(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "Manuale dantesco, Volume 5"

This is a digitai copy of a book that was preserved for generations on library shelves before it was carefully scanned by Google as part of a project 
to make the world's books discoverable online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subject 
to copyright or whose legai copyright term has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 
are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other marginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journey from the 
publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with libraries to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we bave taken steps to 
prevent abuse by commercial parties, including placing technical restrictions on automated querying. 

We also ask that you: 

+ Make non- commercial use of the file s We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commercial purposes. 

+ Refrain from automated querying Do not send automated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a large amount of text is helpful, please contact us. We encourage the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attribution The Google "watermark" you see on each file is essential for informing people about this project and helping them find 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are responsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countries. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we can't offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
any where in the world. Copyright infringement liability can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's Information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps readers 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full text of this book on the web 

at http : //books . google . com/| 



y Google 




dby Google 



y Google 



y Google 



y Google 



y Google 






.;f 




MANUALE DANTESCO 



DEL PROF. 



GIUSEPPE JACOPO FERRAZZI 



VOLUME V. 



.1 • 





yGoogre 



y Google 



a^^ 



MANUALE DANTESCO 



VCL. V ED ultimo: 



V 



y Google 



y Google 



ENCICLOPEDIA 

DANTESCA 

DEL PROF. 

GIUSEPPE JACOPO FEEEAZZI 

Premiata colla Medaglia d' Argento 

NEI CJONCRESSI PEDAGOGICI DI NAPOLI E DI VENEZIA. 



BIBLIOGRAFIA, PARTE IL 

AGGIUNTAVI LA 

BIBLIOGRAFIA PETRARCHESCA. 

Yol. V ed nltiino. 

Meno t'ho inoaosi: oinai per te ti cibii. 
I^rg. X. -'5. 



BASSANO 

TIPOGRAFIA SANTE POZZATO 



187 7. 

Digitized by V^OOQIC 



l'roitrictà Letteraria. 

Digitized byLjOOQlC 



A SUA ECCELL. IL COMM. 

MICHELE COPPINO 

MODERATORE SUPREMO DEGLI STUDI 

NEL REGNO D'ITALIA 

UOMO D'INTELLETTO DI SCIENZA E DI CUORE 

INTEGRO AL DIRE E AL FARE 

GroSEPPE JACOPO PROF. FERRAZZI 

QUESTO ULTIMO LAVORO 
D. D. D. 



AL TUO NOME IL MIO DESIRE 
APPARECCHIAVA GRAZIOSO LOCO. 



y Google 



y Google 



PREFAZIONE 



Con questo volume pongo fine. al mio Manuale 
Dantesco. A me non istà parlare dell* utilità del 
lavoro : ne lascio giudice il pubblico, che anche pel 
passato mi sorresse con tanta indulgenza. Delle 
inesattezze certo. ve ne saranno ; né forse mi sarebbe 
stato possibile lo scansarmene. Chi pensi per poco 
Tingente numero degli autori citati, talora sulla fede 
de' periodici , talora di corrispondenze , in cui non 
puoi sempre bene cogliere il carattere; chi pensi 
le molte difficoltà che, in tal fatta di studi, quasi 
ad ogni passo attraversano il cammino, vorrà, io 
spero, contrappesando Vun con V altro lato, es- 
sermi cortese di perdono. Non di rado per appurare 
una sola notizia mi avvenne di scrivere più volte, 
senza potermi acquetare ai riscontri avuti. — Mi 
allargai ne' Commenti parziali, che mi parve bello 
oflfrir unito un tesoro di chiose illustrative, spigolate 
con pazienza pertinace da giornali, da opuscoli di- 
venuti rarissimi, da varie opere di autori pregevoli 

Digitized by VjOOQIC 



IV PREFAZIONB. 

in che si giacevano racchiuse. — Per gli schiari- 
menti di alcuni passi storici non mi venne meno 
l'invocata cortesia di valentuomini generosi, nelle 
patrie cronache versatissimi. E larghi sussidi, oltre 
a quanto avessi potuto sperare, mi vennero dal 
di fuori; onde son lieto di testificare pubblica- 
mente la mia riconoscenza al dott. Zbiler bibliote- 
cario di Praga, al co. Géza Kuun di Pest. a' dotti 
e dilettissimi miei amici prof. LuniN e prof. Scar- 
TAZZiNi, al prof. TiENHOVEN di Amsterdam, e segna- 
tamente al dott. Gaetano Vidal, prof. nelFUniversità 
di Barcellona, anime gentili, che non fecero mai 
scusa , ma , con bontà di animo , fecero i prieghi 
miei esser contenti.. 

Alla Bibliografia Dantesca mi piacque pur ag- 
giungere una Bibliografia Petrarchesca, lavoro^ 
ch'io sappia, fin qui intentato; che il Marsand ci 
diede quella dell* edizioni del Canzoniere e di alcuni 
scritti che lo riguardano, e THorUs quella dell* edi- 
zioni della Rossettiana di Trieste. Più largo campo 
corre la mia. — E anzi tutto mi sia consentito di 
preporre alcune considerazioni sugli studi che si 
fecero su questo secondo luminare della nostra let- 
teratura. 

Il Canzoniere, non v*à dubbio, è la più soave 
lirica del mondo, il più perfetto monumento dellal 
poesia amorosa tra le nazioni moderne. Ma puri 
troppo, tra noi, per ben due secoli divenne il libroj 
di moda, e direi, la Bibbia dei poeti. L'apparente] 
facilità di mettere insieme quattordici versi, il sen- 
timento d'amore connaturato in tutti, ma che il| 
Petrarca rivelava con un'armonia senza esempio,! 
e in una lingua nitida, e dopo cinque secoli tutta 

Digitized by VjOOQIC 



PREFAZIONE. V 

Tira e fresca, ingenerò una turba di pedanti che 
fli si appiccarono addosso, che non mossero un*orma 
senza lui, e se non retro lui, gente parassita che 
con versi freddi, non sentiti, con frasi raccattate, 
credeasi a buon mercato guadagnare il nome che più 
flfira e più onora, A Dante que' piccini non ardi- 
rono pur d'appressarsi; sgomentavali l'altezza su- 
Mime di quel Titano della poesia, che a guisa di . 
l^one, anche quando si posa, non che riverenza mette 
rimore in chi lo guarda. Oltre a che aveali già fatti 
u:corti che l'acqua ch'ei prese giammai non si corse, 
*= che perciò non si avventurassero di mettersi in 
j^lago dietro suo legno, che, perdendo lui, ne ri- 
marrebbero smarriti. Per lo contrario pareva loro 
agevole crearsi una Deità convenzionale, notomiz- 
zame le bellezze, giocherellare di bisticci e di con- 
cettini, nella speranza di aggiungere il modello se 
con di entrargli innanzi. Ma ad essi mai spirò il 
cuore, ed il cuore solo dà intelletto al poetare. Ed 
a tanto crebbe e sopraccrebbe la frenesia di questa 
s^'uola bastarda di cantori evirati che, se prèstiam 
fede al Crescimbeni, nel solo secolo XVI vi ebbero 
niente meno che 660 Sonettieri. Nella sola Venezia, 
scrive il Rubbi, si poteva fare una scelta di XII 
Canzonieri, e Marco Foscarini avea già riunite e 
preparate per la stampa le Rime di ben sessanta 
gentiluomini veneziani. Era dunque necessario che 
si mettesse riparo a questa fiumana irrompente, che 
nulla più valea rattenere. Ci narra il Capponi che 
verso il 1520, certi maestri di scuola vietavano agli 
scolari leggere il Petrarca fSl, di Fir. t ii, p. 466); 
e nella stessa Venezia vi ebbe un'Accademia, la 
quale, ammirando pure ed esaltando il Petrarca, 

Digitized by VjOOQIC 



TI PRBPAZIONB. | 

veniva sceverando in esso ciò che domandava la i 
venerazione di tutti i tempi e ciò che bastava ve- ' 
nerare nell'infanzia della lingua e' deli* arte. Se non 
altro tutta quella colluvie di sonetti, di ballate, di , 
madrigali rimase a danno delle carte, né valse a 
salvare dall'oblio i migliori la testura del verso, la 
venustà della forma squisita e finissima. 
/ Con miglior stella lo scelsero a guida gli stra- 
nieri: ne colsero la nota, se ne abbellirono, seguendo 
il libero volo del lor genio. — I poeti castìgliani 
che fiorirono al tempo di Giovanni II, ed i catalani 
che cantarono al tempo di Alfonso V bevvero tutti 
alle fonti del Parnaso italiano. Inntgo de Lopez de 
Mendoza mena vanto di aver composto i suoi canti 
suir andar degF italiani (hechos al itàlico modo!. 
Aitsias March, soprannominato il Petrarca Valen- 
ziano, innamora anch' egli della sua Teresita di 
Momboy in una chiesa di Valenza, e in un venerdì 
santo (1), e con passionata mestizia la canta viva 
e morta in una serie di componimenti (cants, e- 
stramps, espargos) le cui note non ti son nuove, ma 
ti par d'averle altra volta ricolte. Mosseti Jordi 
de Seni Jordi si scalda alla fiamma del più gentile 
dei poeti, e sale in bella nominanza. Nella Canzone 
degli Opositos e nel Setge d'Amor (2) e in molte 
altre crobe vi leggi specchiata V imitazione del suo 
prediletto Autore. Pur nondimeno gridarono molti il 
Petrarca plagiario dell' Ausìas e del Jordis (3), e più 
mi duole di trovarne confermata la voce dal Fo- 
scolo (4), e di recente in un bell'elogio uscito tra 
noi nell'occasione del Centenario. — Più tardi, in 
Ispagna, l'endecasillabo e la melodia del sonetto 
italiano fu messa in grido dal Navagerio, che sa- 

Digitized by VjOOQIC 



PBBFAZIOMB. VII 

peva a mente tutto quanto il Petrarca, quando fu 
ambasciatore alla corte di Carlo IV in Granata. Ne 
tentò la prova il Boscan: Garcilaso de la Vega, 
r Herrera, fra Luigi de Leon colla dolcezza de* lor 
versi lo accreditarono. Una tal forma fu accolta in 
Portogallo dal Camoens, in Inghilterra dal Shake- 
speare, ed i più grandi poeti stranieri fecero alleanza 
nella poesia del Petrarca, il quale, ben nota TAle- 
ardi, col suggello dell* amore segnò V unità del genio 
moderno. — loost van Vondel, il più originale, il 
più grande de' poeti olandesi, peregrina ad Arquà, 
vi si ispira, e canta della grande influenza del Pe- 
trarca su tutti i poeti del mondo. — Costantino 
Huygens (5) ne' suoi Korenbloemen, e ne' suoi Dag- 
werck, canta mestamente la sua donna tra le belle 
bella, e che Dio si tolse per adornarne il cielo e 
cosa era da lui. Ma lei morta, che lo facea parlare, 
glie morta pur l'ispirazione; il poema ordito giace 
in abbandono , che mancagli la dittatrlce de' versi 
d'amore, la pia e leggiadra fanciulla che guidava 
le penne delle sue ali a voli più alti. — Alessandro 
Kisfalvdi arde di una giovinetta, di nome Elisa: 
secondo che amore il governa e piagne e ride, teme 
e s' assicura. Ei pure, senza cessar d' essere origi- 
nale, si fa norma de' versi del Nostro, e se ne infiora : 
per la venustà delle imagini, per la grazia dello 
stile meritò esser chiamato il Petrarca dell' Un- 
gheria (6). 

Una parola sui traduttori. — In latino non avemmo 
che il tentativo di qualche sonetto, di qualche can- 
zone, e nulla più. Valenti interpreti trovò la canzone 
Vergine bella, ed è rimasta famosa la versione 
delle Chiarie, fresche e dolci acque di Marcantonio 

Digitized by VjOOQIC 



vili PBBFàZIONB. 

Flaminio. — Anche i nostri poeti vernacoli si arri- 
schiarono di accostarglisi, ma smisero ben tosto la 
prova. — I Trionfi furono i primi ad asser tradotti 
in lingue straniere, più tardi il Canzoniere. Tedeschi 
ed Inglesi lo fecero suo ; studiaronsi i Francesi tra- 
piantare quella fragranza di fiori ove sentirono V aer 
primo; le altre nazioni gli odorarono appena. — 
Fin dal suo tempo T Alighieri scriveva: nulla cosa 
per legame armonizzata potersi dalla sua in altra 
loquela tramutare senza rompere tutta sua dolcezza 
e armonia Se ciò è vero rispetto a tutti i poeti 
e di tutte le nazioni, è incontrastato rispetto al 
Petrarca. Que' piccoli drammi, que' gentili lavohetti, 
dove il più consiste nella serenità, nella leggiadria, 
e direi nel profumo delle imagini, ne' suoni amorosi, 
voltati in altra favella, perdono tutta la lor fre- 
schezza. Son pianticelle delicate che si disconven- 
gono in terren non suo. La musica di que' versi, 
ben diceva T Aleardi, non può essere interamente 
colta dallo straniero, il quale se tenta riprodurre 
le grazie fuggitive sotto la mano un pò* sempre 
pesa del traduttore le vede dileguar via via. E però 
un valentissimo letterato greco, e insieme profondo 
conoscitore della nostra letteratura, scrivevami, es- 
sere il Petrarca, secondo lui, intraducibile, e per 
questo nessuno essersi cimentato a farlo ospite nella 
patria di Anacreonte. Di qui la causa perchè le ver- 
sioni del Canzoniere a gran pezza non agguaglino 
in numero quelle della Divina Comedia, del Furioso 
e della Gerusalemme Liberata. 

Mi passo de' centonisti, de' contrafifattori, de' retori, 
de' grammatici, che i più non fur mai vivi ; toccherò 
un poco le opere latine, troppo forse dimenticate. 

Digitized by V^OOQlC 



PREFAZIONE. IX 

Di tatte le opere latine del Petrarca abbiamo, 
in men d*un secolo, sei edizioni accertate; dalla 
principe basileese del 1496 ali* ultima pure basileese 
del 1581. — Tra esse, ottenne maggior grido quella 
De RemedUs, e già se ne conoscono ben 21 ristampe 
separate, e parecchie versioni in lingue straniere, e 
pur queste più volte riprodotte. Ed è notevole che col 
cominciar del seicento non si vegga più che qualche 
rarissima edizione di una o d'altra dell'opere morali, 
uscita dal Le Preux di Berna, o dallo Stoer di 
Ginevra. Le mattezze del seicento e le sdolcinate 
pastorellerie del settecento se cacciarono di nido 
la maggior nostra musa con più ragione doveano 
far cader neglette le opere del Petrarca, scritte in 
una lingua men coltivata, ed accolte in istampe 
corrottissime. — Sebastiano Manifi, che nel 1492 
die primo alla luce otto libri dell' Epistole Familiari, 
si lamenta nella prefazione del codice scorretto 
eh' ebbe tra le mani, e temea, malgrado la postavi 
diligenza, che dalla sua edizione gliene venisse bia- 
simo anziché lode. Ma non per questo gli editori 
successivi si curarono di emendarne il testo : l' epi- 
stole del Petrarca continuarono ad esser stampate 
come ce le diede il Manili. — Francesco di Madrid, 
arcidiacono di Alcor, nell'avvertenza preposta alla 
sua versione De Remediis, si lamenta assai del testo 
arruffato da non uscirne, sicché tante volte gli fu 
forza porre e levare. Voltando questo libro lettera 
per lettera, com' è nel latino, ne verrebbe, ei dice, 
una cosa tanto strana ed oscura da non potersi 
leggere, e lettala non si potrebbe cogliere. 

Il primo che togliesse ad onorare il Petrarca in 
modo diverso degli altri suoi veneratori, facendo 

Digitized by VjOOQIC 



X PRBFAZIONB. 

rivivere quello che altri, più o meno direttamente, 
affaticarono di seppellire fu Domenico Rossetti di 
Scander, benemerito tra quanti vi furono della me- 
moria del Petrarca. E anzi tutto pose le sue cure 
nelle Vite degli uomini illtùstri, quasi ignote ai più 
diligenti scrittori di storie letterarie. Ma eragli me- 
stieri legittimarne prima la paternità, che la vita 
di Giulio Cesare, la sola che più volte fosse uscita 
per le stampe, portava in fronte il nome di Giulio 
Celso, che non ha mai esistito quale scrittore né 
di questo né di verun altro libro. — Una postilla 
del codice Petaviano, datoci dal Jungermann, nella 
sua edizione del 1606, la reca al Petrarca. Ma tale 
opinione fu gagliardamente combattuta dal Vossio e 
da Fr. Oudendorp. Appresso Bernardo de la Monnaye 
(Moneta), il Fabricio, il Jócher, TArchaintre ed il 
Lemaire non che la rendessero al Petrarca, entra- 
rono solo in sospetto ch'ei ne fosse l'autore. Chi 
si fa leggere per intero V illustrazione bibliologica 
del Rossetti, con tutt^ quelle investigazioni di codici, 
con tutta quella suppellettile di argomenti aperti 
ed inoppugnabili, con che ci prova che tutte le Vite 
da Romolo a Giulio Cesare appartengono indub- 
biamente al Petrarca, non può non andarne me- 
ravigliato. 

Mentre che il Rossetti travagliavasi con tanto 
onore in si solenne rivendicazione, un dottissimo 
straniero entrava valorosamente nel medesimo ar- 
ringo, onde degno è che dove è Vun l'altro s'induca. 
Fu questi il prof. Carlo Schneider di Breslavia che 
nel 1827 pubblicò col nome del Petrarca la Vita di 
Giulio Cesare, ravvalorandone con sapienti lucubra- 
zioni la paternità, e successivamente ci diede le altre 

Digitized by V^OOQlC 



PBBPAZIONB. XI 

Vite (1828-1834); e cosi l'Italia, dopo tre secoli e 
mezzo, potè andar lieta del nuovo acquisto, giacché 
scambiavasi il compendio con Y opera immensa che 
avea costato al suo autore tante vigilie, e di che 
compiacevasi pur tanto. Se non che il prof. Schneider 
riproduceva accuratamente la grafia del codice Bre- 
slaviese co' suoi nessi, colle sue abbreviature, sicché 
l'opera sua, quantunque lodevolissima, non potea 
dirsi che una preparazione a chi si accignesse a 
mettere in pubblico tutte le Vite. Oltre a ciò era pur 
comune desiderio che il testo latino non andasse 
scompagnato dall' aurea versione che ne fece M. Do- 
nato degli Albanzani, da Pratovecchio, amicissimo 
del Petrarca; che l'edizione di Polliano del 1486 
è ornai irreperibile, e rarissima pure la veneta del 
De Gregorii del 1527, senza contare che tutte e 
due le stampe riescirono scorrettissime. A lavoro 
di tanta mole, con intelletto d'amore, si diede il 
Priore Razzolini, nello studio dei testi antichi con- 
sumatissimo. I primi due volumi, usciti nel 1874, 
ci fan fede della singolare perizia e dell'assenna- 
tezza usata, e solo ci duole che gravi ragioni, in- 
dipendenti dal Razzolini, ci ritardino più oltre il 
desideratissimo compimento. 

Non appena si raccertò il Rossetti che altri avea 
posto gl'ingegni nelle Vite, s'attese alla Bucolica 
ed alle Epistole metriche del Petrarca, parendogli, 
ed a diritto, che meritassero d'essere vantaggiate 
nel testo e mèglio conosciute nel nostro paese. 11 
De Sade si avea già proposto di pubblicare l' Ecloghe, 
di voltarle in francese, di arricchirle di note, rite- 
nendole importantissime per la storia secreta di quei 
tempi, anche per le frequenti allusioni ai papi, ai 

Digitized by V^OOQlC 



XII PRBFAZIONB. 

cardinali, alla corruzione della chiesa, al re di 
Francia ed a quello d' Inghilterra. È ben vero che 
di pastorale non ne hanno che il nome, che volendo 
il poeta percuotere le più alte cime, e le tante laide 
opere che facean sozza la Babilonia avignonese, gli 
era forza ascondere i veri invidiosi sotto il velame 
di versi incompresi, de* quali dovea dinudare il con- 
cetto perchè gli stessi contemporanei vi trapassassero 
entro. Lo che non potea non iscemarne il pregio, 
specialmente presso coloro cui quel tempo divenne 
antico. — F^a l'epìstole metriche ce ne sono di 
belle, di molto affettuose, ricche d* amore pel bel 
paese, ed affettuosissima tra tutte mi parve quella 
con che dall' alto del Monginevra il Petrarca saluta 
r Italia, bellissima sua madre e gloria del mondo. 
Nò solo il Rossetti volle darci il testo corretto 
ed illustrato di ben 79 poemetti, ma fece appello 
a poeti più noti perchè li rendessero in vesta ita- 
liana. — Ed è questa, scriveva egli, V ultima pub- 
blica onoranza che da me si porge alla memoria 
del secondo de' massimi Glassici e servirà , se non 
m'illudo, forse d'invito ed esempio ad altri che 
meglio di me sappia e possa ulteriormente magni- 
ficarlo. 

Né s'appose egli. Quanto meritasse il Fracassetti 
dell' Epistolario del Petrarca abbiam stesamente 
esposto nella nostra Bibliografia. Accenno solo di 
volo eh' ei ci diede 169 lettere mai più pubblicate, il 
testo latino delle Famigliari e delle Varie emendato, 
la versione delle stesse e delle Senili, che di molte 
rettificò l'indirizzo e l'anno in che vennero scritte, 
che vi appose a tutte copiosissime note, in che 
meravigliosamente vi è illustrato il secolo del Pe- 

Digitized by VjOOQIC 



PREFAZIONE. XIII 

trarca, e delineati gli uomini che gli furono fami- 
gliari, e nelle quali non sai più se prevalga V urba- 
nità, la erudizione o la critica sapiente. E ben fece 
TAccademia della Crusca segnalare l'Autore al Co- 
mitato Avignonese come degnissimo di premio, che 
certo, dalla morte del poeta a* nostri giorni, nes- 
suno alzò monumento più durevole alla memoria del 
grande italiano. 

Se non. che il Petrarca tutto pieno la mente ed 
il petto della grandezza di Roma s*era posto in 
cuore di raccomandare la sua fama ad un poema 
che il facesse degno dell'amato alloro. Fra tutto 
quel popolo di Eroi gli parea si levasse gigante 
Scipione, quel Scipione che fin da giovanetto avea 
appreso ad amare [EjrìsL ad PosLj, sicché egli non 
arde di vedere la città dei re, la città unica al 
mondo se non per ispirarsi al suo sepolcro, (Fam. ii, 
9) raccendervi F estro, cantarne le magnanime gesta, 
sol da Ennio con ruvido carme celebrate (7), ma 
degne di poema chiarissimo e d* istoria. Ed un bel 
di aggirandosi egli fra i fidi e solitari recessi della 
sua Valchiusa, tra quelle di bei colli ombrose chio- 
stre, vola col pensiero a Scipione, si sente scaldato 
dalla fiamma divina^ comincia metterne in metro le 
mirabili prove, vi torna sopra tra i monti parmensi, 
dove s'avvolge l'Enza, in mezzo ai boschetti di 
Selvapiana (Epist. ad Post; Barbato Sulm. Ep. 
Metr. II, 30). Non appena ne corse la voce, in un 
medesimo giorno Parigi e Roma (Ep. Fam. 10, 4) 
gii offrono la corona, che riceve in Campidoglio. 
Mai autore alcuno provò tante lotte, tante speranze, 
tanti scoramenti come il Petrarca per la sua Africa. 
Per essa ei spera rendersi pietosa la sua Laura 

Digitized by VjOOQIC 



XIV PREFAZIONE. 

(EcL III, 46), per essa vivere gran tempo ancora 
quando altri lo terrà morto (Canz.iii^ 1, p. 4; 
Afr. ix), ed ei la carezza eoa lungo stadio e grande 
amore (8) perchè venga su bella e vegnente; e così, 
ei dice, spiri Minerva e conditcami Apollo (9) perchè 
riesca degna di re (10), e di splendido re qual'ò il mio 
Roberto (Poem. Min. ii, 102, 194, 222). Ma poi, 
disconfortato, la lascia da parte, e sì duole che la 
misera derelitta si muoia di sete (Ad Brunum, ii, 
328); vuol consegnarla alle fiamme, ma gliene piange 
il cuore e se ne rista (De Coni. Mun., DiaL iii); 
ed egli si generoso di tutte le cose sue agli amici, 
teme che altri vi metta su gli occhi, né perdonò mai 
al suo Barbato di aver fatto pubblici 34 versi (Sen. 
Il, 1). Ond' è che al solo sentirsela ricordare, sospira 
(Fam. Ili, 18) ; ed a Verona gli vengono le lagrime 
agli occhi, ed espone che nulla gli sarebbe più caro 
se far potesse di non averle mai data la vita. £ nel 
suo Segreto (DiaL ni) si fa dire da Agostino : metti 
giù il pensiero dell' Afinca e lasciala a' suoi posses- 
sori: tu non aggiungerai gloria a te o al tuo Sci- 
pione, perchè né egli può crescere da più di quello 
eh* è, né le tue ah hanno forza da tener dietro a 
tanto volo. 

Morto il Petrarca, il Boccaccio con affettuosa 
cura chiedevano conto al Brossano (11), e face vaio 
accorto a non lasciarla cadere in mano degl' invidi, 
dei legisti sovrattutto. La richiese il Salutati , ne 
sollecitò gli amici , pregò e ripregò per ben sette 
anni, ma, ottenutala, s' addiede delle lacune e smise 
il pensiero della pubblicazione. Ne vennero appresso 
le sei stampe del cinquecento; ma queste senza 
aiuto di indici, né d' argomenti di libri, e quel eh' è 

Digitized by VjOOQIC 



PREFAZIONE. XV 

peggio, SÌ ispide di errori, che era una disperazione 
il raccapezzarne il senso. Più avanti non se ne parlò 
pili, e pressocchè nessuno la lesse. Un francese, il 
Lefebvre de Villebrune le scosse per poco la polvere, 
ma solo per fare del Petrarca un plagiaro di Silio 
Italico; stolida calunia da italiani e stranieri con- 
futata, e valorosamente dall' Occioni. 

Che il poema dell'Africa sia povero d'invenzione, 
che vi manchi la favola epica, che abbia di molti 
difetti, primo di tutti lo conobbe il Petrarca mede- 
simo. Ma l'argomento è quanto mai nobilissimo: 
la guerra più bella più santa che abbia fatto Roma 
contro lo straniero che per vent'anni avea corsa 
l'Italia, la seconda guerra punica guidata da An- 
nibale, e l'eroe di questa guerra è Scipione Africano, 
il più puro il più santo de' Romani^ che avea difeso 
a Roma la gloria del mondo (12). Nessun poema 
latino scritto in Italia superò mai questo per nobili 
aspirazioni, per note di malinconia, per generoso 
sentimento di patria. Né vi mancano bellezze di 
affetto e di stile , ne' tratti sovrattutto che s' ac- 
cordano al genio e alla maniera del poeta lirico, 
n Settembrini trasmodò nelle lodi. Certo è però 
che l'Africa non meritava di esser dimenticata, e , 
eh' è più, bistrattata, e forse da quelli che solo ne 
lessero qua e là qualche tratto, o non la lessero 
mai. Era dunque nell'universale sentito il bisogno 
di una ristampa, condotta con critici intendimenti. 
L' esempio del Rossetti avea invogliato un drappello 
di volonterosi a tentarne l'impresa. Ciascheduno 
avea per compito un libro, dovea curarne il testo 
ed aggiungervi la versione. Il solo Montanari, eh' io 
sappia, in più riprese ci diede tradotto il libro quinto. 

Digitized by VjOOQIC 



XVI PBBFAZIONB. 

Ma il tentativo, quantunque attuato, non poteva 
non fallire. Il solo fatto, nota a ragione TOccioni, 
di due letterati che traducano un autore classico, 
tanti canti per uno, annuncia più un'industria di 
mestiere che la vera coscienza dell* arte. Al ponde- 
roso incarico, rifiutato da filologi valenti, gridò il 
francese Pingaud ; i mi sobbarco. Ma fé mala prova ; 
anche di vera luce dispiccò tenebre. Ma il Petrarca 
avea cantato : Va, o mia Africa, sui nuovi sassi del 
tepido sepolcro sciogli la mia promessa a quel sacro 
cenere; tutto constima il tempo, ed io morirò an- 
ch'io; ma tu, mia Africa, tu vivrai ancora in 
secolo migliore in cui non sarà questo sonno e queste 
tenebre. Intanto vivi or come puoi sconosciuta al 
popolo; quando il popolo avrà vita, quando splen- 
deranno tempi migliori, allora riDgiovanisci anche 
tu ! — E il prof. Corradini, ci donava V Africa rin- 
novellata di novella vita : a lui era dato avverarne 
il vaticinio. 

Io mi riassumo. — Meritò bene del testo, nel 
secolo nostro, il Marsand; di quello dei Trionfi il 
Pasqualigo. Il De Sanctis meditò con critica più 
elevata sul Canzoniere ; ed il Carducci ci diede un 
Saggio di un Testo e Commento nttovo, modello 
di erudizione, di critica e di gusto squisito. — Fu 
Rossetti il primo che rimise in pregio le dimenticate 
opere latine: per lui. Io Schneider ed il Razzolini 
fummo arricchiti di una nuova importantissima opera 
le Vite degli Uomini Illustri: ci riprodusse il Ros- 
setti la Bucolica e V Epistole metriche. Non con- 
trastabile titolo di lode si acquistarono il Fracassetti 
ed il Corradini, il primo colla pubblicazione deìYEpi- 
stolario, l'altro con quella deW Africa. — Il Mé- 

Digitized by V^OOQlC 



PRBFAZiONB. XVII 

zières si propose darci il vero Petrarca, Io studiò 
nelle sue passioni, neiramore, nell'amicizia, nel culto 
delle lettere, nel patriotismo ; lavoro psicologico, 
veramente stupendo. — L'Hortis ci raggranellava 
alcune opere inedite ed illustravale degnamente : egli, 
e prima di lui il Marsand, ci diedero lavori biblio- 
grafici, non cosi presto superabili. Il Valentinelli 
esplorò magistralmente i codici petrarcheschi della 
Marciana; il tesoro dell'altre biblioteche governative 
e delle non pubbliche di Roma riunì con cura sa- 
piente il Narducci, sussidi preziosi a nuovi studi. 
Il Centenario inoltre ci arricchì di eccellenti mono- 
grafie, e mi ò caro ricordare quelle dello Zendrini, 
del Fiorentino, del Di Giovanni, del Bernardi, del 
Ròndani, del Ronchini e del Romussi. Ed è ben a 
dolersi che il Ghivizzani non abbia potuto attuare 
r ideata opera monumentale sul Petrarca e il suo 
Secolo, che avremmo cresciuta la messe delle in- 
vestigazioni, e, eh' è più, per cura de' più splendidi 
intelletti della nazione.. Nò potrei preterire il com* 
mend. Francesco Zambrini, preside della R. Com- 
missione pe' Testi di Lingua, alla quale mi onoro 
di appartenere. — I Ricordi della vita del Petrarca 
e di M. Laura di L. Peruzzi; la Vita di Fr. Pe- 
trarca, d'ignoto trecentista; il Comento a due 
canzoni politiche del P. Luigi Marsili e del prof. 
Berlan; due Saggi delle Vite degli Uomini Illustri; 
i Fioretti dell'una e dell'altra Fortuna trovarono 
luogo nella Scelta delle cur0sità tradite e rare; 
e la versione de' Remedi di Giovanni Dasamminiato, 
e le Vite degli Uomini illustri, curate dal Razzolini, 
nella Collezione dell'Opere inedite e rare de' primi 
tre secoli. Lo stesso Zambrini, nell'occasione del 

Digitized by VjOOQIC 



XVllI PREI^'AZIONB. 

Centenaria^ mise fuori novellamente ed illustrò dsj 
suo pari la Pietosa Fonte, poema di Zenone d^ 
Pistoia, € in cui si rimpiange la morte d' uno de' più 
grandi uomini che da cinque secoli in qua possa 
vantare la nazione. » 

Valgano tanti nobili esempi ad invogliare i nostri 
giovani segnatamente a nuovi studi larghi e coscien^ 
ziosi ! Bisogna rispecchiarci ne' nostri antichi , cb^ 
hanno onorato ogni scienza ed arte. Non con U 
vuota e vanitosa garrulità, ma solo con istudi viril^ 
ci potrem ritemprare ad alti propositi, a più e meglio 
pensare ed a meno parlare. Fu il canto inspirato 
de' nostri bardi che per cinque secoli tenne dubitoso 
Io straniero che ci stette sopra capo. Que' fatidici 
versi divennero la Marsigliese della nazione: da 
essi usciva un grido continuo che ci suonava dentro 
r anima, essere omai tempo da ritrarre il collo dal 
giogo antico, di ricacciar oltr'alpe la rabbia tedesca, 
di sgravarci dalla soma dannosa dei tanti regoli, 
pensosi solo di sé stessi, di riunire in una sola fa- 
miglia tutto il bel paese ch'Appennin parte, il mar 
circonda e l'alpe. Il leggendario nostro Re, seguendo 
sua stella, da Palestre ci condusse al Campidoglio. 
L'Italia è surta a nazione. Voglia il cielo che sa- 
pienza amore e virtute le infondano vita sempre 
più rigogliosa, e la facciano risalire all' antica gran- 
dezza! 



y Google 



NOTE. 



(1) Amor, amor, lo jorn que V Ignocent 

per be de tota fon posai en lo pai 
V08 me ferìs, car jo* m guardava mal 
pensant quel jom me sora defeneat. 
Ausias Marchf nella chiusa (tornada) al suo terzo Cani dCAmor, 

(2) Nel Setge SAmor: 

Ajustat vey d'amor tot lo poder 
E sobre mi ja posai son fort site 
die ricorda: 

Amor che nel penaier mio vive e regna 

E*l suo seggio maggior nel mio contiene. Petr., Son, 91. 
E in altra composizione: 

Sino es amor donchs ago que sera? 

S^amor non è, che dunque è quel ch'io sento? Son. 88. 

(3) Odoardo Gomez di Portogallo e Jacopo Antonio Buono 
ferrarese, Juan Lopez de Hojos scrissero che il Petrarca, non da 
Toscani antichi, nò da Provenzali ma da Ausias March, poeta 
lemosino, ebbe tolta gran parte delle sue composizioni (tornò 
miichos de Ics conceptos mas delicados). Ma T Ausias scrìsse 
un secolo dopo il Petrarca, e ce ne son bella prova i versi da 
lai indirizzati alla signora Eucleia Borgia, nipote di Calisto III, 
che successe a Nicolò V nel 1455, oUaniaun* anno dopo la morte 
del Petrarca. 

Sembra pressocchò impossibile come parecchi valentuomini 
«pagnuoli, il Benter, T Escolano, Argoie de Molina, Nicolas 
Antonio, Parìa j Sonsa, il Basterò, e de'nostrì il Quadrio e 
perfino il Foscolo falsamente apponessero al Petrarca d^ essere 

feigitizedby Google 



XX NOTE ALLA. PREFAZIONE. 

stato plagiario del Jordis. L'affinità di un nome, rauiorittl 
de* molti scrittori che lo attestarono, senza approfondirne Is 
questione, fece si che di grido in grido se ne accreditasse la 
voce. — Conquistata Valenza, e cacciatine i Mori, il re d'Arac 
gona Jacopo I riparti tra* suoi guerrieri le terre tolte al nemico, 
nel novero de* quali trovavasi un cotal Jordà che alcuni lesserò 
Jordi. E siccome il Canzoniere di Parigi (Candonero de F^aris^ 
Cansoner des obres ennamorades)^ segnato al n. 7699, abbraccia^ 
tra gli altri, vari componimenti attribuiti ad un poeta yalen^ 
ziano, di nome Jordi, ed uno segnatamente che ha per titolò 
Cancton de Opósitos {fol. 112) in che si leggono 3 versi e 
3 emistichii che si leggono pure nel Petrarca, si ritenne sen- 
z'altro che il Nostro studiato avesse nel Catalano e da esso 
pur presa e la dolcezza de* numeri e il bello stile che gli ha 
fatto onore. — Ma posto, come vorrebbero il Ximeno (Escrt- 
tores de Valencia, 1. 1, p. 1) ed il Fuster (Biblioteca Yalenciana, 
1. 1, p. 1) che tra' poeti del secolo XIII fiorisse un Jordi, fami- 
guarissimo del re Giacomo I il Conquistatore, e che, come 
testùnonio di veduta, descrisse la terribile procella onde fu tra- 
vagliata r armata reale nelle coste della Melloria nel Settembre 
del 1269, non ne viene in modo alcuno eh* egli, se pur real- 
mante ha esistito , sia 1* autore della canzone a cui pretende- 
rebbesi inspirato il Petrarca. Ne fii invece autore Mossen Jordi 
de Sent Jordi^ cameriere di Alfonso V d'Aragona , tenuto in 
grande pregio ed amore da tutta quella corte, talché la stessa 
regina Donna Maria, a* 14 Luglio del 1456, scrisse all*abbadessa 
del monastero la Zaidìa di Valenza perchè volesse accogliere 
tra le suore la giovine Isabella sorella del poeta. Ma a tagliar 
netto la questione, si aggiunge la non disputabile autorità di 
D. Innigo Lopez de Mendoza, marchese di Santillana, che nel 
suo famoso proemio al Contestabile di Portogallo "cosi si esprime : 
« En estos nuestros tiempos flores^ió Mossen Jordé de Sanct Jordé, 
cavaliere prudente, el qual ^iertamente compuso assaz fermosas 
cosas, las quales él mèsmo asonava : ca fuó mùsico excellente, 
é fiQO entro otras, una cangion de Opósitos que comien^a: 

Tota jorns aprench e desaprench ensems^ 

fi^o la Passion de amor ^ en la qual copilo muchas buenas 
can^iones antiguas, assy destos que ya dixe, corno de otros. > 



v Google 



NOTB ALLA PRBPAZIONB. XXI 

Trattarono pure la questione : Torres Amai, Meinorias para 
avudar à formar un diccionario crìtico de los autores catala- 
ne». Art. Jordi, p. 328. Barcelona, 1836. — Amador de los 
Rios^ Obras de D. Innigo Lopez de Mendoza, Marques de San* 
tillana, p. 11,- 332, 618. Madrid, 1852. — G. Ticknor, Historia 
de la Literatura espannola, traducida al castellano — por D. 
Pascual de Gayangos y D Enrique de Vedia, t. i, p. 384. 
Madrid, 1851-56. — Amador de los Rios, Historia critica de 
la Literatura espannola, t vi, p. 17. Madrid, 1861. — Mild y 
Fontanals M. , Resenya histórica y critica dels antichs poetas 
catalana, en « Jochs florais de Barcelona en 1865, > p. 136. 
Barcelona, 1865. — Brun9 Withe^ Hist. des languaa romanes 
et de leur litterature. Paris, 1841, t. ii, 418-23. 

Io mi professo debitore di tutte queste notizie alla squisita 
cortesia del dott. Vidal prof, deir Università di Barcellona. Ed 
egli pur compiacevasi di aggiungermi per intero il testo della 
tanto disputata canzone degli OpósitoSy eh* io son lieto di pub- 
blicare. Il testo è tolto dal Dizionario degli Autori catalani di 
Torres Amat (p. 332), il quale pur si valse di alcune note im- 
portanti ofièrtegli da M. Tastù. Ma il dotto amico mio vi tro- 
verebbe delle inesattezze: le parole in corsivo chiuse entro 
parentesi, segnano le correzioni che, secondo suo avviso, vi si 
dovrebbono introdurre. 



Tois jorns aprench è desapronch ensempa 

E viach 6 mujr 6 lau dennig (d'enuig) plaher 

Aximateix &U del arol (del avol fau) bon tempa 

E yej aans alla (1) é saj menys de saber. 
E no atrench res é tot lo mon abras (2) 

Voi Bobrel (sobre'l) cai è nom mori de {no'm mou de la) terra (3) 

E co quem fbig inoeasantment acaa 

Em (E'm) fuig a^ quem {que'm) aegueix em aferra (e m' aferra). 

Lo mal nom piata {no'm plau) è soren lom [lo'm) percas 
Am sena amor e no creya co que se 
Par que somiy tot quant vey prea ma fas 
Hoy (oy) be de mi e voli altre [a altre) gran be (i). 



(1) Veggio tenx* occhi. Son. 00, t. 9. 

(a) B nuli* stxinro, e tutto '1 mondo abbraccio. Son. 00, r. 4. 

(3) E Tolo lopraM cielo, e giaccio in terra. Son. 00, v. 8. 

(4) Ed bo In odio ino ateaco, ed amo alimi. Son. 00, v. 11. 



y Google 



XXII NOTB ALLA PREFAZIONE. 

E per Uni cali e avis roenys doyr 

Del hoc (oc) cuyt no lo ver me par faUia 

E menis (meng) sena fam 6 grat-me {gratme) sena pruhir 

E aens mans palp é fas de seny follìa. 

Cobi vali matar de vali ^muntar devall) aens quenom (que'm nom) g-ir 

E davallant (det>allant) puig corrent en alt loch 

E rient plor (1) e vellar mes (vetllar m'cs) dormir 

E quant (quan) ao fret, pus calt me sent que foch (2). 
E adret (a dret) seny jo fas co que no vuU 

E perdoni guany el {e't) temps cuytats mes tarda {m'es tart) 

E sens dolor mantes de vets me duU 

El simplauyell {E" l simpìe auyelt) tinch per falsa guinarda {faìaguinm-l), 

Golguanl me leu e vestint me despull 

E trop {trob) lenger \qì fexuch e gran carch 

E quan me vany {bany) me pena que nom {no'm) remull 

E sucre dolc me semble fel amar oh. 

Lo jorn mes (mV«) nuyt e fas clar des eseur 

I^ temps passai mes {m'es) present cascunora {cascun' ho^'o) 
El (e'/) fori mes flach, el {e"t) blan lìnch moli per dur 
E sens faller me fall c<> quem demora. 

Nom {no'm) pari dun (d'wn) loch e james nom atur (no m'atur) 
Lo que no crech ivarcosamenl trob 

Del qui nom {no'm) fiu me tinch moli {tefveh per moU) segur 
El {E'I) baix m*es alt el alt {e l'alt) me semble prop. 

E vaig cercant co que nos {no'») poi trobar 
E ferma veig la causa {ccuaf) sorooguda 
E lo fona gorg {gorch) aygua sus pari {suspart) me par 
E ma virlul nom {no'm) te pron nem aiuda {ne m'ajuda). 

Quanl xant me par do quem prench adular {me par que'm prench a udolnr) 
E lo moli beli me semble fer è leig 

Avana men torn quem {m'en^>m qu'en) loch no vull anar 
E no ho pau e no tench quìm garreig {qui'm gnerreig) (3). 

Acon {Ago'm) ve tot per tal com vey ences 
De revers fayts aycert {aycest) mon é natura 
E sen quim {E sent qui 'm) so en lurs fayt {fayts) tanl erapes 
Quem es {Q\^e m'es) forcai de viure sens mesura. 

TORNADA. 

Prengua cascu co qui millor li es 

De nun dit vers revergat descriptura {d' cscriptura) 

E sii {si'1) mirata al dret à al revers 

Traure porets del avol {de ì'axot) cas dretura. 

(1) Planrendo rido. Son. 00, r. I>. 

(9) Ed ardo, e lon on ghiaccio. Son. 00, r. 2. 

(3) Paca non (rovo e non ho da fkr guerra. 8on. 90, t. 1. 



y Google 



Stn'E ALLA PREFAZIONB. XXlU 

(4) € Anche il Petrarca fu tenuto a scontare il misero de- 
bito di quasi tutti gli scrittori coi piegare il proprio seutire 
a quello de** contemporanei. Innestò ne* suoi versi le agudezzas, 
*^mur{u y conceptos de* poeti spagnuoli, e fu a ragione tassato 
di plagio. Avemmo anticamente, dice uno storico di Valenza 
(Gaspsire Scuoiano], un &moso poeta chiamato Mossen Jordi, 
e il Petrarca, nato centanni dopo, gli rubò i versi, e li vendè 
ia italiano al mondo come propri .... » U. Foscolo^ Saggi sopra 
h poesia del Petrarca, Foscolo Opere (Ediz. Le Mounier), x, 43. 

(3) E fu lo stesso Huygens che con una bella elegia si 
rivolse a* suoi amici e a quanti letterati noverava la sua patria, 
perchè si imissero a lui a suggellare di pei'petuo anatema il 
frate Martinelli, sacrilego violatore del sepolcro del Petrarca. 

(6) Eisfaludi Sandor, Uimfy* Szerelmei mesodik Rész. Budan 
Jkiràldy-magyar unìversités Betùivwel 1807. A* Kersegd relem. 
T. I. A* boldog herelem, t. n. 

(7) Sed de hoc tam laudato juvene nemo canit ; quod ideo 
dictum est, quoniam, etsi omnis historia laudibus et rebus ejus 
piena sii, et Ennium de eo multa scripsisse non sit dubium rudi 
et impolito, ut Valerius ait, stilo, cùltior tamen de illius rebus 
liber metricus non apparet. Ep. Fam, x, 4. — Rudis senex. 

Ed. m. — Quel fior antico di virtuti e d'armi Ennio di 

quel cantò ruvido carme. Son, cxxxiv. 

(8) Che il Petrarca ci tornasse sopra nella speranza di 
ridurre con più solerti studi men imperfetto il lavoro, lo pro- 
vano, tra' molti che potrei citare, i brani seguenti : — Eo tem- 
pore quo ardentissime AfHcam meam ingressus, quantum nun- 
quam sole leonem obtinente arsit, Africae opus inceperam, 
quod inter manus meas diuUus iam pependit^ et quod unum, 
si qua spes salutis est, anheli sitim pectoris puto vel leniet vel 
extinguet. . . . Ep, Fam. xiii, 7. — Tu, ut video, sic itffectus 
es, ut totus in Scipionis mei ac solìus Africae nomine con- 
quiescas, virtutis cultor, avidissimus litterarum. Atqui ne dum 
Scipio meuB ad summum meo perdudus est Carmine^ et Africa 
diutìus mihi possessa, et lahoriosms exarata quam credidi, 
nondum tamen supremo sarculo eulta est, nondum glebulas 
inutiles rastris attrivi, nondum superductis cratibus scabrioris 
agelli cumulos coeequavi, nondum frondes et luxuriantes pam- 
pinos et hirsutam sepem falce compescui. . . . Ep. Fam. xiii, 11. 

Digitized by V^OOQlC 



XXIV NOTE ALLA. PREFAZIONE. 

— Utinam iam felici exitu claudendus seni (liber meus qui 
inscrìbitur Africa), quam magno animo cofptus estjuveni! 
Ep. Fam, x, 4. 

(9) Sic nobilis Africa snrgat, Sic mihi vìrgineus dausae 
penetralia Girrhae Rite chorus reseret, fàveatqiie Bupernus 
Apollo ! Ep, Zoilo, Poem. Min. n, 240. 

(10) Seguita la morte del Petrarca, fu trovato il manoscritto 
col titolo ai mani di Roberto, 

(U) «Ma che avvenne della preziosa Biblioteca di quell* il- 
lastre? se ne parla qui variamente. Per altro sono le opere di lui 
che più mi stanno a cuore, e principalmente V Africa^ la quale 
io reputo poema sovrano. Fu essa per ventura consegnata alle 
fiamme, come, per una soverchia delicatezza e severità in ri* 
sguardo ai lavori suoi propri!, avea disegnato egli medesimo? 
Si narra, essere ad alcuni stata commessa la cura di pigliarla 
ad esame e determinarne la sorte. Ma qual mai si ardirà con- 
dannar queUo che il mio Maestro approvò? Temo essersi ad- 
dossata cotesta soma a certi giuristi, che, studiate le leggi, si 
danno vanto di sapientissimi. Difendano i cieli dalla temerità 
loro i versi di quel generoso! Non pertanto è voce aver cotesti 
Dottori fatto bruciare di già i Trionfi. Qual danno se fosse! 
Ma troppo si vede, non avere la scienza un più reo nemico 
dell'ignoranza. Nò gF invidiosi della gloria di quel magnanimo 
uomo sono a me sconosciuti. E se alla loro malizia non sia 
posto un argine, e nasconderanno il meglio, e rigetteranno ciò 
che non intendono, e guasteranno ogni cosa. Laonde si appar- 
tiene a te sopravvegghiare , acciocchò le lettere italiane non 
abbiano a piangere uno strazio si grande e si disonesto. » 
Gr. Boccaccio a Francesco di Brossano nel Nov. 1374, Versione 
di M. Leoni. 

(12) Virorum optimus est Scipio. Ep. Fam. xra, 11. — Scipio 
Africanus vir incomparabilis, et cui in virtute omnia, nullum cum 
voluptate commercium. Ep. Fam. v, 4. — Sydereum juvenem 
genitumque ex stirpe Deorum. Ed. i. — V. Ep. Fam. ix, 13. 



y Google 



STUDI BIOGRAFICI 

(V. Man. Dant. U. «/ «M; lY 1-88^. 



Villani Giovanni (m. di peste nel 1348), Chi fu il poeta 
Dante Alighieri di Firenze, Cronaca, Firenze, Magheri, 1823, 
per cura d* Ignazio Moutier, 1. ix. e. cxxv. 

< Il più autorevole, senza dubbio, nel poco ch'egli scrisse 
intorno a Dante, o meglio il solo veramente autorevole fra tutti 
i biografi di Dante. Di poco piii giovane che TAlighierì, e con- 
cittadino e vicino di luì, egli seppe certamente i &tti della 
gioventù del poeta. . . . . > Todeschini, Scritti su Dante, i. 273. 

Boccaccio Giovanni, Della vita e costumi e studi del claris- 
Simo poeta Dante, Venezia, Vindelino da Spira, 1477; Roma 
per Frane. Priscianese, 1554, che la diede come cosa rara e 
nuova; Firenze, Sermartelli, 1576; Napoli, ma colla data di Fi- 
renze, 1773 (edit. Cellenio Zacclorì-Lorenzo Ciccarelli) ; Firenze, 
Tartini-Franchi, 1723 (ediz. curata dal Biscioni); Parma, fratelli 
ÀmoreUi, 1801; Milano, Classici, 1803; Milano, Mussi, 1809; 
Padova, Tip. della Minerva, 1822 (ediz. della Div. Com. con note 
di Fil. De Romanis); Milano, Silvestri, 1823; Venezia, Alviso- 
poli, 1825 (1); Firenze, Magheri, 1833, per cura d*Ign. Moutier; 

(1) Ho Bostenato una pasienxa da Giobbe per ridurre ad ottima lecione 
la vita di Dante che si lesse malconcia. — Suli'ediz. del Gamba veggasi 
la lettera di Pier Alessandro Paravia a Vicenso Monti. Di alcune osaer- 
vazioni di lingua fatte singolarmente sopra l'ultima edizione della vita 
di Dante scritta dal Boccaccio, Treviso, Andreola, 1825; e la lettera dell'Aft. 
Zendrini al Paravia (Estr. dal Giom. delle Scienxe e Lettere delle Prov. 
Ven. 1S25). Il Milanesi ritiene Tediz. del Gamba e quella del Moutier per 
le più riputate. 



y Google 



2 STUDI BIOORAna. 

Parigi, Didot, 1844; Napoli, Pedone (tip. Perotti, 1856); Fi- 
renze, Le Monnier, 1863, per cura di G. Milanesi; Torino, Tip. 
deli^Orat. di S. Francesco, 1870; Prato, Grazzini-Giannini, 1873, 
nel Commento di G. de Marzo, ecc. 

« Mi venne alle mani , scrive Leonardo Aretino, un' operetta 
del Boccaccio intitolata Della vita, costumi e studi del clat-is- 
simo poeta Dante, la quale opera, benché da me altra volta 
fusse stata diligentissimamente letta, pur al presente esaminata 
di nuovo, mi parve che il nostro Boccaccio, dolcissimo e sua- 
vissimo uomo, cosi scrivesse la vita e i costumi di tanto sublime 
Poeta, come se a scrivere avesse il Filocolo, o il Filostraio, o 
la Fiammetta. Perocché tutta d' amore e di sospiri e di cocenti 
lagrime è piena; come se Tuomo nascesse in questo mondo 
solamente per ritrovarsi in quelle dieci Giornate amorose, nelle 
quali da donne innamorate e da giovani leggiadri raccontate 
furono le cento Novelle: e tanto s'infiamma in queste parti 
d* amore, che le gravi e sustanzievoli parti della Vita di Dante 
lascia indietro e trapassa con silenzio, ricordando le cose leg- 
gieri e tacendo le gravi >. — « La vita di Dante scritta dal 
Boccaccio sembra V opera piuttosto di un declamatore e di un 
retore che di un diligente biografo». Todeschini, Scritti su 
Dante, i, 273. — Ugo Foscolo, la ritiene, tra V opere del Boc- 
caccio, la più luminosa di stile e di pensieri. (Disc. Stor. stil 
Testo del Decamerone). — Sulla credibilità della Vita, v. Foscolo, 
Discorso sul Testo, cxxvn. — Ma ben altrimenti ne sente il 
prof. Eliodoro Lombardi. — Nel suo libro sulla Yita di Dante, 
cosi egli, ben si avverte come sia V apostolo della nuova scuola, 
però che non d' altro ei prende cura e attenzione che di fatti, 
di accidenti umani e di fenomeni; onde tu il vedi fax pompa 
di quel genio ricchissimo e descrittivo, che non soffre già emuli 

nell'istoria dell'Arte, se togli forse l'Ariosto La Vita di 

Dante è un lavoro unico pe'suoi pregi; è in quella che esso 
ci rìvela l'acume osservativo, la potenza descrittiva e l'affettiva 
del Certaldese, ei ci si Oi&e testimonio irrefragabile della onestà 
ferma e della generosa nobiltà del suo animo, che, a tempi in 
cui eran pur fresche le acerbe ire di parte, e pochi anni dopo 
che messer Beltrame Cardinale del Poggetto, di memoria ab- 
bominanda, avea come cose eretiche contenente dannato al fuoco 
il mirabile libro De Monarchia, e (orribile a dirsi) il somi- 

Digitized by V^OOQlC 



STUDI BIOGRAFia. 3 

gbante si era sforzato di fare delle stanche ossa dell' esule divi- 
00 ; fa egli, il Boccaccio, che, solo, ardito e fidente, si assunse 
spontaneo il mandato di rivendicare la memoria del grande 
afflitto, e, descrivendone la vita, gridar T anatema agi* ipocriti 
aoatematizzatori , ed ai vili persecutori del gran poeta. Lom- 
bardi, La Critica italiana e il Boccaccio. 

Mr&coiii prof. Filippo, Sulla sospetta autenticità della vita di Dante 
che va sotto il nome di Giovanni Boccaccio. Lezione viii. — Estratta dal 
Giornale Arcadico, tom. cxxix. Roma, Tipografia delle Belle Arti, 1853. 

Il Mercuri sostiene che non possa essere del Boccaccio un parto cosi 
stranamente contraffatto (!), che meglio riterrebbe impostura di Vindelln da 
Spira, o d'albi. Egli inclina a credere che la vita pubblicata dal Mehus, 
e da Ixii attribuita ad Antonio Cartulario, sia la vera e genuina vita di 
Dante, scritta dal Boccaccio in latino. Se non che il Milanesi ritiene le 
ragioni e gU argomenti del Mercuri più speciosi che veri; che, oltre la 
testimommnza di tutti i codici (e sono assai), che ne dicono autore il Boc- 
caccio, e* è anche quella di lui jnroprìo, il quale la riconosce per sua nella 
prima Lezione del Cemento; senza far conto di altri riscontri di somiglianza 
che si trovano tra le due scritture: come per esempio, il racconto del 
ritrovamento de* primi sette canti d^* Inferno, la difesa della Poesia e de' 
Poeti , e la descrìzioue de* guai e delle noie che seguitano il filosofo ann 
laogliato. 

Villani Filippo, di Matteo (n. nella villa di S. Procolo nel 
1325, m. circa il 1403), Yitae Dantis, Peirarchae, et Boccaccii 
a Philippo Villanio scriptae ex cod. ined. Barberiniano, Flo- 
rentiae, typis Magherianis, 1826. — Pubblicata per cura del 
can. Domenico Moreni, conforme a copia tratta dalla Laurenziana 
di Firenze e riscontrata coi codici Barberini di Romadairab. 
Rezzi. Dalla sua opera: De Origine civitatis Florentiae, et de 
ejusdem famosis cimbiis, V. Antol. di Firenze, n. lxxv. 

Bruni Leonardo, Aretino (n. 1369, m. in Firenze il 9 marzo 
1444), Vita Dantis poetai clarissimi per Leonardum Areiinum 
Incipit. Fu impressa la prima volta in Perugia dagli eredi di 
Sebastiano Zecchini nel 1671, in 4^, per opera di Gio. Cinelli, 
benemerito della storia letter. fiorentina ; ripubblicata un anno 
dopo in 12*^, in Firenze, all'insegna della Stella, dal rinomato 
Francesco Redi, unitamente alla vita del Petrarca ; e neir edlz. 
della Divina Comedla, Padova, Cornino, 1727; Venezia, Pa- 
squali, 1739; Venezia, Zatta, 1757; Padova, Minerva, 1822; 
Firenze, Le Monnier, 1857 e 1868, con note di Brunone Bianchi ; 
Napoli, tip. Naz. 1863; Firenze, Barbèra, 1870, ecc. 

Gli editori della Minerva la dicono pregevolissima per fé- 



y Google 



4 STUDI BIOORAFia. 

deità storica, per lingua e per brevità. — Il Giusti nel suo 
Progetto per una nuova edizione di tutte le Opere di Danfe^ 
voleva « premessa la Vita del Poeta breve, completa e fortificata 
da quelle parole che e nel Poema e nelle Opere Minori ne Iia 
lasciato di sé », ed indicava quella € di Leonardo Aretino >, 
L'Andreoli la dice di valore isterico incontrastabilmente mag^- 
giore di quella del Boccaccio: il Todeschini la ritiene invece 
cosa leggera, sbadatamente scritta — e per suo spdsso, ia 
qualche ritaglio di tempo tolto a maggiori cure. 

Manetti Giannozzo, (n. il 5 Giugno 1396, m. il 26 Ottobre 
1459), "De vita et moribus trium illustrium poetarum floren-^ 
tinotnim, Firenze, Giovanelli, 1747 (per cura dell' ab. Mehus); 
in più luoghi emendata e riempiuta, Palermo, 1836. 

Nello stendere brevemente in lingua latina le vite dei tre 
poeti fiorentini, e particolarmente quella di Dante, io non credo 
già che fosse intenzione del Manetti di raccogliere nuove e 
peregrine notizie, ma piuttosto di compilare intorno a quella 
materia un libro che fosse gradevole ai dotti, ì quali sdogana- 
vano allora la lingua volgare. Quindi la sua vita di Dante non 
è per la massima parte che un accurato estratto di ciò che 
ne avevano già scritto in volgare il Boccaccio e Leonardo. 
Todeschini, Scritti su Dante, i, 310. — V. Foscolo, Discorsa 
sul Testo, cxxvii. 

Philelphi Marii, (n. a Costantinopoli nel 1426), Vita Dantis 
AUgherii nunc primum ex cod. Laurentiano in lucetn edita 
et notis illustrata, Florentiae, ex typ. Magheriana, 1828, pag. 
XL-144. — Ne fu editore il can. Domenico Moreni. — (Alcuni 
brani più interessanti di questa vita erano stati pubblicati dal 
Mehus nella predizione alla vita di Dante scritta dal Manetti). 

« Non solamente il Filelfo nel suo scritto intorno air Ali- 
ghieri non mostra d' aver fatto diligenti ricerche, nò di appog- 
giare i proprii detti sopra solide autorità; che anzi egli dà a 
divedere nel modo più palese di lasciarsi cader dalla penna 

ciocché I^immaginazione gli detta < Giuseppe La Farina, cosi 

scriveva alquanti anni fa nel programma di un'opera intorno 
al secolo XIII: — « Chrfede poi volete eh* io presti al Filelfo .... 
a colui che sbagliò fio anco, citando, gì* incominciaraenti del la 
Volgare Eloquenza e del Trattato della Monarchia ; a colui che 
teneasi improvisatore, e gloriavasi avere a 45 anni scritto tanti 

Digitized by V^OOQlC 



STUDI BIOGRAFICI. 5 

volami, che sarebbe bastato a pena mezzo tanto dì tempo a tra- 
scriverli? > — Ed il marchese Giovan Giacomo Trivulzio con 
tnono pili gagliardo scriveva il 28 Agosto 1828 al co. Mario 
Valdrighi: « Il citare Mario Filelfo come autorità è tanto ridicolo, 
come sarebbe il citare l'autore del D. Chisciotte per conferma 
d' un fatto storico. Mario Filelfo riconosciuto vivo e morto per 
QD solenne impostore da tutti, ora meriterà solo tanta fede? » — 
Il prof. Todeschini conchiude: € le cose narrate intomo a Dante 
dal solo Filelfo non sono che bolle di sapone che si disciolgono 
in aria. > Scritti su Dante, i, 376. — V. Ugo Foscolo, Discorso 
sul Testo, cxxxii e seg. 

Ferretti Giovanni Pietro, Ravennate, Vito di Dante. — 
Martinetti Cardoni, Dante in Ravenna, 9(>-98. 

Domenico di Maestro Bandino d'Arezzo. Nel Libro i. della 
parte v. del suo Fons Memorahilium universi. Pubblicata dal 
Mehus nella vita del Traversar! a p. clxviii. 

Landino Cristophoro, Yita et costumi del Poeta. In tutte 
l'edizioni del suo Commento. 

Vbllutello Alessandro, Id. Id. 

Ademollo Agostino, Notizie intorno a Dante Alighieri. 
Nella sua Marietta de* Ricci. Firenze , Stamperia Granducale , 
1840. 

Ambrosoli Francesco, Vita di Dante Alighieri. Nel suo 
Manuale di Letter. Ital. Milano, Fontana, 1831. 

Arici Cesare, Della vita e degli scritti di Dante Alighieri. 
Nella Vita e Ritratti pubblicati dal Bettoni ; Bologna, Tip. deHa 
Volpe, 1844. 

Balbo Cesare, Vita di Dante. Torino, Pomba, 1839; con 
note di Emmanuele Rocco, Napoli, Nobile, 1840; Firenze, 
Le Mounier, 1853. (Life and times of by Cesare Balbo tr. by 
Bumbery, Bentley, 1851). 

Chi voglia conoscere la vita dell* Alighieri e per essa il suo 
tempo e nell^una e nelf altro il più del suo poema, non tra* 
scuri, scrive TAndreoli, la lettura del Balbo. Tra le vite che 
ne furono scritte la dice la sola veramente buona. (V. Bibliot. Ital. 
Maggio 1839, 145-165). 

Todeschini OinsBPPS, Osservazioni e censure alla vita di Dante 
scritta dal co. Cesare Balbo ed annotata da Em. Rocco. Scritti su Dante, 
I. 281-889. 



y Google 



6 STUDI BIOGRAFICI. 

Dante ci fa sapere nel canto xxii del Paradiso (v. 110-17) di essere 
nato mentre il sole era in Gemini. Ora nel 1265 il sole non entrava in 
Gèmini che il 13 Maggio; dunque Dante non nacque che verso la metà, 
o dopo la metà di questo mese. L'equinozio di primavera, ossia l'entrata 
del sole in Ariete nel 1285, avvenne al 12 Marzo, ore 5 e mezza di sera : 
il tempo passato dall* entrata in Ariete all' ingresso in Gemini fa presso 
a poco di giorni 61 ed ore 12 e mezza ; dunque nel 1265 l'entrata in Gemini 
dovette accadere il 13 Maggio, ore 6 del mattino. Che se l'equinozio del 
1300 (fissato da molti astronomi al 12 Marzo, ore 5 antimeridiane) fosse in 
quella vece avvenuto di sera, come pretendono alM, allora tutto in questo 
calcolo si posticiperebbe di dodici ore a cagione de' nove anni bisestili in- 
termedi, e quindi l'entrata del sole in Gemini nel 1265 sarebbe avvenuta 
il 13 Maggio, ore 6 della sera. 

Era vezzo comunissimo nel dugento e nel trecento di abbandonare il 
nome battesimale, e valersi non d'altro che d'un nome troncato, si nelle 
occasioni solenni che nell' uso quotidiano. E tuttavia rimasero bastanti te- 
stimonianze del nome primitivo dell'Alighieri. Esso è ripetuto tre volte in 
un documento pubblico fiorentino del 1312, eretto ad istanza di suo figlio 
Jacopo, di cui buona parte è riportata dal Pelli. — Il Todeschini ritiene 
propriamente ed intrinsecamente fallace la opinione di coloro che asseri- 
scono la famiglia di Dante ascritta alla classe de* grandi anzicchè a quella 
de' popolani, e ne mette in piena luce l'erroneità. Coir autorità del Villani e 
dell'Ammirato, che vide e lesse tante croniche e scritture di Firenze, quanto 
forse niun altro, ci prova, come già cominciato il secolo XIIT, e più di ses- 
sant' anni dopo la morte di Gacciagulda , i maggiori di Dante non erano 
altrimenti fra le schiatte nobili della città. Aggiungasi che prima di appar- 
tenere ad una schiatta nobile facea duopo appartenere ad una qualche schiatta, 
eh' è quanto dire, essere membro d'una famiglia, che abbia un nome proprio 
generalmente riconosciuto. Ora i maggiori di Dante sul principio del se- 
colo XIII non avevano ancora un nome famigliare: eglino non s'appellavano 
che pel nome personale e per quello de' loro genitori , come si usò lungo 
tempo fra le genti mezzane, ed un tempo assai più lungo nel popolo mi- 

n\}to Il nome Alighieri, come nome proprio di un casato, non era 

pienamente stabilito nemmeno un secolo appresso, ma talvolta usavasi ancora 
come semplice patronimico, dappoiché nel padre di Dante s' era rinnovato 
il nome del padre di Bellincione. — Né i suoi maggiori si trovano net 
catalogo non solo de' grandi, ma nemmeno delle case notabili del popolo, 
di parte guelfa, che, in occasione della sconfitta di Montaperti, avvenuta nel 
Settembre del 1260, fìiggirono di Firenze. Adunque Dante Alighieri nacque 
e visse popolano , ed appunto per ciò ebbe aperto l' adito a sedere fra ì 
signori del comune, locchè per le le.ggi del 1293 era vietato a ciascheduno 
de' grandi. Nato da una famiglia del popolo, cresciuto a perfetta età mentre 
in Firenze prendevano un grande e straordinario sviluppo i principi i de- 
mocratici , salito in qualità di popolano al sommo onore della repubblica, 
attaccatosi nella divisione de' Bianchi e de* Neri a quel partito, eh' era più 
amico del popolo, più avverso alla dominazione de* grandi, Dante professò 
per lungo tempo sentimenti i più avversi alla nobiltà ereditaria. Nella 
terza canzone del Convito, ei combatte le idee comuni della nobiltà ; nega 
eh' ella possa consistere , o nel possesso di antica ricchezza , o nella deri- 



y Google 



STUDI .BIOGRAFICI. 7 

3 da illnstri maggiori, ma che è una prerogativa indiyidaale, un seme 
a felicità meMSO da Dio nell'anima ben potta^ idee singolarmente ricon- 
fersuite nel Gom«nto. 

Ciùimque stima Dante esser nato di schiatta nobile, dice il Todeschini, 
non ha mai letto il Trattato quarto del Convito, o non ha mai preso a 
are il paragone di quello scritto coli' eterne pagine della scienza del cuore 



n Todeschini di poi le ragioni che in appresso scossero l'animo po- 
polare dell* esule ghibellino , ed a poco a poco lo trassero a pensare , che, 
qnal che si fosse la verità delle cose nel mondo delle idee, gli era ad ogni 
modo necessario nel mondo de' fatti di attribuire una importanza ed una 
considerazione alla nobiltà dei lignaggi (Par. xv. xvi). >- Todeschini, Scritti 
sa Dante i, 3^t4-3G0, e i, 26S. — 11 Todeschini poi prova che, non per farsi 
popolano, che tale era nato, ma per rendersi capace degli uffici del civile 
reggimento, a* quali non salivano se non che i membri dei collegi delle arti, 
l'Alighieri desse il suo nome all'arte de' medici e degli speziali. Alla sesta 
dell' arti maggiori, la quale prendeva il suo nome da' medici e dagli speziali, 
<à comprendevano i dipintori, e con loro certamente tutti quelli ch'erano 
dati alla professione del disegno, e che non entravano nell' arte duodecima 
dò maestri della pietra. Onde Ant. Pucci cantò: La sesta sono medici e 
speóali E dipintori^ e di piA altri assaij, Che in questa arte son con loro 
ignoti. — Ed ei pur ritiene che prima della battaglia di Gampaldino si fosse 
trovato in altre fazioni di guerra, e perciò acquistato opinione di giovine 
valoroso, e certo fra' cavalieri , cittadini di Firenze , che nel Giugno 128S 
bandirono Oète sopra Arezzo. De* sette figliuoli, di cui lo si volle padre, 
ei non riconosce che Pietro, Jacopo e Beatrice, e ne adduce le ragioni. — 
D^e vite che dell'altissimo Poeta abbiamo, il Todeschini non par contento. 
Uomini dottissimi e di rispettato nome, ei dice, hanno tessuto la storia della 
vita e del poema di Dante, secondo il parere e piacer loro, e farebbe d* uopo 
recare in mezzo fatti, autorità ragioni per rendere aperto il sentiero della 
verità. Opera sarebbe grave faticosa e da non venirne si presto a capo. 
Lango camino ù avrebbe dinanzi, nò si potrebbe trascorrerlo senza rimuo- 
vere ad ora ad ora gli ostacoli che lo attraversano. Che se avessi fidanza 
della mia vita e delle mie forze io moverei parola da compiere in altro 
tonpo quelle cose che ora accenno. 

BuNCHi Brunone, Cenni intorno alla vita e alle opere di 
Dante Alighieri. Premessi alPediz. della Div. Com. Firenze, 
Le Mounier, 1844 e 1846. 

Camerini Eugenio, Vita di Dante, Premessa al suo Co- 
mento. Milano, Sonzogno, 1873 e 1876. 

Canova Giovanni, Vita di Dante Alighieri. Verona, Mo- 
roni, 1823. 

Correnti Cesare, Dante Alighieri, Nel iv. voi. dell'Enci- 
clopedia popolare del Pomba, p. 780-86. 

L* egregio prof. Zoncada mi additava T Autore di questa 
vita piena di alti concetti e di vedute profonde. 



y Google 



O STUDI BIOORAFICI. i 

Costa Paolo, Vita di Dante, Bologna, Oamberini, e Par- 
meggiani, 1819, e nelle altre edizioni del suo Gomento. j 

Di Cesare Giuseppe, Memoria sulla vita di Dante, Estr. 
dal I. voi. dell'Accademia Pontaniana. Napoli, Stamp. R. 181 1. 

Dolce Lodovico, Vita premessa alPediz. della Div. Com- 
media. Venezia, Giolito de' Ferrari, 1555. 

Gregorbtti Francesco, Notizie su Dante Alighieri e i suoi 
tempi per agevolare a* giovani V intelligenza della Divina 
Commedia. Giorn. Eug. Sett. 1847 (V. pure Man, Dani. n. 533). 

Fraticelli Pietro, Cenni stotiei intorno alla vita di Dante 
Alighieri, Premessi al suo Comento. Firenze, Barbèra, 1860 
(Sulla sua /Scorta della Yita ecc. vedi Man, Dant, il 533). 

Memorie isteriche per servire alla vita de* piti illustri uomini 
della Toscana, raccolte da una Società di Letterati ed arric- 
chite di diligentissimi ritratti, Livorno, Santini, 1757. La vita 
di Dante Alighieri, voi. l p. 1. 

MissiRiNi Melchiorb, Vita di Dante Alighieri, adoma di 
40 incisioni. Firenze, Fabris, 1840. (Nel iv. voi. dell' ediz. della 
Div. Com.); Milano e Vienna, Tendler e Schaefler, 1844. 

N. N., Vita di Dante, Nel Magazzino Toscano. Livorno, 
Santini, 1754-56. 

Pelli Giuseppe, Memorie per servire alla vita di Dante 
Alighieri, Venezia, Zatta, 1758; id. 1759; id. 1760; Firenze, 
Piatti, 1823 — V. U. Foscolo, Discorso sul Testo cxxvn e seg. 

PoociANTi P. Michael, Servita, Dantes Alygerius. Catalo- 
gus scriptorum florentinorum ecc. Florentiae, apud Philippum 
lunctam, 1589. 

PosoGCO G. U., La vita di Dante in reiasione del suo tempo, 
Studio. Fermo, Bacher, 1876. 

RiNucciNi Filippo, di Gino, Vita di Dante Alighieri, Delizie 
degli eruditi Toscani, voi. xii. 

Rossetti Gabriele, La vita di Dante. Precede il Comento 
analitico della Divina Commedia. Londra, Murray, 1826. 

RuBBi A., Notìzie storiche e critiche su Dante e il suo Poema. 
Nel voi. IH. dell' ediz. della Div. Com. del Zatta. Venezia, 1784. 

JSacchi Deitbndbnte, Dante Alighieri, Ne' suoi Saggi, col 
titolo Uomini utili, voi. i. 1-11. Milano, Silvestri, 1840. 

SciFONi Felice, Dante Alighieri, Dizion. Biogr. Univ. Fi- 
renze, Passigli, 1840. 



y Google 



STUDI BlOGRAFia. 9 

Sebassi Pibr Antonio. Nella ediz. della Div. Com. Bergamo, 
Lancellotti, 1752; Roma, Fulgoni, 1791. 

TiRABoscHi GiROLiMO. La vita di Dante scritta dal Tiraboschi 
nella Storia della Letter. Ital. (T. v. L. 3 C. 2-nn. 3-11) fu 
ristampata e corredata di molte note dal De Romania nel iv voi. 
dell' ediz. da lui procurata della Div. Com. 1815-17, e poscia 
riprodotta nell'ediz. di Padova del 1822, Tip. della Minerva, 
e in molte altre ancora. 

Tommaseo Nicolò, NeW Encyclopedie des gens de Monde, 
1856 — V. Man. Dani. iv. 40. 

Ugouni F., Dante Alighieri. Ediz. diam. della Div. Com. 
Firenze, Barbèra-Bianchi, 1859. 

Zaccaria p. Francesco Antonio, Vite di Dante. Premessa 
air ediz. della Div. Com. Verona, Berna, 1749. V. Lettera del 
P. Valerio Baggi, Gesuita; Melandri P. Gius, intomo allo studio 
dei P. P. della Comp. di Gesù nelle Opere di Dante, p. 18. 

ZiNELLi Federico, Brevi notìzie intomo alla vita ed alle 
opere di Dante Alighieri. Intorno allo spirito religioso di Dante 
Alighieri, Venezia, Andreola, 1839, I. v. xxvi. 

AiCARD J., Notice sur Dante Aligì^ieri, Nell'opera: Un 
Mlion de Faits. Paris, Dubochet, 1843. 

Ginguenè P. L., Notice sur la vie de Dante et sur ses 
ouvrages, et Analyse de la Div. Comedie. Milan, Giusti, 1820 
— Traduzione Italiana, Almanacco per Vanno 1834, Venezia, 
Andreola — Id. Artide su Dante Alighieri. Nella Biographie 
Universelle, Paris, Michaud frères, 1811-20. 

MoR^i Louis, Dante Aligeri. Nel suo Grand Dictionnairo 
historìque, Bayle, Brandmuiler, 1740. 

Papirii Massoni, Vitae triumph. Hetruriae procerum, Dantis, 
Petrarcae. Parisiis, a Prato, 1587 — Elogia varia. Parisiis» 
Hurè, 1638. 

VoLTABRE Fr. M., Le Dante. Dictionnaire phil., Kehl, Soc. 
Liter. et Typ., 1784. 

Floto Hartwig, Dante Alighieri, sein Lehen u. scine 
Werhe (Dante Alighieri, la sua vita e le sue opere), Stuttgart» 
Beisfer, 1858. — Lezioni pronunziate neir inverno 1856-57 nel- 
TAula deir Università di Basilea, 

BALDACCHiin Saverio, Sludii Danteschi in Germania. Hartwig Floto. 
Prose, n, ll(>-26. Napoli, Stamperia del Vaglio, 1873. 

Digitized by V^OOQlC 



10 STUDI BIOGRAFICI. 

Il Baldacchini antliza la vita che dell'Alighieri acriase U Flotto, e la 
trova leggera aaaai. Secondo il Pioto, Dante non Ai mai popolare, nemmeno 
ili Italia, e lo provano i molti espositori, e le molte cattedre instituite perchè 
il suo poema venisse cementato e quindi inteso. Ma quel lihro esprime meglio 
r ìntima natura degl'Italiani, e per conseguenza quale può essere più pò- 
])olare per noi che in esso vi <A ravvisiamo come ritratti e acolpiti? Ed 
appunto la Divina Commedia era dichiarata, perchè ciascuno voleva far 
s-.ia quella viva parola, studiandosi che si diffondesse ancor più. Ck>me una 
f'ncirlopedia essa consideravasi , e voleasi che la parte più riposta di essa 
divenisse accessibile a tutti, di guisa che la più squisita ontologia cristiana 
o la più alta teologia divenir potessero laicali. — Se tutto chiaro fosse il 
poema ad un modo, non rappresenterebbe, come veramente rapprraenta. 
1* universo, eh' è luce e tenebre; e perderebbe la sua natura simbolica e 
profetica, la quale, tanto sopra ogni altro poema antico e moderno lo innalza. 
— Il Fleto vuole spiegare l'adorazione di Dante per Beatrice con la cavalleria, 
(> ro' trovatori, e con le corti d'amore, e con gli altri costumi de' Proven- 
zali. Ma ben non considera il professore di Stuttgarda che la Cavalleria si 
congiugne agli ordini feudali, e che per gl'Italiani Ai sempre cosa forestiera, 
non natia. Non considera egli che la nostra poesia, altamente civile, nulla 
ìi:ì che fare con quella de' trovatori, eh' è castellana. Non considera infine 
li* origini gotiche della civiltà aquitanica o provenzale, affatto diver^ dalle 
nostre che latine sono e, come latine, assai prossime alle elleniche. L'amore, 
rlie i nostri professano per la bellezza nella sua idea universale, solo rende 
possibile ogni altro amore in guisa che abbia grandezza, e s' intreccia mi- 
rabilmente con la più severa osservanza del dovere. Ciò che più offende il 
Balilacchini nel libretto del Fleto si è il non avere egli intesa abbastanza 
la grande anima di Dante e l'unità ideale della Divina Commedia. Né il 
Ruth né il Floto non intesero che essa non sarebbe stata un' epopea ab- 
bastanza storica, se spogliata fosse della parte allegorica e simbolica, sendo 
allegorica e simbolica l'età dantesca. — Al Floto pare imperfetta l'astro- 
nomia tolemaica di Dante, imperfetta la sua teologia stessa, non ostante che 
il poeta fosse ito a Parigi per fortificarsi, non ostante che la sua dottrina 
si accordi a quella delle nostre scuole da Paolo a Tomaso d'Aquino. In breve, 
s.?condo il Floto, la Divina Commedia fu scritta per l'esaltazione del santo 
romano impero della nazione germanica. 

Kakrajsck Franz, nel periodico sloveno Soca, 1874, dettò 
una diffusa biografia di Dante, e ci diede tradotti pure in slo- 
veno alcuni brani delle poesie dantesche. — Nel xii. £asc. an. ii. 
deir Uj magyar muzeum (nuovo museo ungherese), rivista 
pubblicata dairAccadetnia Ungherese, troviamo un articolo del 
Csàzàr, col titolo Dante Alighieri, e col motto onorate V altis- 
simo poeta. Questo articolo contiene tre parti: 1° una prefii- 
zione in forma di lettera, indirizzata dalP editore del Museo a 
Fr. Toldij : 2® una breve introduzione nella quale Csàz&r parla 
della vita e dell' opere di Dante, e lo intitola padre del roman- 
ticismo. Toldij in una nota aggiunta alla predizione dice che 



y Google 



STUDI BIOGRAFICI. II 

Dante è la porta gigantesca che dal medio evo introduce all'età 
novella, ed ognuno che vuole conoscere Tuna o T altra di queste 
epoche, ovvero ambedue, vi deve passar sotto. Co. Géza Kuun. 

Sandbr Diaconus 9U Gronau Ritter des eisernen Kreuseg, 
Dante Alighieri der Dickter der goUUchen KomÓdie Vortrag 
iV>* evangelischen Verein zu Hannover gehalten. — Hannover, 
Cari Mehr, 1872, in le"", 80 p. — Dante Alighieri, poeta della 
Divina Commedia, discorso tenuto nella riunione evangelica ad 
Annover da Sander diacono a Gronau, cav. della croce dì ferro. 

Racconta brevemente la storia dei tempi e della vita del- 
TAlighieri, e dà poi un'analisi della Divina Commedia. È un 
lavoro di poca importanza. 

Scrissero più o meno ampiamente della Vita del Nostro tutti gli Sto- 
rici della Letteratura Italiana: Comiani Giamb.j, I Secoli della Letter. Ital. 
Torino, Pomba, 1844, 1. 144>74. — Riccardi Ani., Manuale d'ogrni letteratura. 
Prato, Guasti, 1839. — Alaffei Gius., Storia della Letter. Milano, Classici, 
i'vit; C. IV. 42-$^. — Franceschi Ferrucci Caterina, I primi quattro se- 
coli della Letter. Firenze, Bianchi, 185C, Lez. iv-ix, 74-295. — Cereseto G. 
B., Storia della Poesia Italiana, Milano, Silvestri, 1857, Voi. i, 58-72. — 
Emilirmi Giudici Paolo, Storia della Letter. Ital. Firense, Le Mounier, 1855, 
p. 118-2Ó0; Id. Compendio, Firenze, Poligrafia lUl. 1855; p. 72-125. — Car- 
t'nra Franeeéco, Antol. Ital. Vienna, Ueberreuter, i, 15-19. — Canlù Cesare, 
Sloria della Letter. Ital. Firenze, Le Monnier, 1865, p. 31-59, ecc. ecc. 

< Nella libreria Riccardiana (Cod. xxii. se. N. ord. I.) vi ha una raccolta 
in lingua latina di vite di filosofi e di eruditi che si crede essere di Antonio 
C'trtulario Padovano. Vi è un framento della vita di Dante, il quale dal 
«lottissimo Gio. Lami fu trascritto nelle sue novelle letterarie dell'anno 174& 
<cv\. 181 e seg. ). Anche Tab. Mehus lo inserì nella vita del Padre Am- 
hrugio, traendolo dal medesimo codice. Di esso non si conosce l'autore, 
«siccome pure di un* altra vita di Dante, che al dire del Gionacci nelle sopra 
rifate schede si trova nella libreria Strozziaua (nel cod. segn. 181 de' libri 
tn fol.). Ivi pure (nel cod. 301 e 560 de' libri in 4'> ed In 8°) trovasi altra 
vita deUo stesso Poeta d* autore anonimo; ed il cod. 1006 de' libri in foglio 
racchiude varie notìzie sopra la nascita e morte del medesimo. Jacopo Cor- 
binelli in fine della sua edizione del libro De vulgari eloquentia, fatta in 
Parigi Panno 1577, pubMico una breve vita di Dante similmente^ d'incerto 
scrittore. Nel tomo xii delle Delizie degli eruditi Toscani pubblicate dal 
[K Idelfonso da S. Luigi vi hanno alcune imbreviature d'istruroenti a' fra- 
telli di lai, che sono curiose; l'elezione del medesimo ad ambasciatore al 
romune di S. Qimignano nel 1209; la condanna dello stesso nel 1302, ed a 
pag. 155 la supplica dell'Accademia fiorentina dell' 11 Gennaio 1587 per eri<r 
jrere un busto dì marmo a Dante. > Pelli — Sul busto decretato dall' Accad. 
fior. V. Salvino Salvini, Fasti Consolari, 286; Man. Dant. n. 422; G. Gar^ 
fjani. Lettera al cav. Emilio Frullani, Giornale del Centen. 113. 



y Google 



12 SDUDI BIOORAFICI. 

Anche Sieeone Poìentano ne scrisse la vita che inseri n^Ia saa inadita 
opera: De scriptoribus latinae linguae ad Polidorum filiwn. Il Mehus nella 
prefaz. alla vita del poeta di Giaunozzo Manetti (pag. xix) trascrisse questa 
vita conforme al codice dell'Ambrosiana di Milano, ed a pag. xxi riferi ìì 
principio ed il fine come si legge nella Ricoardiana. Nella vita poi del Tra- 
versari (p. clxvi-clkxii) Tha riportata intera sopra lo stesso codice Rjo- 
<;ardiano, facendo meglio conoscere quanto fra loro differiscano i due mss. 



MONOGRAFIE BIOGRAFICHE 



ScARABELLi LUCIANO, Che il cosato del Poeta è AUaghieri, 
Codice Lambertino, iii. xxxvi. 

n vero cognome o casato dell' AW/grAt^/ non è nò Allighieri, né Ali^ 
-ghieri, ma Del Bello, e ne' migliori testi io trovo scritto Dante d'XUìghìeri 
Del Bello; dove vuoisi notare che Del Bello è il vero cognome o casata, 
e àWllfghieri il soprannome. Nel 29 canto del Purgatorio sì ragiona di G^ri 
■del BetlOj e nei commenti a quel canto potrei mostrare che molti priorlsti 
fiorentini, nei quali si tien conto dei Gasati e insiememente del tempo, nel 
quale gli uomini di una famiglia erano in dignità, tutti trattando della 
nobilissima famiglia di quelli del Bello, nominano ed hanno segnato in 

loro Dante Soprannome significa il nome , il quale si mette sopra al 

nome, come dire Dante è il nome, Allighiert è il soprannome, cioè il 

nome del padre: ma come richiede il Mercuri da Val di Pado potea 

formarsi il soprannome à' Allighieri, e quale analogia egli ha la voce Val 
di Pado con rAUighieril La Val di Pado dovea chiamarsi Val di Oert. 
quindi Alligeri. o Aldigeri, o Allifjhieri, o Aldighieri . . . . Impone il sug- 
gello il canto XXIX deli' Inferno , dove Dante parlando di Cteri del Bello, 
dice: Credo eh' un spirto del mio aangtte pianga ^ e il xv del Paradiso, 
dove fa dire a Cacciaguida sangui» metis o super infusa, nei quali luoghi 
<;hiamando Danto e dicendo Gerì del suo sangue e messer Cacciaguida si- 
milmente chiamando Dante suo sangue, certo è che Oeri e Dante venivano 
ad essere del medesimo sangue e avevano lo stesso Cognome o Casato. — 
Mercurij Lettera al prof. Scolari. — Anche V. Buonanni intitola il suo 
Discorso sopra la prima Cantica (Fiorenza, Sermatelll, 1572) del divinissimo 
theologo Dante d'Alighieri Del Bello. 

DiONisi GuN Jacopo, DegH amori di Dante per Beatrice. 
Aned. ii. e. xiv e xv. Preparazione Storica, cap. xxxvii-xliii, 
voi. IL, p. 43-in. 

Arrivabbne Ferdinando, Gli amori di Dante e tU Beatrice, 
tolti d'allegoria ed avverati con autentic?ie testimonianze. 
Mantova, Caranenti, 1823; Id. il Secolo di Dante. Udine, 1827, 
p. 57G-601. 



y Google 



STUDI BIOGRAFICI. 13^ 

Mbsirini Melchiorb, BelC amore di Dante Alighieri e del 
TìtraUo di BecUrice Portinari. Firenze, Ciardetti, 1830; Milano, 
Teadler e Scbaeffer, 1844. 

Rbcmont Alfrbd, Beatrice atts Dante* s lugendleben. la 
una Strcsina, col titolo Italia, Berlino, Duncker, 1838, p. 67-103. 

Tommaseo Nicolò, Amori di Dante; Ancora deW amore di 
Dante, Nei prologomeni al Comento. 

Db Boni Filippo, Beatrice Portinari, Meseaggiere della 
donne italiane di Lucca, n. Il del 1844. 

Sacchi Defbndbnte, Amore e vicende dei quattro poeti ita» 
Uani Dante, Petrarca, Ariosto e Tasso, Studi storici. Milano^ 
uL ditta Vallardi, 1856. 

Nardi Pietro, Amori celebri dei poeti e degli artisti italiani. 
^lano, tip. Dante Alighieri, 1874. 

Mi^tcH Raffaele, DegU amori di Dante veri e supposti,. 
Memoria letta aWAccad. di Padova il 14 Maggio 1865. Pa- 
dova, Sacchetti, 1871. Pubbl. per Nozze Carlotti-Cittadella Vi- 
godarzere. 

Dante Alighieri ebbe nobilissimi affetti. Amò fin dai primi 
suoi anni Beatrice d* un amore purissimo, da lui quasi diviniz- 
zato nei sacro Poema. Amò la famiglia, nò potea con essa non 
amare la moglie, la quale dopo T esilio di lui rimase T unico 
appoggio de* pargoletti lor figli. Amò la patria, quantunque da 
lei pili volte acerbamente ripresa. Amò la sapienza, eh* egl' im- 
bandì in tanta copia nel suo Convito, e largamente trasfuso 
nella Divina Commedia, Questi i veri amori, che più sublima- 
rono la mente e T anima del Poeta. Veruna prova si sa poi 
trovare de* presunti suoi amori profani, se non in qualche tratto 
della Canz. ix. ed appena forse in alcun altro de* suoi componi- 
menti 8U Pietra. La pargoletta mentovata da Beatrice nel G. xxxi. 
del Purgatorio, non è che un nome generico, ovvero una indica- 
zione corrispondente, non a Gentucca, ma ad una Pietra celebrata 
ne* sopraddetti versi dell* Alighieri. Nessuna prova si rinviene 
dell* amore che si suppone collocato dal Poeta in una Bolognese^ 
e in una donna del Casentino. L* affetto di Dante alla Lucchese 
Gentucca, ovvero ad Alagia Fieschi, non era illecito , bensì un 
sentimento di gratitudine, che gli fece lieto il soggiorno di una 
città da lui anteriormente ripresa. (V. Dionisi, Prepar. Ist. ii. 
e. 35 e 36. Ugo Foscolo, Discorso sul Testo, xc). 



y Google 



14 STUDI BIOGRAFICI. 

WoLTERS W. P., Beatrice, Leiden; S. C. van Doesburgh, 1874. 

È un piccolo romanzo dell* amore di Dante per Beatrice. 
Ci vien essa presentata con la sua amica Gemma Donati, nella 
•casa di sua madre Celia, dove Cimabue introduce Jacopo da 
Todi. Dante, innamorato, le invia spesso de' sonetti, ne^ quali 
parla del suo amot*e. Se non che Brunetto Latini dà un altro 
indirizzo alla sua anima, e gli apprende ad amare T ideale non 
già la realtà di Beatrice. Essa, negletta da chi ebbe tanto caro, 
toglie a marito Simone de Bardi. L'autore paiola della stretta 
amicìzia che legava il poeta a Simone, a Guido Cavalcanti, a 
Giotto. Beatrice rimase fedele al suo sposo, quantunque non 
possa dimenticare il suo Dante, ch'ella rivede qualche volta 
dopo la battaglia di Campaldino, ed in un intimo convegno, in 
cui egli canta le vicende di quel glorioso fatto d'armi, in versi 
si belli onde ne sale in bella rinomanza. Ma amore dUèconfig- 
geta ogni giorno più la poca vita di Beatrice; invano si fa 
sovente a chiedere conforti e consolazioni a Fra Jacopo da Todi 
che r esorta alla preghiera. Ed è Fra Jacopo che conduce Dante? 
al letto di lei moriente. Neil' ultimo incontro, sulla dimanda di 
Beatrice, promette che come ei Tamò nei mortai corpo, cosf 
amerebbela sciolta; ed ella, a ricontro, guiderebbe le pciìne 
delle sue ali ad alto volo, per poterla vagheggiar, vivo, nel cielo 
che più prende della gloria di Dio. 

RossBURGBB LoTHUN, Dante e Beatrice, Londra, King, 1870, 
n. 2 voi. 

L'Autore descrive il poeta e la sua donna, i tempi ne' quali 
vissero, e consacra le sue ricerche all' « Italia non più divisxi, 
madre, regina coronata nella pace ». Dopo aver alluso a € quel 
g^rande avvenire dell' Italia, che di certo sarà più bello del suo 
presente », egli scrive : « possa il ricordo di due nobili vite 
giovare a questo avvenire, richiamando alla mente, come ri- 
tratto vivo, la loro tenacità, fedeltà, perseveranza. Possano 
^r italiani educare i loro figli a seguir tale esempio. » — L'opera 
é dedicata a Firenze « madre e patria di Dante Alighieri e di 
Beatrice Portinari. » Le descrizioni del Medio Evo prendono gran 
parte del libro : vi s' impara, con diletto, come si abbigliassei-o, 
come mangiassero i mercanti fiorentini, e le loro famiglie. La 
nobile e severa figura di Dante, quella graziosa di Beatrice son 
delineate con finezza suprema. Rivista Internas.y 1876, i, 128. 



y Google 



STUDI BIOGRAFICr. 15 

Witti Carlo, Un dubbio su Gemma Donati. Rivista 
Internaz. Brittan. Germ. Slava I Marzo 1876, p. 6-8. — 

ScARTAZziNi Gio. Andrba, Gemma Donati, Rivista Inteiiiaz., 
p. 65-71. — 

WiTTE Carlo, Gemma Donati, Replica, Id. p. 97. — 

ScARTAZZiNi Gio. Andrba, Gemma Donati, Replica, Id. 1G6> 
173. 

Carlo Witte, T illustre dantofilo, muove un dubbio intorno 
a Geoìma Donati, la moglie di Dante, se cioè, egli non abbia 
avuto da rammaricaci forte de* costumi di lei. Uno degli ar- 
gomenti del Witte ò questo: Quando Forese Donati ià quella 
sua beo nota invettiva contro le sfacciate donne fiorentine che 
tan mostrando colle poppe il petto , e quando pone loro in 
contrasto la illibatissima sua vedovella, perchè dimenticò la 
donna di Dante pure sua affine? e perchè Dante stesso non 
trovò a ridire suir asserzione esser la Nella di Forese in bene 
operar più, soletta ? Dubita quindi che il Certaldese e Giannotto 
Manetti sulla sua fede avesser ragione quando furono cosi crudeli 
inverso cotesta Gemma, a cui pure il Witte dichiara non poter 
pensare senza una oerta mestizia. Ma T egregio mio amico, 
prof. Scartazzini, ritiene corti e difettivi gli argomenti addotti 
dai Witte, e facendosi paladino della Gemma con fine accor- 
gimento, con logica rigorosa e con acume grande ribatte ad 
una ad una le accuse del Boccaccio contro la moglie di Dante. 
Ma il W^itte non ritenne perciò falsificato il suo parere. Noi 
però non possiamo non tenere col prof. Scartazzini. 

Anche il Minich, nell'opuscolo auccennato, si fa campione della Gemma. 
— L*Aiighierì, cosi egli, convisse colla moglie più di nove anni, e tuttavìa 
n>bbe in quel corso di tempo non meno di sette figli, lo che dee sembrare 
una bella testimonianza d' affezione e d' armonia coniugale. Fu poi separalo 
a forza dalla sua donna per V ingiusta condanna all' esilio, e in tutto quel 
tempo almeno Tasaenza esclude ogni paragone odila stizzosa moglie del greco 
filosofo. Potrebbeai obbiettare che Gemma doveva farai compagna del marito 
anco nell* esigilo , ma è facile avvertire eh' ella non poteva allontanarsi da 
Firenze, giacché la conservazione de' beni della sua dote era l' unico mezzo 
rU provvedere al sostentamento della famiglia; né sarebbe stato possibile 
il peregrinare traendo seco molti figliuoletti in età minore ed infantile. Che 
&e r Alighieri nelle sue opere non ha mai nominato la moglie, non ha nem- 
meno fatta menzione de' figli , il maggiore de' quali fu però sovente al di 
lui fianco ; e neppure ha creduto di poter nominare se stesso fuor che una 
volta per necessaria cagione. (Purg. xxx. 55-63). Ma sono pur affettuoa-^ 
le parole del Poeta nel G. xvii. del Paradiso che attestano quanto gli era 



y Google 



16 8TVDt BIOGRAFICI. 

dolorosa la separazione dalla patria e dalla famiglia : — Tu Uuci&irai o(jni 
cosa diletta più caramente, e questo è quello strale che l'arco dell'esilio 
pria saetta — ; e nella famiglia, eh' è fra le cose più all'uomo dilette, dovea 
par comprendersi dall'Alighieri insieme configli, la moglie, che n'era 
rimasa 1* unico sostegno e conforto. Anche il Petrarca in una sua lettet^a 
«1 Boccaccio, attestò l'amore di Dante alla moglie ed a' figli scrivendo: — 
né l'iyigìuria de' ciUadini, né l'esilio, né la povertò, né l'amor della 
moglie, né la pietà de' fijliuoli il distolsero mai dal cammino una volt'X 
intrapreso. 

Croce Enrico, Dante speziale. La Rivista Eur. Feb. 1876, 
p. 49C-5Q0. 

Ricerca il perchè Dante si ascrivesse air arte degli speziali 
invece che a quella de' lanaiuoli, de' cuoiai, de' vaiai, de* tap- 
pezzieri, ecc. nelle quali arti andava per legge ripartita tutta 
la cittadinanza in Firenze. — « Nell'epoca della Repubblica 
Fiorentina, ei dice, gli speziali erano eziandio depositarli, traffi- 
canti e venditori di libri mss., ond'egli si matricolò in que- 
st'arte, non perchè sua intenzione fosse di trafficar mai in 
droghe, in perle preziose o in altri generi coloniali, sì bene 
per aver agio e commodi maggiori a proseguire i suoi studiì 
ed accrescere la cerchia delle proprie cognizioni. > — La quale 
scoperta commenterebbe quel passo del Boccaccio nella vita 
ch'egli scrisse di Dante, ov'è detto ch'essendo egli in Siena, 
s'avvenne nella stazione di uno speziale, ed è a sua volta illu- 
strata e avvalorata dal nome inglese Stationer, che tuoI dire 
Libraio, 

Odorici Federico, L* esilio di Dante, frammento. Monumento 
di Carità, Album scient. letter. di Nazario Gallo, Trieste, Weis, 
1857. Vi è unita una bellissima incisione su disegno del Tom- 
roaselli. 

Brot Alfonso, L'esilio di Dante, Racconto. Versione dal 
francese. Milano, Martinelli, 1842. — Riduzione dal francese, 
li Silfo, giorn. artist. letter. a. i. n. 18. 

Grion Giusto, Cangrande amico di Dante. Il Propugnatore 
di Bologna, a. iv, disp. 4, 1871, p. 395-427. 

Vuole alla fine dei Settembre 1302 Dante si conducesse a Ve- 
rona a cercarvi lo primo suo rifugio e il primo ostello; giacché 
nulla egli avesse chiesto, e nulla ottenuto né da Ugo ad Arezzo, 
né da Scarpetta a Forlì. Quivi fu per tre mesi ospitato in casa 
di Cangrande, e per avventura in quella stessa casa che ve- 



y Google 



STUDI BIOGRAFICI. 17 

>liamo più tardi destinata ad alberg^are gli ambasciatori, a speso 
pubbliche, oggi divenuta albergo privato alle due Torì-i. Nel 
1302 Dante non chiedeva ospitalità ma alleanza. — Ne fu piccolo 
aìerito di Cane, allora di 22 anni, se egli fece ospitare Danto 
■1 spese pubbliche, cioè riconoscere gli emigrati fiorentini come 
]iarte belligerante, e s'egli persuase il fratello, tutore, di affi- 
'largli una mano di £inti e di cavalli, coi quali, per Faenza e la 
valle del Lamone, come portato da Euro, sali e scendette le 
ùlde d* A pennino, per prendere parte il 12 Marzo 1303 alla zuffa 
ii PolciajK), e consigliare la ritirata quando temette d'essere 
investito. Ciò risponde all' età sua, a quanto sappiamo della sua 
indole, al passo di Dante, alla testimonianza del Biondo. 11 Oriou 
'Xingettura su varie altre visite fatte dal Poeta a Cangrande, 
ritiene suppositizia e la famosa Epistola a Cangrande, e V altra 
riepiù ilare a frate Ilario, e l' egloghe scambiate tra Giovanni 
«lei Vii^lio e Dante mezzo biondo e mezzo nero; vuole che 
(Jane do<nasse il Poeta di una tenuta a Gargagnago in Valpu- 
licella, e che a sifiatto dono si riferiscano i versi: A liti t^ aspetta 
'♦ a' suoi benefici, — Non Dante, bensì il figlio Jacopo avrebbe 
mandato a Cangrande l* originale autografo della Commedia 
man mano che terminava di copiare i fisiscicoli per fame dono 
3 Guido Novello, nel 1322 capitano a Bologna, probabilmente 
Iter ultima volontà del padre, o per desiderio espresso dalla 
i^entOezza di Cane. 

De' viaggi di DantB a Par:igi, Estratto dal Museo di Scienze 
*i Lettere di Napoli, 1845. 

MoRBio Carlo, Francia ed Italia, ossia mss. francesi delle 
nostre biblioteche con istudii di storia, letteratura ed arti ita- 
liane. Milano, Ricordi, 1873. — Il terzo cap. parla del soggiorno 
di Dante a Parigi. 

Cavara. Cbsabb, Sul probabile soggiorno di Dante a Per- 

-iceto, Persiceto, Giambattistelli, 1864. (Estratto dal n. 12 del 

f'iccolo Educatore). 

I Alighiero, figlio di Cacciaguida, fu padre di Bellincione e di 

1 Hello ; da Bellincione venne Alighieri, padre di Dante. A Bello 

j !u figlio Gerì padre di Bellino, che ebbe a figlie Betta e Checa, 

' la quale ultima si manto a Bartolomeo di Sala. Accettato fra 

i fatti storici che Dante onorò di sua presenza Nonantola, di qui 

•listante poche miglia, e compresa essa pure nel va^to agro 

2 

Digitized by V^OOQlC 



18 STUDI BIOGRAFICI. 

Persiceta, vorremo noi credere che nel suo esigilo non so^ior- 
nasse o molto poco a S. Giovanni, dove nel 1307 aveva un pa 
rente così stretto dal lato fraterno, dove ne aveva dal lato dell^ 
moglie, dove erano gli Ubaldini? 

ScARABELLi LuciANO, Del possibile ritratto di Beatrice Por 
tinaìH e della barba probabile di Dante Alighieri, Le:iotii 
Accademica, Nuovissima edizione (di soli 100 esempi.) corretto 
ed ampliata, (in 8® di pag. 20). Bologna, Regia Tip., 1874. 1 
dedicata alV onorevole Dantista H. CI. Barlow, 

Dante ne' suoi ritratti ci si presenta sbarbato. Chi lo ren 
desse altrimenti, non troverebbe più chi T accettasse. Eppun 
era barbato, e ce lo dice il Boccaccio, e Dante stesso nel x:sx 
del Purg. V. 68 e 71. — E nel Convito i, 12 si compiace di que 
naturale ornamento del viso, e ci £sl sapere che ogni bontà prò 
pria in alcuna cosa, è amabile in quella; siccome nella ma' 
schiezza essere bene barbuto. — Il prof. Scarabelli ribatte dappoi 
le contrarie argomentazioni. — Riguardo il possibile ritratta 
di Beatrice. V. Man, Dant, iv. 172. 

DioNisi Gian Jacopo, Del focale di Dante, Aneddoto viui 
Verona, Merlo, 1806. 

Arguzie e motti di Dante Alighieri, Nella Strenna Fion 
d*arte e di Lettere italiane. Milano, Bravetta, 1840, p. 147>51. 

Sbrmini Gentile, Ser Giovanni d^ Prato condoUosi con 
Baldinasua vaga in camara, adagio, di nocie et soU d'accordo, 
e cenato, nella veghia cominciò a leggere Dante, e troppo con' 
tinuando il leggere, Baldina, sdegnata, stimando che lui piti 
di Dante leggere, che di lei si contentasse, lassoUo in frega t 
partissi: esso, rimaso bianco, la mattina doltosene con une 
suo caro compagno, et dettoli la novella con abbondante ri^ 
^t risponde, come appresso la novella leggerassi. IL* ediz. di 
soli 12 esempi. Venezia, Clementi, 1868. Ne fu editore il proti 
Pietro Ferrato. 

Dante e il conte Guido, novelletta secondo due testi a penmi^ 
di lezione diversa. Faenza, Conti, 1875. — Ediz. di soli 2^ 
esemplari tutti per ordine numerati. Ne fu editore il Comm, 
Francesco Zambrini. 

Paranti Giovanni, Dante secondo la Tradizione e i Novel- 
latori, Ricerche. Livorno, Vigo, 1873. 

Il Rapanti, bibliografo dottissimo ed accuratissimo, ha avuto 



y Google 



STUDI BIOGRAFICI. 19 

r Ottimo pensiero di darci per la prima voUa raccolte insieme 
tutte la novelle, facezie, tnuiizioni, aneddoti storici riguardanti 
TAiighieri, e che formano si pnò dire, la leggenda di lui. Tutti 
i sei secoli;, dal XIV al nostro, meno il XVIII, oflrirono beila 
messe, ch'ei spigolò da ben 45 scrittori. La parte in cui spicca 
nmggioiTnente il merito dei Papanti, è senza meno quella delle 
QOte, preziosissime anche per gli studi comparativi ch'esse 
contengono e per le varie scritture che vi sono pubblicate nel 
loro testo, non solo dell'antico volgare, ma e di latino, e di 
lìAgne straniere, e ben anco di vernacolo. Sia lode pertanto 
grandissima al valoroso Papanti e per la diligenza delle ricerche, 
h felicità dei confronti e delle illustrazioni, la dottrina infine 
e il buon gusto dimostrati nel curare la lezione di vari e non 
sempre agevoli testi. V. L. Satorini, Propugnatore, Nov., Die. 
1873. p. 492; Rimsta Eur., Die. 1873; Archivio storico, ecc. 

Marchions di Coppo Stefano, Delia morte di Dante AH- 
gkieri. Delizie degli eruditi toscani, Firenze, Cambiagi, 1770-86. 

MsBCUBi Filippo, Lez, ix in forma di lettera diretta al cav. 
Filippo Scolari netta quale è trattato se Dante veramente sia 
morto nel 1321. Napoli, Nobile, 1853. 

Da molti luoghi del poema e delle altre opere di Dante, 
s'argomenta provare che Dante non mori nel 1321, ma indub- 
biamente nel 1328 (!!). 

Il prof. Orion Bcrìvevft: « Giov. Villani, il più antico biografo e quasi 
coetaneo di Dante, lo dice morto in laglio; il Villani abitava in sesto 
S. Pietro, e poteva faoBmente informarsene dal figlio Jacopo. Mona. Fer- 
retti, dei secolo XVI, il quale avea tutto l' agio e potere di esaminare o &re 
esaminare gli archivi delle sagrestie di Ravenna, nella vita di Dante che 
conservasi autografa nella Classense, lo dice morto intra ealendas julicu. 
Altri biografi ricordano un di festivo, e pensano o al 3 di maggio o al 1-4 
settembre: il 2 luglio 1321 era un giovedì, ma dedicato alla Visitazione 
di M. V. Pier Giardino, ravennate, che dovea sapere il mese in cui Dante 
morì, come quegli eh* era stato presente (o per tale creduto) alla sua morte, 
« che doveva sapere che la Divina Commedia era stata presentata da Jacopo 
a Guido Polentano il 1 aprile 1322, fa smarrire gli ultimi tredici canti per 
otto mesi dalla detta morte, il che, lasciato anche il tempo per la trascri- 
zione, combina benissimo col luglio, ma elimina il settembre. Che sia di 
ciò, resta incrollabile T autorità del Villani storico rimpeito a quella del 
Boccaccio che non istudio il Dante con critica se non dopo il 1359, e, scri- 
vendo la vita di Dante nel 1305, fu in questo punto che riguarda la morte 
di lui ingannato dalle epigrafi, che sono esercitazioni poetiche del quarto 
decennio del secolo. Cangrande amico di Dante, p. 30. 

Alberico de Roscìate, m. nel 1354, fa invece nascere il poeta cinque anni 
prima che tutti i suoi biografi : Vixit Dante» diebua viginti duobits minibus 

Digitized by V^OOQlC 



20 STUDI BIOGRAFICI. 

quingentìa sex et dt^eessil in civitate Hawwiae anno domtmeae inc^rv^- 
tionùt miUesimD trecentesimo vigeaimo primo die S. Crucia de mr;i.s*- 
Aeptetnbria. O^fus anitna per Dei mìaericordiam requieacnt in pace. Atneu. 
Ejc quibus diebus poasHut notori anni sex ìjinta unus menata sepie nx diri 
fredeeim, computato die mortifs. Item potest notori quod eitia nativit-'^ 
fuit anno mUlesìtno durentesiyno aexajeaimo, Knl. februiriì. 

Beltrame ab. Francesco, Priore di S.Alberto, Relazione 
sul sepolcro di Dante e le sue adiacenze. Ravenna, 1783 e 1701. 

— V. Lami, Novelle Letter. di Firenze, 28 Nov. 1783, ed £•//:> 
tneridi Romane, 6 Dee. 1783. 

Martinetti Cardoni Gaspare, Stona del Sepolcro di Dani e. 
Dante in Ravenna, 79-86; 98-103. 

Lemovne cav. Paolo, parigino, Visita fatta alla tomba degV H- 
lustri italiani in S. Croce di Firenze e da lui esposta in uw 
generale adunanza tenuta dalC Accademia tiberina il ffiornu 
14 Dee. 1845, essendone Presidente annuale. Roma, Tip. delle 
Belle Arti, 1846. 

CoRLARi AB. Andrea, Descrizione della festa ad onore di 
Dante celebrata a Ravenna nel 3 Gennaio 1798. Nella vita 
deirAlighieri di Ces. Arici. Bologna, Tip. della Volpe, 1844. 

— V. Martinetti Cardoni, Dante in Ravenna, 85-103. 



CEiNNI CRONOLOGICI 



Foscolo Ugo, Cronologia di avvenimenti connessi alia viUi 
e alla Commedia di Dante, avverata su gli annali ól Italia, 
e documentata con citazioni dalle opere del Poeta. Nelle edi- 
zioni della Commedia di Dante da lui illustrata. 

G. G. Waren LORD Vernon, Cronologia della vita di Dante 
Alighieri. L'Inferno di Dante ecc. Firenze, Piatti, 1842, xci». 
— Avvenimenti precedenti e contemporanei ad illustrazione 
della vita e degli scritti di Dante Alighieri, Id. xcvii-civ. 

Bbllomo B., Cenni cronologici intomo alla vita e alle opere 
di Dante Alighieri e al suo secolo. Firenze, Cellini, 1865. 

Ferrazzi Jacopo, Specchio cronologico della vita di Dante 
Alighieri e degli avvenimenti contemporanei e di quelli c/w 
prepararono il suo secolo con osservazioni critiche intomo alle 
opere del poeta ed alla loro pubblicazione. Man. Dant. li. 1-C4. 

Digitized by V^OOQlC 



21 



DOCUMENTI 



Risgtutrdanti la vita di Dante. 

1399, 8 Maggio. — Riformagione sull'amhascieria di Dante Alighieri 
al oomnne di S. Gemignano. P. Idelfonso, Delizie degli Eruditi Toscani, 
Voi. XII, p. 257; /V///^ Memorie, 9t ; Fraticelìi, Storia della vita di Danto 
Alighieri, p. 138. 

1301, 28 Apr. — Milanesi Gius. Documenti inediti e sconosciuti che 
ri'jH^rdano Dante Alighieri. Archivio Stor. Ser. in, t. ix, p. 53. — V. 
3Ian. Dant. iv. 22. 

1308, 27 Gen. — Prima sentenza di Gante de Gabrielli con che con- 
danna Dante a nn esilio perpetuo e alla confisca di tutti i beni. — Archivio 
delie Riformagioni (Capitolici, xi, disi, i, n. 19 a e. 2); P. Idelfonso, De- 
lizio ecc., X. 94; Fraticelli, Storia ecc., p. 147. 

1302, 10 Marzo. — Seconda sentenza con che vien condannato ad esser 
bruciato vivo qualora nelle forze della republica pervenisse. Archìvio delle 
Riformagioni (Capitoli CI. xi, disi i, num. 23 a e. 9) ; P. Idelfonso, De- 
lizie ecc., xn, 158; Pelli, Memorie, 106; Fraticelli, Storia ecc., p. 157. 

1306, Giugno. — Atto rogato da ser Giovanni d' Ampinana nella chiesa 
abbazlale di S. Gaudenzio, appiè dell* alpi, in che, tra' contraenti, si legge 
il nome di Dante. Fraticelli, Storia ecc., 191. 

1306, 6 Ottobre. — > Dantia Alighieri Legatìo prò Francischino Mala- 
spina ad ineundam pacem cum Antonio Episcopo Lunensi, denuo recognita 
♦"t itenim in lucem edita Consilio et sumptibus G. J. Bar. Vernon. Pisis, 
ex offic. Nlstrìana, 1817. — Ex tabularlo pub. Civita tis Serazanensis, serie 
342, tit. 3. instrument. Notarli pub. Parentis Stupii. Pubblicata prima dal 
prof. Maccìont, Codice diplom. della famiglia Malaspina, Pisa, 1769; Fra- 
ticelli, Storia ecc., 197. 

1308, o 1309. — Lettera di Frate Hario dal Corvo a Uguccione della 
Paggiola. V. Man. Dant. ii. 597. 

1315, 6 Nov. (28 Febr. 1316). — Quarta sentenza daU da Ranieri di 
Zaccaria d* Orvieto, vicario del re Roberto che lo condanna a perder la 
t^sta per mano del carnefice. — Dall'Archivio diplom. di Firenze, perga- 
rnene già spettanti al convento di S. Maria Novella — Fraticelli, Storia ecc., 
2r>3. — I.a terza condanna è del 1311 facta ab Hubaldo de AuguglUme; 
V. ab. Mehus, Vita del Camaldolese Ambrogio Traversari a CLXXxn. 



y Google 



22 DOCUfiOCNTI. 

IL 
Riguardanti le ceneri delt Alighieri, 

■* E flà 4 storico dwtlno, e Flrcnie, che a te nfgs lo oh* dd tre Brmndi tuoi 
Agli. Tu li ipargeeti} fleim a gonerota rapabblicai come eplritl creatori en l'ale dd 
Tenti ; e aesaano di loro A toknato alla madre ; tono rimasti con l' Italia che c»si 
idealmente crearono. E Intorno alla tomba dell'Alighlcrt Teglia la fede del forte po- 
polo di Romagna, cvetode degno. 8a la tomba di Arqnà cantano gli naignoli, e tutta 
la Vcaeala ee ne adoma come d' nn aimbole della gcntlleaaa ava ila nell' eroismo. 
La memoria di OiOTanni Boccacci abita i suoi colli paterni; e li abiterà gloriosa fin 
che resti una nota di qaes|^ eloquio toscano che a Oiorgio Dyron suonara sì eome 
nna musica fkvellata. ^ Cardateci, ai Parentali di Oìot. Jloceacci in Ccrtaldo, p. S7. 

I.o 22 Dee. 1390. — Deliberazione de' Priori della R^Hbblica fio- 
rentina. 

Fu presa la parte con 153 voti su 201 .. . — « Quod Operarii oper»' 
et sou fabrico majoris Ecclesie fiorentine possint ac etiam sub pena libra- 
rum mille florenorum parvorum teneantur et debeant, saltem infra sex 
annos proxime secuturos facere et fecisse conduci ad civitatem Florentle 
Ossa que poterunt comode reperir! et haberi de olim illtistribus et Celebris 
memorie viris civibus florentinis videlicet. Dante Alleghieri, D. Francesco 
Petrarca ... Et quod prò quolibet ipsoruro facere et fieri fecisse in maiorì 
Ecclesia fiorentina unam eminentem mapniflcam et honorabilem sepulUi- 
rara ornatam scuUuris marnioreia et aliis ornnmentis de quibus et prout 
bonori Civitatis Florentie et fame ac virluli talium et tantorum virorum 
vidcriut convenire. Et ossa cujuslibet prcdictorum facere. In sua sepultiira 
recondi ad perpetuam famam et celebrem memoriam omnium predictoruni 
et Civitatis ac rei publice fiorentine et quod habeantur vel non ossa, uichilo- 
minus fieri debeant prò causa predicta diete sepulturc .... » 

L'originale nel R. Archivio delle Riforma{?ioni, Cod. 87 CI, ii. a 270 e 
281. Il documento venne pubblicato per intero dal Martinetti Cardani, 
Dante in Ravenna, 101-110; da R. Conti, p. 43. 

II.® —1 Feb. 1129. — Lettera della Signoria di Firenze ad Ostnsio 
Polentano^ Signore di Ravenna , con che gli si chieggono le ceneri 
dell' Alighieri. 

.... « Fuit jam pridera per nostram rem pubblicam conslitutum ul 
Dantis Alagherii et Franciscì Petrarce inclitorum poetaruni sepulcra cum 
ea qua decet' magniflcentia in urbe nostra hoc est in patria ipsorum pot^ 
tarum construerentur. Quam rem haclenus pretermissam, decrevimus nunc 
utpote laudabilem et comendatione dignam ad effectum perducere . . . > 

L'originale nel R. Archivio delle Riformagioni, Cod. 30, CI. x. Distr. 
1 a 17. Il documento venne pubblicato per la prima volta dal Gaye; dal 
Can. Moreni nella vita di Dante del Filelfo, xxxi, che lo dà per inedito; 
dal Martinetti Cardani^ Dante in Ravenna, p. 110; dal Conti, p. 45. 

III.** — 13 Aprilo 1476. — Dbl Lungo Isidoro, Un doaonento dell' Ar- 
chivio Mediceo. Estratto dall'Archivio storico italiano, Serie in, t. xix, 
Disp. I, Firenze, Cellini, 1871. 

Il documento ch'io presento, scrive l'egregio professore, aggiunge un 



v Google 



DOCUMENTI. 23 

episodio del tatto ignoto, e degnissimo di essere conosciuto, ad una storia 
che a«&*anno di dantesca celebriU, 1805, ebbe tanti raccontatori: la storia 
He vicende incontrate dalle ossa di Dante. — Da esso si fa manifesto il 
t-TKolo un" altra volta corso e gravissimo, da* frati e da* cittadini di Ha- 
T'-nna, di perdere le ossa del divino poeta sì caramente e nobilmente diletto. 
Ebbe gran parte in questo disegno Bernardo Bembo, padre al Card. Pietro, 
'.ntore -veneziano a Firenze, il quale a troppa fidanza della sua Repubblica, 
i qued di a Ravenna prepotente, se ne fece promettitore. E abbiamo pur 
da esso come i Medici, quantunque per loro fini, al dire del Foscolo, si 
^rt>fe»aj»ero i devoti deUa Chiesa, della Francia e della plebe, dessero 
jiTDva di amare e venerare T avversario implacabile di Bonifacio viii, e che 
^ Lorenzo il desiderio di rivendicare la tomba di Dante alla sua Firenze 
cju fosse minore della gelosa fermezza di Ravenna in conservarla. Ecco 
1 docfunento: 

Magnìfico viro e magior mio onorandissimo, 

r ò inteso , per lettera di costi , come lo 'nbasciadorc veneziano s' è 
usTQìUy a casa. Il perchè, ricordandomi quello che la Magnificenza Vostra 
7i disse una sera, tornando da visitarlo, poco dopo T esequie di Matteo 
Palmieri, circ' a casa Antonio di Puccio, voglio che Voi intendiate che Voi 
V* apponesti; e per un piacere a' mia di, non so quale io mi potessi averlo 
."nagìore, che vedere rìpatriare quell'ossa, che per la Magnificenza di 
«ietto anobasciadore dopo la tornata sua vi furono promesse : massime perchè 
i'> mi rendo certissimo, che con quella gratitudine e magnificenza per Voi 
<i preparerà, che, per quanto si può fare, merita uno uomo tanto eccellente, 
circa ricevere quelle degnissime ossa, la corona, la sepoltura e luogo. Al 
i^agnanìjno s'appartengono le gran cose: ma qual può essere magiore 
rhe questa? Raccomandomi a la Magnificenza Vostra in ogni caso; che 
Dio felice vi conservi. 

In Santo Giovanni, a' di xiij d'Aprile 1476. 

Antonio Manetti, Vicario. 
IH fuori: Magnifico et generoso viro Lorenzo di Piero de' Medici, 
magiore «no singularissimo, ec. In Firenze, 

IV.o — 20 Ottobre 1519. — Memoriale dell' Accademia Medicea fio- 
rentina a Papa Leone X, affinchè le fosse concesso : ossa atqtie cineres ex 
ravennate ad natale aolum transfereyidi celebrique monv^mento obrìtendi. 
La proposizione venne da Girolamo Benivieni amatore ardentissimo della 
patria^ eh' era stato dei più caldi seguaci di firate Savonarola. — Michelan- 
gelo Buonarroti, non sapendo di latino, si sottoscrisse in volgare con queste 
memorabili parole: 

/b Michelagnolo schultore il medesitno a Vostra Santità sttpplico 
offerendomi al divin poeta fare la sepultura stta chondecente in locho 
onorevole in questa Cictà. — Egli è facile intendere che cosa era da aspet- 
tarsi di meraviglioso da un monumento innalzato dal più grande artista al 
più gran poeta d'Italia! La proposta, scrive il Venturi, se n'andò in 
fumo, ma ci restano quelle parole tanto schiette, quanto dignitose , scritto 
di sua propria mano; e noi le serbiamo come sacra eredità dell'amore e 
•Iella venerazione che al divino Dante portava il divino Michelangiolo. — Nel 
R. Archivio di Stato, da pergamena racchiusa in quadro proveniente dallo 
Spedale di S. Maria Nuova del 1519 Ottobre 20. Pubblicate per la primi» 



v Google 



24 DOCUMENTI. 

volta dal Gori nelle aggiunte alla vita del Buonarroti, scritta dal Condiri. 
p. 112; dal Martinetti Cordoni, Dante in Ravenna, 111-117; dal Conti 
p. 40; dal Gotti, Vita di Michelangelo Buonarroti, n. 82-84. 

V.^ — 4 Maggio 1861. — Indirizzo del Consiglio Generale del Comune 
di Firenze alla Città di Ravenna per ottenere da essa, come firatemo dono. 
quanto più doloroso, tanto più nobile, la restituzione delle ossa di Dante. 
Giornale del Centen., 88; Martinetti Cordoni, 121, 

Deliberaz. del Consìglio Comunale di Ravenna in risposta all' indirixz«) 
della Comunità di Firenze. Giornale del Cent., 149; Martinetti Cordoni. 
121; Man. Dant. ii. 61. 

VI.° — Della scoperta delle ossa di Dante, Relazione con DocHtnenii 
per cura del Municipio di Ravenna. Ravenna, AngeletU, 1870. 

Il Consiglio Municipale di Ravenna, convocato per deliberare intorno 
alla scope' ta delle Ossa di Dante, adottava nel di 31 Maggio 1865 la se- 
guente risoluzione: 

« Considerando che la scoperta delle Ossa di Dante è fatto che non la 
sola città Ji Ravenna, custode di cosi prezioso deposito, interessa, ma 
^ altresì V intera nazione, che non ha guari con tanto entusiasmo si asso- 
ciava al Minicipio fiorentino nella celebrazione del sesto Centenario di 
Dante: Il Consiglio Municipale delibera — Che un'ufficiale Relazion<* 
deir importante scoperta sia redatta in nome del Consiglio a cura della 
Giunta Municipale e diramata a S. M. il Re, e ai Membri della Real fa- 
miglia, ai duo rami del Parlamento, ai superiori Dicasteri del Governo, ai 
principali Istituti ed Accademie dello stato ed estere, al signor conte Pietro 
Scrego-Allighieri, alle R.' Deputazioni di Storia Patria, a tutte le Provincie 
e Comuni del Regno, nella quale Relazione oltre alla compiuta narrativa 
del fatto, saranno consegnate tutte quelle nozioni storiche sin qui raccolte 
o da raccogliersi, le quali valgano a chiarire le ragioni del nascondimento 
delle ossa, e a sparger lume sulle persone e fatti attinenti ali* importante 
argomento. > 

L' opuscolo pubblicato abbraccia : ^ I. Una Relazione dell* ingegn. Mti- 
nicipale cav. Romolo Co» ti sulle vicende storiche del sepolcro dantesco, 
sulle probabili ragioni del nascondimento degli avanzi di Dante Alighieri ; 

— II. La Relazione anatomico-fisiologica del cav. prof. Giovanni Pugliolì: 

— III. La Perizia calligrafica, avente per oggetto di dimostrare V autenticità 
della mano del P. Santi che tracciava le iscrizioni nella cassetta contenente 
le ossa; — IV. Una sommaria descrizione della ^festa del sesto centenario 
dantesco in Ravenna; — V. Rogito folto in Ravenna, nelle ore 10 anti- 
meridiane del giorno 27 Maggio 1865, per solennemente certificare lo sco- 
primento delle ossa del divino Poeta; — ^^. Verbale della ripoùzione; — 
VII. Quattro tavole a corredo della perizia calligrafica. 

m. 

Centenario di Dante Alighieri, 

14 Nov. 1863. — Parte presa dal Consiglio Comunale di Firenze di 
celebrare solennemente nel mese di Maggio 1865 il Centenario di Dante 
Alighieri. Giornale del Cent., p. 2. 



y Google 



DOCUBfBNTI. 25 

IV. 

Casa di Dante, (1) 

(V. Man, Dant. IV. 8 e ••g.). 



[y-ìIberasUme del Consiglio del di 4 Maggio 1864 — Da:«tb Alighieri — 
Ih^tposiz ioni per lo acquisto della casa da Lui abitata in Firenze. 

Ripreso il Rapporto del Segretario deUa Commissione Fiorentina i>el 
Oateaarìo di Dante Alighieri del 14 Aprile decorso in quella parte in cui 
«ì prt^Kme 1* acquisto e restauro di quella Gasa che fu culla di Dante, e si 
I'!hiara^che l' adempimento di questa proposta, esigendo un più determi- 
sato progetto per parte della Commissione, si domanda soltanto che fin 
•i' ora sia dcUberato T acquisto e restauro, riserhandosi la Commissione dì 
èscare le convenevoli misure ed i modi migliori, onde sottoporli all'appro- 
vaÀoike di questo Consiglio. 

Aperta la discussione sulla domanda della suUodata Commissione alla 
<^le hanno presa parte più specialmente gli onorevoli Consiglieri Signori 
tf. di GcmfaloDiere, Professore Santarelli, Cav. Avv. FruUanì, Cav. Rubieri 
e VUrcfaese Senat. Capponi, è stato in fln formulato dal Sig. Marchese 
S^nat. Capponi U seguente Progetto di Deliberazione. 

< Qaando la Casa attuabnente creduta Casa di Dante, o altra si possa , 
con mfILcìente certezza credere che sia stata da Lui abitata, il Municipio 
ne tratterà 1* acquisto. > 

Esperimentato lo squittinio suUa proposta formula di Deliberazione, è 
><Uta approvata con voti favorevoli ventitre, contrari uno. 



Drliòerasione del Consiglio del dì 10 Maggio 186 i — Da.ntk Alighibri — 
Commissione al Consigliere Frulloni per ricerche sulla Casa abitata 
in Firenze dal Divino Poeta. 

Ripreso il Partito del Consiglio Generale del di -1 Maggio corrente col 
quale fu deliberato sulla proposta dell' onorevole Consigliere Sig. Marchese 
Omo Capponi che quando la Casa attualmente creduta Casa di Dante od 
altra si potesse con sufficiente certezza credere che fosse stata da lui abitata 
il Monicipio ne avrebbe trattato V acquisto. 

L'onorevole Consigliere Sig. Cav. Aw. Nicolò Nobili proponeva che 
le ricerche intomo alla vera Casa abitata in qu^ta Città da Dante Alighieri 
fossero affidate al di lui onorevole Collega Sig. Cav. Aw. Emilio FruUani, 
che ha già istituite indagini, e che fa parte della Commissione nominata 
dal Consiglio nella sua Adunanza del 14 Novembre 1863 per la festa del 
Centenario della Nascita di Dante. 



(1) Bendo pubbliche graaie al SIff. prof. eav. Isidoro Dal Lvngo, che al adoparò 
con rsim eortcata pere h A potetei «nrlcchire il mio volnoie di tutti 1 docomcati ri|«ar* 
danti l'acquieto ed U laceflealTO reatauro della Ccta 4i Danto, 



y Google 



26 DOCUMENTI. 

L'onorevole Consigliere Sig. Gav. A.vy. Emilio Pmllani aderisce alla 
Commissione d'intraprendere ricerche intorno alla rera Casa abitata dal 
Divino Poeta, ma chiede di associarsi a siffatte investigazioni il Si^. Oar> 
gano Qargani perito e paziento investigatore di scritture antiche. 

Girato il partito sulla proposizione del suUodato Consigliere Sig. A w. 
Nobili con dichiarazione che T onorevole Sig. Cav. Aw. FruUani potrA 
associarsi, come desidera, per le ricerche il Sig. Gargano Gargani, è stata 
la proposizione approvata con voti favorevoli (Uciannove, contrari due. 



Deliberazione del Consiglio del di 4 Febbraio I8B5 — Damtb Aughxbri — 
Incarico ai Consiglieri Signori Marchese Senat. Capponi; e Inp. 
Francolini per trattare col Sig. Luigi Mannelli-CMilei intorno all'i 
Casa abitata in Firenze dal Divino Poeta. 

Visto il Partito del Consiglio Generale del 4 Maggio 18dt col quale Ai 
deliberato — ivi — « Che quando la Casa attualmente creduta Gasa di Dante 
o altra, si possa con sufficiente certezza credere che sia stata da Lui abitata 
il Municipio ne trattori V acquisto. » 

Sentito il Rapporto dell* onorevole Consigliere Sig. Cav. Aw. Emilio 
FruUani, dal quale resulta che la Casa situata presso la Piazza di S. Martino, 
oggi appartenente al Sig. Cavaliere Luigi Mannelli Galilei, è quella dove 
ha abitato il Divino Poeta. 

Sentita la lettera del Sig. Luigi Mannelli Galilei diretta al Sig. Gon- 
faloniere nel di 29 Gennaio ultimo scorso colla quale il prelodato proprie- 
tario desideroso di conservare alla sua nobile famiglia la Casa che fu di 
Dante Alighieri, si rifiuta a consentire l'acquisto che ne ha domandato il 
Municipio. 

Intrapresa discussione, è stato in fine generalmente consentito di so- 
apendere la risoluzione dell* affare, ed è stato proposto di incaricare gli 
onorevoli Consiglieri Signori Marchese Senat. Gino Capponi e Ing. Felice 
Francolini di conferire col suUodato Sig. Cav. Luigi ManneUi Galilei per 
ottenere possibilmente che ad esso appartenga il dominio diretto della Ca%a, 
cedendo al Comune l' utile dominio, o per sistemare in altro modo l' affare 
purché conduca all'effetto di restaurare la Casa di Dante, riportandola 
all' onore del tempo, e di conservarla in perpetuo come Monumento Na- 
zionale. 

Girato il Partito sulla proposizione è stata approvata con voti favore- 
voli 21, contrari uno, momentaneamente assenti i Consiglieri Signori Conte 
De Cambray Digny e Commend. Peruzzì. 

Deliberazione del Consiglio del di 10 Marzo 1868 — Alightbri Dante — 
Disposizioni per l'acquisto delia di lui Casa, 

IL CONSIGLIO 

Considerando esser provato che le due Case, una posta nel popolo di 
S. Martino in faccia alla Torre della Castagna ed alla via in antico dei 
Sacchetti ora dei Magazzini, V altra, che le è attigua a sinistra proapicente 



y Google 



DOCUHBNTI. 27 

iB parte anlla via detta Rìcdarda e in iurte su quella di S. Itiargherita 
Icrstasaero l' abitazione di Dante Alighieri. 

Gooaiderando che tatto quanto rìsguarda al Divino Poeta deve esser 
iacTo agr Italiani ed a Firenze specialmente. 

DELIBERA 

La Gianta è incaricata di trattare lo acquisto delle due Case per resti- 
tuirle possibilmente nel loro pristino stato, offrendo agli attuali possessori , 
i&s oonveniente indenniti. 

Ed avuto riguardo che la Torre della Castagna, situata in faccia alla 
prism di dette Case, è monumento singolarissimo della Storia Patria per 
*^aKT*i stata, ali* epoca di Dante, la prima sede del Governo libero della 
Cttà di Firenze, la Giunta medesima è incaricata di procurare che detta 
Torre venga conservata nella sua integrità e riparata con opportuni ri- 
-tonri. 

n Gonnglio approva alla unanimità. 

Deliberazione del CofwgUo del di 7 Agosto 1868 — Case di Dastb 
AuoHiERi — Acquisto delle medesime. 

Vista la propria Deliberanone del 10 Marzo 1868 vidimata dalla R. Pre- 
clara li 20 detto ; 

Vista la Deliberazione della Giunta Municipale del di 8 Aprile suc- 
cessivo; 

Vista la Perizia e Rapporto dell*Ing. Cav. Orazio Batelli del di 8 
Giugno p. p.; 

Visto il partito della Giunta Municipale del di 13 detto ; 

Vista la lettera del 27 del mese stesso con la quale il Sig. Cesare 
Gasperì-Campani accompagna un Rapporto di ugual data del suo perito 
Ing. Augusto Ghelardi; 

Vista la Deliberazione della Giunta Municipale del di 1^ andante ; 

Udita la lettura del Rapporto dell' on. Peruzzi, Relatore a nome della 
Commissione 3.^ 

IL CONSIGLIO DELIBERA 

È incaricato il Sindaco di concludere, dopo averne riportata autoriz- 
zszione per Decreto Reale, a norma della Legge 5 Giugno ÌS50; V acquisto 
rielle seguenti Case che già fUrono abitazione di Dante Alighieri. 

l.o Della Casa appartenente al Senatore Comm. Luigi Mannelli-Galilei, 
posta in questa Città nella via Ricciarda al N. 2, per il prezzo di L. 12,900, 
«* inoltre col rimborso al predetto proprietario di L. 225 per spese commesse 
durante le feste del Centenario Dantesco ; concedendo altresì che nella Casa 
medesima sia apposta una memoria lapidea, dalla quale resulti la cessione 
(attane dall' attuai proprietario al Comune. 

t/* Delle due Case di proprietà del Sig. Cesare Gasperi-Campani, situate 
parimente in questa Città in via Santa Margherita ai Numeri 1 e 3 per il 
complessivo prezzo di Lire 150 mila pagabile in quattro rate, che una di 



v Google 



28 DOCUMENTI. 

25 mila Lire nell'anno 1809, una uguale nel saccesslvo anno 1970, ana 
rata di Lire cinquantamila nel 1S71, e una pure di Lire 50 mila nell'aiioo 
1872 coli' interesse del 6 p. 100 all'anno. 

Deliberazione definitiva del Consiglio del di S Luglio 1875. ItUomo ari 
parziali restauri alla Casa di Dantb àliohib&i. 

Viste le proprie Deliberazioni del 10 Maggio 1864 e del 17 Marao 1866. 
con le quali si dava incarico a due Commissioni successivamente nominata 
. di ricercare le vestigia della Casa ove nacque ed ebbe dimora Dante 
Alighieri ; 

Viste le Relazioni delle prelodate Commissioni lette al Consiglio ndl** 
adunanze del 4 Febbraio 18(S e del 10 Marzo 186S, dalle quali resU prx»- 
vato che quelle vestigia si trovano incorporate e comprese nelle Case giù 
Mannelli e Campani, l' una prospiciente sulla Piazza S. Martino in facciii 
alla Torre della Castagna, V altra sulla via Santa Margherita ; 

Visti i documenti allegati alle predette Relazioni, e più specialmenti" 
visti i disegni compilati dall'Architetto Cav. Mariano Falcini, di concert* > 
e d' intelligenza con le prefate Commissioni ; 

Viste le Deliberazioni prese dal Consiglio nelle adunanze predette coti 
le quali si ordina che le surricordate Case vengano in proprietà del Mu- 
nicipio per demolirle in parte ed in parte restituirle possibilmente nel lon» 
pristino stato; 

Vista la Relazione dell' Uffizio Tecnico Comunale del 10 Luglio ISTI, 
corredata degli opportuni disegni, con la quale il restauro della Casa g^iù 
Mannelli-Galilei ed i lavori affini si fanno ascendere a Lire 6192.56. ; 

Udita la Relazione dell'Assessore De Fabris, ed udito il parere della 
Commissione 3^; 

Considerando come sia da ritenere che le ricerche e gli studii fatti 
intorno alla esistenza ed alla ubicazione delle Case dell' Alighieri per opera 
delle Commissioni a ciò delegate con Deliberazione del Maggio 1861 e del 
Marzo 1866, restarono con ogni plauso accettati, e che quindi riuscirebb** 
oziosa ed inopportuna ogni altra ricerca su quel proposito; 

Considerando che lo stato di deplorabile abbandono in cui tuttora ri- 
mangono quelle venerande relìquie non potrebbe esser più lungamcnt ■ 
tollerato senza biasimo della Comunale Rappresentanza dappoiché a qtiesta 
non parve grave lo erogare somma ingentissima onde preparare e disporre, 
i modi di ricondurle in onore; 

Considerando che il progetto di restauro proposto dall'Uffizio Tecnico 
Comunale, quando venisse attuato nella sua totalità, non riuscirebbe con- 
sentaneo allo spirito delle precedenti Deliberazioni Consigliarì ed allo scopo 
di non pregiudicare la massima di ricondurre possibilmente nel pristino 
stato le Case che furono di Dante Alighieri; 

Vista la Deliberazione della Qiunta Municipale del di 21 Giugno de- 
corso; 

DELIBERA 

1.0 Che in base ai disegni dell'Architetto Falcini ed a cura dell'Uffizio 
Tecnico Comunale sia posto mano al restauro di quella porzione delle Cas<* 



y Google 



DOCUMENTI. 20 

a Dante che comprende il piano terreno, ed il primo piano del modesto 
jbttnro già posseduto dal Nobile Signore Mannelli-Galilei, lasciando prov- 
riwfiamente sassistere nello stato e coudizione in cui di presente ritrovasi 
1 secondo e terzo piano della Casa predetta. 

2.<* Che venga autorizzata la Giunta ad erogare nei sovra indicati 
UTori di parziale restauro una somma non maggiore di L. 4500 da stare 
. carico delle previsioni poste in Bilancio per restauri e mantenimento di 
UhlMriche e di opere d*arte monumentali, e che sia autorizzata la esecu- 
di tali lavori mediante trattativa privata. 



y Google 



30 



ELOGI 

CStmnuale Damteteo, IV. 6SJ. 

Fabroxi a. can. in S. Maria Transtevere (m. a Pisa li f?0 
Sett. 1805, d' anni 72). Panna, Stamp. R. 1800. 

F. L. (Fossati Luigi), Elogio di Dante Alighieri. Negli Elog-i 
Italiani pubblicati da Andrea Rabbi, T. xi, p. 63. Venezia, Mar- 
cuzzi, 1783. 

L ASTRI D. Marco, Elogio di Dante Alighieri. Negli Elogi 
degr illustri Italiani, Voi. i. a pag. 21. Lucca, Benedini, 1771 . 

Éloge du Dante, Bibliotbèque des Roraans, T. xxxvii, par. s?, 
p. l e seg. 



PARALLELI 

CUmm. Ikmt. IV. W « 55/;. 

Dantb e Omero, (Man. Dani. iv. 61). — Bagnoli Pietro, 
Della simigUanza di Omero e Dante nel magistero poetico. 
Atti della R. Accad. della Crusca, m. 463. — La Lumia Isidoro, 
Omero e Dante. Nel giornale palermitano La Concordia, a. i, 
n. 6, 20 maggio 1840. — BetH Saltatore, L'illustre Italia, 
Dial. VI, 251. 

Dante e Boezio. — Baur G. A. L. Boetius und Dante. 
Leipzig, 1874. 

Dante e S. Agostino. — Franciosi Giot>anni, Scritti Dan- 
teschi, 6 e 28. 

Dante b Ugo da S. Vittore, — Lubin A., Allegorìa Mo- 
rale, Ecclesiastica, Politica nelle due prime Cantiche. Gratz, 
Kienreich, 1864. 

Dante e S. Tommaso. — Conti Augusto, Storia della Filo- 
sofia, n, 132-241. — Palermo Francesco, S. Tomaso, A>tjr.*t>- 
tile e Dante. Firenze, Celiini, 18G0. 



y Google 



PARALLELI. 31 

Dantb b Obbgorio vii. — Franciosi Giovanni, Grego^ 
rio VII giudicalo da Dante, Scritti Danteschi, 15. 

Dantb e Fh. Petrarca, (V. voi. iv, 62 e 551). — Botta 
Carlo, Belandole del Petrarca, paragonata a quella dell AH- 
ghieri. Lettera al S.^ Gresne, 20 marzo 1835. Archivio storico 
'ìi Firenze, Serie ii, T. i, p. 76. — Cereseto Giamb., Dante e 
Petrarca. Storia della poesia Ital. Milano, Silvestri, 1857, voi. i, 
p. 168. — Agrati Gio., Parallelo fra Dante e il Petrarca : I. in 
'guanto al concetto: II. in quanto allo stile. Petrarca, Manuale 
di Letteratura, p. 78-91. — Paravia Pier Alessandro, Diver- 
fila d^indole tra lo scrittore della Divina Commedia e il cantore 
di Laura. U Baretti, 1874, p. 96 e 102. — Cantii Cesare, 
Parallelo fra Dante e Petrarca, Storia della Letter. Ital. 69-76. 
— - De Sanctis Fr., Dante e Petrarca. Saggio critico sul Pe- 
trarca p. 5 e 75. — Bozzo G., Id. Proemio al suo Cemento 
del Canzoniere i, xxxiv e seg. — Lombardi Eliodoro, Id. Elogio 
del Petrarca, p. 8. — Aleardi A., Id, Discorso p. 39; 60-62. 
— Carducci Giosuè, Id. ; Studi Letterari, p. 332. — Crespan 
G., DanU e Petrarca. Petrarca e Venezia, p. 116. — Mézierès 
A., Petrarque, p. xvii e 275. 

DA2*rrE B Petrarca riguardo al concetto politico. — 
MatscJieg A., Petrarca e Venezia, p. U; Diverse condizioni dei 
tempi in cui vissero, 19-28; Differenza tra Vuno e r altro 
nel riguardo del concetto e del fine politico, 35. — Aleardi A,, 
Politica dei due poeti. Discorso, 69 e seg. — Mézierès A., Con" 
cetto politicò dei due Poeti, Pétrarque, 274; Come Dante sen- 
tisse della Francia, 306-12; Come il Petrarca, 312-27. 

Dantb, Petrarca e Boccaccio. — Carducci Giosuè, Stadi 
Letterari, 71-75; Id. ai Parentali di Giovanni Boccaccio, 4 e 
16. — Canini Fabio, Boccaccio nel suo tempo, 20. 

Dahtb b Maoohu velli. — Gioberti V., Gesuita Moderno, 
T. II, 586, Ed. di Losanna. — De Nin Antonio, Museo di Fa- 
miglia di Milano, 1863, a. iv, voi. in, 8 e 15 marzo. 

Daiite b Vico, (Man. Dant. iv, 64). — Cerritelli Pietro, Pen- 
sieri solla Divina Commedia, p. 20. 

Dantb e Michelangelo, (voi. iv, 64). — Rubbi Andrea, 
nel voL IL della Div. Comm. da lui pubblicata. — Fattori Ettore, 



y Google 



32 PARALLELI. 

Firenze, Cellini, 1875, di pag. 206. — Il Fattori li considera 
rispetto a' secoli in cui vissero, alla religione, alla patrìa, all'a- 
more, all'arte. È giustissimo il confronto ch'ei fa tra la ma- 
niera di scrivere dantesca, e quella di scolpire micbelangelesca. — 
Venturi L. Vita di Michel. Buonarroti, p. 57, — Amò il poema 
divino e lo comprese Michelangiolo per conformità d'ingegno: 
e r amor suo parve culto di venerazione. Gran dantista lo 
chiama Donato Giannotti, ed afferma « non conoscere alcuno 
che meglio di lui Io intenda e possegga. » Lo sapeva quasi 
tutto a memoria: da lui trasse il vigor delle immagini; ne 
istoriò il poema con disegni marginali, codice prezioso che andò 
sommerso in un naufragio da Livorno a Civitavecchia; scrisse 
di lui: Se par non ebbe il suo esilio indegno, Similiwfn, ««^ 
maggior, non naqque niai; e ne invidiò la sorte eoa quei 
bellissimi versi: Fuss'io pur lui! e* a tal fortuna nato. Per 
V aspro esilio suo, con la virtù te. Dare* del mondo il piii felice 
stato, E Dante gP insegnò a cantar degnamente T amore, la 
religione e la patria. L. Venturi, id. p. 50 — Gebhart Émih\ 
Dante, Savonarola, Michel-Ange. De T Italie, essais de cri- 
tìque et d'histoire. Paris, Hachette, 1876, p. 72-107. — 
Barlow Hemy Clark, Dante and Michelangelo. Printed in 
Commemoration of the fourt Centenary festival of the Mighty 
Master, March 6, 1875. From < the Builder » of March 20. 
with additions. — Il prof. Tondi il 7 dee. 1873 lesse all'univ. 
di Roma un erudito discorso col titolo : Dante e Michelangelo. 

Dante e Loo. Ariosto (Man. Dant. iv, 551). — Matniani 
Terenzio, Il Furioso s'accosta meglio di tutte le altre compo- 
sizioni italiane alla Divina Commedia. Prose Letter. 45. 

Dante e T. Tasso (Man. Dant. iv, 63). — Mamiani Te- 
renzio, Prose Letter. 40-44. — Carducci G. Studi Letter. 132. 

Dante e Manzonl — Giuliani Giambattista, Gazzetta 
d'Italia, 28 Maggio, 1873. 

Dante e Shakspeare. — Mamiani Terenzio, Prose Letter. 
p. 30. — Gar^iolli Corrado, Nel suo dirscorso intitolato: 
Letteratura e Arte Drammatica, Piovano Arlotto, 1860, p. 231. 
— Franciosi Giovanni, La virtù punitiva della coscienza nel- 
r Inferno dantesco, e nei Drammi di Shakspeare. Rivista Univ. 



y Google 



PARALLELI. 33 

ii Firenze, 1875, toI. xxii, 602. — Koenig Wihelm, Shakspeare 
3l Dichter weltweiéer und Ghrist Durch Erlàuterung von vier 
^er dramen und eine vergleichung mìt Dante dargestellt, 
Leipzig, 1873, Lackhardt*8che yerlagsbachhandlung, 8, di pag. 
m% 301. — Shakspeare il poeta filosofo e cristiano. Esposi- 
none di quattro suoi drammi, e confronto con 'Dante. — Pa- 
ytileio fra Dante e Shakspeare, 225-231. 

Dante b Klopstoch. — Topin Hyp, Livourne Guillaume, 
1862, Tol. I. — V. Leoni, Dante, Storia e Poesia, 173. 

Dante e Goethe. — Scherer Edmond, Etudes critiques 
de Littèrature, Paris, Levy, 1876. 

Da^te e Milton. — Franciosi Giovi., Il Satana Dantesco 
t il Satana del Milton. Studi danteschi, 31. — Maculay , 
Saggi, m, 218-28 (Torino, Un. Tip., 1863). V. Leoni, Dante, 
Storia « Poesia, 173. 

OxBBO, Virgilio, Shakspeare, Klopstoch e Dante. — Spera 
prof. Giuseppe, Saggi estetici-storici-critici, Potenza, Santa- 
ndlo, 1870, p. 101-20 — V. Man. Dani. 551. 

COMPONIMENTI POETICI 

IN ONORE DI DANTE. 
(T. Man. Demi. JI, 4il; TV, USS). 

Amico Ugo Antonio, Francesca di Rimini, dipinto di Fran- 
cesco L. lacoimo. — Amico, Versi, Palermo. Amenta, 1873, 
p. 92. 

AlgarotH Fr., Epistola in versi a D. Salvagnini, contro i 
proscrittorì di Dante e di Petrarca : Nelle sue opere. Livorno, 
Coltelliiii, 1764. 

Anonimo, (del sec. xvi). Due sonetti in laude di Dante 
pubblicati da Gaspare Martinetti Cardoni, tratti dalla Biblio- 
teca Lanrenziana, Dante in Ravenna, p. 42, e nel Giornale 
illustrato, 1865, n. 19. 

Anonimo Ravennate, All' immagine di Dante, sonetto, Gior- 
gie illustrato, 1865, n. 19. 

Anonimo, V apparizione di Dante, Sestine. Nel Veridico di 

3 



y Google 



34 COMPONIMBMTI POSTICI 

Roma, 27 Maggio 1865. Venezia, Giugno, 1865, Tip. Patro- 
nato pei Ragazzi in Castello. 

Amaboldi Alessandro, Nel sesto Centenario di Dante. Versi 
di A. Amaboldi. Milano, Carrara, 1873. 

Baffi Vincenzo, Dante, versione da Uhland, Frandi sparte. 
Napoli, Tip. d*irAccad. R. 1875, p. 30-31. 

Benivieni Girolimo, Cantico in laude di Dante Alighieri, 
in terza rima. 

Bettinelli Saverio, La cetra di Dante, Sonetto. Dante in 
Ravenna, id. 

