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Full text of "Manuale della letteratura italiana"

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\lF'P6H'i^^ 



WJ 



i 



HARVARD COLLEGE 
LIBRARY 




FROM THE BEQUBST O F 

MRS- ANNE E, P. SEVER 
OF BOSTON 

Widow qf Col. Jamat Warren S«Mr 
(Om or 18 17) 




MANUALE 



PILLA 



LETTERATURA ITALIANA. 





MANUALE 



r^KLLA 



LETTERATURA ITALIANA 

COMPILATO DAI PROFESSORI 

ALESSANDRO D'ANCONA 

E 

ORAZIO B^ACCI. 

VoL. IV. — PaktkI. 




FIRENZE, 
G. BARBÈRA, EDITORE. 

1894. 



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Xl.vL^..irs.l. 




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HPt^h^c 



CoEnpÌQte 1(9 form&lità prefi^ritte dàllft h^^^, f diritti dì rìproduiiont 
B trji<!tt:£Ìi>Dui «ann ii serrati. 



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^^ 



MANUALE 

BELLA 

LETTERATimA ITALIANA. 



SECOLO BECIMOTTAVO. 



NOTIZIE STORICHE. 

La filo ria (ì^rtalia nel aecolo XTItf Bomii^^lia tn qualche moda 
:^r tiUiiuQ ntto <l] un lungo dramma: tatto riuello cht^ ancora ri- 
maneva dell' Antico i^i eterna politico venne a fine per dar luogo ad 
un ordine nuovo dì cose* 

Sul terminare dei secolo prrcedente i maggiori potentati d'Eu- 
ropa vedendo oramai vicino a nuiriracnisa prole Carlo II d'Abibur(fo, 
Te di Spagna, padrone di gran parte d'Italia e d'America, pensarono 
di Rcompartime, Ini vivente, 1* eredità; per evitare (dicevano) il 
pericolo che verrebbe alla sicurezza comune, se gP immensi domii^ 
i^p&gnnoli s'aggiungessero tutti ai possedimenti di un solo. Ma 
Carlo II morendo (!<> novembre 1700), aveva istituito suo erede uni- 
versale, con testamento del 2 ottobre dello stesso anno, il proni- 
pote di Luigi XIV, Filippo di Borbone, duca d'Angiò; il quale, col 
nome di Filippo V, occup(^ subito il trono di Spagna, e fece inva- 
dere il ducato di ìfilano, Napoli, la Sicilia, la Sardegna e lo Stato 
de' presici in Toscana, che allora dipendevano da quella corona. 

Il* imperatore Leopoldo I, T Inghilterra e l'Olanda collegaronsi 
contro Filippo e contro il re di Francia, alle cui arti attribuivasi, 
né senza ragione, il testamento di Carlo II: e Za prima scena (dice 
il Muratori) di quella terribile tragedia toccò alla povera Lom- 
bardia; ma la guerra si allargò anche ad altre parti d'Italia e 
fuòri. Le milizie imperiali furono commesse ad Eugenio di Savoia- 
Carìgnano, detto Principe Eugenio; il quale benché nato a Pa- 
rigli (18 ottobre 1663) e cresciuto in Francia, mal contento del re 
Lnigi XIY, che s' era rifiutato di dargli un comando nell' esercito 
francese, passò al servizio dell'imperatore nel 1683, e fu uno de' più 

IV. 1 



2 SECOLO xvm. 

ìlluitrì capitani del suo tempo. Dell'CB^ruito frane o-isp mio che do* 
vGYA guerreggi are iu Italia contro ì Gnllo-iap^inì, eb!»c ti comanÉlo 
Vittorio Amedeo 11^ dacn tìi Savoiii^tìno aHUuiiio 17Q3 : nel quale, mu- 
tando CDUwiglioj perchè era inrastidtto ^lelT alterigia francese espa- 
guuoluj e gli pareva più vantaggiosa raoiicizia degli ;illeati, «trìusc 
lega eoirimporatorc. Allora Lttiyfl Xl7,per vmidietufcijmandè il tìum 
di Vendònje r il La Feuillade ad atisultare il Piemuute: i qtiati di 
vittoria in vittoria ai condussero fiuo a Torino, vìw u^^edìarono per 
alcuni iue»iì ma quivi furono si pìenamentt^ «confìtti dal Trincipe 
Eugenio e dal dacii Vittorio Amedeo II (7 Bettembre 1700), idic a 
tìtento Halvnronjii lasciandft sul campo Yen ti mila soldati, le artiglierie 
e le bagagtie. Ln guerra per altru lini molto più tardi eoi trattati di 
Utrecht e di Radstadt {171:1-17 1 i), ehe dicdtvro alla Casa d' Austria, 
Milano, Napoli^ la Sardefjna, i! ducato di Mantova e le torre della 
Toscana, dove gli Spagni.ioli iìolevauo tenere preaidj ; a Vittorio 
Amedeo il Monferrato, la Lomellina e la Sicilia con titolo di re. Gli 
8pagnuoli per quei trattati furoim Cicchisi affatto^ ed era tempo, 
<^ dal rifai ia; ma Filippo V ottenae di esser riconosci u te re di Spagna 
^v ^- ^u luogo degli Spagna oli signoreggi a rooo in Italia gli Austriaci, i 
^%* V^*l"^i^ perù furono meno rapaci e meno corrompitori, A Carlo 111 
\ ^' Gonzaga Ne vera, duca di Mantova, fu tolto allora lo StfUo per avei 
"^ ricevuto^ durante la guerra, nn presidio franeeEc : del resto ancVu* 

Ferdinando Gonzaga, principe di Castiglione delle Stivicre, e Frnv - 
eeaco Preo, duca della Mirandola, soggiacquero alla medesima mjrtt? : 
donde apparisce che quello fosse un pretesto; e il vero ai è che i 
grandi volevano levarsi d'attorno cotesti signorotti minori, ma pur 
capaci di mettere inciampo ai loro arnlnziosi disegni ><niritaUa, 

Non durò a lungo la pace fondat,T, su quei trattati, um la ruppi? 
improvvisamente (nel ir>l7) e contro ranpettazionc di tutti, il car- 
dlfloale Giulio Alberoni, minttìtro di Spagna, Costnì^ figlinolo di in» 
giardiniere di Firenzuola, per quale he notizia della lingua francese 
dlirmitò segretario del dnca di VendGme, che allora guerreggiava 
MiJtalii^ 0' andò con lui in Francia ed in iFtpa^^m. Quìvi^ dopo 
dbo >«L vittòrie del duca ebbero assicurato il trono a Filippo V 
Borbone, occupa- col suo ingegno e colla sua aceortczs^a T animo 
di! i| nel re « uegoilt^ le seconde sue nozze con Elisabetta Far- 
tMse (1714}; e p*iichfe Filippo era debolissimo dì volontà, e Iel re- 
gina desiderosa di preparar principati a' suoi due figli Cario v 
Filippo, &bbrJcelò KiRtgnrYnstiHjiimi : non solo dì rcìitituìre nUn 
SpoguA qaaatD 1& a^evaUo tolto gli ultimi trattati di Utrecht tf 
Radtitadt-, ma jUtf^i di proKiccfmre a Filippo la reggenza di Francia^ 
cheli PirlatóetJto aveva aa!*egnart;a a Filippo,dnca d'Orléans, nipote 
dÌ,Lm|fiXiVvditì»tì€ivr l'iughlHerra favé/endo Giacomo III Stusitt, 
figlio didiaco^^ il,' cbòpreteudova n <|>u ella corona, e di asmeurarsi 
dfll r Au stria ■ so sv, i t;iQ d ol o > leorit m gii Un ff he re ei e t T urc hi » E t! o - 
mi ixjoiò taeendf^ approdile 'ónii dotta la Sardegna nel 1717: dipoi 
oociipò la Biciliu: mii Francia, lughilt erra, Olauda,'epQC0 appregeo 



NOTIZIE STORICHE. 3 

sinctie l'Austria, strinsero pronfamente fra loro a Londra nna lega 
ci:)iwseinta nel 1.1 storia col nome tJì qaadmpìice alUnnz^ iil '2 ago- 
sio 1718), volendo che stesse fermo il pii Unito in Utrecht. Sti pula- 
nino che rinìperatorfi Carlo VI d'Aabnrgo e Filippo rìnunzìsissero 
(I+^tìiiìtiraraente il primo alla Spagna ed ai pi.M?^cdi menti spaglinoli 
d tìltre mare, il seeontlo all'Italia ed ai Pinzai Baat^h t'he rton Carlo 
ia;iTo a Filippo da Elisabtitta) avesse l'invt^stitura dì Toscana, 
Parma e Piacenza, come fendi imperiali prosf^ìmi a diventare va- 
laiiti per la estinzione delle dne ease Medìcea e Farnese; che 
l'Aniìtria ricevesse la Siciliaj In eambio della qn:;le il duca di Sa- 
Ti.ȓii^per non sogifiaeere a maggiori danni, dovette, a malinenore^ 
t'iìntentar»! della Sardegaa cftUifervando il titolo reg^io. Il miuiì^tro 
Alln^ronì, non impaurì di si potenti ar vergar» e si apparecchiava 
;illa guerra: ma Elisabetta non volle andar dietro alle j<»e imagina- 
zioni, mettendo in perìcolo quanto già posptedeva e quanto le veniva 
proaiesso pei figli. La Spagna accettò (|nindi ìu Camhraì (25 fren- 
atilo 17^1) i patti della quadruplice alleanza, e ìa guerra comìn- 
L'i^i!a dalTÀlberotiL in Italia fu spenta e fini eolle mutazioni già 
rtette.* 

Di questo componimento si dolse il papa (Benedetto XJII Or- 
^t^ÌJ dicendo violati i diritti della Santa Sede an Parma e Piacenza; 
«i dnlse il granduca dì Toscana, Cosimo 111, perché vedeva distri- 
Imi] si ad altri i saoi Stati wenza curarsi di luì, ed anche perch»^ 
neij:iva di po**i^ederli come vassallo dell'Imperio, ma sì bene eomc 
s'iif'tCftatire alia repubblica fiorenti na, la quale senza l' intervento 
fltir imperatore, dojio Teecidio del duca Alcst5andro Uis-iV), aveva 
{.Ietto Cosimo I; e nemmeno l'imperatore contenta vatii di quei 
p;dri che aprivano di nuovo le porte d'Italia alla potenza ftpa- 
ifrìiiida. 

In mezzo a molti negoziati^ che allora più volto ìn brevissimo 
t[:mpo composero e seomposero molte e diverse alleanze di prin- 
tipi europei, TAnstria e la Spagna guardarono scìiipre con jjara 
ìiicf^Fisante all' Italia; la Spagna per tentare di rientrarvi, l'Aitstria 
per tenemela esclusa: e quando nel gennaio ÌTAÌ morì Antonio 
ultimo de' Farnesi, l' imperatore Carlo VI, tolto a pretesto che 
h ve ilo va poteva e^^sere ineintrtj fece occupare il ducato in nome 



^ L'Albero ni, rennto in It&lia, ehbe divieto di in et tur pinde nepli Stati e«- 
f|(-&jmtjci, # fo LD continuo p*rìcnlo fipchè visiie C-ltìiumite XI Alhunii che pur 
Su i.vt^va creito cardìiuale secondali do il d^aidorio di TCli sabati a, iJurto quel 
V^'^ nel 1721^ l'Alberùnl Interrftnne al conclave nel Vaticino ctnn:orre]ido alla 
li^-iiom d'Iiii]i>ci?AZO Xni Conti; ma nnltanto duo mini dnpo (nel ìlì'ì\ coniineiù 
* iBogtrarHi piibblìcaoiÉtitf^, ed aneli t: a ripigLiaro ì snm vanti distirin proptì- 
ii*=iidij niti'a1l««n£i!. d(*' patentati crÌHtLani contro i Turchi- Fattn pm l{;|£;atc> in 
P*ivtftiJia, ToleT» distruggervi la rtpuhblica di San J^aiìiio (17;{'*|, e fu trasfe- 
I 11 a. Bologna. Come uomo ÌTiti>ll£<raiite di quiete, ma pur datato d'ingegno 
I? <t] lite idee, dìed« materia njili storici di giudicare di lui molto diveraa- 
ffientè: d»l reato fece alcuno co&« lodevoli éten^a dubbio: ad eHeiupìo^ U f^^i"- 
'iiiiitue- éi no coUogìo pet aesaantA s^lunii] iu Piacenza. Muri a Gotua di otlau- 
t Al^ anni nel 1752. 



4 SECOLO XV III. 

bensì di don Carlo Borbone, ma per impedire eli e vi entrajiae pre^ 
màio flpagn Violo. NiU tempo stesaD rtnclio il pontefice (Ck-mente XTI 
Corsini) ^forzavafli dì fiir valere i diritti fendali dei la CLicna so 
qne^Ii fatati* L'imperatore si trovò poi indotto a cessare da quella 
oppoaizionc, confidando di poter consegni re im mio desiderio di 
molto magifiore importanza. Perciocché, vedendosi aejiza prole ma- 
schile, avea provveduto con una leg^e, chiamata pramìHatica san- 
zio»^j che tnttH possedimenti ili Casa d'Atistria e la corona imperiale 
insieme con quelli pasienssero alla maggiore delle femmine; e per 
couscgaenza a sna figlia Maria Teresa. E per indurre i principi 
d'Europa a riconoi^fcre eGCezìooalmente quella leg^e, ed assìen- 
rare cosi a sua figlia umi tramiuìna ereditai, acennsentiva egli 
frattanto a loro in tutto ciò che gli era possibile. Per questo motivo 
nel ÌTÓ2 ritirò il suo presidio da Parma e Piacenza lasciando cke 
YÌ soltentraBMcro milissie spa^nuole; dipoi presi) parte insieme colta 
KurtMia contro F rancia, Spagna e Sardegna nella guerra detta di Suc- 
ceuìone della foìovia (1 7:^3-1 7"-ltì), per procacciare il trono di F'olonia 
ad Augnato JIl, Agito dì Augusto li, elettore di i^iassonia, ed otte- 
nere da lai il eonseoHO, tìuo allora negato, al la prammatica sanzione. 
Ma questa ic>"i^»*i a f'it difi^Htrosa per rAustna,e eagiour di nuove alt^^- 
razioni in Italia. Gli 8pngniioli, con don Carlo Horboue, sbarcarono 
nelle provintie meridiounlij e vinsero gli Austrfa**ia Ili tonto (i!5 mag- 
gio 1734) cacciandoli dal Napoletano. Carlo Emamicle ITI, re di 
Sardegna^ invase, col T esercito sardo- francese, la Lombardia; men- 
tre un eacreitfi ruttino deoisc la r^ucstìone della Polonia costringendo 
a!la fuga.Stanìidait Lre»KÌnJ*kt, voivoda diPosen, desiderato dalla na- 
zione perche polacco, ma troppo deholmente sostenuto da Luigi XV\ 
re di Francia, suo genero. Però ncir ottobre 173»j fn propoHta una 
pace che venne poi confermata col trattato di Vii^tina ai 18 no- 
vembre ITA^ con qneste condizioni: Che il Lee&KiuHki, per com- 
penso del trono di Polonia, ricevosae il ducato lorenese, e morendo 
lo trasmettesse alla Franein (coun? avvenne nel l7(Jtì)i che Francesco 
i^tefauo, duca dì Lorena, divenuto poc'anzi genero di Carlo VI^ 
per avere sposato M:irja Tere^sa, ìu eoin penso di quella cessione 
ricevesse il grauducnto di Toscana, rimasta vacante nel tempo dt 
quei negoziati per la morte di Gìangastone de' Medici, ultimo della 
sua famiglia lai l^ luglio 1TH7); ohe don Carlo di Spagna, rinun- 
ziando alle prò vincila che gli erano sitate attribnilej cioè W gran- 
ducato di Toscana e il ducato di Parma e Piact*n^a, ricevesse il 
regno dì Napoli e Hlciliai dove prese poi il nomo di Carlo Ili; 
che l'Austria eonservasse il Milnnebe, già accresciuto del ducato 
di Mantova ed ora anche di Parma e Piacenza, ma diminuito dì 
Novara e Tortona cedutCì lieve compenso dopo tante promeawe» 
al re di Surdegna. 

Due anni dopo questa pace mori T imperatore Carlo VI (20 otto- 
bre 1740>t e bentosto si vide come fosHero vane le cure coi le quali 
aveva creduto di preparare sicuro e quieto il possesso de'ftnoi 



NOTIZIE STORICHE. 5 

Ktoti alLi figlia Miirìa Tcreafi. Fe<lerico lE llohenzollern di Pru»«ia, 
poi FNippft y di Spsigna, Carlo Alberto elettore dì Baviera^ Augo* 
sto III elettore di Sassonia e re dì Polonia e Carlo Emanuele III 
dì SardegTia, suceeihito per abdicazione ni padre sito Vittorio Aìne- 
de<J U (IT^ìfì), vennero in campo con varie pretensioni; né tarda- 
rono ad ì mini echi arsi in qnella gran [otta* clie fu detta /pterra del fa 
étìfcemmie d^Aitsfrla (1740-17J>i), la Franeia, perpL'tua avversaria 
dt'ir Austria, e l'Inghilterra aenipre intenta ad impt^dire oi^rni accre- 
moiento della potenza francese. L'elettore dì iiaviera, vittorioso 
eolle armi di Francia, fn proclamata arciduca ii'Au?itriaj re di Boe- 
mia e imperatore col nome di Carlo VII {X2 febbraio 1142): ma la 
eo?tanz^ di Maria Teresa, die seppe con la sua presenza >inscit^re 
ru4b dieta di Preebnrgo rentnsiijsmo ilei prodi Ma^Hari r2it giu- 
in^o l?4l)j interrnppe qnelle grandi sventure onde era minacciata, 
ta guerra fn combattuta e può anclie dirsii decìsa, di li* dalle Alpi: 
quanto all'I taliii, nella primavera del 1741 vi approdarono in diversi 
ptiDti milizie spagnnole, e furono snlle prime tanto avvcntnro.se, che 
riì<;onser\'a eoilc francesi, occuparono tntta La Lonibardia, eccetto ti 
cantello di Milano. Ma quando Maria Tercr^a, cedendo la SlCHÌa a 
Federico II, fini la guerra con la Prussia (luglio l742Jj sncìndù nuori 
rinforzi in Italia, e rlt^blie iì perduto* 

Intanto per la morte di Filippo V (y In glia 174tì) era salito aul 
trono di r'^ paga a tino figlio Ferdinando VI avverso ai Francesi, il 
^na.h ritirò le sue genti dalla Lomliardia, i^ tn ea^rìonc^ die si 
tiintassero le mirti della guerra. I Francet^i fartJiKi vi] iti e inseguiti 
da^li Austro-Sardi, duce il re di Sardegna Carlo Emanuele JII^ 
iin sul proprio confine, Genova, che aveva combattuto con loro^ o 
perciò era travagliata per mare dall' liigliilterra,apefHe allora le 
porte agli Au.^triaci, sperando clic per esìgere il loro capitano ge- 
novese {Antouiotto Botta Adorno) non alluderebbero ddUi fortuna. 
Ma quella speranaa fu orribilmente delusa: gli Anstriaei imposero 
ear>nnì taglie di ^crra da pagarsi entro podii giorni, e si flìedero 
a flbarmare le fortezze genovesi mandando le grosse artifriìcrie a 
€jrlo Eniannele 111, che si accingeva ad assaltare Tolone. Per^ 
i cittadini per disperazione presero Tarmi (5-10 dicembre lT4tì), o 
scacciarono gli oppressori, tjnesto imiiedi eli e i Francesi fosaero 
efficacemente inseguiti nella Proveniva : e ijoiirlié i contendenti 
erano stanchi ed esausti, cominciarono a trattare di jKiee; la quale 
fu il*f fini ti V amen te conci u usa in Aquisgrana ai 18 ottobre 174>ijed 
ebhe per l'Italia <iueste conseguenza: Parma, 3*iacen^a e Gua- 
stalla toccarono a don Filippo di Spagna, ì^eeondofrenito di Pi- 
oppo V e dì Elisabetta Farnese, sotto eoii dizione che ri ea dessero 
air Austria, qualora egli passasse al regno delle Due 8ieilie o mo- 
rii»e ien^a figlinoli maschi; 1) re di Sardegna ebbe Talfo Novarese, 
e tutte le terre a ponente del Iago Maggiore e sulla riva destra 
^^-\ Ticino fino di contro a Pavia, ma riuun^^in a Pijicenza che 
r'i era étata promessa da anteccdeuti trattati \ Maiua Teresa, ri- 



SECOLO xvin. 



suo ter- I 



conoflHiitii rniìca eri*de di Carlo VI, conserrf^ Milano eil il 
TÌtorio cosi Uiniinuito. 

Questo Eruttato non jiotè mandarsi ad effetto innanzi il feb- 
braio 1719, Allora (dico i! Ma rato ri) ni dUtterraron le jtorte o/roi- 
U{ire;L2<^ (W varj paeni ; o T esito di tnnte guerre r« molto meno 
infelice cbe uou poteva presumerai. Infatti, Konia, U Piemonte, Na- 
poli, lo astato di Parma^ Piacenza e Guastalla, il ducato di Modena^ 
oltre lo reyubblicbe di Venezia, Genova e Lucca rimasero indi- 
petidenti. Conservò questa fortuna anelitì la Toscumi, dove (come 
jfià si disse) era successo aJT ultimo de' Medici il duca Franceaco 
di Lorena \ beiiclLè per le guerre della moglie Maria Ti-resa, e poi 
per la dignità imperiale a cui fu aol levato (nel 1745), non risìc- 
dcBse mal in quel principato^ La Lombardia, o 8tato di Milano, a 
cui 9' era agfiiuuto il ducato di Mantova, fu la sola parte d'Italia cbe 
il trattato d'Aquis^runa nmiao nella condizione di provincia di- 
pendente da uno ^tato straniero. 

A questa medesima aorte soggiacque venti anni jnù tardi anubo 
l'isola di Corsica. La quale, conquistata ai Saraceni y posseduta 
in conmue Un verso la fine del secolo XII 1 dai Pisani e dai Ge- 
novesi, poi rimasta a questi ultimi e governata asprissiniamentej 
dopo avere mostrato pi il volte (con le ribellioni del 17^5 e 1741) 
di tioQ voler durare in quella oppressione^ proruppe nel 1752 il 
tal ribellione, cbe naa forza maggiore pot^; bensì reprimere per 
breve tetupo, ma non estinguere. Laonde i Genovesi, poicliÈ s'ac- 
corsero cbu nò da soli ne coir aiuto d' armi straniere avrebbero 
potuto conseguire durabil vittoria, nel ITfìS col Irnttato di Ver- 
sailles del 10 joaggìo vendettero T isola alla PraueJa; colla quale 
fu poi incorporala* Splendide provo d' ingegno amministrativo e 
militare diede nell'ultima guerra della indipendenza còrsa contro 
Genova e Francia Pasquale Paoli figlio di Giacinto, il cui uome 
miona meritamente glorioso np presso i Curici. 

Segnatamente nel quaranta anni dì pace dal trattato di Aqnl- 
sgraaa alla rivoluzione francese (1 748-1 Tl^ì») fecero in Italia straor- 
dinari progressi gli atndj scientifici, ed in particolare quelli mo- 
rali^ economici e giuridici. Fiorirono allora pensatori insigni, tr.i 
i quali dobbiamo ricordare Giovan Battista Vico ( 1 67*>-l 744 j, creator e 
della filosofia della storia; Antonio Genovesi iì'il2-ìl\S'}\ filosofo eti 
economista j Ferdinando Galìani (172^^-1787), Pietro Verri (17^*8-1797) 
essi pure economisti; e Ce^re Beccaria (173J^171>4) che rinnovò, 
secondo i principj dì giustizia, il diritto criminal col suo libro 
d€Ì del UH e delle peìie. Oltracciò in quel medesimo tempo furono 
celebri C0UH(gU*;ri e miuistrì di jiriucipi il marcbese di Ormea ed 
il eonte Bogìno in Piemonte, Gnglielnig Du Tillot a Parma e Pia- 
cenza, il Cristiani ed il Firmian ìn Lombaniia e sopra tutti il to- 
scano Hernardo Tauuccì ìn Napoli. A coatoru si devono le riforme 
civili, politicbc e legislative cbe migliorarono e resero assai più 
liberali i governi degli Stati leardi, del ducato di Parma e Pia- 



.j 



^^ 



NOTIZIE STORrCHE. 



cenia^ del Lombardo-Yen e to e del Nìipoletftuo. Pietro Leojioleìo I 
Granduca di Toaoatta, il ptA audace e iìLpiente del rìrormatoH, fece 
tutto da sé. 

A causa di q^nesto notevole avoti^ìmento ed incremento dellcì 
scienze moriilij come g\k altrove, co«l anche iti vario partì d'Italia 
■!oiaìnciava a sentirsi un gran dc^siderio di abolire ciò che rimaaeva 
(3pJ medio e¥o : apeeie i prÌTÌle|g ^. le inimunitii de" nobili e del 
riero, che menomavano T autorità de' gioverai, coatituivano irra- 
gionevoH e odiose diflferonze tra ì sndditi e sottraevano allo Stato 
H frutto di grandi terre e T opera di molto braccia. Ma i ponte- 
tìcl avevano crednto di perpetuarti le immunità del clero^ seoran- 
nicando innanzi tratto chiunque tentasse di abolirle : perciò le in- 
novazioni richieste dal tempo in materia del tutto ci vi lo e mondana, 
preacro qmm tempro aspetto di qneMttone religJo»a u teologica, 
1] e ned etto XIV, Lamberti ni di Bologna {n40-I7:>MX al cui tempo 
eomìnciè questo moto* stiim'j di dovtjr ceserò condiscendente, fltu- 
4li:mdo^t di calmare il malumore e le dt^^cordie sortii per caui^a 
della Bolla Crntffejii^^ff, emanata da Clemente XI nel 1713, e fìnlil 
jioutifleata e la vita senza contraiti notabile con Tania d' nomo 
buono, ed anche di principe e papa sag^ace, dotto e prudente. Ma 
il sncceaaore Clemente XIII (Carlo Hezzonico veneto, che pontitìcù 
d;il 175S al 17C9), o che la sua indole così volesse, o che le cosu 
fonderò proceduto a tal segno da non lasci ar^^^lt parer possibile la 
condiscendenza, tenne altra via e tentò inutilmente di opporsi al 
j^eueral movimento* Già rAuierica e parecchi Stati d' Europa, ed in 
ItAlta t governi borbonici di Napoli e Parma avevano discacciati ì 
Gcsnìti; i quali possedendo immense ricchezze è naturale che l'os- 
stró acerrimi difensori delle ìmmimità; e professando di essere una 
niiliaia della Santa Sede, trovavano presso di lei sicurissima prò- 
ttatione- Dicevasi che la renitenza di Clemente XIII proveniva dai 
l'jrt^ con^i^tit e nondimeno poiché unMstituzione sancita dai papi 
non poteva credersi rejjfoi armento e durevolmente abolita «cnza 
r autorità ponti/iciar fu non aoìct pregato, ma incalzato da tutte le 
parti Clemente XIII afllnchè pronunziasse V abolizione della Coni* 
pagaia di Gesù. Egli per lo contrario ^iuMifl colla da tutte le accnsc^ 
cari \^BùUn ApostoUcum del ITfjri, uè fu po^^ibile indurlo a prendere 
ana deliberazione contraria a (|ucl solenne giudizio. Del resto, come 
QOn è presumibile che senza grandi e reali cagioni nancesse quel 
general movimento e quost ìmpeto universale di sdegno contro i 
tjcìfuitì, cosi non doveva esser possibile che la Corte di Koniti con- 
tiuuaflse con ano danno a proteggerli. II cardinal*^ Lorenzo Gnnga- 
nelli di Sant'Arcangelo prestìo Hi mini, sncceduto (170V*) nel pon- 
tilìeato col nome di Clemente XIV, mostrò ben tosto di credere 
elitì non manciisscro di fondamento le accuse levatesi da ogni 
parte ; e tlnalraente addi 21 luglio 1773 con la Kolln Dfìtìininn ac 
^^fUmplor nosffr dichiarò estinta e «oppresi^a la Compagiua di 
^j«su^ abrogato ogni ano nflieìo, ogni statuto o decreto conCL-rnente 



8 SECOLO XVIII, 

la mn istitusìoruN e i diritti e ì privlleip itei qnaH aveva gotìutn 
fino fllfom; IjOreiiKO Rk-d, ^eiienili' dcirovdìnc geaurtcrvec» a!» 
rc|*m%% ilelU t^<ip|>rr83ioue, non vollr e i.^ de re isir autori tì\ ponflft- 
cia, e fu imj*ngìonato in CastiU Sant'Angiolo. Non maiicnrono, com'è 
natunile, molti censo ri di rpiesta Bolla ; m«^ i Gi^BUitì, per ut 1 ora 
jtJmeno^ furono ao|j]iniai*ì^ |JénUiè i governi crsuio tnttì volonterosi 
di eift^ttuare qneiraholizionci die av cavano lungamente Bullecitata, 
Non mancò altresì tshi tercaaie <li apaventjire il voig^o con Innttstt* 
predizioni di sventure upparccchi^ili? dai eido u punissìon^^ dì tanta 
enorraitA ^ tra It? quali predizioni queata fu reta, pur troppo !, che 
i Gesuiti rÌHorgerebberoJ 

Clenìetite XIV non soprar vìasc più die im anno o due mesi 
(22 settembre 1774) alla aoppresjiione ddUi Compagnia; e M per 
questo, come per cert« circostanze della aua morte, j^ospettarono 
alcuni, e venne da molti creduto^ die finiBse avvelenato. Fo }?rtniata 
nniversalmente vìvendo, e lae^ciè fama di linon prìncipe e Imon 
papa. Nr con rìputasiione dì minor bontà gli auccease Angiolo Hra- 
«dki du Cc^ena^ a cui piacque prendere il nome di Pio VI ri 775-1 «OU); 
ma i tempi non gli Inaeiavono avere nn poulificato lraru|nillo e fe- 
lice^ poiebè fu travolto dalla lìivohistionc Francese, alla quale 
stimò, corno psipa, di doversi opporre con tutte le sue forae a dS- 
feiia ddlii religirmc cattolica e dello 8tato della Chiesa. 

Qìh fino dall'anno 17*55, per la morte di Francesco 1 era «uc- 
CBdiito neir impero il ftffìiuolo Ginseppe^ secondo di iiuesto nomo, 
al quale poi Maria Tereaa, morendo il ^9 novembre 1780, laBoie^ 
tutti i beni eredi tarj della Casa d'Austria. Giuseppe, qnnndo as* 
aujise r imperio, dnnnziò a Pit^lro Leopoldo Bno fratello nutiofa j 
il Granducato della Toscana. Quivi al tempo di cui parHatnOj s^'erft ; 
introdotta in alcuni monasteri nn' incredibile corruzione* Leo- 
poldo I IH* diede notizia al pontetìce Pio VI: ma ai sospetti^ die egli 
cercasse oceaeiìono d' ingerì rai nelle giurisdizioni ccdcdastìclie, o 
non fu ascoltato: sicché all' ultimo gli bìsoe«n"> dicbiarare dì non 
voler rinunciare a chi cbe 8i fosse il diritto dì provvedere ni di- 
sordini dc\^ou venti. Tanto poi Leopoldo l, quanto l'Imperatore, Giu- 
seppe seconda vano potenteniente il desiderio del Tu ni versale, acf**Gtt- 
nato por'anzit dì abolire ì resìdui del medio evo, ìntroilnrre Iji, 
maggior possiìbìle nifuagliauza trai cittadini, diminTiir^isopprimtmdo 
molti conventi) quel gran numero di persone die volevnuv dipcjidert* 
un ie a ni ente da Koma e che menavano Hta oziosa ed nffatto lou- 
tile^ e rialzare il poter civile col reatrìngere la gì uri sedizione <^c- 
elcfiianttea, *ì colf abolite quel terrìbile tribunale che si chìamii 
Sani' riììxio InquisÌ3EÌont\ N** gli altri prìncipi d' Italia t'CuHo HI 
Borbone a Napoli^ Filippo Borbone a Parma e Piaeenia vd Anche 



* hi CtìHtpiiMiiia ili iitm hi reataiimLA noi IBOii à» pai^a Pln VII «ogn*- 
tJUOPiiit* per le ]tiMÌ!it«iìii pri-'iDiiio df riordinando IV ix* dì Kapoll» — BtìiTifc 
StQriit 4' Untiti dtìt 1789 ai mU, Uh. X:iIL ' 



À 



NOTIZIE STURICIIE, 9 

Carlo EmaBQcle III, sebbene alqtianto più nmeflsaiiicnte, negli 
Stati Sardi) procedevano diversamente : perchè non solo Li gene- 
raìe inclinazloue del nceolo, ma il proprio vant:4^gio li |ic-rsnuilev£t 
a mettersi per quella via, sec&ndando la pubblica opinione* Pio VI 
conobbe q nauta sarebbe Htato difficile ed al tf^nipo »tc»»o dannoso 
opporsi rticisfimcnte a quella npecie di awsuHOj elie d:t tutte le 
parti nrovevasi alle antiche prerój^atìve del pontitìcato^ e persua- 
tlendosì che qualora potesse tirare a se V imperatore, tutti gli altri 
sì aramansei-ebbero o potreblioro CHserc eombattutì Benza gr^inde 
pericolo, anrlò egli stesso a Vienna nel marzo del 17H2 per trat- 
tare personalmente con Giuseppe II. Ma quanto fu cortese e ono- 
revole r aceggHenza, altrettanto hi irremovibile la volontà impe- 
riale, che non volle abrogare e nemmeno modificare in qualche 
parte le leggi del 1781 cosi contrarie alle prerogative della Chiesa 
cattolica; e la mala riuscita di quel viaggio fece scader sempre 
più r autorità pontificia, che egli erasi proposto di rimeftere in 
onore. 

Per la morte di Giuseppe II (20 febbraio 1790), Leopoldo lasciò 
la Toscana al suo secondogenito Ferdinando III e recossi a prender 
possesso dei dominj austriaci e della corona imperiale : ma durato 
non più di due anni in quel grado, col nome di Leopoldo II, ebbe 
(1« marzo 1792) per successore il figliuolo primogenito Francesco II 
in età di ventiquattro anni. 

Frattanto procedeva in Francia la grande rivoluzione del 1789, 
che a poco a poco doveva far sentire i suoi effetti in tutta Y Eu- 
ropa, e ben presto fu cagione di nuove guerre e di nuove istitu- 
zioni in Italia. Qui basterà dire che le armi francesi negli ultimi 
anni del secolo XVIII rovesciarono gli antichi Stati e ordinamenti 
politici, proclamando per tutto quei gran nomi di libertà e di re- 
pubblica, Gr Italiani, dinanzi a questa rivoluzione che si prefiggeva 
di rifare da cima a fondo l'ordinamento civile e politico de' popoli 
europei, si divìsero in due parti. Alcuni seguirono animosamente, 
talora anche per solo amore del nuovo, l'esempio di Francia; 
altri, o perchè fossero disgustati del modo arbitrario e violento 
col quale procedeva la rivoluzione, o perchè erano contrari alle 
nuove idee troppo differenti dalle loro e che i più, specie i campa- 
gnQoli ed il popolo minuto delle città, non comprendevano, si mo- 
strarono pienamente avversi. Di qui turbamenti gravissimi e feroci 
rappresaglie, sia che trionfassero o gli uni o gli altri. Sul finire 
del secolo, l'Italia vide Francesi, Austriaci, Inglesi e Russi ; e sor- 
gere e cadere monarchie e repubbliche : il papa prigioniero, la 
Tecchia repubblica di San Marco distrutta e venduta dai francesi 
air Austria, la casa Sabauda fuggiasca in Sardegna, Napoli insan- 
g^ainata dalle bande della Santa Fede, Toscana dalle torme di vil-^ 
liei aizzati dai nobili e dal clero. Ma la venuta dei france»i»Hefru 
Penisola, al grido di libertà ed uguaglianza, lasciò tracce profonde 
in tutta l'attività morale, civile, scientifica e letteraria del nostro 



10 SECOLO XVUh 

p^eae. ^ tra gì! effetti pili importanti fu oertame^te quello, che 
sin (fallora (gl'Italiani cominciarono con fermo proposito, quantun- 
que in pHneipio con poca flieurcz^a o nnità di intendimenti, a vol- 
gere il pensiero ad ottenere non ^olo la libertà civile e politÌc;i« 
ma ben anebe a rendere T Italia indipendente da ogni domìnàsion^^ 
straniera. 

:notizie letterarie. 

Non abbastaiìKii studiato \ìcr (jiiello che aiK'Éta alla cultura let- 
teraria^ e per ciò non giustanjciito JippreKssato t il secolo XTIIL 
Forse n' d cBRione Tesser troppo prosftìmo a noi, dacché allo stadio 
e alte rieerchc piCt invitano le cm*i lontane, e l'aver la Francia, 
irruente in Italia colle idee e collo armi, interrotto quel corso di 
eventi, che si andava svolgendo pacificamente, specie dopo il trat- 
tato di Aqnisgrana: eosiceliè ai più sembra che, come il «eco! pre- 
sente è cominciamento per noi di vita novella, T antecedente 
segni soltanto la fine dì uh periodo d'ignobile decadenza. Opera 
vana sarebbe il voler ricercare elio coaa sarebbe stato dell' It^nlia^ 
sia rispetto alla politica e sia rispetto alla cultura, quando non fo»- 
ae^ro accaduti qocE gnindi avvenimenti, che a tolte le eoBe nmtarouo 
forma e noatanzaì ma ben puù affermarsi che 11 specolo XYIir, spe- 
cialmente nella Hua «econda metii, non fu tempo di ignavia infe- 
conda e d* intellettuale depreJ^sione. 

La letteratura dei settecento prendCf è vero, le mos^Kì dairAr- 
eidia ; ma iiuanto hg ne discosta ! L'Arcadia era una cosa campata 
in aria, un sriuocu fanciullesco della fiintasia, che si tìngeva paesi, 
costumi, affetti lontani ed alieni dal vero; ma questo ebbe di bnono^ 
che rinnegò il mal g^u^to del t+ecolo preeedentc, e rivolse le menti, 
ae non a maggior severità dapprima, a mafi^ior tni!iura e corret- 
tezza dì concetti e di studj. LMntelletto italiano dopo aver delirato 
e bamboleggiato, ritornò sano a poco a poco^ riacquisti coweìonza del 
reale, e ricrmobbe sfi stesFso e il niondo che lo attorniava. Indi quel 
carattere di pratica utilità, di apidrcazione allo realità delia vita, 
che ha la eeltnra italiana del settt^eento. 

Dovendo a larghi tratti disegnare la cultura letteraria del se- 
colo XV-fIt, dobbiam qui subito ricordare coloro che al capo 
venerando d'Italia aggiunsero una triplice corona che aneor le 
mancava, come di tm d'cswi i^entenzift il Paritii; e aono, quani i\ 
superfluo hcriverlo, il Metaatawìo, ri (jotdoni e T Alfieri. Condtis^o 
il primo a tal grado di perfezione il melodramma, da potersene 
dire quasi il creatore, e per tntta Enropa diffuso il suono della 
parola e della poesìa italiana. Fu a hii rimproverato come segno 
Jvjjoco amor patrio, Taver abbandonato ritalia; ma da Vienna eì 
dotlìniCisjeramcnte (?U animi gentili di tutte lo nastioni* Corre ancho 
oggidì da un capo alTaltro del mondo, una qualche opera per mugica, 
tedescA o italiana che vofi^lia essere ; ma ehi bada piiì alla poesia. 



^^^^ KOTIZrE LETTERARIK 11 

tìtìaignatn soltantu come paroh f Allora, invece. ìnsìenie colla mn- 
^a^elti' pnr in sé non era spregevole, voi evasi gnstai'e Li diyioa 
pQe*ia del MetasU^iio ; e per Vài modo loffiamente sì sp;irse la eono- 
icenza del nostro UUmna fra (e vane nadonì^ e il Metastaaìo fa il testo 
jol qualo Mi apprese. Diede il Goldoni air Italia nna coiumedia, non 
più abbandonata ai [ìxtzì improvvisi] troppo spewao consueti e già 
lioti^dei comici deirarte, ma "pensata e studiata sul vero. Non gli 
mnque. certamente, gli giovò anai T esempio del Molière; e in tanta 
copia di produzioni teatrali si capiisce clie qualche volta anch' egli 
preadease il baono dov'oi lo trovava; ma egli è grande dove ap- 
ponto è nuovo, e lo commedie sue di costume veneziano rtoao lincilo 
4i maggior virtù comica. Ed ai francesi attinse, seljbcne «rteguo- 
sawente lo negasse, anche Vittorio Ailieri;ma ao nella forma ge- 
nerali e del componimeuto traj^ico e in certi particolari si rì accosta 
:ii tragici del gran soeolo, ei fa dì suo rml creare il personaggio e 
dargli aaa propria impostatura snlla scena ] sicché quei suoi eroi 
inv^ìce dell:i parrucca, hanno davvero la clamide e relniOj e noa 
h caunnceia del cortigiano, ma il pugnale o la spada : un po' fu- 
ribondi e declamatori .^ol palco, ma non cosi raddolciti e smaaco- 
liaatJcome i loro omonimi della tragedia francese: aiumae^^tratorì 
t istigatori dilil>ert:'k ad nn popolo t^ervo, non eccitatori soltanto di 
placidi diletti artiatiei a nn pubblico di re, di favorite e di nobili. 
Eqoando T Italia, merco le armi francesi, ebbe nn momento dì efK- 
mera e scapigliata libertà, le tragedie al fi e dune furono spettacolo 
e BCTiola di odio ai tirannij di devos&ione alle formo repubblicane, 
La storia, coltivata da alti ingegni ne' duo secoli precedenli, 
iliveuta HoienEa nel t^eeolo deci motta vo; filosofica col Vìe a, cbe 
indaga la vita ideale del gè ne re umano ne' suoi pro^fredimenti 
p regressi; erudita col Muratori^ che primo porta la face della 
cridca nell'età media, primo cerca le testimonianze sincrone e 
Le raccoglie in nn corpo, primo tesse gli annali d'Italia, con bE- 
^arex^a dì metodo e pienezza di ragguagli: end 'egli è meritamente 
riconosciuto ed acclamato padre della atoriografia italiana. E per- 
<^hh accanto a lui, pur a debita distanza, non dovremmo porre Gi- 
rolamo Tiraboschr^ che anch' egli in nn sol corpo riunisce la storia 
della nostra letteratura, e se non sa giudicare delle opere letterarie 
la né 6 secondo la crìtica estetica^ raggruppa gli serittori secondo 
l ffjneri, ne chiarisce la biografia e la biblìogratla. no rassegnale 
scritture, e comi fa utile lavoro, ancora apprezKablle e da consul- 
tire tnttavìa in molti punti con piena fiducia V Né va pur taciuto 
d norae dì Luigi Lanzi, che al metodo biografico del Vasari e a 
filici lo anualigtico del Baldinncci, sostituisce nella storia della pit- 
torà la divisione per scuole. Luogo speciale fra gli storici cìviU del 
tempo va poi assegnato a Pietro Giannone^ il quale, rivendicando i 
diritti della società laica sulF ccclesìiiatica, preludo a ciò che, con 
miglior fortuna dì Ini perseguitato ed imprigionato, faranno poi prin- 
cipi è minìfitri d'ogni part^ della Penìsola, e se anche eccede nel 



12 SECOLO svin. 

MIO nasini (o o cade fu ìueuntlB^tii, nella storìit non vede toT tanti» 
il aucceilerfiì de' fatti, ma le mutìULOLu dùUa legÌJDiaziorìc e quelle 
dn! costuma (ì Jo svolperBi delle piibbUchc i«tÌtiis!ioiij. Arcbcolofro 
ed erudito Hopratntto ^ i^eijiioiiR Maffei ; ma V accumulata e varia 
dottrina non è In Ini balocco ì»edanteflco^ ma strumento efticace a 
coiTCffgcre errori atoricì^a diatrnggere pregia ci izj sociali j vanità cu* 
vallereaelie, auiicrsti^ìoni popoliiii, combattendo con ragionato ar- 
dore, al pari del iMnratori, la laecìicttoneria rgnoraate e fanatica, 
eontro cni^ gran piaga del ti^mpo, sì levava armato di aareanini o dì 
beft'e, auìla «cena e nc'gioroali, il bizzarro aenesé Girolamo Gigli. 

La heuola gloriosa dei cnHom dolla natnràj conn^ allora chja- 
mavansij rlie avevi» avuto nascimento fra noi col Galileo e ìinpuL^o 
dai hmt alunni e dagli Accndeniìci del Cimento, conti nna ancora 
a far indagini nnove sai mondo e snlTiioinOp e dairnonio scende 
air insetto e d air insetto rìsale alle atei le, tutta vìn conservando 
le buone tradizioni letterario di bella o ]>crspieua eapoBizìone : e 
dopo averci dato il ValUanieri, il Coeclii, il Conti, TAlgarotti, la 
Spallanitanij »i cljìnde col nome imiaortale di Aìeatìandro Volta. 

Allato a questa Midiiera va posta T altra, non tiu^no degna di os- 
sequio, di coloro cbe studiano i fenomeni del niondo morale ed uco- 
nomieo e del giure aiiplieato alla maggior pror^perìtfi delle nazioni 
e al miglior governo de' popoli. Qui, per la novità della materia e 
pel contatto imuiediato coi pensatori d'oltr^Alpe^ troviamo mena 
da lodnre dall'aspetto letterario; ma nella storia drlla cultura ita- 
liana spetta tuttavia uà luogo eminente al UenovcsÌT al Galìaui, 
al Verri, al Filangieri t.% Dopratnttj, a Celare Beccaria. 

Ma nel campo delU^ lettere, e particolarmente della poeaia* a 
gloria del secolo XVIII basta il solo Pannile accanto a lui ose- 
remmo appena citare^ a luogo intervallo, due altri nomi; quelli 
dot del Ma 3! za e del Mascberoni ; didascalici anch'essi nel mi- 
glior senso della parola, in un secolo clic di autori di taì giv 
nere abbonda, e può ricordare lo Spolverini, il Lorenstii il Passeroni, 
il Bondi, e /i\roli«ti moraleggianti, qufili il Koherti, il Berto la, 
il Pignotti, il Fiaeelii, il Crudeli. Ma il Parini faeil mente laupera 
tutti ì suoi contemporanei clic la poesia volsero alT riti lo ammae- 
stramento dell' intelletto deiraniniOj non solo nella nobiltà mag- 
giore del fìne, cui mira il suo poema, ma nella squisitezza dcl- 
Varte ; e nelle 0//i, pur qua e là ricordando, al pari del Savioli^ 
del Cerretti, del Paradiai, del Pantoni, i classici modelli, sa esser 
nuovo ed originale ; né mai. qualnnqne sia rarjjomento eh' ci tratta, 
dimentica che nflicio della sua musa f; render migliori i suoi con- 
cittadini. E alla correzione del costume et giovò non poco, si colla 
pmigeale ironia e si eoi Tarn maestrÉim ente morale, restaurando P in- 
tima coscienza e il corretto costume^ mentre P Alfieri ridestava le 
virtù politiche: l'uno intento a render saggio o buono il cittadino, 
libero e indipendente Paltro, 

Carattere particolare della cultura italiana del secolo XVIII è 



NOTIZIE LETTERAEIE. 13 

poi questo, eh* essa non rimase solitaria e chiasa in sé stessa, ma 
si mescolò a quella di altre nazioni, e ne studiò e assimilò la pro- 
duzione letteraria. L'Italia non ebbe allora innanzi a se soltanto 
il proprio passato e quello di Grecia e dì Roma, ma tutta quanta 
la cultura contemporanea europea. Le condizioni politiche non le 
concedevano più Tantico primato; ma nello scambio d'idee e di 
forme colle altre genti, non sempre essa fu imitatrice, anzi qualche 
cosa contribuì di suo alla formazione della mondiale cultura ; e 
basti qui ricordare il Beccaria e il suo libro immortale. 

Piena d'italiani era l'Europa, che varcavano le Alpi ad appren- 
dere costumi di altri popoli o a trovar più libero e vasto campo ad 
una operosità, loro negata in patria, e le ripassavano poi con nuove 
idee e accumulata esperienza. E se G. Lodovico Bianconi, che come 
medico e diplomatico fu addetto a parecchie corti germaniche, si do- 
leva che la Germania fosse piena di malviventi e facinorosi ivi pio- 
vuti dall'Italia, non tutti erano di cotesta risma, o mimi e musicanti, 
uè ciurmadori come Cagliostro o turpi avventurieri come il Casa- 
nova; v'erano anche i buoni e gli onesti, che servivano come d' iu- 
termediarj fra noi e gli altri, e che, dando fuori dì patria cospicua 
testimonianza dell' animo e dell' ingegno italiano, spesso erano as- 
sunti adufficj delicati e importanti, o orn<ivano le metropoli straniere 
de' fregi dell'arte nostra. Il Goldoni aggiunse al teatro fl*ancese una 
commedia non ancor dimenticata, e in francese dettò le vivacissime 
Memorie sue : il Galiani regnò nelle conversazioni parigine, e parve 
miracolo di spirito in un tempo e presso una nazione ove lo spirito 
aveva raggiunto il colmo. Né sono da passar sotto silenzio l'Alga- 
Totti e il Lncchesini, amici e ministri di Federigo II, e il Marcolinì 
ministro a Dresda, e il Mazzeì, che godè la fiducia di Washington e 
di Franklin, e l'ab. Piattolì, lettore dì re Stanislao e principale au- 
tore della costituzione polacca del 3 maggio 1791. Antonio Conti 
venne, in dispute scientifiche, scelto arbitro fra Leibnitz e Newton ; 
il Baretti fu segretario dell'Accademia di Belle Arti di Londra; Lo- 
renzo da Ponte, librettista del Mozart, fini la vita diff"ondendo in 
America il culto della letteratura italiana. De' viaggiatori oltr'Alpe 
molti, reduci, narravan ciò che avevan visto, e notavano quello che 
formava la gloria e prosperità delle altre genti; e qui ricorderemo 
la descrizione della Baviera del Bianconi, quella delle rive del Reno 
del Bertòla, che primo diede a noi una Idea della letteratura ale- 
raanna; e le lettere del Baretti sul Portogallo e la Spagna, e quelle 
del Rezzonicò sull'Inghilterra, e le relazioni scientifiche sulle re- 
gioni orientali del Boscovich, del Fortis, del Mariti, del Scstini, 
dello Spallanzani. Altri attingeva alla cultura straniera per risan- 
guame la patria, rimasta troppo addietro nelle vie del pensiero 
moderno, e il Baretti, il Cocchi, il Gozzi si ispiravano alla letteratura 
inglese, alla tedesca il Bertòla, e il Cesarotti dava cittadinanza 
italiana ai fantasmi caledonici di Ossian ; agli enciclopedisti e ai 
tìiiiocrìticì sì rannodano il Genovesi, il Verri, il Beccaria, il Bandini. 



14 SECOLO XVIII. 



In quésto cercar nuore vi€ e ri mese ola rBi colle culture stm- 
nìere non sempre restò immnue la purìtii della Ihigua e rìtalÌR- 
nttà ilello Btìler ÌA tUs&ione ù Bgrnmmatieata ed involuta nel mns- 
Binio VJcOf HCiatta iiBsai spellilo nel Goldoni, tìacca nel Muratori 
p nel Genovesi, clic pnr ba il merito dì aver introdotto snlla 
cattedra, invece ilei barbaro latino acolastieOi ti lingnaggio na- 
tivo ; fra nee HI 22 ante nel Cesarottij nei Verri, nel Beccaria ; ge- 
Bniticamcnte elvettnola nel Roberti e nel Hettinellì. Meglio scri- 
vono gli uomini di eeìen^n; ma, fra 1 Letterati, Il Gozzi ha nna forma 
schiettameiitc paesana, in che aolo può fleaiderarsi nn po' più di 
nerbo; e nerbo e brio e scorrevolezza lia il Garétti, La poesia^ me- 
lodiosamente caaeante nel M e tas tasi o, fragore i^ nel Cesarotti, tronca 
e |>cttonita nel FrngonÌT ni^is^lnosa e ruggente ueirAltìeri, ha nel Pìì- 
Ttni sapore di ela^meitii e sìgnorileiitteggmmento,sl da far perdonare 
certe durezze di traspoeizioue. E TRrte del ranni e la dignitii del» 
ruoioo e del poeta, che in luì mirabilmente si ctin giungono, come 
nono U maggior gloria letteraria del secolo XVIII sul suo finire, 
cosi Bono ftuspicio ed Avviamento alla letteratura del secolo cLe gli 
anccede. 

[A. Lombardi, Storia della ìelleraL HaL nd ttec. XVIIIf Mo- 
dena, tip. Cam era le j 182^1-3(1. 4 voi. ; Biùtfì^fTfia tìegìi Hatìtani il- 
iuittri ndie ìtcienzef ìetfere fd (frti tìtì sec. XV TU, fi de' eonUmpG- 
ranHf coìnpUata da ìfHertiti itcd , d* ogiìi provincia^ t pMhhlic, per 
cura étììwof, E. Db TifaldO, Venezia, Alviaopoli, 1834-45, 10 vol.^ 
C, UlìONÌ, DtUvk leMer^L Hai, nella seconda mela dd Hec. XVIIT, 
BrcF^cia, 1830-22, a voL, e Milano, Bcrmirdoni, 1S5G-&8, 4 voU; G. Za- 
KELl.A, Siaria delia Ietterai. iiaL dalla mHà del geltevenUi ai giorni 
nostri j Milano, Vallardi, 18&0, e Della ìctleratttra Haliana ììd* 
VuUlmo jBécoio, Città di Ca atollo j Lapi^lH^j; G, Carducci. Prefa- 
zione ai due roì.LirHci del aec. X VflI, Firenze, Hnrbèra, 1H71, e /'opf* 
Erotici dei se^,XVIIft ìbìù. lHf*8 ; collezione diamante; Verkok 
Lee, // setlecenlo in Italia, Lette rat ura, Teatro t Mu4)icat trad. itah, 
Milauij^ Duniolard^ 18^2, S voi.; Em* De Marchi^ Ldtere e Letìe- 
rati ìtaL dd ^ec^ XVIlIj Milano, Brinda, 1882; Em. Bertana, L'Ar- 
cadili nella Sciens^a, iftttdj sìdla lettor, dd sec. XVIIJ] Panna , 
Battei, l^W; ViTT. Am. AnrinLAM, LVHctìt e Lirici nel settecento, 
Torino, Ciauscuj 181K1; D. SCJKÀ, Frv^petto deHa storia ItUtr. di 
Hitilia ììd sec. XVIIIf Palermo, 1824-37, 3 voi.; B. GAMBA, GaUeria 
dei Ldferatì ed artiHi iUufttri deìU fjrot'inetf venfziftìie nel 
$ee, XVITIj Ycnestia^ AlviHopolij 1824, ^ voL ; G. A. Moschini, 
Della leiter, veneziana dal »ec. X Vili fino ai nostri giorni, Vene- 
zia, Palese, liS<)tÌ, 2 voU; U. GrKB?.OKi, Il Teatro nd sec. XVIII, Mi- 
lano, Trcvei, 187(3^ e II terso MiMorgimentOf Padova, Saeelietto,1874; 
£. Masl^ La fiiff, i tèmpi « gli amici di F, Albergati^ Bolog-na, 
ZaaicbeUi, 1878,] 



1 



15 



PIETRO METASTASIO. 



ICaeqne in Roma il 3 di i^ennaìo del 1G98 da Felice Trapniiil 
d'Aiiiiit, plizJcaifn**lo, gì A ijoldato del papa, e da Francesca Ga- 
La^tri, bolognese. Andò da prima ad tmparar f orefice ; bello della 
persona, mentre cantava e improvvisava fcliceiiieiite, fu notato e 
ricefeato dalfab. Gravina {ìl(fJ\ che ottenne dai f^i^nitori di te- 
nerlo presso di 3è. 11 Gravina, quasi per far^rli di ni enti cani le 
ttinili origini, (jli grecizzò il cognome in Metastasio; lo avviò a stndj 
Béveri di latioo, greco, giuri»pnidenza e lo condui«« seco in Calabria, 
ove dal bqo stesso maestro Gregorio Caloprese Beaiea gli fece in* 
segnare la tìloKotìa cartesiana. IÌ MetaaL^sio, tornato a lioniu^ vesti 
l'abito talare, e continuò ad attendere agli studj della Icgj^e, non 
Mffbcando, peraltro* le native tendenze alla poesia. Morto il G ra- 
ri na U 718), fu erede della i»ua libreria e d'un capitale di circa quin- 
dici mila acadi. Era stato, frattanto, il 15 aprile 1718, rici-vuto fra 
l^li Arcadi col nome di Artino Coraaio «}. Ctr,\ONl, F. M. e VAr- 
cadia, Koma, Forzani, 18S2), Menò vita leggiera e spendereccia, 
finché, dissipata T eredità, andò a Napoli (1720), dove trovò lavoro 
nello studio dell'avvocato Ca»tagnol:i, al quale, Aero nemico di 
poeti e poesie, dovette promettere di non perder tempo a far 
veni; promessa che poi non mantenne; anzi, scrìsse per inca- 
rico di Antonio Borghese, viceré di Napoli, gli OH* Enperidi^ 
de' quali fu poi scoperto antere dalla celebre Marianna Benti- 
Rnlgarclli detta la Bomanina, che vi aveva soateuuta la parte di 
Vènere. La Bulgarelli a^ìnnauiorò del giovane poeta, lo volle con 
ȏ^ lo fece istmi re nella musica dal Porpora; insieme andarono a 
Venezia, poi a Itom». Cresciuto in fama, per raccomaudaziouc della 
coutcsaa di Althann, ritiratosi Apostolo Zeno, potè suee4^dergU in 
Vienna come Putta cesureo. Giunse a quella corte il 17 «prile 
del 1730, vi stette sotto Carlo VI e Maria Teresa, e viebhe beile 
provvigioni e regalie (v. LANDAl% La UltaniL i(aL alia VùtIù 
i'A%t»tria, Irad.UaLj Aquila, Groaiii, ISSO, caj». V, % 2ì. La /?P7no- 
ntW^da ini dimenticata a Komaj morendo nel 1731, ^Vi lanciò trenta 
mila scudi, eredità che egli cede al superstite marito. Eliche intimi 
upporti colla ma protettrice contessa Marianna dì Althann, ebc di- 
cevi sposasse segretamente, e che mori nel 17IJ5« Fu in i^trett^a ami-- 
cizia col celebre cantante Farinella/iì cavalier don Carlo Brocchi; 
io relazione con insigni nomini, tra^ quali il Muratori (C Frati, 
R M. € L. A. Muraf&rif Bologna, Fava e Garagnani, l>^l*:h. Visse fa- 
moso e ammirato; ma negli ultiuiì anni, anche per la malferma 
salute, la sua gran vena s'inaridL Fu socio di nioltii^.slukC accademie. 
Cd ebbe, come pochi, dimostrazioni di stima od aftctto, e universale 
mdìw^ussa rinomanza. Tutta Europa può dirsi pendeva dal suo lab- 
bro armonioso e attendeva ansiosamente qnalcbe suo nuovo melo- 
dramma- Fn& le lodi dategli d:ii con tempora nel, rammenteremo ciò 



16 SECOLO xvra, 

clic di luì scrisse .T.-.T. RorS8EAr : M. esÌ le seul ponte du eoBur, 
h atiil gt'nie fait panr amour (ìir par le charme de l'harmonie poé- 
Hquc et mtmcaU. La sua fama duri; vis-^ sino n tutto il secolo XVIII 
ed oltri^ ì pm, cangiati i Umvì e i «'.ostimii o ilissipato il fascino di 
quella allettatrice rorvìììl e mollezza (ti nuoni, se ne portò men pas- 
ftiOTiato giudizio, lo Stkkdual ( Vif de Mfinst,) si avvicina al vero 
Beri vendo di luì: li éié le po^tf de la musique, Son genie tendre 
Va porle: à fulr iùut ^(t qui pouvait donner la moindre peine, méme 
éloigHée, à son apteiaUnr. Il a r&{::idé de nes yeux ce qu'omt de Irop 
poiffnant leu peines du sentimenf' jamais de dénoùment malheu- 
reuj: ; jtiniau lev Iristes réaliiés de la vie; jamaia cea froids soup- 
^fln* qui vi^nìifid evipùiao'nner Us paiaiona ha pina tendrea. H vìa 
pris dea paaaìons que re qn'il en falìail pour intéreaaery rien d^dcre 
et de farouche : t7 enitobtU la l'olupttL Mor\ in Vienna il 12 aprile 1782: 
lasciò il coflpicuo patrimonio alla famiglia Martinez^ in casa della 
qunlc era .«shUo tanti anni in grandìasiniu intrinsechezza. Gli ftiron 
fatte straordinario onora iizCj e ae nt^ scrìiiscro copiose, e pure ine- 
satte, b io grati e. 

L-1 miffliore e(ìi/ione dell© opere del Metastasio è qnella di 
Parigfij JleriHsant, 1780-82; le edizioni ai moltiplicarono ben presto 
e se n'ebbero traduzioni in più lingTie. Si posson notare nella pro- 
dazione metastasiana varie tu ani e re. Dopo il Oiuatino, tragedia 
scritta a quattordici anni, compose VEndimione, i ricordati Orti 
Esperidi (\TI'1\ la Galatea, VAngt^Uca, la Bidone, rappresentata 
nel 1724 a Napoli, il Eirat, il Catone (1727) ed altre arsioni dram- 
maliche tino nìVArfaserse (iTMiL Uà.]]' Adriano (1731) fanno i più de- 
correre la sna seconda maniera, alla quale appartengono i migliori 
inclodrammi i Demdrio, hsipile {Ìl'A'2)^ il Demofoonte, la Clemeìiza 
di Tifo <1734), fino nW Attilio Regolo (1740-1750), che è tenuto da 
alcuni pel ^no capolavoro. Negli anni sej*neuti scrisse poco e me- 
dìocrcmenttì (la Nittetit il Tì-ionfo di Clelia, il Buggero). Tra le sue 
opere drammatielie se ne trovano delle saere od ora^or;. Fu anche 
faeiliasìmo lirico e, oltre le ariette moltlsHìme intercalatejie'drammi, 
scrisse liriche, sp+'eialmente can^ontftf,(ihG piacquero e furono molto 
divulgate, aoncili, idilli, elegie, i^c. lì Carducci lo chiama, insieme col 
Rolli, uuo de* corifei della e annone Ha (cfr. nel M GRANDI, Antol. d, 
crit. letL mod.j p. 54fj e segg., lo scrìtto del Carducci, 1 corifei 
della Cautonetta nel secolo XVIII). Tradusse e annotò la Poetica 
d'Orazio, scrisse con Considerazioni uu Eaf ratio dell* arte poetica 
d''Ar{Bto{ele e O^acrt^asiont siti teatro greco, con molto acume critico. 
Ci restano aneUej molte sue Lettere, se non sempre elette per la forma, 
interessantissime per stndiAre la sua vita e le sue opere {Lettere 
diaperae e ined. di F. M, a cura di G, CARDUCCI, Bologna, Zani- 
chelli, I88;J; LeUere diap* e ined. di P. M. con nn* appendice di 
C. ANTONA^TRAVEKSr, Koina, Molino, 18tì6. In queste due raccolte 
BÌ trova una copiosa bìbliografla delle altre edizioni; neirAppendice 
deirANTONA-TiutVEHSi BOQO raccolti giadìzj e scritti di varj sul 



p 



PIETRO METASTASrO. 17 



Metastasio, as»ai notevoli). Il Motaataftìo si può considerare comò 
il mvgliOT prodotto d'Arcadia, alla cui aecondtt lìianUra éì huoI r^ 
fondnne (G. CARDUCCI, P, M., nella Bom. htter., 16 api He 1882, e 
Mftaaf asiana, nella Cronoca Bl^antuia, 15 ^iU|^nO lfi,H3l. Ebbe at- 
titodinì opposte a quelle dei GriU'inai elie forse s' attendeva dal 
5130 alutiMO qualche cosa ili diverso, se no» di migliore, da quello 
ch'cn produfise; e mostrò le virtù dell'arte sua nel rinuovamerito 
liei melodramma cbe, dopo il Hinueeini, era andato eorroiupendoai 
nelb sostanza, e diventando sfarzoso e spettacoloso. Né lo Zeno, che 
pure iniziò la riforma, aveva sapnto accordare, come fece il suo 
sneceaiOff, cosi bellamente h\ musica e la poesin, ne ebbe poi quella 
varietà d'accenti, quel tono d'elegauKa rtiamnmttea, qneirovidlaua 
ficilità di verseggiare, che furono doti precipue del Mctastasio* 

[VernON Lee, li settecento in Italia^ Milano, Dumoulard, 1881, 
voi I, p. 26 e ftegg.; E, Masi, P. if., nel libro Farrncche e Sajicu- 
ioiii neUec. XVItlt Milauo^ Trevea, 1886, p. 7 e segg.; 0. Tomma- 
iiisti P. M. e Io svolgimento del melodramma ittiliànùf negli Scritti 
di tioria e critica, Koma, Lcrscher, ltì9t, p, 182 e segg, ; Ai Rv^ 
SAFIA, F. Met., Wien, Gerold, im2.] 



Li Clemenza di Tito. 

Diamo un sunto e rechiamo lunghi bruni di questo tlramma, 
bellì&sÌTno fra quanti ne «crisae MetaatUJ^ìo, e di'l quale alettne parti 
sembravano al Voltaire paragonabili e superiori for?Uj u qnauto lu 
Grecia aveva di più bello, an^i degni dì Corueillc quando nuji è de- 
damato re e di Racine quando non è sfibrato. 

Atto primo. Vitelliii, digcendeute dall' imperatore Vìtellio, cui 
il padre di Tito tolse il regno e la vita, e che ama in i^egreto 
Tito, ma teme le preferisca la regina Berenice, incita Sesto, che 
é proa<} di fervido amore per lei, contro il suo benefattore ed amico, 
Bicehè egli trovasi combattuto da dne iiffetti: 

Cti' io ti spìt?ghi il mio stato alrnen eoiiceili. 
Tu vendetta mi chiedi r 
Tito TUol ftHÌoltii. Tu di tua mano 
Con r offerta rai sproni: vi mi rairreaa 
Co* ben e ti zj suoi. Per te T amore, 
Per luì parla il dover. Se a te ritorno. 
Sempre ti tro%'o in vottij 
Qualche nuova beltà ; se torno a lui, 
Sempre gli scopra in seno 
Qualche nuova virtù. Vorrei servirti ; 
Tradirlo non %^orrei. Viver non po.sso 
Se ti perdo, mia vita ; e se t' acquisto, 
Vengo in odio a me stesso. 
IV. 2 



ì$ SECOLO xvin. 

Ella gli ordina dì intendersi con Lentulo, suscitare in Campi- 
doglio un tumulto e accidere Tito prima del finir del giorno. So- 
pravviene Annioy ed annunzia che Tito ha allontanato Berenice; 
o Vitellia, in cui risorge la speranza, ordina a Sesto di sospendere 
j] colpo. Anuìo chir^ile a Sesto la mano della sorella sua Servilia. 
Beato rimaito solo riflette sul suo destino (se. 4»). 

Sesto^ Numi, assistenza. A poco a poco io perdo 
L' arbitrio di me stesso. Altro non odo 
Che il mio funesto amor. Vitellia ha in fronte 
Un astro che governa il mio destino. 
La superha lo sa, ne abusa; ed io 
Kè pure oso lagnarmi. Oh sovrumano 
Poter delia beltà! Voi che dal Cielo 
Tal dono aveste, ah non prendete esempio 
Dalla tiranna mia! Regnate, è giusto; 
TVIa non cosi severo. 
Ma non sia così duro il vostro impero. 

Siamo innanzi al tempio di Giovo Statore e il coro canta le 
lodi di TitOf cui il fenato ha decretato un tempio come a padre 
■ della patria, Tito rifiuta queste onoranze (se. 5»). 

Tito. Romani, unico oggetto 

È dei voti di Tito il vostro amore ; 

Ma 51 vostro amor non passi 

Tanto i confini suoi. 

Che debbano arrossirne e Tito e voi. 

Più tenero, più caro 

Nome che quel di padre 

Per me non v' è ; ma meritarlo io voglio, 

Ottenerlo non curo. I sommi Dei, 

Quanto imitar mi piace, 

Abborrisco emular. Li perde amici 

Chi lì vanta compagni ; e non si trova 

Follia la più fatale. 

Che potersi scordar d'esser mortale. 

Queji^U offerti tesori 

Non ricuso però ; cambiarne solo 

L''nso pretendo. Udite. Oltre T usato 

Terribile il Vesevo ardenti fiumi 

Dalle fauci eruttò ; scosse le rupi ; 

Riempie di mine 

I campi intorno e le città vicine. 



PIETHO METASTASIO* 19 

Le desolate genti 

Fuggendo van : ma la miseria opprime 
Quei die al fUoco avanzar. Serva ijtieiroro 
Di tanti aftlittì a riparar lo scempio. 
Questo, o Romani, è fabbricarmi il tempio. 

Mentre A nulo e Sesto stnntjo per cliiedergU rasst^nsn airnnJDne 
di Semi U col prìTno di esJiJ^Tita, aniiTinzìaDilo dì uver nnnnziato 
ptT aempre a Bi-rcjnìce, fa sapere cirt*gli ha eletto Servilìa ap- 
punta per sua Bpoaai ed i ricarica Aunio HteB»o ili recarle tale no- 
VL'lla» Smanie de' due amanti. 

In un deliEioBO ritiro del Palatino, Pnhtio prefetto del preto- 
rio reca a Tito un foglio hu cui sono sìcritti \ nomi di coloro^ ehe 
l'wrono oltraggiar la memoria dei Cet+ari trapa,'*satt. Tito ricuaa 
ri et' ve rio (ac. S»> 

i'tó. Barbara inchiesta 

Che agli estinti non giova, e somministra 
Mille strade alla frode 
I>* insidiar gl'innocenti. Io da qnest'ora 
Ne abolisco il costumo ; e perche sia 
In avvenir la frode altrui delusa. 
Nelle pentì de' rei cada chi accusa, 

PhòUù. Giustizia è pur.*,* 

Tito. Se la giustìzia usasse 

Di tutto il suo rigor, sarebbe presto 
Un deserto la terra. Ove si trova 
Chi una colpa non abbia o grande, o lieve? 
Noi stessi esaminiam. Credi mi » è raro 
Un giudice innocente 
Deirerror che punisce* 

f^iblio. Hanno i castighi.... 

Tito. Hanno, se son fr^rinenti. 

Minore autorità. Si fan le pene 
Fam diari a' malvagi. It reo s* avvedo 
D" aver molti compagni ; ed è periglio 
Il pubblicar quanto sian pochi i buoni. 

P^tUio. Ma y' è, signor, chi lacerare ardisce 

Anche il tuo nome* 
Tito. E che perciò? So d mosse 

Leggo re zza^ noi curo ; 

Se follia, lo compiango ; 

Se ragion, gli son grato ; e so in lui sono 

Impeti di malizia, io gli perdono» 



20 8KC0L0 xvm. 

Sopravviene Servii Uj che manifesta a Tito rriniorfì huo per 
Annio (se. 9»). 

Tito. Grazie, o Kami ciol ciel. Pure tma volta 

Senza ìarve sul viso 

Mirai la verità. Pur si ritrova 

Chi s' avventuri a dispiacer col vero^ 

Servilìa, oh qual contento 

Oggi provar mi fai: Quanta mi porgi 

Ragion di meraviglia 1 Annlo pospone* 

Alla gi-anUezza tua la pivìpria pace ! 

Tu rìeusi un impero 

Per essergli le del e ! Ed lo dovrm 

Turbar fiamme si belle? Ahi non produce 

Sentimenti si rei di Tito il core. 

Figlia {che padre in vece 

DI consorte m-avrai), sgombra dall'alma 

Ogni timore. Ann io è tuo sposo. Io voglio 

Stringer nodo sì degno, il Ciel cospiri 

Meco a farlo felice; e n'abbia poi 

Cittadini la patria eguali a voi. 
Servilia.Oh Tito t oh Augusto ! oh vera 

Delizia de' moi-tali ! lo non saprei 

Come il grato mio cor„,. 
Tito, Se grata appieno 

Esser mi vuoi, Servilia, agli altri inspira 

Il tuo candor. Di pubblicar procura 

Che grato a me si rendo. 

Più del falso che place, il ver che offende* 

Titellia, elio t'rcde airnniono di S^rvìliti con Tito, eccita ntio- 
vamente Sesto che resta B<;mpre perpl^asso (ar. !!■> 

Sesto, Se nna ragion potesse 
Almen giustificarmi,,., 

Yiiellia, Una ragione ! 

Mille ne avrai, qualunque sia Ì* affetto 
Da cui prenda il tuo cor regola e moto, 
È la gloria il tuo voto? Io ti propongo 
La patria a liberar* Frangi i suol ceppi ; 
La tua memoria onora ; 
Abbia il suo Brut/» il secol nostro ancora* 
Ti senti d' un" illustre 
Ambizioa capace ? Eccoti aperta 



PIETKO METAi^TA810< 21 

Una sti*ada aU' impero, l mìei coiigimiti. 
Gli amici miei, le mie ragioni al soglio 
Tutte impegno per te. i*iiò la mia mano 
Renderti fortunato? Eccola, Corri, 
Mi vendica, e sofi tua. Ritorna asperso 
Di <juel perfido sangue, e tu sarai 
La delizia, T amore. 
La tenerezza mia, J^'on basta? xVscolta, 
E dubita se puoi. Sappi clie amai 
Tito iìnor : che del mio cor l'acquisto 
Ei t' impedi ; che, se rimane in vita, 
Si può pentir: elisio ritornar potrei» 
Non mi ftdo di me, forse ad amarlo. 
Or va\ se non ti muove 
Desio di gloria, ambizione, amore; 
Se tolleri un rivale 
Che usurpò, che contrassi. 
Che involar ti potriV gli atTetti miei, 
. Degh uomini il più vii dirò clie sei. 

Sesto. Quante vie d'assalirmi! 

Basta, basta, non più. Già m'inspirasti, 
Vitellia, il tuo furore. Arder vedrai 
Fra poco il Campidoglio ; e questo acciaro 
Nel sen di Tito.*,. (Ah sommi Deip qual gelo 
Mi ricei-ca le vene!) 

Vitellia. Ed or che pensi f 

Sesto. Ah Vitellia! 

Vitellia^ 11 previdi ; 

Tu pentito già sei.... 

Sgjfo. Non Bon pentito, 

Ma.„. 

ViteUia, Non stancarmi più. Conosco, ingrato, 

Che amor non hai por me. Folle ch'io fui! 
Già ti credea ; già mi piacevi, e quasi 
Cominciava ad amarti. Agli occhi miei 
Involati per sempre, 
E ncortlati di me. 
Parli to Sesto, 3opt,i^|[inug(] Publio rvd aniinnziure che Tito ha 

Jieelto Vitelìia per sposa: essa lo prega di raf^giung er Svesto e li- 

e^^adurgliela ìnnauzi (a{:. 13'). 

ViteUia.Che angustia è questa ! Ah l cara Tito, io fui 
TecQ ingiusta, il confesso. Ah ! se frattanto 



22 SECOLO xvnL 

Sesto il cenno eseguisse, il caso mio 
Sarebbe il pili orudel.... No, non si faccia. 
Si funeste presa^Hi). E se mai Tììaì 
Si tornasse a pentir!,„ Fei^^bè pentirsi? 
Percliè l'ho da temer? Qufìnti pensieri 
Mi si afTollano in mente! Afllitta e lieta, 
Godo, torno a teniei\ gelo, m' accendo : 
Me stessa in (luestxi stato io non in tondo. 

Allo jreconffo. Sesto ha trattato con Lentalo, ed è sempre più 
combattuto d-ii fimorsi di;l tradimento, a cui m è l.isjciato trascinare 
per amore dì Vitalità, Il tninnìto intanto ò comìudato, ed egli ai 
separa preoJiiìtosnmtmto da Anuìo. Vìtollia è in cerca di Sesto, 
che le giunge innanzi dandole notizia di aver vednto trafìlfo 
Tito, il coi sangue, avendogli egli tnitto il feno infittogli iiolh^ 
ttìrga, gli ba imbr:ìtt:ito il manto (se. ^^V- 

Sesto. Ah ! principessa, 

Che fia di me? Come avrò mai più pace? 
Quanto, ahi quanto mi costa 
li desio di piacerti 1 

Vitdiia. Anima rea. 

Piacermi! Orror mi fai. Dove sì trova 

Mostro peggior di te? Quando s'inteso 

Colpo più scellerato? Hai tolt<i al mondo 

Quanto avea di più caro ; hai tolto a Roma 

Quanto avea di più grande. E chi ti fece 

Arbitro de' suoi giorni ? 

Di', qual colpa, inumano, 

Pimisti in Lui? Uavertt amato? È vero, 

Questo è 1" error di Tito, 

Ma punir noi dovea ehi Tha punito. 

Sesto, Onnipotenti Dei [ san io ? Mi parla 
Cosi Vitellia? E tu non fosti.,.. 

Yìtelìia, Ah 1 taci, 

Barbaro, e del tuo fallo 
Non volermi accusar. Dove apprendesti 
A secondar le ftirie 
D'un' amante sdegnata? 
Qual anima insensata 
Un delirio d'amor nel mio trasporto 
Compreso non avrebbe? Ah! tu nascesti 
Por mia sventura. Odio non v" è che offenda 
A! par deìT amor tuo. Nel mondo intero 



PIETBO METASTASIO. m 

Sarei la più felice, 

EmpiOj se tu non eri. Ogp di Tito 

La destra stringerei ; leggi alia terra 

Darei dal Campidoglio; ancor vantarmi 

Innocente potrei, Per tua cagione 

Son rea, perdo V impero, 

Non spero più (conforto ; 

E Tito» ah scellerato! e Tito è morto. 

Vìtellia parte tnori di sii : reata Sesto iu preda i\] dolore. 

Sisto. Grazio, o Numi crudeli» Or non mi resta 
Più che temer. Della miseria umana 
tjuesto è r ultimo segno. Ho gìk perduto 
Quanto perder potevo. Ho gv^ tradito 
L'amicizia, T amor, Vitellia e Tito. 
Uccidetemi almeno^ 
Smanie, che m'agitate, 
Farie, che lacerate 
Questo perfido cor. Se lente ssiete 
A compir la vendetta. 
Io stesso, io la farò. 

Annio viene mandato in l'erca di Se^to da Tito, che non è 
stato ucciso. Ke»to confida alTamieo ch^ef^lì fu untore del tumulto; 
l'amico lo CBorta a fugj^ire e ncumbta ctd proprio II manto san- 
piinoao delTaltro. La scena è in wna gaìhina del palazzo Irape- 
riide. Servi lìa narra a Tito le vicende del tuumlto, In che rimnae 
ueci^ Lentnlo, il quala aveva indo^aato le venti Imperiali} Bieche 
h trafitto da nn congiurato che Io prese per Tito (se* S'). 

Tito, Or di', Servilia, 

Che ti sembra un impero? Al bene altrui 

Chi può sagri ti e arsi 

Più dì quello eh' io feci ? K pur non giunsi 

A farmi amar ; pur v* è chi m' odia e tenta 

Questo sudato alloro 

Svellermi dalla clìioma, 

E ritrova seguaci; e dove? In Roma* 

Tito, Tedio dì Roma! Etemi Dell 

Io, che spesi per lei 

Tutti i miei di, che per la sua grandezza 

Sudor, sangue versai» 

E or sui Nilo, or iiu T latro arsi e gelai 1 




SEGOLO X\^U. 

Io, clie ad aìtro^ Be voglio, 

Fuor che alia gloria sua pensar non oso 5 

Che in mezzo al mio riposo 

Non sogno che il suo hen ; che, a me crudele. 

Per compi arere a lei 

Sveno gli affetti mìei, m'opprimo in ^leno 

L* unica del mio cor Damma adorata I 

Oh patria ! oh seonoscenza 1 oh Roma ingi-ata l 

Entrano Sesto, VitaUia e A mi io, che lia indosso il iimnto di Sestoj 
sul quale è il sepio dei coni^hirati; viario ijontrnisto d'affetto in 
Ser villa e Vi teli ia ciré temoiio di perdtTe Tana lo sposo percliè 
traditore^ T altra lo sposo i usi omo e il trono come traditrice; in 
Sesto elic non osa parlare e cui duole sacrificar Annio, in Annio 
elle è combattuto fra Taffotto air.imico, l'amore alla sposa^ il ti- 
mor del r infamia. Ecatano soli Sesto e Yi follia, la quale teme cln^ 
egli scopra il Ji et' reto (tìtc. 14"*), 

Sesto. hi qut^sto seno 

Sepolto resterà. Kessnno il seppe : 
Tacendolo morrò. 

Vitellia^ Mi fiderei. 

Se minor tenerezza 
Per Tito in te vede^s^i. il suo rigore 
Non temo già ; la sua clemenza io temo : 
Questa ti vincerebbe. Ali ! per (]ae' primi 
Momenti in cui ti piacqui; ah! por le cai*e 
Dolci speranze tue, fuggì, assicura 
li mio timido cor. Tanto facesti, 
L'opra eoinpisei, 11 più gran dono è questo 
Che far mi puoi. 

Ma Lentulo non è morto ed ha svelato la reità di Sdito, e Pu- 
blio vient^ d'ordim.' dì Tito ad arrestìirlo. Egli et Bepani disperato 
da Vitellisi (se. 15*K 

Sesto. Se mai senti spirarti sul volto 

Lieve lìato che lento s'aggiri, 
Di*, 5!on questi ^Vi estremi sospiri 
Del mio ddo che muore per me. 

Al mio spirto dal seno di scio Ito 
La memoria di tanti martiri 
Sarà dolce con questa mercè. 
YiieUiaMìsei^, che farò? Queir infelice. 

Oh Dio ! muore per me. Tito fra poco 



PrETRO MEl^VSTASIO, 



25 



Saprà il mìo fallo, e lo saprìin con lui 
Tutti per mio rosaor. Non ho coraggio 
Né a parlar, né a tacerò, 
Né a fuggir, Il è a restar, ^'on spero aìiito, 
Non ritrovo consiglio. Altro non veg^o 
Che imminonti ruinc ^ altro non sento 
die ìiìoti di rimorso e di e^pa vento. 

Aito teno. Tito discorre con Pnblìo, e teme on'inaidìa nella 
itennnzia di Leti tu lo, m^ Annio f^li toglie ogni dubbio (bc. 2^)* 

Tito. No, COSI scellerato 

Il mio Sciato non credo. Io F ho veduto 

Non sol fido ed amico, 

Ma tenero per me. Tanto cambiarsi 

Un'alma non potrebbe. Annio, che rechi? 

U innocenza di Sesto, 

Come la tua, di', si svelò? Che dice? 

Consolami. 
Annio^ Ah signori pietà per lui 

Io vengo ad implorar, 
Tito* PìetA ! Ma dunque 

Sicuramente è reo? 
ànnù>. Quel manto^ ond'io 

Parvi infedéle, e^di mi die. Da lui 

Sai che seppf*9i il eambio, A Sesto in faccia 

Ksser da lui sedotto 

Lentulo afferma, e T accusato tace* 

Clie sperar si pnù mai ì 
Tito, Speriamo, amico, 

Speriamo ancora. Agi* infelici è ppesjso 

Colpa la sorte ; e quel che vero appare, 

Sempre vero non è. Tu ne hai le prove : 

Con la divisa infame 

Mi vieni innanzi; o^rnun Taecusa; io chiedo 

Degr indizi ragion ; tu non rispondi, 

Palpiti, ti con tonfi i..., A tutti vera 

Non parea la ttia colpa? E pnr non era. 

Chi sa? di Sesto a danno 

Pnò ii caso unir le circostanze istesse, 

O somiglianti a quelle. 
Annio, It Ciel volesse! 

Ma m poi fosso reo? 



26 SECOLO xvin. 

Tito. Ma àfì poi fosse reo, dopo si grandi 

Prove dell" amor mio ^ se poi di tanta 

Eaorjue ingratìttidine è capace. 

Saprò scoitlarnu appieno 

Anch'io.... Ma non sarà; lo spero almeno. 

P oblio arrecji a Tito la. sentenza del Senatoi che condanna 
Sesto alle Aere. Tito riman solo (ac. 4*)- 

Tito. Clic orror ! che tradimento ! 

