vero non è mia) e si « 
ritoniibaia conia manueliidine Quei immenlidi soavità g 
le tornavano al'a memoria, (he seduto al suo fianco il C mie ^ 
parca as;oito in un cielo che non dova mai oltenebrar-i. a 
e colia sfun'aneilà dell' innocenza le giurava eterna fede 
in (omp< oso di 1 pieno amor suo. Forse, (jiiab he idea gelo. 
sa ingombrò la fantasia di ni e per non umiliarsi a mendiiar 



l'ann re. e^li giovane, belo, aliante della persona, ( h. j) n a 
mpritavadessersublimeiiicnitf amalo, vo'ie Innirreilnodo U pi r trovar f.iiza a 
chea 11 i sliinge»a!o ; ma rassii orato, tornerei. bealle (on v srnrl'à ■:« [er l" ei 



he la voie di 11' uomo è importuna. 

Un langu do chiaroie imbiamava qnal he ul.'iiiin lem- 
bo di nube all' cfiideuie , e quel li^-ve nilesso spanileva 
intorno un poco di luceaniora, dando via piìi teirbie 
ribalto alla torre altissima del castello dei Leiiuiri ihe co- 
me uno speUro nero disegnavasi su ia ba'z» oiiid ntale. 
Lucrezia vi lese una volta losguaido, iii.i quasi loipita 
dal liiglior minaccioso del fulmine i hiu-.e l<' palp be. per- 
eieci he quella vi^ti le ingtneiava una sjei i.- d' ini ompren- 
S sibile spavento, e raiìdi p, i.nai pulpiti -liaujiili del suo cuu- 
n re Subito fissò gli oiclii sul snlieio (he le serpeggiava 
il dinanzi . e (h- a (loco a poco doveva an(h'e so nascon- 
di dersi ni le ombie ('e la rotte. 



suele gioe. E poi i giovani l;an deuT impeti di cui si pen 
tono ... e la voce di una donna diesi carnata una volta 
può molto su di loie. 

Così pensava Lucrezia , cessatoli fervore del primo sde- 
gno , per a[ pigliarsi a quel modeialo ( onsigllo the già le 
era rapidamente balenalo. L mentre tali cose pensava, a- 
>eva già lasse. tate in fretta le sue vestimcnta, e coveilo il 
capo e le spalle come meglio le era venuto fallo. P. co stante 
chiamato il servo gli disse: <■ S'io non torno a sera non mi 
aspettate » e sollecita usti. 

La casa del conte Eduardo era un po' lontana da qnel 
luogo , .'ì the dopo piecipitoso e lungo cammino ella 
vi giunse lutla rifinita , ma sostenuta dal desiderio di ve- 
der presto decisa , se m n cangiala , la sua sorte. Toc(ò 
convulsa i battenti d-nl poi Ione, (he fuor di IT usalo era 
chiuso ; il vc(thio custode sper.-e freddamente lo <[orlello 
ed a,l primo ravvisarla , ignaio di quel ih' era ovveni.lo 



La n- Ite era bruna. Comunque avesse falla \:ì donra 
I liii-;ii vlagg o e non suariirsi nella o- 
ta che mena al castello , i erto è che in 
men di un'ora ella gugneva sotto gli antichi ai chi di que!- 
U lo, e gà (errava lu't'i modi snasivi per indiiiie ilseivo , 
« resto, a condurla d'.ppr.sso al Cmie. 
Il 11 servo la conosceva, ma sebbene nessun ordine speciale 
H avesse lontro di lei , perrioci he l cori le min p.teva m.ii 
a prevedere una sorfìre^a di quella natura, pur non gli pi- 
U rea cnnvenevi le sturbarlo a quelf ora con una imbasciala, 
tj quando all' ordinario dopo le venti. piatir' ore non vi era 
Il ad lo p il per eh cihessia Commosso nondimeno dallo slato 
B affannoso ed estremamente depinrabi e di ipiella donna si 
P feie ardito a (ondiirla, rnii dirò meglo a portarla m liesa'e 



sepi-rii.ii. Lucrezia era esinanita : il ben. Vol uomo del 
seivo . (he l'ommaso si addimandava, vide neiessario af- 
fianrarla e sorreggerla nel salire ad uno ad un" quei d ffi- 
eclissimi sraliui , min «enza rinfr; ni aila i ome m.gl'o sape- 
va con ilnlci panie Né credale gà (he tanta una ecce- 
de' ' 



_ ione ei fu se della procace razza dei servi (la non 

le annunziò sereno the il padrone era in sul mez/.o. ì par- ii "eppure il licrh'o di una curiosità al mondo E poi una 

tito alia volta del suo antico castello dei I rmiiri. M l'onn.i, bel'a an.cra p'ìi del suos (Ti ire, rome ipielLi, a (hi 

Povera Lucrezia! Ove trovar la lena .1.1 roinpiere 1 corso ^ non muoverelilie pieìosa snllei iludlur i' i\la lolla la V0;;lia 

di due mìg ia, qu mti ne distava il fastello :' Quel picse non M '*' roumaso ad interrogare finì come piiiua ebbe osserva- 

avea carrozze da m lo ; le sue ganiiie Iremaviino già dallo M lo che Luriezan nno avea alcuna di rispondere: a da 

scontento e da la laliea : dover aspettare ancora len pò ; fi qm!!' umano che egli era , non ostante die contrariato nel 

dover battere sentieri a'pcslri e tortuosi per aggiugner la ^ suo desidero di sapere, se ne dette l'animo in pace , e 

tima della collina , sede dal temuto castello.,, e se a mela " ['en^ò a sabslar la brama di Li. 




y/ 



Impertanto Tommaso era incerlo anch' egli del risul- 
tato dei suoi lenl.iilvi. Per sé non temeva altro che una 
rammanzina , ma temeva assai per la Lucrezia , rhe non 
avesse a rimaner là senza essrre ascoltala , perchè già si 
era addalo che in fondo in fondo ci stava il torbido. 

Animo Tommaso, rompi l'opera buona: toj;li questa 
donna da si orribile marlirio, o uccidila st; n'hai cuore ! . . 

E Tommaso pogf;iava Lucrezia ad una sedia dell'an- 
tico salone, 1' arcostnva al davanzale delia carni ra in cui 
era chiuso il Conte , e con un certo fremito , ma replica- 
tamente, bussava alla porla. F. Rubino. 

( Continua). 



Il Lario , guardato nella carta geografica , offre qua- 
si la figuia di un Y rovesciato : sulla punta occideniale 
siede Como, Lecco sull'orientale; la settentrionale è a pie- 
di dell' Alpi Rezie, ed ha la foce dell' Adda da un lato e 
l'ingresso al lago di Chiavenn.^ , o di Mezzola , formato 
dalla Mera dall' altro. L' Adda e la Mera, scesi dai due ra- 
mi della Valtellinii, formano il Lario col concorso di mol- 
ti torrenti L'Adda n'esce al ponte di Lecco, conservan- 
do essa sola il suo nome. Dalla fore dell'Adda nel lago 
fino a Como, sua maggiore lunghezza , il Lario non mi- 
sura geometricamente pili di trentotto miglia italiane, ma 
le sinuosità, ed i promontoii danno alle sue rive un'e- 
stensione di gran lunga maggiore. La sua massima lar- 
ghezza eccede di poro i cinque miglia ; la sua ordinaria 
profondila sta dalle 30 alle 90 brarcia, ma dicono (he in 
alcuni luoghi arrivi a 300. Chiamasi classicamente il Ila- 
rio , Tolgarraente il lago dì Lago: vien pur suddiviso in 



i lago di Como, di Lecco, e superiore. Alimenla gran co- 
I pia di pesci, ma l'Agone (Cyprinus lariensis) n'è il piò 
i rinomato, il piìj squisito forse, ed il piii ablxindevole. Due 
1 venti principali lo signoreggiano; il Tisana da borea di 
I notte e al mattino, e la BreiO da libeccio dopo mezzodì. Il 
primo, in te.Tipo di piene, produce inondazioni a Como, 
' perchè spingendo le acque nel ramo occidentale, convien 
I poi ch'esse tornino addietro quasi 25 miglia per entrare 
i nel ramo di Lecco in fondo al quale sbocca 1' Adda che 
I ne scarica le acque. Altri venti, detti M'onthi , si gillan 
1 fuori talora dalle gole e valli tra monti laterali, e cagiona- 
no fiere procelle. Quando repentine sono le loro bufere. 
' i barcaiuoli le chiaman Mimate, e producono non di rado 
I miserandi naufragi. — Continue barche e barchette sol- 
i cano qiieslo lago eh' e un veicolo commerciale tra l Italia 
e la Germania, oltre all'essere la piii piacevole delle gi- 
te di diletto e delle villeggiature. Due baltelh a vapore 
ne fanno il tragitto , e la celerilà de' trasporti e orna, 
giunta a segno che in un bel giorno estivo puoi di mattino 
partir da Milano, e giugnere fin quasi al fondo del lago, 
ed essere di ritorno a Milano la sera. Le piene del La- 
rio sono frequenti; giungono esse di ordinano a 2 metri; 
ma talora anche a quattro, ed allora Como, la bella ma 
infelice signora del lago . vedeva sua piazza maggiore 
luttuosamente coperta dall' acque. L' allerta del pelo or- 
dinario del lago sull' Adriatico è di metri lOfi. 

Il Lario non è propriamente (he una gran valle , col- 
ma d'acque, la quale movendo da tramontana e biforcan- 
dosi verso ii suo mezzo , scorre sinuosa ver ostro , do- 
minata da alti monti ad angoli taglienti ed entranti. Que- 
sta continua varietà Hi angoli è forse il segreto magistero 
della natura la quali ha fatto del Lario il piii ameno de' la- 
ghi. VJ amenità non è ancora la voce propria ; louver- 
rebbe dire incantesimo , perchè il viaggiatore che lo di- 



M 



srorre, mal sa render ragione a sé stesso del trovarlo più U Onx. No, fintanto che tu non obbedisca a quanto mi 

caro che il lapo di Garda , che il Maggiore , che quel di jn^ piacerà d'importi. 

" S D. Or. (fui^i^endo sempre tremando a verghe da Or/en- 

jj sin che sempre /' insegue, si farìi firino (dia porta per aprire, 
y ina Ortensia trovandosi prima di lui ne toglie la chiaxe. D. 
■-- Ormando disperato e non sapendosi piii che fare, si mette le 



Ginevra, benché non abbia né la riviera di Salò, né le I- 
sole belle, né cinque o sei città sulle sue rive, né mai of- 
fra que' vaghissimi sprechi immensi d'acqua, da'_ quali 
miri biancheggiare !•* vette delle Alpi. Forse quel!' incan- 
tesimo proviene eziandio dal non essere appun'o le sue 
rive mai si distanti Ira loro che l'occhio non possa sem- 
pre scernere dall' una i paeselli e le ville che segRon sul- 
l'altra. E la frequenza ed eleganza di queste ville con- 
tribuisce pure al pellegrino elTello, in una coi colliqua- 
si tnlfi vestili d oliveti e vigneti, e ricchi di lauri e di mirti 
the fanno fede del mitissimo clima. 



2»ii SDIUA 2)a2.IL* ATILID 

SCHERZO COMICO IN l'> ATTO 

( Continuazione e fine V. il num. preccedente ) 
SCENA XV. 
Giannetta e dette. 
Già. Signora, signora, lio veduto venire il padrone. 



Onx. Bene, Giannetta, ora the gli aprirai, se li diman- ^ Maralli. 



mani sul tolto per noi guardarla e fuggendo sempre dice)Mì 
alla fin fine (he pretendi da me .'' 

Ort. I-a tua infame condotta di oggi mi ha fatto la- 
sciare il luogo ove riposo da dieci anni ()er venire in soc- 
corso della mia figliuola. 

1). Or. Per pielà, moglie mia 

Ort. l'ielà di le , padre senza cuore , che per l'avari- 
zia che ti comprende hai osato negare alla mia povera fi- 
gliuola la dole , la dote mia! li qual dritto bai lu sulla 
mia dote ? Ui sciagurato ? 

D. Oli. ( stanco dal fuggire le è caduto a' piedi ed alza le 
mani giunte rerso di lei). Moglie mia, perdiina, deh.... 

Or.T. Non c'è perdono per te, se non a condizione the 
tu faccia quel che ti dico. 

1) Or. Si, falò tutto quello che vuoi.... 

Ort. Klibene comincerai dal dare a tua figlia una dote, 
oltre quella de' ventimila si udì (h'io ti portai, di altri ven- 
timila di quelli accumulali da le.... 

D. Or. Ahi qual orribile colpo .... No , è impossibile 
moglie mia.. 

Ort. Esiti?., ebbene., (otrentanàosi per afferrarlo). 

1) Or. IMisericordia ! No, no, farò quei (he vuoi. . 

Ort. Bene, darai poscia in moglie Giuba ad Enrico 



da di me e di Giulia, digli che siamo andate a letto 

Già. Ho inteso. 

Ort. (ca a sedersi ne II' armadio) Giulia , chiudimi da 
dentro e vaitene. 

Giù. Come ! Chiudervi da dentro ! E se vi manca il 
fiato? 

Ort. Fa quello che ti dico, pazzerella, e non perder 
tompo. 
' Gru ( eseguisce ) Addio , zia , a rivederci. 

Ort. Tra poco. {Giulia e Giannetta partono. ) 

SCENA XVI. 



e 



D. Ormo;*do, dopo un momento di pausa, con un lu- |J 
me in mano e detta nell'armadio. U 



]). Or. Ma.... 

Jl Or.T. Così voglio. 

51 D. Or (chinando il capo) Cos'i sia. Ma permellimi . . . 

U una diinanila. .. 

M Ort. Parla, non temere. 

p D. Or. Dimmi per pietà, caro spirilo mio che n'è av- 

II venuto de' miei danari ? 

^ Ort. Li tengo io in deposto , essi ti saranno restituiti 

jj allnrchè aviai adempiuto alle lue promesse. 

^ D. Or. (sospirando) Ah. 

Ort. (dandogli In mano per alzarlo ) Alzati adesso e vie- 
ni qui. 

I>. Or. (seguendola riiroso ) Dove ? 
OiVT. A sciivere quel ih' io ti dico (lo trascina afona 
_ e lo fa sedere ) Presto caria e penna ( D. Ornando tre- 
U mante piglia carta e penna) Scrivi. « Gentilissimo sig. En- 
posando il candelliere sul tarolino ed andando a || rico flloralti .< . 

D. Or ( lascia la penna ) Non posso. 
Ort. (minaccivsa lo prende pel braccio e lo costringe a 
prendere la penna ) Si rivi , o questa è 1' ultima ora di tua 
\ita. Dunque « Gentilissimo signor Enrico Maratti». 
D. Or. Moratti (con ioce tremula). 
Ort. ic DI' accorgo di mer commessa stamane una gran- 
('e scortesia.... 

D. Or. ( dopo un po' di pausa ) Scortesia. 
Ort. " NganJoi'i la mano della mia figliuola ». Via 
non tremare, di che temi ? 
D Or. Figi ino 'a 

Ort. « Per una mesch'nissima dote » 
D Or (dopo una pausa) Mesch'nissima.... 
Or.T. Dute , ... andiamo, andiamo, supera da genero- 
si.', quest'ostacolo. 
D. Or. Dote. 

Ort. " Ora invece di ventimila srudi... Dì bravo, an- 
cor.so perchè nessuno li ascolla. ( contraffacendo la voce) ii d amo ; pensa (he piii esili piii accorcila tua vita. 

D. Or. ( tremando e fuggendo ) ]\Ia ibi sui tu ? Spirilo, y D Or. ( aspirando ) Ah... Scudi. 
donna, fantasma.... P Ort. <■ l'è ne concedo quarantamilj ». ScnUo questo è 

Ort. Sono lo spirilo di tua moglie.... Ij fii"'o ogni tuo affanno. 

D. Or. Di mia moglie ! l'er canta, spirito, torna don- ti D. Olì. Qua... ran.. la... mi... la 
de sei venuto e lastiami in pare. 



D. Or 

chiudere per di dentro la porla ) Giannetta mi ha detto ( h 
Ortensia e Giulia sono andate a letto col mal di capo. 

Buon per me l'aver risparmiato la rena.... cosi dormisse- _ 

ro sempre., che non mi consumerebbero il bendi Dio — J3 

Consumano più es^e tre in i:n sci mese che io in due in j| 

ieri ann'\( sedendosi). Oh sono stracco! Che giornata la- S 

boriosa è stala questa per uie. Andar su e g ù per tutto il jj 

giorno per guadagnare due centinaia di scudi miseralii- U 

li !.... Ma, ora che nessuno può venire a disturbarmi, fac- ^ 

riamo una >Ì3Ìla al dolce amor mio .. (onsoliamoci di lui- E 

te le pene oggi sifTitc nella sua \isla. { apre l' armadio) ^ 

Eccomi di ritorno, carissima moglie , lo'un alibi ai ciò ( oh- fi 

P.accia Ortensia e quest'i lui) IMisericordia ! (rinculando). jy 

Ort. (alzandosi ed andando rerso Iw). ^ 

D On. ( rinculando sempre e gridando a piii non posso) y 

Ajito! Snciorsol (iiulia, Ortensia p 

Ort Taci, vilissima creatura. E' inutile «he chiami soc- jj 



Ort. Sottoscriviti adesso e tutto è terminato. 



PITTOnESCO 



101 




( Inlerno del Wagons de'.b regina d' Inghilterra ) 



D. Ou ( dopo sotloscrillo si gc'ta hulla sedia asciugando- 
si il sudore dalla frcnte) Ah non ne possi) p u\{(ilzandusi tut 
ttt ad un iratto ed andando supplicìiefole le'So Ortensia ) 3Ia 
i miei danari , ti supplico , spirito, fantasma, the sei ; o 
ucridimi dammi i miri danai. 

Oi'.T. Li avrai più presto rhe non credi. Ora per altro, 
per la buona azione falla, è giusto (he ricevi il compenso 
dovuto alia tua avarizia (caccia un flugellu e ne percuote 
fortemente siil.'e spaile I). Ormando ). 

D. Or. (fuggendo intorno alla slama) Aiuto, soccorso, 
50n morto. 

Oi'.T. ( incalzandu'o e battendolo ) Se p'ii seguili neil' a- 
varizia verrai co^i |iunilo Of;ni nolie. 

l). Or. Aiuto , Giulia , Oil^nsia , Giannetta , accorre- 
te , son ucciso ( inc'ampa e cade) Ahimè son morto ! 

Orx. ( segu tandolo a battere ) sradica dal tuo cuore 
questa passione infame o morirai per le mie mani. 

D. Or. Pietà, moglie mia... mi., pento, si . mi pento 

de'miei. .peccati mi pento dei miei... pe<cati.... Ah. . 

( Si'iene ). 

Onr. (tralasciando dal batterla) Oh diamine! è svenu- 
to... Andiamo a preparare adesso la seconda scena (esce 
per la porta segreta , poi ritorna con Giu'ia , portando 
la figura di panni che rimettono al suo luogo, indi partono). 

SCILNA XVII. 

D. Ofi.MONDO rinvenendo dopo un poco di pausa. 

Lasciami per p'elà , spirito . Dove son w? (guardando- 
si attorno stupefatto ) 

SCENA XVIIL 

Ortensia ne' suoi abiti , Giulia , e Giani^etta dal- 
la porta fingendo accorrere. 

Ort. Fratello ! i (correndo a lui, r'ahandoJo,e scr 
Giù. BiLbo ! [- reggendo'o sotto le braccia lo por 

Gian. Signore ! ) lano a sedere ) 



D. Or (sbalordito guardandosi atlomo) I)o\e sono...: 
Chi siete voi ? che volele da ine ? 

Oi'.T. Ortensia , la tua tenera sorella. 

Giù La vostra amantissima figliuola. 

D: Oli. (guardandole) Si, siete voi — raa chi era qui 
poco fa ? 

r^;^- \ Nessuno! 

D. Or. e pure una terribile ^isione ra' è ipparsa. .Lo 
spirilo di mia moglie... slava li m qm-IT armadio. 

Or.T. Sognassi , Orraondo:'Lo spir.to di tua moglie.... 

U. Or. S.irà sogno , come tu dici .. ma (sentendosi le 
spalle addolorale) mi dolgono fuite le reni... e... mi ricor- 
do d'essere stato solennemeate battuto... 

Giù. D,i chi i' 

D. Or Dallo spirito. 

Or.T. Ah , ah , ah. 

D. Or. Tu ridi invece di piangere... (passandosi la 
mano sulla fronte come per ricordarsi )M impose ami... 
di dar Giulia in moglie ad Enrico Maratti... con quaran- 
tamila scudi di dote. 

Giù Come! 

Ort. (fingendo meraviglia ) E donde li prendi ? 

D. Or. Sorella , figliuola , mi vergogno di confessarve- 
lo , ma ora che la malnata passione è del tutto spenta nel 
.mio cuore, è forza che ve lo palesi. (('mZ/Va/iJo i a-ma- 
d o ) VeJel'e là qurlla figura ? In essa è racchiuso il tiiplo 
della tua dote o G ulia die tutto a te dono, lo non voglio 
saper più nulla , non voglio maneggiar più danaro, no. 
I.-jn"i d.i me quest'abhominevole metallo (he m' ha cagio- 
nalo le p ù gravi cure , i più grandi dolori. 

Ort. ( ca-ezzandtilo) Evviva fratello , ora ti riconosco. 

Giù. (rarezzandtdo anch' essa) Adesso si che vi amo ira- 
raensam nle. ( rien p'cch'ato al'a porta ) 

Oi'.T Cli sirà mai a quest'ora. Va Giannetta a vedere 
(hi e, ma non aprire ( Giannetta esce ) 



102 



V OMNIBUS 



SCENA XIX. 

D. Or.MONDO , Or.TENSiA , Giulia. 

D. Or. Domani dunque Giulia , faremo queste nozze , 
domani sarai l'eiiie. 

Giù (iibbracciondnlo) Amali'ssimo padre. 

Gian, (di ritomo). E' il sig- Enrico. 

Ort. e (he vuole ? 

D. Or. Viene giusto in punto. Giannetta introducilo. 
{Giannetta esce). Cos'i aOreiteremo di alcune ore la felici- 
tà di (juesti due amanti. 

SCENA XX. 

Enrico , Giannetta e detti 

Enr. Scu.iiate, se ad ora sì tarda vengo ad importunar- 
vi, ma nel ritirarmi a rasa ho trovato tple^lo vostro vi- 
glietlo, signor D Ormondo, che ini .«ununzia una rosa (he 
stento a credere dopo la negativa di questa niatlina. Son 
però venuto immanlinenti da voi ad accertarmene (do una 
carta a D. Ormando.) 

D. Olì (D.^po aver/a gv ardalo). Non è dunque un soruo 
che lo spinto di mia moglie m'alibia visitato . . . Questo 
viglielto m' è stato da essa dettato. Ma a voi sig. Enrico 
chi l'ha portato? 

Enr. L'ho rinvenuto sul mio tavolino. 

D. Or. Sul vostro tavolino ! (meravigliandasi) ... V ha 
dello strano in tutto qnest'aci adulo. Basta ; comun(pie 
siasi la cosa ( prendendo la mono di Giulia e di Enrico ed 
unendole) siete marilo e moglie, ed io, nel far questo nodo, 
giuro di rinunziare in tutto e per lutto alla mia vita passata. 

Ort. Fratello ! i 

Giù Caro padre ! > (inginocchiandosi) 

Enr. Signore ! > 

D. Orm. Che fate? Alzatevi. 

Ort. \ 

Giù. V Perdono ! 

Enr. ) 

n Orm e di che ? 

Enr. Dì.... 

Giù. Abbiamo... 

Ort. (interrompendoli) Zitto, lasciale parlare a me che 
sor.o l'aulrire della trama. 

D. Orm, Trama ! 

Ort. Si, ma promettimi prima di non andar in collera. 

D. Orm. (dandole la mano) Te lo promello. 

Ort. Dunque io per farti arronsentire a dar la dnfe a 
Giulia mi son finta lo spirito di tua moglie e mi son po- 
sta nell'armadio al luogo della tua borsa. 

D. Or. (maraiiglialn)Tn\ E rome sei entrata qui dentro? 

Ort. (correndo alia porta secreto). Onesta porta se- 
creta, che tua moglie ed io facemmo praticare alTine di 
darle libertà, allorché fu uscendo per gelosia la chiudevi 
da dentro. 

D. Or. Oh! ... E poi come hai aperto 1' armadio ? 

Ort. don una chiave falsa che m' ho procurata. Age- 
volmente comprenderai il resto. 

n. Or. Sicuro . sicuro che lo comprendo. 

Or. Giù. eri Enr. Ci perdonate dimque ? 

D. Or. e che voglio farvi : debbo perdonarvi pT for- 
M ad onta delle percosse (he tu Ortensia m' hai date (on 
poca rarità fraterna. l\le ne risento tuttavia (toccandosi la 
schiena). 

Ort. (ridendo). E se non te le dava così non saresti 
ora canibiato. 

D. Or. Basta così, ormai non pensiamo piii al passa- 
to ma si all' avvenire (a Giulia ed Enrico abbracciando'i). 
Figliuoli, domani sarete uniti e per sempre; e voi miei ex 



colleghi srate avvertili dal mio esempio che per quante 
cure si possano avere non è mai sicura la Borsa dell'A- 
varo ! Gaei ANO Torelli. 



INTERNO DEL WAGONS DELLA REGL\A 

D' INGHILTERRA. 

La regina d'Inghilterra l'anno scorso faceva nn viag- 
g'O, visitando il re de' Francesi ad Eii, e quel de' Belgi 
a Brusselles, dopo di cui da Brigblon riduccvasi in se- 
no alla sua capitale. Partiva da Londra al cader di a- 
goslo per la sti-ada ferrata direlta a Soulhamplon, ove 
r aspellava il yacht dello Vittoria ed Alberto, sul quale 
fece la sua gita marillima. 

I diretlori della strada di ferro da Londra a Sonlhamp- 
ton , spiegando tulio lo sfarzo che io simile congiuntu- 
ra polevasi aspettare in una carrozza che corre su ro- 
taie , ne fecero costruire una la cui niaguilicenza e ric- 
chezza sorpassava ogni imaginazione. Tutto quanto 
puossi avere in una salda e spaziosa camera di pietra , 
a ricevimento d'illustri persone destinala, sofà, sedie a 
bracciuoli, doppieri ec. ec. (ulto era in qi:el vaggone riu- 
nito. Olire a ciò le pareli erano vagamente dipinte si 
che sembravano istoriale, e nel mezzo del sofTilto pen- 
deva una corona cui poleva sostituirsi una lampada , 
necessaria allorché era mestieri traversare vie coperte o 
tunnel. Dippiii era divisa in due parti, cioè 1' una per 
la regina Vitloria, 1' allra pel principe Alberto. In tal 
guisa r uomo congiunse insieme le coso più disparale 
ed incompatibili fra loro , una velocità tale che pur ti 
sembra rimaner immobile, la vastità e l'agiatezza. 

( compilazione). 



i NAPOLEONE CONTRABBANDIERE 



Verso la metà di aprile del 1809 , trovandosi Napo'eo- 
ne a poca distanza da Magonza , ove reravasi acombat- 
tt-re la famosa batlaglia di Ilalisbona e di Wagram , un 
incognito si presenta a-l' augusto comandante , e fattogli 
con mistero cader nelle mani un foglio , involossi preci - 
pilosamenie in una vicina foresta. 

Napoleone , quasi [presago di un sinistro accidente , con 
occhio loibido e ( iipo si mise a scorrere quello scritto, 
poscia volgendosi a DjvousI ed a Berihier , che l'accom- 
pagnavano , proruppe in qi'esta spaventevole esclamazio- 
ne : " Guai a lui ! ! ! >• 

Era una notte limpida e serena. Da dne ore l'impera- 
tore de'francese aveva tutto solo abbandonato gli arcampa- 
menti. Giunto al limitare di un denso bosco ode un lie- 
vissimo rumore e mentre cava di tasca una pistola , quat- 
tro uomini gli si predpitano addosso, lo disarmano, e si 
assicurano di lui. 

— Finalmente , disse tosto uno di essi , il lupo è cadu- 
to da sé nel laccio. 

— Sia pure ; volete forse denaro ? gli rispose franca- 
mente Napoleone. 

— Danaro a noi! 

— Che pretendete dunque da me ? 

— Pretendiamo che senza cerimonie ci diriste da qnal 
parte passeranno quei colli di seta che comperaste in 
H,annover. 

— Io non v' intendo. 

— Ah non e' intendi ? c'intenderai , e" intenderai 






— iMa chi ••lete voi ? 

— l'lC()i)stÌ. 



« tradisce il proprio monarca /(unrendo ì contr.ibb ondi cri. 
il — liifaiiic laliirinia , gridò s(lc};nalo l'onesto nomo , io 

— Hi) capito. jj traditiire elfi III o sovianc! : IMa ilii fu, dji fu l'iiiiiiDO 

— 1-ii voleva lanto ! «he osò d' insiiilaie si pei fKlaiiietite all' (uior mio :' La mia 

— In ijiiesta liorsa vi sono mille zecdiini ; divideteli, e o povertà inauilcsta alilia^lanza la mia iiiiurctnza , e se voi 
Ias(ia!eiiii andare pei fatti miei. P o signore , speravate di riusrire nel vostro intento cffe- 

— Povciaiiio! devi anzi venire con noi. ItÌ rendomi dell'oro v' ingannaste , ve l'asiituro. 
Senza complimenti due di es-i si posero ai fianchi del Q — Lo sperava. 

supposto toiiiraliliandierc , e dopo il cammino di cinque |^ — Intanto non uscirete da queste mura , se prima non 
miglia circa giunsero ad un umile palazzo po^to sulla riva 'l mi date il vostro nome. 

di l lleno. Appena entrato il lirigad'ere chiese ad una gen- ^ — Il mio nome ? Napuleone , imperatore dei France- 
tile signorina se 1' ispettore tiovavasi in casa. || si e re d' Italia. 

— No, rispose dessa con una voce gratissima, raa fra ti — Che! e^clamarono tuiti ad una voce stupefatti, voi...- 
poco saia, senza dulibio di litorno. ^ Cailo rimase stupido , e fiso lenendo lo sguardo sul 

— Benissimo, intanto potremo far passare questo signo- fi volto di Bonapirte lo riconolibi; , e fra i singhiozzi disse : 
re al piano di so[ira per assicurarci meglio. P — MaesI.i , perdono , io sono inuoccnle. 

— Io in prigione ! S — Lo so 

— E peri he no ? || — (}iiali he mio segreto nemico.,. 

— Hesl;)te qui di guardia , non fuggirò. H — S'i mi consegnò questo foglio , ma non duhita'e, fa- 

— Alle volle la signora Luigia ... |^ rò il pussih le p°r discoprire il reo e punii lo sici on;e me- 

— l'cr me sono indilfcienle. lila. . di moi'e. Vi par poco una lelleia anonima ! ! Oua- 
Rima ti soli , Napoleone appiccò sub'to discorso rolla sg 'iinque volia mi sarà d.ilo di conusiere .ilcuiio il qtnle o 

bella moglie di II' ispettore. ì^ per invidi i o per ispirilo di venletta si serve di questo mcz- 

— Yo.tro niaiito, le disse, ha un 1 uon impiego Ai confi n 'o inventato da Satani nel no'inento che fu ma'edctto da 
ni i doganieri stanno sempre nieglio, || Dio , lutto g!i faiò provare il r gore delle leggi , e secon- 

— A qiiest" ora il mio Culo però avrelihe m-gioralo a ''" ' ''^^' «•''P'ó eziandio aumt-niargli la mmlaia pena. Vi- 
li sua condizione se l'ImpiTatore potesse aver l'occhio H vete tr.inquilio , non inarrirete qui. Ai compngnalemi. Vi 
da per tutto. j» ringrazio , briga... cioè signor riievilore ; e voi pure rin- 

— Che cosa e' entra 1' Imperatore... P grazio, o prtpo .. cioè brigadieri, delia passeggiata che mi 

— l'idar ('el mondo se e' entra ! Il minislro di finanze *t avete fatta fai e. 

promuove solo chi a lui pare e piace. " Appena firm;ita la pare di Vienna ( IO oltobre 1809 ) , 

— l'ossihilf ! fi Napol'onesi licordò dell' ispettore, e lo nominò primo 

— Le raicomandnz-oni fanno di gran m'racoli. Noi 53 segretario presso il min stro delle finanze, 
non ne abbiamo, e per conseguenza ci toccherà di mar- Il 

Gire qui. g —m^-.^ 

— Bisogna sempre sp rare. Ouali.he impreiedufa cir- ^ 

costanza poireblie alle volte... " || FEST.i DELLE OCHE A r.4. VIA . 

A in'eiron^ip'ie questa ccnverzazione entrò 1' ispettore ti 
coi preposti. T.ra desso un nonio sui treni' anni , di una ^ In alcune città presso cui corre quali he fiume , trovasi 
fisonomia geniale , ma severo. "^ per antica istituzione, ima festa popolare, la quale pire 

Voi , signore , d s e volgendosi al forestiero, fo- § ileafa per mostrare la valentia nel nuoto dei barcaiuoli, 
restalo da' miei prepooli. O e ritrarre per gli uomini alcun passaiempo da qiieil' eie- 

li,' vero. Yi mento su cui conducono i mutui CHmmfni. Ui queste ri- 

— S-ipete il motivo ? ^ mane tulfnra 1 onsurti.uJine di una in l'.uia , e (h amasi 

— Nu. ^ tirare il cello all'oca; e tiensi in a'ciini di d' estate fe- 

— F.ivorllemi il vostro nnmp. J^ «t'vi appunto dagli abitanti propnqui al Trino, specia'- 

— Se non v' incresre . prima di pn.^are a queste for- f^ mente il giorno delli Midouna d Agosto Si dispongono 
matita . voerei faivi una confidenza Ut e a IHe. 3 siili' ai qua innanzi al ponte ove ib-clm» ia corrente , dio; 

— Volonlieri ; Luigia ritirati. jj late bari he che fronteggiano le due opposte sp,nde, e agli 

— Signor isp. tiore , io non sono stato mai un con- J* alberi di queste a due antenne conficcate alle sponde , 
trabbandiere . . q si annodano i rapi di una corda s'o he attraversi il fiu- 

— Dunque sarete... ^ me, e lungo q!le^ta si appendono pei pedi varie oihe, an- 

— Sono un cavalier d'onore. Un impegno ron'ratto «7 fore di vino e qinli he altra bagatt. Ha a c.ipriccin. 

con una persona di alto grado mi obhli-ò ad abbmdora H Cd nascere del giorno alcuni barcaiuoli vestiti con bra- 
re per poco l'.ìrlgi e recarmi a Gottinga? D-siderate di fa- Is ihe e g'ubbelti biamhi . recinti a fian.hi con ciarpe colo- 
re la vostra furtiina? Procuratemi il passaggio di quille S rate, e copeiti la testa di cappelli ingh ilandali di fiori , 
merli, .he domani a mezzanotte arriveranno dall' Hai- TJ prered'iti da una musica , vanno a dip'i tarsi per 'e con- 
novir, e voi avrete sul momento una cimbiale di 100 i| trade della città, mentie corie loro d appresso infini'a 
mila franchi. a 'gente : come giunge il vespro, e molti spettatori sono af- 

— C;-nti mila franchi ! Voi non siete cavaliere. Il vo- S follati alle ripe del Ticino, la musica situala e divisa sull.; 
sito nome? O due barche .tnniinzia il cominciare dello spettacolo; ve- 

— Non lo saprete mai. ^ donsi tosto quei harrainoli salire sul letto piii eminente 

— Olà , brigadiere , si conduca quest' nomo nel snt- il che copre il ponte, il quale s'innalza sopra al pelo d'Ml'ac- 
terraneo A un impiegato di Napoleone , a Carlo D**" .si f| qua intorni, a .sessantacinque piedi, e di ia accomodata I a- 
oilrono denari per tri^dire i suoi doveri . p r danneggiare H nima a Din precipitanti nel fiuinn. Ln silenzio neg.i .spel- 
lo stato ! Qiia'e avviliiieiìto permei Dinaro! || latori anniinz'a la loro trepidnz one al tonlolare dell su- 

Aqnestr.hari segni d' indignaz'one , <he pienamrn'e à dace e alla vista delle acqueche gli si .sollevano intorno, 
p^'es^VHio la fedeltà dell'Ispettore , Napoleone non po'è fj ^e non che alquanto dopo un ilamoroso evviva il sa iilo 
a meno di esihm..re : — ;7/-aco.'--e cavando dal porta- O emerso d.Ul' onde, lungi del sito ove cadd-. Unabar.het- 
fo^li una lettera, lesse qiie»ti*treinendi pensieri: Carlo D"** 3^ 'a ospitale accoglie il nuotatore, ratta scende, e pervenri- 



ste ar 



104 



L OMNIBUS PITTOHESCO 



fa ov" è tesa la corda , quegli spirra un salto e s' a^Rrap- 
pa al collo di un'oca: la barchetta gli sfugge dai pieJi, 
ed ei limansi penzolone e si gira intorno a quei collo fin- 
ché non lo ai)bia spiccato dall imbusto : si sommerge an- 
cora ni'ir onda , sale di nuovo il battello di soccorro , e 
fra l'applauso de" circostanli approda trionfante alla spon- 
da. Un altro del drappello rinnova tosto l'istesso giuoco , 
e lo ripete finché ognuno il conduce a sua volta ; e ta- 
luni si cimentano piii fiale sdegnando il battello di sussi- 
dio, e calando a nuoto sino al luogo ove sono le oche, e 
ripetendo la prova finché non le abbiano tutte decollate , 
e fattele per tal rnndo piopria preda e vucilate le anfore 
di vino. Lungo il fiume su diverse barche presso alle ripe, 
re' vicini liosi belli, s'imbandiscono quindi liete meiende, 
s' intrecciano piacevoli danze, e si alternano allegri evviva 
Abbenchè non si alibiano certe notizie, pare che simile 
festa venisse instituita, allori he si dedicò un giorno di fe- 
rie alla signora della Stella rinomata in qiul tempo per 
molta santità ; e sareiibe appunto nei secoli di mezzo, poi- 
ché allora vi si fecero molle largiz oni , e mi llG2un 
so! privato v' inslitu'i co' propiì beni un ospedale, che nel 
r2lO Otione IV tenne escìite da ogni tniiuto. Alcuni [liii 
lepidi amando ripetere da più antica origine c|uesto giuc- 
co , favoleggiano fosse istituito da Dienno reduce da Ilo- 
ma, poiché gb bill'i la presa del Cunpidoglin , a cagione 
di (juelle oche che destarono Slanlio Torcpiato , perché 
fuggilo da Camillo e rico\ rato a Ticino , allora fede dei 
Galli , ivi diede ai soldati la festa a tormento di quegli 
uccelli nemir , che per vero sono posti a morte crudele. 
Chei e bè ne sia di sifl'alta novella , noi per certo ravvisia- 
mo in questa popolare piacevobzza il carattere di quella 
instituita per educare la nazione negli esercizi ginnaslic i , 
come il correre a' galli ed ai falconi, al palio, se non che 
qui era piii disastrosa la prova, e polrebbesi dire the sal- 
tavasi alle oche. 



ALIA MADRE DI DIO 



Capua 20 AgoMo 1844, 



Godi , esìmia eccelsa Vergine 
Prediletta del Signore , 
C(ime uji astro splendidissimo 
Sul soggiorno del dolore 
Tu nascesti , e quel da insolita 
Grande gioia sfavillò. 

S'i nascesti — più che fulgido 
Ne sorrise il firmamento ; 
Si riscosse fin da' cardini 
1/ ampio mondo per contento , 
E col nome di bellissima 
La Natura t' onorò. J^ 

Gifi discese schiere Angeliche '■ 
Fer corona alla tua rulla , 
E -dL-Dio tiilt' infiammarono 
fi bel cor di te fanciulla , 
T)i quel Dio ch'esser doveali 
l'adre sposo e figlio ancor. 



Su nel Cielo s' annunziarono 
I portenti profetati , 
tei insieme n' esultarono 

I Veggenti al Limbo andati 
Disposando un inno tenero 
Sulle cetre del meror. — 

Così nata dasti al Nunzio 

II tuo \ergine consenso : 
Ritrovasti nell'Altissimo 

La tua pace , il tuo compenso ; 
Fosti duiina tutta grazie, 
Fosti colma di virtù. 

Benedetta ! dalla gloria 
Non restasti insupeilìila. 
Con sorriso placidissimo 
Dispensasti a tutti aita : 
Né mai 1' uom nella mestizia 
Sconsolato per le fu. 

E ascoltasti i veti supplici 

Dell' oppresso , e del ineschino ; 
Insegnasti al miserabile 
Della vita il buon camiiiinp, 
Ililoglie^ti dalle lagrime 
La gemente uinamlà. 

Ed ancor provasti 1' ansie 
Dell' esigilo desolato ; 
Poi volasti in mezzo agli Angeli 
Al tuo soglio iramaculato , 
Ove siedi nella gloria , 
Ch' in eterno non mona. 

Godi, godi — dall' Empireo 
Volgi un guardo nnnipossenle ; 
Ve' la terra che nel giubilo 
Or s' inchina riverente ; 
E te invoca , ferventissime 
Le sue preci alzando al Ciel ; 

Tu concedi a Lei propizia 
La tua pura e santa pace , 
Che non tocca sia dall' invida 
Ira rea del mostro audace 
Che la possa vorrà sperdere 
Del tuo popolo fedel. 

In te trovi a' mali il termine 
Chi macihiossi di delitto : 
Tu raffrena i fieri palpili 
D' un amante derelitto : 
Tu consola i supplii lievoli 
D" ogni sesso , e d' ogni età. 

E fa si, che sempre vividi 
Di piii lucida bellezza 
Siiir Italia i giorni brillino 
Della gioia infra l' ebbrezza , 
E r Italia alle tue laudi 
Nuove laudi aggiungerà. 



Francesco Marchesanf. 



TiPOGRAFTA dell' OMNIBUS 



^ 



Direttore proprietario : V. TORELLI . j^^ 



Kflpolt ^ Settembre 1844. 



= 2lnno ficttimo 



iiiiiii 



UN FOGLIO GRANA 5. — UN SEMESTRE 1.30. — I'n' ANNATA 2.60. — PER t' ESTERO T'N ANNO 3.60. 




'y/c>//r/t^a// 



V'ha in Oriente una Iradit'one the semi tema d',:n- 
dare eirati può dirsi invai iabile; quella dell' ospitalità. In 
■ ne' paesi di vaste e rimote solitudini ^\ nomini han ini- 
rahilinente (onosrinto il Itisogno di aiutarsi, di prepararsi 
a vicenda soccorsi ed asili ; sicché il via^^ialore vi è di- 
venuto un ente riveiito, l'ospite vi è un oggetto sacro. 
L'ospitalità, come fiiltn ciò clie è dopnia e (cedenza , vi 
ha i suoi simboli e le sue formole, che vengono rispetta- 
te e rimangono inviolahili, ed ha altresì i suoi segni ester- 
ni. La coppa che presentasi a quello che trovasi sotto il 
vostro tetto è sempre un testimonio della benevolenza sul- 
la quale ei può riposare con tutta sicurezza. 

Neil Armenia ciascuna famiglia possiede una coppa 11 
lusso, la riciliezza, o 1' antichità di questo vaso, la sua 
modestia o la sua novità dicono qual'è lo stato della fa- 
miglia ; in ogni oicnrrenza memorabile dell'anno qiie' po- 
poli l'appressano vicendevolmente alle labbra. Ora essa 
contiene bibit • inebrianti, ora un li(]iiore generoso e for- 
tificante, soventi' latte e mele, e talora di quelle molli 
e delicate pre(>arazioni che tanto si confanno alla sensi- 
bilità delle donne e alla dolcezza dei fanciulli. Inoltre gli 
amanti promeltonsi e si giurano una reciproca tenerezza 
col mezzo della coppa. 

V.n giovane armeno delle contrade limitrofe alle Geor- 
gia, appartenente a famiglia antica , licca e chiara , avea 
presentata la e ppa dello s|iosalizìo a TVifialia , la piii 
bella delle vergini della montagna. Avvenenti 1' uno e l'al- 
tra in quei paese^si tranquillo e ad un tempo si fertile, ri- 
prometteansi giorni lunghi e felici. Per essi abbellivano 
il presente dei p'ù ridenti colori numerose greggi , armi 
valorose, l'amor de' loro fratelli, la tenerezza dille loro 
famigl'e : e Ilustan e Neftal'ia iasciavansi trasportare da 
quegi' inebliriamenli dell' avvenire, da quelle estasi della 
speranza, che parean essere come una rivelazione di feli- 
cità Frattanto un giorno . dopo una lontana e penosa 
caccia, Rnsfan infrmò; soffi'i gran tempri, e forse avreb 
be dovuto soccombere al malore senza le cure di Neftal'ia, 
• cui sguardi lo supplicavano di vivere per l.i, di cui do- 



veva esseie io sposo , e di cui era il prediletto tra ^1 
iiom ni. 

La malattia sparve 'eniamente , ma avea lasciate cri- 
deli rimembranze. Sicché durante le f>r*> d^lla lunga con- 
valescenza, i due amanti (om|iiacevansi di ridiisi i loro 
progetti di felicità, le prossime dis[io>izioni e nidle partico- 
lariià piene di delizie, nen he nascono d' uno slesso pensie- 
ro, perchè sono la rifl-ssione delle stesse illusioni , le vi- 
brazioni d' una stessa idea. 

Ilustan era guarito, e Neftal'ia, col rossore onde copri- 
vasi la sua fronte quando i suoi occhi inconlravansi in 
quelli dell'amante, lasciava scorgere che aveva indovinato 
il lilorno della sanila. La famiglia adi,ni.ssi ; e dopu che 
furono lendule grazie al cielo per aver da!a tanta speran- 
za ai due giovani cuori, la coppa che leggermente toccò 
in prima la bocca di Rustan fu festeggiata e riempiuta 
mille volte e mi. le volte vuotata. Un sol convitato mostra- 
vasi melanconico e increscioso di tutta (piella gioia: .\lib, 
il compagno d'infanzia di Ilustan, l'amuo de' suoi giuo- 
chi, il figlio del piii ricco possidente della contrada. Alib, 
altero della sua forza e del suo aspello guerriero ; Alib , 
seguilo con tanta con:piacenza dagli ori hi deile d< n/elle; 
Alib, che ciò non ostante non ne amava .he una; e que- 
sta era Neftal'ia. la fidanzata di Ilustan. amico di .\iib. 

Apparve sotto la sua pupilla una sinistra scintilla, al- 
lorché Ilustan, colla coppa m mano, esclamò : — mia 
diletta ' Per questa coppa de' nostri antenati io giuro di 
non esser d'altra donna che dite sola, di le per lulta la 
vita! Questo vaso, che (i è sacro , sia il p gno della 
mia fede; riceva esso le mie promesse d'imene. A te, 
Ni flalia ! 

— Cd io, soggiunse la giovinetta come ispirata, io da 
questo momento appartengo ala coppa di Riislan , a lei 
sola e a quello che la possederà ! An. h' io co.s'i giuro. 

Che avvenne mai in tale istante nel cuore d' Alb? Fu 
quello un segreto fra lui e i cattivi genii del deseit"; m.i 
Mille sue labbra soli li e i h use soifermossi un freddo e fu- 
nesto sorriso, che fé muovere i suoi stretti mustacchi. 

il 



IC(J 



l OMNIBUS 



Pochi giorni dopo quella scena, la famiglia, nuovamen- 
te riunita in un banchetto di pie felicitazioni, cercò inva- 
no la coppa; era stata involata. INeflalia ne pianse; Ilu- 
stan disparve con un orribile accento di collera e di rab- 
bia; si diresse rapidamente verso la montagna, e come se 
corresse dietro ad una preda che fosse certo di raggiugnere. 

Passò un'intera settimana, e la madre di lluslan, che 
ìa tutto questo tempo era stala piangendo e pregando , 
vide ritornare il figlio pallido, abbattuto, stanco, ma pieno 
di forza e di energia per esalare il suo furore. Egli ab- 
bracciò frettolosamente sua madre, non parlò di Nefralia, 
rivolse lo sguardo verso 1' abitazione di lei , poi dileguossi 
come un lampo. 

Ahimè ! colle idee delle sue credenze superstiziose , ei 
rilenea senza dubbio che colla coppa de' suoi antenati fos- 
se perduta ogni felicità per lui e per INifialia. 

L' Egitto risuonava dello strepito delle armi. Due na- 
zioni rivali vi si erano invitate come in uno steccato; Ira 
il mare e le piramidi i Francesi e gì Inglesi rontendcansi 
sulle sponde del JNilo il possesso del (iange. P^el deserto 
rombatteano corpo a corpo per conquistare e difendere i 
ricchi banchi mercantili della costa di Coiomandel; e il pa- 
cifico Egiziano , stupefallo di quel tumulto guerresco per 
interessi da lui non com[Tesi, invocava in suo aiuto Mao- 
metto e gli amichi suoi idoli, le orde degli Arabi, la ri- 
volta dei popoli , e il fanatismo dei pugnali. Tulio era 
scosso dalle agitazioni delle battaglie ; dalla liaia d'A- 
boiikir sino ad Eliopoji, ri';;;ilto non era piii che un cam- 
po ora fiancese, ed ora inglese od arabo. 

Gli Egiziani s'avvider ben presto essere in pericolo la 
loro nazione ni IP aggressione di cui erano l'oggello. Inva- 
no i vini itori s' inoltravano adorni e belli di scienze , di < 
cognizioni e di (ivlllà; l'antico F-gitio fremeva; qucll' E- 
gilto (he era slato l' inslilulore dell'occidente, doveva og- 
gi ricever le lezioni che gli si davan con le armi alla ma- 
no ; e poteva egli accettare questi bonefìcii che gli si oflri- 
vano col rimbombo del cannone ? Esso non vide nei ten- 
tativi de' l'ranreil per far colonie del terreno dei Farao- 
ni, che la rovina della sua grnpria nazione ed indipenden- 
za fremette e indignossi ; e il Cairo mandò il primo grido 
della insurrezione. Era rome un vasto incendio che nel 
suo braciere minacciava di soflbgare tutto inteio l'eser- 
cito francese, ma venne estinto. 

Vidersi abora i c.ipl, umiliati e vinti, curvar la festa 
sino a terra, e iniplorar mercè a forza di suppliche e di 
preci. Un giorno Napoleone IJonaparle , che comandava 
i' esercito francese in l'Igino, circondalo dal suo stato mag- 
giore, ricevette una visita dillo seeiik che comandava al 
Cairo , uomo ambizioso , le cui gelose passioni avean so. 
venie mt-ssa a rischio la salvezza della can.<a egiziana , e 
che presentavasi per conciliarsi l'animo del vincitore, della 
cui forza e potenza volea servirsi contro i suoi competi- \ 
lori. Era quello un momento in cui, pensando già a quella 
Francia eh' ei proponeasi di rivedere, il giovine genera- \ 
le, lieto di un pensiero che non palesava per anco, sfolgo- 
reggianle nel viso di un'audace speranza, proponeva ai 
suoi uflieiali la salute della loro bella patria con una ri 
membranza d'amore, e un pensiero di ritorno alla Fran- 
cia e di vittoria. 

Fra queste scdnzfoni Io sreiik scordò i precelli di iMao- 
melto , accettò un bici hiere di Sciampagna presentatogli 
dal generale, e lo vtioUi in un tratto solo , supplicando il 
profeta a dimenticarsi duna tale trasgressione nel gior- 
no in cui traverserebbe il ponte sospeso sul lago di 
fuoco. 

INitriyan nel rorlile del qnarlier generale due cavalli 
arabi di grandissimo prezzo , e solto le m.ignifirhe gua'- 
dra[ipe scintillanti d'oro e di gemme lasciavano vedere 
le perfeilissime loro forme. Era un dono che lo sccick of- 
friva a Bonaparle. 



Questi contemplò con piacere que' nobili animali , ma 
ciò che attrasse maggiormente i suoi sguardi fu il mania- 
lucco che loro stava d'appresso. Contava questi circa di- 
ciolt'anni d'età; il suo viso rotondo, la delicata sua carna- 
gione , benché bruna , il suo bel portamento, lo splendo- 
re ed il buon gusto del suo vestito, la sua ana maiziale, o 
nonJimeno dolce ed afletluosa, e un non so qual carattere 
di fedeltà e di allaccamento sparso in tutta la sua persona, 
iram'nsamenle piacquero al generale. 

— A chi appartiene quel giovine ! cliiese allo sceick. 

— Fa parte della mia casa. 

— lo vjrrei avere un simile servitore. 

— Mi stimerei fortunato d'ollerirvelo. 

— Vuoi tu venir meco ? disse dirigendosi al giovine. 
Il mamalucco fece un imhino. 

— Il tuo nome i^ 

— Uu3tan. 

Sì , era desso ; Riistan, il fidanzato di Neftalia, quegli 
cui era stata rubala la cop[ia, e che lungi dalla sua patria 
e dai suoi antenaii avea \olulo sottraisi all' ira del cielo, 
eh' ei credea sospesa sul suo capo e su quello della donna 
(he brama^•a per isposa. 

— 'l'u saiai il mio mamalucco , disse Bonaparle , e sin 
da quel giiriio lluslan a(ipartenne a iNapoleone. A travet- 
so del Mediterraneo e (iella squadra inglese esso sbarcò 
a Fieius IVattanio passarono alcuni anni, e la storia, ilie 
ciasrun conosc e, ne hi dello il come. 

Seiiqire a fianco dell' im[ieratore, llublan vide le mara- 
vigl e di'l'e sue ^ illorie : il vide brillare d' uno sj lendoie 
di cui filile le fatature dei racconti orientali a\evano a[i- 
pena (lotulo dargli una veridica idea; lo riguardò come un 
Nume, e la sua ledellà fu illimitata; eraipieitail suo cul- 
lo. Ma anche l' iinperaloie ania\a il suo mamaliuio che 
teneva sempie al suo fiinc o; volevalo in mezzo allo splen- 
dore e alle ricchezze; comp accasi di specchiarsi in certe 
guisa nel lusso di Uustan; esigeva pel suo mamalucco gli 
abiti pili sontuosi, le armi più preziose, i cavalli pìi >.ieiti; 
neir (.rdine delle feste dell' impero non asseguavagli altro 
posto (he a' suoi fianchi, di modo che ne a\ea fallo come 
un satellite inseparabile dalla sua stella. 

Ma in mezzo a tante grandezze lluslan pensava ala 
sua patria: non avrebbe osalo piangere la Icmtananza, poi- 
ché non sarebbesi per nulla al mondo separato da Napo- 
leone ; ma pensava a sua midie, alle sue montagne, al- 
le pianure (he a\ea viste coperte di s'i ricche mandre, ai 
g'orni fel ci che gli fiiron promessi , poi a Neftalia eh' ei 
dovea chiamar sua compagna ; e il mamalucco provava , 
se non disgusto , almeno una certa malinconica rimem- 
branza che turbava le ore si rare che potea concedere al 
sonno. 

Una mattina l'imperatore gli disse celiando, e pizzican- 
dogli un' orecchia : 

— Rustan , tu rivedrai i tuoi compalrinftì. 

— Come ! sire i* ... esclamò lluslan pieno di spavento. 

— No, no, calmali, soggiunse l'imperatore, (he com- 
prese subito II sospetto del mamalucco : tu non partirai ; 
essi vengono qui. 

— Ah! 

— Si. Io avrò nella mia guardia un reggimento di ma- 
malurchi; vuoi tu comandarlo ? 

— S re, io sono sempre disposto D fare ciò che piace a 
VostraMaestà: ma sa mi permetteste di esprimere un volo, 
sarelilie esso di non abbandonarvi mai ; ve ne supplico. 

— Cene amico mio; bene, Rustan : rimanti sempre v'- 
cino a me ; e chiedimi ciò che vorrai. 

— Sire, io non abbisogno di nulla, tranne della presen- 
za e deli" afl'eìlo di Vostra IVIaestà. 

— Dimmi, Rustan, come alloggi? 

— Sire, occupo un quartierino nel padiglione di Flora. 

— L'hai tu adornalo alla turca ? 



107 



.mi 




{ Dormitorio all' etpijio de'TroMteiii di Parigi ) 



— No , Sire. 

— Sei un balordo ; fallo aecomodare alla turca , figlio 
mio , — e r imperatore se n andò. 

Rustan , secondo la brama del suo padrone , fece 
assettare il suo a[iparlamenlo alla foggia orientale ; con 
Eeiu[ilicità si, ma esattamente secondo lo siile del suo paese. 

I maraalucchi arrivarono a Parigi. La vista di (jiiella 
milizia orientale eccitò una maraviglia generale. Rustan 
osservava avidamente i mamalticibii anche quei volli eran 
per lui una rimembranza animata e presente. In quella 
accoglienza un ufliciale si rimaneva solo , separato dai 
com|iagni , timido , e quasi volendo sdiivare quelle bene- 
vole testimonianze. Rustan , lo riconobbe e correndo ver- 
so di lui , lo cliiamò nel .suo lingiiagt;io naia'e , abbrac- 
ciandolo ; era Aiib , quel!' Alib che nel giorno degli spon- 
sali avea bevuto al tempo stesso che ei bevve nella coppa 
perduta II primo grido di Rustan fu involontario. 

— E Neftaiia .'' esclamò. 

— IL' morta. 

— Morta. ^ 

Restarono ambidue per qualche tempo in silenzio. 

— Miii fa senza spnso ? ripigliò a dire Rustan fissando 
su di ;\lib uno sguardo scintillante come la lama di un 
pugnale. 

— No 

— V thi avea sposato ? 

— Me. 

— Te? 

Rustan lasciò la raaao d" Alib : Don versò aaa lagrima, 



lo guardò ; e negli occhi snoi non eravi allora né rabbia, 
né sdegno ; ma un indescrivibil miicuglio di stupore e di 
compassione. 

lùano scorse due intere settimane dacché era stato ri- 
cevuto alle Tuiìeries il corpo degli ufficiali maraalucchi. 
Procedeva rapidamente la formazione del reggimento. 
L'imperatore aveane passala la prima rivista , poi avea 
voluto che Rustan e i mamalucchi fossero riuniti in un 
banchetto militare : in (piella festa Alib e Ru.tan prote- 
starono d'amarsi e di dimenticare il passato. Nondimeno 
il mamalucco dell' imperatore era preoccupato d,i un pen- 
siero secreto. ligli andava spesso a visitar Odiot, abile 
(irefice ; passava ore intere nelle sue officine ; e un ginrno 
lo si vide portar misteriosamente al suo palazzo no vaso 
ch'ei nascondeva con grandissima diligenza. All'indoma- 
ni, al (piartiere della scuola mililare , il tenente Alib fu 
invitato a far colezione in casa del sig. Rustan. 

L'ufficiale dei mamalucchi venne ricevuto con tutte le 
dimostrazioni d' affetto dal suo compatriotta ; aveano am- 
bidue molte cose da dirsi , ma la d'ffirolià consisteva nel 
cominciare. Rustan parlò primiero AnX Armenia e di tutte 
le sue rimembranze ; congratularonsi scambievolmente 
della condizione di vita che aveano scella. l'o;cia fecero 
il confronto della Francia colla lor patria ; parlarono bm- 
t^amenti- delle loro gioie e dei loro piaceri , dele priva- 
zioni . di'lle conschz'oni ; si raccontarono le loro avven- 
ture. Alib aveva abbandonata 1' Armenia dopo la morte di 
Nefialia ; questa avea dovuto soccombere ad un languore 
di cui avea sempre taciuto i motivi. Come avea consen- 



L OMNIBUS 



tifo a SDOsare AHI)? fra questo un mistero the non pr.lea 



si spaventevole quantilà, <he si riguardò rome indispensa- 
bile di consacrare esclusivamente uno stahiiimenlo a li- 



<!n-esarsi che per l'incostanza naturale alle dunne . o per q mu 

l'assenza di Rustan , che essa forse attribuiva ad atro 7i jevere (|ueile povere cicaline. Nel lo52, l'Ospedale della 



amore Non un molto della coppa ; né anche Rustan ne U Trinità fino allora occupalo da' commedianti d.'lti Cunfra 
parlò ■ pareva anzi ch'egli eviiasse un tale argonienlo di ìì felli della Passone fu destinalo a ciò. Fu ordinato che i 
conveìsaziune. fl signori alti giuslizieri i quali, a Parigi , erano tulli eccle- 

Fraltanln passavano presto le ore, alibellile dai colloquii O siastici, provvedessero alle sp se di quella casa, eif " 
che i due manialut(hi riferivano a un lempo di f licita e 5} lamcnio con un decreto delo stesso anno deternii 
d' innoienza. Anche la decorazione dell' appartamento di 



Rustan favoriva l' illusione; i libì e e venivano apprestai 
eian quelli del loro paese; slesi su morbidi cuscini , in 
un'atmosfera pregna di soavi [>rofumi , essi credevansi 
tctUira nella Inro amatr. Armenia 

Tulio ad un tratto t^ustan fa un segno , entra un val- 
lello , vestito come quelli d' Armenia , e colle foiiiie (olà 
usate consegna al suo padn.ne una coppa ; questi si al- 
za , la tocca a fior di labbia e la |)resfn a ali ospite. A 
tal vista , stupefallo , colpito , abballuto , Abb cade privo 
di sensi , e Rustan , che ha rìù f.ilto al'onlanare i servi- 
tori , accorn; per assisliilo. Ma gli o(chi d'Alib erano 
smairili, i suoi d siorsi sconnessi. Che die' egli!' Parla d 



1 il par- 
nò nel 
modo seguente il coni gente di ciasiun d'essi 
M II vescovo di Parigi 120 lire — il capitolo di Nostra 
n Donna .'JGO — l'abate di S. Dionigi 24— l'abate di S. 
j5 Germain-des-Pius 120—1 alate di S Vittore Si — l'a- 
li baie di Magloire 20— l'abate di S. Genovefi'a ,'12 — l'a- 
A baie di Tiioa 4 — l'ahbadessa di Monint:irlre 4 — il gran 
^ priore di Francia ( ord ne di Malta) SO — il priore di S. 
^ iMartino deCaiiipi GO — il pr ore di Nostra Donna de Cani- 
li pi 80 — il capilo'o di S Marcello 8 — il prore di S Dio- 
« nigi della Charlre 8 — 1 capitolo di S M/ri IG — equel- 
1 lo di S. Bi'nedello il D n T.-malo 12 — lolale 9G0 Ine. 



fi Nel 1570 lo slabiliineiilo fu trasferito dall'ospedale della 
Q Trinila in 'una casa situata nella Ci/è, sul portn di S. I^an- 
rubamenlo d'una coppa; parla d'una donna agitaulest M dry e disposta a tal in. pn dal capitolo di NosTi Donna lils- 
contra la violenza , poi supplice , lra:,cinala all'altare per 5 sa ricevette il nome d Ca>a della C.tuhf. Videndo aver 
essere spergiura , e ridotta al liadmienlo in nome d'un O socior.si nella iiiliapre.'^a, il capitolo ed il vescovo ftceio 
Uro "iuramenlo !! Perchè balbella egli s'i falli accenti ^ collocare nell' interno di No^lra Donna una va>la culla 

■ " • ■ . ,■ 1 ■ -1.. .- • „ per mellcrvi qualcuno di que; fanc.ulli e provocare co 'i 

^ la pubblica bberalilà. Ma sia (he questa non rispondesse 
ff al loro appello , sia che i suoi doni rici vesjcro un' altra 
^ destinaz line , i poveri fanciulli erano niahunenle curali, 
lei ch'egli ha amala a segno di meritare , per possederla, h Po.terioruienle, nel IGÌ6 una signora vedova, coin- 
ie terribili pene riservale dal profeta a cdoro che violano ^ mossa dal loro infelice stato, si piese 1' assunto di riceverne 
la santa ospitalilài' E ... perchè impruvvisamente succe- n lami qiianli potrebbe contenerne la sua dimora , vicino 
de al suo delirio una calma orribile ? |^ alla casa della Cuitche. Questo lodevolissimo zelo non fu 

Alib , esclama Ruslan ; va' io ti ho perdonalo ; tu U [uinlo secondalo con un.i eguale perseveranza La mail re 

non eri che il cieco slrumenlo del destino eh.- a\ca asse ,j| adolliva di questi oifantlli ne rimise h cura a delle fan- 



di delitto e di rimorso? Perchè vuol egli che si allonlan 
dal suo sguardo quel coi pò s'i delicalo, s'i vivo che la mor- 
te , ei dice, pare avere appena toccato? Perchè ripete 
egli di voler finire una tita die fu sempie deleslala da (O 



gnafo il mio posto di continuo atlaccaraenlo al fianco di 
Napoleone ; torna in te slesso ; la prova era troppo forte. 
Al b riprese a poco a pcco l'uso de'sen-i e della ra 
g'one ; gl'inquieti suoi sguardi si diressero sulla favola ; 
rivide la coppa. Fra quella da lui rubala i;n giorno , la 
coppa di Rustan : quella cui fa annesso il possesso di Net- 
falli ? Ma come Irovavasi ivi: in Parigi, alle Tuilerii-s 



tes( he , le quali , slam he della fatica che dovevano dura- 
re . fecero traffii n di qu'gli esseri infelici e ne venderono 
a de' memi canti che Imo loiturarono le membra per muo- 
vere la pubblica sensibiiilà , a deile nutrici che volevano 
sbarazzarsi d'un latte spesso rorrollo sostituire, per in- 
gannare i parenti , un fanciullo straniero ad uno morto : 
ne vendevano ria iilliino a de' maghi per operazioni as- 



ouelia confa ch'egli stesso avea giltala ne;l'Fufrale , non a ^urde e spesso omi.idc. P pnzzo di quei fiueiulli non ol 
^ . ,'■...<'., ■ • ■ : 3.- 1: .. .. •!* t^ .,., .„,; ...,„.; .-,..1: o „,.-.„ J„ ^.,„,^i, ,l„...„i, .. 



seibando che il suo dolore e i suoi rimorsi , dai quali non 
potea liberarsi? Abb noi si ppe mai. 

Ruslan . non ostante il tempo e la lontananza , vedendo 
sempre risplendere e brillar que la coppa davanti agli oc- 
chi suoi , r avea >i b ne des(ritla a Odi' t , (he il cesello 
deli' artista avo saputo ripioduine esatlamcnte la fuiuia 
e il lavoro. 

Molti anni appresso , al bivacco di Leipping, Rustan fu 
pregalo da un mamaliicco di portarsi a consolare un mo- 
ribondo , che invocavalo in nome del Profeta Rustan al- 
zossi in fiefla , e segnili mamalucco. Giunlo al qiiailiere Jjj 
della guardia, allume ine rio dei tlzzini mezzo spenti , ^ 
vede Alib che sfend< agli la msno , ripetendo ab uni ver- q 
sciti del Corano. N( n prima l'ebbe .sfrelta che la senl'i ^ 
fredda e ghiaci iata. Abb eia al'oia spiralo per una ferita jj 
the non avea voluto lanciarsi meditare. £| 



DORMITORIO ALL'OSPIZIO DE'TROVATELLI 

«li Parìg;!. 

V. rsn la mela de! XVI secolo , la pepolazione di Pari- 
pi seiiipre crescente , il numero considerevole di poveri 
ed e/.iando d' individui impegnati in ordini religiosi, ave- 
vano mult'plitali i casi d' abbandc^no de' neonati in una 



trepassava mai venti soldi , e quando . quesla derrata u- 
^ mana diveniva piii abbondante delle dimande , la Senna 
^ e le fogne ricevevano il superante della casa. Nel IG3S 
i| un nomo, la beneficenza del quale ha santificato ed im- 
K mortalafo il nome, Vinci nzo di Paola, che era andato a 
Il visitai la , dipinse ad alcune donne rcche e caritatevoli 
^, che lo secondavano nelle sue buone opere , lo spaventc- 
M vole spettacolo oll'erlosi agli occhi suoi. Elleno s'occiipa- 
» cono del destino di que' piccioli sciagurati, ma non po- 
si tendo salvarli tutti ne trassero dodici a sorte pe' quali ap- 
H [ligionarono una piici&la casa alla porla S. Villore. il 
ciiinmerc o delle fanlesdì" potè continuarsi mercè di al- 
■ri , tanto maggiornienle in quanto che la ioio padrona 
ira morta. 

