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Full text of "L'ultima guerra turco-veneziana (MDCCXIV-MDCCXVII)"

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SEP 2 7 



1993 



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L161— O-1096 



AMY A. BERNARDY 



L' ULTIMA GUERRA 



TURCO-VENEZJANA 



(MDCCXIV-MDCCXV11I) 



%as^s 



FIRENZE 

STABILIMENTO TIP. GIUSEPPE CIVELLI 
I902, 

l 



Digitized by the Internet Archive 
in 2013 



http://archive.org/details/lultimaguerraturOObern 



34 5,3/1 



ULTIMA GUERRA TURCO- VENEZIANA (1714-171Ì 



SOMMARIO 



I. — Introduzione. 
Dalla guerra di Morea alla guerra di successione (1683-1713). 

II. — Prodromi della guerra. 

Cupidigie Musulmane — Vecchi rancori e pretesti nuovi — Le vertenze 
Turco -Venete — Sospetti Veneti e preparativi Turchi — Dispacci dall'Oriente 
7- Il bailo Andrea Memmo e il gran visir Ali — Dichiarazione di guerra. 

Ili, — Vittorie Turche ed alleanze Europee. 

Scoppio delle ostilità — Sfacelo del dominio ducale in Oriente — La Cri- 
stianità minacciata — Benedizioni pontificie, navi europee ed armi austriache 
[ contro il Turco — Rinnovamento della Sacra Lega. 

V 

IV. — Vittorie Austro-Venete. 

L'intervento del Principe Eugenio — Sdoppiamento del teatro della guerra 
— Armi venete sull'Jonio ed austriache sulle frontiere — Combattimenti 



547471 



- 4 - 

navali — Battaglia di Petervaradino — Liberazione di Corfù — Capitolazione 
di Temeswar — Presa di Belgrado. 

V. — La pace di Passarowitz 

Proposte Turche e mediazioni P2uropee — Trattative di pace — Inoppor- 
tune mosse Spagnuole — L' uti possidetis e il preliminare veneto — Le con- 
ferenze di Passarowitz — Ultime scintille di guerra in Dalmazia — Conclu- 
sione della pace. 

VI. — Conclusione. 
Cessazione definitiva delle ostilità — I risultati duella guerra. 



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I. 

Introduzione 



Quando, nel 1683, Giovanni Sobieski respinse i turchi dalle mura 
di Vienna, egli salvò non solo l'Austria, ma l'Europa e la civiltà. 
Mai conquista più splendida avrebbe potuto arridere alle speranze 
ottomane, che quella della città imperiale sul Danubio, centro di 
regni, porta dell' Occidente, ultimo baluardo della Cristianità. Sul 
combattuto ridotto della Gersthof il re polacco, difendendo col- 
l' aiuto di Baviera, Lorena e Sassonia la fede di Cristo, risolvette 
colla spada problemi politici, civili, economici, di un' importanza 
enorme. A spalleggiare i Turchi invadenti stava in armi l'Ungheria, 
su cui più che lo zelo della fede comune poteva l'amarezza della 
oppressione recente e l' amore della propria indipendenza. Salvata 
Vienna, l' Ungheria tornava, è vero, sotto l' egemonia degli Au- 
striaci, ma vi tornava fremente e irrequieta, dibattendosi fra gli 
artigli dell' aquila sovrana. La questione Orientale si delineava con 
una nettezza ed una semplicità da sgomentare : 1' Oriente Turco 
contro 1' Occidente Cristiano : gli infedeli padroni degli antemurali 
del mondo Europeo per mare e per terra, imbaldanziti insieme e 
inferociti dall' aver presa Vienna e dall'averla dovuta lasciare; gli 
Austriaci stanchi e sgomenti dall' immensità del pericolo corso ; fra 



- e - 

gli uni e gli altri una nazione cristiana di tradizioni, turca d'inte- 
ressi e di alleanze, sempre oppressa e sempre ribelle, pronta sempre 
a suscitare un incendio dalle cui fiamme sperava uscire illesa e ri- 
generata. Non bastava avere respinto i Turchi e strangolato Kara 
Mustafà per aver tolto loro il desiderio della rivincita, che 1' Un- 
gheria seguitava ad aizzare come unica via al compimento delle 
proprie speranze; né a ciò bastava l'Austria. 

Di fronte al pericolo imminente si levò in armi 1' Europa, e Ve- 
nezia, stancata già dai continuati sforzi della guerra di Candia, entra 
anch' essa nella lega, e trova ancora migliaia di ducati e decine 
di galere per rinnovare in Oriente il motto : Haec loca possidet 
ducale dominium. Francesco Morosini per mare ed Eugenio di Sa- 
voia per terra ottengono trionfi memorandi, dei quali a Venezia 
non resterà che il ricordo, l'Austria vedrà il rinnovamento. Intral- 
ciano 1' opera demolitrice della potenza turca le discordie europee, 
abilmente alimentate dalla Corte di Francia ; la spingono d' altra 
parte le ambizioni politiche, che dischiudono a Venezia le coste 
dell'Arcipelago, a Vienna le rive del Danubio fino al Mar Nero. 
Svezia e Russia, nazioni novissime, rimaste fino allora in disparte, 
guardano attente per cogliere il momento d' entrare nella gran 
lotta, e Pietro il Grande precipitato su Azof introduce un commen- 
sale inaspettato al banchetto europeo sulle desiderate spoglie del 
Turco moribondo. Zenta e Mohacz avevano solleticato gli appetiti 
dell' Europa, e non pareva probabile che questa volesse osservare 
un'astinenza eccessiva. Ma di là dai Pirenei s'appresta un altro 
convito, e le Potenze tornano a volgersi all' Occidente. Corrono le 
corti occidentali i messaggi della prossima fine di Carlo II, ed ogni 
dinastia offre un suo rampollo all'onore della cattolicissima corona. 
La Francia, che, rimasta estranea ai fatti d' Oriente, ha saputo scal- 
tramente approfittare della distrazione europea, provoca il testa- 
mento famoso che abbatterà i Pirenei. Alla rapace aquila d'Absburgo 
preme conservarsi liberi gli artigli per la guerra imminente ; e, come 
Luigi XIV avea precipitate le trattative di Ryswick, cosi l'Austria 
< he sognava la ricostituzione della potenza formidabile di Carlo II, 
adduce volentes nolente* gli alleati alle tende di Carlowitz. 



- 7 - 

Carlowitz è la conseguenza apparente di Zenta; reale, della 
successione Spagnuola. L' Austria mette avanti pretese vastissime, 
spingendo i desiderii fino alla Bulgaria e alla Valachia da una 
parte, e dall'altra fino a quelle terre di Bosnia e d'Erzegovina, sue 
oggi, dopo due secoli di cupida aspettazione, complemento e ar- 
rotondamento di fatto, se non di diritto, necessario e conveniente 
ai frastagliati domimi. Ma poi, cosciente certo d'aver chiesto troppo, 
e considerando che dopo aver rischiato di perder Vienna, v' era 
da contentarsi di guadagnar la Transilvania, e che rinunziando a 
qualche cosa in Oriente e' era il caso di rifarsi di qua dai mari, 
pensa bene di transigere. Così, giuocando un banato balcanico contro 
un regno europeo, s' avvede che i conti non sarebbero poi fatti 
tanto male, se riuscissero. — Quella invece a cui i sacrifizii pe- 
sano senza conforto è Venezia, che non avrebbe desiderato di 
giungere tanto presto ad una pace che le toglieva ogni speranza 
di ulteriori espansioni, e nella quale, pur acquistando o ritenendo 
molto per la sua gloria e troppo per le sue forze, dovette cedere 
alla precipitazione degli avvenimenti in molte legittime pretese. 

Pareva nondimeno che alla Dominante si aprisse un nuovo pe- 
riodo di gloria per l'acquisto recente della Morea, d'Egina, di 
S. Maura; pel rinnovamento dei confini di Dalmazia e d'Albania; 
pel vantaggio economico e politico che le portavano la soppres- 
sione del tributo di Zante ed il trattato commerciale, conseguenze 
veramente importanti di una guerra fortunata, accanto alle quali 
diminuivano di gravità lo sgombro di Livadia e la demolizione di 
Romelia e di Prevesa, danni che si sarebbero potuti evitare, se 
l'Austria non avesse avuto tanta fretta di concluder la pace. Ma 
era un vigore fittizio : Venezia uscì dalla guerra, stanca ed impo- 
verita, né poteva giovarle l'acquisto di domimi che essa non riu- 
sciva a provvedere né di armi né di fortificazioni, che anzi era 
costretta a lasciar deperire sempre più. L' alleanza eoli' Austria che 
le aveva imposto quasi esclusivamente il peso della guerra ma- 
rittima, era stata uno sforzo doloroso, determinato da un com- 
plesso di necessità politiche che non si potevano discutere, di tra- 
dizioni di ricordi di ambizioni a cui si rinunziava mal volentieri, 



_ 8 — 

poiché la gloria della Dominante non era ancora una paiola vani, 
e il vecchio grido di viva S. Marco destava ancora efficacemente gli 
echi della laguna. Di fronte all'Europa, Venezia conservava quella 
autorità e quella dignità che le veniva da secoli di vita ricca di 
glorie marinaresche e politiche, di fortuna civile e commerciale, 
da quell' aura di solennità e di mistero che aveva tante volte rac- 
colto sul palazzo del Doge gli sguardi d' Italia e del mondo. 

Nonostante le fortune passate, la Serenissima si trovò all' alba 
del secolo nuovo M svigorita ed irresoluta nell' agitarsi delle enormi 
ambizioni Europee. E nella guerra di successione delibera la neu- 
tralità. Neutralità armata in faccia ai due eserciti discesi in Lom- 
bardia, mentre Filippo di Lamberg a nome di Cesare chiede li- 
bero il passo alle truppe imperiali sulle terre della Dominante, e 
in nome di Luigi XIV un altro cardinale, il D' Estrèe, propone 
un' alleanza franco-veneziana che è rifiutata. Ma la neutralità co- 
stava quasi più della guerra dichiarata : ventiquattromila uomini alle 
frontiere, dal novembre del 1700 all'aprile del 17 13, erano peso 
gravissimo al pubblico erario, impoverito anche dalla diminuzione 
delle rendite, da cui si dovettero dispensare i territorii danneggiati 
dalle guerre. 

Intanto si era costretti a trascurar le difese di Levante ; e depe- 
riva l'armata navale, per la cura continua di quella che in terra- 
ferma era così gravosa e così inefficace alla Repubblica, anche per 
l'antico sistema di questa di non metterle a capo un suo patrizio, 
cosicché l'esercito veneto veniva ad essere interamente estraneo agli 
interessi più vitali dello stato che doveva difendere. I ventiquat- 
tromila uomini neutrali non mettevano davvero soggezione all'Eu- 
ropa, che trattava le terre veneziane come roba sua, e vi faceva 
scorrazzare i suoi eserciti senza un riguardo al mondo ; e nella stessa 
maniera si approfittava dei porti di S. Marco, in cui armavano ed 
approdavano liberamente le sue navi, soggetto di rimostranze con- 



fi) Girolamo Ferrari, Notizie stor. della lega tra V Imp. C. VI e la Rep. di Ven. eie, 
17/3 p. 6. — Vhndramino Bianchi — /stor. Relaz. della pace di Passaroiuitz, 1719, j. 5. 
— Giacomo Dikdo, St. di Venezia, 1751, Voi. IV, p. 11-13. 



— 9 - 

tinue. 1 ruggiti del Leone non mettevano paura a nessuno, e tutti 
seguitavano a fare il comodo loro, come se i ventiquattromila sol- 
dati fossero stati di legno per davvero.. E non fu questo il solo 
danno : l'Europa ingrata si ebbe anche a male della neutralità re- 
missiva di Venezia : la Francia perchè era stata rifiutata la sua 
alleanza, l'Austria per le tradizioni recenti di guerra comune che 
l' univano a Venezia, gli altri per altre ragioni, di modo che la 
Repubblica, illudendosi siili' opportunità della sua linea di condotta, 
e sperando di conciliarsi la benevolenza di tutti e di non ricever 
noie da nessuno, si trovò invece ad aver raggiunto senza accor- 
gersene, precisamente lo scopo opposto^. 

Intanto il principe Eugenio, che sui campi d'Ungheria e di Tran- 
silvania aveva avverato quel magnifico sogno di gloria che era stato 
la stella della sua travagliata ed amara giovinezza, faceva sui campi 
d' Italia e d' Olanda contro le armi francesi le vendette dell' aba- 
tino di Savoia. 

E nel Nord Carlo XII, salito al trono di Svezia, minacciata Co- 
penhagen da una parte, Mosca dall'altra, invasa la Polonia, deva- 
stata la Lituania, suscitava la guerra formidabile fulminea sangui- 
nosa, che cementò col sangue le basi della potenza russa, e pro- 
strò a Pultawa le fortune della Svezia. — La Russia prende la 



(i) Ferrari, op. cit., p. 6. — Diedo, op. cit., p. 33, 34, 39, 53. Generale dei ventiquat- 
tromila soldati fu S. E. Alessandro Molino, il cui contegno fornì argomento ai panegirici più 
sfacciati di tutte le accademie veneziane. I Ricovrati pubblicarono (Padova 1705) una serie 
di sonetti che riproduco un po' per la curiosità e un po' per la rarità loro, integralmente o 
in parte. 



Eccoli 



Gloria di Libertà valor di Regno 
Fu il rifiutar d' Emoli Re gl'inviti 
E con novo di Stato utile ingegno 
Sol prestar lo steccato a le gran Liti. 

Ma che ? Di pace altr' è formar dissegno 
Altro eseguirlo in mezzo a' Brandi arditi, 
Altro è il dire, altr' è il far, che a doppio sdegno 
Dia timore il Leon senza ruggiti. 

Lo sa l'Adige, il Po, 1* Istro, V Ibero 

E la Senna e il Tamigi, e lo sa il Reno 
Se il fatto aggevol fu quanto 1* Impero. 

Ma la grand'opra il gran pensiero è il meno. 
Una pace serbar, fu il gran pensiero, 
L'opera fu, porre a due Guerre il freno. 



egemonia del Nord, e con essa un posto formidabile fra gli stati 
d'Europa. Il vinto di Pultawa non dimentica l'odio contro il Russo, e, 
rifugiatosi a Costantinopoli, riesce a fargli muover guerra dal Sul- 
tano. Guerra che minacciava di essergli fatale, se la cessione di 
Azof non avesse opportunamente saziato i desiderii degli Ottomani, 
stanchi ormai da una parte di Carlo XII e della sua irrequietezza 
continua, preoccupati dall'altra delle condizioni interne dell'Impero, 
e accortisi che in Europa si poteva fare qualche cosa di meglio 
che secondare i capricci di un ospite rovinato e incontentabile. 



Mandano gli altri Regni i Duci a stuolo 
Ne bastano a l' Impresa. Invidia mordi 
L'Adria manda Alessandro, e basta un solo ! 

III. 

S'Adria invitato avesse, infin da Eliso, 

Mario, con gli altri Eroi, Camillo e Cato ; 

Al veder Cimbri e Galli, in fiero viso, 

Far dell'Adriaca pace uà lor steccato ; 
Dopo grave pensar, che auria deciso, 

Per comun prò, quel pallido Senato ? 

Che il Veneto valore (ecco l'avviso) 

Spettator sia delle altrui guerre armato. 
Ma perchè armato fosse, e in un tranquillo, 

Ad Alessandro, ogni Roman campione 

Del Veneto Valor daria il Vessillo. 
Tal coi Cimbri oggi Mario auria tenzone, 

Tal pugna ora coi Galli auria Camillo, 

Così Cesarian saria Catone. 

In prosa si disse, fra le altre cose, che « la Veneta neutralità è un mirabile orologgio ». 
L'orologiaio naturalmente era il Molino, ma (per non uscire dalla peregrina comparazione) 
non riuscì ad altro che a far suonare un'ora infausta per Venezia. 



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II. 



Prodromi della guerra 



Nonostante la vittoria sul Pruth, che parve dimostrare all' Eu- 
ropa come si rialzasse presto dopo le sconfitte e le cessióni di tanti 
domimi, la potenza Musulmana, l' Impero di Achmet III non era 
in buone condizioni. — Il gran visir Ali tiranneggiava sfacciata- 
mente, attirandosi l'odio comune per la sua avarizia e la sua pre- 
potenza^. Erano continue le ribellioni dei Pascià, imminente una 
sollevazione dei Giannizzeri,, enormi le audacie e le prepotenze di 
corsari e di ladroni, dei quali terra e mare erano infestati, tanto 
in Europa che in Asia. Immensa da una parte la ricchezza del 
Visir e di pochi favoriti, immensa dall'altra la povertà del popolo, 
resa sempre più grave dalla carestia, che ogni giorno si andava 
facendo più terribile. Le vettovaglie salivano a prezzi altissimi ^ ; la 
carestia del pane provocava gravi disordini nella città, e sui confini 
contrabbandi continui di frumento^, ai quali non tardarono ad 
aggiungersi quelli dell'olio dalle coste e dalle isole dell'Arcipelago. 



(i) Memmo. Lett. II, e. 37, (cod. Marc. 2133, CI. VII, It.) Lett. Ili, id. e. 43. 

(2) Memmo. Lett. Ili cit. 

(3) Memmo. Lett. IV, id. e. 66. 



Il problema economico presenta una gravità straordinaria ; i tu- 
multi si estendono anche di là dal Bosforo, e nell'Asia minore 
scoppiano sedizioni continue; una fra le altre, terribile, ad An- 
gora. Ai malcontenti gravi si tentò riparare in parte con pronte 
elargizioni e col pagamento degli stipendii arretrati alle milizie, ma 
non bastava. — Ricorse allora il Gran Visir all'aiuto della reli- 
gione, dando la colpa delle tristi condizioni dell' Impero alla re- 
missione verso i Cristiani, che i Giannizzeri, pochi e indisciplinati, 
non tenevano a freno a modo suo. E per correggere questi due 
inconvenienti, rimette in vigore un costume abolito sin dal 1664, 
che cioè « i figli delle schiaue de' Cristiani non giunti agli anni 13 
« sieno uenduti a' Turchi » educati nell'Islamismo ed incorporati 
nei Giannizzeri. Ne furono immediatamente presi 1500 (l) . — A 
questa barbarie* aggiunge altre misure odiose contro i Cristiani ^ ; 
vieta agli ambasciatori la villeggiatura di Belgrado, per timore che 
la loro presenza corrompa le acque destinate alle abluzioni del Sul- 
tano, lascia impunemente offendere consoli e dragomanni esteri, e si 
sforza in tutti i modi di sfogare e di. far sfogare sui Cristiani il ve- 
leno proprio e 1' odio degli altri contro di lui. Così riesce a te- 
nersi fermo nella grazia del Sultano. — <-, Con 1' altri, uarie sono 
« le maniere ch'usa per non cadere sotto il peso dell'odio uni- 
« uersale » ; uccide od allontana chi gli dà sospetto , divide i 
Giannizzeri , condanna i Cristiani all' isolamento , e all' esilio dalla 
città tutti quelli che possiedono terre fuori, di essa « e tolti per- 
« ciò di mezzo li capi e li Ministri alle sollevationi, tiene il re- 
« stante in espettazione, e speranza di cose nuove ». 

Le novità lasciate così accortamente intravedere dal Visir al pò 
polo come la soluzione dei gravi problemi che agitavano tutto l'Im- 



(1) Memmo. Lett. Ili cit. 

(2) Memmo, id. — Il visir costituisce un serraglio a Pera, città franca; inoltre « accorso ad 
« un pigcillo fuoco, che s'era acceso in quelle parti, ed osservatolo io vinoso, ne comandò ime- 
« diate il restauro, et informatosi de vicini, e segnate particolarmente le case di Francia e 
» d'Olanda disse, che gl'Infedeli s'avevano preso i migliori siti, e che bisognava trattenere 
« mille monsulmani per tenerli a dietro ». 

Pei le altre prodezze del Visir a sopranominato dagli stessi Turchi il Diavolo » (Ferrari, 
op. cit., p. 24) v. le lettere del Memmo. 



- 13 — 

pero, e così opportunamente fatte precedere da quelle aperte dimo- 
strazioni di fervore per la fede di Maometto e d'odio contro i se- 
guaci di Cristo, erano i preparativi di una prossima guerra. Prepa- 
rativi vaghi ed incerti, se si vuole W, « non consigliandosi questo 
« primo Miuistro, che con sé stesso, e non essendovi per l'ordi- 
« nario chi sia conscio de' suoi consigli, se non chi deve esseguirli ». 
— Così il desiderio popolare poteva spaziare da un capo all' al- 
tro d' Europa, volgendo ora contro Y una ora contro 1' altra na- 
zione le navi e le armi che si accumulavano a Stambul. Occa- 
sioni non ne mancavano davvero : erano ormai quindici anni che 
si osservava una pace costata ben cara all'orgoglio musulmano, e 
non solo nella sostanza, ma perfino nella forma imposta dai vin- 
citori, e a cui rabbiosamente piegarono il capo i vinti, pregustando 
col desiderio la vendetta M. 

Pacificata finalmente l' Europa ad Utrecht e a Rastadt, stan- 
che perciò le potenze dalla guerra lunga e sanguinosa, la Sve- 
zia prostrata, la Russia battuta, tutta insomma intenta l' Europa 
a trovare nella pace recente riposo alla lunga duplice guerra, i 
Turchi, imbaldanziti da una parte per i successi contro lo Czar, 
costretti dall'altra ad evitare con una guerra esterna quella civile 
che sarebbe stata disastrosa , vedevano , volgendosi ad Occidente , 
opportuno il momento per tentare un' impresa militare che tutto 
faceva sperare fortunata^). 

Pareva incerto dapprima se i preparativi si dovessero volgere 
contro i Moscoviti accusati di mala fede nella delimitazione dei 
confini, o contro i Polacchi facili ma non pingui vittime, o con- 



fi) Memmo. Lett. I cit. 

(a) Cfr. Diedo, Bianchi, Ferrari, passim. — Cfr.poi Ruzzini (maneggio di Carlowitz, 
Cod. Marc. CCCLXXXI, ci. VII It.) « Fu certamente oggetto d'ammiratione al Mondo ; come 
« sarà caso di rara memoria nell'Historie il ueder i Turchi capaci di soggettar i loro maneggi 
« al methodo, all'uguaglianza et alla lentezza di tali formalità ». 

(3) Memmo. Lett III cit. — I Polacchi anzi si spaventarono per davvero. Ma l'opinione 

dei circoli diplomatici era, che fossero tutte voci vane. — « Questi che parlano, tutti 

« hann rt le loro passioni e li loro odij, e la Corte, quando si parla, ottiene il suo intento. — » 
Temettero poi anche i Maltesi « quando fu preso da Siciliani un Pinco con bandiera Franzese, 
« nell'acque di Siracusa con quaranta Turchi, nell'atto di scandagliare quel fondo » (Fer- 
rari, p. 19). 



— 14 — 

tro Malta cuore del Mediterraneo, o contro 1' Austria nemica im- 
placabile della potenza Ottomana e rivale pericolosa nei dominii 
balcanici, che, già messa in sospetto dalle mosse ottomane, alle- 
stiva tranquillamente un esercito sui confini dell'Ungheria W. Ma 
più d' ogni altra balenava gradita alle avide speranze l'impresa di 
Morea, dilatantesi, splendida di preda e di conquista, oltre i confini 
della Dominante fino a Malta e Sicilia. 

Poiché, se di malissimo animo si erano sottomessi i Turchi alla 
pace di Carlowitz per quanto riguardava l'Austria, se mal volen- 
tieri avevano sopportata la privazione dei dominii Danubiani, sopra 
tutto era dispiaciuta loro la perdita del bel regno della Morea, la 
perla dei tre mari, antemurale potente delle coste d' Italia, minac- 
cia continua ai possedimenti musulmani d'Albania, che si trovavano 
chiusi da essa e dalla Dalmazia Veneta. — Era scoppiata allora 
una ribellione nel Montenegro ^\ Venezia fu dai Turchi prima so- 
spettata, poi apertamente accusata di connivenza coi ribelli, che si 
volevano ad ogni costo « non ridotti, ma rovinati ». La Porta adi- 
rata manteneva un assoluto silenzio sulla rivolta e sulle mosse di 
Naruman Bassa, incaricato della repressione, le cui relazioni si pre- 
vedeva sarebbero uscite « à talento della Corte » se pure sareb- 
bero uscite (3 ). Il Visir fece chiedere a Venezia l'assicurazione che 
i sudditi della Repubblica non avrebbero fornito nessun aiuto ai ri- 
belli ( 4) . Rispondeva il bailo {s \ a nome della Serenissima, che dei 
privati non si poteva far garanzia, potendosi le azioni loro punire, 
non prevedere; che quanto alla punizione pubblica, ed alla più' larga 
deferenza di Venezia ai desiderii della Porta, non dubitasse il Visir, 
che la neutralità chiesta si sarebbe osservata volentieri, e sarebbesi 
in ogni modo cercato di farla osservare. « Vi pensò sopra il Reis 



(i) Ferr. op. cit. p. 20. Carlo VI « ordinò a cauzione la marcia di molti reggimenti nella 
« Ungheria ». 

(2) Memmo. Lett [. 

(3) Id. Lett. II. 

(4) Id. Lett. Vili, e. 75 — 20 agosto 1714. 

(5) Era Andrea Memmo di nobilissima famiglia. Cfr. Bonavia, La discendenza della 
Ser. ma famiglia Memmo, eie. Udine 1712; Moti, Asiaticum n ardititi seu gens Montiti a, 
F'atavii 1684; Cicogna, Iscriz. Ven. voi. IV. 



— i5 — 

« Effendi per un piccolo spacio di tempo ; poi disse, è vero. Il su- 
premo Visir in questa cosa è un poco impaciente. Il Bailo non può 
« risponder altro ». E per allora parve quetarsi ogni cagione di 
dissapori. 

Ma, durante lo svolgersi della ribellione, i Turchi, a (pianto 
pare, ebbero da rimproverare a Venezia ( f ) che, mentre essi rischia- 
rono un insuccesso per non passare « sopra le terre dello Stato di 
Venetia » un certo Gica « uno degl'Officiali » che lo Czar di Mo- 
scovia aveva spedito nel 1711 al Montenegro, il Vescovo, e molti 
altri ribelli di considerazione si ritirarono nella fortezza di Cattaro, 
e e ve ne fu qualched' un' altro che si rifugiarono a Durazzo, e Pe- 
« rasto, ed Areisne, tutte Fortezze dipendenti dalla Republica di 
« Venetia, e che li riceverono e trasportorono coi loro Bastimenti 

< le Principali delli paesi di Fegra e Delita, e dagl'altri Villaggi, i 
« loro figli et effetti, ch'erano dall'altra parte di rimpetto alle Terre 
« di Venetia ». I Turchi inviarono lettere al governatore Veneziano 
lamentandosi di questo « contravenire alli Trattatti di Pace » ma in- 
vano. Anzi « mentre, che li Turchi erano nelle Terre de Ribelli, 
« qualche Vascello, e altro Bastimento Venetiano capitorono sopra 
« quelle Coste, e nel tempo, che quei ribelli s'erano ritirati dalla parte 
« di Cattaro, e che le Truppe Ottomane li perseguitorono sino alle 
« Frontiere, li Venetiani erano nel dissegno di far' un sbarco di Mili- 
« zie, ma il vento non essendo favorevole fu impossibile di farlo. Se 
« le Truppe Venetiane fossero state disbarcate, è cosa certa, che 

< havrebbero attaccate le Truppe Ottomane, tale essendo la loro riso- 
% lutione .... » I Turchi inviarono un' altra vana ambasciata al gover- 
natore di Cattaro, che rispose « che fra poco sarebbe commodato que- 
« sto Negozio, e lo licentiò con questa risposta absurda, ciò che ha 
i fatto comparire la mala fede de Venetiani ad osservare li Trat- 
« tatti. ... E cosa notoria, che li Principali di quei Ribelli tiravano 
« pensione dai Veneziani, e che mentre, che erano alle prese con 
« loro ricevevano per loro soccorso delle guardie e delle Truppe, le 



(1) « Ragioni per le quali la Porta ha dichiarato la guerra a Venezia » — Ms. Padov. 
bibl. univ. 2Z23 — V'en. R. Ardi, di St. Disp. Bailo filza 172. 



— i6 — 

« quali introrono sopra le terre dell'Imperio e fecero schiavi molti 
<■ Turchi ». Di tutto questo il Pascià stende il processo verbale, e 
lo spedisce alla Porta cogli allegati, per dimostrare « che si sareb- 
« bero puniti tutti li Ribelli, ma come si sono riffugiati in casa de 
« Venetiani, che gì' hanno ricevuti, e che non s'è voluto intrapren- 
« dere alcuna cosa contro li Trattatti di Pace, restò impedito alle 
« Truppe Ottomane di perseguitarli ». Con questa tendenziosa con- 
clusione finisce la vertenza del Montenegro, la più importante delle 
vertenze turco-venete, che fu poi il massimo dei pretesti di guerra 
per il suo carattere politico, come infrazione di diritto internazio- 
nale pubblico; per quanto si possa ragionevolmente credere che tutto 
il torto non stesse dalla parte di Venezia, né tutta la ragione dalla 
parte opposta. 

Le infrazioni di diritto privato o commerciale delle quali si la- 
mentano a vicenda Venezia e Costantinopoli sono numerosissime. 
Ne hanno colpa in gran parte i corsari di Dulcigno, che tacita- 
mente, consenziente il Visir, col pretesto di « fare il Corso contra 
« gli Spagnuoli » armano otto mezze galere e fanno finta che tutte 
le navi siano spagnuole. E quando il Memmo se ne lamenta, il 
gran Visir gli taglia le parole in bocca, e si mette a pigliare un 
gelato ('). Così il torto resta a Venezia, e si accumulano incidenti 
svariatissimi (di navi predate, di ricorsi del bailo, dei consoli, dei 
sudditi, di rimostranze turche e di vicendevoli querele, imbrogli 
di mercanti, furti, rapine, bastonature, soddisfazioni chieste e non 
concesse) che parevano fatti apposta (e certo ai Turchi non man- 
cava la volontà) per inasprire le relazioni fra essi e la Serenissima, 
convinta la quale di fronte al mondo Cristiano d'infrazione dei 
trattati, pareva ai Turchi legalizzata, per così dire, l'invasione della 
sospirata Morea. Infatti, senza questa circostanza è facile supporre 
che tutti quegli incidenti sarebbero passati inavvertiti od avrebbero 
avuto tutt'al più una soluzione puramente diplomatica^. 



(i) Memmo, Lett. XII. 

(2; Cfr. l'affare della nave Gerusalemme (Lelt. I e V), il furto al dragomanno veneto di Du- 
razzo (Lett. Ili), la vertenza del Mocenigo e del Minotto coi Bosniaci (Lett. V), i sospetti su 
Venezia per i tesori del principe di Valachia (Lett. V e X), la cattura della tartana a Scio e 



Intanto gli ambasciatori europei a Costantinopoli avevano osser- 
vato l'eccitamento popolare < x) , la nuova attitudine del Visir ( 2) , l'at- 
tività maggiore dell'Arsenale cui faceva frequenti ed inaspettate 
visite il Sultano ^\ l'accentramento di navi e di milizie nella città (4). 
E ne scriveva sul principio di luglio all' Eccellentissimo Senato il 
bailo Andrea Memmo, aggiungendo però : « ogni cosa non è di- 
: retta, che all' apparenza, à coprire veramente la grande debolezza 
« in che sono, e à tenere divertiti gì' Uomini, sì che non pensino 
< à innovatione alcuna » tanto più che nell'Arsenale si lavora a 
due navi solamente (s) . — E vero che si allestiscono le milizie, ma 
solo perchè la loro presenza renda sicura al Gran Signore, timidis- 
sima persona, la villeggiatura di Adrianopoli( 6) . Il Visir poi per conto 
suo diffonde le voci di guerra, e lascia che il popolo si pasca di 
speranze, ma non commetterebbe mai 1' imprudenza di arrischiare 
una guerra per non mettere a capo dell' esercito un duce supremo 
che sarebbe inevitabilmente diventato suo rivale nell' autorità e nella 
fiducia del Sultano. La guerra oramai s' era fatta, per necessità, per 
difendersi dai Moscoviti, ma, conchiusa con essi una pace soddi- 
sfacente, essendo d'altra parte in buonissimo accordo fra loro le 
Potenze, mentre i Turchi son soliti piombar loro addosso solo quando 
le vedono disunite b\ qual motivo vi poteva essere di guerra, quale spe- 
ranza poi di guerra fortunata? — Questo si domanda il Memmo, e 
non sapendo che cosa rispondere, pare che sia convinto per dav- 
vero che i misteriosi convegni tra il Sultano, il Muftì e il Visir, 
i dodici mortai a bomba fusi nel Topanà, i quattordici cannoni 



la malleveria non concessa dal Memmo (Lett. Vili), l'armo dei Dulcignotti (Lett. XII) e poi 
tutte le querele esposte negli Articoli della dichiarazione di guerra cit. (V. Appendice). 

