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nell'intero testo di questo libro da lhttp : //books . qooqle . com 



L'ORUNDO FMOSO 

DI 

LODOVIGO ARIOSTO 

VOLUMK SECONDO 



L' ORLiNDO FURIOSO 

DI 

LODOVICO ARIOSTO 

CON LE DIGHIARAZIONI 

DI GIOVANNANDREA BAROTTI 

E D'ALXai 

B GLI AftGOMBHTI DBI QfTATTEO GOMBVTATOBI 

iNGUIIiLARA, AmRATO, DODGE E TERDIZZOTTI; 

Preoedato per la prima toIu da mohe illufCraiioni storiche e romansesche su 
Carlo M»fftkOf i paladini di Franoia ed aUri penona^rgri distinti ramonenuti 
nel poema, nccessarie per la perfetu liitelligensa del medesiinoj e corredato 
d* an ditcorso sul blasone e suirarte araldica , proseguito da un TOcaboUrio 
di tutte le armi ed armature antiche. 

EDIZIONE ADORNA DI 100 TAVOLE IN RAME, 

MSBGVATB DA GlOSBPPB GOZZIIII. 



VOLUME SECONDO 



FIRENZE, 
PRESSO ACHIbljE E 8PIRIT0 EATEIiLI; 

1844. 



GIH 



DALLA TIPOGRAFI/i DEL VVLGANO 



L' ORLANDO F€M0S0^^^^^7 

CANTO PRmO ^ ^ 

ARGOMENTL ^' ^ 

AHHIBATO. MACE. 

Fii||e Ancelica sola, e da Einaldo Sme Rinaldo il Stto destrier Baiardo, 

Via si dilegoa il suo fido destriero. Ed Angelica ineonua, cha fufgia; 

Egli ae^eodo, d*ira e d^amor caldo , Seco s^axsuffa Ferrau gagliardo, 

Batta^lia fa con Ferrauto aUiero.^ Poi torna al fonte OT*era fpuoto pria. 

Fa Tistesso Spaffauol poscia un piu saldo Conoece 8acripaate a gli atti , al guardo 

Giurameoto delPelmo, che^I primiero. La be! la donna, e gli si nostra pia. 

TroTa lieto il Circasso la sua Diva^ -Rinaldo intanto sopragciiHiga rat to , 

Ma il buon Binaldo a disturbarlo arriVa. Da Inoge grida , e lo (fisturba affatto. 

Alf613ILI.ABA. VVMMBZbTTL* 

Scraendo il suo d<(Uifir BioaUo Tide Rottft di Carlo H caiD]l6, immantinente 

Angelica, e la segue , e aTerU intended Prende Angelica in fuga altro sentiero: 

Lo s5da Ferraik , n^ gliel coiseda- Rinaldo incontra , e rerrauto ardente 

Tanto cb* amor fra lor la pogna accende: ui trotar Pelmo Tun, l*alcro il destriero^ 

latanto a Sacripante ^la si crede^ - Per lei ciasean pognar d^avor si sente: 

Il qual di goder lei consigUo preooe ; ' Bi darsi -a Sacrioante elU ba in oensiero : 
Ka gP impedisca nn ben tanto bramato. Ma turba al ^n lai di godeme csldo 

Bradanante, il corfiar, Rinaldoi, e ^ fato. '^ ' Andaman te, un oorrier#, e poi Rinaldo. 

Mje donne^ i cayalier, r.arme, ^ amorij 

Le cortesie, Paudaci luo^fwesef io canto:, 

Che £k<> ak teiknpo chfi paijiaaro i Mori . 

D^ Africa il idajre, e? » iFiyiiicia ikocquer tatto, 

Seguendo Pire ^ i gioTeoil furori 

D' Agramante lor re , che si die vinta 

Di vendicar la.in<trte> di Trbtaoio 

Sopra 1^ Gaii^ im|ierati^ rott^ 
%. 
Diro d'OrlMdo in iin' medettiio tratto 

Cosa lion detU in prostt toAy nh in fimai; . 

Che per amw v^mle in^Jtvote ^.matlo^ 

B'uom che.si'saggi^ eca atiooato primi^: 

Se daicciltt cbe td ctoasi.m'ha fatto, 

Che 1 pocQ jnjgegno dA\Qi ad or jtni lima, 

Me ne isam peis6. tanto QOncesso, 

Che mi baati a fiiiir cpifUiLtO' ho promesao. 



6 L' ORLANDO FUWOSO 

S. 

Piacciavi, generosa Erculea prole, 

Omamento e splendor del secol nostro, 
Ippolito, aggradir qaesto che yuole 
E darvi sol pu6 Pumil servo yostro. 
Quel ch'io vi debbo, posso di parole 
Pagare in parte, e d' opera d'inchiostro : 
Ne che poco io vi dia da imputar sono, 
Che quanto io posso dar, tutto vi dono. 
4. 

Voi sentirete fra i piii degni eroi, 

Che nominar con laude m' apparecchio , 
Ricordar quel Ruggier che fu di voi 
E de' vosfepi avi iUustri il ceppo vecchio : 
L'alto valore e chiari gesti suoi 
Yi far6 udir, se voi mi date orecchio, 
E vostri alti pensier cedano uo poco, 
Si che tra lor miei versi abbiano loco. 
S. 

Orlando , che gran tempo innamorata 
Fu della bella Angeli<ia, e per lei 
In India , in Media , in Tartaria lasciato 
Avea infiniti ed immortal trofei, 
In Ponente con eisa era tomato , 
Dove sotio i gran monti Pirenei, ' 

GoUa gente di Francia e di Lamagna, 
Re Carlo era attendatd alia campagnai ^ 
6. 

Per fare al re- Mar^ilio e^ al re Agramsoiie I' 
Battersi ancor del folle ardir la gnancia^ 
D'aver condbtto, Tun, d' Africa quanta 
Genii ei^ano atte a portar spada e lancia; 
L^altro, d^aver spinta la l^agna inioante' 
A de^ruzlon del bel regno di 'Francia/ 
E cosi Orlando aa^mb quivi a punto: 
Ma tosto ^ pent! d^es^rvi giunto; 



CANTO PWMO 7 

7. 

Che vi fu tolta la sua donna poi; 
Ecco il giudicio uinan come spesso erra! 
Quella che dagli espeiii ai liti eoi 
Avea difesa con si lunga guerra, 
Or tolta gli e fra tanti amici suoi, 
Senza spada adoprar, nella sua terra: 
n savio imperator, ch'estinguer yoke 
Un grave incendio, fu che gli la tolse. 
8. 

Nata pochi di innanzi era una gara 

Tra il conte Orlando e 1 suo cugin Rinaldo; 
Che ambi avean per la bellezsa rara 
D' amoroso disio Panimo caldo. 
Carlo, che non avea tal lite cara, 
Ch^ ^ rendea V aauto lor men saldo , 
Questa donzella, che la cauisa n^era, 
Tolse, e die in mano al duca di Baviera; 
9. 

In premio promettendola a quel d'essi 

Che in quel cohflitto, in quella gran giomata, 
Degl'Infedeli piii copia uccidessi, 
E di sua man prestasse opra piii grata. 
Contrari ai yoti poi fAro i successi , 
Ch'in.fuga ando la gente battezzata, 
E con molti altri fu '1 duca prigione, 
E rest6 abbandonato il padiglione. 
10. 

Dove, poiche rimase la donzella 

Ch'esser dovea del vincitor mercede, 
Innanzi al caso era salita in sella, 
E quando bisogn6 le spalle diede, 
Presaga che quel giomo esser rubella 
Dovea Fortuna alia cristiana fede: 
Entro in un bosco, e nella stretta via 
Rincontro un cavalier ch'a pie venia. 



8 V ORLARDO FUMOSO 

11. 

Indosso la corazn, Feimo in teste, 
La spada al Banco , in faraccio avea lo aoodo, 
E piu leggtet" correa per la foresta, 
Che al pallio rosso il villaa meezo ignudo. 
Timida pastorelh inai a pierta 
Non yoke piede innanzi a seipe crudo, 
Come Angelica tosto il freno torse, 
Che dA guerrier, ch'a pie Tenia, s'aocorse. 
IS. 

Era costui quei paladin gagliardo, 

Figliuol d'Amon, rignor.di Montdbano, 
A cui pur dianzi il soo destrier Baiardo 
Per strano caso uscito era di mano. 
Come alia donna egli driaaEO lo sgurdo, 
Riconobbe, qnortunque da. lontano, 
L'angelico sembiante e qoel bel Toho 
Ch' aU^ amorose reii U tenea invoho. 
IS. 

La donna il palafireno a dietro Tolta, 
E per la selra a tuftta bri^ il caccia; 
Ne per la iwa piii che per la folta , 
La piu ^ura e miglior via procaccia: 
Ma pallida, tremai^do, e di s^ tolta, 
Lascia cura al destrier che la via faccia. 
Di su di gill nell'alta selya fiera 
Tanto girb , che venne a una riviera. 
14. 

Sulla riviera Ferrau trovosse 

Di sudor pieno, e tutto polveroso: 
Dalla battaglia dianzi lo rimosse 
Un gran disio di here e di riposo: 
E poi, malgrado suo, quivi fermosse, 
Perche, dell^acqua ingordo e jGrettoloso, 
L^elmo nel fiume si lascib cadere, 
Ne Favea potuto anco riavere. 







4 



I 



CANTO PRIMO 

Quanto potea piu forte, ne veaiva 
Gridando la donzella ispaventata. 
A queDa voce salta in suUa riva 
n saradno , e nel viso la guata j 
E la conosce subito ch'amva, 
Bench^ di timor pallida e turbata, 
E sien piu di che non n'udi novella, 
Che senza dubbio eU'e Angelica bella» 
16. 

E perche era cortese, e n'avea forse 
Non men dei due cugini*il petto caldo, 
L'aiuto che potea totto le porse, 
Pur come ayesse V elmo ^ ardito e baldo : 
Trasse la spada, e minacciando corse 
Dove poco di lui temea Rtnaldo. 
Ka volte s' eran gia non pur vc^uti ^ 
Ma al paragpa delTarme conoseiuti. 
17. 

Gomincidr quivi ima crudel batta^a, 
Gome a pie si trovar, coi brandi ignudi: 
Non che le piastre e la minuta maglia, 
Ma ai colpi lor non reggerian grincudi. 
Or, mentre Fun coFalti*o si travaglia, ^ 
Bisogna al palafren dbie '1 passo studi; 
Che ,. quanto pu6 menar delle calcagna , 
Colei Ip caccia al bosco e aUa camps^na. 
ift. 

Poi che s'a&ticar gran pezzo in vano 
I dui guerrier per por Tun Paltro. sotto; 
Quando ncm meno era coll'arme in mano 
Questo di quel, ne quel di questo dotto; 
Fu primiero il signer di Montalbano, 
Gh^al cavalier di Spagna fece motto, 
Si come quel c^ha nel cuor tanto foco, 
Che tutto n\arde e non ritrova loco« 

Gal. Vol. U. 



lo L' ORLANDO FURIOSO 
19 

Disse al pagan: Me sol creduto avrai, 
£ pur ayrai te meco ancora offeso: 
Se qiiesto avvien perche i fulgenti rai 
Del nuovo sol I'abbino il petto acceso, 
Di farmi qui tardar che guadagno hai? 
Che quando ancor tu m^abbi morto o preso, 
Non pera tua la beUa douna fia, 
Che, mentre noi tardiam, se ne va via. 
20. 

Quanto fia meglio, atnandola tu ancora, 
Che la le venga a traversar la strada, 
A ritenerla e fade far dimora, 
Prima che piu lontana se ne vada! 
Come raYremo in potestate, allora 
Di chi esser de'si provi colla spada. 
Non so altrimente, dopo un lungo affanno, 
Che possa riuscirci altro che danno. 
SI. 

Al pagan la proposta non dispiacque: 
Cosl fu differita la tenzone; 
E tal tregua tra lor subito nacque, 
Si Todio e Pira va in oblivione, 
Che U pagano al partir dalle fresche acque 
Non lasci6 a piedi il buon figliuol d'Amone, 
Con preghi invita, ed al fin toglie in groppa, 
£ per Porme d' Angelica galoppa. 
82. 

Oh gran bonta de'cavalieri antiqui! 
£rdn rivali, eran di fe diversi, 
£ si sentian degli aspri colpi iniqui 
Per tutta la persona anco dolersi; 
£ pur per selve oscure e calli obliqui 
Insieme van senza sospetto aversi. 
Da quattro sproni il xlestrier punto , arriva 
Dove una strada in due si dipartiva. 



CAJNTO PRIMO II 

25. 

E come quel che noa sapean se Tuna 
O Taltra via facesse la donzella^ 
(Pero che seaza differeazia alcuna 
Apparia in ameudue rorma aovella) 
Si messero ad arbitrio di fortuna, 
Binaldo a questa, il saracino a quella: 
Pel bosco Ferraii molto s^avvolse^ 
E ritrovossi al fine onde si tolse. 
94. 

Pur si ritrova ancor su la riviera, 
lA dove Telmo ^ casc6 nell^onde. 
Poiche la donna ritrovar non spera, 
Per ayer I'elmo che '1 fiume gli asconde, 
In quella parte, onde caduto gli era, 
Discende nell^ estreme omide sponde : 
Ma quello era si fiito nella sabbia, 
Che molto avra da far prima che Tabbia, 
Stf. 

Con un gran ramo d^albero rimondo, 
Di che avea fatto una pertica lunga , 
Tenta il fiume e ricerca sino al fondo, 
Ne loco la3cia ove non batta e punga. 
Mentre coo la maggior stizza del mondo ' 
Tanto Findugio suo quivi prolunga, 
Yede di mezzo il fiume un cavaliero 
Indno al petto uscir , d' aspetto fiero. 
26. 

Era, fuor che la testa, tutto armato, 
Ed avea un elmo nella destra mano', 
Avea il medesimo elmo che cercato 
Da Ferraii fu lungamente invano. 
A Ferrau parl6 come adirato, 
E disse: Ah mancator di fe, marrano! 
Perch^ di lasciar Pelmo anche t'aggrevi, 
Che render gia gran tempo mi dovevi? 



la L' ORLANDO FUMOSO 

27. 

Ricordati, pagan ? quando uccidesti 

D^ Angelica il fratel (che son quell' io), 
Dietro all^altre arme ta mi promettesti 
Fra pochi £ gittar Pelmo nel rio. 
O^ se Fortiina (quel che non volesti 
Far tu) pone ad effetto il voler mio^ 
Non ti turbar; e se turbar ti d^i^ 
Turbati che di fe mancato sei. 
28. 

Ma se desir pur faai d'un elmo fino, 
Trovane un ditro, ed abbil con piu onore; 
Un tal ne porta Orlando paladino , 
Un tal Rinaldo, e forse anco migUore: 
L'un fu d^ Almonte e Pdtro <ii Mambrino: 
Acquista un di quei due col tuo yalore; 
E questo, c^hai gia di lasciarmi detto^ 
Farai bene a lasciarmelo in effetto. 

All^apparir che fece all^ improwiso 

D'acqiia Pombra^ ogni pelo arricciosse, 
E scolorosse al saracino il yiso; 
La voce, ch'era per uscir, fermosse. 
Udendo poi dall^ Argalia , ch^ ucciso 
Quivi avea gia (che P Argalia nomosse). 
La rotta fede cosi improverarse , 
Di scorno e d^ ira dentro e di fuor arse. 
30. 

Ne tempo ayendo a pensar altra scusa, 
E conoscendo ben che '1 ver gli disse, 
Resto senza risposta a bocca chiusa; 
Ma la vergogna il cor si gli trafisse, 
Che giuro per la vita di Lanfusa , 
Non voler mai ch^altro elmo lo coprisse, 
Se non quel buono che gia in Aspramonte 
Trasse del capo Orlando al fiero Almonte. 



CANTO PMMO i3 

31. 

E 8erv5 meglio qoesto ginrainento , 

Che non area quell^altro fatto prima. 

Quindi si parte tanto mal contento^ 

Che molti giorni poi si rode e lima. 

Sol di'cercare h il paladino intento 

Di qua di U, dove trovarlo stima. 

Altra Ventura al buon Rinaldo accade^ 

Che da costui tenea diverse strade. 
S2. 
Non molto va Rinaldo , che si vede 

Saltare innanad il sao destrier feroce: 

Ferma, Baiardo mio, deh ferma il piede! 

Chh Pesser senza te troppo mi nuoce. 

Per questo il destrier sordo a lui non riede, 

Anzi pill se ne va sempre veloce. 

Segue Rinaldo, e d'ira si disbrug^e: 

Ma seguitiamo Angelica che fugge. 
33. 
Fugge tra selve spavffltose e scure, 

Per lochi inabitati , ermi e selva^. 

D mover delle frondi e di verzure, 

Che di cerri sentfa, d'olmi e di faggi, 

Fatto le avea con subite paure 

Trovar di qua e di la strani viaggi; 

Ch^ad ogni ombra veduta o in monte o in valle, 

Temea Rinaldo aver sempre alle spalle. 
34. 
Qual pargoletta o damma o capriola 

Che tra le fronde del natio boschetto 

ADa madre veduta abbia la gola 

Stringer dal pardo , e aprirle U fianco o '1 petto , 

IK selva in selva dal cnidel sMnvola, 

E di paura trema e di sospetto; 

Ad ogni derpo che passando tocca, 

Esser si crede aVempia fera in bocca. 



i4 L' ORLANDO FURIOSO 

I Quel di e la notte e mes&zo TaltFO giomo 

S^ando aggirando, e aon sapeva dove: 
Trovossi alfiae in un boschetto adomo, 
Che lievemente la iresca aura move. 
Dui chiaii rivi monnorando intomo^ 
Sempre Ferbe yifan tenere e nove^ 
E rendea ad ascoltar dolce concento, 
Rotto tra picciol sassi, il coirer lento, 
56. 

Quiyi parendo a lei dresser sicura 
E lontana a Rinaldo mille miglia, 
Dalla via stanca e dall' estiva arsuk^, 
Di riposare alquanto &i consiglia. 
Tra fiori smonta^ e lascia alia pastura 
Andare il palafiren senza la brigUa; 
E quel ya errando intCNrno alle chiare onde, 
Che di fresca erba avean piene le sponde. 
37. 

Ecco non lungi un bel cespuglio vede 
Di spin fioriti e di vermiglie rose, 
Che delle liquide onde al specchio siede, 
Chiuso dal sol fra Falte quercie ombrose; 
Cost vdto nel mezzo, che concede 
Fresca stanza fra P ombre piu nascosej 
E la foglia coi rami in modo e mista, 
Che '1 sol non v'entra, non che minor vista. 
38. 

Dentro letto vi fan tenere erbette, 
Ch^invitano a posar chi s'appresenta. 
La bella donna in mezzo a quel si mette; 
Ivi si corca, ed ivi s'addormenta. 
Ma non per lungo spazio cosi stette, 
Che un calpestio le par che venir senta. 
Cheta si leva, e appresso alia rivera. 
Vede ch'armato un cavalier giunt'era. 



CA.NTO PRIMO i5 

59. 

S^egli e amico o nemico non comprende: 
Tema e speranza il dubbio cor le scuote: 
E di quella awentuFa il fine attende, 
Ne pur d'un sol sospir Paria ^ercaote. 
n cavaliero in riva al fiume scende 
Sopra Pun braccio a riposar le gote; 
Ed in un gran pensier tanto pen^tra, 
Che par caugiato in insensibil pietra. 

40. 
Pensoso piu d'un^ora a capo basso 
Sletle, Signore, il cavalier dolente; 
Poi comincio con suono afflitto e lasao 
A lamentarsi n soavemente, 
Gh'avrebbe di pieta spezsato un sasso^ 
Una tigre crudel fatta clemente: 
Suspirando piangea, tal ch'un mscello 
Parean le guance, e ^1 petto nn mongibello. 

41. 
Pensier (dicea) che '1 cor m'agghiacci ed ardi, 
E causi il duol che sempre il rode e lima^ 
Che debbo far, poi ch'io son giunto tardi 
E ch'al!ri a c6rre il frutto k andato prima? 
A pena avuto io n'ho parole e sguardi, 
Ed altri n^ha tulta la spoglia opima. 
Se non ne tocca a me frutto ne fiore, 
Perche affligger per lei mi vo^piii il cuoiie?. 

4S. 
La verginella e simile alia rosa 

Ch'in bel giardin su la nativa spina 
Mentre sola e sicura si riposa, 
Ne gregge ne pastor se le avvicina; 
L^aura soave e Palba rugiadosa, 
L'acqua, la terra al suo favor Vinchina: 
Giovani vaghi e donne innamorate 
Amano aveme e seni e tempie ornate , 



i6 L' ORLANDO FURIOSO 

Ma non si iosto dal materno stdo 
Rimossa viene e dal suo ceppo verde, 
Che quanto avea dagli uomini e dal cielo 
Favor, grazia e bellezza, tutto perde. 
La vergine che '1 fior, di che piii zelo 
Che de'begli occhi e della vita aver de% 
Lascia altrui cdrre, il pregio ch^avea iimaiiti, 
Perde nel cor di tutti gli altri amaiiti. 
44. 

Sia vile agli alhi, e da quel solo amata 
A cui di se fece si larga copia. 
Ah Fortona crudely Fortuna ingrata! 
Trionfan gli altri ^ e ne moro io d^inopia. 
Dunque esser pu6 che non mi sia piu grata? 
Dunque io posso lasciar mia vita propb? 
Ah piu tosto oggi manchino i di miei, 
Gh^io viva ptu^ s^amar non debbo lei! 

Se mi dimanda alcun chi costui sia, 
Che versa sopra il rio lacrime tante, 
Io dir6 ch^egli e il re dt Gircassia, 
Qael d^amor travagUato Sacripante: 
Io dir6 ancor che di sua pena ria 
Sia prima e sola causa esser amante, 
E pur un degli amanti di costei: 
E ben riconosciuto fu da lei. 
46. 

Appresso ove il sol cade, per suo amore, 
Venuto era dal capo d'Oriente; 
Che seppe in India con suo gran dolore,. 
Gome ella Orlando seguitb in Ponente: 
Poi seppe in Francia che Timperatore 
Sequestrata Favea dall'altra gente, 
E promessa in mercede a chi di loro 
Piu quel giorno aiutasse i Gigli d'oro. 



CANTO PRIMO 17 

47. 

State era in caip|)o y avea .rpduta quella , 
Qaella j^oftf php diana^i pbbe re Carlo. 
Cerc6 vestigv) d'^QgeUca bellst, . 
ISik ,pptntO , aye* wcf^na ritrpvarjlo. . 
Questa e dup<{4e« ¥ .tri4a e lia povella 
Che ^^.ap^rps^ dx^gUa f^ penar)^, .. 
^^ffligger, l^mj^ptare^ e d^: parplie 
Che di f^^ po^iw fe^qEare 3 sole. . 

Mentre qo^^u ^H^^fif^^St^ e duole^ 
E fa degUi ogcH 9Wi tepida fonte , 
E dioe i}iiQ8te e.molte a)b*e parole 9 
Che non nis par bisqgoo .e9^ racconte; 
UaTTenturoa^ fu^. fbrtupa. yuole 
Ch' alle orefifsbk d^ Aqge|ica aao cont^ : ; 
E Goa quel i^eiTieme.a uyi\Qpa^.a, ua puntq, 
Ch'in miUe am P.nw piu ooqi e i^ggiufito. 

Con mqlta ftt^^^ /!&, hella donna , 
il pianU?) 93ifi par^.,. al ifiodo attende 
Di coli4 cb^a ^Kifiarla, no^,9s^ima; 
Ni q^e?tp e.il,Bffwo^ fiVelja rintei^de: . 
Ma, d^ i^, fre^ii ipiijti !4\wwk coj^ana. 
Ad ayeiTi^.piet^ op9 peip.^nde}^ . , 
Come coldi.q^ipi;! jtutM>:iiiWiQQ4^ ^ sdegoo, 
E non le p^ ,d(f^a]]Ci:^>ia di lei id^sgao.. 

m 

Pur tra quei hjofK^i il jrijlsftnaijii .pola;, 
Le fa pep^ar di J^r po^t^i per.guida; 
C][^ d^i nell^apq^'.is^a.fio ^ .gola 
Ben e qst^^^ se ,nf v^ce J^ion gridft. , 
Se questfi . occfLsn>ni^, 91*. ^e rjovola, , 

Non trovera mai, p^i^ .s^orfa $1 /uk; 
Ch'a lunga pf£>v^, cqqo^ciutp uii^afite: 
S^avea quel re fedel sppra ogoi amaute. 

Okl. Vol. IL ^ 



i8 L' ORLANDO FURIOSO 

51. 

Ma noa per& disegna dell'affiiiino, 

Che lo distrugge^ alleggerir chi Fama^ ' 
E ristorar d^oghi passato danno 
Con quel piacer ch^ogni amator piu brama: 
Ma alcuna fizione^ alcuno inganno 
Di tenerlo in speranza ordisce e trama; 
Tanto ch'al suo bisogno se ne serva^ 
Poi tomi all^uso suo dura e proterva: 
tt2. 

£ fuor di quel cespugfio osdut) e cieco' - 
Fa di se bella ed improvvisa mostra, 
Gome di selva o fuor d'ombroso sjieco • 
IKana in scena o Citerea si mostra;' ' 
E dice all'apparir: Pace sia teco; 
Teco difenda Dio la fama nostra, 
E nou comporti, contra ogni ragiooe, 
Ch'abbi di me s» &lsa opinione. 
S3. 

Non mai con tanto gaudio o stupor tanto 
Levo git occhi al figlinoto alcuna madre, 
Gh^avea per morto sosplrato e pianto 
Poi che senza essa udi tomar le sqttadre , 
Con quanto gaudio il saracm , con quanto 
Stupor, Taka preseuza e le leggiadre 
Maniere , e vero angelico sembianle , ' 
ImproTiiiso apparir si vide innante. 
M. 

Pieno di dolce e d* amoroso affetto ' 
Alia sua donna, alia isua Dfva corse, 
Che con le braccia al coUo il tenne stretlo. 
Quel ch'al Catai non avria fetto forse. 
Al patrio regno, al suo natio ricetto, 
Seco avendo costui, Panimo t6rse: 
Subito in lei s'avviva la speranza 
Di tosto riveder sua ricca stanza. 



CANTO PRIMO 19 

Stf. 

Ella gli rende conto pienamente 
Dal giomo che mandato fu da lei 
A domandar soccorso in Oriente 
Al re de'sericani Nabatei; 
E come Orlando la guardd sovente 
Da morte^ da disnor, da casi rei^ 
E che il fior virginal cosi avea salvo, 
Come se lo port6 del materno alvo. 
M. 

Forse era ver, ma non per6 credibile 
A cfai del senso suo fosse signore; 
Ma parve facilmente a lui possibile, 
Ch'era perduto in via piu grave errore. 
Quel che Fuom vede. Amor gli fa invisibile, 
E Pinvisibil fa veder Amore. 
Questo creduto fu, cheU miser suole 
Dar facile credenza a quel che vuole. 
»7. 

Se mal A seppe il cavalier d'Anglante 

Pigliar per sua sciocchezza il tempo buono, 
n danno se ne avra; che da qui innante 
Nol chiamera Fortuna a A gran dono; 
(Tra sh tacito park Sacripante) 
Ma io per imitarlo gia non sono^ 
Che lasci tanto ben che m^e concesso, 
£ ch'a doler poi m^abbia di me stesso. 
tt8. 

Corr6 la fresca e mattutina rosa 

Che, tardando, stagion perder potria: 
So ben cVa donna non si pu6 far cosa 
Che piu soave e piu.piacevol sia,, ^z 

Ancor che se ne mostri disdegnosa, 
E talor mesta e flebil se ne stia: . 
Non staro per repulsa o finto sdegno, , 
ChMo non adombri e incami il mio disegaa 



<to L'ORLANDO FUMOSO 

Gosi dice egli; e mentre s*ap|>areecliia 
Al dolce assalto, un gran rmnor, che saona 
Dal vicin bosco, grintruoha Fdrecchia 
Si, che mal grado Pimpresa abbandona, 
E si pon Telmo; ch^avea uaanza v^cclda 
Di portar sempre armata la persona. 
Yiene al de^ero e gli ripon la briglia: 
Rimonta in sella, e la sua lancia piglia. 
60. 

Ecco pel bosCQ un cavdier reniri, 
n cui sembiante ^ d'uom gagUardo e fiero: 
Candido come neve ^ il suo vestire, 
Un bianco pemionceUo ha per cimiero. 
Re Sacriptote, che non pu6 patire "'^ 
Che quel con rimporhino suo sentiero 
Gli abbia interrotto il gran piacer cVavea, 
Con vista il guarda disdegnosa e rea. 
61. 

Come ^ piu appresso , lo sfidb a battaglia ; 
Chi credie ben fargli v6tar Farcione. 
Quel, che di lui non stimo gik che vaglia 
Un grano nieno, e ne fa paragone, 
L^orgogliose minaccie a mezzo tagfia, 
Sprona a un tempo , e la lancia in resta pone. 
Sacripiante ritorna con tempesta, 
E corrons! a ferir testa per testa. 
62. 

Non si yanno i leoni o i tori in salto 
A dar di' petto, ad accozzar si crudi, 
Come li dui guerrieri al fiero assalto, 
Che parimeMe si pass^ li scudi. 
Fe'lo scontro tremar dail basso all' alio 
L'erbose valli insino ai poggi ignudi; 
E ben *^ovS che furbuoni e perfetti 
OK tisber'ghi ^,' che lor salvaro i petti. 



CANTO PRIMO 21 

6S. 

Gia noa tko i cavalK tm correr tdrto, 
Anzi cossaro a guisa di montom: 
Quel del guerrier pagan mori di corto, 
Gh^era vivendo in nmnero de^buoni: 
QaelP altro cadde ancor, ma fu lisorto 
Tosto di'al fianco si sent) 1! sproni. 
Qael del re saracin rest6 disteso 
Addosso al suo signor con tatto il peso. 
64. 

L^ incognito campion che restb fttto^ 
E vide F altro col caraUo in terra, 
Stimando avere assai di quel conflitto, 
Non si cur5 di rinnoyar la guerra; 
Ma dove per la selva e il cammin dritto, 
Gorrendo a tutta briglia si disserra; 
E prima che di briga esca fl pagano, 
Un miglio o poco meno i ^k lontano. 
W. 

Qual istordito e stnpido aratore, 
Foi ch^i passato il fukxnne, si leva 
Di Ik dove Pahissimo fragore 
Presso alli morti buoi steso Paveva; 
Che mira senza fronde e senza onore 
n pin che di Ionian veder soleva; 
Tal si lev6 3 pagano a pie rimaso, . ' 

Angelica presente al duro easo. 

Sospira e geme^ non perch^ Fannoi 

Che piede o braccio s'abbia retto o mosso, 
Ma per vergogna sola, ondfe a'dJ suoi » 
Ni pria nh dopo 3 vi^o ebbe si rosso: 
E pi jk , ch^ 6ltra it cader , sua dtmnB p6i 
Fu che gli tolse il graii pe$a d'a^dosto. ' 
Muto r^tava, mi tt^eld'io; se quells^ <* ' 
Non gli rend^a la voce e la fieiyeHa. : 



2a I? ORLANDO PUMOSO 
67. 

Deh! disse ella, signor, non vi rincresca^ 
Che del cader noa e la colpa vostra. 
Ma del cavallo^ a cui riposo ed esca 
Meglio si convenia che naova giostra: 
Ne perci6 quel guerrier sua gloria accresca, 
Che d'esser slato il perditor dunostra: 
Cos) 9 per quel chMo me ne sgppia^ stimo, 
Quando a lasciar il campo h stato il primo. 
68. 

Mentre costei conforta il saracioo, 
Ecco col corno e con la tasca al fianco ^ 
Galoppaudo^ yenir sopra un ronzino 
Un m^saggier che parea afflitto e stanco; 
Che come a Sacripante fu yicino y 
Gli domand6 se con lo scudo bianco 
E con un bianco pennoncello in testa , 
Yide un guerrier passar per la foresta. 
69. 

Rispose Sacripante: Come vedi, 

M' ha qui abbattutd , e se ne parte or ora ; 
E perchMo sappia chi m^ha messo a piedi, 
Fa' che per nome io lo conosca ancdra. 
Ed egli a lui: Di quel che tu mi chiedi 
lo ti satisfar6 senza dimora: 
Tu d^i saper che ti ley6 di sella 
L'alto valor d'una gentil donzeUa. 
70. 

Ella e gagliarda, ed h piu bella molto; 
Ne il suo famoso nome anco fascondo: 
Fu Bradamante quella che t'ha tolto 
Quanto onor mai tu guadagnasti al mondo. 
Poi ch'ebbe cosi detto, a freno sciolto 
n saracin lascio poco giocondo, 
Che n6n sa che si dica o che si faccia, 
Tutto avvampato di vergogna in faccia. 



CANTO PRIMO a3 

Poi che gran pezzo al caso intenrenuto 
Ebbe pensato in vano, e finalmente 
Si troy6 da una femmina abbattuto, 
Che pensandovi piii, piii dolor sente, 
Mont6 Faltro destrier, tacko e mufo: 
E senza far parola, efaetamente 
Tolse Angelica in groppa, e differiUa 
A pill lieto nso, a stanza piji tranqoiUa. 
79. 

Non fdro iti duo miglia, che sonare 
Odon la selva che li cinge intomo. 
Con tal rumor e strepito , che p«re 
Che treini la foresta d'ogn'mtorno: 
E poco dopo un gran destrier n^i^pare 
D'oro gaemito,e riccamente adorno , 
Che salta macchie e rivi, ed a fracassa 
Arbori mena e ci6 che neta fi passo. 
75. 

Se Tintricati rami e Faer fbsco, 
Disse la donna, agli occhi non contende^ 
Baiardo e quel destrier cVin mezzo il boslH> 
Con tal rumor la chiusa via si fende. 
Questo e certo Baiardo ; io 1 riconosco ; 
Deh come ben nostro bisognb intende! 
Ch'un sol ronzin per dui saria mal atto^ 
E ne yien egli a satisfarci ratto. 
74. 

Smonta il Circasso ed al destrier s'accosta, i 

E si pensava dar di mano al freno 

Colle groppe il destrier gli fa risposta^ 
Che fu presto al girar come uii baleno: 
Ma non arrira dove i calci apposta: 
Misero il cavalier se giungea a pieno ! 
Che ne^ calci tal possa avea il cavallo, 
Ch^avria spezzato un monte di metaUo^ 



94 L'ORUWDO FUMOSO 

VK. 

Indi va nvsiimeto alia donzella 
Coa amile aembiante e gasU^ umano^ 
Gome iotomo al padrone il can a9ltella 
Che sia dui giorm o tre state lontanoj 
Baiardo vaocora avea menitoria d'dla^ 
Ch^in Albracca il serria gi^ di sua mano^ 
Nel ten^ che da lei timto era amato 
Rinaldo, alkn* crudele^ allora ingrato. 
7«. 

Con la sinistra man prei^de la bri^ia, 

Con Paltra tocca e palpa il cdto e il petto: 
Quel deslrier ch'avea ingegno a maravigUa, 
A lei, come im agnel, si fa suggetto. 
Intanto Sacripante il tempo p%lia; 
Monta Baiardo, e Vurta e lo tien stretto. 
Del roouun disgravato la donzella 
Lascia la froppa, e si ripone in sella. 
77. 

Poi rivolgendo a caso gli occhi^ mira . 
y enir. scmando d' arme un gran pedone. 
Tutta,s'aFV£anpa di dispetto e d'ira.; 
Che conosce il figliuol del duca Amone. 
iPiii che sua vita Pama egli e desira.; 
L^odia e fu^e ella piii che gru falcone.. 
Gia fu ch'esso odi6 lei piu che la moi^ej 
Ella amo lui^ or han cangiato sorte. 

78. 

E quesbo hanno causato due fontane 
Che di diverso effetto hanno liquore , 
Ambe in Ardenna, e non sono lontane: 
D^ amoroso disio Tuna empie il cote*^ 
Chi bee dell^altra, senza amor rimam;, 
E volge tutto in ghiaccio il primo ardore* 
Rinaldo gusto d^una, e amor lo ^ugge, 
Angelica dell^altra, e Podia e fugge. 



CANTO PRIMO 25 

19. 

Quel liquor. di secreto venen misto, 
6he muta in odio Famorosa cura, 
Fa che la donna che Rinaldo ha visto , 
Nei sereni occhi subito s^oscura; 
E con voce treniante e viso tristo 

' Supplica Sacripante e lo scongiura 

Che quel guerrier piii appresso non attenda, 
Ma ch'insieme con lei la fuga prenda. 
80. 

Son dunque^ disse il saracino, sono 
Dunque in si poco credito con vui, 
Ghe mi stimiate inutile e non buono 
Da potervi difender da costui? 
Le baltaglie d'Albracca gia vi sono 
Di mente uscite, e la notte ch'io fui 
Per la salute vostra solo e nudo. 
Contra Agricane e tutto il campo, scudo? 
81. 

Non risponde eUa^ e non sa che si faccia, 
Perche Rinaldo ormai Te troppo appresso, 
Che da lontano al saracin minaccia, 
Come vide il cavallo e conobbe esso, 
£ riconobbe P angelica faccia 
Che r amoroso incendio in cor gU ha messo. 
Quel ehe segui tra questi dui superbi 
Vo'che per Takro Canto si riserbi. 



0*L. Vol. U. 



L'ORLAIKDO FURIOSO 

€ANTO SEGONDO 



ARGOMBNTl. 

AMMIB/iTO. MLGB. 

Parta con fintc larve an eremita Un vecchio astuto, d'amoroso fbco 

Fra* dno rivali il ptriglioto ajoco. Per Angeliea acoeso, o n«miiiaotc 

Sea Ta Binaldo dore amor rinviu; Pra i diii riral, che noo PaTean da gi«oco 

Ma tosto il maada Carlo io allro loco. Pa che la po^na oon precede araote. 

Cercaodo intanto Bradamaate ardiu Ne va in Pariffi, ed in lonuno loco 

L^amato aoo Roggier, trora ia ano loco Mandato ▼ien RioaUo, cb^era amante. 

Pinabel di Mafansa, traditore, Pinabel Bradamante mal condotta 

Dalle cai maa qaaai aepolta muore. Pa cader da an gran aontt in ana grotca. 

ANGCILIAIIA. VBRMUOTTI. 

Divide aecorumente il meaao finto Gnerra cradel B.iaaldo a Sacripaate 

La paana ua Rinaldo e Sacripante. B per la donna, e per Baiardo more. 

G)me in Parigi Ta da Carlo , d apinto Parte an Teochio eremiu ncfromaate 

Verso Inghilterra il criatlano amante. Tra lor la pagna oon astatie note. 

Col Tolto intanto di P>«tli dipinto Toma il figiiuol d^ Ammone a Carlo ianante, 

Ra|riona Pinabel con Bcadaauata, Ha Carlo il manda poi aabito aUrove. 

E fa caderla in una grotu oaenra Bradamante il soo amor c^rcaado ardita 

Per darle insieme e morte ariepokara. Trova chi qoaai la prir^ d» vita. 



mngiustiasiino Amor, perche si raro 
Gorrispondenti fai nodtri disiri? 
Onde, perGdOy awien che t'e si caro 
II discorde voler chMn dai cor miri? 
Ir non mi lasci al facil guado e chiaro, 
E nel piu cieco e maggior fondo tiri: 
Da chi disia il mio amor tu mi richiami, 
E chi m'ha in odio vuoi ch'adori ed ami. 

2. 

Fai ch^a Rinaldo Angelica par bella, 

Quando esso a lei brutto e spiacevol pare; 
Quando le parea bello e Pamava eUa, 
Egli odio lei quanto si pu6 piu odiare. 
Ora s^affligge indarno e si flagella; 
Cosi renduto ben gli e pare a pare: 
Ella Tha in odio; e rt)dio e di tal sorle, 
Che piu tosto che lui vorria la morte. 



CANTO SEGONDO 27 

S. 

Rinaldo al saracin con molto orgoglio 
Gridb: Scepdi, ladron, dll mio cavallo: 
Che mi sia tolto il mio, patir non soglio, 
Ma ben fo, a chi lo vuol, caro costallo: 
E levar questa donna anco ti voglio; 
Che sarebbc a lasciartela gran fallo: 
Si perfetto destrier, donna A degna 
A un ladron non mi par che si convegna. 
4. 

Tu te ne menti che ladrone io sia , 
Rispose il saracin non meno altiero: 
Chi dicesse a te ladro, lo diria 
(Quanto io n^odo per fama ) piu con vero. 
La pruova or si vedra chi di noi sia 
Piu degno della donna e del destriero; 
Bench^, quanto a lei, teco io mi convegna 
Che non e cosa al mondo ahra si degna. 
5. 

Come soglion tdor dui can mordenti, 
O per invidia o per altro odio mossi, 
Avvicinarsi digrignando i denti, 
Con occhi biechi e piii che bracia rossi; 
Indi a^morsi venir di rabbia ardenti, 
Con aspri ringhi e rabbuffati dossi; 
Cosi alle spade e dai gridi e dall^onte 
Yenne il Circasso e quel di Chiaramonte. 

6. 
A piedi b Pun, Faltro a cayallo: or quale 
Credete ch'abbia il saracin vantaggio? 
Ne ve n'ha per6 alcun; ch^ cosi vale 
Forse ancor men ch^uno inesperto paggio: 
Che '1 destrier per istinto naturale 
Non volea far al suo signor oltraggio: 
Ne con man ne con spron potea il Circasso 
Farlo a vblunta suo muover mai passo. 



a8^ L' ORLANDO FURIOSO 

7. 
Quando crede cacciarlo, egli s^arresta; 
E se tener lo vuole, o corre o trotta: 
Poi sotto il petto si caccia la testa, 
Giuoca di schiene e mena calci in frotta. 
Yedendo il saracin ch^a dotnar questa 
Bestia superba era mal tempo allottaj 
Ferma la man sul primo arcione e s^aba, 
£ dal siojstro fianco in piede sbalza. 

a 

Sciolto che fu il pagan con leggier salto 
Dall^ ostinata furia di Baiardo, 
Si vide cominciar ben degno assalto 
D'un par di cavalier tanto gagliardo. 
Suona Pun brando e Faltro, or basso, or alto: 
II martel di Yulcano era piu tardo 
Nella spelonca aflumicata, dove 
Battea all'incude i f6lgori di Giove. 
9. 

Fanno or con lunghi, ora con finti e scarsi 
Colpi, veder che mastri son del giuoco: 
Or li vedi ire altieri, or rannicchiarsi ; 
Ora coprirsi, ora mostrarsi un poco; 
Ora crescer innanzi, ora ritrarsi; 
Ribatter colpi, e spesso lor dar loco; 
Girarsi intomo; e donde Puno cede, 
L^altro aver posto immantinente il piede. 
10. 

Ecco Rinaldo con la spada addosso 
A Sacripante tutto s^abbandona; 
E quel porge lo scudo ch'era d^osso. 
Con la piastra d'acciar temprata e buona. 
Taglial Fusberta, ancor che molto grosso; 
Ne geme la foresta e ne risuona. 
L^osso e Pacciar ne va che par di ghiaccio, 
E lascia al saracin stordito il braccio. 



CANTO SECONDO 29 

II. 

Come vide la timida donzella 
Dal fiero colpo uscir tanta ruina, 
Per gran timor cangi6 la faccia bella, 
Qual il reo ch' al supplicio s^ awicina j 
Ne le par che vi sia da tardar, sheila 
Non yuol di quel Rinaldo esser rapina, 
Di quel Rinaldo ch'ella tanto odiava, 
Quanto esso lei miseramente amava. 
19. 

Yolta il cavallo, e nella selva folta 
Lo caccia per un aspro e stretio calle; 
E apesso il viso smorto a dietro volta; 
Che le par che Rinaldo abbia alle spalle. 
Fuggendo non avea fatto via molta, 
Che scontrb un eremita in una valle, 
Che avea lunga la barba a mezzo il petto, 
Devoto e venerabfle d'aspetto. 
15. 

Dagli anni e dal digiuno attenuate, 
Sopra un lento asinel se ne veniva, 
E parea, piu ch'alcun fosse mai state, 
Di coscienza scrupolosa e schiva. 
Come egli vide il viso deU^te 
Delia donzella che sopra gli arriva, 
Debil quantunque e mal gagUarda fosse, 
Tutta per carit£i se gli conunosse. 
14. 

La donna al fraticel chiede la via 

Che la conduca ad un porte di mare, 
Perche levar di Francia si vorria 
Per non udir Rinaldo nominare. 
II frate, che sapea negromanzia, 
Non cessa la donzella confortare 
Che presto la trarra d^ogni periglio; 
Ed ad una sua tasca die di piglio. 



3o L'ORIANDO FURIOSO 

15. 

Trassene un libro, e mosbro graode effetto; 
Che legger non fini la prima faccia, 
Ch'uscir fa un spirto in forma di'Valletto, 
E gli comanda quanto vuol che U faccia. 
Quel se ne va, dalla scrittura astretto, 
Dove i dui cavalieri a faccia a faccia 
Eran nel bosco, e non stavano al rezzo; 
Fra^quali entr6 con grande audacia in mezzo. 
16. 

Per cortesia , disse , un di voi mi mostre , 
Qoando anco uccida FaltrO) che gli vaglia? 
Che merto avrete alle fatiche vostre , 
Finita che tra voi sia la battaglia, 
Se U coute Orlando senza liti o giostre , 
E senza pur aver rotta una maglia, 
Yerso Parigi meua la donzella 
Che v^ha condotti a questa pugna fella? 
17. 

Yicino un miglio ho ritrovato Orlando 
Che ue va con Angelica a Parigi , 
Di voi ridendo insieme, e motteggiando 
Che senza frutto alcun siate in litigi« 
n meglio foi*se vi sarebbe or , quando 
Non son piu lungi, a seguir lor vestigl \ 
Che sMn Parigi Orlando la pu6 avere, 
Non ve la lascia mai piu rivedere. 
18. 

Vedulo avreste i cavalier turbarsi 

A quell^ annunzio ; e mesii e sbigottiti, 
Senza occhi e senza mente nominarsi 
Che gli avesse il rival cosi scherniti; 
Ma il buon Rinaldo al suo cavallo trarsi 
Con sospir che parean del fuoco usciti , 
E giurar per isdegno e per furore , 
Se giungea Orlando , di cavargli il core. 



CANTO SECONDO 3i 

19. 

E dove aspetta il suo Baiardo, passa^ 
E sopra vi si lancia e via galoppa ; 
Ne al cavalier ch^a pi^ nel bosco lassa 
Pur dice addio^ non che lo inviti in groppa. 

' L'aoimoso cavallo carta c fracassa, 
Panto dal suo signor , ci6 ch' egli 'ntoppa : 
Non ponno fosse, o fiumi, o sassi, o spine, 
Far che dal corso il corridor decline. 
80. 

Signor, non voglio che vi paia strano, 
Se Rinaldo or si tosto il destrier piglia, 
Che gia piii giomi ha seguitato in vano, 
Ne gli ha possuto mai toccar la briglia. 
Fece il destrier, ch'avea intelletto umano, 
Non per vizio seguirsi tante iniglia, 
Ma per guidar dove la donna giva, 
II suo signor, da chi bramar Tudiva. 
91. 

Quando ella si fuggi dal padiglione. 
La vide ed appostolla il buon destriero, 
Che ritrovava aver v6to Parcione, 
Per6 che n'era sceso il cavaliero 
Per combatter di par con on barone 
Che men di lui non era in arme fiero ; 
Poi ne S6guit6 Forme di lontano, 
Bramoso porla al suo signore in mano. 
ftS. 

Bramoso di rilrarlo ove fosse ella, 

Per la gran selva innanzi se gli messe; 
Ne lo volea lasciar montare in sella, 
Perche ad altro cammin non lo volgesse. 
Per lui trov6 Rinaldo la donzella 
Una e due volte, e mai non gli successc; 
Che fu da Fcrrau primisi impedito, 
Poi dal Circasso, come avete udito. 



32 L' ORLANDO FUMOSO 

Ora al demonio che mostro a Rinaldo 
Delia donzetta K falsi yestigi, 
Credette Baiardo anco, e stette saldo 
E mansueto ai soKti servigi. 
Rinaldo il caccia, d'ira e d'amor caldd, 
A tutta briglia, e sempre inver Farigi; 
E vola tanto col desio, che lento ^ 
Non ch^un destrier^ ma gli parrebbe il vento. 
24. 

La notte a pena di segiiir rimane 
Per affirontarM col s^or d^Anglante: 
Tanto ha creduto alle parole vane 
Del messaggter del cauto negromante. 
Non cessa cavalcar sera e dimane, 
Che si vede apparir la terra avante, 
Dove re Carlo, rotto e mal conduUo, 
Gon le reliquie sue s^era ridutto: 

E pcrche dal re d^ Africa battagUa 
Ed assedio v^aspetta, usa gran cura 
A raccor buona gente e vettovaglia, 
Far cavamenti e riparar le mura. 
Ci6 ch' a difesa ^era che gli vaglia , 
Senza gran differir, tatto procura: 
Pensa mandare in Inghilterra, e trame 
Grente, onde possa an nuovo campo farae;' 

sa 

Che vuole uscir di nuovo aUa campagna , 
E ritentar la sorte della guerra. 
Spaccia Rinaldo subito in Brelagna, 
Bretagna che fu poi detta Inghilterra. 
Ben delPandata il paladin si lagna: 
Non ch^abbia cosi in odi,o quella terra, 
Ma perche Carlo il manda allora aHora, . 
Ne pur lo Isiscia un giorno far dimora. 



CANTO SECONDO 33 

«7. 

Rinaldo mai di ci6 non fece meno 

Yolentier cosa, poi che fu distolto 

Di gir cercando il bel viso sereno, 

Che . ^ avea il cor di mezzo il petto tolto : 

Ma 9 per ubbidir Carlo ^ nondimeno 

A quella via si fu 8ubito volto^ 

Ed a Calesse in poche ore trovossi; 

E giunto 9 il.di medesimo imbarcossi. 
28. 
Contra la yolontk d^ogni nocchiero, 

Pel graii desir che di tornare avea, 

£ntr6 nel mar, ch^era turbato e fiero, 

E gran procella minajcciar parea. 

II Yento si sdegn6, che dalPaltiero 

Spr^zzar si vide; e con tempesta rqa 

SoUev6 il mar int<»nfio e cqq tal rabbia, 

Che^gli inaad6 a bagilar sino alia gabbia. 
M. 
Calano tosto i marinari accorti 

Le maggior vele, e pensano dar volta; 

E ritoraar nelli medesmi port! 

Doilde in mal punto avean la nave sciolta. 

Non convien, dice il Vento, ch'io comporti 

Tanta licenzia che v'avete tolta; 

E soffia e gplda, e naufragio minaccia 

SMlrove van che dove egli li caccia. 
30. 
Or a poppa, or all^orza hanno il crudele 

Che mai non cessa, e vien piu ognor crescendo : 

Essi di qua, di la con umil vele 

Yansi aggirando, e Falto mar scorrendo. 

Ma perche varie fila a varie tele 

Uopo mi son, che tutte ordire intendo, 

Lascio Rinaldo e 1' agitata prua, 

E torno a dir di Bradamaute sua. 

QjaL. Vol. U. 5 



34 L' ORLANDO FUWOSO 

31. 

lo parlo di quella inclita doiizella, I 

Per cui re Sacripante in terra giacqiie, 
Che di questo signor'degna sordia, 
Del duoa Amone e di Beatrice nacque. 
La gran possiuiza e- il molto ardir di quella 
Non meno a Carlo e tutta Francia piacque 
( Che pill d*un paragon ne vide aaldb ), 
Che' 1 lodato yalor del buon Binaldo. 
S2. 

La donna amata fu da im cavaiiero ' ' 

Che d' Africa passb col re Agraniante , 
Che'^artori del seme di Ruggiero 
La disperata figfia d'Agolante: 
£ costei, che ne d'orso ne di fiero 
Leone' use) ^ npn sdegno tal amante; 
Bench^ concesso^ fiior che vedersi una 
Yolta e parlarsi, non ha lor Fortuna. 
55. 

Quindi cercando Bradamante gia 

L^anlant^ suo, ch^avea nome dal padre , 
Cosi sicura senza.cbmpagnfa, 
Come avesse in sua guardia mille squadre: 
£ .fetto ch^ebbe il re di CircassJa 
Battere il voHo dell'antiqua madre, 
Travers6 un bosco, e dopo il bosco un monte , 
Tanto che giunse ad una b^lla fonte. 
54. 

La fonte discorrea per mezzo un pratp, 
D'arbori antiqui e di bell' ombre adorno, ' 
Ch' i viandanti col mormorio grato . 
A ber invita e a far seco soggiomo: 
Un culto monticel dal manco lato 
Lcdifendeil calordel mezzogiorno. ^ 
Quivi , come i begli occhi prima torse , 
D'un cavalier la giovane s'accorsej 



CANTO SEQMfDO 35 

SjK. 

D^un cavalier ch^ all^ ombra d^un boschetto 
Nel margin verde e bianco e rosso e giallo 
Sedea peiisoso, tacito e soletto 
Sopra quel chiaro e liquido cristallo. 
Lo scudo non Ionian pende e Felmetto 
Dal faggio, ove legato era il cavallo: 
Ed avea gli ocohi moUi e U viso basso , 
E si mostrava addolorato e lasso. 
36. 

Questo disir^ ch^a tutti sta nel core, 
De'fatti altrui sempre cercar novella, 
Fece a quel cavalier, delsuo dolore 
La cagion domandar dalla donaiella. 
Egli Paperse e tutta mostr6 fuore, 
Dal cortese parlar mosso di quella, 
E dal sembiante altier, ch^al primo sguardo 
Gli sembro di guerrier molto gagliardo. 
57. 

E comincio: Signor io conducea 

Pedoni e cavalieri, e venia in campo 
La dove Carlo Marsilio attendea 
Perch^al scender del montp avesse inciampo; 
E una giovane bella meco avea, 
Del cui fervido amor o^l petto awampo: 
E ritrovai presso a Rddonna armato 
Un che frenava un gran destriero alato. 
S8. 

Tosto che lladro, o sia mortale, o sia 
Una dell'infemali anime orrende, 
y ede la bella e cara donna mia , 
Come falccm che per ferir discende, 
Cala e poggia in imo aUimo, e tra via 
GeUa le mani, e lei sinarrita prende. 
Ancor non m' era accorto delPassalto, 
Che della donna' io senti^ 1 grido in alto. 



36 L' ORLANDO FUMOSO 
39. 

Cost il rapace nibbio farar suole 
II misero pulcin presso alia chioccia, 
Che di sua iDavvertenza poi'si duole, 
£ in van gli grida e in van dietro gli croocia. 
lo non posso seguir un uom che vola, 
Chiuso tra monti , a pie d' un^ erta roccia : 
Stanco ho il destrier , che muta a pena i passi 

. Nell'aspre vie de^faticosi sassi. 

40. 
Ma, come quel che men curato avrei 
Vedermi Irar di mezzo il petto il core^ 
Lasciai lor via seguir quegli altri miei 
Senza mla guida e senza alcun rettore: 
Per li scoscesi poggi e manco rei 
Presi la via che mi mostrava Amore, 
E dove mi parea che quel rapace 
Portasse il mio conforto e la mia pace. 
41. 
Sei gioriu me n^andai mattina e sera 
Per baize e per pendici orride e strane, 
Dove non via, dove serilier non era, 
Dove ne segno di vesligie umane: 
Poi giunsi in una valle inculta' e fiera , 
Di ripe cinta e spaventose tane, 
Che nel mezzo s^ un sasso avea un castello 
Forte e ben posto, a maraviglia bello. 

42. 
Da lungi par che come fiamma lustri, 
Ne sia di terra cotta ne di marmi. 
Come piu m'avvicino ai mnri iUustri, ' 
L^opra piu bella e piu mirabil parmi. 
£ seppi poi come i demoni indiistri^ 
Da suffumigi tratti e sacri carmi, 
Tutto d^acciaio avean cinto il bel loco, 
Temprato all^onda ed alio stigio foco. 



CANTO SECONDO 3; 

43. 
Di si fori>ito acciar luce ogni torre, 
Che non vi pii6 ne niggine ne macchia. 
Tutto il paese giorho e notte scorre, 
E poi la dentro il rio ladron s^ immacchia. 
Cosa non ha ripar che voglia tdrre: 
Sol dietro in van se 11 bestemmia e gracchia. 
Quivi la donna, and il mio cor mi tiene, 
Che di mai ricovrar lascio ogni spene. 

44. 
Ah lasso! che poss'io piu che mirare 

La rdcca longi , ove il nodo ben m^ e chiuso ? 
Come la volpe, chel figlio grtdare 
Nel nido oda dell^aqiula di giuso, 
S^aggira intomo e non sa che si fare, 
Poi che Tali non ha da gir la suso. 
Erto k quel sasso si, tale e il castello, 
Che non vi pu6 salir chi non e augello. 

48. 
Mentre io tardava quivi, ecco venire 

Duo cavalier ch'avean per guida un nano, 
Che la speranza aggiunsero al desire; 
Ma ben fu la speranza e il desir vano. 
Ambi erano guerrier di sonuno ardire, 
Era Gradasso I'un, re sericano; 
Era Taltro Ruggier, giovene forte, 
Pregiato assai nelFafricana corte. 

46. 
Yengon, mi disde il nano, per far pruova 
IK lor virttt col sir di quel castello, 
Che per via sirana, inusitata e nuova 
Cavalca armato il quadrupede augello. 
Deh, signor^ dissi io lor, pieta vi muova 
Del duro caso mio spietato e fello! 
Quando, come ho speranza, voi vinciatc, 
Yi prego la mia donna mi rendiate. 



38 L' ORLAWDO FUMOSO 
47. 

E'come ini fu tolta lor narrai , 

Con lacrime affermando il dolor mio. 
Quel, lor merce, mi profferiro assai, 
E gill calfflro il poggio alpestre e rio. 
Di Ionian la battaglia io riguardai, 
Pregando per la lor Tittoria Dio. 
Era sotto il castel tanto di piano , 
Quanto in due volte si puo trar con mano. 
48. 

Poi che fur giuntl a pie dell^alta rdcca, 
L^uno e Paltro volea combatter prima: 
Pur a Gradaaso , o fosse sorte , tocca , 
O pur che non nc fe'Ruggier piu stima. 
Quel serican si pone il como a bocca; 

' Rimbomba il sasso, e la fortezza in cima. 
Ecco apparire il cavaliero armato 
Fuor deUa porta, e sul cavallo alato. 
49. 

Gomincio a poco a poco indi a levarse, 
Gome suol far la peregrina grue, 
Ghe corre prima, e poi yediamo alzarse 
Alia terra vicina im braccio o due; 
E quando tutte sono all^ ana sparse , 
Yelocissime mostra Pale sue. 
Si ad alto il negromante batte Pale, 
Gh'a tanta aUezza appena aquila sale. 
50. 

Quando gli parve poi, volse il destriero, 

Ghe chiuse i vanni e venne a terra a pioinbo ; 
Gome casca dal ciel falcon maniero - 
Che levar veggia Panitra o il Colombo, 
Gon la lancia arrestata il cavaliero 
L'aria fendendo vien d'ornbil rombo. 
Gradasso a pena del calar s'awede, 
Che se lo sente addosso e che lo fiede. 



CANTd^ SECONDO Sg 

Kl. 

Sopra Gradasso il mago Pasta roppe; 
Feri Gradasso il vento e Taria vana: 
Per questo U volator non interroppe 
D batter Pale; e quindi s'alloutana. 
n grave scontro fa chinar le groppe 
Sul verde prato alia gagHarda Alfana. 
Gradasso avea una Alfana, la piu bella 
E la miglior che mai portasse sella. 
52. 

Sin alle steUe il volator trascorse; 
Indi girossi e tom6 in fretta al basso, 
E percosse Ruggier, che non s'accorse, 
Ruggier che tatto intento era a Gradasso. 
Ruggier, del grave colpo si distorse, 
£ ^1 suo destrier piu rincul6 d^ un passo ; . 
E quando si volt6 per hu ferire, 
Da se lontano il vide al ciel salire. 
55. 

Or su Gradasso , or su Ruggier percoie 
Nella fronte, nel petto e nella sciiiena; 
E le botte di quei lascia ognor vote. 
Perch' e si presto che si vede appena; 
Girando va con q^az'iose rote, 
E quando all'uno accenna, all^altro mena: 
AO'qno e all'altro si gli occhi abbarbagUa, 
Che non ponno veder donde gli assaglia. 
54. 

Fra duo guerrieri in terra ed uno in cielo 
La battaglia dur6 sto a quella ora 
Che spiegando pel mondo oscnro velo 
Tutte le belle cose discoLora. 
Fu quel chMo dico, e non v'aggiungo un pelo: 
lo'l vidi, iol so; ne m'assicuro ancora 
Di dirlo altrui, che questa maraviglia 
Al fako pill ch^al ver si rassimiglia. 



4o L' ORLANDO FUWOSO 
5tf. 

D'un bel drappo di seta avea coperto 
Lo scado in braccio il cavalier celeste. 
Come avesse, non so, tanto soSetio 
DI tenerlo nascosto in quella veste; 
Ch' immantiiiente che lo mostra aperto, 
Forza e chi^l mira abbarbagliato reste, 
E cada come corpo morto cade, 
E venga al negromante in potestade. 
56. 
Splende lo scudo a guisa di pir6po, 
E luce altra noa e tanto lucente; 
Cadere in terra alio sple&dor fu d^uopo 
Con g^ occhi abbacinati, e senza mente. 

Perdieida lungi ancb'io li sen^, e dopo 
Gran spazio mi riebbi fmalmentej 

J^e pill i guerrier ne piu vidi quel nano. 

Ma v6to il campo, e sciiro il monte e il piano. 
87. 
Pensai per questo che Fincantatore 

Avesse aniendui e6ki a on tratto insieme, 

E tolto per virtu dello' ^laidore 

La libertade a loro, e a me la speme. 

Cosi a quel loco cbe chiudea II mio core 

Dissi, partendo, le parole estreme. 

Or giudicate s' altra pena ria, 

Che causi Amor, pu6 pareggiar la mia. 
58. 
RItorno il cavalier nel primo duolo, 

Fatta che n'ebbe 1^ cagion palese. 

Questo era il conte Pinabel, figliuolo 

D^Anselmo d^Aharlpa^ maganzese, ' <^ 

Che , tra sua gente scellerata , solo 

Leale esser non volse ne cortese, 

Ma nelli vizi abominandi e brutti 

Non pur gli altri adcguo^ ma pasao iulli. 



CANTO SECONDO 41 

59. 

La bella donna con diverso aspetto 
Stette ascoltando il Maganzese cheta; 
Che 9 come prima di Ruggier fu detto, 
Nd viao si mo8tr6 piii che mai lieta: 
Ma quando senti poi ch'era in distretto, 
Turbossi tutta d'amorosa pieta; 
Ne per una o due volte contentosse 
Che ritomato a replicar le fosse. 
60. 

E poi ch'al fin le parve esserne chiara, 
Gli disse: Cavalier, datti riposo; 
Che ben pu5 la mia giunta esserti cara, 
Parerti questo giorno avvenhiroso. 
Andiam pur tosto a quella stanza avara 
Che si ricco tesor ci tiene ascoso; 
Ne spesa sara in van questa fatica, 
Se fortuna non m'e troppo nemica. 
61. 

Rispose il cavalier: Tu vuoi chMo passi 
Di nuovo i monti, e mostriti la via? 
A me molto non ^ perdere i passi, 
Perduta avendo ogni altra cosa mia: 
Ma tu per baize e ruinosi sassi 
Cerchi entrare in prigione; e cosi sia. 
Non hai di che dolerti di me poi; 
ChUo tel piedico, e tu pur gir vi vuoi* 
68. 

Cosi dice egli; e toma al suo destriero 
E di quella animosa si fa guida, 
Che si mette a periglio per Ruggiero, 
Che la pigli quel mago o che la ancida. 
In questo ecco alle spaEe U messaggiero , 
Che: Aspetta, aspetta, a tutta voce grida; 
II messaggier da chi il Circasso intese 
Che costei fu ch^all'erba lo dislese. 

Obl. Vol. 0. 



/,a L' ORLANDO FURIOSO 

6S. 
A Bradamante il messaggier novella 
Di Mompolier e di Narbona porta, 
Ch'alzato li stendardi di Castella 
Avean, con tutto 3 lito d'Acqaamorta; 
E che Marsiglia, non v'essendo quella 
Che la dovea guardar, mal si conforta, 
E consiglio e soccorso le domanda 
Per questo messo, e se le raccomanda. 

Questa cittade, e intomo a molte miglia 
Gi6 che fra Yaro e Rodano al mar siede, 
Avea Fimperator dato alia 6glia 
Del duca Amon, in ch'avea speme e fede; 
Per6 che U suo valor con meraviglia 
Riguardar suol quando armeggiar la vede. 
Or, comMo dico, a domandar aiuto 
Quel messo da Marsiglia era venuto. 
6tf. 

Tra si e no la giovine suspesa, 
Di voler ritomar dubita un poco: 
Quinci Ponore e il debito le pesa, 
Quindi Fincaka P amoroso foco. 
Fermasi al fin di seguitar Fimpresa, 
E trar Ruggier dell^ incantato loco*, 
E quando sua virtu non possa tanto, 
Almen restargli prigioniera accanto. 
66. 

E fece iscusa tal, che quel messaggio 
Parve contento rimanere e cheto. 
Indi gir6 la briglia al suo viaggio, 
Con Pinabel, che non ne parve lieto; 
Che seppe esser costei di quel lignaggio 
Che tanto ha in odio in pubblico e in secreto : 
E gia s^awisa le future angosce, 
Se lui per Maganzese ella conosce. 



CANTO SECONDO 43 

67. 

Tra casa di Maganza e <fi Chiarmonte 
Era odio antico e inimicizia intensa; 
E pill volte s'avean rotta la froute, 
E sporso di lor sangue copia immensa. 
E per6 nel suo cor Tiniquo conte 
Tradir Pincauta gioyane si pensa, 
O, come prima comodo gli accada, 
Lasciarla sola, e trovar altra strada. 
68. 

£ tanto gli occiq>6 la fantasfa 
D nativo odioy H dubbio e la paora, 
Ch^inavvedutamente use! di via, 
E ritrovossi in una selva oscura, 
Che nel mezzo avea mi monte che fima 
La nuda cima in una ptetra dura; 
E la figUa del duca di Dordona 
Gli e sempre dietro, e mai noh Fabbandona. 
69. 

Come si vide il MagaiBese al bosco, 
Pens6 tor^ la donna dalle spaUe. 
Disse: Prime che'Iciel tomi piu fosco, 
Yerso uno albergo e megUo farsi il call^. 
Oltra quel monte, s^io lo riconosco, 
Siede un rioco castel giu nella valle. 
Tu qui m'aspetta; che dal nudo scoglio 
Certificar con gB occfai me ne voglio. 
70- 

Cosi dicendo, aUa cima supema 
Del solitario monte il destrier caccia, 
Mirando pur s'alcunavia discema, 
Come lei possa tor daHa sua traccia. 
Ecco ne) sasso trova una caverna 
Che si profonda piii di trenia braccia. 
Tagliato a picchi ed a scarpelli il sasso 
Scende giii al di'itto, ed ha una porta al basso. 



44 L' ORLANDO FUWOSO 

71. 

Nel fondo avea una poita ampla e capace, 
Ch'in maggior stanza lai^o adito dava; 
£ fuor n'uscia splendor, oome di face 
Ch^ardesse in meszo alia montana cava. 
Mentre qoivi fl fellon suspeso tace, 
La donna^ che da lungi il seguitava, 
( Perche perderne V orme si temea ) 
Alia spelonca gli sopraggiungea. 
78. 

Poi che si vide fl traditore uscire, 

Quel ch^avea prima disegnato, in vano, 
O. da se torla o di farla morire , 
Nuovo argomento immaginossi e strano. 
Le si fe^incontra, e su la fe^salire 
lA dove il monte era forato e vano ; 
E le disse ch'avea visto nel fondo 
Una donzella di viso giocondo, 

73. 
Ch^a'bei sembianti ed alia ricca vesta 
Esser parea di non ignobil grado; 
Ma quanto piii potea turbata e mesta, 
Mostrava esservi cfaiusa suo mal grado: 
E per saper la condizion di questa, 
Gh^avea gia cominciato a entrar nel guado: 
E che era uscito dellMntema grotta 
Un che dentro a furor Pavea ridotta. 
74. 

Bradamante, che come era animosa 
Gosi mal cauta, a Pinabel die fede, 
E d'aiutar la donna disiosa, 
Si pensa come por cola giu il piede. 
Ecco d' un olmo alia cima frondosa 
Yolgendo gli occhi, un lungo ramo vede; 
E con la spada quel subito tronca^ 
£ lo declina giu nella spelonca. 



CANTO SECONDO 45 

Dove e tagliato, in man lo raccomanda 
A PinabellQ^ e poscia a quel s'apprende: 
Prima gill i piedi nella tana manda^ 
E su ]e braccia tutta si suspende. 
Sorride Pinabello, e le domanda 
Gome ella aalti; e le man apre e stende, 
Dicendole: Qui fosser teco insieme 
Tutti li tuoij chMo ne spegn^ssi il seme. 
76. 

Non come volse Pinabello avvenne 
Dell'innocente giovane la sorte; 
Perche, ph diroccando, a ferir venne 
Prima nel fondo fl ramo saldo e forte. 
Ben si spezz6; ma tanto la sostenne 
Ghe ^I suo favor la libero da morte. 
Giacque stordita la donzella alquanto^ 
Come io vi seguir6 nell'altro Canto. 



L' ORLANDO FUmOSO 

CANTO TERZO 



ARGOMENTI. 

/UallBA.TO. DOLCE. 

Tornata in se U belU BradanMnCe, Bradamaote da Pempio cavaliero 

Trova Melissa in qnella frotta , ed ode Fatta cider nella eaTcrna dura, 

Le molte che d* lei felici piante Vede di se e del seme di Euggiero 

Uscir doTeanoy ed ogni ^uerrier prode^ La stirpe, or cosi illastM^ allora osciira. 

S* inforna poi» per far vane d* Atlanta Qutndi lai che- d*Atlan«e e prigioniero 

L^artiv che *1 sao Rog^ier le tien con frodey Di tosto liberar eerea e proenrsk 

Con aual manirra al vil Branello tolga Melissa ne P informa, e de Panello 

L^aoaUoy ond*il suoamante egU altri aciolga. Le d* notiiia: aMn trora Branello. 

ANGUILLARii. VBRDIZZOTTL 

Pria dal sepolto apirto di Merlino, Caduu Bradanuinta per dar fade 

Poi da Melissa Bradamante intende A. Pinabel ne t*antro^di Merlino • 

Be* disoendenti suoi Pal to destio*, Da quello> • da Melissa il a me vede 

EM Tolto, e^lfrrado, e^llor valor oomprende. Ch^uscir di lei promette alto desiino : 

Poi verso i Pirenei monti il cammiao Indi fuor trae con c|acUa aufa il piede , 

Gon la masa faul sicura prende E d'acquistar Ruggier preso il eammino 

Di far 9 rubando un pres'ioio anello Intende il modo: e al fin trova Brunei loy 

Vnscomoalvacchio AtlantCt unoaBcnflLallo. Ch* a tale eftSetto aooo area va anello^ 

^hi mi dara la voce e le parole 
Gonvenienti a si nobil suggetto? 
Chi Pale al verso prestera, che vole 
Tanto ch'arrivi all^alto mio concetto? 
Molto maggior di quel furor che suole, 
Ben or convien che mi riscaldi il petto; 
Ghe questa parte al mio Signor si debbe, 
Che canta gli avi onde V origine ebbe : 
S. 

Di cui fra tutti li signori illustri, 
Dal ciel sortiti a governar la terra, 
Non vedi, o Febo, che '1 gran mondo lustri, 
Piu glori'osa stirpe o in pace o in guerra; 
Ne che sua nobiltade abbia piu lustri 
Servata , e servara ( s' in me non erra 
Quel profetico lume che m'inspiri ) 
Finche d'intorno al polo il ciel s'aggiri. 



CANTO TERZO 47 

5: 

£ volendone a pien dicer gli onori, 
Bbogiia non la mia, ma quella cetra 
Coo che tu dopo i gigant^i furori 
Rendesti grazia al Regnator dell^etra. 
S'instrumenti avrb mai da te migliori, 
Atti a sculpire in cosi degna pietra, 
In queste beUe immagini disegno 
Porre ogni mia fatica, ogni mio ingegno. 
4. 

Levando intanto queste prime rudi 
Scaglie n'andrd colic scarpello inetto: 
Forse ch^ancor con piu solerti studi 
Poi ridurrb questo lavor perfetto. 
Ma ritomiamo a quello a cui ne scudi 
Potran ne usberghi assicurare il petto: 
Parlo di Pinabello di Maganza, 
Che d^uccider la donna ebbe speranza. 

a. 

D traditor penso che la donzella 
Fosse neU'alto precipizio morta; 
E con pallida faccia lascio quella 
Trista e per lui contaminata porta, 
E torno presto a rimontar in sella: 
E, come quel ch^ayea-Fanima torta, 
Per giugner colpa a colpa e fallo a fallo, 
Di Bradamante ne meno il cavallo. 

6. 

Lasciam costui, che, mentre all^altrui vita 
Ordisce inganno, il suo morir procura; 
E tomiamo alia donna che, tradita, 
Quasi ebbe a un tempo e morte e sepoltura. 
Poi ch^ella si lev6 tutta stordita, 
Ch'avea percosso in su la pielra dura, 
Dentro la porta and6 ch^adito dava 
Nella scconda assai piu larga cava. 



48 rORLANDO FUMOSO 
7. 

La stanza, quadra e spa^iosa, pare 
Una devota e vencrabil chiesa, 
Che su colonne alabastrine e rare 
Con bella architettura era sospesa. 
Surgea nel meszo vta ben locate altar a ^ 
Gh'avea dinanzi una lampada accesa; 
£ quella di splendente e chiaro foco 
Rendea gran lume ali'uno e all^altro loco. 

& 

Di devota umiM la donna tocca. 
Come si vide in loco sacro e pio^ 
Incominci6 col core e con la bocca, 
Inginocchiata, a mandar prieghi a Die. 
Un picciol uscio intanto stride e crocca^ 
Ch^era allMncontro, onde una donna uscio 
Discinta e scalza, e sciolle avea le chiome^ 
Che la donzeUa 8alut6 per nome. 
9* 

E disse: O generosa Bradamante, 
Non giunta qui sensa voler divino, 
Di te pill giorni m^ha predetto innante 
n profetico spirto di Merlino, 
Che visitar le sue reliqiue sante 
Dovevi per insolito camniino : 
E qui son stata^ accio chMo ti riveli 
Quel c^han di te gia statuito i cieli. 
10. 

Questa e Fantiqua e memorabil grotta 
Ch^edifico Merlino, il savio mago 
Che forse ricordare odi talotta , 
Dove ingannollo la Donna del Lago. 
II sepolcro e qui giu, dove corrotta 
Giace la carne sua; dove egli, vago 
Di sodisfare a lei che gli '1 suase , 
Vivo corcossi, e morto ci rimase. 



CANTO TERZO 49 

II. 

Col corpo morto il vivo spirto alberga ^ 
Sin ch^oda il suon dell^augdica tromba 
Che dal ciel lo bandisca o che ve Tcrga, 
Secoudo che sari corvo o colomba. 
Vive la voce, e come chiara emerga 
Udir potrai dalla marmorea totnba ; 
Che le passate e le future cose, 
A chi gli domando sempre risposp. 
IS. 

Pill giorni son ch'in qucslo cinuterio > 
Yenni di remotissimo paese, 
Perche, circa il mio studio, alto nistorio 
Mi facesse Merlin meglio palese: 
E perche ebbi vederti desaderio , 
Poi ci son stata oltre il disegno un niese: 
Che Merlin^ chel ver senipre mi predisse,' 
Termine al venir tuo questo di fisse. ' 
15. 

Stassi d'Amon la sbigottita figlia 
Tacita e fissa al ragionar di questa; 
Ed ha si pieno 3 cor di maraviglia , • 
Che non sa sheila dorme o sheila e desta; 
£ con rimesse e vergognose ciglia, 
Come qu^a che tutta era modesta, 
Rispose: Di che merito son 10, 
Ch^ antiveggian profeti 3 venir mio? 
14. 

K licta dell'insolita jlwentura, 

Dietro alia magat subito fu niossa, 
Che la condusse a quella sepoltura 
Che c^udea di Merlin Fanima c I'ossa. 
Era qoell^arca d^una pietra dura, 
Lucida e tersa, e come fiamma rossa; 
Tal ch'alla stanza, benche di sol priva, 
Dava splendore il lumc che n^ usciya. 

OtLL. Vol. D. 



5o L' ORLANDO FURIOSO 

IK. 

X) che uatusa sin d'alcuni marmi, 

Che inuoyia Pombre a guisa di facelle; 
O forza pur di suffumigi e carmi 
E segai impressi alFosservate stdle^ 
dome pill questo veriwnil panni, 
Discopria lo splendor piu cose belle 
E di scultura e di color , ch'intonio 
n venerabit luogo ayeano adomo. 
16. 

Appena ha Bradamante dalla soglia 
Levato il pie neUa secreta cella, 
Che ^ vivo spirto della morta spoglia 
Con chiarissima voce le favella: 
Favorisca Fortuha ogm tua voglia, 
O casta, o nobilissima donzella, 
Del cui ventre usciri^ il seme fecondo, 
Che onorar deve Italia e tutto il mondo. 
17. 

L^ antiquo sangue che Yeone da Troia , 
Per li duo miglior rivi in te commisto, 
Produrra Fornainento, il fior, la gioia 
D^ogni lignaggio ch'abbia il sol mai visto. 
Tra rindo eU Tago elMo e la Danoia, 
Tra quanto ^^n meszo Antartko e Galisto, 
Nella progeuie tua con scHnmi onori 
Saran marchesi, duci e in^eratori. 
18. 

I capitani e i cavalier robusti 

Quindi usciran, che col ferro e col senno 
Ricuperar tutti gli onor vetusti 
Dell^arme invitte aUa sua Italia denno. 
Quindi terran lo scetbro i signor giusti, 
Che 9 come il savio Augusto e Nuina fenno^ 
Sotio il benigno e buon governo loro 
Ritorneran la prima eta dell^oro. 



CANTO TERZO 5i 

Acci6 dunque il voler del ciel si metta 
In effetto per te, che di Ruggiero 
T'ha per moglier fin da piincipio eletta, 
Segui animosamente il tuo sentiero; 
Che cosa non sark che s^ intrometta 
Da poterti turbar questo pensiero, 
Si che non mandi al primo assalto in terra 
Quel no ladron ch^ogni tuo ben ti serra. 

»a 

Tacque Merlino avendo cosi detto, 
Ed agio all'opre della maga diede, 
Ch'a Bradamante dimoalrar Faspejtto 
Si preparava di ciascun suo erede. 
Avea di spirti uu gran numero eletto^ 
Non so se dall' inferno o da qual sede^ 
E tutti quelli in un luogo raceolti 
Sotto abiti diyersi e van volti. 
21. 

Poi la donzella a se richiama in chiesa, 
La dove prima avea tirato un cerchio 
Che la potea capir tutta distesa, 
Ed avea un palmo ancora di superchio: 
E perche dalfi spirti non sia offesa, 
Le fa d'un gran pentacolo coperchio; 
E le dice che taccia e stia a mirarla: 
Poi scioglie il libro , e coi demoni parla. 
82. 

Eccovi fuor della prima spelohca, 
Che gente intomo al sacro cerchio ingrossa ; 
Ma, come vuolc entrar, la via Vh tronca, 
Come lo cinga intomo muro e fossa. 
In quella stanza , ove la bella couca 
In se cfaiudea del gran profeta Fossa, 
Entravan F ombre, poi ch'avean tre volte 
Fatto dMntomo lor debite volte. 



5a V ORLANDO FURIOSO 

23. 

Se i nomi e i gesti di ciascun voMirti 
( Dicea 1' incantrice a Bradamante ) 
Di quest! ch^or per grincantati spirti, 
Prima che nati sien, ci sono avante, 
IVon so veder quaado abbia da espedirti, 
Che non basta una notte a cose tante: 
Si ch'io te ne vent* scegliendo alcuno, 
Secondo il tempo, e che sara opporiuno. 
84. 

Yedi quel primo che ti rassimiglia 

Ne^bei sembianti e nel giocondo aspetto: 

Capo in Italia fia di tua famiglia, 

Del seme di Ruggiero in te concetto. 

Veder del sangue di Pontier venniglia 

Per mano di costui la terra, aspetto; 

E vendicato il tradimento e il torto 

Contra quei che gli avranno il padre morto. 

as. 

Per opra di costui sara deserto 
II re de^Longobardi, Desiderio: 
D^Este e di Galaon, per questo merto, 
n bel dominio avra del sommo imperio. 
Quel che gli e dietro e il tuo nipote Uberto, 
Onor delParme e del paese esperio; 
Per costui contra Barbari difesa 
Pill d'una volta fia la santa Ghiesa. 
86. 

Yedi qui Alberto, invitto capitano 
Ch^omera di trofei tanti delubri: 
Ugo il figlio ^ con lui, che di Milano 
Fara Pacquisto, e spieghera i colubri. 
Azzo e quell' altro, a cui restera in mano, 
Dopo il fratello, il regno degl' Insubri. 
Ecco Albertazzo, il cui savio consiglio 
Torra d' Italia Beringario e il figlio; 



CANTO TERZO 53 

27. 

K sara degno a cui Cesare Ottone 
Alda sua figlia ia matrimonio aggiunga. 
Yedi uu altro Ugo: oh bella successione 
Che dal patrio valor non si dislunga! 
Costiu sara che per giusta cagione 
Ai superbi Roman Toi^oglio emiinga, 
Che 'Iterso Ottone e il pontefice tolga 
Delle man loro ^ e U grave assedio sciolga. 
88. 

Yedi Polco, che par ch^al suo germano 
Ci6 che in Italia avea tatto abbi dato^ 
E vada a posseder indi lontano 
In mezzo agli Alamanni un gran ducato; 
E dia alia casa di Sansogna mano> 
Che caduta sara tutta da un lato; 
Ey per la Imea della madre, erede^ 
Con la progenie sua la terra in piede. 
Q9. 

Questo ch^or a nui viene k il secondo Azzo, 
Di cortesia piu che di guerre anuco^ 
Tra dui figli, Rertoldo ed Albertazzo. 
Yinto dall^un sara il secondo Enrico; 
E del sangue tedesco orribil guazzo 
Parma vedra per tutto il campo aprico : 
Dell' altro la contessa gloriosa, 
Saggia e casta Matilde, sarii sposa. 
30. 

Yirtii il fara di tal connubio degno, 
Ch'a qiiella e\k non poca laude estimo 
Quasi di mezza Italia in dote il regno 
£ la nipote aver d'Enrico primo. 
Ecco di quel Bertoldo il caro pegno , 
Rinaldo tuo, cVavra Fonor opimo 
D'aver la Chiesa delle man riscossa 
DelFempio Federico Barbarossa. 



54 L' ORLANDO FUMOSO 
SI. 

Ecco un altro Azzo, ed e quel che Verona . 
Avra in poter col sno bel temtorio; 
E sara detto marchese d'Ancona 
Dal quarto Ottone e dal secondo Onorio. 
Lungo sari s^io mostro qgni persona 
Del sangue tuo, ch^avra del concistorio 
n confalone , e sMo narro ogni impresa 
Yinta da lor per la romana Clnesa. 
52. 

Obizzo vedi e Folco, altri Azzi, altri Ughi, 
Ambi gli Enrichi^ il figlio al padre accanto; 
Due Guelfi, di quai Tuno Umbria suggtughi, 
E vesta di Spoleti il ducal manto. 
Ecco chi U sangue e le gran piaghe asciughi 
D* Italia aflSitta , e yolga in riso il pianto: 
Di costui parlo (e mostrolle Azzo quinto), 
Onde Ezellin fia rotto, preso, estinto. 
33. 

Ezellino, immamssimo tiranno, 

Che fia creduto figlio del demonio, 
Farii, troncando i sudditi, tal danno, 
E distniggendo il bel paese ausonio, 
Che pietosi appo lui stati saranno 
Mario 9 Silla, Neron, Gaio ed Antonio. 
E Federico imperator secondo , 
Fia 9 per questo.Azzo, rotto e messo al fondo. 
34. 

Terra costui con piii felice scettro 
La bella terra che siede sul fiume , 
Dove chiamo con lacrimoso plettro 
Febo il figliuol ch'avea mal retto il lume, 
Quando fu pianto il fabuloso elettro 
E Cigno si vesti di bianche piume; 
E questa di mille obblighi mercede 
Gli donera Tapostolica sede. 



CANTO TERZO 55 

35. 

Dove lascio il fratel Aldrobandino ? 
Che per dar al pontefice soccorso 
Contra Otton quarto e il campo gh3)eIlioa, 
Che sara presso al Campidoglio cchtso, 
Ed avrji preaa ogni hiogo vicino y 
E posto agli Umbri e alii Picent il morso; 
Ne potendo preatargK aiuto senaa 
Molto tesor^ ne chiederi^ a Fiorenza; 
36. 
E non avendo gioia o migtior pegni, 
Per sicurUi daralle il frato in mano; 
Spieghera i suoi vittorioa segni, 
E rompera Fesercito gennano: 
In seggio riporra la Chiesa, e degni 
Dara auppficii ai cond dt Cehno; 
Ed al serrizia del sommo pafltore 
Finirii gli anni suoi nel piik bel fiore: 
87. 
Ed Azzo , il aao firately lasciera erede 
Del dominio d^Axxocfoa, e di Pisauro, 
D'ogni citik ehe da Troento siede 
Tra fl mare e PAppennin fino aU'Isauro, 
E di grandezza d'animo e di fede, 
E di yirtu, miglior che gernme ed auro: 
Che dona e t6Ile ogn^ akro ben Fortuna *, 
Sol in virtu noA ha poasanaa alcuna. 
S8. 
Yedi Rinaldo, in cui non minor raggio 
Splendera dt valor, purche non na 
A tanta esaltazion dd bel Ugnaggia 
Morte o Fortuna invidiosa e ria. 
Udime il duol fin qui da Napoli i%&o^ 
Do^e del padre allor statico fia. 
Or Obizzo ne vien , che, giovinelto, 
Dopo Favo sara principe elello. 



56 L' ORLANDO FURIOSO 
S9. 

Al bel dominio accrescera codui 
Reggio giocondo e Modoiia feroce. 
Tal Sara il suo valor, che signor lui 
Domanderanno i popoli a una voce. 
Yedi Azzo sesto, un de^figliuoli sui, 
Con&Ioiiier della crisdaiia croce: 
Avra il ducato d^Andria, con la figlia 
Del seconcfo re Carlo di Siciglia. 
40. 

Vedi in un bello ed amicbevol groppo 
Delli principi illustri Feccellensa, 
Obizzo, Aldrobandbi, Niccol6 Zoppo, 
Alberto, d^amor pieno e di clemenza. 

10 taceri) , per non tenerti troppo , 
Come al bel regno aggiungeran Favenza, 
E con maggior fermezza Adria , che valse 
Da se nomar Pindamite acque salse; 

41. 
Come la terra cui produr di rose 

Le die piacevol nome in greche voci,. 

E la citta ch^in mezzo alle piscose 

Paludi, del Po teme ambe le foci. 

Dove abitan le genti disiose 

Che 1 mar si turbi e sieno i venti atrock 

Taccio d^Argenta, di Lugo, e di mille 

Altre caslella e popolose ville. 
42. 
Ve^Niccolo, che tenero fanciullo 

11 popol crea signor della sua terra; 

E di Tldeo fa il pensier vano e nullo , 
Che contra lui le civil arme afferra. 
Sara di questo il pueril trastullo 
Sudar nel ferro e travagliarsi in guerra.; 
E dallo studio del tempo primicro 
II fior riuscira d^ogni guen*icro. 



CANTO TERZO 67 

43. 

Fara de'suoi ribelli uscire a voto 

Ogni disegno , e lor tornare in danno ; 
Ed ogni stratagemma avra si nolo, 
Che sara duro il poter fargli inganno. 
Tardi di questo s^awedra il terzo Oto, 
E di Reggio e di Parma aspro tiranno; 
Che da costui spogliato a un tempo fia 
E del dominio e della vita ria. 
44. 

Avra il bel regno poi sempre augumento, 
Senza torcer mai pie dal cammin dritto; 
Ne ad alcuno fara mai nocumento, 
Da cui prima non sia d'ingiuria afflitio: 
Ed e per questo il gran Motor contento 
Che non gli sia alcun termine prescritto^ 
Ma duri prosperando in meglio sempre , 
Fin che si volga il ciel nelle sue tempre. 
4ff. 

Yedi Leonello, e vedi il primo duce, 
Fama della sua eta, Pinclito Borso, 
Che siede in pace, e piu trionfo adduce 
Di quanti in altnii terre abbino corso. 
Chiudera Marte ove non veggia luce, 
E siringera al Furor le mani al dorso. 
Di questo signor splendido ogni intento 
Sara, che'l popol suo viva contento. 
46. 

Ercole or vien, ch'al suo vicin rinfaccia, 
Gol pie mezzo arso e con quei debol pass^. 
Come a Budrio col petto e con la faccia 
D campo volto in fuga gli fermassij 
Non perche in premio poi guerra gli faccia, 
Ne, per cacciarlo, fin nel Barco passi. 
Questo 6 il signor di cui non so esplicarme 
Se fia maggior la gloria o in pace o in arme. 

Gal. Vol. U. 8 



58 L' ORLANDO FURIOSO 

47. 

Terran Pugliesi, Calabri e LucanC 
De^gesti di costiu luaga meinoria, 
La dove avra dal re de^ Catalani 
Di pugoa singular la prima gloria; 
E nome tra grinvitfi capitaui 
S'acquistera con ptu d'lina vittoria: 
Avra per sua virtii la signoria, 
Piii di trenta anni a lui debita pria. 

48. 
E qtianto piu aver obbligo si possa 
A principe, sua terra avra a costui; 
IVon perche fia detle paludt mossa 
Tra campi ferlilissimi da lui; 
Non perche la fara con muro e fossa 
Meglio cs^ace a'cittadini sui, 
E Pomera di tempi! e di palagi, 
Di piazze, di teatri e di mille agi; 
49. 

Noil perche dagli artigli dell' audace 
Aligero Leon terra difesa; 
Non perche, quando la galiica face 
Per tutto avra la bella Italia accesa, 
Si stara sola col suo stato in pace, 
E dal timore e dai tributi illesa: 
Non 61 per questi ed altri benefici 
Saran sue genti ad Ercol debitrici ; 
SO. 

Quanto che dara lor Tinclita prole, 
U giusto Alfonso e Ippolito benigno , 
Che saran quai Pantiqua (ama suole 
Narrar de'figli del Tindareo cigno, 
Ch' alternamente si privan del sole 
Per trar I'un Faltro dell'aer maligno. 
Sara ciascuno d'essi e pronto e forte 
L' altro salvar con sua perpetua mortc. 



CANTO TERZO Sg 

51. 

II grande amor di questa bella coppia 
Rendera il popol suo via piii sicuro, 
Che se, per opra di Vulcan, di doppia 
Cinta di ferro avesae iotomo il muro. 
Alfonso e quel die col sapere accoppia 
Si la bonta,. ch'al secolo futuro 
La gente cradera che sia dal cielo 
Tomata Astrea dove puo il caldo e il gelo. 
Sit. 

A grande uopo gli fia Tesser prudente , 
E di valore assimigUarsi al padre; 
Che si ritrovera, con poca gente ^ 
Da iin lato ayer le venesiane squadre, 
Colei dalPallro che piii giostainente 
Non so se doyra dir matrigna o madre; 
Ma se pur madre ,. a loi poco piu pia 
Che Medea ai figii o Progne stata sia. 

E quante volte uscira giorno o nolte 
Col soo popol fedet foor delta terra, 
Xante conquiste e memorabil rotte 
Dara a'nimtci o per acqua o per terra. 
Le genti di Romagna, mal condotte 
Coobpa i vicini e lor gia amici , in guerra 
Se n^avvedranno, insanguinando il suolo 
Che serra il Po , Santerno e Zanniolo. 
tf4. 

Nei medesmi confini anco saprallo 
Del gran Pastore il mercenario Ispano , 
Che .|^i afvra dopo con pocb intervallo 
La Bastia tolta, e morto ii castellano, 
Quando Pavra gia preso; e per tal fallo 
Non fia, dal minor fante al capitano, 
Chi del racquisto e del presidio ucciso 
A Roma riportar possa Tavviso. 



/ 



6o L'ORIANDO FUMOSO 

Costui sara, col senno e con la lancia, 
Ch'avra Ponor, nei campi di Romagna, 
D^aver dato all^ esercito di Francia 
La gran yittoria contra Giulio e Spagna. 
Nuoteranno i destrier fin alia pancia 
Nel sangue uman per tiitta la campagna; 
Ch'a seppellire il popol Terra manco 
Tedesco, Ispano, Greco, Italo e Franco. 

tte. 

Que! chMn pontificale abito imprime 
Del purpureo cappel k sacra chioma, 
E il liberal, magnanimo, sublime, 
Gran cardinal della Chiesa di Roma, 
Ippolito, ch'a prose, a versi, a rime 
Dara materia etema in ogni idioma; 
La cui fiorita eta vuol il Ciel giusto 
Ch^abbia un Maron, come un altro ebbe Augasto. 
57. 

Adornera la sua progenie bella, 
Come orna il sol la macchina del mondo 
Molto piu della luna e d'ogni stella; 
Ch' ogn' altro lume a lui sempre e secondo^ 
Costui con pocbi a piedi e meno in sella, 
Veggio uscir mesto , e poi tomar giocondo ; 
Che quindici galee mena captive, 
Oltra milPaltri legni, alle sue riVe. 

Vedi poi I'uno e F altro Sigismondo: 
Vedi d' Alfonso i cinque figli cari. 
Alia cui fama ostar, che di se il mondo 
Non empia, i monti non potran ne i mari: 
Gener del re di Francia, Ercol secondo 
E Pun J quest^ altro (accio tulti gl' imparl) 
Ippolilo e, che, non con minor raggio 
Che U zioj risplenderu nel suo lignaggio. 



CANTO TERZO 6i 

89. 

Francesco, il terzo; AlfoDsi gli altri dui 
Ambi son detti. Or, come io dissi prima , 
S^ho da mostrarti ogni tuo ramo,. II cut 
Yalor la stirpe sua tanto sublima, 
Bisognera che si rischiari e abbui 
Pill volte prima il ciel, chMo te li esprima; 
E sara tempo ormai, quando ti piaccia, 
Ch^io dia licenzia all^ ombre, e chUo mi taccia. 
60. 

Cosi con volunta della donzella 
La dotta incantatrice il libro chiuse. 
Tutti gli spirti allora nelk cdla 
Spariro in fretta, OTe eran Fossa chiuse. 
Qui Bradainante, poi che la favella 
Le fu concessa usar, k bocca schiuse, 
£ domandb: Chi son li dua si tristi, 
Che tra Ippolito e Alfonso abbiamo visti ? 
61. 

Yeniano sospirando , e gli occhi bassi 
Parean tener, d'ogni baldanza privi; 
E gir lontan da loro io yedea i pass! 
Dei frati si, che ne pareano schivi. 
Parve ch^a tal domanda si cangiassi 
La maga in viso , e fe' degli occhi rivi , 
E grido: Ah sfortunati, a quanta pena 
Lungo instigar d^ uomiui rei vi mena! 
69. 

O buona prole, o degna d'Ercol buooo, 
Non vinca il lor falUr vostra bontade: 
Di vostro sai^e i mi^ri pur sono : 
Qui ceda la giustizia alia pietade. 
Indi soggiunse con piii basso soono: 
Di cio dirti piii iimanzi non accade. 
Statti' col dolce in bocca, e non ti dogiia 
Ch^ amareggiar al6n non te la vogKa. 



62 L'ORLiNDO FUIIIOSO 

63. 

Tosto che spuDti in ciel la prima luce, 
Piglierai meco la piu driUa via 
Ch^al lucente castel d' acciar conduce, 
Dove Ruggier vive in altrui balia. 
lo tanto ti saro compagna e duce, 
Che tu sia fuor delPaspra selva ria: 
T' insegnero , poi che sarem sul man* , 
Si ben b via, che non potresti errare. 
64. 

Qiiivi Paudace giovane rimase 

Tutta la notte, e gran pezzo ne spese 
A parlar con Merlin, che le suase 
Rendersi tosto al suo Ruggier cortese. 
Lascio di poi le soiterranee case, 
Che di nuovo splendor Faria s'accese. ' 
Per un cammin gran spazio oscuro e cieco, 
Avendo la spirtal femmina seco. 
65. 

E riusciro in un burrone ascoso 
Tra monti inaccessibili alle gentry 
E tutto ^1 di senza pigliar riposo ' 

Saliron baize e traversar torrent! . 
E perche men Fandar foase noioso, 
Di piacevoli e bei ragionamenti , ^ 

Di quel che fu piii conferir soave, 
L'aspro cammin facean parer men grave: 
60. 

Dei quali era pero la maggior parte , 
Ch^a Bradamante vien la dotta maga 
Mostrando con chp astuzia e con qaal arte.'* 
Proceder dee , se di Ruggiero e vaga. » 

Se tu fossi, dicea, Pallade o Marte, . l 

E conducessi gente alia tua paga 
Pill che non ha il re Carlo e il re Agramante, 
Noil diirei-esti contra il uegromante; ' • 



CAJ\TO TERZO 63 

ff7. 

Che, oltre cKc d'acciar murata sia 
La r6cca inespugnabiie , e faaValta; 
Oltre che ^1 sao destrier si faccia via 
Per mezzo V aria , ove galoppa e salta ; 
Ua lo scudo mcNTtal che, come pria 
Si scopre, il suo splendor si gli occhi assalta, 
La vista toUe e taoto occupa i sensi , 
Che come morto rimaaer convieasi. 
«8. 

E se forse ti pensi che ti vagUa 

Combattendo tener serrati gli occhi, 
Come potrai saper nella batlagUa, 
Quando ti schivi o Pawersario tocchi? 
Ma per fuggire il lume ch'abbarbaglia, 
E gU altri incanti di colui far sciocchi, 
Ti mostrer6 im rimedio, mia via presta; 
Ne altra in tutto il mondo e se noa qucsta. 
69. 

H re Agramante d' Africa uno anello, 

Che fu riibato ia India a una regiaa, ^ 

Ha dato a un suo baron detto Brunello, 
Che poche miglia innanzi ne cammina; 
Di tal virtii, che chi nel dito ha quelio, 
Contra il mal degV incanti ha medicina. 
Sa di furti e d'inganni Brunei, quanto 
Colui che tien Ruggier sappia d'incanto. 
70- • 

Questo Brunei si pratico e si astuto. 
Come io ti dico, e daUsuo re mandato 
Accio che col suo ingegno e con Taiuto 
Di questo anello, in tal cose provato , 
Di quella rocca, dove e ritenuto, 
Traggia Ruggier; che cosi s'e vantato, 
Ed ha cosi promesso al suo signore, 
A cui Riiggiero e piii d'ogni altro a core. 



64 V ORLANDO FURIOSO 

71. 

Ma perche 3 luo Ru^ero a te sol abbia, 
E non al re Agramaute, ad obbligarsi 
GJbe tratto sia delPincantata gabbia , 
T' insegaerb il rimedio che de^ usarsi. 
Tu te n* andrai fare di lungo la $abbia 
Del mar ch'e oramai presso a dimostrarsi. 
D terzo giomo in un albergo teco 
Arrivera costui c'ha Panel seco. 
79. 
La sua statura, accio tu lo conosca, 

Non e sei palmi, ed ha il capo ricciuto; 
Le chiome ha nere ed ha la pelle fosca; 
Pallido il viso oltre il dover barbuto*, 
Gli occhi gonfiati e guardatura losca; 
Schiacciato il naso. e nelle ciglta icsuto: 
L^abito, acci6 chMo lo dipinga intero, 
E stretto e corto , e sembra di corriero. 
75. 
Con esso lui t^accadera soggetto 
Di ragionar di quelli incanti straui: 
Mostra d'aver, come tu avraMn effetto, 
Disio che U mago sia teco alle mani : 
Ma non mostrar che ti sia stato detto 
Di quel suo anel che fa gU incanti vani. 
Egli t^ offerira mostrar la via 
Fin alia rdcca, e farti conipagnia. 
74. 
Tu gli va'dietro: e come t'avvicini 
A quella rdcca si ch^ella si scopra, 
Dagli la morte; ne pieta tMnchini 
Che tu non metta il mio consiglio in opra. 
Ne far ch'egli il pensier tuo sMndovini, 
E ch'abbia tempo che Panel lo copra; 
Perche ti sparira dagli occhi, tosto 
Ch'in bocca il sacro anel s'avesse poslo. 



CANTO TERZO ( 

7tf. 

Cosi parlando, giunsero sul marc, 
Dove presso a Bordea mette Garonna. 
Quivi, non senza alquanto lagriinare, 
Si diparti Puna daOi'aUra donna. 
La figliuola d^Amon, che per slegarc 
Di prigione il suo amante non assonna, 
Cammino tanto, che venne una sera 
Ad un albergo ove Bruuel prim^era. 
76. 

Conosce ella Brunei come lo vede, 
Di cui la forma avea sculpita in mentc. 
Onde ne viene, ove ne va gli chiede: 
Quel le risponde , e d'ogai cosa mente. 
La donna, gia provvista, non gli cede 
la dir menzogne, e simula ugualmente 
£ patria e stirpe e setta e nome e sesso; 
E gli volta alle man pur gli occhi spesso. 
77. 

Gli va gli occhi alld man dpesSe voltando, 
In dubbio safnpre esser da lui rul^ata^ 
Ne lo lascia T^r troppo accostando, 
Di sua condiz'ion bene informata.. 
Stavano insieme in questa guisa, qu^ndo. 
L'orecchia da un rumor lor fu intruonata. 
Poi vi diro^ Signor, che iv3 fu causa, 
Ch^avro fatto al cantar dcbita pausa. 



Okl. Vol. II. 



L' ORL Al!VDO FURIOSO 

CANTO QUARTO 



ARGOMENTL 

/UnUft\TO. DOLCE. 

Coo Panel Bradanunte il vrccbio Atlaote Libera raainosa Bradanante 

Vince in battaglia, e scioglie il suo Ruggiero. II suo RnQpero 4a lei tanio aouio; 

II qual va poi tu 1* Ippogrifo errante , E qnel per opra poi del mago Aclauit 

E tantopoggia in cie) , che senbra un aero. Da Pabto detuicro e via portato. 

RinaldOf che d'anor fu motfo innante, RinaldOf che d* Angelica era amante. 

Per servtre il mo re vario leatiero Da Carlo in Inghilierra tien naodato^ 

Tener conviene^ ed in Bretagna giuntOt E di Ginerra ode Taecusa fella, 

Di Ginerra nlvar gli aecade appunto. Indi lalra da mofte nna doosella. 

AMOUILLARA. VBBPIZtOTTL 

Vince l*an«] Pincanto con Pincanto, Con Pincantato antl« cbe rendea vano 

£ Bradamante libera Rnggiero; Ogni ahro incanto, Bradanante altiera 

II qnal sn Plppogrifo aicende tanto, Atlante vince, onde gli trae di mano 

Cbe pin di lui non ai discerne il vero. II tno Ruggier , ebe poaaedcr poi apera : 

Spinge Rinaldo in Scosta il vento inianto. Ma P ipp<igrifo il porta indi lontano. 

E smonui in terra, e monta suldeatriero^ Rinaldo and^ndo ore ire impoato gli era 

La dove, errando, in loco arrive a sortir. Leva in Briunnia una donaeita a torte, 

Che libera Dalinda da la norte. Di mano a due che f oletn porta a noru. 



1. 

f^uantunque il simular sia le piii virite 
Ripreso^ e dia di mala mentc indtci, 
Si trova pur in molte cose e molte 
Aver fatti evidenti benefici, 
E danni e biasmi e morti aver gia toltc; 
Che non conversiam sempre con gli amici 
In questa assai piu oscura che serena 
Vita mortal, tutta dMnvidia piena. 
». 

Se dopo lunga prova a gran fatica 
Trovar si puo chi ti sia amico vero, 
Ed a chi senza alcun sospetto dica 
E discoperto mostri il tuo pensiero; 
Che de^far di Ruggier la bella arnica 
Con quel Brunei non puro e non sincero, 
Ma tutto simulato e tuito (Into, 
Come la maga le F avea dipinto ? 



CANTO QUARTO 67 

Simula anch^ eHa ; e cosi far conviene 
Con esso lui^ di finzioni padre: 
E, come io dissi, spesso ella gli tiene 
Gli occhi alle man, ch'eran rapaci e ladre. 
Ecco all^orecchie un grw rumor lor vieno. 
Disse la donna: O glorioaa Madre, 
O Re del del, che cosa sara questa? 
E dove era il rumor si trov6 presta. 
4. 

E vede V oste e tutta la famiglia , 
E chi a finestre e chi fuor nella via, 
Tener levati al ciel gli occhi e le ciglia, 
Come Teccliase o la cometa sia. 
Tede la donna, un'alta maraviglia 
Che di leggier creduta non sana ; 



Yede passare un gran deshiero alalo, ( 

o. j 



<s 



Che porta in aria un cavaliere armato. 
». 

Grandi eran P ale e di color diverso , 
E vi sedea nel mezzo un cavaliero, 
Di ferro armato luminoao e terso, 
E v&r ponente avea dritto il sentiero. 
Calossi, e fu tra le montagne immerso: 
E, come dicea Toate ( e dicea Q vero), 
Quell^era un negromante, e facea ajpesso 
Quel varco, or piii da lungi, or piii da prcsso. 
6. 

Yolando, talor s^alza nelle stelle, 
E poi quasi talor la terra rade ; 
E ne porta con lui tutte le belle 
Donne che trova per qudle contrade: 
Talmente che le misere douzelle 
Ch^abbino o aver si credano beltade, 
( Come afiatto costui tutte le invole ) 
Non escon fuor si che le veggia il sole. 



68 L'ORLAJ>JDO FURIOSO 

7. 

Egli sul Pireneo liene im castello, 
Narrava Foste , fatto per incanto, 
Tutto d^acciaio, e si lucente e bello, 
Ch^altro al mondo non e mirabil tanto. 
Gia molti cavalier son iti a quello, 
£ nessun del ritomo si da vanto; 
Si chMo penso, signore, e temo forte, 
O che sian presi, o siao coiidotti a morte. 
8. 

La donna il tutto ascolta e le ne giova, 
Credendo far, come far^ per certo, 
Con Tandlo mirabile tal prova, 
Che ne fia il mago e il suo castel deserto^ 
E dice all^oste: Or un deUuoi mi trova 
Che piu di me sia del viaggio esperto; 
Ch^io non posso durar: tanto ho il cor vago 
Di far battaglia contro a questo mago. 
9. 

Non ti manchera guida, le rispose 
Brunello allora, e ne verro teco io. 
Meco ho la strada in scritto, ed altrc cose 
Che ti faran piacer il venir mio: 
Yolse dir deir auel , ma non V espose , 
Nc chiari piu, per non pagarne il fio. 
Grato mi fia, disse ella, il venir tuo, 
Volendo dir chMndi Panel fia suo. 
iO. 

Quel ch'era utile dir, disse; e quel tacque 
Che nuocer Ic potea col saracino. 
Avea I'oste un destrier ch'a costei piacque, 
Ch' era buon da battaglia e da cammino : 
Comperollo, e partissi come nacque 
Del bel giorno seguente il mattutino. 
Prese la via per una slretta valle, 
Con Bruuello ora innanzi; ora alle spallo. 



CANTO QUAHTO G9 

II. 
Di monte in monte e d^uno in altro bosco, 

Giunsero ove Taltezza di Pirene 

Pub dimostrar , se non e Taer fosco, 

E Francia e Spagna, e due diverse arene; 

Come Appennin scopre il mar schiavo e il tosco 

Dal giogo onde a Camaldoli si viene. 

Quindi per aspro e faticoso calle 

Si discendea nella profonda yalle. 
12. 
Yi sorge in mezzo un sasso, che la cima 

D'un bel muro d^acciar tuita si fascia; 

E quella tanto inverso il ciel sublima, 

Che quanto ha intomo inferior si lascia. 

IVon faccia, chi non vola, andarvi stima; 

Che spesa indarno vi saria ogni ambascia. 

Brunei disse: Ecco dove prigionieri 

D mago lien le donne e i cavalieri. 
13. 
Da quattro canti era tagliato, e tale 

Che parea dritto a fil della sinopia; 

Da nessun lato ne sentier ne scale 

Y'eran che di salir facesser copia: 

E ben appar che d^ animal ch^abbia ale 

Sia quella stanza nido e tana propia. 

Quivi la donna esser conosce Tora 

Di tor Tanello, e far che Brunei mora. 
14. 
Ma le par atto vile a insanguinarsi 

D'un uom senza arme e di si ignobil sorte; 

Che ben potra posseditrice farsi 

Del ricco anello, e lui non porre a morte. 

Brunei non avea mente a riguardarsi; 

Si ch'ella il prese, e lo lego ben forte 

Ad uno abete ch^alta avea la cima; 

Ma di dilo Fanel gli trasse prima. 



70 r ORLANDO FURIOSO 

15. 

Ne per lacrime , geniiti o lamenti 
Che facesse Brunei, lo volse sciorre. 
SmontD della montagna a passi lenti , 
Tanfo che fu nel plan sotto la torre. 
E perche alia battaglia s^appresenti 
n negromante, al corno suo ricorre; 
E, dopo il suon, con minacciose grida 
Lo chiama al campo , ed alia pugna 1 sfida. 
16. 

Non stette molto a uscir fuor della porta 
L^incantator, ch^udi 1 suono e la voce. 
L^alato corridor per Paria il porta 
Contra costei, che sembra uomo feroce. 
La donna da principio si conforta , 
Che vede che colui poco le nuoce : 
Non porta lancia ne spada ne mazza, 
Ch'a forar Tabbia o romper la corazza. 

Dalla sinistra sol lo scudo avea, 
Tutto coperto di seta vermiglia ; 
Nella man destra un libro, onde facca 
Nascer, leggendo^ Falta maraviglia; 
Che la lancia talor correr parca, 
E fatto avea a piii d'un batter le ciglia: 
Talor parea ferir con mazza o stocco , 
E lontano era, e non avea alcun tocco. 
18. 

Non e finto il destrier, ma naturale, 
Ch^ una giumenta genero d' un grifo : 
Simile al padre avea la piuma e Pale, 
Li piedi anteriori, il capo e '1 grifo; 
In tutte I'altre membra parea quale 
Era la madre, e chiamasi Ippogrifo, 
Che nei monti Rifei vengon, ma rari, 
Molto di la dagU agghiacciati mari. 



CANTO QUARTO 71 

19. 

Quivi per forza lo tiro d'incanto; 
E poi che Tebbe, ad altro non attese, 
£ con studio e fatica oper6 tanto, 
Ch^a sella e briglia il cavalco in un mese-, 
Cosi chNn terra e in aria e in ogni canto 
Lo facea volteggiar sensa contese. 
Non finzion dMncanto, come il resto, 
Ma vero e natural si vedea questo. 
90. 

Del mago ogn^altra cosa era figmento, 
Che comparir facea pear rosso il giallo: 
Ma con la donna non fu di momento; 
Che per Panel non puo vedere in fallo. 
Pill colpi tuttavfa disserra al vento, 
E quinci e quindi spinge il suo cavallo; 
E si dibatte e si traraglia tutta. 
Come era, innanzi che Tenisse, inslruUa. 
81. 

E;, poi che esercitata si fu alquanto 

Sopra il destrier, smontar volse anco a piede, 
Per poter meglio al fin venir di quanto 
La cauta maga istruaion le dicde. 
D mago vien per far V estremo incanto ; 
Che del fatto ripar ne sa ne cnede: 
Scuopre lo scudo, e certo si prosiime 
Farla cader con Pincantato lume. 
28. 

Fotea COS! scoprirlo al primo tratto , 
Senza tenere i cavalieri a bada: 
Ma gli piacea veder qualche bel tratto 
Di correr Tasta o di gjrar la spada: 
(]ome si vede ch'alPastuto gatto 
Scherzar col topo alcuna volta aggrada ; 
E poi che quel piacer gli viene a noia, 
Dargli di morso, e al fin voler che muoia. 



72 L' ORLANDO FURlOSO 

S3. 

Dico che 1 mago al gatto , e gli altri al topo 
S'assimigliar Delle battaglie dianzi; 
Ma non s'assimigiiar gia cosi, dopo 
Che con Fanel si fe^h donna innanzi. 
Attenta e fissa stava a quel ch^era uopo, 
Accio che nulla seco il mago avanzi; 
E come vide che lo scudo aperse, 
<]hiuse gli occhi, e lasci6 quivi cada^e. 
94. 

Non che il fulg6r del lucido metallo, 
Come soleva agli altri, a lei nooesse; 
Ma cosi fece acci6 che dal cavallo 
Contra se il vano incantator scendesse: 
Ne parte ando del sno disegno in fallo ; 
Che tosto ch'ella il capo in terra messe^ 
Accelerando Q volator le penne, 
Con larghe ruote in terra a por si venne. 
Stf. 

Lascia all^arcion lo scado^ che gia posto 
Area nella coperta, e a pie discende 
Verso la donna che, come reposto 
Lupo alia macchia il capriolo, attende. 
Seusa piu indugio ella, si leva tosto 
Che Tha vicino , e ben stretto lo prendc. 
Avea lasciato quel misero in terra 
II libro che facea tutta la guerra: 

26. 
E con una catena ne correa, 
Che solea portar cinta a simil uso^ 
Perche non men legar colei credea, 
Che per addietro altri legare era uso. 
La donna in terra posto gia V avea: 
So quel non si difesc io ben I'escuso; 
Che troppo era In cosa difforente 
Tra un dcbol vecchiOj e lei tanto possento. 



CANTO QUARTO 73 

27. 

Disegnaudo levargli ella k testa, 
Alza la man vittoriosa in fretta ; i 
Ma poi cheU viso mira, il colpo arresta, 
Quasi sdeguando si bassa vendetta. 
Un venerabil yecchio in facda mesta 
Yede.esser qael ch'ella ha ginnto aSltk strelta , 
Che mostra, al viso crespo e d pelo buibdo, 
Eta di settonta aaiu o poeo manoo.' 
98. 

Tommi la vita , giovene , per Dio , 

Dicea il vecchio pien d^ira e di dispetto; 
Ma quella a toria avea si il cor restio y 
Come qnel'di lasoiarla avria diletto. ; 

La donna di sapere eb)>o disio • 
Chi fosse il negromanti, ed a cbe effefto 
£difiea$8e iik <{ael luogo selvag'gio' 
La rdcca^ e faccia a tutto il mondo oKhiggto. 
29. 

]Ne per maligna intenz'ione , ahl lasso ! ' 
(Disse piangendo il vecchio incaiitafore) 
Feci la belk rdcca in cima al sasso, 
Ne per avidifa son rubatore ; 
Ma per ritrar sol dalPestremo passo 
Un cavalier gentil , mi mosse amore , 
Che , come il ciel, mi mostra , in tempo breve 
Morir cristiano a tradimento deve. ^ 

50. 

Non vede il sol, tra questo e il polo austriao, ^ 
Un giovene si bello e si prestante : 
Ruggiero ha nome, il quai da piccolrrio 
Da me nutrito fu , eh' io sono Atlaiite. 
Disio d' onore e siio fiero destino 
L^han tratto in Francia dtetro al re AgrtiinliAto : 
Ed io , cbe Tamai sempre piu che figlio, 
Lo cerco trar di Francia e di periglio. 

Obl. Vol. II. io 



74 L' ORLANDO FUMOSO 

31. 

La beila rocca solo edificai 

Per tenervi Ruggier sicuramente , 
Che preso fu da me , come sperai 
Che fossi oggi tu preso similmente; 
E donne e cavalier, che tu vedrai, 
Poi ci ho ridotti, ed alira nobil getite^ 
Accioche, quando a voglia sua non esca, 
Ayeudo compagnia, mea gli rincresca. 
38. 

Pur ch' uscir di la su uon si domande, 
D'ogn'altro gaudio lor cura mi (occa; 
Che quanto averne da tuUe le bande 
Si puo del mondo , e tutto in quella rocea : 
Suoni, canti , vestir, giuochi, vivande, 
Quanto puo cor pensar , puo chieder bocca. 
Ben seminato avea, ben cogliea il fratto ; 
Ma tu sei giunto a disturbariiii il tutto. 
33. 

Deh , se uon hai del viso il cor men bello y 
Non impedir il mio coosiglio onesto! 
Piglia lo scudo (chMo tel dono), e quello 
Destrier che va per Paria cos'i presto; 
£ non f impacciar oltra nel castello, 
O tranne uno o duo amici, e lascia il resto; 
O tranne tutti gli allri, e piii non diero 
/ Se non che tu mi lasci il mio Ruggiero. 

34. 

E se disposto sei volermel tdrre, 

Deh, prima almen che tu'l rimeni in Francia, 
Piacciati questa afflitta anima sciorre 
Dallajsua scorza ormai putrida e rancia! 
Rispose la donzella: Lui vo'porre 
.In liberta: tu , se sai, gracchia e ciancia ; 
Ne mi offerir di dar lo scudo in dono 
O quel deslrier, che miei, non piu tuoi sono: 



CANTO QUARTO 75 

Ne s^anco stesse a te di torre e darli, 
Mi parrebbe che U cambio convenisse. 
Tu di^che Ruggier tieni per vietarli 
II malo influsso di sue stelle fisse. 
O che non puoi saperlo, o noa schivarii, 
Sappiendol, cio che'l ciei di lui precrisse: 
Ma seU mal tuo, ch'bai si yicin, non vedi, 
Peggio Paltrui, ch'ha da venir, prevedi. 
36. 

Non pregar ch'io t'uccida: ch^i tuoi preghi 
Sariano indarno; e se pur vuoi la inorte, 
Ancor che tutto il mondo dar la nieghi, 
Da se la puc» avee sempre animo forte. 
Ma pria che V alma dalla carne sleghi , 
A tutti i tuoi prigioai apri le porte. 
Cosi dice la donna, e tuttavia 
II mago preso incontra al sasso invia. 
37- 

Legato della sua propria catena 

N^andava Atlante, e la donzella appresso; 
Che cosi ancor se ne fidava appena, 
Benche in vista parea tutlo rimesso. 
Non molti pas^ dietro se lo mena, 
Ch^appie del monte ban ritrovato il fesso, 
£ li scaglioai onde si monta in giro, 
Fin ch^alla porta del castel saliro. 
38. 

Di su la sogh'a Atlante un sasso tolle, 
Di caratteri e straui segni insculto. 
Sotto yasi vi son, che chiamano clle, 
Che fuman sempre, e dentro ban foco occulto. 
L^ncantator le spesza*, e a un tratto il colle 
Riman deserto, inospite ed inculto; 
Ne muro appar ne torre in alcun lato , 
Confie se mat, castel non vi sia stato. 



V 



7G L' ORLAPHK) FURIOSO 

59. 

Sbrigossi dalla donna il inago allora, 
Come fa spesso il tordo dalla ragna; 
E con lui sparve jl suo castello a un'ora^ 
E lascio in liberta quella compagna. 
Le donne e i cavalier si troyar fuora 
Delle superbe stanze alia campagna; 
E furon di lor molte a chi ne dolse; 
Che tal franchezza un gran piacer lor lolse. 
40. 

Quivi e Gradasso , qutvi e Sacripante , 
Quivi e Prasildo, il nobil cavaliero 
Che con Rinaldo venne di Levante , 
E seco Iroldo, il par d^amici veit). 
Al fin trov^ la bella Bradamante 
Quivi il desiderato suo Ruggiero^ 
Che , poi che n' ebbe cerla conoscenza , 
Le fe^ buona e gratissima accoglienza ; 
41. 

Come a colei che piii che gli occhi sui, 
Piu che'l suo cor, piu che la propria vita 
Ruggiero amo dal di ch'essa per lui 
Si trasse P ebno , onde ne fu ferita. 
Lungo sarebbe a dir come, e ^a cui, 
E quanto nella selva aspra e romita 
Si cercar poi la notte e il giorno chiaro; 
Ne, se non qui, mai piii si ritrovaro. 
48. 

Or che quivi la vede, e sa ben ch'ella 
E stata sola la sua redeutrice, 
Di tanto gaudio ha pieno il cor, che appella 
Se fortunato ed uuico felice. 
Scesero il monte , e dismontaro in quella 
Valle , ove fu la donna vincitrice , 
E dove rippogrifo trovaro anco, 
Ch'avca lo scudo, ma coperlo , al fianco. 



CANTO QUARTO 77 

45. 

La doniia va per prenderlo nel freno: 
E quel PaspeUa fin che se gli accosfa: 
Poi spiega Tale per Paer sereno, 
E si ripou non lungi a mezza costa. 
Ella lo segue; e quel ne piii ne ineno 
Si leva in aria, e non troppo si scosta: 
Come fa la cornacchia in secca arena , 
Che dietro il cane or qua or la si mena. 
44. 

Ruggier^ Gradasso, Sacripante, e tutti 
Quei cavalier che scesi erano insieme, 
Chi di su, chi di giii, si son ridutti 
Dove che torni il v'olatore han speme. 
Quel, poi che gli altri invano ebbe condulti 
Piu vohe e sopra le cime supreme 
E negli umidi fondi fra quei sassi, 
Presso a Ruggiero al fin ritenne i passi. 
45. 

E questa opera fu del vecchio Atlante, 
Di cui non cessa la pietosa voglia 
Di trar Ruggier del gran periglio instante: 
Di cio sol pensa, e di cio solo ha doglia. 
Pero gli manda or Plppogrifo avante, 
Perche d'Europa con questa arte il toglia. 
Ruggier lo piglia, e seco pensa trarlo; 
Ma quel s'arretra, c non vuol seguitarlo. 
46. 

Or di Frontin quelP animoso smonta 
(Fronlino era nomato il suo destriero), 
E sopra quel che va per Paria , monta, 
£ con gli spron gli adizza il core altiero. 
Quel corre alquanto, ed indi i piedi ponta 
E sale inverso il ciel, via piii leggiero 
Che '1 girifalco, a cui lieva il cappello 
II mastro a tempo, e fa veder Faugello. 



78 V ORLANDO FUMOSO 

47. 

La bella donna, che si in alto vede 
E con tanto periglio il suo Ruggiero, 
Resta attonita in modo, che non riede 
Per lungo spa7io al sentimento vero. 
Cio che gia iuteso area di Ganimede, 
Ch^al ciel fu assunto dal paterno impero, 
Dubita assai che non accada a quello, 
Non men gentil di Ganimede e bello« 
48. 

Con gli occhi fissi al ciel lo segue quanlo 
Basta il veder; ma poich^ si dilegua 
Si 9 che la vista non pu6 correr tanto, 
Lascia che sempre Tanimo lo segua. 
Tuttavia con sospir, gemito e pianto 
Non ha 5 ne vuol aver pace ne Iriegua. 
Poi che Ruggier di vibta se lo tolse, 
Al buon destrier Frontin gli occhi rivolse: 
49. 

E si delibero di non lasciarlo 

Che fosise in preda a chi venisse prima; 
Ma di condurlo seco, e di poi darlo 
Al suo signor, ch^anco veder pur stima. 
Poggia r augel , ne puo Ruggier frenarlo : 
Di sotto rimaner vede ogni cima 
Ed abbassarsi in guisa, che non scorge 
Dove e piano il terren, ne dove sorge. 
50. 

Poi che si ad alto vien, ch'un picciol punto 
Lo puo stimar chi dalla terra il mira, 
Prende la via verso ove cade appunto 
n sol, quando col Granchio si raggira: 
E per Paria ne va come legno unto 
A cui nel mar propizio vento spira. 
Lasciamlo andar, che fara buon cammino; 
E tomiamo a Rinaldo paladino. 



CANTO QUARTO 79 

81. 

Rinaldo Faltro e Paltro giorno scorse, 

Spinto dal venlo, un gran spazio di mare, 
Quando a ponente e quando contra I'orse , 
Che notte e di non cessa mai soffiare. 
Sopra la Scozia ultiTnamente sorse, 
Dove la selva Calidonia appare, 
Che spesso fra gli antiqui ombrosi cerri 
S' ode sonar di belltcosi ferri. 
89. 

Vanno per quella i cayalieri erranti, 
Incliti in arme, di tutta Bretagna, 
E de'prossimi luoghi e de'dislanli, 
Di Francia, di Norvegia e di Lamagna. 
Chi non ha gran valor non vada imidriti ; 
Che, dove cerca onor, morle guudagna. 
Grran cose in essa gia fece Tristano, 
Lancilotto , Galasso , Artii e Galvario , 
83. 

Eki altri cavalieri e della nova 
E della vecchia Tavola famosi: 
Restano ancor di piu d'una lor prova 
Li monument! e li trofei pomposi. 
Uarme Rinaldo e il suo Baiardo trova, 
E tosto si fa por nei Kti ombrosi, 
Ed al nocchier comanda che si spicche 
E lo vada aspettar a Beroicche. 
84. 

Senza scudiero e senza compagnia 

Va il cavalier per quella selva immensu, 
Facendo or una ed or tm^altra via, 
Dove pill aver strane avventure pensa. 
Capito il primo giorno a una badia 
Che buona parte del suo aver dispensa 
In onorar nel suo cenobio adorno 
Le donne e i catalier che vanno attorno. 



8o L' ORLANDO FURIOSO 

Bella accogUeiiza t monachi e F abate 
Fero a Rinaldo, il qual domando loro 
(Non prima gia che con vlvande grate 
Avesse avuto il ventre amplo risloro) 
Come dai cavalier sien ritrovate 
Spesso avventure per quel tenitoro, 
Dove si possa in qualche fatto egregio 
L'uom dimostrar se merta biasmo o pregio. 
56. 

Risposongli ch'errando in quelli boschi 
Trovar potria strane avventure e niolle: 
Ma, come i luogbi, i fatti ancor son foschi^ 
Che non se n^ha notizia le piu volte. 
Cerca , diceano , andar dove conoscki 
Che Popre tue non restino sepoUe, 
Accio dietro al periglio e alia falica 
Segua la fama, e il debito ne dic<j[. 
57. 

E se del tuo valor cerchi far prova, 
T^e preparata la piii degua impresa 
Che nell^antiqua etade o nella nova 
Giammai da cavalier sia stata presa. 
La figlia del re nostro or si ritrova 
Bisognosa d'aiuto e di difesa 
Contra un baron che Lurcanio si chiama ^ 
Che tor le cerca e la vita e la fama. 
58. 

Questo Lurcanio al padre Fba accusata 
(Forse per odio piu che per ragione) 
Averla a mezza notte ritrovata 
Trarr'un suo amante a se sopra un verone. 
Per le leggi del regno condannata 
Al foco fia, se non trova campione 
Che, fra un mese, oggimai presso a Oiiire^ 
L'iniquo accasator iaccia mentire. 



CANTO QUARTO 8i 

M. 

L^aspra legge di Scozia, empia e setera, 
Vuol ch^ogni donna, e di ciasciina aorte, 
Ch^ad uom si giunga e nan gli sia mogliera , 
S'accusata ne viene, abbia la morte. 
Ne riparar si pu6 ch'ella uon pera, 
Quando per lei non venga un guerrier forte 
Che tolga la difesa, e che sostegna 
Che sia innocente e di morire indegna. 

60. 
U re, dolente per Ginevra bella 
( Che COS! nominala c la sua figlia ) , 
Ha pubblicato per citta e ca^tdla, 
Che s^ alcun la difesa di lei piglia , 
E che Pestingua la caliinnia fella, 
(Purche sia nato di nobil famiglia) 
L^avra per moglie^ ed uno stato, quale 
Fia coavenevol dote a donna tale. 

61. 
Ma se , fra un mese , alcun per lei non vieae , 
O , venendo , non vince ,. sara iiccisa. 
Simile impresa megUo ti conviene, 
Ch'andar pei boschi errando a questa guisa. 
Oltre ch' onor e fama te u' awiene , 
ChMn eterno da te non fia diyiaa, 
Guadagni il fior di quante belle doone 
Dall'Indo sono airatibnt^e colonne; 

69. 
E una ricchezza appreaso', ed uno lAato 
Che sempre far ti pub viver contento; 
E la grazia del re, se suscitato 
Per te gli fia il suo onor, ch^ e quasi spenlo. 
Poi per cavalleria tu se' ubbligato 
A vendicar di tanto tradimento 
Costei che, per comune opinione 
Di vera pudicizia e un paragone. 

O&L. Vol. n. ] 



ga L' ORLANDO FURIOSO 

65. 
Penso Rinaldo alquaato , e poi rispose : 

Una donzella dunque de^morire 

Pei*che lascib sfognr nell^amorose 

Sue braccia al suo amator tanto desire? 

Sia maladetto chi tal legge pose , 

E maladetto chi la pa6 patire* 

Debitameute maore una orudele,* 

Non chi da vita al suo amator fedele. 
64. 
Sia vero o falso che Ginevra toko 

S'abbia il suo amante, io non riguardo a questo: 

D'averlo fatto la loderei molto, 

Quando non fosse stato manifesto. 

Ho in sua difesa ogni pensier rivolto: 

Datemi pur un che mi guidi presto, 

£ dove sia V accusator mi mene ; 

Ch'io spero in Dio, Ginevra trar di pene. 
65. 
Non Wgia dir ch'ella non Tabbia fatto; 

Che, nol sappiendo , il falso dir potrei; 

Dir6 ben che non deeper simil atto 

Puuizion cadere alcuna in lei; 

£ dir6 che fu ingiusto o che fu matto 

Chi fece prima li statuti rei; 

E come iniqui rivocar si denno, 

E nuova legge far con miglior senno. 
66. 
B^un medeidmo ardor, s^un desir pare 

Inchina e sforza Puno e Paltro sesso 

A quel soave fin d^amor che pare 

AUMgnorante vulgo un grave eccesso; 

Perche ^i de^punir donna o biasmare, 

Che con uno o piu d^uno abbia commesso 

Quel che I'uom fa con quante n^ha appetito, 

^ lodato ne va, non che impunito? 



CANTO QUARTO 83 

\ 67. 

Son fatli in qiiesta legge disuguab 
Yeramente alle donne espressi torti, 
E spero in Dio'mostrar ch' egli e gran male 
Che tanto lungamente si comporti. 
Rinaldo ebbe il consenso universale, 
Che fur li antiqui ingiusti e male accorti, 
Che consentiro a cosi iaiqna legge , 
£ mal fa il re, che pu6, ne la corregge. 

Poi che la luce Candida e vermiglia 
DelTakro giorno aperse Temispero, 
Rinaldo Panne e il suo Baiardo pigUa, 
E di quella badia tolle un scudiero, 
Che con lui viene a molte leghe e miglia, -- 
Sempre nel bosco onibihnente fiero, 
Yerso la terra ove la lite nuova 
Delia d<mzella de^Tenir in pruova. 
09. 

Avean, cercando abbreviar cammino, 
Lasciato pel sentier la maggior via; 
Quando un gran pianto udir sonar vicino, 
Che la foresta d^ognMntorno empia. 
Baiardo spinse Fun, Faltro il ronzino 
Yerso una valle onde quel grido uscCa; 
E fra dui mascalzoni una donzella 
Yider, che di lontan parea assai bella; 
70. 

Ma lacrimosa e addolorata quanto 
Donna o donzella, o mai persona fosse. 
Le sono dui col ferro nudo accanto, 
Per farle far Perbe di sangue rosse. 
Ella con preghi differendo alquanto 
Giva il morir, sin che pieta si mosse. 
Yenne Rinaldo; e come se n'accorse, 
Con alti gridi e gran minacce accorse. 



84 L' ORLANDO FUMOSO 

71. 

Yoltaro i malandrin tosto le spalle, 
Che^l soccorso Ionian yider venire; 
E si appiattSr nella profonda valle. 
II paladin non li cur6 seguire: 
Yenne alia donna ^ e qual gran colpa dalle 
Tanta punizion cerca d'udire; 
£, per tempo avanzar, fa alio scudiero 
Levarla in groppa, e toma al suo seniiero. 

£ cayalcando , poi megjio la guata 

Molto esser bella e di maniere accorte, 
Ancorch^ fosse tatta spaventata 
Per la paura ch^ebbe della morte. 
Poi ch'ella fii di nuovo domandata 
Chi Favea tratta a si infelice sorte, 

. Incominci6 con umil voce a dire 
Quel ch'io vo'aU'altro 6anto differire. 