Bosone a ManoeUo Critideo, per la morte di Dante: Due 
lumi son di novo al mondo spenti. — Risposta di ManoeUo 
a messer Bosone: Io che trtissi le lagrime dal fimdo. — So- 
netto di Cino a Bosone per la morte di Dante e di ManoeUo 
Giudeo: Messer Bosone. — Risposte di messer Rosone a Cino: 
Manoel che mettete in quell'avello, — Mercuri, Lezione xi. 
Napoli, NobUe, 1853, p. 30. — F. Land, Breve commentario 
ai quattro sonetti di messer Bosone d* Agobbio, di messer Cino 
da Pistoia, e di ManoeUo Giudeo, id. p. 47-55. 

BossetU Giovanni, 11 trionfo di Danto, Poemetto. Torino, 
Paravia, 1874, in 8® di p. 36. 

Ne sono oggetto: Firenze, Santa Croce, il Monumento. 

Capelli Antonio, S. Tommaso e Dante, Stanze, lette nella 
solenne accademica tornate del 4 Marzo 1874 in S. Domenico 
Maggiore di Napoli pel IV Centenario di S. Tommaso d* Aquino. 
Napoli, Tip. Accattoncelli, 1874. 

Carducci Giosuè, XIV Maggio 1863, tre Sonetti. Furono pub- 
bUcati in pochi esemplari in occasione della feste celebrate in 
onore di Dante a Ravenna, ristampati neUa Riviste Italiana, 
30 Ottobre 1865, n. 250, p. 444. 

Chileni Neofìama, (anagramma di un giovine piemontese). 
Una visione deUe rovine del celebre monastero di Montscorvo. 

Costa Paolo, Sonetto a Dante, pubblicato il 3 Gen. 1796, ìq 
occas. della feste fatte alFAUghieri dal Circolo Ravennate, di 
cui il Coste era Moderatore. 

Dair Ongaro Francesco, La Lucchesina, Stornello. Il Gior* 
naie illustrato, 1865, n. 22, 

De Matteis barone Luigi, Pel monumento a Dante in Na- 
poli. Canzone. 



y Google 



IN ONOBB DI DANTE. 35 

De Marzo Ani, Oualberto, Italia e Dante. Firenze, Graz- 
zioi-Giannini , 1805. 

FaedoU Dario Napoleone, La Beatrice di Dante, a Jacopo 
Zanella, Sonetto. Brescia, Appoloni, 1871. — Innanzi ai quattro 
monumeBli in S. Croce di Firenze, Dante, Galileo, Michelan- 
gelo fimoarroti, Macchiavelli, id. id. — In iftorte di S. M. il 
re di SaBsODÌa, preclaro Dantofilo, e traduttore sublime della 
D. Conci, in classico idioma alemanno, Sonetto, 1 Nov. 1873, 
lìp. RoTetta e Roknlglia. 

FioH can. Geremia, Il sesto Centenario di Dante, Soliloquio 
d*un Cnrìalista. Il Lampione di Firenze 18 Maggio 1865, n. 37. 

Fontana Criangiacomo , Centoni danteschi. Venezia, Cec- 
chini, 1873. 

Franchini F., Per un ritratto di Dante dipinto da Giotto, 
Canzone. Strenna Fiorentina, A. ii, 1844. 

Forti Luigi, Il viaggio di Dante all' Inferno, poemetto dia- 
logato diviso in cinque parti. Prato, Vestri, 1829. 

Giusti Gius,, A Dante, Sonetto... La colpa seguirà la 
parte offensa . . . Giornale illustrato, 1865, n. 19. 

Lansfi P, Luigi — della C. d. G. — di Montolmo. Le lodi 
della Sacra Teologia sotto nome di Beatrice cavata dalla Com" 
media di Dante e distribuita in cinque sonetti. Essi furono 
da Ini composti, quando dopo terminati in Roma gli studi 
teologici, tenne per un anno il magiitero di belle lettere in 
FuUgno ; e si trovano stampata in im rarissimo libro intitolato : 
Coetus solemnis Reip. Utterariae Umbrorum initus in Curia 
litteraria FuJginaH, VII Kal, Mart, A. R, S, MDCCLXXI, 
dal qoale li trasse il tipografo Giacinto Marietti, e li pubbHcò 
nuovamente in Torino nel 1828. — Son. I. Smato nell'amore 
delle creature, Beatrice lo rimise nel buon sentiero. — li. Pur- 
gato dm* visi, gli tranquillò lo spirito , e gli die quelt interne 
dokezze, ch'egli ci figura coir allegoria del Paradiso terre- 
sire. — in. GU beò V intelletto colla contemplazione delle celesti 
cose. — IV. La volontà ancora coW amor di Dio, — V. Lo 
trasformò e lo divinizzò in certo modo. 

Le MoU G., Sulla tomba di Dante, due sonetti. V Universo 
illustraio, 1871, p. 26. 

Lombardi Eliodoro, Dante e Beatrice, Frammento. Nel voi. 
Melodie, canti italiani. Milano, 1862. 



y Google 



36 COMPONIMENTI POETICI 

Lomonaco Vicenso, Cantica a Dante. PoUorama pittoresco 
di Napoli, A. IX, n. 25, 20 Maggio 1860. 

Maccari Giambattista, Dante moriente. Dante Alighieri, 
Strenna del Giornale Arti e Lettere, p. 61. Roma, Sinimberg-hì , 
1865. 

Mancini L., Dante a Roma, Sonetto. Fano, Lana, 1871. 

Mattò Qiamb., Versione latina della Canzone di G. Leopardi 
sopra il Monumento di Dante. Il Baretti, 1874, n. 17, p. 133. 

Manucci V., Inaugurandosi in Mantova il monumento di 
Dante Alighieri, Ode. Mantova, Mondovì. 

(Messina) Festa liceale del 14 Maggio 1865 in Messina. 
Messina, Ribera, 1865, di pag. 44, in 8**. 

Morigi Giulio, (del xvi secolo). Il sepolcro di Dante, Sonetto. 
Giornale ittusti*ato, 1865, n. 19. 

Monti Yicenzo, Per le quattro tavole rappresentanti Beatrice 
con Dante, Laura col Petrarca, Alessandra coir Ariosto, Eleo- 
nora col Tasso mirabilmente dipinte da Fil. Agricola per com- 
missione di S. Ec. la Sy^ Duchessa di Sagan, Canzone. Milano,. 
Classici, 1822. 

Milchell Riccardo, Pel VI Centenario di Dante Alighieri, 
p. 138. — Le ceneri del divino Poeta, p. 185. Canto e luce. 
Nuovi versi. Messina, 

Morpurgo Carlo A,, Canto funebre sulla tomba di Giov. 
Nepomuceno di Sassonia. Firenze, Barbera, 1873. 

Muzzarelli Em,, Ode pel monumento di Dante. Giornale 
Arcadico, xlv, 90. 

Navarro Yicenzo, da Ribera, Dante Alighieri, Sonetto. — 
AUa tomba di Dante, Sonetto. Palermo, Muratori, I85I. 

N. N., Ultimo colloquio di Beatrice con Dante. Agli amici 
deir umanità — beneficio di un ex scrittore cieco. Poesia. Ascoli 
Piceno, Valenti, 1865. 

(Palermo) Pel Centenario di Dante, Componimenti recitati 
nella solenne Accademia tenuta in Palermo nel R. Liceo 
Vittorio Emmanuele il di 14 Maggio 1865. Palermo, Lor- 
snaider, 1865. — Contiene un discorso del prof. Villareaie; 
Terzine del prof. Alfonso Capra; Elegia del prof. G, Sapio; 
La Pace, meditazione di Dante al Monastero del Corvo, Ode 
del prof. avv. Pietro Nocito; L'esilio di Dante, Canzone di 
Salvatore Salamone Marino; Carme di Paolo Sapio; Dante 

Digitized by V^OOQlC 



y Google 



38 COHPONIBfBNTI POBTia 

nistero dell* Avellana , Sciolti. Letture di fanUgUa di Trieste^ 
1861, 205. 

Sdalubba-Gallo Giuseppe, Dante ed Alfieri, Carme, a Car- 
melo Pardi. Palermo, Favilla, a. iii, n. 12el3, lle21 Maggio 
1859. 

Salomone Marino Saldatore, L* esilio di Dante, Canto. Pa- 
lermo, Loranaider, 1865. 

Silvestri Giuseppe, Sull'amor patrio di Dante, Capitolo. 
Firenze, Benelli, 1844. 

Strocchi'Loreta Ginevra, Nel rinvenimento delle ossa di 
Dante Alighieri, avvenuto a Ravenna il 27 Maggio 1865, Sonetti 
due — I.° A Dante Alighieri — II.® A Ravenna. 

Taddei Rosa, Confronto fra Beatrice e Laura. Taddei Tersi, 
Trieste, Maldini, 1835, p. 9. Il lamento di UgoUno vedendo 
spirare l'ultimo suo figlio — id. p. 14. 

Turrisi Colonna (xiuseppina, A Giovanni Dupré per la sua 
statuetta la Beatrice di Dante, Ode. Poesie edite ed inedite^ 
Palermo, Ruffino, 1854. 

Trivellato Gius., Sopra T esilio di Dante Alighieri, Ode« 
Carni, lat et itala p. 73 — Trionfo della Div. Commedia, 
Terze Rime, id. 81-88. 

Villareale Mario, U arte dantesca, Canzone. Versi, Palermo» 
1873. 

Zappi Giambattista, Sul Dante dipinto da Raffaello, Sonetto 
letto nella solenne Accademia del disegno nel 24 Aprile 1704. 
V. la Relazione di Giuseppe Ghezzi, pittore, segretario di detta 
Accademia. Roma, Zanobi, p. 53. 

JoJiannes de Certaldo, Francisco Petrarche poeto unico 
atque illustri. — Carme laudatorio con che il Boccaccio ac— 
compagna al Petrarca un esemplare della divina Commedia 
tradotto e comentato dal prof. Carducci. Studi Letter. 326 e- 
363-71. 

Epitaphium Dantis Aligherii compositum per quondam re- 
colendae memorìae D, Franciscum Petrarca (?). Pubblicato 
dal Valentinelli, Petrarca e Venezia, p. 128. 

Dominus Franciscus Petrarca in laudem Dantis. Da uà 
codice della preziosa raccolta dell'illustre co. Carlo Morbio.di 
Milano, pubblicato per la prima volta dal dott. Attilio Hortis. 



y Google 



IN ONORB DI DANTB. 39 

Dante e il Petrarca, Nuovi studi. Rivista Europea, Gen. 1875, 
p. 277-283. 

Ecloga Joannis de Virgilio, in qua auctor loquens intro- 
dudt Daphnin et Moerin loquentes. Mercuri, Lez. xi, p. 34. 

Fu scritta per la morte di Dante, non pubblicata dallo 
Scolari, preziosissima per le allusioni, e notizie che contiene. 
È diretta al padovano Mussato. 

Cevap, Tomaso, milanese (visse dal 1648 al 1737). — Nel 
libro del suo Poema eroico-comico, intitolato Jesus Puer con- 
sacra un graziosissimo episodio a Dante. 

CufUch Raimondo, Epigrammata. Ragusii, typis Ant. Mar- 
tecchini, 1823, — Contiene i seguenti epigrammi: Ad Floren- 
tiam. De Dante AUgherio, p. 158 (Cancellieri, p. 98); Ad Lydam, 
DanUs carmina legentem (p. 298). Altro epigramma alla stessa, 
sullo stesso soggetto, inedito, pubblicato dal P. Melandri — 
(Intorno allo studio de' PP. della Comp. di Gesù, ecc., p. 48). 

Segardi M. Lodovico (Quintino Settano), Nella Satira ix, 
216-223, deride gl'inetti imitatori di Dante, come pure il p. 
CordaraDé Grceculorum sui temporis literatura, Serm. ii, v. 157. 

Svegliato Giamo., Dante, Ode Alcaica. Ediz. della Minerva, 
voi. V, 533. 

Byron G., The Prophecy of Dante. London, Creery, 1821. 

Parson Thomas William, On a bust of Dante. The sha 
dow of the obelisk and othr poems. Londres, Hatchards, 1872. 

Uhland Ludwig, Dante — Gedichte, p. 321. Stuttgart und 
Tubingen J. G. Gotta'scher Verlag, 1849. 

Potgieter C, J., Florence den XIV Mèi 1265-1865. — 
11 valentissimo poeta olandese Potgieter, trovavasi nella 
piazza di S. Croce il 14 Maggio 1865. L'imponente solennità, a 
cui prendeva parte V Italia tutta, e il fiore dei dotti d' ogni paese 
ivi convenuto, inspiravagli un poema, in terzine rimate, in 
onore del divino Alighieri. È intitolato al suo amico Ed. Busken 
Huet, che gli fu compagno nel devoto peregrinaggio ; in 20 
canti, che abbracciano 3242 versi. Eccone i titoli: 

L Aankomst (Amico). — II. Eeen gouden Eevw (Un secolo 
d' oro. — III. Kinderyke Liefde (Amor figliale). — IV. Hof 
der Minne (Corte d'amore). — V. Slag by Campaldino (Bat- 



y Google 



40 COMP. POBT. IN ONORB DI DANTE. 

taglia di Campaldino). — VI. Beatrice's Uitt'oart (Funerali di 
Beatrice). — VII. Burgerdevgd (Virtù citUdine). -— Vili. Di- 
chterlyke Roeping : De Hel (Vocazione di poeta: L' Inferno). — 
IX. Hétklooster del Corvo (Il Monastero del Corvo). — X. Di- 
chterlyhe Stadie: De Louteringsberg (Studio di poeta: Il Pur- 
gatorio). — XI. Hendrtk van Lmcemburg (Enrico di Lussem- 
burgo). — XII. Gehandhaafd Eergevoel (Sentimento d'onore). 
— XlU.Dtchte7^lyke Triomf: *t Paradys (Trionfo del poeta: Il 
Paradiso). — XIV. Dantes Verscheiden (Morte di Dante). — 
XV. Santa Croce. — XVI. De Opthochi (Il Corteggio). — 
XVII. *s Dichters Invloed (Sua influenza). — XVIII. AHosto en 
Tasso. — XIX. Typen van Lìefde (Tipo d'amore). — XX. Dantes 
Zegen (La benedizione di Dante). ' 



EPIGRAFI IN ONORE DELL'ALIGHIERI 

(V. Man. Dant. li, 4t6; IV, 83), 

Inscrizione posta a Gubbio nel quftrtier di S. Andrea, presso 
la porta di S. Agostino, nella parete laterale della casa dei 
co. Falcucci, già de' RaffiieUi. Man. Dant. n, 56. 

Iscrizione posta d,al can. della Metropolitana di Firenze, 
Pietro Petrei (m. nel 1571), nel Monastero deW Ordine Ca- 
maldolese di S. Croce di Fonte Avellana, e nella camera ove 
si tiene eh' egli abitasse. Man. Dant. ii, 57. — Su queste due 
iscrizioni v. U. Foscolo, Discorso sul Testo, cxlv. 

Iscrizioni a Ravenna. V. Dionisi, Indagini intorno al se- 
polcro di Dante Alighieri. Verona, Merlo, 1799. 

Leoni Carlo, Iscrizioni a Dante. Padova, Prosperini, 1863. 
Pubblicate da F. Fanzago, per le Nozze De Lazzara Sambo- 
nifacio. 

E non tornerà disaccetto il conoscere come il Leoni si 
provasse e riprovasse nelF iscrizione che doveva essere scolpita 
a Padova sotto la statua del Vela! 

I. Dante Alighieri — Nel secentennio natale — Padova 
— Al Massimo — Memoria riparatrice — P. — MDCCCLXV. 

IL A Dante Alighieri — Di patria concordia — Austero 



y Google 



BPIORAFI IN ONORB DI DANTE. 41 

propugnatore — Nel sesto centenario della stia nascita — / 
Padovani — Consacrano, 

ni. Dante — Re delT altissimo canto — L* italo genio — 
In novo idioma rivisse — L* avvenire svelando — // passato 
terribilmente Scolpp, — Al patrio Unificatore — Nel secen- 
tennto natale — Concorde a Italia — Padova MDCCCLXV. 

IV. A — Dante — Poeta Massimo — Di patria concordia 
propugnatore — Festeggiando Italia — // sesto centenario 
del suo natale — Padova — Gloriosa di sua dimora — 
P. — MDCCCLXV. 

V. Ai due lati — Onorate r altissimo Poeta — A veder 
tanto non surse il secondo — Nel mezzo : A Dante Alighieri 

— IH patria concordia austero propi^gnatore — Nel sesto 
centenario della nascita — / Padovani. 

Iscrizione del Leoni che dOTOTa essere scolpita a pie' della 
statua di Ugo Zanzu)ni a Verona. 

A — Dante Alighieri — Fatidico Sole — Rigeneratore — 
Nel secentennio natale — Lo primo suo rifugio — Supremi 
voti — A Italia sacri — Unanime — Verona — MDCCCLXV. 
(Messaggiere di Rovereto, 4 Luglio 1865, n. 150 — V. Man. 
Dani. IV, p. 84). 

MoRDANi Filippo, Nuove Iscrizioni aggiunte alle 12 pub- 
blicate per le Feste Ravegnane. Forlì, Bordandini, 1869. V. Man. 
Dani. Il, 416; iv, 83. 

L'iscrizioni dettate nel 1865 furono elegantemente volte in 
latino dal can. Lorenzo Fantuzzi, Savignanese. 

Iscrizione murata dal Municipio di Castelnuovo di Magra. 

Al divino Poeta Dante Alighieri — Che il VI Ottobre 
MCCCVI — Delegato dal marchese Franceschino Malaspina 
e consorti — In Castelnuovo stabiliva la pace — Fra' quei 
dinasti ed Antonio di Canulla — Vescovo e conte di Luni 

— n Municipio di Castelnuovo Magra — Pose — Il VI Ot- 
tobre MDCCCLXX. 



y Google 



42 



COMPONIMENTI DRAMMATICI 

(V. Man. DanU 11, éi9 e 4S9; tV, 8SJ. 

Marroochbsi a., Dante in Ravenna, Tragedia. Firenze, 
Ciardetti, 1822. 

Cosenza bar. Gio. Carlo, Dante a Raryenna^ Commedia 
in quattro atti. Venezia, Tip. del Commercio, 1830. 

Ferrari Paolo, Framxhento della Commedia in 5 atti. Dante 
a Verona. Milano, Ciotti, 1862. — Porta in fronte l'epigrafe: 
Air Italia a Roma — Restituite — Ai Filosofi agli Statisti ai 
Guerrieri — Al Monarca — Restitutori — Come ricordanza 
e voto — Consacro, 

Dante a Verona, Commedia in 5 atti. Milano, Sanvito. 

Gattinelli, Dante Alighieri, Dramma, rappresentato per la 
prima volta all'Arena Nazionale di Firenze il 3 Agosto 1873. 

ScHMiDT Albert, Dante Alighieri, Tragedia in ftinf Acten 
nebst vospiel. Wismar, 1874, 12" p. 114. 

Richard Albert, Le Dante, Scène pour voix de basse, avec 
accompagnement de piano par G, Grast. Paris, Richatdt, 1869. 

Baoatta Francesco, Bice Alighieri, Tragedia lirica, in 
quattro atti. Musica del maestro Aless, Sala, Verona, Daldò, 
18B5. 

« Un ricco patrizio Francese, il Duca di Massa, eh' è fìi- 
natico per la musica, ha pur composto un'opera che ha per 
soggetto Dante e l' ha &tta cantare a sue spese in casa. I fog^li 
Francesi ne dissero gran bene, ma aspettiamo il pubblico. » 
L' Universo illustrato, 1871, p. 482. 

RELIGIONE E CATTOLICISMO DI DANTE 

(Ma». Dtaa. II. U ttSit /F, 97 « Ki). 

Pasquini Pier Vicbnzo, Del CaUoUdsmo di Dante. La pria 
cipale Allegoria, 15-28. 

Hardouin P. Giovanni, d. C. di G., Dubbi intomo al vero 
Autore della Divina Commedia di Dante. Nelle Mémoires pour 



y Google 



y Google 



44 R8LIGI0NB E CATTOLICISMO DI DANTB. 

e Lutero (Man. Dant. iv, 66). Ed ora se ne £& atleta il Lomo- 
naco; ei mette in raffronto i principii professati da Lutero e 
quelli che furono propugnati dall' esule ghibellino. La sua dis- 
sertazione ò divisa ne' seguenti capitoli : — L Filosofia e Teo- 
logia scolastica — Diritto canonico. ^ II. Libero arbitrio. — 
III. Indulgenze — Confessione, — IV. Purgatorio — Merito 
e detnerito delle anime purganti — Suffragi de' vivi. — V. i 
FraU nel Tisch-Reden e nella Divina Commedia. — VI. San- 
tità del voto. — VII. // culto a Maria. — VIII. Immacolato 
concepimento di Maria — Infallibilità pontificia. 

Faubrlein e., Dante und die beiden Confessionem. (Dante 
e le due confessioni). Neir Historische Zeitschrift di Eorico 
Sybel, 1873, Voi. xxix, p. 31-67. 

Svolge il tema già trattato da Mattia Piaccio, dal Grani, 
e ultimamente dal Dalton, se Dante sia da annoverarsi tra i 
precursori del protestantismo. Le due confessioni sono la cat- 
tolica e la protestante. 

Lybll Carlo, On the antipapal spirit of Dante Alighieri. 
(Dello spirito cattolico di Dante Alighieri). Venne tradotto dal* 
r inglese da Gaetano Polidori. Londra, Molisi, 1844. 

INTENTO CATTOLICO 

DELLA DIVINA COMMEDIA 
rifoM. Dant. tv, 99)- 

P. Paolo (Atta vanti), fiorentino, Servita, Quadragesimale 
de reditu peccatoris ad Deum. Milano, U. Scinzenceller e L . 
Pachel, 1749. 

Il P. Paolo ch'ebbe fema di grande oratore sacro nel 140O, 
altamente lodato dal Poliziano e dal Ficino, cita ben ispesso 
r autorità di Dante in prova e conferma degli argomenti da 
lui trattati nel suo Quaresimale. E nelle sue citazioni lo nomina 
ora Divus, ora Divinus , ora Christianissimus poeta noster 
decus Theologorum, (1) e nella intitolazione dell'opera ad In- 

(1) Trovandomi io scrittore a Trapani di Cicilia, et avendo vicitato 
uno vecchio uomo pisano perchè avea fama per tutta Cidlia d'intendere 
molto bene la Comedia di Dante-, e con lui ramponando e praticando sopra 
essa Comedia più volte, e di più cose, ouello Ule valente uomo m* ebe a 
dire cosi : Io mi trovai una fiata in Lonuìardia, e vicitai meaaer Francesco 



y Google 



SBU6I0NB B CATTOLICISMO DI DANTE. 45 

nocenzo Romano, generale deirOrdine, lo dice poetarum omnium 
decus divinus taies noster, imo etiam philosophus et theologus 
ambrosiani et nectar undique mira cum suavitate distillans, 
n Negri nella sua Storia degli Scrittori Fiorentini vuole che 
TAttavanti comentasse pure la Divina Comedia. — V. Sa^si, 
Hist. Typ. Med., p. 210. — Il prof. Federici, dal Quaresimale 
delFAttavanti, trasse 1254 versi, che raffrontò colla lezione di 
Nidebeato (Milano, Molina, 1836). 

LiBURNio Nicolò, La spada di Dante. Venezia, Nicolini da 
Sabbio, 1534. 

il Liburnio-raccolse tutti i passi della Divina Commedia, in 
che il Poeta e combatte i vizi e ci offre de' salutevoli avvertimenti. 

Bianchini Giuseppi, Lettera ad un religioso suo amico nella 
quale dimostra che la lettura di Dante è molto utile ad un 
predicatore, Firenze, Manni, 1718. E nel voi. iv dell' ediz. del 
De Romanis, Roma, Fulgoni, 1815-17; e nel voi. v. dell' ediz. 
padov. della Minerva, 1822. 

Anche il Cancellieri nelle sue Osservasioni sopra V origi-- 
naàtà della Divina Comedia (p. 42-44, e 74), mostra la pe- 
rìzia di Danto nella Teologia, e come venisse studiato e imitato 
dai sacrì oratori. 

Petrarca a Milano; il quale per sua cortesia, mi trattenne seco niù di. E 
Ktando uno di con lui nel suo studio, lo domandai se aveva il libro di 
Dante: e rispondendo di si, si rizo: e, cercato fra' suoi libri, prese il so- 
pradetto libretto chiaraato Monarchia e gettoUomi inanzi. Di che io veg- 
iriendolo dissi non essere quello eh' io doinandava, ma che io domandava 
la sua Comedia. Di che allora messer Francesco mostrò maravigliarsi, che 
io chiamassi quella Comedia libro di Dante. E domandommi s' io tenea che 
Dante avesse Tatto «niello libco; e dicendo di si, onestamente me ne riprese, 
«licendo che non vedea che Jkr umano intelletto, sanza singulare dono di 
Spirito Sancto, si dovesse jwlere componere quella opera ; concludendo che 
a lui i>area che quello libro di Monarchia si dovesse e potesse bene inti- 
tolare a Dante, ma la Commedia pia tosto allo Spirito Sancto che a Dante. 
Sogiugnendo ancora e dicendomi: Dimmi, tu pari vago e intendente di 
questa sua Comedia: come intendi tu tre versi che jf)one nel Purgatorio, 
capitolo xxiiij, dove pone che messer Guido Guinicelli da Lucca domandi 
se quivi era colui che disse : Donne che av^te intellerto d'amore; e Dante 
«lice: J&V io a lui: Io mi sono uno che, qt^ando Amor mitpira, noto, et 
in qìiel modo che dieta dentro vo significnndoì Dicendo messer Francesco: 
Non vedi tu che dice qui chiaro che, quando V amore dello Spirito Sancto 
lo spira dentro al suo intèllecto che nota la spirazione, e poi la signiflca 
secondo che esso Spirito gli dieta e dimostra? volendo dimostrare che le 
cose aotlili e profonde, che trattò e toccò in questo libro, non si potevano 
conoscere sanza singulare grazia e dono di Spirito Sancto. Anonimo. 
Ottoneìli. Discorso sopra V abuso del dire sua SantitA, p. 42 ; Palermo Fr. 
Mss. Palatini, ii, 6l9; P. Oiov. Ponta. Nuovo esperimento, ec. p. 6; 
Cardticci Oioguè, Nuova Antol. Firenze, 1868, fase. Maggio, p. 48* Papanti 
Gior. , Dante secondo la tradizione, p. 85. -- V. Papanti, id. Altri aned- 
doti, p. 49 e seg. 



y Google 



46 RELIOIONB B CATTOLICISMO DI VkSTE, 

Silvestri can. Qiusbppb, La Comedia di Dante è poema 
sacro e morale. Prato, Vestii, 1831. 

Fanelli Giamb., La Divina Comedia, opera patria ecc. Pi- 
stoia, Gino, 1837. — Nel c^». vii il Fanelli prova che la Divina 
Ck>media è poema sacro morale, 

ZiNBLLi M.*" Fedbrico, Intomo alio spirito religioso di Dante 
desunto dalle opere di lui, Venezia, Andreola, 1839. 

Gioberti Vicbnzo, // dogma ortodosso signoreggia nella 
Divina Comedia, Del Primato ecc., ii, 221*28. Dante, principe 
de' poeti cristiani. Bel Bello, 570. 



TEOLOGIA DI DANTE 

CF. Man. Dani., IV, tOtJ. 

Galbani Napionb Gianfrancbsco, Discorso intomo al C, IV \ 
deir Inferno. Estratto dall' ediz. dell'Ancora, 1819. 

Si argomenta di mostrare che la dottrina di Dante, spe- 
cialmente in quanto al suo sistema, rispetto ai defunti colla 
colpa originale, è conforme a quella dei teologi Scolastici, ed j 
in ispecie di S. Tommaso, ed a quella dei piìi celebri contro- ! 
versisti, ed a' più recenti decreti della S. Sede. 

Rosmini A., Della dottrina Teologica di Dante. Perez, 
Pensieri trascelti dalle opere di A. Rosmini ordinati e annotati. 
Intra, Bertolotti, 1873, ii, 279-288. 

A. Rosmini si era proposto di dettare una serie di ragio- 
namenti intesi a dichiarar la dottrini della Divina Commedia. 
Da alcune noterelle, non che da qualche accenno in versi qua 
e là citati, si raccoglie che il primo dovea trattare dell' ArcAi- 
ieUura dell* Universo dantesco, il secondo della Politica di 
Dante, il terzo della Morale filosofia, il quarto della Teologia, 
il quinto dell'Arancio oratorio di Dante. Pare ch'egli recasse 
a termine solo il secondo, e questo stesso in anni maturi egli 
non giudicasse degno di stampa. Ecco le sue parole in una 
risposta scritta l'anno 1852 al signor Teologo Canonico Gatti, 
che lo avea richiesto della dichiarazione di un passo dantesco 
intorno alla Risurrezione, e insieme invitandolo a mostrargli 
que" lavori. « È vero quello eh' ella dice, eh' io già feci il di- 



y Google 



TEOLOGIA DE DANTE. 47 

segno di esporre in alcuni ragionamenti la dottrina sparsa 
nella Divina Commedia, dedicando un ragionamento a ciascuna 
scienza. Ma saranno passati 30 anni da quel tempo, in cui 
avea più agio di coltivare le a«ene lettere e allora di quei 
ragionamenti non ne stesi che uno: La Politica Dantesca. > 

Riguardano la dottrina teologica: I. YesUgi del Dio aristo- 
telico in Dante, dall'Aristotile esposto ed esaminato: II. // 
Dogma della Risurrezione, da una lettera al sig. Teologo ca- 
nonico Gatti: III. La Voce deiforme usata da Dante con teolo- 
gica esattezza, 11 prof. Perez aggiunge altre sue dotte osserva- 
zioni a conferma dell'esposta dottrina dantesca intorno alla 
Risurrezione. 

Pardi Carmelo, Dante, discepolo di S. Bonaventura e di 
S. Tomaso, teologo profondo. Scritti vaij, ii, 181-192. 



POLITICA DI DANTE (1) 

(Ma». Dmd. Il 88; IV, 200 a KS). 

RofiBiiNi A., Della dottrina politica di Dante. — Perez, 
Pensieri e dottrine trascelti dalle opere di A. Rosmini ordinati 
e annotati. Intra, Bertolotti, 1873, n, 251-263. 



(1) « Dante Alighieri, miai tipo d*aomo politico, matarato fra le con- 
traddizioni della ftatria, e le torture dell' eaiglio! Egli ha scolpito il suo 
disprezzo pei continui mutamenti e sperimenti di governo in tersine di 
bronzo , ^ rimarranno nroverbiali dovunque ^ri per ripetersi qualche 
cosa dì somigliante : egli na indirizzato alla sua patria parole tanto orgo- 
0io«e e appassionate ad un tempo, che il cuore dei florentini non potè 
certo non esserne scosso potentemente. Ma i suoi pensieri si allargano a 
tutta Italia, anzi a tutto il mondo, e quantunque il suo entusiasmo per 
l'Impero, come egli lo intendeva, non sia stato che un* errore, si dovrà 
tuttavia confessare pur sempre, che le fantasie giovanili della speculazione 
politica, che allora era in sul nascere, hanno in lui una sublime grandezza 
poetica. Egli va superbo di essere stato il primo a mettersi per questa via, 
guidato a mano senza dubbio da Aristotele, ma pure alla sua maniera pa- 
drone di sé e indipendente. U suo imperatore ideale è un giudice supremo, 
giusto, benevolo e dipendente solo da Dio, l' erede della signoria mondiale 
di Roma, voluta dal oiritto, dalla natura, dal senno eterno di Dio. I^ con- 
quista del mondo infatti fu legittima, perchè fu il giudizio di Dio tra 
Roma e gli altri popoli, e Dio stesso ha riconosciuto il suo impero, pren- 
dendo spoglie umane sotto di esso, sottomettendosi nella sua nascita al 
censo di Augusto, e nella sua morte al giudizio di Ponzio Pilato; e così 
via. Che se anche noi non possiamo sempre seguire questo suo modo di 
argomentare, non manca però mai di coromoverci la sua passione .... » 
Bnrckhmrdt, La Civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, Trad. del 
dott. Valbusa, i, 103, 



y Google 



48 EMOLITICA DI DANTE. 

Noi fummo a lungo in forse, scrive P. Perez, dì pubblicare 
un discorso giovanile, che par dal suo autore fosse conseg'Dato 
alla dimenticanza: ma infine la vinse T amore a uno scritto 
che ci pare notevolissimo ia un giovane ventiquatrenne, e nel- 
Tanno 1821 o 1822, quando appena cominciavasi a bisbig-liar 
di studii civili e politici intorno a Dante. 

Lamennais F., Doctrines politìques de Dante. L& Divine Co- 
mèdie. Paris, Chevalier, 1855, I, xxxviii-lviii. 

Rendu EnaENio, La politica di Dante. L'Italie et t Empire 
d'Allemagne, Paris, Dentù, 1859, p. 12-19, e p. 28-31. 

Mézibres a., Dante et t Italie nowoelle. Paris, 1B65, 8^, 
di p. 32 

Idéal poUHqtie de Pétrarque. En guai son idéal res- 

semole à celui de Dante, Pótrarque, Chap. v. — V. Paralleli, 
p. 31. 

Trevbrret, Theorie politique de Dante, Revue politiqae et 
litteraire, 22, Juin, 1872. 

Derichsweiter D.^ Hermann, Da^ poUtische System Dante" s 
(il sistema politico di Dante). Gebweiler, F. Bolza, 1874, ia 8^, 
di pag. 80. 

FILOSOFIA 

(Sion. Dani. II. 199-902 t 68S; IV. ttl e S59J. 

Compendio della Commedia di Dante Alighieri per fa filo- 
sofia morale di C. G. P. con figure e geroglifici consacrata 
ad Alberto ab. di S. Paolo. Venezia, Albrizzi, 1669. Libro raris- 
simo e sconosciuto a quanti sono i bibliografi. 

Rosmini A., Della dottrina ideologica di Dante (1). Perez, 
Pensieri e dottrine trascelti dalle opere di A. Rosmini , ordi- 
nati e annotati. Intra, Bertolotti, 1873, ii, 268-79. 

Questione deW origine delle idee. Dal Rinnovamento. 

(1) Pr. Pacchiani prese a svolgere nel 1818, all' Accademia della Craaca, 
in una lezione, V Ideologia del poema sacro. Mostrò che T autore di esso 
conobbe sì profondamente la facoltà dell'anima umana, che non toìo pro- 
dusse opinioni conformi alle tesi dei più illustri ideologi moderni ma andò 
altresì alla radice di alcuni veri, la aimostrasione de' quali era ptesso che 
riserbata ai giorni nostri. Credo sia tuttavia inedita. 



y Google 



FILOSOFIA. 49 

Il Rosmini commenta i versi 49-60 del C. xvni del Purgatorio 
sulle prime noitsie. — Uso della voce verità. — Facoltà della 
Riflessione. — Attensione e contemplazione si intensa che 
k-fjlie il poter riflettere, o anco H^poter tornare colla memoria 
mie cose contemplate. Dal Nuovo Saggio. 

L' accennala verità esposta in altro modo. Dalla Psico- 
lem. 

Tutti questi capitoli sono mano mano illustrati dal valen- 
tissimo Rosmioiano P. Perez con altre ben adatte citazioni, in 
mi ad on tempo mette in bel rilievo le dottrine del suo Maestro 
e del sao Poeta. 

Ci duole, conchiude il Perez, di non aver potuto recare se 
non pochi accenni del filosofo Roveretano alla dottrina ideolo- 
gica del poeta Fiorentino, accenni quasi scappatigli dalla penna 
in mezzo alla grave materia che lo innalzava. Di quanta luce 
egli, cosi profondo nella dottrina degli Scolastici e specialmente 
di S. Tommaso, avrebbe potuto rischiarare! i passi ideologici 
della Divina Comedia! Quante attinenze col proprio sistema 
avrebbe trovato, per esempio, nella terzina del secondo canto 
del Paradiso: 

Li si vedrà ciò che tenem per fede, 
Non dimostrato, ma fla per sé noto, 
A guisa del ver primo, che Tuom crede; 

nell'altra del canto decimoterzo: 

Ciò che non muore, e ciò che non può morire, 
Non è se non splendor di quella idea, 
Che partorisce amando il nostro Sire, ecc. 

Quante cose potea dirci sul primo istante in cui esiste V anima 
intellettiva, esaminando le dottrine che intorno all'umana ge- 
nerazione sono esposte nel canto xxv del Purgatorio, là dove 
si tocca Terrore di Averroe, che fé disgiunto doUr anima il 
possibile intelletto: errore di cui non andò netta nemmeno la 
celebre Università degli Studi di Padova, come fanno fede alcuni 
versi del Fracastoro, citati recentemente dal pisano professore, 
P. Paganini, nel commento d'un luogo filosofico della Divina 
Commedia : 

4 



y Google 



50 FILOSOFIA. 

. . . OUis divina super mena 
Astat, magna, micans, cujus radiata nitore, 
Quae fueraut obscura prius simulacra, repente 
Fiuut coram anima, claraque in luce refulgent: 
Non aliter quam qua* coeca sub nocte teuentur, 
Si feriat rutilum solis jubar, omnia late 
Splendescunt, pulchraque petuut in luce Tidorì. 

Peres, 278. 

PiANCiANi P. Giambattista. — « Nel suo Saggio sul Beilo 
(Roma, Morini, 1855-56) i più vaghi esempi sono tratti dalla 
Div. Comedia che mostrano quanto egli la gustasse a fondo . . . 
Nell'opera intorno alla Cosmogonia na^tira^ e nella sua Appen- 
dice, trentotto e forse più volte intromette i versi dell* Alighieri, 
e ne addita nuove spiegazioni, o se ne giova ad opportuni 
riscontri. E ne' Saggi Filosofici sto per dire che voi non potete 
aprire una pagina senza che v' imbattiate ne' versi del suo 
Poema, e abbiatene argomento in ciò che ben quaranta volte 
sono riportati ed illustrati nel solo Saggio I, Intorno alle verità 
prime. > P. Melandri. 

Liberatore P. Matteo. — Nelle sue opere che hanno per 
titolo Della Conoscenza intellettuale (Roma, 1857-58), e del 
Composto umano (Roma, 1862) a quando a quando spiega ed 
illustra i più reconditi concetti filosofici del Poeta... Al capo 
vui, n. 300 della Conoscenza intellettuale discorre di quello, 
che i filosofi chiamano esemplarismo rispetto alla creazione, 
mostrando come in vari luoghi del divino Poema sia magni- 
ficamente espresso: e ragiona nell'art. 5 del capo x del Com- 
posto umano, dichiarando la gradazione degli esseri secondo 
il concepimento degli scolastici, manifestata pure egregiamente 
da parecchi versi del sommo Alighieri. P. Melandri. V. Man, 
Dani, IV, 121. 

Franceschi Ferrucci Caterina, Dante filosofo, I primi 
quattro Secoli della Lettor. Ital. Voi. i, 106-146. 

Baldacchini Saverio, Ozanam, o della filosofia diDatUe.i 
Baldacchini, Prose, Napoli, Tip. del Vaglio, 1874, Voi. nr,| 
117-22. 

Masuani Terenzio, Dante. Prose Letterarie, Firenze, Bar 
bòra, 1867, p. 29-47. 

V. // Liuto. — VII. Quello che vidi in Aloemia, I 

d'un sogno meraviglioso che feci. — Vili. Come Dante coì¥ 



y Google 



FILOSOFIA. 51 

dHssemi in Yallombrosa ad un monaco, e del mio lungo me- 
di' fare in filosofia e sopra Aristotile, p. 291-305. 

Pardi Carmelo, Dante Filosofo. Scritti vari, ii, 192. 

Conti Augusto, La filosofia di Dante. Cose di storia e 
d'arte, Firenze, Sansoni, 1874, p. 171-227. — V. Man, Dant. 
IV, p. 120. 

Vassallo Carlo , Dante Alighieri filosofo e padre della 
Letteratura italiana, Discorso letto il 21 Marzo 1872 nella 
festa degli illustri Scrittori e Pensatori italiani. Asti, Devec- 
chi, 1872. 

« Dante fu filosofo, ed investigando le supreme ragioni delle 
cose, ed una mirabile varietà in istretta unità raccogliendo, 
.«[)ing'e lo sguardo fino agli estremi confini della scienza e dei 
fatti che ne derivano ; e fra questi a quelli principalmente che 

M collegano cogli affetti e colle sorti del genere umano 

Dal suo poema si raccoglie un' armonia che si protende dal 
primo giorno alla notte estrema, dall' origine alla finale desti- 
nazione del genere umano. E poiché Dante nel raccogliere 
ch*ei fece, e condensare, come in un foco, gli sparsi raggi 
della scienza de' suoi tempi, nel disposarla agli eterni veri della 
filosofia cristiana , nel consociarla alle vicende dell' umana 
schiatta, e soprattutto nell' incarnarla e significarla usò quella 
vivacità di colori, quella finezza xl' arte, e quella potenza d' af- 
fetto eh' è propria principalmente di noi italiani, i quali fummo 
perciò chiamati un popolo di artisti ; ne conseguita, che, stu- 
diandolo noi come filosofo, dovremo ad un tempo considerarlo 
come padre e maestro, quale esso fu, della nostra letteratura. » 
— A svolgere adeguatamente questo tema importantissimo ap- 
pena basterebbe un libro. Ciò non ostante ei ne trova quanto 
basta a fornire un sufficiente concetto ai suoi uditori dei punti 
principali della dottrina filosofica di Dante, si dal lato specu- 
lativo che dal lato morale. 

Genovesi Vincenzo, Filosofia della Divina Commedia nella 
Cantica dell'Inferno, Sguardo sintetico, Firenze, Cellini, 1876. 

11 libro, che ci presenta, « non è che una sintesi di ciò che 
principalmente direbbe, analizzando e svolgendo, in un breve 
corso di lezioni sull'essere intrinseco della prima cantica del 
divino poema. Ed un lato oscuro lo trattiene a voler andar 
oltre ; sul quale convien però che si rifeccia più di proposito 

Digitized by V^OOQlC 



52 FILOSOFIA. 

coir attenzione , affine di poterlo tirare in luce ed esprimerlo 
acconciamente.... Ma egli è sicuro che il pensiero filosofico^ 
come ha inteso a rilevarlo, domina nella prima cantica con 
estensione ed indipendenza. > — Il prof. Gubornatis, a cui il 
Genovesi ed intitola il suo lavoro, e ne riserba il giudizio, si 
duole che egli, non filosofo, non può portarne alcuno che possa 
presso lui avere alcun peso. Ed io pure non m'arrisico di ri- 
stringere la sua sintesi. Nelle tre Donne del secondo canto ei 
vede figurata la Trinità. 

Lamennais F. , La philosophie de Dante. La Divine Co- 
médie, Paris, Chevalier, 1855, I, xxxv. 

Delff H. K. Ugo, Die Weitanschaunng. Dante's Zugleidi 
als neuer Beitrag zum ticfsrn Veì^stànctntss der Divina Com- 
media. — Internationale Revue, Wien, Hilberz, 1868 — fas. 3, 
n. 21, p. 224-35; fas. 4, n. 22, 307-15. — 11 sistema filosofica 
teologico di Dante, nello stesso tempo una nuova contribuzione 
alla più profonda intelligenza della Divina Comcdia. 

Non è che una ripetizione della prima parte del suo opu- 
scolo Dante Alighien e la Divina Comedia. Lipsia, 1859. 



SCIENZA DEL DIRITTO 

E GIURISPRUDENZA PENALE 

CV. Man. Dant, II, iS9Ì. 687; IV. 120). 

LoMONACO VicENZO, Dante Giureconsulto. Precede lo scritta 
la seg. epigrafe: 

A — Dante Alighieri, — Che diffiniva la vera essenza] 
del diHUo, — e divisava i genuini rapporti — ira V individuai 
e lo siato, — peixhà il primo non erompesse in anarchia^ 
— ed il secondo in tirannide, — nel di solenne, che gli «i 
eleva un monumento — in una delle piazze principali d\ 
Napoli, — Vincenzo Lomonaco — D. D. D. 

In essa si fa ad esporre ed analizzare la definizione chi 
Dante ci porge del diritto, e l'addentellato ch'essa ebbe nel 
filosofemi greci e nelle teorie scolastiche, V applicazione che il 
sommo archimandrita della nuova civiltà europea ne fece e nel 
poema immortale, e nelle opere morali, sia riguardo all' ordina 



y Google 



SCIENZA DEI, DIRITTO E GIURKPR. PEN. 53 

morale che al cosmico ed air intellettuale. — In tale definizione 
ei trova la chiave della volta di tutti i monumenti scientifici 
e letterani innalzati dal massimo Alighieri. 

Nella seconda indaga il concetto ch'egli ebbe nel definire 
r economia ed i rapporti tra l'individuo lo-Dìo e Dio Stato. 

— Premesse ampie ed importantissime ^nozioni storiche si 
dell'antiche che delle nuove scuole politiche, il Lomonaco ci 
rivela, secondo le dottrine del Poeta, la genesi e la destina- 
zione dell* uomo, e la sincera scaturigine de* suoi diritti, il suo 
(ìiòfrancamento dopo il primo fallo, donde il bisogno di sob- 
barcarsi al giogo del civile consorzio, e di una forza pubblica 
che r antichissima sapienza italiana non seppe meglio espri- 
mere che col fascio delle verghe, e coi manìpoli, primo blasono 
e prima bandiera delle genti latine. Di qui Y orìgine ed il man- 
ciato di una suprema potestà, di qui la necessità morale, o sia 
convenienza di tin governo e di una legge, .che determinasse 
e garantisse i diritti degli associati. — Il Principato non è che 
una creazione civile, non per interesse suo proprio, ma per lo 
bene della civile comunanza a lui confidata. — L* idea dei se- 
dicenti progressisti di un governo protoplasta, creatore di diritti, 
ripugna al buon senso ed alla storia : essi non sono che la prov- 
tLsione sia dote delle nature create a cagione della loro 
salute. Mettere un freno agli abusi dei diritti, non vuol dire 
crearli o fondarli, ma dirigerli e difenderli. — Ma pur troppo 
infelicemente addivenne che spesso la podestà civile falsasse il 
suo mandato, e si mutasse in istrumento di oppressione e di 
danno il governo destinato come mezzo fondamentale di sua 
salvezza, e che i popoli divenissero greggi abbandonati air ar- 
bitrio di lupi rapaci. — Dante ravvisa nella mala direzione 
dei governi la causa prim^ e principalissima dei malanni so- 
ciali. — 11 Lomonaco investiga di poi, e sempre dietro alle 
poste delle care piante, fin dove possa spaziare la potestà civile. 

— La necessità (giustìzia) è la madre, l'arbitra, la custode e 
la vendicatrice della legge — la buona legge è quella che giova 
non ai pochi ma al maggior numero dei cittadini, donde Y ira 
fulminea del poeta contro governi , che rappresentavano non 
r intero popolo, ma una frazione predominante dello stesso, e 
che abusavano di nomi santissimi per satis&re a private cupi- 
digie. — Non son prole legittima della giustizia le leggi pub- 



y Google 



54 SCIENZA DEL DIRITTO 

blicate nella maggior parte di Europa da un secolo in qua, la 
cui mercè per false vedute economiche e politiche la condi- 
zione de' plebei urbani e rusticani si ò miseramente degradata 
a segno tale da compromettere V esistenza medesima della ci vii 
comunanza. — Una siffatta alterazione di cose e di nomi fa 
si, che i governi producano non susine vere, ma bozzacchionì, 
e per V inesorabile legge del cader della pietra, la quale do- 
mina tutte le sfere della creazione, quanta è la stoltezza de* go- 
vernanti, tanta sarà la reazione ed il ribollimento dei governati. 
Riguardo al tanto disputato problema della centralità , Dante 
vuole, che il governo con saggia direzione informi tutto del 
suo principio vitale, ma non invada ogni cosa, che in somma 
siavi unità organica, e non meccanica, unità vivificatrice, non 
oppressiva colla cappa di piombo dorata , cui son condannati 
i veri malvagi neir inferno. Come il governo divino in ogni 
parte impera e quivi regge, cosi il governo umano deve per 
quanto sia possibile lasciar libero T esplicamento delle forze a 
lui subordinate. — Una triste esperienza ci ammaestra, che le 
pretese uniformità e semplicità non sono che servilità e com- 
plicazioni, non arti ma mine. Il governo unificatore è un go- 
verno di violenza e di gretto meccanismo. — Giova, conchiude 
il Lomonaco, Taver interrogato T altissimo Poeta sui punti più 
salienti per veder come dalle tenebre egli crea la luce, mentre 
i nostri sofisti dalla luce han creato le tenebre. In tre parole 
si può riassumere tutto il concetto Dantesco, suum ctiìque 
iribuere, in ciò consistere la quiddità (vis et potestas) della 
giustizia, il cui trionfo si celebra nel pianeta di Giove, Il Lo- 
monaco si è accostato, scriv'egli stesso, com' Esiodo, con la 
mente pura e col cuore casto al venerando altare : fia meglio 
per noi pascerci del salubre frumento dantesco che delle mi- 
sere ghiande dei novelli Maestri Adami falsatori di cose, di 
concetti e di parole. 

Tommaseo Nicolò, Dante e il Diritto. Lettera al Cons. Lo- 
monaco. Estratto dalla Gazzetta dei Tribunali di Napoli, 
A. XXIV (1872), n. 2480. 

Ortolan J., professeur de Lègislation pénale comparèe a 
la Facultè de droit de Paris, Les Pénalilés de F Ettfer de 
Dante. Paris, Plon, 1873. 

Ei non si potrebbe credere quanto mi venne fatto di rac- 



y Google 



E GIURISPRUDENZA PENALE. 55 

cogliere in materia di diritto penale nel Teatro di Lope de 
Vega e de' suoi predecessori, neir inimitabile don Chisciotte di 
Cervantes, e nei tesori drammatici di Shakespeare. Ma, scri- 
veva rOrtolan a' 25 Marzo del 1873 (a' 27 era morto); e Leur 
maitre à tous, par le temps, car il les a précédés de pròs de 
trois cents ans et nous jette en plein moyen àge ; par V étran- 
geié, par la vigoureuse unito jointe à V intarissable variété de 
ses conceptions, e' est Dante : son poeme, qui offre dans l' Enfer 
une succession de cercles, de coupables et de chàtiments, se 
présente à noire étude comme un système complet de péna- 
lités. » — Prima delFOrtolan, «scrive il Tribolati, e il prof. 
Carrara esaminò Dante nel giure penale ... A concedergli pre- 
stanza ed intelletto rivelatore anche in questa disciplina ei cita 
e commenta giuridicamente quei versi famosi del C. xxxiii 
deir Inferno: Che se il conte Ugolino aveva voce D'aver tra" 
dita te delle castella, Non dovei tu i figliuoi porre a tal croce. 
Innocenti facea C età novella. I quali versi sono un anatema 
scagliato contro la celebre costituzione di Arcadio, allora vi- 
gente, che conteneva T ingiustissima teorica àeW abert^asione 
della pena. » E prima del Carrara, il Carmignani ed il Nicolini 
avevano riscontrate nel sacro poema alcune altre verità della 
scienza moderna, o dichiarate quelle mediante la filologia dante- 
sca. Il primo citava r autorità di Dante suir origine delle leggi 
repressive, sul libero arbitrio, sull'azione negativa, sulla forza 
morale dell'offesa, sull'amore come scusa al delitto (Teoria delle 
leggi della sicurezza sociale, § i, 68; ii, 30, 44, 59, 64, 281): 
il secondo ne traeva più specialmente bellissime frasi espri- 
menti ridea ed il sentimento giuridico (1); e diceva giusta- 
mente, dopo d' aver riferito un passo del giureconsulto Saturnino, 
ov* è citato Omero : « Chi più potrà rimproverarci di ùr si fre- 
quente uso di Dante e degli altri nostri grandi poeti in un' opera 
legale? » Noi abbiamo voluto dare queste notizie onde non si 
creda che i criminalisti italiani si fossero passati di studiare 
la Divina Commedia sotto questo aspetto, e primo ad averne 
r idea fosse stato un francese. Ed il libro dell' Ortolan gioverà 

(l) Nicolini nella sua Giurisprudenza penale illustra con Dante una 
quantità di parole usate nella procedura torense, come parte, discarico^ 
^fr'cusa, decidere, haiulo, cassare, difesa, prescrivere, prove, parventi, 
casiìiglio, referto, ecc. 



y Google 



56 SCIENZA DBL DIRITTO E 6IURISPR. PEX. 

più ai francesi che agli italiani, cui (anche ai meno colti) sono 
noti i luoghi più belli della nazionale epopèa. È una descri- 
zione fatta con molta chiarezza delle pene infernali immaginate 
e distribuite dall' Alighieri ai dannati. Vi si trovano non per- 
tanto delle riflessioni peregrine e strettamente scientifiche. 

Non si poteva per esempio confutare meglio coir autorità 
dantesca Tart. 326 del Codice penale francese, com'egli ha 
fatto a pag. 49. Eccovi unito al nome di Francesca da Rimini 
quello di madama Dubourg; eccovi il divino poeta ch'entra di 
mezzo nella disputa del giorno, nell' ultimo fatto di Parigi, tra 
Alessandro Dumas figlio ed Emilio de Oirardin. Accanto al 
tues^ìa dei romanzieri di moda, il verso del poeta gran giu- 
stiziere : 

Caino attende chi 'n vita ci spf*nse. 

Finita la descrizione delle pene, queste législaHons imagi- 
naires d' outre tombe y V emidi to criminalista si domanda : Quale 
insegnamento ricaveremo noi da questo studio? Risponde: Se 
consultiamo le leggi ed i codici delle pene delle diverse nazioni 
europee, anche arrivando vicini alla nostra rivoluzione del 1789, 
e più vicini ancora per alcune di queste legislazioni, vedremo, 
che per troppo lungo tempo, l' idea di analogia, la quale tro- 
vasi allo stato poetico presso Dante, passando allo stato reale 
negli antichi sistemi penali dei tempi, vi apporta le più grandi 
crudeltà, spesso l'indecenza ed il ridicolo. — E conclude con 
queste belle parole : « Atteignons, autant que possible, à l' ana- 
logie immatérielle entre le mal moral et le remède moral, et 
nous pourrons alors,- sur la porte des établissements consacrés 
à la peine, inserire les paroles quej'annon^is à mon début: 
Prenez espérance, vous qui entrez! > 



COGNIZIONI SCIENTIFICHE IN GENERALE 



Mazzoni Jacopo, Delle cognizioni matematiche ^ astrologich'j, 
tnetereologiche , meccaniche, ecc. del Poeìna di Dante, Della 
difesa della Comedia di Dante, Parte ii, libro v, cap. xii, xin, 

XIV, XV, XVIII. 



y Google 



COGNIZIONI SCIENTIFICHE. 57 

Merian, Science du Dante, Dalla Memoria letta all'Acca- 
demia di Berlino col titolo — Poesie italienne du XI Y siede. 
Dante — e inserita nelle sue Nouveaux Mémoires (Berlino, 
Decker, 178G). La Dissertazione del Merian, tradotta dal Po- 
lidori , fu pubblicata da Romualdo Zotti nel voi. iv dell' ediz. 
della Divina Commedia. Londra, 1807-1808, p. i, ccxx. 

CoRNiANi GiamBm Cognizioni scientifiche sparse nel Poema 
di Dante, I secoli della Letter. Ital. Brescia, Bettoni, 1816, 
I, IG3-70. 

Libri Gug., Delle cognizioni scientificìie di Dante. Estratto 
dalle Hist. des sciences mathém. en Italie. Paris, Renouard, 
1838, i, 164-191. — L. Toccagnì ce lo diede tradotto ed an- 
uotato nella Rivista Europea di Milano, 1842, i, 134-142. 

Rambelli Gianfrancesco, Dante percorrilore ed indovina- 
tore di molte intenzioni riputate moderne. Cesena, Biasi, 
1863. 

Cantìi Ignazio, Dante considerato come uomo di scienza. 
Discorso recitato airAccademia fisio-medico-statistica il 1 Aprile 
1847. Milano, Redaelli, 1847. 

La3«bnnais F., Docirines de Dante, La Divine Comódie, 
Introd. Chap. iv, xxix-xxxvii. 



SCIENZE NATURALI (1) 

(V. Man. Dani. Il, 284; IV. i90-ie»). 

Abìbrosi Francesco, Dante e la Natura, ovvero frammenti 
di Filosofia e di Storia Naturale, desunti dalla Divina Com- 
media, Padova, Prosperini, 1874. (Dagli Atti della Società Ve- 



(1) Non senza orgoglio ì naturalisti italiani additano le prove e gì' in- 
diri , pei quali non ai può dubitare dell' empirismo di Dante nello studio 
delia natura. Intorno a certe singole scoperte o priorità nella menzione di 
i>^K)cialt fenomeni, che essi gli attribuiscono, noi non arrischieremo nessun 
giudizio; ma anche l'uomo il più profano dovrà restar sorpreso dinanzi alla 
^ande potenza di osservazione, ohe traluce da tutte le sue immagini e 
simili tadini. Più assai che in qualsiasi- altro poeta moderno, esse appari- 
scono in lui desunte dalla vita reale tanto della natura che dell'uomo, ed 
egli se ne serve non già a semplice studio di ornamento, ma per porger» 
un" idea quanto più sia possibile adeg^uata di ciò che vuol dire. Neil' astro- 
nomia poi egli oà prove di cognizioni affatto speciali . . . Burckhardt, La 
CìviltÀ de! secolo del Rinascimento, Trad. del dott. Valbusa, ii, 14. 



y Google 



58 SCIENZE NATURALI. 

neto-Trentina di Scienze Naturali, residente in Padova, Voi. iii, 
fase. i). 

Dopo averci esposto quello che Dante ci rileva di ^ande^ 
contemplando la Natura coir occhio scrutatore delle sue leg-g^i, 
r Ambrosi conchiude : La filosofia naturale può dirsi creata da 
lui; e come fu grande filosofo, non fu minore storico della 
Natura. — Sorprende in vero, come il Poeta fosse riuscito a 
tanto in &tto di filosofia e storia naturale: ma avea ingeg^no 
universale e sintetico, era italiano, e teneva in mano una nìis> 
sione che senza lo studio delle cose naturali, sarebbe rimasta 
incompleta. E non si voglia credere eh' io esageri cosi dicendo ; 
imperocché la Natura è tutto, e da lei dipendono le maggiori 
rivelazioni dell'ingegno umano. — Sulla quale dissertazione 
scriveva il critico della Nuova Antologia, e Finché l'Ambrosi 
ci mostra nel Poeta un attento osservatore delle proprietà di 
natura, e quindi un descrittore diligentissimo delle cose più 
minute, non troverei da ridire; finché rileva certe quasi divi- 
nazioni di nuove teorie fisiche, benché molto incerte e involute, 
gli si potrà concedere, ma egli nelle parole dantesche vuole scan- 
dagliare troppo, e trovarvi un senso riposto che male si accorda 
col contesto del poema, mentre il senso più ovvio non differisce 
colle opinioni di quei filosofi scolastici che Dante studiò. Ad 
ogni modo se l'Autore ha speranza di convincere il lettore dovrà 
ampliare il suo scritto, e spiegare piti minutamente quello che 
afierma con pochi cenni Dante e la Natura, » 

Trezza G., Del sentimento della natura nei poeti antichi 
e moderni. Conferenza tenuta dal prof. G. Trezza al Circolo 
filologico la sera del 21 feb. 1874. 

li poema di Dante, fu detto, ò la tomba del medio evo. Sì, 
ma esso ò anche la cuna della rinascenza. Larghe e molteplici 
sono le impronte che il medio evo vi ha stampate; ma c'è 
una parte, una grande parte, nella quale Dante è nuovo, ori- 
ginale, creatore ; quella dov' egli rivela il nuovo modo di sentire 
la natura. E in questo sentimento egli non chiede mai l'ispi- 
razione al modelli antichi, né alle dottrine mistiche dei tempi 
suoi e dei precedenti, non imita, non accatta, ma crea sempre. 
Crea descrivendo le pecorelle, i branchi delle colombe, la ron- 
dinella che svolazza e cinguetta ; crea ed aggiunge l' idealità 
vaga, malinconica, inquieta in quei versi divini ed inspirati: 



y Google 



SaENZB NATURALI. 59 

< Era già Torà che volge il disio > La natura si compe- 
netra con r anima sua, T anima sMmmedesima con la natura, 
e Dante diviene così il vero creatora del sentimento moderno. 
V. Gazzetta éT Italia, 24 Febbraio 1875. 

Tabgioni-Tozzeto Ottaviano, Delle cognizioni botaniche 
di Dante espresse nella Divina Commedia. Lezione detta 
Deir adunanza della Crusca il 9 Maggio 1820. Atti della Crusca, 
u, 351-62. V. Zannoniy Relazioni, 181. 

Paboi Carmelo, Dante valente fisico e diligentissimo osser- 
catore delle leggi eterne della natura. Scritti Vari, ii, 195-216. 



SCIENZE FISICHE E MATEMATICHE 

(Man. Dani. It, UO; IV, iS9). 

Torelli Giuseppe, Lettera intorno a due passi del Ptir- 
fjatorio. — Verona, Carattoni, 1760 — (Purg. xv, 16-24 — 
>ul qua! passo vedi Cavemi, la Scuola, 1872, i, 326). 

BoTTAGisio Giovanni, Osservazioni sopra la fisica del poema 
di Dante. Verona, Merlo, 1807. 

Vaoolini Domenico, Di alcune cose toccanti la fisica. Giorn. 
Are. xxvm, 120-136. 

Ferroni Pietro, Illustrazione di due passi della Divina 
("rmmedia. Lezione letta nelFÀccad. della Crusca nell'adunanza 
«lei 19 Decembre 1872 e 8 Febbr. 1814,- Atti della Crusca, 
I. l-ll. 

Sull'incessante ondeggiare della marina (Par. xiii, 82-84), 
e sulla- « a ben ispiegarsi difficilissima attribuzione di tutti gli 
Esseri animati, solita appellarsi dai Metafisici libertà d* equi- 
Hhrio. » (Par. iv, 1-18). — Il Ferroni, neli' annunziata disser- 
tazione, comunicava alla Crusca di aver già illustrati alcuni 
passi della Divina Commedia, nei quali Dante espose le molte 
e peregrine notizie in materia di scienze esatte e naturali, e 
concbiudeva: € Se questa illustre Accademia, ponderato su 
crinsta lance colla sua saviezza il mio scritto, opinasse conforme 
porta il mio sentimento, unirei alle molte fisico-matematiche 
illustrazioni da me raccolte in leggendo e rileggendo nell'ore 
mie men distratte dagli altri studi ed uffici, e sempre col- 



y Google 



60 SCIENZE FISICHE E MATEMATICHE. 

r istesso trasporto d* ammirazione sin dalla mia adolescenza, la 
Divina Commedia, quelle pochissime ancora, che hanno som- 
ministrata materìa al mio presente Ragionamento... » 

MissiRiNi Mblchiorb, Filosofia fisica ed astronomica di 
Dante. Vita di Dante. Milano, Tendler, 450-469. 

Antonblli Giovanni, D. S. P. ; Studi particolari sulla Di- 
vina Commedia dedicati al nobile giovane Giorgio Fossi in 
occasione delle site nozze con la nobil donzella Luisa Votini. 
Firenze, Tipogr. Calasanziana, 1871. — Ripubblicati nel Vo- 
lumetto: Di alami studi speciali risguardanti la Meteorologia^ 
la Geometria, la Geodesia e la Divina Commedia per Giovanni 
Antonelli D. S. P. Firenze, Tip. Calasanziana, Settembre 1871. 

< Dopo la compilazione delle illustrazioni astronomiche della 
Divina Commedia, le quali dal chiariss. sig. Tommaseo furono 
onorate di un posto nella magnifica edizione del suo Commento 
a quell'eccelso lavoro; ho avuto occasione di ritornare suir ar- 
gomento nobilissima, specialmente a richiesta del dotto can. 
Brunone Bianchi, poco prima che uscisse di questa vita, e 
mentre dava opera alla ristampa delle sue annotazioni al 
grande Poema. — Nel riportare la mia attenzione su questo 
insigne Libro deir Alighieri, mi è avvenuto di scorgere qualche 
altra cosa di nuovo, sia in difesa e in conferma di ciò che fu 
visto ed espresso a dovere, sia per correggere o per variare 
qualche interpretazione, la quale non possa veramente reggere 
agli attacchi di una critica rigorosa: e la esposizione di questa 
novità forma il subietto della seguente scrittura. > — 

Il prof. Caverni dopo aver notato alcuni punti ne' quali 
non s'accorda coli' Antonelli , soggiunge: « che sono questi 
piccoli difetti, verso tanti altri pregi che hanno le illustrazioni 
astronomiche di lui? Le dimensioni della montagna del Pur- 
gatorio, e il Discorso sull'anno del viaggio dantesco, e T illu- 
strazione al principio del C. ix del Purgatorio, e T altre che 
si trovano nel Commento e negli Opuscoli di hii, sono tali che 
renderanno riverito sempre a' cultori degli studii Danteschi il 
nome del P. Giovanni Antonelli. E Dio volesse che le macchie 
leggiere, se pur macchie sono, da me accennate, come ombra 
il l'ilievo dei corpi riuscissero a far rilevare i pregi di quelle 
illustrazioni troppo a torto non curate dagl' italiani l Alle dotte 
dichiarazioni del Comento si aggiungevano ora come gemma 



y Google 



SCIEXZE FISICHE E MATEMATICHE. 61 

ìq corona, alcone nuove illustrazioni pubblicate, poco prima 
della morte compianta. » La Scuola, i, 180. 

Ga VERNI Raffaello (1), Alcune note sitila Divina Com-- 
media concementi le Scienze Naturali — La Scuola, 1872, 
I, 175-182; 226-230. — Esercizi e Ricreazioni scientifiche 

— La Scuola, 1872. — Conversazioni Letterarie, Cammilh 

— La Scuola, 1873; L'Ateneo, 1874. — Astronomia Dantesca, 
Problemi, Illustrazioni geometriche sulla Divina Commedia 

— L'Ateneo, 1874. — Giovanni e Francesco, Dialoghi Dan-- 
teschi — L'Ateneo, 1874. 

A crescere pregio alla splendida edizione della Divina Com- 
media, col commento di N. Tommaseo, procurataci nel 1865 
dal milanese Pagnoni, veniano pure iu luce alcune dotte Os- 
servazioni astronomiche deli' insigne Scolopio P. Giuseppe An- 
tonelli. Se non che un modesto professore di Firenzuola, non 
ancora trentenne , non ìsgomentato dalla luce di que' nomi 
illustri, dettò quel che da sé ne pensava' segnò alcuni luoghi, 
dove sentia altrimenti e dal Tommaseo e dall' Antonelli , nò 
tacque quelli che gli pareano manifesti errori, e con franchezza 
riverente, prima di renderlo di pubblica ragione, sottopose il 
mss. allo stesso Tommaseo. E il Tommaseo, per solito men 
sofferente delle censure, dei giovani segnatamente, non solo* 
non ne fece mal viso, ma scrivendone al prof. Emilio Bechi, 
era lieto di additargli il giovine prete toscano, che sente il 
belio deir arte e ama il sodo della scienza, e compiace vasi col 
pievano di Sesto, ab. Ranieri Calcinai e dell' argute osservazioni' 
in che pur fe prova e di dottrina e di acume, e non peritavasi 
di aggiungere che il lavoro del sig. ab. Caverni, piii che prò - 
mettere, annunzia ingegno che onorerà il Sacerdozio e le 
Lettere italiane. Solo inòresceva al Tommaseo che quelle cen- 
sure, bendbè cortesi, potessero dispiacere dell'amico suo, ed 
il Caverni, non volendo far cosa disaccetta al venerabile uomo, 
data altra forma allo scritto, e lasciato addietro tutto quello 

(1) In quelle Osservazioni, come apparìsce da una lettera del Tommaseo 
al prot Bechi e da altra al Prevosto Calcinai , il Caverni pur accennava 
ad alenile esperienze da fare col Fonvantocrafo dello Scott, per le «juali 
ei sperava che come la foto^afia ferma sulla carta le immagini, cosi po- 
tesse la fonografia fermare i suoni fuggevoli delle parole. Ma la difficoltà, 
scrivevami T amico, dell'avere un Fonvantografo, e più l'essere io sbalzato 
aUora dal gabinetto di una Scuola di fisica alla sacrestia di una parroc- 
chia . m cagione eh' io non potessi tentare allora la pruova , né di 

toitarla, nelle condizioni mie presenti, ci veggo ancora speranza. 



y Google 



•62 SCIENZE FISICHE E MATEMATICHE. 

<:hd riguardava il P. Antonelli, dopo la morte compianta, ne 
stampò nella Scuola quel tanto che concerne le Scienze Na- 
turali. — Certo non appena io lessi quelle Note, non appena 
m'abbattei nelle sue Ricreazioni scientifiche, ne* suoi Consigli 
«opra lo studio delle lettere a un giovine, ne' quali traluce 
tanto amore del buono, del vero, del bello, e insieme tanto 
pratico senno; in quei Dialoghi cosi limpidi e così ricchi di 
sapienza , io che non V avea mai veduto da presso , ne inna— 
morai, coirsi a ricercarlo nella solitudine di Quarata Àntellese, 
dove si raccolse pastore di anime , ed egli , buono e gentile 
•com'è, mi mostrò del suo affetto ben oltre che le fronde. — 
Delle cose fisiche della Divina Commedia, non è ne' libri mo- 
derni a cercare il cemento, scrive il Ca verni, ma in que' soli 
ai quali Dante poteva aver attinto la scienza, scienza da lui 
appresa, e non, come pretenderebbero alcuni, indovinata. E la 
fìsica dei fulmine, che ricorre cosi frequente, solo potremo 
debitamente interpretare avendo sott' occhio quanto lasciò scritto 
-Aristotile nella sua Meteorologia. E bene pur dice che da sem- 
plici filologi e letterati non si potrebbe attendere un accurato 
comento rispetto alle scienze naturali. Ei sarebbe lungo il qui 
citare tutte le nuove interpretazioni che riguardano l'Astro- 
nomia, la Fisica, l'Ottica^ la Metereologia, nelle quali non sai 
«e tu debba ammirar meglio l'abbondanza della dottrina o la 
nitida chiarezza dell' esposizione. — Ma già altri studi su questo 
importantissimo argomento egli sta maturando, e, tra gli altri, 
avrebbe intenzione ne' nuovi Problemi danteschi, < di mostrare 
rigorosamente ciò che nell'Astronomia dantesca è di geometrico, 
e secernerlo da tutto quel eh' è poetica fòntasia; e per non fare 
^i Dante un astronomo del giorno, vorrebbe ricercare ne' libri 
■antichi i dati scientifici alla soluzione di ciascun problema, 
lavoro che potrebbe forse giovare anco alla storia dell* astro- 
nomia. » 

Soluzione 

di alcuni problemi danteschi proposti ed illustrati 

dal prof. R. Caverni. 

1. (Inf. XIV, t. 42). Misurare la lunghezza della via fatta dal 
Poeta nel discendere all' Inferno, e nel risalire. — Viaggio circo- 



y Google 



^lENZB FISICHE E MATEMATICHE. 63 

iaggio rettilineo orizzontale mig. 479; viaggio 
le mig. 6490. In tutto mig. 11360, o undici 
l numero tondo. (Ateneo, Voi. n, pag. 384-88). 
t. 3). Ritrovare la grandezza, e la distanza 
dalebolge dal centro terrestre. — La traver- 
lebolge è mig. 16 l/^) ^^ distanza dal centro 
aig. 730 5/22 la profondità del Burrato di Oe- 
223-24). 

, t. 10, 11). Trovare la grandezza delle spe- 
ghiacce. — Tolomea braccia mille ; Antenora 
0. (Ivi, pag. 307). 

, t. 38). Trovare la misura delle relazioni di 
*andezze delle regioni infernali. — Traversata 
7 1/2; del gra4o de' Lussuriosi mig. 75; deGo- 

Avari 50. Della palude Stigia, dei Fossi, della 
37 1/2» P^r ciascun cerchio. Del grado de' Vio- 
ir ciascuno de* tre cerchi, in che è quel girone 

136-38). 

t. 9). Si domanda la differenza di longitudine 
onte del Purgatorio. — Secondo la Geografia 
ti raccolti, dovea esser giudicata dal P. 150'*. 
, Voi. II, pag. 362-63). 
t 5). Posta la latitudine australe 31'' 40', e 
ine, si domanda l'altezza meridiana del Sole, 
ridiana non poteva esser maggiore di 47° 20'. 
el Sole accennata dal P., dov«a essere quella 
lo, e non nel verticale. Da quella salita del 
e che il colloquio con Manfredi dovette durare 
iti. Si conferma la lezione che ammirando è 
), non gerundio. (Ivi, Voi. i, pag. 484-86). 
[, t. 19). Quant'ò la misura della distanza tra 
ire ed il Purgatorio? — Fatto il computo in 
remo per quella distanza mig. 9243; compu- 
'/s P^^ grado, secondo i geografi antichi, sarà 
à foce del Tevere ed il Purgatorio mig. 8728.26. 
r. 471-72). 

, t. 6, 7). Nella prima delle terzine citate ac- 
ma delle due leggi ottiche della riflessione : che 
^gio d'incidenza che il riflesso si trovano nel 



y Google 



64 SCIENZE FISICHE E MATEMATICHE. 

medesimo piano perpendicolare alla superficie di riflessi oiitl 
4^Scuola, anno 1, Voi. i, pag. 226). 

Nella seconda accenna air uguaglianza degli angoli fat^ 
con la perpendicolare da due raggi. (Ivi, Voi. ii, pag. 70). 

9. (Purg. xxxiii, t. 35). Trovare gli angoli orarii, che V orti 
bra dello stile fa nelle ore mattutine e vespertine con la line^ 
meridiana del Purgatorio. — Quattr' ore avanti e dopo il mezzod 
r ombra fa con la meridiana un angolo di A2° 17' ; tre ore avanti 
e tre ore dopo, l'angolo è di 27° 42'; due ore avanti e du| 
dopo, quell'angolo si riduce a soli 8^. Le differenze prime à 
questa serie sono 14° 35', 10° 51', 8° 52'; differenze le q\iai 
dicono che i movimenti apparenti del sole si fenno , presso ii 
meridiano, via via più lenti. Di qui si viene a proporre iinj 
nuova lezione, secondo la qua||^ s'intenderebbe il v. 3 dell:] 
t^erzina citata cosi : che il Sole e qua e là, ossia prima e dop< 
il fiuo passaggio al meridiano, si fa come s* egli aspettasse o s{ 
trattenesse. {Scuola, Anno 2, Voi. i, pag. 480-81). 

10. (Par. i, t. 15). Si domanda la quantità precisa dell' ani 
golo dell'amplitudine del Sole, accennata coli' avverbio quasi 
indeterminatamente dal Poeta. — Quell'angolo dell' amplitud in 
è 12° 57*. il Sole dunque, a tempo della narrazione dantesca 
era lontano di quasi 13° dalla foce di Oriente; ragione per cui 
Dante dice che il Sole usciva quasi da quella foce. {Scuotili 
Anno 2, Voi. ii, pag. 247-48). 

11. (Par. XXII, t. 45, 51). Sotto quale angolo si sarebber 
dovuti vedere dal P. i diametri apparenti della Luna, delld 
Terra e del Sole? — Il diametro della Luna, sotto un angolo 
di 3", 3; quel della Terra, di 20"; quello del Sole, di 1' 54" j 
D'onde si concluse che qui non segue Dante le leggi geome^ 
triche della prospettiva, ma bada solo alle Éintasie poetiche. 
{Ateneo, Voi. i, pag. 308). 

12. (Par. xxvii, t. 48). Dopo quanti anni Gennaio si sarebbe 
tutto svernato? — Ritenuta la centesima di 14 minuti, si sa- 
rebbe svernato dopo 7500 anni. {Ivi, pag. 148-51). 

Pescatore Costantino, Astronomia della Divina Com 
media. L'Ateneo, Rivista Ital. 1874, L. 209-14. 

11 Pescatore prometteva di pubblicare nell'Ateneo T Astro- 
nomia della Divina Commedia. Ognuno sa, ei dice, che Dante 

Digitized by VjOOQIC 



:IENZE FISICHE B MATEMATICHE. 65 

)1 1321 non poteva conoecere che il sistema 
rolomeo, com'è spiegato neW Almagesto ; e 
'na Commedia tutte le nozioni astronomiche 
sistema Tolemaico che appartiene all'astro- 
1 dunque da considerarsi come sinonimi Astro^ 
stema Tolemaico, e Astronomia Dantesca; e 
ione di uno di questi tre argomenti contiene 
Qecessariamente T esplicazione degli altri due. 
ovo a questi studii, credo che sia più utile 
) in due parti separate e distinte, parlando 
oni storiche e teoriche déìY Astronomia antica, 
Emdole alla spiegazione delle idee, delle parole 
ni astronomiche della Divina Commedia. 
>rof. Pescatore rimane tuttavia un desiderio. 
jUIOI, Luoghi astronomici della Divina Coin^ 
k Commedia esposta ad un giovinetto studioso, 
, 1873. — Appendice ii, 225-279. 
Of^ egli, di spiegare nel più chiaro modo pos- 
Btronomici, supponendo che il giovinetto, cui 
sia digiuno afihtto d'ogni più elementare no- 
ie che vi hanno attinenza. 
SCO, Dante e V Astronomia, Discorso per VinaU" 
nno scolastico 1871-72 del R. Collegio Carlo 
alien. Torino, Botter, 1873 (Estratto dall' A- 
1873, n. 1-4). 

fondo e versatissimo astronomo, com'era ver- 
limo in tutto che l'umano sapere possedeva 
'enderlo esimio cultore della scienza degli astri, 
ilo le tre precipue condizioni estrinseche, ri- 
enire eccellente in qualunque nobile disciplina, 
rgevagli antica tradizione e forte eccitamento 
dei cieli. Più efficace e generoso impulso ri- 
scolo in cui nacque e visse; conciossiacchè il 
lustri del XIV secolo fui'ono, oltre ogni pen- 
}ndi di contingenze propizie alla coltura delle 
imiche. — Nò al vastissimo suo ingegno fecero 
osi sussidi che sogliono derivare dagli uomini, 
siamo, e ci troviamo nei più stretti rapporti 
Però di tutti i potentissimi aiuti, quello da 

5 



y Google 



66 SCIHNZB VI8SCHE B MATBMiLTICBK. 

cui r Alighieri trasse maggiore partito si fu V Almagesto del- 
r immortale astronomo alessandrioo, Tolomeo, la più cla&8ica| 
e più grandiosa opera che ne abbia mai trasmesso ranticbitÀj 
in fatto di astronomia. Egli fece tutta la scienza astronomica di 
Tolomeo tanto sua, fino ad essere da alcuni stimato più va— | 
lente astronomo di quell'eccelso maestro; e Tolomeo fu por\ 
lui in astronomia, ciò che in molte altre cose Virgilio. Ma benj 
altra si fu F applicazione che ne fece il sommo Cantore: eg^li 
meditò di descriverne la parte che nessuno fino allora aveva 
mai esplorata, e propose di elevarsi da un nuovo e singolare 
orizzonte air altezza del firmamento, mercè dei lumi e dell^ ar- 
cana dovizia della scienza dei cieli. — La materia puramente 
astronomica difiusa nella Divina Commedia oltrepasserebbe la 
misura di tre canti. Ma essa ur>n vi è già richiamata per eezn- 
plice modo poetico, ne in maniera indeterminata, o per mera 
ostentazione di sapere ; bensì vi è trattata a fondo in numerosi 
e spesso difficili problemi. E a larghi tratti viene confermandoci 
quanto egli espose. — 11 prof. Denza, coW Almagesto Tolemaico 
alla mano, si confida farci toccare con mano come si possano 
approfondire e viemeglio dilucidare alcuni luoghi del Poema, 
i quali lasciano anch' oggi qualche divergenza di opinioni e 
qualche incertezza. Ed io calorosamente pregai lui, maestro di 
color che sanno, a volermi essere cortese de' suoi studi illu- 
strativi, e già n*ebbi gradita promessa, ed io spero di poterne 
arricchire il mio volume. 

SULL'EPOCA DELLA VISIONE 

ITINERARIO DELLA DIVINA COMMEDIA 
CM<m. Dant. Il, U e 689; 17. i6tj. 

Pasquini Pier Vincenzo, Sul tempo del viaggio Dantesco. 
La principale Allegoria ecc. 229-296. 

— Itinerario di Dante nel Canto I deW Inferno, Id. 72. 

Il Pasquini vuole che Dante si smarrisse nella valle del 
Giordano (o di Aulon) ed entrasse nella Seha, che à a nord-est 
di Gerusalemme, su quel fiume Giordano, che è l'unico, che 
non mette nel mare, ed è ^ fiumana, o\> il mar non ha 



y Google 



BPOCA DELLA VISIONB. 07 

»mfo. La SéLwA è posta verso TArabia. Aggiratosi per la Selva 
uo' intera notte, ne uscì, e venne a piò del Calvario, dove ter» 
mina la valle del Giordano, e alzando gli occhi ne vide le cime 
illuminate dal Sole nascente : se lo lasciò a destra, e riprese poi 
cammino per la piaggia, cioè per la costiera occidentale di dolce 
salita tra il monte degli Ulivi, e il torrente Cedron, avviandosi 
al monte Sion. — Respinto dalla Lupa, dovette scendere natu- 
ralmente ad est nella valle del Giordano sotto la Selva, e là, 
9TÌI confine tra U Giordano, e il gran Deserto di Giudea, vede 
Virgilio, e di qui risalendo verso il monte Sion, trova la valle 
dMnfemo, eh' è rimboccatura infernale. — Il Pasquini, e con 
prove tratte dal Poèma e con prove astronomiche e cronolo- 
giche s'argomenta dimostrare che il viaggio ebbe principio 
Della notte dal sette all'otto d'aprile 1300, venerdì santo, nel 
plenilunio, e combatte gagliardamente la data del 28 marzo 
posta dal Fraticelli e da altri, non che il plenilunio fittizio. 

Làbbitzzi di Nbxima FRA.NCBSC0, Intorno ali* epoca della 
tisione di Dante, Discorso. Il Buonarroti, Gennaio, 1872, 1-14. 

€ Io son di concetto, che non al plenilunio di marzo, ma 
sì bene a quello di aprile, cioè a dire al terzo giorno di maggio 
debba esser riferita la visione dell' Alighieri. > 

ToiMZSCHiNi GicBBPPB, Se al maggio poetico di Dante debba 
assegnarsi Vanno 1300 ovvero Vanno 1301, Prima lettera al 
prof Giovanni Santini, 1 aprile 1854. — Santini Giovanni, 
Prima risposta, 26 aprile 1854. — Todbschini Giuseppe, Se- 
cenda lettera, 7 luglio 1854. — Santini Giov., Seconda risposta, 
24 luglio 1854. — Todbschini Gius., Teraa lettera, 6 agosto 
1854. Scritti su Dante, ii, 325-342. 

Alcuni di dopo il plenilunio, Dante, compiuta la visita del- 
rinfemo, ed uscito a riveder le stelle, si trova alle falde del 
monte del Purgatorio nell'ora che precede il sorgere del sole, 
ed essendo volto all'oriente vi scorge risplender Venere (Purg. i, 
10-21). Dunque egli ascrive manifestamente il suo mistico 
viaggio ad un tale anno, in cui ne' giorni prossimi successivi 
al plenilunio della luna di marzo, Venere prendeva l'aspetto 
di Lucifero, ed appariva nel segno dei Pesci. Questa comparsa 
e posizione di Venere in tali giorni appartiene essa all'anno 
1300 o al 1301? Io tengo siccome certo, che se il fette si ve- 
rificasse in uno degli anni ora annunciati, fosse impossibile, che 



y Google 



68 EPOCA DELLA. VISIONE. 

3Ì avverasse anco nell'altro. E questa la questione che il To- 
deschini propone al prof. Santini. L'insigne astronomo prima 
di entrare nelF arringo, modestamente confessa di non aver mai 
studiato Dante, se non qua e là leggendone alcuna terzina ,* se 
non che appoggiai) alle tavole comuni di De Lambre e di La 
Lande, porta opinione che il risalir del Poeta dalle tenebre 
infernali debba attribuirsi al 1301. — Ma il Todeschini, cono- 
scendo come rampolli a pie del dubbio il vero, nella tema che 
un'espressione equivoca usata avesse fette forviare la risposta, 
in altri termini, replicò la dimanda. — La notte fra il 7 e 1* 8 
aprile del 1300, Venere splendeva veramente come Lucifero, e 
trova vasi veramente nel segno dei Pesci? Se la risposta é afferma- 
tiva, il discorso parrebbe finito, e potrebbe tenersi per certo, che 
Dante ascrisse il suo viaggio poetico al 1300. Se perla notte 
testò indicata non fosse astronomicamente vero ciò che Dante 
asserì, c'è ancora una via di scampo. Il consigi . Gregoretti 
con qualche ragione non affatto spregevole vorrebbe ritardar 
di tre giorni il viaggio di Dante. Or dunque sarebbe forse vero 
per la notte fra il 10 e 1' 1 1 aprii» 1300 quello che non sarebbe 
vero per la notte fra il 7 e l'S? Se la risposta cadesse per 
l'affermazione a questo luogo, bisognerebbe dar ragione al 
Gregoretti ; e ad ogni modo reggerebbe l' assunto, che il viag^gio 
poetico di Dante dovesse ascriversi al 1300. Nell'uno e nell'altro 

caso io riterrei come assolutamente escluso l' anno 1301 

Ma se la risposta non cade affermativa nò sull'una nò sull' altra 
delle precedenti domande, allora ad onta di tutti gli argomenti 
che combattono in £givore dell'anno 1300, bisognerà rinunziare 

all'ipotesi Al 7 aprile 1300, risponde il Santini, Venere 

nasceva un'ora circa dopo il sole; siccome il sole si trovava 
allora negli ultimi gradi di Ariete, mentre l' equinozio era av- 
venuto il 12 marzo, Venere, che rimaneva posteriore di circa 
15 gradi corrispondenti al ritardo di un'ora, doveva per con- 
seguenza trovarsi nel segno del Toro, onde ei trova che il 1301, 
se non risponde affatto, collima meglio colle parole del Poeta. 
Bd il Todeschini, scorato, si ristette da nuove indagini. — 
Chiestone il parere al prof. Caverni, in tali questioni compe- 
tentissimo, mi scriveva il 18 novembre 1875. — « Dalle terzine 
1* e 2* del xxviii del Purgatorio si rileva che probabilmente 
la scena ivi descritta dee riferirsi al di 14 di marzo 1300; ed 



y Google 



BPOCA DELLA VISIONE. 

he dalle terzine 27-29 del xxvin del Par. rile\ 
luì riferire quelle circostanze d* astronomici 
ere, con molto 6)ndamento di verità, il dì ! 
suddetto. Ma un altro dato molto preciso i 
) nella terzina 27 del xviii del Purgatorio, da] 
sapesse preciso la latitudine assegnata da Dai 
dell* isole di Corsica e di Sardegna, che fan 
lifazis, se ne inferirebbe con molta precisio 
. longitudine della Luna; cosicchò Scendo 
longitudine e la latitudine che la medesir 
tre nelle varie ipotesi de' commentatori, si { 
te concluderne quale, tra le tante, meritasse 
vo* mettermi dietro a raccogliere dagli antic 
rafici, e forse ne uscirebbe qualche nuova c( 
» E l'egregio amico, ritornando sull' argomen 

23 luglio 1876. « A dir la verità, co 

el che scrivevo allora, sento poco animo di 
'0 con speranza di riuscita, parendomi che 
dea, sia più spesso che non si crede, trasf 
in poetica fantasia. Questo io asserirei ora 
rudere di ritrovare in tutto il poema quel rigc 
in un trattato astronomico, è una ubbìa in< 
are ne' nostri cervelli da pochi anni in qi 
che meditavano piti serio di noi, non la pen 
mi ricordo di aver letto in quei bei dialof 
elicati dal Gigli, che benchò Venere, alla qu 
7 del e. I. del Purgatorio, fosse astronomie 
l'Aquario, nonostanie il Poeta la pone ne' Pei 
drava cMa sua fantasia, E anche la luna, 
, che Dante dice essere stata piena quando 
ilva, non era piena se non al proposito s 
se accomoda il divino cantore al suo propof 
asia! Ma i commentatori moderni vorrebb 
> fame un Almagesto. » 



y Google 



70 



DEL SITO 

E DELLA FIGURA DEI TRE REGNI 
(Mmm. DmU. II, «M/ IV, l&$). 

Dal Rosso Qiubbppb, Brete trattato sopra la forma, posi- 
none e misura deW Inferno. Nel Voi. iv dell* edizione firentina 
dell'Ancora. 

Castani Michblangblo (n. 20 marzo 1804), La materia 
della Divina Commedia di Dante AlUghieri dichiarata in VI 
tavole, Roma, M. DCCG. LV; Seconda edizione, Roma, Libr. 
Spith5ver, 1872. 

La Divina Commedia è Poema Sacro (Paradiso, C. xxv), 
(cosi nel Prolog^o, con efficace brevità, V egregio Autore), il quale 
ha per soggetto Tuomo, rappresentato letteralmente nei tre 
stati spirituali della vita futura, cioè di dannazione, di purga* 
zione, e di salvazione, ed allegoricamente significato nei tre stati 
della vita presente, cioè di colpa, di pentimento e di grazia. 
Il fine dell* opera si ò di rimuovere V umanità dal baratro della 
miseria, e indirizzarla al sommo della beatitudine (Epistola a 
Can Grande). A questo fine ha Dante immaginato so stesso, 
doò Tuomo, che dallo stato prossimo alla perdizione (Inferno 
C. I), di gt*ado in grado procedendo per la contemplazione delle 
colpe (Inferno) ai pentimento ed alla purgazione (Purgatorio) 
giunga analmente al conseguimento del sommo Bene (Paradiso). 
La sua peregrinazione ò un trapasso dalle tenebre alla luce, 
dall'errore alla verità, dalla perdizione alla salvazione. Questo 
grande concetto è diviso in tre parti, quanti sono i regni della 
vita futura, e tale tripartizione corrisponde altresì alla Unità 
6 Trinità divina: conciossiachò il Fattore dei miracoli per so 
medesimo è tre, cioè Padre, Figliuolo e Spirito Santo, i quali 
sono tre ed uno (Vita Nuova). E come la scienza di queste cose 
è rivelazione divina, cosi per questa s* intende Beatrice (Convito) 
la quale ò numei*o del nove, cioò miracolo della Trinità, sio- 
come vedemo manifestamente che tre via tre fa nove (Vita 
Nuova). Però il Poema ò diviso in tre parti, e ciascuna di esse 



y Google 



SITO B DELLA FIGI 

della lateria ra] 
i il Fattore, e 1 
weto, ^ le mo]t< 
invengono in que 
egrinazione di I 
▼ere tutti gli stj 
a Dio, egli espo 
erso : perocché il 
ite alla Causa P 
rato letterale, qi 
lesto poi ò intito 
scrìtto in volg 
iteria per essere 
rcbè Inferno, e i 
Paradiso. (Epistc 
)logo segue una 
la descrìve Tunì 
Ei, tre tavole ci ra 
irgatorìo, e una 
3 commentizia d< 
ielle singole prìn 
brevità, si può < 
izione allo studic 
arda il supremo 
'ito deirinterpre 
prìncipale; ma 
a che ha disegnai 
rnatore fu il Caeti 
segno. Come la 
a, il pennello e 
i Carlo Troya, ò 
to sopra rAlighi 
per fiEur compren 
*anti la gran mac 
> di studiarle, n< 
i piani ed agevc 
V. Literarisches 
Dani. II, 7^1. 
Soluzione di alci 



y Google 



72 



COGNIZIONI POLIGLOTTE 

fj/ow. Dant, ti, 9M t 709; JV, ÌBO e 6SéJ. 

Gradenioo Giangirolimo, Lettera aW Eminentiss, e U^t?.*" 
SJ Card. Angelo Maria Querini intorno agi italiani che dal 
secolo XI insin verso alla fine del sec. XIV seppero di Greco. 
Venezia, Bettinelli, 1743. — Dante, p. 97-104. 

DiONisi GiANiACOPo, Se Dante sia stato grecista. — Argo^ 
menti per la greca letteratura di Dante, Aned. V. Verona , 
Carattoni, 1790, p. 66-76. 

Arrivabenb Ferdinando, Se Dante si conoscesse di greco. 
Il Secolo di Dante, Milano, Corbetta, 1838, p. 209. 

Scolari Filippo, Se Dante sapesse di Greco, Vita N. ed. 
Torri. Livorno, Vannini, 1843, p. 105-109. 

Cavedoni Celestino, Osservazioni critiche inforno alia que- 
stione se Dante sapesse di greco, Modena, Soliani, 1860. (Estr. 
dal Tomo tiii degli Opusc. Relig. Letter. e Mora'i). 

ToDBSCHiNi Gius., Se Dante si sapesse di greco. Scritti su 
Dante, i, 263^5. 

Il Todeschini tiene per certissimo che Dante ne fosse affiitto 
ignaro. 

Oltre le vite del Manetti e del Filelfo, V. Negri, Storia degli 
Scrittori fiorentini, p. 140. — Boesarde, presso il Pope-Blount, 
censurae celebriorum auctorum, 139. — Dom. Giorgi, nelle sue 
osservazioni intorno ad Emanuele Grìsolora, T. xxv^degli opu- 
scoli del Calogerà. — Fontanini, Eloq. Ital., e. 15 del libro xi. 
«— Lami, Novelle Letter. 1762. — Maffei Scip., V. ii delle sue 
Osservaz. letter. — Pelli, Memorie, 85. — Man. Dant, ii, 304. 

< Vuoisi avvertire, che lasciando così alquanto in incerto, se 
Dante giungesse negli ultimi anni della sua vita a cognizione 
sufficiente della lingua Greca, non si viene per nulla a scemare 
la &ma di quel meraviglioso ingegno. Se egli conobbe il Greco, 
allor che dava V ultima mano al suo Poema, avrassi il merito 
e r onore di avere pel primo saputo illustrare il volgar nostro j 
con frasi e concetti proprii della piii splendida letteratura che 
mai ci fiorisse in questa terra. E posto eh* egli non mai gtun- 



y Google 



y Google 



74 COGNIZIONI POLKILOTTB. 

Se mai riesctromo, cosi il Banilai, a trovare qd lingQagrgio 
atto/ a fornirci un verso identico nel suono e nella forma a 
quello dantesco, e che in so distintamente comprenda T esalta* 
mento del poter di Pluto, e deliberata volontà in esso d* opporsi 
air ingresso di Dante, ed un conato di ribellione contro V av- 
versario di ogni moie, chi non dirà allora risolto il difficile 
problema, decifrato il misterioso enigma?.... Questa lingua ò 
la lingua ebraica , e questo verso con leggerissime varianti , 
rese necessarie dall'indole del volgare idioma, si è appunto 
quel medesimo che T Alighieri poneva in bocca al signore delle 
ricchezze, al demone dell'avarizia Pape saian,pape satan cUeppe. 
Abbiamo detto leggerissime variantf, dacché il verso ebraico 
dovrebbe suonare: Po-po satàn, po^o satòn aleph, il quale 
letteralmente tradotto vale: Qui qui saiàn, qui qui satàn è 

custode (porta sbarrata). — Ogni altro potere, ogni altra 

volontà deve cedere ed infrangersi innanzi al volere di Lui ed 
alla sua onnipotenza in questo cerchio. Egli vi prdbisce di 
più oltre procedere, ed ò ben risoluto ad impedirlo ad ogni 
eostOi Ma ▼' ha di più : il po-^o satàn aleph, olU^chò l' afièr- 
mazione della potenza di Pluto, riconosciuta dallo stesso Virgilio 
nelle parole che poder ch'egli abbia, implica manifestamente 
un conato di ribellione, inquantochò sia inteso a contestarne 
la suprema autorità suirinfei*no, come altra volta le fli disputato 
da Lucifero il dominio dei cieli. Nò senza ragione fece parlare 
ebraico il dio dell* avarizia, chò di quei giorni usuraio ed ebreo 
erano sinonimi. E T appellativo di Satan non è attributo di 
Lucifero, ma di Pluto stesso, dacchò Satan, voce puramente 
ebraica, vale 1* avversario, il nemico per antonomasia, colui che 
& il male per la semplice voluttà di commetterlo. Dunque non 
un' invocazione al suo Signore, ma V affermazione della propria 
assoluta autorità implicano le parole di Pluto: Popò Satàn 
aleph: qui, qui, son io che fyegUo alT ingresso.' 

Tancredi G., Intorno r interpretazione del verso dantesco; 
Pape satan, pape satan aleppe. Il Buonarotti, serie ii, voi. 9, 
aprile 1874, p. 113-26. Roma, Tip. delle Scienze Matematiche 
e Fisiche. 

Sostiene l'interpretazione del prof. Domenico de Grollis 
(1833, ripubblicata dal Tancredi nell'Antologia di Roma). Se- 
condo il De Grollis Pape è un'interiezione greca e latina, mutata 



y Google 



oooNiziora pouglottb. 
iti: satan, parola ebraica, e sigi 
1 linguaggio franc&te, Bcritto a i 
spada, Pluto, al veder Dante ve 
a carne, lo crede uno di coloro 
^rfeo, dì Teseo, di Enea e di alti 

ancor morti: vincono i custo 
ìo le anime de' dannati, o spiano 1 
*o ingiuria. Però si accende egli 
doccia, grida: Ehi un nemico! e 
redi divide la sua dissertazione 
»ne pape, e sul concetto generale 
che i demoni parlino più lingu 

1 francese ne* primordi della lingi 
erpretazione con altre parole desu 
>ne r interpretazione del Lanci - 
si prova essere ebraiche le sudd< 
^rno l'espressione aiti che il La 
l contesto, il SaXhan vale seropli< 
— L'invocazione di Pluto a Lu 
del Poema. — L'opprimer Di 
dal quarto cerchio, ripugna 

argomento, lettera del R.® P. i 
li UngtM orientali nel collegio di 

elude che Dante fòsse ignaro, e 
epoca, della lingua ebraica, e pe 
nella stessa favella il verso: P 
l'interpretazione che ne fa il Li 
re una non mediocre .cognizione 
neteci quel eh* egli è: Questo m 
mo, allorché si propone cosa ose 

1 quel che gli è il bello, si dice 
I il Bargagli racconta che fino i 
ioco degl'indovinelli, dove chi 
le ale indovinateti quel eh* egli è 
ìdo materia da tante contraddizic 
^ppe, lo abbia accorciato in ale 
arne il significato e feceodo giui 



y Google 



76 COGNIZIONI POUaLOTTE. 

manda ale ale indovina quel eh* egli è, la quale poi ] 
proverbio? Non mi befiate ve', lettori, rammentatevi che se ne 
son dette delle più strane. Fanfani, Studi ed Osservazioni, 241. 

Il Paggi vorrebbe che tutte le parole sieno ebraiche, essendo 
naturale che Fiuto avesse a parlare la primitiya lingua ebraica. 
E legge il verso : j)o pò Satan, pò pò Satan alef, che saona : 
qui qui Satan, qui qui Satan impera. Id. 242. V. Man, JDant 
li, 307; IV, 159 e 554. 

Bàrzilai dott. G», Rafel mai amec zdbi almi. Disc€frso. 
Trieste, Peternelli e Morterra, 1872. 

Rafel mai amech Zabi almi, e nella sua costruzione e 
forma originaria Be - Amech a - rafel mai? zabi le - alma! 
Egli ò questo un verso formato di parole ebraiche e caldaiche 
alternativamente disposte, in guisa che ad ogni parola ebraica 
una caldea ne succede , verso che tradotto suona : Nel pozzo 
tenebroso a che ne vieni ì Ritoma al mondo. Confutatele in- 
terpretazioni dei dotti orientalisti P. Lanci e del veronese ab. 
Gius. Venturi, mostra, coir autorità di Brunetto Latini, che 
r ebreo ed il caldaico erano le lingue promiscuamente parlate 
ed intese da Nembrott. — « E sappiate, dice Brunetto, che 
nel tempo di Salem, che fii della schiatta di Sem, Nembrott 
edificò la torre di Babele, ove addivenne la diversità del par- 
lare, la confusione del parlare, o vuogli de' linguaggi. E Nem- 
brott medesimo mutò la sua lingua di ebrea in caldea. Tesoro, 
i, e. 25. Acute ed assennate ci parvero le molte ragioni con 
che il S.*^ Bàrzilai si argomenta di francheggiare la sua nuova 
interpretazione. 

Voci siciliane, e piene tuttavia di vita 

adoperate da Dante. 

Accatlari - accattare. — Addumari - accendere, ardere - allumare. — 
Ammttceiari - mucciare. — Assummari - assummare. — Astutare r spe- 
gnere, amorzare, dial. ven. atàare - attutare. — Cumpetgna - compagnia, 
voce fresca e viva nel popolo - Compagna. — Dispittu - dispetto. — > JBaer- 
citu, gran quantità di persone e di animali educati insieme - Esercito. — 
FallaH - fallare. — Fazzani - faccia, aspetto. — Oulari e guUari^y far 
gola, bramare - golare. — Grunna e grunnUca - broncio e ingrognato, 
e deriva da quel situarsi dMle palpebre a gronda quando si è tiistì in 



y Google 



OOGNIZIO 

Gruppu - grò 
arai in drago, 
a - lumiera. - 
tri e Amazza 
affogarlo - mi 
la barba; inijp 
Ranti ranti • 
polani di tutta 
•e. — Stipari, 
ìcia - vengiare 
- Marino. 
ricorda la voci 
5 fresca tuttav 



y Google 



78 



DANTE E LE ARTI BELLE 

CV. Mmn. Da$U. H, «S9 • 7«7; IV, iUt), 

Tancredi 6., Dante e gli Artisti, Lettera ad A, Manti. 
Dante Alighieri, Strenna del Buonarroti, p. 24-28. 

Pardi Carmelo, Dante e V Arte Italiana, Nel giornale VArte 
di Palermo, a. i, 1 giugno 1869. 

Universalità del Genio di Dante. — Dante pitiore 

incomparabile di caratteri e di costumi, maestro ed inspiratore 
degli artisti. VArte di Palermo, a. ii, n. 21, 1 Nov. 1870; Scritti 
Vari. Palermo, Tip. del Giornale, 1870-71, ii, 216^7. 

Il divino poeta abbraccia tutto lo scibile umano de* suoi 
tempi, come colui che descrìve a fondo V universo. Egli teolog^o 
poeta, rimette in campo ciò che l' immenso ingegno dell^Àqaì- 
nate compendia nella Somma teologica. Filosofo, ammiratore 
di Aristotile e di Platone, seguace delle dottrine di Severino 
Boezio e di Alberto Magno, approfondisce i più ardui problemi 
della metafisica. « Astronomo , secondo il sistema di Tolomeo , 
svela r armonia delle rotanti sfere e le leggi che ne governano 
il moto ; valente fisico, e diligentissimo osservatore delle leggi 
eterne della natura, e ricco d' ogni maniera di cognizioni zoo- 
logiche, e, che è piii, profondo conoscitore del cuore umano. — 
Che se poi si guardi air arti belle, Dante è cosi incomparabile 
pittore dei caratteri e dei costumi, e scultore dèi suoi perso- 
naggi, come abile maestro e ispiratore degli artisti d'ogni 
secolo e d' ogni nazione. Il Pardi ce lo rappresenta conoscitore 
delle teorie dell'arti figurative in parecchi canti nei quali il 
Poeta, scolare di Cimabue, amico di Giotto, di Guido e di Ca- 
sella, eleva Tarte ai supremi principi! del Bello e la rende 
gloriosa e bella. Da ultimo ci viene enumerando quali e quanti 
lavori pittorici, scultori, poetici, musicali siano stati inspirati 
dalla Divina Commedia, rassegna eruditissima, e ricca di pre- 
ziose notìzie. 

Inverso questo buono e desideratìssimo amico mia ben- 
vogliensa fu quale piii stìHnse mai di non vista persona. Ei 
bastava che gli esprimessi una voglia, perchè subito la facesse 



y Google 



D4NTB B U ARTI BBLLE. 79 

sua, e molte volte liberameDte precorresse al dimandare. Anche 
il 4 luglio, pochi giorni prima che mancasse, affidavami alcuni 
suoi appunti su quali avea divisato di stendere ub articolo sui 
Commeniatori siciliani di Dante, perchè me ne giovassi, pre- 
sago pur troppo che non avrebbe potuto assomare il suo cam- 
mino. Ecco quanto di lui mi scriveva il 24 settembre 1875 
r ottimo D.*" Salv. Salomone Marino j < Del nostro povero e 
pregiato Pardi le £u*ò avere, non appena stampato, il ricordo 
che sta dettando il mio amico Potrò ; per ora le basti il sapere, 
che il Pardi era nato a Partinico a' 6 aprile 1822, eh* era frate 
sacerdote de' Minimi di S. Francesco di Paola, che avea lasciato 
l'abito nel 1863, col permesso del suo Provinciale, essendo stato 
chiamato a reggere il Convitto Nazionale Vittorio Emanuele 
di questa Palermo. Da due anni la sua salute deteriorava sen- 
sibilmente; e accortocene noi amici, lo consigliavamo premu- 
rosi a studiar poco, però predicammo al deserto, ch'egli se- 
guitò logorarsi ostinatamente di e notte ne' suoi libri e sull'opera 
a cui ultimamente con alacrità passionata attendeva, voglio dire 
la Storia d^ Incisione in Italia. Di questa opera rimangono 
gran numero di preziosissimi materiali, studi, note, osserva- 
zioni, e una collezione di 10 a 12 mila stampe dal secolo XIV 
ai dì nostri, collezione per la quale aveva egli speso ingenti 
somme, e che accoglie le più pregiate stampe sì italiane che 
straniere. Tutti i mmss. del Pardi, e non eran pochi, sono 
passati al Pitrò, a cui, come scolare e amico de' più antichi e 
fedeli, ben di ragione si doveano. Nel principio di questo anno 
1875 (1) ci aocorgemmo come era assolutamente impossibile 
che la vita del diletto amico potesse salvarsi, che de' suoi pol- 
moni la più gran parte era consunta. Passò egli nell'aprile 
fuori di dttÀ, ma inutilmente, e sempre sperando e lusingan- 
dosi colla salute avvenire e designando lavori letterari futuri, 
e pur sempre scrivendo, nella mattina del 24 luglio esalava lo 



(IJ < Questa rìgidissima stagione invernale, scrivevami egli il 20 aprilo 
iSVi, ha ccmì indebolita la mia salute, che mi rende quasi inabile ad ogni 
lung-o lavoro intellettuale. Dal Natale in qua, sono alalo come confinato in 
casa, recandomi solo, nella tarda ora, e m qualche rara buona priornala 
ali" ufficio (era Direttore del R. Ginnasio di Sant'Anna), o a dettare con 
Ttia?g!Ìor frequenza le lenoni di religione e morale alle scuoio Normali 
IVoiminili. Aggiunga a ciò che, per ristorare la mal ferma salute, ho 
'ioruto cambiar di casa, affittandone una in campagna fuori Porta Cuccia 
al n. 65 > 



y Google 



80 DANTB E LE ABTI BELLE. 

spirito. Prìma di morire, avea scrìtto e stampato nelle noetre 
Effemeridi un ricordo dell' illustre incisore T. Aloysio Juvara, 
e sbrigò per la stampa, ma non giunse a consegnare ai tipo- 
grafi, la biografia succinta di cento scrittori siciliani. Morì 
onesto e fidente, com'era sempre vissuto, compianto grande- 
mente da' buoni. » — E ancor prima, il 7 agosto, dandomi 
r acerba ed inattesa notizia della sua morte : « Egli è passato 
il 24 del p. p. luglio, e con quale angoscioso dolore mio e degli 
altri amici di qui lascio di dire. Deh gli sia lieve la terra e 
. pietoso l'Eterno, che quaggiù ha sofferto abbastanza! ... E pure, 
anche morto, giornalisti pretofili e giornalisti pretofobi, tristi 
e infami del paro, ne insultano oggi la santa memoria e la 
intemerata coscienza di cattolico e d'italiano. » (1). 

Povero amico mìo! La razza viperina di codesti Farisei, 
dalla pelle benigna, dalla feccia d' uom giusto, non cesserà mai 
di addentare i più buoni, i più operosi, e che infingere non 
sanno. Ma io mi consolo nel pensiero che 1 loro strali avvelenati 
più non ti possono tangere colassù, in quel miro ed angelico 
tempio che solo amore e luce ha per confini. Ma cantava il 
nostro divino: Mal camina Qual si fa danno del ben fare 
altrui. 

Raffablli march. Filippo, Panto-Pinacografia artisticcH 
Dantesca, Voi. 4, (mss). 

Il valentissimo mio amico, march. Filippo Raffiielli, biblio- 
tecario della civica di Fermo, avea divisato di mostrare la somma 
influenza dell'altissimo poeta sulla poesìa dell'arte della nazione. 
I quattro volumi della sua Panto-Pinacografia £acero parte del> 
Esposizione Dantesca nel 1865, e, benchò non sieuo che spogli 
ed accenni, fan fede della rara accuratezza del Raccoglitore, 
e della sua vasta corrispondenza co' più illustri Dantisti, e per 
appurar fatti, e perchè più ordinato e più compiuto riuscisse 
il lavoro, sì largamente ideato. Ed è ben doloroso che si ri- 
manesse da ovra si onorata. Forse lo trattenne il pensiero che 
un tale argomento era stato pur svolto nel II voi. del mio Ma- 
nuale. Ad ogni modo, io ch'ebbi lungamente in mano, per 



(1) < Forse non poteva piacere a cerU arraffoni ch'ei fosse tenero so- 
\Taltutto del vero projg^esso della gioventù, cara speranza della patria risorta 
uir onore di nazione, » e ch'essa divenisse < gioventù degna del nome 
italiano, cioè sapiente e morale, virtuosa e gentile. > 



y Google 



DÀNTB B LB ARTI BBLLB. 81 

lenza del nobile amico, i suoi appunti, da* quali 
>lare per qaesto mio lavoro qualche notizia 
posso non &me grata ricordanza, e non dargli 
»o concetto, e per V amore operoso ed instan- 
si era posto. 

NFLUENZA DI DANTE 

►ESIA DELL'ARTE DELLA SUA NAZIONE 

rilbM. Dant. n. 9t»). 

Monaco, // Qiudino universale, a Fabriano (1). 
, T. IV, 350. 

fzo, da Monte Rubbian^^ // Giudizio Univer^ 
in più parti del suo dipinto si inspirò nella 
&. V. jRtcct^ Memorie degli artisti del Piceno, 
ni, 1834, II, 115. 

, L'Inferno, secondo T invenzione dantesca, 
itologica ed astronomica del R. Palazzo del Te 
Descrizione del R, Palazzo del Te in Mantova, 
S. 

.GiSTRis, di Caldarola. Rappresentò nella Chiesa 
*ce (1518) il concetto scritturale destre regni 
ed infernale che s* inchinano al nome di Gesù, 
fantasia dantesca. V. Arduini Carlo, Memorie 
ittà di Offida nella Marca d* Ancona. Fermo, 
36. 

iNisio, (a. 1601), // Paradiso, dipinto nella 
ferviti di Bologna. V. Gualandi Michelangelo, 
di, riguardanti le Belle Arti, Serie I. Bologna, 

., // Giudizio Universale sull'orme di Dante, 
tf. il Re di Baviera, per una nuova chiesa eretta 
335. V. Mbum di Roma, a. ii, n. 19, p. 151. 



i. Oiovanni Parrocchia il di 18 Luglio 1839, leggeva ai- 
Ardenti di Viterbo una sua disseriazione sopra un'antica 
nte il Giudizio Universale, che tuttavia si vede nel tempio 
ore di Toscanella. Egli è d'avviso che Dante, peregri- 
lo ed in Orvieto le sculture di Nicolò Pisano, ed in To- 
che toglie a descrivere, e se ne abbia inspirato. 



y Google 



82 

TELE, AFFRESCHI, SCULTURE E DISEGNI 

IL GUI SOGGETTO È PRESO DALLA DIVINA COMMEDIA 
CV. Mam, DaiU. ti. 890; IV, HS). 

Cr«do ararti detto pili rolte, che «peMOt posando lo 
•calpclloi Icffo la Divina Commodla. ih^rè. 

Cherid Alfonso, di Reggio di Modena, Dante nella selva 
oscura. 

Raffaello cT Urbino, E come quei, che con lena afGuinata. 
(Inf. 1, 2g). Nei Diluvio. V. Pistoiesi, Il Vaticano ; Quatrèmere, ecc. 

OemeUi Luigi, di^julilano, Lo giorno se n* andava, e taer 
bruno,,, (Inf. ii, 1). V. Atti dell'Accademia di Bologna, 1864. 

PodesH Francesco, Dante nel vestibolo d'Inferno, dove aon 
puniti i pigri. Disino. 

Minardi Tommaso, Il Limbo (Inf. iv). Questo disegno esiste 
nel palazzo Guidi di Faenza. 

I grandi filosofi e poeti deir antichità (Inf. iv). Nell'Ac- 
cademia di S. Luca, per legato del Minardi. 

De Antoni Andrea, Gli Spiriti Magni (Inf. tv). Vi lavorò 
per tre anni, non risparmiò a fatiche ed a spese per condurre 
a perfezione questo ammirabile dipinto. 

Podesii Francesco, Gli Spiriti Magni — Ed io fui sesto tra 
cotanto senno (Inf. iv, 129). Disegno. 

Allori Alessandro, Id. — TmU V ammiran, e tutti onor gli 
fanno (In£ iv, 133). Imitazione, V. Vasari. 

Anonimo, Dante e Virgilio che s'abbattono nell'ombre degli I 
altri poeti. Nella collezione delle stoviglie dipinte, presso il 
sig. cav. Domenico Mazza in Pesaro. 

BigioU Filippo, Minosse. Stawi Minos orribilmente, e rin- i 
ghia (Inf. v, 4). 

ArienH Carlo (n. in Arcore, paese della Brianza a' 21 luglio j 
1801, m. 20 lugliir 1869), Francesca di Rimini. I 

BaUarini Emesto, di Bologna, Francesca e Paolo. — Poeta, 
volentieri Parlerei a que^ duo, che insieme vanno, Epaion si 
al vento esser leggieri. Dipinto premiato con medaglia dall' Ac- 
cademia di Bologna. V. Atti del 1864. 



y Google 



DANTB B LB AUTI BBLLB. 83 

ypo, FranceBca di Rimini, 1823. — NaoTO boz- 

come corpo morto cade. 

ancesco, Morte di Paolo Malatesta e di Fran- 

i. BspoA. di Parigi, 1870. 

^etro. Paolo e Francesca. 

Carlo, Paolo e Francesca. Inc. Calamatta. V. 

0, a. vin, 1846, p. 130. 

, Paolo e Francesca. — Chinai il viso, e tanto 7 
nchè*l Poeta mi disse: Che pensef 

Vicenro, calabrese, E caddi come corpo morto 
id acquerello, ripetuto tre volte, 
del quadro d' Ingres. 

Francesco, palermitano, Francesca di Bimini. 
, da Bergamo, Paolo a Francesca di Ri mini, 

"/ò, di Bergamo, Paolo e Francesca: La bocca 
emante, Qmppo, Epos, del 1870; Yienn. 1873. 
1 Andrea, Id. Quando leggemmo il disiato riso, 
1853. 

ncesco, Id. — E caddi come corpo morto cade, 
ilterra. 

iuliano, Francesca di Rimini, Bozzetto a matita, 
co. Borgia Combo. 
lo e Francesca. Espòsiz., 1872. 

1, Nessun maggior dolore. Che ricordarsi del 
Ila miseria. Bassorilievo sepolcrale eseguito nel 
ignora inglese. 

^ietro, Ercole doma Cerbero. La fiera trì&uce 
lo il concetto Dantesco (Inf. vi, 12). — Afiresco 
di Firenze. V. Nuovo Giornale di Pisa, Nistri, 

ristofano, detto il I>oceno, Il Dio Pluto e il cane 
, nicchia della gran pittura a chiaroscuro, nella 
izzo di M. Sforza Almeni, nella via dei Servi a 
ari, XI, 17. 

libale, 11 terribilissimo Plutone e lo spaventoso 
. Inc. Oliviero Dolfin. V. De Angelis, ix, 162. 
Gardins, di Breda. Nel gran monumento che 
lica de la Feuillade eresse, a sue spese, nella 



y Google 



84 DANTB B LB ARTI BBLLB. 

piazsa della Vittoria a Parigi, ad onore di Luigi il Grande^ 
scolpi il Cerbero di Dante. V. Cicognara, Storia della Scultura, 
L. VI, e. 5, p. 28. 

Minardi Tommaso, Cerbero, Disegno. 

Chierici Alfonso, Dante che a* incontra in Ciacco (lof. ?i, 46). 
Bozzetto a olio. 

Ignoto, Vid'io gente più che altrove troppa, E d'una parte 
e d* altra, con grand* urli Voltando pesi per forza di poppa 
(Inf. VII, 25). 

Thorwaidsen, La Fortuna. — Necessità la fa esser r)eloce . . . 
Volve sua spera^ e beata si gode (Inf. vu, 89). Bassorilievo se- 
polcrale eseguito nel 1814 per la Simiglia Bethman di Fran- 
coforte. 

PodesH Francesco, F. Argenti : Allora stese al legno ambo 
le mani. (Inf. viii, 40). 

Bigioli Filippo, Filippo Argenti: TutU gridawino: A Fi- 
lippo Argenti. Lo fiorentino spirito ìnszarro In sé medesnw 
si volgea co* denti (Inf. viii, 61). 

Comerio Agostino, milanese, Dante, Virgilio e Farinata 
degli liberti. Nella Galleria delle pitture moderne, tra i quadri 
degli alunnati di Roma. 

Bompiani Roberto, Dante che fugge dopo aver veduto il 
Minotauro (Inf. xii, 12). Disegno. 

Servasere, Lo Duca mio eh' era salito Già sulla groppa del 
fiero animale (Inf. xvii, 79). 

Bianchi Giuseppe, di Cento, Quel confitto, che tu miri. Con- 
sigliò i Farisei, che conventa Porre un uom per lo popolo 
a' martiri (Inf. xxiii, 115). V. Atti dell' Accad. di Bologna, 
1866-67. 

Podesti Fr,, Dante nella bolgia dei falsari! (Inf. xxv). Di- 
segno. 

Chierici Alfonso, Lo stesso soggetto. 

Di Chirico, Buoso da Duera (Inf. xx;^ii). Espos. perm. mil. 
1875. 

BeteUni Pietro, La morte del co. Ugolino. Esposto nella 
sala del Campidoglio nel Concorso del 1810. 

LeidÀ Gius,, da Bergamo, Morte del co. Ugolino, 1857. 

Isola com. Gius., Prof, di pittui*a nell'Accad. ligustica. La 
morte del co. Ugolino, gran quadro ad olio. 



y Google 



D1Z«TB I LI MtTI BBLLB. 85 

Lu^, di Gasalmaggìore, Copia dell* Ugoliiio del 

co. Ugolino. V. Diario di Roma, Settembre, 1823. 
nmtuo. Il co. Ug^no brancolante già cieco sol 

uncesco, Il co. Ugolino si rode il teschio del- 
luggieri : tu che mostri per si bestiai segno 
lui che tu ti mangi. 

Luigi, Id. OnéC io mi diedi già cieco . . . Bozzetto. 
f. cav, Pietro, Gaddo mi si gittò disteso a piedi. 

ierre, le jeane, Vue de TEnfer avec plusieurs 
I cote Yirgile et Dante. In Firenze nella prima 
favole fiamminghe, al n. 41. 
>. Vicenza, Da poppa stava il celestial nocchiero . . . 
l insieme ad una voce... Poi fece il segno lor 

(Porg. II, 43). A penna, per S. A. R. il prìncipe 

di Spagna. 

en. Come le pecorelle ecc. (Purg. m, 79). Nel 

leandro , ossia il sao ingresso in Babilonia. Ese- 

l per il palazzo Quirinale; riprodotto per S. M. 

larca e per il co. di Sommariva. 

tntino. Re Manfredi. Biondo era e bello (Purg. ni, 

illustrato da Fr. Dall' Ongaro. 

Eduardo, Re Manfredi. 

"o. Dante e Buonconte (Purg. v, 88). Disegno. 

\rlo. La Pia de* Tolomei (Purg. v, 132). 

Frane, paesista. La Pia. — Su questo dipinto 

nobiHssimi il valente poeta Ugo Antonio Amico, 
tuta, 1873, p. 92. 
ro. Dante e Sordello (Purg. yi, 58). Disegno. 

Carlo, di Pesaro, Cartone tolto dai C. vii ed vm 
[). 

Andrea, Dante entro un'amena valletta posa ki 
ino. Un'eterea forma di donna scende dairalto e si 
mente, cui Virgilio, Sordello, Nino-Qiudice e Cor* 
la fisinno gentile corona. La bellissima donna ama- 
de, e pare che dica: Ison Lucia; Lasciatemi pigliar 
ne. Si F agevolerò per la sua via (Jhirg. z, 52). 



y Google 



86 DANTI B LB AETI BBLLB. 

Oaìli Pietro, Dante portato dall'aquila (Purg. ne, 19). Disegno. 

Obici prof. Qiìis., di Modena, BaBBorilievo nel quale è raf- 
figurato 1* Angelo alla soglia del Purgatorio, avente la spada 
in mano, e neir altra due chiavi, Vuna d^ oro e t altra d'ar- 
gento. Oltre r Angelo vi è scolpita una donna genuflessa atteg- 
giata a sommessione a* voleri del cielo (Purg. n). — Di com- 
missione di D. Annibale Simonetti pel monumento di sua madre 
da collocarsi in Ancona. 

Thorwaìdsen , L*Angel che venne in terra col decreto. . . . 

Come figura in terra si suggella Umile ed alta piii che 

creatura. Neil* Annunxiazione della Vergine — Per il Principe 
di Baviera, 1819. — V. Opere di Thorwaldsen, illustrate da 
M. Missirini. 

Orcagna, Le Cariatidi (Purg. x, 130). 

CassioH Amos, di Asciano in quel di Siena» Provenzano 
Salvani (Purg. xi, 121). V. Riv. Eur. Maggio 1874, p. 515. 

Mondini Giacomo, di Verolanuova, Dante e Virgilio che 
incontrano Oderisi da Gubbio (Purg. xi, 79). 

RaffaeUe Sanzio, A noi venia la craatura bella (Pui^. xii, 80). 
Negli Angeli che si presentano ad Abramo, nella misteriosa 
valle di Mambre, per annunciargli la miracolosa fecondità di 
Sara. V. Pistoiesi, Il Vaticano, Quatrèmere, ecc. 

Malaiesta Adeodato, Dante e Sapia (Purg. xiu, 109). Di 
proprietà del marchese Ala Ponzoni. 

GaUi Pietro, Poi piovve déntro ali* alta fantasia Un crocifisso 
dispettoso e fiero Nella sua vista, e cotal si morìa. Intorno ad 
esso era il grande As8uei*o, Ester sua sposa e il giusto Mar- 
docheo (Purg. xvn, 29). Disegno. 

GaUi Pietro, Ci apparve un'ombra, e dietro a noi venia 
Dappiè guardando la turba che giace, Nò ci addemmo di lei, 
si parlò pria (Purg. xxi, 10). 

BigioH Filippo, Virgilio e Danto che s'incontrano in Stazio. 

SogUano, Corradino che viene a reclamare k ceneri di suo 
figlio (Purg. xx). 

Tiskbein Enrico Guglielmo, Corradino quando nella prigione 
riceve T annunzio della sua condanna. V. Gherardo di Rossi, 
Memorie di Belle Arti. 

Beiwenuti Pietro, Parean T occhiaie anella senza gemme: 
Chi nel viso d^li uomini legge omo, Ben avrìa quivi cono- 



y Google 



DANTB E IX ABTI BBLLB. 87 

Purg. xxin, 31). Imitazione, nel dipinto a fresco 
la Cappella dei sepolcri Medicei in S. Lorenzo 

file, Corso Donati a coda d^una bestia tratto 
ove mai non si scolpa (Purg. xxiv, 83). Esp. 

'ito, di Firenze, Dante che s* incontra in Bea- 
l olio. 

Antonio, da Esine, Cartone in grande per afire- 
in Casal maggiore, Id. 1851. 
j, Lo stesso soggetto. Dipinto illustrato da Salv. 
rmo, di Cristina, 1867; e da Gius. Pitrè. — 
dipinti di Dario Quarci. Palermo, di Cristina, 

ncesco. Il carro di Beatrice corteggiato dalle 
«I). 

! Andrea, Guardami ben : ben son, ben son Bea- 
mi cadder giù nel chiaro fonte (Purg. xxx, 73). 
ilto m. 1, 39, largo m. 1, 88, eseguito nel 1852. 
indrea, La Beatrice velata. — V. la bella De- 
• & il Pardi, Opere, i, 284. . 
C Vicenzo, Piccarda narra la sua vita e quella 
itanza (Par. in). Acquerello nell* Album della ex 
li. 

», Statua dell* amor divino (Par. v). 
Mterio, Buondelmonte, che passando dinanzi casa 
àdonna e la sua figliuola (Par. xvi). Esposiz. 

averto, Buondelmonte. 

stesso soggetto. 

pò, Di contro a Pietro vedi sedere Anna, Tanto 

ar sua figlia — (Par. xxxii, 133). Bozzetto pel 

ico della duchessa di Torlonia; dipìnto (km a 

imera del palazzo Torlonia. 



y Google 



88 



DISEGNI, ILLUSTRAZIONI 

DEL DIVINO POEMA. 
(V. Mmn. ikuu. Il 9tt « 7<7; IT, M). 

BatUcelU Sandro. — < Alexander Bottioellus Pictor Florent. 
— Florentiam rereraus otio porro deflnebàt, commeBtariuin in 
Dantem conacrìbens, et figìiraa inferni ejna oonsardnaiu qnod 
opus editunu erat Gonsamtia ig^tur iia qnae Incratus foerat, 
aenex tandem ad futura sua incedens, et pauper morìebatur 
anno aet. suae 78 Chr. 1515. » Iaconi de Sandrart a Stochaì?. 
Parte ii, 1. 2, e. A, 107. Del Botticelli e de' suoi Disegni. V. Man, 
Dani. II, p. 370. 

Craribbo Luigi, L'Inferno, il Pai^torio, e il Paradiso. 
Tocco a penna. 

Faruffini Federico e Barbieri Carlo, Disegni 54, inciai dal 
Gandini. Neli'ediz. milanese della Dir. Comm. del Pagnoni, 1865, 
col comento di N. Tommaseo. 

Ecco come ne parla lo stesso Tommaseo : Non mi sono mai 
figurato che il mio editore sig. Francesco Pagnoni, tra le altre 
Budicierie che mi fece, feoesse a Dante quella di quelle sue 
malcreate figure per meglio corbellare i quattromila e pia soscrit- 
tori ch'egli ha, come dicono, raccattati. B io potetti a gran 
pena vietare che fosse alle cantonate di Firenze affisso il ciar- 
latanesco cartellone con diavoli e versiere, e nel bel mezzo 
il mio nome con quel di Dante ; nò so se mi sia stata in altre 
città risparmiata cotesta gogna. Ma so di avere indamo pro- 
testato contro uno sproloquio fiitto da esso Editore, nel quale 
•sproloquio Dante presentasi come precursore a Lutero: il quale 
sproloquio ritrovo nella ristampa del mio libro &tta fiiori dei 
termini pattuiti di tempo, con la calunnia aggravandosi la la- 
dreria. Lettera al pietano Calcinai, 

Scaramuzza prof, Francesco, di Parma (1). — La mia 

(i) < ImmaffiiìAtovi oa uomo di aUtora rmgìonevole, Urchitto e agile : 
«n tipo fra M&cEkoUngelo e Socrate; che tiene d^*ano e dell* altro, cosi 
Jiel volto come nell'amnaa, se è vero che Socrate era meaio spiriticta 
<aingolar finalità dello Scaramuaia è la credensa nello spiritiamo) : un aspetto 
«ostantemente benevolo e che inspira confldensa, ma che si comprende 



y Google 



DANTE B LB ASTI BBLLB. 89 

ira, scrìverami egli il 7 marzo 1875, nella quale 
anni lavoro, non ò ancora al suo termine; ma 
» mi manterrà sano, che fra un anno e mezzo, 
moltissimo, potrò averla finita, giacché non mi 
rorare ad eflbtto di chiaroscuro, che 18 quadri, 
i complicata composizione e quindi di non im- 
di un mese ciascuno. — E nel marzo 1876 
k l'ultimo tocco all' ultima delle sue ducente 
HStrcmoni dantesche, disegni a penna, nei quali 
ano dal più al meno venti centimetri di altezza, 
foccia parere piii grandi quel magistero di chia- 
del Correggio più che di nessun altro artista, 
muzza pare che abbia ereditato, con altre virtù, 
si poco conosciuto fuori di Parma e di Dresda. — 
dell'Inferno furono esposte la prima volta a 
ocfaissimi giorni, nelle feste del centenario di 
r2 furono espottte a Parma quelle deirinferno 
ielle del Purgatorio (oentoeettantotto). Neil' aprile 
le n'ò (atta la mostra di tutte a Parma; quindi a 
m Ridotto del gran teatro della Scala), in occa- 
. pel centenarie di Legnano ; saranno in appresso 
Qze, a Roma ed a Napoli. — Lo Scaramuzza 
ì egli medesimo che le si dovesse riprodurre 
ografia, la quale die' egli, ò un eccellente artista 
e di cose. < B pensare, sono le sue parole, che se 

eggiarsi a fierezza grave e risoluta : un parlare, un muo- 
are aUa buona, come ffli ha inseonato mamma natura: 
M e senza cerimonie che a ohi gu parla dà il coraggio 

sue opinioni, e anche lo scherzo urbano, mandando al 
rie, le srenmìexaéj le scipite simulazioni oonvenzionali. 

parola italiana facile, spedita, precisa, persuasiva ; ma 
»tto : quando racconta è impossibile non stare attenti : 

suoi racopnti riguardano casi spiritìd. Lettore giudizioso 
celienti libri, amico di parecchi aotti, Scaramuzza s'è fatta 
i, nella tua sincera modestia, non sa d* avere. L'inverno, 
»rta certa sua veste rossa e nera che alla persona grave^ 
ilva e alla barba grigia dà un aria antica e solenne: si 
iella specie di toga debba uscire un ^o di ganghe cal- 
iquecento. Camminatore alpestre instancabile in gioventù, 
{me nggevé al tavolino sedici ore il giorno per mesi e 

suo Appennino, ripiglia le sue antiche consuetudini con 
Temperato (ancne troppo) nei desideri, non molestato da 
\o a indolgmaa e a rasseffBasioae viriis e filosofica, sente 
i forti e segreti : non si lagna mai .... L* infelice fortuna 
tatttne lo «flisse molto, non lo avviM mai • non lo fece 
. » A. R&ndant RivisU Internaz. i, 300. •- Fr. Scara- 
11803. 



y Google 



90 DANTI B LB ARTI BBLLB. 

ne possono trarre migliaia di copie di ogni dimensione, senza 
che mainai alteri d*un punto il disegno naturale! Ed ora che 
si è trovato modo di fissarle in guisa da essere durature in 
etemo, non veggo perchè si debba usare d'altro mezzo più 
costoso, meno esatto e di più lunga lena. » — L' editore Giorgio 
Simona di Locamo, ne ha già impreso la riproduzione. L' ese- 
cuzione fii affidata al fotografo Iginio Calzolari, a Milano, che se 
ne disimpegnò in modo veramente degno deirarte e del magnifico 
lavoro. Ecco come ne parla la Gazzetta d' Italia dell' otto agosto 
1876. — « Abbiamo visitata V Esposizione Dantesca in via dei 
Buoni, palazzo Orlandini n. 2, e ne siamo usciti non solamente 
soddisMti ma quasi entusiasmati per le meraviglie d' arte che 

vi si ritrovano Il pensiero Dantesco ò rivestito dal valente 

autore da stupendi concetti di disegno, e la interpretazione ne 
sembra scrupolosamente fedele : pare impossibile che la punta 
di una penna abbia potuto tratteggiare dei lavori cosi fini, cosi 
delicati, cosi eleganti come le tavole illustrative del proti Sca- 
ramuzza. Ci sono cosi potenti creazioni di fimtasia informate 
però sempre alla verità dell'interpretazione: c'ò tanta grazia 
d'arte squisita, c'è tanta conoscenza degli efieiti del disegno, 
tanta bellezza di parti, tanta armonia d'insieme che noi noa 
possiamo £are a meno di dichiarare le illustrazioni del proC 
Scaramuzza le migliori fra quante ne abbiamo vedute della 
Divina Commedia di Dante. E non possiamo neanche scegliere 
fra quelle dell' Inferno, del Purgatorio, del Paradiso, perchè in 
ciascuna parte del divino Poema il prof. Scaramuzza ha saputo 
creare delle tavole illustrative di artistica bellezza. Vediamo 
figure terribili che spaventano; volti angosciosi che destano 
compassione ; angioli che innamorano. Qilei veli, quegli alberi, 
quella superficie di acqua, quegli effetti di luce, quelle sfumature 
delicate di contomi, quell'espressione spiccata di oggetti e di 
figure e tante altre stupende bellezze bisogna avelie vedute, 
come le abbiamo vedute noi, per giudicarle subito tali. Siamo 
lieti di poter constatare un nuovo trionfo dell' arte italiana. ...» 
Il prof. Scartazzini ben lamenta, a ragione, che un'opera 
sì splendida, sì monumentale non trovi posto in ogni biblioteca 
pubblica, ed il piii oncMrevole in ogni collezione dantesca anche 
privata; che è dovere. di chiunque ama l'Italia e venera Dante 
d' incoraggire non solo con parole ma anche coir opera chi 



y Google 



DANTB E Ut AETI BBLLB. 9 

mente 8*affiitìcò onde onorarli. — Ogni illa 
9, è un capo d' opera d' arte e d* intelligenza 
del poema. In breve, non esita a didùararl 
più eccellenti che sinora abbiamo avuto sv 
. 11 Borghmi, n, 62. — Dello Scaramuzza, \ 
i49; IT, 183 e 436. V. più sotto: Articoli critU 
Ki artistici Daniescìii, 

fDRBA, (m. improvviso il 23 dee. 1868 a Pa- 
Dantesco. 

pesta non ci avesse rapito i disegni che il Bue 
u^bi margini della prima edizione della Divin 
amento del Landino, T Italia avrebbe avuto l 
9r Dante illustrato dal genio di Michelangek 
s'ingegnò di riparare a* di nostri il D'Antoni 
itigio dell'arte, volle rendere popolare le scen 
mmaginato dairAlighieri , e ci lasciava, quas 
ignifico Atlante Dantesco. E que' disegni son( 
> non temerei di affermare che, dopo Miche 
ro D'Antoni sia stato l' artista che abbia saput 
)do interpretare fra noi le splendide fintasi 
ntino. > Pardi, Scritti Vari, i, 283. — Il Fard 
ttuoso elogio, del quale ei mi scriveva il 1' 
i Senta, e veda come si senta da taluni l'ai 
8 degne. — Quando io scrissi la biografìa de 
, mi credetti in dovere di richiedere qualch 
re, circa a talune cose che la Simiglia dovev 
que altro conoscere, al fratel suo Benefìcial 
Il crederebbe? Mi accolse con manifesti segxi 
mi rispose che non ci era nulla d'important 
de iterate istaìize, mi die' alcuni appunti eh 
a niente. Stampata la biografia, credetti mi 
me IO copie alla fìurniglia. Dopo qualche temp 
le a trovarmi, mi ringrazia freddamente, e poi 
un calzolaio, mi chiese quanto mi doveva. M 
(degnato e rosso in viso di vergogna per lui . . . 
Mttò, la spesa della stampa. Gli feci una risat 
Antai lì. Che gliene pare? Or con questi esser 
nulla al mondo di bene. — Lasciamoli; esi 
ndo sol per fiur letame. Quello che mi addo 



y Google 



02 DANTE B LB ARTI BBLLB. 

k>ra 8i è che non so più nnlla di quel magnifico Atlante Dan- 
tesco, al quale il D'Antoni aveva consacrato tutta una vita di 
studi, e che ove fossero altri i parenti, ricdii come sono, lo 
avrebbero &tto conoscere per la stampa. E sarà intanto pol- 
veroso e dimenticato in qualche angolo delle stanze. Se potessi 
e volessi avvicinare questo S.' Beneficiale vorrei consigliarlo 
di regalare quest'Album o Atlante Dantesco al Museo. Vorrei 
pregarlo percbò mi lasciasse vedere, studiare, illustrare le stampe 
e i disegni del compianto da pochissimi amici Andrea D' An- 
toni » 

La Raccolta dantesca, formante parte della Biblioteca cosi 
detta del ramo secondogenito della casa di Sassonia, va certe 
annoverata tra le piii ricche ch'io conosca. Ma forse non trov£ 
paragone Y Album Ikaniesco, che conta da ben cento disegni 
originali, lavoro de' piii valenti artisti alemanni. Di questi 6C 
illustrarono l'Inferno, 20 il Purgatorio, 18 il Paradiso, senza 
contare gli splendidi disegni di Bonaventura Emler che rap- 
presentano i tre regni (Roma 1858-60) e che vennero nel ld6€ 
riprodotti in fotografia da Haana Hanfetaengel. Il famoso pittore 
Koch, tirolese, ammiratore dell'Alighieri e studiosissimo de 
sacrato poema ne condusse a penna, 39. — Gli altri vennen 
operati dal D'Andrea (2) ; dall* Arrigoni, dal B&hr, dal Bary, da 
Baur, dal Begas, dal Bendemann, dal Garus (3), dal ComeHus 
dal Deger, dall'Eich, dall' Ehrhardt, dal Faber, dal de F&hrìch 
dal Genelli, dal Gonne, dal Grosse, dal Bàhnel, dal Hennìg, da 
Hensel, dal Hess, dal Huìmer (2), dal JSger, dall' Ittenbacfa 
dal Kau^achy dal Lessing, dal Mntrop, dal Mucke, dal MuUer 
dai Neher, dal Peschel (3), dal Rethel, dal ReUseh (4), da 
Richter (2), dal Rietschel, dal Kumobor, dallo Schnorr, dalli 
Sch5nherr (2), dallo Schraudolph, dallo SckuHff, dal de Sefwnné 
dallo Steinle, dal Yeit, e dal VogeL 



y Google 



d3 



I, STATUE ED ALTRI DIPINTI 

5GU-VRDANTI DANTE ALIGHIERI. 
'Man. DtmU U, 9U t jm; IV, i98 « ataj. 

Andrea, di Bartol. di Simone (n. 1396). Intera 
e. Nel palazzo Carducci. V. Vasari, toI. it. 
(1426), Mezza figura. Presso il S/ Domenico 
sevsrino. Ne trasse una copia il prof. Filippo 
itessa Borgia Combò (ora a Macerata presso 
accialupi). 

rbìno, di Giovanni Santi (1483), Figura intera, 
ìT la scuola di Atene. Nella Collezione di di- 
Arciduca Carlo d'Austria. Il Cartone originale 
ambrosiana di Milano. V. Quatrèmere, 
Cesco, da Spoleto, Dipinto in tavola. Per la 
lU. 

'Hssimo (deir) Cristofano o Tofano (di Papi), 
>, — < Suir esempio di Paolo Giovio, Cosimo I 
fascia del cornicione de' due muri laterali dei 

della Galleria, fece dipingere da Cristoforo 
imo i ritratti degli uomini illustri , tra' quali 

> Zacchiroli, p. 96. 

ippo, Dante e Beatrice. Per lord Clamvillion di 
Lti ine. La Beatrice venne ritratta dalla Costaza 

s.. Dante e Beatrice. Nel gran finestrone per 

Brasile, e del Palazzo R. di Torino. 
pò. Nel palazzo Torlonia. 
fico. Sul volto di una campata della nave si- 
nica di S. Michele Maggiore di Pavia (1). 

nel 1865 fu da tutta Italia solennizzato il seoenUnino 
Alighieri, la Fabbricieria della Reale Basilica di S. Mi- 
Pavia, desiderosa di partecipare in gualche modo alla 
naie, ortlino che venisse fatta nel S. >rich*^le tma pittura 
sentato il Genio rivivente a Dio. La fluirà dell' Aliphiori 
a Sapienza, che, com'egli scrisse, è fonte onde opni Ver 
astato ad esprimere il nobile concetto, ma la Fabbriceria 
a lui si vedessero S. Severino Boezio, S. Tommaso 



y Google 



94 DAMTB B LB AETI BBLLE. 

CoghetH Francesco, di Bergamo. Nel Parnaso, in una sala 
del principe Torlonia, 1839. 

Corot, Dante. Il Corot mai non volle vendere questo suo 
dipinto. Egli legatalo al Museo del Louvre. Il Corot mori a 
Parigi ne' suoi 79 anni, T undici febbraio 1875. 

Peschiera Federigo, NeirApoteosi di Fr. Ferrucci. 

Podesti Francesco. Nel primo Parnaso, ossia T incorona- 
zione del Panni. — Nel trionfo della Fama del Petrarca. — 
Dante e Beatrice. Disegno. 

Pietrasanta Angelo, Dante, 1876. 

Rosei Fortunaio, bolognese, del Sasso. Mezza figura, dipinta 
nel 1832. Nella Pinacoteca di Bologna, Sala Curlandese (l). 

Pisani, Dante, in bronzo. Nel R. Gabinetto numismatico. 
Angelini e Solari, Monumento a Dante Alighieri. 

È nel mezzo della piazza del Mercatello, detta di poi Piazsa Dante, 
senza dubbio una delle più belle di Napoli. Il Consiglio manicipale di 
Napoli deliberò nel 1867 di far sorgere un monumento a Dante ohe nella 
sua maestà rappresentasse la grandezza italiana, dando all'Angelini ed al 
Solari r incarico di scolpire la statua colossale del gran Poeta. S* aprirono 
sottoscrizioni, e soprattutto l'illustre prof. Sottembrini con queir ardore che 
gli è proprio In tutto ciò che formi il meglio della patria, s'adoperò perchè 
r opera andasse innanzi. Furono intrapresi in effetto ben -presto i lavori, 
ma di li a non molto dovettero sospendersi, cosicché il monumento rimase 
pressoché abbandonato fino al 1871. In quell'anno, lo stesso prof. Settem- 



d' Aquino, e il giureconsulto pavese B. Lanfranco, morto arcivescovo a 
Cantorbery. Intorno a Boezio, in atto meditabondo, leggonsi queste parole : 
S. Severinut Boelhitts mart. Senator ronuinus; in un piccolo soomparto 
a destra del riguardante è delineata l'antica torre di Boezio, in quello a 
sinistra la facciata della Basilica di S. Pietro in ciel d* oro. C. DeìrAjequa, 
Sev. Boesìo, ProfitD storico-biografico, p. 31. 

(1) L' efflffie del divin Poeta trovo posto perfino ne' biglietti da L. una 
della Banca Nazionale. G. Procacci, su tale argomento, dettava il seguente 
sonetto : 

Tempo già fa che nella sua sembianza 
Qli esuli nostri, q esule cantore. 
Se illanguidiva il fior della speranza 
Gonsolavan di sacra ira il dolore. 
Poi quando Italia nella sua possanza 
liuppe de' lacci antichi il disonore. 
Al simulacro tuo con esultanza 
Venne e il primo recò voto del core. 
Ma con più savio ed utile pensiero 
Firenze la sua fama oggi rinfranca, 
E ti discrede falso e baratliero. 
Or la pubblica fede a te non manca, 
E nraman tutti il tuo sembiante vero 
Nereggiante ne' bei fogli di banca. 



y Google 



DA^NTS B LB ARTI BBLLB. 95 

t premuro ti deve tenui dubbio in mtttimt parte il 
tt beli* opera , fece qnant' era in tuo potere pretto di 
mento foste menato a termine. A lui t'aggiunterò il 
illuatri italiani con viatote tomme all'opera, ticchè i 
nente rioominciati. Goti finalmente nel 18 luglio dello 
Brti compiuto il monumento e Ai acorerta la ttatua. 
Il' è più grande di quelli finora eretti in Italia a Dante, 
Ite ottagonale di pietra con doppio gradino alle quattro 
ft quale poggia un ampio batamento in forma pritma- 
eotito di marmo bianco : tu d' etto mediante un doppio 
marmo aorge un'altra baae tnperiore più alta e più 
)rìama parallelepipedo che aoatiene la atatua del divino 
mento, opera del Rtfga, è di ttile totcano, e toltanto 
della bate tuperiore tono tcolpiti con molta accumezta 
»tici. V*ha però nel tutto quella nuda aemplicità che 
ho ritponde appieno alla aevera maettà del toggetto; 
aamento, tolo quelle linee larghe, tpiccate, quati aim* 
le creazioni danteache, e ti danno un' armonica unità, 
lelicateaza unita alla maettà, 1* eleganza alla templicità, 
l terenità greca apoeata alla dignità romana, la quale 
i racchiude in te steato e ti richiama a contemplare li 
gran Poeta; opera degli egregi artitti Angelini e 
* altri belliaainù lavori. — La atatua coloaaale in marmo 
. 50 e peaa circa 200 quintali. Il poeta ata dritto, col 
A avanti; l'ampio lucco gli ditcende fino ai piedi, e 
ii alloro gli catca tulle tpalle il cappuccio. Colla deatra 
una colonnina apirale che gli ata di lato il suo volume. 
Ha t tetta colonna: col braccio ainittro, eh' è il tolo 
atera' matta, è in atto di mostrare agli italiani la via 
apirata unità e ridiventar grandi, ed in quell' atto ai 
se che fluttuano confutamente nell'animo a chi guarda, 
el volto dignitoao e tevero ti legge un cotal dolore, 
opagno a Dante nella vita per lo atrazio di veder la 
tutta lacerata dai partiti; ma gli traspare la ticurezza, 
o del trionfo. C'è in quella fitonomia l'altero ghibel- 
etso, e ad un tempo il genio sublime che abbraccia i 
colui che fu fatto per pM anni macro da quel poema 
, e col quale creando un intero mondo, che tuttora ai 
>iù gran poeta del Crittianetimo, il più grande genio 
trarre di tali uomini, il cui aolo nome a'etprime un 
e pentiero vive dopo tecoli tuttora gigante, l'artitta 
lucer tè ttetto per incarnar l' eaprestione del suo tipo 
Dgelini e il Solari ciò hanno ottenuto. Certamente V oc- 
e tcorgere nella loro atatua qualche difetto (e quale 
iva?) come per et. quel gestire del braccio sinistro 
inerte; ma nell' astieme dell' etpressione la loro statua 
le t' ispira rispetto e riverenza perchè rivela la potenza 
andezsa del pensiero che l'animò per tutta la vita . . . 
ustrazione popolare 1873, 19 Ottobre, p. 395. 



y Google 



96 PANTB B US ARTI BBLLB. 

Armstead, Dante di tutta la persona. Nel monumeiito, Me- 
moriale Alberto, The Aibens Memorial, eretto dalla regÌDi 
Vittoria d'Inghilterra al defunto principe suo marito. — I li 
neamenti sono perfetti nella gentileaaa severa del suo nobiU 
volto, nell* attitudine egregiamente indovinata e resa. 

Baratta E., Busto, di commissione del D.*" J. C. Hacke vai 
Mijnden, di Amsterdam, insigne traduttore della Divina Commedia 

Benzoni G. M., Dante, Statua, per il principe di Campo- 
reale a Palermo, 1859. 

Buzzi Giovanni Luigi, di Milano. Dante, Statua. Esposiz 
univ. di Filadelfia, 1876. 

CimletH Andrea, di Palermo. Dante si mostra nello sguard 
e neir attitudine tutto commosso alla prima vista al primo Bor 
riso di Beatrice. Statua, illustrata da Fr. Dall' Ongaro. Espos 
mil. 1872. 

Costali, Statuetta. 

Dini Emesto, Dante e Beatrice in vicendevole contempla 
zione. — Gruppetto. 

Dupró G., Esposiz. univ di Filadelfia, 1876. — È il Dani 
di una positura semplice e grave, austero nel giovanile por 
lamento, senza accomodata ricerca di pieghe, quale in sommi 
poteva essere uno sdegnoso e schietto figlio di quel secolo 
parco di parole ma profuso di magnanimi fatti. QueUa fi-ont 
pensosa, in cui forse in quel momento balena Talto concett 
della Divina Commedia, ò' ferma, come l'anima, è sclu^ta 
sdegnosa come il suo cuore — 1847. -— V. Mondo Illustrate 
27 marzo 1847, p. 198. 

Nel Trionfo della Croce. 

L'Alighieri nel mio bassorilievo non doveva mancare; sì perchè cap 
de' poeti cristiani, si perchè nella Cantica terza del suo poema ù descriv 
il trionfo di Cristo, e per la raccolta di questo fratto gira (egli dice) og-i 

sfera do' cieli Credo averti detto altre volte, che spesso, posando g- 

scalpelli, leffgo la Divina Commedia. Poni mente; l'Alighieri sta ivi, no 
solo invece di tutti i poeti cristiani, ma di tutta la cristiana letteratura, 
meglio, di tutte l' arti cristiane del bello. Li, sotto il lacco di Dente s' ascoi 
dono i poeti e gli artisti; sotto l'ultimo lembo mi ci rimpiatto anch'io.. 