Che nera infedeltà! Fingersi amico; 

Essermi sempre al llanco^ ogni momento 

Esiger dal mio core 

Qualche prova d' amore, e starmi intanto 

Preparando ìa morte! Ed io sospendo 

Ancor la pena? e la sentenza ancora 

Non segno.... Ah sì, lo scellerato mora* 

Mora.... Ma senza udirlo 

Mando Sesto a morir ì Sì, già V intese 

Abhastanza il Senato. E s'egli aresse 

Qualche arcano a svelarmi? (Olà.) S'ascolti, 

E poi vada al supplìzio* (A me si gtiidi 

Sesto), È pur di chi regna 

Infelice il destino ! A noi si niega 

Ciò che a' più ha ss! è dato. In mezzo al bosco 

Quel vìUanel mendico, a cui circonda 

Ruvida lana il rozzo dauco, a cui 

È mal fido riparo 

Dall'ingiurie del ci<^l tugurio informe,' 

Placido i sonni dorme ; 

Passa tranquillo i d\: molto non brama: 

Sa ehi Todia e clii fama; unito o solo 

Torna sicuro alla foresta, al monte, 

E vede il core a ciaselieduno in fronte. 

Noi fra tante grandezze 

Sempre incerti viviam ; che in faccia a noi 

La speranza o il ti moro 

Su la fronte d' ognun trasforma il core. 

Entra Seato fra i littori (gc. 6»), 

Sesto, (Numi! È quello clfio miro 

Di Tito il volto? Ah la dolcezza usata 
Più non ritrovo in lui ! Come divenne 



riETEO METASTASIO. 



27 



Terribile per me!) 

Tito. (Stelle ! Ed è questo 

Il sembiante di Sesto? Il suo dt^'litto 
Come lo trasformò ! PorU^ sul volto 
La vergogna^ il rimorso e lo spavento.) 

Publio. (MiUe affetti diversi ecco a cimento.) 

Tito. Avvicinati. 

Se^to. (Oh voce 

Che mi piomba sul oor !) 

Tito, Non odi ? 

i'^^tó, (Oh Diol 

Mi trema il pie \ sento bagnarmi il volto 
Da gelido sudore : 
L- angoscia del morir non è ìnagj^iore.) 

TitQ. (Palpita r infedol.) 

PnhììQ, (Dubbio mi sembra. 

Se il pensar che ha fallito 
Più dolga a Sesto, o se il punirlo a Tito.) 

Tito. (E pur mi fa pietA,) Publio, custodi, 
Lasciatemi con lui. 

iknU}, (]So, di quel volto 

Non ho costanza a sostener T impero.) 

Tito. Ah Sesto, è dnnque vero? 

Dunque vuoi la mìa morte? E in che V offese 

Il tuo prence, il tuo pmlre, 

Il tuo benelattor? So Tito Augusto 

Hai potuto obbliar, di Tito amico 

Come non ti sovvenne? 11 premio è questo 

Delta tenera ctira 

eh' ebbe sempre di te ? Di chi fidarmi 

In avvenir potrò, se giunse, oli Dei ! 

Anche Sesto a tradirmi ? E lo potesti ì 

E il cor te lo sofferse ? 

Sem, Ah Titol ah mìo 

Clementissimo prence ! 
Non più^ non più. Se tu veder potessi 
Questo mìsero cor, spergiuro, ingrato, 
Pur ti farei pieùL Tutte ho su gli occhi 
Tutte le colpe mie ; tutti rammenta 
I beneftzj tuoi : soffrir non posso 
Né ridea di me stesso, 
Kè la presenza tua. Quel sacro volto, 



28 SECOLO XVUL 

La voce tua, la tua clemenza istessa 

Divento mio Bupplizìo, AlTretta almeno. 

Affretta il mio morir. Toglimi presto 

Questa vita iufedel ; lascia eh* io versi, 

Se pietoso esser vuoi, 

Questo perfido sangue a' piedi tuoi* 
Tito. Sorifi, infelice, (Il contenersi è pena 

A quel tenero pianto,) Or vedi a quale 

Lagrimovole stato 

Un delitto riduce, una sfrenata 

Avidità d* impero! E che sperasti 

Di trovar mai nel trono? il sommo forse 

D'ogni contento? Ah sconsigliato! osserva 

Quai flutti io ne raccolgo; 

E bramalo, se puoL 
Sesto, No, questa brama 

Non fu che mi sedusse. 
Tito. Dunque che fu? 
Sesto. La debolezza mia; 

La mia fatalità. 
Tito. Più chiaro almeno 

Spiegati. 
Sesto* Oh Dio ! non posso. ■ 

'IHto. Odimi, Sesto : | 

Siam soli ; il tuo É^ovrano 

Non è presente* Apri il tuo core a Tito, ( 

Confidati ali* amico ; io ti prometto 

Che A ug Ti sto noi saprà. Del Uié delitto 

Di' la prima cagion. Cerclìlamo insieme 

Una via di scusarti. Io ne sarei 

Forse di te più lieto. 
Sesto, Ali ! la mia colpa 

Non ha difesa. 
THo. In contraccambio almeno 

D'amicizia lo chiedo, lo non celai , 

Alla tua fede i più gelosi arcani ; 

Merito ben che Sesto 

Mi fidi un suo segreto. 
Sesto. (Ecco una nuova 

Specie di pena! dispiacere a Tito, 

Vitellia accusai*.) 
THo. rmhiti ancora? ! 



PIETRO META8TASI0. 29 

Ma, Sesto, mi fórisei 

Nel più vivo del cor. YetU che troppo 

Tu r amicìzia oltraggi 

Con questo diJlldar- Pensaci. Appaga 

Il mio giusto desio. 
Sesto. (Ma qaal astro splendeva al nascer miol) 
Tito. E taci ? e non rispondi ? Ah già ohe puoi 

Tanto abusar di mia pieU.... 
Sesto. ^ Signore...* 

Sappi dunque,,,. (Che fo ?) 
Tiio. SicKui- 

Sesto, f^ìa quando 

Finirò di penar ?) 
Tito. Parla una volta : 

Che mi volevi dir? 
Sesto. Ch' io son T oggetto 

rteir ira degli Dei ; che la mìa sorte 

Kon ho più forza a tollerar; ch'io stesso 

Traditor mi confesso, empio mi chiamo; 

eh' io merito la morte e eh' io la bramo. 

Sconoscente! o T avrai: Custodi, il rea 

Toghetemi dinanzi. 

Il bacio estremo 

Su quella invitta man.... 
Tito. l'arti, 

^sto, Fia questo 

L'ultimo don. Per questo solo istante 

Ricordati, signor, l'amor primiero, 
Tito, Partì ; non è più tempo. 
Sefto, l'^ vero, è vero. 

Vo disperato a morte ; 
Né perdo giù costanza 
A vista del morir- 

Funesta la mia sorte 
La sola rimembranza 
Cirio ti potei tradir, (parte) 
Tito. E dove mai a' intese 

Più contumace ìufedeltii 1 Poteva 

Il più tenero padre un figlio reo 

Trattar con più dolcezza? Anche innocente 

D'ogni altro crror, saria di vita indegno 

Per questo sol, Deggio alla mia negletta 



80 SECOLO XVffl. 

Disprezzata clemenza una vendetta. 

Vendetta! Ali Tito ì e ta sarai capace 

D' un sì basso desìo, che rendo eguaio 

L'offeso airoffensnr? Merita in vero 

<rran lode una vendetta, ove non coirti 

Più che il volerla* Il t^^n^e altrui la vita 

È fticflltà comune 

Al più vii della terra; il darla è solo 

De' Numi e de' regnanti. Eh I viva,.,. Invano 

Parlan dunque le leggi? Io, lor custode, 

Le eseguisco cosj ? Di Sesto amico 

Non sa Tito scordai^! ì Han pur saputo 

Obblìar d* esser padri e Manlio e Uruto, 

Sieguansi i grandi esempj. Ogni altro affetto 

D'amici7ja e pietà taccia per ora. 

Sesto è reo; Sesto mora..». Eccoci alfine 

Su le vie del rigore ; eccoci aspersi 

Di cittadino sangue; e s'incomincia 

Dal sangue d* un amico. Or che diranno 

I posteri di noi? Diran che in Tito 

Si stancò la clemenza. 

Come hi Siila e in Augusto 

La crudeltà. F'orse dìran che troppo 

Rigido io fui ; eh' eran difese al reo 

I natali e F età ; che un primo orrore 

Punir non si dovea ; che un ramo infermo 

Subito non recide 

Saggio cultor, se a risanarlo invano 

Molto pria non sudò ; che Tito alfine 

Era r offeso ; e che le pi^iprie offese. 

Senza ingiuria del giusto. 

Ben poteva obbHar.... Ma diin<]ue io faccio 

SI gran forza al tnio cor? Ne alnien sicuro 

Sarò eh' altri nf approvi ? Ah ! non si lasci 

lì solito Cam min. Viva V amico, 

Benché infedele ; e se accusarmi U mondo 

Vuol pur dì qualche errore, 

M'accusi di pietà, non di rigore. 

Publio. 

Publio. Cesare. 

rito. Andiamo 

Al popolo che attende, 



PIETRO METASTASIO. 

E Sesto ^ 



ai 



Tito. E Sesto 

Venga air arena ancor, 
Ptiòlio. Dunque il suo fato,... 

TUO. Sì, Publio, è già deciso- 
Inolio. (OK sventurato!) 

Tutto è stabilito per la morte <!i Sesto : Vitella intanto b tor- 
meatAta dai più atroei rìnioral e vuol gettarsi ni piedi di Tito e 
scaprtr tutto. La scena rappresenta T atrio (JelT antiteatro, otg i 
rei saranno dat[ alle fiere : il coro riuffrazia ^W Dei di aver sal- 
vato Tito. Invano tìei'viiìa implora la vita del frate! Jo, cbè Tito le 
rispoede il APO destino esser deciso: ma Vìtellìa j^lì seopre il 
vero, dicendo come è stata trascinata al delitto, e perchè vi ha 
preso parte Efesto (se, 13«). 

Télo. E quanti mal, 

Quanti siete a tradirmi? 
Ma olle giorno ò mai questo! Al punto istesso 
Cbe assolvo un reo, ne scopro un aìti-ol E quando 
Troverò, giusti Numi, 
Un'anima fedel? Con^iuran gli astri, 
Cred'io, per obbligarmi a mio dispetto 
A diventar erudeh No, non avranno 
Questo trionfo. A sostener la fi ara 
Già s' impegnò la mìa virtù. Vediamo 
Se piti costante sia 
U altrui perfidia o la clemenza mia. 
Olà, Sesto si sciolga ; abbian di nuovo 
Leu tu lo e i suoi seguaci 
E vita e libertà* Sìa noto a Roma 
Ch" io son r istesso, e eh' io 
Tutto so, tutti assolvo e tutto obbtio. 

ViteHia sposa Si^fito perdonato, Servilia Annto* Il coro ripete 
le lodi deirimperatore. 

Cf/ro. Che dei CicI, che de^j^H Dei 

Tu il pensier, Tamor tu sci. 
Grand' eroe, nel giro angusto 
Si mostrò di questo dì. 

Ma eagion di meraviglia 
Non è già, felice Augusto, 
Che gli Dei obi lor somiglia 
Custodiscano così. 



32 



^SECOLO XVIII. 



Amor di patria di Temistocle. 

St^se^ Il segno a me del militare impero 
Fa'cbe si i-echi. 

Lisimaco. (A qua! funesto impiego, 

Amico, il elei mi destinò! Con quanto 
Rotisor.,..) 

TemisL (Di che arrossisci? Io non confondo 

L* amico e il cittadin. La patria è un Nume, 
A cui sacrificar tutto è permesso; 
Ancirio nel caso tuo farei Tistesso.) 

Serse. Temistocle, t'appressa. In un raccolta 
Ecco de* miei guerrieri 
La più gran parte e la miglior; non manca 
A tante squadre ormai 
Che un degno condottier; tu lo sarai. 
lYendì: con questo scettro arbitro e duce 
Di lor ti ele|Tgo. In vece mia punisci, 
Premia, pugna, trionfa. È a te fidato 
L'onor di Sei'se e della Persia il fato. 

Lisim, (Dunque il re mi deluse, 
O Aspasia lo placò.) 

Temisi* Del grado illustre, 

Monarca eccelso, a cui mi veggo eletto, 
In tua virtìi sicuro. 
Il peso accetto e fedeltà ti giuro. 
Faecian gli Dei che meco 
A militar per te venga Fortuna ; 
O se sventura alcuna 
Minacciasser le stelle, unico oggetto 
Temletocle ne sia. Vincan le squadre, 
Perisca il condottiero; a te ritorni 
Di lauri poi, non di cipressi cinto 
Fra Tarmi vincitrici il duce estinto. 

Lisim. In questa ^^uisa, o Serse, 
Temistocle consegni? 

SersB. Io sol giurai 

Di rimandarlo in Grecia. Odi se adempio 
Le mìe promesse. Invitto duce, io voglio 
Punito altìn quelf insolente orgoglio. 
Va': r impresa d'Egitto 



PIETRO METASTASTO. S! 

Basta ogni aUro a compir: va' del mio sdegno 

Portatore alla Grecia. Ardi, rnina, 

Distruggi, abbatti a fa'elie senta il peso 

Delle nostre catena 

Tebe, Sparta, Corinto, Argo ed Atene. 
Temisi. (Or gon perduto.) 

Ltsitì%^ E ad ascoltar mMnviti.,., 

^rse. Non più: vanno, e riporta 

SI gran novella a' tuoi. Di'lor quaJ torna 

L'esule in Grecia, e quai compagni el guida. 
li^im. (Oh patria sventurata! ob Aspasia infida!) 
TemisL (Io traditore) 
Serse. Duce, che pensi? 

TemisL Ab! cambia 

Cenno, mio re. V* è tanto mondò ancora 

Da soggiogar. 
Serse, Se della Grecia avversa 

FYia r ardir non confondo, 

Nulla mi cai d'aver soggetto il mondo. 
Temici. Rifletti**» 
Serse. È stabilita 

Di già r impresa ; e cbi si oppon, m* irrita, 
TemisL Dunque eleggi altro duce. 
Serse. Perchè ? 
Temist. Dell'armi Perse 

10 depoDgo r impero al pie dì Serse, 
Serse. Come! 

Temisi . E vuoi ch'io divenga 

11 distruttor delle paterne mura? 
No, tanto non potrà la mia sventura. 

Sebaste^ ;Che ardiri) 

Serse. Non è più Atene, è questa reggia 

La patria tua: quella t* insidia, e questa 

T'accoglie, ti difende e ti sostiene. 
Tenust. Mi difenda chi vuol, nacqui in Atene. 

È istinto di natura 

L*amor del patrio nido. Amano anch'esse 

Le spelonche natie le Aere li^tesse. 
Serse. (Ahi d'ira avvampo.) Ahi dunque Atene ancora 

Ti sta nel cori Ma che tanto ami in lei? 
Tem^t, Tutto, signor; le ceneri degli avi, 

Le sacre leggi, i tutelari Numi^ 

IV. a 



34 siccoLO xvm. 

La favella, i costumi, 

n Budor che mi costa, 

Lo splendor che ne trassi. 

L'aria, i tronchi, il terren, le mura, i sassi. 
Serse. Ingrato 1 E in faccia mia 

Vanti con tanto fasto 

Un amor clie m'oltraggia? 
Temisi, Io son.,.. 

Serse. Tn sei 

Dunque ancor mio nemico. lavan taiitai 

Co' benefit miei..,. 
Temist, Quciiti mi stanno^ 

E a caratteri eterni, 

Tiitti impressi net cor. Serse m' aduliti 

Altri nemici sui ; 

Ecco 11 mio sangue, il verserò per lui. 

Ma della patria aManni 

Se pretendi obljligar gli sdegni miei, 

Serse, t'inganni; io morirà per lei. 
Serse. Non più; pensa e Hijiolvi. E.sser non lice 

Di Serse amico e difonsor d'Atene ; 

Scegli qual vuoi* 
Temisi. Sai La mia scolta. 

iìerse. Avverti ; 

Del tuo destin decido 

Questo momento. 
WefU^t- 11 so pur troppo. 

Betse, Irriti 

cui può fHrti infelice* 
Temisi, Ma non ribelle. 
Serse. Il viver tuo mi devi, 

Temisi, Non Tonor mìo. 
Serse. T'odia la Grecia* 

Temist. Io T amo. 

Serse. (Che insulto, oli Dei!) Questa mercede ottiene 

Dunque Sei*se da te? 
Temisi, Nacqui in Atene. 

Serse. (Più fì'enarmi non posso,) Ah ! queir ingrato 

Toglietemi dinanzi ; 

Serbatelo al castigo. E pur %' ed remo 

Forse tremar quest/) coraggio invitto, 
Temist Non è timor dove non e delittOp 



PIETRO METASTASIO. 35 

Serberò fra' ceppi ancora 
Questa fronte ognor serena: 
È la colpa, e non la pena, 
Che può farmi impallidir. 

Reo son io ; convien eh' io mora, 
Se la fede error s'appella; 
Ma per colpa cosi bella 
Son superbo di morir. 

(Dal TemigtocUt atto II, scena VII o Vili). 

La virtù di Regolo, 

Amile, Di Cartago il Senato, 

Bramoso dì depor l'armi temute, 

Al Senato di Roma invia salute ; 

E se Roma desia 

Anche pace da lui, pace gì' invia. 
Manlio, Siedi ed esponi. E tu V antica sede. 

Regolo, Tieni ad occupar. 
Regolo, Ma questi 

Chi sono? 
Manlio. I padri. 

Regolo, E tu chi sei? 

Manlio. Conosci 

Il console si poco ? 
Regolo. E fra il console e i padri un servo ha loco? 
Manlio. No ; ma Roma si scorda 

Il rigor di sue leggi 

Per te, cui dee cento conquiste e cento. 
Regolo. Se Roma se ne scorda, io gliel rammento. 
Manlio. (Più rigida virtù chi vide mai ?) 
Publio. Né Publio sederà. 
Rf>golo* Publio, che fai? 

Publio. Compisco il mio dover : sorger degg' io 

Dove il padre non siede. 
Regolo. Ah tanto in Roma 

Son cambiati i costumi! Il rammentarsi 

Fra le pubbliche cure 

D'un privato dover, pria che tragitto 

In Africa facessi, era delitto. 
Publio. Ma.... 
Regolo, Siedi, Publio ; e ad occupar quel loco 



36 SECOLO XTni. 

Più degnamente attendi. 
Publio, Il mio rispetto 

Innanzi al patire è naturale istinto. 
Regolo, lì tuo padre morì quando fb vinto* 
Manlio, trarla, Amilcare, ormai. 
Amile, Cai'tago elesse 

Regolo a farvi noto il suo desio. 

Ciò ch'ei dirà, dice Cartago ed io. 
3fan£io. Dunque Regolo parlL 
Amile, Or ti rammenta 

Che, se nulla otterrai. 

Giurasti.... 
Hegolo, Io compirò quanto giurai. 

Manlio, (Di lui ai tratta : oh come 

Parlar saprà 1) 
Publio, {Numi di Roma» ah voi 

Inspirate olcKiuenza a'iajjbri suoi!) 
Regolo, La nemica Cartago, 

A patto che sia suo quant*or possiede. 

Pace, papiri coscritti, a voi richiede. 

Se pace nen si vuol, brama che almeno 

De' vostri e suoi pri^^loni 

Ternjini un eambio ìl doloroso csìé^^ìo. 

Ricusar l'una e T altro è li; mio consigUo, 
Aìnilc, (Come !) 
Publio, (Ahimèl) 

Manlio. (Son di sasso.) 

Regolo -^ lo della pace 

I danni a dimostrar non mi affatico j 
Se tanto la desia, teme il nemico. 

Manlio, ÌAd. il camtiio? 

Regolo, 11 cambio asconde 

Frode per voi piii perigliosa assai. 
Amile. Regolo? 

Regolo, Io compirò quanto giurai, 

Publio, (Numi* il padre si perde.) 
Regolo, U cambio offerto 

Mille danni ravvolge ; 

Ma r esempio è il peggior. L'onor di Roma, 

II valor, la costanza. 

La virtù mihtar, padri, è finita. 

Se ha speme il vìi di libertà, di vita. 



FIETEO srETASTASIO. 

Qtiat prò die torni a Roma 

Chi a Roma porterà Tonne sul tergo 

Delta sferza servii? chi rarnii aneoi-a 

Dì sangue osti! digiune 

Vivo depose, e per timor di mortfì 

Del vincitor lo sclierno 

SofìTrìr si eleni^e? oh vituperio eternol 

Manlio. Sia pur dannoso il cambio : 
A compensarne 1 danni 
Basta Regolo sol. 

Regolo, Manlio, t'inganni: 

Regolo è pur mortai. Sento ancor io 
L'ingiurie dell' etade. Utile a Roma 
Già poco esser potrei; molto a Cartago 
Ben lo saria la gioventù feroce, 
Che per me rendereste. Ah! si gran fallo 
Da voi non si commetta. Ebbe il migliore 
De' miei giorni la patria, abbia il nemico 
L'inutil resto. Il vii trionfo ottenga 
Di vedermi spirar; ma vegga insieme 
Che ne trionfa invano, 
Che di Regoli abbonda il suol romano. 

Manlio. (Oh inaudita costanza!) 

IHiblio. (Oh coraggio funesto!) 

Amile. (Che nuovo a me strano linguaggio è questo!) 

Manlio. L' util non già dell' opre nostre oggetto. 

Ma r onesto esser dee ; né onesto a Roma 
L'esser ingrata a un cittadin saria. 

Regolo. Vuol Roma essermi grata? ecco la via. 
Questi barbari, o padri, 
M' han' creduto si vii, che per timore 
Io venissi a tradirvi. Ah! questo oltraggio 
D' ogni strazio sofferto è più inumano. 
Vendicatemi, o padri; io fui Romano. 
Armatevi, correte 
A sveller da' lor tempj 
L'aquile prigioniere. In fin che oppressa 
L'emula sia, non deponete il brando. 
Fate ch'io là tornando 
Legga il terror dell'ire vostro in fronte 
A' carnefici miei; che lieto io mora 
Neil' osservar fra' miei respiri estremi 



w 



38 SECOLO yiYUi, 

Come al nuDiQ di Roma AfViua tremi. 
Amile. (La meraviglia a^gbiaocia 

Gli sdegni fliiei.) 
Publio. (Nessun rigpondtì? Dio! 

Mi trema il coi*,) 
Manlio. Domanda 

Fiv'i maturo consiglio 

Dubbio 31 grande. A respirar dal nostro 

Giusto stEipor spazio bisogna. In breve 

Il voler del Senato 

Tu, Amilcare, 9 aprala Noi, padri, andiamo 

L' assistenza dtì' Numi 

Pria di tutto a implorar. 
Regolo, Yq dubbio ancorai 

Manlio.Si, Regolo; io non veggo 

Se periglio maggiore 

È il non piegar del tuo consiglio al peso, 

se maggior periglio 

È il perder ehi sa dar si gran consiglio, 

Publio. Ab ! dì te stesso, 

Signor, abbi pietà 1 
Regolo, Publio, tn &timi 

Dunque un furore il mìo ? Credi eh* io solo 

Fra ci6 die vive, odii ine stesso? Db quanto 

T' inganni 1 Al par d'ogni altro 

Bramo il mio ben, fuggo il mio mal. Ma qu»;sto 

Trovo sol nella colpa, e quello io trovo 

Nella sola vlrtà. Colpa sarebbe 

Della patria col danno 

Ricuperar la liberU smarrita ; 

Or)d*è mio mal la libertà, la vita: 

Virtù col proprio saugtte 

E della patria assicurar la sorte ; 

Ond' è mio ben la servitù, la morte. 
Publio. Pur la patria non e*.*, 
Regolo. I.a patria è un tutto. 

Di cui Siam parti ♦ Al cittadino è falle 

Considerar se stesso 

Separato da lei. L'utile o il danuo 

Cli' ei conoscer dee solo, ù ciò cbe giova, 

nuoce alla sua patria^ a cui di tutto 



PIETRO METASTASIO. 39 

E debitor. Quando i sudori e il sangue 

Sparge per lei, nulla del proprio ei dona : 

Rende sol ciò che n' ebbe. Kssa il produsse, 

L'educò, lo nudri. Con le sue leggi 

Dagr insulti domestici il difende, 

Dagli esterni con r armi. Ella gli presta 

Nome, grado ed onor; ne premia il merto; 

Ne vendica le offese; e madre amante 

A fabbricar s'affanna 

La sua felicità, per quanto lice 

Al destin de' mortali esser felice. 

Han tanti doni, è vero, 

Il peso lor. Chi ne ricusa il peso, 

Rinunci al benefizio ; a far si vada 

D' inospite foreste 

Mendico abitatore : e là, di poche 

Misere ghiande e d' un covil contento, 

Viva libero e solo a suo talento. 
Publio. Adoro i detti tuoi. L'alma convinci, 

Ma il cor non persuadi. Ad ubbidirti 

La natura repugna. Alfin son figlio, 

Non Io posso obbliar. 
Regolo. Scusa infelice 

Per chi nacque Romano. Erano padri 

Bruto, Manlio, Virginio.... 
Publio. È ver ; ma questa 

Troppo eroica costanza 

Sol fra' padri restò. Figlio non vanta 

Roma finor, che a procurar giungesse 

Del genitor lo scempio. 
Regolo. Dunque aspira all' onor del primo esempio. 

Va'. 
Publio. Deh!... 

Regolo. Non più. Della mia sorte attendo 

La notizia da te. 
Publio. Troppo pretendi. 

Troppo, signor. 
Regolo. Mi vuoi straniero o padre? 

Se stranier, non posporre 

L' util di Roma al mio : se padi^e, il cenno 

Rispetta e parti. 
I^iòlio. Ah se mirar potessi 



40 SECOLO XVTU, 

1 moti del cor mio, rigido meno 
Forse con me saresti. 
Regolo, Or dal tuo core 

Prove io vo'di costanza, e non d'amore. 

\ptì\YÀniUQ Hvgoloj atto 1, scena VII; li, ac«na I). 

La libertà 

t 

Grazie agi' inganni tuoi, 

Alfìn respiro, o Nice ; 

Alfln d' «n infelice 

Ebber gli Dei pietà: 
Sento claMacci iiuoi 

Sento che l'alma è sciolta; 

Non sogno questa volta. 

Non sogno liberti. 
Mancò 1' antico ardore, 

E son tranquillo a segno 

Che in me non trova sdegno 

Per mascherarsi Amor, 
Non cangio più colore, 

Quando il tuo nome ascolto : 

Quando ti miro in volto, 

Più non mi batte il cor. 
Sogno, ma te non miro 

Sempre ne' Fogni miei: 

Mi deat-o, e tu non sei 

Il primo mio pensier. 
Lungi tla te m' aggiro 

Senza bramarti mai : 

Son teco e non mi fai 

Né pena nò piacer, 
DI tua beltà ragiono. 

Né intenerir mi sento ; 

I torti miei rammento, 

E non mi so sdegnar. 
Confuso pili non sono 

Quando mi vieni appresso : 

Col mìa ri vaio i stesso 

Fosso di te paHar. 
Volgimi il guardo al te 1*0, 



PIETRO METASTASIO. 41 

Parlami in volto umano; 

Il tuo disprezzo è vano, 

È vano il tuo favor; 
Che più r usato impero 

Quei labbri in me non hanno; 

Quegli occhi più non sanno 

La via di questo cor. 
Quel che or m' alletta o spiace, 

Se lieto o mesto or sono. 

Già non è più tuo dono, 

Già colpa tua non è ; 
Che senza te mi piace 

La selva il colle il prato; 

Ogni soggiorno ingrato 

M'annoia ancor con te. 
Odi s' io son sincero : 

Ancor mi sembri bella, 

Ma non mi sembri quella 

Che paragon non ha; 
E (non t'offenda il vero) 

Nel tuo leggiadro aspetto 

Or vedo alcun difetto 

Che mi parca beltà. 
Quando lo strai spezzai 

(Confesso il mio rossore), 

Spezzar m'intesi il core. 

Mi parve di morir. 

Ma, per uscir di guai. 

Per non vedersi oppresso. 

Per racquistar se stesso. 

Tutto si può soffrir. 
Nel visco, in cui s'avvenne 

Queir augellin talora. 

Lascia le penne ancora, 

Ma torna in libertà ; 
Poi le perdute penne 

In pochi di rinnova ; 

Cauto divien per prova 

Né più tradir si fa. 
So che non credi estinto 

In me T incendio antico, 

Perchè si spesso il dico, 



# «ECaLO XVUT. 

Pei^hè tacer non so: 

Quel naturale istinto, 
Kice, a parlar mi «iprona. 
Per cui ciascun ragiona 
De rìsciii cho pasriò. 
Dopo il cmdel eimento 
Narra i passati sdegni, 
Di sue ftìrit© i segni 
Mostra il gucrrier cosi* 

I^Iostra COSI contento 
Schiavo clic «sci di pena 
La barbara catena 
Che strascinava un dL 
Parlo, ma sol parlando 
Me s^oddisfar pi*ocuro ; 
Farlo, tua nulla io curo 
Clie tu mi presti l'è ; 

Parlo, ma non dimando 
Se approvi i detti miei 
Kè se tranquilla sei 
Nel ragionar di me- 
lo lascio un incostante; 
Tu perdi un cor sincero ; 
Non so dì noi primiero 
Chi s' abbia a consolar. 

So che un SI lido amante 
Non troverà più Meo; 
Che un'altra ingannatrice 
E facile a trovar. 

Le Unità dì luogo e di tempo. — Akujni illustri moderni 
critici, nia non illustri poeti, confondono Io copie con le 
imitAiionl, ed il vero col verisimile; e supponendo pei*ciò 
falsamente che debbano, come nelle copie, conservarsi esat- 
tamente nelle imitazioni ancora tutte le circostanze del 
vet*o, hanno autorevolmente deciso : che il tempo, f^he pnù 
figurarsi scorso in inUo il Iraito d" una favola, non debba 
punto eccedette la misura di quello che se ne impiega nella 
rappresentazione; canone che fra tutti j^d' in numerabili 
eventi unìani non lascerebbe a' poveri poeti altri soj^getti 
da scegliere p ^e non se quelli rarit:simi, de' quali tutti gli 
avvenimenti produttori della catastrofe potessero soffrirsi 



PIETRO METASTAS510, 43 

ri^iretti nelle aiig'iiBtie dì tre o quattr'ore di tempo; canon e 
C'Ite da Eschilo sino aCoriìelio non Im sognato mai di proporsi 
verun insigne drammatico ; e canone finalmente ilallo stesso 
infallibile loro Aristotile, che as^segna al tempo dasupporsi in 
una azione tutto un periodo di sole, limpiUametite riprovato. 

Per esser convìnto che mai non han sognato i greci 
irej:ser soggetti nelle loi-o imitazioni ilrammatiebe a co testa 
novellamente immaginata, impraticabile misura di tempo, 
basta apri Hi quasi a caso dovunque si voglia, e nelle Eu~ 
menidi di Esehilo, naìV Àgame n none dello stesso e nelle 
Trarìiin ie d i Sofoel e , nel VA ndrom aca iV E u l' i p uì e e n el- 
V Edipo Coloneo di Sofocle e neW IppolHo d'Ku ripido; e 
con tanta frequenza altrove non meno nel comico, che nel 
tragico greco e latino teatro, che il volerli qui tutti ram- 
mentare sarebbe cura inutile, pedantesca e noiosa. 

Sicché, secondo la pratica deVgreci drammatici, il tempo 
della rappresentazione non è misura di <] nello che il poetA 
pm supporre impiegato nel corso della stia favola. 

Non lo è molto meno secondo il parer d' Aristotile. 
Ptìichè questo filosofo con chiarezza, non frequentemente 
n&ata da luì, lueidair^ntc asserisce, che la iraf/cKHa pra- 
tiva AL POSSIBILE eli contenersi in un solo giro di sole, 
di poco trascorrerlo. Non si sono mai impiegate venti- 
quattr'ore nella rappresentazione d'una sola tragedia, se 
non se sui teatri della Cina ; dunque, secondo T asserzione 
del gran maestro di color che sanno, quello della rappre- 
sentazione non è regola del tempo che si può supporre in 
un dramma, È degna di compassione, e qualche volta di 
TiTSo, la tonnentosa, ma intjtile tortura che dcanno i critici 
al loro ingegno per torcere ed oscurare cotesto linìpidis- 
Binio pas!^ag|iio d' Aristotile, parendo loro che distiitgga il 
T^enaimìle che dee trovarsi in ogni imitazione. Non pesson 
essi, non vogliono intendere, clie son cose molto diverse 
il i^érisitniie ed il i^ero: elio quello si chiama il verisimile 
e non il vero appunto perchè gli manca qualclie circo- 
stanza di questo: che, se nessuna gliene mancasse, diver- 
r^^blje il vero medesimo ; e che il poeta imitatore, obbligato 
a far cose verisimìlì, ma non a riprodurre Tislesso vero, 
non ha nxinorc arbitrio di trascurarne qualche circostanza, 
di quello che ne ha lo statuario, eccellentissimo imitatore, 
ancorché sempre il vero trascuri, rispetto al colorito ed 
alla lucida trasparenza degli occhi* 



a SECOLO xvm. 

Co testa COSI rìgida dunque unità di tempo ridotta a 
quello della rappresentazione, e tanto modernamente rac- 
comaudata, non è richiesta né dalla pratica degli scrittori 
più illustri, né dall' autorità de' maestri più venerati, né 
dalla natura del verisimile. Pure, avendo assegnato Ari- 
stotile alcuno, benché più largo, circuito al tempo della 
tragedia, io credo ebe il savio filosofo abbia considerato 
che, se non è obbligato il poeta dalla legge del verisi- 
mile a stringersi in angustie impraticabili, è consigliato 
dalla prudenza a non abusar della facoltà d'immaginare, 
che può promettersi negli spettatori. Cotesta facoltà si 
stanca, si scema e si disperde neir infinito; e tutto sembra 
necessariamente in finito, quello di cui non si vede alcun 
termine. L'assioma è dello stesso Aristotile nel venticin- 
quesimo de' suoi problemi alla sezione quinta : dunque è 
necessaria che paia in qualche maniera infinito tutto ciò 
che non apparisce determinato. 

Il termine d' un giro di sole, che assegna Aristotile al 
corso d'una tragedia, mi ha dimostrato T esperienza che 
accorda abbastanza il comodo della fantasia degli spettatori 
e de* poeti. E su questa norma, sostenuta dair autorità e 
dalla ragione, ho creduto sempre di poter regolar, senza 
giusto rimprovero, ttitti i miei drammatici lavori. Ma per 
evitar le contese che invincibilmente abborrisco, ho sempre 
per altro con somma cura procurato che quella porzione 
del tempo da me ne' miei drammi supposto, la quale tra- 
scendesse per avventura quello della rappresentazione, po- 
tesse dallo spettatore figurarsi passata in quegr intervalli, 
ne* quali fra T uno e T altro gruppo di scene annodate in- 
sieme, il teatro rimane afl'atto vuoto d' attori, e presenta ai 
riguardanti l'apparenza di un nuovo sito. Ciascun di cotesti 
gruppi è an' azione separata, ma subalterna, che conduce 
alla principale. Or siccome un pittore che volesse rappre- 
sentar la morte di Uidone con le antecedenti circostanze 
che la cagionano, non essendogli permesso dalla natura del- 
r ai-te sua il poterle esprimere in un quadro solo, sarebbe 
ben degno di lode se le esprimesse in diversi, presentando 
successivamente in uno, per cagion d'esempio, T arrivo 
d'Enea in Cartagine, in un altro la cena, nel terzo la cac- 
cia, nel qiiartt> gV inutili sforzi della regina per non essere 
abbandonata, e finalmente neirultimo la disperata sua morte; 
perchè sarebbo mai degno di biasimo un poeta che presen- 



PIETRO METASTASTO. 45 

a' suoi spettatori successivamente in diversi gruppi, 
come in diversi quadri, Je diverse azioui, senza le quali non 
sarebbe verisimile la principale^ <Jgni nuovo quadro, essendo 
cii'coscritto e diiJlinto, senza violare qualunque più soflstioa 
regola^ può supporre altro tempo ed altra luogo, ^onsigup- 
poueva l'ra gli antichi, quando sul palco medesimo dopo un 
tragico si rappresentava immediatamente un dramma sa- 
lifico f E non si suppone a' dì nostri, quando dopo una se- 
vera tragedia, immediatamente si rappresentii una f^rsa 
giocosa? 

Ma il motto più che ardito d*Aubignac ba ben contraria 
sentenza; e con quel magistrale impero, di cui si è egli di 
propria autorità arrogato il possesso, ci oppone come ar- 
gine insuperabile il terzo suo canone della immutabilità del 
linjgoì e sdegnosamente dimanda a' poveri poeti dramma- 
tici, da chi mai sieìW essi stati investiti della mastica fa-- 
cùiià che bisogna per trasformare in gabinetto o giardino, 
nel corso d'un istesso dramma^ quella istessa porzioìW 
del palco che al primo aprirsi della tenda era portico a 
piazza f 

yuando ancora esistesse T immaginario bisogno di cotesta 
Diagica, tras formatrice facoltà, risponderebbero p Tantamente 
i poeti, che ne sono essi stati investiti dalla natura del com- 
ponimento, dalla concorde pratica di ventitré secoli in circa; 
e che cotesta magica facoltà, della quale essi fauno uso nel 
corso d*iin dramma, è quella istessa istessiss?ima, della quale 
ai valgono da bel principio, senza che né pure il loro rigido 
riformatore medesimo se ne risenta, quando su rincomin- 
ciar d'una rappresentazione drammatica, ban trasformato 
le tavole d* un teatro di Parigi o di Londra in un poHico 
in una piazza o di Tebe o d'Atene. 

Ma le tavole che formano ne* teatri un palco di trenta 
quaranta piedi di latitudine, non si trasformano immuta- 
ifilmente airaprii"si della scena nella piazza di Tebe o nel 
tempio di Delfo, come dticìsivamente d'Aubignac asserisce: 
esse rimangono sempre quelle tavole medesime che furono 
(i*?stinate dal legnajuolo a sostenervi divei^si quadri, cbc vuole 
es porvi sopra, l* un dopo T altro, il poeta; e cotesti quadri 
diversi non solo non guastano, ma rendono d^^m\ più intera 
e compiuta V azione^ che sarebbe tronca altrimenti e m an- 
che v ole de' più necessari suoi membri ; e, mediante cotesta 
diversità, decisa dai sopra spiegati intervalli, evita ogni su- 



46 SECOLO XVIII. 

perstìzìoso inciampo dì tempo, di luogo, ed acquistalo scrittore 
it comodo, che lion avrebbe, dì metterne in vista le più belle, le 
più interessanti e le più dilettevoli circostanze ; le quali sono 
r imi co, il vero e V importante oggetto della curiosità degli 
spettatori, e non già la premura gratuitamente supposta, 
che sia sempi-e stiperstiziosamente conservata la ridicola 
immutabilità della prima magica trasformazione delle tavole 
d'un teatro. La divisione istessa de' greci drammi in cin- 
que parti, dette Actus, a noi, se non da' primi autori, da 
ben antichi grammatici certamente trasmessa, prova col 
nome mede?!Ìrno aderse parti assegnato, che sempre razione 
d*un dramma si è considerata composta di varie altre azioni 
subalte !^ne, fra di loro distinte, alle quali, unicamente per 
non confonderle con la principale, si è dato il nome di Actus 
o non di Àctiones, benché non abbian queste due voci si- 
gnificazione diversa. Confesso per altro ingenuamente an- 
ch' io, che coteste divisioni sì trovan fatte per lo più con 
coni poca intelligon?,a, che giungono talvolta a dividere l'in- 
di visibile, e dimostrano convincentemente che gli inventori 
delle medesime eran grammatici e non poeti. Ma la loro 
inesperienza teatrale non distrugge la prova, che ci som- 
ministrano della pubblica antica opinione, intorno alle varie 
e distinte azioni che possono essere in una sola comprese : 
e che presentato dal poeta agU spettatori in diversi quadri, 
analoghi benf<ì l'uno all'altro, ma fisicamente l'un dall'altro, 
per grintervalli, distinti, non poi^i^ono esser obbligati né pur 
da! sofistico rigorismo a cotiservar tutti sempre il tempo 
iste^so e ristesso luogo, E circostanza ben degna d'osser- 
vazione, che appunto in questa terza unità locale che tanto 
dWubignac inculca, e che più rigorosamente d'ogni altra i 
moderni legislatori prescrìvono, si trovano essi abbandonati 
aftatt^ dall'autorità di Aristotile, Non ne ha questo filosofo 
né in tutta la s«a Poetica né altrove, assolutamente mai 
fatta ia minima menzione; ans^ì non ne ha pur mai osservata, 
non che condannata, la mancanza ne' drammatici de' tempi 
suoi, i quali visibilmente le trascurano, sino a trasportar la 
scena da una in un'altra città. Se dunque cotesta metafisica 
immutabiiiti'k di luogo nelle ìmìi azioni teatrali non è pre- 
scritta dall' autorità degli antichi maestri, non introdotta 
dalla pratica de 'greci drammatici, non secondata dal consenso 
d'alcuno de' più celebri poeti, che fanno il maggiore orna- 
mento del moderno teatro, non richiesta da veruno spetta- 



PIETRO METASTASIO. 47 

tore, che non sia sedotto dai moderni sofismi; se restringe 
intollerabilmente il numero de' fatti rappresentabili; se ob- 
bliga gli attori a situazioni indecenti ed inverisimili ; se, per 
r indispensabile necessità d'informar gli spettatori di quello 
che non può loro con Fazione dimostrarsi, trasforma il dram- 
matico in poema narrativo, e se dalla natura deW imita- 
zione e del verisimile non è in conto alcuno richiesto ; che 
voglion dir mai tutte cotesto grida autorevoli, che con tanto 
fervore incessantemente T inculcano? E che le lepide, ma- 
^ìj^trali irrisioni, con le quali le nostre povere mutazioni di 
scena son dall'eletta schiera de' rigoristi con tanta supe- 
riorità disprezzate, benché con diletto vedute? Prestano pur 
queste un comodo ed opportuno soccorso alla fantasia dello 
spettatore; rendono pur queste molto più verisimili e le 
subalterne azioni e le principali, presentandole ne' luoghi, 
dove debbono naturalmente succedere; arricchiscono pur 
queste la decorazione teatrale de' più rari incantesimi della 
squadra e del pennello, e formano esse finalmente un utile, 
vago, ingegnoso, e da tutti universalmente applaudito e som- 
mamente desiderato spettacolo. Non sono, è vero, tant'oltre 
giunti gli antichi, rispetto a' cambiamenti delle scene, quanto 
a noi è riuscito di giungere ; forse perchè l'enorme vastità 
'ie" loro immensi e scoperti teatri non poteva naturalmente 
secondar V industria degli architetti, sino al segno che può 
ora secondarla la limitata misura de' nostri, tanto più an- 
iin^iì e coperti, e non illuminati dalla chiara luce del sole, 

ma da faci notturne tanto più favorevoli alle illusioni 

Ma qualunque sia stata la cagione, per cui non han fatto 
gli antichi tutto quell'uso che facciam noi delle mutazioni 
di scena, è per altro certo e patente che non hanno essi 
punto dissimulato il desiderio ed il bisogno d'averle. Ne 
fanno ben fede le loro scene ductiles et versiles, da Servio 
e da Vitruvio e da mille altri rammentate, e da Virgilio 
nel III Lib. delle Georgiche al verso 24 chiaramente ac- 
cennate : 

Come, al prar de' ?arj suoi prospetti, 
Fugga una scena: 

<*oQ le quali potevano almeno cambiare il genere della de- 
corazione da tragico, per cagion d' esempio, in comico o in 
pastorale; e forse si valevano talvolta di questi cambia- 
menti nel corso ancora d'un dramma medesimo, purché non 



48 SECOLO xvm. 

dovesse rappresentarsi o carne l'a o sala o altro imgo co- 
perto, impossìbile ad esprìmersi in un immenso ed affatto 
scoperto teatro. Favoriseono questa congljiettara le figure, 
delle quali è in o^ni scena fornito relegante manoscritto 
delle commedie di Terenzio, che sì conserva nella Biblio- 
teca Vaticana (plut 51, n. 3868), al quale attribuisce Spouio 
oltre mille anni dì antichità* Furono queste rcdelniente iu- 
tagliate in rame, e pubblicate con la versione delle com- 
medie suddette dal Ter uditissimo monsignor Forti guerra, data 
alle stampe dal Mainai-di in Urbino, Tanno 173G. L* antico 
disegnatore ha avuta somma cura d* esprimere diligente- 
mente le mascliere, gli abiti e le attitudini degF istrioni; ina 
trascura affatto dì rappresentare quello che anticameuTt 
chiama vasi scena, cioè quegli editìcj o pitture, che si ele- 
vavano ncir ultimo Tondo del palco. Egli del palco acceiuin 
quella sola porzione più vicina agli spettatori, su la quale 
gli attori recitando passeggiano ; e vi accenna talvolta con 
diversi segni i diverai luoghi, no' quali, a seconda de Ut- 
diverse azioni subalterne, dee lo spettator figurarsi che 
gì l atto ri si trovino. Ne 1 T Hea u tontìmorumen os (o ssi a it 
punitor di se jì tesso) si vede nella prima scena il paleo 
innanzi ingombrato dì cespugli, di pìeciole piante, d'un 
giogo e dì un fascio dì biade : nelle altre seguenti srefle 
nulla di cì6 più si vede; ma invece di cotesti rustici og- 
getti, dove una, dove due porte isolate, composte di tre 
soli legnij or chiuse, ora aperte, or guarnite d' una por- 
tiera, e quando più verso il mezzo e quando più verso i 
lati del palco. K tutto ciò non per altro, come ò visibile, 
immaginato, che per soccorrere la fantasia degli spettatori, 
ed avvertirli quando dove ano figurarsi che fossero ì perso- 
naggi dentro le camere, e quando sul campo, e quando nella 
pubblica strada, Kè ad alti-o fine cran probabilmente inven- 
tate le exostret gli encncLcìnit e le tante altre macchine tea- 
trali, da Uulengei*o esattamente rammentate nel Lib. 1, 
cap. XVll, del suo librti de Theatro; ma delle quali pei 
altro non intrapi'enderei di fare una intelligibile descrizione, 
con buona pace e di lui e di Servio e di Polluce e di Suida 
e d'Esichio, che ce ne han trasmessi i nomi, ma non !a chiara 
notizia. Sicché T immutabilità della scena non è stata eie- 
zione fra gli antichi, ma visìbile necessità prodotta dalla 
e nomi e vastità de' loro teatri: e saremmo ridicoli se, non 
avendo noi la necessità medesima, mercè l'angustia di' 



PIETRO METASTASIO. Ì9 

teatri nostri, che facilmente si presta a quahinqae cambia- 
mento, ci volessimo privare de' vantaggi, ai quali hanno 
&3?i con tanti imperfetti tentiitìvi inutilmente aspirato. E di- 
verremmo ancor pn\ ridicoli, se per pompa d'erudizione 
eleggessimo di eseguirne le autore voi i traceie, adottando 
con discapito i mìseri (oro ripieghi , . . , 

Sopra tutte eoteste considerazioni è fondato il metodo 
da me, rispetto air unità del luogo^ ne' miei componimenti 
teatrah costantemente tenuto. Persuaso che il verisimile non 
obbliga a tutte le circostanze del vero; convinto che ne 
da greci, uè dappiù applauditi drammatici sino a' di nostri 
sia stata osservata la metafisica unità di luogo, che or da 
noi si pretende; non avendola trovata prescrìtta da alcun 
antico maestro; anzi essendo tacitamente disapprovata da 
Aristotile, il quale e col suo intorno ad essa profondis- 
mìQ silenzio, e col non averne condannata la trasgressione 
ne' drammatici de" tempi suoi, e con Tessersi mostrato cosi 
comodo moralista intomo air unità del tempo, non può esser 
sospetto di rigorismo intorno a quella del luo^o ; persuaso, 
dico, da tante considerazioni, ho creduto di potermi valore 
m buona coscienza delle nostre mutazioni di scena. Tanto 
più che mene avea consigliato espressamente l'uso Timmor-^ 
tiile mio maestro, quando io scrissi per suo comando la tra- 
cia del Giustino, che pur troppo si risente della puerizia 
Mio scrittore. Egli è ben vero che, e nelle tragedie e nel 
trattato della Tì*agedia, da lui in appresso pubblicato, ei mo- 
stmssi d'opinione diversa ; ma, non sapendo io figurarmi 
alcun motivo, per cui avess'e^li voluto ingannarmi , né con* 
facendosi punto al suo, da me ben conosciuto carattere, la 
leggerezza d' un tal cambiamento ; io aon portato a credere 
eb'ei dissimulasse in tal guisa 1 suoi veraci sentimenti, per 
non irritarsi contro, anzi por rendersi benevola la feroce 
numerosissima turba de*pn>mul^atorÌ di cotesta nuova dot^ 
trina, che trovavasi appunto allora nella sua più violenta 
fermentazione. 

Ma tutte eoteste ragioni sulficìentissime a liberarmi dagli 
scrupoli del rigorismo, rispetto air estensione del luogo, in 
cui possa figurarsi succeduta un'azione teatrale con le sue 
più necessarie circostanze, non mi han fatto però mai de- 
porre la cura di non lasciar fra la nebbia dell* indefinite, ne 
la mìa fantasia nel tessere una favola, uè quella degli spet- 
tatori neir ascoltarla. Onde, siccome su le tracce di Aristo- 

rv. 4 



50 SECOLO xvrn. 

tele ho assegnato sempre un discreto termine al tempo, 
senza restringermi a quello della mera rappresentazione; 
cosi, sulla pratica pìii comune degli antichi e de' moderni più 
applauditi drammatici, ho sempre immaginata una deifor- 
mi nata e ragionevole estensione di luogo, capace di conte- 
nerne diversi, senza obbligarmi all' immutabili til di quella 
special porzione del medesimo, che su trenta o quaranta 
piedi di palco ha potuto, solo ai primo aprirsi della scena, 
essere al popolo presentata. Non ardirci già io di ti-asportar 
mai i miei personaggi, su T esempio di Aristofane, di terra 
in aria o nel profondi re^^ni dì Plutone: né su le tracce di 
Esehiio, dal tempio di Apollo in Delfo a quello di Minerva 
in Atene, Ma credo che il fiiKioscntto spazio d' nn campo, 
d' una città o d* una reggia prescriva sufflcicntemente ì ne- 
cessari limiti air idea generale d'un luogo, e che conten^^a 
nel tempo istesso tutti que^rlì speciali e divei*sì siti, de* quali 
abbisogna il verisimile delle varie azioni subalterne, che in 
un dramma medesimo ora esigono il segreto d' un gabinetti), 
ora la pubblicità d' una pi azza ^ ora gli orrori d'un carcere, 
or la festiva magnificenza d* una sala reale. Kè panni che 
possa a buona equità chiamarsi moltipUcazione di luogo il 
mostrarne separatamente le parti che lo compongono, quando 
r angustia d'un palco ed il comodo degli ascoltanti medesimi 
non permette di presentarlo intero ; e se pur come tale me- 
ritasse la taceia d'inverisimile, sarebbe sempre da eleggerti 
un in verisimile solo, clte ne risparmia moltissimi. Se v'è 
poi finalmente alcuno, che dopo tante dimostrazioni si ostini 
ancora a sostenere cotesta metalìsìca immutabilità; che as- 
serisca ancora, a dispetto del T evidenza, che siano stati tutti 
su questo punto i tragici greci scrupolosissimi rigoristi, « 
che sia l'autorevole esempio di questi inviolabil legge per 
noi 5 usi almeno ancor meco quella indulgenza medesima che 
pratica con esso loro. Permetta anolio a me che io possa 
presentar soli nello pubbliche piazze (perpetua scena del- 
l' antico teatro) i re, le regine e le vergini reali; che i" 
possa nella ptihblica piazza far giacere in letto le regine 
ed i prìncipi infermi; che possa far anchMo che i miei pei'- 
Bonaggi scelgano eternamente la pubblica piazza per ordir 
le più atroci e le più pericolose congiure, e per far le piiì 
confidenti, le più segrete e talvolta le pia vergognose coa- 
léssioni; e non avran bisogno allora i miei drammi di alcun 
cambiamento di scena, e mi troverò, senza averlo preteso. 



PIKTKO META8TASI0. 51 

religiosissimo rigorista ancor io. — * {Dall* Estratto dell'Arte 
Poetica d'Aristotile, cap. X in fine.) 

D«l1a poeaia air improvviso, lettera al conte Algarotti, — 
Mi è stata tiapissima, come tutto ciò che mi Tiene da voi, 
Tultima vostra lettera del 26 dello scorso gitigno^ cosi per la 
vostra pei^severanza nella rinnovata corrispondenza, come 
pel favorevole e conforme giudìzio da voi e dal signor Vol- 
taire pronunciato sul mio travestimento del SorHo d' Orazio, 
^k me ne ha punto diminuito il piacere il tenero e cv\- 
sttano compatimento del mio traduttor francese, sulla parte 
clifl mi tocca del morbo epidemico della nostra nazione con- 
t4minata dalla scabbia de' concetti* Grazie al cielo, ch'egli 
ignora i sintomi della mia infermiti ' S* egli sapesse clic io 
non m'avveggo d'averla, dispererebbe affatto di mia saluto. 
Il falso rende reprensibili i concetti , e io non mi son mai 
proposito ctie il vero : può darsi che io me ne sìa alcuna 
volta ìnnavvedutamente dilungato, ma non può essermi utile 
una correzione in genere, che non mi addita le lucciole prese 
per lanterne. Purché la verità sia il quatlro, non v'è poeta 
^h greco, né latino, né d'altra qual voglia nazione, che non 
^i rechi a debito, non che a pregio, l'adornarlo d' una bella 
romice, È vero che, siccome altre volte i doti contamina- 
rono la nostra architettura, così, dopo la metà del secolo XVII, 
la nazione che dominava in Italia ìntc^dusse nella nostra 
r arditezza della sua poesìa ; arditezza che non ora ripu- 
gnante alla natura del suo clima^ feconda in tempi più re- 
moti de^ Seneca, de' Lucani e de'^Iarziali, e accresciuta poi 
a dismisura dal genio fantastico della letteratura araba, 
colà dagli Afrir:anì trasportata e stabilita. È verissimo, che 
^'ÌBComìnciò allora fra noi a perder la misura e la propor- 
zione delle figure j e, applicati unicamente a far cornici, ci 
dimenticammo di far quadri; ma questa pianta straniera 
non allignò in guisa nel buon terreno d' Italia, che non vi 
fosse, anche nel tempo eh' essa fioriva, chi procurasse estir- 
parla. Ed h poi palpabile, che da un mezzo secolo in qua, 
non V* è barcaiuolo in Venezia, non frii-ti ciceri s emptor 
in Roma, né uomo cosi idiota nelT ultima Calabria o nel 
centro della Sicilia, che non detesti, che non condanni, che 
non derida questa peste che si chiama fra noi secentismo^ 
Onde, quand* io fossi ancor tinto di questa pece, quod Deus 
^mien avertat, non so come il mio traduttore fondi la sua 



52 SECOLO xvin. 

compassione sopra un' infermità che la nostra Italia non 
eoffre. Ha pur troppo la sventurata di che farsi compian- 
gere senza inventarne i motivi. Io non ho letto ancora co- 
testa traduzione francese delle opere mie, per una certa re- 
prensibile mancanza di curiosità, che si va in me di giorno 
in giorno accrescendo, ma in gran parte ancora per deli- 
catezza (li coscienza. Io mi conosco incontentabile in fatto 
di ti'aduzioni, e non ho voluto espormi a divenire ingrato 
a chi mi ha reputato degno di cosi faticosa applicazione. 
Quando la mia curiosità si aumenti, e i miei scrupoli dimi- 
nuiscano, saprete quanto mi abbia dilettato quella lettura. 
Voi vorreste de' versi fatti da me improvvisamente negli 
anni della mia fanciullezza; ma come appagarvi? Non vi 
niego che un naturai talento, più dell'ordinario adattato 
all'armonia e alle misure, si sia palesato in me più per 
tempo di quello che soglia comunemente accadere, cioè, 
fi?a1 diecimo e undecimo anno dell'età mia: che questo strano 
fenomeno abbagliò a segno il mio gran maestro Gravina, 
che mi reputò e mi scelse come terreno degno della coltura 
d' un suo pari : che fino all'anno decimosesto, all'uso di Gor- 
gia Leontino, mi esposi a parlare in versi su qualunque sog- 
getto COSI d'improvviso, sa Dio come; e che Rolli, Vanini, 
e il cavai ier Perfetti, uomini allora già maturi, furono i 
miei coni rad ittori più illustri : che vi fu più volte chi in- 
traprese di scrivere i nostri versi, mentre da noi improv- 
visamente si pronunziavano, ma con poca felicità ; poiché 
{oltre l'esser perduta quell'arte, per la quale a' tempi di 
Marco Tullio era comune alla mano la velocità della voce), 
conveniva molto destramente ingannarci ; altrimenti il solo 
sospett-o d' un tale agguato avrebbe affatto inaridita la no- 
stra vena, e particolarmente la mia. So che, a dispetto di 
tante difllcoltà, si sono pure in que' tempi e ritenuti a me- 
moria, e forse scritti da qualche curioso, alcuni de' nostri 
versi ; ma sa Dio dove ora saran sepolti, se pure son tut- 
tavia (7* remm natura^ di che dubito molto. De' miei io 
non ho alcuna reminiscenza, a riserva di quattro terzine, 
che mi scolpi nella memoria Alessandro Guidi, a forza di 
ripeterle per onorarmi. In una numerosa adunanza lettera- 
ria che si tenne in casa di lui, propose egli stesso a Rolli, a 
Vanini e a rae, per materia delle nostre poetiche improv- 
vise gare, i tre diversi stati di Roma, pastorale, militare 
ed ecclesiastico. Rolli scelse il militare, toccò l'ecclesiastico 



PIETEO METASTASIO. 53 

a Vanini, e restò a me il pastorale. Dal bel principio Va- 
nini si lagnava che per colpa d' Amore non era più atto 
a far versi ; mi asseriscono che io gli dissi : 

Da ragion se consiglio non rifiuti, 
Ben di nuovo udirai nella tua mente 
Risonar qu6*pensier eh* ora son muti. 

Poco dopo, entrando nella materia : 

Vedi quel pastorel che nalla or pare? 
Quel de' futuri Cesari e Scipioni 
Foce sarà, come de' fiumi il mare. 

Parlando alla mia greggia : 

Fasci i fiori, or che lice, e V erbe molli : 
D' altro fecondi in altra età saranno, 
Che sol d'erbe e di fiori, i sette colli. 

E nello stesso conflitto, ma in diverso proposito : 

Sa da se stessa la virtù regnare, 
£ non innalza e non depon la scure 
Ad arbitro dell'aura popolare. 

Questi lampi, ne' quali hanno la maggior parte del me- 
rito il caso, la necessità, la misura e la rima, e ne' quali 
si riconosce forse troppo lo studio de' poeti latini non ri- 
dotto ancora a perfetto nutrimento, sa Dio fra quante pue- 
rilità uscivano inviluppati. Buon per me, che il tempo non 
mi ha lasciati materiali onde tradir me medesimo ; temo 
che la passione di compiacervi avrebbe superato quella di 
risparmiare il mio credito. Or, per terminare il racconto, 
questo mestiere mi divenne e grave e dannoso ; grave per- 
chè, forzato dalle continue autorevoli richieste, mi con- 
veniva correre quasi tutti i di, e talora due volte nel 
giorno istesso, ora ad appagare il capriccio d'una dama, ora 
a soddisfar la curiosità d' un illustre idiota, ora a servir 
di riempitura al vuoto dì qualche sublime adunanza, per- 
dendo così miseramente la maggior parte del tempo ne- 
cessario agli studj miei ; dannoso, perchè la mia debole fin 
d'allora e incerta salute se ne risentiva visibilmente. Era 
osservazione costante che, agitato in quella operazione dal 
violento concorso degli spiriti, mi si riscaldava il capo, e 
Itti s'infiammava il volto a segno maraviglioso, e che nel 
tempo medesimo e le mani e le altre estremità del corpo 



mm 



54 SECOLO xvin. 

rimanevan di ghiaccio» Queste ragioni fecero risolvere Ora- 
lina a valersi di tutta la sua autorità mag-istrale, per proi- 
birmi rigoi'osamente di non far mai più versi all' impi-ov- 
viso : divieto, che, dal decimosesto anno dell' età mia, bo 
sempre io poi esattamente rìspett^o, e a cui credo di es- 
ser debitore del poco di ragionevolezza e di connessione 
{V idee che ai ritrova negli scrìtti miei. Poiché riflettendo 
in età più matura al meccanismo di quell'inutile e mara- 
vìglioso niestiere, io mi sono ad evidenza convinto che la 
mente, condannata a così temeraria operazione, dee per ne- 
cessità contrarre un abito opposto per diametro alla ra- 
gione. Il poeta che scrìvo a suo beir agio, elegge il sog- 
getto del E^no lavoro, se ne propone iì fine, regola la 
successiva catena delle idee che debbono a quello natu- 
ralmente condurlo, e ai vale poi delle misure e della 
rime come d"" ubbidienti esecutrici del suo disegno. Colui, 
airincontiH>, che si espone a poetar d'improvviso, fatto 
schiavo di quelle tiranne, conviene che, prima di rifletter 
ad altro, iuiplegbi gF istanti che gli son permessi a schie- 
rarsi innanzi lo rime che coinongono con quella elie gli 
lasciò il suo contraddittore, o nella quale egli sdrucciolò 
inavveduto, e che accetti poi frettolosamente il primo pen- 
siero che se gli presenta, atto rd essere espresso da quelle, 
benché per Io pio straniere e tiilvolta contrarie al suo sog- 
getto. Onde cerca il primo a suo grand' agio le vesti per 
1' uomo, G s' affretta il secondo a cercare tumultuariamente 
r uomo per le vesti. Egh è ben vero che, se da questa ì am- 
mana angustia di tempo vion tiranneggiato barbaramente 
r estemporaneo poeta, n' è ancora in contraccambio vali- 
damente protetto contro il rigore de' giudici suoi, a'qnali, 
abbagliati da' lampi presenti, non rimane spazio per esami* 
nare la poca analogia, che ha per lo più il prima col poi 
in cotesta specie di versi. Ma se da quel dcirorecchio fos- 
sero condannati questi a passare all' esame degli ocelli, oh' 
quante Angeliche si presenterebbero con la corazza d'Oa- 
landoj e quanti Rinaldi con la cuifla d'Armida l Non crediate 
però e ir io disprezzi questa portentosa facoltà che onora 
tanto la nostra spezie; sostengo solo, che da chiunque si sa- 
crifichi affatto ad un esereiaio tanto contrario alla ra^one, 
non così facilmente 

PfltK* ìtnenda cedr<t, et Uvi seroanda eupr^'éto. 



CAHLO GOLDOKI. 56 

BeQcbè lontana, mi sollecita la speranza d' abbracciar vi 
in queste partir io Tho coniuiìicata alla signora contossa 
d Altliann, al signor conte di Canale, che più che pieni di 
riconoscenza alla vostra memoria, andranno raddolcendo 
meco r aspettazione della vostra venuta, con la lettura del 
libro che ci promettete. 

Qui si è sparso che il signor dì Voltaire, desideroso di 
hye un giro in Italia, ne abbia ottenuto il consenso reale, 
e the terrà questo cammino. Ditemi se posso ragionevole 
mente lusingaj'mene : ab!>raeciatelc> intanto per me, e ri- 
eoi-dategli la tenera mia costante riverente stima. Ma 
perchè non siate tentato di pubblicarmi per cicalone, verbum 
non amplitt^ addam. Addio, Vienna, primo Agosto 1751, 



CAELO GOLDOI^I. 

lì GoModì lasciò acrilto di st argotamcntCì oltre che nelle pre- 
fmoQì e dedicbe delle stampe da lui cnrntc delle Commedie, ueUe 
Mémoirea (Paris, Vcuve Dnchesne, 1787 ^ che il Gibbon disse più 
romjclie delle etesHe sue commedie, e ette furono da lui ae ritte a 
Parìfi negli ultimi anni ùì vita. (Queste Mi?moir€$fnvfimi malamente 
tradolte in ilaliatio, ma non dal Goldoni. Una r intimi pa dcll'edÌKÌon@ 
(^ri^inale fu eomineiata tua ilingr^iTtiatameutf^ non c^thiptuta (Venezia, 
Vi&*;tJtìui, 1883) ila E, vox Ltj^iJiNKU. fhc studiò V. Goldoni e te 
fu^i/emoritì, uelT^rcA. Venelo, a. 18^2, voi. XXIII-IV). 

Accenniamo a'ca»i prineipaiì della fiun vita^ Nacque in Venezia 
di famìjflia oriunda di Modena, il 25 febbraio del 1707. Fu a 
Perngia col padre che vi eaercitava la medicina; vi fece t primi 
itndj ; andòf qQindi^ a Himini presso i padri Domenicani, Come 
il nonno e il padre, appassionato per le eonimedie e per il 
teatro, ne lease, ne recitò e ne compose fin da fanciullo. Lasciò 
Kimmi per fnggire a Chioggia con una com pagania di eeniicL Fu 
mftsso a Venezia presso un procuratore, poi a Pavia nel collegio 
Obialieri (1723); roa ne fu espulso per nna aatira contro le donne 
pavesi- Pensò per un momento persino a farsi cappuccino. Fu 
coadiutore del eaocenierc del Podej^tà criminale a Feltre ; poi, 
fflcirta il padre (H^IX s'addottorò in legge a Padova e cominciò a 
far r avvocato fA. Pascolato, Curio Goldoni avvocatoj nella 
y il crii Antolog.j 2» 8t*n, voi. XLir, p. 633, 15 dicembre l^^). Hi- 
cordando sempre ie vicende principali della sua vita, senza se- 
gairb ne'continni carabiamenti dì residenza, facciara menzione 
3è]la saa dimora a Milano (17ii3), ove fu cotno gentiluomo presso 
r ambasciatore di Venezia- Sposò il T2 agosto del 173G Maria Ni- 
coletta Connio, genovese, che egli amò molto e tenne come con- 



^^sm 



56 SECOLO xvin. 

solazione della sua esistenza (A. Gentblli, Niccoletla, nel Pun- 
golo della domenica, dicembre 1883, n. 46-47). A Venezia ebbe 
r ufficio di console per Genova, ma nonostante l'impegno che 
pose nel disbrigo delle sue fanzioni, ne sofferse disgusti e danni 
finanziar; (v. Belgrano, Matrimonio e Consolato di C. (?., in 
Imbreviature di Giovanni Scriba, Genova, Sordomuti 1882, p. 17 
e segg.)* Nel 1742, desiderosissimo di imparare la buona lingua 
àsL' testi viventi, fece una gita in Toscana: visitò Firenze, Siena, 
Volterra e Pisa, dove rimase cinque anni esercitando con profitto 
la professione d'avvocato. Allettato dal capo comico Girolamo 
Medebac, che gli assegnò 400 ducati air anno, tornò a Venezia 
come poeta drammatico, nel 1748. Il Medebac condnceva il teatro 
Sant'Angelo. Il Goldoni lasciò per gravi dissensi il Medebac 
nel 1752, e passò al teatro di San Luca di proprietà del patrizio 
Francesco Vendramin. Fu questo il periodo della fiera guerra 
mossagli specialmente da Carlo Gozzi (1761); sicché, stanco del 
soggiorno di Venezia, accettò di andare a Parigi (1762) a diri- 
gervi il Teatro italiano. Ma là pure trovò grandi ostacoli, e cam- 
biato il gusto del pubblico rispetto a commedie. Lo aveva pre- 
visto mad. DU BOCAGB scrivendo all' Algarotti, 30 févr. 1763 : 
« Goldoni ne nous a encore rien donne, et plairoit difficilement 
ici, où peu de gens entendent aisément l'italien, et en connois- 
sent bien Ics moeurs; et Goldoni n'aura pas le temps ni les moyens 
à nous faire rire de nos ridicules ressemblants » (Algarotti, 
Opere, XVII, 123) ; so non che il presagio non fu in tutto vero. 
Fu poi nominato maestro d' italiano delle principesse reali, ed ebbe 
anche una pensione, della quale lo privò la Rivoluzione. Viveva, dun- 
que, nella miseria, sempre col pensiero rivolto alla patria, l'amore 
per la quale ritrasse in questi quattro versi affettuosissimi : 

Da Venezia lontan do mile mia 
No passa di che no me vegna in mente 
Col dolce nome de la patria mia, 
£1 linguazo e i costumi de la gente. 

Troppo tardi, su proposta di Gius. Maria Chénier, la Convenzione 
gli restituiva la pensione sospesa; che il Goldoni era morto il 
giorno innanzi, 6 febbraio 1793. ^ 

È difiìcile determinare con precisione la cronologia delle 
opere del Goldoni (vedi un tentativo nella Bibliografia goldo- 
niana di A. G. Spinelli, Milano, Dumolard, 1881, e la recensione 
di A. Neri nel Oiom, stor. della leti, ital.y voi. V, p. 269 e segg.). È 
anche molto intricata la storia delle edizioni, alcune delle quali fu- 
rono curate dall'autore medesimo. Meno ci preme di ricordarne i 
primi tentativi drammatici: cioè, le tragedie e tragicommedie, le 
commedie a soggetto, che s'informavano al comun gusto d'allora. 

Delle commedie goldoniane talune, undici in tutto, sono scritte 
interamente in dialetto veneziano; altre miste d'italiano e di dia- 



CABLO GtOLDONL 67 

letto : altre tioltanto in ìIìiIUdo, delle quali parte in versi martel- 
liani. 

Quella rifornii t od do !I nome del Goldoni è Cimeli re nella 
storia dei nostro teatro, e per la quale il VoKiviro lo celebrò 
iihtratùr cV Italia dai Goti e pittore detta naltira, cominciò col 
M^molù Cortésan (1737-3S), commedìii non ancora sc^i^^adel tutto. 

Ma talora il Goldoni dovette dubitare dt-Ua bontà d^^lla riforma 
elle tenta va^ apecialmente yuando l'ab. Pietro Chiari attirava gran 
Iblla il Sant'Angelo colie sne commedie stravat^anti (Tommahèo, 
Storia civile nella letter^ P. Ckiariy e e,, p. 2130 e ae^'g., Torino, 
LiPscher, ltì"2). E cosi aacli*e|:li scrisse la Sp^sa pertmita, Vlr^ana 
a lui fa, la Pernviatta, la Bella seh'atfgiaj ec. Ma BUbìtO dopo ri- 
tornò alla stia maniera, e scrisse alcune delle sue più celebrate com- 
Medie, p. es^ Un curioio ac^ìdejit^f i lÌHshghi, Lt Baruffò Chioz- 
mU^y Todero Brontolone ec. ; e questo ritorno quasi costante alla 
ria da luì prescelta, può dirsi segnato dalle sedii^i i:Dmniedit 
nmtt (1750 -SI). A questa ri forma, preparata in quak^lio modo 
da altri, ma dal Goldoni veramente condotta ad effetto (E. Ca- 
MBRIKI, I precnnori del Goldonij nella Knoen Antoloffia, XVI, 
MHj XVI II, 401), si oppose vivacemente Carlo Gozzi, etie ebbe 
un effimero trionfo colle sue /f^òe, delle quali altrove diremo* 
A Parigi il Goldoni scrisse in francese la bellissima commedia 
Le Bourra hitnfaisani (ITTI) C V Avare fastueiix, oltre VEt^entail 
{ì\ VefUaglio). 

Vivaciaaima è nella commedia del Goldoni la pittura dell' am- 
biente veneziano, comico ed allegro qtiant' altro mai, eb'ei bea co- 
nche va e ben sapeva a preferenza ritrarre (E. Masi, Carlo Gol* 
doni e P. Longhij nel voi. Stdla storia del teatro italiano nel 
ttr, XVIII, Firenze, Sansoni WJl\ Tolse via le Sicìatterie della 
^nimedia a soggHtOj abolendo le improvvi:*a^ioni, mirnon rinun- 
ciando nella commedia meditata alla festività che era propria di 
qttcl genere cosi amato dal pubblico. Studiò pazientemente per- 
sone e cose; ma non fu sempre troppo profondo psif'oloi;^ né ubbc 
sempre le medesime felici intuizioni de' caratteri, aleuui de' quali 
tuttavia disegnò mirabilmente. Non è suo maggior prej^no lo stile 
e la lìagua; ma la grande copia dei le invenzioni e la gioconda 
gt«^zia e il felice brio dcMIaloglii- Ben giudicò di lui ancor vi- 
vente Jl Cesarotti scrivendo al Van Goens ; * s'egli avesHC studio 
guanto ha natura, s'egli acrivease un po' più correttamente, «e il 
tuo ridicolo fosse alle volte più delicato, se le sue circostante gli 
avessero permesso di comporre un minor numero dì commedie e 
di lavorarle di più, parmi che potreUbesl con molta francliczza 
contrapporlo a Molière (Epi^t, nceìto, Alvìsopoli, 1m*j|j, p. -iti)»» Ed 
anche ai suot dì non gli si ririparmiarooo censure, e tra le più 
fiere soa da ricordare quelle d' un eriudice generalmente acuto e 
gintto, il Baretti (G. Sanbsi, Bardii e Goldùni, nella lim^egna 
i^aziùimU, voL LXIX, dìsp. del 16 febbraio WS^^ p.665); molte però 



5b SECOLO XVUL 

delle tnoTtmftimc commedie ^ol domane si rappreRontano ancora 
Bu' nostri tcittri fì piacciono^ perché sevban perenne freachejEiaj 
anzi Hetiibran li in nuove ^eW^ ntim-ìsHvm d^* gióvani autori ìtaliaan 
(A. FnAìiCllETTl/Tra tt Goldoni !, n^WAìifoLdeìla critjen. moiLóé 
MORAKDt, p, ofi'J; E, MAfiI, (JenlùlìaiHù di C. Goldoni, nella Nnoi:ti 
Antolotjìa, 2^ serie, voi. XLll, dÌRp. del 1" febbraio WM^ \\ìm\ 
Tra gli imitatori del Goldoni, che Bon durali felicemente fino al 
Ghi^rardi del Testa, al Ferrari, in alcune produzioni, e al Gallina, 
tiene il |Jìù antico Inogo Francesco Albergati (E* Masi, Lq rt/t» 
t i tf^ipit ce, di F. AlhergaH, Bologna, Zaniclietli 1878X e non 
rnltimo, Alberto Nota piemontese. 

Del Goldoni rìmnngono anche wnrie lettere (E. Masi, l^iltn 
di C. G.j con proemio e note, Bologna^ Zaniclielli, 1880; D, MaiìtQ' 
VAM, (.'. O. e il teatro di San Lnca a VenesÌi$j carie fjgio inediiOf 
jMllanOj Trevtfii^ iHBDr nicnne ne fnron raccolte anche da G. M- UE- 
iiANi, Venezia, Ongìinia. 18*sOi nna ncj pubblieù testé G, Tambarì 
nella BiMìùttGa ddU scuole italiane, 3 fi febbraio ISIB), Per iepoeni 
ed altre cose minori, vedi ì Fogli «parai raccùUi da A. Q. SfinbLLIt 
Milano, ISSTk 

[Vernon Lee, Goldoni e la commedit* realista, nel voi. Il SH- 
(écento in Itnlia^ Mi bum. Dnraolard, 1^1; F, Galanti, Ci GoWom 
È Vtnezia nel nec. XVI ìl^ Padova, Salmin, 1^82; A. Neri, Anedihii 
Goldoniani^ Ancona, Morelli,! y,s:^ ; Carlo Goldoni^ AlòOjVem'z'ìa, 
20 dicembre, Vi?iCntinr, 1883; E. Mani, Parru.rrhe e Sane.tilotti ìiel 
*?(*. XVIlIj Milano, Treves, 1886; C. Kabaky, De Goldonio italica 
acfiitK cor rt dare f Parisiii, Berger-Levraut, 1893.] 



Le smanie per la vìlieggiatura. — La scena e in Livorno. Paolo, 
servo di Leonardo »t a preparando i bauli r sopravviene il padrone. 

[ATTO PaiMO, — Scena 1. — Paolo, Leonarao.] 

Leonardo, Glia fate qui in questa camera? Si ban da fui 
cento cose, e voi perdete il tempo, e non se ne eseguisce 
nessuna. 

Paolo. Perdoni, signore. Io credo, che allestire il baule 
sia una delle coso necossarie da farsi. 

Leonardo. Ho bisogno di %'oì per qualcbe cosa di pii^i 
importante. 11 baule fatelo rienjpir dallo donne. 

Paolo. Le donne stanno intorno della padrona; sono oc- 
cupate per e^sa, e non vi ò caso di poterlo nemmen vedere, 

Leonardo. Quest' è il difetto di mia soralla. Non si con- 
tonta mai. Vorrebbe sempre la servitù occupata per lei. 



^WK^^m 



CARLO GOLDONI* 59 

Per andare in villeggiatura non le basta un mese por alle- 
stirsi. Due donna Impiegate un mese per lei ! È una cosa 
ìcsaffribiJe ! 

Paolo, Aggiunga, che non bas^itandole Je due donne ne 
ha chiamate due altre ancora in ajuto. 

Leonardo. E che fa ella di tanta gento? Si fa fare in casa 
iiualcbe nuovo vestite? 

Paola. Non, signore. Il vestito nuovo glielo fa il sarto. 
ìd casa da queste donne fa rinnovare i vestiti usati. Si fa 
Tare delle mantiglie, d^i mantiglfont, delie curile da giorno» 
ilelle cuffie da notte, una quantità di forniture di pizzi, di 
nastri, di florotti, un arrenale di roba; e tutto questo per 
andare in campagna, in oggi la campagna è di maggior 
sog:ofezione della città. 

Leoimrtto. Sì, è pur troppo vero, chi vuol figurare nel 
mondo, convien che faccia quello che fauno gli altri. La 
nostra villeggiatura di Montenero è una delle più frequen- 
tate, e di maggior impegno dell' altre. La compagnia, con 
coi 3J ha da andare, è di soggezione. Sono io pure in ne- 
cessità di far di più di quello che far vorrei. Però ho bi- 
sogno di voi. Le ore passano, sì ha da partir da IJvorno 
innanzi sera, e vo' che tutto sia lesto, e non voglio che 
inanelli niente. 

Paolo. Ella comandi, ed io farò tutto quello ohe potrò fare. 

Leonardo. Prima di tutto, facciamo un poco di scanda- 
glio di quel che c*è^ e di quello che ci vorrebbe. Le posato 
ho timore che siano poche. 

Paolo, Due dozzine dovrebbero essere sufìlcienti. 

Leonardo. Per ordinario lo credo anch' io. Ma chi mi as- 
sicura, che non vengano delle truppe d' amici ? In campa- 
gna si suol tenere tavola aperta. Convien essere preparati. 
U posate si mutano frequentemente, e due coltelliere non 
bastano. 

Paolo, La prego perdonarmi, se parlo troppo libera-' 
mente. Vossignoria non è obhligata di fare tutto quello che 
anno i marchesi flore n tini, che hanno feudi e tenute gran- 
tìisiìme, e cariche e dignità grandiose. 

Leonardo. Io non ho bisogno, che il mio cameriere mi 
Tenga a fare il pedante. 

P^lo. Perdoni; non parlo più. 

Leonardo, Nel caso, tn cui sono, ho da eccedere le bi- 
sogna, n mio casino di campagna è contiguo a quello del 



60 SECOLO XYHL 

signor Filippo, Egli è avvezzo a trattarsi bene; è uomo 
splendido, generoso ; le sue villeg'giaturo sono magnilìche, 
ed io non ho da ùlvìhì scorgere, non ho da seoinparire in 
faccia di lui. 

Pardo, Faccia tutto quello clic le detta Ja sua prudenza* 

Leonardo. Amiate da monsieur GurJaiid, e pregatelo p'^r 
parte mia, che mi favun^sea prestarmi due coltelliere, quat* 
tro sottocoppe e sei candelieri (Inargento. 

PaMo. S^rà servita. 

Leonardo. Andate poserà dal mio droghiere, fatevi dare 
dieci libbre di calle, cinquanta libbre di cioccolata, venti lib- 
bre di zucchero e un sortì mento di spezierle per la cucinft- 

Faolù. Si Ila da pagare? 

Leonardo, No, ditegli, che lo pagherà al mio ritorno. 

Paolo, Compatisca; mi disse l'alt rieri, che sperava prima 
eh* ella andasse in campagna, che lo iialdasse del conto 
Tecchio. 

Leonardo. Non serve. Ditegli che lo pagherò al mio rl- 
torno. 

Paolo, Benissimo, 

Leonardo, Fate, che vi sia il bisogno di carte da gìaoco 
con quel che può occorrere per sei o sette tavolini, e so- 
prattutto, che non manchino candele di cera. 

Paolo. Anche la cereria di Pisa, prima di far conto nuovo 
vorrebbe es^ier pagata del vecchio. 

Leonardo, Comprate della cera di Venezia. Costa più, 
ma dura più, ed è più bolla. 

Paolo. Ho da prenderla coi contanti ì 

Leonardo, Fatevi dare il bisogno ; si pagherà al mio ri- 
torno* 

Paolo, Signore, al suo ritorno ella avrà una folla di cre- 
ditori, elle r inquieteranno. 

Leonardo, Voi m' inquietate più di tutti. Sono dieci aniìi 
che siete meco, e ogni anno diventate più impeHinente. 
Perderò la pazienza. 

Paolo, EHa è padrona di mandarmi via; ma io se parlo, 
parlo per r amore che le professo* 

Leonardo. Impiegate il vostro amore a servirmi, e non 
a seccarmi. Fate quel che vi ho detto, e mandatemi Cecco, 

Paolo. Sarà ubbìditn. (Oh I vnol passar poco tempo, elio 
le grandezze di villa lo vogliano ridurre miserabile nella 
città.) 



CARLO nOLDO^. 61 

Dopo di che, Leonardo manda a dire al signor Filippo, dell» 
cai tìgììa Giacinta è. innamorato, che ha orfJìnato per aTiihetiuo 1 
cAvnllj della pofltn e la carrozza per andare in villa a Montenero, 
e raccomanda al servo Cecco di informargli m in casa di Filippo 
«ia stAto il ano hvak% Guglielmo» Entra poi In sorella Vittoria. 

[Scena SII. — Leonardo, yitioriaJl 

Leonardo. Non posso soflrire^ che la signora Giacinta 
tratti Guglielmo. Ella dice, che dee tollerarlo per compia- 
cere il padre che è un amico di casa» che non ha veruna 
iDcUnazione per lui ; ma io non sono in obbligo dì cmder 
tutto, e questa pratica non mi piace. Sarà bene che io 
medesimo solleciti di terminare il baule. 

Vittoria. Signor (Catello, è egli vero, che avete ordinato 
i caTalU di posta, e che si ha da partir questa sera? 

Leonardo. Si certo. Non sì stabilì cosi fin da ieri? 

Vittoria. Ieri vi ho detto, che sperava di poter essere 
air ordine per partire ■ ma ora vi dico, che non lo sono, e 
mandate a sospendere rordinazion dei cavalli, perchè as- 
solutamente per oggi non sì può partire. 

Leonardo. E perchè per oggi non sì può partire ? 

Vittoria. Perchè il sarto non mi ha terminato il mìo 
tnariage. 

Leonardo. Che diavolo è questo mariage ? 

Vittoria* È un vestito air nltima moda, 

Leonardo. Se non è tìnito, ve lo potrà mandare in cam* 
pagna. 

VUtoria. No, certo. Voglio che me lo provi, e lo voglio 
veder fluito. 

Leonardo. Ma la partenza non sì può di (Te ri re* Siamo in 
concerto d* andar insieme col signor Filippo e colla signora 
Giacinta, e si è detto di partir oggi. 

Vittoria. Tanto peggio. So che la signora Giacinta è di 
buon gusto, e non voglio venire col pencolo di scomparire 
io faccia di lei. 

Leonardo. Degli abiti ne avete Ln abbondanza ; potete 
c<>iiipanre al par di chi che sia* 

Vittoria, lo non ho che delle anticaglie, 

Leonardo. Non ve ne avete fatto uno nuovo anche 1* anno 
passato? 