(1) Colloquio del Memmo con gli ambasciatori di Francia, Inghilterra e Olanda, i quali 
tutti si lamentano del Visir (Lett. IX). 

(2) Negli interessi della religione — Lett. III. 

(3) Lett. II cit. 

(4) Lett. Ili cit. 

(5) Lett. II cit. 

(6) Lett. III cit. 

(') Cfr. Vendramino Bianchf, op. cit., p. 6. — « Fu sempre costume dei Turchi il la- 
« sciar prima che i Principi Cristiani in lunghe guerre tra di loro si snervino, e si consumino, 
« e poi gettarsi improvvisamente sopra di quello, che vedono più incapace di sostener la piena 
« delle loro inondazioni ». 



« per li due Vascelli nuovi » le perizie del costo di una campagna 
per 40 navi, 20 galere, 60 galeotte e 130 brigantini, i carichi di 
vele portati all' Arsenale, le polveri che si fabbricano a Dcmonira e 
a Gallipoli, gli Agà partiti per la Macedonia e il Mar Nero, l'or- 
dine alle navi commerciali di tornare alla fine di Novembre, tutti 
insomma gli apparati di guerra dei quali egli rende esatto conto 
a Sua Serenità ed all'Eccellentissimo Senato (l ), non debbano servire 
ad altro che a far passare al Sultano, quanto più amenamente si 
potesse, le consuete vacanze di Adrianopoli. 

Un po' di colpa in questa convinzione del bailo l'aveva anche 
il Fleischmann (2) , residente Cesareo a Costantinopoli, che, esaminate 
di proposito le probabilità di guerra, le aveva tutte respinte. Disse 
che i Turchi dovevano considerare una impresa contro la Russia 
come inutile, se non avanzandosi nel cuore di essa, « partito di- 
speratissimo » ; che dell' impresa di Malta la voglia sarebbe stata 
grande, ma le difficoltà ben maggiori, per la sua lontananza, le 
sue fortezze, e la protezione delle Potenze. Tacque della Sicilia; 
quanto ai Polacchi ed ai Veneti disse « aver comissioni tali, che 
se i Turchi entrerano nella Polonia e nella Morea, quand' anche 
vi fossero inoltrati per molte giornate, egli ad un cenno li scac- 
ciarebbe ; e conchiuse, che queste non erano più, che le solite 
apparenze » ( 3). 

E quelle del Fleischmann non erano che parole, e parole, per 
giunta, che la Porta non sentiva, e da cui parevano molto lon- 
tani i fatti; ed era già un mese che, in una consulta tenuta alle Acque 
Dolci, l'odio che sui Veneziani si era venuto accumulando da quin- 
dici anni, era scoppiato nella voce unanime del gran Signore e di 
tutti i presenti « che, se s' avaria a far la guerra, bisognava farla 
« a' Veneriamo ». 



(1) Leti III ci'. 

(2) Leu. IV cit. 

(3) Importantissimo colloquio, che si rannoda agli avvenimenti del 1716. 

(4) L'informazione ci vicn data dal Memmo stesso, a cui l'aveva comunicata il gen. Goltz, 
inviato di Polonia, (che nella stessa occasione mette innanzi l'idea che convenisse cambiare 
in un trattato positivo l'articolo della difensiva stabilito dalla Sacra Lega. Ma le buone in- 
tenzìoni dell'inviato, mosso da risentimenti personali controia Porta per il cattivo trattamento 



— 19 — 

Crescevano intanto non solo le voci di guerra, e di guerra contro 
la Morea, ma si affrettavano apertamente i preparativi/ si parlava 
di riedificar Romelia {l) , s'erano sbrigati tutti gli affari e le que- 
stioni diplomatiche colla Russia e colla Polonia ^ per avere libere 
le mani all'azione militare, s'era mandato via l'ospite svedese ^, 
e il Visir s'informava delle condizioni delle marine estere e sopra 
tutto di quella de' Veneziani. S'avvide allora il Bailo della gravità 
della situazione, e informatosi anche lui della marina turca, ne ri- 
feriva diligentemente al Senato, e poneva in opera ogni mezzo per 
ottenere notizie sicure. Avuta « opportunità di comparire alla Corte » 
volle « non più con industria, ma apertamente tentarne 1' animo » 
e fece presentare al Reis Effendi, perchè lo trasmettesse al Visir, un 
Memoriale, lamentandosi della progettata ricostruzione del Castello 
di Romelia, contraria agli articoli 2 e 3 della capitolazione < 4) . 
Incaricò poi il Dragomanno grande e il Carli « di scoprire quanto 



ricevuto, non erano condivise dallo Stato). II Msmmo rende conto di questa confidenza al Se 
nato nella lett. X, 31 agosto 1714 come di cosa avvenuta tre mesi prima. 

(1) Cfr. Lett. XI, XII in Appendice, e per la riedificazione di Romelia il Memoriale, id. 

(2) Cfr. Lett. I, VI, IX, X e XIII : « Uscite da quest'Imperio tutte le nationi, che o per 
■ l'armi o per il negotio, l'hanno tenuto occupato negli anni addietro, sono con gl'apparati 
« cresciuti incredibilmente i discorsi, e gl'indizii di prossima guerra per mare ». 

(3) Per la partenza di Carlo XII v. particolarmente Lett. II e X, cfr. poi Theyls, Me- 
vioires pour servir a l'hìstoire de Charles XII roì de Suede — Leide 1722 — che dà estesis 
simi particolari, sebbene non sempre attendibili. Egli era cancelliere ed interprete del Colyers 
ambasciatore d'Olanda a Costantinopoli durante la guerra, ed alle Memorie ha aggiunto una 
specie di diario di essa, occupandosi molto di pettegolezzi diplomatici e di piccoli segreti di 
Ambasciata. La sua opera con quella del Mirone (Auecdotes Vènitiennes et Turques) e l'A- 
nonima Lionese delle « Campagnes de Mons. le Prince Eugéne » ci dà la piccola cronaca 
e la parte aneddotica della guerra Turco-Veneta. 

(4) Ecco gli Articoli del Trattato di Carlowitz (1699) che riguardano il Castello di Rume- 
lia (cod. Marc. 3S4 e 900 ci. VII, Arch. di St. Commemoriali XXX e. 93-111). 

Art. II. La Terra ferma essendo nel possesso dell'eccelso Imperio, resta totalmente nel 
possesso, e dominio dell' eccelso Tmoerio stesso per appunto nello stato, che si trovava 
nel principio di questa ultima guerra. La fortezza di Lepanto resterà evacuata dalla Repub- 
blica di Venezia. Il castello detto di Rumelia nella parte di Lepanto sì demolirà, si demo- 
lirà parimenti la fortezza di Prevesa, e si lascierà in quella parte la terra ferma nel suo pri- 
miero, et intiero stato. 

Art. IV. L'evacuatione di Lepanto, e la demoìitione del castello detto di Rume'ia e di 
Preresa, si eseguiranno subito dopo la distinzione delli limiti dt Dalmatia .... etc. 

Art. XIII. A cadauna delle Parti sia lecito di risarcire, riparare e fortificare le possedute 
Fortezze, ma non già di fabricarne di nuovo a'tre fortezze appresso il Confine, o le demolite 
fortezze della Republica di Venetia sulle sponde della Terra ferma ». 



« più potesse l'interno del suo animo », ed ebbe in risposta larghe 
profferte di cortesia internazionale, e la confidenza da parte del 

Visir « che l' armamento era per Malta, il che dal canto suo 

« confermò il Reis Effendi.. . . è iminente una guerra per mare 

« Che la confidenza poi sia sincera circa l'oggetto, io non sono 
« molto disposto a crederlo, ed assai meno ad affermarlo (l ) ». Ed 
aveva tutte le ragioni, poiché la Porta, appena si accorse che Ve- 
nezia s' era insospettita, cambiò sistema, e mentre prima lasciava 
diffondere le voci di guerra in ogni senso, ora invece « osserva in- 
« diferentemente un rigoroso silentio, ed il Visir applica assai 
« anco a fare, che nella Città si parli di guerra il meno, che sia pos- 
« sibile, avendo per questa causa esiliato alcuno . . . . M che esortò 
« con publicità scandalosa il popolo a pregar Iddio per 1' esito 
« felice nell' espeditione, che s' andava facendo contro la Morea » . 

E la Morea era tutt' altro che pronta a sostenere un urto ne- 
mico. Il provveditore Antonio Loredan aveva espresso le sue ap- 
prensioni alla Repubblica nell'aprile del 1714(3); e nei dispacci 
del maggio lamentava la deficienza delle difese, narrava come at- 
tendesse con ogni cura a fortificare, per quanto poteva, la penisola 
ed inviava al Senato ragguagli, prospetti, richieste. Da Napoli di 
Romania il Commissario in Armata M fa notare al Senato la scar- 
sezza delle forze di cui può disporre, e il provveditor generale da 
Mar l$\ dando notizia dei grandi armamenti turchi, sollecita l' invio 
di navi, lamenta il gran bisogno di pane che affligge il paese, la 
mancanza di armi, di uomini, di requisiti da guerra, tutto insomma 
« lo stato deplorabile di questo regno, che posso dire spoglio di 
« tutti quei apprestamenti che sono tanto desiderabili anche in quei 
". paesi dove li soccorsi sono vicini e non devono dipendere da l'in- 
giuria del mare ». 

Il dispaccio che recava all'Eccellentissimo Senato queste deso- 



li) Memmo, Leu. XIV e XV. 

(2) Theyls, op. cit. p. 35. 

(3) Cfr. Dikdo, op. cit. p. 83. 

(4) Arch. di St. Ven Disp. 5 D.c. 1714 fiUa 15 e. 6. 

(5) Arch. di St. Ven. Disp. 8 Die. 1714 filza 57 e. 23. 



— 21 — 

lauti parole era dell' 8 dicembre 17 14, e 1' 8 dicembre 17 14, cu- 
riosa coincidenza, avvenne il colloquio importantissimo del Memmo 
col primo Visir, colloquio che fu il precedente immediato della 
dichiarazione di guerra M. 

Il 7 dicembre riceveva il Memmo « biglietto di suo confidente » 
che lo avvertiva si ponesse al sicuro ; e la mattina dell' 8 un altro, 
che « bastò ad illuminar/i dell' intentione del Ministero » . Fu in- 
tatti chiamato dal Primo Visir, e vi andò con « il fedelissimo Pietro 
« Riva, li Dragomani Carli, Christofolo Tarsia, e Testa, con li due 
« Giovani di Lingua Brutti e Acerbi ». Prendo la narrazione dal 
Memmo stesso M : « Fui tenuto in fredissima giornata più di due 
« ore alla scala, sollecitato estremamente nel viaggio, tratto con 
« violenza giù da cavallo, allontanato da tutti li miei con pugna 
« ed urti, condotto io solo sopra le scale fermato nell' ingresso 
« della seconda scala per sin, che uscissero tutti gì' Uomini militari, 
« e tutti quelli della Legge, della Consulta, e finalmente condotto 
« al primo Visir, che non sopravvenne, ma m'aspettò sedendo, e 
« mi fece ponere il solito scagno in qualche distanza maggiore del- 
« 1' ordinario. Qui senza alcuna formalità di quelle che si praticano 
« cogli Ambasciatori, doppo aver atteso il Ministro, che se gli 
« reccassero alcune carte, disse con voce assai alta, e con qualche 
« violenza nel movimento. Che la Republica di Venezia avea oc- 
« cupato la Morea per sorpresa; che poi la pace dal canto suo fu 
« sempre insidiosa. Che mai la Giustizia non s' era resa a sudditi 
« della Porta, sopra quali si sono rapite a centinaia a centinaia 
« le Borse ; che alle querele non s' è risposto, che fraudolente- 
« mente, e con aperte bugie. Che finalmente s' era ricoverato in 
« Cattaro il Vescovo di Cettine con i capi del Montenero, som- 
« ministrate armi, dati viveri accomodato il trasporto alle Rive 
« opposte, esibito il Ricovero a sudditi della Porta ; E che il non 
« essersi fatto di più si doveva attribuire a' mali tempi, che non 



(1) Cfr. Vendramino Bianchi, op. cit. p. 8; Girol. Ferrari, op. cit. p 20; DiEdo, op. 
cit. p. 76. — Questa lett. XVI del Memmo si trova alla Marciana di Veri. (Cod. 2133, VII) 
alla Università di Padova ms. 2223, e all'Arch. di Ven. filza 172 e. 43. 

(2) Trascrivo dal Codice Marciano. 



— 22 — 

« hanno lasciato approssimarsi le Genti, e le Munitioni, che s'erano 
« preparate in soccorso di que' sudditi. — Qui fece leggere lunga 
« lettera di Mahuman Bassa, W e mostrò i cozzetti sottoscritti dagli 
« altri ministri, a quali nella lettera di Nahuman si diceva, che 
« aveva dovuto prestar 1' assenso quel med. m0 , che dall' Ecc. r "° 
« Sig. Provveditor general di Dalmazia era stato a lui spedito a 
« giustificar i trascorsi de' sudditi. Volevo rispondere, ma il Visir 
« mi prevenne, ed ideandosi varie risposte, che potevano farsi le 
« chiamò fraudolenti, false, pazze, e fece cenno di non volere, che 
« articolassi parola. Ma avendomi benedetto il Signor Iddio, e 
« lasciatami intiera la libertà dell'animo, volli avere ancora quella 
« della lingua ». — E si difese il Memmo con dignità e con vi- 
gore, e cercò difendere la Repubblica : traduceva il Dragomanno 
Carli, che fu interrotto violentemente dal Capigì Bassi, dopo di 
che il Visir « alzatosi un poco dal sedere con le mani, disse, che 
« il Gran Signore, egli, e tutto il Maometismo erano risoluti di 
« non tolerare più lungamente. Che delle guerre Dio era il pa- 
« drone, che però di quello, che s' era stabilito di fare con l' uni- 
« versale consenso, non sarà se non ciò che piacerà alla Divina 
« Maestà sua; Ma che intanto mi diceva, che s'anderà contro la 
« Morea, e che quando non la si possa prendere in un anno, si 
« cercherà di prenderla in due, in tre, in tutto il corso della sua 
« vita. Disse che si volevano fuori di là i Venetiani, chiamandoli 
« con i nomi di Diavoli, uomini della più onorata inocente na- 
si tione del mondo. Poscia m'assegnò 20 giorni a partire da tutto 
« lo stato ottomano, passati i quali minacciò quanto ha più di or- 
« ribile la morte, a chi vi si fosse trovato, protestandomi, che di 
« tutto questo io solo ne sarei in colpa, e con l'odiosissimo ter- 
« mine di va in malora, mi licenziò. Fui subito senza che al Carli, 
"■ fosse permesso espormi in Italiano ciò che aveva detto il Visir, 
"■ attorniato da tutti li suoi, che non mi fecero più violenza alcuna, 
e ne all' uscir della stanza, ne al discendere delle scale. Solo in 
« corte mi consegnarono ad un sorbassi, che con 200 Gianizzeri 

(1) Altrove Hahauman, Naruman, Miman. 



- 23 - 

« fattomi salire sul mio cavallo, e con la mia Gente distesa avanti 
« di me, secondo il solito, m' accompagnò in questa casa » . Il 
Memmo si preparava a partire, quando alle 22, « sopra memo- 
« riale de' Bossinesi, che ricordavano esservi in Stato di Vostra Sere- 
« nità molti mercanti Turchi » fu revocato l' ordine di sfratto, e 
ritenuto il Memmo come ostaggio « per esser poscia trattato a 
« misura delle maniere, che costà in Dalmatia si tenessero con i 
« sudditi della Porta ». I Giannizzeri assalirono il bailaggio, scas- 
sinarono le porte, sforzarono le serrature, fecero man bassa su 
tutto, e la rapina durò una notte intera. Il bailo ricorse ad altri 
Giannizzeri, « ma quel che s' è ricuperato, è Ser. mo Principe un 
« amasso di Tavole rotte, ed infrante segno miserabile del nau- 
« fraggio ». E non finirono qui le rapine e le disgrazie e le pri- 
gionie e i disordini d'ogni maniera, in mezzo ai quali il Memmo 
rimane sbalordito e non sa a chi prima pensare, tante sono le ri- 
chieste d' aiuto, di protezione, d' assistenza, le cure, le responsabi- 
lità, le spese gravi e le perdite personali rilevantissime. Le quali 
però sopporta di buon animo, considerandole « un olocausto, che 
« senza che me n'abbia mai a dolere, faccio lietamente alla Maestà 
« della Patria ». 

Il 9 Dicembre la Porta pubblicava le « Ragioni per le quali.... 
« dichiara la guerra alla Repubblica di Venezia ( l ) » che sono come 
\ la risposta al Memoriale del Memmo, stesa in 13 articoli, ciascuno 
dei quali concerne una ragione di lagnanza contro Venezia, cioè 
un pretesto più o meno giustificato che la Porta inalzava alla di- 
gnità di grave offesa, per giustificare a sua volta l' imminente in- 
vasione della Morea. Leggermente modificato, il manifesto servì di 
giustificazione ai popoli, e d'avviso ai principi esteri. Dalla prima 
si tolse la vertenza del Montenegro per non rinfrescare la memoria 
del sangue sparso — nel secondo non si parlò della Morea acqui- 
stata « essi dicono per sorpresa, e ciò per non indicare la mala 



(1) Si trovano all'Arch. di St. di Veti. Genn. 1714 (more venete) filza 172, unite alla lett. 
del Bailo, ma datate 8 Die. 1714 — e nel ms. di Padova 2223. — Io trascrivo da quest' ul- 
timo. Inedite. Citate dal Romanin nel Voi. Vili, p. 39. 



— 24 — 

« fede della pace fatta, e publicar il vero e solo motivo della Guerra, 
« mentre tutti gli altri sono vani, e ridicoli pretesti ». 

Il bailo non potè far note nemmeno privatamente agli altri re- 
sidenti le ragioni della Repubblica, mancandogli le carte, ed es- 
sendo egli e i familiari guardati a vista nel Topanà, tentandosi 
perfino d' intercettargli le lettere Ducali ; ma ricevette dai colleghi 
le più ampie dimostrazioni di simpatia M, 

Venezia intanto si era volta con ogni diligenza ai preparativi della 
guerra M. « Accrebbe incessantemente l'Armata di mare, ordinò il tra- 
« sporto nella Dalmazia e nel Levante delle milizie veterane, ch'erano 
« nelle piazze della terra ferma.... spedì commessioni per nuove leve, 
« ammassando ne' magazzini abbondanti provvisioni. Venne all'ele- 
« zione di Capitano Generale.... fu permesso di armarsi in corso 
« a'Perastini.... ». Ma tutto questo era ben poco per la difesa di un 
vasto territorio che mancava di tutto, in cui si dovettero disarmare 
alcune fortezze per salvarne altre, da cui giungevano alla Repub- 
blica relazioni sconfortanti e richieste continue ora di navi, ora 
d'armi, ora di provvigioni. In Dalmazia mancavano ugualmente 
milizie, cannoni, provviste da bocca e da fuoco h\ di cui solleci- 
i tava l' invio anche per conto suo il Provveditor Generale da Mar M, 
che senza di esse non poteva muoversi verso le Isole (s \ che non 
sapeva come fare per difendere il Castello di Morea< 6 ), aveva tro- 
vato Romania in pessime condizioni, e in un dispaccio al Senato 
diceva dubitare fortemente del buon esito della guerra ^). Tutte le 
forze ( 8 ) di cui il Commissario in Armata poteva disporre in Le- 
vante sommavano ad 8327 uomini. 



(1) V. Lett. XVII e seg. 

(2) Cfr. Bianchi, op. cit. p. 8. Diedo, op. cit p. 81-85, Ferr. p. 23-28. Dispacci in Arch. 
di St. V«.n. filza 57, e 23, 24; f. 15. e. 5; 13, 5 ; R. 180 e. 203 ; R.91.C 200 ; R.gi.c. 197 ; f. 57 
e. 34; R. 91 e. 202; R. 268 e. 221, f. 57 e. 3,; R. 90. e. 393; f. 58 e. 37: R. 26S e. 286 e 
294; R. 90 e. 437, R. 91 e. 224; f. 15 e 9 etc. 

(3) « Relaz. di quanto successe nel tempo di guerra in Levante » Padova, Bibl. un. ms. 
76 — e. 3. — Si disarmano Coron e Navarin. 

(4) Disp. Provv. Str. a Cattaro, filza 13 e. 15. 

(5) Disp. Provv. Gen. Mar, filza 57 e. 26. 

(6) Disp. Provv. Gen. e. 31. 

(7) Disp. Provv. in Morea filza 15 e. 6. 

(8) Disp. Comin. in Armata filza 15 e. y. 



- 25 - 

Si sperava nell'aiuto delle Potenze, e negli impegni della Sacra 
Lega. Si fecero pratiche, sia per ottener soccorsi di fatto, sia per 
assicurarsi la protezione diplomatica, presso le Corti di Roma, di 
Vienna, di Londra, di Polonia, di Toscana W. A questa azione 
della diplomazia Veneta si opponeva quella dei Turchi ( 2) , che pru- 
dentemente avevano rinnovato gli accordi colla Polonia e regolati i 
confini colla Russia ; s'erano levato di fra i piedi lo Svedese ; man- 
davano un Agà al Principe Eugenio W assicurandolo della loro in- 
tenzione di osservare i patti di Carlovvitz ed esprimendo la fiducia 
che l' Imperatore avrebbe fatto lo stesso ; cercavano insomma di 
ottenere da ogni parte promesse di neutralità, e d' isolare Venezia. 

La Cristianità parve in generale disposta ad ascoltare più le con- 
venienti proposte del Turco che le richieste della Serenissima. La 
Francia credette d'aver fatto più che abbastanza facendo usar cor- 
tesie al bailo Veneto dal suo ambasciatore di Costantinopoli, che 
viceversa eccitava di sottomano i Turchi a dichiarar guerra a Ve- 
nezia dicendo loro (secondo la testimonianza del Theyls) « tout ce 
qu' il croioit propre à donner une juste idée de la foiblesse de 
cette République » ; e intanto forniva milioni a Carlo XII perchè 
con una nuova guerra compromettesse la sicurezza dell'Austria, 
unico ostacolo all'egemonia francese in Europa. Gli Stati Generali ( 4) 
e l' Inghilterra ^\ i mediatori di Carlovvitz, diedero ordine ai rispet- 
tivi residenti ( 6 ) d' impiegare i migliori ufficii presso la Porta per evi- 
tare la guerra, ma arrivarono tardi, e, per la mancanza d' informa- 
zioni da Venezia, non seppero che rispondere alle accuse della 
Porta. La Russia, che nel 17 n era stata felice di salvarsi dal Turco, 
non si sentiva davvero la voglia di ritornare in campo, e tanto 
meno per aiutare Venezia, con cui aveva anche una certa recente 



(1) Cfr. Vendramino Bianchi, op. cit. p. 78 — G. Ferrari, op. cit. p. 31 36 — Diedo, 
op. cit p. 77-79. 

(2) Ferrari, p. 27. « E altresì considerabile con qual'arte s'insinuasse il Primo Visire cogli 
« Ambasciatori » etc. 

(3) Ferrari, p. 27, 36, 40 — Diedo, p. 79 — Disp. Amb. di Germ. filza 203 e 303. 

(4) Cfr. Senato al residente Vincenti R. 91. e. 209. 

(5) Cfr. Senato Corti R. 91. C. 186 id. id. e. 210. 

(6) Ai primi di Giugno, e per preghiera della Repubblica. 



— 26 — 

ruggine diplomatica ( !) . Nemmeno si poteva sperare d'interessar la 
Polonia ( 2 ), che faceva finta di non sentire i brevi del Papa, e si 
manteneva in prudente riserva. Della Svezia poi non c'era neppur da 
parlare. Coll'Austria la cosa era più complicata. Nella incertezza delle 
sue risoluzioni ebbe forse parte il rancore per la neutralità del 1700^) ; 
certo è, che nonostante le tradizioni della Sacra Lega, le pressioni 
del Papa, le vive istanze di Venezia («), e le proprie dichiarazioni 
di solidarietà colla causa della Repubblica, l'azione dell" Austria si 
limitò a dichiarazioni diplomatiche ^ 5 ', e a colloqui del Fleischmann 
col Visir, che rimasero senza effetto, com'era facile prevedere ( 6) . 

Intanto in Ispagna (ed anche questo ebbe influenza sull'Austria) 
l'astuto Albero ni allestiva la sua flotta gagliarda, e faceva credere 
al Papa che l'avrebbe mandata contro gì' Infedeli. Degna e giusta 
cosa era infatti che contro gli acerbi nemici del nome Cristiano 
movesse armi ed armati il prete ministro del Re Cattolico ; ma in- 
vece, insidiosamente mirando ad altro fine, così si giustificava l'Albe- 
roni in faccia all'Europa degli insoliti apparati cui l'Austria volgeva 
insospettita gli sguardi, e ci guadagnava il cappello rosso : in realtà da 
lui meno che dagli altri poteva l'oltraggiata Repubblica attendersi aiuti. 

Ne mandò il Papa, Clemente XI Albani W, che mise a dispo- 
sizione di Venezia le sue quattro galere, quattro vascelli noleggiati, 
e soccorsi in denaro ( 8 ) ; scrisse Brevi ai principi della Sacra Lega ^ e 
lettere autografe a Carlo VI ( IO ) ; e ne mandò il granduca di Toscana 
per far piacere al Papa^ 1 '; ne mandarono, sempre per opera di 



(1) Memmo, Lett. IX. Temevano altresì i Tartari, e fecero assicurar la Porta delle loro 
buone disposizioni. 

(2) Senato Corti R. 91 e. 166 e. 217 id. id. al Re di Polonia e. 222 — Ferrari, p. 35. 

(3) Arneth, Prinz Eugen, Cap. XV, voi. II. 

(4) Senato Corti R. 91. e. 166, 173, 180, iS2, 189, 194, 198, Disp. Bailo, filza 172, e. 166, 
173, 180, 182, e. 216. 

(5) Disp. amb. Germ. f. 203, e. 163, 185, 216, 223, 229, 258, 303. 

(6) Amb. Geim. f. 203 e. 207. 

(7) Senato Del. Roma R. 94, e. 33. Amb. R, f. 230 e. 131, 142, 164. Sen. e. 42. Seri. R. 
94, e. 43 del. Roma — Cfr. poi Camp, chi Pr. Eìtg. cit. p. 200, voi. I. 

(8) Disp. Amb. Roma filza 230, e. 197 e 399. 

(9) Ferr., p. 32, cit. 

fioj Senato. Corti. Reg. 91. e. 196 — Roma f. 230, e. 197, e. 364. 
(ri) C. 



— 27 — 

Clemente XI M t i cavalieri di Malta giurati difensori della fede 
di Cristo, sebbene nel 17 14 partissero da Malta assai più corsari 
ad infestar le coste Mediterranee, che guerrieri alla riconquista del 
Santo Sepolcro. Gli altri no, dei quali bene a proposito avrebbe 
potuto dire l'Ariosto : 

Dove abbassar dovrebbono la lancia 
In augumento della Santa Fede 
Tra lor si dan nel petto e nella pancia 
A destruzion del poco che si crede, 

se nella guerra testé dichiarata la religione non fosse stata messa 
molto in seconda linea dalla politica. Venezia stessa (e lasciamo 
pur dire al buon Vendramino Bianchi, che nelle sue guerre col 
Turco prevalse sempre lo zelo della fede al vantaggio del pubblico 
erario) Venezia stessa aveva dato l'esempio quando dai vantaggi 
del commercio levantino certo più che da altri argomenti s' era 
lasciata persuadere a mandar in Terrasanta le sue navi. D' allora 
in poi in tutte le relazioni turco-venete ebbe sempre parte enorme 
l'elemento economico : alle dichiarazioni di guerra seguono le rap- 
presaglie commerciali e doganali per parte della Turchia ; alle con- 
venzioni diplomatiche i trattati commerciali. La guerra, per Venezia, 
non era soltanto di armi e di sangue nei dominii d'Oriente; ma la 
fitta rete di traffici internazionali che la avvinceva al Levante ne fa- 
ceva sentire gravissimo il contraccolpo sin nei fondaci privati. 

Così anche ora Venezia si trovava ad arrischiare le sue ultime 
fortune difendendo la Cristianità contro V Islamismo, e la Cristia- 
nità rispondeva con pochissimo slancio alle sue preghiere, lasciando 
a lei, sola e sfiduciata, la cura di affrontare come meglio poteva 
il terribile nemico ( 2) . 



(1) Amb. Roma f 230 e. 399. Cfr. anche la Relazione contempoianea a stampa « dell'in- 
gresso a Roma e pubblica udienza avuta dall'Ambasciatore Veneto Nicolò Duodo il 12 Ago- 
sto 1714 ». 

(2) Aggiungo qualche indicazione bibliografica a quelle inserite nelle note, avvertendo 
che ometto di citare le opere di consultazione generale, Guglielmotti, Errante, Haramer, Man- 
froni, Matuschka, Musatti, Romanin, Salaberry etc. etc. 

Del Chiaro: Istoria delle moderile rivoluzioni della Vallachia etc. Venezia, 1718. 



- 28 — 

De la Croix : Abrégé chronologìque de l* histoire ottomanne. Paris, 1768. 

Elchagi MustafÀ : Iuchfet ulchibar (contiene la storia delle guerre marittime degli 
ottomani). Costantinopoli, 1728- 

Istoria militare di Belgrado. Italia, 1788 (anon.) 

KrUsinski : Tragica vertentis belli persici historia etc. Leopoli, 1740. 

Makana : L'espion {ture) dans le conrs des princes chrétiens eie. Cologue, 1715. 

Mignot : Ilìst. de l'empire ottoman. Paris, 1771. 

Ottieri : Istoria delle guerre avvenute in Europa. Roma 1728- 1757 — Anecdolcs Ol- 
tovianes etc. Lyon, 1724. 

SanvitaLI (Umicalia Agostino): Guerra tra Carlo VI e Achmet III, Venezia, 1724. 

Simeonibus (de) : De Bello transylvanico et pannonico. Roma, 1713. 

V. poi altre citazioni, e copiosissime notizie sui documenti vaticani riguardanti la guerra 
negli Stridii siti pontificato di Cleme)ite VI di F. Pomettj (Arch. della Soc. Rom. di storia 
patria. Roma, 1899 1900, voi. XXII-XXI1I). 



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Vittorie Turche ed alleanze Europee 



Abbiamo lasciato il Memmo al Topanà donde fu tratto nel 
marzo 17 15 e « a guisa di sudito miserabile et contumace rin- 
« chiuso in una oribile Carcere » del Castello d'Abido, ove « il trat- 
« tamento certamente che mi si fa — così scriveva al Senato il 
« 2S Aprile (| ) — è inhumano, e l'alloggio è tale, che per se medesimo 
« con il progresso di non molto tempo può tutti perdersi. La luce 
« v' entra per una asai piccola finestra, per cui ci passa ancor il Cibo, 
« ma da quella il Ciel non si scorge, essendovi all' incontro il Ma- 
« schio della Fortezza, per il quale discende a noi aere grave, e pe- 



(1) Lett. XXV. È l'ultima nel Cod. Marciano. Il ms. di Padova 2223, che contiene la 
lett. XVI e questa XXV, ne riporta ancora un'altra, scritta dopo la liberazione del Memmo, 
dalla nave La Francia, nelle acque del Zante. (V. Appendice). Il Memmo fu ricompensato 
colla nomina a cavaliere di S. Marco (1715, 9 Maggio in Pregadi). Ecco la deliberazione: 

« Progrediscono di pari passo già da più mesi alla Corte Ottomana e i formidabili appa- 
« rati contro la Republica e i barbari insulti loro al dilettissimo NobiI uomo Bailo Memo, 
« singoiar nell' intrepidezza ed esemplare nella costanza di tutto consecrare con pronto et im- 
« perturbabile sacrificio al bene e vantaggio della Patria. Ora che nel sfogo et imprendimento 
« delle ingiustissime deliberazioni con 1' infration della Pace, potearisi forse confidare almeno 
« contro l' innocente Ministro sospesi e rallentati gli irritamenti, s' intendon anzi fieramente 
« rinvigoriti con la dolorosa separazion sua da' Ministri e dalla famiglia, sentendolo crudel- 
« mente tradotto in angustissima carcere ai Dardanelli e da inaudite barbarie ristrettagli non 
« che le communicazioni, i respiri, con l'ultimo de' mali effetti nella abbattutissima sua sa 



_ 3 o - 

« ricoloso, ed il terreno è così umido, fangoso, et infetto, che per 
« l'esallazioni che n'escano, le gambe ormai mi si gomfiano, e mi 
« convien tollerare una pocco men, che continua vigilia e gravis- 
« simi dolori di capo...,». Questa dolorosa prigionia del Bailo è 
« il precedente immediato della guerra (l) . 