Mi piace che tu abbia elogiato Dante pensoso , non arcigno ; e god 

altresì tu gli abbia mantenuto le fattezze magre, di forte rilievo, semplic 
compunte, quali d'età in età gli sogliono dare pittori e scultori. A. Cont 
Giov. Duprè e dell'Arte, Dialogo L Cose di Storia e d'Arte, p. 254. 

Ferravi Luiffi, Busto. Nella Pinacoteca di Vicenza, 1874 



y Google 



DANTE E LE ARTI BELLE. 97 

:ola, da Carrara, Busto. Espos. mil. 1838. 
di Bergamo, Busto. 

di Firenze, Dante Alighieri, Statua. Esposiz. 
a, 1876. 

io, Medaglione in gesso, donato dall'Autore al 
no. Espos. ven. 1865. 

'imo\ Dante, Bassorilievo, 1810. Di commis- 
[ini che lo collocò nella sua villa a Mamoransi, 
sio. 

^ella passeggiata del Pincio. Fu scolpito nel 
irezione del Tadolini. 

) circolare del diametro di 9 1/2 sul cui centro 
con ai lati due togate persone, alle tempia 
lonne, coronate di peneia fronda, stanno per 
Dna che hanno nella destra. Son essi Dante e 
facelle dell'amor loro Beatrice e Laura. » — 
^useo degli awm del co. Girolamo Possenti di 
437, p. 20. 

bone in avorio, rappresentante in tondo Dante 
ce con la Morte che li congiunge. Id, al n. 536. 
»antè Alighieri, busto veduto di profilo, piccola 
io del S.^ Angelo Olivero, cappellaio in Torino, 
Espos. tor. 1844. 

jnì con l'effigie di Dante e di Beatrice, nel 
pollice e 4 linee, intagliati nella prima metà 
castonati in un cerchio di elegantissimo lavoro 
Trovavasi presso il co. Rizzo Pater ol di Ve- 
lara. Memorie sulla Calcografia, 225. 
untissima con sopravi i ritratti di Dante e del 
^neva al card. Bembo. V. Cicognara, Memorie 
i, 84. 

idreperla. Era posseduto dal professor Missirini. 
Roma. Dal suo studio uscirono alcuni episodi 
i Divina Commedia. V. Moroni, Dizionario di 
9. 

andrò, Ritratto di Dante in Agata onice di 
I il rilievo bianco. — Per V Elettore Palatmo. — 
^ le Belle Arti, Roma, Pagliarini, i, 86. 

7 



y Google 



98 DANTB B LB ARTI BBLLB. 

MM*chant Natale, inglese, Ritratto di Dante, inciso in una 
gemma. Per Vittorio Alfieri, là. 50. 

Dupré G., Beatrice, Busto, 1847. 

Metti Raimondo, di Firenze, Beatrice, Busto, 1876. 

Magni Pietro, Beatrice. Statua. 

DIPINTI E DISEGNI 

RIGUARDANTI LA \1TA DI DANTE ALIGHIERI 
CK. Jfen. Dant. Il, 4M « 75»/ tV, IMJ. 

Morani prof. Yicenso, dì Napoli, € Accorgendomi del mio 
travagliare, levai gli occhi per vedere se altri mi vedesse. Allora 
vidi una gentil donna, giovane e bella molto, la quale da una 
finestra mi riguardava sì pietosamente quanto alla vista, che 
tutta la pietà pareva in lei raccolta. > Vita Nuova, xxxvi. — 
V. Atti deirAccad. di Bologna, 1863, p. 5. 

ly Ancona Vito, Il giovinetto Dante nel di che Beatrice lo 
saluta. Ottenne la medaglia d'oro alla Esposizione Italiana di 
Firenze nel 1861 ; è posseduto presentemente dal sig. co. Mi- 
chele Corinaldi di Padova. 

Bompiani Roberto, Dante esule sui monti appennini, Scena 
verso notte. Schizzo per Album. 

De Paris Carlo, Paesaggio storico rappresentante T esule 
Dante Alighieri che dall' alto di un colle guarda Firenze da | 
lui tanto vilipesa e tanto amata. Espos. 1846. | 

Podesti Francesco, U incontro di Dante con jCastruodo Ca- 
stracani negli appennini. Il pensiero fu preso dalla cantica di 
P. Costa. Bozzetto ad acquerello. 

Minardi Tommaso, Dante ricoverato noli' ostello di Bosone. 
Bozzetto. 

Margarucci prof,, Dante al castello di ColmoUaro. Di prop, 
del march. Francesco Raffiielli. 

Chialli prof Vicenzo, Dante, esule, errante nei pacifici chic-] 
stri dell'Avellana, in cerca dell'amico Moncone. Esposiz. mil. 
1838. V. l'elogio del Pancrazi. Pistoia, Cino, 1842 e la Relaz* 
che ne fece Giamb. Brilli. Pistoia, Cino, 1838. 

Digitized by V^OOQlC 



DANTB E LE ABTI BELLE. 99 

peregnrinando entra nel convento dei monaci Ago- 
3orvo in Lunigiana. Frate Ilario, Priore, che solo 
conosceva, dimandandogli che ricercasse, e da quello 
ice, gii chiede chi sia ; Dante si nomina, e vedendo 
le Frate Ilario scendere a luì con raro affetto e 
i trae dal seno un libro contenente parte della Com- 
i offre, dicendogli : Frate, ecco parte dell' opera mia, 
non veduta. Questa ricordanza ti lascio, non ob- 
pittore rappresenterà il gran Poeta sul momento 
gd Frate il libro. > — Programma di concorso ai 
li di pittm*a dell'Accademia di Milano per il 1845. 
le, napolitano. Dante a Montecorvo. 
Tommaso, Dante nello studio di Oderisi, bozzetto. 

Dante visitato da Giotto. Dipinto in ta<rola. Nel pa- 

relli di Firenze. 

pittore tedesco, Dante nello studio di Giotto. 

it Ercole, Dante ricevuto dai signori Polentani in 

W9. 

prof, Andrea, Dante, in casa dei Polenta, legge il 

ancesca. 

Vicenzo, romano. Dante che legge a Guido Novello 

, parte dell'immortale poema, Bozzetto a colori. 

illa co. Borgia Combo, 1857. 

Francesco, Dante allo studio di Giotto, in una sala 

ù di Ravenna. Vien ritratto nel punto in cui Til- 

Bllino avella alla domestica con Giotto, e gli va 

a narrazione dei fatti descritti nell* Apocalisse. Il 

<rendo i lumi opportuni, va con la matita segnando 
le prime linee della composizione perchè abbia a 

pondente ai concetti del Poeta. Le pitture furono 

) da Giotto nella chiesa di S. Chiara a Napoli. Il 

Podesti è in Francia presso il sig. co. de Chateau- 

inciso a Milano nell'Ape italiana T. vin dal Met- 

disegno del Guglielmi: fu prima inciso a tutts 

i Fr. Clerici. V. L' Ape italiana delle Belle Arti di 

V, p. 143. 

ich Anselmo, Dante alla corte di Guido da Polenta 

ione, 25 Marzo 1866, n. 117. 



y Google 



100 DANTE E LE ARTI BELLE. 

Mazzia Angelo Maria, prof, di disegno neir Instituto di 
Napoli, Dante, quadro apocalittico. — « Ei scende lieve lieve 
dall'Eliso dove dimora, non sapresti dire, se ombra o uomo 
certo, illuminato da una luce spirituale e divina, scende tra i 
bronchi e i cardi spinosi di questa terra, e si affisa a Roma, 
avvolta ancora nelle tenebre del doppio serraggio. Ma il poeta 
che lesse nelle pagine del destino la sorte riserbata all'Italia, 
guarda codeste ruine collo sguardo sereno e fidente di chi 
prevede un più bell'avvenire. » 

TadoUni Adamo, bolognese. « Un implacabile destino, di- 
cono i biografi, perseguitò Dante fin nella tomba. Imperocché, 
avvenuta la cacciata di Guido Novello da Ravenna, i suoi ne- 
mici si posero in animo di volerne manomettere e profanare 
perfino il sepolcro. E diffatti vi fu questione se il corpo del 
poeta si dovesse disumare e consegnare alle fiamme, mercè il 
qual misfatto si sarebbe condotto ad effetto l' odioso decreto di 
Firenze. Ciò fé' nascere al Tadolini il pensiero di porre in 
flcoltura un tal fatto, ma compiutone lo schizzo in disegno, si 
rimase dall' eseguirne l' opera, non reggendogli V animo di rap- 
presentare un tale atto sacrilego che disonora T Italia. > 

Marianini Annibale, Francesco da Buti che legge il Dante 
nell'Ateneo Pisano, riaperto per cura di Bonifazio Novello della 
Gherardesca. V. Studi inediti di Dante Alighieri, p. 125. 

ARTICOLI CRITICI 

su ALCUNI SOGGETTI ARTISTICI DANTESCHI 
(V, Man. Dtmt, IV, a09J, 

Giotto. Notizie sopra il Ritratto di Dante dipinto da Criotto. 
Strenna Fiorentina, a. ii, 1844. V. Man. Dant ii, 388, 788; iv, 47. 

Io non posso non pubblicare la lettera che sul Ritratto di 
Dante, dipinto da Giotto, indirizzava ai marchese Capponi T in- 
signe Dantista Michdangelo Caetani, Duca di Sermoneta. 

Pregiatiss, Sig, Marchese. 

Della figura di Dante AUighieri ritratta da Giotto nella 
Cappella de' Priori in Firenze, di cui Ella si è compiaciuta 

Digitized by V^OOQlC 



DANTE E LE ARTI BELLE. 101 

LO che io vi avessi osservato, debbo narrarle che 
ta venne discoperta e fu pubblicata in stampa, si 
con un fiore nella mano destra che fu cagione di 
etazioni che da molti si fecero per render ragione 
ficato. Il professore Pietro Venturi, mio amicissimo 
più diligenti e studiosi delle cose dantesche, cre- 
l disegno raffigurare non già un fiore ma bensì le 
!be tali veramente sembrano que^due pomi appic- 

che nella stampa pare essere in mano di Dante. 

sottilmente immaginare che tale rappresentanza 
re stata &tta dal pittore in allusione a cosa scrit- 
tica, come per significare la teologia, scienza del- 
ìuantunque più conveniente si fosse questa inter- 
Ila persona di Dante ed al luogo sagro in cui ve- 
, e men disdicevole che la comune spiegazione che 
Duplice fiore come postogli in mano per attributo 
»ri, pure non seppi confermarmi a credere nulla 

a che io visitato non avessi T originale dipinto, e 
*vata la cosa sulla foccia del luogo. Ciò non mi 
che nell'anno 1844, e che avendo potuto per pochi 
mi in Firenze fui tosto a visitare con grandissima 
»ta preziosa reliquia dell' arte, nella quale ò doppio 
osiderando V operante e T operato che rappresenta, 
tto dair eruditissimo mio amico S.' Luigi Passerini, 
vorirmi di sua dotta e cara compagnia. Siccome 
o nella Cappella de* Priori, e a rimpetto dell' ima- 
ighieri 

qfuasi peregrio, che si ricrea 

Nel tempio del suo voto rigaardando, 
E spera già ridir com* elio atea. 

Kicorrenza di molta osservazione come la cosa si 
la destra di Dante sparire il fiore e le melegrane, 
che male veniva espresso in quella stampa già da 
DÒ più far duopo d'interpretazione e di allegorie 
In questo dipinto adimque è rappresentato tra le 
e le quali si approssimano al luogo ov' essef dovea 
'imagine a cui la Cappella era dedicata, compera 
ittnre de' sagri luoghi a' que' tempi. Alla diritta poi 



y Google ^ 



102 DANTB B LK ARTI BELLE. 

dell^Àlighieri, un poco a lui innanzi, vi ò ritratta altra persona, 
la quale è ancor meno conservata, e su questa campe^ia la 
mano diritta di Dante in atto raccolto e alquanto socchiusa, 
e precisamente sulla veste rabescata a fiori o melagrane che 
a detta seconda figura si appartiene, e tale ornato di veste 
e tessuto con detti fiori di bianco sopra fondo rosso che og- 
gimai è quasi svanito. I danni del tempo hanno alquanto con- 
fuso i vari piani in cui sono espresse le figure dal pittore, che 
in quella al di là di Dante volle far mostra di più vago vesti- 
mento e degno di gran cittadino, e quale forse può esser stato 
messer Corso Donati, di cui fa menzione il Vasari, se mai 
piacesse ad alcuno andar indovinando da questi leggeri indizj. 
A me basta Taver osservato come stesse l'opera veramente, 
e soprattuto la soavissima espressione del viso deirAllighierì, 
quale era stato da vivo realmente ritratto dal suo Giotto, e 
quale esser dovea la sembianza del cantore della celeste Bea- 
trice, ben diversa da quella figura accigliata e severa che si 
finse di lui tanto più tardi dall'arte del XVI secolo. 

Ecco, signor Marchese pregiatissimo, quanto io posso dirle 
intorno a questo soggetto, che finché durerà a dispetto delle 
ingiurie del tempo potrà mostrarsi a ciascuno per testimoniare 
se io abbia veduto il vero in ciò che le ho narrato. 

Con questo mi abbia sempre con tutta stima ed ossequio 
per suo 

Di Roma, ai 15 di Maggio 1855. 

« La lettura della sua lettera, scrivevagli Gaetano Trevisani, 
(9 aprile 1859) mi è riuscita gustosissima,... per le cose os- 
servate intorno alla rosa posta in mano a Dante nel ritratto 
di Giotto. Mi paiono cose si vere che, se fosse lecita la ma- 
raviglia, mi maraviglierei dell'ostinazione di chi, non ostante 
a tali osservazioni, ha voluto ritener quella rosa, e, che peggio 
è, farne argomento di commenti ; è il caso del dente d' oro ! ... » 

Flaxman Giovanni. — Delle differenze tra le arti parlate e le 
rappresentative; e della Divina Commedia figurata dal Flax^ 
man. Lezione di Francesco Ambrosoli. (Scritti letterari editi 
ed inediti, voi. i, pag. 389-402). V. Man. Dant ii, 373; iv, 86. 

In questa Lezione l' Ambrosoli non prende ad esaminare tutti 
i disegni del Flaxman, ma tre solamente. Il primo corrisponde^ 



y Google 



DANTE B LE ARTI BELLE. 103 

dici terzine del canto xni delT Inferno : il secondo 
)na del canto xni del Purgatorio: il terzo alle 
L e undecima del canto vii del Purgatorio. 

primo disegno TAmbrosoli disapprova che il 
Tonchi degli alberi abbia fatto apparire più o 
ni di umane figure, e che in quello a cui Dante e 

intomo abbia rappresentato assai chiaramente 
per dolore si accoscia, e solleva al tempo stesso 
n tanto tramutate in rami, che non conservino 
imitiva figura^ e che nel mezzo di questi rami, 
accia, sia evidente la testa di un uomo in gran 
imente osserva che ogni forma d'uomo visibile 
$, dovendo apparire visibile anche a colui che 
toglie ogni effetto di questa poetica imaginazione, 
ebbe per avventura scusarsi dicendo che, se non 
ella sua invenzione, gli sarebbe stato impossibile 
rdanti Tidea di un albero animato e parlante, 
ponde TAmbrosoli air obiezione); ma sarà vero 
poesia è qui grande e di grande effetto, benché 
di essere convertita in imagine per lo sguardo. 

ebbe potuto accostarsi un po' meglio alla poesia, 
si fosse attenuto alle due terzine seguenti. Perchè 

1 del sangue fuor delle schegge; Virgilio in atto 
parola o voce qualunque che uscisse dall'albero ; 
il pentimento e il terrore si lascia cader di mano 

lai luogo dove il sangue prodigiosamente ribolle: 
mestizia che un buon pittore può diffondere 
1 bosco : tutto questo potrebbe, se non esprimere 
ilmeno in parte accostarsi all'idea del poeta, 
ili biasima poi il Flaxman di averci messo dinanzi 
) a viva forza schianta un ramo picciolo si, ma 
cogliersi o troncarsi con una mano; mentre nel 
: AUor porsi la mano un poco avante — E colsi 
da un gran pruno — ; e aggiunge che quella 
>ia con la quale si vede schiantare il ramo è con- 
enzione dell' autore. 

secondo disegno, sotto del quale è scritta la ter- 

<3^to xui del Purgatorio, ecco le riflessioni del- 

rediamo rappresentati i due poeti solinghi in un 



y Google 



104 DANTE B LB ARTI BBLLB. 

luogo deserto, e sovr^essi neiralto, come portati dalle nubi, àui 
giovani ignudi, senz*ali, che attraTersano Varia. Virgilio ts 
innanzi pensoso: Dante 8*è fermato, e s* affissa col volto ii 
que* giovani. Io dico: si affìssa in que' giovani; è così direbbe 
chiunque vedesse il disegno: e par naturale che Tuomo s 
fermi attonito a tanto prodigio qual è quello di corpi umani 
volanti pel vano dell* aere senz* avere alcun indizio o d*ale i 
d'altro, che ci &ccia riconoscere in loro esseri non soggett 
alle leggi della materia. Ma sotto al disegno sono scrìtti i vers 
del testo: E verso noi venir furon sentiti. — Non però visti 
spii iti, parlando — Alla mensa d' amor cortesi inviti. — ÀUon 
noi ci accorgiamo che Dante non guarda, ma ascolta; e rìcor 
dandoci di quella stupenda invenzione deirAUighieri , il qual^ 
iraaginò che, a purgare intieramente le anime dair invidia 
volassero per V aria spiriti non rednti che proferivan sentenzi 
e consigli di carità e d* amore, non possiamo trattenerci da 
condannare F artista che volle costrìngere la sua arte a quelli 
che non le ò dato di &re. Qui veramente sarebbe a propositi 
quel verso dell' Arìosto nel Negromante: Come si può veder 
se va invisibile f 

Quanto al terzo disegno, TAmbrosoli riconosce che sarebb 
difficile imaginare o disporre con più bel garbo di quello ch( 
abbia &tto il Flaxman una moltitudine di bambini graziosamenti 
atteggiati e aggruppati amorevolmente fra loro; i quaU tuli 
fendono l'aere quasi volando. Alcuni dinanzi e già molto di 
Inngati nel vano, coi loro gesti in&ntili mostrano che li rall^^ 
e li alletti la vista di qualche oggetto che non apparisce all< 
spettatore; gli ultimi invece si stringono fra loro come coK 
da gran timore, e par che s*affirettino di raggiungere gli altri 
Ma dietro a quegli innocenti il Flaxman effigiò la Morte li 
tutta quella deformità che i primi artisti crìstiani le hanno dats 
La persona del brutto fentasima è coperta e tolta allo sguardi 
da una specie di nebbia; ma si vedono il teschio e una man< 
scarna ed unghiuta. Le occhiaie son vuote; le nari sono coi 
rose; non vi è pure la pelle sulle ossa: ma nella bocca spalancai 
è una doppia fila di denti con singolare apparenza di robustezzi 
e significazione ancor più evidente di rabbia. E ciò è riproTat 
dall' Ambrosoli. All'aspetto di questo mostro, dinanzi al qual 
fugge attonita quella moltitudine di pargoletti, nò tanto pn 



y Google 



DANTB E IJB ARTI BBLLB. 105 

g^U ultimi non abbiano ancora i piccioli piedi 

▼ano dell'immensa bocca; a tale aspetto (dice 
10 professore) noi domandiamo: qual colpa ò 

punita in quelle anime, il cui soggiorno nel 
ito esser si bre?e? Cercando poi nel poema i 
lenti a questo disegno, troviamo che Virgilio 
il Purgatorio dice al suo concittadino Sordello : 
, non tristo da martiri, — Ma di tenebre soloj 
~ Non suonan come guai, ma son sospiri. — 
parroli innocenti — Da* denti morsi della Morte, 
fosser dall'umana colpa esenti. — E quindi ci 

il Flazman ò caduto nell' errore di considerare 
ncipale dell'idea una metafora, della quale il 
1 esprimerla. I denti della Morte, nel linguaggio 
^no altro che la morte stessa: il concetto del- 
risguarda il modo di morire, ma la condizione 
ino nel limbo; e questa condizione tutta nega- 
I, senza martiri, senza guai) non poteva esser 
arti rappresentative. 

i crede che l'opera del Flaxman debba essere 
le una traduzione; e stima censurabile il divi- 
nata. Dai grandi poeti (egli scrive sapientemente) 
ire molte belle imaginazioni per le arti rappre- 
)ropor8Ì di trame le imagini belle e fatte è un 
ì. V arte, un supporre che la diversità dei mezzi 

quali cotesti mezzi son destinati a fare impres- 
>ano entrare nelle considerazioni dell'artista. .... 
), se avesse dovuto disegnare o scolpire, avrebbe 
:he delle idee che noi ammiriamo nel suo poema; 
o di trasformarle in imagini, le avrebbe vedute 
e, e pigliar tal figura da produrre un effetto 
Ho eh' egli desiderava ; e qualche volta eziandio 
vata l'idea, e rifiutati alcuni accessorii che andò 
arcando ; perchò avrebbe trovato che, sottoposto 

concetto principale, potea diventare efficace di 
senza il corredo o il soccorso di queste parti 

>RÈ. — Róndani Alberto, Scritti d'Arte. Parma, 
141-148 (V. Man, DanU ii, 383; iv, 178, 185), 



y Google 



106 DiLNTB E LE ARTI BELLE. 

ScARABCUZZA Fràngbsoo. — ScarabelU Luciano, Confron4 
critici instiiuiti alle illustrazioni figurative della Divina Conu 
media dagU arHsti Dorè e Scaramuzza, Piacenza, Tedeschi, 
1874, in 8**, di p. 220. — Voi. 3 pubblicati da Giorgio Simonai 
edit. delle Illustrazioni sulla Divina Comedia del prof. Sca^ 
ramuzza. Locamo, Svizzera, 1875-76. 

« Lo Scarabelli, per le illustrazioni date al solo Inferno 
dantesco dal Dorò e dallo Scaramuzza, ha fatto i confironti cri- 
tici in un voi. forte di 220 pag. in 8^; più letterarìi e storici, 
è vero, che tecnicamente artistici; tuttavia, se gli artisti li 
credono un lavoro letterario maggiore che non sia, e i letterati 
un grandioso lavoro di critica artistica, sono sempre una nobile 
fatica, e scrittura che può aprire larghi e nuovi orizzonti ai 
cultori della pittura; massime per le parti in cui V autore spazia 
nelle regioni della filosofia dell'arte; e per ciò che riguarda 
i fatti storici lascia sfidati coloro, che, dopo lui, volessero ten- 
tare un comento storico-letterario alle illustrazioni di quei due 
pittori. » A. Róndani, Scritti d'arte 139. — Mentre il € Dorè 
non ci dà in generale che i passaggi, quasi direi il teatro ma 
senza azione, lo Scaramuzza dipinge invece nella forma la più 
eccellente e la più vera le scene, traduce fedelmente il linguaggio 
del Poeta nel linguaggio dell'Artista in modo da ra(4re chiunque 
mira i suoi disegni, quand' anche non perito nel giudicare del- 
Teccellenza di opere d'arte. > Prof. Scartazzini, il Borghini, iu,62. 

ScARABCUZZA Francbsoo. Róndani A. La mostra delle illu- 
strazioni date all'Inferno e al Purgatorio danteschi. Scritti 
d'arte, Parma, Grazioli, 1874, 12^247. — I tre regni danteschi 
nell'arte, l'Inferno e il Purgatorio, Nuova Antologia, giugno, 
1876, p. 276-291, — Il Paradiso, id. Luglio, 517-653. 

Il S.^ Róndani è innamoratissimo del suo artista. Ei non 
si rista dal vagheggiarne i lavori, ed una fiata ed una si ritoma, 
e sempre vi scuopre nuove bellezze, nuove psurticolarità, nuove 
avvedutezze, e ne fa una minutissima anaUsi con fine gusto, 
con molta dottrina e con intelletto di amore. !• ne lessi e ri- 
lessi quegli scritti, e sempre con crescente piacere. « È visi- 
tando questa mostra meravigliosa, scriv' egli, che si vede come 
debbono essere rappresentati i r^ni danteschi nell' arte, perchè 
i pensieri del poeta sian fatti ancor più completi e sensibili, 
e siano dispiegate alcune delle sue possenti sintesi, dispiegate 



y Google 



DANTB B LE ARTI BELLE. 107 

rat r analisi, eh* è propria dell* arte del disegno, in modo che 
il esse sia csTato tutto o gran parte del sottinteso, e significato 
^ forme che siano armoniche con quello che il poeta espresse 
ecn brevità oosl comprensiva e cosi indocile k esser tradotta 
Del ling:i]aggio dell* arte. É finalmente con qualche osservazione 
e considerazione facilissime che si può vedere quanto è andata 
crescendo nell* artista la fecondità della fieintasia e la perizia 
:€C3iica durante il lavoro del comporre e del finire, cosi che 
l'i dove altri avrebbe sentito mancar la lena e si sarebbe 
sr aorato per la crescente sterilità dell* argomento, là invece lo 
Scaramuzza s* è levato al disopra d* ogni difficoltà, ha fecondato 
jya l'immaginazione sua e la sua dottrina il soggetto ribelle 
DeQ'arte, ne ha cavato, insomma, quanto e* era di artistico 
Tìvificandolo, ampliandolo, vestendolo delle piii belle forme e 
«iéi più belli efietti che abbia data la sua penna taumaturgica. 
£ oggi chi vede le illustrazioni del Paradiso può anche credere 
che la terza cantica la sia più &cilmente illustrabile. Ma, in 
tealtà destre regni, il men difficile a essere ritratto nell'arte 
- r Infirmo; il più difficile il Paradiso. A trovare e scegliere 
argomenti per quadri nella terza cantica ci vuol più studio, 
più criterio, più intuizione ; a rappresentarli quali sono in Dante, 
4 vuol più sforzo e intelletto e sentimento sincero della prima 
arte cristiana; a farli piacere ci vuole un contemperamento 
5apientemente misurato, equilibrato dell* antica arte religiosa 
col gusto moderno tutto amore pel vero, un contemperamento 
che pare impoesibile in quadri di soggetto religioso e illustra- 
tin d*una poesia trecentista e cattolicissima. Lo Scaramuzza 
ha &tto il miracolo di trovarlo e mostrarlo con un* arte che 
non si acopre.,... Già questi disegni, conchiude il Ròndani, 
restano per so monumento immortale: sono opera unica al 
mondo, come cosa d*arte, mentre sono, per la filosofia e il 
sentimento che li anima, altrettante pagine della Divina Com- 
media, perchè qui lo Scaramuzza ò stato veramente il medium 
del poeta. > — V. Róndani, Ariisies Italiens, UArt. Revue 
hebdomadaireillustróe; Bohnida Eugenio, F. Scaramuzza, nel 
Cittadino di Trieste. 

Seartazsini G. A., Illustrazioni dello Scaramuzza. Nella 

AUgemeine Zeitung di Augusta, supplemento n. 201 del 19 
logHo, p. 3089-3091. 



y Google 



108 



DANTE E LA MUSICA 

CV, Man. Dwt. II, M» « 8t$; IV. tM). 



Baldacchini Saverio, Contenti di alcuni luoghi della D 
vina Comedia che si riferiscono alla musica, discorso di Elst^ 
tica Musicale. — Società Reale di Napoli, Rendiconto del) 
tornate e dei lavori deirAccademia di Scienze Morali e Politiche 
a. VII, febbraio, marzo ed aprile 1868. Napoli, Tip. R. Uni 
versità, p. 21. 

Arrecati testualmente tutti queMuoghi della Divina Cozzi 
media che si riferiscono a musica, e corredatili di opportua 
dichiarazioni , il Baldacchini s* accinge a fermar qua* veri e 
estetica musicale che si trovano sparsi per entro. E prima 
mente. Dante vuole che T accompagnamento del suono seguii 
e secondi il canto per guisa che questo sempre se ne vantaggi 
Di poi se ne raccoglie anche questo bellissimo documento, eh 
il magistero per lui sovrano dell'arte stia in questo, ch^ell^ 
Farte, debba nasconder so stessa: precetto che il Tasso, for^ 
alquanto meno poeticamente, espresse nel verso: L'arte che tutti 
fa nuUa ci scopre. La dottrina soverchia, col suo tecnicismo, noi 
deve troppo occupare il lavoro; né deve troppo apparire, o megli* 
mostrarsi con le sue forme scolastiche. — Una melode Ch 
mi rapiva, senza intender l'inno, cantava T Alighieri, anch 
senza intenderlo, diletta udirlo. Questa ò la parte di dottrini 
riposta in quel verso. Su questo autore, dice il Baldacchini 
ogni parola è da meditai*e che ninna vi è posta a caso. M 
della dolcezza che si sente nell' anima, per virtù della musica 
ninno meglio di Dante e più poeticamente seppe parlare; se- 
gnatamente nel canto di Casella, dove se per avventura è minoi 
la dottrina racchiusa, molto maggiore è il diietto della poesia 
Questi sono i principii di estetica musicale esposti nel poems 
sacro: brevi di numero, ma di tale utilità ed importanza pei 
Tarte che non ò menomamente da rivocare in dubbio. 

Dante, il sublime Dante, estetico profondo, cerca co\ 

suoni rendere F effetto della luce e del colore. Esempi tratti 



y Google 



^ DANTE E LA MUSICA. 109 

iaSa Dwina Commedia. Nel suo Discorso la Pittura e la Mu- 
tn poste in relazione tra loro. Rendiconto delle tornate e dei 
brori della R. Accad. di Scienze Morali e Politiche di Napoli, 
t V. aprile e maggio 1866, p. 51. 

Gioberti Vicbnzo , Mtisica della poesia di Dante, Il Pri- 
llato, p. 478. 



Maestro Bozzato, genovese, Le Illustrazioni della Divina 
Commedia, eseguite il di 11 decembre 1875 nel teatro Castelli 
a Milano, 

Applaudito il preludio sinfònico: la prima parte, secondo 
u Pungolo, manda tratto tratto spruzzi di luce, ma il sistema, 
idottato dal Bozzano, di spargere i versi e di &rne una specie 
li dialogo musicale, di dividere e suddividere le potenti e su- 
i^mi descrizioni dantesche in duetti, in terzetti, in cori non 
\ certo il miglior modo di rendere in tutta la sua maestosa 
trandiosità il divino poema. Il Pungolo cita al proposito ciò 
^he scrisse il Rossini al maestro Pedroni, quando seppe che 
Donizzetti aveva tolto a musicare il canto del co. Ugolino. « Ho 
adito che a Donizzetti è venuta la malinconia di mettere in 
CDusìca un canto di Dante. Mi pare questo troppo orgoglio. 
In un* impresa credo simile che non riuscirebbe il Padre Eterno, 
ammesso che questi fosse maestro di musica. » 



ARTISTI DECLAMATORI 

DELLA DIVINA COMMEDIA. 



« Tutti V ammiran, tutti onor gli fanno, scriveva il Leoni, 
ùccome al creatore della lingua, air iniziatore del pensier na- 
zionale, al Giano bifronte, che, sintetizzato il medio-evo, dischiuse 

h via ai tempi nuovi E non ultima l'Arte Drammatica 

porse il suo tributo alla memoria di quel sommo, il cui Poema 
tripartito, unico nell'azione, e contesto d'innumerevoli scene, 
è certo il più grandioso e perfetto dramma che mente umana 
[iossa immaginare. > 



y Google 



110 ARTISTI DBCLàMATORI 

Gustavo Modena (1), imaginò e creò primo la siupeoda 
tazione del Dante. Da che la nuova potenza ch'ei trasfoi 
nel verso dantesco, e la perspicuità vocale e mimica od 
fìicea lucido e popolare, e chiari ogni concetto, ogni frase 
rerà perenne in chi Tudi. Si piangeva quand'egli con ( 
sua inspirata avella e modi e voce vi trasportava nei dis] 
dolori di Francesca e di Ugolino! Nessun ciglio rimi 
asciutto. E quando la prima volta in Venezia, 1840, nel 1 
S. Benedetto, io lo udii, chiesi a me stesso qual mai altr 
tenza di uomo potesse in si terribile modo risuscitare 
vivi e presenti casi e parole, che per esser nella memoi 
tutti, pareano per antichità fatti volgari. (Leoni, Dell'Arie 
Teatro di Padova, p, 56). 

E il Cleoni : — Chi ascoltò Modena sere fa nel teatro ( 
gennes (8 sett. 1846) non meditò ma sentì le bellezze dell 
vina Commedia (Inf. in, vi, viii, xxv): ed Alighieri fu nuov 
tutti quelli che Taveano letto e riletto coi commentatoi 
mano, e fu direi quasi famigliare a quelle vergini menti 
per virtìi della declamazione s* innalzarono al poeta e s' imi 
simarono col vero delle cose eh' egli descrive. La difiìcoltà 
nel mostrare che Dante avea sentito e parlato un vepo, che 
posti nella condizione di lui devono sentira, benché sia quel 
in un ordine d'idee strano e meraviglioso. Il Modena : 
pienamente a vincere quelle difficoltà. // Mondo lUus 
n.^ di Saggio, 19 settembre 1846. 

E da ultimo il Dall'Ongaro: — L'insigne attore, Gu 
Modena, fu il primo a declamare la Divina Commedia in 
e fuori; senza l'esempio del quale nessuno, io credo, 
attori viventi avrebbe osato tentarne la prova. La scelti 
portuna dei passi, V azione pura e sapiente, eh' era suo p 
principalissimo , diedero all'antico poema tanta efficaci 
pubblico italiano e straniero, che si potè di fé Dante non 
mai avuto interprete e miglior comento di quello Il 

(1) E C. Leoni in onore del grande artista dettava la seguente iscri 
— Studio e natura diedero a Italia — Gustavo Modena — suprt 
vestire e trasfondere — gli umani affetti — inarrivabile a scolp 
l'ardua nota dantesca — e dar viva la vita de' grandi — immort, 
fattici plausi sdegnando — pari in amor pi'oprio ed arte — con 
sudata cura — sodando il suo al nome di Talma — la corrotta 
civilmente — rialzò. — Se l'opera del genio pere — dura la fama 
l'Arte e del Teatro, p. 61. 

Digitized by V^OOQlC 



DBLLA DIVINA COBOfBDIA. Ili 

che quello che non sa leggere, intese per la 
>mmo poeta, e seppe la storia di Bonifazio, di 
lata, e pianse e fremette, e imprecò col poeta 
antiche e non ancora rimarginate piaghe dMtalia. 
iracolo, e chi suole indagare le cause de' &tti 
olmente quanta parte avessero le rappresene 
» del Modena, neir unanime plauso, onde fu 
enze la festa secolare di Dante. Dal Modena, 
commentatori, apprese molta parte del nostro 
) nel poeta de' tre regni oltremondani, il primo 
) della nostra unità nazionale, e della indi- 
:er civile dalle usurpazioni papali. In questo, 
»lle sue recite, il Modena pose veramente V arte 
iviltà, il bello a servizio del vero. Gazz, Uff, 
igUo 1865, n. 170. 

occasione delle feste del Centenario, udimmo 
istralmente dalla Ristori la Francesca e il 
)lla Pia e della beatitudine di Piccarda; dal 
canto deir Inferno e T Ugolino; dal Rossi il 
a trasformazione di uomini in serpi, e di serpi 
e tanto si piaceva il Modena; dal Gattinelli 
xiaguida contro 1 suoi concittadini e le im- 
pietro contro i suoi successori. — li Rossi 
nirabilmente la Divina Commedia neirAmerica 
Salvini in Ispagna, e segnatamente a Bar- 



romei SUI tempi di dante 

(V, Man, Da$U. U. Né; IV. tiZ). 

Saverio, Jyél valore storico della Divina Com- 
ni Prose, Voi. ii, p. 79-109. Napoli, Tip. del 

on creò il nostro linguaggio, che antico era 
raneo in gran parte al latino. L'Alighieri, e 
, riconobbe Tidea altissima, che latente era 
lo e da esso esprimere si doveva: con che il 



y Google 



112 STUDI STORia SUI TEMPI DI DANTE. 

sublimò, facendolo divenire come un* intera interpretazione, a 
una forma fedelissima di quella idea. Per lui il genio etru 
e il latino si pacificarono, e la poesia divenne non più ca^ 
laresca, come piaceva ai signori de' feudi, ma civile , quale 
conveniva agli uomini de' municipi! risorti. E T amore non 
più cosa solo di fantasia o di sensi : ma come una conciliazio 
secondo la sentenza della Diotima del Convivio platonico, 
r intelletto che illumina, ed il cuore che a que' vivi raggi chi( 
scaldarsi. Il poema fu, ed essere dovea, eminentemente cattoli 
perchè significare dovea i convincimenti profondi della nazic 
1 quali nell'epica poesia necessariamente si debbono congi 
gere e congiungonsi col vate. — Tutto il medio evo in e 
infuturasi, acquistato avendo coscienza dell'esser suo, e d< 
trasformazioni che ha a subire. — Oltreché la Divina Comme< 
sendo in certa guisa la latinità sotto nuove forme risorta 
vincitrice del -germanismo e del gotticismo, come quella 
tiene del genio latino, ha ad essere storica. Che la p04 
de' prischi Romani fosse storica è cosa risaputa da chi si { 
fonda nelle antichità più lontane dell' eterna città. — La Di\ 
Commedia è moltisensa, e come non sarebbe storica? La p£ 
storica, la quale si trova in essa, necessariamente vi si ha i 
vare, i grandi uomini come Dante non separandosi dall' £ 
biente in cui vivono, senza che per questo si tengano dal sa 
alla più sublime e pura contemplazione, desiderosi d' un p 
cipio armonico d' ordine. — Nel nostro Alighieri, quando an 
la terra è veduta dal cielo, cangiandosi l'ordinaria prospett 
r uomo persiste accanto al divino, e il tempo accanto all'etei 
Cosi Dante potè fortemente operare sui nostri animi, e lasci 
un' orma durabile non solo in poesia, ma nella prosa del A; 
chiavelli e del Davanzati, e nelle tele e ne' marmi di Leona 
e del Buonarroti. Cosi ad ogni destarsi del nostro pensii 
si è fatto utilmente ritorno alla Divina Commedia ; cosi i v 
del poema nel 1527 sonosi veduti scritti sulle bandiere d 
milizia fiorentina. — Se la mitologia apparisce in Dante, < 
alla storia s'intreccia, e come simbolo vi apparisce, e ce 
scoltura, avendo al tutto cessato di essere una religione; 
utilissima è all' arte, la quale non può e non dee punto disti 
gere l' immagine sensibile per mirar eh' ella &ccia all' arche 
ideale. — L' idea dell' età media si è allargata nel poema, 



y Google 



rCDI STORICI SUI TEMPI DI DANTE. 113 

Etncelli esce col vaticiDio, e si diversifica fon- 
emi tolti dal NiebeluDgea o da altri cicli che 
empi in onore, i quali solo ricantavano cose 
nente vaticinii non sono. Il Baldacchini trova 
i ghibellina fosse dair Alighieri alterata o mo- 
ante che alcuni asseriscano essere quel poema 
ne e T esternazione di quell'idea. 
AMBATTisTA, Rogionaììiento storico suW ItaUa 
per servire cC introduzione alla lettura della 
Ha. Genova, Sambolino, 1846. 
OLAMO, Firenze nel secolo di Dante. Milano, 

LN6EL0, Tradizioni Italiane, Voi. 4, Torino, 
850. Vi son compresi i seguenti studi. — Ce- 
, Luni, voi. II, 1-20; Giuria P., Antica città di 
8. — Celbsia e., Valdimagra; i, Qli Apuani 
(alaspina^Dante in Lunigiana, voi. iii, 276-312. 
Giano Bella Bella, iv, 73-84. — Verona A., 
. — i, Z/* esilio e la Maremma ; \i. Il tentativo ; 
e Bologna; iv, I Malaspina e Nino di Gallura; 

IV, Eresie e gite in Francia. — Appendice. 
), Carta d^ Italia illustrativa della Divina Com- 

Alighieri con V indice di tutti i luoghi in essa 

Genova, Pellas, 1875. 

namente eseguita in cromolitografìa, ed emen- 
consigli del Witte, la gran Carta illustrativa 
nmedia (Man. iv, 39). Sono in essa segnati tutti 
ella medioevali, le città, i campi di battaglia, 
'Italia, alle quali Dante accenna nel suo Poema, 
edata di un Indice, com* ei lo dice, il più, pos- 
I di tutti i luoghi in essa Carta contenuti. 
BSARE, r Italia nella Divina Commedia, ii ediz. 
Barbèra, 1872. 
a col divino poeta correre città per città il bel 

suona, e con molto senno illustra e luoghi e 
she nella Divina Commedia all'Italia si riferi- 
, com'ei dice, di arrecar luce ad alcune voci 
iriamente interpretate dai comentatori del gran 
fià ne femmo cenno a pag. 217 del voi. xv. 

8 



y Google 



114 STUDI STORICI SUI TEMPI DI DANTE. 

Questa seconda ediz. riveduta e notevolmente accresciuta vem 
intitolata Alla Maestà di Vittorio Emanitele. — V. Nani Ai 
gelo, L* Italia nella Divina Gomedia, Saggi di crìtica, stor. 
letter. 95. — Nuova Antologia, Luglio 1869, 661. 

Bocci Donato, Dizionai-io StoricOy Geografico^ Unit>ersa 
della Divina Commedia di Dante Alighieri contenente la Bi 
grafia dei personaggi, la notizia dei paesi e la spiegasioì 
delle cose più notevoli del sacro Poema, Torino, Paravia, 187^ 

Tutte le persone nominate nella Divina Commedia vi hani 
la loro biografia, tutti i paesi le loro notìzie storica e geografìe 
tutti i passi più difficili le loro spiegazioni. Ei si è attenu 
nello interpretare le cose sacre ed ecclesiastiche alla idea p 
ramente cristiana, nelle filosofiche ha seguito le opinioni de^ 
Scolastici, le quali dominavano nel trecento, riserbandosi se 
il diritto, come ei dice nella Prefazione, di accennare le moi 
ficazioni, che la scienza e gli studi hanno apportato airid 
deirÀlighieri. 

Della sconfitta demo a* fiorentini a Monte Aperto pe7X 
indinansi facemmo menzione, la vera sconfitta fu neWanno 12( 
— V. Croniche Senesi pubbl. da Giov. Magoni, c. 49, Racco] 
di Docum. Stor. i, p. 2, 22-29. 

Lai battaglia di Monteaperii, Breve narrazione ined 
d^ autore sanese, scritta nel 1441, da Giacomo di Mariano 
Checco di Mano, pubblicata, come buon testo di lingua. P 
pugnatore, a. vi, 1873, Disp. i, ii, 27-62. — Il codice si conser 
nell'Ambrosiana per dono fattone dal nob. S.*" Carlo Casati 
Milano. Non ispregevole per molte minute particolarità. 

Politi Lancilotto, La Sconfitta di Monte Aperti. Sie 
per Simione di Nicolò Cartolari, 1502. 

Boschi D.' Giov. , La Battaglia di Monteaperti, Raccor 
Siena, 1843. 

V. Saba Malaspina, Histor., L. ii, C. iv; Rer. Ital. seri 
T. II, VI. Col. 702. — Ricordano Malaspini, Ist. Fior. e. 167. 
Giov. Villani, L. vii, c. 79. — Orlando Malvolti, L. i, par. 
p. 16. — Ammirato, L. ii, al 1260. — Muratori, Ani 
d'Italia, XI, 33. 

Bartolini Antonio, La battaglia di Campaldino, Racco 
dedolio dalle Cronache dell'ultimo periodo del sec. XIII ( 
note isteriche. Firenze, Tip. del Vocab., 1876, voi. 2. 



y Google 



réoi STORia sui tsbipi di dante. 115 

LLE, Dante e Roma (Strenna del Giornale Arti 
la, Sinimberghi, 1865, 3-24. 
rece a raccogliere amorosamente le memorie che 
Ha sua Roma. — È un bel lavoro erudito as- 
>o. Delle più importanti sue osservazioni ne (arem 
ica : lUustrazioni filologiche e storiche di pa- 
lla Divina Commedia. Lo scritto è intitolato 
[>iacendogli con delicato pensiere di unire insieme 
poeta, della sua terra e della sua donna. 
ANNI, Dante e i Pisani, Studi storici. Pisa Va- 

i di Dante e di ragionevoli induzioni, trattasi 
toggiorno di Dante a Pisa, quando pur v'era 
api militari e politici della fazione ghibellina, 
te poi rinovare e stringere amicizia; poi di 
itti buoni rei che la storia, abbandonando la 
a lui attribuire. Un'accurata appendice racco- 
ìlla Capuana del Donoratico, moglie del Brigata, 
pitolo è consegrato alla famosa controversia sul 
dell'ultime parole poste in bocca del roditore 
uesto volume, arricchito di pregevoli documenti 
i in bella forma disposto tutto ciò che la critica 
mo da dire intorno ai &tti e ai personaggi della 
a le città ghibelline di Toscana nel secolo di 

quando ci capita innanzi cosi spigliata, sicura 
accoglie con tutto il cuore, e parimenti si ha 
graziare cordialmente chi sa scrivere un libro 
con tanto giudizio e buon gusto. > — G. Cre- 
Veneto T. vi, p. 1, 150; v. Riv. Eur., genn. 1874, 
matore, a. v, disp. 5 e 6, 1872. 
LO, D'un nuovissimo Comento sopra la Di- 
per ciò che rigimrda la storia Novarese. Vige- 
1833. 

3 Comenti storici: I. Frate Dolcino. — II. Il 
— III. Pier Lombardo. 

Nicolò, Accenni alla Francia nel poema di 
al sig. cav. Bormio. Archivio storico di Firenze, 
, I disp. 1872, p. 154-62. 



y Google 



116 STUDI STORICT SUI TEMPI DI DANTE. 

Le civiltà francesi Dante sentiva congiunte con quelle di 
intimamente nella fede comune e ne' fraterni idiomi. Recai 
xiitazioni che proverebbero che il Poeta fii in Francia, dice 
gli pare di scorgere pochi cenni nel poema che provino q 
impressione neir anima e neir imaginazione di lui lasciasse 



Mézières a., Ce que Dante et Pétrarque pensent des F, 
gais. Pétrarque, Ch. vi, p. 306. 

BussoN Arnold, Benut:njing der Istorie Fiorentine 
Ricordano und Giacotto Maiespini in Dante* s Gomme 
Dante^ahrbuch ii, 233^9. 

Die Fhrentische Geschichte der Maiespini, und di 

Benutzung dwxh Dante. Insbruck, Wagner, 1869. — La st 
di Firenze e dei Mahspini e Tuso fattone da Dante. (A 
Dant. IV, 219). 

« Non è senza disonore che si riconosca per genuina, 
alleghi come autorevole e si riproduca per le stampe la 
detta Storia Fiorentina di Ricordano Malispini. Essa n( 
altra cosa che T abbietta sconciatura di un ignorante &lsi 
il quale poco dopo la morte di Giovanni Villani fece sua bi 
parte della cronica di quello scrittore e la smozzicò e la 
terpolò a suo capriccio, e vi seminò grossi errori, e vi mes 
ridicole favole, senza avere la perizia d'introdurre tali m 
menti nel dettato del Villani, sia riguardo ai concetti, sii 
guardo allo stile, che v' improntassero la forma del secolo 
cedente al quale egli attribuiva T opera sua. » V. Todesch 
Scritti su Dante (prima del 1857), i, 364-72. Anche lo Schi 
Boichorst, ne combatte gagliardamente l'autenticità (V. Pt 
Atch. Stor., Serie ii, T. xx). Gli Accademici della Crusca, . 
Yannucd, Gaetano Milanesi, Marco Tabarrini, Giuseppe 
guUni sentenziarono più antiche le cronache Malispinian< 
quelle di Giov. Villani (Aui delCAccad della Crusca, 1875, 53- 
— Gino Capponi, che vi sia dell'intercalato lo crede, eh 
nome del Malispini sia da togliere via non trova motivo 
stante (Storia della Rep, di Firenze, Nota intomo ai Jk 
spini, i, 425402). Da quanto ci assicura ilFanfìini, un va 
tissimo scrittore napolitano, da molto tempo lavora per pro^ 
che le storie sono apocrife. 



y Google 



117 



SULLA DIVINA COMMEDIA 

(V. Man. Data. IV, 2Ì0). 

:dini Dantesche. — Italiani e stranieri pro- 
mpareggiabile nelle similitudini. — « Omero, 
itiehi dissero specchio dell* umana vita e im- 
*so, trae le sue similitudini da quell'aspetto 
ore e da quelle serie d'oggetti, onde egli e 
ipo suo avevano piena cognizione e con focosa 
pi li pone davanti agli occhi. Virgilio, tutto 
t, tocca per lo più le cose generali, e le riveste 
sa, e le ingentilisce di maggior delicatezza di 
affetto. Ma se al greco poeta Tarte fallisce 
no r invenzione, in Dante squisita è Tuna, 
K lui la natura tutta dischiude i suoi tesori, 
postulati, la vita comune i suoi costumi, 
isti suoi moti, la storia, la mitologia, le tra- 
nimenti; ed egli, scorrendo con lo sguardo 
coglie i particolari dal vero nelle pieghe meno 
satto disegno li contorna, e con forte rilievo 
isce. Nei particolari sta la bellezza e la vita. 
:ri gli ammassano, e, anzi che raccogliere, 
erdono. Dante li sceglie con parsimonia, li 
:rice parola, e dove più spiccata è la parvenza 
irisa e qu&si di getto V intiera figura. . . . Dante 
lorose peregrinazioni, dalla santità degli affetti 
reti della natura, dalle meditazioni del pen- 
umano attinge le sue immagini, e con arte 
m quella schiettezza eh' è poetica più d'ogni 
<isi anima parlante ne' suoi lettori. Egli crea 
a nuove locuzioni, e quelle dell' uso, nobili o 
la conveniente signifìcazipne dell' idea, sempre 
re della veste più propria, non della più ricca, 
^uidisce con la soprabbondanza il vigore delle 
lifìca mai ciò che alla mente è agevole d' in- 
ispecial modo laddove ella ha potestà di spin- 



y Google 



118 STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 

gersi a intendere o divinare assai più di qneUo che parola 
umana possa far manifesto. » L, Yenturi, — 

4L Le sue similitudini sono T ornamento più splendido della 
sua poesia, vincono di varietà e di numero quelle di qualsivog^lia 
altro antico e moderno, e giovano spesso a meglio chiarire e 
determinare T immagine, più spesso a renderla per ogni parte 
compiuta, sempre a darle atto visibile, calore d* affetto, luce 
di verità, bellezza di vita. » Yito Pomari. — 

« Anche V uomo il più profono dovrà restar sorpreso dinanzi 
alla grande potenza di osservazione, che tralnce da tutte le sue 
immagini e similitudini. Più assai che in qualsiasi altro poeta 
moderno, esse appariscono in lui desunte dalla vita reale tanto 

della natura che dell' uomo Le prove più convincenti della 

profonda impressione esercitata dalla natura suU* animo del- 
l'uomo cominciano con Dante. Egli ci ritrae al vivo in poche 
linee non solo il sorgere dell* auro ra e il tremolar della marina 
sotto la brezza mattinale e la tem pesta che la tremar le selre 
ed i pastori , ma sale altresì sulle cime de* monti coli* unico 
intento di goder grandiose prospettive, uno dei primi o il primo 
forse dopo i poeti antichi, che abbia sentito la beUezza di tali 
spettacoli. » Burckhardt. — 

Le metafore e le comparazioni di Dante armonizzano mirabile 
mente con quella apparenza di grande realtà di cui ho parlato : 
esse hanno un carattere specialissimo. Dante è forse il solo poeta, 
i cui scritti riescirebbero assai meno intelligibili, se tutte le figure 
rettoriche di questa specie fossero cancellate. Le sue similitudini 
sono di frequente piuttosto quelle di un viaggiatore che di un 
poeta; egli non le adopera soltanto per far mostra del suo 
ingegno con analogie fantastiche, non per ricreare il lettore 
offirendogli una vista lontana e passeggera di belle immagini 
distanti dal sentiero su cui egli si avanza, ma per dare un* idea 
esatta degli oggetti che descrive, comparandoli con altri gene- 
ralmente conosciuti Le comparazioni di Omero e di Milton 

sono digressioni magnifiche, e non si nuoce guari al loro effetto 
nello staccarle dair opera. Quelle di Dante sono assai differenti : 
esse traggono la loro bellezza dal contesto, e la bellezza loro 
sopra di esso riflettono; il suo ricamo non può esser levato via 
senza guastare tutto il tessuto. Non posso lasciare questa parte 
dell'argomento senza consigliare chiunque comprenda sufficien- 



y Google 



STUDI SULLA. DIVINA COMMEDIA. 119 

» a leggere la similitudine della pecora nel terzo 
torio: io la reputo il brano il più perfetto di 
le si trovi al mondo, il più fantastico, il più 
i soavemente espresso (1). Macaulay, Saggi 



RLO, Le Similitudini della Divina Commedia 

ì per verso in lingua latina, Roma, Komarek, 

^one. 

USEPPE, Delle Similitudini dantesche e di una 

no Poema dichiarata barbara dal Biagioli, 

dott. Amedeo Panicucci, Lucca, Laudi, 1857. 

, III serie, voi. ix, p. 106). 

LCLBTO, Bocci Ippolito, Raccolta di sentente. 

Ut sublimi, similitudini e comparazioni dei 

Dante Alighieri, Lodovico Ariosto, T, Tasso, 

irca, eseguita ed ordinata. Firenze, Toffani, 

V. Giovanni, Delt evidenza dantesca studiata 
nelle similitudini e nei simboli. Modena, Tip. 
mi, 1872; in 4<^ di pag. 140. — Estratta dal 
morie della R. Accad. di Scienze, Lettere ed 
— Scrittì Danteschi, (1876) 167-301. 
fu caro, cosi il Franciosi, dalle cose presenti 
B cosa di sovrano: dall'universo alla vita ascosa 
dall'animo a Dio, dalla parola al pensiero e 
questo intendimento mi posi a ricercare qua 
> del Poema sacro metafore, comparazioni, sim- 
limamente consiste il visibile parlare del Poeta; 



imilitadioe icriveva il Lam«imai8: « Chi ha vedato uscir 
, le rivede ìb questi versi. I quali offrono un esempio 
tà delle pitture di Dante, che nell* osservasione della 
ifuggirsi alcuna particolarità, e la rap[>resenta con la 
I uno specchio riflette gli oggetti. Mai niente di falso o 
lai niente d'inutile. E vuoisi osservare che quiete e che 
tiffatte immagini campestri si spanda su luoghi sacri al 
inocenza di quei semplici, dolci e placidi animali renda 
, le quali sofiVono si, ma sono oramai sicure di avere 
\e immutabile nel seno di eterna pace. Vedasi ora come 
ione usò il nostro poeta nel Convito : < Che se una pecora 
a ripa di mille passi, tutte V altre le andrebbooo dietro ; 
per alcuna cagione al passare d'una strada, salta, tutte 
eziandio nulla veggenoo da saltare. * 



y Google 



120 STUDI SULLA. DIVINA. COMMEDIA. 

DÒ solo a documento di bellezza, ma sì anco a nuovo testimonio 
della monte e del cuore di quel Savio gentil che tutto seppe. 
— Nelle metafore avverte come il poeta ne usasse parte a no- 
bilitare concetti già noti e volgari, parte a far meglio evidenti 
i veri più eletti, e a darcene una prova il più bel fioije ne coglie. 
Accennando alle similitudini, esamina da prima quelle tratte da 
cose inanimate e dai bruti, e da ultimo quelle tratte dall* uomo, 
e delle manifestazioni dell' umana natura, investigandone sempre 
il segreto di tanta novità e leggiadria di parola, come ape che 
8* infiora una fiata, ed una si ritorna là dove suo lavoro s' in- 
sapora. Tratta da ultimo dei simboli stupendi, e mediante i 
quali l'ispirato teologo si leva dai segni sensibili alla visione 
della luce increata. Io non posso non recare la conclusione del 
nobilissimo ragionamento, come pur lo dice Pietro Venturi. — 
« Intentamente pensando la perfetta limpidezza delle dantesche 
Metafore, io ne veggo il segreto nella schietta visione del vero 
e nella terribile rapidità dell'intelletto del Poeta: giacché per 
quella visione egli acquistò come un'arcana famigliarità cogli 
esemplari delle cose, si che ne conoscesse, quasi direi, il volto 
e i movimenti e il suono, per quella rapidità afiìssò nella fugace 
parola le più intime e più riposte relazioni delle cose; relazioni, 
da cui deriva ogni bontà e leggiadria di metafora. Meditando 
poi sulla straordinaria varietà e sull'incomparabile vivezza delle 
Similitudini, io ne trovo la ragione principalmente nell* acume 
del giudizio e nell' abito dell' osservare, onde quasi non ìsfnggi 
al Nostro alcuno degli aspetti notevoli delle cose ; nello squisito 
senso dell'arte, pel quale delle osservate cose valse a cogliere 
la parte più eletta o meglio spiccata; e nella profonda genti- 
lezza dell'anima, che, quasi cetra ben temprata, rese intera 
la nota delle più gentili affezioni. Tornando per ultimo ai Szfn- 
boli, e' mi paiono figli di una vigorosa e purissima fantasia, 
levata sempre e per ispirazione e per abito al di sopra delle 
sensibili cose, dal segno visìbile all'invisibile verità: fantasia, 
onde m' è lieta figura quella vergine raffaellesca, che tien rocchio 
e l'animo a non più visti sereni, da cui vien luce e armonia. » 

Alla Memoria va unita un'appendice contenente, con ordine 
razionale, tutte le similitudini che occorrono nella Divina Com- 
media. Ei ne trova 627; 109 tolte dalle cose inanimate; 81 dai 
bruti; 103 dalle arti, cioè 27 dall'arte dell'armi, 5 dall'arte 



Digitized by 



Google 



STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 121 

3 dalla meccanica, 10 dall'arte musicale, 9 dal- 
ro, 4 dall' arte del falegname, 3 dall' agricoltura, 
, 2 dall' orificeria, 2 dall' arte del tessere, 2 dal- 
^naio, 2 dall'arte del cucire, 1 da quelle del 
srivere, della caccia, della pastorizia, della dram- 

non poste sotto rubrica speciale; 6 dalle scienze; 
ì; 147 dall'umana natura, cioè 75 dal corpo, 

ed in fine 65 dalla mitologia, dalla storia, dalle 
laid, ecc. 
IGI, Le similitudini dantesche ordinate, illustrate 

Saggio di studi, in 16**, p. xvi-412. Firenze, 

1 libro, buono veramente e per ogni riguardo; 
spettare altrimenti dall'insigne e valoroso poeta 
i Canti biblici dell' uomo. 11 tema è de' più ardui 
lUa. mente umana, benché a tutta prima sembri 
concepirsi non meno che ad esser trattato. Ma 

mentre che ci discoprono le intime e sfuggevoli 
cose, sono anche perciò la prova della vita in- 
finissimo sentimento del suo stesso inventore, 
d si manifesta nelle similitudini, di che Dante 
lezza del suo poema e valse ad esercitare il buon 
lente accortezza di quanti vi pongono studio. Di- 
Uo dal luogo loro, vi sembrano come bellissime 
mpre meglio preziose, quando compariscono nel 
iognava dunque una grand' arte a comporre una 
tinta, sì che, nulla perdendo del loro pregio, 
nzi nuova bellezza dal ritrovarsi insieme raccolte 
icambievoli splendori. — Or questa bellezza, che 
lair ordine pensato e convenientissimo, il Venturi 
la e ritrarla a maraviglia. Tanto che egli, nel- 
ticiamente le Similitudini dantesche, vi presenta 
i e quasi in immagine più viva i concetti del 
anti il cielo, l'aria, il fuoco, T acqua, la terra, 
2e, l'uomo, i bruti, il tempo, lo spazio, la bibbia, 
a storia, l'universo. — Cosi, oltre che ci vien 

quante fogge Dante abbia rafiìgurate le stesse 
'gè puranco modo di conoscere e ammirare la 
mmagini variate cotanto. Le quali, per essere 



y Google 



122 STUDI SULLA. DIVINA COMMEDIA. 

tuttavia disgiunte dalla cosa e dall'idea che devono chiarire, 
importava che fossero illustrate esse medesime e con sicuro 
metodo d'interpretazione. Al che pose mente T amoroso rac- 
coglitore, che, non solo s' ò ingegnato di &r suo prò di quanto 
seppe ad ogni miglior uopo attingere dai commentatori, ma, 
potente eh' egli è d' intelletto e di dottrina, si fece libero giudice 
dove gli parve richiesto, e la verità gli dovette consigliare nelle 
si lunghe e faticose meditazioni. — Certo che le SimiUiudini 
della Divina Commedia non sortirono fin qui un interprete più 
sincero, né più accurato e modesto. Tra tutti i facitori di libri 
sui libri, ciò, direi, che mi sa del prodigio, qualora non mi fosse 
noto a più prove quanto possa la venerazione di Dante in coloro 
che sanno intenderlo ed amarlo davvero. E il Venturi è since- 
ramente meritevole d' esser della si eletta schiera, dacché basta 
perciò a parlarvi del suo maestro, rispettandone per effetto la 
dottrina, V arte e la favella. Nelle sue note (eh' egli neppur osa 
chiamare filosofiche estetiche, critiche) si contenta invece a dirle 
usate sobriamente e con quello studio di brevità che in un la- 
voro intorno a Dante vuol reputarsi, anzi che pr^o, dovere. 
Notabile sentenza e tale, eh' è pur sufficiente a persuaderci che 
la non si poteva concepire se non da chi sentiva già in suo 
cuore d'averla seguita nel fatto e dal fatto più vivamente ap- 
presa. Se non che le Similitudini del nostro poeta ch^ non sono 
pur dichiarazione, ma compimento dei concetti v^^èuH raccoman- 
dare agli animi altrui, se ricevono così un singoiar valore, tanto 
più lo dimostrano poste al confronto di quelle onde son eziandio 
celebrati gli autorevoli maestri del poetare, antichi e moderai. 
Ponete in ciò Dante a riscontro d'Omero, di Virgilio, non dico 
di Stazio, di Lucano e d'Ovidio, e voi subito ravvisate il disce- 
polo che, tenendo dietro ai nuovi maestri, giunge a sopravau- 
zarli, e sa rendersi originale, imitando. Ed egli poi si schiude 
una sua propria via e la percorre animoso e da solo, per quanti 
seguaci s'attentino d' accostarglisi e raggiungerlo. — Anche 
sifisitto paragone, merco cui le Similitudini dantesche riescono 
di più in più splendide nella giustezza e novità loro, si vede 
così ben preso e condotto nell' opera del Venturi , che questa 
vuoisi considerare come un trattato dell' arte per fruttuosamente 
studiare ne' grandi scrittori e di Dante sovrattutto. — Chiunque 
ne desideri testimonianza e chiarezza d'esempi, non deve far 



y Google 



STUDI SULLA DIVINA COBfMBDIA. 123 

re il lodato libro, e ad ogni pagina troverà di 
onesto desiderio, sentendosi inoltre eccitato a 
:on fiducia di ritrarne crescente diletto e gio- 
n io intanto auguro e voglio promettermi che 
cui penetra e si onora il nome di Dante, si 
ro del Venturi come un libro, dove il bello, 
» si trovano congiunti in mirabile armonia e si 
m trìonfatrice eloquenza. Giuliani, V Opinione, 
n. 1875, n. 16. — V. Nuova AntoL, sett. 1874, 
iasc?ii, L'Ateneo, 1874, ii, 226-230 ecc. ecc. 

caldissimi voti perchè Taureo libro del Venturi, 
ch'io mi conosca, possa esser contióuo nelle 
giovani che vogliono acquistar gentilezza di 
cC italiano pensiero, e dignitoso sentire come 
^U studi danteschi e come specchio purissimo 
gentile dettato. Certo il gusto fine, la squisita 
Ile ci addita le fonti da cui tolse le similitudini, 
I nuova leggiadria e nuova vita, non che i poeti 
tarano; le profonde osservazioni onde si mette 
D autore, e direi s*inluia; quelle care comici, 
e oro circoscrìve, preposte a ciascuna sene, e 

mi resero caramente diletto il hbro e il suo 
m potei ristarmi dallo scrivergliene ammirato, 
a parlare il cuore. Ed egli a riscontro il 15 
' 4L Panni d'aver usato la mia non tenue né 
}pera che possa tornar profittevole alla gioventù 
idi nostri, in tempi ne' quali il nome di Dante 
le' più ma tace nel cuore, e la classica letteratura 
;gio e (se non m'inganno) corre giù alla china. > 

'0, Sulla Genesi della Divina Commedia, Note 

ergamo, Oafiurì e Gatti, 1875. 

I raccogliere i ternari danteschi che riguardano : 

dei componimenti: II.® Divisioni ternarie ri- 
po, Spazio, Materia, Argomentazioni: III.® II 
Allegorie, negli Esempi, nelle Similitudini: 
) nella Ripetizione delle stesse parole o frasi: 

nelle Interrogazioni ed Esclamazioni: VI.® II 
Ipitetare. 



y Google 



124 STUDI SULIA DIVINA COMMEDIA. 

E ne trae le seguenti conclusioni: 

1^ 11 tre in uno nella mente di Dante è il simbolo dell* ar- 
monia, del cosmo, della bellezza, della perfezione, della divinità, 
del mistero divino. 

29 La finzione del nove, potenza del tre, come simbolo di 
Beatrice, per dare ad intendere che tutti e nove li mobili cieli 
al nascimento di lei si avevano insieme, e per significare ad 
un tempo che quella divina creatura era per sé stessa una 
emanazione della Santissima Triade, a cui s'era ricongiunta 
in morte, è fondata sulle dottrine cosmologiche del medi<r'evo 
e sui misteri più solenni delle religioni. — Il nove, formola 
di Beatrice, è pertanto la maggiore apoteosi che pi potasse 
immaginare da un poeta laico del decimoterzo secolo, che nei 
tempi del più fervente ascetismo poteva ben dimostrare che 
Iddio non vuole religioso di noi se non il cuore (Convito iv, 28), 
ma nel campo della filosofia positiva non poteva precedere né 
a Copernico, né a Galileo. 

3° Se il disegno architettonico della Divina Commedia, il 
più meraviglioso monumento d'arte medioevule/ha la sua spie- 
gazione nel libretto dove l'autore ragiona intomo ai numeri 
tre e nove, ha valido fondamento la congettura che l'abbozzo 
della Divina Commedia sia contemporaneo all' opuscolo della 
Vita Nuova. Ammesso poi che il nove sia simbolo di Beatrice, 
perché quel numero corrisponde al Paradiso cosmolcgico e 
teologico, poi considerato che la prima parola «ili* ^"Vita Nuova 
è appunto nove, non è temeraria l'asserzione che la idea del 
Paradiso, in onore e lode di Beatrice, sia stata concepita dal 
poeta prima d'ogni altra cantica, anzi prima ancora di dar 
princìpio alla stessa operetta dei suoi amori giovanili. 

4® Se le tre donne gentili della Vita Nuova hanno ispirato 
la creazione delle tre donne benedette, che congiungono, come 
anello d' un circolo, le ultime scene del Paradiso con le prime 
dell' Inferno, la congettura indicata acquista maggior grado di 
valore, e la genesi del Poema Sacro ottiene maggior luce. 
Imperocché, a chi ben guarda, il mistero della rappresentazione 
dantesca non incomincia né col primo nò col secondo dell' In- 
ferno, ma cogli ultimi del Paradiso, dove il poeta vede le tre 
donne dell'amore suo triforme : l'amore terreno in Beatrice, l'a- 
more intellettuale in Lucia, l' amore teologico o divino in Maria. 



y Google 



8TDDI SULLA DIVINA COMSIBOIA. 125 

[) di Lucia, che le ò vicina, fa conoscere il desi- 

trice, che si muove a pietà di Dante, peregrino 

Iva selvaggia. 

j vuol essere uno de'criterii da prenderai in 

lei casi di contestata autenticità, come avviene 

re pubblicate col nome dell' Alighieri. 

), Dei rapporti di alcuni passi della Vita Nuova 

ommedia. Estratto dai Rendiconti del Regio 

io, serie n, voi. vni, fase. vn. Milano, Bernar- 

inde a svolgere i seguenti punti: 
a nove della Vita Nuova vuol essere presa in 
io; — La ptnma idea del Paradiso è contem- 
ima apparizione di Beatrice, 
di Beatrice corrisponde alla seconda idea del 
VI primo Atto del mistero sacro, che ha prin- 
iso e termina alle porte infernali; — Al pro- 
di uscir fUori della volgare schiera; — Alla 
W suoi primi saggi poetici, di cui si fissa per 
state del 1283. 

a notizia de/rinfemo viene data nel 1289, per 
pubbliche. 

irte di Beatrice , V idea del Paradiso si fa più, 
ura, meglio definita, e V immagine di Beatrice 
dia scienza della Filosofia, 
^uova è dunque come in embrione od in germe 
aradiso; ma poiché i nove cieli di questa cantica 
itesi i nove cerchi deìV Inferno (già enunciato 
va), e fra l'uno e T altro regno stanno le nove 
Jon'a.si può conchiudere, che T idea delf intero 
òt?&V'5lla mente di Dante come un punto lumi- 
izione di Beatrice, e che da quel giorno nel- 
n svolse, si ampliò, prese forme proprie, chiare, 
>bili8sime, delle quali si vede T immàgine nella 
)n già in uno nò in due passi, ma in quasi tutte 
i prima parola nove, air ultima jfrase mirabile 

ro, Sulla composizione di alcuni Canti della 
fdia prima delV esilio di Dante. Nota letta nel- 



y Google 



126 STUDI SULLA. DIVINA. GOlfMBDIA. 

radunanza del 29 Aprilf 1875 del R. Istituto Lombardo. 
Milano, Bernardoni, 1875. 

L'Amati sì fa richiedere: Aveva Dante, prima dell* esilio, 
concepita Tidea dei Sacro Poema? Ne aveva egli disegnato 
l'abbozzo? E incominciato in alcune parti? Nella lingua laUna 

nella volgare ? Il racconto del Boccaccio e di Benvenuto d'Imola 
sulla composizione della Divina Commedia, ò degno di fede 
in tutto, in parte soltanto, o punto? 

Dopo un diligente esame viene alle seguenti conclusioni: 
I. La prima idea del Paradiso è del 1274, ventotto anni prima 
deir esilio. L'idea delle altre due cantiche, se non è contem- 
poranea a quella del Paradiso, non ha una data posteriore al 
1289. — lì. Il disegno generale o l'architettura del Poema, 
è anteriore alia composizione del primo capitolo della Vita 

Nuova, che incomincia colle parole: nove fiate — III. Il 

racconto del Boccaccio ha carattere perfettamente storico nel 
significato piti largo, ad indicare cioè che una parte della Divina 
Commedia fu scritta dall'Alighieri prima dell'esilio. — IV, Tutte 
le scritture deirAlighieri ideate e incominciate prima dell' esilio 
sono in volgare, quelle posteriori sono in latino. — V. In volgare 
erano i canti composti in Firenze. — VI. II poema ideato alla 
vista di Beatrice prosegue senza formale interruzione la vita 
dell'Autore. — La vita intellettuale di Dante, prima dell'esilio 
si svolge in quattro novennj. — Primo novennio, 1265-1274. 

1 primi affetti. — Secondo novennio, 1274-1283, dai 9 ai 18 
anni d' età. Il trivio. — Incomincia la vita del cuore. — TeriSb 
novennio, 1283-1292. II Quadrivio. — Quarto novennio, 12i^2- 
1301. Vita contemplativa (studi super, di filosofia e tc'i^logia) 
e vita attiva (pubblici negozi). L'Amati vuol concbùidere che 
r esilio di Dante fu un danno gravissimojier laf?<9t1ere italiane. 
— Nel ventennio che segui di vita ramin^fa e povera, V autore 
continua le opere in volgare, ideate nella gioventii e incomin* 
ciate a Firenze ; ma i lavori d' invenzione non hanno più V ori- 
ginalità, la novità, la bellezza del concetto e della forma che 
distinguono il cantore di Beatrice. 

Borgognoni Adolfo, La genesi delia Divina Commèdia. 
Ravenna, Tipogr. Alighieri, 1872. 

Dante s'avvisò, giovine ancora, di cantare V Inferno dei 
dannati, ma pare se ne ristesse per la difficoltà di trovare 



y Google 



STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 127 

rispondente, una topografia, una scena tale che 
are il suo ingegno matematico e ordinatore. — 
ce, ha una yisione, e si propone di dire di lei 

non fu detto d* alcuna, nella qual visione il 
le il germe e V accenno del Paradiso. E il cielo 
le porge V architettura ; come poi lo stesso dovrà 
to r idea della macchina dell' Inferno , la quale 
^, chi la consideri, che il disegno medesimo 
ome la macchina del Purgatorio non diversifica 
inferno, se non rovesciata. Anche il Foscolo ri- 
e dettasse alcuni canti del Paradiso prima di 
Itre Cantiche. Oltrecchò non solo il Borgognoni 
onìe e le rispondenze materiali, ma pur le morali 

prima e più spiccante delle quali si è il trovare 
iascuno dei tre regni una corte. 

Iesarb, Delle ore innanzi V orologio» a schiari- 

Hve dizioni e di passi di trecentisti, Milano , 

(Estratto dal Programma del Civico Ginnasio 

guilhon, professore e Proveditore nel 1857 alle 
), pubblicando il programma degli studii di quelle 
écegli antimessa una Dissertazione delle ore in- 
io a schiarimento di relative dizioni e di passi 
modestamente dirigendolo agli scolari del luogo, 
assico, finissimo di critica, importante di molta 
3 ristampato, ma perchè lasciato in quel pro- 
sorso a giovanetti è rimasto ignorato a segno 
tantissime diligenze dell'abate Ferrazzi, avvi- 
detto fatto in istudio di Dante. Fa la storia 
del giorno, prendendola sin dai Romani e dagli 
endo sino all'invenzione dell'Orologio e dopo, 
ir antico della Chiesa cristiana nelle forme delle 
Quest' essa avuto distribuzione di preci a tempi 
mziava al Pubblico, e il Pubblico accomodava 
izi il suo da fare. I Benedettini più disciplinati 
^mo che cantavano a mezza notte, poi Matta- 
ima, Terza, Sea$a (il mezzodì). Nona, Vespero e 
terza cadeva tre ore prima di meriggio, la nona 



y Google 



128 STUDI SULLA DIVINA OOSfMBDlA. 

dopo, 6 la Campana della Chiesa Matrice dava segno d* ognuDa. 
Rilassata nel clero secolare la disciplina, Notturni, Mattutino 
e Lodi furono uniti; la Prima si abbassò e prese nome di 
messa-tersaf e la sesta si uni alla tersa cominciando al punto 
in che quella finiva « e cosi fu della nona die prese il posto 
della sesia e soppressene il nome. Ai tempi di Dante nessuno 
più la conosceva che per mezzo-di, e se egli al xxx del Pa- 
radiso ancor la nominava per l'ora antica era per Fuso astratto; 
del che V Aguìlhon reca citazioni che non ne lasciano più alcun 
dubbio. E questa è la ragione per cui scrisse Dante la iers^a 
e poi la no7ia senza nominare la sesta. Indi espone la storia 
deir orologio che a' suoi tempi non era, e spiega i passi del x e 
del XXIV del Paradiso perchè si sappia che specie di macchine 
ivi citate. Con essa spiegazione e coir altra che quelle ore non 
erano battute da martello, ma sonate da Sagrestani, si elimina 
la credenza data da chiosatori che orologio fosse alla tori^ 
Badia di S. Pietro in Scheraggio o sulle mura.... » Scara- 
belli, Il Lambertino, iii, xxvm e seg. 

Algarotti Francesco, Lettera al Marchese Manara a 
Parma, Comparazione di alcuni passi della Eneide colla Di- 
vina Comedia. Porta la data del 6 Ottobre 1759. — Algarotti, 
Lettere filologiche, pubblicate per cura di B. Gamba, Venezia, 
Tip. Alvisopoli, 1826, p. 146-56. 

Lettera a Mad, du Boccage contro le lettere Virgi- 
liane del Bettinelli, — Algarotti, Opere, Livorno, Coltellini, 
1764. 

Alizbri Fedbrioo, Nella festa Commemorativa di Dante 
Alighieri celebrata dal Regio Liceo Cristoforo Colombo il 
XVn Marzo MDCCCLXXI, Oraziane, Genova, costipi del 
R. I. de' Sordo-muti, 1871. (Estratto dal Giornale La Scuola 
e la famiglia), 

« Hicorrrendo ben ispesso coir animo ai Canti dell' Alighieri, 
di mezzo a queir immenso di affetti, di pensieri, di sentenze 
e d'imagini, io feci prova di afferrare un concetto che tutte 
in una raccogliesse ed annodasse le parti del sacro Poema. > 
Ed ei crede, e si argomenta di mostrare, che < simili alle 
corde di Anacreonte tutte quante le sillabe del gran Poeta non 
rendano che amore. » 

Amalteo Francesco, Dialogo tra r ombre di Omero e di 



y Google 



STUDI SULLA. DIVLNA COMMEDIA. 129 

che di Dante, Per le illustri nozze Gera-Bellati. 
fltion, 1849. 

ANCESCO, Dante Alighieri e la Divina Com" 
mento staccato da una storia inedita del Medio 
Vieste, HerrmaDstorfer, 1874. (Per le Nozze 

brevi tratti e con bel garbo la vita del Poeta, 
ivina Commedia, della dottrina che s* asconde 
dei simboli, degli sforzi da lui durati a com- 
minio papale, insormontabile ostacolo al risor- 
azioue, in breve ci addita come ogni scienza 
^a nel sacrato poema, onde possiamo compren- 
ita e r importanza del concetto ond* è animato. 
ci ha pur promesso: La Visione di Dante 
1*0 Esposizione ragionata della Divina Com- 

osi nel programma d* associazione, tende a pò- 
tudio del Poema sacro, a rilevarne i concetti, 
L allegoria, la storia e la filosofìa in esso con- 
)manda per la novità degli argomenti e delle 
uali è esposto. » Doveva uscire dalla tipografia 

DO. 

ì'rancesco, Di una dottrina circa l* ideale del 
ia da Dante e dal Petrarca, Lezione. Scritti 
id inediti, Voi. i, p. 377-388. Firenze, Civelli, 

ne è un commento filosofico ed estetico a tredici 

decimo terzo del Paradiso, e al sonetto del 
on Memmi pel ritratto di Laura. L'Ambrosoli 

1 quelle terzine di Dante si trova chiarissima 
lostri Estetici, che i fenomeni non corrispon- 
imente a quelC ideale che noi concepiamo, guar^ 
fezione ond* è improntato V universo. La natura 
na rimagine OaTidea; e ciò appunto (osserva 
rchè quanto essa produce in questo basso mondo 
materia contingente e peritura come i fenomeni 
Qano i moderni. Non importa se per venire a 

r Alighieri ci d^itrinse ad avvolgerci in quelle 
le allora correvano intorno alle influenze celesti: 

9 



y Google 



130 STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 

il fatto 6Ì è che egli vide essere difettive tutte le opere della 
Natura in confronto della perfetta potenza del Creatore, e 
perciò anche in confronto di queiV ideale che noi ci foroiianio 
nella nostra mente. E questa dottrina che ne' moderni ci ai 
presenta come V ultimo termine a cui la scienza abbia potuto 
.condursi, egli per lo contrario T adopera come cosa general- 
mente saputa, a chiarire una questione più astrusa, un pro- 
blema di filosofìa teologica. 

Oltre a ciò TAmbrosoli nota che Dante, mentre da una 
parte concorda con gli Estesici moderni, dall'altra poi si divide 
aflatto da loro. Concorda, come vedemmo, col dire che la Na- 
tura dà sempre scemila nelle singole sue opero la luce (come 
egli la chiama), o come noi diremmo. Videa della pei'fezione 
assoluta. Ma gli Estetici poi insegnano, che l'artista sotto 
questo rispetto può vincere la Natura, perchè il suo spirito 
libero e padrone non sog<2:iace nelle sue opere a tutti que' casi 
che nelle produzioni naturali impediscono o guastano la per- 
fetta bellezza. E Dante invece non ammette in ciò differenzia 
alcuna dalla Natura all'Artista, anzi dice espressamente che 
la Natura dà sempre scema Videa — similemente operando 
all'artista, — e ha r abito delV arte e man che trema. Se gli 
Estetici (proseguo l'Ambrosoli) intendono di significare che 
l'artista, operando con libera volontà, può fuggire alcuni di 
quegli sconci o di quelle imperfezioni a cui soggiacciono spesso 
le produzioni della Natura, dove tutto aaccede per semplice 
attività istintiva, nò v'è previdenza, ne cura che allontani o 
rimova gli ostacoli che so lo posson fraporre; in tal caso essi 
dicono il vero, ma non insegnano cosa d'alcun momento. Se 
poi voghono dire che l'artista non abbia egli pure dalla ma- 
teria e dagli istrumcuti che adopera qualche impedimento ad 
esprimere, noti ^o\oV ideale oV assoluto, ma anche un'iraagiue 
od un concetto qualunque che tolga a rappresentare; in questo 
caso ciascuno sentirà facilmente che l'Allighieri vide assai meglio 
di loro la verità. ^ 

Commentato quindi il sonetto del Petrarca sovra indicato, 
lo traduce mirabilmente nel linguaggio di Dante, e conchiude: 
Vediamo pertanto avere il Petrarca avuta opinione, che vi sia 
un ideale del Bello a cui noojcorrisponde mai pienamente nes- 
suna opera nò della Natura nò dell'Arte: primamente percbL- 



y Google 



STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 131 

&0Q latta la bellezza archetìpa traluco dalia materia in che la 
Xàtora è costretta di chiuderla per renderla percettibile: poi 
perchè non può mai essere tutta veduta dagli occhi né ritratta 
ddUe mani dell' uomo, che sono cose (|)er usare una bella frase 
(li Seneca) tarda ad divina. Vediamo -inoltre nei nostri due 
primi poeti una stessa dottrina intorno all'arte: e questa con- 
formità di due grandi scrittori contemporanei ci conduce a 
pensare di qualche fondamento comune alla loro educazione 
intellettuale. Dante e il Petrarca appartengono ancora a quella 
era che fondò per tutta Italia Republiche e Principati, senza 
molto discorrei'e di teorie politiche e civili; a quell'età operosa 
che visse di fatti, non di parole, e in ogni parte della vita po- 
blica e pl^ivata attese a progredire, non a parlar di progresso. 
Tuttavolta non è da credere che gli uomini operassero allora 
p#T non so quale istinto che li guidasse al grande e al perfetto: 
laolto meno è credibile che noi riusciamo da meno di loro 
perr-hè siamo più eruditi e più culti. Apparisce dagli esempi 
^ià addotti che Dante e il Petrarca poetarono, non per istinto 
ni natura soltanto, ma secondo certo massime e certi princìpj 
in tutti e due conformi: e chi cercasse più sottilmente nelle 
loro opere di verso e di prosa, potrebbe forse cavarne com- 
piuta U teoria dell'Arte da loro adottata. Frattanto a me basta 
per ora dedurre da quanto abbiamo veduto fin qui che all'Al- 
ligh'eri e al Petrarca non furono ignote le principali dottrine, 
alle quali i moderni imposero un nuovo nome, ma non poterono 
niìgliorarne gran fatto l'essenza: e questa verità io propongo 
«ia considerare, non già per vano orgoglio di nazione, ma porchò 
.«erva a persuadere ciascuno che l'ingegno non si mostra mai 
;rrande ed eccellente a caso, ma per lunga e diligente cultura; 
e che presso i popoli saliti al sommo nelle arti non mancò 
mai la teoria, benché attendessero più a praticarla n Ile opere 
che ad ornarla colle parole. 

Baldacchini Saverio, Sulla Lettei^a di Frate Ilario del 
Corvo. Baldacchini Prose, il |k 21-50. Napoli, Stamperia del 
Vaglio, 1*^73. 

11 Baldacchini è convinto che la scena rappresentata nella 
lett4;ra italiana fu vera ; ma se fu immaginata, ei convien dire 
che fu immaginata da un'anima pari a quella dell'Alighieri, 
il che non gii sembra probabile. 



y Google 



132 STUDI SULLA DIVINA OOMMBDIA. 

P. F. Bonaventura da Sorrento, Cappuccino, Dante e ia 
Divina Commedia, A/^punti'. . Napoli , Tipografia degli Accat^ 
toncelH, 1872. 

Premessa per sommi capi la vita del Poeta, discorre del- 
1* originalità della Divina Comedia, ci espone la meccanica del 
regno della wiorte gente, del secondo, ove rumano spirito si 
purga, di quello, deiforme; la. gloria di lui che mostrò ciò che 
potea (a lingua nostra, annovera le bellezze, di che s* ingemma 
r altissimo Canto, e ne espone il concetto principale. Secondo 
lui, il vero concetto di Dante è il concetto cattolico, racchiuso 
nelle tre parole — Dio, Chiesa, Uomo; ovvero Tuomo che 
deve giungere a Dio a mezzo della Chiesa, Dio che vuole la 
maggior sua gloria nella salvezza dell' uomo mediante* la Chiesa. 
Il* Cappuccino si mostra di parte, torce e coarta i concetti di 
Dante come meglio gli fa, si che dal fatto, in molti luoghi, 
il suo dir torna diverso. 

Caetani Michelangelo, (n. il 20 Marzo 1804) Della Dottrina 
che si asconde nelC ottavo e nono canto delC Inferno della Di- 
vina Commedia di Dante AUighieri, Esposizione nuova. — 
Venerabile donum fatalis virgae. — Al sapientissimo — Conte 
Carlo Troya — delle lettere delle storie della Italia — onore 
e lume chiarissimo — M. Caetani — Ammiratore riverente 
grato — Questo libro suo — Dona e raccomanda. Roma, 1852, 
Tipografia Menicauti. 

Matelda nella divina foresta della Commedia di Dante 

Alighieri, Dissertazione Tusculana, Roma, Salviucci, 1857. 

Di una più, precisa dichiarazione intomo ad un passo 

della Divina Commedia di Dante Alighieri nel C xviii del 
Paradiso. Roma, Menìcanti, 1852. 

Il Salviucci in elegante volumetto di pag. 70(1876) ripubblicò 
tutti e tre i lavori del Caetani, i quali quanto erano stati am- 
mirati da eminenti Dantisti quando videro primamente la luce^ 
tanto erano desiderati invano dai nuovi studiosi. 

« Nel primo s'investiga chi sia quel messo di Dio, che colla 
verghetta apre a Dante l'accesso alla vietata città di Dite; 
nel secondo si ricerca chi sia storicamente Matelda, che il Poeta 
trova nella divina foresta del Purgatorio; nel terzo, critica- 
mente e anche graficamente si determina il significato del 
r ingigliarsi dell' emme nel xvni canto del Paradiso. Quest'uU 



y Google 



STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 133 

i troverà forse niun dissenziente, tanto bene 
I r espressione dantesca ; quanto alle altre due, 
) accolga, non potrà a meno di far la debita 
I deirAutore. Che il messo di Dio non sia un 
hiaro dal verso del Purgatono: Ornai vedrai 
Ui, che significa come Dante non ne avesse 
i nel suo mistico viaggio ; oltreccbè e sarebbe 
iglio far discendere entro V Inferno alcuno degli 
liso. — Ma che cotesto messo sia Rnea, e la 
quale è aperto Dite sia il venerabile donum 
to dalla sibilla air eroe troiano, non forse tutti 
ebbene il Caetani esponga con poderosi argo- 
erpretazione , e abbia dalla sua T autorità di 
desimamente, ci par chiarissimo che la Matelda 
on possa, per le ragioni lucidamente dichiarate 
;r la guelfii Contessa di Toscana, ma non tutti 
la beata Matelda di Germania, madre del- 

>one Ad ogni modo sia questa o quella la 

a fra le tante che vengono proposte, certo è 
la Gran Contessa appare omai quasi perduta: 
la colla sua dissertazione tusculana portato un 
luova Antologia, Maggio, .1876, 200; Rivista 
, 1876, p. 376; Renieri Antonio, La Riforma, 
Xq.òì; De Gubematis, Ricordi Biografici, 300. 
il 1865, perdette per intero la vista. La seconda 
ria della Dicina Commedia dichiarala in sei 
epigrafe questa terzina di Dante: 

) abbondante f^azia, ond*io presunsi 
;car lo viso per la luce eterna 
nto che la veduta vi consunsi! 

0, — Dante — Storia della Repubblica di Fi- 
Barbéra 1875 — Dante Alighieri. — L. lì, 
172 — L. Ili, C. IX, p. 345, 353 e 360. 
i certamente, scrive il Capponi, il sommo tra 
lostra lingua, perchè fu il sommo tra quanti 
nai la nostra gente. — € La stesura del sacro 
Ica del condensare ivi gli affetti ed i penaieri 
USL comprendeva , lo fecero macro tutto il ri- 



y Google 



IS^i STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 

manente della vita: ne usciva il libro più intero in sé stesso 
che umano ingegno mai pensasse. Come ni una opera di poesia 
si spazia su tanta ampiezza di cose, dai tramiti angusti della 
vita materiale fino alle più alte rivelazioni della coscienza; 
cosi nessuna riesce a comporre tante cose in un concetto unico. 
Bel quale Dio, Tuomo e l'universo, come Tuno air altro ne- 
cessario, si offrono insieme air intelletto e a tutta T anima 
del Poeta: in ciò a mio credere sta la preminenza deirAlighieri 
tra i poeti d*ogni lingun. Altri ebbe forse dopo lui in altra 
idioma e sotto forma drammatica, una vena più ricca e pos- 
sanza di creare in maggior copia immagini vive; prodotti di 
una facoltà inventiva che una dopo T altra e ognuna da so 
le fa passare incessantemente dinanzi al pensiero, come obietti 
nei quali non pare che egli si fermi o che più all'uno che 
air altro consenta. > 

« Ebbe il maestro di Dante, Virgilio, più di lui squisito e 
fino il sentire di ciascuna cosa, e dolce e armonica sempre la 
parola nutrita d'aJEfetti. Ma per T Alighieri il mondo pare che 
si rifletta insieme tutto dentro a lui solo; talchò in lui sta 
r unità del Poema suo e sta insieme T universalità, perchè il 
pensiero di lui ambiva come da un centro a una circonferenza 
volgere il sesto, fino ali* estremo dove non vanno altro che le 
idee, e tutte chiuderle in eà stesso. Cosi nel libro ò tutto V uomo, 
e quindi il nome di lui ha quasi un culto nel mondo. » — 
Nel capitolo ix dopo di aver ragionato del Petrarca, licondotta 
la mente dello scrittore a pensare di Dante, e di quel secolo 
più robusto, più virile, dice : « Ma quanto^rande sia la infe- 
riorità di questo secolo del Petrarca messo a confronto di 
quello di Dante, si fa manifesto per la di Aderenza che tra essi 
corre sul concetto dell'amore. Laura è una donna ed il Pe- 
trarca un innamorato; T amore da lui portato alla somma 
altezza sua e purità, tuttavia ò amore co' suoi affanni e le sue 
dubbiezze, che « sana e uccide » e si avvolge per isquisite 
^delicatezze nelle infinite sue varietà di casi, per cui ralK^tto 
tra quelle anime virtuose pure ebbe una istoria. Laura puris- 
«ima riposa sul margine delle dolci acque, mentre « un nembo 
< di fiori cuopre ad essa le vesti leggiadre, e il grembo e le 
« treccie bionde: > ò bella, ma tu puoi immaginare quella 
bellezza, puoi ricordare donna veduta o donna pensata, e nella 



y Google 



STUDI SULLA PIVINA COMMEDIA. 135 

i tuoi fino agli affetti del grande autore. Ma 
'Alighieri non è propriamente donna, ma vi- 
tra gli uomini altro che mostrarsi, saluta e 
»cchi non T ardiscono guardare; > ma egli la 
cuore ed al pensiero, senza che amore giammai 
rta di lui; nò prima che in cielo, fu mai tra 
me. > 

losrÈ, Dante. Dello svolgimento della Tiettera- 
- Studi Letterari. Livorno, Vigo, 1874, p. 60-60. 
)presenta il popolo vecchio — Dante prese dalla 
a delFanterior generazione la poesia lirica, la 
dottrine scolastiche per sollevarli a un i leale 
meditazione e contemplazione miì^tica. Appresso 
i di giustizia di Giano Della Bella diedesi a 
di filosofìa e di arte civile sempre negl'inten- 
lurazione e di progresso a un tempo, del comune, 
prima opera italiana, ove l'elemento nazionale 
I un ben determinato concetto si della scienza 
antiche, e con la trattazione per volgare delle 
iche che segna a un'ora il primo passo alla 
della scienza e alla confermazione classica 
. E il- poeta aveva dalla parte sua fatto di tutto 
rapido corso della democrazia, si era adoperato 
per entrare come nella civiltà del comune cosi 
ca del popolo nuovo. Ma dopo il colpo di stato 
i, e degli oligarchi guelfi, senti ch'ogni riven- 
ca e legale tornava oramai impossibile, che il 
Lveva finito : in lui risorse l' antico aristocratico . . . 
nisurataroente, nel rimpicciolimento de' concetti 
lasfiioni di parte, come smisuratamente si svolse 
i termini nostri quell'animo e quell'ingegno! 
vono l'Italia l'arte ed il mondo a quell'esilio, 
fiorentino, d' un poeta elegiaco, d' un trattatista 
Tuomo fatale, il cui severo profilo, nel quale 
un'epoca della storia umana, domina i secoli, 
il profeta non nazionale, ma europeo, ma cri- 
medio! ... E air idea sociale e politica risponde 
opera di Dante il concepimento estetico: egli 
\ a raccogliere in sé i riverberi delle mille e 



y Google 



136 STUDI SULLA. DIVINA. OOMMBDIA. 

mille visioni del medio evo, e a rispecchiarli potentemente uniti 
su*l mondo: giunse a tempo a chiudere con un monuoaeoto 
gigantesco V età delKallegoria . . . Egli nella solitudine dell* esilio, 
in una notte di dolore, imaginò, disegnò, distribuì, adornò, 
dipinse, finì in tutti i minimi particolari, il suo monumento 
gigantesco, il domo e la tomba del medio evo. . . . Dante, com'* è 
natura de* poeti veramente grandi di rappresentare e conchiu- 
dere un grande passato, Dante fu V Omero di cotesto momento 
di civiltà. Ma son momenti che presto passano; e i diversi 
clementi, dopo incontratisi nelle loro correnti, riprendono ognun 
la sua via. Per ciò avvenne che della Divina Commedia, rima- 
nendo vìvo tutto quel ch*ò concezione e rappresentazione ìq~ 
dividuale, fosse già antica fin nel trecento la forma primigenia, 
la visione teologica; per ciò Dante non ebbe successori in in- 
tegro. Egli discese di paradiso portando seco le chiavi dell'altro 
mondo, e le gittò nelF abisso del passato : niuno le ha più ri- 
trovate. > 

Dante, Petrarca e Boccaccio* Id., p. 71-75. 

DeUa varia foHuna di Dante. Id. p. 239-370. — V. 

Man. Dant iv, 50. 

Castiglia Benedetto, La mia dottrina intomo a Dante, 
Estratto dal Courier Frangais italien, ed inser. trad. nella 
Favilla di Palermo, A. xiv, n. 3, 11 die. 1857. 

Dante Alighieri, ossia il problema dell'umanità tiei 

Medio Evo. Favilla di Palermo. 

Ceochi Leopoldo, Dante. V. Rivista Europea, Giugno 1875, 
p. 91 e seg. 

Cbrbsbto Giambatista, I. La Divina Commedia è un mo- 
numento storico. — IL La Divina Commedia è un monumento 
sdenUfico e dottrinale. Della Epopea in Italia, ecc. Torino, 
Pomba, 1853, p. 32-50. — V. Man. Dani, ii, 561, 574. 

Cbrritblli av. Pietro, Pensieri sulla Divina Commedia. 
Chieti, Del Vecchio ed Orlando, 1871, p. 04. 

Dante abbellì la scienza con la poesia: volle, secondo ^U 
stesso dettava nel Convito, un accordo indiatrattibile« un ma- 
trimonio etemo fra quelle due manifestazioni del pensiero 
umano. — Dante adoperò il linguaggio figurato, imperoochò 
così e non altrimenti gli era d*uopo mettere iosterae 1* antico 
ed il nuovo sapere, sotto il velame degli versi strani. — La 



y Google 



STUDI SULLA. DIVINA COMMEDIA. 137 

i ò il medio evo realizzato, come vuole il De 
Qttosto questo e tutto il tempo anteriore air evo 
itto r avvenire ; poichò quando V umanità si con- 
izzata, non ò più nei limiti del tempo; ò la vera 
>io; è quello che avrebbe dovuto essere, e quel 

dovrà addivenire. — 11 poema di Dante ha, 
lei didascalico ; si accorda col bello, col buono, 
) a correggere la società depravata, rirondurla 
azione. Una tale mescolanza d'idea e di forma, 
e di cristianesimo, di verità a priori ed a pò- 

passata, presente, futura, di favola e di vero, 
> di storia, di teologia antica ch'era filosofia 
teologia moderna che è un passo a cui perviene 
De, non deve riguainlarsi a guisa di una com- 
& e grottesca; ma piuttosto come processo scien- 
contiene T analisi e la sintesi, la scienza e Parte, 
ùrito e della natura, la immaginazione e la realtà, 
figurato. — Per Dante non la ci'edulità ma la 
ofica è messa innanzi, mentrechò si professa 
) zelante cristiano. Egli ben pensò come Tapo- 
>8tra religione si estende ad ogni cittadino che 
era la chiesa terrestre dalla chiesa celeste. — 
i di tempo e la diversità di costumi distinguono 
>. — Non basta di raffrontare con la storia il 
andio richiedesi che T elemento filosofico spazii 
* ideale, e si avrà T anima di quel colosso dei- 
italiana. — Il bello neiralta idealità dì Dante 
rientifico ad un tempo. In quanto all'arte è in- 
ione e coordinamento, armonia del fantastico e 
lanto alla scienza ò chiarore che si spande in 
n'individuale sapere, e pareggia il lume della 

— La scienza filosofica e la scienza estetica 
B cidi della medesima comprensione: entrambe 
Denti di universalità, e con la veste del sensibile 
apparizione dell'idea... Degl* influssi speculativi 
ras £ftDta8Ìa di Dante, egli concepì il disegno 
li congi unger» il passato all'avvenire coi legami 

se la storia è verità del bene, o provvidenza* 
il determinarsi delia pura idealità, manifestaa- 



y Google 



138 STUDI SULLA. DIVINA COtBIEDlA. 

dosi nei fenomeni, ò istoriare le idee ò filosofare, con espres- 
sione artistica, è il bello considerato nel sno più alto colloca- 
mento. In ciò io credo che debba rintracciarsi l'allegoria ge- 
nerale del Poema, e che ad essa si pervenga senza confonder!»!. 

La Commedia non è un sistema fìlosofico , ma il tipo di 
lutti i RÌ«»temi: non ò solo la storia, ma ancora la ragione 
che la informa : non è astrattezza che non rientri nel concreto : 
è invece realizzazione di un ideale da cui prendono colorito T in- 
terno e re5*terno dell'individuo, della società, della umanità, 
la vita intell**ttiva, la vita pratica, la morale, la politica. — In 
breve il Fiorentino intendeva ad una meta ove scienza e bel- 
ifzza formassero un medesimo prin<*ipio, meglio dichiaralo dal 
nostro Viro, il quale faceva discendere quel duplice concetto 
dall'idea di ordine. — K la Commedia sacra vale sacj'a rap- 
presentazione, e nel gran Dramma faceva d'uopo mettere in 
movimento tipi ideali, non era possibile che a tanto si perve- 
nisse senza adoperare la forma allegorica nella quale com- 
penetrarne la idealità e la realtà. — Sofocle ed Aristofane 
immortalarono il dramma greco e so stessi. Dante fece uu 
dramma che riassume tutti gli altri: Milton e Klopstok non 
possono essere termine di paragone con lui, appunto perchè 
mancanti di quella idealità onde il punto di partenza simbolico 
ravvolge dentro un mare dt luce i fotti storici, e con essi 
inalza monumenti di nazionali reminiscenze. 

D. A., Florilegio Dantesco, o Studi della Divina Comedia 
di Dante Alighi*:ri, Ancona, Aureli, 1847. 

Db Cosmi Giov. Agostino, Elementi di filologia italiana e 
latina. Palermo, 18U3. 

II Can. Giov. Agostino Do Cosmi, cui la Sicilia deve la 
scienza pedagogica, con l'amoroso zelo <Ae tutto accendevalo 
per il bene della gioventù, nei ii voi. degli Elementi di filologia 
inserì un lungo giudizio che intitola DeUa lettutyx di Dante, 
nel quale ragiona della lingua e dello stile della Commedia, 
ch'ò come modello in cui si ravvisano i vivi colori defo elo- 
quenza e della poesia. Commenta le panile di Dante rolte a 
Virgilio, quando appellandolo suo maestro ed autore gli dice : 
Tu se' solo colui, da cui io tolsi lù bello stile, che m'ha fatto 
onore, e prova che ^ lo stile di Dante ò perfetto, perdio ha 
originalità, novità, evidenza, energia, brevità, e dice Dante feli- 



y Google 



STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 139 

escrizione, e dipintore mirabile di caratteri e di 

I VicENZO, Gli Angeli nella Divina Commedia. 
a e Critica. Palermo, Lauriel, 1874. V. Man. 

— Sugli Angeli di Dante e specialmente su 
i^atorio, V. Alb. Róndani, I tre regni Danteschi 
nt. Giugno 1876, p. 281; Botta Vinc. The An- 
13. 
lAMBATiSTA, La Dtcina Comedia, opera patria^ 

storica, poetica. Pistoia, Gino, 1837. 
seguenti lavori: I. Vita di Dante raccolta da" 
:i ed illustrata dal Fanelli. — U. Ginguenè , 

deir Opera. — - III. V. Monti, Dello stile di Dante 
aiglianza al Virgiliano. — IV. Sirocrhi Dionisio, 

alcuni passi di Dante. — V. Perticai^ Giulio, 
io di Dante. — VI. Silvestri G., Lezione sopra 
media. — VII. Fanelli Giamb., Discoi*so che la 
dia è poema sacro-morale e storico-politico. — 
uarci del discorso di U. Foscolo. — IX. Origini 
ommedia di Osanam. 

LosA, Dialogo sulla Divina Commedia. V. Bal- 
8, I, 200. 

Giusto, Dell'Eloquenza libri tre. — Dante ^ p. 
muori intomo al poema di Dante, p. 333-54. 

una nuova edizione di Dante, p. 355-57. 

II Raffaello, Disegno storico della Lelter. ital. 
>ni, 1875. — Lezione ni. Dante, 23-37. — Di- 
Esempi in appendice al Disegno storico. Firenze, 

27-67. 
Giovanni, Sctntti Danteschi ora per la prima 
? notevolmente ritoccati daW Autore, con giunta 
. Firenze, Success. Le Mounier, 1876. 
i^ severo investigatore del vero, lo cercò con 
a né' libri scritturali, ne' Padri, ne' filosofi, ne' poeti 
ante fra tutti, perchè stupendo accoglitoi-e del- 

e del nuovo. Ed ogni concetto de' suoi scritti 
ita, che gli piacque accogliere in un volume, fu 
sato pel solo amore del vero. Da pertutto, fin 
indiente, traspare la schietta bontà, e direi letizia 



y Google 



140 STUDI BULLA. DIVINA GOMBIEDIA.. 

dell* anima sua da verità condotta a bellezza: e gìk ei li vede 
nella sua mente questi due mirabili aspetti del valore infinito 
rìmandarsi lume quasi come due volti soavi, onde ride umca 
letizia d'amore. — Da principio, cei'cando soprattutto io Dante 
il pensatore e la piii luminosa guida della vita, scrìsse Beile 
ragioni supreme deW istoria secondo fa mente delC Alighieri, 
la quale opera tiene quasi un terzo dell* elegante volume. B 
impossibile, scrive il critico della Nuova Antologia. Maggio 1876, 
p. 201 , dare esatto conto in un Bollettino bibliografico del* 
r importanza di essa, e basterà accennare che vi si discorre 
fu tre parti della Umana famiglia nella sua storia, degli 
Angeh cooperatori degli uomini, e di Dio nella vita delT umana 
famiglia; in una Appendice poi sono raccolti alcuni Pensieri 
Danteschi intorno alla filosofia della storia, considerata come 
scienza. Apparecchiatosi al grave lavoro con severi studi di 
teologia e di patristica, egli segue nella Divina Commedia il 
logico svolgimento del concetto di Sant* Agostino, e lo espone 
in forma dommatica, ma sempre così lucida e piana che ricorda 
le scritture del ti*ecento. Ci sembra questa la migliore intro- 
duzione che possa darsi alla piena intelligenza del pensiero 
dantesco, intorno alle relazioni tra Dio e Y umanità. Oltre alle 
minori dissertazioni su Gregorio VII, sul Veltro, sul Satana, 
ingegnoso rafironto del dantesco col miltoniano, esuli* impor- 
tanza del porre studio massimo nella Divina Commedia, il 
presente volume contiene due operette estetiche della Evidenza 
Dantesca e della Beatrice (l>e\V Evidenza Dantesca V. p. 119). 
La seconda ricerca qual fosse V anima del Poeta, rispetto alla 
sua Donna, nelle ascensioni del pensiero e dell' affetto spirìtuale, 
e cosi dopo aver ragionato della Beatrice terrestre, ce la mostra 
trasfigurata in visione poetica che salva dagli errori mondani 
il trepido amante, e beandolo d'ineffabile dolcezza, lo leva a 
contemplare i sublimi fulgori. 

Poeta egli stesso spiritualissimo, il signor Franciosi ò abile 
a spiegare con acuti avvedimenti i molteplici ^ensi della parola 
dantesca ed il magistero di quell'arte unica al mondo eh'' è 
nel tempo stesso simbolica e divinamente inspirata. Il solo ap- 
punto che può muoversi alla sua maniera di critica^ egli ben 
lo conosce , e prevedendolo vi risponde con queste parole : 
< Chi poi dicesse che, meditando sulf opera altrui, troppo io 



y Google 



STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 141 

[ mio, non gli vorrò male per questo; ma libe- 
rò; che suir opera altrui (uè poteva fare altri- 
meditai con amore, e che V amore di necessità 
.... » 

gì, // dialetto di Verona nel secolo di Dante. 
e. Voi. VI, 1873, p. 281-324. 

NBMBRITI DELLO STUDIO DI DaNTE. V. MELANDRI. 

'iCENZO, Come Dante usasse la mitologia. Del 

, Honamici, 1846, p. 224. 

ER Alessandro, Del sistema mitologico di Dante, 

letto nelC Ateneo di Venezia li 13 Marzo 1837. 
0. Venezia, Andreola, 1839; 'Discorsi ed altre 

Fontana, 1843, p. 152-169. 
oducendo nel suo poema gli antichi esseri mi- 
gliò della divina lor veste per mostrargli, a cosi 
la diabolica lor nudità. Ei si valse dei miti, sì 
ioni, di memorie, di reliquie dell* antica poesia; 
9mi e le forme, ma ne cambiò affatto l'essenza; 
, al lume del cristianesimo, che tutte folgorando 

i , tutta ne discopre la vanità Dante fii il 

nerare colla face delle cattol icbe verità le favole 
li tutto al più non apparivano ai suoi occhi che 
I o contraffazioni di fatti reali e di popolari trar 
)Oeti avvolsero nel velo mitologico, per acquistare 
ore autorità e maggior fede. 

Luciano, La Mitologia e la prima Cantica della 
*dia, Studio comparativo. Treviso, Zoppelli, 1876. 
i proposti di studiare la genesi della forma sen- 
te ha saputo dare alla concezione maravigliosa 
}, non potemmo esimerci dal procedere secondo 
parati vo, legando cosi il concetto cristiano, pel 
illa forma, qoUe tradizioni favolose d'Occidente, 
conoscono di fonte indiana. Dante , è vero , non 
erno : lo ti'ova nel catechismo della sua fede coi 
altri misteri ; ma dal momento che in quello a 
nescolarvi buona parte dell' avemo mitologico, ci 
on cosi di voler saperne il perchè, quanto, cogli 
3za e delle scoperte odierne, di paragonare il suo 

mondo di oltre tomba con quello dogi' indiani iu 



y Google 



••• 



142 STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 

cui e l'uno e T altro inconsapevolmente si rìQettono 

nendo al mito d* Inferno , non smentisce ia natura e l' u; 
suo nella paganità, nemesi inesorata per gli scelerati < 
empii: domraa di fede nel nistianesimo , tale signoreggia 
purgatorio e col paradiso nella Divina Commedia, ove si pi 
qual contenente fanUistico per accogliervi parte dell' èrebo 
tico. > 11 sig. Si:*sa ci annunzia d'imminente pubblicaziot 
' sua Tetralogia Dantesca, studi comparativi. Abbraccerà < 

La Mitologia e C Inferno — Le Visioni e il Purgatorio - 
Deità e il Paradiso — L' Uomo e la Poesia nella Divina ( 
media. 

GiRGENTi Gabtanina, Le donno nella Divina Comm 
L'Arte di Palermo, A. il n. 13, 1 Luglio 1871. 

Tommaseo Nicolò, Le donne del Poema. Discorso agg 
• al Canto ir dell'Inferno. 

Lorenzi Girolamo, Le donne della Divina Commed 
Dante. Racconti e Commenti. 

« Presi per soggetto, cosi il Lorenzi, un argomento a 
alle lettrici, per cui feci il lavoro: cioò lo Donne di cui 
Dante nelle tre Cantiche. Divisi pertanto il lavoro in sei 
Nella prima do una breve vita di Danto, coH'esposizio 
tutto il piano, o congegno artistico del poema, ed un r 
na mento sulla bellezza ideale o poetica e sui pregi e < 
delle donne in generale. Nella seconda per via di narr 
e di brevi co menti parlo di tutte le donne dell* antico 
nuovo Testamento, citando i versi di Dunte; e così fo 
parte terza per quelle della Mitologia o dell* epoca Mi tolc 
nella quarta per le donne della storia antica profana; 
quinta per quelle della famiglia di Dante e per le sue 
«centi; nella sesta per quelle in cui tratto delle donne i 
ginarie di cui abbonda il poema, dove avrò agio d'intrc 
alquanto lo lettrici nei più elevati, insegnamenti dell' esi 
della morale e della tìlosofia. » Dal Programma. Milano, R. S 
1876. — Il Lorenzi ce ne diede un Saggio nel suo libr 
Firenze nel secolo di Dante, che ci fa dubitare assai de 
lltà del lavoro. 

Giuliani Giambattista, (n. nel Comune astigiano di C 
il 1 Giugno 1818) Dante e il vioente Linguaggio Toscan 
scorso letto nelC adunanza solenne della R. Accademia 



y Google 



BTUDI SULLA. DIVINA COMMEDIA. 143 

Olisca il lodi SeUembre 1872. Firenze, Stamperia Reale, 1872. 
- Id. Il Propuguatore, 1872, Voi. v, p. 157-79. — Id. 3/o- 
ralìtà e poesia del vioente linguaggio della Toscana, Firenze, 
Le Monnier, 1873. 

Il Giuliani piglia a risolvere la celebre questiono che da 
Uuto tempo ai sta agitando in Italia, se, cioè, la nostra lingua 
hìa. fiorentina, toscana o italiana; e, per venirne a capo, ricorro 
a Dante, né senza ragione : che la lingua di Danto ò la lingua 
d* Italia, e però quale è quella, tale è ancora questa. Ora egli 
toglie a dimostrare che la lingua della Divina Commedia ò io 
stesso linguaggio che il popolo toscano, privilegiato di gusto 
e di gentilezza, ha custodito sino al presento» Nò ciò egli fa 
con argomenti astratti e con briosi argomenti, ma con T aluto 
Ci semplici tatù appresi alla scuola di Dante e del popolo; 
inétituisce un riscontro tra la lingua di Dante e quella che si 
continua ancora sulle labbra di toscani. 11 raffronto ei lo fa 
as!»ai chiaramente vedere nelle parole, no' traslati, nello frasi, 
ne' costrutti, negr idiotismi, ne' proverbi, neir armonia imitatrice, 
in quelle scorciatoie, o tragetti, come li dicono, dove maggior- 
mente pare la efficacia e la vita del parlar toscano, in somma 
in tutte quelle cose che alla materia, alla forma, alla vita della 
lingua si attengono. La materia de' suoi raffronti ei la prende 
dalla montagna pistoiese, da Montamiata, da vai di Lima, da 
vai di Nivole, dove la vena del parlare si mantiene più pura 
e più incorrotta; e ne inferisce che della nostra lingua il ger- 
moglio è nel dialetto toscano, ma migliorato per virtù d^inne&to, 
la cui marza fu l'ingegno de' migliori scrittori italiani e par- 
ticolarmente di D.inte. 11 quale trovando nel parlare toscano 
un germe rigoglioso sì , ma rude e selvatico , lo fece divenir 
pianta buona gentile, illeggiadrendola col suo ingegno e am- 
pliandolo coir assimilargli i dialetti della rimanente Italia. Dante 
volse l'animo e lo studio a magnificare i dialetti toscani, rao- 
.strando in atto e palese quella bontà che aveva in podere e 
occulto, e dalla ricca e pur dispregiata miniera di esso, seppe 
cavare le masse informi di preziosi metalli , che setto la sua 
maestrevole mano si rafSnano, si perfezionano, e di perfetto 
e incancellabile conio si suggellano. Le quali cose tornano al 
certo a gran lode di Dante e del linguaggio toscano ; di Dante 
che seppe cosi bene forbirlo, dilargarlo e perfezionarlo, e di 



y Google 



144 STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 

quel dialetto che tanto docile si porse airiotenzion deirartc 
e tanto disposto a ricevere la impronta di quel nobile ìngegao 
F, Linguitì, Gazzetta d'IUlia, 7 Marzo, 1873. — V, RaffaeU^ 
Fornacciari, Nuova Antologia, Decembre, 1872. — G, Tigr-i 
Gazzetta d'Italia, 7 Giugno, 1873, n. 58. 

Grosso Stefano, Lettera filologica alC illustre sig. Ptet^\ 
Fanfani. Il Nuovo Istitutore di Palermo, 18 Maggio 187-4 
p. 97-106. 

Questa lettera, oh* è un vero gioiello, è diretta air illustri 
filologo Pietro Fanfani, in lode de' suoi Studi ed Osservazioni 
sopra il testo di Dante. In essi « tutto non pure elegantemeot^ 
ed efficacemente è scritto, come appena saprebbero faro po- 
chissimi, ma dirittamente ragionato. > Manifestatigli, con molte 
acume di critica, tre o quattro dubbi intorno a lezioni, difese 
dal Fanfani, ei pone questo canone di ermeneutica dantesca, chv 
ci pare inoppugnabile. Non solo ei stima ben fiitto scegliere 
da molti codici il verisimile, ma air inverisimile, che talvolta 
è dato da tutti i codici, sostituire il verisimile che è suggerito 
dal contesto, cioè dalla grammatica e dalia logica, secondo 
r indole dello scrittore. E ciò principalmente ove basti il mu- 
tare od aggiungere una o pochissime lettere, e la mutazione 
o r aggiunta, si offre, direi quasi da sé. E ce lo prova eviden- 
temente con parecchi esempi. Due preziose digressioni la ren- 
dono aB.Qai più interessante. Nella prima, tutto acceso di santa 
ira, croscia durissimi colpi, che i secondi non aspettan li tei*zi, 
sui moderni filologi o glottologi, razza di matti, che pretendono 
lo scettro della grecità e della latinità, convertendo gli ameni 
studi della lingua classica in una specie di analisi^chimica ed 
anatomica di parole. E ben può il prof. Grosso sedera a scranna, 
valentissimo com'ò nella laàna e neir italiana fiivella e forse 
il primo ellenista dell* età moderna. Ci parla la seconda della 
soìsrana eccellenza, anzi meglio della divinità d'ingegno dej 
massimo poeta, che ei chiama mar di tutto il senno con piii 
ragione che Dante non abbia chiamato Virgilio. Nella parola 
senno vuoisi compresa la sanità de* concetti e la energia della: 
espressione. Oltrecchò nel poema di Danto ti'ova argomenti! 
eziandio del senno de*greci, cioò della scienza e deirarte di 
quel popolo che fu maestro del mondo. In breve, V epistola del 
Grosso ci £gi ghiotti di nuovi suoi lavori. La lettera al Fanfani, 



y Google 



STUDI SULLA DIVINA OOMIOEDU. 145 

marzo 1874, dovrebbe ricomparire rifatta ed 
t compagnia di quattro altre sorelle ; oio^ una 

del Blanc; ana sulla lezione nove Muse; una 
t7*o feci e non innanzi il passo; ed una sulle 

1 Dionisi contro gli antichi e i nuovi suoi de^ 

TANO, Lettera al chiarissimo prof. Stefano 
Lti, 1874, 220-23; 238-40. 
ire, bella figlia. Il Zolese con bel garbo e molto 
gli argomenti svolti dal prof Grosso, 
.ippo, Alcune Prose ed Iscrizioni. Faenza, 

un discorso intomo al fine della Divina Com- 
trare che tal fine ò morale ed universale, noa 
*ziale. 

il Bello, Padova, Sacchetto, 1873. — Secolo di 
ante, Salmo, p. 49; Dante, Petrarca, Barbieri, 
} su Dante, p. 163. — Del Leoni, V. Man, 
ir, 565. 

Augusto, Dante e la Divina Commedia, Iesi, 
1873. 

ftTo, Teste e figure, Studi, Padova, Sacchetto^ 
lei 1876. Dante, p. 1-27. 
Giuseppe, Intorno allo studio dei Padri della 
Gesù, nelle opere di Dante Alighieri, Lettera 
intonio Donati, Custode della Biblioteca Ales^ 
na, Gaddi, 1871. — Estratto- dagli Opusc. Rei. 
^erìe III, fosc. 8-13. 

isegna uno per uno tutti gli Scrittori Gesuiti, 
attato di Dante o di proposito, o di passaggio, 
i speciali, o relative air intero poema. Di ogna- 
nche di parecchi afflitto dimenticati, dà parti- 
ed espone quel poco o molto che ne hanno 
i dice, trovò un apologista nel Bellarmino, un 
* Aquino, un comentatore nel Venturi, degli sto- 
I, nel Tiraboschi, e neir Andrea. 

Roberto, Cardinale, Responsio ad Hbrum anonymum, 
^iso piacevole dato alla bella Italia da an nobile fraB- 

10 



y Google 



146 STUDI BULLA DIVISA OOMMBOU. 

^eee, ecc. Monaco, Swarts, 1586, di Francesco Perot Signore di Megières. 
Nel voi. VII dell'opere del celebre Goniroversiata, edite in Colonia da Ber- 
nardo' Walter, 1617, p. 530-563, (il solo esemplare dell' infame opera del 
Perot noto in Italia, è nella Biblioteca del Collegio romano, e forse è qoel 
medesimo di che si valse il card. Bellarmino). 

Lo scrittore francese avea ordinato in cinque capi le sue sciocche 
accuse contro V Alighieri, argomentandosi di provare cbe Dante non era 
cattolico, perchè nel suo poema : i,^ propsla i visi di alcuni Papi, unti dì 
tutto il clero; 2.° appUcs al romano Pontefice il famoso luogo dell'Apoca- 
lissi intorno s Bsbilonia ; 3.** ripruova, come fanno i Luterani, il Sacrificio 
della Messa; A.^ predice e divisa con profetico spirito la venuta e la dottrina 
di Lutero; 5.® riprende le indulgente concedute dai Pontefici. — Il Bel- 
larmino confuta cspo per cspo (e. xix-xviii) quelle stolte ed empie calun- 
nie, e per aggiunta, in un nuovo cspitolo (xix) raccoglie e dichiara ven- 
tisette luoghi del sacra Poema, tutti in lode ed onore della Cattolica Reli- 
gione, e de* suoi riti, e del Vicario di Oesù Cristo. 

P. Carlo d' Aquino (napoletano, visse dal 1654 al 1740), La Divina 
Comedia trasporttUa in verso eroico, ecc. Napoli, Mosca, 17?8, col testo 
ital. L' edizione fìi veramente eseguita in Roma per Rocco Bernabò. V. 
Man. Dant. ii, 501. 

BxRTOu P. Daniello. — Benché non abbia lasciato niun libro ch« 
proprio e tutto sìa volto allo studio di Dante, pure in tutto le opere mo- 
rali, e ne' due trattati di ragione grammaticale ben spesso riporta de' versi 
della Divina Commedia, e se ne giova a dichiarazione ed abbellimento 
delle sue sentenze. 

Venturi P. Pompeo (Sanese, n. 1093, m. 1752). Contento della Di- 
vina Comedia. 

Il Venturi non pubblicò il suo Cemento, ma un altro Gesuita, nativo 
anch'egli di Siena. Il P. Giarob. Placidi, avuto in mano lo scritto del suo 
confratello e concittadino lo diede alle stampe in Lucca nel 1732 co* tipi 
del Capurri. E, avutane piena facoltà dal Venturi, soppresse molte osser- 
vazioni del Comentario; e per contrario vi aggiunse egli alcune sue poche 
note ad alcune parole dal Venturi medesimo adoperate. I^ stampa, ta- 
ciuto il nome del Goìnentatore, porta questo titolo: Dante con una breve 
e sHffieiente dichiarazione del senso letterale, dixfersa in piti luonhi dai 
quella degli antichi Comentatori. A quella del Capurri tenne dietro lai 
stampa del Pasquali del 1739. Ma chi presiedè ad essa, mise del suo al-^ 
cune contronote, che, secondo ravviso del P. Zaccaria, anzicchè abbellirla^ 
la guastarono. Ma nel 1759 lo stesso P. Zaccaria divisò di pubblicare ìm 
toro il Cemento, e, avutone l'intatto originale, ne procurò una bella edisJ 
in tre voi. co' tipi di Gius. Berne. Ed ei volle che Tediz. veronese, di pr<M 
gevoli aggiunte arricchita, fosse dedicata all'insigne ornamento di Veronaj 
al marchese Scipione Maffei. L'egregio filologo 6. Veratti pubblicava testi 
una lettera del P. Valerio Baggi (n. a Sassuolo nel 721, m. in Modena n€ 
1702), Gesuita, ad un suo nepote, in che dà alcune partieolsrità intere*» 
santi su questa edizione, alla quale ei pure ebbe parte, n Melandri noi 
nega avere trasmodato il Gesuita commentatore; né gliene dà^ néglitnu 
prega intera perdonanza. — Ei conta 30 edizioni di questo Comenld 
r ultima delle quali si è quella di Parigi, Trachj, 1811. — Sul Gomenli 



y Google 



STUDI SULLA DIVINA OOMMBDU. 14? 

m. Dant. n, 450. — Roéa Morando Filippo^ Osservaxioni 
della Divimi Comedia di Dante Alighieri, stainpato a V»- 
■ona, Ramanzinl, 175f, e nell'ediz. Zatta, 1757. — Ro9<t 
, Lettera al P. Giuseppe Bianchini a quanto Ai scritto 
■aria d'Italia contro le Osservaxioni al Gomento del P. 
Andreoni, 1754. — Zaccaria P. Franc^ Antonio, V. 
Uiay T. V, 1. I, e. 2, g XIII, 54 e seg. 
àso, milanese, (n. 16-18, m. 1737). Cantò dì Dante nel suo 

RANCBSco Saverio, n. in Ponte della Valtellina nel 1695, 

steso nella sua opera : Della Storia e della Rajionfi di 
uadrio diede pure alla luce i Sette Salmi Penitenziali 
i>lgar poesia dall* Aiigbieri (7), ed altre sue Rime Spiri- 
doni, ecc. Bdogna, Gottardi, 1753. 
'. Girolamo, Bergamasco. 
. Storia della Lett. Ital. T. v, 1. 3, e. 2. 
lovANMi, (n. di Planes in quello di Valenza), 
a sua opera: Dell' ori jine e dei progressi d'ogni eia- 
ip. R. 1782-W ; Palermo, Pedone, 1838-46, ecc. Nel T. il, 
z. napoletana, dove si parla di Dante, il P. Narbone ha 
), due critiche ed una bibliografica. 
'. Pr. Savbrio, n. in Mantova nel 1718. 
non nega che nell'opera // Risorgimento d'Italia negli 
e neir Elogio del Petrarca^ e nei Dialoghi di Amore e 
esiy e segnatamente nelle Lettere di Virgilio, e da ulti- 
isione Accademica il Bettinelli dica scerpelloni e strafal- 
Dant3, anzi gli vomiti contro bugie ed ingiurie solenni. 
:he vuol discorrere dei colori. 

MB. di Palermo, Voci e locuzioni poetiche di Dante, 
ilermo, Feoret, 1756. 
Gì, di Montjlmo. 

sacra Teologia, sotto il nome di Beatrice, cavate dalla 
> e distribuito in cinque sonetti. Trovansi stampate in un 
ititolato : Coelus solemnis Reip. litterariae Umbrorum 
ttcì-aria fulginati, VII Kal. Mart. A. R. S. MDCCLXII; 
) il tip. Giaciuto Marietti e lo ripubblico in Torino nel 1828. 
P'RANCBSCO, n. a Napoli nel 1798. — Dal 1825 al 1830 fu 
ina Commedia neli'UniversitA di Torino. 
, GiAMBATiSTA, spoletiuo, u. U 27 ottobre 1784, m. nel 
• il 23i marzo 1862. 

nenti intorno alle disquisizioni di Q. Rossetti, pubbl. nel 
lali deUe Scienze Religiose, Roma, 1810, p. 1-46, 265-99, 

' opera deir O^anam , intitolata: Dante on la Philoso- 
2U treizième siicle. Nello stesso voi. p. 402-32. 
l Discorso dell' ab. Zinelli intorno allo Spirito religioso 
jri desttnto dalle opere di lui. Nel voi. xi degli Annali 



y Google 



148 STUDI SULLA DIVINA COMMBDU. 

PiANCiANi P. Giambattista, Un Ragionamento col tiU 
nttova opinione intmmo all'anno in cui Dante finge di awn 
poetico viaTiio, col quale mostra falsa T opinione del ZinelU 
discorso aveva sostenuto 1' anno del mistico viaggio essere il 
krc. T. Lxxxix, Roma, 1811. 

Uu nuovo articolo sopra l'opera dell* O^anam. Annali 

Rei. Serio ii, Voi. 11, 1S16, 3-14. 

Intorno all'opera di Carlo LyeU, ministro anglicano 

nella Scozia : Dello Spirito cattolico di Dante Alijhieri. Id. ^ 
p. 337-71. 

Intorno ai libri de Vulgari Eloquio sive idiomate ( 

pubblicati dal dott. Alessandro Torri, in Livorno, 1850. C 
Serie i. Voi. vn, 1837, 206-21. 

Il Melandri riproduce tutti questi Articoli nella seconda 

Osservazioni intomo ai Bello, Saggio, Roma, Moi 

La discussione dantesca occupa da circa trenta pagine di ques 
può riguardarsi come un'operetta da se. In essa vuole il P. I 
l'esempio della Divina Commedia, far chiaro come sia « poss 
binazione del vero bello e del sublime ne' lavori dell'arte. » 

Il P. Secchi nel suo Discorso sul Panciani dice ch'ei i 
. tutto a memoria, e lo recitava con sapore suo proprio, e che 
occupo ne' suoi scritti. — Nella Cosmofjonia naturale compt 
nesi, trentotto e forse più volte, scrive il Melandri, inlroi 
dell'Alighieri, e ne addita nuovo spiegazioni, e se ne giova 
riscontri. E ne* Saqii filosofici si può dire che voi non potei 
pagina senza che v' imbattiate ne' versi della Divina Comi 
quaranta volte sono riportati ed illustrati nel Saggio P inU 
rità prime. 

Piccirillo P. Carlo. Pubblicò i seg. articoli : 
Dell' edizione dell' Opere Minori di Dante, procurata d 
©viltà Catlol., Serie in, voi. ix, 1858, p. 571. 

Sopra un lavoro di Fortunato Lanci, ossia de' t 

regni cantati da Dante Alighieri, analisi per tavole sinot 
Cattol. Serie iii, voi. vii, p. 610. 

Intorno ai Prolegomeni del nuovo Coìnento storico 

Neo della Divina Commedia di Dotnenico Dongiovanni. Ci^ 
rie III, voi. XI, 313. — Il Dongiovanni ne fece replica. Forlì 
1858. 

Sopra la dimostrazione del P. Francesco Berardineli 

Il Concetto delta Divina Comtnedia. Civ. Catt. Serie iv, voi. 

Bresciani P. Antonio, Interpretazione della voce Ru'jeca 
61). Strenna Nuziale, Napoli, Androsio, 1854; Costumi dell' 
degna, P. 1, e. 1 ; riportata dal Melandri, p. 130. 

Sull'opera del Barone Drouilhet de Sigalas, voi] 

P. Marcellino da Civezza, M. O. L'arte in Italia, Dante i 
Divina Commedia. Civ. Catt. Serie il, voi. iv, p. 20S, 1855. 

Paria P. Giuseppk, Sopra la pubblicazione fatta da Otti 
gli Studi della Divina Commedia di Galileo Galilei, Vincer 
ed altri. Civ. Cali. Serie n, voi. x. 652. 



y Google 



STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 149 

Ciccom P. Tito, n. in Loreto nel marzo 17TO, morto nella Casa di 
Modulato in Roma nel die. 1846. 

Nulla diede alle slampe, che propriamente ai riferisca all' Alighieri, 
pare ne fa stadiosissimo, e si adoperò spezialmente a chiarire la sip-nifl- 
ctzìoDe ài alcuni vocaboli. All' Arcadia diserto sulla vera etimologia delle 
voci Ramoffna, Piamo, Converso^ e il Melandri ne pubblica per la prima 
Tolta l'interpretozione (p. 133-38) ; diserto inoltre sulle voci Croio, Cherci e 
Chercuti, e lascio pure inedite molte note ed osservazioni intorno quaranta 
• più Toci^sate dal gran Poeti, delle quali egli investiga il significato, e ne 
atodia Tebmologìa, e dove gli sembro errata, ne stebìlisce la vera lezione. 

LcBBRATORB P. Mattso, Strìla Filosofia di Dante di Gius. Frapparti. 
Qv. Cali. Serie iii, voi. i, 68. 

La Filosofia della Divina Commedia di Dante Alighieri. Oroag- 

^ a Dante VlUgfaierì offerto dai cattolici italiani nel maggio 18«>, Roma, 
MonaUi, »&^6 (Man. Dant iv, 121). 

n Lil>eratore nelle sue opere che hanno per titolo Della conoscenza 
HteUettuaU, Roma, Tip. Civ. Catt. 1857-58, e Del Composto ttmano, Ro- 
oa, 18K, a quando a quando spiega ed illustra i più reconditi concetti 
filosofici del Poeta. 

Cima P. Carlo Maria, Dei versi di Dante circa il Pontificato ed i 
Pontefici de* suoi tempi. Nel giornale napolitano La Scienza e la Fede, 
voi. VI, 1844. — Il P. Curcì pur sopra weglio Vedizioncina leggiadra, ni- 
tida e corretta quanto desiderar si possa della Divina Commedia, Na- 
poli, Nobile, 1841, e vi premise una prefazione breve assaij ma piena di 
•uyo, e ben saporito. 

Sarti P. GsN!fARo Maria, napolitano, L'esiglio di Dante per un 
esule detta rivoluzione del 1860, Versi sciolti. Omaggio a Dante Ali- 
^liìeri, ecc. p, 335. 

Bbrardxnblli P. Pr\ncbsco, il Concetto della Divina Comedia di 
Dante Alighieri, Dimostrazione. V. Man. Dani, ii, 609. 

Ragionamento intorno al vero senso allegorico della Divina 

Commedia. V. Man. Dani, iv, «67. 

Sul metodo di commentare la Commedia di Dante, proposto da 

Giamb. Giuliani. Civ. Cattol. Serie v, voi. |,'1862, p. 454, 592, 704. 

Delle benemerenze dì Danto verso Tltelia e verso la civiltà. Pro- 
lusione di Giamb. Giuliani. Civ. Catt, Serie v, voi. i, 1868, p. 718. 

Il cemento di Francesco da Buti sopra la Divina Commedia di 

Dante Alighieri, pubblicato per cura di Crescentino Giannini da' fratelli 
Nistri di Pisa. Civ. Cattol. Serie v, voi. v, 1863, p. 170 e 667. 

La Divina Commedia di Dante AHihieri, ricorretta sopra quat- 
tro de* più autorevoli testi a penna da Carlo Witle. Berlino, 1862. Civiltà 
Cattol. Serie v, voi. vni, 1863, p. 19& e 322. 

Giornale del Centenario di Dante Alighieri, prepara la solen- 

nlti nazionale della nascita di Dante. Civ. Cattol. Serie v, voi. x, 1864, 
p. 706, voi. XI, p. 73 e 505. 

L'AUejoria delta Divina Commedia di Danto Alighieri esposta 

da Vincenzo Barelli. Civ. Cattol. Serio vi, voi. i, 1885, p. 461. 

Canti di un Cristiano, Italia. Il Centenario di Danto. Civ. Catt. 

Serie VI, voi. il, 1865, p. 471. 



y Google 



150 STUDI SCLLA DIVINA COXMBDIA. 

BxRAWMHKUJ P. Pka^ccbsco, Omofjiio a DoHt» AUihieri^ offerto 
da' Cattolici italiani nel maggio 1883. Civ. Cattol. Serie vi, toI. il, 1865, 
p. 717. 

— — La Beatrice avelata, Preparanone aTinteUigensa dì tolta le op<*r« 
di Dante per Francesco Berez. (Sv. Cattol. Serie ti, toL m, 1865, p. 593, 
yol. nr, p. 73. 

Morii Luigi, d. C. di G., Dante e la Libertà moderna. Civiltà 

Cattol. Serie vi, voi. iv, 1866, p. 710. 

Il Concetto politico di Dante e a Re^no d' Italia, Civil. Cattol. 

1865, p. S66. 

La Monarchia di Dante AUihieri e ii dominio temporale éUn 

Romani Pontefici. Ctv. Cattol. Serie vi, vd. n, 1865, p. 72-88 ; voi. ni, 
p. 35-51 ; 271-^; voi. iv, 1(^23. 

La Divina Commedia di Dante .\lighieri col commento cnttolìro 

di L. Benasauti, Àrcipr. di Cerea. Civil. Cattolica, Serie vn, voi. i, 1868, 
p. 330. 

Lettera di Aleu. Manzoni al Bonghi intorno al soggetto del 

Trattato di Danto Alighieri De Vulgari Bloqnio. Civ. Catt Serie vn, voi. il, 
1868, p. 396. 

Mahh P. Luigi, napoletano, Dante e la Libertà moderna, Modena, 
Fibreno, 1865. 

SoLiMAm P. DoMB!cico, di Ponto Lagoscuro nel Ferrarese, m. nel 
febbr. dd 1869, Massime religiose e morali di Dante Alighieri, tratte 
dalla Divina Commedia. Prato, Contnicci, 1867. 

MeLA!fDRi P. OcsBPPB, di Bagnacavallo, Maria Santissima nelle 
Opere di Dante. V. Man. Dant. iv, 96. 

Intorno allo studio dei P. P. della Compagnia di Cresd nelle 

opere di Dante Alighieri. Modena, Gaddi, 1871. 



SAGGf ACCADEMICI 

NEI COLLEGI DE' R. R. P. P. GESUITI. 



Cakdblla P. Yaleuiaxo. di Fano, Dante, Saggio aeeademieo di al- 
tuni Umanisti e Rettorici del Collegio della Compamia di Chsrì in Or- 
vieto, V anno 1845, Orvieto, Filippi. — V. Melandri, p. 53. 

Saqiio Scolastico stélla Divina Commedia dato nel Collegio di Fermo. 
Fermo, Pacassassi, l&t3. 

Per quanto ricerche ne facessi, anche direttamente, non mi venne 
fatto di trovare T enunciato Saggio.. 

La Divinc^Commedia di Dante Alighieri, Saggio e Accademia della 
rettola di Rettorica della Cjmpagnia di Oesù in Piacenza^ ÌO Agosto. 
Tip. vesc. Tedeschi. 

Farono svolti i segnanti temi: Preftizione — Il Genio di Dante kìU 
glneri: 1. Ndla Storia: Dipintore, — Universale, t. NeUa ftloooAa: Moi' 
teplice, — Divinatore. 3. Nella teologia: Profondo, — Estetico, ^ Or o- 
dosso. 4. Nella poesia: Originale, — Eloquente, — Dispotico. 



y Google 



STUDI SULLA DIVINA OOMMBDU. 151 

riAsagnunento di Retorict, D, OiutHno SimonetU, ben- 
L Uad deiU CompagnU nel 1850, e però non ricordato 

RLO, Preside del R. Liceo Verri di Lodi, La Divina Com- 
Hidemico della §cuola di retorica del Col. d. C. d. O. di 
larmignani, 1S47. 

ancor giovanissimo, con intelletto d'amore insegnava 
^o gesuitico parmigiano. Questo saggio, ornai divenuto 
irreperibile, non è citato dal Melandri, perchè il Maren- 
cio r abito loiolesco. Il Marenghi non volle addestrare i 
arili esercizi, in vana pompa di poetici componimenti, 
i, da cancellarne le native sembianze, e che fan logorare 
npo prezioso; ma gli piacque ch'entrassero nello spirito 

che ne apprendesser l'architettura, in breve ad inter- 
>, ed a gustarne le bellezze. È il miglior Saggio di quo* 

mi conosca. « Vi sono gipvani, cosi egli, divisi in tre 
le* quali toglierà a interpretare tutto l' Inferno, 1' altra 
■gatorio, la terra, di pochi, anche il Paradiso. L'argo- 

de' passi trascelti a talento de' cortesi interrogatori, le 
ile di Storia, di Mitologia, di Precetti, le osservazioni o 
»ate, le comparazioni cogli antichi e particolarmente con 

che serve a dilucidazione del senso letterale ed in parte 
ano il non piccolo arringo in cui si possono chiamare a 
de* giovani. » 



ALTRI SAGGI ACCADEMICI 

Llbssandro, Delle scuole Pie, Dante Atighieri, Soffgio 
li teolari del Colleiio dei Nobili d' Urbino danno <Hl 
K> 10 aett. 1842. Pesaro, Nobili» 1812. 
iti i seguenti argomenti: Intorno al secolo ed al poema 

- Dante e il suo secolo, Ottave — Ritratto morale di 
tratto fisico di Dante, dipinto da Giotto, Sonetto — Bat- 
no. Sestine — Morte di Beatrice Portìnari, Sonetto — 
bonetto — Dante creatore della lingua e poesia italiana, 
> di Dante, Ode — Incontro di Dante con un solitario 

— Lamento di Dante per la venuta in Italia di Carlo di 
— Dante all'Avellana, Terzine. 

ilunni di Belle Lettere in Fouombrone sotto la dire" 
CHI. Fossombrone, Farina, 1845. 

ILO, Novissimi Studj su Brunetto Latini, su 
xa e sul loro soggiorno in Francia, Branp 
nàa ed Italia, Archivio storico italiano, in serie, 
, Vieusseux, 1873, 187-206. 



y Google 



152 STUDI SULLA DIVINA COHBIBDIA. 

MoRBLLi Paolo, DelC Educazione nazionals soUo il magi-^ 
siero di Dante, discorso inatiffurale aW Accademia tenuta 
nel Veneziano per la festa del Centenario, Palermo, Axnenta, 
1865. 

Nannarelli Fabio, // Paradiso di Dante. II Buonarroti, 
Giugno, 1872, 199-211. 

Nel Paradiso di Dante la forma dell* universo divino e deg^li 
abitatori di esso ò V espi'essione più alta dell* idea ; onde questa 
parte del gran poema può dirsi la cantica del bello assoluto. 
D bello è quivi levato ali* ultima potenza: non ò piìi il bello 
del tempo , è il bello palingenesiaco. L* individuo ha raggiunto 
1* ultimo grado dell* ideale; però la sua bellezza ba il suggello 
del sublime. Ma non è un sublime momentaneo, giaculatorio, 
come direbbe la Sand ; ò un sublime quieto, immanente, bello. 
— Di quelli che non appczzano il Paradiso di Dante, o lo 
pospongono ali* Inferno, i piti non 1* hanno letto, gli altri noa 
Tanno compreso. Il Paradiso è VtdHmo del sommo artista; il 
cantico dei cantici, un inno degno di esser cantato dagli Angeli, 
n Nannarelli non vuole penetrare le profondità simboliche di 
questa cantica, ma si di toccarne i punti salienti, di compren- 
derla nella sua armonia, facendone risaltare, ravvicinate 1* una 
ali* altra, le bellezze piti evidenti, senza entrare nelle piii riposte 
più fine. 

Nardi Luigi, Arciprete, Memoria sopra alcune parole itO' 
kane antiche ed un luogo di Dante, Roma, Boufzaler, 1824. 

Nbsti G. e., Sopra Dante Alighieri e sul concetto della 
Divina Commedia, aggiunto un contento al C. xxxi del Pa-^ 
radiso dal v, 37 al v. 93. Dresda, Meinhold e Sohne, 1866. 

Pagano Vincbnzo, Dante e la Enciclopedia. Primi elementi 
di Enciclopedia Universale. Napoli, Tomese, 1876, p. 652-658. 

Dante nella Vita Nuova è storico, nel Convito è filosofo, 
nella Monarchia ò giureconsulto, nel Vulgari Eloquio è filologo, 
nella Divina Commedia è poeta, artista, enciclopedico. Chi 
voglia entrare nell-ablMO della mente di Dante e studiarne 
tutto il contenuto, deve guardarlo da questi Iati; cioè, come 
filologo, filosofo, poeta, artista II che vuol dire, essere la mente 
di Dante la Enciclopedia Universale. E sotto questo lato egli 
imprende a considerarlo. — Secondo il Pagano, la Divina Com^ 
media è il prodotto più grande dell* ingegno, cui pose mano 



y Google 



STODI 8ULL4 DIVISA COMMBDU. 153 

cielo e terra, avendo rotti i confini del finito per slanciarsi nei 
campo dell* infinito; è 1* epopea piii vasta e quasi immensa, 
perchè abbraccia Dio« V uomo, la natura. Essa è la enciclopedia 
onivereale, ò lo scibile supremo. La prima cantica si riferisce 
al <a«ato« la seconda air uomo, la terza air infinito: quindi il 
tensibiie, Y intelUgiàiie, il sovrintelUgihite ; T inferno, il purga- 
torio, il paradiso ; V universo, Y umanità. Dio. — Dante non ò 
solo il poeta dell* Italia e dell* Europa, ma di tutto il mondo e 
dì tutta la cristianità; egli appartiene a tutt*i tempi a tutt*i 
loogiù. I suoi insegnamenti e i suoi precetti, la sua morale e 
la aita religione sono universali; i suoi principii sono eterni 
ed immutabili. Il vero, il bello, il buono sono depositati in 
tutte le sue opere. L* umanità leggendo in que' volumi conosce 
sé s tceag ed impara a fonosrere gli altri due termini, co* quali 
è iu relazione, Dio cioò e la natura, la teosofia e la cosmosofia, 
siccome ensa forma la scienza dell* antroposofia. -— Così può 
dirsi* che Dante Alighieri in rapporto con lo spirito dell* urna* 
lùtÀ abbia creato le scienze, le lettera e le arti, e che la Z)t- 
tina Commedia ne contenga i principii, e sia la Enciclopedia 
Vnioersale ò il libro più sacro e più venerando dopo la Ribbia. 

Pabdi Cabmblo, Università del genio di Dante. Scritti vari, 
Voi. II, 177-257. (Palermo, Tip. del Giornale di Sicilia, 1871). 
Hen si può dire dell* Alighieri che nelCaUa sua mente sì 
profondo saver fu messo,,, che a veder tanto non surse il 
secondo. Diflbtti nella mirabile sua Trilogìa volle desorittfO 
a fondo r universo, e in essa 1* altissimo Poeta abbracciò tutto 
lo scibile de* suoi tempi. — Discepolo di S. Bonaventura e di 
S. Tommaso d* Aquino, fu non solo uno splendore di luce 
teolo^ca, ma colla potente viitù della sua immaginazione, ne 
sa infiorare ad ogni passo le spine. — Ammiratore di Arìstotile 
e di Platone, seguace delle dottrine di Boezio e di Alberto 
Magao, approfondisce i più ardui problemi della metafisica; 
cultore esimio della scienza dei cieli svela 1* armonìa delle 
rotanti sfere e delle leggi che ne governano il moto. Egli va- 
lente fisico, delle leggi eteme della natura osservatore diligen- 
tissino, ed interprate ledele, egli botanico, egli medico, egli 
fornito di buon corredo di cognizioni zoologiche; e, ch*ò più, 
profondo conoscitore del cuore umano, in breve il savio gentil 
che tuUo seppe, egliiV mare di tulio U senno. Nò tutto questo 



y Google 



154 STUDI SULLA MVISK COMSfBDlA. 

ò tanto. Dante è altresì pittore incomparabile di caratteri e 
costumi, maestro ed inspiratore d* artisti. Percorrendo ii poe 
sacrato, noi ci troveremo sparsi per entro non pure i v 
deir arti mute del disegno (visibile parlare)^ ma quelli del bc 
musicale, ed egli stesso ci apparirà dinanzi artista sublime. 

Fasi VATI Stanislao L., Lezioni d'introduzione clUo stu 
della Divina Commedia. Napoli, Marchese, 1873. 

È bello il vedere con quanto passitmato afletto, e, se vno 
temperanza il can. Fasi nati, giÀ professore nel Liceo Arci 
scovile di Napoli, cerchi innamorare i chierici, suoi discep 
dello studio del sacrato poema. Ma peirhò essi ne conosca 
la Bcuola e ne veggano la dottrina, crede opportuno di \ 
mettere air interpretazione alcune lezioni, che, da cibo digei 
più vitale ne viene l' alimento : lieti assai prima che stane 
dal lor banco, lo seguiranno dietro pensando a ciò che sipreli 
Ecco il titolo delle Lezioni: Lezione I. Proemiale — Lez. 
Biografia di Dante — Lez. HI. Le opere di Dante ed osser 
zioni generali — Lez. IV e V. La Religione cattolica ispi 
trice della Divina Commedia — Lez. VI. Originalità e splend 
flel Divino Poema — Lez. VII. Del concetto cristiano d< 
Divina Commedia -* Lez. Vili e iX. Disegno generala d< 
Divina Commedia. 

PELLBaniNi Avv. Giovanni, Cosmologia Dantesca, nu 
dialogo dei morii, Firenze, -Mariani, 1856. 
' Pibrmartini Luioi, Beatrice inspira a Dante la Div 
Commedia, Cagli, fìalìonì, 1873. 

Pibromaldi Atbnaidb Za ira. Dissertazione sulle tre Cant 
di Dante. Costantinopoli, 1873. ~ Fubblicaz. della Società 
Chark, a. i, voi. i, pag. 103-157. 

Pizzi Italo, La Divina Commedia. Anmiaestramenti 
Letteratura, Torino, Loescher, 1875, p. 90*100. 

Polbtto ab. prof. GiACOBfO, Amore e Luce nella Div 
Commedia, Ragionamento critico. Padova, Tip. del Samin. U 

Secondo il Poletto, la luce, aimbolo ed effetto di amo 
va crascendo ed applicandosi nella Divina Commedia a m; 
a mano che ii Poeta si dilunga dalla selva oscura e dall' 
femo, e procede verso la luce del Paradiso. Il piìi alto gr 
ne godono Maria Santissinaa e Beatrice, coU* aiuto delle qi 
ha termine la miatìca visione. Non è ceitamente nuovo, 



y Google 



8T0DI SULLA DIVINA COMMBDIA. 155 

bbio un tale assunto, come quello che si collega 

alla simbolica di Dante e del Medio Evo, ma 
da lui &ttane. che attesta una profonda cogni- 
na e un senso squisito delle più recondite bellezze 
, assai a mostrare sempre meglio V armonia stu- 
di questo gran lavoro: armonia che, bene studiata, 
liù sicura per aprirne gli occulti sensi. Nuova 
pile, 1876, 91 1. — 11 vostro ragionamento critico, 
Giuliani, ò un argomento sicuro del vostro dotto 

vivo e accorto amore che portate a Dante 

Vi che mi piace, e mi pronunzia nnovamente che 
porhissimi a intendere e chiarir per effetto come 
icercarsi in Dante. 

iCOFO, La Chiesa nel concetto di Dante Alighieri. 
icopo Bernardi^ Padova il di deirAnnunciazione 
no, Speirani, 1876. Estratto óhW Ateneo. 
Tero più chiaramente il pensiero di Dante, lo 
io ragionamento in questa forma: I. b Chiesa 
ita; 11. ntflla sua dottrina; HI. ne* suoi pastori; 
li religiosi ; V. negli studi ecclesiastici ; ed avremo 
^uisa, oltre a mettere in sodo la verace credenza 
di mostrare i suoi generosi e savi intendimenti 

trascorsivamente certe sentenze, che tengono 
del pusillo insieme, che un certo genere di chio- 
urato air Italia mise in campo ; perchò non volle 
[>anone di ermeneutica non da questa o da quella 
nza giudicare un autore, sibbene dal confenmento 

varie disvelare e dedurre con mente serena la 
[^chiuso pensiero. » 11 prof. Foletto trova strania- 
le di coloro che nella Lupa vorrebbeix) vedervi 
la corte di Roma. Nella mente di Dante T avarìzia 
universale, ed a meglio tener desta la mente dei 
intravedere falsamente la chiamò antica (p. 43). 
eltro, per comprenderne meglio il concetto, trova 
costare il v. 15 del C. xx del Purgatorio ed il 
ieci e Cinque, Messo di Dio che anciderà la fuia 
come pure T altro luogo del Paradiso xxvii, 143. 
^ante, conclude il Poletto, con istudio d* amore 
o, non già per balbettarne a vana pompa i passi 



y Google 



156 STUDI 8ULL\ DIVINA. COMMEDIA. 

più comuni, ma, come facevano gli antichi nostri, per aaraniu 
nello Rcrivere e neir ordina della vita; lo >i studi insomma m 
dottrina e nella parola. 