Vittoria. Da un anno all' altro gli abiti non si possono 
pìft dire alla moda. È vero, che gli ho fatti rifar quasi tutti ; 



62 SECOLO XVIll. 

ma un vestito nuovo ci vuole, è necessario» e non si può 
far senza. 

Leonardo. Quest'anno corre il mariage dunque* 

Yittoria. SI, certo, LMia portato di Torino madama Gra- 
non. Finora in Livorno non e redo che se ne siano veduti, 
e spero d' esser io delle prime. 

Leonardo. Ma ciie abito è questo? Vi vuol tanto a fhrlo? 

Vittoria, Vi vuol pochiaaimo, È un abito di seta di ttn 
color solo, colla guarnizione intrecciata di due colori, T vitto 
consiste nel buon gusto di scegliere colori buoni, che ai uni- 
scano bene, che risaltino e non facciano confusione, 

Leonardo, Orsù, non so che dire. Mi spiacerobbo di \^ 
Jervi scontenta; ma io. ogni modo s* lia da partire, 

Yittoria. lo non vengo assolutamente, 

Leonardo. So non ci vorrete voi, ci anderò io. 

Vittoria. Come l Senza di me? Avrete onoro di lasciarmi 
in Livorno? 

Leonardo. Verrò poi a pigliarvi. 

Viltoria. No, non mi ddo^ Sa il cielo quando verrete; 
e se resto qui senza di voi, ho paura, che quel tisico di 
nostro zio mi obblighi a restar in Livorno con lui; e se 
dovessi star qui, in tempo che T altre vanno in villeggiar 
tura, mi a»imalerei di rabbia, di disperazione, 

Leonardo, Dunque risolvetevi di venire. 

Vittoria, Andate dal sarto, ed obbligatelo a lasciar tutto 
od a terminare il raio rtiariage. 

Leonardo, lo non ho tempo da perdere* Ho da far cento 
cose. 

Vittoria. Maledetta la mia disgrazia! 

Leonardo. O gran disgrazia in vero! Un abito di naeno 
ò una disgrazia lagriniosa, ijitollerabile, estrema. 

Vittoria. Si, signore, la mancanza di un abito alla moda 
pilo far perdere in credito a chi ha fama di esaere di buon 
gusto. 

Leonardo. Finalmente siete ancora fanciulla, e le fan* 
cinlle non s* hanno a mettere colle maritate. 

Vittoria. Anche la signora Giacinta è fancinlia, e va con 
tutto le mode, con tutto le gale delle maritate. K in oggi 
non sì distinguono le fanciulle dalle maritato, e una fan- 
ciulla che non fYiccia quello che fanno l'altre, suo) passare per 
zotica, per anticaglia; e mi meraviglio, che voi abbiate queste 
massime, e che mi vogliate avvilita e sprezzata a tal segno.. 



T^** 



CARLO GOLDONI. 63 

Leonardo. Tanto fracasso per un abito? 
Vittoria. Piuttosto che restar qui o venir fuori senza 
il mio abito, mi contenterei d' avere una malattia. 
Leonardo, Il cielo vi conceda la grazia. 
Vittoria. Che mi venga una malattia? 
Leonardo. No, che abbiate V abito, e che siate contenta. 

[Scena IV. — Berto servo, e detti.] 

Berto. Signore, il signor Ferdinando desidera riverirla. 

Leonardo. Venga, venga è padrone. 

Vittoria. Sentimi. Va immediatamente dal sarto, da mon- 
sieor de la Rejouissance, e digli, che finisca subito il mio 
vestito, che lo voglio prima eh* io parta per la campagna, 
altrimenti me ne renderà conto, e non farà più il sarto in 
Livorno. 

Berto. Sarà servita. 

Leonardo. Via, acchetatevi e non vi fate scorgere dal 
signor Ferdinando. 

Vittoria. Che importa a me del signor Ferdinando? Io 
non mi prendo soggezione di lui. M' immagino che anche 
quesVanno verrà in campagna a piantare il bordone da noi. 

Leonardo. Certo mi ha dato speranza di venir con noi, 
e intende di farci una distinzione ; ma siccome è uno di 
quelli, che si cacciano da per tutto, e si fanno merito rap- 
portando qua e là i fatti degli altri, convien guardarsene 
e non fargli sapere ogni cosa, perchè se sapesse le vostre 
smanie per 1* abito, sarebbe capace di porvi in ridicolo in 
tutte le compagnie e in tutte le conversazioni. 

Vittoria. E perchè dunque volete condur con noi que- 
sto canchero, se conoscete ir di lui carattere? 

Leonardo. Vedete bene : in campagna è necessario aver 
della compagnia. Tutti procurano d'aver più gente che 
possono; e poi si sente dire: il tale ha dieci persone, il 
tale ne ha sei, il tale otto, e chi ne ha più è più stimato. 
Ferdinando poi è una persona, che comoda infinitamente. 
Oiaoca a tutto, è sempre allegro, dice delle buffonerie, man- 
gia bene, fa onore alla tavola, soffre la burla, e non se ne 
Ila a male di niente. 

Vittoria. Si, si, è vero ; in campagna, questi caratteri 
sono necessarj. Ma che fa, che non viene ? 

Leonardo. Eccolo lì, ch'esce dalla cucina. 



-w^ 



64 SECOLO XVIII. 

Vittoria, Che cosa sarà andato a fare in cucina? 

Leonardo. Curiosità. Vuol saper tutto. Vuol saper quel 
che si fa, quel che si mangia, e poi lo dice per tutto. 

Vittoria. Manco male, che di noi non potrà raccontare 
miserie. 

Ferdinando viene invitato a partire cogli altri, e andrà in ca- 
leasR in compagnia di Vittoria: il fratello invece, con Filippo e 
Giacinta. Ma Vittoria è più che mai incaponita di non partire senza 
Hrvei" il suo vestito nuovo, quando sa dal reduce servo che Giacinta 
Ri provava appunto un mariage, e va in fretta con Ferdinando dal 
Marto per sollecitarlo. 

Siamo in casa di Filippo, il quale spensieratamente invita Gn- 
gliolmo in villa e gli promette un posto nel proprio legno. Partito 
eh* egli è, entra Giacinta colla cameriera Brigida. 

[Scena X. — Filippo, Giacinta, Brigida.] 

Giacinta. Signor padre, mi favorisca altri sei zecchini. 

Filippo. E per che fare, figliuola mia? 

Giacinta. Per pagare la sopraveste di seta da portar 
per viaggio per ripararsi dalla polvere. 

Filippo. (Poh! non si finisce mai.) Ed è necessario che 
sia di seta? 

Giacinta. Necessarissimo. Sarebbe una villania portare 
la polverina di tela ; vuol essere di seta, e col cappuccetto. 

Filippo. Ed a che fine il cappuccetto? 

Giacinta. Per la notte, per l'aria, per Tumido, per 
quando è fVeddo. 

Filippo. Non si usano i cappellini ? I cappellini non ri- 
parano meglio? 

Giacinta. Oh i cappellini! 

Brigida. Oh, oh, oh i cappellini! 

Giacinta. Che ne dici, eh Brigida? I cappellini! 

Brigida. Fa morir di ridere il signor padrone. I cap 
pellini! 

Filippo. Che! Ho detto qualche sproposito ? Qualche be- 
stialità ? A che far tante maraviglie ? non si usano forse i 
cappellini? 

Giacinta. Goffaggini, goffaggini ! 

Brigida. Anticaglie, anticaglie! 

Filippo. Ma quanto sarà che non si usano più i cap- 
pellini? 



CARLO GOLDONI. 65 

Giacinta, Oh due anni almeno. 

Filippo. E in due anni sono venuti anticaglie? 

Brigida. Ma non sapete, signore, che quello che si usa 
un anno, non si usa T altro? 

Filippo, Si, ò vero. Ho vedute in pochissimi anni cuffie, 
cuffiotti, cappellini, cappelloni ; ora corrono i cappuccetti : 
m'aspetto che Tanno venturo vi mettiate in testa una scarpa. 

Giacinta, Ma voi, che vi maravigliate tanto delle donne, 
ditemi un poco, gli uomini non fanno peggio di noi? Una 
volta quando viaggiavano per la campagna, sì mettevano 
il loro buon giubbone di panno, le gambiere di lana, le scarpe 
<;rosse; ora portano anch' eglino la polverina, gli scarpi- 
netti colle fibbie di brilli, e montano in calesse colle cal- 
zoline di seta. 

Brigida. E non usano più il bastone. 

Giacinta. Ed usano il pallossetto* ritorto. 

Brigida. E portano Tombrellino per ripararsi dal sole. 

Giacinta. E poi dicono di noi ! 

Brigida. Se fanno peggio di noi! 

Filippo. Io non so niente di tutto questo. So, che come 
s'andava cinquantanni sono, vado ancora presentemente. 

Giacinta. Questi sono discorsi inutili. Favoritemi sei zec- 
chini. 

Filippo. Sì, veniamo alla conclusione: lo spendere è sem- 
pre stato alla moda. 

Giacinta. Mi pare di essere delle più discrete. 

Brigida. Oh! signore, non sapete niente? Date un'oc- 
chiata in villa a quel che fanno le altre, e me la saprete 
poi raccontare. 

Filippo. Sicché dunque devo ringraziare la mia figliuola, 
che mi fa la finezza di farmi risparmiare moltissimo. 

Brigida. Vi assicuro che una fanciulla più economa non 
?i dà. 

Giacinta. Mi contento del puro bisognevole, e niente più. 
♦ Filippo, Figliuola mia, sia bisognevole o non sia biso- 
gnevole, sapete ch'io desidero soddisfarvi, e i sei zecchini 
venite a prenderli nella mìa camera, che ci saranno. Ma 
circa air economia, studiatela un poco più, perchè se vi 
maritate, sarà difficile che troviate un marito del carat- 
tere di vostro padre. 

^ Da fMlo§»o, che era una specie di bastone animato. 
IV. 5 



GG SECOLO XVIII. 

Giminta^ A che ora si parte? 

Filippo. (A proposito). Io penso verso le ventidue. 

Gmcinta. Oh! credo che si partirà prima. E chi viene 
in carrozjsa con noi? 

Filippo. Ci verrò lo, ci verrà vostra zia, e per quarto 
un galantuomo, un mio amico che conoscete anche voi. 

Giacinta. Qualche vecchio forse? 

Filippo. Vi dispiacerebbe che fosse un vecchio? 

Giacinta. Oh ! non, signore. Non ci penso, basta che non 
sia una marmotta. Se è anche vecchio, quando sia di buon 
umore, son contentissima. 

Filippo. E un giovane. 

Brigiffa. Tanto meglio. 

Filippo. Perchè tanto meglio? 

Brigida. Perchè la gioventù naturalmente è più vivace, 
è più spiritosa. Starete allegri : non dormirete per viaggio. 

Gifivinla. E chi è questo signore? 

Filippo. PI il signor Guglielmo. 

Giarinta, Si, si, è un giovane di talento. 

Filippo. I] signor Leonardo, mi figuro, andrà in calesse 
con sua scrolla. 

Giacinta. Probabilmente. 

Brigida. VA io, signore, con chi anderò? 

Filippo. Tu andrai, come sei solita andare ; per mare, 
in una feluca colla mia gente e con quella del signor Leo- 
nardo. 

Brigida. Ma, signore, il mare mi fa sempre male, e Tanno 
passato Ito eorso il pericolo d'annegarmi, e quest'anno non 
ci vorroì andare. 

Filippo. Vuoi eh* io ti prenda un calesse apposta! 

Brigida. Compatitemi, con chi va il cameriere del si- 
gnor Leonardo? 

Giacinta. Appunto: il suo cameriere lo suol condurre 
per terra. Povera Brigida, Ij^sciate, che ella vada con esso lui. 

Filippo, Col cameriere? 

Giacinta, Sì, cosa avete paura? Ci siamo noi: e poi sa- 
pete, die lìrigida è una buona fanciulla. 

Brigida. In quanto a me, vi protesto, monto in sedia, 
mi motto a dormire, e non lo guardo in faccia nemmeno. 

Giacinta. ì') giusto ch'io abbia meco la mia cameriera. 

Brigida. Tutte le signore la conducono presso di loro. 

Giacinta. Per viaggio mi possono abbisognar cento cose. 



CARLO GOLDOKL 67 

Brigida. Almeno son lì pronta per assistere, per servir 
la piidroiia, 

Giacinta. Caro signor padre. 

Brigida, Caro signor padrone. 

Filippo, Non so cha dire ; non so dir di no, non son ca- 
pace di dir di no, e non dirò mai di no, 

Viene Leonardo infunato per aver saputo deJr invito fatto a 
{Guglielma. 

[ScEJfA XIL ^Giacinta, Leonardo,) 

Leonardo. Servitor stio, signora Giacinta. 

Giacinta^ Padrone, signor Leonardo, 

Leonardo, Scusi, se son vennfo ad incomodarla. 

Giaciuta. Fa grazia, signor cercmoniore, fa grafia, 

Leonardo. Sono venuto art augurarle il buon viaggio. 

Giacinta. Per dove ? 

Leonardo. P^r la campagna. 

Giacinta. E ella non favorisce? 

Leonardo. Non signora, 

Giacinta. Perchè, se è lecito? 

Leonardo. Perchè non le vorrei essere di disturbo. 

Giacinta, EHa non incomoda mài; favorisce sempre. È cosi 
fraziono, che favorisce ì^empre, 

Leonardo. Non sono io il grazioso» Il grazioso lo avrà 
seco lei nella sua carrozza. 

Giatinta. Io non il impongo, signore. Mio padre è 11 pa- 
drone, ed è padrone dì far venire chi vuole. 

Leonardo, Ma la dglìuola si accanioda volentieri* 

Giacinta. Se volentieri o malvolentieri, voi non avete 
da far T astrologo. 

Leonardo. Alle corte, signora Giacinta. Quella compa- 
rila non mi piace. 

Giacinta, È inutile, che a me lo diciate, 

Leonardo^ K a chi Io devo dire? 

Giacinta. A mio padre, 

Leonardo. Con Ini non ho lihertà di spiegarmi. 

Giacinta. Né io ho V autorità di farlo fare a mio modo. 

Leonardo. Ma se vi premeì^se ^a mia amicizia, tro ve- 
rste la vìa di non disgustarmi. 

Giacinta. Come? Sufrgeritemi voi la maniera, 

Leonardo, Oh ! non mancano pretesti quando si vuole. 



68 SECOLO xvni. 

Ghtrinta. Per estìinpio^ 

Leonurdn, Per esempio si fa nascere una novità, che 
dìfTeri8ca T andata, e si acquista tempo: e quando preme, 
si tralascia d'andare, piuttosto che disgustare una persona 
per cui SI Jia qnalclie si] ma. 

itincinta. SI, per farsi ridicoli questa è la vera strada. 

Lonnardo, Eh! diie, che non vi curate di me. 

Giacinta. Ho della stima, ho dell'amore per voi; ma non 
voglio per causa vostra fkre una trista figura in faccia del 
nioodo. 

Leonardo, Sarebbe un gran male, che non andaste un 
anno in villeggiatura? 

GiftPifìta. Un anno senza andare in villeggiatura! Che 
direbbero di me a Montenero? Che direbbero di me a Li- 
vorno? Non avrei più ardire dì mirar in faccia nessuno. 

LeonardfK Quand' t> cosi, non occorre altro. Vada, si di- 
verta e buon prò lo faccia. 

Giacinta. Ma ci verrete anche voi. 

Leonardo. Non signora, non ci verrò. 

Giacinta, Eh! si, che verrete. 

Leonardo. Con lui non ci voglio andare. 

Giacinta. E che cosa vi ha fatto colui? 

Leonardo. Non lo posso vedere. 

Giaf fìtta. Dunque l'odio che avete per lui, è più grande 
deiramorus che avete por me. 

Leonardo, lo 1' odio appunto per causa vostra. 

Giacinta, Ma por qual motivo? 

Leoìiardo. Perchè, perchè.,,, non mi fate parlare. 

Giacinta, Perchè no siete geloso. 

Leonardo. SI, perchè ne sono geloso. 

Giacinta, Qui vi voleva. La gelosia che avete di lui, è 
nn' oliera che fate a me, e non potete essere di lui ge- 
loso, sen^^a erodere me una frasca, una civetta, una ban- 
deruola. Chi ha della stima p[*r una persona non può mi- 
tri rd tai sentimenti, o dove non vi è stima non vi può 
esaere amore * e ^o non mi amate, lasciatemi, e se non 
sapete amare, imparata. Io vi amo, e son fedele, e son 
sincora, e so il mio dovr>re, a non vo' gelosie, e non vo- 
glio dispetti, e non voglio farmi ridicola per nessuno, e in 
villa ci ho da andare, ci devo andare, e ci voglio andare. 

Leonardo. Va, che il diavolo ti strascini. Ma no,può es- 
sere che tu non ci vada. Farò tanto forse, che non ci anderai. 



CARLO GOLDONI. 69 

Maladetto sia ii vilJeggìare, In vi ila ha fatto qiiest* ftinici- 
zìa; in vlllft ha coDO.?ciuto costui. Si sacrilìdii tutto; diciv 
il mondo qiiej che vuol dire- Non si villeggia pifi, non ai va 
pifi in campagna t 

N^rattQ secoudo Vittoria, tutta lieta del suo abito, discorre col 
fido ed amorevole Paolo. 

[ATTO SECONDO. — SCEXA L— VìUoì^ia, Paolo.} 

Vittoria, Via, via non istate pi?ì a taroccare. Lasciate, 
c'bfl le donne tlnìscano di faro quel che hanno da fare, e 
piuttosto vi aiuterò a terminato il baule per mio fratello. 

Paolo. Non so che dire. Siamo tanti in casa, e pare, 
die to solo abbia da fare ogni cosa. 

Vittoria. Presto, presto. Facciamo, che quando torna il 
sigaor Leonardo, trovi tutte le cose fatte. Ora son con te n- 
tìa^ìma, a mezzogiorno avrò in cam il mio abito nuovo. 

Paolo, GììeV ha poi tìnito il earto ? 

Vittoria, Sì, r ha tìnito ; ma da colui non mi servo più^ 

Paolo, E perchè, signora? f,o lia fatto malo? 

Vittoria, No, per dir la verità, t; riuscito bellissimo. Mi 
sta bene, è un abito di buon gusto, che forso forse farà Ja 
prima figura, e farà crepar qualcheduao d'invidia. 

Paolo, E perchè dunque h sdegnata col sarto? 

Vittoria, Perchè mi ha fatto ujf impertinenza. Ha voluto 
i danari subito per la stofTa e per la fattura. 

Paolo. Perdoni, non mi par ciie abbia gran torto. Mi ha 
detto più volte, che ho. un conto lungo q che voleva esser 
saldato. 

Vittoria, E bene, doveva aggiungere alla lunjja polizza 
anche questo conto, e sarebbe stato pagato di tutto. 

Paolo, E quando sa riebbe stato passato? 

TiUoria. Al ritorno della villeggiatura. 

Paolo. Crede ella di ritornar di campagna con dei quat- 
trini ì 

Vittoria, È facillsssinio. Tn campagna si giuoca. Io sono 
piuttosto fortunata nel giuoco, e probabilmente T avrei pa- 
galo senza sagriticare quel poco, che mio fratello mi passa 
per il mio vestito. 

paolo, A buon conio quest'abito ò pagato, e non ci ha 
più da pensare. 

Vittoria. Si, m^ sono restata seaza quattrini. 



70 SECOLO XVUI. 

Paolo, Che importa? Ella non ne ha per ora da spendere. 

Vittoria, E come ho da far a giuocare ? 

Paolo. Ai giuochetti si può perder poco. 

Vittoria. Oh I io non giuoco a' giuochetti. Non ci ho pia- 
cere, non vo' applicare. In città giuoco qualche volta per 
compiacenza; ma in campagna il mio divertimento, lamia 
pasisione è il faraone. 

Paolo. Per quest'anno le converrà aver pazienza. 

Vittoria. Oh questo poi no. Vo' giuocare, perchè mi piace 
giuocare. Vo' giuocare, perchè ho bisogno di vincere, ed è 
necessario ch'io giuochi per non far dir di me la conver- 
sazione. In ogni caso io mi fido, io mi comprometto di voi. 

Paolo. Di me? 

Vittoria. Si, di voi. Sarebbe gran cosa, che mi antici- 
paste qualche danaro a conto del mio vestiario dell'anno 
venturo? 

Paolo. Perdoni. Mi pare, che ella lo abbia intaccato della 
metà almeno. 

Vittoria. Che importa? Quando l'ho avuto, l'ho avuto. 
Io non credo, che vi farete pregare per questo. 

Paolo. Per me la servirei volentieri, ma non ne ho. K 
v^ro, che quantunque io non abbia che il titolo ed il sa- 
lario di cameriere, ho Toner di servire il padrone da fat- 
t<ire e da maestro di casa. Ma la cassa che io tengo, è così 
ristretta, che non arrivo mai a poter pagare quello che 
lUhi giornata si spende; e per dirle la verità, sono indietro 
anch' io di sei mesi del mio onorario. 

Vittoria, Lo dirò a mio fratello, e mi darà egli il bisogno. 

Paolo. Signora, si accerti, che ora è più che mai in ri- 
ijt rettezze grandissime, e non si lusinghi, perchè non le può 
dar niente. 

Vittoria. Ci sarà del grano in campagna. 

Paolo. Non ci sarà nemmeno il bisogno per far il pane 
che occorre. 

Vittoria. V uva non sarà venduta. 

Paolo. È venduta anche 1' uva. 

Vittoria. Anche l'uva? 

Paolo. E se andiamo di questo passo, signora.... 

Vittoria. Non sarà così di mio zio. 

Paolo. Oh! quello ha il grano, il vino, e i danari. 

Vittoria. E non possiamo noi prevalerci di qualche cosa? 

Paolo. Non signora. Hanno fatto le divisioni. Ciasche- 



CABLO QOLDONL 71 

amo conosce il suo. Sono separato le fattorie. Non vi è 
niente da sperfire da quolla parte. 

Vittoria. Mio fratello dunque va in precipizio? 

Paolo. Se non ci rimedia. 

YiUorta, E come avrebbe da nmediarci? 

T'asolo. Regolar le spese. Cambiar sistema di vivere. Ab- 
bandonar sopratutto la villeggiatura. 

Vittoria, Abbandonar la villeggiatura? Si vede bene che 
skt« un uomo da niente. Ristringa 1© speso in ca^a. Scerai 
la ti^ vela in €ittà» minori la servitù ; le dia meno salario; 
si resta con meno sfarzo, risparmi quel che getta in Li- 
Torno; nm la villeggiatura si deve fare, e ha da essere da 
par nostro, grandiosa secondo il solito e colla solita pro- 
prietà* 

Paolo, Crede ella, che possa durar lun^^o tempo? 

Vittoria. Che duri Un che io ci sono. La mìa dote ò in 
deposito, e spero che non tarderò a maritarmi. 

J^o^o. E intanto?.,. 

Vittoria. E intanto terminiamo il baule. 

Paolo. Ecco \l padrone* 

Vittoria. Non gli diciamo niente per ora. Non lo met- 
tiamo in melanconia. Ho piacere die sia di buon animo, 
elle si parta con allegria. Terminiamo di i^nipir il baule. 

Ha Leonardo entra furibondo e toglie ijli ordini i>er la pnr- 

[Scena U. — Leonardo e detti.l 

Leonardo, (Ahi vorrei nascondere la mia passione, ma 
Doa eo »G sarà possibile. Sono troppo fuor di me stesso.) 

Vittoria, Eccoci qui^ signor fratello, eccoci qui a lavo- 
rare per voi, 

Leonardo, Non vi affrettate. Può essere che la partenza 
si ditferisca. 

ViiioYìa, No, no, sollecitatela pure, lo sono in ordine, 
il mio mariage è Qnito, Son contentissima» non vedo Torà 
d'andarmene. 

Leonardo. Ed io sul supposto dì far a voi un piacere, 
ho oambmto dÌ!?posizÌone, e per og^gi non si partirà. 

Vittoria. E ci vuol tanto a rimettere le cose in ordine 
per partire? 

Leonardo, Per oggi, vi dico, non è possibile. 



m^ 



72 SECOLO xvm. 

Vittoria. Via, per oggi pazienza. Si partirà domattina 
pei fresco: non è cosi? 

Leonardo. Non lo so. Non ne son sicuro. 

Vittoria. Ma voi mi volete far dare alla disperazione. 

Leonardo. Disperatevi quanto volete, non so che farvi. 

Vittorfa. Bisogna dire, che vi siano dei gran motivi. 

Leonardo. Qualche cosa di più della mancanza d'un 
abito. 

Vittoria. E la signora Giacinta va questa sera? 

I^onardo. Può essere ch'ella pure non vada. 

Vittoria. Ecco la gran ragione. Eccolo il gran motivo. 
Perchè non parte la bella, non vorrà partire l'amante. Io 
non ho che fare con lei, e si può partire senza di lei. 

Leonardo. Partirete quando a me parerà di partire. 

Vittorfa, Questo è un torto, questa è un' ingiustizia, che 
voi mi fate. Io non ho da restar in Livorno quando tutti 
vanno in campagna, e la signora Giacinta mi sentirà, se 
resterò a Livorno per lei. 

Leonurdo. Questo non è ragionare da fanciulla propria 
e civile, come voi siete. E voi, che fate colà ritto, ritto, 
come una statua? 

paolo, Aspetto gli ordini. Sto a vedere, sto a sentire. 
Non so, s* io abbia a seguitare a fare, o a principiar a disfare. 

Vittoria. Seguitate a fare. 

Leonardo. Principiate a disfare. 

I^olo. Fare e disfare è tutto lavorare. 

Vittoria. Io butterei ogni cosa dalla finestra. 

Leonardo. Principiate a buttarvi il vostro mariane. 

Vittoria. Sì, se non vado in campagna, lo straccio in 
cento mila pezzi. 

Leonardo. Che cosa c'è in questa cassa? 

Pania. Il caffè, la cioccolata, lo zucchero, la cera e le 

Leonardo. M'immagino, che niente di ciò sarà stato 
pagato. 

Paolo. Con che vuol ella, eh' io abbia pagato ? So bene 
elio por aver questa roba a credito, ho dovuto sudare : e 
i botleirai mi hanno maltrattato, come se io l'avessi rubata. 

Leonardo. Riportate ogni cosa a chi ve 1' ha data, e fate 
che depennino la partita. 

Paolo. Si, signore. Ehi! chi è di là? Aiutatemi. 

Vittoria. (Oh povera me! La villeggiatura è finita.) 



CARLO GOLDONI. 73 

ì^aolo. Bravo, signor padrono : così va bene* Far manco 
debiti cljè si può. 

Lmmrdo. Il inalali, che vi colga. Non mi fate il dot- 
tore^ che perderò la pazienza. 

Paolo. (Andiamo, andiamo, prima che sì penta. Si vedo, 
che non lo fk per economia, lo fa per qualctie altro diavolo 
ebè ha per il capo.) 

[Sgena IH. — Vittoria, Leonardo.^ 

Viitoria. Ma si può sapere il motivo di questa vostra 
disperazione ì 

Leoìmrcio. Non io so nemnien io. 

Vittoria. Avete gridato colla signora Giacinta? 

Uoìmrdo, Giacinta è indegna deiramor mio, è indegna 
Jeiramicijia della mia casa, o ve lo dico, e ve lo comando, 
ucm vo*che la pratichiate. 

ViUoria. Ehi già, quando penso una cosa, non fallo mai, 
L'ilo detto, e così è. Non si va pifi in campagna per ra- 
gione di quella sguaiata, ed ella ci anderà, ed io non ci 
potrò andare. E si burleranno di me» 

Lt'miardo. Eh 1 corpo del diavolo non ci andorà nommen 
illa» Farò tanto, clie non ci anderù. 

Vittoria. Se non ci andasse Giacinta, mi pare che mi 
splacerebl^e meno dì non andar io. Ma ella si, ed io noi 
EHa a far la graziosa in villa, ed io restar in città? Sa- 
rebbe una cosa, sarehbe una cosa da dar la testa nelle 
muraglie. 

Leonardo. Vedrete, che ella non anderi. Per conto mio 
ho levato l'ordine de' cavalli. 

Mttoria. Oh si, peneranno assai a mandar eglino alla 
Pof-ta! 

Leonardo. Ehi ho fatto qtiak^he cosa di pìii. Ho Mto 
I dir delle cose al signor Filippo, che so non ò stolido, se 
I floo è un uomo dì stucco, non condurrà per ora la sua 
ilghnola in campagna. 

Vittoria, Ci ho guato. Anch*ella sfogcTìera il suo gran- 
ai' ubi to in Livorno. La vedrò a passeggiare sulle mura. Se 
rincontro, le vo'dar la haia a dovere. 

Leonardo, lo non vof^lio che le parliate. 

Vittoria. Non le parlerò, non le parlerò. So corbellare 
senza parlare. 



74 SECOLO X\1II. 

Anche Ferdinando, che viene annunziandosi pronto a partire, 
è rimandato via, con gran dolore di Vittoria, che non farà più la 
figura sperata nel tempo della villeggiatura. 

Si torna in casa di Filippo. Entra Fulgenzio vecchio e amico 
di Leonardo. 

[Scena. IX. — Filippo, Fulgenzio.'] 

Fulgenzio, Buon giorno, signor Filippo. 

Filippo. Riverisco il mio carissimo signor Fulgenzio. Che 
buon vento vi conduce da queste parti? 

Fulgenzio, La buona amicizia, il desiderio di rivedervi 
prima che andiate in villa e di potervi dare il buon viaggio. 

Filippo, Son obbligato al vostro amore, alla vostra cor- 
dialità, e mi fareste una gran finezza se vi compiaceste 
di venir con me. 

Fìdgenzio, No, caro amico, vi ringrazio. Sono stato in 
campagna alla raccolta del grano, ci sono stato alla semina, 
sono tornato per le biade minute, e ci anderò per il vino. 
Ma son solito di andar solo, e di starvi quanto esigono i 
miei interessi, e non più. 

Filippo. Circa agF interessi della campagna, poco più, 
poco meno, ci abbado anch' io, ma solo non ci posso stare. 
Amo la compagnia, ed ho piacere nel tempo medesimo di 
agire e di divertirmi. 

Fulgenzio. Benissimo, ottimamente. Dee ciascheduno 
operare secondo la sua inclinazione. Io amo star solo, ma 
non disapprovo chi ama la compagnia. Quando però la com- 
pagnia sia buona, sia conveniente, e non dia occasione al 
mondo di mormorare. 

Filippo. Me lo dite in certa maniera, signor Fulgenzio, 

che pare abbiate intenzione di dare a me delle staiRlat^. 

Fulgenzio, Caro amico, noi siamo amici da tanti anni. 

Sapete, se vi ho sempre amato, se nelle occasioni vi ho 

dati dei segni di cordialità. 

Filippo. Si, me ne ricordo, e ve ne sarò grato Ano eh' io 
viva. Quando ho avuto bisogno di denari, me ne avete 
sempre somministrato senz* alcuna difficoltà. Ve li ho per 
altro restituiti, e i mille scudi che T altro giorno mi avete 
prestati, gli avrete, come mi sono impegnato, da qui a 
tre mesi. 

Fulgenzio. Di ciò son sicurissimo, e prestar mille scudi 
ad un galantuomo, io Io calcolo un servizio da nulla. Ma 



[^^•^••^ -Wij 11 « 



CABLO aOLDONL 75 

permettetemi^ cìie io tì dica nn* osservazione che ho fatta. 
Io veggo, che voi venite a domandarmi denaro in prestito 
quasi ogni anno, quando siete vicino alla villeggiatura. Se- 
gno evidente, che la villeggiatura v'incomoda; ed è un 
peccato che un galantuomo, un henostante, come voi siete, 
che ha il suo bisogno per il suo mautenlmento, s' incomodi 
e domandi denari in prestito per ispenderli malamente. Si, 
signore, per ispenderli malamente, perchè le persone me- 
rlesime, che ven^fono a mangiare il vostro, fieno Je prime 
a dir male di voi, e fra quelli, che voi trattato atnor osa- 
mente, vi è qualcheduno, che pregiudica al vostro decoro 
Bd alla vostra riputazione, 

Filippo. Colpetto! Voi mi mettete in un' agitaiiione gi'an- 
dissima. Rispetto allo spendere qualche cosa di più, e farmi 
maDgiare il mio malamente, ve Taueordo, è vero, ma sono 
avvezzato cosi, e finalmente non ho che una sola tiglia* 
Pf>!§go darle una buona dote, e mi resta da viver bone lino 
eli' io campo. Mi fa specie cbe voi diciate, che vi è chi 
pregiudica al mio decoro, alla mia riputazione. Come po- 
tete dirlo signor Fulgenzio? 

Fulgenzio. Lo dico con fondamento, o h^ dico appunto, 
ridettendo che avete una figliuola da maritare- lo so elio 
ri è pei^ona che la vorrebbe per moglie, e non ardisce di 
domandarveln, perchè voi la lasciate troppo addomesticar 
cella gioventù, e non avete riguardo di ammetlere zerbi- 
notti in casa, e sino di accompagnarli in viaggio con essole i, 

Filippo. Volete voi dire dei signor Guglielmo? 

Fulgenzio, Io dico di tutti, e non voglio dir di nessuno* 

Filippo. Se parlaste del signor Guglielmo, vi accerto elio 
é in giovane il più savio, il più dabbene del mondo, 

Fulgenziù. Egli è giovane, 

Filippo. E mia figlia è una fanciulla prudente. 

Fulge.nzio. Ella è donna. 

Filippo. E vi è mia si>rella, d'unia attempata*,.. 

Fulgenzio^ E vi sono delle vecchie più pazze assai delle 
floTftni, 

Filippo. Era venuto anche a me qualche dubbio su tal 
proposito, ma ho pensato poi, che tanti altri si conducono 
nella stess a manie r a. . , . 

Fulgenzio. Caro amico, de' casi ne avete mal veduti a 
succedere? Tutti quelli che si conducono come voi dite» si 
sona poi trovati della loro condotta contenti? 



L 



76 SECOLO XVIII. 

Filippo. Per dire la V6riU\, chi sì, e chi no, 

Ftilgensio, E voi aiwte sicuro del si? Non potete dabi^ 
tare del na^ 

Filippo. Voi mi mettete delle pulci nel capo- Non vegso 
Torà di liberarmi di questa figlia. Caro amico» e chi è quegli 
che dite voi, che la vorrebbe in consorte? 

Fulgenzio. Per ora non posso dipvelo, 

Filippo, Ala perchè? 

Fulgenzio, Perehè per ora non vaol essere nominata. 
Regolatevi diversamente, e ai spief^herà, 

Filippo. E che cosa dovrei farei Tralasciar d'antlar^ 
in canjpagna? E impo.'^sihile ; son troppo avvezzo* 

Fulgenzio. Che bisogno e* è, che vi conduciate lo 
figlia? 

Filippo, Cospetto di bacco! Se non la conducessi, ci sa- 
rebbe il diavolo in casa, 

Fulgenzio. Vostra lìglia dunque può diro anch'alia 1*^ 
sua ragione? 

Filippo. L'ha sempre dotta, 

Fidgenzio, E di chi è la colpa? 

Filippo. È mia, lo confesso, la colpa 6 mia. Ma son di 
buon cuore. 

Fulgenzio. W troppo buon cuore del padre fa essere di 
cattivo cuore le figlie. 

Filippo, E che vi ho da fare prese o te nn ente ì 

Ffilgen^io. Un poco di buona regola. Se non in tutto, 
in parte. Staccatele dal lìanco hi gioventfj. 

Filippo^ Se sapessi come fare a liberarmi dal signor 
Guglielmo! 

Fnìf/enzio. Alle corte ; questo signor Guf^^Iielmo vuol 
essere il suo malauno» Per causa sua il galant' uomo che 
la vorrebbe^ non ai dichiara, 11 partito h buono, e se volete 
che 80 ne parli e che si tratti, fìa,te, a buon conto^ che non 
si veda questa mostruosità, che una tiglinola abbia da co- 
mandar più del padre. 

Filippo. Ma ella in ciò non ne ha parte alcuna. Sodo 
stato io, che T ho invitato a veniro. 

Fulgenzio. Tanto meglio. Licenziatelo. 

Filippo. Tanto peggio; non so come iioenziurlo. 

Fulgenzio. Siete uomo, o che cosa siete! 

Filippo, Quando si tratta di far male ^azie, io non so 
come Aire, 



CARLO GOLDONL 77 

Fnlgvmio, Badatn, clic non facciano a voi delie male- 
grazie che puzzino. 

Filippo. Orsù, bisognerà eh* io lo faccia. 

Falgenzio. Fatelo, che ve ne chiamerete contento. 

Filippo, Potreste ben farmi la contldenia di dirmi chi 
Bla l'amico che aspira alla mia (tglìaola. 

Fiilgensìo. Per ora non poi^so; coKìpatitemi. Deggio an- 
*tal^e per un affare dì premura, 

Filippo. Accomodatevi come vi pare. 

Fulgenzio, Scusatemi della libertà clie mi ho preso. 

Filippo, Anzi Ti ho tutta T obbligazione. 

Fulgenzio. A bnon rivederci. 

Filippo. Mi raccomando alla grazia vostra. 

Fui gè mio. (Credo di aver lìen servito il signor Leon arsì o. 
Ma Uo io teso di servire alla veritti, aiia ragione, airinte- 
rnse e al decoro dell' amico Filippo.) 

Ma GiacitjtA, irritata contro Leonardo, f^ m m(«lo che il padre 
non mandi a dire a GugHelmo clic non vi ù posto per lui. 

[ScRNA XL — Giacinta.'] 

Giacinta. Nulla mi preme del signor Guglielmo. Ma non 
voglio che Leonardo si possa vantare d' averla vinta. Già 
s&D sicura che gli passerà, son sicura che tornerà, che 
conoscerà non essere questa una cosa da prendere con 
tanto caldo. E se mi vuol bene davvero, com'ej:li dice, im^ 
parerà a regolarsi per T avvenire con più discrezione, elio 
non sono nata una Bchìava, a non voglio essere schiava. 

Viene Vittoria a far visita. 

[ScRNA XIL — Giacinta, Vittmna,'] 

ViUoria. Giacintina, amica mìa carìpsima. 

Giacinta. Buon dì, la mia cara ffioia. 

Tittoria. Che dite eht È una bell'ora questa da inco- 
niiidarvi ? 

Giacinta. Oh! incomotlarmi? Quando vi \m sentito ve- 
nire, mi si è allarj^'ato il cuore dì allegrezza. 

Vittoria, Come state? State bene? 

Giacinta. Benissimo. E voi? Ma ò f^uperlluo il donian- 
darvì ; siete grassa e inesca, il cielo vi benedica» che con^ 
■olate. 



78 gKCOLO XTÌTL 

Vétioria. Voi, voi avete una cera che innfimora. 

Giacinta, Oli! cosa dite mai? Sono levata questa mat^ 
tìna per tempo, non ho dormito, mt duole Io stomaco, mi 
duole il eapo^ figurarsi clie buona cera chMo posso avere! 

Vittoria. Ed io» non so cosa m* abbia, sono tanti giorni» 
che non nianj2tio niente : niente, niente, si può dir quasi 
niente. Io non so dì che viva, dovrei essere corno uno stecco, 

Giacinta. Sì, si, come uno stecco! Questi brace iotti non 
sono stecchi. 

Vittoria. Ehi a voi non vi si contano l'ossa. 

Giacinta, No, poi. Por grazia del cielo, ho il mio blso* 
gnetto. 

Vittoì'ia, Oh cara la mia Giacinta ì 

Giacinta, Oh benedetta la mia Vittoria I Sedete, gioia; 
via sedete. 

Vittoria. Aveva tanta vof^lia di vedervi! Ma voi non vi 
degnate mai di venir da me, 

Gincinta, cjhl caro il mio Ijene, non vado in nessun luogo. 
Sto sempre in casa. 

Vittoria, K io? esco un pocliiuo la ^e sta, e poi sempre 
in casa. 

Giaeinla. Io non so come facciano quelle che vanno tutto 
il giorno a girone per la città. 

Vittoria. (Vorrei pur sapere se va o se non va a Mon- 
tenero, ma non so come fare.) 

Giacinta. {Mi fa specie, che non mi parla niente della 
campairna,) 

Vittoria, È molto che non vedete mio fratello? 

Giacinta. 7/ ho vetluto questa ni a ti ina. 

Vittoria. Non so eos* abbia, fi inquieto^ ò fastidiosa. 

Giacinta. I*lhl non lo sapete? Tutti abbiamo le nostre 
ore buone, e le nostre ore cattive. 

Vittoria. Credeva qutisì che avesse gridato con voi, 

Giacinta. Con me? Perchè ha da gridare con me? Lo 
stimo, e lo v*?nero, ma egli non è ancora in grado dì poter 
gridare con me. (Ci giuoco io^ che j* ha mandata qui suo 
ft*ateIlo \) 

Vittoria. (È superba quanto un demonio). 

Giacinta. Vìttonna, volete restar a pranm con noi? 

Vittoria. Oh! no, vita mia, non posso. Mio fratello mi 
aspetta. 

Giacinta. Glielo manderemo a dire. 



ffU^KF"-^" ■ ■■ T'r ■ 



CARLO GOLDONI. 79 

Vittoria. No, no, assolutamente non posso. 

Giacinta, Se volete favorire, or ora qui da noi si dà in 
tavola. 

Vittoria» (Ho capito. Mi vuol mandar via.) Cosi presto 
andate a desinare? 

Giacinta. Vedete bene. Si va in campagna, si parte presto, 
bisogna sollecitare. 

Vittoria. (Ah! maledetta la mia disgrazia.) 

Giacinta, M' ho da cambiar di tutto, m' ho da vestire 
da viaggio. 

Vittoria. Sì, sì è vero; ci sarà della polvere. Non torna 
il conto rovinare un abito buono. 

Giacinta. Oh! in quanto a questo poi, me ne metterò 
ano meglio di questo. Della polvere non ho paura. Mi ho 
fatto una sopraveste di cambellotto di seta col suo cappuc- 
cetto, che non vi è pericolo che la polvere mi dia fastidio. 

Vittoria. (Anche la sopravveste col cappuccetto ! Lo vo- 
glio anch' io, se dovessi vendere de* miei vestiti.) 

Giacinta. Voi non Tavete la sopravveste col cappuccetto? 

Vittoria. Si, si, ce Y ho ancor io ; me V ho fatta fin dal- 
l' anno passato. 

Giacinta. Non ve Y ho veduta Y anno passato. 

Vittoria. Non Y ho portata, perchè, se vi ricordate, non 
c'era polvere. 

Giacinta. Sì, sì non e' era polvere. (È propriamente ri- 
dicola.) 

Vittoria. Quest'anno mi ho fatto un abito. 

Giacinta. Oh! io me ne ho fatto uno bello. 

Vittoria. Vedrete il mio, che non vi dispiacerà. 

Giacinta, In materia di questo, vedrete qualche cosa di 
particolare. 

Vittoria. Nel mio non vi è né oro nò argento, ma per 
dir la verità è stupendo. 

Giacinta. Oh! moda, moda. Vuol esser moda! 

Vittoria. Oh! circa la moda, il mio non si può dir che 
non sia alla moda. 

Giacinta. Sì, sì, sarà alla moda. 

Vittoria. Non lo credete? 

Giacinta. Sì, lo credo. (Vuol restare, quando vede il mio 
fiìariage f) 

Vittoria. In materia di mode poi, credo di essere stata 
sempre io delle prime. 



80 SECOLO xvra. 

Giacinta* E ch<^ cos'è il vostro abito? 

Vittoria. È nn mariage. 

Ci toc iuta. Mar ìage I 

Vittoria. Bit certo. Vi par che non sia alla moda? 

GÌaHntfi> Come avete voi saputo che sia venuta di 
Francia la moda del mariage? 

Vittoria. Proba!)ihnente come l'avrete saputo anche voi. 

Giacinta, Clii ve l'ha fatto? 

Vittoria. Il :^arto francese monsieur de la Rejouissance. 

Giacinta, ora ho capito. Rriccone! Me la pagherà, lo 
l'ho mandato a chiamare. Io f?li ho dato la moda del »w- 
riage, h>, che aveva in casa l'abito di Madama GranoD. 

Vittoria, Oh! Madama Granon è stata da me a farmi 
visita il secondo giorno che è arrivata a Livorno. 

Giacinta, Si, sì, scusatelo. Me V ha da pagare senz'altro. 

Vittoria. Vi spiace ch'io abbia il mariage? 

Giacinta. (Ubò, ci ho gusto. 

Vittoria. Volevate averlo voi sola? 

Giacinta, Porche? Credete voi ch'io sia una fanciulla 
invidiosa? Credo die lo sappiate che io non invidio nessuno. 
Bado a me, mi faccio quel che mi pare, e lascio che gli 
altri facciano quel che vogliono. Ogni anno un abito nuovo 
certo. K voglio ^^ser servita subito, e servita, bene, perchè 
pago, pago puntualmente, e il sarto non lo faccio tornare 
più d' una volta. 

Vittoria, Io erodo che tutte paghino. 

Giacinta. No, tutte non pagano. Tutte non hanno il 
modo e la delicatezza che abbiamo noi. Vi sono di quelle 
che fanno aspettare degli anni, e poi se hanno qualche 
premura il sarto s'impunta. Vuole i danari sul fatto, e 
nascono dcHo baruffe. (Prendi questa, e sappimi dir se è 
aJla moda.) 

Vittoria, (Non crederei che parlasse di me. Se potessi 
erodere che il sarto avesse parlato, lo vorrei trattar come 
mcrìfap) 

Giacinta. E quando ve lo metterete questo bell'abito? 

Vittoria, Non so, può essere che non me lo metta nem- 
meno. Io son cosi: mi basta d'aver la roba, ma non mi 
curo poi di sfoggiarla. 

Giacinta, Se andate in campagna sarebbe quella l'occa- 
sione di metterlo. Peccato, poverina, che non ci andiate in 
quest' annoi 



J 



CiVKLO tiOLDONI, 81 

Vittoria, Clii v*ba detto che io non ci vada? 

Giacinta. Non so ; il signor Leonardo ha mandata a 11- 
f^enzlar i cavalli. 

Vittoria. E per questo? Non si pu6 riàolvere da un mo- 
mento all'altro? E credete che Io non possa andare senza 
di Jiii? Credete che io non abbia delle amiche, delle parenti 
da poter andare ? 

Giacinta. Volete venire con mei 

Vittoria. No, no, vi ringrazio. 

Giacinta. Davvero, vi vedrei tanto volentierL 

Vittoria, Vi dirò, se posso ridurre una mia cugina a 
venire con me a Monteoero, può essere che ci vediamo, 

Giacinta^ (^h! che l'avrei tanto a caro* 

Vittoria. A che ora partite? 

Giacinta. A veotunora. 

Vittoria, Oh 1 dunque e' è tempo. Posso trattenermi qui 
ancora un poco. {Vorrei vedere quest* abito se potessi.) 

Giacinta. Sì, sU Ìio capito. Aspettate un poco. 

Vittoria. Se avete qualche cosa da Aire, servitevi. 

Giacinta. Eh t niente. M'hanno detto che il pranzo è 
air Ardine, e che mio padre vuol desinare. 

Vittoria. Partirò dunque, 

Giacinta. N<>, no, se volete restare, restat*\ 

Vittoria. Non vorrei che il vostro signor padre si avesse 
a inquietare. 

Giacinta, Per verità b fastidioso un poco. 

Vittoria. Vi leverò T incomodo. 

Giacinta, Se volete restar con noi, mi farete piacere* 

Victoria, (Quasi quasi ci resterei per la curiosità di que- 
st'abito.) 

Giacinta. Ho inteso; non vedete? Abbiate creanza. 

Vittoria. Con chi parlata? 

Giacinta. Col servitore che mi sollecita. Non hanno 
niente di civiltà costoro. 

Vittoria, lo non ho veduto nessuno, 

Giacinta. E V ho ben veduto io. 

Vittoria. (Ho capito). Signora Giacinta, a buon rivederci. 

Giacinta. Addio, cara. Vogliatemi bene^ ch'io vi assicuro 
che ve ne voglio. 

Vittoria, Siate certa, che siete corrisposta di cuore. 

Giacinta. Un bacio almeno. 

Vittoria, Sì, vita mia* 
lY, 4 



'^^f'I 



82 SECOLO XVIII. 

Giacinta^ Cara la mia gioia. 
Vittoria . Addio. 
Giacinta. Ati<lÌo. 

ViUoria. (Faccio degli sforzi a fìngere, che mi sento 
erapare.) 

Giacinta. (Le donne invidiose, io non le posso soffrire.) 

Neiratto terzo, Fulgenzio partecipa a Leonardo i discorsi avuti 
con Filippo e il Ixion esito delle sue trattative, e lo incoraggia a 
chiedere la mano di Giacinta al padre e insieme a provvedere ai 
BUOI affari dìtsecatiUL Intanto si affrettano i preparativi per la partenza. 

[ATTO IIL — Sqkna III. — Leonardo, Paolo,} 

Leonardo, Ora, che nella carrozza loro non va Guglielmo, 
non riduteranno la mia compagnia; sarebbe un torto ma- 
nifesto che mi farebbono, E poi se il signor Fulgenzio gli 
parla, ^e il si^^nor Filippo è contento di dare a me sua 
ilgUuola, come non dubito, la cosa va in forma; nella car- 
rozza ci ho d'andar io. Con mia sorella vedrò che ci vada 
ìì Signor Ferdinando. Già so com'egli è fatto, non si ricor- 
derà ph'i di quello che gli ho detto. 

Paolo, Eccomi a' suoi comandi. 

Leonardi, Presto, mettete all'ordine quel che occorre, 
e fate ordinare ì cavalli, che a ven^un'ora s'ha da partire. 

Paolfì, CU bella? 

Leonardo, E spicciatevi. 

Paolo, E il desinare? 

Leonaì'do. A me non importa il desinare. Mi preme che 
siamo lesti per la partenza. 

Paolo. Ma io ho disfatto tutto quello che aveva fatto. 

Leonardo. Tornate a fare. 

Paolo. H impossibile. 

Leonardo. Ha da esser possibile, e ha da esser fatto. 

paolo, (Maledetto sia il servire in questa maniera.) 

Leoìiardo, E voglio il caffo, la cera, lo zucchero, la cioc- 
colata. 

Paolo. Io ho reso tutto ai mercanti. 

Leonardo, Tornate a ripigliare ogni cosa. 

Paolo. Non mi vorranno dar niente. 

Leoìiarfio, Non mi fate andar in collera. 

Paolo. Mar signore.... 

Leonardo. Non c'è altro da dire. Spicciatevi. 



CABLO GOLDONI 83 

Paolo* Vuole che gliela dica? Si faccia servire da chi 
Yaole, ch'io non ho T abilità per servirla, 

Leonardo, No, Paolino mio, non mi abbandonare. Dopo 
tanti anni di ser^ntù, non mi abbandonare. Si tratta di tutto. 
Vi Tarò una confidenza non da padrone, ma da amico. Si 
tratta, che il signor Filippo mi dia per moglie la sua Sgli^iola 
con dodici mila scudi di dote. Volete ora ch'io perda il cre- 
dito? Mi volete vedere precipitato? Credete ch'io sia in na- 
eessità dì fare gli ultimi sforzi per eoinpanre? Avrete cuore 
ora di dirmi, che non ai può^ che è impoasìbile, che non mi 
potete servire? 

Paolo, Care signor padrone, la ringrazio del!a confidenza, 
flid ù è degnato di farmi: t^rò il possibile; sarà servita* 
Se credessi di far col mio, la non dubiti, sarà servita. 

[Scena IV. — Leonardo, ViUoria,] 

Letmardo* È un buon uomo, amoroso, fedele; dice che 
farà, se credesse di far col suo* Ma m'immagino già; quel 
ch&ora è suo, una volta sari stato mio. Frattanto vo* rì- 
Enettere in ordine il mio baule. 

Vi fior /a* Orjiù, signor ft-atollo» vengo a dirvi liberamente 
ebe di questa stagione in Livorno non ci sono mai stata, a 
mn ci voglio stare, e voglio andare in campagna. Ci va la 
Bigaora Giacinta, ci vanno tutti, e ci voglio andar ancor io, 

Leonardo. E clie insegno c'è che mi venite ora a par- 
lare con questo caldo? 

YUtoria. Mi scaldo» perchè ho ragione di riscaldarmi, e 
andrò in campagna con mia cugina Lucrezia e eoa suo 
marito. 

Leonardo. E perchò non volete venir con me? 

ViUoria. Quando? 

Leonardo. Oggi. 

Vittoria, Dove? 

LeoTiardo, A Montenero. 

Vittoria, Voi ì 

Leonardo, lo. 

Vigoria. Oh i 

Leonardo. Si, da galantuomo. 

Vittoria. Mi burlate? 

Leonardo. Dico davvero* 

Vittoria, Davvero, davvero ? 



84 SECOLO xvni. 

Leonardo. Non vedete, ch'io fo il baule? 

Vittoria, Oh! fratello mio, come è stata? 

Leonardo, Vi dirò : sappiate che il signor Fulgenzio.... 

Vittoria, Si, si, mi racconterete poi. Presto, donne, dove 
siete ? Donne ! le scatole, la biancheria, le scuffie, gli abiti, 
il mio mariage! 

Ma il servitore Cecco che ritoma da casa del sig. Filippo, dice 
che questi si scusa di non poter accogliere nella sua carrozza 
Leonardo, perchè è invitato Guglielmo. 

[Scena V. — Leonardo, Cecco,] 

Cecco, Eccomi di ritorno. 

Leonardo. E cosi che hanno detto? 

Cecco. Gli ho trovati padre e figlia, tutti e due insieme. 
M* hanno detto di riverirla: che avranno piacere della di 
lei compagnia per viaggio, ma che circa il posto nella car- 
rozza, abbia la bontà di compatire, che non la possono ser- 
vire, perchè sono impegnati a darlo al signor Guglielmo. 

Leonardo. Al signor Guglielmo? 

Cecco. Così m'hanno detto. 

Leonardo. Hai capito bene? Al signor Guglielmo? 

Cecco. Al signor Guglielmo. 

Leonardo. No, non può essere. Sei uno stolido, sei un 
balordo. 

Cecco. Io le dico, che ho capito benissimo, e in segno 
della mia verità, quando io scendeva le scale, saliva il si- 
gnor Guglielmo col suo servitore col valigino. 

Leonardo. Povero me ! non so dove mi sia. Mi ha tra- 
dito Fulgenzio, mi scherniscono tutti, son^fuor di me. Sono 
disperato. 

Cecco. Signore. 

Leonardo. Portami dell'acqua. 

Cecco. Da lavar le mani ! 

Leonardo. Un bicchier d* acqua, che tu sia maledetto. 

Cecco. Subito. (Non si va più in campagna.) 

Leonardo. Ma come mai quel vecchio, quel maledetto 
vecchio ha potuto ingannarmi? L'avranno ingannato ! Ma 
se mi ha detto, che Filippo ha con esso lui degli affari, in 
virtù dei quali non lo poteva ingannare; dunque il male 
viene da lui.... ma non può venire da lui. Verrà da lei, da 
lei.... ma non può venire nemmeno da lei. Sarà stato il par 



CARLO GOLDONI. 85 

(Ire ^ ma se il padre ha promesso i Sarà stata la tlglia; ma 
salaOglìa dipende! Sarà dunque stato FuIgaQzìol Ma per 
qual ragione mi ha da tradire Fulgenzio ? Non so niente, 
soD io la bestia, il pazzo, 1* ignorante,.,. 

Cecco. (Viene coìr acqua.) 

Leonardo, Sì, pazzo, bestia. 

Cecco. Mal perchè bestia? 

Leonardo. SI, bestia, bestia. 

Cecco. Signore, io non sono una bestia, 

Leonardo, Io, io sono una bestia, io. 

Cecco. (Iq fatti le bestie bevono l'acqua, ed io bevo il 
Tino.) 

Leonardo. Va subito dal signor Fulgenzio» Guarda s*è 
ia caaa- Digli che 'favorisca venir da me, o che io andrò 
da luì. 

Ce<^^. Dal signor Fulgenzio qui dirimpetto? 

Leonardo. Si, asino, da chi dunque? 

Cecco. Ha detto a me? 

Leonardo. A te. 

Cecco. (Asino^ bestia^ mi pare, che sia tutt'uno.) 

[ScBNA YL — Leonardo, Paolo.] 

Letmardo. Non porterà rispetto alla sua vecchiaia, non 

porterò rispetto a nessuno. 

Paolo. Animo, animo, signoro, stia allegro, che tutto sarà 
preparato. 

Le&nardo, Lasciatemi stare. 

Paolo. Perdoni, io ho f^tto il debito mio, e più del de- 
bito mio. 

Leonardo. Lasciatemi stare, vi dico. 

Paolo. Vi è qualche novità? 

Leonardo. Si» pur troppo. 

Paolo, I cavalli sono ordinati» 

Leonardo. Levate 1* ordine. 

Paolo. Un'altra volta? 

Leonardo. Ohi maledetta la mia disgrazia! 

Potilo^ Ma, che cosa g^W è accaduto mai ì 

Leonardo. Per carità, lasciatemi stare. 

Paiolo. (Oh! povero me! andiamo sempre di male \n 
peggio,) 



tìC SECOLO XVUI. 



[Scena Vii. — Vittoria e deitèJ] 

Vittoria. Fratello, volete vedere il mio maria{f€? 

Leonardo, Andate via. 

Vittoria, Che maniera è qnesta? 

Paolo. (Lo lasci stare,) 

Vittoria. Che diavola avete ? 

Leonardo. Si, ho il diavolo; andate via. 

Vittoria. E con questa bella allegrìa si bada andare in 
campagna? 

Leonardo. iNon vi è più campagna; non vi ò più ville^^- 
giatura, non Ve più niente* 

Vittoria. Non volete andare in campagna? 

Leonardo. No, non ci vado io, e non ci anderete nem- 
meno voL 

Vittoì'ìa. Siete diventato paiizo? 

Paolo. (Non lo inquieti dì pnu per amor del cielo.) 

Vittoria. Eh! non mi seccate anche voi. 

[Scena VOI. — Cec^o e detti.} 

Cecco. Il signor Fulgenzio non e* è. 
Leonardo, Dove il diavolo se T ha portato? 
Cp^co. Mi hanno detto, clie ò andato dal signor Filjpp^^ 
Leonardo, Il cappello e la spada. 
Paolo. Signore.... 
Leonardo. Il cappello e la spada. 
Paolo. Subito. 

Vittoria. Ma si può sapere ? 
Leonardo* Il cappello e la spadai 
Paolo. Eccola servita. 
Tutoria, Si può sapere, che cosa avete? 
Leonardo. Lo saprete poi. 
Vittoria. Ma che cosa ha? 

Poeto, Non so niente. Gli vo* andar dietro alla lont&na. 
Vittoria. Sai tu, che cos* abbia ì 
Cecco, lo so, che m* ha detto asino ; non so altro. 

In casa dì Filippo, Fulgenzio chiede al padre per conto dì Leo- 
nardo la mano di Giacinta, che gli è accordata; ma Filippo ai trova 
più che mal imbrogliato per V invito fatto a GagUclmo, che bopra- 



UAliLU GOLDONI. 87 

giungi* in ordino per partire. Viene anche Lecinardo, sempre in col- 
tra, ìi cui Filippo non sa che cosa rispondere- Per fortuna, so- 
pravviene Giacinta. 

[Scena XIV. -- Giacinta, Fulgenzio, Filippo e Leonardo,] 

Giacinta, Ohe strepito è questo? Che piazzate sodo 
qotìste? 

Leonardo* Signora, ìé piazzate oon ie faccio io. Le ranno 
qaelH che si burlano do' galantuomini, che mancano di pa- 
rola, che tradiscono sulla lode. 

Giacinta, Chi è il reo? 

Fulgenzio, Parlate voi. 

Filippo, Favoritomi di principiar voi- 

Fulgenzio, Orsù, ci va del mio in quest'affare. Polcliè 
il diavolo nii ci ha fatto entrare, a tacere ci va del mìo, 
e se non sa parlare il signor Filippo, parlerò io. Si, signora, 
Ha ragione \\ signor Leonardo di lamentarsi. Dopo avergli 
dato parola, ohe il signor Guglielmo non sarebbe venuto con 
voi, mancargli, farlo venire, condurlo in villa, è un' azion 
poco buona, è un trattamento incivile. 

Gianinta^ Che dite voi, signor padre? 

Filippo, Ha parlato con voi. Rispondete voi. 

Giacinta, Favorisca in grazia, sigoor Fulgenzio, con qual 
atitoritii pretende il signor Leonardo di comandare in casa 
de^li altri. 

Leonardo, Con queir autorità, che un amante.... 

Giacinta, Perdoni, ora non parlo con lei* Mi risponda 
il slirtior Fulgenzio» Come ardisce ii signor Leonardo pre^ 
tendere da mio padre, e da me, che non si tratti chi pare 
a noi, e non si conduca in campagna chi a lui non piace. 

Leonardo, Voi sapete benìssimo..., 

Qiacinta^ Non dico a lei ; mi risponda il signor FulgenziOi 

Filippo. (Oh! non sarà vero d^gli amoretti, non parie- 
febbo COSI.) 

Fulgenzio. Poiché volete, cho dica io, dirò io. 11 s?ignor 
I^onardo non direbbe niente, non pretenderebbe niente, se 
non avesse intenzione di pigliarvi per moglie, 

Giacinta, Come! Il signor Leonardo ha intenzione di vo* 
lermi in isposa? 

Leoìmrdo. Possìbile, che vi giunga nuovo? 

Giacinta, PerdonL Mi lasci parlar col signor Fulgenzio, 
^tte, signore, con qual fondamento potete voi asserirlo. 



f*?r 



88 SECOLO XVHT, 

Fulgenzio, Col fondftmoDto, che io medesimo, por com- 
missione del signor Leonardo^ ne ho avanzata testé a ro- 
stro padre la proposizione. 

Leonardo. Ma volgendomi ora si maltrattato.,,, 

Giacinta, Dì strazia, s'accheti. Ora non tocca a lei: par- 
lerà quando toccherà a IcL Che dica su di ciò il signor 
padre ? 

Filippo. E che cosa diresto voi! 

Giacinta, No, dite prima quel che peosattì voi. Dirò poi 
quello che penso io, 

Filippo. Io dico^ che in quanto a me non ci avrei dif- 
flcoltà, 

Leonardo. Ma io dico presentemente,.,. 

Giacinta. Ma m ancora non tocca a lei ! Ora tocca pai^ 
laro a me. Abbia la bontà d' ascoltarmi» <? poi, se vuole, ri- 
sponda. Dopo che ho l'onore di conoscere il signor Leo- 
nardo, non può egli negare eh' io non abbia avuto per lui 
della stima: e so, o conosco, ch'ei ne ha sempre avuto per 
me. La stima a poco a poco diventa amore» e voglio cre- 
dere che e^li mi ami, siccome, confesso il vero, non sono 
io per lui indifferente. Per altro, perchè un uomo acquisii 
deirautorlta sopra una giovane non basta un equivoco af- 
Tetto, ma è necessaria un'aperta dichiarazione. Fatta questa, 
non l'ha da saper la fanciulla solo, Tha da saper chi le 
comanda» Ita da esser noto al mondo, s' ha da stabilire, da 
concertare colle debite formalità. Allora tutte lo finezze, 
tutte le attenzioni hanno da essere per lo sposo, ed ©gli 
acquista qualche ragione, se non di pretendere e di co* 
mandare» almeno di spiefrarsi con libertà» e di ottenere per 
convenienza. In altra guisa puù una rtglia onesta trattar 
con indi fiere n za» e trattar tutti» e conversare con tutti, ed 
esser egu a! con tutti: ma non pu6, e non deve usar distin- 
zioni, e dar nelToccliio, e discreditarsi. Con quella onestà, 
con cui ho trattato sempre con voi» ho trattato col signor 
Guglielmo, e con altri. Mìo padre lo ha invitato con noi, ed 
io ne sono stata contenta» come lo sarei stata d' ogni altro ; 
e vi laiE^nate a torto» se dì lui, se di mo vi dolete. Ora poi^ 
che dicliinrato vi siete, ora, che rendete pubblico Tamor 
vostro, che mi fate l'onore di domandarmi in isposa, e che 
mio padre Io sa, e vi acconsente, vi dico, che io ne sona 
contonta, che mi compiaccio dell'amor vostro, e vi ringrazio 
della vostra bontà. Per T avvenire tutte le distinzioni sa- 



CAKLO GOLDONI. 89 

ranno voartre, vi si conveogooo, le potrete pretendere, e le 
&tUrrete. Una cosa sola vi chiedo in grazia, © da qaesta 
grafìa può forse dipendere il buon concetto, cW io deggio 
fermar dì voi, e la consolazione d'avervi. Vogliatemi amante, 
ma non mi vogliate villana» Non fate, che i primi segni d^l 
vostro amore siano sospetti vili, difUdenze ingiuriose, nzìoni 
basse e plebee. Siam sul momento di dover partire. Volete 
voi che si scacci villanamente» che si rendano altrui pa- 
lesi i vostri sospetti» e che ci rendiamo ridicoli in faccia al 
mondo? Lasciate correre per questa volta. Credetemi, e 
non mi offendete. Conoscerò da ciò, se mi amate; se vi 
pfeme il cuore o la mano. La mano è pronta, se la volete. 
Ma il cnore meritatelo, se desiderate di conseguirlo, 

Filippo. Ah! Che dite? 

Fulgenzio, (lo non la prenderei, se avesse cento mila 
scudi di dote.) 

Filippo. (Sciocco !) 

imnarao. Non so, che dire; vi amo, desidero sopra tutto 
il cuor vostro- Mi avete dette delle ragioni che mi convin- 
cono, Non voglio esservi ingrato. Servitevi come vi pare» 
4r] abbiate pietà di me. 

Fulgenzio. (Uh il baccellone!) 

Giacinta. (Niente m* importa che venga meco GuglielmOp 
Basta, che non mi contraddica Leonardo.) 

Entra Vittoria. 

[Scena XVI. — Vittoria » Paolo, Brigida e detti.] 

Vittoria. È permesso? 

Giacinta. Si, vita mia, venite. 

Vittoria, {Eh vita mia, vita mia!) Come vi sentite, si- 
gnoF Leonardo? 

Leonardo, Benissimo grazie al cielo. Paolo, presto, fate 
ebe tutto sia lesto e pronto. H baule, i cavalli, tutto quel 
cbe bisogna. Noi partirem fra poco. 

Vittfjria, Si parte ? 

Gi4icinta. SI, vita mia, sì parte. Siete contenta? 

Vittoria. SU gioia mia, sono contentissima- 

Filippo . (Ho piacere, che fra cognate si amino.) 

Fulgenzio, (lo credo, che si amino, come il lupo e la 
pec&rn.) 



90 SECOLO xvin. 

Filippo, (Clio uomo fantastico!) 

Paolo. Sia ringraziato il cielo, che lo vedo rasserenato. 

Vittoria. Via fratello, andiamo anche noi. 

Leonardo. Siete molto impaziente. 

Giacinta. Poverina! è smaniosa per andare in campagna. 

Vittoria. SI, poco più, poco meno, come voi ali* incirca. 

Fulgenzio. E volete andare in campagna senza conclu- 
dere, senza stabilire il contratto? 

Vittoria. Che contratto? 

Filippo. Prima di partire si potrebbe fare la scritta. 

Vittoria. Che scritta? 

Leonardo. Io sono prontissimo a farla. 

Vittoria. E che cosa avete da fare? 

Giacinta. Si chiamano due testimoni. 

Vittoria. Che cosa far di due testimoni ? 

Brigida. Non lo sa? 

Vittoria. Non so niente. 

Brigida. Se non lo sa, lo saprà. 

Vittoria. Signor fratello? 

Leonardo. Comandi. 

Vittoria. Si fa lo sposo? 

Leonardo. Per ubbidirla. 

Vittoria. E a me non si dice niente? 

Leonardo. Se mi darete tempo, ve lo dirò. 

Vittoria. È questa la vostra sposa? 

Giacinta. Sì, cara, sono io, che ha questa fortuna. Mi 
vorrete voi bene? 

Vittoria. Oh quanto piacere! Quanta consolazione ne 
sento. Cara la mia cognata. (Non ci mancava altro, che ve- 
nisse in casa costei.) 

Giacinta. (Prego il cielo, che vada presto fuori di casa.) 

Brigida. (Quei baci, credo che non arrivino al core.) 

Filippo. (Vedete, se si vogliono bene!) 

Fulgenzio. (Si, lo vedo. Voi non conoscete le donne.) 

Filippo. (Mi fa rabbia!) 

Giacinta. Eccoli, eccoli; ecco due testimoni. 

Leonardo. (Ah! ecco Guglielmo, egli è la mia dispera- 
zione ; non lo posso vedere.) 

Vittoria. (Che caro signor fratello ! Prender moglie prima 
di dare marito a me ! Sentirà, sentirà, se gli saprò dire 
r animo mio....) 



CABLO GULDONL 91 

Viene Guglielmo^ ehe i^i :idattà a rinunziò n' n GlaemLi; e fatta 
la ik: ritta, si ])arte fin alinoti te, dopo tanto smanio e contrattempi, 
per la desiti erata vnicffgiatrtra. 

Zi<ft Uoeagno e Nipote dìtiipator^. -- (Dalla commedia li Bi- 

[ATTO IL —Scena V» — Bernardino, Pasquale, FìilgenzioS] 

Bernardino, Chi è eli© mi vnole ? Chi mi domancla? 

Pasquale. È U signor Fulgenzio, die desidera riverirla. 

Bernardino, Padrone» padrone. Venga il signor Fulgen- 
zio, padrone, 

Fulgenzio. Riverisco il signor Bernardino. 

Bernardino, Buon giorno, il mio caro anuco. Che fate I 
State bene? È tanto che non vi vedo. 

Fulgenzio. Grazie al cielo, sto bene quanto b permesso 
ad un uomo avanzato, che principia a Ben tire gli acciaccUi 
riella veccliìaia. 

Bernardino, Fata carne fo io, non ci abbadate. Qualche 
mala si ha da soQ'rire; Hia chi non ci abbada Io ^cnte ineno^ 
Io mangio quando ho fame, dormo quando ho soiino, mi di- 
verto quando ne ho volontà. E non bado, non bado, E a clic 
cosa s*ha da badare? Ah, ah, ah, è tutt*uno! non ci s' ha 
da hadare l 

Fulgenzio. Il cielo vi benedica: voi avete un bellissimo 
temperamento. Felici quelli eh© sanno prendere le cose 
come voi le prendete ! 

Bernardino. P, tutt' uno, è tutt'unol JNon ci s' ha da 
badare I 

Fulgenzio. Sono venuto ad incomodarvi per una com 
di non lieve rimarco. 

Bernardino. Caro signor Fulgenzio-, sono qui, siate pa- 
drone di me. 

Fulgenzio, Amico, io vt ho da parlare del signor Leo- 
nardo vostro nipote. 

Bernardino, Del signor marchesino ? Che fa il signor 
marchesiao? Come si porta il signor marchestno l 

Fulgenzio, Per dir la verità non ha avuto molto giudizio. 

Bernardino, Non ha avuto giudizio? Eh capperi! Mi 
pare che abbia più giudizio di noi. Noi faticliìamo per vi- 
Tere stentatamente ; ed ei gode, scialacqua, tripudia, sta 
allegramente: e vi pare ch'ei non abbia giudizio? 



92 SECOLO xvni. 

Fulgenzio, Capisco che voi lo dite per ironia, e che nel- 
r animo vostro lo detestate, lo condannate. 

Bernardino. Oh! io non ardisco d'entrare nella con- 
dotta deir illugtrissimo signor marchesino Leonardo. Ho 
troppo rispetto per lui, per il suo talento, per i suoi belli 
abiti iraUonatL. 

Fulgenzio. Caro amico, fatemi la finezza, parliamo un 
poco sul serio. 

Bernardino. Si, anzi: parliamo pure sul serio. 

Fulgenzio. Vostro nipote è precipitato. 

B^nardino. È precipitato? È caduto forse di sterzo? 
I cavalli del tiro a sei hanno forse levato la mano al coc- 
chiere ì 

Fulgenzio. Voi ridete, e la cosa non è da ridere. Vostro 
nipote ha tanti debiti, che non sa da qual parte scansarsi. 

Bernardino. Oh! quando non c'è altro male, non è niente. 
I debiti non faranno sospirare lui, faranno sospirare i suoi 
creditori- 

Fulgenzio. E se non vi è più roba, né credito, come farà 
egli a virerò ? 

Bernardino. Niente : non è niente. Vada un giorno per 
uno da quelli che hanno mangiato da lui, e non gli man- 
cherà da manj[riare. 

Fulgenzio. Voi continuate sul medesimo tono, e pare che 
vi burliate di me. 

Bernardino. Caro il signor Fulgenzio, sapete quanta ami- 
cizia, quanta stima ho per voi. 

Fulgenzio. Quand' è cosi, ascoltatemi come va, e rispon- 
detemi in mi|?lìor maniera. Sappiate, che il signor Leonardo 
ha una buona occasione per maritarsi. 

Bernardino. Me ne consolo, me ne rallegro. 

Fulgenzio. Ed è per avere otto mila scudi di dote. 

Bernardino. Me ne rallegro, me ne consolo. 

Fulgenzio. Ma se non si rimedia alle sue disgrazie non 
avrà la figlia, non avrà la dote. 

Bernardi/io. Eh ! un uomo come lui ! Batte un pie per 
terra, e saltano fuori i quattrini da tutte le parti. 

Fulgenzio, (Or ora perdo la sofferenza. Me V ha detto il 
signor Leonardo.) Io vi dico che vostro nipote è in rovina. 

Bernardino. Si eh? Quando lo dite, sarà cosi. 

Fulgenzio. Ma si potrebbe rimettere facilmente. 

Bertiardino. Benissimo, si rimetterà. 



CARLO UOLDONl. 98 

FiUgenzio^ Però ha bi grugno dì toL 

Bernardino, Oh I questo poi non può essors, 

Fulgenzio, E si raccomanda a voi. 

Bernardino, Oh il signor marcbosinol è impossibile I 

Fìdgenzio. È cosi, vi dico, si raccomanda alla vostra 
bontà, al vostro amore. E se non temessi che lo riceveste 
male. Te Io farei venire in persona a far un atto di som- 
mlssione» e a domandarvi perdono, 

Bernardino. Perdono? Di che mt vuol domandare por- 
dono? Che cosa mi ha egli fatto da domandarmi perdono ¥ 
Eh? mi burlate * io non merito queste attenzioni : a me non 
si fanno di tali uHScj. Siamo amici, siamo parenti. Il signor 
Leonardo ? Oh 1 il signor Leonardo, mi scusi, non ha da far 
eoa me queste cerimonie. 

Fulgenzio, Se verrà da voi V accoglierete con buon 
amore ? 

Bernardi?io. E perchè non V ho da ricévere con buon 
amore ? 

Fulgenzio. Se mi permettete dunque lo farò venire. 

Eerìiardino, Padrone, quando vuole: padrone. 

Fulgenzio, Quand'è cesi, ora lo chiamo, e lo fo venire. 

Bernard Ì7W, E dov' è il signor Leonardo ? 

Fìdgenzìo. È di là in sala, clje aspetta. 

Eemardino, In sala, che aspetta? 

Fulgenzio, Lo farò venire, se vi contentate. 

Bemartiino. Si, padrone; fatelo venire. 

Fulgenzio. (Sentendo lui può ossero che si muova, Pej* 
me mi è venuto a noia la parte mia.) 

[ScEKA VI, — Bernardino, Fulgenzio^ Leonardo, Pmf^aXe.^ 

Bernardino, Ah, ah, il buon vecchio se Tha condotto 
ooii lai. Ha attaccato egli la breccia, e poi ha il corpo di 
riaerva per invigorire T assalto. 

Fulgenzio. Ecco qui il signor Leonardo» 

Leonardo, Deh ! acusatomi, signor zie..„ 

Bernardino, Oh! signor nipote, la rivoriì;eo : che fa ella?^ 
ita bette? Cbe fa la sua signora sorelia? Che fa la mia ca* 
rissima nipotina? Si son bene divertili in canipaf^na? Sono 
tomjìti con buona Balutc? Se la passano bene? SI, via, me 
ne rallegro inflnitamente. 

Leonardo, Signore, io non merito esser da voi ricevuto 



94 SECOLO xvm. 

con tanto amore, quanto ne dimostrano le cortesi vostre 
parole ; onde ho ragion di temere, che con eccessiva bontà 
vogliate mascherare i rimproveri che a me sono dovuti. 

Bernardino. Che dite eh ? Che bel talento che ha questo 
giovane! Che maniere di dire! che bel discorso! 

Fulgenzio. Tronchiamo gli inutili ragionamenti. Sapete 
quel che vi ho detto. Egli ha estremo bisogno della bontà 
vostra, e si raccomanda a voi caldamente. 

Bernardino. Che possa!... in quel ch'io posso.... semai 
potessi.... 

Leonardo. Ah! signor zio.... (col cappello in mano) 

Bernardino. Si copra. 

Leonardo. Pur troppo la mia mala condotta.... 

Bernardino. Metta il suo cappello in capo. 

Leonardo. Mi ha ridotto agli estremi. 

Bernardino. Favorisca. {Mette il cappello in testa a 
Leonardo.) 

Leonardo. E se voi non mi prestate soccorso.... 

Bernardino. Che ora abbiamo? 

Fulgenzio. Badate a lui, se volete. 

Leonardo. Deh! signor zio amatissimo.... (Si cava il 
cappello.) 

Bernardino. Servo umilissimo. (Si cava la berretta.) 

Leonardo. Non mi voltate le spalle. 

Bernardino. Oh ! non farei questa mal opera per tutto 
Toro del mondo. 

Leonardo. V unica mia debolezza è stata la troppa ma- 
gnifica villeggiatura. 

Bernardino. Con licenza. (Si pone la berretta.) Siete stati 
in molti quest' anno? Avete avuto divertimento? 

Leonardo. Tutte pazzie, signore : lo confesso, lo vedo, e 
me ne pento di tutto cuore. 

Bernardino. E gli è vero che vi fate sposo? 

Leonardo. Così dovrebbe essere, e otto mila scudi di dote 
potrebbero ristorarmi. Ma se voi non mi liberate da qualche 
debito.... 
• Bernardino. Si, otto mila scudi sono un bel danaro. 

Fulgenzio. La sposa è figliuola del signor Filippo Gan- 
ganelli. 

Bernardino. Buono, lo conosco, è un galantuomenone ; è 
un buon villeggiante ; uomo allegro, di buon umore. Il pa- 
rentado è ottimo, me ne rallegro infinitamente. 



CARLO GOLDONI. 95 

Leonardo. Ma se non rimedio a una parte almeno delle 
mie disgrazie.... 

Bernardino. Vi prego di salutare il signor Filippo per 
parte mia. 

Leonardo, Se non rimedio, signore, alle mie disgrazie.... 

Bernardino. E ditegli, che me ne congratulo ancora con 
esso lai. 

Leonardo. Signore, voi non mi abbadate. 

Bernardino. Si signore, sento che siete lo sposo e me 
ne consolo. 

Leonardo. E non mi volete soccorrere?... 

Bernardino. Che cosa ha nome la sposa? 

Leonardo. Ed avete cuore d* abbandonarmi i- 

Bernardino. Oh! che consolazione eh* io ho nel sentire 
che il mio signor nipote si fa sposo. 

Leonardo. La ringrazio dellÀ sua affettata consolazione, 
e non dubiti, che non verrò ad incomodarla mai più. 

Bernardino. Servitore umilissimo. 

Leonardo. (Non ve l'ho detto? Mi sento rodere ; nonio 
posso soffrire.) (Parte.) 

Bernardino. Riverisco il signor nipote. 

Fulgenzio. Schiavo suo. 

Bernardino. Buondì, il mio caro signor Fulgenzio. 

Fulgenzio. Se sapeva così, non veniva ad incomodarvi. 

Bernardino. Siete padroni di giorno, di notte, a tutte 
le ore. 

Fulgenzio. Siete peggio d' un cane. 

Bernardino. Bravo, bravo. Evviva il signor Fulgenzio. 

Fulgenzio. (Lo scannerei colle mie proprie mani.) (Parte.) 

Bernardino. Pasquale? 

Pasquale. Signore. 

Bernardi7io. In tavola. 

Il Chiacehierono maldicente. — (Dalla Bottega del CafTè.) 
[ATTO PRIMO — Scena. III. — Don Marzio, Ridolfo.] 

Ridolfo. (Ecco qui quel che non tace mai, e che sem- 
pre vuol aver ragione.) 
Don Marzio. Caffè. 
Ridolfo. Subito, sarà servita. 
Don Marzio. Che vi è di nuovo, Ridolfo? 
Ridolfo. Non saprei, signore. 



96 SECOLO XVIII. 

Don Marzio, Non si è veduto ancora nessuno a questa 
vostra bottega? 

Ridolfo. È per anco buon'ora. 

Don Marzio. Buon'ora? Sono sedici ore sonate. 

Ridolfo. Oh illustrissimo no, non sono ancora quattordici. 

Don Marzio. Eh via, buffone ! 

Ridolfo. Le assicuro io, chale quattordici non son sonate. 

Don Marzio. Eh via, asino! 

Ridolfo. Ella mi strapazza senza ragione. 

Don Marzio. Ho contato in questo punto le ore, e vi 
dico, che sono sedici : e poi guardate il mio orologio ; que- 
sto non fallisce mai. 

Ridolfo. Bene, se il suo orologio non fallisce, osservi: 
il suo orologio medesimo mostra tredici ore e tre quarti. 

Don Marzio. E non può essere. 

Ridolfo. Che dice? 

Don Marzio. Il mio orologio va male. Sono sedici ore. 
Le ho sentite io. 

Ridolfo. Dove 1* ha comprato queir orologio ? 

Don Marzio. V ho fatto venir di Londra. 

Ridolfo. L'hanno ingannata. 

Don Marzio. Mi hanno ingannato? Perchè? 

Ridolfo. Le hanno mandato un orologio cattivo. 

Don Marzio. Come cattivo ? È uno dei più perfetti, che 
abbia fatto il Quarè. 

Ridolfo. Se fosàe buono, non fallirebbe di due ore. 

Don Marzio. Questo va sempre bene, non fallisce mai. 

Ridolfo. Ma se fa quattordici ore meno un quarto, e 
dice che sono sedici. 

Don Marzio. Il mio orologio va bene. 

Ridolfo. Dunque saranno or ora quattordici, come dico io. 

Don Marzio. Sei un temerario. Il mio orologio va bene, 
tu di' male, e guarda eh' io non ti dia qualche cosa nel capo. 

Ridolfo. È servita del caffè. (Oh che bestiaccia!) 

Don Marzio. Si è veduto il signor Eugenio? 

Ridolfo. Illustrissimo signor no. 

Don Marzio. Sarà in casa a carezzare la moglie. Che 
uomo effeminato! Sempre moglie! Sempre moglie! Non si 
lascia più vedere, si fa ridicolo. È un uomo di stucco. Non 
sa quel che si faccia. Sempre moglie, sempre moglie! 

Ridolfo. Altro che moglie ! É stato tutta la notte a giuo- 
care qui da messer Pandoifo. 



i 



Dtmifarjio, Se lo dico io. Sempre giuoco! Sempre giuocol 

Ridolfo, (Sempre giuoco ; sempre moglie ; sempre il dia- 
volo, che 5 e lo porti.) 

Don Marzio, È venuto da me V altro giorno con tutta 
iegretazza a pregarmi, clie gli prestassi dieci zecchini sopra 
un paio d' orecchini di sua moglie* 

Ridolfo. Vede bene ; tutti gli uomini sono soggetti ad 
avere qualche volta bisogno; ma non ha» no piacere poi 
che si sappia» e per questo sarà Tenuto da lei, sicuro che 
noQ dirà niente a nessuno. 

Don Màrzio, Oh io non parlo. Fo volentieri servizio a 
tnttì, e non me ne vanto. Eccoli qui ; questi sono gli oroc- 
cbini di sua moglie. Gli ho prestato dieci zecchini; vi pare, 
che io sta al coperto? 

Ridolfo. Io non me ne intendo, ma mi par dì sL 

Don Mar s io. Avete ì) vostro garzone? 

Ridolfo. Vi sarà. 

Don Marzio. Chiamatelo. Ehi, Trappola. 