Egli non bastava già a Vincenzo di Paola d' aver con- 
giunto il suo nome ad una idea generosa , impr^rtandogli 
Q (Il falla geriìiogliarp cn tuli' i suoi frulli. V teme a sorte 
13 non aveva < he idjUo ini onipiiitameiite lOirisp.nsfn al suo 
1^ pensiero ; I soccorsi erano insuflicien i per far di p'ìi, e la 
^ carità di quelle donne taceva i'inanzi all' euorrailà de'sa- 
« ir fi'i die loro imporrebbe 1" cdiicaz'one diluii' i fanciulli 
^ a!ili;indonn!i. L" ora crilica era dunque venula fer essi. 
Il II salilo unno convolò espressamente 'e suddeilc dame 
S ad un' ultima assemblea ge.ier:;le nel ICiO, [Uev. nenddb» 
a (h'es.sa ave\a per iscopo il risolvere se si abbandoncrebb;: 
S no il diseguo <i' istituzioni! de' Trovatelli. « Orsii , ma- 
jj dame , bio diss' egli, la compassione eia carità w hanno 



PITTOnESCO 



109 



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fatto adollare queste picciole rrcalure per vostri fipjinoli ; 
Voi s ete state loro madri di adoiioiie, (micliè le loio ma- 
dri per natura l« hanno aliliandonate. Vedele ora se an- 
clie voi volete abbandonai li ; cessate d es^er loro nudri 
per divenir loro giudici. La loio viia e la loio morte sono 
tra le vostre mani. Egli è tempo di pronunziare la b ro 
sentenza , e di sapere se non V( lete aver più niiscricurdia 
di essi, iìssi vivrann.i se ( onlinuale a premierne uiM cu- 
ra caritaleviile , mentre ai contrai io se li abbaiidunale mo- 
riranno infailibilnienle » 

Queste eloquenti p.!role ollennero il loro scopo ; scor- 
sero delle lagiinie , de" formali impegni si (iresero , e la 
salvezza de' miseri fanciulli fu risolnla S di else non ver- 
rebbe più fatta scelta su' fanciulli ad allevare. Vincenzo di 
l'aula voile assicurare an(ora d; più il suo siiccesio de- 
stando la [lieta del re. ligli ollenne paiecchi successivi soc- 
corsi da i-uigi XllI , il qu-sle atcoinpignò 1 ordinanza di 
ciò che gli dette nel IGÌ2 con lelteie patenti in cui si leg- 
geva: « Essendo stalo informato da persone di gran piela, 
che la poca cura avuta fin ora al nudrimento de' trovatelli 
esposti nella nostra buona città e sobborghi di Parigi, è sta- 
ta non solo cagione che da paiecibi anni sare'.ibe quasi 
impossibile trovarne un Iven ()i(c:o!o numero che sia stalo 
garenlilo dalla morte , ma am ora ejsendosi saputo die .si 
sono venduti per esòcii supporti , e servire per allri 
tallivi oggetti , il die ha liùoilo parecchie dame olFu-'ali 
deb' (ispedale della Carità, dell Alliergo di Dio, a prender 
cura diquesii fanciulli, .^'icheoiiiiai se nea"eva un gr.-in nu- 
mero; volendo dunque assisterli perquanio ci è possibile nello' 
sialo piesciite de\|ioslri olfiri, noi adibiamolo: ceduto ai sud 
delti Irovatelli ec » I ibmi di Luigi -XllI erano accesi a 
4000 lire di rendila. ÌN'el 16'ii 1^ regina s"a vedova, reg- 
gente di Luigi XIV , d chiaro in nome di costui « die i- 
mitando !a pielà e la caiità di-! di finito re, ihe sonr. virtù 
veramente regali , il re aggiim:^e a qiie>to primo do.To un 
altro d,)no annuale di SOOO lire di rendita. » F.d in p^ri 
tempo ella ebbe il ccn:enio ihe grazie a' soccorsi d'iti no 
allora , e alle elemos ne de' parilcoiari , la p ìi gran par 
te de' trovatelli sono slati allevati e che più di qualtio 
cento erano vivi. {Continua) 



lXDf\M CHE GlliOCANO AL PALLONE 

co' pictSi 

L'è ipie^ta una sp'cie di giuoco cui si applicano due o 
piii individui i quali si maiulano l'unrailio una palla 
lolla mano o con un gmnto , con una raci bella o con una 
inp.slola in un luogo prrp.ira lo espressamente. La lunga 
palla è quelli che si g uoca in un lungo spazio di terreno 
:tperto da tiitt'i lati. La corta pulln " tiinrhetto è quella che 
si giuoea in un quadralo lungo eh u>o da mura , ordina- 
riamente dipinte in neio. (Jiieslo qu.uliaio è alle volteco- 
peilo alle volle scoperto. La palla era della sf risiila pres- 
so i Greci a cagione drlla ^ua figura rotonda , e pila pres- 
so i llmi.ani. Erod te ne attribuisce f invenzone a' Lulii, 
e Plinio ne dà l'onore ad un certo Filo. Sembra che al 
tempo d Omero fosse molto in uso, poidié questo poe- 
ta , al scilo ed ottavo libio dell' Odissea ne fa un sollazzo 
de'' suoi eroi. I Romani che avevano imitato i giniiasii 
de' Greci nella costruzione delle loro terme e delle loro pa- 
lestre , vi avevano stabiliti degli s/(7-s/,.'m . o giuochi del 
pallone in cui si d ivano a qnell esercizio come in Grecia. 
Pbnio e" impara (Ibro 2 epistola 17) che il pallone era 
tanto .'onosciiito pres^o i Ilomani ch'essi vi si esercitava- 
no non solo nelle terme e ne ginnasii , ma eziandio nel- 
le loro case si in città come in campagna. LsSi avevano 
imparato da' Gieci quattro giuochi differenli , il pallone , 
la palla tr gonale, la palla vilereecia , e I harpasltim. In 
qmsl' ultimo giuoco i conconcnli si dividevano in due 
ilande , e s'allontanavano da una linea die si tracciava 
nel niewo del terreno , linea su cui si posava uni palla 
siidieientemenie grande. Si tirava poscia dietro ciascuna 
schiera de" giiiocaiori un'elica fnea che segnava dai una 
parte e dall' altra i limiti del giuoco. Indi i comballenli 
di ciascun lato correvano verso la linea del mezzo , ove 
ciascuno si studiava prendere la palla deposla . e di get- 
tarla oltre una delle due linee che .segnavano la nieta . 
mentre quelli del partito contrario facevano luti i loro 
sforzi per df.i edere il terreno e rim.ndar la pilla vers'J 
l'altra linea. Da ultimo queba schiera vinceva la quale a- 



110 



L OMNIBUS 



Yeva mandato più volle la palla oltre quella linea che li- 
luitava il terreno degli anlaRonisti. 

Fra i giuoihi più in uso presso gì' Indiani della Guia- 
na, e tlie gli liuropei Irovarnno già stabiliti in quel paese 
al primo approdarvi , quello del pallone none il meno pia- 
cevole e singolaie. Essi non disponguno la partita , come 
si fa ciimunenienle , tra' giuotatori pari in numero, o di- 
stribuiti regolarmente in giro , in guisa ilie nessuno ab- 
bia vantaggio su 1' aUro ; ma s' uniseono in gruppo di die- 
ci di dodici, e gareggiano contro un solo , il quale sta 
nel mezzo e devr; ribattere tutti i colpi. Il solo vantaggio 
che rimane a quello su cui cade per tal guisa il peso del 
giuoco è di poter adiiperare in paii tempo le mani ed i 
piedi , mentre gli altii non possono far uso se non dei 
piedi. Quegli Indiani .-ono espertissimi a sillatto giucco, 
e la loro naturale agilità , mantenuta dagli eserc zii del 
nuoto e della danza, ve li rende sopraminodo atti. Il dise- 
gno che noi porgiamo a' nostri lullofi , li dipinge appunto 
occupati in questo giuoco. 

IH 
Emclina. 

..poli il dolor più che il digiuno 

Come ho innanzi arrennalo una romanzesca Eraelina si 
era mostrata agli occhi del conte Eduardo, occupandone 
ad una volta il pensieio. Quando io dico romanzesca non 
m' intendo avvolger quella cara fanciulla in un velo mi- 
sterioso , circondarla di tutto il ridicolo corti-ggio di 
stravaganze che slan bene solo alle Dulcinee. Einelina 
era romanzesca per Eduardo, a ragione che vistala appe- 
na ei se ne senti fortemente preso , ed incapace (piasi a 
slanciarsi , come a' giovani di animo incoriollo avviene, 
o f'ors' anche troppo impacciato nella lotta di un nuovo e 
di un antico amore , se n' era rimaso conti iito ad amarla 
fra sé e sé. Noi non dimanderemo con qualescopo si abban- 
donasse egli ad un sogno co.^ì fantastico, né quanta forza gli 
fosse bisognata per durarvi entro meglio che due mesi 
Invano si circa penetrare in tutt'i recessi dell' anima, es- 
senti. inne puie alluni che spezzan sempre 1' ac urne dello 
sguardo umano. Chi polià mai spiegare di ihe si fornii 
per un amante questa v ta ideale, di cui egli ben vive lie- 
tissimo , (he tanti dolori calma , tante dolcezze afiporta ? 
Chi può coii'P'endere quella destcìiià ( (mi cui un cuore 
aifaniuiNO .^a crearsi un mondo a volta a volta di piaceri 
e di triboli e vi si trattiene pei esaltarsi o morire, quan- 
tunque mo to lontano e' sia dalla realtà ? 

Eduardo vide una sera in una fisla di balio la fanciul- 
la dal placido sorriso e dai modi onesti ed avvenenti ; 
neir illiettato giro della danza senti , allo stringere la 
mano di lei, un battito più vitirato più frequente , e da 
quel momento n'ebbe innanzi 1' immagine , lusinghiera, 
ingenua, amorosa , combattente accanita con l'altra ihe 
da molti anni era sero.Ma qlle.^ta pugna segreta ior.'.e lo at- 
terriva [liù che egli stes.->o non avrebbe mai creduto, ;;iac- 
chè vi si mesceva e il timore di una donna vendicativa , 
ed il rimorso di mancare ad un lungo e giurato alb'lto, 
e la dubitanza ioliiu' di poter essere dal nuovo idolo re- 
[julsato. I)i ii.iscosio a tutti, quasi volesse nasconderlo be- 
nanche alla sua coscienza, avea domandato con inerì ilibile 
.precauzione i natali e lo s'alo della fanciulla, non rica- 
vandone altio che colei era figliuola adottiva del sig Kai- 
iiioniio Asi euiio, ricco mercatante del paese. 

Vedete! bene che un fiii di roinaiizj alla fin de' conti non 
cpancaya alla esistenza di Eiin/lina, ma non era ihe un ate- 



mo, il quale, stando alla verità dei fatti, non potea ingran- 
dirsi , imperciocché ella se ne viveva con ogni contentez- 
za in casa Ascensio , e non dava neanche un sospiro che 
accusasse il dolore della sua orfanezza. I genitori suoi e- 
rano morti quando appena contava quattr'anni, ed a 
quell'età non si sente tutto il vuoto che questa tremenda 
iattura scava intorno, mollo meno se fin dai primo giorno 
rattrovasi un essere benefico ihe non faccia provar al super- 
slite alcuna privazione. Fiorente di brio e di bellezza, sol- 
lecita dei suoi neri e lucidi capelli a dieciotto anni Einclina 
ignorava che cosa fosse la sventura, che cosa fosse l' amo- 
re, ma non qiial imperio può prender sull'animo la simpatia 
di un giovane. Si che in quella stessa sera die Eduardo s' in- 
namorò di lei, pensò anch' ella lunga pezza alle attrattive 
dello sconosciuto che le avea oltre il dovere stretta la 
mano, e desiderava che il di appresso quegli fossele ap- 
parso di bei nuovo per ispiegare con uno sguardo almeno 
quel moiimenlo ihe potea ben essere in mille guise in- 
terpretato. INondimeno la povera innocente rimase assai 
contra'iiiella dal vedere cosi mal corrisposte le sue brame 
che il giovane né il di appresso né 1' altro, né il terzo , e 
non mai più comparve. E già avea rimproverata sé slessa 
della tioppa credulità sua, già ne avea scacciata, o almeno 
credea averne scacciata ogni rimemliranza.e si preparava a 
nuove impressioni, non altrimenti dei fanciulli che dopo 
il pianto della dimane si preparano all' allegrezza del mez- 
zogiorno. Mi essendosi rinnovata la festa di ballo due me- 
si dopo l'altra del primo scontro con Eduardo, improv- 
visamente sei vide innanzi più maciato e pallido , e con 
una tal quale alterigia, distruggendo in un punto solo tutte 
le sue risoluzioni, (lisse dentro di sé : l'agli ha sofferto ! 

10 non vi porterò passo passo alla conoscenza dei modi 
che i giovani tennero fra di loro in quella sera, penhè in 
fin dei conti mi sembra sconvenevole il mostrare di avere 
spiato nei fatti altrui. Dirò solo quel che tutti videro, 
cioè che Eduardo ed Emelina hillarono il primo vultz, e 
poi un altro e poi un altro, fino all'eterno e cavallino co- 
tilloH sempre insieme, sempre con una grazia (he fece di- 
re ad un ammiratore: Bella coppia di ballo: parche ne senta 
lulla la poesia ! Ma questo non è tulio. Il giorno vegnen- 
te, alle prime ore del mattino Eduardo si prosenlò in casa 
dell'amante ed in':hinato il padre adottivo favellava cosi: 
" lo son fortemente preso alle virtù delle vostra Emelina, 
che tanfo cordialmente che se fosse vo^tla figlinola, ama- 
te : sono padrone della mia volontà poiché i genitori da 
parecchi anni mi son morti ; posseggo un mediocre pa- 
trimonio, e posso però domandar la mano di colei che oggi 
forma l'unico mio pensiero. Signore, sta in voi il render 
febei due giovani cuori. » 

11 signor Ilaimoiulo non feic alcuna opposizione, sic- 
come quello ihe un hi II' animo avea e niente meglio de- 
siderava del render conlenta la sua cara lùnelina ; laon- 
de senza por tempo in mezzo, ojierò egli stesso in guisa 
che la volontà della fanciulla si manifestasse libera, e che 
gli sponsali sollecitamente si fermassero ad un prossimo 
giorno. Egli, Ilaimondo, non dava nulla in dote alla spo- 
sa, salvo che molte gioie di grandissimo valore, ma si ri- 
serbava alla sua morte di tener la Cglioi eia in conto as- 
sai più eh' ella non penserebbe : conciossiachc è ostinalo 
pregiudizio dei nostri paesi di proviniia , che lo smem- 
lirare i poderi sia un malaugurio durante la vita , e che 
meglio giovi rimettere tiitìe le speranze alla morte , quasi 
Vedendo dire ad un erede : Pregate Iddio che ci faccia 
morir presici 

Tratianlo a scambio di amorevole cordialità fu benanrhe 
fissato un giorno in cui la famiglia della sposa andar do- 
vea a re.stiliiir la visita allo sposo nel castello de' suoi an- 
lenaii, giacché [ler quella sommo era 1' onore d' imparentar 

(on un titolato I'"d egli fu la sera precfdente a (]i!Psto 

giorno che Lucrezia si presentò al castello dei Lemuri. 



^ 



PITTOUESCO 



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r//^^,y,',f( /'////,'///!' /if 



IV 
Il nuovo giorno 

Ter pietà, se un sogno è questo 
JSon nti fate pili Sfegìiar. 

Rompea 1' alba e Tommaso prodigava ancora le sue cure 
alU povera Lucrezia che dopo una notte trambasciata, al- 
lora cominciava appena a racqiiistar l'uso dei stnsi. La 
cameretta in mi abitava Tommaso al Cjstello dei Lemuri 
era in fondo alla corte magsiore, un pò d stosto dall' edi- 
fizio grande, ma nel recinto delle stesse mura che quello 
circondavano. Quivi egli aveva tanto s[iazio quanto ne oc- 
cupava un letto, cinque o sei seggiole antiche ed un tavo- 
lino per riporre il lume con quaUhe vaso di fiori. Addetto 
a guardar il difficile ingrcs o , a cui una volta non man 
ca?a la saracinesca, ei se ne stava l'i sotlo quel grande arco 
bruno tutto il giorno, e come prima udiva il to((o dill'a- 
vernarla chiuso il cigolante portone e iiiarraiolo riduce- 
vasi in quella piccola stanza a [lianlerreno che egli diia- 
inava il suo guscio, e che ^'i serviva sollanio pel solitaiio 
riposo. I\Ia come m.ii Lucrezia trovavasi ancor i\i :' 

Al picchio di Tommaso il Conte rispose da entro la 
sua stanza assai di malavoglia , rimproverandolo di tanta 
licenza, ma non apri. Preso anzi il tuon se\erodi coman- 
do , senza fiiii gì' impose di andar via , e rimettere al do- 
mani, qual ( h'ella fosse, la bisogna. Parve in q\iel momen- 
to a Lucrezia opportuno interporre la sua voce, male av- 
visando che per tal maniera quegli usar dovesse misericor- 
dia ed urbanità, ma la sua voce riconosciuta da Ilduarda 
ne promosse anzi a tal segno lira che ruppe in acerbe con- 
tumelie, maledisse quel giorno che senti nel cuor suo il 
primo palpilo d'amore e piii rabbiosamente comandò che 
lo si lasciasse libero. 

Ci ha per l' animo deli' uomo dei motnenli d' inesplica- 
bile si'H'rin; : il cordoglio diventa in quel caso un toi[iore: 
non si sente piii la v;la, pare che si cada in un vuoto, si 
perde il sentimento del tempo e di ciò i he avviene; non 
si può pili combattere. , si soggiace. A tale era Lucrezia: 
con questo di più che ella cadeva abbattuta dopo uno slor- 
zo lunghi.^sinlo, dopo uno strazio di parecchie ore. Svenne 
adunque quasi perdutamente sulla sedia alle avvelenale 



piro e I he l'iduaido profleridal fondo della sua stanza, onde 
il p'/vern Tommaso f.i costretto torta di peso in fia le de- 
boli braccia per portarla sul suo letto ed esser soccorrevo- 
le il meglio che sapeva. Ria il male aggravava di più in più, 
giacché il paioshmo era iroppo forte per cessaiecosi pronta- 
mente. Tia^corse quasi tutta la notte nel medesimo stato, a 1 
onta delle sollecitudini innumerevoli del vecchio, e quan- 
do incominciò la diserta donna a riconoscer sé stessa piena- 
menle ed a rammentare il passato il sole già sorgeva mae- 
stoso , ed un nitrir di cavalli si udiva lontano , ma da 
quella parte ov' era il viale del castello 

— D.iona signora , prendeva a dir Tommaso allora , 
non vi fate vincere dai sinistri pensieri. 

— Un solo io ne ho .... tremendo assai! rispondeva 
Lui rezia levando a stento il capo, e dando in qualche sin- 
ghiozzo. 

— lì non vedete , signora mia , che non vi bastano 
ancora le forze."* e voi volete esinanirvi di vantaggio? Dio sa 
quel che ho patito stanotte vedendovi soffrir tanto , priva 
quasi di vita. Jla il vostro petto batteva, lentamente si, 
ma balti'va. .. 

— Ah 1 Io dovea morire ! ! 

— Anzi dovete star aliegramenle. ISon sapete che « 
giovanotti sono impetuosi?... Io ve lo avea detto che quel- 
la non era ora.... i\Ia credete a me che adesso sarà già 
pentito. Oh il padrone ha un bel cuore , fidatevi, ha un 
bel cuore, 

— Vorresti che io mi ridonassi alla speranza. 

— E [lerchè no? Che sapete voi che aveva egli per la 
testa quando siamo andati a bussare? 

— lo lo so, che me lo aveva scritto fin dalla mattina. 

— D.ili ! Calmatevi , e vedrete : ma per amor dei cielo 
non vi alleiate tanto che vi fa male .... Ecco , già siete 
convulsa di bel nuovo. 

E veramente Lucrezia si era lasi lata ricader sul letto , 
con un tremore che le contraeva tutte le membra , e le 
incavava spaventevolmente gli occhi. 

Infanlo il nitr'r dei cavalli si era avvicinato di assai , il 
perchè se ne dislingiieva lo scalpito sotto le mura. Tommaso 
vi tendcaora più che mai l'orecchio, e maravigliandone a- 
spettava che qualcheduno lo chiamasse , per non abban- 
donar cosi malandata, com' ella era , la suib.renlc donna. 



12 



L OMMIBUS PITTORESCO 



-^^ 



yuaniunfjue il tempo fosse giunto che giusta il dover g fendere all' esercito francese il passo ; ma indarno si csti- 
suo di purlinaio avesse a starsene in sulla soglia del gran ti navano nel loro proposito, ilie suli dugenlo dragoni del c(ir- 
poitune, pure un pensiero di uniani'h lo tratteneva li in- ^ pò di cavalli di Marat , in capo a' quali era il colonnello 
chiodato nella sua tamerolla , non curante di qualuni|iie ^ N'atlier, lo guadagnarono di viva foiza , sbaragliandone i 
rimprovero : tanto e vero che la pietà è nobilisjimo senti- ^ d ftnsori. Tra quelli v' era un dragone chiamalo Manenti 
luento, e superiore ad o^^ni altro. ti di nazione pemonlese, il quale era stalo dal suo capitano 
Ma l'allegra e rumorosa cav.ihata giungeva d'accosto al W deposto per una mancanza dal grado di brigadiere. Nella 
porlone e lo trovava cliiiiso. Ediiaido che seppe questo co- n carica sul ponte del Lech, il suo capitano ferito nella mi- 
iiiini io dall'inlerne finestre a chiamarTomma>o ton quanto H schia cadde nel fiume , e , non sapendo nuotare, era sul 
]iiij fiato aveva in corpo dandogli dell infingardo e del poi- jy punto di annegarsi. Alla veduta del pericolo del suo capì- 
Irone. Allora Tommaso riscosso dirò quasi dal suo torpoie, ^ lano , co^i dal (avallo su < ui era, e non guardando al gra- 
spoise il capo fuor della porla a sommessamente dimanda- ij ve pericolo che vi correrebbe esso pure, in mezzo al gran 
re scusa, e non sa[ieniio quel che si fare per non trascurar P fuoco ihe faceva il nemico, si getta nel fiume, nuota fino 
un momento Lucrezia, rispondeva con esitazione : AJes- ìì al suo capilano, e, salvatolo dalla iinmin. nte morte, ritor- 
se, a Jr5,so. Ireltoloso riscuoteva poi la sua inferma, (ler assi- ^ na subito nella mischia ove fece nuove prodezze di valore, 
curarsidella vita, e lemormoravaconsolant parole, eia (Ut - ^ L'imperatore [loi passando nel villaggio di Zumershausen 
gava per quanto ci avea di piii sacro incielo a far cuore ad ^ in rassegna i dragoni, volle gli fosse presentato il dragone 
inanimarsi, a non pigliar spavento , che s'egli l'abbando- K Manente del cui eroico attoaveva avutocoutezza. Napo'eone 
iiava , il faceva per jioio , e solo per altendeie a suoi di - j^ insigni quel tiravo soldato dell aquila della Legion d'onore, 

' ' ^ " p ed egli cos'i risposegli : i< lo non feci , o sire , altro che il 

S debito mio. Il capitano m aveva de|)osln per qualche colpa 

di disciplina, ma egli sa molto bene che io fui sempre un 

^ buon soldato » . Nobili parole che ben a ragione venner dal- 

U la storia consacrate. 
^ Credesi che sia morto in Ispagna nel grado d' iiffizlale. 



veri ; ma [ler non lasciarla esposta ;ii iiiiiosi sonhiiideva 
dietro di sé la porta : ma che subito sarebbe torna o ad 
appagar le sue biame, a linfliontare il padrone. Alle quali 
fiarole , ed atti afiethiosi Lucrezia si riebb • , come s\p- 
{jliata da un toiuienloso sonno febbiile, e in tuono di ih' 
è satisfatto, dissi' : ^ 

— Va, mio buon amico : io vivo della speranza (he tu H 
j ■ ti 

mi dai. Ij 

— Bravo, soggiungea T<immaso : ora posso andar con » 
anima al mio ufficio: voi vedrete (]uanto sono verai i i miei ^ 
present. menti, vedrete! — ed usci. {continua) B! 

F. KUBINO. H 

'""" JJ 

EROISMO D' ll.\ DRAGONE PIEMONTESE ^ 

sodo iVapoIeone. n 

fi 

L' esercito francese a capo di cui stava Napoleone , si S 
rendeva famoso non solo per coraggio e valore, ma al- fj 
Ires'i per nobili ed eroici fatti i he 1" aureola di gloria del jK 
gran condoliiero infondeva negli animosi pelt. de' soldati li 
che lo componevano. L' onore unicamente li guidava e ^ 
faceva loro operare prodigi di valore che, se non fossero a ff 
noi contemporanei, si durerebbe fatica a credere. In quel- ^ 
la massa d' uomini non era (he una sola volontà, un so- jRj 
lo desiderio ; il vincere e la gioì ia, e conseguenza non ^ 
dubbia del primo dovuto al roragg o ed alla disdplina era Wf 
la duratura seconda Costume d' ogni soldatesca è la vir- ^ 
lenza e l'effusione del sangue dopo la vittoiia, ma divei- h 
sa la francese per piinci[)i , lo era altiesì per (ostiimi, e ^ 
r umaniià si vide soppeiire aila fredda str.ige d' inermi o C 
vinti. I'^ con quanto amore non sonorrev ansi fra di loro ^ 
ne'duri frangenti di cui li faceva siopo incessantemente la H 
fonte di morie, la guerra' Era una gara di virtii , di " 
valore, di amor fiaterno, la (]uale finché durò essi furono B 
invincibili, ma che poi troncata nel [liii bello, fece lor fare H 
quello chediiontinuoda loro si era fatto agli avversari; vo'- H 
gere il tergo al < ampo di battaglia edarsi a precijiitosa fuga. ^ 

Gl'Italiani per altro che ne facevan parte non la cede- n 
van loro per nulla in eroismo come non in valore. Leali ^ 
e coraggiosi per natura, umani ed altieri per indole, emù " 
lavano quelli da cui prima erano slati vinti e di ( ui pò- fj 
scia divenneioi compagni nel soggiogar altri popoli, e so- W 
stenevano bellamente l'onore del nome patrio. Valga a fjf 
valida (iriiova il seguente eroico fatto d'un dragone pie- » 
mnnlese i ne ha renduto famoso il suo nome per solo sen- jj 
timenlo di umanità. ^ 

Al principio della celebre e gloriosa stagion campale che ^ 
pbbe fine colla battaglia di Austerlitz , il giorno 8 ottolire a 
t;li austriaci difendevano il ponte del fiume Lech per con- ^ 



( Compilazione). 

TL 3:^M^ D'HA 2^:2 

Versione dal (cdeseo di G. Schwab. 

Figliuola e madre, nonna bisnonna 
Affuinicato chiude un tugurio. 
Giucca una, 1' altra s' orna la gonna, 
Tesse la terza, mormora 1' ultima 

Curva sul letto povero. — • 

Grave s'addensa l'aere. 
Grida la bimba : domani è festa ; 
Vo' trastullarmi tra" verdi carpini. 
Saltar sui colli, per la foresta, 
E coglier fiori quanti ne spuntano 

Più cari a me pel margine. — 

Udite? Il nembo mormora- 
Dice la madre : domani è festa : 
Insieme tutti farem baldoria. 
Io m' apparecchio la miglior vesta; 
Come la luce segue alle tenebre 

Ai guai succede il giubilo. — 

Ldile ? riigge il turbine. 
L' av.ila dire : domani é (fst3 
Ma dell 1 qiial festa v' è mai per l'avola ? 
Cuocere il (ilio, tesser la vesta. 
Cure, travagli, tale è il suo compito. 

F"elice chi sa compierlo. — 

Ldite i" Il funno scroscia 
E la bisnonna : domani è festa. 
Morromuii almeno nel di del giubilo. 
Canto e sollazzo più non mi resta. 
Non ho più cure, non valgo all' opere. 

Che pili m' indugio a vivere ? — 

Vedete ? Il lampo sfolgora. 
Non odon nulla, non veggnn nulla. 
Arde di chiara luce il tugurio. 
Nonna e bisnonna, madre e fanciulla 
Tutte in un punto colse la folgore 

Tutte ridusse in cenere. — 

Domani è festa — misere ! D. 



^^ TlPr^.RAFIA DELL'OMNIBUS 



DlBETTORK PROPRIETAniO : V. TORELLI. 



mi 



Uapoli l2 Settembre 1844. = 2lnn0 Settimo =— ©ioarèl VL." 13 

UN FOGLIO GUAHA 3. — UN SEMESTRE 1.30. — Un' ANNATA 2.60. — PER L' ESTERO UN ANNO 3.60. 




~C^a,>z^S^/{(f ^//i€^ip?>)//^ /(^ /J^i'^z/i^ ^'w//?t;iT^à^ 



Alia incisione rhc qui ofleiiamn, rappresentatile Danle 
assn[iito con un Genio al (ianco i Iie imagina il sulilinie e 
tremendo poc nia , ral2ano assai bene le bellissirae ollàvt 
del poeta estemporaneo Giuseppe Giustiniani da Imola , 
dettate or son dieci anni (jiii in Napoli, (cedendo non sia 
per esser discaro a'nostri Irttori, loro ne ricordiamo alcune. 

Ecco r esul dell'Arno, il Ghibellino 
Pien di ferocia e di sapi' nza il petto 
Della sua vita in mezzo del cammino 
Privo di sccurtà senza ricetto : 

Grande in awersoein prospero destino I 

D'ardilo cor d' imperturliato aspetto j 

Che fra la liiln at;iizza e fra lo sdegno i 

Ornai la navicella del suo inf;e^;no. I 

Ira , gloria , vendetta , italo amore ! 

Movon r anima f ra e sventurata : j 

Pensa air esigl'o ed o^ni alleilo muore \ 

Chp serbò un tempo per la patria ingrata : j 

Scrivi , gli dice il genio eccitatore , \ 

Quel (he la mente tua brama i:pirata , ! 

Scrivi in tua lingua armoniosa e pura j 

Quel (he vedi ai tra quella selva oscura. ! 

S'acciglio in fronte allora e a torme a torme ! 

Mille in Ini si svegliare imagin belle ; | 

Vide un abisso orribile e diftorme j 

Kd ud'i suon di jiianlo , aspre favelle ; ! 

Ne vide un altro di men tristi forme \ 

Per quei (he un giorno rivedran le stelle ; ! 

L vide il régno in the divina piove i 

La gloria di colui che tuttn move. \ 

Come r occhio drl sol snibbia ogni cosa ' 

E veste il mondo di vari colori , ] 

Tal la selva selvaggia ed aspra e ombrosa j 

V est'i d'ansie, di pianti e di martori : j 

Indi di cer(hio in cerchio ove il pie posa i 

Vede e favella gli eterni dolori , I 

E il disperar della perduta genti, i 

E i vani lai della città dolente. , 



i Alla fera! pltltira io tremo io gelo 

I Siccome foglia di mal ferma pianta, 

' Questa scena vorrei e prir d' un velo, 

Ma piangente beltà m'arresta e incanta; 
Siccome fior stili' appassito stelo 
Languido pende se il venta lo srh'anfa, 
Tal per Francesca io preso di pleiade 
Cado siccome corpo morto cade. 
E qui seguita il poeta a riepilogare la Divina C immedia 
ihe troppo lungo sarebbe voler per intiero riportare. 

ORIGINE DEI CASTELLI E DELLE TORRI 

iXEL MliDIO EVO. 

SiiglioTio alcuni maravigliare , allorché viaggiando per 
r llalia trovano in ogni colle e in ogni terra, molli castel- 
li , e più ancora nelie città buon numero di altissime tor- 
ri : condotti dalla curiosità , più (he dalla ragione , addu- 
cono varie e strane cause di sifl'alto uso, fra le tpiali non 
di rado avviene di sniarrire ogni traccia del vero. Noi ri- 
guardando e all'indole della nazione ed alle storie, por- 
tiamo opinione che convenga ridurre a Ire principali cau- 
se r origine di questi antichi monumenti, cioè alla difesa, 
all'ambizione del potere, ed al lusso, siccome richiesero 
cunsigliaiono le circostanze della nazione. 

Poiché r Italia , respinti per le armi di Carlo Magno i 
Longobardi , cadde sotto la dominazione de' Franchi ; ri- 
posandosi al patrocinio della loro potenza , più non ebbe 
timore «he i bnrliari veuls^ero a devastarla . posale le ar- 
mi , non pensò (he a fruire le dolcezze della pare. Quindi 
ninno eld..' mente ne a riedificare le fortezse già abbat- 
tute da' Goti e di' Lnnsohardi, né ad ordinare nuove di- 
fese , e neppure a riedificare le mura della città e de' ca- 
stelli' the lo scatto antivedere di Teodorico e l' oz o della 
servitù Longobarda, ne aveann tolte le armi : quindi am- 
morzalo nesli animi ogni guerresco ardore ed ogni pen- 
siero ; appaitenesse ai vinti pensare alla difesa. 
^ 15 



/i^fet ^i iWWBavgjawwiiéj a 



114 



h OMNIBUS 



.1^ 



Ma pur venne neccssith che risrosse gli animi, non già 
per r alimi, ma per la difesa delle proprie sostanze e per- 
sone. A' tempi di Lodovico l'io invasero ancora orde sel- 
vagge queste contrade : quindi gli Unni che assaltata [Ita- 
lia erano già stali respinti da Beren;;ario in Unghi ria , 
allettati dalle ricchezze di questo suolo vi discendevano a 
scorribande, le quali meglio che a conquista ag<ignavano 
al saccheggio ed alla rapina : quindi i Saraceni che già 
occupavano parte la Calabria e parte Frassinelo , quando 
aveano brama di rapina , correvano le citlà ed i villaggi 
e seco portavano e melleano a ruba le sostanze : e viola- 
vano quanto vi aveva di sacro e di profano Allora in bre- 
ve si furono accorti i pnpoli che il vivere all' antica, non 
difesi dalle mura e da fortezze, ove non si aveano le vir- 
ili antiche, era gran fallo, e ormai aversi neressilh di 
provvedere a maggiori dfese. L' Imperatore ordini) che si 
fortificasse Verona con mura, fosse e torri , e toslo lichie- 
sero i borghi ed i feudatari e i conli the erano sparsi per 
le (erre , e viveano a manii ra di pii<ioli principi ?o[ira 
coloro cui avevano cernesse le proprie terre a lavorare, 
avendone in compenso o il vassallaggio o la servilii : il 
ài(hie5ero finalmente i privati. Allora a difendere il Vali- 
cano fu innalzala una fortezza in Roma «he venne di Ila 
citlà Leonina e sorsero nuove foltezze nel regno di Napoli 
e in Lombardia, e Arlpirlo vescovo di Milano ^ecin^e neli' 
882 di mura e di torri questa città , e il nrelalo di Mo- 
dena usò io stesso : seguirono quest' esempio le clllà non 
solo , ma i borghi ed i villaggi , i quali allora di alcune 
case disperse e lontane si slrinsero e si ordinarono in di- 
fese borgate. 

Anche i (onti ed i feudatari posero tosto mano a for- 
t ticarsi nei loro palagi, quindi in tulle le campagne d'Ita- 
lia, sui monti, sorser'o numerosi castelli : munite di mei li 
e di torri erano le case dei si-nori rurali afforzate per 
difesa : ma in breve costoro si usurparono maggiori di- 
ritti (he non era loro coni esso, quindi si afforzarono per 
brama di dominio, per prepot. nza, per offesa e crebbe a 
segno^ qi:e^to abuso di levar caslelli. di afforzarli di torri, 
(he Carlo il CjKo nel 8Gì ordin!) che i castelli e le torri 
innalzate senza suo privilegio venissero abbattuti o confi- 
scali al principe ; se non che la del) le?za p. i di Luigi il 
Balbo mal secpe porvi riparo, aumentirono a disnJsura . 
e queste nuche, e il potere de'feudatari, i quali, non liti 
d'una rocca, d'una torre ne levarono in tutte le loio 
terre, e vilV, sii che pre^e ogni cosa un aspello di fortezza 

Se a' privati erano mestieri siffatte difese, maggior 
monte bisognare doveano ai monadici i , pn che i baib.iri 
non solo saccheggiavano , e conculcavano ogni sa. ra rosa , 
ma falla violi nza nelle persone e in ispei ie nelle AniìTie. 
.\r sinda badessa di S. Rlaria 'IVod.ila in Pavia fu la pri- 
ma che pensò fiancare le campagne da tanfo vitupero, 
e nel 91"2 ottenne da Bereng-rio I. di condurre intorno 
a quel cenoh'o mura , bertesche , Ioni e fosse. Segui- 
rono questo esempio alcuni allri monasteri e prelati , 
e furono conceduti da Berengario e da Gitone privile- 
gi (li foif. filare i luoghi sacri, ai vescovi di Bergamo, 
di Padova, e di allre cillà iia'iane , e nel 909 ritrovia- 
mo un diploma ove è fatto piivi'e^io ai canonici di Ve- 
rona per r innalzamento di ima forre nel castello di 
Cerreta Siccome in tutte quesle concessii ni si vede 
.sempre indicato il motivo per V irruzione d'gli (In- 
gari, e troviamo fatte simili concessioni nel 9J/(, a Pado- 
va e nel 9(;9 ad .\sti, ad intercessione del visro\o Rosone, 
eonvien ■ cedere (he durassero a lungo queste scorrere: 
queste poi esser non doveano già truppe regolari o con- 
dotte da generali soflo le bandiere di (|iiilche nazione , 
ma pnitlosto ban.Ie eli si lierani o assassini a cui n m st- 
pea-i por riparo, fuon he i ol chiudersi ne le fortezze: a 
tanta miseria era condotta la penisola. 

Da lutto CIÒ è facile raccogliire come in queste forti- 



ficazioni lencssero luogo princpale le Ioni , ed anzi esj- 
minando lo spTilo di que' diplomi , si vede ihe esse non 
a lutti si concedevano e (he secondo il di>erso ordine 
de' castelli de' signori loro si permettevano o le torri 

Solo i nielli, le bei fesche, o le fosse. Una torre, nella 
manii la di guerreggiare a qu.!' tempi, valeva assai alla 
dlfe^a, e infoino ad essa lìiiravano faiio molte milizie per 
alcuni giorni, innanzi (he giungessero ad espugnarla. 
Quindi inforno alle mura delle .stese (illà si erigevano 
molle torri , e da una descrizione di Alilano nel secolo X 
raccogliamo , che molte ve ne erano intorno alle sue mu- 
ra, e da un' alira di Verona è ricordalo (he salivano sino 
a quaiani' olio quelle (he (ingevano la citlà , cito delle 
quali altissime : la cronaca della iNovalesa narra (heTo- 
rno eia ornata di moltissime torri, con propugnacoli ed 
antemiirali , forfifirazioni che vennero dislrulte nel 994 
dal vescovo Amraolone allorclii: venne a contesa coi cil- 
talini. 

Siciomepoi il privilegio di fortificarsi e d'innalzare tor- 
ri poteasi solo coneedere dall' Imperatore, e non facevasi 

1 he a poi hi, e fra questi a coloro che avevano maggiori 
titoli di oltencre silfattn riguardo , ne s gu'i in breve che 
I' avere furliticazioni e torri fosse un indizio di puienza e 
di nobiilà. e si tenesse siccome una specie di privilegio , 
direi quasi deroraz'one. Quindi sebbene cessassero al- 
quanto quelle calamità barbariche, aveano ambizione i 
prunai! e i cennbifi di olteneie sift'ilfo pri\ilegio , e nel 
1078 Araldo dice ih" il clero milanese leneasi beato per 
pos'^edere molte fortificazioni, e l'.'Xulifo Te nese ricorda 
siccome avola per p. tenie Pavia per lo stesso molivo 

Col sedilo .\I incominciando le cillh Hai ane a cosliiu r- 
si in altiettanli mtinicijiii, fra le turbolenze e 'e gueired-i 
Galli e de' Germani elio si conlraslavano la corona del- 
l'impero, esse apprezzavano quesle Ioni, (nnlieer nj 
indizio della loro forza : valevano a difenderle da (|uelle 
armi, che fa'ora come ribelli veniv;;no a coni!) ilterle, ed 
all' ombra loro cresceva 'a poicnza del reggimento muni- 
cipale. 

Usavano poi sper'almenle le cilt.i e le terre costihiile o 
municipii elevare una forre priniip..le ihe ( hiamavano del 
Comune ; sulla quale ponevano la campana (he evocava 
i cilladini ale radunan/.e sulle pia/.ze , od in i onsig'io i 
signoii; nelle storie fiorentine troviamo conliniiiuiente 
riiordati molti movimenti annunziati al suono della cam- 
pana , e fu anche nel secolo XV tremenda la minaccia di 
Gino Capponi al re di Francia , the se volsa dar moto 
alle sue artiglierie, egli avrebbe fatte suonire le prrprie 
rampane, ambe a Milano fu in questi tempi innalzata 
la torre della Piazza de' Mercanti , e nelle altre e t h se 
non furono a'iora edificale, certo si ornarono e si resero 
più alte le torri del comune : lo stesso era nella campa- 
gna e suonò a lungo polente e temuta la campana I vaia 
sulla gran forre (he riuniva in un sol paese tulle le tri- 
bìi od i comuni della Rrianza. In Francia queste li rri si 
chiamavano B,ffrui, taldiè Filippo nel l.l.ll ne' p.-tti i he 
fece quando sommise alcuni comuni v etò (he si denomi- 
nassero. Le torri del comune eran quindi la vote del'a 
nnz'one, e venivano esaltale nei canti dei poeti e dei lin- 
vilori, che ora denominavano una torre la Miranda, oa la 
Meraviglia eia sa'ulavano con inni e canzoni. 

In quel tempo sorse un' altra causa perchè i pi iva'i cer- 
cassero d' inna'zare nelle città torri presso alle pro|irie 
caso 1 municipii facendo-i forti e ri(hiaman'o in sé lutti 
i poteri, avevano costretti tutti i signori e i conti rurali, 
ih- v'veano nei loro castelli sparsi nelle campagne, ed c- 
serc favano nna specie di princ'pa'o, di riniim lare a qiei 
d'rlfii fenda i ed enlr?re come gli allii clUailini nelle (t- 
là (>ra questi sgnoii aveano castelli, foltezze ed anni , 
e dolenti di rinunjiaie all'impero, desideravano I nere 
ól.Tieno le insegne d. 11' antica pc tenta ; quindi eniraiido 



pnroRBSco 




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in città , nei patti di sommissione si serbavano il diritto 
d' innalzare presso alla propria casa una torre. 

In falli ove cosi non fosse , come potremmo noi spie- 
{;are la causa per cui s' innalzassero le torri di cui ne ve- 
diarìid molte superstiti a l'isa , a Bologna ad a Pavia ? 
altissime, non danno nessun indizio potessero adopei arsi 
in qual( he modo ad una dfesa, poiché nnn hanno ne guar- 
die, né spiragli, e sovente neppure scale : della loro smi- 
surala altizza poi non poteasi procacciarne vantaggio, 
giacché se logli alcune fatte per ispiaie da lunge, le tor- 
ri de° castelli innalzate per dilesa sono basse , larghe e di 
diversa costruzione. Di fatti a questo tempo s'innalzaro- 
no torri in ogni città e cresceano a maniera che vi rendea- 
no più forti i municipii e costringevano i feudatari a ri- 
tornare in città , sicché nel secolo XII fu l'epoca in cui 
crebbero a dismisura , e in Bologna s' innalzò nei 1119 
quella degli Asinelli, nel I \%) quella dei Ramponi ed al- 
tre per testimonianza del Ghirardarri : a Pavia erano in 
tanto numero , che appellavasi la Torrita , e flicordano 
j\Ialaspini testifica die nel 1154 ve ne avevano moltissi- 
me in Firenze, alcune delle quali salivano sino all'altezza 
di 150 braccia: Giudeo Judelense potè asserire che in 
l'isa ve ne avessero diecimila, alla qual testimonianza non 
volendoci acquetare, conviene ad ogni modo credere che 
fossero assai. 

Il diritto di fabjjrirare torri allora si concedeva da quelli 
nelle cui mani era caduto il supremo potere , quindi dai 
vescovi, dai consigli municipali, dai pretori 

In questo mezzo sorsero le fazioni guelfe e ghibeliine ; 
si risvegliò l'orgoglio de' signori, e venne una lotta fra i 
nolìili e la plebe, ed ecco un' altra causa che ai primi po- 
tea consigliare d' innalzare questa temuta insegna del Irro 
potere ; sovente il popolo si opponeva, e le stesse famiglie 
patrizie perché comportavano di mal animo che le rivali 
si facessero potenti, e nasreano contese e risse civili, co- 
me avvenne nel 1131 in Genova, allorché fu innalzata 
a dis()elto dei vicini la torre Bulbonese ; narra il Caffari 



che per abbatterla si formò una macchina di legno fra 
due torri vicine ; ma la fazione che la faceva costrurre , 
si pose con trabocchi ad avventare tale tempesta di sassi 
contro le torri nemiche , che stava per uscirne qualche 
gran danno se non calmava quella furia un Alberto Ole- 
vano pavese , uomo di sterminato valore , e che ivi era 
slato richiesto in magistratura. Cos'i abbiamo da Macchia- 
vello, che nelle contese fra Ubeiti e Buondelmonti, poi- 
(hé queste famiglie erano forti di case , di torri e d' uo- 
mini, combatterono molti anni insieme senza che gli uni 
riuscissero a cacciare gli altri di città. Quindi siccome 
queste torri aggiungeano di troppo alla potenza de' citta- 
dini, e il diritto d' innalzarle , come avviene nei governi 
popolari, si rapiva, od era motivo di contese, ne venne 
che negli statuti di Verona nel r228 si proibisse d'in- 
nalzare nuove torri , e in aHie città ne facessero molte 
distruggere coloro che ne stavano al reggimento ; ciò che 
fece nel 1169 Drudo Marcellino podestà di Genova che 
fé' abbattere tutte le torri innalzate senza permesso e con- 
tro gli statuti della città, e ordinò che quelle le quali era- 
no concesse, non potessero essere più alte di ottanta pie- 
di ; Io slesso impose nel 1225 il podestà di Modena. 

Ma declinala la potenza dtlle città italiane, e col secolo 
XV gran parte di essa im binando ai dominio di vari prin- 
cipi, cessate le contese delle fazioni, e tolta quindi la causa 
ai patrizi di ostentare la Iito grandt-z/.a , scemò pure la 
ambizione d'innalzare queste toni, l'eri) que' monumenti 
mirabili e grandiosi , erano pure argi mento di venerazio- 
ne alla plebe verso coloro che ne erano signori , quindi 
quelli che amavano fabbricare niagnifiraniente e con lus- 
so, erano pur vaghi di .Tggiungere alcune torri a' loro pa- 
la"! labile si era qiie>l' uso convertito quasi in moda che 
seguivano le fan;i[;lie [liù potenti, ed anclie i ricdii cittadi- 
ni. Cos'i vediamo il Palazzo de' Visconti in Pavia a forma 
di castillo , sebbene in quelle torri e in quelle mura se- 
desse sovente sola la magnificenza ed il lusso. In altri Ino 
ghi troviamo aggiungersi al a nudità delle torri the s'in- 



L OMNIBUS 



nalzano nei primi seroli non solo fregi ed ornamenti d'o- £t vrano. Venne arrusato di essere dissimulatnre , di non a- 

eni nianieia ma dare alle toiri slesse forme bizzarre e ^ vere costanza , di ronteiiersi con troppa lentez/.a nelle sue 

maravieiiose. ' ^ intraprese ; ma le sue deliolezze non mai de^pneiarono 

'' _»«»_ M in vizi. Contriliiii molto alla lonversidne de' Samugizii , 

« popolo die abitava una provincia della Lituania. 

ikm'i^ 2)ii.2.ii mTk ii I? Aliai 

Ventidue ponti uniscono le due parli della <:illà di Pa- 
rigi divisa dalla Senna. 1 pili belli sono il ponte di Iena 
comincialo nel I80'J e terraindlo nel 1813, che comuni 
ca dal campo di Marte alla contrada Debilly , vicino alla 
barriera di l'assy. Il punte W Austfrlitz, cuslruilo in faccia 
alla ferrata principale «lei fiiardmo del re, comunira alle 
contrade M-.r'aiid e della Ilipce. Cominciato nel 1802, fu 
aperto a' pedoni il I gennaio |8U(J e il 5 marzo 1807 alle 
carrozze; vi si e>ige un p('dat;gii'. I suoi cinque ardii 
sono di ferro, ed è senza ornamcnli, ma la bellezza delle 
sue pioporzioni lo fa uno de" piii bei ponti di quella capi- 
tale. Il ponte di S Luigi , il l'onte 2\'ìiofo che è stat.i ri- 
fallo nei 1819 per li sua costruzione viziosa, il l'onte 
Reale , il piìi frequentalo dopo il l'onte Nuovo ; il Punte 
delle Jrti , di ferro, singolare per la sna eleganza , e che 
lorae il ponte Nuovo serve solamente pei pedoni esigen- 
do>i un pedaggio, il ponte della Cile , che serve di co- 
municazione ti a r isoia della 6//c' e r isola di S. Luigi, fu 
costruito dal 1801 al I80i per sostituire 1" antico ponte 
Rosso che era slato trasportato in uno straripamento. Ven- 
gono (osria i tre ponti a catene di ferro, quello d' ^aco/i» 
quello degl'/m'u/i"J( e quello di Luigi Filippo all' estremità 
dell' isola di S Luigi , che sono loimati di due campate. 
Quello che si fabbricò non ha guari fra la ripa Malaquais 
ed uno de' trapassi del Louvre nierita una menzi;>ne |iai- 
ticolare. Esso è formato di Ire archi , ha dodici metri di 
larghezza , e ciascuno de' suoi archi offre un'apertura di 
48 metri 80 cenlimeiri. Le curve che formano ciascun 
arco sono di ferro concavo, e furono fuse in parerihi fezzi 
o spigoli uniti con chiavarde. Il peso del ferro fuso die 
compone i tre anhi di esso ponte è di forse 700000 chi- 
logrammi. Le due rive di'lla S^'nna sono fiancheggiale da 
lungarni spaziosi dall' uno all' altro capo della ciil.ì , o vi 
si son già piantati e vi si piantano tuttavia degli alberi che 
ull'iono un ombra graia a' pedoni. 



LADISLAO lAGEI-LONE 

GRAIS DICA DI LITUANIA. 

Ladislao V dillo lagellone gran duca di Lituania ollen- 
ne la corona di Polonia nel IH.''!), mercè il suo matrimo- 
nio con nduige figliuola di Ludovico re d' Ungheria. Q. le- 
sta principessa era stata della regina da" Pulacchi, a con- 
dizione che prendesse in isposo colui che le venisse scelto 
dagli stali dil regno, lagdione era pagano, ma si fece bai 
lezi.ire p^r far li' nozze culla regina , ed allora assunse 
il nome di Ladislao, lini la Jytuania alla Polonia, lìilté in 
diverse occasioni i cavalieri Teutonici , e ricusò il Irono 
di Boemia offertogli dag'i IKsili. Questo saggio re cessò di 
vivere li 31 niajg o ll.'M di 80 anni dopo averne rCf^nali 
48. La proliii.i , il CI mi. ne , la modeiazione , la b^'uefi- 
cenia , eianu le [rioi ifiali virtù che caratteri/.zavano que- 
sto prode [u:n( ipe , il qua'e non faceva la guerra se non 
per avi-re la pace , e preferiva le vie della negoziazione 
iilla forza dell'armi. Aviebbe nuiladiineno polu'o farsi un 
gran nume nei'e hatla^;lie , p .idiè ipiando veniva l'ocia- 
sioiie sapeva i indirsi foimiilabile, meri è la sua aliililò ed 
il suo coraggio. A( coglieva" rii onipcniava con nobillà i 
talenti e pi eveniva il inerito. Cousagrava quasi lutto il suo 
ttmpo ad araminioirarc la giustizia, primo dovere J'ogni so- 



H BUOIV AMICO BUFFALMACCO 

P II più borlevole forse fra i pillori fino al giorno d'og- 
Q gi è certo Buonaraico Buffalmacco liorentiiio , e di ciò 
a ne fan fede messer Giovanni Boccaccio e Franco Sac- 
^ chelli, i quali nelle loro Novelle bau celebralo alcune sue 
H sonore burle falle a moltissimi che farla a lui credeva- 
f! no. Egli nac(|ue nel 1262 da Crislol'aro, ed ebbe a pri- 
^ mo maestro Andrea Tali, al quale fece mellere lai limo- 
li re in occasione che s'alzava di notte per dipingere, co- 
4| sa che al BufFalinacco non andava punlo a grado poiché 
P era al(|uanlo dormiglioue , che gli tolse una velia per 
9 sempre del capo la voinnià del nùlliirno dipingere. iVesi 
S? Iretila scarafaggi in una sudicia volla, trovò modo d' ap- 
M piccar loro sul dosso alcune picciole candele, lo quali ac- 
M cese, di notte gl'intromise nella caaiera d'Andrea per una 
fi fessura dell uscio, nell'ora a|ipuiilo in ciii(|uegli soleva sve- 
« gliarsi e chiamarlo. Andrea al veder (|iie'luiiiiciiii, sujier- 
K slizioso com'era, li prese per ispirili malefici andati a 
n tentarlo. Laonde messo il capo sotto la collrice, si fece il 
|j segno della croce, e cominriò a recitar quante orazioni 
P credette opporlikiie a liberarlo da quella credula malefica 
Q visita; e se la no! le non dorm'i almeno non alzossi, il die 
H era lo scopo di Biionnmico 11 dimani, al far del giorno 
« alzatosi, ctiiese a BiifTal macco, seanch'egli avesse veda- 
si lo lo slesso, ed avutane negativa, piii si confermò nel suo 
H pensiero clic le demonia fossero andati a tealarlo. La 
fi nolle appresso, avvegnaché Ire soli ne avesse intromessi 
ii nella sua camera, pur nondimeno fu lale la paura da cui 
H fu collo Andrea, che fece proposilo di cangiar casa co- 
S me fosse fallo giorno. E difatli, appena il sole fu suH'o- 
" rizzonte, usci dalla sua dimora per non tornarvi mai più; 
ma Biionamico. fallolo persuadere da un pievano suo 
P conoscente, l'indusse a rilornare nella sua abilay,ione , 
H fermamente proponendosi di non mai più alzarsi di notte, 
n ('io non ostante, passalo alcun tempo, ritornò al suo antico 
^ costume, e con esso riioruarono gli scarafaggi, per cui da 
H allora in (loi ne depose per semjire il pensiero, e Buona- 
g mico si ebbe tulio l'agio di dormire a suo grado. Ed 
S avvenne che non solo Andrea, ma allres'i gli allei pillori 
ES i quali avevano 1' uso di aizzarsi di nolle por di|iignore , 
[| credendo, dal fallo avvenuto ad Andrea e divulgalo per 
fi tulla Eirenze , che commellessero qualche malvagia 0- 
u pera, si rimasero dal più farlo. 

g Divenulo uomo Buffalmacco e eoo ciò maestro nel- 
^ r arie, tolse a pigione una casa ove lavorava ed insieme 
a dimorava. Quivi aveva a lalo un lavorante di lana, che, 
re per essere un dappoco, veniva d( nominalo Capodoca , la 
^ cui consorte era solila, pirsele di guadagno, alzarsi a 
\i malliiliiio mellersi ad un lilaloio che stava a capo del 
'I lello di Buonamieo, giusto nel punto in cui egli aveiulo 
i fin allora lavoralo andava a riposarsi , e filar lulla la 
a nolle. Gran noia (|iieslo arrecava a Buonamieo ; per lo 
g che ruminò per la melile il modo in cui poteva far che 
5 colei si ristesse dal suo continuo fi'are, e dopo non [loca 
Ut aicdilazioQC ebbelo beli' e trovalo. Il muro clic divideva 



^' 



PITTORESCO 



_y- 




lui (];i! CapmloM componevasi di mnitoni g dalla parie di 
cosini era il focolare ; iacindo trailo un mattone, e fatto 
un foi'o, roD una canaa bucata ccninciò a menar sale 
nella pentola in cui la vicina faceva il lesso ; s\ che av- 
veniva che il Capodijca ritirandosi a casa , e mettendosi 
a tavola per mangiare, trovava la carne sì salala da non 
poterne ingoiar pur un briciolo. Per due o Ire giorni il 
lanaiuolo se ne lanicnlò solo colla moglie, la quale oun 
sa;. èva tra se medesima darsi ragione dell'aecadut'i ; ma, 
ripeleiìdosi il salare olire il necessario , cominciò il 
daliben uomo a menarne rumor ferie ed a ba'lere a 
più non posso la moglie , che colle sue grida fece ac 
correre i vicini tra cui ancora Buonamico. Il quale , 
ben sapendo in qual modo andasse la cosa, disse clie for- 
se colei non dormendo se non poco la notte pel contitiuo 
attendere al filaloio , sonnecchiando :.el mettere il sale 
nella |)entola, ne avveni\a che ne mettesse di soverchio , 
per il che Io consìgliaNa a non farla più alzar di uotle. Il 



dappoco gli credette, e, seguendo il suo consiglio, fece si 
che Buoiiamico per parecclne nolli non avesse turbato il 
sonno; ma di l'i a poco tornala alsuoantico costume fuca- 
gione che \\ pilloredi nuovo giitasse gran copia di sale 
nella pentola, e che di nuovo ella fosse halluta. D ailoi'a 
in poi non s' alzò più la nolle, nò il Buffalmacco le fece 
più del convenevole salato il lesso. 

Dipingeva iJutfdmacco tulla la cliiesa del monastero 
delle donnedi Faenza, e, come strano nel costume così an- 
che nel vestile, avvenne i:he non portando. come allora si 
usava, cappuccio e mantello , le monache lo presero pel 
fatlor del piltore anziché pei pittore stesso . e gli fecero 
ilire dalla badessa .;h' elleno avevano grandissimo desi- 
derio di veder dipignerc il suo maestro. Piacevolmente 
l]iiffiluiacco rispose che tosto le avrebbe appagale, e, po- 
sto un tavolo su di un altro, vi mise al disopra una 
mezzina il cui manico coperse con un cappuccio, avvi- 
luppandola iu un mantello , e ponendole nn pennello nel 



113 



L OMNIBUS 



beccaccioda cui si trae l'acqaa. Andossene dappoi lascian- 
do làinqael modoqnellafanlasimadi pillore. Le monache, 
al veder quella figura, lenner per fermo che il UufTalmac- 
co avesse attenula la sua parola, e che il maestro di lui 
fosse colà intento al dipif;;nere. Scorsi alquanti f^ior- 
ni , ebhero una notte vaghezza di veder qnello che il 

Eiltore avesse fallo, e, scese nella chiesa, ebhero a stra- 
iliar dalla maraviglia non trovando per nulla avanzalo 
il lavoro, e vedendo la figura di pillore lullavia al suo 
poslo. Himosso il mantello s'arcorsero iniinanlinenti della 
burla, ed il di successivo mandarono in Uilla frella a Buf- 
falmacco porche ritornasse e riprendesse l' inlcrrotlo la 
Toro, ed egli in poco tempo vi delle compiiiiento, lascian- 
do conlentissime di sòie luonaclie, che impararono come 
non s'avesse a riguardare all' ehilo che qualsiasi uo- 
mo veste , ma si all' ingegno e valore di lui. 

Dopo ciò dipinse nella badia di Seltimo alcune storie 
di S. Giacomo , poscia due tavole a leni). era nella Ger 
Iosa di Firenze, ed a fresco nella Iladia di Firenze , ed 
in Ognissanli dove poscia fu praticalo il cimitero. Poi 
andalo a liologna lavorò a fresco inS. l'elronio nella 
Cappella de' Bolognini, dopo la quale opera, nel passar 
per Arezzo , il vescovo di quella cillà, avendo inteso co- 
me il Buffalmacco fosse piacevole uomo ed insieme va- 
lente dipintore, volle che gli dipingesse la cappella del 
vescovado do v" è oggi il ballesinio. Buonamico mise ma 
no al lavoro, e vi slava già molto innanzi quando gli av- 
venne la più strana avventura che possa iuiaginarsi, e che 
fu cagione dovess' egli da capo rifare il già fallo. A- 
veva il vescovo una scimia la quale trista anziché no e- 
ra , per cui quello le faceva portar gelato alla coda 
un gran pezzo di legno, affinchè non cos'i agevolmente po- 
tesse saltar dappertutto. Sciagura volle che questa scimia 
fosse spettalricedelcorae lavorasse Buonamico per tulio lo 
spazio di tempo in cui egli dipinse, e che, vedesse impasta- 
re e stemperare i colori. l'atta già maestra in poco tempo, 
avendo Buonamico un sabato sera lasciato l'opera, la buo- 
na scimia la successiva domenica , salila in palco ove 
(juegli soleva slare a dipignere, e recatisi in mano pen- 
nello e tavolozza, e miste tolte le tinte nel più sirano rao 
do, ridipinse a suo senno finché ebbe colori tulio il già 
dipinto dui mal arrivalo Buffalmacco, \enuto il lunedi 
ed il pittore andalo al suo lavoro, si pensi come resl.isse 
il meschino nel veder cosi malmenata 1' opera sua. Dopo 
aver con dolore contemplato quello sfregio, andò a doler- 
sene col vescovo, che forte se ne turbò, e convenne con 
lui che qualche invidioso gli avesse giuocalo quel mal 
colpo. Ad ovviare a tale inconveniente, e perchè non più 
mai il simile gli accadesse, il vescovo gli delle a guardia 
tei uomini armali, coli' ordine che se vedevan qualcuno 
dare il guasto alle pitture di Buonamico, senza [lielà lo 
tagliassero a pezzi. Stando adunque a guardia un giorno 
che Buffalmacco si riposava alquanto dal suo lavoro, vi- 
dero tutto ad un trattoli bello scimione, iraendosi dietro 
il gran pezzo di legno , andarsi a porre al luogo di lui 
pd a sgorbiar le ligure. Cliiaiiiato Buonamico, ei non po- 
tè starsi dal ridere, quantiiuque gli dolesse che una be- 
stia si prendesse in (juel modo beffa del fatto suo; ed an- 
dato dal vescovo, raccontandogli la bisogna come slava, 
gli disse eh' ei non aveva jiiu bisogno di lui , poiché in 
casa v' era tal maestro the di gran lunga lo superava, 
llisene assai il vescovo, ed imposto che il bertuccione ve» 
nisse chiuso in una specie di gabbia per tulio quel lem- 
j)0 che Buonamico stesse a lavorare, fece si con preghie- 



re ed altri carezzevoli modi che il Buffalmacco si rimi- 
se al lavoro e lo trasse di lì a poco a termine. In Arezzo 
dipinse allres'i nella chiesa di S. Giustino la nicchia della 
cappella maggiore. Insieme a molti altri ordinò , stando 
in Firenze, la festa che qne'di borgo S. Iriano fecero ia 
Arno, ove costruirono sopra certe barche una macchina 
che rappresentava l' inferno. 

Nella badia di S. Paolo a Pisa dipinse molle storie del 
Testamento vecchio e di S. Nastasia che sono di bell'ef- 
fetto e mollo espressive. Ebbe a compagno in qnesta o- 
pera Buonamico Bruno cui consigliò , avendogli questo 
chiesto il suo consiglio sul come avesse a fare perchè le 
sue figure venissero più vivaci, di farle parlare eziandio 
scrivendo vicino alla bocca delle figure quel ch'espri- 
mevano. Piacque il pensiero a Bruno e lo pose in ope- 
ra , e molli altri il seguirono. A Pisa dipinse eziandio 
parie del Camposanto. 

'l'erminati questi lavori e con essi quanlo s' aveva 
guadagnalo, se ne tornò col suo amicissimo Bruno a Fi- 
renze, ove essendo a costui allogali alcuni dipinti in S. 
Maria Novella, siccome non aveva molta inventiva, così 
Buonamico gli disegnò quanl'egli poscia recò in alto. E 
mentre Bruno ciò faceva, un contadino andò a Buona, 
mico a ricercarlo dell' opera sua nel fare un S. (jristo- 
faro, che furon d' accordo dovess' essere di dodici brac- 
cia, e pagarsi olio fiorini: ma andalo il Buffalmacco alla 
chiesa ed al luogo ove doveva eseguire il S. Crislofaro, 
trovò che la non era alla uè lunga se non nove braccia: 
laonde, non polendolo fare nemmeno a giacere, si vide 
coslrello rivolgerlo dalle ginocchia in giù nella facciala 
in testa. Il conladiuo, allorché fu terminalo, non voleva 
pagarlo, ma, portala la cosa innanzi a' tribunali, a Buf- 
falmacco venne data ragione e pagato. 

Ei non v' era mezzo alcuno di uccellarlo, poiché s'i fe- 
condo era in burle, che sempre grandissimo sniacco ri- 
traeva chiunque farla a lui volesse. Lungo sarebbe se si 
volessero tulle annoverare le beffe da lui falle; ma basii 
dir che per lorsi la noia de' Perugini, i qtiali volevanda 
lui che avesse dipinto in meno di dieci giorni S. Erco- 
lano vescovo e proiettore deUa cillà, dopo aver loro fat- 
to vedere il lavoro beli' e finito , chiese od olleune due 
giorni di tempo per iscoprirlo ; nel (]ual mezzo di na- 
scosto, in luogo della diadema che aveva falla in capo al 
santo, vi mise una corona di lasche e jioscia, via per a 
Firenze. Scorsi i due giorni, i Perugini , non vedendo 
il maestro, corsero frettolosi a scoprir il dipinio, e si pensi 
com'ei rimanessero al veder 1' alloro trasformalo in pe- 
sci. Mcnarnu rumor forle però, ed il governo mandò a 
perseguir Buonamico, ma costui già in salvo su quel di 
Firenze, si rideva del fatto loro, ed attendeva ad accre- 
scere il numero de' suoi lavori. 

Un'altra volta, dipinlo a Calcinala una madonna col 
figliuolo in braccio , da quello che glie 1' aveva com- 
messo gli vpnivan date parole invece di danai , del che 
l]uonamico era anzi che no scontento, ed avvisalo il mo- 
do io cui labiscia beccasse il ciarlatano, andòa Calcinala 
e quivi con colori senza colla e acconce con l'acqua sola 
sfiguròdel tulio il bambino. Colui che glie ne aveva datoli 
carico, al veder (jiiel cangiamento, andò supplichevole a 
lui che volerse rifare il quadro come slava prima, prometlen- 
dogli di pagr.r.;liallresi la seconda falioa; ed una spugna ba- 
gnala bastò a ritornare il dipinlo nello slato |)riuiicro, ri- 
cevc.-hlo Buonamico a compenso doji[)io pagamento. 

A S. Giovanni fra l'Arcore dipinse una Passione di 



ìm. 



PITTOHESCO 



Osù C.rislo un Giiul.i appiccaln. le Marie pian-onli e n 7,liG nel 1771 ; 7,G79 nel 1772 li numero diminuì in 
tiii J>. Ivo (li IJrelaijna, le quali liipinture aiuiaroi» perdn ^ vegniin, né fu mai pu'i hasso die sotto la liepiibliiira, ove 
te por essere sialo l'oililizlo trillato a lerra nel i 539 — Il *a"ù ih '.i, iti, a 4. 589, e s'innalzò sotto l' impero in se- 
In C.orldna dipinse in vescovado, ma andò ancora ogni |l fi"''" '''^"'> »tal)ili>iiento d'una volta per circondario de- 
cosa per lerra per la rinnovazione del pal,rMo e de la cliio à "L-ialonel 1811. iNe| 1810 ira stalo di 'iò02 ; fndiSi52 
sa. Per altro in S. Francesco ed in S. Margherita sono ìl l'^'-'"" "■^'""I,'"; ■'*""° '=> ''is'a'"aii..ne la dira più alla 
alcuno sue pilture ^ ' '' " ^ '^'^^' '"'"" "''l^'' "'''"' "'"' «1^ 

Ad Ascesi nella Chiesa di soUo di S. Francesco dì- | ll^t.^n^'iTtcZn'H T' 'r" "'' '''' "^'^^ 

,,;„„„ - fro-„^ 1 1., Il I I 11 i^ i- Al U "ofi"''! '' secretorie depo-ti (piasi iiniinss 11 e . discese 

pinse a fre.co lulta la cappel a dei cardinale Lgid.o Al- H fino a 4,Gi',. Nel 183Ì3 diminni lino a .' l8->; nel 18'. I, 
varo^pa<;n^o!o. Da nllimo dopo aver fallo molti lavori ^ „|ii,nn anno di nii siavi Instato, n.nhadltre p.^ssalo Ì3G98 
per hit ta la Marca . dipinse in Perugia nella chiesa di ^ 1/ Ospizio de'Trovatelli riceve tutf 1 lanciulli esposti 
S. Domenico molle storie di S. Caterina. Ei mori nel n ahhandonati in età minore de' due anni ; oltrepassala qiie- 
i34-o d'anni yS, poverissimo perchè prodigo all' ecces- |j sta età son diretti all'Ospiz'o defili Oirmclli, — Appena 
so, e lenulo in fama di valente dipintore e di astutissimo ^ "" faneiu lo è portato all'Ospizio, per via dilla ruota la 
uomo. Gaetano Torelli. w 'I"'''" ^ propri.nnente pirlare non esiste più adesso, per 

-»^».— Il ^'"^ ''"" '""""'^^a'io di polizia, rome essendo stato pre- 

r.<T,r>„.r.,^„,^ ' ti sentalo al suo lidi, io , o preso snlli sirada nuhlilica , si 

DORMITORIO .\LL' OSPIZIO DE'TROVyMELLI 'à stende, sopra un lesistro speciale , un atto circostanzialo 

di Pari"-!. w ''"^"^ *"* ammissione , in cui si trova consegnato il suo 

" * M atto di nascila se va n'ha uno, in difetto le notizie che 

(Coidinuazioiceftne). jj s' soH raccolte su lui, sul liiot^o e l' ora in Cui è slato tro- 

U vaio, e i segni che possono ser>iie a farlo riconoscere 

La pia impresa aveva avuto ancora gli edifici di Bit è- ^ dal suo padre e dalla sua madre, in caso che più tardi si 
Ire; ma l'aria di quella casa riguardatasi come d'una ^ presentassero per reclamarlo, aile.Tipiendo d'altra parte le 
vivacità mortale per neonati, si ottenne di trasferire i « ionnalilà voltile. Sleso questo processo vetli.de , que' fan- 
fanciulli in una la-a a rincontro di San Laizaro , ove le ^À ciiilli si lavano e si pesano , e 1' esperienza ha dimostralo 
suore della Cuil.i furono incaricale di averne cura. Il t« 'heheu pochi di quelli i quali non arrivano al peso di 
Parlamento con d( i reto di 1 .1 magt^io IG(j7, confermato S sei lihhre possono essere allevati. Delle sale, ihiamaie 
dal Consiglio di Stato il 10 novemiire 1GG8 ordinò che i O jresppì, sono guarnite di culle 1' una dopo .'altra. Là gior- 
signori alti giustizieri di Paiigi fossero tenuti a pagare jj "o e notte delle ciillatriri e delle nutrici, sotto gli ordini 
annualmente a quella casa una somma di 15 000 lire. U di sorveglianti , prendon cura del'e povere creature ab- 
Questo nuovo soccorso fece s'i (he gli amministratori pò- ^ hanlonale dalle loro madri. Piii laidi la maggior parte 
tetterò precurarsi una piii comoda dimora, e fecero l'.-c «i di esii sono mandati ad allevare in campagna. Quelli U 
quisfo d'un gran lei reno con case situato nel sold.crgo ^ cui sa'ute esige delle mediche cure sono allevali nello 
S. Antonio, e vi roslruirono un vasto edificio Più lardi, ti slahilimenlo. 
affine di avere un luogo più centrile pe' deposti, locarono ^ "■■'■ 

nella Ole Uè: [licc'ole case (he appartenevano ^\' Hotel- *| tf-sin^in «m ^ìir,rr\ .t .e<-.*^'J•. . 