Prezzolisi ab. Pietro, Polianfea o RaccoUa di massi 
e sentente le une dalie sacre carte, le affre dai cf€issici am 
e dal divino Poeta, Firenze, Tipografia del Vocabolario, in 
Xii-239. 

Puccini Tomaso, Lettera nella quale si considera ilpoe 
di Dante dal punto di vista letterario. Neil* Elogio di Da 
del Fabroni. 

Quadrio Francesco Saverio. Della storia e della rapii 
d* ogni poesia. Milano Agnelli, 1752. — Dante Alighieri, voi. 
p. i, 248-262. 

Ricci Tbodorico, Discorso in lode di Alf. Varano qu 
restauratore dello studio dantesco e della sacra poesia. Si 
Renuzzi, 1874. 

Rossi Raffaello, Dante onore e lume d'ogni scienza 
arte, Udine, Zavagna, 1872, in 16®, di p. 20. 

Dante dolce pedagogo. Mente e cuore, periodico 

Trieste, a. i, 1874, 19 e 80. Lavoro rimasto incompinto 
la morte dell'autore. 

N. N. (can. Silvestri) Quei del buon tono al tribunale 
Dante. Scherzo satirico moraUssimo, Firenze, a spese di 
Soc. editr., 1850 

Spera prof. Gius., Dante e il suo Secolo ~ La Divina 
media. Spera, Saggi estetico-storico-critici. Potenza, Santanìe 
1870, 120-49. 

S. B., Il sacro oratore secondo Dante Alighieri al C. "% 
del Paradiso, Osservazioni. Lucca, Canovetti, 1874. 

Talia p. Oiambatista, Esempi di forza e di dolcezza tr 
dalla Divina Commedia. Ne* suoi Princi|iii di Estetica. Mila 
Fontana, 1832. 

ToDBSGHiNi Giuseppe, Scritti su Dante raccolti da Bar 
lommeo Bressan, voi. due. Vicenza, Buratto, 1872. 

Gli scritti postumi su Dante del pro£ Todeschini venn 
raccolti con riverenza di discepolo, con affetto di amico 
prof. cav. Bressan, preside del R. Liceo di Vicenza, che pur 
prepose la vita. Nacque il Todeschini a Vicenza il 18 Genn 
1795, vi morì il 6 Maggio 1869. Questi scritti appartengc 



y Google 



STUDI SUIXA DIVINA COMBfBDIA. 157 

vita privata, dal 1843 al 1859, quando, p«T la 
agli, gli ili foi-za lasciare la cattedra di diritto 
tale che con tanto onore tenne nello studio pata- 
leschini era sì schivo delle Iodi che non si brigò 
li alla luce, tenendosi per contento di Carli cnno- 
(lettissimi amici e dì averne il loro parere. Eppure 
Ite mi venne &tto d* imbattermi in scritti cosi 
iati, e come li dice il Morsolin, mirabili, non sai 
semplicità, T eleganza e T evidenza della dizione, 
e r acume della critica ( 1 ). Ed hanno poi questo 
che si rivelano sempre dandole storica. Io non 
tarne mano mano un sunto nelle rubriche rispet- 
ungono. — V. r assennato articolo del prof. Mor- 
ì Storico di Firenze, 1875, t. xxi, p. 499-507. 
OivsBPPB, Deir ordinamento morale delf Inferno 
itti su Dante, i, 1-114. 

1 quarto secolo, da che fu dichiarato acconcia- 
tura materiale dell* Inferno (da Antonio Manetti), 
e ancora a porgere un* idea compiuta deli* ordi- 
te di esso, niuno espose ancora in modo sicuro 
complesso dei principii seguiti dall'Alighieri nella 
e* peccatori rilegati da lui nel carcere delle eterne 
prof. Minich nella sua sintesi della Divina Com- 
provare che il sistema penale dell* Inferno dan- 
ituiva altrimenti un concetto unico, che domini 
dal principio al fine della cantica, ma sia in vece 
e diversi disegni insieme accoppiati. Combattuto 



litro stava a cuore al prof. Todeschini di appurare i fatti 
tte e rintegrare il testo noo »olo della Divina Commedia 
uova e dei Convito. Ecco le sue parole: < C'è tanto da 

sulla vita di Dante e su' fatti accennati nel suo poema -e* è 
re per avere un testo della Commedia, di cui la repubmica 
chiamarsi paga che a me sembra speso meno bene quel 
cupa in sottili investigarioni intorno a' sensi figurati del 
)6ti intendimenti del pu«ta. > Scritti su Dante i, 125. " Ed 
ige: « Si grida fra noi Dante, Dante; ma tuttavia niuno 
?gio di addossarsi il peso di quel lavoro paziente, indefesso, 
rinvenire, per quanto si possa, in ogni minima cosa la 

non potrà mai aversi una biografia pienamente lodevole 
i un testo emendato o un comeuto compiuto della Divina 
aso, che si possa tellerar molto riguardo alle opinioni sul 
>, vai convenevole e sullo sconvenevole ; ma che sia bene 
nessuna negligenza ^piando si tratta di stabilire una retta 
a^re una interpretazione aggiustata ed intera. » 



y Google 



158 STUDI SULLA DIVINA OOBIMSDIA. 

direttamente, e noi direm Tolorosamente, questo assunto nell 
prima parte della sua dissertazione, ritiene che la piena e 
evidente confutazione di esso meglio risulti dalla seconda. In 
perocché, trascriverò le sue parole, quivi dimostrai, come tutf 
r ordinamento morale dell* Inferno risalga ad una somma e e 
pitale idea, che consiste nella duplice condizione richiesta p4 
r eterna salute delle anime; da cui deriva la divisione prlnr 
pale in due grandi classi di tutti i peccati, che trascinano 
perdizione. Ed ho pure dimostrato, come da sì fiitta prin/npa' 
divisione regolatamente procedano, e come siano con essa e ti 
loro strettamente collegato tutte le distinzioni de* peccati . €\ 
il poeta ha introdotto nel luogo di eterna pena. Di che appai 
manifesto, che il sistema penale dell* Inferno dantesco, per r 
che riguarda la distribuzione di tutta la serie de* peccatori d 
vi sono rinchiusi, non è altra cosa che un solo concetto, in 
turamente e compiutamente formato nelFanimo delKautore prin 
di accingersi a rappresentarne le parti speciali. Che se egli 
giuocoforza riconoscere, che T ordinamento morale dell* Inferi 
di Dante è un concetto unico, il quale sciogliendosi in mol 
parti serba in tutto costantemente regola ed armonia, egli 
non meno necessario di riconoscere, che esso è un conrer 
grande e nobile, atto a rendere testimonianza di un altissin 
ingegno, in cui la vasta penetrazione dell* intelletto pareggia^ 
lo straordinario vigore della fantasia. Creare colla ragiona 
considerazione della mente un intero sistema dei peccati uman 
nel quale, poste a capo le verità della fede cattolica, fosse ùlV 
luogo alle dottrine della filosofia che dominava a quei tem( 
e insieme alle richieste della pratica conoscenza delle co 
umane; e poscia saper distendere questo sistema in manier 
che ne fosse rimossa 1* aridità di una sposizione scientifica, < 
invece vi fosse aperto il campo agli slanci più varii e più pod 
rosi di un'immaginazione feconda, è questo tal fatto, di ci 
non so se la storia letteraria ne rappresenti alcuno più mer 
viglioso. Io non pretendo che i moralisti abbiano a considerai 
r ordinamento morale dell* Inferno Dantesco, siccome una eia 
sificazione de* peccati umani, nella quale nulla vi sia da aggiui 
gere o da emendare ; mentre il nostro poeta non si propone^ 
già di servire alle rigide dimostrazioni della scuola, ma tender 
in cambio ad operare un salutare effetto sul cuore degli uomio 



y Google 



STUDI 8UI.LA DIVINA COMMBDU. 159 

)reteDdo, che tengaDO rigtiardo al sistema penala 
itori di leggi criminaii, mentre io non posso 

difierenza corra fra peccato e dritto, e quale 
iza separi la giustizia assoluta, di cui Dante si 
dalla giustizia delle ^ene umane, la quale non 
ie ai danni dell' umano consorzio. E nondimeno 
lente, che quando si giunga a comprendere, con 

tutto, e con quale acconcia distribuzione delle 
»ia condotto il disegno della prima Cantica in 
iatissima condizione de* reprobi, ch'essa abbrac- 

riconoscere in lui non pure il sapiente filosofo, 
^ anzi sovrano poeta. 

ine opinioni manifestate dal prof. Serafino Rai 
l sensi delia Divina Commedia, Scritti su Dante, 

prof. Minich che vuole che la fra«e senso let^^ 
Qto riguarda Tesposizione della Divina Gomme- 
stesso che V altra frase senso storico ; che ii 
ogliam dire senso figurato del poema, sia pu- 
), e che non siavi quindi nella Commedia un 
> storico. Meglio è, conchiude il Todeschini, di 
\ modo di vedere largo, libero, direi quasi su-* 
,tai*e Tallegoria morale quando essa è' abbastanza 
irsi air allegoria storica quando T argomento la 
inirle tuttedue quando la lettera lo comporta, 
tpo pensiero né dell* una né dell' altra, quando 
riuscirebbe del pari faticosa. Molti e diversi sti- 

lanimo dell' Alighieri mentre egli era dato alla 
Commedia : quali sarebbero, per indicarne alcuni 
ibbra celarli tutti, il desiderio di ricattarsi delle 
oir acquisto di un' alta ùima, lo scopo di far ab* 
ed amare le virtii, la mira speciale di far de- 
ito di parte che straziava l'Italia, la voglia di 
loi benefattori, e quella, diciamolo pure, di ri- 
lia le ingiustizie di cui egli fu vittima ; de' quali 
e varie parti del lungo poema or l'uno or l'altro 
redoroinio. E come mai vorremo noi persuaderci 
>orre ad un sistema da noi concepito il modo 
ne procacciasse il soddisfacimento ? Sconsigliata 



y Google 



160 STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 

impresa ella è di voler reggere con certe briglie da noi fah- 
bricate la fantasia del poeta; e non può riuscire cbe a nostro 
scapito r imporre a noi stessi il freno di certe norme, a r.uì 
rimanere costantemente legati nel seguire i voli di Tjaella 
fantasia. 

Di parecchie mende e contt'oddizioni che si riscontmtto 

nella Divina Commedia. Scrii ti su Dante, i, 127-149. 

Dante, facendosi per più anni macro, riuscì a compiere il 
primo getto del sacro poema; ma giunto ad una età che sa- 
rebbe stata assai a proposito per le cure seconde, la vita af- 
Ainnosa e travagliata si chiuse, il lavoro della lima mancò. Di 
qui alcune dizioni aspre e triviali, stranamente foggiate o stra- 
namente usate, i duri costrutti, le locuzioni tenebrose od ambì- 
gue, qualche verso duro, faticoso, zoppicante, e qualche rima 
stentata tirata a forza, di qui le contraddizioni o discordanze 
fra le varie parti del poema. E di queste discordanze, segna- 
tamente il Todeschini ne reca alcuni esempi. Ki non nega gìk 
che molti luoghi non sieno stati emendati, limati, ripuliti dal- 
Fautore. Uno scrittore qualunque, e soprattutto un poeta, che 
detta una grande opera, s'arresta di tratto in tratto con ispe- 
ciale amore su qualche parte del suo lavoro, e s'adopera in 
particolar modo alla perfezione di quella, quantunque gli stia a 
cuore il proseguire T opera sua ed il recarla a intero com- 
pimento. 

ToMMASBO Nicolò, Lettera al sig, Pitrè suWarticoio dei 
Bergman : Delle donne che voglionsi amate da Dante, Archivio 
Storico, id. 146-54. 

Le affermazioni che il valente uomo mette innanzi al suo 
ragionamento son dettate con chiarezza francese e accoratezza 
germanica e senno italico. L' ermeneutica amatoria del Ber- 
gman è tutt'altro ingenerosa ed irriverente al poeta. Che la j 
consolazione sia tutt'uno con la Pargola non lo crede per ve- j 
rità: ritiene quel della Moìitanina^ canto politico, sotto sem« 
bianza d'amore. Montanina, nel senso proprio, non avrebb'egli ; 
chiamata la donna del suo desiderio. — Sulle prétendues Mai-- 1 
tresses de Dante veggasi J7. A. de Kelleri, Dante und die 
Frauen, Beilage zur Angsburger Allg. Zeit. 1871, n. 42, ed 
il giornale T?ie Acadetny, 1871, n. 152. 

Quattro lettere al Sig, Ab, Ranieri Calcinai Fies>ano 



y Google 



STUDI SULLA DIVINA COBfMBDIA. 161 

di Sesto. — Nicolò Tommaseo, Ricordo di Camillo Tommasi. 
Firenze, C^ini, 1874, 31-40. 

Queste quattro lettere del Tommaseo air ab. Calcinai (firette, 
%(mo osservazioni minute a quelle che il dotto Caverni avea 
fatte sui Comento di Dante dello stesso Tommaseo, a quella 
parte specialmente che riguarda l'astronomia dantesca, per la 
^uale il Tommaseo si era molto giovato deMumi deir illustre 
P. Gìov. Antonelli delle Scuole Pie. 

ToBELLi GiL-SBPPE, Opere, Pisa, Nistri, 1833. 

Abbraccia i segmenti lavpri : Air Autore delle Lettere Vir- 
fjiUane — Lettera sopra Dante contro il sig. Voltaire — 7n- 
torno a due passi del Purgatorio — Postille alla Divina Com- 
.aedia, tratte daWedizione padovana deHa Minerva, 1822, se- 
ondo t originale mss. con aggiunte inedite. Se ne debbe la 
imbblicazione al sig. Torri. 

Burckhardt Jacopo, Dante. La civiltà del secolo del Ri- 
nascimento in Italia, trad. del prof. Valbusa, Firenze, San- 
soni, 1876. 

n Burckhardt, in brevi tratti, peanelleggiò maestrevolmente 
Firenze ai tempi di Dante. — « La più elevata coscienza politica 
e la ma^fior varietà nello sviluppo delle forme di Stato trovavansi 
Hunite nella storia di Firenze, la quale in questo rispetto merita 
la lode di primo fra gli Stati del mondo moderno. Qui è un popolo 
intero che s'occupa di ciò, che nei principati è neir arbitrio di 
una sola &miglia. La mente meravigliosa del fiorentino, ragio- 
iiatrìce acuta e al tempo stesso creatrice in fetto d* arte, muta 
e rimuta incessantemente le sue condizioni politiche e sociali, e 
incessantemente pure le giudica e le descrive. Per tal modo 
Firenze divenne la patria delle dottrine e delle teoriche , degli 
> 'esperimenti e dei subiti trapassi, ma anche insieme con Ve- 
nezia la patria della statistica, e, sola e prima d' ogni altro 
Stato del mondo la patria della storia intesa nel senso mo- 
derno. . . . Quando Dante a* suoi tempi paragonava Firenze che 
non cessa di correggere la propria costituzione, con quelPin- 
ferma che sempre muta lato per sottrarsi a* suoi dolori, egli 
esprìmeva con questo paragone uno dei caratteri più stabili 

-di questa città Firenze, senza paragone fu la sede più 

importante del moderno spirito italiano, anzi europeo. » — E 
ilell*altis8Ìmo Poeta, tra molte altre cose, ne dice: < Se una serie 

11 



v Google 



162 STUDI SULLA DIVINA OOMBIBDIA. 

di genii pari a quello di Dante avesse, dopo di lui, potuto con^ 
durre sempre più innanzi la letteratura italiana, essa, in oota 
a tutti gli elementi antichi che s* introdussero , non avrebbe 
mai mancato di serbare un'impronta a&tto nazionale e sua 
propria. Ma nò V Italia, nò V intero occidente hanno poi prodott<^ 
un secondo Dante, e cosi egli rimase pur sempre il primoi 
che condusse l'antichità al limitare della nuova coltura iuo« 
derna ...» — « Qual tesoro di pensieri e d' affetti non ha e^li s 
piene mani versato e nel sonetto e nella canzone ! E qual cornice 
non ha egli saputo lavorarvi airintorno! La prosa della Vitt^ 
Nuova nella quale egli rende conto delle cause che occasio^ 
narono ciascuna delle sue poesie, non ò meno meravigliosa 
dei versi stessi e forma con questi un tutto armonico, nel 
quale regna il sentimento più delicato e profondo (1). Apertd 
e sincero, egli mette in piena evidenza tutte le gradazionij 
per le quali il suo spirito passò successivamente dall'ebbi-ezza 
al dolore, e fonde poi il tutto con potente energia nella piìj 
severa forma dell'arte. Leggendo attentamente questi sonetti < 
queste canzoni, e in mezzo ad esse quei meravigliosi frammenti 
del giornale della sua vita, si direbbe quasi che per tutto i| 
medio-evo gli altri poeti abbiano &tto uno studio speciale di 
non interrogar so medesimi ed egli solo, pel primo, abbia osate 
affrontare il testimonio della propria coscienza. Di strofe ar-^ 
tefatte si ha copia granitissima anche prima di lui; ma egli 
solo è il primo vero artista nel pieno senso della parola, per^ 
chò ò il primo a fondere scientemente un grande concetto irì 
una forma perfetta. Qui si ha veramente una lirica soggettiva 
impi*ontata della piii schietta verità. . e grandezza obbiettiva] 
e ciò con si armonico accordo, che tutti i popoli e tutti i sc^ 
coli ponno appropriarsi una tal maniera di sentire e di scri^ 

vere Anche se non avesse scritto la Divina Commedia 

basterebbe questa storia intima della sua vita giovanile pei 
far di Dante l'ultimo uomo del medio-evo e il primo de) 
tempo moderno. É la vita dello spirito, che tutto ad un trattò 
acquista la coscienza di so medesimo e si manifesta quale s^ 
sente. — 

(1) Si direbbe che la Vita Nuova di Dante, con qaella tìnta di schietta 
ing(%uuità che Tanima da capo a fondo, abbia additato alla naùono la via 
da tenere. Burckhardt^ n, 7». 



y Google 



STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 163 

rebbe impresa disperata e soverchia il voler 
simili manifestazioni s'incontrino nella Divina 
oi dovremo Heguire canto per canto l'Intero 
«imo metterne in evidenza i pregi in questo 
rtunatamente non siamo in questa necessità, 
nmedia già da lungo tempo è divenuta il libro 
ti i popoli occidentali. II suo organismo e il 
mtale appartengono ancora al medio-evo e non 
mostre idee se non per un nesso di continuità 
loema è essenzialmente la fonte primitiva d*o- 
sia tanto per la sua ricchezza, come per Talta 
stica nella rappresentazione dell* elemento spi- 
le sue gradazioni e trasformazioni. » 
., Die Wellanscìiauung Dante s. Zugleich ah 
rum Uefem Verstàndniss der Divina Gomme- 
ile Revue, Wien, Hilberg 1868. 
ed i suoi maestri. Sarà inserito nel iv voi. del 

•■r., Grundidee und Charàkter der Góttlichen 
fondamentale e carattere della Divina Comme- 
re. 

und Papst nach Dante. Nel Der Katolik di 
; Bonn, 1876, p. 76. 

\ F. J., Dantisehe Reminiscenz an das bihli" 
f rom ungerechten HausJialter in der Die. 
r. VI, V. 127. Una reminiscenza alla parabola 
3re avveduto nella Divina Commedia. Lùbek, 

Dante, Nei suoi Transalpinische Studien, 
ttilmente perchè il gran poeta non sia divenuto 
'mania con tutti gli sforzi che ha per ciò du> 
le fatiche che vi hanno speso intorno tanti e 
'Uditi. 

. F., (prof, di lingue romanze a Berlino), jBe- 
in Dresden am 14 september d.j. gegrùnde- 
Danteverein, abgestattet in der am 10 oktober 
'itzung der Berliner Gesellschafì fur das Stii- 
ren Sprachen von einem Mitgliede derselhen. 
- Rapporto della Società Dantesca alemanna, 



y Google 



164 STUDI SULLA DIVINA COMBfEDIA. 

costituita a Dresda li 14 settembre 1865, letto il 10 ottobre 
nella sedata della società berlinese per lo studio delle lingue 
moderne da un suo socio. 

Paur T., Discorso nel sesto centenario di Dante. Nell'opera 
Zur LeUeratur und KuUurgeschichte. Lipsia, 1876, p. 1-17. 

PpLBiDERBR RuD., Dante s Gótihche Comódie nach Inhalf 
und Gedarikengang ùhersichtlich dargestellt Mit biographi- 
scber Einleitung. Stuttg, Kirn, 1871. — Considerazioni e pen- 
sieri sulla Divina Comedia veduta a colpo d'occhio. Ne scrisse 
il Notter, Gaz. d'Augusta, 1871, n. 290. 

Videa della Divina Comedia. Sarà inserito nel iv 

voi. del Dante Jahrhuch. 

RiCHTER D., Dante und die Góttliche Comódie. Nel Teut- 
sche Blàtter, Ottobre, 1873. 

RiEGER M., Dante. Wiesbaden, Nedner, 1873, in 8® pie. di 
82 pag. 

Sander, Dante Alighieri, der Dichter der GóUlichen Ivo- 
màdie. Vortrag im evangelischen Verein zu Hannover gc- 
halten. Annover, Meyer, 1872. 

ScARTAZZiNi G. A., Dante Alighieri e le sue Opere. Nel 
voi. V della grande Opera: Conversations — Lexicon, Lipsia, 
Brockhaus, 1876. 

Le tre fasi dello svolgimento delC animo di DanU: 

Uscirà nel iv voi. del Dante-Jahrbuch. 

Schtìck, Dante* s classische Studien und Brunetto Latini 

Gli studi classici di Dante e Brunetto Latini. Negli Annali di 
filologia e pedagogia dello Jahn, voi. 92, a. xxxv, Lipsia, 
Teubner, 1875, fase. 5 e 6, pag. 253-290. 

Daniel abbé Edouard (docteur en Theologie, ancien pro- 
fosseur à tìontpellier, vicaire d'Antibes), Essai sur la Divine 
Comédie de Dante; ou: La plus belle, la plus inslructive, la 
plus morale, la plus orthodoxe et la plus méconnue des épo- 
peés mise à la portée de toutes les intelligences et dédiée d 
la jeunesse catholique des nos écoles. Paris, Berche et Tralìn, 
libraires, 1873, in 8®' gr. p. 314 (costa F. 15).' 

Daniel Eduardus, De Dante Theologo, Thesim proponebat 
Facultati Theologiae Aquensi (d' Aix) Dante et ses Doctrìnes 
théologiques contenues dans la Divine Comédie. Thèse poti 
le Doctorat. Antibes, Marchand, 1873. 



y Google 



STUDI SULLA. DIVINA COMMEDIA. 165 

Dante. Nella sua Histoire de la Littér. ital. 

1875. 
F., Jugement sur la Divine Comedie. Nel suo 
ure ancieoDe et modenoe. Paris, Depolafol, 1824. 

Dante et les Origines de la lingue italienne. 
1854, V. Man. Dani, ii, 661; V. E. Camerini, 
erari, Milano, Battezzati, 1875, Voi. i, 288-302. 
Deux vers du Dante et un chapitre du Roman 
Uetin du Bibliopbile et du Bibliotbécaire pub. 

A. XXXVI, Mars-Avril, 1870, Paris, Tecbener. 
Vahleau de la Liiterat. au moyen dge. Paris, 
Lre^on V.- — Precurseurs de Dante — Quelques 

la me de Dante' — Ses études son caractére 
r-321). — Le^on XI. — Imagination de Dante, 
loca, — Considerations sur la Divina Con^ 
46). — Le^on XI, — Unite de la Divina Com- 
quelques rapports , elle offre le caractére des 
mciens — Elle renferme toute Chistoire, toute 

le poesie du temps, — Situation de V Italie, — 
lue du poéte, — Caractére de sa theologie, — 
Hété de sa poesie, — Résumé sur le genie et 
mte (346-368). 

Cours de Litter. Frangaise, Paris, Didier, 1846. 
gè nouveau de la critique après le Dante, in, 
Oant. Il, 675. 

loHN, An introduction io the study of Dante, 
Elder, 1872, vui, 271. 

Biographical Guide of the Divina Commedia 
on, Provost, 1873. • 

BiNOTON Tommaso, Saggi biografici e critici, 
jlese di C. Rovighi, Torino, Un. Tip. ed., 1863. 
73-96. 
SRY Clark, M. D. Opere Dantesche. London, 

acque a Londra, Newington Butta, Surrey, il 
6. Dal 1850 in poi fu tutto in Dante, sicché 
la sua nazione tiene incontrastato il campo. Non 
3lle rime o del sacrò poema, non studio sulla 



y Google 



166 STUDI SULLA DIVINA OOMMBDIA. 

Divina CJomedia che subito con critico senno non ce ne desse 
ragguaglio. USome and Foreign Revieto, il Parthenon, il 
Moming Posi, il GaUgnanVs Messenger, e sovra tutti YAthe- 
naeum di Londra furon lieti d'accoglierne i suoi articoli. Il 
Barlow non risparmiò nò viaggi nò spese per consultare i 
Codici più accreditati, onde larvi raccolta di varianti, e sotto- 
metterle ai vaglio di una critica illuminata. La stia Opera 
Criticai historical, and philosophical, ecc. fu da per tutto lo- 
datissima (Man. Dani, iv, 232). Porta in fronte 1* Epigrafe: 
Alia — Commemorazione — Del sesto Centenario dalia nascita 
— Di — Dante AUighieri, — Poeta, teologo, e filosofo — 
Sempre sommo, — Questa opera è dedicata — Vanno del-- 
Vera sua — D. XC. IX, ~ 11 Barlow non potea non assi- 
stere alle feste, o a meglio dire, all'apoteosi del suo Poeta, 
e com*ei lo chiama, lt4ce e gloria della gente umana; ed io 
ricordo tuttavia, non senza orgoglio, le care dimostrazioni di 
affetto, che in queir occasione m*ebbi da lui. Nò contento di 
dò, volle scriverne i &sti. — The sisih Centenary Festivais 
of Dante AlUghieri in Florence and at Ravenna, preponen- 
dovi le parole, che ne rilevano il sentito entusiasmo dell'Autore : 
A — Tutti i Dantofili — Sparsi per lo mondo — Questo opu^ 
scolo — È dedicato — Nel nome del Pctdre loro — // Grande 
AUighieri — Vanno deWera sua — D. C. L — Avendo la 
dttÀ di Londra nel 1871 occupato un teiTeno che la finmiglia 
Barlow da novanta anni possedeva, e allineatavi una strada, il 
Dantista fece petizione al Consiglio metropolitano de* pubblici 
lavori, perchò la si nominasse Strada di Dante — Dante 
RoAD — e quel ministero municipale, grato al suggerimento 
del suo dttadino, subito e graziosamente vi annuì. (JtaUa Nuatxi, 
n. 383, 12 Ottobre 1871, Builder, di Londra, 18 nov. 1871). 
E perchò si vegga con quanto amore operoso ed instancato 
abbia preso ad illustrare la nostra maggior musa, anche a 
dimostrazione di grato animo che gli debbe 1* Italia, credo con- 
veniente di ripubblicare T elenco delle sue opere dantesche» 
quale egli ce lo diede nel 1872. 

La Divina Commedia, Remarks on the Reading of the 
59th verse of the Vth Canto of the Inibmo. Newington Batts»| 
Surrey, June 20, 1850. 

Digitized by V^OOQlC 



STUDI SULLA DIVINA OOXlfBDfA. 167 

Daniesca. Remarks on the Reading of the 1 14th 
th Canto of the Paradiso. London, 1857. 
'a Rimini ^ ber Lament and Vìndication. With a 
the Malatesti. London, 1859, David Nutt, (Tra- 
jiamb. Ferrari e stampata in Venezia per cura 
lari). 

luto, what it was, who noade it, and how fatai 
eri. London, 1862, Trfibner. — E con questo 
- A Dissertation on verses fifty-eight to siztj- 
*d canto of the Inferno. (Tradotta in lingua ital. 
Imo Guiscardi, Napoli, 1864). 
King and Bertrand de Bom. London, Triibner, 
'tazione sul verso 135 del C. xxviii dell' Inferno, 
ine diede i mal conforti. 
u) e r Arcivescovo Ruggeri; a Sketch firom the 
les. London, Trùbner, 1862. 
torical, and pkilosophical Contributions to the 
yivina Commedia (p. 607) (con fac simili di 
London, Williams et Norgate, 1864. 
Oentenary festivals of Dante AUighieri in Flo- 
avenna. London, Williams et Norgate, 1866. 
lon Dante, with other Dissertaiions — Dante 
ona and in the\al Lagarina. London, Williams 
). La seconda parte fu tradotta in lingua italiana 
iscardi. NapoU, 1871. 

Canti della Divina Commedia, tratti dai Co- 
nella Biblioteca del Museo Britannico, Londra, 

a Divina Commedia, dall*ediz. di. Napoli 1477. 
HoBiB and poreign rbvibw. 

;olato: Dante and hia CommerUalors, Nel n. 6, 
p. 574-609. 

Neil' Athbnabl-m di Londra. 

r at Florence. N. 1539, 25 Aprii 1857. 
trait at Florence. N. 1549, 4 July 1857, 
of Dante's Vision. N. 1570, 28 Nov. 1857. 
da, n. 1601, 3 July 1858. 



y Google 



168 STUDI SULLA DIVINA COMMBDIA. 

The Dante Festival (come fu proposta dall'Autore), n. 1622, 
27 Nov. 1858. 

Altri articoli sopra questa Festa Nazionale si trOTano noi 
N. 1729, 15 Dee. 1860, e nel N. 1894, 13 Fob. 1864. 

The Slavina di Marco, n. 1636, 5 March 1859. 

The Casato of Dante, n. 1639, 26 March, 1859. 

Review of Lord Vemon*s Reprint of the first four Edt- 
Hons of the Divina Commedia, n. 1643, 23 Aprii 1859. 

Od the reading « sugger dette a Nino e fu sua spasa > 
in the Antaldi Codice, purchased, at the suggestion of the 
Author , for the Library of the British Museum , N. 1644, 30 
Aprii, 1859. 

Review of Thomas" Trilogy; Inferno, n. 1654, 9 July, 1859. 

The YeUro of Dante, n. 1674, 26 Nov. 1859. 

Dante The Sailor, n. 1704, 23 June 1860. 

The Southern Cross, n. 1715, 8 Sept. 1860. 

Garibaldi, il Veltro di Dante, n. 1738, 16 February 1861. 

Review of FraticellCs Edition of the Divina Commedia, 
n. 1745, 6 Aprii 1861. 

The Murder of PHnce Henry at Viterbo, n. 1749, 4 May 
1861. 

Proposed Tempie at Florence in honour of Dante, n. 1750, 

11 May 1861. 

Review of Fraticelli* s Life of Dante, n. 1758, 6 July 1861. 

Codici of the Divina Commedia existing in European Li- 
braries, n. 1766, 13 August 1861. 

Pope Clement V, n. 1780, 7 December 1861. 

Revifew of Theodore Marti n's translation of the Vita Nuotxi, 
n. 1789, 8 February 1862. 

Review of the Early lialian Poets by Dante Rossetti , 
n. 1791, 22 February 1862. 

A Neyo Page in the history of Dante AlUgheri, n. 1798, 

12 Aprii 1862. — Questo Articolo è una dissertazione sul 
V. 60 del Canto iii dell' Inferno — Che fece, per viltate, il gran 
rifiuto. 

Review of Tomas* Trilogy; il Purgatorio, n. 1821, 20 
September 1862. 

Review of Thomas* Trilogy; il Paradiso, n. 2017, 23 June 
1866. 



y Google 



STUDI SULLA DlVlSk COMMEDIA. 169 

-aphical Accuracy of Dante Alighieri, n. 1835, 

1862. 

Mrs, Ramsays Translation of the Dimna Com- 

no e Purgatorio, n. 1849, 4 Aprii 1863 — // 

1897, 5 March. 1864. 

Verona, n. 1899, 19 March 1864. 

mce of Beatrice, n. 1939, 24 Dee. 1864. 

Rossette s Translation of the Inferno, n. 1953, 

emains at Ravenna, n. 1967, 8 July 1865. — Se- 
sopra lo stesso soggetto, n. 1976, 9 Sept. 1865. 
Botta' s Dante as Philosopher, Patriot, and Poet, 
Tords Translation of the Inferno, n. 1983, 28 

Day man' s Dante, n. 1997, 3 February 1866. 
of Codici at Florence in honour oi Dante, n. 1998, 
1866. 

Centenary Festivals of Dante at Florence and 
041, 8 Dee. 1866. 
;he Divina Commedia at Holkham, n. 2056, 23 

Longfelloio's Inferno, n. 2064, 18 May 1867. 
Longfelloxcs Purgatorio, n. 2070, 29 June 1867. 
spade, n. 2073, 20 July 1867. 
Longfelloios Paradiso, n. 2076, 10 August 1867. 
Parson's Inferno, n. 2104, 22 February, 1868. 
Dante s House, n. 2110, 4 Aprii 18G8, ed anche 
ia nel n. 2104. i 

ia of Dante, n. 2128, 8 August 1868. 
Glasgow of the Divina Commedia, n. 2150, 9 

David Johnstons Translation of the Divina Corn- 
eo, 10 July 1869. 
l Codici of the Divina Commedia in the Library 

Museum, n. 2180, 7 August 1869. 
Bologna, n. 2199, 18 Decomber 1869. 
on Dante, toith Documents and Album; a Re- 
>, 5 March 1870. 
e de'XX, n. 2226, 25 June 1870. 



y Google 



170 STUDI SULLA DIVINA COMMEDIA. 

Dante at the Cosile of Lizzano, n. 2230, 23 July 1870. 

A Shadow of Dante, by Miss Rossetti; a Review, n. 229T, 
4 Nov. 1871. 

A New Commentari/ on Dante, m 2308, 20 January 1872. 

The Dante de' XX, n. 2315, 9 March 1872. 

TranslatioD of the Letter by the Cav. Seymcur Kirkup to 
the Editor of the Nazione, of March 5, on the relics o( Dante 
stili existing in Florence, n. 2316, 16 March, 1872. 

Nel Parthbnon di Londra. 

La Divina Commedia di Dante Alighieri rfcorretta da 
Carlo WiOe, n. 4, May 24, 1862. Questo articolo è segnato 
D. T. F. L. che sono le prime lettere delle quattro sillabe nella 
parola Dantofilo. 

Dante and his Worrks at Oxford, n. 13, July 26, 1862. 

Codici of the Divina Commedia in the Cambridge Univer- 
sity Library, n. 29, Nov. 15, 1862. 

Nel Jahrbuch der. DBUTSCHECf Dantb-Gesbllsohaft. 
The Matilda of Dante, Zweiter Band, 1869» p. 251. 
Nel MoRNiNQ Post di Londra. 

Letteratura Dantesca , notizia sopra < Cento correzioni alle 
Opere Minori di Dante Alighieri stampaie dal prof. CarloWiOe; » 
in questa notizia si ragiona di Beatrice. August 31, 1854. 

The Vemon Dante; a Review, Aprii 23, 1859. 

Itaìy far the ItaUans, May 13, 1859. 

The Pope and the Poet, January 24, 1860. 

The Wolf of Rome, February 16, 1860. 

Dante* s Prophecy of Piedmont, March 21, 1860. 

Fulfilment ofthe Prophecy of Dante, November 29, 1860, 

Proposed Dante Festival ai Florence, January 8, 1861. 

The King and the Pope, March 11, 1861. 

The Last Days of the Papacy, August 28, 1861. 

Rome and the King of Itaìy, May 21, 1863. 

Nel GALiONANfs Mbssenobr. 

Nel n. 14257 di Sett 14, 1860 si trova una lettera M. Veltro 
di Dante, 



y Google 



STDOI SULLA. DIVINA OOMMBDIA. 171 

Nel Lambbth Maoazine. 

itobre 1871, avvi una breve vita del poeta, scritta 
che ad una contrada vicina alla casa delFAutore, 
lome di Dante Road, di che si trova pur notizia 
rova, n. 383, 12 ottobre 1871 , e nel Builder di 
ov. 1871. 

Opere bianoscritte. 
) opere Dantesche, fin qui non pubblicate, le prin- 

i&xn'o delia Divina Commedia, con sua fraseologia, 
iato, venticinque anni or sono, e compiuto da 

ale istorico della Divina Commedia. 
ose sopra la Divina Commedia. 
lento sopra la Divina Commedia, 
lingua inglese, di tutti i soggetti trattati o toc- 
ina Commedia. 

ssertazioni intomo alla Divina Commedia, e molte- 
una nuova edizione delle Contribuzioni allo studio 
commedia. 
Naples, ecc. ecc. 

DpBRB stampate POSTERIORBfENTB. 

Michelangelo. Printed in commemocation of the 
iry festival of the Mightj master, March 6, 1875. 
Builder » of March 20, with addltions). 
izioni della Divina Commedia tratte dalC edizione 

M.CCCLXXYU confrontate alle corrispondenti 
luattro edizioni, Londra, Williams e Norgate,. 



', Dante e il suo secolo. Annali dell' Università 

w. Dante, suo secolo, e sua vita. Annali di Pa- 

ULT A., Dante e la poesia simbolica del oattoUdsmo^ 
li Europa, 1866. 



y Google 



172 STUDI SULLA. DIVINA. C03fMBDIA. 

PiNTO M., Storia della letteratura nazionale in Italia. Dan 
SÌ40 poema e suo secolo. Mosca, 1866. 

Floto, Dante. Annali di Patria, 1859. 

Atkinson, Dante. Contempor. Review, Agosto, 1864. 

Dante Alighieri, Sua vita e sue opere. Annali di Patr 
1859. 

Dante Alighieri (il xiii secolo in Italia). Giornale pei £s 
ciuUi, 1865. 

Lafenbstre, La festa di Dante, 1864. Messa^iere st 
niero, 1866. 

PiNTO, // VI Centenario di Dante Alighieri. Annali di 1 
tria, 1865. 

BusLAjBW, // VI Centenario della nascita di Dante. Ade 
contemporanei, 1867. 

ORIGINALITÀ DEL POEMA DI DANTE 

LEGGENDE E VISIONI. 

^(V. Man. Data. IV. 2*2). 

D'Ancona Alessandro, / Precursori di Dante, Letti 
fatta al Circolo filologico di Firenze il 18 maggio 1874, " 
renze, Sansoni, 1874. 

Di queir amplissimo ciclo di leggende , che ha per for 
la Visione e' per ai'gomento il gran mistero ch'ò al di là de 
tomba; delle controversie sulle maggiori e minori relazioni 
le monastiche visioni e la Divina Commedia se ne occupare 
con cura amorosa il Delepierre, il Wright, il Labitte e T 
nam, e degli italiani, meglio di tutti, il Villari, ma non 
dice l'Ancona, che dopo tante e diligenti ricerche non vi sic 
altri datti da registrare, e soprattutto non resti, per gru[ 
di categorie, da ordinare, con piìi senno, tutta quanta la va 
materia. E a ciò s' accinse T egregio prof, d' Ancona , don 
doci un libro dove la critica diligente e imparziale si acce 
pagna a tale ottima disposizione delle parti, a tale giudizi< 
scelta da congiungere air istruzione il diletto. In breve ci die 
un lavoro veramente da pari suo. 



y Google 



»RIGIN. DSL POBMA LEOG. E VISIONI. 173 

primieramente delle leggende anteriori al Crì- 
rmandosi su quelle greche-latine; passa quindi 
B* primi secoli della Chiesa, e segnatamente del 
Ile quali, con bellissimo criterio, distingue tre 

contemplative, politiche e poetiche, 
plative o monastiche, vennero inspirate da quel- 
religioso che popolava gli eremi della Tebaide e 
ccidente, d'indole gretta e puerile, indistmte e 
mai oltrepassarono le mura dei monasteri , o i 
*ovincie in che videro la luce. Se non che a quei 
mner dietro altre più ampie leggende che ci 
aluna delle eterne regioni, o tutte e tre insieme, 
3i spandono per tutta la cristianità ; veri abbozzi 
nti del poema dantésco, che presso i credenti 
tanta accoglienza, quanta presso tutti gli uomini 
:o dell'arte, ottenne più tardi la Divina Comme^ 
laggiori leggende sono la Visione di S. Paolo, 
S, Brandano, la Visione di Tundalo, il Pur- 
Patrisio, e la Visione di Alberico delle quali 
irende a parlare. 

visioni contemplative, nate da allucinazione sin- 
» da zelo di spirituale perfezionamento, altre ne 
che, sotto r involucro religioso, celano fini ben 

esse opere di ecclesiastici, involti negli umani 
i se ne fanno stromento terribile e poderoso, a 
premiare i dotatori de' monasteri, a^ spaventare 
iella religione e i nemici de' loro privilegi e delle 
; a stabilire nelle coscienze il predominio di opi- 
»si mondani. Da ultimo la visione, con lo scemar 
le in mano de' laici, si rivolge contro gli eccle- 
che ne avevano usato, vi entra l'allegoria e la 

a rassegna delle tante immagini accumulate da 
ie di generazioni circa il soggetto stesso della 
dia, eccoci il divino poeta, che attingendo diret- 
oscienza popolare, alle opinioni del tempo, piut- 
na delle visioni precedenti in particolare, riunisce 
i lo spirito delle tre maniere, e col suo mera- 
10 ricongiungendo il Cielo e la Terra, la fantasia 



y Google 



174 ORIGINALITÀ DEL POEMA 

colla storia fa la più bella e T ultima delle Vigiom (l). — I 
critica pertanto, partendo da cosi basso per giungere sì alt 
conclude il d'Ancona, fa meglio vedere quanto V opera medita 
del genio sovrasti alle incondite creazioni della £sLntieisia. Gioì 
vedere T Alighieri simile agli uomini del suo secolo, ma maj 
giore di loro; pensare e sentire come i suoi contemporanc 
ma piti altamente eh* essi non potessero: chò i grandi geo 
non sono, come taluno malamente se li raffigura, né solitari i 
un deserto, nò sonnambuli fra' dormienti, ma animi ed iute 
letti nei quali potente si accoglie tutto il sentimento e il pensi e 
dell*età loro, e che li rendono ai loro contemporanei e ai vai 
turi, segnati dell' interna stampa, e, di fuggevoli, fatti immo 
tali. V. Nuova Ant Voi. xxvii, nov. 1874, p. 768. 

Il libro cU Theodolo o vero la Visione di Tantalo da k 
Cod. delXIVsec. della Capii, Bibl. di Verona, or posto in lu 
per Mons, Gio. Batt. G. Giuli ari. Bologna, Romagnoli, 187 
(Dispensa cxn della Scelta di Curiosità Letterarie inedite 
rare dal secolo Xlll al XVII, Ediz. di soli 202 esempi.). 

« Confortavami , cosi il Giullari , alla stampa del mss., e 
me interessante per la forma del volgare, che ci rendeva 
tipo, e vetusto, di uno speciale dialetto italiano. Fin dal prin 
scorrere che feci il Codice, meglio che non alla sostanza i 
libro (triviale formisura e strano mi si mostrava), a ques 
avea pur io posto mente, di poter offerire agli studiosi filolo 
un altro documento delle nostre volgari favelle. » — Se iMa ci 
M.^ Giullari, secondo il Corazzini, fidandosi troppo al suo tri 
scrittore, la stampa non riesci nò tanto corretta, nò tanto f 
dele al Codice, come sarebbe stato desiderabile trattandc 
specialmente di dialetto. Chò in un dialetto veneto misto 
scritta, o meglio trasvestita, se nf ò lecito esternare un dubbi 
una più antica traduzione toscana: se il quasi continuo rip* 
tere le stesse frasi, e le meno comuni, e il commettere le stes 
ommissioni e gli stessi errori, può essere sufficiente ragioi 
a crederla tale. 

(1) < Ad innalzare a Beatrice un monumento imperituro concorreran] 
tutte le cognizioni dell* intelletto — la fisica, la filosofia, la teologia - 
tutti gli elementi della vita universale, — la storia, la politica, la religi 
ne — : tutto le forme dell'arte, — la lirica, l'Epopea, il Dramma — : tutti 
generi della versificazione, — l' inno, la satira, la tragedia, la commedi 
o a perfezionarlo coopereranno l' architettura coli' ordine, la scultura < 
rilievo, col colore la pittura, col suono la poesfa. > p. 99. 



y Google 



LBOGBNDK B VISIONI. 175 

Tugdalo volgarizzata nel secolo XI V ed ora per 
posta in huie da Francesco Corazzini. Bolo- 
i, 1872. (Dispensa cxxviii della Scelta di Curiosità 
lite o rare dal secolo XIII al XVII, Ediz. di 
>lari). 

icazione di questo nuovo volgarizzamento della 
ugdalo, scrive il Corazzini, sarà soddisfatto il 
lussafia e degli altri cultori dell'antica letterar- 
ido esso niente da invidiare agli scritti migliori 
— La bellezza della elocuzione ci fa dimenticare, 
e parole di M.*^ Giullari, le grettezze e le fan^ 
ivola; le quali pure non sono in tutto sprege- 
ino parte dello spirito dei tempi che ispira- 
L Commedia, e se ci danno una pagina della 

umano pieno sempre di stravaganze, di errori, 
ai e d'illusioni d'ogni maniera. La diffusione 
ebbe questa leggenda in Europa, e Tesser vòlta 
, non si spiega soltanto con Tidea religiosa do- 
essere l'effetto di un certo valore artistico uni- 
^nosciuto in essa. E forse nemmeno oggi si 

Autore uno spirito inventivo, una forza d'im- 
anto comune, e le idee non indegne di buon poeta. 

Italia, scrive il prof, d' Ancona, pur altre ver- 

cognite, ma certo è che questa tutte le supera 
i redazione, e per bontà di dettato, come anche 

sulle anteriori si avvantaggia per copia di pre- 
» sulla leggenda.» {Nuova Antol. Nov. 1872, 

' batter Tuiglat de la provincia de Irbemia. 
de BosaruU la tolse da un codice di S. Cugat del 
) Miscellanea Ascetica^ e F ha pubblicata assieme 

1 rey de Ungria, — Questa leggenda è popò- 
Spagna. Tutglat, cavaliere, di rotti costumi, 

[ei tre giorni che precedono l'esequie, guidato 
visita il tripudio celeste, il paradiso dei beati; 
dorè della perduta gente. Nel momento appunto 
iterrarlo, la sua anima ritorna al corpo, narra 
ose da lui vedute, e compunto di sue colpe, ne 
nenda. — Popolarissima è pure in Ispagna, e 



y Google 



176 ORIGINALIlA DEL POBMA 

segnatamente nei monti della Catalogna la leggenda le B 
Pelegri, Al principio di questo secolo si leggeva tuttavia i 
scuole, come opera pia ed esemplare. A significare che 
fanciullo era di molto progredito, correa la voce proverbi 
ei già legge le Devot Pelegri. 

Visione di S. Paolo. Pei manoscritti latini di questa leggenda , 
il CataL dea mss. dea Départem, in, 171; Wrioht, and Halliwelì^ 
antiq. i, 276; Du Méril, Poéa» popul. latin, anter. au. xnsiécle, l 
Brockhaus, 1813, p. 293; Bartsch, Grundr, z. gesch. d. prov. Hter. j 
— Per le versioni francesi, il Db La Kub, Esèai sur lea Bardes ecc 
139; Il Michel, Rapporta ecc., 1837, p. 93. — Per le inglesi, il Wari 
Hi»t. of engi. poetr. i, 19, e Wriobt, p. 8; per le provenzali, il Faci 
Hùt. litterai. provenc., i, 360, e il Bartsch, Deukin. 4. prov. Uttor., 
il ViLLARi, ecc. — D'Ancona. 

Il Viaggio di S. Brandano. Il testo latino trovasi nella pubblica 
intitolata : Legende latine de S. Brandainea avec une tradttctìon inèdt 
prose et en poiaie romanea pubi, par Ach. Jobinal, Paris, Techener, i 
non che nella più recente : Sanct Brandan; eine lateiniache u. drei deu 
texte^ heraus'jg. v. G. Scbródbr , Erlangen, Besold, 1872. Per le 
versioni, vedi Douhet, Dict. dea Lèjendea, Paris, Migne, col. 277 
prefazione dello Schródbr. Un testo italiano, non però nella sua inlei 
a causa delle sue molte lungaggini, fìi pubblicato dal Villari. — D'An 

Leggenda del Purgatorio di S. Patrizio. Le maggiori notiz 
questa leggenda nel citato libro del Wrioht, nonché nel Diction. dt 
gend. col. 051, e nella Appendice di Philomnbstb Iunior (Gust. Bru: 
al libro Le voyage du puya aainct Patrice, Genève, Gay, 1807. Testi 
ne sono indicati nel Catal. dea Ma. dea Dèpart. i. 189, 473. ii, 777. Il 
attribuito a Enrico di Sutrbt (Hbnricus Saltbribmsis) moaM|J 
dettino vissuto circa il 1150 (v. Pabricius, Biblioth. ediz. Galetfl^tt, 
è stampato nel Massingbr, Fiorii, inaul. aanctor. Hibem. Parigi^ 
La leggenda è anche riferita nello Spec. di Vincenzo di Beauvais, 
Matt. Paris, (a. 1153). Pel francese, oltre il testo pubbl. del Gay, v 
uno molto più ampliato e moderno nel Diet. dea Légend., col. 957. 
in versi trovansi in Tarbó, Le Purgatoire de S. Patrice, Reims, IS 
in Marie db Frange, ediz. Roquefort, ii, 403: vedi anche Db La 
Eaaai, ni, 245, e P. Paris, Maa. Frane, vi, 398. Pel provenzale, 
Du MÀOE, Voyage au Purgatoire de a. P. par PerUhoa et lo Ubi 
Tindalj Toolose, 1832. In italiano, trovasene un testo assai breve 
Vite dei SS. PP.j iv, 88. Più ampio è il testo pubbl. dal Villari, o; 
51-76. Una lezione veneziana ne ha stampata il prof. Grion nel Pi 
gnatore, in, 116 (V. Man. Dani, iv, 246). Vedi anche il Teatro delle C 
e Purgatorio di a. P. di G. Falboni. Bologna, 1657, e la Vita del % 
gioao a. P. con la relazione del rinomato suo Purgatorio scritta da t 
Parisiensb , e la veridica atoria di Luigi Ennio. Venezia , 1757. É 
il dramma spagnuolo El Purgatorio de S. Patrick) di Galdbron. — 1 
cona. 



y Google 



LB0GB9n>B B VISIONI. 177 

FftATB Albbuico. CaHeeilieri^ Orione della Divina 

, e nel voi. v, della Divina Goromedia nelle edizioni del 
Minerva e del Ciardetti, con a pie* di pag. paralleli con- 

eschi. 

, Le$ Poèles Franei9C€tinM en Italie au XIII siècle. . . . 

\es noutelles sur les toureet poéiiques de la Divine 
complòtea di A. P. Ozanam, V. Edit. Paris, LecotTre, 

li Salvatore, Storia di Rabbi Giosuè figliuolo 
rida Talmudica, tradotta daW ebraico. — Gr- 
iso^ — del Giariino di Eden, — Chiusa della 
e\V Annuario Societ. Ital. Stud. Orient. i, 93. 
IPopera di Jellinek, Bet ha~Midrasch, Samml. 
ém, Lieipzig, 1853-57, ii, 48-51. 
è fu dottore misnico illustre, il quale vìsse alla 
lolo àAV E. V. Da alt-uni passi del Talmud si 
la dimestichezza cogli Elsseai, da cui derivano 
partizioni del Paradiso e dell* Inferno, imitate 
, leggenda, che l'egregio prof. Benedetti ci offre 
per riiipetto al suo tòma fu chiamata dair illustre 
un* antica Dimna Commedia^ il Rabbino ci si 
sroe ad un tempo ed autore del viaggio nelle 
mio e del castigo. 

niere sacro di Giuda Levita, tradotto dalC e- 
"rato, con Introduzione. Pisa, Nistri, 1871. 
etti chiude il Proemio, preposto alla versione, 
le: Nel leggere attentamente e più volte TA. cui 
studii, e che visse due secoli innanzi a Dante, 
senza cercarli, concetti, e immagini e vocaboli, di 
> nella Divina Commedia corrispondenze. Allora 
idenze mi posi a cercare di proposito, e con amo- 
distrai . . . Codesti brani della vesta dantesca, che 
oli si fa sempre più chiara, coprendo e adornando 
paesani di cui ò qui vestito il pellegrino ebreo 
anno, spero, se non a dargli diritti di cittadino, 
oppo pretendere, a procacciai*gli almeno come 
nal visto, accoglienze oneste e liete. 
, Elude sur Brunetto Latini apprécié camme le 
le, Paris, Plen, 1873. (Les Pénalités de l'Enfei- 
170). 

12 



y Google 



178 ORIGINALITÀ DBL POEMA 

Dante, aggirandosi per V Inferno (Inf. xv.), tra i rei d* ia« 
fame delitto riconosce il suo maestro Brunetto Latini, si trat- 
tiene con lui in colloquio afièttuoso, e gli dimostra la sua 
gratitudine. Prima di accomiatarsi. Brunetto raccomanda cal- 
damente al discepolo il suo Tesoro, nel quale ei vive anco- 
ra (1), e più non gli chiede. — Dopo la rotta di MonteapeKi, 
condottosi il Latini esule a Parigi, vi avea trovato oltre Vlmage 
du Monde un recente lavoro enciclopedico del domenicano 
Vincenzo de Beau vaia, scrìtto in latino, col titolo Specuium 
majus, meglio conosciuto col nome di Quadruple Miroir. Ve- 
nuto in vaghezza di mostrare, egli italiano, la vastità delle 
sue cognizioni dettò da prìma il Tesoretto in versi italiani, 
dipoi il Tesoro, in prosa fraiiceae, enciclopedia di quel secoloj 
cominciatore della civiltà, e quasi arnia di mele tratta da* fiori 
diversi e come un composto delle più preziose gioie deir antico 
senno. — Trois quali tés éminentes firappent dans cotte oeuvre 
de Brunetto Latini: e* est, d*abord, un sens pratique qui lui 
fait diriger toujours vers Temploi utile aux besoins et à la 
conduite de la vie Tenseignement qu* il donne ; c*est, en second 



(1) Nella seconda metà del secolo XIII ne fece una versione Bono Oi am- 
boni, ed ebbe quattro edizioni. La prima si fu di Trevigi nel 1474, V altra di 
Venezia nel ìbià; la terza ivi stesso nel 1553, la quarta pur di Venezia del 
1811. Le prime tre soorrettissiroe e mozze; la quarta, curata dall* illustre 
Carrer, parve alcun che migliore di quelle: ma nemmeno questa rtusci a 
porgere quella giusta e sincera lezione del Tesoro volgarizza to^h* era ai 
vivamente desiderata, perchè egli pure tratto in errore da que^jtampe, 
non aiutato da Codici, che sventuratamente neglesse, ned avendo "Visultato 
alcun testo dell* originale francese, col quale soltanto gli sarebbe stato 
possibile di emendare guello della versione, dovette lasciare per disperato 
andar monchi ed errati moltissimi luoghi del libro dottissimo^ che si era 
assunto di ripublicare. — Alla stessa malagevole impresa s* accinse poscia a 
tutt' uomo un erudito e laborioso filologo veronese, il p. Bartolommeo Sorio, 
cominciando, come doveasi, dal procacciarsi copia di Codici francesi ed 
italiani, onde giovarsene nella correzione del volgarizzamento. ... I molti 
studii da lui fatti sull'originale e sulla versione ne* vanì Godici, ed altri 
ancora di cronologia, di storia e di varia erudizione, per confrontare 1 pasjù 
del Tesoro con quelli deffli autori latini, da cui gli trasse il Brunetto, onde 
con questi correggerne la lezione, gli diedero abilità d* intraprendere una 
edizione def Tesoro ben più sincera dell* altre, e di questa mando innanzi 
un saggio col titolo : // primo iibro volffare del Teitoro di Ser Brt^netto 
Latini recato alla sua vera lezione da Bartolommeo Sorio P. D, O. di 
Verona^ ma senza data e luogo. Nò si potrebbe lodare abbastanza questo 
lavoro, arra non dubbia di una edizione dU tutta V opera per più risp<*tti 
compiuta, se la morte immatura del ralente uomo non gliene troncava il 
disegno. In continuazione di questi studii. dopo il Primo libro pubblico il 
Sorio il Trattato della Sfera, dava opera alla stampa del Libro settimo, 
e più correzioni proponeva al Tesoro in varii scritti da lui dati in luce 
negli Atti dell' Itttituto Veneto di scienze, lettere ed arti. Oltre questi, ne 
lasciò ben altri tuttora inediti, che volle egli legare alla R. Commissione 



y Google 



LBOOENDB B VISIONI. 

et douce rooralité qui en pé 
fÌD, QD soufflé de poesie qui 
lettura del Tesoro si compn 
uoa tal scuola, auspice il sut 
(tro: 

in U mente in*è fitta, ed or m*ac4 
a e buona imagine paterna 
, quando nel mondo ad ora ad ora 
Qsegnavate come Tuom s'eterna : 
ìV io Tabloo in grado, roentr' io viv 
n che nella mia lingua si scerna. 

a sua storia della letteratura 
a il Tesoretto e la Divina Coi 
te ne togliesse il concetto e 
prof. Ortolan, dopo di aver fat 
Ito, soggiunge: € Malgré quei 
des détails accessoires de pe 
de dire que ni la concepti< 



in Bologna. . . . Ma pur dalle sole ] 
orgere quanto sia grande il nume 
sriori, delle lacune supplite, delle oi 
3 chiari i luoghi oscuri od errati, 
1 libro. . . . Stampato quel primo lil 
ni incontrasse poco dopo act^uistarc 
[)ne eccellente, perchè quasi sempr 
nde che non solo corregge spesso 
stampe della versione, non escluse 
io, ma otfre pure di bello e molte vi 
ne di quelle; e membri di periodi 
> a compierne il senso o il discon 
onamenti, e narrazioni che in qu< 

diversi. Convinto il Visiani che a 
Oj come per la scrupt)lo9a esnttezzi 
Tità sopra i codici italiani più nuti, < 
saggio di tutto il Codice, col titolo 
no Latini^ Libro primo edit > sul 
con pili altri e coi testo originale 
spensa r.iv della Scelta di curiosità 
al XVII). Il dotto filologo corredava ( 

note preziose, e delle voci e modi ] 

vide solo la luco nel 1863, per ci 
r par Brunetto Latini publié poi 
•its de la bihliolhéque imperiale, cU 
'irs manuscrils des Departemens 
563-4 (di p. 736, Forma parte della 
liti della serie di. Francia). 

Gingueoé, una visione del poeta, 
antastici, uno smarrimento in una 
dei vizii, lo scontro d'un antico pò 
), e quello d'un antico astronomo, < 



y Google 



180 ORIGINALITÀ DSL POBM\ 

ni le bui des deux poéraes , ne soni à com parer G 

IVsprit general qui a péiiótré dans Tàme du jeune Dante, 
lui a ouvert rimmense horizon des connaissanceB humai 
et Ta poussé à en parcourir lui-méme .plus tard les prol 
deurs; qui, par le récit de Téxil, du séjour et des travaus 
France, lui a fait connaltre les ceuvrea de savoir et de pò 
alors courantes, le préparant lui-métne, sans qu'ils s*ea d 
tassent ni Tun ni Tautre, à un exil sembUble et à des 1 
vaux plus fóconds encore ; qui Ta mis dans la socióté des gra 
philosophes et des grands poètes de Tanti quìté, comrae il 
est mis plus tard lui-méme en abordant au premier cerei 
Bon Erfer ; qui lui a donne, enfìn, ce coup d^aiguillon sci 
rain par lequel on se sent lance dans le monde des ÌDt< 
gences avec Tardeur de s'óterniser. — Brunetto Latini est, 
dessus tout, un moraliste; c'est le caractère qui domine e 
Tensemble de ses écrits. Les règles de la conduite de Thora 
Tétude, le classement, les conséquences funestes des vice 
des passions; en y joignant ce que Brunetto appelait les pe 



nomeni celosli, ed ecco per avventura il primo germe del componin 
del poema di Dante, o al meno che sia, V idea generale, nella quale j 
e ftise in alcun modo le sue tre idee particolari dell'Inferno, del Puri 
rio e del Paradiso. Avrà una visione come il suo maestro: si smarrii 
una foresta, in un luogo deserto e selvaggio, d'onde si troverà trasp«) 
sulle ali del pensiero dove lo richiederà il suo disegno, o lo vorrà il 
^enio. Gli è necessaria una scorta : Ovidio era stalo la guida di Bran 
in un argomento più ^ande sceglierà un più gran poeta, qmUo eh 
Toggetto de' suoi studii, e che avea mai sempre tra le mani. Eleg 
Virgilio, al qnale la discesa di Enea all' Inferno dava anche una mai 
convenienzfi per condur lui. Ma esser egli pagano, lo esclude dal l 
della ricompensa. Un'altra scorta pertanto condurrà il viaggiatore, e qi 
sarà Beatrice, oggetto del suo pruno amore , e della quale avea prou 
di dire cose non mai dette innanzi di veruna donna. — Se pero questo v 
pur sospettarsi, .dice il prof. Zannoni, nella sua prefazione al Tesoretto, 
msieme tenersi che una legg^iera e presso ch*e invisibile favilla suso 
abbia grandissimo incendio: in che è assai più da considerare la ma 
atta a nen ardere, che ciò onde mosso la prima fiammella. — Certo 
può dubitarsi che Dante non pur vedesse il Tesoretto, ma lo Eludi 
ed in alcuni luoghi ancor lo imitasse. 11 Nannucci ne allega molti p 
che sarebbero stati pure citati dalPOrtolan. Anche V Ubaldmi pubblio 
il Tesoretto (1612), il Pelli nell'Elogio di Brunetto (Elogi d'ili. Tose. 1 
il Corniani, Stor. della Lett. 1, 66, sostengono che Dante togliesse dal 
stro l'idea del poema, o almeno quello dello smarrimento della selv 
V. Puccianti Gius. Introduzione allo studio della Letteratura, Lcx. 
La Visione — il Tesoretto di Brunetto Latini. 

Fra^'cesco Fontani, in una sua lettura all' Accademia della Ci 
(1818) combattè l'opinione che il Tesoretto possa esser tenuto il fonte 
Divina Commedia. — Skinnoni, Storia dell'Accad. della Crusca, p. 15 

Nel IV. Voi. del Jahrbuch der Deutschen , Dante^Oesetlschaft, ^ 
inserito un lavoro del Deliits col titolo: La Divina Commedia di Da 
*4 Tesoretto di Brunetto Latini. 



y Google 



LBOGBNDB K VISIONL 181 

1 Trésor^ c^esUà-dire les avis et les sentenoes 
ce que Dante a lu et entendu constaramcnt 

iciliare, chiede 1* Ortolan, Dante grato al buo 
con Dante che tramanda alla posterità, co- 
il nome di colui, dal quale, secondo le sue 
■eso egli avea quelle cose per cui l'uomo s*e- 
brunetto h nel suo libro delle Passioni Figu» 
ro (p. 139, 305, 379. 380, 464), più volte fle- 
to un Hi laido vizio? Non scrìveva egli nel 
tra questi peccati — Son via più condannati — 
orniti: — Deh ! come son periti — Quei che con^ 
igan con tal lussuria! Quoi qu*il en soit, coa- 
(et coniment serait-il poASÌble, à pareille di- 
re ce vilain procès?), le jugenient du grand 
irìtó, et c'est TéléVe reconnaissant qui inflige à 
ivers les siècles, cette tache indelèbile! 

ORI DEL DIVINO POEMA (1) 

(T. Man. Dani. IV, 956). 

MiANo, / Teologi naturali, Squarcio del Pa-- 
dall'ebraico di S. De Benedetti. Pisa, Nistri, 
sze D*Ancona-NÌ9sim'. 

squarcio tolto dell'opera dì quel Manoello ro- 
}rto fosse amico dì Dante, e da lui abbia tratto 
uo Inferno e Paradiso, che però svolse a modo 
tutta ebraica. Che del resto, per T indole dei- 
te Dantesche sono, direi quasi, evidenti nelle numerose 
Jacopo Boehme, il gran teosofo Lusaziese (nato a Alt- 
lorlizia nel 1575, morto il 97 nov. lOSi). Il mondo mi- 
ctirda in modo maraviglioso le visioni dantesche, ed in 
a Beatrice di Dante essere il suo ideale di verginità, 
lomìna mai il Cantor di Beatrice; n6 è cosa lieve Tin- 
iiezzo e^li potesse essere arrivato ad avere cognizione 
« lafHnità non è anche qui che meramente casuale, e 
ava per avventura il linguaggio dantesco senza che di 
idito neppure il nome. . . . Una conoscenza almeno me- 
nvenianio anche nelle opere del poeta satirico Giovanni 
h ( nato 1601, morto 1609). L'opera sua principale, le 
« e veridiche f sono in parte una libera traduzione delle 
> spagnuolo Don Francesco de Quevedo Villegas, che é 
materia sono una imitazione di Dante. Il Quevedo dico 



y Google 



182 IMITATORI DEL DIVINO POBMA. 

r ingegno più arguto che grave e per larghezza d' opinioni^ 
egli somigliava ben più che al Teologo nutUus dogmaiis ez?^ 
pers al suo commentatore certaldese. E appunto, per larghezza 
d*opinioni, il presente squarcio mi parve degno di nota. L.*Oh 
riginale è in prosa rimata, forma che ì tedeschi ebbero i] 
coraggio di riprodurre nella lingua loro, ma io non T avrei 
nella nostra. — De BenedeUÙ 

Emanuele di Salomone, Inferno e Paradiso, parafrasi poe^ 
Hca, date ebraico, di S. SepilU, in 8®, p. 65. Ancona, Civelli, 1 874; 

Falamonica Bort. Gentile, poeta del secolo XV, C, xi.m irà 
terza rima inediti, meno quattro o cinque. — V. Schiavi a,b\ 
prof. Lorenzo, Manuale della Letteratura italiana, p. 195. 

M ASINI Cesare, La profana Comedia , C. xxxiv, in terza 
rima. Parodia d<'irinferno Dantesco. 

Monti Vicenzo, La BorWìliiana, che gli ottenne il tìtolo di 
Dante raggentilito. II. Manzoni sotto il suo ritratto scriveva ì 
8«g. versi: — Salce, o Divino, a cui largì natura — // cor 
di Dante e del suo Duca il canto : Questo fia grido deiT etd 
ventura. Ma Cetà ehe fu tua tei dice in pianto, 

SOGGETTI 

INSPIRATI DALLA DIVINA COMMEDIA 

(V. Man. Dmnt. It, 4ÌS; IV. 2U e B68J. 

Da Prato Cesare, Dante e Bice^ Racconto Storico. Milano^ 
Barbini, 1873. 

BsNCi venni prof. Ildebrando, Francesca da Rimini^ Rac-^ 
conto storico. Firenze, Salani, 1873, in 16**, di p. 136. 

nfìl principio del suo lavoro di avere avuto le visioni ch'egli va descrì^ 
vendu dopo letta la Divina Commedia (aviendo Corrado los qjos ooti el 
Wtro dfl Datiffj. Il Moscherosch non fa menEÌone di avere attinto alla sw^rn 
gente priroitiva. Forse ei non conosceva Dante che pel me/7o del Qut-vedo 1 
sebbene non sembri probabile che e^li abbia voluto contentarsi della paln 
lida imitazione del poeta spagnuolo piuttosto che ricorrere alPoriginale ìtal 
liano. E si osservi che lo scopo del Moscherosch* è in parte il ii)ed«<<iinQ 
di quello di Dante, cio^ di favellare i costumi corrotti e depravati del sua 
tempo. Scartazzini, Dante in G*>rmanìa. Rivista Internar. I, 309. 

L'egregio mìo amico dott. Gaetano Vidal. professure dell Universi (^ <ii| 
Barcellona, mi la cenno d'un' operetta, venutagli alle mani, che dovrebbe 
essere dei primi anni del seceuto, col titolo: Viatie al Infern por- />o^- 
Pnrfrr. Ei vi trova specchiate molte imìtarioni della Divina Commedia sì 
ripiiardo alla furma che al concetto; e molto ingegno nell'Autore. La crede 
tuttavia ined.ta, ed ha in animo di darla alla luce. 



y Google 



SOGGETTI INSPIRATI DALLA DIVINA COMMBDIA. 183 

} RoBfA^i Fblicr, Francesca da Rimini^ Melodramma, Vi- 
[ cecza, Parise, 1823. 

Gbislavzovi Antonio, Francesca da Rimini, Meiodrainma, 
Miisìra del Maestro Cagnoni. 

Benvenuti Matteo, Francesca da Rimini, Melodramma, 
Milano, Rirordi. 

PoLA FRANrESCo, Francesca da Rimini. Dramma musicato 
dal M. Pietro Generali. Venezia, Casali, 1829. 

BEi«iJiccfii Luigi, Francesca da Rimini, Tragedia, Siena, 
1824 

Casoretti GiRor.AMO, Lancilotto Malatesta, Tragedia. Ve- 
nezia, Antnnelli, 1838. 

Posnrco C U-, La Francesca da Rimini secondo la stona 
e secondo Carte, Studio. Fermo, Barher, 1876. 

Fabbri ro. FìOoardo, di Cesena, Francesca di Rimini, Tror 
gedia. — Fu com(>o$ta nel 1802. La prima edizione è di Ri- 
mini, tip Mai"sont»r, 1820: ristampata nel periodico il Solerle, 
a. rv. 18 il. e nella Harrolta delle sue nove tragedie. Monte- 
pulciano, Furai. 1844-45. — Veggasi nel periodico il Vaglio 
ài Novi Ligure il raffronto che il prof. Gazzino ne fece con 
la tragedia posteriore del Pellico. 

Canale Michele Giuseppe, Farinata degli Ubarti, Genova. 

Vigano Salvatorb, Alessandro neW Indie , Ballo eroico 
rappresentato nel gran teatro la Fenice nel 1829. Venezia, 
Casali, 1829, 

Villa REA LE Mario, Fra Dolcino e suor Margherita, Rac- 
conto poetico. Palermo, Marsala, 1872. — Fra Dolcino e la 
bella Margherita. Milano, Lombardi, 1872. — Dal periodico, 
La Riforma àA secolo XIX. 

RoNZANi Domenico, Ugolino della Gherardesca, Ballo tra- 
gico in 6 atti, composto espressamente e diretto da Domenico 
Ronzani per ra|>ertura del nuovo teatro Comun. di Cesena 
nella fiera deiragosto 1846. Cesena, Bisazla. 

Gbrstenbbrg (di) Arrigo Guglielmo, ( n. 3 gen. 1737, m. 
1 nov. 1823), Ugolino, Tragedia. Amburgo, 1768. Fu rappre- 
presentata dal Dobbelin a Berlino: voltata in italiano dal Ce- 
roni. Milano, 1843. 

11 Bodmer scrisse contro il Gerstenberg la sua operetta: La 
Torre della Fame a Pisa. Coirà, 1769. Scartazzini, 



y Google 



184 800GBm INBPUUTI DALLA XìVflSk OOMIfBOIA. 

Taddbi Rosa, Il Commento di Ugolino, vedendo spirare 
Tiiltimo suo figlio. TadJei, Versi, Trieste, Maldini, 1839, 14. 

BoLHBNDOBP, UgoUno Gherardesca^ Tragedia, Di-esda, 1807. 

ScBiFFiGNANi Francbsco, // conte Ugolino, Tragedia. Kl 
Cbark, Costantinopoli, 1873, p. 179. 

Rbcrb e. V., Bertram de Bom, Dramma lìrico. Fu assai 
applaudito nelle scene di Danimarca. 

CoséA Pietro, SordeUo^ Tragedia in 5 cU'i, 

Colli NI Angelo, Sordeilo. Mantova, Negrotti, 1847. 

Vii.larbalb Mario, Marzwxo o il Perdono, Ispirazione sto- 
rica: Quel di Pisa Che fé parer lo buon Màrzucto forte. Forma 
palle deiropuscolo: Inspirazioni e Fantasie, Palermo, Roberti, 
1854. 

Marbnco Carlo, Corso Donati, Tragedia. Torino, Pomba, 
1820. 

Caraccio Ant., di Nardo, Corradino, Tragedia. Roma, Bua- 
gno, 1694. 

Db Pasquali Gaetano, La Piccarda, Novella. Palermo, Pe- 
done, 1839, di pag. 33. 

Marbnco C, La Pircarda, Tragedia. 

Giom Napolbonb, Piccarda Donati^ Cantica, PoUmetro, 
Dalla strenna fiorentina, a. in. 1844. 

Carutti Domenico, Giano Della Bella, Carme, Roma, Bot- 
ta, 1872. 

Galzerari Giov., Buondelmonte^ Azione mimica in 6 atti. 
Venezia, Casali, 1826. 

Valletta Ignazio, Le Nozze di Buondelmonte, Milano, 
Goglielmini, 1838. 

A 10 Feblvaio 1887, al ballo dato dalla nobile Accademia delle Dame 
e Cavalieri òì Napoli, vi fu una Mascherata rappresentante i quattro grandi 
poeti italiani. — Zkinte, cav. Rinaldo Actoa, — Beatrice» principessa Zurlo, 
— Francesca di Rtmini co. Fiqueknont, — Paolo Malatesta Principe Ode- 
scalchi, ~- Guerriero al tempo di Dante, Duca di Lieto. Tutti i soggroitì 
vennero poi litografati dal Gaociniollo e Bianchi, e posti in colori e con 
abiti di costume. 



y Google 



185 



ALLEGORIA 

DELLA DIVINA COMMEDIA. 

rjran. DatU. II, 900; IV, 96$). 

N. N., Le allegorie morali e il senso storico. Bibliothéque 
Unlreraelle de Genove, d. 13, I5feb. 1847. 

Accennata brevemente )a storia dei mifttiVìsnio presso gli 
scrittori sacri, fa, suo argomento speciale Tallegorismo di Dante, 
e dimostra, dovervi nelle tre cantiche cercare innanzi a tutto 
la storia del Poeta e de* suoi tempi , e niuna cosa essere più 
iorerta e più strana, delle allegorie morali che or si vollero a 
viva forza intravedere dagli sposirori antichi e moderni. Veg- 
gasene Testratto che ne diede G, Picei nel Gior. Euganeo, quad. 
Nov. e Die. a. iv. 

Vaccaro ab. Emanuele, Sopra un contento di Dante fatto 
da Ugo Foscolo, Riflessioni critiche, Palermo, Gab. Tip. alla 
inaegna del Meli, 1831. 

Frango Antokio, Esposizione deW Allegoria della Divina 
Commedia. — Scritti Letterari e Filosofici poi»tumi pubblicati 
per mra di Vicenzo Di Giovanni. Palermo, Virzl, 1875, p. 1-73. 

Pel Franco è cosa evidentissima che sotto Tallegoria della 
selva oscura vi«n designata la posizione della città di Firenze 
nel 1300; allorché Dante, eletto Priore, dovè ntrovarsi in 
mezzo a' sospetti, agli odj, alle inimicizie, alle turbolenze, ai 
tamtthi, all'anarchia prodotta da' due partiti tutti armati. Questa 
prima chiave, dice il Franco, apre l'intelligenza non che del 
resto del Canto, ma dell'intero Poema, riguardato tuttora 
misterioso, ad onta de' sudori versati da' Comentatori. Il 
Colle, al pie del quale giunse Dante, là oìse terminava quella 
YalUn designa la speranza ch'egli ebbe di rimettere la pubblica 
tranquillità; dopo che, armato il popolo, ebbe confinali gli 
uomini più perniciosi delle due sette. — Il Franco nella Lupa 
vede la cupidigia de' Rivoluzionai j , ossia la parte Nera, nel 
Leone l'orgoglio de' Potenti, ossìa il partito de' Bianchi, e 



y Google 



186 ALLEGORIA DBLLA DIVINA COMMEDIA. 

nella Lonza V indocilità del popolo, che armato da Dante per 
reprimere le due fazioni, non lasciava di apportargli imba^ 
razzo. ' La parte Nera sostenuta dalle forze di Roma e di 
Francia fu la sola bestia che diede gravezza assai, e gli tolse 
ogni S|)eranza; fu la parte Nera che lo fece senza pace, rin-- 
Dovando le turbolenze che aveva egli sedata; fu la parte Nera 
che scoraggiandolo di ottener gloria nel maneggio de* pubblici 
affiàH, lo deti^rminò di acquistarsi rinomanza eterna, mediante 
Talto suo ingegno, ed il suo sapere meraviglioso. 

Calvori J., La Selva, le Belve e le Tre Donne della Di~ 
vina Commedia, Idea di un nuovo Commento esposto m due 
discorsi. Torino, Paravia, 1873. 

Chiamate a rassegna tutte le interpretazioni delia princi- 
pale Allegoria dantesca, ei si fa a demolirle iutle^ e quasi a 
cassarle^ non per inmdia^ nò per amor di. gloria^ ma animato 
da un sentimento vivissimo di culto a Dante. Gli è forza adun- 
que, assevera egli con rarinpima modestia (!), di riedifif*are. — 
Supremo dei desiderii del Poeta era di raggiugnere il colle 
della gloria, sobbarcandosi a* comuni incarichi, e con questo 
entiavagli speranza di poter riwtelvare nel primiero staio la 
sua Firenze, e, de' figli men pietoso, diradarne le maligne 
radici^ e gli sterpi velenosi. Ma tre fiere, una lonza leggera 
e pre-ta molto (Firenze, città partita, specchio di parte); un 
leone, con la test'alta, e con rabbiosa fame (La Francia guelfa); 
e pe$>sima di tutte, una lupa, carca nella sua magrezza di tutte 
brame (Roma papale), gliene im|>e<iirono il cammina, e gli fe- 
cero perdere la speranza dell'altezza, minandolo in basso loco, 
dove non splende luce di gloria. Onde se vuole salire al dt- 
lefioso monte, che è principio e camion di tutta gioia, gli convien 
tenere altro viaggio: dalla politica tramutarsi alla poesia.* Ma 
i suoi verpi non dovevano più essere semplici rime di amot*e, 
ma da più ulto assumere concetto, sentimento e forma. Della 
ibrma è espressione Virgilio il maestro, l'autore di Dante, il 
quale dev'essere considerato altresì nel senso proprio di altis- 
simo poeta; del concetto, la Donna Gentile, significazione 
delia filosofia, e Lucia della Religione cristiana. Beatrice espri- 
merà il sentimento, quel nobilissimo sentimento che sorge nel- 
l'anima p<*r la contemplazione del veit), del buono, e del bello, 
espresso e concepito nella forma più santa, più sublime e più 



y Google 



ALLEGORIA DELLA DIVINA COMMEDIA. 187 

'QetH. pope pur »è atps^o a sìgnifir^re il partito 
el partito p**l quale rominHa a splendere il lume 
il pianeta eh« mena dritto altrui per ofrni rolle. — 
ante n^n inte«e H^'jiiirnare « un uomo individuale 
i un essere indeterminatamente compreso, ehe la 

di lui e r anima tutta rivolta alla patria gli di- 
ìhile in mezzo alle calamità d'Italia. > 
DI Np.tima Fravcfsco, Nfinvo Commento sopra 

Allegoria d^l Poema di Dante. Roma, Pallotta, 

•istnnfirere in più hreve e del tutto piano sermone, 
te nell'anno 1^00. trentacinquesimo di ana vita, 
di Priore in Firenze, nel momento che le pubhli- 

andavan'^ s'^ompiirl'Hte per l'imperversare delle 
r)rdie. Phiò l'Aliehieri, r»er la sapienza e prudenza 
1 comporre le discordie l'chè jfli animi esacerbati 
[> pativan*» K ma farle per allora tacere, e sovra- 
epotenza di pi-ivati cittadini con la rivendicata 

\e^fÒ' r>a questo f^lce risultato, confortato l'a- 
impie speranze, non sì tenne dall' adoperarsi con 
^zi ch'ep-li p» teva i mi«rliori, perchè i Fiorentini, 
fpse, le diffncptize composte, tornassero all'antico 

ordini repubblicani; Vi patria libertà, per le coq- 
icolante. con la loro unione salvassero. K avve- 
i che con lui reg'olavan'^ le cose dello Stato, vuoi 
rìn volenti, non lo priovass^ro, siccome pure do- 
si loro con«ìprlio, né dell'opera loro. 1' uomo ma- 
' nulla ispromenf itosene, procedeva animoso. Ma 
no, non principale, al suo proposito ej^^li trovò 
lertinaceraente fé oci de' suoi stessi concittadini ; 
enza di Carlo di Valois, tìnal-nente nella politica 

Rom-i. QuMste non si tenendo dalle celate in»i- 
9 offese manifeste, ma ora le une, O'a le altre 
meglio tornava al p'roposito loro, non pure im- 
Poeta dare effetto al suo genei-oso pensiero; ma 
infocando, ma confortando di potenti aiuti le ara- 
igie de' cittadini, la (Zfià tanto disordinata città, 

scompig'i, con più feroci commovimenti, minac- 
iltima miserabilissima sorte. Si fu allora ch'egli, 



y Google 



188 ALLEGORIA DBLLA DIVINA COMMEDIA. 

forse a ciò inspirato dal cielo, siccome egli stesso credeva, 
concepì nella niente sublime, concitata a cose stupende dal 
santo amore di Patria, Tidea del suo veramente divino Poema, 
affinchè, per le meravigliose cose che sono in e5>so, ridottisi g>li 
italiani a vita più costumata, assembratisi attorno quello che 
solo poteva tornare unita la Patria, fosse non la sola Firenze, 
ma Tuniversa Italia resa libera, forte, indipendente. 

Canavbsio prof. Sebastiano, Il primo canto della Dimna, 
Commedia spiegato colf Ypsilon di Pitagora, pubblica lettura 
fatta a Mondovi la sera del 28 di Febbraio 1873. Mondovl, 
Bianco, 1875. 

Dante À assai grossamente inteso, scriveva Matteo Pal- 
mieri (n. 1400, m. 1475), nel suo Trattato della Vita Civile^ da 
coloro che pensano aver egli cominciato a narrare di so dal 
trentacinquesimo anno della sua vita. 11 glorioso poeta, subito 
nel principio, allude al sit^tema del celeberiimo filosofo di Sauio, 
il quale, nel trattar della vita dell'uomo, con eleviita dottrina 
la divide, secondo le virtù dell'animo, in due sole parti, Tetà 
del r Ignoranza, che si chiude ne* 25 anni, e Tetà di cognizione, 
raffigurate nell' Ypsilon di Pitagora. Ed è ben duopo entrare 
subito nel sistema del filosofo: altrimenti non se ne coglie- 
rebbe più nulla. Ma foi*te a intendere è il primo verso della 
Divina Commedia. Secondo il Canevesio, s'appongono in &II0 
i chiosatori che la parola nel mezzo vogliono significhi la metà 
della vita, il trentacinquesimo anno. Dante, non altrimenti 
lo dinotò che colmo del nostro arco, punto sommo del nostro 
arco^ colmo della naturai vita; nel mezzo equivale invece, 
come ce ne fan fede molti esempi della Vita Nuova, tra, 
dentro. Ove si voglia seguire la comune erronea interpreta- 
zione, toglierebbesi via di netto Tadoloscenza con la puerizia 
e r infanzia; distruggerebbesi tutta la sapienza contenuta nel 
primo canto, il sovrano concetto del poema, di assennarci cioè 
della bellezza e della necessità dell'educazione. — Ed è appunto 
ne' suoi venticinque anni, nel bivio di Pitagora, nella sua vita 
nuova, nella soglia di sua seconda etade, che Dante, per non 
essere stato a tem pò e debitamente desto, sperto e dottrinato, 
smarrìto il diritto camino, volge i passi per via non vera, e 
perciò an/Jchò trovarsi sull'aurea ottim.<i, illuminata via della 
cognizione si trova di bel nuovo nella selva^ non più solo 



y Google 



ALLEGORIA DBLLA DIVINA COMMEDIA. 189 

oscura, ma selvaggia aspra e forte ^ dell'ignoranza e deirer- 
rore ; perchè il terreno, se mal cólto, quantunque abbia di buon 
vigore, non porta che sterpi velenosi, e piante che fiorir non 
aanno. Ogni abito virtualmente destro, non può far pruova 
senza il pane sacro dell* istruzione. € Ed intanto dolori ed or- 
rore, litiche e pensieri incredibili, » per rimettersi nel buon 
filo , ce vivere col solo pensiero d' aver sofferto e lavorato, 
benché con quel dolce poi, che dal soffrire e dal lavorare può 
nascere, punito vedendosi e rigenerato da quel Dio che affanna 
e che consola. » — Tutto il nodo sta dunque nella retta intel- 
ligenza del primo verso. Pel Canavesio non è una congettura 
speciosa, ma verità inoppugnabile; che è cieco dell' intelletto, 
cui non approda tanto spl-nd<»re di luce. — Le tre belve sim- 
boleggiano Tinvidia, la superbia, Pavarizia, che al dire de' filo- 
sofi antichi e moderni maggiormente dominano V uomo sulla 
terra, che non si vincono se non colla educazione della mente e 
del cuore; Virgilio, Io studio della lingua latina, lingua delle 
scienze, lingua di tutti i tempi e di tutti i luoghi, lingua che 
apre la via alle più grandi meditazioni, lingua che tiene uniti 
e amici i popoli ; il YeltrOy il progresso ne' popoli per le let- 
tere, per le scienze, per le arti, per tutto quel che v' ha di 
buono, di bello e di vero, e meglio la ragione, lo spirito della 
sua opera che con tanto diritto i popoli la chiamarono poi 
col titolo di divina, spirito che correrà tutta la terra e ferma- 
mente se ne impadronirà. 

Da questo scritto apprendiamo che il prof. Canavesio fece 
un" ampia e pienissima spiegazione di tutto il canto con una 
Tavola sinottica dell'Ypsilon e di tutta la Divina Commedia, 
dove, a così dire, è la carta topografica del tempo e delle cose 
e degli spiriti posti in scena dal Poeta : si che vedesi d' ora 
in ora dov'egli è, e con chi parla, e di che e perchè. Inedita 
tuttavia, come inedita un'Appendice di questa lettura. — Panie 
Felice, Gazzetta di Mondovl,' 26 Ott. 1878, n. 247; Gazzetta di 
Cuneo, 6sett. 1875; Gaz. Piemontese, 1 die. 1875; l'Apo/b- 
ffista Cattolico, 10 Febb. 1876. 

Grazi&ni Giovanni, di Cotignola, Interpretazione della Al" 
legoria della Divina Commedia di Dante Alighieri, Opera 
poshima. Bologna, Tip. Mareggianì, 1871. 

4L Vuoisi dapprima avvertire, cosi nella prefazione il signor 



5dby Google 



190 ALLEGORIA DBLLA DIVINA COMMEDIA. 

D. S. Isani, che scopo di essa opepa è : trovare il soggetto, e I 
il fine vero della Divina Commedia, p^r averne poi una regola 
certa, onde si spieghi la prima e principale allegoria acuì si 
aggira tutto il Foeoia. Quindi è che dimostrasi Dante fuoru- 
scito e cattolico, ma uomo di parte e Ghibellino, non aver 
tolto a soggetto e fine del suo cantare, che la necessità, con- 
cordia ed equilibrio dei due partiti ecclesiastico e civile, ossia 
della Religione e della Monarchia, del Sacerdozio e deirimpero. 
n quale ultimo essendo pressoché venuto meno ali' Italia a quei 
tempi, però vedest il Poeta ora intento a mettere sott* occhio, 
coi più foschi colori, i disordini e i mali che n'erano la eoa- 
seguenza ; ora a fiirne ben rilevare e sentire il bisogno di una 
restaurazione; ora a mostrarne Torigiue e U bellezza, ed eanl^ 
tarne ì diritti. — Qui si fa chiaro essere sistema politico di 
Dante: Che come Tuomo è ordinato al doppio fine della tem- 
porale ed eterna felicità, così a conseguirlo, uopo ò nel mondo 
di due supremi ed universali governi, dei quali uno diriga e 
regoli la società neir ordine delle cose puramente terrene, e 
Tahro Tammaestri e lo guidi in quello delle spirituali e cele- 
sti: e questo compito Dante assegna alla Chiesa, e quello al- 
r Impero. Il quale, come di gran lunga ad essa anteriore, come 
quello che a lei preparò la via per istabilirsi fra gli uomini, 
tutto il suo essere, tutta la sua autorità riceve direttamente 
da Dio, senza mezzo di alcun suo Vicario. Oud'ò che eletto, o 
meglio, denunziato T Imperatore, egli è tale con pieno possesso 
de' suoi diritti, senza che ne si richieda l'approvazione del 
Papa; nò questo a quello succede Vacante Imperio. Tal è 
Tordinamento divino, e chi il distrugge, distrugge la natura, 
e si rende violento contro sé stesso. Male adunque, secondo 
r Alighieri, male adoperavano i Papi di queir età, negando 
queste prerogative imperiali, avversando per ambizione di tem- 
porale grandezza, gì* imperatori, e mettendosi per ciò alla balia 
degli Angioini. Di che quello sconvolgimento, e queU'anai'chìa 
politica e civile, che turbavano massimamente le città del re- 
gno italico, appartenente air Impero (1). Or cotale confusione e 



era 
feUcitù 



(1) La selva simboleggia il disordine civile e politico, a cui tiene poi 
pre dietro il morale, succeduto al tempo bello antico, in che T Impero 
in flore: il monte un regno ben ordinato, co' suoi effetti, pace, gioia, 
jitù ; nel tentativo poi di salire, è significata la prova, a che il Poeta, 
si accinge, o finge di accingersi, per togliersi al disordine ed infelicità, e 



y Google 



ALLEGORIA DBLLA DIVINA COMMEDIA. 191 

pessimo stato di cose canta e rappresenta il Poeta nel suo 
Inferno; il quale, gìusU la sentenza all«*gorica, non è che 
quello dei vìvi, per la mancan/.a di esso Impero in Italia. 
Quindi tutte quelle diverse e strane invenzioni, immagini e 
pene, ODd*è quesf inferno costituito. Le quali non debbonsi giÀ 
tenere quasi capricciose creazioni di fantasia poetica, non re- 
golate da altra legge, nò ordinate ad altro fine da quello in 
fuori di rendere orribile e spaventevole cotesta abitazione dei 
morti. Ogni cosa nel divino Poema vedrassi anzi, colla scorta 
di questo libro, assai ben misurata e ben connessa in un modo 
d^DO dell* alta mente di Dante, coir idea sua generalissima e 
' fond&mentale del vagheggiato Impero : e dal primo sino alful- 
timo canto non s'incontrerà alcun più notabile tipo, o simbolo, 
fìg^i-a che il nostro valentissimo interprete non provi essere 

con molta pi-ofonda filosofia a quello accomodato Poco ò 

nondimeno, a ritrarre gli uomini dal male, il fiirne lor veder 
la bruttezza e le conseguenze funeste : vuoisi di più lo stimolo 
e la speranza del bene che si può conseguira per altra via. 
Ed in conformitÀ di questo bisogno dell* umana natura, e in 
relazione al fine della Divina Commedia, ne sarà aperto dal 
dotto interprete, come il Poeta continuando a stabilire per 
simboli la necessità dell* Impero, vien mettendo innanzi nel 
Purgatorio la viva imagine di un regno ben ordinato, dove 
Tuomo ritrova la maggior felicità che gli sia dato raggiungere 
quaggiù. Ivi una simmetria perfetta, ivi un* esatta e perpetua 
destinazione dei due poteri, ai quali spetta condurre gli uo- 



pervfloire, f(# ria corta e pactAca,* all' ordine e felicità. — Nelle tre fiere 
che gii contendono la salita la discordia civile j de* semplici uomini di 
parte, la st^perbia ambiziosa e V avarizia di coloro che in quel disordine 
erano inteai a saziare la cupidità loro di comando e di ricchezza, sicchò 
trovatone modo, aveano T ordine e la pace per nemica. — Dante, non ò 
l'aaino nel suo particolare, ma un ente collettivo, e rappresenta in so l'uomo 
buono in genere^ che col seguito di tutti gli uomini di buona volontà in 
lui tranauntìvamante rappresentati, è inconsideratamente caduto nel male 
deili sttlvA, e tenta poi di sottraraene, salendo il monte, in che è ùgniAcato 
il bene ed ordine contrapposto. — Beatrice è la Religione, per la quale 
appunto, pi A cae per la ragione, l'uomo sovrasta a tutte le altre cose sub- 
lunari. — Matilde, la celebre contessa, personifica il principio monarchico 
e la Monarchia, e il Oraziani nella Donna gentile che si compiagneva de» 
eV impedimenti del Poeta a guadagnare la cima del monte, vedrebbe adom- 
brata la stessa MatUde. — Lfécia, secondo Ta.legoria, raAigura la donna 
cotanto celebrata, sotto il velo allegorico, nelle Canzoni del Convito, cioè 
la Filosofia, che ei dice sua danna e luce virtuosissima. — Virgilio è tra- 
volto a guida, come maestro e dottore di quella imperiai gloria e dottrina, 
U quale forse non andava a sangue ad esso Guido, il quale fu Guelfo. 



y Google 



192 ALLEGORIA DELLA DIVINA OOMXBDIA. 

mini al doppio fine. Onde eccovi sopra un* isoletta io mezze 
al mare , un monte altissimo, figura deli* Impero, opposto i 
Gerusalemme, figura della Chiesa. Appresso trovate due sezion 
del monte medesimo ra| (presentanti ancora quei due reggimenti 
E Catone, Cuomo nato non a se ma aita patria e a tutto i 
mondo (Conv. Tratt. iv, e. 27), modello di tutte le morali virtù 
alla base e custodia della prima : un Angelo. Vicario di Pietro 
colle due chiavi, alla base e alla custodia della seconda. Cosi 
li due fiumi in contrario correnti: cosi Beatrice e Matilda 
(Religione e Monarchia, la destra e la sinistra cura); così il 
carro tirato dal Grifone ed il grand' albero , cosi la valle bo- 
rita degr Imperatori , e cento alti-i simboli di tal fatta , cui 
danno una chiara rappresentanza e distinzione del sacerdozic 
e deir Impero ; giacché lo stesso modo, lo stesso pensiero tiene 
ed esprime il Poeta in tutto il girare del monte. E nella salita 
di questo vedesi: un popolo onesto, con^rde, ricreduto, ed 
amante del Dualismo; e nella cima un'aura dolce senza mu- 
tamento avere in sé, in antitesi alla bufera infernale. Insomma 
un vet*o Paradiso terrestre, ove si gode piena temporale feli- 
cità, ultimo scopo della universal Monarchia. — Se non che a 
più alto ed infinitamente piii nobil termine, cioè alleterna bea- 
titudine, è Tuom destinato: e mentre al primo vuol esser con- 
dotto dall'Imperiale governo (concordemente però ai principii, 
e alle pratiche della Religione), a quest'ultimo la sola Reli> 
gione lo può innalzare; e però da questo Paradiso terrestre 
viene a quello del cielo da Beatrice accompagnato. AH* uno 
perviene Tuomo colla vita attiva, all'altro colla contemplativa; 
e le delizie di essa, secondo allegoria, formano l%«ltro uman 
Paradiso qui in terra, al modo che i gaudi! dal Poeta descritti 
costituiscono la felicità superna. Tutto ciò è impossibile nella 
condizione ai cui rende immagine l' Inferno, dove V uomo iva 
correndo alla prima, e alla seconda morte. Ed eccovi cosi ma- 
nifesta la ragione della Cantica terza, e il vincolo che alle due 
anteriori la unisce. Né in questa pure sono rari i simboli della 
dottrina di Dante relativa all'Impero. Se non foss' altro, abba- 
stanza ce la &n manifesta i magnifici versi del C. vi, laddove 
per bocca di Giustiniano vengono al lettore narrate le impi*e8e 
ed i successi dell' Aquila ; e quegli altri ancora del C. xvni, 
pei quali altresì sotto la figura di un* aquila, e in ciò che dal 



y Google 



LBGORU DBLLA DIVINA COMBfEDIA. 193 

J tale 8110 venerando segno, ci vien fatta, a 
losi deli*Impero Romano. Tale, secondo il Gra- 
e principalissima allegoria dell* Alighieri. » 
}BSCO, Discorso suila prima Allegoria e sullo 
ina Commedia. Palermo, Muratori, 1836. 
idamente come in nn quadro le opinioni degli 
precedettero, e oppugnatele, ove conviene, per 
I ne derivano, il Perez tentò una novella illu- 
sma, desumendola da principi! politici morali e 
fioreggiano nelle opere tutte del poeta ed in 
tei trattato della Monarchia. E mostra come 
la Gomedia, si rispondano e coincidano nella 
)me runa appaia spesso traduzione dell'altra, 
ava doversi intendere per la Selva gli errori 
de, pel Monte illuminato dai raggi del sole un 
condo i dettami di Dio, per la Lonza T Italia 
li, pel Leone Filippo il Bello, per la Lupa 
fitìni^ sullo scopo della Divina Comedia, p. 20-57. 
«100, Proposta di una nuova interpretazione 
Allegoria del Poema di Dante Alighieri. Ri- 
, 1861. — Inserita nella Raccolta di prose e 
' rare di Italiani viventi, diretta dal prof. Pie- 
irata, Dispensa xii, 1861 ; Pesaro, Rossi, 1862, 
1 senso deir Allegoria, lo dimostrò valorosa- 
9tti ; nò il Ricci si diparte da lui nella interpre- 
ire; ma nel resto sente altrimenti. — In mezzo 
ico cotanto disordinato dei suoi concittadini 
are (e quanti con esso lui parteggiavano), nel 
IO anno dell'età sua, smarrì in Firenze (valle) la 
r cui venne sbalzato nell' esilio (deserto). — La 
io con tanta pietà, fu tutto il tempo corso dal- 
ia alle concepite speranze, ossia quello impie- 
ì da Roma a Colle, castello de' Sanesi, in Val- 
ite col territorio della Repubblica fiorentina. A 
monte), seppe egli le intelligenze prese cogli 
in patria, che dovevano ad essi aprire certe 
à, e gli aiuU che venivano apparecchiando i loro 
aiuti servirono poi all'assalto del Mugello (raggi 
cionche gli vennero le speranze dalla potenza e 

13 



y Google 



194 ALLEGORIA DBLLA DIVINA OOBfMBDU. 

vigilanza dei Neri (lonza) ^ dal superbo figlio della superbissi- 
ma Casa di Francia, Carlo Senza Terra (leone) ^ dalla Curia 
romana, sempre acerrima nemica dei Ohibellini. Ond'ei meditò 
tener altro viaggio, rìvolversi da ogni impresa arrischiata, 
fjEirsi parte per so stesso , fidente di poter vincere la crudeltà 
de' suoi nemici, solo coli* altezza dell* ingegno, e rientrare nel 
bell'ovile condottovi dal sacro poema cui avea posto mano e 
cielo e terra. — Il Ricci si confida di aver mostrato ad evi- 
denza, e coir autorità stessa di Dante, come ìàselDa, la vaile 
ed il deserto, che si credevano tutte e tre significare V esilio, 
abbiano ciascuna di esse un senso tutto speciale. — E di questo 
lavoro del Ricci cosi ne scriveva il Mordani alla Signora Fran- 
ceschi Pignocchi : € L' interpretazione ò cosi semplice co^ fa- 
cile, così chiara, ch'io Tho per verissima e gliene fo di cuore 
le mie congratulazioni. » Ed allo stesso Ricci : « Il vostro co- 
mento piacerà senza fililo a que' letterati (ma son pochi), che 
non hanno ancora smarrita la dritta via. Questo vi basti , e 
sievi di conforto a proseguire gli studi. » 

Franceschi Pignocchi Teodolinda, k\C eemào sig. Teodorico 
Ricci. Ravenna, Angeletti, J861. 

Costantini Giovanni, Sullo scopo delia Divina Comedia, 
Discorso. Palermo, Pedone, 1839. 

L* Alighieri dimostrando ^el suo poema agli altri uomini 
qual fosse lo scempio de' malvagi, e quale la venturosa rioom- 
pensa de' buoni, s' ingegnava di toglierli dallo stato della mi- 
seria e di ridurli a quello della felicità... Né si creda eh* egli 
pretendesse di portar gli uomini ad uno stato di tblicità per 
mezzo di una politica riforma; imperciocché allora avrebbe 
dovuto svelarlo al Signor di Verona, il quale volentieri avreb- 
be udito esaltare la parte ghibellina: ma inoltre Dante nella 
lettera dedicatoria del Paradiso indiritta a Can Grande £a ve- 
dere ch'egli trattasse il solo punto morale, e che par iatato 
di miseria comprendesse quello della, sfrenatezza delle nostra 

passioni e per stato di felicità quello del loro diritto uso. 

Dando il poeta giudizio dei tralignanti costumi del secolo, 
talor di necessità dovea toccare la parte politica,' mentre da 
questa può anche dipendere il savio contegno dei sudditi ; ma 
non n'era questo il suo primo obietto. 



y Google 



ALLEGORIA DELLA DIVINA COMMEDIA. 195 

Pasquini Pier Vincenzo, La principale Allegoria della Di- 
Tina Commedia secondo la ragione poetica e secondo i ca- 
noni posti da Dante, Studi, con un'' Appendice sul tempo del 
Viaggio Dantesco e note, Milano, Battezzati, 1875 (Tip. Bietti 
e Mioacca. — E il voL vin della Bibl. Contemporanea). 

Il prof. Pasqoini, della cui benevoglienza grandemente mi 
onoro, sin dal 1865 ci diede un Saggio delle Allegorie del I 
canto deW Inferno, e nel 1869 pnbblicava un nuovo lavoro 
suUe Lettera e C Allegoria del poema di Dante, con alcune Os- 
servasioni sulT opera di Domenico Mauro (Man, Dani, iv, 269, 
275-78). Da questi studi, grandemente lodati da giudici auto- 
revoli, gliene venne concetto di Dantista valente ed assennato. 
Ora Bon possiamo non esser grati all'egregio Professore che 
volle fonderli insieme e notevolmente ampiarli , tanto più che 
affidati a giornali (La Gioventù, di Firenze), o raccolti in opu- 
scoli di pochi esemplari, non era sì agevole agli studiosi di 
poterne aver copia. € Io vi ofiro, ei dice, argomenti nuovi, 
dedotti dall* essenza del poema, dalle inalterabili leggi della 
logica, e della poetica, nonché dai canoni da Dante medesimo 
stabiliti per la dichiarazione dell*opera, continuamente dimen- 
ticati, e violati dagr interpreti della scuola moderna ; prove, 
con Dante alla mano, ch*ei caddero in mille errori e contraddi- 
zioni, che sognano ad occhi aperti, e che se T allegoria fon- 
damentale andasse intesa a loi; modo. Dante sarebbe stato 
cattivo poeta: prove, che gli antichi commentatori, ch'essi 
disprezzano, sono nel vero. > 

Di Casanova Alfonso, VAUegoria del Poema, 

Quando Dante si credette a buon diritto chiamato dalla Pre- 
videnza a compiere T ufficio di apostolo, di rinnovatore e fecon- 
datore della civiltà nuova,... il pervei*timento e la corruzione 
era nell'animo, nelle volontà, nelle passioni; lo scompiglio e 
il guasto negli ordini civili, nei principi e nel clero. 11 mondo 
era un* aspra selva, paurosa e selvaggia, e Tuomo vi errava 
dentro assonnato; ci si trovava, senza sapere ben come. 

Cosi a' apre il Poenìa. Dante è nel vigore de' suoi anni ; 
amareggiato fino a morte dall'orrore di quella selva, pur si 
conforta, guardando un colle già rischiarato dal sole, 

Che mena dritto altrui per ogni colle; 



y Google 



196 ALLBOORIA DBLLA. DIVINA COMBfEDIA. 

e sperando di poter salire e ritrovare la buona via, si mette 
da solo a montare per Terta. — Ma che cosa è la selva, se non 
quel ten-estre paradiso a cui Tuomo era sortito da Dio (che 
Dante poi vede nel Purgatorio), disordinato e guasto e diser- 
tato da*vizj e passioni degli uomini, dalle violenze e cupidi- 
gie e rapine de* principi e de* pastori delle anime? Finché 
dureranno quei vizj nelFuomo singolo, e quei disordini nei 
poteri che lo guidano, si potrà mai uscire da quella selva 
mortale? — Al primo passo verso il monte, verso il bene, vi 
incontrerete in ostacoli difficili o impossìbili a superare, e ri- 
cascherete nella oscura valle. E cosi accade a Dante. Mentre 
ò per salire, prima una lonza leggiera, poi un rabbioso leone, 
e una bramosissima lupa gli si fanno innanzi ; e gli sbarrano 
la via. — Ora, in breve, quelle tre fiere non sono altro che Tuomo 
individuo colle sue varie passioni e i suoi vizj ; la potestà 
civile violenta e rabbiosa ; la Curia Romana e i ministri della 
Chiesa cupidi, avari, rapaci. Dante è l'uomo, il rappresentante 
d'ella umanità che dee rigenerare il suo animo contaminato, 
ma che di continuo si vede innanzi i vizj che ne lo distolgono. 
La lonza è la coscienza delle sue colpe , che non gli si parte 
dinanzi al volto, e, prima a comparire delle tre fiere, perchè 
più prossima a lui, anzi lui stesso, gV impedisce il cammino. 
Se la lonza sia piuttosto la lussuria o l'invidia si è disputato: 
ma cotesta fiera,' che di pel maculato è coverta, non significa 
in generale altro che l'anima viziata dalle diverse passioni 
che l'agitano e la macchiano e sviano qua e là (come pare 
più verisimile); o si vuol poi concentrarla in un vizio predo- 
minante, da cui Dante si teneva più ofieso, e allora quel vizio 
non è altro che la lussuria. Ad esso accenna Dante nel quinto 
dell'Inferno, quando i casi dell* illecito amore di Francesca e 
di Paolo lo fanno tramortire; ad esso più apertamente allude 
Beatrice nelle sublimi rampogne verso la fine del Purgatorio; 
e ad esso ti fa pensare quel gran timore che assale Dante al* 
lorchò in Purgatorio gli si dice di dover traveraare le fiamme 
ove si purgano i lussuriosi. Ma quel che importa è di veder 
che la lonza, secondo Dante, pare la meno temibile delle fiere, 
o almeno quella che dava più speranza di potersi domare; 
che è uno appunto dei caratteri di quelle bestie che vuole una 
spiegazione. 



y Google 



ALLEGORIA DELLA DIVINA COMMEDIA. 197 

L*aomo individuo, benché sviato, se soprattutto è giovane, 
se r occasione gli è propizia, può purificarsi e correggersi. 
L'ora del tempo e la dolce stagione J&icevano a Dante, ancor 
giovane, sperare salute. Ma Dante non dovea pensare alla sa-> 
Iute sola di so, si a quella deiruman genere, e della società civile 
tuttaquanta. A questa rigenerazione si oppongono- due altre 
fiere sopraggiunte, al parere, di assai più ribelle natura. Un 
leone violento e in ispecie una lupa magra, avida, che dopo 
il pasto ha più fame che pria, gli fan perdere addirittura, 
Cffni speranza delTaltessa. A vincere questo triplice ostacolo, 
di coi Tultimo è il piii potente, perchè la corruzione dei ret- 
tori delle anime è piii difficile a emendare, non v' essendo altra 
potestà superiore, e più corrompe gli altri. 

Perchè la gento che sua guida vede 
Pure a quel ben ferire ond'ella è ghiotta, 
Di quel si pasce, e più oltre non chiede; Purg. xvi. 

Dante ha bisogno di aiuti superiori, e atti a ravviare i popoli, 
i prìncipi e i papi. Però gli è spedito Virgilio, e gli è spedito 
da Beatrice. Virgilio lo ammonisce che a lui convien tenere 
altro viaggio, e non può difilato salire il monte. Dee visitare 
r Inferno, il Purgatorio e poi il Paradiso, e rivelare alle genti 
tutte le sue visioni, perchè facciano senno e si mettano cia- 
scuna sulla buona via. Al che Dante, cui bastarono poche pa- 
role di quel savio per fargli intendere la grandezza del ministero 
a cui era chiamato, in via di dubbio gli domanda perchè egli 
debba tenere quel viaggio, che già fece Enea e S. Paolo, Tuno 
per fondare l'alto impero di Roma, e Taltro per recar conforto 
alla fede? E Virgilio gli risponde che questa sua andata evo- 
luta in Cielo, che Beatrice lo ha mosso ad accompagnarlo; 
talché Dante, rinfrancato da quegli annunzi, e non più cre- 
dendo folle la sua venuta, stimandola anzi a un tempo reli- 
giosa e civile, compagna (notate) di quella di Paolo e di Enea, 
s* incammina pel difficile viaggio. — In verità, con questa inter- 
pretazione delle tre fiere, tutto il poema è spiegato, e a tutto 
il poema quella visione del primo canto è naturale preambolo. 
I viz) degli uomini, dei principi e rettori di Stato, dei capi 
e pastori della Chiesa sono il continuo subbietto delle due 
prime cantiche soprattutto, e non son dimenticati perfino in 



y Google 



198 ALLEGORIA DELLA DIVINA OOBfMBDiA. 

Paradiso, dove Giustiniano, Benedetto, e S. Pietro dicono quel 
maestose e terribili parole che tutti sanno. Virgilio non 
piuttosto la ragione umana o la Scienza o il cantore dellMa 
pero, m& tutto questo insieme : Beatrice non è solo la teolog 
o la fede, o Tamor puro e santo, o la Chiesa, ma la guida 
r illuminatrice celeste di 'tutte queste cose. 

Cosi spiegata quella rappresentazione dantesca, non è pi 
un' allegoria, ma piuttosto figura e fantasma poetico, storico 
morale, come usava Dante di farne. — Non è un astratto coi 
cetto di vizj, vestito alla meglio, e mascherato sotto una forna 
presa a pigione; ma sono quasi metafore viventi e personi^ 
cate. L'uomo passionato, vizioso, lussurioso, è uomo imbestiat 
è lonza; principi malvagi e fieri e violenti, non sono princi] 
ma leoni rabbiosi ; papi, vescovi, chierici avari, simoniaci soe 
rapaci, insaziabili lupe. AH' insipidezza e votaggine delle ali 
gorió sottentra la vivacità e la forza della metafora che dipin^ 
d'un tratto. 

Che con la figura del leone Dante usasse di significai 
la violenza de' principi , specie della casa di Francia, opp( 
sta all'aquila imperiale, è dimostrato assai chiaro da qu 



E non l'abbatta esto Carlo novello 
Co' Ouplfl suoi, ma tema degli artigli 
Ch' a più alto leon trasser lo vello. Parati, v 

Che con la figura della lupa volesse esprimere l'avarizia 
malvagità dei rettori della Chiesa si vede anche da qu 
verso: 

Perocché fatto ha lupo del pastore. Parad. i: 

e dall'altro notissimo: 

In veste di paslor lupi rapaci. Parad. xxvi 

Della lonza poi, come figura delle passioni di Dante (indi 
viduo che fosse, o rappresentante dell'umanità), una prova 
quella corda ch'egli avea intorno cinta : la quale, o sia la cord 
di frate minore di S. Francesco, come vogliono alcuni, e com< 
pare meglio, giacché Dante se ne serve materialmente a tira 
Gerione; o in generale sia quella preparazione del cuore alli 



y Google 



ALLBaORIA DBLLA. DIVINA COMMEDIA. 199 

Opere di virtù e quella fortezza dei lombi, ónde si combatte 
la carne e i suoi stimoli, è certo che con essa Dante 

penso alcuna volta 
Prender la lonza alla pelle dipinta. Inf. xvi. 

Queste tre fiere che Dante ci rapp^eeenta, aprendo appunto 
il suo poema, ricompariscono e se ne fa ricordo appresso? 

Si può dire, come già accennai , che ci vengono sempre 
innanzi, massime nelF Inferno, e anche nel Purgatorio. Quei 
peccatori d'ogni sorte, nominati o innominati, quei principi e 
gran regi, quei papi e chierici e pastori, non sono che lonze, 
e leoni, e lupe, individuate e storiche. Quelle tre fiere sono le 
specie, quei dannati sono gì' individui. 'Quelle tre fiere che son 
li sempre vive, nella gran selva del mondo, direi che parto- 
rirono tutte qtielle anime di lonze, di leoncini, di lupi grandi 
e piccoli, che poi Dante riconosce tra i dannati. Le fiere sono 
la figura, l'immagine, il tipo, quei varj dannati sono i figurati, 
gli esempi vivi e veri. Era ben naturale che Dante mettesse i 
tipi nel proemio, e gl'individui per entro al poema. È come 
se dicesse al mondo che deve udirlo : guardate lì quelle fiere ; 
voi lor somigliate pili che non credete : e vi fo fede io che ho 
veduto i loro figliuoli giù in Inferno, e la stessa sorte toccherà 
a voi se non mettete giudizio a tempo. B questo di^orso egU 
non lo vuol fi&re per uso del solo popolo cristiano, ma per 
quello dei principi, dei papi, e di qualunque rettore di popoli. 
Questo è l'intendimento alto, sacro e civile della Commedia. 

Se poi 8Ì vuol vedere qualche raffronto con quegli animali, 
se ne avranno de' mirabili per via di contrapposti. Nel Purga- 
torio Dante ha la visione d'un carro, guidato da un Grifone, 
animai binato in cui raffigura Cristo, il quale, attaccandosi a 
un arbore robusto^ ma vedovo .di foglie e di fiorì^ che è il 
genere umano dopo il peccato, a un tratto fa rinverdire e 
rinnovare la pianta 

Che prima avea lo ramora sì sole. Purg. xxxii. 

Ed ecco calare rapidamente un' aquila a disertare e ferire quel 
carro, si che questo piegò, come nave in fortuna, E poi que- 
$t* aquila, calando di nuovo, lascia nel carro delle sue penne: 
che sono figm*e, prima delle persecuzioni dell'antico Impero, 



y Google 



200 ALLBQORU. DELLA DIVINA OOMMBDIA. 

6 poi delle perniciose donazioni di dominio &tte alla Chiesa; 
per cui una voce dal cielo prende a gridare : 

O navicella mia oom'mal sei cardi! 

Nella quale rappresentazione è chiaro che il leone è antìschema 
del Grifone. La quale aquila rivediamo poi in Paradiso, e ce 
ne vien descritto il rapido e glorioso volo da Giustiniano, e 
la miriamo più innanzi effigiata nel pianeta di Giove, com- 
posta d* innumerabili luci; e poi con Vale aperte^ sentiamo 
parlar lo rostro e dar contezza a Dante dei principi savii e 
giusti. 

Quanto alla lupa, ò naturale che non possiamo ritrovarla 
in paradiso; ma invece vediamo ì&^elva selvaggia trasformata 
in candida rosa , e udiamo S. Pietro, S. Benedetto ed altri, 
accennando alla terra, alla selva, parlare dei lupi in veste da 
pastori. 

Ecco rinterpretazione che Alfonso proponeva, con una sicu- 
rezza che non gli era solita, al primo canto del poema, agg-i un- 
gendo che questo concotto era cosi essenziale e adequato che 
gli pareva il centro e la chiave di tutta la Commedia, da po- 
terla tutta riannodare ad esso. £ infatti Beatrice, quando sono 
per avvenire quelle visioni dell'Aquila e del caiTO condotto dal 
Grifone, si volge a Dante e gli dice: 

Però in prò del mondo che mal vive 
Al carro or tieni gli occhi, e quel che vedi, 
Hitornato di là, fa che ta scrive. Purg. xxxii. 

Federico Persico, Alfonso di Casanova e la Divina Commedia. 
Estratto dal fase. 154 della Rivista Universale. 

FoRNACciARt Raffaello, Disegno storico della Letteratura 
italiana. Firenze, Sansoni, 1875, p. 31. Dichiarazioni ed esempi 
in Appendice al Disino storico, Firenze, Sansoni, 1876, p. 
32-53. 

La Divina Comedia, presa allegoricamente , è V immagine 
della vita umana nei tre stati del vizio, dell'emendazione e 
della pei*fezione. I dannati rappresentano gli uomini viziosi in 
tutti i gradi del peccato. Le anime purganti rappresentano gli 
uomini , che con la penitenza e con V orazione si emendano 
gradatamente dei peccati, finchò rinnovano in so in qualche 



y Google 



ALUGOBIA DBLLA DIVINA GOMBfBDIA. 201 

modo la prìmiera innocenza ed esercitano la perfetta vita atu'va, 
àmbol^g^ata nel paradiso terrestre. I beati finalmente rap- 
presentano gli uomini, che, studiando le verità rivelate e aman- 
do solo Iddio, esercitano la vita contemplativa, simboleggiata 
nei paradiso celeste. Ai primi è pena il vizio stesso, raffigu- 
rato nell'oecarità e nei tormenti infernali ; ai secondi è dolce 
la fiducia in Dio e la pace deiranima, che rende loro care le 
penitenze volontarie, raffigurate nelle pene che soffrono. Ai 
terzi finalmente è premio la chiarezza e ampiezza delle cose 
contemplate e la certezza d'essere amati da Dio, simboleggiate 
nella luce e nel gaudio eterno. La persona poi di Dante, è 
figura deiruomo, che dallo stato infelice della vita viziosa 
(selva escara) tenta ascendere, emendandosi de' suoi vizii, alla 
beatitudine della vita contemplatita (luce del sole). Gli fanno 
inciampo tre vizi! dominanti nel mondo (1), anzi un solo ch'ò la 
cupidigia (lupa), la quale non ò altro che il desiderare ciò che 
non è giusto ottenere. Questo vizio per conseguire il suo scopo 
si serve o della violenza (leone), o della frode (lonza), e occu- 
pando gli animi e tenendo disordinati i popoli, impedisce agli 
uomini di £arsi virtuosi e felici. Come poteva vincersi questa 
rea passione? In due modi: politicamente; col cangiare il go- 
verno di quel tempo, abbattendo la fazione guelfa e resti- 
tuendo cosi i diritti dell'Imperatore romano; allora cessereb- 
bero le guerre, si frenerebbero le passioni, e Tuomo potrebbe 
ascendere al colle della virtù : moralmente (poiché allora que- 
sto cangiamento politico non era da sperarsi); con una rifor-% 
ma degli animi. L' uomo guidato dalla scienza della ragione, o 
filosofia, rivestita del velo poetico (Virgilio), doveva conside- 
rare i vizi! per abborrìrìi (viaggio dell'Inferno), emendarsene 
(viaggio del Purgatorio) e operar bene (Paradiso terrestre); 
guidato dalla scienza della rivelazione o teologia, nascosta 
sotto le sembianze d'amore (Beatrice), dovea levarsi alla con- 
templazione di Dio (Par. celeste). Ma perchè l' uomo potesse 
ÙLV tanto, era d' uopo che lo volesse Iddio stesso, cioò che si 

(1) In quanto al senso allegorico morale delle tre fiere il Fomacciari 
si tiene alla bella e ragionevolissima spiegazione datane da Giacinto Ca- 
sella (V. Man, Dani, iv, 267). Niuno non ha così bene e lucidamente dì- 
mostrato U senso come il Casella, scrìve pure il Del Lungo. Quel discorso 
da pochi conosciuto, e da alcuni forse non voluto conoscere ed apprezzare, 
prosegue il Fornacciari, di la chiave della vera interpretazione dantesca. 



y Google 



202 ALLEGORIA DELLA DIVINA COMMEDIA. 

accordassero a volerlo i suoi supremi attributi, misericordia e 
giustizia (Maria e Lucia). Siccome poi Dante attribuisce lo 
sfrenamento della cupidigia ai governi guelfi di quel tempo 
(e però Par. xxvii, 140, dice: Pensa che in terra non è chi 
governi, Onde si svia fumana famiglia) ; cosi raffigura quei 
tre vizii nei tre principali Stati guelfi, che erano Roma, rea, 
secondo Dante, di cupidigia, perchè voleva usurpare airimpe- 
ratore i diritti sul governo universale; la casa di Francia, si- 
gnora anche del napoletano, che serviva i Pontefici in questo 
loro scopo e usava violenza contro gV Imperatori germanio i ; 
la repubblica di Firenze che serviva ugualmente allo stesso 
scopo, ma più con le frodi che con la forza. Ecco perchè Dante 
sospira al Veltro salvatore, che doveva venire dall'Italia sape- 
riore o transappenina (tra Feltro e Feltro) quasi tutta g:hi- 
beDina, e salvare la bassa Italia cisappennina e specialmente 
Roma (queir umile Italia, ecc.) tutta guelfa. Dante era stato 
impedito primieramente dalle frodi della sua Firenze (T as- 
salto della lonza); ma sperava di vincerle col suo priorato ; 
se non che vede già venire alla sua volta la violenza di Carlo 
di Valois (leone); e dietro lui, la cupidigia di Roma (lupa), 
che manda quel principe a sottomettere Firenze e rende vane 
le speranze del Poeta. Aduaque il senso allegorico della Di- 
vina Commedia è, come ci dice il Poeta stesso, morale prin- 
cipalmente; ma qua e là è divenuto anche politico, perchè la 
rea politica era considerata come effetto della cattiva morale, 
e, alla sua volta, come causa di nuova immoralità. 

Db Marzo Gualberto, Del velo allegorico della Divina 
Commedia nella Simbologia. Mente e Cuore, Trieste, 1 lu- 
glio, 1875, 273-279. 

Sono pur sei secoli che le intelligenze più ardite si son 
volte a quel monumento misterioso, qual è la Divina Comme- 
dia, per iscrutarne V intimo senso, e cavarne il prezioso tesoro 
della nascosta dottrina. E nondimeno ancora è a meravigliare 
che dopo tanti durati studi, dopo tante diuturne investigazioni 
e ripetute ricerche, non siasi giunto a sollevare il velame di 
su quel libro dei sette si'gilil , che forma V ammirazione delle 
nazioni. — Coloro che presumono di comprenderne V occulto 
vero, senza veruno misticismo d' allegoria, non sono che ciechi 



y Google 



ALLEGORIA DELLA DIVINA COMMEDIA. 203 

della TÌsta della mente. Dante si designò uno scopo eminente- 
mente umanitario, di combattere il vizio, rialzare la virtù op- 
pressa, fisu^ndo guerra ai despoti, al guelfismo, specialmente, 
capitanato dal Papato. Per questo appunto die mano al gran 
Poema, principio e compimento di rigenerazione per l' Italia, 
codice di civiltà per le nazioni, e monumento di ammirazione 
pei secoli. Grandiosa e sublime ne scafuriva V idea ; se non che 
gli stavano schierati d'intorno potentissimi nemici, e però non 
poteva egli impunemente presentarla svelata alla vista delle genti. 
Gli fa d*aopo pertanto di creare un* Epopea tutta propria, nuova 
e singolare, nella quale facendo servire lo scibile universale, 
▼* incarnava il concetto di risorgimento dell' umanità a trista 
mina disposta; ma, eome Dante direbbe, sotto benda, e come 
Toleano le condizioni politiche d'allora, e della Scuola Arcana 
di quei tempi prevalente. La Divina Comedia è sotto il velo 
dell'Allegorìa, il quale non può essere se non continuo e com- 
pleto dal principio al fine; e senza di ciò l'originalità della 
Dantesca epopea sparirebbe affatto. Onde coloro, scrive il De 
Marzo, che asseriscono di poter spiegare Dante con Dante, 
sono per lo meno sonnolenti per non comprendere Vignotum 
per iffnotum, l'assurdo. L'unica via di verità in ogni cosa è 
quella de' fatti , della dimostrazione , della storia ; epperò la 
chiave per penetrare nel gran mistero della interpretazione 
della Divina Commedia è lo studio della Simbologia. 

CoLTELU DOTT. G., Modo nuovo di inteìtdere Dante, ovvero 
compendio di un nuovo Commento da pubblicarsi. Bologna, 
Zanichelli, 1875. 

Poveri Comeptatori della Divina Commediai Chi v'ha gui- 
dati, o chi vi fu lucerna? Niuno di voi per mancanza di stu- 
diì religiosi ha potuto tracciarsi una via indipendente ed 
assoluta z, come le pecorelle dantesche ciò che fecer i primi e 
fecer gli altri. Voi non scriveste che a danno delle carte: agli 
orbi non approda il sole. La narrazione del sacr<^ poema vi 
fu buia qual Temi o Sfinge. Ma eccovi, finalmente chi solverà 
l'enigma forte; chi con la verga &tale viene a sciogliervene 
il serrarne. € Grazie eh' a pochi il ciel largo destina. » Quindi 
innanzi voi potrete movere i piedi, appresso scorta si saputa e 
fida, ed entrar sicuri nelle negate case. — Il comento vero 
che tanto si desidera ve lo dà il dott. Coltelli: a lui solo fu 



y Google 



204 ALLEGORIA DBLLA DIVINA COMÌIBDIA. 

dato di afferrarne il concetlo vero. Fin qui credettero tutti cb 
il viaggio deiraltissinio poeta si debba l'apportare ai mondi di U 
ma bevvero troppo grosso. La sentenza é d' altra guisa eli 
non suona. Ei ci conviene invece seguire passo passo il raming 
poeta nelle sue peregrinazioni per V Italia, selva inesiricabii 
di reggitnenti assurdi, iniqui calamitosi (1). Dante Albigesi 
Valdese, o meglio Evangelico, imprende a visitare tutti 
conventi e Cenobi, e gente di Chiesa, e guelfi e neri di Qgri 
genere, per tasteggiarli e scoprirne le mene ed i segreti, scn 
tarvi i difetti che recano seco le politiche, ed il culto fuot 
viaH ed erronei; in breve, per rilevare *ciò che v'era di mai 
da reprimere e di bene da fecondare. Salito egli, mercè le si 
eccelse facoltà intellettuali, agli ordini e gradi della Frate 
lanza d'amore, senza attendere i tempi voluti dai ca^Mtolat 
nel Paradiso, € capo per capo ci viene mostrando quali doyi^ 
bero essere i tipi modelli delle leggi, degli statuti, ed altre 
degli uffiziali superiori che stanno a capo del consorzio deg 
adepti impegnati a regger le nazioni e cuoprire le digni 

ecclesiastiche Gli ultimi canti poi vertono sulV organisn 

favorito dal Grand' Ordine Templario, e sulle dottrine altissin 
che spettano ai veggenti ed ai speculativi^ e commessi godoi 
della intuizione dell'Essere primo, della sostanza prima d 
regge il Creato. >!!! 

Venturini Domenico, Le Allegorie fondamentali della L 
vina Commedia, 



(1) Dante è Tuomo a sensi, Virgilio Tuoroo spirito. L* nomo spiri 
consiglia Tuomo ordinario a lasciare le orme battute e di torsi dall' aspe 
delle belve, e soprattutto della lupa papista e clericale, per tenere altra ^ 
quella del vangelismo, rappresentato daffli Albi^^esi e dal famoso ordì 
dei fratelli Templari. Il Veltro è il Gran Maestro di esse. Ei si sperava e 
nella sua jmialitÀ morale di grand* Oriente (aiutato in ciò dalle rispetti 
Scuole e Circoli e congreghe) non colle armi ma colla sapienza, amc 
e virtude arriverebbe un giorno a ricacciare la lupa negli abissi dond' € 
partita. Tale Gran Maestro o Grand' Oriente, secondo Dante, è il Pontifici 
vero, e non fucilo di Roma, il quale secondo quesl' idea è vacante (Pj 
xxvii, 2;i). — La donila del Cielo (ii, 94) è la religione dell'amore, della c« 
tesia, della Gaia Scienza contrapposta alla triste, dogliosa ed avara di Ron 
1 lucidi di essa gaia scienza, o Lticìa mossero Beatrice^ scuola di Fireni 
a parlare a un /V Virgilio^ che allora era capo scaola di Bologna, on 
tirare a sé V Esule e toglierlo alle zanne della potenza nera guelfa o napis 
Dopo alquanto esitare il poeta si risolve a tenero col De Virgilio le pa 
dei Bianchi, dei gaj dissidenti ed ostili a Roma, mettendo in aperto le pi 
tiche degli uni e degli altri, onde farne risultare i rispettivi ditetti e le a 



y Google 



ALLEGORIA DELLA DIVINA COMMEDIA. 205 

lesto lavoro, promessoci fìn dal 1875, dairillustre Autore, 
sappia, non vide ancora la tace. 

lSquaugo Francesco, Le quattro giornate del PiirgaioyHo 
mattro età delTuomo, Saggio. Vicenza, Grimaldo, 1874. 
sesto Saggio, piuttosto che un lavoro critico, è da riguar- 

come un ragionamento morale che l'Autore ha tratto 
Cantica seconda, per vantaggio de' suoi figli, ai quali lo 
I. «11 viaggio del Purgatorio (die' egli a pag. 31) si compie 
ittro giorni non interi, perchè termina appresso al merìggio 
uarto giorno. Onesti quattro giorni sono le quattro età 
lomo, dal Poeta chiamate ajiolescenza, giorentule, senettute 

nio 11 primo giorno comprende T Antipurgatorio, e 

jo ò V adolescenza. Il secondo giorno incomincia col Pur- 
■io vero, o sia colla misteriosa assunzione di Dante dalla 
itta de' principi , e si estende insino al quarto cerchio iu- 
re; e quest'altro giorno è la giotentii. Nel terzo giorno 
«ta passa al quinto cerchio, e perviene al settimo ed ul- 
; e questo terzo giorno è la senettute o sia vecchiezza. 
quarto giorno Danto ascende alla vetta del Purgatorio, 

il Paradiso terrestre; e questo è il senio o sia decrepi- 
L. » Persuaso adunque l'Autore che questa cantica sia un 

codice di sana morale, un tesoro di regole ordinate e 
ucenti alla perfezione dell' uomo, prende in questo volume 
ipplicare il suo sistema alla sola adolescenza, distiibuendo 
*attazione in tre discorsi, e parlaudo nel primo deWubbi- 
za, nel secondo della soavità e adornezza corporale, nel 
> della vergogna; le cose appunto che Dante nel Convito 

esser date dalla buona natura all'adolescenza (Convito, 
L IV, cap. 24). Seguono due altri discorsi, l'uno sul tra- 
to dall' adolescenza alla gioventù, l' altro sulle tre età della 
entù, vecchiezza e decrepitezza, dove la materia è piuttosto 
innata e compendiate, che sciolte distesamente. « L* Inferno, 

1 il Pasqualigo, è l'intelletto applicato alla meditazione 
•errore e de' tristi suoi effetti; il Paradiso è F intelletto che 
la BÒ stesso nella contemplazione della verità, ond' è l' uomo 
to; il Purgatorio è l'umana volontà che guidata dal mi* 

>r possibile intelletto combatte per la perfezione Cosicché 

Purgatorio che sintetizza la lotte dell'uomo per allontanarsi 



y Google 



206 ALLEGORIA DELLA DIVINA COMMEDIA. 

dal male e raggiungere il bene, dovea necessariamente raochiu- 
dere egli solo gì* insegnamenti per la condotta pratica della 
vita; ed è appunto nel suo nuovo codice di sana morale, di 
tesoro di regole conducenti alla perfezione dell' uomo, che ci si 
rivela col nuovo comento la seconda cantica del grande Poema. 

Hipetiamo, conchtude il critico della Nuova Antologia, che 
quest'opera ha un intendimento più morale e insegnativo che 
critico; ma l'assunto è provato con molta convenienza e &g^ 
giustatezza, e l'Autore vi si mostra profondamente versato 
nelle Opere Minori del Poeta che adopera sovente a sussidio 
delle sue interpretazioni: e gli studiatori di Dante non deb- 
bono trascurare alcune cose molto acutamente vedute, forse 
pel prìmo, dal Pasqualigo, fra le quali ci sembra che possa 
avere fondamento di verità l' ingegnoso confronto dell'epistola 
dantesca ai Signori d'Italia, colla descrizione della valletta del 
Purgatorio, e del sopravvenire degli angeli in Bocoorso delle 
anime. (Vedi Disc. cap. 3, a pag. 223 e segg.). 

LE TRE DONNE BENEDETTE (1) 

(Man, Dani. Il, 64»; lY. S79J. 

Galanti can. Carmine, La Beatrice è simbolo della JRtoe- 
lazione. Lettera V su Dante AUghieri, al chiariss. D. Luigi 
Benassuti, Ripatransone, laffei, 1875. — Lucia è simbolo della 
Chiesa, Lettera VI, 1876, — La Donna Gentile è Maria, 
Leu. VII, 1876. 



(1) « Vi comanichereì una mia idea sulle tre donne benedette del so. 
condo canto, nelle quali mi sembra aver riscontrata una maggiore analogia 
colle tre belve del primo. Dico analogia in senso di antagonismo. Pres« 
la lonza come simbolo della lussuria, Maria Vergine eh* è, come voi dite 
la dolina gentile, risponde a auella come simbolo di purità. La Ltteia, ne^ 
mica di ciascun crudele , sarcnbe l' avversaria naturale del Leone superbo 
e rabbioso. Beatrice si opporrebbe alla lupa, la quale simboleg^a tutto ciò 
che Dante abborriva, e significherebbe la virttì d'amore: e Raohete chd 
siede a lei da presso, sarebbe immagine della perseveranza e della longa- 
nimità, come fu la Rachele vera nel mondo. Il passo del xx%. del Pargatorio 
non contraddice a c^uesta interpretazione, e cosi si avrebbe nei due primi 
canti una perfetta simmetria, della quale è cosi amico il Poeta. Non vi fo 

Siù lunghe parole. Ditemi come trovate T interoretazione in dò che contiene 
i nuovo, e se vai la pena di scriverla. » F. Òall'Ongaro a JV. Tommaseo, 
11 Marzo 1813. 



y Google 



LR TBB DONNB BBNBDBTTB. 207 

>pra Ogni altro essere della natura, andò fornita 
ft attitudine a simboleggiare la Rivelazione. Se 
kvesse sentito il bisogno o gli fosse o£forta Top- 
oettere in campo questo simbolo, ei lo avrebbe 
ei, e lei avrebbe scelto, trattando cosi più de- 
li sua Donna, in cui mise Dio tanta grazia, 
esiderio. Ed a meglio raffermare il propostosi 
unina ben 19 passi. 

l'opinione di quelli che, in Lucia avvisano la 
minante o preveniente che chiamar la si voglia, 
a vincitrice d*ogni battaglia della vergine Sira- 
amore devoto singolarissimo portatole, e dallo 
9, e dalla sollecitudine affettuosa con che invoca 
di Dio vera, affinchò accorra a soccorso dello 
amico, e dalla Lucia del sogno, e dallo scanno 
i candida 'Rosa, ne deduce che la Lucia del 
essere che la Chiesa. 

Ei Luna che non nocque al Poeta nella selva 
nome di gentile, che suona nobilissima tra le 
\Setto materno che, e si compiange dell' impedii 
e lassù il duro giudizio divino, ei non può non 
rata Maria , la regina della misericordia. — In 
a Cantica ò pure espresso il concetto che Maria 
peccatori e che però non fu estranea alla sua 
Dal grembo di lei scendono con spade infocate 
iti, a guardia dei giusti, insidiati dal serpente 
*e. Ed anche in cielo, per veder Cristo, ò me- 
rima lo sguardo a Maria, detta da Bernardo, 
rice di grazia, chò quale a Lei non ricorre sua 
volar senz* ali. 11 can. Galanti « tra le donne 
e al Poema, e tra Maria Lucia e Beatrice del 
una mirabile rispondenza. Là è la Donna gentile 
prime parti. Lucia le seconde, e le terze Bea- 
-gio più nobile è occupato da Maria, e lo scanno, 
1 nobile di quello ove Beatrice si asside. . . . Oltre 
> rispondenza, e forse più bella, se ne può scor- 
ie tenuto da Dante nelle parti affidate alle tre 
), e Tordine che comunemente suol tenere Iddio 
a coscienza i peccatori. La misericordia di Dio 



y Google 



208 LB TBB DONNE BBNBDBTTB. 

si vale della Chiesa, o dei suoi ministri» e la Chiesa delle ve- 
rità rivelate, colle quali essa illumina la ragione dei peccatori, 
e si studia di muoyerne la volontà. Non è altro l'ordine con* 
cepito da Dante, dove si conceda che la Donna gentile è Maria. 
Ecco : Maria ( personificazione della misericordia di Dio , da 
cui deriva ogni grazia), mossa a pietà di Dante (simiholo del 
peccatore) chiama e manda Lucia (simbolo della Chiesa, o dei 
suoi ministri); Lucia manda Beatrice (la rivelazione), e Bea- 
trice corife a Virgilio (la ragione), e gli dice ciò che è da fare 
per salvar Dante, cioè che deve indurìo al viaggio pei tre 
regni , o in altri termini alla considerazione seria e profonda 
dei gastighì riserbati nella vita futura ai peccatori e alla con* 
siderazione de' premi riserbati ai giusti. »• 

Baldacchini Savbrio, La Beatrice di Dante. Baldacchini, 
Prose, II, 105 e seg. 
. L'Hegel, fra le altre figure dantesche, celebra quella sua 
Beatrice, posta con tanto fine accoi^mento a spaziare tra' campi 
dell'allegoria propriamente dettra e quelli della realtà. Come 
noi, crediamo che l' Hegel avrebbe creduto che quella Beatrice 
dantesca è snaturata del pari e da quelli che come tutta reale 
la considerano, e da quelli che incompiutamente ne conside- 
rano il 'solo lato allegorico. La sola Beatrice, reale ed ideale ad 
un tempo, come l' Hegel riconosce co' nostri, adegua quel concetto 
grandissimo, e sintetica e dialettica è ad un tempo. L' allegt>ria 
della selva e delle fiere e del veltro è il dramma umano; la 
allegoria di Beatrice è l'epopea divina di quel dramma: il 
contingente è nell'una, l'eterno nell'altra. Considerando la 
selva e le fiere ed il veltro, tutto intomo a Dante è vario, è 
incomposto, ed un continuo conflitto ed un incrudelire di tu- 
multuose passioni. Considerando invece la patrizia Beatrice 
Portinari, trasfigurata e trasumanata da Dante, tutto intorno a 
lei diventa unità, ordine, conciliazione de' contrari ed armonia 
di soavissimi afietti. La prima allegoria si riscontra col libro 
di Monarchia; l'altra co' libri di Vita Nuova e del Coavito. 
Ma non è la Vita Nuova e il Convito che illustrano la Bea- 
trice della Divina Commedia, come alcuni erroneamente si 
pensano: per l'opposto la Beatrice del poema spiega la Bea- 
trice della Vita Nuova e del Convito. L'essere intero della 
Beatrice non è altrove che nel poema. E di lei si compiacciono 



y Google 



LE TRE DONNE BENEDETTE. 209 

o la verità deUa sintesi ; deiraltra, che imper- 
riace ne' due Kbri sopraddetti, si compiacciono 
ai separati fenomeni si arrestano, ed anzi che 
70no. Per qaanto spontanea e gentile ed inge- 
nna forma di bellezza, che ne apparisce nei 
ni, apparisce nella Vita Nuova Beatrice. Per 
a^ve e severa può apparire la Scienza nell'età 
lessione, Beatrice ci apparisce nel Convito. Ma 
i ogni opposizione tra le due Beatrici : e questa 
osi, ci & dair Olimpo omerico salire air alto 
e, ch'ò liperuranio di Platone. Mediatrice ella 
ed implorata in mezzo al poema si manifesta : 
ite, nel Purgatorio, dove la speranza si con- 
no, ella si mostra per aiutare il poeta a salire 
lore, presentito da Platone, trova con Beatrice 
sede nella donna. Questo amore, che diventa 
ontemplazione del divino e delle cose invisibili 
) sole rendono ragione delle visibili e contin- 
un altissimo significato con Dante ; e generò i 
ostra poesia, eh' è la poesia dell'età moderne, 
*e nazioni si hanno da inchinare, se ristorar vo- 
laria vita del concetto poetico. Non ha ad essere 
ttazione de' sensi la vera poesia ; ma innalzare 
» le condizioni della realtà presente. Il culto 
lale è in Dante e da lui è trasfuso ne' nostri, 
ime e profonde nostre credenze, e di gran lunga 
al culto che le offrono le altre letterature o ger- 
iche o iberiche: le quali muliebri giustamente 
dominate, intanto che la nostra poesia e lano- 
,, esaltando la donna con la nuova Eva, con- 
a loro virilità. 

Giuseppe , La Beatrice , delV Alighieri nel tipo 
tisHco. Roma, Tip. delle scienze naturali, 1873, 
, Dicembre, 1872, 415-20. 
8 di Cristo, rinnovellando la femiglia e l'intera 
, rinnovellò ancor 1' arte, che da quindi innanzi 
10 spiritualismo e d'una grazia che mai la più 
iica. Il tipo ideale sul quale Dante foggiò la sua 
fu la donna greco-romana, ma la donna del 

14 



y Google 



210 LB TRE DONNE BBNBDBTTB. 

Vangelo ; dal torrente di luce e di virtii che circonda la Verone 
di Nazaret, trasse i raggi per cinger la fronte della bella e sven- 
turata fiorentina, che di lei fu tenera devota e imitatrice. 

Franciosi Giovanni, Beatrice e r anima del Poeta nelle ascen- 
sioni del pensiero e delT affetto, — Scritti Danteschi, 301-336. 

« Nella Beatrice dantesca tutti cercarono , o la beUisuma 
figlia di Folco Portinari, o il severo concetto del filosofo; ma 
io vi cerco con la visione intima dell'artista, quella gentile 
creatura d* intelletto e d*amore, che del mondo &ntastico del- 
FAlighieri è vita, specchio e sorriso. In lei sola, seguita nelle 
varie forme del pensiero e delF affetto immaginoso, io veg^o 
rinnovellati di purissimo lume i subiti rapimenti, i dolori fé-- 
condi, le afiannose gioie e il sospiro potente dell' anima crea- 
tince. Ella non è, come la Venere di Lucrezio, fugace parvenza, 
che sveglia improvviso le allegrezze del giorno e dilegua ; ma 
quasi nettare che invisibile stilla, armonia difihsa, perenne, 
luce schietta e veloce, che d*ogni parte del Poema aacro 
inonda, ferve e s'avviva. Se non che, la Beatrice dei cieli è 
ancora, sebbene trasfigurata dall'estro animoso, la Beatrice della 
terra; ond' io prima toccherò di questa, poi mi sia dato di av- 
visare la seconda beUessa, che in lei si cela. » 

Grion Giusto, La Lucia di Dante. Verona, Franchini, 1871. 
(Nelle Nozze D'Ancona Nissim). 

Una leggenda trovata nel convento di Gradi, presso Viterbo, 
certo non ignota a Dante , ci apprende come un frate .Cister- 
ciense, vedesse in estasi l' Orazione che muove la Chiesa a pre* 
gare la Vergine, d'onde il poeta trasse il suo concetto delle 
tre donne benedette. — La donna Gentile, la Maria dell'Ora-* 
zione cristiana, il nome del bel fiore che ei sempre invocava; 
Beatrice, la gloriosa donna della sua mente, la scienza divina, 
anzi la Divinità, Tento causa dell'esistente: — Maria, la divina 
clemenza che si compiange; Lucia, la divina misericordia ne* 
mica di crudeltà; e Beatrice, la pietà divina, che soccorre al 
pianto umano. Iddio, mosso da Lucia, è mosso da so stesso. 
Lucia rappresenta un tributo di Dio. Ora, dimanda il Grion, per- 
chè questa personificazione, questo attributo porta il nome di 
Lucia? La storia della B. Lucia del Monastero di S. Cristina 
di Bologna gli dà la chiave. In essa, che invocata trasporta il 
suo fedele assonnato, riconosce la Lucia di Dante. Anch' egli, 

Digitized by V^OOQlC 



LE TRB DONNE BENEDETTE. 211 

I dopo la sfortunata impresa di Monte Accenico nel Marzo 1303, 
recatosi a Bologna, al sepolcro di lei, sdegnato, si libera total- 
mente dalla compagnia matta e scempia ; se la stacca dal cuore, 
dopo essersela levata d'attorno. Riconoscente dell' ispirazione, 
più tardi confonderà, quasi, Lucia Bolognese con la sua Bea- 
trice Firentina , con la Maiia di Nazaret , fiore mistico di tutti 
i cattolici romani, di una donna formandone tre, e per tre donne 
ioteodendo ad una, alla gloriosa donna del suo Virgilio, che il 
confortò nella settimana santa del 1301, quando il religiosissimo 
priore, per aver salvato con ufficio non commesso la vita di 
un fanciullo, era divenuto — al dir delle Cianghelle e dei Lapi 
Saltarelli — un ateo. Del quale si prendono cura in cielo la 
Beata Vergine Maria, alla porta del Purgatorio la Beata Lucia 
di Stifonte, al limbo dell* Inferno la Beatrice speculazione fio- 
rentina, perch*egli che, incorso nella scomunica minore, non 
può salire difilato il colle della fede, dal quale chiaro si veg- 
gono le proprie e le altrui creazioni, colla mente sospesa 
tra 1 credere e U sapere, giunga alla fede mediante la scienza, 
e possa dire in luogo di so di credere: credo di sapere. 

FoRNAcciARi PROF. RAFFAELLO, Sul Significato allegorico della 
Lucia di Dante AlUghierij Discorso letto alla R, Accademia 
Lucchese, la sera del 30 Giugno 1871. Lucca, Giusti, 1873. 

Ei si ripromette che dalla nuova sua interpretazione il di- 
segno dantesco si avvantaggi di ampiezza e di simmetria, ed offra 
più argomenti di credibilità. Lucia, come pensa molto acuta- 
mente il Ruth, è il secondo grande attributo della divinità, la 
giustizia di Dio, queir attributo, per cui egli governa le ope- 
razioni tutte degli esseri liberi, punendo e premiando. E cosi 
è chiaro perchè Maria chieda di Lucia, e perchè Dante ne abbia 
bisogno. E che Lucia nella mente di Dante simboleggi la Giu- 
stizia, e però un attributo che stia in certa opposizione da 
quello rappresentato da Maria, ei lo prova non solo, come 
direbbero le scuole, a priori, ma da altri argomenti positivi, 
e a mio avviso, assai stringenti, tolti segnatamente dal C. ix 
del Purgatorio (1). — Lucia sta sopra Virgilio come Maria 



(1) L'argomento preso dal C. ix del Purg. ei lo dice necessario e ine- 
apugnabUe e risplendente di evidenza matematica, ^alora si voglia tenere 
da s^ono la regola di spiegare Dante con Dante. Dichiarazioni ed Esempi 
in Appendice ai Disegno Storico della Letter. Ital. p. 17. 



y Google 



212 LE TRE DONNE BENEDETTE. 

sopra Beatrice. Il simbolo più nobile della vita contem 
tiva comanda al simbolo più nobile della vita attiva (qt 
chiese Lucia in suo dimando). Questo poi, per effetta^ 
comandamenti di quello, si rivolge a Beatrice, secondo bìis 
della vita contemplativa; il quale alla sua volta coniane 
Virgilio secondo simbolo della vita attiva. Onde il procedlm 
ò uguale tanto nel grado superiore come in quello infer 
perchè la vita attiva è subordinata alla contemplativa, ( 
la filosofia e V impero alla teologia e alla Chiesa, benché s 
anch' essi neir ordine loro santi e perfetti, e debbano rìnas 
distinti e intatti affinchè si conservi la giustizia nel m 
(Sì si -conserva il seme d* ogni giusto. Purg. xxxii). 



VIRGILIO 

SECONDO LE CREDENZE DEL MEDIO EVO 
CV. Uan. Dani. U, 69S; IV. 283J. 

CoMPARETTi Domenico, Il Virgilio nel Medio evo, 2. 
in 8^ p. XIII, 313-310, Livorno, Vigo, 1872. 

A questa nuova edizione, veramente splendida, aggi un 
pregio tutti i principali documenti medievali, relativi al 
gilio della tradizione popolare, che il Comparetti accolsi 
secondo volume. — Il lodatissirao lavoro del Comparetti \ 
voltato in tedesco da H. Dutshke, Lipsia, 1875. — Casteli 
Gazzetta d'Italia, 15 Nov. 1872, n. 320.; Riv. Europea, 1 
m; r/i. d« l^i/mai^re, Polybiblion, 1873,Febr.; Scartazsini 
Virgil. in Mittelarter, AUgemeine Zeitung, 1873, n. 217-18 ; 

Jacob. Joh., Die Bedeutung der Fuhrer Dante* s in 
Divina Commedia : Yirgil, BeatiHx, St, Bemìiard, in B 
auf den idealen Zweck des Gedichtes und auf Grund 
geisUgen Lcbensentwichelung des Dichters, — Il senso alleg( 
delle guide di Dante nella Divina Commedia, Virgilio, 
trice, S. Bernardo in rapporto allo scopo ideale del pò 
Leipzig, J. C. Hinrichs, 1874, in 8'*, di p. 84. 



y Google 



213 



IL VELTRO (1) 

(V. Man. IkMt. n, S44, 199; IV. Uet). 