L'ORLAI^DO FUMOSO 

CANTO QUINTO 



ARGOMBNTI, 

AMURATO. DOLCE. 

Lnrcanin , per cagion che inteso area Lurcanio stima che M fratel sia mono 

Per Ginerra il fratello esserti iiociao. Per Tamor ck^a Oinevra etso porttra^ 

Prr6 che il duca d* Albania credea K lei d^ impadiciiia accusa a torf) 

Ch*appo lei fosse in maggior seggio assiso s Al re , che molto la figliaola amara , 

Hi stMpro al re P accusa, e falld rea; Ma a umpo le ha Rioaldo aluto porto. 

Ma il tratel poscia con nascosto riso Ch* intese chiaro , come il ver si sta?a. 

Goatra lui pogaa ; e al fin Rinaldo Tiene, Va ne U urra, e uccide PolinessO : 

Ch* al dttca & sentir la drilte pcnc. Qaello ha^l suo errori pria che si muoia, espresso. 

AHOOILLAEA. VBRDIZZOTTI. 

laganna Folinesso Ariodante , Dalimla, omai dal buon Hinaldo essendo 

K mosira che uon gli k Ginevra arnica) Tolta ai due ladri, a lui conta p r via 

Viea Dora poi che r iog mnato amante La cagion totu ch^iri a fine orrendo, 

Vscito i fuor d*ogu morul fatica. S^tffli non era, allor tratu T «rria. 

Arasato Tien Lurcauio al re davante , Ona*esao intesa la calunnia aveudo , 

£ la figlia provar eerca impudica^ Che del re Scoto la fifflia patia 

B poena ool fratel; ma gli diride Da Folinesso, alfin col suo valore 

Riuaido , e U falso Folinesso uccide. Le salra insleme la tita e P onorc. 



T 



1. 

utti gli altri animai che sono ia terra , 
O che vivon quieti e stanno in pace, 
O se yengono a rissa o si fan guerra, 
Alia femmina il maschio non la face. 
Korsa con Torso al bosco sicura erra^ 
La leonessa appresso il leon giace; 
Col lupo vive la lupa sicura, 
Ne la giuvenca ha del torel paura. 
S. 
Ch'abbominevjol peste, che Megera 
E venuta a torbar gli umani petti? 
Che » sente il marito e la mogliera 
Sempre garrir d'ingiuri'osi detK, 
Stracciar la faccia e far livida e nera; 
Bagnar di pianto i gen'iali letti; 
£ non di pianto sol, ma alcuna volta 
Di sangue gli ha bagnati V ira stolta. 



86 L' ORLANDO FURIOSO 

3. 

Parmi non sol gran mal, ma che Puom faccia 
Contra natura, e sia di Dio ribello, 
Che s' induce a percuotere la faccia 
Di bella donna , o romperle un capello: 
Ma chi le dk veneno, o chi le caccia 
L^ alma del corpo con laccio o coltdlo, 
Ch^uomo sia quel non creder6 in etemo, 
Ma in vista umana un spirto deir inferno. 
4. 

Cotali esser doveano i duo ladroni 
Che Rinaldo caccio dalla donzella 
Da lor condotta in quei scuri valloni 
Perche non se n^udisse piu novella. 

10 lasciai ch^ ella render le cagioni 
S' apparecchiava di sua sorte fella 
Al paladin che le fu buono amico : 
Or, seguendo Pistoria, cosi dico. 

La donna incomincio : Tu intenderai 

La maggior crudeltade e la piii espressa, 
Ch'in Tebe o in Argo, o ch'in Micene mai, 
O in loco piu crudel fosse commessa. 
£ se^ rotando il sole i chiari rai^ 
Qui men ch^all^altre region s^appressa, 
Credo ch'a noi mal volentieri arrivi, 
Perche veder si crudel geute schivi. 

A- 

Ch^ agli nemici gli uomini sien crudi ^ 

In ogni eta se n'e veduto esempio; 
Ma dar la morte a chi procuri e studi 

11 tuo ben sempre, e troppo ingiusto ed empio* 
E acci6 che meglio il vero io ti denudi, 
Perche costor volessero far scempio 

Degli anni verdi miei contra ragione, 
Ti diro da principio ogni cagione. 



CANTO QUINTO 87 

7. 

Voglio che sappi, signor mio, ch^essendo 
Tenera ancora , alii servigi venni 
Delia figlia del re , con cui crescendo, ' 
Buon luogo in corte ed onorato tenni. 
Crudele Amore al mio stato invidendo, 
Fe'che seguace^ ahi lassa! gli divenni: 
Fe^d'ogni cavalier , d'ogni donzello 
Parenni il duca d^ Albania piii bello. 
8. 

Perche egli mostro amarmi piu che molto, 
lo ad amar lui con tutto il cor mi mossi. 
Ben 8^ ode il ragionar, si vede il volto; 
Ma dentro il petto mal gindicar puossi. 
Credendo, amando, non cessai che tolto 
L'ebbi nel letto; e non guardai chMo fossi 
Di tutte le real camere, in quella 
Che pill secreta avea Gineyra bella; 
9. 

Dove tenea le sue cose piu care , 
E^ove le piu volte ella dormia. 
Si pu6 di quella in s'un verone entrare, 
Che fuor del muro al discoperlo uscia. 
lo facea il mio amator quivi montare; 
E la scala di corde, onde salia^ , 

10 stessa dal veron giii gli mandai, 
Qual volta meco averlo desiai: 

10. 
Che tante volte ve lo fei venire , 
Quante Ginevra me ne diede Tagio, 
Che solea mutar letto, or per fuggire 

11 tempo ardente, or il brumal malvagio. 
Non fu veduto d^ alcun mai salire; 
Perocche quella parte del palagio 
Risponde verso alcune case rotte, 

Dove nessun mai passa o giorno o notte. 



88 L' ORLANDO FURIOSO 

II. 

Continub per inoUi giorni e mesi 
Tra noi secreto P amoroso gioco; 
Sempre crebbe Pamore; e si m^accesi, 
Che tutta dentro io mi sentia di foco : 
E cieca ne fui si , ch* io non compresi 
Ch^egli fingeva molto e amava poco; 
Ancor che li suo^ingamii discoperti 
Esser doveanmi a mille aegni certi. 
19. 

])opo> alcun di slmostro nuovo amante 
Delia bella Ginevra. Io non so appunto 
S^allora cominciasse, oppur innante 
DelFamor mio n^avesse il cor gia punto. 
Yedi sMn me venuto era arrogante, 
SUmperio nel mio cor s^aveva assunto; 
Che mi scoperse , e non ebbe rossore 
Chiedermi aiuto in questo nuovo amore. 
13. 

Ben mi dicea ch^ uguale al mio non era , 
Ne vero amor quel ch^egli avea a costei: 
Ma , simulando esserne acceso y spera 
Celebrarne i legittimi imenei. 
Dal re ottenerla fia cosa leggiera, 
Qualor vi sia la volonta di lei; 
Che di sangue e di state in tutto il regno 
Non era, dopo il re , di luMl piu degno. 
14. 

Mi persuade, se per opra mia 
Potesse al suo signor genero farsi, 
(Che veder posso che se n'alzeria 
A quanto presso al re possa uomo alzarsi) 
Che me n'avria buon merto, e non saria 
Mai tanto b^neficio per scordarsi; 
E ch^alla moglie e ch'ad ogn^alti*o innauie 
Mi porrcbbe egli in sempre essermi amante. 



CANTO QUINTO 89 

l». 

lo, ch'era tuttai a satisfergli. iolquta , 
Ne seppi q volsi contradirgU mai, 
£ sol quei giottni 10 mi vidi contenta 
Ch^ averlo conipiaoiuto mi trovai ; 
Piglio r occasion die s'appresenta 
Di parlar d'esso e dk lodaiio asaar; 
Ed ogoi industria adopro , oigiii .fatiea ^ 
Per far del niio aihator Ginerra arnica. 
10. 

Feci col core e con V eS^o tntto 

Quel ch^ far si poteva ^ e saUo Iddio ', 
Ne con Ginevra mai jiolei lar fratto , 
Ch'io le.ponessi in grazla il flocal mio: 
E questo , che ad amtir ella ansa indutto 
Tutto il pensiero j^ tnUO.il M0» disio 
Un gj^ntil cavalier , be)lo e cortese j 
Yenulo in Scoria dji Ipotati paese; 
17. 

Che con un suo fratel ifen giovinetto 
Yenne d' Italia a stare jp queata corie: 
Si fe' ueir arme poi tantf> perfetto , 
Che la Bret^gna non avea jl piu {brte. 
11 re PamaYa, e.ne iposUrd Peffetlo^ 
Che gli don6,di ppn piqcioja sbrte 
Castella e viUe e juridiziooi , 
E lo fe'grajide ^1 par. 4^ gran baroni. 
18. 

Grato era al re , piii grato era alia figlia 
Quel cavalier chiamato .Ariodante, 
Per esser valoroso a tnacaviglia; 
Ma piu cb' alia sapea che. V era amaMe. 
Ne Vesiivioc) ne il moate di Siciglia, 
Ne Troia avvampo . oiai di fiamme tante , 
Quante ella conoscea che per suo amdre 
Ariodante ardea per tulto il core. 

Ohl. Vol. II. ,a 



90 L'ORLANDO FURIOSO 

19. 

L'amar che dunipie ella facea colui 
Con cor sincero e con perfetta fede, 
Fe^che pel duca male udita fui, 
Ne mai risposta da sperar mi diede: 
Aozi y quanto io pregava piii per lui , 
E gli studiava d^impetrar mercede, 
Ella 9 biasmandol sempre e dispregiaodo^ 
Se gli Tenia piu sempre inimicando. 
SO. 

Io confortai PamaWr mio sovente 
Che volesse lasciar la vana impresa; 
Ne si sperasse mai volger la mente 
Di costei, Iroppo ad altro amore intesa: 
E gli feci conoscer chiaramente , 
Gome era si d'Ariodante accesa, 
Che quanta acqua h nel raar^ piccola dramma 
Non spegneria deUa sua immensa fiamma. 
«l. 

Questo da me piu volte Polinesso 

( Che cosi nome ha il duca ) avendo udito , 
E ben compreso e yisto per se stesso 
Che molto male era il suo amor gradito, 
Non pur di tanto amor si fu rimesso, 
Ma di vedersi un altro preferito, 

/ Come superbo, cosi mai sofferse, 
Che tutto in ira e in odio si converse. 

E tra Ginevra e Pamator suo pensa 
Tanta discordia e tanta lite porre, 
' £ farvi inimicizia cosi intensa , 
Che mai piu non si possino comporre ; 
E por Ginevra in ignominia immensa, 
Donde non s^abbia o viva o morta a tdrre: 
Ne dellMniquo suo disegno meco 
Volse o con altri ragionaTj che seco. 



CANTO QUINTO 91 

S3. 

Fatto il pensier : Dalinda mia , mi dice , 
(Che cosi son nomata) saper d^i 
Che 9 come suol tornar dalla radice 
Arbor che tronchi e quattro yolte e sei; 
Cosi la pertinacia mia infelice, 
Benche sia tronca dai successi rei, 
Di germogliar non resta; che venire 
Pur vorria a fin di qoesto suo desire. 
94. 

E non lo bramo tanto per diletto, 

Quanto perche vorrei vincer la prova; 
E non possendo farlo con effetto, 
SMo lo fo immaginando, anco mi giova. 
Yoglio , qual volta tu mi dai ricetto , 
Quando allora Ginevra si ritrova 
Nuda nel letto , che pigli ogni vesta 
Ch'ella posta abbia^ e tutta te ne vesta. 
8». 

Come ella s^oma e come il crin dispone, 
Studia imitarla , e cerca , il piu che sai , 
Di parer dessa, e poi sopra il verone 
A mandar giii la scala ne verrai. 
lo verr6 a te con immaginazioue 
Che quella sii di cui tu i panni avrai : 
E cosi spero, me stesso ingannando, 
Venir in breve il mio desir scemando. 

»e. 

Cosi disse egli. lo che divisa e sevra 
E lungi era da me, non posi mente 
Che questo in che pregando egli persevra, 
Era una fraude pur troppo evidente; 
E dai veron , coi panni di Ginevra , 
Mandai la scala onde sail sovente ', 
E non m^accorsi prima delPinganno, 
Che n^era gia tutto accaduto il danno. 



92 L' ORLANDO FURIOSO 

27. 

FMo in quel tempo con Ariodante 
n duca avea queste parole o tali 
(Chi grandi amici erano stati ionante 
Che per Ginevra si fesson rivali) : 
Mi maraviglio, indoimnci6 il inio amaille, 
Ch'avendoti io fra tutti li niie^uguali 
Sempre avuto in rispetto e sempre aoiato, 
Ch^ io sia da te si mal rittiuaerato. 
88. 

Io son ben certo che compreadi e sai 
Di Ginevra e di me Tantiquo amore; 
E per sposa legittima oggimai 
Per impetrarla son dal mio signore. 
Perche mi turbl tu ? perchi pur vai 
Senza frutto in costei ponendo il core? 
Io ben a te rispetto avrei, per Dio, 
S^ io nel tuo grado fossi e tu nel mio. 

88. 
Ed io, rispose Ariodante a lui, 
Di te mi maraviglio maggiormente ; 
Che di lei prhna innamorato fui 
Che tu r avessi yista solamente ; 
E so che sai quanto e Tamor tra nui, 
Ch'esser non puo, di quel che sia, piu ardento; 
E sol d^ essermi moglie intende e brama: 
E so che certo sai ch^ella non t'ama. 
30. 

Perche non hai tu dunque a me il rispetto 
Per Tamicizia nostra, che domande 
Ch'a te aver debba, e ch'io t'avre'in effetto, 
Se tu fossi con lei di me piii grande? ** • 
Ne men di te per moglie averla aspetto, 
Se ben tu sei piu ricco in queste bande; 
Io non son meno al re, che tu sia, grato; 
Ma pill di te dalla sua figlia amato. 



CANtO QUINTO 93 

31. 

Oh, disse il duca a lui, grande e cotesto 
Errore a che t' ha il folle amor coudutio ! 
Tu credi esscr piii amato; io credo questo 
Medesmo : ma si poo vedere al frutto. 
Tu fammi cio c^hai seco manifesto, 
Ed io il secreto mjo t'aprir6 tutto; 
E qael di noi che manco aver si veggia , 
Ceda a chi vince , e d^ altro si provveggia. 

E saro pronto , se tu vuoi ch^ io giuri 
Di non dir cosa mai che mi riveli : 
Cosi voglio ch'ancor tu m^assicuri 
Che quel ch' io ti diro sempre mi ceh'. 
Venner dunque d'accordo alii scongiuri, 
E posero le man sugli evangel!: 
E poi che di tacer fede si diero , 
Ariodante incomincio primiero; 
55. 

E disse per Io giusto e per Io drilto 
Come tra se e Ginevra era la , cosa ; 
Ch^ella gli avea giurato e a bocca e in scritto . 
Che mai non saria ad altri ch' a lui sposa ; 
E se dal re le venia coulraditto, • 
Gli promettea di sempre esser ritrosa 
Da tutti gli altri maritaggi poi, 
E viver sola in tuiti i giorni suoi: 
54. 

E ch^esso era in speranza, pel valore 

Ch'avea mostrato in arme a piu d'un segno, 

Ed era per mostrare a laude, a onore. 

A benefizio del re e del suo regno, 

Di crcscer tanto in grazia al suo signore, 

Che sarebbe da lui stimato degno 

Che la figliuola sua per moglie avesse, 

Poi che piacer a lei cosi intendesse. 



94 L' ORLANDO FURIOSO 

58. 

Poi disse: A questo termioe son io, 

Ne credo gia ch^alcun mi venga appressp; 
Ne cerco piu di questo, ne desio 
Dairamor d^ essa aver segno piii espresso: 
Ne pill vorrei , se non quanto da Dio 
Per connubio legittimo e concesso: 
E sana in yano il domandar piu innanzi; 
Che di bonta so come ogn^ altra avanzi. 
36. 

Poi ch'ebbe il vero Ariodante esposto 
Delia merce cVaspetta a sua fatica, 
Polinesso, che gia s'avea proposto 
Di far Ginevra al suo amator nemica, 
Comincio: Sei da me molto discosto, 
E vo^che di tua bocca anco tul dica; 
E*del mio ben veduta la radice, 
Che confessi me solo esser felice. 
57. 

Finge ella teco, ne Tama ne prezza; 
Che ti pasce di speme e di parole: 
Oltra questo, il tuo amor sempre a sciocchezza, 
Quaudo meco ragiona, imputar suole. 
lo ben d^esserle caro altra certezza 
Yeduta n^ho, che di promesse e fole; 
E tel diro sotto la fe in secreto, 
Benche farei piu il debito a star cheto. 
38. 

Non passa mese che tre, quattro e sei^ 
£ talor diece notti io non mi trovi 
Nudo abbracciato in quel piacer con lei, 
Ch^ air amoroso ardor par che si giovi; 
Sicche tu puoi veder s^ a' piacer miei 
Son d^ agguagliar le ciance che tu provi. 
Cedimi dunque, e d'altro ti provvedi, 
Poi che si inferior df me ii vedi. 



CANTO QUINTO cj5 

3». 

Non ti vo'creder questo, gli rispose 
Ariodante, e certo son che menti; 
E composto fra te t^hai queste cose 
Accio che dall'impresa io mi spaventi: 
Ma perche a lei son Iroppo ingiariose, 
Questo c'hai detto , sostener convienti; 
Che non bugiardo^ sol, ma voglio ancora 
Che tu sei traditor mostrarti or ora. 
40. 

Soggiunse il duca: Non sarebbe onesto 
Che noi yolessen la battaglia t6rre 
Di quel che rofferisco manifesto , 
Quando ti placcia, innanzi agli occhi poire. 
Resta smarrito Ariodante a questo, 

• E per Fossa un tremor freddo gli scorre; 
E se creduto ben gli avesse appieno , 
YenJa sua vita allora allora meno. 
41. 

Con cor trafitto e con pallida faccia, 
E con voce tremante e bocca amara 
Rispose: Quando sia che tu mi faccia 
Yeder questa avventura tua si rara, 
Prometto di costei lasciar la traccia, 
A te SI liberale, a me si ayara: 
Ma ch^io tel voglia creder non far stima, 
S'io non lo veggio con questi occhi prima. 
42. 

Quando ne sara il tempo , avviserotti , 
Soggiunse Polinesso; e dipartisse. 
Non credo che passdr piii di due notti, 
Ch'ordine fu che'l duca a me venisse. 
Per scoccar dunque i lacci che condotti 
Avea si cheti, ando al rivale, e disse 
Che s^ ascondesse la notte seguente 
Tra quelle case ove non sta mai gente: 



f)6 L' ORLA^'DO FURIOSO 

43. 

E dimostrogli un luogo a dirimpetto 
Di quel verone ove solea salire. 
Ariodante avea preso sospeUo 
Che lo cercasse far qiiivi venire. 
Gome ill uu luogo dove avesse eletlo 
Di por gli agguati , e farvelo morire . 
Sotto questa finzion, che vuol mostrargli 
Quel di Ginevra, ch^inpossibil pargli* 
44. 

Di volervi venir prese pa^tito^ 

Ma in guisa che di lui noo sia meu foitej 
Perche accadendo che fosse assalito, 
Si trovi 81 che non tema di niorte. 
Un suo fratello avea saggio ed ardito, 
II piu fainoso in arnie della corte, 
Detto Lurcanio; e avea piii cor eon esso, 
Che se dieci altri avesse avuto appresso. 
45 

Seco chiamoUo, e volse che . prendefise 
L^ arnne ; e 1^ notte lo aieno con lui } 
Non che '1 secreto suo gia gli dicesse , 
Ne Favria detto ad esso ne ad altrui. 
Da se lontano un trar di pietra il masse: 
Se mi senti chiamar, vien, disse. a nui; 
Ma se non senti, prima ch'io ti cKiami 
Non ti partir di qui, frate, se .m^ami. 
46 

Va'pur, non dubitar , disse il fratello : 
E cosi venne Ariodante cheto, 
E si celo nel solitario ostello 
Ch'era dMncontro al mio veron secreto. 
Vien d^altra parte il fraudolente e fello , 
(]he dMnfaipar Ginevra era si lieto ; 
E fa il segno 5 tra noi solito inoante, 
A me che delPinganno era ignoraufce. 



CANTO QUINTO 97 

47. 

Ed io con veste Candida, e fregiata 

Per mezzo a liste d' oro e d' ogn' iiilorno , 
E con rete pur d' 6r , tutta adombrata 
Di bei fiocchi vermigli, al capo intorno 
(Foggia cbe sol fu da Grinevra usata, 
Non d' alcun' altra)^ udito il segno, torno 
Sopra il veron , ch' in modo era localo , 
Che mi scopria dinanzi e d' ogni lato. 
48. 

Lurcanio in questo mezzo dubitando 
Che *1 fratello a pericolo non vada, 
O, come e pur comun disio, cercando 
Di spiar sempre cio che ad altri accada , 
V era pian pian venuto s^uitando, 
Tenendo V ombre e la piu oscnra strada: 
£ a men di dieci passi a lui discosto, 
Nel medesimo ostel s' era riposto. 
49. 

Non sappiendo io di questo cosa alcuna, 
Venni al veron nelP abito c' ho detto ; 
Si come gia venuta era piu d' una 
E pin di due Tiate a buon effetto. 
Le Teste si vedean chiare alia luna; 
Ne dissimile essendo anch' io d' aspetto 
Ne di persona da Ginevra molto, 
Fece parere un per un altro il volto: 
SO. 

E tanto piu, ch^ era gran spazio in mezzo 
Fra dove io venni e quelle inculte case. 
Ai dui fratelli, che stavano al rezzo, 
II duca agevolmente persiiase 
Quel ch' era falso. Or pensa in che ribrezzo 
Ariodante, in che dolor rimase. 
Vien Polinesso, e alia scala s' appoggia 
Che gill mandaigli^ e monta in su la loggia 

OaL. Vol. IF. i3 



9» U ORLANDO FURIOSO 

SI. 

A priirnsr giunta io gli geUb le braccia 
Al coUb , ch' io noa penso esser vedula r 
Lo biau^io in bocca e pep tutia la ikccia, 
Come far soglia ad ogni sua venuta. 
Egli pill dell' usato si procaccia 
D? accarezzarmi, e ta sua fraude aiuta, 
QucU^ altro al via spettacolo coodufto^ 
Misero sla lontano, e vede il tuttOv 
SSt. 

Cade in tanto dolor , cbe si dispone 
AUora allora di voler morire ; 
E il pome della spada in terra pone, 
Che sulia punta si volea ferire. 
Lurcanio, cbe con grande ammirazione 
Avea vedoto il duca a me salire , 
Ma non gia conosciuto chi si fosse ^ 
Scorgendo T atto del fratel, si mosse; 
55. 

E gli vieto che con la propria mano 

Non si passasse in quel furore il peUo. ■' 
S' era piu tardo o poco piu lontano , 
Non giungea a tempo, e non faceva effetto* 
Ah, misero fratel, fratel insano! 
Grido, perc' hai perduto 1' intelletto, 
Ch' una femmina a morte trar ti debba? 
Ch' ir possan tutte come al vento nebbia. 
M. 
Cerca far morir lei, che morir merta; 
E serya a piu tuo onor tu la tuai morte. 
Fu da amar lei , quando non t' era aperta 
La fraude sua; or e da odiar ben forte, 
Poiche con gli occhi tuoi tu vedi certa 
Quanto sia meretrice, e di che sorte. 
Serba quest' arme , che Toki in te stesso , 
A far diuanzi al re tal fallo espresso. 










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CANTO QUINTO 99 

»if. 

Quando si vede Ariodante giunto 

Sopra il fratel, la dura impresa lascia; 
Ma la sua intenzion da quel ch' assunto 
Avea gia di morir, poco s' accascia. 
Quindi si leva, e porta non che punto, 
Ma trapassato il cor d' estrema ambascia : 
Pur finge col fratel che quel furore 
NoQ abbia piu, che dianzi avea, ael core. 
69. 

n seguente mattin, senza far motto 

Al suo fratello o ad altri , in via si messe, 
Dalla mortal dispefazion coadotto: 
Ne di lui per piu di fu chi sapesse. 
Fuor che 1 duca e il fratello, ogn' altro indotto 
Era chi mosso al dipartir P avesse. 
Nella casa del re di lui diversi 
Ragionamenti e in tutta Scozia f<§rsi. 
»7. 

In capo d^ otto o di piu giomi, in corte 
Yenne innanzi a Ginevra un viandante, 
E novelle arreco di mala sorte, 
Che s' era in mar sommerso Ariodante 
Di Tolontaria sua libera morte, 
Non per colpa di Borea o di Levante. 
D' un sasso che sul mar sporgea noolt' alio , 
Avea col capo in giii preso un gran salto. 
S». 

Colui dicea: Pria che venisse a questo, 
A me, che a caso risconlro per via, 
Disse: Vien'meco, accib che manifesto 
Per te a Ginevra il mio successo sia; 
E dille poi, che la cagion del resto 
Che tu vedrai di me , ch' or ora fia, 
E stato sol perc' ho troppo vediilo : 
Felice se senza occhi io fassi sulo ! 



loo L'ORLANDO FUWOSO 

tf9. 
Eramo a caso sopra Gapobasso^ 

Che verso Irlanda alquanto spoi^e in mare. 
Cosi dicendo y di cima d' un sasso 
Lo yidi a capo in giu sott^ acqua andare. 
lo lo lasciai nel mare, ed a gran passo 
Ti son venuto la nuova a portare* 
Glnevra, sbigottita e in viso smorta, 
Rimase a quello annunzio mezza morta. 

6a 

Oh Dio, che disse e fece poi che sola 
St ritrovo nel suo fidato letio ! 
Percosse il seno e si strAcci6 la stola, 
£ fece air aureo crin danno e dispelto; 
Ripetendo sovente la parola 
Ch^ Ariodante avea in estremo detto : 
Che la cagion del suo caso empio e tristo 
Tulla Tenia per aver troppo vbto. 
61. 

II rumor scorse di costut per tullo, 
Che per dolor s' avea dato la morte. 
Di qucsto il re non tenne il viso asciutto, 
Ne cavalier ne donna della corte. 
Di tutli il suo fralel mostro piu lutto; 
E si sommerse nel dolor si forte, 
Ch' ad esempio di lui, contra se stesso 
Voltt) quasi la man per irgli appresso : 
62. 

E molte volte ripetendo scco, 

Che fu Ginevra che 1 fratel gli esiinse , 
E che non fu se non quelF atto bieco 
Che di lei vide , ch' a morir lo spinse; 
Di voler vendicarsene si cieco 
Venne, e si T ira e si il dolor lo vinse, 
(]lie di perder la grazia vilipese, 
Ed aver V odio del re e del paese : 



CANTO QUINTO loi 

63. 

E innanzi al re, quando era piii (Ji gente 
La sala plena, se ne venne, e disse: 
Sappi, signor, che di levar la mente 
Al mio fratel , si ch' a morir ne gisse, 
Stata e la figlia tua sola nocente; 
Gh^ a lui tanto dolor V alma trafisse 
D' aver vediita lei poco pudica, 
Che piu che vita ebbe la morte arnica. 

64. 
Erane amante; e perche le sue voglie 
Disoneste non fur , ngl vo' coprire : 
Per virtii merltarla aver per moglief 
Da te sperava^.e per fede! sarvire: 
Ma, meotre il lasso ad adorar le foglic 
Stava lontano, altrui vide.salire, 
Salir su P arbor riserbato^ e tutto 
Essergli tolto il disiato frutto. 

65. 
E seguit6, come egli avea veduto 
Venir Ginevra sul verone, e come 
Mando la scala onde era a lei venuto 
Un drudo suo, di chi egli non sa il nome; 
Che s'avea, per non esser conosciuto^ 
Cambiati i panni e nascose le chiome. 
Soggiunse che con Farme egli volea 
Provar tutto esser ver cio che dicea. 

66. 
Tu puoi pensar se 'I padre addolorato 
Riman, quando accusar sente la figlia; 
Si perche ode di lei quel che pensato 
Mai non avrebbe, e n'ha gran maraviglia; 
Si perche sa che fia necessitato 
(Se la difesa alcun guerrier non piglia, 
II qual Lurcanio possa far mentiro ) 
Di condannarla e di farla morire. 



loa L'ORLANiX) FURIOSO 

67. 

10 non credo, signor, che ti sia nova 

La legge nostra, che condanna a mortc 
Ogni donna e donzella che si prova 
Di se far copia altmi ch'al suo consorte. 
Morta ne vien s'in ua mese non trova 
In sua difesa un cavalier si forte, 
Che contra il falso accusator sostegna 
Che sia innocente e di morire indegna. 
ttft. 

Ha fatto il re bandir per liberarla , 

(Che pur git par ch^a torto sia accusata) 
Che vuol per moglie, e con gran dote daria 
A chi torra Pinfamia che I'e data. 
Che per lei comparisca non si paria 
Guerriero ancora, anzi Pun Faltro guata; 
Che quel Lurcanio in arme e cosi fiero, 
Che par che di lui tema ogni guerriero. 
69. 

Atteso ha Pempia sorte che Zerbino, 
Fratel di lei, nel regno non si trove; 
Che va, gia molli mesi, peregrino, 
Mostraudo di se in arme indite prove: 
Che quando si trovasse piii vicino 
Quel cavalier gagliardo , o in luogo dove 
Potesse avere a tempo la novella , 
Non mancheria d'aiuto alia sorella. 
70. 

11 re, ch'intanto cerca di sapere 

Per altra prova, che per arme, ancora, 
Se sono queste accuse o false o vere, 
Se dritto o torto e che sua 6glia mora , 
Ha fatto prender certe cameriere 
Che lo dovrian saper, se vero f6ra; 
Ond'io previdi che se presa era io, 
Troppo periglio era del duca e mio. 



CANTO QUINTO io3 

71. 

E la iiolte medesiina mi trassi 
Fuor della corte^ e al duca nii condussi; 
E gli feci veder qiianto importassi 
Al capo d'amendua se presa io fussi. 
Lodommi, e disse ch'io non dubilassi: 
A^suoi conforti poi venir mMndussi 
Ad una sua fortezza ch'e qui presso, 
Io compagoia di dui che mi diede esso. 
72. 

Hai sentito, signor, con quanti efifetti , 
DelPamor mio fei Polinesso cerlo; 
E s'era debitor per tai rispetti 
D'ayermi cara o no^ tu'l vedi aperta 
Or senti il giuderdoa ch'io ricevettl: 
Yedi la gran merce del mio gran merto: 
Yedi se deve, per amare assai, 
Donna sperar d'essere amata mai; 
75. 

Che questo ingrato , perfido e crudele, 
DeUa mia fede ha preso dabbio alfine : . 
Tenuto e in soapizion chMo non rivele ^ 
Al lungo andar le fraudi sue volpine. 
Ha finto^ accio che m^allontane e cele 
Fin che Tira e il furor del re decline , 
Yoler mandarmi ad un suo luogo forle \ . 
E mi volea mandar dritto alia morte: 
74. 

Che di secreto ha commesso alia guida, 
Che, come ib'abbia in.queste selve traUa^ - 
Per degno premio di mia fe m'uccida. 
Gosi r intension gli venia fatta^ 
Se tu non eri appresso alle mie grida. 
Ye' come Amor ben chi lui segue tralta! 
Cosi narro Dalinda al paladinp, 
Seguendo tuttavolta il lor cammino; 



io4 L' ORLANDO FURIOSO 
78. 

A cui fu sopra ogo' awentnra grata 

Questa , d' aver trovata la donzella 

Che gli avea tutta V istoria narrata 

Dell' innocenzia di Giaevra bella. 

E se sperato avea, quaado accusata 

Ancor fosse a region , d' aiutar quella , 

Con via maggior baldanza or viene ia prova, 

Poiche evidente la caluimia trova. 
76. 
E verso la citta di Santo Andrea, 

Dove era il re con tutta la famiglia, 

E la battaglia singolar dovea 

Esser della querela della figlia, 

Audo Rinaldo qu&nto andar potea*, 

Fin che vicino giunse a poche miglia', 

AUa cilta vicino giunse, dove 

Trovo uno sontUer cfa' avea piu fireacbe nuove: 
77. 
Ch' un cavaliere istrano era venuto, 

Ch' a difendet* Ginevra s' avea tolto, • 

Con non usate insegne e sconosciuto-; 

Perocche s^mpre ascoso andava molto, ' 

E che dopo che v' efft, ancor veduto 

Non gK avea alcuno al discoperto il volto; 

E che '1 pi'oprio'sctiditt' che gli-serr(a, 

Dicea giurando : 16 non so dir chi sia. ; 
78. 
Non cavalcaro molto-, ch' alle miira 

Si trovar della terra, e in su b porta. 

Dalinda andar piu innanzi avea pauta; 

Pur va, poiche Rinaldo la conforta. 

La porta e chiusa ; ed a chi n' avea cura 

Rinaldo domando : Questo ch' importa ? 

E fugli detto : Perche '1 popol tutfo 

A veder la battaglia eru ridutto, 



CANTO QUINTO io5 

79. 

Che tra Lurcanio e un cavalier istrano 
Si fa neir altro capo della terra ^ 
Ove era un prato spazioso e piano; 
. E che gia cominciata hanoo la guerra. 
Aperto fu al signor di Montalbano; 
E tosto il portioar dietro gli serra. 
Per la Tdta citta Rinaldo passa ; 
Ma la doDzella al primo albei^o lassa: 
80. 
E dice che sicura ivi si stia 

Fin che ritomi a lei, che sara tosto; 
E verso il campo poi ratto s' invia , 
Dove li dui guerrier dalo e risposto 
Molto s^ aveano e davan tattavia. 
Stava Lurcanio di mal cor disposto 
Contro Ginevra ; e V altro in sua difesa 
Ben sosteniea la favorita impresa. 
81. 
Sei cavaUer con lor nello steccato 
Erano apiedi, armati di corazza, 
Col daca d' Albania , ch' era montato 
S' un possente corsier di buona razza. 
Come a gran contestabile, a lui dato 
' La guardia fu del campo e deila piazza: 
E di veder Ginevra in gran periglio 
Avca il cuor lieto ed orgoglioso il ciglio. 
82. 
ninaldo se ne va tra gentc e gente; 

Fasst far largo il buon destrier Baiardo: 
^Chi la tempesta del suo venir senle, 
A dargli via non par zoppo ne tardo. 
Rinaldo vi compar sopra eminente, 
E ben rassembra il fior d* ogni gagliardo ; 
. Poi si ferma aU? incontro ove il re siede : 
Ognon s^ accosta per udir che chiede. 

OiiL. Vol. TI. '4 



io6 L' ORLANDO FUBIOSO 

89. 

Rioaldo disee al re: Maguo sigaotey 
Non lasciar la batUgUa piu seguire , 
Perche di qiiesti dua qualuuche more, 
Sappi ch'a torto tu U lasci morire* 
L' un crede aver ragione ^ ed e in errore , 
E dice il falso e non sa di mentire; 
Ma quel medesmo error che 'I suo germano 
A morir trasae, a lui pon V arme in manp: 
84. 

L' allro non sa se s^ abbia dritto o torto ; 
Ma sol per gentilesasa e per bontade 
In pericol si e posto d^ esser morto, 
Per non lasciar morir tanta beltade. 
lo la salute alP innocenzia porto, 
Porto il contrario a chi usa falsitade., 
Ma, per. Dio, questa pugna prima parti; 
Poi mi da' audienza a quel ch' io. vo' narrarti. 
85. 

Fu dalP autorita d' un uom si degno , 
Come Rinaldo gli parea al sembiante, 
Si mosso il re , cbe disse e fece segno 
Che non andasse piu la pugna innante. 
Al quale insieme ed ai baron del regno, 
E ai cavalieri e all' altre turbe tante 
Rinaldo fe' 1' inganno tutto espresso 
Gh' avea ordito a Ginevra Polinesso. 
86. 

ludi s' offerse di valer provai^ 

Coir arme, ch' era ver quel ch' avea dello. 

Chiamasi Polinesso ; ed ei compare , 

Ma tutto contiirbato nelP aspetto : 

Pur con audacia comincio a negare. 

Disse Rinaldo : Or noi vedrem V effetlo. 

L' uno e V altro era aYmato , il campo fatto ^ 

Si che senza indugiar vengono al falto. 



CANTO QCINTO 107 

87- 

Oh quanto ha il re j quanto ha il siio popol caro 
Che Gtnevra a prorar s^ abbi innocente! 
Tutti hati ^eranza che Dio mostri chiaro 
Ch' impudtca era delta inghistameiite* 
Crudel ^ superbo e riputato avaro • 
Fu Polinesso, iniquo e fraudolente ; 
Si che ad aicun miracolo nod fia, 
Che r inganno da ]ai tramato sia. 
8S. 

Sta Polinesso con la facctii mesta, 
Col cor tremante e con paUida guaocia; 
E al terzo raon melte la laneia io-resta^ 
Cosi Hinaldo iaverso lui si slaincia, 
Che, dtsiodo di fiair la fedia, 
Mira a pessargK il petto con ia hmvd ; • 
Ne discorde al disir'segui V effetto, 
Che mezza V asta gli caccib nel pettoi 
89. 

Fisso nel tronco lo trasporta in terra 

Lontan dal suo destrier piu di sei braccia. 
Rinaldo smonta subito, e gli afferra 
L^ elmo pria che si lievi , e gli lo slaccia : 
Ma quel, che non pub far piu troppa guerra , 
Gli domanda merce con umil faccia; 
£ gli confessa, udendo it re e la corte, 
La fraude sua che V ha condutto a morte. 
90. 

JVon fini il tutto^ e in mezzo la parola 
E la voce e la vita V abbandona. 
II re, che liberata la figliuola 
Yede da morte e da fama non buona, 
Piu s^ allegra , gioisce e racconsola 
Che, s^ avendo perduto la corona 
Ripor se la vedesse allora allora: 
Si che Rinaldo unicamente onora. 



io8 L'ORLANDO FURIOSO 

91. 

E poi ch^ al trar dtSV elino conosciuto 
U ebbe perch' altre volte V avea visto, 
Lev6 le mani a Dio, che d' un aiuto, 
Come era quel, gli avea si ben provvislo* 
Quell' aliro cavalier che, scoaosciuto, 
Soccorso av^a Ginevra al caso tristo, 
Ed armato per lei s'era condutto, 
Stato da parte era a vedere il tutto. 

Dal re pregato fu di dire il noine, 
O di lasdarsi almen veder scoperto, 
Acci6 da lui fosse premiato, come 
Di sua buona intenzion chiedeva il merto. 
Quel, dopo lunghi preghi^ dalle chiome 
Si lev6 V elmo , e fe' palese e certo 
Quel che nell' altro Canto ho da seguire^ 
Se grata vi sara 1' istoria udire. 



L'ORLAAIDO FURIOSO 



CANTO SESTO 



AUGOMENTI: 



Con Tmau Ma donu ArTodaaU 
■a ia dote il bel ducalo d* Albania. 
Ruggiero iDUBto sul dettrier Tohnte 
A I rcffoo capit6 d* Alcioa ria; 
Of e «Iair imaa mirto ode le unu 
Frode di lei, c per pertir s^inTfa; 
Ma troTa alto oootrasto \ e th\ da jpena 
Imli rba tratuiy a nuota pugoa il BMiia. 

AHomtiJimA. 

Vien eonoacinto ArTodaate, • preiide 
L^aaMU taa Gioerra per consorte. 
l(e«i«r<lall*lppasrifo iataato acende 
ncfrcno enpio d Akina , e f inrne a aorte 
JiOTC da aa nirto, ot* era Astollo , iateode 
Qaanto graa anle aa fialo beae apporte. 
Vaol faggire, altri Tieu, altri PaiU) 
A BBOTO riacbto alfio ripoa la Tfta* 



BOftCC. 

lDt«M rinooceaaa de I« figlia, 
II re le fa marito ArTodaaie. 
Rumer la Y Ippof rifo , oade le ciglia 
lloise ia goaroar tanO alto a Bradamaate, 
Ne Ta ad Alciaa. Astolfo lo contiglia, 
Caapiato ia mirto , a aoa pa«aar pui avaate. 
Ragcier oarca ridurii a migUor suto : 
■a aa pia ■aoatrl k il hmom. volar turbato. 

VBRDISZOTTI. 



FatM Rinaldo 1* iaaooaasa aperia 
De la bella Gioevra , il re T» dona 
Al ano aaiatori cbe quelle e ia dote BKria 
D^ Albania tatta la ducal eoraaa. 
Tratto e iataato Raggier per atrada iacerta , 
Ventre aoa egli l*Ippogrtfo aproaa 
D* Alciaa al regno: ore con Tarii aaoslri 
Pagna, t ooodar ai Uacia a i nolli cbtotiri. 



I. 

illiser chi mal oprando si confida 

Gh' ognor star debbia il maleCcio occuho ; 
Che, quando oga' altro taccia, intomo gridu 
L^ aria e la terra istessa in ch' e sepulto : 
E Dio fa spesso che '1 peccalo gnida 
II peccator, poi ch' alcon di gli ha indullo, 
Che se medesmo, senza altrui ricfaiesta, 
Inavvedatamente maiiif^esta. 
8. 

Avea creduto il miser Polinesso 
Totalmente il delitto suo coprire, 
Dalinda consapevole d' appresso 
Levandosi, che sola il potea dire; 
E aggiungendd il secondo al primo eccesso^ 
AflTretto il mal che potea difFerire, 
E potea differire e schivar forse; 
Ma, se stesso spronando, a morir corse: 



no V ORLANDO FUMOSO 

5- 

E perde amici a un tempo, e vita e stato 
£ onor, che fa molto piu grave danno. 
Dissi di sopra che fu assai pregato 
n cavalier, ch^ ancor chi sia non aanao. 
Al fin si trasse V elmo , e '1 viso amato 
Scoperse, che piu volte veduto hanno; 
E dimostro come era Ariodantc, 
Per tulta Scozia lacrimato innante; 

4. 

Ar'iodante, che Ginevra pianto 

Avea per morto , e U fratel pianto avea , 
n re, la corte, il popol tutto quanta: 
Di tal bonta, di tal valor splendea. 
Adunque il peregiin mentir di qiiatAo 
Dianzi di lui narro, quivi apparea; 
E fu piir ver che dal sasso marino 
Gittarsi in mar lo vide a capo chino. 

Ma (come avviene a un disperato Bpesso^ 
Che da lontan brama e diata la moiAe, 
E r odia poi che se la vede appresao, 
Tanto gli pare il passe acerbo e forte) 
Ariodante, poi ch' in marfu meaao. 
Si penti di morire: e^'come forte ^ 
E come destro e piii d'ogn' altrb ardito^ ' 
Si messe a nuoto, e ritomossi aL liftoj 
6. 

E dispregiando e nominando foUe 
n desir ch'ebbe di lasciar la vita^ 
Si messe a camminar bagnato e molle , 
E capit6 alP ostel d' un eremita. 
Quivi secretamente iiidugiar voile 
Tanto che la novella avesse udila, 
Se del caso Ginevra s' allegrasse, 
O pur mesta e pietosa He restasse. 



CANTO SESTO m 

7. 
lutese prima, che per gran dolore 
Ella era stata a riscbio di morire 
(La fama imdo di questo in modo fuore, 
Che ne fa in tutta V isola che dire) : 
Contrario effetto a quel che per errore 
Credea ayer visto con sue gran n^rtire. 
Intese poi, come Lurcanio ayea 
Fatta Gineyra appresso il padre rea. 
ft. 
Contra il fratel d' ira minor non arse , 
Che p^ Ginevra gia d' ainore ardesse; 
Che troppo empio e crudele atto gli parse, 
Ancora che per lui fatto V ayesse. 
Sentendo poi che per lei non comparse 
Cayalier che difender la yolesse 
(Che Lurcanio si forte era e gagliardo, 
Ch' ognun dVandargli contra avea riguardo^ 
9. 
E chi n' ayea notizia, il riputaya 

Tanto discreto, e si saggio ed accorto, 
Che se non fosse yer quel che narraya, 
Non si porrebbe a rischio d' esser morto ; 
Per questo la piu parte dubitaya 
Di non pigltar questa difesa a torto); 
Ar'iodante, dopo gran discorsi, 
Penso all' accusa del fratello opporsi. 
10. 
Ah lasso! io non potrei, seco dicea, 
Sentir per mia cagion perir costel: 
Troppo mia morte f6ra acerba e rea 
Se innanzi a me morir yedessi lei. 
Ella e pur la mia donna e la mia dea; 
Questa e la luce pur degli occhi raiei: 
Convien ch' a dritto o a torto, per suo scampo, 
Pigli r impresa , e resti morto in campo. 



1 1 a L' ORLANDO FURIOSO 

11. 

So ch^ 10 m^ appiglio al torto; e al torto sia: 
E ne morrb; ne questo mi sconforta. 
Se non ch' io so ohe per la morte mia 
Si bella donna ha da restar poi morta. 
Un soLconforto nel morir mi fia, 
Che, se '1 suo Polinesso amor le porta , 
Ghiaramente veder avra potato 
Che non s^ e mosso ancor per darle aiuto ; 
IS. 

E me, che tanto espressamenfe ha offeso, 
Yedra, per lei salvare, a morir giunto. 
Di mio fratello insieme, il quale acceso 
Tanto foco ha, vendicherommi a un punto; 
Ch^ io lo faro doler , poi che compreso 
II fine avra del suo cnidel assunto: 
Creduto vendicar avra il germano, 
E gli avra dato morte di sua mano. 
13. 

Concluso eh' ebbe questo nel pensiero, 
Nuove arme ritrovo, nuovo cavallo; 
E sopravveste nere e scudo nero 
Porto, fregiato a color verdegiallo. 
Per avventura si trov6 un scudiero 
Iguoto in quel paese, e menato hallo: 
E sconosciuto, come ho gia narrato, 
S' appresento contra il fratello armato. 
14. 

Narrato v' ho come il fatto successe , 
Come fu conosciuto Ariodante. 
Non minor gaudio n' ebbe il re , ch^ avesse 
Delia figliuola liberata innante. 
Seco penso che mai non si potesse 
Trovar un piii fedele e vero amante; 
Che dopo tanta ingiuria, la difesa 
Di lei contra il fratel proprio avea presa. 



CANTO SESTO ii3 

18. 

E per sua inclinazion ( ch' assai V ainava ) 
E per li preghi di tutta la corte, 
E di Riualdo, che piu d'altri instava, 
Delia bella figliuola il fa consorte. 
La dachea d' ' Albania ^ ch^al re toroava 
Dopo che Polinesso ebbe la morte, 
In iniglior tempo discader non puotc^ 
Poich^ la. dona alia sua figlia in dote. 

le. 

ninaldo per Dalinda impetro grazia, 
Che se n' and6 di tento errore esenle ; 
La qual per voto, e perche molto sazia 
Era del mondo, a Dio volse la mente. 
Monaca s^ and6 a render fin in Dazia , 
E si levo di Scozia immaniinente. 
Ma tempo e omai di ritrovar Ruggiero, 
Che scorre il ciel su V animal leggiero. 
17. 

Benche Ruggier sia d'animo costante, 
Ne cangiato abbia il solito colore, 
lo non gli voglio creder che tremante 
Non abbia dentro , piu che foglia , ii core. 
Lasciato avea di gran spazio distante 
Tutta FEuropa, ed era uscito fuore 
Per molto spazio il segno che prescritlo 
Avea gia a^naviganti Ercole inyitto. 
18. 

Quello Ippogrifo, grande e strano augello, 
Lo porta via con tal prestezza d^ale, 
Che lascieria di lungo tratto quello 
Celer ministro del fulmineo strale. 
Non va per Paria altro animal si sneMo 
Che di velocita gli fosse uguale: 
Credo ch^ a pena il tuono e ht saetta 
Yenga in terra dal ciel con maggior fretta. 

Owl. Vol. U. »5 



1 14 L' ORLANDQ FUWOSO 

Poi che Faugel trascorso eU>e gran spazio 
Per liaea dritta e senza no^d piegarsi, 
Con larghe ruote, omai den? aria sazio, 
Comincio sopra una isola a calarsi, 
Pare a quella ove^ dopo lungo strazio 
Far del suo amante e lungo a loi ccdarpi. 
La vergine Aretuaa passo inyano 
Di sotto il mar per canunin cieco e straoo. 
20. 

Non vide ne piu bel ne '1 piii giocondo 
Da tutta I'aria ove le penne skese; 
Ne, se tutto cercato avesse il mondo, 
Yedria di queato il piu gentil paese; 
Ove, dopo un girarsi di gran tondo, 
Con Ruggier seco il grande augel diacese. 
Cuke pianure e delicati colli ^ 
Chiare acque, ombrose ripe e prati moUi. 

Vaghi boschetti di soavi jJlori, 
Di palme e d^ amenissime morteUe, 
Cedri ed aranci ch^ avean frutti e fiori 
Contesti in varie forme, e tutte belle, 
Facean riparo ai fervidi calori 
De^giomi estivi, con lor spesse ombrelle; 
E tra quel rami con sicuri voli 
Cantando se ne giano i ro$ignu<^. 
29. 

Tra le puipuree rose e i bianchi gigli, 
Che tepida aura frescki ognora aarba, 
Sicuri si vedean lepri e <M>nigli, 
E cervi con la fronte alta e superba, 
Senza temer ch' alcun gli uccida o pigU^ 
Pascano o stiansi ruminando V c^ba : 
Saltano i daini e i capri isnelli e •destri, 
Che sono iu copia in quei loclii caHipealii. 



"^CANTO SESTO ii5 

25. 

Come si presso e Plppogrifo a terra 
Ch^esser ne puo men pmglioso il salto, 
Ruggier cdn fretta delP arcion si sferra , 
E si rilrova in su Perboso smalt o. 
Tuttavia in man le redine si serra, 
Che non vuol che T destrier piu vada in alto : 
Poi io lega ne) margiue marino 
A un verde mirto in mezzo un lauro e un pino. 
24. 

E quivi appresso, ove surgea una fonte 
Cinta di cedri e di feeonde palme« 
Pose Io scudo , e V elmo dalla fronte 
Si trasse^ e disarmossi ambe le palme: 
Ed ora alia marina ed ora al monte 
Volgea la faccia alP aure fresche ed alme , 
Che V alte eime con mormorii lieti 
Fan tremolar dei faggi e degli abeti. 
25. 

Bagna talor nella chiara onda e fresca 
Jj asciutte labbra, e con le man diguazza, 
Accio che delle vene il calore esca , 
Che gli ha acceso il portar della corazza. 
Ne maraviglia e gia ch' ella gP incresca , 
Che non e stato un far vedersi in piazza: 
Ma senza mai posar, d' arme guernito, 
Tremila miglia ognor correndo era ito. 
26. 

Quivi stando, il destrier, ch'' avea lasciato 
Tra le piu dense frasche alia fresca ombra, 
Per fuggir si rivolta, spaventato 
Di non so che, che dentro al bosco adombra*, 
E fa croUar si il mirto ove e legato, 
Che delle frondi inlomo il pie gP ingombra : 
Crollar fa il mirto , e fa cader la foglia ; 
Ne succede pero che se ne scioglia. 



1 1 6 L' ORLANDO FUMOSO- 
87. 

Come ceppo talor che le medoUe 

Rare e vdte abbia, e posto al foco sia, 
Poi che per gran calor quelP aria moUe 
Resta consunta ch^ in mezzo Y empia, 
Denlro risuona, e con strepito boUe 
Tanto che quel furor trovi la via, 
Cosi murmura e stride e si corruccia 
Quel mirtx> offeso, e alfine apre la buccia. 
28. 

Onde con mesta e flebil voce uscio 
Espedita e chiarissima favella^ 
E disse: Se tu sei cortese e pio, 
Come dimostri alia presenza bella^ 
Lieva questo animal dall* arbor mio : 
Basti che '1 mio mal proprio mi flagella, 
Senza altra pena, senza altro dolore 
Ch^ a tormentarmi ancor venga di fuore. 
29. 

Al primo suon di queUa voce tdrse 
Ruggiero il viso, e subito levosse; 
E poi ch' uscir dalP arbore s' accorse, 
StupeGatto rest6 piu che mai fosse. 
A levarne il destrier subito corse; 
£ con le guance di vergogna rosse, 
Qual che tu sii, perdonami, dicea, 
O spirto umano, o boschereccia Dea. 
30. 

II non aver saputo che s^ asconda 
Sotto ruvida scorza umano spirto, 
M^ ha lasciato turbar la bella fronda y 
E far iugiuria al tuo vivace mirto; 
Ma non restar pero che non risponda 
Chi tu ti sia^ ch^ in corpo orrido ed irto, 
Con voce e razionale anima vivi; 
Se da grandine il ciel sempre ti schivi. 



CANTO SESTO 117 

31. 

£ s' ora o mai potr5 qaesto dispetto 
Con alcim beneficio compensarte. 
Per quella bella donna ti prometto, 
Quella che di me lien la miglior parte , 
Ch^ io faro con parole e con effetto 
Ch^avrai giusta cagion di me lodarte. 
Come Ruggiero al suo parlar fin diede, 
Trem6 quel mirto dalla cima al piede. 
32. 

Pol si vide sudar su per la scorza 
Come legno dal bosco allora tratto, 
Che del foco venir sente la forza, 
Poscia ch' invano ogni ripar gli ha fatto; 
K comincio: Tua coriesia mi sforza 
A discoprirti in un medesmo tratto 
Ch^ io fossi prima , e cbi converso m' aggia 
In questo mirto in su V amena spiaggia. 
53. 

II nome mio fu Astolfo; e paladino 
Era di Francia, assai temuto in guerra; 
D^ Orlando e di Rinaldo era cugiuo ^ 
La cui fama alcun termine non serra: 
E si spettava a me tutto il domfno, 
Dopo il mio padre Otton, delP Inghilterra : 
Leggiadro e bel fui si che di me accesi 
Piu d' una donna, e alfin me solo offesi* 
34. 

Ritomando io da quelle isole estreme 
Che da levante il mar indico lava^ 
Dove Rinaldo ed alcun^altri insieme 
Meco fur chiusi in parte oscura e cava^ 
Ed onde liberate le supreme 
Forze n' avean del cavalier di Brava*, 
Yer ponente io venia luugo la sabbia 
Che del settentrion sente la rabbia. 



1 18 L'ORLANDO FURIOSO 

3». 

E come la via nostra e il duro e fello 
Distin ci trasse, uscimmo una mattina 
Sopra la beUa spiaggia, ove un castello 
Siede sul mar, della possente Alcina. 
Trovammo lei ch' uscita era di qaello , 
E stava sola in ripa alia marina; 
E senza rete e senza amo traea 
Tutti K pesci al lito che volea. 
S(i. 

Veloci vi correvano i delfini, 

Vi venia a bocca aperta il grosso tonno; 
I capidogli coi vecchi marini 
Yengon turbati dal lor pigro sonno; 
Muli^ salpe, salmoni e coracini 
Nuotano a schiere in piu fretta che ponno; 
Pistrici, fisiteri, orche e balene 
Escon del mar con mostruose schieue* 
57. 

Teggiamo una balena, la maggiore 

Che mai per tutto il mar vedufa fosse: 
Undici pass! e piii dimostra fuore 
Dell^ onde salsa le spaUacce grosse. 
Caschiamo tutti insieme in uno errorn: 
Perch' era ferma e che mai non si scosse , 
Ch^ ella sia una isoletta ci credemo ; 
Cosi distante ha V un dall^ altfo estremo. 
38. 

Alcina i pesci uscir facea dell' acque 
Con semplici parole e puri incanti. 
Con la fata Morgana Alcina nacque, 
lo non so dir s' a un parto , o dopo o innanti. 
Gaardommi Alcina; e subito le piacque 
L' aspetto mio , come mostr6 ai sembianti ; 
E pens5 con astuzta e con ingegno 
Tormi ai compagni; e riusci il disegno. 



CANTO SESTO 119 

59. 

Ci venae incontra con allegra faccia. 
Con modi graziosi e liverentij 
E disse: Cavalier, quando vi piaccia 
Far oggi meco i vostri alloggiameDii , 
lo vi faro veder nella mia caccia, 
Di tutti i pesci sorti diffisrenti; 
Clii ficaglioso, chi molle e chi col pelo; 
E saran piu che non ha stelle il cielo. 
40. 

E volendo vedere una sirena 
Che col suo dolce canto accheta il mare^ 
Passiam di qui fin su quell' altra arena^ 
Dove a quest' ora suol sempre tOTnare : 
£ ci mostro quella maggior balena 
Che, come io dissi, un'isoletta pare, 
lo^ che sempre fui troppo (e me n' increace) 
Yolentarpso, andai sopra quel pesce. 
41. 

Rinaldo m' acceonava , e similmente 

Dudon, ch' io non v' andassi; e poco valse. 
La fata Alcina con faccia ridente^ 
'Lasciando gli altri dua, dietro mi salse. 
La halena, all' uflicio diligente, 
Nuotando se n' andi6 per 1' onde salse. 
Di mia sciocchezza tosto fui pentito; 
Ma troppo mi trovai lungi dal lito. 
42. 

Rinaldo si eaccio nell' acqua a nuoto 
Per aiutarmi, e quasi si sommerse, 
Perche levossi un furioso Noto 
Che d' ombrti il cido e '1 pelago copcrse. 
Quel che di lui segui poi , non m' e noto. 
Alcina a confortarmi si converse; 
E quel di tutto, e la nolte che veime, 
Sopra quel mostro in mezzo H mar nu tense. 



120 L' ORLANDO FUMOSO 
43. 

Finche venimmo a quest' isola beUa^ 
Di cut gran parte Alcina ne possiede y 
£ V ha usurpata ad una sua sorella 
Che '1 padre gia lasci6 del tutto erede y 
Perch^ sola legittima avea qnella; 
E (come alcun notizia me ne diede, 
Che pienamente iustrutto era di que^o) 
Sono quest^ altre due nate d' incesto: 
44. 
E come sono inique e scellerate, 

E piene d' ogni vizio infame e brutto. 
Cost quella, viyendo in castitate, 
Posto ha nelle virtuti il suo cor tutto. 
Contra lei queste due son conginrate; 
E gia pill d' uno esercito hanno instmtto 
Per cacciarla delP isola ; e in piii ToHe 
Pill di cento castella V hanno tolte : 
46. 
Ne ci terrebbe ormai spanna di terra 
Colei che Logtstilla k nominata, 
Se non che quinci un golfo il passo senrat, 
E quindi una montagna inabitata; 
Siccome tien la Scozia e V Inghilterra 
II monte e la riviera separata: 
Ne per6 Alcina ne Morgana resfa 
Che non le TOglia tor ci6 che le resta. 
46. 
Perche di vizii e questa coppia rea, 
Odia colei perche e pudica e santa. 
Ma per tomare a quel ch' io ti dicea , 
E seguir poi com^ io divenni pianta , 
Alcina in gran delizic mi tenea, 
E del mio amore ardeva tutta quanta; 
Ne minor fiamma nel mio core accese 
II veder lei si bella e si cortese. 



CAJVTO SESTO isi 

47. 

lo mi godea le delicate membra: 

Pareami aver qui tutto il ben raccolte 
Che fra^ mortali in piu parli si smembra, 
A chi piu ed a chi meno, e a nessun molto. 
He di Francia.ne d^ altro mi rimembra: 
Stavami sempre a contemplar quel voltp. 
Ogni pensiero, ogni mio beldisegno 
In lei finia^ ne passava oltre il segno. 
AS. 

lo da lei altrett^nto era^ o piu^ amato: 
Alcina piu non si curava d' altri: 
Ella ogn^ altro suo amante avea lasciato ; 
Ch^ inaanzi a me ben ce ne fur degli altri. 
Me consiglier, me avea di e nolte a lato; 
E me fe^ quel che comandava agli altri: 
A me credeva, a me si riportava; . 
N^ notte o di con altri mai parlava. 
49. 

Deh! perche vo le- mie piaghe toccando, 
Senza speranza poi di medicina? 
Perphe V avuto ben vo rimembrando, 
Quando io patisco. estrema disciplina? 
Quando credea d^ $8ser felice, e quando 
Credea ch' amar piu mi dovesse Alcina , 
II cor che .m' avea dato si ritolse, 
E ad altro nuovo amor tutta si volse. 

Gonobbi tardi il suo mobil ingegno , 
Usato amara e disamare a un punto. 
Non era stato oltre a duo mesi< in regno , 
Ch' un nuovo amante al loco mio fu assunto. 
Da se cacciommi la fata con sdegno, 
E ^alla grazia sua m' ebbe disgiunto: 
E seppi poi, che tratli a.simil porto 
Avea mill' altri amanti, e tutti a torto. 

Gel. Vol. II. la 



r/ 



i%% L* ORLANDO FURIOSO 

E perchi essi non vadano pel mondo 
Di lei nafraado la ytta lasciTa, 
Chi qua, chi la per lo terrea fecondo 
Li muta altri in abete, altri in oliva, 
Altai in palma, ahri in cedro, alfai secondo 
Che Tedi me, su queata yerde riya; 
Altai in liqaido fonte, alcuni in fera, 
Gome pill aggrada a quella fata altiera. 

Or ta che aei per non usata yia, 
Signor, yenuto aU^ isola fatale, 
Acci6 ch' alcuno amante per te aia 
Gonyerso in piebra o in onda, o fatto tale, 
Ayrai d' Alcina acettro e siguoria, . 
£ aarai lieto aopra ogni mortale: 
Ma certo sii di gionger tosto al passo 
D'entrare o in fera o in fonte o in legno o in sasso. 
»3. 

lo te n^ ho dato yolentieri ayyiso : 

Non ch' io nd creda che debbia gioyarte; 
Pur meglio fia che non yadi improyyiso, 
E de' coatumi aaoi tu sappia parte: 
Ghe forse, come h differente il yiso, 
E dififerente ancor V ingegno e V arte. 
Tu saprai forae riparar al danno, 
Quel che aaputo mill' dtri non hanno. 
M. 

Roggier^ che oonosciuto ayea per fama 
Gh' Astolfo alia sua donna cugin era. 
Si dolae aasai che in ateril pianta « grama 
Mutato ayesse la sembianza yera: 
E, per amor di quella che tanto ama 
( Purche aaputo ayesse in che maniera ) ,\ 
61i ayria fatto seryisio; ma aiuterlo 
In altro non potea ch^ in confortarfo. 



CANTO SESTO i23 

Lo fe' al meglio che seppe ; e domandoIU 
Poi se via c' era ch' al regno guidassi 
Di Logbtilla, o per piano o per colli. 
Si che per quel d' Alcina non andassi. 
Che ben re n* era un' altra, ritoriidUi 
L' arbore a dir, ma piena d' aspri iassi^ 
S' andando un poco innansi alia man destra 
Salisse il poggio inv^r la cima alpestra: 
»«. 

Ma che non pensi gia che seguir possa 
n soo cammin per queUa atrada troppo: 
Incontro avr^ di gente ardita grossa 
£ fiera oompagaia, con duro intoppo. 
Alcina ye li ti^n per muro e fossa 
A dbi volesse useir fuor del sao groppo. 
finggier quel mirto ringrazi5 del tutto, 
Poi da lui si parti dotto ed instmtto. 

Venne al cavallo, e lo disciolse e prese 
Per le redine, e dietro se lo trasse: 
Ne, come fece prima, piii V aaceee,- 
Perch^ Dial grado suo non lo portasse. 
Seco pensava come nel paese 
Di Logistilla a salvamento andasse. 
Era disposto e fermo usar ogni opra, 
Che non gli avesse Alcina imperio sopra. 
58. 

Pens6 di rimontar sul suo cavallo, 
E per r aria spronarlo a nuovo corso ; 
Ma di^t6 di far poi inaggior fallo, 
Ch^ taroppo mal quel gli ubbidiva al mono, 
lo pas8er6 per forza, sMo non fallo 
( Dicea tra se ) , ma vano era il discorso. 
Non fu duo miglia longi alia marina, 
Che la Bella citta vide d* Alcma. 



1^4 L'ORLANDO FORlOSO 

tiO. 
Lontan si vide una muragUa luoga 
Che gira iotorno, e graa paese serra; 
E par che la sua altezza al ciel s* aggiuoga , 
E d' ore sia dalP alta cima a terra. 
AlcuQ dal mio parer qui si dilunga, 
E dice ch' ell' e alchimia; e forse ch* erra, 
Ed anco forse meglio di me iatende; 
A me par oro , poiche si risplende. 

eo. 

Come fu presso alle si ncche mura, 

Che U mondo altre non ha della lor sorte, 
Lascio la strada che per la pianura 
Ampla e diritta andava alle gran porte ; 
Ed a man destra, a quella piu siciu*a 
Ch' al monte gia, piegossi il gucrrier forte: 
Ma tosto ritrov6 Y iniqua frotta , 
Dal cui furor gU fu turbata e rotta. 
61. 

Non fu veduta mai piu strana torma, 
Pill monstruosi voiti e peggio fatti; 
Alcuu dal collo in giu d' uomini ban forma, 
Col viso altri di simidi^ altri di gatti ; 
Stampano alcun con pie caprigniv T orma; 
Alcuni son centauri agili ed atti; 
Son gioveni impudenti e vecchi stolti^ 
Chi nudi, e chi di strane pelli involti: 
62. 

Chi senza freno in s'un destrier galoppa, 
Chi lento va con 1' asino o col hue; 
Altri salisce ad un centauro in groppa: 
Struzzoli molti ban sotto, aquile e grue; 
Ponsi altri a bocca il como, altri la coppa, 
Chi femmina e cbi maschio, e chi amendue; 
Chi porta uncino e cbi scala di corda, 
Chi pal di ferro e chi una lima sorda. 



>' 



CANTO SESTO mS 

63. 

Di questi il capitano si vedea 

Aver gonfiato il ventre e '1 viso grasso ; 
II qual su una testuggine sedea, 
Che con gran tardita mutava il passo. 
Avea di qua e di la chi lo reggea , 
Perche egli era ebbro, e tenea il ciglio basso: 
Altri la fronte gli asciugava e il mento , 
Altri i panni scuotea per fargli vento. 
64* 

Un ch' avea umana forma i piedi e '1 ventre y 
E collo avea di cane^ orecchie e testa , 
Contra Ruggero abbaia acci6 ch^ egli entre 
Nella bella citta ch' addietro resta. 
Rispose il cavafier: Nol faro^ mentre 
Avra forza la man di regger questa. 
(E gli mostra la spada, di cui vdlta 
Avea r aguzza punta alb sua volta ). 
68. 

Quel mostro lui ferir vuol d' una laucia; 
Ma Ruggier presto se gli avventa addosso : 
Una stoccata gli trasse alia pancia, 
E la fe' un palmo riuscir pel dosso. 
Lo scudo imbraccia^ e qua e* la si lancia, 
Ma V inimico stuolo e troppo grosso : 
L' un quinci il punge, e P allro quindi afferra: 
Egli s' arrosta, e fa lor aspra guerra. 
66. 

U un sin a^ denti, e V altro sin al petto 
Psbrtendo va di quella iniqua razza ; 
Ch' alia sua spada non s' oppone elmetto, 
Ne scudo , ne panziera , ne corazza : 
Ma da tutte le parti e cosi asti^etto , 
Che bisogno saria, per trovar piazza 
E tener da se largo il popol rco, 
D' aver piii braccia e man cbe Briareo... 



ia6 L' ORLANDO PUWOSO 

67. 

Se di scoprire avesse avuto awiso 
Lo scudo che gia fu del negroinantc 
( lo dico quel ch^ abbarbagliava il viso y 
Quel ch' air arcione area lasciato Atlante ) ; 
Subito avria quel brutto stuol conquiso, 
E fattosel cader cieco davante: 
E forse ben che diaprezz^ quel modo, 
Perche virtude usar volse^ e noa frodo. 
68. 

Sia quel che pub, piuttoato vuol morire 
Che rendersi prigtone a si Til gente. 
Eccoti intanto dalla porta uscire 
Del muro, chMo dicea d^ oro lucente, 
Due giovani ch' ai gesti ed al veslire 
Non eran da stiinar nate umilmente, 
Ne da pastor nutrite con disagi, 
Ma fra delisie di real palagi. 
69. 

L^ una e V altra sedea s'un liooorno, 
Gandido piu che candido armellino; 
L* una e 1* altra era bella , e di si adomo 
Abito, e modo tanto pellegrino, 
Che alP uom , guardando e contemplando intorno y 
Bisognerebbe aver occhio divino 
Per far di lor giudizio: e tal sarfa 
Belti ( s^ aresse corpo ) e Leggiadria. 
70. 

L^ una e V altra n' andb dove nel prato 
Ruggier e oppresso dallo stuol villano. 
Tutta la turba si lev6 da lato; 
E quelle al cavalier porser la mano, ^ 
Che tinto in viso di color rosato, 
Le donne ringrazio dell' atto umano: 
E fu contento, compiacendo loro, 
Di ritomarsi a quella porta d^ oro. 



CANTO SESTO 127 

71. 

L^ adornamento chc s' aggtra sopra 

La bella porta, e sporge iin poco avantc, 
Parte noa ha che tutta non si copra 
Delle piu rare gemme di levante* 
Da quattro parti si riposa sopra 
Grosse colonne d^ integro diamante. 
O Tcro o false ch' alF occhio risponda , 
Non e cosa piu belia o piu gioconda. 
72. 

Su per la soglia e fuor per le colonne 
Corron scfaenando lascive donselle, 
Che, se i rispetti defaiti alle donne 
Servasser ptu, sarian forse piu belle. 
Tutte vestite eran di yerdi gonne, 
E coronate di fronde noyeUe. 
Queste, con molte offerle e con buon ¥iso, 
Rugger fecero entrar nel paradbo: 
75. 

Che si pu6 ben cost nomar quel loco, 
Oye mi credo che nasoesse Amore: 
Non Ti si sta ae non in danxa e in giuoco, 
£ tutte in festa yi si spaidoo V ore: 
Pensier canuto ne molto ne poco 
Si pu6 quivi albergare in ilcan core: 
Non entra quivi disagio ne inopia, 
Ma vi sta ognor col como pien la Copia. 
74. 

Qui, dove con serena e lieta fronte 
Par ch' ognor rida il grasioso Aprile, 
Gioveni e donne son: qual presso a fonte 
Ganta con dolce e dilettoso stile; 
Qual d^un arbore all^ombra e qual d'un monie, 
O giuoca, o danza, o fa cosa non vile; 
£ qual, lungi dagli altri, a un suo fedeic 
Discuopre V amorose sue querele. 



ia8 r ORLANDO FDRIOSO 
75. 

Per le cime dei pini e degli allori, 
Degli alti faggi e degFirsuti abeti, 
Yolan scherzando i pai^oletti Amori; 
Di lor vittorie altri godendo lieti , 
Altri pigUando a saettare i cori 
La mira qnindi, altri tendendo reti: 
Chi tempra dardi ad ua ruscel piu basso, 
E chi gli aguzza ad un volubil sasso. 
76. 

Quivi a Ruggiero un gran corsier fu dato, 
Forte ^ gagliardo, e tutto di pel.sauro, 
Ch' avea il bel guemimento ricamato 
Di preziose gemme e di fin auro: 
E fu lasciato in guardia quello alato^ 
Quel che solea ubbidire al vecchio Mauro, 
A un giovene cbe dietro lo menassi 
Al buon Ruggier con men frettosi passi. 
77. 

Quelle due belle giovani amorose 

Ch^ avean Ruggier dall' empio stuol difcso, 
DalPempio stuol che dianzi se gli oppose 
Su quel cammin ch' avea a man destra preso , 
Gli dissero: Signor, le virtuose 
Opere vostre , che gia abbiamo inteso , 
Ne fau si ardite , che V aiuto vostro 
Yi chiederemo a beneficio. nostro. 
78. 

Noi troverem tra via tosto una lama 
Che fa due parti di questa pianura. 
Una crudel, che ErifiUa si chiama, 
Difende il ponte, e sforza c inganna c fiu*a 
Chiunque andar neU^ altra ripa brama ; 
Ed ella c gigantessa di statura ; 
Li denti ha luoghi e velenoso il morsQ , 
Acute V ugne , e , graffia come un orso. 



CANTO SESTO 129 

79. 

Ollre che sempre ci turbi il cammino, 
Che libero saria se non fosse ella, 
Spesso, correndo per tutto il gtardino, 
Ya disturbando or questa cosa or quella. 
Sappiate che del popolo assassino 
Che vi assail fuor della porta bella, 
Molti suoi figli son, tutti seguaci , 
Empii, come ella, inospiti e rapaci. 
80. 

Ruggier rispose: Non ch^una battaglia, 
Ma per voi sar6 pronto a fame cento. 
Di mia persona, in tutto quel che vaglia, 
Fatene yoi secondo il vostro intento: 
Che la cagion ch' io vesto piastra e maglia 
Non e per guadagnar terre ne argento, 
Ma sol per fame beneficio alfrui; 
Tanto pill a belle donne come vui. 
81. 

Le donne molte grazie riferiro 

Degne d' un cavalier come quell^ era: 

E cost ragionando, ne veniro 

Dove videro il ponte e la riviera; 

E di smeraldo ornata e di zaffiro 

Su r arme d' 6r , vider la donna altiera. 

Ma dir nell' altro canto differisco 

Come Ruggier con lei si pose a risco. 



Okl. Vol. II. 17 



L'ORLAI^DO FURIOSO 



CANTO SETTIMO 

ARGOMENTL 



AMIQRATO. 

La gipD testa Erililla lia gii rinto 
Rungier, per cbi Pincarco ne gli ha dato 
Indi sen va nel cieco laberinto « 
Ore Alcioa ha pi& d* on preso e legato. 
Melissa il erare errore OT*e sospiato 
Gli fa Tedere , ed ha il rimedio a lato: 
Oad* ei , ch* ha per rossor basse le ctglia , 
Subito a prender fuga si oonsiglia. 

ANOOILLARA. 

Hajrgier P empia Erifilla abbatte e lassa; 
rra roille donne ^i , mllle doosplle 
Ilel golfo coo Alcina il tempo passa 
Delle delisie e delle eose belle. 
L'anel che Parte maga annulla, e cassa. 
Fa d* Alcioa sooprir la cresoa pelle. 
Di Melissa Ruggier preode il consiglio , 
£ fngge quelle ioCioia e quel perigKo. 



DOLCE. 

Roggier la gi^aotessa ahbatte, e stende; 
K oe Ta oritto a ritroTare Alcioa: 
Che coo fiou belta taoto Pacc«>ode, 
Ch*ei pijk ooo pensa ad altra disciulioa. 
Ma la naga , che d^esso core preode , 
Gli porta del suo mal la medicina^ 
Cb« coo P aoel gli nostra a parte a parte 
Le oelate bruttecse io lei coo arte. 

VSRDIZZOTTI. 

Pria che Roggiero pooga il pii nel regno 
A eoi trarlo Toleao due d^oiigelle , 
Vioce Erifilla io giostra ^ e del suo sdegoo 
Le dooa il resto a voloDta di quelle : 
Poi de Pernor d" Alcioa al laocio iod^oo 
Cade si che ooo tosto indi si svelle: 
Ma »a, preso Melissa del suo Atlaote 
Sembiaoaa, al fio Io tree d*insidie tame. 



I. 

f^hi va lontan dalla sua patria, vede 
Cose da quel cbe gia credea, lontane; 
Che narrandole poi non se gli crede, 
E stimato bugiardo ne rimaae: 
Che '1 sciocco vulgo non gli yuol dar fede , 
Se non le vede e tocca chiare e piane: 
Per questo lo so che V inesperienza 
Fara al mio canto dar poca credenza. 

8. 

Poca o inolta ch^ io ci abbia, non bisogna 

Ch' io ponga mente al vulgo sciocco e ignaro. 
A voi so ben che non parra menzogna, 
Chelume del discorso avete chiaro; 
Ed a voi soli ogni mio intenlo agogna 
Che '1 frulto sia di mie fatiche caro. ^ 
lo vi lasciai che '1 ponle e la riviera 
Yider che 'n guardia avea Erifilla altiera. 



CANTO SETTIMO i3i 

5. 

Queff era anoiata del piu fin metallo 
ChL* avean di piu color gemme distinto : 
Rubin vermiglio, crisolilo giallo, 
Yerde smeraldo, col flavo iacioto. 
Era montata, ma hon a cavallo, 
In vece avea di quello un lupo fipiato: 
Spinto area un lupo oye si passo il finme, 

• Con ricca seUa fuor d' ogni costume. 

4. 

Non credo ch' un si grande Apulia n' abbia: 
Egli era gcosso ed alto piu d^ un bue. 
Con fren spumar non gli facea le labbia; 
N^ so come lo regga a w)glie sue. 
La sopravvesta di color di sabbia 
Su V arme avea la maladetta lue: 
Era., fuor cbe '1 color, di quella sorte 
Ch' i vescoyi e i prelati usano in corte. 
S. 

£d avea nello scudo e sul cimiero 
Una gonfiata e velenosa botta. 
Le donne la mostraro al cavaliero^ 
Di qua dal ponte per gio^ar ridotta, 
E fargli scemo e rompergli il senttero, 
Come ad alcuni usata era talotta. 
Ella a Ruggier, che torni a dietro^ grida: 
Quel piglia un^ asta, e la minaccia e sfida. 

Non men la gigantessa ardita e presta 
Sprona il gran lupo e nell^ arcion si serra, 
E pon la lancia a mezaso il corso in resta^ 
E fa tremar nel suo venir la terra. 
Ma pur sul prato al fiero incoiri:ro resta, 
Che sotto 1' elmo il buon Ruggi<^ 1' afferra, 
E dell^ arcion con tal furor la caccia , 
Che la riporta indietro oltra sei braccia* 



1 32 L' ORLANDO FURIOSO 

7. 

E gia ( tratta la spada ch' avea cinta ) 
Yenfa a levarae la te^a superba : 
E ben Jo potea far; ohe come estinta 
ErifiUa §iacea tra^ fiori e V erba. 
Ma le donne gridkr: Basil sia vinta, 
Senza pigliarne altra vendetta acerba. 
Ripon% cortese cavalier, la spada; 
Passiamo ii ponte, e seguiUain la strada. 
8. 

Alqnanto malagevole ed aspretta 

Per mezzo un bosco presero la via; 
Che, oltra che sassosa fosse e stretta, 
Quasi su dritta alia collina gia. 
Ma poi che fvbro ascesi in su la vetta, 
Usciro in spaziosa prater/a, 
Dove il piu bel palazzo e U piu giocondo 
Yider, che mai fosse veduto al mondo. 

9. 

La bella Alcina venne un pezzo innante 
Yerso Ruggier fuor delle prime porte; 
E lo raccolse in signoril sembiante 
In mezzo bella ed onorata corte. 
Da tutti gli altri tanto onore e tante 
Riverenzie fur fatte al guerrier forte, 
Che non ne potrfan far piu, se tra loro 
Fosse Dio sceso dal supemo coro. 
10. 

Non tanto il bel palazzo era eccellente, 
Perche vincesse ogn' altro di ricchezza, 
Quanto ch'avea la piu piacevol genfe 
Che fosse al mondo, e di piu gentilezza. 
Poco era P un dall' altro differente 
E di fiorita etade e di bellezza: 
Sola di tutti Alcina era piu bella, 
Si come e bello il sol piit d' ogni stella. 



CANTO SETTIMO i33 

11. 

Di persona era tanto ben formata, V 

Quanto me' finger san pittori indastri ; 
Con bionda chioma lunga ed annodata: 
Oro non e che piii risplendia e lostri. 
Spargeasi per la ^ancia delicata 
Misto color di rose e di ligu^ri: 
Di terso avorio era k fronte lieta, 
Che lo spazio finia con giosta meta. 
i!k. 

Sotto dae negri e sottifissimi arcbi 

Son dae negri occbi, anzi duo cbiari soli, 
Pietosi a riguardare, a mover parchi, 
Intorno cui par ch' Amor scfaerzi e voli, 
E ch'indi tutta la ftretra $carchi, 
E che risibilmente i coti involi : 
Qnindi il naso per meiso il viso scende^ 
Che non trova V invidicr ove V emende. 
IS. 

Sotto quel sta, quasi Ira due vallette, 
La bocca sparsa di natflo cinabro: 
Quivi due filse son di perle elette^ 
Che chkide ed apre un be^o e dolce labbro: 
Quindi escoB le eortesi parolette 
Da render mdle ogni cor rozw e scabro; 
Quivi at forma qud soave riao 
Ch' apre a sua posta in terra il paradiso. 

Bianca neve e il bel colio, e '1 petto latfe; 
n collo e tondo, il petto colmo e largo: 
Due pome acerbe , e pur d' avorio fatte , 
Yengono e van^ come onda al primo margo 
Quando piacevole aura il mar combatte. 
Non potria V allre parti veder Argo: 
Ben si puo giudicar che corrisponde 
A quel ch' appar di fuor quel che s' asconde. 



i34 r ORLANDO FUMOSO 
15. 

Mostran le braccia sua misura giusta; 
E la Candida man spesso si vede 
Lunghetta alquanto e di larghezza angusta, 
Dove ne nodo appar, ne vena eccede. 
Si vede al fin della persona augusta 
II breve, asciutto e ritondetto piede. 
Gli angelici sembianti nati in cielo 
Non si ponno celar soUo alcun velo. 
46. 

Avea in ogni sua parte un laccio teso, 
O parli o rida o canti, o passo mova; 
Ne maraviglia e se Ruggier n^ e preso, 
Poi che tanto benigna se la trova. 
Quel che di lei gia avea dal mirto inteso, 
Com' e perfida e ria, poco gli giova; 
Ch' ingauno o tradimento non gli e awiso 
Che possa star con si soave viso. 
17. 

Anzi pur creder vuol che da costei 
Fosse converso Astolfo in su 1' arena 
Per li suoi portamenti ingrati e rei, 
E sia degno di questa e di piu pena: 
E tulto quel ch' udito avea di lei, 
Stima esser falso; e che vendetta mena, 
E mena astio ed invidia quel doleate \ 
A lei biasmare, e che del tutto rnent^. 
18. 

La bella donna che cotanto amava, 
Novellamente gli e dal cor partita; 
Che per incanto Alcina gli lo lava 
D' ogni antica amorosa sua ferita; 
E di se sola e del suo amor lo grava, 
E in quello essa riman sola sculpita: 
Si che scusar il buon Ruggier si deve, 
Se si mostro quivi incostante e lieve. 



CANTO SETTIMO i35 

la 
A quella meiisa citare, arpe e lire, 
E diversi altri dilettevol suoni 
Faceano intorno Paria tintinDire 
D'armonia dolce e di concenti buoni. 
Non vi mancaya chi, cantando^ dire 
D'amor sapesse gaudii e passionr, 
O con invenzioni e poesie 
Rappresentasse grate fantasie. 
80. 
Qual mensa trionfante e suntiiosa 
Di qualsiTOglia successor di Nino, 
O qual mai tanto celebre e famosa 
Di Cleopatra al vincitor latino 
Potria a questa esser par, che I'amorosa 
Fata avea posta innanzi al paladino? 
Tal non credMo che s'apparecchi dove 
Ministra Ganimede al sommo Giove. 
81. 
Tolte che fur le mense e le vivande, 

Facean, sedendo in cerchio, un giuoco lielo, 
Che nelPorecchio Pun Paltro domande, 
Come pill piace lor, qualche secreto. 
U che agli amanti fu comodo grande 
Di scoprir Pamor lor senza divieto: 
E furon lor conclusioni estreme 
Di ritrovarsi quella notte insieme. 
88. 
Finir quel giuoco tosto, e molto innanzi 
Che non solea la dentro esser costume. 
Con torchi aliora i paggi entrati innanzi, 
Le tenebre >cacciar con molto lume. 
Tra bella compagnia dietro e dinanzi 
Ando Ruggiero a ritrovar le piume 
In una adorna e fresca cameretta, 
Per la miglior di tulte Paltre elelta. 



i36 L' ORLANDO FUWOSO 
S3. 

E poi che di confetti e di buon yini 
Di nuoTO fatti fur debiti inviti^ 
E partir gli altri riverenti e chini, 
Ed alle stanae lor tutti soao iti: 
Ruggiero entro ne'profumati lini 
Che pareano di man d'Aracne usciti^ 
Tenendo tuttavia Torecchie attente 
S'ancor yenir la bella donna sente* 
24. 

Ad ogni piccol moto ch^egli iidiva, 

Sperando che fosse ella, il capo alzava: 
Sentir credeasi, e spesso non sentiva; 
Poi del suo errore accorto sospirava. 
Talvolta uscia del letto , e V uscio apriva ; 
Guatava fuori^ e nulla vi trovaya; 
E maledi ben mille yoke Fora 
Che facea al trapassar tanta dimora. 

as. 

Tra se dicea soyente: Or si parte ella; 
E cominciaya a noyerare i passi 
Ch^ esser potean dalla sua stanza a quella , 
Donde aspettando sta che Alcina passi. 
E qiiesti ed altri , prima che la bella 
Donna yi sia, yani disegni fassi. 
Teme di qualche impedimento spesso, 
Che tra il frutto e la man non gli sia messo. 
26. 

Alcina 9 poi ch'a^prezi'osi odori 

Dopo gran spazio pose alcuna meta, 

Venuto U tempo che piii non dimori, 

Ormai chMn casa era ogni cosa cheta, 

Delia camera sua sola usci fuori; 

E tacita n'ando per yia secreta 

Dove a Ruggiero avean timore e speme 

Gran pezzo intorno al cor piignato insiemc. 



CANTO SETTIMO iS; 

27. 

Come si vide il successor d' Astolfo 
Sopra apparir quelle ridenti stelle^ 
Come abbia nelle vene acceso zolfo, 
Nod par che capir possa nella peUe. 
Or sino agli occhi ben nuota nel golfo 
Delle delizie e delle cose belle: 
Salta del letto, e in braccio la raccoglie, 
Ne pu6 tanto aspettar ch' ella si spoglie; 

sa. 

Benche ne gonna ne faldiglia avesse; 

Che yenne avvolta in un leggier zendado 
Che sopra una camicia ella si messe, 
Bianca e suttil nel piu eccellente grado. 
Come Ruggiero abbracci6 lei, gli cesse 
n manto; e resto il yel suttile e rado, 
Che non copria dinanzi ne di dietro^ 
Piu che le rose o i gigli un chiaro vetro. 
20. 

Non cosi strettamente edera preme 

Pianta ove intorno abbarbicata s' abbia, 
Come si stringon li du^ amanti insieme, 
Cogliendo dello spirto in su le labbia 
Suave fior, qual non produce seme 
Indo p sabeo nell' odorata sabbia. 
Del gran piacer ch' avean , lor dicer tocca ; 
Che spesso avean piu d* una lingua in bocca. 
30. 

Queste cose la dentro eran secrete; 
O, se pur non secrete, almen taciute: 
Che raro fu tener le labbra chete 
Biasmo ad alcun^ ma ben spesso virtute. 
Tutte profferte ed accoglienze liete 
Fanno a Ruggier quelle persone astute: 
Ognun lo reverisce e se gli inchina, 
Che cosi vuol V innamorata Alciiia. 

Okl. Vol. II. 1 8 



1 38 L' ORLANDO FUWOSO 

31. 

Non e diletto alcun che di fuor reste; 
Che tuKisoQ nell' amorosa stanza: 
E due e tre volte il di matano yeste, 

. Fatte o(* ad una or ad un^ altra uaanza* 
Spesso in conviti, ^ sempre 9tanno in fesle, 
In giostre, in lotte, in scene, in bagno^ in danza: 
Or presso ai fonti, all' ombre de' poggetti, 
Leggon d' antiqui gli amorosi detti. 
32. 

Or per V ombrose valli e lieti colli 
Yanno cacci«indo le paurose lepri; 
Or con sagaci caai i iagian folli 
Con strepito uscir fan di stoppie e vepri; 
Or a' tordi lacciuoli, or veschi mollt 
Tendon tra gli odoriferi ginepri: 
Or con ami inescati ed or con reti 
Tijurbanoa' pesci i grali lor secreti, 
33. 

Stava Ruggiero in tanta gioia e fesla, 
Mentre Carlo in trdvaglio ed Agramante, 

. Di cui V istdria io non vorrei per questa 
Porre in obblio, ne lasciar Bradamante, 
Che con travagllo e con pena molesta 
Pianse piu gioroi il disiato amante, 
Ch' avea per strade disusate e nuove 
Veduto portar via, ne sapea dove, 
34. 

Di costei, prima che degli altri, dico, 
Che molti giorni ando cercando invauo 
Pei boschi ombrosi e per lo campo aprico, 
Per ville, per citta, per monte e piano; 
Ne mai pole saper del caro amico, 
Che di tanto intervallo era lontano. 
Neir osle saracin spesso venia , 
Ne mai del suo Ruggier ritrovo spia. 




s 

i 



CANTO SETTIMO iSg 

35. 
Ogni di ne domanda a piu di cento, 
Ne alcun le ne sa mai render ragioni. 
D' alloggiamento va in alloggiamento , 
Cercandone e trabacche e padigliom: 
E lo pub far; ch^ senza impedimento 
Passa tra cavalieri e tra pedoni, 
Merce all' anel che , faor d' ogni unian uso , 
La fa sparlr quando 1' e in bocca chiuso. 

Ne pub ne creder vuol che morto sia; 
Perche di si grande uom 1' alta ruina 
DalP onde idaspe udita si sarfa 
Fin dove il sole a riposar declina. 
Non sa ne dir ne immaginar che via 
Far possa o in cielo o in terra; e pur meschina 
Lo va cercando, e per compagni mena 
Sospiri e pianli, ed ogni acerba pena. 
57. 

Pensb alfin di tomare alia spelonca 
Dove eran V ossa di Merlin profeta , 
E gridar tanto intorno a quella conca, 
Che '1 freddo marmo si movessc a pieta : 
Che, se vivea Ruggiero, o gli avea tronca 
L' alta necessita la vita lieta, 
Si sapria quindi; e poi s' appiglierebbe 
A quel miglior consiglio che n' avrebbe. 
58. 

Con questa intenzion prese il cammino 
Yerso le selve prosslme a Pontiero, 
Dove la vocal tomba di Merlino 
Era nascosa in loco alpestro e fiero. 
Ma quella maga che sempre vicino 
Tenuto a Bradamante avea il pensiero, 
Quella, dico io, che nella bella grotta 
L' avea della sua stirpe instrulta e dotta; 



i4o L' ORLANDO FURIOSO 

3». 

Quel la benigna e saggia incantatrice, 
La quale ha sempre cura di costei, 
Sappiendo ch' esser de^ progenifrice ' 
ly uomini invitti, anzi di semidei , 
Ciascun di vuol saper che fa , che dice ^ 
£ getta ciascua di sorte per lei. 
Di Ruggier liberato e poi perduto, 
E dove in India and6, tutto ha saputo. 
40. 

Ben veduto V avea su quel cavallo 

Che regger non potea, ch' era sfreaato, 
Scostarsi di lunghissimo intervallo 
Per seutier periglioso e non usato; 
E ben sapea che staya in giuoco e in ballo, 
E in cibo e in ozio molle e delicato, 
N^ piu memoria avea del suo signore, 
Ne della donna sua^ ne del suo onore. 
41. 

E cosi il fior delli begli anni suoi 
In lunga inerzia aver potria consunto 
Si gentil cavalier^ per dover poi 
Perdere il corpo e V anixna in un punto: 
E quell' odor che sol riman di noi 
Poscia che U resto fragile e defunto , 
Che trae V uom del sepolcro e in vita il serba, 
Gli saria stato o tronco o svelto in erba. 
42. 

Ma quella gentil maga, che piu cura 
N' avea , ch' egli medesmo di se stesso , 
Pens6 di trarlo per via alpestre e dura 
Alia vera virtu y malgrado d' esso : 
Come eccellente medico che cura 
Con ferro e fuoco, e con veneno spesso; 
Che sebben molto da principio oifende^ 
Pol giova al fine, e grazia se gli rende. 



/ 



CANTO SETTIMO i4i 

Ella noa gli era facOe, e talmente 
Fattane cieca di superchio amore, 
Che, come facea Atlante, solameute 
A dargli vita avesse posto il core. 
Quel piuttosto volea che hingamente 
Yivesse e senza fama e senza onore, 
Che, con tutta la laude che sia al mondo, 
Mancasse un anno al suo viver giocondo. 
44. 

li avea mandato all' isola d' Alcina, 

Perche obbliasse 1' arme in qnella corte : 
E, come mago di somma dottrina, 
Ch' usar sapea §V incanti d' ogni sorte, 
Avea il cor stretto con quella regma 
Nell' amor d' esso d' un laccio si forte, 
Che non se n' era mai per poter sciorre, 
S' invecchiasse Ruggier piu di Neslorre. 
4». 

Or tomando a colei ch' era presaga 
Di quanto de' awenir, dico clie tenne 
La drltta via dove V errante e vaga 
Figlia d' Amon seco a incontrar si venne. 
Bradamante vedendo la sua maga, 
Muta la pena che prima sostenne 
Tutta in speranza, e quella V apre il vero, 
Ch' ad Alcina e condotto il.suo Ruggiero. 
46. '[ 

La giovane riman presso che morta 

Quando ode che '1 suo amante e cost lunge ; 

'E pill che nel suo amor periglio porta, 

Se ^an rimedio e subito non giunge: 

Ma la benigna maga la conforta, 

E presta pon P impiastro ove il duol punge; 

E le promette e gipra, in pochi giorni 

Far che Ruggiero a riveder lei tornL 



1 4a L' ORLANDO FURIOSO 

47. 

Dacche^ donna (dicea), T anello hai leco, 
Che yal contra ogni magica fattura, 

10 non ho dabbio alcun che s^ io V arreco 
La dove Alcina ogni tuo ben ti fnra, 

Gh' io non le rompa il suo disegno, e meco 
Non ti rimeni la tua dolce cura. 
Me n^ andro qaesta sera alia print' ora, 
E sar6 in India al nascer dell' aurora. 
48. 
E, seguitando, del modo narrolle 
Che disegnato avea d' adoperarlo, 
Per trar del regno effemminato e moUe 

11 caro amante, e in Francia rimenarlo. 
Bradamante V anel del dito toUe : 

Ne solamente avrfa voluto darlo, 

Ma dato il cuore, e dato avr/a la vita, 

Furche n' avesse il suo Ruggiero aita. 
49. 
Le da r anello , e se le raccomanda ; 

E pill le raccomanda il suo Ruggiero, 

A cui per lei miUe saluti manda; 

Poi prese viv Provenza altro sentiero. 

And6 1' incantatrice a un' altra banda, 

£ per porre in effetto il suo pensiero, 

Un palafren fece apparir la sera, 

Gh' area un pie rosso, e ogn' altra parte nera. 
»0. 
Gredo fusse un Alchino o un Farfarello 

Che dall' inferno in quella forma trasse; 

E scinta e scalza mont6 sopra a quello, 

A chiome sciolte e orribilmeute passe: 

Ma hen di dito si lev5 V anello , 

Perch^ gU incanti suoi non le vietasse. 

Poi con tal fretta ando, che la mattina 

Si ritrovb nell' isola d' Alcina. 



CANTO SETTIMO 143 

Si. 

Quivi mirabilmente trasmutosse: 

S' accrebbe piii d^ un palmo di statura, 
E fe^ le membra a proporzion piu grosse , 
£ restb appunto di quella misura 
Che si penso che 1 negromante fosse , 
Quel che nutri Ruggier coo si gran cura: 
Yesti di lunga barba le mascelle, 
E fe' crespa la fronte e V altra pelle. 
S9. 

DI faccia^ di parole e di sembiante 
Sl lo seppe imitar, che totalmente 
Potea parer V incantatore Atlante. 
Foi si Bascose; e tanto pose mente^ 
Che da Ruggiero allontanar V arnante 
Alcina vide un giomo finalmente: 
E fu gran sorte; che di stare o d^ ire 
Senza esso un^ ora potea mal patire. 
85. 

Soletfo lo trovo, come lo voile, 

Che si godea il mattin fresco e sereno, 
Lungo im bel rio che discorrea d' un colle 
Yerso un laghetto limpido ed ameno. 
n suo vestir delizioso e molle - 
. Tutto era d^ ozio e di lascivia pieno, 
Che di sua man gli avea di seta e d' oro 
Tessuto Alcina con sottil lavoro. 
tf4. 

Di ricche gemme un splendido monile 
Gli discendea dal coUo in mezzo il petto; 
E nell* uno e nelP allro gia virile 
Braccio girava un lucido cerchietto. 
Gli avea forato un fil d'oro sottile 
Ambe V orecchie in forma d' anelletto; 
E due gran perle pendevano quindi, 
Qual mai noii ebbon gli Arabi ne gP Indi. 



i44 L'ORLANDO FURIOSO 

55. 

Umide avea V inanellate chiome 
De' piu suavi odor che sieno in prezzo : 
Tutto ne' gesti era amoroso, come 
Fosse in Yalenza a servir donne awezzo: 
Non era in lui di sano altro che '1 nome^ 
Corrolto tutto il resto, e piu che mezzo. 
Cosi Ruggier fu ritrovato, tanto 
Dall' esser suo mutato per incanto. 
56. 

Nelia forma d' Atlante se gli affacda 
Colei che la sembianza ne tenea, 
Con quella grave e venerabil faccia 
Che Ruggier sempre riverir solea, 
Con quell' occhio pien d* ira e di miuaccia^ 
Che si temuto gia fanciullo area; 
Dicendo : E questo dunque il frutto ch' io 
Lungamente atteso ho del sudor mio? 
57. 

Di medolle gia d' orsi e di leoni 

Ti porsi io dunque li primi alimenti^ 
T' ho per caverne ed orridi burroni 
Fanciullo awezzo a strangolar serpenti y 
Fantere e tigri disarmar d' ungioni, • 
Ed ai vivi cingial trar spesso i denti , 
Accio che dopo tanta disciplina 
Tu sii r Adone o V Atide d' Alcina? 
58. 

E questo quel che V osservate stelle , 
Le sacre fibre e gli accoppiati punti, 
Responsi, augurii, sogni, e tutte quelle 
Sorti ove ho troppo i miei studi consunti, 
Di te promesso sin dalle mammello 
M' avean , come quest' anni fusser giunti , 
Ch' in arme 1' opre tue cosi preclare 
Esser dovean ^ che sarian senza pare ? 



CANTO SETTIMO 145 

89. 

Qaesto e ben veramenle alio principio! 
Onde si pu6 sperar che tu sia presto 
A farti un Alessandro, un Giulio, un Scipio. 
Chi potea, ohime! di te mai creder questo^ 
Che ti facessi d^Alcina mancipio? 
E perche ognun lo veggia maaifesfo, 
Al collo ed alle braccia hai la catena 
Con che ella a voglia sua preso ti mena. 
00. 

Se non ti muovon le tue proprie laudi^ 
E I'opre eccelse a che t'ha il cielo eletto, 
La tua succession perche defraudi 
Del ben che mille volte 10 t' ho predetto ?* 
Deh ! perche il ventre eternamente claudi , 
Dove il ciel vuol che sia per te concetto 
La gloriosa e soprumana prole, 
Ch' esser de^ al mondo piu chiara che 1 sole ? 
01. 

Deh! non vietar che te piu nobiFalme 
Che sian formate nelP eteme idee, 
Di tempo in tempo abbian corporee salme 
Dal ceppo che radice in te aver dee. 
Deh! non vietar mille trionfi e palme, 
Con che, dopo aspri danni e piaghe ree, 
Tuoi figli, tuoi nipoti e successor! 
Italia tomeran nei primi onori. 
08. 

Non ch' a piegarti a questo tante e tante 
Anime belle aver dovesson pondo, 
Che chiare, illustri, indite, invitte e sante 
Son per fiorir dalP arbor tuo fecondo ; 
Ma ti dovria una coppia esser bastante, 
Ippolito e il fratel; che pochi il mondo 
Ha tali avuti ancor fin al di d' oggi , 
Per tutti i gradi onde a virtii si poggi. 

Gel. Vol. II. k^ 



i4& L'ORLANDO FURIOSO 
65. 

lo solea pill di questi dui Darrarti 

Ch' io noQ facea di tuUi gli altri iiisieme, 
S) percJiQ essi terrao le maggior parti , 
Che gU altri tuoi, nelle yirtii supreme; 
Si perche al dir di lor mi vedea darti 
Piu attenzion che d' altri del tuo seme : 
Yedea goderti ehe si chiari eroi 
Esser dovessen dei nipoti tooi. 
64. 

Che ha costei che t' hai fatto regiua^ 
Che noa ahbiaa mill'altre meretrici? 
Costei che di tant' altri e concubina, 
Gh' al fia sai ben s* ella suol far felici* 
Ma perche tu conosca chi sia Alcioa, 
Levatone le fraudi e gli artifici, 
Tien^ questo anello ia dito, e toma ad ella, 
Gh' avveder ti potrai come sia bella* 
69. 

Riiggier si stava yergogooso e muto 
Mirando in terra , e mal sapea che dire ; 
A cui la maga nel dito minuto 
Pose V anello 9 e lo fe' risentire. 
Gome Ruggiero in se f q rinvenuto^ 
Di tanto scorno si vide assalire, 
Gh' esser vorria sotterra mille braqcia , 
Gh' alcun veder non lo potesse in faccia. 
66. 

IVella sua prima forma in uno istante, 
Gosi parlando, la nuiga rivenne; 
Ne bisognava piu quella d' Atlante y 
Seguitone V eiSetto per che venne. 
Per dirvi quel ch^ io non vi dissi innante , 
Gostei Melissa nominata venne, 
Gh^ or die a Ruggier di se notizia vera y 
E dissegli a che effetto venuta era; 



CANTO SETflMO i/,; 

67. 

Mandate da colei che, d' amor piena, 

Sempre il disia , ne piii pu6 starne senza , 
Per liberarlo da quella eatena 
Di che lo cinse tioagica violenza; 
E preso avea d' Atlante di Garena 
La forma, per trovar meglio credetiza; 
Ma poi ch' a aanitii V ha omai ridotto , 
Gli vuole aprire e far che teggia il tutto. 
68. 

Quella donna gentil che t^ ama tanto, 
Qaella che del tuo amor degna sarebbe, 
A cui, se non ti scorda, tu sai quanto 
Tua liberta, da lei seriate, debbe; 
Quest^ anel , che ripara ad ogni incanto , 
Ti manda: e cosl il cor mandate avrebbe, 
S' avesse avuto il cor cosi virlute, 
Come 1' anello, atta alia toa salute. 
69. 

E seguit6 narrandogli V amore 

Che Bradamante gli ha portato e porte: 
Di qnella insieme commend6 il valore. 
In quanto il vero e V affezion comporta : 
Ed us6 modo e termine xnigliore 
Che si convenga a messaggiera accorta; 
Ed in quell' odio AlciAa a Ruggier pose 
In che soglionsi aver V orribil cose. 
70. 

In odio gli la pose, ancor che tanto 
L' amaase dianzi; e non vi paia strano, 
Quando il suo amor per forza era d' incanto , 
Ch' essendovi V anel, rimase vano. 
Fece r anel palese ancor, che quanto 
Di belta Alcina aVea, tutto era estrano; 
Estrano area e non suo dal pie alia treccia: 
n bel ne sparve^ e le resto la feccia. 



i48 L' ORLANDO FURIOSO 

71. 

Come fanciullo che maturo frulto 

Ripone, e poi si scorda ove d riposto, 
E dopo molti giorni e ricondutto 
La dove truova a case il suo deposto; 
Si maraviglia di ved^rlo tutto 
Putrido e guasto, e uon come fu.posto; 
E dove amarlo e caro aver solia, 
L^xnlia^ sprezza, n' ha schivo, e getta via: 
72. 

Cosi Ruggier, poicki^ Melissa fece 
Ch' a riveder se ne torno la fata 
Con quell' anello, innanzi a cui non lece, 
Quando s^ ha in dito, usare opra incaatata, 
Ritruova^ contra ogni sua stima, invece 
Delia bella che dianzi avea lasciata, 
Donna si laida, che la terra tutta 
Ne la pill vecchia avea, ne la piu brutta. 
75. 

Pallido, crespo e macilente avea 
Alcina il viso, il crin raro e canuto: 
Sua statura a sei palmi non giungea; 
Ogni dente di bocca era caduto; 
Che piu d'Ecuba e piii della Cumea, 
Ed avea piu d' ogn^ altra mai vivutoj 
Ma si r arti usa al nostro tempo ignote, 
Che bella e giovanetta parer puote. 
74. 

Giovane e bella ella si fa con arte, 
Si che molti inga&n6 come Ruggiero; 
Ma r anel venne a interpretar le carte , 
Che gia molti anni avea celato il vero. 
Miracol non e dunque se si parte 
Deir animo a Ruggier ogni pensiero 
Ch' avea d' amare Alcina, or che la trova 
In guisa che sua fraude non le giova. 



CANTO SETTIMO 149 

75. 

Ma 9 come ravyis6 Melissa , stette 
Senza mutare il soKto sembiante, 
Fin che dell' arme. sue, piii di neglette, 
Si fu restito dal capo alle piante: 
E per non farle ad Alcina suspette, 
Finse provar s' in esse era aiutante: 
Finse provar s' egli era fatto grosso 
Dopo alcun di che non V ha avute indosso. 
76. 

E Balisarda poi si messe al Banco 
(Che cosi nome la sua spada avea), 
E lo scodo mirabile tolse anco, 
Che non pur gli occhi abbarbagliar solea^ 
Ma V auima facea si venir manco , 
Che dal corpo esalata esser parea: 
Lo tolse; e col zendado in che trovollo, 
Che tutto lo copria, sel messe al collo. 
77. 

Yenne alia stalla, e fece briglia e sella 
Porre a un destrier piii che la pece nero: 
Cosi Melissa V avea instrutto, ch' ella 
Sapea quanto nel corso era leggiero. 
Chi lo conosce , Rabican V appella ; 
Ed e quel proprio che col cavaliero, 
Del quale i venti or presso al mar fan gioco. 
Porto gia la balena in questo loco. 
78. 

Potea aver 1' Ippogrifo similmente , 
Che presso a Rabicano era legato; 
Ma gli avea detto la maga: Abbi mente^ 
Ch' egli e , come tu sai , troppo sfrenato. 
E gli diede intenzion che '1 di seguente 
Gli lo trarrebbe fuor di quello stato, 
La dove ad agio poi sarebbe instrutto 
Come frcnarlo e farlo gir per tntto. 



i5o L'ORLANDO FUWOSO 
79. 

Ne sospetto dai^, se uon lo tolle, 
Delia tacita fuga ch' apparecchia. 
Fece Raggier come Melissa voile, 
Ch' invisibile ognor gli era alP orecchia. 
Gosi fingendo, del lascivo e moUe 
Palazzo use! della puttana vecchia; 
E si venne accostando ad ana porta ^ 
D' onde e la via ch^ a Logistilla il porta, 
80. 

Assalt6 li goardiani all^'improTviso, 
E si cacci6 tra lor col ferro in mano; 
E qual lasci6 ferito, e quale ucciso, 
E corse fuor del ponte a mano a mano: 
E prima che n^ avesse Alcina ayviso y 
Di molto spazio fu Ruggier lontano. 
Dir6 nell^altro canto che via tenne; 
Poi come a Logistilla se ne venne. 



NiM« 



L' ORLANDO FUBIOSO 

CANTO OTTAVO 



ARGOMENTL 

AMlUjIUTO. DOtCE. 

Fiig|r« Rtiggier; Melissa Attolfo inUDtOf Ftigge Rnggier d^Aldoa. AstoUo torna 

E gli altri toroa alia lor prima faccia. Per opra di HelitM ib corpo umano. 

Rioaldo ammassa ffeoti, aociocche al canto Fa gente jo Inghilterra \ e non aoggioma 

Innperio e al gran Diiogno aoddisCMcia. Per ispedirsi i\ sir di Mont* Albano. 

Angelica trovata al yecchio accanto , Angelica di tal bellena adorna 

Per cibo del mario mostro s^allaccla. B condotta per eibo ■ vn peace strano. 

Orlando, che sognando il suo mal Tede, Orlando tl auo mal sogna^ e si diparte 

MoTe dolente da Padci il pied«i Da Carlo , per oerearia in ogni parte. 

ANGIIILLABA* tVEBOIZZOTTI. 

Mentre fngge Baggier la magpffnerra, Ruggier di man d*Alcina uscilo fuora, 

Con all altri acquista tl ano prino sembiante. Malgrado aneor di eui rieuva il passo ; 

Astolfo inunto in Scosia , e in Inghilterra Melissa torni AstoUo in poco d* ora 

Rinaldo ammassa ogni barooe e fante. Con altri nel aembiante oad* era casso. 

Rnba no empio corsar , rhe smonu in terra, Gente per Franeia fa Rinaldo allora. 

Angelica di grembo al veeeliio amante* Ginnge Angelica inunto a triito passo. 



Tanto un sogno ad Orlando afflig^e il core , 
Ch'abhaodona Parigi^ e *1 pnprio ooore. 



Per strano sogno di lei fatio in questo 
Piarte Orlando da Carlo afHitto e mesto. 



1. 



f#h! quante sono incantairici^ oh! quanti 
lacantator tra noi che non si sanno, 
Che COD lor arti uomini e donne amauli 
Di se, cangiando i visi lor^ fatto hanno! 
Non con spirti constretti tali incanti, 
Ne con oaservazion da. stelle fanno; 
Ma con simnlazion, menzogne e frodi, 
Legano i cor d^ indissoluhil nodi. 
9. 

Chi V anello d' Angelica ^ o piuttosto 
Chi avesse quel della ragion^ potria 
Yeder a tutti il viso che nascosto, 
Da finzione e d^ arte non saria. 
Tal ci par bello e buono che, deposto 
II liscio, bnitto e no forse parria. 
Fu gran ventura quella di Ruggiero, 
Ch^ ebbe V anel che gli scoperse il vero. 



1 5a . L' ORLANDO FUMOSO 
5. 

Ruggier^ come io dicea, dissimulando ^ 
Su Rabican venne alia porta armato: 
Trovo le guardie sprowedute; e quando 
Giunse tra lor, non tenne il brando a lato. 
Chi morto e chi a mal.termine lasciando 
Esce del ponte, e il rastrello ha spezzato: 
Pretide al bosco la via; ma poco corro, 
Gk' ad un de' servi della fata occorre. 

4. 

U serro in pugno ayea un augel grifagna 
€he volar con piacer facea ogni giorno, 
Ora a campagna, ora a un vicino stagno 
Dove era sempre da far preda intorno: 
Avea da lato il can fido compagno: 
Gavalcava un ronzin non troppo adorno. 
Ben penso che Ruggier dovea fuggire^ 
Quando lo vide in tal fretta venire. 

a. 

Se gli fe' incontra, e con sembiante akiero! 

Gli domando percbe in tal fretta gisse. 

Risponder non gli- vblse il buon Ruggierot 

Percio colui, piu certo che fuggiase,. 

Di volerlo arrestar fece pensierd; 

E distendendo il braccio manco, dkse: 

Che dirai tu^ se subito ti feitno? 

Se contra qiiesto augel non avrai sdiermo? 
6. 
Spiage V augello: e quel batte si Y ale , 

Che noQ Y avanza Rabican di corso. 

Del palafreno il cacciator giii sale^ 

E tutto a un tempo gU ha levfi^o il morso. 

Quel par dall' arco< uno avventato strale, 

Di calci formidabile e di.morsoj 

E '1 servo dietro si veloce viene , 

Che par ch' il vento , anzi che il fuoco il mene. 



CANTO OTTAYO i53 

7. 

Non vuol parere il can d' esser piu tardo ; 
Ma segue Rabican con quella fretta 
Con che le lepri suol seguire il pardo. 
Vergogna a Ruggier par^.se non aspetta: 
Voltasi a quel che vien si a pie gagliardo; 
Ne gli vede arme , fuor ch' una bacchetta , 
Quella con che ubbidire al cane insegna: 
Ruggier di trar .k spada si disdegna. 
8. 

Quel se gli appressa, e forte lo percuote: 

Lo morde a un tempo il can nel piede manco. 

Lo sfrenato destrier la groppa scuote 

Tre volte e piu, ne falla il destro fianco. 

Gira 1' augello , e gli fa mille ruote ^ 

£ con Y ugna sovente il ferisce anco : 

Si il destrier coUo strido impaurisce, 

Ch' alia mano e alio spron poco ubbidisce. 

Ruggiero, alfin cosfretto, il ferro caccia: 
E perche tal molestia se ne vada, 
Or gli aniinali, or quel villan minaccia 
Col taglio e con la punta della spada. 
Quella importuna turba piii P impaccia : 
Presa ha chi qua, chi la tutta la strada. 
Yede Ruggiero il disonore e il danno 
Che gli avYerra, se piu tardar lo fanno. 
10. 

Sa ch' ogni poco piii ch' ivi rimane , 
Alcina avra col popolo alle spalle. 
Di trombe, di tamburi e di campane 
Gia s^ ode alto rumore in ogni yalle. 
Contra un servo senz' arme , e contra un cane 
Gli par ch' a usar la spada troppo falle : 
Meglio e piii breve e dunque ch' egli scopra 
Lo scudo che d' Atlante era stato opra. 

Oal. Vol. n. 20 



i54 L' ORLANDO FUMOSO 
II. 

Levo il drappo vermiglio in cbe coperto 
Gia molti giorni lo scudo si tenne. 
Fece r eifetto milie volte esperto 
II lame, ove a ferir negli occhi venne. 
Resta dai sensi il cacciator deserto: 
Cade il cane e il ronzio, cadoa le penne 
Ch^ ia aria sostener V augel non ponno : 
Lieto Roggier li lascia in preda al sonno. 

12. 

Alcina , ch' avea intanto avuto avviso 
Di Ruggier, che sforzalo avea la porta, 
E della guardia biion numero ucciso, 
Fu, vinla dal dolor, per restar morta. 
Squarciossi i panni e si percosse il viso, 
E sciocca nominossi e mal accorta; 
E fece dar all' arme immantinente , 
E intorno a se raccor tutta sua gente.- 
15. 

E poi ne fa due parti ^ e manda V una 
Per quella strada ove Ruggier cammina; 
Al porto r altra subito raguna 
In barca, ed uscir fa nella marina: 
Sotto le vele aperte il mar s' imbruna. 
Con quesii va la disperata Alcina, 
Che '1 desiderio di Ruggier si rode, 
Che lascia sua citta senza custode. 
14, 

Non lascia alcuno a guardia del palagio: 
II cbe a Melissa, che stava alia posta 
Per liberar di quel regno malvagio 
La gente ch' in miseria v' era posta, 
Diede comodita, diede grande agio 
DI gir cercando ogni cosa a sua posta , 
Immagini abbruciar, suggelli t6rre, 
E nodi e rombi e turbini disciorre. 




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CANTO Ol'lAVO i55 

Itt. 

Indi pei campi accelerando i passi, 

Gli antiqui amanti , ch' erano in gran torma , 
Conversi in fonti, in fere, in legni, in sassi, 
Fe^ ritornar nella lor prima fomna. 
E quei^ poi oh' allargati furo i passi^ 
Tutti del buon Ruggier seguiron V orma : 
A Logistilla si salvaro; et indi 
Tornaro a Sciti, a Persi, a Greci, ad Indi. 
16. 

Li rimando Melissa in lor paesi, 

Con obbligo di mai non esser sciolto. 
Fu innanzi agli altri il duca degP Inglesi 
Ad esser ritomato in uman volto; 
Che ^1 parentado in questo , e li cortesi 
Prieghi del buon Ruggier gli giovar molto: 
Oltre i prieghi, Ruggier le die V anella, 
Acci6 meglio potesse aiutar quello. 

A^ prieghi dunque di Ruggier, rifatto 
Fu '1 paladin nella sua prima faccia. 
Nidla pare a Melissa d^ aver fatto , 
Quando ricovrar Parme non gli faccia, 
£ quella lancia d' dr ch' al primo tralto 
Quanti ne tocca della sella caccia: 
Deir ArgaKa , poi fu d' Astolfo lancia ; 
E molto onor fe^ alF uno e aU' altro in Francia. 
18. 

Trov6 Melissa questa lancia d' oro , 
Ch^ Alcina avea reposta nel palagio ; 
E tutte r arme che del duca fdro yr 
E gli fur tolte nelP ostel malvagio. 
Monto il destrier del negromante moro^ 
E fe'montar Astolfo in groppa ad agio; 
E quindi a Logistilla si condusse 
D' un^ ora prima ehe Ruggier yi fusse. 



1 56 L' ORLANDO FURIOSO 

Tra durl sassi e folte spine gia 

Ruggiero intaato inver la fata saggia , 
Di balzo in baizo , e d^ una in altra via 
Aspra, solinga, inospita e selvaggia; 
Tanto ch' a gran fatica riuscia 
Sulla fervida nona in una spiaggia 
Tra '1 mare e *1 monte , al mezzodi scopeiia , 
Arsiccia, nuda, sterile e deserta. 
SO. 

Percuote il sole ardenle il vicin colle; 
E del calor che si riflette addietro. 
In modo 1' aria e V arena ue bolle , 
Che saria troppo a far liquido il yefro; 
Stassi cheto ogni augello alP oinbra moUe : 
Sol la cicala col noioso metro 
Fra i densi rami del fronzuto stelo 
Le valli e i monti assorda, e il mare e il cielo. 
21. 

Quivi il caldo, la sete, e la fatica 
Ch' era di gir per quella via arenosa , 
Facean, lungo la spiaggia erma ed aprica, 
A Rnggier compagnia grave e noiosa. 
Ma, perche non convien che sempre io dica, 
Ne ch' io vi occupi sempre in una cosa, 
Io lascero Ruggiero in questo caldo, 
E giro in Scozia a ritrovar Rinaldo. 
22. 

Era Rinaldo molto ben veduto 

Dal re, dalla figliuola e dal paese. 
Poi la cagion che quivi era venuto. 
Pill ad agio il paladin fece palese: 
Ch' in nome del suo re chiedeva aiulo 
E dal regno di Scozia e dalP Inglese; 
Ed ai preghi soggiunse anco di Carlo 
Giustissime cagion di dover farlo. 



CANTO OTTAVO iS? 

23. 

Dal re senza indugiar gli fu risposto 
Che di quanto sua forza s^ esteudea , 
Per utile ed onor sempre disposto 
Di Carlo e dell' imperio esser volea ; 
E che fra pocbi di gli avrebbe posto 
Piu cavalieri in punto che potea; 
E 5 se non ch' esso era oggimai pinr vecchio , 
Capitano rerria del suo apparecchio: 
84. 

Ne tal rispetto ancor gli parria degno 
Di farlo rimaner, se non avesse 
II figlio, che di forsa, e piu d' ingegno^ 
Dignissimo era a chi M governo desse, 
Benche non si trovasse allor nel regno; 
Ma che sperava che venir dovesse 
Menlre ch' insteme aduneria lo stuolo; 
E ch' adunato il froveria il figliuolo. 

Cosi iiiatid6 per tutfa la sua terra 
Suoi tesorieri a far cavalli e geote: 
Navi apparecchia e munision da goerra, 
VettovagUa e danar maturamente. 
Yenne intanto Rinaldo in Inghilterra : 
£ U re nel suo pariir cortesemente 
Insino a Beroicche aocompagnoUo ; 
E Yisto pianger fu quando lasciollo* 
26. 

Spirando il venlo prospero alia poppa, 
Monta Rinaldo, ed addio dice a tuiti: 
La fune indi al viaggio il nocchier sgroppa, 
Tanto che giunge ove nei salsi flutti 
II bel Tamtgi amareggiando intoppa. 
Col gran flusso del mar quindi conduUi 
I naviganti per cammin sicuro, 
A vela e remi insioo a Londra fiiro. 



1 58 L' ORLANDO FURIOSO 

27. 

Rioaldo avea da Carlo e dal re Ottone, 
Che con Carlo in Parigi era assediato, 
Al principe di Yallia commissione 
Per contrassegni e lettere portato^ 
Che cio che potea far la regione 
Di fanti e di cavalli in ogni lato^ 
Tutto debba a Calesio traghittarlo ; 
Si che aiutar si possa Francia e Carlo. 
28. 
U principe ch' io dico, ch' era, in vece 
D^ Otton, rimaso nel seggio reale^ 
A Rinaldo d* Amon tanto onor fece, 
Che non V avrebbe al suo re fatto uguale : 
Indi alle sue domande satisfece; 
Perche a tutta la gente marziale 
E di Bretagna e dell^ isole intomo, 
Di ritrovarsi al mar prefisse il giomo. 
29. 
Signor, far mi convien come fa il buono 
Sonator sopra il suo stromento arguto, 
Che spesso muta corda e varia suono, 
Ricercando ora il grave, ora 1' acuto. 
Mentre a dir di Rinaldo attento sono, 
D' Angelica gentil m' e sowenuto, 
Di che lasciai ch' era da lui fuggita , 
E ch^avea riscontrato uno eremita. 
30. 
Alquanto la sua istoria io vo^seguire: 
Dissi che domandava coA gran cura 
Come potesse alia marina gire; 
Che di Rinaldo avea tanta paura, 
Che, non passando il mar, credea morire, 
Ne in tutta Europa si tenea sicura: 
Ma r eremita a bada la tenea, 
Perche di star con lei piacere avea. 



CANTO OTTAVO iSg 

31. 

Qaella rara bellezza il cor gli accese, 
E gli scald6 le frigide medolle: 
Ma poi che vide che poco gli attese^ 
E ch^ oltra soggiornar seco non voile , 
Di cento punte V asinello offese ; 
Ne di sua tardili per6 lo toUe; 
E poco va di passOj e men di troHo; 
Ne stender gli si tuoI la bestia sotto. 
32. 

E perche molto dilangata s' era, 

E poco piu n' avr{a perduta V orma , 
Ricorse il frate alia spelonca nera, 
E di demoni uscir fece una torma: 
E ne sceglie uno di tutta la schiera, 
E del bisogno suo prima V informa ; 
Poi lo fa entrare addosso al corridore, 
Che via gli porta con la donna il core. 
33. 

E qual sagace can nel monte, usato 
A volpi o lepri dar spesso la caccia, 
Che se la fera andar vede da un lato, 
Ne va da un altro, e par sprezzi la traccia; 
Al varco poi lo sentono arrivato, 
Che Pha gia in bocca, e Fapre il fianco e straccia; 
Tal r eremita per diversa strada 
AggiugnerJi la donna ovunque vada. 
34 

Che sia il disegno suo, ben io comprendo, 
E dirollo anco a voi, ma in altro loco. 
Angelica, di ci6 nulla temendo, 
Cavalcava a giomate, or molto or poco. 
Nel cavallo il demon si gfa coprendo , 
Come si cuopre alcuna volta il foco, 
Che con si grave incendio poscia awampa, 
Che non si estingue^ e a pena se ne scampa. 



i6o L' ORLANDO FURIOSO 

55. 

Poi cbe la donna preso ebbe il sentiero 
Dietro il gran mar che li Guasconi lava, 
Teuendo appresso alP onde il suo destriero , 
Dove r umor la via piu ferma dava ; 
Quel le fu tratto dal demonio fiero 
Nell' acqua si, che dentro vi nuotava. 
Non sa che far la timida doiizella, 
Se non tenersi ferma in su la sella. 
36. 

Per tirar briglia, non gli puo dar voUa: 
Piu e piu sempre quel si caccia in alto. 
Ella tenea la vesta in su raccolta 
Per non bagnarla, e traea i piedt in alto. 
Per le spalle la chioma iva disciolta, 
E r aura le facea lascivo assalto. 
Stavano cheti tutti i maggior venti, 
Forse a tanta belta col mare attentt. 
57. 

EUa Tolgea i begli occhi a terra invauo, 
Che bagnavan di pianto il viso e '1 seno ; 
E vedea il lito andar sempre lontano, 
E decrescer piu sempre e venir meno. 
n destrier che nuotava a destra mano, 
Dopo an gran giro la port6 al terreno 
Tra scuri sassi e spaventose grotte , 
Gia cominciando ad oscurar la notte. 
58. 

Quando si vide sola in quel deserto, 
Che a riguardarlo sol mettea paura, 
Nell' ora che nel mar Febo coperto 
L' aria e la terra avea lasciata oscura , 
Fermossi in atto ch' avrfa fatto incerto 
Chiunque avesse vista sua figiu*a, 
S' ella era donna sensitiva e vera, 
O sasso colorito in tal maniera. 



CANTO OTTAVO i6i 

S9. 

Stupida e fissa nella incerta sabbia, 

Goi capelli disciolti e rabbuffati, 

Con le man giunte e con Pimmote labbia, 

I langoidi occbi al ciel tenea levati; 

Come accosando il gran Motor , che V abbia 

Tutti incUoati nel suo danno i fati. 

Immotn e come attonita st^ alquanto; 

Poi sciolse al duol la lingua e gli occhi al pianto. 
40. 
Dicea: Fortuna^ che piu a far ti resta, 

Accio di me ti sazii e ti disfami? 

Che dar ti posso omai piii, se non qaesta 

Misera vita? ma tu non la brami; 

Ch^ ora a trarla del mar sei stata presta, 

Quando potea finir snot giomi grami; 

Percha ti parye di voler piu ancora 

Vedermi tonnentar prima ch^ io muora* 
41. 
Ma che mi possi nuocere non veggio 

Piu di quel che sin qui nociuto m^ hai. 

Per te cacciata son del real seggio, 

Dove piu ritomar non spero mai: 

Ho perduto 1' onor, ch' e stato peggio; 

Ch^ se ben con effetto io non peccai, 

Io do per6 materia ch' ognun dica, 

Ch^ essendo vagabonda, io sia impudica. 
42. 
Che aver pub donna al mondo piii di buono, 

A cui la castita levata sia? 

Mi nnoce , ahime ! ch^ io son giovane, e sono 

Tenuta bella, o sia vero o bugia. 

Gik non ringrazio il ciel di questo dono, 

Ch^ di qui nasce ogni ruina mia. 

Morto per questo fu Argalia mio frate^ 

Che poco gli gio^Sir V arme incantate: 

O&L. Vol. II. 21 



ifo L'ORLANDO FURIOSO 

45. 

Per questo il re di Tartarfa Agricane 
Disfece il genitor mio Galafrone, 
Gh' ia India , del Gataio era gran Cane ; 
Onde io son giunta a tal condizione, 
Che muto albergo da sera a dimaoe. 
Se r aver , se 1' onor , se le persona 
M ^ hai tolto , e fatto il mal che far mi puof , 
A cbe piu doglia anco serbar mi vuoi? 
44. 

Se V afFogarmi in mar morte non era 
A tuo senno crudel, pur ch' io ti sazii, 
Non recuso che mandi alcmia fera 
Che mi divori, e non mi tenga in strazii. 
D' ogni martir che sia, pur ch' io ne pera, 
Esser non puo ch'assai non ti ringrazii. 
Cosi dicea la donna con gran pianto^ 
Quando le apparve V eremita accanto. 
45. 

Avea mirato dalP estrema cima 
D' un rilevato sasso V eremita 
Angelica, che giunta alia parte ima 
E dello scoglio, aiHitta e sbigottita. 
Era sei giorni egli venuto prima; 
Ch^ un demonio il port6 per via non trita: 
E venne a lei, fingendo divozione 
Quanta avesse mai Paulo o Ilarione« 
46. 

Come la donna il cominci6 a vedere, 
Prese, non conoscendolo , conforto; 
E cess6 a poco a poco il suo temere, 
Benche ella avesse aocora il viso smcMrto. 
Come fu presso, disse: Miserere^ 
Padre, di me, ch' i' son giunta a mal porto: 
E con voce interrotta dal singulto, 
Gli disse quel ch* a lui non ora occulta. 



CANTO OTTAVO i63 

47. 
Gomincia V eremita a confortarla 
Con alquante ragion belle e divote^ 
E pon r aodaci man , mentre che parla ^ 
Or per lo seno , or per V umide gote : 
Poi piu sicuro va per abbracciarla : 
Ed ella sdegnoaetta lo percuote 
Con una man nel petto, e lo ri^inge, 
E d^ onesto rossor tutta si tinge. 

Egli, ch^ allato avea una tasca^ aprilla, 
E trassene una ampoUa di liquore; 
E negli occhi possenti, onde sfavilla 
La piu cocente face ch' abbia Amore , 
Spruzz6 di quel leggiermente una stilla, 
Che di farla dormir ebbe valore. 
Gia resupina nell' arena giace 
A tutte voglie del veccbio rapace. 
49. 

Egli V abbraccia, ed a piacer la tocca; 
Ed ella dorme, e son pu6 fare ischermo. 
Or le bacia il bel petto , ora la bocca: 
Non e cb' il veggia in quel loco aspro ed ermo. 
Ma nell^ incontro il suo destrier trabocca , 
Ch^ al desio non risponde il corpo infermo : 
Era mal atto, perche area troppl anni, 
E potra peggio, quanfo piu 1' afl&nni. 
SO. 

Tutte le vie 9 tutti li modi tenta, 

Ma quel pigro rozzon non pero salta: 

Indarno il fren gli scuote e lo tormenta , 

E non pu6 far cbe tenga la testa alta. 

Alfin presso alia donna s^ addormenta 

E nuova altra sciagura anco P assalta. 

Non comincia Fortuna mai per poco, 

Quando un mortal si piglia a scherno e a gioco. 



1 64 L' ORLANDO FURIOSO 

SI. 

Bisogna prima ch* io vi narri il caso , 
Gh' ua poco dal sentier dritto mi torca. 
Nel mar di tramontana invSr V occaso 
Oltre r Irlanda una isola si corca, 
Ebada nominata; ove e rimaso 
n popol raro, poi che la brutta orca, 
E r altro marin gregge la distrusse , 
Ch^ in sua vendetta Proteo vi condusse. 

Narran V antique istorie^ o vere o false, 
Che tenne gia quel luogo un re possente, 
Gh' ebbe una figlia, in cui bellezza valse 
E grazia si, che pote facihnente, 
Poi che mostrossi in su V arene salse, 
Proteo lasciare in mezzo V acqiie ardente ; 
E quello, un di che sola ritrovoUa, 
Gompresse^ e di se gravida lasciolla. 
S3. 

La cosa fu gravissima e molesta 
Al padre, piii d' ogn' altro empio e severo: 
Ne per iscusa o per pieta, la testa 
Le perdon6; si pu6 lo sdegno fiero! 
Ne, per vederla gravida, si resta 
Di subito eseguire il crudo impero: 
E '1 nipotin^ che non avea peccato, 
Prima fece morir che fosse nato. 

Proteo marin, che pasce il fiero armento 
Di Nettuno che F onda tutta regge , 
Sente della sua doqna aspro tormento, 
E per grand' ira rompe ordine e legge; 
Si che a mandare in terra non e lento 
L' orche e le foche, e tutto il marin gregge, 
Ghe dislruggon non sol pecore e buoi, 
Ma viUe e borghi, e li cultori suoi: 



CANTO OTTAVO iCS 

S5. 

E spesso vanno aUe citta murate^ 

E d' ogn' intorao lor mettono assedio : 
Notte e di staono le persone armate 
Con gran timore e dispiacevol tedio : 
Tatte hanno le campagae abbandonate^ 
E per trovarvi alfia qualche rimedio, 
Andlrsi a consigliar di queste cose 
Air oracol ^ che lor cosi rispose : 
86. 

Che trovar bisognava una donzella 
Che fosse all' altra di bellezza pare , 
Ed a Proteo sdegnato offerir quella 
In cambio della morta j, in lito al mare. 
S' a soa satisfazion gli parra bella , 
Se la terra , ne li verra a sturbare : 
Se per questo non sla, se gli appresenti 
Una ed on' altra , fin che si content!. 
87. 

E cosi cominci6 la dnra sorte 

Tra quelle che piu grate eran di fascia, 
Ch' a Proteo ciascun giorno una si porle , 
Fin che trovino donna che gli piaccia. 
La prima e tutte V altre ebbeno morte; 
Che tutte giu pel ventre se le caccia 
Un' orca che rest6 presso alia foce, 
Poi che '1 resto parti del gregge atroce. 
88. 

O vera o falsa che fosse la cosa 
Di Proteo, ch* io non so che me ne dica , 
Servosse in quella terra, con tal chiosa, 
Contra le donne un' empia legge antica; 
Che di lor carne V orca monstruosa, 
Che viene ogni di al lito, si notrica. 
Bench' esser donna sia in tutte le bande 
Danno e sciagura, quivi era pur grand«. 



i66 L^ORLANDO FURIOSO 
M. 
Oh! misere donsdle che tnsporte 

Fortnoa iugiiirian al lito mfimsto! 