La quale si apre colla mossa contemporanea dei due eser- 
citi turchi, quello di mare al comando di Janum Cogia pei Dar- 
danelli verso Scio e Negroponte dove erano depositi di provvi- 
gioni (2 ) ; e quello di terra, di 40000 uomini^) agli ordini del 
Visir, per Adrianopoli e Filippopoli a Salonicco, dove fece sosta, 
per esser pronto secondo che gli Imperiali si decidessero o no 
a muover le armi, a passare in Serbia' od a scendere in Morea. 
L'Austria non si mosse, e lo stendardo verde procedette a Larissa 
e poi a Tebe, passando l'Istmo per venire a Corinto. Era il 20 giu- 
gno 17 15. 

Il 5 giugno, per la viltà del Provveditore Balbi, si era arresa al 
Cogia, infausto auspicio alle fortune Venete, la ben guarnita piazza 



« Iute, onde è ben giusto, nel vedersi all'eccesso e le perverse intenzioni dei nemici, et al 
« sommo la fermezza e virtù di cittadino zelantissimo, che più oltre non differiscansi il ri- 
« durre a lato sopra la prediletta di lui persona le più volte benignamente espresse dechia- 
« rationi della pubblica clemenza, con alcun visibile contrassegno di restituzione, et ornamento 
« che renda consolazione, e ristoro, nei durissimi anfratti che l'opprimono, al benemerito et 
" angustiato Ministro; però 

« L'anderà parte che per motivo spontaneo della munificentia di questo consiglio sia e 
« s' intenda il dilettissimo Nobil nostro Andrea Memo attuai Bailo alla Porta Ottomana creato 
« Kavalier di S. Marco et insignito di tutte le dignità, preiogative, e preminenze del grado, 
« onde illustrate del distinto pregio e molte accette sue applicazioni, e confortatene le gravi 
« angustie riconoscasi cosi pienamente assicurato della piena pubblica beneficenza verso il 
« proprio sì segnalato e ben distinto merito. » 

Marin Angelo de' Negri, Segretario. 
In Senato — 182 — In Collegio — 21 

— 70 — — o 

— 17 ~ — ° 475 

(1) Mi attengo nella narrazione alle lince generali, valendomi di un manoscritto della Bibl. 
Univ. di Padova « Rellazione di quanto successe nel tempo di guerra in Levante » di e. 50, 
anonimo; di un altro ras, padovano (191) per l'attacco di Corfù ; delle relazioni contemporanee 
a stampa per l'attacco di Corfù, per i combattimenti navali, e per l'acquisto di Vonizza e 
Prevesa ; per il resto, delle opere già citate. 

(2) Le cifre sono incerte ; il Mirone dà un totale di circa 200 navi. 

(3) Questa è la cifra più verosimile — fu aumentata a 200000. — Cfr. Mirone; Bianchi 
p. 3; Ferrari, 40 ; Diedo, 85. 



— 3i - 

di Tine (,) , che ebbe smantellata la fortezza, e trasportate in Barbarla 
duecento delle principali famiglie. L' armata navale seguitò il suo 
viaggio verso Egena (■). 

Corinto &>, al comando del Provveditore Minotto, resiste impavida 
per varii giorni a fierissimi assalti e a tre intimazioni di resa. Man- 
cava l'acqua; i seicento difensori erano ormai scemati di numero e 
di forze, ma risoluti di « restare sacrificati sulle mura piuttosto che 
cedere N >. Si chiesero soccorsi, ma invano, ad Alessandro Bon. Ri- 
spondeva egli da Nauplia, incoraggiando: non poter inviare rinforzi 
che non aveva; quando le cose fossero veramente all'estremo, do- 
versi accondiscendere alla resa, per salvare alla Patria almeno quelle 
poche vite, e ai suoi domimi i difensori tanto necessarii. — Si 
dovette cedere. 

Erano minacciate anche Suda e Spinalonga da cui giungevano 
al Capitan Generale vane richieste d'aiuto. Cadde senza gloria Egena 
sotto le armi dal Capitan Bassa, mentre il Visir marciava diretta- 
mente da Corinto su Nauplia. L' invasione turca era immensamente 
agevolata dai tradimenti continui dei Greci, che temevano le loro 
rappresaglie prevedendoli vincitori, cercavano d' evitare le deva- 
stazioni con tutti i mezzi possibili, e temevano d'altra parte le sco- 
muniche minacciate dal Patriarca di Costantinopoli a chi avesse in 
qualsiasi maniera aiutato i Veneti. 

La caduta di Tine, d'Egena, di Corinto traeva seco fatalmente 
la rovina delle piazze minori, ed empiva di terrore le popolazioni, 
di sconforto la Dominante. 



(i) Cfr. Ferrari, p. 41 — Diedo, p. 36. — 11 Balbi fu condannato a perpetuo carcere. 
Tine era governata da un rettore e guardata da 100 Italiani sotto Ferdinando Petrovich e il 
governatore dall'armi Lorenzo Locattlli. Aveva una popolazione di 15000 abitanti, tutti Catto- 
lici. Piazza fortissima « spina nel centro dell'Imperio Ottomano ». 

(2) Cfr. Bane, yournal de la Campagne que le grand Vizir Ali Pacha a faii en 17/j 
pciir la conquète de la Morèe — Paris, 1870. 

(3) Ferrari, p. 45. Campagne de la Morèe (in Camp, du Pr. Eug.) p. 227 — Nella presa 
di Corinto fu fatto prigioniero il Minotto stesso, che fu poi riscattato dalla signora di Ho- 
chepied, moglie del console Olandese a Smirne. Costei, tipo di donna accorta e intrigante, aveva 
allora 40 anni. Il Mirone che ne fa il ritratto la di e furba, spiritosa, coltissima. Sapeva 8 lin- 
gue: splendidamente il Turco. A Smirne domina i Turchi con le gentilezze; sposa una figlia al 
console di Francia ed una a quello d'Inghilterra; presta del denaro al Veneto, e così s'è 
resa padroni della città. Gli storici Veneti che la chiamano Madama Cogliers dal nome del 
padre ne fanno grandi elogi, per aver essa riscattato molti prigionieri. 



Il 9 Luglio M i Turchi giunsero sotto le mura di Nauplia, difesa 
dal Bon con circa 2500 uomini, di cui 1000 volontari, e 400 ca- 
valieri Croati. — Un sanguinoso assalto durato 7 ore in cui fu tre 
volte perduto e tre volte riacquistato il Bonetto, indebolì enorme- 
mente la difesa. Inoltre una batteria per comando del La Sai ful- 
minò un distaccamento di volontari che travestiti da Greci tenta- 
vano la riconquista delle palizzate. Furono molti i disertori ; si 
trovarono inchiodati i cannoni, corrotta l'acqua delle cisterne, na- 
scoste delle micce nei magazzini, e fu « scoperto che da certuni 
« tiravasi sopra Turchi senza palla ». Al tradimento aggiungen- 
dosi le mine, le batterie, il numero superiore dei combattenti, l'as- 
salto ostinato dei Turchi, la città cadde in mano loro improvvisa- 
mente, senza che il Bon avesse tempo d'esporre bandiera di resa, 
e fu con strage enorme compiuto il saccheggio della città più ricca 
e meglio fortificata del Dominio. La sua caduta travolse le ultime 
fortune della Repubblica, e il terrore più che le armi conquistò 
la Morea agli Ottomani. 

Presa Romania, l' esercito musulmano si biparte : il Visir pro- 
cede a Modon, il Seraschiere marcia sul Castello ( 2) . Cadono l'una e 
l'altro, non ostante il valore dei comandanti, come sotto il terrore 
del Cogia cadono Cerigo e Suda e Spinalunga h\ scolte avanzate del 
dominio veneziano e suoi ultimi propugnacoli nei mari di Levante. 
Malvasia M, che si abbandonò alla mercede dei Musulmani senza 
tirare un sol colpo, chiuse vilmente la serie di rese, in parte co- 
darde, in parte sventurate, che rimisero le conquiste del Morosini 
in mano agli Infedeli, restando spettatrice inerte degli avvenimenti 
l'Europa. 

Durante tutta la campagna, non vi fu uri solo combattimento na- 
vale. La flotta veneta non potè agire per la mancanza delle prov- 
viste, per la lentezza dei rinforzi, per l' insubordinazione degli alleati 



(i) DlEDO, p. 91 C SCg. 

(2) Diedo, p. 99. — Camp, du Pr. Eug. p. 235 voi. I. — Ferraio, p. 60 e seguenti. 

(3) Ferrari, p. 69. — Camp, du Pr. Eng. p. 237 voi. 1. — Diedo, p. 102- 106 — Per 
Malvasia, v. Ardi, di St. f. 58. Ven. Disp. Cap. Gen. 

(4) Cfr. Diedo, p. 107-112. - Camp, du Pr. Bug, p. 238. — Ferrari, p. 81. — Si diede 
colpa degli insuccessi al Dulfin, capit, gener. dell'Armata. 



- 33 - 

e sopra tutto dei Maltesi, che anzi a un certo punto l'abbandona- 
rono, per la gravissima responsabilità che si incontrava arrischiando 
in una battaglia così sproporzionata le poche navi che avrebbero 
forse, com'ebbe a dire a sua discolpa il Dolfin, potuto conquistare 
un regno, ma che, perdute, perdevano certo la Repubblica. In 
t[ncsta terribile incertezza, navigando da /ante verso Nauplia, e, 
saputa per viaggio la caduta di questa, verso Modon alle Sapienze, 
a Climinò, in alto mare, ora senza osar la battaglia, ora senza po- 
terla attaccare, il capitan generale assistette alla rovina della Morea. 
Già i preparativi turchi si volgevano alle Isole, specialmente a 
Santa Maura M, mentre nei possedimenti di Dalmazia e d' Albania 
Angelo Emo ^ sosteneva con vigore e con qualche fortuna le sorti 
della Repubblica, scorrendo dalla Bosnia al Montenegro, mentre 
Giorgio Balbi resisteva non senza gloria all' assedio di Sign, e il 
Vitturi capitano in Golfo attendeva a reprimere le insolenze dei 
Dulcignotti. Povero conforto davvero alle sventure sofferte, ed alle 
tristi previsioni del futuro. 

Venezia era in lutto ed in apprensione ^\ mentre a Costantinopoli 
si celebrava con sette giorni e sette notti di pubbliche feste (*) la ri- 



fi) Cui furono per deliberazione della Consulta fatte saltar in aria le mura. Cfr. Diedo, 
p. ic6 — Ferrari, p. 80. — Camp, du Pr. Eug. p. 243. 
(1) Ferrari, p. 70 — Diedo, p. 8o, 95, 96. 

(3) Cfr. Camp, du Pr. Eug. p. 231 • .. .. l'on n'eut jamais jugé que c'étoit le lieu, où il 
« semble, que de temps immemorial les plaisirs et la volupté ayent fixé leur séjour ». 

(4) Ma, dice il Theyls — il cattivo tempo « fut cause qu' on ne put s'y divertir ». A 
completar le feste s' incrudeliva contro i Veneti — perfino un Greco di Malvasia fu impic- 
cato perchè aveva un diploma Veneto « et pendant quelque tems on vit tous les jours de 
« semblables scènes ». Il 25 dicembre si proibisce l'importazione delle merci Venete e di 
altre nazioni (Russia, Francia, Ragusa). Cfr nella mise. Ven. 2394, e 167, le « Preghiere 
« pubbl che fatte a Costantinopoli per ordine del Gran Signore e del Muftì, e in tutto l' Im- 
« pero, a processione, tradotte per ordine del Memo da Pietro Acerbo, giovane di lingua. 
« Venezia 1715 » che trascrivo: 

I. 
Per la riverenza che professiamo alla vostra Divina Essenza, O Dio Magnifico e Miseri- 
cordioso. — Concedeteci 1' acquisto della Morea senza combattimento e senza Battaglia. 

(Popolo) : Amen, Amen. 
II. 

Per li miracoli del vero Profeta Maometto o Sempiterno Iddio. — Concedeteci (etc. come 
sopra). 

Id. Amen, Amen. 
III. 
Per tanti sospiri de' Fanciulli consolate i Combattenti per la vera Fede. Rendete, o Dio, 
le città degli Infedeli, coll'opprimerli, desolale e deserte. 



— 34 - 

conquista della Morea, e non si faceva mistero della futura cam- 
pagna contro le isole Ionie e delle vaste speranze che la loro con- 
quista ormai sicura dischiudeva all'ardire ottomano. 

Era morto intanto, con gran dispiacere della Porta, Luigi XIV. 
L'Europa, variamente commossa dalla sua sparizione, e impensierita 
dall' atteggiamento un po' misterioso di queir enigmatico Alberoni 
che seguitava a preparare la flotta come se in Morea non fosse 
successo nulla, 1' Europa non pareva disposta ad intervenire negli 
affari d'Oriente. Re Giorgio d'Annover aveva, è vero, dato ordine 
al suo ministro di Costantinopoli, di adoperarsi perchè fossero trat- 
tati meglio i patrizii veneti caduti schiavi ( l \ ma la sua azione s'era 
limitata a questo dovere d'umanità, e non accennava a procedere^. 
Egli doveva all'Austria il nono voto elettorale, ed era perciò os- 
sequente alla maestà di Carlo VI, che non aveva ormai più da 
temere né la Francia, per la minorità del nuovo Re e per dissensi 

IV. 
Prostrati i vostri veri seguaci e giovani e vecchi con pianti alla vostra presenza. — Con- 
cedeteci (etc. e. s.) 

Id. Amen, Amen. 
V. 
fate diventare le chiese di quelli che professano più Dii luogo d'Adorazione de' Musul- 
mani che professano la vera Fede. Fate che la riputazione de' Musulmani renda terrore a 
tutto 1' Universo. 

VI. 
Non rendete infruttuosi, o Dio, tanti sospiri gemiti e dolorosi pianti. — Concedeteci etc. C. s. 

Id. Amen, Amen. 
VII. 
Rendete, o Dio onnipotente, vittorioso l'Esercito Musulmano; fate che sia soggiogato il 
perverso Nemico o Divina Eternità. 

Vili. 
Non rifiutate le preghiere dell' Imperator della Vera Fede. — Concedeteci eie. e. s. 

IX. 
La riverenza professata, o Dio. al detto dell'Alcorano, la spada d'Acmet discacci affatto 
i suoi nemici e gli riduca al niente. 

X. 
Vedete con lo sguardo del Vostro soccorso ed assistenza 1' Esercito Munsulmano. — Con- 
cedeteci etc. e. s. 

Id. Amen, Amen. 
XI. 

Facilitateci, o Di'», il presente intrapreso acquisto della Morea, acciocché possa quanto 
prima la Fede Munsulmana conquistare e Vienna e Roma stessa. 

Amen, Amen. 

(i) Sen. Corti. R. 92 C. 169. 

(2) Il Thkyls assicura che il Colyers seppe dal Visir che la Porta avrebbe accettato la 
mediazione inglese e olandese, ma solo in base alla restituzione di tutto quanto aveva perduto 
a Carlowitz, e che successe un piccolo incidente diplomatico, perchè l'Ambasciatore inglese 
Sutton, credendo che fosse una domanda formale di mediazione, s'era affrettato ad informarne 
il Re. 



— 35 - 

civili intenta ai propri affari, né l'Olanda, che da sola non poteva 
far molto, né lo Svedese, cui veniva a mancare con Luigi XIV 
ogni ardimento. Venezia si accorse che era il caso di ritentare, e 
(mesta volta con speranza d'esito felice, la domanda della coope- 
razione Imperiale contro gli Infedeli, che non si era potuta otte- 
nere l'anno precedente, nemmeno ricordando all' Imperatore gli ob- 
blighi di Leopoldo I alla Repubblica di Venezia, e promettendogli 
la garanzia pontificale contro le incerte mosse della Spagna. — Si 
può dire che le trattative per un rinnovamento della Sacra Lega non 
si fossero mai interrotte tra la Repubblica e l' Impero. Da princi- 
pio questo pareva pieno di buona volontà, poi, — considerandosi 
incerta la situazione in Europa, esausto l'erario per la guerra colla 
Francia (cui non aveva voluto aderire Venezia, e l'Austria ne con- 
serva un certo risentimento), dubbio l'atteggiamento della Spagna 
e della Svezia, di poca conseguenza l'intervento papale, — s' era 
pensato meglio di ritirarsi prudentemente da una parte, e star a 
vedere come finiva il dramma. 

Quando non restarono più che le Isole Ionie fra la Morea turca 
e l'austriaco dominio di Napoli, l'ambasciatore Pietro Grimani fece 
nuove premure a Carlo VI per ottenere l' effettuazione di quelle 
ampie promesse che il Residente Cesareo andava facendo nel 1 7 1 4 
al bailo Andrea Memmo, ne' loro colloqui di Pera*" 1 ). Il maneggio 
tlel Grimani condusse ad uno scambio d' idee e di progetti sulla 
conclusione di un'alleanza austro-veneta ; anzi, Carlo VI aveva pro- 
posto al Senato certi articoli sui quali non si era ancora riusciti 
a mettersi d'accordo Ì2 \ Egli non voleva impegnare le proprie armi 
in una guerra contro il Turco, se Venezia non si obbligava a ga- 
rantirgli i suoi possessi d' Italia. A questo Venezia non si sapeva 
risolvere, parendole, e non a torto, che ugualmente il dovere e 
V interesse dovessero convincere Carlo VI a concludere la lega, in- 
trecciandosi strettamente le fortune venete a quelle della Cristianità 
e specialmente dell'Austria, per indiscutibili ragioni geografiche e 



(1) Cfr. Disp. Amb. di Germania, filza 205 e. 75. 

(2) Cfr. Dispac. Sen. Corti R. 92, e. zoo. 



- 3 6 -• 

politiche. Ma Carlo VI faceva finta di non accorgersene, e Venezia 
stretta dalla necessità, dovette autorizzare il suo ambasciatore ad 
esporre a Vienna il consentimento del Senato circa alla richiesta 
difesa degli Stati d' Italia, determinato specialmente (e questo si di- 
ceva, ma certo non si pensava) « dal desiderio di compiacere Ce- 
« sare » ( - I \ Cosicché quello che doveva essere un patto di crociata 
sotto gli auspicii del Pontefice, si muta in un'alleanza difensiva per 
gli Stati che ciascuno possedeva in Italia, impegnandosi la Repub- 
blica a resistere con 6000 fanti ad eventuali invasioni terrestri nei 
dominii di Cesare, e con 8 navi a quelle marittime (2 \ mentre il Papa 
doveva concorrere con sussidii di navi, e di denaro e con la sua 
interposizione presso la Spagna a facilitare l' impresa contro il Turco. 
Carlo VI da parte sua avrebbe messo in campo un esercito nella 
imminente primavera, creando così una diversione in Ungheria. 
Restava poi affidata alla Repubblica l'azione marittima, e la di- 
fesa delle isole e delle coste. Su queste basi e con queste inten- 
zioni si stava laboriosamente stendendo un trattato ( 3) , la cui forma 
fu oggetto di lunghe e difficili conferenze fra l'ambasciatore veneto 
e il Consiglio di guerra, presieduto dal principe Eugenio di Savoia. 
Eppure la cosa era semplicissima : Carlo VI anticipava di poco una 
difesa inevitabile dei proprii territori Danubiani, e Venezia continuava 
a difendere quel poco che le restava in Oriente, approfittando però 
del conseguente indebolimento delle forze ottomane, e di tutti gli 
altri vantaggi che venivano dallo sdoppiamento del teatro della 
guerra : equo compenso dei servigi da lei resi a Leopoldo I. — Il 
19 Gennaio 17 16 (more veneto 17 15) si stabilisce, come capo- 
saldo della Lega, che essa sia « reciproca difensiva per li Stati 
« che ogni principe possiede in Italia M, e durevole per la sola pre- 
« sente guerra col Turco ». E si continua poi a lavorare attivamente 
per lungo tempo intorno a quello che sarà il trattato definitivo. 



(1) Senato Corti. R. 92, e. 178. 

(2) Senato Corti. R. 92, e. 178. 

(3) Seri. Corti. R. 92, e. 178 — f. 205, e. 75 Amb. Germ., — id. e. 94, 104, 107. — Sen. 
R, 92, e. 192 — f. 205, e. 113, i2i, 1 ,0, 150, 155. R. 92, e. 200, f. 205, e. 72, 183, 196, 

216, R. gì, e. 210, 215, f. 205 e. 222, 232, 251, R. 93, e. 6, f. 205, e. 262, 2S2 ctc. 

(4) Ditp. Ami), in Cerni, f. 205, e 13O. 



— 37 - 

Accanto ai preparativi diplomatici procedono quelli militari, che im- 
pensieriscono il Visir (»).; anche la diplomazia turca lavora, e non 
solo presso il residente Cesareo di Pera e presso il principe Eu- 
genio. Tanto è vero che mentre l'Austria crede di poter contare 
sull'aiuto della Russia e della Polonia' 2 ), lo Czar fa assicurare la Porta 
a più riprese che non si unirebbe a Venezia e a Carlo VI, nono- 
stante le loro insistenze b\ e farebbe di tutto per indurre alla neutra- 
lità anche la Polonia. Non paiono infiammate per la causa veneta 
nemmeno l 1 Inghilterra e l'Olanda, che forse nella rovina della Sere- 
nissima intravedono l'espansione della propria influenza commerciale. 

A questa freddezza si oppone l'attività del Pontefice, che pub- 
blica un breve per esortare alla guerra i principi cristiani h\ concede 
a Cesare tre decime per cinque anni, riordina le proprie galere, 
ne ottiene altre dalla Spagna ( s) con sei navi da guerra e un corpo 
di truppe, più la desiderata garanzia per il Regno di Napoli, e fi- 
nalmente fornisce ragguardevoli somme in contanti '^ tanto al Re Cat- 
tolicissimo che a Sua Maestà Apostolica, per incoraggiarli a soste- 
nere colle armi la causa di Cristo. 

Così tutto procede a gonfie vele; l'u Aprile Eugenio di Savoia 
comunica al Visir che si desisterebbe dai preparativi solo nel caso 
che venissero rese alla Repubblica tutte le conquiste della passata 
campagna, e rifatti all'Imperatore i danni e le spese fin allora so- 
stenute in seguito all' infrazione della pace ; ed autorizza il Residente 
al ritiro delle credenziali, prevenendo la Porta che ogni difficoltà oppo- 
sta alla sua partenza equivarrebbe ad una dichiarazione di guerra. 

Il 1 3 Aprile i 7 1 6 Eugenio di Savoia, il Trautzen, il Sinzendorff, 
lo Stahremberg e il Grimani firmavano a nome dell'Imperatore e 
della Repubblica il trattato [ ^ che stabiliva il rinnovamento della 



(1) Disp. Amb. in Germ. f. 205 e. 150. 

(2) F. 205, e. 104 — R. 92, e. 188, 191, 207, 218. R. 93, e. 13, J3. 

(3) Theyls — e Camp, du Pr. Eug. 

(4) F.'aos e. 159. 

(5) F. 205 e. 297. 

(6) F. 205 e. 277. 

(7) V. Appendice. — Il trattato è inedito. Si cita generalmente la copia esistente nei Coni- 
memoriali e. 18 che però è abbreviata! 



- 38 - 

Sacra Lega, l'alleanza difensiva e reciproca per l'Italia, la dichia- 
razione di guerra alla Porta da parte dell' Impero, il libero passag- 
gio delle truppe sui rispettivi dominii, l'invito alla Polonia di cor- 
rispondere agli impegni della Sacra Lega, ed alla Russia di acce- 
dervi nuovamente. 

La stipulazione di questo trattato fu un conforto per Venezia, 
e per Carlo VI un atto di grande opportunità politica (5) . Egli vo- 
leva una garanzia ai suoi possessi Italiani messi in pericolo dalle 
nozze recenti di Filippo I con Elisabetta Farnese e dall'audacia del 
turbolento Alberoni, e l' ebbe. La crescente fortuna dei Turchi 
rendeva poi possibile e probabile e temuta una spedizione su Na- 
poli almeno quanto un' occupazione Borbonica ; e che ad impedirvi 
l'invasione ottomana fosse antemurale validissimo, unico oramai, 
Corfù, questo Cesare lo sapeva da sé, e non v' era bisogno che 
facesse tante meraviglie quando glielo dissero i Veneziani. C era 
poi 1' Ungheria che non avendo fortezze di frontiera sarebbe restata 
senza difesa contro le irruzioni dei Turchi, una volta che questi 
avessero finito di conquistarsi i confini settentrionali delle Domi- 
nanze. Essi potevano oramai togliere più poco a Venezia, tutto 
all'Austria. Ma l' Austria aveva per sé il principe di Savoia e le 
tradizioni di Zenta, cioè tutte le probabilità di troncare nel suo 
fiore l' espansione ottomana. 

Questo capisce Carlo VI, o meglio riflette per lui Eugenio ; e 
trovandosi cosi felicemente d' accordo lo zelo della fede comune, 
i milioni pontificali e gli interessi di Casa d'Austria, si rimanda a 
Costantinopoli l'Agà colle sue proposte, e si muovono gli eserciti 
verso 1' Ungheria. E tocca a Venezia rinnovare ancora una volta 
la favola eterna del cavallo, che, chiamato l'uomo in aiuto contro 
al suo nemico, dovette poi sottostare al freno. Come si vedrà in 
seguito, la vittoria non fu allegra davvero. 



(5) Aveva ritardato la conclusione di esso il timore che Venezia si pacificasse coi Tuichi 
e lasciasse poi l'Impero nell'impegno della guerra. Dibdo, p. 123. 



<«3H <ìrH '/rlfc (<n& Cì> 6ni& 




Da un'incisione contemporanea. 



A. A. B. 



IL PRINCIPE EUGENIO DI SA VOI A 






IV. 

Vittorie Austro -Venete 



Solo, taciturno, educato nell' esilio e cresciuto senza amore fra 
le ispirazioni di vendetta e i vaneggiamenti astrologici della madre 
Olimpia Mancini nipote del Mazarino, poi sotto la regola severa 
della nonna principessa di Carignano, destinato al sacerdozio e 
nato per le armi, respinto dalla Francia sua terra nativa e dalla 
madre patria Italia, così gracile e delicato che non lo facevano 
degno di portar la spada e in corte lo chiamavano le petit abbi, 
tale era nella sua triste giovinezza 1' uomo che noi vediamo cin- 
quantenne, ricco di gloria e di fortuna, reggere le sorti militari 
dell'Austria W. 



fi) Ecco il ritratto che ne fa il Ruzzini, ambasciatore Veneto a Carlowitz : — « . . . , la 
sciato 1' habito, e la professione Ecclesiastica, a cui, nella prima età, pareua dedicato, come 
uolontario, uidde poche campagne dell' Hungaria. Con lo splendore poi della nascita e con 
gli appoggi del Borgomanero Amb.r di Spagna, passato celeremente per i gradi militari, in 
breve arrivò al posto di poter comandar le truppe di Cesare in Italia. Di là trasportato di 
nuovo all' Hungaria, se ben fosse quello il primo non facile esperimento di regger solo la 
macchina grande di tutta la guerra, e dell'esercito Capitale, ad' ogni modo che entrò tra le 
angustie e gl'azzardi, ne uscì con quella gloria, che rende il suo nome celebre ai tempi 
presenti, e memorabile ai futuri... . Per il studio, e per l'esperienza possiede tutta la co- 
guiticne della Guerra. La esercita con esatta attentione sino alle cose più minute. Ha in pari 
grado il coraggio, e la prudenza Cerca, e sostiene con l'uno la presenza dell'occasioni, e 



— 4 o — 

È stato lui che ha imposto a Venezia l' aut-mtt; ma è stato 
anche lui che ha troncato le esitazioni imperiali quando ogni in- 
dugio era per lei una rovina. L'abbiamo visto diplomatico: lo ve- 
dremo generale supremo in campo. Bel tipo di politico e di guer- 
riero, in cui il militarismo forse eccessivo si tempera di una vasta 
coltura scientifica e letteraria, di una geniale inclinazione alle arti 
belle, di un sottile accorgimento diploma 1 ico, di tutta l'esperienza 
di una vita lunga ed agitata, che gli ha data una coscienza larga 
e serena dell'altrui diritto e del proprio dovere. 

Ali' annunzio della sua partenza per l'Ungheria venne a lui, come 
a duce e maestro, il fiore della nobiltà, europea mosso dallo spi- 
rito cavalleresco superstite attraverso i secoli nelle vecchie casate. 
È un ultimo tentativo di crociata. Il Portogallo manda il suo gio- 
vine principe, Emanuele ; il Wurtemberg i due fratelli Alessandro 
e Federigo ; la Francia il Condè, il Dombes, il Charolus, auspice 
il reggente d'Orléans ; la Baviera Carlo Alberto e Ferdinando ; la 
Lorena il principe di Pons. Militavano regolarmente sotto le ban- 
diere d'Absburgo i magnati dell'Impero, dai confini di Carinzia a 
quelli di Polonia. Giunsero poi a Vienna le benedizioni e gli scudi 
d' oro di Clemente XI, a Corfù le galere pontificie, maltesi, to- 
scane, spagnuole. — Il principe Eugenio, assumendo il comando 
supremo dell'esercito e la direzione della guerra, sgomenta già col 
ricordo di Zenta i memori Ottomani. La Porta aveva disposto 
d'attaccare contemporaneamente Corfù per mare^ e la Dalmazia per 
terra, mirando forse oltre l'Adriatico, ma 1' intervento del principe 
Eugenio troncò i suoi disegni, costringendo il Visir a condurre in 



• con l'altra le regola, à misura di sottrarle più che si può dagli arbitrij della fortuna. Ri- 
•< stretto nelle parole, e parco nell'accoglienze si stabilisce il credito con la stima del valore, 
« e con la mira di non offendere, e non spiacere. Se ben unito dalla natura alla casa di Sa- 

• noia si professa diviso dagl' interessi del Duca, correndo alcuni dissidii sopra certe pretese 
" d' I (eredità, e d'assegnamenti. Perciò nell'acquisto e demolitione di Casale, oppose i di lui 
■ pareri, dando prone di fede incontaminata nel Cesareo servitio. Cesare, dopo d'esso, in tutto 
■• l'ampio numero de' suoi Marescialli, non ha altro soggetto, nelle cui mani possa per luna 
« depositar con quiete il destino delle proprie anni ». (Cod. Marc. 38, ci. VII. e. 54). 

(1) Cfr. Detenzione dell' Isola e Ci/là di Cor///, Ven. 1^17 ; CAPUTI, Vere e disi/ '///>• 

tutizie dell'attedio e liberazione di Cor/it, Napoli 1716; Notìzia breve dei tuccetti dell' as- 
tedio di Coi/ìi, Kom.i, 1716. 



- 4 i - 

Ungheria le forze destinate alla Dalmazia. — Si sdoppia così il 
teatro della guerra, e si presenta ai Turchi doppia resistenza e 
doppia difesa (che non tarderà molto, almeno in parte, a cambiarsi 
in offesa) : terrestre al Nord, con armi austriache, marittima al 
Sud, con navi collegate e presidii mantenuti dalla Repubblica. — Il 
Danubio viene occupato dalla flottiglia fluviale austriaca, mentre 
rannata navale turca il 24 giugno 17 16 gira Corfù e dà fondo 
nel canale d' Epiro, riuscendo a sbarcare nell'isola, dopo uno scon- 
tro colle navi venete, 40,000 uomini con trentasei cannoni. Ai 
primi di Luglio si pone l'assedio alla città. 

Intanto il principe Eugenio arriva a Petervaradino. E qui le 
memorie della guerra precedente tornano ad essere di buon augu- 
rio alle armi cristiane: servono alla difesa degli Austriaci i trin- 
ceramenti fatti inalzare, ventidue anni prima, dal Caprara. — Sulla 
fine di Luglio i Turchi, gettato un ponte sulla Sava e passati a 
Carlowitz vi si accampano, e per una curiosa combinazione pro- 
prio presso la cappella inalzatavi nel 1699 a ricordo della pace, 
avviene il primo scontro austro-turco fra i duemila uomini del 
PalfTy mossosi per riconoscere il campo nemico, e ventimila otto- 
mani che lo costringono a retrocedere, il 2 Agosto, fino a Peter- 
varadino cui intimano la resa. 

Dopo lunghe esitazioni e contrasti nel consiglio di guerra per 
l'incertezza della posizione, Eugenio ordina 1' attacco, all' alba. I 
Turchi erano pronti ; e appena cominciato il fuoco si vide piegare 
la destra degli Imperiali, mentre la sinistra procedeva vittoriosa. Eu- 
genio, veduto scoperto un fianco dell' esercito nemico, gli lanciò con- 
tro qualche migliaio di cavalieri, e con questa abile mossa spaventò 
i Turchi, che fuggirono verso Belgrado lasciando sul campo carri 
e bagagli, il cadavere del Gran Visir e la sua tenda, nella quale 
insieme a ricche prede, Eugenio, rimasto a mezzogiorno padrone 
del campo, trovò i cadaveri di alcuni prigionieri austriaci, scan- 
nati, quale ultima rappresaglia, pochi minuti prima della sconfitta 
(5 Agosto 17 16). 