Giuseppe, Di una Allegoria della Divina Coni' 
ìpiegazione di questa Allegoria in due contenti 
pubblicati. Il Progresso di Napoli, Nov. e Dee. 

vede Nicolao di Trevigi, promotor di pace, ri- 
jsi, il probo e santo Benedetto XI. 
RICO, Intorno al Veltro allegorico di Dante ^ 
(1857). Filosofia e Diritto, Discorsi varii, Na- 
87. 

ntro i difensori dello Scaligero e contro i di- 
giolano che né V uno nò Taltro potrebbe essere 
ìè una delle condizioni di esso si è il cacciar 
ni villa, rimettendola nelf Inferno là onde in- 
oartita. Il che equivale a bandirla dal mondo 
terla fuori dal consorzio sociale. E un tale uffi- 
L confini angusti delle città italiane, non potrebbe 
3 appartenere ad Uguccione , né a Cane della 
uanti altri si trovassero nelle loro condizioni. 
l Poeta non altro Veltro avrebbe potuto rappre- 
un Pontefice futuro, di nazione latina, che sai- 
i dair imperio del male, purificando la Chiesa 
mondani, ed il Papato dalla soma del potere 
Et cadere nel fango. 

I Saverio, Del Veltro allegorico dei Ghibellini 
3hini Prose, Napoli, Stamp. del Vaglio, 1873, 

pur sempre il prode, ferito tanto gloriosamente 
di Cerone, e giovane podestà di Arezzo prima 



zetta di Venezia del 24 Ottobre 1870 trovo questo cenno: 
ansi diede un saggio a Bologna di un nuovo suo me- 
etazione della Divina Commedia; ora va a Verona a tener 



y Google 



214 IL VELTRO. 

del 1292; il restitutore decloro castelli ai Pisani neiranno 1314, 
i quali al dire di Albertino Mussato il salutarono come JUesso 
di Dìo con grande consenso degli ordini tutti della città; il 
vincitore infine di Montecatini nell'Agosto dell'anno 1315. Per 
la quale battaglia furono i Ghibellini cavati dal lago della mi- 
seria e del fango, ed oltre i mille trecento furono 1 prigionieri 
lasciati da' Guelfi, undicimila gli uccisi ; e tra questi il prìncipe 
d'Eboli, fratello di Re Roberto, e Carlotto, nato dal principe di 
Taranto, e i maggiori personaggi della loro parte. Uguccione 
delle Faggiuola è pel Troya sempre il Veltro de' Ghibellini come 
dell'Alighieri. E tale ò per noi, che tanta connessione ricono- 
sciamo nella Divina Commedia e nella Eneide, per essere egli 
sangue latino, e* per avere ospitato nel suo castello Felti^io 
l'esule Alighieri a lui congiunto . . . Uguccione ò anche per noi 
il Veltro, per avergli Dante dedicato l' Inferno prima di partire 
per la Francia, secondo la lettera di Frate Ilario . . . Morto 
Uguccione, quando il poeta componeva gli ultimi canti del 
Pai'adiso, il nuovo Veltro, il prossimo Soccorritore non altjrì 
essere poteva che quel Castr uccio Castracani, salutato qual 
Veltro nel Dittamondo di Fazio degli Uberti, e collocato presso 
Uguccione in quelle nobili pareti del Camposanto pisano dove 
tanta parte della poesia e della storia italiana fedelmente è 
ritratta. 

ToDESCBiNi Giuseppe, Del Veltro Allegorico della Dicina 
Commedia, e del tempo in cui furono scritti i versi 101-105 
del Canto i deW Inferno che vi si riferiscono. Scritti su Dante, r, 
151-169. 

Combattuta V opinione del Ti^ya e di C. Balbo che pel 
Veltro debbasi intendere Uguccione delle Faggiuola, potente 
venturiere ghibellino de' primi anni del secolo XIV, il quale 
ebbe per alcun tempo la signoria di Pisa e di Lucca, sostiene 
che il Veltro allegorico non ò, nò può essere altri, che Cane 
della Scala, Signor di Verona. — Mentre viveva V Imperatore 
AiTÌgo VII, e percorreva la Lombardia, la Toscana, la terra di 
Roma, l'Alighieri non riponeva le speranze del suo partito e 
d' Italia in nessuna altra persona che in lui. ~ Morto l' Im- 
peratore, nell'Agosto del 1313, ch'era stato l'oggetto de'piìi 
solenni augurii e della più viva fiducia dell'Alighieri, l'animo 
del poeta rimase in estremo turbamento e scompiglio. Ma dal 17 



y Google 



IL V8LTR0. 215 

i in che accadde il fatto d*arroe ricordato nel 
8Ì pel rassodato dominio, e sì pel dimostrato 
veramente luminosa la riputazione di Cane della 

dello Scaligero diflìisosi di mano in mano lar- 
iicatoei profondamente negli animi dei Signori e 
ai dell* Alta Italia fé* sì, che quattro mesi appresso, 
ell*anno ventottesimo deir età sua, venisse eletto 
ale della Lega Ghibellina in Lombardia. Di qui, 
come futuro salvatore d' Italia. Il Todeschini con- 
squarcio del Veltro fu scritto negli anni poste- 
certamente non prima del declinare di quelFanno. 
F., Die chrisUich-^ermanische Wr/fanschaifung 
i der Dichterfursten Wolfram von Eschenbachy 
ahespeare. Miheinem, Gnus an die Landsleuta 
Lothringan . . . Berlin, Gebriicher-Paetel , 1871, 

Il sistema cristiano e germanico nelle opere 
poeti Wolfiramo di Eschenbach, Dante e Shake- 

pirito profetico dotato, nel suo Veltro divinava 
Germania, Guglielmo I. Risum ieneatis amici!! 
Giov. Andrea F., Il cinquecento dieci e cin» 

te. La Divina Commedia, il Purgatorio, Leipzig, 

joi-n. 

del I canto, e sul Messo di Dio vaticinato da 
>ato dair Alighieri , si è disputato variamente e 
. Chi volesse riferirne le diverse opinioni, forse 
non basterebbe a raccoglierle. 11 prof. Scartaz- 
tsantacinque autori che ne trattarono di propo- 
i piace dividere in due schiere, de' comentatori 

1 1826 in che apparve il Veltro allegorico del 
ìWì che vennero dipoi sino a* giorni nostri. I più 
arono un liberatore venturo, personaggio inde- 
ì un capitano d'esercito, forse un Imperadore, 
rse soltanto un benefico influsso delle costella- 
lancò chi vi scorgesse Gesù Cristo venturo al 
ude, opinione però abbracciata da pochi. Dal 
)i si cominciò a ravvisare nel Veltro Cangrande 
ael DXV T Imperadore Arrigo VII di Lussem- 
nte i comentatori videro adombrato lo Scaligero» 



y Google 



216 IL muno. 

Unto neir uno quanto nell' altro simbolo, e questa interpret 
zione ne* primi cinque lustri divenne tanto generale da i 
quasi porre in oblio le altre. Accanto a queste niterprefcazio] 
gli antichi conoscevano altre opinioni: chi diceva il TeAro 
il DXV essere l'Anticristo, chi un Papa santo, chi uno str 
niero oriundo della Tartaria, ma esse non acquistarono credìi 
Venne dipoi, come la chiama lo Scartazzini, la selva oscu\ 
delle interpretazioni moderne, e ne prende a disamina • 
sedici, ed acutamente le combatte. Ei ritiene che si il \eU 
che il Dux altri non sia che Gangrande, che dopo la moi 
di Enrico VII, come vicario imperiale, era rappresentante de] 
autorità e potenza imperiale in Italia. 

PiccHiONi L., La Lupa della Divina Commedia. Il Propi 
gnatore di Bologna, a. vi, Disp. I, 1873, p. 5-21. 

LA MATELDA (1) 

(V- Man, Dani. II. $48; IV, SSSJ. 

Castani Michblanoelo, Matelda nella divina foresta, Ec 
zione 11^, Roma, Salviucci, 1875. 

LMllustre patrizio, nella Matelda dantesca, vi riconosce 
B. Matilde, progenitrice della stirpe imperiale Sassone, mog 
di Arrigo V Uccellatore, madre di Ottone il Grande, mor 
Tanno 968, attiva come madre d* imperatori , contemplati 
come santa , opinione propugnata dall* amico suo aw. Gaeta 



(1) La Matelda del Paradiao terrestre la quale canta e insegna, al 
non ò che un compimento di Virgilio, cioè la rappresentante della cristia 
filosofia e poesia, la quale regge la vita attiva ma solo per condurre vei 
la scienza della vita contemplativa, cioè verso Beatrice. Dante la tre 
soltanto dopo che si è parificato delle macchie contratte, e tosto che 
vede si abbandona a lei, senza pero perdere ancora la compagnia di y 
g[iUo. Cosi dunque Matelda (il cui nome può , secondo V uso di quell* e 
significare scienza e che è la celebre Contessa, modello delle, principe 
giuste e benefiche), sarebbe la scienza sovrana della vita attiva, ossia 
Filosofia perfetta e cristiana; l'uso amoroso di sapienza del Convito; 
antesignana e sorella della teologia; e quella che regolando tutta la v 
politica deve essere scorta al buono imperatore romano. Le quali cose ] 
trebberò confermarsi con molti passi della Divina Commedia e delle op< 
minori dell'Alighieri, come forse mostrerò un giorno. Raffaello Fotm 
eiari, Dichiarazioni ed Esempi in appendice al Disegno storico della \et 
ratura italiana, 45. 



y Google 



LA M&TBLOA. 217 

Banì (1) {Album di Roma, a. xxv, disp. 31), e fieramente 
aitata dal Betti (Giom, Arcad. vi, 1858). — V. Aieune 
? Dantesche di Gaetano Trevisani a Michelangelo Cae- 
La Rivista Europea, 1 Aprile, 1875. 
RANCiosi Giovanni, La Malelda Dantesca. Giov. Fioren* 
Ott. e Nov. 1866. 

La Matelda dantesca ò vivo ritratto, checché altri ne 
della Grancontessa, amore d*ogni anima gentile e studio 
li mente innamorata del vero e del bello : di lei, che alla 
ezza politica e al gueiTesco ardimento seppe congiungere 
uisito senso deli* arte e la delicata umiltà de* pensieri e 
aflfetti — Dante, nato del paese dell^arte e della gentilezza, 
di quella donna il mirabile studio del bello e l'umile ac- 
[nento del cuore: Dante, cittadino e ramingo, ne amò la 
sa larghezza e la principesca munificenza: Dante, cantore 
rettitudine, ne amò V ardente afietto della giustizia e la 
nte operazione del bene ... Non è dunque a meravigliare, 
questa donna ei fece uno de' più alti simboli della Di- 
Commedia, io vo' dire il simbolo deir amore perfetto . . . 
Orio VII giudicato da Dante, Scritti danteschi, 9-12, — 
Ida o r amore perfetto, L' umana famiglia nella sua sto- 
J. 109. 

BBGBR WiLH., Dante* s Matelda. Miinchen, K. Akademie, 
(Aus den Sitzungsberichten der philos, histor. Classe der 
lemie der Wialenschaften, 1873). 

I* autore vuole che la Matelda di Dante sia suora Matilde 
[agdeburgo morta nel 1310, nella cui opera vi hanno dei 
i che si pareggiano in modo proprio sorprendente colla 

i) A una lettera del Trevisani, Michelangelo Caetani, quando egli 
B ancora rallegrarsi del lume dpgli occhi , tì apponeva di proprio 
> la seguente ricordevole postilla biografica : « Gaetano Trevisani, 
rato napoletano, dotto letterato, amico e discepolo amantissimo di Carlo 
i, essendo infermo, e avendo da pochi giorni avuto un primo tìglio 
sua giovine sposa (Signora Enrichetta Lahonia figlia del barone di 
ana e ùx Boccnigliano), venne improvvisamente, senza veruna sua 
, aggredito in casa dagli sgherri borbonici e condotto in esìglio ad 
ino, ove in due giorni si mori d' infermità e di crepacuore, sul finire 
inno 1859. Ma quelli 

che fér centra lui 
Non hanno riso; però mal camina, 
Chi si fa danno del ben fare altrui. 

slangelo Caetani, Roma, 1839. 



y Google 



218 LA HATBLDA. 

Divina Commedia. Il Preger, scrivevami F egregio mio amico 
prof. Scartazzini, non mi ha potuto persuadere; ma confesso 
però che i suoi argomenti sono molto gravi, ed il suo lavox*o 
ò degno di esser preso in esame. 

NoTTER F., Eoscurs uber Mathilde, Nella sua traduz. della 
Divina Commedia, Stuttgart, Neff, drnck Miiller, 1872, ir, 
369-370. 

Propugna l'opinione del Gj^chel, accettata dal Picchioni, 
e in parte anche dal Witte, che nella donna soletta vuole raf- 
figurata la donna gentile della Vita Nuova e del Convito^ la 
quale più di tutte, a giudizio del prof. Scartazzini, si avvicina 
al vero. 

ScART AZZINI Giov. Andrba, La Matelda di Dante^ JHgres^ 
sione sopra i canti xxviii e seg. del Purgatorio. La Divina 
Commedia, il Purgatorio, Leipzig, Brockhaus, 1875, p. 595-617. 

È un^accuratissìma monografìa, di oltre ben 20 fitte pagine, 
che abbraccia quanto fu scritto sulla Matelda Dantesca. Il prof. 
Scartazzìni, ne riporta le diverse opinioni si sul significato 
letterale e si sulf allegorico: ciascuna, a sua volta, gli viene 
innanzi, ed egli, conoscitore profondo, le es||piina, le giudica. 
Non nella storia generale, non nel castello di Canossa, non 
nel palazzo del re Enrico I, non nei conventi deUa Germania, 
non nelle leggende dei santi e delle sante, non nel secolo X 
e XI ; ma a Firenze, sulla fine del sec. XIII. e nella Vita Nuova 
bisogna iarne ricerca. « Dite , conclude egli , che la Matelda 
nella divina foresta è poeticamente la gentil donna che fu mesi 
ed anni schermo alFamore di Dante, — dite che allegoricamente 
ella figura il ministerio ecclesiastico; e la donna soletta non 
ò più un personaggio misterioso, essa è la Matelda svelata. 

ALTRI SIMBOLI 

DELLA DIVINA COMMEDIA 
(V. JVan. Decnt. tV. n\). 

BasHani ab. prof. Sante , Dante Alighieri nel Pianeta di 
Marte e V Apoteosi della Croce Bianca in Campo Rosso, II* 
edizione. Napoli, Grande Tipogr., Piazza del Municipio, 1873. 



y Google 



ALTRI SIMBOLI DBLLik DIVINA COMMEDIA. 219 

Sarà materia, ei dice di una prima parte lo scudo del- 
l' Impero, di una seconda Tapparizione di Gacciaguida. In quella 
rìcoQOsceremo per la prima volta come grande ornamento delle 
tre Cantiche la Croce Bianca in campo rosso. Vedremo con 
esse insieme velate di poetica allegorìa le tre più tristi epoche 
della travagliata vita dell'Alighieri, cioè: il primo passo poli- 
tico per rientrare dal recente esiglio in patria coir, opera di 
un Ticario d' Impero, o Veltro ; la speranza tanto viva quanto 
ben augpirata dal cielo, di esservi dal Settimo Arrigo resti- 
tuito : la rassegnazione cristiana a morire onorato in bando 
dopo r ultima conferma della prima condanna. Nel colloquio 
col trisavo vedremo la protesta in nome della nobiltà dome- 
stica e personale, da cui non fu degenere mai, e la giustizia, 
ch'egli riprometteasi di conseguire pienissima nel volgere dei 
tempi. — Nelle memorie alla perfine , che si annodano stori- 
camente e aUo Scudo dell* Impero e al Personaggio deir appa- 
rizione, vedremo ad una la ferma aspettazione d' un necessario 
trionfo, sebben contrastato, di quel nazionale concetto, che egli 
seguiva col pensiero di una fede invitta di generazione in ge- 
nerazione sulle vie ^eir umano progresso. In quella lontananza 
ci parrà un profeta, che avea ben ragione di dirci, « che^ molte 
cose qtuisi come sognando già vedea, » 

L* Aquila della Vittoria e- del diritto nella Divina 

Commedia, Napoli, Vico, 1874. — Estratto dair Aracne. 

Il Bastiani, riepilogando il suo discorso, e le sparse (ila 
raccogliendo a una sintesi , conchiude : « 1 .® che venne meno 
air Impero la sua giurisdizione per Toccupazione delie Romagne, 
£itta dalla Curia; per lo mercato delle imperiali prerogative 
che si fece pei vicarii mandati di Germania; pel costituirsi, 
che fecero i nominati di grandi nostre schiatte, delle partico- 
lari signorie; per T inframmettenza od abusivo vicariato che 
usurparono d' accordo la Curia e la casa d'Angiò. 2.° — Che in 
tutto ciò fu violazione di quel giure divino, che la Vittoria di 
cui parla Giustiniano, conquistò nel mondo al santo nome di 
Roma, e di cui è custode V Imperatore. — Qual rimedio rimane 
al politico male? Giustiniano con un osanna supplica al Dio 
d^Ii eserciti, al Dio della vittoria, onde venne il diiitto ai 
regni della terra. » 

Della storia delle due Aquile a spiegare alcune al-* 



y Google 



220 ALTRI SIMBOLI DELLA DIVINA OOBfMEDIA. 

kgorie della Divina Commedia, Napoli, Vico, 1874. (Estratti 
dall'Aracne). 

Il Bastiani chiude il suo discorso con queste parole : e L'A- 
lighieri a fugare, a suoi tempi, il sinistro augello dell' Aqnih 
rossa, esalta e richiama la imperiale dal cielo, a cui volò in- 
trisa i vanni del sangue di Corradino innocente: ritorni i 
vendicare l'adulterio d* ogni santa cosa e T oltraggio inferito a 
laicato e sopra tutto alla nazione italiana. L'Aquila della vit- 
toria ritorni a vincere! 



ILLUSTRAZIONI DI CODICI 

(V. Man. Dam. IV, 295J. 

Catania. — Ca/pci Giovanni, Cassinese, Illustrazione d 
un Dante del secolo XY. Nel giornale Gioenio di Catania, 1852 
T. VII, bim. II, e T. viii, bim. l 

Firenze. — Palermo Francesco, Il Codice (Palatino) clxxj 
(Paradiso), riconfermato autografo del Petrarca, Appendice 
al Voi. u, Firenze, Cellini. — V. Carducci, Studi Letterari, p. 350. 

Monreale. — Salom^one-Marino Salvatore, Di un codia 
membraneceo inedito della Divina Commedia, appartenente 
alla Biblioteca di S. Maria Nuova di Monreale (già dei P. P. 
Benedettini), Lettera alT illustre prof. G, B. Giuliani; Con fac 
simile, e riproduzione di alcuni brani del Codice. — Nuove 
Effemeridi Siciliane, 1876, Serie iii, v. vili. 

« È un bel codice membranaceo, ottimamente conservato, di 
n. 109 membrane non numerate: l'altezza delle membrane è 
di cent. 27 1/2 e in ciascuna colonna si contengono 33 versi. 
La prima lettera del primo verso di ciascuna delle tre canti- 
che è ad oro, con disegni a miniature, semplici ma eleganti: 
la prima lettera del primo verso d'ogni terzina è maiuscola, 
mentre sono minuscole quelle degli altri versi , e de' nomi 
propri che occorrono per entro il testo: queste lettere maiu- 
scole Sino costantemente una a inchiostro rosso ed una in 
nero. La prima lettera del primo verso d'ogni canto è fatta 
ben grande, e quasi costantemente s'alternano una lettera rossa 



y Google 



ILLrSTRAZIONI DI CODICI. 221 

}olla prima membrana, colonna 1.", comincia: 
clarissitni Comoedia — prima inferni incipit 
la membrana 37, col. 2.", finisce V Inferno con 
frsi, e dopo altri 13 righi vuoti, al 14 si legge: 
clarissitni comoedia secunda purgatorii tnci^ 
Col principio della membrana 74 al 1 .® rigo, 
eia il Paradiso : alla fine della col. 2.* della mem- 
si legge al solito: Dantis poetae clarissitni 
ia paradisi incipit fe^liciier. Le lettere di questi 
e in inchiostro rosso. Finisce il codice alla mem- 
o, col. 1 .", contenendosi in questa gli ultimi sette 
idono il poema. Leggesi nel Codice qua e là 
a marginale, di carattere dell' epoca stessa, ma 
*sa: queste postille sono in parte varianti del 
te correzioni o note dilucidative. 11 Codice è di 
ito corretta; fu trascritto certamente da un Si- 
chiaro si vede da molti sicilianismi introdottivi, 
dice par seguisse il trascrittore ; che il Salomone 
i ci trova nò uniformità di dettato nò di grafia, 
;anto e canto, ma eziandio tra terzina e terzina, 
arso. 

— Gallo Agostino, Sopra un codice di Dante 
*alenno, Effemer. scient. e letter. per la Sicilia, 
W-99. 

0, del secolo XV, in carattere tondo semi-gotico: 

o in Sicilia, sostituendovisi spesso Tw alPo. — 
posseduto da un catanese, nel 1578 da altro, 
della stessa città. Nella prima pagina ò tutto in 

i arabeschi ad oro e vari colori ; le prime lettere 

son dorate e miniate intorno. 

— Cappi Alessandro, La Biblioteca Classense 
nini. Orfanelli e Grandi, 1847. — Dante, la Di- 
fia. Codice membranaceo del secolo XI Vy p. 35-39. 

Carducci Giosuè, Del codice Vaticano 3199. — 
ri, p. 324. 

— Scarabelli Luciano^ Codice di Treviso, Esem- 
ivina Commedia, Lambertini, in, xxxv-xxxvii. Co- 
so. — Differenze notevoli del codice Trevigiano 
no, 671-691. 



y Google 



222 ILLUSTRAZIONI DI CODICL 

Udine. — Trivulzio Giangiacomo , Lettera in cui è de- 
scritta la storia del codice Bartoliniano, con tMrie notisie sulla 
Divina Commedia e sugli ultimi giorni di Dante, Udine, Mat- 
tiuzzi, 1823. 

ScARABELLi LUCIANO, Elenchi di Codici inediti trascritti 
o per trainanti, degli inediti citati e degli editori a sostegno 
o a correzione de' testi portati nel Lambertino, Esempi, della 
Div. Com. Lambertini, ii, 669-712. 

Ai codici inediti, citati a pag. ci del primo voi. s'aggiun- 
sero i codici della Nazionale di Cagliari, della Gambalunga di 
Rimini, dnlla Bertoliniana di Vicenza e di un altro codice ve- 
duto dal prof. Valsecchi di Padova, e spogliato dal doti. Ago- 
stino Palesa. 

Del codice Landiano e del Triulziano della Divina 

Commedia. Il Codice Lambertino, ni, xxxvii e seg. 



STUDI SUL TESTO 

Cr, Uan. Dani. IV. SM;. 

Attavanti P. Paolo. — V. più sotto Federici e RaztoHni. 

Baldacchini Saverio, Zani de Ferranti, Postille sulla Di- 
vina Commedia, Baldacchini, Opere, Napoli, Tip. del Vaglio, 
II, 301-304. 

Il Baldacchini loda il molto studio e il diligente zelo che 
mostra il Zani, navigando, per cosi dire, nel pelago delle le- 
zioni dantesche. Però si duole che la sua parola suoni troppo 
irriverente verso il testo datoci dagli Accademici ddla Crusca. 
Rispettiamo, ei dice, la ragione de* singoli uomini ; ma ancor 
più volentieri e* inchiniamo dove la ragione de' dotti in una 
opinione medesima consente ; cosa tanto rara quaggiù. Il Zani 
vale senz^alcun dubbio più di chi ora scrive di lui, ed è inu- 
tile eh' e' si dica; ma, non avendo noi il testo genuino deirAIi- 
ghieri, può imaginarsi chetigli ed uomo al mondo possa, senza 
alti*ui ioccorso, cosi di leggieri sollevarsi all'altezza del poeta 
di Beatrice? Or solo avendo la mente di Dante, e giovandosi 
della mente dell'intera nazione, il che non è facile, da un 



y Google 



STUDI SUL TESTO. 223 

nomo si può dire altrui: Quento e non altro è il concetto, e 
la parola dì Dante; accoglietela riverenti! 

Barlow Enrico C, Sei cento lezioni della Divina Com^ 
media tratte daW edizione di Napoli del M.CCCCLXXVII 
confrontate colle corrispondenti lezioni delle prime qtiattro 
edizioni. Londra, Williams e Norgate, 1875. Dai torchi di E. 
J. Francis tipografo dell'Ateneo, (di pag. 54). — Porta in fronte 
la dedica: — Al più, dotto — E il piti divoto Dantofilo italia» 
no — Il comendatore Luciano Scarabelli — In segno di prO" 
fondo rispetto e di somma stima — Questa opera dedica — 
L'Autore. 

Delle prime quattro edizioni della Divina Commedia, cioè 
di quelle di Foligno, di Jesi, di Mantova, non che della na- 
poUtana di Sesto Rossinger, divenute estremamente rare, nel 
1858, ne diede la ristampa il benemerito dantofilo inglese 
G. G. Warren lord Vernon. La cura intelligente che vi pose 
intomo il peritissimo bibliofilo cav. A. Panizzi fu tale che riuscì 
di un*accuratezza sorprendente, e, come dice, il Barlow, un 
vero miracolò (Man. Dant. n, 756). Ma della stampa pur rara 
e ricercatissima di Matteo Moravo (Napoli, 1477), si lodata 
dal dotto bibliofilo dott. Dibdin non se n' è fatta riproduzione 
alcuna. Di essa v'hanno due esemplari a Napoli, uno nella Bi- 
blioteca Nazionale, l'altro, e il più bello, nella Biblioteca della 
Università. Al Barlow, trovandosi a Napoli nell' inverno 1870-71 
venne in pensiero di dame la ristampa ; ma un attento esame ben 
presto lo fece accorto che benché per la bellezza de' tipi questa 
edizione meriti gran lode, nondimeno è tanto ripiena d' errori, 
di lettere a rovescio , di versi trasposti , e d' altri sbagli che 
l'impresa sarebbe multata più tosto una curiosità bibliografica 
che uo* opera utile agli studiosi di Dante. Onde gli fu forza 
cangiar avviso, e si limitò a darci alcune centinaia di lezioni, 
colle comspondenti delle altre quattro ediziohi. 

Barlow Bbs. Glabe, Criticai, and philosopkical Contribu- 
tions. Supplement. London, Williams and Norgate, 1865. 

Bkrnardi Iacopo, Varianti della Divina Commedia tolte 
da un Codice da lui posseduto. 

Usciranno entro Tanno a Milano, coi tipi dell'Agnelli. 
Intanto mi tengo ad onore di pubblicare la lettera che verrà 
prepoeta dell'ottimo amico mio. 



y Google 



224 STUDI SUL TESTO. 

A Jacopo Ferrazzi 
Amatissimo mio 

Sciolgo di lieto animo una promessa. Da lunghi anni con 
pazientissima cura, mi accinsi a collazionare con parecchie 
delle moderne piii accreditate edizioni della Dinna Commedia 
una mia antichissima che possedo (l). Appartiene sicuramente! 
al secolo XV, ma priva delle due ultime pagine manca dei ri* 
scontri necessari ad accertarne V epoca e il luogo di sua pub- 
blicazione. É in foglio, ornata di tre grandi incisioni, una cioè 
al principio di ciascuna cantica, e qua e là sparsamente al 
cominciamento di questo o quel canto, a foggia di miniature, 
assai quadrettini incisi di singolarissime rappresentazioni giusta 
gli argomenti dei canti stessi, cui sono preposti. Ha il cemento 
di Cristoforo Landino, per cui dev' essere compresa nel novero 
di quelle che si fecero della Divina Commedia col comento di 
lui nel decimo quinto secolo. Dieci sono ì fogli non numerati 
che precedono la cantica deirinferno pregni di schiarimenti 
sulla vita del sommo scrittore, sull'epoca sua, sui personaggi 
in essa ricordati, su contemporanei più illustri per dottrina, 
per eloquenza, nella musica, nella pittura e scultura, nel diritto 
civile e nella mercatura. Poscia nel mezzo del bianco foglio, 
nel cui rovescio sta V incisione che rappresenta il poeta nella 
selva oscura con le fiere e Virgilio che gli appare, leggesi 

Danthb Aleghieri Fiorentino. 

Qui comincia la numerazione dei fogli segnati da una parte 
solamente, che sommano a ccxcix. L'ortografia, cosi del testo 
come del comento, nei nessi e nella unione delle parole ritiene 
delle condizioni del tempo, il carattere però ò romano, e si 
legge con facilità. Spesso ho dovuto accorgermi che il Lan- 
dino, comentando, ebbe sottocchio un testo diverso da quello 
eh' è dato dalla edizione , di cui discorro, e che mi valse a 
quelle varianti, di che ora, circa la cantica delio Inferno, mi 

(1) Ebbi sott'occhio massimamente quella fatU dal Pasnj^U ia Firens? 
noi 18^17, col comento del Lombardi, e tenni conio delle varianti frequen- 
tissime che pougonsi nelle note. 



y Google 



STUDI SyL TESTO. f26 

modo intrattener te, o.carìssimo amico mio, 
del divino poeta, pubblicasti nella tua Enei- 
i le moderne opere più classiche ed utili che 
3, anzi oserei dire la prima per chiunque bra- 
i bibliografia e critica dantesca, 
i questo mio lavoro fa dato nel 1862 in una 
ita al valentissimo chimico e letterato Fran- 
i , che stampavaai in appendice alla Gazzetta 
ritalia, numero 288, e porgeva le varianti al 
e il pietosissimo caso di Francesca da Rimini, 
nto nostro Filippo Scolari stampava nuova- 
in capo ad un volume erudito e prezioso che 
Proposta e saggio per una edizione al testo 
mmedia, cui dovremo pur giungere, affinchè 
glio che non valse TAIdina, raffiizzonata come 
bo, a norma più o meno di quasi tutte Tedi- 
3ro sino ai di nostri. Nella aspettazione per- 
avvenimento letterario, che non sarà poi cosi 
rsi, ommesso il Canto accennato, e in forma 
rendo voluto in quello mostrare fin nelle cose 
lodo che mi parrebbe opportuno da tenersi in 
i esemplare edizione, verrò esponendoti ciò 
di più segnalato, e io lascio alle tue medita- 
de* nostri dotti e infaticabili amici, che con- 
re dello svegliato ingegno e degli anni, come 
ivia le veglie e ciò che rimane della loro ono- 
rilo stttéio ed alla interpretazione degli scritti 
IO fra gli italiani, di questa ragione civilizza- 
erna società. E senza più, procedendo canto 
uell'ordine maggiore che per me sarà possibile, 
E tu? 

Si quid novisti rectius istis 

idas imperii: si non, bis utero mecam. 

ONATO, In replica ad alcune osservazioni fatte 
orrezioni proposte al Testo della Divina Com- 
e. Nelle sue Prose edite ed inedite, Firenze, 
5. 

NCENZO, Varie Lezioni cavate da antichi codici 

15 



y Google 



226 STUDI SUL TESTO. 

della Divina Commedia, con osserr>a9Ìoni sulla loro bontà 
scelta. Studi sulla Divina Commedia. Firenze, Le Moonier, 185 
p. 269-287. 

Riscontro e scelta delle Varianti di sette mss. del 

Divina Commedia, Id. 321-361. 

€ Il dover vuole che agli scrittori sia mantenuta la lingi 
tale e quale ella ò. » Con questo principio di sana crìtica, 
Borghini pose le sue cure amorevoli sul testo della Divina Coi 
media. Il Gigli trovò che sopra cinque codici avea egli notf 
vari errori, o miglioramenti di lezione: e, per lo studio ci 
ne fece, veduto che molte cose importanti vi si contenevan 
stimò degno renderle di pubblica ragione. 

Bozzo Giuseppe, Considerazioni sopra alcune Varianti del 
Divina Commedia nel testo pubblicato dal chiaris, sig, Car 
Witie. Il Propugnatore, a. v,DÌ8p. 3, Maggio-Giugno, 1872, p. 38 

Legge con la Nidobeatina : Raphegi mai amech isabi alni 
al V. Ili del C. xxxiu deir Inferno : Tanto che data v'è VulHn 
posta, vuole, coirOttimo , si ponga una virgola dopo il tank 
sostiene la lezione ahi quanto a dir (Inf. x, 3) in luogo di i 
quanto a dir , e la francheggia coi sette seg. versi di Dant< 
Ab quanto mi parea (Inf. ix, 88): — Ahi quanto cauti (Inf. xvi 
116): — Ahi Costantin (Inf. xix, 115): — Ahi dura terra (h 
xxxiii, 66): — Ahi Pisa vitupero delle genti (Inf. xxxiu, 79): - 
Ahi Genovesi, uomini diversi (Inf. xxxiii, 151 ): — Ahi ser 
Italia (Purg. vi, 76). — E legge cogli Accademici : E tre di 
chiamai (Inf. xxxiii, 74). 

De Puppì Raimondo, Varianti sulla Divina Commedia < 
Dante Alighieri del codice Clarecini in confronto del BarU 
liniano. Padova, Cartalier, 1839. — Per Nozze Cittadella-P 
pafava dei Carraresi. 

Fanpani Pietro, Studj ed osservazioni sopra il Testo dei 
opere di Dante. Firenze, Tipografia cooperativa, 1874. 

Ecco quanto ne scriveva al Fan&ni il valentissimo prc 
Grosso : Ho letto, riletto, studiato il libro che Ella ha composi 
di Studj ed Osservazioni sopra il. testo di Dante, e se fòsse mi 
ufficio d'insegnare lettentura italiana, potrei e vorrei ree 
tarlo tutto dalla cattedra. Perchè tutto mi sembra non pui 
©legantemente ed efficacemente scritto, come appena saprei 
bero fare pochissimi ma dirittamente ragionato. — Letier 



y Google 



STUDI SUL TESTO. 227 

filologica alTJUuslris. Sig, Pietro Fanfani, Il nuovo Istitutore 
di Salerno 18 Maggio 1874. — V. Lettera di Gaetano Zotese 
a prof. Grosso, 11 Baretti, 1874, p. ^0; V. Cesare Val. Ber- 
locchi, il Propugnatore, 1874, p. 279-85. 

Osservazioni critiche sopra le Varianti proposte dal 

Sig.-Zani, Studi ed Osservazioni^ p. 141-162. 

Il libro del sig. Zani ha molte buone parti, e non poche 
rli quelle Yarie Lezioni son proprio belle, e sono ingegnosa- 
mente dichiarate e difese. Assai cose per altro sembrano al 
Fanfani contrarie alla diritta critica ; ed alcune di queste gli 
piace di notare, acciocché non prenda luogo Terrore appresso 
f^r inesperti. E gli è avviso che per queste sue note nessuno 
possa prendere in mal concetto il libro, sol che pensi quanto 
è sottile e lubrica la materia che vi si tratta, e quante sono 
dair altra parte le cose veramente buone eh* esso contiene. 

Come si potrebbe fare una edizione veramente critica 

della Divina Commedia, Dialogo. Studj ed Osserva2doni, 3*18. 

Io la prego, scriveva il valentissimo prof. Grosso al Fanfani, 
a por mano bìH^ edizione veramente critica del poema sacro, 
^be Ella ha disegnato maestrevolmente nel dialogo con cui ha 
principio il preziosissimo suo volume. Delle rare qualità enu- 
merate da Lei come necessarie alla grande impresa, io non 
veggo quale a lei manchi. Deponga per ora il pensiero d*ogni 
altro lavoro ; o almeno almeno, senza indugio formi il giornale 
n preparare la desideratissima edizione. 

FeDBRia Fortunato, Intorno ad alcune "Varianti nel Te- 
sto della Divina Commedia di Dante di confronto alla lezione 
di Nidobeato. Lettera al Sig. Pietro Steffli, Milano, Molina, 
1836. 

Son tolte dal Quaresimale del P. Paolo Fiorentino (Atta" 
vanti). Servita. — Quadragesimale de reditu peccatoris ad 
Deum. Milano, U. Scinzenceller e L. Pachel, 1479. — I versi 
rìportati, su cui cadono le Varianti, sono in numero di 1254. 
V. Bibl. ItaL, t. Lxxxii, 1836, p. 282. 

Landoni Teodorico, Sopra alcuni luoghi deW Inferno e 
uno del Purgatorio di Dante, Chiome, con un'Appendicetta^ 
Bologna, Fava e Oaragnanì, 1872. (Estratto dal Periodico, il 
Propagnatcfre, Voi. v. — L'Appendicetta non è parte del Pro- 
pugnatore). 



y Google 



228 STUDI SUL TESTO. 

La più onorata fatica che oggimai avanzi nella critica del 
letteratura dantesca, scrive il Landoni, quella si è di ricci 
durre per quanto ne sia concesso, Y immortale Poema a* su 
principii, e nettarlo della scoria, onde, col pretesto di agev 
lame la lettura, fu bruttato anche da uomini forse dotti 
coscienziosi, ma certo non abbastanza sagaci nella pratii 
deir antica favella. E nessuno meglio del Landoni, che si ebl 
tante e ben meritate lodi dal Parenti e dal Sorio, ha studi < 
ingegno a ciò. E ce n' è prova il saggio che ci presenta. • 
La più parte dèlie chiose consiste in una più ragionata inte 
punzione; ve n*ò anche qualcheduna più veramente interpr 
tativa per parte della lingua e dello stile. E tutte ques 
elegantemente pensate e scritte, e che ricordano un pò* la vai 
erudizione, e sobriamente spesa di L. Blanc. Il Landoni cho 
casa Alighieri, è più che la granata, come argutamente se 
vevagli P. Viani, rivela squisito sentimento dello stile e de 
poesia di Dante, conoscenza profonda della lingua dei classi 
e facoltà critica sicura ed esercitata alle migliori scuole, 
quanto ci vien detto, il Landoni attende a una novella edizio 
della Divina Commedia, ed io fo voti perchè il creder r$ 
venga intero. 

Squarcù della Divina Commedia con alquante Varia, 
che si trovano nel Quaresimale latino del P. Paolo Attava! 
di confronto colla lesione adottata dagli Accademici de 
Crusca.,, per cura diL. Razzolinl Bologna, Romagnoli, 18 
(Estratto dal Periodico il Propugnatore). 

Il Federici ne fece il confronto con la Nidobeatina; il R, 
zolini col testo degli Accademici della Crusca. Le Varianti se 
riportate a pie di pagina. 

Romani Matteo, Lettera air oculista Floriano Ponti 
Parma, relativa a tre correzioni di tre passi del Poema . 
ero. Reggio, Davolio, 1870. 

Sopra runico luogo guasto del xxvm del Purgatòr 

Lettera a Yicenzo Petrali. Reggio, Davolio, 1870. 

Il passo del co. Ugolino emendato dalT Arciprete 

Campégine. Reggio, Davolio, 1872 (V. Man. Dani. i\, 309). 

Sul modo tutto suo, di emendar Dante, del Romani , 
non so tenermi dal riprodurre la saporitissima lettera di Pi 
spero Viani al suo Landoni. 



y Google 



8TLDI SUL TESTO. 229 

€ Io mi penso che, se per volere divino rivivesse Dante, ei 
rimorirebbe issofatto di crepacuore, vedendo come trattarono 
6 trattano l'opera sua gl'interpreti e gli affannoni. Non so se 
tn conosca la Divina Commedia (finora la prima cantica), ad 
uso delTarciprete di Campégine, stampata (arrosso dalla ver- 
gogna) a Reggio nell'Emilia Fa. 1864; dove sono cambiati ad 
arbitrio infiniti versi e voci e forme di poesia. Quivi Yemen" 
datorCy cosi egli si denomina, dice nella sua prefazione : Certo, 
anzi certissimo, che il sacro poema sia stato miseramente mal- 
menato dai copisti, e che giaccia in tutti i testi e in tutte le 
edizioni ai testi conformate più o meno guasto; e certissimo 
ancora che i signori Dantisti non ricevono alcuna correzione 
che non sia da qualche testo sostenuta; mi sono appigliato 
air unico partito che mi rimaneva, cioè di farmi parte per me 
stesso, stampandone una edizioncina a modo mio, e ad uso 
mio, per poterla leggere senz'irà alla rea fortuna del gran 
poeta, e senza commiserazione a lui. E qui spero che nessuno 
vorrà colparmi di audacia o di temerità fne giudicheranno i savi); 
imperocché non pretendo imporre altrui le mie correzioni (non 
ci mancherebbe altro!); solamente chieggo la licenza di leg- 
gere il sacro poema come io lo credo caduto daUa penna del 
suo autore. > Ti dia la pesta, prete sconsacrato ! Vatti a ripor 
tu, Landoni mio, co' tuoi studj Danteschi : Dante, buon cristiano, 
si con&ssò dall'arciprete di Caopégine, che lo spoetò. Ma qui 
non è tollerabile lo scherzo. Oh, nome di Dio, chi gli vietava 
di leggerlo a modo suo senza stampare e di volgare le sue 
sacril^he emendazioni, falsar le menti degl'inesperti, e com- 
mettere un delitto di lesa nazione? Io non sono giureconsulto, 
e non so se le nostre leggi contemplino queste sceleraggini enormi ; 
ma se condannano nell' avere e nella persona chi deteriora, im- 
brutta, distrugge le proprietà dei viventi, io non so capacitannì 
come non applichino almeno la galera a chi viola, danneggia, 
deturpa le più nobili proprietà intellettuali dei morti, patrimoni 
e monumenti sacrosanti dei popoli, che ne sono i legittimi 
eredi e conservatori. Noi ci lamentiamo delle troppe e troppo 
ardite mutazioni fatte talvolta ne' classici latini dai dotti Te- 
deschi, ma poi n'abbiamo in casa esempi molti peggiori ! Sentine 
solo un saggio che piglio dal canto v^ senti Dante e V oltramira- 
biie emendatore: 



y Google 



230 STUDI SOL TESTO. 

Dante: E come gli stornei ne poftan Tali 
Nel freddo tempo. 

Bmend,: E come gli stornei ne porta* n Tali 
Il fero tempo. 

Dante: Poi è Cleopatras lussuriosa. 

Ernend. : Poi è Cleopatra lassù 'mperiosa. 

Dante: Motti la voce: O anime affannate, 

Emend.: M'uscì la voce: O anime a fé* amate (cane!) 

Dante : Quali colombe dal disio chiamate 

Emend.: Quali colombe e' al desìo chiamate 

Dante: Si forte fu Taffettuoso grido. 

Emend.: Risposto fu all'affettuoso grido: 

O animai (Si, fon'altri, al grido dell' Arciprete ^ ri- 
donderà: O animalf ma non grazioso e benigno!) 

Dante: .... e ciò sa '1 tuo dottore. 

Emend.: .... (o tu '1 sa', e '1 tuo dottore). 

Ab ungue ìeonem! Cosi egli procede per tutta la cantica con 
insopportabile sdegno dello studioso e giudizioso lettore. Ma, 
poiché i vicini son lenti a punirlo, noi raccomandiamolo all'av- 
verf»iera. — Viani, Lettere filologiche e critiche, Bologna, Zani- 
chelli, 1874, p. 316. 

Al Purg. xxvin, v, 6i : dove l' erbe sono bagnate già^ ei corregge : 
sono bagnate qiìl. — Al v. 139 : ed avvegna eh' essa possa esser sazia ; ed 
egli : ed avce^viactié a ciò possa esser sazia. — Al e. xxxi, v. 7 : Kra la 
mia virtiì tanto confusa Che la voce ai mosse e pria si spense; vuol si 
legira : Che la mia virtù tanto confusa, Che la voce si mossa pria si 
spense. — E al e. xix, v. 85: E volsi gli occhi allora al signor mio; e il 
Romani : E volsi gli occhi ghiotti al Signor mio. — Al e. ix, v. 39, emcn* 
da : Jn su mi volsi attento a pio tuonoj E, Te Deum laudamas, mi parea 
Udir in voco mista a dolce suono. Tale immagino appunto mi rendea Ciò, 
eh* io udiva, qual prender chi vuole^ L'oda cantar con organo, ed i sten. 
Ch'or sì, or no intenda le parole. — E al e. xvi dcl'Par. v. 13 corregge : 
Onde Beatrice s'era un poco scevra Ridendo, per quello che si tossio . . . 
E al e XXXI, V. 115 : Ma guarda i cerchi Fino al più remoto , Tanto che 
veggi scender la Regina . . . Nel Canto di Ugolino quale ce lo dà il testo 
comune, ei ci trova bestemmie controsensi 1 1 

ToDBSCHiNi Giuseppe, Chiose ed illustrazioni della Divina 
Commedia. Scritti su Dante, n, 313-438. 

Il Todeschini si occupò del testo con molto amore e molto 
senno. V. la nota a pag. 157. 

Zani de' Ferranti. — V, più sopra Baldacchini e Fanfani. 
V. Man. Dani, ii, 564. 

Sei correzioni portate nel Testo della Commedia di Danto 



y Google 



STUDI SUL TESTO. 231 

deW edizione Raoegnafia, 1848. Rivista Ginnasiale di Milano, 
1836. 

Il prof. Scarabelli nel ni voi. del suo Lambertino promet- 
tevaci formalmente di mandare a solatìo un' altra opera, in 
coi imprenderebbe di raccoffUere quel quantunque gli fosse 
rimasto per via, come appendice agii importantissimi xx co- 
dici eh* egli egregiamente ha confrontati ed illustrati. Opera, 
cammei la dice, di maggior critica e d* altro fine e diverso 
lavoro/ Sovrattutto occuperebbesi delle Varianti, corrispettivi 
riscontri, e per queste sue nuove elucubrazioni gli ha sommi- 
nistrato ricca suppellettile di materiali il dotto mio amico dot- 
>, tor Salomone-Marino , e sovra tutti il p. Gregorio Palmieri, 
monaco benedettino di S. Paolo a Roma, che dimorato a Lon- 
dra per i-agione di lingua, con cortesia impareggiabile, lo forni 
di tali sussidi da irglielo obblìgatissimo. 

OSSERVAZIOiNI 

su ALCUNE VARIANTI CONTROVERSE 
CV. Man. Dant. tV. 8a) 

Infbbno, I. 3. — Che la diritta via era smarrita, — Il 
Todescbini francheggia la lezione avea smarrita, notata, per 
emenda dalla lezione aldina e comune, da Benedetto Varchi e 
da quattro suoi compagni, che collazionarono alquanti testi 
della D. C. alla Pieve di San Gavino in Mugello Tanno 1546. 

I. 4. — Ahi quanto a dir, — Il Fanfani approva la lezione: 
E quanto a dir qual era è cosa dura ; e la spiega cosi : « e circa 
al dire com'era cosa dura e paurosa quella selva ti basti il sapere 
che essa era poco meno ammira della morte. » Ma non si potrebbe 
opporre che altro è durezza e paurosità^ ed altro è amarezza ? 
E che perciò il dire quanto la selva è amara non è parlare 
a tono dove altri si aspetta dMntendere quanto sia dura e 
paurosa? Non pare probabile che Dante, il quale è sempre 
esatto e preciso, abbia voluto cambiare cosi i termini della 
sua proposizione. — St. Grosso, il Nuovo Instit. di Salerno, 
1874, p. 97. — I dubbi da lei affacciati, scrive il prof. Zolese 
al prof. Grosso, sono di profondo logico e di perfetto cono- 



y Google 



232 VARIANTI. 

scitore dei sommo poeta... I cementatori generalmente si at- 
tengono alla lezione Ahi! quanto a cUrqtuilera é cosa dura, 
e la sentenza è chiarissima, ed il verso è più bello e molto 
pili degno dell' Alighieri. Dura qui significa diffìcile, mala- 
gevole e la spiegazione naturale della terzina non può esser 
diversa dalla seguente : Ahi! quanto è mai arduo, difficile il 
descrivere convenientemente lo stato orribile di questa seira 
incolta, densa, intricata, che tremar fa t animo di paura, 
ogni qualvolta a lei rivolgo il pensiero, — Animw* nieminisse 
horret luctuque refugit. Chi cosi spiega non trova poi assurdo 
il dir che la selva è amara, cìoò cagion d'amarezza, quasi 
come la morte. Il Baretti, 1874, 220. — V. Pasquini, La prima 
Allegoria, 103. 

I. 9. — Dirò deir aftr^ cose. — Il Fanfani riprova come 
falsa la lezione delCalte cose, e spiega cosi: « dirò dell'altre 
cose che vi scorsi, di quelle cose, cioè, che non sono propria- 
mente la selva, ma son estrinseche ad essa ; » e aggiunge ohe 
la lezione delle alte « è contraddetta da piti codici. » Ma non 
si potrebbe opporre che le cose che sono propriamente la 
selva non sono cose scorte nella selva ì se già non vogliam 
dire che il contenente sia parte del contenuto. Dante sin qui 
ha descritto il contenente, cioè la selva oscura selvaggia aspra 
e forte : ora prende a descrivere il contenuto, cioè le cose che 
tn ha scorie^ che ha scorte in quel luogo; alte, cioè arcane 
e misteriose. Non mi par naturale ch'egli dica delle altre, 
non avendo ancora detto di alcuna. Grosso. — V. Zolesc^ Il 
Baretti, 1874, .221 ; Pasquini, La Princ. Alleg. 75-85; Man. 
Dant, Voi. iv, 312. 

l. 116. — Ove udirai le disperate strida. Vedrai gli anti- 
chi spiriti dolenti. Che la seconda morte ciascun grida. — 
L'Apocalisse, al e. xxi, v. 8, parlando della dannazione dice: 
quod est mors secunda. Il Todeschini accetta ben volentieri 
la lezione proposta dallo Zani de' Ferranti : Ove udirai le di- 
sperate strida Di quegli antichi spiriti dolenti, Che la seconda 
morte ciascuna grida ; e spone : € ove udirai le strida disperate! 
di quegli antichi spiriti dolenti , ciascun de' quali grida (cioèj 
attesta, pubblica, bandisce, fa conoscere ad idta voce), la se-| 
conda morte. > Cinque codici parigini , e i due testi Guini-' 
forte e Landino giustificano la lezione proposta dallo Zani. 



y Google 



VARIANTI. 233 

ome l^areoa quando il turbo spira: il P. Sorio 
itieri col Witte quando (il vento) a turbo spira, 
{uesta lezione aggiunge la circostanza, che il 
1 in direzione retta orizzontale, nò verticale, nò 

su in giii direttamente, ma a turbine, a ruota, 
itesto, e sei've benissimo a quell'inciso il qucU 
re in queWaria senza tempo tinta. 
Ed io che avea d' error la testa cinta. — Il 
in questo passo la lezione orrore, come ognuno 
a ragion d'occhio; e la voce errore non ò di- 
ntesto da veruna circostanza, e non si saprebbe 
l potesse essere questo errore che Dante aveva 
gilio, che volle aver bene inteso la dimanda di 
iposta non confuta alcun errore che Dante avesse 

cosa ragionata, ma gli spiega ciò che Dante 
:>, non ciò che avesse male pensato o franteso. 
nt20. 

Gtuirdai e vidi Tombra. — L'autorità dei co- 
mbedue le lezioni : Guardai e vidi, — Vidi e 
are a me, dice il Sorio, che il merito della ra- 
ia più per la variata lezione, che per la volgata, 
are Dant. 23-25. — Anche il Todeschini ritiene 
snobbi sia da preferirsi alla comune. Scritti su 

- E più d' onore ancora assai mi fenno Ch* essi 
loro schiera. — 11 Landoni non solo ributta del 
ettura eh' esser me fecer, la quale deforma al- 
i, ma si ritien certo di restituire al poeta un 
ttimo, leggendo co' vecchi Accademici del 1595: 
otersi in egual modo scrivere: Che si, o CK'e* 
j parve al Tommaseo consigliata da un senso 
delicato e sicuro. E il Landoni ne francheggia 
appoggio di* molti codici , i più antichi e repu- 
jmpi autorevolissimi del secolo XIII, che com- 
ìììo colla frase dantesca che nulla più. L* esser 
irto intrusa da iilculti e goffi emanuensi, non 
iere l'efficacia del vezzoso riempitivo, tutta pro- 
uiza. 
La bufera infernale che mai non resta, Mena 



y Google 



234 VABIANTT. 

gli spirti con la sua rapina. Voltando e percotendo, li mo^ 
Igsta, — Il LaDdoni propone, senza toccare un minimo che 
del testo, di leggere come appresso: La bufera inumai che 
mai non resta. Menagli spirti: con la sua rapina. Voltando 
e percotendo, li molesta. Pare evidente la maggiore efficacia 
e la colleganza del concetto ; si che il terzo verso non resta più 
quasi staccato dal suo tutto: ed infatti, è con la sua rapina^ 
cioè, forsa rapitrice che la bufera molesta gli spiriti voltando 
e percotendogli. 

V. 107. — Chi in vita ci spense. — Il Landoni leggerebbe 
meglio: chi vita ci spense, essendo nettamente sottinteso su 
nel mondo , senza che bisogni leggere in vita ; e cita i co- 
dici che avvalorano la lezione preferita. Accetta però anche 
Taltra come probabile, ma meno efficace Variante dellViutore. 

V. 139. — Mentre che Cuno spirto questo disse, L* altro 
piangeva sì, che di pietade Io venni men cosi, com>* io morisse ; 
E caddi, come corpo morto cade, — Il Landoni propone nuova 
interpunzione : Mentre che V uno spirto questo disse, V altro 
piangeva : si che di pietade Io venni men cosi com*io morisse, 
E caddi come corpo morto cade. — Leggendosi : Piangeva sì 
che di pietade, ecc., non potrebbe d'altra guisa intendersi che: 
piangeva talmente, cioè cosi dirotto, che, ecc. Pare che meglio 
giovi al decoro un pianto non diffuso, e quindi più conve- 
niente alla virile dignità di Paolo. Né la commozione vi perde ; 
poiché maggiore pietà suol destare, in anima che sia gentile, 
la vista d'un pianto a &tica represso, che altro. 

VI. 80. — Jacopo Rusticucì , Arrigo e il Mosca. — I più 
de* Comentatori vogliono Arrigo della nobile fisimiglia de' Pi- 
fanti. Il Critico Bolognese sostituisce ad Arrigo Odrigo, pur 
de' Fifanti , osservazione , dice il Veratti , che più si distingue 
per buono accorgimento insieme e per novità. E lo fa sopra 
il fondamento delle Croniche del Malaspini e del Villani che 
lo pongono come finale esecutore de* tristi suggerimenti del 
Mosca. Il Boccacci vuole invece sia Arrigo Giandonati. 

VIIL 7. — Poi si rivolse a cfieW enfiate labbia. — Gli Ac- 
cademici del 37 tolsero via l' ottima lezione enfiata labbia, 
accolta da que' valentuomini del 05, e, quel eh' ò più notevole, 
seguendo tre soli testi a penna, de' molti che avevano da con- 
sultare. Nel suo Poema e nelle Rime, Dante non usò mai le 

Digitized by V^OOQlC 



VARUNTI. 235 

bra; ma sempre labbia^ singolare, in significato 

ietto, Landoni. 

Ahi giustizia di Dio tante che stipa, ecc. — 11 

legga senza mutar verbo: Ahi giustizia di Dio 

Mi Nuove travaglie e pene quante i* viddi, E 

colpa si ne scipa! — Lez. Accad. sopra 3 luoghi 

I. Nella Rivista Crinnasiale. 

Qui vid io gente più, che altrove troppa, E d'una 

i, con grand* urli. Voltando pesi per forza di 

evansi incontro^ e poscia pur li Si rivolgea cia^ 

a retro ... — Il Landoni vorrebbe che s' inter- 
?ui vid*io gente più, che altrove troppa : E d'una 
a con grand' urli (Voltando pesi per forza di 
evansi incontro , ecc. — Pare , ei dice , che ne 
» non dubbia bellezza. Infatti, veggìamo coloro 
muovere grandi pesi, aiutarsi con le grida nel- 
iggiore sforzo. Così fanno qui i dannati, appunto 

gli uni contro gli altri i pesi che mandano in- 
si rivolgono e non si sa che urlino più sino al 
». Del resto, colla vecchia interpunzione non è 
ho di quegli urli ; del quale però il Poeta as- 
Altrove: Urlar gli fa ìa pioggia come cani (Inf. vi, 
luova maniera, cotesto perchè risulta assai ma- 
K)ra. 

Alby Ren^, Extrait des notes de la Traduction 
)ais de T Enfer de Dante. — Proposition d' une 
^2 vers du ix Chant de C Enfer du Dante. Gir- 
1871. 

ysition d'une Variante au 72 vers du ix Chant 
Dante, extraite des Notes de la Traduction en 
ie ce Poéme. Deuxiéme Edition corrigée et aug- 

Impr. du Journal l'Italie, 1873. 
i*/a d' una Variante ali 2 verso del ix Canto del- 
mte estratta dalle note della Traduzione in versi 
stesso Poema di Renato Aby, 11* ediz. riveduta 
Roma, Tipografia del Giornale L' Italie, 1873. 
ìsition d* une Variante Extraite des Notes de 

en vers frangais de ce Poéme. Milan, Guigoni, 



y Google 



236 VARIANTI. 

Esclude che Dante intendesse di parlare di belve o selvag- 
giume, ma di animali domestici. Ei si {& pertanto a indagare 
se in alcuno dei dialetti d' Italia o dei provenzale esista una 
parola che presenti in una volta e a rassomiglianza grafica 
con quella di fiere, e qualche analogia di senso accennante ad 
animali domestici. Nel Piemonte, e segnatamente nei dintorni 
di Chieri, i contadini chiamano feie le pecore, e tal voce era 
di certo conosciuta da Dante. Il sig. Alby vuole che v' abbia 
introdotto la pien>onte8e feie^ e che i copisti ignari di tal voce. 
Tabbiano mutata in quella di fiere. I provenzali, secoli fa, 
chiamavano fedo l'agnello e la pecora ; al sud-est della Pro- 
venza si usa comunemente e feia e feie come nel Piemoute. Ci 
pare molto difficile conchiude il sig. Alby, il decidere quale dei 
due dialetti abbia dato quella parola air altro. Ma è fuori di 
dubbio eh* essa appartiene ad amendue. — E a pi^oposito di 
questa Variante scrivevami il prof. Scartazzini : € in tutta la 
Bregagha si usa feda, invece di pecora ^ dicendosi la fèda in- 
vece di la pecora, dunque non fedo al sing., come vuole TAlby, 
ma proprio feda, donde il plurale fede. Ciò servirebbe a con- 
fermare Topinione dell* Alby, che del resto io non so risolvermi 
ad accettare. » 

IX. 118. — Che tra gli avelli fiamme erano sparte É 

certo , che dee leggersi : Ch* entro gli avelli. Questa lezione 
combina perfettamente con ciò che il poeta aveva detto nel 
canto antecedente ai versi 73-74: // foco eterno, Ch* entro le 
affoca le dimostra rosse. Todeschini. 

X. 92. — Dove sofferto Fu per ciascuno di tor via Firenze. 
— Ottimamente, scrive il Betti, e secondo il codice Antaldino. 
// Propugnatore di Bologna, 1874. 

XI. 72. — E che s* incontran con si aspre lingue. — fi 
Todeschini legge collo Zani : E che si scontran con diver.^ 
lingue : il si scontran è assai piii energico del s* incontran, 
e rìcorda meglio V intopparsi e percuotersi T un V altro degb 
avari e dei prodighi ; e il diverse nel suo doppio significa'U) 
di varie e di strane è preferibile all' aspre. Todeschini, V. i', 
p. 361. 

XI. 114. — E 7 Caribo tutto sovra il Coro giace. — F. 
Lanci vorrebbe sull'autorità dei codici Riccardiano 1028 e 1037 
si leggesse : Il Como tutto sopra il Carro giace , intendead*'* 



y Google 



VARIANTI. 237 

qui per Como V Orsa Mioore. L* Àntonelli con argomenti 
astronomici prova che non si può concedere questa sostitu- 
zione, e che sta a capello la comune lettura. Al Poeta era 
assonato il tempo di 24 ore soltanto, per visitare il regno 
della gente eternamente dannata. Sapeva il maestro che par- 
lava ad alunno astronomo, il quale però da quel profondo e 
coperto abisso non poteva speculare il Cielo, come farà poi al 
Purgatorio, tornato a rivedere le sielle: quindi supplisce di sua 
certa scienza, e gli annunzia il sorgere della costellazione zo- 
diacale dei Pesci; il che, sotto quello Zenit e in quella sta- 
gione, dovea farlo accorto del prossimo rinnovarsi del di, o 
della imminente fine della notte sul soprastante orizzonte. Ma 
tanta era la premura di Virgilio e T impeto della intimazione, 
che gli porge un altro argomento per indicai^e la stessa con- 
dizione di tempo, quasiché, non avendo subito capito il primo, 
dovesse ri&rsi sul secondo, ed apprezzare la ragione che co- 
stringeva a fretta straordinaria. P. Àntonelli^ p. 12-19. 

XV. 4. — SI che del fuoco salva C acqua e gli argini. — 
Il Todeschinì legge con lo Zani e col P. Sorio saha V acqua 
gU argini^ ed espone: il fumo del ruscello occupa, ingombra lo 
spazio di sopra per modo, che Tacqua (cioè il vapore di esso 
fumo) salva gli argini dal fuoco. 

XV. 115. — Lor corso in questa valle si diroccia, Fanno 
Acheronte, Stige e Flegetonta: Poi sen va giù per questa 
stretta doccia In sin là, dove più non si dismonta. Fanno Oo- 
cito ... — A questa comune interpunzione F. Lanci vorrebbe 
sostituita la seguente: — Lor corso in questa valle si diroc- 
cia, Fanno Acheronte, Stige e Flegetonta : Poi sen van giù per 
questa stretta doccia; Infin, là dove più non si disraonta, 
Fanno Oocito . . . 

Perciocché TAlighieri volle dire che la pioggia delle lacri- 
me, emananti dal colosso di Creta, forata la grotta su cui 
posa, penetrando nella valle infernale ; primamente vi fanno 
Acheronte Stige e Flegetonte; secondamente vanno per la 
stretta doccia, che attraveraa la selva e il sabbione ; finalmente 
(in fin) y cadono là dove più non si dismonta, e vi fanno Oo- 
cito. — F. Lancia il Bulicame e la Chiarentana, 16-18. 

XVL 131. — . Venir notando una figura' in suso. — Dee leg- 
gerei: venir rotando. Lo stesso dicasi al v. 115 del canto 



y Google 



238 VARIANTI. 

seguente. La dimostrazione è nei versi 98 e 11 6 del Canto xvn. 
Todeschini, 

XVII. 16. ^ Con più color sommesse e soprapposte Non 
fer mai in drappo, — [leggerei più volentieri non fer mai 
drappi^ e ne dà le ragioni. Parenti, Eser. Fil. 12, p. 96. 

XVII. 63. — - Un'oca bianca piii che burro. — Il Muzzi 
legge piti eh* eburroy ovvero non parendogli quella del burro 
una bianchezza come il poeta volevala esprimere, con il più 
che, grandissima. Tre Epistole latine, Ql-IQ. 

XIX. 95. — Quando fu sortito Nel luogo, — Al Todeschini 
piace di leggere: Al luogo, — E Oiov. Villani: Quando ^li 
Apostoli V assortirono al collegio, invece di Giuda Scariotto. 

XXI. 46. — Tornò su convolto, — Domanderemo noi la 
ragione, onde ci si regala tuttora il tornò su convolto , anzi 
che con volto; il qual modo spianerà la strada ai commenta* 
tori, che mal si capacitano quanto viene aggiunto appresso. — > 
Qui non à luogo il santo Volto, — Creecentino Giannini. 

XXVI. 14. — Che n'avean fatte i borni a scender pria, — 
Il Todeschini col Bargigi e col Buti : Che il bujor n'avea £atto 
scender pria. L'istessa lezione tenne T Arcangeli: V. Man, 
Dant, u, 568. — In sostanza il poeta ci vuol dimostrare co- 
mmesso e Virgilio riascesero per lo stesso mezzo ch*eran di- 
scesi. £i torna evidente come in quella discesa ed ascesa, i 
borni, che tanto è a dire li rocchi e ronchioni, insomma li 
pezzi di sasso sporgenti a guisa degli addentellati di muro 
imperfetto, loro avean servito di scale. Il riscontro de' luoghi 
simili è il miglior comento delle scritture. — Parenti, Eser^ 
citazioni Filol. n. 12, p. 23-27. 

XXVIII. 135. — Che diedi al re Giovanni ì ma* conforti. 
— n Muzzi respinge le lezioni di re Giovanni e re giovane 
e legge al regio Vanni (regio, de' reali; Vanni, Giovanni (?). 
Cosi, ei dice, il Poeta non ha seguito Terror del Villani; cosi 
non ha egli commesso un gran fallo ; cosi V importante altera- 
zion del testo (alterato davvero) sparisce; così non ha loco la 
tisica struttura d' un verso, che Dante comodamente potea fare 
G fece sanissima. — Tre Epistole Latine, 71-75. 

XXIX. 73. — r vidi, sedere a sé poggiati duo Come a scaldar 
s" appoggia — — Ne' peggior testi, scrive il Qorghini, leggesi 
appoggia in luogo di poggia, che ha per sostegno e Tuso di 



y Google 



VARUNTI. 239 

r{uell*età; oltrecchè Dante al C. xv, 25 aveala pur usata: Certo 
io pìangea poggiato ad un de' rocchi; e nel Purg, xxvn, 81: 
Poggialo s' è, e lor poggiato serve. 

XXX. 114. — Là 've del ver fosti a Troja richiesto. — 
L'autorità di cinque codici paxigìni, del codice Poggiali e di 
(juiniforte Bargigi, citati dal Zani, è più che sufficiente a fard 
porre nel testo il Quando del ver, che potrebbe accettarsi anche 
se nessun codice lo autorizzasse, avendo per sé la ragione. 
Todeschini, 

XXXI. 132. — Ond^ Ercole senti già grande stretta. — 
Questa lezione è guasta e falsa. Onde non solamente migliore 
ma vera e genuina dobbiamo ritenere la lezione riscontrata 
dallo Zani neA. codice Bartolini e in alcuni codici parigini: 
L" d'Ercole sentì la grande stretta. — U* è posto per ove, e 
significa ne' fianchi, che fu appunto il sito ove Anteo fu stretto 
da Ercole, per alzarlo da terra ed ucciderlo. Todeschini. 

XXXII. 122. — Con Gannellone e TribaldeUo. — Mazzoni 
Toselli, |all*iq[)poggio di molti documenti prova che si deve' 
leggere Tebaldello e non Tribaldello, e che fu de' Zambrasi e 
non dei Manfredi. 

XXXIII. 10. — E cortesia fu /ut esser villano. — Il Lan- 
doni non intende difendere unicamente la lettera: e cortesia 
iu in lui esser villano, preferita dal Witte e tanto acremente 
(-ombattuta del prof. Scarabelli. — Fu alto cortese, esser villano 
contro un si malvagio traditore, mentre quel che sarebbe stato 
d'uomo villano contro altri, fu di gentile contro colui, perchè 
nessun uomo onesto debV essere benigno ai più esecrabili 
sceleratì. Questo intendimento, alquanto aspro a' nostri giorni, 
si potrebbe chiarire pure assai, e dimostrarlo al tutto dantesco, 
da chi avesse voglia con lungo discorso ricercare qual fosse 
il concetto che moralmente prevaleva- ne' secoli XIII e XIV, 
rirca l'amore, l'odio, la cortesia, la vendetta ed altre cotali 
buone o ree affezioni. L'altra lezione fu lui pargli buona al- 
trettanto, se non più. 

XXXIII. 41. — Pensando ciò, eh* al mio cuor s'annun- 
ziava. — Benedetto Varchi e compagni nel 1546 in luogo dell'o/ 
mio cuor dell'Aldina notarono el mio cuor; e Bastiano de' Rossi 
trovò quattordici codici, concordi in questa variante. E per ciò, 
e per le buone ragioni eh' egli ne dico, e per la testimonianza 



y Google 



240 VARIANTI. 

di molti altri m&s. e stampe da lui allegati, vuol darai causa 
vinta allo Zani che legge, cAe tV cuor, — Todeschini. 

Purgatorio I. 23. — Io posi mente ali* o/ero polo. — Io non 
mi posso persuadere, dice lo Scarabelli, che Dante nominasse 
altro il polo meridionale, non avendo in principiar della cantica 
fatto motto del settentrionale per poi nominar cUiro questo. Ei 
legge invece alto, e ne dà le ragioni. Il Lamberiino u, vm. 

II. 26. — Mentre che i primi bianchi apparser ali. — Fin 
dal 21 Settembre 1816 il prof. Renzi, ali* Ateneo Italiano di 
Firenze, propugnò questa lezione. 

II. 49-51. — Fra Lerici e Turbia la più diserta. La più 
romita via è una scala. -» Questa lezione non può reggei^, 

a meno che non si voglia dare al poeta dell* imbecille A oni 

non piace apporre a Dante questa taccia, tengasi al Codke 
Antaldino, sia pure unico, e legga : La più, rotta rutna è una 
scala. Todeschini. 

V. 116. 118. — Indi la valle — coperse Di nebbia, e il 
del di sopra fece intento SI, che'l pregno aere innacqua si 
converse.... I comentatori stiracchiano il testo a fargli dire 
ciò che non dice, e che pur doveva: ma senza dubbio avreb- 
bero mostrato un po'piii d* acume, se avessero avvertito, che 
La luogo di del era da leggersi giel. La quale parola sì ha in 
questo luogo nel testo del Buti : e se anche non fosse in alcun 
testo, sarebbe patentemente additata dalla ragione, e dal luogo 
del canto xxvra, v. 122: Cìie ristori vapor che giel converto, 
— V. Todeschini, n, 387; Pica, p. 246. 

V. 136. — Disposato wC avea con la stia gemma. ... ^ La 
guasta lettera disposando confUse in un solo tempo ed in um 
sola azione due tempi e due azioni, distinti nel concetto e nelle 
parole dell* Alighieri. Egli non intese far dire soltanto alla Pia, 
eh* ella era stata moglie di Nello, ma si, che questi sposolla, 
già vedova d* altro marito. — Lo sa colui che me (la quale 
portava prima Fanello datomi da un altro) avea coU* anello 
proprio disposata. È da oltre mezzo secolo che il Dionisi io- 
trodusse il disposata nel testo ; ma era di moda il derìdere e 
trascurare le sue correzioni. — B. Bianchi nell*ediz. fior, del 1849, 
espunse il disposando, e sostituì disposato. Ma il Parenti insiste 
propriamente nel disposata come più rispondente alla finezza 
della grammatica naturale. — Per me ripudio questo gerundio 



y Google 



VABIANTI. 

(disposando) ch^ forale un avanzo dì 
prendo il disposata, o il dispensata che 
solo del racconto del chiosatore del C 
citato : che la Pia fosse stata prima \ 
tore, poi sposata solennemente colla g 
Scarabelii. 

VII. 66. — A guisa che i valloni 
rabelli legge si sceman. Qui vallon 
mento, e il sceman vale si profonda^ 

Mi, 73. — Oro ed argento fino e 
vuole si ponga la virgola dopo argei 
fine al cocco, e ne dà le ragioni. 

XV. 61. — Un ben distributo I 
ricchi. — Leggasi in piti posseditor; 
rìssimi e la terzina e i versi successi 

XXI. 117-119. — Ond'io sospiro, 
Maestro, e non aver paura, Mi disse, d 
Leggasi francamente, senza timore di ( 
sospiro, e sono inteso Dal mio Maei 

Mi dice, di parlar , ma parla Ch 

.\ntaldino e Chigiano, citati dall*edi1 
sussìdio dì questa lezione i compagn 
mas. veduti da Bastiano de' Rossi : e 
taggio, vada a leggere i Reali di Fr 

XXII. 120. — Drizzando pur in 
Con argomenti astronomici il P. Ant< 
proposta dal sig. Lanci drizzando pur 
intendendo per corno TOrsa Minore, ( 
radiso ; quasi che il Poeta avesse volu 
ciiretta in quel momento verso rOrsj 
\ìoeìx (Virgilio, Stazio e Dante) in cin: 
alla sesta cornice, il nostro ci avvisa 
ch'erano presso le undici della mat 
mezzogiorno. Se le quattro ancelle ( 
indietro, e la quinta era al timone ài 
zando pure in su T ardente corno, ci 
metà del suo corso, per volgersi indi 
termine, come i passi della notte nel 
eludere, che in quel momento erano 



y Google 



242 VARI/INTI. 

ti** ore e mezzo di Sole, e però non remota T undecim' ora della 
mattina. L' ora quinta è poi detta ardente per la sua vicinanza 
al meriggio. 

XXVII. 1 . — Il Sono legge : Si come quando i primi raggi 
vibra, Là dove il suo Fattor lo sangue sparse, Cadendo Ibero 
sotto Talta Libra En Tonde in Gange da nona riarse; 5i 
stava il Sole onde il giorno sen giva, Quando TÀngel di Dio 
lieto ci apparse. — E ne dà brevi postille illustrative di luogbi, 
o mal letti, o male inte.si, o bisognosi d' illustrazione. Le parole 
distinte in corsivo sono le lezioni variate dalla stampa volgata. 
Rivista Ginnasiale. 

XXX. 15. — La rivestita luce allelujando, — Fu ilcan. Dio- 
nisi il primo che a fronte di tutte le stampe che leggevano ia 
rivestita carne alleviando propugnò la lezione succennata, che 
poi venne concordemente accolta. 

XXX. 77. — Ma veggendomi in esso io trassi all' erba. — 
Il Sorio legge i trassi, e vale li trassi. Anche il Fanfani è 
dell' istes.so avviso. 

XXXIII. 48. — Perché a hr modo lo intelletto aXtuia. 
R. Ca verni legge col Foscolo abbuia. La Scuola, 1873, ii, 204. 

XXXIII. 49. — Ma tosto fien li fatti le Naiada. — Il 
Sicca propone la lezione lo Laiade, cioè il figlio di Laio, Edipo, 
che sciolse il famoso enigma deUa Sfinge, e che si sostituisca 
solverane^ cioè solverà, a solveranno. V. Comentari deW Ateneo 
di Brescia, 1847, p. 131-36. 

XXXIII. 74. — Fatto di pietra ed in pietraio tinto. — U 
Grosso, e con lui il Zolese, ritiene grossolano errore dagli ama- 
nuensi la lezione fatto di pietra et impietrato e tinto, non meno 
la variante ed in pietraio tinto. Né piii garba al aig. Zolese 
la correzione ed in peccalo Unto ; ei vorrebbe piuttosto si leg- 
gesse: Fatto di pietra ed impietrato tìnto, e spiega: Ma,per^hf' 
io veggio il tuo intelletto divenuto pietra (indurato) e dopo 
essersi trasformato in pietra (e quindi) annerito (oscurato),- 
ovvero Ma, perch* io veggio it tuo intelletto non pur irasfor^ 
malo in pietra, ma in pietra bruna ed oscura. Il Baretti, 
1874, 221. 

XXXIII. 114. — E quasi amici dipartirsi pigri. — La 
dizione dantesca dipartirsi dimostra che da im sol corso d'acqua 
escano que' fiumi separandosi ossi in due, ma dopo aver cain- 



y Google 



VARIANTI. 

minato uniti tratto non breve; la dipa 
lento cammino d* amendue, il che non ver 
migliore quell'altra. Scarabelli. 

Paradiso. I. 44. — Tal foce, e quasi t 
Più Tera, e ultima lezione dev'essere stai 
questa: Tal foce, e quasi tutto era già 1 

II. 170. — Riraan nudo il su^getto (e 
lare — — Credo che colore primamente 
j>oi, e tardo, conoscendo che colore non 
li là, candore scrivesse ; onde io V acco 
ScaraheUi. 

IX. 1 16. — Or sappi che là entro si 
a nostr' ordine congiunta Di lei nel somn 
prof. Scarabelli col Lambertino, legge di l 
giuntiva e imisce il secondo verbo al 
.soggetto : Baab si tranquilla là entro e 
ordine si sigilla nel sommo grado di 
cioè finisce per prendere in esso il posto 
meraviglia il tempo di presente eh' è il 
eternità. H Codice Lambertino^ Prefazio; 

XI. 19-21. — Cosi com'io del suo rj 
i-iguardando nella luce etema, Li tuoi \ 
apprendo. — Risplendo in luogo di m* ac 

.simi codici e chi non istà con quest 

Ma quello che più mi preme, è notare, e 
liano leggesi in luogo di onde cagioni del 
lezione nuova, e secondo me assai lumini 

XII. 10. — Come si volgon per tenen 
legge tenua. Il Ronto tradusse : Per tenu 
discolor arcua Vertitur in circum paralle 

X\l. 104. — Sacchetti, Giuochi, Sì fa 
ancor si stampi Sifanti. I Tifanti furo 
schiatto ghibelline, ed Odorigo Fifanti fu 
fìuondelmonte, secondo il Malespina ed 
B. Bianchi cangiò il Sifanti in Fifanti ne 
del 1868; Fifanti ha puro il Camerini. 

X\T1. 80. — Che pur not?' anni Son 
<li lui torte. — Cangrande nacque a' 9 i 
f'ielo di Marte girò sino al 30 Marzo 130 



y Google 



244 VARIANTI. 

parla a Dante, non nove, ma dieci buone volte, se le rotazioni 
si prendon all' indigrosso di due anni; e se si prendono col 
dato presunto dal Latini (di 2 anni, l mese, 2 giorni) altresì 
dieci volte intere che si compiono il 29 Marzo 1301. Onde il 
passo dantesco : che pur not?'annt, vuoisi correggere che pvtr 
dieci anni, imaginando che il primo copista, Jacopo di Dante, 
abbia preso per T unità T iniziale filetto della x corsiva del 
padre. G. Grion. 

XIX. 57. — Molto di là, da quel eh* egli é, parvente. — Senza 
alcun dubbio, contro tutte le stampe e tutti gl'interpreti di 
questo mondo, si vuole accettare la varia lezione de' codici 
Vaticano e Chigìano, citati dall'editore romano: Molto di là, 
da quel che V è parvente, ossia che le è partente. Indi vuoisi 
sporre tutto il passo (v. 52, 57) nel seguente modo : Nostra 
veduta, cioè il nostro intelletto, ch'ò un tenue raggio della 
mente divina, non può essere tanto potente, che il suo prin- 
cipio (la mente divina) non discema assai più in là di quello, 
che ad essa (nostra veduta) apparisce. E perciò (dicesi nei 
versi appresso) la vita degli uomini non sempre giugno a ri- 
conoscere ne' decreti divini quella giustizia, che in essi ravvisa 
la mente infinita . . . Chi non s' acqueta a questa lezione e spo- 
sizione, vada a studiare, non Dante, ma il tagliere de' gnocchi. 
Todcschini. 

XX. 76-78. — Tal mi sembrò C imago della itnpì*enia . . . — 
II Fanfani fu il primo, che vide la vera lezione, e chiosò il 
terzetto a meraviglia. Lesse: Tal mi sembrò V imago bella, 
imprenta Dell' eterao piacere, al cui disio Ciascima cosa, quale 
EU' è , diventa. — L' emenda è ingegnosissima ed inevitabile. 
Or odasi la spiegazione : Quale l' allodola, ecc., tale si mostrò 
a Dante la bella imagine (l' Aquila) improntata dall' etemo 
piacere, cioè spirante al di fuori quel disino piacere, che la 
faceva gioire internamente; secondo il cui desiderio ciascuna 
cosa diventa quale essa (Aquila) è, tripudiante di gioja divina. 
Todeschiniy Scritti su Dante, ii, 430. 



y Google 



y Google 



246 RIPRODUZIONE DI CODICI. 

di studii d'un italiano (per disventura defunto)^ che, pubbli- 
catOf accrescerà decoro alla Patria letteratura. Certo delia 
sollecitudine accurata, ond'ei compiva lo studio delle Lezioni 
della Divina Commedia, adunando tanta parte di riscontri di 
codici danteschi, noi non possiamo non essergliene grande- 
mente obbligati. 

Ljubic' prof. ab. Simone, Brani inediti della. Divina Coìyi- 
media tratti da un Codice deW Archivio Veneto. Padova, Pro- 
sperini, 1866. 

n prof. Ljubic* ce li offre nella lor forma originale con 
tutte le mende e mancanze: di fronte v'ha il testo, secondo 
l'edizione padovana del 1822, per i rispettivi raffronti. Vennero 
essi tolti da un codice del veneto Archivio che ha per titolo: 
Liber Comunis /, detto altrimenti Soccius, composizione di 
leggi, raccolte tra il 1283*1335. « Quello che potrà forse a 
taluno sembrar strano, e che per me è ora di massima im- 
portanza, dice l'Editore, si è che in questo codice veneziano 
si trovano qua e là frapposti nel testo, o aggiunti in fine 
delle materie ne' spazi vuoti . . . alcuni brani di poesia* e tra 
questi primaggiano per importanza alcune terzine della Divina 
Commedia alla pag. 93 e 103. Se con attenta disamina si con- 
frontano le varie maniere di scritture adoperate nelle aggiunte 
del, nostro codice con "quella usata nello stendere esse terzine, 
di leggieri si potrà rilevare, che queste furono notate dalla 
mano che scriveva in esso codice dall'anno 1299 all'anno 1319 
le decisioni del Maggior Consiglio. Il notaio, presente a' di- 
battimenti per l'uffizio che fungeva, stanco, forse delle Inng-lie 
discussioni, avrà cercato di farsi men grave il tedio collo scri- 
tere sul libro, in cui doveva recare il conchiuso, i versi che e 
come la memoria gli suggeriva, tirandoli però a quel volgare, 
che allora ei*a in uso a Venezia; ond'ò che anco quelle ter- 
2ine ci si presentano quasi direi in sopravveste veneziana. > I 
brani riportati sono le prime sette terzine del C. in dell' Inferno, 
e le prime otto del C. xi del Purgatorio. 



y Google 



y Google 



248 LETTOin DELLA DIVINA OOBIBIEDIA. 

fortunosi di estrema abbiezione e servitù, si voleva che questa 
povera Italia sminuzzata, e beffardamente schernita, non che 
sentisse suoi guai, non alzasse la testa dal letargo in che da 
secoli era caduta, e, ad assodarle meglio il letifero sonno, la 
si ricingea di fiori, di canti, di armonie eviratrìci. Si temeva; e 
ben a diritto, che la brusca parola del sovrano bardo della 
nazione, delle cime più alte percuotitrice, trovasse un eco fecondo 
rigeneratore nei giovani nostri. Né senza un fremito di sdegno 
ricordo, e mi par già di vederlo, T insolente frego dato dal 
Ministero aulico di Vienna, alle Canzoni del Petrarca ItaHa mia^ 
e Spirto gentil,, che Y egregio mio amico prof. Carrara, avea 
inserito nell'Antologia pei Ginnasi austro-italiani, che per morte 
lasciò incompiuta, e che io condussi a termine. Tanto era lo 
sgomento che imprimevano nello straniero i patriottici canti 
dei nostri Poeti! 

Non si tennero, egli è ben vero, il Monti, il Perticari, il 
Giordani e V Emiliani Giudici dal propugnare, e calorosamente, 
r instituzione di una cattedra dantesca; ed il Giuliani (1) volle 
ed ottenne che al suo maestro al suo autore fosse dato diritto 
di cittadinanza ne* Congressi scientifici italiani. Oltrecchè non 
ci mancarono de' magnanimi pochi che , in pubbliche confe- 
renze, ne invogliassero a quello studio di sapienza; ma la spiata 
parola doveva essere misurata, e guai ove si fossero attentati 
di alzare il velo agli alti invidiosi veri. Se non altro, i loro ge- 
nerosi intendimenti valsero a tener ritto, nel suo piedestallo di 
granito, il grande colosso, in che si appuntavano le speranze 
del nostro avvenire. Ma dacché il bel paese, rinnovellato di 
novella vita, risurse a potenza di nazione; dacché Roma, non 



(1) Nel resoconto delle Adunante preparatorie (1850) deirAccadomia di 
filosofìa italica io leggo : < Il primo tema di quelle scientifiche disputaxioni 
veniva proposto dal P. (Giuliani , il quale dicmarava di voler parlare dedU 
filosofia di Dante , soggetto che credeva conforme a una delle intenzioni 
dell'Accademia, di ravvivare, cioè^ e di illuminare le tradizioni ed i pen- 
samenti dell'antica scienza italiana. > E come in un'Accademia italiana Ai 
primo il Giuliani a promuovere la discussione sopra il divino poeta , cosi 
egli era stato il primo nel Settembre del 1846 a dare diritto di cittadinanza 
in un congresso di scienziati a Dante, ingoiandosi originalmente a dimo- 
strare come la Divina Commedia fosse il più antico e sicuro monumento 
della stona d'Italia, e arrivando fino ad osservare, entrato animosamente 
nell'arringo politico, che i tempi erano mutati, e che nessun italiano avrebbe 
oramai più chiamato Alberto tedesco ad inforcare gli arcioni d'Italia^ 
quando ai aveva un Alberto italiano. Il discorso fu interrotto da vivi ap- 
plausi. 



y Google 



LBTTORI DELLA DIVINA OOmSBDlK. 249 

più vedova e sola, possedè T invocato suo Cesare, che non si 
scompagnerà più da lei, potevamo, e debitamente, sperare che 
ci fosse consentita la desiderata imbandigione. Non e' è verso : 
con le tante svariate cognizioni che ci proponiam di ammanire 
a spUuzzico, non feuremo che uomini di spolvero, e degli arro- 
gantellì; che non fa scienza^ sen^a lo ritenere avere inteso. 
Noi abbiamo più che mai bisogno di studi vùili, che a forti 
Sentimenti educhino la gioventù nostra, a più e meglio pensare 
ed a meno parlare. Ciò nondimeno ima cattedra della Divina 
Commedia è tuttavia un desiderio. Né si volle che quella, so- 
litaria, tenuta dal Giuliani, serbasse la primitiva denominazione, 
quasiché il nome di Dante fosse pauroso. Eppure fin dal 1865, 
debbo confessarlo non senza rossore, a Erlangen (Baviera) il 
Winterling; a Vurburgo (Baviera) il prof. Wegele; a Tubinga 
(Wurtamberg) il Pièvre; a Idelberga (Baden) il Ruth; a Got- 
tinga (Annover) il Fittman ; a Bonn (Prussia) i professori De- 
lius e Ruth; a Gratz il Lubin; a Vienna il Mussafìa teneano 
rorsi frequentatissimi sulla Divina Commedia; e nel 1874-75 
teneaoli parimenti a Idelberga il Bartsch, a Strasburgo il Berg- 
mann , e a Berlino , nell' Accademia per la Filologia moderna, 
il dott. Schnàkenburg, e il Buchholtz. 

Certo non è da tutti gli omeri l'incarico ponderoso di spo- 
sitore della Divina Commedia. Senza un vasto corredo di varia 
•lottrina, sarebbe presunzione, se non peggio, accostarsi a quel 
Savio gentil che tutto seppe, al mare di tutto il senno, — A 
costoro ben si potrebbe dire con Dante : Com* occhio per lo 
mare entro s' intema : Che, benché dalla proda veggia il fondo, 
In pelago noi vede; e nondimeno Egli è; ma cela lui V esser 
profondo. Io mi sono travagliato, potea francamente dire il 
Giuliani deUa sua cattedra, di attingere gli opportuni aiuti non 
meno dai Trovatori provenzali, che dai primitivi Autori della 
uostra lingua e dal popolo toscano, che di questa lingua ò il 
più sincero custode e il costante maestro. Le scienze che il 
sovrano Poeta s' acquistò con grande studio e lungo amore, 
la storia, quale ei conobbe e volle a noi tramandata, gU scritti 
diversi in che la sua mente si diffuse e risplende, le tradizioni 
del Paganesimo, gY insigni lavori dell' arte, ogni cosa procurai 
di mettere in opera afi&ne che ne prendessero sicuro valore le 
' interpretazioni, e la maggiore utilità e chiarezza ne venisse 



y Google 



250 LETTORI DELLA DIVINA OOXBIBDU. 

all'esposizione del mistico Poema. . . Scienza, arte, stile, favella. 
non meno che religione, storia e politica, quali Dante acquistò 
con assidue fatiche e mise in opera conforme al suo oltrepo- 
tente ingegno, troveranno nelle mie lezioni un espositore fedel'» 
e impavido amico della verità, riverente a tutto e & tutti* o 
intento colle possibili forze a promuovere la civile sapienza e 
la dignità delle lettere, T unità, la libertà e ogni desiderabile 
onore d' Italia. — Ecco quanto io .vorrei in un interprete della 
Divina Commedia. 

Se non altro io mi confido che V eminente letterato, V inte- 
gerrimo uomo che siede ora a capo della pubblica istruzione. 
Ton. Coppi no, vorrà più efficacemente provedervi, almeno nelle 
più cospicue università del Ilegno. 

AccADEMia Fiorentini (1). 

Lenzoni Carlo, In difesa delia Ungua fiorentina e di Dante. . . 
Firenze, Toirentino, 1556. 

« In qupst*opora, dice il Salvini, il Lensoni tanto si esercito, che non >>^ 
ne saziando mai ne mai perciò levandone la roano, la laacio alla sua mort*' 
imperfetta, > (m. nel 1551) e ne diente il carico al GiambuUari, come a carts- 
HÌmo amico, di condurla a termine. Ed egli con tali parole no facea la dedi^^j 
a Michelangelo Buonarroti. Tanto volt»* mi sono conosciuto debitore al^j 
dolce memoria del nostro Carlo Lenzoni, primieramente» dal ridurre in «u 
corpo solo e appresso mandare in luce queste onorate fatiche, tanto ani- 
mosamente prese da lui per la giusta e vera difesa del nostro di\inissiino 
Dante e della lingua che noi parliamo; e secondariamente dello indirizzari- 
o sacrarlo a voi, come aveva deliberato eiyli stesso, per quanto insieme n^' 
ragionammo infinita volte. Ma neppure il GiambuUari ne venne a capo, 
ma compi la pubblicazione Cosimo Bartoli. 

RoFPiA Donato, Discorso in difesa della Commedia di Dant^. 
Bologna, Renaci, 1572. 

Mazzoni Jacopo, In difesa della Commedia di Dante. Cesena, 
Raverj, 1573. — Della difesa della Comedia di Dante, distinta 
in sette libn. Cesena, Raverj, 1587; Cesena, Verdoni, 1687; 

(1) Nel Novembre 1510 si è fondata in Firenze un'Accademia detta deffli 
Umidi, con lo scopo di far tornare in onore la linj^a toscana, ed il Giam- 
buUari, il Norchiati, e Cosimo Bartoli furono de' primi Arroti de' Fondat^n'i. 
Quest'Accademia fu poi detta Fiorentina, quando il Duca Cosimo la volle 
onorare quanto potè, o per astuzia di tirannide o per animo volto a fav<v 
rire gli studi. Come nell'Accademia Platonica si dissertava intorno a Platone 
ed Aristotile, cosi in ffuella degli Umidi, e nella Firentina, Dante e Petrarca 
furono oggetto di studi. Nel 1553, per deliberazione del supremo magistrato, 
e per espresso volere del Duca, fu scelto il Gelli a spiegare la Diviìia Com- 
media. 



y Google 



LETTORI DELLA DIVINA COMilEDIA. 251 

Parte seconda posthuma che contiene gli ultimi quattro libri 
non piii stampati. Cesena, Verdoni, 1688. 

Facilmente da questi altri amici, scriveva, alli 20 di Giugno 1573, Fi- 
lippo Sasaetti a Lorenzo Giacomini in A.ncona, avete auto novelle del flagello 
ir'l povero Dante stato censurato sul detto del Varchi (Ercolano, Ques. ix) 
rìì'- lo prepone ad Omero. — Ecco le parole del Varchi che stuzzicarono tanto 
r» siaio. « E neir eroico avete voi nessuno^ non dico che vinca, ma che 
p-! T'ergi Omero f Uno, il quale non dico il pareggia, ma lo vince. — E 
«-Ai \ — Dante. — Similemente se Omero è o superiore almeno pari a Ver- 
'j'i'o. e Dante è pari o superiore a Omero, vedete quello che ne viene. 
— Voi dite pur da dovero che Dante vantaggi e soverchi Omero f — D(t 
djrerissinw. » 

E fu r ipercritico Ridolfo Gastravilla , o qual si è l'uno di questi tre 
che fa volle nascondere sott* esso nome, H Muzio gìustinopolitano, il Landi 
[■la^-fKitino , il Bulgarini sancse , che primo si fece a combattere veleno- 
vdiiit^ale il Varchi. Ma a viso aperto ne propugnò le ragioni il cesenate 
Ja»-o|>o Mazzoni, non ancora quilustre, < dottissimo uomo e non inferiore 
a chicchessia nell' apparecchiare e sostenere la difesa di Dante. » Gli argo- 
bif^nti che il Mazzoni addusse , dice il Sassetti , hanno tanto di probabile 
':hf poco meglio poteasi t^re da questi sagrestani della ortografia. L' apo- 
h-'sv^ del Mazzoni , sentenzia il Cantù , si eleva alle ragioni generali del 
inizio e all'analisi filosofica dell'eloquenza e della poesia. Ma se ne fece 
n-jilir-atamente oppositore il Bulgarini nelle sue Considerazioni ( Siena, 
Bonetti, 1583), nelle Repliche alle risposte di Orazio Capponi (id. 1585), 
rj^'ile sue Annotasioni ovva-o chiose marginali (id. 1608) e nel suo An- 
fid' scorso (1616). 

Anche il Sassetti non si tenne dal confutare il Gastravilla, e la sua ri- 
-sj^jsta si conserva nella Biblioteca Magliubecchiana cod. 125 della ci. ix, e in 
pia ordinata e larga forma nel cod. 1028 della ci. vn. — Dalla lettera xxv del 
Sassettì al Giacomini rilevo che anche il Giacomini se ne fece giudice, anzi 
ahl)ia mandato a leggere il suo discorso al Sassetti. — Fralle lettere mss. 
•li (^Viorgio Bartoli al Giacomini , una se ne legge mandatagli nel 1573 ad 
Ancona, con la quale gli dà questa nuova; Mons. Arciv. di Firenze (Antonio 
Alioviti) dicono che ha fatto un bel trattato di poesia per difendere Dante 
>\\ quello che lo biasima il Gastravilla, ma non 1' ho ancor veduto (Salvini, 
Fasti Cona. p. 310). Ed il 28 Marzo 1588, Giambattista Strozzi, il giovane, 
nf 1 Consolato di Baccio Valori, lesse all' .Accademia sulle Favole degli An- 
tichi come debbono usarsi nella nostra religione in difesa di Dante. 
Assistevano all'adunanza^ scriveva nel di slesso lo Strozzi al Giacomini, 
il Nunzio, il veneto Ambasciatore, molti Signori e Monsignori e Fore- 

sfìf'ri in fin di Padova^ e di Siena parve che i Sanesi indovinandosi, 

rhje e' s'avesse a ingcufgiare battaglia contro loro, volassero quivi: trO' 
Torrisi il Borghesi e il Bulgarini; considerate se a farlo a posta poteva 
f'ssn'e caso più bello poiché lutto quel eh' io dissi intorno alle Favole degli 
antichi in difesa di Dante s'indirizzò contro l'opinione loro, e partico- 
iorinente contra gli scritti del Bulgarini; ringraziommene con tutto ciò. 
il discorso dello Strozzi ai trova inserito tra le sue opere. 

Nel Diario dell'Accademia degli Alterati di Firenze trovo che il Mesto 



y Google 



252 LSiTORi imux uvika. oomiiidia* 

fOiacomini Tebaìducei) U 13 Agosto 1500 vi leggesse che Vaxkme imiiam 
da Dante era verisimile; che venoe contraddetto dal Temerò (Gismh. 
Stroni), e che il Reggente Giovanni de' Medici aentenàssse in favor* 
del Mesto. 

Ometto di parlare del breve et ingenio$o diteorto di M7 Aiettandrù 
Cariero (Padova, Meietto, 15S2); àeM" Apologia del OarSero conira le im- 
putazioni del Buìgarini (id., 1583); delle Difese del Buiyarini (Siena. 
Bonetti, 15S8); dei Ragionamenti dello ZÒppio (Bologna, Rossi, 1583); Delb 
risposta dello stesso alle Oppositioni Sanesi di Diomede Borghesi (Fermo. 
De* Monti, 15S5); Delle risposte del Buìgarini a'Bagionamenii deiio Zttppio 
(Siena, Bonetti, 1586) ; delle Particelle poetiche sopra Dante disputate da 
Jer. Zoppio (Bologna, Denacci, 15S7); della Poetica sopra Dante da J*r. 
Zoppio (id., 1589) ; delle Riprove delle Particelle poetiche sopra DanW 
disputate da Jer. Zoppio per Belisario Buìgarini (Siena, Bonetti, i6(£). 
opere che nessun più le^e, e che si può dire rimasero a danno delle carte. 

Salvisi Anton Maria, Discorso in lode di Dante, letto nel 
1715, nel Consolato di Salvino Salvìni. Firenze, Manni, 1735. 

Bianchini Giuseppi, Difesa di Dante Alighieri^ detta nel 
1715, nel Consolato di Salvino Salvini. Firenze, Manni, 1716. 

Lesse pure, nello stesso Consolato, 1715, il P. Angelo Maria 
Ricci un* Orazione in che esorta la gìoventii allo studio di Dante. 

LetUoni d Accademici Fiorentini sopra Dante. Fiorenza, Kp- 
presso il Doni, xxviii Giugno, 1547; Firenze, Tonrentino, 1451. 

Bbnivibni Jeronimo, Dialogo di Antonio Manbtti circa al 
sito^ forma et misure dello Inferno di Dante Alighieri poèta 
eaxellentissimo. Firenze, Giunta, 1506; Studi sulla Divina Co- 
media, per cura di 0. Gigli, Firenze, Le Mounier, 1855, p. 57- 
134. — V. Gigli, x-xiv. 

Galilei Galileo, Lezioni intomo la figura lo sito e gran- 
dezza deir Inferno di Dante Alighieri. Studi sulla Divina Com- 
media, 3-37. 

Il Galilei, ventiquattrenne, indettato dal Gonaolo Baccio Valori, UAae in 
due lezioni (Gen. 158S) a difendere il Manetti e 1* Accademia contro il Vel- 
lutello, il quale aveala, userò la parola del Galilei stesso, calunniata. Questo 
onore fatto al giovine geometra gli fruttò la cattedra di Pisa. V. Giglio vi-n. 

GiAMBULLARi PiER FRANCESCO, (n. a Firenze nel 1495, vi m. 
il 24 Agosto 1554), Del sito foma^ et misure deW Inferno dì 
Dante. Fiorenza, Dortellata, 1544; nella Raccolta del Doni, 1547; 
Firenze, Tartini e Franchi, 1727. 

< Pier Francesco Giambullari, uomo certamente non manco d* ottimo 
giudizio che di buone lettere .... ha con maravigliosa arto trovato il sito e 



y Google 



LETTORI DBLLA DIVINA COBfME 
!e misure dell* Inferno di Dante: dove essendogli fo 
Anton Manetti, il quale ne ha scritto ancor egli, ; 
mente, dice che, se a le oneste fatiche sue non fusso 
ch<; non arebbe auto a prendere questa fatica, esj 
oomo d' aver condotto a perfeziono molto maggiore e 
: Capricci del Bottaio, Ragionam. viii. 

11 GiainbuUari, secondo il Salvini, avrebbe con 
t^rpretazione della Divina Commedia, ma quella pa 
* non è stata mai ritrovata da quanti hanno ricercai 
nare. E doveva esser bella ed importante, imperc 
iodata. Oltre il Doni, nella sua Prima Libreria^ 
quando, inviandoli un sonetto, gli scrive queste pa 
< Dateci la esposizione del divin tema di Dante, asp 
e' Giudei il Messia , che questo non saria mai, ma 
•lesiderio che aspettano le minute erbicine, gli arbori 
pioggia dopo lungo tempo non caduta. > — Il Sai' 
il consolato di Bernardo Segni (1512) venne il detl 
•lall 'Accademia ; ma senza forse si appone al vero 
che a quel tempo non si approvasse altro del Giaml 
già lette. 

n Gelli, fira gli altri, nel quarto Ragionamento 
quando parìa di Dante, accenna al Giambullari, d 
(rgli ha oggi in mano la penna, che, dimostrando U 
•li qu^to poeta, scoprirà o la temerità o il poco sap 
— V. Norchiatì^ Trattato do' Dittonglii toscani, Fir 
il Giambullari. 

Gelli Giambattista, (n. in Firenze nel 
a' 12 Agosto del 1498, vi mori il 14 Lu<i 
leUioni fatte da lui nelC Accademia Fiorer 
Tentino, 1551. 

LeUioni fatte nelf Accademia Fic 

luoghi di Dante et del Petrarca. Firenze, 

Lettura (prima) sopra lo Inferno 

Consolato di M. Guido Guidi e di Agnolo I 
1554, appresso Bartolommeo Sermartelli: 

— Contiene un'Orazione e xii Lezioni. 

Lettura seconda, nel consolato 

Fiorenza, Torrentino, 1555. — " Contiene i 
zioni. 

Lettura tersa, nel Consolato d'Ant 

Torrentino, 1556. — Contiene un'Oraziot 

Lettura quarta, nel Consolato < 

Tazmo 1567. Fiorenza, Toirentino, 1557; 

— Contiene x Lezioni. 



y Google 



254 LETTORI DELLA DIVINA COBUEDIA. 

Lettura quinta, nel Consolato del Rev. M. Frances/*< 

Cattani da Diacceto, can. fior. Tanno 1558. Fiorenza, Torren- 
tino, 1558. — C^ontiene x Lezioni. 

Lettura sesta, nel Consolato di M. Lionardo Taiici 

Fiorenza, Torrentino, 1561. — Contiene x Lezioni. 

Lettura settima, nel Consolato di Maestro Tommaso 

Ferrini. Fiorenza, Torrentino, 1561. — Contiene xi Lezioni. 

Nel 1553 per deliberazione del sapremo Magistrato e per espresso v*o 
lore del Duca il Gelli Hi scelto a spiegare la Divina Commedia. Al qpial* 
utiicio egli attese con molto suo onore; ma non pare che esponesse più <i 
26 canti, perciocché le lezioni che ai hanno pubblicate colle stampe do 
Sermatelli e del Torrentino, col titolo di Letture »opra l'Inferno di Incinte 
e le altre poche che rimangono ancora inedite (L.ez. xxi) in un Codice dfllj 
Magliabecchiana, non oltrepassano il xxxi dell' Inferno: queste pero, so ni 
togli alcune lungaggini e alcune interpretazioni un po' stiracchiaie, mari- 
tano nella massima parte di esser tenute in pregio, perchè rendono testi- 
monianza del molto studio e del grande amore con che cerco il volumo d*:. 
suo grande concittadino. A.Q. OellL — E nell'Orazione premessa alle sur 
lezioni, cosi parla di Dante : <( Lo amore eh' io porto, et ho portato sempre 
a cosi raro et ecceUeotissirao huomo si per la molta dottrina et TÌrtà saa^ 
et si per essere stato egli la prima et principal cagione che io sappia qut») 
tanto che io so : Conciosiacosàchè solamente il desiderio d' intendere pìi alti 
et profondi concetti di questa sua meravigliosissima Comedia, fliaae qiieUo, 
che mi mosse in quell* età , nella quale . V uomo è più dedito et inclinai», 
che in alcuni altri, a* piaceri: et nella professione che io faceva, et fo (cal- 
zaiuolo), tanto diversa dalle lettere, a mettermi a imparare la lingua latina, 
et dipoi a spendere tutto quel tèmpo, che io poteva torre alle mie facce udoi 
famigliari, negli studj delle scienze et delle buone Arti. » Orazione sopr^ 
l'esposiz. di Dante. 

BuoNMATTBi BENEDETTO, Quattro lesioni (dette il 17 e 2-1 
Feb., il 3 e 10 Marzo 1632) sopra il primo canto deU Inferno^ 
Prose Fiorentine, Firenze, Tartini e Franchi. Nel Consolato di 
Braccio Alberti, 1632. 

Il Buonmattei dal 1632 al 1637 lesse sulla Divina Commedia air Acca- 
demia Fiorentina. Le lezioni date alla Cantica deir Inferno aono 31S ; «juellc 
ai primi 18 dnl Purgatorio 154. Meno le quattro succennate sono tutte 
inedite e si conservano nella Magliabecchiana. Oltre a queste lasciò 11 
liezioni preliminari. 

Ale8aandii-o Strozzi, vescovo d'Arezzo, lesse pure all'Accad. Fiorentina 
sul I Cauto dell' Inferno. 

RiNUCciNi Annibale (quattro lezioni), Lezione prima inter- 
jiretando duoi ternari di Dante nel iv capiL delt Inferno^ 
Sull'onore. Firenze, Torrentino, 1561. — Nel Consolato di M. 
Francesco Cattaui da Diacceto, 1558. 



y Google 



LETTORI DELLA DIVLNA COMI 

BoNSi Lelio, Lezione detta cUC Accade 
iolaio di Fr. Torelli il 17 Ottobre 1551 , 
Dante che trattano della Fortuna. (Inf. C. 
sue Lezioni. Firenze, Giunti, 1560; Prose 
Firenze, Tartini-Franchi, 1727, p. &1-120 

BcoN-ROMEi Bbrnardetto, da S. Miniato 
della Fortuna diviso in due Lesioni lett 
rAcrad. Fiorentina (6 e 13 Luglio 1572). 
1572. -p- Nel Consolato di Giov. Rondine 
dettò pure un discorso sopra il secondo Cai 

Taxci Mario, Lezione sopra i Sogni^ 
di Dante : Ma se presso al matUn il ver 
Lezioni sopra Dante di Accad. Fior, racco 
1547, p. 103-109. — Nel Consolato di Filipf 

Da Cerreto Giovan Battista, Letti 
Fiorentina sul C xxxiv delC Inferno. — 1 
lino Martelli. Nella Raccolta del Doni, le 

Glambullari Pier Francesco, Intorno t 
Lezione detta all' Accad. Fiorentina, ai di L 
1547, Ediz. del Doni; Firenze, Torrentin 
Firenze Tartini e Franchi, 1727. — Nel C 
Sti*ozzi. 

In questa, leàone è splendidezza di bel parlari 
zioni : Cigli corregge coloro che pur sempre negi 
t^ade poi di provare come cosa nuova e che merli 
alla notizia di tutti, che sotto T equinoziale e nella 
4Ìi!mÌTna copia di uomini. A. Gotti, recataci la des 
dell'orizzonte, soggiunge: < Tanta lucidezza di 
f^i aggio, atta a rendere piacevole ancora la scie 
d'ogni eleganza, doveva essere ammirata da tu 
«ssere superata che da Galileo! > 

Talentoni Gio. di Fivizzano, primo fi] 
Pavia, Discorso in forma di Lezione soj, 
tomo al C. IV del Purgatorio di Dante. 
1597. (Letto nell'Accademia degl'Inquieti 

Salvini Anton Maria, Sopra un luot 
(Non v'accorgete voi... Purg. x, 124-125) 
renze, Guiducci e Franchi, 1715, 363-72. 

Anche Fr. Redi area in animo di scrivere u 
mo' di commento ad un passo della Div. Gommedi 



y Google 



1^56 LETTORI PBLLA DIVINA COBOfEDIA. 

none ai pare da una apede d'esordio eh* egli avea preparato, e dicevi 
coai : < L* altissime cantiche del nostro divino poeta è di mio intendiiiieiit<{ 
spiegare^ invitato dall' esempio di que* valentissimi nomini, che in questa 
luogo dalla somma loro erudizione e sapienza nobilissimi saggi sono datij 
e sebbene io so che cosi fatta impresa pienamente infin ad ora e con lod<i 
grandissima è stata compita , nulla di meno io spero di potere inkitar^ 
que* mendichi e più poveri contadinelli, che vanno spigolando li dove pii! 
doviziosa è stata fatta la raccolta ; e come quegli stessi sfàgolatorì appunto! 
andrò senza ordine determinato vagando, e delle tralasciato spighe andri 
cogliendo quelle che agli occhi miei per lo mio bisogno più belle si oxfrtj 
ranno. Colà dunque nella divina cantica del Purgatorio si legge: 

Non v'accorgete voi, che noi slam vermi 
Nati a formar 1* angelica farfiilla, 
Che vola alla £ri<isti2ia senza schermi? 

Di che r animo vostro in alto gallai 
Voi siete quasi entomata in difetto. 
Sì come verme, in cui formazion falla. 

Per intelligenza di questo luogo, in cotal guisa della natura e della g«Dej 
razione degl' insetti a favellare imprendo. > 

Sembra però, che il Redi, venuto a maggiore maturità di studi amasvi 
meglio cogliere frutti ne* campi di storia naturale, che fiori in que* dell.i| 
rettorica, e dettò quella lettera a Carlo Dati, in cui, oltre al gettare le| 
fondamenta della scienza entomologica moderna, a detta de* savi, die al-i 
l'Italia, dopo il Saggiatore del Galileo, il libro migliore di filosofia na- 
turale. 

Il Gbllo, Accademico Fiorentino (Oiamb. Gelli), Sopra itti 
luogo di Dante del xvi del Purgatorio (v. 85-96), Delia crea- 
zione dell'anima umana, Lesioni tre. Firenze, Torrentino^ 
1548. — La prima fu detta nel Consolato di Fr. Guidetti, lo 
altre due nel 1543, in quello di Carlo Lenzoni. 

Baccio Gherardini lesse pur sull'Anima umana (Purg. xvi, S5-96) 
nel suo Consolato, 1001, seguitato poi colla spiegazione di un altro teraetta 
di Dante da Pietro di Vincenzo Strozzi. Sullo stesso subietto lessero inoltr«^ 
Oiambatlista del Milanese ^ e Jacopo Mazzoni, nel consolato di Baccio 
Valori, lezioni che rimasero inedite. 

Baldini Bacho, protomedico del Granduca Cosimo, e da 
lui preposto alla correzione del Decamerone, Discorso delVes^ 
senza del Fato, sopra quel luogo del e. xvi del Purgatorio che 
comincia : Lo mondo è ben cosi tutto deserto (v. 58-84). Fi- 
renze, Sermatelli, 1578. 

De' Vieri Francesco, detto il Verino primo , Lezioni tre 
sopra i versi di Dante: Né Creator né creatura mai. Purg. 
XVII, 91-93. -— È là prima lezione detta all'Accad. fiorentina pri- 



y Google 



1 LBTTOEU DELLA DIVINA CX)MMBDIA. 257 

ma dell' ìnstituzione del Consolo , sedendovi Luogotenente Fi- 
lippo del Migliore. Nella Raccolta del Doni 1547, p. 9-24. 

Varchi Benedetto, (n. a' 19 Marzo 1515, m. il 18 Die. 1566), 
Sopra quei versi di Dante del xvii i quaU cominciano Né 
CrecUor, ne creatura mai. Lezioni dtie sopra F Amore, dette 
nel Consolato di Baccio Valori, 1543. Firenze, Giunti, 1590; 
e nell'edizione dell' Aiazzi. 

n Varchi non pur confessa ma giara d' aver letto il Divino Poema più 
di mille volte e di avervi trovate nuove bellezze, nuove difficoltà, nuove 
dottrine ogni volta. Dicendo Dante, cosi egli, mi pare insieme con questo 
nome dire ogni cosa. — Io mi risolvei, (neU* Orazione detta nel pigliare il 
Coniiolato dell'Accademia Fiorentina) di leggere io stesso ogni domenica 
pubblicamente in questo luogo, dopo il vespro subito, cominciando il Para- 
diso di Danto, e ogni giovedì a ore ventuna, nello studio di Firenze pri- 
vatamente il Petrarca. 

Varchi Benedetto, Dichiarazione sopra la seconda parte 
del XXV Canto del Purgatorio (v. 61-110), nella quale si tratta 
della creazione ed infusione delVanima razionale. Nel Conso- 
lato di Carlo Lenzoni, 1543. Firenze, Giunti, 1590; Firenze, 
Pezzati, 1841. 

Lesioni ix sopra il i Canto del Paradiso, dette nel 

iuo Consolato, 1545. Firenze, Pezzati, 1841, I, 187-114. 

Verini Francesco, Lezioni due intomo al primo terzetto 
del Paradiso; La gloria di colui che tutto move. Nella Rac- 
'-olta del Doni, 1547. 

Sopra lo stesso terzetto lesse pur Jacopo Mazzoni nell'Aprile 1587, 
•^adendo Ck>nsolo Baccio Valori. La lezione è inedita. Pier Segni parlando 
dell'eloquenza del Mazzoni, neir Orazione recitata nell'Accademia della 
Crusca, dice: < di ciò facciane testimonianza molti di voi. Ascoltatori, i 
quali sentiste, trall' altre, nella vostra maggiore Accademia quelle due me- 
ravigliose Lezioni nelle quali espose due celebri luoghi del maggior Poeta : 
ì'una dov'egli descrive Timaginativa potenza della nostra anima, e nel- 
r altra te gloria di colui che tutto muove. » 

Bianchini Giuseppe, Lezione sullo stesso soggetto, detta nel 
Consolato di Giambattista Fantoni 1709. Firenze, Manni, 1710; 
Prose Fiorentine, Venezia, Remondini, 1754. 

Varchi Benedetto, Lezioni quattro sul Canto ii del Paradiso, 
'lette nel suo Consolato, 1545. Firenze, Pezzati, 1841, p. 415^04. 

Mancini Pouziano Jacopo, Nell'Accademia degli Aggirati 
detto il Confuso, Sopra alcuni versi di Dante intomo alle 
. Macchie della Luna (Par. ii, 25-59). Genova, Bartoli, 1690. 

17 



y Google 



n 



258 LETTORI DELLA DIVINA. GOHBfEDIA. 

GiAMBLXLàRi Pkb Fhancbsc», DcgV Influssi celesti (Par. \m 
97-105), Lezione detta a' 27 di Maggio del 1548 nel Consolata 
di Carlo Lenzoni. Giambullari Lezioni, 1551, p. 85-125; Firenze 
Tartini e Franchi, 1728. 

la questa lesione egli insegna come il cielo abbia forsa in noi, e <j 
disponga alle cose che ei influisce. 

Strozzi Giovanni, Accademico Fiorentino, Lettone sopra 
due primi terzetti del e. x del Paradiso, avuta pubblicamcìii 
a* di 5 di Agosto 1541. Nella Raccolta del Doni, 1547, pag 
. 172-80. 

Della Rena Cosimo, Consolo nel 1673 (m. nel Dee. 1696 «1 
82 anni), lUtisirazione di un luogo di Dante, ove tesse il Oi 
talogo di nobili Fiorentine Casate (Par. xvi). Nella sua Seri! 
degli antichi Duchi, ecc. Firenze, Cocchini, 1690. 

Varchi Benedetto, Lezione sopra quei versi delxnu d^ 
Paradiso : Col viso ritomai per tutte quante . . . Firenze, Ptìi 
zati, 1841. 

Bartoli Cosimo, Proposito di S. Giovanni, Lezione sopra | 
versi 64-66 del canto xxrv del Paradiso. Nella Collezione dJ 
Doni. 

Il Bartoli a' di 8 gen. 1581 lesse pur all'Accademia degli Umidi i^ 
Firenze una sua lezione sui versi 118-123 del C xxxi del Purgatorio 
Mille desiri pM che fiamma ealdij che si conserva tuttavia inedita nelli 
Magliabechiana. 

Giambullari Pier Francesco Lezione seconda, nella quah 
esponendo quella terzina del xxvi del Paradiso (v. 52), eh 
incomincia: Non fu latente la santa intenzione, parla ddU 
Carità, Detta nel Consolato di Bernardo Segni, 1542. — Tri 
le altre sue Lezioni, Firenze, Torrentino, 1551, e nella Colle- 
zione del Doni e nelle Prose Fiorentine. — Su questa Lezione 
vegga.si Aur, Gelli, di Pier Francesco Giambullari, xxiv. 

Gelli Giovan Batista, La prima LetHone fatta da lui Vanm 
1541, sopra un luogo di Dante neluxn capitolo del Para' 
diso (La lingua eh* io parlai fu tutta spenta). Firenze, Torreib 
tino, 1549. Nel Consolato di Lorenzo Benivieni, 1541. V. 2si 
sielli, Proginasmi Poetici iv, 82 ; Lombardelli, Fonti Toscani, 78 

Giambullari Pier Francesc», Lezione delT ordine delTuni 
verso (Par. xxix, 31-36). Nel Consolato di Giovan BattìsM 
Gelli, 1548. — Giambullari^ Lezioni, 1541. « Quanto di filosofi.^ 



i 



y Google 



LETTORI USLLk DIVINA COMMEDIA. 1^59 

e rinchiuso in qne' versi, fu dichiarato ed aperto dal nostro 
autore. EgU parlò dell'ordine di quella macchina, e come da 
strumento temperatissimo ne raccolse nell' animo la celeste ar- 
monia. Nella natura delle cose addentrandosi quanto si può 
{ter umano discorso, tenne accomodato ragionamento delia 
^reazione, la quale cosi nell'ordine cosmico è causa prima, 
come in quello intellettuale è sovrana ragione. » Aurelio Gotti. 
Bianchini Giuseppe, Lezione stil primo terzetto dell' ultimo 
'^anto: Vergine Madre, figlia del tuo figlio (Par. xxxiii, 1). Nel 
Consolato secondo di Salvino Salvini, 1718. Inedita. 

Dali/Ongabo Francesco (n. a Mansuè, prov. di Treviso, 
m. improwis. a Napoli il 10 Giugno 1873). 

La Favilla di Trieste del 19 Luglio 1846 conteneva il se- 
LTiente annuncio : € Fr. Dall' Ongaro , costretto da prevalenti 
occupazioni a interrompere le private lezioni da lui date per 
oltre a sei anni in Trieste, seguendo e cementando il testo della 
Divina Commedia, si propone ora di raccogliere il frutto dei 
.lon brevi studi in un corso di pubblici trattenimenti , eh' ei 
disegna di dare a quell' eletto numero di uditori che vorranno 
onorario. Dante e le sue opere, studiate e interpretate per 
tanti secoli e da tanti chiari ingegni, ofirono tuttora materia 
<ii nuove ed importanti modificazioni che potrebbero togliere e 
f^onciliare molte questioni attuali concementi l'arte e la lette- 
ratura itahana. » — Ei diede applauditissimi corsi di lezioni nel 
1846-47 a Trieste; nel 1851 a Londra, nelle sale del signor 
Milner Gibson ; poi a Bruxelles, e a Parigi, tet^eno ingombro 
di spine e bronchi, nelle nuova sala Bethoven; nel 1859 nella 
sala dello Spettatore itahano a Firenze, e più tardi presso il 
signor Pulszky (attuale Direttore del Museo di Pesth) per gli 
stranieri; e nel 1866 a Venezia. — Ed egli l'undici Marzo 1843, 
jtcriveva al Tommaseo: « D'ordinario io fo il cemento a voce 
j>erchè vo' addestrarmi a parlare improvviso, men peggio che io 
possa. Ma va però più tempo ad apparecchiarmivi, che non me 
ne vorrebbe a scrivere il comento a leggersi poi. L'esito ch'ebbi 
finora mi conforta. » E iL5 Nov. 1856 alla dotta e gentile Ba- 
ronessa sassone , Ida Reinsberg von Dùringsfeld : « In esigUo 
pomentai il Dante in quaranta conferenze, che pubblicherò forse 
in un volume. Ho considerata la Ditnna Commedia e le que- 



y Google 



2d0 LBTTOai DELLA. DIVINA COMMEDIA. 

sttoni filosofiche, teologiche e storiche che contiene in rappoH] 
colle medesime questioni come si considerano a* nostri giorni 
Ho tentato di far [Hresentire quale sarebbe oggi il concetto d 
Dante dopo Galileo, Cuvier, Humboldt. — Il pensiero è nuov(j 
6 fecondo se fosse stato trattato con meno fretta e dinanzi aj 
un altro uditorio. 

MASCfflo Antonio, Il Gondoliere Dantofilo (1), (n. il 12 Oli 
tobre 1825 nell'Isola di Murano, presso Venezia). 

Correva Tanno 1848, cosi il prof. Errerà, quando il harcè 
iuolo Antonio Maschio, avido di avere notizie della patria, le^ 
geva quanti scritti e libri gli venivano fra mano. Accadde uj 
giorno che si mettesse a leggere un pezzo stracciato della Z)| 
vina Commedia: non intendendone il senso, si diede indefcd 
samente allo studio di quei versi finché gli rimasero scolpi^ 
nella mente. Dal 1848 in poi, non fece che studiare la Divini 
Commedia . . . Fece attenta lettura anche dell' altre opei*e dell 
l'Alighieri, e sacrificò tutto sé stesso allo studio del dilettis.9im< 



(1) Nel 1866 volle recarsi a Firenze per le feste del centenario, e nel 
desiderio di formarsi un' idea compiuta di ciò che intese dire T immortala 
poeta, raccolse innumerevoli annotazioni , memorie , citazioni. L' occhiutJ 
Folizia gli disdisse un passaporto, e avendo impreso la strada di l*adovi| 
• Rovigo y dovette ritornarsene , ner tentare ^ella di Ghìoggia. A) 1^ 
Marzo 1865 egli attraversava Brondolo e Contarina, e munito di una cart^ 
di legittimazione percorse la riviera del Po, ingannando le molte §runrjli'! 
che gì* impedivano il passaggio, e alle {{uali dava a credere esser egli ut 
oste di Ctnoggia che andava in cerca di vino. Ma la sera si avvicinuva| 
e nessun mezzo si presentava al Maschio per poter traghettare il rapidd 
fiume senza prendere un* eroica deliberazione. — Amico dell*accnia e noi] 
temendola , oecise di abbandonarsi ai suoi gorghi , tìdando nella pn^prij 
forza muscolare. Carico di due grossi fardelli contenenti le proprie vesti | 
nonché molte carte e vari libri danteschi, giunto che fu alia metà del cofid 
gli parve venir meno, perchè le sue forze non erano sufficienti ai nc^ 
che sosteneva. Spossato dalla fatica, dopo aversi lasciato trasportare dall:! 
corrente, abbanclono il fardello, e con un volumetto di Dante in mano! 
pensando alla salvezza della propria vita, cerco di arrivare alla sponda. -i 
Privo di vesti e di denaro, nessuno conoscendo, è ben più facile inmii^ 
ginare che descrivere l- penosa sua condizione. Per buona sorte fu aocolt<t 
e ricoverato per quella notte da alcuni militari, i quali lo presentarono M 
mattina seguente ai loro superiori^ che a forza lo consegnarono al sindaco 
di (juel luogo. La Mesola. Quivi riuscirono vane le preghiere, le promesse^ 
i giuramenti del povero Maschio perchè gli fosse permesso di coutinuard 
il vittggio. Quel sindaco comando eh* egli fosse affidato agli austriaci : 
questi lo respinsero per mancanza di ricapiti. E qui rinnovo le supplichej 
ina in vano ; e consegnatogli un foglio di via, lo si rimandò per la via di 
Ferrara. Arrivato a Ferrara, il questore lo imprigionò, e la mattina seguente 
fu ricondotto a Venezia, dojw cioè 28 lunghissimi giorni di patimenti, di 
affanni e di miserie, carcerato perfino innocentement«. Tali furono le siitj 
sofferenze per il desiderio di recarsi alla festa dantesca ! Prof. Erret^. >-« 
Intorno ad alcuni scritti sopra Dante del gondoliere A. Maschio, V. Labruzzi 
di Nexìnui Fr., il Buonarroti, Voi. vii, p. 29^4. 



y Google 



LETTORI DELLA DIVINA. COBOfBDU 

poeta. Liberato il Veneto dagli Austriaci, i 
m una sala della scuola di S. Giovanni Lat 
sua prima conferenza dantesca, a cui assista 
misto di curiosi e invidiosi, il quale non rifio 
il bravo gondoliere. Egli tenne tre o quattro é 
le sue lezioni che venivano avidamente ascoltj 
lavorare, per vivere, fu costretto a smetterne 
cimentò ancora a Firenze (nell^ elegante sala i 
delle Loggie), e n' ebbe conforti ed applausi ( 
attualmente è gondoliere presso la Banca ^ 
lo ti'ovi curvato, carico di carbone e di legi 
(grondante di sudore) per le scale di quel paJ 
avrersa la fortuna. Nei momenti di requie legg( 
La Rivista Europea, Voi. ii, fase, i, 1.® Marze 

Celentano Luigi di Napoli. — Tenne al 
(1875) sidla Divina Commedia, in Firenze, pi 
(x>nte Magliani. 

De Marzo Gualberto. — Oltrecchè a Loi 
a Roma, ne tenne pure, con plauso, a Mila] 
Venezia, a Trieste, a Gorizia, ed a Capodistr 

Firenze. — Centofanti Silvestro — (n. in 
bre dell'anno 1794). 

Nel 1837 imprese a Firenze un corso di 
sopra la Divina Commedia, facendogli andare a 
mirabile per varietà di affetti, altezza di pe 
dotti'ina e poetica eloquenza. Alla prima lez 
ira. gli altri intervenuti, Gino Capponi, Nicoli: 
bieri, Francesco Puccinotti, Lorenzo Mancini, i] 
gran folla di giovani eh' erano accorsi a racco 
parole del novo oratore.... Le lezioni su Da 
un' alta filosofia letteraria gli diedero credito 
De GubemaUSy Ricordi Biografici, 294. 

Ciardi Luigia (di Santacroce, luog 

Valdamo inferiore, n. nel 1820). 



(1) Sostenne, dilanganclosi da ciò cho hanno aasei 
roentatorif che il Pargatorio non è agli antipodi di 
sotto r Inferno, e cho 1' anime che si trovano al di fu 
non sono dannate ma a* incamminano al Purgatorio. 



y Google 



2C2 LETTORI DELLA DIVINA GOMMBDIA. 

Ecco quanto ne scrisse il prof. L. Muzzi : € Dante è il suo 
idolo; e a me par eh* egli solo valga a propagarne il culto 
e r intelligenza più che tutte T edizioni e i conienti del sacro 
poema. Qual canto si voglia di esso, egli senza testo né schede 
dinanzi vi estempora una siiFatta dichiarazione, cui possono 
ascoltare con piacer sommo gli eruditi, e con sommo van- 
taggio i discenti. D'ogni terzina e, ne' casi più congrui, an- 
cor d'ogni verso e vocabolo ei notomizza le beltà le impor- 
tanze ; spiega il senso proprio il teologale il morale il politico 
e ciò ohe pertiene a storia ed allegoria. Dotato di pronta im- 
maginazione, disegna i luoghi creati da quella di Dante sì, che 
par di vedergli toccargli ed esser con Virgilio, Beatrice e tutti 
gli spiriti muti o parlanti in quel sublimissimo dranuna ; per 
la qual evidente topografia non ismarriscesi nulla de' concetti J 
che più sembrano oscuri, anzi per essa risaltano gradevol- 
mente. Il tutto con la erudizion necessaria, no con frondosa: 
sempre con eloquio facile adatto, continuo tranquillo ; e favelli 
per un' ora o per due, nò egli si stanca né stanca veruno, che 
tutti rimarrebbero altre ore ad ascoltarlo. Terminata l'espo- 
sizione del canto lo recita a mente, e il modo in questo ri- 
traccia si bene agli animi le cose da sé innanzi detto, che 
serve ai medesiiAi quasi sigillo per custodirle nella memoria. . . . 
Con tutta ragione pertanto T unico giovane è desiato e chia- 
mato per le case e le ville a far di sé cosi caro e istmi ti vo 
spettacolo. E con nobilissima concordia se lo sono accapparrato 
gli artisti, acciò, com'ei fa regolarmente, dischiuda quella mi- 
niera inesausta d' argomenti e concetti pel loro pennello e scar- 
pello... » Mu2si L. Di uno straordinario espositore di Dante 
(Tre epistole Latine di Dante Alighieri, Prato, Giacchetti, 1845. 
p. 87). — Del suo corso tenuto a Macerata. V. Giorn. del Cen- 
tenario, 148. 

Giuliani GiambatUsta. — V. Man. Dant. 427 e seg. 

— IV, 354. 

Napoli. — Di Casanova Alfonso (1). 

(1) Mi pare impossibile che ci sia ttn i Tedeschi , e non so in verità 
che viva in Italia, uno che avesse rivòlto , come Alfonso, ^asi senza in- 
terruzione, r amore e lo studio a Dante per circa treni' anni ; raccogliendo 
ogni cemento, ogni edizione, ogni opuscolo ; che a fUria di leggerla avesse 



y Google 



LBTTOBI DELLA DIVINA COMMEDIA. 263 

« Correva l'inverno del 1872, e una mano di amici ci riuni- 
vamo il più delle sere in casa di Alfonso di Casanova. Già s' era 
inoltrata in lui quella lenta infermità che poi, pur troppo, nel- 
1 Agosto di queir anno lo condusse al sepolcro ; ma nelle tregue 
del male egli amava di conversare, di disputare al solito d' arte, 
di educazione, d«i &tti del giorno, di scherzare con questo e con 
quello, con la sua arguta e inocente ironia. A uno degli amici 
che mancasse una sera, bisognava sentire le graziose rampogne ; 
bisognava vedere la festa che diceva, quando era pieno il circolo 
de' suoi cari ! — Non so a chi di noi venne in pensiero di fare 
delle letture periodiche : il partito fu subito accolto, e la lettura 
che si fissò fu la Divina Commedia. Alfonso saltò dalla sedia 
per la contentezza. Dante era il suo libro, il suo ideale, il suo 
amore, lo studio di tutta la vita. Uno di noi prese a leggere 
il poeJAa, naturalmente, dal principio, e se ne leggeva da tre 
a quattro canti per sera. Gli altri attorno a notare in silenzio 
hvlÌA carta qualche pensiero, qualche oscurità da dilucidare poi 
a canto fiuto. Di tratto in tratto un bravo y un bello^ un di- 
cino, e subito un zitto, perchè non si rompesse il filo. — Mi 
ricordo che io, a qualche punto bellissimo, davo senza parlare 
col dito medio un colpo sul ventre a uno che mi sedeva al* 
lato ; e Alfonso a sorridere e compiacersi, e ammiccare che 
ripetessi a una prossima occasione. Terminata la lettura d' un 
canto, piovevano i commenti. Uno moveva un dubbio, e un 
altro si &ceva a scioglierlo. Chi notava una bellezza di espres- 
sione, chi un confronto, chi avventurava una spiegazione, che 
era accolta o respìnta e sostituita da un' altra. Alfonso in sulle 
prime parlava poco ; ma stava tutto orecchi alle parole di eia* 
senno. Approvava qui e là ; correggeva talvolta il testo che ci 
era dinanzi con qualche variante, cosi a memoria, e godeva di 
vederla accettata. Alla fine si riscaldava, pigliava a parlar lui, 



mandato letteralmente a memoria tutta la Divina Commedia, e che per un 
miracolo dì amore e di memoria ritenesse tutte le lezioni di rilievo, e sa- 
pesse 8quad«rnarvi al bisogno, sopra un luogo controverso^ tutte le opinioni 
o spiegazioni de* migliori interpreti. dafButi airAndreoli. Aggiungete a 
Questo un Ingegno de* più fini e coltivati , una perizia della letteratura e 
(iella lingua italiana singolarissima, una fantasia delle più animate e poe- 
tiche, un sentimento del nello e del grande di squisitezza rara, e un animo 
r^aldo, nobile, pio, che non avea bisogno per intendere T animo di Dante, 
se non di guarnarsi dentro egli stesso; e ditemi poi se anche Dante avrebbe 
potuto scegliersi un interprete più degno e adeguato! Fed. Persico, 



y Google 



264 LBrrORI della, divina. OOlfBfEIHA. 

a fare un pò* la sintesi del canto e a ragguagliarne qualche 
luogo con altri del poema, trattenendosi su qualche passo 
oscuro o dubbioso , citando o confutando le opinioni de* com- 
mentatori e dando insieme la sua. Quando s* era così discusso 
e chiarito un canto, si passava ali* altro. Per non perdere le 
osservazioni e cogliere al volo qualche chiosa felice, si pensò, 
di fare gli atti verbali di questa che, ridendo, si chiamò Toc- 
cademta dantesca. Nella sera appresso leggevamo il sunto della 
tornata precedente; si aggiungeva, si correggeva, s'approvava 
il processo verbale, e s* andava innanzi. Di parecchi dei canti 
deli* Inferno , ho ancora cotesti sommarii , e li ho scorsi con 
mesto piacere. Che serate, che allegria onesta, che stimolo 
a pensare, che scatto d* ingegno e di fantasia in tutti! Al quinto 
o al sesto canto ognun di noi, con la guida di Alfonso, era 
già entrato, si può dire, nella mente di Dante. Se a volte si 
' consultava un cemento qui e là, a coro era spesso rigettato 
per monco, lan^ìdo o Cetlso. D* ordinario i dubbi che ci fa- 
cevamo, i perché che nascevano, non e* era cementatore che vi 
rispondesse, o che li annusesse neppure. Si continuò così per 
tutto r inverno e d giunse a leggere intero fino il Purgatorio. 
Ma la malattia di Alfonso infierì ; e postosi a Ietto essendo 
già primavera, i modici lo mandarono a una cua villa presso 
Nola. — Oh! il Paradiso : ci diceva il povero Alfonso, non ab- 
biamo potuto leggere il Paradiso, è la più bella delle cantiche, 
che che se ne dica. Il poemi^ sale sempre , chi lo gpuardi pel 
suo verso. — Non andò molto e quell* anima eletta non ebbe 
piti a desiderare il Paradiso di Dante! — Fed. Persico, Alfonso 
di Casanova e la Divina Commedia. 

Padova. — Accademia Dantesca in Padova. 

I seguenti due squarci di Lettere di G. Gennari compen- 
diano in ^ breve le fasi della Dantesca Accademia, e ci schierano 
innanzi i nomi dei migliori degh intervenienti alla stessa. 

A Gaspare Patriarchi, •Venezia 

L« Decembre 1753. 

.... A* tre del corrente s*incomincierà la lettura del Poema 
di Dante. Due sere abbiamo già scorse nel leggere la vita 

Digitized by V^OOQlC 



de] 
saj 
rai 
in 
nu 
di 

00] 



bu 
Bo 
set 
sei 
vei 

Co 
G. 
55] 



da 

i ( 
an 

isi 
da 
e 1 
a 
pa 
sp: 
e < 
a 



y Google 



266 LETTORI DELLA. DIVINA. OOMMBDLk. 

scini, 1864), si tocca la trama dell' insegnamento Dantesco che 
sostenne nella cattedra univeraitaria di lettere italiane , chia- 
matovi a surrogare il vecchio Michele Leoni. — e Noi intanto, 
scrive il Marenghi, a più sicurezza de* nostri studi, volgeremo 
la mente ai piii antichi, e principale maestro ed autore ne fia 
il nostro principale poeta. E a qual altra fonte ci sarà possi- 
bile attingere più puro il sapor della lingua, ili quale scrittore 
più scolpita la fisonomia delle lettere nostre? Non fu forse 
TAlighieri , che nelle nascoste dovizie deU' errante parola d' I- 
talia penetrò, e con successo felicissimo organatane una me- 
raviglia di favella comune le dio spirito ed impulso? Non fa 
TAlighieri, che alle forma della nuova letteratura maritò Tallo 
sapere e V italiano sentire ? Scorreva al Ghibellino magnammo 
nelle vene il sangue gentile di quei Romani che nella sua pa- 
tria distrutta 

Rimaser quando 
Fu fatto il nidio di malizia tanta. 

Il sottile ingegno stimolavate a infinite ricerche, le tristizie 
de* suoi tempi colla bontà dei passati rafiì'ontando, scoppiava- 
gli il cuore; e fatto l'uomo del dolore e dello sdegno ora 
chiedeva con animo assegnato dalla giustizia e pietà di Dio 
soccorso ai mali, 

Son li giusti occhi tuoi rivolti altrove? 

ora dalla saldezza e vastità della scienza accumulata traea 
consolazione e forza a rinfiammare gli estri ricordevoli delle 
glorie passate, presaghi delle avvenire 

Poca favilla gran fiamma seconda. 

Alla lettura di Dante Y animo si rinnova. Scolorati nell*agonia 
di lucri repentini , percossi, sfiduciati al turbinìo rovinoso di 
tante nefandigie e calamità ci sentiremo ingiovanire la £uitasia, 
addolcire i desideri alla giocondezza ineffabile dei canti, dei 
lumi, dei suoni immaginati nella suprema Casa di Dio; rin- 
verdirà nel cuore la speranza ai sospiri che da ogni parte 
traggono i relegati nel Santo Monte; e il tempestar dei mi- 
steriosi uragani, il saettar delle grida disperate, le lande ro- 
venti, le raggelate campagne, le tenebre tratto tratto ct*escenti, 



y Google 



LETTORI DELLA DIVINA COMMEDIA. 267 

tutta la paura d' inferno gioverà a rimetterci nella via abban- 
donata del valore, a ritemprarci a fortezza, a riconciliare lo 
spirito annoiato col soffio vitale della poesia. » 

Pabma. — Caprari prof. Achille. 

Ecco quanto me ne scriveva del suo corso V istesso prof. 
Caprari. 

^ « Cominciai quel corso di lezioni coiranno scolastico 1872-73: 
e il concetto generale, onde da principio intesi a coordinarvi 
tutti 1 parziali risultamenti di parecchi anni di ricerche e di 
studi, fu di mostrare neir Alighieri il vero fondatore della mo- 
derna civiltà italiana, e nel Divino Poema il prototipo della 
Italianità psichica ed estetica. Con tale concetto, e per rendere 
r insegnamento dantesco , il meglio eh* io ne fossi in grado , 
pieno e particolareggiato, mi adoperai ad innestare opportu- 
namente nel disegno generale delle mie lezioni le più notevoli 
opinioni degli studiosi ed interpreti del Divino Poema, quali 
da me accettate, quali combattute, quali pure allegate. 

Persuaso col Gozzi, sia d' uopo mettersi in istato di essere 
contemporaneo a Dante, se vogliasi daddovero intenderlo e 
gustarlo, nel 1 .^ anno del Corso non posi opera che a lezioni 
di apparecchio e meramente storiche, per accertare la natura 
delle tradizioni e delle condizioni civili, artistiche, religiose 
del popolo, a cui il Poeta apriva i tempi nuovi; onde argo- 
menti principali di quella 1 .^ parte, i più dei quali svolti con 
parecchie lezioni, furono: — Lo stato degli Italiani durante la 
dominazione dei Barbari. — Le Leggende dei vincitori e dei 
vinti. — Le istituzioni e la coltura dei vinti nei vari periodi 
deir età grossa di mezzo. — La continuità dell* antica stirpe e 
delle memorie latine nella gente che tra V undecimo e il duo- 
decimo secolo cominciava a risvegliarsi a vita nuova in Ita- 
lia. — Oli intendimenti contrari delle due stirpi, straniera e 
paesana, rappresentati dalla opposizione degli ordini feudali e 
comunali. — Gli insegnamenti delle scuole laiche ed ecclesia- 
stiche durante Y età di mezzo. — La imitazione dei simboli , 
dei riti, delle feste pagane, condotta dal Cristianesimo a di- 
versa significazione. — L* ardore del sentimento religioso nel 
secolo XIII, onde le Confraternite votate alla edificazione di 
monumenti religiosi, e la grandiosità e ricchezza dei templi^ 
dei santuari \ e i nuovi Ordini Monastici ; e le predicazioni 



y Google 



268 LETTOBI DBLLA DIVINA OOftDfBMA. 

de* Claustrali per la pace tra le città e tra le &miglie , e le 
penitenze e le processioni de* Flagellanti. — Le leggende sto- 
riche e simboliche che nate e nutrite di entusiasmo reUgioso 
rappresentano un primo tentativo dell* arte letteraria. 

Dichiarate cosi , nelle Lezioni del l .® anno , la vita degli 
Italiani lungo V età di mezzo, e le tradizioni e condizioni loro 
civili, artistiche e religiose in sull'alba della nuova civiltà, 
della quale la Divina Commedia parve, poco appresso, il sole : 
nell* anno seguente svolgeva, quale 2.^ parte, una serie di con* 
siderazioni generali sulla grand* opera cui pose mano e cielo 
e terra. 

E perchè viemeglio s* invogliassero gli uditori di penetrare 
nel pensiero dantesco, e s* ingrandisse nell* animo loro la im- 
portanza del soggetto, discorreva avanti tutto nei 2.^ anno: — 
Delle Onoranze di cui Dante fu segno dal di della sua morte 
alla festa del Centenario. — Degli studi Danteschi in Italia. — 
Degli studi Danteschi fuori d* Italia. — Delle principali illustra- 
zioni , colle arti del disegno , nostrali e straniere , generali e 
parziali della Divina Commedia. — Delle fantasìe dantesche 
nella storia della pittura italiana, e specialmente nei capolavori 
di Giotto, di Raffaello, di Michelangelo. 

Indi passava a considerare e dichiarare di mano in mano: 
— Il Disegno generale del Poema e 1* ordine particolare di 
ciascuna delle tre Cantiche. — Il Fine principale propostosi 
dair Alighieri colla composizione del gran lavoro — Il Concetto 
politico — Il Concetto religioso. 

E ad illustrazione del Concetto religioso e politico del 
Poeta : — I disegni e i tentativi di Federico 11.^ per rialzare 
1* Impèro di fronte alla Chiesa di Roma. — Il Pontificato di 
Bonifazio VIII.° — La impresa in Italia di Arrigo VII.® 

Chiudeva questa 2.* parte colla esposizione e dichiarazio- 
ne : — Delle dottrine filosofiche dell* Alighieri. 

Finalmente nel 3.® axmo del Corso mi accingeva a svolgere 
la parte più particolareggiata dell* insegnamento, cioè la illu- 
strazione storica ed estetica di tutti i noteToli episodi della 
Divina Commedia. Questa è la parte più ampia del Corso delle 
mie lezioni eh* io non ho per anco del tutto adempiuta, man- 
cando nella Biblioteca parmense, e non avendo potuto sin qui 
procacciarmi altronde, alcune opere che mi è d*uopo cercare 

Digitized by V^OOQ iC 



LETTORI DELLA DIVINA COMMEDIA. 269 

diligentemente per notizie particolari e certe, su personaggi e 
su cose de* tempi ricordati da Dante. 

Non intimo di aver messo avanti, nelle cose da me esposte 
a* miei uditori , che nulla o assai poco di novo : ma se mi 
iòflsero concessi e agio e mezzi, quali mi si converrebbero per 
dar perfezione a codesto Corso d' insegnamento dantesco e pub- 
blicarlo colla stampa, parmi, se vanità non m'iUude, torne- 
rebbe a non pochi di qualche utilità col fornire tutte, raccolte 
insieme e coordinate in un concetto generale, le cognizioni più 
acconcie per ben comprendere e gustare il Divino Poema; e, 
quel eh* è meglio, confiderei contribuisse a &r si, che molti 
de* nostri giovani , sortiti ad essere valorosi nelle lettere , sì 
vedessero ritornare una volta in sulla via nostra propria e 
diritta del pensiero e dell'arte, ora al mio parere smarrita, 
richiamativi appunto dal grido dell* Alighieri 

K Tornate a riveder li vostri lìti ; 

«t Non vi mettete in pelago, che forse 
«t Perdendo ine, rimarrete smarriti. » 

Rondarti Alberto, Di un corso di Lezioni sulla Divina 
Commedia. Parma, Grazioli, 1876. — V. Borghini, A. in, 
pag. 95. 

Ravenna. — Ciardi Luigi, 

Fin dal Genn. 1866, il Consiglio comunale di Ravenna, 
rinnovellando l'esempio della fiorentina repubblica, sapiente- 
mente deliberava 1* instituzione di un pubblico insegnamento 
della Divina Commedia e delle dottrine dantesche. La cattedra 
venne aflSdata al prof. Ciardi. Il coi^^o dura sei mesi; dal De- 
cembre a tutto Maggio, due volte la settimana, il giovedì e 
la domenica. — lo spiego, cosi il Ciardi, la metà di un canto 
nel senso storico , estetico, morale ed artistico ; duro a parlare 
un* ora, mi giovo più che altro dei comentatori antichi, perchè 
essi più vicini a Dante hanno meglio compreso il concetto del 
Poeta, ed i moderni sono più per Tahalisi e per le parole. 
Cosi vengo a spiegare un canto per settimana. A finire tutto 
il corso della Divina Commedia occorrono sei anni, ed io sono 
già nel secondo corso, ed il 6 Dee. di quest*anno proseguo le 
spiegazioni pubbliche seguitando dal e. xx deirinfemo, ove son 



y Google 



270 LETTORI DELLA. DIVINA. CX)MMEDIA. 

rìmasto alla fine del Maggio scorso. Queste lezioni sono ik*e- 
queatatissime , e specialmente dai maestri e dalie donae. Le 
signore si fanno un pregio di venire la domenica a queste 
spiegazioni, e sono d* esempio al sesso forte. Il metodo che io 
tengo è. analitico, e cerco piii che altro di mettere in evidenza 
il concetto di Dante e farne rilevare il bello. Le Allegorie che 
non s* intendono piìi, e non sono più di moda, ora che la lette- 
ratura ha assunto un carattere nazionale, io le lascio. Il poema 
ò essenzialmente storico ; e se troverò i mezzi per potere un 
giorno o r altro stampare il mio Commento sopra Dante, spetto 
far vedere tante escogitate interpretazioni dei Commentatori, 
specialmente moderni, (?) spero restituire a Dante la sua vera 
grandezza, e dopo il mio cemento, pochino ma pochino ci sarà 
da dire di più sopra la Divina Commedia. In somma io voglio 
fiire (e qui gli svelo un poco il mio secreto), a Dante quello 
che ha &tto il Martini alla Bibbia, che ha messo a sedere 
tutti gli intei'preti. — Ed io fo voti perchè gli giovi ripetere : 
S'io dico il ver, r effetto noi nasconde, 

Bertolucci L, La cattedra dantesca di Ravenna. L* Emula- 
zione, Luca Benedini, 18 Apr. 1875. 

Roma. — Venturini prof. Domenico. 
t^; Nel 1874 e 1875, ogni domenica, tenne le sue lezioni nel 
locale dell'Arcadia, al palazzo Altemps. ' — I Ragionamenti 
recitati r undici e il diciotto Decembre 1 874 sopra il passo di 
Dante — Colui che fece per viltate il gran rifiuto — e che 
furono già pubblicati (Roma, Tip. alle Terme, 1875) sono la 
XXXVII e la xxxviii delle sue letture dantesche. Il cav. Giancarlo 
Rossi più volte ne diede conto in pubbliche effemeridi, com'è 
chiaro dalla premessa lettera di dedica. 

Trieste. — Occioni prof. Onorato. 

Il Tempo di Trieste (10 Gen., 24 Febbr., 6 Apr. 1866) ci 
dà un sunto delle lezioni dette nella sala della Società di Mi- 
nerva che furono entusiasticamente applaudite. 

Verona. — banchi ab. Giuseppe. 

Il prof. Zanchi tenne un corso di lezioni sulla Divina Com- 
media negli anni 1872-73. Venne esso iniziato dalla benemerita 



y Google 



LETTORI DELLA. DIVINA COMMEDIA. 

Lega d* Insegnamento (1), e pel gentil sesso. Ds 
cinquanta signore, tutte le feste, con severo racci 
traevano a disbramarsi la sete a quella indefett 
della vera vita. Nelle vostre conferenze, scriveagU V 
« le svariate cognizioni storiche e filologiche e 
squisizioni filosofiche quasi vi dirompono incessa 
mscello che alta vena preme, senza mestieri di 
mezzo il camino, senza soccorso di note scritte 
nella tenacità di vostra memoria che serba tutto 
a lei. » Comentò pressocchò tutto V Inferno. È ben 
cessasse del rimaso arringo, nel quale era entrs 
onore. 

Smania Michelangelo, Alcune parole sul C 
Divina Commedia, Lettera al prof. ab. Giuseppe 
rona, Civelli, 18T3. 

(1) La Lega Italiana dell' Insegnamento dirìgeva all' eg 
ia presente lettera. 

X. 24. Verona, 3 Die, 

Illustrissimo Sig. Prof. Zanchi 

Il Comitato ringrazia la S. V. lUustris. per la generos 
• '[Mira da lei professata nel passato anno, spiegando, in le 
Divina Commedia alle nostre concittadine. 

Qncll' insegnamento , accolto con sommo favore e mo 
torno senza dubbio di ^ande onore alla Società, in nome ( 
a consacrarlo alla Patria. 

Rinnovandole* i più vivi atti di grazia, il Gomitato si oi 
con profonda osservanza. 

Per il Comitato del Circolo di Verona 



y Google 



272 



COMENTI 

NUOVE EDIZIONI DI COMENTI (1) 

fJfM. DtuU» ir, 988) 

Camerini Eugenio, La Dtnna Commedia di Dante Alighieri} 
con Note tratte dai migliori commenti^ Edizione stereotipa. 
Milano, Sonzogno, 1875. 

Eug. Camerìni, Anconitano, m. in Milano il 1.^ Marzo 1875. — 
< Quanto alla esposizione del divino poema, cosi egli, altri era 
tra due vie e brame ; o si voleva rifondere nella propria mente i 
lavori degli ottimi espositori precorsi ; ma a ciò si richiedeva 
la sapienza e la forza di mente del Tommaseo; o si poteva 
raccogliere il meglio e ordinarlo convenevolmente, ponendo a 
ciascun passo il nome dell* annotatore , che avea per primo o 
piti argut£^mente spiegato questo o quel passo. A questa via 
m* attenni; studiandomi di ricostituire il pensiero dei più in- 
tendenti sul senso del testo della Ck)mmedia Nei punti dubbi, 

e controversi allegai spesso i diversi pareri, ma brevemente 

Un cementatore recente di Virgilio disse : Choùc est invention. 
La parola è superba. — Diremo : Scelta è discrezione — non 
ò già il brancolare dell'orbo, che non sa ove si vada e pur 
si partCj ma Tappoggiarsi del fievole al robusto ed al saggio.» 
— 11 Camerini dichiara di aver seguito la lezione, fermata con 
tanta squisitezza di diligenza e di giudizio dal Witte; sebbene 
non costantemente, attenendosi principalmente per le varianti 
alle due edizioni degli Accademici della Crusca. 