Dhu. Nel IG70 dt.|;e lettere patemi di L-igi XIV do bia- ^ >-'^ CRrCK DI FUO(,0 I> (SCOZIA 

nrono la c.isa de" Tiovalelli uno degli Ospedali di Parigi, |^ .Mlorché un Grande in Iscozia voleva chiamare a rar- 
e quello che non era stato fin allora se non un'opera pri « colla i suoi vassalli, ossia con vece propria il suo Clan, 
vaia divenne in tal guisa una istituzione pulihl'ca. D'ai- M per quali he avvenimento d'importanza , uccideva primie- 
lora lo stalillmento ha licevulo notevoli miglioiamenii e ij lamente una capra, ros'niiva una croce leggiera di legno, 
progressivi sviluppi. Le case prese in fitto \icino all'air o ^ \'ì appiccava il liioco all'estremila superiore e lo spegne- 
della chiesa di Nostra Donna, cedi tiero il luof-o, nei I7'i7, u va nel sangue dell" istessi capri. Questa Croce si chiama- 
ali' edificio ihe serve oggidì di (.flicio certi ale a fammi- ^ va allora la Croce di fuoco , ed anche la Crore dell' ign-, 
nislrazione degli ospedali , e (he fu consacrala a'Trcva- u minia, perchè coloro che avessero disulihldito all'ordine, 
lelli fino a quando, posteriormente, il loro stai" ini nto fu J| di cui era il simlmlo erano dlihiarati infami. Ciò fatto e- 
Irasporialo nelle strade dell' Inferno, e della .'Melma , ove i| ra consignata ad un messo di fedeltà sperimentata, il 
è nggiilì. ^ qua'e correva veloiem- nte al primo villaggio , e la ron- 

L' Dmniinisirsz'one degli ospizi! possiede rd ha pubbli- il segnava ai più ragguardevoli di quegli ahl'anti non d'cen- 
cato il quadro dell' annuo numero di fanciulli deposti nello ^ dogli che una sola parola , vale a dire il loogo del ronve- 
stabilimentn del [Ci\!) fino a' nostri giorni. S nza ripro « gno. Questi era olililig.-.to di farla pervenire rolla stessa 
durlo per intero ne faremo conoscere la progressione e ^ ee'eri'à al vi laggio .sega nte, ci in questo modo la Crc- 
notare alcune epoche. Nel IGIO , anno della determ na- sJ ce girava con una velociià incred bde per tulli i paesi sng- 
zinne generosa (he feie finalmente adottare S. Vincenzo ^ getti ad un Signore, non che sui territori limitrofi ad a'- 
di Paola, se ne trasse dalla casa della Conche e dalle ma- S 'cali quando la cosa riguardasse anche i loro interessi. \\ 
ni delle faritesihe di cui abbiamo parlalo nn certo nume- ^ comparire della Crore di fuoco n;;ni abitante dal IG." al 
ro , che congiunto a quello de" depoi-li de 1" anno . forma ^ tiO." anno era obbligilo di Ira leriri immeiliatamente col- 
lina cifra d, Tri. Nel iGil , gì' immessi furono 2-29 ; nel ^ !e su' armi migliori al luogo dest^na'o per la riunione; e 
1050, 39'5; nel IGG), 491 ■ nel IG7I (anno die segui «i chi avesse mancato soggiaceva allajena del ferro e d. 1 
r eriz'one della pia impresa in istituz'onc pubblica) 738. ^ fuoco , espresso da questo simbolo di gu'-rra. 
nel 1678, 1U8G ; nel 1G9(, 3788. La cfra diminni con- ti Nella guerra dil 17Ì5 al I7'i7 , la C'-nce d; fuoco per- 
sidercvjimenle poscia . e non s' auTientò di nuovo fino a f| corse più volte le strade ; rd in una certa oee^sione fu por- 
qiicsl' altezza che di l"i a cinquar tisei anni nel 1750 in ii lata per tulio il territorio di Rrcadalbane e fece quindi un 
cui le ricezioni ammontarono a 3 789. Il regno di Luigi ^ viaggodi ?,l migl'a inglesi "in Ire ore. Alessandro Stiiar- 
XV loro fere verso la fine aggiunger numeri cui non se- «I do d Invernahyle racconta di avere ambe egli a qiiell'e- 
rano mai avvicinati, e da cui si sono si mpre tenii'i assai f^ poca fitto girare la Crore di fuoco in '11110 il paese di Ap- 
lontani dsppoi. Nel 1750, si ricevcHero G918 fanciulli , a pino. Quelle coste trovavansi al'ora minacciate da (tue 



|')0 L OMNIBUS PITTORESCO g,, ,^ 

fregale inglesi, menlre il fiore dilla giovenlù drl paese il greca. Ecco chiarita la storia di un'usanza rhe va di an- 
si trovava in Inghilterra coi Principe Odoardo il l'rtlen- ^ no in anno scomparendo dalla faccia del globo : cosi i 
dente ; si obbedì alla chiamala , in modo tale , the lult' i ii nostri posteri potranno conservarne pura e genuina la sua 
vec(hi ed ì fanciulli si misero con entusiasmo sotto 1' ar- ^ memoria, 
nii e formarono una massa tanto numerosa che gì' In- H ■•«»'■' 

glesi furono cosli etti ad abbandonare tulli i loro progetti ^ pj?! ^iji NUZIALI DEL MEDIO EVO 

ostili contro di quel paese, sebbene privo dei suoi difen- M 

sori più robusti. Gli aiutanti dei paesi alti hanno questa e ^ " legame più sacro che si formi nell" umano consorzio, 
molte altre usanze di comime cogli scandinavi , come si M quello che perpetua con iegiitimilh le generazioni fu sem- 
licava dal seguente passo 0/ous />/o^nu5 ( storia de' Goti). § l'^e condotto con alcuna cerimonia augusta : nel medio e- 
« Quando il nemico si presenta alle coste o ronijie i U vo serbava ancora qualche pompa che da noi venne shan- 
confini di un regno setlenlrionale, il Capo , consultali pri- jj •''la- 
ma i guerrieri vehrani ed olienulane prima la loro appro- M Fino da! secolo X allorché un uomo dava la sua fede di 
vazione spedisce in tutta fui la e pubblicamente un giovi- Q sposare una donna, usava di porle un anello in dito. M- 
ne veloiissiiuo con un l)3slone ardente delia lunghezza U 'orche poi cadeva il momento di celebrare all'altare gli 
di tre palmi alle città e villaggi più vicini , coli' ordme q sponsali, usavansi le cerimon.e rei giose che pur ora si a- 
ai medesimi di mandargli alla tale o lai' altra spiaggia , « doperano, ma con maggiore pomp.i ; e inoltre poiché gli 
« valle , campo , entro il terzo , quarto od ottavo giot- H sposi aveansi legata la fede, si stendeva un velo l» nedcHo 
no tre individui od anche tulli gli nomini dall'anno quin- ^ sopra di loro, siccome simbolo della pudicizia e della ve- 
dicesimi) in avanti , colle loro armi e viveri per dieci o u """"["l'a l'iie doveano serbare ognora nella vita : quattro 
venti giorni onde ricevere le loro istruzioni , e tutto ciò U uo'ni"" parenti od amici, teneanogli angoli del velo nuzia- 
sotlo pena d' incendio alle loro abitazioni , o di confisca M '«• ' sacerdoti metteano in capo agli sposi alcune corone 
di ogni loro avere , come significa il bastone ardente e la M <" fiori piuttosto rialzate, ed indi questi si davano la ma- 
corda attorcigliala al mede-,inio II portatore di questo u "»• Addi e vasi poi la novelli sposa al letto maritale con- 
simbolo dopo aver eseguita la sua missione , perrorren U doHada una paraninfa, spesai da alcuni giocolieri che in- 
do tutti i lunghi con una \elocit.i superiore a quella del- ff '''mo le faceanu feste e cauli: cosluiiie che versoli secolo 
la posta o di qualunque siasi altro mezzo di vettura, se ne M XIV. Si cambiò in un" orazione epitalamica che un uimio 
ritorna colà d' onde partiva , portando seco qualche cosa ìi •<' lettere inlesseva a lode degli sposi e del loro casato , 
the valga ad accertare aver esso eseguilo l' incarico affi- S e a' nostri tempi in alcune poetiche canlafere delle quali si 
datogli !•: rosi I' uno , o l'altro é sempre in giro per re- M lordano tulio d'i le carte. 

rare ne'dfTerenti luoghi gli ordini e le disposizioni dei g, Apnvasi poscia il convito, e tulli i parenti dovevano 
Capi , né la neve né la pioggia , uè il caldo sono loro di a presentare i nuovi coni.igi con donai. vi che jirima erano 
impedimento ; essi non si feimano neppure la notte , on- U semplici ricordi, ma si trasmutarono poscia in arredi pre- 
ri' è (he la chiamala giunge da un paese all'altio e si ri- K ^'"o-"' . ed ebbe si innanzi il lusso che i governi dovettero 
pete ovunque , sino a che ognuno sappia il giorno, il f^ Por*' "" li""''= 5" quanto alla dote pare che non si aves- 
luogo ed il come debba presentarsi. k *^ coslnuie di stabilirla ; erano doni di cui i padri e i 

Il fratelli largheggiavano alle figlie od alle sorelle. Anlica- 

"~**"^ niente la b sogna camminava diversamente, giacché gli 

OniGINE ETIMOLOGICA DELLA LIVREA. § uomini doveano comperarsi la moglie e concedevansi le fi- 

_ fes glie a chi ne offeriva di più ; ma ne seguiva che le bruite 
In giornale di Parigi vuole che l'origine eliraoiogica g restassero senza compratori, sici he i padri a sbarazzarsele 
della livrea provenga da un'usanza che correva alcuni j^f incominciavano dal cederle senza spesa, quindi vi aggliin- 
seroli fa presso la corte dei re di Francia, che otto giorni ^ «ero qualche donativo del proprio per soppramercato. Ora 
dopo ^al-^le e dopo Pasqua invitavano i nobili e gli otti- o che i tempi corrono più leggiadri, si comincia dalla dote 
mali a gr.mdi feste in cui si celebravano giuochi , cacce . ^ e poi che si è offerto una figlia con fante mille lire , si 
danze, pantomime, giostre e siiui i baldorie e in quelle oc- |f soggiunge (he è bella , sa il francese, suona il cembalo , 
< asioni solenni si vestivano tutte le ptrsone di corte e di p balla e qualche volta disegna : delle virlù morali non se 
servigio con abiti sontuosi f^lti a spese del re; de la. dice jj ne p.iila, la dote è un velo che tull'^ . icopre. 
il giornale, ext vi'nit le mot ile livrèe, pane qu on li^rait S Diversamente seguiva nel medio I'"vo, (he si aveva .-in- 
lex habits mix fidìs dn rui cora qualche traccia di virtù o almeno si apprezzava il 

Noi non vogliauii» contiaslace la veridicità di questi ^ pudore. Lo sposo offriva un donativo alla compagna; e 
fatti e di queste usanze fianresi, ma diiiamoche l'ori- a questo consisteva nella 7l/'o7,'(i'M//r(; o dono della mattina, 
gine slorica dell' uso e della parnla Ihrea è ancora piì; |[ ed era un presente che faceva il marito alla sposa il gior- 
antiro. Noi leggiamo in un' opera scritta nei bassi tempi SS no che seguiva le nozze, per dimostrare che egli leneasi 
sopra la ialtica di Costantino Porfirogenito, che egli usa- || conlento della si ella e delle virtù di lei; né era lieve qiie- 
va dare ai soldati per regalo mitra Iwrejn ciie era un' as- M sto segno , poiché il più delle volte i mai iti facevano do- 
sisa di gala. La li^reja adunque, tome tuttora la chiama- ^ no alle spose di parte de' loro beni. Siflalta usanza gio- 
no i Napoletani nel loro d aletto, era un vestito che si re- W vava certamente as-iai perchè le fanciulle si seibassero ca- 
galava ai soldati, vestito die poi fu largito anehe alle per- ^ sle e virtuose , onde essere più grate al marito. Sovente 
.sone applicate ai bassi ufiiri. rome scudieri, palafrenieri e fi però questi nel delirio d'amore furono si senerosi verso 
simil gente, mintce leggiamo in cronache latine del seco ^ le spose delle proprie sostanze che poco seibarono a sé , 
lo XIV che certi abati erano obbligali a dare ogni anno W sicché in alcune città vi si pose un limite. Altri invece 
drnpparia.' dii'ersorum coloniin prò les/iario , seu librata n cadevano nel contrario vizio e per avarizia venivano me- 
snutiferornm . parole (he vi'glion dire in italiano che dar k no a questa promessa, sicché alcune spose si fecero nella 
si dovevano drappi di diversi colori, ossieno livree per ;| scritta anticipare il dono della mattina di cui abbiamo 
liso degli scudieri. ** qualche esempio anche nel 1 185 : certo da quest' uso ori- 

- La livrea dunque dei Francesi è quella stessa che si jjj ginò il costume della conlraddote, per cui ogni figlia che 
jKsva in Italia ed in Grecia nei bassi tempi col nome di ^ ora va a marito, non teme di patire alla mattina il rosso- 
inrrja : per cui questa parola non è di origine franca, ma g re che gli neghi il novello sposo un tributo alle sue virlù. 



Tipografia dell' OMNIBUS DiRETTonE pnopniETAnio : V. TORELLI. 



UapoU 19 Settembre 1844. = anno Settimo = (tioufòi tt." 16 

l.N FOGLIO GRANA 5. — VN SEMESTRE 1.30. — fN" ANNATA 2.60. — PER L' ESTETlO VV ANNO 3.60. 




L^/'/^ 



cAy/ c'^///'^. 



La parola cortej^gio fu probabilmente roraposta di due 
latine corpus, (:ov^ì>,ttegere coprire, proteg^eie, difendere; 
poiché dinota l'atto di servir di difesa, nel medesimo tempo che 
si aggiugne splendore grandezza e rispetto alla persona che 
si accompagna ; e qoest' uso di accompagnare i grandi in 
certe occasioni riraiinta air epijca più remota. Presso gli 
antichi i parenti gli amici i familiari accompagnando le 
spoglie mortali d' un congiunto, d' un amiio, d'un padro 
ne,fa(e)no corteggio interno ad esse; ma prcpriamente la 
paiola ( orteggio si adopera per indicare quel numeroso se- 
guito di cortigiani , di guardie e di servi di cui si circon- 
dano i principi nelle cerimonie. Si ricordi la pompa e lo 
splendore di cui i Romani non mancavano di circondare i 
loro generali vincitori, e Tacito, nella dipintura lasciataci 
de' popoli germani, dice, che i capitani celebri per le loro 
splendide fazioni avevan sempre con essi un gran numero 
di giovani guerrieri, che s' affezionavano a loro , li difen- 
devano alla guerra, e il capo in ricompensa divideva con 
essi il buttino. Il costume del corteggio passò negli usi feu- 
dali e si videro i ric( hi signo.'i visitare i loro vassalli o 
lo stesso sovrano con un numeroso seguito. 

L' ottomano dèspota non conoscendo limiti alla sua vo- 
lontà, non mette altresì alcun limite al fasto di cui si cir- 
conda per accennare la sua potenza di cui la superbia lo 
fa gonfio. Siccome infinita è la schiera di quelli (he lo cir- 
condano presti ad eseguire i suoi più futili desidcrii (co 
sa che per altro è di molto diminuita da che l'inrivilimento 
europeo è penetrato nelle ottuse menti de' figli di o- 
sman ) così allorquando avviene ch'egli deve inrervenire 
a quali he cerimonia, infinito è il numero di coloro che gli 
fan codazzo. Egli incede primiero riccamente vestito sur 
un cavallo magnificamente Lardamentato , e vengon poscia 
gran visir, visir, aga, e tutti gli ufEziali del iuo palazzo, 



indi eunuchi bianchi e neri in gran copia, e soldati che ' 
volte fanno ala al corteggio ed altre volte lo precedono e 
rhuidono. La magnificenza spiegata in tali occasioni é ine- 
sprimibile e sorpassa ogni imagmazione. 

ESPOSIZIONE DI BELLE APxTIDEL 1844 

A PAKIOI 

Ecco in corapeadio quel che m' è parso degno di nota. 
Orazio Vernef , solo fra' maestri che abbia consentito a pas- 
sar sotto le forche candiue, ha esposto un bel ritratto del 
gran cancelliere Pasquier. L'opera è lodevole per vigo- 
ria di colorito , per una certa dignità che il pittore ha sa- 
puto dare alla festa alquanto volgare del buon presidente, 
e per la savia disposizion degli accessorii. Mi pure il Ver- 
net voluto abbozzare in due schizzi . avuti in sommo pre- 
gio dagl' intendenti , due episodii della sua vita. Nel pri- 
mo il pittore ci si mo^tra seduto sur un bellissimo ca- 
mello, vestilo all'orientale, nell'atto di passare il diser- 
to. Nell'altro lo vediamo involto in un tabarro , rincan- 
tucciato nel fondo d' una snell.i vettura, tratta da due fo- 
cosi cavalli, e volando a tutta furia sui geli della llussia; 
i (avalli son tocchi con quella maestria che ha portato si 
alto e si lungi il nome deir artista. 

La pittura storica, e in particolare la religiosa, mi sem- 
bra quest'anno in aperta decadenza. Un Cristo sui monte 
deli Olii di Teodoro (.hasserian, una Pietà di Luigi Bou- 
laiV'er , la Preso d' Antiochia del signor Gallait , la Con- 
trr'sione di Sun Paolo del Lottrean , meritano d'esser di- 
stinti in questa congerie di pre.sso a duemila tele , a cui, 
« se non fosse che pur lo mi v.eta" la riverenza degli argo- 

16 



nienìi trattali, appiccherei fuoco senza niuno scrupolo al 
mondo. 

Ne' paesi e ne' quadii di genere , parmi (he i Francesi 
aliliian conservata ancor quest' anno un'evidente siiptr.o- 
rilà. 

Nominerò innanzi tulli un ([uadrelto del Saint-Jean , 
rappi esentante una cesta di fiori e di dulia, niaravifiiioso 
capolavoro a cui né i Veneziani, nei Belgi, ne gli Olan- 
desi non poirelihero metter nulla in paragone. i 

Tutti hanno ammiralo una hell ssiina giovinetta del si- , 
gnor l'apcly, alunno dell' Accademia di Roma, ed autore 
d'una gran tela j/mart/^^r.'a, intitolata , or fa l'annodo- ' 
gni di felicila. Il l'apély Ita hcn fallo di lasciar le sue i 
gravi e noiose allegorie per la bella e schietta pittura. V'é 
più grazia , più ingegno e più arte in questa figurina alla 
un terzo di hracrio , che non in tulli i più grandi e orgo- 
gliosi dipinij dell' liisposizione. D.illa cintola in su la fan- 
ciulla è tulla ignuda , e stira le hraccia e lipiega il torso 
con una niiille e vezzosa cascaggine, un hel velo porpo- 
rino , trapunto di stelle d' oro . le copre il resto della per- 
sona ; e le p eghe della clamide trasparente son disposte e 
panneggiale con somma leggiadria. 

Il Marilhat ha esposto olfo vedute , i cui su'iliietti son 
tolti, la piii paite. dall'Oriente; Una rimembranza delle. 
n\e del Nilo, Un temporale . I dintorni di Tliiers ( non si 
parla punto dell'ex mini.stro), // villaggio di Jtnsetla. (ìli 
jlrubi in viaggio, Una cillii d Egitto al crepnscolo. Tr'pulì, 
Un caffè di Soria : questi dipmli son otto gioielli. Se ne 
eccettui il Descanip"; , non v'è artista che ahliia meglio 
inteso e stiiiiiato 1 Oriente , del signor fllarilliat. I.e sue 
tele hanno una trasparenza, una serenità, una dolcezza 
di colori (he t' invita al riposo, al silenzio, a mille arcani e 
soavi pens eri. 

Yoglion pure annoverarsi tra le migliori pitture di que- 
st' anno Una caccia di Gofliedo Jadin , il Salfator Uosa 
di Adriano Guigiiet , la Moschea d'Algeri, opera as.sai 
Lolla e compiuta del Dauzats, un ritratto di donna del Pc 
rignon, e Ire (laesi del russo Aiwaziiw>ky , che temperò 
la sua selvaggia natura al liei cielo di Napoli e ne riportò 
calde e vivaci impressioni. 

Ma il p il liei dip nio, come ho già accennato di sopra, 
è quello di Tommaso (Jouture, giovane d'altissime speran- 
ze Piacque all' egregio artista intitolar questa sua com- 
posizone V amor dell'oro. 

Della statuaria e degli scultori meglio è tacere. Costret- 
to di ragionar più di>lesamente di questa lìsposizlon di 
Belle Arti nel giornale francese che ho 1' onore di dilige- 
re, non potei a, meno di non dir le più dure veriià su tale 
argomento, e in fronte al mio crtl-avo articolo, che tratta 
appunto della scultura, posi il verso di Dante : 

Or discendiam quaggiù nel cieco raiindo, 

dappoiché non vidi mai spelonca nò più fredda , nò p ìi 
liuia della sala in cui eran, non dirò esposti, ma sepolti 
— con tiilla giustizia — que' gessi deformi , e que" poveri 
marmi disonorati. 

PiEn Angelo Fior.ENTiNo. 



An'islene ateniese, contemporaneo di Socrate , fu il ^ 
fondatore della sella (inica. Discepolo di Gorgia , fu pr'- jj 
so all' amore dell' eloquenza , e insegnolla per quali he || 
tem|o: ma tosto eh' i hhe udite ali une lezioni di Socrate, jj 
si ahliandonò allo studio della filosofia , divenne uno de H 
p;ù caldi ammiratoli di quel sapiente, e camminò ogni gior- rj 
no quaranta stadi , (juanti sono dal l'ireo alla cillji , per »| 
jnterio ascoltare. Andate , disse a' suoi discepoli , andate y 



a cercarti un maestro , eh' io per me l ho già ritrovato. Egli 
medesìiiio fondò in appresso una scuola , e insegnò (ilo- 
sofia in un luogo conseci alo ad un cane ; ond' ehlie origi- 
ne il nome di cin ci i he fu dato e si conservò sempre agli 
individui di quella sella , in virtù del cosluine loro di pro- 
verltiarc moidacemi'iile , e di un modo di vi>ere rude e 
indecente. Esagerali e slianii furano aldini piinci(iii della 
filosofia cinica; giaci he , lungi dal pensare a farne buon 
uso, rigettavano i linici le coinoiiith della vita , le ricchez- 
ze , le dignità con aiisti rità supeilia , ed osavano per an- 
co di chiamare un sogno la liuona ri(iulazione. Il capo- 
scuola si mostrava [lei le vie di Atene con ispido il mento 
di lunga barila , con una bivarcia al collo , avvolto in lo- 
gora e siidcia zimarra ,e appoggiantesi sur un bastone. 
Invero cotanta severità, o , a meglio dire , stranezza , do- 
vea costare al filosofo privazioni e sagrificii non pochi. Do- 
vette , parmi , risentirsi ben molto della tirannia , in cui 
s'era messo ; e ciò , forse , ha potuto contribuire a render 
cosi acre e stizjosa la virtù sua. 

Avea grande stima per gli Spirtani , e rassomigliava 
i Tebani nnbaldanzili [ler la vittoria di Leiittii a tanti sco- 
lari, i quali menassero vanto di aver luttulo il loio maestro. 
ìNè la perdonò agli Ateniesi : che un giorno li consigliò ar- 
ditamente a valersi di asini , in luogo di buoi e cavalli , 
pel lavorio della terra : la quale (uoposizione essendo po- 
sta in ridicolo: non praticate voi il medesimo, soggiunse egli, 
allorché a ciipitaniire gli eserciti scegliete nomini , i quali 
non hanno altro merito che di essere stali nominati da voi? 
Gli Ateniesi in un secolo brillaniissimo non poteano por- 
tare in pare 1' allo disprerzo che Antistene a| palesava per 
le arti belle e p-r tulio che può inlln.re a rendere splen- 
dida e dilettosa la vita. l'V si convien confessar nuu per- 
tanto che sotto quella ruvida scorza si nascoiidea qualcosa 
di buono , e che nelle stesse esigenze pù spinte vi avea 
di sovente un fondo di vero. 11 suo gran torto era quel- 
lo di non conoscere o di non praticare i mezzi i he fanno 
amabile la virtù. Olire di (he è certissimo che parecchi 
de' suoi dettami sono accettabili , e degnidi essere avuti 
in gran conto. Egli aveva adottalo i prinripii morali del 
suo maestro in un senso assai più assoluto , rigettando o- 
gni sorta di speculazioni teoretiche. Socrate Iacea stima 
di quel suo disiepolo . cornei ho ne biasimasse la maniera 
(li vivere. Di f;itli vo'ea Aniistene (he l'uomo cenasse 
per quanto è possibile , a rendersi indipendente dai sensi , 
ed a fuggire i b sogni (he non sono nei essarii , che stuz- 
zicano sempre le voglie senza mai soddisfarle , ihe ecci- 
tano un urto di adi-iti dis|iiacevoli all' uomo e che lo fan- 
no povero e infermo di animo. Tenea quindi non esser 
vergogna lo sprezzar qnelle cose (he la inolltudine avida- 
mente ricerca, cioè a dire i beni immaginarli. Insegnava 
solo il male dover farci arrossire , assai poco esigere la 
natura per esser paga , e quel poco p ù facilmente che non 
si pensa potersi acquietare. Laonde rimproverava palese- 
mente con eloquenza e durezza le pazzie , i disordini e i 
vizii de' suoi concittadini. Peroc(hèei vedeva in Atene co- 
tanta depravazione di costumi , che diieva rendersi neces- 
sario un novello Ercole per abbattere queir idra , e si com - 
P'area nel credere a sé riserbata s'i generosa fatica. Al 
quale nob le intendimento usava spesso delle .«eguenti mas- 
sime : — Un avaro non può essere né dalihen uomo , 
né libero. — Vuoi fu correggerli ? consulta 1" occhia 
del tuo nemico perché egli vedrà il piimo i tuoi (Metti — 
Al tristo si può tutto desiderare , ecceltiialo il valore. — 
Arie importantissima e diffii il ssima è disimparare il ma- 
le. — La vii tu Insta alla felicità: (hi la possedè mn ha 
più altro a bramare che la perseveranza ed il fine di So- 
irale. — L'esercizio ha qualche volta innalzato 1' uomo 
alla virtìi più sublime : ella può dunque essere frutto del- 
l' ciiiirazione — .\ chi sa di essere virtuoso nulli più ri- 
mane a imparare .■ tulla la filosofia consiste nella pratica 



PITTOUESCO 




^^c,.u^,.■y^^- „y à:/y/,^.y,a<y> 



della virtù. — La sola virtù compensa il divario e l' ine- 
^ua^;liania de' sessi. — 11 sapiente dee starsi conlcr.to a u- 
110 stato che {5I1 viene dal tranquillo godimento di niolte 
cose, di cui yli altri non hanno che una [iroprietà con- 
teiuiosa. — 1 beni meno appartengono a culoro che li 
|iossegguno che a coloro 1 qnaii sanno esserne superiori con 
l'animo. — Tranne il vizio , nulla vi ha di straniero nel 
mondo. — Il solo ber. e , (he non ci possa esser tolto , è 
il piacere di aver fatta una buona azione. — La potenza 
degli stali è presso a volgere in basso , allorché l' intri- 
go ottiene la licompensa dovuta al merito. — Più che dal- 
le It ggi umane dee il sapiente essere governato dalle mas- 
sime della virtù. 

Diogene di Sinopia , morto verso l' anno .320 avanti 1' e- 
ra cristiana , all'eia di IJO anni , fu discepolo di Antiste- 
ne , e p ù d' ogni altro contribuì ad illustrare la setta cini- 
ca. Ad esempio del suo nidcslro solea pungere vivamtnte 
e bene spesso con i più aiuti sarcasmi la piavilà dei co- 
stumi ; né meno di lui riguardò come indlb nnte tutto 
che non è né virtù , né vizio , concluudendo non duversi 
metter cura al proprio esteriore , all' ornamento della per- 
sona , a tutto quello che si chiama proprietà e decenza. 
Seppe innalzarsi sopra tutti gli avvenimenti , postergare 
i favori , avere egualmente in dispiegio le lodi ed i biasi- 
mi. E' osservabile che quest'uomo straordinario, che de- 
ve la maggior parte della sua grande celebrità all'alio grado 
di stravaganza della sua maniera di vivere , serbasse in 
mezzo alla massima austerezza di una vanità fiioiofica la 
sua giovatila naturale ; giaci he .si mantenne semjire [lia- 
cevole , vivace , ingegnoso, eloquente. Neil" antiilntà non 
conosciamo uomo , |ier avventura , il quale cosi abbon- 
dasse di molti arguti e piccanti quanto D ogene ; non sem- 
pre per alno sceverando nt-lle sue mordaci ironie il col- 
pevole dalla colpa. Il che fu cagione eh' egli avesse molti 
nemici, i quali per vendicarsi a[qiuiitarono la vita di lui 
siccome bruttata da costumi i più inlaiditi. I, aonde sotto 
(jiieslo ris[ielio la memoria di Diogene passò ai posteri d - 
sonestata per modo chf fu detto non potersi da onesto oc- 
chio guardarenel fndo di quella" belle die il Cinco si avea 
scelto per domicilio; avvegnaché tale idea 'r ippo associavasi 
ad iraagini. Nel Dizionario enciclopedico dell articolo Cyn;- 
guE si cerca di purgarlo da questa taccia: rome .-i argomentò 
t i difenderlo il liarcusin nella sua memoria intitolata: xfpo'o 
^elicum quo Dio^fnem ryivcutn crimine et st:il/itii:e, et iin- 
piident ae e.rpfditum sislil.Vtti ci ntio Federico i\l(n7. in ten- 
ne diversa opinione nella disserta/.ione che ha p r t t):o : 
De fustu philosojihico , n'rules colore infocato , in imagine 



Diogenis rynici. In verità troppi sono 1 documenti storici, i 
quali concordano nel presentarci Diogene infetto dal vizio 
dell'impurità , a cui qualche volta anche a vista del pub- 
blico con invereconda stoltezza si abbandonava. Cos'i con- 
vien dire eh' ei fosse dominato da molto orgoglio , poiché 
trattava il genere umano con sommo disprezzo. Lo andar- 
sene attorno cercando 1' uomo con una lanterna di bel raei- 
zoglorno , ce ne fornisce una prova. Né dimostrò minore 
superbia nell' aver voluto superare in austerità lo stesso An- 
tistene che pur severissim i era : al quale intendimento , 
oltre all'abitare in una botte , non ebbe altri mobili che 
una bisaccia, un bastone ed una scodella che pur gittò via 
dopo d'aver veduto un ragazzo che bevea nel cavo della 
sua mano. Usava per alimento dei cibi più grossolani ; si 
avvoltolava nelle sabbie infocate e camminava a pie nudi 
nel rigore del verno. Assistendo alla testa dei giuochi 0- 
limpici audacemente scherni i vincitori , dicendo loro che 
non sapeano essere vittoriosi (he nell' arringo dei corpi , 
mentr'egli sapea trionfare in quello degli spiriti. Si facea 
beffe dei retori de' suoi tempi, i quali insegnavano l'arte 
di ben parlare e non quella di ben fare ; dei musici , i 
quali bene regola-ano i loro strumenti , e male reggeva- 
no i loro costumi ; de' grammatici , i quali davano opera 
a chiosare ed emendare le mancanze degli scrittori , e poi 
non pensavano a corregger le proprie. Anche fiatone 
ebbe la parte sui ; giacché Diogene entrando un giorno 
nella scuola di lui , si mise tosto a batter co' [liedi s qira 
\u\ ricco tappeto , dicendo eh' ei cosi conculcava il fasto di 
Platone , a cui questi ris(iose : si ma per urìallra maniera 
di fusto. Né si contenne dal trattare superbamente anche 
Alessandro il Grande. Questo monarca trovandosi in Gre- 
cia , dove avea convocalo una dieta di tutti gli stati', vol- 
le vedere Diogene. Ne andò quindi in cerca accompagna- 
to da un corteggio brillante. Il cinico, che in ipiell'ora 
si stava disleso al sole , si aliii alquanto , e sedendo , ten- 
ne fisso lo sguardo sopra il monarca senza per proferire 
una sillaba. Alessandro gli domando rhe potesse fare per 
\\\\ : allontanarti , f^W iìisic , dal mio sole. Tale rivposti 
sdegno i cortigiani , ma non il iMacedone , il quale anzi , 
ammirando la grandezza di animo del filosofo, esc'amò , 
che se eqli non fus'ie stato Alessandro , Oii-ebbe loliilo es- 
ser Diogene. Codesto cin co , dice Montaigne , fu bene giu- 
dice piii severo e [lungente dello stesso Timone, sopran- 
nominalo il misantriìiio. Conciossiachè ciò i he si odia tor- 
na molesto. L'odialore degli uomini vorrebbe vederlicol- 
ti dalla sventura ; egli è crucciato da un desiderio ingiusto 
e crudele : fugge solerle da ogni consorzio umano ; è ne- 



^0, 



ico della soriot.i p- riliè la reputa [ erirolosa. Ma un iio- ^ ra ; e si giovò dell" aiilorilà die inspirava tini virtù aii>lo- 
o pari a binicene ha dei stmi simili si pina stima eh' essi ^ ra , a render migliori i pro|irii ronc ittadini. IV fama (he , 



m 



ino pan 



iion nossonn ne lurhaie , né alterare in qualunque manie- ?| avendo egli riicvuta una somma consid.riliile di dinaro 
ra il ilio animo : s'egli si emancipa dalla compagnia lom ^ persilo patrimonio , il gettasse in mare per darsi piii li- 
riò solo avviene per i he disdegna di usare con essi , e non U Ì)eramente alla filosofia. Ma storici ai qnai piii è da erede- 
punto perché li tema ; egli li tiene atti a fargli né liene . M re , sostengono eh' egli depositasse il danaro in mano di 
uè male. Ed in vero il cinico nostro , quantunque beffato w un banchiere , con ordine di rimetterlo a' suoi figlinoli, 
e ingiuriato da molli in gui^e diverse , si mostrò sempre fi nel caso che non si dessero allo studio della filosofia , 
di animo imperturbabile, tanto che parea non risentirsi per U poiché , dicea Grate, s fglino saranno filosofi non ne a- 
nulla di tutto ihe aciadeva nel mondo o iranno bisogno. Alessandro avendogli proposto di nfabbri- 
Diceienel tragittarsi per Tnar- da Atene ad Ei^ina fu H care Tebe sua patria , rispose il {\\osoSo , di non nir arse 



preso d;i'c"r5ai'i . condotto in Ci eia ed ivi posto all'incin- 
to con altri si hiavi Gti si domandò che cosa sapesse egli 
fore, Comandiire ogìi uomini , rispose tosto ; onde il puh- 
Jilico b. uditore , per ordine di lui , gridò ad alta voce se 
" ,1 si trovasse alcuno che volesse comperarsi un uomo . 



ne imito, dupiw'clic icrrthbg per a.irntiira a di.s/r unger- 
la di bel nuoto un altro Alr-saandro , arrogendo , eastrsua 
[latria la filosofiti , patria infspugnabile dalla fortuna. IJi 
latti alloichè l« si domandavi a che gli servisse 1' occu- 
parsi della filosofia , a contentarmi di poco , rispondeva e- 



il quale gli fosse padrone. Vi fu Xeniade , ricco signoie di ^ gli , fl c/'irr libero e felice. Egli è ben chiaro non doversi 
(Corinto , il quale , ben conoscendo i meriti di quello schia- M ronbmdcre Cr;)te il cinico con Grate e elebre filosofo acca- 



do , il comperò all' istante e il fece educatore de' suoi fi- 
gliuoli. D.ogene ebbe il nggimento di quella casa , dove 
passò la maggiiir pirte del a sua vil.i contento di quello 
it^tu. Il (len he gli amici di lui che lamentavano quella 
sua condizione , tentando un giorno di riscattamelo: lui 
siete pazzi , disse loro , /' //""/' non sono gii schiavi di 
ijuflU che li alimentano, ma bensì ques'i sono i seni dei 
lioni l'-ppeiò disse srhiellaiionie allo stesso Xeniade (he 
egii dovea obbedire a lui , come si obbedisce ai maestri 
ed ai medici. 

E' da credere che nella casa di Xeniale quello schia 



demico . discepolo ed amii o di l'oiemone , il quale ebbe 
in seguito per discejiolo Arcesilao cJ altri filosofi di gran 
rinomanza. 

I principii prof ssati dalla setta cinica erano troppo e- 
sfranei alle correla/.ioni sociali ; il peri he essa non ha po- 
tuto ottenere una certa stima , nnssime fuori di Atene. 
Resta non perciò indiiblatn che le dottrine mira i dei ci- 
nici sono stimabili sotto nnn podii rispetti. Tia le altre 
cose, merita di essere ricordata la nozione purgata che .'in - 
tistene avea concelta d'un solo Dio , colli calo al disopra 
delle divinit.\ popolari. Senonche abbisognavano quelle dot- 



vo illustre non ismentisse con una pratica riprovevole le O trine di essere . a certo mudo , rifuse e nobilitale , il che 
sue teoriche. Perciocché ; quanto ai precetti suoi di mo. M fu fatto dalla filosofia de^li stoici. 

" ■ " ... - Crediamo di non far [larola del cinicismo che ne'tempi 



rale , convien pur confessare ch'egli fu uomo ammirabi- 
le in certi punti ; ed alcuni tra i padri stessi della Chiesa 
il lodarono sollo questo rispetto — Il trionfi di sé mede- 
simo , solea dire , è 1' ultimo pprbz'onamento della fi'o«o- 
fin. — Col disprezzo si ''uol resistere alla /o'tiina , olle pas- 
sioni con la ragione. — Tutto si ottiene per l'esercizio , 
s.;nza eccettuarne la virlii medi'sima. — L abitud ne span 

de una dolcezza ineffabile anche nel dispregio dei piaceri. — q 

Abbiatevi i buoni siicouie amici , adin. he vi '■onfortino a U 

fare il bene ; i tristi abbiateli per nemici acciocché vini- h 

('■ed scano di fare il male. — l grandi trattateli siccome il ^ 

fu.iio: si.ilene sempre né troppo lontani , né tropfio vici- y 

ni, — ,\oii può essere società sen;a leggi ; per queste gode M 

il cilt.idino della sua città , e il repubblicano di sua re[iub- j^ 

li i a. Ma se le leggi sono cattive , 1' uomo è piii inflice ^, 

e p il iniquo nella sicielà . che nello stato pri:nigen o del- p 

la natura. — Colali ed alti e massime aliest.ino la sa[ien- ii 

za del cinico : se non che codesta sapienza era moina , u 

perchè la condotta della vita non sempre vi rispomlea . Ol- g 

tracciò, esageiazioni e stravaganze non podie rendiano p 

-otto molti risjietli solennemente bizzarra e disamabile quel- || 

la filosofia , onde Platone sob'a dire il Diogene era un So- Jf 

crate pozzo. Diogene, plesso a morie , protestò cogli a- ^ 

mici suoi di non curarsi dell'onore d'Ila sepoltura ; an- y 

zi disse loro si hieltamente lasciassero pure esposto il suo « 

corpo sopra terra. Ma mm si ebbe punto riguardo a co- (Q 

t.ile sua indifferenza pei funebri onori. Fu interrato presso 

la polla di Corinto , ibe conduce all' Utmo , e sulla sua 

tomba s' innalzò una colonna di marmo di Paro, con un |j 

( ane , simbolo della setta id altre ligure allegorithe. D o- y 
gene Laerzio parla di un monumenin p ii degno di code- 
sto cinico , cioè a diie di alcuni tiatlati da lui composti , 
ma che andaron perdut 



1^ posteriori si riprodusse ; [lerocchè fu solo una imitazione 
ii ostentata del nome e delle apparenze , senza nulla ritrar- 
si re delio s/iirito de' cinici antichi : onde i nuovi seguaci si 
M resero al tutto spregevoli : e perciò giustamente furono 
§ segno piij volte agli ep grammi pungentissimi di Luciano. 



E.STERNO DEL WAGONS DELLA REGLNA 



D" IM.IIILTERR.V. 

Nello scorso numero demmo una figura la quale ritrae- 
va r interno dei Magons die accolse la regina d' Inghilter- 
ra da Londra a Sniilhampton , nel suo vlapgio er un ca- 
stello della Francia e per ta capitale del Belgio. Ora ne 
presentiamo 1' esterno che non meno magnifico e ricco era 
(li lineilo die l'interno lo fosse. Tralasciamo dal più dire 
sull'oggetto, tanto più che a ciascuno è ormai noto il co- 
me corre un convoglio di wagons su strade a rotaie di fer- 
ro , e come si sia agevolmente trovato rimedio a tutti 
ipiei pericoli che presentava , s'i che può dirsi alfine non 
aversi più nulla a temere e polervisi sfar sicuro come 
sulle diinieti( he piume, riserbandoci di tracciare una storia 
delle strade ferrata nel prossimo numero. 



&^ IM'^'%& SII WMM^JLEMl 



H 



Nel centro di un' isola posta nel golfo di Riga , in vista 

^ delle coste della Livonia , s'innalzava al principiare di qiie- 

Tra i seguaci ragL'uai devoli d"lla sella cinica vuoisi con- ii sto secol.i un castello, j (ui invisibili abitatori si davano 

numerare Grate da Tebe nella R dzia . marito della ce- || in 0(;ni notte ad un genere di delitti sconosciuti fino a quel 

lebre Ippar(hia , la quale innaiuoiò di lui. iiuantunque n tempo. 

sordido fosse e mollo deforme della persona Grate fu ari- |-| Fra i numerosi navigli che solcavano questi paraggi del 
the scrittore di buon gusto. Egli sagnfi ò i vantaggi del- ii Hiltico , moltissimi nell'oscurità della notte aveano nau- 
ta nascita e della fottuna alla coliuia della filosofia cini- " Iragato, senza che mai al levare del sole se ne potesse sco- 



E^ 



PITTORESCO 



(irir la mennnia traccia , senza che mai alcuno fosse so- 
[iravvi>siilo a queste calastiofi. 

Cuculavano k- \oci [liu ( onlradilforie sulle cagioni di 
qucòle disgia/.ie : pli uni diicvano ilie l'isola (inuiidala 
da scogli p<r.culo>i^siIlli era aiutata da t .iilasmi dilla spe. 
lì^ dei cicl.pi , che uccidevano i marinari, e s'inipadiuni- 
vano delle rictheize e delle navi : gli altri asserivano che 
in ogni notte straziatili grida si uilivaiio , che erano pbi 
seguile da risa diabuliche , e da strep tose orgie ; tuti' i 
giiiini nuovi naufragi aumentavano il terrore eia deso- 
laci me. ' 

11 commercio di Riga si allarmi), i negozianti che arma- 
vano per il Biltico , indir zzarono al guverno della pro- 
vini ia una su|iplica , perché ordinasse una inchiesta sopra 
le cause di tanti disastri. Il principe di Madden governa- 
tore della Livimia ne fece rapporto all' imperatore ; raa 
l'importanza degli avvenimenti politici dell'epoca paralizzò 
gli eilitti della sua buona volontà. La rispostasi fece aspet- 
tare lungamente. 

Intanto , malgrado il terrore generale che dominava gli 
spirili, il capitano Oslronoll, il piìi inlicfiido Lupo di mare 
di lliga , si offrì per andare ad esplorare l' isola fatale ; 
si fece plauso alla sua audacia , e si apri una sosrrizione 
per equipaggiare la nave la S[ieranza Ustionolf scelse do- 
dici d' ' più intrepidi marinari , e partì da Riga con essi 
ai 2>) oilotjie 18Ui. 

!Sei due primi giorni la navigazione fu felicissima , ma 
il terzo di un violento oragano soffiò veiso le cinque della 
sera , nel momento in cui il navìglio arrivava in vista del- 
l' isola. All'entrare della notte il vento essendo un poco 
diminuito , Ostronoff vide una luce simile a quella dei fa- 
ri , si diresse subito a quella parte , ma osservando atten- 
tamente questo punto luminoso , si avvide , che in luogo 
di essere fisso come i fari marittimi , cambiava continua- 
mente di sito e sembrava g rare la costa dell'isola. Que- 
sta osservazione lo colpi e si preparava a virar di bordo , 
quando la nave toccò sugli scogli. In un istante Ostronoff 
fece gittare lo scandaglio , esaminò la posizione del navi- 
glio , e conobbe la gravità del pericolo. l'er un'ora il ba- 
stimento fece acqua da tutte le parti , in fine bisognò 
abbandonarlo. Si mise in mare la scialuppa , e il capitano 
coi suoi compagni vi entrò , e si diresse ver>o l'isola ove 
giunse alle due del mattino : arrivando , i marinari videro 
ad una grande distanza un gruppo di uomini di sinistro 
aspetto , ihe erano in piedi d' intorno ad un fuoco , e che 
pareano stare in agguato per qualche spedizione notturna. 

Ostronoff mse piedi a teira con la sua piccola truppa , 
e ordinandola in due ranghi , si diresse verso quei foco , 
con un pugnale in una mano e una pistola nell'altra: 
giunto non vide p il quegli uomini , che erano disparsi 
quasi per incanto Questa circostanza fece impressione nei 
marinari ; e al capitano lilso^nò tutta la sua energia per 
rassicurarli e dar loro corai^gio. Dopo una breve arringa, 
egli marciò dritto al castello che si diceva essere 1' abita- 
zione de' fantasmi dell'isola. Le sue mura somigliavano a 
quelle d una fortezza , una picciola e bassa porta dava 
Sola r accesso nell' interno Questa porta fu abbattuta dai 
marinari a colpi d'ascia. 

Appena entrato nel castello, Ostronoff si vide circon- 
dato da un grSn numero di fantasmi vestili di bianco, 
strascinando lunghe catene, e mettendo orribili grida; sen- 
za lasciarsi impaurire , scariròegli la sua pistola sul più 
prossimo di essi , gli altri si dispersero tosto. Ostronoff av- 
vìi inandosi all' uomo che era caduto ferito , e levandogli 
le lunghe e bianche vesti da cui era involto , riconobbe 
nell infelice che giaceva a terra coperto di sangue un certo 
Pc'ters , altre volte suo camerata in un reggimento di ula- 
ni , da dove era stato espulso per cattiva condotta. Ma Pè- 
lers spirò senza poter proferire un accento. 

Ostronoff, e i suoi compagni scorsero il castello al chia- 




12G 



L OMNIBUS 



ro d'una torcia , e dapperliilto videro «n atroce speltaco- 
lo , dappertutto le tracce del delitto. In una camera un 
niucch o d'ossa umane , in un' altra dell' oro, dell' argen- 
to , delle mercanzie , dej^li oggetti preziosi , avanzi dei 
naufragi, l'cr tutto regnava una triste solitudine . alcun 
essere umano non senilirava abetaie in (luel castello. 

Il giorno comin( lava ad apparire , il cajiitano e i suoi ma- 
rinai escirono da quel luogo. Il mare gli nioslrij la nave 
la Speranza fatta in pezzi dalle onde furiose. Collo spirito 
prcoccujiato, e commosso dallo spettacolo che veJe\ano, 
rnontaruno la scialupfia , malgrado la violenza del mare , 
e si allontanarono foizando di remi. I^la il furore dei fran- 
};enti aumentai! lo , f|ual(lie ora dopo 1' miban azione nau- 
fragò. O^tronoll nuotando sulle ac(]ue fu raccolto da un ba- 
stimento baleniere danese , die lo sbarcò a lliga. 

Hacconiò egli quanto aveva veduto. Il suo rapporto ec- 
citò la pubblica curiosità , e il goveinatore p^nsò che pri 
ma di tutto la giustizia dovps.*e essere soddisfalla. In con- 
seguenza spedi air isola dei fantasmi il liriih da guerra il 
^'endicatore , montato da cinquanta soldati . a «ni ag- 
giunse una (ommissione eliminale di tie nienibii del tri- 
bunale superiore della Livonia , incaricata di fare il [iro- 
lesjo sui latti enunciati. Al suo ritorno la commissione lece 
un ra[iporlo che sei\'i di base alla procedjra e mise in 
chiaro questo orribl: mistero. 

Il conte d' l'ngern Slernberg, discendente d'una delle 
piii antiche famiglie della provincia , aveva dissipato nel 
giuoco, e nella dissolutezza la sua immensa fortuna Dopo 
qualche anno ritiratosi in mezzo a quest'isola nel golfo 
di liiga , con l'aiuto di qiialihe amico si era falibricato il 
castello menzionato. Egli vi abitava con venticinque dei 
suoi compagni [lerduli nei vizi! e nei delitti Ogni notte que- 
sti miseraltili accendevano dei fuochi enormi sui punti (liìi 
jiericolosi della costa , con che ingannando i navigli e di- 
stornandoli dalla loro direzione li faceano naufragare fra 
gli scogli. Allora s' impadronivano dei carichi , ucciden- 
done lutto l'equipaggio. Per dare poi alle loro scelleratezze 
un colore soprannaturale, e impaurire lo s|>iiito pubbli» o, 
si mascheravano da fantasmi, o si mostravano ai naulraghi 
vestiti di nero con maschere sul volto. INella giornata mai 
uscivano dai loro nascondigli. Da tre anni queste i ircostan- 
ze avevano sjiarso il terrore nella contrada , niuno osava 
sbarcate nell isola che si ( redeva solitaria. 

Di tempo in lem(io i! Conte , i cui amici ne ignoravano 
il ritiro , compariva a Riga , a Mosca , una volta ancora 
si portò a l'ietroLurgo , onde fare la sua coite all' impe- 
ratore ; ma il suo soggiorno in ognuna di queste citlà era 
hrevissinio , e sempre avviluppato nel mistero : solo si ri- 
marcava che la sua fortuna aumentava di giorno in gior- 
no ; ora egli confidava ai suoi banchieri somme vistose , 
ora comprava qualche podere considerevole , ora equipag- 
giava a sue spese una nave per lontana destinazione , ca- 
rica di oggetti preziosi , ma tutto ciò non aveva ancora 
destato sospetto alcuno. 

Al suo ultimo viaggio a Mosca , il Conte aveva ricon- 
dotto con sé al suo castello la giovine contessa Olga sua 
figlia , oggetto della sua piìj tenera aiFezlone , e che alle- 
vala lungi dal [ladre nel seno di una famiglia amica , era 
un moJello di viitù e d'onore: la povera figlia si trovava 
da quali he giorno , e senza saperlo nel castello degli as- 
sassini, l'olla abitava separatamente dal padre in un casino 
|iOilo in mezzo al giardino. 

Ouaiiilo il Vendicatore arrivò in vista dell'isola , dopo 
infinite preiauzioui , sbanò il distaccamento , e i soldati 
investii Olio subilo il caitello : la coiiiiiiissione d'istruzione 
comincio il suo lavoro, e arrestò il conte di Ungern Stern- 
lierg con la figlia, e dieci de suoi compagni. Gli altri eiano 
fuggili , ed uno era rimasto ucciso. 

Il processo portato subito avanti il tribunale criminale 
di lliga , forni la [uova , che dojKj ciu(|ue anni piìi di ceuto 



navigli erano periti uomini e carico sulle coste della Live- 
ni.i , e che gli scellerati aveano venduto nei dillereiiti porti 
del Billiio , del golfo di Finlandia , e di Bulhnia più di 
cinque milioni di mercanzie e di ell'elli dei nanfragati. Il 
li dicembre 1804 il tribunale condannò il conte d' Un- 
gt'rn-Slernberg ai lavori delle miniere di Is'ertschinsk a 
perpetuila , pronunciò inoltre la confisca de' suoi beni a 
beneficio dell' imperatore. I suoi compagni furono condan- 
nati ad essere appiccali , dopo essere stati fiisligati con 
verghe; la sentenza ordinò che i loro cor[ii sarebbero falli 
in [lezzi e gettali pasto alle belve , ed agli uccelli di rapina. 

La sentenza fu confermata con decisione del senato di 
Mosia in data dei 7 gennaio 1S05 , e l' imperatore con un 
ukase datato da Pietroburgo del 2 febbraio ne comandò 
r esecuzione. 

La (onlessa Olga , dichiarala innocente, ottenne il per- 
messo di acconqiagnare suo padre , lungi dagli sguardi 
degli uomini. lilla [lartì col Conte [ter le miniere di Neri- 
si hiu.>k all' estremità della Siberia , sul confine della Cina 
ItiUO leghe al nord di l'ietroburgo. Oliando si vide stra- 
scinato nelle viscere della teira , senza speranza e senz'av- 
venire il vecchio Conte si scioNe in lav;nine. I,a figlia ne 
sostenne il coraggio , e lo servi fino alla morte di lui av- 
venuta nel liSOS con le cure piii tenere , e coi sentimenti 
più sublimi d'amor filiale. F. M. 



ai l'ili?'! ASMA 

V. 
Un lampo di gioia. 

',^. Ancor non ni abbandona 

Lucrezia rimase sola nella cameretta di Tommaso: le 
accarezzanti [larole del vecchio servitore, la sincera fidu- 
cia da « ni sembravano dettale avean restituito al suo spi- 
nto quel poi o di calma che basta a riordinar le idee , e dar 
lorocerla più improntalusinghiera.Una molle [lallidezza si, 
invadeva il suo viso , a stenti traeva il respiro , e gli oc- 
chi rifletlevano ancora il cordoglio dal quale era slata so- 
praffatta, ma in tutti questi segni cominciava a distendersi 
il dorato velo della serenità. 

Era l'ora in cui le mille voci della natura formano nelle 
ram[iagne un melodioso accordo che s' innalza al i ielo ; 
l'ora in cui i sogni vagabondi svaniscono innanzi alla luce 
del Sole , e l'anima dalle visioni della notte passando alla 
realtà della vita è niirabilniente oi^posla a sperare ; l'ora 
infine che l'immaginazione si sveglia come in mezzo ad 
un trono di nubi odorose, e crede all'esistenza di tutto ciò 
che è bello e nobile sulla terra. Lucrezia sentiva efficace- 
mente l' influenza di ([uell' aura malutlina e di quel raggio 
di luce che penetrando dalla porta socchiusa, giungeva Co 
sopra al suo letto. Avea bisogno d'immagini ridenti , di 
pensieri coraggiosi , e la fantasia gliene presentava a dovi- 
zia, la stessa fantasia che tanti ahi troppo tristi avevagliene 
sin allora fecondali , questa tiranna spietatissima del vi- 
ver nostro , (he a suo grado ci abbatte e ci rialza per 
rincacciarci di bel nuovo nell'abisso con orribile giuoco. 

Credeva già di avere pienamente riciqic^ate le sue for- 
ze , e lasciato il letto, in cui (irovava mollo fastidio, prin- 
cipiava a sentir rinata entro di sé quella cara vanilà eh è la 
più fida compagna delle donne. Sromposle avea le vesti , 
scompostissimi i biondi ca[ielli , che [mr capricciosamen- 
te ili ricche anella cadevano sulle spalle ; negli occhi 
sentiva un bruciore che ben comprendeva dover di molto 
oliuscarne portentoso il cilestrino, ed un ince(ipanieiitu, pel 
quale parevale di aver essi perduta la magica mobilità. Do- 
v'è uno specchio ? Infelice I avrebbe dato dieci anni di yi!a 



i;^ _^ ^^ ^gt 



prr averlo in (]iiel iiicMiienlo, per lòrsi un iiiipoitmio dulihid H 'a gola già ('iir essa Icmpeslala dal iiinmenJanfo èmpllo. 
ilie le siisuiLiva rupo cupo : Sei brulla a irdere. j| l.e In iiiesiiuri gallarsi sur una seda i' e slava di accosto 

— Son lìiiitla, e vero, diceva poi rassettando a Irn- |l alla porla , e sedalo il sangue , quasi lacrimando , e pen- 
foni e le sfioglie e le sue forme, ma che, none forse colpa ^ sando che le sue parole fossero ila qualcuno ascollate di- 
sua se mi ridussi a tale? Non iscavò egli questi soliiii di |^ ceva affannosa. 

lagrime i' per qnal' altra cagione, se non ptisnoi tdrinenli, " — Oh mio ['Edoardo! Perchè fuggi ? Che farò io seii- 
son falle livide le niie lahlirn, livide le mie guaniie , e li || za di te ; che faii) sulla terra ? All' età mia non si può 
vidi ancora gli occhi miei f IJueslo è 1' amore che mi av- y viver (he delle antiche passioni. Vieni Edoardo ...Io pre- 
vampa ; è la disperazione. . . Quando si rinunzia ad ogni « gherò tutto il giorno Iddio . cos'i inginocihiala colla fac- 
altio bene , ad ogni alira delizia del mondo per viver ^i eia n< Ila polveie , [ieri he tu sii felice di me. 
della vita (il un solo essere , quando si gelta la propria ^ l'> prima di hnire era caduta a teira in atto della più 
esistenza , qual eh' ella sia, a piedi di un uomo, dicendo: h commovente preghiera. Se l'idoardo 1' avesse veduta tene- 
£' cosa tua ; quando in una [larula la patria , i paienti , w ra e pia cum' ella pareva in queir istante , se avesse po- 
gli amici, i desidèri, le speranze dell" avvenire e lutti O tulo legger negli occhi quello svisceralo amore misto a 
quei vincoli che attaccan la vita alla terra si loneenfrano || tanta religione, oh senza dubbio ne avrebbe avuto pietà : 
in un cuore, pcr(hé te ne compensi cidlafl'elti), tu non hai iì thè una donna (he prega vcraceuienl» invocando il Si- 
li. ù alcun doiiìinio di le stesso , e se sollVi è per quello ; e ri guoie hi (juab he cosa di celeste innanzi a cui bisogna 
se godi , per quello ; e se muori, per quello. Di die vorià a eh nar la cervice Chi crede gli uomini esser disumani e 
egli rini[>ioveraimi ? r;doaido mi ha amato. ., oh sì, non S non aver viscere di pietà per natura va mollo lungi dal 
deggio dubitarne , mi ha amato coli' ardore della sua pre Vi vero. Sappiateli , o donne mie , commuovere a tempo , 
stante giovanezza : ebbene posso invocar questo amore in ^ eon vera passione , nei modi meno fallaci , e vedre- 
difesa del miserrinio stato a lui son venula : e se la sua D le chi resisterà alla magia di una vostra lagrima di un 
\oce si ricusa ad ncoraggiar la mia fiamma in''st,nguibi- ^ vostro sospiro. Ei s' han da tr,idirvi, gli uomini, vi sfiiggo- 
le, lo pregherò (he mi volga almeno il suo gentile aspetto: Ù no , se han da abbandonarvi si racchiudono cosi che non 
lo pregheròche i suoi neri oci hi scintillanti lascino a quando jj possiate [liù giungere innanzi a loro penhé £6 vi vedesse- 
a quando oder su rii me uno sguardo meno severo , die H ro ! ... Oh non maledite noi , ina il fato, 
sul. e sue lablire spiinli talvolta un sorriso che annunzi alU ^ lildoardo correva incontro alla famiglia della sua pro- 
povera sua SI biava di non provar per Id né odio ni: di- È? messa sposa , (he già Iratienevasi neil' atrio esteriore al 
sprezzo. Mi basta. Ornai sono sfiorata degli anni, sono || Cartello , per colpa della tardanza di Tommaso ad aprir 
slanca , e cadente per l'aierba tenzone: io mi contento W la porta, liifiattanto tutt'i contadini che erano sparsi per 
di vederlo sereno , ma vederlo d'appresso , perchè lung^ p qiiele terre convincine , non vassalli al tutto , ma devoti 
da lui io non miro a me dinanzi che una voragine .. . f| al Conte E luardo di cui e lavoro e stipendi ricevevano , 
Queste ultime parole venivano interrotte da grida esili- g assembraronsi intorno alla brigata dei cavalcanti che 
t.anti che rimbombavano al di fuori del castello. Le voci H di ben cinque persone era conqiosta.A lapo di essa, soiu.-j 
giungevano indistinte siccome il mormorio di una lontana w due morelli riccamenle bardati e con fregi d' oro , anda- 
tempesta , sendo che quanto più se ne congiungono in una ^ vano 1). Raimondo ed Emelina , la luiale dell' equilare 
tanto il c'amore più cresce e ne confonde la speciale arti- H assai pratica facea caracollar e scamliiellare il suo mentre 
I Dazione. Frastornala nondimeno da que'la novità Lurre- ^ quelludel padre con posatezza, ma non senza maestà pro- 
zia , e costretta son p r dire a lasciar il campo sodùisfaeen- p cedeva. Appresso venivan due servitori con le loro divi- 
te, se non lieto, in i ui aggiravasi il suo spirito, fu .siccome ^ se , senza stemmi ( poiché un mercalanic o non ne ha , o 
tratta da ignota mano a spiar se qualche cos?, guardando a '' ^^ P^'' '^r ridere ) che montanti due sauri , di quei pii- 
da quel poro di apertura , potesse comprender del tumul- « gliesi che hanno un nome nei torneamenti , seguivano 
to, se almeno le fosse dato di veder Tommaso ed Inter- Il rispettosi e tranquilli. Finalmente come si volesse dire al- 
rogainelo. Pochi minuti eran che noi vedea , e già liin- ^ 'a coda era un donzello sovra di altissimo e vecchio nor- 
ghissiraa gliene pareva l'assenza, ed assai ne pativa. Le a manno ( venerata eredità paterna )il qual donzello una ba".- 
persone che san trovar la via del cuore a lenirne le pene n d'era bianca nella sua destra sostenea , su di cui legge- 
colla persuasione, ci son necessarie come quelle ste^se fi ^"S' queste cubitali parole tinte in rosso : Eterno nodo tra 
da cui dipende la nostra felicità. M Emeìma ed Edoardo. 

Si mosse adunque Lucrezia lentamente , ed appressò gli '^ H tempo a cui ri[inrto questi falli quantiinrpie non 
occhi alla porla ; ma al primo tender lo sguardo riscos- % molto lungi da questo nostro , ri'enea ancora quabhe a- 
sapiùiheda elettrica scintilla mise fuori una di quelle iS vanzo di quegli usi pomposi eh:' altamente proclamava- 
brevi esclamazioni che rivelano cesi recisamente mille u "" qualsiesi privata letizia , e se ne rarromandava la pub- 
sensi di gioia. Il blicità alia voce umana, agli oricabhi, alle campane. 
Ella avea veduto Eduardo che frettoloso passava pel » a' vessilli , a tuito ; non come oggidì che quelle slesse 
cortile. M avventure si partei ipano a[ipena agli amici e delle mise- 
VL k rie soltanto men.isi rumore a boria baciata. Non vi me- 

5! ravigii adunjue se quel poco d'importanza avea messo il 
I due siuramenii. H s gnor Ilaimonrio nell'andare in pieno corteo a casa dei 

M Multino , e se intorno intorno si fosse rapidamente spar- 

XJrlando va. o sa la novella delle nozze. Nel latto accadde che la gen- 

i?uiuv/. w te subalterna del castello, vista la bandera che pur mae- 

g slosa sventolava vi accorse da molti punti, ed inconlanen- 
L anima che soffre si lascia facilmente in preda a lui ià te comprese , esser quella donzella , ali auiM7orie vesti- 
te le commozioni, come la foglia secca dell' autunno a tulli ^ ta , la fidanzata del signore. Ircominciò allora- un giolivo 
1 venti : qiieila temperata gioia che si era diffusa sul eoo- O tnniultuare , un inchinarsi replicato e contemporaneo, un 
redi Lucrezia si tramutò subitamente alla vista di Edoardo {| geitar in aria i cappelli, ed un gridare infine V'hano gli 
in una cmi lanza convulsa , eccessiva che le to'se ad un « xpn^i. 

tratto il d()miniodeili'sue mentali faeollà.Voleacorrere, ma g A tale eran le cose quando venne aperto il portone. Chi 
le si pieg.ivano le gambe in sulle ginocchia, volea gridare, i* può narrar la sorpresa che quello spettacolo e quelle voci 
ma la voce moriva nel petto rigonfiato di palpili o nel- jj arrecarono all'animo di Tommaso? lunon voleva aggiustar- 



128 



vi feileda[ipriraa:ma il, Viano gli sposi, lo richiamò bru- 
' siamenle al vero , e quella sveila e jjentil persona di E 
melina che , levato il velo del suo tondo cappello di fel- 
tro , giù mostrava agli ossequiosi un sorriso di compiacen- 
za , td i ringraziamenti dei pacifico U. llainiondo e tutto 
insoiniua gli rivelava una storia tremenda ! JNon sapeva 
sospingere il piede innanzi, né riirarlo indietro: innan- 
zi vedeva la prova di un delitto già commesso , indietro 
la infelice tradita, e tradita anche da lui che 1' avea rinno- 
vellata alla sfieranza. 

Questo misterioso turbamento di Tommaso non isfug- 
gi allo sguardo della perspicace Emelina , che parea pur 
domandare a sé stessa per che e per come il suo Edoar- 
do , che eia di lei tanto desideroso , cosi freddamente 1' a- 
speltasse , da farle trovar fin chiusa la porta. Se in 
quel momento qualcuno le avesse susurrato all'orecihio: 
Giovanetta, quest'uomo è stato straziato da un ternliile 
rimorso stanotte: egli li ama , si : ma non è innocente. Ed 
il pensiero di render altri infelici non può essere da nes 
sima delizia compensato ; ed a questa lei \ ida fantasia di 
giovane appena la prima aui ora ha fioluto presi ntai in- 
cantevole la tua immagine , e f^rla trionfare di altre or- 
riltili larve , e lonsolarlo di un sonno! — Oh ceitamentr, 
se qualcuno le avesse d Ito i ò Eiuel.na lo avielilir iredu- 
to , e forse molli tcrracnti ^i sarehiiero rispai niiali. 

Ella al coiitrario,ÌJnaiaditullo. fidiiciata, ingenu.i, pen- 
sò non senza rancore che quelle piccole contr.)riel;ì erano, 
piuttosto che altro , maniere di qucll' alto ordine della so- 
cietà , che ari>tocrazia si chiama , e die tanto più dà una 
Rraniliosa imponenza d. sé quanto (nii ingenui e lontani ne 
sono i riguardanti. 

Perduta in (|iieste meditazioni. Emelina discese dal cor- 
siero, ed in mezzo alla plaudente moltitudine si avvicinò 
alla soglia, più confusa del non veder l'amante, che di ve- 
derlo avida. Quando ad un tratto il mirò correre incontro 
aifretlalamente e gettarsi nelle hrac ia di Raimondo. Allora 
un infuocato rossore le tinse amlie le gote, e dechinò gli oc- 
chi . mentre il vecchio padre adottivo con un leggier at- 
to d' impazienza: diceva Oh olia fine !.. Fi siete fatto at- 
tendere ! 

Edoardo si escusò con molta destrezza , accompagnata 
da manifesto turbamento : poi volendo dar quali he se- 
gno di afl'elfo alla fanciulla , vide che la si era affrettata 
del passo e sola si era messa in mezzo della corte , quasi 
a dimostrare una egual freddezza all' amante : ma que- 
sti la raggiunge , e presale la destra s'imhinò con ef- 
fusione innanzi e le baciò la mano tra il giubilo dei cir- 
costanti che ripetevano a quanto più fiato era in corpo: 
Fii'ano gli sposi , i'ita il signor Edoardo e la signora E- 
melina. 

L' esultanza, le grida, i clamiiri, i nomi , anche i nomi 
ferirono l'occhio di Lucrezia. Ella vide balenar nella sua 
mente un pensiero infernale... si alzò fremendo dalla se- 
dia... gli occhi le s' incavernarono : i capelli se le rizza- 
rono sulla fronte... una bava sanguigna le inondò le lab- 
bra .. si mosse. Parea che il fremito del furore l'avesse 
fatta lunga lunga come uno speltro in mezzo agli uomi- 
ni, parea che dagli occhi emanasse fiamme scintillanti : 
sporse la mano alla porta ; 1' aperse , comprese tutto ed 
allora stava per lanciarsi nel cortile quando Tommaso , 
che si era tratto in disparte e vicino alla sua cameretta , 
le si gettò contea precipitoso , e la respinse dentro. 

La donna diventava cadavere ; i gemiti che metteva 
erano di una cupezza spaventevole. Tommaso piangeva ; 



L OMr<IBUS PITTOUESCO 



.^^ 



gli esultanti al di fuori sentirono , n' ebbero ribrezzo. . . 
ma non vi fecer caso più di un momento. 

— Oh Dio diceva Emelina , odo un lamento che mi 
agghiaccia. 

— E' vero , rispondea Edoardo fermandosi al primo 
ripiano della scala. — \ olsero entiambi un guardo indietro 
e vider la moltitudine che tendeva I atieuzioiie verso la 
jiorta di Tommaso Ma !a volubile che la piebel in un trat- 
to passò dal silenzio allo schiamazzo : iipele il grido di 
letizia, u 1 due fidanzali non udirun [nù nulla. 

— Ilasserenati, soggiunse Insto Eiloaido , am(>r mio. 
Niente turbi ora che io li giuro un amore eteino. 

E mentre egli faceva questo giuramento la moribonda 
Lucrezia, cosi tra vita e morte e con mio smozzicalo un 
altro ne faceva empio , ma assai più fermo — il giura- 
mento di vendetta. 



( Continua ) 



F. Rubino. 



EPIGRAMMI 



1. 



Lucio eh' è uom divoto e sempre il fu 
Per tulio usa parlar di carila ; 
Questa parola in bocca ognor gli sta . 
]\la non potè giammai mandarla giù. 



Il conte Osmin con bella invenzione , 
Di spesa a far risparmio , 
La carrozza a vapor mandar propone 
Qiial ris(iarmio sperar di più potea 
Se già i cavalli suoi d' aria pascea .■" 



Il giudice Monsano 
l'inger si fé' con gran sentenza in mano 
E par che dica a tutti i litiganti : 
A chi la vuol comprar si faccia avanti. 



Tutto prometti dopo il pranzo o Bruna , 
Poi le promesse non mantieni mai , 
Prometti adunque allor che sei digiuno. 



Del tempo è una costante proprietà 
Quello che il primo mio dinoterà; 
Fortunato è colui che arditamente 
Si stacca dal secondo, e non si pente, 
Potrei esser talora in un imbroglio 
Non avendo l'intier nei portafoglio. 



Tipografia dell' OMNIBUS 



DlRETTORB PROPRIETARIO : V. TORELLL 



Itapolt 2G Settembre 1844. = 2lnno Settimo = Ctostòt B." 17 

t'N FOGLIO GRANA 5. — l'N SEMESTRE 1.30. — Vn' ANNATA 2.60. — PER L' ESTERO UI» ANNO 3.60. 




(Amore che si fa l'arco ) (I) 



{ SCHERZO ) 

Oh ! si fa r arco Amore ! 
Felice 1' uman core ! 

E , dunque era spezzato ? 

Il suo poter cessato ? 

Sarà dunque per questo 

Che Amore era un pretesto , 

Che Amore era follia , 

Oppure traversia , 

pure mezzo adatto 

A social contratto 

In questo secol chiaro 

Solo per far danaio ? 

Felice 1' uraan core 

Se si^fa l'arco Amore ! 
Perciò quei due Amorini 

Ui sotto e a lui vicini, 

Un piange e un altro ride, — • 

Uno, è Amor che conquide 

Color negali a Amore, 

Nati di duro cuore: 

(1) Qufslo qnadro aUfibuito al Correggio, è per ttilimoniama d! 
Vasari di Fraacesig Matiupli dtUoil Pdrmigiaaiaa. 