Questo primo trionfo delle armi cristiane fu salutato, per ordine 
del principe, con trecento colpi di cannone, e si cantò il Te Deum 



— 4 2 - 

sul campo. Era l'8 Agosto 17 16. — In quella stessa notte Vienna 
si destava in festa ad accogliere il Kewenhuller, messaggero della 
vittoria. Dalla Favorita gli corse incontro, rallegrandosi, l' impera- 
tore. Si cantò all' Augustiner-Kirche il De Profundis per i morti, 
ma a S. Stefano, pavesato a festa cogli stendardi turchi, il Te Deum, 
presenti l' Imperatore e l' Imperatrice, mentre sul Danubio tonavano 
le artiglierie W. Ad esse fecero eco le campane della Città Eterna, 
sonando a distesa per celebrare non tanto la vittoria degli Austriaci 
quanto il trionfo solenne della fede cristiana. E il vicario di Cristo 
inviava, congratulandosi e benedicendo, una spada e un cappello 
benedetto al vincitore, che Villars si .augurava di veder presto 
trionfante sulle sponde del Mar Nero ( 2 ). 

Gli avvisi della vittoria portarono lo sconforto nei Turchi, già 
eccitati per il cattivo presagio di vari incendi scoppiati a Stambul, 
a Belgrado e a Temeswar, e convinti che il principe di Savoia fosse 
protetto dagli « angeli neri (3) ». 

Giunsero invece, accolti con entusiasmo e « festeggiati colla 
« maggior pompa di Suoni, di Campane, Trombe, Tamburi, lumi e 
« Spari d'Artiglierie » a Cor fu, dove ormai da più di un mese du- 
rava, l'assedio. Venezia pareva voler rivendicare la propria gloria, 
poiché realmente questa difesa di Corfù è una delle più belle, delle 
più eroiche, delle più audaci che s'incontrino nelle sue stòrie W. 



fi) Cfr. Cavipagiies du Priiice Eugène — anche per particolari sulla partenza della flotta 

(2) A Venezia nel giardino del palazzo del conte Collorèdo ambasciatore di S. M. Cesa 
rea e cattolica, il 29 agosto 1716 fu fatta una cantata a quattro voci, stampata poi presso 
l'Albizzi a Venezia nel 1716. Le quattro voci raffiguravano la Fede, il Valore, la Gloria, la 
Fama. — Don Antonio Ura siciliano, cappellano di Corte, scrisse per Carlo VI La Siciliana 
Calliope, componimento eroico, stampato poi a Vienna nel 1720. 

(3) Cfr. in Db Mikonk, Mhnoires et Avantures secrettes et curieuses d'un voyage du 
Levante - Liege, 1732, curiosi particolari, il Muftì rivelò nel Divano un'apparizione del 
Profeta che gli aveva predetto la vittoria. Invece avvenne la rotta di Belgrado, e il Sultano 
giurò che, se avesse vinto, avrebbe passato a fil di spada i Cristiani. — Lo stesso Muftì 
aveva anche indotto una favorita, Nadina, a fingere una visione per indurre il Sultano alla 

Il Muftì, invitato a spiegar la visione, aveva aggiunto che già da tre notti gli appa 
riva il Profeta per chiedergli il sangue di tutti i Cristiani di Costantinopoli in ricompensa delle 
vittorie che egli avrebbe procurato ai suoi fedeli, — V. inoltre la descrizione delle preghière 
i.'uiie la campagna si facevano a Costantinopoli. 

(4) Dell'ai edio di Corfù esiste una relazione contemporanea a stampa nella Gali, di 
1, Voi. VI, con una pianta della Fortezza, ed un'altra, molto più estesa, in Miscellanee 



— 43 - 

La flotta l'aveva secondata felicemente, fino da quando, forzato il 
passo all'armata nemica, era riuscita a penetrare nel porto aprendo 
la via alle navi onerarie che il 1 8 Luglio vi arrecavano migliaia di 
ducati, una quantità enorme di provviste, e casse di munizioni. La 
resistenza per terra era organizzata quanto meglio si poteva (date 
le condizioni dell'isola, e le continue diserzioni dei soldati, gente 
raccogliticcia e mercenaria) dal Loredano e sopratutto dal Mare- 
sciallo di Schulemburg, la cui azione nell'assedio di Corfù, di fronte 
alle vili figure di Bernardo Balbi e di Federigo Badoer, darebbe 
purtroppo occasione a confronti dolorosi. Il 5 Agosto i Turchi man- 
darono un invito di resa. — Risposero audacemente i difensori che 
si sarebbero scambiate volentieri le chiavi di Corfù con quelle di 
Costantinopoli, « che il Seraschiere si attendesse risposta a misura 
« e proporzione delle proposte » ma che intanto lo si consigliava 
a desistere da queste, per non perdere insieme armata, onore e 
vita. I Turchi inferociti tentano invano di prender la fonte di 
Paiopoli; prendono invece i monti d'Abramo e di S. Salvator, po- 
sizioni favorevolissime. 

A nuove intimazioni del nemico si risponde ancora una volta 
<■■ che attendesse pur egli a combattere, ch'essi non aveano punto 
e da far coli' Armata Maritima, che perciò ragionasse d' altro il Se- 
« raschiere, che della resa » . — Nel fatto invece i difensori erano 



Parte Veneta (Bibl. Naz. Marc, di Ver».) Voi. 167, n. 34* di Andrea Caputi — Venezia Al- 
brizzi 1717 — ricca di particolari, ma gonfia e verbosa. Dà come cifre dell'armata Turca 22 sul- 
tane, 16 alessandrine, 12 ausiliarie barbarescbe, 1 fregata, 2 brulotti, 12 galere e 60 navi 
onerarie « a vele gonfie più d' aure di vane speranze, che di venti favorevoli ». — Riporta 
poi 1' invito di resa inviato al Minotto dal comandante Turco, in forma diversa da quello che 
è dato dal Ms. 191 di Padova. Probabilmente sono alterati l'uno e l'altro. 

Esiste poi dell'assedio di Corfù una relazione manoscritta intitolata: « Diaria relazione 
dell'attacco della Piaza di Corfìt forviato dall'armi Ottomane l'anno 17/6 ». (Bibl. Un. 
Padova). 

Descrive Corfù così : « Ella è d'un imperfetto profilo, è cinta di moltissime opere, domi 
» nate sin nel più interno dalle due altezze di Abramo, e San Salvatore, le quali sempre più 

■ vanno moltiplicando l' impegno, e facilitando l'oppugnazione .... Aggiungansi à questi 

■ mancamenti due altri disordini, quanto ridicoli, altrettanto temibili la mutazione di 

« Capitan Generale nella persona d' Andrea Pisani . . . Non deuo celarui la costernazione, che 
- ho all'Ora osseruato in tutti, cosi Militanti, come terrieri, che rimasero storditi à questa da 
« loro creduta somma disaventura ; mosso però dalla curiosità, indagandone la cagione, rile- 
« vossi esser la somma placidezza di quel K.r et il giusto concetto che universalmente ave- 



- 44 — 

stanchi, e forse senza la controscena — diciamo così — di Peter- 
varadino, Corfù era perduta. — Si aggiungeva alle ragioni di scon- 
forto la vana attesa di ulteriori rinforzi, che giunsero invece a 
festa finita, e l'esito rovinoso di una sortita degli Schiavoni. 
Il 1 8 si rinnova con più vigore l'assalto nemico, e cade in po- 



« vano del di lui corraggio, e dirretìone, e per uerità si ebbe dopo relazione die in Costanti-, 
« nopoli furon fatte da Turchi publiclie feste per 1' allontanamento della di lui persona da 

« loro grandemente temuta ». A e. 5, del principio dell'attacco: — « Infatti alli 2, 

« 3, 4 dì detto mese {Luglio) doppo molti dubiosi et incerti auisi si sepe con sicurrezza in 
« città, die 1' inimico, tenendo l'acque della Valona, e del Latero, atendesse propizia con 
« giontura d'entrare in questo Canalle, qual lacrimeuole auiso fu riferito dal figlio d'un tale 
« Spiro Lazari Albanese da I. F. pe ò Christianissimo, 'anzi per auer portato tale nuova fu 
« passato in arresto come inuentatore. Et ecco, che la Domenica delli 5 ad' bore 16 si udì, 
« appena che si uidde imbocare dallo streto di Casopo in buona ordinanza l'Armata sotile 
« Ottomane in numero di circa trenta tra meze gallere Galeote e Fuste, e di tredeci Galere 
» gonfiata da uento fresco Maistro che ben presto là fé auanzare. A tal comparsa fece ime- 
» diate tiro di leuata là Bastarda et uscitassi fuori di Mandrachio con tredeci Gallere e le 
« due Galleazze, una del Capitano delle medesime N. H. Capello, e l'altra del N. H Grimani, 
« mostrarono, che pronte per incontrarui coragiosamente l'inimico si portovono anco fino 
« alla punta dello scoglio di Vido delli Pieri se in quel!' istante non hauessero scoperto il 
« Medesimo Cap.n Bassa ad imbocare il predeto stretto con settantadue Velie quadre tra 
« grandi e picole, comprese le due Palandre, et un Bruloto ...... 

Negli assalti della città « il preacenato Lasari fu causa, che si mitigò il dano, che andò 
« in persona dal Seraschiere, che non era per anco sbarcato, dicendogli, Signore tjuesta 
« Piaza per voler Diuino dicemo che dourà esser del Gran Signore perchè dunque la dane- 
« giano con guastar, et abrugiar le loro Chiese, Case, e grani ? Diede ordine il predeto Sera- 
« schiere, di non più dannegiare in pena della lor uita ». 

Ecco uno dei tanti trad'menti che ebbe a soffrir Venezia durante la guerra : (e. 20 r.) — 

" li 20 si lasciarono uedere al Capo bianco di Leftimo li Sig.ri Maltesi al numero 

» di quatro Navi, cinque Galere, e due Tarbone, che per uento contrario che si era gagiar- 
« damente rinforzato non puotero guadagnar il Porto, ma perche il Giubilo, e la tristeza 
« uànno sempre del pari s'osseruò in questo giorno un Pinco con bandiera Nostra Nacionale 
« ad' entrare dallo stretto di Casopo, non si sa se auedutamente ò per inscienza, e darsi 
« all'ubbidienza del Cap.n Bassa Gianu Coza, non dubitandosi fosse stato spedito da Venezia 
« con soccorsi de genti, e municioni, come se ne aueuano avute le notitie col prenominato 
« Conuoglio, doveano essersi sopra esso Pinco doicento soldati molti Centinaia di Moschetti, 
« e spade biscotti, et altri atreci da guerra, tutti soccorsi non bisogneuoli, ma neccessari 

« simi in un tal assedio all'ore 12 delli 22 fu S. E. M.r Sandiè 

•< Generale di Malta complimentato dal Seg.rio dell'Eccmo Cap.n General Pisani, accompa- 
« gnato da due Gallere à mezo il Canale in faccia il borgo di Cosbrades, et all' ore 14 
« auanzatasi là squadra Maltese uerso il Castello da Mare fu incontrata dà tutta l'Armata 
« Sottile Veneta al scito predetto, attendendo che quella facesse la scarica di settanta fucili, 
« e di cinque tirri di Cannone per cadaun bastimento, che fu nella stessa guisa imediata- 

« mente corrisposto dà questa Se le offese de Turchi, per altro di poco rilieuo, cau- 

« sorono qualche tristeza ne nostri, là uenuta in Porto della sudeta squadra de nani, e 

■ galer. ausiliari che preuii li cerimoniali predeti li 3 Luglio, compensò- l'afflizione con alt re- 

■ tanto di giubilo. Consisteua questa in quatto navi e quatro Gallere Pontifìcie, cinque pure 
• lalt-ie di Spagna, tri 'li Fiorenza, e due di Genoua, rinforzo così rileuante elio superando 



- 45 - 

( tere dei Turchi la controscarpa della fortezza nuova. La difesa 
parve disperata, ma il pericolo imminente rinnovò il coraggio ai 

difensori. Loredan fa piover granate, fuoco e bitume; lo Schulem- 
burg combatte per due ore fuori delle porte; tuona il cannone del 
Pisani dal mare fulminando le trincee del Monte A bramo. I Tur- 



« le nostre speranze, pareua ci assicurasse di una piena uittoria nell' iminente conflitto ». — 
K lilialmente un episodio : (p. 22 r.). « Dal sbaro del pred.to Baluardo fu colpito dà una 
« Canonata un scolare greco, che staua dormendo sopra l' ombratura d' una Canoniera d' un 
« riuelino esteriore ». — Ouesti pochi brani basteranno a dare un'idea del carattere e dello 
stile del manoscritto, che è anonimo ed inedito. 

S' intende che di fronte a tale assedio non potevano tacere i poeti, per quanto non degni 
affatto dell'eroico evento. Trascrivo due sonetti dalle « Venture di Venezia » (Ven. Bibl. Naz. 
di S. Marco, Parte Ven. Mise. CLXXVII, 2, 160 n. 5). 

I. 

CORFÙ DIFESA DAI VENETI 
veli' anno 171 6 

O Italia ! o Roma ! se '1 valore antico 

Non raccendean la mia real Cittade, 

Qual riparo alle vostre alme contrade ? 

Chi vi scampava dal crudel nemico? 
Ogni ampia riva, ogni bel colle aprico 

Di mille ingombro e mille inique spade, 

Mal per 1' Unno furore all' altra etade. 

Tutto scorrea del gentil sangue amico. 
Vinegia noi sofferse, e ai danni e all' onte 

Vostre fé' saldo e impenetrabil scudo 

La bella difendendo egra Corcira ; 
Che il Trace già d' ardir e speme ignudo 

Gran duol portando e gran vergogna in fronte, 

Ne fuggi , al cielo ed a se stesso in ira. 

(Del p. Jacopantonio Bassani Gesuita Veneziano m. 1747). 
II. 
VALORE DE' VENETI 

Gentil Vinegia 

Degna d' impero 

Dovunque il vero 

Valor si pregia ; 
Tua virtù egregia 

Del Trace fiero 

L'ardir primiero 

Già frange e spregia ; 
Corcira il dica 

Dove or fa nido 

Tua gloria antica; 
E in ogni lido 

L'oste nemica 

Ne tema il grido. 

(Del p. Jacopantonio Bassani Gesuita Veneziano m. 1747). 
G. F. Canal cantò in latino « Pietatis triumphus in insigni Turcarum Corcyram obsiden- 
tium expulsione ». 



- 46 - 

chi abbandonano la posizione, nella quale si affrettano a barn» ai ri 
i Veneti. 

Il 20 una pioggia torrenziale accompagnata da vento fortissimo 
e da fulmini allaga il campo turco, rovina i lavori delle trincee, 
e danneggia gravemente le flotte. 

Il 2 1 si osserva nell'accampamento una insolita agitazione. Temen- 
dosi un nuovo assalto si mandano gli avvisi a mare, e si veglia 
tutta la notte senza interrompere il fuoco, a cui però nessuno ri- 
sponde. All'alba nella campagna di Corfù non v'è più un Turco, 
e le navi si sono allontanate. Gli esploratori usciti al campo sor- 
prendono tre sentinelle addormentate, e volti alla città col grido 
di S. Marco accennano gioiosamente la fuga dei nemici. La città 
spalanca le sue porte, e fra l'esultanza universale si trovano ab- 
bandonate tende, mortai, bandiere, munizioni, bestie, armi, scale 
e cannoni, tutto insomma 1' enorme bagaglio di un esercito Mu- 
sulmano. 

Fu cantato alla Cattedrale il Te Deum con particolari azioni di 
grazie ai santi Marco e Spiridione, officiando solennemente Mon- 
signor Zacco Arcivescovo. Si mandarono gli avvisi della liberazione 
alle Corti e alla Dominante, che con regale magnificenza ricom- 
pensò i difensori. 

Non seguì battaglia fra le armate navali. La Turca sopravento 
entrò felicemente nel Mar Egeo; la Veneta che era sottovento non 
si potè muovere, dovè contentarsi di un inseguimento che non 
ebbe frutto, ed ancorò a Zante. Nelle cui acque il Pisani ringrazia 
e congeda gli ausiliarii « quali ricevuto da' Veneti ogni dovuto com- 
« plimento in rendimento di grazie per causa di loro venuta ed 
« unione all'armi della Repubblica, coll'agurio di prospero e felice 
« viaggio, e l' onor del saluto, drizzarono lieti verso i loro porti 
'■ le prore v . 

Quattro giorni dopo la liberazione di Corfù il Principe Eugenio 
attraversando a marce forzate la pianura di Zenta, giungeva a 
Temeswar, cui intimava immediatamente la resa. Mehemed Agà che 
la difendeva con 18000 uomini, rispose non ignorare che Eugenio 
aveva preso fortezze maggiori, e poteva riuscir a prender quella, 



- 47 — 

nui essendo egli incaricato di difenderla, esser altresì risoluto di 
resistere. E resistette davvero accanitamente per quarantasei giorni, 
alla fine dei quali domandò di capitolare ^'. Si convenne libero passo 
a Belgrado per la guarnigione, trasporto e scorta per le donne, i 
bambini, i bagagli ; artiglieria e munizioni agli Imperiali ; completa 
libertà d' azione ai non Turchi. Riguardo ai ribelli ungheresi, Eu- 
genio aggiunse all'art. VITI di proprio pugno, questa frase in ita- 
liano: La canaglia può andare dove vuole. 

La canaglia se ne approfittò con immenso piacere, e corse a ri- 
fugiarsi sotto le bandiere dell'Esterhazy e del Ragotzki, del quale 
si diceva che e la Porte lui fourniroit tant d'argent qu'il pourroit 
« aisément faire révolter toute la Hongrie contre l'Empereur ». 
Egli sperava trovar aiuto nella Polonia, e forse ci sarebbe riuscito 
se la Russia non le avesse fatto formale domanda di neutralità 
nelle vertenze Ungheresi. — A questa corrente turcofila si contrap- 
poneva l'azione delle nazionalità slovene, contrarie per ragioni re- 
ligiose e politiche alla fortuna ottomana. In Albania vi fu un 
forte movimento del clero in favore di Venezia {2 \ mentre in Vala- 
chia (i\ dove pesava la tirannia di Nicola Maurocordato, si apriva la 
via al Dettin e ai suoi 1200 uomini fino a Bucarest. L'ospodaro, 
preso e mandato ad Hermannstadt, dove incontra il Fleischmann, 
consiglia quest'ultimo ad usar la sua influenza presso la Corte Ce- 
sarea per disporla alla pace, della quale appunto in quei giorni s'era 
offerto mediatore Wortley Montague, ambasciatore Britannico, ma 
senza successo. 

Essendo ormai avanzata la stagione, si chiudeva la campagna 
del 17 16, coll'acquisto, per opera del Pisani, di Butintro, la eelsa 
Buthroii itrbs di Virgilio, che nel secolo XV era stata già fiorente 
dominio Veneziano. 

La nuova campagna si apre il 2 6 Maggio 1717 per delibera - 



(1) Cfr. Campagne* du Pr. Eug. Voi. I, p. 122, con estesi particolari. 

(2) Sopratutto dei vescovi di Scanderia e d'Antivari — Diedo, p. 131. 

(3) Cfr. Campagnes du Pr. Eug. Voi. I, p. 152-157. La principessa Cantacuzeno chiese 
che la Valachia fosse resa al suo figlio maggiore, e che 1' Imperatore difendesse i suoi di- 
ritti. Carlo VI ricevette anche un' ambasciata composta del vescovo e di 4 magnati, ma le 
pratiche non diedero alcun risultato. 



zione della Consulta, colla partenza dal Zante di Lodovico Flangini 
a capo di 27 navi scortate dai brulotti e disposte in tre divisioni. 
Il io giugno si scorge nelle acque d'Inibirò la Motta nemica; si 
delibera la battaglia, ma lo svantaggio del vento la impedisce, e 
si perdono ventiquattr'ore in vani inseguimenti. 

Finalmente Tu, alle 21 e mezzo, otto sultane muovono contro le 
galere di Marcantonio Diedo, e alle 23 vengono incontro al Flangini 
la Capitana e il resto della flotta nemica. Si combatte a lume di 
luna e si colano a fondo due brulotti nemici. I Turchi si ritirano, 
la Capitana veneta accende i lumi per seguitar la battaglia, ma 
i Turchi continuano a manovrare, favoriti dalle tenebre, e riescono 
a sfuggire all' inseguimento. 

All'alba del 16, dopo tre giorni di rotta, lasciandosi addietro 
Santo Stretti e Monte Santo, il Flangini si trova a sei miglia dalla 
riotta turca, e attacca battaglia, costringendo i nemici a ritirarsi, 
L' inseguimento sarebbe stato non solo possibile, ma vantaggioso, 
se non che il Flangini colpito da una fucilata cade come morto; 
gli altri capitani attendono invano i segnali dalla nave ammiraglia, 
e si perde così il vantaggio della vittoria, che aveva disalberato ai 
Turchi 7 sultane, avariatene altre, ridotta la Capitana al rimorchio 
e colato a fondo un brulotto. Nel comando dell' armata veneta il 
Diedo sostituì il Flangini, che morì in un nuovo scontro sangui- 
noso con una parte della squadra turca (22 Giugno) W. 

Procedono intanto le operazioni militari in Dalmazia, uniformi, 
regolate, senza vittorie strepitose, ma con vantaggi continui e si- 
curi, secondati dalle popolazioni cristiane. — Si era pensato ad un 
tentativo sul Montenegro e sull'Erzegovina, dove si poteva contare 
su quell'appoggio del clero, la cui mancanza in Morea era stata 
non ultima causa dei tradimenti e delle diserzioni. Ma Scutari e 
Dulcigno erano troppo guardati; onde mutato pensiero, si volsero le 
armi contro la Prevesa e Vonizza ( 2 \ piazze di non grande importanza 



(>) Cfr di questi scontri una relazione a stampa. Mise. Ven. 169, 75 e 2707, 38. 

( ■) Cfr. anche per questi una relazione contemporanea a stampa (Mise. Ven. 169, 75). Ec- 
cone un Mini.-: Il ca|. Gen. Pisani imbarca a Zante anni e milizie al comando dello 
Schulemburg, e parte il 15 ottobre per la Prevesa, dove il serg. gen. Sala con 7 galeotte 



— 49 — 

allora; per esservi infetta l'aria, ma bene adatte alla difesa dei ter- 
ritori litorali, e all'esazione dei tributi. Francesco Morosini consi- 
derava la prima come ima delle sue conquiste più importanti. Si 
arresero alle forze dello Schulemburg e del Pisani, dopo ostinata 
resistenza, il 22 e il 24 d'Ottobre; poco dopo si arrendeva vo- 
lontariamente Arta, le armi della Repubblica si spingevano fino alla 
Narenta in scorrerie vittoriose, e Alvise Mocenigo impadronitosi di 
Imoschi si disponeva all'assedio d'Antivari. 

Seguendo le fortune di Venezia abbiamo trascurato per un mo- 
mento gli avvenimenti d' Ungheria. — Con Temeswar, di cui si 
firmò la resa il 13 ottobre 17 16, veniva all'Impero l'importan- 
tissimo banato, che era in mano dei Turchi da 164 anni. Eugenio, 
disponendosi a tornare alla capitale, ne affidò la custodia al Mercy 
e lasciò allo Steinville la cura della Moldavia e della Transilva- 
nia. La crescente fortuna degli Imperiali impensieriva gravemente 
i Turchi, e li abbiamo veduti sollecitare la mediazione di Wortley 
Montague. Ma le trattative sfumarono subito, e tanto la Turchia 
quanto l'Austria attendevano con ogni diligenza alle provviste per 
la prossima campagna to. 

Il 14 Maggio Eugenio partiva da Vienna, e per Futak e il 
Banato, si trovava il 18 Giugno sotto Belgrado. Egli aveva già fer- 
mato il suo proposito, e, quando il 12 Agosto duecentomila Turchi 
vennero ad accamparglisi alle spalle, ed altri trentamila gli si affor- 
zavano dinanzi nelle mura di Belgrado, lo espresse con queste 
semplici parole : O io prenderò Belgrado, i Turchi prenderanno il 
principe di Savoia. 



aiuta lo sbarco. Lo Schulemburg dispone 3 attacchi di trincee, batterie di cannoni e mortai 
contro il presidio turco, di 600 uomini, che il 21, alle ventidue, alza bandiera bianca, e chiede 
di poter uscire con armi e bagaglio — il che non si concede. — I Veneziani chiedono poi 
anche Vonizza, con un ultimatum di 24 ore. Ma i Turchi fanno una sortita a tradimento che 
però riesce male. I Veneziani entrano nella fortezza, e la trovano piena di micce e materie 
incendiarie predisposte per farla saltare in aria. Si presero 30 pezzi di artiglieria e « si Con- 
sacrò 1' infame moschea » al culto cattolico. La mattina del 24 si prende possesso di Vonizza 
presidiata da 1500 Turchi. — V'è poi una relaz. del Grimani (Mise. Ven. 1827, n.II) sulle ren- 
dite della Prevesa e di Vonizza che ammontano a 1351 Zecchini. 

(1) Cfr. Arnbth, Voi. II, Cap. XVI ; Camp, du Prin. Eng. Voi. IT, p. 198 e seg., che dà 
molti interessanti particolari. 



— 50 - 

La posizione era difficile: incertissimo l'esito di qualsiasi azione, 

eppure indispenscabile muoversi e risolvere in meglio o in peggio 
1' immobilità che ormai non si poteva più conservare. 

Le palle cadevano a bruciapelo nel campo ; 1' esercito soffriva 
pei luoghi paludosi; i capitani erano già in parte malati; Eugenio 
stesso perdeva le forze; i nemici erano a seicento passi. Ah Prinz 
Eugenius dies vernommen — come dice la vecchia canzone au- 
striaca (l ) — si decise per 1' attacco immediato. Gli ordini furono se- 
verissimi : vietato sotto pena di morte il far bottino e lo sbandarsi ; 
vietato agli ufficiali di trasmettere i comandi con violenza od agi- 
tazione ; vietato alla cavalleria di far fuoco se non costretta ; alla 
fanteria d' interromperlo, per qualunque ragione. 

A mezzanotte in silenzio escono dal campo gli squadroni della 
cavalleria, al tocco il resto dell' esercito. La notte era chiara, da 
temersi la vigilanza nemica. Si procede tanto oltre che l'ala sini- 
stra si trova fra i piedi una trincea nemica. Il campo turco si 



(i) La trascrivo qui nella strana melodia del suo ritmo così vario, dal baldanzoso ardire 
della prima strofa all' eco dolorosa degli ultimi versi : 

i. Prinz Eugen, der edle Ritter, wollt'dem Kaiser vvicdiuin kriegen Stadt und Eestung Belgerad. 
Er liess schlagen einen Brucken, dass man kunnt' hinùber rucken mit dr'Armee wolil fur 
die Stadt. 

2. Als der Brucken nun war geschlagen, dass man kunt' mit Stuck und Wageu frei passim 

den Donaufìuss, bei .Semlin schlug man das Lager, alle Turken zu vcrjagen, ihn'n zum 
Spott und zum Verdruss. 

3. Am ai atel1 August so eben kam ein Spion bei Sturili und Regen, sclivvur's dem Prinzen und 

zeigt's ihm an, dass die Tùrken futragiren, so viel als man kunnt' verspùren, an die drei- 
malhunderttausend Mann. 

4. Als Prinz Eugenius dies vernommen, liess cr glcich zusammenkommen seinc General und 

Feldmarschall; er that sic recht inslrugiren, wie man sollt' die Tiuppen fuhien und den 
Feind recht greifen an. 

5. Bei der Parole that cr bcfelilen, dass man sollt' die Zwòlfe zahlen bei der Uhi um Mitter- 

nacht; da solIt'All's zu Pferd aufsitzen, mit dem Echide zu scharmutzen, was zum Streit 
nur hattc Kraft. 

6. Alles sass auch gleich zu Pfcidc, jeder grifi* nacli seinem Sclivvcrte, ganz siili ruckt man aus 

der Schanz ; die Musketier wie auch die Reitcr thaten alle tapfer streiten: 'swar fui w ali: 
ein sohoncr Tanz ! 

7. Ihr Konstabler auf der Schanzen, spielct auf zu diesern 'J'anzen mit Kartaunen gross und 

klein; mit den grossen, mil den kleinen, auf die Turken, auf die Hciden, dass sic laufen 
all' davon ! 

8. l'rinz Eugenius wohl auf der Rechlcn that als wie ein Lòwe fediteti, als General und Fel- 

dmarschall. Prinz Ludewig 1 itt auf tmd nieder: « flalt' cucii brav, ihr deutschen Briider, 

greift den Eeind nur herzhaft an ! » 
.). Prinz Ludewig, der musst'aufgeben seinen Geist und junges Leben, ward gctiolfen von dem 

Blei. Prinz Eugen ward sdir betrubet, wcil er ihn so sdir geliebet; liess ihn bringen nach 

Peterwardein. 

( fr anche Tiiai.v KàlmÀn — Règi magyar vitci.i nicheli és clcgjcs dauka.XVl \ I 11 
a XVIII tzà* — J'cst 1864. 



- 5« — 

desta in tumulto; è impossibile ricostituire l'ordine di battaglia. La 
nebbia sopraggiunta impedisce dapprima ai Turchi di vedere che 
gli Imperiali hanno un fianco scoperto. Se ne avvedono però quando 
la nebbia scompare, verso le otto del mattino, e ne approfittano 
immediatamente; vi si lancia a passo di carica Eugenio, (mentre 
la cavalleria fulmina i Turchi di fianco e la fanteria di fronte), e 
riesce a ristabilire l'ordine di battaglia, facendo passare i suoi reg- 
gimenti allo squillo delle trombe e a bandiere spiegate sotto il 
fuoco nemico. — Alle nove gli Imperiali vincitori salivano sull'al- 
tura conquistata, e vedevano nella pianura disperdersi i nemici su- 
perstiti inseguiti dai Serbi. Ventimila erano rimasti sul terreno, con 
trecento cannoni, cinquanta bandiere e ricchezze immense. 

L' Hamilton portò alla Favorita le notizie della vittoria, attra- 
versando la città al suono delle trombe di sei postiglioni. Vienna 
esultava, ed accoglieva pochi giorni dopo con entusiasmo immenso 
le notizie della resa di Belgrado (l) , e della celebrazione solenne di 
un Te Dcum nella tenda stessa del Visir pavesata degli stendardi 
nemici, ed adorna di trofei di guerra ( 2) . — Dal Te Deum cantato 
sotto la tenda conquistata del Visir ad una messa solenne dinanzi 
ai riconsacrati altari di S. Sofia non c'era un abisso; e vi fu un 
momento in cui il pensare ad un impero Austro-Bizantino non parve 
un'audacia forsennata, e tutta Europa affrettò col desiderio il giorno 
in cui Eugenio di Savoia avrebbe piantato la bandiera vittoriosa 
sulle mura della capitale ottomana. — Ma non fu che un mo= 



i La capitolazione di Belgrado fu redatta in nove articoli, sul tipo di quella di Teme- 
swar ; cioè, I: cessazione di ostilità durante la capitolazione; II: consegna della munizioni ; 
III libera uscita della guarnigione etc. e consegna dei prigionieri; IV: aiuto austriaco al 
trasporto etc; V: scorta ai vinti; VI: libertà di comprare e vendere per facilitare l'uscita; 
VII: scambio di prigionieri; Vili: garanzia per 8 giorni di viaggio; IX: evacuazione della 
fortezza il 22 (18 agosto 1717). 

(2) I trofei della guerra si trovano ora in parte allo Stadtmuseum di Vienna, dove occu- 
pano, con quelli della guerra precedente, due sale ; in parte ancora a S. Stefano, in parte a 
Maria-Zeli nella Stiria. — Il papa divise i suoi fra S. Maria Maggiore e il Santuario di 
Loreto, per desiderio dell' Imperatore. — AH' Hofmuseum di Vienna e' è poi la medaglia 
commemorativa di Belgrado ; sul recto ha il profilo de! principe, sul verso la figura del 
Principe stesso a cavallo, e le leggende « Non est heic aliud nisi gladius indie. VII » in 
cui certe lettere allungate danno la data 171 7, e « Turcis fusis, castris occupatis, Belgrado 
recepto ». 



_ 5 2 - 

mento : il trionfo della fede comune non compensava agli occhi 
della diplomazia europea le complicazioni che potevano sorgere da 
una illimitata espansione austriaca in Oriente ; e sbollirono subito 
gli entusiasmi, per lasciar posto alle riflesssioni pacifiche e alle pro- 
poste di mediazione. 