[ScBNA IV, — Trappola e deUi.^ 

Trappola. Eccomi. 

Don Marzio, Vieni qui. Va* dal gioielliere qui vicino, fì^li 
vedere questi orecchini, che sono della moglie del signor Eu- 
genio, e dimandagli da parte mìa, s© io sono al coperto di 
dieci zecchini, che gli ho prestati. 

Trappola, Sarà servita* Dunque questi orecchini sono 
della moglie del signor Eugenio ? 

Don Marzio. Sì, or ora non ha più niente ; è morto di 
fame. 

Ridolfo. (Meschino^ in che mani è capitato I) 

Trappoìu. E al signor Eugenio non importa niente di 
far capere i fatti suoi a tutti? 

ìyon Marzio, lo sono una persona, alla quale si può con- 
tìdtire un segreto. 

Trappola, Ed io sono una persona, alla quale non si può 
cotiiìdar niente, 

I>on Marzio. Perchè ? 

Trappola, Perchè ho un vizio, che ridico tutto con fìi- 
cllità. 

Don Marzio. Male, malissimo; se farai cosi, perd^ai il 
credito, e nessuno si fiderà di te* 

IV. 7 



I 



98 SECOLO XVIII. 

Trappola, Ma come ella Tha detto a me, cosi io posso 
dirlo ad un altro. 

Don Marzio, Va' a vedere, se il barbiere è a tempo per 
farmi la barba. 

Trappola. La servo. (Per dieci quattrini vuol bevere il 
eatrò, 6 vuole un servitore al suo comando.) 

Don Marzio, Ditemi, Ridolfo: che cosa fa quella balle- 
rina qui vicina? 

Bidùlfo, In verità non so niente. 

Don Marzio, Mi è stato detto, che il conte Leandro la 
tiene sotto la sua tutela. 

Ridolfo, Con grazia, signore, il caflfò vuol bollire. (Vo- 
glio badare a' fatti miei.) 

[Scena. V. — Trappola, Don Marzio.l 

Trapx*ola, Il barbiere ha uno sotto ; subito che avrà finito 
di scorticar quello, servirà vostra signoria illustrissima. 

Don Marzio, Dimmi: sai niente tu di quella ballerina, 
che sta qui vicino? 

Trappola. Della signora Lisaura? 

Boù Marzio, Si. 

Trappola. So, e non so. 

Don Marzio, Raccontami qualche cosa. 

Trappola, Se racconterò i fatti degli altri, perderò il 
credito, a nessuno si fiderà più di me.... 

Don Marzio, Oh che Trappola malizioso! Va' via, va' a 
far vedere gli orecchini. 

Trappola. Al gioielliere lo posso dire, che sono della 
moglie del signor Eugenio? 

Don Marzio, Sì, diglielo pure. 

Trappola, (Fra il signor Don Marzio ed io formiamo 
una beUissima segreteria.) 

Parigi e ìi Teatro, Lettera a m, Meslè, — Eccomi, signor 
mio, alla vigilia di esporre per la prima volta a questo pub- 
blico una mia commedia. Questa è una cosa, che ho di lon- 
tano moltissimo desiderato, e che ora da vicino mi fti tre- 
mare. Voi siete un buon conoscitore del Teatro, voi lo amate 
e lo frequentate, e vi è nota la difficoltà d'incontrare con un 
tal gemere di produzioni. A me piucchè agli altri si rende 
malagevole un tale impegno e per lo mio scarso talento 



CARLO GOLDONI. W 

<? per la situazione, in cui mi ritrovo. Non nego di essere 
&JAto fortunftto in Italia e di aver acquistato con poco me- 
rito maggior oiìoro di quello ini si doveva; ma ciò è de- 
rivato dalla miseria, ìa cui languivano i teatri del mio 
paese, ed il poco che ho fatto mi ha valuto per molto. Ora 
sono in Parigi, dove il valoroso Molière gettati ha i semi della 
Tera commedia a dove tanti felici ingegni V hanno si ben 
coltivata ed adorna. Un popolo si illuminato per natura^ 
per educazione e per genio, avvezzo alle più brillanti e alle 
più regolate rappresentazioni, non avrà por me V indulgenza 
fh" miei parziali coni patri otti : ed ecco la ragione del mio 
timore, che amareggia ogni mia contentezza. Ma vano è 
ormai ogni mio pensamento* Mi sono lasciato adulare dalla 
sperauia : ho ceduto al cortese invito. L' amor proprio mi 
ha consigliato» mi ha qui condotto^ sono noi grande impegno 
B deggio adempierlo come posso. 

Oltre ai disavvantaggi del mio talento, ho quello aneora 
ài ana lingua straniera. Non so scrivere assolutamente 
francese : ma quando anche il sapessi, io deggìo scrivere 
per degli attori italiani» Il mai,'gior onore della commedia 
(Maaa è eh' ella stata sia ricevuta in Francia» e tuttavia 
si mantenga stipendiata dal maggior monarca del mondo 
e beo veduta dalla più colta nazione d* Europa. Considero 
QciD pertant*! che le commedie rappresentate in Parigi si- 
Qora dagli Italiani sono state meramente giocose, e che 
l'abilità delle maschere Ila prodotto di esse il maggior hene 
a il miglior edotto. Io sono ammiratore di tali valentiasimi 
p&raonaggi. Lodo ancor io lo spirito e la franchezza dei 
nostri attori, che si distinguono da tutti gli altri del inondo 
neir improvviso, e sono persuaso che non si abbia a perdere 
intieramente un si bel privilegio della nostra nazione; ma 
io ho fatto fuso di scrivere le commedie diversamente, 
^d ho seguitato, come ho potuto, le tracce dei migliori 
maestri. So che pochissimo ho protìttato, ma pure non so 
statrcarmi dal mio sistema. Darò dì mal cuore e per com- 
piacenza dello commedie a soggetto, se ne vorranno; ma 
p^i- la prima, clf io deggìo esporre, non ho coraggio di farlo. 

Voi, signor mìo, che per bontà vostra v'interessate del- 
ToDor mio, giustamente mi avete fatto considerare, che 
ina commedia intieramente scritta in favella italiana non 
^rà intesa in Parigi comunemente. Il ri (lesso è verissimo ì 
molti intendono V italiano, ma non già tutti, e quei che con- 



.^f^r 



KX) 8HC0L0 XVni, 

corrono a tale spettacolo hauno reigioDD di volerlo inien- 
dere- So per altro qual sia V ingegno pronto e vivace dei 
Frauce&i, e so che poco basta per fargli intendere. So mano 
mi Itdassi del loro ingegno, o avrei lasciato di scriTere 
o avrei stampato la mia commedia colla traduzione in fran- 
cese ; ma nel primo caso aìTSi mantìato al mio debito e nel 
secondo avrei mostrata troppa temerità. Ho scelto la via 
di mozzo, ho formato un estratto della commedia, bo reso 
conto in esso di ciò che si tratta di scena in picena, Iw 
pensato di fkrlo metto 1*0 in vostra lingua e di pubblicarle, 
e son sicuro elio il poco che leggeranno, servirà agli uditori 
e.Hpertì per far loro intenderò il dialogo, T interesse T in- 
treccio. Ho bisogno d' un traduttore, ed ecco, signor mio, 
la ragione, per cui vi spedisco gli annessi fogli* 

Voi che mi amate, voi che intendete T italiano si bene 
come il ft^ancesa ; voi che compiaciuto vi siete di tradurrs 
qualche altra opera mia, traducete, vi supplico, anche que- 
sta e datole queir aria di semplicità di chiarezza, eh' io 
non avi*ò saputo adoprare. Lo prove di sincera amicizia, 
che mi avete date rtnora, mi assicurano della vostra con- 
discendenza ed io avrò un debito i orini to e sarò sempre, 
qualo con vera stima o rispetto vi assicuro dì essere, vostro 
umihmo obb.nio servitore Carlo Goldoni. — Parigi, feb- 
braio 1763. — (Dalle Lettere pubbl. da E. Masi, Bologna, 
Zanichelli, 1881), pag. 195.) 



GASPARE GOZZI. 

Nacque il 4 dicembre UVA in Venezia da Antonio ed Aii^I:i 
Tiepolo, primo di nove figliuoli: fu fratello di Cario elei qnale par- 
leremo. Per cattiva ainnunìstrazJonc mal ridotto era il patrimouiu 
del padre (G. Gozzi, G. eC. Oo^zi e la Icro favvigìia, in Ar^h. i;f - 
net 9, t.lll, parte 1, 1872, P- 275 e Bei,'*;.; E. Masi^ 8ul teatro ita- 
Uanù del sec. XVIfìj Fìreniep Si^Utìoni, 18yi, p, 9 e st^e^g-X Fece grl' 
stndj a Murano, poi a Venezia, Nel ìi'AS sposò Lnìftia Tìcrpalli 
poi'tegBa, in Arcadia detta Irmindn Partcnidi', e n'ebbe cinqitr 
figli; ma, per la spensieratezza dr lei, finì di rovinare il patri tuonii' 
paterno, mentre ijoo sapeva, per atteiid^'re airecononiia doni est je:i, 
dmtacearsi da' libri diletti. Dopo aver dimorato a Vioinale nel 
Friuli, tornù a Venezia (1744), dove poi peggiorò ancora le &110 eon- 
dì 55 toni finanziarie alt ordì è, Htip e od landò una compagnia di eomìei. 
a.sHunHO V impreca del teatro di Sant'Angelo (IT^iS). Crebbero anche 



GA.^rARE G05SZI, 101 

le diseordie domestiche ; eJ egli fu nella neceajf^ìtii. dì vojgtire a 
dn di guadajprno, tradaceitdo aS're Hata mente e coiupUando, qnegli 
^tadj che tanto e cosi disinteresaatamenCc aveva amato e coltivato* 
>'el 1760 chiese invano (ma non sapeva il ^eco) al suo protet- 
tore Marco Fo scanni la cattedra di lettere greche e latine nel- 
rUnivcrsitik di Padova i ebbe, peraltro^ T ufficio di cenaore delle 
itampe (1762)| soprintendente all'arte deMibral, e incaricato della 
n forma delle scuole di Padova (1774). Quando co ni mei ava ad nsse- 
ftdre un poco le sue condizioni dì famiglia, avi^va ormai molto 
iadebolita la salute. Dimorò d* allora in poi qiinsi sempre in Pa- 
dova, dove in un accesso febbrile sì gettò (1777) nel fiume lìrenta 
(6. BlAl>EGO, G.G, a Padova, nel volume i>(i Hòri € manoBcrtttif 
Verona» Miinstcr, 1883; C. Magno, Angdo Dalftiùtro e il tentato aui- 
ddio di G. G.J neìVArch. ven&to^ 1887) : fu raccolto e soccorso dalla 
ina protettrice Caterina Dolfìn-^Tron. Continuò a rìacnoterc lo sti- 
ptadiOj lasciando la mag^gior parte de^ suoi ufficj. Mortagli la prima 
moglie nel 1779^ si namniogliò poi con Giovanna Cènct, aHat»tito 
amorosamente dalla quale vìsse gli ultimi anni. xMorì in Padova 
Il 25 dicembre 1786. 

Delle opere del Gozzi, oltre le ed i do ni complete di Venezia, 17M, 
« di Padova, 1818-30, si hanno scelte vane, tra le qu*ilì quella del 
ToxMA^BO, Firenze, Le Mounier, 1849 in tre voi., e quella per le 
scBole di O, MBSTJfCA, Firenze, Barl>t>ra, 187G-77, in due volumi. 

Nelle LcUere diverse (Venezia, 1750-1752), tratte soggetti varj 
di morale e letteratura (vedi anche Tre hllere inedite a M. ^or- 
cei/irti nel Cime^itOf 1852, da aggiungerHi alle già conosciute delle 
famigliari)* — La Difesa di DanlCj OH^ia H giudizm degli antichi 
jioeti iopra la moderria censura di Dante (Venezia, Zatta, 1758), 
confuta le famose Lettere di Virgilio del Bettinelli, con grazia 
d'invenzioni e valore d' argomenti. Si deve molto anche a questo 
libro quel risorgere del culto di Dante, che fu pregio e fortuna 
degli scrittori migliori del Settecento, — Il Mondo Ttiorale e nna 
specie di romanzo allegorico, che si tìnge letto nella Congrega dei 
Peìlegrinif su]ì^ corruzione umana e su' suoi rimedj (Venezia, Colom- 
bani, 17G0). — La Gazzella vejiefa fu pubblicata in UXi numeri (8 feb- 
braio 1760-28 gennaio 1701): da questa si estrasscro le Xoveì lette 
i Veneìsi a , Pasquali, t lìH -92) , — L ' Osaer va tore^ pe ri od j e o por T a n - 
m 1761 (104 numeri dal 4 febbraio 17^ àT'^ gennaio 1702;, fu con 
nuovo ordine ripubblicalo dallo stCBi^o autore (Venezia, 1707 -tiM^: 
trutta in varia forma argomenti morali, letterarj e familiari, ed ìi 
un'imitazione libera dello Speda tor di G. Addìsoo, conosciuto dal 
Oozzi nella tradHZione francese iG. Zanella, G.Addison e G. G.j 
nt' Paralleli létterarj, Verona, Mlìnster, 1884). Tra le cose minori 
5*<ino notevolissimi l Sermom", pregevoli pure per Phho assai felice 
tiello sciolto (A, GiAn??INÌ7 f^ermmti di fL G, iìfunìrati e covimen- 
^^»i Palermo, Tip. del Boccone del povero, 18lìa) e per tìnezza di 
satira, nella qnale potò easer detto precorresse il Panni (Malmi- 



lOi^ SECOLO XVIII. 

ONATl, G. G. e % suoi tempi, Padova, Prosperini, 1890) ; inoltre, rime 
(vedi 0. Amalfi, Due componimenti di G. (?., Napoli, Priore, 1891), 
favolo t^sopiane, traduzioni varie, tra cui quella della 3for<« di Adamo 
del Klopstock (dal francese); ma non escono dalla mediocrità, così 
le tradotte come le originali produzioni drammatiche (F. Foffaxo. 
G. G. poeta drammatico, nel Giorn. ligust,, anno XX, 1893, fase. I). 
Lasciò anche orazioni, cicalate, cantate ec. 

Nocque al Gozzi Tabbondanza della produzione e la mancanza 
libila c[uiete così amica agli studj. Ma lasciò, soprattutto in prosa, 
alcuni' ttcritture veramente esemplari per grazia e leggiadria, tra 
green, e trecentistica, non disgiunte da certa dignità e gravità 
tradi:£Ì0Qale della buona prosa italiana; ed è suo gran merito ch'ei 
riuscì il tenersi nel giusto mezzo tra le forme paesane e quelle 
che alla letteratura nostra venivano proposte dalle opere stra- 
niere più celebri e più vulgate. Una delle molte prove poi del 
ituo giudizio retto, equilibrato e scevro di passione, oltre quella 
prìntipiilissima del culto che sentì per Dante, è il favore dimo- 
strato per la riforma goldoniana nel tempo delle note fiere po- 
lemiche. 

[Vpili I. PlNDEMONTE negli Elogi di letterati italiani; il Pro(- 
inio del Tommaseo agli Scritti di G. G.y ec, scelti ed ordinati, Fi- 
rmilo, Le Mounier, 1849, ripubblicato nella Storia civile nella hi- 
leraria, Torino, Loescher, 1872 ; V. Malamani, G. G., nel Nuovo 
Archivio veneto, I, 1891, ec] 



Le smanie della villeggiatura. 

Se nobil donna che d'antica stirpe 
Ha preminenza, e buona e ricca dote, 
Lautamente villeggia, onor ne acquista, 
Splendida è detta; se lo stesso fanno 
La Giannetta, la Cecca o la Mattea, 
Spose a banchieri o a bottegai, son pazze. 
Non è tutto per tutti. Uom destro e lieve 
Sia di danza maestro; il zoppo, sarto, 
Industria da sedili: ogni uom che vive. 
Se medesmo misuri, e si conosca. 
Ma dir che giova? a concorrenza vanno 
Degli uccelli del ciel minute mosche. ' 
Somigliar vuol la sciocca rana al bue; 
Si gonfia, e scoppia. gentil Fabri, io scrivo 
Di ciò fra' salci, sulle ricche sponde 
Della Brenta felice: e mentre ognuno 
Corre ad uscio o a finestra a veder carri, 



GASPARE GOZXI. 103 

Cavaili B barche, qui celato io detto, 

No tomista di teste. ^ Or mano a' ferri. 

Dalle faccende e da' lavori cessa 

Qui la gent^, e trionfa.* Oli miglior aria, 

Quanti ne ingrassi, e ne dimagrì! A mólti 

Più prò farebbe un diroccato albergo 

Delle antiche casipole in Mazzorbo* 

Fra le murene^ i i^efali e le trig^Jie. 

Se pnnto di cervello avete ancora. 

Mezzane genti, io vi ricordo, è bello 

Commendare alle mogli il bosco e T ombra 

Ed il canto de' grilli. Ivi migliore 

jf*: U villeggiar, dove s'appiatta 11 loco, 

E dove scinta la villana e scalza, 

Mostri chioccia, pulcini, anitra e porco. 

Quivi nell'alma delle mogli dorme 

L'acuta invidia: ove sìen sole, poco 

Bramar le vedi; confrontate, molto. 

Da natura ciò nasce. Appena tieni 

Col fren la debil rozza, che sdegnosa 

L'animoso cor^ier andarsi avanti 

Vede, ne sbuffa, e trottar vuole anch'essa 

Spallata e bolsa; e tu che la cavalchi. 

Ti rompi intanto il codrione e il dosso. 

Viene il giugno o il settembre. — Olà, che pensi?— * 

Dice la sposa: — ognun la città lascia; 

Tempo è da villa. — Bene sta, risponde 

Il compagno; or n'andiamo. —A che si dorme, — 

Essa — dunque ? — ripiglia: — androni fì^a tante 

Spletidide genti, quai ilinganl ed Ussi, 

Disutil razza e pretto bulicame? * 

Noi pur Siam vivi, e di grandezza e d'agi 

Siamo intendenti; e questi corpi sono 

Fatti come altri; ne virtù celate 

A noi coltura e pulitezza sieno. — 

La Sibilla ha parlato. Ecco si vede 

Stille scale una Aera: * capoletti 

* Sirratatore dei Tarj corvelli ed umori deplì uomim. 

* SU in ttilecTirt. 

' Poterò tcLOgo da pflscaton nelf estuario veneto. 

(?«»(? dn poro, tnnrmaylfii. 
^ Vjitk i^ntkutìtk di rob^ diverse, coukì la un^ Aera. 



r 



104 SECOLO xvm. 

intagliati e dipinti, di cornici 
Rftbbriclie illustri; sedie ove poltrisca 
Morbido il corpo: e alfin pieno è T albergo 
Di merci nuove e fornimenti e fregi. 
Ornai t'imbarca, o capitano accortx): 
Kcco il provvedimento e l'abbondanza. 
Ab, se il suocero adesso fuor mettesse 
Dì (jualebe arca comune il capo industre, 
Ammassando,* sepolto: — Oh! che? — direbbe, 

— Dove ne va tal barca? alla campagna 
SI ripiena e si ricca? Il bastoncello, 

Un valìgìotto era il mio arredo; e trenta 

Soldi, nolo al nocchiero, o men talvolta; 

E incogniti compagni, allegra ciurma. 

Se la moglie era meco, io dal piloto 

Comperava un cantuccio, ove la culla 

Stava o il pitale, ed uova sode e pane, 

Parca prebenda, nelF umil canestro. 

Donde usci tanta boria? e quale ha grado 

La mia famiglia, che la Brenta solchi 

Con tal trionfo, e si vóti lo scrigno? — 

Ma parli ammorti. Va scorrendo intanto 

11 burihìello per Tacque; e il lungo corso 

La sposa annoja. — L' ultima fiata 

Questa fla ch'io m'imbarchi: in poste, in poste 

Un' altra volta. pigro timoniere. 

Perchè si taci? e perchè i due cavalli,* 

Che pur due sono, quel villan non batte? 

— Avanti, — grida il timoniere : — avanti, — 
Ella con sottil voce anco risponde, — 

Se vuoi la mancia; e se non vuoi, va' lento: 

Ostinata plebaglia! Or alle carte 

Mano, ch'io più non posso. Ah! v'ha chi guardi 

Qui rortiuolo?— E chi più saggio il guarda, 

F*oi'€hé melissa o polvere non chiegga. 

Con le parole fa più breve il tempo. 

La binata regina alfine è giunta 

Fra gii aranci e i limoni. Odi bertuccia. 

Ch'anime umane imita. — tu, castaido, 



* N«] mentii stara accumulando danari. 

* I eAralll coi quali dalla sponda si aiuta?a il corso del borchiello. 



0ABPÀRE GOZZL 105 

Dove se\ pigro? a che neUempi lieti 

Non aprir le finestre? Ecco di muffa 

Le pareti grommate! A che nel verno 

Col t^por de[ carbone non riscaldi 

L'aria agli agrumi r— (liLjra il servo: —apersi, 

Riscaldai; non c*ò muffa; ecco le piante 

Verdi e carche di frutte. — Indocil c^ipo, 

Tutto è mviffato. Io non son cieca, ed ogni 

Pianta gialleggia, — E, se s* ostina, odore 

Dì muffa sente in ogni luogo, e ducisi 

In ogni luogo delle smorte piante. 

A* suoi mille capricci, «omo infelice, 

Il salaria ti vende. Essa cinguetta 

Quel eh' udì altn>ve ; e se gentile e grande 

Stimar non pnò, se non quìstiona te co 

Per traverso e per dritto. Or taci, e mira 

Per tuo conforto: col marito stesso 

Per nonnulla garrisce: — Oh poco cauto 

Nelle accogliente! Lit brigata venne, 

E la cera era al verde. Ah, tanlo giunse 

E freddo il cioccolatte. Occhio infingardo, 

Nulla vedi o non curL — E se balcone 

benigna fessura dì parete 

Mi lasciasse veder quel elio si cela. 

Per tal misMto io vedrei forse il goffo 

Di sua pace pregarla, e che conceda 

Al desìo maritai giocondo scherzo. 

Ma tu frattanto, o vettural, trahocca 

L'orzo e la vena, perchè sotto al coechio 

Sbuffi Bajardo e Brigliadoro, quando 

Solennemente vei«eo il Dolo corre, 

della Mira al popoloso borgo, 

Nido di febbri pel notturno guazzo. 

Giù. nel suo cocchio pettoruta e scalda 

La signora s'ada^na; e a cavai monti. 

Lo scalpitar de' due i-onzoni. Il corno, 

E deUa frusta il ripetuto scoppio 

Chiama le genti. L'uno air altro chiede: 

Chi va? Se ignoto è il nome, ed il cognome 

Nato in quel punto,* la risata s'ode, 

' CominijiRto ti» poco tempo ad e^scr noto. 



lOG SECOLO XVIII. 

E il salutarla motteggiando intuona. 

Beata sé, che onor sei crede, e intanto 

Gonfia pel suon delle correnti ruote: 

Chiama in suo core il vettural poltrone, 

Che la curata* per cornar non rompe. 

Giunge, smonta, è a sedere. — bottegajo, 

Cafì'è! Ma vedi!, in porcellana. Lava, 

Fre^a, risciacqua. Il dilicato labbro, 

Morbida pellicina invizia tosto. 

Non custodito.* — La faconda lingua 

Comincia intanto: e che d'udir s'aspetta? 

Grossezza o parto, la dorata culla. 

La miglior levatrice, il ricco letto, 

E il vietato consorte alla nutrita 

Brt,lia di polli, e sue feconde poppe. 

Se più s'inoltra, de' maligni servi. 

Delle fanti si lagna, e i liberali 

Salarj e i doni vi ricorda e il vitto. 

Né si diparte; che, se in pace ascolti. 

Sai quant' ha di ricchezza entro all' albergo 

Di eucchiaj, di forchette e vasi e coppe. 

Ma già l'aria notturna umida e grave 

1 capelli minaccia, e la ricciuta 

Chioma, se più dimora, oh Dio! si stende. 

— Cocchiere, avanti. — Sta sul grande, e parte. 

Fabri, che vuoi ch'io ti ridica come 

La brigata che resta, addenta e morde? 

Pietà mi prende; e sol fra mio cor dico: 

Di sua salita, boriosa, gode 

La ssucca in alto, e le più salde piante 

Imita come può: ma boriando. 

Pensi alle sue radici, e tema il verno. 

(Sermone JX.) 

Di sé stesso. 

Se mai vedesti in limpid' acqua un pesce 
Trascorrere, guizzar, girarsi intorno 
Velocemente; cólto indi a la rete, 

* Lti carnttlla: non soffia troppo forte nel corno. 
^ Qu&nda non si abbia cura di Ini. 



GABBARE GOZZL 10f 

Contrastando balzar, e steso alfine. 
Agonizzare e bof!clic«^o;iar sul lido; 
Credi, o Vitturi, somigiìantt! ad esso 
Fatto è l' ingegno mio. Libero un tempo. 
Vivace, giubilando, aperto mare 
Lievemente scon-ea : fortuna tntto 
Di rete il cìnse. Dibattendo ei fece 
Lnn^a battaglia per fuggir servaggio. 
Non giovò: giaoe, e a poco a poco manca 
Vigor di vita; onde si stende, e pére 
Spossato e vinto su t'aseiutta arena. 

Non poetica fiamma o fìemo amieo 
Ha die piii lo ravvivi, e per lo giro 
Di beato argomento * intorno il guidi 
A studiar circostanze, a trag^^er versi, 
Che faceian bello e ^^razioso il canto. 
Malinconico umor sale da' fianchi 
Qual negi*o nembo, e con vapori iniqui 
1/ offusca sì, die intorno altro non vede 
Che immensa oaetirittt, grandine e lampi. 
Sommo Dio, vera luce, infin eh* lo veggio 
Alma tra noi che le bell'arti onori, 
Onorata da quelle;' e infin chMo aeeo 
Spesso mi tmvo, e che benigna aj>(jolti 
Il mìo parlar; perchè timor cotanto 
Mi farà guerra? Oh nel mio petto un raggio 
Sorger non dee di graziosa ììpcme? 
Tn vedi pur quali amorose cure 
Uaccendan sempre, È il suo felice albergo 
Di bell'arti custodia: ovunque movi 
in esso il pie, greche e romane impronte 
Miri, di storia e antichi usi maestre. 
Quivi raccolte, contro al tempo, serba 
De' più felici e pellegrini ingegni 
Sacri a Minerva le divine carte; 
Né serba sol, ma se ne pasce, e prende 
Grato alimento, e altrui spesso il concede. 
Tal è in vita privata. Or rocchio volgi 
A' suoi pubblici alTari: è padre, e vero 

I ^ DTi bnoDO e fé coti ci q sopffeUo poetico, 
ABudij qui al Hiio protettore o mocfìiiAt« Bartolommoo Yìttari* 



^^*^^ 



108 SECOLO XVIIL 

Nutrìtor di mortali. Instn cir e! siede 

Al governo di genti, ei la quMe 
Seco ad ri li e e e la copia; alme discordi 
Annoda insieme; e s'eì ésÌ partfl!, ha seco 
Mille e miiralme; e mille lingue e mille 
Fan di Ini ricordanza* Oh statua eterna 
K e' p e tti ere t.ta, ed i m m u tab i l b ron zo i 

Quali indizi ^on questi? O buon Vitturi, 
Spirto elle in tali e in si bell'opre agli oecbi 
De' mortali 8i spiega e si palesa, 
Qual" esser può, se non cortese e grande? 

Odimi dunque, e sofferente oreccbio 
Porgi a colui di' era già il Gozzi, ed ombra 
Ora è di lui che tal nome conserva. 
Misero me! di non ignota stirpe 
Nacqui; e d'amici e servi era il mio albergo 
Ricovero una volta. Io ne'prim'anni 
Speranza avea di rorttmata vita. 
In dolce ozio fra* libri i d\ passai 
E gli anni più fioriti, Allor credea 
Dar cultura allo spirto, o a tal gnidarlo, 
CUe di vergogna al mio nascer non fosse. 
Questa si bella e sì dolce speranza 
Sfiorì del tutto» Fra* miei pochi beni 
Sol uno è quel che a me pace promette 
E ricchezza sicura. Io di te parlo, 
Rigido sasso, in cui acolpito è il nome 
Infelice de' miei. Te sol rimiro 
Con flso sguardo; e desioso piango. 
Che per me tu non t*apri. Oh padi-e, oh padre! 
Qui ten giaci quieto, e non soccorri 
li desolato figlio, e non lo vedi 
Com' ei s' afìligge e ai niartira? Db braccia 
Paterne, a me v'aprite e nV accogliete 
Allin tra voi; che tal quiete è a tempo.» 
Qual durezza di vita! Ov'è clii ciancia 
Che sì fragile e breve è il viver nostro? 
Paco non dura, se fra tanti mali 
Ostinato si scerba, E non so come 
Alma possa stanziar, dove la strazi 

^ Vorrebbe^ sarebbe uì\mu nì siiu Umpo opportuno. 



UA>^r\RE GO/ZT. 109 

Cliiovo, spina» tanaglia, e orribil tlamma. 

Mecenate, da Dìo dato a Tetade 
Nostra; che più dirò? Perciiò naiTarti 
Che questa penna e T intelletto mio. 
Liberi nati, più volar non panno 
Dove li invita naturale affetto? 
Non è picciolo male a^l oncia ad oncia 
Metter Talma in bilance,* ed il cervello 
Vendere a dramme: e peggi or raal è ancora, 
Ch'a minor prezzo T anima e il cervello 
Vendanai, ohe di bue earne o di ciacco. 
Oh mio dolore: oh mia vergogna eterna! 

Pur, poiotr altro sperar più non mi lìce, 
Almen potessi non indegna, e alquanto 
Men oscura opra far, che tragger caii^e 
Dal gallico idioma, o ignote o vili, 
Alla lingua d'Italia. Ho la testura 
Dì giand'opim intrapresa» In quanti lati 
Scorro eloquenza ìo dimostrar volea, 
Volgarizzando ben eletti esempj 
Di Latini e di Gi-eci, Anzi una parte 
Ho deiropra condotta. A cui non sono 
Palesi i casi miei, par ch'io l'indugi 
Oltre il dovere e tu medesmo forse 
Infingardo mi chiami, e tal mi credi. 
Ah! ai discopra it vero. Io» paziente 
Giobbe, tal nome sodeni mott'anni. 
Pure tacendo altrui che in vili carte 
E in ignote scritture io m'affatico 
Con sudor cotidiano; e già son pieni 
l banchi de* librai di mille e mille 
Fogli e dì carte, ammassamento enorme 
Di mia mano apprestato ai men gentili 
Popolari intelletti: e pereiù tardo 
Sembro a' migliori clic lo ver non sanno. 
Ma clic far posso ^ Rondine che al nido 
E a' rondinini snoi portar dee cibo. 
Non può per l'aria spaziare invano, 
dov'essa desia: però che intanto 
Le bocche vote de' (igliuoU suoi, 

C^jfflt ni f% di cosa di cho dobhaaì tratliciiro e tfArtie lucro* 



no SECOLO XVIII. 

Dopo molto gridare e ingoiar vento, 
Sarebber chiuse, e in sepoltura il nido 
Si cambierebbe a' non possenti corpi. 

Ma che chiedi, importuno? — Io non ardisco 
Di più oltre parlar. Fra le tue lodi 
Forse non la minor sarebbe un giorno, 
Che sotto a T ombra tua tal opra uscisse; 
Cirei si diria: Vedi cultor d'ingegni! 
Keì giardin di Minerva egli una pianta. 
Quasi del tutto inaridita e secca, 
Si prese in cura, e con amica destra 
Sì la soccorse, che germogli verdi 
Rìpradusse, e di nuovo air aura sparse 
Rami con frutti. — Ah troppo bramo. E forse 
Vuol fortuna ch'io péra; e non a tempo 
Son le mie preci: né giovar mi puote 
L'alma che a tanti giova, ed a me tante 
Volte giovò, si generosa e bella. 

{Sermone XIV.) 



Virtù necessarie all' uomo di lettere. — A passo a passo 
io me no andava camminando a piede di una certa mon- 
tagna, la quale con un erto e difficilissimo giogo parca che 
salisse fino alle stelle; e tutto dintorno cosi vestita dì folti 
alberi, e qua e colà renduta scoscesa, dirupata e rotta da 
massi, da non potervi andar sopra se non con le ale. lo 
nou sìo qìial desiderio mi stimolasse di voler salire ; ma mi 
parea di struggermi, e andava da ogni lato esaminando e 
spiando qualche luogo facile e qualche adito da potermi, se 
non altro, a^rgrappare. Quando in un certo viottolo mezzo 
coperto dalle ortiche e dalle spine, vidi sopra un greppo a 
sedere un uomo canuto con una prolissa barba, il quale te- 
nendo una sua cetra in collo, e movendo con gran prestezza 
le dita, soavemente accompagnava la voce, che proferiva 
cantando questi versi : 

Chi cerca di salirò air alto loco, 
Di qua venga ot' io sono : è questo il passo. 
Kfitto andarvi non può, ma a poco a poco 
Vtulrà la terra pìcciolctta a basso. 
L" ozio abbandoni, la lascivia, il giuoco ; 
Furchè lungo è il cammino ed erto il sasso. 



GASPAHE GOZZI. m 

In Bn Vfidrn piaggiti fcLii^O 9 aprici^ ; 
Ma f^ glcd^L aon sì va scn^iv fiitico. 

Suri beato, se negli alimi anni 
PelU sua vita al colmo g^inugr^r pnote. 
Molti ^ODO ì sud or, molti ifiì affaniii 
Cbe so3teDgon lo n Fobo nimo ^evoU. 
£t^rti& fama poi compéoBn i dantii^ 
Né |totrà Tolfer di celesti mote 
Toglier in gloria a chi sull'erto monto 
Di ghirUnda à" fliloro orna sua frouto. 

Ma non ò' inganni cbi prende il viaggio ; 
Ei moUf! dotino trorerà tra via, 
Cho incoronai di sa lei o, d' oppio e faggio. 
Mostrando ai viandanti cortesia* 
Conoscerà chi veramonU è sii^gio 
Cbe aoD Superbia, Yanità, Pazzia; 
Nò prenderà per lauro eterno e vDrdo 
Foglia cho in breve tempo 11 vigoi: perdo. 

In questa guisa cantava eoa dolcb^itna armonia il ve- 
nerando Tecchìone, a cui accostatomi con grande atto di 
umiltà^ ù temendo di sturbare la sua canzone, me gli posi 
ilitàDzi, quasi volessi ascoltare s'egìi fosso andato più oltre 
t^atitando. Ma egli, lasciato stare il suono ed il cantare, e 
TQltatosì a me Qou benij^'ua 1 accia, mi domandò chi fossi, © 
donde venissi ; ed io gli risposi : Desiderio di salire ^pra 
ÌM$tz montagna mi ha qui condotto, per modo clie non mi 
parea più di poter vÌ¥ero se non mi concedeva fortuna di 
fere questo viaggio. Ma, poiché sono avventurato di tanto, 
(^he in questo luogo ti ho ritrovalo, e tu [lai, a quello clijo 
udii, gran prati -m del monte, io ti prego quanto so e posso, 
ehe tu mi dia quegli utili avvertimenti, co' quali io mi possa 
all'aita cima condurre. Lascia, rispose d buon vecchio, ch'io 
ti vegga ; e poscia cominciò a considerare : Magro, aria 
ii^tratta, mahnconico, non molto coltivato in corpo;* a que- 
st'i ridizj tu potresti benissimo incamminai'ti, e mi sembri 
damo da ciò; ma prima è da vedersi se can queste cose 
«iiirinseche si congiungono anche le tuo operazioni. Alza la 
fjiccia, parlami chiaro. In che hai tu consumato il tempo 
*nó fino al presente? Da' primi anni miei, risposi, abban- 
'lonaia ogni altra occupazione, e fatto il tesoro mio di un 
^NiUtnajo e di certi pochi libri, non mi sono spiccato mai 

^ Seiuft sgTercbia cura dì eoi tifare ta propria persona. 



112 SECOLO XVIU, 

da essì^ pai*^ndc>mi di godere T ambrosia e d nettare de^li 
Dei quando io posso pacificamente attendere agli studi 
Quale acquisto, ripigliò il buon vecnliio, faceaii delle lue 
lunglie fatiche e Tigìlie ? Acquisto? diss' io. Quanto è alk 
lettere^ io non so, perchè io non bo mai fatto sopra dò i 
calcoli mìei, per timore, vedendo tanti altri ingegni antielii 
e moderni andati innanzi al mio, che mi pardi essere ancor n 
nel guscio,^ Quanto è poi ad avere e aJle ricchezze, non sola 
questa vita non mi ha fruttato nulla, ma ne ho avuto di- 
scapito. E questo discapito, diss'egli, come ti è doluto? St; 
io, dissi, avessi a vivere eterno su la terra^ io ti confeBSft 
che no avrei un pi-ofondo rammarico ; ma, avendo io fino 
al presente passato più che la metà della vita, e vedeiiJri 
che poco andrai eh* io sarò uscito dì ogni impaccio, mi ^^ 
confortando con la brevità del tempo avvenire, e rae ne 
curo poco. Tu hai, ripigliò il vecchio, quel ramo di pazzia, 
eh' è sulficiente a poter andare allo insd di questo mont<?, 
6 sappi che questo è uno de* bei principj da sperare di 
giungere alta cima. Oh ! se tu avessi foi'za d* ingegno cor- 
rispondente a ciò, io ti prometto che tu saresti nato eterno. 
Imperciocché io ti potrei noverare che tutti coloro, i quali 
giunsero ad avere la ghirlanda dell'alloro dalle mani -1i 
Apollo, come io poco fa dissi nella mìa canzone, incomin- 
ciarono dair abbandonare ogni desiderio di mondano bene, 
e ogni modo di vivere parve loro buono, purché tirassero 
innanzi come potevano la vita. Io medesimo fui uno di quelli. 
chiunque tu ti sia, che sei qui giunto, sappi che io sono 
colui che cantai V ira d'Aoììille e gli errori di Ulisse; tu dèi 
sapere chi sono. Udendo che quegli, al quale io favellava, 
em il divino Omero, incominciai a tremare a nervo a nervo, 
la voce mi si arrestava nella gola, e dall' un lato la curio- 
sità mi spronava a mirarlo bene in faccia, mentre che dal- 
l' altro il rispetto mi sforzava ad abbassare gli occhi. Pui 
finalmente ripigliando gli smarriti spiriti, gli chiesi scusa 
se non Tavea conosciuto prima; imperciooehè, avendo io 
udito a dire eh* egli era stato cieco, non avrei potuto mai 
imagi narmi ch'e;?li fosse quel desso, dappoicliò io lo vedea 
ora con due occhi risplendenti, e molto pili di quello che si 
richiedesse ad un'età cotanto avanzata. Io fui cieco, mi 



^ Per toma chi^ ho di essere tutta ri a piccolo e déboiìo appetto a^ tanti 
Altri ec. 



^ 



GASPARE Gozzi- Ila 

rispose, è vero; Dia tu dèi però sapere die non fai cosi 
per tutto il corso ^ella mia vita ; di che ti narrerò una 
storia, che non avrai forge uditu giammai, come quella clje 
non fu sapntji da nomo veruno, lo fui negli anni della mìa 
fanciulleisza cieco, ed essendo dalla povertà consumato, vissi 
delle limosi ne, che mi faceano i greci di città in città, can- 
tando io nelle piazze diverse canzoni da me composte in 
He dì quelle genti, che stavano intorno ad udirmi. Unesta 
mia cetera, che porto ancora al collo, una buona voce ed 
in incendio di passioni, che mi ardevano nel petto, aggiunte 
ad un indegno suhitano e perspicace, mi rendevano uno 
inquisito poeta; maravigliandosi ogn' uomo che senza luce 
de^li occhi potessi tanto sapei^. Ma non essendo io sviato 
Ma varietà degU oggetti, ch'entrano a sturbare T intel- 
letto per gli occhi, passava il mio tempo in continue me- 
ditazioni; e vivendo nelle pubbliche vie, negli alberghi pub- 
iilìci e qua e coU per le botteghe, ebbi occasione di «dire 
a favellare ogni genere di genti, le quali di varie cose ra- 
gionando gittavano nella nìia mente quelle sementi; che con 
la meditazione pei germogliavano, e facevano flutto. Non ti 
potrei dire qual concetto avessi in me formato pei-ò degli 
aonainì ; perchè, non vedendo ptmto le loro operazioni, ed 
in efTetto essendo da quelli sostenuto con le larghezze, che 
mi usavano, diceva fì*a me: Oh che buona, anzi divina pasta 
i^ono costoro! Vedi con quanto amore e con quale benignità 
Oli prestano nelle mie occorrenze assistenza ! Ma conobbi 
lìnalmente che tutto ciò facevano per le canzoni, eh* io can- 
nava in lode loro. Imperciocché, essendo io giunto un giorno 
al tempio di Escnlapio, e fatto quivi una cordiale preghiera 
acciocché eglt mi facesse gi^azia di concedere agli occhi miei 
H^ella luce, che non aveano avuta mai, udì le mie pre- 
ghiere il pietoso nume, ed ebbi allora per la prima volta 
la vista. Oh non avessi mai pregato il cielo di favore si 
fattoi Che, non si tosto ebbi ricevuta la facoltà di vedere, 
mmhbì a poco a poco quello che non avea saputo giammai ; e 
qaegli uomini, ch'io avrei prima giurato che fossero tanti 
luaasaeti agnelli, compresi ch'erano lupi, tigri e honi, che 
^mangiavano le carni del corpo Tuno con T altro. Quello 
f« il punto, che non mi lascio più aver bene, perchè mosso 
di compassione del mio prossimo, incominciai, secondo che 
ledeva certe male operazioni, a volere ammonire ora questo, 
ora quello, e, credendomi di far bene, a cantar per le vie 

IV. 8 



114 SECOLO XVIII. 

qualche buon pezzo di morale ; onde mi avvenne il contrario 
di quel che credea. Tutti mi voltavano le spalle, e vi erano 
di quelli che dicevano mille mali del fatto mio, e altri, non 
contenti di ciò, me lo dicevano in faccia, e vi furono alcuni, 
che mi discacciarono dal paese loro ; tanto ch'io fui obbli- 
gato ad andarmene ramingo ora in questo luogo ed ora in 
quello, quasi senza più saper dove ricoverarmi. Giunto final- 
mente a questo luogo, dove al presente mi vedi, posimi per 
istracco a sedere sopra questo sasso, considerando fra me 
quello che dovessi fare, parte sdegnato contro alla perver- 
sità delle genti, e parte volonteroso di ricondurle, per quanto 
a me era conceduto, al cammino della verità e ad un umano 
costume. Allora daira.lto di questa montagna udii un'altis- 
sima voce, che a sé mi chiamò, e mi disse : Omero, la tua 
buona intenzione è veduta e commendata dagl* Iddìi, ai quali 
sei caro. Incomincia il tuo cammino, e non temere dì nulla; 
che la maldicenza non ti potrà punto nuocere, e si disper- 
derà da' venti, che seco portano le cose leggiere. S'egli ti 
dà l'animo di vivere con parsimonia e di non curarti punto 
di agj e di abbondanza dì corporei beni, avrai quassù, dove 
io sono, immortalità di nome, e sarai maraviglia di quanti 
dopo di te verranno. Questa magnifica promessa mi empiè 
tutto r animo di sé ; e promisi alla sconosciuta voce di fare 
ogni suo volere, dimenticandomi di tutte le cose terrene; 
e incontanente vidi un luminoso raggio, che mi dimostrava 
il cammino a salire. Con tutto che io avessi l' invisibile ajuto 
degl'Iddìi, non ti potrei dire a mezzo quanto fu il mio su- 
dore e Io stento prima che pervenissi alla sommità della 
montagna ; ma finalmente, superato ogni ostacolo, a capo 
di parecchi anni mi trovai su la cima di quella. Io non ti 
narrerò le accoglienze che n' ebbi, né i bene armonizzati 
suoni e i balli delle leggiadre Muse, che costassù alber- 
gano, ma solo ti dirò eh' egli mi parve di essere divenuto 
altr' uomo da quello eh' io era prima ; i pensieri miei si fé- 
cero più vigorosi e più maschi, la voce più gagliarda, e 
questa mia cetera, tócca da me costassù, parea un incan- 
tesimo a me stesso. Quivi appresi ogni bella dottrina alla 
sua fonte, e nelle selve abitate dalle deità mi venne voglia 
un giorno di domandare ad una delle Muse, che mi dicesse 
« lo sdegno orrendo del Pelide Achille, che diede infiniti tra- 
vagli agli Achivi, e mandò molte generose vite di eroi a 
Pluto prima del tempo, e gli fece preda a' cani e agli uccelli 



GASPARE GOZZI. 115 

del cielo. » Al che ella rispose» « che questo era stato vo* 
lere di Giove. > E cosi dicendo mi empiè il capo di tante 
imagini e di tanti pensieri, eh* ebbi materia da riempiere 
ventiqaattro libri ; nei quali feci vedere gli effetti delle 
amane passioni, lodai la virtù, dimostrai i segreti delle 
deità» la nobiltà del valore, il potere dell* eloquenza e tante 
altre cose, che a me medesimo parve impossibile di averne 
tante sapute, e certo io non le sapea, se non fossi stato dal 
cielo ispirato. Anzi per non riuscire spiacevole agli uomini, 
cantai di coloro eh* erano già morti, acciocché le mìe lodi 
non si acquistassero la taccia di adulazione e i biasimi di 
satira, ma nelle persone già uscite di vita si vedesse uno 
specchio delle virtù e de' vizj che vivono, senza insuper- 
birsi o sdegnarsi di quello che si legge, perchè non toccando 
punto il leggitore, nascesse in lui semplicemente l* amore 
alla virtù e Tabborrimento del vizio. Né parendomi ancora 
di aver fatto tutto quel bene, che avrei potuto fare, termi- 
nato eh* ebbi la Iliade, posi mano a raccontare gli errori di 
liistse e i varj casi e pericoli, ne* quali egli era incorso, per 
lar conoscere in qual forma si dovessero gli uomini dipor- 
tare ne' male avventurati punti della vita loro, e provare 
che la sofferenza è il superlativo rimedia di ogni cosa. Quando 
k) ebbi terminate queste due opere, fui dalle Muse accettato 
nella compagnia loro per sempre, e mi fu dato 1* uffizio di 
goidar quassù coloro, che fossero amanti della sommità di 
questa montagna. E quanti, diss*io, sono in qua passati dap- 
poiché tu ci se*, Omero? Pochi, rispose ; ma non mi ftire 
entrare in questa briga, perchè sarebbe una lunga inteme- 
rata^ a dire le ragioni, per le quali così picciol numero è 
privilegiato. Oltre di che mi viene anche fatta da Apollo 
proibizione di palesare questo segreto, prendendosi egli 
spasso nel vedere continuamente un gran numero di per- 
itone, le qaali si credono di essere in su la cima, e si di- 
guazzano colà fra le pozzanghere di quella valle, chiamando 
anitre e oche i candidissimi cigni, che nuotano nelle puris- 
sime onde del Permésso ; di che Apollo si fa spettacolo e 
commedia, e non vuole che gli infangati ricevano di ciò av- 
viso veruno, ma si stiano a guisa di mignatte e di tinche 
nel loro pantano, stimando di batter le ale per 1* immenso 
maito dell* Olimpo. Ma non ne ragioniamo pii^^ e dimmi 

' FiUttiroeea, o dicesi doi discorsi lunghi. 



lU) SECOLO XVIII. 

se vuoi dar principio al tuo viaggio. Ben sai che io mi 
struggo di voglia, rispos'io. E già lo pregava ch'egli mi 
andasse innanzi, e mi parea di vedere.... Ma che? Le mat- 
tutine voci de' venditori di frasche e ciarpe, altamente gri- 
dando per la via, mi destarono, e non vidi più né Omero 
né la montagna, ma mi trovai nel letto con lo stampatore 
air uscio, che mi sollecitava per avere il foglio. — (DairOJ- 
ser Latore, p. IV.) 

Lft gloria umana, DìeÀogo,^ Alessandro Magno. Egli è bene 
il vero che, se io avessi potato vivere più a lungo nel mondo, 
avrei accresciuta la mia fama, e sai*ei trascorso dairon capo 
airaltro delia terra con Tesercito mio, abbattendo città e sog- 
giogando nazioni; di che avrei avuto maggior gloria che qua- 
lun(]ue altro re della terra. Ma che s'ha a fare? Quel gran 
cuoi-e, eh' io ei)bi neir assalire città e neir attaccare eserciti, 
egli e bene che lo porti meco anche in questo biyo della se- 
conda vita, la non era però immortale. Quanto è alla favola 
deir essere tlgliuolo di Giove, basta eh' io la dessi ad inten- 
dere a' soldini i miei, acciocché si animassero nelle zuffe, e a 
que* gotti popoli, contro acquali io movea Tarmi, acciocché 
riputando d'avere a contrastare con la prole del sommo 
(liove, venissero sbigottiti e con le mani mozze dallo spa- 
vento ad azzuffarsi meco. Quello che mi duole si è, eh* es- 
sendo accostumato Alessandro ad avere un grande accompa- 
gnamento intorno e una calca di condottieri d'armi, d'amici, 
di servi, di schiavi, egli sia ora stato gittate sopra questa 
riva da Caronte, nudo e solo, tanto ch'io non vegga alcuno 
da potergli chiedere la via; e qui é un'aria cosi grassa e 
nuvolosa, che non so da qual parte debba andare. 

Biogene. Alessandro. 

Alessandro. Chi mi chiama? 

Biogene. Colui che, standosi una volta nella botte a suo 
grandissimo agio, ti domandò che non gli togliessi quello 
che non gli potevi dare. Vedi tu ora s'io ti diceva il vero? 
Qui non e' è i^ole, e tutta la possanza tua non ce ne potrebbe 
fiir entrare un raggio. 

Alessandro, Tu sei dunque Diogene? Oh quanto m'è caro 
il ri%'edertil lo ti giuro che, quando mi partii date, tanto 
mi piacque la sapienza tua, che dissi a coloro che meco 
erano, che, da Alessandro in fuori, io avrei voluto esserle 
Diogene* 



GASrARE GOZZL UT 

Diogene, K io non avrei voluto essere altri che q a egli 
eh' io era, perchè sapeva che tanto era infine V essere Dio- 
gene, quanto Alessandro. Vedi tu questi luoghi? Qui scende 
Ogni uomo ; e tauto gii è Tes&ere stato con un robone reale 
intimo e con lo scettro in mano, quanto con un m ante l letto 
log-opo e con un bastoncello. Ad ogni modo, e tu ed io ab" 
hiaiuo lasciato costassi^ ogni cosa; tu la grau^lezza e son- 
luo§ità delle tue ricamate vesti, ed io il mio rappezzato 
mantello. Non abbiamo piiì cencio che ci copra; il che non 
pare a me strano» essendo stato al mondo più vicino alla 
BQdità di quello che tu fossi tu» il quale, non contento de' tuoi 
Testiti alla greca, ti volesti anche coprire il corpo air usanza 
di que' paesi, ne' quali entravi vittorioso. 

Alessandro. Diogene, io avrei perù creduto che ad Ales- 
sandro anche uscit^o del mondo s' avesse a favellare con mi- 
glior garbo. Non ho lasciato costassù cosi poca fama delle 
capere mie» che non se n'abbia a sapere qualche cosa fra 
qaeste tenebre. 

Diogene, Ben sai che si, che la ftima tua deve essera 
punta in questi luoghi. Tu hai con lo sterminio delle tue 
battaglie fette fioccare tante anime su que^tta riva, eh' io ti 
so dire che il nome tuo risuona da ogni lato. Non vi ha can- 
luecio in tutte questue contrade, dove tu non sia attamente 
commendato delTaveM-e spicnati i giovanetti tìgli uoli dalle 
braccia de' padri, e lasciati quegli infelici vecchi privi del 
?ns^dio della gioventiV^ che dovea loro giovare; sei messo 
ÌQ cielo da' mariti, acquali convenne lasciar le mogli sposate 
'ti fresco in mano de' tuoi soldati; benedetto da'tuoi soìdati 
medesimi, che per servire alla tua albagia sono discesi quag- 
li! nel reta loro più verde e fiorita. 

Alessandro. Quasi quasi a questo modo io crederei di 
noTi poter aver conversasione con ombra veruna. Dovrò io 
flnaque stare cosi da me solo a guisa d'un aiTabbiato, e fug- 
ffito da ognuno? 

Diogene. Di questo non dtibìtare. Ci sono rigide leggi di 
riadamanto, le quali vietano al tutto di fare vendetta. Ansti 
voglio che tu sappia che, quando uno é uscito di vita, i suoi 
più sfidati neraici gli perdonano ogni cosa, e non si ragiona 
pitì di quanto è stato al mondo. Sicché vieni pure sicura- 
eQ€nte, che tu sarai il ben veduto^ quando io dirò loro chi 
m sei^ e verrai conosciuto- Che hai tu? Ferchè taci? A che 
p^^asi cosi attonito e nscìto quasi di te medesimo? 



118 SECOLO xvrii. 

Alessandro, Come ? Avrò io dunque bisogno per essere 
conosciuto dagli amici o da' nemici miei che tu dica loro chi 
io sono? e che tu mi faccia loro conoscere? Sarebbe mai 
anche ignoto Alessandro in queste contrade? 

Diogene, Se tu non ti fossi nominato da te medesimo da 
principio, credi tu che Diogene t'avrebbe raffigurato? Buono 
per mia fò 1 E che sì, che tu credi di avere ancora quel viso 
che avevi al mondo? E, se tu pensi d'essere riconosciato 
per monarca, io vorrei che tu considerassi in qual modo e 
a quali insegne si possa conoscere qual fosse la dignità di 
un uomo, che non ha neppure la camicia indosso. Hai tu la 
corona? Hai tu lo scettro? Qual differenza è ora da te ad 
ogni altro uomo del mondo? Se non di' che tu se' Alessandro, 
che tu eri il re de' Macedoni, chi l' ha a indovinare? 

Alessandro, Misero me! Sono io dunque cotanto trasfi- 
gurato da quello che soleva essere? Ma se io non ho quella 
prima faccia, se qui sono disceso senza le mie insegne di 
re, è egli però possibile che, non conoscendomi alcuno per 
Alessandro, non si avvegga almeno eh' io fui uomo da qual- 
che cosa? 

Diogene. Quanto è poi a questo, tu sarai riconosciuto 
secondo quello che comprenderanno l'ombre dal tuo ragio- 
nare. Epperò abbi cervello, e ragiona da uomo ; perchè cosi 
al primo si giudicherà di te secondo quello che t' uscirà della 
lingua. Sai tu che ti potrebbero uscire parole, che cosi nudo, 
benché fossi Alessandro Magno, potresti essere creduto un 
villano, un portatore di pesi a prezzo, un ladrone, o cos' al- 
tra somigliante? 

Alessandro. Diogene, tu hai perduta la vita, ma non 
r usanza tua. Ora m' avveggo io che tu mi dai ad intendere 
una cosa impossibile, per aver campo d'esercitare la tua 
maldicenza ed essere in questi luoghi quel medesimo cane, 
che andava mordendo ogni uomo sopra la terra. 

Diogene. Non la crederesti già tu cosa impossibile, se 
non fossi ancora gonfiato i polmoni da quel vento d'amore 
di te medesimo, che ti soffiò nel corpo quel tuo gran mae- 
stro delle adulazioni, Aristotile. Ma odi me : se tu non pre- 
sti fede al mio ragionare, voglio che tu ti chiarisca da te 
medesimo. Io ho poco fa lasciato Dario a ragionamento con 
un pecorajo. Vien meco. Io voglio che, appiattati dietro ad 
un cespuglio, stiamo ad udire quello di che favellano. Quando 
vrai udito, dimmi tu: Questi è Dario, e quegli è il peco- 



GASPARE GOZZL 119 

rajo. Ne lascio 1" impaccio a te, dappoi chi'i tu hai tanto acuto 
dlseernimentop 

Alessandro. Della buona voglia ! ' Non potrei) b' essere ch6 
i sentimetiti del pecorajo aves^sero in sé la grandezza di quelli 
dun re, o che quelli del re fossero vili come quelli d'un 
pecorajo. Andiamo, 

Diogene. Non importano le parole, dov'è vicina la spe- 
nenia. A' fatti* Quanto e* è di buono, si é che T ombro non 
indugiano troppo a camminare per la loro leggeres^za. Ec- 
coci. Appiattati dietro a questo macchione. Vedi tu? L*uno 
è Dario, e l'altro il pecorajo. Esaminagli prima bene, e dimmi 
se tu sai stabilire a veUuta qual di essi aia il re e quale il 
custode delle pecore. 

Alessandro^ A dirti il vero, io non so fare rjuesta distin- 
zione. Ni uno d^essi ba panni intomo; ne veg-go negli aspetti 
]qpo segno veruno che me ne avvisi. 

Diogene ^ 2itto dunque, e ascolta, 

Petiorajo. Non è cosi gran cosa il giorno reggi are i popoli, 
credimi, quale tu di' cb' ella è. lo non saprei teco meglio 
f^primere la mìa intenzione, cbe dipingendoti inniiu/ì a^ll 
oflchi un branco di pecore. Se tu imagi ni che le genti sìeno 
qngtói le tue pecorelle, eccole sotto ad un governo felice, 
liie<>ntanente tu avrai cura di custodirle per modo, cbe i 
Erjpi non le trafughino, cbe i ladroni non tendano ad esse 
insidie; con grandissima cautela ìe condurrai poco da hmgx 
dalFovile; tutte tutte le conogceraì, tutte le avrai care. Le 
gaiderai per le vie più sicure e fuori d'ogni pericolo; ren- 
derai pieghevoli alla tua voce l cani, sicché, quasi secondi 
paf^tori, ubbidiscano a' comandamenti tuoi. Pensa, e vedrai 
che in questa imagi ne io ho spiegato in breve quello che 
debba essere un buon pastore di popolo, 

hario. Bene. Ma ttr, a qtianto mi pare, vorresti che gli 
ìifìmini fossero vóti d'ogni pensiero di sé medesimi. È egli 
mai possibile che in tanta grandezza non pensino a pren- 
fiersi ogni sollazzo? Egli ò però un bel ebe, quel vedersi a 
Ruotare, per cosi dire, nell' oro, essere attorniati da una 
J^hiera di femmine, far laute cene, tracannare in tazzoni 
'i'opo e d'argento; quando un povero guardiano di capre 
appena ha di che cavarsi la più menoma voglluzza, e a 



^ VLù comiiaeaieiit« di hmyna «o^fia: orih. 



120 SECOLO xvm. 

stènto ritrova di che vivere, ed ha sempre a pensare e a 
storiare per mantenere un branco di bestie. 

Diogene, Hai tu udito, Alessandro? Che ti pare? Gli hai 
tu conosciuti? 

Alessandro, Ben sai che si. Non udisti tu come quel 
primo, avendo a fare con un pecorajo, seppe ingegnosamente 
accomodarsi alla sua intelligenza, e con la comparazione 
delle pecore descrivergli molto bene la forma del reggere 
i popoli? Airincontro l'altro, il quale, vivendo in una po- 
vera vita, non ha mai potuto cavarsi una voglia, ripieno 
ancom di tutte quelle che avea quando era su nel mondo, 
non ha altro pensiero che le ricchezze ed i passatempi. Il 
primo è Dario, il secondo è il pecorajo. 
Biogene, Dario! 

Dario. Chi è di qua, che mi chiama? 
Alessandro. Oh! oh! maraviglia eh' è questa! Quel primo 
fti il pecorajo. 

Biogene. Non è già maraviglia a chi è accostumato a s\ 
Mie usanze. Vieni, ch'io non ho ora voglia d'entrar qui in 
altri ragionamenti. A me basta che tu abbia Uno al presente 
potuto comprendere che, deposti i vestiti ricchi e risplen- 
denti» è difficile che l'uomo si faccia altrui conoscere per 
qimllo che egli era manifesto al mondo. Ma sta', sta', eh' io 
odo a parlare di qua. Udiamo. 

Un Poeta. chete ombre e felici, in voi ritrovo 
Quel ben, che innanzi a me, dov'era luce. 
Metteva l'ale, e mi sparìa dagli occhi. 
Non ha qui alcun del mio più vago aspetto. 
Né per felicità d'oro o di stato 
Ha più di me chi innanzi a lui s'inchini. 
Oh eterna bilancia della Morte, 
Che tutti eguagli! Ed io misero e cieco 
Pur tremar mi sentia le vene e i polsi 
Sol quando udiva a ricordar tuo nome. 
Ora, signor di questo spazio immenso. 
Dove m'aggrada più, volgo i miei passi, 
E solo a me ritrovo ombre simili. 
Ben era il ver che fu mia vita un nodo 
Di nervi e d' ossa, onde ristretto e avvinto 
In career giacqui; e tu che mi sciogliesti. 
Estremo di, mia libertà mi dósti. 
Biogene. Chi ti pare che sia costui? 



GAf^PARE GOZZI. IBI 

Aìessaniolro. A me pare che sia un poeta» 

Diof/ene. E non t* inganni. Eppure, tu vedi, egli se ne va 
nudo, come tuttfì le altre ombre. Ma io voglio che tu sap- 
pia spptinto essere questa di qua la dilTereuza, che passa 
tri\ tutte ralti*e condizioni degli uomini e quella die in sua 
vita attese alle scienze, alle buone ai-ti. Quantunque tu vegga 
cosi fatt« ombre andai-sene senza panni indosso, né buoni 
né tristi, appena tu le avrai udite a favellare, tu conoscerai 
pienissimo ijual fosse la loro professione; e, se non saprai 
panico) arme» te i nomi loro, si intenderai, al primo aprire 
di bocca che faranno, qual d*6ssi su la terra i nobilissimi 
?^tutlj della filosofia nella sua mente ricevesse, quale delle 
pas^^ate azioni degli uomini la memoria si riempiesse, chi 
il eloquenza si fornisse, e in somma ehi r una parte o chi 
S alira dei doni delle santissime Muse eleggesse per guer- 
nii-sen^s r intelletto. 11 che non avviene delle altre ombre, 
càe quaggiiJt discendono, le quali prima d'essere note, quan- 
tunque sieno state al mondo celebrate, debbono palesare il 
nome, il casato e dire tutt'i fatti loro, 

Alessandro, Diogene, io mi ti confesso molto obbligato, 
ehe, essendo io venuto in un paese nuovo, tu sia stato il 
primo ad avvisarmi delle sue costumante. Tu mi scacciasti 
dinanzi a te nel mondo ; ma, io ti prego, non isp ice arti mai, 
io questo, dal mio lato. 

Diogene, Volentieri. Andiamo, cbMo ti faccia conoscere 
air altre ombre, acciocché tu possa avere eonvei-sazione. — 
{lì^Y Osservatore, parte IL) 

Dante e il suo Poema. 

Dialogo. 

fi Doni. Virgilio 1 

Virgilio, Antonfrancesco I 

n Doni. Tu ci lai dì queste belTc ! mandi su la t^Ti'aUi 
censure,* le fai stampaiM^, e non ci dici nulla. ^ 

Tirgilio. Hai tu letto? Tu hai dunque letto eli? 

Il Doni. Sì, e con molta diligenza. 

Virgilio. Se tu hai letto, non potrai credere ch'io sia 
^to autore di questi fogli. 

^ U cenairra «He Létl^rm éi Vif§iiió n^i Ar^sadi scritta ùa\ Beiti n olii 



122 SECULU xvin. 

// TJam\ Io ci yeggo in fronte il tuo nome, non ne viv 
glio saper alti'O, 

Yh*gilio. Se io non fossi paciflco^ tu m\ faresti dìventartì 
un af^pìde. Si può dare fortu neccia somigliante alla mmì 
Quando era vivo, vi furono di quelli che davano fuori i mìei 
versi por frutti del loro capo, e si facevano onore del mio; 
e, ora ehe son morto, mi appiccano compostìzionì, cifio 
non ho mai sognato di farle, e mi fanno queir onore ehe 
vedi. 

Il Doni, Non è forse onore Tesser critico? 

Virgilio. Si, quando la eritica è scritta dopo un diligente 
esame ; ma, quando si censura per dir male solamente, non 
sì dà lume alle arti, e si acquista nome di satirico. 

/; Dani. Siedi qui meco. 

Vtrg ilio . Volentieri. 

Il Doni, Ombra benedetta, se tu non fìjssi e io non fbitì 
ombra, io ti abbraccerei e ti bacerei. Sappi chMo fui sem- 
pre di parere che tu non avessi mano in quella satira, r 
n'ebbi questa persuasione a' primi fogli da me letti, lo 
non ci vidi quel pie di piombo, col quale andò sempre 
Virgilio. 

Virgilìù. Ti ringrazio. Tu di' il vero. Quando vedi una 
censura fatta con una fdza di opposizioni tutte ad un tìato, 
con un certo che di capriccioso, dove la facezia e T ironia 
tenga luogo di ragioni, puoi dire in buona coscienza ch>ss;L 
non viene da queir arte, che cerca dMIluminare le persone, 
ma da capneeio o da voglia di scherzare, per non dire 
altro, Qual componimento poetico di qualunque tu voglia 
più celebrato scrittore non m potrebbe mettex^e in burla 
con questo metodo? In questta forma, per non dire di alti^ 
poema, clie sarebbe V Iliadi^. ? Che altro è dessa, fuor che 
un poema di due re di scacchi, cbe vanno in eoli ora T uno 
contro L'altro per eonto di una schiava? E T uno di essi per 
così grave cagione si ostina a non voler combattere, e pianga 
come un fanciullo più volte. Final niente per far la vendetta 
di un suo amico stato ammazzata), uccìde un uomo, che eoiii- 
hatte seco tremando, in esso poema poi vi entra un vecchio, 
che parla come le cicale, un certo gobbuzzo e guercio e 
zoppo da un piede, col capo aguzzo e calvo, bastonato come 
un tappeto ; e ì più bei paragoni son tratti dalle mosche. 
Ti pai-e che sia però cosi fatta Y Ilìade, Doni mio, se tu la 
leggi? 



UAfeFARi: GOZZI. 123 

ti Doni. Koti a me ; chù anzi 8Ì vede ch'essa ó l'opera 
appunta, eome disse Dante, 

Di quel si'ifnor deU' altiusiinn cantc. 

Io non ho perù veduto cb6 dì Dante in quelle eati^ si parli 

io tal ^uisa. 

Virgilio. Come no? Vedi qua come tutto vi si biasima 
atl un tratto. — Si chiama Divina Commedia per derisione ; 
prende la noja a leggerla, li poeta ha fatto male a (are un 
poema delT InCenio^ del Purgatorio e del Paradiso, Ha di- 
viso il poema in parti ripugnanti e lontane. Ha fatto venir 
Beatrice a cen^arlo, Beatrice, la quale era atìita chiamata 
da Lucia, che sedeva» non si sa dove, con la bella Rachele, 
vìi, nu poema in foglio, e bisognoso ad ogni verso dì tratia- 
zione e spiegazione, di allegona, eccetera ì ^- Credi tu perù, 
che si fatta censura, così nuda di rag^ìoni, basti ad ìsca val- 
lare un poema per tanti anni ricevuto e ammirato^ 

Il Doni, ^^on io, non lo credo ; e, quanto a me, penso 
che SI fatto censurare sia da conversazione, e faccia onore 
io ima bottega o in qualche cerchio dMngegnettì, fra i quali 
io scherzare e il motteggiare con una certa vivacità che 
ÙTZzi, ha^ta a persuadere- Io pei'ò saprei come rispondere 
A tutta questa censura in poche paiole, 

Virgilio, In poche parole no; perchè il dir ma!e ha 
questo vantaggio, eh' è penetrativo e in breve è creduto, 
benché sia detto per dritto e per traverso ; ma chi vuol 
difendere dalle imputazioni è necessitato a spendere molte 
parole e la canna dei polmoni, prima che gli si presti fede. 
Versa un po' dì olio sopra un panno, eccoti la macchia in 
UD batter d' occhio ; ma se tu vuoi cacciamela di là, ti va 
terra, fatica e sole, e ancora il panno ti resta adombrato^ 
Tn sai quel che disse Pindaro, che a rovinare una citU è 
sufficiente un uomo anche debole; mas rifarla ci vuole un 
gran tempo e la mano di Dio. 

H Banù Poiché il censore non adduce altre ragioni, fUor 
quelle che abbiamo udito, quando egli avesse terminato di 
parlare, comincerei dall'altro lato, ^ — Oh com'è dolce e sa- 
polita cosa il leggere il poema di Danto, ehe veramente D/- 
^ina Commedia si può chiamare! Oh invenzione maravi- 
gliosa e da cervello maschio, un poema dell' Infento, del 
l'urgatorio e del Paradiso! Si potea egli meglio cominciare 
Cile fingendosi addormentato in quella selva di errori? E 



124 SECOLO xvin. 

quella lonza, liono e Inpa! si potea egli trovare più bella 
allegoria? Benissimo ingegno a ridurre ad un filo così unito, 
parti fra sé cosi ripugnanti e lontane. E quella Beatrice e 
Lucia e Rachele, quando si ha pratica della nostra religione 
e delle scritture degli antichi Padri della Chiesa, si poteano 
adattar meglio'^ Se il poema è in foglio, trovasi anche in 
quarto, in ottavo e in dodici. Le traduzioni e spiegazioni 
non sono necessarie al poema, ma a chi non ha conoscenza 
di un linguaggio, che si usava ora fa trecent' anni, e della 
storia di que' tempi, e le interpretazioni delle allegorie ab- 
bisognano, perehò il poema è allegorico, avendo sempre 
Dante fatto professione e detto egli medesimo di avere 
scritto allegoricamente. — Questa è la risposta mia, la quale 
io so bene altro nt^n essere che un carro di ciance; ma è 
forse altra cosa V opposizione ? A chi non adduce ragioni 
del suo censui'are mi parrebbe di avere risposto abbastanza. 

Virgilio, Doni mio, non basta. Tu sai il tuo proverbio : 
Chi ode non di sode poi. Quando la censura ha messo nel 
cuore degli ascoltanti quanto è largo un dito di radice, 
fa* conto che trova un fondo fruttifero, e che vi fa una ga- 
gliai-da prova, e sì allarga subitamente ; tanto che per isra- 
dicaro quell'opinione si dee adoperare le mani e appuntare 
i piedi. Come mai potresti tu rispondere in poche parole, 
per esempio, laddove il censore ti dicesse che quello non 
è il vei*o Inferno, né il Purgatorio, né il Paradiso, con queste 
poche parole ; vedi qua alle carte dieci : « Oh che dannate 
e purganti o beat<> anime son quelle ! e in qual Inferno, in 
qual Purgatorio, in qual Paradiso son collocate!... Tutti poi, 
quanti sono, ciarlieri e loquacissimi di mezzo ai tormenti o 
alla beatitudine, e non mai stanchi di raccontare le loro 
strane avventure, in risolvere dubbj teologici o in domandar 
novelle di mille Toscani loro amici o nemici, e che so ioI> 

Il Boni. A' poeti, direi, è lecito di fingere molte cose, 
quando non si partano dal verisimile. Oh! non vi sono stati 
di quelli, che hanno detto che una parte di persone hanno 
il loro 1 Purgatorio a questo mondo? e pure non furono 
poeti. Ed egli mi ricorda ch'io lessi già in un picciolo h- 
briceiuoìo assai raro, intitolato Apoftemmi degli Ebrei e 
diY/U À7^abi, nn paj'ere di quegli antichi dottori in legge, ed 
è questo, che tre sorte di persone non anderanno nel fuoco 
del Purgatorio : prima le persone, che vivono nel mondo a 
stento, e hanno sempre a' fianchi la necessità e la fame ; in 



GASIARK GOZZI. 125 

ét^condo^ coloro die baimo pubblici utìlcj ; e in terzo luogo 
i mal maritati. Chi ba bisogno, diceva queir autore, tia un 
fuotìo addosso, che cuoce, purga e netta ogni ru fraine, che 
ìu avessi intorno, dMniquità; quelli, che hanno pubblici uf- 
fiq, bau no tanto a BOlTerire dalla lingue e d^Wu maligniti^ 
altrui, che si purgano di ogni macula, se hanno pazienza 
tli iwITerire ; e i mal inaritati hanno aneli* essi il fuoco a!le 
mlca^a continuo. H trovato di Dante sarà simile a questo; 
io Don ne voglio cercar attro, 

Virgilio. A un dì presso tu hai tócco il segno co&ì scher- 
zando^ che Dante volesse intendere de' mali e de' beni, che 
haojìogli uomini &u lateiTa, e non ni questo mondo di qua. Ma 
ftou voglio pero che tu risponda con iacherzì in una materia 
di cotanta importanza. Vuoi tu sapere il pensiei*o di Dante ? 

U DonL Io r avrei caro quanto si pote^sse avere ogni al- 
tra cerna. 

Virgilio. Sta' ad udir me. Il censore biasima prima che 
qufiirinferno non sia Inferno, quel Purgatorio non sia Pui^ 
gawrio* e quel Paradiso non sia Paradiso. E qui sono io 
M suo parere ; ma ti dico io bene che allegoricamente 
Itiello è lo stato de' viziosi ostinati, di quelli che si eraen- 
dADo, e de' giusti su la t^rra. 

li Dani. Oh allegoricamente! dirà il censore. Ecco di 
'ine' miracoli^ che ì gì osato n trovano in Dante; ecco ì sogni 
di coloro, che lo vogliono esait^ire ! 

Virgilio, Se quello scrittore Ha detto sempre che le opere 
ì^ue hanno pid sensi, uno letterale e uno allegorico, perchè 
sai-anno invenzioni e sogni d'altrui interpretarlo secondo la 
^Lia volontà^ es'egh mai lo disse di vorun' altra cosa sua, 
raffermò pure di questa sua Commedia. Tu sai bene cji'egli 
dedicò quella parte di essa, che Paradiso è intitoìata, a Can 
brande della Scala, e che, dopo avergli detto diverse parole 
imorao alla sua Commedia, gH dìchiai'a eh' è moitisensa, 
►:ioé di più sensi, e cbo secondo il litterale, prci^o semplice- 
mfiDte, s' intende lo stato delle anime dopo la morte, ma 
^ìi^ a nwieogUere il senso alle^^oHco il poeta tratta del- 
l'I afemo del mondo, in cui gli uomini, come pellegrini, me- 
riiano bene o male^ A questo modo dunque il censore non 
mi può negare ch'io possa interpretare il sens^o allegorico 
li quel poema secondo la volontà del poeta, e dire che quei 
t^e luoghi così descritti vogliano significare lo stato delie 
aoime, mentre che sono nel corpo loro. 



126 8EC0I.0 XVJIL 

li Doni^ Rene. Andiamo avanti* 

Virgilio. Per dare però nn buon fondamento alla sua at- 
legoria non pensare eh' egli la traesse dal suo e apri e ciò, e 
che quelle pene infernali non abbiano un principio tratto da 
origini delie più nobili e maestose, che avesse la divina 
poesia nel mondo. 

Il Doni. Da quale poesia? 

Virgilio, Da quoUa de' Profeti. 

TI Doni. Ah taci» Virgilio, che il censore non vuole eh^ 
tocchi a te il ragionare di ceHe cose. Non sai tu cVegli si 
ride che tu nella Commedia dì Dante parli di teologia, e 
dici mnladetto lupo a Finto, che tu avevi measo in un troiìo, 
mentre che vivevi nel mondo? 

Virgilio. Fi'atel mio, dappoiché venni di qua, ho cam- 
biato parere, e non sono più pagano come glA fui, onde con 
ottima convenienza di costume potè farmi pariar Dante sfa- 
cendo la sua religione; benché di teologia, come affermali 
censore, Dante non mi facesse parlare o poco, e quasi sem- 
pre io mi rimetteva a quello che gliene avrebbe detto Bea- 
trice ; se ti ricoT'di del Canto diciottesimo del Purgatorio, 
eh* io gli dissi a proposito di una sua domanda: 

Quanto rftgìoti qui vede 

Dir ti posa' io t da Ìndi in lii t' BApatta 
pure a Beatrice, eli' o opra di fede. 

E cosi feci più volte. 

Il Doni. Allega dunque i Profeti quanto vuoi, cheta mi 

hai fatto capace* 

Virgilio. Dai Profeti dunque egli trasse per lo più l'ori- 
gine di quelle sue pene ; e ft-a gli altri te ne voglio far 
vedere un esenipio a proposito dei golosi* « Guai a voi, o 
vigorose genti nel bere vino, dice Isaia, capo V, e uomini 
massicci a mescere ebbrezza ! * E poco dopo : < 8i contui^ 
hano i monti, e i corpi degli uomini caduti morti da sé diven* 
tarono quasi sterco nel mezzo delle piazze. » K al capo XXVIIl 
contra gli stessi : « Ecco Iddio valido e forte come impeto 
di grandine; procella che frange, come impeto dì molte 
inondatrici acque sparse su la spaziosa terra. La corona di 
superbia degli ebbri d' Efraim sarà- da* piedi conculcata, » 
E spesso questo gastigo lo chiama flagello ìnondatore. Sovra 
tal fondamento dunque posò Dante, come colui che di tali 



GASPARE GOZZI. 127 

scritture pentissimo era, la sua invenzione. Odi come son 
trattati i golosi nel suo Inferno : 

Io Bono al terzo oerchio della piova, 
Eterna, maledetta, fredda e greve ; 
Begola e qualità mai non l'è nuora. 

Grandine grossa e aoqoa tinta e neve 
Per Taer tenebroso sì rìrersa; 
Pnte la terra, che questo riceré. 

Sicché eccoti la grandine, V acqua di ogni qualità e il 
fetore del terreno; e, se vai più oltre, sono si fatte genti 
distese in terra, nel fango e strapazzate. E però vedi, se- 
condo il senso litterale, che tal può essere fra' morti la pu- 
nizione de* dediti alla gola, quale la dipinsero i Profeti. 

Il Doni, Bene sta ; ma vorrei che tu mi cavassi da questa 
pittura il senso allegorico dello stato, che in questo mondo 
hanno i ghiotti, perchè io veggo eh* essi vivono sempre 
lieti, e si angono la gola benissimo ; e, se nessuno ha rubi- 
condo il viso ed è senza pensieri, sono essi. E giungivi che 
per lo più sono persone liete, facete, motteggiatrici, ben ve- 
dute per tutto, e dicono novelle, e sanno mille cose de* fatti 
degli altri. Per lo più ho veduti tutti costoro grassi, eh' erano 
ana bellezza, e non so quello che abbia a fare la grandine 
e la pioggia o la neve, né quel terreno puzzolente, che hanno 
sotto, perchè gli odori delle salse non puzzano, né i vini 
della Grecia, delle Canarie e di tanti altri luoghi della terra 
offendono le narici. 

Virgilio. Tu mi di' appunto tutto quello eh' è vizio ; e vi 
potevi anche aggiungere che cotesti tali hanno quasi sem- 
pre una nuvola nel capo, che gli fa dormire ; onde non sen- 
tono la metà delle disgrazie, e siedono volentieri su i mo]>- 
bidi sedili, che hanno preso il nome da Canòpo ; onde si 
stanno agiati ; e altri vantaggi, che hanno per qualche tempo. 
Ma egli si dee vedere gli effetti di questo continuo trionfare, 
e là vedrai il gastigo accennato da Dante : « Oh quanti son 
mai que' mali, che nascono dalla delizia delle mense ; che 
tramutano gli uomini in porci e peggiori de' porci ! Volto- 
lasi il porco nel fSango, e dello sterco si nutrisce.... e fa 
della bocca, degli occhi e delle narici fogne e cloache. Guar- 
nii dentro, vedrai anima gelata da verno e freddo, istu- 
pidita, che per lo furore della procella non può la nave 
ajutare. > 



rm^^^ 



129 t*ECULU XVUl. 

fi })oni, guai altezza dì stilo hai tu trovata, Virgilio t 
Virgilio. Non ti ho detto cosa dì mìo capo; queste sono pa- 
rola di un vostro santo Padre (San Giangrisostomo, tom, VII, 
e. 58?) ; i( quale più voile paHa del vìzio della gola, e sem- 
pre con questo tòno, e dice tutti i mali dcir animo e del 
coppo, eh' essa fa, che. molto somigliano alta punizione iìì- 
ventat<i da Dante, l*ei^ la qual cosa, se sono reumatici, apo- 
pleticit enlìati il ventre, lividi o rossi gli occhi e pieni iiì 
altro magagne, tu gli darai ragione eh* egli dicesse poi: 

Urlar gli fa ]ei pioggia comò cani: 
Beirun di'' la ti fautio air tdtro scUermo: 
Tolgatisi Bpesao i mìseri pror&tii. 

Il Doni. A mo pare che questo supplizio dei golosi sift 
pensato benissimo, K ora mi viene a memoria la splegrar 
astone, che a questo passo fa il Boccaccio nel suo Coment4} 
sopra Dante (Lez. XXV), che si acconla molto a quanto ta 
hai detto. Virgilio, essa è scrìtta assai hene. OiUla. 

* Pare convenirsi che contm a loro voglia, iti male e 
in pena di lora, ?ten?,a levarsi giacciono iti eterno dist*^jsip 
col loro spesso volgetesi testi fleando i dolorosi movimenti, 
i quali per lo soperchio cibo già di divei-se torsioni lor* 
furono cagione ; e, com' essi dì dÌTersi liquori e di varj vitti 
il misero gusto appagarono, cosi qui sieno da varie qualità 
di piova percossi ed ainitti ; intendendo per la gi*andjne 
grossa che gli percuote, la crudità de gr indigesti cibi, 1» 
quale, per non potere essi per lo soperohio dallo stomaco 
esser cotti, generò ne* miseri V aggropp amento de' nen i 
nelle giunture; e per Inacqua tinta non solamente rìvocaiis 
nella memoria i vini esquisiti, il sopei^chio de' quali aìniil- 
mente generò in loro nmori dannosi, ì quali per le gambe, 
per gli occhi e per altre partì del corpo sozzi e fastidiosi 
vivendo versarono; e per la neve, il male condensato nutri- 
mento, per lo quale non lucidi, ma invetriati e spesj^o di 
vituperosa forfore divennero per lo viso macchiati; e co^ì, 
commessi non furono contenti solamente alle dilicate vivande, 
né a' savoro^i vini, ne eziandio a' salsamenti spesso eccitanti 
il pigro e addormentato appetito, ma gli voUono dalle ia- 
diane spezie e dalle sabee odonferi, vuole la divina Gia- 
stizìa eh* essi sieno dal corrotto e fetido puzzo della terra 
offesi, e abbiano in luogo delle mense il fastidioso letto, ehe 
Fautore descrivo, p 



UASrAKE GOZZI. 129 

yirpilio. Dice il Bogcjk:cio quello stes^o^ che di questo 
vizio dissei'O le Scritture, i Santi Padri e Dante, l'i^'lialo per 
r iQferno di qua ti per quello che i golosi hanno al mondo, 
il supplizio loro sembra a me pensato henissimo, se vi 
a^puiigl anehe Cerbero, specchio deiringoitligia^ che tutto 
trangugia, e stilale della coscienza, che punge, e vermèp 
pea^hé è in quel fango, e verme, perchè coai fu da Isaia la 
coscienza chiamata. Ne vuoi tu più? 

li Doni. Quanto ad una pai-te deiroppo^iztone, questa è 
buona risposta; ma quanto air altra, che tutte queir «anime 
sono ciarliere e loquacissime di mezzo ai tormenti o alla 
beatitudine >, che si avrebbe a dire ^ 

Virgilio. Che ti pare die vo^ha insegnar Dante nel buo 
p()ema? 

Il Doni. La morale e le virtù cristiane. 

Virgiiio, E che ti pare che Omero tiBÌV Iliade, e che vo- 
lessi insegnare io neW Eneide? 

Il Doni, A me pare V arte dell* assediar le città, del com- 
Imttere, del regger popoli, de' riti gentili e sì fatte cose- 

Virgilto, E perciò tu avrai spesso trovato che i perso- 
naggi da noi introdotti parlavano di tali faccende, come i 
personaggi introdotti da Dante parlano di morale e di cri- 
stiane virtù. E, se questi favellano di mezzo a' tormenti, 
spesso due guerrieri pieni di furore e di rabbia si arrestano 
MVUtade per ragionare ; perchè un poema di persone mu- 
tole non fu ancora chi imaginasse di fai'lo. — (Dal Giudizio 
degli antichi poeti soi)ra la moderna censura di Dante.) 