L'altro, che allato piange, 
Per avarizia s' ange, 
Che vede ogni sua cara 
D'aggio, scrocco ed usura, 
Andar soggetto a Amore. 
Tristo dissipatore, 
Amico di piaceri 
Fmti, sciocchi e non veri— • 
E quei libri coi piedi 
Che pesta, come vedi? 
Vuol dire, oh irreverenza, 
Che .\racr piìi di Sapienza, 
La vince e tien soggetta, 
E ngnor la legge detta ; 
E perciò tutto è Amore: 
Felxe r uman core ! 
E chi se n' era accorto ? 
Oh secolo contorto ! 
Dunque i tuoi orchi o Nice , 
Per luì sei si felice, 
Non ebbero potere , 
Non mossero pensiere. 
Non trapassaro l'alma 
Non tolser pace e calma ? 
Oh Nice poveretta , 
Aspetta un poco aspetta ; 
Sai qual sublime iacarco ~ 



17 



Amore si fa l' arco ! 
E se fa r arco Amore 
Felice r uman core ! 
E fu soave Glori , 

Tu nata per gli amori , 
Tu eh' hai la bocca a rose 
E altre virtù nascose ; 
E fatta già matura 
Il secolo t' abiura , 
Il secol maledetto , 
Che a negoziar costretto-, 
I^on ama più le belle , 
smercia ancor di quelle ; 
Il secol cede alfine ; 
Vi pose Amor confine ! 
E se fa r arco Amore 
Felice l'uman core ! 
Voi brutte , voi sciancate,. 
Sperate , sì sperate ! 
Può tutto simpatia , 
Può farsi ancor pazzia , 
Ed or che Amor fa i strali,. 
Oh quanti uomini e quali, 
O presi e allucinati, 
A' vostri pie piagali 
Si deboli che forti 
Cadranno come morti. 
Sperate si , che l' arco- 
Fatto di frecce carco , 
Per sbaglio o bizzarria- 
Verrà alla vostra via , 
E infin fra tanti strali, 
Fra tanfi collegiali , 
Se r arco si fa Amore 
Sperar può il vostro corei 
Voi schiave a rei tutori , 
R schiave pur di cuori ; 
Voi figlie a padri avari 
Vive tra giorni amari ;. 
Se r arco si fa Amore 
Tutto cangia tenore ; 
Ch'egli è capace prendere 
Coir arco ognuno , e rendere- 
Tulli suoi schiavi e servi , 
E i buoni ed i protervi : 
E quando la passione , 
Viene , non v' ha ragione , 
E cede 1' avarizia , 
E cede la- nequizia, 
Che è quanto dire al mondo 
Di strano grosso e tondo — 
Sperate sì sperate , 
Le lagrime asciugate , 
Amore si fa l' arco ; 

lieto e dolce incarco : 
E r arco se fa Amore 
Felice l'uman core! 

Poeti , voi sperate : 

1 versi che voi fate ; 
Or morti fra'vapori. 
Spregiati da' Signori , 
Spezzati dalle strade 
Ferrale , o da ree spade ; 
Schiacciali dal disio 
Perfido , ingrato , rio , 

Di far sempre danaro ; 
Disio maligno e amaro ! 
Sperate ! che pe' strali 
D'Amore , ch'anno l'ali , 



Arriveranno a' cuori ^ 
Come ne' primi amori , 
De* tempi di Galloandro-, 
De' giorni d' Alessandro » 
D' Augusto , di Leone , 
Q4iando solo il babbione 
Morivasi di fame 
Senza speranze e brame-. 
Se l'arco fa Colui 
l beni sono dui : 
Amore fa la piaga 
E il vate guarda e indaga ,. 
Che in modo chiaro e piano 
Vale che fa il mezzano ; 
Ma infine la poesia 
Trova pure la via , 
Di fare , di lucrare, 
almen di farsi amare-. 
Se si fa r arco Amore 
Felice l' uman core ! 
E voi speculatori, 

Uomin'di duri cuori , 
Ah voi , no , non sperate , 
Ma anzii, sì, tremate ; 
Ghè Amor se tenne 1' arco 
Dismesso , e senza incarco , 
Voi n'abusaste tanto 
Da tome a tutti il vanto , 
E fu per voi sciocchezza 
Persino la bellezza ! 
Ma adesso eh' Ei s' è armato , 
R' avrete il cor piagato ; 
Voi pure adorerete 
Le lielle e pregerete , 
E fia che torni l' ora 
Che tutto s' innamora , 
Che tutto è cuore e vita , 
Che tutto è aura gradita , 
Poetica , ideale , 
Non questa bestiale ,. 
Orrenda , materiale 
Da birro o curiale — 
Oh viva ! Amore affretta- 
Questa lieta saetta ; 
Affretta , affretta Amore 
Questo vital tenore ; 
Fiacca gli audaci e avari , 
Schianta i vili e i somari , 
E r oro , e 'I ferro , e 1 rame 
Sia scopo alle tue biame , 
Che dov' è amore è tutto 
E ove non è , vi è lutto -— 
I rei strazia e punisci. 
Sana i buoni e lenisci ; 
Preso d' Amore il mondo 
Ritornerà giocondo , 
E puro e generoso , 
E lieto ed animoso. 
Che dov' è Amore è tutto 
E ove non è , v'è lutto. 

Se l'arco si fa Amore 
Felice l'uman core ! 



V. Torelli. 



IL MESSICO 

La cillh di Messico , capitale dello stato dello stes- 
so nome, è la più bella cillà di tutta l'America. Tro- 
vasi a 10'^ 25' , latitudine Nord ; ed è sede del go- 



PITTORESCO 



131 




( Cattedrale del Messico ) 
verno , del confiresso , e dell' Anivcscovalo. La sua pò- & pleto. Riguardo agli affari commerciali il Messico è il cen- 



polazione è da 170,000 abitanti. E' situato sopra due ^ tro di lutto il commercio dell' America colla Spagna e 
laghi di circa 130 migi:a di circontt-renza ad un'altezza O colle Indie Ocientali. Messico possiele inoltre due pre- 
di 7240 piedi al di sopra del livello del mare , in una vai- ^ ziosi ac juidotti che conducono una eccellente acqua alla 
le circondala da antichi Vulcani coperti di neve ove regna ^ 
una perpetua primavera. m 

La magnifica cattedrale è sulla gran piazza ; essa è lun- ^ 
ga 500 piedi , ed è fai)bricata sulle rovine di un tempio jj 
consacralo agl'idoli. Innanzi alla chiesa v' è la statua o É 
lessale in bionzo di Carlo ^'l a cavallo sopra un p'edistal- ja 
lo di marmo. Oltre a questo tempio , gli «d fui piìi uu- ^ 
tevoli sono : il palazzo dell' Arcivescovo , il tribimale , la || 



capitale da una montagna lontana sei mila tese dalla cit- 
tà , come pure varie piazze [lubbliche e passeggi ; fra i 
quali il pili piacevole è 1' A'ameJa. 

il teatro di Messico , non è di un esteriore molto ma- 
gnifico , gli accessi sono incomodi , meschini e spor- 
ch' ; il teatro p»rò è spazioso e capace di circa due mila 
cinquecento persone , è assai iten decoralo , ed è armo- 
nico. La parte destinata al pubblico , contiene la platea 



Zecca, ventotto chiese , oltanta conventi , dieci ospedali , || che è spaziosa e tre fi'e di logge. L'abbonamento per 

V Àudcncia, \' AccorJado (Yr\f^\ow conlenente mille e due- n una loggia è di duecento piastre al mese, per una sedia 

cento p-rsone) , 1' Accademia di mineralogia , pittura e t| ihiusa di trenta piastre al mese , il biglietto d' ingresso è 

scultura, vane locande , ecc. Quanto alle strade , la U in proporzione. Una sedia ordinaria costa tre fcauchi. Co* 

più bella di tulle è la strada dell'Aquila, ove abita ]k sa incomodissima è ihe i biglii'tti d' ingresso non si paga 

la nobillh , ed ove alitano anche i Conti di Mm- U no alla p-'" ~ ■ '' = -' ■ ■•° •■■'"'■ ''=^"" ''-•-■■»'• " 

tezuma discendenti dall' Imperatore di quel nome ; le j| rapprese 
case di quella strada sono magnifiche sebbene sieno di un ' " ' 

sulo piano 

Fra la popolazione composta di Spagnunll , neri , mii 



si no alla porla, ma 1' imporln ne viene esatto durante la 
Il raporesentazione da persone che vanno a riscuoterlo in 



„ ro. Il teatro quando è pieno , particolarmente nei gior- 
ni ni di festa presenta un bellissimo colpo d'occhio . [ler il 
ìi lusso con cui sono vestite le signore; m.i il piacete di que- 
latli e meticci , vi sono molti manifatturieri ed artisti che jj sta vista non dura molto tempo , poiché il teatro è tosto 
ab'tano in diversi quartieri e strade particolari ; per esem- '7 os'uralo da nuvole di fumo . non d'incenso ma di tal)acco, 
pio , nella strsda della j'Iateria seno tutti orefici e gioie'- ^ e quelo che è P'-ggio , le signore slesse contribuiscono fu- 



ii. ri , nella strada, di Tacabba operai in ferro , ramee sta- U inàndoa render questo fumo pili denso. Il p.alco scenico è 

he ne- n sulficienlemeute va>lo; le d 
gnzianti insta. Lifabbiica del tabacco li ne occupate ^< straebuona.printipalmentequelladellOpeiallaliana.il 



gno, e nella strada di sanf Agostino non \i sono che ne- « sulficienlemeute va>lo; le decorazioni sono belle, e j'orche- 

giizianti in s la. Li fabbiica del tabacco li ne occu[ 

sellemila persane. Il g ardino botanico è bellissimo e rem- e pubblco in g» nerale ti ne un contegno grave, e si nioitra 



132 



L OMNIBUS 



quasi insensiliilo , alnine volte per altro prorompe in ap- 
plausi entusiasti , ed iofinda il palco di fiori , di corone e 
di poesie. I Messicani hanno una grande opinione di lor4) 
stessi e del loro teatro ; e se un eurnpro lo loda o giun- 
ge perfino a paragonarlo ai teatri di Parigi , essi al/.ano 
le spalle ridendo, poiché non si la-ciano facilmente impor- 
re dalla coltura della parte del mondo che chiamano 1' Eu- 
ropa decaduti!. FI C'clo conservi i Messicani in questa cre- 
denza ; mentre tutta la felicità è riposta nell' illusione e 

guai a chi ce la toglie ! q muri, quando vi posero il piede i Multino, e la presenza di 

J.aZecrane-l I82Ì halle per sette milioni di piastre, ^ questi novelli signori, e la moltitud ne d''i servi che lien 

Uri 1818 ne a\eva hallulo per undici milioni. ISei dm- H tranquillamente ci vivevano, e con serenità ne favellavano, 

torni di Messico viggonsi delle rovine di piramidi non Q contrihiii a coprir di cenere la velii-ta ajqirensione pò 



ria sappiamo che verso il 1700 i Multino comperaronlo a 
vijissiino prezzo , coraggjisi di stanziarvi. La qual sicu- 
rezza loro , profondo per quanto si fosse il timore che com- 
prendea le menti, non polé a meno di cumiuciar grado 
grado ad insinuarsi negli altri , che alla fine temevano 
per sola tradizione. Già quelle vampe , quei fumi di una 
\olla non si vedeano piii, ed appena appena da vicino pa- 
reva, ma assai rado, udirsi qualche lamento. Eccoquantoa- 
vanzava delle infernali tempeste dell'antico castello dei I,e- 



vuole ( (hiaiuate rase degli dei) la maggiore delle quali 
( della casa del sole) hi ancora alla hase C'i.3 piedi di 
lunghezza, e 171 ]iiedi di alle/.zi , ed i suoi lati corrispcin- 
dono esattamente ai quattro porti cardinali, l diniorni 
della città sono amenissimi , e sono pieni di case di cam- 
pagna , giardini , passeggi e conventi. 



22. 3*iilì*^AIiMA j 

VI. I 

Una leg^genda | 

Ciasnm lo ville 

Romani. i 
I 
Vi ha certe idee àA popolo cosi facilmente accolte, 
e per la sua ignoranza e per la eccessiva credulità (he 
in poco tempo se ne forma una persuasione , una ctc- ' 
denza. una certezza; con questo di strano che vi concorron j 
tosto col loro animo pur quelli i quali avvezzi a ragionare di , 
tutto, non vi trovano una hastante ragione. Ci'SÌ propriamente 
nascono per lo piii quegli spaventevoli giudizi chi- si aitai cano ! 
alla vita di qualche essere infelice , alla particolar costi ii- ! 
zione di qualche luogo , da cui rifugge ognuna iuorrid tr> , 
e r isolamento genera Tedio all'umanità . Iodio la di- 
sperazione , e questa finalmente il delitto. Di quanti mali 
(he la società vuol espiali dagl'individui , gl'individui al 
(ontrar'o duvrelilnro demandare a lei una espiazione ! Si 
punisca il ladro : e perdm voi gli avete negato un 
pane? Si danni nel capo l'omicida : e perchè voi gli 
insidiaste l'onore? l'uie era n entemeno il sommo Vol- 
taire che diceva: Uespectrz leapiéjugc's du pciipte. 

Chi r alibia scritta non so d'rvi , ma senza diilihio una 
vecthia cronaca del X\I secolo narra che il castello ora per- 
tinente ai Multino fu un giorno sotto altro signore il teatro 
di orribile avvenimento, e che d'allora in poi i mali- 
gni spiriti se ne impadronirono , siccome sede divenuta ben 
degna di loro Nessuno dei contemporanei tramandò nie- 
rtioria precisa del fatto e dei nomi: né pure vi fu chi osasse 
addimandarlo, e frattanto tutti ab antico vi avean veduta e 
di e notte apparizione di terrore , apponendo però a quel 
luogo il nome di Castello dei Lemuri , che siccome o- 
gnun vede un colai poco s'gnifirava le loro fantasie 1-ann- 
de la (Tonaca dice : etilpopulo che ip'udilioso era i-o!endo 
stìi^matizzare in eterno quelle horribili mura , ricoperse la 
prima conrallra denominatiorie delli LEniURi arciò che 
lutti le fnsgisseno et h uomini o donne chenti sì fussnno ; 
if dall' fiora rimasero a disposinone dei dimonii. 

Or potete immaginare .se cosi fatta credenza, che ratlro- 
vasi scritta, era ben radicata appo la plebe , ed i clamori 
(he (juesta no metteva intorno , e le paure (he ne conce- 
piva , e r ingrainlimeuto che di giorno in giorno vi dava, 
l.in secolo passi» di tal miniera, come si dee su[iporre, per- 
ciocché, dopo la su mentovata cronaca nonv'iia chi pii dica 
motto del famoso castello dei Lemuri , e solo dalla s!o- 



polare. Ma badate che il fuoco era coperto di cenere 
non estinto. 

Vlt. 



Ecco il fantasma 



E' verità 
RoMi.'ii. 



— Che hai Tommaso ! che diamin hai per esser così tri- 
sto ? — Onesta domanda faceva un uomo di robuste inein • 
bra e piacevole fKonnniia, il quale molto carezzevolmente 
stava d'accosto all'altro, vece hio, infermiccio ed alibandona- 
to,cui rivolgeva le sue [carole. Il dialogo avea luogo nellacitlà, 
entro una modesta e decente casetta , e dalle labbra me- 
des me dei due interlocutori a[ipreuderenio come il nostro 
buono e conosciuto Tommaso si ritiovasse là. 

Alla interrogazione il vei e Irò rispondeva con un dime- 
nar del capo, il ijuale alto, e apitoappieno dal compagno, ac- 
cresceva maggiormente il desiderio di allontanar quella 
tristezza. 

— Eh sì ! ripigliava Stefano , ( tal era il nome dell' al- 
tro ) eh' io ti ho accollo m casa mia e la buona Maddalena 
ti usa laute sollecitudini per non averne prò ! 

— l'erdonatemi, con cpialche stento diceva Tommaso, 
come punto dal giusto rirupcovero ; perdonati' alla mia ca- 
dente vecchiezza che tropfie sventure ha vedute. 

— E se le avessi patite , di gra/.ia che faresti i" 

— La sventura, amie o mio, cfi". ode ani he ijiiei che veg- 
gonla di lontano. E poi credi tu che mi laceri poco il pen- 
siero di abbandonar a forza le mura de' miei antichi pa- 
droni ? di dover mendicare nn asilo a settant'anni ? un 
asilo ed un pane ancora perchè io non son piìi buono 
da nulla ! 

— Ma qui sei come in casa dei tuoi padroni; meglio 
anzi , rome in casa tira propria. Oggi qualunque angolo 
della terra , cprahinq'ie caverna di belve è miglior asilo del 
(listello dei Lemuri. C'.ntro le belve ci son le armi, ci ha 
la forza , ma contro i malvagi spiriti 

— Santo Iddio ! gridò a quest' ultime parole tulio fre- 
inanle il povero Tommaso , nel segnarsi della croce in 
fonte. 

La porta della casa eia aperta. F rettnloso allora venne 
innanzi ai due favellanti un oinirriatlolo , conducendo 
a mano un garzone , ch'era figliuolo di Stefano. 

— E.rco, disse il sopravvciiiilo, ( et oli questa brutta la- 
na di figlio. Indovina mo dove I ho ritrovato;' arrainjii- 
candosi su per un greppo che voleva and.ire a snidare 
certo orsacihio, rome ei d ce, sua nuova conoscenza. 

Il garzone chinalo il capo per non isconlrar gli sguardi 
minacciosi del padre . si strinse nelle spalle , cnme in di- 
sprezzo dell' accusa. IM 1 1 accusatore che vide passar quasi 
inosservale le sue paiole aggiunse tosto. 

— Ocsii, se avete a dirmi qualcosa, parlate , senza far 
muso storlo. 

— Pensavamo ad altro , rispose Stefano. 

— H'ila ragione per non esser garbato con chi ti ren- 
de un servizio ! 



prrroRE.sco 



13: 




( II Canta Storie 



— ^la sai tu Beppo (cosi cliiain3\asi quello ) a che 
cosa pensavamo ? 

— Ai debiti ? 

— Al fantasma del Castello dei Lemuri I 
Rimasero tutti muti. Non vi era uom coraggioso o au- 
dace che non si atteri isse a quel nome ; così spaventevo'e 
l'antica tradizione ora avea scosso l'olilio dì tanti anni. I piii 
intrepidi , senza miscredere , facean qualche cosa per non 
confondersi in lutto alla massa paurosa , e con una vio- 
lenza sull'animo si mostravano disprezzatori del pericolo 
che da ognuno era temuto. A questo novero , in vero as- 
sai scarso , apparteneva Beppo , ond'egli passato il primo 
momento d'istantanea trepidanza saltò su dicendo. 

— A noi non monta sinché ne stiamo qui raccolti. 
Il fantasma a quanto pare ha la rreanz.i di non uscir dal 
lenimento che spetta al castello. Eppure, guardate curio- 
sità, io vorrei vederlo I 

— Che ! aggiunse Tommaso, non lo credi forse P Po- 
vero te ! 

— Ma spiegatemi ; voi che siete stato tanto tempo nel 
castello , come tutt'ad un tratto , dopo anni ed anni di 
pjce , si è rinnovata questa diavoleria ? 

— lo non lo so. Per liberarsi dalla presenza di per- 
sona che gli era importuna il conte Edoardo se ne fuggi 
a Parigi con sua nrog'ie. lo rimasi so'o noi castello, a so- 
prainiendere gli agricoltori , e coloni delle terre circostan- 
ti , e mandargliene puniualmenle il frutto S etti un anno 
cos'i tranquillo da far invidia j\Ia di punto in bianco udii 
levar la voce che 1 fantasma erarisi-rto.G'idai, minarciai, 
ricorsi ai magistrati , chiamai in aiuto tutt' i provvedimenti 
del a legge : ma nulla , e poi nulla. G i agrifoltoii , i co- 
loni , vedevano ogni giorno una figura gigantesca , che 
passeggiava con una spada di fuoco in mano che metteva 
lamenti liinghi^lunghi , ed urla disperale.. . e quando, 
abbandonato da tutti, io piangeva la miseria a cui un pop - 
lar prt-giudizio riducea il mio povero padrone , lo vidi e 
r udii ancor io. 

I,a voce di Tommaso a poco a poco si era fatta sempre 
pii. debule , ed alla fine tanto tremava della paura che po- 
teva ap 'ena articolare. 

11 figliuolo di Stefano non avea perduta sillaba. A quel- 
la confidente sua età di 1.5 anni , o si é vile o franro sui 
perigli sino alla follia. Finito ch'ebbe Tommaso di par- 



■' lare, il finriuVo levossi dal canluccio in cui era accoccc- 
I lato , e fattosi in mezzo : 

il Anch'io, disse , l'ho veduto cogli occhi miei. 

I -*. C>me. gridò il padre? 

a Si signore : un giorno di domenica mi son messo 

il sulla pesta di mastr' Angelo, non sapete? il terribile bec- 
^ camorJo , e via via siamo giunti Ira il cader del sole ed 
à il levar della luna sotto le mura del castello. 
3 __ r, che hai visto ? 

fi _ T.ilto quello che ha detto papà Tommaso ; e di più — 
I questo s'i che mi fece tremare , e fece fuggire il beccamor- 
n ti — una gran vampa «he parea voler incendiar il mondo, 
H Figuratevi se me la delti a gambe ! Ma non sapete il me- 
si glio: lungo il gran viale che mena al portone del castello 
I erano qua e là gettati dei pezzi di carta. . io ne ho rae- 
U colsi uno. 
S — E non me lo hai mostralo ! pen he ? 

H Temeva piii dei tuoi scappePolti, che di quei segni 

% di fuoco ch'eran sulla carta. 

tt — Sesni di fuoco ! sclamò B'ppo. 

^ _ Se l'hai veggiamola, aggiunse il padre imperiosa- 

Ó me:ite. 

S Allora quegli frugò in ambe le tasche, messe ai due 

B lati delle sue brache, e cacciò fuori un pezzo di carta, tutto 

^ sudii io sul dorso e maltrattato. 

1 Mentre Stefano 1' apriva non senza paura manifesta . i 

M comjiagni , anche Tommaso debole com' era, gli si fc- 

H cero addosso. Vi scorsero rosse cifre , che sembravano di 

i funco , ma che un chimico , od anche un uomo di buon 

senso avrebbe riconosciuto per sangue. Vi scorsero segni 
g strani, spaventevoli, orribili. .. ma nessuno di loro sa- 
h peva leggeri-. 

^ (Continua) F- Rubino. 

i -..^ 

1 IL CANTA STORIE 

jf Da un libro che cicne alla luce per opera di Emmanueh 
^ Bidera logtiamo questo articolo sul cantnìtorie affinchè sie- 
U no me^'lio oirnloràti gli elogi che ne al'hiam fatto nel no- 
^ stro O^nnihus Leiternio n 2-2 Voutnre in una passeggiala 
'W per Napoli e contorni , si propone ritrarre In maggior parte 
§ dei costumi piii bizzarrie peculiari , du'i quali parecchi SjUO 



L OMNIBUS 



slati "ià pubbliroti , e tra essi è il cantastorie , antichissì- 
m onore del nostro Molo. Laonde non inteni'iamo die da 
ìtn brano ciimc questo si arf;omenti assoiulamente del me- 
rito di lutto i opera , che Ila nell' insieme altri pregi ; ma 
crediamo sì far cosa grata ai nostri ossnriali ed incorag- 
giarli all' ocquislo di essa , ordinando a bella posta la figura 
di queir essere cuiioso che lo sciiltore bictementc e con bei 
tratti descrWe. 

Il Canfa-Riiialclo. 

Le donne , i cavalinr , l' irmi , fili .nmnri , 
I.e corlosio , le audaci iin|iiese io canto. 
Aiiosli). 

(] rcondato da un crorihio di persone piche'', parte sulle 
paiuhe fumando la l)re\e liisloita pifa , (onie l'aialio ihe 
ascoila fantasliri laiffinti , parie in piedi a lorra spalan- 
cata , come i corlif^i^tni di D (Ione quando udirono da Enea 
Vìnfandum regina jubes renocare dolor em , l'anziano can- 
tore dai capelli SI ai niij^laii e dal lai ero alili. s(note una 
verga che s' intende e^ser la hishirla di ISmaldo, passeg- 
gia , s' infiamma , declama . legf^endo in nn venliio ma- 
iiosciitlo i g' sii iiiemoraliili del sifincr di Minilalliann. In 
a tri lein(ii , quando vivea il (elebrc Cantore Blaislro Mi- 
< hele Barbiere del ]\lolo , inlerpetre dei Vascelli America- 
ni , gli spettatori venivano riparali dal sole da una gran 
tenda : 

E tu gran Maslrii chi dda dinira slava 
Arma t-irumquc Cimo aMtannìavai 

Ma ora lutto va in deperimento , e chi sa qnal sorte si at- 
tende i|uestG suo successore t dove andià 1 llniversilà laz 
baronesca con le sue cattedre , (piando saia com[iita que- 
sta bella strada. I\oi intanto ascoltiamo : 

Rinaldo allora «ngraii fendente alibassa , 

E il Saracin [lercuole sulla testa : 

I.a spaila trincia il caro ed oltre passa , 

Irincia in due parti il cor|io , e non si aircsta. 

Anc. e il cavallo in due iTiCià trinciò , 

£ sette j almi sotto terra entrò. 

Declamato il testo , Io spiega il cantore in lingua napo- 
litana , inserendovi molti (o>i faceti da muovere a riso i 
severi ingegni di Anassagora e di Crasso. I suoi iiJilori . 
dirimenti! detti gli appassionali di Rinaldo , tornando a 
rasa , ripetono alle mogli e ai loro figli le avventure del- 
l' eroe. Essi apprendono sin da fanciulli da quell'Anziano 
1' eloquenza del gesto , la declamazione , e quel!' aria da 
Gradasso tanto comune alla nostra gente minuta. 

Quell'altro crocchio poco distante è formato dali'udien- ' 
7.a rispeltaliile del Narra-storie che esalta le bravure degli | 
Spicciarielli , e di Angelo del Dnca , celebri masnadieri, i 
Bello e vedere quando queste due rivali platee vengono | 
in contesa. Quindi, dice l'uno, vorresti tu mettere al pa- , 
ro quel grand' uomo di Binaldo , con Angelo del Duca ? ! 
V. l'altro : \L perchè no ? Tutti due facevano l'istesso me- j 
stiere. — Rinaldo non lia fatto mai il mestiere di la- | 
dro. — Si sa , si sa che anch'esso si dilettava fli rubare i 
galline. — E per rubare galline era forse men galant'uo- | 
Ilio? — Poi aileggi,H;;]osi come il Cantore del lìinaldo j 
lomhiude con questa massima ; 

Disse Rinaldo rlio non è vergogna i 

Rubare e assa.ssinar ijiiando bisogna. 

Vedi , vedi come il Cantore entusiasma, trasporta i suoi | 

uditori : non è egli un 'l'alma , un de Marini ? Jù (o , un ; 

gruppo di anime attese ad una sensazicne è il innlti[ilice ■ 

inttafioico sull'uno, e 1' uno sul mulliplice , mira cune ! 



tutti sono commossi , e come su quelle facce espressive 
di già scorre piìi d'una lagrima nel sentire ora il pericolo 
di Binaldo : ma ineltianio mano alla tasca , mio caro de 
Ribas , e prepariamo la moneta. Di fatti quando 1 Attore 
vide (he (on la sua eloquenza lenea in pugno il cuore di 
tutti , troncò improvvisamente il dire con questi versi : 

Ora vi I iacria alquanto a por la mano 
A vostra borsa , e farmi dono alquanto ; 
Che finito ho di già l'ottavo canto. 

Né vi fu di quei devoli all'eroe paladino (hi si mostras- 
se avaro e non lo guidei donasse , con la speranza di sentir 
Rinaldo fuori pericolo. ]Ma questi nel canto seguente , co- 
me è d' uso dei grandi rnmanzieri , saltò di palo in frasca 
sino a quando [ter l' imminente notte ( Illuse la sua gior- 
nata , e solo confortò quegli animi allltlicon queste pa- 
role : 

Di'i la felice nnlle a chi mi ascolta ; 
Narieiòdi Rinaldo un'altra volla. 

CoM togliendosi gli occhiali, e raicogl'endo il lacero suo 
moccichino da lena , col sudicio manoscntlo sulto l'ascel- 
la , parte il celebre cantore , e si trae dietro una turba 
di lazzaroni , come un Maestro di scuola (piandG fa feria. 
Nò per pregarlo di palesar l'esito di una ventura egli ap- 
|iaga giammai 1' altrui curiosità ; ma a guisa del destino 
egli porla con sé il segreto dell'avvenire , altrimenti di- 
strugserehbe l'incanto della sospensione, sospensione ani- 
ma dei dramma , «he imita la legge previdenziale che non 
fa della vita gli ultimi giorni di un condannato di Vidor 
litigo. Giovanni Em.m.^nlele Bidera. 



I IL RE DI IJOrSS i 

Molti dei nostri lettori sanno senza dubbio che 11 Ni- 
ger, questo gran liiime del Soudan, è stato seguito dalla 
sua sorgente fino a Boiissa , regno di Jaouria in Africa 
da Mungo-l'atk ed è là che questo sfortunato viaggiatore 
terminò nel corso dell'anno I80G tragicamente la sua car- 
riera. Delle susseguenti relazioni fecero sapere che il Ni- 
gerscorieva \erso l'ovest da Boussa , e che doveva se- 
condo tulle le apparenze getlarsi nell' Oceano atlantico. 
Nel IS27 il capitano Cappeiton e Riccardo Landerlo tra- 
versarono vicino Boussa stessa, andando dalla co>ta di Gui- 
nea nella capitale del regno de' E -latalis ed a Buussa rac- 
colsero alcune noii/.ie sulla fine di IMungo Paik. U capi- 
tano (.lapperton iiioii nel regno de Eelatahs: Riccardo I^an- 
derritornò solo \erso la costa, e nel suo tragitto intese an- 
cora parlare del INigercome avendo la sui imboccatura 
nell'Oceano. Ui ritorno in Inghilterra rese conto di quel 
che aveva veduto ed inleso ; la [uccisione de' suoi partico- 
lari determinò il governo britannico ad ordinare, verso 
la fine del I8'J9 una spedizione nello scopo di discendere 
il INiger da Boussa fin ai mare, e fu a' due fratelli Ric- 
cardo e John Lander che confidò il comando di questa 
intrapresa , la quale de! resto riusi i compiutamente 

l'rinia d' arrivare a Buussa , i due fratelli l.ander, tra- 
versarono una spessa foresta , alla cui estremità si trova- 
no le mine d' una grande città , la quale secondo loro si 
(lice essere stata recentemente saci hcggiala da una banda 
di Felatahs, dnavevan fallo stragodi tulli coloroi qua i a- 
vevan lorofatla rissici zi, e (ondotloilrimanenle in i.sihii- 
vilii,q les'e mine erano cons der.vnli e la popolazione del- 
la cilia doveva esser numerosissima. Alcuni istanti dopo 
s'arrestarono in una vasta e bella pianura in cui maestu- 
iauientc crescevano alciini alberi secolari , esSi serviva 



riTToaEsco 




Jf"^.. 



(B re di Bonssa> 



di asilo a degli uccelli- di ogni specie e ad una moltifudi- j 
ne d'enormi scimie che s' allontanavano a pasM contati j 
all'udire la detonazione delle armi da fuoco. Quivi pa- ' 
scevano degli armenti d'antilopi, saitando da tutte le i 
parti su! prato. Da questo luogo scorsero la città di Bous- j 
sa , situata sul continente , e non in un' isola del Niger 
come ha scritto Clapperton Boussa si compone d' un gran 
numero di capanne sparse qua e là a poca distanza le une 
dalle altre ; essa è cinta da un lato dal Niger , p dall' al- 
tro da uiia lunga muraglia guarnita di torri e fli fossati. 
Comunque in tal modo difesa dall' arte e dalla naiuia , es- 
sa ostata pur nondimeno presa una volta d.i' Fe'aiahs 11 
suolo generalmente fertile produce in abbondanza dil ri- 
so , del grano , il Lon'ach , .specie di frumento che co- 
stituisce il principal nudrimenlo degli abitanti ric( hi e po- 
veri, li re e la regina di Boussa hanno (iascnno degli ar- 
menti considerevoli di bel b stiame ; ma neppnr imo dei 
loro sudditi poss'cde, né un solo toro, né una sola vacca, 
non essendo loro permesso di tenere se non qualdte mon- 
tone o una C3pra. li salvag^iume è alibondantissimo nel 
la contrari , ed alcune volte i natiira'i cercano d'uccider 
ne a colpi di freccia ; ma vi perv-engnno si raramente che 
appena Ui-l corso d' un aivno uc( idono uno o due pentade, 
animale dal vello pesante e per <onsegu<n/.a poro fa- 
cile a ferire. Il governo del paese è dispntico. Ogni (juere 
la tra particolari viene def^-rita al re (he assolve e con 
djnna unii ainente secondo gli aggrada ; ma questo po- 
tere illimtato di cui gode il monarca ò quasi sempre e- 
sercitàti con debolezza e moderazione. 
Il re di Boussa è uno degli uomini più grandi e piìi bel- 



li del paese , come pure ne è il più attivo ed il più labo- 
rioso ; egli è spesso malato poiché nella sua giovinezza ha 
inghiottito una forte dose di veleno amministratagli da u- 
no de' suoi nemici Gli altri capi ed i principali abitanti 
di questa parte dell'Africa passano la piii gran parte del- 
la loro vita a dormire , o [lerdono il loro tempo in pue- 
rili e frivoli occupazioni, ma Sua Maestà di Boussa, quan- 
do gli aflari publìlici non richiamano le sue cure, impie- 
ga utilmente tutte le sue ore di- ozio a sorvegliare i la- 
vori de' suoi schiavi e a confezionare i suoi vestimenti. 
S'occupa altresì senza posa ad aprire novelle strade condu- 
centi alla sua città e a riparare ed allargare le antiche. Il 
vedere un capo che degna prendersi cura della strada 
pubblica è un' eccezione rara in quelle contrade, e la ra- 
gione che il re di Boussa dà per ispiegarelasua condotta è 
assai singolare , quantunque giusta e sensata : ><Se, dic'e- 
gli , i miei nemici s' avanzassero verso le mie porle con 
intenz oni ostili, e trovassero tutte le strade coperte di cat- 
tiva erba , non sdamerebbero tra se stessi : Oh ! il prin- 
cipe di Boussa è un principe vile e pigro, la sua città non 
contiene (he pochi abitanti , poiché la strada è verde e 
non si vede orma umana , andiamo dunque ad attaccac 
la città, la ijuale cadrà immantinenti nelle nostre maniPSe 
al contrario i m ei nemici vedono un cammino ben largo 
ben unito e dove l'erba non nasca, diranno: Questa 
strada non è così acconciata se non perchè vi passa molta 
gente; la città cui mette capo dev'esser popolosa, forte, 
' fiorente , e il monarca di questa città vigilante e bravo; se 
i ne rischiamo l'attacco , saremo vinti ed uccisi ; meglio è 
; dunque ritirarci ora che nessuno di noi si è avveduto , 



I3G 



L OMMBUS PITTORESCO 



per timore the non ti arrada qualche sriagura » Tali so- 
no i discorsi che il re di Boiissa tiene abitualmente ai snoi 
sudditi per cercar di guarirli dalla pigrizia che loro è na- 
turale e per eciilarsi a lavorare per l'interesse generale. 



SULLA ESPOSIZIONE DI BELLE ARTI 

in Venezia. 

La Domenica 4 di Asoslo si apersero solennemente le 
aule dell' Accademia di Venezia, col solito intervento di ec- 
celsi p rsonaggi , e di eletta tittadinanzi : si distribuirono 
le medaglie dil grande ci^ntorso biennale , si premiarono 
gli allievi negli studii distinti, si fice onorevole menzione 
di quelli che per diligenza si accontarono ai vincitori. 

Comincerò la Ilivista , ( nò saprei miglior modo per co- 
minciaila), colla grande opera del sommo Fattore, Eva 
ed Adamo, dipinti nel Paradiso da Naiale Schiavoni. Chi 
ha miralo le angeliche forme di quella donna pudica nelU 
sua nudil.T , che in atlo a^lc■ro^o siede d'aicanlo ad Ada- 
mo steso sul suolo e dornicnle , chi ha mirato la purità dei 
tonlorni , la Lcllezza i;;nriivaliile delle carni, la »erii;i 
delle pose , 1' annoiiia della .scena , e non si sente 1' animo 
commosso d' alleilo e l'oidiio atlnlto da irresistibile for- 
za su quel piodigioso dijiiuto.dira di non avere piovala mai 
la sensazione del beilo. Lo Schiavoni sembra aver raicote 
ne' suoi tipi sublimi tutte le hsiihe sparse bella che Do 
cor.ces-e ai Gioitali , e the voglia colle opi re sue trattate 
con magìa di pennello, dare una splendida prova di venera- 
zione e di culto al Celeste Creatore Santa e lodevoi missi- 
one d' artisla, il quale rivelandoci coi colori le perfezioni 
delle umane crealure c'invita e spinge ad adorare vieppiù 
r Ente Supremo ! Mi tacciò del Paradiso, in cui 1' artista 

E ose le pillile genti , die le anime fervorose lo lìguran piii 
elio ; ma non islarò dal far segno alla publica ammira- 
zione le allre tele, che la raag^jlore circondano, rifulgenti se 
non in tulio almeno in gran parte d'eguali bellezze. La 
Vergine (ol bambino : im E.pisodio della strage degl'Inno- 
centi listiello alla madre al manigoldo ed al figlio ; due 
rifratti di dsnne avvenenti ; una fanriulletta coricata sul 
dorso di un prato — Tratti lo Sihiavoni sacri argomenti , 
e se le arti lo avranno valoioso cultore, la religione lo 
chlameià parziale veneratore. 

Prima di staccarmi dal caro nome dello Schiavoni devo 
ricordale due tele offerte all' Esposizione da Carolina , 
e Giulietta figlie al valoroso Felli e, la prima rappresientan- 
te un paesaggio toccato con grande maestria d'i pennello , 
l'altra un ritratto di donna rifulgente di peregrine bellezze, 
tino di qiie" tipi vei i o ideali che fanno reverenti per ammi- 
razione gli stessi pittori, ed incatenano dei profani losguar- 
do: opere entrambi basfevoli a rilevare il genio artistico di 
questa eletta famiglia. 

Inchiniamoci adesso dinnanzi a Marco Bolzaris mori- 
bondo , e seguiliaino coli' occhio una famiglia Idriotta che 
involandosi alle stragi della sua patria fugge in un pali- 
schermo per la campagna dell' l'Ellesponto. Preziosi lavori 
di che ha volufoarricchire la pubblica mostra quel polente 
ingegno di Lodovico Lippai ini che la nostra Accademia e la 
Italia salutan maestro. 

Botzaris nella notte del 21 agosto 1823 pugnando perla 
patria viene riconosciuto e ferito da' Mussulmani. Alcuni 
palicari lo trascinano morente lungi dal tanipo ; il prode 
«condottiero dell'armi Greche spira fra le braccia de'suoi. 
Il pregio più grande di questo dipinto , ihe per generale 
opinione è tenuto il migliore di quanti uscissero dal pen- 



i nello dt ir insigne maestro , e son molti e Icdatlssirai tutti , 
l consiste a mio credere nelU viva significazione , nel forte 
f carattere impresso a' figui ali personaggi , in una parola in 
i quel vero che giunge all'anini.-r eia lomiiiove E ciò per 
I quanto riguarda il concetto. Che a pai lare della parte ese- 
I (Uliva del quadro sarebbe un ripetere inutilmente (juelle 
ludi che vennero in ogni tempo ed a buon drillo al Lippa- 
rini impartite, e salire lo feceio a quella fama che a pochi 
è dato raggiungere. J'erla qiial rosa non verrò io adesso 
accennando e la purezza del disegno , e la bella distribu- 
zione de' gruppi, e il inaraviglioso impasto dei colori , pre- 
gi che si palesano da per se stessi all'occhio anche dei me- 
no veggenti. 

Chi raggiunge adesso il Nabucco , dipinto da Vincenzo 
Giacomelli , quel Nabucco che nelle sale accademiche mo- 
strossi e disparve , quasi temesse d' infonder terrore per 
la imperata distruzion degli Ebrei ? Se non che l' averlo ve- 
duto anche per poco lascia traccia nell'animo di vivissima 
ricordanza. L'orgoglioso regnante sugli scaglioni del tem- 
pio emana il fatale decreto ; uomini donne e popolo atter- 
riti piegano il capo per lo spavento. E il tramonto, piena di 
espressit'ne la scena. Alcuni notarono alcun poco esagerato 
il colorito del cielo coperto da denso vapore violaceo e gial- 
lastro , chi desiderava non fosse Nabucco .spettatore del co- 
mandato cC( idio , (hi avrebbe voluto meno palese 1' abbat- 
lim nto morale del popolo lìbreo, ma tutti convennero in 
una sola opinione , dalla quale io pur non dissento , esser 
questo un dipinto tale da onorare I artista che lo produsse, 
e renderlo degno di collocare il prroprio nome fra quelli 
che illustrano la Veneta scuola. 

Lo sposalizio di Maria forma il soggetto di un quadro 
esposto da Francesco Zennaro cresciuto ai precetti del 
chiarissimo Natale Schiavoni ed allievo pure della nostra 
Accade m 'a. 

Dalle pagine della sacra storia , Jacopo d' Andrea allievo 
della nostra Accademia , trasse 1' argomento di un quadro 
a piccole dimensioni, sul quale presto correva lo sguardo 
dello spettatore. Booz ritto in piedi ed esprimente modesta 
severità , è figurato in quel punto in cui dice a Rulh che 
genuflessa gli sta dinnanzi : senti fii^liiiola, non andare in al' 
Irò campo araccogliere , e non /,ar tire do questo luogo. La 
espress one di questi due soli personaggi è vivissima , né si 
saprebbe quale sia con più amore trattato. Le attitudini 
dell' uno e dell' altro mostrano 1' animo ben informato del- 
l' artista ; la scelta dei tipi , la semplicità dei panneggia- 
menti , l'arie infine del colorito lo palesano avviato sul 
cammino di un glorioso avvenire. 

Dobbiamo alla squisita cortesia di un doviziose protet- 
tore delle arti , il cav. Jacopo Treves nobile de'B.infil la 
esposizione di un' opera del Barone Vin( enzo Camucrini, 
modello del gran quadro esistente nel Duomo di Piacenza 
ed illustrato dalla penna sublime di Pietro Giordani. 

(Continua) F. de Boni. 

( Diìl Gondoliere di Venezia ). 



Sciarada precedente: Passaporto. 
avvi: UTENZA 

Siamo costretti a ricordare che la massima parte dei 
guasti di (orrispondenza deriva dal non affrancarsi le 
lettere dirette all'Officio dell'Omnibus, e, non affrancandosi, 
restano non prese nella posta. Se cosi non si facesse, il di- 
luvio delle lettere a pagamento porterebbe a male l'Offi- 
cio e le sue adiacenze Però raccomai diamo che si affran- 
chino le lettere a noi dirette , od è inutile scriverle. 



Tipografia dell' OMNIBUS 



Direttore proprietario: V. TORELLI. 



%IÌk Sb^ ^i insiti ì^i S^i iJÉCi ^^ 

Uipoli 5 (Ottobre 1844. = 2lnno Settimo = (tìovtòi tt.o 18 

UN FOGLIO GUAHA 5. — UN SEMESTRE 1.30. — UN* ANNATA 2.60. — PER L' ESTERO UN ANNO 3.60. 




' >^y-/tl- ,7^ C /f.. 



Efeso, citlà famosa dell' Asia Minore, nella Ionia, è 
d' un' alta anlithiià. Essa era situala sulla costa del mar 
Egeo ( r Arcipelago ) , in fondo ad una vallata furniata da 
due munti piini dì fiuniirelli zampillanti , il Galesio al 
nord ed il Coresso al sud , e qiia^i all' imlu cr.itura del 
Caysiro, allora popolato da quei cigni si celebrali da [loeti. 
Secondo ILusebio essa sarebbe stata f< ndjla da Andrei le, fi 
gliodiC'idro re di Atene. JMa l'opinione più ragionevole è 
che questo giovane principe, a capo d' una colonia f;reca , 
cacciò d'iìfeso, allora piniolo villaggio a iato al quale slava 
il tempio di Diana, e che esisteva da lungo tempo, i Ca 
rii ed i Lidii suoi abitanti indigeni, e vi si stabili Secondo 
altri. Creso il re Lidio , ed Efeso figliuolo di Ciystro la 
fondarono e l' ultimo le lasciò il suo nome. Il dialetto jo- 
nico cosi armonioso ed il plìi varialo dell'idioma greco, 
de\e fare aggiustar fede alla migrazione dell' ateniese An- 
diocle, in questa parte dell A~ia minoie, dopo la Ionia , a 
cui di ciinccrto co' disc endenli di lon , diede colle arti 
divine dilla sua patria , il suo nubile e dobc linguaggio, 
(li- fu quello preferito dalla lira d'Omero. I)uni]ue a tor- 
to l'iiiiio dà l'onore della fondazione di qi;esta città alle A- 
mazznni , quando spinte d..l loro ardore guerriero, elleno 
distesero dalle .«ponde de! Th' rmodone per andare a com- 
battere gli At(*niesi e Teseo eroe e re. 

A quell'epoca esisteva già nella pianura d'Efeso un tem 
pio di Uisna d" un' anhitettiira egiziana. Era il cullo d'Isi- 
de colonizzato nell'Asia iMinore dall' egziano Sesostri. 
Mon resta allora piii dubbio clie Oeso ed Efeso fossero 
piuttosto i continuainri del tempio della Dea che i suoi 
fnnriatori Questo edificio vasto altrettanto che magnifico , 
fu a giusto titolo messo al grado delle sette meraviglie 
del mondo. La sua lunghezza era di 420 piedi, e la sua 



larghezza di 220. Il pii'i svelto ed il più elegante degli or- 
dini , il ionico . sostituì r architettura grave e massiccia 
di Menfiedi Tebe. La lunga nave di questo tempio fu 
sopportata da 127 colonne di CO piedi di altezza. Cia- 
scuna d' esse era il prodotto de' tesori de' re e de' doni vo- 
iontarii di tutte le citlà deli' Asia. La scultura aveva esau- 
rito su 3G di queste colonne i prodigi dell'arte sua ; ed 
una di esse, l'ammirazione de'pupoli, ira tutta quanta del- 
lo scarpello di Scopa. L'architetto Ctesifone aveva trac- 
ciato il disegno di questo ammirabile edificio del quale 
due secoli piii venti anni terminarono il p:ii bel tempio 
della terra, dopo quello di Salomone. Un insensato, quan- 
tunque preso d'ammirazione all'aspetto di quest'edificio , 
volle, ad esempio de'conquistatori, rendersi immortale con 
una memorabile distruzione. Incendiò una notte questa 
meraviglia della terra , ed il tempio crollò nelle fiamme , 
la stessa notte in cui Alessandro il Grande venne alla lu- 
ce. Quest'incendiario full troppo celebre Erostrato. Più 
tardi quando il re di Macedunia ebbe passato il Cranico a 
capo delle sue vittoriose falangi, chiese di poter sovveni- 
re solo a tulle le spese della riedificazione del tempio, a 
condizione che gli si permeitesse di scolpire il suo nome 
sol frontispizio , a cui gli Efesini risposero con un rifiuto 
unanime. Tutte le donne accorsero ad offrile le loro col- 
lane d' oro ; i pipoli addussero dalle estremità dell' Asia 
delle (d'erte innumerevoli, e si rese alla dea un tempio 
più magnifico ancora del primo. Cheiromocrate ne fu l'ar- 
chitetto" Il giovine Alessandro ammirò il patriottismo de- 
gli Efesini è dichiarò la loro citlà libera. Il suo tempio 
racchiudeva tesori incalcolabili essendo dopo quello di Del- 
fo il più ricco in ofl'erte A pelle e l'arrasio vi avevano pro- 
di 'ato i loro capUavori. L" aliare era della mano di Pras- 



133 



silele e la stadia della Dea era d'oro. Lisimaco uno dei 
successori d' Alessandro l'abbellì anche di più ; fece com- 
prendere nelle sue mura una parie del monte Coresso , 
in cima al quale era edificata la cittadella; e cangiò il suo 
nome in quello d'Arsinoe, sua prediletta consorte. Ma, 
dopo la morte di questo principe , FJeso riprese il dolce 
suo nome originario, cadde sotto il dominio de' re Assiri, 
poscia fini con accettare il giogo de' romani , 1' anno 130 
prima dell' Era volgare. L' ammirazione di Pompeo, d'Au- 
gusto, di Cicerone per questa città, ch'eglino visitarono, 
giustifica il soprannome di luce dell' Asia datole da Pli- 
nio, lìssa s' inorgogliva maggiormente per essere stata 
patria al filosofo Eraclito , a l'arrasìo ed Apelle pittori 
immortali , al poeta Ipponace ad Alessandro , poeta ed 
oratore, ed al legista Ermodoro, soprannominato Lycbnus 
(la lampada ). 

Come a' nostri giorni la giovane Albione , Efeso aveva 
il drillo d'asilo nel limile d'un trar di freccia. Costanti- 
no la fece demolir dalle fondamenta con lutti i tempi pa- 
gani, (hethiamava i ripari de'demonii. Già al principio 
dell'Era volgare. Efeso era stala presa e sactheggiata 
da'Persi. Dal I20G, Efeso, o pitittiLsto le sue mine fu- 
rono ora bollino de' Greci ora de' Musulmani ; e finì col 
non essere più (he un miserabile villaggio turco, sello il 
nome d' Aia Salou(k , cirrnz'one delle due parole grei he 
agiostheoicgos (\\ santo teologo) perchè il corpo di S. 
Giovanni Evairg> lista fu inumato al luogo occupato da 
questo villaggio. l'Efeso fu ani ora illusliala dalia predica- 
zione dell'apostolo S. Paolo, l'anno 57, dal martirio di 
Timoteo suo amiio, suo discepolo e primo vescovo di 
qutlla celebre città, qui-l Timoteo (he San Giovanni nella 
sua Apocalis.se , indica sollo il nome dell'angiolo d'Efe- 
so, e più tardi dal suo concilio. Nelle circostanze d' ATa- 
Salouk nella pianura inafiiala dal Kilchrk , Meinder , o 
il piccolo Meandio ( 1' antico Caistro) si vedono ancora le 
mine d' un lieil' acquidollo tulio di marmo bianco , le cui 
arcate, a' reltanlo solide quanto leggiere, erano di gros-i 
cordoni. Hirnonta al tempo di Caligola. Ve ne ha un al 
Irò eziandio che porla le acque d' una fontana nel mezzo 
dì queste ruine che si pensa sien quelle dell'Ateneo. Im 
mense fondazioni su 200 piedi di faccia quadrala , nel 
centro delle quali resta una specie d' aliare o base, a m>'z- 
10 rivestilo di mai mo, sembrano e>sere l'antico pi s'o del 
temp'O. Più lungi sono immense costruzioni in mattoni 
tulle in riiiua. A qualche distanza gli avanzi d' un gran 
teatro giacciono su quejto luogo di desolazione. Nella pia 
nura sono ancora in pedi de' cornicioni e delle colonne 
corintie a\atizi d'un altro tempio. La fortezza d' AVa S.i- 
loHi k , innalzala sul monte l'ione, ha per porta un arco 
di trionfo antico della p ù magnifica costruzione. I corni 
cioiii, i fregi, le melope. i triglifi del tempio d'Efeso so 
no stale Ira.sporlale sul Bosforo per edificare la città di Co- 
stanliuc'poli Si vedono eziandio nella pianura d' Aia Sa- 
loni k le vestigia delio sUidium ( luogo destinato a' g;noi hi 
dali al popolo). I Turchi ne hanno -strappalo i marmi per 
costruire una moschea. Al luogo ove fu il lenipio, delle 
volle che non possono vnir meno foimano vasti sotter- 
ranei turali in parte dalie continuate frane ; ed a loilo si 
;on presi per un labirinto ; poii he sei vivano ad assicurare 
la solidità del tempio sopra un terreno mob'le e pallido 
se. Le principali ruine che esistano sul luogo nv'era un di 
F.feso è la gran porla di cui qui cariamola figura Essa è 
stata costruila cogli antichi fraiiiiiienti d' un arco di liion- 
fo ; le Si iiltiiie vi sono di un bello slilec vi si riconosce l"l- 
lore allaccato al carro d'Achille e strascinalo. Ecco quel e he 
resta della settima maraviglia del mcndu! 



IL NISCIAN IFTIHAR 

ORDINE CAVALLEfiESCO TURCO 

Gli ordini cavallereschi sono i pr mi efletti che neces- 
sariamente produce l' incivilimento di una cillà; poiché son 
dessi destinati a premiare quegli croi , ihe o (ler 1 amore 
verso la patria , o per la difesa prestala ai monarchi o 
per chiare pruove di fedeltà date nelle diverse occorren- 
ze , ancor quelli che 'on la loro scienza e valore in o- 
gni genere di cosa ailaiio si distinguono. E senza dubbio 
si deve dire che le nazioni alle quali è dato in fortuna a- 
verne di molli , i Sovrani che hanno il grazioso privilegio 
di stimolate queste qualità per mezzo di un equa distribu- 
zione di segni onorifici , non possono farne a meno , es- 
sendo un principio generalmente ammesso , quello cioè di 
eccitare alle nobili .izioni per mezzo di tali ricompense. Ed 
io qui dirò con il conte Hobcrli , del quale si dice che le 
espressioni ed idee adirne sempre di grazioso stile erano 
gigli che uscivano dalla sua bocca : « ben accorti e fe- 
» liei saranno i|nei So vrani liqualiavran l'arte di ser- 
» bare agli onoii la loro primiti\a e nobile semplirilà, al- 
» lora essi con una chiave da mm aprir nulla , e con u- 
» na legacela da stringere le calzette , e con una berretta, 
» e con un fiocco potranno ricompensare i più lunghi ed 
" ardui servigi. .. Né saia discaro il ricordare co che 
avverte il P Segneri : « non es-endo per altro strano di 
» udire , che da cose piccole possono derivare cosegran- 
» dissime. Non ci predicano quasi altro di naturale nelle 
■> loro considerazioni , i politici mlle loro a\ vertenze, i 
» morali nelle loro massni.e >•. Se però un esatto e mo- 
deralo premiare é di grande ecc ilameufo nell uomo all' o- 
prare le alte imprese, il volerne all' opposto fare abuso 
ed eccedere con le disti iliuzioni , fa si che gli onori [ler- 
dano di mira la loro primitiva ist tuzione ; ed in vece di 
essere compagni ed animatori dei cuori nati per la virtù, 
sono di peso ed impedimento ad ogni niagn^nma azione. 
Costantinopoli è stati sotto i Greii la città che si disliu- 
gueva per gli ordini cavallereschi , e ie piime fondaiioni 
di essi si debbono quasi tutte all'Oriente Galanti erano 
le giostre feste cavalleiesc he che si davano da qiigli 
Imperadori; di modo che in simili occasioni vi era un gran 
conccrso di curiosi. Ed a che ai noslii tempi di progres- 
so , per volersi dare una magnifica festa in Sariiegiia in 
occasione del maliiuiunio di S. A 11. il duca di Savoia 
Viit Em. Alberto con S. A. I. II. l'Ari idiicliessa d'Auslria 
Maria Adelaide , si ordmò nella piazza di S. Carlo un tor- 
neo, perla fogj^ia allusivo a la ma;;nifi>a festa cavallere- 
sca data nel seiolo XIV in Costanlino|ioli dallo sjilend rio 
corteggio di Giovanna o Anna figliuola di Amedeo V , ha 
i duchi di S.ivoia dello il Grande , quand'olia vi andò 
sposa del Gre< o Imperadcire Andronico L'impero lessò 
di primeggiare m Ile invest.tiire di i avalieri ((iiando vi fu- 
rono ricondotti i Turi hi da Oiman che si arciò i G.eii sul- 
lo r 'mpero di Michele l'alcologo fi^^lio di ,\nd;onii o (Chia- 
mati i Turihi dipoi Onomani da Otiuan , si vide stabili- 
re per decorazione la Mczz'ì Luna, la quale é slata sem- 
pre per gli Europei una decorazione niente pregiata , le 
iiendosi piultoslo per segno di disprezzo , anziché di ono- 
re. Ma adesso Costantinopoli ci fa rallegrare del suo ini i- 
vilimento [ler la i.N|Ì!u7Ìcine del Niscimi Iflitiur, cioè deco- 
razior.e eJ insegna dell' onore, che !\Ijhoiniid lI\olle so- 
it liiiia alla rane da l\liz:a Luna. 

E regola di politica mod tirare s| esso gli ordini cavalle- 
rcsdii diversameule e fondare dei nuovi coli' abolirne gli 
antichi ; essendo solile 'e ir>ief;ne e tulli Ùoli di scn'ora- 
re poco a poco , e lac'ee dalla loro luce oris naie. Men- 
tie ciiianluiique sembri una cosa di niiin ionio il dare 
alle decorazioni un lustro ora mapg^ore ed ora niiiiore del- 
la loro primitiva fondazione , puie a! dir del llobcrii è un 



PITTORESCO 




( Il Niscian Iftihar 



avvedimento di bui na politica : « far salire le dame ora 
» pi r una scaia , ed ora per un altra , e dar loio a seiie- 
» re ora una scranna con appofjfjio , ed ora senza appof;- 
» gio , e far die i lavalieii i ra si appressino un poco piii 
» al trono , ed ora un poco meno , ora s' inginocili'iio , 
» ed ora giungano alla subliniilà di porsi il cappello in 
» tasta- 
li Tf^'rfìà , o cifra dei Sultani , situata nel mezzo del 
Aàf/wft Iftihar , è moilo aniiro traenilo la sua orig-ne dal 
patto dell'annuo trilnilo di 500 zccdi ni pel coniinercio 
de le acque del Levante a premura dei Ragusei per la sti- 
ma della fortuna del generale Ilagi l'het nella .Àl.irizza, a 
(aniline degli affari per la Crociala di Urbano V lon le 
schiere del re d' Ungheria , della Svevia , della Bosnia e 
del principe della Valachia. Ques'o paltò intanto nei fasti 
Usmani di Osman o Osmano 1 , conosciuto nella storia 
coir epiteto Cura (nero ). ò di ima quali he impcrtanza per 
(he fu di causa alla cifra dei Sultani , (he si vede torreg 
giare in capo ai p ìi solenni d'pUmii e documenti dell'Im- 
iterò O'tomano. Ù' allora in poi questa cifra è siala sem- 
pre la firma del Sultano. Ed affini he se ne possa avere u- 
na idea ihiaia mi tratterrò lirevemeiite a des:rivervi la 
sua forma Murati the era oltreniodo ignorante , con una 
mossa tutta naturale innestata in certa maniera alla bar 
bane, divendo sottoscrivere il trattato di convenzione d> 
sopra enuncialo^, e non sapendo scrivere, con la sua mano 
destra liagnaia in nero inchinstro segnò la pergamena , ser- 
vendo una tale impiessline per nome e per siggillo. La 
palma de la mano rcn le cinque dita , dei quali i tre me- 
ilii stavano drilli e ad eguale sf'azio , il pollice e l'auri- 
cii!?.re si discos'avano possibilmente dal rr.rrispondente 
vicino. Questo Tyi-hrà di prima impressione si conserva 
neli' archivio di Ragusa , e si vede noi trattato di allean- 
za poco fa enunciato 

Consecrata una tale informe impressione per c'fia del 
Sultano , nello spazio di quasi cinque secoli aliti fasti n. n 



Iia avuto , che quel'i di vedersi aggiungere dagli strìva- 
ui ali une lettere, volendone cosi quasi incivilire il pro- 
to'ipo. A quelle aste o linee principali , s'inserirono con 
graz oso intreccio il nome dell' Imperadorc , quello di sno 
padre , il qualificativo di Kan e l'epiteto di sempre vinci- 
tore : di modo che nel Tyghrà,<\\\à\c poi ebbe luogo, le 
Ire lince dei dui inedii ra[i|iresenljno I' <7/7''ed il lum del- 
le parole Sitltan e Kan ; il pollice steso la parola Ben (fi- 
-liii); ii piC(oU) , pure steso , 1' aggiiiritii semiire , la pal- 
ina della mano imlira i nomi del siiIi.mi'. e del suo padre 
e la parola t-ltorioso. Ma il regnante Abùul-i'il' ggid , a 
cui la lenerissim.j et,i , i disturbi di Nizib, e i'olibrobrio- 
sa fuga della flotta , passata con esempio d'inaudita peifi- 
dia , intera e vergine , nei porlo nem;co , non permette- 
vano di potere onestamente appropriaisi il titolo lusinghie- 
ro di sempre vittorioso , subito che si vid;; sul trono volle 
(he ne fosse cassato. Si vede adesso (he alla cifra del dito 
piccolo vi è stato soslituito un ramo di palma ; a quella 
del pollice con la palma della mano , oltre alle mulazio- 
ni richieste dalla succe.sslone dei principi regnanti, vie 
in qii'llo , la mancanza della parola i7//o/-/(/.'io 11 Tygh\i 
di ultima modificazione , figurato in uno scudo di foima 
piuttosto elliltica , giacente sotto un cerchio d. ragf,i situa- 
li tutìi in un trofeo di armi o bandiere sormcjnlato dal- 
la stella e dalla mezza-luna , forma 1' emblema di Araldi- 
ca per lo stato Ottomano. Ld a dire il vero , questo scu- 
do Turco offre una certa eleganza per la scienza del Bla- 
sone ; p(ii(hè disprez-zando i segni sol. ti a mettersi , nella 
! sua semplicità dà un idea letteraria p"' questa scienza , 
1 che naique quando le altre scienze utili giacevano in ob- 
li io. 1), iiliimo si fa notare che il suicennalo Tyghrà è 
' (iistodlto dal ^oscranci basò , cioè segrelaiiodi siato pei' 
• la sottoscrizione d /l Sultano . e Costantinopoli iio\era, a:i- 
dip essa 11 guarda sigilli , tra le sue primarie dignità. 
Mihnmud II neir inverno del 18'28 per premiare il me- 
' rito e la fedeltà di lutti quei personaggi s'i Turchi th^; Eu- 



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L OMNIBUS 



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Topcì , coraantlava (he di questo Tyghrà, oggetto lanto me- 
niuiabile nella storia Turca, se ne fos«e formalo un ordi- 
ne ravallerpsco ; volendo coi dare un tracollo alla incz 
za/utta disliiifivo anilchissinio dei Maomettani. Voleva il 
Sultano , (ile questo (ospicMO ordine dell'Impero Ottoma- 
no fosse composto dal Ty^hrii , die in campo d'oro di uno 
scudo limitato da una fascia di 32 diamanti avesse forma- 
to la parte interessante dell' ordine Volle eziandio die 
due rami di 20 fronde ne ciri ondassero la fif;ura interme- 
dia. Le f(as( he sono anche di diamanti a diversa grandez 
za , che con la loro bellezza , (oncorrono a renderlo im- 
iiiensanientc galante. \]\\ travello verti(alc avente la figu- 
ra reltangolaie , che porta 7 diamanti di una piìi notalii- 
le grandezza , C(mgiiinge la decorazione ad un nastro di 
color rosso , (he pende dal collo del cavaliere. L'ordine è 
di tre diverse classi di cavalieri , e la loro differenza è so- 
lamente osservabile dalla ricchezza della decorazione , la 
quale è maggiore o minore , secondo la varia (jual.tà dei 
personaggi ai qcali esso viene conici ilo Dopo la morte 
«ji un cavaliere gli eredi non delibono restituire al Sultano 
la deiorazione. Non vi è un abito di cerimonia per i ca- 
valieri del Niscian ; anzi con 1' ultima riforma d. I mini- 
stero Turco avvenuta nel IH 52 , essendo disparsi tutti gli 
iinifoimi digli antichi dignitari dell' Impero , si ordinò (he 
il Gran-Vesir , Sceik , Si'raskier , Cupiidan , e lutti gli al- 
tri ministri e capi della nazione si fossero distinti dal i\7- 
scion in diamanti, apposto sul pitto, e dal Karcani ( man- 
tello ) più meno ricamato secondo il grado. Vi sono 
nell'Impero Ottomano dette decorazioni che servono a di- : 
stinguere i diversi posti della milizia Turca , ma di queste 
ce ne occuperemo in altro aiticelo. I 

A compimento di questo cenno sul Niscian non dispiace- i 
rà il ricordare che la sua prima distribuzione fu fatta ad un j 
Italiano. Timoteo Calosso Piemontese si portò nel 182G a ' 
Costanliiiipoli , e con le sue ottime qualità si attirò la prò- I 
tezione e la stima dei Sultano Hahomud II. Difese la reti ■ 
gione Cattolico-Armena allorché iMahomud la diede bar- ! 
Raramente in preda dei suoi perseculori. Egli |)f r 1" in- 1 
trinseco e verace attacamento die nutriva verso il Sulta- 
no sempre gli giovò con consigli in tutte ìe rcrorrenze. 
Col suo tenero e cristiano cuore dette soirorso a tutti quan ! 
li gli Europei (he vennero dalle sventure sospinti in quel 1 
suolo , ed al dir del Baratta " insegnò più coi fatti th.' i 
>• colle paiole quale debba essere V uomo probo e gen- • 
X lile , e diede alla corte ed al popolo tmco l'esem^jlo di 1 
>• solida e costante virtii in cui principaliiienfe è il vitm | 
» glorioso, e profittiVide ini ivilinv nto. » Il Cilossn fu 
il piimoche venne insigniti, dal Sultano di simile deco- j 
razione ; e deve essere grato agli Italiani , il vedere (he \ 
un estero vien preferito al Gran l'fzir ( vicario del G'an j 
Signore ) , eJ a lulti quei grand, imp (gali , che concorro- 
no all'ordine ed alla decen7a di Costantinopoli. V. qui si j 
scorge con piacere, (he ognora ijnando gì" Italiani voslo j 
no dimostiare la magnanimità , ed il valure propiio della ' 
loro nazione , lo possono , e (he non si è estinta in essi \ 
la grandezza dei. e impiese dei loro antenati. Eglino in j 
i|Ualiinque paese si fermano , son tenuti sem[ire in altissi- \ 
Hill pregio , e sebbene fosse la città coltissima per tiitfi ! 
rami del sapere umano . pur essa gode di onorare il meri- j 
lo de' saggi Italiani , anche peri he la gratitudine impone i 
ad ognuno di rispettare in loro i discendenti dei difensori \ 
della scienza nei tempi dell'ignoranza. I 

Benedetto MiNicitiNi. j 

^"^~ ! 

E GENEUALK DELLE CVAUDIE DEL GI'.AN MOGOL. j 

Delhi è l'antica capitale! dell' impero Mogollo fondato ] 
da Babour , ulo de' ilisccndenli di Tamerlano ; impero j 



I che dopo aver esistilo due secoli con gloria, è decaduto 
i rapidamente a' nostri giorni , e non ne resta più che un 
fantasma di sovrano, il quale risiede ancora sovra un tre- 
DO a Delbi protetto e pensionato dagllnglesi. Questa città 
} non è più che 1' ombra di sé slessa, e non ha guari tutto 
si risentiva ancora della confusione eccitala dal viaggio 
del governatore generale e comandante in capo , Lord 
Araersl, il primo governatore inglese che abbia fatto una 
visita all'imperatore o Gran Mogol, e cui sia stato accor- 
dalo il permesso di sedere in sua presenza. 11 nipote di 
Tamerlano senti vivamente questa ingiuria e si dice che 
ne versò delle lagrime. Oggi il potere di (juesto principe 
non si estende oltre le mura del suo palazzo , il quale , 
costruito nel ceniro della città , è come la tomba nel cui 
seno son venule a spirare la gloria e lo splendore del- 
l'Oriente. Pochi paesi hanno sopportate tante occupazioni, 
pochi si son veduti trallafi tanto crudi finenle da' vin- 
citori quanto l'Indie, e un gran numero di città, opu- 
lenti altre volle, non sono più oggidì che miserabili vii- 

Generalmente le strade delle città dell' Oriente sono 
strettissime ed oseiirissiine. Al Cairo , se per isciagiira 
voi incontrale su' loro marciapiedi una Illa di bellezze co- 
perte da capo a piedi, come in una maseberala, ritiralevi 
prestamente , o meglio rassegnatevi ad esser serrato co- 
me una mummia contro la muraglia , per aver osato ar- 
restarvi sul loro passaggio. La grande strada di Delbi , 
chiamala Chandery-Chi kè , la più larga forse di liitle 
le città orientali , è una eccezione a questa regola. I>e 
case hanno di distanza in disianza deMialconi in cui gli 
nomini si tengono seduti magnificanieiile vestili di bian- 
che stoffe , fumando la loro lunga pipa, ed in cui le don- 
ne che hanno dalo addio alla modestia , vengono a mo- 
strarsi senza veli. Il fracasso d' una cillà si popolosa ù 
iiiesprimibile ; ciascuna casa sembra allreltanlo piena , 
quanto un' arnia di api; due centinaia dì abitanti sono 
quivi radunati in una circonferenza di circa due leghe, 
estensione delle reiira della moderna Delhi. 11 nitrir dei 
cavalli, il muggire del grosso bestiame, il fracasso deMe 
ruote de' carrelli , il suono della tromba degli elefanti , 
le grida lamentevoli de' camelli, variali ordinariamente 
da' ruggiti del leopardo e della tigre , i quali porlan la 
musoliera e son condotti perle strade, alfine d'esser ven- 
dute agli amanti per andare alla caccia de' quadrupedi 
della loro specfa , e questo rumore sorpassa ogni idea. 
Tra i naliirafi se<nbra esistere una specie di familiarità 
che molle ad un trailo ciascuno come più gli aggrada. 
Se uno straniero culra nella cillà, e trova un gruppo 
di gente dedito a i|ii;»lclie diverliiiieiito , può senza nes 
Simo scrupolo niiscbiarvisi , e prendervi una parie at- 
tiva come se avesse conosciuto da'primi suoi anni i mem- 
bri che lo compongono ; ed allora olfreiido la sua pipa, 
air un d' essi pure ricevendone una , segno evidente 
dell' ospilalifà che attendeva , si siede e raccoiila la sua 
storia ci Ilo slessa abbandono che se fosse della famiglia. 