L'Austria, ripensando gli avvenimenti, capiva che forse il sogno 
era troppo ardito, e che la prudenza consigliava di non tentar più 
oltre la fortuna ; capiva che il momento era opportuno per una pace 
che si poteva imporre come si voleva e lasciava intravedere espan- 
sioni illimitate nei nuovi confini; eppure non sapeva a che ri- 
solversi. 

Mancava il colpo decisivo ; e a questo, per conforto dei Turchi 
e della diplomazia Europea, pensa l'Alberoni. 



^ <x% (^ ^ (rn^ 6nl> 




TL CONGRESSO DI PASSAROWITZ. 



V. 

La pace di Passarowitz 



Dopo la decisiva battaglia di Belgrado e la conseguente resa 
dell' Antemurale C/iristianitatis, gli Ottomani si convinsero della 
necessità di venire ad una pace, tanto più che minacciavano Co- 
stantinopoli le sollevazioni popolari prodotte dall'esito infelice della 
guerra. Gli Austriaci dal canto loro ne intendevano la convenienza. 
E nonostante continuavano ad ammucchiare armi ed armati, in 
ossequio al si vis pacem para belhim, persuasi gli uni e gli altri 
per diverse ragioni, che restava possibile una sola linea d' azione. 
Quella che non ne pareva convinta era Venezia, che, riacquistato 
coraggio per le vittorie degli alleati, sperava molto nel futuro e non 
attendeva altro che la ripresa della campagna per completare le mosse 
avviate in Dalmazia. Ma né Carlo VI né i Turchi le chiesero il suo 
parere da principio. 

Questi avevano cominciato a pensare alla pace dopo la resa di 
Temeswar; e tanto più ci pensarono dopo la rotta di Belgrado ('). 
L' ex-comandante della fortezza, Mustafà Pascià, spedì, subito dopo 



(i) Nonostante la fierissima opposizione del Muftì, che d'accordo col Ragozzi tentava ogni 
espediente per impedir la pace. (ms. op. cit ). 



- 54 - 

la capitolazione, al campo austriaco un ufficiale, col pretesto di 
ritirare gli ostaggi ottomani ; in realtà con una missione segreta al 
Principe Eugenio, la quale venne confermata poco dopo dalla pre- 
senza di un Agà e di un segretario. L' annunzio di tali visite fu 
recato a Vienna a metà d' Ottobre da Federico di Wurtemberg, 
inviato del Principe ; ma i particolari si tenevano gelosamente ce- 
lati. Non tanto però, che qualcosa non trapelasse alla vigilanza del 
Grimani, e cioè, che l'Agà aveva espresso al Principe « il deside- 
« rio della Porta, che si rinnovasse 1' amicizia tra li due Imperii » 
e che mediante 1' Inghilterra si tenesse un Congresso pacificatore, 
il che fu poi ufficialmente comunicato al Grimani. Contemporanea- 
mente avanzava proposte di pace Wortley Montague, ambasciatore 
di S. M. Britannica^; 1' uno e l'altro però, in termini generali, senza 
nominar Venezia. — Fu risposto che 1' Imperatore non avrebbe 
trattato la pace senza il consenso degli alleati e lo stabilimento di 
un articolo preliminare ; e anche di questo fu data comunicazione 
al Grimani, con una quantità di proteste, che, per non esser che 
parole, non parvero meno felice auspicio. Rispose ancora il Sul- 
tano, pieno di buone disposizioni per la pace, ma queste eran parole 
davvero, perchè, girando intorno all' argomento, non diceva nulla 
quanto alla Repubblica ed ai preliminari. Di nuovo 1' Imperatore 
protesta, e fa osservare inoltre, che, pur accettando di buon grado 
la mediazione inglese, non gli pareva opportuno escludere 1' Olanda, 
i cui buoni ufficii a Carlowitz non si dovevano dimenticare. 

L'Alberoni intanto si pigliava la Sardegna colla flotta famosa che 
gli aveva servito a pigliarsi, o almeno a farsi dare il cappello rosso; 
e della sua prepotenza si sentirono gli influssi anche alla corte 
turca, ove, colle speranze di gravi dissensioni fra i principi cri- 
stiani, rifiorivano quelle di una rivincita sull'Austria, e naturalmente 
di altre vittorie su Venezia, o almeno di una pace molto meno 
svantaggiosa da parte di Carlo VI, quando ve lo costringesse la 



(i) ])opo (li lui le ripresentarono il Sutton ambasciatore straordinario, e lo Stanyans, cbe 
fu nel frattempo sostituito al Montague nell'Ambasciata straordinaria alla Porta. — Bian 
CHt, p. 18. 



- 55 — 

necessità di volgere l'azione della diplomazia e delle armi dall'Oriente 
all'Occidente. I Turchi capirono benissimo che a fasciarsi la testa 
v'era tempo quando fosse rotta senza rimedio, ma finché uno spira- 
glio di speranza v'era, conveniva dissimulare e temporeggiare e re- 
golarsi secondo i movimenti della Spagna nelle pretese e nelle con- 
cessioni, conservandosi intanto la libertà d'avanzare o di ritirare le 
proposte secondo l'opportunità; perciò fecero capire all'Austria 
che la restituzione di Belgrado era una condizione sine qua non per 
aprir le trattative ; e ritardarono di proposito la risposta alle richie- 
ste Imperiali sino alla fine del Gennaio 1718, quando con generale 
sorpresa si ricevette a Vienna un messaggio del Visir ( x) . Ma, dicia- 
molo volgarmente, il fumo era molto, e l' arrosto poco, e sui Pre- 
liminari si serbava un silenzio ostinato, pensando che per le preoc- 
cupazioni spagnuole l'Austria avrebbe chiuso un occhio sulle ter- 
giversazioni turche. 

Viceversa la Spagna pensava che , impegnata com' era l'Austria 
col Turco, non avrebbe voluto compromettere in una guerra occi- 
dentale i vantaggi enormi che offriva la situazione d'Oriente a chi 
come lei, era in grado di potersene approfittare. Pretendeva per- 
tanto il Re Filippo, il riconoscimento della sua legittimità dinastica 
da parte degli Absburgo, la sanzione dell'eredità spagnuola in linea 
secondogenita, e della successione, per i diritti di Elisabetta, a 
Parma e Toscana, e la restituzione delle piccole dinastie italiane 
allo statu quo ante belhim. A tutto dovè aderire Carlo VI, sebbene 
gli paresse un po' duro il veder la sacra corona di Carlo V, per 
il femminile orgoglio di una Farnese e gli intrighi di un prete, pas- 
sare eventualmente alla linea secondogenita di una dinastia malvo- 
lentieri legittimata. Ma il mondo è dei forti, e tanto più quando 
sono anche prepotenti, e dispongono di milioni, come poteva fare 
allora la Spagna. — Tra questi milioni ce n'erano due, che vera- 
mente venivano alla guerra Alberoniana dalle casse della Santa Sede; 



(1) Fu comunicato al Grimauì, e la risposta s'inviò il 15 di febbraio — Tanto l'una che 
F altra lettera si trovano nel ms. a p. 21-30 : la prima è sottoscritta Supremus Veziritis; la 
seconda, ad officia paratissimus Eugenius a Sabandia. 



- $6- 

e sarebbe stata intenzione del Papa che si impiegassero contro i 
Turchi e non contro l'Austria quando questa spendeva tutte le sue 
forze a difesa della Cristianità e della Religione; ma l'Alberoni 
non guardava tanto pel sottile, e spendendo allegramente gli apo- 
stolici ducati lasciava che l'Austria opprimesse di rimostranze il 
povero Clemente XI che non aveva nessun torto, che per la causa 
austro-veneta aveva fatto tutto quel che doveva e forse più di quel 
che poteva, ed avea tentato più volte invano di richiamare all'or- 
dine il turbolento cardinale. 

Ebbe invece maggior effetto l'intromissione di Francia e Inghil- 
terra nella vertenza austro-spagnuola, onde parve doversi ristabilire 
l'equilibrio europeo, tutelati colle armi gli interessi dell'Impero dalla 
Francia sui Pirenei, e dall' Inghilterra nel Mediterraneo ; e impe- 
gnato sotto Friedrichsthal Carlo XII di Svezia, guadagnato dall'oro 
Spagnuolo « per insultar l'Alemagna ». Continuavano intanto inde- 
fessamente gli armamenti da parte di Venezia (che in sole provvi- 
gioni spese 2,700,000 ducati e credeva ancora sul serio che la 
guerra si sarebbe continuata), e i Turchi (che per quanto si fossero 
vantati d'esser pronti a rimettere in campo eserciti formidabili per 
ripigliarsi Belgrado con tutta l'Ungheria, erano invece in tristi con- 
dizioni economiche, ben lontani dalla speranza di prossime vittorie 
e preoccupati dal timore di rivoluzioni interne nel caso, più che 
probabile, dell' insuccesso), vedendo d'altra parte repressi energica- 
mente dall'Austria tutti i tentativi di sollevazione in Ungheria, ai 
quali per mezzo del Ragotzki non era estranea la Spagna ( l \ si de- 
cisero per la pace, e per mezzo del Colyers chiesero formalmente che 
si venisse ad un Congresso. 

Acconsentirono Carlo VI e il Principe Eugenio, ponendo come 
base dei trattati YUH fiossidetis, ed esigendo che fosse espressamente 
considerata dai Turchi come potenza belligerante e alleata dell'Au- 
stria, a parità di condizioni ( 2 \ Venezia, e che a questo riguardo si 



(1) Alla quale il Ragotzki aveva spedito il Conte d'Apsac, per incoraggiarla ad appro- 
nti ire ildla circostanza favorevole. 

(2) v Aequis et iustis condicionibus » si aggiunse poi . 



- 57 ~ 

stendesse un articolo Preliminare. Ad includere Venezia nei trat- 
tati si piegavano malvolentieri i Turchi, che davano a lei la colpa 
dell'intervento di Carlo VI « quasiché per non far cosa spiacevole al 
« suo fiero nemico, avesse la Repubblica dovuto lasciar di provedere 
« alla propria difesa e con l'Armi sue e con quelle de' suoi Alleati ». 

All'Austria parve di aver fatto molto, e forse non aveva torto, 
almeno secondo il suo modo di vedere ; così però non parve a Ve- 
nezia, che nutriva ancora speranza di potersi riavere in un' altra 
campagna e si accorgeva che, nonostante tutte le proteste, l'Austria, 
nella fretta di concludere i trattati, avrebbe sacrificato lei piutto- 
sto che sé stessa; e si sarebbe rinnovato ciò che era avvenuto a 
Carlowitz, ma questa volta con ben minori speranze di buon esito, 
data la enorme disparità dei successi della guerra. Infatti non era 
probabile che l'Impero permettesse alla Repubblica di misurare le 
proprie pretese dalle vittorie del Principe Eugenio. 

Il quale, tornato dal campo alla Presidenza del Consiglio di guerra, 
e saputo, in una conferenza col Ruzzini, ambasciatore straordinario 
della Repubblica e destinato a rappresentarla al Congresso ^\ che essa 
chiedeva la Morea, Prevesa, Vonizza, lo Xeromero e S. Maura, in 
parte per YUti possidetis, in parte come indennità di guerra « più 
« di una volta nel mezo del discorso considerò che S. M. à sorpas- 
« sando tutti i riguardi aueua intrapreso questa grandissima guerra 
« per la Repubblica. Che era riuscita gloriosa, ma nello stesso tempo 
« molto pesante ai sudditi afflitti da tanti passati travagli onde anco in 
« vista delle presenti contingenze d' Europa e dell' Italia, la prudenza 
« consigliaua à non negligere le buone occasioni di terminarla ». 

Ma il Ruzzini s'era già accorto che « stabilito che sia V Ufi possidetis 
» per Cesare, egli in esso troua già l'essenciale della sua pace ». E YUti 
possidetis per Venezia voleva dire tutt' altro h\ — Ma anche Carlo VI 
faceva sentire al Ruzzini « la necessità d'accomodarsi allo stato delle 



(3) Lett. IV, cod. 383, ci. VII. — Giustificava la richiesta della Morea col dirla « equi- 
valente di Candia sempre considerato per antemurale della Christianità » e dello Xeromero 
col fine di liberar dai corsari il mare d' Italia. 

(4) Infatti essa conservava sola la disputata S. Maura, e Corfù ; più aveva Vonizza e la 
Prevesa colle loro dipendenze, con alcune piazze dell'Albania, che erano terre di conquista. 



- 58 - 

« congiunture, e dell'Europa per riseruare gli ulteriori disegni à tempi 
e migliori, quando da Dio venissero acconsentiti ». Fatica intelligenti; 
e Venezia capiva pur troppo. 

Procedevano intanto le trattative per l'apertura del Congresso e 
concorse grandemente a facilitarle la deposizione del Visir che, d'ac- 
cordo col Muftì e col Ragotzki, aveva fatto di tutto per impedir la 
pace. Il Sultano gli sostituì « nell' instabile e lubrico nicchio » 
Ibrahim suo genero e favorito. « Non è lui soldato — dice il Ruz- 
zini — perchè non ha mai, né veduto, né essercitato la guerra »; è stato 
invece « la prima mente dei consegli, et il motore principale delli cor- 
« renti maneggi di Pace » e si può essere sicuri che userà tutta la 
sua influenza sull'animo del Sovrano per condurli a compimento. 

Sotto questi auspicii, per comune consenso delle parti, si anda- 
vano adunando i plenipotenziarii presso Passarowitz. Venezia vi 
mandava il Ruzzimi, che già aveva avuto parte ai trattati di Car- 
lowitz e di Utrecht, dandogli a compagni Vendramino Bianchi ^ e 
Gian Alberto Colonna come segretarii, quello al Congresso e questo 
all'Ambasciata, e per dragomanni il Carli e il Fortis, addetti alla 
Residenza di Costantinopoli; l'Austria, il Talman ( 3) e il Wirmond^); 
l'Olanda il conte Colyers^; l'Inghilterra il suo ministro Sutton. I 



(i) Cfr. Ruzzini, lett. X, 27 maggio 1718 e Bianchi, p. 17. — Ibrahim era figlio di un 
rinnegato maronita. 

(2) « Noto per sette precedenti impieghi, tra quali le residenze di Milano, Elvezia e 
Inghilterra, e per li Trattati di Lega da lui manegiati, e conchiusi colli Svizzeri, e Griggioni » 
(p. 17 id.) 

(3) « Il cui parlar Turco fu molto favorevole » (Ruzzini, lett. da Passarowitz). 

(4) Benevolo, gentile, gaio, ospitale, munificente ; così ce lo descrive il Mirone, aggiun- 
gendo che quando era ambasciatore a Costantinopoli riempiva la città d'allegria. 

(5) Di lui dice il Ruzzini nella Rei. del Congr. di Carlo-witz, (cod. Marc. 381) « huomo 
« di soavità, di sincerità, e di maniere tutt' aperte. Nato in Costantinopoli qunnd' il Padre 
« sosteneua pure l'Ambasciata dei Stati, continuato in quel soggiorno (piasi tutto il corso 
« d<-lla sua vita, possedè la lingua, e con l'uso di tutte le maniere della Natione, se ne con- 
« cilia l'affetto » (e. 26). Il Mironic poi lo dice di aristocratica presenza, grande e digni- 
toso; vestiva alla Turca, ma con parrucca e cappello; aveva un bel palazzo sul Bosforo, una 
tavola sontuosa (per la quale spendeva troppo) e una moglie (per la quale anche spendeva 
troppo) greca ortodossa, spiritosa, ambiziosa, sposata da lui « après vingt ans d'amourettes ». 
Tutti e due sono d'accordo nel non pagare salario alla servitù. La signora ha una passione 
per riscattare i Greci prigionieri di guerra ; potrebbe limitare il patriottismo ed esser meno 

i pel marito, al quale l'Ambasciata rende pochissimo, perchè il commercio < Handese 
■i fa a Smirne. 



- 59 - 

quali con grande sfarzo di scorte e di bagagli (ad eccezione del 
Coiyers che aveva fatto il viaggio « di conserva, ed a tutte spese 
«^dei Turchi stessi ») incontrarono fra Passarovvitz e Costellizza i ple- 
nipotenziarii musulmani, con ottocento uomini di seguito, scortati 
inoltre da Maurocordato, Voivoda di Valachia, figlio del plenipo- 
tenziario turco di Carlowitz, che coi suoi 600 uomini « serviva .... 
« a dare splendore all'Ambasciata (l ) >. 

Ma non si poteva cominciare il Congresso, perchè la Plenipo- 
tenza turca non faceva menzione dei Veneziani, come se con loro 
la Porta non volesse la pace, o sdegnasse di trattare W. Portava poi 
in coda un articolo pieno di tali e tante ingiurie contro i Vene- 
ziani, che si era giudicato opportuno mandarlo a rifare, chiedendo 
anche la firma del Sultano, oltre a quella del Visir te). 

Durante l'attesa, da Semlino e da Orsowa si minacciava la pa- 
rola del cannone; e i Turchi impensieriti instavano, ma invano, 
perchè si desse principio al Congresso M. Giunse finalmente il 2 Giu- 
gno la nuova Plenipotenza « munita delle formalità più ualide, so- 
« lenni, e mai più ne tempi decorsi pratticate dal barbaro fasto 
<-< di quella Corte. Ella comprende unitamente li nomi dell' Impe- 
« ratore e della Repubblica, et è sottoscritta dal carattere Impe- 
'< riale, formato dalla stessa mano del Sultano .... Disse Talman, 
« che dopo che l' Imperio Ottomano è in piedi, mai più sia uscito 
« fuori del medesimo carta che porti con se stessa il carattere del 

Sultano ( 5) » . 

Così finalmente, dopo una quantità di pettegolezzi per questione 
di precedenza, si diede principio al Congresso. « Nella pianura si- 
« tuata tra gli accampamenti de Mediatori fu stesa una Tenda grande 
« et alle parti di questa ne posero una gì' Imperiali, et un' altra 
<■< li Turchi per raccogliersi in essa sino al momento di passar 



(1) Cfr. Vendrauino Bianchi p. Tty. 

(2) 11 Ruzzini, giunto tardi a Passarowitz, non ne fa menzione nelle lettere: due però 
avergli il Mediatore Inglese comunicato che si era chiesto una nuova Plenipotenza. 

(3) Cfr. V. Bianchi, p. 59. 

(4) Cfr. V. Bianchi, p.61 ; si allegò che l'omissione di Venezia era una dimenticanza, e che 
il Gran Signore non aveva pensato di far pace con lei. 

(5) Ruzzini. Leu. 11, 3 giugno 1718. 



- 6o — 

i 

« nella principale. Nel mezzo di questa stauano disposti li luaSjkhi 
« per il sedere. Un soffa dalla parte delli Turchi. Dall'altro se^ie 
« per gl'Ambasciatori e per li Mediatori, posti alli lati, nel des^o 
« l'Inglese, e l'Ollandese nel sinistro f ') ». 

Nella prima conferenza il Talman difese Venezia « e con molta 
« forza caricò 1' ingiustizia sopra li Turchi, che ingiustamente ave- 
« vano assalito la Republica, ed imprudentemente negletti gì' ufficii 
« esibiti dall' Imperatore. Calmati poi gli animi, piegarono li Tur- 
« chi à dire che si tratterà con la Republica. Fu risposto, che la 
« disposizione di trattare non era merito, ne arbitrio loro, ma co- 
« mando della Plenipotenza uenuta e che per 1' auanti indebita- 
« mente mancaua. Soggiunsero li Turchi, che si farebbe pace anche 
« con Vostra Serenità ma con derrisione si replicò, che non era 
« render sodisfazione il solo pacificarsi con uno, dopo averlo al- 
« tamente offeso ». Dopo qualche contrasto si firmò il seguente 
Articolo Preliminare : « Cum prae omnibus conditionibus Venctis sa- 
« tisfaciendi causa, ut UH ad tractandam pacem admitterentur, ex 
« parte Romanorum Imperatoris expeditum fuerit ; quare ut il sive 
" per restitutionem sive per commutationem verbaliter et realiter con- 
« tenti reddantur, promissum et acceptum est. A. njo sexta Men- 
« sis Recep. idest quinta lutiti 1J18 ». 

Tralascio i particolari delle conferenze, inutili ed intricati, che 
Vendramino Bianchi ci ha lasciato per esteso nella sua « Istorie a 
relazione » una specie di resoconto ufficiale delle trattative, desti- 
nato al pubblico ed ai posteri (e forse per questo non sempre im- 
parziale). 

Alla terza conferenza, tenuta il 16 Giugno, festa del Corpus 
Domini, interviene il Ruzzini in forma solenne, e presenta così le 
domande della Repubblica ^\ « Si dimanda la restituzione della Mo- 
« rea. Se questo non vogliono dette considerarsi esser state prese 
'■ Suda Spinalonga Tine e Cerigo non perche il loro acquisto, sia 



(i) Cfr. nel I'.ianciii il frontespi/io che rappresenta la Tenda e i Congressisti. Non trovo 
nei codici di Passarowitz 1' « Ichnographia Conferentiarum » clic sta a fronte di quelli 
di Carlowitz. 

(2) Allegato alla lettera del 17 giugno 1718. 



e staio l'oggetto della guerra, ma perche la guerra ha portato così. 
« Queste come luochi d'antico dominio della Rep. ca e sempre restate 
% ad essa in tutte le Paci passate, deuono esser restituite. Così dun- 
c (/uè resta a parlarsi del contracambio douuto alla Rcp. ca in luoco 
« della Marea. E però si dimanda che si estenda il dominio della 
« Rep. ca stessa ncir Albania, per longitudine sino alla Vallona in- 
« elusive, e per latitudine sino al lago di Scutari, sì che tra gl'altri 
« luochi, ui resti Scutari Antiuari e Dolcigno, nido de Corsari, e 
« pietra di scandalo, che può esser causa di nuoue rotture, e che 
« non duri lungamente la Pace. Questo essendo V oggetto della pre- 
ti sente dimanda, perche la Rep. ca desidera una Pace durabile, e senza 
« di questo non ui può esser una lunga e soda Pace. 

« Si dimanda, che Preuesa Vonizza e Butintrò, con tutto il di 
« più, si fosse acquistato sino alla Pace, con li loro Territorii, di- 
ti stretti, attinenze ed appartenenze, e particolarmente il Xeromero, 
e come dipendente da Preuesa, e Vonizza, restino nel possesso, e Do- 
ti minio della Ser. ma Repubblica ». 

Veramente le richieste di Venezia uscivano un po' troppo dai 
limiti dell' uti possidetis, e il Ruzzini confessa candidamente d'averle 
fatte coli' intenzione di venirle restringendo un po' per volta ; ma 
dovettero parere addirittura enormi quelle degli Imperiali, che oltre 
Temeswar e il suo banato, e Belgrado con la Serbia, pretendevano 
« anco il rimanente, non solo della Uallacchia, ma tutta 1' altra 
« prouincia della Moldauia, e ciò a titolo di risarcimento alle spese 
« et al sangue sparso per occasione della guerra W ». 

Ma quanto più dissimulavano gli Imperiali, tanto era maggiore 
il desiderio che, per le notizie di Spagna, avevano di finir presto, 
fidando grandemente nell'effetto che l'annunzio ufficiale della pace 
avrebbe fatto alla corte di Spagna, ed anche a quella del Duca di 
Savoia, le cui famose voltate politiche impensierivano l'Austria. 
Tanto che l'Ambasciatore Wirmond in un colloquio col Ruzzini, 
ebbe a dirgli « che se non conseguiremo quello, è giusto, non sarà 
« colpa nostra, ne dell' Imperatore, ma degl' altri, indicando li Spa- 
ti) Leu. XVI, 24 giugno 1718. 



— 62 - 

« gnuoli, et in un certo modo anche il Duca di Sauoia, quasi che 
« egli concorra nella macchina d'attirar una nuoua guerra all'Itali a 

I Turchi, che se ne erano accorti, oscillavano continuamente, e 
ad ogni piccola differenza facevano finta di volersi ritirare. 

Sarebbe stato necessario un pronto intervento dell'esercito, che 
minacciasse sul serio di riprender la campagna, e spalleggiasse colla 
forza le domande della diplomazia M, ma l'esercito non si poteva e 
non si voleva allontanar troppo dai confini d' Italia, essendo tenuto 
per così dire, in scacco dalle mosse della Spagna, mentre l' in- 
certezza delle provvigioni, la siccità e la malaria contribuivano ad 
impedirne l'azione. Le poche scaramucce Dalmate non bastavano 
a metter soggezione ai Turchi, che anzi protestavano contro di esse 
come se nel fatto del tenersi un Congresso di pace fosse virtual- 
mente incluso un tacito accordo di tregua. 

Questa serie di operazioni militari da parte di Venezia costi- 
tuisce la conclusione senza importanza di una guerra cui Venezia 
stessa aveva dato l'introduzione sfortunata, l'Austria un nucleo di 
vittorie. Essa non ha un piano prestabilito, ma piuttosto si svolge 
secondo l'opportunità e senza accordo d'azione colle armi alleate. 
È come una scintilla che Venezia cerca di ridestare dalle ceneri 
della sua gloria, di cui Corfù era stata l' ultima fiamma. Si ebbe 
dapprima uno scontro navale nelle acque di Pagania, dove i van- 
taggi ottenuti dai Veneti non bastarono a compensare la morte 
dell' abiurante Lodovico Diedo ucciso da una palla di cannone: 
triste epilogo alle tristi fortune delle galere di S. Marco nella loro 
ultima guerra. S' empiva intanto di guerriglie l'Albania, e pareva 
promettere esito migliore l'assedio di Dulcigno, sebbene fosse fune- 
stato da burrasche e naufragii. Ma intanto da Vienna s' inviavano 
continui messaggi a Passarowitz, ordinando d'affrettare quanto più 
fosse possibile la conclusione dei trattati, per l'incertezza dei futuri 
avvenimenti e per il timore che i Turchi potessero metter ad ef- 
fetto le loro minacce e piantar lì Congresso e Congressisti pei 



(i) Id. Leu. XVI. 

(2) Il Kuzzini ne sciisse anche al Principe Eugenio, ma invano; cfr. anche la lettera al 
Co. Schlik : « li Turchi senza alcuna gelosia o pericolo d'armi che li incalzino» etc. 



- 6 3 - 

tornare alle armi. E il pensiero di potersi trovare ad una doppia 
guerra pesava sugli animi con una gravità straordinaria. 

Gli Imperiali ridussero molto sensibilmente le loro domande, e 
le loro pressioni costrinsero il Ruzzini a far lo stesso, dopo una 
tenace resistenza al contegno oltraggioso e sprezzante ed alle insidie 
dei Turchi, che, non potendo sfogare il loro rancore sugli Impe- 
riali, se la rifacevano à coeur joie sui Veneti. — Il Ruzzini fece 
tutto quello che potè per ritardare la conclusione precipitosa del 
Congresso: pregò i Mediatori, cercò di convincere i Plenipoten- 
ziarii, scrisse a Vienna più volte che W « se non si farà la Pace a 
« nostro modo .... sarà nostra colpa, e non sarà ben usata una con- 
« giuntura che dopo tanti secoli è donata, e mandata dal cielo al 
« Sublime merito di S. M. h .... Spero, e nulamente spero, che la 
« di lui rettitudine ed amicitia riconoscendo li sacrificii della Re- 
« publica, non uorrà che ella esca da due Guerre ; così lunghe, 
« terribili, e rouinose, senza alcuno almen conueniente profitto ». 

Ma la Maestà di Carlo VI non si commosse; procedettero in 
fretta le trattative austro-turche, finché il Ruzzini potè « agevol- 
« mente comprendere avanzate in maniera le cose dei Cesarei, che 
« poco mancava all' intiero stabilimento degli Articoli principali della 
« loro pace ». Così era infatti; e gli stessi ambasciatori gli confes- 
sarono d'averne ricevuti ordini precisi da Vienna; aver però su- 
bordinato la conclusione definitiva della pace austro-turca all' ac- 
cordo turco-veneto, che doveva essere di piena soddisfazione della 
Repubblica ^\ 

Si capisce che cosa potesse essere la piena soddisfazione, stando 
le cose in quei termini, e tanto più che a Vienna — come scri- 
veva al Ruzzini l'ambasciatore Grimani — si voleva la pace ad ogni 
costo, « vedendo già assicurato il sostanziale * dei desiderii Cesarei. 
E in nome di Cesare il Trautzen aveva fatto capire al Grimani^ 
che se Venezia avesse insistito nelle sue pretese, pensasse lei anche 
a sostenerle : che per l' obbligo della difensiva alleanza l'Austria 



(x) Al Co. Schlik, il giugno 171S. 

(2) Bianchi, op. cit. p. 120 

(3) 28 giugno. 



- 6 4 - 

aveva fatto più di quel che poteva, e che pertanto si consigliava 
alla Repubblica di risolversi presto, poiché Carlo VI aveva altre 
gatte da pelare. Questa ili breve la sostanza del lungo e specioso 
ragionamento del Trautzen. — Il Ruzzini si vide perduto : chiese 
una conferenza coi Turchi^, e dopo lunghe e faticose trattative, ed 
insidie e ritrattazioni da parte loro, e rimostranze ed insistenze da 
parte sua, cercando di conquistare palmo a palmo i nuovi confini 
alla Repubblica, dovè finalmente contentarsi del possesso d' Imo- 
schi, Iscovaz, Sternizza e poche altre piazze dalmate ed albanesi, 
Cerigo, Cerigotto, Prevesa, Vonizza e Butintro, più la riduzione delle 
dogane dal cinque al tre per cento. Su. queste basi si stese, non 
senza, difficoltà e tentativi di tradimento da parte dei Turchi, il 
trattato di pace^), che per gli Imperiali fu redatto secondo YUtipos- 
sidetis, con lievi aggiunte e modificazioni, restando però fermo lo 
importantissimo punto del possesso di Belgrado e Temeswar colle 
loro dipendenze. Si stabiliva fra Cesare e la Porta una tregua ven- 
tiquattrenne, fra Venezia e il Sultano la pace « per tutta la du- 
« razione del di lui Impero ». Ai trattati seguiva un articolo de- 
claratorio dell' alleanza difensiva tra l' Impero, la Polonia e Vene- 
zia, e un concordato commerciale per l'Austria. Il 21 di Luglio, 
•per la firma dei trattati, si celebrò con gran solennità la conclu- 
sione della pace : intervennero dal campo molti principi e magnati ; 



(1) Bianchi, p. 133. 

(2) II trattato Cesareo e il Veneto hanno la data del 21 luglio 1718; il Turco della fine di 
luglio 1718; il Cesareo di Commercio, del 27 luglio 1718. Le ratifiche sono rispettivamente 
del 12 agosto, del 30 luglio, della fine di luglio, e del 16 agosto 1718. I trattati Turco-Cesarei 
sono redatti in Latino, i Turco-Veneti in Italiano. — Nel cod. Marciano 383 ci. VII It. si trova 
il tratt Cesareo a e. 84 r.; la testimonianza del Sutton a e. 90; l'Articolo Declaratorio a e. 72 
r. ; il trattato Ven. a e. 7} r. e 81 r. ; (seguono le testimonianze dei Mediatori) l'Art. Decla- 
ratorio a e. 71 v. e a 72 r. la rispettiva attestazione. — La ratificazione Cesarea venne « da 
« Vienna formata con la maggior pompa. Scieltissimo è il carattere; li cartoni sono di ricco 
« gango d'oro, il sigillo grandissimo in cera rossa, e dentro legno prezioso, lauorato tutto al 
« di fuori à finissima Marcheteria e tutto ciò riposto dentro una nobile Cassetta » (Ruzzini, 
Ccd. 3 8 3l leu. XXVI). 

Il trattato Cesareo di Commercio si trova, tradotto liberamente in Italiano, a e. 90 v. del 
cod. mare. 383 cit. ed è sottoscritto da * Anselmus Franciscus de Fleischmann » l'ex-residente 
di Costantinopoli e collega del Memmo. 

Non trascrivo i trattati perche tutti esattamente editi in Vendramino Bianchi, op. cit. 
e nella mise. ven. 3273, 2 



- 65 - 

l'ambasciatore veneto giunse con tre carrozze a sei cavalli « con 
« nobile livrea », e un ricco corteggio di gentiluomini, di paggi 
e di staffieri, scortato da un reggimento di corazze. Con simile 
pompa seguivano Talman e Wirmond accompagnati da ufficiali a 
cavallo e seguiti da « un riguardevole numero di cavalli ricca- 
« mente bardati e condotti a mano » . I Turchi ostentarono tutta 
la loro magnificenza orientale ; l' Impero mandò semplicemente i 
suoi reggimenti, ma erano i vincitori di Belgrado. 