Invito ili villa. Lettera ad A. F* Segheszi.^Qh come sono 
E^taneo e sazio che ci facciamo air amore da lontano con 
letterazze spasimate, come gr innamorati che non possono 
vedersi I Consolatemi una voita, consolatemi. Questa vil- 
letta si terrebbe da qualche cosa, se un di la voleste ono- 
rare con la presenza vostra; e se il mio pìccioletto ospizio 
Ti potesse raccogliere, che aliegrezza sarebbe la mia I Oh 
che canzonette profumate vorrei clie noi andassimo al ter- 
nati Tamente recitando a mezza voce sulla riva di questa 
Metuna! Sappiate, che per li poeti queste sono arie bene- 
dette, e che un miglio lontano da casa mia v* è quel Non- 
celloj suUe rive del quale camminò un tempo il Navagero. 
Non v' accerto che vi sieno più dentro le ninfe, conif* a 
qtie'di; ma vi sono però trotte e temoli, che vagliono una 

IV. 9 



130 ssKcoLu xvm. 

ninfa Tuuo. Orsù via, una barchetta tino alla Fossetta, e poi 
mettetevi, al nome dei Signore, ne Uè inani d' un vettnralt*, 
il quale, quando sarete gìonto alta Motta, vi consegnerà a 
un altro suo collega, e di là a due ore poco più ritrove- 
rete questa villetta dì eh* io vi parlo. E vero che la straJ* 
è alquanto fastidiosa, pendile a voi che siete accostumato 
alla gloriosa e magnifica Hrenta, ilo ve a ogni p;tòso vedete! 
un palEigio, parrà Aie il ni ente strano il vedere ora ea^j^'c^^ 
diroccate, ora una nia d' alberi lunga lunga e terra terra» 
§enza un cristiano ; ma Ira *1 dormire un pochette, la scit- 
riada,' e forse i campanelli al collo de' cavalli, potete pas- 
sare il tempo, Quando poi sarete giunto qui, dieci o dodici 
rosignuoli nascosti in una siepe vi faranno la prima acco- 
glienza, che mai non avrete udito j^ole più soavi, lo san!* 
airui^eio, e vi correrò incontro a braccia apeite cantanrffì 
un alici uja. Sarete subito corteggiato da capponi, da anitre. 
da pollastri e da polli d' India, che vi faranno la ruota in- 
torno come i pavoni. Forse questo vi darà noja; ma biso- 
gnerà aver pazienza, perchè sarebbe impossibile clie queste 
bestie non volessero venire a dirvi, che vi saranno ubbi- 
dienti e fedeli, e che hanno voglia di dar la vita per voi, 
che si lasceranno bollire, infilzare e tagharc a quarti e a 
squarci. Condotterà di questo esercito è una zoppettìna vil- 
lanella, che mai non vedeste la miglior pasta, percb'ella 
ama cosi di cuore questi suoi allievi, che :mì ogni tirar 'li 
collo s* intenorisee, e accompagna la morte de' suoi pollasin 
iigliuoU con qualche lagrinietta. U bere sarà d'un vino cc^ 
lento come i rubini, che va in un momento e appena in- 
gozzato, dal oollo alla vescica, e poi in terra. Pano abbiamo 
bianchissimo, come neve che fiocchi allora; ma sopra tutt^J 
un' allegrezza di cuore, clie non si canta sempi*e, perchè U 
voce manca più presto della contentez;ta. Se queste cosette 
uulia' possono in voi, invitate una gondola, entratevi col 
valigino col baule, e tirate via alla distesa, chMo vi d^ 
sidero come un ammalato la sua salute» 



1 ctjJ|ji di frusta ài c^talli^ 



* -Pf^Mfl j0Hnfo« 



131 



GIUSEPPE GARETTI. 

Nacque a Torino il 25 aprile del 1719 di Luca e di Anna Ca- 
terina Tesio ; la sua famiglia ei la credeva originaria dai marchesi 
Del Carretto. Per contese domestiche abbandonò la casa pa- 
terna ( 1735), recandosi a Guastalla presso nno zio, che Io pose 
come scrivano presso i Sartoretti, ricchi commercianti. Quivi co- 
nobbe Carlo Cantoni, che coltivava gli studj della poesia e che 
lo giovò dei suoi consigli (G. Malagoli, Carlo Cantùni umorista 
f favoleggiatore del aec. XV III, nel Giom. stor, della leti, ital., 
voi. XXI, p. 265 e segg.). Da Guastalla passò a Venezia, poi si 
fermò a Milano per circa tre anni e, tra gli altri, vi conobbe il Pa- 
rlai. Fu custode de* magazzini delle fortificazioni di Cuneo (1743); 
iudi fu a Torino (1745), a Venezia, e, di nuovo, a Torino (1747). 
Nel 1751 andò a Londra dove si mise ad insegnar V italiano e a 
tar pubblicazioni varie (L. Morandi, Episodj della vita del Ba- 
reni a Londra, nella Xuova Antol.y 15 febbraio 1883; vedi anche 
A. D. PebrbrO, Della famiglia di G. B,, nelle Curioaità e ricerche 
fli storia ntbalpina, voi. V, p. 524 e segg. Torino, Bocca, 1883). 
Partito da Londra (1760), ritornò, passando per il Portogallo, per 
la Spagna e per la Francia, a Torino, e acquistò pratica maggiore 
di lìngue straniere. A Milano sperò un ufilcio dal conte di Firmian, 
ma non Tottenne. Si recò allora a Venezia dove dimorò alcuni 
anni (A. D. PeRUERO, Il soggiorno del Barelli a Venezia (1765-66), 
nella Letteratura del 3 marzo 1890). Tornò quindi a Londra, e 
nel 1768 fu segretario deir Accademia reale di belle arti per la 
corrispondenza straniera, senza stipendio. Viaggiò colla famiglia 
d'nna sua alunna per la Francia e le Fiandre, e poi, da solo, nuo- 
vamente in Spagna. Rimpatriato nel 1770, dopo pochi mesi tornò 
in Inghilterra dove, per la guerra colle colonie d'America, i tempi 
volgevano poco propizj agli studj e agli studiosi; ma egli ebbe 
Qna pensione annua di ottanta sterline dal Re. Morì in Londra 
il 3 maggio del 1789. 

L'edizione più copiosa delle opere del Baretti è quella di Mi- 
lano, Classici, 1838-39, in quattro voi. Qui diremo de* principali suoi 
scritti. 

Della Frusta letteraria si pubblicarono i primi venticinque nu- 
meri Qo ottobre 1763 - 15 gennaio 1765) a Venezia colla data di Ro- 
veredo; altri otto (1« aprile - 15 luglio 1765) ad Ancona colla data di 
Trento. Non era ormai nuova questa forma di periodico in Italia: la 
fornata fu un giornale, com^oggi si direbbe, bibliograflco : il Baretti 
visi nasconde sotto il nome di Aristarco Scannabue, vecchio soldato 
con una gamba di legno, che aveva un servitore (Macouf) ed un 
amico {Don Petronio Zamberlttcco). Il Baretti fece forse più co- 
testa pubblicazione per richiamar T attenzione su di sé e per prov- 



132 SECOLO xvm. 

vedere ai bisogni proprj, che per determinati intendimenti artì- 
stici e letterarj. Carattere della Frusta fa piuttosto la crudità che 
la franchezza della parola e de* giudi^ : utile del resto, come per 
certi mali il ferro ed il fuoco, specialmente contro le frivojczze e 
pastorellerie arcadiche, in un tempo di così manifesto servilismo let- 
terario, che il periodico fu proibito dalle autorità venete per un 
articolo poco riverente verso le poesie del Bembo. Dicemmo del 
violento attacco contro il Goldoni, al quale il Baretti fu mosso 
specialmente da Carlo Gozzi e dair Accademia dei Granelleschì, 
mentre più tardi si mostrò sinceramente benevolo air autore del 
Bourru hienfaisant (G. Sanbsj, Baretti e Ooldonif nella Bassegna 
Nazionale, voi. LXIX, 16 febbr. 1893). Fu costantemente e recisa- 
mente avverso alle novità francesi e alla scuola dei letterati mi- 
lanesi che compilava il Cafè, che, fra molte buone cose, troppo 
era inchinevole al genio oltramontano. Degna di ricordo è anclie 
r avversione sua pel verso sciolto; più del resto per la scipita con- 
tenenza di certe poesie in quel metro, che non per errato giudizio 
sul valore d*un verso destinato a produrre effetti maravigliosi per 
opera del Parini, deirAlfieri, del Foscolo. Contro il Baretti si levò 
il Padre Appiano Buonafede col Bue pedagogo, ec, (Lncca,17&4i, 
e il Baretti rispose coi Discorri fatti daW autore della Frusta let- 
teraria al Beverendissimo Padre Don Luc̀vno Firenzuola^ ce 
(E. Masi, Fru:Éta letteraria e Bue pedagogo, nel volume Parrucche 
e Sanculotti nel sec. XVIII, Milano, Treves, 1886). La Frttsta.m- 
tavia, ha sempre un posto eccelso nella serie di quelle opere che 
contribuirono al rinnovamento della critica letteraria (G.Can'ti. 
La Frusta letteraria, Alessandria, Chiari, Romano e Filippa, 1893.^ 

Le Lettere familiari ai stéoi tre fratelli furono edite nel 1762: 
vi narra il Baretti molti particolari de' suoi viaggi: di lettere sue 
familiari altre furono pubblicate dal Custodi (Milano, Bian- 
chi, 1822-23), riprodotte con molte altre neired. cit delle Opere, 
altre da L. MoranDI ( Voltaire contro Shakespeare, Baretti contro 
Voltaire, nuova ed.. Città di Castello, Lapi, 1884) e da A. Neri 
(Lettere inedite di Q. B. ad Antonio Greppi neìVArch, stor, Lom- 
bardo,2Liino XIII, 1886, fase. Ili, p. 641 e segg.). Queste non sono da 
confondersi colla Scelta di lettere familiari (Londra, Nonrse, 177ì>) 
fatta ad uso degli studiosi di Ungila italiana^ nella quale nono 
parecchi articoli della Frusta, varie lettere sotto nome d'altri o 
la famosa contro il proposto Marco Lastri. 

Lasciò anche poesie piacevoli e traduzioni varie. 

In inglese scrisse varie cose : Dissertazione su i poeti ita- 
liani (1753), la Biblioteca italiana^ raccolta di notizie sui princi- 
pali scrittori italiani (1757), un dizionario inglese-italiano (1760) e, 
inoltre, discorsi e prefazioni a stampe da lui curate. È merito suo 
grande quel Discours sur Shakespeare et sur Monsienr de Vol- 
taire (1777), nel quale difende vigorosamente il grande scrittore 
inglese (vedi Mokandi, op. cit.) ; come nel!' An account of thr 



(HLKSEPrE BARETTL 133 

fitannera ami ccif^nyr ùf Itali/ «^C^ LondOD, DarCR, lT6Jf! (trad. li sii, Gli 
italiani ma Kdaiioue deifli usi e costumi tV Italia ce, MilaDOi 
Pirotta, 1818) difese Tllalm fì gii ItuUaoi contro ringlesu i^har}», 
m no libro ricco di curiosi particolarì aalle costumanze o la oul- 
tnni nazionale di fiucl tompo. 

Il Barettl, come molti degli acri t tori di quesito pc riodo ^ derivò 
Lu ^ran eo]na il rjatnnieiito intollettuale daUe letterature t^traDÌere 
tf impeci almeo te dairinglSHe: e eiò g\ì conferì quella ìndipendeQza 
dì gindiEio elle non ni trova jiempre ne' troppo iijp alle tradi- 
xioni. Notevole in rù e in quei tempi è il suo etile per eerta 
aroubrle d)BÌQv^oltttrar oud^ei ptiù dirni uno di coloro ebc meglio 
giovarono al rinnovameuto della no*\tra prosa luoderua. 

(Vedi per la bio^atla, C. Uqohi^ Della UiUr, UaL nella seconda 
nieté del ite, XV III, Mildtio^ Beroardoui, 1B56, voL I; e Je Memori a 
dtUii sfta viia premesfie da P. Custodi agli Scritti scelti inediti 
ù ntH di a B^ Milano, Dlanchi, t82'^-23.} 



Gli InglesK — Togliamo agi' Inglesi questa loro smisura- 
tissima parzialità per la loro patria, e Todio loi'o arrabbìa- 
tjsgiino contro i Francesi, e lo irragionevole lor disprezzo 
per tutte le nazioni del mondo, gli Ing^lesì non sono gente 
insoffribOnfiente eattiva. Sono, come ognun aa, molto corag- 
giosi e iotrepidì, vuoi por mare o vuoi per terra, uè è fa- 
cile trovare nelle storie esempj di coiJardia inglese. I Fran- 
cesi qualche Tolta gli hanno rotti e vìnti in battaglia» ma 
non so se gli aijbiano fatti fuggire una sso! volta a i^mpi- 
collo nelle tante guerre die le due nazioni hanno avute in- 
iieme* La tempera naturale degl* Inglesi è un mi&trO di Bem- 
plicìtà e di beneficeuza. Se ti possono far del bene, te lo 
hnno con molta magnanimità, e senza vantar.sene dopo. 
L'umanità loro s'è molt^ luminosamente palesata io que- 
sta presente guerra (1700), raccogliendo per tutta la nazione 
una conU'ìbuzione volontaria per vestire molte migliaja de' lor 
menici, che avevano nella lor isola prigionieri, e che, senza 
quella generosissima uni versai contribuzione, sarebbono in 
gran parte morti di freddo l* inverno passato, che fu molto 
rigido- Qual nazione antica o moderna ha mai dato un esem- 
pio al mondo di tanta eroica carità ? Vi furono degl' inglesi 
''he diedero le venti, le trenta, e fin le cento e le dugento 
fliinae a questo effetto, senza voler essere nominati nelle 
liste, che 3i stamparono de' magnanimi benefattori dì que'po* 
veri prigionieri ; e molti mandarono quelle buono flemme 



134 BECOLO xvjn. 

di danaro tanto destramente, che da quelli i quali furono 
destinati a vicevere quelle contiìbuzionì, non si potette s^* 
pere d'onde e da clii quei danaro venisse. Mi dir^ bene 
qu al Glie austero illeso fan t-e, clje anciie questi furono effetti 
1d*amor proprio, e per conseguenza furono atti non degni 
di lode; nia canchero venga a tutte le dottrine tìlosofiche 
quando tendono a inflacclure la benefìcenza degli uomini 1 
Molto migliore è sempre quella nazione che tisa beneflcenxa 
per un ìmpeto di smisurata vanit^ì, ehe non un'altra na- 
zione, la quale per saviezza si astiene dal beneficare^ onde 
non appaja vana e rigogliosa. Pochi sono gli atti di pum 
virtù che gli uomini fanno, e la vanità e Torgoglio tmppe 
volte ne muovono a favore del nostro prossimo : tuttavìa 
sempre è lodevole chi è liberale del fatto suo per ajutare 
il prossimo. Il fatto sta che gV Inglesi fanno di gran cosa per 
aver danaro, ma quando n'hanno lo spendono liberamente, 
e te ne danno se ne chiodi loro ; e ee sai fare qualche co^a 
di buono, t" insegnano a lor potere le vie d' impiegare i tnoi 
talenti e di procacciarti onestamente la vita ; e quando 
sono persuasi eho tu sei galantuomo, o forestiero o nativo 
ehc tu sia, si fanno presto un punto d'onore di spalleggiarti 
e di tirarti innanzi* Nel conchiudere ì loro contratti usano 
poche parole. Io lo seppi in pro%^a più volte; e mi ricordeK* 
sempre che quando m'accordai con otto librai associati per 
correggere ed ampliare il Dizionario deU^Altieri, domandai 
loi-o addirittura du gente gliinee. Un bicchier di vino e ana 
stretta di mano finirono raccordo in meno tempo che non 
lo scrivo; anzi quando il mio lavoro fu terminato, furono 
presto unanimi in farmi anche un buon regalo, essendoi'i 
da sé stessi persuasi che io aveva fatto qualche cosa di più 
intomo a quel Dizionario, che un altro non avi'cbbe fatto> 
I nobili dMngliilterra non sono avari e superbi, come lo 
sono in molte parti d'Italia. A vedere come trattano i loro 
inferiori, pare che cerchino piì'i di farsi amare, che non di 
farsi rispettare ; che all' incontro molti de' nostri nobili pa- 
iono sempre agitati dal timore di non essere stimati per 
qiie'che la fortuna lì ha fatti; e tanta più alterigia mo- 
strano, quanta più abbiettezza trovano in chi deve loro per 
sua sventui-a aecostarBi. Fra i nobili inglesi se ne trovano 
molti di letterati^simì ^ e in tanti anni eh' io sono stato fra 
dì essi, non ho trovato neppnr uno che aion si vergognasse 
di esserti troppo iji^ntirantc : r*lu* ali^ncontr^o mi ncordo 



GIUSEPPE BARETTL 135 

Tnolti de' nobili nostri, ì quali se ne .stanno serenamente s 
sedere sulla seggetta della scioceliezza, sen7,a mai mostrare 
d'essere nauseati dalT infinito puzzo eho di quella esce, e 
dìf anzi si fanno un animalesco pregio di essere reputati 
asìnacci in ogni sorta di buone lettere, fidandosi unicamente 
alta liverenza che rantichità della prosapia e T abbondanza 
ili qaattrini naturalmente procurano. Le arti in Inghilterra 
sì sono perfezionate più che in altro moderno paese. Tranne 
la pittura, la scultura, V architettura e la mnsica, in cui 
gl'Inglesi non ci possono venir vicini per quanti sforzi si 
racéiauo, nel resto vincono e noi e gli altri. Se noi abbiamo 
primi adattata la calamita agli usi della nautica, e ^e primi 
abbiamo volto il cannocchiale accorpi celesti, essi hanno tanto 
studiato su queste nostre due invenzioni, che le loro bus- 
sole e i telescopj loro hanno por fatto scordare i nostri. Ma 
sarebbe un voler bere l'Atlantico eh' io vo solcando, cln 
tentasse dire di quante arti gì' Inglesi sono stati o i trova- 
tori ì perfezionatori. E che dirò della loro poesia, della 
loro asti'onomia, della loro metafisica, e dì tutte le scienze 
^he allontanano V nomo dal bruto, e lo avvicinano alTan* 
i^GÌQÌ E che dirò della costumatezza e del gai'bo jnttnìto 
delle loro gentildonne, molte mìgli^ya delle quali stono da 
scambiare per creatui^ celesti? Graziose, modeste, prudenti, 
ijetierose, caritatevoli, affabilissime, allegre, pie, oh Dio le 
benedica! K pratiche di ling*ie moti e r ne, e intendenti di 
musica e dì disegno, e conoscitrici di fiorii e dotte nel ri- 
camo, e eleganti nel ballare, e naturali nel veitirsi, e si- 
cure nel parlare come nei metter in carta, e esattissime 
nella pronunzia, neir ortografia e nella frase della loro lìn- 
gua, e leggitrici indefesse di poesia e di libri morali, oh 
l'iole benedica un* altra volta! In somma chi è nato in- 
glese, paragonale a qual nomo d'altra nazione tu vuoi, non 
Ila sai totale ragione alcuna di verj^ognarsi della sua pa- 
tria, malgrado quella tanta corruttela, che ribocca per al- 
cune parti d' Inghilterra, e .spezialmente per Londra, che 
si paò veramente chiamar-e il centro d*ogni virtù e d*ogni 
vizio.- f Dalla VI dello LrUf^re ai fratelli^ de* 25 agosto ITtìO.) 

Li ceooifl dentari i LUbona. — La festa de' tori, a chi la 
vede per la prima volta, non si può negare che non sia cosa 
da empiere di stupore. V'assicuro però che non butterei piil 
nxx quattrino per vederne nn'altra, e che mi ha scand ole zzato 



■T^ 



136 SECOLO XVIII. 

nioito it rimirare tanti cristiani, e spezialmente tanti preti, 
asalBterc n un passatempo di tanta crudeltà nel proprio 
santo giorno di domenica. Ma per farmi da capo a dirvi di 
(luesta iniunatiissima cosa, jeri verso le tre ore dopo il 
me^^od) montai in un calesse tirato da due muli, che qui 
è la vettura la più comune ; e dopo un'oruccia di bel trotto 
giungemmo il signor Edoardo ed io ad un luogo chiamato 
Campo Pequeno. Quivi è eretta una fabbrica tutta di legno, 
fatta in forma decagona, di dugentocinquanta passi di dia- 
metro circa. Il pianterreno di tal fabbrica contiene delle 
panche dì imposte anfiteatralmente, e il piano di sopra è com- 
posto di palchetti che potrebbono ben capire dodici e più 
persone ciascuno. Parte delle genti che sono nelF anfitea- 
tro, atanno a sedere su quelle panche, e parte s'appog- 
giano a un riparo di tavole, che giunge sino al mento delle 
persone di statura comunale. Que'che sono ne' palchetti, 
seggono su certi piccoli scanni molto scomodi. Noi eravamo 
dalla parte dell' ombra, quasi in faccia al palchetto del re, 
e lontani tre palchetti da quello della regina. Il re, vestito 
d* una seta azzurra senz'oro e senza argento, stava con suo 
fratello don Fedro, che pochi mesi sono ha presa per mo- 
glie la principessa del Brasile primogenita del re. La re- 
gina, perchè mi stava di fianco, non la potetti mai vedere 
iu faccia, e mi dicono che aveva seco nel palchetto le sue 
quattro figlie, che non potetti neppure distinguer bene, per- 
ché pochissimo si mostravano. Il popolo spettatore era nu- 
merosissimo; di maschi, s'intende, che le femmine non mi 
parve oltrepassassero le cento. Giù nello steccato v' erano 
forse dugento persone, la più parte sedute in terra. Guar- 
die del re non ve n'era neppur una; e una certa figura 
vestita come da brighella se ne stava a cavallo con un 
lun^^o e sotti l bastone in mano, e fermo sotto il palco della 
regina. Al fjiimgere del re entrarono tosto nello steccato 
due spezie di carri di trionfo tirati da sei muli ciascuno. 
Qu6* carri erano assai malfatti e disadorni. Sur uno d' essi 
stavano otto birboni, che rappresentavano guerrieri mori, 
e sull'altro otto altri birboni, guerrieri indiani. Fatti al- 
quanti caracolli a tutta briglia, i Mori e gì' Indiani si lan- 
ciarono giù de' carri, e cominciarono una breve e goffa zuffa, 
nella quale gli otto Indiani furono distesi morti sul terreno 
da* Negri valorosi con le loro spade di legno : e poi i Negri 
vivi e gl'indiani morti, con molte risa corsero tutti insieme 



GIUSEPPE BARETTI. 137 

da uà canto dello steccato, e diedero luogo a' due cavalieri 
che dovevano combattere i tori, e che s' avanzarono vestiti 
alla spagnuola, e con pennacchi in testa, su due bellissimi 
cavalli bizzarramente bardati. La livrea d' uno era gialla ; 
quella dell'altro chermisina. Finite le riverenze e le capriole 
fatte fare da' cavalli alla regina, al re e a tutta V udienza, e 
incoraggiti i due campioni dall'applauso universale, uno 
d'essi s'andò a porre dirimpetto a una porta, che era quasi 
sotto il palchetto del re, e l'altro galoppò al lato opposto 
dello steccato. Aperta quella porta da uno, che nell' aprirla 
si ricoperse con essa, ecco un toro che in tre salti si lan- 
cia al campione giallo, il quale sta aspettando l' infuriato 
animale con uno spiede in pugno. Il toro si portò via nel 
collo mezzo lo spiedo, e il toreador fece saltare con molta 
destrezza il suo Rabicano ' da un canto per iscansare le non 
molto spaventose corna, le quali avevano le punte assicu- 
rate e rese ottuse da un pezzo di legno torniate. La be- 
stia, sentendosi ferita, corse la piazza con molta rabbia, e 
il cavaliere, seguendola e volteggiandole intorno, quando, 
quella se gli avventò dì nuovo centra, con un altro spiedo 
la trafisse ancora nel collo ; e il toro fuggendo da lui si 
lanciò al toreador chermisino, il quale gli lasciò un terzo 
spiedo pur nel collo; e il campion giallo, sguainando uno 
spadone, menò ai disperato animale un taglio si giusto e 
di tanta forza tra costa e costa sulla schiena, che lo fece 
procamber giù mezzo rovescio, e grondante d' infinito san- 
gue. Appena fu il toro in terra, che molti toreadores a 
piedi gli saltarono addosso, e afferrandolo per le corna lo 
trafissero con moltissimi colpi di daga. Il brighella, o araldo, 
officiale, che non so come sei chiamino, galoppò subito 
verso una porta, che fa fronte al palco della regina, e dato 
l'ordine, entrò una quadriga di muli che strascinò via la 
bestia non ancor ben morta, insieme con un moro, che per 
allegria era saltato a sedere suU' arrovesciato corpaccio. 
Nojosa cosa sarebbe il dirvi, fratelli, i poco diversi acci- 
denti che avvennero nell' ammazzare tutti i diciotto tori, 
cbe perdettero a uno a uno la vita in quel giorno. Alcuni 
prima di morire ebbero sino a otto spiedi nel collo, ficcati 
loro talvolta dalli due toreadores a cavallo, e talvolta da 

* Rabicano e più sotto Argalia, nomi di cavallo e caraliere desunti 
aaU'Orfanrfo innamorato. 



138 SECOLO X\11L 

altri toreadiires a piede. Ed è co^^a maravigtiosa vedere uno 

agilìsf^ìmo toreador a piede, che afferrando colla sìd latrala 
roda al cavallo di questo odi quel campione e eolla destra 
una bandiera, salta e corre senza mai abbandonar quella 
coda; e colla bandiera irrita e stuzzica la bestia, la quale 
si scaglia ora a )ui ed ora al cavali ero, e tosto che sì sca- 
glia, il eavaliero la fenice» e feritala o in pieno o a sghembo, 
tutt*e due la se tnvano, sempre voteggiando con destrezEa 
inesprimibile, Ne mai è il toro percosso se non per dìnaniì, 
e quando sì lancia; che il percuoterlo per di dietro o ppi' 
di fianco o quando fugge, sarebbe riputata cosa villana, e 
moverebbe a sdegno t* udienza. Uno de* tori, seguito e spa- 
ventato dalle grida de' prefati Indiani e Negri, e da' iorea- 
dores a eavalto e a pie, balzò netto dentro T anfiteatro e 
vi cagionò un orribile scompiglio? eppure nessuno de' nu- 
merosi occupatori di quel luogo non vi rimase né morta 
ne stoi-piato, tanta è la sveltezza e la pratica de' Porto- 
f^besi nel gìttarsi da' canti e giù nello steccato, quando in- 
travvengon simili casi, i^ni gradini dello anfiteatro fu T ardii' 
bestia scannata a colpì di spada dagli astanti ; e seomraejis^ 
in pochi minuti il riparo, venne la quadriga de' muli che la 
strascinò vìa ; e di questa avventura si fece molta festa 
itagli spettatori. Ma non avrei già fatta festa io, se per 
mia disgrazia mi fossi trovato in quel luogo. Alcuni spiedi, 
che i toreadorex lasciarono fitti nel corpo d'alcun toro, ave- 
vano de'iTizzi e de^salterefii alla penna, e quando il fuoc* 
cominciò a farli sibilare e frusciare,' il toro impazzava ^ 
fìiceva salti spaventevoli ; e quando que' salterelli o que' razxi 
scoppiavano, traboccava il clamore e V allegrezza de' Hv- 
bari circostanti strepitosissimamente, perchè gli è all<ii^ 
che il toro diventava come chi dicesse indemoniato. L'n 
negro con una bandiere tta in pugno aspettò intrepidanient*^ 
uno de' tori, e nel punto che la bestia chinò le corna per 
ferirlo, quel negro, leggiero come un passe l'o, spiccò un 
balzo sulla corona alta bei^tia e fattale una imperfetta ra- 
priola sulla schiena, saltò gin netto. Un altro negro impu- 
gnò a un altro toro il corno sinistro colla manca, e stra- 
scinato con furia grande dal feroce animale, stette pursaltlo 
alla presa, e colla destm gli menò di molte daga te nel 

* k qiiùl riimort? olio fjinno i srtltaréMi p i tJif.fA nppettA ilfiCOfti, nel m*n* 
ÙAT fuori il fmiifì. 



GIUìiEPPE BARKTTL 180 

muso e nella testa, e poi si lasciò ilolcemente cadere da un 
«.anto in terra, senza riceverne il minimo danno. Il cliciot* 
Tesimo ed ultimo toi*o pero fu villino a faro le proprie e le 
fratellesche vendette, ri n se e n dogli ad un orrendo cozzo di 
arrovesciar in terra il bel cavallo del giallo toreador, e dì 
passar i^tdla pancia di quel tristo che gli area cacciati ^i^ 
doe tre spiedi nel collo; e ^e non erano q uè' pezzi di le- 
gno tomiati che aveva in punta alle corna, sbudellava cer- 
tamente quel signor cavali ero, e quel che è peggio» quel 
Ijellissìmo cavallo, che ni un de' quattro pie mai pose in 
^Ma Rabicano perù da una parto e 1" A rgalia dall'altra in 
un baleno furono ciascuno sulle proprie gambe. Rabicano, 
fai^endo salti di capra, s'allontanò dall'animale, ebe gli aveva 
fatto quel bello scherzo, e il giallo Ar^alia s' avventò ira^ 
temente e eolio spadone alto al toro, e gli diede tanti or- 
renali tagli S!ul dosso, ebe se non erano l'ossa datogli dalla 
tiatura sakie come ferro, V avrebbe spaccato come si spacca 
im cocomero. Insomma tutta la turba de' pedestri toreador 
Tt4 diedero tante lanciate, sciabolate e dagate a quel po- 
terò dicìottasimo, die m poco d'ora lo impacciarono e tol- 
sero di tormento. K cosi lini la erudel festa con moltissimo 
gaudio, tripudio e soddisfazione de' fede! issimi sudditi di 
!^ija MaestA fedelissima. — (Dalla Lettera XVII, del 1'^ set- 
tembre 1760.) 

Il terremoto dì Lisbona. — Sono stato a visitare le rovine 
tl^l sempre memorando terremoto, ctie scosse i due regni 
ili l 'ortogallo e d'Algarve, con molta parte di Spagna^ e 
che si fece terribii mente sentire per terra e per mare in 
motf altre regioni nell'anno mille ?Tetteccntr> cinqnantaeìn- 
lue^ il di d'Ognissanti* Misericordia 1 K impossibile dire l'or- 
i-i^nda vista die quelle rovine fanno, e che faranno ancora 
p-?r forse più d' nn secolo, cbtV un secolo almeno vi vorrà 
per rimuoverle. Per tma sti-ada, ebe è lun^^a più di tm mi- 
glia, e ebe era la principale della città, non vedi altro ebe 
inassc immense di ealce, di sassi e di matt-oni, accumulate 
'Jal caso, dalle quali spuntan fuori colonne rotte in molti 
pejzi, frammenti di statue e squarci di mura in milioni di 
^uhe. E quelle coso ebe son rimaste in piedi o in pendio, no- 
vantanove in cento sono affatto prive de' tetti e de' solllttì, 
tìieotafono sprofondati dalle ripetute scosse o misei'ampute 
eouRnmati ilal fuoco, K ìn quelle Inr mura vi sono tanti fessi, 



140 SECOLO xvm. 

tanti buchi, tante smattonature e tante scrostature, che non 
è più possibile pensare a rattopparle e a renderle di qual- 
che uso. Case, palazzi, conventi, monasteri, spedali, chiese, 
campanili, teatri, torri, porticati, ogni cosa è andata in in- 
dicibile precipizio. Se vedeste solamente il palazzo reale, 
che strano spettacolo, fì^atelli! Immaginatevi un edifizio 
d' assai bella architettura, tutto fatto di marmi e di macigni 
smisurati, tozzo anzi che tropp*alto, con le mura maestre 
larghe più di tre piedi liprandi, e tanto esteso da tatte 
parti, che avrebbe bastato a contenere la corte d* uno im- 
perador d'Oriente, non che quella d'un re di Portogallo: 
eppure questo edifizio, che V ampiezza delle sue mura e la 
loro modica altezza dovevano rendere saldo come un monte 
di bronzo, fu così ferocemente sconquassato, che non am- 
mette più racconciamento. E non soltanto que*suoi maci- 
gni e que' suoi marmi sono stati scommessi e sciolti dalle 
spaventevoli scosse, ma molti anche spaccati, chi in dae, 
chi in più pezzi. Le grossissime ferrate furono tratte decloro 
luoghi, e altre piegate e sconcie, ed altre rotte in due dalla 
più tremenda e dalla più irresistibile di tutte le violenze 
naturali. Il molo della Dogana in riva al Tago, che era tutto 
di sassi quadri e grossissimi, largo da dodici o quindici piedi, 
e alto altrettanto, e che per molti e molf anni aveva raa<«- 
sicciamente sostenuto e represso il pesantissimo flirore delle 
quotidiane maree, sprofondò e sparì di repente in siffatta 
guisa, che non ve ne rimase vestigio ; e molte genti che 
erano corse sopr'esso per salvarsi nelle barche attaccate 
alle sue grosse anella di ferro, fUrono con le barche e ogni 
cosa tratte con tant' impeto sott" acqua, anzi in una qual- 
che voragine spalancatasi d' improvviso sotto terra, che non 
solo nessun cadavere non tornò più a galla, ma neppure 
alcuna parte de' loro abbigliamenti. Gira rocchio di qua, vol- 
gilo di là, non vedi altro che ferri, legni e puntelli d'ogni 
guisa posti da tutte parti, non tanto per tenere in piedi 
qualche stanza terrena, che ancora rimane abitabile, quanto 
per impedire che le fracassate mura non caschino a schiac- 
ciare ed a sotterrare chi per di là passa. E tanto flagello 
essendo venuto in un giorno di solennissima festa, mentre 
parte del popolo stava apparecchiando il pranzo e part^ 
era concorsa alle chiese, il male che toccò a questa sven- 
turata città fu per tali due cagioni molto sproporzionata- 
mente maggiore, che non sarebbe stato se in un altro giorno 



GIUSEPPE BARETTI. Ul 

e in un' altr'ora fosse stato dalla divina Provvidenza man- 
dato tanto sterminio ; perchè oltre alle numerose genti, che 
a parte a parte nelle case e nelle strade perirono, quelle 
che erano nelle chiese affollate, rimasero tutte insieme cru- 
delmente infrante e seppellite sotto i tetti e sotto le cupole 
(li quelle; che troppo gran porte avrebhono dovuto avere 
per porgere a tutti via di scampare, sicché molta più gente 
andò a morte ne' sacri che ne' profani luoghi. Oh vista piena 
d' infinito spavento, vedere le povere madri e i padri me- 
schini, o stringendosi in braccio o strascinando per mano i 
tramortiti figli, correre come forsennati verso i luoghi più 
aperti ; i mariti briachi di rabbioso dolore, spingere o tirare 
con iscompigliata fretta le consorti, e le consorti con pazze 
ma innamorate mani abbrancarsi a' disperati mariti o ai figli 
alle figliuole, e gli affettuosi servi correre ansanti co' ma- 
lati padroni indosso, e le gravide spose svenire e sconciarsi, 
e tombolare su i pavimenti o abbracciare fuor di ogni 
senso qualunque cosa si parava loro dinanzi ; e molti uo- 
mini mezzo spogliati, e moltissime donne quasi nude, e fin 
le povere monache con crocifissi in mano, fuggire non so- 
lamente delle case e de'monisteri per gli usci e per le 
porte, ma buttarsi giù delle finestre e de' balconi per in- 
volarsi, e la più parte invano, alla terribil morte, che s'af- 
facciava loro d'ogni banda! Chi potrebbe dire, chi solo po- 
trebbe immaginarsi le confuse orrende grida di quelli che 
fuggivano con le membra già guaste, o nel pericolo im- 
minente d' averle guaste; e i frementi gemiti di quelli che, 
senza essere privi di vita subitaneamente, rimanevano cru- 
delmente imprigionati sotto le proprie o l' altrui diroccate 
magioni ! E quantunque paja strano e quasi impossibil caso, 
pure è avvenuto a molte infelici persone di morire sotto a 
quelle rovine, senza aver ricevuta la menoma ferita o per- 
cossa da quelle. È ancora viva una povera vecchierella, che 
fu cavata fuora d' una cantina, dopo d'essere stata in quella 
rinchiusa e come sotterrata dal terremoto, e dove conservò 
la vita nutrendosi di grappoli d' uva, che fortunatamente 
aveva pochi di prima appesi al solajo di quella per con- 
servarli, come qui si usa comunemente. Le miserande stor- 
piature e le strane morti cagionate da tanto calamitoso 
accidente furono innumerabili ; e innumerabili furono i ge- 
nitori che perdettero chi tutta, chi parte della lor prole, 
e innumerabili i figli che perdettero i genitori ; e pochis- 



I 9 i^i" 



142 8EC0LU xvm. 

sinu! In JUiiiìglie che non Ttiron privo qULile del padi'e, (iiiai'^ 
della initdrLs quale (rimo e quale di più 1i\gì\, o d'altn> 
prossimo parente e consanguineo : e in somma tutti, senza 
eccettuazione, tutti ebbero o danno nella vita, o almeno 
nella roba ; oh**?, essendo, come gìk diasi, accesi tutti ì fuo- 
chi, perchè era appunto l'ora, che in ogni casa si stavano 
allestendo i desinari, e rilucendo per le chiese infiniti lumi 
per la solennità del giorno, il rotolare di ijne' tanti fuochi 
su i nume l'Oìdi pavimenti di legno^ e il cadere de' saeri caib 
delabri sugli altari, e lo spaccarsi do' focolari e de' isolai. '■ 
r incontrarsi di tanti carboni e di tante fi ani me in tanU* i; 
tante combustìbili materie, fece in guisa che presto il Vf»- 
race elemento si sparse e ^^ appiccò in tante partì dell» 
città, e fu Uuito presto ajutato da un* incessante trami in- 
tana, che non essendovi chi potesse accorrei'C ad ei^tin- 
guero r incendio, divenuto a un tratto universale, e venendo 
pur gnfksti gli acquidotti, che Hommìni.stravano a Lisbona 
Tacque, in poche ore quel deplorabilissimo fuoco fini ài 
colmare d' estrema irremediabile miseria V angosciata ri- 
manente popolo, che, stupefatto da tunti replicati mah, in- 
vece di adoperai'si in qualche modo, ^li lasciò ogni eosi 
in libera preda, e coi^e urlando e piangendo mattamente 
pe' prati e pe' campi, dove chi potette i^' era, per ìuvolìii>i 
al primo danno, rifugiato. Colà il comunt; infortunio ave vìi 
jigguagliato ogni grado di persone ; e i signori e le dame 
più grandi del paese, non ecceltuati i principi e le prin- 
cipesse del real sangue^ si trovarono a una medesima sort*^ 
con la plebe pìii abbietta.; e colà molti, che per malattia <» 
pel digiuno dell' antecedente vigilia si trovai-ono estenuati 
sovei-chio dalla fame, catletteiMj la seguente notte misera- 
mente isvenuti, e non pochi morti d'inedia sugli occlù del 
lora addoloratissimo sovrano, che per tutto quei troppo lii- 
sastroso giorno altix> non ebbe che amare lagrime da dar 
loi*o- K ob quanti doviziosi grandi, quante nobili matrone^ 
q i ì an ty m odes te do n ze 1 1 e fu vono col à e os tre tte ad i m p 1 orans 
pietà e soccorso, o a soffrir vicina la st*:* madie voi e com* 
pagnia di putenti mascalzoni e di sozze fem minacce, « ad 
invidiarle talora un pezzo di pane accattato, cbe un qualche 
niendico si traeva di tasca per mangiarselo ! Tutti i tanto 
vantati tesori del Bramile odi Oca mal sarebbono in qud 
punto stati equivalenti, non dirò a un boccone d'ammid* 
fato marinai^esco biscottOj ma neppure alla fradicia scona 



GIUSEPPE BARETTI. 143 

del frutto più comunale, tanto in poche ore divenne rab- 
biosa la fame e universale. È una cosa, fratelli, che funesta 
indicibilmente T animo il visitare quelle rovine con alcune 
di quelle persone che di tanta calamità furono testimonio, e 
sentirle ad ogni passo dire: Qui rimase morto mio padre; 
là mia madre fu sepolta ; costà una tal famiglia perì senza 
che ve ne scampasse uno ; colà perdetti il meglio amico 
che m' avessi al mondo ! Ecco le reliquie del palazzo d' un 
tale gran personaggio, che fu a un tratto estinto con tutti 
i suoi, ed ecco le vestigie di quel bel tempio in cui più di 
cinquecento Cristiani furono d' improvviso seppelliti ! Cento 
frati qui finirono a un tratto i lor giorni, mentre si stavano 
cantando le laudi dei Signore nel coro ; e questo monistero 
perdette cencinquanta monache, in meno che non si pro- 
nunzia il nome di Dio ! Giù di quelle scabre rupi si preci- 
pitarono molti atterriti cavalli e muli, altri co* cavalieri o 
co' cavalcanti sul dorso, e altri coi cocchi e coi calessi pieni 
della gente che tiravano ! Ecco i frammenti del muro, che 
cadde addosso air ambasciadore di Spagna, ed ecco dove 
le guardie, che seguivano il fuggiasco monarca nostro, fu- 
rono dalla morte repentinamente involate al suo sguardo 
reale ! Migliaja di tali afflittive cose uno straniero, che va 
errando per quelle compassionevoli rovine, sente replicare 
da quelli che lo accompagnano ; e uno interrompe V altro 
per l'accontargliene un' altra più crudele della prima ; e chi 
passa, e si accorge della curiosità altrui, si ferma tosto 
e con de' gesti pieni di paura, e con un viso effigiato di 
cordoglio, e con delle parole ancora tremanti, quantunque 
einqu'anni sieno scorsi dal giorno fatale, ti narra la do- 
lente storia delle sue disgrazie, e t' informa delle irrepa- 
rabili perdite che ha fatte, e poi se ne va sospiroso e colmo 
di tristezza. E ti fanno poi tutto raccapricciare di nuovo 
quando si ricordano il freddo, il vento e la dirotta pioggia, 
che per alquanti giorni dopo il terremoto fece morire as- 
saissimi di quelli che scamparono da quel fracasso, perchè 
troppo mal provvisti di panni neirora sventurata della 
Tuga; né è maraviglia se ancora prorompono in pianto e 
in gemiti e in singhiozzi e sino in urli fremebondi, quando 
si ricordano il tormentoso intirizzimento delle lor membra, 
sendo stati costretti di stare per più giorni e per più notti 
senza il minimo riparo contro V imperversata ed insoppor- 
tabilissima intemperie della ghiacciata stagione. E a tanti, 



144 SECOLO XVIIL 

a taatì, a. taoUssìmì datmì e mali aggiungi la perfetta ra- 
rostia d^ogni vettovaglia, che gli sformò a iiiaiigiaro iioei 
solo le crude carni de' pollami e de' mangiabili quadiaipidin 
che si pararono loi-o dinanzi, ma sino quelle de' cani, de'^*atti 
o de* sorci, e sino Terba e le radici e le foglie e le etir- 
tecce degli alberi, per acquetare Y irata fìime, anzi clic pi 
piY>lungarsÌ la vita* Varie sono state le relazioni e li e allora' 
andarono pel mondo di questo infinito disastro ; e i PùvUì- 
ghesi, quando il tempo cominciò ad apportare qualche ri- 
medio a' loro troppo acei'bl e ti'oppo intensi mali, calcola^ 
rono che di più di novanta njiLa pei-eone fu scemato il lor 
popolo in questa sola città ; ma se anco avessem, come - 
miseri soglion fare, esagerato della metà, sarebbe nnllaiii- 
mejio sempre raiseraudisslma cosa e da compiangersi in sem- 
piterno- ^ (Dalla Lettera XfX, del 2 settembre 17G0.) 

Avvejiiur^ di viaggio in PortogaUo. — Fuori della port" 
per cui entrammo nella città di Elvas, v' era un mondo Ji 
gente o di bestiame cavallino e bovino, perchè è teniiH> 
di fiera* Di qua e di là dalia via v'avoano molte tele posi' 
a mo' di tende, e le corde che le sostenevano attraversit- 
vano ed impedivano i[ paaso di modo, che non avemiii-i 
poco che fare a farci strada sotto quelle frequenti conlf 
co' calessi. I mercanti di quella fiera nel tirare quelle conte 
hi quel modo, apparentemente non s* aspettavano d' aver ad 
alzarle per lasciar pasisai'C delle vetture, tanto pochi ^ino 
i viaggiatori che vadano per quella via che andiam noi. 
vuoi verso Madridde o vuoi verso Lisbona, In vedere quell > 
tanta gente accoi*sa alla fiera, il cuore mi comincila api. 
chiar di paura, perchè subito mi s'affacciò airimmaginazioir 
la diflicoità di trovar ricovero allo stallage, conghietturan'l 
che sarebbe stato troppo pieno per darei ricetto. Kè f 
purtroppo delusa la conghiottura mia, ùhè giunti quivi ii 
fu detto ogni minimo buco esser pieno pienissimo. Pen^t' 
che imbroglio ! e tanto più ehe cominciava a piovigginare. 
Fattomi nulta*iimeno coraggio, e fidandomi ai galloni che ci 
eravamo messi indosso per vedere decentemente il palazz 
di Villaviciosa, balzai dal calesso, e sfoderando arditameni 
tutto il portoghese che sapevo, rappresentai al signore ^tft 
lagero, che ^l Messe, cioè Sffa Siff noria, non ne potov 
negar ricovei'o nel suo stallage, riflettendo con la sua so- 
lita prudenza che avevamo un gran passaporto di Sua Miv^- 



GaSEPPE BAEETTL 145 

stì Fedeli&stmaj col tiuale se mi neeessitaTa a fame uso, 
sarei ricorso dal signor GoTernatore. Lo .stallagero, volon- 
teraso più di dar alloggio a degli stranieri gallonati che non 
a dtV Portoghesi senza calze, fece tanto or con buone ed or 
con cattive parole, che finalmente cacciò tm povero asinajo 
fuor d' ona stanza, la quale da una ti'oja pregna sarebbe 
stata scambiata p^r la rispettabile abitazione delle sue an- 
tenBtesse. S%^enturato asinajo, che ti sitavi coricato stilla tua 
pi'opria pelle in queir umido e sozzo luogo russando tran- 
quillamente, goditi in pace quella poca moneta che ti diedi 
per espiare Tatto ingiusto, ondo fui in indiretta maniera 
colpevole \ Abbi pazienza, caro il mio asinajo, perchè quan- 
tunque la più parte de' moderni poeti non sieno compara- 
bili al più al più che a^ tuoi somieri» pure quando la capric- 
ciosa fortuna mette un po' dì gallone suir abito d' uno d' essi, 
bisogna che non solo m\ asino, ma anco un asinajo ceda la 
maaio al signor vate, e che se n" esca all' occorrenza sino 
d' on porcile di Elvas, perchè colui possa a preferenza in- 
t^anarsi. Di quel porcile fii d* uopo contentarcij e fattogli 
fare un pavimento di paglia nuova e di stuoje vecchie, si 
collocarono in pompa magna dal nostro gran Battista i pa- 
gliacci nostri, sempre benemeriti, su quelle stuoje, e poi si 
peo^ alla cena. U credersi di trovar d* improvviso nulla 
d'immediatamente mandueabile in questi paesi, dove ogni 
cosa ai fa bel beilo, sarebbe troppa prosunzìone ; ma che 
importava a noi, che avevamo nosco una tacchina, come 
dicono i Fiorentini, o un gallinaccio, come diciamo noi, con 
tanto di groppone, e un prosciutto di Lisbona per giuntai, 
da muover T appetito a un gran soldano, che avesse perduta 
la gransoldania? E qui, fratelli, vi dirò in parentesi^ che i 
prtk^iutti di Lisbona Uno nel Portogallo medesimo hanno 
fama presso tutti i ghiotti d' essere anche migliori di quo' di 
Vestfalia e di Bajona. Si ordinò dunque V arrostimento deJla 
taccMoa, e intanto sbandò in una larga cameraccia, alla 
qoale dai lati corrispondevano alcune stanze, tutte si piene 
«li gent« che ne scoppiavano. In cima e in fondo di quella 
eameraccia molti uomini stavano lunghi e distesi per terra 
cociore ferrajuoli sotto per letto, e tutti o dormivano o fa- 
cevano le viste di dormire. Quando fui a mezzo della ca- 
meraceia, ebbi a spiritare della paura, che avendo la testa 
piena di terremoti, sentii traballarmi dMmprowiso il suolo 
sotto a' piedi 7 ma per buona sorte non era altro che il moto 

W. IO 



146 SECOLO xYm< 

de' miei piedi, che cagionava quel traballameiito. Passeggiata 
un poco in su e in giù^ certi garzoncini mulattieri usciron ■ 
d* una di quello stanze, e uno di essi cominciò a strimpt l- 
lare una chitarra, e un altro ad accompagnarlo con unii 
canzoncina castigliana. 1 due musici avevano appena dai 
un cenno delle loro armoniche facoltà^ che subito da quellf 
stanze ai lati della carne cacci a scapparono fuoradatren- 
e pili persone, parte maschi e parte femmine ; e per faì'l. 
hreve breve, in tre minuti si cominciilj a ballare certi biiUi 
chiamati zighediglie e ce rt' altri chiamati fandanghi, che mi 
soUucherarono l'anima. Qui bisognerebbe pFoprio cìi*Ìo di- 
ventassi oca, e che tutte lo penne di tal oca fossei*o penne d?i 
scrivere, e che tali penne da scinvere potessero tutte scri- 
ver da sé, per dii-e, secondo il merito, di que* balli e degli 
abiti e delle figure e delle fisonomic e de' gesti e delle pa- 
role e degli sguardi mordenti, e dell* allegria e della ela- 
sticità sì de/ ballerini che degli spettatori. V'erano cinque 
o sei donne Portoghesi e quattro Spagnuole. Le Portoghesi 
erano mediocremente sudicie, mediocremente gialle, me- 
diocremente brutte. Delle quatti-o Spagnuole, una era vei- 
chia e madre d'una giovinetta bruna e ben tarchiata \ Taltit 
due erano due sorelle, la più giovane deìle quali di quindici 
o di sedici anni sarebbe bella come la Vcnei-e de' Medici, ^ 
la Venei-e de' Medici fosse di carne e non di marmo. La so- 
rella maggiore cedeva assai di bellezza alla minore, rat 
avea in testa due occhi.,., che occhi : Che peccato che il 
paragone degli occhi con le stelle sia già stato trovato da 
migliaija e raigliaja di poeti d'ogni nazione, e spezialmente 
di pastori Arcadi ! Se qui^l paragono non fosse stato trovato, 
mi farei adesso molto onoi'e, comparando quei due begli 
occhi a due delle più belle stelle del fIrmamentOj e uno I0 
chiamerei la stella polare artica, e T altro la stella i>o- 
lare antartica, per far la rima con artica. Gli abiti di qu^ 
ste quattro Spagnuole sono sfoggiati anzi che no ; e tanto 
la vecchia quanto le giovani hanno le lotM) sottaneile e 1<* 
loro mantelline molto ben guarnite chi d' oro e chi d' ar- 
gento. Per quel che intendo, sono quattro donno di Bmb- 
joz venute con alcuni maschi ìor parenti a veder la fiera- 
e quella bella bella bella si chiama Catalina. Ho veduto bal- 
lare d'ogni razza ballerini dalla Dalmazia sino ai Norte 
d* Inghilterra ; ma torno a dirlo, che nessun ballo, di più di 
cento diversi che fosse ne ho visti a miei dì, non dà J^ 



GIUSEPPE BARETTl. 147 

metà gusto di quelli, che questa gente li» pur ora balJati, 
*jrs s^, elle a' io fossi un Valerio Marziale vorrei fare degli 
epigrammi in lode delle dan^e betiche e gaditane, che m'im- 
magino non fosse r altro eh e la zìghediglìa e il fandango 
lallati da quella fanciulla tarcluata e bruna, dalla bella 
Calali na, e da quella sua sorella» che ha quegli occhi detti 
di sopra. Certamente que' balli vivificano proprio la mente, 
t ti rallegrano anche più di quelli de' marinai provenzali col 
pifferetto e col tamburinello, Eglino sono ballati si da' Por- 
toj^besi che dagli Spagnuolì, talora al suono d* una o di più 
cbitarre, e talora al suono delle chitarre unito al canto si 
degh uomini che delle donne. Eppure tanto gli uomini quanto 
le donne appena muovono le persone ballando, e le donne 
specialmente, il moto delle quali è incessante, ma a stento 
sensibile. Nel ballare si le donne che gli uomini scoppiet- 
tano tanto bene e tanto a tempo colle dita d'ambe le mani, 
scoccando il dito pollice col medio, e le donne picchiano 
lauto presto e tanto forte il suolo coi calcagni e tanto a 
Uttuta, che gli è cosa d' andar in estasi a vederle, mas- 
sime chi le vede per la prima volta, com'era il mìo caso, 
J^ queir io che non avevo che dormicchiato per quattro notti» 
che ero stracco moi-to del viaggio d'oggi, fatto in gran parte 
a piedi, e che avevo per via risoluto d' andare a buttarmi 
sul pagliaccio quasi senza aspettar la cena, io mi trovai 
in pochi istanti cosi rapito da quello spettacolo nuovo, bello 
e repentino, che non pensai più né a gallinaccio né a pa- 
gliaccio, né a cos* altra dì questo mondacelo; e me ne stetti 
coir ani ma inondata di subito diletto a guatare quella festa, 
U quale era fatta viepiù bella, viepiù nuova e viepiù ina- 
spettata dal vedere quegli sdrajati mascalzoni, poco prima 
addormentati, saltare su a un tratto, e senza cerimonie e 
jienza vergogna delle loro calze piene di porte e di fine- 
.*tre, entrar a ballare ora con quelle Portoghesi brutte e 
mal vestite, ed ora con quelle Spagnuole beUe e attillatis- 
sime, senza che nessuno della brigata mostrasse di punto 
seandalezzarsene, come avverrebbe in ogni altro paese a 
me noto, do%^e il mal vestito fa sua fratellanza col mal ve- 
iiito, e il gallonato col gallonato, senza comporre insieme 
il minimo miscuglio. In un angolo della cameraccia é una 
tavola, e li su quella tavola (dovrei dire su questa tavola, 
perché aopr' essa sto scrivendo questo foglio), senza ceri- 
toonie e senza vergogna anch'io feci porre la tovaglia, © 



148 SECOLO xvnx, 

col sigTior Edoardo m" acconciai a cenare, conili occhi perù 
sempre più vólti a chi ballava, che non ai piatti, Finit* 
quasi la cena, Battista ne pose innanzi nna certa toi^ta can- 
dita recata con noi da Lisbona, fatta ali' inglese dalla pfi- 
drona dì casa dove colà alloggiammo. Quella torta io la 
tagliai in sottili fette, e messe quelle fette sur un piatta 
piramidalmente, le andai a preaentaro a quelle donne, fa- 
cendo loro «n elet^ante compUmento in castìgliaiio, che ero 
stato un quarto d'ora a compormi in mente; e tanto le 
Portoghesi quanto le Spagnuolé si servirono francamente 
di quelle fette, facendomi col capo un inchiouceio per cì^ 
scuna, accompagnato da quattro leggiadre parolette, Di- 
stribuita la torta, feci portar del vino, ed invitati tutti i 
ballerini e i mascolini astanti a bere alla salute delle m- 
gnore, la virtù de* copiosi bicchieri doppiò il gaudio della 
festa ; e quegli uominacci, cbe prima non avevano posto 
mente a los stranr^/eros, cominciarono a deporre il grav^ 
sopracciglio, e presto vennero a infilzarmi de' complimenii 
portoghesi e spagnuoli, che non fìnivan mai, ai quali io ri' 
spendeva con una dolcezza così ben temprata di gravità, 
che non pos^a io aver i-oba mai, se non parevo proprio im 
Alcalde^ di Burgof? o dì Vagliadolid. Alle donne, dopo h 
tort^, feci portare de' bicchier d' a*;qua fresca, perchè Voi- 
ft'ìr loro del vino avrebbe guastato tutto il bene, cbe avevf- 
fatto con quella piramide dì fette, non potendosi in questo 
paefiìe fare affronto maggiore al femmineo sesso, che of- 
frirgli del Tino; e dopo T acqua feci anco distribuir loro 
da lì atti sta un bel cesto d" uva, che fu pure da esse molto 
benignamente gradito. Una delle donne Portoghesi, che era 
gravida, mi fece chiedere un po' del nostro prosciutto. <* 
portandoglielo io immediate, ne venne anche voglia air al- 
tre, che avevano il ventre smilzo, cosicché, in meno che 
non balena, tutto il prosciutto, trattone Tosso, spari via. 
A mezzanotte il ballo fu interrotto da certi (liochì artifl* 
ziali, che si facevano per allegi^zza delle nozze delV Inftnta 
maggiore col signor don Fedro ; onde, tutta la brigata in- 
ferraj notatasi, andammo per vederli da un rivellino,* giusto 
fwOTÌ dello stallage : ma la pioggia che s' era fatta grossa. 



^ P&r similitudmo dì piccob opera a diifesa, itaceata dàlie fortiile»* 
iìoin: fabbrichetta aporgcntó dftllA inaB'gior&, 



GirSEPPE BABETTI. 149 

^11 areTa con molta mìa soddisfazione così malconci, ohe 
tornammo tosto a casst tutti| g quivi sì cominciò a suonare, 
a cantare e a ballar da capo, or una eoppia alla volta e ora 
due coppie. La sorella detla bella Catalina, cir ei^ di fatto la 
ballerina più possente della brigata, e, per quanto mi parve, 
ceiatamente volontei'osa di pagarmi della cortesia u^ata a 
lei e aìle sue compagne, ballò poi una danza sola soletta, 
e fece tanti piccioli passi e tanti piccioli gesti e tanti piccioli 
grazìosissimi moti e di testa e di spalle e di inanelli, e ir io me 
h sarei proprio mangiata e bevuta viva, massime quando 
mi ficcava un momento e di furto que" suoi occbi negli oeehù 
Quand'ebbe tìnìta quella danza a solo, contra il sussiegato 
costume di queste regioni, le battei le mani con tanta forza, 
e fai in ciò ben secondato dal signor Edoardo e da Batti- 
sta^ che tutti i circostanti, l'otto il costume, le diedero il 
meritato premio del suo bei ballare, battendole tutti alla 
disperata le mani, come avevo latt'io. E un fidalgkino ^ Por- 
toghese, pigliando il luogo lasciato vuoto da quella, an- 
eli" esso ne volle dar prova della sua leggerezza di gamba 
e di persona, ballando solo ancb' esso e scoppiettando colle 
dita e capriolando a maraviglia ; ma per applauso non volli 
dargli altro che un triplicato bravissimo, per lasciare alla 
^tirella della Catalina tutto il frutto della fatica fatta dalle 
%m dita scoppiettando, e dalle sue calcagna battute con 
forra e con furia indicibile. Delle canzoni che si cantarono 
da quelle donne, ve ne fu una castìgliana di quell'altra 
IknciuUa di Badajoz, che dissi bruna e ben tarchiata; la 
qaal canzone avrebbe intenerito uu sasso, tanto eran dolci 
e vive le amorose espressioni che conteneva, E un' altra, 
che fu cantata dalla bella Catalina, mi lece un po' ridere 
atl'ultiiìia strofa, che terminò con questo strano pensiero: 

Amor se onfsomicQda 
A. la iDlaerìcord]& dd Eoapital.* 

Quando il cantare fu finito, non tanto perchè molte cose 
ùi quelle canzoni mi piacquero, quanto per vedere se po- 
tevo in qualche modo barattare quattro painsle con quelle 
«ionne, feci pregare le due canterine di favorirmi copia di 



^ In Sp&g^na 1 nobili si ohiamniia lùktì^kii in Furtogalla Jid<ìlghff 
Inondo fidtiì^hinù tafrobhtì nolUuccit^^ piccalo nfìhile, 
' * Cioè; Àmort ti raccomanda alla mUttitardia dell' Divedale. 



^ 



150 SECOLO xviir, 

quelle, se il potevano fare senza lo!*o troppo grave inco- 
motto ; e la bella Catalina mi mandò a rispondere clìe» an- 
dando anch' essa il giorno dietro a Badajoz, me n' aTrebbi? 
mandato un libro intiero alla poxadaJ Notate però qui, fra- 
telli, che quel giorno dietro voleva dire quello stesso g\ovm. 
perchè erano ormai tre ore dopo la mezzanotte, come ho se- 
gnato nella data, ehè non v' imbi-ogliaste nel ragguaglio rielli' 
ore. Per far fare quella richiesta a quelle donne iom'em 
servito d' uno, che alla sua familiarità con esse mi parve 
proprio messaggi ero ; e voi qui mi direte : Quare^ domina, 
ti sei tu servito di uìessa^gero, qnando eri nella ste5^:i 
stanza con esse? Non potevi mo dimandare tu quelle can- 
zoni coìla tua atessa voce? — Sappiate però, fratelli, ehc h: 
usanze di Portogallo e di Spagna sono alquanto diverse ilvi 
quelle d' Italia e di Francia e di Inghilterra ; e sappiate chi 
se fosse stato lecito parlai-e con quelle donne, non mi san i 
fattx> tirar gli orecchi per attaccar im mercato con essf " 
colla sorella della Catalina spezialmente, che mi pareva 
andasse tentando di farmi un pertugio nel cuore con que'ssuoj 
occhi pieni di lesine, malgrado i miei quaranttin anni. Poco 
dopo le tre si finì la festa, e ognuno andò a dormire p^-^ 
terra nel suo dato luogo. Sì, signori, tutti per terra, :^tn' 
la stessa bella Catalina, e sino la sua fiammeggiante §o 
rella, con tutto Toro o T argento e le fettncee e i nastri^ 
le trine, che avevano per le sottane e in capo e al coi^^ 
Nessuno di tanta brigata ebbe miglior letto del signor Edoanl 
e di me, e de* cani e de* gatti e de* muli e degli asiui di Elva^ 
Ma io mi trovai la fìintasia in un garbuglio tale, che in- 
vece d'andarmene al mio pagliaccio, fattomi recare penna ^ 
calamajo e carta, mi posi a scarabocchiare ; ed ecco che h* 
sei sono suonate, ed io sono ancora qui in questa trabal- 
lante canieraeciaj che mi meraTiglio come abbia potuto 
traballar tanto, e non affondarsi con me, con la beila Ca- 
talina, con la sua sorella, con la fanciulla bruna e ben tar- 
chiata, e con tutti i ballerini e con ttjtti gli spettatori, clie 
si sono tutti buttati qua e là a dormire. Qui d'intorno a me 
vi sono (lasciate eh* io li conti) uno, due, tre, sei, e quat- 
tro dieci e uno undici uomini, che mi stanoo sonoramente 
troni beggiando ad donne ut ati Intorno ; e giacché la pioggia 
si è fatta dirotta, e che tlomane non abbiamo che tre corte 

* An* allof pio doTtì sì remi ano i viii^giatori e quelli che li condncoD' 



GIUSEPPE BAEETn. 151 

leglie dt qui a Badajoz, mi vado a buttare per alqitante 
ore bello e vestito sul pagliaccio» per non parere da meno 
degli altri ; onde addio, — (Dalia Lettera XXX VI, del 22 set- 
temìire 1760.) 

L' Ellfl, i] Voi il Tu, — or Italiani s* hanno tre maniere 
di scrivere ne' loro reciprochi carteggi ; V ima chiamata si- 
^^orile» amichevole l'altra, compagnesca la terza. 

La maniera prima^ cioè la signorile, sarebbe forse me- 
glio non si fosse trovata mai, poiché il solo inveterato co- 
stume può toglierle queir apparenza, anzi pure quella so- 
stanza d* assurdo, che trae con sé. In quella maniera ruomo 
Don iscrive all' altr' uomo, come la sempUcttA del vero chie- 
derebbe \ ma scrive alla signoria delV altr' uojno, vale a 
dire, indirizza il suo parlare ad una cosa non formata dalla 
natura, ma dair immaginativa j cosicché volendo, esempli- 
grazia, domandare ad uno come stia di salute^ non gli dice 
come stai tu^ di salute:^ che sarebbe il modo naturale di 
t^B una simile domanda, ma gli dice eom.e sta ella di sa- 
kit€? come sta di salute la sigtioria vostra? o vossignoria 
iUtistrissima^ o vostra eccellen^sa, o ìH)stra eminenza, ec- 
cetera, secondo che porta il grado, la quahtù, o T impor- 
tanza della tal persona ; e tutto il discorso corre a quella 
fbggìa, quasiché la signoria, o T eccellenza, o altro titolo della 
tal persona fosse un ente muliebre, ed atto a formare un 
soggetto da se stesso, quando in fatto non è se non un'idea 
fantastica e vana. 

Che questa maniera, da noi usata ^\ nello scrivere che 
nel parlare, debba porsi nei numero degli assurdi più so- 
lenni che siano mai stati ghiribizzati, e ciie non sia punto 
degna di essere adoperata da quelle creature, che chia- 
mansi ragionevoli per antonomasia, ognuno lo vede, ognuno 
h confessa liberamente. Ma che fa questo, se chi ncusasse 
ora dì adopei-arla, o chi si mettesse air impresa dì sbar- 
barla e di toglierla dal colloquio o dal carteggio, non ci 
gQadagnerebbe che del novatore scervellato e fuor de' gan- 
gheri? 

t^nesta maniera è, come dissi, chiamata signorile, per- 
ehè viene usata dall' uomo, che intende dì trattare l' al- 
tr' uomo non come uguale o minore suo, ma sibbene come 
tuo superiore e signore. E cosi gli uomini che non sono di 
liasso affare, quando scrivonsi T uno air altro, e J imnori 



152 SECOLO XYUL 

quando scrivono ai maggiori, e gli eguali di piceiol conto, 
quando scrivendo ai pari loro intendono di stare sul quam- 
quam,* ed eziandìo i maggiori ^ quando scrivendo a* minori 
non giudicano a proposito di trattarli con albagia^ tutte 
codeste genti, dico, usano questa maniera signorile, e par- 
lano a quel muliebre titolo, a quella e mas culata qualitji 
deir uomo, anzi cìio air uomo stesso : e chi non adottasse 
questo sproposito consacrato dal costume, porrebbe oggidì 
molto in collera un cormpondente, che farebbe di risen- 
tirsi, come d' un' ingiuria non mediocre, con chiunque gh 
venisse a sfoderar sugh occhi la seconda o La terza delle 
tre maniere. 

La maniera seconda del nostro scrivere, cioè V amiche- 
vole, corre nella seconda persona del plurale, come se Tuorao 
a cui sì scrìve non fosse uno, ma sibbene due o più ; e qnn- 
sta sì chiama dar del voi, come V altra dar del signort^. 

L'usare questa maniera coi grandi quando siamo pic- 
cini, sarebbe un delitto ms^ju scolo e a mala pena perda- 
nahilo, perchè oltre al non implicare il grado minore di 
colui che scrive, non esprime nò tampoco su file lente rive- 
renza, sulUciente ossequio, se T uomo si sbracciasse anco a 
cercare le parole più riverenti e le più ossequiose frasi 
che si possano* Quindi è, cbe questo dar del voi è abban- 
donato, per così dire, a quelli che sono bassamente eguali 
in ogni punto ; e i mercatanti, che nel mutuo trattare delle 
loro faccende, badano al lucro,^ anziché aUe cerimonie, st? 
r hanno appropriata come la più comoda e la più sbriga- 
tiva deUe tre; e i letterati non isdegnano d^ adoperarla n^- 
anche essi, quando non vogliono scioccamente starsi stille 
puntute altezze de* convenevoli ; e cosi pure T usano in ge- 
nerale -tutti coloro, di qualunque grado si sieno, che amano 
dì trattarsi urbanamente e con amorevolezaa, anzi che con 
sussiego e con prosopopea. 

Resta la maniera tei^za, cioè la compagnesca, che cliia- 
maoo dar del tu ; la quale, come queir aggettivo import», 
s' adopera da buoncorapagni, vale a dire da quelli che soiip 
legati fta di sé d' un affetto cordiale, e che s' hanno di co- 
mune consenso bandita la cirimonia e le troppe sguaja- 
tezze dalla cirimonia inventate o, per dire pìn schit^t*^' 
mente il vero, create ab inizio dalla superbia e dalla foi'X^^^ 

^ DiirBT nria d' importa^nzà; roler parerò piii d«fU altri. 



GIUSEPPE BAEETTI» 153 

cJe'HceM e de* potenti, ajutata dalla ratìschiaità e dall' inet- 
Xtzm de* deboli e de' poverelli. E di così del tu, e »el ri- 
ceve a Ticeiida, un fratello, verbigrazia, o uu cugino, e il e 
strive ai fratello o al cugino, e un vero amico ad un vero 
amico^ e un padre ad un fìgliuolo ; e in somma chiunque 
TLiole onestamente ed alla buona, considerarsi eguale al- 
l'altro, mostrare clie gii vuol bene davvem, anzi ebe da 
boria. 

Questa maniera del tu, che scaccia ogni ombra di ciri- 
monia, cornee il è non escluda necessari am e ti te ii rispetto e ia 
creanza, cangia affatto di natura quando V uomo in collera 
scrive air uomo da cai è stato offeso, o dal quale si flgtira 
d* essere siato offeso. In questo caso il dar del tu indica sde- 
gno, e rancore 1 e maltalento, e dtspi'egio sonmio. E i padi'onì 
scrivendo a' loro famigli T usano pure alcuna volta, invece del 
salito voi. Ma quando questo avviene, il tu è per Tordi- 
nano avvolto in una qualche fra^e cordiale ed amichevole : 
e qaando il caso è tale, fa d' uopo conchìudere che quel tal 
faim^lio sìa molto in grazia, poiché si merita dal padrone 
un affabilità di siffatto genere ; intentendosi no' casi più sem- 
plici, che ogni padrone, se non è una bestia del tutto rigo- 
baliosa e senza affetto, deve usare il voi, anzi che il secco 
la, se scrivesse anche alla più trista delle sue livree : come 
che poi nel parlarle adoperi anzi il tu che non il voi con 
dascuno de* suoi servidori. 

Oh quanti imbrogli e quante sciocche smancerìe, mi dirà 
^ui un qualche leggitore inglese o francese E Quante stra- 
nezze inutili voi Italiani V adoperate! Perchè moltiplicare 
]e molle e le girelle e le ruote, quando la macchina si può 
mtjovere né più né meno, come si fa da noi, con una sola 
molla, con una girella o con una ruota sola? 

Verissimo, signor mio ! Ella dice bene 1 Vossignoria fa- 
vella come un Boccadoro! Ma che ci poss' io, se gli uomini 
d' ll^la non sono tutti fatti ne al suo modo né al mio ? La 
fiisgrazia Tuole che ogni paese s' abbia le sue usanze ; e 
chi v' è nato, bisogna, voglia o non voglia, se le abbia per 
ottime, siano cattive quanto ponn' essere ; bisogna vi si ac- 
conci zitto zitto, onde non riesca straniero nella sua pro- 
pna patria, e chi e veramente straniero bisogna s'abbia 
tìi^Eutna anch' esso, e soffila che ciascuno in casa sua se la 
lìaiescoH come più gli pare. La maniera signorile, s' io pò- 
ì^^i^ la vorrei di sicuro cacciare immediate dal Jiostro seri- 



i 



154 SECOLO xvm. 

vere, come sncbe dal nostro parlare ; e clii sa eh' io non h 
scomunicassi eziandio s' io fossi Papa ; che quello indiriz- 
zare il discordo nastro ad tm Ikutasma fommimno, creato 
dair immaginativa, come dissi più sopra, è certamente uti 
peccato contro la ragione/ Contuttociù, fi nat tanto che il 
nostro brutto costume durerà, e che ho pur paura voglia 
durare quanto la nosti'a lingua, io medesimo pretenderò in 
molti casi che alcuni, sì nello scrivermi, si nel parlarmi, fì 
scoinlino di quella cosacela chiamata io al nominativo e tm 
airaccu salivo, e vorrò costantemente che certuni, più sda- 
najati* se non altro che non son io ^ parlino e scrivine alla 
signoria che non ho, anzi che a me stesso ; entrandomi be- 
nìssimo nel cervello che V essere una persona trattata 
dair altre persone come un ente spiritale, anzi che coffl€ 
una creatura comune e fatta come tutte Tal tre d'ossa e di 
polpe, è cosa che solletica molto Erratamente ogni anima pie- 
cola come la mia ; una cosa^ la quale ti t^ dimenticare per 
un istiìnte quella veritA si dura a considerarsi, che Tuomo 
non è se noa un povero tu ilntant^) che se la passa in que- 
st'orbe sublunare, s'abbia quattrini e terre a sua posta, 
e dottrina, e nascita, e autorità, e possanza quanta se ne 
può sognare in luglio ed in agosto dal piii gran fabbrica- 
tore di castpclli in aria, o s'abbia vanità e superbia e grilli 
in maggior copia, che non ne fu mai neir antica o nella 
moderna Roma. 

Checche mi risoìvessi deir ella e della signoria s' io fossi 
Papa Re di corona, fatto sta che delle tre maniere nostr*^ 
quella del tu è la sola che s" ha diritto legale di domicilio 
nel nostro paese. L'altre due non s' hanno quel diritto, che 
per un mero privilegio accordato loro senza un buon per- 
chè. It tu è stato trasmesso a noi dai nostri antichi Italiani* 



* « Il conto Vebui, in un nrliaolo del tomo H d^l CSnjf^, dimostra (jnaato 
ancor più ridicalo sia T uso che si è fatto dì qaeata $ tra uà nuaien di 
espriratifal nella corrispoQdeiixft fainiglìarc. e rifedace, tra ^li filtri, il s^f- 
g^ente esedipio : — Un certo sipnor Agapito Sth ala ricevette; una lattari 
Cuno^n, 6 tidJa soprascHttii vi stava cosi; At fonùtciutitwima che ^mnndtit 
ekt ha diritto di comandar ft. du coUivaréi mciti»timo, rhe fom<mda, As^pit** 
Stirntt, U BÌgnor Agapito Tu aiara7Ìg]ìatissÌ£no per tutto questo c*>a dì 
i-0ba, ciascutto de' miei lettori lo sarà at pari dol nignui- Agapito, ùa- 
tawto che noo faccia la segrocnte riflessi on«, cha ctjnot^iutùnmQ rassomì' 
glia molto a ilht^irwimo, che «ignare è ^oello che comundtif ch0 paf/roiK 
È f[UaIIo ck« h*i diritto di somandare, fìnsltuOntti chù coleìkdiMnwnt Ó ÌA 
H tessa cosa cKo il diro ria coltivarci ntoitistimo. » 

= Piìi scarsi di danari, pjù pò ver L 



GIUSEPPE BAEETTI, 155 

e noi dovremmo averlo con3<?rvato puro al intatta, enm* essi 
r avevano i*edato dagli antichi Romani ; ma 1" ella sen venne 
a noi dagli Spagnuoli, 9* io giudico bene, e il voi da Fran- 
cesi, allorché que^due popoli bazzicavano più in Italia che 
non oggi, e che la maneggiavano anzi a loro caprìccio, 
mercè quelle nostre tante bestiali discordie, colie quali sa- 
pevamo in diebu^ illìs bistrattarci gli uni gli altri. Quan- 
tunque però V ella e il voi sieuo entrambi a riguardo nostn^, 
stranieri d' origine, sono tuttavia da dugent' anni divenuti 
si baldanzosi e sì svergognati, che gli è un favore segna- 
lato quando permettono al meschino tu di dire i fatti suoi 
alla sua moda. 

Di questo però voglio avvertire gli studiosi della lin^na 
italiana: a non si stupire qiiando s' abbattano in due delle 
tre maniere in una stessa lettera ; impercioccbè un galan- 
tuomo, che sa giuocar di penna bene, se lo congìunge e se 
le intralcia molto bellamente, malgrado il loro essere di no^ 
tura diversa ì né mancano gli esempj ne' nostri meglio scrit- 
tori epistiOlari d' un voi ed anche iV un tu leggiadramente 
le^to col vossignoria; la qual cosa, invece di ca^^ionare 
afa e ribrezzo, produce anzi grazia ed accresce dolcezza 
ed urbanità allo scrivere dì chi sa veramente scrivere. 

Una raccolta da burla di poetastri EtalianK — Grazie, grazie 
della tanta dilifjonza da lei usata nel ricogliere notìzie, onde 
impinguare la mia Storia de' Poetastri Italiani di questo se- 
colo. Faccia, signor Pianta, di ti-a^smettermele con qualche 
po' di sollocitudine, poiché ti primo tomo Y ho gii^ tanto 
innanzi, che se n'andrfi sotto il torchio tra due mesi alla 
più ritardata. 

Questo primo temo, se Vossignoria vuol pur avere uno 
schizzo de ir opera, le dico che contiene i poetastri dello 
Stato di Milano, insieme con quelli del Ducato di Mantova, 
e che s'avrà un'appendice dreto, nella quale si farà motto 
de* poetuzzi, de'poeticchi e de* poetonzoli della Liguria e del 
paese subalpino. Queir appendice sari nondimeno cosa sue- 
fiintetta; coneiossìachè, qualunque ne sia la cagione, gli 
Qomini liguri, egualmente che i subalpini, s' hanno in questo 
secolo pochissimo coltivata la poesia eattiva, e della buona 
e pare non s'abbiano né tampoco idea, i subalpini speeiat- 
mente, 

Nel tomo secondo, che ho pur paura non vengami a riu- 



156 SECOLO xvm. 

scìrc più grosso del primo, si comprenderanno i poetaetri 
dello Stato Papalino, esclusa però la citta di Roma, la quale 
s'ayrà per aè sola il terzo volume intiei'o Intieroj mercè i 
quell'Arcadia, la di cui proliflea virtù nel produrre poeta- 
stri non è mal simboleggiata dall'oceano settentrionale 
che ti manda fuori ogn' anno quelle sue imraensitàjd'arin- 
ghe, di salacche, di baccalari e di stocchi fisci. 

Dietro al tomo terzo, il progrosso numerale richiede che 
venga il tomo quarto, nel quale saranno a lor bell'agio 
coricati que' tanti poetante Ili e poetantuzzi, che termi colano 
ne' Ducati di Parma, dì Piacenza e di Modana, i quali 
s'avranno, come per giunta, o vegli am dire per coda, 
que' tisici poeti ni di Guastalla, di Bozolo e dì Sabioneta: 
e scommetto, signor Giuseppe, ehe la Signoria Vostra si 
farà le mille ci^cì al vedere T amplissima ricolta di mo- 
seìolini, di zanzare, di grilli, di farfalle, di bruchi, di ra^ 
gnuolì e di cavallette, che ho saputa fare lungo le poco 
apollìnee rive del Taro, del PanaiM> e del fangoso Crostolo, 
che da' rauclji vati guastallesi è sempre con divino estro 
chianmto il limpido Crostumio. Crederestilo, vita mìa, cbt 
i manufattori di smilzi versi prodotti da que' piccoli paeai 
agguagliano quasimente per numero quelli del dominio 
veneto, de' quali il tomo quinto darà contezza? 

Competentemente grande sarà il tomo seguente, cioè il 
sesto, dal quale si diranno 1 poeti della nostra Toscana» 
tanto diversi da que' loro Danti e Petrarchi e Pulci e 
Bemi e Bonarrotì, che in più felici tempi la feciono sfol- 
gorare sopra ogn' altra poetica terra ; e il settimo final* 
mente, anch'esso dMm' assai buona misura, s*avrà quelli 
di Napoli e della Sicilia, che Dio ne scampi i cani, i gatti, 
ed ogn' altra gpczie d' animali terrestri, aerei ed aquatici 1 

Ecco, signor Pianta, il disegno Jn i scorcio di questa mi» 
nuova opera, che, quantunque semplice assai, mi lusìni^ 
le parrà ingegnoso e sottile oltre modo, poiché m' ha costata 
di molte vtsgghie, e degli sforzi di mente più di tredici « 
più di venzette : di maniera che, posso dirlo senza bri- 
ciola di iattanza, lo stesso m esser Lodovico non si beccò 
tanto il cervello neir ordinare i suoi quaranzei canti del Fu- 
riosoj né adoperò la metà invenzione fantasticando que' suoi 
tanti caratteri, quttnta n' ho adoperata lo nel delineare i 
miei, e nell' oitìinare questa mia fattura. 

E qui, sdrucciolando in un episodio, m' è duopo dirle, 



GIUSEPPE BARETTJ, 157 

signor mio, coni' io non infrendo mica in questa mìa Storia 
d'andarmene pedestre mente sull' orme di qué' tanti spetta- 
bili viri, ebe in tutti i tempi e in tutti i paesi m compi- 
larono Storie di co testa fatta, registrando in esse alla rin- 
fusa ugni nome d' uomo» o grande o piccolo, o bruno o 
biondo, o magro o grasso eh* e' si fosse. Una differenza so- 
stanziali ssima passerà IVa T opere dt que' viri e questa mìa? 
eh' io non ammetterò fra' miei eroi nome verunt) di scrit- 
tore, sìa cbi si voglia, se non saró più che certissimo in- 
nanzi tratto del suo avere indubitatamente vituperato il 
«ecolo nostro, e la nostra lingua, e la nostra contrada ; né 
dirò se non di quelli, che s' hanno scritto in verso. Que'che 
se la scarabocchiorno in prosa^ io me li serbo qui nella 
m&Qiea; cioè, me H serbo per un' altr' opera» che intra- 
firenderò quando avrò compinta questa, se la sakUe vorrà 
durarmi salda per un'altra decina d*anni, — (Dalia Scdta 
di Lettere familiari ad uso degli studiosi ec. Lettera IH.) 

L'Apctdia. ~ Quegli amanti d'inutili notizie, che non sa- 
pendo come adoperar bene il tempo, lo impiegano a impa- 
rare delle corbellerie, e che bramano di ossero informati di 
quella celebratiasima letteraria fanciullaggine chiamata Aìì- 
CAjnA, si facciano a leggere questo bel libix),' che ne dà un 
ragguaglio distinto distintissimo. Il suo celibe autore T ha 
scritto con tutta quella snervatezza e con tutfe quelTumìle 
spirito d'adulazione, che principalmente caratterizza gli Ar- 
cadi; e assai nomi rinomatissimi si trovano in esso libro 
re^trati, la rinomanza de' quali non è stata punto mai ri- 
Bomata nel mondo. L'opera è divisa in dieci capitrolì, che 
sono come dieci gioielli di vetro. Ecco qui la sostanza di 
^Qe' dieci capitoli. 