Dave le gaiti staa sol mare accoiie 

Per far delle straoicre empio olocausto; 

Ch^., coote piu di fiior ne sono morte , 

II nuiner delle loro .e meno esaosto ; 

Bla perche il rento ognor preda noo mcna. 

Ricercando ne van per ogni arena. 
60. 
Van discorrendo tuita la marina 

Con fiiste e grippi, ed attri legni loro; 

E da lontana parte e da Ticina 

Portan sollcTamento aL lor martoro. 

Molte donne han per forza e per rapina, 

Alcune per lusinghe , altre. per oro ; 

£ sempre da diverse region! 

N' hanno piene le torri e le prigiont. 

ef. 

Passando una lor fusta a terra a terra 
Innanzi a quella aolitaria rira, 
Dove fra sterpi in su V erbosa terra 
La sfortunata Angelica dormiva, 
Smontaro alquanti galeotti in terra 
Per riportarne e legna ed acqna viva; 
E di quante mat fur belle e leggiadre, 
Trovaro il fiore in braccio al santo padre. 
62. 

Oh! troppo cara, oh! troppo eccelsa preda 
Per si barbare genti e si villane! 
Oh! fortuna crudel, chi fia chMl creda, 
Che tanta foraa hai nelle cose umane, 
Che per cibo d' un mostro tu conceda 
La gran beM ch^ in India il re Agricane 
Fece Tenir dnUe caucasee porte 
Con mesza Scizia a guadagnar la morte? 



CANTO OTTAYO 167 

63. 

La gran belta che fu da Sacripaate 

Posta inaaazi al suo onore e al suo bd regno; 
La gran beha di^ al graa sigoor d' Anglante 
Macchio la chiara fama e 1' alto ingegno ; 
La gran belta che fe^ tutfo Levante 
Sotlosopra yoltarsi e stare al segno , 
Ora non ha (cosi e rimasa sola) 
Chi le dia aiuto pur d^ una parola* 
64. 

La bella donna, di gran sonno oppressa, 
Incatenata fu prima che desta: 
Portaro il frate iucautator con essa 
Nel legno pien di turba afflitta e mesta. 
La vela, in dma alF arbare rimessa, 
Rende la nave alP isola (unesta , 
Dove chiuser la douna in r6cca forte , 
Fin a quel di ch^ a lei tocc5 la sorte. 
65. 

Ma pote si, per esser tanto bella, 
La fiera gente muovere a pietate^ 
Che molti di le differiron quella 
M(Mrte, e serbarla a gran necessitade; 
E fin ch' ebber di fuore altra donzeOa, 
Perdonaro all' angelica beltade. 
Al mostro fu coadotta finalmente, 
Piangendo dietro a lei tulta la gente. 
66. 

Chi narrera V angoscie, i pianti, i gridi, 
L' alta querela che nd ciel pen^tra? 
Maraviglia ho che non s' apiiro i lidi 
Quando fu posta in su la fredda pietra, 
Dove in catena, priva di sussidi, 
Morte aspettava abominosa e tetra. 
lo nol dir6; che si il dolor mi muove, 
Che mi sforza voltar le rime altrove. 



i68 L' ORLANDO FURIOSO 
67. 

E troyar versi non tanto lugubri, 

Finche ^1 mio spirto stanco si riabbia; 
Che non potrian gli squallidi coliSbri, 
Ne V orba tigre accesa in maggior rabbia, 
Ne cio che dall' Atlaute ai liti rubri 
Ycnenoso erra per la calda sabbia, 
Ne veder, ne pensar senza cordoglio, 
Angelica legata al nudo scoglio. 
68. 

Oh ! se r ayesse il suo Orlando saputo , 
Ch' era per ritroyarla ito a Parigi; 
O li dui ch^ ingann6 quel yecchio astuto 
Gol messo che yenfa dai luoghi stigi! 
Fra mille morti, per donarle aiuto^ 
Gercato ayrfan gli angelici yestigi. 
Ma che fariano, ayendone anco spia, 
Pol che distanti son di tanta yia? 
69. 

Parigi intanto ayea V assedio intomo 
Dal famoso figliuol del re Troiano; 
E, yenne a tanta estrentiitade un giorno, 
Che n^ and6 quasi al suo nimico in mano: 
E se non che li yoti il ciel placorno, 
Che dllag6 di pioggia oscura il piano, 
Cadea quel di per V africana lancia 
n santo imperio , e 'I gran nome di Francia. 
70. 

II sommo Creator gli occhi riyolse 
Al giusto lamentar del yecchio Carlo; 
E con s\ibita pioggia il foco tolse: 
Ne forse uman saper potea smorzarlo. 
Sayio chiunque a Dio sempre si yolse; 
Ch' altri non pote mai meglio aiutarlo. 
Ben dal deyoto re fu conosciuto, 
Che si saly6 per lo divino aiuto. 



CANTO OTTAVO 169 

71. 

La Qotte Orlando die noiose ptume 
Del yeloce pensier fa parte assai. 
Or quinci or qdndi il volta, or lo rossume 
TuUo id au loco , e noa V afferma mai : 
Qual d' acqua chiara il tremolante lame y 
Dal sol percofisa o da^ uotturnt rai , 
Per li ampli tetti ya coa lungo salto 
A destm ed a sioistra, e basso ed alto. 

La doana sua che glLiitoma a mente, 
Aozi che mai noa era iudi partita , 
Gli raccende nel core e fa piii ardenie 
La fiamma che nel di parea sojHta. 
Costei venuta seco era in ponente 
Fin dal Cataio; e qoi V avea smarrita: 
Ne ritrovato pot vestigio d' eUa , 
Che Carlo rotto fu presso a Bordella. 
7S. 

Di questo Orlando area gran doglia; e seco 
Indarno a sua sciocchezza ripensava. 
Cor mio, dicea^ come vilmente teco 
Mi son portato! oim^^ quanto mi gvftva 
Ch^y potendoti aver notte e di meco, 
Quando la tua bonta non mel' negara ^ 
T' abbia laaciato in man di JNamo porre^ 
Per non sapermi a tanta ingiuria opporre! 
74. 

Non aveva ragione io di scosarme? 
E Carlo non m^ avria forse disdetto : 
Se pur disdetto, e chi potea sforzarme? 
Chi ti mi volea tdrre al mio dispetto? 
Non pbteva io venir piuttosto all' arme ? 
Lasciar piuttosto Irarmt il cor dal petto? 
Ma nb Carlo ne tutta la sua gente, 
Di tormiti per forza era possente. 

Orl. Vol. U, aa 



I70 L' ORLANDO FUMOSO 
75. 

Almen 1' avesse posta in guardia buona 
Dentro a Parigi o io qualche rdcca forte! 
Che Y abbia data a Namo mi consona, 
Sol percbe a perder 1' abbia a questa sorte. 
Chi la dovea gaardar meglio persona 
Di me? ch'io dovea farlo fino a morte; 
Guardarla piii che 1 cor , che gli occhi miei : 
E dovea , e potea farlo , eppur nol fei. 
76. 

Deh! dove senza me, dolc^ mia vita, 
RImasa sei si giovane e si bella? 
Come, poi che la luce e dipartita, 
Riman tra' boschi la smarrita agnella , 
Che, dal pastor speraodo esser udita. 
Si va lagaando in questa parte e in quella', 
Tanto che '1 lupo V ode da lontano, 
E '1 misero pastor ne piagne invano. 
77. 

Dove, speranza mia, dove ora sei? 
Vai trt soletta forse ancor errando? 
Oppur t' hanno trovata i lupi rei 
Senza la guardia del tuo fido Orlando? 
E il fior ch' in ciel potea pormi fra i Dei, 
n fior ch^ intatto io mi venia serbando 
Per non turbarti, oime! V animo casto, 
Oime! per forza avranno colto e guasto. 
78. 

Oh infelice! oh misero! che voglio ; 
Se non morir, se '1 mio bel fior colto banno? 
Oh sommo Dio, fammi sentir cordoglio 
Prima d' ogn' altro che di questo danno. 
Se questo k ver, con le mie man mi toglio 
La vita , e V alma disperata danno. 
Cosi , piangendo forte e sospirando , 
Seco dicea V addolorato Orlando. 



CANTO OTTAVO 171 

79. 

Gia in ogoi parte gli animanti lassi 
Davan riposo ai travagliati spirti. 
Chi su le piume, e chi su i duri sassi, 
E chi su V erbe e chi su faggi o mirti : 
Tu le palpebre, Orlando, appena abbassi, 
Punto da' tuoi pensieri acuti ed irti; 
Ne quel si breve e fuggitivo sonno 
Godere in pace anco lasciar ti ponno. 
80. 

Parea ad Orlando^ s' una verde riva, 
D' odoriferi fior tutta dipiota, 
Mirare il bello ayorio, e la nativa 
Porpora ch' avea Amor di sua man tinta. 
E le due chiare stelle onde nutriya 
Nelle reti d' Amor V anima ayvinta : 
lo parlo de' begli occhi e del bel volto 
Che gli hanno il cor di mezzo il petto tolto. 
81. 

Sentia il maggior piacer^ la maggior festa 
Che sentir possa alcun felice amante: 
Ma ecco intanto uscire una tempesta 
Che struggea i fiori ed abbattea le piante. 
Non se ne suol veder simile a questa 
Quando giostra Aquilone^ Austro e Levante. 
Parea che per trovar qualche coperto 
Andasse errando inran per un deserto. 
88. 

Intanto V infelice (e non sa come) 
Perde la donna sua per V aer fosco; 
Onde, di qua e di la, del suo bel nome 
Fa risonare ogai campagna e bosco. 
E mentre dice indarno: Misero me! 
Chi ha cangiata mia dolcezza in tosco? 
Ode la donna sua che gli domanda, 
Piangendop aiuto, e se gli raccomanda. 



17a L'ORLANDO FURIOSO 

83. 

Onde par ch* esca il grido , va veloce j 
E quinci e quindi 8* affatica assai. 
Oh quanto e il suo dolore aspro ed alrooe, 
Ch^ non pu6 rivedere i dolct rai! 
Ecco cV altronde ode da un' altra voce: 
Non sperar piu gioirne ia terra mat. 
A questo orribil grido risyeglioasi, 
E tutto pien di lacrime trovossi. 
84. 

Senza pensar che sian V immagia false 
Quando per tema o per dbio si sogna, 
Delia donzella per modo gli calse, 
Che stim6 giunla a danno od a vergogna^ 
Che fulminando fuor del letto salse. 
DI piastra e maglia, quanto gli bisogna, 
Tutto guamissi, e Brigliadoro tolse; 
Hb di scudiero alcun servigio volse. 
8S. 

E per potere entrare ogni senliero, 
Che la sua dignita macchia non ptgli, 
Non V onorata insegna del quartiero, 
Distinta dt color bianchi e vermigli, 
Ma portar volse un omamento nero; 
E forse acci6 cV al suo dolor simigli : 
E quello ayea gia tolto a uno Amostaute, 
Ch^ uccise di sua man pochi anni innaiite. 
8& 

Da mezza nolle tacito si parte, 
E non saluta, e non fa motto al zio; 
Ne al fido suo compagno Brandimarte, 
Che tanto amar solea , pur dice addio. 
Ma poi che M sol con V aure chiome sparte 
Del ricco albergo di Titone uscio, 
E fe^ V ombra fuggire umida e nera , 
S^ a wide il re che M paladin non v* era. 



CANTO OTTAVO 173 

87. 

Con suo graD dispiacer s^ aVvede Carlo 
Che partito la notte k il suo nipote, 
Quaado esser dovea seco, e piu aiatarlor 
E ritener la collera non puote, 
Ch' a lameotarst d' esso, ed a ]^varlo 
Non incominci di biasmevol note; 
E minacciar, se non ritoma, e dire 
Cke lo faria di taoto error pentire. 
88. 

Brandimarte, che Orlando amava a pare 
Di se medesmo, non fece soggiorno; 
O che sperasse farlo ritornare, 
O sdegno avesse udirne biasmo e scorno: 
E volse appena tanto dimorare, 
Ch' uscisse fuor nelP oscurar del giorno. 
A Fiordiligi sua nulla ne disse, 
Perche '1 disegno suo non gP impedisse. 
89. 

Era questa una donna che fu molto 
Da lui diletta, e ne fu raro senza; 
Dt costumi, di grazia e di bel volto 
Dolata , e d' accortezza e di prudenza : 
E se licenzia or non n' aveva tolto , 
Fu che sper6 tomarle alia presenza 
n di medesmo; ma gli accadde poi 
Che lo tard6 piu dei disegni suoi. 
90. 

E poi ch^ ella aspettato quasi un mese 
Indamo Pebbe, e che tomar nol vide, 
Di desiderio si di lui s' accese, 
Che si parti senza compagni o guide: 
E cercandone and6 molto paese, 
Come V istoria al luogo suo decide. 
Di questi dua non vi dico or piu innante; 
Ch^ piu m' importa il cavalier d^ Anglante* 



174 L' ORLANDO FUMOSO 

91. 

II qaal, poi che matato ebbe d' Almonte 
Le gloriose insegne, and6 alia porta, 
E disse nell' orecchio : lo soqo il conte , 
A un capitaa che vi facca la scorta; 
E fattosi abba^sar subito il ponte', 
Per quella strada che piii breve porta 
AgP inimici , se n* ando diritto. 
Quel che segui^ nelP altro canto e scritio. 



L'ORLA]\IDO FURIOSO 

CAXTO NOIVO 



ARGOMENTI. 



AXUaATO. 

Tfento caminina Orlando, ch* aUiQ giangc 
Ove di Proteo ode la fiera usaoia. 
Ma si naoTa pieti d* OHmpia il pange 
Contra Cimosco , che in oscura staosa 
Le tien lo sposo , che seat* ir piu lunge 
Le da di Tendiearla alta aperansa. 
Fallo, e ti partem e con OUmpia aaoora 
Parte Bireno a nuore noa« aUora. 

ANODILLARA. 

L* empia Icgce d* Ebuda Orlando intende, 
E di leTarla al tutto si dispone : 
■a oome nel canal d* Anversa scende, 
Pensa Bireno pria trar di prigjone. 
CioKMCo uocide, ed ad Olimpia reade 
Lo spoao, e nel soo stato la ripono. 
Bireno e Olimpia fan le nosae^ e intanto 
Si driasa Orlando all^ Isola del Piaikto. 



DOLCE. 

Ode Orlando il costume empio d* Ebuda, 
Ohe le donaelle al aarin mostro espoue^ 
E stimando di quella geate cruda 
Fosse AnEclica preda, ir ti propone, 
Ha poi , d^ Olimpia di oonforti ignuda 
Inteso i casi , le sue fone pone 
In sua difesa; e fatto venir meno 
GiidDeco, le ritoma il suo Bireno. 

VEBDIZZOXTI. 

Cerca Orlando il suo amor, e in questo intende 
D* Ebuda inyer le donna il crudo effetto : 
Qninci girvi disegna, e *1 cammin prende, 
Perchi de la sua donna ha gran sospetto : 
Ma nuoTo caso poi V alma gli accende 
A mostrar di pieta cortete affetto, 
E rende Olimpia nel suo primo suto^ 
Lidi aegoe il casunia ch* area bsciato. 



v^he noD pu6 far d' un cor ch' abbia suggetto 
Qu6sto crudele e tradkore Amore? 
Poi ch' ad Orlando pu6 levar del petto 
La tanta fe che debbe al sao signore? 
Gia sBTio e pieno fu d' ogni rispetto, 
E della santa Ghiesa difensore: 
Or, per ua vaao amor, poco del zio, 
E di se poco, e men cara di Dio. 

a. 

Ma V escuso io pnr troppo, e mi rallegro 
Nel mio difetto aver compagno tale; 
Ch' anch' io sono al mio ben languido ed egro, 
Sano e gagliardo a seguitare il male. 
Quel 60 ne va tutto vestito a negro; 
Ne tanti amici abbandonar gli cale: 
E passa dove d' Africa e di Spagoa 
La gente era attendata alia campagna; 



176 L' ORLANDO FURIOSO 
3. 

Anzi non attendata^ perch^ sotto 
Alberi e tetti Pha sparsa la pioggia 
A dieci, a venti, a quattro, a sette, ad otfo; 
Chi pill distaate, e chi piii presso alloggia. 
OgnuDO dorme travagliato e rotto: 
Chi stcso ID terra e chi alia mau s' appoggia. 
Dormonoj e il conte uccider ne pu6 assai: 
N& per6 strioge Durindana niai« 

4. 

Di tanto core h il generoso Orlando ^ 
Ghe non degna ferir gente che dorma. 
Or questo e quando quel luogo cercando 
Va, per trovar della sua donna F orma. 
Se trova alcun che vegghi, sospirando 
Gli ne dipinge V abito e la forma ; 

, E poi lo priega che per cortesfa 
Gr insegni andar in parte ove ella sia. 

S. 

£ poi che venne il di chiaro e luceate, 
Tulto cerco P esercito moresco : 
E ben lo potea far sicartmente^ 
Avendo indosso V abito arabaico. 
Ed aiutollo in questo parimente^ 
Ghe sapeva altro idioma che francesco; 
E r africano tanto avea espedito, 
Ghe parea nato a Tripoli e nutrito. 
6. 

Quivi il tutto cerco, dove dimora 
Fece tre giorni, e non per altro effelto: 
Poi dentro alle cittadi e a' borghi fuora 
Non spi6 sol per Francia e suo distretto^ 
Ma per Uvernia e per Gaascogna ancora 
Rivide sin alP ultimo borghelto: 
E cerco da Proyenza alia Bretagna, 
E dai Piccardi ai termini di Spagna* 



CANTO NONO 177 

7. 

Tra il fia d' ottobre e Q capo di novembre, 
Nella stagion che la frondosa vesta 
Yede levarsi, e discoprir le membre 
Trepida piaota, finche nuda resta^ 
E vaa gli augelli a strette schiere iosembre, 
Orlando entro neW amorosa iochiesta : 
Ne tutto il vemo appresso lasct6 quella, 
IVe la lascib nella stagion novella. 

8. 

Passando on giomo^ come avea costume, 
D^ un paese in un altro, arriv6 dove 
Parte i Nonnanni dai Britoni un fiume, 
E verso il vicin mar cheto si muove; 
Ch' allora gonfio e bianco gia di spume 
Per neve sciolta e per montane piove; 
E V impeto dell' aci^ua avea disciolto 
E tcatto seco il ponte, e il passo toho. 
9. 

Con gli occhi cerca or questo lato or quello, 
Limgo le ripe il paladin, se vede 
(Quando ne pesce egli non e, ne augello)^ 
Gome abbia a por nelP altra ripa il piede: 
Ed ecco a se venir vede un battello, 
Nella cui poppa uba donzella siede, 
Che di volere a lui venir fa segno; 
Ne lascia- poi ch' arrivi in terra il legno. 
10. 

Prora in terra non pon; che d' esser carca 
Contra sua volont^ forse sospetta. 
Orlando priega lei che nella barca 
Seco lo tolga, ed oltre il fiume il metta. 
Ed eUa lui: Qui cavalier non varca^. 
II qual su la sua fe non mi prometta' 
Di fare unii battaglia, a mia richiesta, 
La piu giusta del mondo e la piu^ enesta. 

Ou. Vol. II. a3 



178 L' ORLANDO FUHIOSO 
11. 

Si che s' avele , cavalier , desire 

Di por per me nelP altra ripa i passi ^ 
Promettetemi, prima che finire 
Quest^ altro mese prossimo si lassi^ 
Gh^ al re d' Ibernia y^ anderete a uaire ^ 
Appresso al qua! la bella armata fiissi 
Per distrugger quell' isola d' Ebuda, ^ 
Che 9 di quante il mar cinge, e la piii croda. 
12. 

Voi dovete saper ch' oUre 1' Irlanda, 
Fra molte che Ti son, F isola giace 
Nomata Ebuda^ che per legge manda 
Bubando intorao il suo popol rapace : 
E quante donne puo pigliar^ vivanda 
Tutte destina a un animal vorace 
Che viene ogni di al lito^ e sempre nora 
Donna o donzella^ onde si pasca, trova; 
13. 

Che mercanti e corsar^ che vanno attorao^ 
Ye ne fan copia, e piu delle piu belle. 
Ben potrete contare, una per giorno^ 
Quante morte yi sian donne e donzelle. 
Ma se pietate in voi trova soggiorao^ 
Se iion sete d' Amor tutto ribelle, 
Siate contento esser fra questi eletto^ 
Che van per far si fruttuoso effetto. 
14. 

Orlando volse appena udire il tutto, 

Che giur6 d' esser primo a. quella impresa , 
Come quel ch^alcun atto iniquo e bratto 
Non pu6 sratire^ e d'ascoltar gli pesa: 
£ fu a pensare, indi a temere indutto 
Che quella gente Angelica abbia presa; 
Foiche cercata 1' ha per tanta via , 
Ne pottttone ancor ritrovar spia. 



CANTO NONO 179 

IS. 

Qaesta immaginaziaa si gK confuse 
E si gfi tolse ogni primier dlsegno, 
Che 9 qaauto in fretta piii potea, concluase 
Di nayigare a qnello iniquo regno. 
TSh prima V alfro sol nel mar si chiose, 
Che presso a sah Mal6 ritroTJ> un legno, 
Nel qual si pose; e fatto alsaf le vele^ 
Pass6 la notte il monte san Michele. 
i«. 

Breaco e Landriglier lasda a man manca^ 
E va radendo il gran Kto britone; 
E poi si drizza inr^r V arena bianca 
Onde InghOterra si nom6 Albione: 
Ma il yento, ch' era da raeriggio, manca^ 
E soffia tra il ponente e V aqoilone 
Con tanta forza^ che fa al basso porre 
Tutte le yele, e se per poppa t6rre. 
iT. 

Quanto il navillo innanzi era Tenuto 

In qoattro giorni, in un ritom6 indietro, 
NelP alto mar dal buon nocchier tenufo, 
Che non dia in terra e sembri un fragil vetro. 
H vento, poi che forioso suto 
Fu quattro glorni, il quinto cangi6 metro: 
Lasci6 senza contrasto il legno entrare 
Dove il fiume d' Anrersa ha foce in mare« 
18. 

Tosto che nella foce entr6 lo stanco 

Nocchier col legno afflitto, e il lito prese, 
Fuor d' una terra che sul destro 6anco 
Di qnel fiume sedeva, un yecehio scese ' 
Di molta eta^ per quanto il crine bianco 
Ne daya indizio: il qoal tutlo cortese, 
Dopo i saluti, al conte riyoltosse, 
Che capo giadic6 che di lor fosse: 



f8o L' ORLANDO FUMOSO 
19. 

E da parte il preg6 d' una doozella^ 
Gh' a lei venir noa gU paresse grave; 
La qual ritroverebbc, oltre che bella, 
Piu ch' altra al moodo affabile e soave : 
Ower fosse contento aspettar, ch' ella 
Yerrebbe a trovar lui fin alia nave: 
Ne pia restfo volesse esser di quaoti 
Quivi eran giunti cavalieri errantij 
SO. 
Ghe nessuQ altro cavalier ch^arriva 

O per terra o per mare a questa foce, 
Di ragionar con la donzella schiva, 
Per consigliarla iu un suo caso atroce. 
Udito questo, Orlando in su la riva 
Senza panto indugiarsi usci veloce; 
£, come umano e pien di cortcsia,^ 
Dove il vecchio il men6^ prese la via. 
21. 
Fu nella terra il paladin condutto 

Dentro un palazzo, ove al salir le scale 
Una donna trov6 piena di lutto, 
Per qiianto il viso ne facea segnale, 
E i negri panni che copr(an per tutto 
E le logge e le camere e le sale; 
La qoal, dopo accoglienza grata e onesta 
Fattol seder ^ gli disse in voce mesta: 
22, 
lo voglio che sappiate che figliuola 

Fui del conte d' Olanda, a lui si grata, 
(Quantunqae prole io non gli fossi solaj 
Ch' era da dui fratelli accompagnata) 
Ch' a quauto io gli chiedea , da lui parola 
Contraria non mi fu mai replicata, 
Standomi Heta in questo slato, avvenne 
Che nella nostra terra un duca venae. 



CANTO NONO 181 

ts. 

Duca era di Selandia^ e se ne giva 
Yerso Biscaglia a gnerreggiar coi Mori. 
La bellezza e V eta ch' in lui fioriva , 
E li noa piu da me sentiti amori, 
Con poca guerra me gli Ur captiva; 
Tanto piu che, per quel ch' apparea fuori, 
lo credea e credo, e creder credo il yero, 
Ch' amasse ed ami me cod cor sincero. 
S4. 

Quel giomi che con noi contrario vento, 
Gontrario agli altri, a me propizio, il tenne 
(Gh' agli altri fur quaranta, a me un mouiento, 
Cosi al fuggire ebbon veloci penne), 
Fummo piu volte insieme a parlamento, 
Dove, che '1 matrimonio con solennc 
Rito al ritorno suo saria tra nui, 
Mi promise egli, ed 10 1 promisi a lui» 
25. 

Bireno appena era da noi partito 

(Che cosi ha nome il mio fedele amanle), 
Che '1 re di Frisa (la qual, quanto il lito 
Del mar divide il fiume, e a noi distante), 
Disegnando il figliuol farmi marito, 
Ch' unico al mondo avea, nomato Arbante, 
Per li piu degni del suo stato manda 
A domandarmi al mio padre in Olanda. 

fie. 

lo, ch' all' amante mio di quella fede 
Mancar non posso, che gli aveva data^ 
E ancor ch' 10 possa, Amor non mi concede 
Che poter voglia , e ch' 10 sia tanto ingrata ^ 
Per ruinar la pratica ch' in piede 
Era gagliarda e presso al fin guidata, 
Dico a mio padre che , prima ch' in Frisa . 
Mi dia marito, io vogUo essere uccisa. 



i82 L'ORLANDO FURIOSO 

VI. 

II mio buon padre ^ al qual sol piacea qaanto 
A me piacea, ne mai torbar mi tolse, 
Per consokrmi e &r cessare il pianto 
Ch^io ne facea, k pratica discioke: 
Di che il saperbo re di Frisa tanto 
Isdegno prese, e a tanto odio a volse, 
Ch^ entrd in Olanda, e comincio la guerra 
Che tatto il sangue mio cacci& sotterra. 

Oltre che sia robusto e si possente, 
Che pochi pari a nostra eta ritrova, 
E si astuto in mai far ch' altrui nienta 
La possanza, V ardir, 1' ingegno giova; 
Porta alcun' arme che P antica gente 
Non vide mai, ne, fuor ch^ a lui, la nova: 
Un ferro bugio, lungo da dua braccia, 
Dentro a cui polve ed una palla caccia. 
29. 

Col fuoco dietro ove la canna h chnisa, 
Tocca un spiraglio che si vede appena, 
A guisa che toccare il medico usa 
Dove h bisogno d* allacciar la vena : 
Onde vien con tal suon la palla esdusa, 
Che si pub dir che tuona e che balena; 
Ne men che soglta il fulmine ove passa, 
Ci6 che tocca arde, abbatte, apre e fracassa. 
50. 

Pose dae volte il nostro campo in rotta 

Con questo inganno, e i miei fratelli uccise: 
Nel primo assalto il primo, che la botta, 
Rotto V usbergo, in mezzo il cor gli mise; 
Neir altra zuffa all^ altro, il quale in frotta 
Fuggfa, dal corpo V anima divise; 
E lo fert lontan dietro la spalla, 
E fttor del petto uscir fece la palla. 



CANTO NONO ,83 

31. 

Difendeadosi poi mio padre un giorno 
Dentro un castel che sol gli era rimaso^ 
Che tQtto il resto area perduto intorno« 
Lo fe' con simil colpo ire all' occaso; 
Che mentre andava e che facea ritoroo^ 
Prowedendo or a questo or a quel caso, 
Dal traditor fu in mezzo gli ocdu c61to, 
Che V- avea di Ionian di mira tolto. 

3d. 

Morti i fratelli e il padre, e rimasa io 
Dell' isola d^ Olanda unica erede, 
II re di Frisa, perche avea disio 
Di ben fennare in qaello stato il piede. 
Mi fa sapere, e cosi al popol mio , . ^ i 

Che pace e che riposo mi concede, 
Quand' io yoglia or, quel che non toIsi inoMle, 
Tor p6r marito il suo figliuolo Arbaidie. 
35. 

Io per P odio non siy clie grave porto • i y . 
A lui e a tutta la sua iniqua schiatta, 
n qual m'ha dui fratelli e U padre morto, 
Saccheggiata la patria, arsa e disiatta; ' 
Come perche a colui non vo' far forto, 
A cui gia la promessa aveva fatta 
Ch' altr' uomo non.saria che mi sposasse^ ^ 
Fin che di Spagna a me non ritornasse: ' 
S4. 

Per uu mal ch' io patisco, ne vo^ cento 
Palir, rispondo, e far di tutto il resto; 
Esser morta, arsa viva, e che sia al vento 
La cener sparsa, innanzi che far qnesto. 
Studia la gente mia di questo inlento 
Tormi: chi priega, e chi mi fa protesto 
Di dargli in mano me e la terra, prima 
Che la mia ostinazion tutli ci opprima. 



i84 L'OHLANDO FUWOSO 
3». 

Cosi^ poich^ i protest! e i prieghi invano 
Yider gittarsi, e che pur stara dura , 
Presero accordo con Frisone, e in mano 
(Gome avean detto) gli dier me e le mura. 
Quel, senza farmi alcuno atto villano, 
Delia vita e del regno m^ assicnra^ 
Pur ch^ io indolcisca V indurate voglie , 
E cbe d' Arbante suo mi faccia moglie. 
36* 

Io, che aforzar cosa. mi veggio, yoglio, 
Per uscirgli di man, perder la yita; 
Ma se pria non mi Tendico, mi doglio 
Piu che di quanta ingioria abbia patita. 
Fo pensier molti; e veggio al mio cordoglio 
Ghe solo il simular pub dare aita: 
Fingo ch' io brami , non che non mi piaccia ^ 
Ghe mi perdoni, e sua nuora mi faccia. 
37. 

Fra molti ch' al servizio erano stati 

Gi^ di mio padre , io scelgo dui fratelli, 
Di grande ingegno e di gran cor dotati, 
Ma piu dQ vera fede, come quelli 
Ghe cresciutici in corte ed allevati 
Si son con noi da teneri zitellij 
E tanto miei, che poco lor parria 
La vita por per la salute mia. 
38. 

Gomunico con loro il mio disegno: 
Essi prometton d' essermi in aiuto. 
L'un viene in Fiandra, e v' apparecchia un legno; 
L' altro meco in Olanda ho ritenuto. 
Or 9 mentre i forestieri e quel del regno 
S' invitano alle nozze , fu saputo 
Ghe Bireno in Biscaglia avea un^ armata , 
Per venire in Olanda , apparecchiata: 



CANTO NONO i85 

39. 
Perocch^, fatta la prima battagUa, 
Dove fa rotto un mio fratdlo e ucciso, 
Spacciar tosto un comer feci in Biscaglia, 
Che portasse a Bii^eno il tristo avviso; 
n qual meutre che a' arma e si travaglia^ 
Dal re di Frisa il resto fu conquisto. 
Bireno, che di ci^ nulla sapea, 
Per darci aiutp i legni sciolti avea. 

Di qaesto avuto ayyiso il re frisone, 
Delle nozze d figliaol la cura lassa; 
E con r armata sua nel mar si pone : 
Trova il duca, lo rompe^ arde e fracassa, 
E, come vuol Fortuna^ il fa prigion^. 
Ma di ci6 apcor la nuoya a noi non passa. 
Mi sposa inlanta il giovene^ e si vuola 
Meco corcar come si corchi il sole. 
41. 

lo dietro alle cortine ayea nascoso 

Quel mio fedele, il qual nulla si mosse 
Prima che a me venir vide lo sposo; 
E non 1' attese che corcato fosse, 
Ch' alz6 un' accetta , e con si valoroso 
Braccio dietro nel capo lo percosse, 
Che gU lev6 la vita e la parola: 
lo saltai presta, e gli segai la gola* 
4S. 

Gome cadere il bue suole al macello, 
Cade il mal nato giovene, in dispetto 
Del re Cimosco , il pi^ d' ogn' altro fello 
(Ch6 V empio re di Frisa e cosi detto) ; 
Che morto V uno e 1' altro mio fratello 
M' avea col padre j e, per meglio suggetto 
Farsi il mio stato, mi volea per nuora; 
E forse un giomo uccisa avr& me ancora. 

Oal. Vol. IL 24 



i86 L'ORLANDO FUMOSO 
43. 

Prima ch' altro disturbo vi si metta , 
Tolto quel che piu Tale e meno pesa, 
U mio compagao al mar mi cala in fretta 
Dalla finestra, a un canape sospesa^ 
La dove attento il sao fratello aspetta 
Sopra la barca ch' avea in Fiandra presa. 
Demmo le vele ai venti e i remi all' acque^ 
E tutti ci salviam, come a Dio piacqae. 
44. 
Non so se 1 re di Frisa piu dolente 

Del figliuol morto, o se piu d' ira acceso 
Fosse contra di me , che 'I di seguente 
Giunse la dove si trovo si offeso. 
Superbo ritomava egli e sua gente 
Delia vittoria e di Bireno preso; 
E credendo venire a nozze e a festa, 
Ogni cosa trov6 scura e funesta. 
45. 
La pieta del 6gliuol, f odio ch' aveva 
A me, n^ di ne notte il lascia mai. 
Ma perche il pianger morti non rileva, 
E la vendetta sfoga V odio assai; 
La parte del pensier, ch- esser doveva ^ 
Delia pietade in sospirare e in guai, 
Yuol che con 1' odio a investigar s' unisca, 
Gome egli m* abbia in mano e mi punisca. 
46. 
Quei tutti che sapeva e gli era detto 
Che mi fossino amici, o di quei miei 
Che m' aveano aiutata a far V effetto , 
Uccise, o lor beni arse, o li fe' rei. 
Volse uccider Bireno in mio dispetto; 
Che d' allro si doler non mi polrei : 
Gli parve poi, se vivo lo tenesse, 
Che per pigliarmi, in xnan la rete avesse. 



CANTO NONO 187 

47. 

Ma gli propone uaa crudele e dura 
Condizion: gli fa termine un anno, 
Al fin del qual gli dara morte oscura, 
Se prima egli per forza o per inganno, 
Goa amici e parenti non procura, 
Con tutto ci6 cbe ponno e ci6 che sanno, 
Di darmigli in prigion: si che la via 
Di loi salvare e sol la morte mia. 
48. 
Gi6 che si possa far per sua salute, 

Fuor che perder me stessa, il tutto ho fatto. 
Sei castella ebbi in Fiandra, e V ho vendute, 
E U poco o U.molto prezzo ch^ io n' ho tratto^ 
Parte, tentando per persone astute 
I guardiani corrompere, ho distratto; 
E parte, per far muovere alii danni 
Di quell' empio or gl' Inglesi or gli Alamanni. 
49. 
I mezzi, o che non abbiano potuto, 
O che non abbian fatto il dover loro, 
M' hanno dato parole e non aiuto ; 
E sprezzano or che n' ban cavato 1' oro : 
E presso al fine il termine h venuto, 
Dopo il qual n^ la forza ne '1 tesoro 
Potrk giunger piii a tempo, si che morte 
E strazio schivi al mio caro consorte. 
50. 
Mio padre e' miei fratelli mi son stati 
Morti per lui; per lui toltomi il regno; 
Per lui quei pochi beni cbe restati 
M' eran, del viver mio soli sostegno^ 
Per trarlo di prigione ho dissipati: 
Ne mi resta ora in che plii far disegao, 
Se non d^ andarmi io stessa in mano a porre 
Di si crude! nimico, e lui disciorre. 



1 88 L'ORLANDO FURIOSO 

SL 

Se dunque da far altro non mi resta, 
Ne si trova al suo scampo altro riparo, 
Che per lui por questa mia vita, quesfa 
Mia vita per lui por mi sadi caro. 
Ma sola una paura mi molesta, 
Che non sapr6 far patto cosi cliiaro 
Che m' assicuri che non sia il tiranno, 
Poi ch' ayuta m^ avra, per far inganno. 
53. 
lo dubito che poi che m' avra in gabbia , 
E fatto avra di me tutti li sfrazii, 
Nfe Bireno per questo a lasciare abbia, 
Si ch* esser per me sciolto mi ringrazii; 
Come periuro, e pien di tanta rabbia, 
Che di me sola uccider non si sazii : 
E quel ch* avrk di me , ne piu ne meno 
Faccia di poi del misero Bireno. 
65. 
Or la cagion che conferir con voi 

Mi fa i miei casi , e ch' io lo dico a quatiii 
Signori e cavalier vengono a noi , 
E solo acci6, parlandone con tanti, 
M^insegni alcun d^assicurar che poi, 
Ch'a quel crudd mi sia condotta avanti, 
Non abbia a ritener Bireno ancora , 
Ne voglia, morla me, ch'esso poi mora. 
84. 
Pregalo ho alcnn gnerrier che meco sia 
Quand'io mi dar6 in mano al re di Frisa. 
Ma mi prometta, e la sua le mi dia, 
Che questo cambio sara fatto in guisa, 
Ch'a un tempo io data, e liberato fia 
Bireno: si che quando io 8ar6 uccisa, 
Monro contenta, poiche la mia morte 
Avra dato la vita al mio consorte. 



CANTO NONO 189 

Ne fino a qoeslo di trovo cfai toglia 
Sopra la fede sua d' assicaranni, 
Che quando io sia coadotta, e che mi vogiia 
Aver quel re, senza Bireno darmi, 
Egli Don lasceri contra mia TOglia 
Che presa 10 sia : si teme ognun quell' armi ; 
Teme quell' armi , a cui par che non possa 
Star piastra incontra, e sia quanto vuol grossu. 
»6. 

Or, s'in voi la virtii non e difforaie 
Dal fier sembiante e dall' erculeo aspetto : 
E credete poter daimegli , e tdrme 
Anco da lut, quando non vada retto; 
Siate contento d'esser meco a porme 
Nelle man sue: ch'io non avro sospetto, 
Quando voi siate meco, sebben io 
Poi ne morr6, che mora il signor mio. 
S7. 

Qui la donzella il suo parlar conchiuse, 
Che con pianto e sospir spesso interroppe. 
Orlando, poi ch' ella la bocca chiuse , 
Le cui yoglie al ben far mai non fur zoppe, 
In parole con lei non si diffuse; 
Che di natura non usaya troppe: 
Ma le promise, e la sua f% le diede, 
Che farfa piu di quel ch' ella gli chiede. 
58. 

Non e sua intenzion ch' ella in man vada 
Del suo nimico, per salvar Bireno: 
Ben salvera amendui, se la sua spada 
E r usato valor non gli vien meno. 
n medesimo di piglian la strada, 
Poi c' hanuo il vento prospero e sereno. 
II paladin s' afiretta ; che di gire 
AU' isola del mostro avea desire. 



igo L' ORLANDO FUMOSO 
59. 

Or volta all^ una^ or volta alP altra banda 
Per gli aiti stagai il baoa nocchier la vela: 
Scaopre un^ isola e an' altra di Zilanda; 
Scopre una iananzi, e un' altra addietro cela. 
Orlando smonta il terzo di in Olanda; 
Ma non smonta colei che si querela 
Del re di Frisa; Orlando vuol che intenda 
La morte di quel no, prima che scenda. 
60. 

Nel lito, armato il paladino varca 

Sopra un corsier di pel tra bigio e nero, 
Nutrito in Fiandra e nato in Danismarca, 
Grande e possente assai piu che leggiero; 
Per6 ch' avea, quando si messe in barca , 
In Bretagna lasciato il suo destriero, 
Quel Brigliador si bello e si gagliardo , 
Che non ha paragon fuor che Baiardo. 
61. 

Giunge Orlando a Dordrecche, e quivi truova 
Di molta gente armata in su la porta; 
Si perch^ sempre, ma piu quando h nuova, 
Seco ogni signoria sospetto porta ; 
Si perche dianzi giunta era una nuova 
Che di Selandia con armata scorta 
Di navili e di gente, un cugin viene 
Di quel signor che qui prigion si tiene. 
62. 

Orlando prega uno di lor che vada 
E dica al re, ch' un cavaliero errante 
Disfa con lui provarsi a lancia e spada: 
Ma che vuol che tra lor sia patto innante, 
Che se 1 re fa che chi lo sfida cada, 
La donna abbia d' aver ch' uccise Arbante ; 
Gh^ '1 cavalier V ha in loco non lontano 
Da poter sempre mai darglila in mano: 



CANTO NONO ,9, 

63. 

Ed air incoutro vuol che '1 re protneita 
Ch' ove egli vinto nella pugna sia , 
Bireno ia liberty subito metta, 
E che lo lasci andare alia sua via« 
n fante al re fa V imbasciata in fretta : 
Ma quel, che ne virtu ne cortesfa 
CoBobbe mai , drizz6 tutto il suo intento 
Alia fraude, all' inganno, al tradimento. 
04. 

Gli par ch' avendo in mano il cavaliero , 
Avra la donna ancor , che si V ha offeso , 
S' in possanza di lui la donna e vero 
Che si ritrovi, e il fante ha ben inteso* 
Trenta uomini pigliar fece sentiero 
Diverso dalla porta ov' era atteso, 
Che dopo occulto ed assai lungo giro, 
Dietro alle spalle al paladino usciro* 
65. 

D traditore intanto dar parole 

Fatto gli avea, sin che i cavalli e i fanti 
Vede esser giunti al loco ove gli vuole: 
Dalla porta esce poi con altrettanti* 
Come le fere e il bosco cinger suole 
Perito cacciator da tutti i canti; 
Come presso a Volana i pesci e V onda 
Con Innga rete il pescator circonda: 
66. 

Cosi per ogni via da! re di Frisa, 

Che quel guerrier non fugga, si prowede. 
Vivo lo vuole, e non in altra guisa: 
E questo far si facilmente crede, 
Che 1 fulmine terrestre, con che uccisa 
Ha tanta e tanta gente, ora non chiede; 
Che quivi non gli par che si convegna^ 
Dove pigliar, non far morir dbegna. 



192 L' ORLANDO FURIOSO 
67. 

Qual caoto uccellator che s^ba vivi, 
latento a maggior predd, t primi aagelli, 
Acci6 in piu quantitade alUi captivi . 
Faccia col giiioco e col zimbel di quelli; 
Tal esser yoke il Te Gimostio. quivi: 
Ma gia non tolae Orlando esd^ di qaelU 
Che ai lasda pi^re al pHmd trdjLto; 
E tosto ruppe U cierchio ch^ avean fat^o. 

68. 
II cavalier d^ Anglante, ove piu spesse' 
Vide le genti e V anhe, abbass6 V asta; 
Ed uno in quella e poscia un altro messe, 
E un altro e an altro, che aembrar di pasta: 
E fin a sei ve n^ infilzo; e It resse 
Tutti una lancia : e perch' ella noa baeta 
A pill capir, lascib il.seltimo fuore 
Ferito SI 7 che di quel colpo muore. 

69. 
Non altrimente nell' estrema toena 
Yeggiam le ranie di canali e fosse 
Dal caiito arcier nei fianChi e nella schiena, 
L' una viclna all' altra, esser percosse, 
Ne dalla freccia, fin che luttii piena 
Non sia da un capo all' altro, esser rimosse. 
La grave lancia Orlando da se scaglia, 
E con la spada entrb nella battagUa. 

70. 
Rotta la lancia, quella spada strinse, 
Quella che mai non fu menala in fallo; 
E ad ogni colpo, o taglio o punta, estinse 
Quando uomo a piedi, e quando uomo a cavallo : 
Dove tocc6, sempre in vermiglio tinse 
L'azzurro , il verde , il bianco , il nero, il giallo» 
Duoki.Gimosco che la canna e il foco 
Seco or doa ha, quando v'avrian piu loco; 




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CANTO NONO 193 

71. 

E con gran voce e con minacce chiede 
Che portati gli stan: ma poco e ndito; 
Che chi ha ritratto a salvamento il piede 
Nella citta, non e d^uscir piii ardito. 
II re frison, che fuggir gli alfri vede, 
D'esser salvo egli ancor piglia partito: 
Corre alia porta , e vuole alzare il ponte ; 
Ma troppo e presto ad arrivare il conie. 
72. 

n re volta le spalle, e signor lassa 

Del ponte Orlando , e d' ambedne le porte ; 
E fugge, e innanzi a tutti gli altri passa, 
Merci che U suo destrier corre piu forte. 
Non mira Orlando a qnella plebe bassa; 
Vuole il fellon, non gU altri, porre a morte. 
Ma il sno destrier si al corso poco vale, 
Che restlo sembra, e chi fiigge, abbia 1* ale. 
75. 

D^uoa in un^altra via si leva ratto 
Di vista al paladin j ma iodugia poco , 
Che toma con nove armi; che s' ha falto 
Portare intanto il cavo ferro e il foco: 
E dietro un canto postosi, di piatto 
L^ attende ; come il cacciatore al loco , 
Coi cani armati e con lo spiedo, attende 
II fier cingial che rainoso scende, 
74. 

Che spezza i rami e fa cadere i sassi; 
E ovonque drizzi 1' orgogliosa fronte , 
Sembra a tanto rumor che si fracassi 
La selva intorno , e che si svella il monte. 
Sta Cimosco alia posta , acci6 non pass! 
Senza pagargli il fio 1' audace conte. 
Tosto ch'appare, alio spiraglio tocca 
Col fuoco il ferro; e quel subito scooca. 

OtLL. Vol. U. a5 



194 L' ORLANDO FURIOSO 
75. 

Dietro bmpeggia a guisa di baleao; 

Dinanzi scoppia, e manda in aria il tuono. 
Treman le mura, e sotto i pie il terreno; 
U ciel rimbomba al paventoso siiono. 
L^ ardente stral y che spezza e venir meno 
Fa cio ch' incontra, e da a nessuo perdono^ 
Sibila e stride; ma, come e il desire 
Di quel brutto assassin, oon va a ferire. 
76. 

O sia la fretta , o sia la troppa voglia 

D' uccider quel barou , che errar lo faccia ; 
O sia che il cor, tremando come foglia, 
Faccia insieme tremar e mani e braccia*, 
O la bonta divina che non voglia 
Che '1 suo fedel campion si tosto giaccia ; 
Quel colpo al ventre del destrier si torse; 
Lo caccio in terra, onde mai piu non sorse. 
77. 

Cade a terra il cavallo e il cavaliere : 

La preme V un, la tocca Paltro appena, 
Che si leva si destro e si leggiero, 
Cdme cresciuto gli sia possa e lena. 
Qudle il libico Anteo sempre piu fiero 
Surger solea dalla percossa arena, 
Tal surger parve , e che la forza, quando 
Tocc6 il terren^ si raddoppiasse a Orlando. 
78. 

Chi vide mai dal ciel cadere il foco 

Che con si orrendo siion Giove disserra, 
E penetrare ove un rinchiuso loco 
Carbon con zolfo e con salnitro serra: 
Ch' appena arriva , appena tocca uo poco . 
Cbe par ch^ avvampi il ciel non che la terra ; 
Spezza le mara, e i gravi marmi svelle, 
E Ta i sassi volar sin alle stelle: 



CANTO NOiVO 195 

79. 

S' immagini che tal, poi die cadendo 
Tocc6 la terra, il paladino fosse; 
Con si fiero sembiante aspro ed orrendo, 
Da far tremar nel ciel Marie , si mosse. 
Di che smarrito il re frison, torcendo 
La briglia indietro, per fuggir volfosse; 
Ma gli fu dietro Orlando con piu fretta 
Che non esce daff arco una saetta : 
80. 

E, quel che non avea poluto prima 

Fare a cavallo, or fara essendo a piede. 
Lo seguita si ratto, ch^ ogni stima 
Di chi nol vide, ogni credenza eccede. 
Lo giunse in poca strada; ed alia cima 
Deir elmo alza la spada , e si lo fiede , 
Che gli parte la testa fin al coUo, 
E in terra il manda a dar V ultimo .crollo. 
81. 

Ecco levar nella citta si sente 

Nuovo rumor, nuovo menar di spade; 
Che '1 cugin di Bireno con la gente 
Ch' avea condutta dalle sue contrade , 
Poi che la porta ritrov6 palente, 
Era venuto dentro alia cittade 
Dal paladino in tal timor ridutfa, 
Che senza iutoppo la pub scorrer tutla. 
82. 

Fugge il popolo in rotfa; che non scorge 
Chi questa gente sia, ne che domandi: 
Ma poi ch' un cd un allro pur s' accorgc 
AU'abito e al parlar che sou Selandi, 
Chiede lor pace, e il foglio bianco porge; 
E dice al capitan che gli comandi, 
E dar gli vuol contra i Frisoni aiuto, 
Che U suo duca in prigion gli ha ritenuto. 



196 L^ORLANDO FURIOSO 
83. 

Quel popol sempre stato era nimico 
Del re di Frisa e d^ ogni sao seguace, 
Perch^ morto gli avea il sigaore antico^ 
Ma piu perche era iogiusto, empio e rapace. 
Orlando s' interpose come amico 
D' ambe le parti, e fece lor far pace ; 
Le quail unite, noa lasciar Frisone 
Che non morisse o noa fosse prigione. 
84. 

Le porte delle carceri gittate 

A terra sono, e non si cerca chiave. 
Bireno al conte con parole grate 
Mostra conoscer V obbligo che gli have. 
Indi insieme e con naolte altre brigate 
Se ue vanno ove atteade Olimpia in n^ye: 
Cos! la donna, a cui di ragion spetta 
II dominio dell' isola^ era detta; 
8o. 

Quella che qiiivi Orlando avea condutto 
Non con pensier che far dovesse tanto ; 
Che le parea bastar che, posta in lutto 
Sol lei, lo sposo avesse a trar di pianto. 
Lei riverisce e onora il popol tutto. 
Lungo sarebbe a ricontarvi quanto 
Lei Bireno accarezzi, ed ella lui; 
Quai grazie al coute rendano ambidui. 
86. 

n popol la donzella nel paterno 
Seggio rimette, e fedelta le giura. 
Ella a Bireno, a cui con nodo eterno 
La leg6 Amor d' una catena dura, 
Dello stato e di se dona il governo. 
Ed egli , tratto poi da un' altra cura , 
Delle fortezze e di tutfo il domino 
Dell' isola guardian kscia il cugino; 



CANTO NONO 197 

87. 

Ch^ tornare ia Selaodia ay^a i&egno, 
E menar seco la fed^l conaorte: 
E dicca voler fare iodi Del regao 
Di Frisia esperienza di sua sorte; 
Perche di cio V assicarava un pegno 
Cbi* egfi avea in maDO, e lo stimava forte: 
La jGgliuola del ra 9 che fra i captivi , 
Che vi fur moUi, avea trovata quivi* 
88. 

E dice ch^ egli tuoI cV ho sao germano , 
Ch' era minor d' et^ , V abbii^ per moglie. 
Quindl si parte il. senator romano 
II di medesnaa che Bireno scioglie. 
Non Tolse porre ad altra cosa mano, 
Fra lante e tante guadagnate spoglie, 
Se non a quel tormento ch' abbiam detto y 
Ch' al fulmine assimigiia in ogni effetto. 
88. 

L' iotenzion non gi4, perchi lo tolle, 
Fu per voglia d' usarlo in sua difesa: 
Che serapre alto stiai6 d' auimo molle 
Gir coo vantaggio in qual si voglia inipresa : 
Ma per gittarlo in parte onde non voile 
Che mai potesse ad qom piu fare ofTesa: 
E la polve e le paUe e tutfo il resto 
Seco port6, ch' apparteneva a questo. 

E COS], poi che fuor deUa marea 
Nel piu profondo mar si vide uscito 
Si che segno lontan non si yedea 
Del destro piu ne del sinistro lito^ 
Lo tolse, e disse: AQci6 piu non istea 
Mai cavalier per te d' essere ardito, 
Ne quanto il buono val, mai piu si vanti 
II rio per te valer, qui giu rimanti. 



igS L'ORLANDO FURIOSO 
91. 

O maladetfo , o abominoso ordigoo, 
Che fabbricato nel tartareo fondo 
Fosti per man di Belzebii maligao , 
Che ruinar per le disegno il mondo, 
Air inferno , onde iiscisti , ti rassigno. 
Cosi dioendo, lo gitto in profondo. 
D vento intanto le gonfiate vele 
Spinge alia via dell' isola crudele. 
88. 

Tanto desire il paladino prerae 
Di saper se la donna ivi si trova, 
Ch^ ama assai piu che tutto il mondo insieme^ 
N6 un' ora senza lei viver gli giova ; 
Che s^ in Ibernia inette il piede, teme 
Di non dar tempo a qualche cosa nuova, 
Si ch' abbia poi da dir invano': ahi lasso ! 
Ch' al venir mio non affrettai piu il passo ! 
95. 

N^ scala in Inghilterra n^ io Irlanda 
Mai lasci6 far, n^ snl contrario lito; 
Ma lasciamolo andar dove lo manda 
n nudo arcier che V ha nel cor ferito. 
Prima che piu io ne parli, io vo' in Olqnda 
Tomare, e voi meco a tornarvi invito; 
Che, come a me, so spiacerebbe a voi 
Che quelle nozze fosson senza noi. 
94. 

Le nozze belle e sontiiose fanno; 
Ma non si sontuose ne si belle, 
Come in Selandia dicon che faranno. 
Pur non disegno che vegnate a quelle; 
Perche nuovi accidenti a nascere hanno 
Per disturbarle, dei quai le novelle 
AlV altro Canto vi far6 sentire , 
S* all' altro canto mi verrete a udire. 



L'ORLAJ^DO FURIOSO 

€ANTO DEOMO 



ARGOMENTL 



AnOBATO. DOLGB. 

flovello amor Eir«n fabito aigalcy Olimpia iMcia il vil Bireno iogntOf 

Oade una notte Olimpia a terra lassa. Ardendo tutto di novello amore. 

RttgKiero, a cui d' Alcina pijk non cale. Dalle forsa d^^leina alfin camjpato 

Di Logiitilla al lanto regno passa. Ruggier cayaka alia fata mighore, 

Qoella il fipon topra il corsiar cbe In P ale. La qual gli toma il auo corsiaro alato. 

Ed ei, TolandOf Tede a terra iMssa £ la gente, che Ta all* imperatore, 

Le genii di Rinaldo, e poi legau Vode a Tamigi : e dairOrca marina 

Angelica, e per lai tosto salrata. Salra la donna del Caui regina. 

ANGCILLABA. VEBDIZZOTTI. 

Bireno in letto, in un* isola , lola Bireno, aeceso di novello amore, 

Lascia per noTO amor la prima moglie. Lascia V ingrato Olimpia al lito aola. 

Alia fata piik ria Buggier s*info]a Con gran danno d^Alcioa a diaonore, 

E la iata piu pia seco il raccoglie. Buggier di Logistilla al regno Tola: 

Suir Ippocrifo poi per Y aria Tola , lodi sopra Y alato corridore 

Ed Angelica ignuda al mostro toglie, Jlira le ioglesi sqaadre: al line invola 

ATcmio Tisto prima in InghiUerra AlPOrca orrenda Angelica, gii data 

Rinaldo, e V* apparato della guerra. In cibo a lei d« genie empia a spiettu. 

1. 

f ra quanti amor, fra quante fedi al moado 
Mai si trovar , fra quanti cor costanti 
Fra quante, o per dolente o per giocondo 
Stato, f^r prove mai famosi amanli; 
Piu tosto il primo loco ch' il secondo 
Dar6 ad Olimpia: e se pur non va innanti, 
Ben TOglio dir che fra gli antiqui e novi, 
Maggior dell' amor suo non si ritrovi ; 

a. 

£ che con tante e con si chiare note 
Di questo ha fatto il suo Bireno certo, 
Che donna piu far certo uomo non puote, 
Quanto anche il petto e '1 cor mostrasse aperto : 
E s' anime si fide e si devote 
D' un reciproco amor denno aver merto; 
Dico ch' Olimpia e degna che non meno , 
Anzi piu che se ancor, V ami Bireno j 



aoo L' ORLANDO FUMOSO 

E che non pur non V abbandoni mai 
Per alfra donaa, se ben fosse qnella 
Ch' Europa ed Asia messe in tanli guai , 
O s^ altra ha maggior titolo di bella ; 
Ma piuttosto che lei, lasci coi rai 
Del sol r udita e il gusto e la favella , 
E la yita e la fama, e s^ altra cosa 
Dire o peosar si pu6 piu preziosa. 

4. 

Se Bireno am6 lei come ella amalo 
Bireno area; se fu si a lei fedele 
Gome ella a lui; se mai non ha voltato 
Ad altra via, che a seguir lei, le vele: 
O pur se a tanta servitu fu iograto, 
A tanta fede e a tanto amor crudele y 
lo vi to' dire , e far di maraviglia 
Stringer le labbra ed inarcar le cigh'a. 

6. 

E poi che nota V empieta vi fia, 

Che di tanta bonta fu a lei mercede, 
Donna alcuna di voi mai piu. non sia , 
Gh' a parole d' amante abbia a dar fede. 
L* amante, per aver quel che desfa, 
Senza guardar che Dio tutto ode e yede^ 
Avyiluppa promesse e giuramenti, 
Ghe tutti spargon poi per V aria i renti* 

6. 

I giuramenti e le promesse vanno 
Dai venti in aria dissipate e sparse, 
Tosto che tratta questi amanti s' hanno 
L' avida sete che gli accese ed arse. 
Siate a' prieghi ed a' pianti che vi fanno y 
Per questo esempio, a credere piii scarse. 
Bene e felice quel, doune mie care, 
Gh' essere accorto all' altrui spese impare. 



CAJVTO DECIMO 201 

7. 

Guardatevi da questi che sal fiore 

De' lor begti aimi il viso hao si polity ; 
Che presto nasce in lore e presto muore^ 
Quasi on foco di pagUa, ogai appetko« 
Gome segue la leprjq il cacciatore 
Al freddo, al caldo, alia montagoa, al lito, 
N^ pill r estima poi che presa vede ; 
E sol dietro a chi fugge, afiretta il piede: 
8. 

Go^ fan questi gioveni , che tanto 
Ghe vi mostrate lor dure e protenre, 
V amano e reverikcono con quanto 
Stndio de' far chi fed^lmeate serve: 
Ma non si tosto si potran dar vanto 
Delia vittoria, che di donne^ serve 
Vi dorr^e esser fatte; e da voi tolto 
Yedi^te il falso amore^ e dtrove voho. 

9. 

Non vi vieto per qiiesto (ch' avrei torto) 
Ghe vi lasciate amar; che senza amante 
Sareste come iucolta vile in orto, 
Ghe non ha palo ove s^appoggi o piuite. 
Sol la prima laaugioe vi esorto 
Tutta a fuggtr, volabile e incostante, 
E corre i fratti non acerbi e durij 
Ma che non sien per6 troppo maturi. 

10. 

Di sopra io vi dicea ch^nna figliuola 
Del re di Frisa quivi hanno trovata, 
Ghe fia, per quanto n^ han mosso parola, 
Da Bireno al fratel per moglie data« 
Ma, a dire il vero, esso v'avea la gola; 
Ghe vivanda erd troppo delicata: 
E riputato avriacortesia sciocca, 
Per darla altnli, levarsela di booca. 

Oel. Vol. II. 26 



2oa L'ORLANDO FURIOSO 

II. 

La damigella non passaya ancora 

Quattordici anni, ed era bella e fresca, 
Come rosa che spunti allora allora 
Fuor della buccia, e col sol nuovo cresca. 
Non pur di lei Bireno s^ innamora, 
Ma fiioco mai cosi non accese esca, 
N^ se lo pongan V invide e nimiche 
Mani talor nelle mature spiche; 

Come egli se n^ accese immantinente ^ 
Come egli n' arse fin nelle medoUe , 
Che sopra il padre morto lei dolente 
Tide di pianto il bel yiso far moUe. 
E come suol, se V acqua fredda sente, 
Quella restar che prima al fuoco bolle; 
Cosi P ardor ch' accese Olimpia , vinto 
Dal nuovo saccessore, in lui fu estinto. 
13. 

Non pur sazio di lei, ma fastidito 

N^ e gia cosi , che puo vederla appena ; 
E si deir allra acceso ha 1' appetito , 
Che ne morra se troppo in lungo il mena; 
Pur, finche giunga il di c^ha statuito 
A dar fine al disio , tanto 1' affrena , 
Che par ch' adori Olimpia, non che Pami, 
E quel che piace a lei sol voglia e brami. 
14. 

E se accarezza V altra ( che non puote 
Far che non V accarezzi piu del dritto ) , 
Non e chi questo in mala parte note ; 
Anzi a pietade , anzi a bont^ gli e ascrifto : 
Che rilevare un che fortuDa ruole 
Talora al fondo , e consolar V afflitto , 
Mai non fu biasmo , ma gloria sovente ; 
Taoto pill una faneiidia, una innocente. 



CANTO DEQM 2o3 

tH. 

Oh somino Dio y come i giudicii umani 
SpesBD ofiuscati son da ua nembo oseuro! 
I modi !di Bireao ,: empi e profani^ 
Pietosi e santi riputati furo. 
I mariiDari, gia messo lemaiii 
Ai remi , e sciolti dal Uto aicoro ^ 
Porta vao lieti pei salati stagni 
Yerid; Selandia il duica e i suoi oomptfsni. 
16. 

Gia dietro ranasi eraso e. perduti ': ^ . 

Tutti di vista i termim d^Qlanda; .. 
Che per non toccar Frisa, piii tenuti 
S' eran ver Seozia alia atnistra baadai* 
Qaaodo da an veuto fur sofinyyenvliy 
CV erraadoin alto mar tre di li manda. 
Sorsero il terzo^ gia presso alia sera, 
Dove incnlta e deserta u&' isola era. 

17. 

Tratti cbe si far deiitro un picciol seno, < 
Olimpia venne ia terra; e con ^etto 
In compagola delT infedel Bireno 
Ceao contenia efuor d' ogni sospetto: 
Indi coa Idi la dove in loco ameao 
Teso era un padigliow , entrb nel ktto. 
Tutti gli altri compagni rilornaro, 
E soptia i legoi lor si riposaro. ^ * 

18. 

II travaglio del mare e la paura, 
Che temita alcun di Taveano desta: 
n ritrovasi al lito ora sicura , 
Lontana da rumor nella fcMresta, 
E cbe nessun pensier ^ nessuna cura , 
Poi cbe '1 suo amante ba seco, la moleista; 
Fur cagion cb' ebbe Olimpia si gran sonno, 
Cbe gli orsi e i gbiri aver maggior nol poiino. 



2o4 L'OKLANDO FUWOSO 

19. 

II falso amante ohe i pensati inganni 
y eggiar facean , come doitnir lei sente y 
Plan piano esce del lettoj e de^suoi paimi 
Fatto ua fastei, non si Teste altrimente; 
E lascia il padiglione; e come i vanni 
Nati gli sian^ rivola alia sua gente^ 
E li risveglia; e senza udind an grido, 
Fa entrar nell^ako, e abbandonare il lido. 
SO. 

Rimase addietro il lido , e la mesduna 
Olimpia, die dormi senssa destafse 
Fin che V Aurora la gdata brint 
Dalle donate mote in terra sparse, 
E s' udir le alclone alia marina 
DelPantico infortunio kmentarae. 
Ne desta ne dorraendo, eUa la mano 
Per Bireno abbracciar stese^ ma iiiraao. 
91. 

Nessuno trocra : a se la man rilira : . 
Di nuoTO tenta, e pur nessuno troira. 
Di qua V un braccio e di la P akro giraj 
Or V una or V altra gamba ; e nuUa giova. 
Caccia il sonao il timbr: gli occhi apre e mira : 
IVon .vede alcuno. Or gia non scalda e eova 
Pill le vedoye piome ; ma si getfa 
Del letto, e fuor del padiglione in fretta: 

E corre al mar , graffiandosi le gote , 
Presaga e certa ormai di sua fortuna: 
Si straccia i crini, e il petto A percoote; 
E va guardando (che splendea k kina) 
Se veder cosa, fuor cbe '1 lito, puote; 
Net, fuor cbe U lito^ vede cosa alcuha. 
Bireno cbiama; e al nome di Bireno 
Rispondean gli antri che pieti n' avieuo. 



CANTO DEGDHO ao5 

IS. 

Qum sorgea nel lito eatjremo im sasso, 
Cb? aveaoo V onde^ col picchiar frequeate^ 
Gayo e ridutto a gnisa d^ aroo al bassa^ 
E stava 8opra il oaar curvo e pendente. 
Olimpia in cima ri sail a grao paaso, 
(Cosi la fjBlGea V auiino poasoafte) 
E di lontano le gonfiate Vele 
Tide fuggir del sua signor tradele: 

Tide loataao, o le parve vedere; 
Ghe Y tai^ ohiara abcor nou era laoUo, 
Tutta tremante si laaci6 cadere y 
Piu bianca e piu eke nieve fredda in v<Ao. 
Ma poi che di levacsi ebbe potere , 
Al cammin delle navi il grido yolto, 
Ghiasad, qoanto potea cbiamar piu forte, 
Piu. volte il nbme del crudel consorte: 

E dove non potea la dehil voce , 

SuppUya il ^anto e '1 battot* paluia a palma^ 
Doye fuggi) oradely cosi yeloce? 
Non ha il tuo legiio la debita salma: 
f'a^ che lieyi Dae ancor : poco gli nuoce 
Ghe porti il corpo , p0i che porta V ahoa. 
E con le braccia e.cDn le yesti ^egpq ;- 
Fa tuttayia,perqhe,fitorpi iLlegQ0» : - . 

Ma i yenti che portav^o le vele 
Per r alto mar di tfad giovene iAfido, 
Portavano anco i prieghi e le quetele 
Dell' infelioe Oliiieipia , e '1 pianto e '1 grido ; 
La qual tre yolte , a se stessa cnrndele , 
Per affogarsi si 8picc6 dal lido : 
Pur alfin si leyo da noirar V acqUe^ 
E ritofn^ dove la noMe giacque j 



ao6 L' ORLANDO FURIOSO 

27. 

E con la faccia ia gtu stesa sul letto ^ 
Bagaaadolo di pianto, dicea lai: 
lersera desti insieme a dui ricetto: 
Perche iusieme al levar noo siamo. dui ? 

perfido Bireno^ o maledetto 
Gioroo ch' al mondp generata fui ! 

Che debbo far ? ohe poss' io far qui sola ? 
Chi mi da aiuio ! ohime ! chi mi consok ? 
28. 
Uomo non veggio qui , noti qi veggio opra 
Donde io possa stimar ch'uomo qui sia: 
Nave non veggio, a cai salendo sopra^ 
Speri alio scampo mio rttrovar via. 
Di disagio morr6; ne chi mi cuopra 
Gli occhi sara, ne chi sepolcro dia, 
Se forse in ventre lor non me Io danno 

1 lupi, diime! ch' in queste selve stanno. 

29. 

Io sto in sospetto, e gii di veder parini 
Di questi boschi orsi o leoni uscire, 
O tigri o fiere tal, che nab^a Itrmi 
D' aguzzi denfi e d' ugne da ferire. 
Ma quai fere cradel potriatio farmi, 
Fera ci^udel, peggio di le ttioiire? 
Darmi uti^ morte, so, lor parra assai; 
£ tu di mille^ ohim^! morir mj fai. 
30. 

Ma presuppongo ancora ch' or ora anivi 
Nocchier che per pietk di qui mi porti ; ' 
E cosi lupi, orsi, leoni schivi, ' 
Strasi, disagi ed altre orribil morti: 
Mi portera forse in Olanda, s'ivi 
Per te si guardan le fortesze e i porti? 
Mi porter^ alia terra ove son nata, 
Se tu con fiftude gi4 me V hai levata? 



CANTO DfiCIMO ao^ 

51. 

Tu m' faai lo.stato mio, sotto pretesto 

Di pareatado e d' amicizia ^ tolto. 

Ben fosti a porvi le tue genii presto , 

Per aver il dominio a te rivolto. 

Tomer6 in Fiandra ove ko yenduto il resto 

Di che io vivea, beoche non fosse molto, 

Per sovTenirti e di prigone trarte ? 

Meschinal.dove andr6? non so in qoal parte. 
53. 
Debbo forse ire in Frisa^ ove io potei, 

E per te non vi volsi , esser regina ? 

II che del padre e dei fratelli miei, 

E d^ ogn' altro mio ben fu la roina. 

Quel c' ho fatto per te, non ti vorrei, 

lugrato, improverar^ ne disciplina 

Dartene;che non men di me Io sai: 

Or ecco il gaiderdon che me ne dai. 
55. 
Deh y pur che da color che vanno in corso 

Io non sia presa, e poi venduta schiava! 

Prima che questo, il lupo, il leon, V orso 

Yenga, e la tigre e oga' altra fera brava, 

Di cui V agna mi stracci e franga il morso, 

E morta mi strascini alia sua cava. 

Gosi dicendo, le mani si caccia 

Ne capei d^ oro, e a chiocca a chiocca straccisK 
54. 
Corre di nuovo in su V estrema sabbia, 

E ruota il capo ^ e sparge alP aria il crine ^ 

E sembra forsennata, e ch' addosso abbia 

Non un demooio sol, ma le decine; 

O, qual Ecuba, sia couversa in rabbia, 

Vistosi morto Polidoro alfioe. 

Or si ferma s^un sasso e guarda il mare; 

Ne men d^ un vero sasso , un sasso pare • 



2o8 L' ORLANDO FURIOSO 
58. 

Ma lasciamla doler fin ch' io ritorno , 
Per voler di Ruggier dinri pur aoco, 
Ghe nel piu inteoso ardor del meszo giomo 
Gavalca il lito , affaticato e ataaco. 
Percaote il sol nel coUe e fa ritomo; 
Di sotto bolle il sabbion tiito e bianco. 
Mancava all^ arme ch' avea indosao , poco 
Ad esser, come gia, tutte di fuoco. 
36. 

Mentre la sete , e dell' andar fatica 
Per r alta sabbia, e la aolinga via 
Gli facean, lango quella apiaggia aprica, 
Noiosa e diapiacevol compagnfa; 
Trov6 ch' all' ombra d' una torre antica 
Ghe fuor delP onde appresso il lito uscia , 
Delia corte d' Alcina eran tre donnc , 
Ghe le conobbe ai gesti ed alle gonne* 
37. 

Gorcate sa tappeti alessandrini , 

Godeanai ii fresco rezzo in grai diletto^ 
Fra molti vasi di diversi vini, 
E d' ogni baona sorte di confetto. 
Presso alia spiaggia , coi flutti marini 
Scherzando, le aspettava un lor legnetto 
Fin che la vela empiesse agevol ora; 
Ghe un fiato pur non ne spirava allora. 
38. 

Queste ch' andar per la non ferma aabbia 
Vider Ruggiero al suo viaggio dritto, 
Ghe sculta avea la sete in su le labbia^ 
Tutto pien di sudore, in viso afflitto, 
Gli cominciaro a dir che si non abbia! 
II cor voluntaroso al cammin fitto, 
Gh' alia fresca e dolce ombra non si pieghi, 
E ristorar lo stanco corpo nieghi. 



CANTO DECIMO aog 

39. 

E di lor uaa b' 9CC06t6 al cavdllo 

Per la staffa tener, cfae ne sc^ndesse; 

L' altra con una coppa di cristallo 

Di vin spumante, piii sete gli messes 

Ma Ruggiero a quel saon noa entrb in ballo; 

Perche d'ogni tardar che fatto avetee, 

Tempo di giuuger dato avria ad Alcina , 

Che Tenid dietro , ed era omai vicina. 

40. 
Non cosi, fin aalAiti'o e zelfo purO, 
Tocco dal fuoco, subito i^^avvampa; 
Ne cosi freme il mar , quando V osiuro 
Turbo disceude, e in meszo se gli accampa^ 
Come, yedendo che Ruggier sicuro 
Al suo diritto cammin V arena stampa , 
E che le sprezza (e pur si tenean belle )^ 
D' ira arse e cE furor la terza d^ elle. 

4ft. 
Tu non sei ne gentil ne cavaliero, ' ' 
(Dicegridando. qiiahto pu6 {)iu forfe) 
Ed hai rubate V arme } e quel destriero 
Non saria tuo par vetaA^ alti^'sorte: 
E cosi, come ben m'appohgo al t^ro, 
Ti Tedessi puoir di degna morte; 
Che fossi fatto in qvarti, anso o impiceato, 
Bratto ladron, yjUan^ superbo, ii^^o. 

4S. 
Oltr'a queste e molt'altre ingiuri'ose 
Parole che gli us6 la donna altiera, . 
Ancor che mai Ruggier non le rispose, 
Che di si vil tenzon poco onor spera^ 
Con le sorelle tosto ella si pose 
Sul legno in mar, che al lor servigio v' era: 
Ed affrettando i remi, lo seguiva, 
Yedendol tuttavia dietro alia riva. 

Oil. Vol. II. 27 



2IO L' ORLANDO FURIOSO 

43. 

Minaccia sempre , maledice e iacarca , 
Che 1' onte sa trovar per ogoi punto. 
Intaato a quello stretto, onde si varca 
Alia fata piu bella, e Ruggier giunto; 
Dove un vecchio nocchiero una sua barca 
Scioglier dalPaltra ripa vede, appunto 
Come awisato e gia prowisto, quivi 
Si stia aspettando che Ruggiero arrivi. 

44. 

Scioglie il nocchier, come venir lo vede, 
Di trasportarlo a miglior ripa lieto; 
Ch^j se la faccia pu6 del cor dar fede, 
Tutto benigno e tutto era discrete. 
Pose Ruggier sopra il naviglio 11 piede, 
Dio ringraziando ; e per lo mar qu'iete 
Ragionando venia col galeoUo, 
Saggio e di lunga esperi'enza dotto. 
45. 

Quel lodava Ruggier che si s' avesse 

Saputo a tempo tor da Alcina, e lananti 
Che ^1 calice incantato ella gli desse , 
Ch' avea alfia dato a tutli gli altri amanti, 
£ poi y che a Logistilla si traesse , 
Dove veder potria costumi santi, 
Bellezza eterua ed infinita grazia, 
Che U cor nutrisce e pasce, e mai non sazia. 

46. 

Costei (dicea) stupore e riverenza 

Induce all' alma, ove si scopre prima: 
Contempla meglio poi P alta presenza; 
Ogn' altro ben ti par di poca stima. 
II suo amore ha dagli altri differenza: 
Speme o timor negli altri il cor ti lima; 
In questo il desiderio piii non chiede^ 
E content o riman come la vede. 



CAPITO DECIMO an 

47. 

Ella t' insegneri studi piu grati 

Che suoni, daoze, odori^ bagni e cibi; 
Ma come i pensier tuoi meglio formati 
Poggin pill ad alto che per V aria i nibi , 
E come della gloria de^ Beati 
Nel mortal corpo parte si delibi. 
Cosi parlando il marmar veniva, 
Lontano ancora alia sicura riva. 
48. 

Qaando vide scoprire alia marina 
Molti navili, e tutti alia sua volta. 
Con quei ne yien 1' lugiuriata Alcina , 
E molta di sua gente Have raccolta 
Per por lo stato e se stessa in ruina, 
O racquistar la cara cosa tolta. 
E bene e Amor di cio cagion non lieve. 
Ma P ingiuria non men che ne riceve. 

49. 

Ella non ebbe sdegno/da chc.hacqae, 
Di questo U maggior mai ch' ora la I'ode ; 
Onde fa i remi si affrettar per F acqae, 
Che la spuma ne sparge ambe le prode, 
Al gran rumor ne mar ne ripa tacque; 
Ed Eco risonar per tutto s' ode. 
Scuopri, Raggier, lo scudo, che biao^a , 
Se non, sei morto o preso con lirergogna. 

SO. 

Cosi disse il nocchier di Logi^tilla; 
Ed oltre il detto, egli medesmo prese 
La tasca, e dallo sciido dipartilla, 
E fe Ml lume di quel chiaro e palese: 
L' incantato splendor che ne sfavilla , 
Gli occhi degli awersari cosi oflfesCj 
Che li fe restar ciechi allora allora , 
E cader chi da poppa e chi da prora. 



aia L'OHLANDO FURIOSO 

51. 

Uo ch* era alia veletta in su la rocca, 
Dell^ annata d^ Alcina si fu accoFto : 
E la campana martellando tocca, 
Onde il soccorso vien subito al porto. 
L' artiglieria come tempesta fiocca 
Contra chi vnole al buon Ruggier far torto: 
Si che gli venne d' ogni parte aita, 
Tal che saly6 la liberta e la vita. 
ff9. 

Giunte son quattro donne in su k spiaggia, 
Che snbito ha mandate Logistilla: 
La valorosa Andronica, e la saggia 
Fronesia , e Y onestissima Dicilla , 
E Sofrosina casta, che, come aggia 
Quivi a far piii che V altre, arde e sfavilla. 
L^ esercito ch' al mondo e senza pare , 
Del casteUo esce, e si distende al mare. 
55. 

Sotto il castel nella tranquilla foce 

Di piolti e grossi legni era una armata, 
Ad un botto di squilla, ad una voce 
Giorno e notte a battaglia apparecchiata. 
E cosi fu la pugna aspra ed atroce 
E per acqua « per terra incominciata; 
Per cui fu il regno sottosopra volto, 
Ch' avea gia Alcina alia sorella tolto. 
54. 

Oh di quante battaglie il fin successe 
Diverso a quel che si credette innante! 
IVon sol ch^ Alcina allor non riavesse, 
Come stimossi, il fuggitivo amante; 
Ma delle navi che pur diansi spesse 
Fur si, ch' appena il mar ne capia tante, 
Fuor della fiamma che tuft' altre awampa , 
Con un legnetto sol misera scampa. 



CANTO DEGIMO ai3 

Sit. 

t^u^esi Alcioaj e sua miaera gente 
Arsa e presa mnaii, rotta e sommersa. 
D' aver Ruggier perduto eUa si sente 
Via pitt doler, che d' altra cosa awersa. 
Notte e di per Im geme amaramente ; 
E lacrime per lui dagli occhi versa: 
E per dar fine a taoto asjNro martire, 
Spesso si duol di nou poter morire. 
Ml 

Morir non puote alcuna iata mai^ 

Fin che ^1 sol gira , o il ciel non mnta stilo. 
Se ci6 non fosse, era il dolore assai 
Per mnoTer Gloto ad iimai^arle il filo^ 
O, qual Didon, finia col ferro i guai; 
O la regina spkndida del Nilo 
Ayria imitata con mortifer sonno: 
Ma le £ite morir sempre non ponno. 
57. 

Tomiamo a quel di etema gloria degno 
RuggierOy e Alcina stia neUa sua pena. 
Dico di lui, che poi cbe fuor dd legno 
Si fu condntto in piu sicura arena, 
Dio ringraziando che tbtto il dis^no 
Gli era suceesso^ al mar volt6 la achi^ui; 
Ed affiretlando per V asoiidto il piede , 
Alia rocca ne. m che quiyi siede. 

m. 

Jik la piu forte ancor, ne la piu bella 
Mai vide occhio mortal prima ne dopo: 
Son di piu prezaso le mura (U quella, 
Che se diamante ibssino o piropp. 
Di tai gemme qua giii non si favella: 
Ed a chi vaol notizia aveme , e d^ uopo 
Che vada quivi, che non credo altrove, 
Se non.fotse su in ciel, se ne ritrove. 



ai4 L' ORLANDO FURIOSO 

58. 

Quel che piu fa che lor s^ inchina e cede 
Ogni altra gemma, k che mirando in esse^ 
L' uom sin in mezzo alF anima si vede j 
Vede suoi vizi e sue virtudi espresse 
Si, che a lusinghe poi di se DOn crede, 
ISfe a chi dar hiasmo a torto gli volesse: 
Fassi, mirando alio specchio lucente 
Se stesso conoscendosi, prudente. 
60. 

II chiaro lume lor ch^ imita il sole y 
Manda splendore in tanta copia intorno, 
Che chi P ha , ovunque sia , sempre che Tuole , 
Febo , mal grado tuo , si pu6 far giomo. 
Ne mirabil yi son le pietre sole; 
Ma la materia e Partificio adorno 
Contendon si, che mal giadicar puossi 
Qual delle due eccellenze maggior fossi. 

61. 

Sopra gli altissimi archi , che puntelli 
Parean che del ciel fossino a vederli, 
Eran giardin si spaziosi e belli, 
Che sarfa al piano anco fatica averli. 
Yerdeggiar gli odoriferi arbuscelli 
Si pon yeder fra i luminosi merli ; 
Ch'adorni son Testate e'l vemo tutti 
Di yaghi fiori e di matiuri frutti. 
69. 

Di cosi nobili arbori non suole 

Prodiu« fuor di questi bei giardini ; 
Ne di tai rose o di simil viole , 
Di gigli, di amarauti o di gesmiiii. 
Altrove appar ccnne a un medesmo sole 
E nasca e viva, e morto il capo inchini, 
E come lasci vedovo il sud stelo 
II fior snggetto al variar del cielo: 



CANTO DECIMO ai5 

63. 

Ma quivi era perpetaa la verdura , 
Perpetua la belta de' fiori eterni : 
Non che beuignita della natura 
Si temperatameiite li govemi; 
Ma Logistilla coo suo studio e cura, 
Seuza bisogno de'moti superni, 
(Quel che agli altri impossibile parea) 
Sua primayera ognor ferma teaea. 
64. 

Logistilla mostro molto aver grato 
Ch'a lei venisse un si geutil signore; 
E comand6 che fosse accarezzatoj 
E che studiasse ognun di fargli onore. 
Gran pezzo innanzi Astolfo era arrivato , 
Che visto da Ruggier fu di buon core. 
Fra pochi gioini venner gli altri tutti^ 
Ch' all' esser lor Melissa avea ridutti. 

Poi che SI fur posati un giorno e dui, 
Yenne Ruggiero alia fafa prudente 
Col duca Astolfo , che non men di lui 
Avea desir di riveder Pouenle. 
Melissa le parl6 per amendui; 
E supplica la Fata umilemente 
Che gli consigli, favorisca e aiuti 
Si, che ritornin d' onde eran venuti. 
66. 

Disse la Fata: io ci porr6 il pensiero, 
E fra dui di te li dar6 espediti. 
Discorre poi tra se come Ruggiero, 
E, dopo lui, come quel duca aiti: 
Conchiude in fin , che '1 volator destriero 
Ritorni il primo agli Aquitani liti; 
Ma prima vuol che se li faccia un morso 
Con che lo volga e gli raffreni il corso. 



ai6 L'ORLANDO FDRIOSO 

67. 

Gli mostra come egK ^bla a far, se vuole 
Che poggi in alto, e come a far che cali; 
E come , se vorra che in giro vole , 
O yada ratto, o che si stia su V bM; 
E quali effetti il cavalier far auole 
Di buono destriero in plana terra , tali 
Facea Ruggier che mastro ne divenne, 
Per V aria , del destrier ch' area le penne* 
68. 

Poi che Ruggier fu d^ ogni cosa in pnnto y 
Dalla Fata gentil comiato prese, 
Alia qual restd poi sempre congiunto 
Di grande amore; e usci di quel paese. 
Prima di liii, che se n^ andb in buon pwito, 
E poi diro come il gaerriero inglese 
Tomasse con piu tempo e piii fatica 
Al Magno Carlo ed alia corte amica. 
68. 

Quindi parti Ruggier, ma non rivenne 
Per quella via che fe' gia suo mal grado, 
Allor che sempre V Ippogrifo il tenne 
Sopra il mare, e terren vide di rado: 
Ma potendogli or far batter le penne 
Di qu^, di la, dove {hu gli era a grado, 
, Voile al ritorno far nuovo sentiero, 
Gome, schivando Erode, i magi fero. 

70. 

Al venir quivi, era, lasciando Spagna, 
Venuto India a trovar per cbitta riga, 
La dove il mare oriental la bagna, 
Dove una Fata avea con 1' altra briga* 
Or veder si dispose altra campagna , 
Che quella dove i venti Eolo instiga, 
E finir tutto il cominciato tondo, 
Per aver, come il sol, girato il mondo. 



CANTO DEGIMO ^l^ 

71. 

Quinci il Gataio, e quindi Man^ana 
Sopra il gran Qmnsai vide passando: 
Y0I6 aopra V Imavo, e Sericaoa 
Lasci6 a mao destra ; e sempre declinaudo 
DagP iperborei Sciti all' onda ircana 
Giunse alle parti di Sarmazia: e quaodo 
Fu dove Asia da Europa si divide, 
Russi e Prateni e la Pomeria vide. 
72. 

Benchi di Ruggier fosse ogni desire 
Di ritornare a Bradamante presto , 
Pur, gustatQ il piacere ch' avea di gire 
Gercando il mondo , non rest6 per questo 
Gh' alli PoUacchi , agli Ungari venire 
Non volesse anco , aUi Germani e al resto 
Di quella lioreale orrida terra, 
E venne alfin neU' altima Inghilterra. 
75. 

Non crediate, Signor, che per6 stia 
Per si lungo cammin sempre sull' ale : 
Ogni sera all' albergo se ne gia , 
Schivando a suo poter d' alloggiar male. 
E spese giorni e mesi in questa via; 
Si di yeder la terra e il mar gli cale. 
Or preaso a Londra gionto una mattina, 
Sopra Tamigi il volator dedina. 
74. 

Dove ne' prati alia citta vidni 

Yide adunati uomiui d' arme e fanti , 

Gh' a suon di trombe e a snon di tamburini 

Yenian , partiti a belle scbiere , avanti 

n buon Rinaldo , onor de' paladini ; 

Del qual, se vi ricorda, 10 disii innanti 

Ghe mandato da Garlo , era venuto 

Li queste parti a ricercare aiuto. 

Oal. Vol. II. a6 



ai8 L'ORLANDO FUMOSO 

75. 

Griunse appanto Ruggier che si facea 
La bella mostra fuor di qaella terra } 
E per sapere il tutto ne chiedea 
Un cavalier ; ma scese prima in terra : 
E quel, ch'affabil era, gli dicea 
Ghe di Scozia e d^ Irlanda e d'lnglulterra 
E dell^ isole intorno eran le schiere 
Ghe quivi alzate avean tante bandiere: 
76. 

E finita la mostra che faceano, 
Alia marina si distenderauno, 
Dove aspettati per solcar V Oceano 
Son dai navili che nel porlo stanno. 

I Franceschi assediati si ricreano , 
Sperando in qaesti che a salvar li vanno. 
Ma accio tu te n' informi pienamente , 
lo ti distinguer6 tutta la gente. 

77. 
Tu vedi ben quella bandiera grande , 
Ch' insteme pon la Fiordaligi e i Pardi : 
Quella il gran capitano alF aria spande , 
E quella ban da seguir gli aitri stendardi. 

II suo nome , famoso in queste bande , 
E Leonetto, il fior delli gagliardi, 

Di consiglio e d^ ardire in guerra mastro , 
Del re nipote, e duca di Lincastro. 
78. 
La prima , appresso il gonfalon reale , 
Che '1 vento tremolar fa verso il monte^ 
E tien nel campo verde tre bianche ale, 
Porta Riccardo di Varvecia conte. 
Del duca di Glocestra e quel segnale 
G'ha duo corna di cervio e mezza frontc. 
Del duca di Chiarenza e quella face: 
Quell' arbore e del duca d' Eborace. 



CANTO DEGIMO aig 

79. 
Yedi in tre pezzi uoa spezzata laocia? 

Gli i '1 gonfalon del daca di Nortfozia. 

La folgare e del baoo conte di Gancia. 

II grifone e del conte di Pembrozia. 

11 duca di Snfolcia ba la bilancia. 

Yedi quel giogo che due secpi assozia? 

E del conte d' Esenia ; e la ghirlanda 

In campo azzarro ha quel di Norbelanda. 
80. 
II conte d'Arindelia e qael ch'ha messo 

In mar qaella barcketta che s^ affonda. 

Yedi il marchese di Bardei, e apppesso 

Di Marcfaia. il coiEitee il. conte di Rittnonda; 

n pvimO' porta in I^nco un moiite feaso , 

L^ altro la palma, il terzo un pin.nelF ooda. 

Quel di iDorsezia e conte , e quel d^; Anlona , 

Che r uno ha' il earn> , e V. altro la qorona« 
81. 
II falcon che sol nido i vdnni^inohioa, ... 

Porta Raimondo^ il conte di Devonia. 

II giallo e negro ha qiiel di Yigorina; 

II can quel d' Erbifii , un orsb quel d' Osouia. 

La croce ehe la vedi cri3taillina , 

E del ricco: prdalo di Battonia. 

Yedi nel btgio una spe9&;ata sedia? 

E del duca Ariman di Sormosedia. < i 

8a; 
Gli uominid'arme' e. gli arcieii a ciavallo* = • 

Diquarantaduo.iinlaniim&r fanno. 

Sono duo tanti, o di cento non fallo, . 

Quelli ch' a pie nellabattaglia Tadno« . 

Mira quei segni, un bigio/!un Y^erde ^ un gifillo , 

E di nero e dP azzur listafo un panna: 

GoflBredo, Enrigo, Ermante ed Odoardo 

Guidan pedoni, ognun col suo stcndardo. 



aaa L'OALANDO FURIOSO 

91. ' 

Si che per dare aacor piu maraWgiia^ 

E per pigliarne il bnoa Ruggier piii gioco, 
Al volants corsier scuote la briglia^ 
E con gli sproni ai fianchi il tocca ua poco* 
Quel versp il ciel per Y aria il cammia piglia, 
E lascia ognuao attonito in quel loco. 
Quindi 'Ruggier, poiche di banda ia banda 
Tide gP Inglesi , ando verso V Irlauda. 
99. 

E vide Iberai^ fabalosa, dove 
II Santo veoGbiarel fece la cava , 
In che tanta merce par che si trove, 
Che^P uomvi purga ogni sua colpa prava. 
Quindi poi sopra il mare il destrier move 
La dove la minor Bretagna lava ; 
E nel passar vide , mirando a basso , 
Angelica legata al npdo sasso. 

Al nudo sasso, all' isola del pianto; 
Che r isola. ^1 pianto era nomata • 
Quella* che da crudele fiera tanto 
Ed inumana gente era abitata, 
Che (comeio vi dicea sopra nel Canto) 
Per valfi lit! sparsa iva in armata 
Tutte le belle donne depred^ando , 
Per fame a un mostro pot cibo nefando. 
94. 

Yi fu legata per quella mattipa^ 
Dove venia per trangugiarla viva 
Quel smisiiralo mostro,- orca^ marina, 
Che di aborrevol' esca A mutriva. 
Dissiidi sopra, come.fu rapina 
Di quei che la trovaro in su la riva 
Dormire al vecchio incantatore accanto ^ 
Ch' ivi r avea tirata per incanto. 



CANTO DECIMO aa3 

La fiera gente inospitale e cruda 
Alia bestia crudel nel lito espose 
La bellissima donna cosi igauda, 
Come Natiira prima la compose. 
Un velo non ha pure in che richiuda 
I biauchi gigli e le vermiglie rose, 
Da non cader per luglio o per dicemhre^ 
Di che son sparse le polite membre. 
96. 

Credato avria che fosse statua finta , 
O d' alabastro o d' altri marmi illustri 
Ruggiero, e su lo scoglio cosi awinta 
Per artificio di scultori industri; 
Se non vedea la lacrima distinta 
Tra firesche rose e candidi ligostri 
Far rugiadose le crudette pome^ 
E V aura sventolar V aurate chiome. 
97. 

£ come ne' begli occhi gU occhi affisse , 
Delia sua Bradamante gli sovvenne. 
Pietade e amore a un tempo lo traBsse, 
E di piangere appena si ritenne; 
E dolcemente alia donzella disse, 
Poi che del suo destrier fren6 le penoe: 
O donna , d^gna sol della catena 
Con che i suoi servi Amor legati mena; 
98. 

E ben di questo e d'ogni male indegna, 
Chi 6 quel crudel che con voler perverso 
DMmportuno livor, stringendo, segna 
Di queste belle man Pavorio terso? 
Forza e ch'a quel parlare ella divegna 
Qual e di grana un bianco avorio asperso, 
Di se vedendo quelle parte ignude, 
Ch'ancor che belle sian, vergogna chiude* 



2^4 L'OHLANDO FUBIOSO 
M. 

E coperto con man s'avrehbe tt volto, 
Se nou eran legate al duro aagao; 
Ma del pianto, ch' almen non Pera tolto, 
Lo sparse^ e si sfon6 di tener basso. 
E dopo alcun singozao il parlar acioUo, 
Incomincib con fiqco saono e lasso: 
Ma noa segui; che dentro il fe' restare 
II gran rumor che si seati nel mare. 
100. 

Ecco apparir lo smisurato mostro 

Mezzo ascQso nell^onda e mezzo sorto. 
Gome sospinto suol da Borea o d^Ostro 
Yenir lungo navilio a pigliar porto^ 
Cosi ne yiene al cibo che Vh mostro, 
La bestia orrenda; e Pintervallo e corto. 
La donna e mezza morta di paura, 
Ne per conforto altrui si rassicura. 
101. 

Tenea Ruggier la lancia aoa in resta, 
Ma sopra mano, e percaoteva V orca. 
Altro non so che s'assimigli a questa, 
Gh'ana gran massa che s^aggiri e torca: 
N^ forma ha d' animal se non la testa ^ 
C*ha gli occhi e i denti fuor come di porca. 
Ruggier in fronte la feria tra gli occhi; 
Ma par che un ferro o un duro sasfo tocchi. 
102. 

Poi che la prima botta poco yale, 
Ritoma per far megUo k^seconda. 
L' orca che vede sotto le grandi ale 
It* ombra di qua e di 1^ correr su V onda, 
Lascia la preda certa litorale, 
E quella vana segue furibonda; 
Dietro quella si volve e si raggira: 
Iluggier giu cala, e spessi colpi tira. 



CANTO DBGIHiO ^%S 

103. 

Gome d^alto venendo aqaila suole, 

Gh' errar fra I'erbe Tisto abbia la biscia, 
O che stia aopra cm nudo sasso al sofe , 
Dove le spo^ d^ oro abbdla e liscia ; 
Non assalir da quel lato k yuole, 
Onde la velenosa e soflia e striscia; 
Ma da tergo la aduigna, e batte i vanai, 
Acci6 non se le volga e non la azsanni: 
104. 

Gosi Ruggier con P asta e con la spada , 
Non dove era de' deati armato il nniflo, 
Ma vnol che '1 colpo tra V orecchie cada , 
Or su le schiene, or neUa coda giii90. 
Se la fera si ydta, ei mata alrada} 
Ed a tempo giii cala e pog^ia in raso; 
Ma come sempre gionga in un diaapto, 
Non pa6 tagliar lo scoglio dnro ed aspro. 
105. 

Simil battaglia fa la mosca andace 
Gontra il mastin nel polveroso Agorto, 
O nel mese dinanad o nel seguace» 
L' nno di apiche e V altro pien dl morto ; 
Negli oochi il punge e nel grifo mordace; 
Volagli intomo, e gU eta sempre a^costo; 
E quel auonar fa spes30 il dente asciutto, 
Ma un tratto cbe gK arriyi, appaga il tatto. 

log. 

Si forte ella nel mar brt;te la coda , 
Ghe fa vicino al ciel V acqua inalzarej 
Tal che non sa se V ale in aria anoda, 
O pur se 1 suo destrier nuota nel mare : 
Gli h spesso che disia trovarsi a proda; 
Ghe se lo spraz2o in tal modo ha a durare , 
Teme si V ale inaffi alP Ippogrifo, 
Ghe brami invano avere o «ucoa o schifo. 
Oftt. Vol .u. >9 



\ 



aae L'OKLANDO FUMOSO 
107. 

Prese nuoyo consiglio , e fu il migltore , 
Di vincer con altre arme il mostro crodo. 
Abbarbagliar lo tuoI cod lo splendore, 
Ch^ era incantato nel coperto scudo. 
Vola nel lito; e per non fare errore. 
Alia donna legata al sasso nudo , 
Lascia nel minor dito della mano, 
L* anel che potea far V incanto vano : 
108. 

Dico V anel che Bradamante avea 
Per liberar Baggier tolto a Brunello , 
Poi per trarlo di man d' Alcina rea , 
Mandato in India per Melissa a quello. 
Melissa (come dianzi io vi dicea) 
In ben di molti adoper6 V anello; 
Indi V avea a Baggier restituito , 
Dal qual poi sempre* fa portato in dito. 
109. 

Lo d^ ad Angelica ora, perche teme 
Che del suo scudo il fulgurar non viete, 
E perche a lei ne sien difesi insieme 
Gli occhi che gia V avean preso alia rete. 
Or viene al lito, e sotto il ventre preme 
Ben mezzo il mar la smisarata cete. 
Sta Buggiero alia posta, e leva il velo; 
E par ch' aggianga an altro sole al cielo. 
110. 

Feri negli occhi T incantato lame 

Di qaella fera, e fece al modo usato* 
Qaale o trota o scaglion va giu pel fiume 
Gh' ha con calcina il montanar turbato , 
Tal si vedea nelle marine schiame 
II mostro orribilnciente riversciato* 
Di qaa, di la Baggier percaote assai; 
Ma di ferirlo via non trova mai. 



CANTO DECIMO aii; 

Ill- 
La bella donaa tuttavoha priega 

CkMavan\la dura squama oltre non pesti. 

Toroa pes* Dio, signer; prima mi slega 

(Djcea piangeodo) che V orca si destiV 

Portami teco e ia mezzo 11 mar mi annega ; 

Non far ch' in yentre al.brutto pesoe io resti. 

Ruggier, comaiasso' dunqtie al giiistogrido, 

Slego la donoa ^ e la lev6 dal lido. 
118. 
II destrier punto ponta i pie alP arena, 

E sbalza in aria, e per lo ciel galoppa; 

E porta il cavaliero in su la schiena, 

E la donzella dietro in su la groppa. ^ 

Gosi privo la fera della cena 

Per lei soave e delicata troppa. 

Ruggier si va yolgendo, e mille baci 

Figge nel petto e negli occhi vivaci. 
113. 
Non pill tenne la via, come propose 

Prima , di circondar tutta la Spagna 5 / 

Ma nel propinquo lito il destrier pose , ^ 

Dove entra in mar pia la minor Bretagna. 

Sul lito un bosco era di querce ombrose, 

Dove oguor par che Filomena piagna; 

Ch' in mezzo avea un pratel con una fonte , 

E quinci ^ quindi un solitario monte. \ 

114. 
Quivi il bramoso cavalier riteune 

L' audace corso, e nel pratel discese; 

£ fe' raccorre al suo dstrier le penne, 

Ma non a tal che piu le avea distese. 

Del destrier sceso, a pena si ritenne 

Di salir altri j ma tennel 1' arnese : 

L' arnese il tenne che bbogno trarre , 

E contra il suo disir messe le sbarrc. x 



m8 L' ORLANDO FDBIOSO 
lis. 

Frettoloso ^ or da qnesto or da quel canto 
Gonfusamente V arme si leyaya, 
Non gli parre ahra volta mai star tanto, 
Che a' an laccio sciogliea, dui n' aimodava. 
Ma troppo e liuigo onnai, Sigaor, il Cantoj 
E forae ch' anco V ascoltar vi grava; 
Si di' io di£krir6 1' istoria mia 
lu altro tempo che piik grata aia. 



L ORLAIVDO FURIOSO 

CAJ^O tlNDEOMO 



JRGOMBNTl 






AMMIRATO. 

a ItaifBiw col ncro aoello 



mU U ba ^to» A' dtlegua • toglia: 
Poi drao gigaate io Waeeio il viao ballo 
Tada Raggiar da la saa bella oioglia, 
B nito il Mgna. Orlanda arri^a al laUo 
LitOt cha a BMVta Uola doooa aceogtia t 
glega Oliaroia, a poi BMrto il moaUo tU 
B faalU Obarto par mu moglia pi^aada. 

A]IQ(JII.I.i|M* 

!•' aaal* Aa io bocca Angalica si terra 
Fa cha 1 aaaiar Raggiar piik turn la aaniiga. 
Poi crada aitar la sua coojorta, etena • 
B dieiro on vaM atrar A AtaMD pMrga. 
Cooira il aaatro mario vinca la cuarra 
Orlaodof a caana Olimpia aater s'afeaatg* 
La doma igottda dal fa«ao k alMa, 
Al Ra d* Iriaoda pA ipife li latfk 



DOLOB.' 

Aofealic^ dtf 1' Orca- liliwaU n 

<S>fi r an^Do a Rtlggtdr logga davaoia j 
II qnala io una taWa maotra gvaU 
▼ada ooa doooa in braccio d'an Gigante. 
V dn Mgoii, 1' allH fnkg^.a via f^tM 
(S\i h la raa balU a cara AradaoiaaCa. 
Qrfando Olimpia dal tin Moflrtf aeioclia , 
B quella Obarfo ^bi praode pdt aaoglb. 

vBai)izM^t«. 

Acqniatalo Rnggiar la vita avanda 
Ad Aiigaliea, pMa W^ f iiM, 
B r aUto destriaro: a sol parteodo 
A piS acbarniU vlW di uh >#» daallo. 
loUolo Orlando giany> al litoorreodo, 
m la piik faalla donW alpio ttabello, 
Cccida rOrca; a d*alli aianni loglie 
ia. cbo difiaii d'OUffO ologiie. 



ty^nantaoque debil &eno a inexao ilcorso ! . 
Animoso destrier speaso racoolge^ <:. '. - . 
Raro a per6 che dt ngtond il morso* : • ^ 
Libidinosa fu^ia addiatro Tolga^ : 
Qiiaodo il piaoare htt ih prontd ; a , guihar d'orso 
Che dal said noD si tosta si distolgaty - 
Poi obe gli n'e yenota -odore al naso,' . ' i 
O qualcfae stiSa ee giist6 sul vasd. 

Qual ngm fia obe '1 buon Haggter raffireoeV 
Si che non vogHa on pigliair dilello < ii 
D' Angelica gentil due auda tiene 
Tiel mltario e comod^ bosdietto? 
Di Bradamante piii nan gli sovviene,- 
Che tanto aver solea fissa nel petto: 
E se gli ne sovvien pur come prima , 
Pazzo e se questa ancor non prezza e stinfa ; 



a3o L' ORLANDO FURIOSO 

3. 

Con la qual non saria stato quel cnido 
Zenocrate, di lui piii continente. 
Gittato avea Ruggier V asta e lo scudo , 
E si traea V altre arme impaziente j 
Quando abbassando pel bel corpo iguudo 
La donna gli occbi vergognosamente , 
Si vede in dito il prezioso anelio 
Che ffk le tolse ad Albracca Brunello. 

4. 

Qaesto h Y anel cV ella port6 gia in Francia 
La prima notte che fe' qael cammino 
Col firatel suo , che v' arrecb la lancia , 
La qual fu poi d^ Astolfo paladino. 
Con questo fe' gP incanti uscire in ciancla 
IK Malagigi al petron di Merlino: 
Con questo Orlando ed altri una mattina 
Tolse di servitu di Dragontina; 
S. 

Con questo usci inirisibil della torre, 
Dove V avea richiusa un vecchio rio. 
A che voglio io tutte sue prove accorre, 
Se le sapete voi cosi come io? 
Brunei sm nel giron le U venne a torre , 
Gh' Agramante d' averlo ebbe disio. 
Da indi in qua sempre Fortuna a sdegno 
Ebbe costei, fin che le tolse il regno. 

6. 

Or che sel vede , come ho detto , in mano, . 
Si di stupore e d^ allegrezza e piena^ 
Che quasi dubUa di sognarsi invan6 , 
Agli occhi, alia man sua da fede appena. 
Del dito se lo leva, e d' mano a mano 
Se U chiude in boccaj e in men. che non baleua, 
Gosi dagU occhi di Rnggier si cela. 
Gome fa il sol quando la nube il vela. 



CANTO UNDECIMO a3i 

7. 
Ruggier pur d'ogni intomo riguardava, 
E s'aggirava a cerco come un matto; 
Ma poi che dell^ anel si ricordava , 
Scornato vi rimase e stopefatto ; 
E la sua inavyertenaa bestemmiava, 
E la doona accusava di quello atto 
Ingrato e discortese, che renduto 
In ricompensa gli era del suo aiuto. 

8. 
Ingrala damigella, h questo qnello 
Guiderdone, dicea, che tu mi rcndi? 
Che piuttosto involar vogli V anello, 
Ch' averlo in don. Perche da me nol prendi? 
Non pur quel, ma lo scudo e il destrier sndlo, 
E me ti dono j e come vuoi mi speudi; 
Sol che '1 bel viso tuo non mi nascondi. 
lo so, crudel, che m'odi, e non rispondi. 
9. 
Cosi dicendo, injorno alia fontana 
Brancolando n' andava come cieco. 
Oh quante volte abbraccio V aria vana, 
Sperando la donzella abbracciar secol 
Quella che s' era gia fatta lonlana, 
Mai non cess6 d' andar, che giunse a un speco 
Che sotto un monte era capace e grande, 
Dove al bisogno suo trov6 vivande* 

10. 
Quivi un vecchio pastor, che di cavalle 
Un grande armento avea , facea soggiorno; 
Le giumente pascean giu per la valle 
Le tenere erbe ai freschi rivi intoruo. 
Di qua, dila dallV antro erano stalle, 
Dove fuggiano il sol del mezzo giomo/ 
Angelica quel di lunga dimora 
La denlro fece , e non fu vista ancora. 



!i3a L'OBLANDO PURIOSO 
11. 

E circa il veipro, poi cbe rinfresootti, 

E le fu awiso easer posata asMi, 

In certi drappi rozzi avriliippoaa , 

Dissimil troppo ai portaaienti gai^ 

Che verdi , giaUi, persi, aszurri e rossi 

Ebbe, e di quaate fogge furoo ma^ ^ 

Noa le pa6 tor perb tanto umil goaaa , 

Ghe Bella non raasembri e aobil donna. 
18. 
Taccia chi loda FllUde o Neera, 

O Amarilli o Gidatea fugace ; 

Ghe d' esse alcon si beUa non era , 

Utiro e Melibeo, con vostra pace. 

La bella donna tra' fuor della schiera 

Delle giumente una che piu le piace. 

AUora allora se le fece innante 

Un piwyier di tomarsene in Levante. 
13. 
Ruggiero intanto^ poi ch^ebbe gpan pessso 

Indamo atteso a' ella ai scc^prir^ , 

E che s' awkie del sno error da sesBzo, 

Ghe non era yicina e non 1' udiva j 

Dove lasciato area il cavaDp, ayvezso ^ 

In cielo e in terra, a rimontar veoiTa: 

E ritrovi6 che a' ayea tratto il morso , 

E salia in aria a piu libero corse. 
14. 
Fu grave e mala aggiunta all' altro danno 

Yedcffsi anoo restar sensa V aogeUo. 

Questo, non men che U femminile inganno, 

Gli preme al cor; ma piu che questo e quello, 

Gli preme e fa aentir notoso affianno 

L' aver perduto il prezioso anello ; 
Per le virtu non tanto ch' in lui sono , 

Quanto che fu della sua donna dono. 



CANTO UNDECIMO aSS 

Iff. 

Oltremodo dolente si ripose 
Indosso r anne , e lo scudo alle spalle : 
Dal mar slungossi, e per le piaggc erbose 
Prese il cammin verso una larga valle , 
Dove per mezzo all' alte selve ombrose 
Vide il piu largo e'l piii segaato calle: 
Nod molto va, ch' a destra, ove piii folta 
E qaella selva, un gran strepito ascolta: 
16. 

Strepito ascolta e spaveotevol suono 

D' arme percosse insieme; onde s' afFrella 
Tra pianta e pianta, e trova dui che sono 
A gran battaglia in poca piazza e stretta. 
Non s' banno alcnn riguardo ne perdono , 
Per far, non so di che, dura vendetta. 
L' un e gigante, alia sembianza fiero, 
Ardito V altro e franco cavaliero. 
17. 

E questi con lo scudo e con la spada ^ 
Di qua, di la saltando, si difende^ 
Percbe la mazza sopra non gli cada 
Con che il gigaute a due man sempre offeiide. 
Giace morto il cavallo in su la strada: 
Ruggier si ferma, e alia battaglia attende; 
E tosto inchina Y animo, e disia 
Che vincitore il cavalier ne sia. 
18. 

Non che per questo gli dia alcuno aiulo; 
Ma si tira da parte, e sta a vedere. 
Ecco col baston grave il piu membruto 
Sopra 1' elmo a due mau del minor fere. 
Delia percossa e il cavalier caduto : 
L' altro che '1 vide attonito giacere , 
Per dargli morte Y elmo gli dislaccia; 
E fa si che Ruggier lo vede in faccia. 

Ohl. Vol. II. 3*» 



a34 L' ORLANDO FURIOSO 
19. 

Yede Ruggier della sua dolce e bella 
E carissinia donna Bradamante 
Scoperto il viso; e lei vede esser qiiella 
A cui dar tnorte vuol V empio gigante ; 
Si che a battaglia subito Tappella, 
E con la spada nada si fa innante; 
Ma quel, che nuoya pngna non attende, 
La donna tramortita in braccio prende: 
20. 

E se r arreca in spatla, e via la porta, 
Gome lupo talor piccolo agnello, 
O r aquila portar nelP ugna torta 
Suole o Colombo o simile altro aiigello. 
Yede Ruggier quanto il suo aiuto importa, 
E vien correndo a piu poter; ma quello 
Con tanta fretta i lunghi passimena, 
Che con gli occhi Ruggier lo segue a peoa* 
21. 

Cos) correndo V uno , e seguitando 

L' altro per un sentiero ombroso e fosco, 
Che sempre si ven/a piu dilatando , 
In un gran prafo uscir fuor di quel basco. 
Non pill di questo , ch' lo ritorno a Orlando 
Che'l fulgiu*, che port6 gia il re Cimosco, 
Avea gittato in mar net maggior fondo, 
Accio mai piu non si trovasse al mondo. 
22. 

Ma poco ci giovb : che U nimico empio 
Dell' umana natura^ il qual del telo 
Fu V inventor ch' ebbe da quel V esempio, 
Ch' apre le nubi e in terra vien dal cielo , 
Con quasi non minor di quello scempio 
Che ci die quando Eva inganno col melo, 
Lo fece ritrovar da un negromante, 
Al tempo de' nostri avi o poco iniiarite. 



CANTO UNDECIMO a35 

as. 

L^i macchina infernal, di piu di cento 
Passi d^ acqua ove ste ^ ascosa molt' anni ^ 
Al sommo tratta per incautamento. 
Prima portata fu tra gli Alamanni; 
Li quail uao ed uu altro esperimento 
Facendone, e il demonio a^ nostri danni 
Assuttigliando lor via piii la mente, 
Ne ritrovaro P iiso finalmeote. 
S4. 

Italia e Fraocia^ e tutte P altre bande 

Del mondo ban poi la crudele arte appresa. 
Alcuno il bronzo in cave forme spande , 
Che liquefatto ha la fomace accesa; 
Bugia altri il ferro; e chi picciol, chi grande 
n vaso forma , che ptii e meno pesa ; 
£ qual bombarda e qual nomina scoppio : 
Qual aemplice cannon, qual cannon doppio: 
35. 

Qual sagra, qual falcon, qual colubrina 
Sento nomar, come al suo autor piii aggrada; 
Che'l ferro spezza e i marmi apre e ruina , 
E ovunque passa si fa dar la strada. 
Rendi, miser soldato, alia fucina 
Pur tutte V arme o' hai, fin alia spada; 
E in spalla un scoppio o un arcobugio preudi ; 
Che sensa , io so , nbn toccherai atipendi. 

26. 

Come trovasti, o scellerata e brutta 
Invention, mai loco in uman core? 
Per te la militar gloria h distruUa , 
Per te il mestier dell' arme e senza onore : 
Per te e il valore e la virtu ridutta^ 
Che spesso par del buono il rio migliore: 
Non piu la gagliardia, non piu P ardire 
Per te poo in campo al paragon venire. 



^36 L' ORLANDO FUWOSO 

27. 

Per te son giti ed anderan sotterra 
Tanti signori e cavalieri tanti 
Prima che sia finita questa guerra 
Che' 1 mondo^ ma piii Italia , ha messo in pianti; 
Che s* io v' ho detto , il detto mio non erra, 
Che ben fu il piii crudele, e il piu di cpianti 
Mai furo al mondo iogegni empi e maligni, 
Ch' immagino si abominosi ordigni. 
28. 

E credero che Dio , perche vendetta 
Ne sia in eterno, nel profondo chiuda 
Del cieco abisso quella uialadetta 
Anima, appreaso al maladetto Giuda. 
Ma seguitiamo il cavalier, ch' in fretta 
Brama trovarsi alP isola d' Ebuda , 
Dove le belle donne e delicate 
Son per vivanda a un marin mostro date. 
29. 

Ma quanto avea piu fretta il paladino, 
Tanto parea che men V avesse il vento. 
Spiri o dal lato destro o dal mancino^ 
O nelle poppe, sempre e cosi lento 
Che si puo far con lui poco cammino, 
E rimanea talvolta in tutto spento : 
Soffia falor si avverso, che gli e forza 
O di tornare, o d^ ir girando all' orza. 
30. 

Fu volonta di Dio che non venisse 
Prima cheU re d' Ibemia in quella parte , 
Acci6 con pill facilita seguisse 
Quel ch' udir vi faro fra poche carte. 
Sopra r isola sorfi, Orlando disse 
Al suo nocchiero: or qui potrai fermarte, 
E U battel darmi; che portar mi voglio 
Senza' altra compagnia sopra lo scoglio. 



CANTO UNDEGIMO a3y 

31. 

E vogHo la maggior gomona meco . 
E r aocora maggior ch' abbi sul legiio ; 
lo ti far6 veder perche V arrecOj 
Se con quel mostro ad affrontar mi vegno. 
Gittar fe' in mare il palischermo seco , 
Con tutto quel ch^era atto al suo disegno. 
Tutte V arme lasci6 , fuor che la spada ; 
E ver lo scoglio sol prese la strada. 
32. 

Si lira i remi al petto, e tien le spalle 
Volte alia parte ove discender vuole; 
A guisa che del mare o della valle 
Uscendo al lito, il salso granchio suole. 
Era nelP ora che le chiome gialle 
La bella Aurora avea spiegate al sole 
Mezzo scoperto ancora e mezzo ascoso , 
Non senza sdegno di Titon geloso. 

55. 

Fattosi appresso al nudo scoglio, quanlo 
Potria gagliarda man gittare un sasso , 
Gli pare udire e non udJre un pianto, 
Si all^ orecchie gli vien debole e lasso. 
Tutto si Yolta sul sinistro canto; 
E posto gli occhi appresso all' onde al basso, 
Yede una donna, nuda come nacque^ 
Legata a un tronco ; e il pie le bagnan V acque. 
34. 

Perche gli e ancor lontana, e perche china 
La faccia tien, non ben 6hi sia discerne. 
Tira in fretta ambi i remi, e s'awicina 
Con gran disio di piu notizia averne. 
Ma mugghiar sente in questo la marina, 
E rimbombar le selve e le caverne: 
Gonfiansi P onde ; ed ecco il mostro appare , 
Che sotto il petto ha quasi ascoso il mare. 



238 L'OKLANDO FIJRIOSO 

35. 

Come d^ oscura valle untiida aacende 
Niibe di pioggia e di tempesta pregna , 
Che pill che cieca iiotte si distende 
Per tutlQ M moodo , e par che U giovao spegna; 
Cosi Quota la fera, e del mar prende 
Taato, che $i puo dir che lutto il tegoa: 
Frenaono P onde; Orlando io se raccoUo, 
La mira altier oe caagia cor de voUo. 
3({. 

E come quel ch^ avea il pensier ben fermo 
Di quanto volea far si mosse ratto: 
E perchi alia donzella essere scbermo, 
E la fera assalir potesse a uu tratto; 
Entrb fra V orca e lei col palischermo , 
Nel fodero lasciando il brando piatto; 
L^ ancora con la gomona in man prese ; 
Poi con gran cor V orribil mostro attese. 
57. 

Tosto che Torca a'accostb, e scoperse 
Nel schi£b Orlando con poco intervallo, 
Per InghiotUrla tanta bocca aperse, 

I Ch^ enfrato ua ubmo vi saria a cayallo. 
Si spinse Orlando innanzi, e se gU immerse 
Con quell' ancora in gola e, sMo non fallo, 
Col battello anco ^ e V ancora attaccolle 
E nel palato e nella lingua moUe: 
38. 

Si che ne piu si puon calar di sopra, 
N^ akar di sotto le mascelle orrende 
Cosi chi nelle mine il ferro adopra^ 
La terra, ovunqne si fa via, sospende, 
Che snbita ruina non lo copra, 
Mentre mal canto al suo lavoro inteode. 
Da un amo all' altro Y ancora e tanto alta , 
Che moa v' arriva Orlando se non salta. 




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CANTO UNDECIMO aSo 

38. 

Messo il puntello, e fattosi sicuro 

Che '1 mostro piu serrar non puo la bocca , 
Stringe la spada, e per quell' antro oscuro 
Di qua e di la coa tagli e piuite tocca. 
Come si pu6, poi che son dentro al muro 
Giunti i nimici, ben difender rocca, 
Cosi difender V orca si potea 
Dal paladin che nella gola avea. 
40. 

Dal dolor vinta, or sopra il mar si laucia, 
E mostra i fianchi e le scagliose schiene; 
Or dentro vi s' attuffa, e con la pancia 
Muove dal fohdo e fa sallr 1' arene. 
Seiitendo V acqua il cavalier di Francia , 
Che troppo abbonda, a nuoto fuor ne vieuc: 
Lascia V ancora fitta : e in mano preiide 
La fune che dalP ancora depende. 
41. 

E con quella ne vien nuotando in fretta 
Verso lo scoglio , ove fermato il piede , 
Tira V ancora a se , che' n bocca stretta 
Con le due punte il brutto mostro Cede. 
L' orca a seguire il canape e costretta 
Da quella forza ch' ogni forza eccede, 
Da quella forza che piii in una scossa 
Tira , ch' in dieci un argano far possa. 
42 

Come toro salvatico ch' al corno 

Gittar si senta un improvviso laccio, 

Salta di qua, di la, s' aggir^^ intorno. 

Si colca e lieva, e non puo uscir d'impaccio; 

Cos] fuor del suo antico almo soggiorno 

L' orca tratta per forza di quel braccio , 

Con mille guizzi e mille strane ruote 

Segue la fune, e scior non se ne puole. 



^o L' ORLANDO FUMOSO 

45. 

IK bocca il saagae in tanta copia fofide, 
Che questo oggi il mar Rosso si pu6 dire, 
Dove in tal guisa elU perciiote 1' onde, 
Ch' insiao al fondo le vedreste aprire : 
Ed or ne bagaa il cielo, e il lume ascoude 
Del chiaro sol: tanto le fa salire. 
Rimbotnbaao al rumor ch' iatorno s' ode, 
Le selve, i monti e le lontane prode. 
44. 

Fuor della grotta il vecchio Proteo, qiiando 
Ode tanto rumor, sopra il mare esce; 
E visto entrare e uscir delF orca Orlando, 
E al lito trar si smisurato pesce, 
Fugge per V alto Oceano obliando 
Lo sparso gregge : e si il tumulto . cresce , 
Che fatto al carro i suoi defini porre , 
Quel di Nettuno in Etiopia corre. 
48. 

Con Melicerta in coUo Ino piangendo, 
E le Nereidi coi capelli sparsi^ 
Glauci e Tritoni, e gli altri, non sappiendu 
Dove, chi qua, chi la van per salvarsi. 
Orlando al lito trasse il pesce orreudo, 
Col qual non bisogno piii affaticarsi; 
Che pel travaglio e per V avuta pena , 
Prima mori che fosse iu su V arena. 
46. 

Dell' isola non pochi erano corsi 
A riguardar quella battaglia strana; 
I quai da yana religion rimorsi, 
Cos! sant' opra riputar profana^ 
£ dicean che sarebbe un nuovo torsi 
Proteo nimico, e attizzar V ira insana, 
Da fargli porre il marin gregge in terra , 
E tutla rinnovar 1' anticj j^uena; 



/ 



CANTO UNDECIMO a^i 

47. 

£ che me^ia sari di chieder pace 

Prima all' oflPeso Dio che peggio accada ; 
E questo si fara quando F audace 
Gittato io mate a placar Proteo vada. 
Gome da fuoco V una alP altra face, 
E tosto alluma tutta mia contrada; 
Cos! d' un cor nell' altro si diffoode 
L' ira ch' Ortando vuol gittar nell' oade. 
48. 

Chi d' una fromba e chi d' mi arco armato , 
Chi d' asta , chi di spada , al lito scende , 
£ dinanzi e di dietro e d' ogni lato , 
Lontano e appresso a piu poter V offende. 
Di si be^iale insulto e troppo ingrato 
Gran meraviglia il paladin si prende; 
Pel mostro ucciso ingiuria far si vede, 
Dove aver ne 5per6 gloria e mercede. 

49. 

Ma come V orso suol , che per le fiere 
Menato sia da Rusci o da Lituani, 
Passando per la via, poco temere 
L' importmio abbaiar di picciol cam y 
Che pm* non se li degna di vedere; 
Cosi poco temea di quei villaai 
II paladin, che con an soffio solo 
Ne potra fracassar tutto lo stuolo. 

m. 

E ben si fece far subito piazza 

Che lor si volse, e Darindana prese. 

S' avea creduto quella gente pazza 

Che le dovesse far poche contese, 

Quando ne indosso gli vedea corazza, 

Ne scudo in braccio, ne alcun altro arnese: 

Ma non sapea che dal capo alle piante 

Dura la pelle avea piu che diamante. 

Gal. Vol. H. 3i 



a4a L' ORLANDO FDRIOSO 

»t. 

Quel che d' Orlando agli altrl far noa lece , 
Di far degli altri a lai gia non e tolto. 
Trenta n^ uccisej e furo in tutto diece 
Botte o se piu non le passb di molto. 
Tosto intomo dgombrar 1' arena fece; 
E per slegar la donna era gia volte, 
Qoando nuoTO tumulto e nnovo grido 
Fe' risuonar da un' altra parte il lido. 
»8. 

Mentre area il paladin da questa banda 
Gosi tenuto i barbari impediti, 
Eran sensa contrasto quei d' Irlanda 
Da piu parte nell' isola saliti; 
E apenta ogni pietk, strage nefanda 
Di quel popol face an per tntti i liti: 
Fosse.giustizia, o fosse crudeltade, 
Ne aesso riguardayano ne etade. 
»5. 

Nessun ripar fan gV isolani, o poco: 

Parte , . ch' iaccolti son troppo improvviso ; 
Parte, che poca gente ha il picciol loco, 
E quella poca e di nessuno arviso. 
L^ aver fn mesao a sacco ; messo foco 
Fu nelle case; il popolo fu ucciso; 
Le mura fiu* tutte adeguate al suolo; 
Non fu lasciato rivo un capo solo. 
»4. 

Orlando, come gli appartenga nulla 
L' alto rumor , le stride e la ruina , 
Yiene a colei che suUa pietra brulla 
Avea da divorar V orca marina. 
Guarda , e gli par conoscer la fanciulla ; 
E piu gli pare, e piu che s' avvicina: 
Gli paite Olimpia} ed era Olimpia certo, 
Che di.sua fede ebhe si iniquo merto. 



CANTO UNDECMO a/|3 

WS. 

Misera Olimpia! a cui dope lo scorno 
Che gli fe' Amore, anco Fortuna cruda 
M and6 i corsari , e fu il medesmo giorno , 
Che la portaro all* isola d* Ebuda. 
Riconosce ella Orlando iiel ritomo 
Che fa alio scoglio: ma perch' ella e nuda, 
Tien basso il capo; e non che non gli parli, 
Ma git occhi non ardisce al viso dbarli. 
S6. 

Orlando domandb ch' iniqua sorte 
L' avesse fatta all' isola venire 
Di la dove lasciaU col consorte 
lacta P avea , quanto si pnb piu dire. 
Non so, disse ella, s' io v'ho, che la morte 
Voi mi schivaste, grasie a rifeiire, 
O da dolermi che per voi non sia 
Oggi fimta la miseria mia. 
»7. 

Io v' ho da ringraziar ch' una maniera 
Di morir mi schivaste troppo enorme^ 
Che troppo sarfa enorme se la fera 
Nel bmtto ventre avesse avnto a pbrme^ 
Ma gia non vi ringrazio ch' io non pera ; 
Che morte sol puo di miseria tonne: 
Ben vi ringrazierb se da voi darmi 
Quella vedr6 , che d' ogni daol pa6 trarmi. 
S8. 

Poi con gran pianto segoitb, dicendo 
Come lo sposo suo V avea tradita ; 
Che la lascib sull' isola dormendo , 
Donde ella poi fu da' corsar rapita. 
E mentre ella parlava, rivolgendo 
S' andava, in quella guisa che scolpita 
O dipinta h Diana nella fonte , 
Che getta 1' acqua ad Atteone in froute: 



244 L' ORLANDO FURIOSO 

Che quanto puo, oascoade il petto « '1 reiitre, 
Piu liberal dei fianchi e deUerene« 
Brama Orlando ch' to porto il suo legno entre ; 
Che lei, dbe scioIU area dalle catene^ 
Yorria coprir d^ alcuoa veste. Or meotre 
Ch^ a qaesto h intento^ OLerto soprayyiene. 
Oberto il re d' Iberoia ch' ayea iuteao 
Che 'I mariii inortro era sul lito steso; 
«0. 

E che nuofando ub cayalier era ito 

A porgli in gola un' aocora assai graye: 
E che 1' ayea cosi tiralto al lito y 
Come ai saol tirar coiitr' acqua naye. ' 
Oberto, per yeder se riferito 
Colui y da cki F. ha wltM , il yero gli baVe , 
Se ne yien <piiyi; e la sua geiAe intanto 
Arde e distrugge Ebnda in ogni canto. 
61. 

II re d' Ibemia, ancor cbe fosse Orlando 
Di saogae Unto, e d'acqoa moUe e brutto, 
Brutto del sangue che si trasse quaodo 
Usci dell' oTca ia ch' era entnito taitte , 
Pel conte V and6 pur raffigurando ; 
Taato piu che neU' animo ayea ioduUo, 
Tosto che del yalor send la imoya, 
Ch' akri cb' Orlando non fana tal pruoya. 
ttl. 

Lo conoscea , percie , era stato infante 
D' onore in Francia, e se n' era partito 
Per pigliar la corona, V anno innante, 
Del padre suo ch' era di yita uscito. 
Xante yolte yeduto, e tante e tante 
Gli ayea parkto , ch' era in infinito. 
Lo corse ad abbracciare e a fargli fe^, 
Trattasi la celata di' ayea in testa. 



CANTO UNDEOMO a45 

65. } 

Nod meno Orlando di veder cootento 
Si wm\xh il re, che U re di veder lui. 
Poicbe furo a iterar V abbracciameato 
Una o due volte toroati amendai, 
Narr6 ad Oberto Orlando il tradimeato. 
Gbe fa fatto alia giovana, e da cni 
Fatto le fa, dal perfido Bireoo, 
Che via d' ogm' aUro lo dovea far meno. ; 
64. 

Le prove gli narr6 cbe tante volte 
Ella d* amarlo dimoatrato avea; 
Gome i parent! e la sostanzia tdite 
Le fino, e alfin per loi morir.volea: 
E ch' eaao tertimooio era di moUa , 
E renderne bnon conto ae potaa. 
Mentre parlava, i begli occhi aareni 
Delia donna, di la^^nma enm pieni* . . . ^ 
6»^ 

Era il bel viso stto^ qo$le easer ^oola ; 

Di primavera alcana volta il cielo, ^ ; 
Quando la pioggia cade , a a un tempp il M>1^ 
Si sgombcsa intomo il nuUJoao velo : : 
E come il ro$ignaol dolei carola :. 
Mena nei rami dlor del varde «telo,* . • 
Gott^ alle bella lagrime le pimn6> i > . 
Si bagna iiinore, e gode al ehiaro luine: '■ 
66. 

E nella face de^ be^ ocohi acocmia 
V awato strale, e nel rascelb ammokza, 
Gbe tra vermigli e bianofai fiori acanda : 
E temprato dhe I'ba, tira di fora . 
Gontra il garzoDi ohe n^ scodo difenda^ 
N^ maglia doppia, ne ferrigna soorza;, . 
Gbe , mentre ata a mirar gU occbi a le cbiome 
Si aente il oor farito, e non sa come. 



a46 L^ ORLANDO FDRIOSO 
67. 

Le bellezze d' Ofimpia eran di quelle 
Che son piu rare: e non la fronte sola, 
6U occli e le guance e le chiome avea belle. 
La bocca, il naso, gli omeri e la gola; 
Ma discendendo giu dalle manunelle, 
Le parti che solea coprir la stola, 
For di tanta ecceUenzia , ch' anteporse 
A quante n^ avea il mondo poteaa forse. 
68. 

Yinceano di candor le nevi intatte^ 

Ekl eran piii ch' avorio a toccar molli': 
Le poppe ritondette parean latte 
Che fuor dei gianchi allora allbra toHi ; ' 
Spazio fra lor tal discendea^ qual ftftte' 
Esser veggiam fra^ piccolini colli 
L' ombrose valli , in sua stagtone amene , 
Gbe U Temo abbia di neve allora piene. 
69. 

I rilevati fianchi e le belle ancbe, 
E netto piu che specchio il ventre piano, 
Pareano fatti, e quelle cosce bianche, 
Da Fidia a tomo o da piu dotta mano. 
Di quelle parti debbovi dir anche, 
Che pur celare ella bramava invano? 
Dir6 in somma ch' in lei dal capo al piede , 
Quant' esser pn6 belta, tutta si vede. 
70. 

Se fosse stata nelle valli Idee 
Yista dal pastor frtgio^ io non so quanto 
Venerj se ben vincea quelle altre Dee, 
Portato avesse di bellezza il vanto: 
Ne forse ito saria nelle amidee 
Gontrade , esso , a violar V ospizio santo ; 
Ma detto avr(a: con Menelao ti resta, 
Elena , pur : ch' altra io non vo* che quests. 



CANTO UNDECIMO a47 

71. 

E se fosse costei stata a Grotone, 
Qaando Zeusi V immagine far volse , 
Ghe por dovea nel tempio di Gianbne , 
E tante belle nude iosieme accolse; 
E che per nna fame in perfezione, 
Da chi una parte e da chi un'altra tolse; 
Non avea da torre altra che costei; 
Ghe tutte le bellesze erano in lei. 
78. 

lo non credo che mai Bireno^ nudo 
Yedesse quel bel corpo: ch' io son certo 
Ghe stato non saiia mai cosi crndo 
Ghe r avesse lasciata in quel deserto. 
Gh' Oberto se n' accende y io vi condudo^ 
Tanto che U fuoco non pu6 star coperto. 
Si studia consolarla, e darle speme 
Gh' uscira in bene il mai ch' ora la preme : 

75. 

E le promette andar seco in Olanda; 
Ne, fin che nello stato la rimetta, 
E ch' abbia fatto giusta e memoranda 
Di quel periuro e traditor vendetta, 
Non cessera con ci6 che possa Irlanda, 
E lo iara quanto potra piii in fretta. 
Gercare intanto in quelle case e in queste 
Facea di gonne e di feminee veste. 
74. 

Bisogno non sara, per trovar gonne, 
Gh' a cercar fuor delP isola si mande ; 
Gh' ogni di se n' avea di quelle donne 
Ghe dell' avido mostro eran vivande. 
Non fe' molto cercar, che ritrovonne 
Di varie fogge Oberto copia grande; 
E fe' vestir Olimpia , e ben gl' increbbe 
Non la poter vestir come vorrebbe. 



248 L'CttLArrDO FU&I050 

78. 

Ma ne si bella seta o A fin' oro 
Mai FioreoUni indastri teaser fenao; 
Tih chiricama fece mai lavoro, 
Postovi tempo 9 diligenzia e aenno, 
Che potease a costui parer decoro, 
Se lo fesse Minerya o il Dio di Lenno y 
E degdo di coprir ai belle membre^ 
Che forza i ad or ad or ae ne rimembre* 
76. 

Per piu rispetti il paladino molto 
Si dimostrj) di questo amor contento; 
Gh' oltre ohe '1 re aoa lasciarebbe asciolto 
Bireno andar di tanto tradimento, 
Sarebbe anch' esso per tal measzo tolto 
Di grave e di noioso impedimento: 
Qaivi, noa per Olimpia, ma Tenuto 
Per dar, ae y' era, aUa sua domia aiato. 
77. 

Gh' ella non y' era si chiari di corto y 
Ma gia non si chiaii se y' era stata j 
Perche ogn' uomo nell' isola era morto , 
N^ mi sol rimaso di si gran brigata. 
n di segnente si partir del porto, 
E tutti insieme andaro in mia armata. 
Con loro and6 in Irlanda il paladino , 
Che fu per gire in Fraacia il suo cammino. 
78. 