Nel momento in cui si sottoscrissero i trattati, tremila colpi di 
moschetto e tre salve di gioia tre volte replicate salutavano la fine 
della guerra, e i Plenipotenziarii si abbracciarono in segno di fra- 
tellanza. Voltosi allora il Ruzzini ai due principi di Baviera che 
gli stavano accanto (questo però Vendramino Bianchi non lo dice) 
domandò loro commetti leurs Altesscs trouvoient cettc Cerimonie. E 
il maggiore, pronto : Bcaucoup Jiicillcurc que votre guerre, Monsieur. 

L' insolenza del principino di Baviera esprimeva perfettamente 
ciò che l'Austria pensava riguardo a Venezia. 

Quel che pensasse Venezia riguardo a Carlo VI, sentiamolo da 1 
Ruzzini W; « Par che abbia in oggetto de blandir, ed allettar con 
« le parole, mentre i fatti poi, come fano tutti i Principi, son 
« pesati dal Ministerio, con la bilancia sottilissima del proprio in- 
' teresse. Uà mosso la guerra ai Turchi, più che per la fede 
- dell' Aleanza, per 1' impulso delle sue eonuenienze, in oggetto 
« d'euitar el mal e promouer el ben. Euitar el mal, nel difender 
* la Republica e l'Italia dall' oppression, Acciò non se ne ren- 
« desse essorbitante la Potenza Ottomana. Procurar el ben, col 
'■'. tentar 1' utilissime, e necessarie conquiste Temisuar e Belgrado, 
« chiavi dei stati Cesarei, et Ottomani, ottenute più per miracolo 



(i) Lett. XXXIV, io nov. 1718. Forse non è inopportuno riferir qui il ritratto che ne 
fece il Ruzzini stesso nel 1699 (Cod. Marc. 384, e. 52). — « L'Arciduca Carlo si troua 
« nel decimo quinto anno della sua età. Con la nobiltà, e soavità dell' indole con la pron- 
« tezza; e maturità dello spirito, Col genio, et applicatione assidua, con cui s'inoltra nel corso 
» de' suoi studij assistito dall'amore, e cure dei Principe Ant. Letichstain, attira sopra di se 
" gl'occhi, le lodi, e le speranze di tutti. Parendo che porti un'aria di genio, e temperamento 
« simile al padre, Cesare Io ama con distinta tenerezza, e lo uorebbe inalzato al nicchio di 
« grandezza maggiore di quella, che possiede ». 



— 66 — 

« del cielo che per la forza dell'armi. Tultauia ama de far apparir 
« che la risoluzion sia sta prodotta dal solo riguardo de sostener 
« la Repubblica .... ». E la Repubblica sentiva che questo ri- 
guardo le era mancato apertamente a Passarowitz, donde il Ruz- 
zini aveva scritto ad Eugenio « .... se i Turchi crederanno di essere 
« al fine con S. M. à , spererano di finire con noi in qualunque 
« maniera ». Ed era proprio accaduto così, non repugnante l'Au- 
stria, anzi per colpa sua. 



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Cajìoli/s VI 



A-A-J3- 






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vi. 



Conclusione 



La conclusione dei trattati di Passarowitz troncò l' assedio di 
Dulcigno, che aveva durato fin allora eccitando continue querele dei 
Turchi, e porgendo loro argomento a ritrattazioni e rappresaglie 
diplomatiche durante i negoziati. Finalmente, dopo uno scambio 
di note diplomatiche ottomane e di giustificazioni venete, la Re- 
pubblica dovette, sebbene contro voglia, abbassare le armi, e ces- 
sarono definitivamente le ostilità. La fortuna pareva perseguitare 
Venezia, funestando le coste dalmate di naufragii e Corni d' ina- 
spettati disastri (l) . Gli strascichi della guerra durarono ancora per un 
pezzo, prima per la delimitazione dei confini e la liberazione degli 
schiavi, poi per altre vertenze che 1* odio insaziabile dei Turchi 
contro Venezia trovava sempre modo di suscitare; ma lo scambio 
di ambascerie straordinarie fra Venezia, Vienna e Costantinopoli 
rimise finalmente allo statu quo le relazioni internazionali. 

La Turchia uscì dal Congresso di Passarowitz grandemente dan- 



(i) La notte del 21 Settembre un fulmine colpi la polveriera della Fortezza Vecchia e 
saltarono in aria circa 3000 barili di polvere rovinando il Mandracchio e il palazzo Genera 
lizio : sotto le rovine perirono il Pisani ed altri nobili Veneti, e 400 uomini della guarnigione. 
— Cir ms. Padov. 76 e 191. 



— 68 - 

neggiata per la perdita dei territori! danubiani, perdita che l'acqui- 
sto della Morea e delle isole non valse a compensare. Cosicché 
per lei la guerra triennale, pur così fortunatamente cominciata, non 
fu che una continuazione infelice del regresso cui l'avevano co- 
stretta prima il Sobieski e poi Eugenio di Savoia, segnando col- 
l' abbandono di Vienna, colla battaglia di Zenta, col trattato di 
Carlo witz la fine del suo lungo periodo di gloria e della sua espan- 
sione oltre i limiti balcanici. La Morea, splendida riconquista in 
apparenza, era in realtà per la Turchia un possesso negativo, finché 
restavano in mano di Venezia le isole Ionie, e l'Austria vegliava 
ai confini settentrionali. 

L'Austria invece esce dalla guerra breve e fortunata con un grande 
accrescimento di potenza, contribuendo i vantaggi della pace e la 
sua nuova posizione nell' Europa orientale a consolidare la sua au- 
torità negli affari d' Occidente. Essa ha saputo in brevissimo tempo 
e con pari fortuna condurre a fine due trattati importantissimi che 
le assicurano una posizione di prim'ordine tanto nella politica orien- 
tale — perchè accentra in sé le popolazioni Danubiane e possiede le 
porte della Turchia, — quanto nella politica Europea, — estenden- 
dosi la sua sovranità dopo l'agosto del 17 18 dall'Oceano Atlantico 
col Belgio alle rive del Basso Danubio con la Serbia ed il Banato, 
e dal Mare del Nord per diritto dinastico al Mediterraneo per acqui- 
sto politico, essendosi presa la Sicilia quasi a compenso delle in- 
quietudini che, anche per colpa del Duca di Savoia, le avevano 
fatto febbrilmente affrettare i trattati col Turco. Restavano poi (e non 
a torto) escluse dalla politica orientale Russia e Polonia, per cui 
era stata una parola vana la Sacra Lega. L'Austria non aveva da 
vigilare che il 'l'ureo e i suoi maneggi colla coscienza di vigilare 
un nemico ridotto all'impotenza per qualche tempo: migliori con- 
dizioni non si potevano desiderare. 

Peccato -— beninteso, per 1' Austria che del resto se lo meritava 
per i suoi torti con Venezia, e perchè il Turco non meritava 
tanta fortuna peccato che la preoccupazione degli stati ereditarii 
traesse poi Callo VI alla guerra della successione polacca, che diede 
modo alla Francia di eccitare i Turchi contro l'Austria, e di to- 



- 6 9 - 

glierle coi trattati di Vienna e di Belgrado un primato che non 
potè mai più riacquistare, come prima lo aveva indotto a blan- 
dire i Borboni per assicurare la successione a Maria Teresa nata 
durante la campagna vittoriosa d'Ungheria, piccola ospite mal gra- 
dita, appunto quando Carlo VI desiderava un erede maschio a cui 
potesse trasmettere senza prammatica sanzione col nuovo retaggio 
le speranze della corona bizantina. E non erano speranze pazze; 
poiché la guerra che pareva così fortunata per il Turco, coli' in- 
tervento dell' Austria 1' aveva ridotto agli estremi, e 1' eterno mori- 
bondo sarebbe forse ora finito da un pezzo, se le potenze non ne 
avessero fatto allora precisamente quello che ne fanno oggi : un 
elemento indispensabile dell' equilibrio europeo ; e se l' Alberoni non 
avesse pensato lui a fermare il principe Eugenio sulla via di Co- 
stantinopoli. 

Oggi, dopo quasi due secoli, sono avvenuti grandi cambiamenti 
nei Balcani, agitatesi e agitantisi ancora in essi tendenze diverse di 
nazionalità, di razza, di religione. Dalla provincia ottomana di Mo- 
rea è sorto il regno di Grecia ; dal tributario principato di Vala- 
chia s'è svolto il regno indipendente di Rumenia; ha affermato i 
propri diritti quello d'Ungheria; è sorto quello di Serbia; un prin- 
cipe quasi indipendente ha avuto la Bulgaria ; e l'Austria s' è presa 
la Bosnia e la Dalmazia, restando libero il piccolo e forte Mon- 
tenegro ; ma l' Impero Turco è ancora nella stessa condizione in cui 
era a Passarowitz : un elemento che dovrebbe sparire, sparire per la 
causa della civiltà (poiché non è più il caso di parlare di causa della 
Cristianità, e gli entusiasmi di Clemente XI riposano con lui nella 
tomba pontificale); che lascia sempre sperare la fine, eppure non 
finisce mai, e all'ultimo momento trova sempre chi gli dà una mano, 
perchè nessuno riesca a inalberare sul Bosforo una bandiera europea. 

Così, quando a Passarowitz si firmarono i duplici trattati, dietro 
alle meteoriche audacie dell'Alberoni stava sorda e tenace l'opera 
del « concerto Europeo » che precluse nello stesso tempo e per la 
stessa ragione Costantinopoli all'Austria e il Mediterraneo alla Spa- 
gna, servendosi dell'Alberoni contro Carlo VI, e della flotta inglese 
contro l'Alberoni. 



— 7o — 

E così finiva in un intrigo diplomatico 1' ultima Crociata ; finiva 
l'opera del Pontefice nelle questioni d'Oriente, per risorgere poi in 
altri tempi con altri metodi ed altri intendimenti, e finiva sul mare 
il dominio di Venezia. 

La quale, esausta (la guerra le era costata 18,000,000 di ducati), 
addolorata, ferita nel suo orgoglio di regina del Levante, si fossi- 
lizzò nelle neutralità e nelle esitazioni, frutto della sua debolezza, 
che finirono col perderla; si vide sfuggire il primato commerciale 
che le fu avidamente carpito dall'Olanda, e cercò dimenticare glorie 
e sventure nelle feste a cui accorreva 1' Europa, e delle quali im- 
parò presto a contentarsi un popolo che i patrizii non permette- 
vano fosse educato a vigorosi sentimenti. L'arte, ultima dea, col 
Tiepolo e con Rosalba Carriera, la pittrice di Carlo VI e della 
sua Corte, illuminò la decadenza di Venezia, ma fu un pallido tra- 
monto in confronto agli splendori del meriggio. 

La Serenissima rimase immobile nella cerchia dei suoi dominii, 
dopo quest' ultimo episodio di una immensa epopea, che si era 
svolta gloriosamente per sei secoli di audaci tentativi e di resistenze 
accanite, di splendide vittorie e di eroiche sconfitte, e si chiuse 
con una profusione di uomini e di denari, resa inutile da un com- 
plesso di circostanze sfavorevoli, di viltà personali e di debolezza 
politica, a cui tentarono invano di resistere col sacrifizio di sé 
stessi pochi valorosi. Ma è triste vedere la grande, la Serenissima 
Dominante perdere in tre mesi vilmente le conquiste di Francesco 
Morosini, dover ricorrere supplicando all' Europa nemica o indiffe- 
rente, dover sopportare l' orgoglio ingeneroso dell'Austria, affidare 
la difesa della sua ultima fortezza ad uno straniero, profondere 
senza frutto oro e sangue con sacrifizi enormi, per venire poi ad 
un Congresso, in cui l'Austria si fa la parte del leone, e vuol es- 
serne anche ringraziata. 

Venezia si sforzò d' illudersi e di convincere sé e gli altri che 
i pochi scogli di Cerigo e un ribasso doganale sullo scalo di Smirne 
equivalessero al possesso della bella Morea e di Candia, propugnacolo 
del Levante. Ma oramai la sua gloria era finita ; e la pompa di cui 
la Serenissima volle circondata questa rinunzia al suo glorioso pas- 



- 7i - 

sato, (l ) e la solennità con cui ne fece l' apologia, dedicandola al 
Doge, il suo fedel segretario ed ex-residente Vendramino Bianchi, 
ricordano in certo modo, se il paragone non sembrerà irriverente, 
quella parrucca che aveva portato di Francia il giovane E rizzo, 
per nascondere sotto i riccioloni incipriati la cicatrice che gli sfre- 
giava la fronte. 



(i) Cito per curiosità dulie « Venture di Venezia » un sonetto del maceratese Giuseppe 
Alaleona : 

L'ITALIA A VENEZIA 
per la pace di Passarovìtz 1717 (sic). 

Città, che a prova il Ciel, Nalura ed Arte 

Fecero eterna, e d' ogni fregio chiara, 

Cui da tute' altre il mar disgiunge e parte 

Ma più virtù che sì t' orna e rischiara ; 
Tu le mie, dice Italia, afflitte e sparte 

Fortune riconforti, ond' io l'amara 

Memoria sgombro e i segni veggo in parte 

Di quanto un tempo fui temuta e cara. 
Se ai tuoi bronzi, ai tuoi marmi io volgo il ciglio 

Scorgo l'antico mio vero splendore, 

Che acquisto e premio fur d'alcun tuo figlio, 
In te la libertade, in te il valore 

In te il mio senno veggio, il mio consiglio, 

Veggio me stessa alfin, veggio il mio onore. 

(Di Giuseppe Alaleona Maceratese m. 1749). 



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DOCUMENTI 



TRADUZIONE 

delle ragioni per le quali la Porta Ottomana ha dichiarata la 
Guerra alla Repubblica di Venezia nel mese di Dicembre 1714. 



Articolo Primo. 



Haichè Moglie di Muslì Agà Selectar del Portaspada di Has- 
san Passa innanzi gran Visire, Sulich figlio della detta Haichè, 
Muslì suo Marito Hassan Passa, e molti altri Mussulmani carica- 
rono i loro effetti a Tripoli di Soria sopra il Vascello di Capi- 
tano Antonio Marsin Veneti >no, il quale aveva fatto gridare dalli 
stridatori publici, che esso haveva una Patente, e che potevano 
con tutta sicurezza imbarcarsi sopra della sua Nave. Molti Passag- 
gieri Mussulmani vi s' imbarcarono II Capitano sbarcò a Milo qual- 
cheduno delli suddetti passaggieri, ne ammazzò tre di quelli, che 
restarono nel suo Bastimento, e portò seco tutt' i loro effetti. Gl'In- 
teressati presentarono molte dimande alla sublime Porta, e a Sua 
Maestà Imperiale, nelle quali esponevano che s' erano imbarcati so- 
pra il suddetto Bastimento. Che in virtù delli Trattatti di pace fra 
la Porta, e la Repubblica di Venetia dimandavano che fosse fatta 
loro giustizia, facendo loro rendere li loro eletti dal Bailo di Ve- 
netia. La Porta ha vendo interrogato il Bailo sopra di questo af- 
fare, apparve se ne mettesse poco in pena, havendo risposo d'una 
maniera poco honesta. Lo so diss' egli, che il Capitano Antonio 



- 76 - 

ha ammazzato quest' huomeni, e che si è salvato ; ma non tocca a 
ma di andarlo a cercare, ne di obligarmi a pagare gì' effetti da 
esso asportati: Questi sono gl'ordini che io tengo dalla Repubblica, 
tutta volta s' io venissi a sapere, che questo Capitano sia in qual- 
che luogo dipendente dagli Stati di Venetia, lo farò arrestare 

Articolo Secondo. 

Li Vascelli di Tripoli di Barbaria riavendo fatto quatro prese 
sopra il Mare le equiporrono e le spedirono a Durazzo, che è una 
scala dell'Imperio Ottomano; mentre che gli equipaggi esistevano 
in Terra, il Console di Venetia residente in quella medesima scala 
fece condur via dal Porto quelle quitro prese, e dodeci cluenti 
soldati furono publicamente ammazzati. 

GÌ' Habitanti di Durazzo havendo veduto tali carnificine ra- 
presentarono alla Porta, che durante la Pace, ogn'uno si credeva 
in sicurezza sopra le Frontiere, ed a dove procedeva che s' am- 
mazzassero nei loro proprij Porti li Turchi, e che si rapissero i 
loro Bastimenti. 

Li Trippolini da una altra parte presentarono dimanda alla 
Porta, supplicandola, che ella li facesse fare giustizia sopra le prese 
fatteli in conformità delle Leggi del Mare doppo che li Venetiani 
gliele havevano rubbate, e doppo havev' ammazzati molti Turchi, 
sopra di che prese le informationi dal Bailo di Venetia, e sopra 
il di più che era stato rappresentato, come si fosse ardito di com- 
mettere un tal' attentato. Rispose arditamente con durezza, che si- 
mili cose arrivavano anco con li Stati vicini. 

Articolo Terzo. 

Delli Mercanti da Manzi, e de Castrati sopra la buona fede 
della sicurezza privata, essendo passati a Venetia rappresentarono 
alla Repubblica, che il Doganiere della Scala di Zara voleva com- 
prar da essi delle Bestie, e domandarono se poteva fidarsi a lui. 
La Repubblica diede a questi Mercanti una lettera Ducale, et il 
Doganiere comprò da loro per Undecimilla Zecchini di Bestie, egli 
fece una buona cauzione. Essendo passato un anno e mezzo senza, 
che il Doganiere si mettesse in Stato di pagare, e li Dragomani 
di Venetia alla Porta, havendo promesso a questi Mercanti di far 
venire il loro pagamento in una centena di giorni non facessero 
però venire, che una semplice lettera senza dinaro. Il Governatore, 
et il Defserdar di Bossina facessero grand' Istanze; e rappresenta- 



- 77 — 

rono alti Venetiani, che ciò era contrario alli Trattatti di pace. 
Nulladimeno ciò non ha prodotto cos' alcuna, e questi Mercanti 
vedendosi ni vinati, andarono al Divano Imperiale e presentarono 
molte dimnnde per tal' affare. Il Bailo di Venetia interrogato sopra 
di ciò rispose, che li Mercanti dovevano andar sopra luoco a do- 
mandar il pagamento da i loro Creditori, e senz'altro riguardo 
acgionse, che non li conveniva d'impiegarsi per questo debito, ne 
di farlo pagare non havendo sopra di ciò alcun potere dalla Re- 
pubblica. 

Articolo Quarto. 

GÌ' Habitanti di Dulcigno non potendo sostenersi, che con il 
negotio un Capitano nominato Abduzzaam caricò nel 17 13 de^e 
mercantie sopra del suo bastimento in una Scala presso Lepanto. 
Trovandosi all'altezza della Città di Corfù, vidde nel Porto sette 
Vascelli, e qualche galera, appresso delle quali diede fondo, e là 
aspettando il vento favorevole. Le Galere essendo partite, un Va- 
scello, et una barca abordorno questo bastimento, e doppo un 
combattimento di cinque hore vi restarono quattro Turchi morti, 
e tre schiavi. Quelli dell'equipaggio, che sono rimasti rappresen- 
tarono alla Maestà Imperiale, che si doveva spedire in Spagna 
quelli, che erano fatti schiavi per essere ivi venduti : Che Corfù 
appartenendo alli Venetiani li Turchi non potevano esser fatti schia- 
vi, ne permesso, che fo sero presi nel Porto senza contravvenire 
ai Trattatti di pace, che altramente non vi sarebbe più di sicu- 
rezza per essi, e che non sapevano più cosa fare per vivere. 

Il Bailo interrogato sopra questo Capo rispose, mascherando 
la verità, che non sapeva di qual Natione erano quelli, che nave- 
vano presi questi effetti, e che havevano fatti schiavi, e morti 
quelli Turchi, non havendo innanzi mai inteso parlare di simile 
affare. 

Articolo Quinto 

Come li Corsari di Malta, e di Spagna inquietano sempre li 
Bastimenti della Costa di Dulcigno, un Capitano nominato Hussein 
armò una fregata unicamente per mettere a coperto li loro beni, 
e le loro vite dal banderaggio di quelli Corsari, senza però con- 
ti avenire alli Trattatti di pace. La tempesta però avendolo obbli- 
gato d' entrare nel Porto di Hostia dipendente da Venetia un certo 
Malberas comandante d' una galera della Repubblica abbordò que- 



- 7 8 - 

sta Fregata sotto pretesto, che ella fosse in coi so, et ammazzò 
dieci Turchi, prese tutti li loro effetti, e fece mettere settanta altri 
Mussulmani alla galera abbenchè innocenti. La Porta sopra l' in- 
formationi de Venetiani, che ella ha creduto vero, abbenchè fossero 
false spedì quelle genti nelle priggioni della Canea. GÌ' Habitanti 
di Scutari, e quelli di Dulcigno riavendo ciò inteso rappresentorono 
alla Porta, che ciò, che li Venetiani avevano detto erano falsità, 
o calunie, e che si servivano spesso di queste menzogne per far 
torto ai Musulmani, doppo di che la Porta ha fatto mettere in 
libertà quei prigioni, dimandorono qual fatto havevano commesso, 
se conveniva, che fossero follati sotto li piedi dalli Infedeli Vene- 
tiani, ed havendo dimandato con diverse suppliche, che presento- 
rono a S. Maestà Imperiale, che fosse fatto loro giustizia, e che 
fosse impedito, che non fossero per l' avenire molestati, fu diman- 
dato al Bailo di Venetia di che maniera fosse accaduto, confesso 
il fatto, e disse, che ne haveva scritto sopra li luoghi, e che biso- 
gnava aspettar risposta. 

Articolo Sesto. 

Nove mercanti dell' Isola di Candia che in virtù della Pace 
negotiavano sopra le Barche Venetinne e Francesi, s'erano imbar- 
cate sopra il Bastimento di un nominato Venetiano, 

andorono al Porto d' Inos dove trovarono un Vascello di Malta. 
Questo Vascello senza ragione abbordò il Bastimento. Prese quin- 
decimilla scudi, e di lui effetti, e fece schiavi quei mercanti con 
li loro fanciulli, e Parenti. Sei Persone havendo informato la Porta 
di ciò, e ricevute testimonianze della verità del fatto dimandarono 
con supplica, che quelli che erano s'ati presi fossero rimmessi in 
libertà, e ristituiti li loro effetti, e doppo aver interrogato sopra di 
ciò molte volte il Bailo di Venetia non diede alcuna risposta po- 
sitiva, abbenchè vi fossero tanti testimonii di tal fatto, da che n' è 
derivato che li beni di questi mercanti sono restati nelle mani 
de Venetiani. 

Articolo Settimo. 

Dei Menanti Venetiani nominati Gioseppe, e Daniele doppo 
d' haver comprato da tredici Marcanti di Galata dei Curami per 
trentamila scudi presero la fuga. Il Bailo di Venetia bollati li 
Magazeni de fugitivi s'impadronì de' loro effetti, e stabilì in un 
Dragomano, e loro Sensale come piaggi, e proguratori. La causa 



- 79 — 

fu portata innanzi al Tribunale della Giustizia e vi fu una sen- 
tenza in favore delli mercanti di Galata, che ordinava, che sareb- 
bero pagati subito disdotto milla scudi, et il resto in molti paga- 
menti, a conto de quali erano stati esborsati mille scudi, ma come 
si cominciò deludere li pagamenti, e che il sensale rinuntiò alla 
pieggeria dicendo, che il Bailo 1' haveva ingannato la Giustizia non 
potendo altrimenti obligare un sensale di pagar li Mercanti di Ga- 
lata presentarono supplica al Divano Imperiale, e dimandarono, che 
il Bailo pagasse secondo gl'Articoli di Pace. Ma quando gliene 
fu parlato si contentò di dire, che erano otto o nove anni, che 
haveva inteso parlare di questo negotio, e che non appariva che 
fossero state stabilite pieggerie ne procuratori, e perseverò a voler 
far perdere ai mercanti li loro beni. 

Articolo Ottavo. 

Un Christiano chiamato Dimo nativo di Svena, havendo por- 
tati sette milla scudi a Santa Maura, lo fecero mettere in prigione 
sotto falsi prettesti con idea di prendere li suoi beni. Li Gover- 
natori, e Giudici del Confine, havendone informata la Porta, e là 
spedì un Ago con una lettera del Bailo di Venetia per far rendere 
Giustitia a questo Mercante. Il Generale di Napoli di Romania lo 
fermò molto tempo dicendo, che faceva venir il Mercante da S. a Mau- 
ra, e in seguito lo ingannò, mettendoli fra le mani una Carta, che 
qualificò di sentenza, benché non fosse, che un atto di compara- 
tione, dicendoli, che gì' haveva sententiato la metà della somma, 
la quale riceverebbe dal Bailo, che è la Porta. 

Qualche tempo doppo il Governatore fece mettere il Mercante 
in priggione e con le minaccie che li fece, n'estorse una dichia- 
ratione, come non haveva più niente da prettendere, di sorte, che 
licentiò quel mercante nominato, e le mani vuote, dicendoli, che 
andasse a ricevere il suo dinaro dal Bailo. Questo mercante al 
suo arrivo presentò molte suppliche a Sua Maestà Imperiale per 
essere sodisfatto. Il Bailo al quale fu parlato se ne pose poco in 
pena e rispose, che esso non si mescolava negl'affari di Comercio, 
che un mercante potesse havere con gl'Habitanti di S. a Maura, 
che egli non li poteva loro dar lettere per ritornare a quella parte, 
e che non poteva di più rispondere, che sarebbe satisfatto, non 
havendo sopra di ciò ricevuto alcun Ordine dalla Republica aggiun- 
gendo ancora, che non conveniva, che si dimandassero tali cose 
ai Baili. 



— 8o 



Articolo Nono. 



Un Christiano nominato Dracho era andato ad un'Isola della 
Republica di Venetia chiamata Egena per negotiarvi col suo Basti- 
mento con tre milla scudi di fondo che haveva tolto ad imprestito 
a conditione che darebbe la metà del j roffitto. Il Comandante di 
cmel Paese lo fece schiavo e lo spedì col suo danaro al Gover- 
natore di Napoli di Romania il quale havendolo tenuto nelle prig- 
gioni per il spazio di otto mesi. GÌ' Habitanti dei confini della 
Morea lo fecero sapere alla Porta. Il Mercante essendo stato rila- 
sciato in virtù d'una lettera del Bailo spedì di nuovo un'altra 
Barca. Il Governatore, e Cadì di Negroppnte havendo informata la 
Porta, che gì' erano stati novamente presi tutti li suoi effetti, il Dra- 
gomano Venetiano Carli dichiarò in presenza del Capitano Bassa, 
che veramente l'affare era tal qual veniva rappresentato ma che 
il Bailo haveva fatto rilasciare il Bastimento. Fu dimandato a degli 
Capitani esperti e versati negl'affari della Marina, di che maniera 
gl'Articoli della Pace, dovevano esser osservati in simili incontri, 
e risposero che non potevano arrestarsi in alcuna maniera li Ba- 
stimenti mercanti. Che era malissimo fatto di ti attenerli lungo 
tempo e che quando ciò fosse, anco in fallo si dovevano rilasciare 
subito, che se ne fosse avertito. Che così non vi era alcuna rag- 
gione per fermare quella Barca un mese doppo l' aviso dato ; il 
detto Dracho essendo morto in questo fra tempo, e il bene appar- 
tenendo ad altri, li fanciulli del defonto presentarono molte Sup- 
pliche al Divano Imperiale nelle quali dicevano d'esser nell'impo- 
tenza di pagare quegl'effetti, e rappresentavano il torto, che i Ve- 
netiani havevano loro fatto contro i Trattatti di Pace, x^bbenchè il 
Dragomano havesse confermato la maniera del'a quale ciò era ca- 
duto, e che li Capitani havessero sicurato, che tutto ciò, che era 
passato a questo riguardo era contrario alli Trattatti di Pace, non 
ostante malgrado a tutto questo interrogato sopra di ciò il Bailo 
non ha dato che delle risposte artificiose sopra ogni dimanda, e 
ancora ha bisognato aspettar lungo tempo per haver le sue risposte. 



Articolo Decimo. 

II uomo d'Attene nominato Dervich Mehemet caricò per otto- 
cento scudi Sopra d'un Bastimento d'un certo Michiel da Tino, 
che haveva una Patente, e abbenchè il vento fosse favorevole in 



luogo di seguire il suo viaggio lo condusse all'Isola di Mirsel, li 
prese i suoi effetti e l'havrebbe fatto morire se non fosse fugito 
Dervich Meemet al suo ritorno portò le sue doglianze al Bailo che 
li diede un huomo per condurlo dal Comandante di Tino che lo 
trattenne cinquanta giorni, e abenche la parte avversaria si tro- 
vasse nel luogo fu fatta nascondere et obligato Mehemet partire 
senz' alcuna speranza. Al suo arrivo qui presentò una supplica, di- 
mandando, che fosse fatto comparire il di lui Aversario e se gli 
facesse Giustizia perchè era in stato di provar, che il Bastimento 
di Michiel haveva Bandiera e Patente di Venetia e che era stato 
imbarcato a Galata. 11 Bailo rispose, che non haveva alcuna cono- 
scenza di tal affare, e negò d'haver scritto sopra dello stesso. 

Articolo Undecimo. 

Due Turchi, chiamato l'uno Osman, e l'altro Salich carica- 
rono a Sio il Bastimento d'un Venetiano nominato Gio. Costan- 
tin, doppo che il Console haveva fatto loro conoscere, che non 
havevano niente a temere, e che li si fosse fatto piaggio alla sua 
Cancelleria, mentre che andavano a Salonichio. Il detto Costantino 
li fece schiavi e prese i loro effetti. Sopra le doglianze che spedi- 
rino al Divano Imperiale, furono rilasciati ; ma come si riteneva 
loro trecento, e dieci sette ducati e trecento scudi di marcanzia 
volevano novamente dolersi, ma fu loro risposto in termini duri 
e a speri, che dovevano esser contenti d' haver la libertà, poiché 
nel tempo, che le loro persone dovevano esser riguardate come un 
bottino dimandavano ancora il loro denaro. Al loro ritorno diman- 
darono con supplica alla Porta, che gli facesse ristituire il loro 
danaro e li loro effetti. Quando ne fu parlato al Bailo rispose, 
ch'erano stati ritenuti i loro effetti, che scriverebbe a Malta per 
haverne l' inforni atione, e per negligenza l'affare restò là. 

Articolo Dodicesimo. 

Un Vascello, ch'era all'Isola di Scopulo con Bandiera Vene- 
tiana prese il nominato Ali con il Bastimento, che comandava. Il 
Capitano di questo Vascello vendè Ali in Attene ad un' Ebreo, che 
lo condusse in Costantinopoli. Ali presentò supplica alla Porta, e 
là conteneva, che non era in stato di pagare all'Ebreo li 500 scudi, 
che haveva esborsati per il suo riscatto. Ch'il Vascello, che l'ha- 
veva preso haveva Band era Venetiana, che però supplicava che 



- 82 - 

fosse fatto pagare tal somma al Bailo. Esso rispose, che li Corsari 
havevano molte sorti di Bandiere e che Ali era stato ingannato. 
Con questa debole risposta il Bailo si tirò d'impaccio. 

Articolo Tredicesimo. 

Mukarsen e qualche altro Mercante che hanno delle prettese 
con delli mercanti di Venetia in virtù dei buoni contratti, e della 
sentenza della Republica dimandarono al Bailo che li facesse pa- 
gare delli pieggi, ma come lui neglige^a questo negozio presento- 
rono supplica alla Porta, il torto che veniva loro fatto; il Bailo 
non negò il fatto, ma invece di far venire questo dinaro nel ter- 
mine di cento giorni come baveva promesso si scordò intieramente 
l' affare, e lasciò li mercanti nei loro danni. 

La Porta havendo vedute per le risposte, che il Bailo di 
Venetia di viva voce, e per quelle date con il mezzo de suoi 
Dragomani che non vi era niente da sperare da lui, et essendo 
d' altronde importunata da doglianze dei supplicanti, ella ha cre- 
duto di prendere un' altra strada nella speranza di poter terminare 
tali affari. 

Per questa causa ella diede il Capitano Passa, che era su la 
sua partenza per l' Arcipelago una copia delli sudetti Articoli in- 
giongendoli di dimandare alla Republica di Venetia una risposta 
positiva sopra de medesimi con commissione di farli comprendere, 
che erano stati aquietati, li supplicanti con la speranza, che loro 
veniva data, che non tarderebbero lungamente gl'ordini della Re- 
publica sopra li predetti affari. 

Al ritorno del Capitano Passa, la Porta gli dimandò la ri- 
sposta che la Republica gì' haveva dato, esso rispose, che essendo 
partito di là con 1' Armata navale andò a Negroponte, che spedì 
uno dei suoi con una lettera per la Republica ed un'abra per il 
Capitano Governatore, al quale huomo haveva consegnato una copia 
di tutti li sopraddetti Articoli. Che quest' huomo essendo arrivato 
all'Armata, il Capitano Governatore li fece intendere di non avan- 
zarsi d'avantaggio, e che gli spedisse i dispacci delli quali era in- 
caricato. 