Le caso di nellii sono irregolari nella loco coslriizioiie 
e spesse volle curiosainrnle decorate. Delle cortine di di- 
versi colori pendono innanzi alle porle , ed il coslumedi 
sospendere i veslitnenli a' tetti delle case per asciugarsi, 
fa rassomigliare gli edifici cos'i adornali al piacevole a- 
spelto d'un vasce lo pavesalo in un giorno di festa in pie- 
no mare. Le nubi di polvere sollevaledal prodigioso nu- 
mero degli e(]iiipaggi , e poi le miriadi d' insclti che as- 
sediano le bulichile de' pasticcieri , sono iacontrastabil- 



PITTORESCO 



III 




( Generale del Gran Mdgol ) 

niente ciò che vi ha di più inlollprabile in quella vasta « gnaglia l'abilità di questi ultimi ntl far valere la loro 
città , coma pure lo stufoso odore de'iliffprenli articoli U mercanzia; i mercati sono numernsi ed in poche ore 
di manifalliira che si prestano sotto oli occhi vostri. Una ^ voi polole vedervi profuse tulle le produzioni del glolio. 
grande abitila e grandi precauzioni sono aecessarie nel n Gli orelioi di Delhi sono abilissimi ; e i nearaatori fami- 
percorrere le vie di Delhi , specialmeule a cavallo ; bi- H gerati per tutto T Oriente Un li-alhco non interrotto re- 
sogna gridare, spingere, urtare, rovesciare, menar ^, gna Ira iiuesta città e Cascemira , ch.e spesso manda i 
scudisciale a dritta ed a manca, per avvertire la molli- ii suoi scialli , per ricevere nn ricamo d'oro e d argento. 
Indine e determinarla a disporsi ed a cedere il passag- h Una lega prima d' arrivare a Delhi, la strada non ot- 
gio. Di tempo in tem[.o avete a serrare una fila di cam | fre che nna spaventevole scena di desolazione , una se- 
mdli pesanlemeuti carichi, od a rinculare vivamente in- M que'a di mine e di sepolcri , che sono avanzi di coslrii- 
nanzi ad una schiera d' elefanli , e se it vostro cavallo p zioni in mattoni . di frammenti di pietre , At granilo , 
si spaventa al vedere .juesli ullimi animali , il che sue H di marmo , diffusi da tutte le patti sopra un suolo na- 
cede spesso , v'è bisogno di destrezza per evitare d' es- K luralmente arido e senza un so'o lilbero. (Jmvi erasi- 
ser lancia'o in calderoni pieni d' acqua che bolle da eia- a Inalo il vecchio Delhi , quivi 1' avevano fondala i re Pb/- 
scun lato della strada innanzi alle botteghe de' cuochi. ^ tani sugli avanzi della città indiana d' Indrapel. Quando 
La paura sorprende spesso neHo stesso tempo gli elefanti W la ciltà attuale , che certo occupa una posizione più van- 
e allora quesU tentando di scappare all' avvicinarsi d'un p laggiosa, fu edificata daShah jehan, vi condusse a furza 
cavallo , mettono 1' intera strada nella piti strana confu- ^ mol'ti abitanti dell'antica; degli altri li seguirono ben pre- 
sionp. Il pericolo non e menoatl' incontro del corteggio p sto senza che vi fosse bisogno di costringerli per essera 
d'un gran personaggio , corteggio in capo al qiiat s'a- ^ più vicini alla corte ed a principali mercati ; linaimenis 
vanzaima moltitudine di schiavi , quasi tutti nmli, gri- p siccome durante la guerra Mar;iUa. nessuno j>oteva dor- 
dando il nome del loro padrone e seguiti da drouiedarii » mire in jiace senza esser protetto dnlle mura . il vec- 
e da elefanti, dopo cui viene il palanchino che porta il | cbio Delhi non tardò gu-ari ad essere interamente abb.m- 
persouaggio , circondato da una scorta analoga alla sua !^ donalo. 11 nome olficiale della città oggidì esis'enle ò 
vanguardia. Del resto lo stesso concorso di popolo e di U Shah johan Pour o vale a dire città del re del mondo; 
juercalauli ingombra, tutte le strade di Dellu ; nulla e- | ma quello di Dellii s adopera sempre ne.laconversazio- 



Ii2 



L OMNIBUS 



ne ed in tulli gli atli scritii che non debbono esser sot- 
toposti nll' imperatore. Una massa di mine più conside- 
revole delle alire indica il luogo in cni slava l'anlico pa- 
lazzo Palan, che si vede essere stala una larga e solida 
fortezza. La sola cosa che vi si osserva è un alto pila- 
stro nero di metallo fuso chiamato Canna di Fiiio/a. 
Era altre volle nn emblema del l)ioSiva che racchiude- 
va una pagoda innalzala in quello slesso luogo . ed a 
proposilo del quale una tradizione diceva che (ino a 
quando sarebbe rimaslo in jiiedi , i figlinoli di lìrama 
continuerebbero ad essere i padroni lu Indraptit. Allor- 
ché i Persiani ne fecero la con(|UÌsla la vanilà delia 
profezia Ui dimostrata , e Firoza racoJiiude il pilastro 
dì cui si traila nella corte del palazzo come Irofeo della 
villoria dell' islamismo suH' idolatria. Qiieato pil.istro è 
coperto d'iscrizioni persiaie ed arabe; ma la |wii antica 
di tilde, a ciò che sembra, quella die senza dubbio con- 
tiene la predizione, h in caralleri il cui valore signi- 
ficativo è interamente perduto. 

Verso il mezzo della slrada Chand^iy Chi,kó di cui 
abbiamo già parlalo s' innalza il palazzo imperiale mo- 
derno che fu fabbricato dall' imperatore Sbah jehan. Es. 
so è circondato da una muraglia di 60 piedi d'elevazio 
ne , munita di merli, fiancheggiala da picciole torri cir- 
colari , con due magnifiche porle. Il tulio è costruito in 
granito rosso e cinto da un largo fossato. Nondimeno 
non è punto ciò che si chiama un castello forle . imn 
polendo le mora resistere che alle frecce ; ma come ntii- 
iazione d' un sovrano , è nn luogo di ogni bellezza. Delle 
sentinelle in unifonne rosso , [ìcrchè sono delle cipaye 
dell' esercilo regolare della compagnia didle Indie Orien- 
tali montano la guardia al difuori ; nell' interno prestan 
servizio i soldati de' due battaglioni provinciali levati in 
nome dell'imperatore. Essi sono assai ben disciplinati al- 
l'europea , ma non hanno che archibugi a miccia e con- 
servano il costume orientale ; il generale che li coman- 
da ( vedi la figura) qiiai tunipie sotto la di()endenza della 
compagnia delle Indie è riguardalo come un familiare 
del Gran ]\l)gol ed alberga nel suo palazzo. La cerimo- 
nia principale d'una visita all'imperatore consisto in 
cambio di doni la cui q-,ianlità è fondata sul grado del 
visilalore. L'è una cosa importantissima ; il numero dei 
saluti è regolato , e voi dovete offrire una somma di da- 
naio che il principe s'affretta a ricevere e che aumenta 
i suoi risparmi. 



^ sihiose senza b:sognoalcuno— reròavvegnafhèl'iducazio- 
n ne influisca molto allo sviluppo dil coraggio, e le lon- 
W giunture possano ingrandirlo e quali he volta desiarlo del 
Il lutto, è cionnnllameno sicuro che desso sia piulloslo una 
Q qualità morale innata all'uomo. 

rj Cornei he siffatta nobile tendenza dell'animo nascendo 
w con la vita passi piot;ressivamente per diversi stadi , ed 
|g addivenga volta e volta desderio liÌMigno passione , è in- 
Q diiLilaio ancoraché l' iiiilnenza delie circostanze esteriori 
n possa agire allo sviluppo di esso, e produrre de' resultati 
« (he non sieno in r.ippoilo diretto (olle predisposizioni che 
H dapprima siissiitevano in ab un animo (Jnesta seionda 
maniera di coraggio, che a differì nza del primo naturale, 
H ch'ameremo di circostanza | nò geriiiegliare dall'esempio, 
^ dilla speranza di distinzioni, dall'amor di gloria ed al- 
g rune fi.ilc ancora dalla necessità di trarsi fuori d un iiu- 
Ù m nenie pericolo. Si è detto da luoili ihe la tendenza al 
a (oraggoe lo spirito di battagliare nascano da crudeltà , 
« ciò (Ile chiaramente falso appare da inoFti»simi esempi fra' 
B qiiali ne piare mentovai e quelli di Deg lei slin, di Turen- 
tà na e di Nipoleone , i ipiali furono i oragglosi si ma non 
Q (Tiideli. \l mag.; oruieiit ■ avvenl.tti li -emiira l'altra sen- 

e" lenza die il coraggio na?ca dal si-nlliiieni 1 della propria 
forza, dappnii he molte pagine della storia ne addimostra- 
H no lo'aimcnte il contrario. 

M Napoieone ( he pnsìeditte eminenfemenre iifFiila qnali- 
M 'à mora'e 1 i ha fatto conoscere die il coraggio per lenden- 
tl za possa aicresiersi o mitigarsi in divr>e ;iuilegiie (()n- 
15 eiiinluie, e vada .-pe»se vo te sobnrdiiiato alla [uiidt fiza. 
ìÀ (}iiesìo iioiiio (li niiov.ì stampa die con una sola parola 



W 



ANDIAMO AVAiNTI» A VA ISTI 

L'esperienza ne della che ciascun uomo è tale quale ven- 
ne dalla natura formato, perocché egli siegue gl'impulsi del- 
l' animo suo, e quantiinipie.in questi sia mitigato per fer- 
ii d'educazione, volge nnlladimeno a quelle tendenze cui 
per propria indole i spinto Nò didibiamo credere die il 
foraggio sia per avventura tale qualità morale chi' si ac- 
(]uisti solamente per educazione , anzi qualora volgiamo 
un guardo d' intorno . ne verrà fatto (hiaro che desso è 
insito neir uomo , e (he spesse fiale si manifesta fin dalla 
tenera età. — Il popolo, (piesto libro di storia contempo-- 
ranca (he ne sta aperto tiiltogorno d'innanzi, viene in 
aiuto del mio asserto, e mostra che la svariata gente onde 
esso s'informa, comediè priva di educazione, ha nnlladimeno 
degl'individui che sprezzano il piiiolo, bravano ipiahin- 
que ostacolo, e vanno in cerca di brighe di avventure li- 



H inspirava la fiducia ed il coraggio ne" suoi soldati, (questo 
!i genio della giieria ilie sorrideva sprezzantemente agli o- 
j| staroli, (he ne' periioli e nelle avvi ntate intraprese vive- 
va solamente ama di vita, riuniva io se (jnell' altra specie 
(li coraggio, onde sgraziatami nie fummo ognora piii po- 
S! veri che del coragg mil.tare I'>" del coraggio civile ih'io 
^ m'intendo parlare: il quale non nascendo come l'altro 
ii dall istinto della pr ipr a difisa, ma avendo .sorgente nella 
^ fermezza di rarattere, ha prodotto tanti martiri (lolitii i e 
ti religiosi. Gli uomini che di esso vanno forniti sono irreoio- 
|| viliili nidle loro opinioni e risoluzioni, sono daddovi'io co- 
li raggiosi , e sacrificando tutto , benandie la vita . non si 
g piegano giauiiu.ii ; e Bonapai te f.i uio>tradici) Mi poi- 
ti (Ile siffatta (piatita morale fjrma i grandi U(;.;;in; ed i 
y grandi delinquenti, secondodiè le opinioni loro volgono in 
tì buono e in mal verso, al giusto o aU' ingiusto, cosi ancora 
g egli andò sosgetto a le medesime veri, e qn.'di he volta dette 
ti in grandi ed irrimediabili erroii. C'enniillameno poihissi- 
^ mi esempì ne aveva present.atu la storia di nomini ( he pos- 
H sedessero eniinenteniente il coraggio militare e dvile , e 
g lo mitigassero alcuna fiala co' dettami drlla prudenza. 
il iMa se per poi o ne fac( iamo a seguire Napoleone fra 
^ tutte le luminose veri delle sue guerre , se io accompa- 
fij gniamo con guardo scrutatore nel momento ancora che la 
« sventura gli ha posalo sopra la sua mano di ferro, e che 
M la gloria, l'estimazione, ed i trionfi non son p ìi per lui 
a che de' sogni lusinghieri , noi lo scorgeremo sempre ani- 
li mato da qupll' indomito coraggio che solleva l'animo a ta- 
g le superba altezza d'onde non scende pi r forra di traver- 
lì sie mai. In ogni campo di battaglia che segna una vitto- 
li ria , noi lo vediamo restar freddo di mente in mezzo al 
3 fuoco nemico , aringare con parole di fuoco (]iie' soldati di 
fuoco , e col sorriso della soddisfazione sul labbro correre 
^ ad eseguire que' piani strategici the il suo genio aveva 
p segnato ! 

iVllrate'o in i]nella positura di traverso rhe rampogna ai 
p snidati della guardia inqieriale le grida di andiamo adenti 
ii in mi li ha spinti l'entusiasmo ond' erano pieni. Eppn- 
re il suo cuore palpitava di gioia, i suoi sentimenti anda- 
^ vano all' unisono di quella gioventù di fresco levata , la 



^ 



PITTORESlO 




.(Yz/i/^^^^^f/ t:^/.Y^^^//, ^f fy^/f/i''. 



quale cr? condannata all' inerzia, e guardando le prodez- 
ze de' loro rompasni sentiva bollire il sangue nelle vene 
ed anelava lialtaglia — E-^a Jena li campo in cui que' pro- 
di cacciavano cnlnsiasli il gr:do di giiirra, era Jena (he 
doveva lavare la Francia dall'onta di Rosbacco ! 

Il nemico ditendeva 1' a'g nainento che da Jena corre a 
Weimar — L' Imperatore era giunto a Je'na, e dalla som- 
mila di un monticillo temilo dall' aniigiiardo francese vide 
i provvedimi nti dell' oste avversa. V. spettacolo degno di 
vista due eserciti erano uno in fai eia dell'altro: il f'russia- 
no (he estendeva 'a sua linea di fronte per sei leghe ed ali- 
Lracciavacoi f'iochi ratmovfera, il Fran eseihea mala pe- 
naaveva tiatio po(a arligliir a sul niontii elio, ed apparen- 
temente in breve spa7.ioi suoifuodii raci hiudev.i ! iNapn. 
leone era dappertutto, e r cardava la rinomanza ond' eia 
accompagnala la cavalleria nemica , la vittoria d Ulma 
avvenuta un anno innanzi quasi in quel tomo di tempo, 
e lo scadimento di riputazione e di onore qualora lasi.is- 
sero al campo al passaggio od alla fuga de! nemico — Cd 
i soldati, Andiamo afartti, marciamo — quello sf'S-;o grido 
die mettevano dappoi alcuni giovani della guardia Itnpe- 
I iali e n' erano rampognati, dappoiché con 1' entusiasmo e 
col coraggio loro avrebbero noiiiito all' impresa 

La giornata campale di Jena similmente die molte altre 
onde s' immoitahrono i francesi, si rompi col trionfo do- 
vuto al genio ed al coraggio di Napoleone; e 200f)U prus- 
siani fra m.irti e friti, 2ò bandiere , .'iOO Artiglierie, e 
ninnerc considerevole di magazzini di vetfovagl-e cadde- 
10 in potere del suo esercito, il quale a mala pena 1200 
morii e ?>000 feriti coniava. 

Avrebbe per \iv ventura la vittoria sorriso egua'menle 
a' Francesi se Bmapaite non fosse sfato? Avrebbero essi 
I irse inleso il piingt)b) del coraggio s'i forte se altrimenti 
fosse andati) la hisogna? Non ma '.Cornei he forti, coraggio 
si ed aiiih' temerai i , sarebbe a loro mancato la voce e la 
presen/.a di'olui die cacciava l'entusiasmo nelle file de'suf.i 
«■ Col guardo o (ol sorriso annunciava un novello trionlo. 
BunaparlH era prec isimenle !' uomo (he possedeva quiTa 
maniera di cor.ijjijio the abbisogna ad un cunduUiero d ar- 



£j mata , e qualora svolgessimo le pagine della storia ne 
& verrebbe fallo conoscere con immensi esempi , onde va 
(fi pieci|)uamenle adorna la storia nostra, che grandi e valo- 
Ù rosi SI mostrano i soldali, quantunque volte grande e va- 
^ loroso è il capitano che li guida. 
iì L d' Atala. 



DI GEOGRAFIA FISICA E POLITICA 

( r. il num. 7 ) 

Slonarctaia Francese. 

Posizione astronomi/a. Longitudine tra il 7." 9' occiden- 
tale, e .5." 56' orientale Latitudine Ira '12." 20' e 51/' 5'. 

Confini. Al noid la i\Linica e il Tassodi Calais (he d vt- 
dono la Francia dall' Inghilterra, il regno Belgico col gran 
ducalo del RisvO Reno, e il circolo del Reno appartenerne 
al regno di Baviera. All'est il gran ducato di Biden , la 
confederazione svizzera ed il regno Sardo. Al sud il iMe- 
diterraneo , li Spagna e la repubblica di .\ndora. Ad o- 
vest 1 O.eano Ailantico ed in pa^te la Manica. 

Paesi— La Frane a e d visa ogg'd'i in 8(j dipartimenti. 
Dividevasi pri'ua della rivoluzione in .32 governi o provin- 
c-- di CUI sei al nord, sei a l'est , sei al s.id , sei all' ove^l 
ed otto nel mezzo Le sci al nord erano: la Fiandra, ca- 
pitale L' la ; l'Arlois, ^rras ; la l'icarriii, Amiens ; la Nor- 
mand a . Rouen ; I' isola di Francia, Parigi ; e la Sciam- 
pagna. Troyes. — Le sei all' est erano: La Lorena, Nan- 
(" y"; r Acazia, Strasburgo ; b FVanca Cintea, Besaiizrne ; 
la Rirgogna , D gione ; il L'onese, Lione ; e il Delfinalo, 
G-enoble — Le sei al sud erano : la Provenza. A'x ; la Lin- 
gii.i'loca, Tolosa ; il Rossiglione, Perpisnano ; I cntado 
di FvX, Foix ; la Guienna e la Guascogna, Bordeaux ; ;1 



Ii4 



L OMNIBUS PITTORESCO 



Beani, Pau — Le sei all' ovest erano : La Sainlonge e 
J Angiimcse, Saintese Angoiilcnic ; 1' Aunis, la Iloiheile; 
il l'oitoii, l'oiters; la Brela^na, liennes: l'Angiò, Angers; 
e il Maine, le Mans — Le otto nel mezzo erano : I' Oilea- 
nese Orleans ; la 'i'urena , Tours ; il Berry, Boiirges ; il 
Is'iverncse , Nevers ; il Narlionese , Moulins ; la Marche , 
Giióret ; il Limosino, Limoges ; e 1' Aivernia , Ciermont- 
Ferrand. L'isola di Corsica capitale Bastia foimava an- 
ch' essa un governo. 

Montagne — Tutte le montagne della Francia continen- 
tale appartengono a' trcse;;iienti sistemi ; Esperico, Alpico 
e Gallo Francico. Da! seno di queste montagne escono i 
21 fiumi le iJO riviere navigaliili ed i 5000 corsi d'acqua 
all' incirca che fecondano il suolo della Francia. 

Isole — Le prindpali nell'Oceano Allantiio sono : Ou- 
essant , Si in, Groaix, Belle-lsle, Noirmoulier, Dieu, He, 
e Oleron Nel JMediterraneo oltre la Corsica i gruppi di 
Hyeres e di Lerins. 

Lufj'hì — Pochi laghi ha la Francia fra cui il principale 
è quello di Grand-Lieu ; ma in compenso ha molti stagni 
e lagune. 

Fiumi — La Francia ha 21 fiumi principali • Il U<>no, la 
Mesa e la Sctitlda che si scaiicatio nel mare del Nord : 
la Somma, la Sonna , 1' Omo , la V.ra , la Hanria , nella 
I\Ianira : l'Alno, il B'a\elto, la \ ilame, la Liiira, la Sr- 
■\'ra Nioitese , la Charente, la Gironda, l'Aduio ne.lO(ea- 
no Allantico ; 1 A ida, V IL-raiilt , il Rodano , 1' Argens , 
il Varo nel IMediterraneo. Tutti chi più chi meno hanno 
afiliientì. 

Candii — La Francia ha 8G canali compiuti o presso 
ad esserlo the mettono in comunicazione le diverse sue 
contrade. I principali sono : il canale del mfz/.orì'i detto 
pure Cinale Heali-, quello d.l Centro o del Charollais, dal 
Rodano al Reno, di Borgogna, di S. Quintino, della Som- 
ma, di Briara, di Loing, di Orleans , dell' Illa e Rancia , 
di Bretagna , del JNivernese , dell' Ourq , e il laterale al- 
la Loira. 

Strade di ferro — Sei strade di ferro ha presentemente 
la Francia e sono le segui'Hti : Da S. Stefano alla Loira, 
da S. Siefano a Lione, D Andrezeiix a Roannes, d'Alais 
a B-anrare, da F.pinac al canale di Brgogna, da S Gir- 
mano a Parigi. Per altro m^lle altre sono in disegno per 
mettere in comunicazione le interne contrade del regno. 

Einogiofio — Ne parlammo già a disleso allorché fa 
cemmn parola dell' Europa in generale, ma giova il ricor- 
dare che gli aliitanti delia Fiatn ia si dividono in cinque 
grandi famiglie ; ia (ireco-Lalina, la Germanica , la Cel- 
tica, la Basca e la Si'mitica. 

Religione — Più 14 quindicesimi degli abitanti della 
Francia professano la Religione Cattolica ; ma la costitii- 
zlcme concede la lilinrià de' culti a lutle le altre religioni. 

Governo — ì\l"naichia costituzionale. 

Industria — Non è a d re in ()uanto mowmenlo sicno i 
paesi della Frane ia in tutte le specie d' industria che ren- 
dono il suo commercio interno estesi-simn e grandissimo. 

Commercio — Tanti sono i mezzi che l' industria nazin- 
na porge alla Francia da rendere il commercio di essa 
uno de' pili proficci e necessaii dell' Ei!ro[)a. 

Dìi'isìone amminisIraliiO — Gli 8G scompartimenti o 
prefitlure in cui è divisa la Francia si suddividono in 3G.'i 
sottoprefetture o circondarli, questi in 28i5 cantoni ed i 
cantoni in 3H,62.3 comuni. I di(iai timenti sono i seguenti — 
ISon polendo per l'angustia de! luogo tulli annoverarci 



paesi che la compongono faremo menzione de' dipartimenti 
solo e delle loro capitali Le cifre dupo i nomi ui ciiin in- 
dicano in migliaia la loro popolazione ; si designarono in 
fraz oni decimali le centinaia d'abitanti al disotio d'un 
centinaio. La lettera A indica Arcivescovado; la V, Vesco- 
vado; la P, Porto. Le parole in maiusioleito indiiano le 
antiche province suddivise oggi in diversi d partimenti, che 
sono scritti in corsiTo. 

FiAisDi?A — Nord, Lilla, 69 — AnTois — Passo di Ca. 
lais, Arras, 23, Y. — Picardia — Somma, Amnns,4à, V. 
— NoiiMANDiA — Senna inferore, Rouen, 88, A, P. Eu- 
ro, Evreiix, IO, V. Cahados, Caen, 39. La Manica, Szinl- 
Ló, 8 O'ne, Alenqon, [ 1 — Isola di Francia — Senna, 
Parigi, 774, A. — Senna e (hsa, Versaglia, 27, V — Sen- 
na e Marna, ì\lelun, 7 Osa, Beauvais, 13, V. — Sciam- 
TAGMA — Aisne, Laon, 8. /^uéi?, Troyes, 24, A'. Alta Mar- 
na, Chaumont, G. Marna, Cliàlons, 12, V Ardcnne, Me- 
zières, 4 Meurthe, Nancy, 30, V. Moselln, Melz, 45, V. 
Mosa, Bar-le-Duc, 12. Vosgrs, Epical, 9 — Alsazia — 
Basso Reno, Strasburgo, 50, V. Alttì Rena, C^^\mAv, 51 — 
Fu A MCA Contea — Doubs , Besanzune ,29, A. Alta Son- 
no, Vesoul, (;. lura, Lons-leS.iulnier, 8 — Borgogna — 
Costa J' Oro, Bigione, 2G, V. l'enne, Auxerre 12. Sunna 
e Loira, fllacon, 1 1. Ain, Buiirg, 9 — Lionese — Roda- 
no, Lione, I3i, .\ Loira. Moulbiisson 5. Isère, Greno- 
ble, 25, V. Drome, Valtnzj, IO, V. — ]'ro\enza — Alte 
Alpi, Gap, 7, V. Hocche del Rodano, .Marsigl.a, 145, V, 
P. Basse Alpi, X)\f,ne,'ì, V. f^aro, Dcaghignan, IO — LlN- 
GUADOCA — Alta Garonna, 'lolnsa, GO, A. Tarno, Mby , 
12, A. Alile, Cari assona, 17, \ . lìerault, Monlp.llier, 3G, 
V. Card, N mes, 4 I , V Lazere, Meude, C, V. Alta Loiia, 
Le Puy, 15, V. A'dèche, Privas, 4 — Rossiglione — Pi- 
renei Orientali, Perpignano, 17, V — Contea di Folk — 
Ariège, Foix, 15 — Bearn — Bassi Pirenei, Pan. 1 1 — 
GuiENNA E Guascogna — Gironda, Burdeanx, 109, A, 
P. DorJfl^na , l'eiigucux, 9, V. Lot e Garonna, Agen, 13. 
Lot, Cahors, 12, V. Ai'eyron, Rodfz, 8, V. Tarno e Ga- 
ronna, IMontauban, 25, V. Lundes, JMont-de-Marsan, 4. V. 
Gers, A neh, IO, A. Alti Pirenei, Tarbe», IO, V — An- 
GiMESE — Charente, Angouicme, 15. V — Aunis e Sain- 
tonge — Ch'rente Inferiore , La Roccella, 11, V , P — 
PoiTou — Vienna . Poitiers , 29 , V , Due Sare , 
Niort, 16, Fandea, Borbone Vandea, 4 — Bretagna — 
Ille.et Viìaine , [\ennes, 30, V. Coste del Nord , Saint- 
Brieuc, 10, V. P. FinUterra. Qiiimper, 19, V, P. Mor- 
bihan, \'annes, IO, V. Loira Inferore, Nantes 87, \,V. 
Angiò — Mnine-et- Loira. Angers, 33, V — Maine — 
■ aria. Le Mans. 20, V. Muienna. Lavai, IG — Oulea- 
NESE — Zow/, Orleans, 10, y . Euro et-Loire ,Chir\TfS, 

14, V. Loir et-Cher, Blois 13, V — Tuc.ena — Indreet- 
Loira, Tours, 23, A — Beiiry — Cher, Boiirges. 2'), A. 
ladre, Chateanroux, Il — Nivernf.se — N.ii^re, Nivers, 

15. y — BoRBONESE — AlVer, Miuilins, 15. V — Mar- 
che — Create , Guerct, 4 — Limosino. — Alta Vienna , 
Liinnge?, 27. Correte, Tulle. 9. V — Alveiìnia — Pity- 
<fif-7?(;m^, Clermont-Ferrand, 2<S V Can/rt/, Aurillac. 1 0— 
Contado d' Avignone — Falchiusa, Avignone, 30, A — 
Isola di Cor.sicA — Corsica. Aiaicin, 9, V, P. 

Possessioni — Comunque il trattato dei I G3 abli'a ri- 
sii itte le possessioni della monarchia fran' ese funri d'Eu- 
ro[)a, le restano nondimeno ancira inipoi tanti colimie. La 
siqierficie comprese le colonie di 100,000 miglia quadrate, 
e la popolazione d' intorno a 32,G02,OUO abilanti. 



Tipografia dell' OMNIBUS 



Direttore proprietario: V. TORELLI. 



UN lOGLIO GRANA 5. — UN SEMESTRE 1.30. — Un' ANNATA 2.60. — PER l' ESTERO UN ANNO 3.60. 




(Camera di Napoleone a S. Elena) 



Quel periodo della vita di Napoleone il quale rnniprendc 
i giorni da esso passati sdIì' inesorat)ile rupe di Sani' Ele- 
na , è uno squarcio storico sì peregrino, si grave, .^i com- 
movente , che può dirsi , senza liinore d'inganno , non 
esservi nelle cronache degli uomini episodio alcuno a que- 
sto paragonabile. Né è quindi a stupire se l'opera immor- 
tale in cui il temro e fedele LasCases andò via via regi- 
strando tutti ipiii minuti particolari di tale periodo, fu ac- 
colta dal mondo intero con tale uno slancio , un' avidilà, 
di cui non v' ha forse eseni[iio. 

Happresenla l' incisione posta qui in fronte l' interno 
della camera cubiculare di Napoleune a Longwood, quella 
medesima in cui il Grande re.se a Dio uno spirito che 
tanta orma di sé lasciava superstite sovra la terra. j 

« Tulio ciu ( he rannodasi all' Imperatore, o ad esso ri- i 
feriscesi , dice il Las Cases , sembra acquistare inestima- ' 
Me prezzo : mille e mille persone divideranno senza dub- ! 
hip questa mia opinione. Spinto da tale credenza accingo j 
mi a descrivere qui la dimora che esso occupava . gli ad- i 
debbi che decoravanla, i piii minuti particolari della sua ' 
loelelta eco J'oichè un giorno verrà forse , col tempo , ! 
in CUI suo figlio C(.mpiacera.ssi a riproduire la forma è ! 
•ulti il tenore del paterno carcere... 

« L'apparlamenlo dell' Imperatore è (omposlodi due 
sale , aventi , ognuna , quìndici pie di lungo , sopra du- ! 
dici di largo , e selle circa di altezza. Ln pessimo tappeto \ 
ne cuopre il tavolato; varie stiisce di nonkin , stese a ! 
foggia di carta , le tappezzano ambedue \ 

« Nella camera da letto vedesi, a destra, il piccolo lello ì 
da campo ove coricasi l' Imperatore ; a sinislia , il ca- l 
napé. sofà su luì egli riposa la più gran patte del gior- I 
no. lì' desso ingombro da molti libri, i quali sembrano | 



3 contendergliene 1' uso. Non molto lunge è una pirroia ta- 
'à vola di cui S'arresi per la colezione e I [iranzo , ailonbè 

3 ."tassene in camera , e che , la sera , sorregge una liiniia- 

4 da a tre bracci , coperta da una grande banderuola. 

I « Fra le due finestre aprentisi in faccia alla porta , è 
ì una commode , contenente la sua bancberia, e sulla quale 
ì egli colloca il suo néiessaire. 

ì « Il camino , incoronalo da un piccolo spe< chio , lia , 
! intorno a sé , vari quadri. \ edesi , a destra , quello del re 
j di Homa , scherzosamente bamboleggiante cori un agnel- 
i lo , fattura di Amedeo Thibaiilt : a destra , di riscontro , 
l sta un altro ritratto de! redi lloma, assiso sul pavimento, 
f ed inteso a misurarsi una pianella , lavoro dell' aulore 
j" slesso : più soito , sulla cornice stessa del (amino , è un 
j piccolo busto in marmo , del fanciullo stesso. Due cande- 
, iieri, due bocce di cristallo , e due tazze inargento dorato 
ì ap|iarlenenti al récessaire dell' Imperatore , compiono l'a- 
\ dornaraenlo e la simmetria del camino. 

5 « Finalmente , ai piedi del canapè , e prei isamente in 
r farcia all' Imperatore , allori he egli vi si stem'e a prender 
< riposo , vedesi il ritratto di Alaria Luigia , stringente tra 
i la braccia il proprio figliuolelto , o(iera d* Isabey. Questo 
I cattivo tiiguriii trovasi per tal modo addivenuto un vero 
; santuario di fimiglia. 

' " Non vuoisi dimenticare, a destra del camino , e fuori 

I della linea dei ritratti, il grosso orologio d'argento del 

' Gran Federico , specie di risveglino preso a l'osldam , e , 

di riscontro a destra , 1' orolo;;io deli' Imperatore , quello 

(h'ei portava all'esercito d' Italia e in Egitto , fasciato , 

dalle due paiti, con una coperta d'oro, segnata colla sua 

cifra lì F.i ( tutti gli adornamenti di cotesta camera. » 

11 Las-Cases prosegue, dappoi, descrivt- -lo colla pù 




scrupolosa precisione, cosi l' altra camera appartenente al- 
l' Hlloggio deir Imperatore , come le intime sue consueti!- 
dini , i più minuti accidenti della sua vita domestica, dal- 
l' istante in cui alzavasi da letto , sino al punto in cui ri- 
coricavasi per cercare nel sonno la dolce dimenticanza delle 
proprie sventure. 



Stanco alfin della guerra mondana , 
Dopo breve stagione di pianto , 
Di sua spoglia l' involucro ha franto 
Uno spillo di pura bella. 

Esso fugge il commosso emisfero 
Gli' a suoi piedi s'oscura, s'avvalla; 
E cuoi' ala di bianca farfalla 
Lieve lieve per l'aria san va. 

Pure, a mezzo del limpido cielo 

Che un immenso splendor gli disserra 
Volge un ultimo sguardo alla terra 
Ove apprese a soffrire ed amar. 

S" è fermato. . lyli forse sospira 
Quella vaga ridente collina 
Che il fruttifero fianco dechina 
Sino all' unda del torbido mar ! 

Oh ! se un core con fer.vido affetto, 
Hispondeva al suo core amoroso 
Saiia stalo un celeste riposo 
La sua tiepida ^ila lassii! 

Era beila, nel fiore degli anni 
Quando al viride colle aspirava: 
E' a bella, fidente, ed amava 
Sutto 1' ombra di santa viitìi. 

Sionsigliala ! riccie ogni sprme 
Nella fede di un giovane ardito, 
Vaj;li''gf;iando ipiel viver romito 
Ch è un lorieatfi di pace e di amor. 

Nessun' ombra di tristo pensiero 
Perliirl)ava i suoi sogni ridenti, 
I'^ iredea ihe s' a mauser le genti 
Come s' aman gli augelli ed i fior. 

Sconsigliala ' La colpa vorace 
L' assa ì, la tentò, la rlcinsc. . 
i\ta quel vergine coie non vinse 
E ruggendo ruggendo fugg'i. 

Troppo tardi 1" inganno conobbe. 
Troppo stanca dal vincer fu fatta, 
E sdej^nosa. la vergine intatta 
Alia vita terrena nioiì. — 

Ma per(hè non prosegue la tia 
Fra le sitile di puro fii'gore? 
Tanta possa ha l terreni) dolore 
Che uno spirto ratticne nel voi ?. .. 

NiTi temcti : t'egli angeli santi 

A incontrarlo già il coro s' è mosso 
E dal greve Idargo 1' ha srosso 
Che membiava una storia di duo!. 



Quei ci'Iesli, al divino comando 
Ossequiosi , gli fanno sgabella, 
E lo spirto più lieve più befo 
Alla patria dei giusti sen va. 

Cittadino sereno dei cieli 

Esultando addiviene pur esso : 
Dell'eterno è condotto all'amplesso... 
Più un pensier della terra non ha. 

E. RUBIKO. 



SULLA ESPOSIZIONE DI BELLE ARTI 
In Venezia. 

( Continuazione F. Unum. 17. ) 

E acciò non manchi un pome distinto di più fra i bel- 

r ingegni che colie opere loro diedero lustro ali Esposi- 
a'one presente, abbiamo ammirato una tela di PeLigio Pe- 
lagi, colla quale rappresentò Filippo Lippi allorquando in- 
vaghitosi della ediuanda che gli serviva di mi dello pi r 
trarne una vergine beala , la esorta a fuggite per lai la sua 
sposa. La venliia mora, the sdraiata in un seggiidcne al- 
la seduta dell' aitista presiede, mostrasi profondamente ad- 
dormentala, ed è, a mia veduta , un lapo lavoro degno di 
quel grande artista il i ui nome suona si celebr;ito per 
tutta Italia. Il suo Llppi avrei desiderato di |hù maschia 
bellezza , fioieliè egli ne fece un giovanetto (he dal \olto 
mostra appena Ire lustri , mentre le meiiilira lo arcusan 
sul toccare del quinto. E la faniiulla di cui semira avere 
I in quel punto Ira putate le forme nel quadro i he g i sta 
\ dappresso, perche è vestita diversaujente da quello «he 
nella tela il pittore fi.^ura la Vergine? Per la qiial io- 
! sa , avuto ani hi' riguardo alle forme del viso e del corpo 
j dell'educanda (he n.nson certo le più squis te . mi pare 
i potersi attribuire a sommo pennello la me Q soltanto del 
! qihidro , <pie|!a cioè (he l'auliia monaca ti presenta. 
I Non \'ha bar.icca di peseivendo'o, non taverna neirivii, 
non povero casolare o liarc a di pescatore ihe illustrato non 
! abbia quel vivace pennello ci Eugenio Rosa. Eugenio vi- 
sita il popolo nelle sue ablazioni, sulle piazze, presso i li- 
1 di del mare, e ne stiid a gli abili, le movenze, le feste, 
I i co-.tumì, e poi getta queste siane ( aiatterist;(he ne' suoi 
I quadretti con -la pù riisiavoila naluralez/a (he sia. Tre 
i 'avoii di qiie.sto geneie, iraliati ad olio egli espose in que- 
I si' anno; l'uno, maggmre di tulli in dimensioni, rappre- 

1 sentante una mano eli gente sul limitare di una taverna; 
i il seiondo, più piccolo, che raffi,;ura una barca di pesca- 
\ fori; ed il terzo , minore, un gruppo pittoresco a due soli 
i p' rsona;;gi ristretto : graziosi lavori (he fanno prova del- 
l' iimorisliio ingegno, e della operosiià dell'artista. Se 
non che taluno s' avvisa appuntarlo di tri ppa costanea nel 
di[ingeregià trattati episoiiii, enei linrodnrre di spesso 
gli stessi modelli nelle sue tele. Ma il Rosa prende il p. n- 
nello con quella sbadata sii urezza con cui un banchiere 
prende la penna per sottoscrivere lettere di cambio, ed i 
tratti a colori dell'uno, come le sottoscrizioni dell'altro 

U hanno il valore efletlivo dell' oro, la meno fantastica de le 
S ( himere , e lo scopo p'ù positivo a cui mirano gii affjc- 
H rendali del secolo. ! 

j^ O'iiltro dipinti offerse alla puhlil'ca ammirazione Fé* 
Ci derico M.ia Milanese : il primo (he rappresenta 1' inter- 

2 no della (h esa di san Germnno a l'ari;;i , con episodio! 
« della le^a durante l'assedio di l'Enrico I\ : il se' oni!o l'in- 
g temo della Cippela del Rosario nella diesa di san {Va- 
ia vanni e Paolo di Venezia; il teizn la falciata della Ceitosa 
M presso P.ivia: ed il quarto il cortile del pa'a/zo Ducale in 
H Venezia. Colle quali opere, degne lotte di certa lode, mo- 



PITTORESCO 




{ V Aniraa pura ) 



sfrossi il ?>"loia pittore stoiiro ad un tempo e prospelliio. 
Chi nel a viva espisssone dei personaggi raciolii sotto le 
volte della (hiesa di san Germano ravvisa la calda ima 
p nazione di un valoro>o cultore dell' aiti, clii nella dipin- 
ta facciata della C-rtosa vanta la peifezione deile linee 
pro»pettiche, il giusto efl'elto dela hice , la verità del co- 
lore, la hellcKa delle macchiette, chi mette a cielo il suo 
interno del palazzo Ducale, chi in esso vi trova a ridire 
per la freddezza di tinte, e per la improprietà dei chiaro- 
scuri, chi p^r infine celebra sua miglior op^ra la CippeHa 
del Rosario , chi da tale giudizo formalmente dissnte. 
Io senza addentrarmi nei misteri dell' arte , e sentenziare 
come fanno taluni, aiutati soltanto dalla voce spesso par- 
riale di qualche artista, sul meriio di queste pitture, le di- 
rò tali da contentare i severi, da ammutolire i malevoli, 
e da soffermare dinnanzi ad esse piacevolmente gli spet- 
tatori Ma poiché è convenirnzi, anzi dovere, di uno scrit- 
tore il parlar libero e schietto, mescere) amh'ioai fumi 
d' incenso i he s' alzano davanti le tele del Moia un gra- 
rellmo di un nuovo aroma, nomiudlo censura, chiedendo- 
gli colla verecondia di un malesperto, perchè alibia egli 
voluto far si languida la Iure del sole italiano riflessa sui 
preziosi nwrmi del Ducale Palazzo , e perchè ne mandi 
co-'i confu-.i gli shatlmienli per entro agli archi di questo- 
grande monumento di architettura. 

Al signor Vincenzo Abati pittore di S. A. R. la Du- 
chessa di Berry dobb'amo molte cose II sepolcro dil'ielro 
Toledo, viceré di Napoli: la cappella Minutolo a Napoli: 
la Cappella Reale l'alalina a Palermo : la grotta di Po- 
silipo verso Napoli: una veduta di C3[iri : uno Stallo. Sei 



quadri son questi, sovra ognuno de' quali esercitar si po- 
trebbe la lode e la critica ove a parlarne con severo giù- 
d z-osi valesse attenersi alle regole tiorichedi prospettiva. 
11 signor Abati muò a due cose, per ciò che mi sembra, 
a raccogliere cioè varii riflessi di luce in un quadro solo, 
ed a produrre, ciò che in lingua artistica si chiama effet- 
to Fvi infatti lo scopo voluto raggiunse, poiché uno fra 
gli spettatori, che a me stava d acanto, nell' osservare il 
suo quadro che rappresenta la grotta di Posiiipo, si volse, 
con una innocenza degna dei primi t 'mpi, verso un vero- 
ne per ved.-re se la luce dipinta veniva propr. amente dal- 
l' alto. Il quale in,.;anno è torse il piii beli' elogio che far 
si possa all'artista, né io verrò certo, né potrei volendolo, 
ti'liere al merito che lo distingue. I\1a mi sarà concesso 
nero so.^petlare questo suo genere di pittura , ardito e pe- 
ricoloso; ardito, perché quinlunqiie possa avvenire natu- 
ralmente che in una sola stanza (.iiciara per esempio) »a 
raccolta la Iure mandata dal focolare, quella di im fanale 
0(1 altro, nonché il chiarore di luna venuto dalla finestra , 
a voler rappresentare col pennello tulli que.sli diversi ef- 
fetti si coglierà un vero Jisgustoso e mal scelto: pericolo- 
SD , perché a quest'ora, il cielo sa quanti giovani allievi, 
abbagliati dalle lodi che la folla in questi giorni dispensa- 
va alle pitture deliWbali, sognano già d' imitare la Grotta, 
nV Inferni, e to 5/i///o. 

D;ie pies3i;gi ed una marina sono opere esposte da 
Fiancesco Milani sucio d'arte della Veneta I. R.^ccadem'a 
e della Dicale di Pai ma Allorquando si ha raggiunto la 
perfezione nel copiar la natura, come fece adesso il Mila- 
ni, ncn vi sono paiole p ii aci once per ceUlirarlo, di quel- 



143 L OMNIBUS 



nella stessa camera dell'arti. Quanta pace, quanta armo- g gegno di Luigi terrari ncll eseguire una statua nionu- 
nia, quanta verilà in que' paesi dipinti con si grande mae- JJ mentale, per coniniissione del conte ISledin, da collijiarsi 
stria di pennello I Ma siccome per antica abitudine io fen- || nel cimitero di \'enezia , statua es(o>la in ipiest' anno 
ni col \aloioio artista uno S(hielto linguaggioanchequan- fi alla puhblica mostra, e raffigurante il marito die prega 
do trattavasi di non pienissima lode, non vorrà hiasiinar- |j pace all'-imata consorte. L' ariista die volle firovare ad 
mi se unisco adesso un desiderio ai meritati encomii che fi un tempo come alihia informalo la mente alla semplicità 
gli tributo , quello cioè di vederlo cogliere meno strani p ed alla grazia degli anti( hi scultori greci, e ronie ripro- 
arcidenti del cielo, poiché quelli della 7¥o/-/nfl, quantun- ti vi altamente le antiartistiche fugge delle vesti contempo- 
qii- veri, non dilettano l' oc.hio del riguardante. p ranee, rappresentò lo sposo ravvolto in un ampio mante!- 

Ali pascià di fjiannina infurialo d' ira contro la sposa sua || lo, genullcsio, a capo diino e coi lineamenti atteggiati a 
lùiiina, per avi-r osato di chiamare sopra di lui il sanane |j quella profonda pietà che svela la convmzione di una se- 
de' Sul otti , nella convulsa sua agitazione spara una pi- jg conda vita dopo la tomba II volto .'^piia mestizia, 1" oi diio 
stola (che nessuno colpisce), e la fa stramazzare sulsuo- u sembra arrestare la lagiima per la tema di oflVndere <hi 
lo inorridita per lo spavento , è il tema di un quadretto e- h in terra lo ville si tribolato, e tanto dolor si rivela dalle 
sposto da Leonardo Gavagnin Veneziano. Sia la novità del }| narici dilicate da ur. pianto pronto e represso. Nessuno 
soggetto, sia la diflii olla dell' azione, siala fretta dell' ar- H meglio di questo .soggetto potiebbe insinuare neli' animo il 
tisla per compiere ilquadio, sia la poca cura nel dipinge- A desideiio di vedere onorala la [uova del genio. La freci- 
re la rinver.sata sposa di Ali , egli non si mostrò ceito ^ sione dei contorni, la movenza libera delle pieghe , quel 
l'.i'ilore di quella tela the abbiamo ammiralo l'anno scor- |j franco e sicuro siolpire die rib va le forme e le fa vivere 
so alla pubblica mostra, ralligurante i Profughi di Porgo. O nel suo concetto sono i pregi sicuri di cjuesto lavoro. In- 
S' non che ove è potenza d' ingegno , come le [.alesane « f>Jsi da alcuni muovere a!cune critiche osservazioni all'ar- 
ale uni' [larli di questo suo nuovo dipinto, non è a temi-rsi ^ tista peri he abbia voluto nascondere sotto il mantello dei 
siiir avvenir che lo aspetta, e piii cui aule clie raddrizzalo ^ nostri trm(ii il dorso col petto della sua statua: io per me 
piodiirrà, ne son certo, lavori e he collocheranno il suo no- ti parmi avere adii.mostralo, per ciò che dissi più sopri, co- 
me fra i piti belli de' veneti artisti. n me il Ferrari, slntl,) alle leggi e he vogliono serbalo il co- 
N-1 1822, al tempo della guerra dell'indipendenza della J^ slume e le fogge dell'epoca in cui vive il personaggio rap- 
Greca a Suli , caduto in potere dei .Mussulmani, i morti ff presentalo, abbia vintole maggiori difficoltà essendosi ma- 
in b.illaglia si trasportavano in uno dei cimiteri presso le Sì neggiato con fiuo intendimento affinchè quel suo tabarro 
chiese , ed in varie e[ioi he dell'anno la famiglia dell' e- o "o" pregiudicasse in nulla all' idea , anzi le aggiungesse 
stinto poriavasi alla tomba sovra la quale faceva prega- ^ Ji forza. 

re pace da' ministri della Religione, l'na di queste commo- H '-3 scolftira venne in- quest'annotrattata da molti piìi van- 
venli scene b rmò il soggetto al primo dipinto storico di ^ laggiosamente die per lo addii tro, ed io vorrei analizzare 
Dionisio Z'iccos, di Zante, allievo della Veneta I. IL Acca- O I' esposte opere di varia grandezza che a quella han raj)- 
ilemia. Con pochi personaggi seppe lo Zorros e.sprimere H porto , se non dovi ssi rapido correre al fme di qiiesia Ili- 
liellamente il concettT, e lialla pò. a trarquilla del sacer- u vista. Non inlratasceièì pertanto di far segno a pubblica 
dote, edi una donna, che [liange forse il liatello o lo spo- jj 'ode , un busto in marmo del signor Innocente Fiaccaro- 
so, spira tanta e tale mestzii che 1' animo ne risente una K b ; no grtqipo in gesso , raffigurante un Episodio del di- 
vivissima comnmz'one. Quando si ra:;giunge questo pri- 5 Invio e tre ritratti del signor Giuseppe Bernardo ; nonché 
rao scopo dell' arte egli è certo il più felice augurio che " nn busto in maciiio del signor Francesco Bosa socic^d'ar- 
far si pissa ad un giovane artista , ed io gliebi mando li- ^ te della Vcn ta accademia esprimente Enrico Dandolo. 
J)ero ed imparziale ; nella ferma sperauia che uno sin- Uilornando adesso alla pittura , di bel nuovo , dirò che 
dio indefesso ad appurare il disegno, a ricercare la forza jj 'I signor Aristide Oeconomo di Vienna , alunno della no- 
di un colorilo , di cui i venerandi padri della veneziana p stra .Vccademia » espose un caro quadretto raffigurante ii- 
piltura gli cifl'rono esempio, a panneggiare piii largamen- |j na giovinetta pitocca , lavoro peno d all'etto e benissimo 
le, lo matteranno ben presto innanzi su quel cammino ove j^ colorito, ma che invoca una maggiore diligenza nel di- 
slampò .si Itene le prime orine, u segno delle estremità , quale sareiibe la mano che por- 

L'n inodellelto ad olio die rappresenta Andrea Contari- S gè i chieder limosina la iii^'ndicante vezzosa, 
ni esortante il popolo Veneiiaiio a combattere i Genovesi ^ " signor I.ocatello Frances-:o con un ritratto, ed nna 
die occupavano Chioggia e Malamoico , è opera esposta 3 mez/a ngura di donna dormente addimostro robustezza di 
da Giuseppe l\omanel!o di Chioggia ed allievo della Ve- U tolorito , e lib ria di pennello. Si slanci egli ardito nel 
neta .\ccaderaia. Ov' cg'i s at enj;a più scriipolosaraenle ^ gran campo della pillora ed ollerrà quelle lodi di cui ton 
alla verità risguardante l'azione dei personaggi, la prò- il arra non dublea questi lavori di minor lena, 
prielà dei costumi , e 1' aulenticilh dei monumenti , egli || 1/ tempia di fresia a Ilonia è opera di Giacomo Canova 
potrà fornirci un quadro ricco d' imaginazione , di movi- ji e8''e8'o artista , il quale fra i pregi del suo dipinto fece 
mento e di affetti : pregi die tanto vantaggiosamente tra- y emergere quello delle inaci biette. 

lucono in questo suo primo saggio di storica composizione, fi Una veduta di Roma tratta ad olio , e due all' acqua- 
Carlo Zatli di i\lodena, con un ritratto di un sacerdote ^ rello appartengono ai sig.nor K.iiebel Svizzero , più accu- 
mostrò la perizia di un colorista e di disegnatore perfet- ì| iato e valente pittore nelle seconde che nella prima, 
to. \l due evangelisti per esso di[iinli. san Giovanni e san || Il signor i^Iantovani Alessandro , in un suo dipinto rap- 
Manci, collocati c:he sieno al loro posto, frulleranno for- ^ presentante la veduta interna del Colosseo di lloina , pa- 
se all'autori' quelle lodi che stanno adesso sospese sulla % leso una mirabile fcandiezza di pennello , e perciò va cer- 
penna e sul labbro. |^ 'o lodato , mentre le maii biette del quadro invocano in- 

O h scoltura deve nelle sue rappresentazioni attenersi jj vano i generosi encomii dei riguardanti, 
alle forme nude del corpo umano, o vestire le statue coi S l'u grande paesaggio fu esposto da Carlo Garbellollo di 
panni che segnano l'epoca in cui vissero i personaggi W S.Travale , distinto albi- vo della nostra scuola dire tla dal 
scolpiti, quiniii o nel primo caso prestarsi all' imitazione (S [irofessore Francesco Bignara. Il giovane artista colla di- 
dei sommi Greci, non curando le costumanze delle nazio- U ligente esecuzione del suo quadro , colla verità delle tin- 
nì , o nel secondo riprodurre le fogge dell'odierno vesti- « te , e del frondeggio , onora l'Accademia , ed il valoroso 
re rappresentando apjiunio ciò che è m^no consonante a xf suo isliliitorc. 



PITTOREStO 



Ii9 



^^ 




n^nale elogio devesi a Giacorrte Canciani d Vii lacco 
che offrì sette paesaggi ad olio trattali con aicuiala peri- 
zia , ed a Fausto Antonioli di Bergamo , li ipiaie con im 
solo paesaggio si mostiò tanto innanzi nell'aite da tener- 
lo artista provetto , e molti fra i provetti vorrubbero aver 
raggiunto la potenza del sno pennello. 

Il signor Pietro Xsnard.ni di Venezia non volle man- 
cante di qualche suo lavoro la piiblilira mostra , ed in 
quest'anno die fuori dire quadri l' imo rappresentante la 
Lauterna di Genova , l' altro un chiaro di luna con pe- 
scatori. Ove egli avesse trattato con maggior studio ed a- 
more le sue macchiette , potrebbe andar lieto di aver pro- 
dotto le cose aliglieli che sieno uscite finora dalla sua ta 
volozza. 

La campagna veduta nella vicinanza di Merano in Ti- 
rolo ad iia chiaro di liina , offri il tema di due dipinti al 
signor Bernardo Fiedier di Berlino. Buono mi parve il 
primo paesaggio , ed il secondo in luogo degli eifetti del 
chiaro di luna , rappresentò a mio vedere , quelli della 
oscurità. 

Anche il signor .\ngplo Barbini di Venezia espose copie 
del Canaletto nonihè vedute dilla chiesa di san Marco del 
Melo e del (ianal Grande , e se le arti non possono anno- 
verarlo fra i loro migliori cultori , lo tengono certo fra 
i p li operosi 

Mi I hiederà adesco quel leggiadrissimo ingegno di Tom- 
maso Viola perchè non tuttu io ponga a disamina le bel- 
lezze della sua tela ralìigurante il fìncale Palazzo ed il 
Molo ; perchè d»l liolto di Europa di Paolo , e delia Mad- 
dalena di Tiziano e di quali he altro quadro antico, copia- 
to con tanta maestria d' imitaziime da Antonio Capnrzo , 
io non mi faccia a notai e le dflicollà riell' psetuzione , il 
valor del pennello, l'assunto e la vittoria, s'alzerà a do- 
mandarmi il suo chiarissimo autore ; perchè io non ricanti 
lodi a buon dritto per altri imp.irfife, a Carlo Fink jI quale 
espose dipinto 1' Interno della i hicsa di San I\Iarco, ed una 
veduta presa nel Cadore ; perché finalmente io non faccia 



H segno alla pubblica ammirazione il disegno storico di Cc" 
M sare dell'Acqua Triestino , i ritratti di Amadio Lorenzi, 
S gli animali ed i frulli di Francesco Gì dber professore nel- 
^ l'L R .\ciademia di Belle .\rfi in Vienna, gli schizzi al- 
P l'acquarello di Giuseppe Galteri, le incisioni di Ales.«andro 
o Vicentin , esclameranno ad un tempo tutti gli artiiti i he 
M sulle annunziate opere esercitarono 1' immaginazione e la 
P mano, e tant' altri che cercheranno, non visto, il loro no- 
y me per entro queste pagine del saran forse tentati di sca- 
fi gliare 1' anatema sul mio povero capo, ed io senza mor- 
Yi morare mi piego a quel destino che vuole spesso condaii- 
11 nate dagli nomini le intenzioni [ùit rette. 
ìi Se non che ho la coscienza di essermi adoperato intor- 
Q no a questi cenni sulla Piiliblica l'esposizione senza voler 
P innalzare i mediocri, e deprimere i v.ilorosi , ma col solo' 
D inlendiuiento di rendere giunto e non compro un tributo 
tì di encomi! a qual sembrommi esserne degno ; per ia qua! 
Il cosa se la brevità a cui ho dovuto alteuermi frullò rancore 
P nell'animo dicfualibe artista, io .spero vorrà dileguarlo 
M allora che pensi alla pochezza del mio sapere, e alle dif- 
y Gcoltà infinite (he presentano i giii.lizii sull'arti non dis- 
ti giunti dagli obblighi di un giornalista. 
y Molti, e pregevoli pressoché tntli, furono in quest'an- 
n no i concorsi della pittura ; ricca ed abbondante la Pubbii- 
^ ca Mostra , quantunque fra le opere esposte si cercassero 
a invano i cari nomi di Gngoletti , di Felice Schiavoni , di 
P Politi, dì Busato e di qualche altro artista, splendido van- 
?» lo della Veneta scuola. 

^ I lavori comparvero mano mano ad abbellire le aule della 
U nostra Accademia, e mano mano sparirono dai lor posti ; 
n peccaminosa licenza da me notala altra volta e che dovreb- 
'8 [lesi togliere affatto da chi presiede alle mostre. Confuse 
^ le pitture storiche aUe profane , le scene di sofferenza ai 
£S panieri di frutti , gì' interni di un tempio alle stalle degl* 
« armenti , chi [jotrà mai in cos'i riprovevol miscuglio in> 
» tendere la lingua dell'arti e sceverare il vero dal falso ? 
^i Ma a q,ueste nwndtì leggiere e facili a ripararsi , nw è 



150 



L OMNIBUS 



doliissimo uiTcio di opporre la nuova isliluiione di una 
società volta a premiare nel modo più tffi. ace e più degno 
g!i artisti, to.'iipeiandoiie le opere : mezzo grandissitng a 
vantaggiare la condizione di aliili ingegni spe.so languenti 
reir indigenza , e di dar pane a quelli che fornili di po- 
tenza artist ca mancano -di inecendli. La pia Società co- 
minciò in quest'anno sotto il patrocinio di nobilissimi in- 
turaggiatori dell'arte, ed é a tenerci «he, iacrenu nlata col 
progresso di tempo, Venezia non a\rà nulla ad invidiale, 
anche per qiiesln riguardo , alle piimipa'i città della 
Franila e dell i Geimania , none là' alla industre Trieste 
che se ne fece prima eginiiosa imitatrice, ed alla bella 
Torino (he le veniva se.ond.i F. de Bom. 

( Dal Gondoliere di J^eneiia). 



FONTE E FORTI ZZA SULL' IXUirO. 

L' Huripo è uno strollo die divideva anticanteikJe l'isola 
d' ILubea ( oggi J\fgrci|M)nle ) dalla 13 ozia, e qne^l^; due 
contrade ven vano uniie da un ponte [iratrcato in ua.i pai te 
dello stretto ove non v'erano più di duecento [liedi di lar 
{;he/.za. Nel niezw di questo ponte s'innalzava, sopia una 
roccia isolata nel mare, una foltezza con delle torri. One- 
sta fortezza difende i due lati del punte modeiuo costruito 
nel l'iG2 da Mahmud pascià sul luogo deli' antico , the 
a' tempi d' Messandro gli ahitanli dell'isola d'iLuliea deno- 
minati Calciai avevano egualm.nle fortifiuato e riunito alla 
loro tiflà La moderna Negnipnntei una città piulto>lo 
{,rande , ed era al tempo del dominio de' Turcbi capitale 
del sangiac.cato del suo nome, e comprendeva non solo I i- 
sola di Negroponte ov' essa è situata, ma ancora 1 Altea, 
la Bozia, la Focide e le isole di Colouri e di Kguia. I:]ssa 
V ancora come ne' migliori tempi della Grecia uno de'pro- 
pugnacoli di quella contrada. Ha un porto ove stanziava 
la flottiglia del capitan piscia , ed un palazzo piuttosto va- 
sto ove risiedeva quell' amm raglio durante la sua corsa 
annuale rlir; faceva nell' Arcipelago E' sede d'un arcive- 
scovo ed ha circa IGOOO abitanti. 



( N.ivclU Slori.a.) H 

Per quanto sia grande la liiieiti che godono in Ingliil- |f 

terra le donzelle , ninna di queste si tr»vò giammai tanto |i 

libera, e tanto assoluta padrona di se stessa i|Uanto la gio- u 

vane e leggiadia miss Sara Clapperton. Nata in America, g 

cresciuta alle Indie , fissata in Fiancia sino all'età di 12 j| 

anni , ed affidata allora alle cure d' un' aia inglese in u- ^ 

ra villa magnifica non lontana da Londra , ella si abban- u 

donava ad una indipendenia assoluta di condotta, culpe- « 

lò presiedeva la piii savia , la piii virtuosa riserva , cosic- fj 

thè la folla dei giovani gentiluomini che erano attirati in- || 
torno a lei della sua rara beltà , erano tenuti a rispettosa 
distanza dal severo suo contegno , e dalla sua nobile alte- 
rigia. Ma se ninno di essi trovar poteva in lei Uii' amante, 
tutti in lei trovavano un' intn pida rivale nelle corse a ca- 
vallo. Vedevasi ben sovente U vezzosa lady, circondata da 
un gruppo di giovani alla moda, uscir dal palazzo di suo 

zio , e correr miglia e miglia per la campagna. Ella e- f 

la sempre la più audace e la jnìi destra nel far saltare || 

al suo vigoroso destriero ora un largo canale , ora una Q 

numerosa successione di bai riere , ed ora , attraversando K 

colla rapidità d' una freccia una vasta pianura, fossati, sie- H 

pi , bai riere , e quanti ostacoli le si palavano dinanzi , di ^ 

modo che quanto Londra lontcnevadi ricco, di aii^tocra- jU 

tico, d'illusli e e d'clegmte aspirava alla mano di miss Sa» " 



ra , e si sarebbe stimato felice di condurla al tempio. Ma 
ninno osava parlare. 

Fra i muti pretendenti della veazosa ereditiera , il più 
innamorato , ed il meno osservato era un giovane ulTizial 
di marina , [tovero , raa pronipote del capitano Couk , di 
cui portava il nome famoso. Giorgio Gook aveva già viag- 
giato mollo , era rivestito del modesto grado di sottole- 
nente di vascello, ed avea passato l'inverno a Lonilra per 
guarirsi d' una grave ferita, ricevuta in una zuffa al brac- 
cio destro. Introdotto in casa d' una stretto parente d. miss 
Sara, il suo cuore non lardò ad accndersi della vaga don- 
zella, iiè potè preservamelo l'assdluta impossibilità ch'egli 
chiaramente vedeva di giunger mai al fine bramalo. Egli 
contentavas: di mirarla di furto, alluich' essa ap(iariva nel- 
la sala , ma se a caso el^ volgevagli la parola , impalli- 
diva , balbettava , e tale era la timidezza di questo valo- 
roso giovinotto , (he pure , solo e ferito , aveva soslennto 
una lunga zuffa contro otto selvaggi, che non trovava u- 
na parola da risponderle. Giorgio in frase maledisse più 
volle la sua paura , e la sua goUaggine, « nella sua dispe- 
razione , seguendo un giorno a (avallo la beili miss e la 
sua couii1i\a , corse dieci volte lisdiio di roinper>i il col- 
lo , tante furono lep ricolose stravaganze alle quali si ab- 
bandonò. 

Giunto finalmente stilla sponda d' un fiume rapido e 
profonde), egli senti acutissime grda. Bilzar dahavallo 
slanciarsi nelle acque, e tornar alla riva recandosi in brac- 
I io una povera donna attempata , fu o(iera di pochi istan- 
ti ; quatt'o vi'lte e] si gettò nel fiuiii<; , e quattro volte 
tornò a riva con un fanciullo; raa la madre piangea tut- 
tavia perdici non vedi-vi il marito , e adiito con tutta la fa- 
miglia nelle onde , per essersi di.>giazintaniente capovol- 
ta la barcfietta (he tutta la conteneva. — Giorgio mez- 
zo svenuto sulla riva per la fatica, e per l'emozione, 
balza di nuovo nel fiume malgrado le grida degli altri gen- 
tiluomini , che sostenevano quella ima paizia , perchè il 
contadino era certamente annegato Contuttociò Giorgio sal- 
vò ani he quell'infelice; ma fu costretto perciò di tnlTirsi 
ipiattio volte, e quando ebbe riguadagnala la sponda, cad- 
de in uno svenimento che duiò p ù d'un ora. AHoichc 
rinvenne ili se stesso , e rlafiri gli occhi, si trovò olla 
testa ajipoggiala sulle gino.chia di mi^s Siia (he gi era 
liberale dei più pietosi uffizi. Egli fu subito tra>poitilo a 
casa sua , e la mattina seguente licevè un biglietto co/i 
concepito. 

« Lord Bedley prega il signor Giorgio Cook di favorir- 
» lo al suo palazzo, in via del reggente, oggi giovedì, ver- 
» so un' ora pomeridiana. « 

Giorgio non conosceva né punto né poco codi-sto lord; 
nondimeno igli si recò puntualmente da lui , ed inlro lot- 
to in un gabinetto non rischiarato e he da poca e dubbia 
luce, vi scopri non senza fatica un uomo attempato , as- 
siso accanto al fuoco. Dopo i primi solili complimenti : 

— Sir Giorgio , domandò I' uomo attempato, non ave- 
te voi fatto un viaggio sulla fregala il Tuiner'i 

— Si , milord , quattro anni fa ; fu quello il mio pri- 
mo viaggio. 

— Non visitaste in quella circostanza il paese dei Pa- 
tagoni ? 

— Si. milord; replicò il giovane uffizìale , sorpreso che 
un ignoto avesse notizie si precise sui fatti suoi 

' — Come avvenne codesta vostra vìsita ai l'atagoni ? 
Non omettete, vi prego, ninna particolarità , per quanto 
possa pa. vi indiffeienle. 

— iLravamo già da tre mesi nei mari australi; non 
lungi dalla terra magellanica, e siccome avevanm bisogno 
di acqua e di le-gna , cosi fu deciso di fare uno sbarco nel 
paese dei l'atagoni [ur fame provvista. Io mi rallegrai 
piT tal dei isione , cui ionissimo e om' era di visitare un po- 
polo , intorno al quale lu'ti i naviganti hauiio raccontato 



^m 



riTTonEsco 



(^ 



lai fé nipravi};lip, e ilie , an(he 0};i;'iii. è tanto poi'o rono 
sellilo. Chi ;il posi o mio non avielilie liraniaio di vftli t<' 
uoiiiiiii , oj/j CHI sa più Kfloci d un cui-ullo , e chi' bi-nno 
in un fiato una secchia d' acqua come hanno sinllo mol- 
ti via(;gialori.'' 

— Iiifalli , interruppe lori! Deill('y, mille menzogne so 
no stale spaciiate sm l'atagom .. ]Ma... vi rammentate la 
data prerisa del \o>l'0 sharco 



a ferra ro' iii'ei , feri n.T(i-t,ire (j'iei ,>.clv.''st;i , li T'i i seJere 
[^ in (iiro'o, e distrlmii Ihio una ci ria ijuanlilà ili zgaii, 
W ima ra-sa d' nve , e paredli e altre ha^iftelle , cioè thio- 
H (li , grani di Vflio, ce. 

ti Questi erano pres.-o a poio vegliti e di|vnli reme qiie'lo 
^ della mattina; liiltavia ve n' erano alnmi < he , oltre il gi- 
" ro degli oci hi , aveano fa[>rirt io>aini'iile difiiiilo Intlo il 
H viso, ed altri, solamente una paite. (>■ rio il loro a- 



Certamente ; fu il I.J lelibralo del 183-2. Noi pene- ii spetto ira selvaggio, ma erano tulli d'un' indo'c assai 
frammo nello stretto di Magellano , e selilx ne il vento ri u mansueta e palifica, ed io aveva un del cercare fia loro 
fos^e (ontrario , e le torrenti minacciassero di trasportar- W ^^ìk terribili l'atagoni, di cui parlano i viaggiatori, il cui a- 
ri ben lungi dal lungo dove volevamo approdare, tutta- jj sprt/o è .yiinenle^ole; e /a cui <oce èiiiiifornudubi/e di quel/a 
via potemmo pur giungere alle haract he the da Cavendi.^h ^ J' un loro. Bramoso di coiiosrere, n almeno di aver una 
hanno ricevuto il friso nome di Tor/a (/W/fi AV/m^, ed ivi li ^ idea dell' interno del paese, sii l'atagoni ria me giiada- 
anci. ramino v rso scia. A poca distanza eh noi scorgevamo W gnati co' mici d: ni si ollrruno per servirmi di gmda , e 
il fiume Sudgrr . avevamo a manca la ferra del luoco, ^ con essi e co' miei quattro marinai m'avviai verso un V'I- 
ed il continente Ameiicano a destra. Per (|tianto ce lo ^ laggio , di cui per >egni m'avevano fitto conosi ere l'esi- 
pcimetti va il ( ripiiscolo della not'e , giravamo gli onhi y sten7a , e la vicinanza Fatte circa tre m glia a ponente, 
intorno coll'aiiifo dei nostri cannocchiali di marina , era w fra il monte iMiseria ed un altro mnn'e altissimo, vidi una 
su quelle spiagge co>'i pericolo'e , e spesso cos'i fatali ai ^ casiafa magnifica , alla almeno fiOO p'<di , il cui fragore 
naviganti , ed ora srpra quel pae.'se S' Ivaggio , le cui vai- U è veramente imponente. Poco dopo niiios''"""o ^' vil'ag- 
■ " ■ '5 gio dei Patagoni , situato in una di liriosa valletta, e roni- 

O posto d un centinaio i^i capanne , sparse senz' ordine 

§ qua e là. 

Mi fermai per disegnare una di quelle c-panne ; ma mi 



li erano a'ide e nude , e le cui montagne erano spoglia 
te di lioschi. Rea iinpossiià'e di scopi ini la traccia d un 
popolo. 

Dunque non vedeste niun alitante .? 



— Oia sentirete. Venula la dimane , mi alrai col gior- ^ accorsi che la mia operazione d'sp areva a' m'ei selvapg 



e salilo sul pente, un marinaio mi additò un ]*a^a 
gone a i^va'lo. Oneni;tone dal csp.lann il permesso , an- |g 
('ai a terra arrompa;nato da due iioniini. Il selvaggio si Q 
inoltrò \erso di noi senza mostrar ne sorpresa nò timore. ^^ 
i.a sua fisonomia nmla aveva d' amichi vole ; giudica' per- H 
ciò a proposilo di stare all'eita IMi parve d' alfa s'afu- || 
ra ; la sua pelle eia del color del fango , ed i cajielli U 
lunghissimi gì' cadevano disordinati sulle .spalle. g 

Credetti su le prime che portasse 'u' naso un paio d'or- B 
(hiali; ma quando gi fui pili da vicino, m'accorsi che ^ 
la S"mmiià del naso , ed il giro degli orchi erano dipin- Si 
ti di nero. Era ve lite con una gran pelle di vigogna, y 



iti peri Ile si avanzarono verso di me con gè- li e con giiil 



cerarono la mia laila Iln saputo piii lardi (he l'ant'pa- 
tia che prl.^ano per chiunque vedono scrivere o disegnare, 
proviene dalla loro credenza (he la scrittura e il disegno 
sono o[ierazÌH)ni m;igii he , di cui temono gli effetti. 

Poihe hagattelle mi erano rimaste dopo la distribii/.irne 
fatta ai selvaggi ile'la spiaggia , ma di quelle poche ih'io 
mostrai a' Pafagnni del villaggio , noe la che cagionò loro 
più maraviglia fu un picco'o sprciho. Quando vi si mi- 
rarono p r la prima vota , si volsero ci me sbalorditi, ri 
;iiardarono , e si guardarrn 1' un l' altro : miratisi di nue- 



ed avea le gambe attorniate da varie strisce di cuoio. Dal- W vo nello spenh o , spalancarono gli occhi , corsero a giiar- 



la e nfura i he gli stringeva alle leni la pelle di vigogna 
pendeva un lungo coltello ; la sella eradi legno ; le stai 
fé eraro d' o.«so. 