Appena un giomo si fermo in Irlanda: 
Non valser preghi a far che piu yi stesse. 
Amor che dietro alia sua donna il manda^ 
Di fermaryisi piu non gli concesse. 
Quindi si parte; e prima raccomanda 
Oiimpia al re che seryi le promesse ; 
Benche non bisognassi, che gli attenne 
Molto piu che di far non si conyenne. 



CANTO UNDECIMO ^^ 

79. 

Cosi fra pochi di gente raccoLse; 
E fatto lega col re d^ Ingbilteira 
E coo r altro di Scozia, gli ritolse 
Olanda, e in Frisa uon gli lasci6 terra ^ 
Ed a ribelli'one anco gli volse 
La sua Selandia: e non fiui la guerra^ 
Cbe gli die morte; ne pero fu tale 
La pena, ch^ al delitto andasse eguale. 
80. 

Olimpia Oberto si piglio per moglie, 
E di contessa la fe^ graa regina. 
Ma ritorniamo al paladin cbe scioglie 
Nel mar le vele , e notte e di cammina ^ 
Poi Del medesmo porto le raccoglie, 
Donde pria le spieg6 nella marina: 
E sul suo Brigliadoro armato salse, 
E lascio dietro i venti e Y onde salse* 
81. 

Credo cbe '1 resto di tjnel remo cose 
Facesse degoe di tenerne conto: 
Ma fur siu a quel tempo si nascose, 
Cbe non e colpa mia s' or non le conto ; 
Percbe Orlando a far P opre virtuose^ 
Piu cbe a narrarle poi, sempre era pronto: 
Ne mai fu alcun degli suoi fatti espresso, 
Se non. quando ebbe i testimoni appresso. 
82. 

Passo il resto del verno cosi cbeto, 
Cbe di lui non si seppe cosa vera: 
Ma poi cbe '1 sol nell' animal discreto 
Cbe port6 Frisso, illumin6 la sfera, 
E Zefiro tom6 soave e lieto 
A rimenar la dolce primavera; 
D' Orlando usciron le mirabil prove 
Coi yagbi fiori e con V erbette nove. 

Oal. Vol. ir. ^'^ 



a5o L'ORLANDO FIJMOSO 
83. 

Di piano iqi monte, e di campagna hi lido, 
Pien di trayaglio e di dolor ne gia; 
Quando all' entrar d' ua bosco , un lungo grido , 
Un alto duol le orecchie gli feria. 
Spinge il cavallo, e piglia il brando fido; 
E donde viene il suoa, ratio s' invia: 
Ma differisco an' altra volta a dire 
Quel che segui^ se mi vorretef udire. 



NtM- 



L'ORLAIMDO FURIOSO 

GAKITO DUODEOilO 



ARGOMENTL 



amuhato. 

S«giw OHsado sdegooM ua cavaliero^ 
Cbc a foiu via la douoa «tia o« mriia, 
£ ginoge al loogo, ove, per Inr Ruggiero 
F«c« il palaaxo Atlaote di Careoa. 
Rnggiar vi giaage aocorj na il conte fiaffo* 
Vista di naovo la lua doire pena. 
Coo Fprrau coolende; a pot grao prova 
Fa coi PaKaoi; tndi Isaballa troTa. 

ANGUILIABA. 

Orlando primap e dopo il buon Rnggtero 
Vi«o« ioganoalo dat aigace AlJante, 
Robar motirando Angelica al gnerticro 
Di Brava, a qoel di Fri»a Bradainaate. 
Coo Fenrau eoinbatte, indi il sentiero 
D'aroor legiieodo il pnovipa d'Aoghnto 
AI«irdo Decide* Maoilardo alterra: 
Viva InMli poi tcova sQUcrm. 



DOt€B. 

Orlando aegmUndo an cavali«o 
Cb* Angelica, il soo ben. ne porta via, 
Arriva ad un palaaao, ove Ruggiero 
Giuoga inaieme, e*l Giganle in compagnia. 
Qrlando n* esce, «d a al Jiligto fiero 
Con FerrMi, the Pelmo aoo deala. 
Fa co*Pagaai una lodevol pr^va; 
Indi lubella in una grolla irova. 

WftDIZZeTTI. 

Orlando cerca Angelica, ad appratao 
^rova ehi di rnbarla fea aembianta} 
B p^r acquiatar lei perde sa itaaao 
Na I'locanio novel del mago Allaoln 
Vt cade anco Ruggier: goaaia il aoceaaso 
Angalkn dot nagoi il iird'AngUata. 
Con Ferraik fa pugna, a dopo quella 
Col pi^o canpoi • 4 is liovn laaballa. 



f^erare, poi che dalla madre Idea 
Tornando in fretta alia solinga ^alle. 
La dove caica la montagoa etoea 
Al fulminato Eacelado le spalle , 
La figlia non trov6 dove Pavea 
Lasciata fuor d^ ogrii segoato calle; 
Fatto ch^ ebbe alle guance, al petto , ai crini 
E agli occhi daano, alfin svelae duo pint, 

a. 

E nel fuoco gli accese di Yulcano, 
E die lor non potere esser mai spent! : 
E portaiidosi questi uno per mano 
Sul carro che tiravan dui serpeoti, 
Gerc6 le selve^ i campi, il nionte, il piano, 
Le yalli, i fiumi, li stagni, i torrenU^ 
La terra e '1 mare^ e poi cLe tutto il mondo 
Gerc6 di sopra, and6 al tartaroo fondo. 



25a L' ORLiUVDO FURIOSO 
3. 

S' in poter fosse stato Orlando pare 
All' eleusina Dea , come in cUsio , 
Non avria , per Angelica cercare , 
Lasciato o selva o campo o stagno o rio 
O valle o monte o piano o terra o mare, 
II cielo e '1 fondo dell' eterno oblio ; 
Ma ppi che U carro e i draghi noa avea^ 
La gia cercando al meglio che p'otea. 

4. 
U ha cercata per Francia : or s' apparecchia 
Per Italia cercarla e per Lamagna, 
Per la nuova Castiglia e per la vecchia , 
E poi passare in Libia il mar di Spagna. 
Meatre pensa cosi , sente alP orecchia 
Una voce Tenir, che par che piagna: 
Si spinge innanzi ; e sopra un gran destriero 
Trottar si vede innanzi un cavaliero, 
». 
(]he porta in braccio -e su V arcion davante 
Per forza una meaiisaima donzella. 
Piange ella e si dibatte, e fa sembiante • 
Di gran dolo£e;ed in'soccoriso appella 
[I yaloroso principe d' Anglante, 
Che, come mira alia giovane bella, 
Gli par bole? per out la notte e il giouno 
Cercato Fraabia avea dentro e d' intomo. 

6. 
Non dico ch' ella fosse ^ ma parea 
Angelica gentil ch' egli tauto ama. 
Egli che la sua donna e la sua dea 
Vede portar si addolorata e grama , 
Spinto dalP ira e dalla furia rea , 
Con- voce Orrenda il cdyalier richiama : 
RicHiama il cavaliero , e gli minaccia , 
E Brigliadoro a tuHa briglia caocia. 



CANTO DUODECIMO 253 

7. 
Non resta quel fellon, n^ gK Hsponde, 
AIP alia preda , al gran guadagao inteoto ; 
E si ratto ne va per quelle fonde, 
Che sarfa tardo a seguitarlo il vento* 
L' un fugge^ e V altro caccia: e le profonde 
Selve s' odon sonar d'^ alto lauiento. 
Correndo usciro in un gran prato; e quelle 
Avea nel mezzo un grande e ricco ostello. 

8. 

Di vari marmi con suttil lavoro 
Edificato era il palazso altiero. 
Corse dentro alk porta messa d' oro 
Can ]a doneella in hraccio il cavaliero : 
Dopo non molto giunse Brigliadoro^ 
Che pOTta Orlando disdegnoso e fiero. 
Orlando 9 come e dentro, gli occhi gira; 
N& pill il guerrier, ne la donzella mira. 
0. 

Subito smonta, e fulminaudo passa 
Dove pill dentro il bel tetto s' alloggia. 
Corre di qua, corre di la, ne lassa 
Che nop vegga ogni camera , ogni loggia. 
Poi che i segreti d' ogtii stanza bassa 
Ha cerco invan , su per le scale poggia ; 
E noQ mf^n perde anco a cercar di sOpra, 
Che pecdessi di sotto , il tempo e V opra. 
10 

D^ oro e di seta i letti omati vede ; 
Nulla di muri appar ne di pareti ; 
Che quelle , e il suolo ove si mette tl piede 
Son da cortine ascose e da tappeti. 
Di su, di giu va il conte Orlando, e riede; 
Ne per questo pub £air gli occhi mai lieti 
Che riyeggiano Angelica, o quel ladro 
Che n'ha portato il bel visQ leggiadro. 



254 L' ORLANDO FURIOSO 

II. 

K ineDtre or quinci or quindi invano il passo 
Movea, pien <li travaglio e di pensieri, 
Ferraii , Brandimarte e il re Gradasso , 
Re Sacripante, ed altri cavalieri 
Yi ritrov6, ch' andavano alto e basso 9 
Ne men facean di lui vani sentieri ; 
E si rammaricavaa del malvagio 
Invisibil signor di quel palagio. 

12 

Tiitti cercando il vaa, tutti gli danoo 
Colpa di furto alcan che lor fatf abbia. 
Del destrier che gli ha tolto alfri e in affiinno; 
Ch' abbia perduta altri la donna arrabbia : 
Altri d' altro 1' accusa : e oosi stanno , 
Che non si san partir di quella gabbia; 
E vi son molti, a questo inganno presi, 
Stati le settimane intiere e i mesi. 
13. 

Orlando poi che quattro volte e set ] 

Tutto cercato ebbe il palazzo strano, 
Disse fra se: qui dimorar potrei^ 
Gittare il tempo e la fatica invano ; 
E potria il ladro aver tralta costei 
Da un^ altra uscita , e molto esser lontano. 
Con tal pensiero usci nel verde prato, 
Dal qual tutto il palazzo era aggirato. 

14. 

Mentre circonda la casa silvestra, 
Tenendo pur a terra il viso chino , 
Per veder s' orma appare , o da man destra 
O da sinistra, di nuovo cammino; 
Si sente richiamar da una finestra; 
E leva gli occhi ; e quel parlare divino 
Gli pare udire, e par che miri il viso, 
Che V ha da quel che fu, tanto diviso. 



CANTO DUODECIMO 255 

15. 

Pargli AngeEca udip, che supplicaodo 

£ piaogendo gli dica: aita, aita; 

La mia yirginiti ti raccoxnando 

Piu che F aoima mia, piu che la vitd. 

Dunque in preseozta del mio caro Orlando 

Da qaesto ladro mi sara rapita? 

Piuttosto di taa man dammi la morte, 

Che venir lasci a si infelice sorte. 
16. 
Queste parole una ed un' altra volta 

Faono Orlando tornar per ogni stanza, 

Con pass'ione e con fatica molta, 

Ma temperata pur d' alta speranza. 

Talor si ferma, ed una voce ascolta, 

Che di quella d' Angelica ha sembianza 

(E 5* egU h da una parte , suona altronde) 

Che chieggia aiuto; e non sa trovar donde. 
17. 
Ma tornando a Ruggier, ch' io lasciai quando 

Dissi che per sentier ombroso e fosco 

n gigante e la donna seguitaudo, 

In un gran prato uscito era del bosco; 

Io dico ch^ arriv6 qui dove Orlando 
V Diauzi arrivo , se '1 loco riconosco. 

Dentro la porta il gran gigante passa : 

Ruggier gli h appresso, e di seguir non lassa 
18. 

Tosto che pon dentro alia soglia il piede, 
Per 'la gran corte e per le logge mira; 
Ne piu il gigante, ne la donna vede, 
E gli occhi indamo or quinci or quindi aggira: 
Di su di giu va molte volte e riede; 
Ne gli succede mai quel che desira: 
Ne si sa immaginar dove si tosto 
Con la donna il fellon si sia nascosto. 



a56 L' ORLANDO FURTOSO 

19. 

Poi che rivisto ha quattro toUe e cinque 
Di su, di gill camere e logge e sale^ 
Pur di nuovo ritoma> e uoil rdlioque 
Che Doa ne cerchi fio soUo le scale* 
CoQ speme alfin che sian nelle propinque 
Selve, si parte ma una Toce, quale 
Richiam6 Orlando^ lui chiamo noa niaaco, 
E nel palazzo il fe^ ritoraar anco. 
20. 

Uaa voce medesma, una persona 
Che paruta era Angelica ad Orlando, 
Parve a Ruggier la donna di Dordona, 
Che lo tenea di se medesmo in bando. 
Se con Gradasso o con alcun ragiona 
Di quel ch' andavan nel palazzo errando , 
A tutti par che quella cosa sia 
Che piu ctascun per se brama e desia. 
21. 

Questd era nn nuovo e disusato incanto 
Ch' avea composto Atlante di Carena, 

•^Perch^ Ruggier fosse occupato tanto 
In quel travaglio in quella dolce pena, 
Che '1 mal ioflnsso n' andasse da canto , 
L' influsso ch' a morir giovene il mena. 
Dopo il castel d' acciar , che nulla giova , 
E dopo Alcina, Atlante ancor fa prova. 
22 

Won pur costui, ma lutti gH altri ancora, 
Che di valore in Francia han maggior fama, 
Accio che di lor man Ruggier non mora, 
Condurre Atlante in questo incanto trama. 
E mentre fa lor far quivi dimora, 
Perche di cibo non patischin brama, 
Si ben fornito avea tutlo il palagio, 
Che donna e cavalier vi stanno ad ajio. 



CANTO DUODECIMO aSy 

ts. 

Ma torniamo ad Angelica, oHe seco 
Avetido qiieir anel mirabil tanto , 
Ch' ia bocca, a veder lei fa V occhio cieco, 
Nel dito , V assicura dalP incauto ; 
E ritrovato nel montano speco 
Cibo aveudo e cavalla e vesle e quanto 
Le fa bisogao^ avea fatto disegoo 
Di ritoroare in India al suo bel regno. 
94. 

Orlando voleutieri o Sacripante 

yduto avrebbe in compagnia, non ch^ ella 

Piu care avesse T un che V altro amante : 

Anzi dt par fu a' lor disii ribella : 

Ma dovendo, per girsene in Levante, 

Passar tante citt^, tante castella, 

Di compagnia bisognb area e di guida , 

Ne potea aver con altri la piu fida. 

Or P uno or 1' altro and6 moUo cercando , 
Prima ch' indizio ne trovasse o spta , 
Quando in cittade e quando in viile , e quando 
In alti boschi , e quando in altra via. 
Fortuna alfin Ik dove il oonte Orlando, 
Ferraii e Sacripante era, la invia. 
Con Ruggier, con Gradasso ed altri molii 
Che v^ avea Atlante in strano intrico avvolti. 
26. 

Quivi entra, che veder non la puo il mago 
E cerca il tutto, ascosa dal suo anello. 
E trova Orlando e Sacripante , vago 
Di lei cercare invan per quello oslello: 
Yede come fingendo la sua iqfiago, 
Atlante usa gran fraude a questo e a quello. 
Chi tor debba di lor molto rivolve 
Nel suo pensier, ne ben se ne risolve. 

Oal. Vol. II. 33 



a58 L' ORLANDO FUHIOSO 

27. 

Non sa stimar chi sia per lei migliore, 
n conte Orlando o il re dei fier Gircassi* 
Orlando la potra con piii valore 
Meglio salvar nei perigliosi passi; 
Ma se sua guida il fa, se 4 fa signore; 
Ch' alia non vede come poi V abbassi, 
Qualunqne volta , di lui sazia , farlo 
Yoglia minore, o in Francia rtmandarlo. 
28. 

Ma il Circasso depor qaando le piaccia 
Potra, se ben 1' avesse posto in cielo, 
Questa sola caglon vuol ch' ella il faocia 
Sua scorta , e mostri avergli fede e aselo. 
L^ anel trasse di bocca , e di sua faccia 
Levo dagli occhi a Sacripante il velo. 
Credette a lui sol dimostrarsi , e ayvenne 
Ch' Orlando e Ferraii le sopravvenoe. 
29. 

Le sopravvenne Ferraii ed Orlando; 
Che V utio e 1' altro parimente giva 
Di su, di giu, dentro e di fuor cercando 
Del gran palazzo lei , ch' era lor Diva. . 
Corser di par tutti alia donna quando 
Nessuno incantamento gP inipediva ; 
Perche P anel ch^ ella si pose in mano ^ 
Fece d' Atlante ogni disegno vano* 
30 

L' usbergo indosso aveano e V elmo in testa 
Dui di quest! guerrier, dei quali io canto; 
Ne notte o di, dopo ch' entraro in questa 
Stanza , V aveano mai messi da canto ; 
Che facile portar come la vesta. 
Era lor, perche in uso 1' aveau tanto. 
Ferrau il terzo era anco annato, eccetto 
Che non avea, ne voleaavere, elraettoj 



CANTO DUODECIMO aSg 

31. 

Fin che quel non avea che 1 paladino 
Tolse Orlando^ al fratel del re Troiano; 
Ch' allora lo giuro che Felmo fino 
Cercb delP Argalia nel fiume inyano , 
E sebben quivi Orlando ebbe vicino*, 
Ne pero Ferraii pose in lui mano; 
Avveune che conoscersi tra loro 
Non si poter, mentre la dentro foro. 
32. 

Era cosi incantato quello albergo. 
Ch' insieme riconoscer non poteansi. 
Ne notte mai ne di, spada ne usbergo 
Ne scudo pur dal braccio rimoveansi. 
I lor cavalli con la sella al tergo, 
Pendendo i morsi dall' arcion , pasceansi 
In una stanza che , presso all' uscita , 
D' orzo e di paglia sempre era fornita. 
33. 

Atlante riparar non sa ne puote, 
Gh' in sella non rimontiDO i guerrieri 
Per correr dietro alle yermiglie gote, 
Air auree chiome ed a' begli occhi neri 
Delia donzella ch' in faga percuote 
La sua giumenta , perche volentieri 
Non yede li tre amanti in compagnia, 
Che forse tolti un dopo V altro avrfa. 

54. 

E poi che dilungati dal palagio 
Gli ebbe si, che temer piu non dovea 
Che contro lor V incantator malvagio 
Potesse oprar la sua fallacia rea; 
U anel che le schirb piu d' un disagio , 
Tra le rosate labbra si chindea^ 
Donde lor sparve subito dagli occhi ^ 
E gli lasci6 come insensati e sciocchi* 



a6o L' ORLANDO FURIOSO 
5». 

Come che fosse ii suo primier disegoo 
Di volar seco Orlando o SacripaDte, 
Ch' a ritornar V ayessero nel regno 
Di Galafron nell^ ultimo Levante ; 
Le vennero amendua subito a sdegno, 
E si mut6 di voglia in uno instaute: 
E senza piu obbligarsi o a questo o a quello, 
Pens6 bastar per amendua il suo anello. 
36. 

Yolgon pel bosco or quinci or quindi in fretta 
Quelli scherniti la stupida faccia; 
Come il cane talor^ se gli e intercetta 
O lepre p volpe a cui dava la caccia, 
Che d^ improvviso in qualche tana stretta 
O in folta macchia o in un fosso si caccia. 
Di lor si ride Angelica proterva, 
Che non h vista , e i lor progressi osserva. 
57. 

Per mezzo il bosco appar sol una strada: 
Credono i cavalier che la dwzella 
Innanzi a lor per quella se ne vada; 
Che non se ne pu6 andar se non per quella. 
Orlando corre, e Ferrau non bada, 
Ne Sacripante men sprona e puntella. 
Angelica la briglia piii ritiene, 
E dietro lor con miuor fretta viene. 
38. 

Giunti che fur, correndo, ove i sentieri 
A perder si venian sella foresta; 
E cominciar per V erba i cavalieri 
A riguardar se vi trovavan pesta; 
Ferrau che potea fra quanti altieri 
Mai fosser, gir con la corona in testa, 
Si volse con mal viso agli altri dui, 
E grid6 lor: dove venite vui? 



CANTO DUODECIMO 261 

39. 

Toroate addietro, o pigliate altra via, 
Se non^olete rimaner qui morli; 
Ne io^titnar ne in seguir la donna mia 
Si creda alrun che compagnia comporti. 
Disse Orlando al Circasso: che potria 
Pill dir costui , s' ambi ci ayesse scorti 
Per le piu vili e timide puttane, 
Che da conocchie mai traesser lane? 
40. 

Poi volto a Ferrau, disse: uom bestiale, 
S' lo non gaardassi che senza elmo sei ^ 
Di quel c^ hai detto, s^ hai ben detto o male, 
Senz' altra indugia accorger ti farei. 
Disse il Spagnuol: di quel oh' a me non cale, 
Perche pigliarne tu cura ti dei? 
lo sol contra ambidui per far son buono 
Quel che detto ho, senza elmo come sono. 
41. 

Deh (disse Orlando al re di Circassfa) 
In mio servigio a costui Pelmo presta, 
Tanto ch - io gli abbia tratta la pazzia ; 
Ch^ altra non yidi mai simile a questa. 
Rispose il re: cbi piii pazzo saria? 
Ma se ti par pur la domauda onesta, 
Prestagli il tuo ; ch' io non sar6 men atto ; 
Che tu sia forse, a castigare un matto. 

Soggiunse Ferraii: sciocchi yoi^ quasi 
Che se mi fosse U portar elmo a grado, 
Voi senza non ne foste gia rimasi; 
Che tolti i yostri , ayrei , vostro mai grado. 
Ma per uarraryi in parte li miei casi^ 
Per yoto cosi senza me ne yado, 
Ed andero, fin ch' io non ho quel fino 
Che porta in capo Orlando paladino. 



riGn L' ORLANDO FURIOSO 

45. 

D(iu([uc ( rispose sorridendo il conte ) 
Ti pensi a capo nudo esser bastante 
Far ad Orlando quel die in Aspramonte 
Egli gia fece al figlio d' Agolante? 
Anzi credo io se tel vedessi a froote, 
Ne tremeresti dal capo alle piante; 
Non che volessi V elmo, ma daresti 
L^ altre arme a lui dl patio ^ cbe tu vesti. 
44. 

II vantator spagouol disse: gia molte 
Fiate e molte ho cosi Orlando astretto, 
Che facilmente V arme gli avrei tolte, 
Quante indosso n' avea , non che V elmetto ; 
E s' io nol feci , occorrono alle volte 
Pensier che prima non s' aveano in petlo : 
Non n^ ebbi, gia fu, voglia; or V aggio, e spero 
Ghe mi potra succeder di leggiero. 
4S. 

Non pote aver piu pazienzia Orlando, 
E grid6: mentitor, brutto marrano, 
In che paese ti trovasti, e quando, 
A poter piu di me con V arme in mano? 
Quel paladin, di che ti vai vantando, 
Son io^ che ti pensavi esser iontano. 
Or vedi se tu puoi P elmo levarme , 
O s' io son buon per torre a te V altre arme. 
46. 

Ne da te voglio un minimo vantaggio. 
Cosi dicendo, P elmo si disciolse, 
E Io suspese a un ramuscel di faggio; 
E quasi a un tempo Durindana tolse. 
Ferraii non perde di cio il coraggio: 
Trasse la spada, e in atto si raccolse, 
Onde con essa e col levato scudo 
Potesse ricoprirsi il capo nudo. 



CANTO DUODECIiMO 203 

47. 

Cosi H duo guerrieri inconiinciaro . 
Lor cavallt aggirando, a yolteggiafsi ^ 
E dove V arme si giungeano , e raro 
Era piu il ferro, col ferro a tentarsi. 
Noa era in tulto-'l mondo uo altro p;irc> 
Che pill di questo avessi ad accoppiarsi : 
Pari eran di vigor ^ pari d' ardire; 
Ne r un ne Y altro si potea ferine. 
48. 

Ch' abbiate, Signor mio, gia inteso estimo, 
Che Ferraii per tutto era falato, 
Fuor che la dove V alimento primo 
Piglia il bambia, nel ventre ancor serrato. 
E fin che del sepolcro il tetro limo 
Ld faccia gli coperse, il luogo armato 
Uso portar, dove era il dubbio, sempre 
Di sette piastre fatto a buone tempre, 

49. 

Era ugualmente il principe d' Anglanle 
Tutto fatato, fuor che in una parte: 
Ferilo esser potea solto le piante; 
Ma le guardo con ogni studio ed arte, 
Duro era il resto lor piu che diaroante, 
Se la fama dal ver non si diparh:^; 
E r uno e r allro aodo piii per orn:tto, 
Che per bisogno , alle .sue imprese armalo. 
SO. 

S' iiicrudelisce e inaspra la battaglia.. 
D' orrore in vista e di spavento piena. 
Ferrau quando punge e quando taglia, 
Ne mena botta che non vada piena : 
Ogni colpo d' Orlando ^ o piastra o maglia 
E schioda e rompe ed apre e a straccio mena. 
Angelica invisibil lor pon inente, 
Sola a tanto spettacolo presonte. 



a64 L' ORLANDO FURIOSO 
SI. 

Intanto il re di Circassfa , fttimando 
Che poco inaaazi Angelica corresse, 
Poi ch' attaccati Ferraii fed Orlando 
Vide restar, per quella via si messe 
Che si credea cbe la donzella, quando 
Da lor disparve, seguitata avesse; 
Si clie a quella battaglia la figliuola 
Di Galafron fu testimoaio sola. 
52. 

Poi che, 6rribil come era e spaventosa, 
L' ebbe da parte ella mirata alquanto^ 
E che le parve assai pericolosa 
Cosi dair ua come daXV allro canto ; 
Di veder novita voluntarosa, 
DisegDO V elmo tor , per mirar quanto 
Fariano i duo giierrier, yistosel toko, 
Ben con pensier di non teaerlo molto« 
85. 

Ha ben di darlo al conte inlenzione, 
Ma se ne vuole in prima pigliar gioco. 
L^ elmo dispicca , e in grembio se lo pone 9 
E sta a mirare i cavalieri un poco. 
Dipoi si parte, e non fa lor senhone; 
E lontana era un pezzo da quel loco 
Prima ch' alcun di lor v' avesse mente ; 
Si V uno e V altro era uelP ira ardeule. 

Ma Ferrau che prima v' ebbe gli occhi , 
Si dispicc5 da Orlando, e disse a lui: 
Deh come n' ha da male accorti e sciocchi 
Traltati il cavalier ch'era con mii ! 
Che premio fia ch' al. vincitor piii tocchi, 
Se U bell' elmo involato n' ha costui ? 
Ritrassi Orlando e gli occhi al ramo gira ; 
Non vede P elmo , e tutto avvampa d' ira. 



CANTO DUODECIMO a65 

as. 

E nel parer di Ferrau concorse, 

Che '1 cavalier, che dianzi era con loro, 
Se lo portasse; onde la briglia torse, 
E fe' sentir gli sproni a Briglladoro. 
Ferrau che del campo il vide torse, 
Gli venne dietro, e poi che giuiiti foro 
Dove neir erba appar 1' orma novella , 
Ch^ avea fatto il Circasso e la donzella ; 
S6. 

Prese la strada alia sinistra il conte 

Verso una valle ove il Circasso era ito : 
Si tenne Ferrau piii presso al monte 
Dove il sentiero Angelica avea trito. 
Angelica in quel mezzo ad una fonte 
Giunta era, ombrosa e di giocondo silo, 
Ch' ognun che passa alle fresche ombre invita , 
Ne, senza ber, mai lascia far partita. 

87. 
/ Angelica si ferma alle chiare onde, 

Non pensando ch^ alcun le sopravvegna ; 
E per lo sacro anel che la nasconde 
Non puo temer che caso rio le avvegna. 
A prima giunta in su V erbose sponde 
Del rivo , V elmo a un ramuscel consegna ; 
Poi cerca, ove nel bosco h miglior frasca, 
La giumenta legar perche si pasca. 
S8. 

II cavalier di Spagna, che venuto 

Era per 1' orme, alia fontana giunge: 
Non r ha si tosto Angelica veduto 
Che gli dispare, e la cavalla punge. 
L' elmo che sopra V erba era caduto, 
Ritor non pu6, che troppo resta lunge. 
Come il pagan d' Angelica s' accorse , 
Tosto ver lei pien di letizia corse. 
Orl. Vol H. H 



!i66 L' ORLANDO FDRIOSO 

89. 

Gli sparre, come io dieo, eHa davonte. 
Come fantasma al dipartir del soano. 
Gercando egii la va per quelle piante^ 
Ne i miseri occhi piii veder la p(Mmo* 
Bestemmiando Macoae e Trivigaute^ 
E di sua legge ogni maestro e domio, 
Ritorno Ferrau verso la fonte, 
U' nell^ erba giacea V elmo del conte. 
60. 

Lo ricoQobbe tosto che mirollo, 

Per lettere ch^ avea scritte nell^ orlo ; 
Che dieean dove Orlaodo guadagnollo, 
£ come e qoaodo , ed a chi fe' deporlo. 
Armossene il pagano il capo e il collo; 
Che non la8oi6, pel dnol ch'avea, di toiio; 
Pel dnol ch' avea di quella che gli q>arve ^ 
Come sparir soglion nottiime larve. 
61. 

Poi ch' allacciato s' ha il buon elmo in testa , 
Awiso gli h che a contentarsi appieno, 
Sol ritrovare Angelica gli resta, 
Che gli appar e dispar come baleoo. 
Per lei tutta cerco V alta foresta; 
E poi ch' ogni speranza venne meno 
Di piu poteme ritrovar vestigi , 
Torno al campo spagnuol verso Parigi; 
68. 

Temperando il dolor che gli ardea il petto, 
Di non aver si gran disir sfogato , 
Col refrigerio di portar V elmetto 
Che fu d' Orlando, come avea giurato, 
Dal conte , poi che U certo gli fu detto , 
Fu lungamente Ferrau cercato, 
Ne fin quel di dal capo glielo sciolse, 
Che fra duo ponti la vita gli tolse. 



CANTO DUODECIMO 267 

65. 

Angelica invisibile e soletta 

Via se ne va, ma con twbata fronte; 
Che deir elmo le duol , che troppa fretta 
Le avea fatto lasciar presso alia fonte. 
Per voler far quel ch' a me &r non spetta , 
(Tra se dicea) levato ho V elmo al conte, 
Questo, pel primo merito^ e assai buono 
Di quanto a lui pur obbligata sono. 

Con buona intenzione, (e sallo Iddio) 
Ben che diverso e tristo effetto segua, 
lo levai P elmo , e solo il penaer mia 
Fu di ridur quella battaglia a triegna; 
£ non che per mio mezzo il suo disio 
Questo brutto apagnool oggi conaegua. 
Cosi di se s' todava lamentando 
D'aver dell' elmo suo privata Ovlando. 
6». 

Sdeguata e malcontenta , la via preae 
Che le parea miglior, yerso oriente. 
Pill volte ascosa, and6 talor palese , 
Secondo er^ opportuno, infra la gente. 
Dopo molto veder molto paese, 
Giunse in un bosco^ dove iniqnamente 
Fra duo compagai morti un- giovinetto 
Trov6 9 oh' era feiito in mei»o £1 petto. 
6ft 

Ma non dir6 d' Angelica or {hu innai^te, 
Che molte cose ho da narrarvi prima y 
Ne sono a Ferraii, ne a Sacripante, 
Sin a gran peszo, per donar pi^ rima. 
Da lor mi leva il principe d^ Anglanfe' 
Che di se vuol che innanzi agli altri esprima 
Le fatiche e gli affiinni che sostenne 
Nel gran disio, di ehe a fin mai non venne. 



a68 L' ORLANDO FDWOSO 

67. 

Alia prima citta ch' egli ritrova, 

Perche d' andare occulto avea gran cura , 
Si pone in capo una barbuta nova, 
Senza mirar s' ha debil tempra o dura. 
Sia qual si vuol , poco gli nuoce o giova ; 
Si nella fatagion si rassicura. 
Cosi coperto seguita V inchiesta, 
Ne notte o giorno , o pioggia o sol P arresta. 
68. 

Era neir ora che traea i cavalli 

Febo del mar con rugiadoso pelo, 
E r Aurora di fior vermigli e gialli 
Venia spargendo d' ogn' intorno il cielo ; 
E lasciato le stelle aveano i balJi, 
E per partirsi postosi gia il velo; 
Quando appresso a Parigi un di passando , 
Mostro di sua virtu gran segno Orlando. 
69. 

In dua squadre incontrossi ; e Manilardo 

Ne reggea V una, il saracin canuto, 

Re di Norizia, gia fiero e gagliardo, 

Or miglior di conslglio che d' aiuto: 

Guidava V altra sotto il suo stendardo 

II re di Treraisen , ch' era tenuto 

Tra gli Africani cavalier perfetto : 

Alzirdo fu 5 da chi '1 conobbe , detto. 
76. 

Questi con V altro esercito pagano 

Quella invernata avean fatto soggiorno, 

Chi presso alia citta , chi piu lontano, 

Tutti alle ville o alle castella intorno: 

Ch' avendo speso il re Agramante invano , 

Per espugnar Parigi , piu d' un giorno , 

Volse tentar 1' assedio finalmente, 

Poi che pigliar non lo potea altrimente. 



CANTO DUODECIMO 269 

E per far questo avea gente infinita; 

Che oltre a quella che con lui giunt^ era , 
E quella che di Spagna ayea seguita 
Del re Marsilio la real baodiera , 
Molta di Francia n^ avea al soldo unita; 
Che da Parigi insiDO alia riviera 
D'Arli, con parte di Guascogna (eccetto 
Alcuoe rocche) avea tutto suggetto. 
72. 

Or cominciando i trepidi ruscelli 

A sciorre il freddo ghiaccio in tiepide onde, 
E i prati di naove erbe e gli arbuseelli 
A rivestirsi di tenera fronde; 
Ragun6 il re Agramante tatti quelli 
Che seguian le fortune sue seconde, 
Per farsi rassegnar V armata torma, 
Indi alle cose sue dar miglior forma. 
73. 

A questo effetto il re di Tremisenne 
Con quel della Norizia iie yehia, 
Per la giungere a tempo y ove si tenne 
Poi conto d^ ogni squadra o buona o ria. 
Orlando a caso ^d incontrar si yenne 
( Come io v' ho detto ) in questa compagnia , 
Cercando pur colei, com' egli era uso, 
Che nel career d' Amor lo tenea chiuso. 
74. 

Come Alzirdo appressar vide quel conte, 
Che di valor non avea pari al mondo, 
In tal sembiante, in si superba fronte, 
Che '1 Dio deir arme a lui parea secondo ; 
Resto stupito alle fattezze conte, 
Al fiero sguardo, al viso fnribondo: 
E lo stimo guerrier d'alta prodezza; 
Ma ebbe del provar troppa vaghezza. 



270 L' ORJLAJNDO FURIOSO 
7tt. 

Era gioyane Alzirdo ed arrogante 

Per molta forza, e per gran cor pregiato 
Per giostrar spinse il suo cavallo innante; 
Meglio per lui, se fosse in schiera stato: 
Che nello scontro il principe d^ Auglante 
Lo fe' cader per mezzo il cor passato. 
Gi?a in faga il destrier di timor pieno, 
Che su non v' era chi reggesse il freno. 
76. 

Levasi an grido sobito ed orrendo, 

Che d' ogn' intorno n' ha 1' aria ripiena , 
Come si rede il giovane, cadendo, 
Spicciar il sangue di at larga vena. 
La turba verso il conte vien fremendo 
Disordinata, e tagli e punte mena; 

. Ma quella k piu che con pennnti dardi 
Tempesta il fior dei cavalier gagliardi. 
77. 

Con qoal rumor la setolosa frotta 

Correr da monti snole o da campagne, 
Se '1 lupo uscito di nascosa grotta ^ 
O V orso sceso alle minor montagne , 
Un tener porco preso abbia talotta, 
Che con grugnito e gran stridor si lagne: 
Con tal lo stuol bari>arico era mosso 
Yerso il conte , gridaudo : addosso addosso. 

78. 

Lance , saette e spade ebbe V usbergo 

A. un tempo mille^ e lo scudo altl^tante: 

Chi gli percuote con la mazza il tergo, 

Chi minaccia da lato e chi davante. 

E quel , ch' al timor mai non diede albergo , 

Estima la vil turba e Y arme tante, 

Quel che dentro alia mandra , all' aer cupo , 

II numer dell' agnelle estifni il lupo. 



CANTO DUODECIMO %^i 

78. 

Nuda ayea in man quella fuliQiiiea spada, 
Che posti ha tanti saracini amorte^ 
Dunqoe chi viiol di quanta torba cada 
Tenere il oonto ^ ha unpresa dura e forte. 
Rossa di saa^e gia corr^^a la $trada^ 
Capace appena a tante genti morte; 
Perchi ne targa, nh cappel difende 
La fatal Durindana ore dtscende, 
80, 

Ni vesta {uena di cotone o tele 

Che circondino il capo in mille volti. 
Non pnr per V aria gemiti e querele, 
Ma Yolan braccia e spalle e capi sciolti. 
Pel campo erraado va Morte crcMlele^ 
In molti , van e tutti orribil Tolti ; 
E tra se dice ; in man d' Orlando valoi 
Durindana per cento di mie faki. 
81 

Una percossa appena I' altra aspetta : 
Ben tosto cominciar tutti a fugg^re; 
E quando prima ne veniano in fretta, 
Perch' era sol^ credeanselo in^iottire. 
Non e chi per leyarsi della stretta 
L' amico aspetti , e cerchi insieme gire. 
Chi fugge a piedi in qua , chi cola aprona ; 
Nessun domaaoida se la strada e buona. 
8fi. 

Yirtude andava intomo con lo speglio 
Che fa veder nell' anima ogni ruga : 
Nessun yi si nur6, se non un veglio 
A cui il sangue 1' eta , non V ardir , scmga. 
Yide costui quanto il morir sia meglio, 
Che con suo disonor mettersi in fuga: 
Dico il re di Norizia; onde la lancia 
Arresla contra il paladin di Francia. 



a7a L'ORLANDO FURIOSO 
83. 

E la ruppe alia penna dello soodo 
Del fiero conte, che nulla si mosse. 
Eglij^ ch'avea alia posta il brando nudo^ 
Re Manilardo al trapassar percosse. 
Fortuna V aiut6 , che '1 ferro crudo 
In man d'Oriando al yenir giii voltosse, 
Tirare i colpi a filo ognor non lece ; 
Ma pur di sella stramazzar lo fece. 
84. 

Stordito dell'arcion quel re stramazza: 
Non si rivolge Orlando a rivederlo, 
Che gU altri taglia, tronca, fende, ammazza; 
A tutti pare in su le spalle averlo. 
Come per Faria, oye han si larga piazza, 
Fuggon li stomi dall'audace smerlo, 
Cosi di quella squadra ormai disfatta, 
Altri cade, altri fugge, altri s'appiatta. 
85. 

Non cess6 pria la sanguinosa spada, 
Che fu di viva gente il campo voto. 
Orlando e in dubbio a ripigliar la strada , 
Benche gli sia tutto il paese noto. 
O da man destra o da sinistra vada, 
n pensier dall'andar sempre e remoto: 
D' Angelica cercar, fuor ch'ove sia, 
Sempre e in timore, e far contraria via. 
•86. 

li suo cammin (di lei chiedendo spesso) 
Or per li campi or per le selve tenne: 
E si come era uscito di se stesso, 
Usci di strada, e a pie d' un monte venne. 
Dove la notte fuor d'un sasso fesso 
Lontan vide un splendor batter le penne. 
Orlando al sasso per veder s'accosta, 
Se quivi fosse Angelica riposta. 



CANTO DUODECIMO a^S 

87. 

Gome nel bosco dell'iimfl ginepre, 
O nella stoppia alia campagaa aperta, 
Quando si cerca la paurosa lepre 
Per traversati solchi e per via incerta, 
Si ya ad ogni cespuglio, ad ogni vepre, 
Se per ventura vi fosse copertaj 
Cosi cercaTa Orlando con gran pena 
La donna sua, dove speranza il mena. 

88. 

Yerso quel raggio andando in fretta U conte , 
Giunse ove nella selva si diffonde 
Dall* angusto spiraglio di qnel monte , 
Ch'ona capace grotta in se nasoonde ; 
E trova innanzi nella prima fronte 
Spine e virgulti^ come mura e sponde , 
Per celar qtiei che nella grotta stanno, 
Da chi far lor cercasse oltraggio e danno. 
89. 

Di giomo ritrovata non sarebbe; 
Ma la facea di nolle il lume aperta. 
Orlando pensa ben quel ch'esser debbe; 
Pur vnol saper la cosa anco piii certa. 
Poiche legato fuor Brigliadoro ebbe, 
Tacito viene alia grotta coperta; 
E fra li spesai rami nella baca 
Entra^ senza cfaiamar cbi Pinlroduca. 
90. 

Scende la tomba molti gradi al basso ^ 
Dove la viva gente sta sepolta. 
Era non poco spazioso il sasso 
Tagliato a punte di scarpelli in v61ta; 
Ne di lace diurna in tutto casso, 
Benche Fentrata non ne dava moltaj 
Ma ve ne Tenia assai da ana finestra 
Che sporgea in an pertugio da man desira. 
Oil. Vol. II. 35 



274 L'OKLANDO FUMOSO 
91. 

In mezzo la spelonca, appresso a un foco^ 

Era una donna di giocondo viso. 

Quindici anni passar dovea di poco , 

Quanto fu al conte, al primo sgusffdo, avyiso; 

Ed era bella si, che facea il loco 

Salvatico, parere un paradiso; 

Ben ch^area gli occhi di lacrime pregni, 

Del cor dolente manifesti segni. 
92. 
Vera una veccliiaj e facean gran contese. 

Gome uso femminil spesso esser suole; 

Ma come il coute neUa grotta scese, 

Finiron le dispute e le parole. 

Orlando a salutarle fu cortese, 

Gome con donne sempre esser si vuole^ 

Ed elle si levaro immantinente , 

E lui risalutar benignamente. 
93. 
Gli e ver che si smarriro in faccia alquanto 

Gome improyyiso udiron quella voce, 

E insieme entrare armato tutto quanto 

Yider la dentro un uom tanto feroce. 

Orlando domand6 qual fosse tanto 

Scortese, ingiusto , barbaro ed atrooe, 

Ghe nella grotta tenesse sepolto 

Un si gentile ed amoroso volto. 
94. 
La vergine a fatica gli rispose, 

Interrotta da fervidi signiozzi, 

Ghe dai coralli e dalle preziose 

Perle uscir fanno i dolci accenti mozzi. 

Le lacrime scendean tra gigli e rose. 

La dove avvien ch^ alcuna se n^ inghiozzi. 

Piacciayi udir neU'altro Ganto il resto, 

Signor , che tempo e omai di finir questo. 



L ORLAI^DO FURIOSO 

CANTO DECIMOTERZO 



ARGOMENTL 



AMMIBATO. 

D«Ua dooKelU, che Z«rbiao amava, 
11 couttt Oriaado le sveDlutv ascoUa ; 
Potcia la luiba sccUerata e prava 
Uccide, ch'ivi ia leoea tepolu. 
Va Bradaounle, a cui di Rnggier grava 
L2i (love Alliinle ha laola larka accoltii; 
Ed ei coo nuovi ingaooi ivija i«rra. 
Fa la iDO»tra Agramaote deila guenrti. 

i^HGUILLARA. 

Orlaodo ad ascoltar doo senca pianlo 
Sta d* Isabella il misrirabil fato; 
I ladri uccide • lei libera, e intanlo 
Bradamaole a1 ca&lel iriene incaotato. 
Vuol libtfar Ruggier d^l crudo ineauto, 
Ed ogoi allro che '1 M«gn have ingaonato: 
Ma grioganoi d'Allaote in roodo f'aoao« 
Che ic l«i,'che iDganoar vuol, cade ringaoao. 



DOLGB. 

Aacoonta b mesUssima Isabella 
Ad Orlando cod faccia lagrimosa 
La 6era sua fortuna, acerba e fella, 
Che la teoeva in quella grotia atcusa. 
Uccide i malandrioi Orbndos e quelU 
8eco ne meoa afflilla e dolorosa. 
Per liberar Ruggier Ta Bradamanle, 
£ prigiona ella ancor resu d'Atlaiite. 
VERDIZZOTTI. 

Udita avendo Orlando ogni sciagura, 
Che gli conl5 la donna di Zcrbino, 
Uccide i malandrioi, e deiroacura 
Grotia parlendo, piglia altro cammioo. 
Vien Bradamante, d'amorosa cora 
Spiaia, ova Allanla ha poi di lei domioo^ 
Si prepare Agramante ad oota nostra 
Per far del cavpo wo snparba mostra. 



JtSen furo avventurosi i cavalieri 

Ch^erano a quella eta, che nei valloui, 
Nelle scure spelonche e boschi 6eri, 
Tane di serpi, d'orsi e di leoni, 
Trovavan quel che nei palazzi altieri 
A pena or trovar puon giudici buoni; 
Donne che nella lor piu fresca etade 
Sien degne d'aver titol di beltade. 
S. 

Di sopra vi narrai che nella grotia 
Avea trovato Or}ando una donzella, 
E che le dimando ch^ ivi condotta 
L' ay esse: or seguitando, dico ch'ella, 
Poiche pm d'un signiozzo I'ha interrotta, 
Con dolce e suayissima favella 
Al conte fa le sue sciagure note, 
Con quella brevita che meglio puote. 



^76 L' ORLANDO FURIOSO 

5. 

Benche io sia certa, dice, o cavaliero, 
Gh' io porter6 del mio parlar supplizio 
Perche a colui che qui m'ha chiusa^ spero 
Che costei ne dara subito indizio} 
Pur son disposta noa celarti il vero, 
E vada la mia vita in precipizio. 
E cVaspettar possMo da lui piu gioia, 
Che '1 si disponga un di voler chMo muoia? 
4. 

Isabella son io, che figlia fui 
Del re mal fortunato di Gallizia : 
Ben dissi fui; ch'or non son piu di lui. 
Ma di dolor, d'a£Eauno e di mestizia: 
Colpa d^Amor, ch'io non saprei di cui" 
Dolermi piu che della sua nequizia ; 
Che dolcemente nei principii applaude, 
E tesse di nascosto inganno e fraude. 
S. 

Gia mi vivea di mia sorte felice, 

Gentil, giovane, ricca, onesta e bella, 
Vile e povera or sono, or iufelice, 
E s'altra ^ peggior sorte^ io sono in quella. 
Ma voglio sappi la prima radice 
Che produsse quel mal che mi flageUa; 
E ben ch'aiuto poi da te non esca, 
Poco non mi parra che te n'incresca. 

6. 

Mio patre feMn Baiona alcune giostre, 
Esser denno oggimai dodici mesi: 
Trasse la fama nelle terre nostre 
Cavalieri a giostrar di piii paesi 
Fra gli altri (o sia ch'Amor cosi mi most re, 
O che virtu pur se stessa palesi) 
Mi parve da lodar Zerbino solo, 
(]he del gran re di Scozia era figliuolo. 



CANTO DECIMOTERZO ^77 

7. 

U qual poiche far prove in campo vidi 
Miracolose di cayalleria, 
Fui presa del suo amore, e non m^awidi, 
ChMo mi conobbi piii noo esser mia. 
Eppur, beocbe '1 suo amor cosi mi guidi, 
Mi giova sempre avere in fantasia 
ChMo non misi il mio core in luogo immondo, 
Ma nel piii degno e bel ch^oggi sia al mondo. 

Zerbino di bellezza e di valore 
Sopra tutti i signori era eminente. 
Mostrommi, e credo mi portasse amore, 
E che di me non fosse meno ardente. 
Non ci manc6 chi del comune ardore 
Interprete fra noi fosse sovente, 
Poich^ di vista ancor fummo disgiunti; 
Che gli animi resldr sempre congiunti: 
9. 

Perocche dato fine aDa gran festa, 
II mio Zerbino in Scozia fe^ritomo. 
Se sai che cosa e amor, ben sai che mesta 
Restai, di lui pensando notte e ^omo: 
Ed era certa che non men molesta 
Fiamma intomo il suo cor facea soggiorno. 
Egli non fece al suo disio piii schermi, 
Se non che cerco via di seco avermi. 
10 

E perche vieta la diversa fede 

(Essendo egli cristiano, io saracina) 

Gh^al mio padre per moglie non mi chiede. 

Per furto indi levarmi si destina. 

Fuor della ricca mia patria, che siede 

Tra verdi campi allato alia marina, 

Aveva un bel giardin sopra una riva, 

Che colli intorno e tutto il mar scopriva. 



a8o L'ORLANDO FURIOSO 
19. 

Come ch'io avessi sopra il legno e vesti 
Lasciato e gioie e Paltre cose care, 
Purche la speme di Zerbin mi resti, 
Goutenta sod che s'abbi il resto il mare. 
Non soDo, ove scendemmo, i liti pesti 
D'alcun sentier, ne intomo albei^o appare, 
Ma solo il moute, al qual mai semjve fiede 
L^ombroso capo il vento, e'l mare il piede. 
SO. 

Quivi il crudo tiranno Amor, che sempre 
D^ogni promessa sua fa disleale, 
E sempre guarda come iovolva e stempre 
Ogni nostro disegno razionale, 
Mut6 con triste e disoneste tempre 
Mio conforto in dolor, mio bene in male; 
Ghe quell^amico in chi Zerbin si crede^ 
Di desire arse, ed agghiaccib di fede. 
21. 

O che m'avesse in mar bramata ancora, 
Ne fosse stato a dimostrarlo ardito; 
O cominciasse il desiderio allora 
Che Pagio v'ebbe dal solingo litoj 
Disegnb quivi senza piu dimora 
Condurre a fin Tingordo suo appetito, • 
Ma prima da se torre un delli dui 
Ghe nel battel campati eran con nui« 

as. 

QuelPera uomo di Scozia, Almonio detto 
Ghe mosU*ava a Zerbin portar gran fedej 
E commendato per guerrier perfetto 
Da lui fu, quando ad Odorico il diede. 
Disse a costui che biasmo era e difetto 
Se mi traeano alia Rocella a piede; 
E lo prego chMnnanti volesse ire 
A farmi incontra alcan ronzin venire. 



CANTO DECIMOTERZO 281 

85. 

Almonio, che di ct6 nulla temea, 

ImmantiDente innaozi il cammia piglia 
Alia dtti che'l bosbo ci ascbndea, 
E oon era loatana oltra sei miglia. 
Odorico acoprir sua voglia rea 
AU^altro finalmente si cotisiglia: 
Si perche tor non se lo sa d'appresso^ 
Si perche avea gran confidenzia in esso. 
S4. 

Era Corebo di Bilbao nomato 

Quel di chMo parlo, che con noi rimase; 
Che da fanciullo piccolo allevato 
S^ era con lui nelle medesme case. 
Poter con lui comunicar V ingrato 
Pensiero il traditor si persuase, 
Sperando ch'ad amar saria piii presto 
II piacer deU'ai^pco, che Ponesto. 
M. 

Corebo, che gentile era e cortese, 

Non lo pote ascoltar senza gransdegu6: 
Lo chiamo traditore, e gli contese 
Con parole e con fatti il rio disegno. 
Grande ira alVuno e alPaltro il core accese, 
E con le spade nude ne fer segno. 
Al trar de'ferri, 10 fui dalla paura 
Ydlta a fuggir per I'alta selva oscura. 
26. 

Odorico 9 che mastro era di guerra, 
In pochi'colpi a tal vantaggio venue, 
Che per morto lascib Corebo in terra, 
£ per le mie vestigie il cammin tenne. 
Prestogli Amor (seU mio creder non erra)^ 
Accio potesse giungermi, le penne; 
E gP insegn6 molte lusinghe e prieghi. 
Con che ad amarlo e compiacer mi pieghi.. 
Orl. Vol. II. 30 



a8a L'ORLINIK) FUiUOSO 

87. 

Ma totto e iodamo; che fermata e certa 
Piattosto era a morir ch'a aatisfarli. 
Poi ch^ogQi priego, ogni lasioga eaperta 
Ebbe e imnacce, e noa potean giovarii^ 
Si ridusse alia forza a faccia aperta. 
Nulla mi val che sapplicando parli 
Delia (% ch'area in lui Zerbino avnta, 
E ch^io nelle sue man m^era creduta. 

Poi che gittar mi vidi i prieghi invaoo, 
Ni mi sperare altronde altro aoccorso^ 
E che pill sempre cupido e villano 
A me yenfa, come famelic* orso^ 
lo mi difesi con piedi e con mano^ 
Et adopraivi sin alPugne e il morso: 
Pelaigli il mento e git graffiai la pelle, 
Con stridi che n'andavano f^le stelle. 
89. 

Non so se fosse caso, o li miei gridi 
Che si doveado udir lungi una lega^ 
O pur ch^usati sian correre ai lidi, 
Quando navillo alcun si rompe o anniega; 
Sopra il monte una tnrba apparir vidi; 
E questa al mare e verso noi si piega. 
Come la vede il Kscaglln venire, 
Lascia Pimpresa, e voka^i a fuggire. 
30. 

Contra quel disleal mi fu adiutrice 

Questa turba , signor; ma a quella image 

Che sovente in proverbio il vulgo dice: 

Cader della padella nelle brage. 

Gli h ver ch'io non son stata si infelice, 

Ni le lor menti ancor tanto malvage, 

Gh'abbino violata mia persona: 

Non che sia in lor virtb, nh cosa buona; 



1 



CANTO DBGIHOTBRZO 283 

31. 

Ma perche^ se mi serban, come io aono, 
Yergine, speran yendermi piu molto* 
Finito e il mese ottavo e viene il nooo , 
Che fu il mio vivo corpo qiii sepolto. 
Del mio Zerbino ogm speme abbandoao} 
Gh^ gii, per quanto ho daMor detti iaccolto, 
M^haa promessa e veadata a mi mercadante, 
Che portare al soldan mi de'in Levante* 
311. 
Cosi parlava la genlH donzella; 

£ spesso con signiozzi e con sospiri 
Interrompea F angelica favella. 
Da muovere a pietade asfMdt e ghiri* 
Mentre sna doglk con rimioydla) 
O foTse diaacerba i suoi martfri. 
Da venti aomiiu entrdr nella spelonca, 
Armati chi dt spiedo e chi di ronca. 
33w 
II prime d'essi, oom di spietato vko^ 

Ha solo on occhio , e aguardo scnro e bieoo ; 
L'altro, d'un colpo die gli avea reciso 
II naso e la mascella, e fatto cieco. 
Costui, vedendo il cayattero bbAso 
Con la yergine bella entro alio apecOy 
Ydlto a^compagni^ diase: Ecco ailgel noyo, 
A cui non tesi, e nella rete il troyo. 
34. 
Poi dis0e al conle : Uomo non yidi: mai 
Piu comodo di te^ ne pia opportmio. 
Non so ae ti se' apposto ^ o se lo sat 
Perche te Tabbia forse detto alcuno, 
Che si bell'arme io destaya assai^ 
E questo too leggiadro abito brano. 
Yenuto a tempo yeramente sei 
Per riparare alii biaogai miei. 



a84 L'ORLANDO FURIOSO 
5S. 
Sorrise amaramente ^ ia pi^ > salito , 
Orlando, e fe'risposta al maflcakone : . 

10 ti vendero Pafme-ad un partito 
Che non ha mercadante in sua ragione. 
Del fuoco, ch'avea appresso, iodi rapitoi 
Piendi fuoco e di fumooiio atisBooe , ' 

• Trasse e percosse il malaudrioo a caao. 
Dove confiua con le ciglaa il naao. 
SS. 
Lo stizzone ambe le . palpebre coke, 

Ma maggior danao fe^nella sinistra y - . .- 
Che quella parte inisera gli tolse 
Che dellaJace sola era ministFa. 
Ne d^ accecakla oontentar si volse 

11 colpo BerVs^aocorooh Id registra « 
Tra quegU'spirtiiche coti siioi oompagoi - 
Fa star. Chiron! dentro ai boflenti stagni. 

Nella spekmca nila' gran, mensa siede 
Ori(^ <duo palnri ^' e spaeidsa in quadro, 
Che ««opra an mil poBlo e grosso piade 
Cape con* t«tta 'k'fainigUa il ladro. 
Con quelPagevoIeaBia.cfad si.vede ^ 
Gittap la canna' laSpagnliol leggiadro , . 
Offlaftde il grave -desco 'daise scagKa' 
Dove ristretta insiewie^ la canaglia* 
Z8. 

A chi M petto, a chi M .ventre , a chi. la testa ^ 
A chi Tompe le gambe, a chi le' bcaccia; . 
Di ch^altri muore, altri storpiato Ksta ; 
Chi meoo e offeso!, diifuggir proeaccia. 
Cosi talvolta un grave sasso pesta 
E fianchi e Ibmbi, <a spezza capi e schiaccia , 
Gittato sopra un gran drappel di biscie^i 
Che dopo il vemo al sol si goda e liscie. 



\ 



CANTO. DEGIMOTERZO a85 

Nascono casi^ e nod saprci dir quanti;: 
Una maore,:una parte senza coda / 
Un^altra noa si jpa6 mnover d* avaiiti, . 
E U deretano indamo aggira e snoda; 
Un'alira/ ch^ebbe piu' propizi i saoti,' 
Striscia fra V etbej e va serpeodo a pvoda. 
n colpo'orribil iii^ ma Hon nurando, : 
Poichi lo fece il vdcMro^b Qiiando. 
40. 

Qaei che la mensa o nuUa o pooo offese^ 
( E TurpiD scrive appautb ehe for sette ) 
Ai piedi racoomandMi 8ia6>di£e8e; 
Ma neU'oBcita ii paladia A matte; 
E poi 'che preri gU'ha senza contese y, . 
Le maa lor lega cou laifune iatriettey 
Gou uoa- fime al sua bisogno destra . 
Che ritrov6- Bella caser silv^tra, 

Poi gli strasciiia faor della'Speloiica, 
Dovec)facea grainde ombra inn vecchib sorbo. 
Orlaiuki tsoo k spada i'-rami trooca,, 
E quelU attacca per viTanda al* corbo. : . 
( Nei^ lxisoga6 catena in capoadonca; 
Chi qper palmare ii mondo di qdel oiorbo 
L' arbor medesmo: gli' uDcI&i prestoUi, 
Con che<pd meato Qrlaiido iri attaoooUi.t ^ 
4S. 

La donnai yecchia, aimioa a' malandrini^ 
Poiche restar lutti Ii yide estiiiti,' 
Fuggijiiangendo, e con .le maiii a'crini. 
Per selve e boscherecci labirinli. 
Dopd aspri e malagevoli cammini^ 
A gravi passi e dal timer sospinti. 
In ripa un fiuine in un guerrier scontrossc!; 
Ma diflerisdo a rlcootar cbi fibsse; 



286 L' OBUJNDO FURIOSO 

E torno alPaltra che si raoconuknda 
AI paladin che aon la lasci sola; 
E dice di segairlo kt ogoi banda* 
Gortesemente Orlando la oonsola; 
E quiodi, p6i ck' naci con la ghirlanda 
Di rose adoma e di purpurea stola 
La biaoea Aurora al solito cammino^ 
Parti con Isabella il pakdino. 
44. 

Senza trovar oosa che degna sia 
D'istoria^ molti giomi insieme andaro^ 
E finalmente on cavalier per via, 
Che prigione era tratto^ riscontniro. '■ 
Chi fosse, dirb poi; ck'or me ne avia: 
Tal, di chi udir non yi sara men fcapci;^ 
La figlittola d' Amon , la qual laaciai « 
Languida diansi in amorosi guai. 
4». 

La bella donna^ disiando inyano 

Ch^a lei facesse H suo Ruggier ritoiuio>7 
Stava a Marsiglia, ove alio stuol pagttio ! 
Dava da traragliar quasi ogrti giorno;' 
II qual scorrea, r^ibando in monte e ik piaiio 
Per Linguadoca e per Provenza intornp ^ . * 
Ed ella ben facea V ufficio vero • ' 

Di savio dnca e d^ dttimo guerriero. 
48. 

Standosi qnivi, e di gran spazio essendo 
Passato il tempo che tomare a lei 
n suo Ruggier dovea, nh lo vedendo, 
Vivea in timor di mille casi rei. 
Un di fra gli altri,. che di ci6 piangendo 
Stava solinga, le arrive colei 
Che port6 nelPanel la medicina 
Che sau6 il cor ck'av^a ferito Alcina. 



CANTO DECIMOTERZO nSj 
47. 

Come a ai ritornar sen^a il sao amante, 
Dopo A lango termioe, la yade^ 
Resta pallida e smorta, e s) tremante, 
Che non hit forza di tenetsi in piede: 
Ma la maga gendl le va davante 
Rideodo^ poich^ del timor s' avyede: 
E con yiso giocondo la conforta, 
Qual arer saol chi buone naoye apporta. 
4S. 

Non temer, disse, di Raggier^ donzella; 
Ch' i vivo e sano, e^ come suol, t' adora: 
Ma non h giii in sua libertk*, che quella 
Pur gli ba levata il tuo nemico ancora: 
Ed e bisogoo che tn monti in sella ^ 
Se brami averlo, e che mi segni or era; 
Che^ ae mi segni, io t^ aprirb la via 
D' onde per te Rnggier libero fia. 
49. 

E seguit6, narrandole di quello 

Magico error che gli avea ordito Atlante: 
Che simulando d^ essa il viso bello, ^ 
Che captiva parea del rio gigante, 
Tratlo V avea nelP incantalo ostello, 
Dove sparifo poi gli era davante; 
E come tarda con simile inganno 
Le donne e i cavalier che di li vaoiio. 
SO. 

A tutti par, V incantator mirando, 

Mirar quel che per si brama ciascuno^ 
Donna, acndier, compagno, amico, quando 
II desiderio uman non k tutto uno. 
Quindi il palagio van tutti cercando 
Conlongo afianno, e senza frutto alcuno; 
E tanta h la speranza e il gran disire 
Del ritrovar, che non ne san partire. 



a88 L'OULANDO PURIOSO 
tfl. 
Gome tu giongi, disse,!Ui qoella. parte < 
Che giace presso dl' intiaBtafta stanza, . 
Yerra V incaatatore a ritrovarte, 
Che terrii di Ruggiero ogni aembianza, 
E ti fara parer con sua maP. arte^ . 
Ch* ivi lo yiQca alcun ;di piu posaanza, ' 
Acci6 che tu per aiutado vada 
Dove con gli altri poi ti tenga a bada* 

Accio gV loganQi, in che son tanti e laoli 
Gaduti, non ti colgan, aie avvertita 
Ghe sebben di Ruggier viao e sembiaoti . 
Ti parra di veder, che chieggia aita, 
Non gli dar fede tu} ma, come avanti 
Ti vien, fagli lasciar V indegna vita: 
Ni dabitar perci6 che Ruggier mnoia, 
Ma ben colui.che ti da tanta noia. 
»3. 

Ti parrii duro assai, ben lo conosco, 
Ucciderun che aembri il tuo Ruggiero t 
Pur non dar fede alFocchio tuo, che Iosco 
Fara Pincanto, e celeragK il vero. 
Fermati, priach'ioti conduca al bosco, ' 
Si che poi non si cangi il tuo pensiero, 
Ghi sempre di Ruggier rimarrai pma, . 
Se lasci per vilta che '1 mago viva. 
M. 

La valorosa giovane, con questa 
Intenzi'on che'l fraud(dente uccida, 
A pigliar I'arme, ed a seguire e presta 
Melissa, ch^ sa ben quanto Pe fida. 
Quella, or per terren culto, or per foresia, 
A gran gioraate e in gran.fretta la guida, 
Gercando alleviarle tuttavia 
Con parlar grato la noiosa via. 



CANTO DEGIMOTPRZO aSg 

5& 

E piu di tutti i )>ai ragtonameoti , 
Spesso le ripetea ch'uscir di lei 
E di Ruggier dove^no gli eccelleoti 
Priacipi glori'osi semidei. 
Come a Melissa fossino present! 
Tutti i aegreti dfigU eterni Dei, 
Tutte le cosfi ^lla sapea predire, 
Ch' av«|» per roojli secoU a venire. 
56, 

Deh! come, o pirudenti3sima mia scoria 
( Dicea alia maga V jnclita donasella ) , 
Molti anoi prima tu m'hai fal^o accorlta 
Di tanta mia ▼iril progenia bella; 
Cosi d* aldxni) donqa i^j conforta, 
Che di mia sttrpe tiia 9 s* alcona in quella 
Metier si pa6 tra belle e virtuose; 
E la cortese maga le rispose: 

Da te uscir veggio h pudiche donne 
Madri d' imperatori e di gran regi 9 
Reparatrtci e aolidie colpune 
Di case illusiri o di dominii egregi> 
Che men degoe poa son pelle lor gonne 
Ch' in arme i cavaKw, di spmipi pregi, 
Di pieti, di gnin cor, di gran prudenza, 
Dt somma e indomparabU continenza. 
88. 

E 8^ io avro da narrarti di ciascupa 
Cbe nella sUrpe tua sia d^ onor degna , 
Troppo aara; ch' io non ne veggio alcuna 
Che passar con ^lenzio mi convegna. 
Ma ti far6 tra mille scelta d' una 
O di due coppie , accio cb' a fia ne vegna. 
Nella spelonca perche nol dicesti, 
Chi r immagini aucor vedute avresti ? 

Owl. Vol. II. 3; 



ago V ORLANDO FURIOSO 
S9. 

Delia tua chiara stirpe uscira quella 
D' opere illustri e di bei studi arnica , 
Ch' io non so ben se piu leggiadra e bella 
Mi debba dire, o piu saggia e pudica^ 
Liberale e magaaoima Isabella , 
Che del bel lume suo di e uotte aprica - 
Fara la terra che sal Menzo siede, 
A GUI la madre d' Ocno il nome diede j 
60. 

Dove onorato e splendido certame < ! . 

Avrk col suo degDissimo consorte, 
Chi di lor piu le virtu prezzi ed ame, 
E cbi meglio apra a cortesfa le porte. 
S^ un narrera ch' al Taro e nel reame 
Fu a liberar da' Galli Italia forte: 
L' altra dira : Sol perche casta visse^ 
Penelope non fu minor d' Ulisse. 
61. 

Gran cose e molte in brevi detti accolgo 
Di questa donua, e piu dietro ne lasso, 
Che in quelli di ch' io mi levai dal volgD , 
Mi fe' chiare Merlin dal cavo sasso. 
£ s' in questo gran mar la vela sciolgo y 
Di lunga Tifi in navigar trapasso. 
Conchiudo in somma ch' ella avra , per dono . 
Delia virtu e del ciel , ci6 ch' e di boODO. 
62. 

Seco avra la sorella Beatrice, 

A cui si converra tal nome appunto; 

Ch' essa non sol del ben che quaggiu lice , 

Per quel che vivera, tocchera il punto; 

Ma avra forza di far seco felice 

Fra tutti i ricchi duci il suo congiunto, 

II qual , come ella poi lasciera il mondo y 

Cosi degl' infelici dndra nel fondo. 



GiNTO DECIMOTERZO agi 

63. 

£ Moro e Sforza e viscontei colubri, 
Lei viva, formidabili saranno 
Dall' iperboree nevi ai lidi rubri, 
Dair lodo ai mooti ch' al tuo mar via danuo : 
Lei morta , andran col regao degP losubri , 
E coa grave di tutta Italia danno^ 
Id servitute; e fia stimata, senza 
Costei 9 Ventura la somma prudenza. 
64. 

Yi saranno altre ancor ch' avranno il nome 
Medesmo, e nasceran molt* anni prima: 
Di ch' una s' omera le sagre chiome 
Delia corona di Pannonia opima; 
Un' altra, poi che le terrene some 
Lasciate avra ^ fia uelF ausonio clima 
Collocata nel numer delle Dive ^ 
Ed avra (ncensi e immagini votive. 
65. 

Deir altre tacer6 ; che , come ho deito , 
Lungo sarebbe a ragionar di tante; 
Benche per sh ciascuna abbia suggetto 
Degno ch' eroica e chiara tuba cante. 
Le Blanche , le Lucrezie io terro in petto , 
E le Costanze e I' altre , che di quante 
Splendide case Italia reggeranno, 
Reparatrici e madri ad esser hanno. 
66. 

Piu ch' altre fosser mai , le tue famiglie 
Saran uelle lor donne avveuturose; 
Non dico in quella piu delle lor figlie, 
Cbe nell' alta onesta delle lor spose. 
E accio da te notizia anco si piglie 
Di qnesta parte che Merlin mi espose , 
Forse perch' io '1 dovessi a te ridire, 
Ho di parlame non poco desire. 



29a L'ORLAWDO FURIOSO 
67. 

E dir6 prima di Ricciarda^ degno 
Esempio di fortezza e d' onestade : 
Vedova rimarri, giorane, a sdegno 
Di Fortuna: il che spesso ai baoni accade. 

I figli privi del paterno regno, 
Esuli andar vedra in strane contrade, 
Fanciulli in man degli avversari loro ; 

Ma in fine ayra il suo male ampio riatora. 
68. 

Dell' alta stirpe d* Aragone antica 
Nou tacer6 la splendida regina, 
Di cui ne saggia si, ne si pudica 
Veggio istoria lodar greca o latina, 
Ne a cui Fortuna piii si mostri arnica; 
Poiche sara dalla Bonta divina 
Eletta madre a parturlr la bella 
Progenie, Alfonso, Ippolito e Isabella. 
69. 

Costei sara k saggia Leonora, 

Che net tuo felice arbore s* innesta. 
Che ti diro della secoada nuora^ 
Succeditrice prossima di questa? 
Lucrezia Borgia , di cui d' ora in ora 
La belta, la yirtii, la fama onesta, 
E la fortuna crescera , non meno 
Che giovin ptania in morbido terreno. 
70. 

Qual lo stagno all' argento, il rame all' ora, 

II campestre papavero alia rosa , 
Pallido salce al sempre verde alloro , 
Di pinto vetro a gemma preziosa; 

Till a costei , ch' ancor non nata onoro, 
Scira ciascuna insino a qui famosa 
Di singular belta, di gran prudenzia , 
E (V ogni altra lodevole eccellenzia^ 



CANTO DEGIMOTERZO agB 

n. 

E sopra a tutti gli altri incliti pregi 
Che le saraaho e a viva e a tnorta dati^ 
Si lodera che di costumi regi 
Ercole e gli altri figli avr4 dotati, 
£ dato gran principio ai ricchi fregi 
Di che poi s' omerando in toga e armati , 
Perche V odor non se ne va si io fretta ^ 
ChMn nuovo vaso, o buoDo o rio, si metta. 
78. 

NoQ voglio ch' in silenzio anco Renata 
Di Francia, nuota <K costei, rimagna, 
Di Luigi duodecimo re nata, 
E deir eterna gloria di Bretagna. 
Ogni virtu ch' in donna mai sia stata , 
Di poi che '1 fuoco scalda e I' acqua bagna , 
E gira intorno il cielo , insieme tutta 
Per Renata adornar veggio ridntta. 
75. 

Lungo sara che d' Alda di Sansogna 
Narri, o della contessa di Celano, 
O di Bianca Maria di Catalogna, 
O della figlia del re sicigliano , 
O della bella Lippa da Bologna, 
E d^ altre ; ch^ s' io vo' di mano in onano 
Venirtene dicendo le gran lode, 
Ent.ro in un alto mar che non ha prode. 
74. 

Poi che le racconto la maggior parte 
Delia futura stirpe a suo grand' agio, 
Piu volte e piii le replico delP arte 
Ch' avea tratto Ruggier dentro al palagio. 
Melissa a fermo, poi che fu in parte 
Vicina al luogo del vecchio malvagio; 
E non le parve di venir piu innante, 
Accio veduta non fosse da Atlante; 



a94 L'ORLANDO FURIOSO 
75. 

E la doozella di nuovo consiglia 

Di quel che mille volte orinai 1' ha detto. 
La lascla sola; e quella oltre a due miglia 
Non cavalco per on sentiero istretto , 
Che vide quel ch' al suo Ruggier simiglia y 
E dui gigaati di crudele aspetto 
lotorno avea^ che lo striugean si forte, 
Gh' era vicioo esser condotto a morte. 
76. 

Come la donna in tal periglio vede 
Colui che di Ruggiero ha tutti i segni, 
Subito cangia in sospizion la fede, 
Subito obblia tutti i suoi bei disegni. 
Che sia in odio a Melissa Ruggier crede, 
Per nuova ingiuria e non intesi sdegni^ 
E cerchi far con disusata trama 
Che sia morto da lei che cosi P ama. 
77. 

Seco dicea: Non e Ruggier costui, 

che col cor sempre ed or con gli occhi veggio? 
E s' or non veggio e non conosco lui, 
Che omai veder o mai conoscer deggio? 
Perche voglio io della credenza altrui 
Che la veduta mia giudichi peggio? 
Che senza gli occhi ancor, sol per se stesso 
Pu6 il cor sentir se gli e lontano o appresso. 
78. 

Mentre che cosi pensa , ode la voce, 

Che le par di Ruggier, chieder soccorso *, 
E vede quello a un tempo , che veloce . 
Sprona il cavallo e gli rallenta il morso,- 
E r un nemico e 1' altro suo feroce , 
Che lo segue e Io caccia a tutto corso. 
Di lor seguir la donna non rimase, 
Che si condusse alP incantate case. 



CiNTO DECIMOTERZO 295 
79. 

Delle quai noo piu tosto'eiitr6 le pot*te, 
Che fa sommersa nel eomtime errore. 
Lo cerc6 tutto per yie dritte e tdrte 
Invan di su e di giii, deotroe di faore: 
Ne cessa notte o dij latito era forte 
LMncanto; e fatto area PincamMore - 
Che Ruggier vede aeoiprey egli iavella, 
Ne Ruggier lei^ be hii rieonoste elku 
80. 

Ma lasciam Bradamante. e noa v'incresca 
Udir che cosi resti in quello incanto; 
Che quando sara il tempo ch'ella n'esca, 
La faro uscire, e Ruggiero altrettanto. 
Come raccende il gusto il mutar esca, 
Cosi mi par che la mia istoria, quanto 
Or qua, or la piu variata sia , 
Meno a chi Fudira noiosa fia. 
81. 

Di molte fila esser bisogno parme 
A condur la gran tek ch'io lavoro; 
E pero noo yi spiaccia d'ascoltarme^ 
Come fuor delle stanze il popol moro 
Davanli al re Agramante ha preso Parme, 
Che^ molto minacciando ai Gigli d^oro, 
Lo fa assembrare ad una mostra nova, 
Per saper quanta gente si rihrova: 
89. 

Perch^oltre i cavalieri, oltre i pedoni 
Ch'al numero sottratti erano in copia, 
Mancavan capitani^ e pur de^buoni^ 
£ di Spagna e di Libia e d'Et'iopia: 
E le diverse squadre e le nazioni 
Givano errando senza guida propia. 
Per dare e capo ed ordine a ciascuna, 
Tutto il campo alia mostra si raguoa. 



ag6 L' ORLANDO FIJRIOSO 

In supplimento delle turbe ucpise 
Nelle batt«glie e w' fieri Goqflitti, 
L'lin sigQore in I9pagii4, e Taltro mbe 
In Africa, ove woUi o'eran 3critti; 
E tutti alli lor ordioi diyise^ 
E sotto i dttci lor gli ebbe diritti. 
Differird^ Signor^ con grazia vostra, 
Nell'altro Canto rordine e la mostra. 



LORLAI^DO FURIOSO 

CANTO DECIMOQUARTO 



ARGOMENTL 

AJmntATO DOLCE 

TeJe AfTtmante doe fquadre aT«r meno Fitu arendo la mostra il re Agraminie 

II aampo cuo, cbi Orlando sol le ha morie: Da le sue genti, egU s* arrede tardo 

Onde, d* intidia e meraTigUa pieno, Che con due schiere (il che non seppe arante) 

Ta Maadricardo appresso al guerrier forte. Mancara insieme Ahirdo e Manilardo. 

Si gode poi di Doralice in seoo. Va per trorare il gran Sigoor d** Anglante 
Che il cielo e il Talor sao gli danno in sorte. £ trora Doralice Mandricardo. 

Giunge a Parixi, dalP Ancel gnidato, B.egge Michel di Rinaldo i Testigi, 

Rinaldo ^ e gia T assedio i Mori han dato. Mentre che i Mori assaluno Parigi. 

ANOCILLAEA VERDUZOTTI 

Mentre a la mostra e intento il re Africano, Fatta la mostra, Aliirdo e Manilardo 

Trora che Alairdo manca, e Manilardo, Co* snoi da Orlando solo i rotto e Tmto. 

E intende quel che un sol fe* di sua mano, £ per fame Tendoita Mandricardo 

Quando il gemino lor roppe stendardo. Da generoso sdegno e inridia e spinto. 

La figlia aoquisia del re Stordilaao Ma non troTando il Paladin gagliardo, 

Mentre Ta per troTarlo Mandricardo. D* act^uisur Doralice a ^caso e acrinto. 

Intanto Tien da P Angelo condotto ""* 
Plresfo a Parigi il olmpo Inglese e Scot to. 



Rinaldo poi da V Ancelo guide to 
Giooge a Parigi^ a cui V assalto e dato 



i. 

Jliei molti assalti e nei crudel conflitti 

Gh' avuli area con Francia, Africa e Spagna, 
Morti erano infiniti, e derelitti 
Al lapo, al corvo, all' aquila grifagDa : 
E bench^ i Franchi fossero piu afflitri^ 
Chi tutta aveaa perduta la canipagna ; 
Piu si doleano i Saracin, per molti 
Principi e gran baron ch^ eran lor tolti. 
fi. 

Ebbon vittorie cosi sanguinose, 

Che lor poco avanzo di che allegrarsi. 
E se alle antique le moderne cose, 
Invitto Alfonso, denno assimigliarsi, 
La gran vittoria, onde alle virtuose 
Opere yostre pu6 la gloria darsi, 
Di che aver sempre lacrimose ciglia 
Ravenna debbe, a quesle s' assimiglia : 
Oi. Vot. fl. 38 



298 L' ORLANDO FURIOSO 

5. 

Quando, cedeodo Morioi e Piccardi^ 
L' esercito Donnando e 1' aqoitaoo, 
Yoi nel mezzo assaliste li stendardi 
Del qaasi viucitor nioiico ispano; 
Segaendo voi quei gioyeoi gagliardi, 
Che meritar con valorosa mano 
Quel di da voi, per onorati dont, 
U else indorate e gl' indora^i sproni. 

4. 

Con si aDimosi petti che ▼! fdro 
Yicini o poco lungi al gran periglio, 
Crollaste si le ricche Giaode d' oro, 
Si rompeste il Baston giallo e yermiglio, 
Ch* a yoi si deve il trionfide allorO| 
Che non fu guasto ne sfiorato il Giglio. 
D* un' altra fronde ▼* oirna anco la chioma 
L' aver serbato il suo Fabrizio a Roma. 
5. 

La gran Colonna del nome romano^ 

Che voi prendeste, e che servaste intera, 
Yi da piu onor che se di vostra mano 
Fosse cadata la milizia fiera, 
Quanta n' ingrassa il campo ravegnano, 
£ quanta se n' and6 senza bandiera 
D^ Aragon, di Castiglia e di Navarra, 
Yeduto non giovar spiedi ne carra. 
6. 

Qiiella vittoria fu piu di conforto 

Che d' allegrezza ; perche troppo pesa 
Contra la gioia nostra il veder morto 
II capitan di Francia e delPimpresa; 
£ seco avere una procella assorto 
Tanti principi illustri, ch* a difesa 
Dei regni lor, dei lor confederati, 
Di qua duUe fredd' Alpi eran passati. 



CANTO DECIMOQUARTO 299 
7. 

Nostra salate, nostra vita in questa 
Yittoria suscitata si conosce, 
Che difende che '1 verno e la tempeata 
Di Giove irato sopra noi non crosce: 
Ma ne goder possiam^ ne farne festa, 
Sentendo i gran rammarichi e Y angosce 
Ch' in vaste brupa e lacrimosa guancia 
Le vedovelle fan pec tutta Francia. 
8. 

Bisogna che prov?eggia il re Luigi 
Di naovi capitani alle sue squadre, 
Che per onor delP aurea Fiordaligi 
Gastighino le man rapaci e ladre, 
Che suore, e frati e bianchi e neri e bigi 
Tiolato hanno e sposa e figlia e madre; 
Gittato in terra Cristo in sacramento, 
Per torgli un tabernacolo d^ argentp. 

9. 

O misera Ravenna^ t' era meglio 
Ch'al vincitor non fessi resistenza; 
Far ch' a te fosse innanzi Brescia speglio, 
Che to Id fossi a Arimino a a Faenza. 
Manda, Lnigi, il boon Traalcio ve^io, 
Ch' insegni a questi tuoi piu conthieDZUi^ 
E conti lor qoanti per simil torti 
l^tati ne sian per tutta ItaUa morti. 
10. 

Come di capitam bisogna ora 
Che '1 re di Franeia al campo suo provveggia, 
Cosi Marsilio ed Agramanle allora, 
Per dar buon reggimento alia sua greggia, 
Dai lochi dove il verno fe' dimora, 
Yuol ch' in campagna all' ordine si veggia ; 
Perche vedeudo ove bisogno sia, 
Guida e governo ad ogni schiera dia* 



3oo L* ORLANDO FURIOSO 
n. 

Marsilio prima, e poi fece Agramante 
Passar la gente saa schiera per sdiiera* 
I Catalani a tatti gli altri innante, 
Di Dorifebo yaa con la bandiera. 
Dopo Tien, senza il siio re Folvirante 
Che per man di Rtnaldo gia morto era, 
La gente di Nayarra^ e lo re ispano 
Halle dato Isolier per capitano. 

IS. 

Balagante del popol di Leone, 

Grandoi^o cura degU Algarbi piglia. 
n fratel di Marsilio, Falsirone, 
Ha seco armata la minor GasUglia. 
Segaon di Madarasso il gonfalone 
Quei che lasciato ban Malaga e Siviglia, 
Dal mar di Gade a Cordova feconda 
Le verdi ripe oyanqne il Beti inonda. 
15. 

Stordilano e Tessira e Baricondo, 
L' un dopo V ahro, mostra b sua gente ; 
Granata al primo, Ulisbona al aecondo, 
£ Maiorica d terzo i ubbidiente. 
Fa d' Ulisbona re ( tolto dal mondo 
Larbin ) Tessira, di Larbin parente. 
Poi yien Galizia, che sua gnida, in yece 
Di Maricoldo, Serpentino fece. 
14. 

Qaei di Toledo e qaei di Calatraya, 
DI ch' ebbe Sinagon gia la bandiera, 
Con totta qoella gente che si laya 
Li Goadiana e bee della riyiera, 
L' andace Matalista goyemaya : 
Bianzardin quei d' Ajlm^ in ana schiera 
Con qaei di Salamanca e di Piagensa, 
D' Ay^, di Zamora e di Paleua. 



CANTO DECIMOQUARTO 3oi 

15. 

Di qaei di Saragosa e della corte 
Del re Marsilio ha Ferrau il goTerno; 
Tutta la gente & ben armata e forte* 
In questi e Halgarino^ Balinvemo. 
Malzarise e Morgante^ ch* una sorte 
Avea fatlo abitar paese esterno; 

Che, poi che i regni lor lor furon tolti, | 

GK avea Marsilio in corte sua raccolti. 

ie. 

In qaesta e di Marsilio il gran bastardo 

Follicon d'Almeria, con Doriconte, 

Bavarte e Largalifa ed Analardo^ i 

Ed Archidante il sagontino conte, 

E Lamirante e Langhiran gagliardo^ 

E Malagur ch' avea F astuzie pronte^ 

Ed altri ed altri de'quai penso, dove 

Tempo sari^ di far veder le prove. 
17. 
Poi che pass6 1' esercito di Spagna 

Con bella mostra innanzi al re Agramante, 

Con la sua squadra apparve alia campagna 

n re d^ Oran, che quasi era gigante. 

L' altra che vien per Martasin si lagna, 

U qual morto le fu da Bradamante; 

E si duol ch' una femmina si vanti 

D' aver ucciso il re de' Garamanti. 
18. 
Segue la terza schiera di Bfarmonda^ 

Ch' Argosto morto abbandono in Guascogna, 

A questa un capo, come alia seconda, 

E come anco alia qnarta, dar bisogna. 

Quantunque il re Agramanle non abbonda 

Di capitani, pur ne finge e sogna: 

Dunque Buraldo, Onnida, Arganio elesse^ 

E dove uopo ne fu, guida li mease. 



3oa V ORLANDO FURIOSO 

19. 

Diede ad Arganio quei di Libicana, 

Che piaogeaa morto il negro Dudriaasso: 
Guida Braaello i suoi di Tiogitana 
God viso nubiloso e ciglio basso j 
Cbe^ poi cbe aella selva non lontana 
Dal castel ch' ebbe Atlante io cima ai $assOj 
Gli fa tolto 1' anal da Bradamante, 
Caduto ^ra in disgrazia al re Agramaate: 
SO. 

E se '1 fratel di Ferrau^i I^liero, 
Cb' air arbore legato ritrovollo, 
Non facea fede iananzi al re del vero^ 
Ayrebbe dato io $\i le forche un crollo. 
Mut5, a prieghi di molti^ il re peosiero, 
Gia avendo fatto porgli il laocio al collo: 
Gli Io fece levar, ma riserbarlo 
Pel primo error} cba poi giar6 impiccarlo: 

Si ch' avea causa di venir Bmnello 
Col viso mesto e con la testa china* 
Segafa poi Fararante, e dietro a quello 
Eran cayalli a fanti di Maurina, 
Tenia Libanio appresso, il re novello: 
La geute era con lod di Costanlina; 
Perocche la corona e il baston d'oro 
Gli ha dato il re^ che fu di Pinadoro. 

Con la gente d' Esperia Sondano, 
E Dorilon ne vien €on quei di Sella : 
Ne yien coi Nasamoui Paliano; 
Quelli d' Amonia il re Agricake affirelta: 
Malaboferso queHi di Fizano; 
Da Finadurro e Paltra squadra retta 
Che di Caaaria viene e di Marocco : 
Balastro ha ^ei die fur del re Tardocco- 



CANTO DECIMOQUARTO 3o3 

Due sqaadre, una di Mulga, tma d' Arsilla, 
SeguoDo: e qnesta ha '1 suo signore antico, 
Quella n'^ priva; e per6 il re sortilla^ 
E diella a Corioeo sno fido amico. 
E cosi della gente d' AlmasiUa^ 
Gh' ebbe Tanfirioa, fe' re Gafco: 
Die quella di Getnlia a Rimedonte: 
Poi vien cod quel di Cosca Balifronte* 

QuelP altra schiera h la gente di Bolga : 
Suo re h Clarindo, e gia fu Mirabaldo. 
Yien Baliverzo, il qual vo' che tu tolga 
Di tutto il gregge pel ma^ior ribaldo. 
Non credo in tutto il campo si disciolga 
Bandiera ch^ abbia esercito piit saldo 
Deir altra con che segue il re Sobrijio^ 
Ne pill di lui prudente saracino. 

Quei di Bellamarina, che Gnalciotto 
Solea guidare, or guida il re d' Algeri 
Rodomonte e di Sarza^ che condotto 
Di nuoTo avea pedoni e cavalieri ; 
Che mentre il suol fu nubiloso sotto 
II gran Gentauro e i corn! orridi e fieri, 
Fu in Africa xnandato da Agramante, 
Onde venuto era tre giorni innante. 
26. 

Non avea il campo d^ Africa piu forte, 
Ne saracin piu audace di coslui: 
E piu temean le parigioe porte, 
Ed avean piu cagion di temer hii, 
Cho Marsilio, Agramante, e la gran corte 
Ch' avea seguito in Francia questi dui : 
E piu d'ogni altro che facesse mostra, 
Era nimico della Fede nostra. 



3o4 L' ORLANDO FDRIOSO 
27. 

Yien Prusione, il re dell' Alvaracchie ; 
Poi quel della Zumara^ Dardinello. 
Non so s'abbiano o nottole o coroacchie, 
O altro manco ed importano augello, 
II qual dai tetti e dalle fronde gracchie 
Faturo raal, predetto a qaesfo e a quello^ 
Ch& fissa in ciel nel di seguente h V ora 
Gh« 1' uQO e V altro ia quella pogaa muora. 
28. 

In campo non aveano altri a venire 
Che quel di Tremisene e di Norizia, 
Ne si vedea alia mostra comparire 
II segno lor, ne dar di se notizia. 
Non sapendo Agramante che si dire 
Ne che pensar di qaesta lor pigrizia; 
Uno scudiero alfin gli fu condutto 
Del re di Tremisen, che narr6 il tutto. 
89. 

£ gli narr6 ch* Alurdo e Manilardo 

Con molti altri de' suoi giaceano al campo : 

Signor, diss' egli, il cavalier gagliardo 

Gh' ucciso ha i nostri^ ucciso avria il tao campo, 

Se fosse stato a tdrsi via pin tardo 

Di me, ch' a pena ancor cosi ne scampo. 

Fa quel de' cavalieri e de' pedoni^ 

Che '1 lapo fa di capre e di montoni. 

30. 

Era venuto pochi giorni avante 
Nel campo del re d' Africa un signore ; 
Ne in Ponente era^ ne in tutto Levante 
Di piu forza di lui, ne di piu core. 
Gli facea grande onore il re Agramante, 
Per esser costui £glio e successore 
In Tartarita del re Agrican gagliardo: 
Suo nome era il feroce Mandricardo. 



CANTO DECIMOQUARTO 3o5 
51. ^ 

Per moki chiari gesti era famoso^ 
E di sua fama totto il mondo empiaj 
Ma lo facea piu d' altro glorioso, 
Ch' al castel della faU di Soria 
L' usbergoavea acqoistato luminoso 
Gh' Ettor troian port6 mille anni prfa, 
Per strana e formidabile awentura, 
Che '1 ragionarne pur mette paura. 
3S. 

Trovandosi costai duoque presente 
A qael parlar^ alz5 V ardita faccia; 
E si dbpose andare immaDtinente^ 
Per trovar quel guerrier, dietro alia traccia. 
Ritenne occulto il sao pensiero in mente, 
O sia perche d'alcun stima noa faccia^ 
O perch^ tema, se '1 pensier palesa, 
Gh^ no altro innan^i a lui pigli P impresa. 
33. 

Alio scudier fe' dimandar come era 
La sopravvesta di quel cavaliero. 
Colui rispose: Quella h tutta nera^ 
Lo scudo nero^ e non ha alcun cimiero. 
E fu, SigDor, la sua risposta vera^ 
Perche lasciato Orlando avea il quartiero; 
Che, come dentro V animo era in doglia^ 
Cosl imbrunir di fuor volse la spoglia. 
34. 

Marsilio a Mandricardo area donato 
Un destrier baio a scorza di castagna, 
Con gambe e chiome nere; ed era nato 
Di frisa madre e d' an villan di Spagna. 
Sopra yi salta Mandricardo armato, 
E galoppando ya per la campagna; 
E giura non tornare a quelle schiere^ 
Se non troya il campion dalP arme nere. 
Ot. Vot. II. 39 



3oG L' ORLANDO FDRIOSO 
S». 

Molta iDcontro della paurosa geote 
Che dalle maa d' Orlando «ra fnggita; 
Chi del figliaol, chi del fratel dolente, 
Ch' innanzi agli occhi saoi perd^ la vila. 
Ancora la codarda e tristd mente 
Nella pallida faccia era $colpita; 
Ancor per la paura che aruta hanno, 
Pallidi, muti ed insetisafti vanno. 
96. 

Non fe' luogo cammio^ cbe renne dove 
Crudel spettacolo ebbe ed mamano; 
Ma testimonio alle mirabil prove 
Che fur racconte itinatizi al re africano. 
Or mira questi, or quelli morti, e muove, 
£ vttol le piaghe misurar con mano, 
Mosso da strana invidia ch* egli porta 
Al cavalier ch* avea la gente morta. 
57. 

Come lupo o mastin ch* uUimo giugne 
Al hue lasdiato morto da* villani, 
Che trova sol le cprna^ 1* oasa e 1* ugne, 
Del resto son sfamati augelli e cani; 
Riguarda invano il teschio che non ugne: 
Cosi fa il cradel Barbaro in que* piani ; 
Per duol bestemmia e mostra invidia immensa, 
Che venne tardi a co^ ricca mensa. 

58. 
Quel giorno e mezzo 1* altro segue iucerto 
II cavalier dal negro, e ne domanda. 
Ecco vede un pratel d* ombre coperto^ 
Che SI d* un alto fiume si ghirlanda, 
Che lascia appena un breve spazio aperlo, 
Dove r acqua si torce ad altra banda. 
Un simil luogo con girevol onda 
Sot to Ocricoli il Tevere dircotida. 



CANTO DiEClMOQUARTO 807 

,ae. 

Dove enlrftf si potea, con V araie indosso 
StavwQ iBolIt civaliQri armati* 
Gb)€f(fe: il p^g»^ obi gU avea ia ^ool s'l grosso, 
Ed a Qh« affoUo inoenie ivi aduoati. 
Gti fe^risposU il capilaoo, mosso 
Dd aigi9oril aanbiante^ e da^ fregiali 
D' oro e di geoime am^si di grao pregio, 
Che h mMir9kVBfk oKnalierQ egregio. 

Dal Qostiio re ^iam, di^ae^ di Granata 
Chiamati in compagoia della GgUuola, 
La qntle al re di Sana ba maritata^ 
Bench^ di Gi6 ia &«aa anpor non vola. 
Gooio appres$6 la ^ra raechetata 
La cicaletUi sia, eh' or a^odie sola, 
Avanti al padre fra 1' ispane t6rine 
La coadnrremo: intanto ella si dorme* 

41. 
Coloi cbe i^o il moodo vilipende 
Dbegqa di i^e^r toato la proya, 
Se quella ge^e o bene o mal diCeode 
La doom^ alia cot guardia si ritvova. 
Diase : Goalei, per quaato ae n' tntende, 
£S bella; e di wp^rlo era mi gipva. 
A lei mi meiia, o lalla q^i yenire^ 
Gb'altrove mi coaviea sabito gire. 

4S. 
Esser per certo i& pamo solenne, 
Rispose il GranaUO) ne piu gli disse. 
Ma il Tartaro a ferir toato lo veooe 
Con r aata ba«sa, e il petto gli trafisae; 
Cb^ la coraaaa it cplpo noa sosteone, 
E forza fa ehe morto in terra |psse. 
L' asta ricovra il figlio d' Agricaoe, 
Perche altro da (erir non gli rimane* 



3o8 V ORLANDO FURIOSO 
43. 
Noa porta spada ne baston; che quaiido 
L' arme acquist^ che fur d' Ettor troiaoo, 
Perch^ trov6 che lor niancaya il brando, 
Gli coQvenne giarapf o^ giar6 invano ) 
Che fio che non togliea qoelia d' Orlando, 
Mai non porrebbe ad altra spada mano: 
Durindana^ ch' Almonte ebbe in gran atima, 
E Orlando or porta, Ettor portava prima. 

Grande e V ardir del TarCaro, che vada 

Con disvantaggio tal contra coloro, 

Gridando: Chi mi vnol vietar la strada? 

E con la lancia si cacci6 tra loro. 

Chi Pasta abbassa, e chi tra' fuor la spada ; 

E d' ogn^ intorno subito gli fdro. 

Egli ne fece morir una frotta, 

Prima che quella lancia fosse rotta. 
4S. 
Rotta che se la yede, il gran troncone, 

Che resta intero^ ad ambe mani afferraj 

E fa morir con quel tante persone, 

Cbe non fu vista mai piii crudel guerra. 

Come tra' Fllistei 1' ebreo Sansone 

Con la mascella che leib di terraj 

Scndi spezsa^ elmi schiaccia, e un colpo spesso 

Spegne i cavalK ai cavaKeri appresso. 
46. 
Corrono a morte que* miseri a gara : 

Ne perche cada V un^ V altro andar cessa; 

Ch^ la maniera del morire amara 

Lor par piu assai che non e morte istessa. 

Patir non ponno che la vita cara 

Tolta lor sia da un pezzo d'asta fessa, 

E sieno sotto alle picchiate strane 

A morir giunti come biscie o rane. 



CANTO DECIMOQUARTO Sog 
47. 

Ma poi ch' a spese lor si ft&ro accorti 
Che male ia ogni guisa era morire^ 
Sendo gia presso alU duo terzi morti, 
Tulto V iavanzo cotnincio a fuggire. 
Come del proprio aver via se li porti, 
II Saraciu cradel non pub patire 
Ch' akun di quella turba sbigottita 
Da lui partir si del)ba con la vita. 
48. 

Come in palode asciiiUa dura poco 

Stridula canoa, o ia campo arida stoppia 
Contra il soffio di Borea e contra il fiioco 
Cbe '1 cauto agricultore iosieme accoppia, 
Quando la vaga fiamma occupa il loco, 
E scorre per li solcbi, e stride e scoppia; 
Cosi costor coDtra la furia accesa 
Di Mandricardo fan poca difesa. 
49. 

Poscia ch' egli resfar vede V en t rata ^ 
Che mal guardata fu, senza custode, 
Per la via cbe di nuovo era segnata 
Ncir erba^ e al suono dei rammarcbi cb' ode, 
Yiene a veder la donna di Granata, 
Se di bellezze e pari alle sue lode: 
Passa tra i corpi della gente morta^ 
Dove gli da^ torcendo, il fiume porta. 
ISO. 

E Doralice in mezzo il prato vede 
( Cbe cosi nome la donzella avea ), 
La qual, suSblta dalP antico piede 
D' an frassino silvestre, si dolea. 
II piaato^ come un rivo cbe succede 
Di viva vena, nel bel sen cadea^ 
E nel bel viso si vedea cbe insieme 
Dell' altrui mal si duole, e del suo teme. 



3io V ORLANDO FUM^iSO 
tfl. 

Crebbe il timor, come veiiir lo vidi; 

Di saogue brutto e cou faccia empia e oscura; 

E '1 grido sia al ciel V aria divide, 

Di se e della sua ge&te per paura; 

Che, oltre i cavalier, v' erano guide 

Che della bella iofaote ayeapo cura^ 

Maturi vecchi, e assai dooae e dooselle 

Del regno di Graoata, e le piu belle. 

Gome il Tartaro vede quel bel viso 
Che Qoa ha paragone in totta Spagua, 
£ c' ha uel pianto ( or ch' e^aer de' nel rt$o? ) 
Tesa d' Atnor 1' inestricabil ragna. 
Noil sa se vive o iu terra o io paradiso ; 
Ne della sua viUoria altro guadagna, 
Se noo che in man della sua prigioniera 
Si da prigione^ e non sa in qual maniera* 

A lei pero non si concede tanto, 

Che del travaglio suo le doni il frutto: 
Benche piangeado ella dioiostri, quanto 
Possa donna mostrar, dqlore e lutto* 
Egli, sperando volgere quel pianto 
In sommo gaudio, era disposto al Intto 
Menarla seco} e sopra uo bianco ubino 
Montar la fece^ e torqo al suo cammino. 

Donne e donzelle e veccfai ed altra gente, 
Ch* eran con lei veimti di Granata, 
Tutti licenzi6 bepigaameote, 
Dicendo: Assai da me fia accompagnata ; 
lo mastro, io balia, io le saro sergente 
In tutti i suoi bisogni: addio brigata. 
Cosi, non gU possendo far riparo, 
Piangendo e sospirando se n^ andaro ; 



CANTO DEaMOQUARTO 3ii 
SS. 
Tra lor dicendo: Qaanto doloroso 

Ne sara il padre come il caso intenda ! 
Quanta irii, quanto daol ne avr^ il suo sposol 
Oh come ne fara vendetta orrenda! 
Deh! perch^ a t^mpo tanto bisognoso 
Non h qui presso a far che costui renda 
II sangue illudtre del re Stordilano, 
Prima che se lo porti piii lontano? 

Delia gran preda il Tartaro contento, 
Che fortuna e valor gli ha posta innanzi, 
Di trovar quel dal negro vestimento 
Non par ch' abbia la fretta ch^ avea dianzi. 
Correva dianzi; or viene adagio e lento; 
E pensa tuttavia dove si stanzi, 
Dove ritrovi alcun comodo loco 
Per esalar tanto amoroso foco. 
87. 

Tultavolta conforta ])oraIice, 

Ch'avea di pianto e gli occhi e '1 viso moUe: 
Compone e finge molte cose, e dice 
Che per fama gran tempo ben le voile; 
E che la patria e il suo regno felice, 
Che U nome di grandezza agli altri toUe, 
Lasci6, non per vedere o Spagna o Francia, 
Ma sol per contemplar sua bella guancia. 

58. 

Se per amar V uom debbe essere amato, 
Merito il vostro amor; che v' ho amat' io : 
Se per stirpe, di me chi e meglio nato? 
Che '1 possente Agrican fu il padre mio: 
Se per ricchezza, chi ha di me piii stoto? 
Che di dominio io cedo solo a Dio: 
Se per valor, credo oggi aver esperto 
Ch' essere amalo per valore io mcrto. 



3i2 L' ORLANDO FURIOSO 
59. 

Queste parole ed altre assai, ch'Amore 
A Mandricardo di sua bocca ditta. 
Van dolcemente a consolare il core 
Delia doDzella di paura afflitta. ^ 
II timor cessa, e poi cessa il dolore 
Che le avea quasi raaima trafitta. 
Ella comincta con piii pasieoza 
A dar piu grata al nuovo amante udienza; 
60. 

Poi con risposte piu benigne molto 
A mostrarsegli affabile e cortese^ 
E non negargli di fermar nel volto 
Talor le luci di pietade accese: 
Onde il pagau, che dallo stral fu cdlto 
Altre volte d^ Amor, certezsa prese, 
Non che speransa, che la donna hclla 
Non saria a* suoi desir sempre ribella. 
61. 

Con questa compagnia, lieto e gioioso, 
Che si gli satisfa, s\ gli diletta, 
Essendo presso all^ ora ch' a riposo 
La fredda notte ogni animale alletta, 
Yedendo il sol gia basso e mezzo ascoso, 
Comincio a cavalcar con maggior fretta; 
Tanto ch* udi sonar zuffoli e canne, 
E vide poi fumar ville e capanne. 

68. 

Erano pastoral! alloggiamenti^ 
Miglior stanza e piu comoda che bella. 
Quivi il guardian cortese degli armeuti 
Onor6 il cavaliero e la donzella 
Tanto, che si chiamar da lui contenti: 
Che non pur per cittadi e per castella, 
Ma per tuguri aneora e per fenlli 
Spesso si trovan gli uomioi gentili. 



CANtO bEGIMOQUARTO 3i3 
65, 
yiiel che fosse di poi fattoalPoscurb 
Tra poralice e il figlio d'Agricane, 
A punto raccootar noa m' assicuro ; 
Si ch'al giaditio di ciascoa rimane. 
Creder si pao che ben d^aecordo furo^ 
Chi si levib* pill allegri la dimane: 
E Doralice riDgrazi6 il pastore 
Che nel suo albergo le avea fatto onore. 

Indi d'ono in ua altro Idogo errando. 
Si ritrovaro alfin sopra an bel fiume 
Che con silenzio al mar va decliaando, 
E se vada o se stia^ mal si prosume; 
Limpido e chiairo s), chMn lui mirando^ 
Senza contesa al fondo porta il lame. 
In ripa a qaello, a Una fresca ombra e bella, 
Trovar dai cavaiieri e ana donzella. 
6tf. 

Ur V alta fantasia, ch' nn sentier solo 

Non vaol ch'i'segna ognor, <|uindi mi guida, 
E mi ritorna ove il moresco staolo 
Assorda di rumor Francia e di grida 
D' intorno il padiglione ove il figliuolo 
Del re troiario il santo imperio sfida; 
£ Rodomonle aiidace se gli vaota 
Arder Partgi, e spianar Roma santa. 
66. 

Yeiiuto ad Agramaiite era air orecchib 
Che gi& gFInglesi avean passatb il mare: 
Per6 Marsiiio e il re del Garbo Tecchio, 
E gli altrl capitan fece chiamare. 
Consiglian tutti a far grande apparecchio, 
Si che Parigi possino espugnare. 
Ponno esser certi che piu non s'espugrai; 
§e nol tan prima che Paiuto giugna. 
Ob. Vol it. 40 



3i4 L' ORLANDO FURIOSO 
67. 
Gia scale ianumerabili per questo 
DaMuoght iQtorno avean fatto raccorre^ 
Ed asse e (ravi, « vimine conteslo^ 
Che lo poteaoo a diversi usi porre; 
E navi e ponti: e piii facca, dieM reato^ 
II primo e il aecoDdo ordine disporre 
A dar Tassalto; ed egll ruol venire 
Tra quel che la cttta denno assalire. 

L^imporalore, il dl che'l di precesse 
Delia batlaglia, fe* dentro a Parigi 
Per tiilto celebrare uffici e messe 
A preti, a frati bianchi, neri e bigi; 
E le gcali die dianzi eran confesse, 
E di man tolte agl'inimici sligi, 
TuUe comunicar, non altramente 
Ch'avessiao a morire il di segucate. 

Ed cgli Ira baroni e paladioi, 

Principi ed oratori, al maggior tempio 
Con irtolta reltgiooe a quel dirini 
Atli iotervenne, e ne die aglt filtri esempio. 
Con le man giunle, e git occhi al ciel supini^ 
Disse: Signor, bench' io sia iniquo ed empio, 
Non voglia tua bonta, pel mio fallire, 
Che '1 luo popol fedele abbia a patire. 
70. 

E se gli e too voler ch'egli palisca^ 
E ch' abbia il nostro error degni supplici^ 
Almen la punizion si differisca 
Si che per man non sia deMuoi nemici: j 
Che qiiando lor d\iccider noi sorlisca^ 
Che nome avemo pur d'esser iuo^amici, 
I pagani diran che nulla puoi, 
Che perir lasci i parligiani tuoi. 



CANTO DECIMOQUARTO 3i5 
71. 

£ per un che it sia. fulto ribelle. 

Cento ii si farait. per tutlo il moodo'} 
Tal che la legge falsa di Babelle 
Caccera la lua Fede e porra al foudo. 
Difendi qneste genti^ che. sou. qiielte 
Che*l tuo sepulcro hanno purgato e mom! 
Da briiUi caai, e la lua .santa. Chiesa 
Con li vicari suoi spesso difesa. 
72. 

So che i liieriti nostri >aUi non sono 
A satisfare al debilo d^uu^oucia; 
Ne devemo sperar da te perdoiio[ 
Se riguardiamo a uoiiira vita sGOttcia : 
Ma se vi siggiugiii di tua giazia il doi o. 
Nostra ragioa. fia ragguagliata e coucid : 
Ne del tuo aiato dfsperar podsiaino, 
Qualor di tua pietaei ricordiamo. 
73. 

Cos! dicea 1' imperator devoto^ 
CoJi umiltade e contriw>u di core. 
Giunse ahri prieghi, conveuevol voto 
Al graa bisogoo e all* alio suo spleiidore. 
Non fu'il Cdlda pregfir d*effolto v^to; 
PeroccheM Geuio suo, TAogel niigliore, 
I prieghi lolse e. spiego al ciel le penne^ 
Ed a narrare al Salvator li veooe. 
74. 

E fdro altri infiniti io quello istaute 
Da tall messugger portati a Dio} 
Che, come gU ascoltur rauun« saute, 
Dipiute di pielade il vi^a pio, 
Tutte .mirai'o il. sempiteruo^ Amante; 
£ gli niosiraro il comun lor disio^ 
Che la giusta orazion fosse esauditu 
Del popolo cristiiia che chicdca aila. 



3i6 L' ORLANDO FUMOSQ 
7». 
E h BoDta inefFabile, ch'iovano 
Non fa pregata mai da co^ fedele, 
{leva gli occhi pietosi^ e fa con mauo 
Cenno che venga a se P angel Micbelc. 
Ta', gli disse all'esercito cristiano 
Qhe dianzi in Piccardia cal6 le vele, 
E al tnuro di Parigi Pappresenta 
$i che'l cainpo nin^ico nou la senta. 

Xroya prima il Silenzio^ e da mia parte 
Gli di'cbe teco a qaesta impresa venga; 
Gh'egli ben provveder con oUima arte 
Sapra di quanto provveder con venga. 
Fornito questo, subito vaMn parte 
Dove il suo seggio la Discordia tenga: 
Dille che I'esca e il fucil seco prcndu, 
£ nel canopQ de'Mori il fiioco accendu: 

E tra quei cbe vi son detti piu forti, 
Sparga tante zizasanie e tante liti^ 
Che combaltano insieme; ed altri moHi, 
Altri ne sieno prest^ altri feriti, 
E faor del campo altri lo sdej;no porli, 
Si cbe il lor re poco di lor a'aiti. 
Non replica a tal detto altra parola 
II benedetto Augel, ma dal ciel vola. 
78. 

Dovunque drizza Michel angel I'ale, 
Fuggon le nubi^ e torna il ciel sereno. 
Gli gira intorno un aureo cercbio, quale 
Yeggiam di notte lampeggiar baleno. 
Seco pensa tra via, dove si cale 
II celeste corrier per fallir meno 
A trovar quel nimico di parole. 
A cui la prima commission far vuole. 



GANTO DECIMOQUARTO 817 
79. 
yiea scorrendo ov^egli abiti, ov'egli usi; 
E si acordaro in fin tutti i pensieri, 
Ghe di frati e di monacbi rinchiusi 
Lo pu6 trovare in chiese e in monasleri, 
Dove sono i parlari in modo csclusi, 
Che'l Silenzio oye cantauo i salteri^ 
Ove dorniono, ove hanno la pietanza, 
£ finalmente e scritto in ogni stanza. 

Credence quivi ritrovarlo, mpssc 
Con maggior fretta le dorate penne, 
E di veder ch^ancor Pace vi fosse, 
Quiete e Carita^ sictiro tenne. 
Ma dalla opinion sua ritrovosse 
Tosto ingannato che nel chioslro venne: 
Non e Silenzio quivi: e gli fu dilto 
Che non v^abita piii, fuorche in iscriUo. 
81. 

Ne Piela, ne Quiete, ne Umiltade, 
Ne quivi Amor, nh quivi Pace mira. 
Een vi fur gia, ma nell'antiqua etade; 
Che le cacciar Gola, Avarizia ed Ira, 
Superbia, Invidia, Inenda e Crudeltade. 
Di taiita novita P Angel si ammira: 
Aodo guardando quella brutta schiera, 
^ vide ch'anco la Discordia v'era. 
82. 

Quella che gli avea detto il Padre Etcroo, 
Dopo il Silenzio, che trovar dovesse. 
Pensato avea di far la via d^Averno, 
Che si credea che traMannati stesse; 
E ritrovolla in questo nuovo inferno 
(Ch'il crederia?) tra santi uffici e messe* 
Par di strano a Michel ch'ella vi sia , 
Che per trovar credea di far gran via. 



3i8 L* ORLANDO FURIOSO 
85. 
Iia coDobbe al restir di color cenlo, 
Fatto a liste inequali ed infinite, 
Ch'orlacoprono^orno; che i passi eU vento 
La glano aprendo, ch^ erano sdnicite. 
I crini avea qaal d' ofo e qaal d^ argento^ 
E neri e bigi; e aver pareano lite: 
AUri in treccta, altri in nastro eran raocolti, 
Moiti alie spalle, alcuni al petto aciolti. 

Di citatorie piene e di libelli, 
D'esamine e di carte di procure 
Avea le mani e il seno^ e gran fastelli 
Di chiose, di consigli e di let lure; 
Per cui le faculta de'povei*elli 
Non 8ono mai nelle citta sicure. 
Avea dietro e dinanzi e d^ ambi i lati, 
Notai, procuralori ed avvocali. 
83. 

La chiania a se Michele, e le comanda' 
Che tra i piu forti Saracini scenda, 
E cagion trovi, che con memoranda 
Buina insieme a giierregglar gli accenda. 
Poi del Silenzio nuova le domanda: 
Facilmente esser pu6 ch^essa n^intenda. 
Si come quella che accendendo fochi, 
Di qfia c di la, va per diversi loclii. 
86. 

Riapose la Discordia: lo non ho mente 
In alctitl loco averlo mai veduto: 
Udito IMio ben nomiiiar sOvente, 
£ molto comniendarlo per astuto. 
Ma la Fraude, una qui di nostra gente, 
Che compagnfa talvolta gli ha tenuto, 
Penso che dir te ne sapfa novella : 
E verso una alzo il ditO; e disse: E qiulla, 



CANTO DECIMOQUARTO Sig 
87. 

Area piacevol viso, abito onesto^ 

Uo amil yolger d'occhi, un andar graT6| 
tin parlar si beDigoo e si modesto^ 
Che parea Gabriel che dicesse: Ave. 
Era bratta e defonne in tutto il resto; 
Ma Dascondea qaeste fattezze prave 
Con luQgo abito e largo; e sotto qoello^ 
Alto$»icato area sempre il coltello. 
88. 

Domanda a costei 1^ Angelo che via 
Debba tener si cbe '1 Silenzio trove. 
Disse la Fraude: Gia costui solia 
Fra yirtudi abitare e non altrove, 
Con Benedetto^ e con quelli d'Elia 
Nelle badfe quando erano ancpr naoves 
Fe'nelle scaole assai della sua vita 
Al tempo di Pitagora e d'Archita, 
89. 

Mancali quei filosofi e quei sanU 

Che lo solean tener pel cammin ritto^ 
Dagli onesti costumi che avea innanti^ 
Fece alle scelleraggini tragitto. 
Comincio andar la nolle con gli amanti^ 
Indi con ladri^ e fare ogni delitlo, 
Molto col tradlmento egli dinoorat 
Yeduto r ho coq rOmicidio flticqra. 
90. 

Con quei che falsan le inopete ha iisan^a 
Di ripararsi in qualche bu£a acurat 
Cosi spesso CQmpagni muta e stanza, 
Cbe M ritrovarlo ti saria veniura* 
Ma pur ho d^nsegnartelo speranza^ 
Se d^arrivare a mea^za notte hai car^ 
Alia casa del Sonno: senza fallo 
Polrai ( che quivi dorme ) ritrovallp, 



3oo L'ORLANDO FDRIOSO 
91. 
Beoche soglia la Fraude esser bagiarda, 
Pur e tanto il suo dir simile al vero, 
Che V Angelo le crede j iodi noa tarda 
A Yolarsene fuor del monastero. 
Tcmpra il batter dell'ale^ e studia e guarda 
Giabgere in tempo al fin del suo sentiero^ 
Ch'alla casa del Sonno, che ben dove 
Era sapea questo Sileii2i6 trove. 

Glace in Arabia una Valletta amena, 
Lontana da cittadi e da villaggi^ 
Gh' all' ombra di duo monti e tutta pieoia 
D^ antiqui abeti e di robusti iaggi ; 
II sole indarno il chiaro di vi meoa, 
Che non vi puo mat penetrar coi raggi; 
Si gll e la via da folti rami tronca ; 
£ quivi enlra sotterra una spelonca. 
93. 

Sotto la negra selva una capace 
E spaziosa grotta entra nel sasso, 
Di cui la fronte redera seguace 
Tutta aggirando va con storto passo. 
In qnesto albergo il grave Sonno giace : 
L'Ozio da un canto corpulento e grasso; 
DalPaltro'la Pigrizia in terra siede^ 
Che non pu6 andare e mal reggesi in piedc. 
94. 

Lo smemorato ObbUo sta su la porta; 
Non lascia entrar ne riconosce alcuno ; 
Non ascolta imbasciata, ne riporta ; 
E parimente tien cacciato ognuno* 
n Silenzio va intorno, e fa la scorta: 
Ha le scarpe di feltro cU mantel bruno; 
Ed a quanti n^ incontra di lontano, 
Che non debban tenir cenna con mano. 



CANTO DEClMOQUARtO Sii 
9». 
Se gli accosta alPorccchio^ e piaDameute 
L' Angel gli dice: Dio vuol che tu guidi 
A Parigi Riaaldo coq la geote 
Che per dar^ meoa^ al suo signor sussidi ; 
Ma che lo facci tanto chetamente^ 
Gh* alcan de'Saracin non oda i gridt; 
Si che piu tosto che ritrovi il calle 
La Fama d'avvisair^ gli abbia alle spalle* 
96. 
AUrimente il Sileotio noD rispose 

Che col Capo, accennando che faria^ • 
& dietro ahbidiente se gli pose, 
E fikro al primo volo in Piccardia. 
Michel mosse le sqoadre coraggiose, 
E feMor breve im graa tratlo di via, 
Si che io ua di a Parigi le condusse^ 
Ne alcuQ s'avvide che miracol fusse^ 
97. 
Discorreya il Sil^nzio ; e tutta volta, 
E diaanu alle squadre e d'ogn^inlorno 
Facea girare un'alta hebbia in volta, 
Ed avea chiaro ogn'altra parte il giorno; 
£ noQ lasciava questa nebbia folta 
Che 8^ odisae di foor tromba ne corno : 
Poi n'and6 tra'Pagani, e men6 seco 
Uq non so che, ch'ognuc fe^sordo e pieco» 
98. 
Mentre Riaaldo in tal fretta venia, 
Che ben parea dall'Angelo condotto, 
E con silenzio tal che non s^udia 
Nel canipp saracin farsene motto; 
II re Agramante avea la fanteria 
Messo ne' borghi di Parigi, e solto 
Le minacciate mura in su la fossa, 
Per far quel di Testremo di sua possa. 
Or. Vol II. 41 



321 L' ORLANDO PURIOSO 
99. 

Chi pao cooitar Pesercito che mossd 

Questo di contra Carlo ha'l re Agramante^ 
CoQtera ancora in su Pombroso dosso 
Del silvoso Appennia tutte le piante; 
Dira quante onde, quaado h il mar piii grosso^ 
Bagoaao i piedi al mauritano Atlante; 
£ per quaati occhi il ciel le fardve opre 
Degli amatori a mezza notte scaopre* 
100. 

Le campane si aeatono a martello 
Di speasi colpi e spaveatoai tocche ; 
Si vede molto^ in questo tempio e io qaello^ 
Alzar di maao e dimenar di bocche. 
Se '1 tesoro paresse a Dio si bello 
Come alle nostre openioni sciocche, 
Questo era il di cbe '1 santo concistoro 
Fatto avria ia terra ogoi sua statua d^oro. 
101. 

S'odoQ rammaricare i vecchi giusti, 
Cbe s'erano serbati in quelli affiinni, 
£ uominar felici i sacri busti 
Composti in terra gik molti e molfanni. 
Ma gli animosi gioveni robusti 
Che miran poco i lor propinqni danni^ 
Sprezzando le ragion de'piii maturi, 
pi qua di la yanno correndo a^mari« 

108. 

Quivi erano baroni e paladini, 

Re^ duci, cavalier, marchesi e conti, 

Soldati forestieri e cittadini, 

Per Cristo e pel suo onore a morir proiitij 

Che per uscire addosso ai Saracini 

Pregan Pimperator ch'abbassi i ponti. 

Gode egli di veder Panimo audace, 

Ma di lasciarlt uscir non li eompiace. 



CANTO DECIMOQUARTO 323 
105. 
£ li dispone iu opportuni lochi 
Per impedire ai Barbari la via« 
La si coQteota die ne vadaii pochi; 
Qiia noQ basta una grossa compagiiia. 
Alcuni ban cara maueggiare i fuochiy 
Le macchine a}tri, ave bisogoo sia. 
Carlo di qua di la non sta mai feroio; 
Ya socqorr(?n^do, e fa per tutto scheriiio. 

Siede Parigi in. una gran pianura 

Nell' ombilico a Francia, anzi nel core: 
Gli passa la liviera entro le mure, 
£ corre^ ed esce in altra parte fuore; 
Ma fa up^isola prinia^ e v'assicura 
Delk. citta una parte, e la migliore : 
L^altre due (ch'in tre parti e la gran terra) 
Di fttor la fossa, e dentro il fiutne serra- 
MS. 

Alia citta, ohe molte miglia gira, 
Da molte parti si puo dar battaglia : 
Ma perche sol da an canto assalir mira, 
Ne volentier V esercita sbaraglia, 
Oltre il fiume Agramante si ritira 
yerso ponente, acci6 che quindi assaglia: 
Pierocche ne cittade ne campagna 
Ha dietro, se non sua, fin alia Spagna. 
106. 

Dovunque iotorno il gran muro circonda, 
Gran munizioni avea gia Carlo fatte: 
Fortificando d'argine ognl sponda, 
Con scannafossi dentro e casematte : 
Onde entra taella terra, onde esce Ponda, 
Grossissime cateue aveva Iralte; 
Ma fece, piu ch'altrove, provvedcre 
La dove avea piu causa di temere. 



3^ L' ORLANDO FURIOSO 
107. 

Con occhi d^Argo il figlio di Pipino 
Previde ove assalir dovea Agramante; 
E DOQ fece disegoo il Saracino, 
A cui noQ fosse riparato innante. 
CoQ Ferrau, Isoliero, Serpentino, 
GrandoDiQ, Falsirone e Baluganto^ 
K COD cio che di Spagna ayea meDato, 
Resto Marsilio alia campagna armato. 
108. 

Sobrin gli era a man manca in ripa a Senna^ 
Con Pulian, con Dardinel d' Almonte, 
Col re d^Orao, ch^esaer gigante accenna, 
Lungo sei braccia dai piedi alia fronte. 
Deb perche a muover men son io la penna 
Che quelle genii a muover Parme pronle? 
CUe M re di Sarza, pien d'ira e di sdegno, 
Grida e bestemmia^ e non pu6 star piu a segno^ 
109, 

Couie assalire o vast pastoral!, 
O le dolci reliquie de' convivi 
Soglion con raoco suon di stridule ali 
Le impronte mosche a'caldi giorni estivi; 
Come gli storni a^ rosseggianti pali 
Yanno di mature uve; cosi quivi, 
Empiendo il ciel di grida e di rnmori, 
Yeniano a dare il Gero assalto i Mori, 

110. 

L^^sercito cristian sopra le mura 
Con lance, spade e scure e pietre e fuoco 
Difende la citta senza paura, 
E il barbarico orgoglio estima poco ; 
E dove Morte uno ed un altro fura^ 
Non e chi per villa ricusi il loco. 
Toman i Saracin giu nelle fosse, 
A furia di feritc e di percosse. 



CANTO DECIMOQUARTO 3a5 
III. 

Nod ferro solamente vi s'adopra, 

Ma grossi massi, e merli integri e saldi, 
E muri dispiccati con molt'opra^ 
Tutti di torri, e gran pezzi di spaldi. 
L* acque bollenti che yengou di sopra, 
Portano a' Mori insopportabil caldi. 
E male a questa pioggia si resiste, 
Ch' entra per git elmi, e fa acciecar le vistc. 
112. 

£ questa piu nocea cbe '1 ferro qnasi: 
Or che de^far la nebbia di calcine? 
Or clie doveano far gli ardenti vasi 
Con olio e zolfo e peci e trementine? 
I cercbi in munizion non son rimasi^ 
Che d' ogn' intorno banno di fiamma il crine ; 
Questi, scagliati per diverse bande, 
Mettono a'Saraoiui aspre ghirlande. 
115. 

lutanto il re di Sarza avea caccialo 
Sotto le mura la schiera scconda, 
Da fiuraldo, da Ormida accompagnalo. 
Quel Garamantc e questo di Marinonda: 
Clarindo e Soridan gli sono a lato; 
Ne par che^l re di Setta si nasconda : 
Segue il re di Marocco e quel di Cosca, 
Ciascun perche il valor suo si conosca- 
114. 

Nella bandiera, ch' e tuUa vermiglia, 
Rodomonte di Sarza il leon spiega, 
Che la feroce bocca ad una briglia, 
Che gli pon la sua donna, aprir non tiicga. 
AI leon se medesimo assimiglia ; 
E per la donna che lo frena e lega, 
La bella Doralice ha figurata^ 
Figlia di Stordilau re di Granafa. 



3a6 L'ORLANDO FURIQSQ 

115. 

Quella cbe tolto avea come io ndrrava^ 
Re Maodricardo ( e dissi dove e a cui ) 
Era costei che Rodomonte amava 
Piu che^l suo regoo e piii che gli occhi sui; 
E cortesia e valor per lei mostrava, 
Noa gia sapeodo ch'era in forza altrui:. 
Se saputo I'avesse^ allora allora 
Falto avria quel che fe^quel giorno aaeora. 
lift. 

Sono appoggiate a ua tempo mUle scale 
Che Qoa han meu di dua per ogni grado. 
Spioge ii seoondo quel ch^ionaozi sale; 
CheM terzo lui montar fa suo malgrado. 
Chi per virtii^ chi per paura vale : 
Convien ch^ ognua per forza entri nel guado ; 
Che qualuuque s^ adagia, il re d'Algiere^ 
Rodomonte crudele^ uccide o fere. 
117. 

Ognua dunqne si sforza di salire 

Tra il fuoco e le ruine in su le mura* 
Ma tulti gli altri guardano se aprire 
Veggiano passo ave sia poca cura: 
Sol Rodomonte sprezza di venire 
Se non dove la via meno e sicura : 
Dove nel caso disperato e rio 
Gli altri fan voti, egli bestemmia Dio« 

118. 

Armato era d^ un forte e duro usbergo, 
Che fu di drago una scagliosa pelle : 
Di questo gia si cinse il petto e'l tergo 
Quello avol suo ch^edifica Rabelle, 
E si penso cacciar delPaureo albergo, 
E torre a Dio il governo delle stelie; 
L'elmo e Io scudo fece far perfetto, 
E il brando insieme: e solo a questo effclio. 



CANTO DECIMOQUARTO Sa; 
419. 
tlodomonte, non gia men di Nembrotte 
Indomito^ superbo e faribondo, 
Che d'ire al ciel non tarderebbe a tiotte 
Quando la atrada si trovasse al mondo, 
Quivi Don sta a mirar s'intere o roUe 
Sieno le mura, o s'abbia Pacqaa fondo: 
Passa la fosaa, anzi la corre, e vola, 
Neli'acqaa e nel pantan fin alia gala. 

ISO. 

Di fango bnitto e moUe d^acqna, vantie 

Tra il foco e i sassi e gli archi e le balestre^ 

Come andar sool tra le pahistri canne 

Delia nostra Mallea^ porco silveatre, 

Che col petto, col grifo e con le zanne 

Fa, dovanqne si volge, ample finestre* 

Con lo scudo alto ii Saracin siciiro 

!Ne vien spreszaado il ciel, non cbe quel muro. 

lai. 

I^n si tosto al^asciutro e Rodomodf^, 
Che giunto si sent! sa le bertesche, 
Cbe dentro alia muraglia facean ponte 
Capace e largo alle sqaadre francesche. 
Or si vede spezzar piii d' una fronte, 
Far chieriche maggior delle fratescbe, 
Braccia e capi volare, e nella fossa 
Cader da' mart una fiamana rossa. 

Getta il pagan lo scudo, e a duo man prende 
La crudel spada, e giunge il duca Aroolfo. 
Costui venia di la dove disCende 
L'acqua del Reno nel salato golfo. 
Quel miser contra lui non si difende 
Meglio che faccia contra il fuoco il zolfot 
E cade in terra, e da 1' ultimo crollo. 
* Dal capo fesso un palmo solto il colic. 



3a8 L* ORLANDO FURlOSO 
125. 

Uccise di rovescio in una volta 

Anselmo, Oldrado^ Spineloccio e Prando] 
II laogo stretto e la gran turba folta 
Fece girar si pienamente il brando. 
Fu la prima metade a Fiaodra tolta^ 
L'altra scemata al popolo normando. 
DIvise appresso dalla fronte al petto, 
Et indi al ventre, il maganzese Orghetto^ 

124. 

Getta da^merli Andropono e Moschino 
Giu nella fossa: il primo e sacerdote; 
Non adora il secondo sdtro cheH vino, 
E le bigonce a un sorso n^ ha gtli ?uote« 
Come veneno e sangae viperino 
L'acqua fuggfa quanto fuggir si pnote: 
Or quivi muore; e qael che piii Pannoia 
E U sentir che uell' acqua se ne maoia^ 

12». 
Tagli6 in due parti il provenasal Luigi, 
£ passo il petto al tolosano Arnaldo« 
Di Torse Oberto^ Claudio, Ugo e Dionigi 
Manddr lo spirito fuor col sangue caldo; 
E presso a qaesti, quattro da Farigi, 
Gualtiero, Satallone, Odo et Ambaldo, 
Ed altri molti; ed io non saprei come 
Di tutti nominar la patria e il nome. 
126. 

La turba dietro a Rodomonte presta 

Le scale appoggia e monta in piu d*un loco^ 
Quivi non fanno i Parigin piii lesta, 
Che la prima difesa lor val poco. 
San ben ch^agli nemici assai piii resta 
Dentro da fare, e non Pavran da gioco; 
Perche tra il muro e I'argine secondo 
Discende il fosso orribile e profondo. 



CANTO DECIMOQUARtO Sag 
127. 

Oltra che i nostri facciano difesa 
Dal basso all' alto, e mostrino valore, 
Naoya gcnte succede alia coutesa 
Sopra Perta pendice iilterIol^6> 
Che fa COD lance e coq saette offesa 
Alia gran moltitadine di fuore^ 
Che credo ben obe sar/a rtaU meno, 
Se non v'era il figliuol del re UUeno. 
198. 

&gli quest! conforta e quei riprende^ 
E lor mal grado innanzi se gli caccia: 
Ad alti*i il peUo^ ad altri il capo feude, 
Che per faggir veggia voltar la faccia. 
Molti ne spinge ed urta; alcani prende 
Pel capelli, pel collo e per le braccia: 
£ sozzopra laggiu tanli ne getta^ 
Che quella fossa a capir tutti e sfretta. 

129. 

Meotre lo stuol de'Barbari si cala, 
Anzi trabocca al periglioso fondo, 
Et indi cerca per diversa scala 
Di salir sopra Pargiae secondo, 
U re di Sarza (come avesse un'ala 
Per ciascun de'suoi membri) levo il pondo 
Di si gran corpo e con taot'arme iodosso, 
E notto si lanci6 di la dal fosso# 
ISO. 

Poco era men di trenta piedi, o tanto; 
Ed egli il passb destro come un vellro, 
E fece nel cader strepito, quanto 
Avesse avuto sotto i piedi il feltro: 
Ed a qttesto ed a quello affrappa il manto, 
Gome sien I'arme di tenero peltro, 
£ non di ferro, aozi piir sien di scorza; 
Tal la sua spada, e tanta e la sua forza. 
Oa. Vol. 11. 42 



33o 1/ ORLANDO FURIOSO 
151. 
In queslo tempo i noslri, da chi tese 
L'lQsidie son nella cava profooda, 
Che T^han scope e fascine in copia stese^ 
Intorno a^quai di molta pece abbonda, 
N^ pero alcana si vede palese, 
Benche n'e piena I'tina e Pallra sponda 
Dal fondo cnpo insino all'orlo quasi; 
£ senza fin v'hanno appiattati vasi, 
ISS. 

Qual con salnitro, qnal con olio, qaale 
Con zolfoi qual con altra simil esca : 
I uostri in questo tempo, percbi male 
Ai Saracini il (bile ardir rSesca, 
Ch'eran nel fosso, e per diverse scale 
Credean montar suP ultima bertesca, 
Udite il segno da opportuni lochi, 
Di qua e di la fenoo avvampare i focbi. 
133. 

Torn6 la flamma sparsa tutta in una, 

Che tra una ripa e P altra ha '1 tutto pieno: 
E tanto ascende in alto, ch'alla luna 
Pu6 d^appresso asciugar I'umido seoo. 
Sopra si volve oscura nebbia e bruna, 
Che '1 sole adombra e spegne ognt sereno. 
Sentesi un scoppio in un perpetno suono, 
Simile a un grande e spaventoso tuono. 
134. 

Aspro concento, orribile armonia 
D'alte querele^ d'ulnli e di strida 
Delia misera gente che perfa 
Nel fondo, per cagion della sua guida, 
Istranamente concordar s'udia 
Col fiero suon della fiamma omicida. 
Non piu, Signer, non piii di questo Canto, 
Ch' io son gia rauco, e vo' posarmi alquanto. 



L ORLANDO FURIOSO 

CANTO PECIHIOQCINTO 

u4RG0MENTL 

AJIAORATO. DOLCIC. 

H« P*rigi ball«g1i« in ogni ptrte MeolK ehfl '1 to Bfariilio e '1 rt Agrxmaute 

D^ll'etercUo xmoxo, e dairUpaao. Danno a Parigi Mpra balt«glia e Uara, 

Da LogistilU Atlolfo li diparie Da Logiaiilla aveoilo un libro avanto 

E prtnde pria Caligoranle idmdo ; Aatolfo parte, ed ha icoru atcurii. 