Di questo suo Cemento, scriveva egli il 22 Maggio 1873 
al prof. Pennesi ch*ei chiama suo fratello in Dante: — 
4L Che dura impresa è lo stampare, massime quando gli editori 
non pensano che al guadagno > ed anche del grande e santo 
nome di Dante fanno mercato! Dell* Inferno, dell* edizione illu- 
strata, il Sonzogno vendè sopra diecimila esemplari; meno del 
Purgatorio, e ancor meno del Paradiso; ma sempre tanto da 



(1) La Divina Commedia con note del Costa e d' altri più recenti coiii- 
meu latori venne pubblicata in 3 voi. dal Guigoni di Milano, 1873. 



y Google 



OOMBNTI. 273 

guadagnarne assai bene. Il Pagnoni spacciò anc)i'egli parecchie 
mìgìiaìa de* suoi Danti, col Cemento di quel grand* uomo del 
Tommaseo: ed è almeno un conforto che si propaghi sempre 
più Tamore e io studio del sommo maestro di lingua, di poe- 
sia e di vera italianità. — Io . . . conservo sono Teca , e con 
gli altri ad una potestate. — Ed il primo Luglio del 73 gli 
rescriveva : ad altri sconci, eh* io vado appostando, si riparerà 
in una terza edizione, che desidero tarda al possibile per aver 
tempo di riviere davvero. — Non guadagnandone nulla, è 
forza eh* io attenda ad altro. — Solo in qualche ritaglio di 
tempo getto rocchio qua e là sul Dantino, e vedo che e* ò an- 
cor molto da ridire. — Ma di tante fatiche il Camerini fu dal 
tipografo men che convenientemente retribuito. » Se le raccon- 
tassi, cosi egli allo stesso Pennesi, tutte le pene che io n*ebbi 
e il picciol utile che ne ho ritratto, ella stupirebbe ; e si già il 
Sonzogno ha in poco piti d'un mese spacciato quattromila 
copie, ed ora ne tira altre quattromila!! 

COMENTI INEDITI ANTICHI 

PER LA PRIMA VOLTA PUBBLICATI 

CV, Mum. IkaU. IV. 8*0), 

Commento alla Divina Commedia d* Anonimo Fiore>tino 
del secolo XIV, ora per la prim,a volta stampato a cura di 
Pietro Fanpani, T. iir, II. Paradiso, Bologna, Romagnoli (Tipi 
Fava e Garagnani) pubblicato il giorno 1 Giugno 1874. 

« Tutto il Commento dell* Inferno, scrive il Fanfani nella sua 
Prefazione ai lettori , è dell' Anonimo Fiorentino ; ed è opera 
bellissima, originale, schietta di favella e di stile, ricchissima di 
notizie storiche, biografiche e aneddote : una vera delizia, da in- 
vitare anche il più ritroso a spendervi attorno ogni cura amorosa. 
Entrato nel Purgatorio, mi accorsi che qua e là, e piìi spesso 
quanto più si saliva verso il Paradiso, il nostro Anonimo si 
trovava conforme al Commento che si dice di Jacopo della 
Lana ; se non quanto raddirizi^ava parecchi luoghi. Nel Para- 
diso poi si trovano quasi in tutto conformi, salvo le solite 
addirizzature. Come va questa cosa ? Errò dunque il De Batines, 

18 



y Google 



274 CX)MENTI. 

che il codice palatino del Paradiso lo diede per il seguito del 
nostro Anonimo, quando invece era di Jacopo. Ma questo Com- 
mento di Jacopo della Lana è proprio un* opera condotta tutta 
dal valente Bolognese, e da lui hanno preso tutti ; ovvero egli 
si è giovato di altri commenti preesistenti? Io non lo accer- 
terei, perchè tutti i ragionamenti ùktiì su questo argomento 
dal signore Luciano Scarabelli, non mi fanno veder netta la 
cosa; e dair altra parte non mi so dare ad intendere come 
mai, se T opera del Lana fosse originale, e tutta quanta di lui, 
molti luoghi si debbano trovare smozzicati nel suo Commento, 
che poi si trovano interi, o in quello detto V Ottimo^ o nel no- 
stro Anonimo ? Non porta il pregio mettersi qui a fax lunghe 
dissertazioni per provare o riprovare Tautorità di questo o di 
quel Commentatore. ...» L'Anonimo dato dal Fanfsmi, scrive lo 
Scarabelli, è per una parte certamente originale, di particolar 
disegno, di propria dicitura, anche dotto ed elegante, ma non 
arriva che a tutto il x del Purgatorio, con qualche piccoli 
tratti qua e là lungo il resto e sino al finir della Cantica. // 
LambertinOy u, xlvu. 



NUOVI COMENTI 

CV. Man. Data. IV, SiSJ. 

Db MàBZo Antonio Gualberto, Commento delia Divina 
Commedia di Dante Alighieri, V Inferno. Firenze, Grazzini 
Giannini, 1864-73. Tip. Pier Capponi. Un voi. in 4** grande di 
pag. 1120. 

€ Ardente il cuore non che d'altro di patria carità, bramoso 
di fruttar prò a tutti del bel paese, mi auguro di produrre un 
Commento di nuovo genere, fiduciando di aver dato nel segno 
nel disvolgere e disvelare su la lucentezza della verità T intimo 
mistico senso della Divina Commedia. Del che mi fo malleva- 
dore, mercè la rassicuranza e la certezza con cui ha progredito 
il mio spirito nella investigazione; perciocché quando altri si 
sarà piaciuto di mirare il poema dantesco da un lato o da 
tar altro esteriormente, non mai di fermo si sarà studiato di 
toccargli il cuore, vederne i moti, ricordare i tempi, osservarne 



y Google 



cx)MENTr. 275 

le circostanze, rammemorarne i costumi, le vicissitudini, le 
agitazioni, le turbolenze, gli odii e le vendette. Ciò considerato, 
avrebbe potuto discender con Dante neirinferno, scorrere il 
Purgatorio, e volare al Paradiso ; avrebbe potuto , guidato dalla 
fiaccola della Filosofia e della Teologia, inoltrarsi nel tempio 
della dantesca epopea per contemplare quel bello sublime orto- 
dosso, che fa grande l'uomo sulla terra, e più grande il suo 
spirito, cb' è diretto mai sempre a volare a Dio. — Or poiché 
mio divisamente si è di dover chiarire come Dante sia il Prin- 
cipe de' poeti cristiani non pure, ma altresì quegli che abbia 
raccolto intorno a sé gli elementi tutti della grandezza lette- 
raria della italiana penisola, e ne abbia quasi formato un trofeo 
monumentale per le età venture, perciò mi fo pregio di chia- 
rire che la Divina Commedia sul cennato disegno e scopo si 
ven'à presentando nei Commenti di Allegoria morale, avvalorata 
io tutto dalla Sacra Bibbia e dai Ss. Padri ; nei Commenti di 
Storia, sia civile, sia letteraria, sia naturale ; nei Commenti di 
Esf elica comparativa, la quale dia mano all'Oratoria, alla Poe- 
tica, alle scienze, ed alle Arti; ed infine nei Commenti di Fi- 
lologia. E poiché dopò la Bibbia, la Divina Commedia si è il 
libro, d'onde l'uomo italiano può toglier cagione di elevarsi 
alla dignità e grandezza sua, perciò è che potrò assai bene 
sperare che sarà fatto buon viso al desiderio di aver mirato 
ad un fine sommamente utile a qualsivoglia, quanto si è V im- 
megliamento dello spirito sul sentiero della virtù sociale ed 
eterna. » 

Dai premessi prolegomeni è facile a rilevare l' importanza del 
lavoro. Ben si può dire eh' egli il gran comento feo. Nessuno nò 
degli antichi né de' moderni lo pareggia di mole. Il solo Inferno, 
fin qui uscito, in 4^ gr., abbraccia 1120 pagine. Non appena 
venne dato alla luce il primo Saggio, si ebbe i più ampli elogi 
e dal Fan&ni (Man. Dant. ir, 493) e da altri critici valenti. — 
A pie dei versi, in ogni pagina, per agevolarne l' intelligenza, 
vi è la versione in prosa ; poi il comento morale, estetico, storico- 
filolc^co, dove pur sono notati e chiariti i più bei modi di 
dire. Solo mi dorrebbe che le illustrazioni, o meglio trattati, 
benché interessanti, che via via dichiarano, direi, ogni verso, 
in breve tanta materia ponderosa, trattenesse i lettori a farne 
lor prò, e il forte prezzo a farne acquisto. Certo in si vasto 



y Google 



276 COBfENTI. 

emporio d'ogni sorta di dottrina vi ò molto e molto da rac- 
cogliere. Però non vorrei, che per le sottoposte note, si dimen- 
ticasse la divina poesia dell'Alighieri. Ed io ho sempre a mente 
1 canoni posti dallo stesso poeta : e La sposizione dev' esser luce, 
la quale ogni colore della sentenza &ccia parvente (Conv, u 1). 
— Parlare sponendo, troppo a fondo, pare men ragionevole 
(Conv, I, 2). — I lunghi capitoli sono nemici della memoria 
(Conv. IV, 4). 

ScART AZZINI G. A., La Divina Commedia di Dante Alighieri^ 
Riveduta nel Testo e commentata. Voi. i. V Inferno^ Leipzig, 
Brockhaus, 1874, xii, 444 ; Voi. n. Il Purgatorio, Leipzig, Brock- 
haus, 1875, xxii, 818. 

Il prof. Scartazzini non solo volse e rivolse tutti i comenti 
antichi e moderni, italiani e stranieri, tutte le monografie e gli 
studi parziali illustrativi ; in breve, tutto quanto si scrisse sulla 
Divina Commedia ; ma ne' punti più gravi ei chiama coscien- 
ziosamente a rassegna le varie opinioni già emesse, le vaglia con 
critica illuminata, e, andando al fondo, non di rado, si divide 
da tutti, e reca la sua affatto nuova, alla quale non si può non 
&re accoglienza amica. — Io devo percorrere, scrivevami egli il 
29 Luglio 1874, centinaia di volumi, confrontare ad ogni passo 
una buona cinquantina di comenti, arrabbiarmi le tante e tante 
volte vedendo come si copiano spensieratezze, errori già da 
lungo confutati, si disputa a lungo di futilità, ecc. ecc. — Né 
si stette egli contento di cribrare i lavori altrui, ma gli piacque 
attingere largamente alle fonti a cui bevve il sovrano Poeta. 
E perciò volle approfondirsi nello studio della Somma di 
S. Tommaso , la quale per ciò che concerne le dottrine dom- 
matiche, teologiche e filosofiche fu senza alcun dubbio la sor- 
gente prìncipale alla quale l'Alighieri attinse. Inoltre ha inter- 
rogato quando la Bibbia, quando i Santi Padri, quando gli 
autori classici, quando gli storici e scrittori contemporanei, 
aflSnchè ne prendessero sicuro valore le sue interpretazioni, e 
la maggiore utilità e chiarezza ne venisse alla esposizione del 
mistico Poema. — Ed è ben assai di rado ch'ei citi sulla 
fede altrui : tutto volle vedere coi propri occhi, e con mirabile 
accuratezza segnarne le citazioni. Onde il lettore che desideri 
esaminare se i passi riferiti sieno più o meno esatti non ha 
che aprire 'il volume, trovarne la pagina, e chiarirsene da se 



y Google 



COMBNTI. 

stesso. — Né poche cure vi spese riguard 
principali lezioni vi si trovano non solo 
iaiportanti autorità, che stanno per Tun 
egli trasceglie quelle che, dopo matura rifl< 
preferibili. Né la scelta è mai arbitraria, 
messo nel testo, die* egli, una parola, non 
abbia il sostegno delle più accreditate ediz 
i migliori testi a penna. In breve, nel Con 
tazzini, unico nel suo genere, abbiam, direi 
teca dantesca, ed accumulatovi un immenso 
(nel solo Purgatorio da ben oltre 30 mila 
eh* è più, disposto in guisa che tanta m 
lettore, ma lo meni a poco a poco addenl 
r intelligenza del Poema e nella critica es 
avvii così allo studio ognor più severo e ] 
immortale,, eminentemente degna di essere 
più che superficialmente. Ei può ben dire : l 
giammai non si corse. Da quind' innanzi 
con vero fintto cercare il gran volume, p 
Comento del prof. Scartazzini, che il Fanfen 
degno del sajcro Poema e dei 'progrediti j 
il migliore di tutti gli odierni Commenti, 

In una seconda edizione, che non dee 
propone di rifar intieramente il comento 
non disaccordi nel disegno da quello del 
tantissimo sarà poi il volume dei Prolegom 
la stampa del Paradiso. In esso, tra le al 
tende consacrare un Ragionamento sul tei 
ragionato dei libri , de* quali ha fatto use 
alfabetico dei comentatori, assieme con 
vita e giudizi sui loro relativi lavoriv 

Io non posso non rendere qui le più sol 
di grazie al dottissimo e carissimo amico, 
mente, e contro mio merito, intitolare al 
sua colossale fatica, onore di che vado sup 
iunque più alto a cui potessi mai aspirar 

De Biase prof. Luigi, La Divina Com 
ghieri esposta in prosa e corredata di testo 
temente interpretata nella sua Allegoria. Na] 



y Google 



278 COMBNTI. 

€ Che ci fosse bisogno di un altro Dante in prosa , dopo 
tanti sfortunati ed inutili tentativi, di opera sìffiitta, noi vera- 
mente non lo crediamo : ma il sig. prof. De Biase pensa altri- 
menti, e secondo lui per tal modo si potrà far di Dante ttn 
libro da leggersi come un romanzo dal gentil sesso pur anco^ 
ed invogliar quindi le popolari masse eziandio a meditarlo 
e comprenderlo. In tempi di preconizzato sufiragio universale 
ci voleva proprio un Dante per le popolari masse e pel gentil 
sesso ! e se ne sappia grado al sig. De Biase. Il quale ama 
Dante, conosce Dante e così lo definisce: « Profondità, genio, 
immaginazione, gusto, ragione, sensibilità, filosofia, elevatezza, 
originalità, naturalezza, spirito, flessibilità, giustezza, abbon- 
danza, finezza, varietà, fecondità, calore, venustà, grazia, forza, 
veemenza , colpo d* occhio d' aquila , retto intendimento , ricca 
istruzione, forte sentire, nobiltà di sentimenti, vivacità* delica- 
tezza, correzione, purità, chiarezza, eleganza, armonia, splen- 
dore, rapidità, patetico, sublimità, universalità, perfezione in- 
sieme . . . ecco Dante Alighieri. > Che ritratto, qual vigore dì pen- 
nello ! . . . L' opera, oltre esser corredata di testo ^ racchiude molte 
figure, delle quali diremo soltanto che sono degne dell* Inferno. 
^- Nuova Antologia, Maggio, 1876. — Il Fanfani ( Borghi ni. 
a. II, p. 268), e il prof. Zambrini (Propugnatore, 1876, T. ii, 
p. 506), trovano invece il lavoro del De Biase buono davvero: 
ed il Fanfani le figure, se non un miracolo dell'arte, as.^i 
espressive. V. De Gubematis, Rivista Europea, Maggio, 1876, 
p. 580. 

Anzelmi Domenico, La Comedia di Dante traslata in prosa. 
Napoli, Nobile, 1875. 

Ambrosi Francesco, Breve esposizione della Divina Coni- 
media di Dante Alighieri. Mente e Cuore di Trieste, 1875 o 
1876. ^ 

« La mia esposizione, scrìveva l'Ambrosi al suo Odoardo 
Weis, non è fatta per dirvi : cosi va studiato il divino poema^ 
e cosi va inteso ; ma è fatta piuttosto per significarvi come mi 
si ò presentato un libro, che lessi con grande amore, e studiai 
con mente libera da gioghi e all'unico intendimento di cavare 
istruzione dalle grandi verità in esso contenute. lo'spero bene 
che non mi farete carico, se mi trovate alcuna volta in disac- 
cordo colle idee di autorevoli Dantisti, e se ho osato troppo in 

Digitized by V^OOQlC 



OOBfENTI. 279 

rÌTereoza di quella potenza divinatrice, di cui fu investito V alto 
ingegno del Poeta. > 

L'Ambrosi nelle tre fiere, vede la triplice dominazione che 
opprimeva Tltalia, chiamata da Tommaso Campanella trina 
bugia: tirannide (leone), w/fomi (lonza), e ipocrisia (lupa), di 
che ai vestono i tiranni e tutti coloro che tendono a sovvertire 
r ordine sociale cogF insidiosi apparati dei sofismi. Ragioney 
Intelligenza, e Verità (le tre donne benedette), secondo lui, 
costituiscono le basi, su cui poggia Fumana sapienza e tutta 
la forza morale di che abbisogna una nazione per indirizzarsi 
ad un grande rinovamento, ed insediarsi negh ordini della 
scienza. — V. pure Ambrosi, Dante Alighieri e la Divina Com- 
media, p. 13. 

Mariani ab. Luigi, La Divina Commedia esposta al giova- 
netto studioso. Firenze, Tip. Giuliani, 1873. 

Compito del Mariani è di preparare allo studio del testo 
con un lavoro, che dia un'idea chiara e completa di tutta la 
machina dantesca, di tutte le sue parti, dei modi con cui sono 
congegnate, degli intendimenti che in ciascuna parte ebbe il 
poeta, e più fornisca agli scolari le notizie che sono necessarie, ' 
affinchè possano poi percorrere il testo senza che inciampo 
alcuno li an*esti. Ha prescelto di fare la sua esposizione per 
domande e risposte, convìnto, dalla propria esperienza, esser 
questo il meto do più vantaggioso neir insegnamento. Compiono 
il lavoro del Mariani due appendici, nella prima delle quali 
riporta i luoghi memorabili del Poema, e ne dichiara il con- 
cetto ; nella seconda tenta di spiegare i luoghi astronomici della 
Divina Commedia , supponendo che il giovinetto sia digiuno 
d^ogni più elementare notizia sulle dottrine che vi hanno atti- 
nenza. L* operetta del Mariani fu presentata manos^ptta al nob. 
S.*" Luigi Vivarelli'^lonna neiroccasione che il 4 Febbraio 1873 
dava la mano di sposo alla nob. S.'* Paolina Forteguerri, e poi 
stampata in pochi esemplari a spese del padre dello sposo. 
L'autore soggiunge che fu confortato alla ristampa da persone 
stimabili per dottrina e lunga pratica neir insegnamento. 

Cabibogiovanni F., Squarci scelti dallo Inferno di Dante 
spiegati e commentati ad uso delle scuole secondarie. Torino, 
Favaie, 1873. 



y Google 



280 COMBNTI. 

Doppio è lo scopo, che neUa comfùlaziooe di questo suo 
lavoro 81 è proposto : I.*^ Avviare i giovani allo studio della 
Divina Commedia, prima ed originaria fonte di quanto vi ha 
di pili bello e di piii sublime nella italiana letteratura: 11.^ Ap- 
plicare praticamente a questo grande esemplare i precetti della 
Poetica e della Estetica, che è la filosofia del bello e del su- 
blime. ~ Avviare la gioventù allo studio del Dante dando- 
glielo tutto intero alle mani, gli par impresa impossibile, onde 
ha divisato di trasc^liere dal solo Inferno que* canti o squarci 
che hanno piìi del descrittivo e dell* immaginoso, e quelli tri- 
tamente spiegare volgendoli a verbo a verbo in &cile prosa, 
e corredandoli di tutti gli schiarimenti storici e mitologici che 
fiicean uopo alla piena intelligenza del testo, e di tutte le 
osservazioni che si addicono alla filologia ed alla parte piii nobile 
della lingua. Tralascia quello della Frandaca di Arimino, e 
spera che gli educatori non gliene &ran rimprovero. 

Sqiuirci della Dimna Commedia con alquante Varianti 
che si trovano nel Quaresimale latino del P. Paolo Attivanti 
di confronto alia lezione CLdotiata dagli Accademici della Cru- 
sca con la tessitura delle tre Cantiche e con molte chiose del 
medesimo volgarizzate da Luigi Razzolini. Bologna, Romagnoli, 
1876. (Estratto dal Propugnatore di Bologna, voi. xi). 

Il P. Attavanti nel suo Quaresimale latino, tra le molte 
autorità eh* ei porta per avvalorare i sacri suoi temi, cita molti 
passi della Divina Commedia, che molte volte discordano dalla 
volgata, ed a quando a quando con bel garbo gli commenta. 
Il Federici, già fin dal 1836, tolse a metterne in rilievo le 
Varianti, di confi*onto con la lezione del Nidobeato, ma si passò 
affatto delle Chiose, alcune delle quali veramente importanti. 
E il Razzolini, della cui benevoglienza grandemente mi onoro, 
ce le dà ora volgarizzate con sì squisito sapore di lingua, che 
meglio non se ne potrebbe desiderare. L* Attavanti ci assicura 
di aver interpretato, ed ampiamente, il divino poema, alla let- 
tura del qual comento rimanda più volte il suo uditore. Onde 
convien ritenere che di quei giorni fosse divulgatissimo. Ma 
siccome andò sventuratamente perduto, e piii prezioso ci toi*na 
il dono del Priore Razzolini. — L* Attavanti sortì i natali a 
Firenze, di antichissimo nobile casato ; a sette anni fu accolto 
nell*Ordine de* Servi di Maria, nel quale tenne i più alti uffici ; 

Digitized by V^OOQlC 



COMBNTI. 281 

ebbe grido di orator sacro eloquentìssimo ; mori ottantenne 
nel Maggio del 1499, e fu sepolto in Firenze nel suo Convento 
della Nanziata. — V. Tart. del Fanfani nel Borghini 15 No- 
vembre 1876. 

Zacheroni G., Del primo canto della Divina Commedia 
di Dante, Cemento, Marsiglia, Mossy, 1841. 

Pasquini Vicenzo, Interpretazione del i Canto delt Inferno 
col testo a fronte. — Passi difficili e controversi. La prima 
Allegoria, 82-133. 

Galanti Garminb, al chiaris. D, Luigi BenassuU Lettera II 
(21 Luglio 1874) su Dante Alighieri. Brevi osservazioni su 
oleum luoghi del i Canto delV Inferno. Ripatransone , Jaffei. 
— Lettera III, id. Ripatransone, 21 Aprile 1874. — Lettera IV, 
id. Ripatransone, 8 Maggio 1874. 

11 can. Galanti , da quanto mi si scrive , ha belle e pronte 
oltre 100 lettere interpretative sulla Divina Comedia. Le ottd 
già pubblicate sono dirette al ben noto comentatore arcip. 6e- 
nassnti. Io le lessi tutte, e con vero piacere , perchè in tutte 
vi ci trovai e chiarezza, e qualche esposizione peregrina, det- 
tata con garbo, da farmi invogliare di vederle presto accom- 
pagnate da altre sorelle. Il cemento è in senso morale. 

Boschetti dott. Abibroqio, Sposisione, Parafrasi, Glosse 
e Bellezze della Divina Commedia di Dante Alighieri ad uso 
della studiosa gioventii, Trieste, Appoloni e Caprin, 1870 di 
p. xxv-124. Per Nozze Janovitz-Formiggini. 

Saggio di Comenti del Canto ni dell'Inferno della 

Divina Commedia, Programma del Ginnasio Comun. di Trieste, 
1875-74, p. 3^1. 

Ne* Prolegomeni ci offre un importante» discorso sul Con- 
cetto, Fine, Sviluppo e Originalità della Divina Commedia : ad 
ogni canto vi precede 1* argomento ; ed ogni terzina tien dietro 
la sua parafrasi, appresso le disquisizioni e gli schiarimenti alla 
più possibile cognizione e intelligenza delle cose contenute; a 
pie di pagina le note estetiche per farci comprendere gli alti 
sensi del poeta, e per guatarne le bellezze, al fine del canto 
un giudizio generale , ed il sunto allegorico , ed ove il destro 
gli si presenti, vi aggiunge copiose dissertazioni. Dante è spesso 
richiamato ad illustrare sé medesimo. — È un lavoro, ove fosse 



y Google 



282 COMENTI. 

compiuto, di gran lena, e che, non ne dubito, onoperebbe as- 
sai 1* autore. Ma non mi par adatto alla gioventù, e per b 
spesa e per la stessa sua mole. Se i tre primi canti abbrac- 
ciano 176 pag. in 4", di carattere fitto, l'intero comento no.- 

ne può dar meno di 1800 Ed un giovine, anche il piii ftd- 

dioso, se ne ritrarrebbe sgomento. — Il Dott Boschetti ha pu 
pubblicato un Avviamento allo studio delia Divina Commedii, 
di cui, egli dice, ognuno che imprende a leggere Dante ùo- 
vrebbe essere dapprima erudito. 

De Crollis Domenico , Ragionamento sopra Dante, — C - 
mento al vii Canto della prima Cantica di Dante. Roma, Boni- 
zaler, 1833. 

La. Farina Giuseppe, Su di un passo del Canto xiv dt'- 
l* Inferno dantesco. Lezione detta aW Accad. Pelorùana. Nel 
Faro di Messina, i, 342-47. 

Bozzo Gius., Ragionamento critico intomo ad un htwj 
famoso della Divina Comedia (Inf. xx, 20-30). Palermo, Tip 
II. delia Guerra, 1830. 

Intorno al Canto trigesimo primo della Divina Cofn- 

media. Osservazioni filologiche, Palermo, Tipogr. del Giora. 
Letter. 1841. 

La Farina Giuseppe, Lezione sopra un passo del C. xxxtv 
delC Inferno^ letta nelCAccad. Peloritana, Nel Faro di Messina. 
1836, i, 206-223. 

Grimaldi Odo ardo. Saggio di una nuova esposizione di- 
dattica della Divina Commedia, (G. i del Purg.). Temi, Stabii. 
Tipogi". Ternario, 1870. 

Giuliani Giambattista, Dante spiegato con Dante. Il C. xxir 
del Purgatorio. 11 Propugnatore, a. tv. Dispensa m, Maggio 
e Giugno, 1872, p. 394-437. 

F. B. D. S. C, (P, F, Bonaventura da Sorrento, Cappuc- 
cino), Prolusione del Commento sul C, xi del Paradiso della 
Divina Commedia, — Annali Francescani, Periodico religioso 
dedicato agli associati del terzo ordine. Milano, Maiochi, 1870. 
A. I, voi. I, p. 99. — S. Francesco d* Assisi. I. // secolo di 
S. Francesco, p. 151. — La patria di S, Francesco, p. 175. 

— Lo sposalizio di S, Francesco, p. 199. — La paternità di 
S, Francesco, p. 251. — / primi figli di S, Francesco, p. 347. 

— S, Francesco a Roma, p. 391. — La progenie di S. Fran- 



y Google 



COMENT!. 283 

Cesco, p 477. — S, Francesco in Oriente. Le Missioni, p. 487, 
555. — S, Francesco al monte delfAivemia. Voi. ii, p. 200. 
— S. Francesco sul colle delV Inferno, p. 221. 

Rocchi Gino, Note al xv canto del Paradiso di Dante. Bo- 
Ic^na, Gamberini e Parmeggiani, 1874. 

BoRGHiM VicENZO, Errori di alcuni Commentatori di Dante 
e principalmente di un falso Vellutello. Sensi e voci dichia- 
rate nella loro proprietà e valot^e. Studi sulla Divina Com^ 
media. Firenze, Le Monnier, 227-269. 

Osservazioni sopra le bellezze notate ne* Canti del- 

r Inferno xvii-xxii. Id. 217-99. 

Degli antichi, il Borghini sopra tutti, a giudizio del Giu- 
liani, indicò le veraci norme per V interpretazione del Poema 
sacro. Nelle sue Note sul falso Vellutello traluce sempre T in- 
gegno, lo studio de* classici, e il finissimo ingegno. Oltrecchè 
gli piace addentrarsi nelle finezze delle proprietà per le quali 
Dante apre veramente il suo concetto, e fa, dirò cosi, leggere 
in sé stesso. Le osservazioni alla voce discoscesa, cupa, scoppia, 
trapela, insolla ed altre molte, sono opera di consumati studi 
e mostrano la proprietà in Dante, come disse il Borghini, essere 
miracolosa. Lo studio costante nel Poema lo condusse a notarvi 
la part« estetica. Le osservazioni, che ne fece, parvero al Gigli 
pur un buon saggio da darsi ai novelli cementatori, che decla- 
mano il bello, ma spesso non sanno mostrarlo. 

Stroochi Dionigi, Parecchie Osservazioni sopra alcuni 
luoghi della Divina Commedia, e specialmente sulle rispettive 
lezioni e chiose del P. Lombardi. NeW edizione Romana del 
1815, IV, 176-184. 

Spiegazioni di alcuni passi della Divina Commedia. 

Fanelli, La D'JnafiiJoamedia opera patria. Pistoia, Gino, 1856- 
57, li, 57-106. 

Fiacchi Luigi, Sopra alcuni passi della Divina Commedia di 
Dante, Lezione detta alV Accademia della Crusca il di 19 Giugno 
1818. Torino, Stamp. Reale, 1819. Atti della Crusca, ii, 117-129. 

Ferrucci Luigi Gbisostomo, Osservazioni sopra alcuni luo- 
ghi della Divina Commedia. Giorn. Arcad. xx-xxn (1820). 

Osservazioni sopra il i canto deW Inferno. Giornale 

Arcad, xxm, 207-211. 



y Google 



284 COMENTI. 

PbrTicari-Monti Costanza, Pensieri sopra cUcuni passi 
deir Inferno, Effemeridi scientifiche e letterarie per la Sicilia , 
T. I, 1832, p. 40-46. 

Riguardano i v. 55 del C. ii ; v. 25 del C. ni ; v. 39 e 97 
del Canto stesso ; v. 31 del C. iv ; v. 109 del C. v ; v. 13 del e. vi. 

Fabdella GivsBPPE ^ Rischiaramenti sopra alcuni passiì 
della Divina Commedia, Giorn. Lettor, di Sicilia, 1836, uv, 
289-327. 

Montanari Ignazio, Dichiarazione di alcuni luoghi della 
Divina Commedia, Giornale Arcadico 1839, lxx, 206-222. 

Mezzanotte Antonio, Osservazioni intomo ad alcuni luo- 
ghi della Divina Commedia comentata dal Biagioli opportune 
a rettificare il modo con cui alcuni di essi furono interpretati^ 
e a proporre di piii altri una nuova interpretazione, Neil* Im- 
parziale di Faenza, 1841. 

Venturi Pietro ^ Osservazioni sopra alcuni luoghi della 
Divina Commedia lette nel 1841 neW Accademia Tiberina di 
Roma. V. Giorn. Àrcad., xui, 200 ; l'Antologia di Fossombrone, 
r, 128 ; TAlbum di Roma, 1842, 86. 

Betti Salvatore, Lettere Dantesche, Scritti vaij, p/351- 
443, Firenze, Torelli, 1856. 

Son dirette a letterati diversi, al card. Mai, a Pietro Ode- 
scalchi, a Luigi Biondi, a Giamb. Zannoni, a Paolo Costa, a Pier 
Al. Paravia, a Carlo Santacroce, ed al prof. Giamb. Giuliani. 

ToDEscHiNi Giuseppe, Interpretazione letterale di tre luoghi, 
ecc. (Inf. IV, 69; xi, 21; xviii, 9). — Lettera a F. Bellotti. — 
Difesa delV interpretazione proposta, — Commento del verso 
56 o più veramente della voce Caorsa nel e. xi del Paradiso 
— Sulla retta intelligenza del terzo e quarto ternario dei e. xxi 
del Paradiso ~ Altre chiose ed illustrazioni della Divina 
Commedia, Scritti su Dante, ii, 22ò-A4iia .. 

Venturi Luigi, Le Similitudini Dantesche, ordinate illu- 
strale e comentate, Firenze, Sansoni, 1874. — V. p. 121. 

Gamba Bartolommeo, Alcune narrazioncelle toUe dai più 
antichi chiosatori della Commedia di Dante Alighieri. Wener 
zia, Alvisopoli, 1840. — Per Nozze Revedin-Correr. 

Loria Cesare, V Italia nella Divina Commedia ^ IPediz,. 
2 voi., Firenze, Barbèra, 1872. — V. pag. 113. 



y Google 



COMENTI. 285 

Booa Donato, Dizionario Storico, Geografico, Universale 
della Divina Commedia di Dante Alighieri, contenente la 
Biografia dei personaggi, la notizia dei paesi e la spiegazione 
delle cose piii notevoli del sacro Poema. Torino, Paravia, 1873. 
— V. p. 114. 

Mazzoni Toselu Ottavio, Voci e Passi di Dante chiariti 
ed illustrati con documenti a lui contemporanei, raccolti negli 
antichi archivi di Bologna. Bologna, Chierici, 1871, Edizione 
di 100 esemplari. 

Il Mazzoni Toselii si argomenta d* illustrare alcune parole 
usate da Dante su la cui significazione rimasero incerti tutti i 
Commentatori , aiutato da una lunga lettura di pergamene 
scritte, vivente il Poeta o poco dopo la morte sua. Dopo matura 
considerazione sul modo onde vennero usate alcune di <][uelle 
voci dai nostri antichi, ei potè indagare quasi con certezza il 
vero significato di esse. Alla cui spiegazione aggiunge qualche 
schiarimento storico intorno a persone o famiglie che trovansi 
nominate nella Divina Commedia « giacché le storie antiche 
tratte da tradizioni volgari e lontane, ei dice, sono sempre 
incerte e fallaci, come per lo contrario irrefragabili sono i 
documenti contemporanei. 

— — Dizionario Gallo-ItaUco, ossia Raccolta di tremila e 
piti veci primitive italiane, ecc. Bologna, Tip. della Volpe, 1831. 

In fine dell* opera si trova un Indice degli articoli ne' quali 
ti danno alcuni schiarimenti alla Divina Comedia, che sono 
dugento incirca. 

Salomonb-Marino Salvatore, Di alcuni luoghi difficili e 
fontroversi della Divina Commedia, interpretati col volgare 
siciliano^ Lettera al eh. prof. Francesco Corazzini. Pubblicata 
per la prima volta nella Rivista Filologica Letteraria di Ve- 
rona, 1872. — IP ediz. con giunte, Palermo, Tip. del Giornale 
di Sicilia, 1873. 

Togliendo ad investigare quale parte avesse nella Comme- 
dia la lingua di Sicilia, Tegregio mio amico, con molto senno 
^ acume, pur illustra le voci siciliane del poema neglette , o 
meglio sconosciute da tutti i Comentatori. E, come ben notava 
lo Scarabelli, tanti passi difficili e controversi ne ricevono lume 
inaspettato. E perciò non è meraviglia se la Scuola Italica di 
, Napoli (1 Marzo 1873), la Rivista Europea di Firenze (1 Marzo 



y Google 



286 COMBNTl. 

1873), r Archivio storico siciliano di Palermo (a. i, 1873, p. 119), 
il BuUettino bibliografico di Torino (25 Ap. 1873), la Recuc 
critique d'kistoire et de littèrature de Paris (17 Mai 1873), la 
Nuora Antologia di Firenze (Agosto, 1873), YEco deUe Alpi 
Cozie di Pinerolo (Nov. 1873), e là Dora Baltea di Torino 
(27 Nov. 1873), unanimi ne facessero i più larghi e ben me- 
ritati elogi. 

Ca VERNI Raffaello, Conversazioni Letterarie^ La Scuola, 
1873. — Consigli sopra lo studio delle lettere ad un giaci- 
netto, — Giovanni e Francesco Dialoghi Danteschi, — Iliu- 
strazioni Geometriche sulla Divina Commedia. L'Ateneo, 1874. 
— Voci e modi di dire della Divina Commedia deWtiSo po- 
polare Toscano, Il Giusti, 1876. 

€ Se io dovessi fare un commento per te, Cammillo mio, un 
commento accomodato alla tua età e a* tuoi studi, non vorrei 
£sure altro per ora che dichiarare il senso letterale in que* v«*si, 
che per qualche notizia un po' meno comune o per qualche 
costrutto o per qualche arcaismo s* appresentassero dei meno 
chiari. Del resto poi niente. Niente di note estetiche, se non 
forse in margine segnati con asteristico que^ versi , ehe 1* Al- 
fieri e il Tommaseo giudicaron più belli, e ciò non come sen- 
tenza inappellabile, ma come un richiamo a fermare la tua 
attenzione a ricercare il perchè paressero a loro que' versi tali. 
Che se tu senti altrimenti, alla libera. Le molte cose che tu 
non puoi intendere ancora, meglio è lasciarle, che T ingegno 
non si sgomenti. ... Io vorrei che nel mio commento , più e 
meglio che per le parole, le illustrazioni ti venissero per dise- 
gni con ordine diligente pensati, con eleganza d^arte condotti 

Vorrei che a ogni cantica precedessero disegni geometrici della 
grande conoide dell' Inferno e della montagna del Purgatorio 
e delle sfei*e del cielo , secondo le misure pensate e neir alta 
mente del poeta descritte : dico geometrici e non &tti così a 
casaccio, come in molte edizioni si vede, ma che tu stesso po- 
tessi, sapendone le misure, ricostruirle precise sopra una data 

scala di proporzione , studio utilissimo, esercizio piacevole 

Le vignette quando fossero scelte con amore diligente e quando 
al bello dell'arte tenessero congiunta Te spressione del vero, 
potrebbero tanto giovare, risparmiare tante lunghe, inefficaci 
parole. — Di molte voci e locuzioni più sicuro e più pieno, ti 



y Google 



coaiENTi. 287 

{Terrà il commento dalla lingua del popolo viva, che non da 
quella dei letterati rimorta. . . . Comentar Dante con Dante è 
ottimo metodo, anzi non solo Dante, ma tatti i grandi scrit- 
tori e gli uomini onesti si dovrebbero cementare con le loro 

stesse parole e azioni Un altro utile metodo e un bello 

esc^rciado di stile è commentare Dante con gli altri scrittori. 

Ecco come ne pensa il Caverni riguardo a* cementi pe' gio- 
Tiaetti. E, a mip avviso, assai assennatamente. Quelli, ad uso 
delle scuole, vorrebbe banditi. A vincere i passi fòrti dee bastare 
la voce viva del maestro. Ora, ei dice, non si comunica la scienza 
corrente in onda piena armoniosa, ma rifranta in spruzzoli 

crepitanti attraverso a' bucolini delle lettere deir alfabeto 

La voce viva dovrebbe riescire vie piii efficace, e da' frutti si 
vedrebbe quella differenza che è tra un albero cresciuto in una 
àtanza chiusa, a' bagliori di ima luce elettrica, e un' altro edu- 
cato ne' campi aperti alla luce del sole. 

11 Caverni nelle sue Conversazioni Letterarie e ne' suoi 
Dialoghi danteschi, con critica stringente, prende a rivedere 
molte chiose che corrono, non bene intese, e dar ad esse una 
piii ragionevole interpretazione. E nel suo Vocabolarietio ci 
fd toccar con mano come di molte voci e locuzioni più sicuro 
e più pieno ci viene il cemento dalla lingua del popolo viva, 
che non da quella de' letterati rimorta. 

Gaddi Hbrcolani Ercolano, Vocabolario Enciclopedico-Dan- 
tesco. Saggio dell'Opera, Bologna, Società Tipogr. dei Com- 
positori, 1876. 

« Nuovo cemento in forma di Vocabolario ci accingiamo a 
pubblicare, onde espoiTe con ordine alfisibetico quanto potevasi 
illustrare filologicamente e storicamente, sia per fraseologia e 
mitologia, sia per descrizioni di popoli, di città, di monti, di 

valli e di animali noti e favolosi È non solo di teologia 

filosofia, storia, politica e filologia abbiam trattato, ma questa 
ultima parte spiegammo nei suoi veri significati. Cosi abbiam 
procurato con questo sistema di cemento di spiegare quanto 
mai 8Ì potesse, affinchè l'opera nostra giustamente meritasse 
il titolo di Vocabolario Endclcpedico-Daniesco , titolo che ri- 
tenepomo il più atto a comprendere nel più lato senso il con- 
cetto del nostro ardito pensiero. — E ben ardito è il pensiero 
^dclco. Hercolani! Ma il dateci saggio ci assicura e dell'utilità 



y Google 



288 COMBNTI. 

del lavoro, e della grande &tica sostenuta nel condurlo a fine. 
E hmk fece, a nostro avviso, nel dargli forma di Vocabolario, 
n lettore, ogni volta che ne sente il bisogno, vi può ricorrere 
fidente; che la vastità della materia non gli sarà dMngombro, 
ma di guida nelle sue ricerche. Nella lettura del divin poema 
è buono che ciascuno quantunque può s* aiuti mettersi addentro 
ne' luoghi, foi*ti a intendere, e, dirò con Dante, con la vela € 
co' remi pinga sua barca. E il frutto ne sarà ben maggiore, 
il diletto pure, e gli gioverà dicer: io vinsi. 

BosoNE DA Ugobbio, (detto il Novello, amico ed ospite del- 
l' Alighieri), Sopra la esposizione e divisione della Comm/^dia 
di Dante Alighieri. Nella Vindeliniana, 1477; Nell'ediz. del de 
Romanis, 1817-18 ; nella Padovana della Minerva, 1822, V. 269 • 
per cura del marchese di Camelia, Pasquale Oarofiedo, 1829; e 
da ultimo per cura di Pasquale Garofalo, Duca di Bonito, 
con Varianti e Comenti precedute da una lettera del cav. Gio- 
vanni Rossi, di Napoli, sulla vita di Bosone e dì Manuel Giudeo. 
Napoli, Ferrante, 1872. 

Jacopo Alighieri, Questo Capitolo fece Jacopo, figliuolo di 
Dante Alighieri di Firenze il quale parla sopra tutta la Co- 
media. Nelle antiche stampe della Div. Gomedia; nell'ediz. del 
De Romanis, 1817-18; nella Padovana della Minerva, 1822, 
V. 274 (sotto il nome di Pietro di Dante) ; nelle Rime di Cine 
da Pistoia, p, 21 1. — Con Varianti e Comento di Don Pasquale 
Garofalo, Duca di Bonito. Napoli, Ferrante, 1872. 

Sposisione in terza rima della Divina Commedia di Mino 
Vanni d' Arezzo. — - Degli undici Capitoli che la compongono 
non ne vennero pubblicati che nove nel 1755 dal Raffaellì, col 
nome di Bosone. Voi. xvii delle Deliciae eruditorum del Lami, 
con note dichiarative del prof. Roni. 

Boccaccio Giovanni, Rubriche della Commedia di Dante 
Alighieri scritte in prosa e breve raccoglimento in terzino dì 
quanto si contiene nella stessa. Boccaccio, Rime, per cura del 
Baldelli, Livorno, 1802, p. 83-104; Raccolta di Rime Antiche. 
Palermo, Assenzio, 1817, rv, 101-119; Boccaccio, Opere, Fi- 
renze, Moutier, 130-52; Venezia, Cecchini, 1843, per le Nozze 
Milan Massari -Comello. La prefazione è del Cav. Cicogna, 
le Note del Cav. Yeludo; Id. id. per le Nozze Padova-Levi, 



y Google 



COMBNTI. 289 

VeDezia, Merlo, 1859. Il prof. Pizzo dichiara di aver corretti 
Alquanti passi, onde il senso venne meglio chiarito. 

Recita di Dante cT un Frate di S. Spirito. — Ristrinse tutto 
il cootenato della Divina Commedia in una Canzone, la* quale, 
quantunque i*ozza, è assai felice. Nel Crescimbeni u, 276-78. 

Argomenti in prosa dei Capitoli della Divina Commedia 
traiti dai Cod. Triulsiano. Nell'ediz. Udinese del 1825, I, lv- 
Lxix. Si leggono pure nelle ediz. della Div. Comedia di Fuligno, 
1472: di NapoU, 1474; di Venezia, 1477. 

Palazzi Giovanni, Compendio della Divina Commedia. Ve- 
nezia, 1696, in 4^, con figure in legno. Libro raro. 

Gozzi Gaspare, Argomenti in prosa a ciascun canto del 
Poetna di Dante. Venezia, Zatta, 1757; Gozzi Opere, Padova, 
Minerva, 1819, voi. v, p. 121-156. 

Salvi Lodovico , Argomenti per ogni canto del Poema di 
Dante Alighieri. Al sig. Leone de' Leoni nobile Riminese, Fi- 
losofo e Medico. Verona, Ramanzini, 1744; Venezia, 1749. 

Dalmistro Angelo, Sposizione succinta d' ogni canto del- 
V Inferno e de primi xx del Purgatorio di Dante Alighieri 
letta neir Ateneo Trevigiano^ Padova, Crescini, 1828. 

Trissino Francescx), Esposizione generale per indice di 
tutti i luoghi persone e Cose menzionate nella Divina Com- 
media di Dante Alighieri, non ommesse tutte le sentenze, 
apostrofi j similitudini ed altre figure e nomi distinti di elo- 
cuzione che si riscontrano in esse. Verona, Antonelli, 1843. 

Non uscì che il primo fascicolo di pag. 96 dalla voce Abate 
alla voce CieL 

Ambrosoli Francesco, Esposizione analitica della Ditina 
Commedia. Scritti vari intorno alla Divina Comedia, Venezia, 
Antonelli, 1836, p. 65-119. 

Borghi Giuseppe, Esposizione della Divina Commedia, in 
foggia di argomenti. Id. p. 147-290. 

Marenghi Carlo, La Divina Commedia di Dante Alighieri, 
Parma, Carmignani, 1847. 

Vaccaro Emanuele, Sopra un Comento di Dante fatto da 
Ugo. Foscolo, Riflessioni critiche. Palermo, Gab. Tip. allMnse- 
gna del Meli, 1831. — V. Malvica Ferdinando^ Effemeridi 
scient. per la Sicilia, T. i, 1832, p. 169-176. 

19 



y Google 



290 OOMBNTI. 

Orti Giovanni Gibolaho, Lettere sopra un inedito »?iò\v; 
contenente alcune osservazioni Dantesche di Filippo Rosa M< *• 
BANDO. Verona, Libanti, 1833. 

Mbrcuri prof. Filippo, Lezioni sulla Divina Commedia , 
precedute da un discorso critico sovra tutti i mss. t ecUsiom 
e i commentatori antichi e moderni di Dante Alighieri, e da 
una tavola sincrona di tutti gli avvenimenti principali rela- 
tivi alla Divina Commedia e al secolo di Dante dal 31 CC ai 
MCCCXXI in cui egli mori. Programma di associazione. 

L'opera doveva esser di circa fogli 40 in 8®. Vi doveano 
pure essere inseriti € alcuni estratti di un prezioso manoscritto 
di Dante che si conserva neir insigne raccolta di mss. posse- 
duta dal sig. commend. De Rossi Il codice ha resposizion^ 

in latino del Purgatorio e del Paradiso, ed è scritto nel 1412 
di mano di Franceschino di Poggio Romano in Faenza. 

Pachini Serafino, Esame critico sul Comentario del Cesari 
alla Divina Commedia del Dante, Teramo, Scalpelli, 1871. 

Montanari Ignazio, Sul Comento deWArc, Bbnassuti. Gior- 
nale Arcadico, Nuova sei-ie, Voi. 63, 1870, p. 209-221. — Sul 
Comento del Benassuti e specialmente sul Discorso Prelimi- 
nare, veggasi r articolo col titolo: Considerazioni Prodromc\ 
alla scoperta delT Allegoria della Dimna Commedia nel Perio- 
dico di Bologna, 1871, Il Trionfo della Chiesa e la Glorifi- 
cazione di S. Giuseppe, — XXI Giudizi sul Comento del Be- 
nassuiij raccolti e pubblichiti dallo stesso interprete. Verona, 
Civelli, 1868. — V. Man, Dant iv, 344. 

Bruno Condò, Lettere intomo alle note di Gregorio di 
Siena sopra V Inferno di Dante Alighieri edite per cura di 
Giacinto de Pamphilis, Marsiglia, 1873, p. 22. 

Pardi Carmelo, / Comentatori di Dante, L'Arte, A. ii, n. 20, 
15 Ottobre 1870. 

COMENTI INEDITI 

Sercambi Giovanni, Comento inedito del Paradiso. 

Giovanni Sercambi n. a Lucca ai 18 Febbraio del 1347, 
vi morì il 27 Mai-zo 1424. — Il Sercambi dettò una crouaca 
patria, in due libri, dal 1164 al Luglio del 1423, che il Muratori 



y Google 



I 

OOMBNTI. 291 

inserì nel T. xvin degli Scrittori delle cose d' Italia. Scrisse 
ÌQoltre gU Avvertimenti ai Ouinìgi, signori di Lucca, cbe pub- 
blicò Mons. Mansi nel 1761. Il Sercambi fu pure autore di 
molte novelle, venti delle quali diede alla luce il Gamba nel 
1816, in cento esemplari, notevoli per aurea semplicità e per 
r ingenua pittura de' vecchi tempi ed usanze , aUe quali ne 
aggiunse dodici il Minutoli. 

Fra i codici della Libreria Laure nziana di Firenze, di cui 
il can. A. M. Bandini dio fuori il catalogo in più volumi in 
foglio, impressi dal 1764 al 1793, uno ne registrò sotto il 
D. Lxxiv degr italiani , contenente un commento o sposizione 
della cantica del Paradiso dell' Allighieri colla seguente intito- 
lazione: — Tef'tia Pars comoedice Dantis, sciHcet Paradisus, 
cura eomentario Joannts Camini. Prcecedit index rubricarum, 
si^e argumentorum utritisque cantus, tum summarium eorum 
quee in hac terlia parte continentur, — Il codice è in parte 
membranaceo , e in parte cartaceo, della fine del secolo XIV, 
e consta di fogli 382. Ha in fine la seguente protesta dello 
sposibore. — € La soprascripta expositione, chiose, o vero postille 
oe scripto io Joanni Ser Cambi, secondo che a me minimo 
intendente p£tre che fusse lo intellecto dell'Autore; e però ogni 
esempio, argomento, oppinione, conclusione, allegoria, sententia 
o vero alcuno decto che in essa ho scripto, inteso o vero asse- 
gnato, se lo si conforma e assomiglia al senso e al tenore 
della S. Madre Ecclesia catholica Romana, approvo, affermo, 
et 00 per bene dicto: se deviasse, discrepasse, o vero contra- 
dìcesse al prelodato senso, sia per vano et non bene dicto ; et 
però lo casso et tcgno per da nessuno valore, siccome chri- 
stiano puro, fedele e verace. » 

11 codice è ornato in principio di una miniatura in cui sono 
figurate le orbite de' pianeti , delle stelle , e il cielo empireo, 
in mezzo a cui sta la terra, V acqua ed il fuoco. Alti'e minia- 
ture stanno in fronte ai respettivi canti, nelle quali è rappre- 
sentato il viaggio del Poeta di sfera in isfera giddato da Bea- 
trice che lo presenta ai diversi spiriti beati, che divengono 
iDaestri a Dante di teologia, di storia, di fisica, eco. Dopo 
r indice delle rubriche o de' canti col quale incomincia il co- 
dice, si vede tracciata in poche terzine di fattura dell'autore 
tutta la economia di questa cantica del Poema ; e ciò si ripete 



y Google 



292 CEMENTI. 

in UD discorso filosofico che viene appresso, in cui combatte 
tatte le opinioni intorno la filosofìa morale che si prefigge la 
felicità deir uomo , e conchiude col Poeta esser sola felicità la 
contemplazione di Dio; e quindi la teologia esser la sola che 
insegni i doveri, le vie, onde Tuomo possa esser felice. 

Ci è ignoto se il Sercambi commentasse anche le altre 
precedenti due cantiche della Di\ina Commedia. Egli accenna 
in più luoghi alle altre parti del Poema, ma in modo da lasciar 
dubbio se voglia riferirsi al testo o alla sposizione. Nel proemio 
del canto x parla però di un passo del Piu'gatorio in guisa 
che il dubbio potrebbe venir meno. Anche nel secondo libro 
della Cronica il Sercambi cita e largamente comenta diversi 
passi del Purgatorio, dal che il Minutoli deduce, che dal suo 
cemento venisse levando i brani che gli facevano in tagho, acco- 
modandoli e innestandoU nella cronaca, come il simile tieue 
eh' e' facesse delle Novelle. Checché ne sia, il codice della Lau- 
renziana non contiene che la sola sposizione del Paradiso, nò 
sappiamo se altrove si conser\i quella delle altre due cantiche. 
Del resto questo lavoro del Sercambi fa fede di sua dottrina 
che fu molta per quell'età, ed anzi meravigliosa se si consi- 
deri che poco o niun sussidio potò aver di maèstri e d'inse- 
gnamenti. 

Il Minutoli (lv-lix) ce ne offre un saggio, onde si conosca 
il dettato semplice, non punto differente da quello delle Novelle. 
Però son curiose ^talvolta le allegorie e i sensi figurati che 
s' imagina di scoprire nel testo, e no riporta alcuni. — Minu- 
toli, Alcune Novelle di G. Sercambi colla vita dell'Autore, Lucca, 
Fontana, 1855. 

Giovanni di Serra. valle, Comento inedito deW Inferno. 

« Le biblioteche ungheresi pubbliche e private contengcuo 
qualche Ubro raro e manoscritti molto importanti per V Italia. 
Cosi la biblioteca arcivescovile d'Eger (AginarErlau) rincliiude 
fra altre ricchezze un codice manoscritto dell'anno 1407 con- 
tenente la ti'aduzione latina della « Divina Commedia » di Dante 
e un commento del suo e Inferno. » L' autore di questa tra- 
duzione e conunento non è aitilo che Giovanni da Serravaile, 
vescovo di Fermo, come lo dicono le parole seguenti aggiunte 
alla fine del « Paradiso : » Explicit translatio libri Dantis, edita 
a Rndo patre et Domino fratre Johanne de Serravaile arri- 



y Google 



mimensi Dno episcopo et principe firmano de ordine minorum 
assumpto. Principiata de mense Januarii anno Domini mUesimo 
qua/irìngentesimo septimo et compieta de mense maji eiusdem 
anni cÌTitate Constantiensi Provincìae Magmitinae in partibua 
AJemaniae vacante sede apostolica et tempore concili! Generalis 
ibi constantiae celebrati. Quae translatio fuit compilata et facta 
ad instantiam Reverendissimomm in Xto patrum et Dnorum 
Dni Amadei miseracione divina ecclesiae Sctae Mariae novae 
Sacro-Sanctae ac universalis ecclesiae Diaconi Cardinalis de 
Saluti» vulgariter nominati; et Dni Nichelai Bulowig, (Buwith?) 
Dei et aplicae Sedis gratia Bathoniensis et welensis episcopi 
necron et Dni Roberti Halam eiusdem Sedis aplicae gratia Sa- 
resburgensi eppi, qui ambo sunt de regno Àngliae in quo suaa 
sedes habent. Completo libro reddantur gratiae Xto. Amen. 
Amen. Amen. > 

Un anonimo fu il primo a menzionare questo manoscritto 
nella rivista « Tudomànyos Gyiijtemény » (miscellanea scientifica) 
dell'anno 1819. Il nostro valente dotto Francesco Toldy, quando 
era a Eger nell'anno 1853, Tha esaminato scrupolosamente 
secondo la sua abitudine, e di ritomo a Pest ne ha parlato 
al nostro egregio traduttore dì Dante, Francesco di Csàszàr. 
Csàszàr si recò a Eger per studiare quel prezioso manoscritto 
e r ha descritto in un articolo pubblicato nell' « U magyar 
muzeum » (nuovo museo ungherese). ... — Il Tiraboschi nella 
«ma vita di Dante menzionando la traduzione latina del Gio- 
vanni da Serravalle dice: « L'opera non è mai stampata, ed 
è nota a pochissimi; ed è forse unico l'esemplare che se ne 
conserva nella Capponiana ora Vaticana, da cui io ho avuto 
copia della lunga prefazione. » Tiraboschi e gli altri critici, che 
si occuparono delle opere di Dante non hanno pensato, che la 
biblioteca arcivescovile d'Eger contenesse un esemplare della 
traduzione di Serravalle. € Habent sua fata libelli > e qualche 
volta troviamo, dove non cerchiamo neppure. — La scrittura 
del codice è bella, e non ostante le abbreviature si può leggerla 
bene. Una sola mano ha scritto il tutto e verso la fine, si vede, 
che si affi*ettava. Anche questo codice ha sofferto dall' umidità, 
ma fortunatamente i soli angoH superiori dei margini sono 
guastati. 

Il codice è dedicato al re ungherese Sigismondo e principia 



y Google 



294 COMENTI. 

cosi : — € Sereniissime et invictissime atq. metuendisaime Dne 
Sigismondè Dei gratia Romanorum Rex et Cesar semper au- 
guste nec non et Ungaine rex etc. Vestre clementissime et 
Cesaree maj estati onmis sic virtus et omne imperiam, omnisq. 
salus honor et gloria per cuncta vasta orbis spatia uti est bene 
congruum atq. decens. Quoniam liber poeticus trium Conie- 
diarum theologi poete Dantis Aldigherii de Aldigheriis de Flo- 
rentia valde fortis est et difficilis nimium ad ipsum intellii^en- 
dum, tura quia est editus in vdiomate Yulgari ytalico rithniice 
percoiite plurimum et ornate tura quia est de materia prò- 
fundìssima ecc. » Dopo la dedica, che Tiraboscbi chiama 
« lunga prefazione » seguono le cantiche dell' Inferno , Pur- 
gatorio e Paradiso. La seconda parte del manoscitto principia 
colla dedica della prima parte senza nessuna differenza fra i 
due testi. Poi viene il € praeamhulum » del commento. Il 
praeambulum consiste di otto parti, cioè vi sono otto preamboli. 
Dopo r ultimo l'autore discorre della nascita e della famiglia 
di Dante: « Dicitur ergo Dantes auctor noster, Dantes Akìi- 
guerii de Aldigueriis, pater suus fuit magnus utriusque iuris 
doctor. Notandum, quod haec agnatio de Aldigueriis principa- 
litier fiiit de Ferrarla. De qua agnatione ferrariensi Dnus Cac- 
ciaguida de Florentia habuit unam uxorem, quam duxit Fio- 
rentiam, ex qua genuit fìlium, quem vocavit Aldigherium, qui 
fuit homo magni valoris et magnanimus et habuit altas cerviccs 
et fastosas, fuit multum superbus. Iste Dnus Cacciaguida fuit 
de Frangipanis vel Frangipanibus. Dominus Frangipanis fuit 
antiqua domus de Roma, bic dnus Cacciaguida habuit duos 
germanos, quorum unus fuit vocatus Elyseus, a quo mutatum 
fìiit nomen de Frangipanis in nomen Elyseorum. Tandem iste 
Aldigherius fuit tantae voluntatis, quod ipse voluerit domum 
suam vocari domum de Ahgheriis, sicut adhuc die hodlerna 
vocatur. » . . . . Dopo quel discorso intomo ali* oiigine degli 
Alighieri V autore del manoscritto intraprende di caratterizzare 
Dante e fra la altre cose dice: € Dantes fuit poeta theologus. 
et licet Dantes possit variis modis interpretar!, ad praesens suf- 
ficiat dicere, quod Dantes dicitur quasi dans te ada]iqua(!}; 
iste auctor Dantes dedit se in juventùte omnibus artibus libera- 
libus studens eas Paduae, Bononiae, demum Ozoniis, et Parisiis, 
ubi fecit multo» actus mirabiles intantum, quod ab aliquibus 

Digitized by V^OOQIC 



COMENTI. 295 

dicebatur magniis philosophus, ab aliquibus magnus theologus, 
ab aliquibus magnus Poeta. > Dunque vediamo, che la fama del 
soggiorno di Dante ad Oxford non si può dire priva di fonda- 
mento. Dopo di ciò viene una dissertazione intorno alla « causa 
effectiva — agens et materialis » della « Divina Dommedia, » 
dissertazione filosofica secondo la maniera scolastica di que' tempi. 
Poi viene il commento. Il Tiraboschi non avendo veduto il 
manoscritto del Vaticano, non ci informa, se ci sia pure com- 
mentario del € Purgatorio » e del « Paradiso. » Nel nostro 
manoscritto d'Eger non si trova altro comnaentario eccetto 
quello dell' «Inferno. » Questi sono i risultati della dotta dis- 
sertazione di Csàszàr — Co. Gesa Kuun, La Rivista Europea, 
1 Luglio 1874, p. 406. 

ILLUSTRAZIONI FILOLOGICHE E STORICHE 

DI PARECCHI PASSI DELLA DIVINA COMMEDIA 

CV. Man. Dani. IV. SeSJ. 

Inferno. I, 20. — Nel lago del cor. Il prof. Venturini , in 
una sua acroasi fisiologica, intitolata, il lago del cuore, s* ar^ 
gomenta di provare che Dante, molti secoli prima dell'inglese 
Harvey, aveva distintamente determinato le varie funzioni del 
sangue nel corpo umano. Uscirà, tra breve, in un Giornale 
medico di Roma. 

I. 36. — Si che il pie fermo era sempre il piii basso. 

Pbtrucci Giuseppe , // pie fermo, Studio. Civitavecchia , 
Strambi, 1873. 

« È Dante, tutto Dante, Dante Cristiano, Dante poeta cit- 
tadino, il quale ripensando a so (forse nella occasione del Giu- 
bileo, 1300) ed alla sua vita posteriore alla morte di Beatrice, 
riconosce di aver dimenticato il suo voto amoroso di essersi 
tolto a lei, e dato altrui, e di aver volti i passi per via non 
vera. La coscienza lo rimorde e rendegli amara, quasi come 
la morie., quella sciagurata via, la quale, svanite le fallaci im- 
magini degli inonesti piaceri, si appalesa in tutto l'orribile suo 
aspetto come una selva paurosa. Tenta egli di sfuggirla, dan- 
dosi ad una vita operosa ed. al culto del vero e della virtù ; 
ma in questo Tardor suo è manchevole, Si che il piò fermo 



y Google 



296 COMBNTI. 

sempre era il più basso, » In breve il Petruod propugna la 
opinione dei Buscaino Campo. — Un andare per dolce acclivio, 
che non era nò per erta, nò per piano, doò salendo in ma- 
niera che richiedeva un movimento di piedi diverso da quello, 
che si fa per pianura. V. Pasquini, La principale Allegt>ria, 
p. 106. — Il tanto disputato del primo canto — Si che il pie 
fermo era sempre il piit basso , lo spiega bene T ab. Cavemi 
notando che la tema fa T uomo lento al muovere, onde sul piede 
fermo a terra pesa più a lungo il corpo tutto. Tommaseo , 
Lettera al Pievano Calcinai. 

I. 37-40. — Temp* era dai principio del mattino, ecc. — 
Dante, che in so compendiò il saper del suo secolo, non isde- 
gnò, parmi, di fermar l'occhio sopra un volume di sacristi a. 
e quanto ne profitasse pur come poeta lo dicano i versi sue- 
cennati. Essi altro non sono che un elegante perafrasi di una 
postilla che gli venne trovata, e che può chiunque trovare ilei 
Calendari (di Beda) sotto il 18 Marzo in questi termini. Sol 
in Arietem. Prima dies saecuU; secondo un'opinione sul prin- 
cipio del mondo accolta da Beda stesso nel suo Trattato dei 
tempi, la quale facealo cominciato nell'equinozio di primavei*a. 
C. Agtiilkon. 

I. 43. — L* ora del tempo, e la dolce stagione. 

ViLLABi Filippo, Intorno ad un luogo della Commedia JW- 
tina del i canto deW Inferno, Discorso. Palermo, Roberti, 1842, 
di pag. 23. 

I. 45. — La msta, che mi apparve, d*un leone. — Il Ven- 
turini vuole che Corso Donati sia la personalità istorica sim- 
boleggiata nel Leone. 

I. 85. — Tu se' lo mio maestro e il mio autore, — Verso 
che risuona in quest'altri di Terenzio: Qui eum hunc accu- 
sant, Naevium, Plautum, Ennium Accusant, quos hic noster 
Auctores habet (Andria, Prol.). La voce italiana ha in radice 
il significato della latina, eh' è da augere, perchè autori son 
propriamente coloro che danno con l'opera incremento alle 
scenze e alle arti. Cavemi. 

I. 114-117. — Ov' udirai le disperate strida, Vedrai gli 
anticki spiriti dolenti. Che la seconda mm*ts ciascun grida. 

Di Sibna Gregorio, Dissertazione sopra F intelligenza del 
passo di Dante (lai i, 1 14-1 17), letta aW Accademia Ponianiana 

Digitized by V^OOQlC 



OOMENTI. 297 

di Napoii nella tornata del 12 Dicem6re 1875. Napoli, Tip. 
dell' UmT. 1876 (V. Man. Dani. Voi. iv, 369). 

I Comentatori della Divina Commedia intendono questo luogo 
come se Virgilio dir voglia a Dante: io ti menerò per T Inferno; 
dove udirai le disperate strida, vedrai gli antichi spiriti do- 
lenti, che tutti invocalo ad alte grìda la seconda»morte: cioò, 
come spiegano, la morte dell'anima o T annullamento della 
spiritale sussistenza. Se non che il chiariss. mio amico dimo- 
stra ad evidenza, se mal non erro, che V interpretazione finora 
data è ^sdsa, perchò fraintende il senso vero della parola, con- 
traddice all'evidenza dei fatti, ed ò contraria all'idea fonda- 
mentale del sacro Poema. Percorrendo egU, quasi palmo a 
palmo, i cerchi, i gironi, le holge, le ghiaccie del carcere tene- 
bi'oso por ci chiarisce come dal primo lembo all'imo fondo 
dell' Inferno non ci sia un' anima che invochi il proprio annulla- 
mento. — La morte prima non è, per lui, che la separazione 
dell'anima dal corpo; la morie, che si chiama seconda j nel 
linguaggio fermo e solenne degli ascetici e dei sacri scrittori 
(S. Agostino, S. Ambrogio, S. Cipriano, S. Paohno, S. Ful- 
genzio), è la separazione dell'anima da Dio, quella che allon- 
tana lo spirito dal Vero, dal Bene e dal Bello assoluto, nella 
qual misera condizione consiste l' Inferno. È la dannazione 
stessa, la natura e il grado della pena (seconda morte) a voce 
alta, e a chiare note proferisce (grida) i nomi dei- rei, massime 
di quella sorta di personaggi famosi, le cui. colpe, come non 
poterono occultarsi nel mondo, così non possono essi restare 
asoo.<»i in Inferno, dove al reato ò misurata la pena; grida 
anche i rei dove le fiamme vive fiasciano gli spiriti de' malvagi 
consiglieri. Questa interpretazione verrebbe a togliere tutti gl'in- 
convenienti; che nella sua spontanea facilità restituisce alle 
voci il proprio significato, ai costrutti il nesso logico, proietta 
tale una luce sulla sentenza, che la fa veder bella in so, bella 
come fiJb aureo che s' intesse nella tela del grande poema. — 
V. Bolognese Domenico, Il Preludio, Riv. Scientif. Lett. di Cre- 
mona, a. I, n. 7, 76, Febr., 1786. 

Nel libro di Adamo, sacro ai così detti Cristiani di S. Gio- 
vanni le anime dell' Inferno, chiamano a gran voce la seconda 
morte j e la seconda marte è sorda alle lor preghiere (Dict, 
des Apoer. i, 22^. 



y Google 



298 OOMBNTI. 

II. 22. — La qtmle (Roma) e il quale . . . fur siabiUii per 
lo loco santo. — Roma nel secondo è Roma ideale, non quella 
ond' egli si chiamò tradito ; V Impero deriva da essa ed insieme 
t ammanto papale, sotto a cui non guardava ^li per anco 
agli uomini che lo portavano. Questa è una sorta di profes^ 
sione di feda posta in principio e rimasta ferma per tutto il 
Poema; se non che essendosi dopo all'esilio in luì destate 
nuove passioni che pur volevano disfogarsi, senti egli averei 
bisogno di scendere ad altro hnguaggio da quello che avrebbe 
voluto da prima serbare. G. Capponi, Storia della Repub. di 
Firenze, L. ir, e. 8, p. 170. 

II. 34. — Perchè, se del venire V m'abbandono. — Vahhan^ 
donarsi del venire altro non vale che abbandonarsi, darsi tutto 
al venire , prendere il camino senza badare ad altro , modo 
eh' è tutto Provenzale. Raimondo di Tolosa: El rossiti?iols 
s* abandona del chantar per mieg le bruelh. U rossignolo si 
abbandona del cantare per mezzo il bosco. Nannucd. — V. 
Parenti, Esercitaz. Filologica, n. 12, p. 1, 4. 

II. 52. — Io era tra color che son sospesi. — Alla parola 
sospesi assegna di certo un valore singolarissimo, dacché non 
vuole già indicarci, che coloro non siano dannati né beati^ ma 
si che sostengono solo la pena del danno nell* esser privi di Dio, 
vivendone in desiderio senza speranza di vederlo pìii mai. 
Perciò di forte meraviglia ci riesce il sentire fra il popolo re- 
cata a un pressoché simile uso quella parola medesima, quale 
a me venne fatto di notarla nel discorso d*una giovine fio- 
rentina, indispettita con chi avea promesso di sposarla: Caro 
mio, bisogna finirla una volta, non posso restare cosi sospesa 
come un'anima del Limbo. Se volete sposarmi, bene; se no, 
ognuno pigU la sua via e amici più di prima. È tanto tempo 
che vo sospirando ! non voglio struggermi di desiderio : a den' 
tro, o fuori, spicciatevi che sarà meglio per tutti e due, non 
mi tenete piti, in questa bilancia! Qiìdiani, Dante e il vivente 
linguaggio Toscano, Discorso, p, 15. 

II. 62. — Il V. L'amico mio, e non della ventura, intorno 
al quale ò qualche controversia fra grintarpeiri, ha il com- 
mento nel proverbio toscano: Amico di ventura y molto briga 
e poco dura. Cavemi» 

III. 4-6. — Giustizia mosse il mio alto fattore: Fecemi la 



y Google 



COMENTI. 29^ 

divina PoiesUUe La somma Sapienza e il primo Amore, — 
e Dot' è mirabile cominciarsi dalla Giustìzia^ e terminarsi al- 
l' amore, mirabile scritto V amore sulla porta del pianto ; signi- 
fica che la pena stessa viene dall' amore del bene o della giu- 
stizia. > A, Conti. 

III. 28. — Facevano un tumulto, — Il Fanfani crede che 
un tal luogo non sia stato inteso per poca conoscenza o per 
poca considerazione di lingua antica. A prender quell' un per 
semplice articolo indeterminato, la proposizione ha monco W 
costrutto ; il pronome un appresso gli antichi ebbe il valore di 
un grande^ un certo e simili, e ce ne reca molti esempi. 

HI, 34-36. — Questo misero modo Tengon Vanime triste di 
coloro Che visser senza infàìnia e senza lodo. 

Silvestri Giuseppe, Lezione sopra un passo della Divina 
Commedia letta nella solenne adunanza dell'Ateneo italiano 
in Firenze il 1 d'Ottobre 1844. Firenze, Bonetti, 1844. 

L'uomo debbo esser cive, e non deve riguardarsi come 
nato solo per sé con tutto riferire alle proprie comodità, ed 
al proprio piacere , ma si considerarsi membro vivo del gran 
corpo sociale, non rifiutando, ove uopo ne sia, lo comune in- 
carto, che altrimenti adoperando, verrebbe per morte a immi- 
schiarsi a quel caitivo coro Begli Angeli che non furon ribèlli, 
Né fiir fedeU a Dio, ma per sé foro, 

n Todeschini prova che le anime rilegate nel vestibolo 
dell^ Inferno, ossia nello spazio collocato al di fuori della riva 
d* Acheronte, non sieno ree di alcuna grave colpa effettivamente 
comnoessa, ma perdute soltanto per non aver operato nulla di 
bene, e quindi per mancamento di carità. — T. Tasso in certe 
note da lui apposte ai margini della Divina Commedia, giunto 
a' versi , ove si parla della pena sensibile degli sciaurati che 
mai non fur vini ( v. 64 e seg. ), scrisse queste parole : « Se 
questo è il Limbo, dove non è pena di senso, ma solamente 
di danno, in che modo sentono queste molestie? E se non è 
Limbo, com'è innanzi all'Inferno? » Anche il Todeschini os- 
serva ch'era forse più convenevole che nel vestibolo avesse 
collocato coloro ch'erano perduti pel solo mancamento non 
malìàoBO della fede, Limbo dei sospesi, ed avesse riserbato al 
primo cerchio del vero Inferno coloro ch'erano imputabili del 
mancamento di carità. V. Todeschini, Scritti su Dante, i, 79-92. 



y Google 



300 COMENTI. 

III. 50. — E vidi r ombra di colui. Che fece per viliaie il 
gran rifiuto, — È ben vero che Pier Celestino venne cano- 
nizzato da Papa Clemente V con suo decreto pronunziato nel 
1313 .. . ma quel decreto giacque per 15 anni negli archivi 
papali, non conosciuto nel mondo ; e la venerazione di Pier Ce- 
lestino non fu pubblicamente imposta ai fedeli se non dal suc^ 
cessore di Clemente. . . . Dunque la promulgazione della santità 
di Pier Celastino non avvenne, e non costiinse i fedeli a rive- 
renza verso luì, se non alcuni anni dopo la morte dell^ighieri ; 
dunque potè rAlighieri, mentr' egli visse, giudicare a sua posta 
Pier Celestino, senza fare oltraggio air autorità della chiesa: 
perlocchò non rimane più nessun ragionevole motivo di dubitare 
che qui non abbia veramente colpito il predecessore di Boni- 
facio Vili. — Dobbiamo poi avere siccome certissimo dal vmrso 
59 che Dante vide e conobbe anche in questa vita^papa Cele- 
stino : che se egli è affatto incredibile che lo potesse vedere 
e conoscere nella romita cella degli Abruzzi, o nella rocca di 
Fummone, dobbiamo tenere per indubitabile, che n* ebbe cono- 
scenza in Napoli sul declinare del 1294. Todeschinì^ i, 202 e 
seg.; II, 350. 

ViANi P. Bonaventura, Bel vero senso delia ventesima ter- 
zina del III Canto dell' Inferno. Opus. Rei. Mor. e Letter. di 
Modena, Luglio ed Agosto, 1875, p. 3-47. 

Sostiene che il Poeta alluda al rifiuto di Giano Del BeUo. 

Venturini Domenico, Colui che fece per viUaJte il gran ri- 
fiuto. Ragionamenti. Roma, Tip. nell' Orfanotrofio alle Terme, 
1875. 

Nella prima parte dimostra che Papa Celestino V non è, 
né può essere colui che fece per vi/tate il gran rifiuto ; nella 
seconda che questi invece fu uno della casa di Vieri de* Cerchi. 
— V. Costantini, Sullo scopo della Divina Commedia, p. 62-70; 
Amari, Guerra del Vespro Siciliano, 361 ; Man. Dani, iv, 370. 

III. 82. — Ed ecco verso noi venir per nave. 

Lumini Apollo, Studii sulla Divina Commedia, Caronte. Vi- 
gevano, Spargella, 1874. 

III. 111. — Qualunque s'adagia — Mettersi in positura 
più comoda, che non è lo starsene ritto. V. Parenti, Esercitaz. 
FUol. n. 12, p.9-11. 

IV. 1-2. '— Ruppemi V alio sonno neUa testa Un greve 



y Google 



F 



COMBNTI. 301 

tuono. Non il tuono d'infiniti guai, ma il tuono grave del 
terremoto. Cavemù 

IV. 58. — Non adorar debitamente Dio. Non credettero 
in Cristo venturo (Par. xxxu, 24). Isidoro Del Lungo. 

IV. 86. — Mira colui con quella spada in mano. — Nel- 
r insigne bassorilievo greco dell' Apoteosi di Omei o, V Iliade, 
precipua gloria di quel Greco, è per appunto figurata in sem- 
bianza di donna tenente una spada in mano. Visconti, Museo 
Pio Qem. T. i, Tav. d'agg. B. n. 1. 

IV. 98. — Yolsersi a me con salutevole cenno: EH mio 
Maestro sorrise di tanto. -— Le anime di quegli uomini gra- 
vis.simi fecero non più che un cenno di salutazione : nondimeno 
Virgilio se ne piacque, e solo di questo sorrise. Dante se ne 
appaga per modo, che si ascrive quel cenno ad oiTevolozza. 
Landoni. 

IV. 109. — Questo passammo come terra dura. — Questo 
modo fu usato da altri scrittori, come dall' autore del Poema 
V Intelligentia, il qual disse di Cesare quando era in acqua coi 
commentari in bocca, E notò tanto che fu in terra dura. 
Fanfani, Studi e Osservazioni, 239. 

IV. 120. — Che di vederli in me stesso m* esalto. — Esal- 
tarsi di una cosa vaie Jngioirsene, rallegrarsene, compiacer^» 
sene, ed è modo tolto dai Provenzali. 11 Nannucci lo prova 
con esempj di Arnaldo di Marsiglia e di Raimondo Vidale di 
Bezoduno. .— V. Parenti, Baerc. Fil. n. 12, p. 49-53. 

IV. 129. — E solo in parte vidi il Saladino. — Il Saladino 
( Seiah-eddyn ) , sorti i natali in Tekrit sul Tigri, negli anni 
1137, m. in Damasco a' 4 Maggio 1193. «Il valore del qual 
fu tanto che non solamente da piccolo uomo il fé di Babilonia 
Soldano, ma ancora molte vittorie sopra li re saracini gli fece 
avere (Boc. Gior. i, n. 3). Le sue grandissime magnificenze e 
liberalità (messioni) vennero non pur da Dante altamente lo- 
date nel Convito (Trat. iv, e. 11), ma da Giov. Boccaccio con 
le note novelle del Saladino e Melchisedec giudeo ( G. i, 3 ), 
del Saladino e del pavese Torello (G. ix, 9). — Anche il No- 
vellino lo dice nobilissimo signore prode e largo. — Campeggiò 
S. Giovanni d'Acri (Inf. xxvii, 89), ed a' Cristiani si mostrò 
greneroso nel 1187, dopo la battaglia di Tiberiade. T. Tasso 
nei X canto della sua Gerusalemme, st. 22, 23, introduce Ismeno 



y Google 



302 COMENTI. 

a vaticinarne le glorie. — E solo in parte^ perchò senza pre- 
decessori né successori che gli somigliassero. 

Questo grande Sultano, benché vissuto nel sec XII, osserva 
il Franciosi, per animo e per vita è da annumerare tra coloro, 
che ci rappresentano il meglio di una civiltà senza Dio. Scritti 
Danteschi, 86. 

IV. 134. — Quim viàrio e Socrate e Platone. — Platone, 
uomo eccellentissimo^ Conv. ii 5. — Ripensando, ora a Platone 
e alle poesie di quelle altissime speculazioni, scrivevamì il 
Caverni, non mi pareva vero che Dante si potesse tener così 
stretto alla prosa fredda di Aristotile: e infatti ripensandoci 
meglio , a me pare il Paradiso tutto platonico : platonico non 
solo nella forma di tutta insieme la speculazione, e quella che 
può chiamarsi macchina del poema, ma anche, a coste di con- 
traddirsi, in qualche minima parte, come quando, per esempio, 
lasciato addietro Aristotile e Tolomeo, seguita Filolao e Pita- 
gora e Platone e gli egiziani in far che Venere e Mercurio 
s* aggirino attorno al sole (Par. xxii, t. 48). Schiettamente pla- 
tonica ò la terzina che leggesi nel xxviii del Purg. Questi 
ordini di su tutti rimirano; e da Platone gli venne quella 
mirabile intelligenza della fonoia vera della terra, e del trarre 
che fanno i gravi al centro di essa; intelligenza ch'ò in Bru- 
netto non meno chiara, e alla quale non pensano quei che 
magnificano Dante precursore del Neuton. — L'universale 
consenso de* dotti principe de' ttosofi V ebbe proclamato. . . . 
Qual de' poeti Omero , tal de' filosofi Platone è principe. E 
Tullio stesso in certo luogo delle lettere ad Attico non chiamò 
Platone suo idolo? Tutti, o in modo o nell'altro, dicon divino 
l'ingegno di Platone, e sol per questo a lui di Omero, o. 
quel eh' è più, fin di Dio danno il nome. Petrarca, Ep. Fara. 
Lib. IV, lett. 15. — Di Socrate, di Platone e di Aristotile, V. 
Conti, Storia della Filosofia, Voi. i, 291-366; e La Filosofia 
di Dante (ediz. Sansoni), p. 181. 

IV. 143. — Avicenna, — Avicenna (Ibn Sina), filosofo 
Arabo, d'Ispahan (n. nel 980, m. in Hamadan nel 1037), uomo 
straordinario tra quanti n' abbia prodotto l'Oriente sino a' suoi 
tempi; si mostrò fornito d'una prodigiosa memoria, e di un 
genio sorprendente per le scienze. Dettò il KeMbele^Chésd, 
ti*attato di Metafisica. I suoi Canoni in medicina vennero 



y Google 



COMENT!. 303 

Toltati in diverse lingue e in più edizioni riprodotti. Dante ne 
rer-a più volte nel Convito le sentenze a confoi'to delle proprie. 
Y. CotiHy Storia della Filosofia, n, lez. iv. 

IV. 144. — Averì'oiSy che il gran commento feo. 
Paganini P., L* Averroè della Divina Commedia, Estratto 

dalle Letture di Famiglia di Firenze 3, in, Decade ii, 1861 
(Averroia, Ibn Roschd, Fil. arabo, sortì i natali in Cordova, 
ui. in Marocco nel 1198). 

Dante ebbe in grande stima Averroia (Purg. xxv, 63, De 
Mon. I, 3), e là pure, dove per amore del vero, gli è forza con- 
traddirgli, lo fa con bella libertà di filosofo, ma lo fa insieme 
con tali parole, che danno a vedere com' egli, appuntò perchè 
filosofo, sa accoppiare nell'animo suo la riprovazione deirer- 
ix>re di cui quell* arabo si era fatto maestro alla venerazione 
ed alla gratitudine che si era meritata illustrando con faticoso 
commento, meglio che per lui si fosse potuto, le opere dello 

Stampita E chi un poco conosce la storia della Filosofia, 

sa che questi sentimenti a riguardo di Averroè, come commen- 
tatore delle dottrine aristoteliche, non furonp di Dante solo, 
o di pochi; ma universali posson dirsi nella Europa uscente 
dalla bai'barie dell* età di mezzo. Gli scrittori dei secoli XIII 
e XIV, come solevano, citando Aristotele, dire il filosofo, cosi 
soleano dire il Commentatore, citando Averroè (Conv. iv, xiii). 
Lo stesso S. Tommaso di Aquino che torse le armi della sua 
potente dialettica contro il d^nma averroistico delP unicità del- 
l' intelletto negli uomini, come contro il massimo e più perni- 
cioso errore del suo tempo, in altre questioni allega i detti di 

Averroè, non escluse le questioni della piii elevata teologia 

Ma ben presto la stima e la riverenza verso il grande comen- 

. tatore in molti si mutò in una specie di superstizione, onde si 
incominciò non solo ad apprezzar più del giusto 1 lavori del- 
l' arabo filosofo, ma ben anco a far buon viso agli stessi errori 
in materia di fede. 

Di qui la grande avversione del Petrarca contro l'arrogante 
incredulità e la forma ispida ed arrufiata degli averroisti Y. Ep. 
Fam, V, 1 1, 13; Var. 13 ; Sen. xv, 6. — De sui ipsius et aliorum 

. ignoranUa. — De vera Sapientia. — V. Rénany Averoès et 
l'Averoisme; Di Giovanni, Scienza e critica, 242. 

V. 34. — Oliando giungon davanti alla ruina. 



y Google 



304 coMBjm. 

FoBSkccihSi KhFFjJSLLE, La Ruina di Dante secondo V api 
nione di un ullimo Comeniatore. Estratto dalla Nuova Art 
tologia, Firenze, Settembre, 1872. 

Ruina^ rovinamento, scoscendimento della roccia, pel qiia^ 
i due poeti hau potuto calare dal Limbo nel cerchio dei \a\\ 
sui'iosi. In tal senso l'adoperò ripetutamente il Poeta nel C. \i| 
e sarebbe un preacenno indubitabile , a detta d* Isidoix) D\ 
Lungo , a cose che verran dopo , come più volte costuma. -* 
Tra il Limbo e i Lussuriosi dovea esservi un burrato , sup{>< 
posizione non solo ragionevole, ma anche necessaria, penl^ 
altrimenti non s'intenderebbe come coloro ch'ebbero la so^ 
colpa involontaria di non conoscer la verità rilevata, non foi 
sero ben distinti e separati dai Lussuriosi, co' quali comi nei a n 
i peccatori, e il vero Inferno, e lo pix)va il tribunale di iMì 
nosse che quivi sorge. V era dunque certamente quel burratt 
ma il tremito dell' Inferno alla morte di Cristo vi produssi 
una )ruina, tanto maggiore di estensione, e tanto meno i-ipi(ì:^ 
quanto i peccati d' incontinenza sono meno gravi , e tivìvan^ 
più facilmente misericordia da Dio. Ma perchè, si dimanda. \\ 
anime dei Lussuriosi, quando giungono davanti alla ruina i 
aUo scoscendimento del burrato che li circonda, urlano e pian 
gono più disperatamente, e bestemmiano la virili, cioè la pd 
tenza divina? La ragione di ciò, dice il Fornacciari, se al turni 
non m' inganno, è ben chiara. Quella ruina rammenta ai dnn* 
nati la potenza di Cristo vincitore dell' Inferno , la grazia ciiiJ 
egli détte a tutti gli uomini, e di cui essi non si seppero pre- 
valere, la sorte diversa di coloro che per essa si sono astenuti, 
o emendati dal peccato, oggetto della loro più fiera invidia 
E poi, non siede in cima a quella ruina Minosse, il giudici 
delle colpe, e quindi, secondo che bene spiegano alcuni com- 
mentatori, il simbolo del rimorso della coscienza? E ben ?i 
conviene ai Lussuriosi, meno depravati degli altri peccatori ^ 
mentire ancora il fiero toi*mento di quel rimorso. Ognuno vede^ 
se non eiTO , come V una cosa spieghi T altra , e come tutto 
si accordi a mostrare il sublime concepimento del Poeta mo- 
rale. 

V. 49. — Che sugger dette a Nino e fu sua sposa. — Fu 
r Atta vanti nel suo Quaresimale, che in luogo di succedette, ci 
diede la rivelantissima variante sugger dette, E chiosa: « Quasi 



y Google 



OOMBNTI. 305 

dica : Qudla Semiramide lussuriosissima, la quale ebbe in ma- 
rito Nino, cui aveva allattato;- e perchè gli uomini non ispar- 
la&sero di lei, fece una legge che fosse lecito a tutti usar donna 
a piacere. Questa regina di Babilonia denigrò iutta la sua fama 
col prendere il figlio Nino in mai4to, e quindi il figlio del fi- 
glio Ninia, dal quale fu uccisa. » P. AUavanti, versione del Raz- 
zolioi. 

V. 65. — WecU il grande AchiUe^ Che con amore al fine 
rombatteo. — CummàMirt^ nell'uso del popolo di Sicilia, non 
significa solo oppugnare il nemico , combattere , ma quello 
eziandio di sollazzarsi, ingannar il tempo, attendere a . . . ba- 
dare a... ar>er che fare, impacciarsi. E Salomone-Marino, 
vuole che questo verso, interpretato col dialetto del suo paese, 
acquisti bella evidenza. Il critico, richiamando le imitazioni di 
Petrarca, di T. Tasso e segnatamente del sac. Giuseppe Salomone, 
che cantò nel Filanto: « Fimmini, comu Achilli eu nun su 
pazzu, Ncucciau cu Amuri e coi lassau lu strazzu » (s'impacciò, 
con Amore e vi lasciò la pelle), interpreta : « Il grande Achille, 
che a vizio di lussuria fu im po' rotto in sua vita, eziandio al 
fine di questa ebbe che far con Amore, e fu mandato per ciò 
itll' altro mondo. » Il Traina, nel suo nuovo vocabolario siculo- 
italiano, il più esatto, il più giudizioso, il più completo di tutti, 
accoglie questo nuovo significato di Cummàttiri, e vi pone a 
lato il verso di Dante. E a miglior riprova ei cita molti passi 
tlei migliori poeti siciliani, e sovrattutto dell' analfabeta campa- 
g^nuolo e poeta valente Salvatore D'Arrigo da Borgetto, in cui 
ha trovato tale e quale la forma della firase dantesca, com- 
battere con amore: Chi focu, chi sdilliniu e crepacori! Chi 
<lògghia lu cummàttiri cu Amuri! E nel senso di spassarsi e 
sollazzarsi l' adoperarono pure i latini , e cita passi di Ovidio, 
di Orazio e di Cicerone; e Dante medesimo l'usò pure parlando 
dell'agnello che semplice e lascivo Seco medesmo a suo piacer 
combatte (Par. v, 82). V. Scarabelli, il Lambertino, ni, xv. 

V. 73-142. — r cominciai : Poeta ,. , e il modo ancor m'of- 
fende. 

Muzzi L., Epistola contenente la nuova esposizione di un 
luogo del Petrarca e di alcuni di Dante, Bologna , Nobili , 
1861. 

V. 104. — M prese del costui piacer si forte, — Piacere, 

20 

Digitized by VjOOQIC 



306 COMENTI. 

vale vaghezza, bellezza per la quale si piace altrui, che g-lì 
Antichi dissero anche piacenza e piacimento, in Provenzale 
plazer, piacenza; di modo che mi prese del costui piacer .y« 
forte, significa: m* innamorò si fortemente della vaghe: ^a. 
della bellezza di costui, cioè di Paolo. Nannucd, 

V. 121. — Nessun maggior dolore che ricordarsi del teìnpo 
felice nella miòeria. — Anche il Floto nella sua Vita di Dante, 
ammette che il Rossini udisse cantare qu^te parole in Venezia, 
e ne re.stasse sì preso che si senti subito tratto ad introdui*le 
nel suo Otello. Baldacchini, Studii Danteschi in Germania, 
Prose, II, 115. 

Roncaglia prof. Emilio, Come il verso (107) Caina attende 
chi vita ci spense debba intendersi in bocca di Paolo e non di 
Francesca, secondochò opinano i conientatori di Dante. Dissei^ 
taxìone. Bullettino annuale del Liceo Galvani di Bologna, 1875. 

Posocco C. U., La Francesca di Rimini secondo la storia 
e Varie. Fermo, Bacher, 1876. 

Dopo aver riassunto tutto quello che le vecchie cronache 
e le più recenti monografìe storiche ci hanno appreso su la 
Francesca da Polenta, esamina quale partito ne abbia saputo 
tirare la nostra letteratura italiana, ed analizza prima i versi 
immortali di Dante e poi la tragedia del Pellico e V ultima 
fantasia drammatica del catanese RapisardL 

Venturini Domenico, Francesca dCAHmino e Cunizza da 
Romano. Il Bartolom. Borghese di Milano, a. in, 46-62. 

Espone i motivi che indussero Dante a porre Francesca 
ali* Inferno e Cunizza in Paradiso. 

VI. 10. — Grandine grossa e acquatinta e neve. — I Senesi 
dicono tuttora acquatinta per nevischio. Uno dirà per esempio: 
Guarda, guarda, nevica; e T altro risponderà: No, sai, non è 
neve; è acquatinta. E di tutti i comentatori di Dante che se 
ne ha egli a dire i quali saltano a piò pari questo verso, 
quando potevano &r spiccare la bella gradazione che fa il Poeta, 
mettendo in mezzo alla grandine e alla neve l'acquatinta? Che 
se ne ha a dire? Diciamo che li tutti quanti ebber gli occhi 
tra' peli. Fanfani e Caverni, 

VI. 10-12. — Acqu^ Unta e neve . . . PuUs la terra che 
questo riceve. — Salomone-Marino ricon^e alla lingua della 
sua isola per ispiegarci quest'acqua Unta, Tinta, aggiunto a 



y Google 



COMENTI. 307 

cosa, tra' siciliani adoperasi per corrotto, puzzolente, schifoso; 
onde femina tinta la donna corrotta di cuore e di corpo, la me- 
rehnce: sangu lintu o^mpistaiu, un sangue corrotto, eh' è simile 
a marcia: febbre Unta, una febbre maligna, da infezione: acqui 
tìnti^ un'acqua che ne' gorghi de' fiumi e nelle gore moi'te si 
stagna e impaluda in estate ed emana miasmi infettanti e fa 
malaria, e l'acqua de' fiumi e de' laghi, dove, a fine di Agosto, 
si mette in macerazione il lino ed il canape, e ch'esala ancor 
essa insopportabile fetore. Il prof. Scarabelli tiene la spiegazione 
data dal Salomone-Marino di tìnto, corrotto fetido, per certis- 
sima n Lambertino, iii, xvi. 

VI. 13 e seg. — Cerbero, fiera crudele e diversa, Con tre 
gole caninamente latra. — Ben pone essi (golosi) ad esser pu- 
niti sotto Cerbero, cane di tre fauci, che significa il vizio della 
gola, che ha sempre tre bocche, colle quaU vorrebbe divorare 
le cose passate, le presenti e le future. E descrive la barbA 
unta ed atra, cioè scura, per esprimere gli stessi golosi, sic- 
come per lo più unti a cagione della pinguedine, ed atri per 
la infermità; che ancora hanno per lo più gli occhi rossi pei 
fumi del vino, il ventre largo, in cui vorrebbero tutto ripon'e, 
l'unghie lunghe ed uncinate per rapire da lungi e da vicino 
e per ritenere; e siccome essi in questo mondo discoiavano 
gli animali da cima a fondo, cosi Cerbero fa ad essi. Le tre 
gole di Cerbero possono significai'e tre cose proprie de' golosi: 
mangiar troppo, mangiar lautamente, mangiare ardentemente. 
I serpenti poi intorno al collo di Cerbero sono le mordenti 
cure dei golosi, ansiose di provedere il cibo pel domani; poi- 
ché sono come il bruco ; per essi non v' è altro che il ventre. 
P. AUavanti. 

VI. 34. — Noi passavam su per V ombre che adona La 
greve pioggia, — Adonare , provenzale , atterrare , vilmente 
conculcare, e come tenersi sotto. — Nostra virtù che di leggier 
s* adona, Non spermentar con V antico avversaro. (Purg. xi, 
19) ; qui facilmente si conosce eh' ei nota la debolezza, e come 
parlavano allora la fiebolezza delle forze nostre da esser leg- 
germente abbattute e vinte senza il divino aiuto. Borghini, 

VI. 52. — Voi cittadini mi chiamaste Ciacco, — Ciacco, cioè 
porco. Ciacco fiorentino, che mangiava per dieci, essendo in un 
convito ed avendo mangiato come un lupo quasi fino al vomito, 

Digitized by V^OOQlC 



308 COBfENTI. 

vedendo esser portate alla tavola delle rane in quantità e lau- 
tamente cotte, di cui era ghiotto, inbizzito, disse: Se dovessi 
morire, voglio la mia parte; e cosi ne mangiò con tanta avi- 
dità, che scoppiò. Però Dante lo ti*ovò nell'Inferno che co^l 
parlava: Voi, ecc. Attavanti. V. Boccaccio G. ix, n. 8. 

VI. 64. — Ed egli a me: Dopò lunga tenzone. — Nel testo 
dell' Inferno la predizione di Ciacco si aggira su' guai della 
dita partita dove i giusti non sono intesi : dovea pertanto io 
patria essere egli tuttavia. Ma ben si ode stridere il dolore 
della recente ferita in quelle furiose parole contro a Filippo 
Argenti, le quali s' incalzano per piii terzine nel Canto ott;iv<> 
con tanto fino compiacimento. Scriveva queste dunque già es- 
sendo in esilio; ai quale si accenna chiaramente, ma in modo 
assai temperato nel decimo Canto, quando oltre a due anni 
dopo la prìma cacciata erano scorsi, ma tuttavia gli balenava 
di tratto in tratto qualche fiducia del ri tomo. Gino Capponi 
Storia della Rep. di Firenze, 1. ii, e. 8, p. 170. 

VI. 74. — Superbia, invidia, avarizia sono Le tre fiivHk. 
— E Giovanni Villani, L. vin, e. 68 : E questa avversità e p.- 
ricolo della nostra città non fu senza giudizio di Dio pel molti I 
peccati commessi per la superbia, invidia ed avarizia dei nosti*. I 
allora viventi cittadini, che allora guidavano la terra. I 

VII. 1. — Pape Satan, pape Satan Aleppe. Veggansi i- ' 
varie interpretazioni a p. 73. (V. Man, Dani, ii, 786; iv, 159i ' 

VII. 2. — Con la voce chioccia. — Rime aspre e chiocci'. I 
(Inf XXXII, 1). Chioccio, spiega la Crusca, roco, propriamen'': ' 
simile al suono della voce della Chioccia. Similitudine più nobii- ' 
e vera, sembrami quella del suono della campana rotta, cb- ' 
anticamente si disse Clocha. Mazzoni Toselli. \ 

VII. 12. — Superbo strupo. — Sirupo non deriva dallv ' 
strup de' Piemontesi , ma dal latino barbaix) stropus, che si* 
gnificava grex, certus ovium numerus, e per traslato, mol^ 
indine di pecore, truppa di gente. La radice, come ha osse* 
vato il Grassi , è neh' antico Teutonico Troppe , trop , ed il 
alcuni di quei dialetti slrop, onde il troupeau e la troupe ci 
(rancesi, e la truppa degli italiani. Nannucd. 

VII. 16. — Cosi scendemmo nella qualità lacca. — L(«<\ 
non valle, fossa profonda, cavità, ma fianco, o coscia, traspc-r» 
tata, come spalla e piede e simili altre voci , dalle partì dei 



y Google 



CO»!ENTI. 309 

l'animale a significare le parti di un monte. V. Caverni, La 
ScDola, 1873, ii, 321, che ne difende T interpretazione anche 
dalla stessa costruzione della fabbrica deirinfemo. 

VII. 60. — Qi4al ella sia , parole non apptdcro, — Bene- 
detto Menzìni, toscanissimo di sangue, e buon maestro di poesia 
e di costruzione, a quel luogo della sua poetica , lib. 4. — La 
tropp* alta inchiesta Lascio^ ed altre cose non ci accresco, fece 
Fannotazione seguente : Dante, Inf. e. vii disse : parole non ci 
appodero. Il disse latinamente, ma con una forza maravigliosa. 
Avrei voluto poterlo dire ancor io, e me ne sarei pregiato; ma 
la rima noi consenti. Parenti. V. Fanfani, Letture di fami- 
glia. Voi. n. 

VII. 61-97. — Or puoi, figliuol, veder la corta buffa 

Paganini P., Alcune osservazioni sulla Fortuna di Dante, 
(R-^tratto dall'Araldo Cattolico, 1862, Luca, Landi). 

La personificazione che Dante fa della Fortuna, è uno dei 
be' passi di questa Cantica, nei quali più debba essere ammi- 
rato il nostro grande poeta. Oli elementi di questa personifi- 
cazione son tratti da lui in parte dalla religione, in parte dalla 
storia, e in parte dalla cosmologia, ma gli elementi religiosi 
principalmente , non difettosi come gli storici , né falsi come i 
cosmologici, di cui si servi, danno pregio all'opera della sua 
immaginativa. — Colui lo cui saver tutto trascende: verità teolo- 
gica e filosofica, ed è il medesimo che dire, che Dio conosce, 
non solamente tutte quelle cose che hanno ima esistenza reale, 
ma eziandio tutte quelle che hanno semplicemente un' esif<tenza 
ideale e possibile. È la sentenza stessa, che esprime la Bibbia 
con potente immagine , quando dice di Dio eh' ei chiama del 
pari le cose che sono e le cose che non sono. Tutto: anche 
nel Timeo di Platone tu pantòs fisis è la natura del mondo, 
mostrata dal Demiurgo alle anime seminali messe negli astri. 
E Lucrezio attribuisce ad Epicuro la gloria di aver perlustrato 
coUa mente e coli' animo omne immensum , cioè l' università 
deUe cose. — Fece li deli e die lor chi conduce. Allude qui alla 
simultanea creazione dei deli e degli angeli, insegnata dalla 
scuola tomistica: chi conduce, frase atta per so a significare 
tanto una singolare intelligenza motrice solamente, quanto tutte 
le intelligenze motrici in generale. — Si che d^ogni parte ad 
ogni parte splende. Distribuendo egtuHmente la luce, specifica 



y Google 



310 COMENTI. 

appunto il moto circolare prodotto ne* cieli dalle intelligenze 
separate — Volge sua spera e beata si gode, quasi dica la 
Fortuna, non ostanti tutti i clamori e i corrucci dei mortali, 
prosegue a rotare la sua sfera, come fanno rotare la loix> le 
altre prime creature. Quindi, siccome nella protasi è detto che 
Dio ha preposto un* intelligenza motrice, o delle intelligenze 
motrici, a tutti i cieli, colla legge di muoverli perpetuamente 
in circolo, cosi nell^apodosi deve intendersi che similmente egli 
abbia dato' in potere di una intelligenza i vari beni di quaggiù 
siffattamente, che distrìbuendoh fra le genti debba far loro per- 
correre un circolo perpetuo ; cioè, da prima farle piii e più pro- 
gredire nelFacquisto di quei beni, finché arrivino al culmine 
della terrena prosperità, e poi dar volta, e di infortunio in 
infortunio ritornare alla primitiva miseria e scjuallore, e cosi 
sempre. . . . Onde de' versi di Dante diremo, che contengono il 
germe della dottrina dei ricorsi delle cose umane, che cam- 
peggia in tutta la Scienza Nuova del Vico, e ne forma il ca- 
rattere più luminoso. — V. Franciosi , Scritti Danteschi , 74, 
e 126. 

VII. 118. — Sotto V acqua ha gente che sospira, , . . Fitti nei 
limo dicon : Tristi fummo. — Nello Stige non si puniscono che 
gr Iracondi; ma perchè v'ha due diverse sorta d'ira, o per 
meglio dire, due diversi procedimenti di essa, l' uno impetuoso 
e r altro lento, l' uno potente e l' altro celato, poiché in somma 
altro è r ira che scoppia, altro quella che cova ; quindi viene, 
che di quegl' iracondi danteschi, gli uni vengono a tristi fatti, 
e cozzano, e si mordono, e si sbranano fra loro; gli altri in- 
vece nulla fanno di tutto ci6, ma chiudono e nutriscono la ira 
nel fondo del proprio cuore, ira tanto più terribile, quanto 
più rattenuta ; ecco perchè la prima divampa, e l'altra fuma. 
Ed è poi detto accidioso quel fumo, o perchè lento, o perchè 
tristo e affannoso, entrambi significati di acedia, come si ha 
nel Ducanole. Paravia, Lettera al prof. Michelangelo Lanci.-^ 
Con la frase accidioso fummo, il poeta significò vivamente il 
dispetto, che covarono nell'animo i tristi d'ira repressa nel 
trattenersi dallo sfogo della loro collera. Todeschini, 

VII. 124. — Or ci attristiam nella belletta negra. — Quella 
propria che lascia il fiume quando vien grosso. Borghini. 

Del Lungo Isidoro , Diporlo Dantesco. Gt invidiosi nello 



y Google 



COBCENTI. 31 1 

Sa^e — Le tre regioni intimali — Gli sconoscitori della 
Divinità. Estratto della Nuova Antologia. Firenze, Aprile, 1873 
Non si può oggimai più dubitare, per la diligenza de' mi- 
gliori com^ntatori che ì superbi non sieno compresi nella prima 
regione infernale, in quella cioè che termina con la palude 
stìgia, appiè delle mura di Dite, e non sieno rappresentati nel 
tipo yiTiasimo di Filippo Argenti: se non che il Del Lungo 
pone il quesito, in quale cioè degU scompartimenti del suo 
Inferno abbia Dante collocati gì- invidiosi. — Richiamata alla 
meote de* suoi lettori la nota partizione dell' Inferno dantesco, 
secondo la quale (Inf. xi) i peccati distribuisconsi sotto tre 
grandi generi, ciascun d^essi allogato in una distinta regione, 
ci dimostra la rispondenza che corre tra la prima regione in- 
feiiiale e il Purgatorio, la qual rispondenza fa necessario che 
la detta regione dove son dannati quelli di fuori, cioè fuori 
della città di Dite, contenga tutte e compiutamente le mede- 
sime specie di peccatori non pentiti, che contiene, ravveduti, 
il Purgatorio, senza di che sarebbe incompleto il riscontro dei 
cerchi infernali della prima regione coi sette balzi del Purgar 
torio. Vi devono dunque aver posto anche gl'invidiosi. Ed essi 
sono le ultime fangose genti, ultime che Dante, prima di giun- 
gere nell*a/i^ fosse, terza circuizione, che vallano la città 
sconsolata (Inf. vin, 76-77) vede entro la palude, e che si 
slanciano addosso all'Argenti. Dagl' iracondi, die' egli, ci siamo 
allontanati ch'è un pezzo : lo strano è improvviso e nuovo, e 
diverso da que' primi azzuffamenti. Non sono piii, infatti, ani- 
me che si percuotono e si troncano co* denti le une con le 
altre : queste vanno tutte d'accordo, addosso ad un solo, a quello 
ibridano, a quello si scagliano, di quello fanno strazio : ed egli 
anche laggiù, nella disperazione infernale, superbo, non le 
respinge , non si accapiglia con loro , ma il proprio furore 
e il disprezzo verso gli assalitori sfoga sopra so medesimo* 
Or non è questo precisamente lo spettacolo che di so presen-* 
tano nel mondo i superbi e gl'invidiosi? — Dante nello Stige 
incontra, colpite dalla medesima punizione d'essere immerse 
in quell'onde, le anime degli iracondi e degli accidiosi, dei 
superbi e degl' invidiosi. Nella prima circuizione gì' iracondi e 
gli acddìoei: di sopra quelli, in continua guerra tra loro: di 
sotto questi fitti nel limo, e perpetuamente molestati, essi gli 

Digitized by V^OOQ iC 



312 COMBNTf. 

amatori del placido Tiyere, da quella orribile e sfrenata lotta 
che si combatte al di sopra delle lor teste. Nella seconda cir- 
cuizione i superbi e gì* invidiosi: di sopra i superbi, nel me- 
desimo modo che gì* iracondi, e, quanto a sé, disdegnosi, non 
che d* oflendersi a vicenda, ma pur di guardarsi ; perciò T Ar- 
genti al Poeta si presenta tutto solo, né è disturbato da alcun 
assalto durante il lor breve dialogo , il che parrebbe difficile 
a imaginarsi d*un iracondo tra gF iracondi. Se non che essi 
pure hanno sotto di so un altro ordine di dannati ; e qui, al 
contrario di ciò che segue nella prima circuizione, sono quelli 
di sotto che molestano quelli di sopra. Ql* invidiosi, nascosti. 
com*ò conveniente alla lor cupa e qjmulata natura, entro le 
acque della palude, ogni tanto ne sbucano fuori per aggpredire 
i superbi, e fanno di loro tanto più fiero strazio, quanto questi, 
divorati dalla loro passione, sdegnano di opporre alcuna resi- 
stenza. Cosi ai superbi il vantaggio dello stare ali* aria aperta 
ò bilanciato, rispetto agi* invidiosi, dall* incomodo d^li assalti 
di costoro e dallo sti*azio rabbioso eh* essi medesimi di sé 
&nno : e agi* invidiosi che, come gli accidiosi, si aUrìstano nella 
belletta negra, lo uscirne fuori a combattere forzatamente, non 
è, se si pensi, minor pena che lo starsene. Del resto nello 
Stige, più forse che in qualunque altro luogo deirinfemo dan- 
tesco, è ciascun vizio pena a so stesso; un bestiale intermi- 
nabile impeto d* ira sconvolge e fiacca gì* iracondi ; uno starsi 
sozzo e turpissimo afibga gli accidiosi; i superbi si consumano 
in vano furore (cosi è r ombra qui furiosa), a vedersi etemo 
bersaglio d* altrui o£fese; gì* invidiosi, dal &ngo ove si mace- 
rano, sono tratti a dare addosso senz*alcun prò a chi non ha 
ormai più nulla da essergli invidiato. E di questa nuova sua 
interpretazione enumera vittoriosamente le ragioni, la quale ha 
pure il vantaggio di compiere la topografia dell* Inferno e tutto 
il morale e penai sistema del divino poema e di rendere più 
razionale insieme e più artistico lo svolgimento di quelle tetre 
scene dello stige dantesco. 

BoROHiNi ViCBNZO, Per che ragione Dante ne V Inferno, 
havendo spedjficato e primi cinque peccati mortali, non epe-- 
dficassi la superbia etFinmdia, V. Fanfani, Studi ed Ossero 
▼azioni sopra il testo delle opere di Dante, p. 274. 

Dante, che aveva presa per base del suo sistema punitivo 

Digitized" by VjOOQIC 



OOMBNTI. 313 

la considerazione, non già de* prìnctpii moventi a peccare, ma 
degrli efifettivi peccati, trovò bensì ragione di contemplare come 
oggetto immediato di pena la lussuria, la gola, ravarizia e 1* ira, 
ed in qualche modo anche V accidia (non come gastigo dei vizi 
capitali, ma de* peccati d* incontinenza che si possono consi- 
derare come semplici trascorsi della natura umana tratta dal 
concupiscibile p dall* irascibile appetito, e non tenuta a freno, 
compera di dovere, giusta la norma delle leggi divine) ; ma non 
considerò come oggetto di speciale e proprio gastigo nò la in- 
vidia, nò la superbia, mentre gli effetti peccaminosi da esse 
prodotti costituiscono tali colpe, eh* erano da lui 'sotto altri 
rispetti contemplate e punite. Questa osservazione non isfuggl 
a quel valentuomo di Girolamo Benivieni. ... V. Todeschini^ 
Scritti su Dante, 38-40. 

Vin. 45. — Benedetta colei che *n te s* incinse. — Nelle 
annotazioni al Boccaccio, fanno quei signori lungo discorso per 
ritrovare 1* origine della voce incinta e vanno argumentando 
so ella derivasse dalla pregnezza delle pecore, le quali, sendo 
pr^ne, si dicevano latinamente incientes. Ora dite alla Ag- 
ghiadato che questa voce ò castigliana antica, ma non tanto, 
che ancora oggi la gente migliore non 1* intenda. L* autorità 
ci ò in un libro di begli avvisi, e, come noi diremmo, di bel 
parlar gentile , chiamato il conte Lucanor dove si raccontano 
molte similiade, et in una cotal novelletta dice così : El conde 
partiòse de su casa, y deooó d su muger endntay y vohiendo 
hallo que su muger la cual dexó encirtto, habia pavido un 
nino, che vuol dire: Il conte partissi, e lasciò la moglie c«- 
cinta, e tornando trovò che la sua moglie, lasciata incinta, 
avea partorito un bambino. FU. Sassetti, Lettera liit. — Anche il 
Tas.^ni è d* avviso che tal voce siaci venuta dalla Spagna. •— 
L*annotazione dei Deputati alla correzione del Decamerone, ò la 
xc nò io mi sottoscrìverei alla loro sentenza di tenersi al tutto per 
una baia la comunemente creduta origine di detta voce, dapoichè 
Remigio Fiorentino narra che le donne di Firenze, quando 
eran gravide, andavan senza cinture, e che perdo si chia- 
mavano incinte; e il Tasso cantò di donna Marfisa d*Este 
gravida: Velata il biondo crine e scinto il seno La bella 
donna, or che 1* ha grave e pieno. Ettore Marcucd, Nota al 
Sassetti. 

Digitized by V^OOQlC 



314 OOMKNTI. 

Vili. 56. — IV sarai sasio : Di tal desio ... — Posta l' in- 
terpretazione del Del Lungo, non v*ha dub1)io che aoqnistioo 
un significato morale i versi tu sarai sazio ; di tal disio con- 
verrà che tu goda ; e più V altro che Dio ancor ne lodo e 
ne ringrazio : i quali vengono a significare una giusta compia- 
cenza del vedere come la mano di Dio anche a quelle due som 
di peccati serba, nelP Inferno, condegno gastigo, ed anzi fa 
r uno gastigatore dell' altro. Quando invece, nella comune inter* 
pretazione, i commentatori sono costretti a spiegarsi queUa 
atroce soddisfazione con ragioni poco onorevoli al Poeta : come 
sarebbe « che uno fratello di messer Filippo godo i beni di 
Dante » esule ; alla quale ne aggiungono un* altra che pece» 
d'anacronismo, cioè che « Filippo fu a cacciar di Firenze parte 
Bianca e Dante », Filippo cui Dante assai innanzi al proprio 
esilio e de' Bianchi fa morto. Del Lungo. 

Vili. 63. — In sé medesmo si volgea co* denti, — Pena è 
certamente convenientissima ad un iracondo, che si dilanii e 
strazii coi denti. Io vidi talvolta uomini presi dall'ira mor- 
dersi crudelmente : pena degna di essi , che insani , miseri e 
crudeli non la perdonino a loro stessi. P. Atiavanti. 

VIII. 67. — Ornai, figliuolo, S'appressa la duà e" fui notne 
Dite. — Queste parole, e ciò che 'segue dimostrano abbastanza, 
siccome la città di Dite e ciò eh* era in essa compreso formava 
un luogo notabilmente distinto da quello, che i poeti visitato 
avevano nell' Inferno fino a quel punto : e come in coos^ueoza 
le mura di quella città divenivano una linea di separazione tra | 
r inferno superiore e V inferno profondo. Anche le resistenze 
gravissime, che incontrano i due poeti prima di poter entrare 
la porta della città infernale, serve a mostrare, come ivi fosse 
r accesso ad un più intimo e riposto luogo, la cui condizione 
era ben diversa e distinta dagli altii luoghi di pene visitati 
da' poeti medesimi più sopra. ... E al G. xi, v. 85 ben sì scorge, 
che Dante fa solenne distinzione fra i peccatori puniti dentro 
della città infernale, e pochi puniti di fuori. Todeschini. 

Vili. 123. — Scritta morta. — Io vi trovo un' espressiood 
tale, che deesi dire dura quanto la morte: cioè come se dicesse: 
€ Sopr' essa vedestù la sentenza di morte : » tale appunto è il 
vero significato di quella scritia morta. — P. Pania, Interpretaz. 
di alcune parole del Petrarca e di Dante, p. 21. 



y Google 



COMBNTI. 315 

jy46. — E tacque e tanto, — E tacque a questo sola-- 
-nigyB. Landoni. 

iX. 67. — Non aàrimenti fatto che d* un vento Impetuoso 
.^r ffii avversi ardori. — Non devesi credere che Dante dica 
i calori essere avversi, perchè « Taria scaldata, crescendo in 
volume, riversa, per equilibrarsi, le sue più alte colonne sulle 
più finedde : quindi i gran calori dell' una parte del globo danno 
venti dall^aUra, » ch'òun anacronismo nell'ordine storico delle 
idee, ma perchè secondo Aris totele, i calori vengono da parte 
avversa a quella dov^ è la materia propria de' venti: questa di 
sotto, quella di sopra. Camillo (R, Caverni), La Scuola, 1873, 
n, 161. 

IX. 73. — Or drizza il nerbo Del viso ... — È dubbio se 
il nerbo del viso si debba intendere dell'atto del vedere, o del 
muscolo locomotore dell'occhio. Ma comparando il significato 
che dà il Poeta in altii luoghi alla parola nerbo, non dubiterei 
di dire, che nerbo è il muscolo o V affilatura di lui tendinosa. 
Cavemi, La Scuola, 1873, Voi. ii, 360. 

IX. 79. — Fuggir . , . dinanzi ad un ... — Mercurio, per 
r ufficio di messaggiere, sempre in volta e in faccende pel 
mondo de' vivi e de' morti , secondo lo cantano tutti i poeti. 
Betti, Osserv. sulla Div. Gomedia, Il Propugnatore, 1873. 

IX. 109. — Com* io fui dentro, V occhio intomo invio. — 

Mi sembra nobilissimo e sottile concetto, e degno come di 
Dante cosi d'esseog meglio rilevato e chiarito che non siasi 
latto sin qui, queUo d* avere lungo le mura della triste città, al 
di dentro, collocati gh epicurei, cotesti grandi eresi archi del 
paganesimo, e gli eretici dell' evo cristiano. — Il loro spaven- 
toso sepolcreto i*ovente incorona la città del male, senza che 
eglino appartengano né alla prima regione che è finita appiè 
delle mura di quella, né alla seconda che si parte dall'abisso 
scavato nel centro della città medesima; e cosi, nò alla cate- 
goria degr incontinenti, terminata, nò a quella, non ancor co* 
minciata, de' violenti. Cosiffatto rimaner essi interamente fuori 
del sistenm penale dantesco non può non avere un perchè: il 
qual ò questo, a mio avviso; che la natura del loro peccato 
li sottrae alla comunicazione diretta, non che con la Grazia, 
secondo e di tutti i dannati, che più non hanno amico il re 
deif universo, ma con la Giustizia medesima, di quel Dio eh' e* 



y Google 



^ 

»»•/?«« #*»\ 



316 OOMBNTI. 

disconobbero e negarono; e perciò li pone, tra le p^rcftì^^^^^^ 
quasi fuori di schiera. Tale concetto potrebbe parere ntiilimii 
che ipotetico, se non fosse applicabile altro che a quella i^ 
miglia di dannati, la cui esclusione fuor delle tre grandi c^^tc- 
gorie infernali da un qualche concetto, nella mente del Poeta, 
dev* esser pure stata inspirata. Ma quando noi vediamo die , 
mercè di esso, cotesta fiimiglia viene a coordinai-si con perfetta 
armonia, si morale rome artistica, ad altre famiglie di spiriti 
della valle d abisso dolorosa, o io m* inganno, o dal campo 
pericoloso dell* ipotesi noi passiamo sul fermo terreno de* tadtx 
e dell'evidenza (V. Del Lungo, Diporto Dantesco, Nuova An- 
tologia, Aprile, 1873). ^ Queste classi, cosi dette intermedie, 
le intitola degli sconoscitori della Divinità, ch*ei ordinerebbe 
nel modo che segue: — Meno colpevoli, — Ignavi e Angeli 
neutrali (nel vestibolo dell' Inferno). — Non battezzati e Pagani 
virtuosi (nel i cerchio o Limbo). — Più colpevoli. — Epicurei 
ed Eresiarchi (nel vi cerchio). — Giganti ( tra il cerchio tiii e 

il IX),. 

IX. 113. — Si come ad ArU, ove 7 Rodano stagna, Sì come 
a Pola presso del Quamaro Che Italia chiude e i suoi ter-^ 
mini bagna, — Questa terzina vale per indicare chiaramente 
i confini d'Italia alle falde del monte Maggiore, che col Ne* 
voso ed il Tricorno da quella parte li segna meglio che non 
molti trattati di geografia, anche italiani, i quali confondono 
stranamente ogni cosa, a malgrado della storia, della lingua, 
della civiltà, della natura che sono con Dante. Poe, Vàlussi, 
L'IUustraz. Univ. p. 16, 1864. 

Castiglu Benedetto, Legioni sul Canto x delT Inferno. 
Ruota di Palermo, a. i, n. 14, 30 Giugno 1840; a. ii, n. 19, 
10 Ottobre 1841. 

Introduzione alle Lezioni sul Canto x delt Infèrno. 

Ruota di Palermo, a. m, n. 6, 30 Marzo 1843; n. 7, 15 
Aprile 1842. 

X. 63. — Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno. 
Cesare Beccaria, sopra un verso di Dante. Il Baretti, 15 

Luglio, 1875, p. 228. — Buroni Gius,, Beccaria Cesare, PoleUo 
Jacopo, sullo stesso verso, — Id. 29 Luglio, 1876, p. 242-44. 

Il prof. Ges. Beccaria, capovolgendo la sintassi, cambia in 
soggetto, come dicono, V obbietto della proposizione, inieq^reta 



y Google 



'4 

* - OOMBNTI. 317 

rébbe a disdegno nel senso di pospose, neglesse ^ trascurò y ed 
intaode che Virgilio elesse Dante, e non elesse Guido al grande 
viaggio, perchè cosi a lui piacque ed all'alto consiglio che lo 
mandava. Tale interpretazione parve acuta ed ingegnosa al prof. 
G. Buroni, ma V ingegnosità, com' ei dice, non basta , ove non 
le vada compagna la naturalezza e la semplicità. E il Buroni 
spiegherebbe il passo contrastato cosi: Ba me stesso non vengo j 
cioè non è solo per altezza d' ingegno, come voi dite , che io 
vado per questo carcere cieco ; questa neppure a Guido vostro 
avrebbe fatto difetto. Ma ecco : Colui, che attende là, per qui mi 
mena, cioè Virgilio : Egli è solo colui, da cui io tolsi Lo bello 
stiie^ che m' ha fatto onore, e forse Guido vostro solo per questa 
rimasenù addietro, perchè lion V ebbe tanto in onore e studio, 
quant* io : forse lo neglesse, Io trascurò : Forse cui Guido vostro 
ebbe a disdegno. •»— E il Beccaria non esitò acquetarvisi ; dicendo 
modestamente al suo Maestro, ciò che Dante a Virgilio: Tu 
mi contenti si quando tu solvi, Che, non men che saver, dubbiar 
m' agguata. — « Il verbo, ebbe, » scriveva al Beccaria il conte 
Federico Sclapis, concorde in ciò al prof. Laguzsi ed al sig. 
L. Gorcuxi, € vuol riferirsi a Guido come a soggetto, percliè 
altrimenti Cavalcante non avrebbe potuto da esso argomentare 
che il figliuol suo fosse morto. Questo passato ebbe che tanto 
inquieta T animo del padre, sembra che debba riferirsi a Guido, 
anziché, a Virgilio, e quindi starebbe il senso che si attribuisce 
generalmente al v. 63. Cavalcante, il padre, non avrebbe potuto 
arg'uire che suo figlio fosse morto dal verbo usato dal suo 
interlocutore, quando avesse inteso la risposta di Dante nel 
senso della mala voglia di Virgilio lispetto a Guido. » — E il 
prof. Poletto : « L' amor soverchio della congettura non lasciò al 
Beccaria vedere schietto il pensiero di Dante, consacrato anche 
(e in questo luogo assai bene) dal quasi unanime consenso dei 
diiosatorì, che cioè Guido Cavalcante non amasse il latino. » 
(V. § 31 Vita Nuova). 

V. Ugo Foscolo, Discorso sul Testo, cxxxviii e seg. 

< Quanto al &moso disdegno di Guido per Virgilio io man- 
tengo sempre T interpretazione che proposi tre anni sono nel 
Propugnatore (Man. Dant. iv). Nondimeno ammetto che qualche 
idea di disdegno possa essersi accompagnata nella mente di 
Dante air idea cardinale del disdegno filosofico-teologico ; poiché 



y Google 



318 COBIENTI. 

certamente quel!* influsso educativo così forte ch'esercitò su| 
Dante V arte antica e Virgilio In ispecie, non lo esperimenti^ 
il Cavalcante, il quale perciò non poteva partecipare a tnttìi 
gli entusiasmi di Dante per l'Eneide. » Fr. IT Oddio, Archivila 
Glottologico, voi. II, 72. 

X. 47, 114. — Ck)me dicesti effU ehhef 

Tommaseo Nicolò, Lettera di risposta al prof. Poletto sul- 
r ignoranza del presente e sulla prescienza dell'avvenire dei 
dannati ne'C. vi e x dell'Inferno. Bassano, Roberti, 1874. Per 
Nozze Pavan-Negrello. 

X. 119. — Qua entro è lo secondo Federico. — Fede- 
rico II di Svevia , educato da uno de' piti grandi Papi , Inno- 
cenzo III , parea che ad alte cose chiamasse la sua dinastia, 
di guisa che potesse porre nella penisola salde radici. Federico 
parea dover divenire prìncipe italiano o romano ,^ come Dante 
si eàprìme nel suo libro di Monarchia. E la sua legislazione^ 
bene rappresentata in tutte le sue parti, e compendiata dal 
Raumer, ben mostra quanto quel principe desiderasse dar mano 
ai comuni; perchè, senza turbare l'unità dello stato, come i 
guelfi facevano, al bene universale cooperassero. Ed in quel 
riordinamento delle leggi (eh' esser debbono filosofemi, secondo 
la mente di Dante espressa nel libro medesimo di Monarchia) 
Federico di un uomo latino, di Pier delle Vigne, si giovava: 
la cui ruina, procurata dagl'invidiosi di corte, deplora in sublime 
poesia l'Alighieri, incendo a lui dire che non ruppe fede al suo 
Augusto, che fu di onor si degno. Pure, non ostante i costumi 
orientali e le pompe e le ambizioni smodate guastassero Fede- 
rico ed in aperto dissidio il ponessero con la Chiesa, non si può 
negare che gran principe ei fosse ; e non senza ragione Dante 
r onora eziandio nei suoi discendenti e fino nel bastardo Man- 
fredi. Federico è posto nell' Inferno ; appunto perchò si separò 
da Pier delle Vigne, l' uomo latino, dando ascolto alle calun- 
niose voci. Il nota di crudeltà il poeta, dove parla delle cappe 
di piombo; e parve ad alcuno ch'egli il credesse autore del 
libro de tribus impostoribus. Saverio Baldacchini, Prose, ii, 96. 

X, 1 iO-1 1 1. — Or dunque direte a quel caduto Che'l suo 
nato è co' vivi ancor congiunto, — In calce al Liuto (specie 
di romanzo foggiato sulla Vita Nuova di Dante, e scrìtto da 
Guido Cavalcanti per magnificare le glorie di madonna Vanna) 



y Google 



COMBMTI. 319 

keggesi il seguente ricordo, tratto dal Priortsla di Attaviano 
Cavalcanti, coetaneo di Guido e padre di Mai nardo : € Nell'anno 
1 302 morì in Febbraio di consunzione Guido di messer 'Cavalcante 
fie' Cavalcanti, nobile fiorentino e nostro consorto ; tre anni dopo 
^-ssere ritornato dal suo confine di Serazzano, ove per l'aria 
CDaremmana infermò, e mai non potete ricuperarsi. Fu uomo 
subito ed iracondo; e nell'ultimo tempo (sebbene travagliato 
da febbre continua) non si asteneva d'infiammare i Bianchi 
contro messer Carlo di Francia, e messer Carlo Donati. Nel- 
l' arte del dire vinse tutti i suoi coetanei, come pure di senno 
e di filosofia; ma ebbe il nome di epicureo, non meno che il 
padre Oggi 2 di Settembre del 1312 cessò di vivere ma- 
donna Vanna, che fu molto donna di messer Guido Cavalcanti. 
Fecesi monaca dopo la morte di lui nelle monache di S. Do- 
menico; e quelle trascelsce infra tutte, però che nella chiesa 
loro fu seppellito esso messer Guido. > — Todeschini. 

XI. 36. — Collette dannose. — Alcuni leggono toilette, altri 
coUeUe. Ma Tuno e T altro significa tributo, imposizione: toilette 
proviene dal celtico tolt, imposizione, aggravio: collette, pre- 
stanza, o aggravio che doveasi pagare nelle mani dei Collettori, 
specialmente in occasione d guerra. Manzoni ToselU. 

XL 44. — Biscazza e fonde la sua faculfade, — Biscazza 
era un gioco d* azzardo, come quello della Zara e della Busta 
e di altri : « Retinuisse ludos Taxillorum Azzardi et Biscaziae 
(maggio 1286) — Tenet ludum Biseazze (7 agosto 1286) — Lu- 
debant ad hiscaziam quanquam habuissent tabulas supra tabu- 
' lei-io. Interrc^atus si ipse est mutuator ad ludum Biscazie ecc. 
Mazzoni ToselU, 

XI. 50. — SugeUa del- segno suo Caorsa. 

ToDBBCHiNi Giuseppe, Commento del v. 50, o più veramente 
della voce Caorsa nel C. xi dell' Inferno. Scritti su Dante^ n, 
301-13. 

Combatte la sentenza del Ducange e del Carpentier, e ricerca 
* d'onde avvenisse che col nome di Caorsa stimasse Dante di 
notare cosi chiaramente e distintamente l'usura. 

XI, 58. — Chi affatura, — Mazzoni Toselli riporta una 
. denunzia ed accusa del 15 Aprile 1286 a carico di Tommaso 
medico che fu d'Arezzo, figliuolo di Guido ed abitante a Bo- 
logna nella parrocchia di S CSolomban^ per aver ammaliato 



y Google 



320 COMBNTI. 

6d aflSikturato certa GiacomÌEia, moglie a Tommaso Ricco, dan 
dole confette, e facendo altre fatture di cera a similitudine d \ 
Dio, in modo d* immagine femminina.... per le quali malie i\ 
fatture il medico privò della memoria e del buon senso ess4i 
Giacomina. 

XI. 60. — Ruffian, baratti. — Baratto, giuocatore d' az- 
zardo. — Si aliqui baratti inveniantur ludere ad luduoà Azai*di 
seu taxillorum, quod non condannantur alio modo, nisi quocl 
adaquantur . . . . vidit pluries et pluries Baratos inTentos ludere,, 
adacquare et eos vidit libere relaxai*e. 

XII, 4. — Qual è quella mina che nel fianco Di qua €Ùi 
Trento. — C è vecchia disputa fx^a gli eruditi qnal sia la ruina 
di cui qui parla T Alighieri, e quale il tempo in cui avvenne. 
Il co. Troja, tanto dotto delle cose dantesche, quanto og^iiun 
sa, contraddice recisamente l'opinione che il poeta alludesse 
allo scoscendimento nell'Adige dei monti della Chiusa^ che 
presso Rivoli rovinarono il 20 giugno 1310: Egli prova che 
la comparazione poetica si riferisca ad una ruina più antica 

della quale sono incerti e T età e la cagione poiché Z)ante\ 

assicura di non sapere se fu prodotta da tremuoti o da pcA 
chesza di sostegni. Todeschini, Scritti su Dante> i, 442. — /^r. 
Ambrosi, oltre gli Slavini di Marco, nome preso dal viila^^gio, 
eh' è alla sinistra dell'Adige, tre miglia a mezzodì di Rovereto, j 
sulla via di Verona, ricorda un altro dirupo, dirimpetto oli 
castello della Pietra, a poca distax&a di Galliano, sulla vecchia 
via da Trento a Rovereto, che ritiensi da taluno per la vera 
)^ina indicata dal Poeta, siccome quella eh* è più vicina a 
Trento. Il Petrarca, nella terza delle sue Epistole Poetiche la 
ricorda pure con questi versi: Vidi et terrificam solido de 
monte ruinam; Atque indignantes praeduso tramite Nymphas, 
Vertere iter, dextramque vadis impellere ripam, — Poesie 
Min. del Petrarca, ii, 407. — V. Man, Dant, ii, 554; iv, 579. 

XII. 8. — Ch* alcuna via darebbe a chi su fosse, — Per 
una siffiitta ripa non si poteva discendere ad arbitrio da qua* 
lunque punto senza un mezzo straordinario; quindi i poeti 
girano lungo tratto sovra quella estremità circolare, finche 
pervengono là dove il balzo si distnonta, ma in che modo? 
per una discesa accidentale formata da una porzione di quella 
ripa, ossia parete, la qual è scoscesa e smottata per una frana 



y Google 



OOMBNTI. 321 

o naina già prodotta da xm terremoto. La qual cosa, perchè 
meglio si veda, Dante ai fa a descrivere, in via di paragone^ 
ti fianco di un fiume che passa fra le montagne, pel qual fianco 
ripido, od anche sporgente nella sommità, non si potrebbe di- 
scendere in esso fiume, quando lo smovimento del terreno, 
cagionato appunto da una mina, cangiando la superficie ver- 
ticale in inclinata, non venisse a presentare un qualche mezzo 
dì discesa a chi fosse di sopra. . . . Quella scesa era dunque come 
suol dirsi praticabile.... Alcuna inteso per qualche- esprime 
la circostanza più essenziale del paragone, cioè il mezzo di 
discesa ; e se dovesse altrimenti significare, presenterebbe una 
superflua, anzi contraddittoria comparazione. G. Boccaccio co- 
menta: di quel buratto, cioè trarupo dove venuH erano ipoetij 
era Ut scesa cotale qual del monte trarupato sopra l'Adige, 
eh' alcuna via darebbe al venir giuso al piano. Il che fu poi 
dal discepolo ed amico di lui Benvenuto da Imola ^ con quel 
suo semplice ma significante latino, esposto ne* termini seguenti 
che non lasciano altro a desiderare : Hic auctor describit prae^ 
dictum locum per comparationem pulchram et proprissimam. 
Et vuU sustantialiter dicere quod iUa via ruinosa per quam 
erant descensuri, eroi talis qualis est ripa Aihesis inter Tri- 
dentum et Veronam. Illa enim ripa , antequam fieret istud 
praecipitium maximum, erat ita recta et repens in modum 
muri, quod nullus poiuisset ire a summo ripae usque ad 
fitndum flumanae inferioris; sed post ruinam factam posset 
nunc aUqualiter iri,.,. Et nota quod istud praecipitium ro- 
catur hodie Slavinum ab incoUs. Et ibi est unum castellum 
quod vocatur Marcum. Parenti Marcantonio, Sopra le moderne 
interpretazioni del Poema di Dante, Discorso letto ad una let- 
teraria adunanza di Modena, la sera del 23 Febbraio 1820. 
Modena, Soliani, 1844. — V. Dionisi, Àned. v, e. 15. 

XII. 34-45. — Or vo* che sappi Qui ed altrove tal 

fece riverso. — Com'a ciascuno è chiaro, qui si accenna al 
terremoto che accadde alla morte di Gesù Cristo, e si finge che 
allora anche la roccia o ripa circolare che chiude V inferno 
rovinasse, ossia si scoscendesse nel burraio che serve di pas- 
saggio dagr Incontinenti ai Violenti ed anche altrove. Raffaello 
Fornacciari, vuole che questo altrove accenni, indubitabilmente, 
alla mina del C. V., che è un altro scoscendimento della vec- 

21 

Digitized by VjOOQIC 



322 COHXNTI. 

chia roccia accaduto anch^esso per la medesima ragione. Ì 
più dei commentatori, e con essi il Giuliani, rìferìrebbero qud 
sto modo altrove alla ruina dei ponti che coprono la bolg-ij 
degr Ipocriti. Se non che il Fornacciari aggiunge che Virg;ili| 
non poteva alludere ai ponti caduti nella bolgia degripocri^ 
per la semplicissima ragione che non ne sapeva nulla. G, pei 
verità, prosegue, non ci confessa ^li medesimo che la prinij 
volta cb'ei discese nel basso Inferno, quella roccia non er\ 
ancor cascata? Come dunque potea sapere, innanzi d*arrì\raz*c^ 
la caduta dei ponti, che avvenne precisamente nel tempo stesso 
Che anzi anche neirindicai^e T orìgine della ruina non si ino 
stra sicuro delle sue parole, ma espone una congettura : certoi 
cioè probabilmente (come l'usiamo parlando ogni giorno), sì 
ben discernoy cioè, se non piglio errore. E il successo conferma 
che veramente non ne sapeva nulla, perchè, quando i poe^ 
son giunti sopra la bolgia dei Barattieri, solamente allora ut 
Demonio ne avvisa Virgilio .... più, oltre andar per qucst<ì 
Scoglio non si potrà, perocché giace Tutto speziato al fonde 
Varco sesto ( Inf. xxi, 106 e seg.). E appunto perchè Virgilic 
non sapeva dove né come fosse questa ruina, i demoni posson<i 
ingannarlo facendogli credere che ci sia uno dei ponti noi^ 
rovinato, mentre che invece i poeti li trovano tutti ugualmente 
caduti, e si espongono a un brutto scherzo. Or dunque se 
Virgilio non sapeva nulla della terza ruina, egli, quando dice 
altrove, o parla a caso (il che in Dante non è presumibile), ò 
allude necessariamente allo scoscendimento della roccia nel 
C. V, ossia alla prima ruina, Oltredichè , se vogliamo anche 
un poco sottilizzare, la terza ruina non è uguale in tutto alle 
altre due, imperciocché il riverso della vecchia roccia, deter^ 
minato anche meglio dal pronome tal, non sarebbe sinonimo 
della caduta d*un arco di ponte, il quale precipita tutto in 
basso, non si scoscende in obliquo, né ùl un grembo dì sé 
stesso come la roccia. Nuova ragione per credere che Virgilio 
con quelle parole non alluda menomamente alla bolgia degli 
Ipocriti. Raffaello Fornacciari. 

XII. 40. — Da tutte parti fatta valle feda Tremò *i . . . — 
« Ignem omnium rerum principium , seu comune elementum, 
Heraditus esse docuit. Finitam vero esse hanc rerum univer- 
sitatem eamque ex igne oriri, ac rursus, per quaedam tempo- 



y Google 



COBIBNTI. 323 

{nm intervalla, in ignem redire : idque fiato fieri. Ex bis autem 
quae contraria sint, id quidem quod generationem efiiciat, 
Bellum vocari et Contentionem : quod contra muadi exustio- 
Bem efficiat, Concordiazn et Pacem appellari. Quam Heracliti 
sententiam Dantes , etruscus poeta, ut illa ferebant tempora, 
dÌBciplinis omnibus eruditus, bis versibus attigisse vìdetur: 

Da tatte parti 1* alta vaUe feda 
Tremò si, eh' io pensai che 1* Universo 
Sentisse amor, per lo quale, è chi creda 

Più volte il mondo in caos converso. * 

Io, AnU Yulpii, Opusc. Philos., 120. 

Xn. 119. — Colui fesse in grembo a Dio Lo cor che in sul 
Tamigi ancor si cola. — Alcuni vogliono accadesse la ucci- 
sione nella cattedrale in tempo della messa dello scrutinio. 
Altri affermano fosse nella chiesa di san Silvestro, oggi detta 
del Gesù. Le cronache noi dicono. Né il Malaspini, nò il Vil- 
lani, né altri la designano. Il Vellutello, nel commento a Dante, 
afferma che fosse san Silvestro. La cronaca del Montemarte 
dice, errando nella nazione dell'ucciso, in questo modo : Domi- 
nus Guido de Monte forti interfecii Henrigum de Alemannia 
Viterlni in ecclesia sancii Silvestri. Al certo il delitto fu com- 
messo quasi sugli occhi di Filippo re di Francia e di Carlo 
d'Angiò re di Sicilia venuti a Viterbo dopo V infelice crociata 
di Tunisi per sollecitare i discordi cardinali all'elezione di un 
nuovo papa, che fu poi Oregorio X. È da notare per infamia 
di Carlo, detto da Dante il Nasuto, che Benvenuto da Imola 
nel commento sulla Divina Commedia, al verso : Mostrocci un 
ombra, ecc., riferisce il dilemma che allora si faceva: Se il 
sapea fu un ribaldo; se no, perche noi punì? Eppure v'ha 
chi dice aver Carlo fatto vendetta del sacrìlego misfatto ras- 
segnandosi a saziar la propria avarizia con lo staggire le ca- 
stella e i beni feudali de' fratelli Simone e Guidone di Mon- 
teforte. Non fu ella piacevole vendetta? {Diploma del 23 Mar so 
1271 nel regio archivio di Napoli, Reg, 1268, o, fol. 99). Nel 
1287 il Monforte fatto prigione nella battaglia navale detta 
de' Conti combattuta nel golfo di Napoli tra gli Angioini e 
Giacomo di Sicilia, moriva poi miseramente nelle carceri di 
Messina {Speciale, Nicastro, ecc.). — Ignazio Ciampi. Un Mu- 
nicipio italiano all'età di Dante Alighieri (Strenna del Giornale 



y Google 



324 OOBIENTL 

€ Arti e Lettere, > p. 54). 5k* cola, — V. Parenti^ Esercit. FiL 
n. 12, p. 34. — V. Man. Dani, iv, 380. 

Xni. 25. — /' credo eh' et credette eh' io credesse. — Verso, 
dice il Veratti, che parer potrebbe cosi foggiato sopra T ana- 
logo di Esiodoro. Op. v. 382. 

Xin. 58. — r son colui, che tenni ambo le chiavi. — Bel- 
lissimo modo, tanto caro al Petrarca, e venuto a noi dai Pro- 
venzali. Nannucei. 

Xni. 106. — Qui le strascineremo, e per la mesta Selea 
saranno i nostri corpi appesi. — Ella è cosa curiosa Tos-ser- 
vare come alcune di quelle pene che Dante dà ai malvagi siano 
quelle medesime che loro davano gli antichi Germani. Questi, per 
testimonianza di Tacito, seguendo il principio disHnctio poena- 
rum ex delieto, proditores et trans fugas arboribus stispendunt; 
e Dante fa dire a quelli ch'ebbero in sé man violenta, ed ai 
quali si parte V anima feroce Dal corpo ond'ella stessa s' è dis- 
velta... per la mesta Selva saranno i nostri corpi appesi. 
Ciascuno al prun dell'ombra sua molesta, pensando, come 
Platone nella Repubblica, esser un traditore ed un disertore, 
colui che uccide il suo più caro amico, cioè sé medesimo od 
abbandona quel posto in cui Provvidenza Tavea collocato. Di 
nuovo Tacito : ignavos, ac imbelles, corpore infames caeno at 
palude — mergunt; e di nuovo Dante pone i golosi nel fango, 
e gli adulatori tuffa in uno sterco Che dagli uman pritati 
parea mosso. Marco Renieri, L'Apatista di Venezia, a. i, n. 37. 

XIII. 117. — Che della selva rompieno ogni rosta. — 
« Ecco gli è in Dante la voce rosta usata propriamente e po- 
chissimo intesa, che vuol dire, quando s* intrecciano piit ratni 
insieme, per far come siepe a riparare e svolger V acqua dei 
fiumi. Questa voce un contadino, che abbia le sue possessioni 
in monte, l'udirà come nuova, dove chi le avrà nel piano di 
Firenze, vicino all' Arno od al Bisenzio od all' Ombone , V in- 
tenderà subito. Così risoluto affermava il Borghi ni, esperto 
giudice della patria lingua ; eppur non seppe che il medesimo 
vocabolo s'adopera singolarmente dai montagnuoli del Senese, 
del Casentino e di Pistoia, e per appunto nel significato inteso 
dal Poeta. Roste, mi dicevano essi, noi chiamiamo certi ripari 
di fiuoni e rami e frondi, soliti a farsi qua e colà per le selve. 
ad impedire che le castagne, già a terra, non vengano portate 



y Google 



OOMBNTI. 325 

via dall'acque correnti. Giuliani, sul Vivente Linguaggio di 
Toscana, Lettera xli. — Propriamente chiamiamo roste noi, 
quelli che per riparo de' fiumi che rodono le ripe, si fanno^ 
fiixando paU e intrecciando rami fra Vuno e t altro, che al- 
^^imenti si chiamono pescaiuoU, . . . Dice adunque propriissima- 
mente, che dovunque ì rami intrecciati insieme avesser chiusa 
la strada^ era tanto Y empito di coloro , che rompieno quello 
viluppo e roste, Borghini, 

XIII. 120. — Lano, si non furo accorte. 

M^cooNi Giuseppe, Intorno a Lano de* Maconi, Documenti 
e notine, lette nella raccolta (della Società Sanese), del di 12 
Settembre 1869. Bullettino della Società Senese, Voi. n, p. 141, 
Siena, Bargellini 1870. — Documenti intomo alla famiglia 4 
alla casa di Lano de* Maconi, Adunanza del di 9 Maggio 
1870. Atti e Memorie della Sez. Letter. e di storia patiìa mu- 
nicipale della R. Accademia dei Rozzi di Siena. Siena, Barge- 
lini, 1872; Maconi, Raccolta di Documenti storici, Livorno, 
1876, 91-114. 

Lano Maconi nacque di Squarcia e di Scanna, che oltre 
Lano (Arcolano) ebbero Sozzo, Oddolino e Sapia: gli furono 
avi Riccolfo ed Oddolina, e non un Mezzolombardo di Squarcia, 
come vorrebbe il Carpellini. A documento, oltre a molti altri, 
dta il cod. 40 dell'Archivio di Bicherna che contiene i con- 
tratti dei curatori dei pupilli. Dal codice della Curia del Piar 
cito ei rileva che menò moglie donna Mina de' Malavolti : ne 
nacquero Nicolò, e Lanuccia. Ebbe casa in sulla piazza del 
Campo, che propriamente occupava il lato estremo del pa- 
lazzo, oggi Chigi-Zondadari , dal chiasso ora de' Pollaioli fino 
al palazzo, al presente Sansedoni, poche braccia pure di esso 
compresevi, n sig. Maconi non può concordare col Cartulario 
del duomo di Siena circa V anno in che segui la battaglia del 
Toppo, che la vuole avvenuta nel 1287. Da un documento del 
1288 abbiamo che Lano appartenesse al general consiglio della 
Campana, e precisamente ai consiglieri del terzo di S. Matteo. 
Sulla fede dei libri di Bicherna, ne assegna la data del 1288, 
e ne cita i passi relativi. E non parrebbe che fosse aSàiU) di- 
struggitore delle cose sue, se a' pupilli rimase di che vivere 
agiatamente. E i parenti conservarono buona memoria del loro 
caro, sia 8a£&agandone Tanima con funzioni ecclesiastiche, sia 



y Google 



326 OOMENTI. 

distribuendo danaro e pane a* poverelli. Il Maconi prova con 
nuovi documenti che Abbagliato è nome proprio, e non un 
aggettivo: fu figlio di Renieri e capitano di soldati. Anche i 
libri di Bicherna ricordano Cascia di Sciano, Nella relazione 
delle cose notabili di Siena trovasi il seguente ricordo a pag. 
158. — Casa (ove è ora la cappella di S. Crespino, n. 1333) 
della brigata godereccia, di cui parlò Dante. Lo scritto del 
Maconi è corredato da dieci documenti, ed un* appendice, ov*è 
inserita la pianta geometrica di quel tratto di città dove i 
Maconi possedettero case, terre e palazzo. 

XIV. 12. — A randa a randa, — Bimbo, vien qui, non 
andar a treppicare là (a pisticciare in quel podere) che non ò 
nostro; guarda, non e* entrare nel mezzo, ma passaci randa 
randa. Pontito, sulla Montagna di Pescia. — Giuliani^ Saggio 
di un Dizion. del Volgare Toscano, 350. 

XIV. 30. — Come di neve in alpe senza vento. — Questa 
bella immagine il poeta la prese dall'amico suo Guido Caval- 
canti, il quale in un sonetto, pubblicato dal Ciampi, avea detto: 
Aere sereno, quando appar T albore, E bianca neve scender 
senza vento. E sopra Tuna e T altra, il Petrarca magistral- 
mente affazzonò poi quella sua : Pallida no , ma come neve 
bianca Che senza vento in un bel colle fiocchi. B. Verattì. 

XIV. 79. — Quale del Bulicame esce il ruscello^ Che parton 
poi tra lor le peccatrici. 

L\Nci F., Il Bulicame e la Chiarentana nella D. Comme- 
dia di Dante Alighieri. Roma, Cuggiani, 1872 (Estratto dal 
Giorn. Arcad. Serie ii, n. 67). 

ScAaA.BBLLi LuaANO, La Chiarentana e il Bulicame nella 
Divina Commedia male intesi nelle chiose antiche illustrati 
da Fortunato Lanci. — All'illustre Ateneo di Bassano, 9 
Aprile 1872. — Estratto dal Periodico il Propugnatore di Bo- 
logna, Voi. V. — V. ScarabelU, Esemplare della Divina Com- 
media donato da Papa Lambertini, ecc. Paradiso, vii-xv. 

Ciampi Ignazio, Un Municipio italiano nelV età di Dante 
Alighieri^ (Strenna del Giornale € Arti e Lettere, p. 58). 

In luogo di peccatrici il Monti ed il Mercuri leggono pe- 
scatriciy e con quel vocabolo vuol che Dante intenda parlare 
delle maceratrici della canapa, le quali, facendo solchi nel ter- 
reno, si dtvidon fra loro la calda acqua per compiere il lavorìo 

Digitized by V^OOQlC 



COMBNTI. 327 

della macerazione. Il che era pur vero allora ed adesso, ben- 
ché gli statati parlino più spesso del lino, che da Pio li ne' Com- 
mentari (p. 378) è detto fonte pe' Viterbesi di molta ricchezza. 
Ma anche le meretrici, ossia le peccatrici vi si bagnavano o 
derivavano queir acqua nelle loro stanze da bagno: e cosi e 
non altrimenti bisogna intender Dante senza sforzar tanto la 
lingua e la lezione. Dappoiché la tradizione e gli statuti an- 
tichi s*accordano con lui, e fra gli altri il libro delle riforme 
del pubblico archivio di Viterbo, ove all'anno 1469, 11 Maggio, 
si legge : Item aUud bandimenlum che nessuna meretrice ar- 
disca né presuma da hora nanze bagnarse in alcun bagno 
dove sieno consuete bagnarse le cittadine et donne viterbese^ 
ma si vogliono bagnarse, vadino diete meritrici nel bagno 
del bulicame, sotto pena d*un ducato d'oro et de quadro traete 
de corde. — Ciampi, — Ma il sig. Fortunato Lanci si oppone 
e discaccia quelle meretrici e sopprime il paragone, allegando 
non essere il bulicame di Viterbo di sangue, non aver color 
rosso da muovere a raccapriccio, non isviluppar calore, non 
impietrar fondo, nò pendici, né argini ; e aggiunge parergli dif- 
fìcile congetturare perchè nominatosi dal Poeta il bulicame due 
volte, ei debba uscire con un paragone a quello di Viterbo. 
Indi ad escludere questa intenzione defenisce « che Dante per^ 
venato là dove spicciava il ruscello i cui argini dovean for- 
nirgli innocente vahco per l'affocata rena lui descrive come 
raccapricciante procedente , nel modo stesso come si parHa 
dal bulicame o Flegetonte, d'onde si derivava'. E perchè 
quelle peccatrici non trovavan riscontro nella Commedia ei 
dice opinare che s' intendano anime o genti che spesso ri- 
corrono nel poemc « e lo spartirsi del bulicame quella diversa 
misura d'immersione che in esso patiscono i tiranni e i pre- 
doni. > E trova iperbato anche qui, che quelle peccatrici sono 
disgiunte dal suggetto a cui rapportansi dovendo riferirsi 
al bulicame non al ruscello, con ciò sia che era nel bo^ 
gliente fossato che martoriavansi le anime de"* prepotenti non 
nel ruscello. Né Dante fece mai allusione a Viterbo. — Il 
prof. Scarabelli, esaminate le ragioni addotte dal Lanci, con- 
chiude: in verità ch'io ammiro gli studii del Lanci: ma sia 
che non mi faccia ia suo senso chiara costruzione granmiati- 
cale delle due terzine dantesche, e finché mi nega i fatti 



y Google 



328 OOMBNTU 

storici e i geologici incontravertilrili che dieder argomoaito alla 
chiosa, poniam pure copiata alla cieca, ma scesa per tanti 
(non tutti accidiosi al pensare) sino a questi di, io non mi 
attenterò di mettermi da sua parte sebbene riconosca che possa 
esserci qualche dubbiezza. Non tutto si è consultato di quel 
eh* esiste commenti danteschi come non tutti i codici stessi del 
testo della Commedia, forse non ò inutile sperare miglior luc^ 
dalle chiose istesse per sicura lezione dei testi, come d*altro4 
cosi di questo passo singolare e strano. V. Jfan. Dant iv, 382. 