D capitolo primo dice L'istituzione d'Arcadia, e narra, 
fra le altre fanfaluche, il cas<i memorandissimo d'un certo 
poeta, il quale avendo sentiti ceri' altri poeti recitare certe 
pastorali poesie in certi prati situati dietro un certo ca- 
stello, proruppe in questa miracolosa esclamazione : Egli me 
mni/ra (notate queir enMico eoli), egli mi sembra che nof 
aòbiamo oggi r inovata l'Arcadia. (Jh magica esclamazione, 
aOa quale deve l'Arcadia il suo nascimento, come da un pic- 
colissimo seme nasce una zucca molto smisumta!.*. Item 

* Le Memorie ttaricka dtW adunanm dtgU Areadi «e 



m 



158 SECOLO XTIXI. 

in quel capitolo primo vengon vìa i quattordici nomi de'quat- 
toiMlìci fondatori d'Arcadia, uutlici de' quali nomi è un pez^o 
che sono miseramente sprofondati in Loto, cioè a dire quelli 
del Coardi, del Faolucci, del Leonio, dello Stampiglia, del 
Maliarda del Figuri ^ del Negro, del Melchiorre, del Vicìnetli. 
del Vili e dol Taja. Dico die gii undici nomi di que^i perso- 
naggi sono sprofondati in Lete in qualità di nomi poetici, clt*^ 
nessuno interp retasso male, i tre di quo' quattordici nomi chf 
ancora si nominano^ sono quello del Gravina, quello del Cre- 
scimbeni e quello del Zappi, Quello del Oravina è ancor niv 
Diinato dai dotti , perchè Gravina aveva un capo assai grande, 
e pieno di buon latino e di buona giurisprudenza. Ma fk- 
come tutti gli uoduuì hanno il loro difetto in mezzo atafe 
le loro perfezioni* il Gravina ebbe il difetto di voler fare 
dei vei-si italiani, e quel che è pej^gio di volerò con italiani 
prose insegnar altrui a farne de' lirici, de* tragici, de' diti- 
rambici o d*ogni razza, a dispetto della natura che volk 
fedo avvocato e non poeta. 11 nomo del Gre sci m beni è tut- 
tavia nominato con somma venerazione da'no&tri più mas- 
sicci pedanti. Il Crosci mbeni fu un uomo dotato d'una fan- 
tasia parte di piombo e parte di legno, cosicché sbagliò sino 
quel matto poema del Marcante maggiore per poema serio. 
Che fantasia fortunata per un galantuomo destinato dal de- 
stino ad essere compilatore, e massimamente compilatore <J 
notizie poetiche 1 Quelle notizie, e tutt' altre cose, il Crescim- 
beni le scrisse in uno etile così tra il garfagnino e il i-omano, 
che gli è pi'opi'io la delizia degli orecchi sentirsene leggerf 
quattro paragrafi. Il Zappi poi, il mio lezioso, il mìo galante, 
il mio inzuecberatissimo Zappi, è il poeta favorito di tait^ 
le nobili damigelle che si fanno spose, cbe tutte lo leggono 
un mese prima e un mese dopo lu nozze loro, lì nome del 
Zappi galleggiera un gi-an tempo su quel fiume di Lete, ^' 
non s'aifonderà sintanto cho non eessa in Itaha il gusto della 
poesia eunuca. Oh cari que' suoi smascolinati sonettini, par- 
goletti piceinini, mollemente femminini, tutti pieni d'amoriiu ■ 
Il secondo capitolo delle Memokie istoriciie ne secca ali- 
qfmntulum con le leggi n'ARCAmA, che sono scritte a imi- 
tazione di quelle dell'antica Roma, e che s'assomigliano a 
quelle, come uno de' miei scimmiotti americani s'assoujigb* 
a un dottor di Sorbona; anzi come la mìa gamba sinisti*», 
che é un pezzo di legno, s' assomigha alla mia gamba de- 
stra, che è ana gamba bella e buona. Dopo il registro pun- 



GrUSEPPE BARETTL 159 

taaie di quelle leggi, il celibe autore delle Memorie ne dà 
la vera e distìnta relazione d' una trenìcnda e crudelissima 
f aerra, la quale poeo mancò non rovinasse l'augusto ira- 
pero arcadico pochi giorni dopo che fu fondato. Due segna* 
lati campioni sì fecero molto distinguere con le loi^ braverie 
in quella guerra. Uno fu Alfesiòeo, pinmo cali ilo d'Arcadia: 
l'altro fu un certo Opico, il quale non contento forse di bb- 
^TQ stato solamente creato uno de' principali argalillì del- 
l'arcadico regno, e pretendendo d'essere anch' egli califfo, 
almeno indipendente dal calerò Alfesibfso, si ribellò, e menò 
un vampo tembile per F arcadiche provlneie, minaecianda 
di mettere tutte a sacco mano, anzi pure di mandarle a 
fuoco e fiamma. La descrizione di tal guerra nelle Mkmotue 
ISTORI CHE è fatta così maestrevolmente, e i suoi varj e spa- 
irt^atoai accidenti sono quivi dipinti con tal vivezza e furia 
(li c<3lori, che se io conoscessi qualche arcadica pastoz^ella, 
la quale fosse incinta, la sconforterei dal leggère quella de- 
trilione per tema non si sconciasse, coneiossiacosafosseché 
io medesimo clie mi sono visto portar via ^euza smarrirmi 
un'intera gamba da una cannonata, e che ho intrepidamente 
sofferta una marro vescia sciabolata sul labbro inferiore da 
mi odiato circasse nella città di Erzerum,* io medesimo, co- 
spetto di bacco! mi sono tutto raccapricciato, quando giunsi 
a leggere queir ombilissimo periodo, in cui il califfo Aife- 
iiòeo spacca la testa al ribello argaliffo Opico. 

11 terzo capitolo parla del bosco pàrrasio, nel quale bo- 
sco si sono veduti più poetici mostri e piij paladini incan- 
tati, che non se ne videro un tempo nella famosa Evolva 
d'Ardenna. I nomi di que* mostri e di que' paladini sono a 
minuto registrati in quel capitolo terzo. 

U capitolo quarto è intitolato del sfcenATOJO, voce greca 
J^^dvata dal caldeo, la quale in Roma significa Segretaria 
^tica, e in Firenze significa stanzino da serbare uccel^ 
lami morti j tanto crudi che colti, immnc con altre der~ 
raf^ mangiative. 

Il quinto capìtolo è intitolato de' libri; e in quello slamo 
^icurati, che * V Italia, grazie alle leggiadre produzzioni 
^con le due ^ete alla romana) fatte ascoltare nel prefato bosco 



* n Pirettì finte che la Fruita httrraria fosse opera di un Ahistarco 
^ATSAfttK, il quale, gTierr^sffiauflo in Europa e ìd Asia, tì arfebbe per* 
auto Dna gamba e riportato parecchie ferite. 



160 SECOLO xvm. 

Parrasio poco meno che tutta aveva ripreso il buon gusto. » 
L'autore con le « produzzioni fatte ascoltare » vuol dire che 
gV italiani usavano noi seicento cibarsi di pan muffato, e 
che furono aforzati in quel bosco Parrasio a nutrirsi quin- 
dinnanzi ài pa?ie azzimo; ma, per esprimersi arcadicamente, 
chiama buon gusto U pane azzimo. 

Capitolo sestx>. Favella delle lapide di biemoria, vale a 
dire de' pataffi incisi sulle tombe de' preflsiti califfi e arga- 
Hffi e altri eroi d'Arcadia. 

Capitolo Bcttinio. Delle acclamazioni. Questo capitolo è 
un catalogo, contenuto a fatica da diciannove pagine, di fa- 
mosissimi poeti e di famosissime poetesse. Non si può dire 
quanti! dottrina vi sia da imparare in quelle diciannove pa- 
gine di famosissimi poeti e di famosissime poetesse. 

Capito! 3 ottavo. Delle colonie. Colonia pare che abbia 
sempre significato, e che significhi tuttavia « un bel numero 
dì gente tratta d' un paese, e mandata ad abitare in un altro 
paese per popolarlo. » Ma da questo ottavo capitolo si viene 
a capire che Colonia significa in lingua arcadica molta 
gente scioperata, che standosene in un pt^ese a casa sua, 
perde il tempo a scrivere delle fanfaluche pastorali ad altra 
gente scioperata, che se ne sta pure a casa sua in un altro 
paese. Quelle Colonie nominate in queir ottavo capitolo 
furono cinquantotto ne' più vertiginosi tempi d'Arcadia. A' no- 
stri men fanatici di, quel numero di cinquantotto è tanto 
scemato, che quelle colonie non eccedono ornai più il nu- 
mero delle Babilonie. 

Capitolo nono. Della effemeride. Ho saltato via questo 
capìtolo, coghiettiirando dal suo titolo, che non contenga se 
non la descrizione dell'almanacco arcadico, insieme cognomi 
e cognomi di tutti gli autori di taccuini pastorali prodotti 
dnirAvcaflia, e dalle quondam sue colonie. 

Capìtolo decimo ed ultimo. Di alcune memorie più con- 

SIB EIRA BILI CONCERNENTI L' ADUNANZA DEGLI ARCADI. Il titolo 

di questo capitolo non è cosi laconico come gli antecedenti, 
onde Aristarco si contenta d'aver qui registrato quel lungo 
titolo, e lascia la lettura dell' intiero capitolo a chi ama le 
memorie considerabili, e le memorie concernenti. Forse chi 
lo leggeri verrà a sapere questa considerabile cosa: che, 
chi vuol esaere Arcade, bisogna sappia assolutamente quante 
sillabe entrano in un verso, e quanti versi entrano in un 
sonetto senza coda. In oltre chi lo leggerà» verrà forse a sa- 



GIUSEPPE BARETTI. 161 

pere quest'altra concernente cosa: che fa d'uopo leggere 
almeno un paio di tomi della raccolta del Gobbi; ^ e poi pa- 
gare uno scudo, o per dirlo con frase più poetica» dieci 
paoli, per ottenere una patente» che ti baratti un nome di 
battesimo in un qualche nomacelo mezzo da pecoraio, e 
mezzo da pagano.* Povera Italia, quando mai si chiuderanno 
le tue scuole di futilità e d'adulazione! — (Dal 1*» numero 
della Frusta letteraria.) 

L'Osservatore dal Gozzi. ^ Ho detto in alcuno de' miei 
antecedenti numeri, che fì*a gli scrittori moderni mi piace 
il conte Gasparo Gozzi. Ora che ho letto questa sua opera, 
da esso pubblicata pochi anni sono a foglio a foglio e pe- 
riodicamente, come io faccio la Frusta, voglio dire che non 
solamente il conte Gasparo Gozzi mi piace come scrittore, 
ma voglio anche dire che io lo stimo sopra ogn' altro scrit- 
tore italiano moderno. Né alcuno mi nomini il Cocchi, il 
Genovesi, il Boscovich, il Beccaria, il Nannoni e altri autori 
nostri moderni, che abbiano trattati argomenti atti a ren- 
dere scientifico questo e quell'altro leggitore volonteroso di 
rendersi tale, perchè io intendo dire che il conte Gasparo 
«tozzì è r unico tra que' moderni, i di cui libri tendono ad 
istruire tanto lo studioso quanto l'ignorante ne' loro comuni 
e quotidiani doveri. E quando un libro ha questo bene per 
iscopo, lo lo tengo per molto più importante, che non un 
libro di medicina e di chirurgia o di metafisica o d' astro- 
nomia d' elettricità, o d' altre tali cose ; perchè gli è vero 
che si fo un ben grande a procurare per mezzo d'un buon 
libro di mnltiplicare il numero de' buoni medici, de' buoni 
chirurghi, de' buoni metafisici, de' buoni astronomi, de' buoni 
filosofi naturali eccetera, ma si fa un bene ancora più grande 
quando per mezzo d' un buon libro si procura di riempire 
il mondo di graziosi galantuomini, e di donne amabilmente 
dabbene. Cosi Bacone e Boyle e Newton e Locke e Harvey, 
e altri famosi inglesi hanno multiplicati in Inghilterra gli 
uomini grandemente scientifici ; ma l' Inghilterra ha molta 
maggiore obbligazione a quello, o a quelli, che furono gli 
autori del libro intitolato lo Spettatore, che non ne ha a 

^ La raccolta delle così dette Rime <meHe compilata dal Gobbi. 

* E noto che i poeti addetti airArcadia prendoTano un nome e un 
patronimico, che, appanto come dice il Baratti, erano pastorale Y uno e 
twn greeizxato V altro. 

IV. n 



W2 SECOLO xvni. 

tutti qut3' valentissimi uomini ; perchè il libro ilello Spettd- 
tare ha migliorato Tu ni versai costume degli abitatori ili 
quella bella isola, si masclij elie femmine, si giovani che 
vecchi, si nobili che plebei, si rehgiosi che secolari ; cosa 
conio ognun vedo assai più meritevole della pubblica gra- 
titudine, che non il regalo, quantunque nobili siììmo e progfr* 
volissimo d* alcuni ssterminali pezzi di scienza. E questo lìbm 
deW Osservatore t scritt/O appunto a imitazione di quello Spet- 
tatore^ potrebbe parimente migliorar di molto V uni versale 
della nostra Italia, se questo univeraale voltasse assomigliargli 
air universale degl'inglesi, e leggere e rileggere V Osserva- 
tore* come quella oltramarina gente legge e rilegge lo Spet- 
tatore, Non è perù chMo mi lusinghi di veder mai i miei 
cari compati'ioti a fare una cosi buona cosa, perchè i miei 
cari conapatrioti non sono universalmente amanti di leggere 
nn libico buono ed atto a migliorarli. Leggeranno ben€ le 
commedie del Goldoni e i i^manzi del Chiari, che lasciaQfi 
le persone ignoranti come le trovano, ed anche non poeo 
peggiorate nel giudizio, e nel costume se occorre ; ma l'Oj*^r- 
vatore, che farebbe in essi nn effetto dìffei^nte, non v é 
dubbio che sìa mai il loro libro favorito. Mi . permettauo 
tuttiivia i nostr' uomini e le donne nostre che io dica loro 
come ^Osservatore, oltre all'essere un libro conducente ad 
acuire il cervello e a rettificare il onoro, è anche un libN 
giocondo molto a leggersi, timto per lo stile morbido e soave, 
quanto per essere tutto sparso di fa velette galanti, d alle- 
gorie vaghissime, di gentili eatlt^ette, di caratteri mascolini 
e fenmiinini vivissimi e naturali, e pieno poi di bei motti» 
di bizzarri capricci, d' acuti sali e di facezie spiritosissime. 
Chi ha notizia di questo Ossen?atore sapn^ che non v'é 
modo di farne un' analisi, pere]) è non tratta d'una niatem 
sola» o di poche* Kgli e composto di tanti ragionammU 
fatti da uno, che va intorno osservando ii mondo, e òì^mT- 
rendo di questa e di quella e di quell'altra cosa, secondo 
che gli dà, V umore. Questi ragionamenti sono fr^ammischiaii, 
come accennai, dì lettore, di disseilazionoelle, di caratteri, 
di fole, d' allegorie j dì sogni e d'altre cose ingegnose e pia- 
cevoli, e tutte tendenti a migliorare la spezie nostra, sempre 
mettendo in ridicolo i difetti, sempre deprìmendo il vizio 
sempre eccitandoci alla ^irtu, senza declamazioni pedan- 
tesehCj senza rigidezza, senza superbia e senza sankx*- 
chleria. — (Dal n^ 20 della Frusta Letteraria.) 



...v.àfca_ 



GIUi^EPPE B A RETTI. 163 

Sul Diacono sopra le vicende della letteratura di Carlo 

Oenlni. *— Questo discorso è pieno come un uovo di quella 
erudizioiie, il di cui acquisto costa poca fatica di mente, ina 
dì .schiena moltis&ima. Con T aiuto di molti libri e di molti in- 
dici di libri, s'è qui messa insieme una fai-aggino di cose già 
dette e ridette da iimumerabili sapienti dnlle principali na- 
ttouì moderne, senza contare quelli delle nazioni antiche, 
AvETa appoggiato a don Petronio V incarico tìi numerare i 
Domi degli autoi-i egisy, fenicj, arabi, greci, latini, italiani, 
rmneesi, inglesi, spagnuoli, portoj^hesi, olandesi, fiamminghi 
e tedeschi nominati da questo scrittore in questo discorso, per 
far inai-cai-e te cigUa di stupore a' miei leggitori con la somma 
tatale : ma dopo d* averne numerate alcune centinaia, il pa- 
ziente don Peti*onio ha perduta la pazienza, e non ha voluto 
andar più innanzi; ed io nel compatisco, che non ho avuto 
uh anco prK-o martoi-o io stesso a leggerli tutti, senza mai 
ii'ovarmi ricompensato di tal noiosa lettura da una sola no- 
TìKìa che mi riuscisse un po'pellegnna, e senza poter mai 
vedere questo nuovo erudita fare nn vigoroso fiforzo d'in- 
ge^ffìo per levarsi un momento da terra, 

11 metodo seguito da questo signor Denina nel tessere 
questo suo saggio di storia lettei-aria, è, a dir vei'o, assai 
i'TOnologico: ma troppi sono gli stravolti giudi^ da esso 
dati di questo e di queir altra antico o moderno scrittore, 
talora di sua testa e talora per adottazione. E non può riu* 
mr facile ad alcuno il sentiin.^ senza stizza uno storicuccio 
come questo, parlare con la più noncurante prosopopea 
d'Ovidio, di Seneca,' dì Luciano, di Giù venale, di Marziale 
e di altri antichi papassi del sapere; e vederlo annoverare, 
fra qiielh ch'egli giudica superiori a tali poveri latini, uno 
>^peroDe Speroni, un tìaldassar Castiglione e qualciraltro 
TifTstro vcrto e rie adi oso moderno di tal calìbi'o. Né si può 
dire il caldo che m' ha fatto sentendolo parlare dell' inglese 
Shakespeare, comesi parlerebbe d'un Clnari, a cui è, per 
così dire, una spezie di poetico miracolo quando esce del 
t-ervello una cosa buona senz^essei^ accompagnata da due 
triste. 

Non bÌ se^ndalezzi ilunque il mio signor Denina, se in 
►fue) poco ch'io voglio ora dire di questo suo librattolo, si 
ve<lrà da me ti^attato con quella poca cirimonia, con cui 
figli tratta Shakespeare e Ovidio e Seneca e altri maestri 
-icìle nazioni. 



Ifì4 SECOLO XVIIL 

Ivasciando da un lato quella sua sazievole rifrittura de- 
gli Egi^o, de^Fenicj, do' Caldei e de'Bracniani, auzi pure 
de* Greci, con cui egli dà pomposo cominciamento al suo Pi* 
Ricorso, dirò che non occorre soverchia piratica di libri fiTiu- 
cesi per aecorgoi^i tosto die tutto quello da e^so è detto qui 
do' di'ammatici greci speziai ni en te ^ è echeggiato dietro la 
voce di cento francesi criticastri, ne' loro in numerabili pa- 
ragoni di Sofocle ed Euripide con Cornelio e Racine, e dì 
Plauto e Terenzio con Molière. Tutto quello eh* egli dice lìi 
Cicerone, di Virgilio, Oi^zio e degli altri principali poeti la- 
tini, non soltanto ce l' hanno detto ^/tì^ /ìwe due o tremila 
dotti in commenti^ in critiche ed in altre tali cose, ma l'ab- 
biamo letto sino ne' pai-afuochi di Parigi, tutto sminuzzato 
in ritagli dt carta appiccati con un poMi colla a que'paìi»- 
fuoehi, né v*ò più chi non sappia come F alfabeto, che Omero 
fu il gran maestro dì Virgilio, che Cicerone fu un orator 
magno, e che Orazio fu un capo d'opera dì poesia lirica. 
Che novità di ieri son queste, signor Denina? K abbiam mi 
duopo tuttavia di sentir e ar atteri zan^ gli Omeri, i Virgili, 
ì Ciceroni, gli Orazi'? Fin a *|uando hanno a duraiNS queste 
aeccaggini? 

E che vuol poi dire, signor Denina, quando ne dice cU© 
« niuua nazione, sìa delle antiche, sia delle moderne, b» 
saputo meglio Tartc di comporre libri, che gli scrittori fran- 
cesi del secolo di Luigi deci ni oqu arto? » Forse che i Fnin- 
cesi di quel secolo hanno fatti de' libri migliori di quelli cbe 
sono stati fatti da' Greci e da* Latini in diebus illisì E mi- 
gliori di tanti bnoni libri fUtti in questi ultijiii secoli dagl'ln- 
glesi e dagr Italiani e da altre nazioni d' Europa e di Asiaf 
Que* Francesi hanno de* buoni libri, sia col nome del Signor* : 
ma meglio di tutte le nazioni, sia antiche sia moderne, que- 
sto il signor Denina lo vada a dire in Francia a posta sua, 
ina noi venga a dire in Italia, e ad Aristarco; che degli 
spropositi cosi maju scoli ne T Italia né Aristai^co ne vogliono 
sentire. Cavi egli pure tutto !'oih> suo e tutte le sue gemme 
da* libri francesi ; ma non conferisca ai loro autori ima so- 
vranità cosi estesa: altri mente and e remo in collera, mal* 
^ra^lo quel suo tanto ripeterci in ogni pfigina buongusto, 
hiLongusto; e malgi-ado * la bella letteratnm, lo spirito della 
bella letteratura, il bello spirito^ il falso brillante, la pui-a 
natura, i giuochi di spirito, T autorizzare un linguaggio, lì 
tirar da un autore, \ì tirar dal fondo deir immaginazione, » 



GIUSEPPE BARKTTI, 165 

^ altri somjglievoli suoi modacci pretti francesi, né mai ado- 
perati in Italia, che da' nostri Selvaggi Gatiturani e da altri 
noittri golfi traduttori di libri francesi ; oppure da' nostri 
Chiari e da' nostri Goldoni, che vanno oontinuamente im- 
bastardendo la nostra bella lingua con queste forestiere ma- 
la^iizioni. 

M amleM poi d'accordo col signor Denina, q«ando egli 
mi dira che non v'è da diventare dirottamente dotto leg- 
gendo le numerose opere di Voltaire; ma non andremo già 
d'accordo quando egli mi dirà che Voltaire possiede molte 
lin^ae oltre alla sua nativa, Voltaire ha voluto trinciarla 
da gran sultano in lingua toscana, sentenziando assai volte 
ora in favore ed ora contro di noi. Ma quelle sue sentenze^ 
che sono sempre state pazze^ o in fìivore o conti'o che ne 
foggerò, quello sentenze provano molto evidentemente, che 
Voltaire sa poco più toscano di quel che basti per capire, 
che GentsaleJHme Liberata vuol dire Jérusalem DiUit^rée. 
Voltaire ne ha dato un certi llcato di sua mano, con cui di- 
chiara solennemente a noi, e a tuit'i futuri abitanti della 
t^rra, die * ejjli fa leggere le opere del Goldoni à rarrith-c 
petite filk du grand Corneale > perchè da quelle impari la 
lingua italiana; » ed io non voglio altra prtna per eonchiu- 
^ére, che Voltaire sa la lingua italiana a un dipresso coma 
sa la giapponese. Ijt poca fedeltà di Voltaire nel tradurre 
un passo tratto AdXV Araticana d'Ercitla, e T invocazione alle 
ninfe del Tago da esso Mta di propria invenzione, e quindi 
supposta a Camoens, mi sono, come dissi già, convincen- 
ti?:?!me prove, ch'egli intende lo spagu nolo e il portoghese 
quanto gli elefanti del gran Mogollo. Se Voltaire intendesse 
poi la lingua inglese più che sìiperfìeialmente, gli è impos- 
sibile persuadersi mai ch'egli avesse potato dire gli spro- 
positi che ha detti di Milton, di Shakespeare, di Dryden a 
'IVakuni altri scrittori britannici, i quali spropositi sono poi 
in parte bravamente ripetuti dal nostro signor Denina in 
questo suo librattolo, E se Voltaire sa finalmente di greco 
^ di latino, con assai di tedesco e di moscovite, o d'altro 
linguaggio soprammercato, buon prò gli faccia; ma il mondo 
uon ne ha dalle sue molteplici opere delle prove troppo 
t^TÌdenti. Può darsi che il signor Denina, che ora lo tariassa 
ed ora Io ricopia, n'abbia egli delle irrefragabili, poiché nel 
'lìce arditamente in istajnpa; o può darsi che mongù Tabbè 
Le Blanc glie l'abbia detto in alcuna delle sue Lettre^ si^r 



1B6 t^ECOLO xvni. 

les Àì^glois, come Voltaire T Ita più volte insinuato nelle S(it* 
sur les Anglais. Ma il signor leonina sìa persuaso, malgrado 
tutte le lettere sur Ir^ Anglais, e sur li* a Atiglau dA e?so 
lette, e malgratlo la sua pi-ofonda veneraKione per le Icgf^ 
teatrali emanate da' tremendi ti^ibunali di Francia, sia per- 
suaso, dico, che SUakespeare é un poeta e nel tragico e nel 
comico, da .«taj* a Tronte 80l violetta a tutt' i Corneìi, a talfi 
Hacini e a tutt' i Moli eri delle Gali le. Io le ho sentite pro- 
ni ti 1 gare anch' io quelle famoso leggi teatrali ; ma so dall'al- 
tro canto, che Romeo and Julct, OthellOj Hamlet, Ktìhj 
Lear, the Tempesta the Deathof Cesar, e alcuni altri drauuiti 
di Shakespeare si rappj-esentano da ceiicinquant'anni ni ì 
teatri di tundra, che non sono cei-taniente palchi da burat- 
tini; so che m rappresentano le cinquanta, le sessanta ^ 
le cento volte o>^ni anno a udienze inglesi, che non souj 
certamente stormi d* anatre o branchi di pecore : e so clu? 
v' è moltii apparenza s*' abbiano a rappresentiire ancora ^ti 
quegli stessi teatri e a quelle stesse udienze, aìtri ce nei il - 
quant'anni, le cinquanta, le sessanta e le cento volte o^nn 
anno. M'insogni mo il signor Dcnina una qualche hella re- 
gola tratta dalle lettere sur les Anglofs, o (ìa quelle sur !ct 
Anglais, che possa servir meju^lio delle regole adoperate ds 
Shakespeare per far affollare le ^'^euti a' teatri »m poni" 
dopo r altro, un anno dopo f altro e un secolo dopo raltiw 
Eh, signor Oenina, cavatevi a piacer vostro la berretui 
dinanzi aMegìf^latori teatrali di Francia» manon badate aa-i- 
tìei di Francia, quando li vedete attraversar il mare da Cai ni ^ 
a Duvro, o quando li vedete venir giì'i dalle nosti-e Alpi 
che allora, poverini, pei^lono il cervello, e non sanno più qm^' 
che si dicono. Volete clfio ve ne dica una in confidenza» jìì- 
gnor Denina? Shakespeare, come TAnosto, e uno di queHr^- 
scenrlentì poeti Whose Genius soars beyond the rearh of 
Art.^ Un po' d' inglese vedo dal vostro discoi*so che ^nà fla- 
tendete, onde non vi vo'far il torto di spiegarvi queste poche 
parole, rivoglio confortare a studiare quella lingua meirlìt^ 
che non avete ancora potuto fare, prima di sentenziarx* J^ 
gV inglesi, o massimamente di Shakespean^ e di Milton; al- 
trimente sai^A sempre un porre il carro avanti a* buoi. \edù 
pure da questo vostro libro» che avete una buona porzione 

* 11 cui gciììiì ffrnndeggia nltre i lìmiti flfrU'Artct oTTcru U tni |Pi?ni* 
e' itìTiftlsÈà oltrp ifi poUnzn dell' fitte» 



GiaSEPPE BAEETTL 167 

d'ingegno. Esercitatelo con violenza, e diventerete quel let- 
terato gi-ande che avete la nobil voglia di diventare ; ma 
per Tamor del cielo non mi calcate Tonile degli abbé Le 
Blanc e d'altri tali fi'ancesij che sono male guide sti per 
Terta via, per dirla alla lor moda, della Mia letteratura. 
— (Dal n° 8 della Frusta Letteraria.) 

U Vita di Benvenuto Gel lini. — Noi non abbiamo alcun 
libro nella nostra lingua tanto dilettevole a leggersi, quanto 
la Vita di quel Benvenuto Cellini, scritta da luì medesimo 
nel puro e pretto parlare della plebe fiorentina. Quel Cel- 
lÌDì dipinse quivi sé stesiio con sommissima ingenuità, e tal 
qaale sì sentiva d'essere; vale a dire bravissimo ueirarti 
del disegno e adoratore di esse non jneno che de' letterati p 
p j^ipezì al mente de' poeti ; abbenchè senza alcuna tinta di 
letteratura egli stesso, e seuza saper più di poesìa che quel 
poco saputo pei' natura genei-almente da tutti i vivaci na- 
tivi di terra toscana. Si dipinse, dico, come sentiva d' es- 
sere; cioè animoso come un j^ranatiero francese, vendica- 
tivo come una vipci-a, superbiti zi oso in sommo grado, e 
pieno di bizzarria e di capricci ; galante in un crocchio 
d'amici, ma poco suscettibile di tenera amicizia; lascivo 
anzi che casto; un poco traditore senza ciedersi tale j un 
poco invidioso e maligno; millantatore e vano senza sospet- 
tarai tale; senza cirimonie e senza affettazione; con una 
tee di matto non mediocre, accompagnata da ferma fiducia 
d^ssere molto savio, circos^petto e prudente. Di questo bel 
carattere V impetuoso Benvenuto ai dipìnge nella sua Vita 
lenza pensarvi su più che tanto, persuasissimo sempre di 
dipingere un eroe. E pure quella strana pittura di se stesso 
riesce piacevolissima a* leggitori: perchè si vede chiaro che 
non è fatta a studio, ma che è dettata da una fantasia in- 
fuocata e rapida, e ch'egli ha prima scritto che pensato. 
^ il diletto che ne di» mi pare che sia un po' parente di 
quello che proviamo nel vedere certi belli ma disperati 
mimah, annati d' unghioni e di tremende zanne, quando 
siamo ìu luogo di poterli vedere senza pericolo d' essere da 
e&si tocchi ed oflfesi. E tanto più riesce quel suo libi-o pia» 
cevole a leggerai, quanto che, oltre a quella viva e naturai 
pittura di se medesimo, egli ne dà anche molto rare e cu- 
rioaissinae notizie de' suoi tempi, e specialmente delle corti 
ài Roma, di Firenze e di Parigi ; e ne parla minutamente 



168 SECOLO xviri, 

di molte persont^, già a noi noto d'altronde, come a din, 
d'alcuni fimosi papi, di Francesco 1, del contestabile Jt 
Borbone, di madama d'Etampes, e d* altri per^naggi men- 
tovati spesso nelle storie di qne" tempi, mostrandoceli, non 
come sono nelle storie gravemente e snperfleialmente de- 
scritti da autori che non li conobbero dì persona, ma come 
apparirebbero, verbigrazia, nel semplice e famigliar discorso 
d'un loro confidente o domestico servidore. Sicché q ne sto 
è proprio un libro bello, ed unico nel suo genere, e che pun 
giovare assai ad avanzarci nel conoscimento della natura 
deir uomo. — (Dal n* 8 rìella Fruata Letteraria,) 



GIUSEPPE PARISI. 

Nacque in Bo&iiìo, paesello «ul lago di Palliano (partp dell' an^ 
ti co Eupili) in Brianau, il 23 lanaggio 1729, di cowj popùlartt come 
egli dlBse. Suo padre, negoziante di seta, lo condnsftc h Mìlin^ 
Bulla flne del 1738 b l'aftìdii alle curi; 4Ìì una zia^ Anna Panni v&^ 
dova Latta a da (G. CarDUuCJ^ Il Favini jtriutii piante , nella Xiwra 
Antologia dtìl 1^ gennaio 1886;, Circa il '45 audO a acuoia airisti- 
tato (le*CUerici regolari di San Paolo, dove insegnavano i Barna- 
biti, La zia, morendo, gli lasciò un' annua reudita per un bene fino, 
se egli sì fosse avviato al Hueerdozlo. Nel 1745 appunto, stodiniulo 
rettoriea, iuRCgnav» a! nipoti del canonico Agndio, uno dei Tra- 
iformtiti, a cui diresse più tardi il noto capitoìo in terza rìtiia. 
Cercò gnadaipo auehc e optando carte t'orenni ; pur sempre atten^ 
dendo assiduamente agli ntudj. Patto.si eonosecrc per i ]mmì vcr«i 
pabblicatì, fu amme.'^so, per opera del P^i^seroni^ nel T Accademia 
do' Trasformati dì MìtauOi fondata nel 1740 dal conte Imbonatìf t 
vi fti compagno dì P. Verri e del Beccaria (G. Carducci, L'àc- 
cacL dei Tj^asformati e O. P., nella Nuova Antoìoffia, 16 aprile- 
1" maggio 1 Sitivi), Fu anche della colonia insubre deirArcadia col 
nome di Darisho EUdonio. Nel 1751 il 14 giugno venne ordinato sa- 
cerdote : questi anni furono il perioda de' iiuoi studj maggiori e mi- 
glio n, nonostante le cure deU'uOicia di precettore nelle nobili case 
Borromeo^ Serbelloni^ Imbouati e D'Adda, ufficio che tenue sempre 
con dignità ; prova il fatto, che di ca*(a Se rb elioni dovette uflcire 
per aver preso le parti d* una giovinetta, figlia del maestro di ma- 
mta, ingiù sta mente schiaffeggiata dalla duchesiia* In questo tempo 
sostenne due fiere polemiche: una nel 17ìtti col servita p» Alessan- 
dro Banilii^ra, detrattore specialmente del Segneri; T altra col ^au 
antico maestro p. Branda, difendendo contro di luì, a nome dei 
Trasformati, i pregai del dialetto milanese e della Lombardia. Dopo 
il n&5 fu invitato a insegnare eloquenza e logica a Parma; ac* 



GIUSEPPE PARTHL 169 

cettè^ ittTecCf di coraptiare la Gn^zelta di Milane per incarico del 
«cute Fìrmìan, minìatro imperuMe, dal quale v^nne, poi, nominato 
professore di eloquenza nello scuole pillatine rette dai Ge&uitL 
I^ellTTS, e per tutto il resto della vita, iiiÉte^5 pnncìpj di belle 
arti nel Ginnasio di Brera, dorè ebbe anche alloggio. Ebbe qoalrhe 
amarezza per non avere se ritto l' elogio di Maria Tcrejia, che ^ìì 
era stato comnies&o da ila SocifM palHotti<^a dì cnì facRra parte. 
Istituita la repubblica ciaalpina^ con a capitale Milano, il Parini 
fu ascritto dal Bonaparte e dal Saliceti alla Mtinicipalità df Milano 
nel Téno tornitalo (per le finanze, beneficenza j ÌHtmiione)j ma lo 
stipendio di manicipaìUta TOlle dato ai poveri : ne fn licenziato, 
I"frehè di troppo libera opinione e parola^ da' commiasa ri Saliceti 
e Garrey: e eìù deve ascrive rgl isti ad onore. KestauratoHÌ il do- 
mlDio anstiiaco, non vide malvolentieri quietarsi la gazzarra de- 
mocratiea, e serbò incontaminato T amore onesto alla vera libcrtit. 
Era ormai vecchio, malato di una cateratta alToccbio dentro e 
d'idropisia alle gambe. Visse gli aitimi anni poveramente, nott 
peraltro iu vera raiseria. Mori in Milano ì\ 15 agosto del 1799. Fu 
sepolto, come lamentò sdegnosamente il Foscolo, fra' pUhti ìhitìdH ; 
ma da privati cittadini ebbe onori. Calimero Cattaneo pose nn^iacri- 
zioie sulla sua tomba nel cimitero di Porta Cornalina ; T astronomo 
Barnaba Oriaoi gli dedicò un busto nel portico mferiore del pa- 
lazzo di Brera; Rocco Marliani, ad Erba, nella Fiì/f» Autaìia eresse 
airamico un monamento, e la città di Milano nel 1837 gli innalzò 
trna statua, di fì'ODte a qaella di Cesare Beccaria, nel palazzo dì 
Brera. 

Diremo prima dello mie opere poetiche. I primi versi pubbli- 
tati dal Parini s* intitolano Aleune pofsif di Btjmno (Parino) Eh- 
fi/iiw, London^ Giacomo Tomaon, ma Milano^ Bianchi, 1753 (vedi 
O.f^ALV ADORI, Sludi m fLP., p. I, Roma, Metastaiio, 1889). Il 
Carducci {Il Farhii princijnanfet loc. cit.) scrivo : < Ripano En- 
piJiao nelle Alcune pt>e*ie. nembra bccho pur ora di montagna e 
stiascicasii i tappeti delle anticamere ì anoi scantoni fangomi for- 
l^lti che se gli abbia, passeri avanti, e pesterà altro cbe tappeti! » 

Alcune delle Odi furono scritte avanti che il poeta mettesse 
mano al Oiomo. L^ode Su la libertà ^ainijentrE {La vi la r^nttiea) 
Mei J757 1758; qnella A la jiiustr, cbe h T nltiina, del 17% 
'A. Bertoldi, DdVOde tilla vutsa di f4. i\, Firenze, Sansoni, 1889Ì. 
L^ odi pariniane banno il più spe^iso arfjoinento morale e civile, 
talora amoroso. Le migliori sono, caso non frequente, quelle degli 
filtìtui anni* Per quel che è la forma, fu ripreso it Parini dell'abuso 
^t asprezze e spezzature di fra>?e i arti fi tj meditati, del resto, a 
fu^r ia molle scioltezza di molti contemporanei. Il CAKDVf;i^l, 
^he, come poclii, lia studiato e intende l'arte pariniana, scrive 
(Cone. critiche, Farininnaj p. t5fl-l^ Uoma, 8ommaru^a, 1884) : 
' J^el giudizio ^oraaneniente recato intorno alle odi di Giuseppe 
furiai poco c^ ^ da aggiungere o da togliere e non molto da cor* 



170 SECOLO XVIIf. 

reggere. Anche nella lirica T abate milanese fu, per una parte, il 
uiaestro e duca di quella scuola neoclassica, la quale fece un po' più 
che comporre versi antichi su pensieri moderni ; e, per nn' altra 
parte, in certi tocchi che qua e là usò, netti, precisi e nervosi, ac- 
cennò anche, oltre ai limiti di quella scuola, a una rappresenta- 
zione del vero, più immediata che non soglia trovarsi nella poesia 
italiana, specialmente lirica, dopo il secolo decimoquinto.». Anche 
il Parini, come tutti, salvo l' Alfieri, i nostri poeti del secolo deci- 
mottavo, move dall'Arcadia ; anzi, si potrebbe fin dire, senza far- 
gliene colpa, che in Arcadia almeno il tacco del pie sinistro ce 
r ebbe sempre. » È noto però che i metri rielaborati dal Parìni rag- 
giunsero una squisitezza, che rimase sempre sconosciuta agli Arcadi. 

La prima edizione delle Odi è di Milano, Marcili, 1791 (dello 
stesso anno è un' edizione di Piacenza, Orcesi). Buona sovra tutte 
i> quella di F. Salveraglio, Bologna, Zanichelli, 1882 (vedi anche 
A.Cerquetti, Il testo più sicuro delle odi di G. P., Osimo,Bos- 
jìJ. 1892). De' commenti ricordiamo quelli di A. D'Ancona, Firenze, 
Le Mounier, 1884; di G. FiNZi, Torino, Paravia, 1884; di G. De Ca- 
stro, Milano, Carrara, 1890; di A. Bertoldi, Firenze, Sansoni, 1890 
(vedi anche B.Morsolin, La Magistratura di G,P,, negli Atti d'isi. 
rm.f t. II, serie III, 1883-84, p. 859 e segg., e A. Moschetti, No- 
tirelle parinianef nella Biblioteca delle scuole italiane, voi. V, n. 13). 

Al poemetto II Giorno il Parini pose mano fino dal 17G0 circa. 
Il testo presenta molte varianti per le continne curo datevi dal- 
l' autore. Il Mattino fu pubblicato anonimo nel 1763, il Mexsogiomo 
nel 1765, tutt' e due in Milano da G. Galeazzi ; il Vespro e la 
xVo«e, questa non compiuta, furono pubblicati postumi, nell'ed. del 
Reina di tutte le opere del Parini. Neil' '85, nella famosa ode Neh 
V inverno del 1785 {La caduta), ricorda che la patria lo incita di 
ffiìner fine al Giorno; ma alla cabala degli stampatori che l'aveva 
stomacato, s' aggiunse allora la ragione de' rivolgimenti politici, per 
i qnali perdeva valore di opportunità la sua satira, e il poema ri- 
mase incompiuto. Nel Giorno il poeta ài finge precettore d'atnahil 
rito a un giovin signore per le occupazioni proprie alle quìittro 
parti principali della giornata. Con ironia felicissima trnsfonnò il 
poema didascalico del sec. XVI, e ne fece mezzo potente ai canti 
Che il lombardo pungean Sardanapalo. Trattò materia veramente 
nostra; sferzò gli effeminati e corrotti costumi, che aveva potuto 
titudiar da vicino anche nelle case aristocratiche da lui freqnen- 
tnte, e levò nobile e non mai volgare né arrabbiata protesta coniti 
le ingiustizie sociali (G. Zanella, I costumi del secolo XVJII f 
Ut Poesia del Parini, nell' Antologia d. critica lett. mod, del MO- 
KANDI, p. 571 e segg; E. Bertana, Studj pariniani: la materia 
r il fine del Giorno, Spezia, Zappa, 1893). Nel Giovin signore non 
i\iisò certo il tipo d' un individuo, e tanto meno, come taluno af- 
fiTmò, quello del principe di Belgioioso. Il poemetto è intramez- 
2ato di graziosi episodj, come le favole di Amore e Imene, del- 



GIUSEPPE PARINl. 171 

r inreniiìone della cipria, del tric-trac, del canapè, V episodio della 
Vergine cuccia ec. « Ali* endecasillabo, dice il Cardvcci, seppe 
far prendere tutte qnasi le pose dell* esametro, seppe farlo nella 
tenuità sna limitata allungare, allargare, snodare, fargli simulare, 
direi, il pasAo del gran verso antico. > 

Dopo r edizione del Bbamieri, 1805, bnone edizioni del Giorno 
sono quelle del Colonnbtti (Milano, Classici, 1841), del Cantù 
specialmente (nel toI. L'ab. F. e la Lombardia, Milano, Gnoc- 
chi, 1854) e quella, non propriamente critica del resto, di A. Bor- 
gognoni (Verona, Tedeschi, 1892). Capitale studio sul poemetto 
è quello di G. Carducci, Storia del Giorno di G. P., Bologna, 
Zanichelli, 1892. (Citiamo anche il comm. di G. Pinblli al Mai- 
/ino, nel Propugnatore, voi. XVIII e XIX ; gli Stmlj pariniani di 
A. Borgognoni, nella N. Antologia, 16 settembre e 16 novem- 
bre 1889; P. Ferribri, Per un luogo del Giorno pariniano (Nuova 
Hoitegna del 27 agosto e 24 settembre 1893); G. Gabrielli, Pole- 
mica pariniana (ibid, n<> del 10 settembre 1893 ec). 

Il Giorno, come le Odi, fu tradotto in latino e anche in fran- 
cese ; eom' ebbe de* precursori, sebbene non veri e propri modelli, 
cosi ebbe imitatori, ma mediocrissimi, che il Parini medesimo chiamò 
rottivi scolari (v. AONBLLI, Precursori ed imitatori del Giorno ce. 
Bologna, Zanichelli, 1888). Poesie minori del Parini oltre le giova- 
nili, sono canzonette, poesie varie, piacevoli e satiriche, sonetti pa- 
storali, alcune rime in dialetto milanese : ma dimostrano spesso la 
fretta della composizione e V esercizio accademico o di passatempo. 
Ricordiamo fra le canzonette Le Nozze e II Brindisi e, tra le poesie 
giocose, il Capitolo al canonico Agudio (1759). Scrisse anche una 
cantata La figlia di Jefte, e un componimento drammatico VAsca- 
nxo in Alba (v. le Opp» nell' ed. del Reina, e A. G. Spinelli, 
Alcuni fogli sparai del Parini, Milano, Civelli, 1884). 

In prosa fu certo meno eccellente (v. i tre ultimi volumi delle 
fipp. nella cit. ed. Reina). Abbiamo Elogi accademici, il dialogo 
Della nobiltà, che è come V esposizione positiva delle idee che di- 
ventano strumento d'ironia e satira nel Giorno; il trattato De*prin- 
''ipii di belle lettere, frutto del suo in-segnamento, che dimostra con- 
cetti e vedute filosofiche assai alte e notevoli in un tempo in cui 
non s'era sentita ancora la voce del Foscolo dall' Università di 
Pavia. Si hanno anche discorsi, pensieri, pareri, e altre cose di mi- 
nima importanza. La forma delle prose pariniane è molto meno ricca 
ili pregi che non il suo stile poetico. 

Il Parini fu nella persona e nel tratto dignitoso, amabilissimo, 
<i' animo alto e gentile quale si è ritratto, con molta abilità, nella 
Caduta : di costumi intemerati, nonostante qualche amoretto mon- 
dano (G. BlADEQO, La contessa Silvia Cnrtoni Verza e Vab. G. P., 
nel FanfuUa d. Dom., II, 10). Dissenti, per reciproca antipatia, 
dalla scuola riformatrice del Verri (D. GxoLi, Questioni pariniajie, 
negli Studi letteràri, Bologna, Zanichelli, 1883). 



^^ 



173 SECOLO XVIII. 

Non ebb« vena facilissima, ina non gli maneù spessi jm4Ìjiio vert 
ispirazione lirica, che «ni mirJibitmcnte a forma eiaboratìssiiia. 
Sarà poi suo merito preciiino aver voluto e saputo rendere, s|ie- 
cialmente nello Odi e nel Giorno, U pocsiiv efficace Atruiof^nto di 
virt*"! e fli progresso pubblico e privato ([. Del LLmGOj 11 Parini, 
nelle Pagina IcUe rarità Bicordi, Firenze, Snneonij IWilL II Park: 
fn nm mirato Ja quanti dopo di Ini più onorarono le nostre lettere J 
celebrato ne' Sfpofrri rial Fosco lo^ nellu Vinone di Pari ni dil 
Torti j introdotto dal Leopardi net Dialogo U Pftrini^ ouvfru dtìì* 
Gloria : da V. Feriarì ritratto in mezzo alla società coRtejnpo- 
ranca nella commedia La Sadra e il Parini. Il GirsTl (utili 
prefazione alla scelta da lai curata di Versi e prose di (?./*►, Fi- 
renze, Le Monnier, ISóii) lo dico «ottimo precettore pubblicd ? 
privato, amico immutabile, magistrato integerrimo; in Ini fO!i- 
cordarono lo gcrittore coir uomo e l'uomo collo scrittore; e cii-wa 
detto a gloria di lui e a vergogna di chi è dt dnc pezzi, i^ La g^ 
nerazione presente studia e pregia amorosamente nel Pario! non 
solo r arto sqnisita, ma anche il nnovo e Tital imtrimento che di 
lui venne alla poesia, anzi alla vita italiana nelle sue più aobili 
ed alte manirei^tazioni. 

[Per la biografia, v. la vita di F. KsiNA premessa air ed- rtellf 
Opere, Milano, Classi ci, 1881-4 ; C. CANTtì, L'aò. P, eia /.omAardit 
nel at^c^ÌQ passato, Milano, Gnocchi, 1834; F ^ALVKRAOUO nella 
prefazione alia cit. ed. dello Odi; G. De Castro, Viin premessa 
alle Poesie di G. F., Milano, Carrara, 18tK) ; e anche il libretto sco- 
lastico di A. Giannini, La vita e tt opere di G. P., Salerno, fHV 
gli accio, 189L] 



Il mitiiiio dell'operaio e quello del patrizio Infingardo. 

Sorge il mattino in conipagnia dell'alba 
Dinanzi al Sol, che di poi grande appare 
JSu r estt^f^mo orizzotìto a render lieti 
Gli animali e le piante e ì campi e Toade. 
Allora il bnon \'illan sorge dal caro 
Letto cui la fedel moglie e i minori 
Suoi figliuoletti intiepidir la notte ; 
Poi sul dor^o poHando i sacri arnesi • 
Cile prima riti'ovar Cererò e l'ale/ 
Va, col bue lento innanzi, al campo, e scnote 
Per lo angusto sentìer da' curvi rami 
Il rugiadoso umor che, quasi gemma, 

* Deo (1oirAffrì(;oltnra e della Pastorizia. 



aiFBKPPE PARINI. 11$ 

I nascenti del Sol raggi rifrange. 

Sorge anche il fabbro allora, e la sonante 

Olìicìna riapre, e aÙ'opre torna 

L* altro dì non perfette: o se di chiave 

Ardua e fendati ingegni air inquieto 

Ricco r arche asse cura, o se d' argento 

E d'oro incider vuol gioielli e vasi 

Per ornamento a nuova sposa o a mense. 

Ma che? tu inorridisci, e niostin in IVonte, 
Qual istrice pungente, irti i capelli 
Al SU0J3 di mie parole? ah il tuo mattino, 
Questo, Signor, non è. Tu eoi cadente 
Sol non sedesti a parca mensa, e al lume 
Deir incei-to crepuscolo non gisti 
Ieri a posar, qual ne* tugurj suoi 
Tra le rigide coltri il mortai vulgo. 

A voi, celeste prole, a voi, concilio 
Di semidei terreni, altro concesse 
Giove benigno: e con filtrarti e leggi 
Per novo callo a me guidarvi è d' uopo. 
Tu tra le veglie e le canore scene 
E il patetico gioco* oltre più assai 
Producesti la notte ; e stanco alfine. 
In aureo eocchio, col fragor di calde 
Trecipitose rote, e il calpestio 
Di volanti corsie r, lunge a^n tasti 

II queto aere notturno, e le tenèbre 
Con fiaccole superbe intorno apristi ; * 
Siccome allor che il siculo paese 
Dair uno air altro mar rimljombar feo 
Fiuto col carro, a cui splendeano innanzi 
Le tede de le Furie angui crinite* 

Tal ritornasti ai gran palagi ; e quivi, 
Caro conforto a le fatiche ili nastri 
Venien per te pruriginosi ^ cibi 
E licer lieti di ftrancesi colli, 
E dMspani e di toschi, o T un gare se 

^ ÀppftAttìonato : ihiio noo per pajs^tetupo ma con )nt«h^ e qiiMi 
'blQro»a p«rt««lpazÌQne dell' animo. 

* Elrm nfto, non esa^ado i^uoralmeutQ ì)1timlQAte le strade, che ) liMicM^ 
curreati &! pari d«' cavAÌIIf portassero fìaccole in mano. 

^ EcGLlAntU ntuatzicaiiti ìì palata. 



i 



174 SECOLO xvrn. 

Bottiglia,' a cui dì vui'di cUore Bromio 
Concedette corona, o. disse ; Or siedi 
De le mense regina. Al fine il Sonno, 
Di propria mano sprimacciò le coltrici 
Mollo cadenti, ove, te accolto, il fido 
Servo calò le ombrifere coi-tine ; 
E a te soavemente i lumi chiuse 
Il gallo, elle li suole aprire altrui. 

Dritto è però die a te gli stanchi sensi 
Dai tenaci papaveri Morfeo 
Prima non solva, che già grande il giorno 
Fra gli spiragli penetrar contenda 
De le dorate imposte, e la parete 
Fingano a stento in alcun lato ì raggi 
Del Sol, eh' eccelso a te pende sul capo. 
Or (jui principio le leggiadre cure 
Dònno aver del tuo giorno; e quinci io debbo 
ScioiTo il mìo le^rno,* e co' precetti miei 
Te lìA alte imprese ammaestrar cantando. 

Già i valletti gentili udir lo ì^quillo 
De' penduii metalli,^ a cui da lungo 
Moto improvviso la tua mano impresse ; 
ìi eorser pronti a spalancar gli opposti 
Schermi a la luce, e rigidi osservai'o 
Che con tua pena non osasse Febo 
P^ntrar diretto a saettarti ì lumi. 
Ergi dunque U bel fianco, e si ti appoggia 
Ahi origli er, che lenti degradando 
AU'ómei'o ti fìen molle sostegno; 
Fé coir indice destro, lieve lieve 
Sovra gli occhi ti -aa e erri, e ne dilegua 
Quel che riman de la cimmeria nebbia : ' 
Poi do' labbri formando un picciol ai'co^ 
Dolce a vedersi^ tJicito sbadiglia. 
Oh se te in s\ gentile atto miriksjìe 
Il duro capitan, quando tra V arme. 
Sgangherando la bocca, un grido innalza 
Lacerator di ben eostrutti orecchi, 
Ondo a le squadre varj moti impone ; 

^ 11 TohiL 

' Comìndaro ì mìei ammaeatramGnti, dar prÌDespia airapt^n m^. 

^ Del campanello, * Le rolfquic dt^l sonno* 



GIUSEPPE PARINL JTJ 

S' ei te mirasse allor, certo vergogna 
^Avria di se, più clie Minerva iJ giorno 
Che, di flauto sonando, al fonte scor^^e 
Il turpe aspetto de le guanoo enfiate- 
Ma gii il ben pettinato entrar di nuovo 
Tao damii^el veggMo, Sommesso ei eliiede, 
Quale oggi più de le bevande usate 
Sorbir ti piaccia in preziosa taz^a. 
Indiche merci son tazza e bevande. 
Libra ì consìgli tuoL Ami tu Ibrse 
Porger dolci allo stomaco fomenti. 
Si che con legge il naturai calore 
V'ai'da tempmto e al digerir ti vaglia? 
Il cioccolattc eleggi, onde tributo 
Ti die il fìnatiraaleso, o il Caribeo 
Cile di lucide peno avvolto lia il crine. 
Ma se noiosa ipocondrìa t' opprime, 
ti'oppo intorno a le vezzose membra 
Adipe cresce, de' tuoi labbri onora 
La nettarea bevanda ove abbronzato 
Arde e fumica il grano a te d'Aleppo 
Giunto e da Moca,* che, di mille navi 
Popolata mai sempre, insuperbisce, 
Certct fu duopo che dai pristchi seggi 
Uscisse un regno,' e con audaci vele. 
Fra ì^traniere procelle e novi ni ostri 
E t^me e rischi ed inumane fkmì. 
Superasse \ confi n per tanta etade 
Inviolati ancora; e ben fu dritto 
Se Cortes e Pizzan-o^ umano sangirf^ 
Non lì^timAr (luel ch'oltre rocestno 
Scorrea le umane membra : e se, tonando 
E fulminando, al Un spietatamente 
Giù dai grandi bai zar o aviti troni 
Re messicani e generosi Incassi ; 
Poi che nuove cosi venner delizie, 
gemma de gli emì, al tuo palato. 

Cessi *1 cielo però cbe, in quel momenti 

^ La Spagna, al cui servizio Colombo ^co porse il imovo mondo. 
C^nquUtatoi i del MeBsii^o q del Peni, f to del (|ua1« erajto uhm* 



i f»' 



176 SECOLO xvin. 

Glie r eJetta bevanda a sorbir prendi, 
Servo indiscreto a te repente annunci 
il villano sartor, che, non ben pago 
D* aver teco diviso i ricchi drappi,^ 

Si i Oso sia ancor con pòlizza infinita 

J ^ Fastidirti la mente ; o di lugubri 

Panni * ravvolto il garrulo forense, 
Cui de' paterni tuoi campi e tesori 
11 periglio s' affida ; o il tuo castaido 
Che già con V alba a la città discese, 
Bianco di gelo mattutin la chioma. 
Cosi zotica pompa i tuoi maggiori 
Al di nascente si vedean d' intomo : 
Ma ta, gran prole, in cui si feo scendendo 
E più mobile il senso e più gentile, 
Ah sul primo tornar de' lievi spirti 
A r utUcio diurno, ah non ferirli 
D'ìmagini i?r sconce. Or come i detti. 
Come il penoso articolar di voci 
Smarrite titubanti al tuo cospetto, 
E tra r obliquo profondar d' inchini 
Del calzar polveroso in su i tappeti 
Le impresse orme soffrire? Ahimè, che, fatto 
Il ealutai^ licore agro e indigesto 
Ne le viscere tue, te allor faria 
E in casa e fuori e nel teatro e al corso 
Ruttar plebeiamente il giorno intero ! 

Kon attenda però ch'altri lo annunci 
Gradito ognor, benché improvviso, il dolce 
Mastro che il tuo bel pie come a lui piace 
Modera e guida.' Egli air entrar s' arresti 
Ritto sul limitare; indi, elevando 
Arabe le spalle, qual testudo il collo 
Contragga alquanto, e ad un medesmo tempo 
Il mento inchini, e con T estrema falda 
Del piumato cappello il labbro tocchi. 
E non men di costui facile al letto 
Del mio Signor t'inoltra, o tu che addestri 
A modular con la flessibil voce 

^ Hubanriotì sul panno. 

' Vefiiito il nero* com'era uso degli nomini di f5ro. 

^ li maestro di ballo. 



\ 



GIUSEPPE PAEINI. 177 

Soayi canti ; e tu, che insegni altrui 
Come- agitar con maestrevol arco 
Sul cavo legno armoniose fila.^ 

Nèy la squisita a terminar corona 
Che segga intorno a te, manchi, o Signore, 
Il precettor del tenero idioma 
Che da la Senna, de le Grazie madre, 
Par ora a sparger di celeste ambrosia 
Venne all' Italia nauseata i labbri. 
AU* apparir di luì V itale voci 
Tronche cedano il campo al lor tiranno ; 
E a la nova ineffabile armonia 
De* soprumani accenti, odio ti nasca 
Più grande in sen centra a le impure labbra 
Cb'osan macchìarse ancor di quel sermone 
Onde in Valchiusa fu lodata e pianta 
Già la bella Francese,' e i culti campi 
A r orecchio dei re cantati furo 
Lungo il fonte gentil da le belF acque.' 
Misere labbra, che temprar non sanno 
Con le galliche grazie il sermon nostro. 
Si che men aspro a' delicati spirti, 
E men barbaro suon fleda gli orecchi! 

Or te questa, o Signor, leggiadra schiera 
Al nuovo dì trattenga.... 

(Dal MaUino.) 

Origine della cipria. 

D' orribil piato risonar s' udio 
Già la corte d'Amore. I tardi vegli 
Grinzuti osar coi giovani nipoti 
GiÀ contender di grado in faccia al soglio 
Del comune lor Dio. Rise la fresca 
Gioventude animosa, e d'agri motti 
Libera punse la senil baldanza. 
Gran tumulto nascea; se non che Amore, 
Ch' ogni diseguaglianza odia in sua corte, 
A spegner mosse i perigliosi sdégni ; 
E a quei che militando incanutirò 

' n maestro di Tiolino. * La Laura del Petrarca. 

^ Anude alla Coltivazione de]!' Alamanni, scritta a FontaineUeau. 

IV. 12 



X78 SECOLO XVIII. 

Suoi servi apprese a simular con arte * 

I duo bei fior che in giovenile gota 
Educa e nudre di sua man natura: 
Indi fé* cenno, e in un balen fur visti 
Mille alati ministri, alto volando, 
Scoter lor piume, onde flocco leggera 
Candida polve,* che a posar poi venne 
Su le giovani chiome ; e in bianco volse 

II biondo, il mero e V odiato rosso. 
L'occhio cosi ne l'amorosa reggia 
Più non distinse le due opposte etadi, 
E solo vi restò giudice il tatto. 

Tu pertanto, o Signor, tu che se' 'l primo 
Fregio ed onor dell' acidalio regno,' 

I sacri usi ne serba. Ecco che sparsa 
Già da provida man la bianca polve 
In piccolo stanzin con l' aere pugna, 
E degli atomi suoi tutto riempie 
Egualmente divisa. Or ti fa' core, 

E in seno a quella vorticosa nebbia 
Animoso ti avventa. — Oh bravo ! oh forte I 
Tale il grand' avo tuo tra '1 fumo e 'l foco 
Orribile di Marte, furiando 
Gittossi allor che i palpitanti lari 
De la patria difese, e ruppe e in ftiga 
Mise l'oste feroce. Ei nondimeno, 
Fuliginoso il volto, e d'atro sangue 
Asperso e di sudore, e co' capegli 
Stracciati ed irti, de la mischia uscio, 
Spettacol fero ai cittadini stessi 
Per sua man salvi ; ove tu, assai più vago 
E leggiadro a vederse, in bianca spoglia 
Scenderai quindi a poco a bear gli occhi 
De la cara tua patria, a cui dell' avo 

II forte braccio, e il viso almo celeste 
Del nipote dovean portar salute. 

(Dal MatUno.) 



^ Per mezzo del rossetto, de] qua]o si spargeva la bianca gota dei 
vecchi. 

' La cipria che faceva parer bianchi anche i capelli dei giovani; e si 
aoJeva farla cadere dair alto sul capo, in uno stanzino ove si entrava co- 
perti di un accappatoio. '^ Del regno di Venere. 



GIUSEPPE PAKl^^l. Vt9 



Il giovln signore esce di casa. 

Compiuto è ii gran lavoit). C^di, o Sigi>ore, 
Sonar g\h intorno la ferrata zampa 
De" .superbi corsier, che irrequieti 
Ke' gi-and'atri sospign^s arretra e volgo 
La disciplina del r ardito auriga. 
Sorgi, e t'appresta a render baldi e lieti 
Del tuo nobile incarco i bruti ancora. 
Ma a possente signor scender non lice 
Da lo stanze superne iutin che al ÉJtdo 

al meriggio non abbia il coccbier stanco 
Durato un pezzo, onde T uoni snervo intenda 
Per quanto immensa via natura il parta 
Dal suo ^ignoi'e. Ur dunque i mici precetti 
lo seguirò; cbò varie al tuo mattino 
Portar dee cure il variar dei giorni. 

Tu dolce intanto prenderai sollazzo 
Ad agitar fra le tranquille dita 
Deli^oriuolo ì ciondoli vezzosi,.... 
Assai r auriga bestemmiò tìnora 

1 tuoi nobUi indugj : assai la terra 
Calpestaro i cavalli* Or via veloce 
Reca, o servo gentil, reca il cappello 
Clì*ornan fulgidi nodi; e tu frattanto, 
Fero genio di Mai-te, a guanlar posto 
De la stirpe de' Numi il caro fianco, 
Al mio giovino eroe cigni la spada ; 
Corta e lieve non già, ma, qual richiede 
La stagion bellicosa,' al suol cadente, 

E di triplice taglio armata e d' elso 
Immane. Quanto esser può mai sublime 
L' annoda pure, onde la impugni air uopo 
La destra furibonda in un momento. 
Né disdegnar con le sanguigne dita 
Di ripulire ed ordinar quel nastro 
Onde relso è superbo. Indnstt^e studio 
È di candida mano : al mio Signore 
DìaDzi donollo, e gliel appese al brando 



* Còtrs?» ali Olii il temiiù ileJlrt Buona, doi Sf!Ue ihhi. 



180 SECOLO xvm. 

L'altrui fida consorte a lui si cara. 
Tal del famoso Artù vide la corte 
Le infiammate d' amor donzelle ardite 
Ornar di piume e di purpuree fasce 

I fatati guerrier/ si che poi lieti 
Correan mortale ad incontrar periglio 

In selve orrende fra i giganti e i mostri. 
Volgi, o invitto campion, volgi tu pure 

II generoso pie dove la bella 

E de gli eguali tuoi scelto drappello 
Sbadigliando t' aspetta air alte mense. 
Vieni, e, godendo, nelF uscire il lungo 
Ordin superbo di tue stanze ammira. 
Or già. siamo air estreme : alza i bei lumi 
A le pendenti tavole vetuste 
Che a te de gli avi tuoi serbano ancora 
Gli atti e le forme. Quei che in duro dante* 
Strigne le membra e cui si grande ingombra 
Traforato celiar le grandi spalle, 
Fu di macchine autor; cinse d'invitte 
Mura i Penati ; ' e da le nere torri 
Signoreggiando il mar, verso le aduste 
Spiagge la predatrice Africa spinse. 
Vedi quel magro a cui canuto e raro 
Pende il crin da la nuca, e V altro a cui 
Su la guancia pienotta e sopra il mento 
Serpe triplice pelo? Ambo s'adornano 
Di toga magistral cadente ai piedi. 
L' uno a Temi fu sacro : entro a' licei * 
La gioventù pellegrinando ei trasse 
A gli oracoli suoi ; indi sedette 
Nel senato de' padri, e le disperse 
Leggi raccolte, ne fé' parte al mondo. 
L' altro sacro ad Igia.'^ Non odi ancora 
Presso a un secol di vita il buon vegliardo 
Di lui narrar quel che da' padri suoi 
Nonagenari udì, com'ei spargesse 
Su la plebe infelice oro e salute 

* I CATalieri detti della Tavola rotonda, 

* In pelle detta di Dante, ^ La patria. 
^ Alle scaole in grenere. 

* Legista r uno, l' altro medico, e l' ultimo, magistrato ciyieo. 



GTU8EFPE PARtNI. 181 

Pari £L Febo suo nume ? Ècco quel grande 
A cui SI fosco parruecon s' innalza 
Sopra la fVante spazìiosa, ù scj?ntÌG 
Di minuti botton serie infinita 
Lungo la veste. Ridi'? Ei novi aperse 
Studj a la patria ; ci di perenne aita 

I miseri dotò ; portici e vie 

Stese per la cittacle, e da gli ombrosi 
Lor lontani recessi a lei dedui^st^ 
Le piireonde salubri, e ne' quadrìvi 
E in mezzo a gli ampli tòri alto le fece 
Salir scherzando a rinfrescar la state. 
Madre di morbi popolari. Oh come 
Ardi a tal vista di beato orgoglio, 
Magnanimo garzon! — Folle: A cui parlo? 
Ei gìk più non m' ascolta : odiò que' celli 

II suo guardo gentil 5 noia lui prose 
Di si vieti racconti, e già s'affretta 
Giù per le scale impaziente. Addio, 

De gli uomini delizia o di tua stirpe» *• 

E de la patria tua gloria e sostegno ! 

Ecco che umili in bipartita schiera 

T' accolgono i tuoi servi. Altri già pronto 

Via se ne corre a*! annunciare al mondo 

Cbe tu vieni a bearlo; altri a le braccia 

Tìmido ti sostie n mentre il dorato 

Cocchio In salì e tacito e severo 

Sur un canto ti sdrai. Apriti, o vulgo, 

E cedi il passo al trono ove s'asside 

Il mio Signore. Ahi te mcschin s'ei perde 

Un sol per te de* preziosi istanti 1 

Temi il non mai da legge o verga o fune 

Domabile cocchier ; temi le rote, 

Che già pili volte lo tue membra in giro 

AvYolser seco, e del tuo impuro sangue 

Corser macchiate, e il suol di lunga striscia 

Spettacol miserabile! segnaro. 

(Da! M^Uin^.) 

Patriziato e plebe. 

Vero forse non è; ma un giorno é fama 
Ctie fur gli uomini eguali, e ignoti nomi 



<^; Tji ^jiH i^^vf 



182 SECOLO XVIII. 

Fur Plebe e Nobiltade. Al cibo, al bere, 

Air aecoppiarse d'ambo i sessi, al sonno 

Uno istinto medesmo, un'egual forza 

Sospigneva gli umani, e niun consiglio, 

Nulla scelta d'obietti o lochi o tempi 

Era lor conceduta. A un rivo stesso, 

A un medesimo frutto, a una stess' ombra 

Convenivano insieme i primi padri 

Del tuo sangue, o Signore, e i primi padri 

De la plebe spregiata; e gli stess' antri, 

E il medesimo suol porgeano loro 

Il riposo e l'albergo, e a le lor membra 

I medesmi animai le irsute vesti. 
Sola una cura a tutti era comune 
Di sfuggire il dolore, e ignota cosa 
Era il desire a gli uman petti ancora. 

L'uniforme de gli uomini sembianza 
Spiacque a' Celesti ; e a variar lor sorte 

II Piacer fu spedito. Ecco il bel Genio, 
Qual già d'Ilio su i campi Iride o Giuno, 
Lieve lieve per l' aere 1 abendo * 

A la terra s' appressa : e questa ride 
Di riso ancor non conosciuto. Ei move, 
E l'aura estiva del cadente rivo 
E dei clivi odorosi a lui blandisce 
Le vaghe membra, e lenemente sdrucciola 
Sul tondeggiar dei muscoli gentile. 
A lui giran dintorno i Vezzi e i Giuochi, 
E come ambrosia, le Lusinghe scorrono 
Da le fraghe del labbro ; e da le luci 
Socchiuse, languidette, umide fùora 
Di tremulo fulgóre escon scintille, 
Ond'arde l'aere che scendendo ei varca. 
Alfin sul dorso tuo sentisti, o Tewa, 
Sua prima orma stamparsi : e tosto un lento 
Fremere soavissimo si sparse 
Di cosa in cosa e, ognor crescendo, tutte 
Di natura lo viscere commosse : 
Come neirarsa state il tuono s'ode 



Scendendo. 



i 



GIUSEPPE PAKlNr. 183 

Che di lontauu nnìrnun'unilo viene, 
B con profondo suon di monte in moutts 
Sorge ; e la valle e Ja foresta intorno 
Mugg-on del fra^oi'oso alto rimbombo, 
Fineiiè poi se rosaci a la fé esonda piogg^ia^ 
Che gli uomini e le fera e i fiori o Terbo 
Ravviva, riconferU, allegra e abbella. 

Oh beati fra gli altri, oh cari al cielo 
Viventi, a c«i con miglior man Titìtno* 
Formò gli organi egregi e meglio tese, 
E di fluido agilissimo inondolU l 
Voi r ignoto solletico sentiste 
Del celeste motore. In voi ben tctsto 
La TO^Ha sMnIlammu, nacque ì\ desio: 
Voi primieri scopriste il buono, il meglio; 
Voi con foga dolcissima correE^te 
A possederli. Ali or quel de i duo sessi. 
Che necessario in prima era soltanto, 
D* amabile e di bello il nome ottenne; 
Al giuflizio di Paride fu dato 
Il primo esempio; tra feminei volti 
A distinguer s' apprese ; e fur sentite 
Primamente le Grazie. Allor tra mille 
&apor fur noti i più soavi: allora 
Fu il vin preposto all'onda, e il vin si elesso 
Figlio de* ti-alei più riarsi e posti 
A più fervido sol, ne' più sublimi 
Colli, dove più zolfo il suolo impingua. 
Cosi Tuom si divìse; e fu il signore 
Da i volgari distinto, a cui nel seno 
Troppo languir l" ebeti (ìbre^ inette 
A rimbalzar sotto i soavi colpi 
De la nova cagione onde fur tocctie : ^ 
E quasi bovi, al suol curvati, ancora 
Dinanzi al pnngol del bisogno andam ; 
E tra la servitute e la viltade 
E il travaglio e V inopia a vìver nati^ 
Ebber nome di Plebe. Or tu. Garzone, 
Che per mille feltrato invitte reni 



* Pronieffo. che mtane nell" JTomo la scintillìi mpitA al sola, 
' Meno sensibili alle Jivri [mprc'!ì^bni Jel pinct^re. 



184 SECOLO xvni. 

Sangue racchiudi,* poi che in altra etade 
Arte, forza, o fortuna i padri tuoi 
Grandi rendette, poiché il tempo al fine 
Lor divisi tesori in te raccolse. 
Godi de gli ozj tuoi, a te da i Numi 
Concessa parte ; e V umil vulgo intanto, 
Deir industria donato, a te ministri 
Ora i piaceri tuoi, nato a recarli 
Su la mensa regal, non a goderne. 

(Dal Meriggio,) 

li oagnoiino della signora. 

Or le sowien del giorno, 

Ahi fero giorno !, allor che la sua bella 
Vergine Cuccia, de le Grazie alunna, . 
Giovanilmente vezzeggiando, il piede 
Villan del servo con gli eburnei denti 
Segnò di lieve nota; e questi audace 
Col sacrilego pie lancioUa: ed ella 
Tre volte rotolò, tre volte scosse 
Lo scompigliato pelo, e da le vaghe 
Nari soffiò la polvere rodente. 
Indi, i gemiti alzando : Aita aita. 
Parca dicesse ; e da le aurate vòlte 
A lei r impietosita Eco rispose. 
E dair infime chiostre i mesti servi 
Asceser tutti ; e da le somme stanze 
Le damigelle pallide, tremanti 
Precipitare. Accorse ognuno ; il volto 
Fu d' essenze spruzzato a la tua Dama.* 
Ella rinvenne alfin : ira, dolore 
L* agitavano ancor; fulminei sguardi 
Gettò sul servo, e con languida voce 
Chiamò tre volte la sua Cuccia : e questa 
Al sen le corse; in suo tener vendetta 
Chieder sembrolle : e tu vendetta avesti. 
Vergine Cuccia, de le Grazie alunna. 



^ II cui sangue si è sempre più purificato di geuerazlone io fenen- 
zlone, passando per lungo ordine di magnanimi lombi, 

* Alla dama, della quale il giovin ngnore è cavalier serTeote. 



f 



GIUSEPPE PABINJ. 1S5 

L' empio servo trtìoiò ; con gli ocelli al suolo 

Udì la sua condanna. A tui non valso 

Merito quadrilustre ; a lui non valse 

Zelo d* arcani offici: in van per lui 

Fu pregato (* promosso ; ci nudo andonno. 

De le assise spogliato^' onde pur dianzi 

Era insigne a la plebe : e in van novello 

Si^or sperò ; che le pietose dame 

Inorridirò, e del misfatto atroce 

Odiar r autore, 11 misero si giacque 

Con la squallida prole^ o con la nuda 

Consorte a lato, su la via spargendo 

Al passeggero inutili lamenti ; 

E tu, vergine Cuccia, idoi placato 

Da le vittime umane^ isti superba. 

[Dal Mirigffifj,) 



Il Corto, 

Olà di eocchi frequente il Corso splende; 
E di mille che là volano rote 
Rimbombano le vie. Fiero per nova 
Scoperta biga il giovane leggiadro. 
Che cesse al carpentier gli aviti eampi» 
Là si scorge tra i primi. Air un de' lati 
Sdraiasi tutto, e de le ste^ito gambe 
La snellezza dispiega. A lui nel seno 
La conoscenza del suo merto abbonda, 
E con gentil sorrìso arde e balena 
Su la vetta del labbro; o da le ciglia, 
Disdegnando, de* eocchi signoreggia 
La tnrba infenor: soave Intanto 
Egli alza il mento, e il gomito protende; 
E mollemente la man ripiegando, 
I merletti tinissimi su Talto 
Petto si rìcompon con le due dita. 
Quinoi vien r altro cbe pur oggi al cocchio 
Da i casali pervenne; e giit s'ascrìve 
Al concilio de' Numi. Egli oggi impara 



DoUe p&triztfl lirr&o. 



';-'r^;',T">«, 



186 SECX)LO xvin. 

A conoscere il vulgo, e già da quello 
Mille miglia lontan sente rapirsi 
Per lo spazio de' cieli. A lui davanti 
Ossequiosi cadono i cristalli 
De' generosi cocchi oltrepassando; 
E il lusingano ancor per che sostegno 
Sia della pompa loro. Altri ne viene 
Che di compro pur or titol si vanta; 
E pur si affaccia, e pur gli orecchi porge, 
E pur sembragli udir da tutti i labbri 
Sonar le glorie sue. Mal abbia il lungo 
De le rote stridore e il calpestio 
De' ferrati cavalli e l'aura e il vento» 
Che il bel tener de le bramate voci 
Scender non lascia a dilettargli il core. 
Di momento in momento il fragor cresce, 
E la folla con esso 

Ecco le gravi 

Matrone, che gran tempo arser di zelo 
Contro al bel mondo, e dell'ignoto Corso 
La scellerata polvere dannare; 
Ma poi che la vivace amabil prole 
Crebbe, e invitar sembrò con gli occhi Imene, 
Cessero al fine 

Affrettan quindi 

Le belle cittadine, ora è più lustri 
Note a la Fama, poi che ai tetti loro 
Dedussero gli Dei * 

Il lor ventaglio. 

Irrequieto sempre, or quinci or quindi 
Con variata eloquenza esce e saluta. 
Convolgonsi le belle ; or su l' un fianco, 
0»^ su l'altro si posano, tentennano. 
Volteggiano, si rizzan, sul cuscino 
Ricadono pesanti, e la lor voce 
Acuta scorre d' uno in altro cocchio. 

(Dal Vetpro.) 

La conversazione. 

Loco è, ben sai, ne la città famoso 
Che splendida matrona apre al notturno 

^ Complici borghesi attrassero i patrizj alle loro coiiTersazioDi. 



GIUSEPPE PARINT. l&f 

Concilio de' tuoi pari^ a cui la vita 
Fora, senza di cì(V, mal ^mta e vile. 
Ivi le belle e di focf*nda pi-ole 
iDclite maiiri mi obì'vdr seri vanno 
Fra la sorte del gioco i liisti eventi 
De la sorte d* amore, onde fu il (riorno 
Agitato e sconvolto. Ivi ìe grandi 
Avole auguste e i genitor leggiadri 
De' già celebri eroi il son?.G e Tonta 
Volgon de gli anni a rìntuxr.ar fra Tire 
Magnanime del gioca Ivi la turba 
De la feroce gioventi'i divina 
Scenda a pugnar con le mirabil arme 
Di vaglìi giubboncei, d'atti vezzosi. 
Di bei modi del dir stamane appresi; 
Mentre la vanità fra il dubbio marte * 
Nobil furor ne' forti petti inspira; 
E con vario d est in dando e togliendo 
Le combattute palme, alto abbandona 

I leggeri vessilli air aura in preda.' 

Ecco che già di cento faci e cento 
Gran palazzo rifulge. AfuUiforme 
Popol di servi baldanzosatóonte 
Sale, scende, staggirà, Ui'to e fVagorc 
Di l'cjte, di flagelli e di cavalli 
Che vengono, clic vanno, e stridi e fischi 
Di gente che domandan^ che rispondono, 
Assonlan l'aria all'alte^ mura intorno. 
Tutto è strepito e Tiieirf- O tu elio porti 
La Dama e il Cavai ier, dolci mie cure, 
Primo di carri giiidator, qua volgi; . ^ ^^ 

E fra il denso di rate arduo cammino- ^'r" j% ,'. 
Con olimpica man splendi ; e d' un corso 
v-«y ^ Subentrando i grand* atri ì, a dietro lascia - . < 
. (^ Qual pria le porte ad occupar tendea. '^ 

Quasi a propria virtù pian da al gran fatto 

II generoso F!roe» plauda la bella 

Che con Tagil pensi er scorre gli anriglu * - " 
De le dive rivali, e novi al petto '^-^ 

* Kt! dnbbìoflo contrasto per la pntma dd pTÌomto. 
' LAse^a che mote voi mente prevalga i^ uno o r nitro* 



188 SECOLO xvin. 

Sente nascer per te teneri orgogli. 

Ma il bel carro s'arresta; e a te, Signore, 
A te, prima di lei sceso d' un salto, 
Affidata la Dea, Jieve balzando, 
Col sonante calc&^o il suol percote. 
Largo dinanzi a voi fiammeggi e gronde 
Sopra Tara de' Numi ad arder nato • 
U^oò II tesoro dell' agi.; * e a lei da tergo 
Pronta di servi m^no a terra proni 
Lo smisurato l^ifBo alto sospenda:' 
Somma felicità che lei separa 
. . Da le ricche viventi a cui per anco. 
Misere! sula via l'estrema ve^te -^^^f 
Per la polvere sibila strisciando. ' 

(DaUa NcUt,) 

V Educazione. 

Per la guarigione del giovinetto Carlo Imbonati. 

Torna a fiorir la rosa 
Che pur dianzi languia, 
E molle si riposa 
Sopra i gigli di pria. 
Brillano le pupille 
Di vivaci scintille. 

La guancia risorgente 
Tondeggia sul bel viso; 
E, quasi lampo ardente, 
Va saltellando il riso 
Tra i muscoli del labro 
Ove riede il cinabro. 

I crin che in rete accolti 
Lunga stagione, ahi! fòro. 
Sull'omero disciolti 
Qual ruscelletto d'oro 
Forma attendon novella 
D'artificiose anella. 

Vigor novo conforta 
L'irrequieto piede: 



^ Le colanti torcie di cera che rischiarano le scale. 
* Regga Io strascico: privilegio delle patrìzie. 



OrUSEPPK FABINL 189 

Natura ecco ecco il polla. 
Si che al vento non cede, 
Fra gli utili trastulli 
De' vezzosi fanciulli. 

mio tenero verso, 
Di chi parlando vai, 
Che studi esser più terso 
E polito che mai? 
Parli dei giovinetto 
Mia cura e mio diletto? 

Pur or cessò T affanno 
Del morbo ond'ei fti grave: 
Oggi r undecim' anno 
Gli porta il Sol, soave 
Scaldando con sua teda 
I figliuoli di Leda. 

Simili or dunque a dolce 
Mèle di favi iblei 
Che lento i petti molce, 
Scendete, o versi miei. 
Sopra Tali sonore 
Del giovinetto al core. 

pianta di buon seme. 
Al suolo, al cielo amica. 
Che a coronar la speme 
Cresci di mia fatica,^ 
Salve in sì fausto giorno 
Di pura luce adomo. 

Vorrei di geniali 
Doni gran pregio offrirti; 
Ma chi die liberali 
Essere ai sacri spirti? 
Fuor che la cetra, a loro 
Non venne altro tesoro. 

Deh! perchè non somiglio 
Al tessalo maestro 
Che di Tetide il figlio 
Guidò sul cammin destro?* 
Ben io ti farei doni 



* Belle fatiche che adopero intomo a te, come tuo precettore. 

* Al centauro Chirone. 



190 SECOLO XVIII. 

Più che d'oro e canzoni. 

Già con medica mano 
Quel Centauro ingegnoso 
Rendea feroce* e sano 
II suo alunno famoso; 
Ma non men che a la salma, 
Porgea vigore all'alma. 

A lui, che gli sedea 
Sopra la irsuta schiena, 
Chiron si rivolgea 
Con la fronte serena. 
Tentando in su la lira 
Suon che virtude inspira. 

Scorrea con giovanile 
Man pel selvoso mento 
Del precettor gentile, 
E con r orecchio intento 
D' Eàcide la prole 
Bevea queste parole: 

Garzon, nato al soccorso 
Di Grecia, or ti rimembra 
Perchè a la lotta e al corso 

10 t'educai le membra. 

Che non può un'alma ardita 
Se in forti membri ha vita? 

Ben sul robusto fianco 
Stai; ben stendi dell'arco 

11 nervo al Iato manco: 
Onde al segno ch'io marco* 
Va stridendo Io strale 

Da la cocca fatale. 

Ma invan, se il resto oblio, 
Ti avrò possanza infuso: 
Non sai qual contro a Dio 
Fé' di sue forze abuso 
Con temeraria fronte 
Chi monte impose a monte? 

Di Teti, odi, o figliuolo. 
Il ver che a te si scopre. 



* Vigoroso, forte, atto allo armi. 

* Alla meta da me segnata. 



GIUSEPPE PARINI. 191 

Dairalma orìgin solo 
Han le lodevoFopre: 
Mal giova illustre sangue 
Ad animo che langue. 

D'Èaco e di Pelèo 
Col seme in te non scese 
Il valor che Teseo 
Chiari e Tirintio rese: 
Sol da noi si guadagna, 
E con noi s'accompagna. 

Gran prole era di Giove 
Il magnanimo Alcide; 
Ma quante egli fa prove 
E quanti mostri ancide, 
Onde s'innalzi poi 
Al seggio de gli eroi ? * 

Altri le altere cune 
Lascia, o garzon, clie pregi: 
Le superbe fortune 
Del vile anco son fregi. 
Chi de la gloria è vago, 
Sol di virtù sia pago. 

Onora, o figlio, il Nume, 
Che dall'alto ti guarda: 
Ma solo a lui non fumé 
Incenso o vittim'arda. 
È d'uopo, Achille, alzare 
Nell'alma il primo altare. 

Giustizia entro al tuo seno 
Sieda, e sul labbro il vero; 
E le tue mani sièno 
Qual albero straniero 
Onde soavi unguenti 
Stillin sopra le genti." 

Perchè si pronti affetti 
Nel core il ciel ti pose? 
Questi a Ragion commetti, 
E tu vedrai gran cose: 
Quindi l'alta rettrice 



^ Pereh*eì possa poi ÌDoalzarsi al soggiorno degli eroi. 
> Come la mirra, che stilla i balsami preziosi. 



192 SECOLO xvni. 

Somma virtude elice.* 

Sì bei doni del cielo 
No, non celar, garzone, 
Con ipocrite velo 
Che a la virtù si oppone. 
Il marchio end' è il cor scolto 
Lascia apparir nel volto. 

Da la lor mòta han lode. 
Figlio, gli affetti umani. 
Tu, per la Grecia, prode 
Insanguina le mani: 
Qua volgi, qua V ardire 
De le magnanim'ire. 

Ma quel più dolce senso 
Onde ad amar ti pieghi, 
Fra lo stuol d*armi denso 
Venga, e pietà non nieghi 
Al debole che cade 
E a te grida pietade. 

Te questo ognor costante 
Schermo renda al mendico; 
Fido ti faccia amante, 
E indomabile amico. 
Cosi con legge alterna* 
L'animo si governa. 

Tal cantava il Centauro. 
Baci il giovin gli offriva 
Con ghirlande di lauro, 
E Tetide, che udiva, 
A la fera divina 
Plaudia da la marina. 

La caduta. 

Quando Orlon dal cielo 
Declinando imperversa, 
E pioggia e nevi e gelo 
Sopra la terra ottenebrata versa, 

* GovernaDdo i pronti affètti col consiglio della ragione ne Temumo 
fuori fatti egregi. 

' Con bella Ticenda di dolcezza e di fierezza, di bontà e di sdegno 
di amore al bene e di ayTenione al male. * 



GIUSEPPE PARTNL 198 

Ale spinto rk^ la iniqua 
Stagione, infermo il piede. 
Tra it t^n^o e ti-a T obliqua 
Furia de' carri, la città gir vede ; 

E per avverso passo, 
Mal fra gli altri scorgente, 
O per lubrico passo 
Lungo il cammino stramazzar Rovente. 