Indi ad Orril dal baslo il capo pvtf, fira all* rete saa Gitigoraole; 

Con cui Grifooe ed Aqoilante idvano La vita a Orril, tagliando i crini, fwra. 

Cnrobaitoto ban. Poi Santoiietto ttova. Bitrova Sanaoneilo : indi Grifone 

Di MM doona ba Grifim non grata nora. Ha della donna aua noTe non buone. 

A9GUILLAIU. VEHDIZZOTTI. 

^nlre a Parigi 1* nltima mina Da taito H pagao campo d*oga* intorii<i 

Procura il re Marailio • iL re Agramante, tt di Parigi la ciitii aaaalila, 

Solcanda Aatolfo Piodiea marina Parte da Logtstilla Aato'.fo^ e nn corno 

Gittgne ofe prende il fier Galigoraote, Riceve» e un libro di virt^ infiniia. 
Vede poiy mentre appresso ai Nil camniioa, Onde a Caligorante alto fa tcoroo : 

Ch' Orril Grifixi adierniaoe ed AquJlante» Indi il iauto Orril priva di ?ita. 

Astolfo il capo a Orril tronca dal tergo* Poi, San«onetto al fin trovato, to qudla 

ban ppi d« Sanaoneito albergo, Di toa donna ba Grifon triiCa novella. 

J/ u il viQcer sempre mai laudabil eosa, 
YiDcasi o per fortuua o per iogegoo: 
Gli e ver che la Tittoria sanguinosa 
Spessa far suole il capitan men degno ; 
E quella eternamente e gloriosa^ 
£ dei divini' ooori arriva al segoo^ 
Qaaodo, servando i suoi senza alcun danno 
Si fa che grinimici in rotta vanoo. 
2. 

La vostra, Signer mio, fu degna loda 
Quando al Leone in mar fanto feroce, 
Ch'avea occupata I'una e Taltra proda 
Del Po^ da Francolin sin alia foce, 
Faceste Ay ch^ancorche ruggir Poda, 
S'io vedro voi^ non tremero alia voce. 
Come vincer si de' ne dimoslraste ; 
Ch^uccidestc i nemici c noi salvaste. 



33-2 L' ORLANDO FURIOSO 
5, 

Questo 11 pagaD, troppo iq sua danno audace, 
Noa sttppe far; chh i suoi nel fosso spinse^ 
Dove la fiamma subita e vorace 
Mod perdon6 ad alcun, ma tutli estinse. 
A taDti noo saria stato capace 
Tulto il gran fosso, ma il foco restrinse^ 
Bestrinse i oorpi, e in polve li ridusse, 
Accio oh'abile a tutti il Iqogo fusse, 
4. 

Undici mila ed oUo sopra venti 
Si ritrovdr nell'affocata buca, 
Che v'erano discesi mal coDtenti} 
Ma cosi voile il poco saggio duca. 
Quivi fra tanto lume or sooo spenti, 
E la vorace fiamma li maniica; 
E Rodomonte, causa del mal loro, 
Se ne va esente da tanto martoraj 

Che tra^ nemici alia ripa piii interna 
Era passato d' un mirabil salto. 
Se con gli altri scendea nella caverna, 
Questo era ben il fin d'ogni suo assallo^ 
Rivolge gli occhi a quella vallo inferna; 
£ quando vede il fuoco andar tant' alto, 
E di sua gentc il pianto ode e lo strido, 
Bestemmia il ciel con spaventoso grido^ 

e. 

Intanto il re Agramante mosso avea 
Impetiioso assalto ad una porta; 
Ch^^ mentre la crudel battaglia ardea 
Quivi, ove e tanta gente affliUa e morta, 
Quella sprovvista forse esser credea 
Di guardia che bastasse alia sua scorta. 
Seco era it re d'Arzilla Bambirago^ 
E Baliverzo d^ ogni vizio vago; 




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CANTO DECIMOQUINTO 333 
7, 

E Gorineo di Mulga e Prusione, 
U ricco re dell'isole-beate; 
Malabuferso^ chc la regiooe 
Tien di Fizan solto continua estate; 
Altri sigQori, ed altre assai persone 
Esperte nella gaerra e bene annate, 
E molti aocor seoza valore e oudi, 
GheU cor noa s'armerfan con mille scudi. 

a 

TroT6 tutto il conlrario al suo pensiero 
Iq questa parte il re de'Saracini; 
Percbe io persona il capo delPimpero 
T'era^ re Carlo e de'suoi paladini. 
Re Salaroooe ed il danese Uggiero, 
Ed ambo i Guidi ed ambo gli Angeliiii, 
E'l duca di Bavera e Ganeloae, 
E Berlingier e Avolio e Avian e Ottouc. 
9. 

Gente infioita poi di minor coulo, 
Dei Francbi, de'Tedescbi e de' Lombard!, 
Presente il suo signor, ciascuno pronto 
A farsi ripatar fra i piu gagliardi. 
Di qaesto altrove io vo' reudervi conlo ; 
Ch'ad un gran duca e forza ch'io riguardi, 
II qual mi grida, e di lontano accenna, 
E priega ch'io nol lasci nella penna. 
10. 

Gli e tempo chMo ritorni ove lasciai 
L'avventnroso Astolfo d' Inghilterra, 
Che'l lungo esilio avendo in odio orinai, 
Di desiderio ardea delta sua terra ; 
Come gli n'avea data pur assai 
Speme colei cVAlcina viuse in guerra. 
Ella di rimandarvelo avea cura 
Per la via piu cspcdita e piu sicuni. 



334 L'ORLANDO FURIOSO 

11. 

E cosi una galea fu apparecchiata, 
Di che miglior mai noa 8oIc6 marina: 
K perche ha dubbia pur futtafiata 
Ghe non gli turbi 3 suo viaggio Alcina^ 
Yuol Logistilla cbe con forte arraala 
Andronica ne vada e Sofrosina, 
Tanto che nel mar d'Arabi o nel golfa 
De^Persi, giunga a salyamento Astolfo. 
12. 

Piuttosto Tuol che Tolteggianda rada 
Gli Sciti e grindi e i regni nabatei> 
£ tomi poi per cosi lunga strada 
A rilrovare i Persi e gli Eritrei, 
Che per quel boreal pelago vada, 
Ghe turban aempre iniqui venti e rei> 
E n qualche atagion pover^di sole, 
Ghe starne seuza alcuni mesi auole. 
13. 

La fata, poi ehe Tide acconcio il tutto, 
Diede ficenzia al duca di part ire, 
Avendol prima ammaestrato e instrullo 
Di cose assai che f6ra lungo a dire: 
E per achivar che non sia piii ridutto 
Per arte maga, onde non poasa uscire, 
Un bello ed util libro gli avea dato, 
Ghe per suo anK)re ayesse ognora allato. 
14. 

Come Puom riparar debba agFinGaoti 
Mostra il libretto che costei gli diede: 
Dove ne tratta o piu dietro o piu innanti, 
Per rubrica e per indice si vede* 
Un altro don gli fece ancor, che quanti 
Don! fur mai, di gran yantaggio eccede; 
E queslo fu d^orribil suono un corno, 
Cbe fa fuggire ognun che 1' ode intomo. 



CANTO DEGIMOQUINTO 335 
i». 

Dico cheU corno h di si orribil suono, 
Ch'ovunque s'oda^ fa fuggir la gente. 
Non pu6 trovarsi al mondo nn cor si buono 
Che possa nbn fuggir come lo sente* 
Rumor di vento e di tremaoto, e'l tuono> 
A par del suon di qoesto^ era niente. 
Coa molto riferir di grazie, prese 
Dalla fata licenzia il buon loglese. 
16. 

Lasciando il porto e Tonde piu tranquille> 
Coa felice aura ch^alla poppa spira^ 
Sopra le ricche e populose ville 
Deir odorifera India il duca gira^ 
Scoprendo a destra ed a sinistra mille 
Isole sparse ; e tanto va, cbe mira 
La terra di Tommaso, onde il nocchiero 
Piii a tramontana poi volge il sentiero. 
17. 

Quasi radendo I'aurea Chersonesso^ 
La bella armata il gran |[>elago frange: 
E costeggiando i ricchi liti^ spesso 
Yede come nel mar biancheggi il Gauge; 
E Taprobane vede^ e Cori appresso; 
E vede il mar che fra i duo liti s^ange. 
Dopo gran via furo a Cochino, e quindi 
Usciro fuor dei termini degPIndi. 
18. 

Scorrendo il duca il mar con si fedele 
E si sicura scorta^ intender vuole, 
E ne domanda Andronica, se de-le 
Parti c'han nome dal cader del sole^ 
Mai legno alcun cbe vada a remi e a vele, 
Nel mare orientale apparir suole; 
E s'andar pu6 senza toccar mai terra, 
Chi d' India scioglia, in Francia o in Inghilterra. 



336 L^ ORLANDO FUMOSO 
19. 

Ta di^i sapere (Androuica risponide) 

Che d'ogn^iDtorao il mar la terra abbraccia^ 
E Tin Tuna nell'altra tuUe Tonde, 
Sia dove bolle o dove il mar s^aggiaccia* 
Ma percbe qui davaote si dttfonde, 
E sotto il mezzodi molto si cacda 
La terra d'Etiopia, alcaao ba detto 
Ch'a Nettuno ir piii ioQanzi ivi e loterdelto^ 
80. 

Per qtiesto dal nostro itidico Levante 
Nave Don e che per Europa scioglia; 
Ni si muove d*Earopa navigant^ 
Gh' in queste nostre parti arrivar voglia. 
II ritrovarsi questa terra avante, 
E questi e quelli al ritornare invoglia ; 
Che credoDO, veggendola si luoga, 
Cbe COD Taltro emisperio si congianga^ 
HI. 

Ma volgendosi gli aoDi, io veggio uscire 
DalPesireme cootrade di Ponente 
Nuovi Argonauti e nuovi Ti6^ e aprire 
La strada ignota infia al di presente: 
Altri volteggiar P Africa^ e segutre 
Tanto la costa della negra gente, 
Cbe passino quel segno onde ritorno 
Fa il sole a noi, lasciando il Gapricomo; 
22. 

E ritrovar del lungo tratto il fine, 
Ghe questo fa parer dui mar divers! ; 
E scorrer tutti i liti e le vicine 
Isole d^Indi^ d'Arabi e di Persr: 
Altrl lasciar le destre e le mancine 
Rive, cbe due per opra erciilea fersi; 
E del sole imitaiido il cammin toado, 
Ritrovar nuove terrc e nuovo mondo. 



CANTO DEGIMOQUINTO 337 

23. 

Veggio la saata Croce, e veggio i segni 
Imperial nel verde lito eretti: 
Veggio altri a guardia dei battati legni^ 
Altri airacquisto del paesfe eletti; 
Yeggio da dieci cacciar mille^ e i regni 
Di la dair India ad Aragon suggetti; 
E veggio i capitan di Carlo Quinto^ 
Dovunqoe vanao, aver per tutto yioto. 
S4. 

Dio vaol ch'aacosa antiqaamente quesla 
Strada sia atata, e ancor graa tempo stia: 
N^ che prima si aappia, che la sesta 
E la setUma etJi passata aia: 
B serba a farla al tempo manifeata^ 
Che yorr& porre il mondo a mooarchfa 
Sotto il piii saggio imp^atore e giusto^ 
Che sia atato o sari mai dopo Augasto. 
2». 

Del sangue d' Austria e d' Aragon io veggio 
Nasoer anl Reno alia sinistra riva 
Un poncipe^ al valor del qoal pareggio 
Nessun valor di cui si parli o scriva. 
Astrea veggio per lai riposta in seggio, 
Anzi di moria ritomata viva; 
E le virt& che caccib il mohdo, quando 
Lei cacci6 ancora^qscir per lui di bando. 

Per qaesti merti la Baaih aoprema 
Non solamente di qiiel grande impero 
Ha disegnato ch^abbia diadema^ 
Ch'ebbe Aagosto, Traian, Marco e Severo, 
Ma d'ogni terra e qtonci e qnindi eritrema^ 
•Che mai nh al sol ne all' anno apre 11 sentiero: 
E vaol che sotto a questo imperatore 
Solo un ovile sia, solo im pastore* 
6m. Vol. II 43 



338 L' ORLANDO FURIOSO 

E perch' abbian piu facile successo 
Gli ordioi in cielo eternameDte scritti, 
Gli pon la somma Provvidenza appresso 
In mare e in terra capitani inyitti. 
Yeggio Ernando Cortese, il qaale ha measo 
Naove citta sotto i cesarei editti, 
E regoi in Oriente si remoti, 
Ch* a Doi, che siamo in India^ non son noti. 
28. 

Yeggio Prosper Golonna, e di Pescara 
Yeggio un marchese, e yeggio dopo loro 
Un giovene del Yasto, che fan cara 
Parer la bella ItaUa ai Gigli d'oro: 
Yeggio ch'entrare innanzi si prepara 
Quel terzo agli altri a gaadagnar I'alloro; 
Come boon corridor ch' ultimo lassa 
Le mosse, e giunge^ e innanzi a tutti passa. 
28. 

Yeggio tanto il valor^ veggio la fede 

Tanta d' Alfonso (che'l suo nome h qnesto), 
Ch'in cosi acerba et^, che non eccede 
Dopo il vigesimo anno ancora il sesto, 
L'imperator I'esercito gli crede, 
II qual salvando, salvar non che'l teste, 
Ma farsi tutto il mondo nbbidiente 
Con questo capitan sark possente. 
30. 

Come con questi, ovanque andar per terra 
Si possa^ accrescerj^ Pimperio antico; 
Cosi per tutto il mar ch'in mezzo serra 
Di Ik I'Europa e di qua I'Afro aprico, 
Sara vittorioso in ogni gnerra^ 
Poi ch* Andrea Doria s'avra fatto amico. 
Questo e quel Doria che fa dai pirati 
Sicuro il Tostro mar per tutti i lati. 



CANTO DECMOQUINTO 339 
51. 

Nou fa Pompeio a par dt costiii degno, 
Sebben vinse e cacci6 tutti i corsari: 
Per6 che quelli al piii possente regno 
Che fosse mai, non poteano esser pari: 
Ma qaesto Doria sol col proprio ingegao 
E proprie forze purghera qaei mari : 
Si che da Calpe al Nilo^ ovunqae s^oda 
II nome suo, tremar veggio ogni proda. 
52. 

Sotfo la fede entrar, sotto la scorta 
Di qaesto capitan di chMo ti parlo, 
Yeggio in Italia, ove da lai la porta 
Gli saxk aperta, alia corona Carlo. 
Yeggio che M premio che di ci6 riporta, 
Non tien per shy ma fa alia patria darlo: 
Con prieghi ottien ch'in libertk la metta, 
Dove altri a se Tavrfa forse suggetta. 
55. 

Qaesta pieti ch'egli alia patria mostra, 
E degna di piu onor d'ogni battaglia 
Ch'in Francia o in Spagna o nella terra vostra 
Yincesse Gialio^ o in Africa o in Tessaglia. 
Ne il grande Ottayio^ ne chi seco giostra 
Di par, Antonio, in piu onoranza saglia 
Pei gesti snoi; ch'ogni lor lande ammorza 
L'avere usato alia lor patria forza. 
54. 

Qaesti ed ogn'altro che la patria tenta 
Di libera far serya, si arrossiscaj 
Ne dove il nome d^ Andrea Doria senta, 
Di levar gli occhi in viso d'aomo ardisca. 
Yeggio Carlo che'l premio gli augumenta; 
Cb'oltre quel ch'in comun vuol che fruisca, 
Gli da la ricca terra ch'ai Normandi 
Sara principio a farli in Puglia grandi. 



34a L' ORLANDO FURIOSO 
43. 

Th non andrai piii che sei miglia innante, 
Che troverai la sangainosa stanza 
Dove s^alberga ud orribil gigante 
Ghe d'otto piedi ogoi statura avanza. 
Non abbia cavalier ne viandante 
Di partirsi da lui vivo^ speranza; 
Gh'altri il cradel ne scanna, altri ne scooia; 
Molti ne squarta^ e vivo alcan ne 'ngoia. 

Piacer, fra tanta cradelta, si prende 

D'una rete ch'egli ha, molto ben fatta; 
Poco lontana al tetto sno la tende, 
E nella trita polve in modo appiatta, 
Ghe chi prima nol sa^ non la comprende; 
Tanto h sottil, tanto egli ben Tadatta; 
E con tai gridi i peregrin minaccia, 
Ghe spaventati dentro ve li caccia. 
4». 

E con gran risa, avviluppati in qaella 
Se li strascina sotto il suo coperto; 
Ne cavalier riguarda ne donzella, 
O sia di grande o sia di picciol merto; 
E mangiata la carne, e le cervella 
Succhiate e'l sangue, da Fossa al deserto; 
E dell'umane pelli intorno intorno 
Fa il suo palazzo orribilmente adorno. 
46. 

Prendi questMtra via, preudila, figlio, 
Ghe fin al mar ti fia tutta sicura. 
lo ti ringrazio, padre, del consiglio, 
Rispose il cavalier seoza paura ; 
Ma non istimo per I'onor periglio, 
Di che assai piii che della vita ho cura. 
Per far chMo passi, invan tu parli meco; 
Anzi vo al dritto a ritrovar lo speco. 



CANTO DECIMOQUIPITO 343 
47. 

Fuggendo, posso con disnor salvanni; 

Ma tal salute ho piu che morte a schivo. 

SMo vi vOy al peggio che potr^ incontrarmi, 

Fra molti rester6 di vita privo; 

Ma qoando Dio cos) mi drizzi rarmi^ 

Ghe coloi morto^ ed io rimanga vivo^ 

Sicura a mille renderb la via; 

Si che I'util maggior che^l danno fia. 
48. 
Metto all'incoatro la morte d'un solo 

Alia salute di gente infioita. 

Yattene in pace, rispose, figlinolo, 

Dio mandi in difension della tua vita 

L'arcangelo Michel dal sommo polo: 

E benedillo il semplice eremita. 

Astolfo lungo il Nil tenne la strada, 

Sperando piu nel suon che nella spada. 
49. 
Giace fra Palto fiume e la palude 

Picciol sentier nell' arenosa riva : 

La solitaria casa lo richiude, 

D'umanitade e di commercio priva. 

Son fisse intorno teste e membra nude 

DellMnfelice gente che v'arriva. 

Non v^e finestra, non v'i merlo alcuno, 

Onde penderne almen non si veggia uno. 

SO. 
Qual nelle alpine ville o ne'castelli 
Suol cacciator che gran perigli ha scorsi, 
Su le porte attaccar Firsute pelli, 
L'orride zampe e i gross! capi d'orsi: 
Tal dimostrava il fier gigante quelli 
Ghe di maggior virtu gli erano occorsi. 
D'altri infiniti sparse appaion Fossa; . 
Ed e di sangue uman plena ogni fossa* 



344 L'ORLANDO FDRIOSO 

81. 

Stassi Caligorante in mi b porta; 
Chh cos) ki nome il disp^tato oaoatro 
Gk'orna la sua magion di gente morla 
Gome alcan saol di panni d'oro o d'ostro. 
Gostui per gaa£o a peiia si oomporta, 
Gome il daea lotttaa se gli h dimoetro; 
Ch^eran dao meai, e il teno ne venia 
Ghe noD fu cavalier per queOa via. 

tfS. 

y^r la palude^ ch'era scura e folta 
Di verdi canoe, in gran fretta. ne viene; 
Ghe disegnato avea conrere in volta, 
E uscire al pala^n dietro alle achiene ; 
Ghe neHa r/ete, che tenea aepolta 
Sotto la polve, di cacciarlo ha apene^ 
Gome avea fatto gli altri peregrin! 
Ghe quivi tratto avean lor rei destini. 
M. 

Gome venire il paladin lo vede, 
Ferma il destrier^ non aenza gran sospetto 
Ghe vada in quelli lacci a dar del piede, 
Di che il buon veccliiarel gli avea predetto. 
Quivi il soecorso dd soo como chiede; 
£ quel sonando fa V wato eflfetto : 
Nel cor fere il gigante, che Paacolta, 
Di tal tinier, ch^addietro i pasai volta. 

64. 

Astolfo snona, e ttAtavoltabada; 

Chh gli par aempre che la rete acocchi. 
Fugge il fellon, n^ vede ove ai vada ; 
Ghd, come il core, avea perdoti gli ocdii. 
Tanta e la teina, che non sa far atrada, 
Ghe ndli propri agguati non trabocchi: 
Ya nella rete ; e quella ai disserra, 
Tutto Tannoda, e lo diatende in terra. 



CANTO DECmOQUINTO 34S 

kstcUoy ch' andar giu vede il gran peso, 
G& aiciRO per ae, v' accorre in firetla) 
E con la spada in man, d^ arcion diaceso, 
Ya per ftr di miD'anime Tendetta* 
Poi gli par che, a' nccide im che aia preso^ 
YiUk piii che virtu ne aavk detU ; 
Gh& legate le liraccia, i piedi e collo 
Gli vede dj che non pn6 dare nn aroDo« ^ 

Area la rate gii fatta Yolcano 
Di sottil fil d'aceiar, ma con tal arte, 
Ghe aaria atato ogni fatica invano 
Per iamagUame la pib debol parte: 
Kd era qaella che gii piedi e mano 
Avea legati a Yenere ed a Marte. 
La fe'il geloso, e non ad altro eflFetto, 
Ghe per pigliarli insieme. ambi nel letto. 
57. 

Mercnrio al fabbro poi la rate mvola^ 
Chh Qoride pigliar con essa vnole, 
Gloride bella che per Paria Tola 
Dietro all' Aurora aU^apparir del sole, 
E dal raccolto lembo della atola 
Gigli apargendo ya, rose e Tide. 
Mercurio tanto qneata ninfa attete^ 
Ghe con la rate in aria un A la prase. 
58. 

Dove entra in mare il gran fiome eti^po. 
Par che la Dea presa volando fosse; 
Poi nel tempio d^AnuUde a Gan6po 
La rete molti secoli aerbosse. 
Galigorante, tre mila anni dopo, 
Di Iky dove era sacra, la rimosse t . . 
Se ne port6 la rete il ladrone empio, 

Ed arse la dttade e rQb6 il tempio. 
Oe. Voi. n 44 



\ 



346 L' ORLANDO FURIOSO 
59. 

Qaivi adattoUa in modo in su Parena^ 
Che tatti quei cfa^avean da lai la caccia^ 
Yi davan dentro; ed era tocca appena, 
Che lor legava e coUo e piedi e braccia. 
Di questa levo Astolfo una catena, 
E le man dietro a quel fellon n'allaccia: 
Le braccia e '1 petto in guisa gli ne fascia^ 
Che non pu6 Bciorsi : indi levar lo lascia, 
60. 

Dagli altri nodi avendol sciolto prima; 
Gh' era tomato uman piii che donzella. 
Di trarlo seco^ e di mostrarlo stima 
Per ville, per cittadi e per castella. 
Yuol la rete anco aver, di che ne lima 
Ne martel fece mai cosa piii bella: 
Ne fa somier colui ch'alla catena 
Con poinpa trionfal dietro si mena. 
61. 

L'elmo e lo soudo ancbe a portar gli diede, 
Gome a valletto, e seguit6 il canmiQO^ 
Di gaudio empiendo, ovunque metta il piede, 
Gh'ir possa ormaisicuro il peregrino. 
Astolfo se ne va tanto, che vede 
Gh'ai sepolcri.di Memfi ^ gia viciuo, 
Memfi per le piramidi famoso: 
Yede all' incontro il Gairo populoso. 
6S. 

Tutto il popol correndo si traea 
Per. vedere il gigante smisurato. 
Gome e possibil, 1' un Paltro dicea, 
Ghe quel piccolo il grande abbia legato? 
Astolfo a pena innanzi andar potea, 
Tanto la calca il preme da ogni lato : 
E come cavalier d'alto valore 
Ognun Pammira, e gli fa grande onore. 









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CANTO DECIMOQDINTO 347 

Nod era grande il Cairo cos) allora 
Come 86 ne ragiona a nostra etade: 
Ghd M popolo capir, che vi dimora, 
Nod puoD diciotto mila graD coDtrade; 
E che le case haDoo tre palchi, e ancora 
Ne donnoDO infiDiti in su le strade; 
E che '1 soldsDO v' abita ud castello 
Mirabil di grandezza^ e ricco e bello; 
64. 

E che quiDdici mila suoi vassalli^ 
Che SOD cristiaDi rinnegati tntti^ 
Con mogli, cod famiglie e cod cavalli 
Hn^ soUo UD tetto sol quivi ridntti. 
Astblfo veder vaole ove s' avvalli, 
E qoaDto il Nilo eDtii Dei salsi flutti 
A Dam'iata ; ch' ayea qoivi iDteso, 
QaaluDque passa restar morto o preso. 

es. 

Per6 ch'iD ripa al Nilo in su la foce 
Si ripara ud ladroD deDtro uoa torre, 
Ch'a paessDi e a peregrioi Duoce, 
E Ad al Cairo, ogDun rubando, scorre. 
Non gli pu6 alcun resistere; ed ha voce 
Che I'uom gli cerca invaD la vita tdrre. 
CeDto mila ferite egli ha gi^ avuto; 
Ne ucciderlo per6 mai s^ e potuto. 
66. 

Per veder se pu6 far rompere il filo 
Alia Parca di lui, si che Don viva, 
Astolfo vieDe a ritrovare Orrilo^ 
( Cosi avea nome ) e a Dam'iata arrive: 
Et indi passa ove entra io mare il Nilo^ 
E vede la gran torre in su la riva. 
Dove s'alberga Panima, incantata 
Che d'un folic tto nacque e d' una fata. 



348 L' ORLANDO FURIOSO 
«7. ' 

Quvn ritrova che cradel brttag^a 
Era tra Orrilo e dai/goerrieri aceesa* 
Orrilo h solo; e si que'dui travaglia^ 
Ch'a gran fatica gli puon far difesa: 
E qunto io aroM Pnno e Paltro vaglia^ 
A tatto il mondo la ferns palesa. 
Qaesti erano i dai figli d'OliTiero^ 
Grifoae il biaueo, ed Aquilaiite il oero. 
6S. 

Gli h ver che '1 oegromante Tenoto era 
Alia battagKa eon vantaggio grande; 
Ch^ seco tratto ia campo avea una fera 
La qaal si trova solo in quelle bande: 
Vive sul lito, e dentro alia rivers; 
£ i corpi nmani son le sue vivande^ 
Delle persone misere ed incaute 
Di Tiandanti e d^ infelici naute. 
69. 

La bestia nell' arena appresso al porlo 
Per man dei duo fratei morta giacea; 
E per questo ad Orril non si & lorto^ 
S' a un tempo V uno e I'altro gB noeea. 
Piik Tolte V ban smembrato e non mai morto 
Ne per smembrarlo uccider si potea: 
Gh^ se tagliato o maao o gamba (^ era^ 
La rappiccara che parea di cera. 

70. 
Or fin a'denti il capo gh' divide 
Grifone, or Aquilante fin al petto : 
Egli dei colpi lor sempre si ride; 
S' adiran essi che non hanno effetto. 
Chi mai d^ alto cader V argento vide, 
Che gli alchimisti hanno mercurio detto, 
E spargere e raccor tutti i suoi membri, 
Sentendo di costui, se ne rimembri. 



CANTO DEClBtOQUlNTO 349 
71. 

Se gli spiccano il capo, Orrilo scende, 
Ne cessa brancolar fin che lo trovi; 
Ed or pel crine ed or pel naso il prende, 
Lo salda al collo, e non so con che cbiovi: 
Piglial talor Grrifone, e '1 braccio stende, 
Nel fiome il getta, e non par ch^ anco^ giovi ; 
Chi nnota Orrilo al fondo come an peace, 
E col suo capo salvo alia ripa esce. 
79. 

Dae belle donne onestamente ornate, 
L' ana vestita a bianco e P altra a nero, 
Che della pugna cansa erano slate, 
Stavano a rigaardar V assako fiero. 
Qoeste eran qaelle doe benigne fate 
Ch' arean notriti i figli d^ Oliviero, 
Poi che li trasson teneri citelli 
Dai carvi artigli di duo grandi augelli; 
75. 

Che rapiti gli avevano a Grismonda, 
E portati lontan dal sao paese. 
Ma non bisogna in cib ch' io mi diffonda ; 
Ch' a tatto il mondo k V istoria palese, 
Benche V water nel padre si confonda, 
Ch' an per on altro (io non so come) prese. 
Or la battaglia i dao gioreni fanno, 
Chi le doe donne ambi pregati n' hanno. 
74. 

Era in qael clima gii sparito il giomo, 
All' isole ancor alto di Fortona : 
L' ombre avean tolto ogni yedere attomo 
Sotto 1' incerta e mal compress lana ; 
Qaando alia rAcca Orril fece ritomo. 
Poi ch' alia bianca e alia sorella bnina 
Pjacque di differir 1' aspra battaglia 
]^ia che '1 sol naovo all' orisaonte sagUa. 



35o L' ORLANDO FURIOSO 
7». 

Astolfo, che Grifone ed Aqailante 
Ed all' insegne e piu al ferir gagliardo^ 
RicoDOsciato avea gran pezzo innante. 
Lor non fu altiero a salatar n^ tardo. 
Essi yedendo che qael che '1 gigante 
Traea legato^ era il baron dal Pardo 
(Che cosi in corte era quel daca detto)^ 
Raccolser lui con non minore affetto. 
76. 

Le donne a riposare i cayalieri 

Henaro a nn lor palagio indi vicino* 
Donzelle incontra vennero e scadieri 
Con torchi accesi a mezzo del cammino. 
Diero a chi n' ebbe cora i lor destrieri; 
Trassonsi V arme ; e d^ntro un bel giardino 
TrovHr ch' apparecchiata era la cena 
vAd una fonte limpida ed amena. 
77. 

Fan legare il gigante alia verdura 
Con un' altra catena molto grossa 
Ad una quercia di molt' anni dura, 
Che non si rompera per una scossa; 
E da dieci sergenti averne cura, 
Che la notte discior non se ne possa^ 
Ed assalirU, e forse far lor danno, 
Bfentre sicuri e senza guardia stanno. 
78, 

All' abbondante e sontiiosa mensa y 
Dove il manco piacer fur le vivande, 
Del ragionar gran parte si dispen^ 
Sopra d' Orrilo e del miracol grande^ 
Che quasi par un sogno a chi vi pensa, 
Ch' or capo^ or braccio a terra se gli mande^ 
Ed egli lo raccolga e lo raggiugna, 
E piu feroce ognor torn! alia pugna. 




^ 



4 



^ 



CANTO DECIMOQUINTO 35 1 
70. 

Astolfo nel suo libro avea gii letto, 
Quel ch' agli iocanti riparare iosegna, 
Gh' ad Orril non trarra V alma del petto 
Fin ch' ua crine fatal nel capo tegna ; 
Ma se lo svelle o tronca, fia constretto 
Che suo mal grado fuor Palma ne vegoa* 
Questo ne dice il libro; ma non come 
Gonosca il crine lu cosi folte chiome. 
80. 

Non men della vittoria si godea, 

Ghe se n' avesse Astolfo gik la palma; 
Gome chi speme in pochi colpi avea 
Svellere il crine al negromante e V alma. 
Per6 di quella impresa promettea 
Tor su gli omeri suoi tutta la salma: 
Orril far^ morir, quando non spiaccia 
Ai dno fratei ch'egli la pugna faccia. 

81. 
Ma quei gli danno volentier V impresa^ 
Gerti che debbia affaticarsi invano. 
Era gi& 1' altra aurora in cielo ascesa 
Quando cal6 dai muri Orrilo al piano. 
Tra il duca e lui fu la battaglia accesa: 
La mazza Y un , Y altro ba la spada in mano. 
Di mille attende Astolfo nn colpo trame 
Ghe lo spirto gli sciolga dalla came. 
82. 

Or cader gli fa il pugno con la mazza. 
Or 1' uno or Y altro braccio cou la mano ; 
Quando taglia a traverso la corazza, 
E quando il va troncando a brano a brano: 
Ma ricogliendo sempre della piazza 
Va le sue membra Orillo, e si fa sano. 
S' in cento pezzi ben Y avesse fatto, 
Redintegrarsi il vedea Astolfo a un tratto* 



352 L'ORLANDO FDRIOSO 

85. 
ikifia di mille colpi on gli ne colse 
Sopra le spalle ai termini del mento: 
La testa e P elmo dal capo gfi tolse^ 
Ne fa d* Orrilo a dismontar piii lento. 
La sangoinosa chioma in man s' avvolne 
E risabe a cavaHo in un momento ; 
E la port6 correndo incontra '1 Nilo^ 
Gh^ riaver non la potease Orrilo. 

Qael sciocco, die dal fatto non s' accorse^ 
Per la poWe cercando iva la testa ; 
Ma come intese il corridor via torse^ 
Portare il capo sno per la foresta, 
Immantinente al suo destrier ricorse, 
Sopra Ti sale, e di segair non rests. 
Yolea gridare: Aspetta, volta, volla: 
Ma gli avea il dnca fpk la bocca tolta. 

Vntj cbe non gli ha tolto anco le calcagna, 
Si riconforta, e segne a tutta briglia. 
Dietro il lascia gran spazio di campagna 
Quel Rabican cbe corre a maraviglia. 
Astolfo intanto per la cnticagna 
Ya dalla nnca fin sopra le ciglia 
Cercando in fretta, se '1 crine fatale 
Gonoscer pa6 ch' Orril tiene immortale. 
86. 

Fra tanti e innnmerabili capelli, 

Un piik delP altro non si stende o torce : 
Qoal dnnqae Astolfo aceglierji di qnelU 
Ghe per dar morte al rio ladron raccorce? 
Meglio e^ disse, cbe tatti io tagU o srelli: 
Ne si trovando aver rasoi nh force, 
Ricorse immantinente alia sua spada, 
Ghe taglia s\ cbe si pu6 dir cbe rada. 



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b ^S^ «3b- 4^^^4dsti^-4»i 

1 






CANTO DECIMOQUINTO 353 

87. 
E teoendo quel capo per lo naso, 
Dietro e diaanzi lo discbioma < tutto. 
Trovo fra gli altri quel fatale a casb : 
Si fece il vise allor pallido e brotto^ 
Travolse gli occbi^ e dixnostr6 air occaso 
Per manifesti segoi esser condutto: 
E '1 biisto cbe seguia troacato al coUo, 
Di sella cadde, e die V ultimo croUo. . ' > 

88. 
Astolfo, ova le donoe* e i cavalieri 

Lasciato avea, torab col capo in mano, 
Che tutti avea di morte i segni veri, 
E mostr6 il tronco ove giacea lontano. 
Non so bea se lo vider volentieri, 
Ancor cbe gli mostrasser viso umaDo; 
Che la iotercetta lor vittoria forse 
DMovidiaai dao germani il petto i:norse. 

89. 
Ne cbe tal fioquellabattaglia aves^e', 
Credo piu fosse alle dae donne grato. 
Queste, percb^ piu in lungo si traesse 
De' duo fratelli ildoloroso fato, 
Cbe 'n Francia par cb' in breve esser dovesse. 
Con loro Orrilo avean quivi azzuffato, 
Con speme di tenerii taofo a bada^ 
Cbe la trista influenza se ne vada. 

80. 
Tosto cbe U castellan di Damiata 
Certificossi cb^ era morto Orrilo, 
La colomba lascio, cb' avea legata 
Sotto Tala la lettera col filo. 
Quella and6 al Cairo; et indi fu lasciafa 
Un* altra altrove^ come quivi e stilo : 
Si cbe in pockissime ore and6 V arviso 
Per tutlo Egitto cb' era' Orrilo ucciso. 

Ob. Vol. II 45 



354 L' ORLANDO PUBI090 
91. 
II daca, come a1 fin traate V loiprMa, 
Goorort6 molto i nobili garsoni, 
Beocfai da se v' af ean la Tog^a inteaa, 
Ne bisogoavaa atimali ne aprooi; 
Che per difeoder deUa aanta Chieaa 
E del romaoo imperia k ragioni^ 
Lasciasier le bMlaglie d^ Orieote^ 
E cercassiao ooor neUa k>r gealc. 
91. 
Cos) Grifone ed Aquilaote tobe 
Giascuoo dalla lua donna licenzia; 
Le qualu ancor che lor n' incrd»be e doke 
Nou vi seppoQ per& far resislcnKui. 
Con essi Astolfo a man deatra si Tolse; 
Cbe si delibercir far riverenaia 
Ai santi laoghi ova Dia in carne vmcj 
Prima che verao Francia at venisse. 
93. 
Potato avrian pigliar la via mandna, 
Ch' era piu dilettevole e piii piana^ 
E mai non ai acoatar dalla marina; 
Ma per la destra aodaro orrida e atrana, 
Perchi r alta citta di Paleatina 
Per questa sei giornate k men lontana. 
Acqua SI trova ed erba in qnesta vm: 
Di tutti gli akri ben v' t eareatia* 
94 
Si che prima ch' entrassero in viaggio, 
Ci6 che lor bisogno fecion raccorre; 
E carcar sul gigante il carriaggio, 
Ch'avria portato in collo anco una torre. 
AI finir del cammino a^ro e ielraggio, 
Dair alto monte alia lor vista occorre 
La santa terra ove il sapemo Amore 
Lav6 col proprio sangne il nosiro errore. 



CAHTO DECIMOQUINTO 355 

W. 
Trovano in sa Fe^trar della cittade 
Un giov^ne gentil lor eonosoeatey 
Saosonello da Mecea, dtce Fetado 
( Che era Del primo fior) moho pnideote; 
D'aka cavalleria, d'alta bootade 
Famoso^ e nverito fra h grate. 
CMuido lo coverse a nostra fede, 
£ di 8oa man batteamo anoo (^ diede. 

Qaivi lo troTan che disef^na a fronte 
Del calife d*Egitto «ia fortezsa; 
E ciroondar vuole ii Gabario monte 
Di muro di duo miglia di langhesza. 
Da lui racoolli fnr con qoella fronte 
Che pu6 d' interno amor dar pi4 chiarezta ; 
E dentro aocompagnali, e oon grande agio 
Fatti alloggiar nel aoo real palagio* 
•7. 

Avea in govemo egli la terra^ e in vece 
Di Carlo, vi reggea rimperio ginato. 
U daca Astolfo a costiii dono fece 
Di quel si grande e amiaorato bnsto 
Ch^ a portar pesi gli varrk per diece 
Bestie da soma; tanto era robosfto. 
Diegli Astolfo ii gigante, e diegli appreaso 
La rete che in ana loraa P wea meaao. 

M. 

Sansonetto alP incontro al doea diede 
Per la spada una ciota ricca e bella: 
E diede apron per Puno e Paltro piede, 
Che d' oro aviean la ibbia e la girelia, 
Ch'esser M «a?alier stati ^ crede 
Che liber6 dai drago la donzella: 
Al Zaffo arnti con fnolt*attro arnese 
Sanaoaetto gK avea, qnando lo prese. 



356 L' ORLANDO FURIOSO 
99. 

Pargati di lor colpe a un mooasterio' 
Che dava di se odor di buooi eaempii^ 
Delia passion di Gristo ogoi misterio 
Cootemplando n' andilr per tutti i tempii, 
Ch'or COD eterno obbrobrio e vituperio 
Agli cristiani asnrpano i Mori empii; 
L'Europa e in arme, e di far guerra agogoa 
In ogni parte, faor ch^ove bisogoa. 
100. 

Mentre aveaa quivi Tanimo divoto^ 
A perdooanze e a ceruaaooie iotenli, 
Un peregrin di Grecia, a Grifon noto, 
Novelle gli arreco grari e pungent! ^ 
Dal suo primo disegno e lungo voto 
Troppo diverse e troppo differenti; 
E qoelle il petto %V infiammaron taolo, 
Cbe gli sciicciar Torazion da canto. 
101. 

Amava il cavalier, per sua sciagara, 
Una donna ch^ avea nome Orrigille : 
Di pill bel volto e di miglior. siatura 
Non se ne sceglierebbe una fra mille; 
Ma disleale e di si rea natura^ 
Cbe potresti cercar cittadi e ville, 
La terra ferma e I'isole del mare, 
N& credo eh' una le trovassi pare. 

109. 
Nella citta di Costanlin lasciata 

Grave Pavea di febbre acuta e fiera. 
Or quando rivederia alia tornata 
Piu cbe mai bella, e di goderia spera. 
Ode il mescbin cb' in Antiocbia andata 
Dietro un suo nuovo amante ella se n* era, 
Non le parendo ormai di piu patire 
Ch^ abbia in si fresca eta sola a dormire. 



CANTO DECIMOQUINTO 357 
105. 

Da iadi in qua ch' ebbe la trista nuova, 
Sospirava Grifon nolte e di sempre. 
Ogoi piacer ch' agli altri aggrada e giova. 
Par ch' a costui piii 1' animo distempre : 
Peosilo ognuD, Delli coi danni prova 
Amor, se li saoi strali ban baone tempre. 
Ed era grave sopra ogni martire, 
Che M mal cb' avea ai vergogaava a dire. 
104. 

Questo, percbe mille fiate innante 
Gia ripreso V avea di quello amore^ 
Di lai pill saggio^ il fratello Aqoiluite, ' 
E cercato colei trargli del core; 
Golei ch' al sao giudizio era di qoante 
Femmioe rie si trovin la peggiore. 
Grifon V escnsa, se 'I fratel la danna ; 
E le piu Tolte il parer proprio inganna. 
lOff. 

Per6 fece pensier^ senza parlarne 
Con Aquilante, girsene soletto 
Sin dentro d' Ant lochia, e quindi trarne 
Colei che tratto il cor gli avea del petto ; 
Trovar coini che gli 1' ha tolta, e fame 
Vendetta tal, che ne sia sempre detto. 
Diro come ad effetto il pensier messe, 
NelPaltro Canto, e ci6 che ne snccesse. 



LORLAl^TDO FURIOSO 

CANTO DECIMOSeSTO 



AMGOMENTL 



AHXIEATO. DOLCJS. 



Trovi Grif'jo pretao a DamMOo alfioe Coo OvigrUa trova il vU MarUoo 

Col Til Marua U parftdU OoE^ilk. €Mfm, • «m Mdb alMMi e crala. 

Inunto la criHiaoet a nracina Giooga al campo il aignor di nvrntf Albaao 

Schiera caacaoo al piano a milla a milk ; A tampo cIm '1 too ajalo pi& licbiaAe, 

E M di fttori haona aapra diaeipliiia RodoiaottUi a in Parigi: ai foor ael piano 

1 Mori, antra Parigi ha Ui MXk^ Fa gran mortatili, trava^ « fiade. 

Ha lanu tcraga Rodomonta maMO, DeU'ono raltro ion la m>fe tali, 
Ch'ota h maggiora il mal^ nan para cip r ta io, Cha poaaon iiar a nna bilancia «gnali. 



Spinto da galoai* Grilbn ai parta Grafioo pncHo a Dwaaam allin ritrofa 
i a 'I MO ' ' " - - - — 



Par pynir la aoa doooa a 'I mo rifala; La parfida OrigiUa a il Til] 

£ ritrora ambidna: om 1 diae a V arta Fa lotanAo il sa Aframanta ambit prara 



jy unbi al furor di lui Ian cader I'ala. D'aTar Parigi aM Blagno Gnlo in 

S'aocenda intaoto on aangainona Harte Onde pot ItodooMoia altero profa 

la Franda, a con furor I'nn 1' altao aiialo. Gik d*ad^gnar Talu cittade al piano 

Parigi il ra d*Algiar corre, a diitnigga, Con Cbtto a foco; il cba Mntilo Galo, 

E fuori il Mons o'l Gallo or lane,oriii«gi^ Gai P^adini anoi mat raAipnarlo. 

Ijravi peoe in Amor si proTan moUe, 
Di che patito io n' ho la maggior parte, 
E qaelle ia daiino mio si beo raccolte, 
Gh' io ne posso parlar come per arte. 
Per6 a' io dico, e s^ ho del to altre roUe, 
£ quando ia voce e quando in vive carte^ 
Ch' un mal aia leve^ un altro acerbo o fiero, 
Date credenza al mio giudicio vero. 

9. 

Io dico e diasi, e dir6 fin ch' io viva, 
Che chi si trova io degno laccio preso, 
Sebben di ae vede sua donna schiva^ 
Se in tutto awersa ai suo desire acceso, 
Sebbene Amor d' ogoi mercede il priva, 
Poscia che '1 tempo e la fatica ha speso. 
Par ch^ altamente abbia locato il core, 
Piauger noa de^, aebben laaguisce e muore. 



L' ORLANDO FURIOSO 359 
3. 

Pianger de' qnel cbe ffk sUt fatto servo 
Di dao ▼agW o«chi e cT am belh treecia, 
Sotto cm 81 aesetMida tm cor protervo, 
Che poco poro abbia con molta feccia. 
Yorria il miser faggire; e come cervo 
Ferito, ovoaque ra porta la freccia: 
Ha di 8^ atesso e del aim amor vergogna, 
N^ V om dire, e inraa sanarst agogna. 
4. 

In qaesto caso e it giorene Grtfone, 

Cbe noB si pa6 emendkre, e tl sao error vede: 
Yede qaanto vibneote aoo cor pone 
In Orrigille imqiia e senza (ede: 
Par dal mal aso h Tiata la ragioae, 
E par V arbilrio alP appetito cede: 
Perfida sia qnaalaaque, ingrata e ria, 
Sfomto e di cercar dove ella sia. 
5. 

Dico^ la bella isloria ripigliaado 
Gb' esci della eitta secretamente ; 
N& parlarne s' aid) col fratel, qnando 
Ripreso iavm da kn ne fo soveote. 
Verso Rama, a stBistra dedinando, 
Prese la ^ pf& piana e pia covrente. 
Fa in sei giorni a Damasco di Sorfa; 
Indi verso An<?ocbia ae ne gfa. 

e. 

Scontr6 presso a Danaasco il cavafiero 
A cai donato avea Orrigille il core; 
E cottveffiein d> rei costomi in vero, 
Gome ben si convien Ferba col fiorej 
Gbe V UQO e V altro era di cor leggiero, 
Perfido P ano e Paltro^ e traditore; 
E copria Tano e T altro il sno difetto, 
Gon danfio altrof, sotto cortese aspetto. 



36o CANTO DEGIMOSESTO 

7. 
Gome io yi dico^ il cavalier venia 

S' an graa destrier coa molta pompa armato : 

La perfida Orrigille io compagoia^ 

Io un vestire azzur dVoro fregiato, 

E duo valletti, d' oode si serrfa 

A portar elmo e scudo, aveva a lato; 

Gome quel che volea con bella mostra 

Gomparire in Damasco ad noa giostra. 

8. 
Uoa spleodida festa, che bandire 

Fece il re di Damasco io qaelli-gioroi, 

Era cagion di far quivi veoire 

I cavalier quaoto poteao piu adoroi. 

Tosto che la pultana comparire 

Yede Grifoo, ne teme oltraggi e scoroi; 

Sa che Pamaote sao noo h si forte 

Ghe cootra lai P abbia a campar da morte* 

0. 
Ma siccome aadacissima e scaltrita, 
Ancor che tutta di paura trema, 
S' acconcia il viso, e si la voce aita, . 
Ghe noo appar in lei itgno di tema. 
Gol drado aveodo gia Y astasia ordita, 
Gorre, e fiogeodo una letisia estrema, 
Verso Grifon V aperte braccia teode 
Lo strioge al coUo^ e gran pezzo ne pende. 

10. 
Dopo, accordaodo aflPettiiosi gesti 
Alia soaviti delle parole^ 
Dicea piangendo : Signor mio son questi 
Debiti premii a chi t^ adora e cole? 
Ghe sola senza te gilt un anno resti, 
£ va per V altro, e ancor non te ne daole? 
E s' io stava aspettare il tuo ritomo, 
Non so se mai veduto avrei qael giorno. 



CANTO dEClMOSteStb 36i 

11. 

Qaando aspettava che di Nicosia, 

Dove tu te n' laddksti alia gran cbrl!e)' 
Tornassf a me cbe con' la f^bbre ria 
Lasciata avevrin 'dubbio ddlFa mbrfe^ , 
Intesi cbe p^sMb 'erl' id Sorfa!'; 
II cbe a patir mi fu si doFo'e forte^ 
Cbe, nOD sapendb cbtn^io ti segaissi^ 
Qaasi il cdr di mad propria mi trafissi. 

12. 
Ma fortaaa d? me Con doppio donb . ' 

Mostra d' aver^' quel che "non bai tu, cura: 
Maiidbmmi il (Vatel 'tnio^' col quale fo sono. 
Sin qui venilte^^ti^lf mio' onbr siciira; 
Ed or ml miiid^ ^u^to'incbntfo'buono 
Di te, cb' 10 btlnlio sbpra ogni avventura : . 
E bene a tettipo il fa^^ che piu tan^an^p,. 
Horta satei, te, sigiior mio^'bramando. 

E segaitb la donna Traud6llente, ' , 

Di cui r op*ri fur'pfu cbe di Volpe^ ^ . 
La sua qneicela bbsi ^stiitamente^ ' . 
Cbe riveW5 W^GWfob 'tii^te le colpe.' ' 
GU fa stimar colai, bbd'cbe parente, 
Ma cbe d^tm padi^e !sec6' abbia ossa e pblpej 
E con tal modbMBa- lesser' ^^ inganni^ 
Cbe men Veraci^ ][>ar'Luca e Giovanni. 
II. 



: > 



Non pur" di "ktia' perfidia non riprende 

Grifbii' la ,d6nna iniqua pi^ cbe hellaj .^ . 

Non puii^ Vendelfa di coloT non prendei^ . ^ 

Cbe fattb' H^ era adultero di quella : 

Ma.gli par far assai se si .difende 

Cbe tntio il biasiho in'lm. non riversi ella^ 

E come fosse suo'cognatb vero, 

D' accarezzar non cessa il cavaliero. 

Ob. Vol. II. 46 



362 L' ORLANDO FURIOSO 
fltf. 
£ con lui se ne yien verso le porta 
Di Damasco^ e da lui sente tra via 
Che la dentro dovea aplendida corte 
Tenere il ricco re della Sorfa; 
E ch'ognan qaivi, di qnalaoqae sorte, 

aia cristiano^ o d^altra l^ge mt, 
Dentro e di faori ha la citti sicora 
Per tatto il tempo che la festa dora. 

16. 

Non per6 son di segoitar A intento 
L'istoria della perfida Orrigille, 
Ch^a^ giorni saoi non par on tradimento 
Fatto agli amanti avea, ma nulle e mille; 
Gh' io non ritomi a riveder dagento 
Mila persone^ o piii delle scintille 
Del foco stossicato, ove alle mora 
Di Parigt facean danno e paura. 
17. 

Io vi lasciai come assaltato avea 
Agramante una porta della terra, 
Che trovar senza goardia ,si credeax 
N^ piu riparo altroye il passo serra; 
Perchi in persona Carlo la tenea, 
Ed avea seco i mastri della goerra, 
Dub Guidi, dno Angelini, ono Angeliero, 
AvinOy Avolio^ Ottone e Berliogiero. 
18, 

Innanzi a Carlo, innanzi al re Agramante 
L' un stuolo e V altro si- vnol far vedere^ . 
Ove gran loda, ove merc^ abbondaote 
Si pn6 acqnistar, facendo il sno dovere* 

1 Mori non per6 f(^ prove tante,^ 

Che par ristoro al danno abbiano avere; 
]^erch& ve ne rest^ morti parecchi, 
Ch' agli altri fur di folle audacia speech!. 



CANTO DECIMOSESTO 363 

19f. 

Grandine sembran le spesse saette 
Dal mnro sopra gF inimici sparte; 
II grido insin al ciel paara mette^ 
Gbe fa la nostra e la contraria parte. 
Ma Carlo ua poco ed Agramante aspette; 
Ch' 10 TO cantar dell' africaao Marte, 
Rodomonte terribile ed orrendo^ 
Gbe va per mezzo la citti^ correndo. 
SO. 

Non 80^ Signor, se piii yi ricordiate 
Di qnesto Saracin tanto sicaro, 
Cbe morte le sae genti avea lasciate 
Tra il secondo riparo e '1 priaio muro, 
Dalla rapace fiamma deyorate, 
Cbe oon fa mai spettacolo piu oscuro; ^ 
Diasi cb' entr6 d' uu salto nella terra^ 
Sopra la fossa cbe la cinge e serra. 

Quando fa noto il Saracino atroce 
AH' arme istrane, alia scagliosa peUe^ 
Jjk dove i veccbi e M popol men fetoce 
Tendean V oreccbie a tatte le novelle, 
LeTOssi an pianto, an grido, im* alta voce. 
Con on batter di man cV andb alle stelle; 
E cbi pote faggir non vi rimase^ 
Per serrarsi ne' templi e nelle case. 
22. 

Ma qnesto a pocbi il brando rio concede, 
Gb' intomo rnola il Saracin robusto. 
Qai fa restar con mezza gamba an piede, 
L& fa on capo sbalzar langi dal bosto: 
L' un tagliare ^ trayerso se gli yede^ 
Dal capo alP ancbe an altro fender giaslo y 
E di tanti cb' uccide, fere e caccia, 
Non se gli yede alcan segnare in faccia. 



364 V ORI^NDO FUBIOSO 

as. 

Quel che la tigre dell' annento itw^fc^llg 
Ne' campi ircani o \k vicino al Gauge, 
O '1 lopo delle capre e dell* agaelle 
Nel monte che Tif(^o sotto A firaiige; 
Qqiti il cnidel pagan faeea di quelle 
Non dir6 aqoadre, non Af6 faU^igep 
Ma vulgo e populazzo Toglio dire, 
Degno^ prima che qasca, di morire. 
24. 

Non oe trova uo che veder possa ia fronte, 
Fra tanti che ne taglia, fora e svena. 
Per quella strada che vien drilto al ponte 
Di sao Michel, si popolata e pieoa, 
Corre il fiero e ternbil Rodomoate, 
E la saoguigna spada a cerco meiia: 
Non riguarda ne al servo ne al aignore, 
Ni al giusto ha piu pieU ch' al peccatore. 
25. 

Religion non giova al sacerdote, 

Ne la innocenzia al pargoletto giova: 
Per sereni occhi o per vermiglie gote 
Merce ne donna ne donzella trova: 
La vecchiezza si caccia e si percuote; 
Ne quivi il Saracin (a maggior prova 
Di gran valor, che di gran crudeltade; 
Ghe non discerne sesso, ordine, etade. 

26. 

Non pur nel sangue i^man F ira si stende 
Deir empio re, capo e signer degU empi. 
Ma contra i tetti aocor si che u' incende 
Le belle case e i profanati ten^pi. 
Le case eran, per quel che se n' intepde, 
Quasi tutte di legno in quelii ten(ipi; 
E ben creder si pu6 ch' in Parigi ora 
Delle diece le sei son cq^i ancora. 



I 



CANTO DEqiMQSfiSTO 365 
87. 
Non par, qnantanque il foco ogoi cosa arda^ 
Che si grande odio ancor saziar si possa* 
Dove s'aggrappi coq le mani^ gsarda, 
Si che raioi on tetto ad ogoi scpssa. 
Signor^ avete a creder che bombarda 
Mai Doa vedeste a Padova si grossa, 
Che tanto mnro possa far cadere^ 
Qoanto fa in uoa ^ossa il re d'Algiere. 

Mentre quivi col ferro il maledetto, 
E coo le fiaxnme facea tanta gaerra, 
Se di fnor Agramaate avesse astretto, 
Perdata era quel di tutta la terra: 
Ma non vi iebbe agioj ch^ gli fa interdetto 
Dal paladin che venia d' Inghilterra 
Gol popolo alle spalle ipglese e scotto, 
Dal Silenzio e dall'Angelo condotto. 
29, 

Dio volse che all'eotrar che Rodesnonte 
Fe'nella terra, e tanto foco accese^ 
Che presso ai muri U fior di Ghiaraoaonte, 
Rinaldo, giunse^ e seco il campo in^ese. 
Tre leghe sopra avea gittato il ponte, 
E tdrte yie da man sinistra prase, 
Ch^^ disegnapdo i Barbari assalire, 
II fiume non P avesse ad impedire. 
30. 

Mandato avea sei mila fanti arcieri 
Sotto r altiera insegna d' Oddardo« 
E duo mila cavalli^ e piu, leggieri 
Dietro alia goida d' Ariman gagliardo; 
E mandati gli avea per li sentieri 
Che vanno e vengon dritto al mar piocardo, 
Gh' a porta san Martino e san Dionigi 
Entrassero a soocorso di Pangi. 



366 L» ORLANDO FURIOSO 
51. 

I carriaggi e gli altri impedimeoti 
Goa lor fece drizzar per qaesta strada: 
Egli cpa totto il resto delle genti 
Piii sopra and6 girando k contrada. 
Seco avean nayi e pooti ed argameoti 
Da pasaar Senaa^ che non ben si gua&. 
Passato ognuno, e dietro i ponti rotti, 
Nelle lor schiere ordiii6 logleai e Scotti. 
S2. 

Ma prima qnei baroni e capiUni 
Rinaldo iotomo avendosi ridolti, 
Sopra la riva ch' alta era dai piani 
Si che poteaao adirlo e veder tatti, 
Diase: Sigoor, bea a levar le mani 
Avete a Dio che qui v* abbia condatti, 
Acci6 dope ua brevissimo aodore, 
Sopra ogDi nazioa vi doni onore. 
35. 

Per Toi saran dui principi aalvati, 
Se levate V aasedio a quelle porie: 
n voatro re che voi aete ubbligati 
Da servitii difendere e da morte; 
Ed ono imperator de^piu lodati 
Che mai tenuto al moodo abbiano corte, 
E con loro altri re, duci e marcheai, 
Signori e eavaUer di piu paesi. 
34. 

Si che aalvando ana dtt^, non soli 
Parigini nbbligati vi saranno, 
Ghe molto piii che per gli propri dooli, 
Timidi, aflBitti e abigotliti atanno 
Per le lor mogli e per li lor figliuoli 
Gh* a nn medeamo pericolo seco hanno, 
E per le sante vergini rinchiuse^ 
Gh'oggi non sien dei TOti lor deluse: 



CANTO DEdMOSESTO 36? 

85. 

Dico, salvando to! questa cittade^ 
IP nbbligate aon solo i Parigmi^ 
Ha d' ogn* intorno tatte le contrade. 
Non parlo sol dei pc^oli vioiai; 
Ha non h terra per cristianitade 
Che noa abbia qua dentro cittadini: 
Si che, vincendo^ avete da tenere 
Che pia che Francia v' abbia obbligo avere. 
So* 

Se doDavan gli antiqui ana corona 
A chi salvasse a on cittadin la vita^ 
Or che degna mercede a voi si dona, 
Salvando moltitadine iofinita? 
Ha se da iavidia o da vilti^ si buooa 
E si santa opra rimarri impeditai 
Gredetemi che, prese qaelle mora, 
mh Italia, ne Lamagna anco e sicuraj 

57. 

N& qaalonqae dtra parte ove s'adori 
Qael che volse per not peader sol legno. 
Ni voi crediate aver loutani i Mori, 
N& che pel mar sia forte il vostro regoo : 
Chh s'altre volte quelli, nsceodo faori 
Di Zibeltaro e delPErcnleo segno, 
Riport&r prede dall'isole vostre, 
Che faraoQO or, s' avraa le terre aostre? . 
58. 

Ma qoando ancor nessuno onor, oessono 
Util v'inaiiiinasse a qaesta impresa, 
Gooran debito e ben soccorrer Tano. 
L* altro, ch^ militiam sotto una Ghiesa. 
Gh'io non vi dia rotti i aemici, alcono 
Noa sia che tema, e con poca contesa; 
Chh gente male esperta tntta parmi, 
Sensa possaaza, seosa cor^ senz'armi. 



368 L^ ORLANDO I»ORKJSO 
39. 

Pole con qoeste e con mlglfo^'tagioni, ^ 
Con parlare* edpedito ^ e' 'bfaiam Toce 
Eccitar t]aei Ddagoanimi - b^roni 
Rinaldo, e qodlb esisriilb Cferoce; ' 
B fa, com' b in ptirfethiOy aggitin([er scrotal 
Al buon corsier cbe fpk ne va reloce. 
Finito il ragionar^ fefce 1e ^clnere 
Mover plan piafa 8ott6 !e lor bancBeiie. 
*^ 

Senza strepido alcun, senza romore 
Fa il tripartito estercito venire. 
Lungo il fiume a Zkrbin dona Fonore 
Di dover prima* i Batbari assalire; 
E fa quelll d'Irianda con'maggiore 
Yolger di via piit tra cami/agna gire; 
E i cavalier! e i fanti d' Idghilten^ 
Col daca di Lincastro if^ m^^lEO serra. 

Drizzati cbe'gliha tiktti 'aMoi<' etaimint^i, < - r 
Ga^aloa^dll'paladiti Uifigo la riva^ ; i <: v- 
E paasa ibn^zi bl'bttdn'duda 2etfafaid^- ^ 
E-a^tiitto<>il' canfpo oh^ Wnlui '^€tkivd*^' '■''' 
Tanto ch^al'f^- d^OrkAd'l^ lal re SdbrinQ^'> 
E agli altrif * lor ''cempag^i ^ aopr' arrivaf, < ^ 
Che mez^o miglioap^estoia qMi;di Spqgiia 
Guardavatf da qad Mttlo la tsmpupA^ • ' 

L'esercito «riMian^ cbe'Cbns) fida> ^'i 

E 81 sicora 6CC¥ta eraW^nnto, . - / ;.i.> 
Gh'ebbtd H Silenzid e PAngelo per griida^^' 
Non potci oi-mai'patlr'pif^'di^stalf thutdt'* < 
Sentiti gPvoiniici^ tfb^'le grfd^, ' * < ' '< > 
E dette tnM^be udii" fe' il aiiono arguMj^-' ' 
E con I'alto rumor eh-arrivJ^ al 6ieIo^' '<'' 
Mand6 neH' oasa a'Saraeikii il ge(o. 



CANTO DECIMCISESTQ 369 

Rtaaldo innaosi ^U altfi ii destrier pupg^, 

E con U laocia fn^r cacoiarlii b iiesta: 1 

Lascia gli Scptti 119 tratto d'^r^o Jhxi^e; . 

Gh' Qgm indngio a f)^c si 1q ^oj^^ta. 1 
Gome grc^po di vento. talor gkiag^, 

Gho. 3i tra^ dieUo miVamda teinpedti^; . :: 

Tal fucMT di K^fiiadra i) fiBxitlii^r gagMird^ > '*^ 

Yeola aproModo il corridw B^arda- . ' 

**^ 

Al comparir del pahdii^ di Fvaneia^ / 

Dufi segno i Mori aUd fntur^ aogotp^,:: . .i 
Tremare a toiiti ia loao vedi la lantfta^. M 
I piedi ia abiffa, e nelP arcipD le qoace^ ,/ 
Re Pnliano sol non, muto guaKcpa^ . ... :| 
Gh^ queato Qsser ftiniddo non qonosQe^: ... : 
N^ pensiuedo trovar 4 doro intopp^ ihI.m 
Gli mnov^ it 4^lri»? QQOtra di Ipatoppo';! 

E sti la lanoia nel pivtir $i atringB, 1. : : 1 . . 
E mua in, si JTMNiogliola peraoiliQj I 

Poi coo,am)>i gli spro«i U destcyier spiageyl 
E le redine Mftawi gK abbandoilaw m * 
Dair altra pOf|e il .anot wf^lor «OA.£fi^y.ii ir 
E mostra in fttti quel oh' 10 nooae saoo«, ^ 
QqAOlq abbpa nel giotbpaite » grasia ed. arte*, 
n figliqolo d^Amoodj mm di StarteM iL> 

m. 

Fikro al segotr degli aspri c^pii pdn;., .;..>•; 
Ghe ai posero i {enri ambi allA teste: ' i.M 
Ma fi^ ill arwe ed iai. vitti^ dispad}:': f rM. 
Ghe 1^ im «ia piwsa^ ,e V Bltr^mf^OuM^^Hi^) 
Bisogoaft dt valor segni ^ ^himAy » > ; ■ ) 
Ghe pop Qon liog^diii k IsReia ia.rastai9^/ 
Ma fortuoi) amo piuJmogna assei^ . -i^^ 
Ghe 3enila, Tal vittii raro non xntivi » '.. ^ 

Ob. Vol. II 47 



370 L' ORLANDO FURIOSO 
47. 

La boona lancia il paladin racquista, 
E verso il re d^ Oraa ratto si spicca^ 
Ghe la persona avea povera e trista 
Di cor, ma d' ossa e di gran polpe rieca. 
Qaesto por tra' bei colpi si pnb in lista, 
Ben ch' in fondo alio scndo gti V appicca : 
E chi Bon Tool lodarlo^ abbialo escoso, 
Perchi aon si potea ginnger pin insnso. 
48. 

Non lo ritien lo scndo che non entre, 

Bencbi (nor sia d* acciar, dentro dt palma ; 
E che da quel gran corpo oscir pel ventre 
Non faccia V inegnale e piccola alma. 
n deslrier, che portar si credea, mentre 
^nrasse il lungo d), si grave salma, 
Riferi in* mente sna grazie a Rinaldo, 
Ch' a quello incontro gli schiv6 un gran caldo. 

Rotta V asta, Rinaldo il destrier voka 

Tanto leggier, che fa sembrar ch' abbia ale; 
E <love la piu stretta e maggior folta 
Stiparsi vede, impetuoso - assale, 
Mena Fosberta sanguinosa in volta, 
Ghe fa V arme parer di vetro frale. 
Tempra di ferro il siio tagliar non schiva 
Ghe non vada a trovar la carne viva. 

HO. 

Ritrovar poche tempre e pochi ferri 
Pu6 la tagli^nte spada, ove s' ineappi ; 
Ma targhe, altre di caoio, altre di cerri, ^ 
Ginppe trapnnte, e attorcigliatt drappi. 
Ginsto h ben dunque che Rinaldo atterri 
Qnalnnque assale, e fori e squarci e aflBrappi; 
Che non pin si difende da sna spada, 
Gh' erba da falce, o da tempesta biada. 



dlNTO 



DECmOSESTO 371 

81. 

La prima schiera era gii messa in rotla, 
Qaando Zerbia con 1' antigoardia arriya. 
D cavalier innansi alia gran frotta 
Con la lancia arrestata ne veniva* 
La gente sotto il suo pennon condotta,^ 
Con non minor fierez£a lo aegniva: 
Tanti Inpi parean^ tanti leoni 
Gh' andaasero assalir capre o montoni. 
ttfi. 

Spinse a nn tempo ciaacnno il sno cavallo^ 
Poi che far presso; e spari immantinente 
Quel breve spazio^ quel poco intervallo 
Che si vedea fra V una e V altra gente. 
Non fu sentito mai piii strano ballo; 
Che ferian gli Scozzesi solamente: 
Solamente i Pagani eran distrutti^ 
Gome sol per morir fosser condutti. 
83. 

Parve pia freddo ogni Pagan che ghiaccio; 
Parve ogni Scotto piu che fiamma caldo. 
I Mori si credean ch' avere il braccid 
Dovesse ogni cristian, ch' ebbe Rinaldo. 
Mosse Sobrino i saoi schierati avaccio, 
Senza aspettar che lo 'nvitasse araldo. 
DelP altra squadra questa era migliore 
Di capitano, d' arme e di valore. 
84. 

D' Africa v' era la men trista gente j 
Benche ne questa ancor gran pezzo vaglia. 
Dardinel la sua mosse incontinente , 
£ male armata^ e peggio usa in battaglia ; 
Bench' egli in capo avea V elmo lucente, 
E tutto era coperto a piastra e a maglia. 
lo credo che la quarta miglior fia^ 
Con la qual IsoUer dietro venfa. 



371 L' ORLANDO i^DRIOSO 

Trasone intantO) il baoD duca di IHaiTa, 
Che ritrovarsi all' alta impresa go2e, 
Ai cavalieri sooi leva h sbarra^ 
£ seco inftta alle famose lode; 
Poick* Isolief con quelM di Natarra 
Entrar nelh battaglia vede et ode. 
Poi mosse Ariodattte la sua schieni, 
Che Ddovo ddca d* Albatiia fatt* era. 

Ke. 

L' alto rtimor detle sonore trombe, 
De' timpaiii e de' barbari strotneoli^ 
Giunti al contfouo soon d' archi, di frombe, 
Di maccbine^ di raote e di tormeoH; 
E qnel di che piti par cbe 'I ciel rimbombe , 
Gridi, tumulti, gemiti e lainenti; 
Rendono tio alto suon ch* a qael s^ accorda 
God che i vicid, cadendo, il FKlo assorda. 
»7. 

Grande ombra d' ogn^ intorno il cielo involve^ 
Nata dal saettar delK dao campi: 
L' aHto, il fumo del sudor, la polve 
Par che nelP aria osctira nebbia stampi. 
Or qua I' nn campo, or V altro la si rolve : 
Yedresti or^. come un segua^ or come scampi ; 
Ed ivi alcano, o non troppo diriso, 
Rimaner morto ove ha il nimico acciso* 
S8. 

Dove una squadra per stancbezza e mossa, 
Un' altra si fa tosto andar innanti. 
Di qua, di \k la gente d' arme ingrossa y 
hk cavalieri, e qua si metton fanti. 
La terra che sostien 1' assalto h rossa ; 
Mutato ha il verde ne' sanguigni manti; 
E dov' erano i fiori azzurri e gialli, 
Giaceano uccisi or gli uomiui e i cavaUi. 



CANTO DEGIHOSESTO 373 

ZerbiD facea le piu aurabil prove 
Che mai flicesse di sua eta garsone: 
L' esercito pagan che 'otorao piove, . 
Taglia ed nccide e mena a destnizioDe. 
Ariodante aUe sue genti nuove 
Mostra di sua virlu gnm paragone; 
E da di 8^ iiniore e meraytglia 
A quelli di Navarro e di Castiglta. 
110. 

Cbelindo e Mosco, i duo figU baslardi 
Del morto Calabrnn re d' Aragooa, 
Ed UQ che repolato fra* gagliardi 
Era, Calamidor da Barcellona, 
S' avean lasciato addietro gli sicndardi : 
E credendo acquistar gloria e corona, 
Per ucctder Zerbin, gli Mro addosso; 
E ne' fiaochi il destrier gli hanno percosso. 
61. 

Passato da tre lance il destrier morto 

Cade, ma il buon Zerbin snbito e in piede; 
Cb'a quei ch' al suo cavallo han fatto toiio, 
Per vendicarlo va dove gli vede: 
E prima a Mosco, al giovene inaccorto, 
Che gli sta sopra e di pigliar se '1 crede , 
Mena di punta, e lo passa nel fianoo, 
E fuor di sella il caccia freddo e bianco. 
69. 

Poi che si vide tor, come di fnrto, 
Chelindo il fratel suo^ di furor pieoo 
Yenne a Zerbino, e penso dargli d' urto } 
Ma gli prese egli il corridor pel freno: 
Trasselo in terra, onde non e mai surto, 
E non mangi6 mai piu biada ne fieno; 
Che Zerbin si gran forza a un colpo mise, 
Che lui col suo signor d' un taglio uccise. 



374 L' ORLANDO FURIOSO 
63. 

Gome Gdamidor qael colpo mira, 
Tolta la briglia per levani in firetta; 
Ma Zerbin dietro an gran fendente tira^ 
Dicendo: TradUore, aspetta, aspetta. 
Non ya la botta ove n' and6 la mira^ 
Non che per6 lontana yi si metta; 
Ltd non pote arrivar, ma il destrier prese 
Sopra la groppa, e in terra lo diatese. 

84. 

Goloi lascia il cayallo, e via carpone 
Ya per campar, ma poco gli sncceaae; 
Che venne a caso che '1 duca Traaone 
Gli pa8s6 sopra^ e col peso V oppresse. 
Ariodante e Lorcanio si pone 
Dove Zerbino h fra le genti spesse: 
E seco hanno altri e ^cavalieri e conti^ 
Che fiinno ogn^ opra che Zerbin rimonti. 
65. 

Menava Ariodante il brando in giro ; 
E ben lo seppe Artalico e Margano: 
Ma molto piti Etearco e Gasimiro 
La possansa senttr di quella mano. 
I primi dno feriti se ne giro; 
Rin^aser gli altri duo morti sol piano. 
Lurcanio fa veder quanto sia forte, 
Ghe fere, urta, riversa e mette a morte. 
66. 

Non crediate, Signor, che fra campagna 
Pugna minor che presso al fiume sia, 
Ne ch' addietro V esercito rimagna, 
Ghe di Lincastro il buon duca segoia. 
Le baadiere assali questo di Spagna, 
E molto ben di par la cosa gia; 
Ghe fanti, cavalieri e capitani 
Di qua e di la sapean menar le mani. 



CANTO DECIMOSESTO 376 
67. 

Dinanzi yiene Oldrado e Fieramonte^ 
Un daca di Glocestra, un d'Eboracej 
Con lot Ricardo, di Varvecia conte, < 
E di Chiarenza il daca, Enrigo andace. 
Han Matalista e FoUicone a fronte, 
E Baricondo ed ogni lor segoace* 
Tiene il primo Almeria, tiene fl secondo 
Granata, tien Maiorca Baricondo. 
68. 

La fiera pogna un pezzo and6 di pare, 
Chh yi si discernea poco vantaggio. 
Yedeasi or P uno or V altro ire e tomare 
Gome le biade al ventolin di maggio; 
O come sopra '1 lito un mobil mare 
Or viene or ra, n^ mai tiene un viaggio. 
Poi che Fortuna ebbe scb^rzato un peszo, 
Dannosa ai Mori ritom6 da sessza 
69. 

Tutto in un tempo il duca di Glocestra 
A Blataliata fa volar 1' arcione. 
Ferito a un tempo nella spalla destra 
Fieramonte riversa FoUicone; 
E V un Pagano e 1' altro si sequeidra, 
E tra gV Inglesi se ne va prigione. 
E Baricondo a un tempo riman sensa 
Vita, per man del duca di GhiarensBa. 
70. 

Indi i Fagani tanto a spaventarsi, 
Indi i Fedeli a pig^iar tanto ardire; 
Ghe quel aon facean altro che ritrarsi, 
E partirsi dall' ordine e fuggire ; 
B questi andar innanzi, ed avanzarsi 
Sempre terreno, e spingere e segmre: 
E se non vi giungea chi lor di^ aiuto, 
n campo da quel lato era perduto. 



376 L' ORLANDO PUBIOfiO 
71. 

Ma Femu, ehe sld qw mai ntm s' era 
Dal re BfaviSio suo trop^ dSa^iBto, 
Qaando vide f^agpt queSk bandiera, 
E V esarcito ano mezao eoasiiHtOy 
SproQo U oavallo^ e dove ardea.pitt fiera 
La battaglia, lo apinae, e aro^ a pooto 
Che vide dal destrier cader ia terra^ 
Gol capo feaso, Olimpio didla Serra: 
71. 

Ud giovioetto che col dolce caato^ 
Concorde d snoa ddk oornnta cetra, 
D' inlenerire an cor si dava vanto, 
Ancor ohe fosae piii doro che pietra. 
Felice luiy se contentar di taiito 
Onor aapeaii^ e scodO| arco e faretra 
Aver in odio^ e actmitarra e laaeiay 
Che lo feoer morir giovme in Fraucia! 

75. 

Quando lo vide Ferraii cadere^ 

Che aolea amarlo e avere m moUa estwaj 
Si sente di Iiii sol via piii doleroi 
Che di milP altri che periron prima: 
E sopra chi 1' accise in aiodo fere, 
Che gli divide V elmo dalla cima 
Per la ironte, per gli occhi e per la fafci^'. 
Per maaso il petto, e morto a terra il oaecia. 
M. 

Ni qui s^ indugia; e il brando intorno nio^a^;.. 
Ch' ogni ekno rompci ogni iorica sm£lgt<%';' 
A chi segna la fronte^ a chi la gola, 
Ad altri il capo> ad akri il braocio tagMa: 
Or questo, or quel di sangue e d' alaia^ vjftta; 
E feitnada quel canto la battaglia, 
Onde k spaventata ignobil frotta 
Senza oidine foggia speizata e rotta. 



CANTO DECIMOSESTO 377 

75. 

Entrb nella battaglia il re AgramaDte, 
D'uccider gente e di far prove vago; 
E seco ha Baliverso, Farurante^ 
Prusion, Soridaoo e Bambirago. 
Poi son le genti sensa nome tante, 
Che del lor (angae oggi faranno un lago, 
Gbe meglio conterci ciascana foglia, 
Qaando V autunno gli arbori ne spoglia. 
76. 

Agramante dal muro una gran banda 
Di fanti avendo e di cayalli tolta, 
Gol re di Feza sabitoli manda, 
Che dietro ai padiglion piglin la volta, 
E vadano ad opporsi a quei d' Irlanda, 
Le oai squadre vedea con fretta molta, 
Dopo gran giri e larghi avvolgimenti, 
Yenir per occopar gli alloggiamenti. 
77. 

Fa '1 re di Feza ad eseguir ben presto; 
Gh* ogni tardar troppo nociuto avrfa. 
Ragana intanto il re Agramante il resto; 
Parte le squadre, e alia battaglia invia. 
Egli va al fiume ; cbe ^i par ch* -in' qtiesto 
Luogo del sao venir bisogno sia: 
E da quel canto an vesso era venato 
Del re Sobrino a domandare aiutb. 
78. 

Menava in una squadra piu di naezzo 
n campo dietro ; e sol del gran rumore 
Tremdr gli Scotti, fi tanto fa il ribrezzo« 
Gh' abbandonayan V ordine e V onore. 
Zerbin, Lurcanio e Ariodante in mezzo 
Ti rest&r soli incontra a qnel furore: 
E Zerbin, ch' era a pie, vi per^a forse ; 
Ma '1 buon Rinaldo a tempo se n^ accorse. 
Ob. Vol. IL 48 



376 L' ORLANDO FDRIOSO 
V9. 

Altrove intanto il palkidio b^ av« 
Fatto tooaiizi foggir tewiko ))aiidiere. 
Or che Porecdue k novella r^ 
Del gran periglio di Zerbin gfi iere^ 
Gh' a piedi fira la gvnte oireBca 
Lasmato aolo aveano la sva achien, 
Yolta il carallo^ e dore il campo scotto 
Vede faggir, prakle la via di betto* 
•D. 

Dove gli Scotti ritornar fbggendo 
Tede, a^ appara, e grida : Or dtne aildate? 
Perche tanta viltade ia voi comprabdo^ 
Che a ^ vil gente il campo abbandonate? 
Ecco le apoglie, delle fiiali mteado. 
Ch' euer dovean le voabe chicae ornate. 
Oh che laude, oh che gloria obe 'i figKuoIo 
Del vo8tr0 re ai kid a piedi e aoioi < 
Sfl. 

D' un SQO cevdier «Qa froflsa asta tSettra^ 1 
E vede Pnasion poeo lontano^ 
Re d' Alviiracchie^ e iddosto se gli serm, 1 
E dell^arcioo lo porta morto al piaoto. 
niorto Agricalte e Bambfarago atteilrav 
Dopo fere. asprameDfe Sbridanaii ' .* 
E come gli aliri V avrk messo a bMi)rte, '*- 
Se nel ferir k kncia era piu ftetci 
8t. 

Stringe Fosberta^ poi che V asta e rottay 
E toeea Serpenti% qUel dalk Sttdla... , ; 
Fatate 1' arm^avea^ ma qiietta b<Mta . . 
Pur tramortito il manda fuor di. aelk: 
E cosi al duca delk gente sicotta 
Fa piaaaa intomo spaziosa e beUa; 
Si cho aenza contesa an destrier piiole 
Salir^ di qaei che vanno a seHe vdte. 



CANTO DECIMOSESTO 879 

E ben si ritrov5 aalito a tempo, 
Che forse nol faoea se piu tardava; 
Perche Agraoaanta e Dafdinello a un tempo, 
Sobria col re Balastpo t^ arrivsiva; 
Ma egU^ cbe mootato era per tempo, 
Di qua e di U ool braado a' aggirara, 
Mwdando or q«e^ or quel gm sell' infismo 
A dar oollyia del wvmr moderjae. 

84. 

n boon RioaldPi il qolde a ponre 10 fcerra ' 

I piti daooow even tempre riguardo, 

La spada (sootra il re Agramante aflferra, 
Gbe troppo gli parea fier o e ga^ardo 
(Faoea egJU 40I piu ohe miUe altri giierra) 
E 89 g)i spioae addoaso con Baiardo} 
Lo fere a 119 lampo ed urta di trawrso, 
Si qhi^ Jai. ool dostneir manda riverso. 

8K. 
Mentre di fuor con si cradel batt^lia^ 
OdiO| r^bbia^ furor V uq V altro off^n^^, 
Rodomonte ii) Parigi il popol t^tgUf;; 
Le belle cq$q e i sf^m tempU accede. 
CarlO) db' in ^Itra p^rt^ A trav^glia, ; 
Qaesto non v^de^, ennUa ancpr pe'iitendt: 
Odoardo mpcqglii^ ed AriqriaQno 
Nella ciuA) col Iqr popol bntanno. * ' . 

8o« 
A lai venne an scudier pallido in volto^ 
Ghe potea appena trar dal petto il fiato. 
Ahim^! signer, ahime! replica molto, 
Prima ch' abbia a dir altro incominciato: 
Oggi il romano imperio, oggi ^ sepolto; 
Oggi ba il suo popol Cristo abbandonato; 

II demonio dal cielo e piovuto oggi, 
Perche in questa citta piu non s' alloggi. 



38o L' ORLANDO FURIOSO 
87. 

Satanasso (perch' altri esser non paote) • 

Strugge e ruiaa la citta iofelice* 
Yolgiti e xnira le fumose ruote 
Delia roveate 6amma predatricej 
Ascolta il pianto che nel ciel percaote; 
E faccian fede a qael che ^ servo dice. 
Un solo h quel ch' a ferro e a fuoco strugge 
La bella terra, e innaDzi ognuo gli fu^e. 
88. 

Quale h colni che pria oda il tumulto, 
E delle sacre squille il batter spesso, 
Che vegga il fuoco a nessnn altro occulto 
Gh' a se, che piii gli tocca, e gli e piu presso; 
Tal e il re Carlo, udendo il nuovo insulto, 
E conoscendol poi con V occhio istesso : 
Onde lo sforzo di sua miglior geute 
Al grido drizsa e al gran rumor che sente. 

89. 
Dei paladini e dei guerrier piu degni 
Carlo si chiama dietro una gran parte^ 
£ vSr la piazza fa drizzare i segni, 
Gh^ M pagan s* era tratto in quella parte. 
Ode il rumor, vede gli orribil segni 
Di crudelta, V umane membra sparte. 
Ora non piu : ritorni un' altra volta 
Chi volentier la bella istoria ascolta. 



L* ORLAI^DO FURiaSO 

GAIVTO DECIMOSETTmO 



ARGOMENTI. 

AHUnLATO. DOIiCr 

Carlo CO* fQoi ▼■ contra RtMiomonle. EtoruTprima ogoi lao Paiiditio • 

Grifon di Norandio giunto alia giottra E poecia ya 1* imperalor Romaoo' 

Fa gran prove. Marun volga U fronte^ G>ntra di Rodomoou* A Norandino 

E quanio tia viliiaimo dimoaira: . Gtange il forte Grifon eol rio Mariano. 

Poiy per fare a Grifon vergogna ed onte. Quel vioce in giottra, e questo gli ^ ticin«>: * 

L'anne gli invola, e con ai bella qiosira Ma timido h di cnore e ?il di mano. 

E dal henigno Re motto onorato« S* usurpa poi con Tanne sae I'onore, 

Scomo ha Grifon, ch'i per Marian atioiRto. E Grifon ne ricm onla eTdiaoore, 

ANGUILLABJL. yERDIZZOTTL 

Otto acootri di lancia easeodo a piede Ver^Rodomonte in Tan Carlo fi nofC. 

Softiene il re di Sana* e non i' aiterra. Grifon ginnge a Damaaco; e inteao qnanto 

Yuol Mariano in Soria gioilrar* poi cede Traea 'i re Norandino a feaie nove, 

E fngge; alfiu Grifon yince la gnerra. RiporU iolo delU giostra il vanto: 

Mentre dormendo poi Grifon nol vede^ Ma oientre ei dorme, per celar aoe prove, 

Dentro all' arnie di Ini Marian ai aerra. Martan 1* arnie gl' invola^ e fogge intaoto 

E in modo fa, dell' altrvi apogUe adomo^ Con Origille al re di qnelie adom« | 

Ch' ei reaU con onor, Grifon con acomo. Ond ei n'ha pregio, e '1 lHion;'GrilbiM Moruo. 



I 



1. 



1 giusto DIo^ quaodo i peccati nostri 
HapDO di remission passato il segno, 
Acci6 che la giustizia sua dimostri 
Ugaale alia pieta^ spesso da regno 
A tiranui atrocissimi ed a mostri, 
E da lor fona, e di mal fare ingegno. 
Per qaesto Mario e Silla pose al mondo^ 
E duo Neroni e Gaio furibondo, 
2. 
Domiziano e V ultimo Antonino; 

E tolse dalla immonda e bassa plebe, 

Ed esalt6 alP imperio Massimino ; 

E nascer prima fe' Greonte a Tebe ; 

E die Mezenzio al popolo agilino, 

Che fe' di sangue uman grasse le glebe; 

E diede Italia a tempi men rimoti 

In preda agli Unni, ai Longobardi, ai Goti. 



38a L' ORLANDO FURIOSO 
5. 

Ghe d^ Attila dir6? cbe dell* iniqao 
Ezzelin da Roman? che d' altri cento, 
Ghe dopo un lungo andar sempre in obliqaOy 
Ne manda Dio per pena e per tormento? 
Di qaesto abbiam non par al tempo antiqoo. 
Ma ancora al nostro, cbiaro esperimento, 
Qnando a noi, greggi inatili e malnati. 
Ha dato per goardian lapi arrabbiati: 
4. 

A cni non par cV abbi' a bastar lor fame, 
Ch'abbi' il lor ventre a capir tanta carne; 
E cliiaman lupi di piii ingorde brame 
Da boschi oltramontani a di?orarne« 
Di Trasimeno 1' insepnlto ossame, 
E di Ganne e di Trebbia, poco pame 
Yerso quel che le ripe e i campi iiqprassa, 
Dot* Adda e Mella e Ronco e Taro passa. 
5. 

Or Dio consente che noi siam pnniti 
Da popoli di noi forae peggiori. 
Per li moltiplicati ed infiniti 
Nostri nefandi, obbrobriosi errori. 
Tempo verrl^ ch' a depredar lor liti 
Andremo noi, ae mai sarem migliori, 
E che i peccati lor ginngano al segno, 
Ghe V etema Bonta maovano a adegno. 

e. 

Doveano allora aver gli eccessi loro 
Di Dio tnrbata la serena fronte, 
Ghd acorse ogni lor Inogo il Turco o '1 Horo 
Gon stnpri, nccision, rapine ed onte: 
Ma pia di tatti gli altri danni, f6ro 
Grravati dal faror di Rodomonte. 
Dissi ch* ebbe di lui la naova Garlo, 
E che 'n piaas^ venia per ritrovarlo. 



CANTO DEGDfOSETTIHO 383 
7. 

Yede tra tia la geote sua troacata^ 
Arsi i pahssi e roioati i templij 
Gran parte della tern desolatas 
Mti nob 81 vider A crodeli esempli. 
Dove fuggite, turba spaTeatata ? 
Non e tra voi chiU daDoo sao coolempli? 
Gbe citti, cbe refogio pia vi resta^ 
QaaDdo si p^a A Tilmeate questa? 

a 

Danqae no aom solo id vostra terra preso^ 
Ginto di mara onde non pa6 iuggire^ 
Si partira che non P awete offeso^ 
Qnalido totti r^ avrk fatto morire? 
God Garlo dicea^ che d' ira acoeso 
Tanta yergogna non potea patire^ ' 
E gianse dove innanti alh gran oorte* 
Vide il pagan por la sua gente a morte;> ' 

9. 

Qoivi gran parte era del popolasza, < , 
Sperandovi trovare ainto^ ascesa; 
Perchi forte (fi mora era il palauo^ '-l *>! 
Con mnnizion da &r langa difesa* ; 
Rodomonte, d' orgoglio e d^ira paiaoy 
SoJk> 8^ avea tutta la piaeza presa; 
E r una man^ che preansa il mondo 'pooo> > 
RoQta la apada^ e V lAtra getta U. fttoob« . 

M. 

E della regal casa^ aUa e sublime, 

Percuote e risnonar fa le gran porta. < . ^ 
Gettan le tnrbe dalle eccelse cime 
E merli e torri^ e si mettoa per morte. 
Guastare i tetti non e alcnn che atim^j 
E lagne e pietre Tanno ad una sovte, . > 
Lastre e colonne, e le dorate ttan 
Ghe.fAro in preaszo agli lor padri e agli ati. 



984 L' ORLANDO FURIOSO 
if. 

Sta sa la porta il re. d* Algier^ laceute 
Di chiaro acdar che '1 capo gli anna e '1 basto, 
Gome uscito di tenebre serpente, 
Poi c' ha lasciato ogni sqaallor vetusto, 
Del naovo scoglio altiero, e che si sente 
Ringiovemto e piu che mai robnsto: 
Tre lingae vibra, ed ha negli occhi foco: 
Dovanqae passa ogn' animal dk loco. 
12. 

Non sassOy merlo, trave, arco o balestra, 
Ne ci6 che sopra il Saraein percaote^ 
Ponno alleatar la saogoinosa destra 
Che la gran porta taglia, apezza e scoote: 
E dentro fatto v' ha tanta finestra, 
Ghe ben vedere e yedato. dsser puote 
Dai yid impreasi di color di morte^ 
Ghe ti&tta piena quivi hanno la corte. 

13. 

Saonar per gE aid e spasiosi tetti > . i 

S^ odono gridi e femminil lament! v - 
L'afflitte donne, perooteado i petti, 
Gorron per casa pallide e dolenti; >> '^w-' 
E abbraccian gli iisci e i genlalt listti ^ ' • 
Ghe toato hanno m lasciareli stranegenftH ' 
Tratta la cosa era in peri|^o tanto,' 
Qnando il re giunse^ e saoi baroni accalMOr 
14. 

Garlo si yolse a quelle man robaste '*- ' 

Gh'ebbe altre volte a gran bisogni pronte. * 
Non sete quelle yoi che meco faste -> ' « 
Gontra Agolante, disse^ in Aspramonte? 
Sono le forze vostre ora si frolBte, ' ' 

Ghe^ s' uccideste lui, Troiano e AJmoD^el ' « 
Gon cento mila, or ne temete an sirio '^^^^ 
Pur di quel sangue^ e par di quello ^tuolo? 



CANTO DECIMOSETTIMO. 38S 

15. 
Perche debbo vedere in vot fortezxa 
Ora minor^ ch' io la yedessi allora ? 
Mostrate a qaesto can vostra prodeszai 
A questo can cfae gli aomioi devora. 
Un roagoaDimo cor morte non prezea^ 
Presta o tarda che sia, par cbe beo maora. 
Ma dubitar ooo posso ove voi aete, 
Chi fatto sempre viucitor m' avete. 

16. 

Al fin delle parole urta il destriero, 
Con r asta bassa, al Saracino addosso. 
Mosses! a an tratto il paladino UggierOy 
A un tempo Namo ed Olivier si h mosso, 
Avino, Avolio, Ottocie e Berlingiero, 
Ch' un senza 1' altro mai veder non posso: 
E ferir tatti sopra a Rodomonte 
E nel petto e nei fianchi e nella fronte. 
17. 

Ma lasciamo, per Dio, Sigoore^ ormai 
Di parlar d^ ira e di cantar di morte; 
E sia per questa yolta detto assai 
Del Saractn non men crudel che forte; 
Che tempo h ritornar dov' io lasciai 
Grifon, giunto a Damasco in sa le porte 
Con Orrigille perfida, e con qaello 
Gh' adulter^ era, e non di lei fratello. 
18. 

Dalle pill ricche terre di Levante, 
Delie piu populose e meglio ornate 
Si dice esser Damasco^ che distante 
Siede a Gerusalem sette giornate. 
In an piano frultifero e abbondante, 
Non men giocondo il verno> che 1' estate. 
A questa terra il primo raggio tolle 
Delia nascente aarora an vicin coUe. 
Oa. Vol !!• 49 



386 L' ORLANDO FURIOSO 

Per la citta doo fiomi cristalliiii 
Yanno inni^odo per diversi riyi 
Un nomero io&nito di giardini 
Non mai di fior, noa mai di fronde priy. 
Dicesi aooor, che maciaar molioi 
Potriao far V aoque lanfe che son qoivi : 
E chi va per le yie, vi aente faore 
Di tatte quelle case oscire odore 
ML 

Totta coperta h la strada maestra 
Di panni di diversi color lieti, 
E di odorifera erba e di silvestra 
Froada la terra e tatte le parett. 
Adoroa era ogni porta, ogni finestra 
Di fioissimi drappi e di tappeli^ 
Ma pill di belle e beae ornate doone 
Di riccbe' gemme e di saperbe gonne. 
SI. 

Yedeasi celebrar dentr' alle porte, 
In molti lochi, aoUauevol balli: 
n popol, per le yie^ di miglior sorte 
Maneggiar ben guarniti e bei cayalli. 
Facea piii bel yeder la ricca corte 
De' atgnor, de' baroni, de' yassalli^ 
Con ci6 che d' India e d' entree maremme 
Di perle ayer si puA^ d^ ore e di gemme. 
99. 

Yenia Grifone e la sua compagnia . 

Mirando e qninci e quindi il tatto ad agios 

Qnando fermoUi un cayaliero in yia| 

E li fece smontare a un suo palagio: 

E per V usansa e per sua cortesfa, 

Di nulla lascib lor patir disagio. 

Li fe' nel bagno entrar, poi con serena 

Fronte gli aocolse a sontiiosa cena. 



CANTO DEGIMOSETTiaiO 887 

as. 

E narr6 lor come il re Nomodioo, 
Re di Damasco e di totta Soria, 
Fatto avea il paeaano e '1 peregrino^ 
Gh* ordiDe avesse di caTallerfa, 
Alia giostra iavitar^ ch^ al mattatino 
Del di sequente in piazza si faria; 
E che s* avean valor pari al aembiante, 
Potriaa mosixarlo aeziza andar piii inaattte. 

24. 

Ancorcb^ quivi nod yenne Grifone 
A questo effetto^ pur lo invito tenne; 
Chi, qual volta se n^ abbia occasiane, 
Mostrar virtude mai non disconvenae. 
InterrogoUo poi della cagione 
Di qaella festa^ e s' ella era aolenne 
Usata ogn' anno, oppure impresa onova 
Del re eh* i aaoi veder volesse in prova. 
85. 

Rispose il cavalier: La bella festa 
S* ba da far sempre ad ogni quarta luna. 
Dell* altre cbe verran la prima ^ qnesta; 
Ancora non ae n^ k fatta piii alcnna. 
Sara in memoria cbe salvo la teata 
n re in tal giorno da una gran fortana, 
Dopo che quattro mesi in doglie e 'n pidnti 
Sempre era stato, e con la morte inoanti* 

96. 

Ma per dirvi la cosa pienamente^ 
II nostro re, cbe Norandin a* appella, 
Mold e molt* anni ha avnto il core ardente 
Delia leggiadra e sopra ogn* altra bella 
Figlia del re di .Cipro; e finalmente 
Avutala per moglie, iva con qaella. 
Con cavalieri e doime in compagnia; 
E dritto avea il cammin verao Sorfa. 



388 U ORLANDO FURIOSO 
27. 
Ma poi che fummo tratri a piene yele 
Lungi dal porto nel Carpazio intqaa. 
La tempesta salt6 tanto cradele, 
Che sbigotti sia al padrone antiqoa. 
Tre di e tre notti audammo errando ne ie 
Minacciose onde per cammino obbliquo. 
Uscimnio alfin nel lito stanchi e molK, 
Tra freschi rivi, ombrosi e verdi colli. 

aa. 

Piantare i padiglioni, e le cortiiie 
Fra gli arbori tirar facemo lieti. 
S' apparecchiano i fiiochi e Ie cncine; 
Le mense d^altra parte in an tappeti. 
Intanto il re cercando alle vicine 
Yalli era andato e a* boschi piu secreti, 
Se ritrovasse capre o daini o cervi; 
E V arco gli portibr dietro dao serW. 

29. 
Meutre aspettiaioo^ in gran piaeer aedendo, 
Che da cacctar ritorni ii aignor nostro, 
Yedemo V Orco> a noi renir correndo 
Lungo il lito del mar, terribil mostro. 
Dio vi guardi, signor, che U viso orrenda 
Deir Oreo agli occhi mai yi sia* dimostro; 
Meglio e per fama aver notizia d' esso^ 
Gh' andargli, ai che lo veggiate, appresso; 

50. 
Non gli pa6 comparir qnanto sia lungo, 
Si smisuratamente e tutto grosso: 
In liiogo d' occhi, di color di fungo 
Sotto la fronte ha daa coccole d* osso. 
Yerso noi ?ien, come ▼! dico, lango 
n lito, e par ch^ un monttcel sia mosso* 
Mostra le zanne fnor come fa il porco ; 
Ha lango il naso, il sen bavoso e sporco^ 



) 



CANTO DECIMOSETTISIO 38^ 

51. 

I Correndo viene, e '1 moso a gnisa porta 

I Che .'I bracoo saol^ quando eotra in sa la traccia. 

Tiitti che lo veggiam, coa faccia smorta 
I In fuga aodiamo ove il timor ne eaccia* 

i Poco ii veder loi cieco lae cooforta^ 

' Qaandb, fiutandb sol, par che piii faccia "^ 

Ch' aUri Don fa ch^ abbia odorato e iquic j' 
I E bisogoo al fiiggire erau le piaooe.' ^' 

SJT. 

Gorron obi qua, cht la, ma poco leea* * 
Da liii faggtr, veloce piii <ihe ^ Nolo. ' 

Di quaranta persone, appena diece '' 

. Sopra il navilio si salvaro a naoto. ' *' ' 

Sotto il brdccio an fastdidTalcnni feqe; ' 
^ Ne il grembo si lisiscib n^.'il seno: vbtoi 

i Ua suo^ capiiee zaibo'einpissene anoo, 

Che ifli. peodea^ icooie. a pastor, dal fiancee -' 

Portocci alia sua tana il'inoitro ciebo,* '^ 
Cavata iu fito al biar denYr'fttno^'scoglib's' <• 

I Di marmot' cos) bianco 'e quello apeco, ' ' '' 

Come esser Boglia ancor uod soritto' ibgSi*^ I 

[ Quiri abitava^una -matrona sjBob, ^>' < r'v' 

Di dolor pibnd' in vista e- divobrdogliov'' '* ^^ 
Ed avea in compagnfa donne e^ dDuteelle^' ^ 
D' o^ etii, d' ogni sorte, e brutte e belfe. * 
S*. 
Era presso alia grotta in ck' eglr stava, ' ^^^ 

Quasi alk cima del giogo snpemo, ' ' ' ^ ^ 
Un' altra non:minor di quella cava, - 

Dove'del gregge' sno facea governo. i I 

Tanto n^ avea, che boo si nntnerava ; ' * 
E n' era egli il pastor l\ estate e ^l vevbov ^ 
Ai tempi suol gli apriVa e tenea chioso, » ' ^ 
Per spasso che nUvea^ piii che per uso. ' ^ 



300 UOKUNDO FDRIOSO 
W. 

Is noiaiui ctrne nieglio gli sapeva ; 

E prima fa veder ch* alF antro arriTi ; 
CIA tra de* nostri giovioi ch' aveva, 
Tnttt li maogia^ aazi trangugia viri. 
Yiene alia alalia^ e oo grao aasso ne lera; 
Ne caccia il gregge, e noi riserra qaivi: 
GoQ qoel sen' va dove il suol far aatollo, 
Sonando ma saoopogoa ch' avea in collo. 
36. 

II sigoor oosiro iotanto ritomato 

Alia marioa^ 8 aoo dapno comprende, 
Chi trova gran sQeoaio in ogni lato, 
Tdti frascati, padiglioni e tende. 
Ni aa pensap ohi si P abUa rubato; 
E pien di gran timore al lito acende, 
Onde i oocchieri aooi vede in disparte 
Sarpar lor ferri, e in opra por le nrte. 
57. 

Tosto ch* easi Ini v^giono anl lito, 
n paUsdbermo mftndano a levarlo: 
Ma non ai tostb ba Norandioo ndito 
Dell* Oreo <ibe venuto era a rubarlo^ 
Che, senia pi«i peasar, pigHa partilb, 
Dovanqiil? andato.sia, di seguitarb. 
Tederisi tor Lacina A gli duole, 
Gb^O racqaistarla^ o non piii river voole. 

Dove vede apparir lango la aabbia 

La fresca .orma, ne va'con qnella fretta 
Con che lo apinge V amoroaa rabbia, 
Fin che ginngA alia tana ch' io v* ho delta, 
Ove COD tenia* la maggior che a' abbia 
A palir mai, V Oreo da noi a* aspetta.^ 
Ad ogni anono.di aentirio parci 
Gh' aSamato ritorni a dtvorarci. 



CANTO DEGIBOSETTIliO 391 

Qoivi fortaot il re da tempo guide, 
Che sense T (keo in case* ere b inogBe. 
Gome ella 'I rede: Foggioe, ^ 8™'^) 
Misero te, se V Oreo ti ci eogliel 
Goglia, disse, o noa coglia) o salri o accida, 
Gbe miserrimo V aia non tot si toglie. 
Disir mi mena, e non error di Tia^ 
Cho di morir presso elk moglie mii. 

Poi segui, dimandandole novella 

Di quei che prese V Ofco in sa la riva: 
Prima degli altri, di Lncina bella^ 
Se r avea morta, o la tenea captive. 
La donna amanamente gli fiivella, 
E lo conforta, che Lacina h viva, 
E che non h alcan dubbio cb'ella mnorai 
Gh^ mai femmina V Oreo non divonu 
41. 

Esser di ci6 argomento ti poss* 10, 
£ tutte queste donne che son meco; 
N^ a me n& a lor mai POrco k stato rio. 
Pur che non ci scostiam da qnesto speeo. 
A chi cerca fuggir, pon grave fio; 
N& pace mai pnon ritrovar piii seoo: 
O le sotterra vive, o I'inpatena, 
O fii star nude al sol sopra F arena. 
49. 

Qoando oggi egli port6 qui la tna- gente, 
Le femmine dai maschi non divise; 
Ma, si come gli avea, confiisamente 
Dentro a quelle spelonca tutti mise. 
Sentira a naso il sesso different^: 
Le donne, non temer che sieno occise: 
Gli uomini nene certo; ed empiefanne 
Di quattro il giorno, o sei^ V avide canne, 



39a L* ORLANDO FURIOSO 
43. 

Di lerar lei di qui aon ho consiglio 
Che dar ti >p06sa y e cooUntar fi pooi 
Che nella yiU sua non .^iperiglio : 
Stuck qui al ben e al mal ch' avremo noi. 
Ma Tatfcene^ per Dio, vattene, figlio, 
Che r.Orco non ti senta e non V ingoi. 
Tosto che giunge^ d' ogn' intorno annasa^ 
E aeate sin a un topo che «ia in casa. 
44. 

Rispose il re, non ai volar partire, 
Se non vedea la saa Lacina prima; 
£ che piuttosto appresso a lei morire, 
Che Tiverne lontan, faceva stima. 
Quando vede ella non potergli dire 
Gosa che U muova dalla voglia prima, 
Per aiatarlo fa naovo disegao, 
E ponvi ogni sua industria, ogni suo ingegno. 
AS. 

Morte avea in casa, e d'ogni tempo appese, 
Con lor mariti, assai capre ed agnelle, 
Onde a se ed alle sue facea le spese; 
E dal tetto pendea piii d' uoa pelle. 
La donna fe' che '1 re del grasso prese ^ 
Gh' avea nn gran becco intorno alle budelle, 
E che se n' unse dal capo alle piante, 
Fin che 1' odor cacci6 ch^ egli ebbe innante. 
46. 

E poi che 1 tristo puszo aver le parve, 
Di che il fetido becco ognora sape, 
Piglia V irsttta pelle e tutto entrarve 
Lo fe'j ch* ella e si grand e che lo cape. 
Goperto sotto a cosi strane larve, 
Facendol gir carpon, seco lo rape 
lA dove chittse era d' on sasso grave 
Delia sua donna il bel viso soave. 



CANTQ DECIMOSETTIMO. SgS 
47. 

Norandino ubbidisce; ed alia buca 
Delia spelonca ad aspettar si mette, 
Acci6 col gregge deotro si condoca^ 
E fin a sera disiando stette. 
Ode la sera il suoa della sambuca, 
Con che 'nvita a lassar Pumide erbette 
E ritoraar le pecore all'albergo . t 

II fier pastor che lor venfa da tei^o. 
48. 

Pensate voi se gli tremava il core, 

Quando TOrco senti che ritornava^ > 

E che '1 viso crudel pieao d' orrbre - 
Vide appressare alPuscio della cava: 
Ma pot^ la pietii piu cbe'l timore. 
S' ardea , vedete , o se fingendo ama/va^ • - 
Yxen I'Orco innanzi, e leva il. sasso ed.ap^e: 
Noraodioo entra fra pecore e $apfe» oi'i*' /< 
49. 

Enttato il gregge, T Oreo, a noi discekide; ' 
Ma prima sopra s€i V usqio si ohiodet ^ '!' .( 
Tatti ne va fiatando: alfin dao preadt; 
Che vuol cenar delle lor carai crude. ^ 

Al rimembrar di quelle zanne orrenda! ^ \ I 
Non posso far ch' ancor noa treiia'elimiA' 
Partito V Oreo, il re getla la gonna . 
Gh' avea di becoo, e abbraccia la sua dootia. 
KO. 

Dove averne piacer deve e conforto, 

Tedendol quivi, ella n^lki affamio. eilQiar - 
Lo vede giunto ov'ha darestarmorto;-' 
E nott pu6 far perb 5 ch'essa n«n nraoia; . 
Con tutto '1 mal, diceagli^ ch' lo sapporto^ 
Signer, sent/a non modiocre gioia ' 
Che ritrovato non t' eri con niii^ % :n^ 
Quando dair Oreo oggi qui tratta fui. - . 
0«. Vol. II. ;.. 50 



394 ^' ORLAPJDO FURIOSO 

»f. 

Ghe sebbeoe il trovarmi ora in procinto 
D' uscir di vita, m* era acerbo e forte ; 
Pur mi aarel, come ^ comune istinto^ 
Dogliuta sol della mia trista sorte: 
Ma ora, o prima o poi che ta sia estinto, 
Pill mi dorri^ la tua che la mia morte. 
E seguito, mostraDdo assai piu affirono 
Di quel di Morandin che del suo danoo. 
52. 

La apeme, disse il re, mi fa venire, 
C ho di salvarti , e tutti quest! teco : 
E s' io nol posso far, meglio e morire 
Ghe seoza te , mio sol , viver poi cieco. 
Gome io ci venni, mi potro partire: 
E voi tutt^ altri oe verrete meco, 

. S^ Don Avrete, come io non ho avuto ^ 
Schivo a pigliar odor d^ animal bnito. 
S5. 

La fraude iosegub a noi, che contra il naso 
Deir Oreo in5egD6 a liii la moglie d^ esso , 
Di vestirct le pelli, in ogni caso 
Gh' egli ne palpi oelP uscir del fesso. 
Poi che di queslo ognun fu persiiaso, 
Quanti'dell' im, quanti delP altro sesso 
Gi ritroviamo, uccidiam tanti becchi, 
. Qaelli che piu fetean, ch' eran piu vecchi. 

M. 

Gi ungemo i corpi di quel grasso opitno 
Ghe ritroviamo all* intestina intorno, ^ 

£ delT orride pelli ci vestimo: 
Litahto Q9C1 dalP aureo albergo il giomoi ^ 
Alia apelonca, come apparve il primo 
Raggio del sol, fece il pastor ritomo; 
E dando spirto alle sonore canne, 
Ghiamd il suo gregge fuor delle capanne. 



CANTO DGCIMOSETTIHO dgS 

Tenea la mano al buco della tana, 

' Acci6 col gregge noa uscissiin noi: 
Ci preodea al varco; e quaudo pelo o lana 
Sent/a sul dosso^ oe lasciava poi. 
Uomini e doone uscimmo per si straoa 
Strada, coperti dagPirsuti cuoi: 
E POrco alcuD dl noi mai non ritenoe, 
Fin che coq grao timor Lucina venne. 
86. 

Lucina, o fosse perch* ella non voUe 
Ungersi come noi, che schleo n'ebbej 
O ch'avesse I'andar piu lento e moUe, 
Che Pimitata bestia non avrebbe; 
O quaudo POrco la groppa toccoUe, 
Gridasse per la tema che le accrebbe; 
O che se le sciogliessero le chiome; 
Sentita fu, ne ben so dirvi come. 
57. 

Tutti eravam si intent! al caso nostro, 
Che non avemmo gli occhi agli altrui falti. 
lo mi rivoisi al grido, e vidi il mostro 
Che gia gPirsuti spogli le avea tratti, 
E fattola tornar nel cavo chiostro. 
Noi altri denlro a nostre gonne piatti 
Col gregge andiamo ove'l pastor ci mena, 
Tra verdi colli in una piaggia amena. 

5a 

Qnivi attendiamo infin che steso alPombra 
D^nn bosco opaco il nasuto Oreo dorma. 
Chi lungo il mar , chi verso '1 monte sgombra : 
Sol Norandin non vuol seguir nostr'orma. 
L^amor della sua donna si Pingombra, 
Ch' alia grotta tornar vuol fra la torma , 
Ni partirsene mai sin alia morte, 
Se non racquista la fedel consortes 



396 L' ORLANDO FURIOSO 
S9. 

Chi quando dianzi avea alPuscir del chiaso 
Yedatala restar captiva sola, 
Fa per gittarsi, dal dolor confaso, 
SpoDtaneameote al vorace Oreo in gola: 
E si mosse, e gli corse infino al muso, 
TSe fa lontano a gir sotto la mola; 
Ma par lo tenne ia mandra la speranza 
Ch'ayea di trarla ancor di quella stania. 
60. 

La sera 9 quaodo alia spelonca meoa 
H gregge POrco, e noi fuggiti seate, 
E c'ha da rimaner privo di cena, 
Ghiama Lncina d' ogoi mal nocente y 
E la condanoa a star sempre 10 catena 
Alio scoperto ia sul sasso eminente. 
Yedela il re per sua cagioa patire; 
E si distragge^ e sol non pu6 morire. 
61. 

Mattina e sera rinfelice amante 

La pao veder come s^affligga e piagna; 
Che le va misto fra le capre avante, 
Torai alia stalla o torni alia campagaa. 
Ella con viso mesto e supplicante 
Gli accenna cbe per Dio noa vi rimagna , 
Perche vi sta a graa rischio delta vita, 
Ne pero a lei pu6 dare alcuna aita. 
62. 

Gosi la moglie ancor dell' Oreo priega 
II re che se ne vada; ma noa giova, 
Chh d'andar mai senza Lucina niega, 
E sempre piu costante si ritrova. 
In questa servitude, iu che lo lega 
Pietate e Amor, stette coa lunga prova 
Taato , ch' a capitar venae a quel sasso 
n figlio d'Agricane eM re Gradasso. 



CANTO DECmOSETTIMO 397 
65. 

Dove con loro aadacia tanto fdnno^ 
Che liberaron la bella Lncina ; 
Bench^ yi fa avrentara pia che senno; 
E la portsir correndo alia marina; 
E al padre suo, che qoiyi era, la d&ino: 
E qaesto fa nell'ora mattalina^ 
Che Norandin con I'altro gregge stava 
A raminar nella montana cava. 
64. 

Ma poi che ^ giomo aperta fa la abarra, 
E seppe il re la donna esser partita 
(Che la moglie delPOrco gli lo narra), 
E come appunto era la cosa gita; 
Grazie a Dio rende, e con veto n'inarra, 
Ch'essendo faor di tal miseria oscita, 
Faccia che giauga onde per arme possa. 
Per prieghi o per tesoro esser riscossa. 

es. 

Pien di letizia va con Taltra schiera 

Del simo gregge , e viene ai verdi paschi; 
E quivi aspelta sin ch'alPombra nera 
n mostro per dormir nell'erba caschi. 
Poi ne vien tutto il giomo e tntta sera; 
E alfin sicar che V Oreo non lo 'ntaschi, 
Sopra un nayiUo monta in SataUa; 
E son tre mesi ch' arrivb in Sorfa. 
66. 

In Rodi, in Cipro ^ e per citt^ e caslella 
E d' Africa e d'Egitto e di Tarchia, 
II re cercar fe' di Lucina bella; 
Ne fin r altr^ ieri ayer ne pot^ spia. 
L^ altr' ier n^ ebbe dal saocero novella, 
Che seco V avea salva ia Nicosfa, 
Dopo che molti di vento cradele 
Era stato contrario alle sue vele* 



398 L'ORLANDO FURIOSO 
67, 

Per allegrezza della baona nuova 
Prepara 3 iiostro re la ricca festa; 
E vuol ch'ad ogoi quarta loua ouova 
Una se n^abbia a far sioiile a questa: 
Gbe la memoria riofrescar gli giova 
Dei qaattro mesi cbe 'n irsuta resta 
Fu tra il gregge dell' Oreo; e un giomo^ quale 
Sar^ dimane, osci di tanto male. 

Qaesto cb'io y'bo narrato^ ia parte vidi^ 
In parte udii da cbi trovosai al totto, 
Dal re^ yi dico, cbe calende et idi 
Ti stette, fin cbe volse io riso il lotto: 
E se n'odite mai far altri gridi, 
Direte a cbi gli (a, cbe mal n'i instratto. 
n geutiluomo in tal modo a Grifone 
Delia festa Darr6 I'alta cagione. 
69. 

Un gran pezzo di notte si dispensa 
Dai cayalieri in tal ragiooamento ; 
E concbiudon cbe amore e piet4 immensa 
Hostr6 quel re con grande esperimento. 
Andaron, poi cbe si levdr da mensa, 
Ove ebbon grato e buono alloggiamento. 
Nel segaente mattin sereuo e cbiaro 
Al saon dell'allegrezze si destaro. 
70. 

Yanno scorrendo timpani e trombette, 
E raganando in piazza la cittade. 
Ovy poi cbe di cavalli e di carrette 
E rimbombar di gridi odon le strade, 
Grifon le lacide arme si rimette, 
Gbe son di quelle cbe si trovan rade, 
Cbe Payea impenetrabili e incantate 
La Fata bianca di sua man temprate. 



CANTO DECIHOSETTIMO 399 
71. 

Qael d^ Antiochia, pi il d' ogn' altiro vile , 
Armoflgi seco e compagofa gli tenne. 
Preparate avea lor P oste gentile 
Nerbose lance^ e salde e grosse antenne, 
E del sno parentado non umfle 
Gompagtifa tolta; e seco in piazza Tenne; 
E scudieri a cavallo, e alcani a piede, 
A tai servigi attissimi^ lor diede. 
71 

Giunsero in piazza^ e trassonsi in disparte, 
Nh pel campo cnr^ far di se mostra , 
Per veder meglio il bel popol di Marie ^ 
Gh' ad nno^ o a due, o a tre yemano in giostra. 

. Ghi con colori accompagnati ad arte, 
Letizia o doglia alia soa donna mostra ; 
Ghi nel cimier, chi nel dipinto scudo 
Disegna Amor y se V ha benigno o crudo. 
75. 

Soriani in qael tempo aveano nsanza 
D' amarsi a qnesta guisa di Ponente. 
Forse ve gli indacea la vicinanza 
Ghe de* Franceschi ayean continnamente , 
Ghe qnivi aDor reggean la sacra stanza 
Dove in came abttb Dio onnipotcnte; 
Gh' ora i snperbi e miseri cristiani, 
Gon biasmo lor, lasciano in man de' cani. 
74. 

Dove abbaasar dovrebbono la laneia 
In angamento d^Ua santa Fede, 
Tra lor si dan nel petto e nella panciki , ' 
A destmzton del poco che si crede. 
Yoi^ gente ispana^ e vol, gente di Frianciia, ^ 
Tolgete altroye, e voi, Svizzeri, il piede/ 
E Toi Tedeschi, a far piu degno acquisto; 
Ghi qaantQ qui ceroate k ffh di Criatd. ' 



4oo L' ORLirOX) FURIOSO 
7». 

Se Gristiaiiissiini esser vai volete, 
E voi altri Cattolici nomati, 
Perche di Gristo gli uomini accidete? 
Perche de* beai lor son dispogliati? 
Perchi Gerusalem noa riavete, 
Che tolto h state a voi da' rinuegati? 
Perch^ Gostantinopoli e del moodo 
La miglior parte occupa il Tarco iaimoodo? 
76. 

Non hai tu^ Spagaa^ P Africa vicioa^ 
Ghe t' ba via piu di questa Italia offesa ? 
E pur per dar travaglio alia meschinai 
Lasci la prima tua si bella impresa. 
O d' ogni vizio fetida sentina , 
Dormiy Italia imbriaca^ e non ti pesa, . 
Gh' ora di questa gente, ora di qoella, 
Ghe ffk serva ti fu, sei fatta ancella? 
77. 

Se '1 dubbio di morir nelle tae tane,. 
Svizzer^ di fame, in Lombardia ti gnida, 
E tra noi cerchi o chi ti dia del pane, 
O^ per oscir d' inopia, chi t^ accida) 
Le ricchezze del TurcQ hai non iQatjane^ 
Gaccial d* Europa, o ahnen d^ Grecia snida: 
Gosi potnii o del digiano trarti, 
O cader con piii merto ig quelle.. parti. 
78. 

Quel ch' a te dico, io dico al tAo viciao: . 
Tedesco ancor: Ik le ricehezze aono: 
Ghe vi port6 da Roma Gostantmo: 
Portonne .Q meglio, e fe'dcl resto dono^ : 
Pittolo.ed Ermo, 6nde,si tra' T 6t fino,* V 
Migdotiia.e Lidia, e quclpaese buono ..«•/ 
Per tante laudi in taate i$torb ndtd^ / ' 
Non 6^ s' andar vi; vuoi> troppo remoto% . 



CANTO DEGIMOSBTTTMO: 401 

TO. 

Tu, gran Leone, a oni premoo le tei^a 
Delle ebiavi del ciel l# gravi aome, 
Noo laaeiar che nel aoono at aomineiipsi 
Italia 9 ae la man Phai nelle ohtome. 
Tn sei pastore; e Dio t* ha qaella ▼erg* 
Data a portare, e arelto il fiero nome^ 
Perchji ta ruggi, e che le braeeia atenda, 
Sa ehe dai kpi il gregge tuo difenda. 
80. 

Ma^ d^an parlar aelP altro, ore aono ito 
Si longl dai camniin di* io faceva ora? 
Non lo eredo per6 A arer amarrito^ 
Gb* io OOP lo sappia ritrovare ancora. 
Io dicea ch'in Sorfai in tenea il rito 
D' armarsi, che i Franeeschi aireafto fllora} 
Si che bdia in Damaaco era la ptaxta «• 
Di gento armata df ^knio o di ^Ofwrn. '" '! 
81. 

Le vaghe doBoe gettano dai palchi ' 
Sopril ' i • gloatranti fior Termigli e giaHi ^ 
Mentre eaai fanno a aqon degli oricalchi 
LevaM aMilti ed aggirar cavalli. 
Giascuno, o bene o mal ch' ^U cafakfo^ ' 
Vad far ^vin ^redeMi, e sprona e SkXUf^^^ 
Di ch' altri ne ripteta pregio e lode ; ' 

Maove altrt a f\ifO^ ^ gridqr dietro a^ode. 
88. 

Delia giMtra era il pnsszo nn' ar matur a " 
Ghe fa diMnala a) re pochi dl innante , 
Ghe soUa sttada ri(r«?6f a ventura, 
Ritomando d' Armenia y un mercatante. 
n re di nobiUarima tealara 
La aoprwTMMe atl^arme agginil^, e tante ' 
Perle vi p096 intorno € gemme ed oro, 
Ghe la lece yaler molto tedoro. 
Ob. Vol II. 51 



4oa L* ORLANDO FURIQSO 

89. 

Se coDOsciute il re qodl^ arme aveise , 
Care avule. V avr/a 6opk*a ogrri aroe«e; 
Nh io premio della .giostra I'avrfa inesbe^ 
Gome cbe liberal .fosse e'lcorlese^ 
Lai^o 6/BLrik chi rac'oootnir volease 
Chi V avea si rsprcizaf)^ e ▼ilipese, 
Che i^i isezzo della: sirada le lasciasse^ 
Preda a !chiunque o Jooaasi o iocfieiro iaodasse. 
M. 

Dl queslo. ho da oimtarvi pia disbttp: ' 
Or dtr6. di Grifou^ cb' alia. sua ^bata 
Ua paio*e.piu di.Uttcr trov^ r6tta,vi . 
MeoatQ piu d* uo. :tagliOf e d' uflfa pimlt* .=; 
Dei piuo^ile ,pia £di ei re fur.ioUa • . < ' 
Chte.il|aivj.:if]|»eiifie avean'.Iega bongiuoiav '^ 
Giovenivii} at-nne.pratichitid. iaduslri^ '> > 
Tulti .f^.^ign^ri:, o di f^iglieriUnatri;.'.' ;> iU 

Qaei rispondeab .BfHai^baRrala pia«M^ :i'-:r 
Per fM di,f;ad. im^ad} ubci^ a totloi'l o^do, 
Priiiib^ic^' Js«i^il»v e > poin cooiiapaidaj O/madi , 
Fin ch' al r^iidi/gviardarli .el>a. gi(ico»dp>;i .^I 
E^tK'lor^^n sp^dso ;la )C^az>9aJ <> ^c.^xrw.Wf 
Per/|;fOco in sonuna ^ui &QeaO|' aeeM^|i<)a • f 
Fan li D{m|ci oapit^li^ eccclUo . ' . i. ' : » \. 
Gbe potea il re .pArttrli. It smq ditetto.' , i* 

Qnel d' Antioabia/pn uom 3euzaiiragklM*»; t;'i *' 
Che ^artapo; il jcodavdo ooimioQaiol^ it m!. ^ 
Come se della foi!2a'di'!6riGDiaQi J\t\- - t- « 

Poi qb' era $eco,: partecipe fiosse, : .. .4tM»i;;i 



Anclace entr6 nel tparziale agone} • iii mi 
E poi da cantor ad aspettai^ fenoiosaei ' ^ 
Sin che finisse una battaglia fiera 
Che tra dno cavalier comiaciata era. 



!? 



CANTO DECIMOSETTIMO 4o3 
87. 

n signor di Seleacia, di quelli nno, 
Gh^ a sostener V impresa aveano tolfo y 
Gombatten^o in quel tempo coa Ombruno, 
Lo feii d' una piiota in mezzo '1 rolto^ 
Si che r uccise; e piel^ d^ ebbe ognaoo, - 
Perche buoii cavalier lo tenean molto; 
Ed oltra la bootade, il piu corlese 
Non era stato ia tutto quel paese. 
88. 

Yedato ci6, Martano ebbe paura 
Che parimente a se non avyenisse; 
E ritornando nella sua natura, 
A pensar comiocib come fuggisse. 
Grifon y che gli era appresso e n' avea cura , 
Lojspiose pur, poi ch^ assai fece e disse , 
Contra un gentilguerrier che s' era mosso^ 
Come si spinge il cane al lupo addosso ; 
89. 

Che dieci passi gli va dietro o yenti, 
E poi si ferma, ed abbaiando guarda 
Come digrigni i miaacciosi denti, 
Come negli occhi orribii fuoco gli arda. 
Quivi ov' erano i priucipi presenti , 
E tanta gente nobile e gagliarda^ 
Fuggi lo 'ncontro il timido Martano , 
E torse '1 frisno e '1 capo a destra mano. 
90. 

Pur la colpa potea dar al cavallo, 
Chi di scusarlo avesse toUo il peso, 
Ma con la spada poi fe^si gran fallo, 
Che non V avria Demostene difeso. 
Di carta armato par, non di raetallo; 
Si teme da ogni colpo essere oflPeso. 
Fuggesi alfine, e gli ordini dislurba, 
Ridendo intorno a lui tutta la turba. 



4o4 L' ORLANDO FUiUOSO 
91. 
U batter deUe mani^ il grido iotorno 
Se gli lev6 del popuboBo totto. 
Come lopo cacdato, fe' ritonio 
Martaoo in mcdta firelta al rao ridotta 
Resta Grifone; e gli par dello acorao 
Del sao compagno esser macchiato e bmtto. 
Efser Torrebbe state io meszo il foco, 
Piuttosto cbe trotam io qaesto loco. 

n. 

Arde nel core, e faor nel riso avrampa. 
Come sia tutta ana qaella vergogoa} 
Perchi V opere sue di qaella stampa 
Yedere aspetta il popolo ed agogna: 
SI cbe rifolga cbiara piu cbe lampa 
Soa virtu, qaeata volta gli biaogna; 
Ch' mi* oocia, un dito sol d' error cbe faccb, 
Per la mak impression parri sei braccia. 
83. 

Gia la lancia avea tolta aa la coscia 

Grifon, cb^errare in arme era poco oso: 
Spiose il cavallo a tntta briglia e poscia 
Ch* alqoaoto andato fa^ la messe soso 
E port6 oel ferire esbnema angoscia 
Al baron di Sidonia^ cb' and6 gioso. 
Ognon maravigliando in pii si leva ; 
Chh '1 cootrario di ci6 tutto attendeva. 

Torn6 Grifon con la medesma antenna , 
Che 'ntera e ferma riooTrata avea: 
Ed in (re pessi la roppe alia penna 
Dello scudo al signer di Lodicea. 
Quel per cader tre yolte e qnattro accenna 
Che tutto steso alia groppa giacea: 
Pur rilevato alfin la spada strinse, 
Yolt6 il cavallo, e vdr Griron ai spinae. 



CANTO DSaMOSETTIMO 40S 
96. 

Grifon , ehe ^1 vede io selk , a ohe ncm basta 
Si fiero inoontro perche a terra vada, 
Dice fra nb: Qad ohe noo pote P asta, 
In ctoque eolpi o 'n sei far4 la ^ada : 
E fa la tempia aabito Pattasta 
D' ao dritto tal, ehe par che dal ciel eada; 
£ an abro gli aecotnpagaa e an altro eppresso, 
Tanto die V ha stordito e in terra inesso. 
90* 

Qaivi erano d' Apamia dao germani 
Soliti in gtostra rimauer di sopra, 
Tirse e Gorimbo; ed ambo per le mani 
Del figlib d^ Ufi? ier eadder aossopm. 
L' nno gli arcion lascia alio scontro vani : 
Con P altro measa'fa la apada in opra. 
GHk per coman giudicio ai tien certo 
Che di costot fia della giostra il merto* 
97. 

Nella lizsa era entfato Saltotemo^ 
Gran diodarro e maliscalco regio, 
E che di totto U regno atea il goremo , 
E di sua Bsano era gaerriero egregio. 
Gostoi , ftdegnoso eh' an gaerriero ertemo 
Debba portar <fi qnella giostra il pregio, 
Piglia ana lancia e verso €vrifon grida^ 
E molto minacciandolo lo afida* 
98. 

Ma quel con un lancion gli fa risposta^ 
Gh' area per lo miglior fra dieci elettoj 
E per non far error ^ lo acudo apposta, 
E via lo paaaa e la corasaa e '1 petto: 
Paaaa il ferro cradel tra costa e costa^ 
E fnor del tergo an palmo esce di netto. 
II colpo , eccetto al re , fa a tatti caro ; 
Gh' ognano odiava Salinterno avaro. 



4o$ L' ORLANDO FURIOSO 
99« 

Grrifone, appresso a questi, in terra getta 
Dao di Damasco, Ermofilo e Carmondo: 
La millzia del re dal primo & retta; 
Del mar grande almiraglio e quel seoondo. 
Lascia alio scoatro V ua la sella in fretU y 
Addosso air altro si riversa il pondo 
Del rio destrier^ che sostener non paote 
L' alto valor con che Grifon percoote. 
100. 

II signer di Seleacia ancor restava, 
Miglior gaerrier di tatti gli altri sette ; 
E ben la sua possansa accompagnaYa 
Con destrier baono e con araie perfette. 
Dove dell' elmo la vista si chiava , 
L' asta alio scontro V uno e* V altro mette : 
Par Grifon maggior colpo al pagan diede 
Gh^ lo fe' staffeggiar dal manco piede. 
101. 

Gittaro i tronchi, e si tornaro addosso 
Pieni di molto ardir coi brand! nodi. 
Fu il pagan prima da Grifon percosso 
D' nn colpo che spezsato avria gl' incndi. 
Con quel feuder si vide e ferro ed osso 
D' an ch* eletto s^ avea tra mille scudi; 
E se non era doppio e fin V arnese y 
Feria la coscia ove cadendo scese. 
108. 

Ferl quel di Seleucia alia visiera 

Grifone a un tempo: e fu quel colpo tanto, 

Che V avr(a aperta e rotta , se non era 

Fatta, come V altr' arme, per incauto. 

Gli e un perder tempo, che'l pagan piu fera; 

Cosi son V arme dure in ogoi canto: 

E ^n piii parti Grifon gia fessa e rotta 

Ha r armatura a lui , ne perde botta. 



\ » 



GAIVTO DEGIMOSETTIMO 407 
JOB. 

Ognan potea veder qiianto di. sotto ^ 

II sigaor di- Siateocia era* a Grifoae;^ ^ '^ 
E se pdrtir:tion< li' fa lil.'reidi botto^. '> ^^ 
Quel che sta pdgp^) la vitavi poab. i < / 
Fe' Norandina ffll»'aim' goardia mottd • ' 
Gh* entrasieita dtstaecar' V aspra tenzone. 
Qaindi fu 1Vimm>, e^Qtadi V altro tratito; 
E fu Jddatp <il' ^e di^i' Baoii> atto. - 
.104. 

Gli otto che dikfi^ aviRati cot i!i^ondd ittiptreatf, 
E oOQ potiifo durar poi- contra luid^, '' 
Avendo mal la patta^lor difesa, 
Usciti eraa del. campo 'inl-uaoad <uao;' 
Gli altri eh* eras* veimti' a lor conlesa,< ^ 
Quivi resiir sensa! oontrasto alcuao y ^ f ' '' 
Avendo lor Orifoa ^<> soto ^ * interrotlo ' " ; 
Quel che toiti essi arean da: ftir^ contra ' otto. 
iO». 

E dur5 qaella faitil oos^plooo^ * »' ^ ' » • ''' 
Gh^ k men d? iax^ on il *tutto iatto k^^ra : 
Ma Noraodin!, per far piii lungo il "giuoto ^ ' 
E per continoarlo imfino a seraV ' ' - 

Dal palco scese/b'ie^'s^dmbnlre il looci^ 
E poi divijse in 'due' la grossa aohiera'} 
IibA^iaeoofcb i£ saibgoe e la knr tprbvay ' 1 
Gli aQdoi>«ccoppiaBdl»',> e fe^ onir gioatre -nbia. 

Grifone intanto> aTea^fatto ritorno ' ^ '^ 
AXUt > Sim stanza ^ pien* d'. ira e di rabbia* t * i 
E piu gli.preme di 1 Marten Jo ><soorfiD^<:- \ 
Ghe noQ giova T odpr icfa^ es9»'viatb abbia.^ 
Quivi peritbr TrobbrobHo c^ '<:avea <ittbbid ^ 
Mart^no Adopra lesnendaci labllia} It -^-u 'i* 
£ V aistutai e JKigiarda;.nieretrtt&r/^ > ohi^ > 
Gome meglio aapei^^ gli'^ra kdkitribei.t]nl A 



4o8 L' ORLANDO FUBIDSO 
197. 

O fli o no elm U {pom gli eteAomej 
Par k acoat^ iMsoett^', come ducmto^ 
E pel woo megKo allora allon ebtto 
Quindi levant tacito e aecret<^, 
Per tema die ae '1 popolo wdeate 
Martano comparir, oon atease chetow 
Gott per Qua via nasooaa e eoffta 
Usciro al caamie lor foor delta <poc(aL • 
108. 