XIV. 123. — Perché ci appar pur a qtiesto vitxiffna. — 
Come il maestro mio per quel vivagno (Inf. xxra, 49). — TV- 
vagno^ V estremità del panno, qui per quella striscia che f>rese 
nel calare, — All'un de' due vivagni (Purg. xxiv, 127), delle] 
due estremità. Dante dbse pure in su F estremità d' un' aita j 
ripa (Inf. xi, 1). 

XV. 4. — Tra Guzzante e Bruggia, ^ Il Lanci prova che 
Guzzante nell' originale idioma olandese suona e scrivesi Ka- 
dzant; se non che prima di lui Taveano asseverato Filalete e 
L. Blanc. — Kadzant non è piccola villa, ma isola e convene- 
vole città, che il nome forniscegli. È situata dicontro le molte 
isolette della Zelandia verso il nord, e dirimpetto a Sluis, 
ossia VEcluse verso Test, la città circa sette leghe diritta- 
mente da Bruges distante. 11 Luytz la chiama Cadsenda o 
Cadsant cum munimento ejusdem nominis; e il Moreri, nel suo 
dizionario, Cassandt e Cassant, ma alcuni la confondono poi con 
Cassandrìa, eh' è altra terra neir isola medesima: imperdocchò 
oiti^ Kadzand, aveanvi in essa isola altre due città, Oostborg 
e Ysendyck con tre altre più piccole terre, Breskens Willems- 
dop e Cassandrìa. Misurava un tempo sette miglia in larghezza 
e dodici in lunghezza (da 60 al grado), ma col decorrer degli 
anni il mare per gì' incessanti marosi, più che metà n' ha tran- 
ghiottita. E quantunque tutte le isole della Zelandia sieno di 
dighe e ripari munitissime, nuUamanco maggior forza d' ax^i- 
nature inchiedono Bruges e Kadzand, sia pel loro più depresso 
livello, rispetto al mare, sia per alcuna maggior violenza eh» 
in que' pileggi l' Oceano per avventura adoperi : e questa forse 
fu cagione perchè l' Alighieri que' due luoghi speciali alla 
Fiandra per termini di rafironto , assumesse. — F. Land, Il 
Bulicame e la Chiarentana, p. 29. 



y Google 



COMENTI. 329 

BrQge8,o Bruffgia, è città grande e forte e bella, nella 
Fiandra detta Batavica, capitale del territorìo che porta un 
medeómo nome. É situata sopra grande canale, in cui per- 
corre il Liere, e in amena pianura, oggi dal mare distante 
intorno a tre leghe, probabilmente, conforme argomenta. Al- 
berto Maglio , trattando delle maree , una volta sulla proda 
dell'Oceano, d*onde le assidue dighe, al fiotto del mare oppo- 
ste, r hanno allontanata. F. Lanci, id., p. 28. — In Bruggìa, 
di Fiandra, a' tempi del Poeta, i mercanti fiorentini avevano 
emporio: anche Giovanni Villani vi dimorò assai tempo. V. 
Man. Dani, tv, 382. 

XV. 7. — E quale i Padovan lungo la Brenta, Per di- 
fender ìor ville e lor castelU, Anzi che Chiarentana il caldo 
senta, 

L/kNCi Fortunato, Bel Bulicame e della Chiarentana. Roma, 
1872. Estratto dal Giornale Arcadico, Serie n, n. 67. 

ScARABBLU LUCIANO, La Chiarentana e il Bulicame nella 
Divina Commedia male intesi nelle chiose antiche, illustrati 
da Fortunato Land, Air illustre Ateneo di Bassano, 9 aprile 
1872. — Estratto dal voi. v del Propugnatore. 

Secondo il Lanci, tuoI Dante significare che i Padovani, 
argomentandosi contro le alluvioni, dallo sciorsi delle nevi ori- 
ginate, fanno loro argini aUe prode della Brenta, prima che ar- 
rivino le altezze graduali del termt>metro, le quali son proprie 
allo aprile e maggio, e talora forse giugno ; nel qual proposito 
pone egVi per punto di raffronto le vicende termometriche della 
Chiarentana, la quale più del Tirolo si risente del freddo, e 
che quando perviene alV epoca dei forti calori, segna il termine 
in cui la liquefinone delle nevi , sulle tirolesi montagne , è 
sopraggrande. <— I Padovani, dunque, a rifsire lor argini, non 
aspettavano di vedere spogliarsi di neve la Chiarentana, ben 
sapendo quali men alte vaUi, e assai prima dieno acqua al 
Brenta^ valli che faccianla gonfiare. Chiarentana non è, né può 
essere che sinonimo di Carinzia, Kamthen, la Clarentana degli 
scrittori latini. — Caraniani diconsi anche gli spezzati del fio- 
rino, perchè si originarono di Carinzia , ossia di Carentana ; 
chiarentana e chirintana un ballo popolare, perchè appunto 
di colà venutoci. E nelle storie boeme del Dubravio i Carinzi 
vengon detti Carentani: Fazio degli liberti (Ditt. ni, 2; iv, 14) 



y Google 



330 OOHVNTI. 

denominò la Carìnzia Chiarentana, e ben undici volte nella sui 
Cronaca, Giovanni Villani. — Il Land, scrive il prof. Scarabelli 
riuscì felice nella sua critica per la Chiarentana^ nome eh 
restituì alla regione alpina fral Tirolo, T Umbria, la Stiria « 
la Carnia, liberandola dal rendere al Padovano il fiume Brenta 

Il celebre ab. Gennari, padovano, trasse da documenti del 
r undecimo secolo , che ne' monti dell* alto Vicentino o de 
Trentino, vicini alla Brenta, visse un tempo un popolo chia 
mato de* Clarentani : onde la Chiarentana di Dante vuoisi ixi 
tendere non per la Carinzia ( come suole spesso significar 
nella lingua, de* trecentisti), ma per T antica sede di questa 
popolo alpestre (Vedi: Filiasi Mem. Stor. de' Ven. Tomo i 
e. 7, Bdiz. Il, p. 212). Ma c'è forse di meglio. Nella storia de 
P. Macca (T. XIV, p. 420), trovasi quanto segue: Il fiume Brenta 
scaturisce da una sorgente della montagna di Chiarenzana 
ch'ò appresso Pergine, borgo situato nella giurisdizione d 
Trento, lontano da Bassano 45 miglia: cosi scrive il Memmc 
nella vita del Ferracina (p. 116). Ciò posto, si ha una imme- 
diata spiegazione o giustificazione del verso di Dante , e nel 
tempo stesso il nome della montagna di Chiarenzana fornisce 
appoggio all'esistenza degli antichi Clarentani, ed indica la 
loro sede. TodescHini^ Scritti su Dante, ii, 363. 

Canzana è detto il monte che sopraggiudica il lago di 
Levico ond'esce il Brenta, ed io son dell'avviso del Gennari, 
che anticamente venisse chiamato Chiarentana. Quale corri- 
spondenza possa avere la Carinzia, col rigonfiamento del Brenta, 
nessuno mei saprebbe dire. Ed io che di presente ho innandj 
agli occhi e la Canzana e le due riviere eh' escono de' laghi 
di Levico e Caldonazzo, quasi amiche riunirsi, e formare u 
mio Brenta , io non posso non convenire col Lunelli e coi 
quanti stettero con lui. 

Scolari Filippo, La Chiarentana ossia della vera e giusU 
intelligenza del v, 9, Canto xv della Divina Commedia. LeUera 
Venezia, Gattei, 1843. I 

Dbmbshbr, La Chiarentana^ Gazzetta priv. di Venezia, ^ 
Ottobre 1843, N. 243. 

Scolari Fil., Lettera seconda. Estratto dalla Fenice, 1 1 No4 
1843. Venezia, Gattei. 

Lettera terza, 31 Dee. 1843, 15. id. 



y Google 



COMENTI. 331 

il, Lettera al doti, F. Scolari^ Gaz. priv. di Venezia, 
24 Febb. 1844, n. 45. 

Soc»JkRi FiL., Lettera iv, Gaz. priviJ. di Venezia^ 28 Febb. 
1844, n. 48. 

Anonimo (Lunblli Francesco), Lettera sulfa Chiarentana 
a Nicolò Filippi. Padova, Tip. Liviana, 1846. 

XV. 10. — Tuttoché né si alH né si grossi^ Qual che si fosse^ 
lo maestro felli. « — Tutti i commentatori, ninno eccettuato , 
hanno riferito il qual che si fosse al maestro che i detti argini 
avea materiati. Nella quale sentenza, secondo eh* io giudico, 
una strana e inverisimigliante dubitazione s*1nchiuderebbe, 
conciossiachè qual* altri, fuor del Conditore di tutte le cose, 
potrebbe mai esser quegli che cotale edificazione avesse susci- 
tata? ...» Invece mi ò avviso che si debba interpretare : 

Tuttoché né si alti né si grossi ^ comunque si fòsse la cUffe^ 
rema, il Creatore ordinati avesseli. F. Lanci. 

XV. 30-84. — Siete voi qui, set Brunitoi,,, Voi mi 

insegnavate. ... — Brunetto, nella relazione con Dante, non ta 
altro che un uomo di età provetta^ di molta scienza e di chiara 
riputazione, il quale abl^racciando con affetto paterno un gio- 
vane di alto ingegno e di molta aspettazione, che ha frequente 
pratica con lui, gli porge di tratto in tratto suggerimenti 
utili a* suoi studi, e non lascia d* instillargli amore ad ogni 
nobUe e virtuoso esercizio. Questo, e non altro fu T ufficio 
compiuto da Brunetto Latini verso Dante Alighieri ; ufficio rile* 
Tantissimo e più importante forse ed efficace che quello di un 
ordinario maestro. E ben* a ragione per tale ufficio dimostrò 
Dante a Brunetto tutta la gratitudine; quantunque siagli sem- 
brato, che la sentita gratitudine nulla dovesse menomare a quel 
ministero di giustizia, eh* egli, con ardito consiglio, si era posto 
ad esercitare. Todeschini, Scritti su Dante, i, 287-91. — V. 
Zannoni, Storia dell*Accad. della Crusca, ecc., 196-200. 

XV. 55.-50 tu segui tua stella ... — Dante derivò la 
metafora dalle stelle che servon di guida ai nocchieri. Se tu, o 
Dante, seguirai la stella, che il cielo ti mostra, perchè tu T ab- 
bia per iscoi*ta del tuo cammino, non può mancare che tu non 
giunga prospero al porto. Cioè, se coltiverai con lo studio e 
la meditazióne T ingegno, di che la divina Previdenza t*ha fatto 
dono, te ne verrà somma gloria. La quale interpretazione fa- 

Digitized by V^OOQlC 



332 ooioDnt. 

volita ò dal verso che seguita: Se ben m*aeeorn nella vUa 
bella; giacché valendo il verbo accorgersi, venire al conosci- 
mento duna cosa colla conghiettura cT un' altra, bene esso si 
adopera in parlando di alcuno, che esaminata V indole d'altrui, 
preveda dover egli salire in fama; e male si userebbe trat- 
tandosi di astrologo, il quale sdegna congetturare, ma osa 
impudentemente spacciar per vere le stolte sue predizioni. 
Zannoni, p. 199. 

XV. 71. — Che runa parte l'altra amranno fame Dite.,. 
— Filologia e storia assegnano indubbiamente aUa voce fame 
un senso odioso e nemico ... Il buon senso comanda che il 
complesso delle due terzine sia spiegato così: « Ambedue le 
parti de' tuoi cittadini ti odieranno a morte, ma non potranno 
riuscire nel loro malo intento ; si strazino fra loro quegli uo- 
nùni bestiali, e rispettino chi loro non somiglia. > Todeschini^ 

XV. 122. — Corrono a Verona il drappo verde. — La 
strada della corsa del palio, partiva da Tomba (vìUag^o) e 
lungo la sponda deir Adige proseguiva in città per una porta 
scaligera, detta di S. Croce, nel sito ora cosi detto il tavolano 
(bersaglio dei Veneti); continuava la corsa lungo gli orti di 
cui si formò V attuale giardino Gazzola, e per il ponte e porta 
dei roiiioi (rei figlinoli) giungeva presso S. Fermo Maggiore, 
tronco ora intercettato da fabbriche posteriori. Giuseppe M. 
Rossi, Guida di Verona. — Il Cassinese, sincrono (1360?): 
drappo verde, hodie est rubeus et viridens et currunt mulie- 
res. Dante era quindi bene informato che la corsa avveniva 
lungo il fiume in campagna, e che al suo tempo correvano 
uomini. ^ Anonimo, Notizie intomo al correre ai Palli in Ve- 
rona. Verona, 1T76. — V. Man. Dani, iv, 385. 

XVI. 32. — Che i vivi piedi Cosi sicuro per lo inferno fre- 
ghi. — I dannati essendo € ombre vane fuorchò nell'aspetto, > 
corpo fittizio, tenean solo la somiglianza o l'apparenza de^ piedi 
come quelli ch'erano veri e puri spiriti. Ma Dante, vìvo in 
corpo , avea t piedi vivi. P. Ponta , Interpretazione di alcune 
parole del Petrarca e di Dante, 23. 

XVI. 40. — £ 7 Unto aspetto e brollo. — Brullo nel lin- 
guaggio popolare toscano, significa spogliato, ignudo, e lo si dice, 
per lo più, degli alberi che hanno perduto il decoro delle foglie 
e delle fronde, e della terra non rivestita di verde alcuno o dì 



y Google 



OOMBNTI. 333 

erbe o di piante. — Il Unta aspetto, a cui accenna Jacopo Rn- 
sticucci, potrebbe intendersi nero dalle scottature del fuoco. Ma 
tinto^ nell'uso toscano, ha un altro significato morale bellis- 
Simo, e sta ad esprìmere quel contraffarsi e disformarsi i linea- 
menti del volto, quando T animo ò vinto dal dolore e daUMra. 
Il Bianciardi nel Dizionario del Tommaseo dice : Tinto per in- 
collerito è nell'uso, ma più ancora si direbbe nero; io ho 
udito, parlando d'uomo arrabbiato: come gli era tinto! Era 
proprio nero! E il Davanzati, negli Annali (i, 12) Galio vedutol 
tiniOy replicò. Dando ora a quel Unto di Dante questo senso 
d* irato e di contraffato e sformato da quell' ira che sentono 
tutti i dannati contro la giustizia di Dio che gli addolora; si 
intende quanto sia ben detto brullo quell'aspetto fatto spoglio 
dell' ornamento, che vi pone la pace e la tranquillità della co- 
scienza. Brulla di quel divino splendore che Tabbella, diventa 
ogni anima da dolore e da peccato rimorsa, e il popolo to- 
scano, di persona addolorata, con efficacia ammirabile suol dire 
die non gli si fa giorno in viso, quasi la letizia abbellisca il 
volto dell' uomo, com' è rallegrato dal sole l'aspetto del mondo. 
Cavemi. 

XVI. 94-105. — Come quel fiume, e* ha proprio cammino. 
— Il Poeta paragona il remore fatto da Flegetonte, che si ro- 
vina qui nei burrato di Gerìone, al rimbombare dell' Acqua- 
cheta, che, là sopra S. Benedetto in Alpe, diroccia impetuosa. 
La ragione di quel ribombare, oltre all'altezza di quella ca- 
scata, reca Dante alla grande copia dell'acque costrette a 
cadere per una sola discesa , dove a dar loro sfogo , che non 
tumultuassero cosi fragorose dovrebbero per mille di quelle 
scese esser ricette. Camillo (Cavemi), La Scuola, 1873, ii, 27. 

XVII. 10. — La faccia sua era faccia d'uom giusto. — In 
Gerione, deUa faccia d' uom giusto, ho io creduto doversi rav- 
visare il fraudolente fiorentino Geri Spini gran nemico di Dante. 
Betti, Osservaz. sulla Div. Comedia, Il Propugnatore, 1873. 

XVn. 18. — Né fur mai tele per Aragne imposte. E il 
Vasari : « Chi non volesse far cartone , disegni con gesso da 
f^arto, bianco, sopra la mestica, ovvero con carbone di salcio. 
Seccata questa mestica, l' artefice va calcando il cartone, o con 
gesso bianco da sarti disegnando, l'abbozzo^, il che alcuni 
chiamano imporre. > Imporre dunque un'opera, vale abbozzarla, 



y Google 



334 oosfSNTi. 

meglio laBciarla imperfetta in modo che la atìa in sé, ma 1* 
manchi V ultima mano. — Delle Sovrapposte, V. Parenti, Gaei 
Filol. n. 12» p. 96. 

XVII. 87. — E triema tutto pur guardando il retso^ ^ 
EezzOfOYe non batte il sole. Ed ò questo bellissimo ed efiìcacissixnt 
luogo, e proprietà meravigliosa di natura, che i quariat^^n 
solamente a vedere il retgOj ricordandosi che vi si ritirava] 
par sentir fresco, la immaginazione sola gli fa come tremare 
Borghini. , 

XVII. 102. — E poi cK al tutto si smU a giuoco. — Bsser* 
a giuoco o far giuoco una cosa, nel linguaggio popolare, si- 
gnifica far comodo, essere opportuno; ond'ò che s' interprete 
rebbe il luogo citato dicendo che, Gerione quando si seni 
in comodo, o vide il tempo opportuno, si rivolse a quel modi 
ch'ò detto. Cavemi, 

XVII.- 121. — Attor fu* io più timido allo scoscio. — S(x>sci<. 
viene da coscia; ed è il sostantivo fatto da scosciarsi. Presse 
quei di Sicilia, scusciarisi equivale allMtaliano scosciarsi; ma 
scusdari n. as. ha tra gli altii significati quello dì usci?- dt 
sella allentando le cosde; voce bellissima, sorella carnale se, 
non madre, dello scoscio dantesco. NeU'uso toscano, di una 
ballerìna si dice che ha bello scoscio quando allai^a e stende 
molto le gambe nel far Tarte sua. Salvatore Salomone JMa- 
rino, 

XVIII. 28. — Come i Roman, per V esercito moUo^ Uanno 
del Giubileo, 

« E al tempo del detto Potestii (Guiglielmo da Fallerone),, 
el Papa Bonifazio pose el perdono di colpa e pena a tutte 
quelle persone che andaseno a Roma, e stesene XV dì, e an« 
daseno col modo predetto secondo l'usanza e comandamento 
della Chiesa consueto, cioò Confessione, Contrizione, e Sodisfa] 
zione. El detto perdono cominciò a di primo di Gemù^» ® fi 
àX ultimo di Dicembre d* anno detto. Ed era tanta la moltiti 
dine della gente che passava per Siena, che non era posaibii 
a crederlo, imperocché i Cristiani avevano in quel tempo 
comunale pace, ed erano assai divoti e prudenti nella sauci 
Fede. E andavano el marito e la moglie e figliuoli, e la: 
vano le case serrate, e tutti di brigata con perfetta divozioni 
andavano al detto perdono ; e molti se ne moii per lo sanctc 



y Google 



COBfBNTI. 335 

m^ per la morìa, che era. » Croniche Senesi^ pubblicate da 
G. Maconi, e. 92» i, p. 2, 55. 

X\1H. 28. — Come i Roman, per V esercito molto. L'anno 
del Giubileo su per lo ponte, ecc. — L' assito, o muro eh* era 
stato posto lungo il mezzo del detto ponte, affinchè la gran 
moltitudine avesse al camminare meno d* impaccio, e andas- 
sero gli uni per un lato a San Pietro, e tornassero gli altri 
per r altro volgendo il viso dalla parte del monte. Oltre all'aver 
cosi partito il ponte per mezzo, v'eran state poste le guardie 
che additassero a* viandanti il cammino , e tutte queste cose 
erano state fatte assai provvedutamente, poiché per la gran 
calca del popolo che visitava le romane basiliche potevano av- 
venire di grandi sconci, come poi fu nel giubileo nel 1450, che 
in quel luogo per la pressa vi morirono schiacciate intorno a 
dugento persone; anzi troviamo fatto ricordo che in quello 
stesso anno 1300 l'assito che partiva il ponte al riurtar delle 
genti si ruppe. Per quel monte s'intende il piccolo monte 
Giordano, che allora era ancor più elevato dal suolo, e che 
sorge a pochi passi lontano da esso ponte. Sopra questo iponi- 
ticello, formato verso il secolo XII dalle mine d'antichi edi- 
fìcii, è ora il palagio de' Gabrielli che all'età di Dante era 
posseduto dagli Orsini detti da prima de filiis Urei, e però dal 
Poeta i figliuoli deltOrsa, e che testé dal lor Papa Nicolò III 
eran stati condotti a grande potenza, e il monte traeva il suo 
nome da un Giordano della stessa famiglia, un ramo della 
quale' perchò avea in proprio il detto palagio, dimandavasi 
degli Orsini del Monte, Nò alcuno vada pensando esser questo 
nome surto dopo il nostro Poeta, poiché abbiamo ìd Giovanni 
Villani che papa Clemente V fece nel 1300 suo legato e pa- 
ciaro generale in Italia il cardinale Napoleone degli Orsini dal 
Monte, a cui Dante stesso rivolge la parola nella famosa sua 
lettera a' cardinali italiani adunati in conclave alla morte del 
Guasco, ossia del detto Clemente. Taluno , é ben vero , pensò 
che pel monte qui Dante intendesse tutta la parte di Roma 
opposta al Castello, e che levandosi in più luoghi in colline 
vien denominata li monti; o che volesse dir delGianicolo ove 
^a ed è l'altra chiesa di Montorio innalzata sul luogo ove, 
secondo la volgar tradizione, il maggior degli Apostoli fu cro- 
cifìsso. Ma ognun vede quanto piii ragionevole e naturale è il 



y Google 



336 OOMBNTI. 

credere che Dante volesse dire in questo luogo del monte 
Giordano così vicino al Castello, e allora così celebrato da dìir^ 
il suo nome ad una delle più antiche ed illustri casate di RomaJ 
Achille Montiy Dante e Roma (Strenna del Oiomale, e Arti d 
Lettere » p, 17). 

XVIII. 51. — Ma chi ti mena a si pungenti salse. — Sais^ 
erano dette le pietrucce o ciottoli di selce poste e quasi ger^ 
moglianti in un terreno sterile, aspro e rovinoso, cui la piog^rì^ 
quasi lavandole lascia discoperte. Anche oggi dicesi in Bologna 
salga per selciato, e dar al sdls per indicare un certo intonaH 
col selce che si dà al pavimento. Mazzoni Toselli ricorda molti 
luoghi del Bolognese ch'eran detti le Salse, cioè nel comune dj 
Pragatto, lungo il torrente Ravone, e fuori di S. Mammolo. -^ 
Valle di Pietra, o valle delle Salse eran sinonimo. Perciò, dic^ 
Mazzoni Toselli, è chiaro che quel Sasso tetro, su cui camminava 
Venetico, il Poeta lo assomiglia ad un monticello, o salita 
piena di queste Salse^ cioè di piccoli ciottoli di selce versunent^ 
pungenti. Simili terreni si vedono fuori di San Mammolo ^ 
lungo TAposa. 

XVni. 61. — A dicer sipa tra Savena e *l Reno. — Il Sipa^ 
che mi dicono sentirsi ancora nella campagna, in città diveH 
nuto ornai seppa, è il congiuntivo bolognese del verbo essei^^ 
sia. U Ovidio, Archìvio Glottologico, ii, 82. 

XVIII. 66. — Vìa , Ruffian ; qui non son fémmine d<i 
conio. 

Dbl Lungo IsrooRO, Bella interpretazione d^ un verso di 
Dante rispetto alla storia e della lingua e de^ costumi. Estratto 
dall'Archivio Storico italiano, T. xxn, a. 1875. Firenze, Tipog, 
Galileiana di M. CeUini e G. 

Tutti i Gomentatorì moderni, in quel conio, che a noi oggi 
rammenta subito T impronta della moneta, veggono accennata 
r idea del turpe mercato che fa dell' onor femminile il ruffiano^ 
e pongono che conio valga ivi la moneta stessa, e perciò fèììi-^ 
mine da conio spiegano, da farci soprar moneta ruffianeggiando, 
femmine da vendere. Ma ì commentatori trecentisti che vi si 
sono fermati, tutti quanti toscani, non in altro senso credono 
adoperata la frase femmina da conio che femmina da ingan- 
nare, da sedurre, da condurre a far la voglia altrui. E que- 
sta interpretazione propugna valorosamente l'egregio prof. Del 



y Google 



COMBMTI. 337 

Lungo, e con aperte prove dimostra che contro la moderna 
staiano, filologicamente, la storia di nostra lingua e V autorità 
degli antichi commentatori toscani, e per ciò che risguarda il 
concetto del poeta le ragioni che con molto acume e con senno 
di critica vien deducendo dal sistema morale e penale dell" in- 
femo dantesco. Eccone la conclusione. « Se a peccatori d' un 
peccato essenzialmente frodolento meglio convenga che il de* 
monio flagellatore rammenti , percuotendoli, la frode o il da- 
naro; se pietoso verso le vittime di quei ribaldi sia, che il 
ministro della punizione divina le nomini con una frase che le 
accomuna con le meretrici, anzi le rappresenta esse stesse per 
tali; se, inoltre, più verosimile, che il diavolo affermi non 
trovarsi di cotali femmine in quella orrevole brigata, nella 
quale di certo la coda di Minosse dee sentenziare egualmente 
et ienones et lenaSy « femmine da conio » secondo la comune 
interpretazione, anche queste, e delle più venderecce, invece di 
intonare a que* malnati , essere inutile che colaggiù cerchino 
materia e occasione di nuovi inganni ;' e se prudente, per affer- 
mar tuttociò, porre in un canto l'antica originale interpreta- 
zione, ampiamente giudicata da esempi di antica lingua toscana; 
il mio cortese lettore vegga un po' lui, e giudichi. — E ai let- 
tori pure rimetto volentieri il giudizio, se o io travegga, ovvero 
ne* valenti sostenitori della comune interpretazione faccia di- 
fetto, questa volta, alcun poco il dritto sentimento della virtù 
di nostra lingua, ammettendo essi, ed io contrastando, che a 
significare « femmina da cavarne danari » sia efScacemente 
detto , e con proprietà logica e grammaticale , femmine da 
t^onio; e se, sostituendo al nome il verbo, secondo che ve- 
demmo farsi dagh antichi commentatori, cioè riducendo la 
frase ad un « Femmine da esser coniate » possa poi per conio 
intendersi non « inganno » che d^ chiara e netta la locuzione 
< femmine da essere ingannate , » ma o T « impronta della 
moneta» o, con senso novissimo e non confortato da nessun 
altro eeempio, la € moneta » stessa. Sarà ; ma io non me ne 
PO capacitare. » 

L'egregio filologo B, Verattìy a proposito di questo di- 
scorso mi scriveva il 16 maggio 1876: «Non conoscendo le 
ragioni opposte al Del Lungo dal Rigutini io non posso né 
debbo aprir bocca in questa disputa. E posso dire soltanto, 

22 



y Google 



338 OOMBNTI. 

che desidero sia data ragione al Del Lungo: perchè essendo 
alquanto stiracchiata la comune interpretazione, accolta pur 
anche nel Vocabolario, mi pare che vi sia un pericolo gravis- 
simo dMntendere che Dante in quel luogo avesse usato un 
vocabolo si turpemente osceno che disdirebbe troppo ancorché 
posto in bocca ad im diavolo. L* osservazione e T interpreta- 
zione del Dal Lungo salva molto: e mi pare lodevolissìma. 
Ma se conio vuol dire inffannoy non mi pare si possa poi per 
femmine da conio ^ intendere femmine da ingannare, sebbene 
femmine che già sedotte servono ad ingannare altii. » 

Fanfani P., Le Femmine da Conio di Dante, Il Borghìni, 
a. II, n. 15, p. 239. 

Proposito unico dello scritto del prof. Del Lungo è stato 
il rimettere in onore la interpretazione di alami cementatori 
antichi, la quale ninno de* moderni , o comentatori o vocabo- 
laristi, non ha conosciuto o volutaU apprezzare. Ma il Fanfani 
vuol provare che sì a lui, e nella IP edizione del suo vocabolario 
stampato a Firenze nel 1865, e nel Comento Anonimo pur da lui 
dato fuori, che al prof. Scartazzini non fosse sfuggito tale senso 
attribuito dagli antichi alla parola conio. 

RiGUTiNi Giuseppe, Del vero senso della maniena Dantesca 
Femmine da conio nel r. 67^ e. xviii delia Commedia^ Studio 
letterario^ aggiuntavi una nota Filologica di Giovanni Tortoli. 
Firenze, Tip. dell' Associazione, 1876, di p. 32. 

Lettera a P. Fanfani, Il Borghini, a. ii, n. 17, p. 274. 

Ancora di Conio per Moneta, Il Borghini, a.ii, n. 19. 

p. 311. 

Fanfani P., Le Femmine di Conio di Dante, 11 Borghini, 
a. II, n. 16, 264. 

Il Uigutini, appoggiato anche alla concordia e lunga e co- 
stante degli spositori per oltre a cinque secoli, dei ti*e antichi in 
fuori citati dal prof. Del Lungo, sostiene che la frase femmine da 
conio altro non significhi che femmine da farci su guadagno, da 
guadagnarne danaro. — Vi pare, egli conclude, che per alcuni 
incerti esempi delle voci conio, coniare, coniatore, coniello e 
coniellatore , e per T autorità di tre antichi commentatori, da 
me per poco ridotti a un solo , e per le ragioni che il mio 
valente amico vi ha esposte sulla frode, che, per lui secondo 
Dante, e per me secondo tutti, entra come principale elemento 



y Google 



COMBNTI. 339 

nel concetto del lenocinio , vi pare , dico , si debba apiegare 
feinnùne da conio per femmine da ingannare; oppure consi- 
derando che e l'idea della frode e quella del lucro ci danno 
pieno ed intiero il concetto di questa colpa, intendere quella 
frase in ordine all'idea del lucro stesso, e in un Poeta terri- 
bilmente sarcastico non dovendosi prescindere dalle parole dì 
Venedico , considerare la mia , o per dir meglio , la comune 
spiegazione come più vera, più efficace e più calzante? Tanto 
più che da essa, si avverta bene, non è esclusa Tidea della 
frode; perchè dicendo il demonio frustatore: Via, ruffiano^ qui 
non son femmine da farvi guadagno, si capisce che non vi 
son femmine da guadagnare sulla loro onestà per via d' in- 
ganno, come cosa questa che necessariamente si sottintende, 
trattandosi di tal peccato e di tal peccatore; onde la inter- 
pretazione da me sostenuta sarebbe sempre preferibile, come 
più comprensiva, più intiera e per conseguenza più vera e più 
bella ; laddove V interpretazione del mio amico abbraccierebbe 
.soltanto uno solo degli elementi della colpa. 

A rincalzo delle prove addotte, il Rigutini (Borghini, a. ii, 
n. 19) cita un esempio del Gigli, tolto da una sua bizzaris- 
sima Balzana poetica, scrìtta nel 1712, in che conto vien usato 
per Moneta, cosi chiaro, ei dice, che la chiarezza stessa non 
potrebbe esser di più. 

Il Tortoli, suirautorità dello Statuto de* Rigattieri del 1357, 
prova che anticamente conio fosse parola propria, esprimente 
un modo disonesto e illecito di procacciarsi guadagno; fosse 
in somma una specie di estorsione, di truffa o angheria che 
facevasi alle persone private, e più particolarmente in contratti. 

Le 22 pagine del prof. Rigutini, scrìve il Fanfani, sono 
così attrattive per la loro lucidezza di pensiero, e per garbata 
speditezza di lingua, che rincresce V esservi amvato in fondo. 
Egli ha assegnato tali e tante ragioni per provar vera la 
interpretazione antica della Crusca, cui egli difende ; ha con- 
fortato le sue parole con tanta dottrina filologica; ed ha 
chiarìto COSI bene il concetto del Poeta altissimo, che sarebbe 
piccosa e bambinesca ostinazione il perfidiar nell'errore : e però 
i^euzsL arrossirne lo confesso, e rìngrazio assai il valente acca- 
demico di avermelo fatto conoscere. 

E a proposito di tal questione scrivevami il 10 Maggio 1876 

Digitized by VjOOQIC 



340 COMBNTI. 

r egregio Priore cav. Razzolini : € Ha veduta nel Borghini la 
controversia sulla yoce da conio f Mi sembra che non solo 
siaosi male apposti gli antichi commentatori, ma anche i mo- 
derni, non esclusi il Fanfani, il Rigutini ed il Del Lun^o. U 
conio per moneta sembra che li ci abbia che faro come Pilato 
nel Credo. Quel conio, a mio credere, viene da cuneus metafori- 
camente preso. U verbo cotr^ (e gli antichi dicevano anche conirc. 
come ci accerta Quintiliano ( Inst. Orat. Lib. i, e. 6 ) , significa 
congressus animalium generationis causa). Scrissi in propo- 
sito al Fanfani una lunga lettera, ed egH è rimasto capace 
delle mie ragioni. Avrei scritto su questa parola un articolo, 
ma non sembrami conveniente alla mia professione. Il Fanfani 
però mi ha promesso di ritornarvi sopra, e vedremo presto 
una sua scrittura nel Borghini. Povero Dante! com'è stato 
strapazzato dai Comentatori — » 

Chi sente tutti i giorni chiamar conio il nolo, che i nostii 
contadini pagano al padrone per Fuso degli arnesi da (are il 
vino e r oUo o de' vasi da conservar V uno e Taltro, non du- 
bita del significato di quella stessa voce nel xviii dell* Inferno, 
e alle tanto strane dichiai*azioni de* letterati comentatori sor- 
ride compassionando. CammiUo (R. Caverni), La Scuola, 1873, 
II, 320. 

XVIII. 133-35. — Taide è, la puttana, che rispose Al drudo 
suoy quando disse: Ho io grazie Grandi appo tei Anzi me- 
ravigliose. 

Non ò alla scena 1* dell'atto III^ dell'Eunuco, alla quale 
dovette riferirsi l' Alighieri , come vorrebbero gì' interpreti , 
dove, contro quello ch^^egU dice, si trova lo smargiasso di 
Trasone^ drudo di Taide, così interrogare, non essa Taide, ma 
il suo parasito Gnatone. Magnas vero agere gratias Thais 
mihiì a cui Gnatone, non Taide, rispondere Ingentes. Il sem- 
brar le pai'ole dantesche come una traduzione di queste di 
Terenzio fece sì che alivi credesse aver TAUghieri avuto si in 
mente la scena sopraccitata, ma confusone i personaggi, per 
essere forse sopra fantasia , o non aver alle mani il testo di 
Terenzio, oppure adoperatavi la catacresi. Ma il prof. Beccaria 
crede, che, non già alla scena 1*^ dell'atto 111°, Dante avesse 
l'occhio, si piuttosto alla II" dell'atto medesimo, in cui Trasone 
interroga proprio Taide in persona, se la gli sia grata del 

Digitized by V^OOQlC 



GOMENTI. 341 

px-esente fattole della ragazza tanto desiderata, e se perciò 

gliene voglia bene: Thais mea — Meum suamum, quid 

^tQzturì ecquid nos amasi — De fididna isthacf Al quale 

Xsude con palese affettazione di subito risponde: Plurimum 

mirilo tuo, . . . Che suona come dicesse : M* ho io acquistata la 

tua grazia o il tuo amore col regalo di codesta sonatricef 

La risposta : Anzi meravigliose, la quale in Dante rileva più, 

eome quella che rappresenta il carattere di stomachevole adula* 

zione, se può convenire aìVIngentes, niuno negherà che meglio 

non calzi all'altra affettata e smanzerosa: Plurimum merito 

ttio.... Il Borghini, ii, 15 Aprile, 1876, p 324. 

XIX. 8. — Luogo de' battezzatori 

Diomsi Gian Jacopo, De* fori o Pozzetti del sacro fonte di 
Firenze, e dell'uso loro. Aned. v. (Verona, Cavattoni 1790), 
Capo XX, p. 120-27. 

Secondo il Qelli erano di diametro circa un braccio e un 
quarto, e avevano il fondo ovato. L' antico Battisterìo fiorentino, 
in cui Dante fu battezzato, scrive il can. Luroachi, venne de- 
molito nell'anno 1577, con dispiacere universale, in occasione 
del solenne battesimo che seguì a' 29 Settembre del principe 
D. Filippo , primogenito del granduca Francesco I de' Medici, 
per consiglio di un certo architetto di quei tempi, chiamato 
Bernardo delle Girandole. Corre però tradizione che il distrutto 
fosse affatto simile al sussistente di Pisa. — V. Man. Dani, iv, 388. 
XIX. 49. — Io stava come 7 frate che confessa Lo perfido 
assassin che poi eh' é fitto. ... — Fitto, in terra, a capo di sotto. 
L' antico e buon comentatore sopra questo luogo scrisse : L' as- 
sassino, per legge municipale eli Firenze, cosi si pianta: e dice 
vero, che le parole dello Statuto sono : Assassinus trahatur ad 
caudam muli seu asini usque ad locum justitiae et ibidem plan^ 
tetur capite deorsum , ita quod moriatur. E del propaginare 
nel diario o giornale che '1 vogliamo dire, o istorielle del Mo- 
naldi, parlando di uno che avea voluto tradire Prato, si truova: 
gli furono levate le carni, poi fu propaginato. V. Villani, L. x. 
— Borghini. 

XIX. 52. — Se* tu già cosH ritto, Se* tu già cosH ritto, Bo- 
nifazio ì — Dante accusava il principe francese presente e com- 
plice, quando egli fa bandito; e con le roventi parole ond'egli 
marchiò Bonifimo, gli fece peggio che non gli Scosse in Anagni 



y Google 



342 coaiBim. 

più tardi il fratello di questo Valois. Quali motivi personali 
avesse Dante a si fiero odio contro 8 Bonifazio, quel che av- 
venisse mentre egli rimase a Roma ambasciatore, o nella di- 
mora che ivi protrasse fino al Gennaio dell* anno segiieote, noi 
non sappiamo. — L*esiglio non venne a lui dal papa, ma in 
quel tempo tra loro due qualcosa d'oscuro dovette nascere, 
che da un lato accese in patria contro lui tante ire, dall'* altro 
gli aveva confitte nel cuore di quelle offese che sono dare a 
ricordare, ma vendicarle pai*eva dolce ali* iroso animo del poeta. 
Gino Capponi, Storia della Republ. di Firenze, i, 123. 

Come tranciasse Celestino, papa, al gran rifiuto. Amari, 
La guerra del Vespro, C. xiv, 361. — V. Man. Dani, ii, 707. 

XIX. 70. — E veramente fui figiiuol deWorsa. — « Di 
grande animo, di smisurati pensieri fu Nicolò ; superbo, sagace, 
chiuso nei disegni, veemente ali* oprare, non curante della g:ìu- 
stizia ne* mezzi purché il fine conseguisse, eh* era ingrandir la 
Chiesa per ingrandire gii Orsini; e menava a nobile effetto, 
sgombrare 1* Italia d*ogni dominazione straniera. In Italia di- 
signava fondar novelli reami, e darli ad uomini di sua schiatta : 
vedeva ostacoli a questo 1* imperatore e il re; battea dunque 
Carlo con Ridolfo ; Ridolfo con Carlo ; ambo con 1* autorità della 
Chiesa. . . . Tenea la gente Orsina niente inferiore a casa d*Àng^ò, 
e se molto di sopra — » Amari, La guerra del Vespro Sici- 
liano, C. V, 75. 

Ruberto Luigi, Nicolò III. Il Nuovo Istitutore di Salerno, 
IO Nov. 1876, p. 217-225. 

N*esamina la scena drammatica, in che pensiero^ sentimento^ 
forma sono compenetrati. In essa ei vede muoversi uguale^ ser- 
rato V animo del poeta. E conchiude : € Oh ! il libro che più mi 
rifa e eh* io voglio meditare ò la Divina Commedia. Dallo studio 
di questo libro, dove vivono le più svariate armonie della natura 
e dell* anima, non s* impara solo a essere artisti, nui a essere 
uomini di carattere, e a trion&re nelle lotte della vita. » 

XIX. 82. — Di ptu laid" opra. ...Un pastor — — La voce 
popolare, già innanzi al racconto di Dante, avea anticipato a 
Clemente V la pena che, morto, lo attendeva. Villani^ ix, 58. 

XIX. 98-99. — E guarda ben la mal tolta moneta, CK esser 
ti fece contra Carlo ardito. — « Secondo me, vanno errati quei 
commentatori i quali, seguendo il racconto del Malespini e del 



y Google 



COMBNTI. 343 

Villani, veggono ne' versi di Dante V oro bizantino recato da 
Oiovanni di Procida a papa Nicolò III per comperarne V asaen- 
timento nella congiura contro Carlo I d'Angiò. Il cenno che 
nel capo v ho fatto del pontificato di Nicolò, basta a mo- 
strare, eh' ei fu bene ardito contro Carlo pria del 1280, epoca 
supposta della corruzione. L' avea spogliato della dignità di Se- 
natore di Roma, e di Vicario in Toscana; battuto ed attra- 
T-ersato in mille guise fin dal primo istante che pose piede nella 
cattedra di S. Pietro: onde l'ardimento conti'O Carlo piuttosto 
si deve intendere di questi fatti certi, che del supposto disegno 
della congiura, che per certo non ebbe effetto dalla parte di 
J>iicoIò, morto nel 1280. E le parole, mal tolta moneta, meglio 
si riferiscono alla non dubbia appropriazione delle decime eò- 
desiastiche, e del ritratto degli Stati della Chiesa, che alla ba- 
ratteria di cui vogliono accagionare V aito animo dell'Orsini. » 
M. Amari, Appendice della sua storia del Vespro Siciliano, 
p. 538. V. Todeschini, il, 370. 

XIX. 114. — Se non eh* egli uno e voi n* orate cento. 
Cesati Vicenzo, Nuova interpretazione cTun verso di Dante, 

Lettera al Direttore del Vessillo Vercellese, a. vii, 1855, 24 
Maggio. 

« A mente mia, il divino Poeta intendeva dire: voi &te 
peggio, o pontefici simoniaci di quanto facesse il popolo d'Israele 
quando volse ad idolatria, poich' egli si accontentò di un idolo 
d'oro unico (Esodo, xxxn; Sai. 105), mentre voi fete deità d'ogni 
pezzo d'oro e d'argento: Iddio è per voi Mzmmon^ centupli- 
cato ; sendo Mammone presso i Caldei il nume delle recondite 
ricche^e. E tanto meno sembrami bistorta l' interpretazione da 
me proposta che, oltre all'essere cosa notoria che Dante si 
riferisce spesso nel suo poema alle bibliche carte, appunto pochi 
versi addietro del contesto ci richiama al e. xvii dell'Apocalisse 
collo scrivere: Colei che siede sovra tacque Puttaneggiar 
co* regi fU vista, » 

XX. 29. — Chi è piti scellerato di colui 

Bozzo Giuseppe, Ragionamento critico, Palermo, Tip. R- 

della Guerra, 1860, di p. 98. 

XX. 52-100. — « E quella che ricopre le mammelle, 

È indubitabile la contraddizione tra questo passo che colloca 

Manto nel cerchio di Maiebolge, e quello del xxn, v. 113 del 



y Google 



344 ooxBrn. 

Ptirg. che aasegna aUa figìia di Tiresia la sede nel limbo 
de* sospesi. Gli Accademici deUa Crusca vorrebbero che nel xxn 
del Purg. parlasse di Dafne, figlinola parimenti di Tiresia, della 
quale Diodoro Siculo. Filippo Rosa Morando mise fuori un* altra 
Tiresia, per nome Istoriade, nominata da Pausania. Ma fl To- 
descbioi osserva che Dante, privo della conoscenza della lingua 
greca non lesse e non potè leggere nò Diodoro Siculo, nò Pau- 
sania, e non seppe né di Dafiie, nò d* Istoriade. Oltrecchè nel 
luogo del Purgatorio, Dante non vuol far menzione d* altre 
donne che di tali di cui sia parlato ne* poemi di Stazio, ma in 
essi non è che una figliuola di Tiresia , la sola Manto (Theb. iv). 

XX. 46. — Aronta è qUei eh' al ventre gU e* atterga Che 
nei monti di Luni, ... — L'antica Luni si vuole patria del &moso 
Aronta, il quale venne chiamato a Roma poco innanzi alla 
morte di Giulio Cesare per ottenere da lui la spiegazione di 
alcuni prodigi che ivi si dicevano avvenuti. Lucano ne fa cenno 
e aggiunge : Haec propter placuit Tuscos de more vetusto Acdri 
vaies^ quorum qui vyiximus aevo Aruns incoluit deserta moenia 
Lunae ; Fuiminis edoctus motus venasque calentes Fibrarum 
et monitus voUtantis in aere pennae. Questi versi 1* Alighieri 
dovette certo aver presenti là dove parlò di queir Indovino e 
di Luni. G. B, Giuliani^ Lettera i sul Vivente Linguaggio della 
Toscana, p. 3. 

XX. 67. — Lì4ogo è nel messo. 

TiBONi PiBTRO Emilio, Qual luogo sul lago di Garda ac- 
cenna Dante nei versi 67-69 del C, xx delt Inferno, Memoria 
letta aU* Ateneo di Brescia il giorno 5 Luglio 1868. Brescia. 
Appolonio, 1868. (V. Man. Dant ni, 92; iv, 31 e 389>. 

Tennero per Peschiera il Miniscalchi, TAsquini ; per V isola 
dei Frati, ora isola Lecchi (discosto poco piii di* due miglia, 
a mezzodì ed oriente, da Salò, e dalla parte di occidente di- 
stante da terra ferma, cioè dalla punta del promontorio di 
S. Felice e Portesio, il tratto di un archibugio) Bosugianmi 
Grattarolo nella sua Storia della riviera di Salò (1587), Fra>-> 
CBBCo Gonzaga, prima frate francescano , poscia vescovo di 
Parma, il Labus, il Viviani, TArrivabenb, il Gambara, il Per- 
sico, il Zom, TOdorici, il Belviglieri, il KAifOLBR; ricisamente 
per Campione, gli EorroRi dblla Minerva, ed il Cavattoni. 

Campione, latinamente Campilium, che suona a molti pio 



y Google 



345 

cok) campo, troraai dnqiie miglia circa dopo Oargnano; è ameno 
promoDtorìo, o piatioato seno, che il lago circonda e rapì al- 
tissìme a seCteatrìone: ò luogo molto vago, tutto una bella 
prateria, coperto di uUvi, gelsi, allori e mirti: ed il fiume, che, 
movendo dai monti di Tremoeine, percorre ìa valle di S. Mi- 
chele, e che, quando pasaa appiè dei monti di Tignale, prende 
U nome di Tignalga, predpitondo da ecoscese e dirupate roccie 
aopra Campione tutto lo attraversa, prima che col lago ri con- 
giunga. Oltre 1* autorità di Giorgio Oiodoco, bresciano, citato 
pure dal CavaUoni (V. voi. iv p. 389), il Tiboni ravvalora la 
8ua asserzione con qneUa degli eruditi e crìtici rhe nacquero, 
e tutto dimorarono la rito sulle sponde del lago di Garda, 
e delle cose fìenaoenri diligentomento e minutomente scrìssero. 
Silvan Cattoneo, salodiano (1533), nella VII Giornata scrìve: 
« Campione è quel luogo, che già disse Dante, tre vescovi poter 
segnare, stando tatti nel suo confino, ... di maniera che, dimo- 
rando tutti nel suo, potrebbero non solamente segnare, come 
disse Dante, ma toccarsi eziandio la mano. > E poco dopo: 
« Ritrovata una bell'ombra presso il fiumicello, confino ditrt 
vescovati, » — Millo Voltolina, pur salodiano, nel bellissimo 
carme Hercules Benacensis, posto in luce nel 1575, di Cam- 
pione <hce: Hieque uhi eonveniuni^ et deeotris jungere dextras 
Haud proprii possunt progressi e finihus agri Tres popuH 
sancii paires, qui sacra minisirani, Exiguus vitreas proeurrit 
campus in undas^ Quem nauias veieres, kunc qui coluere, 
vocarunt Campionum; nomenque vetus nova Utora servant. 
— E Bartolommeo Vitali di Desenzano, celebre giurìsperìto, 
molti anni giudice in Mademo, nella Vita di S. ErcolanOy ve- 
scovo di Brescia, morto in Campione, edito in Verona nel 1584, 
assevera assolutamento: Campione erat veluU quidam Hme» 
difimens trium episeopaiuum^ prò cujusque dioecesis finibue^ 
teronensis scUicet, brixiensis, et tridentinae. — Oltrecchò ri 
fa forto ddle antiche carte topografiche della rìviera di Salò, 
e segnatamente di quelle del padi« Coronrili, di Leone Palla- 
vicino, descrìtte nel 1597, di Greg^orìo Piccoli del 1767, le 
quali additano predsamento Campione pel luogo di confine dri 
tre vescovati. E sono drilo stesso avrino il Maffbi ed il conte 
Luigi Miniscalchi. Aggiungam che lo stesao Grattarolo, tenendo 
per r itola, non s'appoggia die alla dieeria de' lirati ; onde par 



y Google 



346 ooMKTm. 

non vi aggiustasse fede ; giacché, parlando di Campione, lasciò 
scritto : « nel quale ponno legittimamente benedire e darsi mano 
tre vescovi, il trentino, il bresciano e il veronese, e pare che 
le giurisdizioni loro vi si sieno volute annodare — > Sicché 
Dante, del quale con poca iperbole si può dire che 8£q)e88e tutte 
le cose, sapendo anche questa, dove parla di questo luog-oj 
cantò: Luogo è nel mezzo. Ed il Labus, che scrisse la su^ 
lettera al co. Lechì , per assecondare V amico , non manifesta 
che un semplice e debolissimo dubbio, mentre scrive: Non ^ 
inverisimile che il controverso passo di Dante Luogo è mi 
mezzo si debba riferire più presto a questa isola, che, cornei 
tutti i commentatori pretendono , a Campione. — Campione 
cessò di essere il luogo accennato dair Alighieri, allorquando 
nel 1785, volendo Giuseppe II rassettare e rotondare i con- 
fini della monarchia, Tignale venne staccato dalla trentina» 
ed alla bresciana diocesi aggiunto. Allora la sponda destra del 
fiume in Campione, pertinente alla parecchia di Tignale, cessò 
di essere diocesi di Trento, e per conseguenza il trentino pa- 
store fini allora di avere autorità in Campione. Oltre a questo, 
alla caduta della Veneta RepubbHca, il lago cessava di tutto 
appartenere al territorio e cdla diocesi veronese; mentreccbè 
diviso nella lunghezza, una metà restò a Verona, e T altra 
venne attiibuita a Brescia; e allora cessò anche il pastor ve- 
ronese di poter segnare, se venisse a Campione : e per tal modo 
tutto Campione da quel tempo diventò soggetto al vescovo di 
Bi'esda. Ai quali mutamenti di confini territoriali non ponendo 
mente i commentatori, ritengono Campione tuttora parte delle 
tre diocesi, come gli Editori della Minerva, il Costa, il Tom- 
maseo ed anche il Persico. Altro grosso errore &nno i com- 
mentatori, lorchò assegnano la destra sponda del fiume in 
Campione alla diocesi di Brescia, e la sinistra aUa diocesi di 
Trento, perciocché la cosa era tutta al rovescio. E la causa 
di questo geografico sbaglio, è la credenza che Tignale confici 
col Trentino, dovecchè confine è Ti^emosine, e Tignale è posto 
fra Tremosine e Gargnano. (V. Man, Dani, iv, 389). 

Mafvei Scipione, Verona idustrata^ P. i, libro 6. 

MiNiscÀLGHi Luigi, Osservazioni sopra la scrittura austriaca 
Benacus, prodotta nel 1756 al Congresso di Mankma sulle 
vertenze del lago di Garda. -^ 



y Google 



COMBNTI. 347 

AsQUiNi Girolamo, SugH anHc?ii confini del territorio della 
f^ommcia Veronese col Trentino, (V. Giorn. delle Prov. Ven. 
1826. voi. XV, p. 161). 

MoscHiNi Lorenzo, Sopra la lettera del co, Girolamo As^iini 
(V. lo stesso Giorn. id.). 

Labus, Lettera al co. Luigi Lechi intomo V isoletta del lago 
di Garda e gli antichi monumenti che quivi tuttavia si tro^ 
vano, letta aW Ateneo di Brescia nelTanno 1820. 

Persico Giambattista, Descrizione di Verona e sua Pro-' 
rincia. Verona, 1820-21. 

Abbìvabbne Ferdinando, Il Secolo di Dante: 

Gambara Francesco, Nel Ragionamento XXI di cose patrie, 
Brescia, 1840. 

Odorici Federico, Lettera a Paolo Periancini, Milano, 1846. 

Osservationi di un Benacense (dott. Zane di Salò) intomo 
ad alcuni comenU sopra i versi di Dante, in cui è fatto cenno 
del Benaco e Lago di Garda, Milano, Pogliani, 1846. 

Ragionamento apologetico in risposta alle censure mosse 
dal prof, sig. Gius, Picei contro V osservazioni di un Benacense 
intomo ad alcuni comenU sopra i versi di Dante ^ in cui è 
fatto cenno del Benaco e Lago di Garda, Milano, 1847. 

Picei Giuseppe, Polemica intomo al xx delT Infimo sopra 
il Benaco. Della Letteratui'a Dantesca, n. iv. Estr. dal Giorn. 
Euganeo, Nov., Dee. 1848. 

XX. 79. — Non molto ha corso che trova una lama. — 
ZramOf^guna, ò voce notissima, usata da Orasio: Viribus uteris 
per cli^B flumioa lamas (1. i, epist. 13, v. 10). Sebastiano Ciampi 
ce ne dà T etimologia, e ne cita la cronaca di Sigiberto , da 
cui si vede che lama ò luogo fondo, voragine. Ciampi, sopra 
un anello Longobardo, e sulF orìgine del titolo di Marchese, 
Bibl. Ital., voi. Lv, 1829. p. 126. 

XX, 1 15. — Queir altro che ne* fianchi è cosi poco. — 
Poco, suona qui piccolo, usato nello stesso significato da* Pro- 
venzali. Nannucci, 

XXI. 38. — Un degli anzian di santa Zita. 
Monireuil Sara, Vie de Salute Zita. Paris, 1845. V. Man, 

Vani. IV, 392. 

XXI. 41. — Ogniuom v*è baraUier fuor che Bonturo, — 
Fuor che, oltre. Spiegando in tal guisa, non ò più necessario 



y Google 



348 COMENTI. 

il ricorrere a queir ironia, che reputo quivi inopportuna, dis- 
conyeniente, e non caduta neir animo del poeta. L. Muzsi, — 
Di Buonturo, V. Todeschini, Scritti su Dante, ii, 370; Man. 
BanL IV, 393. 

XXI. 89. — Tra gii scheggion del ponte quatto quatto. — 
Quatto quatto, chinato e come spianato in teira, e come £i 
la gatta quando uccella, che si stiaccia in terra per non e>'5er 
veduta, e lo fa talvolta il cane. Borghini, — Alla fine aunn- 
saudo su tutti i buchi, fece vista d'allontanarsi, ma invece fì 
cacciò quaito quatto m un fagiolaio. Val d* E vola. — Giuliani 
Saggio d' un Dizion. del volg. Tose. 

XXn. 2. — E cominciare stormo, — Stormo , V affronta- 
mento e queUo andare a investire il nemico, come il tradut- 
tore di Livio: < abbiendo le legioni ricominciato il grido e 
rinforzato lo stormo . » Nel Villani ancora si trova piii d' unn 
volta. Di qui ò stormire, far gi'an romore e fracasso; nel e. 
xm, eh* ode le bestie e le frasche stormire. Borghini. 

XXII. 59. — Ma Barbariccia il chiuse con le braccia , B 
disse: State *n là, mentr* io lo* nforco, — Inforco, il chiudo 
tra le braccia : e questo significato ò alla detta voce conve^ 
nientissimo ; perocché alla forca ben si assomigliano le braccia, 
allorché in avanti si stendono, affine di stringere altrui e inca- 
tenarlo. Fiacchiy 'Memoria letta alla Crusca, V. Zannoni, 238. 

XXIII. 9, ^ E come Vun pensier delT altro scoppia. — 
Intese di que^ pensieri che straordinariamente, e air improv- 
viso , e quasi fuor di proposito , pur con V occasione di quel 
primo, vengono fuori; il che propriamente noi diciaS) scop- 
piare, come d*una fonta che rompendosi il condotto, o fen- 
dendosi in qualche parte, V acqua che n* esce si dice scoppiare 
e non nasceì^e. Come ancora d* un albero si dirà scoppiare U 
messe, quando escon fuore del gambo, o di luoghi insoliti e 
non aspettati, né procurati. Borghini. 

XXIII. 88. — Costui par vivo altaUo della gola. — « Al 
moto delT alitare, scrive uno dei comentatori veduti da me; a 
quel moto della gola che V uomo fa respirando, chiosa un' altro. 
Ma non posero mente que* valentuomini che la gola non & 
respirando alcun moto e che del respiro non apparisce altro 
segno che air alenare del petto. L' atto che fece Dante, al 
vedersi contro la sua espettazione guardar bieco a* dannati, fn. 



y Google 



COMBNTI. 349 

con atto di deglutizione. Se tu pensi che la saliva si secerne 
in copia sotto quelle impressioni morali nelle quali si trovava 
allora il Poeta, e ti ridurrai in simili casi air esperienza tua 
propria, vedrai quanto il deglutire dovesse essere a Dante 
naturale. Nel deglutire sì che la gola fa un atto perchè la saliva 
passando dalla bocca air eso&go fa sollevare e portare innanzi 
la laringe e Tosso ioide (il pomo di Adamo) nella gola di 
Dante rilevato. A questo segno riconoscono le anime che il 
sopravvenuto era vivo, perchè il deglutire è atto della vita or- 
ganica. Camillo. {Cavemt), La Scuola, 1873, ii, 27. 

XXIII. 103. — Frati Godenti furono e bolognesi, Io Ca^ 
talano, e costui Loderingo, — In un' accusa del 1287 che si 
conserva negli Archivi di Bologna, si parla di un laudo scritto 
manu Jeromei AngelelU Not. scriptum manu Caztanemicis 
contro fomiam statutorum et ordinamentorum factorum per 
Dominos Loteringium de Andald et Cafelanum domini Gui- 
donis de hostiae Fratres Ordinis Militiae Beatae Mariae Vir- 
ginis gloriosae — Questi militi della Beata Vergine, detti poi 
Tolgaimente sold^i della Madonna, denominazione che si estese 
a denotare un soldato poltrone, abitarono in Ronzano a Bo-* 
logna, ed a castello de' Britti ov' era un altro Ronzano. Essi 
furono detti anche Templari , ed ebbero una chiesa sotto il 
titolo di Nostra Donna, poi di S. Bernardino in cappella S. Lu- 
ciac in via pubblica, per quam itur de burgo Arienti ad Canv- 
pum (cimitero) Ecclesiae Sanctae Mariae fratrum Gaudeniium 
OrcU^ft Beatae Mariae, Mazzoni Toselli. 

XXIV e XXV. — Ci par degna di considerazione la pena 
inflitta dall* Alighieri nella settima bolgia ai ladri: che posti 
fi*a innumerabili serpi, non solo ne vengono morsi, annodati, 
arsi in mille guise spaventevoli, ma son eziandio astretti a can- 
giar le spoglie umane in • serpentine, e le serpentine stesse poi 
a rimutar fra loro, rubandosi, barattandosi, perdendo i propri 
corpi senza posa. Poiché essi disconobbero i vincoli di quella 
proprietà su cui si regge V edifizio sociale, sembra che in pena 
.sentano venir loro sottraendosi ogni proprietà, perfino la più 
ìntima a noi, quella del nostro corpo, e corrano in disperate 
fughe con la paura di perdere la radice stessa della proprietà, 
cioè la personalità umana eh' è il vero fondamento del me e 
del sé, del mio e del suo, e perciò d'ogni proprietà, il cui 

Digitized by V^OOQIC 



350 OOMBNTI. 

diritto non bì può concepire là dove non è individualità e pei"- 
sona intelligente. Perez^ 499. 

XXIV. 3. — E già le notti ed mezzo di sen ranno. — Nel 
verbo vanno intende il P. Antonelli un moto in declinazione : 
al Caverni parrebbe invece doversi intendere in quel signifi- 
cato che ha quando diciamo: VAve Maria va alle cinque, alle 
sette, ecc. che significa: il tempo posto e dedicato a quelle 
sacre commemorazioni dura infìno alle cinque, ecc. Questo 
verso niente altro significa che le notti durano metà del giorno. 

XXIV. 4. — Quando la brina ... — Dice la causa e ac- 
cenna alle forme cristalline della brina. Esperto ossei*vator di- 
ligente d* ogni fenomeno naturale , avrà osservato che i cri- 
stallini aghiformi raggianti della brina si drizzano su per i 
fili delle erbe e delle stoppie da una parte e dall'altra a modo 
che le barbe suir astuccio d* una penna, immagine facile a de- 
starsi in lui, e con questa immagine della penna descrive la 
brina. Seguitando poi in su quella figura-, a significare cht- 
que* cristallini penniformi al sopravvenire del sole si sfanno, 
dice che a quella penna poco dura la tempra. Quello che al- 
cuni si dicono dello scriver la brina sopra la terra o altro, 
non mi par cosa vera, e perciò né poetica. Caverni^ La Scuola. 
I, 227. — Ingegnoso il vedere nella tempra, che poco dura, della 
penna messa in mano alla brina , le concrezioni cristalline 
penniformi. Tommaseo^ Lettera al Pievano Calcinai. 

XXIV. 14. — La speranza ringavagna : Cavagna^ o ga- 
vagnay neir uso siciliano, piccola fiscella per uso di por||||a ri- 
cotta: ed i siculi hanno lanche il verbo rincavagnari ^ e di- 
conio i mandriani quando rimetton in cavagna la ricotta, per 
tuffarla nel caldaro del siero bollente onde evitare che ina- 
cidisca. Adoprasi pure figuratamente per rimettere una cosa 
al posto dove pria stava; precisamente come Tha adoperato 
Dante, con moltissima convenienza usando, secondo il suo co- 
stume, i termini tecnici delle varie persone che introduce nel 
suo mirabile dramma. S. Salomone Marino. V. Man. Dant ih 
307, nota. 

XXIV. 137. — Io fui Ladro alla sagrestia de* belli arredi, 

Ciampi Sebastiano, Notìzie inedite della Sagristia pistoiese 
de' Belli Arredi. Firenze, Molini, 1810. 

Lettera sopra V inteìyreiazione d'un verso di Dante 



y Google 



OOMBNTI. 351 

nella Cantica xxiv delC Inferno. Pisa, Nìstrì, 1814 (In risposta 
ad UQ discorso di Vicenzo Follini, letto alla Società Colom- 
bai-ia dì Firenze il 6 Luglio 1814). 

XXV. 2. — Ze mani ahó . . . — > F. Sassetti nella sua lettera 
a Giamb. Strozzi (xxiviii, p. 90), redarguisce il torto giudizio 
di mons. Della Casa, a cui parre inonesta l'espressione qui 
usata dal poeta (Galateo, e. xxii), mostrando come ai tempi di 
Dante non avea quel si strabocchevolmente sporco significato^ 
che il Della Casa vuole ad essa attribuire, ma solo quella in- 
t^^rposizione del dito grosso tra li due che gli sono accanto 
inunediatamente. 

XXV. 49. — /' vidi un fatto a guisa di liuto. — Il liuto 
al quale paragonò Dante maestro Adamo, è quello strumento 
che ci vengon qua a sonare i montanari abruzzesi, e che si 
chiama la pica nel sacco. Troncate le cosce nel solco angui- 
naie ; la ventraia sarebbe come il sacco della piva, e la testa 
e il collo r imboccatura e la canna dello strumento. Cavemi. 

XXV. 81. — Folgore pare, se la via attraversa, — Vidi 
Dna serpe acciambellata (ridotta in forma di ciambella): mi 
ha fatto tanta paura, avesse veduto come Unguettava (vibrava 
la lingua)! rimasi 11 piantata a mo'd'un palo.... S'acdam- 
bella, 8* attorce (s* avvoltola) ma quando si svoltola, piglia la via, 
?he manco la saetta (folgore) Varriva. Nel Volterano. Giuliani^ 
Saggio di un Diz. del Volg. Toscano, p. 133. 

XXVI. 13. — i9u pet* le scalee. Che n' avean fatte i borni 
2 scendm pria. 

Vum Pbospbbo, Di Nicola Villani^ (pistoiese, più noto col 
lome di Accademico Aideano, di Vincenzo Foresi, e di messer 
Plagiano, secondochò gli piacque di capricciosamente cognomi- 
narsi^ morto verso la fine del 1635), e di una sua interpre- 
tazione dei borni di Dante. Lettere Filologiche e critiche , 
Bologna, Zanichelli, 1874, p. 312-330. 

M' avvenni, così il Viani al suo Landoni, a carte 1 1 1 della 
sua Uccellatura all' occhiale dello Stigliano nell' interpretazione 
l'.'i borni di Dante , cjie mi pan-e nuova , né mai vidi negli 
mticbi e moderni comentatori, che sopra quel luogo stanca- 
rono un tempo le penne L' interpretazione ò questa : « Ora 

y^ìì è da sapere che la parola bornio non solamente è fran- 
àosa, e importa Uppo o losco, ma è ancora Toscana, e significa 



y Google 






352 OOMBMTI. 

quel tumore che nasce dalle pereoase, detto altramente b^ 
noccolo e bitorzolo ; e il diminutivo suo è bomioio e bomioé 
che si prende talora in senso metaforico per oltraggio, 

billera, o bischenca, o malo scherzo Stante dò, chial 

fiene a essere il sentimento di Dante; non volendo egli dii 
altro, se non che nello scendere per quelle scalee Tonchiosa I 
piene di schegge ^ per le quali Lo pie senza la man non i 
spediay s'era fatto dei bitorzoli, e dei bernoccoli per le maj 
e per li piedi e per altre parti del corpo.» j 

Io direi che bornio vale qui sporgenza, rilievo ; e che u 
voce abbia tale significato il popolo lo sa, al quale è rimast^ 
di bornio, il diminutivo bomioccolo e bernoccolo. Dante, gin 
sto qui, intende de* bernoccoli o rocchi di uno scoglio. Cavené 
V. Man, Dant. ii, 568. I 

XXVI. 04. ^ Né dolcezza di figlio, ne la pietà Del vecchi 
padre, né il debito amore. Lo guai dovea Penelope fxr UeU\ 
— Con eleganza, non disgiunta da esattezza, descrìve ì tr 
amorì domestici, paterno, figliale e conjugale, rattepiditi 1 
dove prevale il talento d' imprese esterne e di libera attività 
descrìtti in quell* ordine, in cui soleva vederti T antichità, eh 
disse doversi attribuire le prime partì all'amor che discenda 
le seconde a quello che ascende , le terze a quel che si prò 
paga da lato. Perez, 720. 

XXVI. 117. — Diretro al sol. — 1 Gomentatorì interpre 
tano seguendo il suo corso d'orìente a occidente. Eppure 
chiaro che il cammino d'Ulisse, secondo eh* è narrfl|| da li 
medesimo nella terzina appresso, fu volto a ostro-levante. ^ 
cessare la confusione, consiglierei che quelle parole dirietro e 
sol, tu le intendessi: dalla parte di dietro del sole. Imagina : 
sole in sembianza di Apollo che guardi il polo nostro. Tuti 
coloro che guardano il nostro emisfero lo vedono di &ccia 
gli abitanti dell'altro emisfero, non avendo riguardo alla pa 
rallasse, alle spalle o diretro. Ulisse dunque dice aver rivoli 
il cammino all' emisfero australe , luogo d' onde il sole , eh 
qui mostra la faccia, di là mostra il dorso. Camillo (Ca-oemij 
La Scuola, 1873, ii, 60. 

XXVI. 127-29. — Tutte le stelle già delCaUro polo. — ] 
P. Antonelli rìtiene che T aspetto della sfera si presentasi 
retto a Ulisse, quando narra a' due poeti che navigando, tant 



y Google 



oouBMn. 353 

s'era messo per T ampio oceano, che, tutte le stelle già deW altro 
polo Vedea la notte, e il nostro tanto basso, Che non sorgeva 
fuor del marin suolo. Ma se vede le stelle tuUe del polo an- 
tartico, argutamente osserva il Caverai, dunque tutte le cir- 
cumpolari; e, se le circumpolari tutte, dunque il polo era 
sull'orfezonte elevato. Questo stesso conferma dicendo che 
r altro polo, cioè 1* artico, non sorgeva fuori del marin suolo ; 
cioè, ch'egli era sotto T orizzonte coperto, e perciò lo aspetto 
della sfera non doveva apparire a Ulisse retto, ma obliquo. La 
Scuoia, I, 179. 

XXVn. 43. — La terra che fé* già la lunga prova, E di 
Franceschi sanguinoso mucchio, — Accenna alla distruzione 
completa dell* armata francese operata dai Forlivesi insieme a 
molti prodi di altre città della Romagna nel 1282. Queir ar- 
mata, foi-te di ben diciotto mila soldati sotto il comando del 
generale francese, D'Appia, per ordine di Papa Martino IV 
(esso pure francese), assediava Forlì cospicua città ghibellina 
reggentesi a repubblica, nello scopo di assoggettarla al domi- 
nio della Chiesa. — Poche migliaia di-valoi*osi, combattenti per 
la libertà deUa patria sotto la scorta dell'illustre Capitano 
Guido da Montefeltro, riuscirono col valore, e mercè d' un fe- 
lice stratagemma suggerito dal celebre Guido Bonatti Forlivese, 
a trion&re d' un esercito si poderoso per forma, che esso venne 
intieramente massacrato ; imperocché i pochi che non mori- 
i*ono sul campo di battaglia, trovavan poi sbandati e fuggia- 
schi, li^orabile morte nella adiacenti campagne. V. Fiani 
Bartohmmeo, Voi. iir. 

XXVII. 50. — Il Lionese dal nido bianco, — Maghinardo 
Pagani di Snsinana. Ottavio Mazzoni ToselU. 

XX VII. 67. — r fui uom d' arme, e poi fU* cordigliero. — 
Perchè Guido di Montefeltro sommo guerriero rendutosi frate 
sia lodato a cielo nel Convito e infamato nella Divina Com- 
media. Ugo Foscolo, Discorso sul Testo, cxiv-cxix. 

XXVII. 85. — Lo principe de' nuovi Farisei Avendo 
guerra presso -Laterano, 

Con la famiglia dei Colonnesi, cui papa Bonifacio avea 
bandito contro la crociata. .Veramente noi non abbiamo memorie 
dalle quali apparisca che i Colonnesi abitassero presso Laterano, 
dacché le loro case far sempre ove son di presente nel popolo 

23 

Digitized by VjOOQ IC 



354 C(HiBNn. 

de' santi Apostoli, e solo sappiamo ch'essi, dopo il 1000, s'afTor* 
zarono nel mausoleo di Augusto, nelle terme di Costantino, poste 
sul Quirinale, e sul monte Accettorio, ora denominato Citorio, 
luoghi tutti non poco dal Laterano discosti. Ma il Poeta deve 
aver voluto con le sue parole vie più far notare come le ìvts 
di que' miseri tempi fossero ire fraterne esercitate non g-ià 
contro genti naturalmente nemiche, come Saracini e Giudei, 
ma si con cristiani non pure, ma con tali che dimoravano sin 
presso la chiesa madre delle altre tutte del mondo, e sede 
propria del capo della chiesa cattolica, e vescovo di Roma che 
è il papa. 

Nella vita di Cola di Rienzo leggiamo, che morto il Tri- 
buno a furore di popolo € fu strascinato fino a san Marcello, 
là fu subito appeso per h piedi ad un menianello », e Matteo 
Villani dice « tranaronlo in fino a casa t Cokmnesi, » Chiaro 
è dunque che le case de' Colonnesi erano da san Marcello ; e 
aggiunge il biografo di Cola « che poi, fu trascinato al campo 
deir Austa », cioè alla fortezza fatta da quei baroni sul sepol- 
cro d' Augusto. Il primo palagio dei Colonnesi era ov' è di 
presente quello degli Odescalchi , ed avea presso .un orto an- 
nesso alla Chiesa di San Marcello, che allora aveva la Ceciata 
volta ad oriente. Achille Monii^ Dante e Jloma, (Strenna del 
Giornale « Arti e Lettere »). 

Nemico suo potentissimo, inesorabile (di Stefano Colonna, 
della milizia splendidissimo onore) fu Bonifacio Vili Pontefice 
romano, cui difficilissima cosa era vincer coU' anni, imA|psibile 
con somroessione piegare o con lusinghe, tale in una parola 
cui domar non poteva che sola la morte. Il quale, con inumana 
sevizie, fattosi a richiedere per ogni dove la testa dell' eside 
miserando , pose in opera ogni argomento di promesse , di 
minacele, di potere, di autorità, di ricchezze per averlo nelle 
mani , con lai^ghe offerte di premi a chi lo inseguisse , e di 
severi supplizi a chi gU desse favore. . . . Petrarca j Ep. Pam. 
L. II, 3. 

XXVII. 89. — E nessuno era stato a vincer Acri, Nà meì^ 
Catanie in terra di Soldano. — « E al tempo di miser Pino da 
Cremona (1291), el quale tornò un altra volta Potestà, e fu 
fatto Cavaliere del Comuno di Siena, e fii confermo da l'uno 
Gieuaio al 1' altro ; e al suo tempo venne Iettare da Venegia 



y Google 



355 

come el Soldano di Babilonia aveva preso Acri, el quale gli 
era stato tolto dallo onperadore: e quando Tonperadore lo 
prese, el prese per lo consìglio di miser Guido del Palagio el 
quale era del Casato Bandinegli da Siena; e quando tornò, el 
quale c^ era ito co* novecento uomini , e fatta la rasegna non 
troTÒ ehe el suo numero fosse menuito se non di quattro ov- 
vero V. E per questo veduto Tonperadore che la bandiera dei 
Sanesi senpre era stata dinazi à primi feridorì, e avevano 
fatta tanto bella pruova, che non era ninQO nel canpo dello 
inperio, che non si maravigliasse, e quanti pochi dì loro spe- 
rano trovati meno per le battaglie , che avevano fatte e per 
questo r onperadore donò la Palla rossa nello scudo giallo a 
Miser Guido dal Palagio, della quale ne fu fatto grande stima 
nella sua tornata, e reconne di quel paese di Turchia molte 
gioie e cose preziose, che lui guadagnò, e anco ne gli donò 
r onperadore. » Croniche Senesi, pubb. da G. Maconi, e. 80, i, 
p. 2, 49. 

XXVn. 94. — Ma come CostanUn chiese Silvestro Dentro 
SiraUi, — Est hinc Soracte mons, Silvestro clarus incoia. Pelr. 
Fara, n, 12. 

XX Vn. 129. — E si vestito andando mi rancuro. — Il Di 
Giovanni osserva che il rancurare dì Dante in senso di afflig^ 
ffersi, soffrire omai sfiatato, ò bello e fresco tuttavia nel con- 
tado siculo, e sia d'origine provenzale o no, come crede il 
Varchi, che lo legge nelle canzoni di Folchetto di Genova e 
di Arnaldo di Mirail, il fatto sta che ivi è antichissimo e di 
casa. 

XXVin. H.-^E là da TagUacozzo, — E Rè Curadino fìi 
uno Re di Napoli, e andò a Canpo a Tagliacozo, e per la mala 
guida che faceva la sua giente, una notte venero tutti e gli Amici 
de Conti da Tagliacozo col aviso di quegli, che erano dentro. 
E veduto, che *1 canpo de Re Curadino stava senza alcuno 
riguardo e no' temeva nisuno , e no' facevano stima alcuna di 
niuna giente che venisse in aiuto d'essi Conti, e una notte 
quando fu '1 tempo che '1 socorso venne, quegli di denti'O uscirò 
fiiore armata mano, e quegli eh' avenivano col socorso si mo- 
stro dal altro lato, e asaltaro el Canpo de Re Curadino e 
funno fatti morti dell'una parte e dell'altra, che no' si por- 
rebbe dire, perchè no' conoscevano 1' uno Y altro per la schu- 

Digitized by V^OOQlC 



356 ooMBtm. 

rità della notte, e no* valeva adimandare, & qua lume. £ int 
fine fu tanta la giente di Tagliacozo, e del soccorso, che ve— 
niva, che quella de Re Curadino fh mesa in fuga, e i* Re con 
poca giente scanpò , e ritornossi a Napoli con poco onore , e 
con poca giente. » Croniche Senesi, puh. da G. Maconi, e. 62, 
I, p. 2, 36. — V. Amari, La Guerra del Vespro, e. m. 

XXVIII. 26. — // tristo sacco. — Lo stomaco o ventrìcolo, 
e non T intestino, come vorrehbero i moderni commentatori. 
Cosi intese il Varchi e gli altri cinquecentisti, che paiono og- 
gidì a noi parolai; e come pur V intende il Mantegazza: Igiene 
deUa Cticina, p. 125. Cavemi, 

XXVIiL 30. — Dicendo: or vedi compio mi dilaeco. — 11 
Penta vorrebbe che dilaeco stesse per Dilacdo, licenza poe- 
tica : Vedi come si sbraccia U mio petto : a guisa di un busto da 
donna, cui vengono tagliati i legacci. Interpretazione di alcune 
parole del Petrarca e di Dante, p. 23-27. 

XXVllI. bò. Or di a Fra Dolcin, 

MoRBio Carlo, Proposta di un nuovissimo Commento per 
dò che riguarda la storia Novarese, Vigevano, Marzoni, 1833. 
Frate Dolcino, p. 9-20. 

Dolcino, nacque in Trontano, piccola terra dell* Ossola su- 
periore. Cacciato dalla casa degli Umiliati di Trento, prima 
ancora di essere ammesso alla professione, passò al servizio 
del Cenobio di S. Caterina, ove sedusse e rapi una delle più 
vaghe allieve monacande, chiamata Margherita. Dopo la morte 
del Sagarello da Parma, dichiarossi capo della Società Pseudo- 
Apostolica, e scrisse immantinente tre lettere ad Universos 
Christi Fideles, onorando il suo Maestro col titolo di Angiolo di 
Smirncy e so stesso appellandosi Angiolo di Tiatira : in quelle» 
col viziare a suo modo i testi delie sacre carte, diede prova di 
qualche ingegno e dottrina, ma più ancora di somma depravazione 
di cuore. Lasciate le Alpi di Trento, ov* erasi ridotto a dogma- 
tizzare, Dolcino, sotto gli auspicii dei conti di Biandrate, nel- 
Tanno 1304 comparve a Gattinara, e passando oltre al così 
detto piano di Cordova, v* eresse alcime trabacche, riparando 
al bisogno entro al castello posto sulla sommità del monte; di 
là prorompeva con frequenti scori^rie nel castello di Serravalle, 
ove fece alcuni proseliti, tra i quaU il Parroco ed i Rettori del 
comune. Passata di poi a guado la Sesia, ricoverossi nella 



y Google 



OOMBNTI. 357 

rocca di Robiallo, tenuta allora dai conti di Biandrate; cedendo 
agV inviti di Milano Sola occupò le Alpi del Vallone di Val* 
nera, e dietro a queste la Parete calva che fortificò, intro- 
ducendovi la numerosa sna squadra di oltre a 5000 satelliti, 
tra* quali prìmeggiavaDO la bella Margherita, Longino da Ber- 
gamo, Federico da Novara, Walderico da Brescia, Alberto Tar 
rentino. Qui Dante, che visse a que* tempi, ci fa conoscere quante 
dovevano essere la fòrze di Fra Doicino, e quanto vantaggiose 
le posizioni da lui scelte, dicendoci, che sarebbe stato molto 
difficile il prenderlo con altro mezzo, se non se colla fame. Il 
Morbio d racconta i fatti successivi, la rotta del 23 Marzo 1307 
nel piano di Stavello, V avvenuta cattura, la sentenza pronun- 
ziata nella chiesa de' Domenicani di Vercelli, ed il supplizio 
eh' ebbe luogo sulla spiaggia del fiume Cervo. (V, Mxn. Dani, n, 
796; IV, 396). 

XXVIII. 74. — Lo dolce piano Che da Vercello a Marcabò 
dickina. — Marcabò fu un antico castelletto, posto là dove il 
Po mette in mare, quindi ali* estremità di Lombardia. Vercelli 
all' incontro n' ò il principio. Ottimamente Dante chiamò lo dolce 
piano quello che da Vercelli si protende in avanti. Morbio, — 
V. T. Tasso, Alcune illustri prose, Venezia, 1825, p. 17. 

XXVIIL 90. — Non farà lor mesUer noto né preco. — 
Quanto al vento di Focaia, non sarà lor bisogno fai*e preghi, 
perchò di già saranno annegati innanzi che si venga a quel 
vento. Borghini, 

XXIX. 31 e seg. — La violenta morte Che non gli è ven^ 
dicaia ancor, disseto, Per alcun che deltonUi sia consorte. •— 
Con la parola consorti si designavano i membri d'uno stesso 
parentado , i consorti o compartecipi del medesimo sangue : 
ma poiché la consanguineità fu appunto seme di egoismo e 
inimicizia, una parola destinata all'amore divenne ministra 
dell'odio, e consorti dell'offesa, della vendetta, ecc. si dissero 
tutti que' membri di un parentado, che sentivano come pro- 
pria r ingiurìa fatta a un solo di loro, e tutti insieme s'erano 
stretti e giurati a vendetta contro qualunque del parentado 
avverso, senza eccezione di tempi o luoghi o persone. Persino 
TAlighierì, in quella stessa bolgia dove punisce le discordie 
religiose e cittadine e domestiche, trovando uno de' suoi rìs- 
sosi e vendicativi parenti. Gerì del Bello, non sa tenersi dal 



y Google 



358 GOMKNTI. 

dolore pensando che la morte cruenta di quel feroce non era 
stata ancor vendicata da nessuno del parentado. Perete 783. 
XXIX. 121. — Or fu giammai Gente si vana come la 
Sanesef Certo non la Francesca si (Tassai. — Purg. xiii, 151. 
Tu gU vedrai ira quella gente vana Che spera in Talamone. 
— L* Alighieri chiama replicatamente vani i sanesi , unendoli 
a confronto coi Franceschi, dai quali, e, precisamente dai Galli 
Swoni, l'opinione di alcuni scrittori dei passati secoli e la 
tradizione cittadina li fa derivare: e certamente pregi e difetti 
comuni ai Francesi i Sanesi ne hanno non pochi: Il che con- 
ferma anche il comeutatore di Dante Benvenuto da Imola, 
appoggiandosi air autorità del poeta e a quella di Giov. Sali- 
sbmHense : « quia sanenses in lineamentis membrorum, et for- 
mositate facìei et gratia coloris et morìbus ipsis videntur ap- 
propinquare ad Oallos! D'Ancona, Nuova Antologia, Geno. 
1874, p. 48. 

I Sanesi erano tenuti per gente vana anche due secoli dopo 
Dante. Al tempo dell* incoronazione dì Leone X venne a Roma 
a congratularsene una deputazione di Sanesi , i quali fecero 
attendere lungo tempo il Papa ed i Cardinali prima di com- 
parire. Si scusarono del loro ritardo con dire : se esse Satten- 
ses et more senensi fecisse: di che molti degli astanti fecero 
tale parodia: Se esse fatuos et more fatuo fecisse. Vita di 
Leone X del Fabroni , nota 24. — Marco Eenieri, V Apatista 
di Venezia, 15 Sett. 1844, n. 37. 

II Todeschini tiene per certo che ci si continui il discorso 
dì Dante, ed espone: certo non la francese si a gran pessa: 
ovvero più pienamente : certo la francese non è cosi vatia a 
gran pezza. 

XXIX. 127. — ^ Nicolò, che la costuma ricca. — Nicolò 
de' Salimbeni. I Salimbeni erano ricchissimi. Nelle Cronache 
senesi , pubbUcate dal Maconi , trovo che : '« veneno i Fioren- 
tini per fornire Monte Alcino, e fornito che Tebeno con tutti 
i loro collegati s'acamparo a Monte Aperto tra la Malena e 
la- Biena , e feceno si gran campo eh* erano più di vinti mi- 
gliaia di persone; e mandoro ambasciatori a Siena, e mandoro 
a dire che li davano tenpo tre di a rendersi, e se non s*ar«i- 
devano gli metarebono a stermino , e volevano rompare ìe 
mura per none entrare per li porti. E venuti gì* inbasdadorì 



y Google 



COMBNTI. 359 

a Siena, a sonato a consegUo, si raunò el Consiglio de* Vin- 
tiquattro , e veduto che '1 cornano non aveva denari , misser 
^alinbene Salinbeni profferse cento miglia di fiorini al comune 
e alla difesa della città, e che si mandasse per essi. E subito 
andoro a casa Salinbeni, e misono questi cento miglia di fio- 
rini sur un carro coperto di scarlacto, e molti ulivi in mano 
([negli 6 quali guidavano el carro, e venero su la piazza To- 
lomei, e tutti questi denari misero nel mezo della chiesa di 
Saneto Crìstofano. E misere Salinbene si levò suso e disse 
a' suoi compagni Vintiqnattro, che si solcfasse giente, e che non 
si mirasse a danari , che quando quegli saranno logri , ne 
prestarebbe altrettanti. » — V. Man. Dani, iv, 397. 

XXX. 28. — In sul nodo Del collo. — L' espressione del 
nodo del colio ò vivissima sulla bocca del popolo toscano, in 
significato di nuca. E qui intendesi la colonna vertebrale dei- 
Tasse cerebro-spinale. Il nodo del collo è una parte della nuca, 
ed è quella dove l'atlante s'articola colla epistrofea. La lus- 
sazione di quelle vertebre sappiamo essere mortale, perchè 
corrisponde ivi il punto vitale di Flourens nel midollo spinale: 
perciò rompasi il collo è lo stesso che cadere di morte istan- 
tanea per quella cagione. Dante adunque e il popolo toscano 
sapevano bene per esperienza quanta squisitezza di vita fosse 
nel nodo del collo, e apparisce dalla pena degV indovini i quali 
sono in una continuata lussazione dell' atlante e perciò in pena 
di morte continua. Apparisce dal tormento dell'Arcivescovo al 
quale Ugolino rode là 've il cen>el s'ctgggiunge colla nuca, cioè 
fra r atlante e l' occipitale e arriva col dente insino al midollo 
nel punto vitale: pena atroce di morte .^ Caverni, La Scuola, 
1, 229. 

XXX. 49. e s€^. — l'vidi un fatto a guisa di Unto. — 
Il valore di un vocabolo non sancito ilall' uso ... è un valore 
nullo, come di moneta che non ha corso. Rosmini. — Per ciò, 
cementa assennatamente il Perez, forse l' Alighieri pone nell' ul- 
tima delle bolge i folsatori di parola presso i falsatori di moneta, 
e quelli ancor più bassi di questi, considerando la parola come 
spirituale moneta, come stromento prìncipalissimo al commercio 
delle intelligenze e de' cuori umani. Né a caso tra l'ignobile 
rissa del breeciano monetiere Adamo e il greco traditore Sinone, 
questi dice all'altro: iS'to dissi falso j e tu falsasti il conio 



y Google 



360 OOMBNTI. 

(▼. 115). Nò a caso il monetiere, scfaernito per la sete onde 
lo cruccia il tormento dell' idropisia^ nota, a vendetta e strazio, 
nello schernitore una sete ancor piii affannosa eccitata in lai dkl 
tormento della febbre, e i fumosi vapori in cui la febbre lo 
avvolge (ivi, 124-129). Perocché se air inoaiabile avarizia di chi 
fiUseggia la moneta ben s* accomoda T oraziana similitudine 
dell' idropico (Od. L. ii, 2) , ai &ticoei raggiri e alle vane in- 
venzioni di chi falsifica la parola ben s* addice il brucior dolo- 
roso e r inquieto vaneggiar del febbricitante : pene suggerite 
forse dal Profeta , cAe de' bugiardi e de' calunniatori grida : 
Caput circuitus eorum; labor labiorum ipsoruan operiet eos^ 
cadent super eos carbones (Ps. cxxxix, 10, 11). Peret, 111. 

XXX. 76. — Ma s' io vedessi qui Vanima trista Di Guido, 
d Alessandro. — Il Troja per aprirsi il campo ad ofirìrci un 
Alessandro da Romena legato con istretti vincoli alFAlighieri, 
e diverso dall'Alessandro I ch'ebbe parte alla falsificazione 
del fiorino f scoperta nel 1281, prese a mostrarci due diversi 
Aghinolfi fratelli de' due diversi Alessandri , V uno de' quali 
morisse nel 1300, l'altro vivesse fino al 1338 e fosse padre 
di Uberto e di Guido. Ma invece il Todeschini pienamente di- 
mostra colla scorta di solenni difdomi, che i due pretesi Aghi- 
nolfi non sono che un Aghinolfo solo, fratello di Guido e di 
Alessandro, ifalsatori del fiorino, vissuto fino a tarda età, padre 
di Guido e d' Uberto premorti a lui, e d' altri parecchi figliuoli 
nominati nel suo testamento del 1338. V. Todeschini, Rela- 
zione di Dante con Alessandro da Romena, i, 211-59. 

XXX. 78. — Per fonte Branda non darei la vista, 

Tancredi pbop. Giusjeeppb, Di una nuova interprelasiane 
sulla fonte Branda nominala da Dante. Il Buonarotti, 1872, 
Quad. xii, p. 421. 

Nel Casentino vi h^ una contrada denominata V Uomo 
morto, a mezz'ora di canunino dal castello. Poco sopra alla 
via provinciale anche og^dl si vede sorger alto un cumulo 
di sassi, il quale dicesi tuttora la macia dell'uomo morto, 
la quale denominazione, secondo la tradizione che vi corre, 
riguarda il tragico fine di maestro Adamo, cui giustizia in- 
corrotta e sapientissima consegnava alle fiamme, lasciando negli 
agi e nelle feudali prepotenze i conti di Romena corruttori 
dell'artista bresciano. Sopra questa tradizione il P. Antonio 



y Google 



ooìunti. 361 

Bartolmi (Cecchino e Nunzia, ovvero Ancora e' é che ire, Fi- 
renze, PolTerini, 1872), stabilisce che in quell'altura, suOa 
pubblica via, innanzi al castello, ad esempio e terrore di tutta 
la provincia, fosse messo a morte lo sciagurato maestro. Sono 
però preziose notìzie che dà il Bartolini sulle odierne condi- 
zioni del castello, e su la vera fonte Branda alla quale allude 
i' assetato maestro Adamo. Ecco Romena , scriv* egli, ecco le 
torri, in cui riponevano la loro sicurtà e dentro alle quali 
pronunziavano gli spietati giudizi, e compivano le sanguinose 
vendette i crudeli feudatari. Avvi tuttora' il cassero, nelle cui 
mure massiccie si può vedere V incastro del ponte levatoio, e 
i fori per cui scorrevano le catene che servivano a sollevarlo 
e abbassarlo. Nel fondo poi della seconda torre situata ad 
ostro-scirocco della prima, rimane tuttora un'orrenda stanza 
a cui si aveva accesso soltanto da un' angusta bòttola situata 
nel centro della sovrapposta volta, d'onde vuoisi inferire che 
ella fosse un carcere spaventoso. Alla distanza di circa cento 
cinquanta metri da quella torre, nella direzione stessa di ostro- 
scirocco, si vedono gli avanzi di una fonte ora inaridita, e 
detta dagl'indigeni fonte Branda, nome che non può ornai 
porsi in dubbio dopo un ricordo del cinquecento trovato nel- 
r archivio di S. Pietro a Romena. In un libretto, o meglio in 
un fascicolo di poche pagine manoscritte si leggeva l' elenco 
degli ascritti ad una pia confraternita fondata in quella pieve. 
Oltre la serie de' cosi detti fratelli, eranvì pure alcuni ricordi 
deUe cose memorabili avvenute nella parecchia, tra le quali: (16 
Nov. 1599), si ammenta che neWanno,.. avvenne un grande 
ierremuoto ... il tempio di S, Pietro si spacho (sic), e V ospi- 
(ale di S. Maria Maddalena fu gitasto dalla parte che guarda 
fonie Branda, 

XXX. 102. — Epa croia. — Croio , vuol dire duro e che 
non consente, grosso e rigonfiato. Fazio degli liberti chiamò 
gli oltramontani gente croia; e il Bonichi nelle sue canzoni 
morali: Quel che parli per la croia gente, cioè tonda; ma piti 
aperto nella Tavola Ritonda: Certo, Sire, disse lo scudiere, 
questi ò un cavalier duro e croio, il quale è in grande pec- 
cato; e il Passavanti: come i Tedeschi, Ungheri e Inghilesi, 
i quali col volgare bazzesco e croto lo incrudiscono. Borghini. 

La pancia dell' idropico, che pel troppo umore s'ò indurata 



v Google 



362 eomNTi. 

e tesa^ e non è più cedevole, ma si è nella propria tensione 
irrigidita sicccome cuoio. Croia, in Provenzale croi, deriva da 
corìum. Nannucci. 

XXXI. 24. — Nel maginare abborri, — Nel verbo abbor-^ 
rire ò in radice Y horror, voce che, cori nel latino come anco 
neir italiano , significa quel disordine e quello scompìglio e 
quaci rabbuffo, che induce nelle membra e specialmente nella 
pelle e ne' peU V interiore turbamento dell^ animo ; donde se ne 
fece il verbo horripilare. — Immaginazione che abborra è ima- 
ginazione che si disordini e si scompigli. Nelxxv dell'Inferno 
e nel xxvi del Paradiso il verbo abborrire ha la significazione 
comune di riprovare con atto passionato una cosa, Cai>emi. 

XXXI. 49. — ... . Quando lasciò V arte IH si fatH animali, 
— Animali chiama Dante i Giganti, che stanno all^orlo del 
pozzo, sopra le ghiaccie infernali. Anche il popolo chiama ani- 
male e animaìaccio uzta persona stupida e immonda. Stupidi 
infatti, in pena del loro orgoglio, descrive Dante i Giganti; 
ed essi che vollero fermare i piedi sulla stabihtà de' monti a 
dar la scalata a' celesti , debbono ora contentarsi di posargli 
a disagio, con timore continuo di sdrucciolare, senza potersi 
aiutare, assendo legati sulle sporgenze ronchiose de* massi, 
che escono intorno dal muro del pozzo. Per queste sporgenze 
scese giù Anteo, come per scala, a posare sidle ghiacce i Poeti. 
E questo vo* che sia detto a que' comentatori, che non ba- 
dando alle misure geometriche dell' edifizio infernale, credono 
che i Giganti posino , sopra le ghiacce , la fermezza de* piedL 
Cavemù 

XXXI. 58. — La faccia sua mi parea lunga e grassa^ 
Come la pina di San Pietro a Roma. — Valicato il ponte 
Sant' Angelo, entravasi nel portico da Leone IV già fabbricato, 
il quale dal ponte metteva alla basiUca di S. Pietro, e che, 
tuttoché guasto dalla vecchiezza e dalla mano degli uomini. 
sappiamo che durava tuttavia in piedi, poiché se ne fa ricordo in 
una bolla di Clemente V del 131 1. Da questo portico che correva 
lungo la via, l'Alighieri giugneva all' altro portico quadrato che 
serbava l' antico nome di Paradisus, il quale si apriva innanzi 
il tempio vaticano di Costantino, prima che tutto si rinnovel- 

lasse per opera di Giulio II e de' succeduti pontefici E sotto 

il portico di Vaticano Dante ammirava la grande pina di 



y Google 



couam, 363 

bronzo posta per antico ad adornare la cima del mausoleo di 
Adriano, e da papa Simmaco sul principiare del secolo VI col- 
locata colà ad ornamento d' una fontana che sorgeva all' in- 
;n*esso del celebratissimo tempo. Questa pina, insieme con due 
pavoni, pure di bronzo, è ora nella sala del nicchione di Bra- 
mante nel giardino che sta in mezzo a* musei, e che da quella 
ha nome di gtardin delia pigna, — Achille Monti, Dante e 
Roma, Strenna del Giornale « Arti e Lettere » 18 e seg. 

XXXI. 67. — Rafél mai améch zabi almi, — Veggasi T in- 
terpretazione a p. 76. (V. Man, Dani, ii, 306; iv, 162). 

XXXI. 77. — QuesU è Nembrotto, per lo cui mal coto, , , . 
Nannucci Vincenzo, Sopra la parola Coio usata da Dante 

nel e. XXXI delT Inferno e nel e, m del Paradiso, Osservazioni. 
Fii*enze, Le Monnier. 

« Bene adoperarono tutti gì' interpreti che diedero alla vocov 
coto il significato di pensiero, se non* che errarono nell'asse* 
gname la discendenza ; non essendo, come- mi sembra, una sin- 
cope nò di cogito nò di cogitata. Se io dicessi coto ò sincope 
(ii cotato, ossia cogitato, preso come participio sostantivo, cioò 
per colamento, o cogitamento o pensiero, non direi cosa nò 
c-ontro regola, nò contro ragione. . . . Ora, che coto, se pur non 
si voglia una sincope di cotato, non sia il citt dei Provenzali 
nessuno me lo leverà del capo. » 

XXXII. 30. — Non arma pur daltorlo fatto cricch. — Nel 
cioncarli, i pani della neve, a volte fanno cri cri come cri- 
stalli : anco iscagliano (schizzano) come il marmo. — E non ò 
questo il cricch usato da Dante? E più al proposito, altrove 
intesi dire : Il castagno, quando ha fatto cricch (che un po' si 
è pinato alla forza del vento), é in terra: guai se comincia 
a criccare (il castagno) ... La voce cricch, donde n' ò derivato 
criccare, che ò di un uso assai frequente nella Versilia, T Ali- 
ghieri deve forse averla intesa, passando per que' luoghi. Di- 
fatti ricorda Pieirapana con dire, che se quel monte fosse 
caduto sopra il ghiacciato lago di Oocito, questo non avria 
pur daW orlo fatto cricch, -^ Giuliani, sul Vivente Linguaggio 
di Toscana, LeU. 89. 

XXXII. 88. — Antenora, — Vi son puniti non pure i tra- 
ditori della patria che quelli che tradirono la parte, a cui erano 
attaccati. Ai tempi di Dante era opinione che Antenore si 



y Google 



364 ooiOBiTi. 

tenesse co' Greci a danno de* suoi cittadini. Il vecchio Villasi, 
in una sua tirata contro i Veneziani, ch*egU accusava di aver 
tradito il comune di Firenze, li disse stratH del sangue di An-- 
tenore, traditore della sua patria Troia. — Todesdùni, i, 104. 

XXXII. 122. — Tribaldello, CK apri Faenza quando a 
dormia, 

VALGiMiaLi G. M., TebaldeUo Zambrasi. — Memoria ietta il 
20 Marzo 1866 alla Società Scientifica e Letteraria di Faenza 
e pubblicata negli Atti della medesima. 

Il Mazzoni Toselli prova con incontestati documenti che 
TebaldeUo e non Tribaldello fosse il nome, e Zambrasi e non 
Manfredi il cognome. Anche il Valgimigli lo dice Tebaldeilo. 
diminutivo di Tebaldo, trovandolo cosi appellato in molte carte 
originali. Egli poi ci narra per disteso della beffa accoccatagli 
da alcuni dei Lambertazzi; di che il desiderio di ricattarsi della 
patita onta, e la simulata pazzia per venire a capo della sua 
vendetta, e le pratiche avviate per togliere ai Lambertazzi e 
recare in mano de' Geremei la signoria di Faenza. € Appres- 
satosi l'esercito bolognese alla parte di Faenza, TebaldeUo 
(fractis ferramenOs etjanuis porte Emilie sive Imoìensis, guani 
prae ceteris conservabat, in dmtatem Faventiacintroduscit. ..par- 
tem Oeremiorum de Bononia, cum omnibus et singulis eorum 
sequacibus)j si conduce difilato alla maggior pia^a, ove si 
pone in ordinanza di battaglia, mentre il Zambrasi, secondo 
r usato, prende co' chiavistelli non più a destare un vano ru- 
more, si a chiudere, quante può, case dei Lambertazzi, ed io 
tal modo impedire l' uscita a coloro^ eh' erano fatti segno della 
sua vendetta. Tre guelfi introdotti da TebaldeUo a Faenza, ci 
viene il Gantinelli additando, siccome de' principali, Fantolinvm 
et Tinum fiUum D. Ugolini de Fantolino, caianeos de Sa- 
xadeUoy comitem Bemardinum de Cunio, fixUrem Albericum 
et Manfredum de Manfredis, D. Guidonem de Polenta de 
Ravenna, Nordiglos de Imola. — Entrati in Faenza i Gere- 
mei, tamquam leones avidi et intenti ad praedam, ò il ghibel- 
lino Gantinelli che cosi ce li vien ritraendo, ipsam dxntatent ir^ 
ruentes , quotquot potuerunt gladio occiderunt , alios vulne- 
rantes , alios carceribus reducentes , refectis, eaopulsis atque 
fUgatis omnibus de parte Acharianorum et Lambertaodorum, 
quibusdam em eis armatis, aìiquibus inermibus^ et multis ex 



y Google 



couBsm, 365 

ipsis absque pannis et ealceamentis pròpriis ; e poco stante a 
dir prosegue, tamquam canes famelici domos intrantes depre- 
daverunt ecdesicis insuper et loca religiosa^ et spedaliter do^ 
mos et eeclesiam S, lohannis evangeUstae fratrum eremita-^ 
norum, €Uqtte etìam eeclesiam S. Francisci fratrum minorum, 
omnibus rebus et bonis tam iUorum^ qui in ipsis domibus 
scappaverant , quam etiam ipsarum domorum et fratrum 
inaudita immanitate, et videte inhumanitatem crudelissimo^ 
rum et impiorum christianorum, qui non contenti bonis et re- 
bus et substantiis eorumdem, ipsos sacerdotes et clericos et reli" 
ffiosos oc etiam plurimos laicos, qui timentes eos ad ecclesias 
confuperant, et exclamaveruni in eisdem, sicut homicide et omnes 
malefici possunt exdamare et refìigium habere de jure, alios 
occiderunt, alios mortis articulo vulneraverunt , alios duris 
carceribus intruserunt; illi vero, qui ex ipsa cimiate Far>entie 
ecaserunt, reducentes se personaUter ad Livensium civitatem, 
ibi benigne traclati fuerunt, et tamquam mater filios proprio» 
sunt recepii, — Chiude infine la mesta narrazione, ricordando 
ancora, come gì' inveleniti guelfi cum gladiis et fUstibus ecck' 
Siam et domos fratrum minorum de S. Francisco circumdantes, 
irrepserunt quotquot invenerunt infanies ultra x (e dopo una 
breve lacuna).... infra, qui confugerunt ad eeclesiam, in ea 
tam nequiter occiderunt, quorum innocentium puerorum san- 
guis et ad omnipoteniiam Dei elevatis in altum vocibus coti- 
die damanHum: adveniat sanctus sanctus sanctus Domtnus 
Deus Sabaoth,' postmodum vero pHorem et fratres heremitanos 
commorantes apud locum et eeclesiam S. lohannis Evang eliste 
de porta Montanaria de ipsis loco civitatis Faventie nequiter 
expuierunt, et etiam guardianum (et fratres aggiungono gli 
antichi annali di Forlì), loci S. Francisci. De qua re magna 
fuit abominano cantra eos et inimicos eorum. Il fatto è indubita- 
tamente accaduto il 13 Nov. del 1280. — Anno M.CCLXXX 
indictione Vili, così il Cantinelli .... ex abundantia cordis os 
loquitur, et nefandissimam injuriam et offensam crudelissimi 
ThebaMelU de Zambraxiis civis faventini narrare cupiens, quod 
post Judam Schariothe mercatorem pessimum nec auris au- 
dive, oculus non vidit, in cor hominis non ascendit , nec fuit 
aUquoUens perpetratum, Dum enim esset dominus civitatis 
Faventie, sicut et ceteri catanei et magnates, qui fovebantpar^ 



y Google 



366 COBONTI. 

lem Acharixiorumy et Lambertacciorum de Bononia common 
rantium in eadem^ de quo etiam omnes ^fopulares et amiri 
sui tamquam de ipsorum personis propriis confidebani^ facUx 
strage viventium amicorum suorum^ deliberato consìUo et as^ 
sensu cum illis , qui suam patemam et fraternafn earnem 
manducaverant (intendi i guelfi, da* quali erano stati morti 
il genitore ed un fratello di lui), tractatuque habito cum part^ 
Geremiorum de Bononia et eorum sequaàbus de Romandiola^ 
tamquam Herodes et Pilatus facti sunt amici, E lo stesso 
Cantinelli dopo aver riferito^ cbe de mense novembri^ in tnane 
summo Tebaldello introdusse i guelfi in Faenza, soggiunge : 
Ante horam tertiam (cioò innanzi alle ore nove aotim.) Herodes 
et Pilaius facti sunt amici in die mercurii XI JI novembi-is. 
Se ò a credersi al Rambaldl, Tebaldello, Hcet nobiUs, tamen 
spurius erat, unde, continua a dire quelFesiinio comentatore, 
adhuc diciiur in partibus meis (nella bassa Romagna) quando 
tidctur unìiSy qui habeat malum aspectum: Iste videtur ilU\ 
qui Faventìam prodidit. Non è punto a dubitare che in guider- 
done del suo tradimento Tebaldello conseguì d*.essere con tutta 
laBua&miglia e con quella dell' amico Gberardone, condotto a 
Bologna, ed aver ivi avuto cittadinanza e beni. 

Il Mazzoni Toselli accenna che in un indice delle Rubriche 
degli statuti e privilegi fatti anteriormente al 1288 si legano 
due partite risguardanti ai Zambrasi di Faenza: 

Rub. Quod frater ZambraoDius et ahi de ZambraxUs de 
Faventia sint cives. Fol. 3. 

Rub. Quod Zambraxina TebcUdelli de Faventia intelUgatur 
in protectione Comunis. Fol. 3. 

Ma sembra che Tebaldello, soggiunge il Valgimigli, godesse 
breve pezza de' conferitigli civili onori , trovandosi nei libri 
dell'Archivio, che fu, de' frati domenicani di Faenza menu>- 
vato a' 21 dicembre 1286, il Testamento d'Imeldina vedova 
di Tebaldello Zambrasiy siccome esìstente presso que' cenobiti, 
ammirarsi, atteso il ricordo, ivi fatto dipoi li 18 Giugno 1311. 
del che non è punto da di Fr, Tommaso da Reggio priore di 
S. Andrea di Faenza e commissario del q. Tebaldello q. Ga- 
ratone Zambrasi; donde s'apprende il nome, da cui si domandava 
la cotestui moglie rimastasi sin qui ignota. 

La Dissertazione, del Valgimigli è dettata con molta dili- 



y Google 



coiflBrri. 367 

^nza e saviezza di critica. Mettendo egli a confronto cronisti 
: storici antichi e moderni riduce, per quanto è possibile alla 
itoHca verità la mala opera di Tebaldello, spoglia quindi le 
dtrui narrazioni di quanto oontengono in so d' imaginario e di 
ìBsolutamente falso: toglie dubbietà ed equivoci. 

XXXII. 136. — Non eUtrimenU Tideo si rose. ... — Non 
regg^o come Dante potesse esprimere T orribile passo del co. 
LJprolino con reticenza piii efOicace e insieme più decente, che 
2olle parole: il teschio e r altre cose; dove coli* ultima voce 
?gli fa immaginare e pensare più ancora che non faccia Stazio 
colla tabe del capo di Menalippo roso da Tideo. Perez, 183. 

XXXIU. 75. — Poscia, più che 7 dolor, potè il digiuno. 

Dall' AcquuK Giusti Antonio^ Se Ugolino abbia mangiato 
ì figli. Dialogo, Strenna Veneziana, a. xu ( 1874), Venezia, 
Comm^xào. 

Ne' versi stessi di Dante ci ò il comento. Tu divino, con- 
chiude il Retore dopo aver invocato ad ascoltare il responso 
di Dante, osasti ciò che non avrebbe mai osato verun altro, 
di porre in scena un padre, che narra egli stesso di avere 
cacciato i denti nelle salme dei propin figli. Certo, questo pa- 
dre non poteva dire con aperte parole una tal cosa; ma tu 
la andasti insinuando nella mente del lettore, mostrando il 
genere di castigo dell'arcivescovo, e insistendo sempre sul 
Yìxangiare e sul rodere e aprendo il nuovo canto col fiero 
pasiOy e facendo che Ugolino sognasse di cagne, le quali negli 
antichi poeti sono nominate di spesso a proposito di corpi 
umani fatti lor pasto^ e dicendo che gli parve di vedere queste 
cagne con le loro acute scane addentare i fianchi dei figli. 
Ma più che mai stupendo e singolare ò il passo, nel quale i 
figli dicono al padre mangia di noi, con quelle parole che 
seguono, quasi anticipata giustificazione dell' orrendissimo fatto. 
Dopo tutto ciò, quando si arriva al famoso verso, esso è chiaro 
come la luce del fulmine, ed è pieno di significazione tremenda 
nella desolata ambiguità della frase , poscia piii che 7 dolor, 
potè 7 digiuno^ e nel furore, con cui Ugolino, finito il parlare, 
riprese il teschio co' denti, cJie furo ali* osso, come d* un can, 
forti. Non si poteva dire di più. Vi è inoltre una parola che 
doveva bastar essa sola spiegare tutto. Novella Tebe, che 
accenna a quel banchetto che fece retrocedere per orrore il carro 



y Google 



368 ooacBEm. 

del sole, a quell'atroce bandietto, nd quale Tìeste mangiò 1 

membra e bevve il sangue dei figli. 

ZoBi Antonio, Considerazioni storiah<ritiche sulla cati 
strofe di Ugolino della Qkerardesca conte di Donoratico. F 
renze, Le Mounier, 1840, in 4^ di pag. 34. 

• Monti Vicbnzo, Lettere due, sulla vera interpretazione d 
famoso verso di Dante nel canto sulla morte di UgoUn 
L'Omnibus di Venezia, 1858, Fase. 41, p. 283. 

Dopo alcune osservazioni tratte dal fondo vero d^a fisi( 
e della morale, « ecco, ei dice, T interpretazione, che di videi 
domi da tutti gli espositori (e credo non ingannarmi), io dò 
verso in questione. Dopo esser io sopravvissuto tre giorni 
miei figli, dopo averli chiamati, brancolando già cieco sovra 
loro cadaveri, finalmente, più che la forza del dolore e d 
furore a tenermi vivo, ti potente la forza della fìune a dare 
morte. » V. Man. Dant,^ iv, 401. 

XXXIII. 118. — /• 8on frate Alberigo, Io san quel dal 
frutta del mal orto. Che qui riprendo dattero per figo. 

Delia seguente illustrazione storica, e di quelle altresì ci 
riguardano i Faentini ricordati nella Divina Commedia, n 
professo debitore al valente prof. Yalgimigli, Bibliotecario' del 
Civica di Faenza, nelle patrie storie consumatissimo, ed insien 
raccoglitore paziente ed assennato, che da me richiesto, ce 
gentile condiscendenza, fece sua vogUa della voglia mia. D 
che gliene rendo pubbliche e sentite azioni di grazie. Cosi 
nobile esempio suo trovasse degni imitatori, che ne verrebi 
agevolata T intelligenza di tanti passi storici controversi d 
sacro Poema 1 

« È filma che fidate Alberico de' Manfi:«di, cavaliere gaudeni 
ardentìssimo partigiano di chiesa, ed uno de' più spettabili 
sua famiglia, venuto a contesa per gara di dominio col coi 
sanguineo Manfredo, nel calore di quella riportasse dal cost 
figliuolo, nomato Alberghetto, una solenne ceffiaita (I). Conce 



(1) Nulla di ciò ricorda il Can tinelli, tuttavia l'unanime sentire tki 
scrittori, che da codesta ingiuria traesse origine il tradimento ordito dapì 
per Alberico, ci ha indotti a non doverla passare sotto silenzio, avverteno 
rome intorno alle cagioni, per cui suscitossi la mentovata contesa, avr 
gnaochè talun moderno storico asserisca restarsi ella del tatto ignob 
Benvenuto da Imola però ci assicura che Manfredi^ cupiditate re^juan 
strweit insidiai Fratri Alberico. Et quttm devenisset ad graves verbon 



y Google 



COMBNTI. 369 

Aiberico per queir onta odio si mortale contro Y offensore, che, 
laalgrado degli uffici adoperati dagli amici giammai s'indusse 
in cuor suo a perdonargli, e solo scorso alcun tempo fè mo<- 
stra di arrendersi e di piegarsi a' consigli di pace, mentre a 
meglio colorire l'iniquo disegno, che andavagli per la mente, 
invitò Manfredo e Alberghetto ad un pranzo che segui a' 2" 
Maggio del 1285 nella villa o castello di Francesco Manfredi, 
posto nella pieve di Cesato, e detto la Castellina, ove, seccmdocbò 
Alberico erasi indettato con alcuni sicari, quando il convito fu 
in sul terminare, disse ; vengano le frutta ; ad ecco in un subito 
Ugolino figliuolo di lui e il prenominato Francesco, ad una 
coi nascosi scherani, scagliarsi co* pugnali addosso a que''due 
miseri e barbaramente ucciderli. E ben a ragione diceva egli 
Tab. Maccolini che tradimenio più atroce ed abbominoso per 
quelle eia di sanguinose vendette e di rabbia civile non con- 
fantina per fermo le Faentine storie, sicché la vituperosa me- 
moria di tanto misfatto . stette di generazione in generazione 
rome in popolesco proverbio per tutta Romagna , cioè a dire 
ì-' frutta di Frate Alberico, o veramente le frutta del mal orto 
a significare V empissimo dei tradii^enti e il pessimo dei tra- 
ditori. Il perchè codesto nuovo Assalone vien dall' Alighieri 
locato nell'Inferno tra uomini crudeli, che tradirono coloro, i 
*iuali in essi fidavansi. A chiarire il grado di parentela che 
passava infra gli uccisi e gli uccisóri, non fia vano l'accennare, 
«ome frate Alberico (il quale non è punto vero, giusta l'av- 
viso di alcuni, che nella sua ultima età diventò Cavaliere Gau- 
fìente j trovandosi egli presente nel 1267 ai generali comizi 
dell'ordine, siccome ne fanno fede gli atti tramandatici pel 
Federici ) , era figliuolo di Ugolino di Alberico , e vuoisi che 
menato avesse Beatrice Colonna. Francesco nacque di quel- 



''yntentionea , Manfredus dttctua intpetu iran dedit FVcuri alapam ma- 
nuam, scilicet Fratri Alberico, ove è a notarsi che V esimio coinentatore 
dell* Alighieri scambia Manfredo con Alberghetto, nel cui genitore d ritrae 
un ardimentoso garzone , il quale poco stante volendo rappatumarsi col. 
r offeso, mostra doversi di leggieri condonare tale onta, siccome effetto d» 
fresca e calda età : Manfredus diant, qw>d parcendum erat calori Jwre- 
uili; ma ei s* inganna, che Manfredo era uomo cotanto maturo d*anni da 
avere oggigiorno i& Alberghetto un figlio già ammogliato, il quale a detta 
altresì deir Azzurìni diede alapam Fratri Alberico cupiditate dominii. E 
(la questo cronista almeno apprender avea il Righi volersi ad Alberghetto 
ascrivere T ingiuria, cui, suUe orme del Tonduoci, imputa al padre. 

21 



v Google 



370 OOXBSITI. 

TAlberghetto d'Alberico, che in una battaglia combattuta firn 
guelfi e ghibellini nel 1275 al ponte di S. Procolo , terrìtorio 
di Faenza, caduto di sella e dai destrieri miaerameote calpe»! 
stato, a poco andare fini la vita. Riguardo a Manfredo se la 
mancanza di carie sincroney ed il troncarlo nei documenti sem^ 
pre rammentalo senza il nome del padre , ci tolgono poter 
con certezza additar V origine del medesimo , non coeì però 
intravviene de* figliuoli di lui , i quali si furono Ugolino , die 
nel memorando fatto d'arme seguito in Forlì nel 1282 cadde 
astinto, e Alberghetto, ossia Albergaccio, anunogliato con Chiara 
di Niccolò degli Algeri. E dopo ciò, a maggiore schiarioiento 
del fatto, mette bene venir recando quanto su di esso lasciava me» 
moria il Cantinelli : Anno M.CCLXXX V, die mercurii secundo 
intrante medio ocdsus ftiit gladio Manfredus deManfredis et 
Albergutius ejus filius cum eo simUiter^ et ipsos oodderuni 
Frandscus q. Albergati de Mànfredis et Ugolinus fiUua fratris 
Alberici de Mànfredis in presentia dicH fratris Alberici in\ 
castro Sezate supra Faventiam in prandio, quod ibidem fa^ 
debant in domo et in castro D, Francisci^ dum ipsi 09nnes 
veniebant a confinibus defivitate Ravenne de UcenUa D, Gui- 
lielmi DuranOs, comitis Romanàiole, ecc. Secondo il patrio 
cronista adunque due soli fnrono gli uccisi , né dietro V Az- 
zurini riputiamo averne ad accrescere il numero, quantunque 
egli narri che de ordine fratria Alberici ocdsi fUerunt Man- 
fradtts et Alberghettus ejua filius cum mulUs aliis praeter 
quam uno^ qui se reparatit subtus tabulam conviva prope 
vestes fratris Alberici ^ quem jussit non interfici, sed voluit 
eum venire- Faventiam ad redtandum Faventinis factum. lu 
sentenza del Litta, era Manfredo congiunto a frate Alberico 
con tai vincoli di ssCngue da esserne fratello, però che al i-e- 
care di lui, alcuni hanno voluto scusare il deliUo (di frate 
Alberico), dicendolo cugino non fratello a Manfredo; ma la 
cronaca del Cantinelli, scrittore contemporaneo, toglie di mezzo 
ogni dubbio. Se ciò sia consentaneo a verità, lo giudichi il 
lettore dalle parole di esso cronista or ora riportate, nelle 
quali intera si chiude la narrazione di quel luttuoso avveni- 
mento: a noi intanto sembra aversi ad andare in opposto 
parere. La villa, in cui venne commesso l'atroce misfatto, da 
una costante ti-adizione si addita posta sulla via di Gobba- 



y Google 



COMBNTI. 371 

dtno, al destro lato di chi va alla pieve di Cesato dalla strada 
provinciale, ove tuttora mirasi un vecchio e'pressochò rovinoso 
palagio, nel quale vuoisi che seguisse la narrata tragica scena, 
e in coi ewi perciò una marmoi*ea epigrafe, concepita cosi: 
Qui — Alberico. Manfredi — Porse le fruita del mal orto. » 

XXXIIL 124. — Tohmea, — Io non ho nessun dubbio che 
il nome della terza spera del nono cerchio derivi da quel To- 
lomeo, figlinolo di Abobi, governatore della pianura di Gerico, 
il quale avendo tratto ad un grande convito Simone Maccabeo, 
sommo sacerdote, e due figliuoli di lui, quivi gli assassinò, 
c-om^è narrato neir ultimo capo dei Maccabei. Questa derivazione 
ilei nome della Tolommea è risolutamente asserita da Pietro 
Alighieri . . . ma più ancora che Fautorità di Pietro, vale in que- 
sto caso a risolvermi il carattere dei due peccatori, che il poeta 
nomina fra i sepolti nella Tolommea, vale a dire d' Alberigo 
Manfredi e di Branca d' Oria, il misfatto dei quali combacia a 
capello col tradimento operato da Tolommeo figliuolo di Abobi; 
avendo dascuno di essi posto in opera il convito , siccome 
mezzo di assassinio. E da ciò prende lume non meno Torigine 
del nome di questo luogo, che la. qualità dei traditori collo- 
cativi dal poeta, i quali appaiono esser quegli scellerati, che 
tradirono coloro che sotto specie di pace e d'amicizia avevano 
accolti alla propria mensa.... Non è disdetto il credere che 
rAlighierì intendesse qui relegati tutti coloro, i quali violarono 
lier tradimento le ragioni dell' ospitalità da essi medesimi con- 
ceduta. — Todeschini^ i, 104. 

XXXIII. 110, 150. — anime crudeli.... Levatemi dal 
viso i duri wU .... s*io non ti disbrigo, Al fondo della ghiaccia 
ir mi convegna..». Aprimi gli occhi: ed io non glieli apersi, 
E cortesia fu lui esser rnllano. 

Mavbr Zaccaria, Dante accusato di mala fede^ Lettera Apo- 
logetica. Inserita nei Cittadino di Trieste, n. 37, 38, 40, 42. 

Ei vuol provare che non pure T artifizio e la ripulsa di 
Dante tornano a completa sua discolpa e a suo onore, ma, che 
lungi dal risolversi in una befia e una punizione, furono anzi per 
lo meglio di Alberigo. — Promettere, ma perchè non si potesse 
dire a buon diritto mentitore, annullare tosto la promessa, trar 
partito dalla cecità, del dolore, della precipitazione, della falsa 
f'i^enza di Alberigo e confermamelo in questa col proprio 

Digitized by V^OOQlC 



372 COMBNTI. 

contegno, fu lo stratagemma, la gherminella salutare e neces- 
saria che lo preservò da peggiore trattamento. E questa fu 
cortesia^ sebbene i modi considerati in so stessi portino l'im- 
pronta del villano che giuoca di parole. E qualora Tatto vil- 
lano si ponga in diretta relazione col non aprire degli occhi, 
ansiosamente aspettato, fors*anco meritato da Alberigo, non 
però promesso da Dante, allora oltre a ciò fu cortesia (non 
odio o vendetta)^ T avergli risparmiata la conoscenza dì colai 
al quale si era palesato e confessato : conoscenza atta a farlo 
imprecai^e air istante in che aveva implorato quel fuggevole 
ristoro. 

« Quanto a frate Alberigo, dico che fu vera cortesia quella 
di non mantenergti la promessa, e nella inevitabile alternativa 
di due mali, fai* che patisse il minore. Perocché Frate Alberigo, 
acciecato dal ghiaccio, non vide che Dante era vivo, né pensò 
quindi eh' ei poteva ripoi*tare sue novelle nel mondo. Ond* è che 
se Dante, giusta la promessa^ lo avesse liberato dall' impedimento 
che gli toglieva la vista, gli avrebbe anche ad un tempo levato 
r eiTore, in cui era, da Dante fosse ombra dannata ; e così la 
conoscenza del vero gli avrebbe arrecata assai più pena che il noa 

potere sfogare il cuore con le lagrime La promessa di levare 

d' in su gli occhi di frate Alberigo il ghiaccio, fu uno spedienie 
necessario a risapere chi egU era. Il non mantenerla poi fu una 
cortesia vera ; dappoiché il conforto di potere, tolta dal viso la 
crosta gelata, per pochi istanti lagrimare, era un nulla verso 
il cordoglio che dato gli avrebbe il sapere di essersi palesato a chi 
dovea tornare tra' viventi. Bensì a frate Alberigo, cieco com'era, 
doveva parere fraudolento e villano l'atto di Dante. . . . Aggiungo 
che Dante non fu nemmeno mancator di parola per fin di bene ; 
perchè il suo sacramento fu veramente: Dimmi cfU se\ e s'io 
non ti disbrigo Al fondo della ghiaccia ir mi convegna, E 
Dante in fatti va poscia al fondo della ghiaccia ; perchè passa 
pel centro della terra, cioè per quel punto Al qual si iraggon 
d' ogni parte i pesi. E, memore della sua promessa, dice al 
maestro : ov* è la ghiacciai E la ghiaccia gli era sopra il capo. » 
Pasqualigo, Le quattro giornate del Purgatorio, ecc. Venezia, 
Grimaldo, 1874, p. 10-15. 

XXXllI. 151. — Ahi Genovesi uomini dit>ersi, — A to- 
ghere una lezione inverisimile talora basta una virgola. lu 



y Google 



COMENTI. 373 

questa terzina tutti leggono diversi d* offni costume : frase che 
certamente ha dell* insneto. Chi ricordi i lamenti diversi uditi 
in Malebolge, e il nuovo pensiero dal quale più altri nacquero 
e diversi, e soprattutto quel Cerbero fiera crudele e diversa, 
uon ricuserà di porre una virgola tra il primo verso e il se- 
<'ondo della terzina, leggendo : Ahi Genovesi, uomini diversi, 
D^ ogni costume, e pien eT ogni magagna, ... E benché serva ad 
accrescere il numero dei vituperi scagliati dal poeta fiorentino 
addosso a' Genovesi ; io non ripugno ad accettarla siccome 
vera : io nato nella Liguria, non molto lungi da Genova ; della 
<)ual città scrisse a ragione il Giordani : « che sino agli estremi 
tempi raccese alcuna face di virtù italiana. » Prof. Grosso. 

Verso da molti franteso e da alcuni non a sufficienza 

chiarito Diverso, non vuol essere preso per aggettivo, ma 

per participio alla latina dal verbo diverto, e devesi dire : Ahi 
Genovesi che vi siete usciti, vi siete allontanati da ogni costume, 
avete abbandonato la via regia e maestra, dandola per tragetti, 
e per le vie traverse che dai latini erano precisamente chia- 
mate diverticula. — C, Beccaria, Il Borghini, ii, n. 14, 15 gen. 
1876, p. 232-34. 

XXXIV. 25-27. — Io ^ non morii, e non rimasi t?ti?o... — 
« Pntari non potest eum sententiam hanc ab Euripide accepisse, 
sed naturaa suae divinitate, idem quod antea tragicus ille ma- 
gnus viderat, et ipsum vi disse: locus autem hic est, cum expri- 
mere vellet subitum qnendam ingentem metum, qui animum 
ejns oocupavit, visa horribili re, vel potius audito sermone 
doctoris sui, qui timore ipsum impleverat. » Pier Vettori, Var. 
Lect XXXI, 21. 

XXXI V. 94. — Levati su, disse il maestro, in piede: La 
via è lunga , e 7 camino è malvagio , E già il sole a meiza 
terza rieds, — Quando Virgilio cosi parlava , avean passato il 
centro, e dato volta neir emisfero del Purgatorio, ove giunsero 
assai prima che il sole si levasse su quel nuovo orizzonte ; per 
lo che è dimostrato che mezza terza vale anche assolutamente 
la prim*ora diurna, o il principio del di.' — AguUhon, 

XXXIV. 97. — Non era camminata dipcUagio, La v^era" 
tam — — E a pensare alla condizion dei luogo ivi descrìtto, 
non può non tornare alla mente la cappa e la gola di un cammino, 
per la quale dovette Dante arrampicarsi per uscir di laggiù 

Digitized by V^OOQlC 



374 OOMBMTI. 

dall* inferno, riportandone il viso, come gli spazzacamini, fulig- 
ginoso. Quella cappa e gola poi di cammino non era neanco 
così comoda e larga, come nelle camminate che si vedono 
ancora ai palagi, ma più che a camminata era simile, dice, a 
burella, non costruita di materiali ad aiie, ma fiiUta cosi da 
natura. — E il proverbio : Nuowi camminata è presto affu^ 
micata. — Cavemù 

XXXIV. 110, 111. — Quando mi volsi, tu passasti il punto: 
Al guai si traggon d ogni parie i pesi. 

Della V/illb prof. Giovanni, Sopra due luoghi delia Di» 
vina Commedia f spiegati coUa fisica moderna. Faenza, No- 
velli, 1874. 

Dante conobbe la tendenza dei corpi, e da qualunque parte 
verso il centro della terra; ma non la conobbe nel senso, in 
cui fu conosciuta dal Newton e da* suoi successori ; vale a dire 
non la conobbe, in quanto questa tendenza procedesse dalla 
attrazione reciproca dei corpi fra loro. Bd ò questa la causa 
vera della tendenza di cui si parla. LMdea che n*ebbe il no- 
stro poeta sovrano, fu comune a parecchi filosofi antichi, come 
Democrito, Epicuro, ecc. che ammisero questa tendenza dei 
corpi verso il centro terrestre, ma ignoravano la causa di 
questo fatto generale, la quale fu riservata soltanto al Newton, 
quantunque per altro non si possa negare che un* attraziohe 
in generale fu riconosciuta anche da Keplero, da Galileo e da 
qualche altro filosofo modei*no, ma non supero donde proce- 
desse, o per dir meglio in che consistesse. Imperocchò procede 
dalla tendenza scambievole di tutti i corpi gli uni verso gli 
altri , o piuttosto delle parti materiali , o molecole dei* corpi , 
le une verso le altre.' Questo è il vero aspetto, ò il vero senso, 
in cui secondo il Newton e i suoi successori si dee prendere 
r attrazione universale, e di cui la tendenza dei corpi verso il 
centro della terra, è come un effètto particolare di cotal forza: 
quel grande Geometra e filosofo scoperse la legge generale, 
cioè della ragione composta della diretta della massa e dd- 
Vin'oersa del quadrato della distanza. Non si può negare tut- 
tavia, che in questa grande scoperta non fosse aiutato da Galileo 
e da Keplero, soiza dei quali probabilmente non T avrebbe 
fatta. Veggasi pertanto quale distanza ò dalla tendenza dei 
corpi verso il centro della terra ali* attrazione Newtoniana. 



y Google 



COMBNTI. 375 

XXXIV. 117. — Giudecca, — Io stimo doversi affermare 
ricìsamente, insieme coir antico chiosatore appellato il falso 
Boccaccio, che V ultima spera fu destinata dal poeta alla pu- 
nizione de* sog^getti che tradirono i loro signori ; nò altri. 
Todeschini, 

Purgatorio I. 7. — Ma qui la morta poesia risurga. — 
Morta non significa lugubre, flebile, mesta. ... A mio credere 
quel morta nuli' altro significa che la poesia, la quale ha cantato 
la gfflite morta dell* inferno, risorge a cantare la gente che va 
risorgendo alla vita eterna nel purgatorio. . . . Dante volle dare 
allo sue tre cantiche degli epiteti caratteristici ; chiamò poesia 
morta quella dello Inferno: mor^^nte quella del Purgatorio: e 
quella del Paradiso, dedicata alla sua Beatrice, la decorò col- 
r epiteto di Beata, P, Ponta, Interpretazione di alcune parole 
del Petrarca e di Dante, p. 21. 

I. 14. — Nel sereno aspetto Dell' aer puro infino al primo 
giro. — Il primo giro significa il primo fra i Cerchi della sfera» 
r orizzonte, siccome quello che solo è parvente, e che serve 
alla determinazione di tutti gli altri. *- Quell'aere sereno, in 
cui si accoglieva il dolce colore di orientale zaffiro, era puro, 
cioè scevro d' ogni nebbia e d* ogni caligine, fino air orizzonte, 
ove un poco più, o un poco meno, è raro che non iscorgasi 
traccia di materie vaporose. Ciò aggiunge molti gradi alla 
purezza del cielo apparente, e ]& fa, massima. Dopo aer, il P. 
Àntonelli ywAe si segni una virgola. Antonelli, Studi particolari 
sulla Divina Commedia, p. 41. 

I. 17. — Tosto ch'io usci* fuor delT aura moria, Che m^avea 
contristato gU occhi e il petto. — Bellissima è V osservazione 
in quel contristargli del petto eh' e' dice avergli fatta Taura 
morta d'inferno, copiata dal Boccaccio, che della fi^ase dantesca 
non ritrae bene spesso altro che la scorza ; in quel verso e in 
quella frase ò inclusa un' osservazione filologica bellissima, clte 
doò al buio si respira peggio che all' aria aperta. Cavemi, da 
lettera. 

I. 19. — Lo bel pianeta. ... — Iodica maestrevolmente l' ora 
che scoccava in quel momento, la diciassettesima siderale al 
merìdiano del Purgatorio. — Densa, 

« Seguendo ciò che mi riférisoe il Prof. Santini in una lettera 



y Google 



376 OOBCENTI. 

del 24 Luglio 1854, al 7 Aprile 1300 Venere nasceva un* ora 
circa dopo il sole. Siccome il sole si trovava allora negli ultimi 
gradi di Arìete, mentre T equinozio era avvenuto il 12 Manto. 
Venere, che rimaneva posteriore di circa 15 gradi corrispon- 
denti al ritardo di un'ora, doveva per conseguenza ritrovarsi 
nel segno de\ Toro. » Todeschini, ScriUì su Dante, n, 380. 

I. 23. — QuaUro stelle Non viste mai. — Le quattro stelle, 
in quella che accennano alle quattro virtù cardinali, deteroai- 
nano gli estremi confini delle circumpolari per P orizzonte del 
Purgatorio, perchò appartenenti alla costellazione del Centauro. 
Denza. 

1. 29. — Un poco me volgendo alt altro polo^ Là onde il 
Carro già era sparito. — Dichiara nettamente la direzione di 
maestro, in che vede ali* improvviso presso di sé il venerando 
Usticense, con un tratto da par suo espresso in qu^ verso là 
onde il Carro già era sparito, additando nel tempo istesso con 
lineamenti precisi i limiti della stelle boreali, che poteano 
essere vedute in quella regione novissima. Denta, 

1. 31. — Vidi presso di me un veglio solo — « Credo 

che la cagione, per cui V Alighieri prese un partito, che a noi 
riesce stranissimo, di collocare Catone a guardiano del Purga- 
torio, sia stato il verso 670 del libro Tni dell'Eneide, dove 
Virgilio descrivendo lo scudo di Enea &bbricato da Vulcano, 
fra molte altre cose pone: Seeretosque pios; his dantem jura 
Catonem. » Piacerai di addurre su questo verso il comento di 
Servio: € Seeretosque pios ; aut in secreto moraqtas; aut pria- 
dpaliter, ab iUis, (sceleratis, inter quos Catilina) secretos. Sis 
dantem jura Catonem; quomodo enim piis jura redderet qui 
in se impius fuit? Et supergressus est hoc loco Homerì dispo- 
sitionem : siquidem ille Minoen, Rhadamantum, Aeacum de impiis 
Judicare dieit; hic romannm ducem innocentibus dare Jura oom- 
memorat. > Ora io discorro cosi: Dante avea preso consiglio 
di far che Virgilio fosse sua guida non solo per Y Inferno, ma 
eziandio pel Purgatorio. Il Purgatorio poteva in qualche modo 
essere considerato come la sede di qtké'secretorum piorum, sopra 
i quali Virgilio avea collocato dantem jura Catonem. Adunque 
la coerenza colla propria idea del magistero di Virgilio e la 
necessità di non porre in discredito le parole di qud perso- 
naggio, eh* egli s*era scelto per condottiero, trassero Dante al 



y Google 



COMENTI. 377 

IMirtito di collocare per guardiano del Purgatorio quel Catone, 
che Yii^ilio aveva messo a presiedere secretìs piis. — Tode- 
schini. 

I. 115. — Ualba vinceva già V ora maUuHnay Che fuggia 
innanzi. — L'ora mattutina precedeva Talba, ed era buio. 
« È compiuto ch'ebbero l'ufficio del mattutino imperocché (il 
vescovo S. Eleno) giunse di notte. » Cavalca, iu S. Eugenia, onde 

r origine storica di quest'ora. — « 11 Falcone ogni notte 

all'ora del mattutino, anzi che (S. Francesco) si levasse, sì gli 
venia alla cella, e cantava. » Vita di S, Francesco, — « Era una 
notte, vicino a quell'ora che noi chiamiamo mattutino, venuto 
a casa sua il predetto Jacopo. » Boccaccio, Vita di Dante. — 
« Aveva costui una moglie la quale ogni notte di verno si levava 
in sol mattutino a vegliare e fìlare lo stame a filatoio. » Sae- 
Ghetti^ Nov.jCC. — E per finirla € Si proprie dioamus, matutinum 
est quarta sive ultima vigilia noctis > registrò Bartolomeo di 
S. Concordia nella sua Somma che fu quasi il catechismo del 
trecento, volgata sotto il nome di Maestruzzo, a noi non nota 
che nel ms. latino. I cinquecentisti non si attennero al primo 
ed originai significato della voce. C. AguilKon, 

II. 1. — Cria era il Sole alT orizzonte giunto^ Lo cui meri" 
dian cerchio soverchia^.*. — Il loco eletto pel secondo regno, 
ò antipodo alla Sacra Sionne, riguardata allora come centro 
della superficie terrestre conosciuta in que' tempi. Per tal modo 
egli ne descrive una regione, di cui nessun aveva allora con- 
tezza ; perchè nessuno fino a quei di aveva pur tentato di esplorare 
paesi ai nostri direttamente opposti, e forse ne anco si sperava 
in peregrinazioni siffatte. Denza, 

IL 46. j^ E la notte che apposita a lui (il sole) cerchia, . . . 
— Se Dante avesse avuto tempo di limare il poema, si sarebbe 
certamente avveduto di avere qui preso un abbaglio.... Al mo- 
mento che il sole tramontava, non poteva già più trovarsi sul- 
r orizzoate orientale il 25'' di Libra, che sarebbe stato il punto 
diametralmente opposto nell'eclittica a quello, in cui si trovava 
il sole ; ma doveva già la Libra essere sorta per intero, ed essere 
sorti eziandio dieci gradi, o poco meno, del segno seguente. 
Dunque la notte non usda di Gange fUor colle bilance, bensì 
collo Soorpione. Todesehini, 

n. 56. — Lo 9ol^ che atea colle saette eonte, — Intendendo 



y Google 



378 OOMBMTI. 

il conte nei senso medesimo che Tusò Dante nell^ Inferno (luf. 
XXXIII, 31), dove il Buti 'spiegò Cagne conte, cagne ammaestrate; 
le saette conte del sole vorranno dire ammaestrate già o esperte 
del gittare, e sarà posta la differenza 'che ò fra il primo levar 
del sole, quando i raggi di lui incerti sorgono a illuminare le 
prime vette de* monti, e il giorno già £fttto, che spande sicura 
per tutto la letizia della sua luce. Carnmillo, (B, Cavemi)y La 
Scuola, 1873. n, 205. 

II. 91. — CaseUa mio, pertornare altra voka..., — IIP. 
Antonelli cosi chiosa questa terzina: Casella mio, vado in per- 
sona per questi regni della seconda vita, affinchè la conoscenza 
dei gastighi e dei premj, serbati agli uomini, mi aiuti ad essere 
giusto nel cospetto di Dio, e quindi a riformare i miei costumi, 
prima che morte mi colga. Per conseguenza non sono qua per 
rimanervi: s*io Degno non rimango: torno sulla gran secca, 
coperchiata delT emisperio eh* è opposUò a questo : rivedrò Tltalia, 
la gran terra, che questo Spirito, (il quale mi sta dappresso, 
ed è mio maestro e duce) chiamava magna parens firugum, 
Magna virum, Hesperia magna. Ma a te oom* era tanta terra 
tolta? Perchè non la rivedrai più? Gom* è avvenuto che di tanto 
si abbreviasse la tua^ carriera? 

II. 96. — M* ha negato esto passaggio. — U Caverni è 
d* avviso col P. Antonelli che la parola passaggio non debba 
< riferìrsi al solo trasferimento dell' anime suUa navicella da 
Ostia air isoletta del Purgatorio, ma a tutto il fatto complessivo 
del transito dalla prima alla seconda vita. Ma forse, aggiunge 
il Caverni, in questa ipotesi è meglio lasciare il verso nella piii 
comune lezione leggendo óra, aura cioè vitale; gìacdiò pochi 
versi avanti avea detto che le anime riconobbero lui medesimo 
esser vivo dallo spirare; e forse dice tanta quell'ora vitale di 
Casella o pel vigore, o per la dignità dell' ancor giovane vita. > 
Però con questa interpretazione non gli pare i versi 95-99 si 
possano riferire all'Angelo; imperocché solo Dio è Quei che 
leva e quando e età gli piace. 

IL 106. — Se nuova legge non ti toglie Memoria o uso 
air amoroso canto. — In un codice vaticano è una baUatetta 
d'un tal Lemme posta in musica da CaseUa. Essa inco- 
mincia : Lontana dimoransa In gran dolor m* ha miso. So- 
pravi è questo vezzosissimo titoletto : Lemmo fece^ Casella diede 



y Google 



COMBNTI. 379 

la titfia. — A. Monti, Dante e Roma. (Strenna del Giornale 
< Arti e Lettere », p. 4). 

n. 132. '— Come turni che wi^ né sa dote riesca, — E 
nel § xin delia yita Nuova : « Come coiai che non sa per qual 
via pìgli il suo cammino che vuole andare. » 

ni. 11. — Che ronestade a ogni atto dismaga. — Scevera, 
guasta disforma. — Che i marinari , in mezzo U mar dismago 
(Purg. XIX, 20), disp^do e smarrisco. — Mia suora Rachel mai 
non si smaga Bai suo miraglio. . . . (Purg. xxvii, 104) non separa 
mai da sua imagine. — L'animo smagato (Inf. xxv, 146), tratto 
fuori di suo essere. Borghini. 

in. 16. — Lo soli che dietro fiammeggiava roggio. — Roggio 
eh* è del fuoco rovente e che tende al colore della ruggine. — 
Per Y affocato riso della stella. Che mi parea più roggio che 
l'usato. Par. XIV, 86. 

III. 25. — Vespero è già colà, dov'è sepolto Lo corpo^ 
dentro al qwzle C facev' ombra. — Avendo già il soie una de- 
clinazione boreale di undici gradi, le ore del giorno al Pur- 
gatorio, a una latitudine di 3P 40\ erano come col calcolo si 
troverebbe. Posto ora, con Tolomeo e anche con Dante, che 
Napoli avesse una latitudine boreale di 40° 36' e che V ora di 
Vespero sia quella nella quale manca poco pili di un'ora al 
tramonto, si dimanda la differenza di longitudine tra Napoli 
e il Monte del Purgatorio. — E il Caverni, scioglie il problema 
da lui proposto: A Napoli, essendo in quella stagione 13 ore 
e 17 minuti di sole, si può intendere che il tempo del Vespero 
accennato dal Poeta fosse alle cinque ore e trenta minuti. Al 
Purgatorio pone die sia già un' ora di sole e in tutto essendone 
undici, com' è detto, sarebbero mancate al suo mezzodì quat* 
tr'ore ò trenta minuti e correva perciò Torà xix e mezzo. 
Mentre dunque a Napoli era il 10 d' Aprile ore 5 e minuti 30, 
al Purgatorio era il di 9, ore diciannove e mezzo. Si conclude 
di qui che la differenza di longitudine, fra Napoli e la mon- 
tagna del Purgatorio dovea essere stimata da Dante, dieci 
ore, ossia gradi cento cinquanta. R. Cavemi, La Scuola^ 1873, ii, 
325, 362. 

IH. 49. -^ Tre Levici e Turbia, — Come all'estremità occi» 
dentale del meraviglioso Golfo ligure, dirimpetto all'isola Pai* 
maria, fabbricato aveano i Romani un tempietto aUa dea Venere, 



y Google 



380 CODIENTI. 

e da Venere prese poi il nome il vicin porto e la colonia 
piantatavi nel 1 1 13 dai Genovesi ; cosi dalla parte opposta, a 
oriente, edificarono un altro tempio alla medesima dea, fors^ 
a somiglianza di quello, che dedicato le aveano sul monte Srict 
nella Sicilia ; quindi il nome di Lerice o Lerici al castello, sa 
cui Andrea Dori a inalberò il vessillo spagnuolo, quando, per 
sottrar Genova, sua patria, al giogo francese, passò dal servizio 
di Francesco I a quello di Carlo V. Il nome è di latina origine; 
pili tardi italianizzato pigliò T articolo, e da prima si scrìsse 
r EìHce , indi Lerice senza apostrofo , e da ultimo Lerici. — 
Zolese. Il Baretti, 1874, 239. 

IIL 55. — J? ìTientre che^ tenendo il viso bassOy Esaminava 
del camin la mente. i 

Corrispondenza letteraria inedita di G. Gozzi, G. Gsknabi 
e G. Patriarchi intomo un passo della Divina Commedia, | 
Padova, Prosperini, 1863. Per Nozze Giusti-Cittadella. 

Quanto a me fui sempre del parere di chi dice che Virgilio 1 
con gli occhi bassi, in atto di considerasdone esaminava il suo 
pensiero intomo il cammino. Questa è la più {ùasa e più na- 1 
turale spiegazione. Esaminare di un segreto , di una colpa è ' 
forma usitatissima; e cosi si può dire del cammino, Esamiear i 
la mente quando si prende per fÌBtntasia, o per pensiero, non | 
ha difficoltà : né io avrei difficoltà a prenderìa in tale sigaifi- 
cato, poiché in quasi tutti i tempi gli esempi del Vocabolario, 
anche dove esso la chiama intelletto, si può intendere pensiero; 
ed ella se ne può chiarire cogli occhi suoi, ed ella vedrà che 
esaminare il pensiero del camino, è modo che può osarsi, ed 
è quanto dire, pensava da qual parte si dovea comiadare a 
salire, ed esaminare la sua mente il suo pensiero intorno al 
cammino. G. Gozzi air ab. Gennari, 19 Gen. 1754. 

Stane pede in uno interpretai la voce mente per intenzione 
o pensiero, senza sapere cosa il Co. v'avesse risposto, paren- 
domi che il senso più naturale fosse quel desso. G. Patriarchi 
air ab. Gennari, 9 Feb. 1754. 

Non par strana maniera di dire esaminare la meniUf, di- 
stinguendosi virtualmente anche in sentenza di Dante raaima 
nostra dalle sue potenze eziandio inoiigaiiiche ; *&ò impropria 
locuzione esaminare del cammi^^ cioò sopra il camiiio da 
tenersL Si aggiunge che questa interpretazione par più con- 



y Google 



COMBNTI. 381 

orme ali* allegoria , secondo la quale Virgilio ò simbolo della 
Bgione, e Dante de* sensi; anzi Tuno e Taltro si devono pren- 
lere sovente per una sola persona come apparisce chiaro da 
noi ti luoghi della Divina Commedia, che senza questa allego* 
ica chiave non si possono ben capire ed intendere. Laonde la 
■agione ed i sensi nel tempo stesso esercitando il loro m im- 
iterò, quella pensa ed esamina, e cerca partito, questi guardano 
io torno ilp materiale e il sensibile. Nò a caso, il Poeta ha posto 
the le due azioni d'esaminare adi guardare sieno state, come 
dicono i filosofi, simultanee, nò che gli occhi di Dante, cioè i 
sensi aiutassero in questo incontro Virgilio , cioè la ragione ; 
perchè cosi in &tti esser doveva, trattandosi di una cosa egual- 
mente soggetta alla speculazione della mente, e al ministero 
dei sensi — G. Gennari, al co. Gasparo Gozzi, 18 Gen. 1754. 
III. 79. — Come le pecorelle escon del chiuso. — € Sono 
curiose queste pecore: più ò caldo e piii s'adunano, tutte ag- 
gruppate. Se una va al danno, e tutte dietro di posta. Quando 
si lavano, si fanno saliare nel fiume, e V una va dietro V altra. 
Se non vogliono, se ne tira giti una e, non, si dubiti, V altre 
saiiando subito a furia, quasi tutte in un branco. » Versilia. 
Queste semplici parole sono pure una vivace descrizione del 
fatto, e quasi cel rendono visibile. Ma poiché Tun pensiero sorge 
dall'altro, indi subito ci viene in mente la bella similitudine 
che Dante seppe a meraviglia tratteggiare in poesia e in prosa. 
— Conv. I, 11. — Giuliani, Saggio di un Dizionario del Volgare 
Toscano, 434. 

III. 103, e seg. — // Re Manfredi. — V. C. Morbio, Pro- 
posta di un nuovissimo Comento sopra la Div. Com. per ciò 
che riguarda la storia Novarese, p. 21-34. — V. Amari, Guerra 
del Vespro siciliano, C. ir. 