Quando fummo vicini del tulio. Io sparai una pivto 
letta'a in aria per veder l'impressione (he(juello strrp lo 
farebbe sopra di lo'; ma egli non parve punto atterrilo, 
e capii che costui g à conosceva le armi da fuoco. Mi 
misi a considerarlo colla [ùii minuta atlenxione , e deb- 



_ dar dietro di esso , e non vedendo nulla, si mirarono an- 

H cora , facendo mille smorfie, dando in iscrosci di risa, gri- 

tì dando, battendo e gestendo come pa/.zi. 
H I'>-sendomi accorto che il vento si i inforzava, tornai colla 

§ mia scorta alla spiaggia , fier indi recarmi alla fregila ; 

fi| ma giunto al mare io trovai sì grosso e >'i burrascoso , (he 

tt non mi parve prudenza l'arrisi h armi , e presi il partito 
di tornar solo al villaggio. Siccome era gà notte 



bo dire ih io non aveva mai fino allora veduto un uomo « tr dussi carpone nella piima capanna che trovai, mi sdra- 

p'ìi S0Z7.0 di lui , e potrei giurare ch'egli non s'era mai ^ ai per ferra , e spossalo dalla litica coni' io era , non tar- 

iavaio dacché era al mondo. Gli parlai in inglese, in fr.in ja dai ad addoimentarmi profondamente senza punto pensare 

rese, in spagniioln : ma inutilmente Di qfie^fe lingue e- ^ alla singoiar rompagnia fra cui mi trovava. 

gli cap va due sole parole : rum e tabacco, che andava jg La mattina seguente al m-o svegliarmi , mi vdi 'n'or- 

continuTinente ripetendo e schiamazzando con nn accen- ^ no una numerosa famiglia , i h' ebbe per me ogni sorta di 

lo (he indicya iin'eslnma avidiià. Gli diedi allora un a cure e di attenzioni , e m'imbandì una buona colazione 

pan hi Ilo dizgari .he mi strappò quasi dalle mani con ^ di carnp di vigogna lessa. Per ricnmprnsare i miei o- 

tiitfi i segni della pù viva allegrezza. Gli feci dare da " spiti, donai loro lo sjiecihio maraviglioso e quant' altre 

bere e da mangiare, e si divorò in un batter d'occhio |S cose mi tre vai aver nelle tasche, ^ , 

quanto gii fu messo innanzi. H Passai fotta la giornata in mezzo a que'.Patagoni ; as- 

f.a m a cortesia 'o rese p'ii mensueto , cosiccbc ai S'-gni a distetti ai loro giuochi, esaminai le loro capanne, i loro 

ch'io gli feci per sapere se troverei a fri abitanti sulla spiag- n anhi , le loro Ronde, e ve-^o^^era ti rnai al vasce'lcj. 

già . egli non ricusò di rispondere pure coi segni che al- Ù Quante fav.o'e sono slate spacciate sul'a gigantesca sti- 

Iri ne trover^-i nel luogo che mi mostrava col dito. Soc'- <i fura dei Patagnm! La statura di cotffiti stliOfgi, avea dello 

disfatta per allora la ma curiosità mi separai dal mio ^ Magellano, è tele, che le testa dfl piii 'ilio di noi giunge. 

Patagnno , e tornai alla fregala. hi rehbe appena alla loro cinn ra : i loro possi sono tanto lun- 

Verso mezzo giorno , intanfo ihe alcuni uomini dell' e- M ghi , eJ il laro corso è tonto leloce. che restano di noi pò- 

qii'paggio , sbarcati a ferra , faravano provvista d'aiqii.i il tr,bbe r gginngrrli. Tutto co (he hanno detto o S(_rilto i 

e di legna , io presi meco quattro marinai ben armadi , *i v aggiaiori sulla statura dei Pafagnni , è fal'O : essi sem- 

e mi d ressi ver o il luogo indicatomi la mattina dal Pi- ti brano a'quantn più alti degli europei , ma mi sono ass'- 

fagcno. In fattivi trovammo parecchi naturali, i q'iali ^ curato (he siffatta apparenza proviene unicamente dalla 

al giunger neutro , ra'scro alle grida di gioia. Sbarcato a H 'ero foggia bizzarra dì vestirsi. 



152 



L OMNIBUS PITTOnESCO 



:^ 



Olire l'arco, le frecce , e la fionda , i Patagoni hanno a parola ; la sorpresa, e la gioia parafano avergli tolto il 
un'arma che è loro particolare , e che portano alla cin- g respiro. Oh Sara ! Oh Sara! pensava egli in fra se sles- 
tura. Essa è composta di due ciottoloni tondi , pesanti o- jq so : questo colpo diserte pur mi avvicina a te ! 
gnuno una liblira , aTcolti nel cuoio, ed attaccati ai due ** — Siccome l'erede delia mia casa deve aver una spo- 
capi d' una corda lunga sette piedi. Si servono essi con u sa onde dar discendenti al nobile nome, ora divenuto suo, 
molta destrezza di quest' arma, lenendo uno dei ciottoli in ^ cos'i, Giorgio, ho già pensalo a scegliervi una sposa, 
mano , e facendo girar l'altro rapidamente al di sopra del u — Ah! milord! milord! esclamò Giorgio, che aveva ri- 
loro capo. Quando il moto di rotaaione impresso al ciot- ^ ciiperata la voce , milurd, non potrei pagare, che con una 
tolo è abbastanza forte, lo slanciano, chea di rado non y disubbiiienza i rostri primi comandi , gì' immensi benefizi 
toccano il bersaglio. ^ di cui mi colmale. Vorrei potervi provare la mia gratitu- 

" I Patagoni , popolo Nomade , adorano due biaiarre W dine a costo del mio sangue ; ma non posso sposare la 

divinità , chiamale Chéicboi o Chrlvoda ; temono i demo- ^ donna che avete scelta per me ; non posso ! ne arac 

nii, a cui attribuiscono coma e coda, ed hanno altre super- y un' altra ' 

stizioni che non mi fu possibile di capire ». ^ — i\Ia quella che vi olfro è giovane, bella, ricca , no- 

Ciò dello, sir Giorgio si tacque. » bile, buona.... 

— iNon vi ricordate d'altro? domandò lord Bedley ; ^ — Ne amo un'altra, miloid ! 

non v' è accaduto altro nel porto della Fame ? iì — Ma colei ihe amate... vi corrisponde , a quel che 

— Mi era dimenticato d' un caso singolare : mentre la !l pare. 

scialuppa stava per partire onde tornare alla fregala , un » — Oimè ! milord ; ella non sa neppure eh' io 1' amo , 

uomo mezzo nudo rome i Patagoni , colla barba lunga , ^ e quanto l'amo ! 

coi capélli in disordine , si slanciò verso di noi gridando |^ — lìh via ! le son ragazzate codeste. Bisogna scegliere 



in inglese — aiuto , in nome dei cielo , auto ! — Noi riu- S 
scimmo a strapparlo dalle mani dei selvaggi che lo ave- p 
vano inseguiti) e raggiunto, e (he fecero quaUhe resi- |f 
stenza Arrivati a bordo della fretta, lo sconosciuto (hie- ti 
se del capitano, (he lo at colse con dimoslraiioni di som- Ij 
mo interesse (; di rispetto nel suo proprio alloggio. Quin- M 
dici gidrni dopo incontrammo un vascello che veleggiava ff 
verio r Inghilterra ; lo sconosciuto vi s'imbarcò e tornò fii 
a Londra, e mai nessuno del nostro equipaggio ha sapulo ^ vi destino ; vedetela, prima di rit usarla 



caro Giorgio : la mia amicizia per voi esige da me questa 
fermezza siate sposo alla giovane che vi destino , e... 
rimanete un povero uffizialetto di fregala. 

— Resterò un povero uflizialetlo lii fregata , milord ; 
ma conserverò sempie nel mio cuore per voi la più profon- 
da , la (liìi viva riconoscenza pei bcnehzi dei quali volevate 
lon tanta generosità ricolmarmi. 

— I\Ia almeno, testardo (he siete , vedete la sposa che 



nulla ì'nlorno a lu 

— N('n e' ii altro ? disse lord Bedley. 

— Non e' è altro ; rispose sir Giorgio. 

— Eh via ! voi mi nascondete quali he cosa. 

— lo, milord.'' vi giuro 

— Zitto, non giurale, perchè vi dirò che quello sco- 
nosciuto non fu debitore della .«^ua libertà e della sua vita 
che al vostro solo coraggio. Vi dirò di più , che la ferita 
pericolosa, die ti ha tanto tempo tormentato, che per po- 
co non Vi ha fallo perdere un brai rio , e di cui non siete 
guarito the da poco m qua, quella ferita, mi capile, la ri- 
reveste in quello scontro per parare un colpo mortale da 
qne' barbari vibrato contro lo sconosciuto che volevate 
salvare. Abbracciatemi sir Giorgio ; io era quello scono- 
sciuto. 

— Voi, milord ! 

— Io, io slesso. Incaricalo del comando d'una nave , ^ 
questa si ruppe contro quelli scogli funesti Tolti i miei g 
compagni perirono; io giunsi solo a terra per cader se- S 
mivivo ia .■nano a que'seivaggi, che mi oppressero di stra- u 
pazzi , e mi tenevano legalo e chiuso in una delle loro ca- P 
panne. Saputo l'arrivo d' un inglese , mi riusc'i di rora- n 
pere, rodendo co' denti, i mici legami; io era risoluto a ^ 
morire, o a profittare della felice occasione the mi mandava Q 
la provvidenza onde ri( operare la libertà : forzai la porta 5 
della capanna e corsi alla spiaggia ; i selvaggi volevano fi 
riavermi in loro poltre, a qual fine , non so ; voi veniste SS 
in mio soccorso... il resto lo sapete. Oh ! quante volle ho Si 
pensalo a voi ! quante volte ho desiderato di abbracciarvi ^ 
prima di morire ! Ma io vi i rerieva in altri paesi, in lon- « 
tane regi()ni, e mi stavate vicino! La vostra bella e santa ^ 
azione di ieri fj 

— Di grazia, milord ! |ì 

— Si, è venuta fino a me ; e tocca a me a ricorapen- li 
.sare il mio giovine liberatore , ed il salvatore d'una in- || 
tera famiglia. Giorgio, vi addotto per mio figlio; voi sa- U 
rete il mio unico érrde , ed alla morte mia mi succede- « 
retf> nella dignità di pari del regno. g 

Giorgio stupefatto , volle parlare, ma non potè formar g 



'— A che gioverebbe ! fosse un angelo, non cambierebbe 
1^ la mia risoluzione. 

Q — Ora la vedremo, signor testardo, disse lord Bedley, 
g scoicndo un campanello ; 1" uscio s'air'i... entrò una gio- 
H vane ; era miss Sara. 

^ — Giorgio, voi ricusate dunque d' esser mio sposo ? dis- 
tìj s'ella dolcemente. 

i3j Giorgio smarrito, confuso, fuor di sé, le era caduto ai 
C piedi , mormorando : 

J3 — Oli ! è questo un sogno ! è certamente un sogno ! 
U — Si, è un sogno che durerà tutta la nostra vita , ri- 
gì spose Sira sorridendo. 

9 — Oh cielo ! ma come ho io meritato tanta felicità ! 
H — GdI tuo coraggio, disse lord Bedley , colla tua leal- 
fì là, colla tua buona e virtuosa condotta. Io ti do il mio 
M nome , perchè tu lo porterai degnamente : ti dofiaalmente 
y' mia nipote , perchè saprai renderla felice. 



S.C. 



Del primiero il mondo è pieno , 
Ogni fiume ancor ne abbonda, 
E persino sulla sponda 
A lambir ti viene il pie. 

Il sccondn suol produrre 
In ogni anno dolce frutto, 
E lo gusla il mondo tutto 
Poiché nasee in ogni suol. 

Di liquore il tutto ha nome 
Ed ha seco un grato odore , 
Ma il gustoso suo sapore 
Fa talvolta delirar. 



Si hadi clic le lettere non affrancale , restano 
inutili in posta. 



^'^'^ifìi ì^'n!!^ niì^'Si 



Uipoit 17 Ottobre 1344. = 2lnno Settimo =^ (LMoBtèi B." 20 

un roGMO CJIANA 5. — IN SEMKJ.iRK 1.10. — '/n' ANNATA 2.00. — PER t' ESTERO "N ANNO 3.60. 




.^^ 



,v^^^- a' ^ C/'ì t^//<:* /'^^w/,^ C^/i^tz/c, 



La pirte snd-nr^sf dell'Arcadia rhe limila il lerriln- 
rio d' Olinip-a lartliinde due ORgelli imporlanli cioè la 
più verchia e la p^'i giov.mc città dell* antir.i Grecia I,a 
prima è Liro^wa le cui ruine si veg'.onn siildeili\i(i sud- 
est del mi'nic l.iccn , la moderna lìiofotli ; l'iiltinia sul 
r altra riva dill' A fen è Mf^olniioH , fondata da l:p;>mi- 
nonda in una let;giadra vallata , rivestita da orf;ooliose 
foreste ed inafliata da aliliondanti ruscelli Rssa conserva 
ani ora nel si'o vasto tentro i scc;"' de la sua antiea ma- 
gnifiicnza, ed è de^na di nota per essere stata la patria di 
Fi:o[]e[iieiie e di l'ulihio. 

!Ma \i ha an{ora in qncNto liiogn un altro avanrn del- 
l' antich^l.i , che per la sua posizione, la sua lielieZ'a, ed 
il pens'do (he ha pres'ednto alla sui erezione, ofiVe al 
viaggiatore nn pili polente interesse. Oliandoli si^nalodi 
Firenze nrdieò T erezione della cattediale , in cui il genio 
di Bliehelanselo s'ispirò del [lensiero di Brnnellesihi . è 
riportalo neir ed Ho che. dopo aver ottenuto fsma nella 
guerra e rieihzze, nella pace conveniva a^li ahilanti della 
Il ro illustre cit n innalzare nn ti^mpio cristi.ino degno 
ri' nni) stalo pro^pero " potente 11 superilo edifu io di Bus 
saf. siipra una rielle «alene del Cohlìum , a t e miglia al- 
I ovest di DÌMlorti . fn innalsafo in virtii d' un simile e- 
dilti.; nn con pailii olaii ancor p'ù importanti, polihènon 
fu loslriiilo da una metropoli riera e popolata come Fi- 
lenze, siltliene da ^nn piccolo v'Hag'jio dell'Arcadia , Fi 
f-iilfia I'? (O l(ica!o in un lungo in cui non facilmente i 
inaleriall di cotriizinne potevano trasporta''si ; non in un 
iuo^o fieqiiei.talo , in ini la folla de' pas'.eg:;ieri poteva 
esser chiamala ad ammirare la foria e l'ingegno di quelli 
ihe le. estero; ma in nn luogo solitario, esposto a'venfi 
rd agli uragani, sopra una montagna aspra e selvaggia, di 
difficile accesso, e sembrando nel suo isolamento non diman- 
dai e altri sguardi se non quelli della divinit.i cui era consa- 
cralo, li primo teatro costruito a Roma era destinato a pi- 
«ificare la collera rie' numi durante una peste II tempi» 



fll Dissae era nn' odi-rta piìi òeqna dril> dlvlnitn, polc'i; 
fu iiindlzalo non g^à ni I leuiji,, di l'i strage d' ima pest*. 
ma come una testimonianza ili r i iinore;ua dopo la sin 
disparizinne. Esso era dedicalo ad Ji>o//ii Epic-u'O o Sor:- 
corrfio/e. , 

L' edificio non si dirige dalP es' all' ovst secondo il co- 
stume de' tempii greci, ma dal nord al sul. Un'altra pir- 
licolarilà s'osserva nel numero dMle sue colonne; men- 
tre quelle de' lati eccedono geneiaimenle del doppio, pu 
una, quelle di ciascuna chemità, qm se ne trovano sei 
a rùàsciina estremità e quindici su i iascun lato, l/idilì-io 
aveva centoventlcmqne piedi di Innghez'a ^ll quaranta- 
sette di larghezza, l'oggiava su tre giardini ii i>iile dori- 
co perlpleral» ed ipeliae. Fu edificalo da lilinus, 1' ar- 
chilslto del Partenone d Atene. 

Pausania assiiiira ih- il tempio di Ba sae sorpassava 
tutti gliedifiii del Peloponneso per la bellezza della sua 
pietra e l'armonia della sua costruzione. Se dò è vero, si 
j)uò riguardare come ima buona forliina, o [liiittosto coire 
un fav"orede'!a Provvidenza piolellnce delle arti.lacon- 
servazone di qlle^lo monumento, cheè restato in uno sta- 
ta di perfezione mi non s ap[>rossima nessnn tempio della 
Grecia, ad eccezione di quello di Teseo. 

Il pr'iniipale ingresso era ;>1 noni. Dopo aver salito le 
scale , e traversalo le colonne del portico e del pronao , 
si giungeva nel vestiliolo Qu vi da ciascun lato, e basate 
al muro, erano cinque co'onne i.in che in marmo bianco . 
che sopportavino la volta, e s' avan/.afano al difuori del 
muro, in modo da coprire la p il gran parte dell' interno 
del ve'stibo'o, non lasciando che un' apertura al centro per 
ammettere l'aria ed il giorno, rome quella della volta del 
Panlh cn di Roma Tra le due colonne jonie f. il meri- 
d onali s'innilzava una colonna corintia pure di marmo 
b'anco clie sopportava I' architrave al disopra dell'ingrci- 
so mer'di'na'e del vestibolo 

li frcio ibe ornava P interno si trova ogirid'i nel Mj- 
" 2;J 



^^: 



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h' GMWIBUS 



seo nazionale dell' Ingliilterra, e Insti dire che secondo 
ogni probabilità es;o è l'opera degli allievi di Fidia. Se 
come tulli gli architetti e gli scultori adoperati nella co- 
struzione e nell' abbelliniento di questo tempio erano d'o- 
rigine ateniese, cosi la maggior parte de' subbietli rappre- 
sentati su questo fregio si rallegano alla storia atf-niesc. 
Esso ritrae il combattimento di Teseo co' Centauri e le 
Amazzoni. 

Tale era l'isolamento in cui si trovava il tempio di Bìs- 
sae (he per lo spazio di più secoli la sua medesima esi- 
stenza fu ignorata o dimenticata. Sniilt- sotto questo ri- 
guardo a' tempi di l'esto , solo verso la metà del XVIll 
secolo, questo monumento, il p ìj beilo ed il piii perfetto di 
tutti gli avanzi dell' architettiiia greca nel IVlopnnneso, fu 
scoperto quasi nello stesso stalo di ronserv;izione che nel 
momento iiicuil'ausania lo visitò più di mille anniprima. 



DI GEOGRAFIA FISICA E I>0LIT1C\ 

(F. Unum. 18) 

Regno Belgio. 

Posizione astronomica — Longitudine oiienlale tra /" 
lo'e 3 ° -IG'. Latitudine tra ^9 " 32 e 51." 28'. 

Confini — Ai niid il regno d' Olanda : all' est lo stesso 
eie priivime lleuane ; al sud la Francia; all'ovest li 
stessa e il mare del Nord. 

Montagne — Poi he montagne ha questo regno e per 
lo più assa' insse. Apfiartcngono al sistema G.illo Francico. 

Fiumi — 'l'utf i frimi di questo regno si gettano nel 
mare del Nord , ec(eltuato i due bracci del lleno (he si 
versano nella Zuydenzee. I principali sono : la S(hclda , 
la Mosa ed il lleno in picc olissima parte. 

Canali — INe ha molti questo re^no di cui sono i prln- 
< ipali : il canale del settentrione del Belgio, quello di Char- 
leroi a Brusselles , quello da Mensa C mdè , quello di 
Brusselles , quello di Ttrnpiise a quello di Ostenda. 

Strade di Jrrro — Possiede una bella strada di f'rro ciie 
si divide in piìi rami, id il cui scopo e quello d'aprire co 
mnnicsziuni fac li e ra[iide tra' porli d' Anversa e d 0- 
stenda e le p'inci|) 'b c'tià del regno dove sono manifatture 

Etnografia — Gli abitanti di questo regno appartengono 
a due famigi' ; alla Germanica ed alla Greco-Latina ol- 
tre agli lUirei. 

lie'igione — Tolleranza universale ; ma la maggior par- 
te degli abitanti (irufessa il cullo cattolico. 

Coterno — Costituzionale. 

Industria — 1 prin( ipali oggetti dell' indmtria belgica 
sono mei letti, tele, coloni stampali, imbiancherie, tappeti, 
calte, (once, panni, L.bbriihe d'armi e di coltelli, maio- 
lica, libii e slaiipe, orificeria, lavori di feiro, ^rdaio, ra 
me ed ottone, macchina a vapore e fibbri(he di birra 

Commercio — Quello d cspoihzlone consiste n''ffiitti 
della sua florida agrieo lume delle sue numerose industrie, 
i grani, la bi'ra il carb' na di terra, l'olio, i meiletli,i pan 
n', le tele di cotone . r. quel'o d' impoitazione si compone 
pnnfip.ilincnle di\iiii r frutta del mezzud'i. 

Dit' sione amministratila — Il H'Igìn si divide in nove 
province che sono le sesuenti : lì'abante, Bnissell s. 81) 
A'hfrsi, Anversa. 73. ì tundra Orientale, Gand, GH. Fi'in- 
dra Occidentale , Biiigns , /| I . // inaut , Mons , 23. Na 
wur, Nainiir, I!). /./<^/, Liegi, 58 i/m/ij/'g'o, Ilissell, 5,9. 
Lacemburgo, Arlun, 3, 3. 



Monarchia O.'andese 

rvsìzione iistronomica — Longitudine orientale Ira 1." 
e 4 '^ 48 Laliludine tra 51 ." e ò.'i.° 

Confini — Al nord il mare del Noid; AV est la confede- 
razione gcrnianita; al s/zJ il regno Belgico ; all'oi^s/il 
mare del Nord. 

Montagne — Non vi sono die rolline e solo nella Ghel- 
dri» e nella proviniia di Utreclif. 

Isole — f>e piiuiip.ili sono ijuelle di Kud:ond , Nord 
e Sud Beveland, ì'ulthert-u Tlioleu, Schouivea, O.erFlukee, 
Foora e Ucyerland , Fier ngeu , Texel , Fie'and , Tlier 
Schelling e Àucellaud. 

Laghi — Qmsto [liccolo regno ne ha gran numero , 
ma tutti di piicol.i esfi'usion ; quello di llattm, onerato 
del titolo di mare, è il più ampio di tulli — Ha altre.s'i pa- 
reichie paludi e lagune. 

Fumi — ÌM Iti fiuni irrigano questo regno (he tulli 
mettono foce nel maie del Noid. ad eccezione di due brac- 
cia drl R'-no e di ali une [liciiole riviere i he si vergano 
nello Ziydersee. F,c(0 i pi ìn( ipali : La Scìtelda, la Mosa, 
il Fahaì , il Leck, il lìi-no, 1' Vaso, \' Eins. 

Canali — Tulle le città del regno sono poste in comir- 
nii azione per uifzzo di (anali ma i principali sono quat- 
tro cioè : il canale del Mord i he uu sce il rorto di .Nmvter- 
darn aque'lo di Nieuw UiSp; que I > d. Zrderick da Wa- 
nen a Gcirkunc alil'ieviàndo di otto gimiii il Ira^'illo di 
Amsterdam a C"lonia; quello di ZuidFJliems ì^aust vhe. 
fa comunicare /iois-le- line Con M,i(Siii(h; e da ultimo 
quello «he stendisi dall Fuis fino ad llirlingen 

Strada' di fero — li' pr.issima la costruzione di una 
strada di f no per mettere in i omunicazioiie Ain.^teidam 
colle [irincifisb cit à drl legno 

Elmngrufia — Taiemlo degli F.brei (he sono in pici ola 
quantità, gli abitanti si possono dividere in due lamiglit; 
la Germanica c\\\ appaiteugono gli Olandesi, gli .Wiiian- 
ni ed i Fri.'Oir, e la Creco-L(,t na (he lO iipieiijei Folloni. 

Religione — ToMi'ranza un versale, ma 'a maggior jur- 
te d' gli abitanti piofessa il calvinismo 

Governo — Costiiuzii naie 

Indu-itria — Questo regno è uno di quello che maggior- 
mente si d slin,;uono per la loro ndustria I pi in. ipali 
articoli sono le tele , la cerasta , il borace, il salnilro. le 
cere, il ginepro, il miicio , b- (ar'e , i panni , i drappi di 
seta , I Conce, le Libbr i lie di tabacco ecc. ecc. 

Commercio — Un temjio l'Olanda era s gnora del rom- 
mercio del monlo, non avendo le altre na/.ioni a roi'cor- 
renza, ma quantunque og.;idi non sia i he 1 ombra di I pas- 
sato pure è a'Sai ragguardevole ani ori. 1. ■ priniipali im- 
portazioni con>ist ino in grano, sali, vin', legni, bovi, ma- 
gri, ferro ec. F..e principali esportazioni il friittj della loro, 
industria. 

Divisione amminiftrati\n — Il regno è diviso in deci 
province suddivise in d stretti e questi in cantoni. Fico 
il nome delle province con quello dePe loro (ap'ldli: 

Oanda Settentrionale. Amsterdam. 201 — O'anda Me- 
rihonnlc , Aia , 55 — Zelanda , IMidilelliiirg , 15,1'. — 
Brabanle Settentrionale ,ÌÌDÌs-[e Due, 18— Utrecht, U- 
ti.chl, 35— GhelJria. Arnhem, 9, 5 , IV — O.eijssel, 
Zwoll, |3 — Vrenla. Osseu, 1,2 — Groninga, Gionin;;a, 
20, 5 — Frs'ia, Leiiwarden, IG , 5 — Limborgo , iMae- 
strirht, 18, 5 — f.L^-emburgo, Lussembi'go, K). 

Ptssesiiiini — Q laiitiinqiie 1' Olanda abbia leduto in 
questi ultimi tempi iiiol'e delle sue posses-ioni, [Mir non- 
dimen 1 le sue colonie sono an(ora assai iag;;iiai devoli , 
e compongono quel ih' da noi si diie 1 O.ean'a , \ Affri- 
ca e\ Anericii Olandesi e di esse parleremo allori lie ac- 
cennrremo a (] le'conlinenti. Tutta la m nari hia oiande>e, 
comprese le colonie, la una supeifuie di 2 'lì, 000 miglia 
quadrale id una popolazione di I20000('0 di abitanti. 



PITTORESCO 



155 




(Casfd'o di B!ois). 



Ili CSAU^32>2»t) 2)1 32.DIU 

B ois, Blpsae, Blesensecaslnim, altre volle rnpita'e del 
Blesois, con lilulo di Contea, oggidì lapoliio^^o di fjrffetlu- 
li del dipailimenlo di Loir etCfier , tori un vescovado , 
una torte dassse , Af.' triimnsli di prima istanza e di 
conimenio, è un'antica città di Francia, situata in anfitea- 
tro sul declivio d'una collina bagnata d <lla riva dritta della 
Loira, su cui si passa la mercè d' un hel ponte in pietra, 
comincialo fin dal 1711 ed ornalo d'una leggiera pira- 
mide di 100 piedi di altezza. Le sue slrade sono stri-lle , 
tortuose, e molto scoscese, ma vi si osservano pareci hi mo- 
numenti, come; l'antico casiello{l ) ceithre per la nascita (ij 
Luigi XII e per la res denza d' Francesco I, di Carlo IX e 
di Enrico 111 ; la chiesa de Gesuiti , costruita ;u' disegni 
di Gin io IMtnsard- l' ospedale; un sufierho acqui otto , o- 
pera de' Roman , che attraversa la cii!,ì di cui riceve tulle 
le acque: il palazzo della prrfilti:r.i, il piìi liell' edificio ino 
derno di Biuis , edificato sotto Luìg XIV con giardini a 
terrazzo. Lssa possiede inoltre una hililiuteca , un gabi- 
netto di storia naturale e di fisica, un collegio, un seiriinn- 
rio, un deposilo di sta I mi , una sncieià d eronumia rura 
le. un leairo e bei luoghi di passeggio. L' industria di que- 
sta rilih usnsisie i^n berrette, guanti , cortelli , faenza, 
corregge, e il suo commercio principale in eccellente aceto, 
in vini, a. nuavile, legni che trae da una prossima foresta. 



(I) Ouesic casiclh si fa sopratlulto notare per la differenza di 
siile che prcser.la la sua architettura nelle sue diicrse parti, attcstan- 
do esse quattro epoche distinte- Fin dal principio del XVII secolo 
non restata più che una torre, solo fesligio del secchio castello; del 
priiici/ io della rasa di Sciampagna e di Chatillon l'abitarono e >/ ag- 
giunsero nuove costruzioni- 



Blois faceva altre voile parie della diocesi di Cbarlres ; 
ma il papa Innotenzio Xll l'eresse in vescovado, nel I69Ì, 
a solici ilazione di Luigi il Grande. Questa città, (he era 
■ lata denominata la città de' re, poiché l'aria pura che vi 
si respira l'aveva fatta piìi volle scegliere per allevarvi i 
fi;'iuoli reali, è stala due volte la sede degli stati gene- 
rali sotto linrico 111 nel 1377, e nel 1588. i\lar-ia Luisa vi 
si ritirò momentaneamente quando gli alleati minacciar i- 
no Parigi nel 181», e da questa città furono spediti gU ul- 
timi alti della reggenza e del governo imperiale. Essa è 
stata la patria di Luigi Xll, di Favras del celebre medico 
e viaggialore Bernier e di l'.etro di Blois, precettore dap- 
prima, poscia segretario di Gug ielmo li re di Sicilia. La 
sua distanza da Parigi è di 4» leghe e la sua popolazione 
di I50U0 abitanti. 



Nel 1791 a Bologna, nell > (Dcina d'un pittore Gam- 
•niugo , rozzo ed altiero di modi , lavoravano. d:>egnando 
innalwi ad un tavolo, su < ui erano in disord ne aunion- 
lic. hiali sih ZZI di paesagg'o ed abbozzi di figure, due fan- 
ciulli, belli come due angeli ponno esserlo Delro loro 
il maèstro Dionigi Calvaeit tratto tratto sfoglieva gli oc- 
ihi dal dipinto cui attendeva, e con arcigli.ito cipiglio 
■^unrda\a at'ento ai giiioihi nascosti dei loro piedi e delle 
"oro mani, poi riloinava al lavoro. I ^\w faniiiilli sapea- 
no d'esere sorvegliali in quel momento , e peri) si guar- 
davano v'cendcvolmente in volto , con uno di que' sorrisi 
the indicano l' impazienza di poter sfogarsi d' un modo o 
dell'altro. 

Diipo poch minuti il mae>tro si mosse ; i due glovinet- 



156 



l' omnibus 



ti si volsero allrgri , e quando fu uscito il Caivaerl non ^ 

noleruno IralUneie un movimento di gioia. f 

• Se n' è andato finalmente , esclamarono amliedue ; | 

dopo ilie nel lungo corridoio più non s' udirono le peda- | 

te del maestro. ,• j • i t 

ì\la noi restiamo ancora , soggiunse quegli dei due j 

che maggiore dell' altro , sembrava d' un carattere più tur- | 

bulento ed ardito , e questa sera ci toccherà soffrile gli \ 

eterni suoi rimili otti. La è ora di finirla , dico io : noi non | 

siamo infine suoi schiavi; lavora, lavora, non riesce mai | 

nulla di hene. ,, • . £ 

Tu hai ragione , Guido, ma ci hanno allogati qui J 

i nostri genitori , e come fare a cavarcela i' | 

Come fare , Fi amesco mio , si prende la nostra | 

matila e i nostri disegni . s' impianta con un palmo di na- | 

so il nostro caio signor signor Uonigi , e si va qiialli qiist- f 

ti a eh ed. re lezione ai Caracci. Sono gii-nli di fres<o, e | 

si di(P sieno gente dalihene ed abbiano gran (oncorso. | 

— Knon sai tu (he verranno qui dal Calvaeit ad istruir- | 

si dei fitti nostri prima d' accettarci 'f E poi che ne di- | 

relibeio i nostri genitori? _ | 

Eh ! eh' io non bado a tanfi ostacoli , il mio Cecco, | 

anzi 1(1 Conto (he domani mando ad ellelto il mio disegno, | 

tu poi.... verrai meco , n è \ero i' T 

ILi mi pare sareblie medilo 1' aspettare ancora : forse | 

che reclamando ai nostri parenti mutasse maniere , allora | 

sarebbe altra cosa. j 

— La mia mamma diceva che il lupo perde il pelo ! 
ma non il vizio ; la pazienza non è ima virtii ; lo sai bene, | 
voglio andarmene ad ogni costo. Tu puoi fare come vuol; | 
perii non credo ci rimarrai a lungo , benché sappi tollerare . r 

— 1', iiuando ci potremo vedi-re ? ' 
Tulli i giorni in su tramontare mi porrò sulla por- f 

ta deiCaracci ; là ci racconteremo i casi nostri. _ | 

IJ.ne , bene, siamo intesi , a};giiiuse il più giova- ì 

ne dei due faiuiulli , int.mto ri.netliaiiioci al lavoro che ' 
nii sembra ud.ie le (ledate del macstio. _ j 

Ancora una mezz.i giornata di ternienfo , esclamò i 

l'altro riprendendo la matta, e ponendnsi a raggiiisLire 2 
un suo disegno ; ecco l'agozzno. Infalii il C.ih'iert liin- | 
trava in qnell' istante , e data intorno un occhiata si r ['O- J 
jiea dinanzi al suo quadro. | 

Il di dopo il maggiore di qua' due giovani era presso 1 
i Caiacci : 1' allio rimaneva ancora presso il maestro fiam- j 
mingo. Il primo era Guido lieni , il secondo Fra'icesco s 
Albano; r uno era giunto ai quattoidlii anni , 1' altro ne | 
aveva per amo dodici. Uniti iii>leine fin dalla infanzia da j 
una Vii a ami.izia , beiuliè d'indole d versa , pure s' ac- . 
lordavano nel pensare. Guido . di carattere fermo e co- ' 
ragL-ioso pensava a d fendere Fiaiice>(;o ; questi , timido I 
e dolcissimo d ind.de , avoa nel H -ni un" illimitata con- 1 
fidenza , fino a crederlo un angelo tutelare che di conti- 
nuo il protegge.sse Separati s'i improvvisamente , ambe- 
due sentirono un vuoto nel cuore, ma Guido più forte 
resistette: F Albano , quasi mancante d'una protezione, 
volle di nuovo pmcacciarsela , ed aliliandonalo egli pure 
il Calvaert . venne ben prest.i vicino al suo amico I loro 
nuovi maestri , i Carani, furono in bieve conlenti dei 
loro progressi ; e per natura essi pure aii'eltuosi , prese- 
ro ali a.niarli sinceramente 

l'in qui abbiamo, direbbesi , tracciate due biografie , 
in vei e di quella sola didl' Mtiano che ci .siamo proposti 
di p.irnere , ma 1' alibiam fatto perehij è meglio venisse 
in luce ques^.T mdjile affezione de' due giovani , e pt^rehè 
f indole di quello di cui impiendlamo a narrare le vicen- 
de , si chiarisse in piii eviddiie modo a!!n mente dei letto- 
li. Ora egli ( .iiuiiiiuiMà da solo nel'a via. 

Francesco Albano nato nel UiTS da un ricco mercan- 
te di seta , las' iato il commercio cui il padie avealo desti- 
nato , s' era dato alla pillura. Appreso il disegno pres.so 



il Calvaert , e passato , come più sopra vedemmo, ai Cs- 
lacci , che gì' insegnarono il dipingere , a vent' anni , la- j 
vorava già nei quadri dei suoi maestri , che volonlieri , 
sajiendo a quali mani fossero alTidati i loro lavori , gli la- 
sciavano il carico degli accessorii e delle più la( ili maci biet- 
te. Più tardi venne ricercato d'alcune commissioni: ac- 
cettò le decorazioni della gran sala del vestibolo del palaz- 
zo sovrano, ed ottenne non pochi encomii. Poco dopo par- 
tiva per Roma col Ueni , al quale recò aiuto colà dipin- 
gendo ne' suoi affreschi di Monte Cavallo e delie galleria 
Farnese. 

Lungi dall' aver l'anima calda ed ardente dell'artista , 
il nostro Francesco era calmo e prudente in ogni sua a- 
zione. S mpre eguale a se stesso , allegro , ma non smo- 
deratamente nella prospera fortuna , rassegnato e pazien- 
te neir avversa ( benclui di rado la sorte il volesse da que-- 
sta molestato ) tu Io trovavi il più del giorno innanzi ai 
suoi quadri , d ang oli , di madonne . di santi Homo non 
suscettibile di grandi passioni, un bel d'i gli viene pro- 
posta in moglie una giovane e ricca fanciulla, ed egli, sen- 
za nemmen pensarsi di vederla, accetta. I>a conduce in mo- 
glie , e per un anno vive felice con e^sa : ma quando la 
bella Rusconi gli serba la consolazione di prole. Dio glie- 
la toglie fra le ambasce del parto , e Francesco piange 
silenziosamente , e si rimette alla volontà di Dio. Giova- 
ne e libero erano suoi piaceri Guido ed i pennelli ; mari- 
tato il fareano felice la buona moglie e la .speranza d'un 
! figlio : vedovo ritorna di nuuvo ai pennelli ed alla solilu- 
I dine de' suoi lavori. lAla le vicende del mondo lo Irag- 
I giino dal suo studio : suo fratello Domenico , celebre 
avvocato , lo chiama presso di sé nella sua patria : 
I le sostanze della sua famiglia stanno per perdersi : egli 
I ha bisogno d' un aluto. Il docile Francesco obbedisce ; cal- 
i mo e tranquillo egli ritorna a Bologna , segue il fratello 
' che sostiene nel foro la causa della famiglia , vede con 
! gioia che le cose volgono al meglio , e ritorna a' suoi 
j quadri , e ridipinge le già tante volte tracciate forme della 
i defunta moglie di Guido e della piccola sua figlia. 
' Co-i quel cuore irancpiiUo ed alieno dalle passioni che 
1 turbano f animo e l' intelletto , sente benché calma, e in 
i un modo dolce e soa\e. la potenza dell'amore, dell' a- 
i micizia , e della paterna affezione. 

i Ma ad un tratto altre cure 11 sorprendono : suo fratel- 
! loDomeniio debole di salute e continuamente assediato 
I d'allari di-[icia di [irole maschile , e voiieb'ie che Fran- 
I (Csco si riammogliasse perchè il nome degli A bani in lui 
! non finisse Come seinpri^, Francesco accond scenile, e ben 
I gliene avviene poiché Dm aloe che egli sposa di l'i a pochi 
I giorni, riunisce ili sé le p u care qualità die ornar pos- 
i sono una donna: ella è giovane, bella, di nobil famiglia, il 
j suo cuore è buono, lindole sua s'affa in tutto con quella del- 
I l'Albani; infine ella asseconda i desiderii di Domenico, ed 
I arricchisce Francesco d' una dozzina d" allegri figliuo- 

1 Oh ! quanta non fu la felicità dell'Albani, allorché com- 
I perale due amene villeggiature, in seno a tutte l" inesti- 
J mabili dolcezze d' una famiglia adorata , in mezzo al con- 
^ tinuo sorriso del cielo e della natura , circondalo dalla 
i iiio:.;liee dai fi-li che gli servivano di modello , à plngeva 
I l'officina di Vulcano , i quattro elementi , la Natività di, 
a Gesù Cristo , e davasi allo studio delle lettere ! 
^ Mido[iocheil noslio pittore ebbe dalla sua Doralo e 
U tanti figli . lo spirito de'suoi quadri cangiò: non avendo 
R biso-no d' usi ire dalla sua famiglia per trovare migliori 
!i| modelli , si diede pressocché del lutto al mitologico : ma 
li le sue G.ilalee . le sue Diane , le sue Veneri , non furono 
O ( he altrettante Dorabci : i suoi amori , i suoi Adoni , non 
U furono che allielt.inte copie dei suoi figli. Onesto dà a' suoi 
w dipinti una monotona uniformità, quantunque non tolga 
M i.c sia m cabile Teff Ito de! colorito e del fondo Del re- 



i 



PITTORESCO 



1J7 




( Milizie Alemanne del secolo XVII ) 



slo le nuove idee dell' Albani piacquero in quel secolo : le 
sue tele seducenti furono levale a cielo , e selibene le cri- 
tic he non mani asseio , e vmisse chiamalo 1' Anacreonle 
della pittura , pure da multi signori e anche da varie corti 
venne onorato di commissioni. 

In questo frattempo , per qual cagione non si sa be- 
ne , ruppesi d' improvviso quella strclta amicizia che fin 
da fanciulli avea legalo il fieni e 1' Albani : vogliono al- 
cuni ne fosse causa 1' orgoglio del primo , altri 1' esigenza 
del secondo , ma noi ne crederemmo (>iuttosto cagione al- 
cune di quelle mesihine rivalila d'aitisti , che, gettando 
la discordia ed il livore nella scienza , impediscono che 
questa progredisca. 

Giunto alla virile età l'Albani fu chiamato a dipingere 
in pareichie città : nel I6.'j3 venne di nuovo a Iluma , 
invitatovi dal cardinal di Toscana. 

Ritornato in patria riprese la dolce e tranquilla sua vi- 
ta i dipinse nuovamente Veneri ed Amori , placidi ruscel- 
li , ninfe scherzanti sull' acipu; , D.ane cacciatriiie mil- 
le altre tele di som'glianli argomenti , che esposte ai no- 
stri tempi andieiibero cp|ireise dal biaiiaio universale , 
ed in quel ^erolo passavano nelle ga'Ierie dei sovrani. 

Vi.ssp r Albani molti anni in una pace pcrietta : solo in 
quell'ila in (ui l'uomo, spossato per le durale fatuhe di 
un' esistenza brfve sì ma operos». ha maggior bisogno 
di riposo , fu turbala la sua Iranquiliiià. Suo fratello Do- 
mi nicn perdea piessodhè tutlojn (attive speculazioni, i 
suoi beni andavano con esso pignirrali e gli toccava ven- 
dere le tanto amate sue vilieg-iatiire. \l perchè, ionie ben 
ditt un vecihio adagio , una svei.tura è sempre da al- 
tre seguila , dovette ambe soffrire le moleste criiiihe del 
suo nemico Scandii. Pure non negati la sua laboriosità 
che anzi raddoppiò di lena e ri' ardore fini he cedendo 1' im- 
pero alla vecchiaia , colla vita di Francesco , si spense. 



Nel I6C0 spirava l'Albani in età di S2 anni, dinanzi al 
cavalletto che sosteneva uno de' suoi più gentili lavori 

Fu generale il compianto destalo dalla morte dell'Alba- 
no 1 suoi amici , gran numero dei quali furono nomini 
celebri, come il Lanfianio,il Poussin, Salvator Uosa, 
il !\Iaratli, il Castiglione , scrissero tulli lettere di condo- 
glienza alle sua famiglia. 

Di cuor tenero e dolce andò sempre in cerca degl'in- 
felici onde consolarli , e n' è fede il Domenichino, che so- 
stenne con animo generoso nella sventura che il perse- 
guitava. 

In gioventù avvenente della persona , maschio e forte 
nella matura età , venerando nella vecchiaia , fu mai s'mii- 
pre 1 Albano di severi ed incorrotti costumi. Invidia e ge- 
losia non macchiarono giammai d siro animo : ammirato- 
re delle opere degli uomini di lui più famosi, s'inchina- 
va dinanzi ai lavori di llali'.tello e dì Michelangelo. Ben- 
ché aiwcreontko , e meglio ali allegrezza che non alla me- 
stizia proilive . aveva il cuore cablo e capace d'enfusia- 
smo. La felicità della vita e delia famigl a non fecero al- 
tro ihe sopire in lui il bollore delle passioni ; infelice e 
perseguitato dalla sventura , forse , non che calmo e tran- 
quillo , sarebbe apparso come il secolo in cui viveva , smo- 
derato ed ardente nei desideri; di piacere e d'ambizione , 
violento e fantastico nelle [lassioni d'ira e d'amore. 



MILIZIE ALEMANNE DEL SECOLO XVII 



«f Durante la guerra dei treni' anni, la guerra divenne nel 

a medesimo tempo un mestiere ed una scienza. Poiché 1' A- 

rs lemagna s'era trasformata di falli in un campo di batla- 

§ glie ove venivano a scontrarsi gli eserciti di tulle le pò- 



L OMNIBUS 



lenze europee , si era obblialo in quella immensa misce- 
la d'interessi sì diversi il punlo d' onde si era partilo e 
la ragione delia guerra; il risultalo più chiaro non ludap- 
prima ihe la ruina del fanalisno rei g oso nei soliiali e 
del senlimenlo di nazionalità ne generali. Tra le mani 
dei successori di Gustavo Addio la guerra era divenuta u- 
na t)isngna di lattica e di scienza, ed al disopra di tutte le 
quistioni religiose e militari folloravasi I' arie miiilare. 
Cosi si formij la scuola inoJerna de' tattici (he slud avano 
gli uni sollo gli altri ed andavan poscia a portar la loro 
spada , là ove trovavano i ni'gliori gradi militari. 1^ arte 
niililaie divenula una scienza , non couoliire piii na7.ioua- 
lità , e divenne, se si può dir co>i cusmopilitn (ome la 
scienza stessa , formando quella (lasse di ( fliriali di for- 
tuna the si trovarono nelle gU' rre di tult' i paesi , e che 
Walter Scoli ha cosi hrn dipinti. 

« L' Memagna ed i Paesi Dissi, di're Gu'zot, nel suo 
studio storilo sepia IMonk , erano a quell epoi a il luogo 
di ritrevo dei g lyani inglesi che la loro inclinazinne e lo 
slato della loro fui luna sping.va al mister l'cl'e armi, 
e di tulli quelli la cui atl.vi à languiva in una potila in 
pare coir l'europa e che non ag'lavj (ninlo la sua piopria 
libertà. Chiunque eia lioiiuntalo dal iisogno di « perare 
andava a soddLsfarlo nelle giit rre lontane, senz'altro van- 
taggio per lui che il giunco della guerra , le sue emozio- 
ni e le sue vicende. Chiunque si sentiva rapace d'arriva- 
re alia iortuna per la sua valentia , l'andava a vendere a 
(rezzo di soldo, nel luogo in cui sen teneva il mercato. Co- 
si si formava una razza d' uomini ardili a' pericoli , più 
denti sul loro interesse , sotlomessi in ogni occasione a 
quella vila di pericoli i he faceva della loro vila una rrier- 
ranzia. mischiando sph ndide f.izieni a sentimenti volga- 
ri , iuflifierenii al liene ed alfezionati a certi dr^veri , nel- 
la loro condizione co.^tretli a non curarsi di vizii, preser- 
vsndo-i da molti vz i. Tali erano la maggier parte di 
questi ufliciali die l'Inghilterra manda\a allora ad istruir- 
si e ad avanzare nelle guerre slianeie, e che un poco 
più tardi sollo il nome di oflidali di foiUnia , rappresen- 
tarono nelle sue guerre civili una grandissima [laile I- 
gnari di principi non mancavano roiiilimeno d un (erto 
onore , e quando il destino li lanciò nel mezzo del e vicis- 
situdini de' partiti . fiiron veduti rompere con pena l' im- 
pe;;no che avevano contralto da principio e risolversi rara- 
mente ad ahliandouare pi ima del leruiine I' inNegna cui 
ave\an loialo ( ci sia |ier messo co i d:re ) il loro coragg'o 
e la loro ftuieltà l'uio peoicupati de^la patria, ma anima- 
ti da u:i vivo sent.iiientn di lialrnilà per gli ui mini di 
^uia^evan diviso! perico'i , erano cillad ni [lOco sii uri 
ed ercellenli compagnoni. Indifferenti alle scil'erenze del 
popo'o .sapevano risparmiare quelle del soldato ; e rego- 
lari anche nella violenza non vi aggiungevano per nulla 
il male del disordine, La loro hriilaliià era dura ma non 
trasportala ; la loro avidità si s'Ilomelteva alle leggi del- 
la disciplina, e quel vercogno-o ardore del saccheggio e he 
fece de' nohiii cavalieri il lem re del,' A'emagna , è stalo 
raramente r'mproverato ;igli ofE iali di foiliina. » 

Quanto ai'soldati, essi formarono, in Akmagna alme- 
no, una specie di rorprrazione , e si procurarono de' di- 
plomi di cenferm:'Z''one e de' privilegi dalla parte degli 
imperatori, l'er entrare tome cavaliere o raiiro in una 
f^leve o p'j'ione formante una lince , Insognava esser pas- 
sato pe' gradi inferiori di valletto o di scudiere ( bube e 
Knopiìc ). Come pure, [i"r es.'er ricevuto f.intacciuo o lan- 
zicheneico era neressar o d'es er munito d' un certificalo 
che provasse d'esseie stalo istru'lo di lulto rio che ttiso- 
gnava sapere per portar le armi in una milizia regolare ; 
si osservava la slessa [rerauzione per gli artiglieri. 

I lanziih lecchi ed i raitrl godevano per privilegio im- 
periale , e f>er lina rondiz'otie del loro im[iegno, del drit- 
to di mendicare dopo finito il termine del loro scrvii^io. 



^ Questa maniera di mend'care qnasi colla punta della spa- 
Q da , e questi mendicanti cui non era permesso di ricusa- 
la re eran e hiamati ^ort/fniz-j/^^/-. Per esercitare il loro pri- 
n vilegio essi si riunivano , e queste associazioni diveniva- 
^ no un nuovo modo di saccheggiare impunemente. Il 
U i;arJtnbruJir rapiva al conladino lutto quello che il solda- 
ti lo gli aveva lascialo. 



CN CAVALIERE AL DUODECIMO SECOLO 

Renato di Tolosa 

I 

Gran festa fu al castello del conte di Tolosa il 2 novem- 
hi e I I G I ; la contessa si sgravava d'un mascìiio dopo tanti 
anni d' inalili speranze, e d' infriilluosi voli; laonde fu 
somma la gioia che comprese il conte e la contessa a que- 
sta fausti a* ventura che loro dava un erede , e lien pre- 
sto Venne fjito noto a luti i feudatari vassalli che dalla 
sua cmoiia di conte dipendevano. 

I vassalli servi della cillà eh Tihsv facevano echeggia- 
re di lieli evviva i dintorni del castello, perchè il giogo 
che imponi va loro il conte non era si opprimente, come 
quello de(;li altri gran feudatari della corona , e perchè 
in quel g ono, slaiile la felicilà dell'evento, faceva far loro 
ampia d sii liinzione di pane e di vino, di commi stillili, di 
grascia e di danaio. Ed era hello sjiettacolo il vedere i 
numerosi farri 1 ari del conte da tulle le finestre del ca- 
stello gettar tali cose a piene mani suU' aflullata molti- 
tudine. 

II terzo giorno fu indicalo al liallesimo. G à il conte , 
come vide a[i['ressarsi ii lempo del [larlo della moglie, a- 
vea fallo liandiie un torneo per celebrare il battesimo del 
figliuolo maschio o femmina che fosse nato , e già da al- 
quanti gioini Tolosa accoglieva il fiore della cavalleria ve- 
nuto (in da' piii lontani lidi, e le piii belle e cortesi darne, 
e tutti nel castello avevano albergo. 

Il 5 novembre adunque ebbe luego il torneo. Vincitore 
del huiieo saretiliesi chiamato colui che avrebbe spezzalo 
tre lance. Le leggi erano: comballersi ad armi coitesi e ioè 
con lancia e spada , di cui si doveva far uso, la prima a 
cavallo, la se< onda a piedi in caso che si cadesse di caval- 
lo ; i linoni colpi alle braccia ed al petto, quelli portali al 
cavallo disonoravano il cavaliere. I premii: un ginnello di 
Spagna ed una spada ingemmata. 

Splendida era la bzza, l'oro ed il brocrat i v'eran profu- 
si fuor di misura; le dame sfolgoravano meno per lo sp'en- 
dor de' diamanti onil'eran cariche che per cpiello della 
loro belle/.zi; i cavalieri che non prende^an parie al tor- 
neo, avean giustacuori e mantellctti m cgn fii i. 

I tenitori del campo erano sette ; il conte d'A X, il duca 
di Lorena, il duca di Bretagna e quattro altri cavalieri di 
cui non monta dire il nome, ed avevan per insegna una 
fascia rossa Allo squillo della tromba il ionie di Fcix e 
sei allri cavalieri si presentarono competitori a' primi col- 
la fascia bianca F'Ilo il giro del campo fecer mostra della 
loro leggiadria, e della loro forza, salutando vagamente 
tutti colla lancia. G unti sotto al palco del ronte ib Tolo- 
sa bassarcm le armi innanzi a lui, indi djlisi al galojipo, 
ritornarono a' loro posti. 

Gli scudieri di ciascun cavaliere s'accostarono allora 
alla tenda de' giudici del torneo e consegmrano le armi 
agli araldi » he ne slavano alla porta. Gli araldi, presele, ie 
pollarono a' giudici i quali allentamenle le osservarono e 
le misurarono , poscia le ritornarono a^li araldi dicendo 
di' tran di giusta misura. Quegli le di fiero a;;li scudieri 
che riand rono a' loro posti. Le armi erano slate benedi tie 
il mattino nella chiesa del castello dal vescovo di Tolosa 



^^ 



riTTOHESCO 



i;.y 






(lii'tcn t;iiir.iiiii'iito <!c' lavalii'ii di non esservi in esse nù 
III ili (i( IO uè inianlc'blino. 

M (iiiino S'|i!illo i (ava! eri iinln\ncaroiio lo si lido i' iiil- 
sero le lame in ri'sia niisuraniiosi i i)ilo s;;iiaiil.i; al Sf- 
rundo si lonsolidaioiio sulle slatle; al lerzn I' araldo ri i 
dò laxciate onJiire, e i lavaheii si sca^ii.iion 1' un iiiiilin 
l'alilo. In un lampo i cavalli delle due o(iposte faz oni 
divi. (aitino lo spazio i lu; li dividevano, ed al loro scal() - 
laie un fitto neiiilio di polvere al/ossi rlie involse cava 
lii-ii e lavalli e li IcUe alta vista di liasciino. Solo s' a 
sio lo IMI [ercDOler furie di lance e di studi. I) ssipalo il 
polverio si scorsero i cavalieri die dopo il primo sconti o a- 
vean rawjjiiinlo il |iiimlero posto saldi in arcione e senza 
tlie alcuno fosse st.ilo mendni.imt'nle olfeso. Il secondo 



cavallo sentendosi lliero del peso sul'a sci) eiia si mise a 
correre pei campo Irascinanilosi d etro il conled'Ax, il 
ipi.ilc saielilie aiiil.ito a mal (laillo se il conte di 'ro!i)>a 
non avesse fatto dar mlle lioiiihe <• dli li arar (in lo il for- 
neii. Intanto i spk"»<ì del (onte di Kuix avevano aldialtulo 
«li »\\i\ tre della fazione rossa, (ili sciidii-ri del conte di 
Aix accorsero a distrifjarlo dall' impacciosa [los zione ed il 
lialzarono (olla lancia tuttavia iiifiss.i nella corazza. Gli 
araldi intanto pronunciavano il ionie di f'olx vincitore, e 
(oine tale I' addncevano al palco del tonte di Tolosa ove 
doveva ricevere il premio del suo valore. Una giovinetta 
assai legi^iadra, nipote al i onte di To'osa doveva cingergli 
la spad.4, ed oh come arrossò allorijn.indo ■ (illocataf;'iela 
dovette appressarfjliesi per riceverne il liaiio in fronte. U- 



sronlro fu p il fiero del pi imo, e due lance delia fazime H no scnd ero del conle snidava a mano il ginnetto d. Spagna. 
banca andarono in isi lie;^^e, senza die per altro niun ^ Finito il torneo, dame e cavalieri si liilnssero nelle sa- 
coniliatten'e avesse tentennato d' in snllarcione, tanto ei Jl le del convito, die S[dendevano di Ime per ima infinità 

di doppieri Data I' ai i^ua alle mani tutti si assisero alle 
mense con hella distrilnizlone I v ncitore stava al luogo 
d'onore ed innanzi a Ini si scalcavano !e vivande , che al 
suono di mnsiiali concenti venivan [loilate. .Ma nie'.i del 
lianclietlo si aprirono i halleiili della poita the stava in 



parevan sfarvici quasi appiccicali. Sostituite a' nioiziconi 

di lanie altre novelle si ncomini io 1' assalto, e ben presto 

il desidi rio incitando ciascnno a tentar di essere vincitore, 

faceva si che ciascuno menasse (o!pi men che ccrtesi e 

che sapevano del fur.. re dell' iniiniciz a e dell' odio. Il (on- ^ 

te d' A X, il duca di Bretagna e quel di Borgogna die- « fiiidn alla sala, ed nn vago (alleilo ;;irHnie su mote venne 

rano a capo delia fazione rossa , avevan preso d. mira il ^ inlrodotlo carico di manicaretti e di salse di ogni specie. 

contedi l'oix ceri andò ciascuno di aliliatlerlo, poiché il con Ó Stavano a difesa di esso molli fimlliari dtl conte vestiti 



allisaraiini Tutti cavalieri i he sedevano a mensa furo- 
no invitati al' assalto, e tutti lesti quali dani, dopo Lrc- 
v' ora di resisti nza, dettero la scalata al castello e se ne 
resero signori , f.icendo prigionieri tutti q;ie' sarà' ini che 
vi stavano a difesa , olihligandoli a <aiiiar.-.i de' manica- 
retti e delle salse alla i infusa dispogli su pei merli, ed 
a scend ili giii \l si videio i cavalieri i quali eran sa- 



le di Fox essendo assai destro neli' armeggiare ed aven 

do fama di valenlisNimo cavaliere , non solamente un di S 

loro vincendolo s'a>'rebli' procaccialo onore, ma eziandio jj 

il premio, dappoiché i seguaci del conte di Foix non eian ì^ 

da tanto di star loro a fronte l'eiò strettisi insieme mo^- f. 

sero a tutta furia su di Ini, ma il conte, (he ad ogni colpo h 

stava parato, con un volger di lirglia egli ed i suoi si mi- f 

se di ro,la, schivando l'assalto dique'tre cavalieri ihe fu- ^ liti su per le mura ii;ornar per la poita di 1 castello , <a 

ron tratti dalla Ioga de' loio cavalli fiao al confin della nz |j lata la saracinesca, cacciandosi innanzi i prigionieri i quali 

ta. l'i ima ih' essi ave<ser p.itnto voltarsi, il conte di Fo x M depositarono sulle mense il loro carico, e poscia si rilira- 

fd li suo dra[ipello [liumbaion ratti qinl lamp.» s.i" quattro g 

cavalieri rimasi semplici spittaiori a!i'oppo-to lato , ed e- || 

gli di sua mano trasse uno di ari ione e gli fere moider la || 

[lolvere, e ad un alti o (è andare in isi hegge la lancia (-io |ì 

non fu (he l'opera di un momento l'use ia lasciali i suoi ^ 

s guati , rapili ssimnneiite volgendosi e s[iionanilo il suo JJ 

notile cocTiiiore andò ai) affrontale i Ire the andavangli § 

addosso ferma lenendo in resta la poderosa lancia. Veniva ft 

inmezz.i, a Ini contro, il dina di Betagna, e si furiosa- q 

mente l' assalse il conte di Fox che il Iras e reto « 

di arcione oltre due lance , e fu tale l'urto che n' eh- § 

Iie tutta conquassata ed ammaciata l' arma hira com'- ^ 

ihè fo^se fatta a prnova d azza. Così nell' atto in i ni sta a 



va passo in mezzo al dina di Borgogna ed a' conte d'A x, 
e giunto all' estremità della tizia ne ritornò piii terriiule 
I suoi due avversari eran rimasi shalord ti di quel furio 
so modo di assalire, e stavan quasi incerti su quanto a- 
vessero a fare, allordiè il sentimento del. 'onore, e gli sguar- 
di di tante genti fisi su di rs-i rd'Slò nel loro an mo il leta 



rollo. Ui li a poco il cistello dispai ve, ed entrarono molti 
araldi lon bacini pieni dì monete d'oro e d' argento , i 
quali, fallisi alle finestre, vno'arono suU" afi'illato popolo, 
titillando : Qiie>,l(> è danaio del nobile e putente conte di 
Tulosa. F la pleli' rsp.mdexa cngli ev\i\a a i|uella jiruo- 
va di miin fi enza. Al finir del'a mensa a(irironsi un'altra 
volta i halienli della poi la, ed eiitiò un va'iel o colle vele 
i>sate portante la Inndiera veneta carico de piii ricchi drap- 
p , de'ies liti p il inagnifii i. Ad nn segno del conte di Tolo.sa 
i cavalieri saltarono sul vascello, e, rovesi land > qiialurque 
ostaco'o loro si opponga, s'i:npadroniroiio ciascuno dii d nn 
pezzo di stiffi, thi d' iin'arinadnra. chi d'una liella accon- 
ciatura dorala, e ipi ind' ehliern finito il ìiollino, discesero 
facendo rega'o di cpiel che avean preso alle dame. Da ul- 
timo, levatele mense, nn meneslrel o accompagnandosi 
al liuto cantò la potenzi la generosità e la magnficenza 
per cui sempre avean primeggiato i conti di Tolosa , e fi- 
ceva auguro che il nuovo n ilo contriliiiisse ad aumentar- 
ne il lustro. Dopo ciòiiiscuno si ridusse nell' assegnata- 



Ro per poco assopito. Fssi alla lor volta divennero gb as- « gli st.inza ed il di successivo tutti, tolto commiato, si par- 

saliiori , e [lorlaiono si orrihili colpi sul conte di Fox S tirono colle loro corti alla vcdta delle loro ra, Iella 

eh' loti' altro cavaliere the Ini sarelihe soggiaciuto; ma II * 

egli col vol-ersi e rivu'gersi teneva in rispetto si l' uno co- ^ 

me l'altro, e dava loro millo da fare. Un colpo diretto ti 

al duca di Bretagna r hal/.ò sulla lucida e pu! la arma- « 

dura di Ini, e la lancia andò ad infiggersi in un de' ferma- Vi 

gli eh" rattenevano sotto l'ascella destra la corazza a! ^ 

conte d' ,\ x. 1'] vi s'era tilmente incastrata i he perqiaiit U 

sforzi facesse non potè mai riirar-la, eJ intanto il dina d: q 

13reta„ni gli menava colpi a inam a e dritta, i h'ei, solo ci »? 

guidare ma innanzi ora indietro il «avallo, si riparava. i\h % 

già il tonte di Fcnx era slamo di quel furioso te npesi.ire ìS delli mm era di v la dei principi del'a Germania. Moi lo 

di colpi, e spìngendo la lamia intricata con forza fé per- !j atibiamo dalle cronache del paese 

dar lina staffa al conte d Ax e Iralioccarlo a t rra ri- H - • '^ i--- - -■ -- -j: i> 

inanendoj^li l'altro piede impaccia'o nella staffi ; s'i che il g 



Cos'i fu contrassegnala la nascita d 'l prode cavaliere 
RenatJ di Tolosa. Gaetano Toiìelli. 



ANEDD 3TI 

TASSALO AL TUO VICINO. 

() resto racconto può in certo modo dare alcuna idei 



Carlo Guglielmo duca di Brnnsvrii k , viven'e , or fanno 
forse un sessanl'anni , tenea in gran conto la s'relta os- 



ICO 



L' OMriIBCS FITTORESCO 



^^ 



servanz.a delle f.sle e delle domrni.lie. Un bel di gli vie g 000 (j qnadrloni di (hilo^rammi)-, e iiiolnp'K and,, ()iieslo 
ne all'orec.hio , avere al( uni conladini d'un lillaggio , m u limo niim-ro per I , 071) , -JJj , ISUO m ii.i iii iliilc,;^r.,iii. 
rontrallo l'abito di :i;iniisi, durante i divini iiflid, in u à nii il pe-o 1(1 .le del globo lerre.tie . . Sjurssii da 5, 3'JO, 
fia taverna , e di spreraic nel bevere tulio tiiiel t« nipo a 170 seguito da dieei zeri ; o pnie ó .veitiiioni , à[Hi sest - 
cbe avrebbero dovuto impiegare ad ascollare la predna «j lioni , 1 70 i|iiÌMtilioni di i bilogiainnii. — l.a loiza u' un 
ed i salmi. I consigli dei ministri protestami, perfino i n nomo onlinarid ilie tira una tjnozz.a , un b,.llello , è di 
rimproveri de' magistrati , non erano bastali a rinuo- ^ eiira 15 «bilogrammi : dividendo aclnmioe il peso della 
vere gl'intrepidi lievitori da quella brulla pass'one. a terra per tósi ba .'iòi) , 715, 200, 0(;G , (i(i(J, (iO(j , OOU, 
Il duca, indossato un grossolano sopiabiio abbottonato ^ 0(iG — Suf paniamo ora die il buciio jhu .oiio della leva 
sino al mento , reeasi una domenica all' osteria ( be gii e- U d' Arebimede avesse avolo un metro ;li liiiii,bezza ; ed ain- 
ra slata indicala. Allonhè la campana chiama i f deb j^ mettiamo anche cbe la sua I. va fosse stala innessiiiile e 
alla preghiera, arr.va quella sihiera di niiscre.lenti , pre- U, senza peso , le liMic'a delle leve essendo in lagioiie in- 
ceduta da un grosso e pesante personaggio , che al naso ^ v, rsa delle f.irze che agiscono alla buo estn nula , il brac- 
ruiticondo , al volto infi. minalo piiossi (jriinente ricono- ti ciò p'ù lungo delia leva d Anhiinede . e «.ni ipi^ile sarebbe 
sccre pel presidente dell' allegra compagnia. Siede costui ,, sostenuto, avrebbe avuto un poiopiiidi 351), 74.5, 2(iii, 
in capoalla tavola, ed al suo fimeo senza aprir bdca W 'iCG G(i6 , CGG , GGG metri di lungbezza. — Ci aiihi 
fa sedere il duca , non senza gettare un' occhiaia dididen- y descritti dalla estremila d' ina leva essendo in ngiindi- 

ti retta delle lunghezze delle sue braicia, [ er so' ev.ire il 

ly mondo d" un decimetro , Ari hiim de sarebbe slato obbligato 

a fare altrettanti decimetri di cammino per quante unità vi 



le su questo nuovo convitato , the ninno rammentavasì a- 
ver prima veduto nell'amato recinto dello taverna. Tut- 
tavia r oste porta davanti al presidente della brigala un 

^-nornie fiasco d'acquavite. Onesto Io prende con ambe u sono nell' ultimo arcennato niimen', ov vero 3, 5"j7. Ì52, 
le mani, ne tracanna una buona d.ise . e lo rimette al f| GGG , GGG , CGG niirlano tri circa. Suppoiiianui < he avesse 



duca dicendogli- Panfilio al tuo n'cirio'. In tal guisa il lìa- 
sto fa il giro della tavoli , torn.idi nuovo ai presidente, 
che dopo avergli data una stretta cordiale , lo ripone in 
circolazione. — Ogni convitat'i lo prende success vamen- 
te con gioia , e lo cede dicendo : ["iisyiilo al Ino vicirid ! 
Al terzo qiro del semivnntato fiisio , il duca balza fn pe- 
«li fiiriboiiclo , e sbottonandosi il soprabito , lascia vede 
re a tulli j^li sguardi ;| ben couo<c.uio suo un forme e le 
sovrane sue insegne Ciò fallo . t on ogni sua forza misu- 
ra un potente schiafTo al presiden e , dicendogli : russalo 
al tuo liei no 

Costui esitava. Allora il duca sfoderata la spada , gri- 
da : i> Si guai di bene ognuno di voi dal percuotere o trop- Ij 
pò lentamente o troppo dolcemente ; io saprei come con- |^ 
cibarlo a dovere ». ft 

i\ queste parole s' a'zano in nn batter d'occhio le brac- S 
ria , piovono gli sihiafii dall' un capo all' altro delli lavo O 
la cinfpie ed ani he sei volle di seguilo , fini he il duca , g 
soddisfallo della puniz'onc inflitta a quell' incrrre;;gibil fi 
banda di beviiori , li lascia in riposo \\ dicesi ihe la ve- P 
gnenle domenica niuno osò ripor piede nella tcverna. O 



fatto 2000 miiiametri per anno , o dueienlo mila per se- 
ài cedo, dividendo riillinin numero pei 200,000 si trova «he 
a gli 'areble -t.ito niestii ri di dna 17 bilioni r;87 milioni 
« 2G3 iiiila 333 secoli per fmiie la sua operazione. 

n 



% 



A LI] 131 



— Archimede era si enlusiasnnto del poter delle leve PS 



che disse nn giorno a Cerone tiranno di Siracusa ; Date 
tni un pii'ilo d' ajìpoggio ed io tranb In terra dal suo pò- 
sin — Ki co adunque quale sarebbe stata la lunghezza di 



questa b-va ed il laminino che An himede s.iiebìie stato SS 
obbligato a fare per sollevar la ti rra d' un solo derinie'ro. " 
I! volume del globo terrestre si valuta essere di I , ij7!j, fi 
235,800 niiriaiuclii (ub'ci; vn mirianietro cubo va'e ^ 
». 000 , eoo', 000 , 001) ( un tri ione ) di metri cubi ; ^^ 
un metro cubo d'acqua [lesa I ,000 ihilogrammi; le ma- " 
ferie rhe componc;ono il globo pesando 5 volte più del- n 
l'acqua , 5 , {)0i) chilogrammi il metro cubo , un micia- " 
metro cubo di materia terrestre pesa dunque 1 . 000, 000, il 
OOO, 000 mo'tiplii alo per 5, o 5, 000 , OoO , 000 , 000 , ^ 



.-\l primieri» man pietosa 
L'iiom sensibile distende, 
E se a questi ei dà una rosa 
Cento il Ciel per un gli rende 

In ciascun varia il seromln; 
in chi è docile, in • hi altero. 
In chi mesto, in ibi giocnmlo 
In chi amante, in chi severo. 

Pria del mondo il ferzo Tue 
Che die norma all'universo, 
E rro'late i' opre sue 
Ei non fia giammai diverso. 

Sa l'uom dolio quel che insegna, 
Quel ihe fa sa il f.ibbro e' I sarto, 
C ò che dee sa l' iiom che regna: 
Qui qiii volte è delto il quarto- 

Dono è il quinto all' nom concesso 
Per lo quale è grande e solo : 
Dà ragion di tutto ■•[les^o, 
E su gli altri innalza il volo. 