GrifoQe^ o oh* egli o che '1 e«raUt> finlie< . I 
Stancoy o gravaaae U jomio ^or le cigUe, A 
Al pritno alt>ergo cbe: ttmilr^ flemiMaey . . 
Che noD erano andiAiioltre a due migUa* 
Si trasae ¥ ekno^ e lutto diaatmoaae; '! > ' .* 
E trar feae.AVcaTaUi.e aelk e brigKa:;!; : ' 
E poi searoiai Jo caoaera aolaMd,' \ ^ i > -j 
S Qqdo per dbntoioai efitr4 eel laita : > i (^ 
!«& 

Noa ebbe^coai toata^ttjotipo baaM>>l. ^ oc^'* 
Ql^ cbiuae gli^oedii; e^fii 4al eoaao opjpcesso 
CqA .ftf^Umd9mm%eif dbe «aip laiBsoi/ ; >! l;' 
Ni ghiro mai a^ addoraaehtiii iqaaoto) eanu A 
Hartand iotanto .ed Pi^giBe. a«^^<pasao \ M 
Entraro in oii fiardioi bkfiiira ntappfaesw; M 
Ed Qauagpnii^ idrdku^pLmi fti d'^oat^ay^t 
. «.Cfae ;nai if^adeaa^ Snj^sealinnMilly nnaaobii : i - » 

i«f. 

Martano disegn6.l4m it deatmoOyi t*. o'liu* 

I paoftiieirttrnie idie Gatf^n ta' kt^ taitto^' ' 
E andaie. inaanei al itii plii cavdif rb i ; - ; M 
Qie tflvte prove area .gioat^aiido* ^tte#( ''f'^' 
JJjBSMbiU&i^epn^ fatte .fljiienaienD's i .i// 
Tolse il dealrier fih candidorciie htte^ i - ' 
Scado e cimiero ed anne if^isopravveale^' >'^ 
E tatte <lf > Gai&>B r io^c^joe; vestttr ' 1 1 > ' 



CiNTO OBCniOaETTIMD 409 
411. 

Con gli scodieri e cou la doima, do?e 
Era il popolo %neon^ in piazxa venue} 
E giuose a /tempo che fiuiiD le prove 
Di girar spade ^ e d^arrestare aatenne^ 
Comanda U re cbe '1 eavtlier si treire, 
Che per cimier avea le biancbe penile^ 
Bianphe le v^^ e biaaeo il oorridom; 
Ghi'l aome 119m aapea del vuicitore. 

€olui ch' iodcMo Q Ma siao cooio avern,' 
CoiDe Tasiiio gli quel del letfne, 
Ghiamato ae ^^ wd^^ 4ome atteodflva, 
A Norandioo^ 10 loco di Qrifone. 
Quel re corteiae inoootra se gli kva^ .. > 
L'ahbraccia e bam j e dlato ae lo pooe : 
Ni gli basta oooraifla e davgli loda, 
Gbft vaol cbf '1 «ao v«lar per lotto s^ dda* 
119. 

E fa gridarlQ ^1 9aQ0i degli. oricakbi 
Yiocitor della |^Oiri(ra di qpiel gioroo. 
L'alta voce Ae va |iter latti i palcbt, > 
Gbe M nom^ iodegno adir £a d^ogni intorno. 
Seco il r^ vqal ch^a par a par pavalobi^ 
Quaodo al palaficp ado pa& fa ritoroo; : ^ 
E di sua grizi« Minto g}i. oompartev > • ^ ! 
Gbe baaterf* ae fosae-Skooleo Mipte;- >• / 
lU. 

Bello ed oroAt^ aUoggiaaieoto dieUi > 
In corte.> ed PMrar feoe ooa:lui>< • 
Orrigille anoa; e.nobili doozelli . 
Mando con Maa^ e /savalieci eui« 
Ma tempo h ah'ancd dt Grifon favelli, 
II qual a^ dal compagnp n& d^altnii 
Temendo lAi^imo, addormentato a'ar^, 
Ne mai ai risvegU^ fin aUa sera^ 
Oi. Vol II. 52 



4io L' ORLANDO FUBIOSO 

lis; 

Poi cbe fa derto, e che delFora taitla 
S'accoiM, Qsci di camera cob fretta, 
Dove il fabo cognato e la bqgiarda 
Orrigille lascib cod I'altra seUaj 
E quando non li trova e che riguarda 
Non v'esser I' arme ni i panni^ sospetta; 
Ma il yeder poi, piik sospettoso il fece, 
LMnsegne del compagno in qnella vece. 
116. 

SopravTiea Toste, e di colai Pinforma 
Che gia gran peaao, di bianch'arme adoroO) 
Coa la donna e col resto della torma 
Avea neDa cittj^ fiAto ritorno. 
Trova Grifeae a poco a poeo Porma 
Gh'aacoaa gli avea Amor fin a quel giomo: 
£ con sao gran dolor vede esser qaello 
Adidter d' Orrigille e non fratello. 
117. 

Di sua sciocchessa indarno ora si daole^ 
Ch'avendo il yer dal peregrino udito, 
Lasciato mutar s'abbia alle parole 
Di chi Pavea piu volte gi& tradito. 
Yendicar si potea, nk seppe: or vaole 
L'inimioo punir, che gli h fuggito; 
Ed h costretto con troppo gran fallo 
A tor di quel vil oom Parme e'l cavallo. 
118. 

Eragli meglio andar sens' arme e nodo, 
Che porsi in dosso la corassa indegna^ 
O ch^imbracciar Pabbominato scudo, 
O por suU'elmo la beffata iqsegna: 
Ma per seguir la meretrice e '1 drado , 
Ragione in lui pari al disfo non regna. 
A tempo venne alia citti ch'ancora 
II giorno avea quasi di vivo un'ora. 



GAlNTO DfiCniOSETTIMO 4' ' 
118. 

Presso alia porta ove Gitfon venimy 
Siede it ainistra upaplendido castello; 
Che, pill che forte e ch^a guerre atlo sia, 
Di ricche staase e accomodato e bello. 
I re^ i signori/i primi di Sorfa 
Con altre dOoHQ io oo gentil drappello.. 
GelebraYaaaquivi io loggia ameaa 
La real aontiiosa e lieta cena. 
IM. 

La bella loggia aep'ra '1 muro usciva . 
Goo 1' aUa r6cca. fuor della cittade; 
E limgo teatto di Idnftan soopriTa 

I larghi oampi e le divarse atrade^ 
Or che Grifan verso la porta arriva 
Goo quell' arme d'obbrobriu e di yihade, 
Fu con. ooQ troppa av;renttirosa <sorte . 
Dal re.veduto e.da tatta la corla..^ : < i -^ 

191. 
E riputata quel di ch'avea inaegna, 
Mo$8e le donne.e i eavalieri a nso. 

II vil . Martano ^ come quel che regna' 

In graA favor , dopo '1 re e U priino assiso y 
£ preaM'a loi la douua dt ak degoa^ 
Dai quail Noraodio eon lieto viao 
Yolse aaper chi fosae quel codardo 
Che ooai avea al suo oaor poeo riguardo-, 
19S. 
Ghe dopo una si trista e brutta prova, 
Gon tanta fronte or gli tornava ianante. 
Dicea: Questa mi par cosa assai nova^ 
Gh'essendo voi guerrier degoo e prestaote, 
Gostui compagoo abbiate, che non trova, 
Di vilta , pari in terra di Levante. 
II fate forse per mostrar maggiore. 
Per tal contrario, il vostro alto valore. 



4isi L' ORLANDO FUmOSO 

Ma ben vi gioro per gfi eterot Diei , 
Gbe se ooa fosse dh'iorigUMrdo * vuiy 
La pobblioa igoooiiaia gU farei 
Gh' io sogUo f^re a^i jdtri pan a M. 
Perpetua rioordanza gK dai^i. 
Gome ogoor di vHA ^nhnieo (iii. 
Ma sappia^ a'imptuiitb ae ae parte, 
Grado a vox che ^1 menaate in questa parte* 

Golai che fa di tutti i vifeii il ^mso, 
Rispose: Alto signor, dir noti aaprfa 
Ghi sia costm; chMo rho bovalo a oa06, 
Yeoendo d'Antiochia^ in att la via* 
n sao sraibiantfe mUvea peirsfeso 
Gbe foate degno di mla compagnia; 
GbMotatotnoB n'avea prova ni viata^ 
Se non queHa chid feee oggi assai triata: 

La qual mi spiacque A^ cbe restb poeo 
Gbe, per paoir I'eatrema aua vikade, 
Non gli faceasi allora allora un gioM,' 
Gbe noB tMcasae piu lanot n^ apade. 
Ma ebbi, piii eb'a ioi, rispetto al loco, 
E riverensia a vostra maestade^ 
Ne per me vogKo ahe gli ina guadagno 
L' easermi state un giorne o daa conpagDO : 

Di cbe contaminato anco eaaer parme; 
E sopra il cor mi satk etemo peso, 
Se, con vergogna del mestier deirariM, 
Io lo vedr6 da noi partire illeao: 
E, meglio cbe lasciarlo, aatisfarme 
Potrete, se sara d'ao merlo impeso, 
E fia lodevol opra e signorile, 
Perch' el sia esempio e speccbio ad ogni vile* 



CANTO DECIMOSETTIMO 4*8 
497. 

AI (letto mo Martmo OrrigiUe &ve^ 
Senza aceenaar, confermatrice preAa. 
Nod soq, rispose il re, P opre ^i prate* * 
Gh' al fkiio parer t^ abbia d' aodar la testa. 
Voglio, -p€fr peoa del peccato grave, 
Che 6ol rittnoTi a! pop6l6 la festa: 
E tosto a un iuo' baron, ch6 fe* veair^^, ' 
Impose qoaoto avesiie ad eseqnire. 
121 

Quel baron nibitiBPilnati aeco tohe, 

Ed alia poftai deHa' twra ac^ae ; / 

E qoivt W(Dr iGnhentfk) li r^ccolse , '^ ' ^ 

E la TetoiAa dt Gf ifdD^' dtf^se : ' 
E ui»U' entr«rr si d* imprortiso il cblse,' ''y 
Che fra i dao ponti a srivanidato ir|)rese: 
E lo ritetioe con beflfe e con scoMo ' ^ 
In una oscurtt stanza io^m al gionioi. ' '' 

U sole appeba avea il ^orat6 criiie 

Tolto di grembo alja nertriee antida, ' ' * 
E conainciava dalle 'pragg^e atplne ' '* 
A cacciar V ombre e far la drrtar il[^rica;' 
Quaod6 temeido ilvil' Marfan 'ch*al6he ' 
Grifone ardftb' la ana cfaiisa dica, ' *' 

E sritorni la o6]pa ond^ era liscita, 
Tolae iliocoaiflf, e lece mdt partita^ : ' ' 
ISO. 

Trovando idonea srasa al priego regto, ' ' 
Che oon stia alio spettacolo ordinsKo. ' 

Allri doni gli avea fatto, col pregio 
Delia non ana vktoria , il signer grslto'j ^^ 
E sopra tolto on amplo privilegioy "' ' ' 
Dov' era d' aUi onoii al sommo orniato.' '' ' 
Lasciamlo aodar j cliMo vi prometto eerto, 
Che la mercede avra secondo il m«irto. ' 



4i4 L' ORLANDO FURIOSO 
131. 

Fu Grifon tratto a gran vergogna in piassa^ 
Quando piii si trov6 plena di gente« 
Gli aveao levato Felmo e la corazsa, 
E Jasciato ia farsetto asaai vilmeote; 
E come il conducessero alia mazn, 
Posto r aveao appin uo oarro emioeDte, 
Che lento. lento, tirayaa due raeche^ 
Da lunga fame attenuate e fiaoohe* 
158. 

Yenian d' intorno alia igoobil qtiadr^;a 
Yecchie sfacciate e diaoneAe putte^ 
Di che n'era una ed or cm^ altra aoriga, 
E con gran biasiQa lo mordeano tutte. 
Lo pooieaoo i fanciolU in maggior briga, 
Gh^, oltre le parole iufami e bratte, 
L' avrian coi sassi iosiso a morte offeao ^ 
Se dai piu saggi noo era difeso. 
155. 

L' arme che del. suo naale erano state 
Gagion^ cbe di lui fifir non vero indido, 
Dalla coda del carro strascinate 
Patian nel fango debito supplteio. 
Le mote innanzi a an tribunal fennate 
Gli rSro udir delPalfrui maleficio 
La sua ignominia, cbe 'o sugli odchi detta 
Gli fu, gridando un pubbUco trombetta. 
154. 

Lo levlr quindi ^ e lo mostrlr per tutto 
Dinauzi .a templi, ad officine e a case, 
Dove alcun nome scellerato e brntto, 
Gbe non gli fosse detto, non rimase. 
Fuor della terra all' ultimo condutto 
Fu dalla turba, chelsi persuase 
Bandirlo, e cacciar indi a suon di basse , 
Non coooscendo ben chi egli si fusse. 



CANTO DEGIMOSETTIMO 4i5 
ftS5. 
Si tosto appena gli sferraro i piedi, 
E liberArgli Puna e Faltra mano, 
Che tor lo scado ed impngoar gli vedi 
La spada che rig6 gran pesxo il piano. 
Non ebbe contra sh lance nh spiedl^ 
Chi aenz' arose venfa il popolo insano. 
NelPaltro canto dtferisco il.reato; 
Chi tempo e omai, signer, di finir questo. 



L^ ORLAl^DO FURIOSO 

CANTO DBCDHOTTAVO 



AROOMBNTI. 

AMllDUZa DOLOr. 

Si fcodioi Grifon. Va ]ll«adrioHd« RodcfeMmle «m« A Pbrigi fiioiv, 

CeroiiMlo il re d'AJgier, Carlo oombatte; E •• Ik dove lo ooodvc* lai Moo. 

Yince. IfarUii ponilo i per codardo. Grilbo racquUta il suo perdoto ooore. 



Bfarfiaa a Noraodui le genii aVbaile. E tien nw>^ i^ tndfl^r 

Maviga in FraDcia con Grifoo gagliardo Uccide DaidiBello, e ▼incalore 

Ed alcri. II veoto ha lor le vele ratte. £ d'Agramante U air di Mont'Albano. 

Cloridano* e Medor ledele a JmUo Marfiia inlou il mare : e '1 bel Medoro 

Trofano il re lor morlo Dardioelio. E Cloridan oe porUno il re lore. 

AHGUnUJBLl. TERDIZZOTfL 

GHIm oon Tanne acquitta il Dramo onore; TomH al lao onor Grifon : pogna il re franco 

llartano ha del suo error daoooeo icomo. Con quel d'Algier« ch'alfin non ^into eede 

Diecaecia Garb il re di Sana, e foore Per Teodicar eaa doaoa; onde non manoo 

EiCOt ed a Mori pon TaModio intomo, II popolo afiricano a dietro riode. 

Hon tnol llar6ia« e moetra il suo valore^ Preode Aquilaote coo la patta al fianoo 

Che nn altro I'anne ine rendano adomo. Hartano^ iodi il ceetiga. Alfin ti Tode 

Portan Medoro e Gloridano intaoto Pugnar Marfisa; e coi compagni poi 

Al lepolcro il lor re con nato fiiiiitt>. Partir, Mnor Dardinel: cercanlo i aooi. 

i. 

AlagoaiiiiDo sigaore, ogoi vostro atto 
Ho sempre con ragion kudato e laado; 
Bench^ col rozzo stil dnro e mal atto 
Grran parte della gloria vi defraudo. 
Ma pill dell'altre ona virtu m*ha tratto 
A cm col core e con la lingua applaudo; 
Gh^ s'ognun trova in voi ben grata udiensa, 
Non vi trova per6 facil credenza. 

a. 

Spesso in difesa del biasmato assente 
Indur vi sento uua ed un'altra scosa, 
O riserbargli almen, fin che presente 
Soa causa dica , l' altra orecchia chiusa ; 
E sempre, prima che dannar la gente, 
Yederla in faccia, e udir la ragion ch'osa; 
Differir anco e giorni e mesi ed anni. 
Prima che gindicar negli altrui danni. 



CAWT0 DBO1M0TTAVO 4*3 
5. 

Se Noraadifio il simV frCto^twise, - 
Fatto a firifiM hob jaiyfai fpiel ofae feee. 
A voi utile .e onor aempre auoceiM : 
Denigrd !aiia. fama agli piii che pace. 
Par^ Itti /sue gesU a naorte faron meiaa<; 
Che fe'Grtibn ivt Akfi ,tagK a 10 likfe 
Podta ^^cbe braaae pias.d'ira e biaaafro^ • 
iGiae tiiante na^ caacaro appcaaaD al davHK 

Tan gli altri i^jxff^ 9W 4* A¥Bor Ji fi^fm,. . 
Chi qnfii /Q^i I^ |^9pl cffiapi p p4^r )(^ «!4rfi44i 
E chi (d'eipktrwr fi/elht fiitU pprpca^vcifi^ Id 
E r w iw VaUrP #elb pprt^ fiadfl. ; \ » 
Grifon hod Ifi pffroje e qpo miiayEicoia} . U 
Ma lasGMA^f Jlpotft^a <^iu jk^dfi^ \. ^ n\ 
Meaa tru it K«)go Mfrte; jl ierro itfoiOO^ il 
l^,,gi;4n iT«f(4e(ta f^d'ogni t^ s<»>mM)t. A I 

.». 
Di qaei cl^ ffdm ffms^ro *|la p0rto| cv i 
Che le pi^p^ a Unm ibhmo proptf:^ ; 
Part^p, al hvogntf j^^q mo^ pw #PfMw^ / 
(;;^fi.4e^i «n\sii^ alzr6 at^o ^ poitfe; l 
PiangQ|Gt49 p^rtei o cqo :1a faccifi ankortii. .^ 
Foggeodo aad& aeo«a mat v<^er froofae; 
E nella terra ,par tirtt^ lie hjw4e . . ; 

Lev6 gn4o te tumulto e jtw^ot griwie. 
A 

Grifoo gagliardp 4uo ne.pigtia in qikdk 
Che M popt^ lai I«y6 per lor aciagura. 
Sparge 4eU'««o ,al campo le ^erveUat 
Gb^ lo percaote .a<3 upa ,oote 4ara : 
Prende V^Q nel peftto^ e Tarraodalla 
Iq mezzo alia .ciitii sopra le muni. 
Scorse per V o»9fL ai terraisaant il gelO| . 
Qaando vydnr colai Teair da) ^lo. 
Or. Vol. II. 53 



4i8 V ORLANDO PUR1090 

7. 

Fiir moiti che tem^ohe 'Ifier Gii<oBe> 
Sopra le mora avesse preM un sako^ - ! 1 
Non vi sarebbe piii confiisiooe, • . .'. 

S^a Damaaco il soldan, please I'amlto* \ ' 
Uo imiover d^atme, umcorver di pcfiove^ 
£ di' -' talacimatint ' un gridar • d^ rito s' - 
E di tamburi u» sooo' niisto e di' trofube': 
II moado aasorda, e '1 del par oe riitibombe. 

Ma vtfglib a uri'altra vdlW ditferiite ''^ J 
A riebntar ci6 che di' qtitet6^ arvtenb^j 
Del baen re Carlo mi ci[iaTiett segiirr^, 
Che con(ra Rodoinbat^ in fri^ttaf tenM,* 
II qual le geiiti gli fiicea tniiirire. "' - '* 

10 vi disai eb'al re^ODhjpagDla tMUe ' * 

11 <gnitt • Dkaese e = il^abto ed OUvierO > 

£ AvfMi e ATOlio e Ottone e !B«frl!tfgi«liok ' 
9. 

Otto scolltri di laoee, chd da'feMa^ ' > '' 
Di talt mto gciei'ricr tjartiati flk^; I ' ' ' 
Sosteniie a un' tem^o la sc^glioda sii^rza '' 
Di cb' avea armato il petto il trade More! 
Gotri6 legno ai drizia,' poi'cbe ll'i^te -' ^ 
Lenta il nocchW che crescer •aeiiite'irCok-e^; 
Cosi presto ri^aossi Rodomoftte » • *' ^ '' 
Dai colpi che ghtar doveHttO' dn^'hidtite. '^ 
10. 

Giiido, Ranifr, Ricai^p, Salanfiodi^'i'^'r^ \ ij»iiif» 
GanelloD traditor', Turpro fedel^^'' ! '' '^'^^ 
Angioliero^ Angtolido,' Ughelf6,*'lvt)ne, '* 
Marco e Matteo* dal piaft di s^n' Michel^^ 
E gli otto di che dieiDzi fer(ni«i!i«ic)Q^, '^ 
Son tutti intorno al Saracin criideleV ^ 
Arimanao e Odoardo d' logbilterra , ' ^ 
Gh'entrati eran pur dilinn nella terfa. 



CANTO DEGIMOTTAVO 4i$ 
111 

Non COS] frame in «u lo 9CogKo plpbo < 
Di ben.foodata rdcoa alta parete, 
Qaaodo. U (ntow di Borea o di GUrbjoa 
Svelle dai. woqUiiMrasaioo e I'.abcAe; ^ 
Onnf iVeme dVargoglid. il Saracino*, 
Di sdegDo acc^ao ^.di sf^nguigna ^ete; 
E com' a un tempo, e il .tuouo e la saella y i 
dm Tira deir^tnpio e la vendetta, t .. > 

Mena alia testa a quel . cbe gli h piu prOaso 9 ' 1 
Gbe gli e il misero Ugbetto di Dordooa:. 
Lo pone io' terra insino ai denti fesso' , * 
Gomeccbe V elmo era.di tempra bu^i^id. 
Percosso fa tutto ia un tempo anch^esso ;« 
Da molti colpi 10. tutta la persona; 
Ma non gli fan piii. ch'airiDCude Pag^:.. 
S) duro intorno ba lo scaglioso dragp.. . 
15. 

Fdro tutti i ripar, fa la cittade 

D' intorno intorno abbandonata tutta; 
Gb& la gente alia piazza, dove accade 
Maggior bisogno, Carlo avea ridutta. 
Corre alia piazza da tutte le strade 
La turba, a cbi il fuggir si poco frulta. 
La persona^ del re si i cori accende ^ 
Ch^ognnn prend^arme, ognnno animo prende. 
14. 

Gome se dentro a b^n rincbiusa gabbia 
D^antiqua leonessa usata in guerr<^^ 
Perch' averne piacere il popol abbia, 
Talvolta il tauro indomito si serra; 
I leoncin cbe veggion per la sabbia 
Gome altiero e mugliando animoso erra , 
£ veder si gran corna non son usi, 
Stanno da parte timidi e confusi; . 



4ao L' ORLANDO FUHtOiSO 
iti. 

Ma se la fi«M mn^ a (^elifsi lattcia j 
E oeU^oreochlo Kttatite U cmdel dente, 
Yoglioiio anoh' esrf idMnguinar k goanoia 9 
E vengono in aoccohro arditamente } 
Chi morde *1 taint) il doasO^ t chi la paneh: 
Cos! contra il pagan fa qncfla gente^ 
Da taiti a da flticfstre e pih d'appr^sso 
Sopra gli piore nn nembo d'ai^e e spaaso. 

le. 

Dei oiitrali^fi e della fanl^ria 

Tattta k h calca, ch^appeoa n cape. 
La turba che ri vien per ogni via^ 
Y'abbonda ad or ad or spessa come ape; 
Che qoalido, diifertiiatk e ndda, sia 
Piu facile a tagliar che lorti o rape, 
Non la potr^a, legafa a oionte a monte, 
In venti giUrtti apeoger Rodomoute. 

17, 

Al pagan, che non sa come ne possa 
Yenir a capo, omai quel gioco incresce. 
Poco, per far cki mitle o di piu rossa 
La terra iotorno, il popolo discresce. 
II fiato tuttavfa piu se gPingrossa, 
Si che comprende alfio che, se non esce 
Or c'ha vigoro e in tutlo il corpo e sano, 
Yori^ da tempo uscir, che sara invano. 

i8. 

Rivolge gli odchi orribili, e pon teente 
Che d' ognMntorno sta chiusa Puscita; 
Ma con ruina dMofinita gente 
L^aprira tosto, e Id far^ espedita. 
Ecco, vibrdndo la spada tagli^nte, 
Che vieh qaefl' ^mpio ove il furor lo 'nvila , 
Ad assalire il miovo stuol britdntio , 
Che vi trasse Odoardo ed Arirtiahno. 



CANTO DEaMOTTAVO 4ft i 
l». 

Gbi ha visto in piasza rompere steccato^ 
A cut la folta torba oddeggt lutofno, 
Immansiieto faiifb dccaneggiato , 
Stimulato ^ p^rcdflso tut to '1 gioftio, ' ^ 
Che M popol se ne fugge dpaveotatd^ 
Ed egli or qnesto 6r qUe) levaf sdl corao; 
Peosi che tale o piti tefribil fosse 
II <^(idele African qtiimdo ^ tilbsie. 
SO. 

Qatndiei o v^uti ne tagll6 a trat^t*»o, 
Altri tanti la&ci6 del capo trOdehl, 
Ciascutl d'un colpo Ho\ dritto o riv^nd^ 
Che viti o sale! )>ar che poti e (fonchi: 
Tdtto di sangue il fier pagado asperso, 
Lasciando capi fe^si e bracci tnodChi, 
E apalle e gambe ed altre membra sparte^ 
Ovunqoe fl passo volga , al6d si parte. ' 
91. 

Delia piazza si vede in guisa t6rre , ' 

Che don si pu6 notar ch^abbia padi'a; 
Ma tuttavolta col pensier discOrrc 
Dove sla per uscir Via piu sicot^. 
Capita alfin dove la Senna Corre 
Sotro airisola, e va fuor delle mura. 
La gente d' arme , e il popol fatto addaee ^ 
Lo stringe e incalza, e gir nol lasciA ii p^e. 

Qual per le ftelre nomiide o niassile *' ' 

Cacciata va la generpsa belva , 
Ch' ancor fuggendo mostra il cor gentile , 
£ minacciosa e lenta si rinselva ; 
Tal Rodomonte, in nessuu atto tile, 
Da strana circondato e 6era selva 
D^aste e di spade e di yolanti dardi, 
Si tira al fiume a pass! longhi e tardi. ' 



4sa V ORLANDO FURIOSO 
93. 
E si tre volte e piii Tira ii sospiose, 

Gh'essendone gia foor, vi torno in mesau}^ 

Ove di sangae la spada ritinae, 

E pill di ceoto ne lev6 di mezso. 

Ma la ragione alfin la rabbia viose 

Di uon far si cb'a Dio n'aodasse il kseo; 

E dalla ripa, per roiglior consigliOy 

Si gitt6 alPacqua, e uaci di gran periglio. 

Con tntte Panne andb per mezzo Tacqae^ 
Gome a'intorno avesse tante galle. 
Afirica, in te pare a costui non nacque^ 
BeDch^ d^Ant^o ti yanti e d'Aoniballe. 
Poi che fu giuDto a proda, gli diapiacqoe 
Cbi si vide restar dopo le spalle 
Qoella citta ch'avea trascorsa tuita, 
E noD Pavea totta arsa, ne distrutta, 

E si lo rode la saperbia e Pira, 

Che, per tornarvi an'altra volla, gaarda, 
E di profondo cor geme e sospira, 
Ne vaolne uscir, che non la spiani ed arda. 
Ma lungo il fiume, in questa furia^ mira 
Tenir chi Fodio estingue e Pira tarda; 
Chi fosse io vi far6 ben tosto udire; 
Ma prima an'altra cosa v'ho da dire. 
96. 

Io v'ho da dir della Discordia altiera, 
A cni P angel Michele avea commesso 
Ch'a battaglia accendesse e a lite fiera 
Quel che piii forti avea Agramante appresso. 
Usci de'frati la medesma sera, 
Avendo altrai Pufficio suo commesso; 
Lasei6 la Fraude a gneireggiare il loco, 
Fin che tomasse, e a mantenervi il foco. 



CANTO DEaWOTTAYO 4^13 
M. 

E le parve ob'abdHa con piii ponaoia,* 
Se la Superbia locor aeco meoaBse: 
E pereh^ starun tutle An una sUon ^ 
NoQ'fa btsognoeh'^ occear V^ndtme* - i 
La Saperbia ▼'aDd6,.ma hod ch« aaow ! ,: 
La saaiTiearia'.ilimoiiaater lasciasse: 
Per pocbi di. ck^ eredea stame aflfliaiit€.| ,. 
LaBOiJb' I' Ipoorisia loooteaeote. 
». 

L^implacabil Disi!!ordia 'ioicompagiiia 
Delia Siqierbta si mesae.in cammmo, . -^ 
E ritrov^'dbe la medesma via 
Facea, p6r^ giee si caitipo 8araciiiay> 
L'afflitta' e 'scbnsolata Gelos/a; . '. < 
E'.wak sedo an nano piccolino, 
n qdal maiidaTp Doralice bella . ii . . . 
At rb^dii Sarza/a dar di si.notella* 
W. 

Qaando ella rentte a Mandricardo in maoa 
(Gb'io v^ho gia raoeontato e coni^ie dQ?e) 
TacitamentG ayea commewoal oanD^ . 
Gbe ne portasse a qnesto re l6 . nii()tP€p: . ) 
Ella sper^ efaeJnol aafirebbe invano.,!: \:^. i 
Ma ebe fer<8i»vBdr{a mirabjl. proite. : .Vi 
Per Ftavqrla.coni oi'jfsdfil.vendettai li r ).;...> 
Da '^aeMadroi^ cfae g|i J'lave^ iDtete^tta-iiJ 
.». 

La Gelosfa ^MlotipoiweaUtrQtatjQ.^;],, , .,1 >ii M 
E la oagi^Qjidell/iaoi.Tepir.cpiiilpi^e^a^^,, .| >] 
A cammioar se git era mesaa (aHalo.yr).) M :i 
Pareodo'd'iaTeari luogo a qu^s^ impi!^£).^ ;^ 
Alia Discordia citfovar fu grajto : . ^ ; i { ' ; 
La Gelosiay:taia piu; qaando ebbe int^aj (i 
La cagk)n delvenir ,che Je ppl;^ , n^^.. ,:■, 
Molto valere ih qual cheffjft^jftlfR^ ilp !,i:i 



4a^ i 1/ /ORLANDO FUKIQSO 
U. 

D' inimicwueeti {^odomonte it figlk» >* , ' ' 
Del re AgrioMnle pve vMcr suggeftot::.! 
Troverana sdegnar gli flltvi akroM^odaif^ip ; i 
A sdegoa^>q«0sti Aio qoesto e ifMcifellOi .^^ 
Col *ilWo <6 ne vien dove V artigtto ' 
Del fier pagMo avei f^tvigi'astrettb; . .! 
E cafAVdro app«M:o in M ia riva, . '• 

Qaando il crtidsl del finibe a im^to uaoini 
M. 

Toslo che ri^onolidoe Aodooboole; 
Gostai della ana donaa ^easer mesaagfpo^ : 
Estinse oga' ira e 4erefa6 laifrodbe) <:>.» . ! 
E si seoB 4iciHap dicptao 1 ooritSgio* .1 

Oga' altra coaa aspirita ohe git conte^ .. : J 
Prima ch* alevnei abbia a* lei fakto oltn^iflL 
Ya contra il inaoo , e Keto gU doaaaiidap I] 
Gb' k delta' donna nostra P ove ti':ailindt?f/ 
«S. 

RispoWitnatiot n^-^ 4aa ne aria < ^ ^I >.:rO 
Dcintia ^»dit<i^ <|ue^lla oh' e aerva ahrui t'\[»- 
leri sconlMtDiiio un oardierrper tviarv' :i:H:T 
Che ne 4a tcdie e 4a tnpnb ooaiioi r . ^» 
A qnellp' Mmibflb eatfa^ la Gdosia^ 
Fredda come aspe ed ahbmcoib iCiasUiL 
Sagoita il naiio, e oahnnigli ia cbe giuaa • 
Un aol ¥ hi preaa e |pi m» gsnte fuboiaa. « 
«i. 

L' acciaio allora la Disoordia prese, 
E la piefra fecaia, e piccbii qq potoo^ 
E V esca' soKo la Superbia stese^ 
B fd attaccato in an momento il foooi; - '' 
E si di questo V aoSma s^ accaae ^ 'J 

Del Saracin, chfe non trovfiva loob: ^A 

Sospira e ttMke con di orribil Eaooia^ > ui 
Gbe gli ^lecterili etutto il ciel Btinaccia. .' 



CANTO DEaMOTTATO 4ftS 

3S. 

Come la tigre, poibh' Wfm 4is9eiide 
Nel vdto albergo e p«r tutto s^ 9ggir«9 
E i oari figli alV ukimo^ coqspi^eade 
Essergli tolti., afv^^mpa 4i ta^t' irit> 
A tasta tabbia,, ^ tali furor si' efiH^nde^ 
Che iw a 1009^91 lH* * irfo, njj 9 nat^c mira; 
Ne langa via , i^ gfna^fiiHi rafirf^Ofi 
L* odio. c^^ iitetm al pir^d«tQr h m^w; 

««. 
CosLfproodo il S^racin him^^o, 
Hvolge al nano, e dice: Or la t'iov^; 
£ iioD aspetta nk destri^ ^e carro , 
E noQ fa iii<4tQ all? ^qa compagn^* 
Ya COD pju fretta cbe noo ya il ri|Bi«rr9y 
Qaandp il ciel arda, a traveraar la yin. 
Destrier oon ha, ma il primo %qv d^egm, 
Sia di cbi vaoli, ch' ad inconitnic I9 y/effi^. 

La Discordia, oh* n^ quesf o penaiera 9 
Guard6, ndenda^ 1? $upfii!'bi?) ^ dw^ 
Che vol^a gir^ a trpv^ii^ uo die^i^fp 
Cbe gli appoftaaie altre cofiteae e risse; 
B far yolea s^ombrar tii^ta U sept^r^, 
Ch^ aUro che quello in mno oon gli ?e|iiaa«: 
E gUi p^uaatq ayea flo?^ trovarlo*. 
Mficpatei l^scio, e tpj^pp ^ dir di ^rlo. 
99. 

Poich* al partir d^l Safacia , ^i ^stift^e 
Carlo d' intofno il pa ri^lioso fuoco , 
Tutte le gepti a)l^ ordiw ristrin3ef 
Lascionoe parte ia qu^lche debol Iqca : 
Addosso il resto ai Sf racini Apips^, 
Per dar lor scaccq « p guadagoarai il g^uoca; 
E li maDd6 per ogoi porta faore, 
Da aaa Germaao iofio a saa Yittore* . 
Oi. Vol. II. 54 



4^6 V ORLANDO PURIOSO 
59. 

£ comaod6 ch' a porta san Marcello, 
Dov' era gran spianata di campagDa, 
Aspettasse Pod Taltro, e ia ua drappello 
Si raguaasse tatta la campagna: 
Qaiadi animaDdo ognaoo a far macello 
Tal, che sempre rrcordo ne rimagna^ 
Ai lor ordini andar fe^ le bandiere , 
E di battaglia dar segno aUe schiere. 
40. 

II re Agramante in questo meszo in sella, ^ 
Malgrado dei Cristian, rimesso s* era ; ^ 
£ con 1' innamorato d^ Isabdla 
Facea battaglia perigliosa e fiera : 
Col re Sobrin Lurcanio si martella : 
Rinaldo incontra avea tulta una schi^ra ^ . 
£ con Tirtnde e con fortnna molta 
L' urta , V apre^ riiina e mette in volta. 
41. 

Essendo la battaglii in questo stato, 
L* imperatore assalse il retroguardo 
Dal cabto 'ove Marsilio avea fermato 
II fior di Spagna intorno a) suo stendardo. 
Con fanti in mezzo e caralieri allato, 
Re Carlo spinse il suo popol gagliardo 
Con tal rumor di timpani e di trombe^ 
Che tutto '1 mondo par cbe ne rimbombe. 
42. 

Gominciavan le schiere a ritirarse 

\ De^ Saracini^ e si sarebbon T61te 

Tutte a fuggir, spezzate^ rotte e sparse, 
Per mai ])iu non potere esser raccolte: 
Ma^I re Grandonio e Falsiron comparse, 
Che stati in maggior briga eran piii volte, 
£ Balugante e Serpeotin feroce, 
£ Ferrau, che lor dicea a gran voce: 



CANTO DECIMOTTAVO 4^7 
43. 

Ah, dicea, valeDtuomini , ah compagoi, 

Ah fratelli, tenete il laogo voatro: 

I Dimici faranno opra di ragni,. 

Se nOQ tnaDGhiamo noi del dover noslro. 

Gaardate V alto onor , gli ampli goadagoi 

Che Fortona, Tiaceodo, oggi ci ha mostro: 

Gaardate la vergogoa e il danno estremo 

Ch' esaendo vioti , a patir sempre avremo. 
44. 
Tolto in qael tempo ana gran lancia avea, 

E contra Berlingier Tenne di botto, j 

Che sopra Y Argalifia combattea , 

E V elmo nella fronte gli avea rotto : 

GittoUo in terra, e con la spada rea < 

Appresso a lui ne fe^ cader forse otto. 

Per ogni botta almanco, che disserra, 

Gader fa sempre un cavaliero in terra. 
45. 
In altra parte ncciso avea Rinaldo 

Tanti pagan , ch^ 10 iion potrei contarli. 

Dinanzi a Ini non stava ordine saldo: 

Yedreste piazza in tutto '1 campo darli. 

Non men Zerbin , non men Lurcanio e caldo : 

Per raodo fan ch' ognun sempre ne parli: 

Qaesto di punta avea Balastro aociso, 

E qaello a Finadar V elmo diviso. 
46. 
L' esercito d' Alzerbe avea il primiero , 

Che poco innanzi aver solea Tardocco ; 

L' altro tenea sopra le squadre impero 

Di Zamor e di SafiEi e di Marocco. 

Non e tra gli Africani un cavaliero 

Che di lancia ferir sappia o di ^occo? 

Mi si potrebbe dir: ma passo passo 

Nessun di gloria degno addietro lasso. 



4a8 L' ORLiNDO HJRIOSO 
47. 

Del re delk Zumara non «i scotda 
n nobil Dardinel figlid d' Almonte , 
Che con la kncia Uberto da Mirforda, 
Glaifdto dal Bosco, Elio e Dnlfin dal Monte, 
E con la apada Anselmo da Stanibrda 
£ da Londra Raimondo e Pinamoirte 
Getta per terra ( ed erano par forti ) , 
Dili storditi, an piagato^ e qoattro morti. 
48. 

Ma con tatto'l valor che dl sk mo^fia, 
Non pa6 tener si ferma la ana gente, 
Si ferma ch^aspettar yoglia la nostra 
Di numero minor, ma fib. valente. 
Ha piu ragion di apada e piii di gtostra 
E d' ogni cosa a guerra appertinente. 
Fugge la gente maara^ di Zumara, 
Di Setta, di Marocco e di Ganara. 
4». 

Ma pin degli altri fuggon quei d^Alzerbe, 
A ctti s* oppone il nobil giovinetto; 
Ed or con priegbi, or con parole acerbe 
Ripor lor cerca Tanimo nel petto. 
S* Almonte merit6 ch' in voi si serbe 
Di loi memoria , or ne vedr6 V effetto : 
lo vedr6, dicea lor , se me ^ sno figlio , 
Lasciar Torrete in cosi gran periglio. 
50. 

Stale, vi priego per mia verde etade 
In cni solete aver si larga speme: 
Deb non vogliate andar per fil di spade, 
Gh' in Africa non torni di noi seme. 
Per tutto ne saran chiose le strade, 
Sa non andiam raccoiti e stretti insieme: 
Troppo alto muro e troppo larga fossa 
E il monte « il mar, pria obe tornar si possa* 



CANTO DBCIMOTTAVO 4^9 
M. 

Molto k meglio morir qui , ch' ai suppUoi 
Darsi e alia disorezioci di qae«li ciiii: 
State sddi, per Dio, fedeli aniici| 
Chi tntti 8OQ gK altri rimedi vant* 
Nod hao di aoi piu Ttta gl' ioimici $ 
Pill d' uB^ ahna aon ban, piu di due maoi. 
Gosi diceado, il giovinetto forte 
AI conte d^Otonlei diede la morte. 
BS. 

II rimenibrare Almonte coA eccese 
L' esercito african, che fuggfa prima, 
Gbe le braccia e le maoi m sue difese 
Meglio, cbe rivoltar fte spalle, eatina. 
Guglielmo da Baraicb' era udo inglese 
Maggior di tutti, e Dardioello il cima, 
E lo pareggia agK altri; e appresso tagBa 
n capo ad Aramon di Gomovaglia. 
SS. 

Morto cadea questo Aramone a vaUe; 
£ y' accorse il fratel per dargli aiuto: 
Ma Dardinel 1' aperse per le spalle 
Fin gill dove lo stomaco h forcoto. 
Poi for6 il veatre a Bogio da Yergalte, 
E lo maodb del debito assohilo: 
Avea promeaso alia moglier fra sei 
Mesi y Tiveiido , di tomare a lei. 
M. 

Vide non lungi Dardinel gagliardo 

Yeoir Lnrcanio , ch' avea in terra memo 
Dorcbin, passato nella gola, e Gardo 
Per mezzo il eapo e insia ai denti fesso; 
E cb* Alteo fuggir volse , ma fu tardo 5 
Alteo cb' am6 quanto il suo core irtesso ; 
Gbe dietro alia eoUottola gli mise 
II fier Lurcanio uu colpo cbe I' ucciae* 



43o L' ORLANDO PURIOSO 

Piglia ana lancia, e va per far vendetta^ 
Dicendo al sao Macoa ( s' udir lo poote ) 
Che se morto Larcaiiio in terra getta, 
Nella moscbea ne porrii 1' arme vote. 
Poi traversando la campagna in fretta. 
Con tanta forza il fianco gli percuote, 
Che tutto il passa An all' altra banda ; 
Ed ai auoi che lo spoglino comanda. 
M. 

rVon h da domandarmi se dolere 
Se ne dovesse Ariodante il frate^ 
Se desiasse di sua man potere 
For Dardinel fra Paniine dannate: 
Ma nol lascian le genii adito avere, 
Non men delle 'nfedel le batteszate. 
Torria pur vendicarsi, e con la spada 
Di qua di la spianando va la strada. 
57. 

Urta, apre, caccia, atterra, taglia e fende 
Qualunque lo 'mpedisce o gli contrasta. 
E Dardinel^ ^e quel disire intende, 
A volerlo saziar gii non sovrasta: 
Ma la gran moltitudine contende 
Con questo ancora^ e i suoi disegni guasta. 
Se Mori uccide V un , V altro non manco 
Gli Scotti uccide e i) campo ioglese e '1 franco* 
58. 

Fortuna sempre mai la via lor tolse^ 
Che per tutto quel dl non s' accozzaro. 
A piu famosa man serbar 1' un volse , 
Chi V uomo il suo destin fugge di raro. 
Ecco Rinaldo a questa strada volse, 
Perch' alia vita d' uo non sia riparo : 
Ecco Rinaldo vien: Fortuna il guida 
Per dargli onor che Dardinello uccida. 



CANTO DECIMOTTAVO 43i 
59. 

Ma sia per questa rolta detto assai 
Dei gloriosi fatti di poneote* 
Tempo h eh? io torni ove Grifon iaaciai , 
Che tatto d' ira e di disdegoo ardeote 
Facea , con piii tiin6r ch' aveaie mai , 
Tomultuar la sBigottita gente. 
Re Norandin a qnel rnmor corso era 
Con piu di mtOe armati io una schiera. 
60. 

Re Norandin con la sua corte armata^ 
Yedendo tatto M popolo fuggire , 
Yenne alia porta in battaglia ordinata, 
E qaella feoe alia sua giunta aprire. 
Grifone intanto, dvendo gi^i cacciata 
Da si la tnrba sciocca e senza ardire, 
La Bprezzata armatura in sna difesa 
(Qual la si fosse) avea di nuovo presa; ' 
61. 

E presso a no tempio ben muralo e forte , 
Cbe circondato era d' un' alta fossa , 
In capo an ponticel si fece forte, 
P^rchi chiuderlo in mezzo alcun non poss^. 
EccD, gridando e minacciando forte, ' 
Fuor della porta esce una squadra grossa. 
L^ animbso Grifon non muta loco, 
E fa sembiante che ne tema poco. 
62. 

E poi cb^ avvicinar questo drappello 
Si vide, and6 a trovarlo in su la strada; * 
E molta strage fattane e macello 
( Gbi menava a due man sempre la spada), 
Ricorso avea alio stretto ponticello, 
E quindi li tenea non troppo a bada: 
Di nuovo usciva, e di nuovo tornava; 
E sempre orribil segno vi lasciava. 



43tt V OBLANDO FURIOSO 

«S. 

Qaando di dritto e cjoudo di riverso 
Getta or pedoni or cayalieit' in leita» 
U popol coQtr» liii tiiUo ^oaverao 
Pill e pill aempre ioaspera la goeirra. 
Teme Gtrifoiie alfiii realar Bommerso^ 
Si cresce il mar ehe d* oga^ iotoraor tt aerra ; 
E nella apalla e oella cdacia manoa 
E gUi ferito^ e pur la leoa manoa- 
M. 

Ha la Yirtu ^ ch^ ai suoi apesao soccorre , 
Gli fa appo Norafidiil trovar perdono. 
II re^ mentre al tumiilto io dubbio oorre, 
Yede che morti gia taaU na souo) 
Yede le piaghe che di mao d^ Ettorre 
Pareana uaoite : un t^timooio buooo » 
Che diansi esse avea fatto indegnameiita 
Yergpgoa a uo cavalier n)dlo eoceUeHto* , 
W. 

Poi , oomiPi gli e piii presso, d vede io froi4e 
Quel che la g^nte a mort^ gli ha eondntta; 
E fattosene/avaoti orribil itiOAte, 
£ 4i qiuel ^Dgoe U fossa e V acqila hmKUt ; 
Gli e avTiso di veder proprio aul poqt^ 
Ora»o sol contra Toscaoa tutta: 
E per suQ ooore y e percbi gli ba ^oorabbe , 
Ritrasse i stioi , qe gran &tioa v'ebh^; 
66. 

Ed alzaodo U mao qoda e seoa'arme, 
Antico aegoo di tregoa o di pace , 
Disse a Grifou ; Nod ao ae nan cbianaarme 
D'avere il tortO| ^ dir che mi displace : 
Ma il mio pooo giudicio , e Io iD^tiganm 
Altrai , cadere ia tanto error mi hot* 
Quel cbe di fare ip mi credea al piu vil0 
Guerrier del moado , ho fatto al piugentUe. 



CANTO DEGIMOTTAYO 433 
67. 

E sebbene alia ingturia ed a qudl*oota 
Gh^oggi (atta ti fia per i^^raiisa, 
L'onor cbe ti fai qiu s^adegaa 6 scontai 
O ( per pill vero dir ) aupera e avamsa; 
La satisfasioa ci sari pronta 
A tutto mio sapere e mia possanM, 
Quaodo io conoaca di poter far qoella 
Per oro o per cittadi q per cpatella. 
66. 

Ghiedimi la meti^ di qoesto regnp, 
GhMo son per farteoe oggi possessore; 
Cbe I'alta taa virtu ooo ti fa degoo 
Di qoesto ad, ma cb'io ti dooi il core: 
E la tua mano^ in qneato meiszoy p^QO 
Di fe mi dona e di perpetoo amoc^e. 
Go^ diceodo, da cavallo scepe, 
E vdr Grifou h destra maoo stese« 
60. 

Grifon , vedeodo il re fatto bepigoo 
Tenirgli per ^ttar le braccia al coUo^ 
Lascib la spada e Taiiimo maligoo^ 
£ sotto Paache ed amile abbraccioUo. . 
Lo vide il re di dae piagbe saof^igao^ 
E tosto fe'venir ehi medicoUo; 
lodi portar nella ciltade adagio , 
E riposar nel suo real palagio. 
TO. 

Dove, ferito, alquaoti giorai, imumte . 
Che si potesse armar, fece soggioroo. 
Ma lascio lui^ cb'al suo frate Aquibate 
Et ad Astolfo io Palestioa torno, 
Che di Grifoo, poi che lascio le saote 
Mara, cercare hau fatto piii d'un giomo 
la tatti i lochi ia Solima devoti, 
E in molti ancor dalla cUta remoli. 
Oi. Vol II. 55 



J 



434 L' ORLANDO FDRIOSO 
71. 

Or ne I'uno o^ I'altro e si indovino 
Che di GrifoQ passa saper che sia: 
Ma yeone lor quel greco peregrioo, 
Nel ragionare , a caso a dame spia , 
Dicendo ch'Orrigille avea il cammino 
Yerso Antioehia preso di Soria, 
D'qq nuovo drudo, ch'era di qoel loco, 
Di subito arsa e d* iikiprovviso foco. *^ 

72. 

Dlmandogli Aquilaate , se di qaesto 
Goal notizia avea data a Grifone; 
E come I'affertn^^ s'avvi96 il resto, 
Perche fosse partito, e la cagfoae. 
Ch'Orrigille ha seguito e maDiCesto 
In Antioehia, con intennone 
Di levarla di man del suo rivale 
Con gran vendetta e memorabil male. 
73. 

Non toUer6 Aqnilante che 1 Iratello 

Solo e sens' esso a qneirknpresa andastej 
E prese Parme, e venne dietro a qiiello:' 
Ma prima preg6 il duca che tardasse 
L'andata in Francia ed al paterno ostello. 
Fin ch'esso d' Antioehia ritornasse. 
Scende al Zaffo, e sMmbarca; che gli pare 
E piu breve e miglior b Via del mare- 
74. 

Ebbe nn Oatro silocco allor possente 
Tanto nel mare, e si per lui disposto, 
Che la terra del Surro il di seguente 
Tide, e Saffetto, un dopo I'altro tosto. 
Passa Baratti e il Zibeletto ; e sente 
Che da man manca gli e* Cipro dtscosto. 
A Tortosa da Tripoli, e alia Lizza, 
E al golfo di Laiazzo il cammin drizza. 



CAHTO DECIMOTTAVO 435 

Quiodi a levante fe'il iiocchier la froole 
Del nayiUp voltar snejlo e veloce ; 
Ed a sorger n'aodo.aopra FOroute, 
£ colse il tempo e ne pigli6 la foce. 
Gittar face Aquibnte ia terra il ponte, 
E n^ asci arsdalo sot destrier feroce ; 
£ cootra il fiume il camroiu dritto teone 
Taoto ch'ia Aotiochia se oe veDoe. 
76. 

Di qael Martaoo ivi ebbe ad informarse; 
£t udi ch'a Damasco se D^era ito 
Con OrrigiUe^ ove ana giostra farse 
Dovea soleoae per reale invito. 
Tanto d'andargli dietro il deair Parse, 
Gerto che '1 suo german Tabbia segofto, 
Gbe d'Antioehia anoo quel dt si tolle: 
Ma gla per mar piii ritoraar non voile. 
77. 

Verso Lidia e Larissa il cammin piega: 
Resta pill sopra Aleppe ricca e plena. 
Dio, per moslrar ch^ancor di qua non niega 
Mercede al bene ed al contrario pena, 
Martano appresso a Mamuga una lega 
Ad incontrarsi in Aquilante mena. 
Martano si facea con bella mostra 
Portare innanzi il pregio della giostra. 
78. 

Pens6 Aquilante 9 al primo eomparire, 
Ghe '1 vil Martano il suo fratello fosse ; 
Gbe I'iogannaron Tanne^ e quel vestire 
Gandido piii che nevi ancor non uiosse: 
£ con quell' oh! che d'allegrez2a dire 
Si suole, incomincioj ma poi caogiosse 
Tosto di faccia e di parlar^ ch' appresso 
S'avvide meglio che non era desso* 



436 L' ORLANDO PURIOSO 
TO. 
Dc]bit6 che^ per firaade di colei 
Gh'era cod lai, Grifon gli areMe ocdao; 
E: Dimmi, gli grid6, tu ch*e98er d^ 
On ladro e on traditor^ oome n^hai yiso, 
Oade Iiat quest' anne avnte? onde ti aei 
Sol boon destrier del mio fralello assise? 
Dimmi se M mio fraldlo b morlo o Tivo; 
Come dell'arme e del destrier Phai priro. 

Qoando Orrigille adi V irata toce, 
Addietro il palafireo per foggir volse; 
Ma di lei fa Aqoilante piii veloce^ 
E fecela fermar^/Tolse o oon rolse. 
Martano al minaeciar tanto feroce 
Del cavalier che s) improvvis6 il colse , 
Pallido triema come al vento fronda, 
Ni sa quel che si faccia o che rispoada. 
81. 

Grida Aqoilante, e fulminar non rests ^ 
E la spada gli pon dritto alia strosaa; 
E giorando minaccia che la testa 
Ad Orrigille e a lui rimarra mossa, 
Se totto il fatto noo gli mantfesta. 
II mal gianto Martano alqoanto ingozza , 
E tra se volve se pu6 smiouire 
Sua grave colpa, e poi comineia a dire: 
88. 

Sappi^ signor, che m^a sorella h quests , 
Nata di buona e virtuose gente, 
Benche tenuta in vita disonesta 
L'abbia Grifone obbrobriosamente : 
E tale infamia essendomi molests^ 
ISh per forsa sentendomi possente 
Di torla a si graude uom, feci disegno 
D^ areria per astuzia e per iogegoo. 



CANTO DECIMOTTAVO 4^7 

85. 

Tenni modo cod lei , ch' avea desire 
Di ritoraare a piii lodata vita, 
Gil' essendosi Grifon messo a dormire , 
Chetameote da lui Ksse partita. 
Cosk fece eUa; e percbe egli a seguire 
Non n' abbia , ed a torbar la tela ordita y 
Noi lo lasciammo disarmato e a piedi; 
E qaa Tenoti siam^ come ta vecfi. 
84. 

Poteasi dar di somroa asttizia vanto , 
Che colui fadlmente gli credea; 
E, fuor cbe 'n torgii anne e destrier e quanto 
Teaesse di Grifon, non gli nocea; 
Se non volea pulir saa scusa tanto 
Che la facesse di menzogna rea. 
Baona era ogoi altra parte , se non qoeOa 
Che la femmioa a lai fosse sorella. 
88. 

Avea Aqiiilante in Antiochia inteso 
Essergli concubina, da piii genii; 
Onde gridando, di furore acceso: 
Falsissimo ladron, tu te ne menti: 
Un pugno gli tiro di tanto peso, 
Che nella gola gli cacci6 duo denti; 
E, senza piu contesa, ambe le braccia 
Gli volge dietro , e d' una fane albccia. 
88. 

£ parimente fece ad Orrigille, 
Benche in sua scusa ella dicesse assai. 
Quiudi li Irasse per casali e ville, 
Me li lasci6 fin a Damasco mai; 
E delle miglia mille volte mille 
Tratti gli avrebbe con pene e con guai, 
Fin ch' avesse trovato il suo fratello , 
Per fame poi come piacesse a qnello. 



438 L' ORLANDO FURIOSO 
87. 

Fece Aquilante lor scQdieri e some 
Seco toraare, ed ia Damasco venae; 
E troy6 di Grifoo celehre il oome 
Per tatta la citti batter le penne. 
PiccoU e graodi, bgoua sapea gia, come 
Egli era, che si ben corse 1' antennCi 
Ed a cai tolto fu coo falsa mostra 
Dal compagQo la gloria della giostra. 
88. 

II popol totto al vil Martano infesto, 
L' uno air altro additandolo, lo scuopre. 
Noa hj dicean, non e il ribaldo questo, 
Che si fa laade con 1' altrui buooe opre ? 
E la virtu di chi non h ben desto, 
Con la saa infamia e col suo obbrobrio copre? 
Non i 1' ingrata femmina costei^ 
La qoal tradisce i baoni e aiuta i rei? 
88. 

Altri dicean: Gome stan bene insieme 

Segnati ambi d^ an marchio e d^ una razza ! 
Gbi li bestemmia, cbi lor dietro fireme, 
Chi grida: Impicca, abbrucia, sqoarta, ammazza. 
La torba per veder s' arta , si preme , 
E corre iananzi alle strade, alia piazza. 
Yenne la aova al re^ che mostr6 segno 
D* averla cara piu ch' an altro regno. 
80. 

Senza molti scndier dietro e davante, 
Gome si ritrov6, si mosse in fretta, 
E venne ad incontrarsi in Aquilanfe 
Gh'avea del suo Grifon fatlo vendetta; 
E quello onora con gentil sembiante, 
Seco lo 'nvita e seco lo ricetta; 
Di suo conseiUo avendo faUo porre 
I duo prigioni in fondo d^ una torre. 



CANTO DECIMOTTAVO 489 

91. 

Andaro iDsieme ove del letto mosso 
Grifoo non s' eiti poi che fti ferito y 
Che, vedendo il fratel^ diveooe rosso : 
Che ben 8tim6 oh' area 3 sqo oaso ndito^ 
E poi che motteggiando un poco addosso 
Gli aad6 Aquilante, inessero a partito 
Di dare a quelli dao giusto martoro , 
Yenuti io man degli avyersari loro. 
09. 

Yuole Aquilante, vnole il re che mille 
Strasi ne sieno fatti ; ma Grifone 
(Ferchi non osa dir sol d' Orrigille) 
Air uno e all' altro vnbl che si perdone* 
Disse assai cose, e molto ben ordille: 
Fngli risposto: Or per conclusione 
Martano h disegnato in mano al boia, . • 
Ch'abbta a scoparlo, e non pero cbe'moia. 
95. 

Legar lo fanno, e non tra' fiori e P erba^ - 
£ per tutto scopar V altra matlina. 
Orrigille ^aptiva si riserba 
Fin che rilorni la bella Lucina. - ' 

Al cui saggio parere, o lieve acerba, 
Rimetton quei signor la disciplina. 
Qnifi stette Aquilante a ricrearsi 
Fin' ebb' 'I fratel fa sano e pot^ armarsi. ' 
94. 

Re Norandin, che temperato e saggio 
Diyennto era dopo nn tanto erroref, 
Non potea non aver sempre il coraggro, 
Di peniteuzia pieno e di dolore, 
D' aver fatto a colui danno ed oUraggio, 
Che dcjgno di mercede era e d' onore : 
Si che di e notte avea il pensiero intento 
Per farlo rimaner di s^ contento. 



44o V ORLANDO FURIOSO 

£ statui nel pobblico conqpetto 
Delia citta, di tanta iogiuria rea, 
Con quella maggior gloria ch^ a perfelto 
Cavalier per un re dar si potea, 
Di readergli quel premio ch' iotercetto 
Con tanto ingaono il traditor gli avea: 
E peroi6 fe' baodir per quel paese 
Che sarfa oo' altra giostra io^ ad ifa mese. 
86. 

Di che apparecchio fa taoto solenne^ 
Qaanto a pompa real poaatbil sia: 
Onde la fauia coo yeloei penoe 
PorU> la nuova per tutta Sorfa; 
Ed in Feaicia e ia PalesUoa venoe, 
E tanto, cV ad Astolfo oe die apia, 
II qoal col vicere deliberoase 
Che qaella giostra seoza lor noQ fo6se« 
»7. 

Per gnerrier valoroso e di gran nome 
La vera istoria Sanaooetto raota. 
Gli dii battesmo Orlaado, e Carlo (coqie 
V ho detto) a goyeniar la Terra Santa. 
Astolfo con costui Uvb le some 
Per ritrovarsi ove la fama canta 
Si che d* intorno n' ha pieoa ogni ore9cIiia, 
Ch^ in Damasco la giostra s' appa^ecchja, 

es. 

Or cavalcando per quelle contrade 
Con non longbi viaggi, agiati e lentii 
Per ritrovarsi freschi alia cittade 
Poi di Damasco il di de' torniamenti , 
Scontraro in una croce di due strade 
Persona ch' al vestire e a^ movimenti 
Avea sembianza d' uomo, e femmin' ^ra, , 
Nelle battaglie a maraviglia fiera. 



CANTO DECMOTTAVO 441 

»»• 

Lb rergine Marfisa si nomava^ 
Di tal valor^ che coq la spada ia mano 
Fece piM yoke al graa sigDor di Brava 
Sadar la fronte, e a quel di Moatalbano; 
E U di e la notte armata sempre andaya 
Di qaa di U^ cercando ia monte e in piano 
Con cayalieri erranti riscontrarai, 
£d immortale e gloriosa farsi. 
100. 

Gom'ella yide Astolfo e Sansonetto^ 
Ch'appresso le venfan con Panne indosso, 
Prodi gaerrier le paryero all'dspetto; 
Gh^erano ambeduo grandi e di bnono osao: 
E perch^ di proyarai ayrfa diletto^ 
Per isfidarli ayea il destrier ffk mosao; 
Qaando, affisaando Pocchio piii yicino, 
CoQOscinto ebbe il daca paladino. 
101. 

Delia piaceyoleaza le soyyenne 

Del cayalier^ qnando al Gatai aeco era: 
£ lo chiam6 per nome, e non ai tenne 
La man nel guanto^ e alzossi la yiaiera; 
E con gran festa ad abbracciarlo yenne, 
Gome che sopra ogn'altra fosse altiera. 
Non men dalPaltra parte riyerente 
Fa il paladino alia donna eccellente. 
lOS. 

Tra lor si domandaron di lor yia: 
£ poi ch' Astolfo, che prima rispose^ 
Narr6 come a Damasco se ne g{a^ 
Doye le genti in arme yalorose 
Ayea inyitato il re della Sorfa 
A dimostrar lor opre yirtuose; 
Marfisa^ sempre a far gran proye accesa^ 
Yoglio esser con yoi^ disse, a qnesta impress. 
Oa. Vol IL 56 



44a L' ORLANDO PURIOSO 
IDS. 

Sommamente ebbe Astolfo grata qoesta 
Compagna d^arme, e cosi Sansonetto. 
Fdro a Damasco il d\ ioDanzi la festa, 
£ di fuora nel borgo ebbon ricetto: 
E sin all^ora che dal sonno desta 
L' Aurora il yeccbiarel gi& sue diletto, 
Qoivi si riposfir con maggior agio, 
Che 86 amontati foasero al palagio. 
104. 

£ poi che '1 oaovo sol locido e chiaro 
Per tutto sparsi ebbe i fulgeDti raggi, 
La bella doDoa e i dao guerrier s^armaro, 
Mandato avendo alia citta messaggi, 
Che I come tempo fa, lor rapportaro 
Che, per veder spezsar firassini e faggi. 
Re Noraodino era veoato al loco 
Gh* avea constituito al fiero gioco* 
10». 

Sensa piu indugio alia citia ne vaDoo, 
E per la via maeatra alia gran piazsa, 
DoTC aspettando il real segno stanno 
Qainci e quindi i gaerrier di buona razza. 
I premi che quel giorno si daranoo 
A chi vioce, e uno stocco ed ima mazza 
Guerniti riccamente, e un destrier, quale 
Sia convenevol dono a un signor tale. 
106. 

Avendo Norandin fermo nel core 

Che, come il primo pregio , il secondo anco , 
£ d* ambedue le giostre il sommo onore 
Si debba guadagnar Grifone il bianco; 
Per dargli tutto quel ch^ nom di valore 
Dovrebbe aver ne debbe far con manco, 
Posto con V arme in qnesto ultimo pregio 
Ha stocco e mazza e destrier molto egregio. 



"^ 



CANTO DECIMOTTAVO 443 

L'arme che nella giostra fatta diaDzi, 
Si doveano a Grifon che'l tutto rinse, 
E che usurpate avea coq tristi avanzi 
Martano, che Grifone easer si finse, 
Quivi si fece il re pendere inaanzi, 
E il hen gaernito stocco a quelle ciose, 
£ la mazza airarcioa del destrier messCi 
Perch^ Grifon I'nn pregio e Faltro ayesse. 
108. 

Ma che sua intenzion avesse effetto 
Yietb quella magnanima guerriera 
Che con Astolfo e col bnon Sansonelto 
In piazza nuovamente venata era. 
Gostei^ Vedendo I'arme ch'io Vho detto, 
Subito n^ebbe conoscenia vera: 
Per6 che gia sue fiiro, e Pebbe care 
Quanto si suol le Hose ottime e rare ; 
109. 

Bench^ Pavea lasciate in su la strada 
A quella yolta che le fur d'impaccio, 
Quando per riaver sua baona spada 
Gorrea dietro a Brnnel degno di laccio. 
Questa istoria non credo che m'accada 
Altrimenti narrar; per6 la taccio. 
Da me Ti basti inteodere a che gnisa 
Qaivi trovasse I'arme sue Harfisa* 
110. 

Intenderete ancor che, come Tebbe 
Riconoscinte a manifeste note^ 
Per altro che sia al mondo, non le avrebbe 
Lasciate un di di sua persona vAle. 
Se pill tenere nn modo o on altro debbe 
Per racqnistarle, ella pensar non puote; 
Ma se gli acoosta a on tratto, e la man stende^ 
E senz' altro rispetto se le prende: 



444 L' ORLANDO FURIOSO 
111. 

£ per la fretta cfa^ eUa n^ebbe, avrenne 
Gh'altre ne prese, altre mandonne in terra. 
II re, che troppo offeso se ne tenne, 
Con uno agoardo sol le mosse guerra; 
Che 1 popol, che Pingiaria non sostenne^ 
Per Tendicarlo e lance e spade afferra, 
Non rammentando cib chM giomi innantr 
Nocque tl dar noia ai cavalieri erranti. 

iia. 

Ne fra vennigK fiori azzorri e giallx 
Yago fauciuUo alia stagion noyelfar, 
Ni mai si ritrov6 fra saoni e balli 
Pill Tolentieri omata donna e bella; 
Che fra strepito d^arme e di cavalli, 
E fra pnnte di lance e di qnadrella. 
Dove si sparga sangue, e si dia morte^ 
Gostei si troviy oltre ogni creder forte. 
115. 

Spinge il catalla, e nella tarba sciocca 
Con Pasta bassa impetiiosa fere; 
£ chi nel coUo e chi nel petto imbrocca, 
E fa con Purto or questo or quel caderer 
Poi con la spada nno ed un altro tocea, 
£ fa qual sensa capo rimanere, 
£ qual con rotto , e qual passato al fianco y 
E qual del braccio privo, o destro o manco. 
114. 

L'ardito Astolfo e il forte Sansonetto, 

Gh'avean con lei vestita e piastra e maglia, 
Benche nou venner f^k per tale effetto, 
Pur^ vedendo attaccata la battaglia, 
Abbassan la visiera delPelmetto, 
£ poi la lancia per quella canaglia; 
Et indi van con la tagliente gpada 
Di qua di ]k facendosi far strada. 



CANTO DEGIMOTTAVO 445 

115. 

I cavalieri di nazion diverse, 

Gh'erano per giostrar qntvi ridatti, 
Yedendo Farme ia tal furor converse, 
E gli aspettati giaochi in gravi latti, 
( Chi la cagioa ch'avesse di dolerse 
La plebe irata non sapeano tatti, 
N^ ch^al re tanta ingiaria fosse fisttta ) 
Stavan con dabbia mente e stapefatta. 
116. 

Di ch'altri a favorir la turba veone^ 
Ghe tardi ppi non se ne fa a peatire; 
Altri a cui la cittli piu non attenne 
Ghe gK stranieri, accorse a dipartire: 
Altri piu saggio, in man la briglia tenne, 
Mirando dove qnesto avesse a nscire. 
Di quelli fa Grifon ed Aqoilante 
Ghe per vendicar Parme andaro innahte. ' 
117. 

Essi, vedendo il re che di veneno 
Avea le luci inebbriate e rosse, 
Ed essendo da molti inslralti appieno 
Delia cagion ohe la discordia mosse, 
E parendo a Grifon che sua , non meno 
Ghe del re Norandiuj P ingiaria fosse ^ 
S'avean le lancie fatte dar con fretta^ - 
E ven£Ein fulminando alia vendetta. 
118. 

Astolfo d^altra parte Rabicano 
Yenfa spronando a tuiti gli altri innante,- 
Gon rincantata lancia d^oro in mano, 
Gh'al fiero scontro abbatte ogni gioskrante. 
Ferl con essa e Iasci6 steso al piano 
Prima Grifone» e poi trov6 Aqailantej 
E dello scudo toccb Porlo appena, 
Ghe lo gitt6 ri verso in su 1' arena. 



446 V ORLANDO FURIOSO 
119. 

I cavalier di pregio e di gran prova 
Tdtan le selle innanu a Saosooetto. 
L' oscita della piasxa il popol trova: 
II re n' arrabbia d' ira e di dispetto. 
GoQ la prima corazia e con k noova 
Marfisa intanto, e V ano e F altro elmrtto, 
Poi che ai vide a tntti dare il tergo, 
Yincitriee Teoia verso V albergo* 
illO. 

Astolfo e Sansonetto non far lenti 
A aegoilarla, e seco a ritrovarsi 
Yeno la porta ( chi tatte le genti 
Gli davaa loco ) , ed al raatrel fenn&si. 
Aquilante e Grifoa, troppo dolenti 
Di vedersi a ano incontro riversarsi, 
Tenean per gran ve^gogoa il capo china ^ 
mh ardian venire iunansi a Norandino* 
ISl. 

Preai e montati c^hanuo i lor cavalfi^ 
Spronano dietro agPinimici in fcetta. 
Li segae il re con molti anoi vassalli^ 
Tatti pronti o alia morte o alk vendetta*. 
La sdocca torba grida: Dilli, dalli) 
E sta lontana e le novelle aspetta, 
Grifone arriva eve volgean la fironte 
I tre compagni^ ed avean preso il ponte. 

las. 

A prima giunta AstoUb ra£^ra, 
Che avea qnelle medesime diviae^ 
Avea il cavallo, avea quella armatora 
Gh^ebbe dal di ch' Onil fatale nccise. 
Ne miratol^ uh poato gli avea cnra 
Qoando.in piaosa a gioatrar seco si mise: 
Quivi il conobbe^ ^ salatollo; e poi 
Gli domand6 delli compagni sooi; 



CANTO DECIMOTTAVO 447 
193. 

E perchi tratto avean qnelParme a terra, 
Fortando al re s\ poca riverenza. 
Di saoi compagni il daca d^Iaghilterra 
Diede a Grifoa non falsa conosceosa: 
DelParme ch'attaccate avean la gaerra, 
Disse che non n' avea troppa scieoza; 
Ma perchi con Marfisa era Tenato, 

' Dar le Tolea con Sansonetto aiuto. 

Qiiivi con Grifon stando il paladino, 
Yiene Aqoilante^ e lo conosce tosto 
Che parlar col fratel I' ode vicino, 
E il voler cangia, ch'era mal disposto. 
Giungean mdti di quei di Norandioo^ 
Ma troppo non ardian venire accosto; 
E tanto piu, vedendo i parlamenti, 
Stavano cheti, e per udire intenti. 
IStf. 

Alcun ch'intende qnivi esser Marfisa, 

Che tiene al mondo il vanto in esser forte, 
Yoha il cavallo, e Norandino avrisa 
Che s'oggi non vaol perder la sua corte, 
Proweggia, prima che sia tutta nccisa, 
Di man trarla a Tesifone e alia Morte; 
Perchi Marfisa veramente e stata, 
Che Farmatura in piazza gU ha levata. 
126. 

Come re Norandino ode quel nome 
Co^ temnto per tutto Levante, 
Che facea a moiti anco arricciar le chiome, 
Bench^ spesso da lor fosse distante, 
£ certo che ne debbia venir come 
Dice qoel sno, se non provvede innante; 
Perb li snoi, che gik mutata Pira 
Hanno in timore, a se richiama e tira. 



448 L' ORLANDO PURIOSO 
197. 

Dair albra parte i figli d' Oliviero 

Con Sansooetto e col 6gliaol d* Ottone^ 
Sapplicando a Marfisa, tanto fSro, 
Che si die fine alia crudel teozone. 
Marfisa, giuata al re, con viso altiero 
Disse: It) non so, signor, con che ragione 
Yogli quest' arme dar, che tae non sono^ 
Al viucitor delle tue giosAre in dono. 
128. 

Mie sono I'arme; e^n mezso della via 

Che vien d* Armenia, un giorno le lasciai, 
Perche seguire a pii mi convenia 
Un rubator che m'avea offesa assai: 
E la mia insegna testimon ne fia^ 
Che qui si vede, se notizia n'hai; 
E la mbstr6 nella corazza impressa, 
Gh'era in tre parti una corona fessa. 
1S9. 

Gli h jev ( rispose il re ) che mi for date, 
Son pochi d\ , da an mercatante armeno ; 
£ se Toi me Faveste domandate, 
Uavreste avute, o vostre o no che si^no; 
Ch'avveuga ch'a Grifon gia Pho donate, 
Ho tanta fede in lui, che nondimeno, 
Acci6 a voi darle avessi anche potuto , 
Yolentieri il mio don m'avria renduto* 
130. 

Non bisogna allegar, per farmi fede 

Che vostre sien, che tengan vostra insegna: 
Basti il dirmelo voi, che vi si crede 
Piu ch'a qual altro testimonio vegna. 
Che vostre sian vostr'arme si concede 
Alia virtu di maggior premio degna. 
Or ve Pabbiate, e piu non si contenda; 
E Grifon maggior premio da me prenda. 



CANTO DBGIHOTTAYO 449 

ftSi. 

Grifon^ che poco a core avea qdl* arme , 
Ma gran disfo che 1 re si fatiafiNNna) 
Gli £sse: Assai potete compeMarme, 
Se mi fate aaper eh'i^ vi camplaoda. 
Tra li disse Mlarfisa : Eiier qoi pame 
L'ooor nio ia tnlto: e coa heojgMi fkcfM 
YoUe a Gnfoa dcU'arme easer corteae; 
E fieaUiieiite in don da kii le preae. 

isa. 

Nella citti con pace e cod aoaore 
Tornaro, ore h feste nddoppiArsL 
Poi la giostra u fe*, di che PoiMM^e 
fi H pregio Sanaonelto face darsi} 
Gh'^atolfo e i duo fmtelli e la migliona 
Di lor^ Marfisa, noa Toboa protani| 
GercaodOy come amiei e boon compagi^, 
Che Saoaoaetlo 3 pi^gio ne |;iiadagiia« 
185. 

Stati che aono ia graa piaeere e in fiiata 
Goa Korandino otto giomate o diece^ 
Pereli^ Taaior di Francia li molesta, 
Che laaeiar aenza lor taato ixm lece, 
TolgonliceDaia: e Maciba, che qneata 
Tia diaiaira^ compagDia lor face. 
Harfisa awto a?€a liinga diaire 
AI paragon dei paladin Tenire; 
1S4. 

B far eaperienzia «• T effiHtai 
Si pareggiava a tanta nominaiisa. 
Laacia mi altro in auo loco SanaonettO) 
Che di Gerasalem regga la stanaa. 
Or qnesti cinqoe in nn drappello elelto^ 
Che pochi pari al inondo han di possansa^ 
licensiati dal re Norandino, 
Yanoo a Tripoli, e al mar che v'i vicino. 
Oa. Vou n. 57 



45o L' ORLANDO FURIOSO 
ISif. 

E quivi una caracca ritroyaro^ 

Che per ponente laeroaazfe ragona. 
Per loro e pei cavalli s' accordaro - 
Con un vecchio palroo di^ era da Lum« 
Mostrava d' oga' intorno il ftraapo chiaro , 
Gh'avriao per molti.dl boetia fortaina.. 
Sciolser dal lito^' aTeiido'!aria sereda, . 
E di baon ventio ogm lor Tela pieiuu 

L'isola sacra all'amorosa Dea 

Diede lor sotto ua^aria il prime porto^ . 
Che noQ «hU offender gU uomini sia rea. 
Ma stempra U ferro^ e quivi ^ M viver .(torto. 
Gagion n' e un stagno : e certo non ddyea 
Natora a Famagosta far qnel torto 
D'appreasarvi Costansa acre e maligna ^ 
Qnando al resto di Cipro e A beoigna. ' 
1S7. 

II grave odor tshe la palude esala , 

Non lascia al legno far troppo aoggiorno. 
Quindi « un Greco-levante spteg6 ogoi'ala^ 
Yolando da man destra a Cipro iatorao, 
E surse a Pafo, e pose in terra soala ;. ' 
E i naviganti uscir nel lito adomo y t 
Chi per mercp levar, chi per vedere 
La terra 9 d'amor piena e di fiaoere* . 
138. 

Dal mar sei miglia o sette ^ a poco a poco : 
Si va salendo inverso il colle amekip* 
Mirti e cedri e naranci e lanri il loco ^ _ . ■ 
E mille altri soavi arbori ban pteoo.; ' . 
Serpillo e persa e roae e gigli e crooo 
Spargon dalP odorifero terreno 
Tanta suavita, ch'in mar sentire 
La fa ogni vento cbe da terra spire« 



CANTO DECIMOTTAVO 45 1 

isa 

Da limpida fontana tutta quella 

Piaggia rigando va uq rascel fecondo. 
Ben 81 pub dir che sia di Yeoer bella 
II luogo dilettevole e giocoodo; 
Che v'e ogni donoa affatto^ ogni doozetla 
Piacevol pxii ch^altrove sia nel mondo: 
E fa la Dea che tutte ardon d'ainore, 
Giovaai e vecchie^ infioa alFaltime ore. 

Quivi odoDO il medesimo ch^ udito 

Di Lucina e dell' Oreo hanoo in Soria^ 
E come di tornare ella a marito 
Facea naovo appareccbio in Nicosia. 
Quindi il padrone ( essendosi espedito, 
E spirando buon yento alia sua via } 
L'ancore sarpa, e fa girar la proda 
Yerso ponente^ ed ogni vela snoda. 
141. 

Al vento di Maestro alz6 la nave 

Le vele all'orza, ed allargossi in alto. 
Un ponente-libecchio , che soave 
Parve a principio e fin che '1 sol stette alto, 
E poi si fe' verso la sera grave, 
Le leva incontra il mar con fiero assalto, 
Con tanti tuoni e tanto ardor di lampi, 
Che par che U ciel si spezzi e tutto avvampi. 
142. 

Stendon le nubi uo tenebroso velo, 
Che ne sole apparir lascia ne stella : 
Di sotto il mar, di sopra mugge il cielo, 
II vento d' ogn' intorno , e la procella 
Che di pioggia oscurissima e di gelo 
I naviganti miseri flagella: 
E la nolle piu sempre si diffonde 
Sopra Pirate e formidabil onde. 



45:1 V ORLANDO FORIOSO 
143. 

I naviganti a dimostrare ^letto 

Yanno delParte in oke lodati sono: 
Chi discorre fischiaodo col fraschetto, 
E qaanto ban gli altrt a (ar, mostra col silooo; 
Chi Pancore apparecchia da rispetto^ 
E cbi al mainare e chi alia acotta h bnono; 
Gbi '1 timoue, cbi Parbore aasicora, 
Cbi la copeita di sgombrare ba cofs. 
144. 

Grebbe il tempo cnidel tatta h notte, 
GaligQOsa e piu acara ch* ioferno: 
Tien per Palto il padrone^ ov6 men roUe 
Grede Fonde troyar, dritto il governo; 
E volta ad or ad or contra le botte 
Del mar la proda, e delPorribil verno, 
Non senaa speme mai che ^ come aggiorni^ 
Gessi fortana y o piu placabil torni* 
14if. 

Non cessa e non ai placa^ e piii fnrore 
Mostra nel giorno, se pur g[iorno k questo, 
Gbe 81 conosce al nnmerar delPore^ 
Nod che per lume gia aia manifeato. 
Or con minor speraoza e pi6 timore 
Si da in poter del vento il padron mealo: 
Yolta la poppa all'onde, e il mar o'udele 
Scorrendo se ne va con umil vele. 
146. 

Mentre Fortuoa in mar questi travaglia^ 
Non la»^6ia auco posar qtiegli altri in terra , 
Gbe son in Francia, ove s' uccide e taglia 
Coi Saracini il popol d' loghilterra. 
Quivi Rioaldo assale , api^e e sbaraglia 
Le scbiere avverse, e le bandiere atterra. 
Dissi di lai, che '1 suo destrier Bdiardo 
Mosso avea contra a Dardinel gagltardo. 



CANTO DECIMOTTAVO 453 
147. 

Vide Rinaldo il segno del qdartiero, 
Di che superbo era il 6gliaol d' Almonte; 
£ lo stim6 gagliardo e boon guerriero, 
Che concorrer d^ insegaa ardfa col conte. 
Vanne piu appresso 9 e gli parea piu vero , 
Gh* avea d' intoroo uomini uccui a monte« 
Meglio e, grid6 , die prima 10 svella e speoga 
Qoesto mal germe , che maggior diveoga. 
148. 

Dovanque il viso drisza il paladino ^ 
Levasi ognuno, e gli dk larga strada; 
Hi men sgombra il fedel clie ^1 Saracioo, 
Si reverita e la famosa spada. 
Rinaldo 9 fuorche Dardinel meschino, 
Non vede alcano^ e lui segair nOo bada; 
Grida: Fanciullo, gran briga ti diede 
Chi ti ]a8ci6 di qaesto acudo erede. 
149. 

Yengo a te per provar, se ta m' attend!^ 
Come ben giiardi ii quartier rosso e bianco; 
Chi s'ora contra me non lo difendi, 
Difender contra Orlando il polrai manco* 
Rispose Dardinello: Or chiaro apprendi 
Che sMo lo porto, il so difender anco; 
£ guadagnar piu onor^ che briga, posso 
Del paterno quartier candido e rosso. 
150. 

Perchi fanciullo io sia, non creder farme 
Per& fuggire^ o che '1 quartier ti dia: 
La vita mi torrai se mi toi I'arme; 
Ma spero in Dio ch'anzi ii contrario fia. 
Sia quel che tuoI, non potrli alcun biasmarme 
Che mai traligni alia progenie mia. 
Cos) dicendo, con la spada in mano 
Assalse il cavalier da Montalbano. 



454 L' ORLANDO FURIOSO 

Un timor freddo tatto'l saogae oppresses 
Che gli Afiricani ayeano intorao al core^ 
Gome Tider Rinaldo che at mease 
Con tanta rabbia iocontra a quel aignorey 
0>n quanta andrfa un leon ck'al prato arease 
Yisto on torel ch'ancor doh aenta amore. 
n primo che feii, fa 1 Saraciao; 
Ma p]cchi6 iavan aa Pelmo di Mambrinew 
158. 

Rbe Riaaldo, e disse: lo vo'tu aenta, 
S'io ao meglio dt te trovar la vena. 
Sprcma^ e a an tempo al destrier la briglia allenta, 
£ d'uoa punta con tal fona mena, 
D*una punta ch'al petto gli appresenta, 
Che gli la fa apparir dietro alia scliena. 
Quella trasse, al tornar, Palma col sangue; 
Di sella il corpo asci freddo ed esangue* 
153. 

Gome parporeo fior laoguendo maore, 
Ghe 'I Tomere al paasar tagliato lassa; 
O come carco di superchio umore 
II papaver nell^orto il capo abbaasa: 
Gosi, gill della faccia ogni colore 
Gadendo, Dardinel di Tita passa; 
Passa di vita, e fa passar con lui 
L^ardire e la virta di tatti i sui. 
154. 

Qual soglion I'acque per amano ingegno 
Stare ingorgate alcana volta e chiuse, 
Ghe qoando lor vien poi rotto il sostegno, 
Gascauo, e van con gran ramor diffuse; 
Tal gli African, ch^avean qualche ritegno, 
Mentre virtu lor Dardinello infuse, 
Ne vanno or sparti in questa parte e in quella, 
Ghe Phan veduto uscir morto di sella. 



CANTO DECmOTTAYO 45S 



iW. j 



Chi vuol faggir, Rinaldo faggir lassa, 
Ed attende a caociar chi tuoI star saldo. 
Si cade ovaaqoe ArHodante passa, 
Che molto ya qael di presso a Rinaldo* 
Altri Lionetto) altri Zerbin fracassa, 
A gara ogouoo a far gran prove caldo. 
Carlo fa il sao dover^, lo fa Oliviero, . . 
Torpino e Gaido e Salamone e Uggiero« 

I Mori far quel giorno ia gran periglio . 
Che 'n Pagania noa ne tornaase teata; 
Mai sagj^o re di Spagna dk di piglio^ 
E ae ae ya con qael che in man gli resta. 
Restar in, danno tien miglior conaiglio^ 
Che tutti i denar perdere e la yesta: 
Meglio k Htrarsi e salvar qualche achieray. 
Gbe^ atandp, esaer cagion che '1 tutto pera. 

Yerso gli alloggiamenti i segni inyi^, 
Ch'eran aerrati d'argine e di fossa ^ 
Con Stordilan) col re d'Andologia, 
Col Portnghese in una sqnadra ^pssa* 
Manda a pregar il re di Barbaria 
Che si cerchi ritrar megKo che ppssa; 
Ey ae quel giorno la persona e '1 loco 
VotA salvar > non ayra fatto poco. 

Qael rC) che si tenea spacciato al tatto, 
Ni mai credea piii riveder Biserta^ 
Che con yiso si orribile e si brotto: 
Unqaanco non avea Fbrtana esperta, 
S' allegrb che Marsilio ayea ridatto 
Parte del campo in sicurezza certa: 
Ed a ritrarsi comincib^ e a dar yolta 
Alle bandiere, e fe^ sonar raccolta. 



456 DORLAUDO furioso 

Ma la piu parte della gente rotta 
fih tromba ne tambar nh segno aseolta: 
TaoU fu la Tilta, taota la dotta; 
Gli'ia Senna se ne Tide affbgar molta. 
II re Agramante yuol ridur la frotta; 
Seco ha Sobrino^ e van acorrendo in volta: 
E con lor s'affatica ognt buon doca, 
Che net ripari il campo si ridaea. 

leo. 

Ma n^ il re, nh Sobrin, nd doca alcnno 
Con prieghi, con minacce, con affiinno 
Ritrar pu6 il terzo, non ch'io dica ogauno, 
Dove Pinsegne mal segoite Tanno* 
Morti o fuggiti ne son dna, per aao 
Ghe ne rimane, e quel non sensa danno: 
Ferilo k cbi di dietro e chi dafanti; 
- Hik traragliati e lassi tntti quanti* ^% 

lei. 

E con gran teraa fin dentro alle porte 
Dei forti alloggiamenti ebbon la cacctat 
Ed era lor quel Inogo anco mal forte^ 
Con ogni proYveder che yi si faocta, 
< Chh ben pigliar nel erin la bttoci» sorte 
Carlo sapea, quabdo volgea la facciia ) 
Se non tenia la notte fenebrosa^ 
Ghe stacGo il iatto, ed acquets ognt cdsa; 

Mi. 

Dal Greator accelerata ibrse, 

Ghe della sna fattnra ebbe pietade« 

Ondeggi6 il sangae per campagna^ e corse 

Gome un gran fiame, e dilag6 le strade. 

Ottantamila corpi nomerorse^ 

Ghe fur quel di messi per fil dl spade. 

Yillani e lupi uscir poi deHe grotte 

A dispogKarli e a devorar la notte* 



CANTO DECIMOTTAVO 457 
163. 

Carlo non tenia piu dentro alia terra ^ 
Ma contra grinimici fiior a'accampa 
Ed in assedio le lor tende serra^ 
Ed alti e spessi faochi intomo avrampa. 
II pagan si prorrede, e eaya terra ^ 
Foad e ripari e bastioni stampa: 
Ya rivedendo^ e tien le goardie desle, 
Ni tutta notte mai Panne si sveste. 
164. 

Tatta la notte per gli aUoggiamenti 
Dei mal ncuri Sara(nni oppressi 
Si versan pianti, gemiti e lamenli, 
Ma qoanto piu si pa6^ cheti e soppressi. 
Altri, perche gli amici hanno e i parenti 
Lasciati morti, ed ahri per s^ stessi, 
Che son feriti, e con disagio stanno; 
Ma piu e la tema del futaro danno« 
165. 

Dao Mori ivi fra gli altri si trovaro, 
D'oscora stirpe nati in Tolomitta; 
De'quai Pistorial, per esempio rare 
Di yero amore, e degna esser descritta.; 
Gloridano e Medor si nominaro^ 
Ch'alla fortuna prospera e alia afflitta 
Aveano sempre amato Dardinello, 
Ed or passato in Francia il mar con qnello. 
166. 

Cloridan, cacciator tutta sua vita, 
Di robusta persona era ed isnella: 
Medoro avea la guancia colorita^ 
E bianca e grata nella eta novella ; 
E fra la gente a qnella impress. uscita 
Mon era faccia piu gioconda e bella: 
Occhi avea neri^ e chioma crespa d'oro: 
Angel parea di quei del sommo coro. 

Oa. Vol. II. 58 



458 L' ORUJXDO FURIQSO 

Erano questi duo lopm i ripaa 
Goo molti altri a gnaidar |^ 
Qoando la RoUe fina distMKie pari 
Bfirava il del cop gU ocobl sonwdQiitL 
Medoro qaivi in tatti i aaoi pariari 
Non pu6 &r che '1 ligAor too 
Dardinello d'Al«io&te| ohe non pbgoa 
Che resti aenea ooor aeUfll caapAgna. 

Ydlto al compagoo^ dtaae: O QoridaBO^ 
lo DOD ti potfo dir qoanto m^iMrtset 
Del mto sigoor^ che aia rimaao ai piano. 
Per lupi e corbi, oime! troppo d^M 
Peosaodo come aempro mi fa miuuM^ 
Mi par che qua^ndo aofior questa anima 
la ODor di aoa fiima^ 10 noa compeoai 
N& sciolga vecso loi gli obhliglu Jmmfiovi. 

in. 

lo Toglio andar, pepchi uoo #ia iosepulto 
In mezzo alia campagoa, a ritra?arlo5 
E forse Dio vorri chMo vada oocoho 
La dove tace il campo del re Carlo* 
Tu rimarrai; chi qiiaodo in ciel aia aculto 
GhMo yi dirbba morir, potrai aarrarlo: 
Che se Fortuna Tieta si bell^oprai 
Per fama almcoo il mio boon cor ai scnopra. 
170. 

Stapisce Cloridan che tanto core, 

Tanto amor, tanta feda abbia an fanoioUo: 
E cerca assai^ perche gli porta amore, 
Di fargH quel pensiero irrito e nnllo; 
Ma noQ gli val, perch' an si gran ddbie 
Non riceve conforto nh trastullo. 
Medoro era disposto o di morire 
O nella tomba il suo signer coprire. 



CANTO BEGIMOTTAYO 459 

in. 

Yedoto che nc^' pfega e die not mnovffy ' 
Gloridan glirbpoode] l&veitb anch'io;' ' 
AdcU* 16 1^* pormi a si lodevbl praovie; 
Anch'lo famiMa tuorte' amo e disio. 
Qaal omsk mA ibai' dh« pKi mi giove j 
SMo i^to aeAzH te , Medoro tnio? 
Morir teco>c^ Tirrme h tnegfio molto', 
Che poi dir dobl, a^avvfed <ihe mr aKtcflto.' 

Gori dispostt^nesaero ia qiiet foM ' ' ' ' - 
Le succeeairs gtfardie^ o 66 i^e' vanob. < 
Laacian fbaae « afeecati , e dopo pbca 
Tra'no^fn soO) ohe aetiasa cura sta&nb. • 
II camp0 dorme^ 6 tvAl& h apenta i! fnado, 
Perch^ dei Saraoin poea t^tn* itanab; 
Tra Pama 4^ eamaggi atan roversi-, 
Nel vmy n«L «batio ioaioa agti occkt mittiersi. 

Ferrooaai alquaoto Gloridaaa « di^e 
If Da aoo mai da iaaoiar Pofcea^ftai. 
Di qoeatoaiool cbo 'I mio aigocvr troflaa^, 
Ndn d^bbo fiir, Medoro^ oecisioiri? ^ ' 
To 9 perdift aopra aleoa no» ci iptemase , 
Git amhi e PomocIm m ogni parte poni; 
Gh'io. in^l^riaco farti con la apada 
Tra gli iiimici apaaioaa atrada. 
174. 

Cosi disae egU^ « toato il parlar teane, 
Ed eotrb doT6 fl dotto AU^o dormia^ 
Ghe I'ainio ionaosi in oorte a Carlo venue , 
Medico e OMgo e pien d^astrologia: 
Ma pooo a qoeala yolta gli sovvenue ; 
Anzi gli disae io tatto la bagfa. 
Predetto egH a'avea cbe d'anni pieno 
Dovea mocife alia sua moglie in aeno: 



46o L' ORLANDO FURIOSO 
17». 

Ed or gli ha messo il caata Saracino 
La puQta della apada nella gob. 
Qaattro altri uccide appresw all' iodovino , 
Che noQ haa tempo a dire Qoa parok; 
Menzion dei nomi lor non fa Turpioo,' 
£ M lango andar le lor notizie invola: < 
Dopo essi Palidon da BfonQa^ri, 
Che sicuro dorm(a fra duo destrieri. 
17«. 

Poi se ne vien dore col capo giace 
Appoggiato al barile il miser Grillo : 
Avealo y^to^ e avea creduto in pace 
Godersi ud soodo placido e tranqaillo. 
Troncogli il capo il Saracino aodace; 
Esce col sangue il via per uoo spillo, 
Di che n^ ha io corpo piii di ana bigoneia ; 
£ 4i bcr aogoa ^ e Gloridaa lo soonoia* . > 
177. 

E presso a Grillo ua Greco ed ua Tedeaco 
Spenge ia dui colpi, Aadropono e Coorado, 
Che della ootte aveaa godolo al fresco 
Gran parte , or con la tazza , ora col dado : 
Feliciy se vegghiar sapeaoo a desco 
Fin che dell' lodo il sol passasse il goado* 
Ma non polrfa negli uomini il destine^ 
Se del futuro ogaon fosse indovino. 

178. . 

Come impasto leone in stalla piena» ' 

Che langa fame abbia smacrato e asciatto, 
Uccide, scanna, mangia, a strazio mena 
L' infermo gregge in sua balia condotto ; 
Cos! il crudel pagan nel sonno svena 
La nostra gente, e fa macel per totto. 
La spada di Medoro anco non ebe; 
Ma si sdegna ferir 1' ignobil plebe/ 



CANTO DECIMOTTAYO 461 

179. 

Yenuto era ove il daca di Labretto 
Con una dama sua dorm/a abbracciato; 
£ V UD con 1' altro si teaea si stretto y 
Che noa sarfa lr» lor V aere entrato. 
Medoro ad arabi. taglia il capo netto. 
Oh felice morire ! oh dolce fato ! 
Che, come erano i corpi^ ho cosi fedc 
Gh* aodar V alme ^bbracciate alia lor sede. 
180. 

Malindo uccise e Ardalico il ilratello, 

Che del conte di Fiandra erano figli } ' * 
E V uno e V altro cavalier novello ^ ^ - • 
Fatto avea Carlo, e aggiunio all' arnie i gig^i y 
Perche il giorao am^ndui d' ostil piaqello 
Con gli stocchi tornar vide vennigli: 
E tevre in.Frisa. avea promesso. loro^ 
E date avriaj ma lo vieto Medoro. 
181. 

GPinsidiosiferri eran vicini 
Ai padiglioni che tiraro in volta 
Al padiglion ,di Carlo i paladini , 
Facendo ogoipi la guardia la sua volta; , 
Quando dall' empia strage i Saracini 
Trassou le spade, e diero a tempo volta; \; 
Ch' impossibil lor. par, tra si graq torma, 
Che oon s^ abbia a trovar un che non doirina. 
182. 

E benche possan gir di preda carchi,. 
Salvinpar se, che f^nno assai guad^gnq, . 
Ove piu crede aver sicuri i varcfai 
Ta Clo|:idano, e dietro ha il suo compagna. 
Yengon nel campo ove fra spade ed archi'. 
E scu()i e lance, in un vermiglio stagqo, 
Giaccion poveri e riochi, e re e vas^i^IIf^^ . 
E sozzopra, con gU uomioi, i cava^i^ .... 



462 L* ORLANDO FfJRIOSO 
188. 

Qaivi dei corpi Porrida miltara, 
Ghe piena area la gran camp^a iatorno ', 
Potea far vaneggiar h fedel cara 
Dei dao eompagai insino A far del gtomo , 
Se Qoa traea foor d^ ana oabe oacara, 
A^ prieghi di Medot, la Luna il cottio. 
Medoro il ciel divotatfiekite fisse 
Yerso la Laoa gli oechi, e 6oA disse: 
184. 

O santa Dea^ che dagli antitjat nostri 
Debitamente set delta trifonne ; 
Gh' in delo in terra e neV inferno mostri 
L^ alta bellezza tua sotto piii forme , 
E ne&e aelve, di fere e di tnoatri 
Yai cacciatrice seguitando Porme, 
Mostranii ove '1 mio re gtaccia fra UiiH, 
Ghe yivendo imitb tnoi stuffi santi. 
18». 

La Lnna, a qnel pregar, la nube aperse^ 
O fosse caso o par la tanta fede; 
Bella come fa allor ch' ella si offerae , 
E nada in braceio a Endimibii si diede. 
Gon Par%i a qael lame a! scoperae 
L'lm campo e 1' altro; e 1 moote 6 M piaii si vede: 
Si ftdieto i dao colli di lontano^ 
Hatiire a deatra, e Leri all' altra mano. 
186. 

Rifolse lo splendor molto piii chiaro 
Ove d* Almonte ^acea morto il figlio. 
Medoro and6y piangendo^ al s^nor ^ato; 
(%i conobbe il qc^tier bianco e vermiglb: 
E tatto 1 Tiso gli bagnb d' amaro 
Pianto < dhi V? area on no sotto ogni ciglio) 
In si dolci atti, in si dolci lameati^ 
Ghe potea ad ascoltar feitttai^ i ttnt^ ; 



CANTO DClGIIIOTTAyO 463 
187, 

Ma con somme^aa voc^ e sppena udita: 
Non cbe riguardi a noa ai far aeotire. 
Perch' abbia alcon penaicr della sua vita 
(Piattoato r odia« e ne vorr^bbe oscire), 
Bla per timor cbe non gU sia impedita 
L' opera pia cbe qvhi 3 fe' yenire. 
Fu il morto re an gli omeri aospeso 
Di tramendoiy tra lor partendo 3 peao. 
188. 

Yanno afirett^ndo i paaai quanto ponao , 
Sotto V amaU soma cbe gP iogombra : 
E gi2i Tenia cbi della luce e donno 
Le stelle a tor del ciel^ di terra V ombra ; 
Qoando Zerbino^ a coi del petto il aonno 
L* alta virtode, ove e bisogno^ agombra, 
Gacciato avendp tntta notte i Mori , 
Al campo ai traea nei primi alb6ri. 
189. 

E aeco alqoanti cavalieri avea ^ 

Cbe videro da lunge i due compagni. 
Ciascuno a quella parte si traea, 
Sperandovi trocar prede e guadagoi. 
Frate, bisogna ( Qoridan dicea ) 
Gittar la soma, e dare opra ai calcagni; 
Che aarebbe pensier non troppo accorto, 
Perder duo vivi per aalvar un morto. 
190. 

E gitt6 il carcoy perche si peoaava 

Cbe '1 suo Medoro 3 simU far dovesse: 

Ma quel meschin, che 1 suo sigoor piu amava, 

Sopra le spalle sue tutto lo resse. 

L' altro con molta fretta se n' andava , 

Come r amico a paro o dietro avesse : 

Se sapea di lasciarlo a quella sorte , 

MiUe aspettate avria, non ch^ una morte. 



464 L' ORLANDO FURIOSO 
191. 

Quel cavalier^ con animo disposto 

Che qaesti a render s'abbioo o a morire, 
Chi qua chi la si spargono^ ed han toslo 
Preso ogoi passo oode si possa uscire. 
Da loro il capitan poco discosto , 
Pill degli altri e sollecito a seguire; 
Gh' 10 fal gaisa vedendoli temere ^ 
Gerto k che siao delle nimiche schiere. 
109. 

Era a quel tempo ivi una selva antica, 
D^ ombrose piante spessa e di virgulti, 
Ghe, come laberinto , entro s' intrica 
Dt stretti calK e sol da bestie cuiti 
Speran d' averla i doo pagan si arnica ^ 
Gh' abbia a tenerit entro a' suoi rami occulti. 
Ma chi del Ganto mio piglia diletto, 
Un'altra volta ad ascoltarlo aspetto. 



L^ ORLAIKDO FURIOSO 

€ANTO DE€I]IIO]»ONO 

ARGOMENTL 

AHMIEATO. DOtCB. 

Angelica il ferito giovinetto TJcciio i Ctoridan, Medor ferito 

Saaa, a divien aua spoaa, a al Catai fanno, E ticiso a aeniir reiiraiDO male, 

Marfin alfia col bel dr;ippello eletto Poi dalU belU Angelica h guanio, 

Gioofce a Laiaato d«|ia luago affaooo. Ella pii^U d' amoroao atrale. 

Guidon SeUaggio, iu aervil& dialrelto Marliaa eoi cooipagni iaiende il rilo 

Dairempie dcmne che dominio Vhanno, Del femmioil drappello marilala. 

GomlMUe coo Marfisa, a aU'aar cieco Mote |;iterrieri oceida, a con Goid-ma 

La meoa coi coaopflgoi a atarti aeco. Fii poi fiao alia notte atpra temooe. 

▲HGUILLAAA. TE&DIZZOTTL 

Sana Angelica altrni, ai tteaaa punge, Cloridano e Medoro, il lor aignon 

Spoaa MedorOy e aeco enira in cammino. Trovato indaroo, a morte qoello • qaaaio 

Fa gir Marfiaa e i fooi compagni lunge Vicino cade: ma il sovtiene Anvtre, 

Dal t XT aentiaro il rio tcnpo aoarinoc Cli' Angelica a dooai^li eblie il cnor pi«ato« 

Alfioc il legno lor nuaero giunge Spinta dai veuti dupo luogo errore 

Dove ban le donne il ifopfw empio doniiie; Giunge llarfiaa» e de*cooipiigni il retto 

Dove a Mar6aa fa, da forte e a^ggio, Al regno delle Amaasooi; ova trova 

£ gnerra a cortcaia Gaidon Selvaggfo. Novi travagli, a vian delPanni a prova. 

«. 

A lean non pn6 saper da chi sia amato, 

Quando felice la su la ruota siede; 

Per6 c' ha i veri e i fioti amici a lato^ 

Che mostran tatti aaa medesma fede. 

Se poi 81 cangia ia tristo il lieto ttato, 

Yolta la turba adalatrice il piede; 

E quel che di cor ama, rimao forte, 

Ed ama il auo aigoor dopo la morte. 
S. 
Se^ come il viso, ai mostrasse il core, 

Tal aella corte h grande e gli altri preme, 

E tal i in poca grazia al aao signore, 

Ghe la lor aorte muteriaoo iosieme. 

Queato umfl diverrfa tosto il maggiore : 

Staria qael graode infra le tarbe estreme- 

Ma toroiamo a Medor fedele e grato^ 

Ghe 'a vita e in morte ha il auo aignore amalo. 

Ob. Yol. n. 59 



466 L' ORLANDO FURIOSO 
3. 

Gercando gk nel piii iutricato calle 
II giovine infelice di salvarsi ; 
Ma il grave peso ch* avca sulle spalle, 
Gli facea uscir tutti i partiti acarsi. 
Non conosce il paese, e la via falle; 
£ torna fra le spine a inviliipparsi. 
Lungi da lui tratto al sicuro s' era 
L^ altro, ch^ avea la spalla piu leggiera. 
4. 

Gloridan s' h ridutto ove non sente 
Di cbi tega^ lo strepito e il ruiqo^j 
Ufa qoaiido da Medor si vede abseote, 
Gli pare aver lasciato addietro il core. 
Deh, come fui, dicea^ si negligenle, 
Dehy come fui si di me stesso fuore, 
Che sema te, Medor, qai mi ritraasii^ 
Ne sappia quando o clove io ti lasciassi! 
». 

Gosi dicendo, nella tdrta ▼ia 
Dell'iatricata seltef^i rioaecia; 
Ed onde era venato si ravvia^ 
£ torna di sua morte io su la trtccia. 
Ode i cavalli e i grid! tutlavia, 
£ la nimiea voce cbe miaaocia: 
Air ultimo ode il suo Medwoi e vede 
Ghe tra molti a oavaUo e solo a piede* 

Geoto a cavallo, e gH son tutti iatorno) 
Zerbin comanda e grida cbe sta preso: 
L' infelice s' aggira com' mi torqo , 
£ quanto pu^ si tien da lor difeso. 
Or dietro queroia, or ofano, or &ggio, or oroo; 
Ne si disoosta mai dal earo peso 9^ 
L' ha riposato alfia sn I'erba, quando 
Regger nol puote^ e gli va intorao erpando: 



CANTO DECIMONONO 4G7 

7. 

Come orsaTche V alpertre cacciatore 
Nella pietroM taonlassalka abbia, 
Sta 80|^aTi %li don^ricerto core, 
E freme in auodo di pieta e di rabbia: 
Ira la 'a?ka e oatsral furore 
A spiegar T ogne e a insangtiinar le labbia; 
Amor la 'nteaerisce, e la ritira 
A riguardare ai figli in messo V ira. 

Cloridaa, che nop aa come V aiuti , 

E ch' easer vnole a morir aeco ancora , 
Ma tton cb' in noHirte prima il viver muti , 
Che via nou trovi ove piii d' an ne mora ; 
Mette sa P areo on de' aooi strali acuti , 
E nascoBO con quel al ben lavora, 
Che fora ad uno Scotto le cerreHa, 
E senza vita il fa cader di sella. 
9. 

Yolgonsi tutti gli akri a qoella banda y 
Ond' era oacilo il calamo omicida* 
Intanto un altro il Saracio ne manda y 
Perche '1 secondo a lato al primo occida ; 
Che mentre in fretta a qiieato e a quel domanda 
Chi tiraf o abbia V arco y e forte grida , 
Lo strale arrive , e gli passa la gola, 
E gli taglia pel mezzo la parola. 
10. 

Or Zerbin y cV era il capitano loro , 
Non pote a qaesto aver piii paziebza : 
Con ira e con furor venne a Medoro, 
Dicendo: Ne farai tu peniteiiza. 
Stese la mano in qaella chioma d' oro , 
E strascinollo a $h con vi'olenza: 
Ma come gli occhi a quel bel volto mise, 
Gli ne venne pietade^ e non V uccise. 



468 L' ORLANDO FURIOSO 

11. 

II giovioetto si rivobe ft* prieghi , 
E disse: Cavalier, per lo tao Dio, 
Noa esser ai cradel, che ta mi nieghr 
Gh' io aeppellisca il corpo del re mio. 
Noa vo* ch* altra pieta per me it piegU^ 
Ne peosi che di vita abbia diafo: 
Ho taota di mia vita, e noo piu, cura^ 
Quanta ch' al mio sigaor dta aepoltura* 
IS. 

£ se par pascer vuoi fiere ed aogelli, 
Che *o te il furor aia del tekan Creonte y 
Fa* lor coDvito di miei membri , e quelli 
Seppellir lascia del figliuol d' Almonte* 
Cosi dtcea Medor con modi belli 
E con parole alte a voltare un monte; 
£ si commosso gia Zerbino avea, 
Gbe d*amor tutlo e dt pietade arde»» 
18. 

In questo mexzo un cavalier villano, 
Avendo al auo aignor pooo |*iapetto^ 
Fen con una lancia aopra mano 
Al aupplicante il delicato petto* 
Spiacque a Zerbin Fatto cnidele e strano-; 
Tanto pill, cbe del colpo il giovinetto 
Tide cader si sbigottita e smorto, 
Che 'n tutto gindico che fosse morto* 
14. 

£ se ne sdega6 in guisa e se ne dolse^ 
Che disse: lovendicato gia non 6a; 
E pien di mal talento si rivolse 
Al cavalier che fe' P impress ria: « 

Ma quel prese vantaggio, e se gli tolse 
Dinaozi in un momeoto^ e fuggi via. 
Cloridan^ che Medor vede per terra, 
Salta del bosco a discoperta guerra: 



CANTO DECIMONONO 469 
15. 

E getta I'arco, e tatto pieo di rabbia 
Tra gl' ioimici il ferro intorno gira , 
Pill per morir che per peasier ch' egli abbia 
Di far veadetta che pareggi V in. 
Del proprio saogoe rosseggiar la aabbia 
Fra tante apade, e al fin Tenir si mira; 
E tolto che si seote ogoi polere^ 
Si lascia accanto al suo Medor cadere« 
16. 

Segaou gli Scotti ove la gnida loro 
Per r alta selva alto disdegno meDa , 
Poi che lasciato ha V ono e V akro Moro 
L^ un morto in tatto , e V altro viro appeaa. 
Giacqae grao pezzo il giovine Medoro, 
Spicciaado il sangae da si larga vena*, 
Che di sua vita al fia aarfo veBoto^ 
Se noQ sopravveoja chi gli die aiato. 
17. 

Gli sopravvenne a caso noa donzella^ 
Avvolta in pastorale ed amil yesfee', 
Ma di real preseneia, e in viso bella^ 
D' alte tnaniere e accortamente oneste. 
Tanto ^ ch' io non ne dissi piii novella , 
Ch' appena riconoscer la dovreste : 
Qoesta , se 'non sapete , Angelica era , 
Del gran Can del Catai la figlia altiera. 
18. 

Poi che '1 suo anello Angelica riebbei 
Di che Brunei Y avea tenuta priva , 
In tanto fasto, in tanto orgoglio crebbe, 
Ch' esser parea di tutto '1 mondo sdiiva* 
Se ne va sola e non si degnerebbe 
Compagno aver qual piii famoso viva: 
Si sdegoa a rimembrar.che gii suo amanfte' 
Abbia Orlando nomato o Sacripante* 



470 L' ORLANDO FURIOSO 

B sopra ogn' altro error yia pid pentita 
Era del beo che pk a Ridaldo volae; 
Troppo parendole essarsi ayyilita, 
Gh' a riguardar si basso gli occhi yoke. 
Tant' arrogaiuia avendo Amor seotita , 
Pill loDgamente oomportar boa volsd. 
Dove giacea M^dor si pose al yarco, 
E V aspettb , poslo \o strale all' arco» 

Qaando Angelica vide il giovinetto 
Languir fiuito, assai vicioo a morte, 
Che del suo re che giacea senza tetto y 
Pin che del proprio mal^ si dolea finrte; 
losolita pietade ia mezzo al petto 
Si seat) eatrar per disosate porte, 
Che le fe^ il duro cor teaero e raoUe, 
E piu quando il sao caso egli narrolle* 
91. 

E rivocando alia memoria V arte 

Gh' ia India imparb gi^ di chirargfa, 
( Ghi par che qoesto studio ia quelle parte 
Nobile 6 degno e di grao laude sia; 
E seaza molto rivoHar di carte ^ 
Ghe '1 padre ai figli ereditario il dia ) 
Si dispose operar coa sacco d' erbe^ 
Gh* a pill matura vita lo riserbe. 
29. 

E ricordossi che passando avea 

Yeduta un' erba in una piaggia aniena ; 
Fosse dittamo, o fosse panacea^ 
O noQ ao qaal di tal effetto piena, 
Ghe stagna il aaogue, e della piaga rea 
Leva ogm spasmo e perigliosa pena. 
La trov6 noa lontana, e quelle cdlta^ 
Dove lasdato avea Medor^ die volta. 




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11 




CANTO DECIHONONO 471 

as. 

Nel ritornar s* incootra ini im pastore^ 
Gh' a oavalio pel bosco ne veDiVa 
Cercando una giovenpa oke gia fuore 
Dao di jH mandra e sensa |;uardia giva. 
Seco la trasse ove perdea il vigore 
Medor col aaogae che del pelto uscira: 
E gi^ n* avea di tanto il terreti tioio, 
Gh' era omai preaso a rtmanere estioto. 
ft*. 

Del palafreno Angelica giii aeese, •■ 
E scendere il pastor seco fece SDche. 
Pe8t6 con sassi V erba, indi la prese, 
E SQCCO ne cavb fra le man biancke t 
NeUa piaga n'infnse^ e ne disleae 
E pel petto e pel ventre e fin alP aoche; 
E fu di tal TirtiSi questo liqnore, 
Ghe stagnb il sangoe e gU torn6 il vigore: 

E gli die fonsa, ehe pote salire 

Sopra il cavallo che '1 pastor condosse: 
Non per6 volse indi Medor partire 
Prima ch'in terra il soo signor non fosse. 
E Gloridan ool re fe' seppellire ; 
E poi dove a lei piacque si ridosse: 
Ed ella per piet^ nell' umil case 
Del eortese pastor seco rimase. 

N& fin che nol tornasse in sanitade^ 
Yolea partir : cosi di lui fe' stima : 
Tanto s' inteneri della pietade 
Ghe n' ebbe, come in terra il vide prima. 
Poi vistone i costnmi e la bdtade^ 
Roder si senti il cor d' ascosa fima; 
Roder si senti il core, e a pooo a poiea 
Tntto iafianimflAo d^ amoroia fboco^ 



47^ L' ORLANDO FURIOSO 

Sta?a il pastore io assai baoua e bdla 
Stansa^ Del bosco iofra duo monti piatta, 
GoQ la moglie e coi figli; ed avea qaella 
Tutta di Doovo e poco innanxi fatta. 
Qain a Medoro fu per la doosella 
La piaga in breve a saniti ritratta: 
Ma in mioor tempo si senti maggiore 
Piaga di qnesta aver ella oel core. 
98. 

Aisai pill larga piaga e piii profooda 
Nel cOr sent) da non veduto strale, 
Che da' begli occhi e dalla testa bionda 
Di Medoro avvent6 Tarcier c^ ha I'ale. 
Arder si sente, e sempre il foco abbonda^ 
E piu cura V altroi che '1 proprio niale. 
Di sk non cnra; e non h ad altro intenia 
Gh' a risanar chi lei fere e tonnenta. 
99. 

La sua piaga piu s' apre e piii incmdisce^ 
Quanto piu V altra si ristringe e salda. 
n giovine si sana: ella languisce 
Di nnova febbre, or agghiacciata or calda. 
Di giomo in giorno in loi beltii fiorisce; 
La misera si strugge^ come falda 
Strugger di nieve intempestiva saole^ 
Gh' in loco aprico abbia scoperta il sole. 
50. 

Se di disio non vuol morir, bisogna 
Ghe sensa indugio ella si stessa aili: 
E ben le par che di quel ch^ essa agogna, 
Non sia tempo aspettar ch' altri la 'nviti. 
Dunque^ rotto ogni freno di Tergogoa, 
La lingua ebbe non men che gli occhi arditi; 
£ di quel colpo domand6 mercede^ 
Ghe 9 forse non sapendo^ esso le diede. 



CANTO DECMONONQ 473 

31. 

O conte Orldndo^ o re di Gircassfa^ 

Vostra ioclita tirtii, dite, cbe giova? 

Vostro alto onor, dite in che prezzo sia? 

O che merce voslro servir ritruova? 

Mostratemi una sola cortesia, 

Che mai costei y^ masse^ o vecchia o nuova^ 

Pier ricompensa e gaiderdone e merto 

Di qaanto avete pk per lei sofferto. 
52. 
Oh^ se potessi ritornar mai vivo, 

Quanto ti parrfa daro, o re Agricaoe! 

Chh %ik mostrb costei si averti a schiro 

Con reptdse cradeli ed inumane. 

Ferraii^ o mille altri ch' io non scrito, 
Ch' avetc fatlo mille pruove vane 

Per questa iugrata, qaanto aspro vi fdra 
S' a costu^ in braccio voi la vedeste ora ! 

Angelica a Medor la prima rosa 

Goglier lascib^ non ancor tocca innante: 
N^ persona fu mai A. awentnrosa 
Gh' in qdel giardin potesse por le piante. 
Per adombrar, per onestar la cosa^ 
Si celebr6 con cerimonie sante 
n matrimonio, cV auspice ebbe Amore, 
E pronaba la moglie del pastore. 
34. 

F^rsi le nozze sotto all' umil tetto 
Le piti solenni che vi potean farsi; 
E piu d* nn mese poi stSro a dlletto 

1 duo tranquilli amslnti a ricrearsi. 
Pill lunge non vedea del giovinetto 
La donna, ne di lui potea saziarsi: 

N^, per mai sempre pendergli dal collo, 

U suo disir sentia di lui satollo. 

Ob. Vol. H- 60 



474 L' ORLANDO FDMOSO 

Se stava all' ombra, -o se del tetto uteivai* 
Avea di e notte il he} giovio« 9 lato ; 
MaUino e sera or questa or qaella riva 
Gercando aadava^ a qualcbe veide prate : 
Nel mezzo giorno uo aotro li copriva^ 
Forse noo mea di quel comodo e grate, 
Gh' ebber^ foggeudo V acqae, Eaea e Dido, 
De' lor secret! testimooio fido. 

Fra piacer tanti, ovopque uo arbor dritto • 
Vedesse.ombrare o foote o rivo paro, 
y av^a spUlo o coltel sabito fitto; 
Gosi, se v' era alctin aasso men doro. 
Ed era Caqri ii\ mjUe looghi scritto^ 
E COS! io cafia ia altri tacKti il .moro^ 
Angelfca e Mfedoro, ia vari modi . 
Legati iosieine -di dtversi nodu .* 
57.' 

Poiche le parye aver^fatto soggioroo . 
Qaivi piu ch' a bastaosa, fe* disegoo' 
Di far in India del Catai ritorno^ 
£ Medpr corcmar del sao bel regno. 
Portava al braccio un cercbio d' oro, adomo 
Di ricche gemme, in testimooio e segno 
Del ben cbe *1 coote Orlando le volea ; . 
E portato gran tempo ve 1' avea* 
38. 

Qnel donb ffk Morgana a Ziliante . 

Nel tempo che nel lago ascoso il tennej . 

Ed esso, poi cV al padre Monqdante 

Per opra e per virtu d' Orlando venne, , 

Lo diede a Orlando : Orlando ch^ era amante, 

Di porsi al braccio il cercUio dMr sostenne^ 

Avendo' disegnsd^o di donarlo 

Alia regioa sqa di ch' io yi parlo. 



CANTO DECIMONONO /\yi 

39. 

Non per amor del paladino, quanfo 
Perch* era ricco e d' arlificio egregio, 
Garo avato V avea la donna tanlo, 
Che piu non si pu6 aver cosa di pregio. 
Se lo serbo neir isola del pianto, 
Nod 80 gia diryi con che privilegto , 
La dove esposta al marin mostro nuda 
Fa dalla gente inospitale e cruda. 
40. 

Qaivi non si trovando altra mercede, 

Gh' al buon pastore ed alia moglie d&si, 
Che serviti gli avea con si gran fede 
Dal di che nel sno albergo si fnr messi; 
Lev6 dal braccio il cerchio e gli lo diede^ 
E volse per suo amor che lo tenessi: 
Indi saliron verso la monfagna 
Che divide la Francia dalla Spagna. 
41. 

Dentro a Yalenza o dentro a Barcellona 
Per qaalche giorno avean pensato porsi, 
Fin che accadesse alcana nave baona, 
Ghe per Levante apparecchiasse a sciorsi. 
Yidero il mar scoprir sotto a Girona 
Nello smontar giii dei mootani dorsi ; 
E costeggiando a man sinistra il lito, 
A. Barcellona and^ pel cammin trito. 
42. 

Ma Doo vi gianser prima ch^ un uom paszo 
Giacer trovaro in su V estreme arene, 
Ghe, come porco^ di loto e di guazzo 
Totto era brutto, e volto e petto e schene« 
Gostai si scagli6 lor, come cagoazzo 
Gh' assalir forestier sabito viene ; 
E dii lor noia, e fu per far lor scorno. 
Ma di Marfisa a ricontarvi torno. 



476 L' ORLAKDO FURIOSO 

Di MarGasLy d' Astolfo, d' Aqiulante^ 
Di Grifooe e degli altri io yi vo' dire, 
Che travagUati^ e con la morte ioointe^ 
Mai 81 poteaoo incootra il mar acherpaire; 
Gbe sempre piu auperba e piu arrogante 
Grescea fortaoa la mUiacc« e I'iraj 
E gia darato era tre di Io sdegoo, 
Ne di placarsi aocor Ynostrata aagoo. 
44 

Gaatello e ballador apexu e firacasan 
L* ooda ninvLca e '1 veolo ogoor piu fiero: 
Se parte ritta il verno pur ne hsstif 
La taglia^ e dona al mar tutta il noccbiero.. 
Ghi sta col oapo chiao in upa casaa 
Su la carta appantaodo il auo senliero 
A lame di lanterna piccoliiia, 
E cbi col torcbto gin ndla seoti^a* 

Un sotto poppe^ uq altro sotto prora 
Si tiene ionansi V oriuol da polve.; 
E toroa a rivadere ogpi me^' ora 
Qaanto e gia corso ed a cbe via si yolve. 
Indi ciascun con la sua carta fuora 
A mezza nave il auo parer risolve, 
La dove a un tempo i mariqari tutLi 
Sono a consiglio dal padron ridutti* 

Ghi dice: Sopra Linniaao vennti 

Siamo, per quel ch' io trovo alle seccagne; 
Ghi : Di Tripoli appresso I sassi acuti. 
Dove il mar le piu volte i legoi fregpe. 
Ghi dice: Siamo in Satalia perduti, 
Per cui piu d' un nocehier sospira e piagne; 
Giascun secondo il parer suo argomenta^ 
Ma tutti ugual timor preme e sgoDoenla. 



CANTO DEGIMONOMO 477 

47. 

II terzo gioroo coa maggiov dispelto 

Gli assale ii vealo, e il mac piii inta fireine j 

E r ua ne apeaza e portaott tt trioKbfiUo, 

E '1 timon V altro, e chi lo volge inaiaine. 

Ben e di forte e di marmorea {^eltOy 

£ pid duro ch' acciar chi ora ooo teme* 

Marfisa^ che gia fa tapto gicura, 

Non negd che qii«I gcoroo ebbe paonu 

AI monte Sinai (d pere^rioo, 

A Gallizia prooiesao, a Cipro^ a Roma^ 
Al sepolcro^ alia Yerg^ie d' Etlio^ 
E se celebre luogo altca si noma* 
Sul mare iulanto^ e spesso al ciel vkiao 
L' afflilto e Goo^assatO' lagno toma^ 
Di cui per. men travagjio aT«a iL pa«kane 
Fatto V aebor tagljar daU' artimone. 
48; 

£ colli e csase. 6 cio cbe y^ k di gimre. . 
Gitta da prora e da poppa e da a^ptonde^ 
E fa tutte sgombrar- camece e giaiTe^ 
£ dar le riccbe merci aU^ anide aBcbe^ 
Ahri attende alle trombe, a a lob di^naM' 
L' acque importune^ e il maff ael m#c nifonde; 
Soccorre ahri ia sentina.). ovunque appane' 
Legno da legno aver sdniiQita il oaarei 
60. 

Stero in questo tnavagliQ^. ia cpiasfa. peha^ . ' 
Ben qudttro gioimi^, t Boa arean. piia: sclranuD : 
£ n' avrfa avuto il mar TiUoria piena^ 
Poco pill cbe '1 furor tenesse. fecmo r. 
Ma diede speme loc d' aria serena 
La disiata luce di santo Ermo^ 
Gh^ in prua s' ima coccfaina a por 5r vienne; 
Che pill non v' erano arbori nh anfeooe^ 



478 L* ORLANDO FURIOSO 
SI. 

Teduto fiammeggiar la bella face, 
S' ioginocchiaro tutti i naviganti : 
E domandare il mar traaquillo e pace 
God Qtnidi occhi e con Toci tremantK 
La tempesta crudel, che perliaace 
Fa sia allora, non andb piu innaatir- 
Maestro o trayersia piii non moleata, 
E sol del mar tiriin Libecchio resta. 

Qaesto resta sul mar tanto possente, 
E dalla negra bocca in modo esala, 
Ed e con lai s\ rapido il torrente 
Dell' agitato mar ch' in fretta cala, 
Che porta il legno piu velocemente 
Che pellegrin falcon mai facesse ala, 
Con timor del nocchier, tV al fin del roondo 
Non lo traaporti, o rompa, o cacci al fondo. 

Rimedio a questo il boon nocchier ritruova 
Che eomanda gittar per poppa spere, 
£ calama la gomona, e fa prova 
Di dua terzi del corao ritenere. 
Qaesto consiglio, e piu 1' augurio giova 
Di chi area acceso in proda le lumiere.; 
Qaesto il legno saly6, che per/a forse, 
E fe' ch' in alto mar sicuro corse. 

Nel golfo di Laiazzo invSr Sorfa 
Sopra una gran citti si trov6 sorto, 
E A vicino al lito, che scoprfa 
L' ano e 1' altro castel che serra il porto. 
Come il padron s' accorse della via 
Che fatto avea, ritorn6 in viso smorto; 
Che ne porto pigliar quivi volea^ 
Ni stare in alto, nh fuggir polca. 



CANTO DEGIMONONO 479 
W. 

Ne potea stare in alto, hh ftiggire, 

Chi gli arbori e 1' anteoae avea pardute. 
£ran tavole e travi, pel ferire 
Del mar, sdracite, macere e sbattote. 
E '1 pigliar porto era no voter morire, 
O perpetuo legarsi ia servitute^ 
Gh^ rimaa serva ogoi persona, o morla, 
Che quivi errore o ria fortana porta. 
tf6. 

E '1 stare in dobbio era con gran periglio 
Cbe non salisser genti della terra 
Con legni armati, e al suo desson di piglio, 
Mai atto a star sol mar, non ch'a far guerra* 
Mentre il padron non sa pigliar consiglio, 
Fa domandato da quel d^ Inghilferra, 
Chi gli tenea A P animo suspeso, 
E perch^ gii non avea il porto preso. 
57. 

n padron narr6 lui che qaella riva 
Tutta tenean le femmine omicide, 
Di qoai P antique legge, ogtann ch' arriva 
In perpetuo tien servo, o che P uccide : 
E quests sorte solamente schiva 
Chi nel campo dieci uomini cohquide, 
E poi la notte pu6 assaggiar nel letto 
Diece donzelle con carnal dSetto. 
S8. 

E se la prima pruova gli vien fatta, 
E non fornisca la seconds poi, 
Egli vien morto, e chi e con lui si tratta 
Da zappatore o da guardian di buoi. 
Se di far P uno e P altro e peisona atta; 
Impetra libertade a tutti i suoij 
A se non gii ; c' ha da restar marito 
Di diece donne, elette a suo appetito. 



48o L'ORLANDO FQMOSO 

59. 

Non pote adire Astelfo -senn rtsa 
Delia vkina te^ra il rito strano. 
Sopravvien Sansonetto, e pot Marfisa, 
Indi Aquilanle, e seco il soo germano. 
II padroa parimente lor divisa 
La causa che dal porto il tiea loatano: 
Yoglio, dicea, ohe inoanzi il mar m^ afPoghi^ 
Gh^ io senta mai di senritude i gioghi. 
(to. 

Del parer del padrone i marinart 
E tulti gli altri Daviganti fAro; 
Ma Marfiaa a* compagnt eran coDtrari, 
Chk^ piii che V acqoe^ il lito avean sicuro. 
Via piu il vedersi intomo irati i mari^ 
Che centotnila spade era lor duro. 
Parea lor qaesto, e ciascua altro loco, 
Do^' arme usar potean, da temer poco. 
61. 

Bramavano i gaerrier venire a proda, 
Ma con maggior baldanza il daca inglesej 
Che sa, come del corno il ramor s* oda^ 
Sgombrar d' intomo si fark il paese. 
Pigliare il porto V una parte loda, 
E r altra il biasma, e sono alle contese ; 
Ma la pill forte in gaisa il padron stringe, 
Gh' al porto^ sao mal grado, il legno spinge. 

Giky qoando prima a' erano alia Tbta 
Delia citta cnidel sol mar scoperti^ 
Yedato aveano ana galea prowiata 
bi molta cinrma e di nocchieri esperli^ 
Yenire al dritto a ritrovar la trista 
Nave, confiisa di conrigli incerti: 
Ghe, V aha prora alle sue poppe basse 
Legando , fuor dell* empio mar la trasse. 



CANTO DECIMONONO ^8* 
63. 

Entrar net porto rimorehiando^ e a fona 
Di remi pih cfhe per faror d! vele; 
Perocch^ 1* aheniar di pog^a e d* ona 
Avea levafo il Tento lor cnsdde. 
Intanto ripigli^ la dora scorsa 
I cavalieri e tl braodo lor fedele; 
Ed al padrone ed a piascoa ciie tone, 
Noa oeaaan dar ood lot coDfi^rti spefne. 
M. 

Fatto h '1 povto a sembkina d^ una kioa, 
E gira piii 4i qvattro mpglia iaAorao: 
Seiceoto passi h in bocea^ ed in ciaaeaoa 
Parte ana rdcca ka nel fimr del oorno. 
Noa teme aicuoo assalto -di fortvna, 
Se non qnando git Fien dal mesBogionio. 
A goisa dei teatri se gii ateade 
La citUk a o^rco^ e verso fl pogi^e oscende. 

Non fa quivi si tosto il legno aorto^ 
( Gia V avviso era per totta k terra ) 
Che fur sei aiila feiimiiiie sul porto 
Con gti urchi in inano in arbito di |[tterra j 
E per tor ddia fiaga ogni ^confortO) 
Tra V eaa r^ea e ¥ altra il mar A aerra : 
Da navl e da ^etene At rinckiaso^ 
Che tenean aempre intftratte a cetiA use. 
«6. 

Una che d' asm afla Guinea d* Apollo 
Pole ugnagliarsi e afia tnadre d* Ettome, 
Fe^ elliaBaare II padrone, e domandollo 
Se si vcJlean lasciar la Tita t6rre, 
O se T^leaoo pur al gtogo il cello, 
Secondo k coatume, aottoporre. 
Degli doa V nno aveano a tArre: o quivi 
Tutti morire, o rimaner captivi. 

Oa. Vot IL ^ 61 



48a L'ORLANDO FUAtOSO 
87. 
Gli 6 rer, dicea, che s' nom « ritrofiaie 
Tra Yoi cosi animoso ecoii forte ^ 
Che contra diece aoitri uomiiK OBane 
Prender battagUa, e desse lor k morte, 
E far con died femaune bastasse 
Per nna notte officio di cooBorte; 
Egli ai rimarrfa principe noatro^ 
E gir Yoi ne potreste al cannnin TOitro« 

•a. 

E sari in vostro ^rbitrio il MStar tfico, 
Yogliate o tutli o parte; ma cton patto 
Cbe dii vonk restare^ e restar (ranco, 
Marito sia per diece femmioe atto. 
Ma quando il gaerrier vostro possa manco 
Dei dieci che gli fian nimici a an tratto, 
O la seconda prove non fomisca; 
Yogliam voi aiate schiavi^ egU perisca. 
69. 

Dove la vecchia ritrovar timore 
Gredea nei cavalieti trov6 baldansa; 
Che ciascan si tenea aA feritore^ 
Che fornir 1' uno e 1' altro «vea speranaa: 
Ed a Marfisa non mancava il c<Mre^ 
Benchi mal atta aHa seconda dansa ^ 
Ma dove non Y aitasse la natara> 
Con la spada supplir stava sicora. 
70. 

Al padron fa commessa la risposta. 
Prima coachiusa per eoman consiglio: 
Gh^ avean obi lor potrfa di s^ a lor postn 
Mella piazza e nel letto iar periglio: 
Levan V offese, ed il nocchier s' accosta ^ 
Getta la fune, e le fa dar di piglio; 
E fa acconciare il ponte, onde i gaerrieri* 
Escono armati^ e tranno i lor destrieri. 



CANTa DECIMONONO 483 
71. 
E quindi ran per meno la cittade^ 
E vt ritrov^ le donzeHe altiere, 
Succinte eayalcw per le contrade, 
Ed in piana armeggiar come guerriere. 
N& calciar qoivi spron^ mk cioger spade^ 
Ne cosa d'arme poa gli aomiiii avere, 
Se non dieci alia voka, per rispetto 
Dell' antiqttft costama ck' io v' ho delio. 

Tatti gli altri alia apola^ alP ago^ al fuso, 
Al pettine ed all' aapo sodo intent! , 
Goa Terti femminil, che vanno giaso 
Insin al pie, che gli fa molU e lenti. 
St tengono in catena alcnni ad uso 
D* arar la terra o di goardar gli armenti. 
Son pochi i maachi, e non son ben^ per mille 
Femmine, cento^ fra dttadi e yille*. 
75. 

Yolendo tdrre i cayalieri a sorte 

Chi di lor debba per comone scampo 
L' nna diecina in piazsa porre a morte, 
E poi V altra ferir nell' altrocampo; 
Non disegnavan di Mar6sa forte, 
Stimando che trovar doresse inciampo 
Nella aeconda giostra della sera; 
Gh* ad aveme vittoria abil non era : 
74. 

Ma con gli altri esser volse ella sortita. 
Or sopra lei la sorte in somma cade. 
Ella dicea : Prima y' ho a por la vita, 
Ghe ▼' abbiate a por voi la libertade. 
Ma questa spada ( e lor la spada addita 
Ghe cinta avea ) vi do per securtade 
Gh' io vi sciorr6 tutti gP intrichi, al modo 
Ghe fe' Alessandro il gordiano nodo. 



484 V ORLAIIDO FUiaOSO 

n. 