III. 115. — Vadi a mia bella figlia, genitrice Deir onor di 
Cicilia e cT Aragona. — Spicca per una candidissima fama la 
regina Costanza, avvenente della persona, bellissima d* animo, per 
le care virtti di donna, e madre, e credente nel Vangelo. La fine 
di Manfredi avvelenò il fior degli anni suoi ; poi, se vide punito 
lo sterminator del sangue svevo e libera la Sicilia, ebbe a tre- 
mare ad ogni - istante pe' suoi piti cari , pianger la morte di 
due figliuoli, la nimistà degli altri due; né troppo la poteano 
£ur lieta le nozze della figlia neir abbonita casa d*Àngiò. Nacque 



y Google 



382 ooMEMn. 

e fu educata in Palermo: tornata in Sicilia per si strane tì- 
oende, la governò dolcemente dopo la partenza di Pietro ; dettò 
alcuna legge che infine a noi non è pervenuta; fu -amorevoli^ 
coi sudditi, benigna fino con la insopportabile Macalda. Non 
ebbe ambizione, lasciando prima a Pietro, poi a' fi^uoli , U 
corona di Sicilia, eh* era sua per dritto di sangue; né tal mo- 
derazione nacque da pochezza d* animo in costei, che ben sepp-fi 
in pericolosissimi tempi provedere alla difesa della Sicilia, e 
due fiate con assai destrezza salvar Federigo dalla faùone ni- 
mica a* siciliani interessi. Quotata la coscienza con la benedi- 
zione papale, posata poco appresso la tempesta di Sicilia, F anno 
medesimo 1302 fini i suoi giorni in Barcellona, ove attendeva 
a fabbricar munisteri ed altre opere che nella vecchiezza le 
suggeriva la cristiana pietà. M, Amari, La Gueira del Vespro 
siciliano. C. xv, 396. 

11 Todeschini inclina a ritenere che la 6*860 genUrice del- 
tonor di Cicilia e d^ Aragona significhi semplicemente, nella 
intenzione del poeta, genitrice de* reali di Cicilia e d'Aragona: 
in quella guisa medesima, che noi adoperiamo le frasi Vostra 
Grazia, Vostra Maestà, Vostro Onore, rivolgendosi ai Prìncipi 
ed ai Ae, per significare la suprema autorità che loro compete 
sopra di noi. Ad ogni modo quegl' interpreti, che intesero onor 
di Cicilia e d Aragona, Federico e Jacopo, bevettero assai 
grosso, non badando qual concetto avesse Dante di questi 
due re. 

Di Giovanni Vincenzo, Di alcuni luoghi di Dante sopra 
Federico Aragonese di Sicilia (Purg. in, 116; e. vn, v. 119-20, 
Par. XIX, V. 13-35; e. xx, v. 63). Di Giovanni, Scuola, Scienza 
e Critica, 192-203. 

L' Alighieri porta giudizio di re Federico nel G. in del Pur- 
gatorio , opposto air altro di biasimo del C. vii della stessa 
Cantica, e del diciannovesimo e ventesimo del Paradiso. Questi 
due opposti giudizi, dice il Di Giovanni, si spiegano bene ricor- 
rendo alla storia del tempo quando da Dante fiu*ono scrìtti : 
e se il Poeta mutò opinione, significò nella lode e nel biasimo 
r opinione della parte Ghibellina sulla persona di re Federico, 
in cui per qualche tempo si raccolsero tutte le speranze di 
detta parte, prestamente deluse, o a cagione de' turbamenti 
intemi di Sicilia, o per la mutazione avvenuta in Italia colla 



y Google 



OOMBNTI. 383 

improvvisa morte dell'Imperatore Arrigo a BuoDconvento. U 
canto terzo, ove è detto di Costanza genitrice delConor di 
Cicilia e cP Aragona, fu scrìtto senza dubbio alcuno fra le spe- 
ranze di Dante nella discesa d'Arrigo e neir amicizia e negli 
aiuti del re siciliano; speranze svanite colla morte dell'Impe- 
ratore e col ritorno di re Federico in Sicilia, perchè ,1 a difen- 
desse o gtiardasse dalle armate, con le quali la invadeva 
Roberto di Napoli. Il qual ritorno Dante giudicò come abban- 
dono del partito Ghibellino, che a Federico si confidava in 
Pisa, dove si crede essersi trovato anche Dante, e mosso nell'a- 
nimo del re Siciliano da avarizia e da villa ; quando e gli 
ftjQti di danaro e di armi fomiti o che stava fornendo ad Ar- 
rigo, e la guerra bandita in Palermo contro Roberto, avrebbero 
dovuto iar giudicare altrimenti del nipote di Manfredi, già 
qualche anno innanzi celebrato come onor di Cicilia e d^ Ara- 
gona. ... — Meglio di tutti r Amari spiega, scrive il Di Giovanni 
la mutata opinione di Dante sopra Federico , dal canto lu al 
VII del Purgatorio, per pubbliche cagioni : il ritomo in Sicilia, 
forse necessario per Federigo, tolse ogni riparo al precipizio 
dei Ghibellini; e perciò lor parve perfidia, viltà, scelleratezza, 
come dicano le fazioni oppresse, agU stranieri che fan sem^ 
biante di ajutarle e poi si stanno. 

III. 124. — Alla caccia Di me fu messo per Clemente. — 
Clemente IV mori il ^ novembre del 1268. La sua salma fu 
riposta nella chiesa di S. Maria in Gradi fuori di porta romana. 
L'antica iscrizione sopra la statua giacente del pontefice, fu 
restaurata nel 1840 (come quivi si legge) da Settimio de Fay 
conte De La Tour Maubourg, ambasciatore di Francia presso 
la S. Sede. 

III. 129. — Sotto la guardia della grave mora. — Mora è 
in uso ancora de' nostri lavoratori che una massa di frasconi 
chiamano Mora, e di qui Moriccia, che vale que' monti di sassi 
che da' lavoratori si fanno per nettare i campi d' intomo, o in 
uoa parte più comoda. Troverassi la voce mora in Giov. Villani 
al IX Gap. del vii libro raccontante il fatto medesimo della 
sepoltura di Manfredi: Onde vi si fece una grande mora di 
sassi; cosi in Matteo Villani al ni C. del iii libro: che bene due 
braccia si alzò la mora delle pietre sopra il corpo morto del 
loro senatore. — Borghini. 

Digitized by vJOOQlC 



384 ooMcrn. 

La supertiziosa coetomanza di gettar de* sassà sopra il laago 
dove altri è stato ucciso, ancor viva e rerde in molte terre della 

provincia romana, era comunissima nei tempi di mezzo Per 

mora da alcmii si crede essere con piccola alterazione di let- 
tera lo stesso che mora, ossia mnrìcria; e, dal Muratori e 
interpretajta col latino mora nel senso à' ùnpedimentum^ obsla- 
culum; e che io invece spiegherà per T indugio o trattenimento 
che facevano i passaggerì per gittare il pio sasso. E questa 
costumanza, chi ben vi guardi, è derivata dagli antichissimi 
popoli, che conservando viva la tradizione del risorgimento dei 
corpi, ponevano grandissimo studio nel custodirne le ossa. Senza 
entrare in esempi più antichi di queste amorevoli cure dei 
sepolcri , ricordiamoci di quei luoghi di Virgilio : Et tumulun* 
facite, et tumulo superaddiie Carmen. — Ergo inHoMtramus 
Polidoro frenus et ingens aggerivur tum,ulo tellus. Prof. Tan- 
credi, Il Buonarotti, 1872, Quad. xii, 421. 

IV. 14. — Udendo quello Spirito, ed ammirando; Che ben 
cinquanta gradi salito era Lo sole. ... — Posto che il luogo 
avesse una latitudine australe di 31° 40' e il Sole 1 1® di decli»~i^- 
zione boreale si domanda per quel luogo e quel tempo, V aitt^jca 
meridiana del sole? La massima altezza, risponde il Caverni. 
alla (juale poteva aggiungere quel giorno il Sole, era di 47'* 20*, 
Ora, come dice il Poeta che il Sole era salito più di 50 gi-adi ? 
È rhiaro, egli soggiunge, peiriò che Dante non poteva intendere 
della salita del sole nel circolo verticale, ma della salita di lui 
nel pareilelo — E ove si voglia sapere il tempo corrispondente, 
ei trova, che se al cominciar della scena il sole era ali* orizzonte 
(Purg. Ili, v. 16), tre ore e 24 minuti sarebbe durato il colloquio 
de' poeti con Manfredi. Il Caverni vuole che la parola ammi- 
rando si debba prendere quale attributo di spirito, e non ge- 
rundio. 

IV. 37. — Nessun tuo passo caggia ; Pur suso al monte 
dietro a me acquista. — Quella notte era nera nera, buio pesto, 
e non si sapeva dove metter piede. Mi tirai su per que* sassi, 
ma per uno avanti , ne davo cento de* passi addietro. Basta, 
arrocciandomi mi trovai sulla cima ai primi albóri. Queste 
evidenti parole mi giovano anche a meglio chiarir due notabili 
passi della Divina Commedia. Dante rimirando r alta ripa del 
Purgatorio era desideroso di sapere qual via dovesse prendere 



y Google 



COMXNTI. 385 

per salirla, e quindi ne richiese al suo Maestro, il quale subito 
rispose: Nessun tuo passo caggia^ ecc. — L* arrocdarsi poi 
imprime appieno Y andar carpone o il pigliare la roccia con 
fe mani e co* piedi: Inf. xxvi, 18; Purg. iv, 33. — Giuliani, 
Saggio di un Diz. del Volgare toscano, 329. 

IV. 61-75. — Se Castore e Polluce,.. — Le parole che qui 
pone in bocca al suo maestro poeta per delineare astronomi- 
finente la posizione della nuova regione che intraprendevano ad 
«plorare se il nostro intelletto ben chiaro bada, ofiVono tale 
ina verità scientifica ed una geometrica esattezza, che formano 
ma specialissima lezione di cosmografia, di cui ogni dotto 
Btronomo d'oggidì andrebbe superbo. Densa. 

IV. 64. — Tu vedresti il Zodiaco rtibecchio. — Rtibecrkio, 
lon è punto addiettivo che signifìr^hi rosseggiante, ma è sustan- 
ivo, e vale quel gran trave delle macchine ad acqua, il quale 
a un capo ha la ruota a denti; quindi il zodiaco, che gira 
itorno air asse come un rubecchio. P. Bresciani, Dei costumi 
eir ìnoÌA di Sardegna, par. I*, e. i. ^- Lo zodiaco rubecchio va 
i^'Tpretato: lo zodiaco come trave od asse con in capo la ruota 

denti; o meglio, come la ruota a denti di un molino. E di 
3ro ò manifesto che V aggiunto di rosseggiante non ci ha pro- 
rio che fare nulla, non essendovi buona ragione ohe mostri 
i convenienza di quell'epiteto al zodiaco cosi in generale, o, 
I [)articolare quando si volge più vicino al polo artico: e pare 
le una tale interpretazione sia data cosi un poco a maniera 

chi tira ad indovinare. Ma ben si attaglia a tutto il contesto 

metafora o similitudine della ruota, compiendo appunto lo 
Hliaco a maniera di grande ruota le sue rivoluzioni. E come 
bella in sé stessa, cosi non discorda dallo stile usato dal 
istro Poeta. Che se egli rassomiglia il volgersi intorno a sé 
edesimo di un santo spirito air aggirarsi di una mola in quei 
mosi versi : Del suo messo fece il lume centro Girando sé 
me veloce mola. Par. xxi, 80 ; anzi se volendo nominare la 
rona di piìi Fulgor vivi e lucenti, cioè di dieci spiriti beati, 

esprìmere il volgersi ch'essa fece intomo a lui, ha scritto: 
rotar cominciò la santa mola, Par. xii, 3 ; con maggior pro- 
feta e^li ha potuto scoprire somiglianza tra la circonferenza 
Ilo zodiaco e il suo rotarsi intomo all'Orse, col giro e col 
igersi della ruota. E chi sa che la periferia della ruota, va- 

95 

Digitized by VjOOQIC 



386 COMBNTI. 

riata ed interrotta dai denti, non raffigurasse il Poeta nella 
fascia dello zodiaco divisa dai segni delle costellazioni? Oltre 
di ciò la Toce rubeccìiio non incontrandosi se non in questo 
luogo di Dante, a non fallare nella interpretazione egli ò me- 
stieri interrogare e gli antichi espositori, e quel popolo che 
nella sua parlata conserva il più e il meglio delle voci nella 
loro proprietà vivace. Ora presso quattro almeno de' più ve- 
tusti ed autorevoli interpreti io trovo dichiarata la voce ru- 
becchio come ruota di molino. B le dichiarazioni del Postillatore 
Cassinese e di Jacopo deUa Lana furono già iprite dal De 
Romanis nella nota aggiunta al commento del Lombardi in 
queste parole : < Presso alla parola rubecchio il Postili. Caasin. 
nota quae est rota moìendini dentata, e Jac. della Lana inter- 
preta egualmente dicendo che rubecchio in lingua tosca vuol 
dire rota dentata di molino» » Di più nel comento attribuito 
a Pietro figliuolo di Dante si legge: zodiacus robecchius^ idest 
rota zodiaci, nam robecchius in Thusda didtur rota deniaia 
moìendini. E in un commento inedito dì un bellissimo codice 
della Biblioteca Barberiniana, segnato dal Manzi col n. 1452, 
la voce rubecc?uo ò interpretata alla pag. 156 con queste pa- 
role: Tu cederesti il zodiaco robecchio cioè losteUo (sic) de/ 
zodiaco girarsi più stretto alla costellazione chiamata Orsa, 
Se mal non m' appongo, lostelh è lo stelo del zodiaco, cioè il 
perno o Tasse; e però secondo quel comentatore la voce ru- 
becchio indica, paragonarsi dal Poeta lo zodiaoo ad una ruota 
col suo stelo che si volge intorno. Giuseppe Melandri^ Intorno 
allo studio dei P. P. della Compagnia di Gesù nelle opere di 
Dante, p. 130. 

IV. 106. — Edundilor che mi sembrava lasso. — Belacqua 
ò la creatura più umana, più vera di tutto il Purgatorio, come 
è la più comica. Belacqua scherza in modo si amichevole e 
sincero, che Dante è il primo a riderne, ò lo scherzo propino 
dell'indole di Belacqua che non ha voglia che di uccidere il 
tempo col dolce far niente. A. Ròndani. 

V. 18. — Poiché la foga Cun delT altro insoUa. — Foga, 
vuol dire quel moto ed empito che & cosa inviata e riscal- 
data in una operazione, onde ò poi formato il verbo sfogare 
quando ella è quietata. SoUo poi è il contrario e vuole dire 
leggieri^ o per me' dire non pigiato, ma soUecato e come cosa 



y Google 



COMBNTI. 387 

3he sta sempre in su Tale: così chiamò il Villani una città 
nsolUta — sollevata e pronta a £EU*e tumulto o novità: — Il 
movo pensiero che sopravviene, come soHentrando e soUetmndo 
'[' altro , se Io leva come dire in capo e facilmente lo caccia 
l'ia. — CoH la mia durezza fatta solla (Purg. xxvii, 40), leg- 
orera, intenerita; e, se cosi si può dire, sdurata, — Borghini. 

V. 109. — Ben sai come nelCaer si raccoglie,,, — È un 
ubbìa il pretendere che disvisi la ragione fisica del precipitarsi 
i vapori acquosi dell'aria, per diminuzione di temperatura. 
Secondo l'Alighieri il freddo, come piii denso, spreme i vapori, 
o come altrove dice gli sHpa^ parola e ragione che del fatto 
rende anche il Magalotti a' tempi dell'Accademia del Cimento: 
ohe la fisica vera della pioggia fu data dal Quericke pochi 
anni dopo. Caverni, da una sua lettera. 

VI. 44. — Se quella noi ti dice , C/w lume fia tra *l vero 
e r intelletto. — Notisi: lume tra *l vero e C intelletto: perchò 
ha detto V Alighieri : € Come il cielo illustra le cose visibili , 
così le scienze le intelligibili. » (Conv. ii, 14). A. Conti. 

VL 74. -^Fson Sordello, 

Fanfani Pibtro, Lettera alla gentil Signora Silvia Baroni 
ro. Semitecoh, Per le Nozze Pasolini ZaneUi-Baroni Semitecolo. 
Hassano, Roberti, 1874, p. 29-33. 

U Fanfsni ci reca un racconto di Battista Fulgoso (o Fre- 
goso) scrittore gravissimo del sec. XV che, dopo essere stato 
Doge di Venezia, ritornò allo studio delle lettere, e compose 
un libro Dei Detti e Fatti memorabili y con che ne mostra 
({uanta ragione ebbe Dante di rappresentarci il poeta man- 
tovano in quella grave e dignitosa maniera eh' e' fa. « Sordello 
<\ei Visconti, mantovano, dei dintorni di Coito, che nacque 
liei 1189, si trova che in diverse regioni di Europa, avendo 
combattuto a corpo a corpo con ventitré fortissimi cavalieri, 
(li tutti e ventitré rimase vincitore. La sua prodezza per altro 
rifulse mirabilmente quando a Parigi nel giorno medesimo 
'-ombattè contro tre, con Giachelino, e Leopardo inglesi, e con 
Frassato borgognone; dacché di tanto superò nella forza di 
animo e di corpo Assillo Torquato Corvino, o qual altro si 
voglia cittadino romano, di quanto Tuno ò minore del ventitré, 
e di quanto la gloria e la fatica di un triplice combattimento 
lee preferirsi alla lode di uno solo. » Qui veggiamo recata alia 



y Google 



388 OOUENTI. 

sua giusta misura la prodezza di Sordello, e sappiamo dì piii 
ch'egli era dei dintorni di Goito e nato nel 1189: cose ignoto ri 
Tiraboschi. Altrove ei racconta la qualità vera dell'amor di Sor- 
delio con la sorella di Ezzelino, che ò da lui chiamata Beatrici 
dalla qual cosa si raccoglie che Cunizza era un soprannomt'.| 
Egli dice adunque come questa Beatrice, abbagliata dalla pix)^ 
dezza e dalla gloria poetica di Sordello, se ne innamorò fiera^ 
mente, e lo richiese d'amore; ma ch'egli rimase sordo ad o^:d^ 
pregliiera di lei , dicendo di non volersi mosti^are ingrato a i 
Ezzehno e al suo fratello, che amorevolmente lo aveano accolto 
in Verona; ed anche quando^ accecata dalla passione, ^ugpi 
da' fi^atelli vestita da uomo, per seguirlo fino a Mantova, nuu 
volle udirla parlar di amore, se prima Ezzelino non gli avesse 
dato il consenso di sposarla, ricordandole sempre che la onc>stà| 
doveva curaci piìi dell'amore e delia bellezza. E couchìude che 
egh meritò più vera lode per la vittoria di tal pericolosa bat- 
taglia, elle dai veutitrè combattimenti, de' quali in varii luog^hi 
era rìmasto vittorioso. 

VI. 112. — Ykni a veder la tua Roma che piagne, "W-| 
dova, sola^ e di e notte chiama : Cesare mio, perchè non m ac- 
compagne ì — E il Petrarca, Carolo IV, Aug. Irap. (Pam. xxiii, 2]. 
Si qua in terris patria est tua propria, Csesarum domus, ac vera 
patria Roma est ... . vidua, inops, captiva, serva, misera quat.* 
uuUum jam nisi es. te poscit ac sperat auxilium. . . . Exper- 
giscere, imperatori bora est, immo vero jam transiit. — \". 
Dante, Epist. v, vi e vii. — Romam solam sedenlem ci vi- 
duam. Epist xii, § IO. 

VI. 143. — A mezzo novembre Non giugne quel che tu 
d' ottobre fili — « Tutto giorno si faceva nuove leggi e si cor- 
l'eggevano le vecchie; e molto spesso si guastavano, ad ogni 
piccolo caso che nasceva, dava occasione ad innovare previsioni. 
Della quale varietà credo che sia nato quello che vulgarment<\ 
con vitupei'O della Città, si dice: Legge Governativa, fatta la 
sera e guasta la mattina. Donato GiannoUi, Della Rep. Fior. 
L. II, e, 18. Ed. Le Mounier, i, 147. 

VII. 73-81. — Oro ed argento fino.. . — Or non ti sembra 
egli, o lettore, che Ariosto abbia attinto a questa descrizione 
quando dipingeva il giogo della montagna su cjì perviene 
Astolfo col cavallo alato? Molti hanno levato a cielo l'Ai'iosto 



y Google 



OOMENTI. 389 

por qnel passo, non sapendo che quel che vi avea di più bello 
era tolto a Dante. 3/arro Renieri, L'Apatista dì Venezia, 15 
Sett. 1834, n. 37. 

VII. 103. — ^ quel Nasetto . . . Mori fuggendo e disfiorando 
a giglio, — Di Filippo III, re di Francia, e della grande vittoria 
navale riportata presso Roses, da Ruggero Loria, e della morte 
di Filippo a Perpignano, V. Amaria La Guerra del Vespro, 
C. XII. 

^^I. 1 12. — Quel che par sì membruto, e che s' accorda 
Cantando con colui dal maschio naso. — Veggasi il ritratto 
che di Carlo I d'Angiò e di Pietro III d'Aragona fa T Amari, 
GueiTa del Vespro, C. v, 64, e C. xii, 298. 

VIII. 56. — Quanfè che tu venisti Appiè del monte per 
le lontane acque? — Posto, che la differenza de' meridiani, tra 
le foce del Tevere e la. montagna del Purgatorio, sia di dieci 
ore; che la latitudine boreale di quella foce sia 41** 53', e la 
latitudine australe della Montagna sia 31® 40', si dimanda 
quant'ò la misura della distanza itineraria tra la detta foce 
del Tevere e il Purgatorio ? Dalla soluzione del problema da 
lui proposto, ecco la risposta del Cavemi. — Computata la 
lunghezza di quest'arco in miglia italiane di 60 per grado, 
troveremo che le acque della foce del Tevere sarebbero lontane 
dalla montagna del Purgatorio miglia 9243. Computata poi quella 
distanza a 56 miglia e due terzi per grado, secondo le misure 
de' geografi antichi seguiti anche da Dante , come vedesi in 
piti luoghi del suo Convito, troveremo miglia 8728,46. 

IX. 1-9. — La concubina di Titone antico.... 

Bianchi ab. Gius., La Concubina di Titone antico (1814). 
Atti dell'Ateneo di Brescia, Bottoni, 1818, p. 67. 

Il Bianchi combatte la opinione di Jacopo della Lana, risu- 
scitata dal prof. Poptirelli, che qui Dante intenda per la conr 
cubina di Titone, l'Aurora della Luna ; sì perchè presso gli an- 
tichi mai non ne fu fatta menzione ; e vie più perchè ta^attandosi 
d'una notte successiva al plenilunio dell'equinozio di primavera, 
in qualsiasi modo vogliansi interpretare i passi con che sale 
la notte, o per le sette parti in cui la divise S. Isidoro (il che 
pare più arrida al prof. Portirelli), o per le quattro vigilie in 
che la divisero i Qred ed i Latini, o per le dodici ore ch'essa 
ha nell'equinozio; sempre la Luna, all'epoca di eoi parla Dante, 

Digitized by V^OOQlC 



300 COMENTI. 

esser doveva ella stessa levata , non che la sua supposta A 
rora ; quando cioè il terzo passo della notte chtnawi in gh 

V ale. Egli poi sostiene che pei tre passi che Dante suppc 
avesse fetti la notte, devonsi intendere le tre prime vigilie 
che la divisero Greci e Romani ; poiché appunto al finire dtf 
terza vigilia comincia il cielo ad albeggiare, che Dante e^prii 
col s' imbianca al balzo d* Oriente; in tre parti la atessa / 
rora dividendo, cioè alba, vermiglia e rancia dai vari coli 
che appariscono in Oriente al successivo appressarsi dei ?( 
ali* orizzonte (Purg. ii, 4). Circa le stelle che ornavano la fror 
dell' aurora suir ultima vigìlia della notte, con vari passi {; 
ralleli dello stesso Poeta, dimostra eh* esser doveano quelle o 
formano la costellazione de* Pesci. 

MossoTTi Ottaviano, lUustrasione di un passo della l 
vina Commedia, Inaugurazione del lyionumento ad Ottavia 
Fabrizio Mossotti, Pisa, Nistri, 1867, p. 31-37. 

IX.* 1-9. — La concubina di Titone anfcco ... r— Nel \S 
il P. Àntonelli ritenne che la celebre Concubina di Titone anij 
non potesse essere, che T Aurora lunare; se non che, me£ 
studiato r argomento, entrò davvero in sospetto che tutti, 
egli pure, quanto al significato di quei due personaggi ibsse 
fuori di strada. Titone ò Titano, Titan, il Sole: la sua Co 
cubina è la gran Teti, Tethys, moglie dell'Oceano, TOo 
marina. Se il Sole pernotta con Teti, e questa è moglie à. 
r Oceano, risulta ad evidenza, che la medesima è ConcuMi 
rispetto a Titano. Se Titone di Dante è il Sole, il nobile f] 
teto di antico gli conviene molto meglio che al figliuolo 
Laomedonte. Ma Teti è opaca per sua natura : quindi se Teui 
investita da raggi lucidi, è benissimo detto che s'imbianca p 
efietto di quelh. Inoltre per la grandissima estensione che 1 
la superficie del mare, può Teti essere imbiancata in molti^sii 
luoghi : quindi se voglia notarsi, eh* ella s* imbianca pel sorgie 
di qualche astro, sarà indispensabile volgere l'attenzione ai 
sue orientali regioni, siccome appunto ha fatto il Poeta, dicem 
che s* imbiancava al balzo di oriente, cioè al lembo orientale à 

V orizzonte. — Che se l'Astro sorgente non è il Sole, allora T< 
8* imbianca fuori delle braccia di lui , le quali sono evideiiu 
mente ì raggi, che da lui stesso procedono. E, viceversa, volenJ 
indicare il sorgere di un astro diverso del Sole, e capace ( 



y Google 



GOBIENTI. 391 

illiuninare e render parvente Tonda marina, sarebbe egregia- 
mente detto, che questa s' imbianca fuor delle braccia del suo 
dUilce amicOy precisamente come ha detto il grande Alighieri. 
Si, dolce amico può ben dirsi Titano, rispetto alia gran mole 
d^e acque che vengono da lui e illuminate, e riscaldate, e in 
qualche modo fecondate coi dolcissimi e non meno delicati 
amplessi delle prodigiose sue braccia. Finabnente, se con atten- 
zione si rifletta, vedremo che dicendo imbiancarsi la Concubina 
fìeor delie braccia del suo dolce amico, viene anche ad insinuare 
il Poeta, che questo fatto fosse una specie d'eccezione, e che 
^neralmente e ordinariamente e megUo s'imbiancasse fra le 
braccia dell' amico medesimo : il che torna a meraviglia con 
Teti Mare e Titano Sole ; e non può stare con Titone nipóte 
d*Ilo e con una Aurora. 

E questa corrispondenza di tutti i caratteri della descrizione 
del Poeta co' due nuovi personaggi, si precisa e sì completa, 
trova un appoggio e negli scrittori che in questo paiiicolare 
possono rìputarsi Maestri, e dei quali a lui erano familiari le 
dottrine e le maniere di porgerle, e nell'Alighieri stesso. — 
Studi Particolari sulla Divina Commedia, p. 57-74. 

ScARTAZZiNi Giovanni A,, La concubina di Titone antico. 
Cemento del Purg* p. 148-162; TodescJuni, ii, 391. 

Il prof. Scartazzini, dopo di aver riferito tutte le opinioni 
8U questo passo tanto disputato della Divina Commedia, e dopo 
di averle sottoposte a critica rigorosa, e recata pur la sua, 
conchiude: « Invano desideriamo sapere con certezza assoluta, 
quale sia il vero concetto di Dante in questo passo ; nessuna 
delle diverse interpretazioni può vantarsi di aver sciolto ogni 
dubbio, ed anche la migliore non può aspirare a maggior vanto 
che di essere la piii probabile. Questo risultato è doloroso si, 
ma per intanto non ci sembra possibile ottenerne uno più lieto. 
Ed alla fine de' conti il riconoscere e confessare ingenuamente 
la propria ignoranza sarà preferibile alla millanteria, che si 
vanta di sapere ciò che non è possibile a nessun uomo di porre 
fuor di dubbio. — V. Man. Dani, iv, 147. 

IX. 4. -* Di gemme, . . . Poste in figura del freddo animale 
Che con la coda percuote la gente. — Accenna in modo 
grazioso e pi'eciso alle quattro stelle più brillanti dello Scor- 
pione, che hanno appunto figura del freddo animale, cioè del 



y Google 



392 coMEam. 

Serpente, il quale trovavasi in quell'ora presso alla luna in sui 
suo sorgere, ed immei'so perciò nella sua luce aurorale. Densa, 
IX. 100. — Lo terzo che di sopra s'ammassiccia. — E \i>a 
la parola massicciata, eh' è quello strato di sassi che s^anitìias- 
sieda sulle strade, per farle più resistenti alla cai*i*^giata. 
Cavemi. 

IX. 118. — Trasse duo chiaìyiy V una era d" oro, e faìtra 
era d'argento, — Dante esprime brevemente, gravemente ed 
utilmente tutta la foi'za delle due chiavi di Pietro. Due sodo 
le chiavi che i sacerdoti debbono avere, cioè l'autorità e Is 
scienza. Più cara certamente è l' autorità a cagione del sacra- 
mento; ma la scienza di discernere è quella che scioglie il 
peccatore. E dice l'autore che se alcuna di queste chiavi er- 
rerà, non si apre la porta del Purgatorio. I teologi poi e i 
canonisti asseriscono che soltanto proprio il sacerdote ha questa 
seconda chiave. — P. Atiavanti. 

X. 65. — Trescando alsato, — Alzato y importa aver i {>anni 
tirati suso, e accomodati in modo che non possano dar noia 
a chi salta o si esercita col corpo con atti gagliardi e di gran 
movimento. Borghini, 

X, 128. — Yoi siete quasi entomata in difetto, — Ento- 
mata, per insetti, quando dovea dire entoma, che tale è la voce 
greca a cui risponde a capello la latina insecta. Ma perche 
ne^ Lessici ai nomi ai mette appresso immediate V articolo, ov- 
vero contrassegno del genere, dopo entoma venendo l' aiiicolo 
neutro plurale to, venne questo articolo dai poco pratici a 
congiungersi col nome medesimo e fare tutt' una voce entomata 
quello eh' è ta entoma, — Francesco da San Gallo, fiorentino 
Fidia, in un piccolo Dante eh' io tengo di suoi disegni insieme 
e di sue postille, a otta a otta segnato, notava nel semplice 
linguaggio de' suoi tempi, comparazione meravigliosa poicK ella 
è tale, — Salviniy Lezione xxi delle Accademiche, 242-302. — 
n Fiacchi, in una sua Memoria letta aH'Acc. della Crusca, pro- 
pende a credere che Dante scrivesse entoma, parola die non 
reca danno né alla misura né all' armonia del verso, e che poi 
r imperizia dei copiatori recassevi il guasto che or vi si trova. 
V. Zannoni, Relazioni, 240. 

XI. 10. — GU Angeli tuoi Fan sacrificio a te, cantarido 
Osanna. — È tanto congiunta V idea del sacrificio con quella 



y Google 



OOMENTI. 393 

«Iella giustizia, che talora la saci*a Scrittura fa V una attributo 
deir altra, dicendo agli uomini : sacrificate sacri ficium justitiae. 
Indi il Poeta pone il sacrificio perfino in cielo, a pregare che 
in terra sia operata perfettamente la giustizia come viene ope- 
rata lassù; e altrove egli chiama sacrificio la preghiera eh' è 
r atto più frequente della Religione (Par. xiv, 92); e sacrifizio il 
voto (Par. V, 44), che a giudizio di lui è il dono più generoso che 
la creatura possa offrire al Creatore (Ivi, 19-31), Perez, 371. 

XI. 66. — E sallo in Campagnatico ogni fante, — « E al 
tempo di Bolgano da Post eiella di Milano Potestà (1259), si 
prese Gampagniatico per lo Comune dì Siena, el quale teneva 
lo Conte Uberto, ed era nimico della nostra città, e sempre 
t<>neva in tribulazione tutta la Marema, e quanti \icini, che 
lui aveva. E fu el Campo della nostra Città tanto forte, che 
per batagha v'entraro dentro, e uciseno lo conte Uberto, per- 
chè mai non si volse arendare per sospetto di none essare * 
menato a Siena. E inazi, che lui morisse amazò di molta gientc, 
inperocche, Lui s' armò lui, e '1 Cavallo, e corriva per la Piazza 
di Gampagniatico come un Drago. E se non fusse uno, che 
lanciò un spiedo, e gionse al Cavallo insulla testa, che non 
potò scampare, e fu {erito con una maza di ferro in sulla testa, 
e Maranesi e Falconi gli furo adesso per tal modo, che gli 
fecero lassare questo Mondo. E veduta la Giente di Cortona, 
i quai erano stati cacciati per Io disfacimento lofo, e non sa- 
pendo dove andarsi, si ritomoro a Cortona loro, e tutti e ribel- 
lati di Cortona , e sì la rifeceno per lo meglio che poterono ; 
e visone per molti anni in santa pace, e in unione, e rìtoraò 
nel primo stato, tanto la benificoro, e tenevano in Signoria 
per loro. Ma i Fiorentini ne furo malcontenti, e pentirsi, che 
r avevano lassata rifare, per sospetto di loro. » Croniche Se-- 
nesi, pub. da G, Maconi, e. 48, i, p. 2, 22. 

XI. 91-117. — O vanagloria delle umane posse. — Ma a 
che vi esorta egli ad acquistar rinomanza, se la fama non è 
altro che un fiato che muta nome, perchè muta lato, se la rino- 
manza è color éC erba che mene e vaf Sembra ch^ egli si con- 
traddica, ma pur non ò, ove si voglia riflettere alle persone 
coi egU fa uscire in si contrarie sentenze. Contro la fama parla 
Oderiai cristiano, in favor della fama parla Virgilio pagano. 
Or dà non sa come i Pagani fosser in tutte le loro azioni 

Digitized by V^OOQlC 



394 OOMBNTI. 

spronati dairamor della gloria? Cicerone, parlando ai solda 
della legione Marzia morti a Modena, non ha detto : « bre^ 
nobis vita data est, at memoria bene reddit» vitse sem[ 
terna; quae si non eeset longior quam luec vita, quia &ks 
tam amens qui summis laboribus ac perle ulis ad eumma 
laudem gloriamque contenderet? > Ed Orazio : € Paalam sepuli 
distat inerti» Celata virtus » (od. 9, 1, 4). Anche Tacito: € Una 
est insatiabiliter parandum, prospera tui memoria; nam coi 
tempta fama contemnuntur virtutes > (Ann. lib. iv). « Si cu 
hac exceptione detor sapientia ut illam inclusam teaeam a 
enuntiem, rejiciam (Seneca ep. 6). p — Marco Genieri, L'Ap 
tista di Venezia, 15 Sett. 1834, n. 37. 

XI. 94. — Credette Cimabue neUa pintura Tener lo camp 
— Sul sepolcro di Cimabue in S. Maria del Fiore furono scrii 
da uno de* Nini i seguenti versi: Credidit ut Cimabosptic&er 
castra tenere; Sic tenuit vivens: nunc tenet astra poli. — 
Vasari dice che i vei-si di Dante alludono al concetto dell* 
scrizione. Ma pare che T epitaffio fosse stato scritto dopo 
pubblicazione del poema ; e se ò cosi veramente, come da mo 
si crede , nella iscinzione latina la locuzione è tolta da* \v\ 
danteschi. C. Pardi. 

XI. 118-119. — Lo tuo ver dir m'incuora Buona umih 
e gran tumor nC appiani. — S. Paolo alle snp^bie dà il not 
di gonfiamenti (u, Cor. xii, 20), e la superbia di Amano è de: 
tumore d arroganza nel libro di Ester (xvi, 12): passi ci 
forse ebbe a mente TAlighieri. Perez^ 46. 

XI. 140-141. — ^ Ma poco tempo andrà che i tuoi ria 
Faranno sì... — Mi pare indubitato, che per vidm scabbia 
intendere i Donati, mentre il punir di lor perfidie aUude s^s 
altro alla tragica morte di Corso Donati, avvenuta nel 1308, 
di cui parla il canto xxiv del Purg. v. 82-87. Todeschini, 

XIII. 68-72. — Di vii cilicio mi parean coverti. ... — Dai 
mostra qui gl'invidiosi che si purgano. Ora si stringono 
vicenda, mentre nel mondo si respingevano. — Hanno g:li oc* 
chiusi da un filo di ferro, mentre troppo gli avevano ape: 
in danno e rovina del prossimo. E sono in luogo privo de* rag 
del sole, perchè erano accecati dallo splendore delle Tirtù d 
prossimo, mentre avrebbero dovuto piuttosto essere iUamina 
Dice dunque: Di vii cilicio y ecc. L'invidia rende gli uomi 

Digitized by V^OOQlC 



coafBNTi. 305 

TÌlissimi. Con quanto senno chiude gli occhi agi* invidiosi, che 
gli ebbero troppo aperti ad invidiare i fatti altrui. E pone 
nelle tenebre coloro, che vollero essere accecati dal lume della 
vii-tù. E gli pone stretti fra loro, mentre non vollero mai avere 
alcun superiore, o eguale. — P. Attavanii, 

Xin. 115. — Erano i ciUadin miei presso a Colle. — « E al 
tempo di Ranieri del Festa da Modena Potestà di Siena (1268) 
furo esconfìtti e Sanesi quando andaro a Canpo a Colle, e la 
cagione della sconfitta fu el tradimento ordinato da misere 
Provenzano , el quale s* intese co' Franceschi. E veduto , che 
misere Provenzano era traditore, Miser Cavolino ebe lo coman- 
damento da XXIIII se lui potesse per ninno modo pigliare Mi- 
sere Provenzano Salvani, che lui, el pigliasse. E Misere Cavo- 
lino, co' tutto el suo igenio ordinò che Misere Provenzano fusse 
preso, e qualunque persona el rapresentasse a lui, gli darebbe 
providigione di cento fiorini, e farebelo cittadino di Siena. E 
uno dì uscendo fuore Misere Provenzano, el quale era confiigito 
in Colle, e Collegiani el tradiro, e miserlo nelle mani di Misere 
Cavolino de Tolomei, el quale era ancora colla giente de Sa- 
nesi in Valdistrove , e ine era fortificato lui , e '1 Potestà di 
Siena. E quando videno Miser Provenzano, che Tera stato 
menato preso, e fecegli Citadini, e poi prosino Miser Proven- 
zano Salvani, e tagliarongli la testa per comisione de XXIIII, 
e poi ne venne a Siena. E Miser Cavolino de Tolomei fece 
pore la testa di Misere Provenzano sur' una asta di Lanza, e 
arecolla a Siena per dare terore a* Traditori, che se non fusse 
lui, che rivelò a Collegiani uno trattato^ el quale avevamo in 
Colle , in quella volta Colle sarebbe stata de* Sanesi. E anco 
per più amaestramento degU altri, si guastò el suo Palazo e 
per questo si stava in grande sospetto, e paura, inperochò e 
Contadini, e le Masse d'intorno erano grandi suoi Amici. E 
in questo modo quando andava o veniva ogni uomo l' ubidiva 
per paura di lui. » Croniche Senesi, pubbl. da G, Maconiy 
e 63, 1, p. 2, 37. 

XIII. 151. — Quella gente vana Che spera in Talamone, 
— < E nel tempo del Potestà sopradetto (Blinamonte da Gobio) 
si conprò el porto di Talamone dall'Abate dell'Abadia di San 
Salvadore, e costò otto migliaia di fiorini d'oro, e cosi ci fU 
confermato, e cavatone le carte come si contiene colla licenzia 

Digitized by V^OOQlC 



396 OOUBNTI. 

del loro superiore e del Papa Benedetto. > Croniche Senesi, 
pubb. da G. Maconi, e. 101 , i, p. 60. — Sul porto di Tala- 
mone, V. ScarabelU, Il Lambertino, xix; Man, Dani, iv, 409. 

XIV, 34. — In fin là, *ve si rende per ristoro — — Notabile 
è che Dante riconoscesse fin d' aUoi*a V origine vera delle fonti 
(Purg. XXVIII, 121; Par. xx,.19), intorno alla quale tanto s'agi- 
tarono nel secolo scorso le dispute di celebri naturalisti. Ca- 
vemi, La Scuola, 1872, i, 228. 

XIV. 54. — E non temono indegno che le occupi, — In^ 
gno è qui in significato di artificio, o naacchina, o ordigno, in 
quel significato stesso che di cesi ingegno della chiave. Uno 
degli ingegni da occupare o chiappare le volpi, sarebbero per 
esempio le tagliole. . . . Occupare poi, ch'io traduco popolarmente 
chiappare, ò latino schietto, e di Proteo tlifficile a chiappai-o 
cosi disse Virgilio: € Cum clamore ruit magno, manicisque 
iacentem Occupat. > Cavemi, 

XIV. 86. — Perché poni il core Là *v è mestier di consorto 
divieto f -^ Ognun sa quante fole siansi scritte dai chiosatorì 
di Dante sulla parola consorto divieto, senza comprendere che 
la caratteristica principale del dominio, secondo Aristotile eù 
i giureconsulti romani, sia il divieto del consorzio, cioè l'esclu- 
sione degli altri, di modo che difesa (defensa) fii deità nn 
mezzi tempi un luogo difeso, cioè sottratto dall'altrui comu- 
nione. V. Lomonaoo, Dante Giureconsulto, 85. 

XIV. 100. — Quando in Bologna un Fabbro si rallignai 
— Il Postillatore del codice Oassinese espone: Is fUit Dorn. 
Faber de Lambertaccis de Bononia. Quel Dom. (dominus) 
trasse in errore parecchi Comentatori che lessero Domenico 
Fabri. Costui fu il famoso Fabro, che per vezzo era detto Fa- 
bruzzo dei Lambertazzi, figliuolo di Tomasino, e fratello del 
dottor Azzo, canonico di S. Pietro. Questo Fabro, o Fabrazzo, 
celebre poeta al tempo di Dante, ebbe in moglie Bartolommea 
dei Marzalogli, del borgo del Pradello. Il Mazzoni Toselli ri- 
porta due documenti da' quali è certo che nel 1293 non èva 
più vivo. Il già palazzo apostolico fu fabbricato sulle case dei 
Lambertazzi, nella cui torre oggi è collocato il pubblico orologio. 

XIV. 103. — Non ti maravigliar, s*io piango. Tosco, Quando 
rimembro con Quido da* Praia UgoUn d^ Atzo che viwtte 
nosco. — € Ugolino d'Azzo Ubaldini fu al dire di Benvenuto 



y Google 



COMENTI. 397 

da Imola vir nobilis et curiaiis, ciarissima stirpe in Roman- 
<ldola, il quale ad iatniirci, prosegue il Tonducci, benché fosse 
I*^aentino di patria^ dimoraoa per lo piti in Toscana^ e forse 
per sfuggire i tumulti militari e sediUoni civili^ come persona 
piti tosto dedita alle lettere che alC arine, E da' giorni del nostro 
patrio storico fino per poco a mezzo il presente secolo ripu- 
tossi Ugolino non pur poeta, ma cosi gentile e netto di quella 
ì'tiggine che per lo più, è sparsa stille poesie del primo secolo 
<ia sembrare ad alcuni assai meno antico di quello chiaverà- 
inente^ e gli venne attribuito il leggiadro ditirambo Le Ricogli- 
frici dei Fiori; laonde appresso essersi riconosciuto vero autore 
(lei medesimo Franco Sacchetti, a questo dirittamente conceder 
si vogliono le singolari lodi soprattutto dal Perticari tributate 
ali* Ubaldini, di cui si rimane per anche ignoto avervi di esso 
alcun poetico componimento, se pure fu uomo fornito di tali 
lettere da rendersi atto a scriverne: donde si pare il torto avviso 
di coloro, i quali ebbwo per fermo che il molto valore del nostro 
Ugolino neir italiana poesia procacciasse al nome di lui venir 
celebrato nella Divina Commedia, quando a ben considerare 
r allegato terzetto ci sembra accennarsi in esso senza più alle 
egregie parti dell'animo, non dello ingegno, ond'era dotato Ugo- 
lino, per le quali dal poeta reputavasi degno di essere aggiunto 
alia eletta schiera di quei cavalieri. Che ne invogliava amore e 
cortesia. Dal Crescimbeni> e poscia da altri dietro di lui, si asse- 
risce aver Ugolino fiorito nel 1250, ed a ragione, che il Can- 
Tinelli, cronista vivente a quei giorni, ci accerta eh* egli moriva 
mi Gennaio del 1293. E siccome ricorda il Tonducci avervi 
avuto tra gli oratori della città di Faenza inviati air assemblea 
Ui Costanza un Ugolino di Àzzo, cui opina fosse avolo del pre- 
sente, cosi il Zambrini nella prima edizione delle Rim^ antiche 
d'AtUori Faentini y riferendo il detto del nostro storico, ne 
ripeteva altresì il brutto paracronismo di attribuire la celebre 
pace di Costanza ai 1283, del quale però tutto il carico dar 
^i dee alla stampa, potendo noi entrare mallevadori che il ms. 
autografo del Tonducci legge chiaramente 1 183. — Oli storici, 
;id una coi comentatori, sono concordi nel riconoscere Praia 
una villa del Faentino contado, meglio nota sotto la vulgare 
«lenominazione di Prada. Di contrario sentire però si palesa 
Benvenuto da Imola, il quale sostiene accennarsi dal poeta ad 

Digitized by V^OOQlC 



398 COMBNTI. 

una villa non già di Romagna, si ben di Toscana, poicfaà a[y 
presso averci il suddetto comentatore assicurati che gli Ubai 
dini fueruni cÙu potentes in Alpibus, citra Apenninum, et ultra 
prope Florentiam, entrando poscia in Guido, racconta di costui 
come iste fiat aiius vir probus de una Yiila quae dicitui 
Praia in eisdem partibus, homo magni valoris, qui fanùUa 
riter vixerai cum iste de Vbaldinis, Est etìam aiìa mila t> 
Romandioìa inter Faventiam et Ravennam, unde quidan 
volunt fiiisse istum Quidonem, e tra questi principalmente 1^ 
storico di Lugo, a detta di cui da Guido, die di maestro por 
tava il titolo (il quale allora non si conferiva se non a valoros 
professori), nacque un cotal Nìdo, e di vero tra' testimoni ac 
un rogito de' 14 Dicembre 1322, che originale tuttora si con 
serva, havvi Nino q. magistri Guidonis de Praia ; nondimenc 
a dii» prosegue V esimio imolese, prior expositio est magìs con 
sona, quia Prata colUgavit istum Guidonem cum ilio de Uba> 
dinis, laonde secondo il Rambaldi vuolaiàntendere Prata e 
Maremma, posta nella diocesi di Volterra. » — Valgimigii. 

XIV. 106. — Federigo Tignoso... 

Brigidi Adamo, Federigo Tignoso e la siui brigata. Rimin 
1854. 

Sostiene che fu il Tignoso di Longino, e non di Montefeltr 
o di Rimini, come vogliono i Cementatori. 

XIV. 121. — O Ugolin de' Fantoli, sicuro È il nome tui 
da chepiv^ non s'aspetta Chi far lo possa tralignando oscuri 
— UgoliDO, podestà di Faenza nel 1523, da Benvenuto à'imdi 
ritrattoci, siccome vir singularis bonitatis et prudentiae, fu, 
detta degli altri commentatori , uomo nobile e virtuoso, àz 
quale non avendovi argomento di attendere successione, preod 
perciò il poeta ad assicurarlo che il nome e la buona fam 
di lui non sono per venire oscurati, dappoiché non vi avrà d 
possa recargli tal onta. Tuttavia e' non si vuol conteudei 
aver Ugolino avuto figliuoli, cioè a dire due maschi, i qua 
chiamavansi Fantolino e Tano (contrazione di Ottaviano) gìust 
ne rendono fede gli storici, specialmente contemporanei, e i 
toglie qualunque dubbio un atto pubblico presso il Gherardii 
{Hist. Bonon. p. i, pag. 245), per lo quale nel 1279 vien ricc«j 
dato Benincasa d'Amatolo, notaio fiorentino, procurator nob 
Uum virorum Fantolini et Octaviani fratrum etfiUorum oUi 



y Google 



COMENTI. 399 

)- XJgoUni de Cerfugnano (castello posto nella valle di Sintria, 
ontado di Faenza), dei quali Fantolino rimase morto in Forlì 
tei 1282, mentre, sebben dell'altro appresso a quei giorni non 
" abbia memoria, certo egli era passato di vita, quando TÀli- 
^liieri scrìveva il suo poema, poiché oltre ai predetti figliuoli 
Lvendo avuto Ugolino altresì due femmine nomate Caterina ed 
VgneBina, queste sui primordi del secolo quartodecimo fanno 
contratti circa l'eredità loro scaduta per morte dei fratelli, 
ie' quali Ottaviano è ricordato in un rogito delli 18 Marzo 
1312 siccome allora già estinto. Di Ugolino inoltre abbiamo 
ial cronista Ubertelli ch*ei fu di Faenza, della famiglia dei 
VantoUni^ già nobile e principale nella ciuà^ nato di Alberino 
tnttor vivente nel 1230. Si chiamò comunemente di Cerfognano, 
poiché questa era una sua villa posta nel contado di Faenza, 
biella valle di Sintria, dov*egli la piii parte deW anno era 
tolito di haJntare per attendere ad una vita quieta e sfuggire 
V horrenda peste dej/ti faHone Guelfa e Ghibellina , le quali 
d* suoi giorni erano grandemente in colmo in Faenza e per 
tutta Romagna, e tuttavia non potè star tanto ritirato che per 
la condition de* tempi non fosse necessitato adherire alla 
parte Guelfa insieme con i Manfredi, Rogati, et altri nobili 
cittadini. Fu Conte di alcuni castelli e fortezze in valle di 
Lamone, cioè di Calamelh, Gavina, Mentemaore, Gualdifuso 
e Femazzano, intomo a' quali possedeva ancora molte pos- 
sessioni e ville. Mori Ugolino l'anno 1278 a di IO Febraro, 
prosegue a ragguagliarci T Ubertelli, et il su^ corpo fu sepellito 
nella chiesa di S, Domenico detta di S. Andrea de* Frati Pre- 
dicatori nel sepolcro de* suoi maggiori posto nella muraglia 
sopra terra di pietra viva col suo epitafio, il quale si vedeva 
ancora Fanno 1461, ma hora è distrutto, dopo che i Frati 
hanno innanzi slongata la Chiesa, — Valgimigli, 

XV. 1-3. — Qtiandotra r ultimar deW ora terza, E^lprin^ 
cipio del di par della spera, -— Quando sì parla dell' ora terza, 
(leirora sesta, dell'ora nona, non si parla di ore uguali, ma 
sì temporali. La terza si compie alla metà» del mattino, la sesta 
al mezzodì, la nona alia metà dell'ore diurne pomeridiane... 
Spera, vuol dire il giro dim*no del sole, che non istà mai allo 
stesso segno, ma si cangia ogni giorno, ora accostandosi all' e- 
quatore, ed ora disoostandosene. Todeschini. 



y Google 



400 COMENTI. 

XV. 16-21. — Come quando da V acqua o dallo spr 
chio, eoe. — Non altro vuol dir Dante, se non che venendi» 
incontro il celeste Messo, la luce, onde quegli era cinto, e \t 
niva immediatamente da Dio, lo percosse, riflettendo, nel volt 
in quella guisa a punto che il raggio scende contro Tacùii 
o con tra lo specchio, indi sale allo stesso modo, con cui àìsces 

cioè, formando quinci e quindi due angoli eguali Salendo .< 

per lo modo parecchio a quel che scende. Cioè, torcendosi d 
suo camino, e risalendo con Tistessa legge, con cui dk-e- 
E tanto si diparte dal cader de la pietra in igual tratta. Q 
spiega il poeta qual sia questa legge; e dice, che quanto 
raggio scendendo si allontana dalla perpendicolare, altre! tan 
se n' allontana salendo , scorso eh' egli abbia un tratto egual 
// cader della pietra^ con tal nome la chiama Alberto Magn 
Sì come mostra esperienza ed arte: come dimostra artificio 
esperienza: con che si dinota qualche istrumento, o sia ma 
china, per conoscer la legge della riflesalime, £01*86 non mo] 
dissimile da quelle, che si sogliono a tal fine usare ogui 
Invece di luce rifratta pare dovesse dirsi riflessa. Lettera ( 
Sig, Giuseppe Torelli, veronese, intomo a due passi del P^ 
gatorio. Verona, Carattoni, 1760. 

XV. 16. — Come quando daW acqua o dallo specchio^ e 
— Notabile ò il descrivere che qui fa Dante le due leggi ti» 
riflessione della luce. Dico le due leggi e non la sola risp^u 
dante gli angoli, come hanno ripetuto tutti i comentatori 
qui, non eccettuato il P. Antonelli. — Dicendo in&tti il Poi 
che il raggio incidente salta dall' opposita parte , salendo : 
modo parecchio a quel che scende, vuol significare che il r^s^ 
riflesso non piega più da una parte che dall'altra rispetto 
piano, ma sta in pari con esso; o in altre pai*ole, che tai 
il raggio incidente come il raggio riflesso si trovano in 
medesimo piano perpendicolare alla superfìcie riflettente 
questa è la prima legge. Dicendo poi che, in egual tratti 
due raggi si partono egualmente dal piede della perpen li 
lare, significa che T angolo d' incidenza è u guale all' angolo 
• riflessione, e questa è la seconda legg-e. — Cacemi, La Sou 
I, 226. 

XV. 20. — Cader della pietra. — Colla proporzione 
cader della pietra spiega le leggi ed i fenomeni della i 



y Google 



OOMENTI. 401 

anapiastica, che i recenti fisici distinguono in diottrica e catot- 
trica. — V. LomonacOy Dante giureconsulto. 

XV. 94-105. — Indi m'apparve un' altra con quelle acque. 

— Un esempio di mansuetudine eguale a quello di Pisistrato 
diede T imperati'ice di Russia Elisabetta. Kohl, professore a 
Pietroburgo, si prese dell' amore di Lei ; e un giorno eh' essa 
in tutto lo splendore della pompa imperiale andava alla chiesa, 
Kohl, rotta la folla che la circondava, come lo menava la sua 
forsennata passione, si gettò alle sue ginocchia e le dichiarò 
il suo amore. Già mille spade erano alzate a far in pezzi V audace 
andante, quando essa, frenando l'ardore dei suoi cortigiani, gridò 
come PiMstrato « se facciamo morire quelli che ci amano, che 
cosa faremo a quelli che ci odiano? Kohl venne mandato ad 
Amburgo con uà annua pensione di 200 rubli che gli fu sempre 
esattamente pagata. » Blog. Univ. art. Hagedom. — Marco 
Renieri, L'Apatista di Venezia, 15 Seti 1834, n. 37. 

XVI. 1. — Bufo d^ inferno, e di notte privata, B* ogni 
pianeta sotto pover cielo, Quant' esser può di nuvol tenebrata. 

— Né credo che Dante intendesse per povero cielo un emisfero 
scarso di stelle di primo ordine, come il P. Antonelli dice, ciò 
che riuscirebbe inutile pleonasmo avendolo detto ; privato d' ogni 
pianeta ma ; povero cielo niente altro vale a me se non ristretto 
orizzonte. Caverni, La Scuola, 1872, i, 179. — Io recherei 
il povero a quel che segue, cioè notte intenebrata di nuvoli; 
giacché potrebbesi non vedere astri, e pur tuttavia l'aria not- 
turna non essere mestamente cupa. Nel sotto è l' idea dal Pro- 
fessore voluta, ma indirettamente la c'è: e quo sub coelo, 
leggiamo in Virgilio là dove non s' intende d' angustia cagionata 
allo sguardo dalle tenebre. Lasciamo a povero V indeterminata 
fsua ampiezza; perchè l'indeterminato è bellezza poetica e anco 
filosofica quando non sia vago e vano. Tommaseo, Lettera al 
Pievano Calcinai, p. 40. 

XVI. 67. — Voi che vivete ogni cagion recate Pur suso 
al Cielo, si come se tutto Movesse seco di necessitate. — 
Questa sentenza ha grande analogia con quella che Omero 
pone in bocca al sommo Giove : Oh ! come sì gli uomini m,ortali 
incolpano gli Dei! perocché da noi dicono venire i mali, 
mentr* eglino vanno soggetti ad affanni, non per destino, ma 
per le proprie loro stoltezze. Odiss. A, 33. — C. Cavedoni. 

Digitized by VjOOQIC 



402 coMom. 

XVI. 85-90. — Esce di mano a iui, che la vagheggia 
Prima che sia^ a guisa di fanciulla, — Sublime in vero e 
Boavissimo ai è questo tratto, ove il Poeta deecrìve la creazione, 
e la discesa dell' anima umana ad informare il corpo a lei 
destinato. L' espressione convenientissima, a guisa di fiindulht, 
non 80 donde fosse dal Poeta ritratta, se non forse da un luogu 
del Platonico Olimpiodoro , che dice a guisa di fanciulla 
discende raniìna alla generazione, — V. Ckthani e C Ca- 
vedoni. 

XVI. 94. — Onde convenne legge per fren porre 

Ravina J. a., Esposizione di una terzina di Dante , Ri^ 
sposta ad un amico. Firenze, Mariani, Estratto dalla Rivista 
di Firenze, n. 31 e 32, iii Serie. 

XVI. 106. — Soleva Roma, che il buon mondo /èo, Due 
Soli aver^ che runa e l altra strada Facèn ve^ferCy e del mondo 
e di Dea, — V. Petrarca, Libro vn delle SeniM, lettera unica. 

XVL 140. — Gaia, — V. Todeschin^t, Scritti su Dante, 
II, 399. 

XVII. 31. — E come questa immergine rompeo ^ perse 
stessa^ a guisa d una bulla Cui manca r acqua sotto qual si 
feo, — Se qualcuno avesse voluto del vero far rilevare la scienza 
fìsica di Dante noa dovea lasciar indietro questa terzina nella 
quale si vede che T osservazione diligente fece al Poeta indo- 
vinare la vera ragion fisica dello scoppiare la bolla deU" aria 
nel giungere alla superfìcie dell'acqua; ragione cfa* e* mostra 
non intendere il Segretario stesso dell'Accademia del Cimento, 
dove dice che si rompe la bolla alla superficie del liquido, per 
il repentino urto neiraria. Cavemi, da lettera. 

XVII. 62. — Pria che s'abbui. — Come s* abbuia (si ti 
buio, notte) mi tocca andar tastoni. — Sanese. — Camminai 
di giorno, ma s'abbuiò (si fece notte), e io mi trovai spex'so. 
Versilia. Or per significare appunto il venire della sera, quando 
già raer comincia ad annerarsi, Dante usa la parola dei 
volgo: Pria che s'abbui. Giuliani, Saggio di un Dizion. del 
Volgare Toscano. 

XVII. 104. — Amor sementa d^ogni vvrtude, — Tutte le 
passioni umane non sono che ramificazioni dell*^ amore. Se questo 
è proporzionato con Dio e colle creature, è virtìt: se non è 
proporzionato, ò vizio e delitto: si rompe ciò che S. Agostmo 

Digitized by V^OOQlC 



CX)MENTI. 403 

appella ordine delCamore^ e Platone nel suo nobile dialogo 
il Simposio y amore simmetrico, evarmos{os. Secondo questo 
filosofo, il vizio non è che un amore sproporzionato, anarmosto». 
V. Lomonaco, Dante Giureconsulto, 28. 

XVII. 139. — Tacciolo, acciocché tu per te ne cerchi, — 
Non si tratta di far leggere, ma di far pensare, dice MoUtes* 
quiev, lib. ii, 19. — R. Renieri, L'Apatista, 1834, n. 39. 

XVIIL 19. — L'animo, eh* è creato ad amar presto —* 

V. ConH^ Storia della filosofia, ii, Lez. xi, p. 224. 

XVIII. 34-39. Or ti puote apparer — Cioè V amore in 

genere, quanto alia sua natura forse è buono; forse, perchè 
non ha moralmente né bontà nò malizia : riceve bensì V una o 
l'altra dalF arbitrio che lo determina in atti speciali, come la 
cera è configurata dal suggello. A. Conti, 

XVm. 43-46 e v. 73-75. — Che s* amore è difitorianoi 

offerto -*- Virgilio, che rappresenta nella Divina Commedia 

la ragione umana, mttteva innanzi alcune idee di ragione intorno 
al grande argomento della libertà e moralità dell'uomo, che 
poi doveano ^essere ampiamente illustrate nella cantica del Pa^ 
radiso da Beatrice rappresentante la teologia, la qua^ nel 
parlare del libero arbitrio V avrebbe appellato col nome di nobile 
virtìc. Ora, dimanda il Todeschini, troviamo noi nel Paradiso 
quella dimostrazione teologica del lìbero arbitrio, che Dante 
ci avea promessa nel Purgatorio? 6r interpreti ci mandano 
per r adempimento di quella promessa ai canti iv e v del Pa-* 
radiso; ma ei non la trova, che la cantica del Paradiso non 
s" accorda col discorso di Virgilio nel xviii del Purgatorio. Ed 
ei viene in questa sentenza: che Dante accintosi alia cantica 
del Paradiso mutò il pensiero, e deliberò seco stesso di astenersi 
dalla divisata discussione teologica intorno al libero arbitrio, 
alla quale per avventura sarebbe stato necessario che fosse dato 
compimento, ed imposto a così dire il fastigio, colla dottrma 
della grazia. -• E questa è una delle contraddizioni notate dal 
Todeschini nella Divina Commedia. 

XVIII. 56. — Prim£ notizie. — I greci le appellavano an** 
ticipaiioni, e Cicerone prima seminoy et igniculos. 

XVIII. 49-60. — Ogni forma sostanziai , che setta, ecc. 
— Dante non fu discepolo ligio a S. Tommaso, ma in più cose' 
scostossi da lui. Egli apprese la dottrina scolastica in tutta 

Digitized by V^OOQlC 



404 COBONTI. 

r ampiezza sua, Don dandosi alla disciplina d* un solo maestro : 
parte scelse fra le opinioni udite, e qualche volta pensò da :i«ò 
atesso.... Io ho dichiarato altrove la mia opinione su questo 
luogo dell'Alighieri (Nuovo Saggio, Sez. V*, C. xxv, art 2). 
Ivi ho detto, la dottrina aristotelica essere stata intesa in vaii 
modi, perchè oscura, e non precisa; ed uno di questi modi 
esser quello di Dante. Qui due cose manifestamente dice il 
filosofo poeta. La prima : che la virtù propria dell' anima, come 
di ogni altra forma sostanziale che ha sussistenza propria e 
setta (cioè separata) da materia (sebhen trovisi anco unita a 
materia), è occulta ed incognita fino a tanto che non opera, e 
non si dimostra fuori nei suoi atti ed effetti. Oosi, a ragion di 
esempio, non si saprebbe mai dire se la pianta avesse in su 
virtù che chiamasi vita, quando non si vedesse il viver suo 
al di fuori nelle frondi verdi e rigogliose. Medesimamente 
r anima ha in sé colletta , o sia accolta , una virtù, che le dà 
notizia de' primi principj ; ma questa virtù innata non apparisce, 
e non si sa ciò eh' ella sia in noi, se non allora che noi facciamo 
uso di essa, mediante gli atti della nostra mente. 

La seconda cosa è conseguente alla prima. Egli si continua 
ragionando cosi: quando adunque la mente nostra fa gli atti 
suoi d' intendere, di giudicare, ecc., ella trova già d' aver belli e 
pronti alla mano i primi principii. Onde le sono venuti questi t 
L'uomo non lo sa, dice Dante; non può sapere il quando, e 
il come gli sono venuti. £ perchè ? Perchè non sono a lui venuti 
onde che sia^ non sono in lui acquisiti; cioè li ha sempi'e avuti 
con so ; sebbene occulti si stessero, prima che apparissero nei 
loro effetti. La quale occulta esistenza de' primi principj in noi., 
non dee recarci maraviglia; perocché ogni forza e virtù nello 
interiore delle cose si asconde, fino a tanto che operando non ci 
si dà a conoscere negli atti suoi. Non si può dunque allegaiv 
nell' uomo un' orìgine fattizia de' primi principj : questo è il 
senso delle parole là onde vegna lo intelletto delle prime nch- 
tizie, uomo non sape. Ma che perciò? Se Dante dice irrepe- 
ribile la formazione delle prime notizie nell'uomo, nega per 
questo assolutamente, che non si possa assegnare ad esse qual- 
fiiasi origine? Certo no; in una parola, l'intelletto delle prime 
notizie Dante lo pone innato ; e però dopo aver detto che non 
si dee cercare la spiegazione di esse nelle operazioni della 



y Google 



COMENTI. 405 

mente , come quelle che suppongono quelle notizie prime e le 
adoperano quasi istrumenti, aiferma senza dubitazione alcuna, 
ihe queW inteiletto delle notizie prime è nell'uomo, come è 
nell'ape lo studio di far lo mele, cioè come sono gP istinti, i 
quali sono innati, ed elementi costitutivi della natura animale. 
Cosi quell* intelletto è congenito a noi, e posto in noi da na- 
tura. 

Dante adunque esclude T opinione di quelli che vogliono 
spiegare i primi principj pel mezzo de' sensi e dell' induzione, 
afTerinando che questi non sanno trovar mai nulla ; ma poscia 
egli assegna in altro modo l'origine di tali notizie, facendole 
divenire da natura. Or di quello che è dato da natura, non 
cade cercar T origine; non avendone altra, che quella della 
natura medesima: T autore della natura è pur V autore di tutto 
ciò che è. nella natura, e però delle prime notizie. Rosmini^ 
Rinnovamento, p. 17-19. — Si come studio in ape Di far lo 
inele. — La similitudine dell' ape è tolta da Aristotile. Metap. i, 
10. — Rosmini^ Nuovo Saggio. 

XVIII. 49-66. — Ogni forma sustanzial che setlay ecc. 

P. Paganini, Di un luogo del Purgatorio di Dante che non 
sembra esser stato ancora dichiarato pienamente. Dall' Ara Wo 
di Lucca, n. 14, 1857. 

Il Poeta nel C. xvii avea fatto dire a Virgilio, che amore 
i^ sementa in noi d'ogni virtù e d'ogni vizio: nel xviii vuol 
fargli provare la verità di questo dettato, comune alla pagana 
e alla cristiana sapienza. A tale uopo egli, in persona del suo 
duce e maestro, lisale col pensiero alla costituzione primitiva 
«leir essere umano: in esso, egli dice, oltre la materia v'è una 
forma immateriale, fornita di una virtii o potenza specifica^ 
la quale non si dimostra che nei suoi effetti, cioè nelle sne 
operazioni come per verdi fronde in pianta mia. Questa po- 
tenza specifica può considerarsi di due lati, in quanto è passiva 
e in quanto è attiva : in quanto è pa.ssiva è T intelletto delle 
prime notizie, in quanto è attiva è T affetto dei primi appetì,^ 
UH (V. S. Tommaso Contra geni, lib. ii, cap. 60 e lib. iv, e. 19). 
Quindi non è meraviglia che Tuomo non sappia donde gli 
vengono siffatte cose, non essendone mai stato privo e appar- 
tenendo alla sua natura in quel modo medesimo, che all'ape 
per esempio appartiene lo studio ossia l'istinto di fiir lo méU^ 



y Google 



406 COMBNTI. 

Ora quell'aflfetto dei primi appetibili è senz* alcun merito, p»*- 
chò non dipende dal libero arbitrio, il quale soltanto è prin- 
cipio là onde si piglia Cagion di meritare. Non per tanto 
esso, non avendo per oggetto altro che il bene conveniente alla 
umana natura, è un affetto sotto ogni aspetto irreprensibile. 
Non si può concepire non solo una creatura, ma né meno il 
Creatore senz' amore alcuno ; sebbene nella creatm^a ragionevole 
ne possano essere di due sorte, uno naturale o istintivo, Talrro 
à^ animo o deliberato: il primo dei quali è sempre senza er- 
rore, perchè è T opera della stessa sapienza divina, mentre il 
secondo puoie errar per malo abbietto o per troppo o per poco 
di vigore^ secondo che dalla libera volontà o è volto a ciò che 
è intrinsecamente male, oppure anco a ciò che è bene ma 
senza quella misura che risponda al suo vero pregio. Come 
accade dunque che sia Amor semente in noi d* ogni mrtude 
E d'ogni operazion che merta pene f Ciò accade: l. perchè dal 
primo amore, che Dio medesimo ha posto nell'uomo si svol- 
gono altri amori, come dalla foraa vegetativa delle piante na- 
scono i ramoscelli e le foglie, che le adornano, e dair istinto 
dell'ape i vari morimentì, coi quali essa sugge Tumor de' fiori, 
lo converte in miele, e lo deposita nell' alveare : 2. perchè qucf^ti 
secondi amori possono esser conformi a quel primo easenzialt^ 
air uomo e rettissimo , ovvero anche difformi, siccome avviene 
ogni volta che finiscono in oggetto per se malo, o non serbino 
il debito modo ed ordine nei beni : 3. perchè la ragion pratica, 
o assecondando o promovendo colla sua Ubera efficacia cotesti 
amori, fa che la rettitudine loro o la loro malvagità sia im- 
putabile all'uomo, e divenuti abituali diano carattere alia sua 
condotta, in altre parole, originino le rirtù e i vizi. E da tutto 
questo si fa manifesto, che quel primo amore, si rispetto agli 
amori secondi, come rispetto alla ragion pratica (convenien- 
tissimamente diiamata da Dante la virtit, che consiglia E del- 
t assenso de tener la soglia dall'ufficio a cui è stata destinata), 
è come una cotal regola od esemplare, cioè rispetto agli amori 
secondi perchè non possono esser ragionevoli o onesti se non 
seguendolo e imitandolo, e rispetto alla ragion pratica perchè 
deve procurare ch'essi nel fatto lo seguano e lo imitino. E 
diciamo una cotal regola od esemplare, concìossiachò la naturai 
tendenza a quel bene che conviene all' esser nostro, per sé non 



y Google 



COMENTI. 407 

è che un fatto, e un fatto, ia quanto tale, non ha la ragion 
di regola o di esemplare, ma solamente può pai'tecipare in 
quanto è segno di un idea (V. S. Tommaso Somma I. ii, quest. 
94 della legge naturale, e altrove). Se si vuol dunque commen- 
tando questo luogo di Dante andare al fondo, non bisogna con- 
tentarsi di rendere il raccogliersi per concentrarsi, ma bisogna 
(li pili ridurre lo stesso concentrarsi al suo senso filosofico, 
il quale non ci sembra poter esser diverao da quello che ab- 
biamo indicato, cavandolo dal valor logico dei concetti, che 
Dante ha espressi nel C. xvii e xviii del Purgatorio. Che se il 
nostro raccogliere è dal latino colligere, e lex è detta, come 
pensò Cicerone, da eligere, ognun vede la profon^ìa conveni 'nza 
che quel si raccoglia ha coir ufficio, che giusta la mente di 
Dante noi crediamo di dovere attribuire al primitivo e imma- 
nente atto della parte affettiva deir anima umana. 

XVIII. 55-59. — Però^ là onde vegna lo intelletto Delle 
prime notine» . . . 

Della Vali£ prof. Giovanni, Interpretazione di un passo 
della Divina Cotnmedia che si trova in rapporto colla teoria 
delV origine dell' idee di S, Tommaso, nell'occasione del VI Cen' 
tenario dalla morte deW Angelico Dottore solennizzato in Roma 
il di 7 Marzo 1874. Faenza, Novelli, 1874. 

Dante non converrebbe con S. Tommaso, se ne' versi sue- 
cennati avesse inteso di dire che le prime notizie, o i primi 
principii deir umana ragione sono innati, mentre S. Tommaso 
non ne ammette nessuno per tale, come si raccoglie dalla se- 
conda divisione della prima parte della sua Somma. Ma se il 
Poeta volle dire, che Tuomo non sa, come gli vennero quei 
primi veri o quelle prime notizie, o come le apprese, è chiaro 
allora, che non si può affermare che le riguardasse, come innate, 
perchè possono essere acquisite, ma senza saper dire in qual 
modo poi lo furono dal nostro intelletto. E per verità molti atti 
hanno luogo nell'animo nostro, ma ignoriamo se dal tuie o 
tale altro principio interiore immediatamente derivino ; sia ciò 
perchè non ne abbiamo più memoria, sia perchè quando vi 
nacquero, non ne avvertimmo con bastante attenzione la pre- 
senza. £ in questo senso (che probabilmente è il vero senso, in 
cui Dante intese quelle parole), egli converrebbe con S. Tom- 
maso su questo punto delle dottrine ideologiche. — Dalle parole 



y Google 



408 COMBNTI. 

di Dante V animo nostro apparisce tanto naturalmente portato 
alla cognizione delle prime notizie^ quanto lo è air affetto dei 
primi appetibili, e quanto 1<? è T ape allo studio di fare ilmét; 
il quale affetto e il quale studio sono facoltà istintive ed ine- 
renti air animo e all' ape. Questo paragone, sebbene non sia vero 
a rigore, scientificamente parlando, perchè la cognizione delie 
prime notizie non è ingenita e inerente all' animo nostro, nondi- 
meno in poesia per figura d' iperbole sta benis^mo per mostrare, 
quanto sia grande la disposizione, che dalla natura ha T animo, 
ad apprendere i primi e supremi principii dell' umana ragiona. 
In questo senso si deve intendere la parità Dantesca, ond*' 
metterla d' accordo colle parole ...là onde vegna lo intelletto 
delle prime notizie, uomo non sape. — V. Man. Dani, iv, 570. 

XVIll. 66. — Che buoni e rei umori accoglie e nigUa. — 
Cerne e separa. Vigliare è altra cosa che vagliare, e si £a 
con altri strumenti e in altri modi : che quan do il girano è bat- 
tuto in su l'aia, e n'è levata con forche e rastregli la paglia, 
e vi rimangono alcune spighe di grano e baccegli di veccit 
salvatiche, e altri cota' semi nocivi, che i correggiati non han beo 
potuto trebbiare, nò pigliare i rastregli, egli hanno certe com€ 
granate piatte, o di ginestre, o di alcune erbe, che si chiamano 
dove Ruscie, e dove Gallinacee, e con vincastri di olmi e di 
altri alberi legati insieme secondo le comodità dei paesi, e k 
vanno leggermente fregando sopra la massa, o come dicoM 
Vaiata, e separandoli dal grano. E questa figliatura ridoitJ 
insieme in un monte alla fine della battitura si ribatte, e quel 
che se ne cava si chiama il grano del vigliuolo. Borghini, 

XVIII. 76. — La luna quasi a mezza notte tarda. — La 
luna splendente Fatta corrC un secchion che tutto arda è lumi 
di primavera. Questo sorger la luna per più sere di seguito 
quasi alla stess' ora, fu ragione perchò Dante V appelli iarda 
quasi rimprovero del ritardare il viaggio suo proprio nell'or 
bita come stanca. L'epiteto dunque di tarda si dee dare aìL 
Luna e non alla notte, come alcuni hanno &tto, e anco il P 
Antonelli, il quale pure accortamente osserva che per essen 
la Luna australe in regione australe, da una sera all' alti'a v 
ritardava poco l'ora del suo nascere. Cavemi, La Scuola, i 
178. V. La spiegazione che ne dà il Todeschini, Scritti si 
Dante, ii, 403. 



y Google 



COMENTI. 409 

XIX. 45. — Qual non si sente in questa mortai marca. — 
Dell' origiue della parola Marca, V. Sebastiano Ciampi, Del 
titolo di Marchese, Bibl. Ital. t. lv, 1829, p. 115-18. 

XIX. 100 e seg. — Intra Siestri e Chiaveri, ... — Ottolino 
Fieschi de' conti di Lavagna, assunto nel 1276 al pontificato 
9\ chiamò Adriano V. Visse pontefice, secondo anche la lapide 
sulla sua tomba, 39 di. E il sepolcro non è in S. Lorenzo, come 
vorrebbe la cronaca di Nicolò della Tuccia, ma a S. Francesco, 
restaurata nel 1715 dai superstiti dell'illustre ^simiglia. Già si 
intende che gli artisti del settecento vollero adornare di alcune 
loro eleganzucce cascanti la rozza ma pur preziosa architettura 
di un monumento, più italiano che* gotico, del mille ducento. 
/. Ciampi^ Un Municipio Italiano, ecc. (Strenna del Giornale 
« Arti e -Lettere, > p. 55). 

XIX. 103 e seg. — Un mese e poco più prova^io come Pesa 
il gran manto a chi dal fango il guarda^ C?ie piuma sembran 
tutte r altre some. . . . Yidi che .... nèpiii salir potiesi in questa 
vita. Adriano V. — « Adrianum Romanum Pontificem saepe di- 
centem audivisse, Polycrates refert, qui sibi praefamiliaris fuit, 
nullum se ab hoste suo quolibet majus supplicium optare quam 
ut Papa fieret. Et profecto, nisi fallor, summi Pontificatus sar- 
cinam quae vulgo felix et invidiosa vìdetur, humeris subiisse 
difficilimum et gloriosum miseriae genus est his dico qui eam 
seque ab omni contagio praecipitioque praeservare decreverunt, 
reliquìsque enim quanto levior videtur, tanto funestior status est, 
vìdetur itaque apud utrosque formidabilis, quod si ille fatebatur, 
qui id onus paucis diebus pertulit quid iilis videri debeat qui 
sub fìtóce senuerunt. » Petrarca, Rer. Memor. L. ni. 

XX. 52. — Figliuol fui d*un beccaio di Parigi. — Fran- 
cesco I di Francia che chiamava mon ami il Cellini amava 
grandemente T Italia i suoi poeti i suoi artisti. Nò solo gF i- 
lustri italiani suoi coetanei, ma eziandio i nostri antichi. Solo 
Dante gli cadde di grazia quando, leggendogli V Alamanni quel 
l^asso di Ugo Capeto, non appena udì il verso Figliuol fui 
d'un beccaio di Parigi gli ruppe la lettura dicendo: Que Je 
n* entende plus parler de ce ridicule auteur. 

XX. 52. — Figliuol fui d* un beccaio di Parigi. — Il celebre 
Sig. Com. prof. Witte nel 1868 che venne in Roma, m'assicurò 
che in Francia, un secolo prima di Dante, correva una leg- 



y Google 



410 OOUBNTI. 

genda tradotta pure in tedesco, nella quale è detto che Ugo 
Gapeto era nato d'un venditore dicami. Certo il nostro Ali- 
ghieri ebbe di questo libro notizia a Parigi, do?' egli dinuunò, 
come tutti sanno. Betti ^ Osservazioni sulla Divina Commedia, 
Il Propugnatore, 1873. — Beccaio^ deve leggersi Beccai. Sorio^ 
Lett. Dantesche, Roma, Belle Arti, 1864, 12. 

XX. 60. — Le sacrate ossa. — Benché prima che usurpasse 
il regno Ugo Capeto, alcuni monarchi francesi, ad imitazione 
di Clodoveo, si erano sottoposti alla sacra, nondimeno la cerì- 
monia della sacra divenne comune e obbligatoria ai re Cape- 
tingi. Cosi vogUono spiegarsi le sacrate ossa, 

XX. 68. — E poi Ripinse al del Tommaso per ammenda, 
— Giov. Villani, di grande autorità come guelfo, e il commento 
di Benvenuto da Imola ne accrebbe il sospetto dell'avvelena- 
mento. Io r ho posto in dubbio, scrive \ Amari, non trovandolo 
noverato tra i misfatti di Carlo dagU Scrittori che non gliene 
avrebbero perdonato punto, come sono il Neocastro, lo Speciale, 
Montaner, d^Esclot. Ma dall'altro canto, la innocenza non mi 
par dimostrata si netta, come crede il Cav. Froussard nella 
dissertazione su Pietro Qiannone e il regno di Carlo I. 

XX. 86. — Veggio in Alagna entrar lo fiordalisio, — 
« L' ultimo periodo del regno di P. Bonifazio Vili, i cui tra- 
gici &tti vennero scolpiti in due terzine che si contano tra le 
più nobili della Divina Commedia, ha prestato argomento mo- 
dernamente a varie ricerche, per le quali maggior lume va 
diffondendosi sopra avvenimenti, in vario modo giudicati, e ai 
di nostri ancora di maggior interesse, perchè toccano alla que- 
stione non mai risoluta delle relazioni tra l'autorità ecclesiastica 
e la civile. Il Barone Kervyn de Lettenhove, sommamente be- 
nemerito della storia delle Fiandre, sua patria, cui dobbiamo 
r edizione critica delle opere del Froissart, e la raccolta delle 
lettere e dei negoziati di FiUppo di Comines, stampò nel 1853 
le sue Recherches sur la parò que Vordre de Citeaux et (e 
comte de Fiandre prirent à la luUe de Boniface Vili et de 
Philippe le Bel (nelle Memorie della R. Accademia delle Scienze 
del Belgio, Voi. xxviii, Bruxelles, 1853). U medesimo continuò 
poi le sue indagini sullo stesso periodo nella Memoria Les 
Argentiers Florentins, inserita nei BuUettini della suddetta Ac- 
cademia dell'anno 1861. Ora eano ha pubblicato nella lUoue des 



y Google 



COMENTI. 41 1 

quesHons historiques^ Voi. xi, p. 511-20, una Relazione da lui 
riputata inedita dell' attentato di Anagni, contenuta nei mas. 
del Muaeo Britannico, Eeg. xiv, voi. i. Siffatta relazione non è 
veramente inedita, ma essa venne stampata in un volume dove 
non se ne &rebbe ricerca, e di cui devo T indicazione alla gen- 
tilezza del benemerito Antonio Panizzi, cioò nel lu Tomo della 
Chronica Monasierii S. Albani pubblicata da H. Th. Riley a 
spese della Commissione degli Archivi inglesi (Record Commis- 
Sion) liegli anni 1863-69. La narrazione de horribUi insulta- 
tìone et depredatione Bonifacii papae, trovasi inserita nel fram- 
mento di una storia di Re Odoardo I d* Inghilterra, attribuita 
a Guglielmo Rishanger, monaco di S. Albano, morto, secondo 
si crede nei primordi del trecento. L'istesso la compendiò di 
poi nella sua crcmaca d'Inghilterra, 1259-1306, edita nell' an- 
zidetto volume. Benché dunque la stampa procurata dal Kervyn 
non abbia il pregio di un documento proprio sconosciuto, noi 
r accogliamo di buon grado, essendo poco diffusa fuori d' Inghil- 
terra r edizione fattane a Londra. 

La relazione è di un testimone oculare. — Ille qui vidit prae- 
missa, in hunc modum scripsit. Tertio die se contulit ad B. Pe- 
trum, ubi modo stat valde tristis, eo quod ut videtur non potest 
eeipsum salvai*e in aliquo loco nisi in urbe romana. Tot enim 
habet inimicos quod vix ìnvenìatur aliqua civitas in tota Tuscia 
vel Campania quae posset eum defendere centra Colupmnenses. 
Dalla medesima non rileviam nulla sul modo con cui venne 
condotta la spedizione, e, ciò che deve sorprendere, non vien 
nemanco nominato il Nogaret, attore principale, secondo la 
detta reljBzione, essendo Sciara Colonna, e dopo lui Rinaldo da 
Supino e Adenolfo Papareschi, homo poteniissitmis inter omnes 
de Campania et preter hoc capitalis inimicus papae, in quel 
frangente dal popolo anagnaino eletto a suo capitano, e con loro 
trovavansi i figli domini Johannis de Ckitau ? quorum patrem 
papa tune tenebat in carcere. — Dei cardinali diconsi tre ri- 
masti presso Bonifacio dominus Gentilispoeniienliarius, dominus 
Franciscus nepos papae, et dominus Petrus hispanus, cioè Gen- 
tile di Montefiore del Piceno e Fr. Caetani e il vescovo di Sabina, 
cardinale sin dal 8 decembre del 1302. 11 Bocasìni, Benedetto XI 
non vien nominato. Di oltraggi fatti al papa non si parla» 
sibbene delle condizioni messe avanti da Sciarra, cioò la resti- 



y Google 



412 COMENTI. 

tuzione dei Cardinali Colonnesi , la renunzia e la prigiania di 
Bonifazio, condizioni in verità non conciliabili runa coU^altra. 
Et cum papa positus esset ad rogationem an vellet papatum 
renuntiare, dixit constanter quod non, imo citìus vellet perdere 
caput. Et dixit in suo vulgari: Ec le col, ec lecapCy quod est 
dicere: ecce collum, ecce caput, et statim protestatu» est co- 
rani omnibus quod papatui uunquam renuntiaret quamdiu 
vivere posset. Dell' invito fatto di levarsi in aiuto al papa non 
vi fa menzione. Intorno alle ruberie fatte dagl' iniqui satelliti 
del Cristianesimo, leggiamo le seguenti parole: Non preter- 
mittam quod ipse exercitus in primo sui ingressu derubaruot 
papam, caraeram suam et thesauriam suam, de vasis et vesti- 
mentis, de ornamentis auro et argento, et omnibus aliis rebus ibi 
inventis, in tantum quod papa reraansit ita^auper sicut fuit 
Job post tristissima nova sibi nuntiata. Item papa aspiciens et 
videns utique qualiter viri soelerati dimiserunt vestimenta sua 
et omnia bona nobilia abstulerunt statuentes quidem quis tol- 
' leret boc vel illud, nihil alìud alieni dixit: dopinus dedit, dominus 
abstulit. Et quicumque rapere quicquam potuit, abstulit, rapuit, 
asportavit Yerum non creditur quod omnes reges de mundo 
possent tantum de thesauro infra unum annum quantum fìiit 
asportatum de palatio pape et de palati o marcbionis et trium 
cardinalium et hoc quasi in brevi bora. Insuper Symon Gè- 
rardus mercator domini pape totaliter fuit derubatus qui vis 
evasit cum vita. Nos qui sumus de civitate Cesane ...» A. Reu- 
montj Archivio Storico, Serie iii, T. xvii, 1873, Disp. i, p. 208. 

V. Emesto Renan ^ Un ministre du Roi Philippe le Bel, 
Guillaume de Nogaret , Revue des deux Mondes , Voi. xcvni, 
Mara 1872. — Reumonl Alfredo, Storia di Roma, Voi. n, p. 
657-70, e p. 1196-98. — Gregorovùis, Voi. v della sua storia 
di Roma. — Boiitaric, La France sous Philippe le Bel, 1861. — 
Clement V, Philippe le Bel, et Les Templiers, Revue des que- 
stions hisioriques. 

XX. 86. — "Veggio in Alagna entrar lo fiordaliso — 

« E nel tempo (1303) di misere Blinamonte da Gobio potestà 
di Siena venne una letara a' e Signori Nove come Papa Bo- 
nifazio era stato preso ad Anagni e combattendo da* Colonnesi 
e da uno Siniscalco del Re di Francia , e colla loro gente el 
menaro in Roma , e misello nella Chiesa di sancto Pietro, e 



y Google 



COMBNTI. 413 

stè cosi intomo al Papa, el Papa vedendosi steccato, e per lo 
dolore percosse tanto la testa, che s'amazò lui stesso per do- 
lore in Venerdì a di XI d'Ottobre, e messo 11 si soppellì. E 
gli Orsini furo cagione di detta morte di Papa Bonifazio. > 
Croniche Senesi, pub. da G. Maconi, e. 100, i, p. 2, 60. 

XX. 92. — Senza decreto Porla nel tempio le citpide vele, 
— < Senz^ addurre T opinione di molti fra i contemporanei che 
dMinavono persecuzione e non giudizio, calunnie e non accuse 
quanto «i operò in Francia contro i Tempieri, non è da tacere, 
per chi vale per molti, l'autorità di Dante.* Ecco come l'alta 
mente del poeta prontamente e lucidamente avvisasse ciò che 
v'era di più mostruoso, ed è d'aver pigliato e torturato i 
Tempieri, di averne occupato i beni senza cognizione di causa 
e senza comandamento di giudice sensa decreto. Il che fu car 
gione che la bolla di soppressione, data nel Concilio di Vienna 
ai 2 Maggio 1312, fosse fatta non de iure sed per viam pre- 
visionis, come vi si dice specificamente, scorgendosi V impos- 
sibilità dì affermare <;Ji© per questo giudizio foss e appurata la 
colpa dei Tempieri, e fondandosi perciò l'abolizione sul motivo 
di cessare gli scandali nati per universal diffamazione dell'or- 
dine, e sulla privata opinione che poteva averne il papa per 
le confessioni di alcuni Tempieri da lui udite. » L. Cibrario , 
De' Tempieri, Torino, Bo'tta, 1868, p. 209. —La frase J^n^a 
decreto trova una giustificazione in ciò, che mentre il papa 
con lettera del 24 Agosto 1307 diretta al re aveva dicliiarato 
di voler assumere informazioni intorno alle accuse, e quindi 
riservare a so la deliberazione dell* affare, Filippo di suo arbitrio 
fece arrestare il 13 Ottobre successivo tutti i Templarii del. 
regno di Francia e porre il sequestro su tutti i lor beni. To- 
deschini, 

XXI. 43-45. — Libero è qui da ogni alterazione. . . . —Nel 
V. 43 il poeta afferma , secondo eh' io intendo, che il luogo è 
libero da qualsiasi alterazione, che venga da cagione terrestre. 
Quindi ne' versi 44-45 il senso dev' esser questo, che tutte le 
alterazioni che accadono nella religiosa montagna non possono 
essere effetto che d' immediate cagioni celesti. — Le alterazioni 
di questo luogo (Purgatorio) non possono avere cagione da 
altro, se non da quello che in cielo si dispone, perchè in cielo 
si effettui. — // Ciely la montagna del Purgatorio, perchè come 



y Google 



414 COMBNTI. 

luogo noprannaturale , stanza di anime elette, e scala a più 
sublime sede, credo, che la detta montagna possa comprendersi 
bene nell' appellazione di Cielo, — Todeschinù 

XXI. 109. — Io pur sorrisi come Vuom che ammicca. — 
11 Varchi n' avvisa che V ammiecare in significazione di /&r d* oc- 
chio ovvero far rocchiolino, che è Taccennar con gli occhi 8Ì usa 
dal popolo toscano nel modo stesso che V usò Dante. — Io pur 
sorrisi come C uom che ammicca. Ed io pure udii 
Borgo a Buggiano: lo ti ho ammiccato che tu la 
perchè non si potfia averne meglio guadagno. Giuliani^ Ri- 
creazione vili, 71. 

XXII. 49. — E sappia che la colpa che rimbecca. — Rim- 
beccare^ traportato da galletti e galiine che quando si atzuf 
fano insieme^ propriamente si dicono rimbeccare^ e dal becco 
che è proprio degli uccelli è. formata la voce. Borghini, 

XXII. 71. — Torna giustizia, e primo tempo umano. — 
Nella GitiStizia 8^ indica il fondamento della vera civiltà, e nel 
priìno tempo umano tutta quella civiltà, e quel progresso, di 
cui è capace Vuomo preso nel più bel senso della parola « 
quale egli usciva dalle mani di Dio. Perei, 298. 

XXII. 101. — Quel Greco Che le Muse lattar prù cKaUri 
mai. — Fra gU epigrammi dell'Antologia greca Planudea ve 
ne ha pur un dt^^tco di un anonimo sopra la statua di Cal- 
liope, che voltato così suona: Calliope son io; e la mia mam- 
mella porsi a Ciro; quella che nudri il divino Omero, e 
donde bebbe il soccoe Orfeo. E vuoisi avvertire» che Dante ripetf^ 
altrove (Par. xxui. 85) la stessa locuzione figurata delle Muso 
lattanti i buoni poeti. C. Cavedoni. 

XXIII. 43-48. — Mai non C avrei riconosduio al viso. Ma 

nella voce sua mi fu palese — Dante non riconosce alla 

prima Forese per l'estenuazione del volto ov' erano del tutto 
smarrite le antiche sembianze. Forese fa sentir Ut sua voce, 
ed ecco il segno, il sensibile, a cui tosto nella mente del poeta 
si annoda il riconoscimento. Il far che nella voce subitamente 
ricompaia, e cosi venga quasi riconquistata Tantica sembianza 
idea dell' amico, la quale dalla macilenza del volto era stata 
rapita alla mente e al cuore di Dante ; il chiamar queiUa voce 
famlla che raccende una conoscenza già spenta, congiunge all'af- 
fetto del Poeta V esattezza del filosofo che descrive gli atti 



y Google 



coMR?rn. 415 

iella remìnisoenza. Potrebbe notarsi la stessa esattezza nel 
iconoscimento di Ciacx;o neir Inferno (vi, 4(M6 ; 52, 58, 59), 
s in quello di Piccarda nel Paradiso (iii, 58-63). Perez. 482. 

XXII I. 58. — Però mi di, per Dio , che si vi sfoglia, — 
Pier Vettori si av?isava, che Dante pel singolare suo ingegno, 
venisse a combinarai con la frase figurata d*Buripide (Orest 
373> afiOcn stoma Var. LecL xxxv, 7. 

XXIII. 58. — Però mi di , per Dio , che si vi sfoglia, — 
Prendono i commentatori Timagine dello sfogliare dall'albero, 
ima gì ne poco conveniente come tu vedi. Ma, invece che dal- 
l' albero, prendila dagli strati muscolari e adiposi che si com- 
partouo nel volume del corpo dell'uomo : vedrai quanto la 
immagine sarà piii conveniente e perciò anche più bella. L' as- 
somigliare ti' fogli di un volume gli strati muscolari ne' corpi 
animali e U dimagrare di questi al diminuire di quelli per lo 
sfagliarsi, poteva essere suggerito al Poeta dagli antichi me- 
todi anatoniici, secondo i quali dividevansi i muscoli in strati. 
Cammino (R, Cavemi), La Scuola, 1873, ii, 204. 

XXIII. 119. — Di quella vita mi tolse costui Che mi va 
innanzi^ tattr'ier, »^ L'altr'ier significa non ieri CalirOy ma 
novellamente, ultimamente, di recente. E nella Vita Nuova: 
Cavalcando V altr'ier. . . . (Son. § 9). 

XXIV. 10» -^ Ma dimmi, se tu sai, dov'è Piccarda, ... — Da 
si fatta domanda e risposta, s'io non m'inganno a partito, 
scatuiisce evidentemente la conseguenza, che Dante aveva cap 
gione di dubitare, se Piccarda si trovasse ancora in luogo di 
pena : d' onde viene, eh' egli la considerava bensì come vittima 
deir altrui violenza, ma pure non iscema afi&tto di colpa, nò 
certamente di virtù straordinarie dotata, o per grazie segnalate 
distinta. Todeschini, Scritti su Dante, i, 337. 

XXIV. 23, — Purga per digiuno V anguille di Bolsena e 
la vernaccia, — « Furono una volta mandate in dono a Bene- 
detto XTI certe anguille pescate nel lago di Bolsena di stupenda 
grandezza e di squisito sapore, ed egli maravigliato della bel- 
lezza loro, serbatene poche per sé, comandò che le altre fossero 
distribuite ai cardinali, i quali venuti un giorno, secondo che 
solevano a visitarlo, mossero intorno a quelle il discorso, ed 
egli faceto com'era, se prima disse, le avassi assaggiata, men 
liberale ne sarei stato con voi: ma veramente non avrei mai 

• Digitized by V^OOQ iC 



416 OOHBNTI. 

creduto che tanto di buono ci potesse venir dallltalia. » Pet*ar^ 
Le Senili, L. 7, Lettera unica. — Vernazza è una delle CiuJ 
Terre (de' villaggi posti in quel seno di mare die corre d 
Mesco al capo di Montenero), e dal di lei nome si dissero ri 
naccie que' vini a' quali allude Dante Celesta, Petrarca in Ligin 
p. 25. — V. Amari", La Guerra del Vespro Siciliano, C. xi,2( 
XXIV. 30. — Che pasturò col rocco molte genti. — 
Municipio di Ravenna mandò air Esposizione fiorentina 
antico bastone pastorale degli Arcivescovi di questa Metro{-( 
È in rame, smaltato con piccole croci, ed altri oniam«.'nri 
istile bizantino; alle sommità, porta un prisma e«Lroi. 
terminante da ambo le parti in piramide (su quella sup-ri 
doveva esservi la croce), e che in complesso ha quasi la for 
di una torre, di un piccolo fortilizio o rocca. 

Vuoisi che siffatto bastone abbia appartenuto a 

Bonifasio 

Che pasturò col rocco molte genti. 

Eugenio Camerini nel commentare quel passo del poeta, 
ai esprime: < E usanza di quelli Arcivescovi (di Ravenna 
non portare lo pastorale ritorto come fanno li altri, ma di 
di sopra a modo di quello scacco che si chiama rocco. ' 
personaggio al quale accenna il Poeta sarebbe Bonifazio 
Fieschi, Conti di Lavagna, dell' ordine dei Predicatori, Ai^ 
scovo di Ravenna dal 1274 al 1294 (l). « Non desujat, qui li 
Bonifacii Archiepiscopi meminisse, cum de abdominis voia 
tibus addictis, verba facit, in altera sui operis parte, DaL 
putent. » Dal predetto istorico rileviamo aver quel potente prc 
guerreggiato contro gli Estensi, ed essere stato da Papa Od: 
mandato in Francia a trattar la pace fra Re Filippo ed 
fonso di Aragona. Il Rossi loda Bonifacio per la sua gr^ 
liberalità vei-so i poveri, da lui ben provata distribuendo 
le popolazioni tribolate dalla carestia il finimento dei suoi gra 
Fu Bonifacio 1*88.** fra gli Arcivescovi di Ravenna, e ; 
r87.^ successore di S. Apollinare, mandato da S. Pietro 
r anno 44 dell* era volgare a fondare e reggere questa Ch 
con potestà e dignità di Patriarca. — Ceramica antica e 

(1) HieroDymi Ruher. Ilistorìarum Ravennoitum, lib. vi. 

Digitized by V^OOQlC 



OOMBNTI. 417 

dema air Esposizione di Faenza del 1875. Ravenna, Tip. Nnz. 
1875, p. 35. 

XXJV. 37. — Ei mormorava; e non so che Gentucca. 
Raffaelli Pietro, Dante e la Gentucca, Letture di Fa- 
miglia di Trieste, 1858, p. 154. — Sulla Gentucca, v. Scara- 
belli, il Lambertino, ii, xxii; Minutali Carlo, Gentucca e gli 
altri Lucchesi nella Divina Commedia. Dante e il suo secolo, 
p. 208. 

XXrV. 82. — Quei che piii n* ha colpa Vegg* io a coda 
tf una bestia tratto — — Corso Donati soprastava (nobiltà 
nuova) per alto animo, per grandi fatti e grande seguito, più 
ambizioso che partigiano, male soffriva consorteria, ed era egli 
uno di quegli uomini che fanno il male tutt' ad un tratto, ma 
poi sdegnano le basse ai*ti ed i raggii'i delle fazioni. La schiatta 
e r indole e i costumi lo inclinavano verso i grandi; « pratico 
e domestico di nobili uomini e famoso per tutta Italia ; » amato 
era anche dall' infima plebe, usata vivere nella dipendenza dei 
grandi signori, e che più ha in odio la mezzanità. V. Capponi, 
Storia della Rep. di Fir. L. ii, e. Ó, p. 134-142. 

XXV. 7. — Cosi entrammo noi per la callaia. — Callaia 
significa passo stretto , dico passo o valico e non via , donde 
si paissa da un luogo a un altro, come sarebbe da una via in 
un campo. Borghini. 

XXV. 77. — Guarda il calor del Sol che si fa vino, Giunto 
air umor che dulia vite cola, — Tiniriazefi" leggendo un Sunto 
degli studii da lui fatti sullMnfiuenza della luce sulla vegeta- 
zione, spiega i metodi da lui impiegati collo spettroscopio, 
quali raggi di luce sieno assorbiti dalla Clarofilla, e qual rela- 
zione passi fra questo assorbimento e lo svilippo dell'acido 
carbonico. Deduce dalle sue osservazioni che i raggi maggior- 
mente assorbiti dalla Clarofilla sono quelli che hanno maggior 
intensità calorifica, e che dove avvien maggior assorbimento 
di luce avvi anche più lavoro chimico e cioè più decompo- 
sizione di acido carbonico, più esalazione di ossigeno, più for- 
mazione d' umido. La formazione dei tessuti e le manifestazioni 
tutte della vita vegetale sono T effetto della forza calorifica 
. trasformata in lavoro meccanico, e la scienza serve cosi di 
comento alla bella imagine del poeta italiano. — Seduta del 
P Maggio del Congresso botanico di Firenze. 

27 

Digitized by V^OOQlC 



418 GOMENTI. 

XXV. 91. — E come Caere, quandi è benpiomo. Per 
trui raggio che in sé si riflette, Di diversi color si nn 
adomo, — Recati dal Caverni tutti i passi dove Dante acc 
alla riflessione della luce, e quelli segnatamente, ne" qual 
condo i commentatori usa a indicare la riflessione, la p^ 
rifrazione, mostra come Dante scambiasse Tuna con Va 
perchè a suoi tempi fi*a la diottrica e la catottrica non i 
noscevano le differenze, sicché le due parole riflessione e : 
zione per lui erano sinonimi (Purg. xv, 22; Par. ii, 91 ; xi 
Ma chiede il Caverni: si trova egli mai nella Commedi 
verso nel quale egli accenni alla luce che si rifrange, o 
dice il Varchi, che si perfrange? — E come l'aere. Qui i 
mentatori, non so con quanta buona grammatica, riferLs 
il pronome se air aria; io credo si debba riferire al ragg 
il raggio che in sé si riflette è il raggio, secondo il Va 
perfratto. 11 raggio riflesso o rifratto è quello che da 
riflette: ma quello che in sé si riflette dee essere il n 
perfratto. Nella riflessione Dante considera i due raggi, 
dente e riflesso, come distinti Tuno dair altro, e infatt 
canto I del Par. chiama Tuno raggio primo, T altro n 
secondo; ma nella perfrazione il raggio rimane lo stesso 
con altra differenza che della flessione. — Caiferni, L^At 
II, 375-384; 404-420. 

XXV. 91. — E come Vaere quand' è ben piorno. — Pi 
carico, disposto alla pioggia, è tuttavia vivo in Val di Nie 
Ma il tempo ò piovorno .... già cominciano certi lagrii 
Giuliani, Lett. xl, Sul vivente linguaggio toscano. 

XXVI. 7. — Ed io facea, con V ombra, più rovente F 
la fiamma, e pur a tanto indisio Vidi moW ombre, cutda 
poner mente. — I chiosatori antichi non dicono cosa che gi 
noccia alla mia ricerca. De' moderni poi, nessuno colse nel seg 
L' esimio Tommaseo interpretò sanamente il pure per solo 
tacque dell' arduo a tanto. Il Laudoni interpreta : solo a q^ 
indisio. Dante si trova fra la maggior luce del sole e la 
minore della fiamma. Per la opacità del suo corpo, che t 
ombra, appare in quella una lista più rosseggiante che 
resto. Tanto basta, perchè quegli spiriti si accorgano che 
passa di là un'anima, ma sì un corpo che impedisce i r 
solari. È un effetto che muove da cagione semplicissima. 



y Google 



COlfENTt. 419 

turalissìma, e che già nel Pargatorio medesimo finse il Poeta 
altre volte accaduto. Cosi là ove si legge : Quando s*accorser 
cK io non dava loco, Per lo mio corpo, al trapassar de' raggi, 
Mutar lor canto in un oh! lungo e roco; quelle anime pren- 
dono giusta meraviglia non già del fatto naturale dell'ombra 
che veggono in terra, ma ben del soprannaturale, che ad un 
\ivo sia dato passeggiare nel regno della gente morta. Adun- 
que, il fisico indizio non può essere mai per sé stesso avuto 
in conto di cosa che feccia grandemente stupire altrui; ed il 
Poeta, avrebbe fatto mal ragionevoli quelle anime che più si 
meravigliassero di quanto si pertiene air indole naturale, che 
al soprannaturale. — Ed io facea V ombra più rovente. Bel- 
lissima è r osservazione fotometrica. 

XXVI. 8. — E pure a tanto indisio. — Lombardi prende 
quel pure per ancora, altresì; Torelli pel quidem dei Latini. 
A me sembra che pure valga qui solamente ; imperocché quando 
i tre poeti salirono sull'ultimo girone e cominciarono ad av- 
viarsi per lo stremo di esso, ritrovarono le anime che canta- 
vano nell'ardore, le quali seguitarono a cantare senza por 
mente ad essi (canto preced. 121 e seg.). Ora Dante vuol dire 
qui che le anime solamente all'indizio dell'ombra che egli 
gettava, posero mente ed interruppero il canto per dire : colui 
non par corpo fittizio. M. Renieri, L'Apatista, 1824, n. 39. 

XXVI. 67-72. — ì^on altrimenti stupido si turba. — Con 
molta esattezza Dante attribuisce il semplice stupore a quelle 
anime del settimo centro , che s' accorgono che il corpo di 
Dante gettava l'ombra; nò lascia di notare che tale stupore 
dura breve tempo (non ò cosi della vera ammirazione che ri- 
mane sempre) in alti spiriti, che pi*esto rinvengono la ragione 
della novità che li faceva stupire : poichò dice che quelle anime, 
udito che il corpo di Dante era ancor vivo, furon di stupore 
scarche, lo qual negli alti cor tosto s'attuta; dove la parola 
scarche ben indica il peso onde l'anima vien sopraffatta dallo 
rtupore, di che nasce il turbamento più sopra accennato : e la 
voce attuta ben esprìme la punta onde ci stimola il desiderio 
di veder la causa ignorata. Perez, 304. 

XXVI. 70. — E come al lume acuto si dissonna. — Non 
mi dissonnate cotesto bambino ! . . . Valdinievole. — Quando mi 
si dissonna (o si scionna), questo male, non son più vivo io. 

Digitized by VjOOQIC 



420 COMENTI. 

Moni, Pistoiese. Giuliani, Saggio di un Diz. del Volgare To- 
scano, 163. 

XX VI. 92. — Son Guido Quinicelii, — Mazzoni Toselli sul- 
l'appoggio d'incontestati documenti prova che Guido Guinì- 
celli non fa de' Principi ma dei Magnani. — Guinizelli Mag^nani 
de Cappella Sancti Marini de Porta nova qui est de nobilibns 
et potentibus (forse ove ò ora il palazzo Beccadelli). Avevano 
possessioni in Casalecchio di Reno ed in Galenica. 

XXVI. 121. — A voce ptu eh' al ver drizzati U volti. — 
Dante qui distingue in modo degno di lui il senso comune da 
errori popolari che non hanno mai universalità per modo as- 
soluto, né cadono su verità prime od evidenti, ma sopr* oggetti 
particolari. Nel Convito chiama il grido popolare senza discre- 
zione. (Tr. I, eli). A. Conti. 

XXVI. 140-147. — Tan m'abeUis.... 

ScARTAzziNi Giov. A. , Ycrsi di Arnaldo Daniello secondo 
alle diverse lezioni. 

Ci dà prima i versi secondo la lezione della Crusca del 
1595, alla quale è conforme quella della Cominiana del 1726. 
Questa lezione rappresenta la volgata antica, é fu accettata con 
poche variazioni di nessun rilievo da tutti gli editori sino al 
principio del nostro secolo. Segue quindi la lezione dei quattro 
Fiorentini del 1837, che rappresenta in certo modo la volgata 
moderna. La lezione del WiUe mostra il miglior testo fondato 
esclusivamente suU' autorità di ottimi codici. £d aggiunge pur 
quella dell' Ozanam^ che gli sembra pur degno da essere udito. 
Da ultimo reca i versi medesimi, quali li corressero quatti^o 
profondi conoscitori della lingua provenzale. Il prof. Scartazzini 
si attiene fedelmente alla rifazione di Federico Diéz, autore- 
volissimo, di gran lunga sopra tutti, in tal argomento. Com. 
del Purgatorio, p. 545. 

XXVII. 49. — Come fui dentro, in un dogliente vetro Git- 
tato mi sarei per rinfrescarmi. ... — Dai versi provenzali che 
r Alighieri mette in bocca ad Arnaldo Daniello ne viene che 
al poeta avrebbe toccato il sommo della montagna senza pro- 
vare tormento di caldo. Quivi invece ò costretto passare per 
entro ad un grosso muro di fiamme, e vi prova tale tormento 
di caldo, ch'ali ne scrive: < In un bogUente vetro Gittato mi 
sarei ecc. Convien dire, dice il Todeschini, che T Alighieri 



y Google 



COBOSNTI. 421 

mentre scrìveva il zxvi divisasse di pervenire al sommo del 
monte del Purgatorio senza soffrir dolore; e che nelPinter- 
Tallo posto fra il compiere quel canto e 1* accignerai al seguente, 
egli deliberasse d'assoggettarsi alla pena del passaggio di un 
muro di fiamme, a fine, per quello che si può credere, di pu- 
rificarsi alquanto col fuoco dalle colpe d* infedeltà da lui com- 
messe contro Beatrice, dinanzi alla quale egli stava per com- 
parire, e dalla quale egli dovea udire le agre riprensioni di 
quelle colpe. E la nuova idea del poeta mi sembra cho non 
fosse se non lodevole; ma essa rendeva necessario un mu- 
tamento nelle parole di Arnaldo Daniello. Dante non voleva 
scemare la foga del suo cammino per guardarsi addietro ; egli 
sarebbe tornato sulle sue pedate, quando avesse una volta 
compiuta la strada ; ma compiuta la strada, gli fu tronca la 
vita. 

XX Vn. 88. — Poco potea parer li del di fUori; Ma pei^ 
quel poco, vedev* io le stelle Li lor solere e più chiare e maff- 
giori. — All'Ottica appartiene il renderci ragione perchè le 
stelle vedute attraverso alla fessura del monte paressero a 
Dante del lor solere e più chiare e maggiori. Alcuni hanno 
trovato quella ragione nella maggiore purezza dell* aria. Ma 
r esperienza poteva, come a Saussure, avere mostrato a Dante 
che nelle regioni molto elevate avviene bene spesso il con- 
trario. ... La ragione di quel fenomeno vedeva , secondo me, 
in quel principio di ottica a lui e a tutti noto che un corpo 
Imuinoso tanto appare piti vivo e più grande quanto più fosco 
è il campo che lo riceve e il mezzo attraverso al quale ri- 
splende. E r applicazione di quel principio a' fenomeni celesti 
poteva aver letta in Galeno, il quale insegnava il modo di 
vedere le stelle di giorno risguardandole da un pozzo profondo. 
Guardando Dante le stelle attraverso a quella profonda fessura 
doveva dunque vederle più lucenti e maggiori, perchè attraverso 
a un mezzo e in un campo più fosco che non all' aperto illumi- 
nato da riflessi circostanti. Cavemi^ La Scuola, i, 226. 

XXVII. 115. — Quel dolce pome, che per tanti rami Cer- 
cando ta la cura de* mortali. — Pome, in senso traslato, nel 
significato di sommo bene, felicità, beatitudine, cosa bramata, 
cosa tfinta combattendo, e simili concetti. Pome si può usare 
del pari in verso che in prosa, ma in questa fonie meglio pomo 

Digitized by V^OOQlC 



422 OOMBNTI. 

SI frutto pi*opriament6, e, quando parlasi metaforicamente, 1 
drebbe preferito pome. Torri. 
XXVIII. 7-9. — Un aura dolce, senza mutamento, — La 
imaginazione di Dante, conforme a quella de' primi pittori delle 
memorie antiche, V avrà pure portato a combinarsi con Esiodo, 
nel dettar eh' et fece questi soavissimi versi, verameate cosa 
di Paradiso, i qnali direbbonsi fìitti ad imita7Ìone di quelli di 
Esiodo. Op, et Dies V. 294-95. — Il dotto Lanzi nelle annou- 
zioni alla sua versione d' Esiodo, avverte più volte come alcuni 
concetti di Dante, confrontano con quelli dell' antico poeta greco 
(V. annot. ai v. 27, 107, 142, 323, 345, 382, 548). C. Cavedani. 
XXVIII. 27. — L* erba che in sua ripa usdo. — < I fa- 
giuoli non e' era verso che volessero mettere il capo fuori ; 
manco è uscita l'erba; i prati sou puliti. Mugello. Giuliani^ 
Saggio di un Dizion. del Volgare Toscano, 427. 

XXVIII. 1 12. — £ C altra terra, secondo cK è degna, — Non 
lo gittare questo seme, credi a me, non ò terra degna^ non lo 
merita. Versilia. — Non posso se non compiacermi che il lin- 
guaggio di Dante e del Boccaccio ricorra si frequente sulle 
labbra di questo popolo. Ed ò ben da attendere, che terra 
degna, proprio giusta la significazione che riceve nelle parole 
sopraccitate, s'incontra per ben due volte nella Divina Com- 
media. Purg. xxvui, 112; Par. xiii, 82. GiuUani^ Saggio di un 
Dizionario del Volgare Toscano, 151. 

XXIX. 26. -* Femmina sola, . . . Non sofferse di star solio 
alcun velo, — Con questo verso, più ancora che al sacrificio 
dell' appetito sensuale, allude al sacrifìcio dell' appetito intellet- 
tuale, onde Iddio chiedeva alla sua creatura, non gittasse da sé 
il benefico velo che le ascondeva la sperimentata notizia del 
bene e del male, mortificasse il seducente stimolo della curiosità, 
privandosi d'un frutto amabile, senza vedere di ciò altra ra- 
gione che il divino volere. Il velo accennato dal poeta fa potente 
contrasto con ciò che avvenne allorché, secondo il divino libro, 
gli occhi di ambedue si furono aperti y e pur si sentirono 
gravati di un velo tanto più fitto e più molesto del primo. 
Perez, 405. 

XXIX. 49. —La t7tWù, eh* a ragion discorso amnamna. 
— L' apprensiva de' sensi, ossia proprio la materia su cui oixLiie 
la tela dell' intelletto. A. Conti. 



y Google 



OOMBNTI. 423 

XXIX. 75. — E di tratti pennelli atean sembiante. — Il 
sig. Del Furia, nel 1826, di questo verso fece soggetto d' una 
sua lezione air Accadenùa della Crusca. Confutata Y interpre- 
tazione, non nuova, dataci dal Monti e del Biondi (bandiere, 
stendardi), la cui priorità si dovrebbe al Daniello (1568), ei con- 
ferma la definizione dei Vocabolaristi. Le sette fiammelle dei 
sette candelabri si muovono seguendo lor via, e precedendo, 
come duci, i ventiquattro seniori incoronati, di che innanzi si 
parla. Andando poi esse, lasciano dopo so tinto V aere di lumi- 
nose Uste, e si rassomigliano a tratti pennelli. Ora, in un di- 
scorso, nel quale si succedon per ordine le idee di pittura, di 
colori, di pennelli, di liste, di luce ; idee che tutte aver debbono 
relazione tra loro, come potrà dirsi, che i tratti pennelli altra 
cosa siano che i pennelli de' pittori, condotti da loro in tavole, 
in tele, ed in pareti, che lascian su queste il colore, come le 
fiammelle lasciavano dietro a so luminose strisele nell'aria? E 
pennelli tratti è modo che questo senso conferma. Un tratto 
di pennello^ il tratteggiare, e simiglianti, sono voci e maniere 
proprie della pittura, alle quali dà origine il verbo trarre, — 
Giamb. Zannoni, Storia dell' Accademia della Crusca, 296. — 
L'Arcangeli ne fece tema d'una nuova lezione all'Accademia 
della Crusca, propugnando con calzanti argomenti l' interpre- 
tazione del Dal Furia. V. Scarabelli, Lambertino, ii, xxv; Man. 
Dani. II, 567. 

XXX. 15. — La rivestita carne alleviando. — S. Tommaso 
anch'esso afferma questa tendenza, e accenna a un sublime 
ideale onde potrebbe giovarsi l'artista, là dove dice, che il 
nostro corpo ha la disposizione ad essere spirituale, e che corpo 
spirituale vuol dh^e corpo venuto in perfetta signoria e age- 
volezza dello spirito (Sum. iii, q. 54, a. 1). E quando l'Alighieri, 
per dire che Beatrice era oramai beata , usa ' della potente 
espressione di carne a spirto era salita (Purg. xxx. 127) , egli 
indica ottimamente il trasmutarsi in tal condizione, che lo spi- 
rito, divenuto ormai perfetto «goore, possa a sua posta volgere 
e trattar la soggetta materia che gU ò o sarà istrumento e 
compagna. Perez, 38. 

XXX. 42. — L* alta virtit, che già m* avea trafitto Prima 
ch'io fuor di puerizia fosse. •— E nella Vita Nuova, § 12: 
Come tu fosti suo tostamente dalla sua puerizia. 



y Google 



424 OOMBNTI. 

XXX. 88. — Poi liquefatta in sé stessa trapela. — Questo 
verso contiene un'osservazione delicatissima e degna di Galileo, 
che cioè r acqua, trasformandosi in neve o in ghiaccio, ricresce 
di volume. Cavemi, da lettera. — - Peli si chiamano, a simili- 
tudine de' peli o degli uomini o delle bestie, alcune sottilissime 
fessure de' muri , onde si dice un muro aver fatto un pelo . 
donde l'acqua per simil fessure e spiragli si dice trapeiare, 
cioò passare e penetrare per questi tra* peli, Borghini. 

XXX. 134. — Ss . . . tal vivanda Fosse gtistaia senz*aicuno 
scotto. — Scotto, nota la Crusca, il desinare e la cena che si 
mangia per lo piii nelle taverne, e per lo pagamento che si 
fa della cena, o altro mangiamento. — Mons. della Casa diede 
carico a Dante per aver usato il basso vocabolo della tavensa. 

XXXI. 64. — Quale i fanciulli vergognando muti. Con gli 
occhi a terra, stannosi ascoltando, E sé riconoscendo ... — La 
voce riconoscere si prende più volte, quasi con senso istintivo 
nella nostra lingua per atto dì completa giustizia, specialmente 
se trattisi di penitenza ossia di ritorno dall* ingiustizia. Quindi 
r Alighieri, dopo i rimproveri delie sue colpe uditi da Beatrice, 
dipinge sé stesso. Quale i fanciuUi vergognando muti. Con 
gli occhi a terra, stannosi ascoltando, E sé riconoscendo e ri- 
pentuti, e dipoi soggiunge : Tanta riconoscenza il cuor mi motose 

CK io caddi vinto . . . (Id. v. 88). L' atto poi di perfetta giustizia 
con cui gli Angeli buoni aderirono a Dio, atto di riconoscimento di 
tutti i pregi di natura e grazia ch'ebbero da Lui, è significato 
del teologo Poeta con questa frase elegantemente esatta: QuelU. 
che vedi qui, furon modesti A riconoscer sé della hontate. Che 
gli avea fatti a tanto intender presti. Par. xxix, 58. Perez, 364. 
XXXIL 109. — Non scese mai con sì veloce moto Fuoco 
di spessa nube, quando piove Da quel confine che piii è remoto. 
— Non è bisogno qui ricorrere alla teoria di Anassagora^ che 
insegnava il lampo esser preso dalla nube alla sfera del ftioco, 
alla quale sfera parve ad alcuni che accenni questa terzina 
nell'ultimo verso. Perchè se tu pensi che Dante tratta della 
velocità del moto e che, secondo Aristotile, deve la folgore ve- 
nire tanto più impetuosa quanto la nube è più fredda e che 
la nube è tanto più spessa e più fredda quanto più sale in 
alto, vedrai la ragione perchè Dante accenni al confine più 
remoto. CammiUo {R. Cavemi), La Scuola, 1873, n, 160. 



y Google 



COMENTI. 425 

Paradiso I. 18. — ì£è uopo entrar neW aringo rimaso. — 
Aringo^ risponde assai bene, cosi propriamente presa come 
traslata, ai cursus ìatino. Borghini. 

I. 37-42. — Sorge a' mortali per diverse foci. «^ La regione 
celeste, cioè il ponto specialissimo, costituito in triplice nodo 
per rintersezione dei quattro cerchi della sfera, Orizzonte, Equa- 
tore, Eclittica e Coluro degli equinozi, e ne ricava inaudita 
indicazione del punto cardinale di Levante. Berna, 

I. 43. — Fatto avea di là mane e di qua sera Tal foce 
quasi. — Emisperio, non intende il terrestre, ma quello appa- 
rento del cielo. Dante suppone, poeticamente parlando, che TO- 
rizzonte serbi in tutta la sua estensione la proprietà d' inter- 
cettare i raggi solari, come V ha nel suo centro, cioè per quel 
luogo della superficie terrestre da cui è determinato. Per questo 
dà il nome di foce ai vari luoghi dell' orizzonte medesimo, per 
i quali nel corso dell' anno fa tragitto il Sole , quasi fiume di 
luce, da uno ad altro emisfero. In questa maniera s' intende, 
com* essendo tutto bianco Temisperìo celeste del Purgatorio 
(il terrestre non avrebbe potuto esserlo neppur a mezzogiorno), 
r altra parte , cioè Y emisperio opposto , il cui colmo è sopra 
Gerusalemme, fosse tutta nera, dovendosi riferire a tal foce 
r avverbio quasi ^ come attesta il fatto che il Sole aveva già 
una declinazione boreale di parecchi gradi, il perchè non sor- 
geva in quel di per tal foce, che è il punto cardinale di levante. 
Quanto al momento, in cui ha luogo il distacco dalla sommità 
del sacro >f onte, è chiaro corrispondere alla mattina, sorto ivi 
il sole appena. P. AntoneUi, Studi particolari sulla D. G. p. 21. 

Esempio dell' esattezza mirabile del poeta astronomo è nel 
primo del Paradiso, in cui descrive i punti dell'orizzonte di- 
versi d'onde a noi sorge il sole nelle diverse stagioni, e fra 
questi, quello particolarmente d'onde sorgeva quando Dante 
dall'Eden prendeva il volo su al Paradiso. Ponendo, col P. 
Anionelli, che il sole avesse a coteat' epoca una declinazione 
boreale di undici gradi e il monte del Purgatorio una latitu- 
dine australe di 31® 40' si trova che per quel giorno usciva 
il sole al Purgatorio con un azimut di 77** 3', e perciò 12** 67', 
distante dalla foce che quattro cerchi giunge con tre croci. È 
per questo che Y esatto astronomo non dice che il sole usciva 
precisamente da quella foce, ma da qiuxsi quella foce, essen- 

Digitized by V^OOQlC 



426 ooxKfn. 

done distante per quasi 13 gradi. Caoemi^ La Scaola, 1873. 

I, 178; li, 205 e 247. 

I. 88-00. — Tu stesso ti fiù grosso Col fiUso imnuìginar, 
si che non vedi Ciò che vedresti, se F avessi scosso — L* ima- 
ginazione, scrive il Rosmini, è utile soltanto quand*è dooiinata 
dalla forza del pensiero stesso; ella è la serva di questo, e 
ogni qual volta ne scuote il giogo, nuoce gravemente alla 
scienza, a cui sostituisce T illusione e Terrore. B il Perez sog- 
giunge : Dante, che, poeta e insieme filosofo, voleva essere dalla 
immaginazione aiutato e obbedito, non vinto e gabbato, tosto 
che accorgevasi delle insidie di quella capricciosa, faoaasi dire 
da Beatrice: Tu stesso ti fai grosso Col falso immaginar^ sì 
che non vedi Ciò che vedresti^ se V avessi scosso, Perez, 568. 

I. 113. — > Gran mare delt essere. ^—ÌAeàitfi bene il sublime 
di questa espressione, e vedrai spettacolo meraviglioso: vedrai 
tutte le esìs tenze, tutte le vite incessantemente partire da questo 
gran mare, e incessantemente a lui rìtornarsi come rapidi fiumi 
da tutte le parti della creazione, un mare di cui V occhio della 
mente indamo cerca le rive, un mare di cui ninna forza d' im- 
maginazione può abbracciare V immensità. — C. Pardi, Scritti 
Vari, n, 190. 

I. 125. — La virtù^ di quella corda. Che ciò che scoaxi 
drizza in segno lieto. — «LÀ dove alcuna cosa non può per- 
venire in virtù di sua natura conviene che sia da altri drizzata 
nel segno dell' arciere. » S. Tommaso, Nella Somma Teologica, 
I, par. ques. xxui, art. 1. — Ognun vede come qui Dante si sia 
vabo con molto accorgimento dell' imagine dell' Aquinate. Fran- 
ciosi, Studi danteschi, 137. 

IL 20. — Del deiforme regno. — Con ogni proprietà chiama 
deiforme regno il regno dei beati, poicbò in quel regno la forma 
de' beati ò veramente Iddio. Il che apparirà tanto più coerente 
alla tradizione cristiana, quando si noti che fu comune a molti 
Padri antichi l' interpretare il Regno di Dio per lo stesso Spi- 
rito Santo che regna colla grazia nelle anime , come si può 
vedere in S. Cirillo, in S. Oragorio Nisseno, e altri ancora. A. 
Rosmini, Antropologia Soprannaturale. 

II. 78. — Cosi questo Nel suo volume cangerebbe earte. — 
Nò ti debbono parer strane le carte del volume delia luna e 
la compagine dell'aria (Par. xur, 6), perchè se la superficie 



y Google 



GOMBNTI. 427 

lunare piuttosto che T opera del fuoco, come pare, avesse 
patita quella dell'acqua evi sì alternassero, \20111e nella terra, 
sedimenti aUuviali, si concederebbe a' selenologi poter parlare 
di strati e di stratificazioni, come gli strati, in che si comparte 
r aria, son conceduti al linguaggio de' fisici moderni. Ma quello 
oh' è strato nel volume de* corpi sulla bocca de' nostri scien- 
ziati, è, seguitando V immagine tolta da' libri, una cai*ta o una 
pagina nel linguaggio dell'Alighieri. Cammiilo (R. Cavemi), 
La Scuola, 1873, u, 205. 

111. 10. — Quali per vetri trasparenti e tersi, Ower per 
acque nitide e tratt^uille. Non si profonde che i fondi sièn 
persi. ... — Il Caverni prova che la voce persi si debba inten- 
dere del color bruno del fondo. Mi pare, ei conchiude, che 
intesa del colore quella voce, l' idea venga diretta e abbia per 
ciò Doaggiore efficacia. La Scuola^ 1872, A. i,- Voi. 11, p. 169, 
e 2^4-26. 

III. 46, 56, 63. — Io fui nel mondo vergine sorella : E se 
la mente tua ben mi riguarda, Non mi ti celerà V esser più, 
bella, — - Nel Paradiso dantesco le sembianze umane, fatte ce- 
lesti, son divenute così spirituali in loro purissimo splendore, 
che in sul primo il poeta pena a raffigurar le persone; ma 
tornando a loro lo sguardo, e aiutandosi dell' associazione delle 
idee che si ridestano nel parlare con loro, viene poi a rico- 
noscere anco di mezzo alla nova bellezza i tratti individui che 
le distinguevano una volta. Era dottrina che il Poeta avea 
attinta da S. Tommaso, il quale di Cristo risorto, al cui adempio 
si conformano tutti i Santi, dice: Nemo putet Christum sua 
resurreciione sui vultus effigiem commutasse . . . Sed mutatur 
effigies, dum efftdtur ex mortali immortalis, ut hoc sit acqui-- 
sivisse vultus gloriam, non vuUus substantiam, (Sum. ni. P. Q. 
54, a. l, ad 3, et ib., dove parla di tutti i risorgenti ad 2). 
Perez, 39. 

III. 49 e seg. — Ma riconoscerai eh* io son Piccarda, — 
Chi legge attentamente il iii ed il iv canto del Paradiso scorge 
zuaDÌfesto, essere stata ferma persuasione di Dante, che Pie» 
carda non mai si acconciasse con animo volenteroso alla con» 
dizione violentemente impostale dal fratto, ma pure non osasse 
di sciogliersene per timore di nuovi danni ; eh' ella conservasse 
l'amore della sua professione religiosa, ma pure non avesse- 



y Google 



428 COMBNTI. 

il coraggio di rompere risolutamente gli ostacoli, che il mondo 
aveva frapposti all' osservanza de' suoi voti. Le parole di Dante 
ci lasciano credere che fosse abbreviata la vita di Piocarda 
dal vivo contrasto sorto nell'animo di lei. Todeschini^ Scritti 
su Dante, i, 337. 

III. 63. — Si che il raffigurar nC è più, latino. — Latino, 
ove tal voce si riferisca ad eloquio ed a cognizione in gene- 
rale, equivale a cosa piana ed agevole: tanto n'era comune la 
intelligenza e l' uso fra le persone di qualche levatura. — «E 
perchò tutto ciò eh' è ornato e facile, e anzi è la &cilità una 
condizione essenziale alla grazia, latino venne a Bignificare 
anche facile, agevole. » Caverni. 

IV. 6. — Intra duo cibi distantì e moventi, — Il Bianchi 
commenta : « Proposizione verissima, che la nostra volontà per 
risolversi tra più cose alla scelta di una, ha bisogno di un 
motivo preponderante qual che siasi: diversamente ella ai ri- 
mane inerte. Ognuno può aver ciò provato nelle piii comuni 
cose della vita. » Io tengo, scrive il prof. Zanchi, tutto l' opposto ; 
e credo che per quel modo si venga a distruggere il libero 
arbitrio del merito e del demerito. — Or come, aggiugn^ egli. 
sono usciti que' versi dalla penna dell'Alighieri? A fine dì non 
commettere ingiustizia verso il più grande poeta, e per non 
offendere d'altronde la verità, credo che si convenga: I.® Esporre 
esattamente la dottrina di Dante sul Ubero arbitrio, e vedere 
quanto è profonda ; II.° Ragguagliando con quella i pochi versi 
sumentovati e tenendo conto di tutti gli accessorii, notare Y ab- 
baglio del Poeta, senza studio dì scemarne o crescerne la mi- 
sura, assegnandone in pari tempo la causa prossima e acci- 
dentale ; III.^ Cercar di rilevarne la ragione rimota e ultima, 
mettendo in luce quella difficoltà, somma che si presenta din- 
nanzi a chi vuole contemplai*e l'essenza dell'umana Hbertà. — 
Lo che egli fa con logica stringente e molta dottrina. Il prof. 
Zanchi ricerca pur l' origine della similitudine dantesca, e crede 
forse gli sovvenisse in proposito il sofisma delT asino del Bu- 
ridan, rettore dell'università di Parigi, famoso dialettico, sofi- 
sma che avea fatto grande rumore nel mondo filosofico del suo 
tempo. Anche S. Tommaso avea accennato alla medesima cosa, 
— si habet dbum aequaliter appetihilem in ditersis partibus 
et secundum aequalem distantiam, . . . Somma, i, II*®, xm, vi. 



y Google 



COMENTI. 429 

Alcune Armonie nelF ordine naturale coir ordine sopranna- 
florale. Verona, Zanchi, 1863, 154-181. 

IV. 40. — Cosi parlar conviensi al tostro ingegno. Pe- 
rocché solo da sensato apprende Ciò che fa poscia d! intelletto 
degno. — Il senso ritrae i sensibili particolari, ma l' intelletto 
ri scopre la natura, come il significato in una scrittura, o come 
nel marmo informe vedeva Michelangelo la figura d* intorno a 
cui levare il soverchio. L'Alighieri qui distingue benissimo 
l'uno e l'altro ufficio. A. Conti. 

IV. 125. — Se il Yer non r illustra. — Il vero, di cui qui 
favella il poeta, è il conoscimento del Primo Vero, cioè Dio, 
senza cui l'anima è sempre irrequieta. Ciò si fe apertissimo 
anche da un frammento del Convito ben a proposito allegato 
dal Tommaseo, ove Dante pone Dio come base e fastigio della 
piramide scientifica. A tal fastigio non si ascende, che di grado 
in grado, cioè di collo in collo, cominciandosi dal dubbio, che 
è rampollo , cioè seme e germe del Vero ( per valermi delle 
parole Ciceroniane). Ma la conoscenza di Dio però non importa, 
che Tuomo possa ingolfarsi nelle investigazioni superiori alla 
sua ragione finita. Scrutator majestatis opprimetur a gloria, 
giusta le sacre pagine. V. Lomonaco, Dante Giureconsulto, 33. 

IV. 127-132. — Io veggo ben che giammai non si sazia. . . . 
— Qui dice r Alighieri, che la prima verità solamente può sa- 
ziare r uomo, perchè ogni altra verità dipende da essa ; e che 
l'uomo può giungere alla cognizione di tal verità prima, so 
no nessuna verità s' intenderebbe nella ragione somma che sola 
può quietar l'intelletto; e allora tutt'i nostri desideri, che 
tendono al vero sarebbero vani. Però la tendenza nostra verso 
la ragione di tutte le ragioni, fa sì che, conosciuta una verità, 
nasice un dubbio, cioè nuovo quesito, cosi per togliere appa- 
renti contrarietà come per trovare nel noto V ignoto, finché di 
quesito in quesito, e di scoperta in iscoperta non siam giunti, 
come da ramo a ramo su cima d'albero, alla sommità del 
primo principio che risolve ogni dubbiezza. A. Conti, Del dub- 
bio considerato come rampollo del vero. — V. Franciosi, Studi 
Danteschi, 101. 

V. 98. — Io che pur di mia natura Trasmutabile son per 
tutte guise. — Chi pur mira nel concetto dantesco, il quale è 
visibile in tutta la sua nuda ed inesorabile austerità nel libro 



y Google 



430 OOMEMll. 

<ti Monarchia, facilmente si persuade in che modo si debba 
intendere che Dante trasmutabile fosse per tutte guise. Con- 
cetto è il suo che nulla ha della generalità astratta, che tanto 
piace a taluni moderni; ma ò un universale, e tenendo della 
natura degli uomini, fecondo. Egli ora pare accostarsi ad una 
parte ora air altra. Il suo Veltro ora può avere un nome per 
eeso, ora un altro. Ma il suo sistema ideale non ò un compro- 
messo mai tra le diverse fazioni, una transazione fra opposte 
dottrine. Egli a quella parte e a quegli uomini costantemente? 
inclina che mostrano voler essere strumento della sua idea. I 
Ouelfi erano senza un dubbio delle due parti quella che più 
nazionale poteva dirsi. Seguitavano il gran moto di Legnano, 
preparavano l' età meravigliosa dell' arti nostre. Ma Dante, leg- 
gendo col senno piii oltre, e per dirla a suo modo, infuturan- 
dosi, bene si accorse che una grande debolezza era negli ordini 
di quella parte, e che solo una forte monarchia ci poteva sal- 
vare. Nato guelfo, o in un modo o in un altro da quella &- 
zione si dovea necessariamente distaccare. E, dopo aver scritto 
il libro di Monarchia, più non si poteva con quella parte con- 
ciliare, la quale tuttavia avealo educato a potere fondamental- 
mente alterare Topinìone imperiale e ghibellina. G. Baldaccfunù 
Prose II, 120 e seg. 

VI. 10. ^ Cesare fui, e son Giustiniano, Che, per voler 
del primo Amor eh* io senio, D* entro alle leggi trassi il troppo 
e il vano. — Giustiniano enucleando il diritto, bene ossei'va il 
Vico, trasse il nucleo, cioè il gius naturale dal malia, o sia 
dalla buccia del gius civile, ei spogliandolo del municipalismo 
romano, lo fece cosmopolita. È celebre abbastanza il titolo del 
Codice (I, xvii). De veteri jure enucleando. Dante lo chiamò 
ispirato da Dk) quando tolse dalle leggi gì* involucri ond'era 
avvolto. Quindi a lui solo largì nel paradiso la gloria di cele- 
brare i viaggi, i combattimenti e le vittorie deir aquila latina. 
V. Lomonaco, Dante Giureconsulto, 23. 

VI. 58. — E quel che fé da Varo — « Ti fu forza restare 

a Nizza un mese intero, aspettando Vanivo di una nave che 
ti portasse in Italia. Ma mentre di andare in Italia eri sma- 
nioso, tu già stavi in Italia: che secondo i poeti ed i cosmo- 
grafi confine ad essa è il Varo, oltre il quale sta Nizza sulla 
terra d' Italia. » Petrarca , Lett. Fam. ir, 7. — € Nizza prima 

Digitized by V^OOQlC 



COMBNTI. 431 

ita che 8*ÌDC0Dtri dell* Italia occidentale. > Id. V. 3. — A Italia 
izza le man stende. Fazio degli liberti^ Dittamondo, in, 11. 
VI. 118. — Nel commensurar de' nostri gaggi. — Sono ri- 
asti al popolo i gaggi militari, d'onde 8*ò fatto il verbo ingag- 
'arsi, che voleva dire, sotto T altro Governo, sottoscriversi 
>loDtario alla milizia in luogo di im altro, prendendo per tal 
irvigio i gaggi convenuti. Cavemi, 

VI. 125. (PuRG.). — Un Marcel diventa Ogni villan che 
arieggiando viene, — Gli nomini sono stati sempre gP istessi, 
in tutti i tempi, nelle congiunture simili, sono occorse simili 
»ntingenze. Noi abbiamo veduto co' propri occhi, e toccatolo con 
ano, in questi ultimi tempi di commozioni civili come sieno 
inuti a galla, e abbiano invaso i più alti seggi, e siensi cele- 
sti per Catoni e per Achilli certi figuri che meglio sarebbero 
ati per le galere, o per i postriboli, o chi a vangare, o 
li a tirar lo spago. Dante a' suoi tempi si lamentava del 
edesimo, con gli sdegnosi versi recati qui sopra; i quali 
ovano riscontro in un verso greco antichissimo che suona: 
ìditione orta, dux est etiam AudrocUdes, come lo videro i 
orentini del secolo XIV in Michele di Landò, e i Napoletani 
\ XVII in Maso Anieilo e gU Italiani del XIX.... 11 qual 
rso greco è illustrato eccellentemente dal Manuzio che reca 
la sentenza, anche più calzante al proposito nostro la quale 
nta: Rebus turbatis, vel pessimus est in honore. Chi poi 
ol avere un ritratto vivo e parlante di alcuni cialtroni odierni 
nuti in jEama di eroi, vegga la Commedia di Aristofane: I 
ivaUeri, — P. Fanfani. 

KuNHARDT P. F. I., DanHsche Reminiscenz an das biblische 
leichniss vom ungerechten HaushaUer in der Div, Commedia 
%r, vr, V. 127. Lubeck Grantoflf, 1870, p. 20. — Una remini- 
enza alla parabola biblica nella Divina Commedia di Dante, 
iol mostrare che Dante abbia imitato la parabola di S. Luca 
•I, 1-8. 

Nel VI del Paradiso, si alza il Poeta alla più alta filosofia 
Ha storia che per lui non era un cieco succedersi di fatti 
screpanti ed insieme lottanti. 

VII. 83. — Ed in sua dignità mai non riviene y Se non 
?mpie dove colpa vota, Conira mal dilettar con giuste pene, 
' L^ sola pena può restaurare i rapporti di equilibrio tra 

Digitized by V^OOQ iC 



432 ONfBsrn. 

r ordine morale e Tuomo; e la pena esser deve propon 
al mai diletto della colpa, frase felice tolta da Virg:tlio, 
gaudia mentis. V. Lomonao), Dante, Giureconsolto. 27. 

VII. 112. — Né tra CuUima noUe e il primo die ; 
e si magnifico processo, O per Vuna o per teatro fue 
— L' ultimo verso a molti può sembrare sulle prime 
duro, e prosaico, ma recitato con la posa chiesta e dall' a 
e dalla gravità del concetto, può ritrarre, a chi è cai 
sentirla, T ammirazione meditativa del poeta assorto ne 
mistero. Perez, 618. 

Vili. 2. — Ciprigna . . . volta nel terzo epiciclo, — GÌ 
preti intendono quella parola epiciclo in senso proprio tole 
. e con ciò farebbero dire a Dante uno sproposito. T( 
« in cambio di far girare il pianeta (parole del Cagno 
Forbita sua circolare cui pose il nome di deferente, 
andar per un altro cerchio appellato epiciclo che avea : 
il centi'O nella circonferenza del primo , > e cosi architet 
per ispiegare le stazioni de' pianeti e il variar che fa> 
lor dove. Ma al sole e alla luna che non fanno stazic 
retrogradazioni, bastava, senza epiciclo, il deferente. Se < 
la luna non ha epiciclo, quel di Venere non è il terze 
secondo. Debbesi adunque intendere questa parola non ne 
ficato astronomico, ma nel senso di orbe o di giro. Ca 
(Caverni), La Scuola, 1873, Voi. ii, 60. 

Vili. 22. — Di fredda nube non disceser venti, O 
o no , tanto festini. — Questi venti non sono altro che 
tricità della nube, la quale è visibile nel lampo ma in 
(juando , avventandosi a' corpi , si rovina attraverso j 
fìiriosa per andare a disperdersi poi nel suolo, prodncen 
gli effetti della folgore tremendi ; folgore che gli anticfa 
mavano vento, come noi la chiamiamo ora aura elettrica. 
millo (R. Cavemi). La Scuola, 1873, n, 160. 

Vili. 49. — Il mondo m' ebbe Già poco tempo. — 
tempo del Potestà e Capitano sopra detto (Miser Bemardc 
da Como, 1294), venne el Re Carlo Martello, e'I suo 
in Siena, el quale s* era botato d* andare a Roma lui elfi 
per certa infermità che lui aveva, e andò a Roma e te 
nell'andare e nel tornare a Siena gli fu fiitto grande 
dal Comune, e anco da nobili di Siena, e nella sua partit 



y Google 



OOMBNTL 433 

^li i*ingraziò de la benivoglìenza e del onore gli era stato fatto 
la Mobili e dal Comuno e donò la sua arme, e fece di casa di 
''randa X de' nobili di Siena, e fegli Cavalieri. Croniche Senesi, 
kubb. da G. Maconi, e. 88, i, p. 2, 55. 

Vili. 55. — Assai m'amasti, ed avesti. ben onde, 
ToDBSCHiNi Giuseppe, Di Carlo Martello, re titolare cT Un- 
jheriay e della corrispondenza fra questo principe e Dante 
A,ltffhieri. Scritti su Dante, i, 171-211. 

Si £eì a raccogliere alcune notizie intomo a Carlo Martello, 
[)er emendare certe cose scrittene da Giov. Villani, i— Non nel 
L289, come vorrebbe il Villani, ma il di 8 Settembre 1290, 
ei fu coronato in Napoli , re d' Ungheria. Neil' anno appresso 
coiiilusae a moglie Clemenza d'Absburgo, figliuola dell' impe- 
radore Adolfo. E fu nei primi mesi del 1294 ch'ei venne a 
Firenze, e vi stette, secondo un vecchio cronista, oltre 20 giorni, 
attendendovi il re suo padre, che tornava di Francia, e dai 
F^iorentini gli fu fatto grande onore, ed elli mostrò grande 
amore a' Fiorentini , ond* elli ebbe molto la grazia di tutti. 
Bellissima occasione fu questa, perchò un giovane fiorentino 
riuomato fra' concittadini pei suoi sonetti e per le sue canzoni, 
che oscuravano la fama dei rimatori fino allora più lodati, si 
avvicinasse ad un giovane principe,. che quantunque circondato 
da splendido militare corteggio, era tuttavia, come ricordano 
le storie napoletane, d'indole mansueta, ed amico perciò più 
dello arti della pace che di quelle della guerra. Oltre di che 
il Todeschini vuole che nella seconda metà del 1294 Dante 
dimorasse alcun tempo a Napoli, e ne reca le prove. Carlo 
Martello sarebbe morto a trentacinque anni, nel 1295, come 
ne fa fede la lettera diretta dal papa Bonifacio Vili alla moglie 
del re. Maria d'Ungheria, e nel 1301 sarebbe pur morta Cle- 
menza d'Absburgo. 

Vili. 67. — E la bella Trinacì*ia, che caliga. . . . Non per 
Tifeo, ma per nascente solfo. — Ossia per quello che chiamano, 
nel linguaggio moderno, acido solforoso il quale eruttato insieme 
a altre sostanze e decomposte, fa che poi nasca lo solfo. Cammillo 
(R. Cavemi), La Scuola, 1873, n, 160. 

Vili. 73. — Se mala signoria, che sempre accora. — 
« A' lettori italiani, o nati in qualunque altra terra ove s'estenda 
la presente civiltà europea, io non ricorderò la rigorosa esattezza 

28 

Digitized by VjOOQIC 



434 OOMBNTI. 

istorica della Divina Commedia intorno i fìitti d* Italia ; h 
sanza dì quella mente a scrutar le cagioni delle cose e stam 
ne* pochi tratti coi quali suol delineai'e un gran quadro, 8 
nulla vi resti a desiderare, V autorità infine dell'Alighieri, 
contemporaneo al Vespro. E chi noi sente con evidenza 
dimostrerò io, che quelle parole, messe in bocca di Carlo 
tello, tolgano affiitto il supposto di congiura baronale. N 
bene che Dante qui non solo tratteggiò la causa, ma a 
una delle circostanze piìi segnalate del tumulto, che fu i 
petuo grido: < Muoiano i Francesi, muoiano i Francesi! > 
que' tre versi resteranno per sempre come la più forte, pi 
e fedele dipintura, che ingegno d' uomo ùlt potesse del V 
Siciliano. » — M. Amari, La guerra del Vespro Sidliano 
pendice, 538. 

Vili. 112. — Vuo* tu che questo ver più ti s'imbianch 
Ti divenga intelligibile , piìi visibile all'intelletto, pili evii 
come corpo eh' è più visibile all' occhio quant' ha più in 
candore o nitore di luce. E per opposto, l' errore, il dut 
l'ignoranza son chiamati nebbia, quasi offuscamento d'evie 
(Purg. xxvin v. 87, e v. 90). — A. Conti. 

Vili. 147. — E fate re di tal cK è da sermone. — 
gasi quanto diverso giudizio portasse il Petrarca di re Kc 
nella sua lettera ni del libro iv delle Familiari ; e veggasi 
la nota del Fracassetti. 

IX. 1. — Da poi che Carlo tuo^ bella Clemenza. — 
mensa, figlila di Rodolfo d'Absburgo, vedova di Carlo Marti 
L'appellativo Carlo tuo, dimanda il prof. Todeschini, { 
forse esser diretto alla figlia, anziché alla moglie di Car 
Potea forse Dante rivolgersi con quel!' aposti'ofe ad una 
ciulletta di pochi anni ? Dante che godette dell' affezione di 
Martello, e che dovette conoscerne la moglie, fu tratto da 
e da compassione a far menzione di essa in questo luog 
Paradiso. — Eugenio Camerini ò dell' istesso avviso. 

IX. 32. — Cunizsa fui chiamata. — V. p. 387 di e 
volume. 

IX. 37. — Di questa luculenta e cara gioia. — Il I 
tonelli ti*ova la spiegazione comune contraria al conceti 
Poeta che è visibilmente d'immortalare Folchetto; pei" 
sebbene essa accordi alla fama di lui cinque o più sec 



y Google 



GOMBim. 435 

vita., in questo modo di locuzione resta sempre Tidea fonda- 
mentale, che tal fama, sia pur grande, debba venir meno, debba 
morire e dentro assai ristretti confini di tempo. — Ei vuole si 
legga: Di questa luculenta e cara gioia Del nostro cielo, che 
piit rrC è propinqua. Grande fama rimase; e, pria che muoia 
Questo centesim* anno , ancor s'incinqua: e verrebbe a dirsi, 
che la fama di Folchetto, rimasta in terra, fu grande; ma si 
sarebbe quintuplicata, prima che finisse V anno, che allora cor- 
reva. — Dante riferisce la sua Visione al 1300, chiamando 
centesimo Tanno in che suppone di trovarsi ad udire in cielo 
parole di alto encomio ad un Poeta agli scritti del quale si 
era forse inspirato. Il Caverni trova ingegnosa V interpretazione 
dell' ÀntoBelli, essendo anch' egli dell'avviso che si debba inten* 
dere piuttosto dell' Intensità che non della lunghezza della fama. 
Ma egli lascierebbe il testo nella comune e vulgata sua puntatura, 
intendendo per centesimo anno quel centesimo che allora cor- 
reva, cioè il terzo, il quale incinquato, farebbe 1500, lunghezza 
sufficiente, specialmente nelle idee che avevano allora della sol- 
lecita fine del mondo, a significar duratura, quanto il mondo 
medesimo, la fama di Folchetto. 

Mercuri Filippo, Nuovissima spiegazione del Terzetto del 
C. n del Paradiso: Ma tosto fia .che Padova al palude. Roma, 
Tip. Belle Arti, 1853. 

Padova cangerà al palude o in palude l'acqua che Vicenza 
bagna, non significa, come spiegano i commentatori, cangerà 
(intendi di colore, facendola col suo sangue rosseggiare) racqua 
che Vicenza bagna (l'acqua del BacchigUone). Ma come il luogo, 
in cui si veniva piii frequentemente a battaglia fì*a i padovani 
e i vicentini, era quello in cui il Bacchiglione si divide in due 
i*anii, l'uno bagnando le campagne di Este, l'altro quelle di 
Padova; e il modo di combattersi a vicenda era quello di 
attaccare, rovesciare e rialzare più volte le dighe, onde deviare 
il corso del fiume e restringerlo in palude ; la spiegazione più 
naturale, più vera del terzetto è questa: Padova volgerà al 
palude V acqua che Vicenza bagna, rompendo le dighe e de- 
viandone il corso del fiume Bacchiglione. E cosi sparirà la 
quantità de' morti, che, secondo i comentatori, fece rosseggiare 
quelle acque. Il che è contrarissimo alla verità della storia, 
giacché una delle cose più straordinarie di tali guerre era quella 

Digitized by V^OOQlC 



436 OQMBNTK. 

di eisere senza sangue, e il poco numero de* morti indica il 
principio di quelle guerre incruente che avvilivano il coraggrio 
delle truppe italiane (7). H Mercuri, premesso un sunto storico, 
interpreta : i padovani devieranno V acque del fìacchiglione rom- 
pendo le dighe, come fecero, per inondare Vicenza a motivo 
che le genti, cioè i guelfi padovani, sono crudi e restii al dovere^ 
cioè alla soggezione di Arrigo VII e del suo vicario Cune 
della Scala. 

IX. 46. — Ma tosto fia che Padova al palude — — Anche 
il Todeschini ritiene ohe il fatto d'arme segnalato in questa 
terzina non possa essere che quello del 18 Settembre 1314. 
Il Castellini (t. xi, p. 2