Il mio huomo gli spedì le lettere e gli Articoli. Gli fu fatto 
dire che s' havrebbe havuto attenzione di spedir alla Republica li 
dispaci, che erano destinati per ella, e che poteva ritornarsene di 
modo che fu spedito senza risposta positiva Poco sodisfatto di tal 
procedura aggionse il Capitano Passa io feci un secondo passo sopra 
la notizia che havevo havuto, che era pervenuto un nuovo Capi- 



- 8 3 - 

tano Governatore. Io gli spedii novamente il mio huomo con una 
lettera per la Republica et un'altra per lui, alla quale aggionsi 
copia degl' accennati Articoli; ma l' Huomo fu trattatto come la 
prima volta, cioè a dire, che furono presi tutti li dispacci senza 
darli alcuna risposta. Hora replicò il Capitano Passa ben lontani 
di haver fatto pervenire a Venetia, che io havevo spedito due volte 
non hanno voluto permetterli d'entrare in Armata, e che non 
gì' hanno dato alcuna risposta capace di rimediare agl'inconvenienti, 
è cosa evidente diss'egli, che li Venetiani vogliono perseverare nella 
loro ostinatone. 

Oltre di ciò, eh' è esposto di sopra il Governatore della Bos- 
sina, gli Bergelbei, li Bei Capitani Comandanti, e Assecky, Assam 
Ago Comandante della parte del Corpo de Gianizari, li Gianizari, 
e le altre truppe della Frontiera andorono contro li ribelli, com'erano 
stati comandatici Baragidrigh, o Montenegrini. Entrarono per quattro 
parti differenti, li ribelli si ritirorono nelli loro trincieramenti dentro 
a delle Grotte delle Torri, e de luoghi inaccessibili. Li attaccarono 
per tutte le parti si difesero. Vi furono molti Turchi ammaz- 
zati, doppo haverli rotti ne ammazzarono molti. Molti furon fatti 
schiavi, e quelli, che poterono fuggire si ridussero sopra la fron- 
tiera, overo Costa della Fortezza di Cattarro dipendente dalla Re- 
publica di Venetia, e si fortifìcorono nelle Grotte, e luoghi pieni 
di giebbano. Achmet Passa Governatore di Scutari, Habubeir Passa 
d'Arcigovina, Durvich Passa altre volte Governatore di quel me- 
desimo luogo, e tutti li Zaimet Fimars, Capitani e Comandanti 
dei Sangiachi vicini, che erano stati comandati da quella parte, 
marchiarono contro di loro, ma non poterono invilupparli, perchè 
vi era un sito, per il quale non poterono arrivarli, senza passare 
sopra le Terre dello Stato di Venetia, si contentarono d'attaccarli 
per tre differenti parti, e doppo un combattimento di sette hore 
si resero Padroni delli loro Trincieramenti, delle loro Grotte e dei 
loro effetti. Molti di quei ribelli furono ammazzati, d' altri fatti 
schiavi, ma un certo Gica, uno degl' Officiali, che il Zar di Mo 
scovia aveva spedito nel 1 7 1 1 al Montenegro, il Vescovo, e molti 
altri ribelli di consideratione si ritirorono nella fortezza di Cattaro, 
e ve ne fu qualche d' un' altro che si rifugiorono a Durazzo, e 
Perasto, ed Areisne tutte fortezze dipendenti della Republica di Ve- 
netia e che li riceverono e trasportorono coi loro Bastimenti le 
principali delli paesi di Fegra, e Delita e dagl'altri villaggi, i loro 
figli et effetti, eh' erano d' altra parte di rimpetto alle Terre di 
Venetia. 

Infine la contraversione dei Venetiani ai trattati di Pace es- 



- 8 4 - 

sendo stata osservata furono formati nei processi verbali sopra di 
ciò dalli Illustrissimi Visir Miman Passa, Amet Passa Governatore 
di Scutari Hebecher Passa Governatore di Arcigovina, li quali 
scriverno delle lettere al Governatore Venetiano, e a tutti li Go- 
vernatori dell'altre Piazze, le quali furono spedite con feizullach 
Effendi, che è un vecchio habitante dei confini, al quale diedero 
l'autorità d' ambasciadore. Queste lettere contenevano, che il dar 
ricovero ai principali ribelli era un contravenire alli Trattati di 
Pace. Il Governatore Veneziano in tre differenti volte, che rispose 
a Miman Passa et ad Amet Passa non fece mentione in alcuna 
delle sue lettere, che esso non ricevesse li ribelli, ne che li farebbe 
cercare quelli, che si erano ritirati sopra le Terre di Venetia. Queste 
lettere non contenivano, che delle parole vane, e piene di falsità. 

Li Turchi non volsero far niente di contrario alla Pace e la- 
sciarono le cose nella maniera, ch'erano di modo, che li Ribelli 
sono stati ricevuti e prottetti dalli Venetiani. Quest'è un fatto co- 
nosciuto da tutti li Capi e da tutte le truppe Ottomane. Nel tempo, 
che si radunavano le truppe nella Bossina, e che si spedivano da 
tutte le parti Ordini per far li preparativi necessarii ; Miman Passa 
scrisse una lettera al Governatore di Cattaro per farli intendere, 
eh' in caso che li Ribelli di Montenegro si ritirassero sopra le 
Terre di Venetia non li ricevesse per non infrangere li Trattati 
di Pace, ne dar loro alcun soccorso di monizioni da guerra e da 
Bocca. Il Governatore rispose assicurandolo, che non li riceverebbe. 
Non ostante tutti gl'avvertimenti di questo Visire in lettera con 
espresso non produssero niente, e li Venetiani hanno fatto com- 
parire in tutte l'occasioni la loro perfidia e la loro inimicizia. 

Nel principio Bechir Passa Governatore di Arcigovina scrisse 
una lettera a Miman Passa, che erano arrivati in quelle parti tre 
Vascelli di Venetia cariche di Truppe, di monizioni da guerra, e 
da bocca, che erano stati distribuiti li soldati nelle Fortezze, et 
che havevano date molte provisioni alli Ribelli, così che li Vene- 
tiani 1' havevano soccorsi. 

Mentre, che li Turchi erano nelle Terre de Ribelli qualche 
Vascello e altro Bastimento Venetiano capitorono sopra quelle Co- 
ste, e nel tempo che quei Ribelli s' erano ritirati dalla parte di 
Cattaro, e che le Truppe Ottomane li perseguitorono sino alle Fron- 
tiere, li Venetiani erano nel dissegno di far un sbarco di Milizie, 
ma il vento non essendo favorevole fu impossibile di farlo. Se le 
Truppe Venetiane fossero state disbarcate, è cosa certa, che riavreb- 
bero attaccate le Truppe Ottomane, tale essendo la loro risolutione. 
Li Passa spedirono dalla Frontiera alli Bei in passato Sangiach 



- 85 - 

Bei de Zilir al Governatore di Cattaro nel tempo, che li Ribelli 
s'erano ritirati nelle Terre de Venetiani. Questo Bei accompagnato 
da otto persone disse a quel Governatore perchè riceveva quei ri- 
belli contro li Trattatti, gli rispose, che fra poco sarebbe commo- 
dato questo negotio, e lo licentiò con questa risposta absutda, ciò 
che ha fatto comparire la mala fede de Venetiani ad osservare li 
Trattatti. 

L' anno dell' Egir i 7 i i li Moscoviti spedirono a Montenegro 
treni acinque milla ducati che furono distribuiti alli Ribelli dal loro 
Vescovo, e dal Parroco del distretto di Destorich. Questo stesso 
Vescovo s'è salvato a Cattaro ed il Curato è stato preso, ed im- 
piccato. 

È cosa notoria, e publica, che li Principali di quei Ribelli 
tiravano pensione dai Venetiani, e che mentre, che erano alle prese 
con loro ricevevano per loro soccorso delle Guardie e delle Truppe 
le quali introrono sopra le Terre dell' Imperio, e fecero schiavi molti 
Turchi. Miman Passa vedendo che le tre lettere, che il Governa- 
tore gì' haveva spedito in risposta di quelle, che lui haveva scritto 
per avertirlo di non ricevere li ribelli sopra le Terre della Repu- 
blica, vedendo, che le tre lettere non contenevano niente, e che 
V ultima di queste che gli è stata portata da un certo Giovanni 
Primo Dragomano di quel Governatore non vi era niente di posi- 
tivo, Miman Passa fece convocare un'Assemblea in sua presenza, 
in quella di Cherif Emet EfTen Cadì dell'Armata, ove si ritrovorono 
presenti tutti li Baiglet, Bei, Assechi, Asaen, Ago Comandante de 
Gianizzari tutti Zaims Effimere della Bos^ina, tutti li Capitani, et 
antichi Abitanti de' Confini. Questo Visire in presenza del Drago- 
mano disse; Le Truppe Ottomane essendo andate per Ordine della 
Porta contro i Montenegrini che s'erano ribellati contro di el'a. 
Quei Ribelli si ritirorono all'estremità della frontiera Ottomana co- 
pra d'un luoco pieno di grebbano, e di Grotte, luoco che non è 
lontano da Cattaro Fortezza della Republica di Venetia, che è un' 
hora di camino per un'huomo a cavallo e di un' e mezza per uno 
a piedi, che fu in quel luoco, che 1' Armata Turchesca disfece li 
Ribelli doppo sett'hore di combattimento, che quelli fra di loro, che 
erano fugiti si ritirarono a Cattaro e nelle altre Fortezze Venetiane, 
che furono ricevuti, e nascosti, e che erano stati spediti li più con- 
siderabili sopra de Vascelli della Republica, e che questo era un 
fatto di nottorietà publica. Il Dragomano essendo stato interrogato 
rispose per Ordine del Bassa, che non era sopra il luogo quando 
tutto questo è arrivato, ma il nostro Governatore ha saputo che 
qualcheduno delle nostre genti cattive, havevano ricevuti qualche- 



— 86 — 

duno di quelli Ribelli, e licoverati, doppo di che fu esteso un atto 
in presenza di tutti li Turchi della Fortezza, e Miman Passa, e 
tutti gl'altri hanno saputo questo affare in dettaglio. 

L' Atto esteso dal Cadì, il Processo Verbale, lettere et altre 
Carte estese dalli Comandanti della Frontiera di Bossina, Capitani, 
Ala, Bei, et altri antichi, sono state spedite alla Porta. 

Si sarebbero puniti tutti li Ribelli, ma come si sono rirTugiati 
in casa de Venetiani, che gì' hanno ricevuti, e che non s' è voluto 
intraprendere alcuna cosa contro li Trattatti di Pace, restò impe- 
dito alle Truppe Ottomane di perseguitarli. Gl'atti estesi per la 
milizia in presenza di Miman Passa e degl'altri Be.her Bei pro- 
vengono, che li Venetiani non hanno osservati li Trattatti di Pace, 
ai quali hanno contravenuto nel ricevere li Ribelli, che sono rico- 
verati in casa loro. 

Padova, Bibl. Un. Ms. 2223. 



s; 



II 



ANDREA MEMMO 



LETTERA XXIV. 



Ser.™° Principe^ 

L' acclusa è la relatione dell' Audienza avuta nel scritto Venerdì primo del 
corrente de questo Sig. Residente Cesareo ; Viene essa dalla persona, che mi 
communicò l'altra di Novembre, e come che un solo, fuori, che il primo Vi- 
sir, il Chiaià, ed il Rey Effendi non può essere conscio, così perchè non cada 
in una prodittione, che sarebbe ignominiosa supplico umilmente la Ser.à Vo- 
stra difenderla dalla lubricità di qualcheduno, e da ogni pericolo che certe 
particolarità potessero esser risapute qui, o altrove. Il Signor Residente ne fa 
un Mistero e non se n'è spiegato con chi si sia. Ad un mio Viglietto non m'ha 
fatto rispondere, che in voce queste sole parole. Che per me le cose vanno 
assai bene, ma per lui assai male. Dimani si attende la risolutone ultima della 
Corte sopra ciò, che deve esser di me, e di tutti quelli che qui sono meco. 
Anticipo per ciò questa breve umilissima lettera, e perchè nel caso non mi 
si togliesse ogni immaginabile modo di communicare al di fuori, sia la Sere- 
nità Vostra persuasa, che io posso ben cercar di vincere gì' intoppi ma che 
la necessità è insuperabile, e mi sarà forza di ubbidirla. In gratia del Sig. Am- 
basciator di Francia ho segnato per la Serenità Vostra un Foglio, di cui mi 
convien chiederle perdono, essendomivi lasciato assai mal volentieri condurre 
dalli riguardi del mio stato presente, e conoscendo per altro quanto male mi 
convenisse a me per tali ufficii. Per espeditione espressa averà la presente in 
mancanza di ogni altra la via di Ragusi. Gratie. 

Topana 7 marzo 1714. 

Andrea Memo-Batlo. 



Copia di contenuto in Viglietto scritlo a S. E. Bailo da Confidente. 

Il Sig. Residente Cesareo quando si presentò al Supremo Visir, li rap- 
presentò, che per commando espresso del suo Sovrano era tenuto significarli, 
come la Republica Veneta avea fatto riccorso alla Maestà dell' Imperator con 
supplicarlo volesse impiegare li suoi ufficii, ed interporsi come mediatore ap- 
presso la Fuglida Porta, che già gli ha dichiarata la Guerra, trovandosi S. M. C. 
confederato con li SS. Venitiani era in debito d'assisterli, e diffen ierli da chi 
li volesse ostilmente attaccare, e perciò bramerebbe interporsi volentieri, e 
farsi mediatore per oviare l'effusione del sangue innocente, ed impedire i 
danni e rovine, che seco porta la Guerra. A tal fine averebbe anco molto a 
caro sapere li motivi dati dalli Signori Venetiani alla Fuglida Porta per obli- 
garla a questa dicchiaratione. Appena il signor Residente profferì queste pa- 
role, il supremo Visir, che già avea premeditato quello doveva rispondere, 
essendo stato precisamente avisato di quanto li doveva esponere il Signor 
Residente, con grande alteriggia rispose: Non esser necessario, che S. M. Im- 
periale intraprenda alcuna mediatione appresso la Porta, ma che passi simili 
ufficii con li Signori Venetiani, procurando persuaderli a restituire la Morea, 
come Provincia appartenente a questo Impero, e da essi furtivamente sorpresa 
e quando si disponeranno a tal restitutione, allora la Fuglida Porta soprase- 
derebbe dalle sue risolutioni ; ne procederebbe con violenze ostili e farle ve- 
run danno. Benché essi abbino comminciato a praticar dell'ostilità nel Domi- 
nio M< nsulmano. Quando poi non vorranno a ciò piegarsi, la Fuglida Porta 
avrà forze bastanti per ripigliarla dalle loro mani. In quanto poi chela Mae- 
stà dell'Imperatore voglia assisterli, ed aiutarli, egli non ha avuto alcun mo- 
tivo dalla parte nostra, perchè noi sempre abbiamo procurato di conservare 
riligiosamente la Pace, e tutte le conventioni tra di noi stabilite, e s'ha aleanza 
con i Venetiani, questo non deve pregiudicare alla nostra Pace, mentre noi 
non diamo occasione di violarla. Che però, se contravenirà alle capitolationi, 
che ha con la Fuglida Porta, egli renderà conto a Dio di simil violatione, e 
quando S. M. Cesarea vorrà realmente assistere alli Venetiani, e darli aiuto, 
dovrà prima significarcelo, acciò la Fuglida Porta possa prender le opportune 
misure, che in virtù della loro santa Legge si diffenderanno non fondando le 
loro speranze ne sul numero grande dei loro Eserciti, ne sull' immensità dei 
Tesori, ne sovra altre circostanze che possono esserle favorevoli, ma su la Giu- 
stizia, ed assistenza Divina, che severamente punisce i violatori della Pace, 
e dona le vittorie a chi fedelmente la conserva. Sopra questo particolare pro- 
dusse molti esempi con i quali si sforzò di mostrare come Dio abbia castigato 
quelli che hanno violato la Pace. Tutto questo espresse il Visir con una ener- 
gia mirabile mostrando però una total rassegnatone al voler Divino. 



- 8 9 - 

Il Sig. Residente poi con maniera dolce, e parole piuttosto sommesse non 
s'estese in altro che in repplicar di nuovo che S. M. Cesarea abbraccierà vo- 
lentieri la mediatione per rinovare la Pace con li S.S. Venetiani e per ov- 
viare a tanti mali che possono succedere e che il Visir non volle prestar più 
orecchie, anzi con maniera imperiosa ricercò il Sig. Residente, che li signi- 
ficasse l'intentione del suo Sovrano s'era di soccorrer veramente li S.S. Vene- 
tiani. A questo egli rispose, non aver avuto altro ordine, che di rappresentare 
quanto già aveva esposto, non potendo egli sapere le intentioni del suo So- 
vrano. Alla fine, doppo che il Visir fece un lungo discorso, dimostrò, che la 
Torta non brama altro se non sapere l'intentione dell'Imperatore, sigillando il 
discorso con queste precise parole. Cioè: lo bramo sapere questo da Voi, per- 
chè il mìo potentissimo Imperatore e Patrone saprà cosa avere a fare e con 
1' Imperatore e con voi con questa espressione fece il Visir perdere al Resi- 
dente quel poco di coraggio, che li restava. Doppo questo discorso passarono 
a discorrer sopra il passaggio, et arrivo del Re di Svezia in Pomerania, nel 
che mostrò, che la Porta fa gran capitale sopra S. M. Svedese, sperando che 
susciterà nuove guerre in Pomerania, de gran disturbi all'Imperio, che potranno 
causare grandi inquietezze allo stesso Imperatore; soggiungendo che il Re di 
Francia, oltre di due millioni di lire già mandateli, somministrerà somme mag- 
giori. Questo li viene suggerito da Francesi e d'altri, che vorrebbero veder 
impiegato in queste parti e incoragiscono i Turchi, rassegnandoli che l'Impe- 
ratore scarseggia molto di denaro e d' altre cose necessarie, e che averà de'di- 
sturbi nell' Imperio, che non lascieranno d'applicare con tutte le sue forze a 
questa parte. Queste cose sono commanicate al Rey Effendi, che poi le riffe - 
sce al Supremo Visir. 



LETTERA XXV. 



Ser.™° Principe, 

Nel scorso mese di Marzo fui con stranissima improvisa risolutione ra- 
pito dalla casa del Topanà ove ero custodito, condotto sopra la Nave prigione, 
ed indi a guisa di suddito miserabile, e contumace rinchiuso in un orribile 
carcere di questo Castello. Meco v'han tratto il Raggionato, il Giovin di lingua 
Alberti, e tre servi, condotto il Secretano, il Carli, e tutti gli altri al N. di 42 : 
nelle Sette Torri. La voce sparsa qualche giorno avanti che costì siano stati 
fermati i mercanti Turchi, trucidati quelli, eh' erano in Narente, ed ucciso 
l'Emino in Zara, ha servito di pretesto alla violenza, ma qual' oggetto abbia 
persuasa così odiosa separatione, non saprei dirlo, se non fosse per toglier me 
da ogni commercio, ed isfogare 1* intensissimo odio contro Vostra Serenila, 
sopra la mia persona che in Costantinopoli sarebbe in certa maniera diffesa 



- 9 o - 

dall'onestà pubblica, dalla presenza de' Ministri delle Corone, e dalli riguardi 
della Religione, che vieta espressamente inferocire, contro gli Ambasciatori. Il 
trattamento che mi si fa è inumano, e l'alloggio è tale, che per se medesimo 
con il progresso può tutti perderci. La luce v' entra per una assai piccola fi- 
nestra per cui ci si passa anco il cibo, ma da quella il Ciel non si scorge, 
essendovi all' incontro il Maschio della Fortezza per il quale discende a noi 
un aere grave e pericoloso, e il terreno e così umido, fangoso, ed infetto che 
per P esalationi che n' escono, le gambe ornai mi si gonfiano, e mi convien 
tollerare una poco men che continua vigilia, e gravissimi dolori di capo. In 
Costantinopoli, mentre chiesi di aver meco il Capellano, ed il Medico, mi si 
rispose aspramente ; e qui avendoli chiesti due volte mi s'è risposto con de- 
risione, che questo è un luogo venerabile e santo posto al disotto d'una Mo- 
schea, che vi sono dimorati sempre dei Monsulmani, e che senz' altro vi po- 
tevano ben stare degl'Infedeli. Il di più che si pratica meco non occorre nar- 
rarlo, per non contaminare la pietà pubblica. Dio voglia che a chi è nelle 
Sette Torri s'usino migliori maniere, ma non so persuadermelo. Eccettuati al- 
cuni della Corte bassa, che miseramente strillarono, tutti hanno incontrato il 
presente travaglio con costanza, e Vostra Serenità, può assicurarsi, che per 
niuno s' è dato alcun Testimonio di viltà e di debolezza. Il secretano partico- 
larmente, così fiacco come egli è di salute m' ha lasciato partir contento ed 
all'estremo edificato dell'imperturbabilità sua, e della franchezza di spirito, con 
che s'è posto ad incoraggire gli altri, e prometter loro la sua assistenza. Dio 
Signore l'assista. Egli è in luogo che (quando possi) renderà più buon ser- 
vizio a Vostra Serenità ; che qui a me (lontano dalla città e da qualunque 
commercio, con un solo vilissimo Gianizzero, che al più può portar qualche 
lettera al Console di Francia) è intieramente interdetto. 

Li gioverà anco molto aver seco il quanto si possa mai dire in questa 
occasione benemerito Dragoman Carli, che sempre è d' un grande aiuto, e 
conforto \interrotlo nell'originale] parlare, e questo ancora a me è negato. Per 
le pubbliche occorenze, e per il mantenimento di tanta gente, l'ho fatto nu- 
merare 7500: Reali, piccola somma al grave suo impegno, ma quale io ho 
potuto esborsare. M'ha giovato pochi giorni avanti la scossione di 6700 : Reali, 
che per altro non averei saputo come soccorrerlo. Ma chi poteva figurarsi una 
così subita e fatale separatione. Ho anco lasciato addietro ad uso loro tutti 
gli utensili della Camera, della Cucina, e due teppetti con li vestiti per la 
persona, tutto il restante delle cose mie, la biancheria, le livree, e (toltine i 
fornimenti delle stanze che suppono capitati costà con li due Santi) tutti i miei 
mobili restarono alla discretione dei Turchi. Ma e della mia robba e dei pre- 
senti travagli e della vita medesima faccio con pronto, e posso dire anco con 
lieto animo un'offerta volontaria a Dio Signore pregandolo a riccogliere verso 
la Ser. ma Repubblica, gli occhi suoi misericordiosissimi, e non imputare a lei, 
se della Gratin, per cui ha voluto a giorni nostri donarle un fortissimo Regno, 



— 9 i — 

qualche Cittadino, come pur troppo ho udito più volte ad esagerare in Ve- 
netia, nel camino, ed in Costantinopoli aveva fatto mal'uso. La squadra delle 
navi, che qui m'ha condotto è passata subito a Negroponte. A quindici del 
presente è qui con altre 9, giunto il Capitan Bassa, che lascia indietro la 
Bastarda, "e deve formarsi sopra le navi ne me egli è sufficientemente fornito, 
con la Reale se ne attendono allora dieci, ma tarderanno a comparire per la 
mancanza medesima, da cui proviene, che il disegno d'uscire in marzo, ed 
armare le 12 mercantili sia da se stesso perito così che non comprese l'ausi- 
liarie barbaresche, l'Armata consisterà in trenta sei navi. Per le Galere, tre 
ne sono ieri uscite, e due ne capitarano da Costantinopoli. 11 restante numero 
voleva armarsi di Galeotte, e di Ganzabassi, ha dovuto restringersi a qualche 
cosa di meno, che non è quello delle navi, e quando si verificasse ciò che 
sento a mormorare a bassa voce tra li Gianiizeri di mia Guardia, che il so- 
lito morbo della natione cominciasse a far gran stragge nella squadra partita 
per Negroponte, si potrebbe sperare che le Forze del mare non fossero per 
quest'anno così terribili come costoro aveano pensato, che dovessero essere. 
Dell' esercito di terra nulla posso asserire. 

Mi si dice di già partito il Visir per Larissa, il numero sì fa immenso 
e certamente le dispositioni erano tali, che non posso credere diversamente. 
Nel giorno medesimo, anzi nello stesso momento in che levato dal Topanà 
ricevei le Riverite Ducali di Vostr. Ser.tà segnate in data di Genaro. 

11 tempo non ha servito, che ne rilevi l'intiero del contenuto ; ma aven- 
domi detto all'orecchio il Sig. Segretario di aver in esse letto qualche termine 
della publica generosità per la mia persona, devo renderne alla Ser.tà Vostra 
infinite ed umilissime gratie. Anco questa consolatione dovrà mancarmi nel- 
l' avvenire. Con tutto che dovessi continuare questa mia priggionia e che 
non si trovasse disdicevole il servirsi della zifra, con che mi prendo 1' ardire 
di scrivere la presente e si volesse dare questo conforto ad un umilissimo 
cittadino, oserei supplicare la Ser.tà Vostra a tentare, che me ne pervenisse al- 
cuno per la via di questo Console di Francia, se sono quasi che morto, e se- 
polto a tutto il restante del mondo, non m'abbia a parere d'esserlo nella me- 
moria e nella benegnità dell'Ecc." 10 Senato. Gralie. 

Dalle Priggioni del Castello dì Abido 
li 28: Aprile 17 15. 

Andrea Memo Bailo. 



(CW. Marc. 2133, ci. VII, It.) 



9 2 — 



Lettera scritta ali* Ecc. mo Senato nella quale riferisce la sua tibe- 
ratione dalla Prigione delti Castelli di Abido. 



Serenissimo Principe : 

Solo da quest' aque, ed in questo momento doppo la mia deliberazione 
dal terribile carcere, in cui per 4 mesi sono stato chiuso, posso render conto 
a V. ra Ser.tà , e lo faccio senza comemorare li gravi disaggi in esso costante- 
mente per la grazia di Dio sofferti, per non ripetere alla pietà dell' Kcc mo 
Senato una materia troppo miserabile per se stessa, ma per me sommamente 
onorifica. Ne meno questo Sig. Secretario Franceschi prima di staccarsi da 
Costantinopoli ebbe il modo da supplire ad un tale debito in difetto di pronta 
espedizione ed in necessità d' accellerare a tutto studio la mossa. Così consi- 
gliavano veramente non in lui la stanchezza, o il timore de pericoli tante volte 
minacciatili, ma le popolari declamationi, che disaprovano apertamente tale 
rissolutione del Governo, e che allora furiosamente si facevano contro Vene- 
tiani creduti autori dell'incendio pochi giorni succeduto, da cui senza esage- 
rar punto, anzi con diminuire qualche cosa del vero, era rimasta arsa una 
quinta parte di quella vasta Città. Accresceva queste disseminazioni la voce 
sparsa, che fossero stati ritrovati gli strumenti per attaccare l'incendio, e preso 
un Ebreo Veneziano rinegato, il quale lontano da purgarsi dell'imputazione, 
se ne fosse confessato reo, publicando d'aver seco quaranta compagni, e tutti 
Veneziani, rissoluti a qualunque rischio di abbruggiare il restante. In una città 
qual è quella poteva una tal fissassione esservi fatale. Ma fu buona sorte, che 
il Caimecan Vecchio lo Caia della Regina Madre non mal affetto alla Na- 
tione, e che ha in sé il merito d' essersi egli opposto a' tentativi promossi 
nella guerra passata, perchè le fabriche de damaschetti di cotesta Dominante 
fossero bandite, non curasse le voci del volgo : con tutto ciò ogni dilatione 
poteva riuscir assai pericolosa, e fu molto ben fatto togliere qualche motti vo 
a quest' oggetto il Sig.»' Amb. r di Francia, che in ogni altro incontro s' era 
dimostrato partialissimo verso gli interessi di V. ra Ser.tà, et amicissimo di mia 
persona operò in maniera, che il giorno immeliate susseguente all'arrivo 
delle Reggie commissioni di rimandarmi alla Patria il che fu li 5 del sca " 
duto, da esso subito participatomi per Caichio espresso col unito Biglietto, 
fossero per un Agà destinato dal Caimecan predetto notificare al Disdar delle 
7 Torri, ed intimare a Retenti. Con la stessa mira procurò, et ottene, che il 
giorno doppo in cui mi spedì altro Caichio espresso sotto la scorta dell'Agà 
Medemo. Li Sig.ri Secretario, e Dragoman venissero rilasciati col Mastro di Casa, 
e condotti al suo Palazzo, dove godute le dimostrationi più generose poterono 



— 93 - 

in tre soli giorni con la di lui assistenza autorevole stabilire il nolligio di Vascello 
di quella natione nominato la Francia, vederlo di tutto punto allistito, e far sup- 
plire alle provisioni necessarie al viaggio per la numerosa famiglia. Sul quarto 
giorno, che fu li li spirato restituitisi questi di buon mattino alle 7 torri, 
e consumato poche ore nell'imbarco, ricolmi di tali favori dell' E. S. si pos- 
sero alla velia il dopo pranzo con tutta la corte, e col beneficio delle Tra- 
montane pervenero nel giorno adietro a Castelli verso il tramontar del sole* 
L'ora veramente avanzata non assentì, eh' io fossi tratto dalla prigione, se non 
la mattina susseguente, in cui miseramente ricondotto avanti il Tribunal for- 
mato dal Cadì, Disdar Chiaus e principali del luogo per essere riconosciuto 
alla presenza dell'Agà capitano con comandamento fui al fine dopo varj e 
non brevi formalità licenziato, avendomi permesso d'alloggiare in Casa di quel 
Console di Francia, che per tutto il corso di mia priggionia m' assistè vera- 
mente quanto era possibile con maravigliosa desterità, et affessione, et con suo 
grande rischio. Mi trattene tutto quel giorno, pensando di partire, come feci 
nel susseguente. Ma perchè avessi a provare anche negl' ultimi momenti le 
maggiori stravaganze dove vedermi ciò contrastato da curiosa pretesa del Di- 
sdar e Chiaus, che dovessi trattenermi costì almeno per tre giorni sopra le 
considerationi, che io ero Ambasciatore d'un Prencipe inimico, e che il Gran 
Signore, ed il primo Visir potevano pentirsi di rilasciarmi, e che ordini di 
tal peso dovevano eseguirsi con matturità, e lasciar luogo a' suoi Sig." di com- 
mandare, quando così lor piacesse diversamente. Avallorava questa difficoltà, 
un vantaggio marcantilmente sopra la nave comparsa senza il Firmano con- 
sueto sul suposto forse, che in tale estraordinario caso fosse superfluo, onde 
ebbi necessità di por la cosa in negozio. Rimasto io pienamente sodisfatto 
della modestia, attività, e destre maniere, con cui nell' occorenze tutte della 
mia prigionia ha ottimamente adempiute le parti del proprio officio il gio- 
vine di lingua Alberti 1' unico lasciato meco, e che s' era parimente reso ac- 
cettissimo al Disdar, et al Chiaus. Di mia guardia, credutone impiegarlo anche 
in quest' occasione sopra la confidenza, che fosse per riuscirmi felicemente, et 
aggiunse al distintissimo, che s'è aquistato in tutto l'infelice corso di quel 
soggiorno un nuovo merito e si facesse sempre più degno della publica ge- 
nerosa munificenza. Feci dunque che loro considerasse 1' inutilità d' uu com- 
mandamento particolare per la nave, quando nell' altro appariva sì chiara la 
intentione del Gran Signore per il mio rilascio, et allontanamento, con che 
poi insinuatosi dolcemente ne loro animi, rimasero persuasi doppo essersi in 
certa maniera doluti delle maniere, che avevo ad essi fatte di prender nuovo 
consiglio con vedere a prezzo moderato le loro opposizioni svilupatemi con 
tal mezzo sciolsi da Castelli li 14 spirato principiando in quel momento solo 
sebbene non per intero ad assagiar la libertà il di cui auttore, m' è tuttavia 
ignoto. Molti lo vogliono nella persona del Capitan Bassa da me con tutti li 
mezzi possibili, con quele massime di maggiore efficacia appresso natione si 



- 94 — 

avida coltivato con tutti i riguardi. Veramente nel fratempo, che io mi trat- 
teni sopra 1' armata, ricevei da esso molte proteste d'amicizia con considera- 
tane che prescindendo, che in lui era stato sempre grandissimo il desiderio 
della guerra, e di ricuperar la Morea, non aveva trovato natione più onesta 
de Veneziani, espressioni uniformi che molte asseveranze fattemi anco in 
avanti tenere della sua piena propensione per mezzo del Sig. r Dragomano 
Carli e del giovine di lingua Brutti. Nulla però mi fu detto in suo nome, 
sin' a che egli si trattene a Castelli, mentre se ben procurò che meco s' ab- 
boccasse il suo Chiaus, non volle in modo alcuno acconsentirlo il Chiaus, solo 
doppo partito mi fece sapere dal Console di Francia, che egli per interposta 
persona l'aveva incaricato di farmi penetrare se mai n'avessi il modo. Che io 
pregassi il Signore Iddio di vero cuore di non esser tolto da quelle carceri. 
Consolatione somigliante alle tante altre de quali furono ripieni li 5 mesi 
della mia prigionia, e di tutti quelli alle 7 Torri, a quali altro non si parlava 
sopra il loro destino, che de Palli, e di lacci, e simili oribili generi di morti. 
Se ne da anche gran merito il S : g. r Ambasciator di Francia, e lo autentica 
con l'anessa lettera a cui V. r a Ser.tà è supplicata a riflettere per le considera- 
zioni, che m'onorerò far in progresso, da lui scritta in Parigi il giorno primo 
di Giugno vale a dire in tempo innocente. Certa cosa è che egli se bene siano 
stati rigettati li Uffizij fatti alla Corte dal Bruè di lui Dragomano, che seguita 
il Campo, s'è però sempre adoperato con parcialissimo amore, e se li deve da se 
medesimo molto di riconoscenza. Resta a credere, che il primo Visir vi si sia di- 
sposto per qualche occulta caggione, avendo molte volte grandissima forza per 
muover li Turchi, un semplice segno, una superstizione, e un augurio, o che ve- 
ramente tale sia stata sempre la sua intenzione, ne l'habbia prima esseguita, 
che giungessero gl'Arsiz e Cozetti espressi nel Firmano, che includo. Per me 
certa cosa è che non vi ho contribuito punto, se bene era interesse di mia 
preservazione, non l'ho creduto, che lo fosse di mio dovere, e di Publica uti- 
liià, che vi contribuissi : mentre ero in sequèstro al Topanè, tutti li studj fu- 
rono d'esser rimessi in Bajlaggio, e ne scrissi alla Ser.tà V. ra , in che non 
essendo riuscito, cambiai 1' intention mia, per che mi fosse permesso trovarmi 
una in Galata, come nella guerra fatta da Sultan Selin fu praticato col 
Bajlo Barbaro, e nel 1638 col Bailo Contarini. Aveva il Sig. r Ambasciador 
di Francia drizzata una memoria d' esse ragioni, che dovevano persuader il 
primo Visir a rimandarmi, e prima di farla vedere me la communicò, ma so- 
pra le mie istanze s' astenne poscia di presentarle, contento, che io con Bi- 
glietto lo pregassi a non inoltrarsi a ciò per mottivo che non gli spiegauo 
all'ora, ma che V. E. averebbe trovato buono, quando in voce avessi avuto il 
piacere di communicargeli : fattami poi due giorni avanti, che fossi condotto 
a Castelli da lui sapere questa ressoluzione della Corte, senza però la strana 
particolarità, che dovessi restar separato da miei, dicendoci parato a favorire 
le misure, che avessi prese con una frase, la quale con tutto, che non si spie- 



- 95 ~ 

gasse bene risuonava cosa da me giudicata contraria all'onor mio pregiudiciale 
al publico servitio, e rovinosa a tutti quelli del mio seguito ; Restò da me 
persuaso che gì' oflìzij suoi avessero a cercare di divertirmi questo disastro, e 
non potendolo, quando eh' il trattamento fosse, come pur troppo è stato du- 
rissimo mitigarlo. Allora fu sempre che io me ne fossi espresso, cha l'È. S. 
comprese quasi per intiero gl'argomenti di questa sua condotta, che sin a quel 
giorno gl'era parsa estraordinaria, e non si compiaque non solamente appro- 
varla, ma ornandomi con laudi, eh' io veramente non merito, mi permisse di 
tenersi per sin a tanto, che gli dissi, per usar i suoi termini nuove istruzioni 
sul piede, in cui l'avevo posto. Per questo come V.ra Ser.tà dalla sua lettera 
scritta in Francia, si è egli restato a chiedere per me qualche libertà, ma- 
niere migliori. 