Noa to' mai piii die foreilieff ti lagat 
Di qaesta terra, finclki'l moado dnra« 
Goal disae; e aos poteto i compagoi 
Torle quel che le dava aot arvetttMa. 
DuDqoe o ch' io totto perda, o lor f;Mdagm 
La libertly le laaciaso la eon. 
Ella di piaatre gi^ goerotta e nat^j 
S^ appreaent6 nel campo di battaglia* 
7B. 

Gira noa piaaaa al aommo della terra, 
Di gradi a aeder atli tntoroo dnnsa ; 
Gbe solameote a gioatre, a aimil goefra, 
A cacce, a lotte, e aoa ad altro a' iisa: 
Quattro porte ha di brooso, eode ai aerra. 
Qaivi la moltitadiae coofiiaa 
Dell^ arnigere femnaise ai trisae} 
E poi fa detto a Marfiaa eh' enlraaae. 
77. 

Entrb Marfisa s^ on destrier leardo, 
Tutto aparao di oiacchie e di rotdie, 
Di pioeot capo e d' aaiimoao agaardo, 
D' aDdar aapcrbo e di fattcsce belle* 
Pel maggiore e piii yago e pra gagliardo, 
Di mille ehe n' area con briglie e aeHe^ 
Scelse iu Damasco, e reabiieBle oraoUo, 
Ed a Marfisa NorandiB donollo. 
78, 

Da mezzogiomo e dalla porta d^Aostro 
Eiitr6 Matfisa ; e ntm Ti stelte guari, 
Gh' appropinquare e risonar pel claustro 
Udi di trombe acali suoni e cbiari: 
E Tide poi cE Terso il freddo plaoatro 
Eotrar nel campo i died saoi contrari. 
II prime caTalier ch' apparre innante, 
Di Taler tutto il resto aTea sembiaote» 



CANTO DECmONONO 485 

79. 
Quel venne io pwcsa sopra ud gran destriero 
Che^ fuor ch' ia fronte e nel pi^ dietro menco^ 
Era^ pici cbe mai oorbo^ osciiro e nero: 
Nel pie e oel capa a?ea alcua pelo bimico. 
Del color del oavallo il cavatiero 
YestitOy. volea dir cbe, conae manoo 
Del chiaro era 1' oscuro , era ahrottaAta 
II riflo in lui verso 1' oaoaroi piaiito* 

80. 
Dato che fu delk battaglia il aegoo^ 
Nove guerrter V aske cbiaaro a im tratto c 
Ma quel dal nero ebbe il vaaCaggioi a fdegno; 
Si ritir6, De di gipstrar feoe atto* 
y uol cb' alle leggi iaaami di qoel regno , 
Ch' alia 8«a cortesia^ sia contralBitto* 
Si tra' da parte^ e ata a veder k profe 
Gb' una sola asta fara oootra a nova. 

81. 
II destrier, cb* area aodar trito e soave, 
Porto all^ iacontro la doioella in fretta, 
Che nel corao arrest^ landa A grave, 
Che qnaltro oonoioi avriaao a pena retta. 
U avea pur dianzt al dianontar di «a?e 
Per ia piu aalda in molte antenne ektta. 
II fier sembiaote con cb' ella si mosse, 
Mille lacce imbtanc6, mille cor scosse. 

8S. 
Aperse, al primo che trov6, A il petto, 
Cbe fdra assai die fosse stato nudo; 
Gli pass6 la coraaa e il soprappetto^ 
Ma prima nn ben ferrato e grosso scudo. 
Dietro le apalle an braccio il ferro netto 
Si vide usctr; tanto fa il colpo cmdo« 
Qoel fitto nella laacia a dietro laasa, 
E sopra gli altri a tuKa briglia passa: 



/ 



486 V ORLANDO FDRIOSQ 
85. 

E diede d* orto a efat ^enim seconde, 
Ed a chi teno A terribrl botta, 
Che rotto neDa schena nscir del mondo 
Fe' 1' one e V ahro , e della sella a on' oUa r 
Si duro fu 1' iocoatro e di tal pondo. 
Si stretta insienie oe Tenia la frotta. 
Ho vedoto bombarde a qaella goisa 
Le sqoadre aprir, che fe' lo stool Bbrfisa* 
84 

Sopra di lei piii lance rotte fiiro; 
Ma tanto a qoelli colpi ella si mosse^ 
Qoanto nel ginoco ddle caccie on moro 
Si moova a' colpi delle palle grosse. 
L' osbergo too di tempra era si doro, 
Che non gli potean contra le percosse; 
E per incanto al foco dell' inferno 
Gotto, e temprato all' acqoe fo d' Ayemo* 
85. 

Al fin del campo il destrier tenne, e yolse, 
£ ferm6 alquanto^ e in fretta poi lo spinse 
Incontra gli altri^ e sbaragliolK e sciolse^ 
E dt lor sangoe insin all' elsa ttnse. 
All' one il capo, all' altro il braecio tolse, 
E on altro in goisa con la spada cinse^ 
Che '1 petto in terra aod6 col capo ed ambe 
Le braccia, e in sella il ventre era e le gambe* 
86. 

Lo parti| dico^ per dritta misora, 
Delle coste e dell' anche alle confine^ 
E lo fe' rimaner mezsa figora, 
Qoal dinansd all' immagini divioe, 
Poste d' argento, e piii di cera pura 
Son da genti lontane e da vicine, 
Gb' a ringraziarle, e sciorre il voto vanno 
Delle domande pie cb* ottenote hanno. 



CANTO DEaMONONO 487 
87. 

Ad uno che faggia dietro si mise, 

Ne fa a meszo la piazza che lo gianse, 
E '1 capo e '1 collo in modo gli divise^ 
Che medico mai piii non lo raggiunse. 
la somma tatii, ao dopo V altro ticct^e, 
O fen si ch* ogm vigor a^-emaose'; 
E fa sicora ^e levar di terra 
Mai pia noa si potrfaa per brie gaerra« 
88. 

Stato era il cavaliw sempre la ua canto, 
Che la decina in piazza avea condotta; 
Perocche contra un solo andar coa tanto 
Yantaggio, opra gli parve iniqqa « brutta. 
Or che per uoa maa tdrsi da canto 
Yide si tosto la compagna totta. 
Per dimostrar che la tardamza fosse 
Girtesfa stata e non timor, si mosse. 
89. 

Con man fe' cenno di.volere, ionanti 
Che facesse altro, alcana cosa dire^ 
E non pensando in si viril sembianti 
Che s' avessei ana Tergine a coprire, 
Le diase: Gavaliero, omai di tanti 
Esser.d^i stanco c'hai tAlo morire; 
£ s' io Yolessiy piu di qael che sei, 
Stancarti ancor, discortesh farei. 
90. 

Che ti riposi inkino al giorno naoyo, 
E doman torni in campo ti concedo. 
Non mi fia.onor se teco oggi mi provo^ 
Ch^ travagliato e lasso esser ti credo. 
11 travagUar in arme non m' e nuoyo, 
Ni per si poco alia fatioa cedo ' 
(Disse Marfisa); e spero che;tf .tuo costo 
lo ti far6 di qaesto aweder tosto. 



488 L'ORLAIfDO FURIQSO 

Delia cortese offisrU ti ringnzio. 
Ma riposare aacor noa mi bisogMi ; 
£ ci Aransa del giomo tanto spazio, 
Gh' a poiio tatio in ozio e por ^lergogna. 
Rispoae il cavalier: Ftus' io A sazb 
D^ ogn* altra ooaa <be '1 trio core agogoa, 
Come t' ho ia qoesto da taaiar; ma vedi 
Che son ti maDofai il d) piu che mom cmiL 
M. 

Cosi disae egii, e £t^ portare in trMa 
Due groise lance, ami doe gran aotenoc; 
Ed a Mar&a dar ne fc' V elelU; 
Tolse 1' ahra per ae, ch* mdidro tienac. 
Gi& sono in ponto, ed altro non t' aspetta 
Gh^ ua alto soon che lor la giuatra acoeooe. 
Ecco la terra e V aria e il mar rtmbomfaa 
Nel mover lore al prknc cuon di tromba* 
•S. 

Trar fiato, boooa aprir, o battere oechi 
Non si vedea de' rigaardanti alcnoo; 
Taato a mirare a chi la pahna toechi 
Dei duo campiooi, iateoto era etasouiio. 
Marfisa, aecib die dril^ardbo tiraboodii 
Si che BMii non ai levi il gurrier itruno, 
Drizza la lancia j e il goerrier iMtmo forte 
Stndia non men di por Marfiaa « morte. ' 
94. 

Le lance ambe di seooo c sattil salce, 
Non di cerro aemhrlr groaso ed acerik^; 
Goal a' aadaro in troachi fin al caloe ; 
E r iocontro ai destrier fa si •aaperbo^ 
Ghe parimente parve da ana Calce 
Delle gambe csser lor tronco ^at aeii)o. 
Gadiro ambi'ngaalmeate; ma i campioni 
Fur presti a diabrigarsi dagli arcieai. 



CAN^rO DECnOHONO 4^ 

A mille cavalieri, all« sm Tita, 

Al pviAO ioeoAtro «vea U sella UrfU 

HariBM, ed eUa ow^ noa n'^ra tiseito; 

E n' osc), cofiia odite, a queita volta. 

Dal oaso atraoo non pQr^gottHa,^ 

Ua quasi fa per runaoeriie stolta. 

Parve aaco strano al eavalier dal naro, 

Che non ade» cader pk dileggiero. - ^ 
W* 
Toeca aveao mA cadei" la sella i^jpena, 

Ghe ftlWH> ia piedi^ e riaoortt V asBako* 
TagU e poiite a filror qiiivi si mena: 
Qui?! ripara ot scudo, or kma, or sako^ 
Yada la botta ▼aota^ o vada piena/ 
L^ aria neirtride, e ne risaona in alto. 
Queili elmi, qucdE osberghi, quelK scudi 
Woitaiir ch' erano saldi piii cV looudB. 
»7. 
Se dell' aspra doosella il braccio h grave ^ 
N& quel del cavalier otmico h lieve. 
Ben la misara ngaal V an ^dalP altrd Ave : 
Quanto appnnto V an di , tanto riceve. ' 
Chi vacrf due fiere andaci anime brave, 
Gercar ^k Ik di queste due noo deve, 
N& cepcar pih destrena nh piii possa^ 
Gb^ a' baa tra lor qnwto piu aver si possa. 
98. 

Le donne die gran pesao mirato haono - 
Gontinaar taate pereosse orrende, 
E che iM cavalier segno d' afibano 
£ dt alanehazaa ancor noa si comprende, 
Dai dao nriglior gaerrier lode lor danno, 
Gbe rfen tta qaanto il mar sue breccia estende^ 
Par lo^ cbe, se noa fosser piu cbe forti^ 
Esser dovrfan sol del travaglio niorti. 

Oa. Vol II. 62 



490 L'ORLAimO FUUOSO 

^agionando tra a^, dicea Maifiaa: 

Buon f u per mc ohe eoatid om ti mmm^ 
CW aivlaTa a riadbio ^ roataraauMiaa) 
Se diansi stato coi compagw feiae,: 
Qaaodo ip mi trpw irppftM t tfmam fsiaa 
Di potergli alar coiptra lUe pMc a ago . 
Goal diM MiH^aa; e Wlavokft 
Non reatu 4i foenvr h spida ui iHiHt* 
i«Ol 

Boon ffi pw «e , dk€ia qndll' aUra 9Mon , 
Ghe ripoair «oaUi o«fi b9 lafoiato; 
Oifendv mil He po^ao a fatica ^W 
GIm» 4aUa priiM pugo^ ^ trnv^gliato* 
Se fin al ouofo di. f^cea dioiora 
A rip^litf vigor > che aar^ alMpZ 
VeBtDTft ebbi io^ qoanto pia po^Mi •veniy 
Ghe ooa volesfe tpr qo^l cb' jo.fli oiaiai* 

lift battai^ia ndiir^ 60 all^ a^|«i» 

Me chi af^aae ww il magUo ^n pal^^e: 
Ne r DQ ni 1' akr^ pi^ siy^w Jwii^a 
Sapulo avria Q&me fcbivw I^ oSbae. 
Giuota la fioUe, all' in^lttii gitevmr« 
Fa prima ^ 4ire il cavili^r ^cscfeatf 9 
Ghe farem, p^ich^ oon qg^fJ fortwft 
N' ha aopraggiunU la oatte impoctima? 
iW. 

IMeglio mi par obe '1 viver lao prolwgfai 
Almeno ioaioo a Unto che s^ aggiotatt* 
lo noa poaao coDcederti ebc aggin^ki 
Fuor ch** ima nolle pieoiola ai tiia |^omi 
E di Gi6 cka noa git abbi aror piu hiDghi 
|ja colpa aopra me boo vo' ehe tornix 
Torn! por Bopra alia apieUta legg^ 
Del sesso femmiiiil che '1 loco regge» 



CAWTO DECIMONONO 491 

tm. 

Se dt te ckioltt^ e di qoeai' akri luoi ^ 
Lo av «old die nnlk coaa hit oacora. 
God tuoi compa^i star meco ta puoi: 
Gpn altat noo avitt alaosa aidon; 
Perehi b tvrfaa a cv* i ittarki sUok 
Oggi uccist kai) ^ contra te eoogiilra. 
Qaaooil di qoeili a cni dato kai la morfa ^ 
Era di diace feoBmioa coiiaoiCe« 
104 

Del daoDo e* ban da te ricevut^ ^M*' 
Diafan novaota fenamiiie veodefta: 
S) eke ae meco ad rfbergar noa poggi, 
Queata iiotte assiKto eaaer t' aapttta. 
Diaaa Marfiaa: Accettp cbe m* allo^, 
Coo sicarta cbe oon sta men perfetta 
In te la feda e la bootik del core , 
Cbe sia V anfire • il corporal valore ; 
10». 

Ma cbe t* iacreaca cbe m' abbi ad uccidere , 
Ben ti pa6 iocrescer anco del contrario. 
Fin qui non credo cbe V abbi da ridere , 
Percb' 10 sia men di te doro avversario. 
O la pugoa seguir Togli o dividere, 
O farla all' ano o aB' altro luminario ; 
Ad ogoi cenno pronta tu m^avrai, 
E come ed ogni volta cbe vorrai. 
106. 

Gosi fu diflR^ta la teoaone, 
Fincb^ di Gaoge oscisse il nuovo alb6re ; 
£ si reat6 senza conclusione 
Gbi d^ east doo gnerrier fpsse il migliore. 
Ad Aquilante venne ed a Grifone^ 
E cost agli ahri il liberal signore; 
E li prcgo cbe fin al nuovo gioroo 
Piacesse lor di fur aeco soggiorno. 



49a L' ORLANDO FURIOSO 

107. 

Teoaer lo ^nvtto sensa alcun sospetto: 
lodty a splendor di biandii torchi ardentt, 
Tutli saliro ov' era un real tetto 
Dbtinto in molti adorai aUoggiamenti. 
Stupefatli al levarai deVekneCIo, 
Mirandosi^ restaro i combattenti ; 
Che H cavalier, per qoanto apparea fiiorfty 
Non eccedeva i diciotto anni aoeora. 
108. 

Si maraviglb la donsella / come 
In arme tant6 un giovinetto vaglia; 
Si marayiglia P altro , 'eh' alle chiome 
S'avrede con dii avea fatto battagUa: 
E si domandan V on con V altro il nomf ^ 
E tal debito toslo si ragguaglia. 
Ma come si nomasse il gtorinelto, 
Nell' altro canto ad ascoltar v' aspettow 



L ORLANDO FURIOSO 

CANTO VETVTESmiO 



ARGOMSNTI. ^ 

▲MWEATa DOfcCB. 

Gaidoo con gli altri escon M tristo loco, Di ti cooto a MarfiM d« Gaidoae 

£ MtOGU ognun d'Attolfo i\ fiero corqo. K aarr* la oagion del rito alraiiOk 

lodi c^i dk Istia la terra al foco; Partonai« t Atlolfo a boooa il eomo poae. 

Err* poi lol cercando il noiido attomo. E le d<Mioe • ctaecmi fu^se lontaim. 

Marfisa per Gabrina in Fmncia a gioco tt Guidone e '1 frald {loato in prigione. 

Da Zerbin tolta, a lai fa danno e fcorno, Marfisa Pinabel geita nel piano; 

E lo ia goida di Gabrioa fella^ Dei p«nm gtovanil'^rHM Gnbtiba 

Da coi prima nottiaa ha d* Isabella. lodi ia d^ a 2^rlun per dia^ipUna. 

AVGUILLAILL TEEDIZZOTTI. 



yinoe col corno il doca d'logbtlterra Goidon conosce Astolfo: ed ei« col 

n moliebre stnolo aleaaandrino. Solo il faoiniioeo siuol fagmdo, adduce 
Entrano in ware; e 'n Francia euurano in terra Anco i compagni a foga ; onde ritorno 

Tniti: aol prende Attolfo ahro camniino. In Francia £an sema 1' ingleie dnce. 

Marfiaa in prima Pinabello attcrra^ Marfisa^ cbe con lor non fa aoggiomo, 

Poi di Gabrina da cura a Zerbino : Mentr'empia corte a prigioma gli adduce. 

La qnale a dir comineia d' Isabella* Trao Pinabello^ • poi Zerbin di sella 

Ma s' indnia da poi, n^ piu favella. Coi d2i in guardia Gabrina a Ini ribcUa. 



1. 



L 



e doDoe antique hanno mirubil cote 
Fatto neU' arnie e nelle aacre Hoae ^ 
E di lor opre belle e gloriose '^ 
Grao loroe in tutto il moodo si difiuee. 
Arpalice e Cammilla soo famose^ 
Perche id battag^ erano eaperte ed use; 
Saffo e Goripna, perohe faroD dotCe^ 
SpleodoQO illostri e mai odd yeggon notte. 
8. 
Le doQoe soa yenate in ecceUeosia 

Di ciascun' arte oye hanno posto cura ; 
E qualnpqae all'iatorie abbia ayyertenza, 
Ne aente ancor la fama non oacura. 
Se M mondo n' e gran tempo atato aeua ^ 
Non per6 sempre il mariDflosao duraj 
E forse asooai ban lor debiti onori, 
L^ invidia , o il non laper degU. scrittorL 



494 ^" ORLAWDO FCRIOSO 
3. 
Bea mi par di veder eh' al seCol nostra 
Taota Yirtii fn beHe donne emerga, 
Che pii& dar opra a earta et ad inchiostro^ 
Perchi nei futuri anni si disperga^ 
£ percfa#, odiose Kogue , il mal dir vostra 
Con Tostra eterna inlamia si soimnergar 
E le lor lode appariranna ib goisa, 
Che di graa limga ayanseian Mar&a. 

Or por tomando a ki, qoesta dooaeUa 
AI cavaKer ehe l^'os6 cortesib, 
DelP esser sac noo niega dar noveHa , 
Qoaodo esso a lei ?ogfia contar chi sia^ 
Sbrigoasi loito del tiso debito ella; 
TaDto U Dome di Iiii saper dtsia* 
lo aon, disse, Marfisa: e fu assai quesio; 
Chh 81 sapea per tutto 'I mondo* il resto^i. 

L' altro cotniacla , poichft toccB a Ttii , 
Con pitt prfiemto a darfe di ai conto, 
Dicendo : lo cred«» cfa<> efiaacaa di t«rr 
Abbia delta mia atirfye it notHe in pronto; 
Gb^ DOD pur Fraacia e Spagaa e i Yicia stti^ 
Ma r India, PEtiopia e ii fredde Pocito 
Han cbiara eogBisiob di Ghiamnoiite, ' 

Onde usd il ea?atter ch^ueeise AkMnte, 
ft 

E quel cfa' a Chiarieflo e al re Mambriao 
Diede Ki morte e il regno lor dSsfece. 
Di questo saogue , dore iiell* Eusiao 
L' Isiro ne ?ien con otto corna o dtece^ 
Al daca Amona, il qiial gii peregriaa 
Yi capil6, la madre mia mfi fece; 
E r auDO e ormai cb* \6 la lasciai dolente 
Per gire in Prancia a ritrotar mia gente. 



CANTO YBNTESIHO 495 

.7. 

Bla Doo potei fioire j^ mio viiggio: 

Che qaa mi spinaf im tempeaftoso Nolo, 
Son died meii o piii ohe statm v^ ^8>o , 
Ghe tutti i giorni « tatte V om nolo. 
Nominato son 10 Gaidon Seltag^io^ 
Di poca pro?a aocora e pooo nolo. 
Ucciai qui Argilon da Me)ibe4, 
Coo died eandier die seoo avea* 

Feci la prova aneor delle donadle; 
CoA n^ bo dieee a^ miei piaceri a lato ^ 
Ed dla seelta mia aoa le pi6 bdle, 
E 800 le piii geotil di qaesto $tato. 
E qoeate i^go e tatte V tltte^ cV eUe ^^^ 
Di 8^ m* kaniio governo e aoettro dato : 
Cod daranoo a qiialanque altro arrida 
Fortuna d> die la deoina andda. 
9. 

I cavalier domandaoo a Gaidooe, 
Com' ha d pocfai maaelii il temtoro ; 
E a' alle moglie hanao aoggeaione. 
Gome esse V Iian aegU dtri locki a loro. 
Difse Guidon c Pia ?olte la cag^me 
Udita n^ ho da poi eke qoi dimm-o ; 
E vi sadi, seooado ck* 10 V ho udita 9 
Da me , poi(^ v' aggrada ^ riferita. 
10. 

Al tempo die tornllr dopo annt reuti 
Da Trda i Ored < chh dmb V assedio 
Dieci^ e died altri da conlrari renU 
Fdro ag^li in mar con troppo tedio ) y 
TroT^ die le lor donne agli torment! 
Di tanta absenzia avean preso rimedio: 
Tutte s' avean gioveni amanti eletti , 
Per non d raffireddar sole.nei letti. 



496 L' ORUMK) PURIQSO 
11. 
Le case lor tro?«ro i Gteci^jneofr 

Degli altrat figli} e, per parer oomwie, 
Perdooano aUe^tnogU} ch4 sao bene 
Che tanto noo poteaa vivet digiiioe. 
Ma ai figli <iegU ddiilteri cooTieiie 
Altrove prMweiani altre fortuae; 
Ch^ tollerar noa vogliodo i mariti 
Che piti alle apeae lor aieno Dobeib\ 

Sono altri espoiU^ altri teauti oooalti 
Dalle lor madri, e aosteduli ia viUi. 
In varie sqaadre qaei ch' enmo adulti 
Feron, cbi.qua chi la, tutti partita. 

^Per allri 1' anne aOD^ per altri <ialti 
Gli studi e r arti; altri la terra trita) ' 
Serve altri in corte) altri e goafdian di gttggej 
Gome piace. a colei che quaggia regge. 
IS. 

Parti fra gli altri on gioriaetio, fi^io 
Di Glitemneatra, la cnidel regina^ 
Di dicioUo aoni, freaco oome an giglio, 
O rosa c6Ita allor. di au la apina. 
Qveati, aroiato un suo legno, a dar di piglio 
Si pose e a depredar per la marioa . 
In compagota di cento giovinetti 
Del tempo au0| per tutta Ghrecia eletti. 
14. 

I Greteai, in quel tempo che cfcciata 
U crad6 Idomeneo del regno aveano, 
E per assiciirarai il naovo atato^ 
D^ aomini 9 d^ arme adonasion faeeano , 
F^ro con bupn stipendio lor soldato 
Falanto ( cosi al giovine diceano ) , . 
£ lai, co;i tutti qaei che seco avea, . 
Poser per guardia alia citti Dictea. 



CANTO VENTESIMO ^^97 

t». 
Fra cento alme citta ch* er^DO id Greta , 
Dictea piii ricca e piii piaceTol era, 
Di belle doone ed amorose lieta^ 
Lieta di giocbi da mattino a sera; 
E com' era ogoi tempo consiieta 
D^ accarezzar la gente forestiera , 
Fe^a coster si 9 che molto qoq rimase 
A fargli aaeo signor delle lor case* 
16. 
Eraa gioveat totti e bdli affalto; 

Che '1 fior di Grecia avea Falaoto ektto : 
S\ aV atte belle doone , al primo tratto 
Che y'apparlr, trassero i cor del petto. 
Poich^ Dcm men che belli, ancora in fat to 
Si dimostrar buoni e gagliardi al letto; 
Si f(^ro ad esse in pochi di si grati, 
Che sopra ogni altro ben n* erano amali. 
17. 
Finita che d' accordo e poi la guerra 
Per cai stato Falanto era condotto, 
E lo stipendio militar si serra, 
Si che non v' hanno i gioveni piu frutto , 
E per qiierto lasciar voglion la terra; 
Fan le donne di Creta maggior lutto^ 
E per ci6 versan piti dirotti pianti, 
Che se i lor padri ayesson morti ayanti. 
IS. 
Dalle lor donne i gioyeni assai f6ro, 
Ciascun per s^ , di rimaner pregati : 
Ne yolendo restare, esse con loro 
N* andJbr ^ lasciando e padri e figli e frati , 
Di ricche gemme e di gran somma d' oro * 
Ayendo i lor iHmeatici spogliati ; 
Ch& la pratica fa tanto secreta, 
Che non senti la fuga uomo di Creta. 

Oa. Vol, II. «S 



49* L' ORLANDO FURIOSO 
19. 
Si fu propisio if veiito , <i fu V en 
Gomoda, ch& Faknto a faggir oolae^ 
Ghe aiolte miglia erano osciti faora , 
Qnando del daimo suo Grata si dolse* 
Poi questa ^i^gi^^ kiabitata aHora, 
Trascorsi par fartooa ti raccobe. 
Qui si posaro , e qui sioiiri* tatti ^ 

Meglio del farto lor Tidere i (nM. 

^iiasta lor fa per dteei giorai ataaea 
Di piaeeri atnoroai^ tiiUa pieiia. 
Ma otDiofie speaao apwien die 1' dl>boiidaiBa 
Seco tB cor giof^nil fiwti^o m«sa^ 
Tutti d' aecordo fiir di rastar sanaa 
Femikiine^ e Uberarsi di td pana$ 
Ghe ooa 4 soma da portar si grave, ' 
Gome aver doBoa qnaodo a tKHa a' 4ve. 
«1. 

Em, eke digiti|da<giM) e di rapiae 
£raD braanost, « di dispendio parohi^ 
Yider cfa'a paacer taute ooncubiiie^ 
D'atltocbe d* asf e aveaa btsogoo e d'arehi; 
Si che aele lasciAr qui le mesobinei 
B ae o' aod^ di lor rioebezee oarebi 
La doTe ia -Pqglia , in -ripa at mar , poi sento 
GliVedifio£r la tepra <li Tarento. 
». 

Le donne, obe si vtdero Iradite 

Dai loro «maati , in ohe piu fede aveaoo , 
Restir per 4tlc«o di si sbigettite , 
Ghe statue immote io iito al mar pareano. 
^isto poi ohe da gridi e da ioinite 
Lacrime alooo profitto non U*aeano, 
A pensar conHnciaro e ad aver eura , 
Gome aiaUrrsi in taiita lor sciagura. 




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CANTO VENTESIMO 499 

25. 
E propooendo in mezzo i lor pareri, 
Altre diceaoo : Id Greta e da toroarsi, 
E piattoslo air arbitrio de' severi 
Padri e d' offissi lor marili darai, 
Che n^i deaerti Ifti e boschi fieri 
Di disagio e di fame eonsmnarsi : 
Alh'c dicean chi) lor saria piu oQclto 
Affogarsi oal mar ^ cbe mai (ar questo ; 

£ cbe maoco mal era meretrici 

Aadar pel mosdo, aodar naeadicbe o schiafe, 
Cbe sh atease o£Ferire agK sopplici 
Di cb^ eran degne 1' opere lor prara. 
Questi e simfl parttU le iofelici 
Si proponean, ciascan piu dure e grart. 
Tra loro alfiae uoa Orontea letroaae, 
€h' origioe traea dal re Miooaae : 
S5, 

La piii gioveo delPallre e la pta bella 
E la piu accorta , e ch' ayea meno errato : 
Amato atea Falaiito, e a lui pulzella 
Datasi^ e pet lui Jl padre avea lasciafo. 
Gostei moaCrando to viao ed io favella 
II magnaoimo cor d^ ira infiammalo , 
Redargueodo di tutte altr6 tl detto, 
Suo parer disae 9 6 £e' segoiroe effetto. 
t6. 

Di queata terra a lei non parve idrsi, 
Cbe conobbe feconda e d' aria saoa , 
E di limpidi fiumi aver discorsi, 
Di aelve opaca, e la piu parte piana; 
CoQ porti e foci 9 ove dal mar ricorsi 
Per ria forluoa avea la geute esfraua, 
Ch^ or d^ Africa portava , ora d^ Egitio 
Cose diverse e ucoessarie al vilto. 



5oo L' ORLANDO FUKIOSO 

27. 

Qui parve a lei feunarsi, e far Teodetlft 
Del yiril aesso che le avea si offeae: 
Yuol ch* ogni oave , eke da' venti aatretta 
A pigliar veoga porto in auo paese^ 
A sacco, a aangoe, a fnoco alfio ai meltar 
Ne della Vita a un aol si sia €orte8e. 
Cosi fu detto, e cosi fu eoncluso, 
£ fa fatta la legge e messa in usa 
88. 

Come turbar 1' aria seDliano , annate 
Le femmioe correen suUa marina-, 
DalP implacabile Orontaa gixidate, 
Che die lor legge ^ e si f e' lor regiaa r 
£ delle na?i ai liti lor caociate^ 
Faceano iacendii orribili e rapina, 
Uom noB lasciaado vivo, ehe noTeHa 
Dar ne potease o in queata parte o in quelU. 
M. 

Cosi solinghe vissero qoalch' anno^ 
Aspre nimiche del aeaso virile. 
Ma conobbero poi cbe '1 proprio danna 
Procaceertan se non mntaran stile: 
Che, se di lor propagtne non fanno, 
Sark lor legge in breve iiYita e Tile^ 
E maocherii con 1' infecondo regno , 
Dove di farla eterna era il diseguo. 
30. 

Si che, temprando il auo rigore on poco, 
Scelsero, in spazio di quattro annt interim 
Di quanti capitaro in questo loco 
Dieci belli e gagliardi cavalieri, 
Che per darar nell' amoroso gioco, 
CoDtr'esse cento fosser biion guerrieri. 
£sse in tulto eran cento; e statnito 
Ad ogni lor decioa fu un marito. 



CANTO VENTESHWO 5«i 

51. 

Prima ne fur decapitalt moiti 

Che riasciro al paragon mal forti. 
Or quesH dieci a buona proTa toUi , 
Del letto e del go?emo ebboo contorti; 
Faceodo lor giaror che se piii c61ti 
Altri uoinini verriaoo in quesli port!, 
Essi sartan che, speota ogni pietade, 
Li porriaao ngualmente a fil di spade* 
52. 

Ad iogrossare, ed a figliar appresao 
Le doDoe, iadi a temere incomiDciaro 
Cbe taati uascerfan del viril sesso, 
Che contra lor non avr/an poi riparo ; 
E alfioe in man degit uomim rimesso 
Saria it goTerno ch'elU avean si caro: 
Si ch'ordinar, mentre erau gli anni imbtlK, 
Far si che mai non fosson lor ribelU« 
S5. 

Accio il sesso viril non le soggioghi^ 
Uno ogni madre vael la legge orrenda 
Che tenga seco; gU altri, o gli soffogbi, 
O fuor del regno gli permnki o venda. 
Ne mandano per questo in vari luoghi*^ 
E a chi gli porta dicono che prenda 
Femmina, se a baratto ayer ne puote; 
Se non, non torni almen con le man T6te. 
54. 

Ne uno ancora alleverian, se senza 
Potesson fare, e mantenere il gregge* 
Questa e quanta pieta, quanta clemenza 
Pill ai suoi ch' agli altri usa 1' ioiqua legge : 
Gli altri condannan con ugual sentensaj 
£ solamente in questo si corregge, 
Che non vuol che, secondo il primiero os9, 
Le ft^mmine gli uccidano in confuso. 



5aa L^ ORLANDO FUWOSO 

3». 
Se diecf o rent! o piu persooe a uo tratla- 
Yi fosser gniate, ia oareere erao ttiesse; 
E d^ una al gioroa, e noa di piu era traltO' 
II capo a sorfe , cbe perir diavesse 
Nel tempio orrendo- ch^ Orontea avea fat to y 
Dove un altare alia vendelta eresse : 
E dato alP on de' dieci il cruda ufficia 
Per sorfc era di farne \\ sacrificio*. 

Dopo moll' anoi alte ripe omicide 
A dar venue di capo un giovioetto^ 
La cut stirpe sceodea dal buouo Alcide^ 
Di gran valor nell'arme, Elbanio detto. 
Qui preso fu y ch' appena ae n^ avvide , 
Gome quel cfae venfa senza aospetto; 
E con gran guardia in stretta parte chiuso^ 
Con gli altri era serbato al crodel uso. 
37. 

Di viso era coatui bello e gioeonde, 
E di maniere e di costumi omato y 
E di parlar si dolce e si facondo, 
Gh' un J»pe volentier V avrfa ascoUato : 
Si cbe, come di cosa rara al mondo, 
DelP esser auo fu tosto rapportato 
Ad Alesaandra, figlia d' Orontea , 
Ghe di molt' anni grave anco vivea. 
38. 

Orontea vivea ancora ; e gia mancale 
Tult* eran 1* allre cb' abitSr qui prima : 
E diece tante e piu n' eratio nate , 
E in forza eran cresciute e iu niaggior sfima ; 
Ne tra diece fucioe, cbe serrate 
Stavan pur spcsso , aveau piu d' una lima ; 
£ dieci cavalieri anco avean cura 
Di dare a chi venia flora avvenfura. 



CAHTO VENTESIMO 5o3 

39. 

Alessandra, bramosa di Tedere 
n gioviiietto ch' avea tante lode , 
Dalla sua raatre in singular piacere 
Impetra si^ ch* Elbaoio vede et ode: 
E quando vuol partirne , rimanere 
Si sente il core ove e chi 'I punge e rode : 
Legar si sente ^ e nou sa far contesa, 
E alfin dal suo prigioa si trova presa. 
40. 

Elbanio dtsse a lei: Se di pietade 

S' avesse , donna , qui notizia ancora , 
<^ome 86 n^ ha per tatt^ altre contradc^ 
Dovunque il vago sol luce e colora; 
lo vi oserei, per vostr^ alma beltade 
GV ogn' animo gentil di se innamora , 
Ghiedervi in don la vita mia, che poi 
Saria ognor presto a spenderla per voi. 
41. 

Or quando ^ fnor d^ ogni ragion , qui sono 
Privi d^ umanitade i cori umani , 
Non yi domandero la vita in dono, 
Gbe i prieghi miei so ben cbe sarian vaoi ; 
Ma cbe da cavaliero , o tristo o buono 
Gh^ 10 sia , possi morir con P armi in mani . 
E non come dannato per giudicio, 
O come animal bruto in sacrificio. 
4d. 

Alessandra gentil, ch' amidi avea, 
Per la pieta del giovinetto, i rai, 
Rispose: Ancor che piii crudele e rea 
Sia questa terra ch* altra fosse mai, 
Non concedo pero che qui Medea 
Ogni femmina sia, come tu fai; 
E quando ogn^ altra cosi fosse ancora , 
Me sola di tant' attre to vo^ trar fuora. 



5o4 V ORLANDO FURIOSO 
45. 

E sebbea per addietro io fossi state 
Empia e crudel, come qal sono iaote, 
Dtr posso che suggetto ove mostrata 
Per me fosse pieta, non elvbi avante. 
Ma ben sarei di figre piu arrabbiata^ 
E piu duro avre^ il cor che di diamante , 
So Bon m' avesse tolto ogni darezza 
Tua bella, tuo valor , Itia geatilezza. 
44 

Cosi noD fosse la legge pia forte, 
Che contra i peregrini h stattnta. 
Gome io doq schiverei con la mia morte 
Di ricomprar la tua piu degna vita; 
Ma non h grado qui di si gran sorte, 
Che ti potesse dar libera aite: 
E quel che chiedi aacor, benche sia poco> 
Difficile ottener fia in questo loco. 
4tf. 

Pur io vedr6 di far che ta V ottenga , 

Gh' abbi innanel al morir questo contento; 
Ma mi dubito ban che te a' avveoga , 
Tenendo il morir luogo^ piu tormento. 
Soggiunse Elbanio: Quando incontra io venga 
A dieci armato, di tal cor mi sento, 
Che la vita bo speranza di salvarme, 
E uccider lor, se tutti fosser arme. 
4«. 

Alessandra a quel detto non rispose, 
Se non un gran sospiro , e dipartisse , 
E port^ uel partir mille amorose 
Punte nel cor, mai non sanabii, fisse: 
Yenne alia madre, e volunti le pose 
Di non lasciar che '1 cavalier morisse, 
Quando si dimostrasse cosi forte, 
Che, solo, avesse posto% dieci a morte. 



CANTO VENTESIMO 5o5 

47. 

La regiaa Orontea fece raccorre 

II suo coasiglioy e disse: A noi conTiene 
Sempre il miglior, cbe ritroviamo, porre 
A guardar nostri porti e nostre arene', 
E per saper chi ben lasciar', chi tdrre 
Prova h sempre da far, quando gli avviene; 
Per noQ palir con nostro daono a torto^ 
Che regoi U vUe, e chi ha valor sia morto. 
48. 

A me par, se a toi par, che statuito 
Sia ch'ogoi oavalier, per lo avvenire, 
Che fertaoa abbia tratto al nostro lito, 
Prima oh' al tempio si faccia morire , 
Possa egli sol, se gli piace il partito, 
lacontra i dieci alia batlaglia oscire; 
E se di tutti yiocerli e possente, 
Guardt egli il porto, e seco abbia altra gente. 
49. 

Parlo cosi, perche abbiam qui ua prigioae 
Che par che vincer dieci s'ofierisca. 
Qaando, sol, vaglia taote altre persooe^ 
DigDissimo e, per Dio, che s'esaadiaca. 
Cos! w contrario avra punisione, 
Quando vaaeggi e temerario ardisce. 
Orontea fine al soo parlar qui pose, 
A cai delle piii antique una rispose: 
tfO. 

La principal cagion ch'a far disegno 
Sul commercio degli uomini ci mosse, 
Nou fu perch' a difender questo regno 
Del loro .aiato alcun bisogno fosse; 
Che per far que^o abbiamo ardire e ingegn^ 
Da noi medesme, e a sufficienm posse: 
Gosl sensa sapessimo far anco^ 
Che non veiusse U prc^agarci a maneo* 

Oa. Vol. II. 64 



5o6 L' ORLANDO FCMOSO 
81. 
Ma poiche seosa lor qaesto noo leoe, 

Tolti abbiam, ma nen tanti) in corapagiiia, 

Che mai ne sia piii d'ano inoootra dieoe^ 

Si ch'aver di noi possa a^iioria. 

Per coociper di lor qaeste si fece, 

Non eke di lor difesa tiopo <ii aia. 

La lor prodecsa sol ne vaglia io qtteito, 

E tieao igaari e iaatiK nel resto* 

Tra Doi tenere na uom eke aia si forte^ 
G^Dtrario e in tutto al principal ^Baegno. 
Se pn5 un sole a dieoi Qomioi dar moite. 
Quanta ^onne fara stare egK al aegnoi 
Se i dieci nostri fesser di tal sorte, 
II primo A n^arrebbon toko il regno. 
Non i la via di dominar, ae ynoi 
Por Parme in mano a chi pni» piil di aoL 

9S. 
Pod' meate ancor, cbe qoando eo^ and 
Fortuoa questo too, eke i dieoi uccida, 
Di cento donae, cki9 dei lor mariti 
Rknanran prive , sentirai ie grida. 
Se Tuol campar, proponga alhri partiti, 
Cb*esser di dieci giovani omicida* 
Pur, se per far con cento donne e boono 
Quel che dieci fariano, abbi perdoao. 

54. 
Fu d^Artemia crudel questo il parere 
( Goai avea nome ) ; e noa manc6 per lei 
Di far nel tompio fitbaaio rimaaere 
Scaanato ianaasi agli ^rietati Dei. 
Ma la madre Orontea, cbe compiacefe 
Yolse alia figlia^ repKc^ a oolei 
Altre ed altre ragioni, e modo teaae 
Cbe ael setiato il suo parer s'otteaae* 



CANTO VENTESIMO 507 

as. 

Vavev ElbaaiO' di bellessa il vaoto 
Sopra^ ogm cavalier ohe fosse al mondo, 
Fa Dei oor delle giovani di tanto, 
Gh* erano in quel coosiglio, e di tal pondo, 
Che M parer delle vecchie aodo da cantO| 
Che con Artemia volean far secondo 
L^ opdiBe aatiquo : ne fontan fa molto 
Ad esser per favore Elbanio aasolto^ 

Di perdooargli inaomtna fu concluso^ 
Ma poi che la decina avesse spento, 
E che nell' akro assalto fosse ad uso 
Di diece donne baono,. e non di cento. 
Di career Taltro gioma fa dischioso: 
£ avuto arme e cavallo a sno talento, 
Contra died gaerrier sola si mise^ 
E V ano appreaso all' altro in piazsa ucckc. 
HT. 

Fa la notte segoeote a proTa messo 
Contra diece donselte ignodp e solo, 
Dove ebbe aiV ardir sao si buon successo, 
Che fece il saggio di lotto lo stuolo. 
E questo gti acquistb tal grana appresso 
Ad Orontea^ che V ebbe per figliuolo^ 
E git diede Alessandra e V altre novo 
Con eh* avea fatto le nottarne prove. 
»8. 

E lo li^scib con Alessandra betla, 
Che poi die nome a questa terra, efede, 
Con patio ch* a servare egli abbia quella 
Legge, ed ogni altro che da lui succede : 
Che ciascuQ ehe giammai sua Gera stella . 
Favk qui por lo svenlurato piede, 
Elegger possa o in sacrificio darsi, 
O con dieci guerrier, solo, provarsi. 



5o8 L' ORLANDO FURIOSO 

S8. 

£ se gli avvien che '1 di gK uomini uccida. 
La Dotte COD le femmine si provi; 
£ quando in questo ancor taoto gli arrid* 
La sorte sua, cfae viacitor si trori, 
Sia del femmineo stuol principe e gaida, 
£ la decioa a scelta saa rianovi, 
Con la qoal regoi, fia eh' an altro arriFt 
Che sia piu forte, e loi di vita privi. 
60. 

Appi^esso a due mila anni il costume empio 
St e niaotenuto, e si maatieae aocora; 
E sono pochi giorni che oel tempio 
Uno iofelice peregrin non mora. 
Se contra dieci alcun chiede, ad esempio 
D' Elbania, armarsi (che ve n' e talora), 
Spesso la vita al primo assalto lassa ; 
Ne dt mille uno all' altra ppova paasa* 
61. 

Pnr ci passano alconi; ma s) ran, 
Che suUe diia annoverar si ponno. 
Uno di questi fu Argilon; ma guari 
Con la decina sua non fu qui donno; 
Che, cacciandomi qui veuti contrari, 
Gli occhi gli chiusi in sempiterno ^onno. 
Cosi fossi io con lui morto quel giorno, 
Prima che viver servo in tanto scorno. 
68. 

Ch^ piaceri amorosi e riso e gioco, 

Che suole amar ciascun della mia etade, 
Le purpure e le gemme, e T aver loco 
Innanzi agli altri nella sua cittade^ 
Potuto hanno, per D!o, mai giovar poco 
All' uom che privo sia di libertade : 
£ U noQ poler mai piii di qui levarmi^ 

^ Servitii grave e iutollerabil parmi. 



CANTO VENTESIMO io^ 

G5. 

II vedermi tograr dei tnigliar aoDi 
II piu bel fiore in si vile opra e moUe, 
Tiemmi il cor teinpre in stimulo e in affaniH, 
Ed ogni gasto di piacer mi tolle. 
La fama del mio sangae spiega i vaDDi 
Per tatio '1 mondo, e fin al ciel s^estolle; 
Che forse baona parte aflch'io n^ avrei, 
S^esser potessi coi fratelli miei. 
64. 

Parmi cl/ingiaria il mio deslin mi faccie, 
Avendomi a si vil servigio eletto, 
Come cfai nelParmento il destrier caccia^ 
I! qual d* occhi o di piedi abbia difeito y 
O per altro aecideote che dispiaccia^ 
Bia fatto air arme e a miglior uso inelto : 
Ne sperando io, se non per morte, uscire 
Di si Til servitii, bramo morire. 
68. 

Guidon qui fine alle parole pose, 
E maledi quel giorno^ per isdegno, 
n qnal dei cavalieri e delle spose 
Gli die tittoria in acquistar quel regno* 
Astolfo stette a udire, e si nascose 
Tanto che si fe^certo a piu d'un segno, 
Che 5 come detto avea, questo Guidone 
Era figlinol del suo parente Amone. 
66. 

Poi gli rispose: lo sono il duea inglese, 
II tuo cagino Astolfo; ed abbracciollo, 
E con atto amorevole e cortese^ 
Non senza sparger lacrime, baciollo. 
Caro parente mio, non piu palesc 
Tua madre ti potea por segno al collo ; 
Ch' a fame fede che tu sei de' nosKri, 
Basla il valor che colla spada raostri. 



5ia L^ORLANDO FUhlOSa 
67. 
Guidon, ch* altrove avrfa faita graa festo 
jy aver trovato iib »V slretta pareote,. 
Quivi r acco?se eon h faceia mesta 
Perohe fa di tederrila dolente* 
Se vire, sa cV Astolfa achiavO' resta, 
Ife il termine e piii tt che Idi segoente; 
Se 6a llbero AstoMb, ne more esso 5 
Si che n ben d' una e i! mal deiP aU» espresso. 
88. 
GU dud che gTi altri caralieri ancora 
Abbia, vincendo, a far sempre captivi, 
N6 pia, qoando esso itt quel controsta mor»^ 
Potrii giovar cbe serritu lor scbiTt : 
Oie se d'^on fango ben It porta foora, 
E poi sM*ncian>pi coine all* altra arrivi, 
Avra Itti senw pro Tinto Marfisa; 
Cb' essi pur ne fien sohiavi, ed etta ucctsa. 
90. 
DalFaltro canto area Pacerba etade, 
La cortesia e il valor del giovinetto, 
D* amore intenerito e dt pietade 
Tanto a Marfisa ed ai compagni il petta. 
Che, con morle di lui lor libertade 
EssM* dovendo, avean quasi a dispettor 
E se Merfisa non pu6 far con manco, 
Ch' uccider lui, vuol essa morir anco. 
70. 
Ella disse a Guidon: Yientene insieme 
Con noi, ch' a viva forza uscirem qainci. 
Deh ( rispose Guidon ), lascia ogni speme 
Di mai piu uscirne, o perdi raeco o vinci- 
Ella soggiunse : II niio cor mai non teme 
Di non dar fine a cosa che cominci; 
Ne trovar so la piii sicura slrada 
Di quella ove mi sia guida la spada. 



CAWTO VKNTESIMO 5ii 

71. 
ITal nella piazsa ho il tuo valor provato, 
Che s^ io son teco^ ardtsco ad ogn^ impresa. 
Quando la tarba iatoroo alio ateccato 
Sara domani ia sal teaitro asocsa, 
Io W che ruccidiam per ogni lato, 
O vada in Taga o cerchi far difesa; 
E ch' agli lapi e agli avotfoi del loco 
Lasciamo i eorpi^ e la citta(l« al foco* 
78. 
Soggiase a Idi Gatdoa : Ta m' avrai proiHo 
A seguitarti ed a morirti accanto* 
Ma vivi rimaaer noa facciam couto; 
Bastar ne pHo di veadicarei alqaoato: 
Chi speaso di«ci mila in piazsa coato 
Del popdi femmiDile) ed altrettanto 
Resta a gaardare e porto e rdcca e imira, 
Ne^ alcuaa via d' uicir trovo ricnra* 
75. 
Disse Marfisa: E molto piii sieao elle 

DegU uODmi che Serse obbe gia iaforao^ 
£ sieno piu delP aaime ribelle 
Gh' aadbr del ctel coa lor nerpetao acorno ; 
• Se tu sei nseco, o almea noa *aie con qoelle, 
Tatte le voglio occidere ia aa giorno. 
Gaidoa aoggiaase : Io nou ci so via alcana 
Oh' a voter a' abbia, se noa val qaest' ana. 
74. 
Ne pa6 sola aalvar, ae ae succede. 

Quest' ana ch^ io dirb, ch' or nu aovvieae* 
Faor che alle doone, ascir aoa si coacede, 
TSh metter piede ia su le sal^e areae: 
E per qoesto cooimettermi alia fede 
D' aaa delle mie doaae mi coavieae^ 
Del cui perfetto anor falta ho soveate 
Pill prova aacor ch' io aon far6 al preseate. 



5ii U ORLANDO FORIOSO 

75. 

NoM men di me tormi costni disia 
Di servitii^ par che ne venga meoo; 
Gh8 cosi spera, aeniMi compagota 
Delle rival! soe, ch' io viva seco. 
EUa nel porto o fiiste o saetda 
Fara ordiaar, meotre h aocor 1* aer cieco, 
Che i marioari voslri troverauno 
▲cconcia a navigar, come vi vaaoo. 
76. 

Dietro a me tutli id an drappel ristreiti, 
Cai^alieri, mercanii e galeotii, 
Ch* ad albergarvi sotto a questi telti 
Meco, vostra meroe, aete ridotti, 
Avrete a farvi ampio sentier coi petti, 
Se del nostro cammia siamo interrotti : 
Cos] spero, aiutaodoci le spade, 
Ch' io vi trarra dalia crudel cittade. 
77. 

Tu fa' come ti par (disse Marfisa), 

Ch^ io sen per me d' uscir di qui sicura. 
Pill facil fia che di mia mano uccisa 
La gente sia che e dentro a queste mura, 
Che mi veggi fuggire, o in altra guisa 
Alcun possa notar oh' abbi paupa, 
¥o' uscir di giorno, e sol per forsa d' arme; 
Che per ogn' altro modo obbrobrio parme. 
78. 

S* io ci foasi per doona conosciuta^ 

So ch^ avrei dalle donue oaore e pregio, 
£ voleotieri io ci sarei tennta, 
E tra le prime forse del collegio : 
Ma con costoro essendoci venuta, 
Nob ci vo' d' essi aver piil privilegio. 
Troppo error fdra ch^ io mi stessi o aodassi 
Libera^ e gli altri in aervitit lasciasai* 



CANTO VENTESIMO 5i3 

79. 
Qaeste parole ed altre seguUando , 
Mostr6 Marfisa che ^1 lispetto solo 
Gh'avea al periglio de'coaipagni ( quaudo 
Potria loro il suo ardir tornare io duolo ) 
La tenea che oon alta* e memoraDda 
Segno d^ ardir non assalk lo stiiolo: 
E per qaesto a Gaidon lascia la cura 
D^usar la via ch^. piu gli par aicora.. 
80. 

Guidon la notte con' Aleria parla 

(Cos) avea nome la pia fida mogli/): 
Ne bisogno gli fa tnolto pregarla, 
Gbe la trovb disposla alle sue voglie. 
Ella tolse una nave e fece armaria, 
E v'arrec6 le sue piii ricche spoglie, 
Fingendo di volere al nuovo alb6re 
Con le compagne oscire in corao faore. 

81. 
Ella avea fiitto^el palaz^o lonanti 

Spade e lance arrecar, corazze e scudi, 
Onde armar si potessero i mercanti 
E i galeotti , ch^ eran mezzo nudi. 
Altri dormiro, ed altri ster vegghianti, 
Compartendo tra lor gli ozi e gli atudi ; 
Spesso guardando, e pur con V arme indosso^ 
Se r or'iente ancor si facea rosso. 

8fi. 
Dal duro volto della terra il sole 

Non tollea ancora il velo oscaro ed atro; ' 
Appena avea la licaonia prole 
Per li solcht del ciel v61to P aratro^ 
Quando il femmineo stnol, che veder vuole 
II fin della battaglia, empl il teatro, 
Come ape del suo claustro empie la soglia, 
Che mutar. regno al nuovo tempo voglia. 
Oi. Vol. il 65 



5i4 V ORLANDO FURIOSO 
83. 

Di trombe, di tambur, di soob di corni 
U popol neuonar fa eielo e terra, 
Goal dUodo il auo sigaor, che tomi 
A teraunar la cominciata gaerra. 
Aquilante e Grifeii atavaoo adorni 
Dalle lor anna, e 3 ^ca d'loghikerra, 
Guidoo, Marfisa, Sanaohetto e tatti 
Gli ahri, cfat a piedi e chi a cavallo instrutti. 
84. 

Per scender dal palaxso al mare e al porlo, 
La piassa traveraar si cooveala: 
Ne v' era altro Gammio lango ne oorto : 
Gosi Gaidon 4i8*e alia compagnia. 
E poi che di ben far tnoko oonforto 
Lor diede, entro seoza romore in via; 
E nella piasaa, dove il popol era, 
S' appreaenk6 con piu di cento in acluera. 
8ff. 

Molto aflGrettando i snot compagii, andava 
Guidone alV 4tra porta per uacire : 
Ma la gran moltitudine che stava 
Intomo armata, e aempre atta a ferire, 
Penab, come lo vide che menava 
Seco qoegU altri, che volea faggire; 
E tutu a on tratto agli arohi auoi rieorae, 
B parte, onde a' nsola, venne ad opporse. 
88. 

Gaidone e gli ahri cavalier gagliardi^ 
E sopra tutti lor Marfisa forte, 
Al menar delle man non fnron tardi, 
E molto Ut per isforzar le porte: 
Ma tanta e tanta copia era dei dardi 
Ghe^ con ferite dei compagni e morte, 
Pioveano lor di sopra e d' ogn' intoruo, 
Gh^ aIGn temeao d' averne danno e scorn^^ 



CANTO YBNTliSniO 5i5 

D'ogni goerrier Tiisbergo era perfetto; 
Gh& 86 noD era 9 aveon pia da temere. 
Fo morto il deistrier aotto a Senaonetto; 
Quel di Marfiaa v' ebbe a rumnere. 
Astolfo tra ae diaae; Ora, ch'aspeUo 
Che mai mi possa il como piu Yalere? 
lo vo'yeder, poi dbe non gtof« apada, 
SMo so col covoo aasBcnrar la strada. 
88. 
Gome aiutar neUe fbrtone eatreme 

Sempre si saol, si pone U eoroo a bocca. 
Parche la ton e tatto '1 moodo trieme , 
Quando I'orribil saon ndParia scocca. 
Si nel cor dalla gente il timor preme, 
Che per disfo di ibga A Irabocca 
Gill del teatro abigottita e smorta, 
Non che lasci la guardia deUa porta. 
89. 
Come talor si getta e si periglia 
E da fioestaa e da soblkse loco 
L'esterrefatta subito famiglia, 
Che vede appreaso e d' ogni iatorno il fuoco, 
Che 9 meatre le tenea grayi le ciglia 
II pigro aooDO , crebbe a poco a poco ; 
Con^ mesaa la Tita in abbaadono, 
OgniiQ fiiggfa lo sparenloao soono. 
90. 
Di qua di U, di aa di gtii smarrita 
Sm|;e la tarba, e di fuggir procaccia; 
Son piu di mille a uq tempo ad ogai uscita ; 
Cascano a monti, e Tuaa Paltra impaccia. 
In tanta cdca perde altra la vita; 
Da palcbi e da fiiiestre aUra si schiaccia : 
Piu d' on braccio si rompe e d^ una testa , 
Di ch' altra morta^ altra storpiata resta. 



5i6 L' ORLANDO FURIOSO 
91. 
II pianto e'l grido insioo al del saliva 
D'alta riiuia misto e di fracasao* 
Affiretta, ofunque il soon del coroo arriva, 
La tttrba spavenkata in fnga il paaso. 
Se udite dir ohe d^ardimento priva 
La Til plebe si moatri e di cor basso, 
Nod vi maravigliate; chi niatora 
E della lepre aver sempre paora. 

Ma che direte del gia tauto fiero 

Cor di Marfisa e di GkiidoQ SeWaggio? 
Dei due giovini. figli d'Oliriero^ 
Gbe ffk tanto booraro 9 lor lignaggio? 
Gia cento mila aveaii stimato on aero; 
E in fnga or se ne van seosa coraggio 
Gome conigli o timidi colombi, 
A cui vicino alto rumor rimbombi. 
95. 

Goal noceva ai audi, come agfi strain , 
La forsa cbe ael comb era incantata. 
SansonettOy Goidone e i doo germani 
Foggon dietro a Marfisa spaveatata; 
Ne fuggendo ponno ir tanto loatani^ 
Gbe lor non sia I'oreccbia anco intronata. 
Scorre Astolfo la terra in ogni lato^ 
Dando via sempre al corno ma^or fiato. 
94. 

Ghi scese al mare^ e cbi poggio su al monte^ 
E cbi tra i boschi ad occoltar si venne: 
Alcuna^ senza mai volger la fronte^ 
Fuggir per dieci di non si ritenne: 
Usci in tal puoto alcuna fuor del ponte^ 
GhMn vita sua mai piii non vi rivenne: 
Sgombraro tii modo e piazxe e templi e case^ 
Che quasi voU la citta rimase. 



CANTO VEWTESIMO ^17 

Marfisa e'l baon Gaidone e i duo fratelh 
E Sansonetto , pallidi e tremanti, 
Fuggiaoo ioverso 3 mar, e dietro a qualli 
Faggiano i marinari e i mercatanti; 
Ove Aleria trov&c^ eke fra i oasteili 
Loro avea an legno apparecchiato ioaanti: 
Quindiy poi eh' in gran fretta U racodse^ 
Die i remi aU'acqua ed ogni veb seioke^ 
96. 

Dentro e d'intoroo il daca la cittade 
Avea scoraa dai colli insino all' onde ; 
Falto avea vdte rimaner le atrade : 
OgnuD lo fugge, ognun se gli nasooode. 
Molte trovate fur, ebe per viltade 
S'eran gittate in parti oscure e immonde^ 
E molte, uon sappiendo ove s'yndare, 
Messeai a naoto ed affogate in mare. 
97. 

Per trovare i compagni il dnca viene, 
Che si credeadi riv^er sal molo: 
Si volge intomo, e le deserte arene 
Goarda per tutto, e non v'appare an solo. 
Leva piu gli occhi, e tn alto a vele piene 
Da se lootani andar li vede a volo: 
Si che gli convien fare altro disegno 
Al suo cammin, poiche partito e il legoo. 
98. 

Lasciamolo andar par, ne vi rincresca 
Che tanta strada far dd)ba soletto 
Per terra d'infedeli e barbaresoa, 
Dove mai non si va senn sospetto: 
Non e periglio alcano, onde non esca 
Con quel soo corao, e n' ha mostrato effiitlo : 
£ dei compagni sooi pigliamo cura, 
Gh'al mar fu^an tremando di paura. 



5i8 L> ORLANDO FURIOSO 

A pieaa vek si cacdaron laage 
Dalla cnidele e aaagainosa spiaggia: 
E, poi che di gran kmga noii li giunge 
L^orribil sooo ck'a apaTentar pra gU iggia, 
losolita vergogaa ai li puoge^ 
Che, eouk^fUk faoco, a tutti il tiao raggiai 
L'on Don ardiaea a mirar Taltro^ e alavi 
Triala^ aeoaa parlar, ooa gli oochi bassi. 
IM. 

Passa il oocckiero, al ano Tiaggio intento, 
£ Cipro e Rodi, e giu per Taoda egea 
Da ae vede S'ogpre isole cento 
Col per^(lioM capo di Ma^as 
E con propisio ed immotabil vento 
Aflconder Tede la greca Mor^; 
Yolta Sieilia^ e per lo mar Tirreno 
Gosteggia ddl' Italia il lito ameno: 
101. 

£ aopra Lona nkimamente aone^ 
Dove laacialo area la i|p famiglia; 
Dio ringrasiaado , ch^ 1 pelago ooaae 
Sensa piii danno, il noto lilo fHglia. 
Quindi an nocchier tro^4r per Franda sciorse^ 
U qual di Tenir aeco li cona^lia: 
E nel 800 legno ancor qael di aontaro, 
Ed a Marsilia in hre?e ai trovaro. 
IM. 

Qoivi non era &adamante allora, 
Ch'ayer solea govemo del paaae, 
Ch^ ae vi ibase^ a far aeco dimora 
Gli ayria sforaati coo parlar corteae* 
Sceser nel lito, e la medeaima ora 
Dai qoattro cavalier congedo preae 
Marfisa^ e dalla donna del Selvaggio; 
E pigli6 alia ventura il suo vi'aggio, 



CANTO YBNTESIMO S19 

IM. 

Diceado che lodevole bod era 
Gh'aadassef taoti oamlieri kmeme: 
Che gli storni e i colombt vanno in scKiera , 
I daioi e i oenri e oga'attioaal ehe teitte; 
Ma Paadace falcOD, I'aquila ahiera, 
Che nall'aiato altnii wm melton speme, 
Onif tigriy leoa, aoli ne vanno) 
Ch^ di pill fona alcuD limor non haono. 
4«4. 

Nesson degli dtri fa di quel peosiero; 
Si ch^a lei sola toccd a fiir partita. 
Per measo i boaclii^ e per straoo seotiero 
Donqae elk se o'aiid6 sola e romtta. 
Grifone il bianco ed Aqoilante il aero 
Pigliir con gli altri duo la via ptu trita, 
E ginnsero a an caatello il d\ seguente^ 
Dove albergati for corteaemente. 

ton. 

Gorteaemente^ dico, in apparenaa, 
Ma tosto vi aenttr eontnirio efietto; 
Ghd'l signor del caatel, benivolenaa 
Fingendo • corttofo^ lor di^ ricetto;. 
E poi la notte, che sicari senfea 
Timor dormian, 11 fe'pigliar nel lelto; 
Ni prima li laaciby che d'oeaervare 
Una costuma ria li fe' giorare. 
106. 

Ma vo'segoir la beUicosa donna* 

Prima, S%nor, ohe di costor pia dica. 
Passo Driiaaaai il Rodano e la Sonna, 
E venne appie d^ona montagna aprica. 
Qaivi lungo on torrente in negra gonna 
Vide venire ana femnnna antica, 
Che slanca e laasa era di longa via^ 
Ma via piu afflitta di malenconia* 



5ttb L* ORLANDO FUaiOSO 
107. 

QueslB e la vecchia <he «olea ser?ire 

Ai malandria od caveraoso moQte> ' ^> 

La dove alu giiiatizia fe' venire 
£ dar lor morte il paladino coate* 
La vecchia, che timore ha di morire 
Per le ci^on che poi vi saraa conte y 
Gia molli di va per via oscora e fosca, 
Fiiggeado litrovar ehi la cooosca. 
IM. 

Qiiivi d'estraoio cavalier sembiansa 
L'ebbe Marfisa all'abito e aU^amese; 
E per cio non faggi, com'avea usaosa 
Fuggir dagli altri ch'eran del paese; 
Aosi can sicorecEa e coa bakbum 
Si (ertab al guado, e di lontan I'attese: 
AI guado del torreate, ove trovoUa, 
La vecchia le uaci incoatra e salabdla. 
IW. 

Poi la prego che aeco oltr'a qoeU'acqae 
Nell'altra ripa in groppa la portasse. 
Marfisa, che gentil fa da che nacqoe^ 
Di la^dal fiomicel seco la traasej 
E portarla aach'uD peszo non le spiacque, 
Fin ch'a miglior cammin la ritoraasse^ 
Fuor d'an gran fango; e al fin di quel aentiero 
Si videao alP inoontro un cavaliero. 
liO. 

li cavalier an ben guemita sella, 

Di laoide anne e di bei panni ornato. 
Yerso il fiiune venia, da una donselia 
E da on solo scudiero accbmpagnato. 
La donna che avea seco era assai bella^ 
Ma d'altiero sembiante e poco grato^ 
TuUa d' orgoglio e di fastidio piena^ 
Del cavalier ben degna, che la mena. 



CANTO VENTESIMO 5a t 

lit. 

Pinabello, on de'cooti tnagansesi, 
Era quel cavalier ch'ella avea s^co; 
Quel medesmo che diaozi a pochi raesi 
BradamaDte gUtb nel cavo apeco. 
Qoei sospir, quei siDgalti cosi aecesi, 
Quel piauto che lo fe'gia quasi oieoo, 
Tutto fa per costei eh^or seco avea, 
Che '1 aegramante allor gli ritenea. 

Ma poi che fu levafto di aul ebUe 

LMucantato caste! del vecchio Atkinte^ 
£ che poti ciascuBO nre ove voile, 
Per opra e per virtti di Bradamaate ; 
Costei, ch'alli disfi facile e moUe 
Di Piaabel soapre era stata innante, 
Si toro6 a loi , ed in sua compaguia 
Da UQ oastcUo ad an altro or se ne gia. 
113. 

E siccome veraosa era e mal usa ^ 
Quando vide la vecchia di Marfisa, 
Non si pote tenere a booca chiusa 
Di non la motteggiar con beffe e risa« 
Marfisa abiera, appresso a cui non s'usa 
Sentirsi oltraggio in qualsivogUa gnisa, 
Rispose d'ira aceesa alia donsella^ 
Che di lei qnella vecefata era piii bella; ' 
114. 

B ch'al suo cavalier volea provallo. 
Con patto di poi tdrre a lei la gonna 
E il palafren ch'avea, se da cavallo 
Gittava il cavalier di ch'era donna. 
Pinabel^ che htia, tacendo, fallo, 
Di risponder con 1' arme non assonna; 
Piglia lo scudo e Pasta^ e il destrier gira, 
Poi vien Marfisa a ritrovar con ira. 

Oa. Vol. II. €6 



Saa V ORLANDO FCRIOSO 

Marfisa incontra ima graa lancia afferra^ 
E nella tista a PtnabeirarreKta, 
E 81 ttordito lo rtvena in tern , 
Che tarda un^ora a rHerar la testa, 
Marfisa y viacttrice delb giierra, 
Fe*trarre a qoella giovaae la vesta ^ 
Ed ogo*altro oraameato le fe^porre, 
B ne fe^il UiUo alia sua vecchia t^rre: 
116. 

E di quel giovaiale abito volse 

Che si vestisse e se o^omasse totta^ 
E fe'cheU palafreao anco si tolse, 
Che la giovane avea quin condutta. 
Indi al preso cammio con lei si volse^ 
Che quant^ era piu ornata era piu brtilta. 
Tre giorni se o'andiir per lunga strada 
Senza far cosa onde a parlar m' accada. 
117. 

II quarto gioroo an catalier trovaro, 
Che venk'ia fretta galoppaado sole. 
Se di saper chi sia forse v'^ oaro^ 
Dicovi ch*e Zerbia, di re figliuolo^ 
Di firtu esempio e di bellena raro, 
Che s^ atesso rodea d' ira e di doolo 
Di oon aver potuto far vendetta 
D^uo ohe gli avea gran cortesfa intercetta. 
liB. 

Zerbino indamo .per 4a selva corse 

Dietro *a quel suo cbe gli avea fatto oltraggio; 

Ma SI a tempo colui seppe via torse , 

Si seppe nei faggir prender vantaggio, 

Si il bosco e si una nebbia lo soccorse, 

Ch^avea offuscato il mattutino raggio^ 

Che di nuin di Zerbin si lev6 nelto^ 

Fin che Pira e il furor gli usci del petto« 



CANTO YENTESIMO Sni 

119. 

Noa pote^ ancor cfae Zerbin fosse irato, 
Teaer, vedeodo qoeUa vecehia, il risa; 
Che gU parea da) gioveniie oraata 
Troppo diverso il brufto antiquo viso; 
Ed a Marfisa che le vcDia a lato, 
Disse: Gaerrier, ta set pien d'ogai avvisO) 
Chi damigelh di tal sorte guidi , 
Che non teini trovar chi te la iovidi. 
ISO. 

Area la donna ( se la crespa buccta 
Pub darne iodicio ) pia deHa Sibilla , 
E parea 9 cosi oraata ^ una bertuccia, 
Quando per mover riso alcun vesttUa; 
Ed or pill brutta par, che si corruccia, 
E che dagli occbi Fira le sfayilla; 
Gh'a donna non si fa maggier dispeHo, 
Che quando o vecchia o brutta It vien detto. 
191. 

Moiilrj) turbarse Pioclita donsella, 
Per prenderne piaeer come si prese : 
S rispose a Zerbin: Bfia donna h bella, 
Per Die, Tia piu che tu non set cortese; 
Comecch'ie creda che la tua favella 
Da quel che sente ranimo non scese: 
Tu fiogt non conoseer sua beltade 
Per escnsar la lua somma viltade. 
199. 

£ chi saria quel cavalier che questa 
Si giovane e si bella ritrovasse 
Sensa piu compagnia nella forests^ 
E che £ farla sua non si provasse? 
Si ben 9 disse Zerbin , teco s^assesta, 
Che saria mal ch^ alcun te la levasse: 
Ed io per me non son co^ indiscreto^ 
Che te ne privi mai: staane pur lieto. 



524 L' ORLANDO FURIOSO 

133. 

SMo altro conto a?er vuoi a far meco, 
Di quel chMo vaglio soo per farti moslra; 
Ma per costei ooo mi teoer ai cieco^ 
Che aolameate far voglia una gioatra. 
O brulka o bella aia^ restisi teco: 
Non To'partir taata anuciaa vostra. 
Ben VI sete accoppiati: io giurerei^ 
Gom'ella h bella , la gagliardo aei* 
194. 
Soggiunae a lui Blarfisa: Al tuo dbpetio 
Di levarmi costei proTar convienti. 
Non vo'pattr ch'ua si leggiadro aspetto 
Abbi Teduto, e guadagnar nol tenti. 
Rispoae a lei Zerbin: Non so a eh'effetfo 
L^uom 81 meUa a periglb e ai tormenii, 
Per riportarne una Tittoria poi, 
Che giovi al vinio , e al vincitore annof^ 
125. 
Se non li par qoesto partito buono^ 
Te ne do un altro, e ricuaar nol dei 
( Disae a Zerbin Marfiaa ): che s'io aooo 
Ytnto da te, m^abbta a restar coalei^ 
Ma sMo te vinco a forza te la doao. 
Dunque proviam chi de'star aenza leu 
Se perdi, converra che tu le faocia 
Compagoia aempre^ ovanque andar le (>iaccia» 
I2& 
£ COS! sia, Zerbin rnpose ; c yoke 9 
A pigliar campo, aubito il cavallo. 
Si levo su le staffe^ e ai raccolse 
Fermo in arcione: e per non dare in fallo^ 
Lo scudo in mezao alia donaella colse; 
Ma parve urtasse un monte di metailo: 
Ed ella in gutsa a lui tocoo V elmetto , 
Che stordito il niand6 di aella netto. 



CANTO VENTESIMO fc5 

127. 

Troppo spiacque a Zerbia Pesser caduto, 
Gh'in altro scontro mai piii non gli avvenoe, 
E n'avea tnille e mille egli abbattuto, 
Ed a perpetuo scorno se lo tenne. 
Stette per lungo spazio in terra muto; 
E pill gli dolse poi che gli sovrenne, 
Ch'avea promesso e che gli convenia, 
Aver la brutta vccchia in compagnfa. 
128. 

Tornando a lui la Tincitrice in €ella , 
Disse ridendo: Questa t' appresento ; 
E quanto piti la veggio e grata e bella , 
Tanto^ ch^ella sia tua, pia mi coDtento. 
Or tu in mio loco sei campion di quella; 
Ma la tua fh non se ne porti il vento, 
Che per sua guida e scorta ta non vada, 
Gome hai promesso , ovunque andar V aggradai^ 
129. 

Senza aspettar risppsta nrta il destricro 
Per la foresta, e subito s'imbosca. 
Zerbin^ che la stimava nn cavaliero^ 
Dice alia vecchia: Fa'chMo lo conosca. 
Ed ella non gli tiene ascoso il Tero , 
Onde sa che lo'ncende e che I'attosca: 
II colpo fu di man d^ ana doivsella , 
Che I' ha fatto vdtar, disse, la sella. 
150. 

Pel suo valor costei debitamente 
Usurpa a'cavilieri e scado e lancia; 
E venuta e pur dianzi d^Oriente 
Per assaggiare i paladin di Francia. 
Zerbin di qnesto tal vergogna sente^ 
Che non pur tinge di rotssor la guancia, 
Ma rest6 poco di non farsi rosso 
Seco ogni pe^zo d'arme ch'avea indosso. 



52i6 L' ORLANDO FURIOSO 
131. 

MoDta a cavallo, e ai ateaso rampogna 
Che noQ seppe teoer atrette le coace. 
Tra ae la vecchia ne aorride^ t agof^^ 
Dt slimolarlo e di pia dargli angoace. 
Gli ricorda ch'andar aeco biaogna: 
E Zerbio ch'ubbligato ai conoace, 
L'orecchie abbaaaa, eome vioto e atanco 
Deatrier c'ha ia bocca il fren, gli aproni al fianoo. 

isa. 

E soapirando: Oime, Fortuoa fella, 
Diceai ohe cambio e queato cbc ta £u? 
Golei ohe fu aopra le belle bella, 
Ch'esaer meco dovea, levata m^hau 
Ti par ch'in luogo ed ia riator di qoella 
Si debba por costei ch' ora mi dai ? 
Stare io danoo del tutto era men male, 
Che fare uo cambio tanto diaeguale. 
1S5. 

Colei ohe di bellezze e di virtuti 
Unqoa noo ebbe , e noa avra mai pare y 
Sommeraa e rotta tra gli acogli acuti 
Hai data ai pesei ed agli augei del mare;. 
E costei, che doyria giA aver paaciati 
Sotterra i vermi, hai tolta a preaervare 
Died o venti anni piii che noa dofevi,. 
Per dar piu peso agli mie^affanni greri. 
134. 

Zerbia cosi parlava; ne men triato 
la parole e ia seoabianti esaer parea 
Di questo nuoTO suo s\ odioao acqubto^ 
Che delta donaa che perduta ayea. 
La vecchia, aacorche non aveaae visto 
Mai piu Zerbia, per quel ch^ora dicea, 
S^avvide esaer colai di che noUxia 
Le diede gia babella di Galiaia. 



CANTO VENTESIMO 627 

15tf. 

Se'l vi ricorda qoel ch'avete udito, 
Gostei dalla speloDca ne veniTa, 
Dove Isabella, che d'amor fertto 
Zerbino ayea, fa moiti di captiva« 
Piu volte ella le avea gia riferito 
Gome lasciasse la pateroa riva; 
E come rotta in mar dalla procella. 
Si aalvasse alia ipiaggia dt Rocella. 
ISO. 

E 81 apesso dipinto di Zerbiao 
Le avea il bel viso e le fattezse conte, 
Gh'ora udendol parlare, e piii vicino 
Gli occhi alzandogli meglio nella froate, 
Tide esser quel per cui sempre meschino 
Fa d' Isabella il cor nel cavo monte; 
Ghe dt Don veder lai pii^ si lagnava, 
Ghe d' esser fatta ai malaadrini scbiava. 
157. 

La vecchia, daado alle parole odienza, 

Ghe con sdegao e con duol Zerbino versa, 
S'awede ben ch'egli ha falsa credenza 
Ghe sia Isabella in mar rotta e sommersa: 
E bench' ella del certo abbia scienza, 
Per non lo rallegrar^ por la perversa 
Qael che far lieto lo potria, gli tace, 
E sol gli diee quel che gli dispiace* 
1S8. 

Odi ta, gli disse ella, tu che set 

Gotanto altier che si mi scherni e sprezzi: 

Se sapesst che nuova ho di costei 

Ghe morta piangi, mi faresti vezzi: 

Ma piottosto che dirtelo, torrei 

Ghe mi strozaassi o fessi in miSe pezzi; 

Dove, s'eri vdr me piu mansueto^ 

Forse aperto t'avrei questo secreto. 



5a8 L' ORLANDO FURIOSO 

130. 

Come il mastia che con furor s* a??eota 
Addosso al ladro, ad acchetarsi e presto^ 
Ch& quello o pane o cacio gli appreaeota, 
O che fa mcanto appropriato a questo; 
Cosi tosto Zerbino unul diventa, 
E vien bramoso di aapere il resto, 
Cbe la ve<:chia gli acceooa che di quella, 
Cbe morta piaoge, gli sa dir novella. 
140. 

E vdlto a lei con piii piacevol faccia, 
La supplica, la prega, la scongiura 
Per gli uomini^ per Dio, che non gjii taccia 
Qaanto ne sappia, o buona o ria ventura, 
Gosa nok udirai che pro ti faccia j 
Disse la vecchia pertioace e dura: 
Non e Isabella, come credit morta j 
Ma viva $i , c V a' morti iovidia porta. 
141. 

E capitata, in qnesU pochi giordi 

Che Don n* udisti^ in man da piu di venli: 
Si che, qualora anco in man tua ritorni. 
Ye' ae aperar di c6rr.e ii fior convienti. 
Ah vecchia maladetta, come adorni 
La tua mensogna! e tu aai pur sa menti. 
Sebben in man di veoti ell' era glata, 
Non V avea alcun pero mai violata. 
142. 

Dove V avea veduta domandolle 
Zarbino, e qoando; ma nulla n'invola; 
Che la vecchia ostinata piii non voile 
A quel c^ ha detto, agginngere parok. 
Prima Zerbin le fece un parlar molle; 
Poi minaccioUe di tagliar la gola: 
Ma tutto e invan cio che minaccia e prega; 
Che non pu6 far parlar la brutta strega. 



CANTO VENTESIMO Saj 

14S. 

La8ci6 la liogua all'altiino io riposo 
Z«ibiD> poiche'l parlar gli gioW> poco; 
Per quel ch'udito avea, tanto geloso, 
Che noQ trovava il cor nel petto loco; 
D* Isabella trovar si disioso, 
Che sBvtsL per vederla ito nel foco: 
Ma DOD poteva andar piu cbe volesse 
Colei) poich^a Marlisa lo promesse. 
144. 

E quindi per solingo e straoo calle, 

Dove a lei pjacque^ fa Zerbin coodotto : 
m per o poggiar monte o acender valle^ 
Mai si goardaro in faccia o si &r motto. 
Ma poi ch'al meszodi volse le spalle 
11 vago sol, fa il lor silensio rotto 
Da im cavalier che nel cammin scontraro. 
Quel che segui, nelPaltro canto h chiaro. 



Ot. Vol II. 67 



LORLAIVDO FURIOSO 

€ANTO TENTESlMOPRIllO 



ARGOMENTL 

AimnLATa solcb. 

Per OiCemler Gabrina, che pnr ch* Aggia *Zer1>in, che di Tirtu fa paragooe 

D' atpidti il coor, premie Zerliu ooaUM| Per imnleaer ••« {% cueuole e forle, 

E coar Jea the *i Fiammingo a terra cag|{ia Con GrmoDiJe pigHa aipra tcmonc. 

Per la ▼eoebia odiaU e viiipeaa; Qnetio Maralcay e lo leriece ■ nerte: 

11 qiial ferito fo la rercle piaggia D* cui qiml tia Gabrioa, e la cagioae 

Spiega a Zerbin di lei la grave ofTeaay Iniende poi di taa maUagia aorie. 

Code accmce ^he lei 1* odio e la'auiaa« E memire ci& gU pange e preme 41 cone, 

Poi doTC ode alti gridi il cavnl driixa. Lo loglie a quel pensier gra?e niaore. 

▲VGClLLA&i. TS&DIZZOTTL 

Zerbin del sangoe altmi roacchia il lerreno, Zerbin, cb*a forra glli fatto campion* 

Percbe la fede sua macchia oon porti; E di Gabrina, per acrvar ana fede« 

E dopo inteode di Gabrinn a pirno Al cavaliere Ermooide a* oppose 

Gli adiiUerii, le fraudi e I' mipie morti ; Sit tbo '1 niiitro vioto alfin gli cede : 

E come Ce' col fenro e col veneno E da quel, mexto morto, ogni ca^ooe 

Un medico morire e dne conaorli. Teaio del aoo giuato odio iotmdo e credr; 

Cod lei Zerbino alfin la alrada premie Onde d'impreaa (al Ta poi dolcnie 

Or dote on gran romor vicino inlende. Verao ove un gran romor Vicioo aeate. 



Ale fime iotoroo creder6 che strings * 

Soma cosi, xkh cosi legno chiodo, 

Come la f% ch'uoa bella alma cinga 

Del suo teoace iadissolabil nodo. 

Ne dagli antiqai par che si dipinga 

La santa Fe vestita ia altro modo , 

Che d'uQ vel bianco cbe la cuopra tntta; 

Ch^un sol punto^ un sol oeo la puo far brutta* 
S. 
La fede unqoa non debbe esser corrotta, 

O data a on solo, o data insieme a mille; 

£ cosi in una selva^ in una'grotta, 

Lontan dalle ciltadi e dalle Tille) 

Come dinanzi a tribunal! , in frotta 

Di testimon, di scritti e di postille, 

Senza giurare, o segno altro piu espresso, 

Basti una volta che s^abbia promesso. 



CAWTO VENTESMOPRIMO 53i 
5. 

Quella serv6, come servar si debbe 
Id ogni ioipresa, il cavalier Zerbioo: 
E qiiivi dimostro che cooto n'ebbe, 
Quando si toke dal proprio cammino, 
Per andar con costei, la qual gl'increbbe, 
Come s'aTease il morbo si vieino, 
Oppar ta morte istessa; ma potea, 
Pia che '1 disio^quel cbe promiusso avea. 
4. 

Dissi di lui, che di vederia sotto 
La sua condotta tanto al cor gli preme, 
Che n'arrabbia di duol, ne le fa motto; 
E vaDQO muti e tacituroi insieme: 
Dissi che poi fu qoel silenzio rotto^ 
Ch^al mondo il sol mostro le ruote estreme. 
Da un eavaliero avventaroso erraote, 
ChMii meszo del cammin lor si feMnaaate. 

a. 

La vecchia, che cooobbe il eavaliero , 
Ch' era nomato Ermooide d' Olanda , 
Che per insegoa ha nello scudo nero 
AHraversata uaa vermiglio banda^ 
Posto Torgoglio e quel sembiante altiero, 
Umilmente a Zerbio si raccomanda, 
E gli ricorda quel ch' esso promise 
Alia guerriera ch'in sua man la mise^ 

e. 

Perche di lei nimico e di sua gente 
Era il guerrier che contra lor venia : 
Ucciso ad essa «vea il padre innocente, 
£ un fratello die solo al mondo avia; 
£ tuttavolta far del rimanente, 
Come degli altri^ il traditor disia. 
Fin ch'alla guardia tua^ donna, mi senti, 
Dicea Zerbin, no« vo'che tu parenti. 



53a V OUAMDO FDRIO0O 
T. 

Gome piu presso i\ cavalief si specchia 
la quella Caecia cbe si io odi^ gli era: 
O di combatter meco t'appareccbia, 
6rid6 coa voce tniiiacciosa e fiera, 
O lascia la difesa della vecdiia, 
Ghe di mia maD aecondo il merto pera. 
Se combatti per foiXnoiami morto: 
Ghi cosi a?viene a chi s'a§pigUa al tortow 
8. 

Zerbin cortesemeote a Itii rispoode, 
Che gli h deair da baasa e mala swte^ 
Ed a cavalleria doo corriapoode 
Ghe cerchi dare ad ima donoa morte: 
Se pitr combatter vuol, non si nascoade; 
Ma che prima coDsideri ch'intporte 
Gh'uo cavalier, com' era egli, gentile , 
Yoglia por maa nel saogue feofuniiiile. 
9. 

Questo gH disae e piii parole invaoo; 
E fa bisogno alfin venire a'fatti. 
Poi che preso abbastaaza ebboo del piana^ 
Toro£rsi incootra a totta briglia ratti. ^ 
Non van s\ presti i razzi foor dt mano, 
Gh^al tempo sop delle allegrezze tratti^ 
Gome andaron veloci i duo deatrieri 
Ad iocontrare insieme i cavdieri. 
IOl 

Ermonide d^Ohada aegnb baaso, 

Ghe per paaaare il dieatro fiaoco atteae : 
Ma la ana debol bneia aad6 in fracaaao^ 
E poco il cavalier dr Scoaia oflfeae. 
Non fu gijt Faltro ec^Ipo vano e caaso^ 
Ruppe lo scodo^ e si la spalla prese, 
Ghe la foro dairano aU'altro lato^ 
E riveraar fe^ Ermonide aid prato. 



CANTO VENTESIMOPRIMO 533 
II. 

Zerbin, che si pensd d'averlo uccisoy 
Di pieta vioto^ scese in terra presto > 
E levo I'elmo dallo smorto viso} 
E qael gaerrier, come dal sonno desto, 
Sensa parlar gaard6 Zerbioo fiaoj 
E poi gli disse: Non m'^ gia molesto 
Gh'io sia da t^ abbattuto, ch^ai sembiaati 
Mostri esser fior de'cgTalieri erranti; 
12. 

Ma ben mi daol che qnesto per cagione 
D'ona femmioa perfida m^avviene, 
A cui aoa so come tu sia campione, 
Che troppo al (no valor si disoonvieoe. 
E qaando tu sapessi la cagione 
Ch'a vendicarmi di costei mi mene, 
Avresti, ognor che rimembrassi, affanno 
D'aver, per campar lei, fatto a me dapoo. 
15. 

E se spirto abbastaosa avrb nel petto, 
Ch'io possa dir (ma del contrarto temo), 
lo ti farb veder ch' in ogoi effetto 
Scellerata h costei piu ch' in estremo. 
lo ebbi gia on fratel che giovinetto 
D'Olanda si parti, d'onde noi semo; 
E si fece d'Eraclio cavaliero, 
Ch'allor tenea de'Greci il sommo impero. 
14. 

Qai?i divenne intrinseco e fratello 
D'on cortese baron di qaella corte, 
Che nei confin di Serbia avea un castello 
Di sito ameno e di muraglia forte. 
Nomossi Ai^eo colui di chMo favello, 
Di qaesta iaiqqa femmina consorte, 
La quale egli am6 si^ che pass6 il segno 
Ch'a tttt uom si convenia, come lui, degno. 



534 L* ORLANDO FURIOSO 

IS. 

Ma costei, piu volubile che fogfia 
Quaado raatunoo k piu priva d^utnore, 
Che'l freddo reato gli arbori oe spoglia^ * 
E le soffia dioanzi al sua furore; 
Yerso il niarito cangio tosto vogTia, 
Che. fisso qaalche tempo ebbie nel caore ; 
E volse ogai pensiero, ogni dhio 
D'acquistar per amaDte il fratel itiio. 
16. 

Ma ne si saldo alP impeto marino 
L* Aerocerauno d'iafamato nome) 
Me sta si duro incoDtra Borea il pino 
Che rinnovato ha piik di cento chiome^ 
Che quanto appar fuor dello scoglio alpioo, 
Tanto sotterra ha le radicij come 
II mio frateUo a'prieghi di costei 
Nido di tatti i viaii iofandi e ret. 
17. 

Or come avviene a im cavalier ardito, 
Che cerca briga e la ritrova spesso, 
Fii ia uaa impresa il mio fratel ferito y 
Molto al castel del suo compagno appresso. 
Dove venir senza aspetlar invito 
Solca , fosse o non fosse Argeo cfon esso : 
E dentro a quel per riposar fermosse 
Tanto che del suo mal libero fosse. 
18. 

Mentre egli qnivi si giacea, convenne 
Ch'in certa sua bisogna andasse Argeo. 
Tosto questa sfacciata a tentar venne 
II mio fratello, ed a sua usanza feo; 
Ma quel fedel non oltre piii sostenne 
Avere ai fianchi an stimolo ^ reo ; 
Elesse^ per serbar^^sua fede appteno, 
Di moUi mal quel che gli parve meno. 



CANTO VENTESmOPRlMO 535 
19. 

Tra molti mal g)i parve el^er qnesto : 
Lasciar d'Argeo Pintriosichezsa aatiqaa; 
Longi aadar si, che non sia manifesto 
Mfai piu il sao nome alia femmina ioiqua. 
Benche duro gli Cdsse, era piu onesto 
Cbe satisfare a qaella vogUa obliqua, . 
O ch^aecQsar la moglie al aiio sigoore. 
Da cut fa amata a par del proprio core. 
20. 

E delle sue ferite ancora infenpo^ 
L'arme si verte e del castel si parte; 
E con aaimo va costaate e fermo 
Di non mai piu tornare in qaella parte. 
Ma che gli vai ? eh^ ogni difesa e schermo 
Gli dissipa Fortuna con nqova arte: 
Ecco il marito cbe rttorna intanto , 
E trova la moglier che fa gran pianto, 

£ scapigliata e con la faccia rossa^ 
E le domanda di cbe sia torbata. 
Prima cVella a rispondere sia mossa^ 
Pregar si lascia pia d' una fiata, 
Pensando tuttavia come si possa 
Yendicar di colui che I'ha lasciata: 
E ben convenne al sao mobile iogegno 
Cangiar I'amore in subitaneo sdegno. 
22. 

Deb, disse alfine, a cbe 1' error oascondo 
C ho commesso, sigoor, oella tua absentia ? 
Che quando ancora io M cell a tutto U mondo, 
Gelar nol posso alia mia eonscienzia* 
L^ alma, che sente il suo peccato immondo, 
Pate dentro da s^ tal penitenaia, 
Gh' avanza ogn^ altro corporal martire 
Cbe dar mi possa alcun del mio fallire; 



536 L' ORLAWfK> FDRIOSO 
95. 
Quando faifir m qtlsl ch6 »i fa a ferta. 
Ma sia qnel che si tuol, ta toppti'ftnco; 
Poi con la spada dalla iminoiida seotza 
Sciogli lo apirto immaculato e bianco, 
E le mie luci etefnamente arnmoraa ; 
Che, dopo tanto vituperio, ^Imaoco 
Teoerle basse ognor non tni bisogoi, 
E di ciascuQ ch'io vegga^ io mi ret^ogai. 

II tuo compagoo ba Ponor mfo distrulto: 
Questo corpo per forxa ha vialMo; 
E perche feme ch' io ti osrri il tiifto. 
Or si parte il villaa settza eomikiiato. * 
•Iq odio coil qnel dif gl! ebbe rldotto 
Coloi cbe piu d'ogni altro gli fu grato. 
Argeo lo crede, ed ahro non aspetta; 
Ma pigfia Parme, e corre a far vendetta. 

«». * 

E come quel cb^avea il paese ooto^ 
Lo giuQse cfae non fa troppo lontano; 
Gh&^l mio fratello^ debole ed egroto, 
Senza so^tto se ne g^a piaa piano: 
E brevemente in un loco remoto 
Pose, per vendicarseue, in lui mano. 
Non trova il fratel mio scusa che TSglia; 
ChMn somma Argeo con lai vuol la battaglia. 
26. 

Era Tun sano e pien di nuovo adegoo^ 
lofermo P altro , ed all* oaanza amico : 
SA ch'ebbe il fratel mio poco ritegno 
Contra il compagoo fattoglt mmioo. 
Dooque Filandro di tal sorte indegoo 
(Dell'infelice giorene ti dico, 
Cosi area oome)^ non soffrendo il peso 
Di si fiera battaglia^ rest6 preso. 



CANTO YBNTESQIOPRIMO 53y 
27. 

Nod piaccia a Djo ^e mi cosdoca a tale 
n mio gtosto furore e il tuo demerto, 
Gli disse Argi^o^ che ixiai aia micidiale 
Di te^ che amava; e me ta amavi certo, 
Beachi oel fin me Thai mostrato male: 
Pur YOglio a tutto il moudo fare aperto 
Ghe, come fat nel tempo delPamore, 
Cos! nelPodio aoa di te migliore. 
98. 

Per altro modo panir6 il tuo fallo^ 
Gbe le mie itnaa piii Del tuo saogue porre- 
Cosi dicendO) fece aul cavallo 
Di verdi rami uoa bara comporre^ 
E quasi morto Ut quelle riportallo 
Deutro al castello in uDa chiusa torre^ 
Dove iu perpetfio per puaisioDe 
GondaDD6 rinooceDte a star prigioDe. 
28. 

Nod per6 ch'altra cosa avesse maoco, 

, Ghe la liberta prima del partire; 
Perchi nel resto, come aciolto e fraoco 
Yi comaDdava^ e si facea ubbidire. 
Ma DOD essendo ancor I'animo stance 
Di questa ria del suo penaier forDire^ 
Quasi ogni gioruo alia prigioo vcDifa; 
Gh'avea le chiavi, e a suo piacer Tapriva: 
50. 

E movea sempre al mio fratello assalli, 
E COD maggiore audacia che di prima. 
Questa tua fedeltit^ dicea, che valli, 
Poiche perfidia per. tutto si stima? 
Oh che trionfi gloriosi ed alti! 
Oh che superbe spoglie e preda opima! 
Oh che merito alfia te ne risulta, 
Se^ come a traditore^ ognun t'insulta! 

Oa. Vot U. 68 



538 L* ORLANDO 9URI0S0 

Qaante atilmente, qoaiito con tuo onore 
M'avresti dato qael che da te Tolli! 
Di questo tk ostisato too rfgore 
La gran merci che ta goadagm, at toHi. 
la prigion aei^ nh credefne aactr fdore, 
Se la duresza tua prima noil molli. 
Ma qoando mi compiacci, io fiur6 trama 
Di racquistarti e Ifterlade e fiima. 
89. 

No, no, disse FilandrOy aver mai apene 
Che non sia^ oome sool, mia vera fede, 
Sebben contra ogni debito mi arriene 
Ch'io ne riporti A dara raercede, 
£ di me creda 3 mondo men che bene': 
Basta che innanU a qnel che^l tntto vede, 
£ mi puo rbltorar di grasia eterna, 
Ghiara la mia innocensia at Ascema* 
55. 

Se non baata ch^Ai^eo mi tenga preso, 
Tolgami anoor qoesta noiosa vita. 
Forae non mi fia il premio in ciel conteso 
Delia bnona opra, qui poco gradita. 
Forae egli, che da me si cfaiama offeso, 
Quando sari quest' anima partita, 
S'avvedri poi d'avermi fatto torto, 
£ piaageri il fedel compagno morto. 
54. 

Gosi pill volte la sfacciab donna 
Tenta Filandro, e torna senza frotto. 
Ma il cieco auo desrr^ che non asaonna 
Del scellerato aipor traer construtto, 
Cercando va piii dentro ch'alla gonna 
Suoi vizi antiqui, e ne discorre il tntto. 
Mille pensier fa d'uno in altro modo, 
Prima che fermi in alcun d'essi il cbiodo. 



CANTO VEPITESIMOPRDK) 5% 
SK. 

Stette sei mesi che oao messe piede^ 
Gome prima (acea, nella prigione} 
Di cbe il miser Filandro e spera e crede 
Che costei piii noo gli abbia affleuone. 
£cco Fortooa^ al mal pi^opizia, diede 
A questa scellerata occasSmie 
Di metter fin con memorabil male 
Al sua cieco appetito irvazianale. 
36. 

Aotiqua oimiciaua area il marita 

Con un baron, detto Morando il bello, 
Cbe, non v'easendo Arg^o, spesso era ardito 
Di correr solo, e sin dentro al' eastello; 
Ma s'Arg^o v'era, non teoea loWito, 
Ne s' accosts va a dieci migfia a quello. 
Or, per poterlo indnr cbe ci venisse, 
D^ire in Gerusalem per veto disse* 
Z7. 

Disse d'andare; e partesi cb^ogninio 
Lo vede, e fe di cio sparger le grida: 
Tie il suo pensier, fuor cbe la moglie, alcuno 
Puote saper; che sol di lei si fida. 
Torna poi nel eastello all^ aer bruoo ; 
Me mai, $e non 1» i^te, ivi s' Annida : 
E con mutate insegoe, al nuova alh<Sre, 
Senza vederlo akiui, sempre esce fuore* 
38. 

So ne va in quests e io qiiella parte errando, 
E volte^ando al suo eastello iotoruo, 
Pur per veder se credulo Morando 
Yolesse far, come solea, ritorno. 
Stava il di tutto alia fqresta; e quando 
Nella marina vedea ascoso il giorno, 
Yenfa al eastello, e per nascose porte 
Lo togliea dentro IMufedel consort e. 



54o L' ORLiNDO FURIOSO 

39. 

Grede ciascao, fuor che Pioiqna mogBe, 
Che molte miglia Arg^ lontan si trove. 
Dunqae il tempo opportuno ella si toglie: 
Al fratel mio va con malisie nuove. 
Ha di lagrime, a tutte le sne Toglie, 
Un nembo che dagli occhi al sen te piove. 
Dove potr6, dicea, trovare aiato, 
Chi in tutio Ponor mio non sia perdato? 
40. 

E col mio quel del mio marito insieme? 
II qual se fosse qui, noa temeret. 
Tu coDOsci Moraodo, e sai se teme, 
Qaando Arg^ non ci sente, oomini e Dei. 
Qaesti or pregando, or minacciaodo^ estreme 
Prove fa tuttavia, ne alcan de'miei 
Lascia che non contamint^ per trarmi 
A'suoi disfiy ne so s^io potr6 aitarmi. 
41. 

Or c'ha inteso il partir del mio consorte, 
E ch'al ritorno non sara si presto, 
Ha avuto ardir d^entrar nella mia corte 
Senea altra scnsa e senz^altro pretesto. 
Chi se ci fosse il mio signor per sorte, 
Non sol non avrfa ao^cia di far questo, 
Ma non si terna ancor, per Dio, sicuro 
D^ appressarsi a tre miglia a qnesto muro. 
4S. 

£ quel che gia per messi ha ricercato, 
Oggi me^Pha richiesto a fronte a froute; 
E con tat modi, che gran dubbib h stato 
Dello avvenirmi dtsonore ed onte: 
E se non che parlar dolce gli ho nsato, 
E finto le mie voglie alle sue pronte, 
Sarfa^ a forsa^ di quel suto rapace, 
Che spera aver per mie parole in pace. 



CANTO VENTESIMOPRIMO 54 1 
45. 

Promcsso gli ho, noo gta per osdervargli 

( Chi, fatto per timor, nullo e il cootratto ) ; 

Ma la miA inteDSion fu per vietargli 

Quel cbe per forca ayrebbe allora fatto. 

II caso k qui: to sol paoi rimediargli ; 

Del mio onor altrimesti saiA tralto, 

E di quel del niio Ai^^o^ cbe gii m^ bal deUo 

Aver^ o tanto o piu che '1 proprio, a petto. 

E se questo mi oieghi, io dir6 dunqne 
Gh' ID te Doo sia la (e di cbe ti vanti ; 
Ma che fu sol per crudelta, qoalunqne 
Yolta faai spreszati i miei supplici piatiti; 
Non per rispelto alcun d' Arg^o, quantunque 
M^ hai questo scudo ogoora opposto ibnaoti. 
Saria stata tra noi la cosa occulta; 
Ma di qui aperta iofamia mi risulta. 
4». 

Non si coDvien, disse Filandro, tale 
Prologo a me, per Arg^o mio disposto. 
Narrami pur quel che tu vuoi; che, quale 
Sempre fui, di sempre essere ho proposto: 
E bench' a torto io ne riporti male, 
A lui non bo questo peccato imposto. 
Per lui son pronto andare anco alia morte , 
E siami contra il mondo e la mia sorte. 
46. 

Rispose V empia : Io voglio che tu spenga 
Golui che '1 nosfro disonor procura* 
Noa temer ch' alcun mal di cio t' avvenga ; 
Ch^ id te ne mostrer6 la via sicura. 
Debbe egli a me tomar come rivenga 
Suir ora terza la notte piu scura j 
E fatto un segno di cb' io 1' ho avv^rtito, 
Io V bo a tor dentro, che non sia senttto. 



542 L'ORLANDO rURlOSO 
47. 

A te QOtt graven prima aspettamie 
Nella camera inia^ dove noa loca, 
Tanio che dispogliar gii faocia V arme^ 
E quasi nudd in man te lo coodaca. 
Gosi la moglie eoDduceaae parme 
II 8UO marito alia tremeada boca; 
Se per dritto coatei moglie a^ appella^ 
Piu die furia infemal crodele e feHa» 

Poi che la ootte acellerata vemie, 
Fuor traase il mio fratel coa V arme io maao ^ 
E oeir oscora camera lo tenne f 
Fiu che toroasse il miser castellaoo. 
ClOme ordine era dato, il lutto avveooe, 
Chi '1 coDsiglio del mal va raro invaoo^ 
Gosi Filaodro il buoao Arg^ percosse^ 
Chi si pease che qoel Bforimdo fosse* 
4». 

God esso ua colpo il capo f(&se e il coUo»; 
Ch* elmo oon v' era, e noo vi fu riparob 
Perveaoe Arg^o, seosa pur dare ao erotto^ 
Delia misera vita al Bne emaro; 
E tal 1' uccise, che mai noa pensoUo, 
Ne mai 1' avr^a creduto : oh caso raro ! 
Chi cercaado gtovar^ fece alV amico 
Quel di che peggio noa si fa al oiouoo. 
SO. 

Poscia ch^ Argeo non conosciuto giacque, 
Rende a Gabrioa il mio fratel la spada: 
Gabriua h il nome di costei, che nacque 
Sol per tradire ognuo che ia man le eada. 
Ella, che '1 ver fin a quell' ora tacque, 
Yool che Filandro a riveder ne vada 
Gol lame in mano il morlo, ond^ egli e reo ; 
E- gli dimostra il suo compagno Arg^. 



CANIX) VENTESIMOPRIMO 543 

tfi. 

£ gli minaocia por, se oon consepte 
All' amoroso Hao }aogo desire , 
Di palesare a tutta qaella gente 
Qnel ch'egU ha fiitto, e not puo cootradire; 
E lo fari Titaperosaioeote 
Gome aaaamtio e traditor morire; 
E gli ricorda che spreazar la fama 
Nod de'^ aebben la fita si poeo ama. 

Pien di pSara o di dolor rimase 

Filandro, poi che del ado error s' accbrse. 

Quasi il primo faror gli persfiase 

D' Qccider questa, e stette tin pezzo io forse : 

E se uoD che nelle nimiGlie case 

Si ritrov6 (che la ragion soccorse), 

Non si troVando avere altr^ arme in mano, 

Goi deati' la atracciatra a braoo a braDO. 

Gome neH^ *lto mar legno tabra , 

Che da dao wnti sia peroosao e vinto, 
Gh' oia ono imianai V ha mebdato, ed ora 
Un altro al prinfio termine respinto, 
E r Kan girato da poppa e da prora y 
Dal piu possente al fin resta sospinto; 
GosI Filandro, tra molte contese 
De' daopensieri, al maneo no s'apprese. 
M. 

Ragion gli dimo8tr6 il pericol grande, 
Oltre il morir, del fine infame e sozzo, 
Se r omicidio nel castel ai spandej 
E del pensare il termine gli h mozzo. 
ypglia o non r<^lia, alfin convien che mande 
L' amarisstmo calice nel gozzo : 
Par finalmeate nelP aflKtto core 
Piu deB' ostinazion pote fl timore. 



544 L' ORLANDO FURIOSO 

II timor del rapplicio infame e bratto 
Prometter fece coo mille scoogiiiriy 
Che faria di Gabrina il yder totto, 
Se di quel loogo ai partfao aicori. 
C«si per forza coke V empia il fratto 
Del 8UO deaire, e poi lasciAr qoei iniiri. 
Gosi Filandro a not face ritorao, 
Di se laaeiaodo ia Grecia infamia e acomo- 
56. 

E port6 oel cor fiaso il auo compagoo 
Che cosa acioccamente acciso avea^ 
Per far coo aua gran noia empio gaadagno 
D' aoa Progoe crtidel^ d* uoa Medea. 
E ae la fede e il giarameoto^ magoo 
E doro freno, noa lo riteoea. 
Gome al aicoro foi morta Pavrebbe; 
Ma, quaato piu si poote, in odto L' ebbe. 
57. 

Non fu da indi in qua rider am visto^ 
Tatte le sue parole eraoo meatej 
Sempre aospir g|i uacian dal petto tristo ; 
Ed era divenoto un nuovo Oreste, 
Poi cbe la madre ucciae e il aacro Egtsto, 
E cbe r ultrici Furie ebbe moleatej 
£ aensa mai cesaar^ tanto V afflisae 
Qaesto dolor, ch' infermo al letto il fisse. 
M. 

Or questa meretrice, cbe si penaa, 

Quanto a qaest^altro sao poco aia gdita, 
Muta la fiamma, gi4 d^amore intenaa. 
In odiu, in ira ardente ed arrabbiata: 
Tih meno e contra al mio fratello aocensa, 
Gbe fosse contra Arg^o la scellerata; 
£ dispone tra se levar dal mondo, 
Come il prtmo raatiCbi anco il secondo. 



CANTO VENTESmOPRIMO 545 

Un medico troy6 dMogaoni pieno, 
Siifficieate ed alto a ainiil uopo, 
Che sapea meglio uccider di reneoo 
Che risanar gP iofemii di aiiopo j 
E gli promesse idnanzi piit, che meno 
Di qael che domaadb, dooargU, dopo 
Ch'ave^^ coo inortifero liqaore 
Leyatole dagli occhi il suo sigoore. 

eo. 

Gia in mia preseoza e d'altre piii persone 
Yeofa col iAsco 10 maoo il Teccbio ingiuato^ 
Dicendo ch'era baooa pozione 
Da ritoroare il mio fratel robuslo. 
Ma Gabriaa con naova inteozione, 
Pria che riofermo ne turbass^ il gustOi 
Per tdrsi il coosapevole d^appresao, 
O per ooa dargli qael cb^avea promesso^ 
61. 

La man gli prese, quaodo % panto dava 
La tazza dove il tdsco era celato^ 
Dicendo: Ingiostamente e se'l ti grava 
Ch*io tem%per costni c^ho tanto amato. 
Yoglio esser cerla che bevanda prava 
Tu non gli dia, ne succo avvelenato; 
E per quealo mi par che '1 beveraggio 
Non gli abbi a dar, se non ne fai tu il saggio. 

ea. 

Come peusi^ signor, che rimanesse, 
II miser vecchio conturbalo allora? 
La brevitji del tempo ai T oppresses 
Che pensar non poti che meglio f6ra : 
Pur, per non dar maggior sospetto, elesse 
II calice gustar senza dimoraj 
£ I'infermOy aeguepdo una tal fede, 
Tutto il resto pigli6 che si gli diede. 

Oa. Vol II. 69 



546 L' ORLANDO FURIOSO 
63. 

Come sparvier che Bel piede grtfagno 
Teoga la atarna e sia per trarae pttto^ 
Dal can, che si teuea 6do compagno, 
Ingordafnente e sopraggianlo e guastOy 
Cosi il medico latento al no guadagoo, 
Donde sperava aiuto, ebbe cootrasto. 
Odi di somma aadacia esempio raro! 
E cosi avveoga a ciascna altro ayaro. 

Fornito qnesto, il vecchio a' era measo, 
Per ritoroare alia sua stanza, io via, 
Ed usar qualche medicina appr^sso, 
Cbe lo salvasse dalla peste ria; 
Ma da Gabrina ^non gli fu conceaso, 
Dicendo non voler ch'aodasse, pria 
Cbe'l succo nello stomaco digesto 
II 8U0 valor facesse manifesto. 
6». 

Pregar non val^ ne far di premio offerta, 
Che lo voglia lasciar quiodi pifftire. 
II disperato, poiche vede certa 
La morte sua, ae la poter faggii^ 
Ai circostanti fa la cosa ap^rta; 
Ne la seppe costei troppo coprire. 
E cosi quel che fece agli altri spesso. 
Quel buon medico alfin fece a si sfesso: 
66. 

E seguito con Talma qnella cfa^era 
Gia del mio frate camminata innaozi 
Noi circostanti, che la cosa vera 
Del vecchio udimmo, che fe^pochi avanzi, 
Pigliammo questa abbominerol fera^ 
Piu crudel di qualunque in selva slanzi; 
£ la serrammo in tenebroso loco. 
Per condannarla al meritato fuoco* 



CANTO VENTESIMOPRIMO 547 

er. 

Questo EnnoQide disse^ e piii voleva 
Segair^. €Oin' ella di prigion levossi ; 
Ma il dolor delta piaga sV P aggreva, 
Che paltido nell' erba riversossi. 
lotaQto-duo aeudier, che seoo aveva, 
Fatto noa bara aveao di rami grossi: 
Ermoiude si fece io quella porre; 
Gh^ indi altrimeQle noa si potea tdrre^ 
W. 

Zerbin col cavalier fece ana scusa, 

Ghe gl' iocrescea d^ avergli fatto offssa ; 
Ma, come par tra cavalieri s* asa, 
Golei che venfa seco, avea difesa: 
-Gh' altrimeote sua fe aaria confosa ; 
Perche, qaatido in saa guardta V avea presa, 
Promeaae a wan poaaaaaa di aalvarla 
Gootra oginiD che venisse a diatorbarla. 
99. 

E s' 10 ahro potea gratificargli^ 

Proniii»inio offeriase alia sua voglia. 
Rispose ii cavalier, che ricordargli 
Sol VQol che da Gabrioa si discioglia 
Prima ch' ella abbia cosa a macchioargli, 
Di ch' esso iodaroo poi si peota e doglia. 
Gabrioa tenne sempre gli occbi bassi; 
Perche noo ben risposta al vero dassi. 
70. 

Coa la vecchia Zerbia quiodi partisse 
Al gia promesso debito viaggio; 
E tra se tutto il di la maledisse, 
Ghe far gli fece a qael barone oltraggio. 
Ed or che pel gran mal che gli ae disse 
Ghi lo sapea, di lei fa iostrutto e saggio , 
Se prima V avea a ooia e a dispiacere, 
Or r odia st ^ che son la puo vedcre. 



548 V ORL4NDO FDRIOSO 
71- 

Ella , che di Z^rbin u, V odio appieno, 
Ni ia mala Toluata raole esaer Tiota, 
Un'oocia a lui noa ne rtporta metto: 
La tiea di qoarta, e la rift di quuita. 
Nel cor era goofiata.di Tcaeno, 
E nel viso altrimeote era dipiota. 
Duoque nella concordia ch^ io vi dico, 
Teoeao lor via per meezo ii bosco aatico. 

Ecco, Tolgeado il sol rerso la aera, 
Udiroa gridi e strepiti e percosse, 
Che facean aegoo di battaglia fiera. 
Che, quaato era il ratnor, viciDa fosse. 
Zerbino, per veder la cosa ch' era , 
Yerao il rtimore ia grao fretta si mosse: 
Ne fu Gabrioa lenta a aegaitarlo. 
Di quel ch* avreone, all' altro canto io parlo. 



LORLAI^DO FURIOSO 

CAIVTO VENTfiSIMlOSECONDO 



ARGOMENTL 



AHMnuTa 



Attolfo giunge in pnrte dve d* Atltote 
Ditfli il castelloy e libera i prigioni. 
G»l ftuo Ruggier si trova Bradamante, 
11 quale a qualiro fa vour gli. arciooi, 
Menire dat foco un cavaliero errapte 
GiTan per lorre; i quai quaUro Laront 
Per rempio Piualiel teneaoo il patto, 
Cbe Bradamante ba fioi dt viu casao. 

AVOtJILLAAA. 

Allante ioganna Asiolfo; egti d*Atlaiite 
Dilegoa affallo I' incanlato oatello ; 
Reata libero ognuo: con BradamaDte 
Giagne Ruggiero al perfido caiteJlo, 
Dove una legge avea non molto innanle 
Falto giurar 1' iqgtuito Jf^inabello, 
L*incant9 ivi a Ruggier pugiian<i^ nrride, 
E Bradamaole Pinabello oceide. 



DOLCK. 

L' incanlato palagio al niago Alianle 
Disf^ i'lngleae, e volge in fp|a quello. 
St ritrovan Ruggiero e Bradatnanltfy 
E van per Urar da niorle no damigello 
Ad on casteL Conoice nel sembianie 
La doona il tradiior di Pinfthello. 
Qualtro gnerrier Roggiero abbatte in frelia, 
E poi lo scudo entro d'un pouo geila. 

TEEDIZZOTrL 

Seiogliii Astollb I'incanto al mago Aibnte, 
E da qnetto i prigion con vario effetto 
Quinci andando Roggier con Bradainania 
Per liberar dal fuco un giovinetto, 
Questa castiga Pinabello e^rante* 
Quel auoi carnpioni, « noo per tno difelto, 
Con 1* aareo acudo, ond*ei per far vendelta 
Del fiito eiTof, dentro ad un pozzo il geita. 



V^'ortesi doane, e grate al vostro auiante, 
Yoi che d' ua solo amor sete oontente , 
Gomecche certo sia^ fra taote e tante, 
Che rarissime siate in qaesta inente ; 
Noa vi dispiaccia quel di'io digsi ianaote, 
Qaaodo contra Gabrioa fut vt ardente, 
E s'ancor son per spendern aloon verso, 
Di lei biasmando Panimo perverso^ ^ 
2. 

Ella era tale; e come impoato fumrmi • - 

Da cbi pao in me, dod preterisco il vero. ' 
Per questo io noa oscuro gli onor sommi 
IV una e d^uu^altra ch'abbia il cor aincero. < 
Qael che U Maestro suo pisr trenta nummi 
Diede a'Giudei, non nocque a Gianni o a Piero: 
Ne d'lpermestra e la fama men bella^ 
Sebben di tante inique era sorella. 



J 



55o L' ORLANDO FOBIOSO 

5. 
Per una che biasmar cantando ardisco 
( Ch^ PordiMta ittoria cosi vuole )j 
Lodarae cento incontra m'offerisco, 
E far lor virlu chiara piu che'l sole. 
Ma toroaodo al lavor che vario ordisco, 
Gh*a molti, lor merc^, gra^o esser auole,. 
Del cavalier di Scozia io vi dicea, 
Gk'uD alto grido appresso adito avea. 

Fra due montagoe eotro io oo strelto calle 
Onde uscia il grido, e noo fa molto ianaote, 
Che giunae dove io una cbiiisa valle 
St vide an cavalier morto davante. 
Chi sia dtrj>; ma prima dar le apaUe 
A Fraocia voglio, e girmene in Lerante, 
Tanto ch'io trovi Astolfo paladino, 
Che per pooente area preso il cammioo. 

Io Io laaciai nella citta cradele, 

Oode col soon del foraiidabii coroo 
Avea cacciato il popolo iofedelei 
E gran perigtto toltosi dMntornOi 
Ed a^compagoi fatto akar le vele, 
£ dal lito fnggfr con grave scoroo: 
Or, aegueodo di loi, dico che prese 
La via d* Armenia, e asci di qael piese. 
6. 

B dope alqoaoti giorni in Nataha 
Trovoaai, e inverso Buraia il cammio tenne; 
Onde, conliniiando la sua via 
Di qua dal mare, in Tracia ae ne venne. 
Lungo il Danubio and6 per P Ungaria ; 
E, come avesse il sno destrier le penne, 
I Moravi e i Boemi passb in meno 
Di venii giorni, e la Franconia e il Reno* 



CANTO YENTESIMOSEGONDO 55i 
7. 
Per la selva d^Ar^eona ia Aqaisgraaa 

Gianse e in Brabante, e ia Fiaodra alfia s' imbarca. 
L^aora cbe soffia yerso tramootaoa 
La vela in goisa in an la prora carca^ 
Ch'a mezzo giorno Aslolfo non lootana 
Yede loghilterra, ove nel lito varca. 
Salta a cavallo, e in tal modo lo punge, 
Ch' a Londra qoella sera ancora giange. 

Quivi aentendo poi che U veccbio Oltone 
Gik molli mesi innanzi era in Parigi, 
E che di nuovo quasi ogni barone 
Avea imitato i auoi degni vestigi^ 
D'andar aabito in Fraocia si dispone, 
£ cos) torna al porto di Tamigi; 
Onde con ie rele alte uscendo foora, 
Yerso Calessio feMrizzar la prora. 
9. 

Un ventolin cbe^ leggermente all'orza 
FerendOy avea adescato il legno alFonda, 
A poco a poco presce e si rinforza; 
Poi vien A^ chUl nocchier ne soprabbonda# 
Che gli volti la poppa alfine e forza; 
Se non, li cacciera soUo la sponda. 
Per la schena del mar tien driUo il legno^ 
E fa cammin diverso al soo diaegoo. 
10. 

Or corre a destra, or a sinistra mano, 
Di qua, di la^ dove fortuua spinge; 
E piglia terra alfin presso a Roano: 
E come prima il dolce lito attinge^ 
Fa rimetter la sella a Rabicano, 
£ tutto s' arma, e la spada si cinge % 
Prende il cammino, ed ha seco quel corno 
Che gli val piu cbe mille uomini intomo. 



552 L' ORLANDO FURIOSO 

H, 

E gionse, Iraversando una foresta, 

Apple d^ un colie ad una chiara fonte, 
NeU'ora cbeM monton di pascer resta, 
Ghiuso in capanna o sotto qq caTO moote; 
E dal graa caldo e dalla sete iufesta 
Yinto^ si trasse V elmo dalla fronte: 
Lego tl destrier tra le piu spesse froode; 
E poi venoe per here alle fresche onde. 
IS. 

NoQ avea tnesso ancor le labbra in molle, 
Ch'uQ villauel che v'era ascoso appres^o^ 
Sbuc'i fuor d^una macchia, e il destrier tolle^ 
Sopra vi sale^ e se ae va con esso, 
Astolfo il romor sente, el capo estolle; 
E poi cheU danno suo vede si espresso, 
Lascia la fonte, e sasio senza bere, 
Gli ?a dietro correndo a pii!i potere. 
15. 

Quel ladro non si stende a tQtto corso, 
Che dileguato di saria di bottoi 
Ma or leataodo Or raccogliendo il morso, 
Se ne vfei di galoppo e di boon trotto. 
Escon del bosco dopo un gran discorso; 
E Puno e Paltro alfin si fu ridotto 
La dove taoti nobili baroni 
Eran sensa prigion piu che prigiooi. 
14. 

Deutro il pabgio il villaoel si caccia 

Con quel destrier ebe i veoli al corso adegna. 

Forza h cb' Astolfo, il qoal lo scudo impaccia, 

L^elmo e Paltre arme^ di lontao lo segua. 

Fur giuoge ancb'egli, e tntta qnella traccia 

Gbe fin qui avea segoita, si dilegua. 

Che pill n^ Rabican ni'l ladro vede 

£ gira gli occhi^ e indarno affi'etta il piede: 



CANTO VENTESIMOSECONDO 553 
l». 

Affretta il piede^ e va cercando invaoo 
E le logge e le camere e le sale ; 
Ma per trovare il perfido viUano^ 
Di sua falica nalla ai prevale. 
Non sa dove abbia ascoso Rabicano^ 
Quel sao veloce sopra ogni aniinale; 
E senza fratto alcan tutto quel giorno 
Gerc6 di $n di giu, dentro e d'intorno. 
16. 

Goofoso e lasso d^aggirarsi tanto^ 
S*arvide che quel loco era incantato-, 
E del libretto cb^avea sempre accaoto, 
Che Logistilla io India gli avea dato, 
Acci^ che, ricadendo in nuovo incanto, 
Potesse aitarsi, si fa ricordato: 
AU'indice ricorse^ e vide tosto 
A qaante carte era il rimedio posto. 
17. 

Del palazzo incantato era diffoso 

Scritto nel libro; e v^eran scritti i modi 
Di fare il mago rimaner confuso, 
E a tntti quei prigion di sciorre i nodi. 
Sotto la soglia era uno spirto chiaso, 
Che facea questi inganni e queste frodi: 
E levata la pietra ov^e sepolto, 
Per lui saii il palazso in fumo sciollo. 
18. 

Desideroso di condurre a fine 
II paladin si gloriosa impress, 
Non tarda piii che'l braccio non inchine 
A provar qoanto il grave marmo pesa. 
Gome Atlante le man vede vicine 
Per far che Parte sna sia vilipesa, 
Sospettoso di quel che poo avvenire, 
Lo va con naovi incanti ad assalire. 
Ob. Vol. II. 70 



554 ^' ORLiNDO FUR1090 

19. 

Lo Ta con diaboliche sae larve 
Parer da quel diverse che soJsea* 
Giganle ad altri, ad altri on villao parv<!. 
Ad altri on ca?«lier di faccia rea. 
Ogoano ia qoella forma in cbe git apparve 
Nel bosct> il mago, il paladin vedea: 
Si che^ per riafer quel eke gli tolse 
II magO| ognuQO al paladin ai Tolae^ 
». 

Roggier, Gradaaso, Iroldo, Bradamante, 
Brandimarte, Prasildo, altri ^aerrieri 
In questo nnoYO error si (ifo ionante. 
Per distruggere il duca accesi e fieri. 
Ma ricordossi il corno in quello iustanVe^ 
Cbe feMoro abbassar gli animi altieri. 
Se non li soccorrea col grave auono, 
Morto era il paladin senaa perdono. 
91. 

Ha tosto cbe si pen quel corno a bocca, 
E fa aentire intorno il saono orrendo^ 
A guisa dei Colombia qnando acocca 
Lo aooppioy vanno i^ cavalier fuggendob 
Nou meno al negromante foggir iocca, 
Non inen fuor della tana eace temendo 
Pallido e sbigottito, e se oe slooga 
Tanto^ cbeM suono orribil non lo giotiga. 

as. 

Fuggi il guardian co'^suoi prigiom; e dopo 
Delle stalle fuggir mohi cavalti, 
Ch'altro cbe Aine a ritenerli erfi liopo, 
E seguiro i patron per vari calli. 
In casa non reatb gatta nk topo 
Al suon cbe par cbe dica: Dalli, dMli* 
Sarebbe ito con gli altri Eabicano, 
Se non cb'airascir venne al doca in manot 



CANTO VENTESIMOSECONDO 555 

Astolfo, poi ch'ebbe caeciato 9 mago, 
Lev6 di auUa aoglia il grave sasso, 
£ vi ritrov6 sotto alcuo^r iimnago 
Ed altre cose che di scriver laaso: 
E di distragger quello iocanto vago, 
Oi ci6 che vi trov6 fece fracasao, 
Come gli mostra il libro cbe far debbia; 
£ si sciolse il palaszo io famo e ia oebbia. 

Qaivi trov6 che di catena d'oro, 
Di Raggiero il eavallo era legato: 
Parlo di quel che^l oegromante more 
Per mandarlo ad Alcina gli avea dato; 
A coi poi Logistilia fe'il lavoro 
Del freno^ ood'era iij Fraocia ritornato , 
£ girato dalFIadia allUoghilterra 
Fttlto avea tl lato destro della terra. 

an. 

Nen so se vi ricorda che la briglia 
Lascib attaccata alParbore qnel giorno 
Che noda da Roggter spari la figlia 
Di Galafrooe, e gli feM'alto scorno* 
Fe'il volaote destrier, con maraviglia 
Di chi lo vide, al mastro sao ritorno ; 
E coo loi sfelte inGo al gioroo seaopre, 
Che deiriocaoto fur rolte le lempre. 

Noo potrebbe esaer atato piu giocondo 
D'altra awentora Aslolio, efae di questa; 
Che per cercar la terra e it mar^ secoodo 
Ch'avea deair, quel eh' a cerear gli resta, 
E girar tutto ia poehi giorni il iDondo, 
Troppo veoia questo Ippogrifo a sesta. 
Sapea egli ben quaoto a portarlo era alio, 
Che r avea altrove assai provato in fallo. 



556 L' ORLANDO FURIOSO 
27. 

Quel gioroo in India lo pro?6, che tolto 
Dalla savia Melissa fu di oiano 
A qaella scellerala che traTolto 
Gli avea in miiio sikestre il viso nmano; 
E ben vide e nol6 come raccolto 
Gli fn sotto la briglia il capo vano 
Da Logisiilla, e vide come inatratto 
Fosse Raggier di fario andar per tuUo. 
S8. 

Fatto disegno Flppogrifo lArsi, 

La sella sua, ch'appresso avea, gli messe; 
E gli fece, levaodo da piii morsi 
Una cosa ed un'altra, tm cbe lo resse; 
Gh6 dei destrier cVin fuga erano corsi, 
Quivi attaocate eran le briglie spesse. 
On on pensier di Rabicano solo 
Lo fa tardar cbe non si leva a toIo. 
99. 

D^amdr quel Rabicano avea ragione, 

Che non T*era uo miglior per correr lancia, 
E I'ayea dalPestrema regione 
Deirindia cavalcato insin in Francia. 
Pensa egli raolto, e in somma si dispone 
Darne piuttosto ad un suo amico maocia, 
Che, lasciandolo qaivi in sulla strada, 
Se Pabbia il primo ch'a passarvi accada. 
50. 

StaTa mirando se vedea venire 

Pel boaco o cacciatore o aleun villano. 
Da cui far si potesse indi seguire 
A qualche terra, e trarvi Rabicano. 
Tatto qael giomo e sin all'apparlre 
DelPaltro stette riguardando invano. 
L'altro mattin, ch^era ancor Paer fosco, 
Teder gli parve un cavalier pel bosco. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 557 
51. 

MlBi mi bisogna^ s^io yo'dirri il resto, 
GhMo trovi Ruggier prima e Bradamante. 
Poi cbe 81 tacqtie il como, e che da queato 
Loco la bella coppia fa diatante, 
Gaard6 Roggiero, e f a a conoscer presto 
Quel che fia qui gli avea nascoao Allaote: 
Fatto avea Atlante che fin a quell' ora 
Tra lor non s'eran coooscioti aocora. 
53. 

Ruggier riguarda Bradamante, ed ella 
Riguarda lui con alta maraviglia, 
Che tanti di I'abbia offuacato qnella 
Illusion si Tanimo e le ciglia* 
Ruggiero abbraccia la sua donna bella, 
Che pill che rosa ne di?ien vermiglia; 
E poi di sulla bocca i primi fiori 
Cogliendo vien dei suoi beati amori. 
55. 

Tornaro ad iterar gli abbracciamenti 
Mille fiafe, ed a tenersi stretti 
I duo felici amanti, e si content!, 
Gh'appena i gaudi lor capfano i petti. 
Motto lor dool che per incantamenti, 
Mentre che fur negli errabondi tetti, 
Tra lor non s'eran mai riconosciuti, 
E tanti Iteti giorni eran perduti. 
54. 

Bradamante, disposta di far tutti 
I piaceri che far vergine saggia 
Debbia ad un suo amator, si die di lutti, 
Senza il suo onore offendere, il soHraggia ; 
Dice a Ruggier, se a dar gli ultimi frutti 
Lei non vuol sempre aver dura e selvaggia, 
La facoia domandar per buoni mezzi 
Al padre Amon; ma prima si battecsi. 



55« L^ORLiNDO PUHIOSO 

Stf. 
Roggier, che toUo avria non lokme^e 
Yiver cristiano per amor di qoesta, 
Com* era stato il padre, e antiqoiaiente 
L^avolo e tatta la saa stirpe oneita; 
Ma per farle piaoere, immanttoeiite 
DaU le avrfa la tiU che gli rteU^ 
Nod che nell'acqaa, disse, ma ael fiioco 
Per too amor porre il capo mi fia poco. 

3a 

Per battessarsi dooqaey iodi per aposa 
La doona aver, Raggier ai mease io ?ia, 
Goidando Rradamaote a Tallombrosa 
( Cod fa Domioata ana badti 
Ricca e bella, ne meo religioia, 
E cortege a chiuaqoe vi Tenia ) ; 
E troYaro aU'oscir della foresta 
Donna che molto era nel Tiao mesia* 
57. 

Raggier, che aempre aman, aempre corteae 
Era a ciascon, ma pia alle donne molto. 
Come le belle lacrime comprese 
Cader rigando il delicato volto, 
N^ebbe pielade e dU distr a'acceae 
Di saper il ano aflEinno; ed a lei T61to, 
Dopo ooesto saluto, domandoUe, 
Perch' area ai di pianto il viso moUe. 
38. 

Ed ella, alsando i begli amidi rai, 
Umanisaimamente gli riapose; 
E la cagion de'aaoi penoai goai, 
Poiche le domand6, totta gli espoae. 
Gentil ognor, diase eUa, ioteoderai 
Che qneste goancie son A kcrimose 
Per la pieta ch^a on gioTinelto porlo, 
Ch'in on castel qoi presao o^i 6a morlo. 



CANTO VENTESIMOSECONDO SSg 

Amando ana geotil giovaae e bella, 
Che di Marailio re di Spagna e figlia, 
Sotto UD vel biaoco e in femminil goonella, 
Finta la voce e il volger delle ciglia^ 
Egli ogoi ootte si giacea cod qaella , . 
Sensa darne sospello alia faxniglia: 
Ma si secreto alcuno esser ooopaote^ 
Ch'al luogo andar noo sia cbi'I vegga e note. 
40. 

Se n'accorse uno, e ne parlo con dui; 
Li dui con altri: insin ch'al re fii detto. 
Yenne an fedel del re TaltrMeri a nui, 
Che qoesti amanti fe'pigliar nel letto; 
B nella r6cca gli ba fatto ambedoi 
Difisamente cbiadere in distretto: 
Ni credo per tntto oggi cb^abbia spasio 
II giofen, cbe non mora in pcna e in strazio. 
41. 

Fuggita me ne son per non vedere 
Tal crudelta; cbe ?ivo Tarderanno; 
Ni cosa mi potrebbe piii dolere^ 
Cbe faccia di ^ bel giovine il danno. 
Ne potr6 aver giammai tanto piacere, 
Che non si volga subito in aSanno^ 
Che della crodel fiamma mi rimembri) 
Ch'abbia arsi i belli e delicati membri* 

4a. 

Bradamante ode, e par cb'assai le prema 
Quests novella, e molto il cor I'aunoij 
Ne par che men per quel dannato tema, 
Che se fosse nno dei fratelli suoi* 
Ni certo la paum in tutto scema 
Era di causa ^ come io dir6 poi. 
Si volse ella a RuggierO| e disse; Parme 
Ch^n favor di costni sien le nostr'arme. 



56o L' ORLANDO FURIOSO 

E di»6 a qaeUa mesta: lo ti conforto 
Che ta vegga di p6rci entro alle mura; 
Che seU giovine ancor noa avran morto^ 
Pill noQ Pacciderao; stanne sicura. 
Ruggiaro, avendo il cor benigoo scorto 
DeUa sua donna e la pietosa cura^ 
Senti tatto infiammant di desire 
Dt non lasciare il gioyioe morire. 
44. 

Ed alia donna, a coi dagli occhi cade 

Un rio di pianto, dice: Or che s^aspelta? 
Soccorrer qui, non lacrimar accade: 
Fa*ch'ove h queato too, pur tn ci metta. 
Di mille lancie trar, di mille spade 
Tel promettiam, pnrche ci men! in fretia: 
Ma stadia il passo piu che puoi, che tarda 
Non sia Taita, e intanto il foco Tarda. 
45. 

L'altp parlare e la fiera sembianza 
Di qoella coppia a maraviglia ardita, 
Ebbon di tomar forsa la speransa 
Coli dond'era gia tutta fuggita. 
Ma perch* ancor, piu che la lontananza, 
Temeva ritrovar la via impedita, 
E che saria per questo indamo presa, 
Stava la donna in se tutta sospesa. 
46. 

Poi disse lor: Facendo noi k via 

Che dritta e piana va fin a quel loco, 

Credo ch'a tempo vi si giungeria 

Che non sarebbe ancora acceso il fuoco; 

Ma gir convien per cosi tdrtae ria, 

Che'i termine d'on giomo saria poco 

A riuscirne; e quando vi saremo, 

Che troviam morto il giovine mi temo. 



CANTO TENTESLMOSECONDO 56i 

E perche oon aodiam, disse Roggiero, 
Per la pia corta? e la dooaa rispose: 
Perche an castel de' conti da Pontiero 
Tra via si trova, ove un costume pose, 
Non son tre giorni ancora, iniquo e fiero 
A cavalieri e a doone avveoturose, 
Pioabello, il peggior norno che viva, 
Figltaol del coote Anselmo d' Altariva. 
48. 

Qoindi ne cavalier ne donna passa, • 

Che se ne vada senza ingiiiria e danni. 
L' uno e P altro a pie resta, ma vi lassa 
II guerrier V arme, e la donzella i panni. 
MiglioT cavalier lancia non abbassa, 
E non abbass6 in Francia gia molt' anni , 
Di tjttattro che giarato hanno al castello 
La legge mantener di Pinabello. 
49. 

Gome r tisanza, che oon e piii antiqua 
Di tre di, cominci6, vi vo' narrare ; 
E sentirete se fa dritta o obliqua 
Cagion che i cavalier fece giurare. 
Pioabello ha una donna cosi iniqua, 
Gosi bestial, ch' al mondo k seaza pare; 
Che con lui, non so dove, andando on giorno, 
Ritrov^ uo cavalier che le fe' scorno. 
M>. 