E r inliiTo un modo usato 
(^on CUI rena l' iimn penlito 
l'ielà a iJio II I suo p'ci ato 
Confessando che ha fallito. \ . T. 

Sciarada prei edente — /Icq-.ia t'ite 



Tipografia dell' OMNIBUS 



DinETTORB pnopniETARio : V. TOIIELLI. 



Uopoii «^ ©ttobre 1844. = 2lnno Settimo = ©toutìt 0." 2l 

UH FOGLIO GRANA 5. — UH SEMBytHE 1.30. — UN' ANNATA 2.60. — PER l' ESTERO UN ANNO 3.60. 




lé/r 



Qaell' ingegno pronto , argafo , viv.icc , cbe rende i 
Francesi tanlo terribili nelle satire, non appalesasi solo 
1 nelle parole, negli scritti e nelle pittoriche produzioni : 
I che lo scarpello ancora concorre, spesso, a queste incruen- 
ti , ma pur dolorosissime pngne, in cui migliaia di ri- 
putazioni cadono ogni giorno spietatamente peste e sfre- 
; giafe. Cosi mentre da un lato innumerevoli caricature 
i dipinte tappezzano, può dirsi, le vie della Francia, in- 
I nnmerevoli caricature di marmo , di gesso , di stucco e 
! di quante altre materie adoperansi a far basti e statue, 
I ornano i gabinetti, decorano le sale, allietano le stanze 
delle sue cittadine dimore. Nel che può essere , senza 
dubbio, molta parte di bene; non volendo noi credere che 
I tulle le sferzate cadano su spalle immeritevoli di frusta: 
Fma certo il m^le è molto maggiore , poiché i France- 
i si, per dirla col Botta . sono gente che si governa coi 
I superlativi, e l'arme del ridicolo è funestissima in ma- 
1 ni, come le loro, cos'i sfrenate e cos'i preste al trascorre 
re. .Ma l'abuso è colà tanto antico e tanto giornaliero, 
che il tosco dell'epigramma divennevi pressoché inno- 
cno : e meno pochi casi solenni ed eccezionali , chi ne 
è punto ride e passa , senza averne più noia di quello 
che una zanzara gli recherebbe. Checché però di ciò 



sia , e posto da banda li merito morale della consneln di- 
ne, nou può negarsi che eccellenti sieno i Francesi in 
questo genere della satira dipinta o scolpita : né havvi 
fronte trista e severa che non si sereni , vedendo 
le piacevolezze d'ogni guisa che essi mettono in volta, 
anche su gli argomenti [)iii scrìi e meno , qumdi , ac- 
conci a prestar esca a siffatto rabbioso diletto. 

II ritratto che qui presentiamoai cortesi che ci leggono, 
è quel lo di GiovanniPietroEdoardoDantan, scultore salito, 
in Francia , a gran rinomanza per 1' uso speciale eh ei 
fece de! suo genio, applicandolo al pericoloso magistero 
delle caricature. Egli è d'origine normanna, e nacque 
a Pari-^i il 2J decembre 1800. Le opere del genere di 
caricature uscite dal suo scarpello male potrebbero no 
verarsi e tolte vennero lietamente accolte in mez 
70 alla' mobile e sollazzevole Parigi. U suo studio 
situato sul mezzo della strada San Lazzaro, e I or_ 
dinario convegno dei cervelli . come esso , svegliati 
e balzani , ai quali piace inCorare la vita col riso 
attint'cndolo , per lo più , nel caustico squillinio del 
le cose del giorno. Prodigiosa , al dire degli intelli 
o-enti si ò la facilita con che egli imita i volli, i caral 
feri le movenze degli individui fatti segno a questo ar 



^^ \V,2 t' OMNIBUS i^^ 

lislico bersaglio- ..è havvi occl.io che (osto non li ravvi- f, bensì avvertiremo , per dare un'idea della fecondità e 
"ebbene, aT solilo, esagerali e .ratti a fom, verso S del coraggio del Dantan.come. personaggi p.uem.nent,. 
la parodia. Può anzi credersi che a tale singolarissimo ^ venissero compresi ,n quella matta e lud.br.osa raccolta, 
arldicm egli venisse disposto dalla natura, se. come „on i^ Ritornalo ,n 1- ranca, e vist.s. crescere intorno gì. ap- 
è a mettersi in dubbio, veri sono i cenni biografici in- || plausi, e cogl, applans, le ricompense, Dantan anc.ossl 
torno a lui dal Derlhoud pubblicali. . Dantan , scrive | piii che ma, caldo nell abbracciata vm della scoltura sa- 
quest'ultimo , apprendeva i primi rudimenti della scoi- U lirica, e quanti innaUavans., comecchessia sovra .1 co- 
tura nella officina d' un oscuro statuario, allorché, in « u.une livello de sno, concittadini erauotoslo, da esso 
un momento di buon umore, presegli il ticchio di ri- ^ presi di mira e berniescamente eliigiati. bd in queste le- 
produrre in creta la grottesca figura di certo sno carne- U pide storpiature ei mostro meramente un ingegno raa- 
rata, per nome Uucor^et, il quale, privo di braccia, aiu- ?( dissimo ; perche, oltre ali aspetto che egli sa contorcere 
tavasii a lor vece, coi piedi, e si li avrà ammaestrali, | e svisare in cento stranissimi modi, senza scemarne, eoo 
che con essi perfin dipingea. Onesta bizzarra imagine fu, H ciò, la somiglianza col tipo, egli unisce, spesso, auau- 
più gicrni. argomento di grasse risa, e Danlan partiva H g"ra attributi ed emblemi spiritosissimi , ' H"^" ^'[* 
fraltanlo per Roma. Ma sebbene non avesse e là verun ^ bilmeule dipingono 1 indole ed carattere della persona 
particidaie motivo di maleonlerto . 1' assenza dalla pa Q rappresenlala Cosi, per esempio, a '^'"""/o'' ^'^^ 
tria, ed un non so quale inlerno fastidio, gli rendevano g '^ ^'^ ^^ '^^"•^""'^ ' * '"' '^'"•° ''* """^^ '^^ ?"' ' 
grave lo studio e noiosa la vita. Egli stavasi , nn gior. » terzo gli orecchi da gatto ecc. ecc. 
no, triste e soletto , nella propria camernccia, allorché, n Quanto alle caricature francesi esegui e <!«' Lian an 
riandando col pensiero le ore liete della prima sua glo g esse comprendono ciò che havv. d illustre e ^' ce «nre 
vinezza, rialfacciaronsegli alla mente i tripudi della pri- ^ nelle lettere, nelle arti, nella diplomazia "^He ar>"'. m 
miliva officina . e con essi la strana figuraccia del Do- « tutti, in somma, i rami della l^"';»""'^.'' ''f.'T ,!;;!! ,i 
corcet. Quest'idea fecelo sorridere, ed invogliollo a ten- | i confini della Francia, si ricca in nolabihia u "o ' o 
tare unaseconda prova in quel medesimo genere... Una ^ sa. S'ebbero quindi le percosse della sua inisia e ■ 
ora dopo egli presentava ai suoi condiscepoli una ca- !| mas, e gli Ugo, e i Pan! Foucher e i .l^epaiue, 
ricalura in rilievo, la cui perfezione risvegliò un senso di || net, e i Mauzaisse, e i Duponchel , e i Uuvai i.ec ^ 
iiniversa'e stupore. Era allora in Roma il fiore degli ar- | e i (diarlet, e gli Ulrich . e i Roiveau e i lessier . 
listi fraicesi, e tulli, conconlenipnle. diedero a quell'o- U PiHet. e i Aloiisset , e cento e cen o al ri <=°°'''.™"'.' 
pera un'importanza, della quale Danlan sJa non potea a nianzieri, drammografi. P'"o''V.^P*'^l^" ," , '' 1 
capacitarsi. Animalo, nullamapco , da tar.ti applausi . £| listi, musici, militarle di tutti i ceti , d' tulle \ 
mentre da un lato continuava gli sludi dell' arte casta e f fessioni, di tulle le caste del mondo. Ai quali vo^ 
severa, dedicossi, dall' altro, a cercare nelle varie fisio- li aggiungere, tra i primissimi Garaudet , lieer e i j . 
nomieogni più minulo comico elemento. Né i progressi g Berlioz, Castd Blaze, Adam. Be[^^";/f.'"''!'''/' '''■"' [■ 
si fecero mollo aspettare: che eniro il giro di brevi gior- || blache. Santini Martin. Dabadie, Rubini. Ivannoi. 
ni i Romani strappavansi, bramosamente . 1' un l'altro a 8'"- Sarres. Edry, l'ex ballerino Vestris. i^-J"""' 
due nuove sue caricature, cioè un Orazio Vernel in ve- ^ vasseur. Balzac. ecc. ecc., uomini, .™™''^^°.'"S''^' ' ■'. 
steda camera, ed un vecchio bufioncscamenle inforcato « te nazionali e parte esteri , ma '"'l' d' «'"s^"".° » ■ ' 
sul collo di un cavallo. É su i quali nullammo l' inesorabile Dantan verso a piene 

Alcune di queste caricature gionsero in Francia, e vi || mani la coppa del ridicolo, il fiele dell epigramma. . 
prepararono al Dantan una fama . dalla quale egli rac- O queste caricature . collegale per lo p:u a perdona i 
colse largo frullo al sno ritorno : laiche mentre le serie g felli, od a privati episodi che i soli Parigini C"no.to 
meditazioni da esso instituile su i grandi modelli dell'an- |! e sanno intendere . diventano . spesso , Ireaae e 
lichilà poco o nulla gli valsero, una occupazione, a cui V significative per gli stranieri, ne vale, perciò, cne no 
egli soltanto davasi per bizzarria pd a modo di pas- « ne diamo qui più particolarizzata nolizia. 
salempo. divenne, invece, la base della sua riputazione, ^ I 

il puntello della sua futura esis'enzafl. || | 

Innumerevoli, come dicemmo, sono le caricature usci- ^ C\RLO V NEL CONVENTO DI S. GIUSTO 

le dai'a ferace fantasia del Dantan, ma le principali a g 

scendono a dngento, e queste modellale, in lutto ri'ievo. S Allorché Carlo V si risolse ad abdicare regni ed impero 
egli tiene in mos'ra nel suo studio, disposte, senza ordì- O non è per lui solo (he desiderava il riposo , es'' '^ vedeva 
ne, su certi apposiii gradini intorno alla periferia della ^ per l'Europa , per fiinaniià che aveva per si lungo tempo 
sala, e sur una vasta tavola che sta sul centro. Facile si ^ e si violentemente asitata, i medesimi sentimenti che I n- 
é r imma'^inare quale curiosa e ridevole scena ap|)resti a citavano all'abdicazione gli facevano ardentemente desi- 
una SI strana selva d' imagini , a coloro che sono (arai- « dorare la pare generale, avendo P'r'^;'',o.l^^P"^^"";' *;,""';; , 
gliari col paese, e possono perciò ri'evare e gustare l'ai- | pire i suoi disegni Deluso d un amhu.one che dopo qua ' . 

fico .ale in cui consiste f essenza e'I pregio di simili i ranf anni di lotta lo ■-'-,7.;? ".«'//J, ':,;:: J.; , 

... r o ,. (Jispiisif, (]p^.|, sfarzi e ricfil intiit;iii i ne oa si lunnu iciii) u i 

' r""''°'- • un . r . J .„» avevano stancata la .sua mente , e fu spaventato degh im- | 

Un viaggio che Dani n fece a Londra appena posto- || ^^^^. ^^^^j.^.. ^,^^ ^^^^.^ .^^^^^- ^- ^..^i p^p,,!, peragg.U; | 

si cr /;ff,/,'i-.i:o nella carriera delle cariraìure , gli porse ^ onere 1' oggetto de' suoi voti the fuggiva sempre innauii 

iimpia occasione di esercitare il pungente suo scarpello || g i^j i?„|'i' sf,ntiva la mressith di lasciare a' sudditi .he ri- 

alle spalle degl' Inglesi, né puossi credere quante brilan- »i melteva^a suo fi-I o la libertà di respirare . e desiderò an-, 

niche notabilità l'ossero da esso poste io belfa colla creta y ,he rhc questo figliuolo , non andasse immediatamente e 

funesta eh' ei maneggiava. .Noi non imiteremo il giaci- ^ nella .sua prima giovinezza, ad impegnarsi nel terriliile giuo- 

talo ReilLoud che ne compilo pazieulcmeale il catalogo; JJ co della guerra the poteva sedurre la sua ambinone, con 



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163 




l//tCj^r 



fale inlentione prima di abliandonarfi i Paesi Bassi, afTref- 
lò la condusione della tregua di Vaucelles colla Francia. 
Quando lulto fu pronto , egli parli per la Spagna , ed ap- 
pena vi fu sbarcato si prosilo sulla sponda, e tenendosi 
già come morto al nion.io, baciò la ferra dicendo: «0 ma- 
dre comune degli uomini , io sono uscito nudo dal seno di 
mia madre, e nudo rientrerò nel tuo seno». F.;;li ebbe a 
sopportare l' ingratitudine del suo figliuolo cbe l'obbligò 
a restare alcune settimane a Burgos (uiina di fargli pa- 
gare la prima metà d' una modica pensione , il solo i be 
r iuifieralore avevasi riserbato di tanii regni. A Valladolid 
si separò dalle due sue sorelle , la regina di Ungheria e di 
Francia , che volevano seguirlo nella sua solitudine ; pò- 
«eia continuò la sua strada veiso Piacenza nell' listrema- 
dura. Egli era altre volle passalo per questa città , ed era 
«tato singolarmente tocco della bella situazonedel mona- 
stero di S. Gmsto, appartenente airordine di S Girolamo, 
e poco lungi da Piacenza , il qual luogo aveva detto 
esser quello in cui Diocleziano avrebbe amato a riti- 
rarsi. Questa impressione erasi si profondamente scolpila 
nell'animi) suo, che si risolse a fare del convento di S. 
Giusto il luogo del suo asilo , ed egli di fatto vi andò 
quando fu venuto il tempo , seguilo solamente da dodici 
familiari. Per tutto il tempo che visse ancora , allontanò 
da lui ogni specie d incomoda cerimonia, e senza informarsi 
punto né poco degli avvenimenti politii i, s' occupò solo di 
oggetti assai diftVrenli. Alcune volte coltivava colle sue 
proprie mani le piante del suo giardino ; alcune altre, se- 
guito da un solo servo a piedi, a.idava a passeggiare in un 
bosco vicino , salito sopra un piccolo cavallo , il solo che 
s'avesse cnnscrvafo. Spesso le sue infermità lo ritenevano 
nel suo appartamento , ed allora riceveva la visita d qual- 
che gentiluomo del vicinato , oppure si occupava a fare 
qualche opera curiosa di meccanica ed a studiare i prin- 
cipi di nuesta scienza Prendeva un piacere particolare a 
costruire orologi e mostre Hiserbava allresi una gran par- 
te del suo tempo agli esercizi di pietà. Negli ultimi mesi 
della sua vita le sue infermità si accrebbero ed un prostra- 
mento gener.ile avvili il suo animo. Egli perdette il gusto 
di ogni specie di piaceri e cercò di ass-ggeltarsi a tutta 



l'austerità della regola monastica. Tra le sfrane inquietu- 
dini che turbavano l'animo di lui , s'arrestò ad una idea 
singolare -, risolse di celebrare egli slesso le sue proprie 
esequie prima della sua morte. In conseguenza sì fece in- 
nalzare un catafalco nella cappella del convento; i suoi fa' 
miliari vi andarono in processione funebre , tenendo neri 
torchi nelle loro mani, ed egli stesso seguiva il funebre cor- 
leggio, avviluppato in una coltre. Da ultimo lo si stese in una 
bara con molla solennità, e si cantò l' cilicio de'morti. Car- 
lo univa la sua voce alle preghiere che si recitarono pel 
riposo dell'anima sua , e mescolava le sue lagrime a quelle 
die spandevano gli assistenti , come se avessero celebrato 
de' veri funerali. La cerimonia si terminò col gettare , se- 
condo r uso, dell'acqua benedetta sulla bara e tutti essen- 
dosi ritirali , le porle della cappella furon chiuse. Carlo 
uscì allora dalla bara e si ritirò nel suo appartamento, 
pieno l'animo di lugubii idee che quella solennità non po- 
teva mancare d' ispirare. Sia che la lunghezza della ceri- 
monia r avesse stancato , sia che quella immagine di mor- 
te, avesse fatto sull'animo suo una impressione tropjx) for^ 
te egli fu preso dalla febbre fin dal giorno successivo, li 
suo corpo estenuato non potè resistere alla violenza del- 
l' accesso , ed egli spirò il 21 settembre 155S in età di 
58 anni 6 mesi e 25 giorni. Venne seppellito a Granata, 
e trasferito cento anni dopo al palazzo dell' Escuriale. 



I UN CAVALIERE AL DUODECIMO SECOLO 

II Renalo di Toloim. 

t IL 

« Cresceva intanto bello e rigoglioso il figliuolo del Con- 
^ te di Tolosa, lieta e bella speranza de' suoi genitori. La 
T! madre, dama d'alto lignaggio, non sei toglieva pur un mo- 
li mento di grembo tanio ne andava fastosa e tanto amore 
Q la comprendeva per lui. Fino all'età di sette anni il fan- 
S ciullo passò i suoi giorni tra le braccia materne e tra i 
O suoi giuochi d' infanzia , ma presto doveva venirne ktrap- 



1 G.i 



nato. Come venuto il 2 novembre 1168, giorno m cu. ^ 
llcnato compiva il suo settimo anno , il tonte d. iolosa u 
si presentò alle camere della consorte , la quale bi-n cora- i3 
prendendo a .he quegli fosse venuto , chiamo Kenalo | 
singhiozzando perché era giunto il momento in cui dove- | 
va esserle tolto Venuto il ianciullo, ella il consegno la- js 
griraando al padre , il quale lo prese e coprendolo di ha- H 
ri seco Io condusse. Da quel punto egli non doveva ve- St 
der più sua madre fino a che non fosse armato cavaliere. U 
Seco condotlolo il conte di Tul.jsa lo consegnò ad uno ^ 
de' suoi più fidati scudi-ri che doveva cominciarlo ad ad- ^ 
dearaie alle anni facendolo baloccare con giuochi milita. ^ 
li. CuM passò ancora quabhe tempo nel castello paterno , g 
quando un bel mattino gli venne annunz,iato ch'egli doveva a 
p.irtire alla volta del castello d'un barone . accompagna, p 
to dallo scudiere (he aveva presieduto ai suoi militari tra- p 
stulli, e come giunto al cospetto del padre costui gli disse. U 
— 'Pigliuol mio, tu vai ad allontanarti da me per an- tì 
dare a passare una nuova specie di vita nel castello del ^ 
valoroso conte di Foix Su buono e fa in modo di non arre, p 
care onta al mio nume , ma s'i di aggiungervi lustro e sp:eii- ^ 
dorè. Il nolide conte è famoso nella scienza delle armi , e tì 
però io ho risoluto inviarti ad imparar questa importante | 
sci-nza sotto s'i bel modello. Ivi dovrai adempiere agli uf^ fj 
fici di paggio, finché sii in età di ademp er quelli di sciiriie- || 
le, per pusiia venir eletto cavaliere. Abbi sempre innanzi al B 
iiin^iero (hepiii t'umiberai presentemente, piìiil tuo nome | 
su. mera tamuso nell" avvenire. Tu non vorrai anecarmi I 
dolore, Renalo, facendo cosa the oscurasse la chiarezza f 
del sangue donde traggi l'origine! | 

No , rispondeva Uenato, pieno di nobile rossore che | 

gì' imporporò le guance al sentimento del a gloria , eh' io | 
perisca prima .h." per me avvenga fo.sse ma.chiatoil no- | 
lue dei conti di Tolosa. _ | 

A questo tratto riconosco mio figlio , soggiungeva il j 

conte amorosamente stringendoselo al sena. T.eni, diceva ì 
poscia , prendendo da sopra un tavolo the aveva a lato ^ 
una carta legata in croce con un nastro , questa è una let- ! 
tera pel conte di Foix in cu; gli ti raccomando come la j 
parte più cara di me slesso. Egli ne avrà pensiero, ne son i 
cerio, poiché magnanimo è desso e pili d una volta alibi.il j 
nio insieme combattuto su! campo di battaglia. Va, figlniol | 
mio , e la benedizione del Cielo sia sul tuo capo. Qua- , 
g:oia non proverò io il giorno in cui ti riabbraccerò e che j 
avrai cinta la spada di cavaliere. , , n ' 

Cos'i il conte di Tolosa s. divise dal suo figliuolo. Que- ; 
f!i lieto saltò a cavallo e mosse alla volta del castello di : 
Foix accompagnato da quello scudiero (he aveva avuto cu- 
la de' suoi primi passi nell'arte cavalleresca. Durante il 
cammino lo scudieio non gli parlò se non de doveri di 
paggio , e dopo che ebbegli data una buona ammimizione, 
gli presentò un quadro lusinghiero di tornei e r.iostre in 
tui egli avrebbe rappresentata la prima parte. Il giovim-, 
ihe imaginosu e trasportato era, infiiiamo.ssi, a q.iiella gra- 
dc-vole pittura e già in cuor suo non ardeva se mio di com- 
iiattere , e sospirava che di molto ancora ne fosse lonta- 
no il tempo. In tali propositi giunsero al castello del Conte 
i)ve dovettero aspettare tiegiorni die fosse ritornato da una 
magnifica caccia per parlargli. Allora (piando ques'o fu 
loro conceduto , lo scudiero del Conte di Tolosa gli porse 
la bitera di costui , e gli presentò H.'trato che dal Conte 
venne carezzevolmente accolto e che gb dimandò come si 
chiamasse. 

— ftenalo, rispose il giovinetto. 

— F vuoi tu divenire un [irode cavaliere ? 

— Questa (; la mia lui^nie, nobile (Onte, ('da tal uopo i! 
mio buon geniture m" inviò a studiarne la .scienza sotto si 
ciliare modello. 

— Caro fanciullo, sclamò il conte abbracciandocelo , s'i 
}u diverrai valenU e leale cavabere. 



Poscia volgendosi allo scudiere soggiungeva. 

Dite ai tonte di Tolosa che il suo figliuolo è a me 

affidato , e the stia di buon animo , che non avrà a pen- 
tirsi d' aver posta in me fidanza. 

Lo scudiere s' inchinava al conte ed usciva, e sceso nel- 
le scuderie, seilavasiil cavallo e partiva per far ritorno al 
suo signore. 

Il conte di Foix , nel cui castello ora abitava Renalo, 
era quello stesso che nel torneo dato in occasione del bat- 
tesimo di lui aveva riportalo il premio. Erasi in moltissi- 
me battaglie trovalo e venuto in gran fama per infinite 
gruove di valore Aveva a mog'ie noliilisjima donna per 
la cui bellezza sospiravano poeti e cavalieri, ma essa pudi- 
ca quanto bella nou aveva per cavaliere se non il consor- 
te che per lei combatteva e i suoi colori portava. Pegno 
dell' amor suo aveva una figlimda che di poro oltrepassa- 
va il tredicesimo anno, e che ritraeva a (aj-ello i lineamen 
ti dolcissimi delia madre se non che in costei l'età già 
inoltrala gli aveva già fermi , ed in quella il confine del- 
l' infanzia non aveva ancora pirraesso che in tutta la lo- 
ro perfezione fìssero sviluppati. 
' Il conte di Foix adun(|ue per far onore al nuovo pag- 
! gio venne a presentarlo alia consorte ed alla figliuola cui 
I disse : 

i — Consorte, il Conte di Tolosa mi ( ommelte insegna- 
[ re a questo suo figliuolo la scienza della cavalleria ; io, 
! volendo fargli servigio , a voi allido questo fanciullo af- 
f finché tutte le norme della cortesia gli apprendiate , ed af- 
I finché nel primo esperimento di paggio riesi a da poter po- 
I scia con onore essere insignito del nobile grado di cava- 
» bere , sapenùo quanto sieno in voi vivi i principi dell' 0- 
f nore e della fede. 

ì — jV.io signore . non è dirvi quanto grato mi riesca s'i 
I dolce comando trattandosi di giovinetto che a sangue illu- 
I sire unisce venustà della persona. Egli imparerà da me a 
I venerare il suo Dio e la sua dama , ad onorare il suo re 
I ed il suo sipnore , e luito quanto la cortesia e la genli- 
I lezza detta a leale cavaliere. 

I Dopo ciò il castellano tolto commiato dalla consorte e 
a dalla figlinola, lasciò con esse Renato, il quale rimase ab- 
U bagliato silfitlaniente dallo splendore , the mandavano gli 
I sguardi della figliuola del conte, che si restò fisso a guar- 
f. darla. La cuiilessa, che tutte le norme della coitesia egre- 
i giamente sapeva, il distolge da quella sua mula ammira- , 
E zione col richiedergli: • ! 

^ __ Sapete voi bel giovinelto a quale ufEiio ora dove- 
^ te adempiere ? 
& — Si , nobile signora. 
S — Ed a qua e ? 
n <— A (pielio di paggio. 
^ — E quali ne sono i principali attributi? 
iS — Questo è quanto da voi conlessa apprenderò. 
« — Con tutto il cuore. 

li E la conlessa restò presa dalla disinvoltura di Renato e 
n sin da quel giorno si delle ad insegnargli a leggere. Re- 
ti nato, che da forte desiderio di rendersi accetto er» spinto, 
y prestava la più grande attenzione ai precetti della contessa 
M sì che in pochi giorni divenne peritissimo nel leggere. Av- 
If veniva certe volte che nel tempo delle lezioni la figliuola 
Ù del Conte .stava presente ed allora avvampante di rossore, 
H cercava piii distingiier<i. Imparato pei fellamente a legge-' 
U re, passò p.seia a scrivere, leggendo ciasi un di il catethi- 
i smo. i cui difficili passi la Conlessa gli spiegava, ed era tan-, 
Il to il fervore i^he egli metteva nell'appi endere the la con-i 
p tessa ne provava il maggior piateie del mondo , e ^li pu-j 
« se tale aiietfu quasi le fosse figliuolo. Non parlava al con-| 
n te se non de' progie-ssi di Renato , e quegli siccome gene-) 
i| ro,o era, lieto ne andava. Il giorno Renato in un citiUìe^ 
a d. I castello veniva adJcslialu ad armeggiare a piedi ed » 
•3 cavallo. 



PITTOnESCO 



IGJ 




Un dì, dopo aver letto il ratechismo e dopo che l'ultima | fici'o è di 50 metri e ia sua lunghezza di 72 Questi portici 
lezione di scrittura ebbe avuta llenato , la Conlessa cosi H formano un luogo di passeggio ( o periJromo ) iniorno alle 
se gli volse e gli disse : ^ mura in cui sono praticati degli archi , e però la mancanza 

— Renato, "or che avete imparalo il modo di venerar i de^ frontoni distingue quest'edificio da' tempii antichi perip- 
DIo, dovete scegliervi una donna cui rivolgere tutti i vo- P 'eri. La sua elevazione si termina avanti ed indietro con 
stri afl'etti, tutti vostri pensieri , afiinchù il vostro animo H >!" semplice cornicione e presenta un peristilio perfetto, a 
solamente signoreggiato da questi due affetti non possa va- 6 cui si giugne per una scala che occupa tutta la larghezza 
ciliare nel cammin della vita. H della faccia occidentale e che è composta di 16 gradini, bn 

— Ah, signora.. H gran vestibolo comunica a dritta alle sale particolari de- 

— Ebbene ? ^ gh agenti di cambio e de' sensali di commercio , ed a si- 

— Io sono indegno di colei che da gran tempo è pa- H "'*'" al tribunafe di commercio , i cui oftici sono al piano 
drena del mio cuore. B superiore al quale si perviene per una scala interna. La 

_ Ognuno che leale sia può aspirare agli affetti di II sala della Borsa è a pianterreno ed al centro dell' edifi. io. 
qualsiasi dama , adunque . ditemi liberamente costei che n La sua lunghezza è di 32 metri e la sua larghezza di 18 , 
\ ha renduto schiavo. M riceve la luce dall' alto e può contenere 2000 persone. Al- 

— S gnora, tmio arrecarvi d sp^acere U 1' '"'o'"o v' è una galleria di 3 metri di larghezza su cui 

— Or via, dite su, fosse la mia figliuola ^ ^ s' aprono altre saleconsecrate a diOeienti servigi. Questa 

— E' dessa. nobile signora , rispondeva Renato arros- M vasta sala si fa in oltre notare per una decorazione del 
sando e chinando gli occhi. H miglior gusto , e la sua volta è ornata di pitture in chia- 

-Ed io, viso per lei buon grado di questa scelta. Sarà S ^oscuro , di Meynier e d'Abele I'iijdI che rappresentano 
mia cura fargliela sapere e far sì the v' accetti per suo i all'occhio, con una illusione perfetta, de bassirilievi reali 
cavaliere. Ma d' ora innanzi Renalo le vostre opere ^ d' un grande sporgiraento. 

debbono esser dedicate solamente al vostro Dio ed al- Il K"" si può già dire che questo edificio abbia il carattere 
la vostra dama , i vostri pensieri non v' appartengono più » preciso d'una borsa ; bisogna confessarlo , non e quello 
se non fosse che per la fedeltà che dovete al vostro mo- 
narca ed al ^o^ro signore. Giurate adunque che non mai ^ . , 
peiiMero eslianeo vi comprenderà la mente e che se alcuna ^ P"™° P''nsiero di questo monumento nacque in un epoca 
volta avvenisse, voi lo combatterete con tutte le vostre for- M '" <^"' *' ^°'*^^* giuslifi. are con risultati sorprenacnti il 
te e lo scacceicte. t- cmn movimento iranres^o ali iniero mondo. 1 ulto ciò cne 



il tipo d'un simile monumento quale si può concepirlo in 
un porto di mare o in una grande città commerci-inte. U 



r< gran movimento impresso al 

m apparteneva alla capitale dell'universo doveva portar l'im- 

P pronta della potenza , del sapere , e del gusto , adin di 

h raccogliere con profitto del popolo conquistatore , i'obbe- 

i dienza , il rispetto e l'ammirazione. Tal era lo scopo che 

Q bisognava agglugnere prima di tutto, e 1' architetto, ben 

^ penetrato da questa idea , spese le sue cure a dare una 

i grande imponenza all'edificio che gli era confidato, e niuno 

M oserà negare che non vi sia riuscito ; poiché , dopo l'anti- 

II disegno delia Borsa di Parigi, il più grande e certo il li ch'là . non mai monumento fu più imponente , piùsplen- 

plii luagnifiio edificio diqui-sto genere , è quello d'un fem- P dido e più maestoso. 

pio antico iidnptero , d" ordine corintio , avendo venti co- S La Borsa di Parigi era da principio slata stabilita in una 

ounea ciascuno de" suoi fianchi e 14 colonne a ciascuna i parte dell'antico palazzo M.izarini , poi nell'edificio che 

colmando due volte quelle degli angoli ( esse sono i| fu in seguito occupato dal Tesoro. Durante la rivoluzioni 



— Lo giuro. 

— E Iddio v' abbia nella sua benedizione. 

E tosi Ilen3!o compì i suoi doveri di paggio. 

Gaetano Torelli. 



BiiRSA DS PARIGI 



faccia , coictando due volte nuelle de^li ?.n<^ni; / p«se «nnn ii tu in seguito orcup 

„„ . isferita in que 

metro di "diametro e 10 di altezza j. La larghczz.i "dell' edi ^ Reale , nella galleria di Virginia. 11 2i marzo 1808 fu pò 



IGG 



l' omnibus 



sala la prima pietra dell' edificio moderno ne! luogo del- n suonalori, cantatrici, ballerine e giullari d'ogni specie : 
l'antico convento delle Filles Saint-Thomas , siruato stra- g talvolta i convitati facevano giuochi tra loro. Nei ban- 
da Vivienne , tra le strade delle FiilesSaint Thomas e di m chetti piìi solenni e sontuosi il padrone di casa faceva an- 
Feydeaii. I lavori che corainiiarono da questa epoca erano U che regali ai suoi commensali. 

stati sospesi nel 181 i in conseguenza degli avvenimenti B Sembra che i Francesi aDbiano preso dagl'Italiani l'o- 

politici ; furon ripigliati dappoi e l'inaugurazione di questo Q so dei barn betti , e trovasi scritto da varii autori ch'era 

monumento ebbe luogo in Settembre 1814. Ù costume di dare magnifici banchetti , o pranzi reali , nelle 

5 assemblee o nelle corti plenarie degli antichi re di Fran- 

—>«»<.— W eia , le quali per ordinario si tenevano nella occasione del- 



Antichissima è l' origine dei banchetti. Ne troviamo 
menzione in molli autori, compreso Omero ( Odiss I. I. ) 
L' usanza di unirsi a mensa ed in comunanza mangiare , 
c celebrare fra le vivande qualche cerimonia e qualchf fe- 
sta , risale ai tempi primi in cui gli uomini cnmindarono 
a vivere in soi iela. 'i'roviarao srntlo t he presso tutti i po- 
poli , anche i piii barbari , i capi della nazione, delle fa- 
miglie, si univano a banchett.ire ogni qualvolta o la vit- 
toria favoriva le loro armi , o celebravano feste sai re agli 
dei , o accadeva quali he singolare ed importante avvmi- 
mento. '1 roppo lungo sarebbe il descrivere i banilielli de- 
Rliantiihi popoli , ed in ispeziallà dei Greti e dei Ro- 
mani. 1 sacrifnii che agli dei si offrivano , e le af;ope dei 
primi cristiani erano sovente barn hetri sacri. Troviamo in 



r incoronazione dei re , nei loro matrimoni , nei battesi- 
mi dei loro figliuoli, o quando questi si armavano cava- 
lieri. A quei banchetti intervenivano lutti i pari , il con- 
testabile ed i grandi iifFiciali della corona , ed il monarca 
si presentava col diadema sul capo e con tutta la pompa 
della sua dignità. Nulla si risparmiava per renderli ma- 
go firi e sontuosi , e duravano talvolta p.ii di otto giorni, 
e (a mutazione dei serviti veniva annunciata con musicali 
concerti. Alla metà del banchetto entravano gli araldi, re- 
cando bacini pieni di monete d'oro e d'argento (he get- 
tavano al popolo , proclamando essere quello danaro del 
sovrano. Nel medio evo ogni naiione celebrava le sue fe- 
ste con banchetti e barn betti pubbliri , e gl'inglesi spe- 
cialmente faceansi distingueie per la magnificenza 

Anche presso le barbare nazioni usavano i capi di ban- 
chettare ad ogni singolare circostanza , ed è a questo prò- 
posilo un monumento storico importante la relazione d'una 
Teodosio ad Aitila, e del barn hello 



Sfetonio, nelle vite dei Cesati, descritti i banchetti spien- || ambasii.ita spedita da Te 

didissiiui dei Romani, e dei lussuriosi banchetti di Tri- h ( he ipiesto (nir troppo famoso capo ha dato agli ambasria- 



malcione viene a lungo discorso da l'etronio : ritiensi anzi ^ 

da molti che sotto il nome di Tnmalcione si celasse lo « 

stesso Nerone. Erano allora i hanrhelli generalmente di || 

due specie : queli a spese di un solo ; ed allora egli invi- a 

lava i parenti e gli amici ; e quelli formati a spese co- ^- 

muni , cioè di molti ihe si univano insieme e sostenevano g 

il carico , locché s' assomiglia ai nostri pranzi di società. ^ 

Ai primi intervenivano Ire alassi di persone : 1. gl'invi- a 

tati che seco conducevano i loio si biavi ; 2. le ombre, os- g 

sieno quelli che venivano condotti dagl'invitati e sotto la p 

loro protezione sedevano alla mensa ; 3. i parassiti, specie g 

di ghiottoni , i quali, senz'essere né invitati nò condotti , u 

s' intiodiicevano da [ler loro per godere del baiiehelto. ^ 

Presso i Greci non assistevano ai banchetti che soli uo- a 

mini ; presso i Romani , anche donne. 11 numero dei con- ^ 

filati era indelerminrito , e ad ognuno , prima d'avvici- O 

narsi alla mensa , si lavavano i piedi , e si aspergeva d'o- ^ 

iio odoroso. Nei tempi più remoti sedevano a tavola , ma Q 

in appresso stabilivasi nel mezzo una mensa , per lo (liu « 

formala di legno di cedro , o intarsiala d'avorio , oriula g 

di vasellami d'oro e d'argento, intorno a cui si colloca- ^ 

vnno alcune specie di letti coperti di drappi sontuosi ^ «l' |i 

Talore su cui si sdraiavano gl'invitati. E' probabile che sul « 

modo di sedere e sulla scella del luogo vi fossero delle re- g 



tori , mouunienlo da cui emineiilenienle si «onosce quale 
Tosse la condizione dell' imfiero e dei barbari alla metà del 
V seioln, e quanto fosse Roma avvilita , Aitila siqierbo. 

Col progredire degli anni e dello incivilire subirono i 
barn betti notevoli mutazioni , ed al a magnificenza inutile 
e golia (u sostituito il buon gusto e l'eleganza. 

Narrano i viaggiatori che i banchetti dei Cinesi sieno 
formali di 24 pialli portati con molta solennità : le sale 
sono ornate di fiori , di pori oliane , di vasi d' ogni specie, 
di ta[i[iezzerie tessute o dipinte , e contengono laute mense 
disposte sopra due linee ai lati della sala ipianti sono i 
convitati i quali perlai guisa si trovano dirimp. Ito gli uni 
agli alili. E' colà pure sionosciiito 1' uso delle tovaglie e 
delle salviette , ma tuttavia ogni cosa è disposta coila mas- 
sima nettezza e decenza : alle estremità delle mense stanno 
colloi ali pialli grandi carichi di cibi ed ordinati in pira- 
midi (OH fiori , cedri ed arancic. Il banchetto è rallegralo 
da couiii he rappresentazioni le quali cominciano appena 
ifon>ilati s' av\ii inailo alla mensa e ler.iiiiiano all'ultima 
vivandi . e (ontlnua d'ordinario per (in pie ore. 

Nella Persia , quando il soli chiama a baui hello lutti i 
grandi della corte . gì' invitali non sono meno di 300 ed 
ognuno prende posto in una vastissima sala secondo il suo 



grado. E' però singolare che , a differenza delle altre na 
gole , e cìie ciascheduno avesse il suo posto determinato U z'oni , i banchetti in Persia cominciano dalle fruita e fini- 
ma non abbiamo sopra ciò notizie positive. Alle tavole non jj scono colle zuppe. 1 serviti si fanno in piatti d' oro o di 

porcellana e vengono disposti sopra ricchi tappeti : ogni 
«onvitato ha innanzi a sé la sua porzione in 20 piatti di 
oro smaltalo ; le mense sono tutte coperte di ricchi va- 
sellami d' oro e d' argento, e le lampade e i candelabri so- 
no pure dello stesso metallo. 

Slitto il governo della repubblica di Venezia erano ce- 
lebri i barn betti a cui il doge invitava cinque volte al- 
l' anno , e precisamente nei giorni di S. IVI<«rco , dell' A- 
scens one. di S. Vito, di S. Girolamo, e di S. Stefano. Lo 
stato accordava per ciò al doge una somma prefissa , la- 
sciando a lui la cura del resto. Ad ogni banchetto conla- 
vansi presso a poco cento coperti, ed oltre alle primarie 
(■arche dello stato, inlei venivano le altre magistrature se- 
condo la loro volta , ricevendo però sempre l' invito dal 
Sé doge. Nel palazzo ducale venne destinala espressamente 



posil 
si sovrapponevano tovaglie come da noi , e siccome non 
si conoscevano le fonhelle ed i coltelli, cosi venivano dai 
trincianti divise le vivande in piccoli pezzi, e si ponevano 
sulla nuda tavola , per cui dopo ogni servito si lavava e 
s'asciugava con delle spugne , ed ai convitali recavasi a- 
qua per lavarsi le mani. Ogni invitalo portava seco la pro- 
pria salvietta , ed il pranzo era diviso in tre servili : nel 
primo s' inibandivano cibi proprii ad eccitare 1' appetito ; 
nel secondo , eh era il principale , si davano copiose vi- 
vande , le più scelle e le meglio apparecchiate; il terzo 
consisteva in leccornie. Durante il ban-bello i convitati in- 
dossavano vesti bianche , s'ornavano di corone, e sovente 
si ungevano il capo , la barla ed il petto d'olii odorosi. 
Anche la sala del pranzo era adobbata a festa , pende- 
vano dalle pareli corone , e la tavola era aspersa di ros 



vdiiu (Mite Odi eli Linone , l \a (d«ui<i ^i-a a^^t^t jaM»»w.j . „^ 'r»-- •■ i -i 

Dopo il banchetto, comparivano a rallegrare la brigata, una tab la quale portava il nome di sola di banchetti, e 



^. 




(L'ariicolo nel prossimo numero). 



nella sera preredf-nte il giorno dilla festa , s'illuminava i 
con magnifici nza e si lasciava apeila al piil)t)lico onde o- , 
gnimo potesse osservare 1' apparato delle nieni-e e la lic- 
chezza dille argenterie lii cui ima parte appai teneva allo 
slato , r altra al doj^e. In quei bantheili venivano ifiili.m- 
dite le vivande piìi riiercate e più peregrine , e la mag- 
giiTe o minore magn.ficenza di quei conviti dij^iendeva alle 
volte dai mezzi particolari che aveva il doge. E siccome 
per legge della repubblica era severamente proibito ai pa- 
triz:i ed al doge slesso di comunicare in modo alcuno coi 
^lini^tri delle corti forastiere eccetto (he nelle occasioni 
di pubblii he solennità , così il corpo dip'omatico approfit- 
tava dei bani betti per parlare al doge e corteggiarlo, e 
quegli ambasciatori ihe fatto aveano il loro ingresso solen- 
ne , sedevano fra i commensali ,• gli alfri non potevano 
presentarsi che mcognilamente all' uso veneziano, ciiè col 
mantello e bautta. Gì' individui della famiglia del doge fa- 
cevano gli onori ed accompagnavano al doge il corpo di- 
plomatico, i re ed i principi che si trovavano a Venezia, e 
questi personaggi illustri erano misti al popolo il quale 
aveva aciesso libero nella sala. Le dame eziandio inter- 
venivano , non come convitate , ma semplicemente come 
spettali ici , e s'avvicinavano or all'uno or ali altro dei 
seduli , e venivanc dal doge stesso e dagli allri patrizi! 
regalate di Qori , di frulli , di confetture, il popolo pirò 



non poteva rimanere che fino al primo servilo, poscia, dato 
un piccolo segnale , si ritirava e soltentravano i musici. 
Finito il banchetio, gli scudieri del doge presentavano ad 
ogni convitato un gran paniere di dolci a cui stava sovrap- 
posto lo stemma del piincipe. 

Il banchetto dato nel ìl!\.\ al re Luigi XV nei palaz7o 
della città di l'arigi è uno dei piii celebri , se ne pubbli- 
carono descrizioni e disegni. 

Anche le tribii selvagge del nuovo mondo hanno i loro 
banchetti , e se prestar fede dobbiamo ai racconti dei viag- 
giatori , sono fatali banchetti , che in essi si mangiano , 
dopo riportata una vittoria, le carni dei vinti Gli troni 
e "1' Iroihesi celebrano ogni di ci anni una festa a cui die- 
d'io il n.ime di banchetti dei rnoiti. Racconta il p. Char- 
levoix che , fissato il giorno della festa, si nomina un pre- 
side , cliiaraato comunemente iJio della festa , il quale è 
incaricalo d'ogni disposizione e di mandare inviti ai ul- 
ia^'M vicini, l'rocede quindi al cimitero dove si scoprono 
i cadaveri, e mentre le donne mandano grida lamentevoli 
e .'ipaventose , si rivestono alcuni di quei cadaveri e si ri- 
portano al villaggic) dove cominciano danze , giuochi e 
filili couibùllinienli che durano alcuni giorni , inlerrolli 
scilt.nto da celle grida e he diconsi delle anime. In quel- 
l'occasione si eleggono i rapi e viene imbandito un gì an- 
d oso convito. Alla fine della festa i cor[ii dei defunti si 



IG8 



L 0MT<IBU5 PITTORESCO 



depongono con grida e piagnistei in una grande fossa e 
si coprono con cortecce d'alberi, terra e pietre. 

A' nostri tempi la costumanza dei banchetti divenne 
sempre più estesa , conciossiac he non havri ceremonia so- 
lenne la quale non termini con un convito. 

Gii avvi nimenti al trono , le coronazioni dei sovrani , 
le ricorrenze delle loro nasc ite si celebrano sempre con 
banchetti solenni , e puossi quindi , senza tema d'errare , 
conchiiidere , essere oggidì il banchetto parte essenziale di 
qualsiasi ceremonia solenne. 



l' VX. TIMO MOMENTO SXCLi AHTUTI 

Quest'ultimo momento non è già quello della vita. Gli 
artisti , in generale , muoiono come gli altri uomini , e 
l'ultimo momento del quale io parlo è quello ch'io chiame- 
rei, volentieri la decima musa degli artisti. 

E di moda accusare tutti gli artisti di pigriaia , e ciò 
perche indugiano quasi sempre nel siddislare ai loro impe- 
gni , alle 1(110 promesse ; peri he coloro medesimi , i qua- 
li le attengono (on maggiore puntualità, non dann' ope- 
ra ad allem-rla se non quanilo non è p ù loro possibile dif- 
ferir di vaniamolo. 

Il mondo si meraviglia di tali litubaz'oni , di tali lenfez- 
le , e chiede die cosa aspettino gli artisti. Che aspcfl no ? 
Oh ! b-lia r ultimo momento ! Per quanto uno sia dotato 
di fanlità , uopo è sempre fare a sé stesso una specie di 
vio|en7,a , imporsi uno sforzo doloroso , per risolversi a co- 
minciare un lavoro. 

E quanto più 1' artista ha la coscienza del bello , tanto 
più esita e tira indietro. Come la Pitonessa , nell' istante 
in cui il nume s' impossessa di lei , egli è preso da un sa- 
cro orrore , fremi' per la tema di non raggiungere l' idea 
die si è in mente prefissa. INon gli par mai d' essere ab- 
bastanza maturo all'impresa : dubita delle sue forze , e la 
riniitle al dnmani , nella speranza ihe l' ispirazione si ma- 
nifesterà più gagliarda e più opportuna. 

Ma quando e giunto 1' ultnio momento , 1' artista già 
non esita più ; e si slancia nella palestra , senza guardare 
tiè innanzi né intorno a sé. L' ultimo momento il preme , 
l'incalza . cime il terribile Avanti, atantP. di Bossuef: l'ul- 
timo momento gli dà di sprone , ed ei cammina , corre , 
galoppa. 

à' l'artista non è stretto dal tempo , ei dice a se stes- 
so : Farciamo un capolavoro! E allora non fa niente , non 
trova niente ; tutto ciò che si appresenta alla sua immagi- 
nazione , gli ha faccia di deliole , di comune, d'antiquato, 
e r idea fissa d' un meglio possibile il fa nemico anche del 
benp. 

Ma se , per Io contrario , i giorni son noverati , se il 
tempo concessogli sta per compiersi, se l'ora fatale si av- 
vicina . ed egli non ha più la libertà di scegliere, rimane 
conten'o a ciò che trova , e spesso ciò che trova è un ca- 
polavoro , né più né meno. 

. Ne! secolo scorso , uno dei compositori di musica fran- 
cese, che lottarono con maggior vantaggio contro Rameaii 
Mondonville , si fé' distinguere per uno sforzo d' ingegno 
che \ennp di poi attriiiuito a varii altri compositori mo- 
derni 

Un suo amico gli aveva aIBdato. perchè il mettesse in mu- 
sica, il manoscritto d'una sua opera, accolta già dall'Acca- 
demia reale di musi'a. Jelyofte, cantante di gran nome, 
ne aveva assunta la parte principale , e se ne sperava un 



grand' esito , del profitto e della gloria del quale gli autori 
dovevano entrare a parte. 

Se non che , a mal grado che se ne fosse presa 1' ob- 
bligazione formale , Mondonville non se ne oicupava né 
punto , né poco , ed ogni qualvolta 1' autore gli chiedeva 
novella della sua opera , ei rispondeva : Lavoro , sono a 
buon tempo , in brevr i avrò finita. 

Alla fine , dopo due anni lii perpetue dilazioni , il poeta 
impaziente , e non senza ragione , recasi una mattina da 
Mondonville : 

— E cosi ! ov' è la nostra opera? A qiial punto siamo? 
e' gli dice. 

— Ella è terminata, risponde il compositore. 

— Come ? terminata ! 

— Si , al tutto , non manca pur una nota. 

— I5en dunque , fammela vedere. 

— Volentieri. 

E to.ilo Mondonville si dà a cercare su! favolino , a fru- 
gore nelle sue cartelle , e dopo un quarto d' ora di ricer- 
ihe inutiii. 

— Non posso trovare lo spartito , egli dice , ma ecco 
il tuo poema ; ho già in mente tutta la musica , ed or te 
la farò udire. 

I! poeta ed il musico siedono al gravicembalo , c Mon- 
doville canta inf.itti l'opera da capo a fondo. 

— B. Ilo , stop-ndo , leggiadro 1 esclameva a ogni istan- 
te il poeta , e terminata la sessione , ei corre a Jelyotte e 
gli dice : 

— Amico ho udita l'opera di Mondonville ; egli è un 
capolavoro , che dee aver senza dubbio una strepitosa riu- 
scita. 

Jelyotte slimola Mondonville a dargli lo spartito ; ma 
neppur una nota non n'era scritta ! Il compositore aveva 
creato all' improvviso tutta intera 1' opera ; le arie i duetti 
i cori i recitativi L'ultimo momento lo avea dotato d' li- 
na potenza straordinaria ; ma per mala sorte il gravicem- 
balo , (he scrive la musica di mano in mano eh' ella vie- 
ne composta , non era ancora inventato. 



SCIARADA 

E tuono il primiero , 

E insieme pronome 

Che indica il come 

Un che m' appartien. 
Di tenebre è fatto 

L' oscuro Secondo , 

Che sparso sul mondo 

Si vede ogni di 
Il terzo è materia 

Amara giallognola 

Che sta nello stomaco 

E fa digerir. 
Il tutto è un pitocco 

Che stende la mano 

A chi gli dà un grano 

Per prenderne pan. 
In modo si chiaro 

Sta detta la cosa , 

Che può esser noiosa 

Spiegandola più. 

Sciarada precedente. — Miseri-cor-diosamente. 



TiPOGiunA dell' omnibus 



DlRETTORB PROPniETABlO ; V. TORELLI. 



MWMM 



Uapoii 51 (Ottottti 1844. 



:2lnn0 jgicttimo 



eioBtèt tt." 22 



IN FOGI.Ki r.HANA 5. — MN SFMKsrnE 1.30. — "iN* ANNATA 2.60. — PER t' ESTERO UN ANNO 3.60. 









r 




L' edificio d' Atene detto Prcp'ìei dalle dne parole gre- 
che pio (innanzi ) e puìai (porle) era collocato tra la grot- 
ta di l'aiie ed il tempio della Ttrra , e faceva [)arte della 
cittadella cui serviva d ingresso prin( ipale. Era una facciata 
decorata da sei colonne d' ordine jonico e di magnifico 
frontispizio. 

Le mine de' propilei sono oggidì comprese nelle cosfru- 
lioni d una halieria turca ed è assai diflicile di riconoscere 
il piano di fpiesto bell'edificio che aveva costato 2UI2 fa- 
lenti ( lU. 804,800 fr. ). 

liceo quel che ne dice Pausania : « Non v'ha che un 
solo cammino per entrare nella ciiladella , poiché da tutte 
le parti essa è difesa dalla ripidità della roccia e da forti 
muraglie. Quest'unico ingresso è decorato da un magni- 
fico vestibolo , chiamato i Propilei , le cui soffilte di mar- 
mo bianco sorpassano , in quanto alla bellezza della mate- 
ria ed alla grandezza delle pietre lutto quanto ho veduto 
finora .. Essi furono terminati nello spazio di cinque anni 
da Nanesicle sotto il governo di Pericle e sotto la soprain- 
tendenza di Fidia dal primo incaricato della direzione dei 
lavori pubblici 



NAPOLEONE IN EGITTO 

( Vedi la figura al num. passato) 

Risoluta la .spedizione d' Egitto , lìmaparte , a capo 
dell'armata frani ese S(ioglieva le vele da Tolone verso 
Malta il 19 mapgio I7<j8 11 10 giugno giugneva innanzi 
a pialla che lasciava [irendersi senza difiicoltà e i|mìvì po- 
chi di Iralleniilnsi, mosse la prora verso Candia che venne 
riconosciuta il 2j dello slesso mese, e questo giro fu ap- 



punto che trasse Nelson nell" inganno e gli tol<;e di sron- 
t r.isi nell'armata francese dinanzi ad Alessandiia secondo 
aveva disegnalo. Il di primo luglio la flotta giunse ad A- 
le^sandria. Nelson v' era già capitato un due giorni pri- 
ma , e maravigliato di non scontrarvi la spedizioa fran- 
cese , .si avviso falsanieiite , iha avesse guadagnato le (o- 
sfe della Siria per pigliar terra ad Alessandretta. Chiarito 
Bonaparte dell' arrivo degl' Inglesi, e antivedendo .k corta- 
mente che sarebbero tornati in cerca di lui, deteimnó 
di sbarcare sul fatto tutto il suo esercito. L'ammiraglio 
Brueyx reputava la cosa troppo arrischiata, e i on quanto 
aveva di autorità e di forza vi si opponeva. Ma Bonaparte 
fu fermo ed ostinalo fino a mettergli innanzi l'autorità su- 
prema ond'era investito. E siccome Brueyx reclamava che 
io sbarco si fosse ritardalo almeno di dodici ore : " Am- 
miraglio, si fece a rispondergli risoluto Bonapai le, non ri 
rimane tempo da gillare ,■ la fortuna non mi consente che 
soli Ire di ; se io non me ne giovo , noi siamo perduti ». 
L' ammiraglio fu costretto a cedere per la buona ven- 
tura della sua flotta ; imperocché Nelson non avendolo tro- 
valo là dove lo aveva indarno ceri alo, fu più sollecito che 
mai a tornar siili' orme sue ad Messandiia. i\la il piii bel 
colpo gli era andato fallilo; la fermezza e la furia di Bo- 
naparte avevano salvalo l'esercito francese il quale alla 
tornala di Nelson aveva g à preso terra lutto quanto nella 
notte del 1 al 2 di Luglio , a un'ora del mattino a un 
luogo detto il IMirabout , lungi due leghe circa da Ales- 
sandria. Visti ap[iena spedili a terra da cinque o seimila 
fanti , ei gli avviò capitanali da Kleber, a soggiogare A- 
lessandria. Le sue mura . cadenti o logore per antichità, 
non poterono giovar gli l^giziani di alcuna soda difesa ; 
cadde la città e Kleber ehe guidava l'assalto ebbe una fe- 
rita sul capo. S ccoiiie. tale conquisto non costò ai France- 
si gran cosa , né vi vollero grandi pruove di valore, co- 

22 






170 



l' omnibus 



si non trascorsero in eccesso alcuno j nessuno in Alessan- 
dria fu morto e nienle rapito. 

Entrando in Alessandria bandi un manifesto agli al)i- 
tanli in cui loro diceva d' ersere venuto a liberarli dal 
giogo dei iMammaUicthi e che però avessero abbracciale 
le sue parti ribellandosi ai loro oppressori 

Affidato il cornando della città d' Alessandria al genera- 
le Kieber , Bi)naparte si avviò alla volta de! Cairo , e già 
in capo a soli quattro giorni aveva sconfitti i Maminaluc- 
clii a Uomanieh ; e distrutta adatto la llottiglia e i moltis- 
simi cavalli del be) a Cliebreisse. Queste vittorie apriro- 
no le porle del Caiio all' esercito Francese Verso il ca- 
dere del luglio esso campeggiava innanzi a Murad bey 
appiè delle piramidi , ove Napoleone uscì in quella si no- 
ta e famosa apostrofe : >■ Soldati dal culmine di queste 
fiiraraidi quaranta secoli vi contemfilano»: ed ove avvenne 
a pur famosa battaglia di Embabeh, piìj nota sotio il no- 
me delle l'iramidi, che fece cadere lutto 1" Egitto in ma- 
no al vincitore. 

CINQUE LETTERE l'Eli DARE UN PRANZO 

(scena della villeggiatura). 
Scherzo comico in un atto 

D. Enrico proprietario. 
lì.^ Erminia moglie di lui. 
D." I'asqua. 

1) 3 Martina figliuola a D ' Pasqua. 
U Ambrogio quinquagenario cascante di D. Marti 
na , spilorcio. 

Il marchese spaccamontagne. 

11.* Massima sua sorella. 

D. Ottavio spelatordi avvocato. 

Marianna serva di D. Enrico. 

1). Achille j 

D. Michelangelo ( ^^.^- ^. p Enrico. 

D. Antonio ( 

1). Spiridione. \ 

La scena è in casa di D Enrico a Resino. 

SCENA I. 

galleria 

Enrico seiliito sopra una sedia n hracciuoli legge, 
D. Ermin a cuce. 

EtiR. (>ki()fsV/,->ndo d.pone il libro sopra nn tavolino 
th" ha accosto ) Erminia, perdona, va a vedere che ora è. 

Erm (va e poi ritorna) Sono le undici. 

Enr. G à ! E così Erminia che dai a mangiare a' nostri 
ospiti? 

F.RM. Caro Enrico, considerandoli come persone di con- 
fidenza, cosi ho fatto una zuppa, un timpano, un ragcutdi 
annecchio, della vitella alla genovese, una torta, ed era 
Marianna scendeià a vedere se e' è un po' di pesce. 

Enr B'ne, bene, v'è da satollare ogni più celeberri- 
mo p.irassito. 

Frm. a nocuraenlo gravissimo per atro della borsa. 

Enr. Eh via, non pensare a qiie.ste bazieiole. La vil- 
leggiatura ci vuole, e questa senza anii-<i e senza un po' 
ili baldoria riesce noiosa. Alla campagna Id [irodigablà, in 
» ili.T r CI ouomia ]\Ii vorresti forse far fare come D Ani 
brogio (hi' non ispende un grano se pur gli danno di 
niaitello su! (api. 

Erm e inlan'o fa l'innamorato. 

Lìfi\. U. Ambrogio? E con chi .' dimmi, dirami. 



Erm. Con D. Martina la fir;Iiuola di D. Pasqua. 

Enr. Oh oh che bella ciqipia ade di dio (sganascian- 
dosi dalle risa ) U Ambrogio zoppo e con tutt' i capelli 
h anchi, U. jMartina che ha oltrepassato i trenta con quella 
faccia lunga lunga , con quel naio grosso e bernoccoluto, 
con quei denti sporti in fuori che tanno schifo ; oh the 
bella coppia ! 

Er.m. Ma non sai quel eh' è piìi. Sjppi che fanno ali a- 
more come [lossono fallo due giovanotti ardenti, ineb- 
briati, come insomma l'abb'amo fatto noi. 

lÌNR. ( sos(iirando ) Ah si, che liei tempi erano quelli ! 
J>e fiamme ci montavano al viso e lo facevano di brage. 
Erminia, fammi il piacere di guai darmi anche una volta con 
queir ardenza d' alL'ia ; io laiò lo stesso dalla parte mia. 

Erm. ( Si guardano a viienda perquabhe tempo, poi 

Eni;, i danno in un grande scoppio di risa ) Puh ! 

Frm. Non ci riesco più. 

Enr. l'^d io nemmeno. 

Er.m. Rista. Intanto , come stavo dicendo , fanno al- 
l' amore ipiali due giovani ; si [iremono il piede , si strin- 
gono le mani , si guardano fiiauienle, ed in modo cosi te- 
nero che par che lo fai ciano in cagnesco 

Enr. Ora non so com' io non v abbia badato. 

Erm. Non monta, vi baderai un'altra volta. 

Enr. Sicuramente , mi voglio senza meno d verlire a 
loro spese. 

Erm Ma se continui a rompermi in tal guisa il filo non 
ti racconleiò nient' altro. 

Enr. Perdona , mia cara. Parla pure che io «on qua 
tuli' orecchi ad ascoltarti. 

Erm. L'altra sera dunque, quando giuocammo al fa- 
raone in casa di IJ Pasqua . . . 

Erm. e che io perdetti quelle tre buone piastre. 

Er.m. e perchè |iunti assai? Se avessi puntato un gra- 
no due alla volta come ho fatto io non li sarebbe av- 
venuto cosi Ma, tornando al mo racconto, dunque sappi 
che i due gatti innamorati stavano a' due lati dell' angolo 
della tavola, ed io vicino a I). Mirtina, sul cui grembo 
tenevo la mano destra. L'Adone ipiinquagenario lese la sua, 
e, credendo la mia fosse della sua bella, la strinse fi ile. Io, 
volendo pÌRliarmi un po' di spasso , strinsi ancor più Ione 
la sua. l'^;,li sentendo dolore (ercava ritraila ma io non 
glielo pi rniisi lenendola ferma , quandii al tira lue tira io toc- 
cammo D. Martina, i he guardando quei che fosse, al veder 
quel giochetto, avvampò lut:a di stizza prendendo, . . . 
indovina. . . 

EisR. For-e gelosia di le ? 

lùiM Propriamente C"nsiJera adunque come r.'sfasse 
il misero amante siopeilo in (lagianle delitto Cliinii gli 
orchi sulla tavola e non osava guardare in viso D. Mar- 
tina che cacciava fuoco da tutte le parti. Io, per (oniinuare 
il giuoco, guard iva teneramente D.Ambrogio, che, andando 
per guardare a volta a volta D Martina e sronlrando le 
mie occhiate, fai èva ogni salto sulla sedia ch'era una gioia 
a vederlo. D. Rlartina voi. va assolutamente alzarsi: io 
allora, vedendo ciie il giuoco prendeva brutta piega, cercai 
di rappattumarli, e con (piatirò paroline (he dissi airore(- 
chio di lei vi riuscii. Allora cominciarono le fic(h ale di 
perdono , e oh l'^nriio se avessi veduto che sberleffi ! io 
non sapev.ì in me ste-sa contener le risa. 

Enr. e non mi hai detto nienle. E mi togli cosi uno 
spasso. . . . 

Er.m Spasso che spetta alle donne. . , . . 

SCENA II. 

Marianna e detti 

Mar. Sgnora , mi volete far andare» pigliare il pesce? 
l'.iiM.'Ali, si. (fruga ielle Ijsi he) Tieni e prendi un ro- 
tolo, e mezzo di pesce. Torna presto sai. 



PITTORESCO 



1\Iar. In un baleno. Mi m'era scordata di prendere un U 
pianiere. (entra nelle tamere interne ). m 

SCENA IH. g 

D. Ottavio SrELATOUDi e delti. H 

i 

D. Ot. Signori , perdonale se mi sono introdotto senza ^ 

prima essere annunzialo , ma la porta slavi apeita e fuuri 73 

non e' era nessuno. Ilo piahlalo ptr i;;iakhe Ir mpo, ma ^ 

non vedendo venr nessuno, prr l'ailiirio the t. ngimo {;li Q 

avverali son venuto innanzi , del the vi cerco nuovamente 2 

perdono. P 

lÌNR. Oh raro D. Ottavio , nulla , nulla ; voi siete il || 

padrone delia casa , andate , venite , restate , fate insom- U 

ma tutto ijiiel i he volete. jys 

M.\]\. ( ei.n un paniere solto al braci io) Signora, io vado. P 

lìn.M. \3 pure. (Mar. esce). ^ ^ 

U. Ot. \'e ne rendo somme graz'e. Ma che è , non u- U 

scite a dar quattro passi ? E' la prima bella giornata che g 

abbiamo dopo tante di pioggia. H 

lÌNR. .\sp> tiiamo foresiieri , caro D Ottavio , e poi è |« 

quasi mezziigioino. ti 

l). Ot. ]•; che peri io ? jj 

l'-R.M l'utrebbero venire quelli che aspettiamo e non H 

trcvarii. U 

1) Ot Avete ragione ( si picchia ) Q 

li>T. Chi saia? a 

llr.M. \o a vedere. H 

I). Ot ( trattenendola ) Perdonate, ma so il mio dove- g 

re (anilaiiilo per uscire). ^ 

Ln.M Ma peri he volete incomodarvi r M 

I). Ot. Mi maraviglio! (esce) P 

En.M. Oiiant" è f flicioso questo D. Ottavio. O 

Inr ( runico ) Ti piace, Ai, non è ver<? M 

Jili'.M. ( sdignosa ) iila .'■ei un vero sguaiato! |i 

1) CIt. ( ritorna con una lettera in mano ) D Enrico , ^ 

qup'^la letiira a voi da pai te di D. Pasnua. H 

l'-NR D. Pasqua ? H 

I). Ot. Si, I) Pasqua. M 

Er.m. Via. apri e leggi , ro.'ì saprai quello (he vurà U 

lÌMt. Benedetta niri'isità ! (apre la lettera e siorrela)Oh M 

curiosi ! Eriuieia , D. Pa-qua ne in\ita a pranzo. H 

Er.-h a pranzo ! |^ 

D Ot. a [rarizo ! Oh quc>ta sì ch'è nuova di conio. E ^ 

quando mai ha fallo di simili shirzi 5'J 

Erm ÌNemmeno U. Ambrogio che-é il cascante di sua ^ 

6glia è stalo mai da essa invitato. & 

Enr Ma è strana davvero 1 avventura. ( ridendo ) ^ 

Ah , ah. » 

Er.m ( ^ 

D Ot ( '■'•'^"''o '"''i fi**' ) '^''> "^^ ^'i- u 

Enr. e una cosa quasi incredibile , ma la lettera parla H 

chiaro. H 

Er.m Lascia vedere (sporgendo la mano per prendere ^ 

la lettera ) a 

Enr. Tieni ( glie la dà ). ^ 

Erm (legge) Geniill-simo D Enrro — Mi prendo la | 

libertà d" invitarvi a pranzo insieme ( oli' amabilissima ve- « 

stra mrgiie , per cosi godere un poto della pregevole vo- M 

sfra compagnia. Abbiatemi ^er iscusata di tanta audacia e a 

sono la vostra amica e s-rva D. Pasqua Mosca nata Tra- fi 

sparente. ^ 

[). Ot Che razza di rognoni' ! M 

Enr. .'\h non i sapevate.'' Ks 

l» Ot No in f. de mia. H 

Erm. Per altro tutti e due le convengono. w 

b. Ot. Sicuramente, piccina e fragile come un vetro M 

•|uar è. ^ 

EnR Ah, come siete mordace, D. Ollavio (sorridendo). § 



D. Ot (sorridendo) E' la congiuntura che lo porta. 

Erm. (c. s. ) Ea congiuntura o la buona volontà.'* 

Enr. ( e. s. ) Un poco dell' una e dell' altra forse.'' 

l). Ot. (c. s. ) Sarà come voi volete. 

Enr. Intanto bisognerà ih' io vada a scusarmi di non 
potere accettare le sue buone grazie, poii he aspettando, co- 
me v' ho detto, alcuni amici a pranzo , non posso usar lo- 
ro la screanzatezza di non farmi trovare in casa. 

1). Ot. e c'è bisogno che v'incomodiate voi perciò; 
scrivete un biglietto e mandateci qualcheduno. 

l'.NR (]he qii'sio quali heduno non vi è 

lùiiM. Il servitore l'abbiamo mandato a Napoli, Marian- 
na è tanto pigra . . . Via Enrico , vacci tu , è qui vicino. 

Enr. (alzandosi un po' di mala voglia) Benedetta D. 
Pasqua ! Mi aveva prefisso di non uscire .... ma non e' è 
(he fare ... 

D. Ot. Se volete che vi serva io, avvaletevi liberamente 
di me. 

Enr. Sarebbe troppa audacia la mia , . . 

D. Ot. Nulla , nulla : fate cosi , scrivete un biglietto e 
datemelo che io penserò a farlo ricapitare. Debbo passare 
per di là. 

Enr. Già che siete ro^ì buono. . . . 

D. Ot. Ma tra noi sonu inutili queste cerimonie. 

I'>n. Ebbene, vado a scrivere (siede al tavolino e scrive) 

D. Ot. Intanto (he vostro marito scrive la lettera, noi, 
P. Erminia, ihiai ihieriamo un pochetto. 

Erm. Ben vo'entieri. 

D. Ot. Ditemi, dunque vi siete avveduta degli amori di 
D. Martina e D. Ambrogio ? 

Er.m Oh da tanto tempo ! 

D, Ot. Ma non sapete eh' io sono il confidente di D. 
Ambrogio ? 

Erm- Come , come ? narratemi un po'. . . . 

D. Ot. Dovete sapere che quindici giorni orsono venne 
da me D, Ambrogio tutto sbigottito e pallido in volto sì 
eh' io mi credetti essergli avvenuta qualihe grande sven- 
tura. Alla mia inihiesla di the gli era accaduto, egli mi 
rispose cos'i : (contraffacendo la voce e giungendo le mani 
come in allo di supplica ) D. Ottavio, io vengo a gettarmi 
nelle vostre braccia : voi, che siete slatu il mio avvocato, 
che mi avete vinta una causa, dovete essere il mio angelo 
tutelare m una fiera sciagura e he mi pende sul capo — Son 
qua lutto vostro , gli ris(ios' io non potendomi mai imagi- 
nare che cosa gli pendesse sul capo — Son disperato D. 
Ottavio , egli continuò , e se voi non mi aiutale, io mi 
ucciderò — IMa se non mi diteche v' è accaduto, gli ri- 
spos' io inipazientito un po' per quell' esordio . non potiò 
mai sovven'rvi né di consiglio né di opera — Sono inna- 
morato , alla fin fine mi disse traendo un sospirone — Oh! 
sclamai io maravigliato — Si, sono innamorato , e l'ogget- 
to del mio intenso amore è la bellissima D. Martina. 

Er.m. ( scoppiando a ridere ) Ah , ah , ah . . . la bellis- 
sima 1) Martina. 

1). Ott Ora viene il buono! 

Erm. Enrico, hai fallo? 

Enr. ( chiudendo e suggellando fa lèttera ) Ecco, ho 
finito 

Erm. Fa pn^sto e vieni a sentire come D. Ottavio ha 
fatto il mezzano a D. Ambrogio. 

D. Ot, Mezzano, no, intendiamoci bene, consigliere 
dovete dire. 

Er.u Etne, consigliere. 

E.vR (dando l.i lettera a D. Ottavio) Eccola lettera, D. 
Ottavio, e ve ne ringrazio anticipatamente. 

D Ot. Or via, togliete queste cerimonie che san di 
rancido. 

Enb. Dunque che dicevi fu, Erminia? 