Rìde il fanciullo, e gli occhi 
Tosto gonfla commosso; 
Che il cubito o ì ginocchi 
Afe scorge o il mento dal cader percosso. 

Altri accorre; e, — Oh infehce 
E di men crudo fato 
Degno vat^! mi dice; 
E, seguendo il parlar, cinge il mio lato 

Con la pietosa mano, 
E di terra mi toglie, 
E il cappel lordo e il vano 
Bastoo dispersi ne la via raccoglie: 

Te ricca di comune 
Censo la patria loda ; 
Te sublime, te immane 
Cigno da tempo, che 11 tuo nome roda. 

Chiama gridando in tomo ; 
E te molesta incita 
Di poner fine al Giorno 
Per ed, cercato, a lo stranier ti addita. 

Ed ecco il debit fianco 
Per anni e per natura 
Vai nel suolo pur anco 
Fra il danno s trasci nando e (a paura : 

Né il si lodato verso 
Vile coechio ti appresta. 
Che te salvi, a traverso 
De^ trivj, dal furor de la tempesta. 

Sdegnosa anima! prendi. 
Prendi novo consiglio. 
Se il già canuto intendi 
Capo sottrarre a più fatai periglio. 

Congiunti tu non hai. 
Non amiche, non ville, 

IV. 18 



^wm^f^r^T'Vr^rY^'n^'^ì'^^V^^^'^^^j^n^T^'^^^tfi 



194 SECOLO xvin. 

Che te far possan mai 

Neir urna del favor preporre a mille. 

Dunque per Terte scale 
Arrampica qual puoi, 
E fa gli atrj e le sale 
Ogni giorno ulular de' pianti tuoi. 

non cessar di pòrte 
Fra lo stuol de' clienti, 
Abbracciando le porte 
Degr imi che comairaJtóD^i potenti ; 

E, lor mercè, penetra 
Ne' recessi de' grandi : 
E sopra la lor tetra 
Noia le facezie e le novelle spandi. 

0, se tu sai, più astuto 
I cupi sentier trova 
Colà, dove nel muto 
Aere il destin de' popoli si cova ; 
I E, fingendo nova ésca VAMft^.X'^ u. ->-v*A>r k • 

I Al pubblico guadagno, *^o c*fci ktA*Jf^{,x 
^ L' onda %Sfnmbvi, e pésca 
Insidioso nel turbato stagno. 

Ma chi giammai potria 
Guarir tua mente illusa, 

trar per altra via 

Te ostinato amator de la tua Musa? 

Lasciala : o, pari a vile 
Mima, il pudore insulti. 
Dilettando sgurrile 

1 bassi ^eViywétro al fasto occulti.* — 
Mia bile alfin, costretta 

Già troppo, dal profondo 
Petto rompendo getta, 
Impetuosa gli argini ; e rispondo : 

— Chi sei tu, che sostenti 
A me questo vetusto 

Pondo, e l'animo tenti . i r ^ 

Prostrarmi a terra? UmalioTsei, non ^{[^tò. 

Buon cittadino, al segno 

^ Bassamente vellicando i malvagi istinti coperti o occoltaii dalla rì: 
chezza. 



^.c f'^^^r^•. 



GIUSEPPE PARINI. lf>5 

Dove jiatura e i primi 
(^*;fr^<fiSt' ordinar, lo ingegno 

Guida così, che lui la patria estìmL I "f, t 

Quando poi d'età carco [ti A ^ ^ T" 

. Il bisogno lo stringe, ^ ^.ttC}^ '^^ ^^ Vt*-^ 

/ Chiedo opportuno e parco ^*^'' 
I Con fronte Uberai * che V alma pinge, 
E se i duri mortali 
A luì voltano il tergo, 
Ei 81 fo, contro ai mali, 
De la costanza suo scudo ed usbergo ; 

Né EÌ abbassa per duolo^ 
Né a' alza per orgoglio» — 
E, ciò dicendo, solo 
Lascio il mio appoggio, e bieco indi mi toglie. 

Cosi, grato ai soccorsi, 
Ho il consiglio a dispetto ; 
E privo di rimorsi. 
Col dubitante pie torno al mio tettOp 

U pericolo. 
Per Cecilia Tron^ venesiana. 

Invano invan la chioma 
Deforme di canizie, 
E r anima già doma 
Dai casi, e fatto rigido 
Il senno dair età, 

Si crederà che scudo 
Sien contro ad occhi fulgidi, 
A niobil seno, a nudo 
Braccio e air altre terribili 
Arme de la beltà. 

Gode assalir nel porto 
La contumace * Venere, 
E, rotto il fune e il torto 
Ferro,* rapir nel pelago 
Invecchiato nocchi er j 

^ Nobile, iasenua^ aou s fervile. 

^ ParsUtdQte nel zauhagio proposito, pertinace ali' ofTeaa. 

^ L' àncora a^duaca. 



w 



196 SECOLO xvni. 

E, per noYO periffUo 
Di tempeste, air arbìtrio 
Darlo del cieco figlio. 
Esultando con perfido 
Riso del suo pot^r. 

Ecco, me di repente. 
Me atesso, per T undecimo 
Lusti*o di già 9ceTidcnt6j 
Sentii vicino a porgere 
Il pie servo ad amor; 

Benché gran tempo al saldo 
Animo invan tentassero 
Novello eccitar caldo 
Le lusinghiera? giovani. 
Di mia patria splendor. 
Tu da ì lidi sonanti 
Mandasti, o torbid^Adria» 
Chi sola de gli amanti 
potea tornarmi a ì gemiti 
E al duro t^ospirar; 

Donna d' incliti pregi 
Là fra i togati principi. 
Che di consigli egregi 
Fanno V alta Venezia 
Star libei'a sul mar. 

Parve, a mirar, nel volto 
E ne le membra, Pallade 
Quando, V elmo a sé tolto. 
Fin sopra il tlanco acorrere 
Si lascia il lungo crìn : 

Se non che a lei dintorno 
Le volubili Grazie 
Dannosamente * adorno 
Rendeano ai guardi cupidi 
L' almo asipetto divin. 

Qual se, parlando, eguale 
A gìgli e rose il cubito 
Molle posava? Quale 
Se improvviso la candida 
Mano porgea nel dir? 

1 CoD altrui pericola* 



GIUiJi;Pl'E PABINL 197 

E a le nevi del petto, 
Chinandosi, da i morbidi 
Veli non ben costretto. 
Fiero deir alme incendio ! 
Permetteva fìiggir ^ 

Intanto il vago Iabro> 
E di rara facondia 
E d'altre insidie fabro. 
Già modulando i lepidi 
Detti nel patrio suon. 

Che più? Da la vivace 
Mente lampi ì^ooppiavano 
Di poetica face. 
Che tali mal non arsero 
L' amica di Faon ; 

Né quando al coro intento 
De le fanciulle lesbie 
ferrante violento 
Per le midolle fervide 
Amoroso velen ; 

Né quando lo interrotto 
Dal fuggitivo giovane 
Piacer cantava, sotto 
A la percossa cetera 
Palpitandole il sen. 

Ahimè 1 quale infelice 
Giogo era pi-onto a scendere 
Su la incauta cervice^ 
S' io nel dolce pericolo 
Tornava il quarto di! 

Ma con veloci rote 
Me, quantunque mal docile. 
Ratto per le remote 
Campaj^ne il mio buon Genio 
Opportuno rapi : 

Tal che, in tristi catene, 
Ai garzoni ed ai popolo 
Di giovanili pene 
Io canuto spettacolo 
Mostrato non sarà. 

Beasi, nudrendo il mio 
Pensier di catna imaprini. 



198 SECOLO XVIIL 

Con so&ye desio 

Intorno all'onde adriache 

Fre^juente volerò. 

Il messaggio. 
Per V inclita Nice (Maria vi Castelbarco). 

Quando novelle a chiedere 
Manda T inclita Nice 
Del pie eli e me costringere 
Suole al letto infelice. 
Sento repente V intimo 
Petto agitarsi del bel nome al soon. 

Rapido il sangue tì attua 
Ne le mie vene : in % ade 
Acre calor le trepide 
Fibre : m* aiToaso : cade 
La voce ; ed al rispondere 
Util pensiei-o invan cerco e sermon. 

Rìde, cred' io, paHendosi 
Il messo. E allor, soletto, 
Tutta vegg'ìo, con T animo 
Pien di novo diletto» 
Tutta di lei la ima^ne 
Dentro a la calda fantasia venir. 

Ed ecco» ed ecco sorgere 
Le delicate forme 
Sovra il bel fianco, e mobili 
Scender con hicid'orme/ 
Cbe ma! può la dovizia 
De Jr ondeggiante al pie veste coprir. 

Ecco spiegarsi e V omero 
E le braccia orgogliose. 
Cui di rugiada nudrono 
Freschi Mg astri e rose, 
E il bruno sottilissima 
Crine che sovra lor volando va: 

E quasi molle cumula 
Creecer di neve alpina 
La man, cJie ne le floride 

* Con Tisfbllo ÌTn];^rotsioti& «ulla v^ste, secoudo ìe foggo dei tempi. 



GIUSEPPE PAIONi, lift 

Dita lieve declina, 

Cara de' haci invidi»,* 

Che rlvei'f^iiza eontei^er poi sa. 

I^en può, ben può sollecito 
D'almo pudor eostuiiìe, 
Che vano ama dell' avide 
Laci render V acume 
Altre involar delizie, 
Tmmen^io intorno a lor volgendo vel ; 

Ma non celar la grazia 
Né il vezzo che circonda 
Il volto, affatto simile 
A quel de la gioconda 
Ebe, che nobil premio 
Al magnanimo Aloide è data in cìel. 

Kè il guaiolo che dìstìimula 
Quanto in altrui prevale ; * 
E vòlto poi con sùbito 
Impeto i cori assale, 
Qnal Parto sagittario, 
Che più certi, fuggendo, i colpi ottien. 

Né i labbri or dolce tumidi^ 
Or dolce lo se ristretti, 
A cui gelosi temono 
Gli Amori pargoletti 
Non ornai tutto a suggere 
Doni Venere madre il auo bel sen \ 

I labbri onde il sorridere 
Gratissimo balena. 
Onde reletto e nitido 
parlar, che t' alme attrena, 
Cade, come di limpide 
Acque lungo il pendio lene rumor; 

Seco portando e i fulgidi 
Sensi, ora heti, or gravi, 
E i geniali studi 
E i costumi soavi. 
Onde salir può nobile 
Chi ben d' ampia fortuna usa il favor.* 



T Vt70 desiderio. 

' Cb« TTiol dimostrarsi iticoQsftpevole della propria efficacia. 

* Pei quali può divGQCur nobile chi ben adopm lo molte riccboz^e. 



^p 



200 iàEcoLO xvm. 

Ahi 1 la Yìvaco inm^nue 
Tanto pareggia U vero, 
Che, del pie leso immemore, 
L'opra del mio pensiero 
Seguir già tento, e L'aria 
Con la delusa man cercando vo. 

Sciocco vulgo, a che mormori? 
A che 8u per le infeste 
Dita, rìdendo, noveri 
Quante volte il celeste 
A visitar© Ariete 
Dopo il natal mio di Febo tornò ? * 

A me disse il mio Genio 
Allor clf io nacqui ; L' oro 
Non lì a che te solleciti, 
Né rinane decoro 
De' titoli, ne il perfido 
Desio dì superare altri in poter. 

Ma di natura i liberi 
Doni ed affetti, e il grato 
De la beltà spettacolo, 
Te rende ran beato. 
Te di vagai'B indocile 
Per lungo tli speranze arduo sentier» 

Inclita Nice, d secolo 
Che di te s'orna e splende 
Arde già gli assi ; ^ V ultimo 
Luati'o già tocca, e acende 
Ad incontrar le tenebre 
Onde una volta giovinetto usci, 

E, gii vicine ai limiti 
Del tcmpOj i piedi e V ali 
Provan tra lor le vergini 
Ore, che a noi mortali 
Già. di guidar sospirano 
Del secol che matura il primo di. 

Ei te vedrà, nel nascere, 
Fiasca e leggiadra ancora 
Pur di recenti grazie 

^ Quftuto piiniftvoro sono pas^vntii [ter mu. 

* Precipita <fDbl velfH3« aJU mèta, che ^i n^r nrdonu gU a^sì deJIti ruot<> 



GIUSEPPE FARIXI. fìOl 

Gareggiar con T Aurora: 

E di inirarti cupido. 

De' tuoi begli anni farà lento il voi. 

Ma io, forse già polvere 
Che senso altro non serba 
Fuorché di te, giaceodomi 
Fra le pie zolle e V erba. 
Attenderò chi dicami 
Vale, passando, e ti sia lieve il suoL 

Deb : alcun che te neir aureo 
Cocchio trascorrer veggi a 
Su la via che fra gli alberi 
Sub urbana verdeggia, 
Faccia a me intorno l'aero 
Modulato del tuo nome volar. 

Colpito altor da brivido 
Religioso il con?. 
Fermerà il passo, e attonito 
Udrà del tuo cantore 
Le coramosae reliquie 
Sotto la terra argute sibilar.' 

A Silvia. 
Sul vestire alta ghiglioUina. 

Perchè al bel petto e air omero 
Con sùbita vicenda. 
Perchè, mia Silvia ingenua. 
Togli r indica benda 

Che intorno al petto e air ornerò,^ 
Anzi alla gola e al mento, 
Sorgea pur or, qual tumida 
Vela nel mare al vento ? 

Forse spirar di zetìro 
Senti la tiepid'óra? 
Ma nel giocondo Ariete 
Non venne il sole ancoi^. 

Ecco, di neve insolita 

■ ìfAndiàr fuori cumt» uu fii>ffiOf un t^uono* 

* La j^ran fa&ciA dt «età iiidiAaai chfi, «ticoudo Ja faggìa del tumpu^ 



202 SECOLO XVllL 1 

Bianco r ispido Verno 

Par elle, sebbcn dtìci-epito, 

Voglia serbarsi eterno, 1 

M* inganno? o il docil animo 
Già de' femminei riti 
Cùàe al potente imperio, 
E r altre belle imiti? 

Qual nome o il easo o il genio 
Al novo culto impose, 
Clio 81 dannosa copia 
Svela di gigli e mse if 

Che fìa? Tu ari-ossi? E dubbili^ ; 

Col guai'do al suol dimesso. 
Non so qnal detto mormori 
Mal da le labbra espresso ? * 

Parla. Ma intesi. Oh barban>. 
Oh nato da le dure 
Selei, chiunque togUei-e 
Da scellerat^t scure 

Osò quel nome, infamia 
Del secolo spietato, 
E die funesti augurii 
AI femminile ornato ; 

E con le truei Eumenìdi 
Le care Grazie avvinse, 
E dì crudele imai^ine 
La tua bellezza tinse ! 

Lascia^ mia Silvia ingenua, 
Lascia cotanto orrore 
All'altre belle, stupide 
E di mente e di core. 

Abi ! da lontana orìgine, 
Che occultamente nuoce. 
Anco la molle giovane 
Può divenir feroce. 

Sai de le donne es^imie 
Onde si chiara ottenne 
Gloria r antico Tevere, 
Silvia, sai tu che avvennp 

' P'ra il TAstii-tì a in vietimi, cbe consistevo itj un u astro rosso mr- 
Tolto al collOf il quak, p;is Bando fiotto le braccia e ìncrooiamlosì dietro. 
si fLanod&TQ. «ul putto. 



aruSEPPE PABINI, 203 

Poi che la spola e il frigio 
Ago e gli stud,] cari 
Mal ' si recaro a tedio, 
E i pudibondi lari, 

E con baldanza iniprovidaj 
Contro a gli eserapj primi. 
Ad ammirar convennero 
I saltatori o i mimi? 

Pria tollcraron facili 
I nomi di TereOj 
E de la maga colchica» 
E del nefario Atreo. 

Ambito poi spettacolo 
Ai loro immoti cigli 
Fuv ne le orrende favole 
I trucidati figli. 

Quindi, perversa V indolo 
E fatto il cor più fiero, 
Dal finto duol, già sazie, 
Corser sfrenate al veiN^, 

E 1^ dove di Ubìa 
Le belve in guerra oscena 
Empiean d* uria e di ft-emito 
E di sangue V arena. 

Potò air alte patrizie. 
Come a la plebe oscura. 
Giocoso dar solletico 
La soffrente iiatui-a- 

Che più? Baccanti e cupide 
D'abbominato aspetta,* 
Sol dall' uman pericolo 
Acut-o cbber diletto ; 

E da L gradi e da i circoli. 
Co' moti e con le voci 
Di già raascbili, applauaei-o 
A i duellanti atroci : 

Creando a sé delizia 
E de le membra aparte 
E de gli estremi aneliti 



*■ Con 1oiK3 daiiao. 

3 Desiderose di cose àbbom [Deboli n ToderaL 



■•■i 



204 SECOLO xvm. 

E del morir con arte. 

Copri, mia Silvia ingenua. 
Capri le luci; tìd odi 
Como tutti passarono 
Licenzioso i modi* 

li gladiator, terribile 
Nel giiardo e nel sembiante, 
Spesso fra i chiusi talami 
Fu ricercato amante. 

Cosi, poi cbe da gli animi 
Ogni pudor discioba^ 
Vigor da la libidine 
La crudeltà raccolse: 

Indi a i veleni taciti 
Si preparò la mano; 
Indi le madri ai'dii'ono 
Di concepire in vano- 
Tal, da lene principio^ 
In fatali rovine 
Cadde il v^or, la gloria 
Dt^ le dotme latine. 

Fuggi, mia Silvia ingenua, 
Quel nome e ij nelle forme, 
Che petulante indizio 
Son *li misfatto enoi'me, 

Non obliar le origini 
De la licenza antica. 
Pensaci, e serba il titolo 
D' umana e di pudica* 

Alla [Kuaa. 

Te il mercadantc, che con ciglio asciutto 
Fugge i flgti e la moglie ovunque il chiama 
Dura avarizia nel remoto Hutto, 

^fusa, non ama ; 
Né quei cui V alma ambiziosa rode 
Fulgida cura' ondo salir più agogna, 
E la molto fra il di temuta frode 
Torbido sogna; 

^ Desiderio dì Api end idi uOlcJ. 



GIUSEPPE PAHINL 2(J5 

Xè giovane che £ari_a tauro in-umpa 
Ove a la cieca pìi\ Venere pia<?e;* 
Né donna che d'amanti osi gran pompa 
Spiegar procace. 
Sai tu, vergine Dea, chi la parola 
>ro<lulata da te gusta od imita, 
Onde ingenuo piacer sgorga e consola 
L' unaana vita? 
Colui cui diede il eiel placido senso 
E puri aflFetti e semplice costume. 
Che, di se pa^o e dell'avito censo, 

Più non presume. 
Che spesso al faticoso ozio de' grandi 
E ali* urbano clamor s'invola, e vive 
Ove spande natura influssi blandi 

in colli o in rive ; 
E in gtuol d'amici numerato e casto, 
Tra parco e delicato al desco asside ; ' 
E la splendida turba e il vano fasto 
Lieto deride : 
Che ai buoni, ovunque sia," dona favore ; 
E cerca il vero ; e il bello ama innocente : 
E passa Tetà sua tranquilla, il core 
Sano e la mente. 
Dunque perchè quella si grata un gionio 
Del giovln cui die nome il Dio di Deb* 
Cetra si tace, e le fa lenta intorno 
Polvere velo? 
Ben mi sowien quando, modesto il ciglio, 
Ei già scendendo a me, giudice fea 
Me de* suoi carmi, e a me chi e dea consiglio, 
E lode avca. 
Ma or non più. Chi 8a? Simile a rosa 
Tutta fresca e vermiglia al Sol che nasce. 
Tutto forse di luì V eletta sposa 

L' animo pasce, 
E di bellezza, di virtù, di raro 
Amor, di grazia, di pudor natio 



* DoTtt lo sospingono 1 cicchi impulsi sens^ttUn 

* Sì asside alìn m&nsa, non faat4>sa o iiigon^brUt ma fi ce* di gtistosi cìbL 

* In quaianqufl condizione di fortuna sì tw^t 

' Di Febo d'Adda^ alunno carij ai Panni, sposo di fjfflflco. 



206 SECOLO xvin. 

L'occupa si, ch'ei cedo' o^i già caro 
Studio air oblio, 
Musn, mentr^ella il vago crine annoda, 
A lei t" appressa, e con vezzoso dito 
A lei premi T orecchio,' e dille; e t'oda 
Anco il marito: 
Giovi netta crudel, perchò mi togli 
Tutto iì mio D'Adda, e di mie cure il pregio 
E la speme concetta e i dolci orgogli 
D'alunno egregio? 
Costui di me, de' genj mìei ai accese 
Pria che di te. Codeste formi infanti 
Erano ancor, quando vaghezza il prese 
De' nostri canti. 
Ei t'era ignoto ancor, quando a me piacque. 
Io di mia man, per l'ombra e per la lieve 
Aura de' lauri, V avviai vèr V acque 

Che, al par di neve, 
Bianche le spume scàturÌT dairalto 
Fece Aganippe 11 bel destrier che ha Tale: 
Onde * chi beve io tra i Celesti esalto 
E fo immortale* 
lo con le nostre il volsi arti divine 
Al decente, al gentile, al raro, al hello ; 
Fin che tu stessa gli apparisti alfine 
Caro modello.* 
E se nobil per lui fiamma fU desta 
Nel tuo petto non conscio, e s'ei nodria 
Nobil fiamma per te, sol opra è questa 
Del cielo e mìa* 
Ecco, gift l'ale il nono mese or scioglie 
Da che .sua fosti ; e già, deh ti sia salvo !,* 
Te chi a pam ente inft*a le madri accoglio 
Il giovin alvo/ 
Lascia che a me solo un momento ei tomi ; 
E novo entro al tuo cor sorgere affetto 



^ Concede, uhhandonfi* 

• UBaTSUO eh antichi premer T orecchia (aure^i vellm) per riehianuire 
r attenzione altml a case dinmDticate. ^ Delle qualL 

^ linnt aggine rireat^ dì tutte cotQsU virtù. 
^ So ttin tendi : il Jtyh'o. 

* Fer segui non dubbj sei già nel novero delk madri. 



H 



MELCHIORRE CEBAROTTL 207 

E novo sentirai dai versi adorni 
Piover diletto. 
Pepò ch'io stessa, il gomito posando 
Di tua seggiola al dorso, a lui col suono 
De la soave andrò tibia spirando 
Facile tono ; ' 
Onde rapito ei canterà che sposo 
Già felice il rendesti e amante amato, 
E tosto il renderai dal grembo ascoso 
Padre beato. 
Scenderà intanto dall' eterea mole 
Giuno, cbe i preghi de le incinto ascoltti ; 
E vergin io della Memoria prole. 

Nel velo avvolta, 
Uscirò co' bei carmi, e andrò gentile 
Dono a farne al Panni, Itaìo cigno. 
Che, ai bnoni amieo, alto disdegna il vile 
Volgo maligno^. 

A Vittorio Alfieri. 

Tanta già dì coturni, altero ingegno, ^ t ^ 

Sovra r italo Pijulu orma tu stampi, ''^ "^ ' • '*'- 
Clie andrai, se te non vince o lode o sdegno, ^ 

Lungi dell'arte a sp aziar fra i campi. ^ir^^J^'ì '**^ 

Come dal cupo ove gli affetti han regno 
Trai del vem e del grande accesi lampi ! 
E le poste a' tuoi colpi anime segno 
Pien d' inusato ardii" scuoti ed avvampi ! 

Pereliè de tr estr o a i generoBÌ passi ^^_^ 

Fan eeppo i earmi ? e dove il pensier tuona 
Non risponde la voce amica e franca? 

Osa, contendi ; e di tua man vedrassi 
Cinger TI tali a omai quella corona 
Cbe al suo crin glorioso unica manca. 



MELCIIIOREE CESAKOTTl 

Nacque IVI Padova il ! 5 magfrio ITWdMJ lustre, ma poco ai^ÌRta 
famiiflia. Fectì gli atudj nel celebre se mina rio, ove poi iii«cgnù re- 
torica; apprese, coir alato di G* A* Volpi, anche le principali lingue 



208 SECOLO xyra, 

»trauìcre inodi^rJie» Nel 1760 fu a Venezia precettore in iiaaai Cfrì- 
mani» amico dì G. Gozzi ti di Carlo Sack ville. Nel 17tìS ebbf uf- 
ficio rfì lettore di greco ed (*b rateo tieir Universifà patria, ore fti 
anche segretario deirAe(!adeinia di aeìenzei le ti ere e arti. In Ar- 
cadi a ebbe il nome dì Meronie Lariifseo. Avverso dapprima alb 
propaganda rivolnzìonaria francese, non fn mal molto fermo nelk 
ane opinioni politiche (v- Mazzoni, Idee politirhe di M. €^ in 
Nuova Riv, Inl&maz.f voL II). Atìnlò il Bonaparto, da cni ì>cl IW 
ebbe pensione, grado dr professore goprannutii erario e ili agffiunfo 
libero nel comitato di pubblica istruzione : di tutto fu privato al 
ritorno degli austriaci; ma riebbe la pensione iiuando Ja Venedi 
fu anneasà al regno Italico ; da Napoleonf; fu creato cavaliere fi 
poi commendatore della corona di ferro. Mori nella sua vilU di 
Salvaggiauo il 4 novembre 180(8. 

Moltissimi sono fflì kc ritti in prosa e in verso lasciati dal Cesjk 
rotti, (I quaranta volumi delle Opere furono editi a cura del Ito- 
&ìni, MX Pifla, Soc. letteraria ; X-XXX VII Ftreu^P, MolM e Laudi; 
XXXVIIl-XL Pisa, Caparro, dai 1800 al 181H.) 

Dair amico inglese Carlo Sackville ebbe notizia di quella parte 
^ù'pwvti attribuiti ad Ossian, antico poeta caledonìo o gaelico e 
celtico, che il Macpherson aveva pubblicata in prosa, e traduci? 
quella prosa in sonanti verai h ciò Iti (F ad ova^ Cornino, 17&3); dette 
poi la traduzione delle altre opere dal Macpberaon pubblicate an- 
cora come di Ossian (Padova, Cornino, 3 779). La versione del Cesarotru 
oltreché per il contenuto, nuovo alla poeaia nostra, in qnel misto <li 
romantico tetro e di cavalleresco eroico, piacque grandemente per 
la forma, e non fu senza efficacia auir arte dell' Alfieri, che ne fece 
granili lodi, dèi Monti, del Fautoui e di altri {G, Zanella, / jjom» 
di Omnn e M. C, nei ParalUli letler.. Verona, Milnster, 1884, e dello 
stesso L'Ossian del Ccjarottif nella Antol. d. critica Utt, mod. del 
MORAKDi, p. 5GG). La Pronea (Provvidenza) ò un cortigianesieu 
poema, puro in verso sciolto, in lode di Napoleone, Il Ce,<«irotti 
wc risse altre molte poesie varie (Quattro nfìnelii di M. €. pubblicati 
da 8. GinARDo e L- Piccoli, Scbio, 188fì, per nojiasc). Con criterio 
poco retto, e non senza presunzione di migliorare gli antichi* tra- 
dunjc molto da varie lingue ; dai greco ^ Demostene e altri oratori 
greci, e il Froiiteteo di Es ubilo ; dal latin Oj le Satire di Giovensle, 
e dai moderni alcune tragedie del Voltaire e la famosa Elegia del 
Gray. Ma veramente cattivo gusto di traduttore mostrò nella vrr- 
ftìono prima letterale (come (quella del Macpberjion), e poi in verti 
sciolti, delP//tac?e, che ribattezzò Marte d' Eifore: versione, fii^ 
meritò il severo giudiscìo del Monti e la caricatura che ne fu fatta 
colla figura che rappreweutava una testa antica di Omero sopra 
una pe ridona vestita alla francese, a significare Omero tradotto. 

Ricordiamo alcune delle sue principali opere in prosa: Ci>^»^ 
di greca leitfratunj^ ; Saggio xuUa filosofia del gu$lo ; Saggio mUa 
filosofia d*llé lingue (17B&), nel quale soatenne ì diritti della libertà 



>rRLCniORRK CEgAROTTT. 20f* 

^fl itallanìtA del linffiiaggio fontro l'autorità deffli Hcrìtlori e l'uso 
del dialetto fiorentino. Con quoRt' opera, scrìve^fn i^^U al Napione, 
t?i .*j prefisse « di toglier la lincia al dospotinnio deir a n tonta e 
li capricci della moda e dell' uso, |>er metterla sotto il governo 
legittimo dplla ragione e del gimo: di fii^snre I prindpj fllesofleì 
per giudicare con fondamento della bellezza non arbitraria dei 
tfroiiiii, e per dirigere il maue^jgio della lingua in ogni Bua parte: 
di far tìgnalmente la guerra alla superstizione ed alla licenza per 
sastituirvi una temperata e giudiziosa libertà: di combattere gU 
i^ccessi^ gli abusi, le prevenzioni di ogni genere : di temperar le 
vane gare, le cieche iiarzialitit ; d' applicnr infine lo teorie della 
91o5otìa alla nostra lìngua, d' indicar ì nw£7À di renderla più ricca, 
pio disinvolta, più vegeta, più atta a reprgcr, in ogni maniera di 
w^etto e di 3tile, al paragone delle più celebri, come lo pn6 
senza dabbio, quando, saggiamente libera^ ì^appìa prevalersi della 
wa naturale iiìegbevolezza e fecfmdita (EpUtoìario scelto, Venezia, 
AlviJMjpolr, iH*i6t p. a)tì).» Ottimo concetto^ o piano com'egli diceva; 
ma che troppo libero lasciava il freno all'arbitrio ìndi? jd naie, e 
elle troppo spesso veniva ej^tr in secato in forme e modi alleni dalla 
tradizione paesana. Contro di luì, pur concordando in alcune cose, 
^ propugnando la purezza e V italianità della lìngua^ scrisse Fran- 
f'^o Galeani Napione piemontese ìl trattato JhÙ' uso e dei pretfi 
'^la lingua ilalìt^na (1791). * Nel progresso della questione, il Ce- 
^TÌ rappre&enteri la reazione contro le dottrine del Cesarotti, il 
Monti derivando da quelle rinteudimento ultimo e il metodo della 
critica (G. Mazzoni, Lu qutsliane ddla lingua Hai. nel sec. XVUI, 
M FoL Tra libri e cartt, Roma, Pasqualoccf, 1887). :» 

Per altre opere In prosa del Cesarotti, v. Ted. di G, MAZZONI 
(Bologna, Zanichelli, 1882). Rimangono del Cesarotti anche varie 
lftieFe,z\\e formano parecchi volumi dell" ed iz. delle Op^re complete. 
^1 aggiungano le Cento lettere ined. di M. C.a GiuAikta Reriier- 
ificAtóZ pubblicate da V. Malamant, Ancona, Morelli, ISSTj; altre 
pubblicate da G. Mazzoni (Nozze Basi- Vanzaìi), Padova, Gal- 
Ijfla, 1891 ; una da A. Fi ammazzo, Raccolta di UH. ined., 1 serie, 
Udine, Del Bianco, 1891 e e. 

Merito del Cesarotti è soprattutto q nel lo di aver divulgato ino- 
tM nuovi e additate fonti ignote di poesia ; ma nelT amore per la 
novità uscì da' confini della moderazione, cosi nel giudicare gli 
antichi come nel le^ferarc di lingua, il Cesarotti segna eolla varia 
operosità sua la fine d' un' epoca dì trans iz ione, dopo la qnale ap- 
Ittnsce sempre più manifesto il principio di iinel rivolgimento, che 
trrenne co»! nel gusto letterario come nelT ordinalo e nto sociale. 

(Vedi le biografie di A* Mexeghelli, Padova, 1817, e dì G.A* 
JUtìGi innanzi alle Opere scette, Milano, CI a issici, 1820.] 



IV. H 



\ 



T^ar^n 



fio SECOLO XYin. 



Notte d'Ottobre fn Scozia.' 

{"Cantore, Trista è la notte, tenebrìa s'aduna. 
Tintesi il cielo di color di morte : 
Qtii non ai vede né stella, né luna. 
Che metta il capo fuor dello aue porto. 
Torbido è U lago, e minaccia fortuna. 
Odo il vento nel bosco a ruggir forte. 
Giù dalla bal^a va scorrendo il rio 
Con roco 1 amente voi mormorio. 

Su queir alber colà, sopra quel tufo. 
Che copre quella pietra sepolcrale. 
Il lungo-urlante ed inamabiì gufo 
L*aer funesta eoj canto ferale. 

Ye've': 

Fosca forma la piaggia adombra: 
Quella è un'ombra: 
Striscia, sibila, vola via, 
Per questa via 

Tosto passar dovrà persona morta: 
Quella meteora de* suoi passi è scorta. 

Il can della capanna ulula e fremo, 
11 cervo geme — sul musco del monto. 
L'arborea ù'onte — il vento gli peroote; 
Spesso eì si scuote — e si ricorca spesso. 
Entro d* un fesso — il cavriol s'acquatta, 
Tra r ale appiatta — il francolin la testa. 
Teme tempesta — ogni uccello, ogni belva; 
Ciascun s'inselva — e sbucar non ardisce; 
Solo stridisce — entro una nube ascoso 
Gufo odioso; 

E la volpe colà da quella pianta 
Brulla di fronde 
Con orrid'urli a' suoi strilli risponde. 



^ * Cinqoe bardi cantori (scsrfve U Cesarotti preludendo a qaesw 
poosia non d^OssLun ma osi^ìanka g joceuto)» p^ssundo ]|^ notte in «^^ 
d^ uà sl^QOifO capo di triliii, il quak eia. nnch'e^so pootEi, u&drono i^i^^ 
le loro BBC reazioni ^opr?i lu tiuttts e cm^c^hodimo rìtcjraò c<^n uoji iusprcr- 
Ti sa d emendo DO della medisi Dia. Lu notto descritta è noi toese d'ottobre. 
noi noni della Scoila essa ha Tcmmcute tutta quella varietà, che i cts* 
tori lo attribuiscono. > ^ 



MELCmORRE CEMEOTTI. 311 

Palpitante, ansante, tremante 
Il perfl^rìn 

Va per sterpi, per bronclii, per apine. 
Per rovine. 
Che ha amarrito il iiio carnmio. 

Palude di qua. 
Dirupi di là. 

Teme i sassi, teme le grotte, 
Teme l'ombra della notte; 
Lungo il ruscello ineespieaudo. 
Brancolando 
Ei strascina T incerto suo piò. 

Fiaccasi or questa or quella pianta, 
11 sasso rotola, il ramo si schianta, 
L'aride lappole stra.scica il vento. 
Ecco un* ombra, la y&g^o, la sento; 
Tremo dì tutto, né so di che, 

Notte pregna di nembi e di venti, 
Notte gravida d'urli e spaventi! 
L'ombre mi volano a fronte e a tergo: 
Aprimi-, amico, il tuo notturno alberilo. 
^C3?»tore. Sbuffa '1 veuto^ In piofifiia precipitasi. 
Atri spirti già strillano ed ululano. 
Svelti i boschi dall'alto sì rotolano. 
Le fenestre pei colpì sì stritolano. 
Hugghia il lìume che torbido ingrossa; 
Vuol varcarlo e non ha possa 
L' affannato viator. 

Udiste qnellols^trido lamentevole? 
Egli è travolto, ei niuor. 

La ventosa, orrenda procella 
Schianta i boschi, i sassi sfraceHa : 
Già r acqua straripa. 
Si sfascia la ripa; 

Tutto in un fascio la capra belante. 
La vacca mugghìante. 
La mansueta e la vorace fera 
Porta la rapidissima bufera. 

Nella capanna il cacci ator si dei^ìta. 
Solleva la testa. 

Stordito, avviva il fuoco spento ! intorno 
Fumanti, 



n " ■ ii^^^^^^p 



212 SECOLO XVIIL 

situanti 

statigli i moi veltri : egli di scope i spessì 

Fessi rionipie, e con terrore ascolta 

Due goniì rivi minacciar vicina 

Alla capanna sua strage a rovina, 
Là sul tìanco di ripida rupe 

Sta tremante l'errante pastor. 
Una pianta sul capo risiioua, 

E r orecchio gli assorda e rintrona 

Il torrente cot roco fragor. 
Egli atteiide la luna. 

La luna cli*> risorga, 

E alla capanna co' suoi rai lo scorga. 

In tal notte atra e l'unosta 
Sopra il turbo e la tempesta. 
Sopra neri nugolo ni 
Vanno V ombre a cavalcione 

Pur è giocondo 
U lor canto sul vento: 
Cile d'altro mondo 
Vien quel novo concento. 

Ma già cessa la pioggia^ odi die sof^a 
L'asciutto vento. Tonde 
Si disgua^zano ancora, ancor le porte 
Sbattono : a mille a mille 
Cadon gelate ijtille 

Da quel tetto e da questo. Ohi ohi par veggo 
Stellato il cielo ì ah che di nuovo intoruo 
Si raccoglie ]a pioggia; ah cJio dì uuovo 
L'occidente s'abbuja. 
Tetra è la notte e buja, 
L'aer di nembi è pregno i 
Ricevetemi, amici, a voi ne vegno, 
3^ Cantore* Pur il vento imperversa, e pur ei strepita 
Tra l'erbe della rupe: abeti svolvonai 
Dalle radici, e la capanna schiantasi. 
Volan per Taria le spezzato nuvole, 
Le rosse stelle ad or ad or traspaiono 
Nunzia di morte Torrida meteora 
Fendo co* raggi T addensate tenebre. 
Ecco posa sul nf)onte : io veggo T ispida 
Vetta del giogo dirupato, e T arida 



MELCHruRHE CESAROTTI. 213 

Felce ravviso e V atterrata quercia. 

Ma chi è quel colà sotto queir albero» 
Prosteio in riva al lago 
Colle vej*ti dì morte I 
L*ooda si abatte forte 
Sulla scoglio&a ripa, è d'acqua caroa 
La ptccioletta barca : 
Varano e vengono i remi 
Trasportati dalFonda 

Ch'erra di scoglio in scoglio r oh! su quel eaaso 
Non slede una donzella? 
Che rta ? r onda rotante 
Rimira, 
Sospira, 

Misero Tamor sno ! misero amante! 
Eì di venir promise. 
Ella adocchiò la barca. 
Mentre il lago era chiaro : oh me dolente l 
Oimè questo è'I suo legno! 
Oimè questi i suoi remi! 
Questi sul vento i suoi sospiri estremi [ 

Ma già s'appresta 
Nuova tempesta. 
Neve in ciocca 
Fiocca, riocca, 

Biancheggiano del monti e cime e Hanchi ; 
Seno \ venti già stanchi. 
Ma punge V aria, ed è rigido il ciejo : 
Aceogìiotemi amici, io son di gelo. 
Cantore ^ Vedi notte serena, lucente. 

Pura, ftzzunm, stellata, ridente; 

1 venti fuggirò. 

Le nubi svanirò. 

Si fan gli ai'ijoscolH 

Più verdi e più belli ; 

Gorgogliano ì rivi 

Più freschi o più vivi ; 

Scintilla alla luna 

La tersa laguna. 

Vedi notte morena, lucente, 
Petra, azzurra, stellata, ridente. 

Veggo le piante rovesciate, veìjgo 



2ÓMÌ^ 



214 SECOLO xvnL 

i covoni che W vanto aggira e scioglìef 
Ed li cultor elle intento 
Si curva e li raccoglie. 

Chi vien dalle porte 
Oscure dì morte, 
Con pie pellegrin? - 
Chi vien cosi leve 
Con vesta di neve. 
Con candide braccia. 
Vermiglia la faccia. 
Brunetta il bel crin ? 
Qneata è la figlia del eignor si bella. 
Che poc" anzi cadeo nel suo bel flore. 
Deh t'accosta, t'accosta, o verginella. 
Lasciati vagheggiar, viso tV amore. 
Ma giù, si lììQye il vento, e la dilegua; 
E vano ò che cogli occhi altri la segna. 
1 venticelli spingono 
Per la valle ristretta 
■ La vaga nuvoletta; 
Ella poggiando va; 

Fincliè ricopre il cielo 
D' un oandìdetto velo. 
Che pili leggiadro il fa. 

Vedi notte serena, lucente. 
Pura, azzurra, stellata, ridente. 
Bella notte, più gaja del giorno; 
Addio, statevi amici, io non ritorno, 
5" Cantare. La notte è cheta, ma spira spavento. 
La luna è meBZo ira le nubi ascosa: 
Movesi il raggio pallido e va lento, 
S'ode da lungi l'onda romorosa. 
Mezza notte varcò, chèM gallo io sento: 
La buona moglie s' alza frettolosa, 
E brancolando pel bu jo s' apprende 
Alla parete, e '1 suo foco raccende- 

Il cacciator che già crede il mattino. 
Chiama i suoi lidi cani, e più non bada ; 
poggia sul colle, e Ischia per cammlao : 
Colpo di vento la nube dirada; 
I Ei lo stellato aratro a sé vicino 

Vede che fende la cerulea strada: 



MELClilOHEE CESAROTTL ' 215 

Ob, dice, egli è per tampo» ancora annotta 
E s'addormenta sull* erbosa grotta. 
Odi, odi ì 

Corre pel bosco il turbine, 

E nella valle mormora 

Un suon lugubre e stridulo: 

Questue la formidabile 

Armata degli spinti, 

Che tornano dall' aria. 
Dietro il monte si cela la luna 
Mezzo pallida e mezzo bruna: 
Scappa un raggio, e luccica ancora, 
E un pò* po' le vette colora: 
Lunga dagli alberi sceude V ombra, 
Tutto abbuja, tutto s' adombra : 
Tutto è orrido, e pien di morto; 
Amico, ah non tardar, schiudi lo porte. 
It^yì^norc, Sia pur tetra la notte, ululi & strida 
Per pioggia o per procella. 
Senza luna ne stella; 
Volino r ombre, e *1 peregrin ne tremi ; 
Imperversino i venti, 
Rovinino i torrenti, erriuo intorno 
Verdi-alate meteore ; oppur la notte 
Esca dalle sue grotte 
Coronata di stelle, e senza velo 
Rida lìmpido il cielo, 
È lo stesso per me : V ombra sen fugge 
Dinanzi al vìvo mattutino raggio. 
Quando sgorga dal monte, 
E fuor dalle sue nubi 
Riede giojoso il giovinetto giorno: 
Sol r uom, come passò, non Ja ritorno. 
Ove son ora, o vati, 

I duci antichi ? ove i famosi ve^ì ì 
Già della gloria lor passaro ì lampi. 
Sconosciuti, obliati 

Giaccion coi nomi lor, coi fatti egregi, 
E muti son delle lor pugne i campi. 
Rado avvien ch'orma stampi 

II cacciator sulle muscose tombe. 
Mal noti avanzi degli eccelsi eroi. 



m Y '> ^? 



21C SECOLO X^TIL 

Si passarem pur noi ; profondo oblìo 
GMnvoIvera: cadrà prostesa aitine 
Questa nmgion superba^ 
E i figli nostri tra l'arena oU erba 
Più non raTTiseran le sue rovine. 
E domandando andranno 
A quei d*etade e di ?ìaper più gravi: 
Dove sorgeari le mura alte degli avi? 
Sciolga usi cantici ^ 

L'arpa ritocchisi. 

Le conche girino; 

Alto sospendansi 

Ben cento fiaccole; 
* iSonzelle e giovani 

La danza intreccino 

Al lietx> siioHn 

Cantore accostiai, 

11 qua! raccontimi 

Le imprese celebri 

Dei re magnanimi» 

Dei duci nobili, 

Che pi^'t non son. 
Cosi passi la notte. 
Fin che il mattin le n ostile sale irraggi. 
Allor sìen pronti i destri 
Giovani della caccia, e ì cani e gli archi. 
Noi salireni sul colle, e per le selve 
Andrem col corno a risvegliar le belve. 

Varie dottrine intorno si linguaggio. — Nella elasse di^v^ 
letterati, clifj si dedicano parltcohirmente allo studio drtl* 
lini^ue, corrono per assiomi alcune opinioni, che mal foi>- 
date mal applicate, impediscono costa n temente il nii^li^ 
rament^i delle lingue medesime» Si crede da loro conimi^- 
mente che fra lo lingue altre abbiane qualche peccata 
d'origine, altre il privilegio speciale della nobiltà; che que- 
ste siano per se stesse essenzialmente in ogni lor parE£ 
colte, giudiziose, eleganti, per la sola ragione ciie apparten- 
gono a qualche privilegiata nazione; le altre barbare^ grò*" | 
solane, disarmoniche, incapaci d'essere abbastanza civili i- 
2ate, o purgato dalla loro intrinseca ruggine: si confond** 
colla lingua il di!ìlettf> dominante nella nazione, e si credonn 



MELCHFOREE CESAROTTL 217 

tatti ^li altri iDdegni di coDlluire air incremento ed abbel- 
Ijmanto di essa i si suppone che tutte le lingue siano rocì- 
ppocamente insociabili, elle il loro massimo pregio sia- la 
purità, eh© qualunque tintura di peregrinità le tmbastar- 
di:^ca e corrompa: si fissa la perfezione d'ogni lingua ad 
nn' epoca particolare per lo più remota, dalla quale quanto 
più 3i scosta, tanto più si degrada e peggiorando invetera t 
^'immagina che giunta a quell'epoca, ella sia ricca abba- 
:^tanza per supplire a tutti i bisogni dello spinto, e die 
rammentarla di voci o di modi non sia che un' affettazione 
Tiziosa che la guasta in luogo d* arricchirla: si declama coa- 
tro qualunque innovazione, e si pretende che la lingua possa 
a debba rendersi In ogni sua parto inalterabile; i termini, 
secondo le loro ma?!sime, non hanno veruna bellezza in- 
trinseca, ma tutto il loro pregio dipende dal trovarsi regi- 
strati in un qualche libro canonico: dualmente si stabilisce 
per principio fondamentale che Fuso, T esempio e T auto- 
rità dei grammatici sono 1 legislatori inappellabili io Tatto di 
lingua. 

Prendendo ad esaminare colla scorta della tllosolla la 
?t4>rìa dello lingue, accompagnandole dal punto della loro 
Dat tarale origine sino a quello del loro scioglimento, si ve-* 
drà, s' io non erro, risultarne alcune proposizioni quasi di- 
rettamente opposte alle precedenti. 

L Ninna lingua originariamente non è né elegante ne 
barbara, niuna non è pienamente e assolutamente superiore 
ad un* altra: poii^hè tutte nasi^ono allo stesso modo, comin- 
ciano rozze e nieischine, procedono con gli stessi metodi 
Isella formazione e propagazione dei vocaboli, tutte hanno 
imperfezioni e pregj dello stesso genere, tutte servono ugual- 
monte agli usi comuni della nazione che le parla, tutte sono 
piacevoli agli orecchi del popolo per cui i^on fatte, tutte 
ione suscettibili di coltura e di aggi u,-^ tate zza, tutte si pre- 
AJano ad un* armonìa imitativa, tutte si vincono e si cedono 
reciprocamente in qualche pregio particolare, tutte in fine 
hanno difetti che danno luogo a qualche bellezza, e bellezze 
cbe a* escludono altre, non meno pregevoli, Sicchò cotcsta 
farà di lingue, coteste infatuazioni per le nostrali o per 
le antiche o per le straniere, sono pure vanità pedantesche. 
La fìlosoda paragona a profitta, il pregiudizio esclude e vi- 
lipende. 

'L Niuna lingua è pura. Non solo non ne esiste attuai- 



21H ■' SECOLO xvm. 

mente alcuoa di tale, ma non ne fu mai, anzi noa paò es- 
serlo: poicliè una lingua nolla sua primitiva origine non si 
forma che dair accozzamento di varj idiomi, siccome un 
popolo non si forma die dalla nuDÌone di varie e disperde 
tribù. Questa originaria mescolanza dMdiomi nelle lingue d 
prova ad evidenza dai sinonimi dello sostanze, dalla diver- 
si tà d el 1 e declinazioni o e onj « gazi o n i , d air i rr ego! ari tà dei 
verbi, dei nomi, della sintassi, di cui abbondano le lingue 
più colte. Q^iindi la s^uppesta purità didio lingue, oltreché) 
è affatto falsa, è inoltre un pregio cbimerico, poiché \i\\^ 
lingua del tutto pura sarebbe la più meschina o barbuta 
di qttante esistono, e dovrebbe dirsi piuttosto un gergo che 
nna lingua. Poiché dunque molti idiomi contUiìrono a tbrmar 
ciascheduna lingua, è visibile che non sono tra loro inso- 
ciabili, che maneggiati con giudizio possono tuttavìa scam- 
bievolmente arricchirsi, e che questo cieco abborrimenio 
per qualunque peregrinità, ò un pregiudizio del paro in- 
sù sai sten te e dannoso al vantaggio dolio lingue stesse. 

3. Ninna lingua fu mai formata sopra nn piano prece- 
dente, ma tutte nacquero o da un istinto non regolato, e 
da un accozzamento fortuito. Quindi sarebbe una vanità il 
credere che le denominazioni, le metafore, lo maniere, le 
costruzioni d' una Ungua qualunque siasi abbiano, special- 
mente rapporto ai primi tempi, un pregio intrinseco, che 
le renda costantemente migliori di q nelle che poi^sono 
appresso introdnrvisi, in guisa che T alterarle, o poco u 
molto, sia un deteriorare la lingua e renderla scorrettR e 
barbara. 

4, Ninna lingua fu mai formata per privata o pubhUc'i 
autorità, ma per libero e non espresso consenso del mag- 
gior numero. Quindi ninna autorità d'un indiTiduo e d'un 
corpo può mai nemmeno in progresso arrestare o circoscri- 
vere la libertà della nazione In fatto dì lingua; quindi h^ 
nazione stessa, ossia il maggior numero dei parlanti, avrù 
sempre la fa^^oltà di mod ideare, accrescere e conllgurar la 
lingua a suo senno, senza che possa mai dirsi questa una 
lingua diversa, finché non giunge a perdere la sua strut- 
tura caratteristica. Quindi è ridìcolo il credere, come .*i 
crede e si alTerma, che la lingua latina, per esempio, fos^*^ 
men latina nel secolo detto di bronzo che in quel deìToro. 
benché forse potesse dirsi men pura, poiché neir uno e ncl- 
r altro era essa la lingua della nazione medesima, sempre 



MELCHIORRE LESARUTTL 219 

libera di Adottar nuovi termini e nuove fogge d*e3priniersL 
Ove gioverà osstervaro, che il lìbero consenso del maggior 
Dumero presuppone in cìaschedun individuo la libertà di 
Bervirsi di quel termine o di quella frase» clie gli sembra 
più acconcia, onde ciascuno pogtja paragonarla con altre, 
e quiodì sceglierla rigettarla; cosicché il grìudice della sua 
legittimità non pt26 mai esser un par ti co lare » che decida e^ 
cathedra sopra canoni arbitrar] e nieghi a quel termine la 
cittadinanza, ma ben?!Ì la mnggior parte della nazione che 
coir usarlo o rigettarlo o negligerlo ne mostri Tapprova- 
lione *l dissenso. E siccome nella lingua parlata (giacché 
ora noa si favella se non dì questa) il maggior nunìero del 
parlanti è quello che autorizza un vocabolo, cosi nella scritta 
UDa voce o una frase nuova non può essere condannata a 
priori sulle leggi arbitrario e convenziimali dei gramma- 
^ci, ma suir accoglienza che Tìen fatta ad essa in capo a 
(jaàlche tempo dal maggior numero degli scrittori, inten- 
deodo sempre quelli che hanno orecchio, sentimento e giu- 
dìzio proprio, non di quelli che sono inceppati dalle pre- 
venzioni d* una illegittima autorità, 

5. Ni«na bugna è perfetta: come non lo è yerun* altra 
delle istituzioni umane, 1 pregj delle lingue si escludono re- 
ciprocamente. Una collezione di termini proprj e distinti 
per ogni idea affogherebbe la memoria, e toglierebbe alla 
lingua la vivacità: il sistema dei traslati e delle deriva- 
zioni genera confusioni ed equivoci. La costruzione logica 
degF Italiani e Francesi rende la lingua più precisa e meno 
animata^ le inversioni de* Latini interessano il sentimento, 
u\ii turbano T intelligenza. Se però ni una lingua è perfetta» 
ognuna non per tanto può migliorarsi, 

6. Ninna lingua è ricca abbastanza, né puf> assegnarsi 
alcun tempo, in cui ella non abbia bisogno di nuove ric- 
i:hezze. Le arti, le scienze, il commercio prestano ad ogni 
iBoniento oggetti nuovi, che domandano di esser llssatì con 
nuovi termini. Lo spirito reso più sagace e pivt rillessivo 
raggira le sue idee sotto mille appetti diversi, le suddivide, 
li^j forma nuove classi, nuovi generi, ed aumenta 1* erario 
Ili t elle ttuale. Come lavorarci sopra senza vocaboli aggi nstntì, 
che si prestino alle operazioni dell'intelletto? Allora solo 
la lingna potrà cessar d'arricchirsi, quando lo spirito non 
arra più nulla da scoprire né da rirlettere. È dunque un 
operar direttamente contro T oggetto e'I fine della lingua. 



220 SECOLO xvin. 

it pretender di toglierle con un rigor mussulmano il germe 
della sua intrinì^eca fecondità. 

7, Ninna lingua è inalterabile. Le cause dell'alterazione 
sono inevitabili e necessarie. Mala lingua si altera in due 
modi: dal popolo e dagli scrittori. La prima alterazione 
cadendo sulla pronunzia, sulle desinenze, sulla sintassi, tende 
lentamente a discioglierla, o agevola una rivoluzione vio- 
lenta: quella degli scrittori cade piuttosto sullo stile che 
sulla lingua; di cui se altera i colori, ne conserva però la 
forma, forse anche a perpetuità. 

8. Ninna lingua è parlata uniformemente dalla nazione. 
Non solo qualunque differenza di clima suddivide la lingua 
in varj dfalettì, ma nella stessa città regna talora una sen- 
sibile diversitft di pronunzia e di modi. Le diverse classi 
degli artefici si formano il loro gergo; i colti, i nobili hanno 
anebe senza volerlo un dialetto diverso da quello del volgo. 
Tra ì varj dialetti uno diviene il predominante, e questo 
prodoniinio è dovuto ora all'autorità d'una provincia sopra 
le altre, ed ora al merito degli scrittori. Il secondo titolo 
potrebbe rispettarsi come valido, ma quello dell' altro è ta- 
lora mal fondato e illegittimo. 

IL E qui cade in acconcio di esaminare se il predominio 
d' un dialetto giovi o nuoca maggiormente alla lingua. Esso 
giova : 1" perchè fissa in qualche modo l'anarchia della pro- 
nunzia; 2° perchè accerta un sistema di costruzione, essendo 
meglio rtnalmente una sintassi, qualunque siasi, che cento; 
3** perchè comincia a render la lingua più polita, invitando 
i pi fi colti ad esercitarvisi; 4"* perchè ne facilita l' intelli- 
genza agli stranieri, a cui basta di apprendere un solo dia- 
letto per profittar di ciò che in esso si scrive, e per inten- 
dere ed eg^er intesi dalla classe più ragguardevole. Ma 
dair altro canto il dialetto dominante pregiudica per molti 
capi alla lingua : 1* Perchè abbandona al volgo e condanna 
air ìneoltura e al dispregio altri dialetti non punto inferiori 
ad esso, a forse talor più pregevoli ; 2« impoverisce l' era- 
rio della lìngua nazionale, defraudandola d'una quantità di 
termini e d'espressioni necessarie, opportune, felici, ener- 
giche, che si tp3vano negli altri dialetti; 3*» genera un gusto 
fattizio e capriccioso ; altera il senso naturai delle orecchie, 
introduco lo i^lmpatie e le antipatie grammaticali ; 4"* auto- 
rizza le irregolarità ed i difetti già preesistenti in quel dia- 
letto, li trai^forma in virtù col nome di vezzi di lingua, » 



VITTORIO ALFIERI. 221 

produce false nozioni d'urbanità e di barbarismo, deducendo 
le nne e le altre non dalla ragione, ma dalfuso. Cosicché 
sarebbe forse da desiderarsi, che, siccome appresso i Greci, 
tutti i dialetti principali fossersi riputati ugualmente nobili, 
e si maneggiassero ugualmente dagli scrittori. In tal guisa 
sarebbero essi tutti a poco a poco divenuti più regolari e 
più colti, la nazione avrebbe avuto una maggior copia di 
scrittori illustri, giacché più di uno riesce eccellente nel 
proprio idioma vernacolo, che si trova imbarazzato e si 
mostra appena mediocre in un dialetto non suo: finalmente, 
da tutti questi dialetti approssimati e paragonati fra loro 
avrebbesi potuto formare, come appunto formossi fra i Greci, 
una lingua comune, che sarebbe stata la vera lingua nazio- 
nale, la lingua nobile per eccellenza, composta d'una scelta 
giudiziosa dei termini e delle maniere più ragguardevoli, 
lingua che sarebbe riuscita ricca, varia, feconda, pieghe- 
vole, atta forse a prestarsi colle sole derivazioni sue pro- 
prie, senza l'aiuto di linguaggi stranieri, alla modificazione 
leiridee antiche e alla succession delle nuove, che sMntro- 
'lucono dal ragionamento e dal tempo. — (Dal Saggio sulla 
filosofia delle Lingue, p. I.) 



VITTORIO ALFIERI. 

Fin quasi agli ultimi giorni scrisse di sé medesimo il conte 
Vittorio Alfieri nella Vita e lasciò molte e preziose notizie ne^Oior- 
r^ali. Ricordiamo, riferendoci a qnella e a questi, le sue princi- 
paJìssime vicende. Nacque in Asti il 17 gennaio del 1719 da pa- 
renti « nobili, agiati, onesti », Antonio Alfieri e Monica Maillard di 
Toumon. (SuU' etimologia del cognome Alfieri, che egli nel sonetto 
Sul nome nio mostrò errando di vedere in Aquilifer^ v. O. Bacci e 
P. Rajna nella Vita Nuova, anno II, num. 42 e 44.) Perduto, ancor 
bambino, il padre, fu affidato alle cure d' uno zio, mentre la madre, 
<:he egli amò e stimò sempre, come apparisce dalle lettere a lei 
dirette, passò ad altre nozze. Fu ingabbiato, com'egli dice, il 1° ago- 
sto 1758 neir Accademia di Torino, dove studiò poco e male in otto 
aytni d* ineducazione. Ne usci finalmente, e fu porta-insegne nel reg- 
gimento di Asti (1766) ; ma, ottenuta licenza, cominciò subito a viag- 
giare, da prima con un aio inglese, per Italia, Francia, Ingrhilterra, 
^ 'landa ; però come un vandalo osservando poco, e correndo molti 
ri** hi. Dopo una breve dimora in patria, riprese ancora a viaggiare 
per l'Europa, e poi si ridusse a Torino, dove menò oziosa e disutile 
vita per molto tempo, finché, mentr'era preso nella rete d'una terza 



222 SECOLO XTin, 

piiaaìone aitiorosa per \tK iiiarches;^ Tnrinrjttì di Prie, che asBistevi 
in una nialuttìii quani come ioferiDiere, bì sentì cbimiiare foderaecto 
a nobili Btndi e a vita jriorios», con inclìnassioni^ speciale re reo h 
poesìa drammatica, (Qucsf episodio è il BO|:getto d*un lavoro dr^Tii- 
matiyo dì P. FbrUARI, Una poUrotìa niorica.) Allora ** rimi*ftoi*ù 
il pedttgogù, ostinandoitl neffli aludj principtili^ coni' egli dice. (Dei 
atioi Btn(l> e de'anoi libri parla G, Mazzatikti, Le carte alft- 
riano di MoTitpeltier, j\t] Giani, st or. d. leti. i(aL, IIIj 9", ^^^7; IX, 
49 e ^%gg.\ V, anche F. NfJVATl, Alfieri a Ce^anneA.im] FanfuUa 
d. Jìomrnkaj II, fJ7.ì Tornò in Toscana col proposito di appren- 
dere r italiano, che sapeva alla pcgsif> come W francese; a Stpm 
fece ainiciaia eoa qnd Gori-Gandellinij che fn coirà bate Valpergsidi 
Caluiso, da lui conosciuto in Lisbona, il migliore suo amico, A Fi- 
renze conobbe la contesHa Luimi d' AlbuEiy, fif^lia dt Guatavo Adolfo 
principe di Stolberg-Goldcrn e moglie di Carlo Odoardo Stnart 
p re tende nto al trono inglese. Questo cbe egli chiamù degno amort 
coltivò per ttitta la vita (A, lìEUMOKT, Die GrUrfin von AìÌìoìì^, 
Berlino, 1860; e Gli uHItuì Sfuitrdi, la conletifta d' Alhany e V.A^ 
neir Arnh. »tor. Hai., IV »er, yol. Vili, Ifttìt, p. m e 5eg.; A. D. 
PeRTcEUO, Gli idtlmi Stuardi t Y.A.^ nella Riv. Europta, ll^r 
ffìngno, p. G83 e aegO- Colla con tesaa d'Ai hany visse qnasi sempre, 
dopo che si separa dal marito e dopo la morte di luì, aegnendol^ 
nelle varie dimore, ma alìoatanandoiiene t^lorapernnove perc:^- 
nazioni. Alla sorella Giiiliii, moglie del conto Giacinto Canale di 
Cumiann, donò, facendo un vitalizio, tntto il suo (6 aprile 1778l 
Colla sua amica fn sorpreso in Parigi dai tumulti rivoluasionaij. e 
corse perìcolo nella vita e nefflì averi; ma tornarono dnalmente, per 
le Fiandre e la Germania, in Italia. Egli concepì in q^ueate circostanze 
sempre maggior odio contro i Francesi, che aveva amati poco aa- 
cbe prima (A. Meb.SKBI, Xo rivoluzione francese e V. A., Pistoia, 
Popolo piatoiene, 189:11, A Firenze si dettB alacremente a itudiare 
il greco e, come egli dice^ Uivaniio poi bctmhÌ7ieHi''ainenU dalVttttrt 
qu^si che spuntata la diffifoHà del greco, inventò V ordiììe rf^Ouwro 
f *e n^ créa a'J-Mjtf^rp f^at^aliero. Nel testa™ ente solenne del X4Ui- 
glio 179^ istituì erede universale la contessa d^ Alba uv% che a Ini- 
morto in Fi roti zo il 18 ottobre 1803, fece erigere in Santa Croce 
un monumento, opera del Canova. 

L'edizione completa i\m' Opert dell' Alfieri è dMtaUa (PisaX 
CapnrrOj 1805-15, in 2l* volumi. 

La produzione tragica alfleriana sMnìzìa eolì^ abbozzo della 
(Jìeopatràj e dura tino al 1789, nel quale anno fu compiuta rediziom? 
parigina delie tragedie. Importantissimo v il Parere delP aufore 
/filile tfiff? tragedie, e qua e là in tutti i suoi KC ritti si trova dìchiainto 
ampiamente il concetto e il proposito che egli ebbe presente n**I 
comporle (vediuo i luoghi riferiti da U, fìniLi.J fiotto il titolo^'V^'- 
tiem e arte di K A*, neired. delle Tragedia di V.A. »teUe et.^ Firenie, 
Sansoni, ISBd). Tragediabili stimava Quel soggetti nei quali appt* 



TITTOEIO ALFTEKL 223 

rw eccJtajEione potente di pasBioni o buone o cattive; e ir voleva 
ritrarre colla massima brevità, con unità dì tempo e di luogo, 86- 
c^iìido tjoo aeberaa che egli stesso capeva uniforme. Gli argo meliti 
pfpferìti ftirono greci o romani, tranne per aei tragedie ( A. G, Danesi, 
Saggio crUÌ€0 fuUe tragedie di argomento greco di F. J,, Urbino, 
Rocchetti, 1887). Per il verBo rAIfleri riconobbe dover molto al 
L>5arotti, la cni traduzione oBiìanica drammatiEzò in dialoghi e 
tinflate con lunga paKienza (G. Mazzoni, Otaì,an e K^», nel vo* 
timi e In BiòlioUca, Roma, Sommaniga, 1883), Può riprendersi il 
m{ì verso di certa durezza e spezzatura, ma, del reato, eaao ai 
adatta e corrisponde beniasimo al voluto tipo della tragedia. (La 
prima edizione delle tragedie è ili Siena, Panizzi e Carli, 1783 e 
cotj tiene dieci tragedie in tre volimiL 1/ i-d. di Parigi, Didot, 17H7-89, 
contiene in cinque volumi diciannove tragedie ; tre furono pubbli- 
cate nelle Opere postume, Londra^ ma Firenze, Piatti» 18(H, colla 
tTomelùgedia V Abelej che non ebbe fortuna i v. Saggio bibUogra- 
ho delle stampe, nell' ed. dclJc tragedie fatta da C. MlLANBSii 
Firenze, Le Mounier, 1855). Ricordiamo il Filippo^ che fu una delle 
rriuie, Btesa dne volte in prosa francese, come fece anche d'altre, 
f* versificata ben sei volte (N. iMrALLOMEKi, Il Filippo deW A., 
Co^^euia, Prìncipe, 1890j e del medesimo II < Polinice » deiVA., nel 
Qiùm.&ior. d. lett. ital., voi. S XI, fasci, p. 70 e segO; e inoltre, 
V Oreste e il 8avl che è ancora gindicato il suo capolavoro, rap- 
presentato raaravigliosamente da G. Blodena (Bona zzi, G. Modena 
nd Saul dell'Alfieri, neW AntcL d. erU. di L. MORANDl^ p. 589). 
II Saul del Lamartine e inferiore a quello dell'Ai fieri, che ha pregi 
Terameute singolari, anche in confronto colle altre tragedie (v* la 
studio di B. ZuMBiNl nella Nvovm Antologia del V* aprile 18W5, e 
il Soul dtlVA. t quello del Lamariine^ negli Studi di letterMaLàì 
F Col AG Rosa o. Verona, Tedeschi, 18^2), 

In versi scrìsse anche sei commedie, stese da prima in prosa. 
Quattro formano una tetralogia politica, e voglion di m oh C rare ch^ 
il miglior governo è quello che è misto di forme varie e fondato 
nulla voloutà popolare (L' uTin, I pochi, I troppi, L* Antidoto). Due 
erimmedic non politiche sono i La finesfrintt e II Divorzio. Mostrano 
r attitudine deir autore ;illa satira sociale e non mancano di pregj, 
schhene ne sia difettosa e non limata la v^^rsiflcazionc (F. No vati, 
L' A. p^tla comico, negli Slìidi eriiici e leUerarij Torino, Loe* 
scher, 1889; v» Saggi di versifiùazione della Mandragola nello 
Mrriito citato del Mazzatinti). Il MÌÈogallo è una raccolta di 
^trsi e prose contro i Frane e si ^ de^ quali T Alfieri odio vivamente 
le prepott^nze rivoluzionarie. Le Satire in terza rima sono dicias- 
sette conipresio il prologo, e sono d* argomento sociale. Fra j^u epi- 
grammi alcuni sono molto arguti e ben riusciti (F. FALhKfirni, 
VA. poeta 9atiricoy Lanciano, Carabba, WXi. Sugli Scritti satirici di 
VA. è in corso di stampa uno studio del dott. G* A. Fabrìs). É da 
notare che le idee misantropiche e rabbiose dell' autore gli eran ca> 



2M SECOLO xvrn. 

gumetalorii <li Jj»Ui gindixj iieraonalii politici y «oemli {Il Misùgaìla, 
ìe Sortire e gli epigrammi edUi e inediti di R A.^ per (rnra dì 
R. Rknibk, Firtìnzo, HanHoni, 18&Ì). BtirÌBse findie un poeinetto i« 
ottarn rima, L* Efruria Nberaia, per celebrare Loren^ina nccisortì 
iÌGÌ duca Alessandro (A. Faianj, V. A. e L. De Medici^ nel periodico 
Ln Rmidfi, anno IV; ìHS*y^ nutn. 43-44 j, o pocftic liriche varie, ìUcbih^ 
delle quali bellìft^ime o che meriterebbero mio studio j^peciale 
(G. A. Fabkes Seiaonein di V^ A., Udine, Tip. Cooperativa, l^t*i!). 
In prosarlo hcritto più notevole è la Vita^che cominciò uH UiX); 
non sempre pura di eloeuKionc, ma di grande efliciicisi i! franchczw 
di stile e, dopo quella del Ccllini, una ik-lle più singolarmente ca* 
ratteri8tiche fn% le autobiogratie celebri italiane. Importanti sono 
i Giornali (ed* Teza, Firenze, Le Monnier, 1*^01) e le Ltittrf 
(LélL fd. e in ed. di V. A. pubh ficaie da G. Mazzatixti, TorÌD», 
Konx, 1890^ ove è la bibliofi^ralia delle altre stampe^ Fra le prci?* 
sono ricordevoli i due libri JJel principe e dei! e htlere e i due Btlla 
iirannidet ne' quali alza la voce o contro i principi mecenali o 
contro il dispotismo. Frutto dei ano! tardi^ ma tenaci studj rou^' 
t rad n Eioni da Sallustio, \XM Emide^ di tragedie greche, delle i?awf 
di Aristofane ee. 

L' Alfieri tentò co rag*noBa mente la via della gloria e vi per- 
severò cou operosità maravìgliosa. Più famoso rimarrà sempre p( r 
le sue tragedie, che erano ormai forma d' arte nniver&file, per l't-r 
ceìlenza cui l'avcvan portata i ]>oeti del secolo di Luigi XIV. £ 
se h lecito notare poca verità nella rappreseli fazione dei fatti i' 
qualche asprez^sa e diauguaglianza nello HtileT non m deve disco- 
noscere la grande for^a di certi caratteri cbe ei ritrasise, ami ìn^ 
ci se col terrìbile 

OdUtor dtj' tìrAnni 

pugnalOf ondo Molpouiono 

lui fra jirl' jt4il] i^pirti udeco armò. fPjmiin,) 

Qnde r odio di che lo gratificarono preti e princìpi» e anche crìtiii 
malevoli (v. le difesi e chu ne fa F. De Sanctis contro il Jaaiiij 
nei Saggi critici, Napoli, MoranO| 1881), L'efReacìa sua, del resto, 
fu maggiore sulla f^enerazioue del Foscolo e dei Leopardi, sicché 
anclf egli, come i maggiori scrittori italiani d) qnt^ tcmpo^ ha il 
vanto tr air er cooperato graudemente al rimiorauiento civile e ujo* 
rale delP Italia, e a ragione disse di lui appunto il Leopardi che 
dalla *cc rio motae guerra ai (iraTini. L'uomo poi non è meno im- 
portante dello scrittore; ben giudicato dal Villcraaiu un démQcrttif 
fvttdal, po^te de la mèdilation mliiaire. Carattere morale grandr- 
mente complesso, nel quale non siolo fu straordinaria la forza dì 
volontà, ma raherigia, e, eolle bizzarrie le più strambe, la bonli 
deir animo e la sincerità de* sentimenti religiosi (A. D'AxcoxA, 
Q. Polidori e F.j4., nelle Var. stor, e Icilerar,^ Milano, Treve^i 1^*^- 
11,147; D, Berti, La volontà ed il sentimeTìio religioso ncfl«t?i^<i r 



VITTORIO ALFIERI. 225 

nelle opere di V.A.f in Scritti vari, Torino^ Roux, 1892, 1, 13). Esem- 
pio, ad ogni modo, maraviglioso di rigenerazione morale. 

Riferiamo alcuni passi del Gioberti {Pensieri e giudizi, rac- 
colti da F. Ugolini. Firenze, Barbara, 1887). « E l'ufficio che fece 
in nniversale, rispetto a tutta la Penisola, lo esercitò piti special- 
mente riguardo al nativo Piemonte, avvezzandolo civilmente a te- 
nersi per un membro d'Italia, e letterariamente a pensare e seri- 
vere nella sna lingua. L'opera deirAlfieri fu proseguita nelle varie 

Provincie da molti valorosi L'Alfieri, come poeta illustre 

e aniator di libertà, ha dei compagni ; come restitutore del genio 
nazionale degV Italiani, non ebbe competitori ne maestri. Quest'o- 
nore è suo privilegio, e gli assegna un seggio unico fra le glorie 
nostre. Che gl'Italiani abbiano un genio nazionale loro proprio, 
pare mia trivialità a dire : non per tanto il primo che concepì di- 
stintamente questa formola, non poteva essere un volgare inge- 

Uiio Il rinnovamento del ceto civile nella Penisola, e 

la creazione dell'Italia laicale, è dovuta a Vittorio Alfieri, che, 
nuovo Dante, fu il vero secolareggiatore del genio italico nell' età 
più vicina, e diede agli spiriti quel forte impulso, che ancor dura, 
e porterà quando che sia i suoi frutti. E non solo l'Alfieri gittò i 
semi dell'Italia secolare, libera e forte, ma scòrto da non fallibile 
augurio, conobbe che questa Italia risiede essenzialmente nel ceto 
medio, che è in effetto il ceto principe, e non nei chierici, nei no- 
bili, nella plebe, come per l' addietro; onde, sebben patrìzio di na- 
scita, di educazione, d' istinto, derise i titoli, calcò gli stemmi, e 
fu il primo de'nostri, che alzasse francamente l'insegna e perorasse 
con ardita facondia la causa dei popolani. E se non seppe avvertire 
tutte le condizioni richieste alla compita instaurazione di questa 
elasse, egli ne scórse chiaramente due, che importano assaissimo, 
<' le insegnò, colle parole, colla penna e coli' esempio. » 

[S. CentOFANTI, Saggio sulla vita e sulle opere di V. A., pre- 
messo all' ed. delle Tragedie, Firenze, Società editrice, 1842 ; A. Te- 
deschi, Studj sulle tragedie di V. A., Torino, Loescher, 1876 ; 
0. Carducci, F. Alf. ne' Primi saggi, Bologna, Zanichelli, 1889. Di 
molti autografi alfieriani tratta l'articolo citato del Mazzatinti ; 
degli autografi che sono nella Laurenziana s' occuparono nelle ci- 
tate cdiz. C. MiiiANBSi ed E. Teza ; vedi anche C. C, 1 manoscritti 
^d i libri di V. A. legati alla Braidense, nell' Arch. storico lom- 
f^ardo, anno XIII (1886), fase. II.] 



1 p/imi non-studj nell' Accademia di Torino. — In età di 

nove anni e mezzo io mi ritrovai ad un tratto traspiantato 
in mezzo a persone sconosciute, allontanato affatto dai pa- 
renti, isolato ed abbandonato per così dire a me stesso; 
perchè quella specie di educazione pubblica (se chiamarla 

IV. 15 



226 SECOLO xvin. 

pur vorremo educazione) in nessuna altra cosa fuorché negli 
studj, e anche Dìo sa come, influiva su Y animo di quei gio- 
vinetti. Nessuna massima di morale mai, nessun ammae- 
stramento della vita ci veniva dato. E chi ce V avrebbe dato, 
se gli educatori stessi non conoscevaAo il mondo né per 
teoria né per pratica? 

Era r Accademia un sontuosissimo edificio diviso in quat- 
tro lati, in mezzo di cui un immenso cortile. Due di essi lati 
erano occupati dagli educandi; 1 due altri dal Regio Tea- 
tro e dagli Archivj del Re. In faccia a quésti per l'appunto 
era il lato che occupavamo noi, chiamati del Secondo e 
Terzo Appartamento ; in faccia al teatro stavano quei del 
Primo, di cui parlerò a suo tempo. La galleria superiore 
del lato nostro chiamavasi Terzo Appartamento, ed era de- 
stinata ai più ragazzi ed alle scuole inferiori: la galleria 
del primo piano, chiamata Secondo, era destinata ai più 
adulti, de' quali una metà od un terzo studiavano all'Uni- 
versità, altro editicio assai prossimo all'Accademia: gli altri 
attendevano in casa agli studj militari. Ciascuna galleria 
conteneva almeno quattro camerate di undici giovani cia- 
scheduna, cui presiedeva un pretuccio chiamato assistente; 
per lo più un villan rivestito, a cui non si dava salario 
nessuno ; e con la tavola sola e V alloggio si tirava innanzi 
a studiare anch' egli la teologia o la legge all'Università; 
ovvero, se non erano anch' essi studenti, erano dei vecchi 
ignorantissimi e rozzissimi preti. Un terzo almeno del lato 
ch'io dissi destinato al Primo Appartamento, era occupato 
dai paggi del Re in numero di 20 o 25, che erano total- 
mente separati da noi, all' angolo opposto del vasto cortile, 
ed attigui agli accennati Archivj. 

Noi dunque giovani studenti eramo assai male collocati 
così ; fra un teatro, che non ci toccava di entrarvi se non 
se cinque o sei sere in tutto il carnovale; fra i paggi, che 
atteso il servizio di corte, le cacce e le cavalcate, ci pa- 
reano godere di una vita tanto più libera e divagata della 
nostra; e tra i forestieri finalmente, che occupavano il Primo 
Appartamento, quasi ad esclusione dei paesani; essendo una 
colluvie di tutti i boreali ; Inglesi principalmente. Russi e 
Tedeschi, e d'altri stati d'Italia: e questa era più una lo- 
canda che una educazione, poiché a ninna regola erano 
astretti, se non se al ritrovarsi la sera in casa prima della 
mezza notte. Del resto, andavano e a corte e ai teatri, e 



VITTORIO ALFIERI. 227 

[lello buone e nelle cattive compagnie, a loro intero piaci- 
mento. E per supplizio maggioro di noi poverini del Secondo 
e Terzo Appartamento, la distribuzioiio localo portava che 
ogni giorno por andare alla nostra cappella alla messa, ed 
alle scuole di ballo e di scherma, dovevamo passare per le ^^fi\f 
gallerie del E^rìmo Appartamento; e quindi vederci continua- J 

mento in su ^li occhi la sfrenata e insultante libertà di qua- 
l^li altri; dunsaimo paragone colla severità del nostro si- j> _^ 
steina, che chiamavamo andantemente galera. Chi fece quella ^ '''r^ ^ ^ 
distrihuzione era uno stolido, o non conosceva punto ti cuore ^"ì^J^y^ ^ 
deiruomo; non si accorgendo della funesta inlluonza» che ^^^/^^<i%^ 
doveva avere in quel giovani animi quella continua vista ^ 

di tanti proibiti pomi. 

lo era diinque collocato nel Terzo Appartamento, nella 
camerata detta di mezzo; atìldato alla guardia di quel ser- 
vitore Andrea, che trovatosi così padrone di me senza avere 
fife la madre né lo zio nò altro mio parente che lo frenasse, 
diventò un diavolo scatenato. Costui dunque mi tiranneg- 
giava per tutte le cose domestiche a suo pieno arbitrio. 
E cosi r assistente poi faceva dì me, conae degli altri tutti, 
nelle co?e dello studio e della condotta usuale. 11 giorno 
dopo il mìo ingresso neir Accademia, vonne da quei profes- 
sori esaminata la mìa capaciti^ negli studj, e fui giudicato 
p«r un forto Quartano, da poter facilmente in tre mesi di 
a^i^sidua applicazione entrare in Terza. Ed in fatti mi vi ac- 
cìqsi di assai buon animo, e conosciuta ivi per la prima volta 
r utilissima gara del T emulazione, a competenza di alcuni 
altri anche maggiori di me per età, ricevuto poi un ntiovo 
e&ame nel novembre, fui assunto alla classo di Terza. Era 
il maestro di quella un certo don Degìovaniii, prete, ili forse 
minor dottrina del mio buono Ivaldi,* e che aveva inoltre 
sis^ai minore affetto e sollecitudine per i fatti miei, dovendo 
sgli b^ila^e alla meglio, e badandovi alla peggio, a quindici .> Ij , 
s^dki suoi scolari» ohe tanti ne area, -*^\,uj 

. ^ Tlrlyidomi cosi innanzi in quella scoi ucci a, asino, fra 
tsini, e sotto un asino, io vi spiegava il Cornelio Nipote, al- 

t^^j-Bj^oghe di Virgilio, e simili : vi sì facevano certi temi 

^iirajatre sciocchissimi ; talché in ogni altro collegio di scuola 

ben diretto, quella sarebbe stata al più più una pessima 

Quarta. Io non era mai T ultimo fra i compagni; T emula- 

^ Suo pfiitio pre««ttord Ja Asti. 



228 SECOLO XVIII. 

zione mi spronava, finché avessi o superato o agguagliato 
quel giovine che passava per il primo ; ma pervenuto poi 
io al primato, tosto mi rintiepidiva e cadea nel torpore. Ekl 
era io forse scusabile, in quanto nulla poteva agguagliarsi 
alla noja e insipidità di cosi fatti studj. Sì traducevano le 
Vite di Cornelio Nipote, ma nessuno di noi, e forse neppure 
il maestro, sapeva chi si fossero stati quegli uomini di cui 
si traducevan le vite, nò dove fossero i loro paesi, né in 
quali tempi né in quali governi vivessero, né cosa si fosse 
un governo qualunque. Tutte le ideeerano o circoscritte. 
false, pon^saa nessuno l&t<5&'ìncprVnsegnava, nes- 
sunissimo ^Bftft&ffre'ftffirffiThi imparava. Erano insomma dei 
vergognosissimi perdigiorni, non e' invigilando nessuno ; o 
chi lo fsuc^jva, nulla intendendovi. Ed ecco in qual modo si 
viene a Tra3!¥4 senza rimedio la gioventù. 