II cavalier, perchi da lei bcffato 

Fa d' una veccbia che portava io groppa, 
Giostrb con Pinabel, ch' era dotato 
Di poca fona e di superbia troppa; 
Ed abbettello, e lei smontar nel prato 
Feca, e prov6 s* andava dritta o zoppa : 
LascioUa a piede, .6 fe' della gonnelh 
Di lei veatir V aotiqaa damigella. 

^ Oa. Vot. n. 71 



56a L' ORLANDO FURIOSO 

51. 

Quella ch' a pie rimase, diapettosa , 
E di vendetta iogorda e aitibonda^ 
Googioota a Pinabel^ che d' ogni cosa, 
Dove sia da mal far, ben la seconda, 
Ne giorao mai, ne notte mai riposa, 
E dice che non fia mai piii giocooday 
Se mille cavalieri e mille donne 
Non mette a piedi, e lor tolle araie e gonne. 
82. 

Giuosero il di medesmo^ come accade^ 
Quattro gran cavalieri ad an auo loco, 
Li quai di rimotissime contrade 
Yenuti a queste parti eran di poce; 
Di tal valor, che non ha nostra etade 
Tant* altri bnoni al bellicoso giooo : 
Aqoilante, Grifone e Sansonetto, 
Ed on Guidon Selvaggio giovinetto. 
53. 

Pinabel con sembiante aaaat oortese 
Al castel ch* io v* ho detto li raccoke. 
La noUe poi tutti nel letto prese, 
E presi tenne, e prima non li sciolae, 
Ghe li fece giarar ch' an anno e an mese 
( Questo fu appunto il termine che tolse ) 
Stariano qaivi, e spoglierebbon qaanti 
Yi capitaason cavalieri erranti; 
84. 

£ le donzelle ch' avesson con loro, 
Porriano a piedi, e torrfau lor le vesti. 
Gosi giurar, cosi constretti fAro 
Ad osservar, benchi turbati e mesti. 
Non par che fin a qui contra costoro 
Alcun possa giostrar, ch^ a pii non resti: 
E capitati vi sono infiaiti, 
Ch' a pie e senz* arme se ne son partiti. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 563 
55. 

E ordine tra lor, che chi per sorte 
Esce fuor prima, vada a correr solo; 
Ma se trora il nimico cosi forte, 
Che rest! in sella, e getti lai nel saolo, 
SoDO ubbligati git altri infin a morte 
Pigliar Fimpresa tatti in uno stuolo. 
Yedi or, se ciascan d^'essi e cosi buono, 
Quel ch' esser de\ se tatti insieme sono. 
56. 

Pbi non conviene all' importanzia nostra, 
Che ne yieta ogni indugio, ogni dimora, 
Che punto vi fermiate a quella giostra: 
E presoppongo che vinciate ancora, 
Ch^ yostra alia presenzia lo dimostra; 
Ma non e cosa da fare in un' ora : 
Ed h gran dobbio che 'I gioyine s^ arda , 
Se tutto oggi a soccorrerlo si tarda. 
57. 

Disse Ruggier: Non rigaardiamo a questo: 
Facciam nui qoel che si pa6 far per qui; 
Abbia, chi regge il ciel cura del resto, 
O la Fortona, se non tocca a luf. 
Ti fia per questa giostra manifesto, 
Se buoni siamo d' aiutar colai 
Che per cagion si debole e si lieye, 
Come n^hai detto, oggi bruciar si deve. 
58: 

Senza risponder altro, la donzella 
Si messe per la yia ch' era piit corta. 
Pill di tre miglia non andtir per quella, 
Che si troyara al ponte ed alia porta 
Doye si perdon V arme e la gonnella, 
E della yita gran dubbio si porta. 
Al primo apparir lor, di su la rdcca 
E chi duo botti la campana tocca. 



564 L'ORLANDO FCJIUQSO 
SB. 

Ed ecco della porta coa grao fretta, 

Trottando a^ uo roDxioo, ud vecchio 08c{»; 
£ quel Teofa gridando: Aspetta, aapetU} 
Restate ola, che qui si paga il fio; 
E se 1' asanxa non v* e stata delta , 
Che qui si tiene^ or Te la vo' dir tor 
E coQtar loro incoroinci6 di quello 
Costacne che aervar fa Fioabello. 
60. 

Poi segQit6| Toleado dar consigli, 
Com' era usato agU altri cavalieri 
Fate spogliar la doaoa, dicea, figliy 
£ Toi r anne lasciateci e i destrieri ; 
£ QOQ TOgliate mettervi a perigli 
D' andare iocootra a tai quattro gaerrierii^ 
Per tatto vesti^ arme e ca?alli s' hanno j 
La vita sol mai noo ripara il danno. 

Nod pill, disse Roggier, noa piii ; ch* io aoQOi 
Del tutto iorormatissiiDO^ e qui TeDDi 
Per far prova di me, se cosi buooo 
In fatti son, come nel cor mi tennL 
Arme, yesti e cavallo altrui noa dono, 
S' ahro non sento che mioacce e cenni ; 
E son ben certo ancor, che per parole 
II mio compagoo le sne dar non yuole. 
68. 

Ma^ per Dio, fa^ ch' io vegga tosto in fronte 
Qnei che ne yoglion tdrre arme e cavallo; 
Ch* abbiamo da passar anco quel monte, 
£ qui non si puo far troppo intervallo* 
Rispose il yeccbio: Eccoti fuor del ponte 
Chi yien per farlo: e non Io disse in falk> 
Ch' nn cayalier n' usci che soprayyeste 
Yermiglie ayea, di bianchi fior conteste. 



CANTO TENTESIMOSBGONDO 565 
65. 

Bradamante pre^ molto Rugj^ero 
Che le hsciasae io cortesk V aaauato 
Di gittar della sella il Gavaliero^ 
Ch' avea di fiori il bel Testir Irapunto; 
Ma non poti impeYrarlo; e fu meatiero 
A lei far ci6 cbe Rugger yolse, a panto. 
Egli voke V impreaa totta avere^ 
E Bradamante si stesae a Tedere. 
64. 

Ruggiero al Tecchio domandb chi fosse 
Qiiesto primo ch* nscfa foor della porta. 
E Sansonetto, disse; che le rosse 
Yeste coBOscOy e i bianchi 6or che porta. 
L' uno di qna, 1' altro di la ai mosse 
Senza parlarsi, e fo V indugia corta; 
Che s' andaro a trovar coi ferri bassi^ 
Molto affrettando i lor destrieri i passi. 
65. 

In qaesto mezzo, della rdcca usciti 
Eran con Pinabel molti pedooi, 
Presti per lerar V arme ed espediti 
Ai cavalier ch' oscbn fuor degli arciotii. 
Teniansi incontra i cavalieri arditi^ 
Fermando in so le reste i gran lancioni, 
Grossi duo palmi, di natiro cerro, 
Che quasi erano uguali insino al feiro. 
66« 

Di tali n' avea piii d' ana decina 
Fatto tagUar di an lor ceppi vivi 
Sansonetto a ona selva indi vicina, 
E portatone duo per giostrar qaivi. 
Aver scodo e corazza adamantina 
Bisogna ben, che le percoase achivi. 
Aveane fatto dar, tosto che veDoe, 
L' ano a Roggier, V altro per s& ritenne. 



566 V OIILANDO FDWOSO 

67. 

Con questi, che passar doyean gl' incodi 
( Si bea ferrate avean le punte eatreme )^ 
Di qua e di U^ fermandoli agli scudi, 
A meazo il corao ai scontraro insieme, 
Quel di Ruggiero^ che i demon! ignudi 
Fece audar, poco del colpo teme: 
Dello scudo vo' dir che fece Atlante, 
Delle cui fone io y* ho gia detto innante. 
68. 

Io v' ho gia detto che con tMta forsa 
L' incantato splendor negli occhi fere, 
Gh' al diacoprirsi ogui veduta ammorsa, 
E tramortito 1' uom fa rimanere : 
Percib, a' un gran bisogno non Io aforza> 
D' un vel coperto Io aolea tenere.' 
Si cr^de ch' anco impenetrabil fosse, 
Foich' a questo incontrar nulla si mosse. 
69. 

L' altro, cV ebbe 1' artefice men dotto, 
n grayissimo colpo non soflFerse. 
Gome tocco da fulmine, di botto 
Di^ loco al ferro, e pel mezso s' apersej 
Die loco al ferro, e quel trov6'di sotto 
U braccio ch' assai mal si ricoperse, 
Si che ne fu ferito Sanaonetto, 
E della sella tratto al suo dispetto. 
70. 

E queato il primo fu di que! compagni 
Ghe quifi mantenean V usanza fella, 
Ghe delle spoglie altrui non fe' guadagnr, 
E ch' alia giostra usci fuor della sella. 
Gonvien chi ride, anco talor si lagni, 

' E Fortuna talor trovi ribella. 
Quel della r6cca, replicando il botto, 
Ne fece agli altri cavalieri motto. 



OANTO VENTESIMOSECONDO 667 
71. 

S' era accostato Pkiabello iotanto 
A Bradamante, per saper chi fosse 
Golui che con prodezza e valor tanto 
II cavalier del sao castel ]percuAe. 
La giustizia di Dio, per dargli quanto 
Era il merito suo, vi lo condasse 
Sa qael destrier medesimo ch' innante 
Tolto avea per inganno a Bradamante. 
72. 

Fornito appanto era V ottavo mese 
Che, con lei ritrovandosi a cammino, 
(Se U vi raccorda) qaesto Maganzese 
La gitto iiella tomba di Merlioo, 
Quaodo da morte un ramo la difese 
Che seco cadde, anzi il suo buon destino; 
E trassene, oredendo nello speco 
Ch' ella fosse sepolta, il destrier seco. 
75. 

Bradamante conosce il suo cavallo, 
E conosce per lai V ioiquo conte; 
E poi ch^ ode la voce, e vicino hallo 
Con maggior attenzion mirato in fronte; 
Qaesto e il traditor, disse^ senza fallo, 
Che procacci6 di farmi oltraggio ed onte : 
Ecco il peccato sno, che V ha condutto 
Ove avra de' snoi merti il premio tutto. 
74. 

II minacciare e il por mano alia spada 

Fa tatto a un tempo, e lo avventarsi a quello; 
Ma innanzi tratto gli lev6 la strada, 
Che non pote fuggir verso il castello, 
Tolta e la speme ch' a salvar si vada, 
Come volpe alia tana^ Pinabello. 
Egli gridando, e senza mai far testa, 
Fuggendo si cacci6 nella foresta. 



568 L' OILLiNDO FURIOSO 

Pallido e sbigottito il miier sprona, 
Gbe posto ha Del foggir V ultima speme. 
L' aniinosa doozella di Dordoua 
Gli ha il ferro ai fianchi, e lo perenote e preme: 
Tien coo lui aempre^ e mai oon V abbandona. 
Grande e il rumore, e il bosco iDtoroo geme. 
Nulla al castel di qaesto ancor s' ioleode^ 
Per6 ch' ogauno a Rtiggier solo attendee 

Gli altri tre cavalier della fortesza 
Intanto erauo usciti in aa la via; 
Ed avean aeco quella male avvessa 
Gbe v' avea posta la costama ria% 
A ciascQD di lor tre^ che '1 morir presaa 
Pill ch* aver vita che coa biasmo aia, 
Di vergogua arde il viao e il cor di doolo, 
Gbe taoti ad asaalir vadano on solo. 
77. 

La orudel merelrice, ch' avea fatto 

For quella iuiqua asaoza ed oaaervarla, 
II giarameato lor ricorda e il patto 
Gb' essi fatti V avean, di veodicarla* 
Se sol con qnesta lancia te gli abbatto, 
Percbe mi vuoi con altre accompagoarla ? 
( Dicea Guidon Selvaggio ): e sMo ne mento, 
Levami il capo poi, ch' io ton contento. 
78. 

Goal dicea Grifon, coal Aqnilante: 
Giostrar da sol a sol volea ciascmio, 
E preso e morto rimauere innaote 
Gh' incontra no sol volere aodar pia d* aoo» 
La donoa dicea loro: A che far tarite 
Parole qai seosa profitto alcuoo? 
Per tdrre a colni F arme io t' ho qm tratti^ 
Non per far nnovo leggi e nnovi patti* 



CANTO YENTESIJIOSECONDO 56c> 

7». 

Quando io ▼* avea in prigiooe^ era da farme 
Qaeste escuse^ e non ora, che soa tarde: 
Yoi dovete il preso ordiae servarme, 
Nod vostre liogue far vaoe e bagftirde. 
Ruggier gridava lor : Eccovi 1' arme, 
Ecco il destrier o'ba uuoto e sella e barde: 
I paoni della domia eccori aocora; 
Se li Tolete^ a cRe piu far dimora^ 
80. 

La doDua del castel da uq lato preme, 
Ruggier dairaltro li chiauia e rampogaa 
Tanto ch'a foraa si spiccaro insieme, 
Ma Del ?iso iofiamiDali di vergogoa. 
Dioanei appar?e Puno e I'altro seme 
Del marckese ooorato di Borgogoa; 
Ma Gaidoo, cbe piu grave ebbe il oavallo, 
Yeoia lor dietro coo poco iuterrallo. 

God la medesima asta cod cbe ayea 
Sansooetto abbattuto, Ruggier yieoe^ 
Goperto dallo scudo cbe solea 
Atlaute aver su i monti di Pirene; 
Dico quello' inCaDtato cbe spleodea 
TaDto^ cb'ttmana vista ool sostieoe; 
A cni Ruggier per Tidtimo soccorso 
Ifei piu gravi perigli avea ricorso. 
82. 

Benche sol tre Hate bisognoUi, 
E certo in gran perigli^ uaeme il lome; 
Le prime due, quaudo dai regni molli 
Si trasse a piii lode vole costume; 
La terza, qqando i denti mal satolli 
Lasci6 deirOrca alle mariue spume^ 
Ghe dovew devorar la bella ouda 
Ghe fa a chi la camp6 poi cosi cruda. 
Oa. Vol. n. 72 



570 L' ORLiNDO FURI090 

8S. 

Fuor cbe qiieste tre voile, tutto*! resto 
Lo teoea sotto uo velo ia modo ascoso, 
Gh'a (liscoprirlo esser pofea ben prestO| 
Cbe del sao aiuto fosse bisogaoso. 
Quivi alia giostra ne veoia coo qaesto^ 
Come io v'bo detto ancora^ si animoso, 
Che quei tre cavalier cbe vedea ianaoti, 
Manco temea cbe pargoletti infanti. 
84. 

Ruggier scontra Grifone ove la penoa 
Dello scudo alia vista si coogiange. 
Quel di cader da ciascan lato acceoaa, 
Ed alGn cade, e resta al destrier luoge. 
Mette alio scado a lai Grrifon T antenna; 
Ma pel traverso e non pel dritto ginnge : 
E percbe lo trov6 forbito e netto, 
L'ando strisciando, e fe'contrario effetto. 
8». 

Riippe il velo e sqaarci6, cbe gli copria 
Lo spaventoso ed incantato lampo, 
Al cui splendor cader si convenia 
Con gli occbi ciecbi^ e non vi s^ba alcun scampo. 
Aquilante, ch'a par seco venia, 
Stracci6 I'avanzo, e fe'lo scodo vampo. 
Lo splendor feri gli occbi ai dao fratelli 
Ed a Guidon, cbe correa dopo qnelli. 
86. 

Cbi di qua, cbi di la cade per terra: 
Lo scudo non pur lor gli occbi abbarbaglia^ 
Ma fa cbe ogn^altro senso attonito erra. 
Ruggier, cbe non sa il fin della battaglia, 
Yolta il cavallo: e nel voltare afferni 
La spada sua cbe si ben pnnge e taglia; 
E nessun vede cbe gli sia all' incontro^ 
Che tntti eran cadnti a quello scontro. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 571 
87. 

I cavalieri, e iosieme quei ch'a piede 
Erano usciti, e cosi le donne auco, 
E noD meno i destrier! io guisa vede, 
Cbe par che per morir battano il fianco. 
Prima si maraTiglia, a poi s' avvede 
Ghe 'I velo ne pendea dal lato manco : 
Dico il velo di seta^ ia che solea 
Chiader la luce di quel caso rea. 
88. 

Presto si volge; e nel vollar, cercando 
GoQ gli occhi VB Tamata sua guerriera^ 
E yien la dove era rimasa, quando 
La prima giostra comiociala s' era. 
Peosa ch' andata sia ( noo la trovaodo ) 
A vietar che quel giovine non pira, 
Per dubbio ch^ ella ha forse cbe non s' arda 
Iq questo mezzo ch^ a giostrar si tarda. 
89. 

Fra gli altri che giacean vede la donaa^ 
La donna che P avea quivi guidato^ 
Dinanzi se la pou, si come assonna, 
E via cavalca tutto conturbato: 
D'uQ manto ch^essa avea sopra la gonna, 
Poi ricoperse Io scudo incantalo; 
£ i sensi riaver le fecc fosto 
Ghe'l nocivo splendore ebbe nasooslo. 
90. 

Yia se ne va Ruggier con faccia rossa^ 
Ghe, per vergogna^. di levar non osa. 
Gli par ck'ognuno improverar gli possa 
Qnella vittoria poco gloriosa. 
Ch^emenda poss'io fare, onde rimossa 
Mi sia ana colpa tanto obbrobriosa? 
Ghe ci6 ch'io^ vinsi mai, fu per favore, 
Diran, dMncanli, e non per mio valore. 



572 L' ORLANDO FURIOSO 

01. 

Mentre cosi pensaodo seco giva, 

Yeone in quel che cercava a dar di oosio; 
Cbe'n mezso della strada soprarriva 
Dove profondo era cayato an pozzo. 
Qoivi rarmento alia calda ora estiva 
Si rilraea, poi ch'avea pieno il gozzo. 
Diase Raggiero: Or provreder bisogna 
Che non mi facci, o scndo, pin vergogoa. 
»2. 

Pill non starai tu meco; e qaesto sia 

L* altimo biasmo c* ho d' averne al moiido. 

Cosi dicendo smonta nella via; 

Piglia una grossa pietra e di gran pondo, 

E la lega alio acado^ ed ambi invfa 

Per Palto pozzo a ritrovarue il fondo; 

E dice: Costa giii statti sepallo, 

E teco slia sempre il mio obbrobrio occulto. 

II pozzo i cavo, e pieno al sooimo d^acqae: 
Grieve e lo scado, e qnella pietra grieve. 
Non si ferm6 fin che nel fondo giaeqne; 
Sopra si chinse il liqoor molle e lieve. 
D nobil atto e di splendor non tacqne 
La vaga Fama^ e divulgollo in breve; 
£ di romor n'empi^ snonando il corno, 
E Francia e Spagna e le proviocie intomo. 
94. 

Poiche di voce in voce si fe' qaesta 

Strana avventnra in tntto il mondo nota, 
Mold guerrier ri misero alPinchiesta 
£ di parte vicina e di remota: 
Ma non sapean qnal fosse la foresta 
Dove nel pozzo il sacro scodo nnota, 
Chi la donna che feM^atto paleae^ 
Dir mai noa Tolse il pozzo ne il paese. 



CANTO VENTESIMOSECONDO 578 
95. 
Al partir che Ruggier feudal castello, 
Dove avea viato coo poca battaglia; 
Ch^ i quaktro gran campion di Pinabello 
Fece restar come uomioi di paglia; 
Tolto lo scudo, avea levato qaello 
Lume che gli occbi e gli animi abbarbaglia^ 
E qaei che giaciati erau come morti, 
PieDi di meraviglia erao risorti. 
96. 

Ne per totto quel gioroo si favella 
Altro fra lor che dello strauo caso } 
E come fu che ciascua d'essi a quella 
Orribil luce viato era rimaso. 
Mentre parlan di qnesto^ la novella 
Yiea lor di Pioabel giunto alPoccaso: 
Che Pinabello e morto banno Tavviso, 
Ma non sanno per6 cfai Tabbia ucciso. 
97. 

L'ardita Bradamante lo qoesto meszo 

Giunto avea Pinabello a un paaao stretto; 
E cealo volte gli avea fin a mezzo 
Messo il brando pei fianchi e per lo petto. 
Tolto ch'ebbe dal mondo il puzzo e'l lezzo 
Che totto intorno avea il paese infetto, 
Le spalle al bosco testimonio voUe 
Con quel destrier che gia il fellon le tolse. 
98. 

Yolse tornar dove lasciato avea 

Rnggier; n^ seppe mai trovar la strada. 
Or per valle or per monte s'avvolgea; 
Tutta quasi cerc6 quella conlrada. 
Non volse mai la sua fortuna rea, 
Che via trovasse onde a Ruggier si vada. 
Questo altro Canto ad ascoltare aspetto 
Chi delPistoria mia prende diletto. 



LORLAJKDO FURIOSO 

CANTO VENTESIAIOTERlZa 



ARGOMENTL 



AHMIBATO. 



DOLCE. 



Aslolfo poggi« in aria. II bel Zerbino 
Per uccisor cH Pinabello h preso. 
Da Orlando h liberato. In ta Frontino, 
Tolto ad Ippalca, h Rodomonte aaceio. 
Con Mandricardo Orlando |i.iladino 
Combatte; e poscia chc ai trova ofleM 
Dalia sua doona, incomincib Torrenda 
Pauia, cb*altra non fu mai t^ atnpenda. 

▲HGUIULiBA. 



Poggia per l*aria fol cavallo alaio 
Aatolfoj ed e dappoi pnao 2^rbino 
Dal fiero Anselmo, e, a morte condannatoi^ 
N'e caoiptto dal Coote paladino. • 

Toglie ad Ippalca Rodoaionte into 
II deatrier di Baggier, detto Fr(»titinci. 
Combatte Maodricardo^ e OrUodo: e rieoe 
In parte ei tat, die paao ne diTiene. 

TE&DIZZOTTI. 



Mentre aaperbo Aalolfo al cielo aaeende, Uociao Pinabel, d'Amon la figlia 



R toglie a Ippalca, il re d'Algier, Frontiito, 
Orlando eonlro a qaei la pogna prende, 
Ch'avean per nnicidial preso Zerbino. 
Col re di Tartaria dappoi contende; 
Poi spinto Tien dal suo fiero destioo 
Dove ode e vede c<«se al suo ditpetto, 
Che a fona il fanno uscir dell* intelletto. 



Bitrova AatoUo, e in dono ba Rabicaoo: 
Mandar Frontino a Bnggier si consiglia; 
K'l toglie a Ippalca il re d'Algier di 
Orlando per Zerbin coiitesa pigUa : 
Fa pugna poi col TarUro Pagano ; 
E gionge alfine o* di sua doona inteode 
Cosa che per gran doglia inaano il rende 



i. 

S^tndisi ogoun giovare altrai; che rade 
Yolte il beo far seoza il suo premio fiar 
£ se pur senza, almeu dod te oe accade 
Bforte oe daono vA ignomiuia lia. 
Chi nuoce altrui, tardi o per tempo cade 
II debito a scontar, che noa 8'obbUa.r 
Dice il proferbio, ch'a trovar si vanno 
Gli uomini spesso, e i monti fermt staono^ 
2. 

Or vedi quel chU Pinabello aTviene 
Per essersi portato iniquamente ; 
E giuoto io somma alle dovote pene^ 
Dovute e giaste alia sua ingiusta meirte* 
£ Dio^ che le piii volte noa sostiene 
Veder patire a torto uno innocente^ 
Salv6 la donna; e salver^ ciascuno 
Che d'ogni fellpuia viva digiuno. 



CANTO VENTESIMOTERZO 675 
5. 

Credette Piaabel qoesta doDzella 

Gia d'aver morta, e cola giu sepalta; 
N-e la pensava mai veder, non cb^ella- 
Gli avesse a tor degli error saoi la multa. 
Ne il ritrovarsi io mezzo le caatella 
Del padre^ ia alcan atil gli risulta. 
Quivi Altaripa era tra mooti fieri 
Yicina al tenitorio di Puatieri. 
4, 

Tenea quell' Altaripa il vecchio conte 
Aoselmo, di ch'oaci qoesto malvagio^ 
Che, per fuggir la man di Cfaiaramoiite^ 
D'amici e di soccorso ebbe disagio. 
La donna al traditore appie d'un monte 
Tolse Pindegua vita a suo grande agio, 
Cbe d'altro aiato quel noa si provvede, 
Che d'aiti gridi e di chiamar m^rcede. 
5. 

Morto ch'ella ebbe il fako cavaliero, 
Che lei voloto avea gia porre a inorte, 
Yoke tornare ove lascio Roggiero; 
Ma oon lo consent! sua dura sorte, 
Che la fe'traviar per un sentiero 
Che la port6 dov'era spesso e forte. 
Dove {>iu strano e piu solingo il bosco, 
Lasciando il sol gia il mondo alPaer fosco. 
ft 

Ne sappiendo ella ove potersi altrove 
La notte riparar, si ferm6 quivi 
Sotto le frasche in sn Perbette nnove, 
Parte dormendo fin che'l giorno arrivi, 
Parte mirando ora Satomo or Giove, 
Yeoere e Marte^ e gli altri erranti Divi; 
Ma sempre, o vegli o donna, con la mente 
Contemplando Ruggier come presente. 



576 L' ORLANDO FORIOSO 

7. 

Spesso di cor profondo ella sotpira, 
Di peotimeoto e di dolor componta^ 
Ch'abbia in lei, piu ch'Amor, pototo Tira. 
LMra, dicea, m'ba dal tnio amor disgioirfa; 
Almeo ci afeasi io posta alcana mira, 
Poi ch'avea par la mala impresa assanta^ 
Di saper rirornar doode io Temva, 
Cbe ben fui d'occbi e di memoria pri?a. 
8. 

Qneste ed altre parole ella non tacque, 
E molto piu ne ragion6 col core. 
II vento intanto dt sospiri, e I'aoqae 
Di pianto facean pioggia di dolore. 
Dopo ana langa aspettarion pur nacqae 
In oriente il disiato alb6re: 
Ed ella prese il suo destrier^ ch*intomo 
Gi?a pascendo, ed ando contra ii giorno. 
9. 

Ne molto and6, cbe si trov6 all^o8cita 
Del bosco, ove par diansi era il palagio 
La dove molti di Tavea scbemita 
Con tanto error I'incantator maWagio, 
Ritrov^ quivi Astolfo cbe fomita 
La briglia airippogrifo avea a grande agio, 
E staTa in gran pensier di Rabicano, • 
Per non sapere a cbi lasciarlo in mano. 
10. 

A caso ai troT6 cbe fuor di testa 
L'elmo allor s'avea tratto il paladino; 
SI cbe tosto cb'nsci della foresta, 
Rradamante conobbe il sao cagino. 
Di Ionian salatollo, e con gran feata 
Gli cone, e Pabbracci^ poi pia vicino; 
E nominossi, ed ak& la visiera, 
E duaramente fe'veder cbi ell^era. 



CANTO VENTESIMOTERZO 877 
II. 

NoQ potea Astolfo ritrovar persona 
A chi il SQO R;ibican meglio lasciasse^ 
Perch^ dovesse averne gaardia baona 
E renderglielo poi come toroasse, 
Delia figlia del daca di Dordona; 
E parvegli che Dio gli la mandasse. 
Tederia yolentier sempre solea^ 
Ma pel bisogoo or piii ch'egli n'avea. 
12. 

Da poi cbe due e tre volte ritornati 
Fraternamente ad abbracciar si fdro, 
E si fdr I'uQO alPaltro domandati 
Con molta affezibn dell'esser loro, 
Astolfo disse: Ormai, se dei pennati 
Yo'il paese cercar^ troppo dimoro: 
Ed aprendo alia donna il suo pensiero, 
Yeder le fece il volator destriero. 
15. 

A lei aon fa di molta maraviglia 
Yeder spiegare a quel destrier le penne; 
Gh'altra volta^ reggendogli la briglia 
Atlaute incantator, contra le venne; 
E le fece doler gli occhi e le ciglia; 
Si fisse dietro a quel volar le tenne 
Quel giorno che da lei Ruggier lontano 
Portato fa per cammin lungo e strano. 
14. 

Astolfo disse a lei, cbe le volea 
Dar Rabican che s\ nel corso affretta, 
Che se, scoccando I'arco, si movea, 
Si solea lasciar dietro la saefta; 
E tatte I'arme ancor, quante n'avea: 
Che vaol ch'a Montalban gli ie rimetta, 
E gli le serbi fin al suo ritorao ^ 
Che uon gli fanno or di bisogno intomo. 
Oa. Vol. n, 73 



578 L' ORLiNDO FURIOSO 
l». 

Volendoseoe andar per I'aria a T0I09 
Aveasi a £ir qnaoto potea piu lier^. 
Tiensi la spada e'l corno, ancorche solo 
Bastargli il coroo ad ogni risoo deTe* 
BradainaDte la laocia cheM figliuolo 
Port6 di Gakfrone, anco ricere; 
La laDcia che di qaanti ne percaote 
Fa le selie restar subito vuote. 
16. 

Salito Astolfo sul destrier volante, 
Lo fa mover per Taria lento leato, 
ladi lo caccia si^ che Bradamaote 
Ogai vista ne perde in un momento. 
Cos! si parte col pilota innante 
II nocchier che git scogli teme ei vento, 
E poi ehe'i porto e i liti addietro lassa, 
Spiega ogQi vela^ e innanzi ai venii passa. 
*?• 

La donna, poi che fa partito il duca, 
Rimase in gran travaglio della mente, 
Gh^ non sa come a Montalban condaca 
L^armatura e il destrier del sao parente; 
Perocch^l cuor le cuoce 6 le mannca 
LMngorda voglia e il desiderio ardente 
Di riveder Ruggier, che, se uon prima, 
A Yallombrosa ritrovar lo stima. 
18. 

Stando qnivi sospesa^ per ventura 
Si vede inoanEi giangere nn villano, 
Dal qual fa rassettar quella armatara 
Come si puote^ e por su Rabicano: 
Poi di menarsi dietro gli dii Cfxm 
I duo cavatti, an carco e I'altro a mano. 
Ella n'avea dao prima; ch'avea qaello 
Sopra a qaal lev6 Taltro a Pioabello. 



CANTO VENTBSIMOTERZO 679 
19. 

Di Yallombrosa pens6 far la strada^ 

Che trovar qoiyi il aao Riiggier ha speme: 
Ma qaal piii breve o qual miglior vi vada 
Poco discerne^ e dMre errando teme. 
II villan noQ avea della contrada 
Pralica molta^ ed erreraono insieme. 
Pur andare a veotura ella si mease, 
Dove peos6 che'l loco esser dovesse- 
20. 

Di qua^ di 1^ si volse, ne persona 
Incoatr6 mai da domandar la via: 
Si trov6 ascir del bosco in su laroona^ 
Dove iin castel poco Ionian scoprfa^ 
II qual la cima a un monticel corona. 
Lo mira^ e Montalban le par che sia : 
Ed era certo Montalbano; e ia qaello 
Avea la madre ed alciin sno fratello. 
91. 

Come la donna conosciuto ha il loco, 

Mel cor s'attrista, e piii chM'non so dire. 
Sara scoperta se si ferma un poco, 
Ne piu le sara lecito a partire. 
Se non si parte^ T amoroso foco 
L'arderi ^ che la fara morire; 
Non vedra piu Ruggier, ne fara cosa 
Di quel ch'era ordinate a Yallombrosa. 
99. 

Stette alquanto a pensarj poi si risolse 
Di voler dar a Montalban le spalle: 
E verso la badia pur si rivolse: 
Che quindi ben sapea qual era il calle. 
Ma sua fortuna^ o buona o trista, volse 
Che prima ch'ella uscisse della valle, 
Scontrasse Alardo, un deTratelli sui; 
Ne tempo di celarsi ebbe da lui. 



58o L' ORLANDO FURIOSO 
95. 

Yeniva da p^lir gli alloggiatnenti 
Per quel contado a cavalieri e a faoti; 
Ch'ad instaozia di Carlo noove geati 
Fatto avea deUe terre circostanti. 
I saluti e i frateroi abbracciamenti 
Coa le grate accoglienze aadaro ioBanti; 
£ poiy di molle cose a paro a paro 
Tra lor parlaado^ ia Moatalban tomaro. 

Eatr6 la bella doana ia Moatalbaao, 
Dove r avea coo lacrimosa goancia 
Beatrice molto desiata invano, 
E fatlone cercar per tutta Fraocia. 
Or quivi i baci e il giuoger mano a mana 
Di xnatre e di fratelli estimo ciancia^ 
Verso gli avuti con Ruggier complessi, 
Ch'avra nell'alma eternamente impressi. 
25. 

Noa potendo ella andar, fece peosiero 

Gk'a Yallombrosa altri in suo nome andasse 
Immaotioeote ad avvisar Ruggtero 
Delia cagioa ch'andar lei noa lasciasse^ 
E lui pregar ( s^era pregar mestiero ) 
Cbe quivi per suo amor si battezzasse, 
E poi veoisse a far quanto era detto. 
Si cbe si desse al matrimonio effetto.. 
26. 

Pel medesimo niesso feMisegno 

Di mandar a Ruggiero il suo cavallo, 
Che gli solea tanto esser caro; e degna 
D' essergli caro era bea senza fallo ; 
Che non s'avria trovato in tuttoU regno 
Dei Saracin^ ne sotto il signer gallo, 
Piu bel destrier di questo o piu gagliardo^ 
Eccetli Brigliador, soli^ e Baiardo» 



CANTO VENTESLMOTERZO 58i 
«7. 

Baggier, qael di cbe troppo audace ascese 
Su rippogrifo, e verso il ciel levosse,* 
La8ci6 Frontioo^ e Bradamante il prese 
( Frontiao; cheM destrier cosi nomosse ); 
MaodoUo a Montalbano, e a baone spese 
Tener lo fece, e mai noo cavalcosse, 
Se noQ per breve spazio e a picciol passo; 
Si ch'era piu cbe mai lucido e grasso. 

Ogni saa donoa tosto, ogni donzella 
Pou seco in opra, e coo suttil lavoro 
Fa sopra seta Candida e morella 
Tesser ricamo di finissimo oro; 
E di quel caopre ed orna briglia e Bella 
Del bnon destrier: poi sceglie una di loro^ 
Figlia di Callitrefia saa notrice^ 
D'ogni secreto sno fida uditrice. 
89. 

Qaanto Baggier I'era nel core impresso, 
Mille volte narrato avea a costei; 
La belta, la virtude, i modi d'esso 
Esaltato Pavea fin sopra i Dei. 
A se cbiamoUa, e disse: Miglior messo 
A tal bisogoo elegger non potrei; 
Che di te nh piu fido ne piu saggio 
Imbasciator, Ippalca mia, non iiggio. 
SO. 

Ippalca la donzella era nomata. 

Va^ , le dice ( e P insegna ove de* gire ) ; 
E pienamente poi I'ebbe informata 
Di qaanto avesse al sno signore a dire, 
E a far la scusa se non era andata 
Al monaster; cb& non fu per mentire; 
Ma cbe Fortuna, che di noi potea 
Piu cbe noi stessi, da imputar s'avea. 



S8a V ORLANDO FURI090 
31. 

Mootar la fece a* an roosino, e io mano 
La ricca briglia di Frontio la messe; 
E se 81 pazso alcuno o si viUaDO 
Trovas$e che le?ar le lo volesae^ 
Per far^i a una parola il cervel sano^ 
Di chi fosse il destrier sol gli dicesse; 
Che non sapea si ardito cavaliero 
Che non tremasse al nome di Ruggiero. 
39L 

Di molte cose Pammonisce e m%U^ 

Che trattar con Roggier abbia in sua vece; 
Le qual poi ch'ebbe Ippalca ben raccolte, 
Si pose in via^ ne piii dimora fece. 
Per strade e campi e selve oacore e folte, 
Gavalcb delle miglia piu di diece; 
Che noD fu a darle noia chi venisse, 
Ne a domandarla pur dore ne gisse. 
55. 

A mezzo il giorno^ nel calar d'un monte. 
In una stretta e malagevol via^ 
Si venne ad incontrar con Rodomonte, 
Ch'armato an piccol nano e a pi^ seguia. 
II moro ahb vlr lei Taltiera fronte, 
E bestemmid V eterna lerarchia^ 
Poiche si bel destrier, si bene omalo^ 
Non avea in man d'ao cavalier trovato. 
54, 

Avea giarato che '1 primo cavallo 

Torria per forza che tra via incontrasae. 
Or qoesto e stato il primo; e trovato hallo 
Pill bello e piu per lui che mai troyasse: 
Ma torlo a una doozeUa gli par fallo; 
E pur agogna averlo^ e' in dubbio stasse* 
Lo mira, lo contempla, e dice spesso: 
Deb! perch^ il suo signor non e con esso! 



CANTO VEKTESIMOTERZO 583 
35. 

Deh! ci fosse egli! gli rtspose Ippaica; 
Ghe ti faria cangiar forse peosierOi 
Assai pill di te val chi lo cavalca; 
Ne lo pareggia al mondo altro guerriero. 
Gbi e, le disse tt morO| cfae si calca 
L'oDore ahnii? rispose ella: Raggiero. 
E qael soggianse: Adunque il destrier TOglio, 
Poich'a Ruggier, si gran campion^ lo toglio; 
36. 

11 qual, se sari yer, come ta parli, 

Che sia n forte e piii d'ogn' altro vaglia^ 
Non che il destrier, ma la vettura darlt 
Couverrammi, e in suo arbitrio fia la taglia, 
Che Rodomonte io sono, hai da narrarli; 
£ chej se par vonk meco battaglia. 
Mi troyeri: ch'oyaoque io yada o stia, 
Mi fa sempre apparir la luce mia. 
3». 

Dovanqae io yo, si gran yestigio resta, 
Che non lo lascia il falmine maggiore. 
Cosi dicendO) ayea tomate in testa 
Le rediae dorate al corridore: 
Sopra gli salta; e lacrimosa e mesfta 
Rimane Ippaica, e spinta dal dolore 
Minaccia Rodomonte, e gK dice onta: 
Non Pascolta egK, e m pel poggio monta. 
3<l. 

Per qnella yia doye lo guida il nano 
Per troyar Mandricardo e Doralice, 
Gli yiene Ippaloa dietro di lontano, 
E Io bestemmia sempre e maledice. 
Ci6 che di qoesto ayyenne, altroye h piano. 
TurpiDy che tntta questa istoria dice, 
Fa qm digr^sso, e torna in qael paese 
Doye fu dbnai morto il Maganzese. 



584 L' ORLANDO FOIUOSO 
39. 

Dato avea appena a qael loco le spalie 
La figliaola d'Amon, chMn fretta gia; 
Che T^arrivd Zerbin per altro calle 
Coa la fallace vecchia in compagda: 
E giacer vide il corpo nella valle 
Del cavalier, che son sa giJi chi sia; 
Ma come quel ch^era cortese e pio> 
Ebbe pieta del caso acerbo e rio. 
40. 

Giaceva Pinabello in terra spento, 
Yersando il sangue per tante ferite, 
Ch'esser dovcano assai, se piu di cento 
Spade in sua morte si fossero unite* 
II cavalier di Scozia non fu lento 
Per Forme che di fresco eran scolpite, 
A porsi in avveotura^ se potea 
Saper chi I'omicidio fatto avea. 
41. 

Ed a Gabriua dice che Paspette; 
Che senza indugio a lei fara ritorno. 
Ella presso al cadavero si mette^ 
E fissamente vi pon gli occhi intorno; 
Perche, se cosa vMia che le dilette, 
Non vuol ch'un morto invan piu ne sia adomo, 
Come colei che fu, tra Paltre note, 
Quanto avara esser piu femmina puote. 
42. 

Se di portarne il furto ascosamente 
Avesse avuto modo o alcnna speme, 
La sopravvesta fatta riccamente 
Gli avrebbe tolta, e le bell'arme insieme. 
Ma quel che pu6 celarsi agevolmente 
Si piglia, e'l resto fin al cor le preme. 
Fra Paltre spoglie un bel cinto levonne 
E se ne leg6 i fianchi infra due gonne. 



CANTO VENTESIMOTERZO 585 
43. 

Poco dopo arrivb Zerbio, ch^avea 
Seguito iavao di Bradamante i passi^ 
Perche trovo il sentier che si torcea 
In moiti rami chMvano alti e bassi: 
E poco omai del gioroo rimanea^ 
N^ yolea al baio star fra quelli sassi; 
E per trovare albergo die le spalle^ 
CoQ Pempia vecchia, alia fanesta valle* 
44. 

Qaindi presso a dua miglia ritrovaro 
Uq gran castel che fu detto Altariva^ 
Dove per star la notte si fermaro, 
Che gia a gran volo inverse ii ciel saliva. 
Non vi st^r xnolto, ch'un lamento amaro 
L'orecchie d'ogni parte lor feriva; 
E veggon lacrimar da tutti gli occhi, 
Come la cosa a tatto il popol toccbi. 
45. 

Zerbino dimandonne; e gli fa detto 
Che venut^era al cont'Anselmo avviso, 
Che fra duo monti in un sentiero istretto 
Giacea il sao figlio Pinabello acciso. 
Zerbin, per non ne dar di se sospetto, 
Di cio si finge noovo^ e abbassa il viso. 
Ma pensa ben che senza dabbio sia 
Qael ch'egli trovo morto in su la via. 
46. 

Dopo non molto la bara funebre 

Gianse, a splendor di torch! e di facelle, 
Ija dove fece le strida piii crebre 
Con an batter di man gire alle stelle, 
E con piu vena fuor delle palpebre ^ 
Le lacrime inondar per le mascelle: 
Ma piu dell'akre nubilose ed atre^ 
Era la faccia del misero patre. 
Oa. VoL« n. 74 



5«6 L' ORLANDO FURIOSO 

47. 

Mentre apparecchio si facea solenne 
Di grand! esequie e di fanebri pompe, 
Secondo il modo ed ordioe che tenne 
L^usaoza aniiqaa e ch'ogni eta corrompe; 
Da parte del signore an bando Tenne, 
Che tosto il popular strepito rompe, 
K promette gran premio a cht dia avviso 
Chi stato sia che gli abbia il figllo ncciso. 
48. 

Di Toce in voce, e d'una in altra oreccbia, 
II grido eU bando per la terra scone, 
Fin cbe Pudi la scellerata vecchia 
Che di rabbia avanzo le tigri e I'orse; 
E qaindi alia ruina s' apparecchia 
Di Zerbino, o per Podio che gli ha forse, 
O per vantarsi pur, che sola priva 
D'umanitade in uman corpo viva; 
49. 

O fosse pur per guadagnarsi il premio, 
A ritrovar n'and6 quel signor mesto; 
E dopo un verisimil suo proemio, 
Gli disse che Zerbin fatto avea qoesto: 
E quel bel cinto si levb di gremio, 
Chel miser padre a riconoscer presto, 
Appresso il testimonio e tristo uffizio 
Dell'empia vecchia, ebbe per chiaro indisio. 
SO. 

E lacrimando al ciel leva le mani, 
Che'l figliuol non sari senza vendetta* 
Fa circundar Palbergo ai terrazzani, 
Chi tnttoM popol s'e levato in fretta. 
Zerbin, che gli nimici aver lontani 
Si crede, e questa ingiuria non aspetfa, 
Dal conte Anselmo, che si chiama offeso 
Tanto da loi, nel primo sonno h preso^ 



CINTO VENTESIMOTERZO 58; 
\ 81. 

E qaella notte in tenebrosa parte 
iDcatenato, e in gravi ceppi messo. 
II 5oIe aocor nooha le luci sparte, 
Ghe Piogiosto sapplicio e gi^ commesso: 
Che n^l loco medesimo si squarte, 
Dove fa il mal c'haono impatato ad esio. 
Altra «8amina io ci6 noo si facea; 
Bastava che'l signor cosi credea. 
52. 

Poi che I'altro mattin la bella Aarora 
L'aer serea fe' bianco e rosso e giallo, 
Tutto'l popol gridando: Mora, mora, 
Yien per punir Zerbin del non suo fallo. 
Lo sciocco Tulgo Paccompagna fuora, 
Senz^ordine, chi a piede e chi a catallo; 
E '1 cavalier di Scozia a capo chino 
Ne vien legato in s^un picciol ronzino. 
55. 

Ma DiOy cbe spesso glMnnocenti aiata, 
Ne lascia mai chi in sua bonta si fida, 
Tal difesa gli avea gia provveduta, 
Che non v'e dabbio piu ch'oggi s^uccida. 
Qaivi Orlando arriv6, la cui venuta 
Alia via del suo scampo gli fu gnida. 
Orlando gia del pian vide la gente 
Che traea a morte il cavalier dolente. 
64. 

Era con lai qaella fancialla, quella 
Che ritrov6 nella selvaggia grolta, 
Del re Galego la figlia Isabella, 
In poter gia de'malandrin condotta, 
Poi che lasciato avea nella procella 
Del tracalento mar la nave rolta: 
Quella che piu vicino al core avea 
Questo Zerbin, che Palma onde vivea. 



588 L'ORLANDO FORIOSO 
SS. 
Orlando se I'avea fatta conpagna, 
Poi che della caveraa la riscosse. 
Quando costei li Tide alia campagoa, 
DomaDdb Orlando chi la tarba fosse. 
Non 50^ diss'egli: e poi salla montagna 
Lasciolla, e verso il pian ratto si mosse; 
Gaard6 Zerbino, ed alia vista prima 
Lo giudico baron di molta stima. 

se. 

E fattosegli appresso, domandollo 
Per che cagione e dove il mentn preso. 
Lev6 il dolente cavaliero il collo; 
£ meglio avendo il paladino inteso, 
Rispose il vero; e cosi ben narrollo, 
Che nierit6 dal conte esser difeso. 
Bene avea il conte alle parole scorto 
Gh^era innocente, e che moriva a torto. 
«7. 

E poi ch'iutese che commesso questo 
Era dal conte Anselmo d'Altariva, 
Fu certo ch'era torto manifesto; 
Ch'altro da quel fellon mai non deriva. 
Ed ollre a ci6, Pono era all'dUro infesto 
Per r antiqaissimo odio che bolliva 
Tra il sangae di Maganza e di Ghiarmonte; 
£ tra lor eran morti e danni ed onte. 
58. 

Slegate il cavalier, grid6, canaglia, 

II conte a^ masoadieri^ o chMo v'uccido. 
Chi e costui che si gran colpi taglia? 
Rispose un che parer voile il piu fido: 
Se di cera noi fassimo o di paglia, 
E di fuoco egli, assai fdra qael grido. 
E venne contra il paladin di Francia : 
Orlando contra lai chinb la lancia* 



CANTO VENTESIMOTERZO 689 

La lacente armatara il Maganzese, 
Che levata la notte avea a Zerbino^ 
E postasela indosso, noa difese 
Goatro I'aspro iocontrar del paladino* 
Sopra la destra guaDcia 3 ferro prese; 
L'elmo non pass^ gia, perch^era fino; 
Ma tanto fu della percossa il croUo, 
Che la vita gli tolae, e roppe il coUo. 
60. 

Tutto ia uii corso, aenza tor di resta 

La lancia, passb un altro in mezzo '1 petto: 
Quiyi lascioUa, e la mano ebbe presta 
A DurindaDa ^ e nel drappel piu stretto 
A chi fece^diie parti della testa, 
A chi levb dal busto il capo netto; 
For6 la gola a molti; e in un momento 
N' uccise e messe in rotta piu di cento. 
61. 

Piu del terzo n' ha morto, e '1 resio caccia 
E taglia e fende e fere e fora e tronca. 
Chi lo scudo 6 chi V elmo che lo 'mpaccia, 
E chi lascia lo apiedo e chi la ronca; 
Chi al lungo, chi al traverso il cammin spaccia, 
Altri s' impiatta in bosco , altri in spelonca. 
Orlando, di pietji cfuesto di privo, 
A suo poter non vuol lasciame un vivo. 
62. 

Di cento venti (ch^ Turpin sottrasae 
n conto), ottanta ne periro almeno. 
Orlando finalmente si ritrasse 
Dove a Zerbin tremava il cor nel seno. 
S' al ritornar d' Orlando s' allegrasse , 
Non si potr/a contare in versi appieno. 
Se gli saria per onorar prostratd, 
Ma si trov6 sopra il roozin legato. 



590 L' ORLANDO FURIOSO 
63. 

Mentre ch* Orlando^ poi che lo disciolse , 
L' aiatava a ripor V arme sue iatomo, 
Ch' al capitan della sbirraglia tolse , 
Che per suo mal se n' era fatto adornp; 
Zerbino gli occhi ad Isabella voke, 
Che sopra il coUe avea fatto soggioroo^ 
E poi che della pugna vide il fiae, 
Port6 le sae bellezze piii vicme. 
M. 

Qaando apparir Zerbin si vide appresso 
La donna che da lai fu amata tanto. 
La bella donna che per falso messo 
Credea sommersa , e n' ha piu volte pianto ; 
Com' un ghiaccio nel petto gli sia messo , 
Sente dentro aggelarsi, e triema alqoanto: 
Ma tosto il freddo manca^ ed in qael loco 
Tutto s' avvampa d' amoroso foco. 

Di non tosto abbracciarla lo ritiene, 
La riverenza del signor d' Anglantej 
Perche si pensa, e sensa dabbio tiene, 
Ch' Orlando sia della donsella amante. 
Gosi cadendo va di pene in pene, 
E poco dura il gaudio ch' ebbe innante: 
II vederla d* altrui peggio sopporta ^ 
Che non fe' qaando udi ch^ eUa era morta. 
66. 

E molto pib gli daol che sia in podesta 
Del cavaliero a cui cotanto debbe; 
Perch^ volerla a lui levar, nh onesta 
Ne forse impresa facile sarebbe. 
Nessuno altro da se lassar con qaesta 
Preda partir senza romor vorrebbe: 
Ma verso il conte il suo debito chiede 
Che se lo lasci por sul coUo il piede. 



CANTO VENTESIMOTERZO Sgi 
67. 

GiuDsero tacitarni ad una fonte, 

Dove smontaro, e T&r qualche dimora. 
Trassesi V elmo il travagliato coote^ 
Ed a Zerbia lo fece trarre ancora. 
Yede la doooa il suo amatore ia fronte 
£ di sabito gaudio si scolora; 
Poi torna come fiore umido suole 
Dopo gran pioggia alP apparir del sole : 
68. 

E seDza indugio e senza altro rispetto, 

Corre al suo caro amante, e il collo abbracciaj 
E noQ pu6 trar parola fuor del petto ^ 
Ma di lacrime il sen bagna e la faccia. 
Orlando attento all' amoroso affetto, 
Senza che piu chiarezza se gli faccia, 
Yide a tatti gP indizi manifesto 
Gh' altri esser che Zerbin non potea questo. 
69. 

Come la voce aver pote Isabella,* 

Non bene asciutta ancor V umida guancia , 
Sol della molta cortesia favella, 
Che V avea usata il paladin di Francia. 
Zerbino, che tenea qaesta donzella 
Con la saa vita pare a una bilancia. 
Si getta a' pie del conte , e quello adora 
Come a chi gli ha dae vite date a un' ora. 
70. 

Molti ringraziamenti e molte offerte 
Erano per segnir tra i cavalieri^ 
Se non udfan sonar le vie coperte 
Dagli arbori di frondi oscuri e neri. 
Presti alle teste lor, ch' eran scoperte, 
Posero gli elmi, e presero i destrieri: 
Ed ecco nn cavaliero e una donzella 
Lor sopravvien, eh' appena erano io sella. 



Sga L' ORLANDO FDRIOSO 
71. 

Era qaesto guerrier qael Maadricardo 
Che dietro Orlando in fretta si condoase 
Per vendicare Alzirdo e Manibrdo, 
Che '1 paladin con gran valor percuase: 
Quantunqne poi lo seguito piu tardo, 
Che Doralice in sao poter ridnsae, 
La quale area oon un troncon di cerro 
Tolta a cento guerrier carchi di ferro. 
72. 

Noo sapea il Saracin per6 che questo, 
Ch' egli seguia^ fosse il signor d* Anglanle: 
Ben n' avea indizio e segno manifesto 
CV esser dovea gran cavaliero errante. 
A lui mir6 piu ch' a 2ierbino^ e presto 
Gli and6 con gli occbi dal capo alle piante; 
E i dati contrassegni ritrovando, 
Disse : Tu se' cAlui ch* io vo cereando. 
73. 

Sono omai dieci giorni, gli soggiunse, 
Che di cercar non lascio i tuo' vestigi : 
Tanto la fanaa stimolommi e ponse, 
Che di te venne al campo di Parigi, 
Quando a fatica un vivo sol vi giunse 
Di mille che mandasti ai regni stigi: 
E la strage contb che da te venne 
Sopra i Norizi e quei di Trenusenne. 
74. 

Non fui, come Io seppi, a segair lento « 
E per vederti, e per provarti appresso: 
E perche m* informai del guernimento 
Ch^ hai sopra V arme , io so che ta sei desso ; 
E se uon 1' avessi anco, e che fra cento 
Per celarti da me ti fossi messo, 
II tuo fiero sembiante mi far^ 
Chiaramente veder che tu quel sia. 



CANTO VENTESIMOTERZO 893 
78. 

Nob si pa6, gK rispose Orlando^ dire 
Che caTalier non sii d'alto valore; 
Perocchi si magnanimo desire 
Nod mi credo elbergasse in umil core. 
Se'l volermi veder ti fa venire, 
Vo'che mi veggi dentro come faore: 
Mi levero queato elmo dalle tempie, 
Acci6 ch^a panto il tao desire adempie. 
76. 

Ma poi che ben m'ayrai vedato in faccia, 
AU'altro desiderio ancora attendi: 
Resta ch^afla cagion ta satisfaccia^ 
Che fa che dietro questa via mi prendi; 
Che veggi se'l yalor mio si confaccia 
A quel sembiante fier che si commendi. 
Orsu, disse il pagano, al rimanente; 
Ch'al primo ho satisfatto interamente. 
77. 

n conte tuttavia dal capo al piede 

Ya cercando il pagan tntto con gli occhi: 
Mira ambi i fianchi, indi Tarcion; ne rede 
Pender ne qaa nh la masze ne stocchi. 
Gli domanda di ch'arme si provvede, 
S'avvien che coo la lancia in fallo tocchi. 
Rispose quel: Non ne pigliar to cara: 
Cosi a molt'altri bo aneor fatto paura. 
78. 

Ho Sacramento dt non cinger spada, 
Fin chMo non tolgo Dnrindana al conte; 
E cercando lo yo per ogni strada, 
Acci6 pill d^nna posta meco sconte. 
Lo gturai ( se dMntenderlo t'aggrada ) 
Qaando mi posi quest* elmo alia fronte: 
II qual con tntte Taltr^arme chMo porto, 
Era d'Ett6r, che gia milPaoni k morto« 
Oa. Vol II. 75 



594 V ORLANDO FURIOSO 

79. 
La spada sola manca alle buone arme: 

Come rabata fu, Don ti so dire. 

Or che la porti il paladioOj panne; 

E di (joi vien ch'egli ha s\ grande ardire. 

Ben penso^ se con lai posso accosKarme, 

Fargli il mal tolto ormai ristitnire. 

Cercolo ancor, che vendicar duio 

II famoso Agrican^ genitor mio« 
80. 
Orlando a tradimento gli die morte: 

Ben so che non potea farlo altrimente. 

11 conte pill non tacque, e grid6 forte : 

E tu, e qaalunque il dice, se ne mente. 

Ma qnel che cerchi, t'e venoto in sorte: 

lo sono Orlando, e nccisil giustamente ; 

E questa e quella spada che tu cerchi, 

Che tua sara se con virtu la merchi. 
81. 
Quantunque sia debitamente oiia, 

Tra noi per gentilezza si contenda: 

Ne voglio in questa pugna ch'ella sia 

Piu tua che mia; ma a un arbore s' appends. 

Levala tu liberamente via, 

S^avvien che tu m^uccida o che mi prenda. 

Cosi dicendo, Durindana prese, 

E'n mezzo il campo a un arbuscel I'appese. 
8«. 
Gia Pun dalPaltro e dipartito lunge, 

Quanto sarebbe un mezzo tratto d^arco: 

Gia I'uno contra I'altro il destrier punge, 

Ne delle lente rediue gli e parco; 

Gi^ Tnno e I'altro di gran colpo agginnge 

Dove per I'elmo la veduta ha varco. 

Parveno I'aste, al rompers!^ di gelo ; 

E in mille schegge and&r volando al cielo. 



CANTO VKNTESIMOTERZO SgS 
83. 

L'uaa e Faltra asta e forza che si spezzi, 
Che non voglion piegarsi i cavalieri, 

I cavalier che tornano coi pezzi 

Che 800 restati appresso i calci interi. 
Qaelli che sempre fur nel ferro avvezzi. 
Or' come dao villan per sdegno fieri 
Nel partir acque o termini di prati, 
Faa cradel zaffa di dao pali armati. 
84. 

Non stanno Paste a quattro colpi salde, 
E mancan nel furor di quella pugna. 
Di qua e di Ik si fan Vive piJi calde^ 
Ne da ferir lor resta altro che pugna. 
Schiodano piastre, e straceian meglie e falde. 
Pur. che la man, dove s'aggraffi, giugna. 
Non desideri alcun, perche piu vaglia, 
Martel piu grave o pin dura tanagKa. 
8». 

Come pu6 il Saracin ritrovar sesto 
Di finir eon suo onore il fiero invito? 
Pazzia sarebbe il perder tempo in questo; 
Che nuoce al feritor piu ch'al ferito. 
And6 alle strette Tuno e I'allro, e presto 

II re pagano Orlanda ebbe ghermito: 

Lo stringe al petto*, e crede far le prove 
Che sopra Antea fe'gia il figliuol di Giove. 
86. 
Lo piglia con molto impeto a traverse: 
Quando lo spinge, e quando a sh lo tira;^ 
Ed e nella gran collera si immerso, 
Ch'ove resti la briglia poco mira. 
Sta in se raccolto Orlando, e ne va versa 
II suo vantaggio, e alia viUoria aspira: 
Gli pon la canta man sopra le ciglia 
Del cavallo e cader ne fa la briglia^ 



996 V ORLANDO FURIOSO 
99. 

U Saraciuo ogni poter vi metto 

Che lo soffogbi o delParcioQ lo aveUa: 
Negli arti il coute ha le ginoccIiU akretta, 
Ne in qaeata parte vuol piegar ae io qoella* 
Per quel tirar che fa il pagan ^ cooskrette 
Le cingie son d' abbandonar la sella. 
Orlando e in terra » e appana $el oonoace^ 
Gh'i piedi ba in staffa, e atriaga ancor k cosce. 

Con quelnimor ch'im saceo d'tnae cade^ 
Risnona il oonte, come il campo toeca. 
II destrier c' ba la teata in libertade^ 
Qaello a chi tolto il freno era dt bocca, 
Non piu mirando i boschi che le atrade, 
Con ruinoso corso si trabocoa, 
Sptoto di qua e di la dal kimor eieeo; 
E M andrieardo se ne porta aeeo. 

Doralice, cbe vede la sua guida 
Uscir del cainpo^ e torlesi d'appreaBo^ 
£ mal restarne sensa si confida^ 
Dietro^ correndo, il sue ronatti gli ha mesao. 
II pagan per orgoglto al destrier grida, 
£ COD mani e con piedi il batte spesso; 
E, come non sia bestia, lo nainacQia 
Percb^ si fermi, e tutlaWa piu il caecia. 
90. 

La bestia^ ch' era spa?entoaa e ptditra^ 
Sensa guardarsi ai pie^ corre a tra^^rao: 
Gia corso ayea tre miglia^ a segQiva oltra^ 
V S*un fosso a quel desir non eca arrerso; 
Che 9 seoza aver nel foado o letto o eoltra, 
Riceve I'ano e Taltro io se riyerso. 
Die Maudricardo in terra aspra percossaj 
Ne per6 si fiacco ne si roppe ossa. 



CAHTO TBHTBSiMOTERZO 597 
W. 

Qaivi si ferma il oorridore alfine^^ 

Ma noD si pii6 gaidar, che noD ha freno: 
II Tartaro lo tiea presa nel erine, 
E tatto e dt furore e dMra pieao. 
Pensa, e oon sa qael cbe di far deatiae. 
Pongli la biiglia dal mio palafireno^ 
La doiHia gli dicaas ohe noa e molto 
II mio fisrace^ o sia ool frcno o sciolto. 

Al SaraciD pavea diicortesia 
La profferta acoattar di Doralicej ^ 
Ma frea gli SaA a?er pec altra via 
Fortuoa a'raoi dim molto fautrice. 
Qaivi Gabrtoa scaUerata ioTia, 
Che, pot eke di Zerbin fu traditrice, 
Fuggla^ eome la inpa che lontani 
Oda venire i cacciatori e i caftL 

Ella avea aocora indoaeo la goonelli, 
E qoei medesmi giovenili omati 
Che fi^o alia vexaosa damigella 
IK Piaabel, per ki veatir, levatif 
Ed avea il pdafreaoi usco di qaella^ 
Deji b«io« del moodO) e degli avvantaggiati. 
La veechift aopra il Tartaro trovoaae, 
Ch'ancor noo t'eea aceovta che vi Uma^ 
94. 

L'abito gioveail moase la B^ 

Di StordJIaao, e Mandricacdo a mso, 

Yedeodolo a colei che- raasimiglia 

A UQ babhoiaO', a ua bertacciooe io viso. 

Disegna il Saracin torle la brig^ia 

Pel sao destriero, e rinsci I'avviso. 

Toltogli il morao^ il palafren minaccia^ 

Gli grida, Io afiaventa, e in fuga il caccia. 



SgS L'ORLAIflK) FURIOSO 

Quel fugge per la selva, e seoo porta 
La quasi morta yeocliia di paora 
Per valli e monti. e per via dritta e iorta. 
Per fossi e per pendici alk ventora* 
Ma il parlar di costei A nou m'imperU, 
GhMo non debba d' Orlando aver piu con, 
Gh'alla raa sella ci6 ch^eaa di guaito^ 
Tutto ben racooncio senta c^ntrasto* 
96. 

Rimonto sol destriero, e ate gran peno 
A rigaardar che'l Saracin tomasse. 
Nol vedendo apparir, volae da sesxo 
Egli esser qael ch'a ritrovarlo andaaser 
Ha^ come costamato e bene aweaio, 
Non prima il paladin qnindi si trasse, 
Che con dolce parlar grato e corteae 
Buona licenzia dagli amanti preae. 
97. 

Zerbin di quel partir molto si doke: 
Di tenerezza ne piangea Isabella: 
Yoleano ir seco; ma il conte non volse 
Lor compagnia, ben cb'era e buona e bella; 
E con quests ragion se ne disctolse: 
Ch'a guerrier non e infamia sopra queUaj 
Che, quando cerchi un suo nimico^ prenda ^ 
Compagno che I'ainti e che'l difenda. 
98. 

Li preg6 poi che, quando il Saracino|, 
Prima ch'in lui, si riscontrasse in loro, 
Gli dicesser ch' Orlando avria vicino 
Ancor tre giorni per quel tenitoro^ 
Ma dopo, che sarebbe il suo cammioo 
Yerso le 'nsegne dei bei gigli d'oro, 
Per esser con Tescrcito di Carlo, 
Acci6 volendol, sappia ondejcluamarlo. 



CANTO VENTESIMOTERZO 599 
99. 

Qaelli promiser farlo voleotierij 
E questa e oga'altra cosa al suo comaDdo. 
Feron cammin diverso i cavalieri, 
Di qua Zerbino^ e di la il conte OrIando« 
Prima che pigli il conte altri sentieri^ 
Air arbor tolse, e a s^ ripose il braodo; 
E dove meglio col pagan pensosse 
Di potersi incontrare, il destrier mosse. 
100. 

Lo strano corso che tenne il cavallo 
Del Saracin pel bosco senza Tia^ 
Feee ch' Orlando andb dao giorni in fallo, 
Ne lo trov6, n^ poti averne spia. 
Giunse ad on rivo che parea cristallo^ 
Nelle cni sponde un bel pratel fiorifa, 
Di nativo color vago e dipinto, 
E di moki e belli arbori distinto. 
101. 

II merigge facea grato I'orezzo 
AI daro armento ed al pastore ignudo; 
Si che ne Orlando sentia alcua ribrezzo, 
Che la corazza avea^ V elmo e lo scudo, 
Quivi egli entrb, per riposarvi, in aiezzo; 
E v'ebbe travaglioso albergo e crudo^ 
E pill che dir si possa, empio soggiorno, 
Qaell'iofelice e sfortanalo giorno. 
102. 

Yolgendosi ivi intorno, vide scritti 
Molti arbnscelli in sa Pombrosa riva. 
Tosto che fermi v^ ebbe gli occhi e fitti, 
Fa certo esser di man della sua diva. 
Questo era un di quei lochi gia descritti, 
Ove sovente con Medor veniva 
Da casa del pastore, indi vicina, 
La bella donna del Catai regina. 



6oo L' ORLANDO FURIOSO 

105. 

Angelica e Medor coa cento nodi 

Legati insieme^ e in cento lochi yede. 
Qaante letlere son, tanti son chiodi 
Coi quali Amore il cor gli pange e fiede. 
Ta col pensier cercando in mtUe modi 
Non creder quel ch'al suo dispetto crede: 
Gh'altra Angelica sia creder si sfonsa, 
Gh'abbia scritto ii suo nome in qiiella seorsa. 
104. 

Poi dice: Gonosco io por qneate note: 
Di taP io n'ho lante vedate e le^te. 
Finger questo Medoro ella si puote: 
Forse ch'a me qaesto cognome metfe. 
Con tali opinion dal ver remote, 
Usando fraade a se medesmo, stette 
Nella speranza il mal contento Orlando, 
Ghe si seppe a se stesso ir procacciando. 
lOit. 

Ma sempre piu raccende e piu rinnova, 
Qaanto spegner piu cerca, il rio aospetto: 
Gome I'incauto angel cbe si ritrova 
In ragna o in visco arer dato di pelto, 
Qaanto piu batte Pale e piu si prova 
Di disbrigar^ piu vi si lega stretto. 
Orlando vieoe ove s'incurva il monte 
A guisa d^arco in su la cbiara fonte. 
106. 

Aveano in sulPentrata il luogo adomo 
Goi piedi storti edere e viti erranti. 
Quiyi soleano al piu cocente giorno 
Stare abbracciati i duo felici amanti. 
V aveano i nomi lor dentro e d^intorno, 
Piu che in altro dei Ineghi circonstanti, 
Scritti^ qual con carbone e qual coo gesso, 
E qual con puote di coltelli impresso. 



GANTO YENTESIMOTERZO 6oi 
107. 

U meslo conte a pii quiyi discese; 

E vide ia salFentrata della grotta 

Parole assai, cbe di saa mau distese 

Medoro avea, che parean scritte allotta. 

Del gran piacer che nella grotta prese, 

Questa seatenzia ia versi avea ridotta. 

Ghe fosse ciilta ia sue lioguaggto io penso; 

Ed era nella nostra tale il senso: 
108. 
Liete piante^ verdi erbe, limpide acque, 

Spelonca opaca e di fredde ombre grata, 

Dove la bella AogeUca^ cbe oacqae 

Di GalafroD, da molti invaoo aoiata, 

Spesso nelle mie braccia nada giacque; 

Della comodit^ che qui m^e data, 

Io, povero Medor, ricompensarvi 

D'altro uoo posso, che d'ognor lodarvi; 
109. 
E di pregare ogni sigDoro aoaante, 

E cavalieri e damigelle, e ognona 

Persona, o paesana o viandante, 

Ghe qai sua volonta meni o Fortuna, 

Gh'all'erbe, aU'ombra, alPantro, al rlo, alle piante 

Dica: Benigno abbiate e sole e lona, 

E delle ninfe il coro che provveggia 

Ghe non conduca a voi pastor mai greggia. 
110. 
Era scritto in arabico, cheU conte 

Intended cosi ben come latino. 

Fra molte lingae e molte ch'avea pronte, 

Prontissima avea qaella il paladino; 

E gli schiv6 pin volte e danni ed onte^ 

Ghe si trov6 tra il popol saracino. 

Ma non si vanti, se gii n^ebbe frutto; 

Gh'an danno or n'ha che pa6 scontargli il tutto. 

Oi. Vol. n. 76 



6o2 L' ORLANDO FORIOSO 
HI. 

Tre volte e qaattro e 8ei iene lo seritto 
Quello iafelioey e par cercando iovano 
Che non vi fosse qael ehe v'era seritto; 
£ sempre lo vedea pia chiaro e piano: 
Ed ogat volta in mezeo il petto affitto 
Stringersi il cor seoiia con fredda mmio. 
Rimase alfin con gli oedii e con la mente 
Fissi nel sasso, al sasso todiffBrente. 

iia. 

Fu allora per oscir del aeotimento^ 
Si tntto in preda del dolor si lassa. 
Credete a du n'ha fatto esperimento, 
iChe qnesto i'l daol che totti gli altri passa. 
Cadato gli era sopra il petto il mento, 
La fronte priva di baldanaa, e bassaj 
Ne pote aver ( cheU dool I'occopb tanto ) 
Alle qiierele voce, o nmore al pianto. 

lis. 

L'impetuosa doglia entro rimase, 

Che volea tutta oscir con tn^pa firetta: 
Gosi veggiam restar I'acqoa nel mse, 
Che largo il ventre e la booca abbia stretta; 
Che nel voltar che si fa in sa la base, 
L'umor che vorria oscir, tanto s^affic^tta, 
£ nelPangnsta via tanto s'lntrica^ 
Ch'a goccia a goccia faore esee a fatica. 
114. 

Poi ritorna in ae alqaanto, e pensa come 
Fossa esser che non sia la cosa vera: 
Che voglia alcon cosi infamare il noose 
Delia sua donna, e crede e brama e spera, 
O gravar loi dMnsopportabil some 
Tanto di gelosia, che se ne pera; 
Ed abbia quel, sia chi si voglia stato, 
Molto la man di lei ben imitato. 



CANTO VENTESlMOTfiRZO GoS 
lis. 

In 0061 poca, ia eon dd>ol tpenie 
Sveglia gli spirtiy e |^ rifrtnea 00 poco, 
Indi al soo Brigliadoro il dosao prettie^ 
Dando pk il sole alia aorella loco* 
Non fBoUo vft, ehe dalle vie nqpreme 
Dei tetti iiacir vede il vapor del faoeO) 
Sente caui abbaiar, moggiare armento: 
Yiene aUa villa, e pigUa alloggiameato. 
116. 

Laogaido smonta^ e lascia Brigliadoro 
A un discreto garzon cbe n'abbia cura. 
Altri il diaarma, altri gli sproni d'oro 
Gli leva, altri a forbir va Pamiatora. 
Era qoesta la casa ove Medora 
Giacque ferito, e v'ebbe alta avventura, 
Gorcarsi Orknda e aoa ceoar domanda, 
Di dolor sazio e non d^altra vivanda. 
117. 

Quanto piu cerea rifrovar quiete, 
Taoto ritrova piu travaglio e pena, 
Ghe dell'odiato sorilto ogoi pasete, 
Ogai uscio, ogm fioeatra vede piena. 
Ghieder oe vuol; poi tien le ld>bra chete, 
Chh teme noa si far troppo serena, 
Troppo ohiara la cosa ohe di neU>ia 
Gerca offoacar, perche men noooer debbia^ 

ua 

Poco gli giova oaar fraode a se stesso; 
Gb^, aenza domaudaroe,. e cbi ne parla. 
II pastor, cbe lo vede cosi oppresso 
Da sua tristizia, e cbe vonria levarla, 
L'istoria nota a se, cbe dicea spesso 
Di quei daa amanti a cbi volea ascoltarla, 
Gh'a moUi dilettevole fii a udire, 
GriaGomiaoi6 senza rispetto a dire: 



6o4 L' ORLANDO FDRIOSO 

119. 

Gome 6880 a'priegfai d' Angelica bella 
Portato area Medoro alia sua yiUa; 
Gh^era ferito grayemeote, e ch^eHa 
Gar6 la piaga, e in pocbi di goarilla: 
Ma che nel cor d'ooa maggior di qaeHa 
Lei fer) Amor; e di poca scintilla 
L'accese tanto e si cocente foco 
Ghe n'ardea tutta, e ooa trorava loco: 
180. 

E senza aver rispetto ch'ella fosse 

Figlia del maggior re ch'aU>ia il LeTaote, 
Da troppo amor constretta si condosse 
A farsi moglie d^un povero fante. 
AH' ultimo Fistoria si ridosse^ 
Che'l pastor fe^portar la gemma innante, 
Cb'alla saa dipartenaa, per mercede 
Del buono albergo^ AngeKca gli diede. 
IW. 

Questa conclusion fu la secure '^ 

Gbel capo a un colpo gli le?6 dal cotto, 
Poi che dMnnumerabil battiture 
Si vide il manigoldo Amor satoUo* 
Gehr si stodia Orlando il duolo; e pure 
Quel gli fa forza, e male asconder puotto: 
Per lacrime e sospir da bocca e d^occhi 
Gonyien, voglia o non TOglia^ alfin che scocchi, 
122; 

Poi cb'allargare il freno al dolor puote 
( Chh resta solo^ e senza altmi rispetto ), 
Gill dagli occhi rigaudo per le gote 
Sparge ua fiume di lacrime sul petto : 
Sospira e geme, e va con spesse ruote 
Di qua di la tutto cercando il letto; 
E piu duro ch' un sasso, e piii pungente 
Ghe se fosse d'urtica, se lo sente. 



CANTO VENTESIMOTERZO 6o5 
193. 

la tanto aspro travaglio gli soccorre 
Che nel medeamo letto in che giaceva^ 
L'iograta donna venatasi a porre 
Col rao dnido piii volte es^er doveva. 
Non altrimenti or quella pioma abborre, 
Ne con minor prestezsa se ne leva, 
Ghe delFerba il Tillan che s^era messo 
Per chiader gli occhi, e vegga il aerpe appresso. 
184. 

Qael lettO) quella casa, quel pastore 
Immantinente in tant'odio gli casca^ 
Ghe^ senza aspettar luna, o che Talb^re^ 
Ghe ya dinanzi al nuovo giomo^ nasca, 
Piglia Parme e il destriero, ed esce fuore 
Per messo il bosco alia piii oscura frasca; 
E quando poi gli e avviso d'esser solo, 
Gon grid! ed urli apre le porte al duolo. 
125. 

Di pianger mai, mai di gridar non resta; 
Ife la notte n^l di si dk mai pace: 
Fngge cittadi e borghi, e alia foresta 
Sol terren duro al discoperto giace. 
Di se si maraviglia ch'abbia in testa 
Una fontana d'acqna s) vivace, 
£ come sospirar possa mai tanto; 
E spesso dice a se cosi nd pianto: 
186. 

Qaeste non son piu lacrime, che fuore 
Stillo dagli occhi con A larga vena: 
Non suppliron le lacrime al dolore; 
Fintr ch'a mezzo era il dolore appena. 
Dal faoco spinto ora il vitale umore, 
pQgge P^r quella via ch^agli occhi mena; 
Ed h quel che si versa, e trarra insieme 
Wl dolore e la vita all' ore estreme. 



6o6 L' ORLANDO FURIOSO 

Qaesti chModisio fan del mio tonnaato^ 
Sospir BOO sooo; ne i sospir soa tali. 
Quelli haa triegua talora ; io mai hod aenta 
Ghe'l petto mio men la ana pens eaalk 
Amor, cha m^ttrde il cor, fii qoeato vento, 
Mentre dibatte iotomo at foooa Pali. 
Amor, con clie miracolo lo lai, 
Gbe'n faoco il teagbi, e nol coaanmi mai? 

Non son, noo sono io quel ehe paio in tbo: 
Quel ch^era Orlando, h morto, ed ^ aotterra;^^ 
La sua donna ingratiasima Fha iicciao; 
Si, mancando di fe, gli ha fatto gaerra.. 
Io son Io spirto sno da lai diviso^ 
CbMn qnesto iAferno tormentandosi enray 
Acci6 con TooibrB, sia, che sola avansa, 
Esempio a chi in Amor pone sperania* 

Pel boscq err6 lotta la notte il coatej 
E alio spootar della diama fiamnia 
Lo torn6 il suo destia sopaa 1a finite 
Dove Medoro iiiscnlse repigramma^ 
Yeder Pingiuria sua acritta nel monte 
L^accese si, chMn lur non vestb dramma 
Che non fosse odio, rabbia, ira e fwove; 
Ne piu indugi6, che trasse ii brando foore.. 
130« 

Tagli6 Io scritto eU sasso, e sin al ciela 
A Tolo alzar fe'le minute schegge. 
Infelice quell' antro, ed ogni stela 
lu cui Medoro e Angelica si leggel 
Cos) rest^ quel di, ch' ombra ne gelo 
A pastor mai non daran piu, ne a gregge: 
E quella fonte, gia si chiara e pura, 
Da cotanta ira fn poco aicura; 



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CANTO VENTESIMOTERZO 607 
134. 

Che rami e ceppi e troncfai « sassi e zolle 
Non ce9s6 di gittar nelle belPonde, 
Finche da aommo ad imo s) turbolle^ 
Che non fdro mat piu chiare o^ monde: 
E stanco alGo^ e alfin di sndor molle, 
Poi che la lena vinta oon risponde 
Alio sdegno, al grave odio, alPardente ira^ 
Cade sul pralo, e verso il ciel sospira. 
13fi. 

A£9itto e stanco alfin cade nell'erba, 

E ficca gli oochi al cielo^ e non fa motlo. 
Senza cibo e dormir cos) si serba; 
Che'l sole esce tre volte^ e torna sotto. 
Di crescer non ce8s6 la pena acerba, 
Che fuor del senno alfin I'ebbe condotto. 
II qnarto di da gran ftiror commosso^ 
E maglie e piastre si straccio d! dosso. 
155. 

Qni riman Pelmo, e la riman lo scudo; 
Lontan gli arnesi^ e piu lontan Fasbergo: 
L'arme sue tntte^ in sonima vi concludo, . 
Avean pel bosco difPerente albergo. 
E poi si squarci6 i panni, e moslro ignudo 
L'ispido ventre, e tntto'l petto e'l tergo; 
E cominci6 la gran follia, si orrenda, 
Che della piu non sar^ mai chi^ntenda. 
134. 

In tanta rabbia, in tanto furor venne, 
Che rimase offuscato in ogni senso. 
Di tor la spada in man non gli sovvenne^ 
Chi fatte avria mirabil cose, penso. 
Ma ne quella, nh scure, ne bipenne 
Era bisogno al suo vigore inimeoso» 
Qnivi fe'ben delle sue prove eccelse, 
Ch'un alto piuo al primo crollo svelse: 



6o8 L' ORLANDO FDRIOSO 
iS5. 

E BweUe dopo il primo altri pareocfai. 
Gome fosser finocchi, ebuli o aneti; 
E fe'il simil di querce e d'olmi vecchi^ 
Di faggi e d^orni e d'ilici e d'abeti. 
Quel ch'ua uccellator, cbe s'apparecchi 
II campo mondo, fa, per por le reti, 
Dei giuDchi e delle stoppie e deU'orticlie, 
Facea de^cerri e d'altre piante antiche. 
136. 

I pastor che seotito hanno il fracaaso, 
Lasciando il gregge sparso alia foresta, 
Chi di qaa, chi di U tatti a gran passo 
Vi vengono a veder che cosa ^ qneata. 
Ma SOD giuoto a quel segno il qual s'io passo 
Yt potria la mia istoria esser molesta; 
Ed 10 la vo'piuttosto differire^ 
Cbe v'abbia per luoghezza a fastidire. 



- ■it H O iO ' 



LORLA!VDO FURI080 

CANTO VENrii:SI]IIOQ€iiaTO 



ARGOMENTL 

A»aimATO. ]X>LCI. 

Zerbio rimette ad Otlnrico rooie^ II corlrae Zcrbin heaignamentc 

E(l a Gabrinii, e vu li iModa in pace; Graio perdon cnnce<le ad Odorico. 

Ma per difeod^r U spada del conte. Per la apaila d*0il.4Dd» ardiUtueiita 

Ucciao h poi da MMBdiicMnIo aiidMee. Ne mii'tr per man del Tart»ro ■luiico. 

Pi.«nge IsubelU ; e q<i«*l con R>Kl'*moii(a C«>n Rtidftnioiue pni di adrgon ardrnie 

Aapra baiiaglia, rd alfin iri*i;Ha I'acr^ Oxiibnilc, e al Kii dea(o di ^vtm aiiiicoi^ 

Pfr dar auccomo ad AgiauMQie e mi lore* Trail i ad on nicsao, a lor \eiiuto avaoU^ 

Cbe quaai erano in prnln ai gigli d*un>« Aiubi apin!>«r in fliuto d' Auranaaole* 

IRGUILLAEA. VBHDIZZOTTL 

Zerbin GaHrina usaokr, «t OlorioA, Zeibin. per prns* d'«>giii avuta t>fl#aa 

Ma brn c^n Irg^t* p*-ii*;lM'aii e triata; L)a (>rfbnnH e O loiicii| miibi*! congioogiBs 

Pnr aalviir poi Im apiida al IVdIe aniico Prr far c«m Mantlncirda |^oi dileta 

Dal re di Tarian:i la nMNrte arquiaia. Dril^ apada d'Oriaodo^ • mtirie giunge* 

Poi R«>d'iaioiiie appreaao il »qu nrntico Viro R'Hlooionie e'l Tariaro a ctMiletA 
Trot a ctdei rbe'l cor gli infoamnwi e aiinata; Per DcirAlice, ondc »% Avor li punge: 

Lo afida e pagniin per amor: poi fnoiio Poi iregua per nlquaoto inaiema fanno 

Triegoa, per riparare al eoaiua daono. Menire ia aoeoono d* AgraiMiile faouo* 

I. 

C^bi mette il pi^ su Pamorosa pania, 
Cerchi rilrarlo, e non y^inveschi Talc; 
Che non e in sonnma Amor se nou insania, 
A gtudizio de'i^avi iinivt^rsale : 
£ sebben come Orlaiifio ognnn non smania^ 
Suo furor mosira a quulch'allro segnale. 
£ quale e di pazzia segno piii espresso 
Cbe^ per altri, voler perder se steaso? 
2. 

Yari gli efTetii son; ma la pazzia 
E lutt'una pero, cbe li Ta uscire. 
Git e come una gran selva, ove la ^ia 
Convieue a forza, a cbi vi ya, fallire: 
Cbi su cbi giu, cbi qua cbi la travfa. 
Per coorludcre, in somrna, io yi yoMire: 
A cbi in amor s'ioveccbia, oltr'ogni peoa, 
Si oonyeogODO i ceppi e !• catena. 
Oa. Vol. IL 'tJ 



6io L' ORLANDO FURIOSO 

5. 
Ben mi si potrfa dir: Frate, ta vai 
L^ altroi mostraodo, e non vedi il too fallo. 

10 yi rispoodo che comprendo assai, 
Or che di mente ho lucido intervallo; 
Ed ho graa cara (e spero farlo ormai) 
Di riposarmi e d' uscir fuor di ballo : 
Ma tosto far, come vorrei nol posso, 
Che M male k penetrato iofin air osso. 

4. 

Signor, nell* aUro canto io Ti dicea 
Ghe '1 forsennato e furioso Orlando 
Trattesi 1' arme e sparse al campo avea , 
Square iati i paoni, via gittato il brando, 
Svelte le piante^ e risonar facea 
I cavi sassi e V alte selve, qoando 
Alcnn pastori al suon trasse in quel lalo 
Lor Stella 9 o qualche lor grave peccato. 
5. 

Yiste del pazco 1' incredibil prove 

Poi piu d' appresso , e la possanza estrema , 
Si voltan per fuggir, ma non sanno ove, 
SI come avviene in sobitanea tema. 

11 pazzo dietro lor ratto si muove: 
Uno ne piglia^ ^ del capo Io scema^ 
Con la facilita che torria alcuno 

Dair arbor pome, o vago fior dal pruno. 
6. 
Per una gamba il grave tronco prese, 
E qoello uso per raazza addosso al resto. 
In terra nn paio addormentato stese, 
CV al novissimo di forse fia desto : 
Gli altri sgombraro subito il paese, 
Ch^ ebbono il piede e il buono avviso presto. 
Non sarfa stato il pazzo al seguir lento ^ ^ 
Se non ch' era gia vAIto al loro armento. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 6ii 
7. 

Gli agricaltori^ accorti agli altra^ esempli^ 
Lascian nei campi aratri e marre e falci; 
Chi monta sulle case, e chi su i templi 
( Poiche noo son sicari olmi ne salci ) , 
Oode Porrenda furia si contempli, 
Ch'a pngDi, ad urti^ a morsi, a graffi, a calci, 
Cavalli e baoi rompe^ fracassa e struggej 
E ben e corridor chi da loi fugge. 
8. 

Gia potreste sentir come rimbombe 
L'alto rumor oelie propinqiie ville 
D^urli e di corni, rusticane trombe, 
E piu spesso che d'altro, il suon di squille; 
E con spuotoni ed archi e spiedi e frombe 
Yeder dai inonti sdrucciolarne mille; 
Ed altri taati andar da basso. ad alto^ 
Per fare al pazzo un villanesco assalto. 
9. 

Qual venir siiol Del salso lito Tonda 

Mossa dalPAastro ch^a priocipio scherza, 
Che maggior della prima e la seconda,' 
E COD piu forza poi segue la terza; 
Ed ogni voUa piu Pumore abboDda, 
E Dell'areDa piu steDde la sferza: 
Tal contra Orlaodo Tempia turba cresce, 
Che gill da baize scende e di valli esce. 

Fece morir diece persoae e diece, 

Cbe^ seoza ordiDe alcuD^ gli aodaro io maoo: 
E questo chiaro esperimento fece, 
Ch'era assai piu sicur starne lootano. 
Trar sangue da quel corpo a nessun lece, 
Che lo fere e percuote il ferro invaoo. 
Al coDte il Re del ciel tal grazia diede, 
Per porlo a guardia di sua santa Fade. 



6i2 L' ORLANDO FURI080 

ir. 

Era a periglio di irioriri) Oriando, 
Se fosse di morir slalo capace* 
Potea imparar ch'era a gitlare i) bhtttdo, 
£ poi voler ' sens' ai'nie essere atidace. 
La turba gia s'aodava ritirando, 
Ted^ndo ogof suo colpo Mcif fallacy* 
Orlando^ poi che piia oessua Paltetidtf, 
Yerso ua borgo di case il cammio preode. 
IS. 

Dentro hon vi trovo piccol nk grande, 

CbeM borgo ogDou per tema area lasciiAo. 
y eraoo in. copia povere vivande^ 
CbaveiiieDti a oa pastorale slalo. 
Sensa H pane disoerner dalle ghtafide^ 
Dal digiurio e dairimpeto cacciato, 
Le mani e if dj^ote lascio andar di boflo 
la quel che troTO priaia, o crudo o cotto. 
15. 

E qaiudi errando pi«r tiitto il paese, 

Dava la caceia e agli gooiim e alle fere; 
E scorrieodo pei boschi talor prese 
I capri istielli e le damme leggiere: 
Spesso coo oral e con cingiat eooteae^ - 
£ con man nude 12 pose a giacere; 
E di lor came' coo tutta la spoglia 
Pill ^olte il veoire empi coo fiera voglia. 
14. 

Di qua di la, di su di giii discorre 

Per tutfa Francia; e yn giorno a on poole arriva, 

SoUo cui largo e pieob d'acqna «orre 

Un Rome d^alla e di sroscesa riva. 

Edtficafo accanio avea nna.torre 

Che d*ogn'iritorno e di lonfan scoprfra. 

Quel che fe*quivi, avete aU-fove a udire, 

Chi di Zerbiu mi cooTieo prima dire. 



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CANTO VENTESIMOQUARTO 6i3 
m. 

Zerbio, da poi ch^OrlaDcIo Xu partito, 
Dimor5 alquaoto, e poi preae il senfiero 
CheM paladioo iuoanei gli avea triio, 
E mosse a paaao lento il soo destriero« 
Noa credo che duo miglia anco fosae ito, 
Che trar vide legato uo cavaliero 
Sopra UD piccol roozino, e d^ogoi lalo 
La guardia aver d'uo cavaliero armaio« 
1«. 

Zerbia questo prfgioo cooobbe tosto 
Che gli fa appresso, e cosi feMsabelUu 
Era Odorico il biscaglio, che po&to 
Fu come lupo a guardia delP agoella. 
L'avea a iutti gli amici auoi preposto 
Zerbino, in confidargli la donzella, 
Speraodo che la Tede che oel resto 
S^mpre avea avuta, avesse aocora io questo* 
17. 

Come era appoofo quella cosa atata^ 
Tenia Isabella raccontando allotta; 
Come nel palisebermo fu salvata 
Prima ch'avesse il mar la nave roiia; 
La for2a che Tavea Odorioo usata; 
E come tratta poi foase alia grotta« 
Vh giunt^era aeoo al fio di quel aermone^ 
Che trarre U malfattor vider prigione. 
1& 

I duo ch^io mezso aveaa preao Odorico^ 
DMsabella notisia ebbono vera; 
E s'avviaaro esaer di lei I'aqnico, 
B'l sigoor lor colm cb'appreaso Fera; 
Ma pill, che nello sciido il segno antico 
Yider dipioto di sua atirpe altiera: 
E trovAr^ poi che guardir meglio al visd, 
Che s^era al vero appoato il Icnto avvisa 



6i4 ' L' ORLANDO FORIOSO 
19. 

Saltaro a piedi, e cod aperte braccia 
Gorrendo se n'andlr verso Zerbioo, 
E rabbracciaro ove il maggior s^abbraecia. 
Col capo nudo, e col ginocchio cbino. 
Zerbio guardando Pudo e Paltro in faccia, 
Tide esser Tud Corebo il biscaglino, 
Alcnonio Taltro, ch^egli avea mandati 
Goa Odorico in sul navilio aimati. 
20. 

Almonio diase: Poiche piace a Dio 

( La sua. merc^ ) cbe sia Isabella teco, 
lo posso ben comprender, signor mio, 
Cbe nulla cosa nnova ora t'arreco, 
SMo voMir la cagton cbe questo rio 
Fa cbe cosi legato vedi meco ; 
Gb^ da costei, cbe piii sent! Poffesa, 
A punto avrai tutta Fistoria intesa. 

Gome dal traditore io fai scbernito 
Qaaodo da s^ leTommi^ saper d^i, 
E come poi Corebo fu ferito, 
Gh'a difender s'avea tolto costei. 
Ma quanto al mio ritorno sia seguito, 
Ne veduto ne inteso fu da lei, 
Cbe te Pabbia potato riferire: 
Di qaesta parte dunqae io ti voMire: 

Dalla cittade al mar ratto io veniva 
Con cavalli chMo fretta avea trovati, 
Sempre con gli occhi intenti sMo scopriva 
Gostor cbe molto addietro eran restati. 
Io vengo iananzi, io vengo in su la riva 
Del mare, al laogo ove io gli avea lasciati; 
Io guardo, ne di loro altro ritrovo^ 
Che neir arena alcun vestigio noovo. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 6i5 

as. 

La pesta segoitai, cbe mi condudse 
Nel bosco fier; n^ molto addeatro fiii, 
Che, dove il snon rorecchie mi percusse, 
Giacere in terra ritrovai costui. ^ 
Gli domandai cfae della donna fusse, 
Che d'Odorico^ e chi avea offeso liii. 

10 me n'andai, poiche la cosa seppi, 

11 traditor cercando per qaei greppi. 

94. 
Molto aggiraodo vommi, e per quel giorno 
Altro vestigio ritrovar non posse. 
Dove giacea Corebo alfin ritorno, 
Che fatto appresso avea il terren si rbsso^ 
Che poco piu che vi facea soggiorno, 
Gli saria stato di bisogno il fosso, 
£ i preti e i frati piii per sotterrarlo, 
ChM medici e che'l letto per sanarlo. 

28. 
Del bosco alia citt4 feci portallo, 
£ posi in.casa d'ono ostier mio amico^ 
Che fatto aano in poco termine hallo 
Per cara ed arte d'un chirargo antico. 
Poi d'arme provveduti e di cayallo 
Corebo ed io ceroammo d'Odorico, . 
ChMn corte del re Alfonso di Biscaglia 
Trovammoj e qaivi fui seco a battaglia. 

26. 
La giostizia del re, che li loco franco 
Della pugna mi diede^ e la ragione; 
£d oltre alia ragion^ la Fortuna anco, 
Che spesso la vittoria, ove vuol, pone, 
Mi giovSr si, che di me pot^ manco 
II traditore; onde fa mio prigiooe. 
II re, udito il gran fallo, mi concesse 
Di poler fame quanto mi piacesse. 



6i 6 L* ORLANDO FURIOSO 
VI. 

Noa Fho volato accider ne lasciarlo 
Ma^ come vedi, trarloti in catena; 
Perche To^ch'a te atia di giudicarlo, 
Se morire o teoer si deve in pena. 
L'avere inteso ch'eri appresso a Carlo, 
ET'l desir di Irovarfi qui mi mena. 
Riograzio Did che mi fa in questa parte, 
Dove lo aperai meno, ora Irovarte. 

Riograsiolo anco chi la taa Isabella 
/lo veggo ( e noo so come ) cbe teco hai; 
Di cui, per opra del fellon, noTclla 
PiBOsai che non avessi ad udir mai. 
Zerbiao ascoita Almonio, e non favella, 
Fermando gli occhi in Odorico assai; 
Non 81 per odio, come che gl'incresce, 
Gh'a si mal fin tanta amicizia gli esce. 

fie. 

Finito ch^ebbe AImooio.il suo sermone, 
Zerbin riman gran peszo sbigottito, 
Gh^ chi d'ogn'altro men n^avea cagione^ 
Si espressamente il possa aver tradito. 
Ma poi che d'una luoga ammirazione 
Fa, sospirando, fiaalmente nscito, 
Al prigion domand6 se fosse vero 
Quel ch'avea di lui detto il cavaliero. 
SO. 

II disleal con le ginocchia in terra 
Lasci6 cadersi, e disse: Signor mio, 
Ognun che vive al mondo, pecca ed erra; 
Ne differisce in altro il buon dal rio, 
Se noQ che Puno h vinto ad ogni guerra 
Che gli vien mossa da on piccol disfo; 
L* altro ricorre ali'arme e si difende, 
Ma se'l nimico e forte, anco ei si rende. 



CANTO VENTESIMOQUIRTO 617 
51. 
Se ta m^avesssi posto alia difesa 

D^aDa tua rdcca, e ch'al primiero assalto 
Alzate avessi, senza far contesa^ 
Cogl' inimici le bandiere in alto; 
Di vilta^ o tradimenlo, cbe piii pesa^ 
Sugli occhi por mi si potria uno smalto: 
Ma 8*10 cedessi a forza^ son ben certo 
Che biasmo oon avrei, ma gloria e merto. 
33. 
Sempre cbe Pinimico e piu possente, 
Pill chi perde accettabile ba la scusa. 
Mia fe guardar dovea non altrimente 
Cb^uba fortesza d'ogn'intorno cbiasa. 
Cos], con quanta seuno e quanta mente 
Dalla somma prndenzia m^era infusa, 
lo mi sforzai gaardarla; ma alfin Tinto 
Da intollerando assalto, ne fui spinto. 
35. 
Cosi disse Odorico, e poi soggiunse 

( Che sarfa lungo a ricontarvi il tatto ), 
Mostrando cbe gran stimolo lo punse, 
E non per lieve sferza s'era indntto. 
Se mat per priegbi ira di cor si emunse, 
S'amilta di parlar fece mai frulto, 
Quivi far lo dovea; cbe ci6 cbe muova 
Di cor durezza, ora Odorico trova, . 
34. 
Pigliar di tanta ingiaria alta vendetta, 
Tra il si Zerbino e il no resta confuso* 
II vedere il demerito lo alletta 
A far die sia il fellon di vita esclusoj 
II ricordarsi Pamicizia stretta 
Cb^era stata tra lor per si lungo uso, 
Con Tacqua di pieta I'accesa rabbia 
Nel cor gli spegne, q vuol cbe merci n^abbia* 
Oi. Vol. IK 78 



6 1 8 L' ORLANDO FDRIOSO 

35. 

Mentre stava cosi Zerbino in forse 
Di liberare^ o di meoar captive, 
Oppiir il disleal dagli occhi torse 
Per morte, o pur tenerlo io peoa vivo, 
Quivi rigaando il palafreoo corse 
Che Maodricardo avea di briglia privo: 
E vi porto la vecchia, cbe vicioo 
A morte dianzi avea tratto Zerbiao. 
56. 

II palafren, ch^udito di lootano 

Avea quest' altri) era (ra lor veoato, 
E la vecchia portatavi, chMDvano 
YeD^a piangendo e dbmaDdaDdo aiato. 
Gome Zerbin lei vide, alzb la maao 
Al ciel che si benigao gli era suto, 
Che datogli in arbitrio avea que'dai 
Che soli odiati esser dovean da lui. 
57. 

Zerbin fa ritener la mala vecchia, 

Tanto che pensi quel che debba faroe. 
Tagliarle il oaso e FuDa e I'altra orecchia 
Pensa, ed esempio a'malfattori dame. 
Poi gli par assai meglio, s' apparecchia 
Un pasto agli avoltoi di quella came, 
Paoision di versa tra se volve; 
E cosi finalmente si risolve. 
58. 

Si rivolta ai compagni, e dice: Io sono 
Di lasciar vivo il disleal contento; 
Che, s'in tutto non merita perdooo, 
Non merita anco si cradel tormento. 
Che viva^ e che slegato sia gli dono, 
Per6 ch' esser d'Amor la colpa sento; 
£ facilmente ogni scusa s'ammette, 
Qaaado in Amor la colpa si riflette. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 619 
38. 

Amore ha vAIto sottosopra spesso 
SeoDO piu saldo che non ha costui; 
Ed ha condotto a via onaggiore eccesso 
Di questo, ch' oltraggiato ha tutti nui. 
Ad Odorico debbe esser rimesso: 
PuDito esser debbo 10, che cieco fut ; 
Cieco a dargliene impresa, e non por n>ente 
Che '1 foco arde la paglia facilmente. 
40. 

Poi mirando Odorico: lo vo^che sia, 
Gil disse, del tuo error la pcnitenza, 
Ghe la vecchia abbi un anno in cooipagnia, 
Ne di lasciarla mai ti sia licenza; 
Ma notte e giorno^ ove to vada o slia, 
Un'ora mai non te ne trovi senza; 
E fin a morte sia da te difesa 
Contra ciascun che voglia farle offesa. 
41. 

Yo^ se da lei ti sara comandato, 

Che pigli contra ognun cootesa e guerra: 
Yo'in qiiesto tempo che tu sia ubbligato 
Tutta Francia cercar di terra in terra. 
Gosi dicea Zerbin; che pel peccato 
Meritando Odorico andar sotterra^ 
Questo era porgli innanzi un'alta fossa, 
Che fia gran sorte che schivar la possa. 
42. 

Xante donne, tanti uomini traditi 

Avea la yecchia, e tanti offesi e tanli, 
Che chi sara con lei, non senza liti 
Potra passar de'cavalieri err^uti. 
Cosi di par saranno ambi puniti: 
Ella de'saoi commessi errori innanti; 
^ Egli di torne la difesa a torlo^ 
Me molto potra andar che non sia morto. 



620 L'OKLANDO FURIOSO 

43. 

Di dover servar qaesto, Zerbio diede 
Ad Odori«o ud giuraraeoto forte, 
Goo patto che, se mai rompe la fede , 
£ chMnnaDzi gli capiti per sorte, 
Senza udir prieghi e averne piii mercede, 
ho debba far morir di crada morte. 
Ad Almonio e a Corebo poi rivoUo, 
Fece Zerbio che fa Odorico sciokou 
44. 

Corebo, coosenteodo Almonio, aciolse 
II tradiiore alfio, ma ooo in fretta; 
Gh^alPuoo e alPaltro esser turbato dotse 
Da SI desiderata sua vendetta. 
Quindi partissi il disleale, e tolse 
la cotnpaguia la vecchia maledetta. 
NoQ si legge io Turpra che n^avveoisse} 
Ma vidi gia uo autor che piii oe scrisse. 
AS. 

Scrive Paatore, il cut nome mi taccio, 
Che noq fAro lootani una gioroata, 
Che per tdrsi Odorico quello impaccio, 
Contra ogoi patto ed ogni fede data, 
Al collo di Gabrina gitt6 on laccio', 
E che ad un olmo la Iasci6 impiccata; 
£ ch'indi a un anno ( ma uon dice il loco ) 
Almonio a loi fece il medesmo gioco« 
46. 

Zerbin, che dietro era venuto alPorma 
Del paladin, ue perder la vorrebbe, 
Manda a dar di se nuove alia sua lorma, 
Che star senza gran dubbio non ne debbe: 
Almonio manda, e di piii cose informa, 
Che lungo il tutto ricontar sarebbe; 
Almonio manda, e a lui Corebo appresso; 
Nq tieq, fuor che Isabella, altri con esso^ 



CANTO VENTESIMOQUARTO 6a i 

Taot'era Pamor graode cbe Zerbino, 
E ooD mioor del suo qael cbe Isabella 
Portava al virliioso paladino; 
Tanto il desir dMotender la oovella, 
Cb'egli avesse trovato il Saracino 
Che del destrier lo trasse con la sella^ 
Che noQ farii all^esercito ritorno 
Se Doa finito cbe sia il terzo gioruo; 
48. 

II termioe ch^ Orlando aspettar disse 
II cavalier ch'ancor non porta spada. 
Nod e alcuo luogo dove il conte gisse, 
Che Zerbin pel medesimo non vada. 
Giunse alfin tra quegli arbori che scrisse 
L' ingrata dooDa, un poco fuor di slrada ; 
E COD la fonte e col vicino sasso 
Tulti li ritrov6 messi iD fracasso. 
49. 

Vede loDtan non sa che lamiooso, 
E trova la corazza esser del conte ; 
E trova Telmo poi, non quel famoso 
Ch'artn6 gia il capo alParricano Ahnoute; 
II destrier nella selva piii nascoso 
Sente a nitrire, e leva al suon la fronte; 
E vede Brigliador pascer per Terba, 
Cbe dalParcion pendente il freno serba. 
50. 

Durindana cerco per la foresta, 
E fuor la vide del fodero starse. 
Trovo, Dcia in pezzi, ancor la sopravvesla 
Cb'In cento lochi il miser coote sparse. 
Isabella e Zerbin cou faccia mesta 
Stanno mirando, e non san cbe pcnsare, 
Pensar polrian tiitte le cose, eccetto 
Che fosse Orlando fuor delPintelletto.. 



6aa L' ORLANDO FURIOSO 
51. 

Se di saugne vedessioo una goccia^ 
Creder potriao che fosse stato morlo» 
Intanto luogo la corrente doccia 
Tider yenire aa pastorello smorto. 
Costui pur dianzi area di sa la roccia 
L*alto furor deiriofelice scorto. 
Come Tarme gitt6, squarciossi i panni^ 
Pastori nccise, e fe^miiraltri daoni. 

Costui, richieslo da Zerbin, gli diede 
Vera informazioD di tuUo questo. 
Zerbia si maraviglia, e appena il crede; 
£ tuttavia uMia iodizio manifesto. 
Sia come vuole, egli discende a piede, 
Pien di pietade, lacrimoso e mesto ; , 
£ ricoglieiido da diversa parte 
Le reliquie ne va ch'erano sparte. 
53. 

Del palafreo discende anco Isabella, 
£ va queiParme riducendo insieme. 
£cco lor sopravviene una donzella 
Dolente in vista, e di cor spesso geme. 
Se mi domanda alcun chi sia, percb'ella 
Cosi s'aflBigge, e che dolor la preme; 
lo gli risponder6 ch'e Fiordiligi 
Che dell'amante suo cerca i vestigi. 
84. 

Da Brandimarte senza farle motto 
Lasciata fu nella citta di Carlo, 
Dov^ella Paspelto sei mesi ed otto; 
£ quando alfin non vide ritornarlo, 
Da un mare alPaltro si mise, fin sotto 
Pirene e TAlpe, e per tutto a cercarlo: 
L^ando cercando in ogni parte, fuore 
Ch'al palazzo d^Atlante incantatore. 



CANTO VENTESIMOQUARTO GaS 
SS. 

Se fosse stata a quelPostel d'Atlante, 
Veduto COD Gradasso andare errando 
L^ayrebbe^ con Raggier^ coq Bradamante, 
E cod Ferraii prima^ e coo Orlaodo. 
Ma poi che cacci6 Astolfo il negromaDte 
Col suoD del corao orribile e mirando, 
Brandinaarle torD6 verso Parigi; 
Ma DOD sapea gii questo Fiordiligi. 
56. 

Come 10 vi dico, sopraggiaota a caso 
A quel duo amaoti Fiordiligi bella, 
CoDobbe Parme, e Brigliador rimaso 
Senza il patrooe, e col freno alia sella. 
Vide COD gli occhi il miserabil caso, 
E n'ebbe per udita aoco novella; 
Che similmeote il pastorel narrolle 
Aver veduto Orlaodo correr folle. 
87. 

Qoivi Zerbia tutte raguna rarme, 

E ne fa come ua bel trofeo s'ud pino; 
E voleudo vietar che noo se n'arme 
Cavalier paesan n& peregrino, 
Scrive nel verde ceppo in breve carme: 
Arroatura d^ Orlando paladino; 
Come volesse dir : Nessun la mnova, 
Che star non possa con Orlando a prova. 
S6. 

Finito ch^ebbe la lodevol opra, 

Tomava a rimontar sul suo destriero; 

Ed ecco Mandricardo arrivar sopra, 

Che visto il pin di quelle spoglie altiero, 

Lo priega che la cosa gli discuopra: 

E quel gli narra^ come ha inteso, il vero. 

AUora il re pagan lieto non bada, 

Che viene al pino, e ne leva la s[ 



6a4 L' ORLANDO FURIOSO 

59. 

Diceodo: Alcoa non me ne puo riprendere: 
NoQ e pur oggi ch'io Pho fatta mia^ 
Ed il posseaao giiistameote prendere 
Ne posso in ogni parte^ oviinque sia. 
Orlando, che tem^ quella difendere, 
S^ha finto pazso, e Tha gittata via; 
Bfa qaando sua vilta pur cosi scusi, 
Nou debbe far ch'io niia ragion non usi. 
60. 

Zerbino a lui gridava: Non la tdrre, 
O pensa non Taver senza questione. 
Se togliesti cosi rarme d'EUorre, 
Tu Thai di furto piu che di ragione. 
Seoz'altro dir Fun aopra Paltro corre, 
D'animo e di virtu gran paragone. 
Di cento colpi gia rimbomba il suono, 
Ne bene ancor nella b^ittaglia aono. 
61. 

Di prestetsa Zerbin pare una fiamma 
A tdrsi, ovunque Durindana cada: 
Di qua di Ik aaltar come una damma 
Fa'l sno destrier, dove e miglior la $trada. 
E ben convien che non ne perda dramma; 
Gh'andrJi, s'on tratto il coglie quella spada, 
A ritrovar grinnamorati spirti 
Gh'empion la selva degli ombrosi mirti. 
68. 

Gome il veloce can cheU porco asaalta, 
Ghe fuor del gregge errar vegga nei campi, 
Lo va aggirando, e quinci e quindi salta; 
Ma qoelio attende ch'una volta inciampi: 
Gosi, se vien la spada o bassa od alta, 
Sta mirando Zerbin come ne scampi; 
Gome la vita e Ponor salvi a un tempo, 
Tien sempre I'occhio, e fere e fogge a tempo. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 6^5 
63. 

Dali'altra parte^ ovunque il Saraciao 
La fiera spada vibra o pieoa o y6Uy 
Sembra fra due montagae uo vento alpino 
Ch'uoa froadosa selva li marto scuota; 
Gb'ora la caccia a terra a capo chiao, 
Or gli spezzati rami in aria ruota. 
Bencbe Zerbin piii colpi e fugga e achiviy 
Noa pub schivare alfia ch'un doq gli arrivi* 
64. 

Non pub schivare alfine an gran fendente 
Che traU brando e lo scado entra sul petto. 
Grosso Tusbergo, e grossa parimente 
Era la piastra, eU panziron perfetto: 
Pur Don gli steron contra, ed tignalmente 
Alia spada crudel dieron ricetto. 
Quella cal6 tagliando cib che prese. 
La corazxa e I'arcion fin salPamese: 
6». 

E se non che fu scarso il colpo alquanto^ 
Per mezzo lo fendea c(mie una canna; 
Ma penetra n^I vivo appena tanto, 
Che poco piu che la pelle gli danna. 
La non profonda piaga e Innga quanto 
Non 81 misureria con una spanna. 
Le lucid^anne il caldo sangue irriga, 
Per sino al pie di rnbiconda riga. 
66. 

Gosi talora un bel purporeo nastro 
Ho yeduto pirtir tela d'argento 
Da quella bianca man piu ch' alabastro^ 
Da cui partire il cor spesso mi sento. 
Quivi poco a Zerbin vale esser mastro 
Di guerra, ed aver forza e piii ardimento^ 
Che di finezza d'arme e di possaoza 
II re di Tartaria troppo Tavanza. 

Oa. Vol. U. 79 



6a6 L' ORLANDO FURIOSO 
67. 

Fu quest o colpo del pagan maggiore 
In apparenza, che fosse in effetto; 
Tal ch' Isabella se ne sente il core 
Fendcre in mezzo all' agghiacciato pelto. 
Zerbio, pien d'ardimento e di valore, 
TuHo sMnfiamma d'ira e di dispetto; 
E quanto piu ferire a due man puote, 
In mezzo I'elmo il Tartaro percuote. 
68. 

<^aasi sul coUo del destrier piegosse 
Per Paspra botta il Saracin superbo; 
E quando Felmo senza incanto fosse, 
Partito il capo gli avrfa il colpo acerbo. 
Con poco dififerir ben vendicosse; 
Ne disse : A un* altra volta io te la serbo : 
E la spada gli aizo verso I'elmetto, 
Sperandosi tagliarlo in fin al petto* 
69. 

Zerbio, che tenea I'occhio ove la mente. 
Presto il cavallo alia man destra volse; 
Non si presto pero, che la tagliente 
Spada fuggisse, che lo scudo colse. 
Da sommo ad imo ella il parti ugualmente, 
E di sotto il braccial roppe e disciobe, 
E lui feri nel braccio; e poi I'arnese 
Spezzogli, e nella coscia anco gli scese. 
70. 

Zerbin di qua di la cerca ogni via, 
Ne mai di quel che vaol, cosa gli avviene, 
Che Tarmatura sopra cui feria^ 
Un piccol segno pur non ne ritiene. 
Dair altra parte il re di Tartaria 
Sopra Zerbino a tal vantaggio viene, 
Che I' ha ferito in selte parti o in otto, 
Tolto Io scudo, e mezzo Pelmo rotlo. 



CANTO VEWTESIMOQUARTO 627 

Quel tuttavfa piu va perdendo il sangae; 
Mauca la forza^ e ancor par cbe nol senta. 
II vigoroso cor, che nulla langue, 
Yal si che'l debol corpo ne sostenfa. 
La doDoa sua, per timor fatia esangtio^ 
lotanto a Doralice s* appresenta, 
£ la priega e la supplica per Dio, 
Cbe pSrtir voglia il fiero assalto e riOi 
72. 

Cortese come b«Ila, Doralice, 

Ne ben sicura come il fatto segua, 
Fa volentier quel ch* Isabella dice, 
E dispone il suo amante a pace e a triegua. 
Cosi a^prieghi dell'altra Fira ultrice 
Di cor fugge a Zerbino e si dilegua; 
Ed egli, ove a lei par, piglia la strada, 
Senza finir Timpresa della spada. 
75. 

Fiordiligi, che mal vede difesa 
La buooa spada del misero conte, 
Tacita duolsi; e tanto le ne pesa, 
Che dMra piange, e battesi la fronte. 
Yorria aver Brandimarte a quella impriesa; 
£ se roai lo ritrova e gli lo conte, 
Non crede poi che Mandricardo vada 
Lunga stagtone allier di quella spada. 
74. 

Fiordiligi cercando pure iuvano 

Ya Brandimarte suo mattina e sera; 
£ fa cammin da Ini molto lontano. 
Da lui che gia tomato a Parigi era. 
Tanto ella se n^and6 per monte e piano, 
Che giunse ove^ al passar d'una riviera, 
Yide e conobbe il miser paladino ; . 
Ma diciaui quel cb'avvenne di Zerbino: 



6a8 L' ORLANDO FURIOSO 

7». 

Che 'I lasciar Darindana si gran fallo 

Gli par^ che piii d'ogn'alfro znal griocresce; 
Quanliinque appena star possa a caFallo 
Pel molto saogue che gli e ascito ed esce. 
Or, poiche dopo' non troppo iatervallo 
Cessa coQ V ira il caldo, il dolor cresce : 
Cresce il dolor si impetaosameote 
Che mancarsi la vita se ne seote. 
76. 

Per debolezza piu non potea gire; 
Si che fermossi appresso una fontana. 
Nod sa che far, ne che si debba dire 
Per aiutarlo la donzella nmana. 
Sol di disagio lo vede morire, 
Che qtiindi e troppo ogni citta lontana^ 
Dove in quel punto al medico ricorra, 
Che per pietade o premio gli soccorra. 
77. 

Ella non sa, se non iovan dolersi, 

Chiamar fort ana e il cielo empio e crndele. 
Perch^, ahi lassa! dicea, non mi sommersi 
Quando levai nelP Oceia le vele ? 
Zerbin, che i Idngoidi occhi ha in lei conversi, 
Seate piu doglia ch'ella si querele, 
Che della passion tenace e forte 
Che Pha condatto omai vicino a morte. 
78. 

Cosi, cor mio, vogliate (le diceva), 

Dopo ch'io 8ar6 morto, attiarmi ancora, 
Come solo il lasciarvi h che m'aggreva 
Qui senza guida, e non gia perch' io mora: 
Che se in sicura parte m^accadeva 
Finir della mia vita P ultima ora, 
Lieto e contento e fortunato appieno 
Morto sarei, poichMo vi moro in seno« 






CANTO VENTESIMOQDARTO Gag 
79. 

Ma poichel mio destino iniqao e duro 
Yuol ch'io vi lasci, e non so in man di cai; 
Per questa bocca, e per quest! occhi giuro, 
Per queste chiome onde allacciato fui, 
Che disperato Del profondo oscuro 
Yo dello inferno, ove il pensar di mi 
Ch'abbia cosi lasciata, assai piu ria 
Sara d'ogo^altra pena che vi sia. 
80. 

A qaesto la mestissima Isabella, 
Declinando la faocia lacrimosa, 
£ congiuDgendo la sua bocca a quella 
Di Zerbin, langoidetta come rosa, 
Rosa non cdlta in sua stagion, si ch'ella 
Impallidlsca in sulla siepe ombrosa, 
Disse: Non vi pensate gia^ mia vita, 
Far senza me quest' ultima partita. 
81. 

Di cio, cor mio^ nessun timor vi tocchi ; 
ChMo vo'seguirvi o in cielo o nelIoWerno» 
Convien che Tnno e Paltro spirto scocchi, 
Insieme vada, insieme stia in etemo. 
Non si tosto vedr6 chiudervi gli occhi, 
O che m^uccidera il dolore interno, 
O, se quel non pu6 tanto, io vi prometto 
Con questa spada oggi passarmi il petto. 
82. 

De'corpi nostri ho ancor non poca speme, 
Cbe me'morti che vivi abbian ventura. 
Qui forse alcnn capitera ch* jnsieme^ 
Mosso a piet^, dark lor sepoltura. 
Cosi dicendo, le reliquie estreme 
Dello spirto vital che morte fnra, 
Ya ricogliendo con le labbra meste, 
Fin ch'una minima anra ve ne reste. 



63o L' ORLANDO FURIOSO 

85. 

Zerbin^ la debol voce riforzando^ 
Disse: lo vi priego e supplico, mia diva. 
Per quello amor che mi mostraate, quando 
Per me lasciaste la paterna riva; 
£ se comandar posso, io vePcomando^ 
Che^ fin che piaccia a Dio, restiate Tiva; 
Ne mai per caso pogniate in obblio^, 
Che, quanto amar si puo^ v'abbia amato io. 
84. 

Dio Ti provveder^ d^aiuto forse, 
Per liberarri d'ogni alto villano, 
Come fe'qnaodo alia apelonca torse, 
Per indt trarvi, il senator romano. 
Cosi (la sua merce) gia vi soccorse 
Net mare, e contra il Biscaglin profaao: 
£ se pure avverra che poi si deggia 
Morire, allora il minor mal s'eleggia. 
85. 

Non credo che quest' ultime parole 
Potesse esprimer si, che fosse inteso; 
£ fini come il debol lame suole, 
Cai cera manchi, od altro in che sia acceso. 
Chi potr^ dire appien come si duole, 
Poiche si vede pallido e disteso^ 
La giovanetta, e freddo come ghiaccio 
II suo caro Zerbin restare in braccio? 
86. 

Sopra il sanguigno corpo s'abbandona, 
£ di copiose lacrime lo bagna; 
£ stride si, chMdtorno ne risuona 
A molte niiglia il bosco e la campagna. 
Ne alle guance ne al petto si perdona^ 
Che Puno e P altro non percuota e fragna; 
£ straccia a torlo Pauree crespe chiome, 
Chiamando sempre invan P amato nome. 



CANTO VENTESIMOQDARTO 63i 
87. 

In tanta rabbia, in tal faror sommersa 
L'avea la doglia sua, che facilmente 
Arrfa la spada in se atessa coaversa, 
Poco al sao amaote in questo ubbidiente; 
S'uoo eremita, ch'alla fresca e tersa 
FoQte avea nsanza di tornar sovente 
Dalla sua quindi noo lontaoa cella, 
Non s'opponea, venendo, al voler d'ella. 
88. 

11 venerabile uom, ch'alta bootade 
Avea congiunta a natural prudenzia, 
Ed era tntto pien di caritade^ 
Di buoni esempi ornato e d' eloquenzia, 
Alia giovan dolente persuade 
Con ragioni efficaci pazienzia ; 
Ed innanzi le pon^. come uno speccbio, 
Donne del Testanoiento e nuovo e vecchio. 
89. 

Poi le fece veder, come non fusse 
Alcun, se non in Dio^ vero contento^ 
E ch'eran Paltre transitorie e flusse 
Speranze umane, e di poco momento; 
E tauto seppe dir, che la ridusse 
Da quel crudele ed ostinato intento, 
Che la yita sequente ebbe dis/o 
Tutta al servigio dedicar di Dio. 
90. 

Non che lasciar del suo signor voglia unque 
NeU grand* amor, ne le reliquie morte: 
Convien che Pabbia ovunque stia, ed ovunque 
Yada, e che seco e notte e di le porte. 
Quindi aiutando Peremita dunque, 
Ch'era della sua eta yalido e forte, 
Sul meslo suo destrier Zerbin posaro^ 
E molli di per quelle selve andaro. 



63a L* ORLANDO FURIOSO 

91. 

Non volse il cauto vecchio ridur seco, 
Sola coo solo^ la giovaoe bella 
Li dove ascosa ia uq selvaggio speco 
Non laogi avea la solitaria cella} 
Fra sh dicendo: Con periglio arreco 
In una man la paglia e la facella« 
Ne 81 fida in sua eta ne in sua prudenzia, 
Che di sh faccia tanta esperienzia. 
92. 

Di conduria in Provenza ebbe pensiero, 
Non lontaoo a Marsilia in un castello; 
Dove di sante donne un monasfero 
Ricchissiino era, e di edificio bello: 
E per portarne il morlo cavaliero, 
Composto in una cassa aveane quello, 
Che in un caslel ch'era tra via, si fece 
Lunga e capace, e ben chtusa di pece« 
93. 

Piu e piu giorni gran spaeio di terra 
Cercaro, e sempre per lochi piu incolli; 
Che pieuo essendo ogni cosa di gnerra, 
Yoleano gir piu che poteano occulti, 
Alfine un cavalier la via lor serra, 
Che lor fe^oltraggi e disonesti insnlti; 
Di cui diro quando il suo loco fia; 
Ma ritorno ora al re di Tartaria. 
94. 

Avuto ch^ebbe la battaglia il fine 

Che gia v'ho detto, il giovin si raccolse 
Alle fresche ombre e all'onde cristalline^ 
Ed al destrier la sella e'l freoo tolse, 
E lo lascib per Terbe tenerine 
Del prato andar pascendo ove egli volse: 
Ma non ate molto, che* vide lontano 
Calar dal monte un cavaliero al piano. 



CANTO VEWTESIMOQUARTO 633 
Bit. 
Gonobbel, come prima aizo la fronte, 
Doralice, e mostroUo a Mandricardo, 
Dicendo: Ecco il superbo Rodooionte, 
Se noo mMnganna di lootan Jo sguardo. 
Per far teco battaglia cala il monte: 
Or ti potr4 giovar Tesser gagliardo. 
Perduta avermi a grande ingiaria tiene, 
Ch' era sua sposa^ e a vendicar si Tiene. 

da 

Qaal buooo astor che Panitra o Paoceggia 
Staroa o Colombo o simil altro aagello 
YeDirsi incootra di lontano veggia, 
Leva la testa e si fa lieto e bello: 
Tal MaDdricardo, come certo deggia 
Di RodomoDte far strage e macello, 
Con letizia e baldaoza il destrier piglia^ 
Le staffe ai piedi^ e da alia man la briglia. 
91. 

Quando vicini fur tay cb'udir chiare 
Tra lor poteansi le parole altiere^ 
Con le maai e col capo a minacciare 
lacomiucio gridando il re d'Algierej 
Ch'a penitenza gli faria toroare^ 
Cbe per aa temerario suo piaeere 
Non avesse rispetto a provocarsi 
liui ch'altamente era per yeodicarsi. 

Rispose Mandricardo: Indamo tenia 
Chi mi vQol impaurir per minacciarme. 
Cosi fanciulli o femmine spaventa, 
O altri cbe non sappia cbe sieno arme; 
Me non, cui la battaglia piu talenta 
D'ogni riposo; e son per adoprarme 
A pie, a cavallo, armato e disarmato^ 
Sia alia campagna, o sia nello steccato* 
Oa, Vol. IL BO 



634 L' ORLANDO FURIOSO 
99. 

£cco sono agli oltraggi, al grido, alPire, 
Al trar de'braDdi, al cradel suon de*ferri; 
Come veato che prima appena spire, 
Poi cominci a crollar frassini e cerri^ 
Et indi oscura polve ia cielo aggire, 
Indi gli arbori svella, e case atterri, 
Sommerga in mare, e porti ria tempesta 
Che'l gregge sparso 4iccida alia foresta. 
100. 
De'duo pagani, senza pari in terra, 
Gli audacissimi cor, le forze estreme, 
ParturisooDO colpi ed una gaerra 
Conveniente a si feroce seme. 
Del grande e orribil soon triema la terra, 
Quando le spade son percosse insieme: 
Gettano Parme iosin al ciel scintille, 
Anzi lampadi accese a mille a mille* 
101. 
Senza mai riposarsi o pigliar fiato 

Dara fra qaei duo re I'aspra battaglia, 
Tentando ora da questo, or da quel lato 
Aprir le piastre e penetrar la maglia. 
Ne perde Pun, ne Paltro acquista il prato, 
Ma come ibtorno sian fosse o muraglia, 
O troppo cost! ogn^oncia di quel loco, 
Non si parton d'un cerchio angusto e poco. 
102. 
Fra mille colpi il Tartaro una vcdta 

Colse a duo mani in fronte il re d'Algiere, 
Che gli fece veder girare in volta 
Quante mai furon fiaccole e lumiere* 
Gome ogni forza alP African sia tolta, 
Le groppe del destrier col capo fere: 
Perde la staffa, ed e, presente quella 
Che cotant'ama, per uscir di sella. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 635 
105. 

Ma come ben composto e valido aoco 
Di Ado acciaio, id buona aomma greve, 
Qaanto st cbtna piii, quaoto e piu carco, 
E pill lo aforaan martioelli e Iteve, 
Con tanto piu foror^ quando e poi scarco^ 
Ritorna, e fa pia mal che Don ricerej 
Cos) queUo Afrioaa tosto* risorge^ 
E doppio il colpo airinimico porge» 
104. 

RodomoDte a quel segno ove fu cdlto. 
Coke apponto il figliool del re Agricane. 
Per questo non pote nuocergli al volto^ . 
GhMn difesa trov6 Parme troiane; 
Ma stordi in modo il Tartaro, che.molto 
Non sapea s^era vespero o dimaoe. 
L'irato Rodomoote non s'arresta, 
Che mena Taltro^ e pur aegna alia testa, 
105. 

II cavallo del Tartaro, ch'abborre 
La spada che fischiando cala d'alto, 
Al stto signor, con sao gran mal, soccorre, 
Perch^ s^arretra, per faggir, d'on salto:. 
II brando in merao il eapo gli trascorre, 
Ch'al signer, non a loi, moved I'assalto* 
II miser non area Felmo di Troia 
Come il patrone} onde convien che muoia. 
106. 

Quel cade, e Mandricardo in piedi gnizza, 
Non pill stordito, e Dorindana aggira; 
Yeder morto il oavallo entro gli adieza, 
E fuor divampa nn grave . incendio d' ira, . 
L' African, per urtarlo, il destrier dritoBa, 
Ma non piu Mandricardo si ritira, 
Che scoglio far soglia dalPonde: e avvtene 
Che'l destrier cadde, ed egli in {ue si tenne. 



636 L' ORLANDO FURIOSO 

107. 

L^ African, cbe maocarsi il destrier seote, 
Lascia le ataffe, e su gli arcion ai ponta, 
E reata io ptedi e acioUo agevolmente : 
Cosi TuD I'altro poi di pari a£Eroata. 
La pugaa pia che mai ribolle ardente; 
E Todio e I'ira e la aaperbia monta: 
Ed era per segoir; ma quivi giunse 
Io fretta an messaggier cbe li disgiooae. 
108. 

Yi giuDse un messaggier del popol moro^ 
Di molti cbe per Franeia eraa mandati 
A riebiamare aglt ateadardi loro 
I capitani, e i cavalier privati; 
Percbe V imperator dai gigli d' oro 
Gli avea gli alloggiamenti gii assediali; 
E se ooQ i il soccorso a veoir presto , 
L^eocidio sao cooosce manifesto. 
10». 

Riconobbe il messaggio i cavaBeri, 

Oitre air insegne, oltre alle sopravveate, 
Al girar delle spade , e at tx>lpi fieri 
Cb7altre man nob farebbono che ^ueste* 
Tra lor pef6 noo osa entrar , : cbe speri ' 
Cbe fra taalMra sicurtii gli preste 
L^esser measo del re^ nesi cooforfa 
Per dir, cb'imbasoiator pena boh porta? 
110. 

Ma viene a Doralice, ed a lei narra 
Gb*Agramasit&v Mmiliote Stordikno, 
Con pocbi dentrd a mal atcora. sbarra 
Sono assediati dal popol cristiano. • 
Narrato il ciaso, con priegbi ne inarra 
Cbe faccia il tuUo ai diio guerrieri piano, 
E cbe gli accord! insieme, e per Io acampo 
Del popol saracip H n^eni fn cattipo. 



CANTO VENTESIMOQUARTO 687 
ill. 

Tra i cavalier la douna di gran core 
Si mette^ e dice \wo* lo n eomaado^ 
Per qoanto so che mi portate amore^ 
Che riserbiate a miglipr uso' il brando^ 
E ne vegoate sobito iu faevore 
Del.noatro cam^o aaracino, quaadd 
Si trova ora assediata belle tende, 
E presto aiato o gran roiaa atteode*- 
112. 

ladi il messo soggiunse il gran periglio 
Dei Saracini^ e narr6 il fatto appieno; 
£ diede insieme lettere del figlio 
Del re iroiaao al figlio d^Ulieno. 
Si piglia fioalmente per coosiglio^ 
Che i duo guerrier, deposto ogni veneDO, 
Facciano insieme triegua, fin al giorno 
Che sia tolto I'assedio ai Mori iotoroo; 
115. 

E senza piii dimora , come pria 

Liberato d'assedio abbian lor gente, 
Non sMntendaoo aver piii compagoia, 
Ma crudel goerra e inimicizia ardente, 
Fioche coo V arme diffinito sia 
Chi la doDna aver de' meritamente. 
Quella, nelle cui maD ginrato fue, 
Fece la sicurta per amendue. 
114. 
Quivi era la Discordia impazieote , 
loimica di pace e d'ogoi triegua; 
E la Snperbia v'e, che noa coDseofe, 
Ne vnol patir che tale accordo segaa. 
Ma pill di lor pu6 Amor quivi presente^ 
Di cui I'alto valor nessuno adeguaj 
E fe'chMn dietro, a colpi di saette^ 
E la Discordia e la Superbia stette. 



638 L' ORLANDO FORIOSO 

lis. 

Fu coDclasa la triegua fra costoro, 
Si come piacqae a chi di lor potea. 
Yi maocava udo dei cavalli loro, 
Chi morto quel del Tartaro giacea: 
Per6 vi yenne a tempo Brigliadoro 
Che le fresche erbe lungo il rio pascea. 
Ma al fin del canto io mi trovo esser gtanto; 
Si ch'io hrbj con Tostra grasia, panto. 



FUIB DEL VOLUME SECONDO* 



RI€HIA]III 

DELL' ORLANDO FURIOSO 



DEL PRESENTE VOLUME. 



»9 & B Di^ 



Cakto 


1, Stanza 3i. 




Segue, 


caoto 


XII, stanza 29. 


» 


I, n 32. 


— 


9» 


99 


I, 9, 77. 


» 


I, » 70. 




n 


99 


11 , 99 62. 


Canto 


11, Stanza 19. 


*— 


Segue, 


canto 


IV, stanza 6o. 


» 


11, >9 3o. 




n 


99 


IV, » 5i. 


Canto 


Ill, Stanza 6. 


*— 


Segue, 


canto 


XX, stanza 4?* 


Canto 


IV5 Stanza 49- 


— 


Segue, 


canto 


VII, stanza 33. 


n 


1V5 » 5o. 


— 


» 


99 


VI , 99 5o. 


Canto 


VII, Stanza 49- 


— 


Segue, 


canto 


XIII, stanza 44- 


Canto 


VIII, Stanza 21. 


— 


Segue, 


cauto 


X, stanza 35. 


» 


VIII, » 66. 


— 


n 


99 


X, 99 93. 


» 


VIII, » 90. 




» 


99 


XII , 99 2. 








e 


canto 


xxLv, stanza 53. 


Canto 


'IX, Stanza 93. 


— 


Segue, 


canto 


XI, stanza 21,. 


Canto 


X, Stanza 35. 


— 


Segue, 


canto 


XI, stanza 33. 


Canto 


XI, Stanza 12. 




Segue, 


canto 


XII, stanza 32. 


» 


XI, » ai. 


— 


9) 


99 


XII, 99 17. 


Canto 


XII, Stanza 66. 


— 


Segue, 


canto 


XIX, stanza 17. 


Canto 


XIII, Stanza 62. 




Segue, 


canto 


XX, stanza 107. 


91 


xui, " 44* 


— 


» 


99 


XXIII , 99 53. 


ft 


XIII, » 80. 




99 


99 


xxu , 99 20. 


Canto 


XIV, Stanza 98. 


— 


Segue, 


canlo 


XVI, stanza 28. 


Canto 


XV, Stanza 9. 




Segue, 


canto 


XVI, stanza 16. 


Canto 


XVI, Stanza i6. 


— 


Segue, 


canto 


XVII, stanza 17. 



64o 
Canto xvii, Stanza 17. 

j> XVII, » i3o. 
Cahto xvm, Stanza 8. 

s» xviu, f» 59. 

fi xviii, » 146. 
Canto xix, Stanza fyi* 
Canto xx, Stanza 98. 

» XX, » io5. 

Canto xxii, Stanza 4* 

99 XXII, »» 3o. 
Canto xxiii, Stanza 38. 
XXIII, » 95. 
xxiii, » 99. 
Canto xxiy. Stanza i^. 



Segue, canto xtiu, stanza 8. 

» » xviii, » 77. 

Segue, canto xvin, stanza 69. 

» « XTIII, 9 146* 

» » XIX, » 43- 

Segue, canto xxix, stanza 58. 
Segue, canto xxii, stanza f\. 

» » XXII , • 52. 

Segue, canto xxiii, stanza 89. 

» » xxiii, » 9. 

> Segue, canto xxiv, stanza 98. 



9» 









XXIV, 
XXIV, 



» 35. 






XXIV, 
XXIV, 



9» 
9» 



74- 
93. 



Segue, canto xux, stanza 4^. 
yi n XXIX, » 4^* 

» » xxviii, » 95. 



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