Erm. Che fossi venuto a sentire tome D. Oltario ha 
pacificati D. Ambrogio e D. Martina. 



172 



r,NR. D Ollavio, e voi vi mischiate in tali pettegolezzi ? 

D. Ot (stringendosi nelle spalle sorridendo) Questi son 
gli straordinari della professione. 

Er.M. Diini]iie come andò la cosa ? 

U. Ot. Ano in questo modo. D. Ambrogio, or son quin- 
dici giorni, nill'anriare a spasso fu costretto a dar di brac- 
cio alla sorella del marthese SpaccamontaRna perchè que- 
sta glie lo prese senza coinpiiiiienti. U. Martina al veder 
ciò fu compresa da un indicibile sdegno, e cominciò a stre- 
pilare perdio si tornasse a casa , ma I) Pasqua irremo- 
vibile non velile acconsentirvi, e fu d'uopo eh' ella si stes- 
se a contemplare tranquillamente quello spettacolo (con 
ironia ). 

Knr (con ironia) Povera D. Martina! aveva ben don- 
de di soffrire ; gli è un osso tale quel D. Ambrogio che 
tult' i cani vi poinbano sopra. 

1). Ot. Ij se non fosse che è marcio e schifoso cede- 
rebbe aile pi ime tentazioni. Adunque fini finalmente il ma- 
laugurato passeggio, ma non con questo il tormento di D. 
Ambrogio, il quale, all'introdiirsi in casa della sua bella per 
cercare di rappattumarsi con lei, ne fu vivamente scaccia- 
to da essa, die gli chiuse la porta in farcia , dicendogli : 
Va al diaioln, vecchia sgangherato , e qui non accostare 
pili, chi, se solo lo tenti , li getleiò giù i>er le scale. 

lùiM. Povero D. Ambrogio , imagmo come restò. 

^). Ot. Meno che morto, e fu allora che venne da me 
tutto sbigoltiio a richiedermi consiglio e aiuto. 

Hnr. Oh meschino D. Ambrogio! L'agnello affidato al 
hi pò. 

D. Ot. Eh no, che gli resi servigio come andava fatto. 

Enr. Non l'ho detto già per recarvi offesa. 

1)'. Ot. Ne son più- che persuaso. 

Erm. Ma D. Ottavio alla conclusione. 

1) Ot. l'.ceoraivi. D. Ambrogio dunque voleva che fos- 
si andato io dal suo tesoro per muoverlo a pietà, ma, a me 
non andando a sangue il far di tali figuracce, il consigliai 
a scriverle (ome un mezzo piii elRrace , poiché nel boi- 
ler dell' ira in ( ui doveva allora stare 1). Martina , non se 
ne sarebbe fatto niente andando a parlarle , ladduve lo 
sciitlo essendo muto ed insieme eloquente , portava a 
frcilde considerazioni, li baggèo me la menò buona e mi 
pre};fiche gli facessi il modello della lettera , nel (he vol- 
li prendermi un po' di Sfiasso spargendola delle [liii info- 
cate e piii sonore espressioni che a questo riguardo s" usa- 
vano un secolo fa. 

I'>,?ii. E, dite , non ve ne ricordate pur una parola. 

IJ. Ot. ( traendo di lasca una carta ) Oh sì , ne ho me- 
co l'originale, affinchè se avviene che qualche altra vol- 
ta U. Ambrogio ne abbia bisogno, glie ne fo subito una 
iltra senza starmi a lambiccare il cervello. 

Emr. Date qui, date qn'i, D. Ottavio: son curioso di leg- 
gerne il contenuto: dev'essere ben singolare. 

D. Ot. ( gli dà la carta ) Non vi bo mancato naila che 
potesse lusingare la vanità di D. Martina. 

Enr. e già , pili si ò vicino alla deciepilezza , piii si 
h,i bisogno di carezze e di moine (spiega il foglio e legge) 
■• Unica, e sola D. Mari ina». 

Erm. (ridendo)Ah , ah , ah, unica e sola , ben detto D. 
Ottavio ella è in vero unica e sola nel suo genere. 
Enr. ( e. s. )()Heir unica e sola e petrarchesco. 
l). Ot (e. s. )11 caso non è dissimile. 
E'nr No, davvero , ma continuiamo ( legge ) Quegli che 
palpila al tuo palpito . che diigli occhi tuoi bei^e l' eterea 
luce del sole , col capo fillo nel suolo... 
Er.vi. Come se fosse un palo. 

Enr. Taci Erminia ; non m' interrompere ( legge ) Co/ 
eco fitto nel suolo domanda al Ino dolcissimo cuore e fat- 
to a pnn di znrckero perdono, pielit , commiserazione. Io 
sonn un empio, lo fedo, un assassino, infine un antropofago. 
Er.M . Misericordia ! 



^ D. Ot. Bisognava scuotere il tenero cuore di D. Martina. 
Q Emi. E però ci voleva uno che ce lo mangiasse. Bla 
^ andiamo avanti. 

^ Enr. Se m'interrompi piìi finisco di leggere e ti fo ri- 
M manere colla curiosità non soddisfatta ( legge ) Un antropa- 
jà fogo che Ita poluh tagliare col cartello dell' infedeltà quel 
g cuore palpitante del pni sfrenalo offe Ito. Ah , ah , ah , bel- 
li lo, originale ( legge ) Io non ci vedo piii... che era cieco al- 
£| lora D Ambrogio ? 
g I). Ot. No, ina leggete apprasso. 
^ Erm. e tu perchè hai interrotto? 
% l'>NR. Perchè, perchè .... basta... non soche risponde* 
fi re ( legge ) Dumpie : lo non ci vedo piii ; una orribile cote- 
H ratta copre gli occhi miei , da che i tuoi , rubicondi per 
K troppo splendere , furori coperti per me dalle loro lunghe 
Ih cortine J' ebano. 

y Er.M. Eh , il nero è un bel colore. 
^ ìli^ix. E' la manonza di tutti , rome avviene in D. Mar- 
K fina ( legge ) Io ho il Vesuvio nr.l petto e la Siberia sulle 
fi spalle e quasi soccombo all'immenso peso; un tuo solo sguar- 
M do anche di traverso pub solo ridonare all' animn mia taglius- 
zata per tante sofferenze la pace perduta. Vieni adunque, 
pe' nostri figli avvenire , colli camicia del tuo perdono a 
tergere il sudore de' miei tormenti. Io aspetto da le , mia 
lucida lanterna, immerso nel dolore, la sentenza che il mio 
Sangue continui a scorrermi nelle vene , o pure che tutto 
ad un tratto mi s'arresti. Lo sciagurato Ambrogio — ( ren- 
?| dendo la lettera a 1). Ottavio) Evviva 1). Ottavio, questa lef- 
g tera è un capolavoro di eloquenza. Povero D. Ambrogio' 
|2 ha avuto ben da fare colla Siberia sulle spalle. 
H Erm. e lo sguardo anche di traverso che voleva .'' 
W Enr e r anima tagliuzzatai* 
^ Erm. e i figli avvenirci' 
M Enr. E la camicia del perdono? 
M Erm. Per tergere il sudore dei tormenti? 

1^ p ■ \ Ah , ah , ah, è davvero ridicola l'avventura. 

^ D. Ot. Ma voi mi confondete. 
n Erm. No, e giustizia che vi si rende. 
p l'NR E poi che ne avvenne, fu perdonalo D. Ambrogio?' 
^ D. Ot. Si, perchè a l). Martina essendosi già ammorza- 
ci la Tira e considerando che tranne U. Ambrogio nessun al- 
M tro avrebbe voluto sposarla , fece di necessità virtù , e 
M perdonò al povero D. Ambrogio. — Ma, col chiacchierare 
|j intanto s'è fatto tardi, ed io debbo portare il vostro bigliet- 
B lo a il. Pasqua. 
M Enr Oh si, scusate la libertà che mi ho presa : sie- 

5 (e stato per altro voi che vi avete voluto assumere tale 
g incarico. 

jj D Or. l^Ia sevi dico che non è nulla ( prendendo il 
k cappello ) A riveden i dunque D. Erminia, D. Enrico; buon 
^ appetto (andandosene ) 
j| l'^RM. Grazie. 

^ Eni;: I.o stesso a voi ( si picchia alla porta ) Chi sarà? 
^ U Ot ( da dentro i he ha aperto ) Oh favorilc , favori- 
^ te ; in questo momento veniva da voi. 

I SCENA IV. 

H D. Pasqu.\, D. Martina, D. Ottavio e detti. 

3 n Ot. Vedete ch'i vi presento (a Enrico ed Erminia) 

fi ( tra sé ) Or viene il ìuiono. 

6 n. Pa. Serva D. linrieo, serva D. Erminia. 
ìà E.N'i. Servitor suo, che onori son questi? 
lì I). Mar Un bacio IJ ]'!i minia. 
H Erm. Volwitieri ( si baciano ) ( da sé ) Oh Dio! che 
^ schifo. 

M Enr. Signora D. Pasqua, ora D. Oltavio, mio degno e 

*^ buon padrone, vi recava da mia parte un biglietto in cui .. 



PITTOnESCO 



173 




( Isabella di Biviera ) 



D. Pa. ( interrompendolo ) Eh non e' era bisogno ; for- 
se VOI non vedendoci venire , volevate affrettarci , ma 
ionnnson usa far attendere chi mi onora delle sue grazie. 

Enr. ( meravigliato ) Come, non capisco ? 

I). Pa. Eh via, volete scherzare. 

Enr. No, dico da senno , non intendo quel che vi vo- 
gliate dire. 

D. I'a. Come non infendete se voi sfamane avete 
con un vostro biglietto invitato a pranzo me e la mia fi- 
glliinla» 

Em. (meravigiato) Io! Voi sicuramente prendete ab- 
baglio ; dite piuttosto che voi avete invitato me. Non è ve- 
ro U. Ottavio ? 

D. Or. (trattenendo a stento le risa ) Oh si, ed ho ve- 
duta in la lettera. 

D M.'vn. lìd io pure ho vsduta la vostra lettera D. 
r.nrico. 

F-i^u. A proposito D. Pasq-ia (andanù:, verso il tavoli- 
no ) ecco a vostra b-ttera con ,„i m' invitate. ( fru.-ando 
lia ie carte) Era pur cpia mr.ledeffa. 

D Ot. ( fra iè ) Se 1 ho io in saccoccia '. 

U. I A. Ma io non mi sono neppure so^nafa d'invitarvi 
a pranzo. 

E-NR^ ( un po' in collera) Ed io nemmeno, cara D Pa- 

squa.iVlasiachet.,m p.isso trovare questa benedetta let- 
tera „i). Ottavio, dslde quella risposta che io ho fatta. 

1) i, (,''"^''"'^°'3 di tasca) Eccola (dandola a D. Pasqua). 

1 . i A. Ma CIÒ non vorrà mai dire ch'io v'abbia invitato, 



sibhene voi avete invilalo me. 

1). Mar Questa è una indegnità D. Erminia. 

D. Ea. E' un' indegnità la vostra che prima invitaìc la 
gente e poi vi smentite in un modo si strano. 

Eisn. E se noi non avendo persone a pranzo avremma 
accettato il vostro invito, che ne sarebbe avvenuto i' eh» 
non si cucinava , e che per conseguenza saremmo stati 
costretti a rimaner digiiJiii. 

D Mar. Proprio il caso nostro. 

Ehm I\Ia la colpa è vostra. 

D. Pa Come è noj'ra , se fidando sulla vostra parola 
non abbian posto pentola al furco ? ì\li dispiace che ho la- 
sciata a cnsa la vostra lettera d' invito 

lÌNR. E torniamo coir invito ; io vi dico e vi assicuro 
di non avervi scritta neppure una lettera. 

D. Mar. i\la è certo che noi abbiamo ricevuta una let- 
tera sottoscritta col vostro nome. 

Erm Sarà stato forse qnalclu'diino che si è voluto di- 
vertire alle nostre spalle. Che ve ne sembra D. Ottavio 
del mio pensiero ? 

D Or. Eh, non è tanfo difiìcile. 

D Pa. ^'a bene tutto quel che voi dite , ma che c'en^ 
trismo noi a doverne pagar la pena ? 

Enr. Giacché indirettamente e seuzi ninna mia volon- 
tà sono io causa di questo sconcio , non posso che invi- 
tarvi a far parte della mia parca mensa. 

D. Mar. Noi ve ne siamo iiumensament" obiiligafe. 

D. Pa. Non so comeesprimervene la mia riconoscenza.- 



L OMNIBUS 



D. Or. Ora che vi siete accomodati tra voi posso bat- 
termela, r. n ■ ■^ 

Enb. (con mistero) E pprche cosi prpsfo D. Ottavio? 
Teneteci un altro poco di compagnia ora che è venula U. 
Pasqua, D. Martina... 

D. Ot. Farò come v'ag^raiia. 

Erm. ( traendo in disparte il marito) Sriagiirato e non 
pensi che per dar da pranzo a costoro bisogna comprar 
roba da capo. 

Enr (ad Erminia sottovoce) E che vuoi farci, volevi 
far loro digiunare di Dnmemca d'Oitcbre. Accomoda alla 
meglio e fa quello che puoi. 

SCENA V. 
D. Ambrogio e detti. 

D. Am. Scusate, signori, se m'introduco co>i senza far- 
mi annunziare. La porla era aperta e nessuno vi stava a 
guardia. 

Enr. Siate il benvenuto D. Ambrogio. E rosi non v'in- 
Doltrate? 

U Aim ( avanzandosi ) Aspettavo che me ne deste il 
permesso. 

Enr. Qual prospero evento ci procura l'onore di una 
vostra visitai). Ambrogio? 

Erm. 1 satelliti girano intorno a' pianeti , non è vero 
D. Martina ? ( sorridendo ) 

D. M.\n. (tra sé lanciandole un'occhiata di sdegno) 
Sguaiata ! 

D. Am. Dovete domandarlo a D. Pasqua ed a D. Mar- 
lina che m' hanno onorato delie loro gra/.ie. 

Erm. ( a U. Ottavio ) Non lo dicevo io ? 

U Pa. Noi? 

D. Ah. Sicuro , voi , e mi maraviglio come invitando 
gente a pranzo ve n' andiate cosi a spasso senza prcn- 
dervene pur un pensiero. 

D. pA. E chi di grazia abbiamo invitato ? 

D. Am. Me. 

D. Mar Voi ? 

U. Am. Gà me. Che maraviglia? Non posso essere in- 
vitato a pranzo io ? 

D. Pa. Ma voi sognale, credete a me che sognate. 

1). Am. Come sogn.', D Pasqua, se stamane è venuta 
la vostra fantesca a purtarmi un vostro biglietto, in cui 
là' invitavate a pranzo da voi dicendomi ihe vi sartbhero 
venuti eziandio D. l'-uriioe D. Erminia. 

Enr ( a D. Pa. ) Lo sentite , com'era vero quel ihe vi 
diceva io ? 

I). Am. Che cosa D Enrico ? 

Erm. Che D Pasqua ci aveva invitati da lei. 

D. Am e cosi ha scritto a me. 

Enr. F.bliene, poi per chi sa quale capiiccio, nega l'in- 
vito e dice al contrario che noi abbiamo invitato lei. 

D. Pa. ( in collera ) Vi torno a ripetere D. Enrico che 
io ho a casa una vostra lettera in cui ci fate formalmen- 
te l'invito e (he non ne ho mai fatto a voi, ma già che 
state sul duro nel volere asserire tutto al contrario vi tol- 
ghiamol incomodo. Andiamo, Mattina, andiamo via di que- 
sta casa in cui siamo cosi vilmente insultate. 

D. Am. Ed io vengo con voi. 

D. Mar. Andate al diavolo (sottovoce a D. Ambrogio) 
'Me la pagherai cane, hai trovata la scusa della lettera per 
v«nT qui a vagheggiare quella sputasentenze di D. Er- 
minia, ma me la pagherai. 

D. Am. ( .soliovore a l). Martina ) No te Io giuro, ado- 
rata Mari na, è tulio vero quel che ho detto. 

D. Mar ( sottovoce ) Non ti credo. 

l). Pa (i L). Martina) E cosi, Martina, non vieni, aspet- 
ti forse quali he altro insulto? 

P. Mar. Eccomi. 



D. Ot. (interponendosi ) Ma D. Pasqua , D. Martina , 
D. Enrico non ha avuto all'atto pensiero di otfendervi, non 
è vero l). Enrico. 

Enr. Certamente, io non intendeva dire se non quello 
che era , e voi D. Ottavio sapete se ho ricevuto questa 
lettera sia o pur no di D Pasqua. 

D Ot. Cosi è , la lettera I' ho veduta cogli occhi miei , 
e per certo ha dovuto essere qualcheduno che ha voluta 
prendersi spasso di voi due, e dareste esca ni riso se per si 
poca cosa vi metteste in collera. Via non ne sia niente più. 

Ehm. ( tra sé ) Oh maledetto ! Poteva lasciarle andare 
in loro malora. 

D. Pa. (tutta rabbonita) Qiiand'è cosi , vedo il mio- 
torlo e di liunn grado arconsetito. 

Erm ( tra se) Ci fa la gran perdita la poverina ! 

I'Inr. Via non se ne parli piii. ( ad l'jiiiinia ) E' venu- 
la Marianna ? 

Erm. Non ancora. 

1). Am. ivi io come faccio? Voi avete accomodate le 
vo-tre faccende, ma le mie chi le aciomoda? 

l'^NR. Se VI contentate di quel poco (haii è 

1). .'\m. Oh mi contento sicuro ( soUovoce a D. Marti- 
na) Cosi non sarò allontauato da te ma speranza. 

6. Mar. ( sottovoce) Speranza un fico ! Va briccone, 
da 1). l'Erminia. 

1). Am ( sott. ) Uh da quella sguaiata. 

Erm ( sollDvoce ad Enrico) Via, Enrico, tu sei pazro , 
non pensi che è tardi , e (he diflii ilinenle si troverà altra 
roba prr ag;;iungere 

Erm. (stiingeudosi nelle spalle e sottovoce ad I''.rminia) 
Ma ( he vuoi farci. 

Erm (e. s ) Ti avverto che resteremo tutti digiuni. 

E>"R. (e s. ) Meglio tutti ihe no uno solo. 

SCENA VL 
]\Iari.\nna e delti. 

M.\R. Sigrora , ho portato il pesce. 

Erm Va in cm ina (he adesso vengo. Signori , datemi 
un momento di permesso. 

11 Ot. Servitevi pure I) Erminia ( sottovoce ) ma tor- 
nate presto che ci vogliamo un po' divertire sinle spalle 
di questi due gonzi. 

Ehm (sottovoce) Si, si , voglio far loro pagar caro 
questo pranzo che mi InifFano ( esce ) 

Enr. Mi fa meraviglia come a qiiest' ora qne' miei ami- 
ci di Napoli non sieno .imora venuti. 

I). Am .\vete altri romm''nsali ? 

Enr. Si, quattro miei compagni di scuola con cui ci co- 
nosciamo sin dall' infanzia. 

D Pa. ( sospirando ) Che bella età ! 

I). Ot. Gran bella età. Le cure i pensieri non li oppri- 
mono col loro peso e lavila allora è una (ontinuata felicità. 

Enr. Eh, qui tra noi solamente una persona può aver il 
vanto di godere ancora questo privilegio. 

D Ot. Forse D Martina? 

r.NR. ( ironico) E (he lo mettevate pure in dubbio? Non 
vedete come la freschezza dell' età spira da luti' i lati della 
sua persona ? 

1). Mar. ( pavoneggiandosi ) Voi mi burlate D. Enrico. 

Enr il Cielo me ne liberi ! 

D. Am. Non dice che la pura verità. 

( Continuo ) Gaetano Tobelli. 



i LSABELLA DI BAVIERA. 

i 

fcS Isabella era figlinola di Stefano il Giovane dura di Ba- 

FI viera , e «.enne sposala in Amims li 17 luglio I3.;5 a Cario 

n VI cui delle dodici figl uoli, sci maschi, de qua:i non ri- 



^' 



-g^ 




IL KURSAAL A VIESE/UJl 



mase se non uno che fu Car!o\ll , e sei fcmine. Amlii- 
z Oja ollitniodo , e lendiila dalle faz.oni che si cofilinde 
vano il s(j\ l'ano potere invisa al marito, si vedeva una re- 
gina senja nefi(iuie i:n'ouibia di fatollà , e però , per go 
drrne anih' ella , cenò di unirsi a loloro che governava- 
no , ina con niuno ebbe stabile le^a e con tulti venne a 
rottura, \endiialiva quanto donna [niò esserlo , e null'al- 
tro cercando se non il picprio risentimento , fece lialuccre 
agli oiihi di Enrico V re d'inghiiteira, poscia suo genero, 
il pensiero del possesso del ref;no di Francia , in pregiu- 
dizio del suo proprio figliuolo , credendo in la! guisa po- 
ter giugnere a quel potere ch'ella solo agognava. Ld tu- 
rico \ , che d animo gueirieio e grande era dotato, sic- 
come da gran tempo avea volte le mire a quel regno avau 
zando certe sue lutili pretensioni, rosi colse (on avidiià 
l'occasione di questo incitamento per iscendi re con un po- 
deroso esercito ad occupale il territorio fiani e.ve , faundo 
trattalo con Carlo VI di sposarsi la sua figliuola , e po>cia 
alla sua morte succedergli nel regno. Ben per Ij Francis 
che morte avesse colto anzi tempo lìnrico , dajipoiihè ad 
onta che quasi tutti i gran feudatari fossero dalla parte 
dell inglese , pur nondimeno alla sua morte , vedendo il 
male the avevano airecalo al patrio suolo dando apollo 
ad uno straniero , e d'altra parte essendo 1" erede di ros'ui 
ancora in fasce , ritornarono mano mano al legiiiiiuo si- 
gnore. Intanto Isabella , serapr..' animata dalla vendetta , 
inveiva tuttavia contro al figliuolo , né mai se ne ristette 
fino a quando il livore per vedersi delusa in quel > h' essa 
avevasi prefisso la condusse alla tomba n l H.'ii La sua 
condotta poi o regolare le ottenne biasimo e da chi a\e\a 
dispregiato e da chi aveva favorito. 



Wi.sbaden. lapitale del ducalo di ^assau , nel balia; 
gio di tal nome, pi, cola e bella cit à fabbricala n una pi 
sizione assai vaga appiè del Tauro. 1 suoi [Tiniipa'i i 



difizii sono: il casUlIu ducale ; e prima di tu'to il Kirsnnt, 
v^s;o e beli' ed (izio . ornato di ci'oniie e de.vtiualo pei ba- 
gni : il n.agnifiio ulbergo delle quaiiru sldgicni &\\\\ì\o al- 
la sua sinistra , il nuuv ttn/ro e la z,-cca Fra gl'istitu- 
ti letterari mentano es>er menzionati: la scuola di Fede- 
rico , la biblioteca inibblica che molto si arricchì in questi 
ultimi anni : il museo di antichità , la società economica , 
o la società Nassoi'iuna , ihe a tende alla spiegazione del- 
le antichità nazionali ed a ricen he storiche ; essa fu isti- 
luta fin da. 1821 e pubblica eccellenti memorie. Wiesba- 
den è visitata annualmente da ['ili migliaia di forestieri , 
eh • vi vanno nella bella stagione a rinfianiaivi la loro 
salute ed a divertirsi. La sua popolazione è di circa 7,000 
abitanti 

Olle a ciò Wiesbaden ed i suoi dintorni sono una ter- 
ra clasiia per gli amanti delle an.icbiià stoiiihe, per- 
ciocché ad ogni passo vi s. trovano vest già del tempo in 
CUI i Romani ed i Germani si contendevano il possesso 
delle bile terre situale lungo il Ilenó. Ani he oggidì si 
scelgono sulle allure vestigia de' trincieranienti di pietra 
iunaliiali dai Germani , e ruine di fortezze romane. Il 
muro che , a Wiesbaden serve di recinto al cimitero ver- 
so levante , lungo 050 piedi a l'iniiica, chiamato murj (// 
Pagani (ìlfidenmaytii) offre gli avanzi del foil^' che Drii- 
so fece jjbliricare ; esso è allo '2.S piedi largo IO. Il si- 
gnor Ilibel provò, coir aiuto di scavi fatti di fresco ae- 
coslo al villaggio di lìeMernheim , che era vicin vicino a 
questo un campo romano. !\la non si può far a meno aven- 
do toccato questo argomento di far parola del famoso 
Pjahigraben o Pfahlrain, e dei tumuli di recente scoperti. 

Il Pla/i/graben è una Inea di difesa innalzala da' Ro- 
mani ; era un fosso profondo rincalzato da un muro e 
munito di una palificata ; oggi è colmato. Cotale rpera gi- 
ganlesra coni nciava vicino a l'foerring sul iJaniibiu. sten-- 
devasi |)el (lacse di H lunlohe , lOdenvalJ sino al 3le- 
no , al di sopra del Tjiho, e di là verso Idslein , Sih%val 
baih , k mei , Warìenfel s . Ems , e p ssando d'etio Ne 
uwied , ed attraverso al patsc ci Log, vcr.v il fien 



176 



l' omnibus pittoresco 



infer/nre andava a terminare vicino a \'^'yfk, a Dtusted OS Al cominciar della primavera , i ricilii , gli oziosi , la- 
ifi Olanda. li se ano 1' aria appestata della cillà e recansi in lolla sulle 

il jiiii gran numero di lumiiii o antichi sepolcri fiiron *^ colline per ^odei vi della bella stagione e [irocacciarsi il 
trovali nei dintorni di Dol/Iieim e specialmente ac(Osto tj piacere del passeggio in deliziosi boschetti ija tutte le parti 
al convento di Klarenlhil Alcuni sono coperti di cespu- || sorgono belle case di campagna , chioschi sormontati da 
gii e di alberi ; vi si rinvennero urne con ossa e ceneii , ti magnifuhe cupole , strepitose cascate , ponti sospesi sugli 
vasi iacrimnlorii , frecce, lance , lampade, monete d'oio. ^ abissi , sentieri contornati da cespugli di fiori e da piante 
Il signor Dorov , il quale fVi e fare degli scavi a sue spe- n odorifere. La famiglia imperiale vi possiede nn soggiorno 
se , ne trasse delle armi , degli ani-lli , de'f»rniagli ed -^ bello e amenissimo ; si profusero per abbellir lo tutte le m- 
anche uno sprone inargentalo e ben conservato. Questo U dustrie del gusto cinese piii capriccioso , e nulla in Euro- 
scienziato avvisa di fioter inferire dalle forme pure ed e- j^ pa può essergli paragonato per iaricchezia degli ornaraenti 
leganti (!i alcune urne che vi fu altre volte in questa re- ji e la bizEarria dell'invenzione, 
gione un popolo incivilito dell' Asia. rf Trovansi nelle vicinanze parecchi templi magnifici ; in 

Questo paese non è meno rilevante per le sue singola- sa essi recansi a riposare i viandanti, gli stranieri , che vo- 
rità naturali e pe' suoi siti pittoreschi. Forse venti terme || gliono fruire dal piacere della campagna e che non hanno 
ed aKpie minerali hanno le loro sorgenti nel Tauro e si U accesso in casa d'alcuno de' ricchi possessori de' bri pala- 
spandono nelle regioni del Meno , del Ileno e del l.ahn. y getti sparsi in lontano su' [loggi ; ma 1' ospitalità non vi è 
A tutti son noti i bagni di Tfitsbiuìfn e di Ems. di Srhian- W gratuita, e il suddetto viaggiatore assicura ch'essa gli costa- 
gi-nlmd , le aciiui minerali di Sclmaìlifiin , fVeilljacli , j| vada 18 in 25 rubli al giorno. 

Scìwulbiich , Ems , Geinan, i'achin^fu e S'I/em , « he tot- ià Ina immnisa (piantila di alberi fruttiferi , alcuni noti , 
te escono dal Tauro. Le sorgenti salse di i\unheìm . N/J- ^ altri ignoti in f'iiir.ipa. coprono le amene vallale di quelle 
ifn , Hamburg, Kronenbi'rg e Toikn sgorgano anche da M raonlagne ; v si veggono salci, abeti, g'npri, cipressi, ec. 
siltalti monti. Nel mezzo di tali luoghi ( anipcstri s' innal- Jf Le fore^le non hanno grand'estcnsioiie, ma elle sono raan- 

ii tenute in ottimo stalo , e traversate da strade del piìi va- 



zauo le mine degli antichi castelli di Friedber" , Krjn 
sberff , llomburi^' , Fit/ki'nslfùi , Konigstein , lififenberg 
llailslein, Ejìjì>tein t Sonnetiberg. 



^ go aspetto. 

S Le inontagne del ponente sono ragguardevoli soprattutto 
1^ per le miniere di carbone . che contengono. Tali miniere 
^ vi sono ili cos'i gran copia , che non si [niò far mezza le- 
U ga , senza incontrarne numerosi strati. ]\Ia , o a cagione 
g dell' alibondanza di quel combustibile , o in furza dell' in- 
^ veterafa usanza de' (jlm'si di lasciar ogni cosa imperfetta, 
i| l'arte del minatore è ancora fi a essa , a cos'i dire , in in- 
j| fanzia. I^' applicazione della mecranica all'industria agri- 
cola e manilrfttrice è sronosriuta. Essi non hanno ancora 



PEKINO E I SI OI DINTORM 

Da pili d'un secolo , la Russia mantiene a l'ckino un 
convento di monaci ed una si noia , dove gli alunni , de- 
stinati a servire da intei preti ed agenti nelle transazioni 

mercantili fra le due nazioni , imparano le lingue cinese |j neppiir i' uso delle trombe , ind^pt'nsabile a far ascendere 
emansciii. Quegli alunni sono per l'ordinario scelti trai «3 l'acqua: se i luoghi sono convenientemente disposti essi 
figli delle famiglie nobili e ricche , che hanno dato priiova fj costruiscono canali di scolo , ma non lardano ad inter- 
d' acuto ingegno durante i loro studii classici. Di dieci in f! rompere i loro lavori, quando sono inondati, 
dieci, i direttori e gli alunni di quegl'islituti sono surrogati 53 11 lor metodo di ventilazione consiste nell' aprir fori a 
da altri spediti da l'ielrolmigo. In tutto il tempo del loro M certe distanze, e a porre sopr' essi ruote girale da uomini, 
soggiorno a Pekino, que" Hussi hanno la libertà di veder jj j\la quelle ruote, benché del continuo in moto, introducono 
tutto , di lutto visitare nella città e ne' luoghi pubblici, 
senza temere di destar la gelosia , riputata assai ombrosa , 
del governo cinese. 



pochissima aria nelle miniere. La vanga , il piccone ed il 
martello sono i snii sfrumenti del minatore cinese ; si trac- 
cia nn soli col piccone , vi si addentra la zappa, e massi 



Secondo un viaggiatore russo, l'ekino è situata in una va- jj di 15 in 20 kilos vengono spiccati a colpi di martello 



Il carbone è a buonissimo mercato a Pekino , ov' e' si 
arde in fornelli di bronzo , i cui condotti sono con liell'ar- 



sfa pianura, ridente, fertile, benissimo irrigata e confinata a ^^ 

maestro da una linea di montagne , che divide l' immensa ^ 

catena die corre da tramontana a ponente. Le montagne J^ tifizio rinchiusi nello spessore delle muraglie ; il calore gi' 
a tramontana sono , al dir de' Cmesi , una sola giornata fj ra cosi pei- tutte le stanze della casa. Tali precauzioni con- 
distanti dalla città: tale giornata si riduce ad un giro di ^ Irò il freddo son necessarie, perchè i Cinesi il temono e- 
■10 chilometri circa. Le strade, di state , sono sommamente «g stremamente ; conseguenza della loro strana abitudine di 
pittoresche ; esse corrono in mezzo ad un paese riccamente ^ far riscaldare tutte le loro bevande , i vini medesimi , in 
coltivato ; traversano ponti eleganti ; vanno per viali pian- jj qualunque stagione. 

tati d' alberi. Il niig'io giallo è il più squisito nutrimento Tt I dintorni di Pekino sono spesso, d'inverno, coperti 

de' campagnuoii cinesi , e quel nutrimento è abbondante ; f» di neve ; nella città si ha cura di farla spazzare di mano 

esso entra in tutte le vivande , ed i gambi servono il' ali- |^ in mano ch'ella cade, 

mento al bestiame. La paglia di un' altra specie di miglio, ii — «i»»- 

che cresce all'altezza di 'i in 5 metri , s' u^a a far chiù- L 

dende , a coprire le cafianne ed a riscaldarsi. O 

Presso a quelle moniagne , a tramontana , sonvi sor- *A 

genti d' acipia calda , la cui temperatura giunge a 45 gradi B 

di Uéauinur. L'acqua è con grandissimo ingegno condotta il 

per canali sotterranei entro vasche , scavate in rocce cai- p 

c^ree e foderate di lame di piombo; quelle vasche sono f^ 

rinchiuse in edifizii di squisita eleganza e sommamente U 

puliti. 5g| 



SCIARADA 

Se avvien che per l'aere limbombi Y intero 
E fatta richiesta ti sia se è primiero, 
Coir altro rispondi : che il fece chi il mondo 
Con una parola dal nulla levò. 

Sciarada precedente — Miserabile. 



Tipografia dell' OMNIBUS 



Direttore proprietario: V. TOf\ELLI. 




_ _ jaillIIM(iyiiH»Ki(H(l] 

«apoii 7 noocmbrc 1844. = 2lnno Bcttimo 

u.s ro&i.i" cRKyK 5. — vn semeviRK 1.30. — un'annata 2.60. — per l'estero un anno 3.G0. 




7C^ T^y,./. yr//a /?>..-^V'C 



Marocco [Bocamim Tlemerum ) .\ntifa metropoli del re- 
sino rifilo slesso nome, ([iiasi rovinata da lunga serie di 
guerre sanguinose , spopolata da pestilenze fi- rissime , ora 
non serba che 1' omiira d»! suo prisco splendore. Ne' suoi 
tempi pii felici racchiudeva quasi 70,000 abitanti che 
vita rol)iistissima davano all'industria , alle arti , al IrrifFi- 
ro , all' agricoltura. Le alte mura niunits di torri , con ba- 
luardi interni e fosse profonde esterne , mostrano quanto 
fosse vasta questa città: ora la maggior parte di quello spa- 
zio è occupata da orti e nella minor parte sorgono abita- 
zioni. L' architettura di Marocco non è diversa da quella 
delle altre citlà dell' impero: le case sono composte di cor- 
tili con corridoi all' intorno , cui corrispondono sale lun- 
ghe ed anguste, rischiarate soltanto dalla luce che pene- 
tra dalla porta , giacrliè poche i ase hanno finestre verso 
la strada Gli accessi alle case dei cittadini piii illustri sono 
sempre formati da viottoli tanto stretti e tortuosi che ap- 
pena vi pub pa-sare un uomo a cavallo : questo venne se- 
gnatamente fitto dai maggiorenti . onde potersi piii age- 
volmente difendere nei sommovimenti popolari e nelle fre- 
quenti guerre intestine , poiché bastano pochissimi armati 
alla difesa di que' chiassollni : per lo stesso motivo quelle 
rase sono guernite di feritoie. !\Ioltecase sonncostrutte di 
pietre, ma la parte maggiore lo è di uno smalto, composto 
di terra , calce e sabbia. Marocco ha nove porte : in altri 
tempi erano ventiquattro. Molte piaize o mercati spaziosi, 
ma non selciati come le strade 

Tra le molte moschee , notevoli sono quelle dette Kau- 
toubia , .Muezzin , e Benious , quest' ultima è veramente 
magnifica e si avvicina al quarto secolo della sua origine. 
Il palazzo imperiale forma una cittadella che domina la 
città: il suo esterno ciicuito è di una lega e mezza : 
quivi sono tutte le abitazioni per gl'impiegati alla corie e 



le guardie . come due moschee e due vasti cortili ne'quali 
il monarca dà udienze publiche. Evvi un giardino assai 
ameno tutto pieno di aranci e di piante odorose. 

Oltre a questi edifizii ve n' ha altri i qiali ricordano il 
suo antico ^splendore, come : la piazza d' ud enza ; 1' edifi- 
zio nominato Bfl Abbns. che offre riuniti nel suo vasto re- 
cinto un santuario , un mausoleo , una mo-chea ed uno 
spedale , ove si curano fino a i.ìOO malati ; Q.issariaft 
grande edifizio cinto di botteghe ove i meuatanti espon- 
gono le loro mercanzie; l'immensa fabbrica de' morot'- 
c/iirii : i vasti magazzini ove conservasi immensa ijuantilà 
di grano ; ed i grandi cimileri. Marocco perdette multo da 
che gì' imperatori non vi fecero più la loro ordinaria 
dimora. 

1 po'hi giardini esistenti attualmente . ed appartenenti 
ai privati riievono 1' acqua da acquedotti sotterranei , al- 
cuni dei quali vastissimi. 



IL GICOCO DEGLI SCACCHI 



Non mai origine è stata pili chiaramenle dimostrata dal- 
l' etimologia. Onesta parola deriva evidentemente dalla p.i- 
rola sanscrita e persiana schah , la quale significa re. La 
stessa parola si trova con piii o minore modificazione in 
tutti gì' idiomi : zutrichion nel greco moderno ; scarcbia 
negli scrittori latini del medio evo e nel poema di Vida ; 
écbecs \n francese; alxadres in spagnuolo ; chess in in- 
glese; gli alemanni dicono schaclnpiel, il giuoco del schah. 
Pur nondimeno molli eruditi non tioverebhero la culla 
degli scacchi sufficientemente illustre se questo giuoco non 

23 



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fosse , come il giuoco dell' oca, sfato rinnovellato da'Gre- 
<i. Eisi fanno onore della sna invenzione a l'aiamede , 
(he avrelihe insegnato questo giuoco, imagine della gnerra! 
a' suoi fiatelli d'arme per dissipare la noia decennale del- 
l' assedio di Troia. D. l'ietro Carrera ha intrapreso a prò 
vario nel IGI7 in un enorme in folio , ma Freref in una 
dotta disseriazione iHla in piena accademia innanzi a Lui- 
gi XV , ne altrihnisre la gloria al hraniino S ssa , favo- 
rite d' un sultano delle Indie al IV n V secolo dell'era 
cristiana. Un passag-io equivoco dell' Odissea ha fondala 
la classica tradizione. Omero presenta gli amanti di l'e- 
nelopecome divertendosi innanzi alla porta del palazzo 
d'Ulisse a una specie di giuoco di «niriliinazloni lijrinat.. 
con de' ciottoli, lìgli i evid.nte che una espressione tanto 
vaga quanto quella dr' ciottoli adoperata nell' O.llssea non 
iscevera già gli scacchi dalle dame, o dall'altra specie di 
giuoco il ijuale viene eseguito (on de'geiloni sopra una 
tavola divisa in compartimenll gli uni quadrati gli altri 
triangolari. Gl'insulari del mare del Sud avevano rie' giiio- 
chi di questa specie prima de la visita de' Tasiuan , dei 
Cook e de' Bougainville. 

Gì sracchi, questo noliiie giunco dello spirilo cui uno 
S! dedica senza nessun interesse di avarizia , poiché sem- 
pre si cerca misurarsi con uno più forte di sé , diUerisce 
da tutti gli altri (ler una comliinaji. ne unica; vale a dire 
ad un solo pezzo, qual'è il re, si dirigono in realtà lutti 
gli assalti ; lo sractomatto ne è il colpo decisivo 

(juand' uno de' «iuocatori commette una inavvertenza 
grossolana , la pirtiia può essere perduta dal quarto colpo 
delle sraiio del fante, senza ( li^ nessun pezzo sia stato 
preso dall'una p.irle o dall'altra. Prima la dama o la regina 
non pole\a allontanarsi dal le a più di due case e d^vid ■- 
va con lui la sua buona o cattiva fortuna. In seguitole 
si è data quella marcia multiplice che le permette di a- 
vanzarsi dill' un lato all'altro dello scacchiere sia quadra- 
mente come la torre, sia ohhl quamente come l'alfiere, 
concedendole in una parola l'andamento di tutti gli altri 
pezzi, tranne il cavaliere. Gì' ind ani chiamano la dama 
jfìliars fcrz , vale a dire generale. La posizione dell'al- 
fiere a pro~s mità del re e della regina ha fatto dare a 
questo pez/.o dai Mori di Spagna il nome di ai fere z , cioè 
aiutante di campo del /,.rz. Da oì ferez poi gl'italiani ne 
hanno fitto <j//?(TC. Si dice che gli orientali rappresenta 
vano una volta f alfiere con un el. fante • hianiato ;?/. Di 
questa parola /?/ è venuta la parola spa^nuola moderna o/-- 
phil o delphil. I francesi danno la d. nominazione di /(//, 
o pazzi a' due pezzi vicini al re ed alla regina. L' aliate Ilo 
man dice a questo snhhielto nel suo poema degli Scacchi: 

Jiijai d échecìn loiis les peup'es onl mis 
L'S an maux conmiuns dan.s leur pays ; 
L' .\ratie y raet le léger droniedaire 
E l' Indien l'elephant ; qiiant'a nous 
Peuple falot, nous y rael<tons des fous. 

Vida nel suo poema Scliacchia ludus chiama gli alfieri 
sagiitipri jinenes. Di fatto il nome (he loro converrebbe 
meglio sarebbe quello d'oT-f/^W, Nello scaichiere di Carlo- 
magno . conservato al Tesoro di S. Dionigi , l'alfiere e- 
ra rappresentalo com" accmto a scoccare una freccia Gli 
Inglesi (hiamano lo stesso pezzo bisliop o vescovo ; gli A- 
lemanni luufer o corridore. 

il cavaliere ha una denouiinazione analoga in tulle le 
lingue, tranne che in alemanno in cui si Oiue springi-r , 
saltatore II privilegio conceduto al cavaliere di sa tare' per 
sopra agli altri pezzi , simile ala cavalleria che colle sue 
rapide manovre penetra tra ledivislnni d'infanteria, le 
gira le rovescia col suo formidabile urto , fa di que- 
sto pezzo tra le mani d'un valente giuocatore il più im- 
portante istrumento 

Lì torre è ne! giuoco indiano un elefanle sul qua- 



E le lomlialfono degli uomini armali di gi.u eliciti o di bale- 
■ stre .\li' el ■fante gli .\rabi hanno sosiiluio il diomeda- 
I rio , e siccome rokli è il termine arabo , noi ablilamo fal- 
I lo venire di là il term ne arroccare per esprimere una 
delle manovra (liù delicate degli scai chi e delle p^ù deci- 
, sive quando é fatta a projiosito. Presso noi italaiii quando 
si arrocca , il le , (.icendo tre passi , prend ■ il luogo del 
I cavaliere e la torre si mette alla ca.sa deh'alfi re. Nelle 
pirtite francesi, alemanne ed inglesi, il re non fa die due 
passi sia a diiita sia a manca , la Ione del re prende ar- 
! loccandoil luogo del siioalfi^Tee la torre della dama pierv- 
I de la (asa della regina — l'edone , in indiano significa 
I valletto o .soldato (ombatten'e a piedi ; gli Spagnu'oli ne 
j hanno fjtio/wry«, i frani e^i pian: gli Alemanni chiama- 
no <|iiostn pi zto bauer, conladiiiu, e gl'Inglesi man, seni- 
[ilice soldato. 

Il gambetto è pure una delle prim ip»li qualità del 
giuoco con.sisiendo nel sagrifii are un [ied..ne per conser- 
vale l'assalto Daqui si é tratto il nolo proverbio: gambetto 
a' giuncato'- darsi non lice, volendo dm esso significare che 
non bisogna prendersela con chi é della pail.ia , polendo 
averne in ricambio un più bruito malirattanieuto. 

Gli statuti degli siaci hi , fissali in un mo,lo quasi in- 
vaiiibile in tiiHa 1' lìuropa , mediante la tacita convenzio- 
ne de'giiiocatori , sono pù rispettati di certe co.sIìcuzìodì 
scritte. Si è rinunciato ad inutili complicazioni. Gli Ale- 
manni hanno dimenticato il Uno coirier >-p:el 1 ■inoro dei 
corrieri) pel quale .si adoperava uno sra< e hiere" diyiso in 
y() case con l'i pe/.zi e li pedine da e iasi un lato. 

Quando la sproporz oue di f iizf è tale che il rantag- 
gio del tratto d' una pedina o pure d' un pezzo ru.n ri- 
stabilireldie punto I' eqo librio, si fa una pailila in. Ilo dif- 
ficile , cpiale é quella di-Ila pedina iicllinuta. La pedina 
che si distingue con una piccola corona di carta è il solo 
pezzo che po,sa dare si a. co malto ; se l'avversai lo per- 
viene ad impadronirsene il suo trionfo c' conipuito 

Si vede d..l poema di Gr.gorio Due chi: Il giuoco degli 
Scacchi the altie volte la pedina non diveniva nidi àanii 
arrivando al termine della sua carriera alla pirle opposta, 
ma sibi>ene cpiando perveniva a sostituire la dama del suo 
proprio Colore nel c:aso in cui questa fosse andata pei dota. 
Si cita un villaggio dell* Aieinagoa , quello di S/'^/fp/Zt^ 
tra Biunswiik ed Alberslad , incoi da un teinpo iiwme- 
mnrabile.i [i ù semplici conlad.ni sono gluocaloii di sch,«;- 
chi intrepidi. 

Da qualche tempo m son formate a Parigi , Londra ed 
Edimburgo delle società di dibltanti che s'inviano recipro- 
camente delle disfde. S profitta delle relazioni giomaiiere 
del commercio per mandarsi \\\ poxt srriplutn l'annunzio 
del movimento di ta'e [ledina, di tale pezzo, dello scacco 
dato al re, della cattiir i d'un pezzo nemico, i^a parlila duia 
settimane, mesi, ed al une volte un anno. Siccome scorre 
necessariamente un lungo interva'lo Ira le partenze di cia- 
scun corriere , co.si si ha il tempo di meditare i roU i ; 
si consultano gli esieitl sulle combmazii ni rare o impreve- 
diile, e si lien nota delle più singolari parlile per islam - 
[larle. Afiluedi facilitare le corrispondenze, le rase dello 
scacchiere sono numerale non da 1 a C.j ma colle leti, re 
minuscole a , b , c . d , e , f , g, h, pei lati traiv-rsab; 
e 1 , 2. 3 . 4, 5, 6. 7, 8, pe' verticali Le rapitali II , D , F, 
C , P , S , indicano i pezzi e le pedine. Dei segni di con- 
venzione indicano i diversi accicienti della [Melila , come 
a cagon d' esempio- una croce [ler lo scacco al re, due 
punii per la presa del pez?.o opposto 

ÌNoI abbiamo parlati, de;' poemi di Vida, di Duri h e del- 
l' abate Ilom.m sul giioco degli scacih. Cernitine ha 
fitto il siilibietlo d' wn lavoro n:olto ebg.inle di circa cp'al- 
troccnlii vers'. Ni non diremo niil'a dell' automa giuo- 
catore di scacchi (he scorse tutta 1' i",iiro[ia son ci'ca oi ■ 
tant' anni , né dell'altro automa de lo slesso genere che 



PITTORESCO 



17D 



ì^i 





mxDJ^mA'm ssi^ms. 



( L'articolo nel prossimo numero ) 



si vedeva or sono quindici anni a Parigi , bastando perciò 
un meccanismo ingegncjso ed un pratico consumato il 
quale serva di motore all' automa. 



QNQUE LETTERE PER DARE UN PRANZO 

(scena della villeggiatura). 

Scherzo eomieo In nn atto. 

( Continuazione e fine ). 
SCENA VII. 

EcBiNiA e Mahianna e detti. 

Cr.M. ( a Marianna ) Hai -nteso dunque quel i^e hai da 
fare? 

Mar. Lasciatene la cura a me e non dubitate. 

Erm. Va dunque e torna presto. 

Mar In un njomcnto (esce per la porta). 

Cnr. Ditelo voi D. Ambrogio se si può dare una fan- 
ciulla meglio formata e più vezzosa di D. Martina? 

l). Am. ( con fuo.-o ) No , in fede mia , tutto v' è rac- 
colto in lei, tutto il bello creato! 

Erm Di che si tratta, di che parla con tanto fuoco D. 
Ambrogio ? 

D. Ot. (ammiccandola ) Della bellezza di D. Martina. 

EnM. ( irunira ) Ah sicuro! K una meraviglia! Vede- 
te come son dolteoiente languidi quegli occhi. 



Enr. E solo gli occhi ? E non vedete com' ha leggia- 
dramente arcuato e volto insù quel nasetto... 

D. Ot. e come piccoletto ed attratto quel bocchino. 

D. Mar. (arrossando) E' tutta vostra bontà. 

D. Pa ]\la signori, voi me l' opprimete la mia povera 
figliuola in tal guisa; è così modesta, cosi buona che alla 
pili picciola lode la vedete andar tutta in fiamme. 

Erm. Credete che non... 

D. Pa. Credo che voi non avete detto se non quello 
che sinceramente sentite... 

Ehm Ve l'assicuro che... 

D. Fa. Oh io ne sono intimamente persuasa (si pic- 
chia alla porta). 

Enr. Questi spero saranno i miei amici ( alzandosi per 
andar ad aprire ). 

D. Ot. (che già si è aliato) Non v'incomodate che 
vado io. 

Enr Ma perchè .''... 

D. Ot. Oh so il mio dovere ( va ad aprire ). 

SCENA viir. 

D. Ottavio, il Marchese Sfaccamontagwe 
D.^ Massima e detti. 

D. Ot. (annunziando) Il marchese Spaccamontagne e 
sua sorella. 

I'Inr. ( s' alza e tutti con lui) Oh caro raatchese ; mille e 
mille grazie di ijuesto regalo che ci fate. 

Mai;. D Enrico, D. Ottavio, vi son servo. 

EuM. ( D. Pasqua e D. Martina vanno a baciar D. Mas- 
sima) Riverita D. Massima, come andate in salute.'' 



180 



l' omnibus 



lì. ì\Ias. Bi^ne, bene D. Erminia, e voi ? 

l^RM Grazie il ( ielo ancor io bene. 

1) M\s. P. voi 1). Pasqua, e voi D. Martina ? 

1). Pa. A^I' ordini vostri. 

D. I\Iau. Per rendervi servigio. 

1). ÌM.vs. A favorirmi mie care amiche. 

l'^Nii. SÌRnora 1). Massima, i miei ossequii. 

1). Or. I miei rispetti. 

lì. Mas. Io vi aveva già riveriti. 

Ehm. e iojì che facciamo in piedi ? Sediamo. 

lì. Or. Dice bene I). Erminia, chiacchieramo un poco 
seduti (aerovia le sedie e tutti siedono cosi disposti: il 
marih.se in mezzo, alla sua sinistra lì. Erminia, alla sua 
destra lì l'asipia , appresso alla quale D. jMartina e D. 
Aiuhro;;io. Appresso a D. Erminia, D. Ottavio, lì. Mas- 
sima ed Enne ) 

Mar. ( srorgendo I). Ambrogio ) Oh siete qua U. Am- 
brogio ; jierdonate se non avendovi veduto prima ho man 
calo 



W Mar. Ed io di buon grado accetto riserbandoci a mi- 
^ glior tempo di conoscere 1" autore di questo strano scher- 
mì zo. ( si picchia alla porla ) 

12 Enr. Questi senza dubbio saranno i miei amici ( va ad 

Il aprire) Permettete. 

I SCENA IX. 

p Enrico introducendo D. Achille , D. Miciielangiolo , 

H D. Ar^TONio, D Spiridione. 

^ .... 

O Enr. Entrale , entrate amici , che siamo qui in buona 

ii compagnia. 



D. Ac. 
D. Mr. 
D. An 
D. Spi. 



( inchinando.-.! 

a 

tutti ) 



I nostri rispetti. 



Tutti ( s' inchinano ). 

En;\i. Henvenuti , signori. Come cosi lardi? V aspetta' 



ei doveri. Credo che avete ricevuto il mio vi- k vamo da tanto tempo. . 

slieito in cui vi ringraziavo , ed insieme ci esentavamo io o D- Ac. Eh signora D. Ermmia : il vapore ci ha traditi. 

e mia sorella dal vostro invito a pranzo, fattomi stamane f. Siamo giunti alla stazione in punto mezzogiorno ed abbia- 

. ,. , ,,„,, H mo trovato che stava per partire. Abbiamo dovuto perciò 

per via (ti lettera. r4 .. n j n. "^ 

lì M.uu ( sottovoce a U. Ambrogio ) Ah briccone que- ^, aspettare quello dell una 



sto bai fitto :' 

lì. Am (strabiliando) Io ! voi sbagliate, marchese, giac- 
che non mi è mai saltato in capo d' invitarvi a pranzo. 

ÌMar (inciillorendosi) Oh non celiate D. Ambrogio Co- 
me! io ho ricevuto una vostra lettera in cui era a (hiare pa- 
role scritto l'invito, e me ne sono esentato . perchè prece- 
dentemente ne aveva ricevuto un altro qui dall'amico D. 
Enrico. 

Enr. Da me i' 

!\!ar. Si, forse che non è ncppur vero? 

l'.isu. Per l'appunto. _ 

JMar. Ma voi e lì. Ambrogio è certo che avete invita- 
to ainbeilue me e mia sorella. 

Lì. An. Io no, perchè ero invitato da D. Pasqua e da D. 
Martina 



Enr. Oh poveretti I Ma perchè non sedete ? ( dà loro 
^ delle sedie ) 

H 0. JMi. E cosi D Erminia come vi porta la vilieggia- 
Ij,^ tura :' 

ti l'jì.M. Non tanto male. Se non fosse questo tempo cosi 
^ variabile si goderebbe di più. 

^ D. Spi. Davvero chem'è venuto in uggia conquesto 
y suo quasi continualo pioviccicare. 
y Mai! ^^la non ha poi piovuto tanfo. 
P D Spi. Chi ve l'ha deito :' Forse a Portici no , ma a 
BÌ Napoli, il giorno sta sempre nebuloso, e piove poco sì ma 
ti in modo da far stare coniinuamente bagnate le strade. 
y D. An. E 1' altra notte che fece un diluvio tale che non 
H me ne ricordo un sirml ■ in mia vita. Acqua, tuoni , lam- 



pi, fulmini, vento; tutto l' inferno s' era scatenato. 
VìM\R(s(ttovofe)I)alfistolocheticolga,damenocerto. a Ehm. Oh si qui pure fu un ira di Dio. 
D Pa a lì Ambrogio) Noi non potevamo invitarvi | I> A.m Ed io la pigliai tutta quanta que II acqua, e 
non he invitate da D. Eurico. H per colmo di sciagura m, si spezzo I ombrello pe firan 

Fnu (a iì Pasqua) E voi avete invitato meemia moglie È vento che faceva, e pergiugnere dal] abitazione diD. Pa- 
li P N )i no É *1"^ ** '^ ™'^ "^' 'J'*o"'*' ""° ^"^ midolla. 



Ehm. e noi nemmeno voi. K 

Mar. Ma a me qualcheduno avrà invitato. O 

Enr. lo no. jg 

11. Am. Io nemmeno. tì 

Ma . ( saltando in piedi e con lui tutti ) Ma non è que- o 

sto per Bacco il modo di trattar con un mio nari. Invitar- h 

mi prima, poi negarlo ]\le ne darete conto D. Enrico, ed || 

anche voi lì Ambrogio. U 

l) Ot. ( tra sé ) Ora è tempo di svignarcela ( va nelle « 

camere interne ). U 

E^T.. l\la caro marchese io non ho che farvi H 

Mar. (con stizza) Come non avete che farmi ? Io tengo É 

una vostra lettera. .. M 

Enr. Che io non mi son mai sognato di scrivere. Io W 

ancora ho ricevuto un invito da D. Pa.squa che essa non ha ;j 

mai fatto. Essa poi lo ha pure ricevuto da me ed io nem- ^ 

meno glie l'ho fatto. n 

Mar. Come dunque va la rosa ? || 

Er.M. Noi la domandiamo a voi e sarete il più grande fj 

inpeguo se giugnete a spiegarcela. i| 

D. Ot (esce chelaiuente dalle stanze interne e via h 

per la porta ). P 

Mar. (calmato) A quel che vedo, sarà duopo che vada J? 

al trattore ? . . P 

Enr Non lo permetterò mai. Giacché sotto il mio no- a 

me siete stato invitato è mio dovere darvi da pranzo ca- P 

ro marchese. H 



SCENA X. 

BTarianna con una grande sporta e detti. 

]\Iarian. ( entrando nelle stanze interne ) Signora , se 
volete venire. 

Er.ìi. Eccomi, (alzandosi) Permettete un momento che 
or ora sarò da voi. 

D. Spi. Fate pure il vostro comodo. 

I\Iau ì\Ii maraviglio ! 

Map.ian. (ritornando tutta sbigottita) Signora, accor- 
rete, oh Dio, oh Dio! 

Erm. Che è avvenuto ? 

Marian. La cucina tutta è a soqquadro! 

Erm. Come! 

Enr. Che dici ? 

lù'.M. ( corre in cucina). 

lÌNR. Che diamine altro sarà succeduto! Stamattina tut- 
to mi viene a rovescio. 

Erm. ( di ritorno tristamente ) Signori, una grande ca- 
lamità è avvenuta: il pranzo è andato in fumo. 

Tutti ( sbigottiti ) Oh ! 

Erm. Imaginatevi: il timpano fuori della cazzeruola, il 
rafy'oiU nel fuo(o , la vitella per terra; insomma non v' è 
rimasto pur un briciolo di roba. 

Enu. e chi ne sarà stato l' autore ? 

\ 



181 




N0T8E DAMF, 



Mah. Qui siamo tutti? (guardando e numerando tutti) 
No vi manca D. Ottavio. 

D. I'a. (c. s.) E' vero D. Ottavio. 

D. Am. (i-. s.) Si, D. Ottavio. 

Lnu. Signori , io penso di andar tutti da D. Ottavio e 
farci render <onto da lui di ijuesla burla, puicbè egli deve 
esserne assolutamente 1' autore. 

Tutti. Si, si, da D Ottavio (mentre tutti vanno per 
uscire si presenta sotto il limitare D. Ottavio ). 

SCENA XI. 

D. Ottavio e detti. 

D. Or. Ecco qua D. Ottavio che senza che voi \' in- 
comodiate ad andar da lui, viene Cf^li medesimo a chiedere 
jcusaa tulli voi d'una innocente burla, e nel tempo stesso 
ad invitarvi tutti a pranzo. 

Enp.. Yci dunque, a quel che sembra, avete fatto que- 
St' imbroglio colle lettere ? 

D.Ot. Sì, sono stato io per dissipare un poco la mono- 
tonia da cui tutti \oi eravate stati compresi ed affine di 
mettervi tutti in allegria. Sotto questo punto di veduta 
me la perdonate voi, amici? Spero di sì. 

Tutti. Si, si. 

D. Ot Ebbene, adesso andiamo a pranzo, e Ira le vi- 
tande e tra i binhieri scorderemo le cinque lettere che 
hanno cagionalo questo curioso scom erto. 

Gaetano Tohelli. 



LA CHIESA DI KOTllE-DAME A PARIGI ^ 



L'origine della prima chiesa me tropilitana di Parigi si 
perde nei primi tempi della stona di Trancia. Non se ne 
trovano particolari in nessuna di quelle nntiihe cronaihe, 
ma sembra che non fosse di'i;na d' un gran leanie o rhe ca- 
desse in mina , poiché vt-rso la metà del duoitecmio se- 
colo si ppnsb a costruirne una nuova. Maurizio di Sully, 
pervenuto alla sede episcopale di l'arigi , quantunque ii- 
«r.ito dall'ordine del popolo , non lenietle di cominciare 
questa immensa intrapresa che doveva costare due se- 
coli di lavoro e di perseveranza. 



Questo edifìcio colossale, il cui pesoè incalcolabijp^ è fab- 
bricato sopra palafitte. La sua lunghezza è di .390 piedi , 
la larghezza di l4'( e rattezza della volta interna di 104. 
La facciata ha 120 piedi di svilupparaento. Il pianterreno è 
compo.sto di tre portici di forma e di altezza ineguali, es- 
si scino sopraccarii ati d'ornamenti nel gusto del tempo, • 
si vede che sono stati ornati di statue distrutte dal temp* 
rovesciate nei turbamenti rivoluzionari!. Egli è a nota- 
re che sopra uno dei portici si scorge uno zodiaco, e che si 
è trova'o lo stesso simbolo sul frontispizio dri tempii della 
pili alta ant chilà. I legni sono i medesimi, rolla diliérenia 
per altro che Cerere è sostituita dalla Vergine Maria. 

Al di sopra del frontispizio si vedono ventisette nicchie 
in cui eran collocate altrettante statue de' re Franchi da 
Childerico fino a Filippo -Augusto. Esse son disparse sotto 
il terrore. W piano superiore si trova una finestra roton- 
da di quaranta piedi di di.Tmctro e che si chiama la Rosa. 
Ciascuna faccia laterale della Chiesa olire una simiglian- 
te finestra lavorata con tutta la rireriatezzza dell'epoca. 
Queste Ire fìose non darebbero siifiii ienie Ime alla chiesa 
se non fosse rischiarata anche da cento tredici vetrate, le 
cui pitture attestano 1 infanzia dell'arie e non oflronij 
nnlla di notevole. 

W di sopra della Rosa regna su tutta la facciata un pe- 
ristilio composto da trentaquattru (olonne d'on sol pe.'.- 
zo . merito che non si può valutate in distanza. 

I portici che si vedono alle due e^tremità della facciata 
sono sormontali da due grosse torri di firma quadrata , e 
d'un' altezza di 2U4 piedi. Nella torre ilei sud è collocata 
la fnmos.T campana, piii coniisciiita sotto il nume di Bour- 
don, 1.1 quale non si suona se non nelle grandi feste o nelle 
grandi occasioni, come l' incoronazione de' sovrani, la loro 
mort'- , la nascita dell' erede del trono Questa campa- 
na che pesa trentadue mila libbre , è stata fusa nel l(iS2, 
ed in con.«et;nenza d'un accidente è stata rifusa tre anni 
dopo nel KJS."). Invano si cercherebbe scuotere questa mas- 
sa enorme per farla rimbombare ; peiò si scuote il batta- 
glio (he percuote gli orli della campana e produ'e dei 
suoni gravi e lugubri i quali s'ascoltano ad una grande 
distanza. Questo battaglio pesa 97 'i libbre. Il Bourdon fu 
battezzilo con grande cerimonia e ricevette il numi- J Em- 
maniiele-Luigia-Tere'a. li suo pndiino e la sua madrina 
furono nientemeno che Luigi .\1V e la regina. 

Altre volte si contavano quarantacinque cappille su' dae 



182 l' omnibus 



lati laterali, oggidì non sene contano più rhe Irentadiie. n suo arcivescovato. In mezzo all'alto favore di cui gode- 
II coro che ha Ilo piedi di lunghezza su 35 di larghezza, || va , insorse contro lui una hurrasca. L'arcivescovo di 
è tutto in marmo di svariati colori. Contiene molte no- m Cambrai scrisse molto per difendersi , ma i suoi libri non 
fevoli pitture, ed altre volte la nave era sopraccaricala di « valsero ad impedire , che fosse rimandato alla sua dio- 
quadri , il cui aspetto era lun^M dall' esser piacevole , per- 51 cesi nel mese di agosto IG97. Egli ricevette questo colpo 
che non rappresentavano se non marlirii e supplizi!. ^ senz" affliggersene e senza lagnarsene. Il suo palagio di 

L'armadura della cima è ienza contrasti quel che v'ha h Cambrai , i suoi mobili , le sue carte , i suoi libri erano 
di più curioso in lutto l'edificio Lo si iliiama /a Foresta k slati al tempo stesso consunti da un incendio, del che egli 
a cagione della qiiantil3 innumerevole di legno di castagno II inlese la notizia colla medesima tranquillità Innocenzo XII, 
ond' è composta. Essa ha .35(J piedi di lunghezza , 37 di M dopo un maturo esame per lo spazio di nove mesi in molle 
larghezza, e 30 di altezza; il tutto è ricoperto di 133G la- jGj congregazioni di cardinali e teo ogi , puhiicò il di l2 mar- 
mine di [liombo che pesano i'20,'2Ì() libbre. S to IGO'.t una bolla , in cui condannava 23 proposizioni del 

La storia della chiesa di iNoIre Dame sarebbe quasi la fi predetto libro , riguardanti la vita interiore Questo ponte- 
storia di Parigi. 1 parliti vincitori vi hanno ciascuno alla ^ lice era rimasto meno standalezzato del libro delle Mas- 
sua volta sospese le loro armi e fatto cantare de' Te Deum O xime, che dell' eccessivo calore degli avversarli di Fénélon. 
per ringraziar Dio delle loro vittorie. Essi sono dispaisi: la |j Scrisse ad alcuni prelati , peccavit pxcessu amoris di- 
cliiesa è rimasta tuttavia. T( vini; sed vos peccastis defectu AMonis phoximi. Gran 

^ 15 lode riporlo questo dottissimo arcivescovo , sottomettendo- 

JpISl'T S^IL^IT TT '' '""nedialainente al giudizio della S Sede senza veruna 

. ; ^'^ L restrizione riserva. Pubbliiò spontaneamente un editto 

__„^_,,,__ y (ontro il suo libro, ed annunziò egli stesso dal pergamo la 

^ sua condanna e la sua ritrattazione « Costa senza dubbio 

Francesco de Salignac de la Motte-Fénéion, nacque nel M " fuolta pena 1' umiliarsi (si nvi va egli in una Lettera al 
castello di Fénélon nel Querci il agosto IGiil , di iin;i casa O " vescovo di Arras ), ma costerebbe (enio volle pù al mio 
illustre e distinta nello stato e nella chiesa. Ottime ind na- P " cuore la menoma resistenza alla S Sede «. Segu'iin tut- 
zioni, unite ad un naturale dolce, e ad una gran vivaciià di ?^ 'o il consiglio, che aveva dato ai mistici neW .4ii ertimeulo 
spirilo, furono i presagi delle sue virtù e de' suoi talenti. Il Ìì del suo libro, ove parla cos'i. « Glie coloro , i (piali si sono 
marchese di Féncìon, suo zio, lenente-generale delle armale ti •• ingannali nella sosìanza della dottrina , non si contenti- 
dei re, uomo di non ordinario valore, d'un ingegno oinato ri " nodi condannar 1' errore , ma confessino di averlo cre- 
e di singolare pietà, trailo (jueslo fanciullo ionie se fosse fi " dulo , che dieno g'oria a Dio ; e che non abbiano alcii- 
stato suo proprio figlio, e Io fere educare sotto i suii orchi tì » na vergogna di aver errato , essendo questa 1' eredità 
aCahors. Il gio\ii!e Fenclon fece rapidi progressi; i più Ù " naturale dell' uomo ; e che confessino umilmente i loro 
difhcili studi non ferono per lui che a guisa di trastulli, n " errori , poi( he non saranno più i loro errori , dopo che 
All'eia di 19 anni (uedicò, e meritò i suiftagi di tulli. Te- M " saranno umilmente confessali ». Per dare alla sua dio- 
niendo il marchese , che lo sti epilo degli applausi e le ca- U cesi una costante testimonianza del suo pentimento , fece 
rezze del mondo corrompessero un animo sì ben formato, fare per l'esposizione del SS. Sagramento un Raggio 
fece prender a suo nipote la risoli.zione di andar a corro- « sostenuto da due Angioli, uno de' quali calpestava co' piedi 
fiorarsi nel ritiro e nel silenzio. Lo pose però sotto la dire- " vari liiiri eretici, tra di cui ve n'aveva uno col titolo del suo 
zione dellab. Tionron , supeiioredi S. Sulpizin a Parigi. ^ medesimo libro. Dopo questa disfatta , (he fu per lui una 
Di 24 anni eni/ò nei,li ordini sacri , ed esercitò le più pe- U •-pecie di trionfo , egli visse nella sua diocesi da degno ar- 
nese funzioni del ministero nella parrocchia di S. Suipizio. jg civescovo , da uomo di lettere , e da filosofo cristiano. Fu 
lìarloy , arcivescf vo di Parigi , gli affidò Ire anni dopo la |ì il padre del suo popolo e il modello del suo clero. La dol- 
direzione de' Novelli Cattolici. In questo posto egli fece i H cezza de' suoi costumi , che < omiiiiicavasi non meno alla 
primi saggi del modo di piacere , d" istruire e di persua- « sua conversazione che agli stessi suoi scritti, lo i'ece amare 
dere. Informato i re della sua grande riuscita , lo de- g e rispettare anche dai nemici della Fi ancia. Il dura di 
slinò rapo d' una missione sulle coste della Sanlongia , e H Marleborough nell'ultima guerra di Luigi XIV prese cu- 
nei paese d'Aunis. Semoli( e e profondo al tempo slesso , ra che venissero risparmiate le sue terre. Fu sempre 
irnerido a dolci maniere una forte eloquenza , ebbe la sorte il caro al duca di Borgogna , e quando questo principe in 
di ricondurre alla verità gran numero di traviati Fénélon £j tempo della medesima guerra passò in Fiandra , nel divi- 
raccolse nel 1G89 il (rutto delle sue fatiche , Luigi XIV fi dersi da lui , gli disse : Io so quanto fi ^'''ggio , voi sapete 
gli affidò l'edui azione de'suoi nipoti, i duchi di Borgogna. % ciò che vi sono. Pretendesi , che avrebtie avuta parte nel 
d' Angi'o e di Serri. Questa scelta fu sì applaudita , che B governo , se il predetto principe fosse vissuto. Il maestro 
l'accademia d Angers la propose per soggetto del premio, « non sopravvisse molto al suo illustre allievo, morto nel 
eh' fella aggiudica ogn" anno. Fénélon , dice uno storico , w 1712; venne tolto alla Chiesa, alle lettere, ed alla patria 
divenne l'uomo alla moda, e l" idolo della corte. Sem- ^ nel di 7 gennaio 1715 in età di G3 anni La sua ultima ma- 
plice col duca di Borgogna , sublime con Bossuet , bril- B lattia fu un" infiamrarizione di petto. Assicurasi, che, ritor- 
lante coi cortigiani , era desiderato da per tutto II duca ^ nando dalla sua visita [lastorale , fatta in un villaggio , po- 
di Borgogna divenne sotto tale maestro tutto ciò che voi- Et sesi in cammino sul far della nolle. I\Ienìrc la sua carrozza 
le Fe'né.'on ornò f animo di lui, ne formò il cuore , e vi ^ attraversava un ponte, una vacca, che passava in nn bur- 
gettò i semi della fé i( ita dell'impero francese. Non restaro- Ci rone , spaventò i cavalli. Il cocchio si rovesciò, fu fracas- 
no senza ricompensa i suoi servigi, poiché venne nominato S sato , e Fénélon soggiacque ad un colpo violentissimo , 
nel 1095 airarc!vc