In difetto di publiche commissioni mi son condotto Ser.mo Principe in 
questa guisa perche la maggior parte degli huomini non si lasciano muovere 
dalla gratitudine non dalla Religione, non dal timor de travagli lontani, ma 
dal sospetto de pericoli vicini, o dall'interesse presente. Una esata, e non pas- 
segera osservatione sopra tutte le guerre fatte per Taddietro da Turchi mi ha 
convinto di questa verità, che i Principi Christiani per non dire d' alcuno in 
particolare non si sono mai date in alcun tempo un forte movimento per agiu- 
tare V.ra Ser.tà a sostenere il gran peso, se non all' hora, che la Ser.ma Re- 
publica à avuti gl'Ambasciatori suoi a portata di fare, o d'udire qualche pro- 
posizione. Tanto accadde nella guerra eon Solimano nel 1535, tanto nell'al- 
tra con Selino suo figliuolo nel 1570, e di tanto vi sono degl'argomenti non 
oscuri in quella di Candia, non essendo quella della Morea di tal ragione, che 
sopra vi si abbino a verificare tali riflessi. L'osservatione potrebbe portarsi an- 
cora più oltre, e sin dove s'avanzano quei chiarissimi huomini, che si lasciano 
la memoria de quei tempi, i quali rifferiscono essersi intepiditi, e i conforti 
e 1' offerte altrui a misura che la Republica s' andava impegnando generosa- 
mente nella guerra, ma a me bastò accenarli la causa, per cui mi son fatto 
il dovere di non procurar punto il mio ritorno in Patria. Il che se non à 
servito all'oggietto prefissomi, averà giovato almeno all' Economia, a cui la 
servitù di quasi 50 buoni servitori, e sudditi di V. V. E. E. sarà stata di 
pocco peso, di pochissimo, di niuno la libertà. Ma pervenuto a Castelli il Fir- 
mano ridotta la mia divota persona, e quella del Secretano in un infelicissimo 
stato, riconosciuto affatto inutile al servitio di V.ra Ser.tà e ritrovatomi senza 
alcun publico foglio, che in tutti li quattro mesi della mia cattività sia pe- 
netrato o nelle 7 Torri o ne Castelli, benché la fede e 1' industria de confi- 
denti non vi sia mancato e tutte le altre private, che non anno tenuto la via 
di Vienna siano gionte a recarmi per questo motivo ramarico, che consolatione, 
ho ceduto alla forza de tempi, e se ho sollecitato l'imbarco, che mi volevano 
differire il Disdar e gli Ministri fu non per impatienza, ma per non ardere 
senza profitto nel fuoco dì Costantinopoli, di che dubitò forse lo stesso Cai- 



- 9 6 - 

mecan il quale alla permissione datta, aggiunse privati consigli, acciò nell'es- 
seguirla non si mischiasse alcun benché minimo indugio, e molto più per non 
dar luogo che mi si facesse sopragiungere il Secr.»o Colombo di che avevo 
gran timore, come riferirò a suo tempo. 

Mi sono dunque posto alla velia il giorno delli 14 passato e con sommo 
piacere mi ho veduta tutta la mia gente che senza riservarne pur uno ha man- 
tenuta ad onta di tante miserie illibata la Religione, e incontaminata la Fede 
verso il suo Prencipe, superate tutte le tentazioni solite far prevaricare in quel 
Paese la gente vile, quando gì' avantaggi, che se gli promettono s'aggiunga lo 
stimolo delle attuali calamità. Ma il viaggio tenuto sin a quest'aque per 22 
giorni fu Ser.mo Prencipe molesto incomparabilmente più della prigionia. La 
presa di Tine l' inondatione d' un essercito innumerabile nella Morea, l'occu- 
pation di Corinto, e di Napoli di Romania fatta dagl' Inimici in pochissimi 
giorni, e con un corso di felicità inenarabile, che appena può compirsi 1' an 
reso luttuoso, e pieno di lagrime. Immenso è il numero, grande è la forza, e 
maggiore l'astio, e la risolutione de Turchi; con tutto ciò il concorso de tanti 
accidenti che per 15 mesi continui, e prima, e doppo che si siano prese Je 
armi sono avenuti ha dell'incredibile, e del sopranaturale, ne io saprei fissar- 
mene sopra, e molto meno farne il dettaglio a V.ra Ser.tà non potendo l'animo 
a ripeterlo tra se, non che a nararlo. Correggerà però questa malvagità de 
tempi la costanza publica e la Carità de cittadini verso la Patria, e la cor- 
reggerà la virtù, e l'esperienza di questo Ecc. m0 Sig. K. r Proc. r Capitan Ge- 
neral Dolfin destinato dalla Providenza del Sig. Iddio a sotenere il peso di 
una guerra, di cui veramente la Ser.tà V.ra non ha avuta la maggiore, e la 
più determinata. GÌ' augurij di questa mia confidenza sono fin qui felicissimi. 
L'animo dell'E. S. è intiero, intiere sono le forze del mare riservate sempre 
all'onore delle publiche glorie in tante, e tante speditioni non s'ha diminuite 
in n'una benché minima parte alcun accidente della fortuna. Li N. N. IL II. 
che anno a manegiarli attendono impatiente il momento, benché vicino d'es- 
ser condotti al cimento, et a meraviglia anno preso dall'Egregio lor Condut- 
tiere l'armi per altro difficilissime di non lasciarsi punto vincere dalle disa- 
venture qui certamente non mancano, e non mancheranno dell' opera loro i 
suoi cittadini alla Patria, e la Patria a se medesima e Dio alla sua Causa. 
Partirà l'armata, e suplito, che sia all'occorrenze viaggio lo proseguirò sino a 
Corfù, e colà attenderò la publica commissione di ripatriare, non credendo 
che mi si convenga di presentarmi a V.ra Ser.tà prima che l'Ecc. mo Sen.° me 
lo acconsenta. L'obligo mio era veramente di fermarmi nella prima terra della 
Ser.ma Republica, ma le congiunture presenti me 1' anno vietato, e chiedo 
umilmente perdono, se col passare tant'oltre et ove più solleciti possono giun- 
germi i public! comandi, offendessi in qualche parte la delicatezza, con che 
la rassegnatione mia gl'averebbe in tempi men crudeli di questi attesi al con- 
fine. E qui prego divotamente la Ser.tà V. ra in atto di ossequio il più rispet- 



- 97 - 

toso a dimenticarsi de miei passati disaggi, e non rifletter al bisogno, che in 
me per altro è grandissimo di riposo, e di tranquillità ma disponerc intiera- 
mente dì mia persona, e credere, che quali possano essere le mie comissioni, 
saranno da me ricevuti con soma veneratione, et ossequio, come se presente- 
mente entrassi fresco e nuevo al travaglio. Benché V. r » Ser.tà gl'abbia accor- 
dato benignamente la sua licenza, si tratterà meco il sig. r Secrettario Fran- 
ceschi, parato anch'esso con costante, et illare animo a servir la sua Patria, e 
non abbandonare il suo impiego se non all'ora, che a me sarà permesso de- 
ponere il mio. Quanto io potrei dire sarà sempre inferiore a quanto se gli 
doverebbe, e V." Ser.tà ne ha avuti argomenti sensibili, e perchè ne sia per- 
suasa qualunque mia osservatione è ormai soverchia. Chiudo il presente umi- 
lissimo foglio con la sorpresa fattami nell' aque di Modon dal N. II. E. Vi- 
cenzo Pasta Proved. Estraordinario in Regno la di cui insigne costanza a 
tanti pericoli m'ha intenerito, ed indi in questa dell'E.mo Sig.r IO" Procura- 
tor Gen. al Capitan, che onorando il mio nome col titolo di Cavaliere m'arino 
i primi fatto sapere il distintissimo grado a cui V. r a Ser.tà ha voluto ellevar- 
mi, e quello egualmente distinto a che ha promosso il Sig. Lorenzo mio Fra- 
tello. Dio sa Ser.mo Prencipe che io non mento. Ho avuto l'onore di servire 
la Patria replicatamente nella T. Ferma e nell'Ecc mo Collegio e nel presente 
importantissimo Ministro, ne oggetto alcuno è giunto a contaminare la purità 
de miei sacrifieij. Ho servito per nuli' altro che per servire, e più oltre, che 
a questo solo termine non ho portato li miei desidenj. La Ser.tà V. ra ha vo- 
luto profondere sopra di me e casa mia gratie non meritate ne attese. Le cu- 
stodirò con veneratione, e nell'uso d'esse rinnoverò tutti i giorni 1' antico sa- 
cro impegno di non amar doppo Dio e non me stesso al pari della m ; a ado- 
ratissima Patria. Gratie. 



Dalle aque del Zante Nave la Francia 
li 7 Agosto iy rj. 



Andrea Memo Kr. Bajlo. 



(R. Biblioteca Univ. di Padova, 

Ms. 2223. n. io. Carte 47-59). 



- 98 - 



III. 



TRATTATO del 13 Aprile 1716 
fra Carlo VI e la Repubblica di Venezia. 



(Dal diploma originale nell'Arch. di St. Ven. Documenti restituiti dal Governo Austriaco. 
Busta Pacta N. 4, sotto fascia N. 31). 

Nos Carolus Sextus Divina favente Clementia, electus Roma- 
norum Imperator, seniper Augustus, Ac Germaniae, Hispaniarum, 
Hungariae, Bohemiae, Dalmatiae, Croatiae, Slavoniaeque Rex, Archi- 
dux Austriae, Dux Burgundiae, Barbantiae, Stiriae, Carintiae, Carnio- 
liae, Limburgi, Lucemburgi, Geldriae, ac Superioris et Inferioris 
Silesiae, età, Wiirtembergae, Princeps Sveviae, Marchio Sac. Rom. 
Imp. Burgoviae, Moraviae, Superioris et Inferioris Lusatiae, Comes 
Habsburgi, Flandriae, Tijrolis, Ferxtis, Kyburgi, Goritiae et Na- 
niurci, Landgravius Alsatiae, Dominus Marchiae Slavoniae, Portus 
Naonis et Salinarum, etc. etc. 

Notimi testatumque facimus, quorum interest Universis. 

Postquam Foedus Anno Millesimo Sexcentesimo Octuagesimo 
Quarto, die quinta Martij a Sereniss. et potentiss. Principe Leo- 
poldo Romanorum Imperatore qua Hungariae, Bhemaeque Rege 
ac Aivhiduce Austriae, Nostro Colendissimo Domino ac Genitore 
glor. mem. cum Seren. ,no et Potent." 10 Principe Joanne III Rege 
Regnoque itidem Poloniae, nec non Illustr. n)a Venetorum Repu- 
blica Linzij sub auspicijs Innocentij XI Summi tunc in Terris 
Christi Vicarij et Pontificis contra immanem Christiani nominis 
hostem Turcam feliciter initum sub die XIII Aprilis Anni curren- 
tis cum eadem jnclijta Republica per destinatos ad id utrinque 
Ministros sufficienti Mandato instructos, quorum nomina Tractatui 
inserta : mandata vero hic subjecta conspiciuntur, hic Vienna con- 
firmatum, renovatum, atque etiam adjectis quibusdam, securitatem 
Italiae respicientibus Articulis sequentis tenoris ad auctum fuit. 



- 99 



In Nomine Sanctissimae Trinitatis. 



Postquam Turca Communis Christianitatis hostis, Seren. ma Ve- 
netorum Reipublicae seposita omnibus gentibus veneranda pacto- 
rum Sanctimonia, contra pacis Carlovicensis tenorem, nulla pros- 
sus adducta solida, vera et fundata ratione bellum indixerit, lega- 
tum suum contra receptum ab omnibus gentibus morem, barbare 
habuerit, ad Carceres detruserit, Terras Ditionesque Armis suis in- 
festa veri t, ac denique excidium, si vires sufficiant, eidem minitatus 
sit, prefata Sereniss. ma Respub. a per Legatos suos Augustissimo Ro- 
manorum Imp Carolo VI quae Successerunt, exposuerit, Sua Sac. 
Caes. Regioque Càth. ca Majestas vera omnia officia, licet exquisi- 
tissima apud Portam multoties adhibuerit, ac eidem, quae Carlo- 
vincensìbus Articulis continentur, quaeque vi Sacri Foederis Suae 
Maj estati incumbant, ac obligante, serio sincereque significaverit, 
Porta horum omnium nulla habita ratione a suscepto desistere no- 
luerit, sed decretum bellum omni conatu prosequi statuerit, Ser. ma 
Venetorum Resp. ca idcirco ad Sac. Caes. Regiamque Catholicam 
Majestatem tamquam praecipuum Sacri Foederis Socium se conver- 
tii-, quae pactorum, avitaeque religionis memor eidem Armis Con- 
silijsque adesse non detractavit. Utitaque praefatae Serenis. ma Rei- 
pub. Sacrique Foederis Socijs, et denique communis Christianitatis 
bono melius consulatur, placuit per Commissarios et Legatura piena 
auctoritate jnstructos, nempe ex Parte Sac. Caes. Regiaeque Catti. 3 
Majestatis, per Illustrissimum, ac Illustrem, nec non Ulustres ac 
Magnificos Ejusdem respective Cammerarios, Aurei Veìleris Equi- 
tes, Principem Eugenium de Sabaudia et Pedemontio Consilij Bel- 
lici Praesidem, Locum Tenentem Generalem ac Ducatus Mediola- 
nensis Gubernatorem, Joannem Leopoldum Donacum Sac. Rom. 
Imp. Principem a Trautsohn Comitem de Falkstein Philippum Lu • 
dovicum Comitem a Sinzendorf et Thanausen Sac. Rom. Imp. The- 
saurariarum Autaeque Cancellarium Thomam Gundaccarum Comitem 
a Stahrenberg, Majestatis Suae Consiliarios jntimos. Ex parte vero 
Sereniss. ma Reipub. per Eiusdem apud Aulam Caesaream Legatum 
Ordinarium Nobilem Petrum a Grimani Equitem sub auspicijs 
Christi in Terris Vicarij Sanctissimi in Christo Patris Clementis 
Divina Providentia Stimmi Pontificis hujus nominis Undecimi, in 
hac Aula Caesarea, comutatis prius Plenipotentiarium tabulis, hisce 
sub finem annexis, ac Divini Nominis Gloriam et Christianae Rei- 
publicae salutem, ac tutamen, in sequentes amicitiae, Societatisque 
Leges denuo convenire. 



— IOO 



Articulus I. 



Sit maneatque inter Sa e. Caes. Reg. Cath. Majestatem Caro- 
lum Sextum qua Hispaniarum, Hungariae, Bohemiaeque Regem, 
Archiducem Austriae, tunc aliarum Provinciarum Haereditariarum 
Dominum ac Haeredem, suaeque Majestatis in haereditaria Regna 
et Provincias Successores et Sereniss. m Rerap. m Venetam, obfirmandae 
Societatis fundamentum et basis, Foedus illud Sacrum sub Auspi- 
cijs Olim Summi Pontificis Innocentij XI pijssimae recordationis 
5« u Mirtji Anni 1684 Linzij, cum Articulis Separatis de 2o. mo 
ejusdem mensis et anni, inter Sacram Caesaream Maj. tem Leopol- 
dum et qua Hungariae pariter Bohemiaeque Regem, Archiducem- 
que Austriae, tum aliarum Haereditariarum Provinciarum Domi- 
num et Haeredem. Joannem Tertium Regem Regnumque Poloniae 
ac Ducatum Lituaniae, et Ser. m Venetorum Remp. m inituin Sacro- 
% que jure jurando ad manus Suae Sanctitatis corroboratum, nisi in 
quantum id exigente moderno verum sfatti sequentibus Articulis 
mutuo placito et consensu sive immuctatum, sive adauctum ali- 
quanto, ac magis dilucidatimi fuerit, ita ut quidquid de Unione 
Consiliorum, viriumque, de disposinone Exercituum, de Expeditioni- 
bus bellicis, paceque separata nulla tenus confìcienda seu acceptanda, 
ac denique de ligamine semper duraturo in eo statutum fuit, invio- 
labiliter firmum, ratum, gratumque habendum sit. 

Articulus II. 

Cum itaque contracta priore Fo edere Società s ad solum bellum 
Turcicum restringatur, cui Sua Majestas Caesarea Regio-Catholica 
nunc quoque totis viribus incubere intendit, metuendum vero sit, ni 
evocato ex Italia milite Regnimi Neapolitanum alijsque Status, quos 
ibidem nunc possidet a quopiam turbentur, vel Armis etiam Terra 
Mariue infestentur. Hinc Sacra Caesnrea Regio-Catholica Maj. as prò 
Se, Ejusque in dictis Regnis ac provineijs successoribus ex una, 
ed ex alia Sereniss. a Resp. a Veneta Securitati Italiae, dictorumque 
Regnorum et Provinciarum consulturae, tanque salutare sibi ac 
Caesareum propositum promovere cupientes soleniter hisce invicem 
promittunt ac spondent. Se in casum Secuturae, durante hoc bello 
Turcico, hostilis aggressionis contra quemeunque alium invasorem 
sibi esse invicem opitulaturas, vimque ostilem conjunctis Armis pro- 
pulsili as, quaequidem casu existente determinanda erunt : Coeterum 



IOI — 



ratum firmumque maneat, quod praesens conventio ad solum hoc 
brllum Turcicum ejusque durationem restringatur. 

In praesentiarum vero et vel ex nunc utrinque ad jamplacuit 
et convenir., ut casu ilio eveniente Sereniss. a Respub. a teneatur suis 
sumptibus, Octo Naves bellicas una cum Sex Mille Peditibus Ma- 
jestati Suae Caesareae Regioquae Catholicae in auxilium submittere 
prout vicissim altefata Majestas Sua Ser. mae Reipublicae quando Pro- 
vincias ejusdem Italicas durante scilicet hoc bello Turcico ab alio 
quocunque infestari contingeret, Duodecim Millibus Peditum suis 
pariter sumptibus auxiliaturam se spondet Quod si sepedicta Ser. ma 
Respublica duna casus existeret, supra promissas Octo Naves bel- 
licas classi sua forte alibi contra Turcam impedita, submittere ne- 
quiret eas aequipollenti numero alijs in usu belli adaptatis Navi 
bus suppleturam se hisce pollicetur. 

Articulus III. 

Quae superiori Articulo Auxilia de submittendis Sex Mille pe- 
ditibus et Octo Navibus bellicis Serenissima Respublica promisit, 
ea in hunc modum declarari placuit, ut quando una eodemque 
tempore Regnum Neapolitanum simul, et Ducatum Mediolanen- 
sem aliosve Status, quos Sua Caesarea R.-Catholica Maj. as nunc in 
Italia possidet, a quopiam hoste simul invadi contingeret, in eum 
casum S. a Resp. 8 suis sumptibus Altefate Suae Majestati Sex Mille Pe- 
dites et Octo Naves bellicas in auxilium submittere teneatur, ita tnmen 
ut Sex Mille Pedites in Mediolanensi et Mantuano Ducatibus, nec non 
in fortalitijs et locis in Hetruria cum a Sua Ces. a Majestate pos- 
sesis, militare solum teneantur, et Octo Naves bellicae in Auxi- 
lium Regni Napolitani tantum esse debeant. In casum vero solus 
Ducatus Mediolanensis vel aliae supradictae Provinciae Caesareo- 
Austriae hostiliter impeterentur, tunc Sereniss. a Respublica solos 
Sex Mille Pedites absque Navibus bellicis : At ubi solum Regnum 
Neapolitanum bello infestantur, absque quod in idem praedicti Du- 
catus, et Status Caesareo-Austriaci una implicarentur, in hunc ca- 
sum eadem Serenissima Respublica Octo Naves Bellicas, et insu- 
per Tria Millia Peditum, et hos quidem summa, qua fieri potest, 
festinatione, eo modo in auxilium' dicti Regni mittere obstricta 
sit, ut vicissim Sua Sacra Caesarea Regio-Catholica Majestas parem 
numerum militum in Dalmatiam abligare vel Militem Venetum in 
Regnum Napolitano existente proprio Caesareo Milite permutare, 
illumque Reipublicae demicum remittere teneatur. Casu quo vero 
saepe Altefata Sua Majestas Caesarea Regio-Catholica dictos Tres 



— 102 — 

Mille pedites intra bimestre Sereniss. mae Reip. ae in Dalmatia pari 
numero non reficeret, nec Militem Venetum in Regno existentem 
submisso proprio Milite inde deduceret, aut exigentibus ita circum- 
stantijs reficere aut deducere non posset, Sua Majestas Militem 
Venetum suo stipendio tamdiu in Regnum alendum suscipit, quous- 
que vel ejus supplementum in Dalmatia, vel ejus deductio ex Regno 
sequatur. Coeterum id ratum firmumque manet, Copias et respective 
Naves, quae mutuo Auxilio mittuntur, proprijs cujusque stipendijs et 
sumptibus Militare in comparanda vero annona quemvis alterum 
coadjuvare debere, ne eam prò auxiliaribus Copijs majori, ac prò 
proprijs suis pretio comparare opporteat, nisi forte utrinque ita con- 
veniret, ut Sua Majestas Tres Mille Pedites a Republica in Regnum- 
Neapolitanum mittendos Suo : et è contra Respublica Militem Cae- 
sareum in Dalmatia subsidiarium suo quoque dispendio sustineat. 

Articulus IV. 

Contra Saepefata Sua Caesarea Regio-Catholica Majestas pro- 
mittit ac spondet, se praesenti vero bellum Turcis declaraturam, 
ac totis viribus illatura esse, juxta ac in Sacro Foedere de anno 
£684 (: finito hoc bello semper duraturo:) conventum, et vi prae- 
sentis Tractatus confirmatum est, 

Articulus V. 

Ad obfirmandam porro eo magis mutuam amicitiam, neces- 
situdinisque vinculum, liber sit utrique parti per alterius Ditiones, 
Terra. Marique transitus innoxium et citra ullum alterius partis, 
ejusque sudditorum gravamen, nec non trajectus Copiarti m Com- 
meatuum , ac omnium denique rerum ad apparatimi bellicum 
spectantium, ita ut hujus rei causa non modo nullum unquam 
obstaculum aut impedimentum alterutri ab altera durante hoc Foe- 
dere, quavis ratione vel praetextu deinceps ponatur, verum etiam 
Res]). a erumpente Lello lume innoxium transitimi ac tutam Navi- 
gationem, quantum per eam stat, omnibus modis promoveat. Quo 
vero transitus per utrinque Terras et Provincias sudditis innoxium 
sit, ijsque damnum nullum aut noxa inferatur, eveniente casti ejus 
utrinque requisitionem praevie fieri placuit. 

Articulus VI. 

El si vi Foederis inter Sacram Majestatem Leopoldum pri* 
mum et Rcgem Poloniae Joannem tertium Regnum<|iic Poloniae ac 



- i<>3 - 

Ducatum Lithuaniae Varsaviae die 31 Martij 1683 initi, ac Linzij 
anno 1684, 20 Martij ad Serenissimam Venetorum Rempublicam 
extensi, niodernus Augustus Poloniae Rex omni ligamine contra 
Turcas teneatur, nihilominus ad renovationem hujus Sacri Foede- 
ris, una cum Regno Poloniae, et Magno Ducatu Lithuaniae sub 
auspicijs itidem Suae Sanctitatis invitabitur, solenni jure jurando 
ad manus ejusdem corroborandi. 

Articulus VII. 

Utile pariter proficuumque visum est, Moscorum Czaarum eo, 
quo ultimi s dijndicabitur, modo, ad praesens hoc Foedus, si de- 
sideraverit, admittere sicut et omnes Christianos Principes, et ul- 
tro se offerentes, ita tamen, ut amicorum et Foederatorum Princi- 
pum consonus accedat assensus, quoties aliquis praefatorum noviter 
admittendus erit. 

Articulus Viti. 

Diplomata vero Ratificationum hujus rcnovati Foederis DD. 
Comm'ssarij et Legati Plenipotentiarij mutuo in Aula Caesarea in- 
tra Mensis spatium, vel citius, si fieri poterit, commutabunt. In 
quorum fidem Nomine Augustissimae Suae Majestatis Caesareae 
Regio-Catholicae et Sereniss. mae Reipub. cae Venetae, Literis Ple- 
nipotentiarum mediantibus, Nos Commissarij Caesarei Plenipoten- 
tiarij: et Ego Legatus Plenipotentinrius Venetus manibus proprijs 
haec subscripsimus, et Sigillis munivimus. Actum in Urbe Vienna 
die XIII Mensis Aprilis Anno Domini Millesimo Septingentesimo 
decimo sexto. 

(L. S.) Eugenius A Sabaudia. 

(L. S.) joannes Leopoldus Princeps Trautsohn. 

(L. S.) Philippus Ludovicus Comes a Sinzendorff. 

(L. S.) GUNDACCARUS COMES A S TAHRENBERG. 

(L. S.) Petrus Grimani Eques. 

[Unita al trattato sì trova la Plenipotenza Cesarea, e una lettera di 
Carlo VI, del 16 maggio 17 16, diretta al Doge. (Cfr. Disp. Amb. in Ger- 
mania filza 205 e. 391, 16 maggio 17 16). 

Nei Commemoriali, e. 18, si trova una riproduzione del Trattato, abbre- 
viata, con le due Plenipotenze, e le due ratifiche di esso Trattato], 



104 



IV. 



PLENIPOTENZA 

per il trattato di Passar oivitz — 17 18 



|Ho già accennato ai documenti e diplomi ammessi ai dispacci 
del Ruzzini da Passarowitz. — Le plenipotenze poi sono state pub- 
blicate da V. Bianchi (Istor. rei. della pace di Posaroviz — Pa- 
dova 17 19) p. 79 Imperiale, 82 Veneta, 83 Britannica, 85 Olan- 
dese. — Manca però la Plenipotenza del Doge Giovanni Corner II 
al Ruzzini, per il caso di un armistizio Austro -Turco, a cui dovesse 
aderire anche Venezia, durante le trattative di pace — Perciò la 
trascrivo qui esattamente, dalla pergamena veneta.] 



JOANNES CORNELIUS 

Dei Gratta Dux Venetìarum, et (Jniversis, et Singulis quorum interest^ 
et quomodolibet interesse potest, notum facimus et tcstamur. 

Dall'aperture di pace che si sono andate auuanzando tra la M.tà del Ser.mo 
e Potentiss. mo Imp. re de Romani, et la Rep.ca N # ra con il Ser.mo e Potentis- 
simo Rè della Gran Brettagna, e delli Alti, e Potenti Stati delle Prou.e Unite, 
polendo nascer il caso che sia per conuenirsi prima in alcun Armistitio, col 
maneggio delli Prestanti, e Nobili Sig.r K.<" Suton Amb.re del Sud.to Rè della 
Gran Brettagna, e del Sig. r Coliers Amb. r pure de Stati med.mi arriuati, 
che siano al Congresso gl'Amb." Plenipotenziari d'essi Principi interessati, 
però Inclinando Noi di secondar li consigli della M.tà dell' Imp.re j e di faci- 
litar 1' occasione, et il modo di stabilire la reciproca concordia concedemo in 
virtù della presente N.ra Plenip.a al Dil.mo N. II. Ms. Carlo Ruzzini K. r IV 
Amb.r Est. rio Plenip. r »° soggetto di virtù e stima, facoltà di firmare, ogni qualvolta 
occorresse, per Nome della Rep.ca N.ra, Armistitio, con cadaun Articolo, con 



- los - 

gì' Ill.mi Nobili, e Prestantiss.mi Hebraim Effendi attuai 2. do onorando Pres- 
sed.te della Camera detta Schak, et il terzo Pressid. te della stessa Camera, 
destinati Plenip.nj del sud.o Ser.mo Imp.re de Turchi con l' opera e mezo sti- 
matiss.mo de stessi SS." Mediatori, potendo à questo fine supplire à tutto 
quello occorrerà, pronti Noi d' auere per rato, e concluso tutto ciò, che da esso 
Plenip.no N. 10 sarà stabilito, concluso, e firmato. 

Dat. in N.ro Dli Pal.o Die 

XXVIII Aprilis Ind.e X MDCCXVIII. 



(Pè ^ 0fc GÈ (M <** (M 



INDICE 



Cap. I. — Introduzione -Pag. 5 

» II. — Prodromi della guerra » 11 

» III. — Vittorie Turche ed alleanze Europee .... » 29 

» IV. — Vittorie Austro-Venete » 39 

» V. — La pace di Passarowitz » 53 

» VI. — Conclusione » 67 

Documenti: 

I. — Traduzione delle ragioni etc » 75 

II. — Lettere varie di A. Memmo » 87 

III. — Trattato di rinnovamento della Sacra Lega ... » 98 

IV. — Plenipotenza all'ambasciatore Ruzzini. .... » 104 

Incisioni : 

I. — Il doge Giov. Corner » 5 

IL — Carta della Morea » 11 

III. — Pianta di Corfù » 29 

IV. — Il principe Eugenio di Savoia » 39 

V. — Il Congresso di Passarowitz » 53 

VI. — L'imperatore Carlo VI » 67 



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AMY • A. • BERNARDY 



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* TVRCO-VENEZIANA 



FIRENZE MCMII — G. CIVELLI EDITORE 



UNIVERSITY OF ILLINOIS-URBANA 




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