Passato quasi che tutto V anno 1759 in simili studj, verso 
il novembre fui promosso ali* Umanità. Il maestro di essa, 
don Amatis, era un prete di molto ingegno e sagacità, e 
di sufficiente dottrina. Sotto di questo, io feci assai mag- 
{j;ior profitto ; e per quanto quel metodo di mal intesi stuilj 
lo comportasse, mi rinforzai bastantemente nella lingua la- 
tina. L* emulazione mi si accrebbe, per V incontro di un gio- 
vine che competeva con me nel fare il tema, ed alcuna 
volta mi superava ; ma viepiù poi mi vinceva sempre negli 
osercizj della memoria, recitando egli sino a 600 versi delle 
neorgiche di Virgilio d*un flato, senza sb agliare una sillaba, ^^ 
e non potendo io arrivare neppure a 400, ed anche non 
bene ; cosa, di cui mi angustiava moltissimo. E per quanto 
mi vo ora ricordando dei moti del mio animo in quelle bat- 
taglie puerili, mi pare che la mia indole non fosse di cat- 
tiva natura; perché nell'atto dell'esser vinto da quei du- 
^'ento versi di più, io mi sentiva bensì soffocar dalla collera, 
e spesso prorompeva in un dirot{i*s*stfiio pianto, e talvolta 
anche in atrocissime ingiurie contro al rivale; ma pure poi, 
o sia eh' egli si fosse migliore di me, o ch'io mi placassi 
non so come, essendo noi di forza di mano uguali allMn- d* 
cjrca, non ci disputavamo però quasi mai, e sul totale eramo 
quasi amici. Io credo, che la mia non piccola ambizioncella 
ritrovasse consolazione e compenso dell' inferiorità della me- 
ì noria nel premio del tema, che quasi sempre era mio 

Non c'essendo quasi dunque nessuno de' miei che ba- 
dasse a me, io andava perdendo i miei più begli anni non 



VITTORIO ALFIERI, 229 

imparando quasi che nulla, e doterioramìo dì iriorno in 
giorno in salute; a tal segno, ch'essendo sempre infermic- * . 

ciò e piagato or qua or là in varie parti del corpo, io ^^x\m^^j 
era fattoncTscherno continuo dei compagni, che mi de- -Mm^ 
JiomlDavano col gentiJi^isimo titolo di carogna; ed i più dq^^^^ju^ 
spiritosi ed umani ci aggiungevano an e lio i' epiteto di fra- /irf^fc^^ 
dici a. Quello stato di salute mi cagionava delie lienssim© 
malinconie, e quindi si radicava in me sempre più Tamore 
della solitudine- Neir anno 1760 pasi^ai con tutto ciò in Ret- 
tonca, perchè quei mali tanto mi lasciavano di quando in 
quando studicchiare^ e poco ci volea per far quello classi. 
Ma il maestro di Rettori e a trovandosi essere assai meno 
ahile di quello d* Umanità, bejichè ci spiegasse TEnehlo e 
ci facesse far dei versi latini, mi parve, quanto a me, che 
sotto di lui io andassi piuttosto indietro che innanzi nel- 
r intelligenza della lingua latina. Ma pure, poiché io non 
era V ultimo tra quegli altri scolari, da ci^ arpromento che 
dovesse esser lo stesso di loro. In quel Fan no di pretesa Ret- 
tifica, mi venne fatt^ di ricuperare un mio Ariostino, ruban- 
dolo a un tomo per volta al Sottopriore, che se l'era innestato 
fra gli altri suoi libri in un suo scaffalo esposto alla vista, 
E]ni prestò opportmiita di ciò fare, il tempo in cui andavamo 
in camera sua alcuni privilegiati, per vedere dalle di lui rtne- 
5tre giuocare al pallon grosso, porche dalla camera sua si- 
tuata di faccia al hattit^re, si godeva assai meglio il giuoco, 
che non dalle gallerie nostre che stavangli di fianco. Io 
avi3va 1' avvertenza di ben restringere t tomi vicini, tosto 
«he ne avea levato uno; e così mi riuscì in quattro giorni 
consecntivi di riavere i miei quattro tome t ti, dei quali feci 
gran festa in me stesso, ma non lo dissi a chi che si fosse* 
Ma trovo pure, riandando quei tempi fra me, che da quella 
ricuperazione in poi, non lo lessi quasi più niente ; e le due 
l'tMrioni (altre forse quella della poca salute che era la prin- 
cipale), per cui mi pare che lo trascurassi, erano la ditti- 
colta deir intenderlo piuttosto accresciuta che scemata (vedi 
rettorico!), e T altra era quella continua spezzatura delle 
storie ariostesche, che nel meglio del fatto ti pianta 11 con 
nn palmo di naso; cosa che me ne dispiace anco adesso. 
Perchè contraria ai vero, e distruggi trico deir effetto pro- 
dotto innanzi, E siccome io non sapeva dove andarmi a 
raccapezzare il seguito del fatto, Univa col lasciarlo stare, 
liei Tasso, che al carattere mio si sarebbe adattato assai 



230 SECOLO XVITL 

meglio, io non ne sapeva neppure il nome. Mi capitò al- 
lora, e non mi sovvieue neppur come, V Eneide dcir Anni- 
bai Caro; e la lessi con avidità e furore più d' una vola 
appassionandomi molto per Turno e Camilla, E me ne an- 
dava poi anche prevalendo di furto, perla mia traduzione 
scolastica del tema datomi dal maestro; il die sempre piii 
mi teneva indietro nel mio latino. Di ne.^sun altro poi 
de' poeti nostri aveva io co^uizione ; se non se di alcua-^ 
opere del Metastaaio, come il Catone, TArtaserse, l'Olim- 
pìade ed altre die ci capitavano alli^ mani come lìbrotti 
dell'opera di questo o di quel carnovale. E quelito mi ili- 
lettavano tìommamente; fuorcJiè, al venir dell* arietta inter- 
rompi trice dello ^viluppo degli alletti, appunto quando mi ci 
cominciava a internare, io pi-ovava un dispiacere vivissimo; 
<ì più noja ancora ne riceveva, che dagli iaterrompinien'i 
dell'Ariosto. Mi capitarono anche allora varie commedie dei 
Goldoni, e queste me le piestava il maestro stesso, e m 
divertivano molto. Ma il genio per le cose drammatiche, tli 
cui forse il germe era in me, sì venne tosto a ricoprirei 
ad ostinguerssì per mancanza dì pascolo, d* incoraggi mento, 
e d'ogni altra cosa. E, somma fatta, la ignoranza mia e di 
chi mi educava, e la traacur aggine dì tutti in ogni cosa ucd 

potea andar plii oltre 

Fra queste puerili insipido vicende, io spesso lnferjm\ 
e sempre mal sano, avendo anche consumato quell'anno liì 
Retto ricn, chianmto poi al solito esame, fni fjiudicato capaci^ 
di entrare in Filosofìa. Gii studj dì codesta Filosoiìa si fa- 
cevano fuori deir Accademia, nella vicina Università, dova 
si andava due %^o]te il giorno; la mattina era la scuola dì 
Geometria; il giorno, quella di Fìloaotìa, o sia Logica* Bd 
eccomi dunque in età di anni tredici scarsi diventato lll^> 
sofo; del qual nome io mi gonfiava tanto più, che mi collie 
cava già quasi nella classe detta dei grandi, oltre poi il pia- 
cevolissimo balocco de ir uscirò di casa due volto il giorno: 
il che poi ci somministrava spesso l'occasione di fare delle 
scorsarello per lo strade della cittft cosi alla sf^iggita, tìn- 
gendo di uscire di scuola per qualche bisogno* Benché dun- 
que io mi trovassi il più piccolo di tutti quei grandi, 
fra' quali era seeso nella galleria del Secondo Appartamento, 
quella mia inferiorità di statura di età e dì forze mi pr^^ 
stava per l'appunto più animo ed ijn pegno di volermi dt- 
stinguere. Rd in f^tti» da prima studiai quanto bisognava 



VITTORIO ALFIERI. 231 . 

per figurare alle ripetizioni, che si facevano poi in casa la 
sera dai nostri Ripetitori accademici. Io rispondeva ai quesiti 
quanto altri, e anche meglio talvolta : il che dovea essere in 
me un semplice frutto di memoria e non d'altro; perchè 
a dir vero io certamente non intendeva nulla di quella Fi- 
losofia pedantesca, insipida per se stessa, ed avviluppata 
poi nel latino, col quale mi bisognava tuttavia contrastare, 
e vincerlo alla meglio a forza di vocabolario. Di quella 
Geometria, di cui io feci il corso intero, cioè spiegai i 
primi sei libri di Euclide, io non ho neppur mai intesa la 
Quarta Proposizione ; come neppure la intendo adesso ; 
avendo io sempre avuta la testa assolutamente anti-geo- 
metrica. Quella scuola poi di Filosofia peripatetica che si 
faceva il dopo pranzo, era una cosa da dormirvi in piedi. 
Ed in fatti, nella prima mezz'ora si scriveva il corso a det- 
tatura del professore ; e nei tre quarti d' ora rimanenti, 
dove si procedeva poi alla spiegazione fatta in latino, Dio 
sa quale, dal cattedratico, noi tutti scolari, inviluppati inte- 
ramente nei rispettivi mantelloni, saporitissimamente dor- 
mivamo; né altro suono si sentiva tra quei filosofi, se 
non se la voce del professore languente, che dormicchiava 
egli pure, ed i diversi tuoni dei russatori, chi alto, chi 
basso e chi medio; il che faceva un bellissimo concerto. 
Oltre il potere irresistibile di quella papaverica Filosofia, 
contribuiva anche molto a farci dormire, principalmente 
noi Accademisti, che avevamo due o tre panche distinte 
alla destra del professore, V aver sempre i sonni interrotti 
la mattina dal doverci alzar troppo presto. E ciò, quanto 
a me, era la principal cagione di tutti i miei incomodi, 
perchè lo stomaco non aveva tempo di smaltir la cena dor- 
mendo. Del che poi avvistisi a mio riguardo i superiori, 
mi concederono finalmente in quest' anno di Filosofia di 
poter dormire fino alle sette, in vece delle cinque e tre 
quarti, che era l'ora fissata del doversi alzare, anzi essere 
alzati, per scendere in camerata a dire le prime orazioni, 
e tosto poi mettersi allo studio fino alle sette e mezzo. — 
(Dalla Vita scritta da esso, epoca II, cap. 1, 2, 4.) 

Viaggio nel Nord. — Io, sempre incalzato dalla smania 
dell'andare, benché mi trovassi assai bene in Stockolm, 
volli partirne verso il mezzo maggio per la Finlandia alla 
volta di Pietroburgo. Nel fin d' aprile aveva fatto un giretto 



232 SECOLO XVIII. 

sino ad Upsala, famosa Università, e cammin facendo aveva 
visitate alcune cave del ferro, dove vidi varie cose curi<}- 
sissime ; ma avendole poco osservate e molto meno notate, 
fu come se non io avessi mai vedute. Giunto a Grisselhamna, 
porticello della Svezia su la spiaggia orientale, posto a rim- 
petto dell'entrata del golfo di Botnia, trovai da capo Tin- 
verno, dietro cui pareva eh' io avessi appostato di correre. 
Era gelato gran parte di mare, e il tragitto dal continente 
nella prima isoletta (che per cinque isolette si varca que- 
st' entratura del suddetto golfo) attesa V immobilità totale 
dell'acque, riusciva per allora impossibile ad ogni specie 
di barca. Mi convenne dunque aspettare in quel tristo luogo 
tre giorni. Anche spirando altri venti, cominciò quella den- 
sissima crostona a screpolarsi qua, e là, e far crich, come 
dice il poeta nostro; quindi a poco a poco a disgiungersi in 
tavoloni galleggianti, che alcuna viuzza pure dischiudevano 
a chi si fosse arrischiato d'intromettervi una barcuccia. Ed 
in fatti il giorno dopo approdò a Grisselhamna un pesca- 
tore, venente in un battelletto da quella prima isola a cui 
doveva approdar io, la prima ; e dissoci il pescatore che 
si passerebbe, ma con qualche stento. Io subito volli ten- 
tare, benché avendo una barca assai piìt spaziosa di quella 
peschereccia, poiché in essa vi trasportava la carrozza, 
l'ostacolo veniva ad essere maggiore; ma però era assai 
minore il pericolo, poiché ai colpi di quei massi notanti 
di ghiaccio dovea più robustamente far fronte un legno 
grosso, che non un piccolo. E così per l' appunto accadde. 
Quelle tante galleggianti isolette rendevano stranissimo 
l'aspetto di quell'orrido mare, che parca piuttosto una terra 
scompaginata e disciolta, che non un volume di acque: ma 
il vento essendo, la Dio mercè, tenuissimo, le percosse di 
quei tavoloni nella mia barca riuscivano piuttosto carezze 
che urti; tuttavia la loro gran copia e mobilità spesso H 
facea da parti opposte incontrarsi davanti alla mia prora, 
e combaciandosi, tosto ne impedivano il solco; e subito altri 
ed altri vi concorreano, ed ammontandosi facean cenno di 
rimandarmi nel continente. Rimedio efficace ed unico, ve- 
niva allora ad essere 1' ascia, castigatrice d'ogni insolente. 
Più d' una volta i marinari miei, ed anche io stesso, scen- 
demmo dalla barca sovra quei massi, e con delle scuri si 
andavano partendo e staccando dalle pareti del legno, tanto 
che desser luogo ai remi e alla prora; poi risaltati noi dentro 



^■T" 



VITTORIO ALFIERI. 233 

coli' impulso delia risorta nave si andavano cacciando dalia 
via quegli insistenti accompagnatori ; e in tal modo si na- 
vigò il tragitto primo di sette miglia svezzesi in dieci e più 
ore. La novità di un tal viaggio mi divertì moltissimo ; ma 
forse troppo fastidiosamente sminuzzandolo io nel raccon- 
tarlo, non avrò egualmente divertito il lettore. La descri- 
zione di cosa insolita per gF Italiani, mi vi ha indotto. Fatto 
in tal guisa il primo tragitto, gli altri sei passi molto più 
brevi, ed oltre ciò oramai fatti più liberi dai ghiacci, riu- 
scirono assai più facili. Nella sua salvatica ruvidezza quello 
è un dei paesi d'Europa che mi siano andati più a genio 
e destate più idee fantastiche, malinconiche ed anche gran- 
diose, per un certo vasto indefinibile silenzio che regna in 
quell'atmosfera, ove ti parrebbe quasi di essere fuor del 
globo. 

Sbarcato per l'ultima volta in Abo, capitale della Fin- 
landia svezzese, continuai per ottime strade e con velocis- 
simi cavalli il mio viaggio sino a Pietroborgo, dove giunsi 
verso gli ultimi di maggio ; e non saprei dire se di giorno 
vi giungessi o di notte ; perchè sendo in quella stagione 
annullate quasi le tenebre della notte in quel clima tanto 
^wreale, e ritrovandomi assai stanco del non aver più notti 
riposato, se non se disagiatamente in carrozza, mi si era 
talmente confuso il capo, ed entrata una tal noja del veder 
sempre quella trista luce, eh' io non sapea più né qual dì 
della settimana né qual ora del giorno né in qual parte 
del mondo mi fossi in quel punto ; tanto più cìie i costumi, 
abiti e barbe dei moscoviti mi rappresentavano assai più 
tartari che non europei, 

lo aveva letta la storia di Pietro il Grande nel Voltaire ; 
mi era trovato nel!' Accademia di Torino con varj mosco- 
viti,, ed avea udito magnificare assai quella nascente na- 
zione. Onde,, queste cose tutte, ingrandite poi anche dalla 
mia fantasia, che sempre mi andava accattando nuovi disin- 
ganni, mi tenevano al mio arrivo in Pietroborgo in una 
certa straordinaria palpitazione dall' espettativa. Ma, oimè, 
che a'ppena io posi il piede in queir asiatico accampamento 
di allineate trabacche, ricordatomi allora di Roma, di Ge- 
nova, di Venezia e di Firenze, mi posi a ridere. E da quan- 
t' altro poi ho visto in quel paese, ho sempre più ricevuta 
la conferma di quella prima impressione ; e ne ho ripor- 
tato la preziosa notizia ch'egli non meritava d'esser visto. 



234 SECOLO xvtrr. 

E tanto mi vi andò a contragenio ogni cosa (fuorché le 
barbe e i cavalli), die in quasi sei settimane eh' io stetti fra 
quei barbari mascherati da europei, ch'io non vi volli co- 
noscerò chi che sia, neppure rivedervi due o tre giovani dei 
primi de) paese, con cui era stato in Accademia a Torino, e 
neppure mi volli far presentare a quella famosa autocra- 
trice Caterina Seconda : ed in fine neppure vidi material- 
mente il riso di codesta regnante, che tanto ha stancata 
a' giorni nostri la fama. Esaminatomi poi dopo, per ritro- 
vare il vero perchè di una cosi inutilmente selvaggia con- 
dotta, mi son ben convinto in me stesso che ciò fu una mera 
intoHeraum di inllessibil carattere, ed un odio purissimo 
della tirannide in astratto, appiccicato poi sopra una per- 
sona giustamente tacciata del più orrendo delitto, la man- 
datarìa e proditoria uccisione dell' inerme marito. E mi ri- 
cordava benissimo di aver udito narrare, che tra i molli 
pretesti addotti dai difensori di un tal delitto, rì ndduceva 
atìche questo: che Caterina Seconda nel subentrare all'im- 
pero, voleva, oltre i tanti altri danni fatti dal marito olM 
Stato, risarcire anche in parte i diritti dell' umanità lesa si 
crudelmente dalla schiavitù universale e totale del popolo 
in Ru33ia, col dare una giusta costituzione. Ora, trovandoli 
io in una servitù così intera dopo cinque o sei anni di regno 
di codesta Clitennestra filosofessa; e vedendo la maladetta 
genia soldatesca sedersi sul trono di Pietroborgo più forse 
ancora che su quel di Berlino; questa fu senza dubbio la ra- 
gione die mi fé pur tanto dispregiare quei popoli, e si fu- 
riosamento abborrirne gli scellerati reggitori. Spiaciutami 
dunque ogni moscoviteria, non volli altrimenti portarmi a 
Mosca, come avea disegnato di fare, e mi sapea mill'anni 
di rientrare in Europa. Partii nel finir di giugno, alla voltai 
di Riga per Narva, e Rewel ; nei di cui piani arenosi, ignudi 
ed orribili scontai largamente i diletti che mi aveano dati 
le epiche selve immense della Svezia scoscesa. Proseguii 
per Konìsberga e Danzica: questa città, fin allora libera e 
ricca, in queir anno per l' appunto cominciava ad essere 
straziata dal mal vicino despota prussiano, che già vi avea 
intrusi a viva forza i suoi vili sgherri. Onde io bestem- 
miando e Russi e Prussi, e quanti altri sotto mentita faccia 
di uomini si lasciano più che bruti malmenare in tal guisa 
dai loro tiranni; e sforzatamente seminando il mio nomo, 
età, qualità e carattere ed intenzioni (che tutte queste 



VITTORIO ALFIERI. 235 

cose in ogni TÌIlaggiuzzo ti son domandate da un sergente 
air entrare, al trapassare, allo stare e air uscire), mi ri- 
trovai finalmente esser giunto una seconda volta in Berlino, 
dopo circa un mese di viaggio, il più spiacevole, tedioso e 
oppreasivo di quanti mai se ne possano fare; inclusive lo 
scendere air orco, che più bujo e sgradito ed inospito non 
può esser mai. Passando per Zorendorfif, visitai il campo 
di battaglia tra' russi e prussiani, dove tante migliaja del- 
l' uno e dell* altro armento rimasero liberate dal loro giogo 
lasciandovi Tossa. Le fosse sepolcrali vastissime vi erano 
manifestamente accennate dalla folta e verdissima bellezza 
del grano, il quale nel rimanente terreno, arido per se stesso 
od ingrato, vi era cresciuto e misero e rado. Dovei fare al- 
lora una trista, ma pur troppo certa riflessione: che gli 
schiavi son veramente nati a far concio. Tutte queste prus- 
sianerie mi faceano sempre più e conoscere e desiderare 
la beata Inghilterra. 

Mi sgabellai dunque in tre giorni di questa mia berli- 
nata seconda ; né per altra ragione mi vi trattenni, che per 
riposarmivi un poco di un si disagiato viaggio. Partii sul finir 
di loglio per Magdebourg, BrunsAvich, Gottinga, Cassel e 
Francfort. Nell'entrare in Gottinga, città come tutti sanno 
di Università fioritissima, mi abbattei in un asinelio eh' io 
moltissimo festeggiai, per non averne più visti da circa un 
anno dacché m' era ingolfato nel settentrione estremo, dove 
queir animale non può né generare né campare. Di codesto 
incontro di un asino italiano con un asinelio tedesco in una 
così famosa Università, ne avrei fatto allora una qualche lieta 
e bizzarra poesia se la lingua e la penna avessero in me po- 
tuto servire alla mente, ma la mia impotenza scrittoria era 
ogni dì più assoluta. Mi contentai dunque di fantasticarvi su 
fra me stesso, e passai così una festevolissima giornata, so- 
letto sempre, con me e il mio asino. E le giornate festive per 
me eran rare, passandomele io di continuo solo solissimo, per 
lo più anche senza leggere né far nulla, e senza mai schiu- 
der bocca. 

Stufo oramai di ogni qualunque tedescheria, lasciai dopo 
due giorni Francfort, e avviatomi verso Magonza mi v' im- 
barcai sopra il Reno, e disceso con queir epico fìumone sino 
a Colonia, un qualche diletto lo ebbi navigando fra quelle 
amenissime sponde. DI Colonia per Aquisgrana ritornai a 
Spa,dove due anni prima aveva passato qualche settimane; 



236 SECOLO XVUI. 

e quel luogo mi avea sempre lasciato un qualche desiderio 
di rivederlo a cuor libero, parendomi quella essere una vita 
adattata al mio umore, perchè riunisce rumore e solitudine, 
onde vi si può stare inosservato ed ignoto infra le pubbliche 
veglie e festini. Ed in fatti talmente mi vi compiacqui, che 
ci stetti sin quasi al fin di settembre dal mezzo agosto: 
spazio lunghissimo di tempo per me, che in nessun luogo mi 
potea posar mai. Comprai due cavalli da un irlandese, dei 
quali r uno era di non comune bellezza, e vi posi veramente 
il cuore. Onde cavalcando mattina e giorno e sera, pran- 
zando in compagnia di otto o dieci altri forestieri d*ogni 
paese, e vedendo seralmente ballare gentili donne e don- 
zelle, io passava (o per dir meglio logorava) il mio tempo 
benissimo. Ma guastatasi la stagione, ed i più dei bagnanti 
cominciando ad andarsene, partii anch'io e volli ritornare 

in Olanda per rivedervi l'amico D'Acunha 

Non mi potendo staccare dai miei 

due ottimi cavalli, avviai innanzi Elia * con il legno, ed io, 
parte a piedi parte a cavallo, mi avviai verso Liegi. In co- 
desta città, presentandomisi V occasione di un ministro di 
Francia mio conoscente, mi lasciai da esso introdurre al 
Principe Vescovo di Liegi, per condiscendenza e stranezza: 
che se non avea veduta la famosa Caterina Seconda, avessi 
almeno vista la corte del Principe di Liegi. E nel soggiorno 
di Spa era anche stato introdotto ad un altro Principe eccle- 
siastico, assai più microscopico ancora, T abate di Stavelò 
neirArdenna. Lo stesso ministro di Francia a Liegi mi avea 
presentato alla corte di Stavelò, dove allegrissimamente si 
pranzò, ed anche assai bene. E meno mi ripugnavano le 
corti del pastorale, che quelle dello scliioppo e tamburo, 
perchè di questi due tìagelli degli uomini non se ne può mai 
rider veramente di cuore. Di Liegi proseguii in compagnia 
de' miei cavalli a Brusselle, Anversa, e varcato il passo del 
Mordick, a Roterdamo ed airHaja. L'amico, col quale io sem- 
pre avea carteggiato dappoi, mi ricevè a braccia aperte; 
e trovandomi un pocolin migliorato di senno, egli sempre più 
mi andò assistendo de' suoi amorevoli, caldi e luminosi con- 
sigli. Stetti con esso circa due mesi, ma poi infiammato come 
io era della smania di riveder V Inghilterra, e stringendo 
anche la stagione, ci separammo verso il fin di novembre. 

' Il servo dell' Alfieri. 



VITTORIO ALFIERI. 237 

Per Za stessa vìa fatta da nao duo e pia anni prima, giunsi, 
felicemente sbarcato in Harwìch, in pochi giorni a Londra, 
Ci ritro?ai quasi lutti quei pochi amici che m avea praticati 
nel primo viaggio ; tra i quali il Principe di Masserano, ìim- 
haseiatordi Spagna, ed il Marchese Caraceiolì, ministro dì 
Napoli, uomo di alto, sagace e faceto ingegno. Queste due 
persone mi furono più che padre in amore, nel secondo sog- 
giorno cif io feci in Londra di circa sette mesi. — (DaJla Vita, 
t^poca IH, cap. 9-) *' '^♦* 

Liberazione da un indegno amore e primi tentativi tragici. 

— Io strascinava i miei giorni noi serventismo^ vergognoso ' 
(li me stesso, nojoso e annojato, sfuggendo ogni mio cono- 
scente ed amico, sui di cui visi io benissimo leggeva taci- 
tamente scolpita la mia obbrobriosa dabbenaggine. Avvenne 
poi nel gennajo del 1774, che quella mia signora si ammalò, 

E ricliicdendo ii suo 

male ch'ella stesse in totale riposo e silenzio, fedelmente 
to le stava a pie del letto seduto per servirla; e ci sitava dalia 
mattina alla sera, senza pure aprir bocca per non le nuoceiv? 
eoi ffirla parlare. In una di queste poco eerto divertenti se- 
dute, io mosso dal tedio, dato di piglio a cinque o sei fogli 
di carta che mi caddero sotto mano, cominciai così a caso, 
e genza aver piano nessuno, a sebiccherare ima scena di 
nna non so come chiamarla, se tragedia o commedia, se 
d* on sol atto o di cinque o di dieci ; ma in somma delle 
parole a guisa dì dialogo^ e a guisa di versi, tra un Potino, 
Bna Donna ed una Cleopatra, che poi sopravveniva dopo un 
lunghetto parlare fra codesti due prima nominati. Ed a quella 
Donna, dovendole pur dare un nome, né altro sovvenen- 
domene, appiccicai quel di Lachesi, senza pur ricordarmi 
ch'ella delle tre parche era Tana, E mì pare^ ora esaminan- 
dola, tanto più strana quella mia subitanea impresa, quanto 
da circa sei e pili anni io non aveva mai pUì scritto una pa- 
rola italiana, pochissimo e assai di rado e con lunghissime 
interruzioni ne avea letto. Eppure così in un subito, né sa- 
prei dire né coma né perchè, mi accinsi a stendere quelle 

.<cene in lingua italiana ed in versL Aggiungerò 

una particolarità, ed è: Che nessun* altra ragione in quel 
primo istante clf io cominciai a imbrattar que' fogli mi in- 
dusse a far parlare Cleopatra piuttosto che Berenice o Ze- 
nobiao qualunque altra regina tragediabile, fuorché Tesser 



238 SECOLO xvm. 

io avvezzo da mesi ed anni a vedere neir anticamera di 
quella signora alcuni bellissimi arazzi , che rappresentjivauo 
var.ì riatti di Cleopatra e d* Antonio. 

Guarì poi la mia signora di codesta sua indisposizione; 
ed io senza mai piii pensare a questa mia sceneggiatura 
risibile, la depositai sotto uà cuscino della dì lei poltroncinst 
dove ella si stette obbliata circa un amio; e cosi furono 
frattanto si dalla signorai clie vi si sodova abitualmente, sì 
da qualunque altri a caso vi si adagiasse, covate in tal 
guisa fra [a poltroncina e li sedere di molti, quelle mie ti-a- 
giclie primizie , ► 

Tornato io una tal sera dair opera (insulso e tediosis- 
simo divertimento di tutta T Italia), dove per molte ore tiii 
era trattenuto nel palco dell'odio sa mata signora, mi trovai 
così esuberantemente stufo, cbe formai la immutabile risolu- 
zione di rompere si fatti legami per sempre, Kd avendo io 
visto per prova che il correre per le poste qua e là non mi 
avea prestato forza di proponimento, cbe anzi me Tavea su- 
bito indebolita e poi tolta, mi volli mettere a maggior proviK 
lusingandomi eli e in uno a forzo più di fì le ile riuscirei forse 
meglio, stante T ostinazione naturale del mio ferreo carai- 
tere. Fermai dunque in me stesso di non mi muovere ài 
casa mìa, cbe le stava per T appunto dì faccia; di vedere 
e guardare ogni giorno le di lei finestre ; di vederla pas- 
sare; di udirne in qualunque modo parlare; e con tutto ci\ 
di non cedere oramai a nulla, ne ad ambasciate dirette 
o indirette, né alle reminiscenze, né a cosa che fosse al 
mondo, a vedere se ci creperei^ il che poco ìmportavaan. 
o se alla dn dne la vincerei. Formato in me tal proponi- 
mento, per legami ivi contraendo con una qualche persona 
come un obbligo di vergogna, scrissi un bigi iettino ad un 
amico, mio coetaneo, che molto mi amava, con cui s*era 
fatta r adolescenza, e che allora da parecclii mesi non rat 
vedea più, compiangendomi molto di esser naufrago in queìi* 
Cariddi, e non potendomene cavar egli, nò volendomi perciò 
parer d'approvare. Nel biglietti no gli dava conto in due ri- 
ghe della mia immutabile risoluzione, e gli acchiudevo un in- 
voltone della lunga e ricca treccia de'mieirossissimi capelli, 
come im pegno di questo mio subitaneo partito, ed un in^ 
pedimento quasi che invi iksì bile al mostrarmi in nessun 
luogo così tosone, non essendo allora tollerato un tale as- 
setto* fuorché ne" villani e mannari. Finiva il biglietto c^ì 



VITTOEIO ALFIERI. 239 

pregarlo di a^aì^térmi di sua preseaza e coraggio, per rìn- 
fraacare i! mio. Isolato ìli tal ginsa in casa mia, proibiti 
tutti i messaggi, urlando e ruggendo, passai i primi quin- 
dici giorni di questa mia strana liberazione. Alcuni amici 
mi risitavano, e mi parve anco mi compatissero; forse ap- 
punto perchè io non diceva parola per lamentarmi, ma il 
itjIo contegno ed il volto parlavano in vece mia. Mi andava 
provando di leggere qualcKe cosuccia, ma non intendeva 
neppuf la gazzetta, non che alcun menomo libro ; e mi ac- 
cadeva di aver letto delle pagine intero cogli occhi, e talor 
con le labbra, senza pure saper una parola di quel ch'avessi 
letto- Andava bensì cavalcando nei Juoght solitarj, e questo 
soltanto mi giovava un poco sì alio spirito che al corpo. In 
questo semi frenetico stato passai pin di due niesi, sino al 
lÌDir di marzo del 75; (Inchè ad un tratto unMdca nuova- 
mente insortami cominciò final mente a svolgermi alquanto 
e la niente ed il cuore da queir unico e spiacevole e prosciu- 
gante pensiero di un si fatto amore. Fantasticando un tal 
^'ioroe così (ro, me stesso, se non sarei forse in tempo an- 
cora di darmi al poetare, me n*era venuto, a stento ed a 
pezzi, fatto un piccolo saggio in quattordici rime, che io, 
riputandole un sonetto, inviava al gentile e dotto padre Pa- 
ciandì, che trattavami di quando in quando, e mi si era 
sempre mostrato ben affetto, e rincrescente dì vedermi cosi 
amma^izare il tempo e me stesso neirozio , . . * Quest'ottimo 
uomo mi era sempre andato suggerendo delle letture ita- 
liaae, or questa or quella; a tra T altre, trovata un giorno 
lu un muricciolo la Cleopatra, ch'egli intitola eminentissìma 
per esser del cardinal Delfino, ricordatosi cir io gli avea 
detto parermi quello an soggetto di tragedia, e che lo avrei 
voluto tentare (senza pure avergli mai mostrato quel mio 
primo aborto), egli me la comprò a donò. Io in un momento 
dì lucido intervallo avea avuta la pazienza di leggerla e di 
postillarla; e glie T avea cosi rimandata, stimandola in me 
stesso assai peggiore della mia quanto al piano e agli affetti, 
se io veniva mai a proseguirla, come di tempo in tempo ma 
ne rinasceva il pensiero. Intanto il Paciaudì, per non farmi 
smarrire d'animo, tìnse di trovar buono il mio sonetto, ben- 
cliè ne egli il credesse, né effettivamente lo fosse. Ed io poi 
dì il a pochi mesi ingolfatomi davvero nello studio dei nostri 
ottiiQl poeti, tosto imparai a stimare codesto mio sonetto 
per quel giusto nulla eh' egli valeva. Professo con tutto ciò 



x^\»«^.^ ^^pvfpl 



240 SECOLO XVin. 



un grand' obbligo a quelle prime lodi non vere, e a chi cor- 
tesemente le mi donò, pmthè molto mi incoraggimno a cer- 
care di meritarne delle vere. 

Già parecciii giorni prima deila rottura eoa la signori, 
vedendola io indispensabile ed imminente, mi era sowsiìnto 
di ripescare dì sotto al cascino do Ila poltroncina quella mia 
mezza Cleopatra, ^tata ivi in macero r^ua^i che un aoDo. 
Venne poi dunque qaol giorno, in cui, fra quelle mie sma- 
nie e solitudine quasi che continua, iKittandovi gli occbi so, 
ed allora soltanto quasi come un lampo insortatin la somir 
glianza del mio stato di cuore con quello di Antonio, dt!i4 
fra me stesso: Va proseguita queat* impresa; rifarla, S4^ Q^^fl 
può star cosi; ma insomma sviluppare in questa tragedia 
gli affetti che mi divorano, e farla recitare questa primavera 
dai comici che ci verranno. Appena mi entrò questa idea, 
eh' io (quasiché vi avessi ritrovata la mia guarigione) co- 
minciai a schiccherar fogli, rappezzare, rimutare, troncare, 
aggiungere, proseguire, ricominciare, ed in somma a im- 
pazzare in altro modo intorno a quella sventurata e mal nata 
mia Cleopatra. Né mi vergognai anco di consultare alcuni 
do' miei amici coetanei, che non avevano, come io, tras^cu- 
rata tanti anni la Imgua e poesia italiana; e tutti ricer- 
cava ed infastidiva, quanti mi poteano dar qualche lume su 
un'arte di cui cotanto io mi trovava al bujo. E in quest,! 
guisa, nuir altro desiderando io allora che imparare, e ten- 
tare se mi poteva riuscire quella pericolosissima e temeraria 
impresa, la mia casa si andava a poco a poco trasformando 
in una semiaccademia di letterati. Ma essendo io in quelle 
date circostanze bramoso d'imparare, e arrendevole per 
accidente, ma per natura, ed attesa l'incrostata ignoranza, 
essendo ad un tempo stesso agli ammaestramenti recalci- 
trante ed indocile; disperavami, annojava altrui e me stesso, 
e quasiché nulla venivami a prolìtto. Era tuttavia sommo il 
guadagno dell'andarmi con questo nuovo impulso cancel- 
lando dal cuore quella non degna fiamma, e di andare ad 
oncia ad oncia riacquistando il mio già sì lungamente allop- 
piato intelletto. Non mi trovava almeno più nella dura e ri- 
sibile necessità di farmi legare su la mia seggiola, come 
avea praticato più volte fin allora, per impedire in tal modo 
me stesso dal poter fuggir di casa, e ritornare al mio car- 
cere. Questo era anche uno dei tanti compensi eh' io aveva 
ritrovati per rinsavirmi a viva forza. Stavano i miei legami 



WmtOmo ALFIEKI. 241 

nascosti sotto il mantelloiie in cui mi avviluppava, ed avendo 
libere le mani per leggere» o scrivere, o picchiarmi Ja testa, 
chìQaque veniva a vedermi nou s'accorgeva punto cirto fossi 
attaccato della persona alla seggiola. E cosi ei passava deh 
l'ore noQ poche. Il solo Elia, che era il legatore, era a parte 
dì questo segreto; e mi scioglieva egli poi, quando io sen- 
teadomi passato queir accesso di furiosa imbecillità, sicuro 
di me^e nassodato il proponi monto, gli accennava di scio- 
gliermi. Ed in tante o sì diverse maniere mi ajutai da co- 
desti Jìerissimi assalti, che alla Une pure scampai dal rica- 
dere in quel t>aratro. , , 

Eccomi ora danque, sendo in età di quasi anni venzette, 
entrato nel duro impegno, e col pubblico e con me stesso, 
di farmi autor tragico. Per sostenere una sì fatta temerità, 
ecco quali erano per allora i miei capitali. 

Un animo risolato, ostinatissimo ed indomito; un cuore 
ripieno ridondante di affetti di ogni specie, tra' quali predo- 
minavano con bizzarra mistura V amore e tutte le sue fune, 
+id una profonda ferocissima rabbia ed abborrimento centra 
tigni qualsivoglia ti rannido. Aggi unge vasi p<ìì a questo sem- 
plice istinto della natura min^ una debolis^iuia ed incerta 
ricordanza delle varie tragedie francesi da me viste in tea- 
ivo molti anni addietro; che debbo dir per il vero, che ììn 
allora lette non ne avea mai nessuna, non che meditata ; ag- 
giunge vasi una quasi totale ignoranza delle regole dell'arte 
tragica, e V imperizia quasi che totale della divina e ne- 
cessarissima arte del bene scriverò e padroneggiare la mia 
propria lingua. Il tutto poi si ravviluppava neir indurita 
>Cf)rza di una presun/Jone, o per dir meglio, petulanza in- 
'^redibile, e di un tale impeto di carattere, che non mi la- 
sciava, se non se a a tento e di rado e iVemendo, conoscere, 
inTestigare ed ascoltare la verità. Capitali, come ben vede 
d lettore, più adatti assai per estrarue un cattivo e volgare 
principe, che non un autor luminoso. 

Ma pure una tale segreta voce mi si facea udire in 
fondo del caore, amraouejidomi in s^uono anche più ener- 
gico che noi faceano i miei pochi veri amici. E* ti convieu 
di necessità retrocedere, e per cosi dir, rimbambire, stu- 
diando er professo da capo la grammatica, e susaeguen- 
I temente tutto quel che ci vuole per sapere scrivere cor- 
rettamente e con arte. E tanto gridò questa voce, eli' io 
tlnnlmente mi persuasi, € chinai il capo e la spalle. Cosa oJtre 
IV. i« 



242 SECOLO XVIII. 

ogni dire dolorosa e mortificante, neir età in cui mi trovava. 
.pensando e sentendo come uomo, di dover pure ristudiare 
e ricompitare come ragazzo. Ma la fiamma di gloria si av- 
vampante mi tralucea, e la vergogna dei recitati spropositi 
sì fortemente incalzavami, per essermi quando che fosse tolta 
di dosso, ch'io a poco a poco mi accinsi ad affrontare e 
trionfare di codesti possenti non meno che schifosi ostacoli. 
— (Dalla Vita, ep. Ili, cap. 14 e 15, ed ep. IV, cap. I.) 

L' Educazione. 

Kes uulla minorift 

CoDstabit patri, qnam filius. 
JuvKN, Sat. VII, V. 187. 

Pel padre ornai la minor spesa è il figlio. 

Signor maestro, siete voi da messa? — 
Stri SSimo sì, son nuovo celebrante. — 
Dunque voi la direte alla contessa. 

Ma, come siete dello studio amante? 
Come stiamo a giudizio? i' vo' informarmi 
Ben ben di tutto, e chiaramente, avante. — 

Da chi le aggrada faccia esaminarmi. 
So il latino benone: e nel costume 
Non credo eh' uom nessun potrà tacciarmi. — 

Questo vostro latino è un l'ancidume. 
Ho sei figli: il contino è pien d'ingegno, 
E di eloquenza naturale un fiume. 

Un po' di pena per tenerli a segno 
I du' abatini e i tre cavalierini 
Daranvi; onde fta questo il vostro impegno. 

Non me li fato uscir dei dottorini: 
Di tutto un poco parlino, in tal modo 
Da non parer nel mondo babbuini: 

Voi m'intendete. Ora, venendo al sodo. 
Del salario parliamo, l'do tre scudi; 
Che tutti in casa far star bene io godo. — 

Ma, signor, le par egli? a me tre scudi? 
Al cocchier ne dà sei. — Che impertinenza! 
Mancan forse i maestri, anco a du' scudi? 

Ch'è olla in somma poi vostra scienza? 
Chi siete in somma voi, che al mi' cocchiere 
Veniate a contrastar la precedenza? 



VITTORIO ALFIEEL 243 

Gli è nato in casa, i3 d* un mi' cameriere ; 
Mentre tn sèi di padre contadino, 
E lavorano i tuoi l'altrui podere- 

Compitar, senza intenderlo, il latino; 
Una zimarra^ nn mantellon talare, 
Un coUaruccio sudi-cilestrino, 

VaglioD forstì a natura in voi cangiare? 
Poche parole: io pngo arcibenisaìmo: 
Se a lei non quadra, ella è pailron d'aDdare. — 

La non a* adiri, via, caro illustrissimo; 
Piglìerò scudi tre di mensuale ; 
Al resto poi provvederà rA!ti:?simo. 

Qualche in cert uccio a Pasqua ed al Natale 
Saravvì, spero: e intanto mo^trerolle 
Ch'ella non ha un maestro dosizinale, — 

Pranzerete con noi; ma al desco moJle ' 
V'alzerete di tavola: e a* intende 
Che in mia casa abjarate il ì^fllÉ e il noUe. 

Oh ve'! sputA latin chi mcn pretende. 
Cosi ì miei rtgli tutti (eVson di razza) 
Vedrf?te che han dawer menti stupende. 

Mi scordai d*una cosa: la ragazza 
Farete leggicchiar di quando in quando; 
Metasiasio.».. le ariette; elle n'è pazza. 

La si va da sé stessa esercitando; 
Ch'io non ho il tempo o ia contessa mi>no: 
Ma voi glie le verrete intorp retando, 

Finché un altro par d'anni fatti sieno; 
eh* io peuRo allor di porla in monastero, 
Percir ivi abbia sua mento ornato pieno. 

Ecco tutto, lo m'aspottn un m agiste ra 
Buono da voi. Ma, come avete nome?— , 
A servirla, don Raglia da Bastiero, — 

Cosi ha provvisto il nohjl conte al coìtìo 
Ciascun de* suoi rampolli un giorno onori 
D'alloro pari al suo lo illustri cl»iome« 

Educandi, educati, educatori 
Armonizzando in si perfetta j^uisa, 
Tai ne usciam poscia italici Signori, 

Frigio- Vandala stirpe, irta e derisa, 

AJJe frutta i o come dicati, al dttttri. 



244 SECOLO xvin. 



Suo ritratto. 



Sublime specchio di veraci detti, 
Mostrami in corpo e in anima quai sono. 
Capelli, or radi in fronte, e rossi pretti; 
Lunga statura, e capo a terra prono: 

Sottil persona in su due stinchi schietti: 
Bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono; 
Giusto naso, bel labro e denti eletti: 
Pallido in volto più che un re sul trono: 

Or duro, acerbo; ora pieghevol, mite: 
Irato sempre, e non maligno mai: 
La mente e il cor meco in perpetua lite: 

Per lo più mesto, e talor lieto lassai: 
Or stimandomi Achille ed or Tersite. 
Uom, se* tu grande o vii? Muori, e il saprai. 

L'uomo libero. 

Uom, di sensi e di cor libero nato. 
Fa di sé tosto indubitabil mostra. 
Or co'vizj e i tiranni ardito ei giostra. 
Ignudo il volto, e tutto il resto armato: 

Or pregno in suo tacer d*alto dettato. 
Sdegnosamente impavido s* inchiostra: 
L* altrui viltà la di lui guancia innostra: 
Nò visto è mai dei dominanti a lato. 

Cede ei talor, ma ai tempi rei non serve, 
Abborrito e temuto da chi regna 
Non men che dalle schiave alme proterve. 

Conscio a so di sé stesso, uom tal non de^na 
LMra esalar che pura in cor gli ferve: 
Ma il sol suo aspetto a non servire insegna. 

Al Toscani. 

Uom, che barbaro quasi kì su la sponda 
Del non Etrusco Tanaro nascea. 
Dove d* itale voci è impura Tonda 
Sì eh* ella macchia ogni più tersa idea; 

Più lustri or soa ch'ei la nata! sua immonda 



VITTORIO ALFIERI. WR 

Favella in piena oblivioii ponea; 

E al vago dir, che Talma Flora inonda, 

E labro e penna ed animo volgea. 

Se niiin di voi, cigni dall' Arno, or vede 
Spurio vestigio nel eoatui sermone. 
Cittadinanza di palmole eì chiede. 

Sacro tributo a Grecia tutta impone 
L'unica Atene di ogni grafia sede, 
Cai la Beozia stolta invao si oppoDO, 

Ad Asti. 

Asti, antiqua città, che a me già desti 
La culla e non darai (pare) la tomha*, 
Poiclf è destin che da te hirige io restia 
Abbiti almen la dottrinai mia flamba. >-^ 

Quanti ehbMo libri air insegnarmi presti, 
Fatto pei spirto a guisa di colomba. 
Tanti ten recoi onda per lor si innesti 
Ne' tuoi Agli il saper che T uom dispiomba. 

Né in dono già, ma in tlli'al tribnto. 
Spero, accetto terrai quest' util pegno 
D'uom che tuo cittadin s'è ognor tenute. 

Quindi, se in modo vuol d'ambo noi degno 
Contraccambiarne un dlU mìo cener muto, 
Libri aggiungi ai miei libri, esca air ingegno. 

Lo Stato Romano. 

Vuota insalubre regìon, che Stato 
Ti vai nomando; aridi campi incolti; 
Squallidi, oppressi, estenuati volti 
Di popol ri'7, codardo e insanguinato: 

Prepotente, e non libero sonato 
Di vili astuti in hi cid* ostro involti; 
Ricchi patrizj, e più che ricchi stolti; 
Prence, cui fa sciocchezza altrui tjeato: 

Città, non cittadini; augusti tèmpj, 
Rolìgìon non già; leggi, che ingiuste 
Ogni lustro cangiar vede, ma in peggio; 

Chiavi, che compre un dì sehiudeano agli empi 
Del cìel le porte, or per età vetuste: 
Oh, se' tu Roma, o d'^ogni vizio il seggio? 



(...,. r, J. 



246 SECOLO XVIIL 



La tomba del Tasso. 



Del sublime cantore, epico solo, 
Che in moderno sernion T antica tromba 
Fea risuonar dall* uno air altro polo. 
Qui giaccion Tossa, in si ne^^letta ttimba? 

Ahi Roma! e un'urna a chi spiegò tal ^''olo 
Nieghi, mentre il gran nnme al ciel rimbomba? 
Mentre il tuo maggior tempio al vile j^^fuolo 
De* tuoi vescovi re fai catacomba? 

Turba di morti ch*^ jjou tur mai vivi, 
Esci, su dunque; e sia iVi te piìrg:ato 
Il Vatican, cui di fetore empivi: 

Là, nel bel centro d*easo ei aia locato. 
Degno d'entrambi il moD amento quivi 
Michelangelo ergeva al firau Torquatn* 

La camera del Petrarca. 

cameretta che {ria in te ehìudiBs§ti 
Quel grande alla cui lama anguijto à il mondo. 
Quel sì gentil d'amor iiiastr'o profondo 
Per cui Laura ebbe in tfirra onor celesti : 

di pensier soavemente mesti 
Solitario ricovero gio(*ondo ; 
Di quai lagrime amare il petto inonda 
Nel veder ch'oggi inonorata restU 

Prezioso diaspro, a^ata ed oro 
Foran debito fregio, e appena degno 
Di rivestir sì nobile tesoro. 

Ma no: tomba frei^nar d'uom ch'ebbe i*egno 
Vuoisi, e por gemme ove disdice alloro: 
Qui basta il nome di quel divo ingeg^no. 

Per la soppressione dell'Acoademla della Crusca (1783). 

L'idioma gentil sonante e puro 
Per cui d'oro le arene Arno volgea, 
Orfano or giace, afflitto e mal sicuro. 
Privo di chi il più bel lìor ne co-^liea. 

Boréal scettro, inesorabil, duro. 



; VITTORIO ALFIERI. 247 

Sua madre spegne; e una madrigna crea, 
Clifl Uiegittimo ornai fariUlo a oscuro, 
Quanto pia ricco T altra e cliiaro il Tea. 

L'antica madre, è ver, dMoerzia ingorobra. 
Ebbe molti anni Tarti me neglette'. 
Ma per lei stava del gran nomo l'ombra, 

Italia, a qnat ti mena inlamì strette 
Il non esser dai Gf>ti appien disgombra! 
Ti son lo ignude voci anco interdette! 

Itaiìanl e Francesu 

Di liberta mae^itri ì Galli .^ Insogni 
Pria aervaggio il Britanno; insegni pria 
Umiltade T Ispano, o codat'dia 
L'Elveaio, o il Trace a porre in liorc i regni. 

Sian deli* irto Lappon gli accenti pregni 
Di apollìnea soave melodia: 
Taide anzi norma alle donzelle dia 
Di verginali atti pndiclu e degni. 

Di libertà maestri ì Galli f K a cui? 
A noi fervide, ardite itale menti, 
D*ogDÌ al fra cosa insegnatorì altrui? 

Schiavi or siam, si; ma schiavi almen frementi: 
Non Quali, o Galli, <ì il Ibste e il siete vui; 
Schiavi, al poter qua! ch'ei pur Ria, plaudenti. 

L'itali futura.. 

Giorno vernt, tornerà il giorno, in cnì 
Redivivi ornai gr Itali staranno 
In campo audaci, e non col ferro altrui 
In vii difa.m, ma dei Galli a danno. 

Al forte llanco sproni ardenti dui, 
Lor virtù prisca, ed i miei carmi, avranno: 
Onde, in niombrar clfesBi già fm\ ch'io fui, 
D* irresisti hi i ilamma avvamperanno, 

l^ armati allor di tiucl furor celeste 
Spirato in me dall'opre dei lor avi, 
Faran mie rime a Gallia esser funeste. 

Gli odo gid dirmi: <> Vate nostro, in pravi 
Secoli nato, eppur creato hai queste 
Sublimi età. che profetando andavi! 



248 SECOLO XVni. 



L'Antigone. 

Argia figlinola di Adrasto e vedova di Polinice è venata da 
Argo a Tebe per desiderio di portarne seco le ceneri del ano 
sposo. Introdottasi col favor della notte nella reggia di Creonte, 
spera di trovare Antigone e di esser da lei aiutata nel sno pie- 
toso disegno. Frattanto Antigone, che vnol uscire al campo per 
dar sepoltura a Polinice, avvedutasi di una donna che la sta srnar- 
(lando, le domanda chi ella sia. 

Argia, Una infelice io sono. 

Antigone. In queste soglie 

Che fai? che cerchi in sì tard'ora? 
Argia, lo.... cerco.... 

D*ADtigone.... 
Antigone, Perchè? — Ma tu chi sei? 

Antigone conosci? a lei se' nota? 

Che hai seco a far? che hai tu comun con essa? 
Argia, Il dolor, la pietà.... 
Antigone. Pietà? qual voce 

Osi tu in Tebe profferir? Creonte 

Regna in Tebe, noi sai? noto a te forse 

Non è Creonte? 
Argia, Or dianzi io qui giungea.... 

Antigone, E in questa reggia il pie, straniera, ardisci 

Por di soppiatto? a che?... 
Argia. Se in questa reggia 

Straniera io son, colpa è di Tebe: udirmi 

Nomar qui tale io non dovrei. 
Antigone, Che parli? 

Ove nascesti? 
Argia, In Argo. 

Antigone. Ahi nome! oh quale 

Orror m'inspira! A me pur sempre ignoto 

Deh stato fosse ! io non vivrei nel pianto. 
Argia. Argo a te costa lagrime? di eterno 

Pianto cagion mi è Tebe. 
Antigone. I detti tuoi 

Certo a me suonan piiinto. donna, s' altro 

Dolor sentir che il mio potessi, al tuo 

Io porgerei di lagrime conforto: 

Grato al mio cor fora la storia udirne. 



VITTO KlU ALFlEia. 349 

Quanto il narrarla a te: ma non é il tempo^ 
Or ohe un fratello io piango,... 

Argia. Ah tu se' dea sa! 

Antigone tu seh,.. 

Antigotie. Ma.... tu.,,. 

.\rgia. Sei deasa* 

Argia son io, la vedova infelice 
Del tuo fra tei più caro, 

AfUiffùne. Qim^I„,che accolto?... 

Argia, Unica speme mia, solo sostegno. 

Sorella amata, al fin ti abbraccio. — Appena 
Ti udia parlar, di Polinice il suono 
Pareami udire: al mio core tremante 
Forse ardir la tua voce: osai mostrarmi,... 
Felice me!.... ti trovo.... Al rattenuto 
Pianto, deh! lascia, eh* io tra'dolci amplessi 
Lìbero sfogo ontm al tuo sen conceda. 

Aniiffone. Oh come io tremo! tu, figlia di Adrasto, 
In Tebe^ in queste soglie? in man del fero 
Creonte?... Oh vista inaspettata! oh vista 
Cara non mea che dolorosa! 

Arffia, In que>fta 

Reggia, in cui me sperasti aver compagna 
(E lo sperai pur io), così mi accogli? 

U flette. Cara a me sei, più che sorella..,. Ahi qwanto 
lo già ti amassi, Polinice il seppe: 
Ignoto sol m^era il tuo volto; i modi, 
L" indole, il core, ed il tuo amore immenso 
Per luì, ciò tutto io già sapea. Ti amava 
lo già, qttaut'eglir ma vederti in Tebe 
Mai non volea; né il vo'.*.. Mllte funesti 
Perigli (ah trema!) hai qui dintorno. 

irgi^. Estinto 

Cadde il mio Polinice, e vuoi chMo tremi? 
Che perder più, che desiar mi resta? 
Abbracciarti, e morire. 

Antigone, Aver puoi morte 

Qui non degna di te. 

irgia. Pia degna sempre, 

Dov* io pur rabbia in su l'amata tomba 
Del mio sposo. 

-ìntìffone^ Che parli?,., Oimè!*.. La tomba?.,. 



2iio SECOLO xvni. 

Poca polve che il copra, oggi si vieta 
Al tuo marito, al mio fratello, in Tebe, 
Nella sua reggia. 

Creonte, ella soggiunge, non contento di lasciare insepolti gli 
eatìnti, condanna a morte chi li seppellisse : e maravigliandosi Argia 
che Ili madre sia paziente a tanta barbarie, Antigone le racconta 
come Giocasta, quando vide l'orrendo fratricidio, si uccise; e come 
Cn^onti', cacciò poi in bando il cieco Edipo. A me (soggiunge) fu 
tolto di essergli, come avrei^ voluto, compagna: ma forse provvidero 
Qom gli Dei alla sepoltura di Polinice; giacché chi oserebbe qui 
romper la legge di Creonte ? chi se non io ? 

Argia. Chi teco, 

Chi, se non io, potea divider Topra? 
Qui ben mi trasse il cielo. Ad ottenerne 
Da te ramato cenere io veniva: 
Oltre mia speme in tempo ancora io giungo 
Di riveder, riabbracciar le care 
Sembianze, e quella cruda orribil piaga 
Lavar col pianto, ed acquetar col rogo 
L*ombra vagante.... Or che tardiam? Sorella, 
Andianne; io prima.... 

Antigone, A santa impresa vasèi; 

Ma vassi a morto; io'l deggio, e morir voglio: 
Nulla ho, che il padre, al mondo; ei mi vien tolto; 
Morte aspetto, e la bramo. — Incender lascia. 
Tu che perir non dèi, da me quel rogo. 
Che coir amato mio fratel mi accolga. 
Fummo in due corpi un* alma sola in vita; 
Sola una rtamma anco le morte nostre 
Spoglie consumi, e in una polve unisca. 

Argia, Perir non deggio? Oh che di' tu? vuoi forse 
Nel dolor vincer me? Pari in amarlo 
Noi fummo; pari, o maggior io. Di moglie 
Altro (S Tamor, che di sorella. 

Aniiijone, Argia, 

Teco non voglio io gareggiar di amore; 
Di morte, sì. Vedova sei; qual sposo 
Perdesti, il so: ma tu tìglia non nasci 
DMncesto; ancor la madre tua respira; 
Esul non hai, non cieco, non mendico. 
Non colpevole il padre: il ciel più mite 



VITTORIO ALFIERI. 361 

Fratelli a te non die, che Tun delT altro 
Nel sangue a ^ara si ba^itiasser oinpj. 
Dell! non ti olìf?ntlcr s'io morir vo'sola, 
lo di morir, pria che nascea:3Ì, dep^na. 
Deh! torna in Argo.... Oh noi rimembri^ hai pegno 
Là del tao amor; dì Polinice* hai viva 
L' immani n la nel tuo fa nei n Ilo : ah! r,om&; 
Di te fa' lieto ìl disperato padre. 
Che nulla sa dì te; deli vanne: in queste 
Soglie nuiruoni ti ^'ide; -aucor n'hai tempo. 
Contro al divieto io sola basto, 
Argia. .... Il dglio?,.» 

10 ramo, ah si; ma pur vuoi tu ch'io fu^ga. 
Se qui morir sì dee per Polinice? 

Mal rni ccjjfKìSci. — Il pargoletta in cura 
Riman dì Adrasto; ei gli liit padn=?. Al pianto 

11 croscerei, mentre a vendetta e lìU'arniì 
Nutrir si de'. — Non v*ha timor clie possa 
Tòrmi la vista doir amato corpo. 

Polinice mio, ch'altra lì renda 

Gli ultimi onori!,.. 
^niigùne. Alla tebana scuro 

Porger tti il collo vuoi? 
Argia. Non nella pena* 

Ne! delitto è la infamia. Ognor Creontij 

Sarà r in fame: del suo nome o^ni nomo 

Sentirà orror, pietà de^ nostro.*., 
Antigofke, K t<^^mi 

Tal gloria vuoii 
Ar'gia^ Veder io vo* il mio sp^so, 

Morir sovr'eBso. — P: tu, qual ìnn tu dritto 

Di contendermi il mìo? tn che il vetlosti 

Morire, e ancor pur vìvu*., 
Antigone, Ornai te credo 

Non minora dì me. Pur m'era forza 

Ben accertarmi pria, qiiantn in te fosse 

Del fé ru min il timor. Del dolor tuo 

Non era io dubbia; del valore io Tera, 

Cosi Antigone e Argia si avviano id Dfimpo in cerea del corpo di 
Polinice, titlaoto Creonte laguri col fif^iiiioio EmonetChe, mentre 
il tr^no di Tebe b1 v trasferito dalla Qn^\ di Luio nclU sua, egli si 
mostri £ìf!Utto : ed Emoat^^ che amA ^ e grò ta mento A n tigone, eeri-fi 



252 



SECOLO XVIIL 



d' indurlo a rìvocart; il suo crudele divieta. Id questo mezw al- 
cune guardie conducono legate Antigone e Argm. Creonte a' alk- 
gra di re d ere Antigone caduta nella rete eb' egli le ha toia. Essa 
me dea ima dichiara al re iV aver rotta la sua legge accendcuiìo un 
rogo a Poliniee : al che egli risponde, ehe n' avrà il gHiderdone 
proiiio«so. Poi volto»! ad Argia, eh' ei non eonosee, la domanda del- 
Tes&er suo. Antigone vorrebbe ch'ella mentiBsc il sao nome, vor- 
rebbe Huttrarla n\ pericolo ; ma casa francamente si appalciOT e 
sforzasi di tirar tutto aopra s^ sola lo adejfno del re. Creonte !f 
consiglia a cessar quella gara: entrambe morranno *, e &olog:riii- 
crej^ee che Argia non abbia eondo Ito seco anche il |ìiccoln tìgUtiolfl 
di Polinice, Emone più eho mai impietosito cerca, ma invano, di 
stogliere il padre da quella deliberazione. Venuto a coUoqnìo con 
lui. gli domanda tra le altro cose ae nel far quella legge avieblu! 
mai imaginato di vederla violata dal nobile ardimento di du^ 
donne \ e Creonte risponde ^ 

Odimi, o figlio; 
Nulla asconder ti deggia. — ty noi sappi, 
Ovver non vogli, o il mio ponsier tu tinga 
Non penetrar finora, aprirtol bramo. — 
Credei, sperai, cbo dico? a forza io volli^ 
Che il mio divieto in Tebe a infranger prima, 
Sola Antigone fosse; al fin T ottenni; 
Rea s'è fatt'ella; omai la in ut il legge 
Fia tolta.... 

Ob ciolo!... E tu di mo sei padre? 
Ingrato figlio,... o mal esperto forse; 
Che tale ancora crederti a me giovar 
Padre ti sono: e m tu m'bai per reo, 
U son per te. 

Ben veggio arte esecranda, 
Onde innalzarmi credi,— infame trono. 
Mio non sarai tu mai, se mìo de' f^rtt 
8i orribil mezzo. 

loU tengo, è mio tuttora, 
Mìo questo trono che non vuoì,^ — Se al padr?» 
Qual ligi io il dee, non parli, al re tu parli. 
Mìsero meJ.*. Padre,,., perdona;,,, ascelta;.,. 
Olì eifìl! tuo nome oscurerai, nò il frutto 
Raccorrai della trama. In re tanfc' oltre 
Non vai poter, che di natura il grido 
A opprimer hasti. Ogni uom delia pietosa 
Vergine piange il duro caso; e nota, 



E^none. 
Creonte, 



Emotie. 



Creonte^ 



Emone. 



VITTORIO ALFIERI. 253 

Ed abborrita, e non sofferta forse 
Sarà tal arte dai Tebani. 
Creonte, E ardisci 

Tu il dubbio accòr, finora a tutti ignoto, 
Se obbedir mi si debba? Al poter mio 
Altro confin, che il voler mio, non veggio. 
Tu il regnar non m* insegni. TI cor d*ogni uomo 
Ogni altro affetto, che il terrore, io tosto 
Tacer farò. 

EmonCy vedendo nscir vane le preghiere, scopre al padre il 
suo amore, e protesta che non potrà tórgli Antigone senza tòrgli 
la vita. Donde il tiranno accoglie un nuovo pensiero, di serbare in 
vita costei qualora essa sposi Emone. Però fa chiamare a sé An- 
tigone. 

Creonte, Vieni: da quel di pria diverso assai 
A tuo favore, Antigone, mi trovi. 
Non ch'io minor stimi il tuo fallo, o meno 
La ingiunta pena a te dovuta io stimi: 
Amor di padre, più che amor del giusto. 
Mi muove a tanto. Il figliuol mio mi chiede 
Grazia, e Tottien per te, dove tu presta 
Fossi.... 

Antigone. A che presta? 

Creonte. A dargli, al mio cospetto, 

In meritato guiderdon, la mano. 

Emone, Antigone, perdona; io mai non chiesi 
Tanta mercè; darmiti ei vuol: salvarti 
Vogl'io, nuir altro. 

Creonte. Io perdonar ti voglio. 

Antigone. WqQvq grazia Creonte? — A me qual altra 
Grazia puoi far che trucidarmi? Ah tórmi 
Dagli occhi tuoi per sempre il può sol morte: 
Felice fai chi te non vede. — Impetra, 
Emone, il morir mio; pegno fla questo, 
Sol pegno a me, dell'amor tuo. Deh! pensa 
Che di tiranno il miglior dono è morte. 
Cui spesso ei nìega a chi verace ardente 
Desio n'ha in cor.... 

Creonte. Non cangerai tu stile? 

Sempre implacabil tu, superba sempre, 
ch'io ti danni, o ch'io ti assolva, sei? 



254 SECOLO XVIIL 

Antigone, Cangiar io teao atil? Caogiar tu il core. 
Fora poasibit più. 

Emone, Questi m'è padror 

Se a lui fa veli i, A litigone, m tal guisa, 
L*alma tratlggi a me. 

Antigone. Ti ò padre; ed alti-^ 

Preorio ei uon ha; uè scorgo io macchia aicuna 
, Emone in te, ch'essergli tiglio. 

Creonte* Bada; 

Clemenza è in me, qual pasneggiero lampo; 
Kea di soverchio sèi; né oniai l'a d'uopo 
Che il tuo parlar nulla vi aggiunga.,.. 

AnUgone, Rea 

Me troppo or fa Tincouti-astabil mio 
Trono che usurpi tu, W; uon ti chieggio 
Né la vita uè il trono, 11 di che il padre 
Toglievi a rno, ti iivreì la morte io chiesta, 
data a mti ò\ propria man T avrei; 
Ma mi restavo a dar tornea al fratello. 
Or che compinta ho la sant'opra, in Tebe 
NnUa a far mi rinuuu se v[iqì eh* io viva, 
Rendimi il padre. 

Creonte , il trouo, e ìii un eoo esso, 

10 t'offro ancor non abb^Tito sposo; 
Buion, che t'ama più che non mi ahborri. 
Che t'ama più che il proprio padre, assai* 

Antigone, Se non più cara, più soilrihil forse 
Farmi la vita Kmon potrebbe, e solo 

11 potrebb'oi. Ma qual ila vita? e trarla 
A te d'appresso? e udir le inveudÌL^ate 
Ombre do' miei da te traditi e spenti 
Gridar vendetta dairaverno? lo, aposa 
Tranquilla, in hraecio del tigli uol del crudo 
Rstirpator del sj^angue mio?-.. 

Creonte- B<?n parli. 

Troppo Jlii casto il nodo: altro d* Edipo 

Fi|?liuoi v*avesse! ei di tua mano illustre, 

Degno ei solo sarebbe,*** 
Antigone, OrribiI nome, 

Di Edipo figlia! —ma più infame nome 

Fia di Creorito nuora! 
Emone. Ah la mia speme 



VITTUHIO ALKIEEL 255 

Vana è pur trappo ornai! Può solo il sangue 
Appagar ^li odj acerbi vostri; il mio 
Scegliete dunque ; il mio vergiate. 

Creonte pon line al colloquio, diretido art Antijfone che il mio 
Tìfiuto pud perdere non pur Iti, ma Ar^ìa ; e le conred<; un giorno 
per eleggere o Enione o la morte* Enioiie^ rimasto »olo con lei, 
Torrpbbo peraimiIerL» a tìngere almeno Hi aiu:ettar la propof*ta: 
pÉnal che vivenrto ^riovenì ìhi piidri\ rul Argia, ai ìitìliuolo di Poli- 
mei che ti tempo potr» fet;arc nunk-lif rimeilio ni suo atatcn Ma 
.Idigoae, nebbene ami E mone, non si piegii. Che direbtie Edipo, 
ehc direbbe la Grecia se mai andas^fie attoruo it grido (e foise 
pur falso) di (queste noz^e ? A tale risposta Emo «Te si parte come 
disperato do Iei| protestaudo dì voltarla salvare anche contro sua 
vofflm. Antigone affrettasìì allora a diìstnganuare Creonte, dinatizì 
a uiU »i fa eondnrre. 



Antigone. 
Creonte. 
Antigone* 
^- reonte. 



Magone 
* reonk. 



ScegliesstU 

Ho J^cetto, 

EmouJ 

Morte* 

L'avrai. — 
Ma bada^ allur che siti tuo t^apo In alto 
Penda la scure, a non cangiarti; e tardo 
Fiira il pi?ntirtì, e vano. 11 fero aspetto 
Di morte, ahi forse so&? tener dapprt>sso 
Mal saprai tu, mài snsf:euer di Argia, 
Se rami, i pianti: che morirti al llajico 
Dovrà pur essa, e tu cagioji sei sola 
Del suo morir, — Pendaci; ancitr n*]iai tempo,,,o 
Ancor tf^l chieggio. — Or clu^ {lìHu?... Non parli? 
Fiso iutrepida guardi? Avi'ai, superba, 
Avrai da me eia cbo tacendo chiedi. 
Do le a mi gìh d* averti dato io scelta 
Fra la tua morte e Tonta mia. 

Dicesti ? — 
Che tardi or pxhì Taei, «ni adopra* 

Pompa 
Fa' di coraggio a seimo tuo: vodrassi 
Quant'è, tra poco, Ahbeuchè il punto ancora 
Del tuo morir giunto non sia, ti vo/^lio 
pur compiacer neiratlrettario, — Vanne, 
Euriraedonte: ^^a*; traggìla tosto 
AlTapprestato palco.... 



256 SECOLO XVllL 

Ma. ecco Emone dt^libefiito che non ni e&^gnmcA il decreto pn 
terno. Snlle prìmc^ egli pr^ga e consigliar non iioch!a il proprw 
iigliuolo mandando a morte coi^tei 5 non ni cspon^^a air ira di Ti ■ 
SCO che gì fi sì dice n.icJto d* Atene jjcr vendicare ì tanti argivi 
insepolti 5 non afìTrouti il furor dL^'Tebani^ i quali rome potranp 
vedere la figlia del ^jroprìo re finire su infame palco? Ma Crcouk, 
più che mai Termo e enidele nel uno proposito, risponde flie in- 
vìen\ a Teniio le ceneri degli Arfiìvi; e che Antigone non jtnn 
fatta Bpettiicolo al popolo, ma sepoltn viva nel campo* Eimrat' 
allora gittanl alle miaat^ee; e poiché non pnò ani vare Antigene 
collo prejfhlere, ò risolato di t»al varia col ferro. Indarno Creonie 
lo Hgrida \ ind^irno Aiitìfjone gli dice che per tal modo non pofr^ 
mai pìaeerln. — Creonte per altro n^: soapett^i ne temi? chf? ài 
Kmone possa mai venirgli alcun male. Piuttosto gli par neceesarit' 
non inimicarci A*lraii{o ;e però vnol rimandargli A rj^ a e oli e ceneri 
di Polinice: mi\ qoando coatei :*eute che Antì;rone decsoggiftMe' 
a aorte tanto diverga, ricR&;i le proposte del re e vnol morire in 
Tebe, Se non che invano cerca di resistere a Creonte, cite a foriA 
vuol rìma^ndarla in Argo. A forza pertaiito ella, portando !*k<' 
Pnrna dì PelÌnÌL'e, j^' avvia. Neil* n sci f della regima wontrasi in 
An tigone condotta al sepolcro. 

Antigone, Qiial odo iu voce 

Di pianto?... 

Argia, Oli oid! chi veggio? 

Antigone. Argini 

Argia. Sorella :- 

Oh ni0 felice! oIj dolee incontrai — Ahi vista! 
Carche hai le man di Te ito?,.. 

Antigone, Ove m\ tr-attaf 

Deh tosto dinimì.,.. 

Argm. A ISfirzà in Argo, ^1 puiire. 

Antigone, Respiro. 

Argia, A vii tanto mi tien Creonte, 

Che me vuol salva: ma di to.,., 

Antigone, Sa in voi. 

Guardie, pur Tomhra è di pietà, concessi 
iìrevi momenti ai favellar ne si«no. — 
Vieni, sorella, abbracciami: aì mìo petto 
Che non ti posso ik> stringere? d'infami 
Aspre ritorte orrìbilmente av\inta, 
M*ò tolto...» Ahi vieni, al tuo petta me stringi- 
Ma choi veggo? qnal pegno al sen con taota 
Gelosa cura serri? Un'urna?... Oh cielo! 
Cener del mio fratello, amato pegno. 



TlTTORrO ALFIERI. 257 

Prezioso e fuueato;... ah in sei desso! — 
Quell'urna sacra alle mie Jabbra accosta. — 
Delle calde mie lagrime bagnarti 
Concesso ni è pria di morirei... Io tanto 
NoQ sperava, o fratello;... ecco T estremo 
Mio pianto \ a te ben io il doveva. — Argia, 
Grau dono è questo; assai ti fu benigno 
Creonte in ciò: paga esser dtM, Deh torna 
In Argo ratta; al desolato padre 
Reca quest'urna.,.- Ah vìvM al Aglio vivi; 
E a lagrimar sovr'eaaa; e, fra.... i tuoi.... pianti,*,* 
Anco rimembra.... Antigone.... 

.Ir^wi, Mi strappi 

lì cor.... Mie voci..,, tronche.... dui.... sospiri..., 
Ch'io viva,.,, mentre.... a morte?,.. 

Antigone. A orribil morte 

lo vado. Il campo, ove la scorsa notte 
Pietose liimmo alla grand' opra, or debbe 
Essermi tomba: ivi sepolta viva 
Mi vuol Creonte. 

Arffia, Ahi scellerato!,.. 

Anligone^ Ei sceglie 

La notte a ciò, perch'ei del popol trema. — 
Deb! frena il pianto; va'; lasciami; avranno 
Così lor Uno in me di Edipo i tìgli, 
lo non men dolgo; ad esipiare i tanti 
Orribili delitti di mia stirpe 
Bastasse pur mia lunga morte!... 

Argia* Ah te co 

Divider voglio jl rio supplizio; il tuo 
Coraggio addoppia il mio; tua pena in parte 
Fia scema for.'^e..., 

Antigone- O^i che di' tu? Più grave 

Mille volte sarìa. 

Argia* Morendo insieme 

Potremmo alraen di Polinice il nome 
Proferire, esortarci; e pianger,,,. 

Antigone, Taci,.** 

Deh non mi far ripiangere!*.. La prova 
Ultima or fo di mia costanza, il pianto 
Pi£i ornai non tVeno,,,. 

Argia, Ahi ! lassa me, non posso 

IV, 17 



258 SECOLO xvra. 

Salvarti, oh ciel! né morir teco?... 
Antigone. Ah vivi 

Di Edipo tu figlia non sei; non ardi 
Di biasmevole amore in cor, com'io; 
Deir uccisore e sperdìtor de* tuoi 
Non ami il figlio. Ecco il mio fallo; il deggìo 
Espiar sola. — Emone, ah tutto io sento 
Tutto Tamor che a te portava: io sento 
Il dolor tutto a cui ti lascio. — A morte 
Vadasi tosto. — Addio, sorella,... addio. 

A questo colloquio soprarriya Creonte. Egli costringe Argia » 
partirsi, e dice air orecchio d*Ipsèo, capo delle guardie, alcune pa- 
role, colle quali (come si fa manifesto ben tosto) gli ordina di spac- 
ciare Antigone. Egli spera di toglier cosi ogni pretesto ai malcon- 
tenti ; ma sente un fragore improvviso^ e vede avanzarsi Emooe 
cinto d* armati. Figlio (domanda) che fai ? 



Emone, 



Creonte. 



Emone. 



Creonte. 



Che figlio? 
Padre non ho. D' un re tiranno io vengo 
L* empie leggi a disfar: ma per te stesso 
Non temer tu; eh* io punitor non vengo 
De* tuoi misfatti: a* Dei si aspetta: il brando, 
Per risparmiar nuovi delitti a Tebe, 
Snudato in man mi sta. 

Contro al tuo padre.... 
Con tra il tuo re tu in armi?— -Il popol trarre 
A ribellar, certo è novello il mezzo. 
Per risparmiar delitti!... Ahi cieco, ingrato 
Figlio!... malgrado tuo pur caro al padre! — 
Ma di'; che cerchi? innanzi tempo, scettro? 
Regna; prolunga i giorni tuoi; del tuo 
Nulla vogrio; ma chieggo, e voglio, e tórre 
Saprommi io ben con questi miei, con questo 
Braccio, ed a forza, il mio. Trar di tue mani 
Antigone ed Argia.... 

Che parli? — Oh folle 
Ardir iniquo! Osi impugnar la spada. 
Perfido, e centra il genitor tu Tosi, 
Per scior dai lacci chi dai lacci è sciolto? — 
Libera già, suirorme prime, in Argo 
Argia ritoma: in don la mando al padre: 
E a ciò finor non mi movea, ben vedi, 



.«iM. 



VITTORIO ALFIERI. 



259 



Creonte. 

Ermne. 

Crmnte. 

Emùne. 



Creonte* 



Emone. 



Creonte. 
Emone, 

Creonte. 



Emane, 

Creonte. 
Emme, 



Creonte. 



U terror dei tuo brando, 

£ qu^I destino 
Ebbe Antigone? 

Aneli* ella or or fu tratta 
Dallo gquallor del suo carcere orrendo* 
Ov*èl vederla voglio* 

Altro non brami? 
Ciò sta in me solo: a ctia tei chieggo? In questa 
Reggia (benché non mio) por brevi istanti 
Posso e voglio dar legga. Andiamo, o prodi 
Guerrieri, andiam: d'empio poter si tragga 
Rogai donzellai a cui tutt'&ltfo in Tebe 
Si dee che pena, 

I taoi guerrier son vani; 
Basti a tanto tu solo i a te chi ha 
Ch'osi j] passo vietare? Entra, va', tranne 
Chi vuoi; ti appetto, io vilipeso padre. 
Qui fra' tuoi forti umile, iniìn che il proda 
Liberalor n'esca o trlonft. 

A scherno 
Tu parli forse; ma davvero io parlo. 
Mira, ben mira, s' io pur basto a tanto. 
Va*, ya': ' Creonte ad atterrir non basti. 
Che veggio 7«* Oh cielo!,., Antigone*.., svenata! — 
Tiranno infame, a me tal colpo? 

Atterro 
Cosi r orgoglio: io fo cosi mìe leggi 
Servar; cosi fo ravvedersi un fi gJ io, 
Ravvedermii Ah pur troppo a te son tìglio! 
Cosi noi fossi 1 in te il mio brando*,,,. Io.,., moro..,. 
Figlio, che fai? V arresta- ^ — 

Or dì me senti 
Tarda pietà?... Portala, crudo, altrove,,,» 
Lasciami,,,, deh! non funestar mia morte.... 
Ecco a te rendo il sangue tuo; meglio era 
Non darmel mai. 

Figlio!... ah ne attesto il cielo.,,, 
Mai non credei che un folle amor t'avria 



^ S' ftpre ]« 5een&, fi eì timì« il corpo di Antigoafl. 
^ 81 aTTeoLa al padro ^ol braadOf ma ifitautaaeauionto Io ritorco Iil 
^ Steno, fl Gftde traatto. 



Emone, 



Creonte. 
Emcme. 



Creonte, 



EtTione. 



Creonte. 



lite SECOLO xvm. 

Contro a te stèsso.... 

Va',... cessa; non fisinni 
Fra disperate imprecazioni orrende 
Finir miei giorni.... Io.... ti fui figlio in vita.... 
Tu, padre a me,... mai non lo fosti.... 

Oh figlio!... 
Te nel dolore e fra i rimorsi io lascio. — 
Amici, ultimo ufficio,... il moribondo 
Mio corpo.... esangue,... di Antigone.... al fianco 
Traggasi;... là voglio esalar l'estremo 
Vital.... mio.... spirto.... 

Oh figlio.... amato troppo!... 
E abbandonar ti deggio? orbo per sempre 
Rimanermi?... 

Creonte, o in sen m'immergi 
Un'altra volta il ferro,... o a lei dappresso 
Trar....mi,... lascia,... e morire....* 

Oh figlio!... oh colpo 
Inaspettato! * — del celeste sdegno 
Prima tremenda giustizia di sangue.... 
Pur giungi al fine.... Io ti ravviso. — Io tremo. 

Il Saul. 

David, fnggìasco, si reca furtivamente e col favor della notte 
negli alloggiamenti di Saul, che sta per venire a decisiva battaglia 
contro i Filistei. Ivi s'incontra con Gionata, figlio di Saul e suo 
devoto amico, e poi con Micol, figlia essa pure di Saul, e che gli 
fu data in ìsposa, in premio delle sue guerresche imprese. Essi 
gli raccontano come lo spirito di Saul è in preda a tetri umori, 
e come Abner possegga intera la sua fiducia, e da lui lo allontani. 
uOD ascoltando le preghiere che per esso fanno T amico e la mo- 
glie , Hi col nasconde David in una grotta, finché giunga il momento 
proli] zio di addurlo alla presenza del re, e così ha fine il primo atto. 

ATTO SECONDO. — Scena I. — Saul, Abner. 

ScmL Bell'alba è questa. In sanguinoso ammanto 
Oggi non sorge il sole; un di felice 
Prometter parmi. — Oh miei trascorsi tempi! 
Deh! dove sete or voi? mai non si alzava 

^ Viene lentamente trascinato da' saoi seguaci verso il corpo di An- 
tigono. 

^ di copre il Tolto, e rimane immobile finché Emone sia quasi affatto 
faori d^lla vista degli spettatori. 



VITTORIO ALFIERI. 261 

Saul nel campo da* tappeti suoi, 
Che vincitor la sera ricorcarsi 
Certo non fosse. 

Abner, Ed or, perchè diffidi, 

re? Tq forse non (laccasti or dianzi 
La filistea baldanza? A questa pugna 
Quanto più tardi viensi, Abner tei dice, 
Tanto ne avrai più intera e nobil palma. 

Saul. Abner, oh! quanto in rimirar le umane 
Cose, diverso ha giovinezza il guardo 
Dalla canuta età! quand*io con fermo 
Braccio la salda noderosa antenna. 
Oh* or reggo appena, palleggiava; io pure 
Mal dubitar sapea.... Ma non ho sola 
Perduta ornai la giovinezza.... Ah! meco 
Fosse pur anco la invincibil destra 
D* Iddio possente!... o meco fosse almeno 
David! mio prode!... 

Al^ner. E chi Siam noi? Senz'osso 

Più non si vince or forse? Ah! non più mai 
Snudar vorrei, sMo ciò credessi, il brando. 
Che per trafigger me. David, eh' è prima. 
Sola cagion d'ogni sventura tua.... 

Saul. Ah! no: deriva ogni sventura mia 

Da più terribil fonte.... E che? celarmi 

L' orror vorresti del mio stato? Ah ! s' io 

Padre non fossi, come il son, pur troppo! c>Ju\,^ 

Di cari Agli.... or la vittoria e il regno, 

E la vita vorrei? Precipitoso 

Già mi sarei fra gl'inimici ferri 

Scagliato io, da gran tempo: avrei già tronca 

Cosi la vita orribile eh' io vivo. 

Quanti anni or son, che sul mio labro il riso 

Non fu visto spuntare? I figli miei, 

Ch'amo pur tanto, le più volte all'ira 

Muovonmi il cor, se mi accarezzan....Fero, 

Impaziente, torbido, adirato 

Sempre; a me stesso incresco ognora, e altrui: 

Bramo in pace far guerra, in guerra pace: 

Entro ogni nappo ascoso tosco io bevo: 

Scorgo un nemico in ogni amico; i molli 

Tappeti assirj, ispidi dumi al fianco 



p 262 SECOLO xvni. 

^. Mi sono; angoscia, il breve sonno; i sogni, 

I Terror. Che più? chi'l crederla? spavento 

M' è la tromba di guerra ; alto spavento 

\ È la tromba a Saul. Vedi se è fatta 

Vedova ornai di suo splendor la casa 
Di Saul; vedi, se ornai Dio sta meco. 
E tu, tu stesso (ah! ben lo sai), talora 
A me, qual sei, caldo verace amico, 
Guerrier, congiunto, e forte duce, e usbergo 
Di mia gloria tu sembri; e talor vile 
Uom menzogiier di corte, invido, astuto 
Nemico, traditore.... 

^ Abner. Or, che in te stesso 

Appien tu sei. Sanile, al tuo pensiero. 
Deh, tu richiama ogni passata cosa! 
Ogni tumulto del tuo cor (noi vedi?) 
Dalla raagion di que' profeti tanti. 
Di Rama egli esce. A te chi ardiva primo 
Dir -che diviso eri da Dio? l'audace, 
Torbido, accorto, ambizioso vecchio, 
Samuel sacerdote; a cui fean eco 
Le sue ipocrite turbe. A te sul capo 
Ei lampeggiar vedea con livid* occhio 
Il regal serto, eh' ei credea già suo. 
Oià sul bianco suo crin posato quasi 
Ei sei tenea; quand'ecco, alto, concorde 
Voler del popol d' Israello al vento 
Spersi ha suoi voti, e un re guerriero ha scolto. 
Questo, sol questo, è il tuo delitto. Ei quindi 
D'appellarti cessò d' Iddio l'eletto, 
Tosto ch'esser tu ligio a lui cessasti. 
Da pria ciò solo a te sturbava il senno: 
Coir inspirato suo parlar compieva 
David poi l'opra. In armi egli era prode. 
Noi niego io, no; ma servo appieno ei sempre 
Di Samuello; e più all'aitar che al campo 
Propenso assai: guerrier di braccio egli era: 
Ma di cor, sacerdote. Il ver dispoglia 
D'ogni mentito fregio, il ver conosci. 
Io del tuo sangue nasco; ogni tuo lustro 
È d'Abner lustro: ma non può innalzarsi 
David, no mai, s'ei pria Saul non calca. 



VITTORIO ALFIERI. 263 

SatU. David?... Io l'odio.... Ma la propria figlia 

Gli ho pur data in consorte.... Ah! tu non sai. — 

La Toce stessa, la sovrana voce. 

Che giovanetto mi chiamò più notti, 

Quand* io privato, oscuro, e lungi tanto 

Stava dal trono e da ogni suo pensiero; 

Or, da più notti, quella voce istessa 

Fatta è tremenda^ e mi respinge, e tuona 

In suon di tempestosa onda mugghiante: 

< Esci Saul; esci Sanile.... » Il sacro 

Venerabile aspetto del profeta. 

Che in sogno io vidi già, pria ch*ei mi avesse 

Manifestato che voleami Dio 

Re d'Israel; quel Samuele, in sogno, 

Ora in tutt* altro aspetto io lo riveggo. 

Io, da profonda cupa orribil valle. 

Lui su raggiante monte assiso miro: 

Sta genuflesso Davide a' suoi piedi: 

Il santo veglio sul capo gli spande 

L' unguento del Signor: con l'altra mano. 

Che lunga lunga ben cento gran cubiti 

Fino al mio capo estendesi, ei mi strappa 

La corona dal crine; e al crin di David 

Cingerla vuol: ma, il crederesti? David 

Pietoso in atto a lui si prostra, e niega 

Riceverla; ed accenna, e piange, e grida 

Che a me sul capo ei la riponga.... —Oh vista! 

Oh David mio! tu dunque obbediente 

Ancor mi sei? genero ancora? e figlio? 

E mio suddito fido? e amico?... Oh rabbia! 

Tormi dal capo la corona mia? 

Tu che tant'osi, iniquo vecchio, trema.... 

Chi sei?... Chi n'ebbe anco il pensiero, péra.... — 

Ahi lasso me! ch'io già vaneggio!... 

Abner. Péra, 

David sol péra; e svaniran con esso. 
Sogni, sventure, vision, terrori. 

ScBNA II. — Gionata, Micol, Saul, Abner. 

Gion. Col re sia pace. 

Micol. E sia col padre Iddio. 



264 SECOLO xvm. 



•'HWPwl 



Saul Meco è sempre il dolore. — Io men sorgea 

Oggi, pria dell* usato, in lieta speme.... 
Ma, già sparì, qual del deserto nebbia. 
Ogni mia speme. — Ornai che giova, o figlio, 
Protrar la pugna? Il paventar la rotta. 
Peggio è che averla; ed abbiasi una volta. 
Oggi si pugni, io'l voglio. 

Gion. Oggi si vinca. 

Speme, o padre, ripiglia: in te non scese 
Speranza mai con più ragione. Il volto 
Deh! rasserena: io la vittoria ho in core. 
Di nemici cadaveri coperto 
Fia questo campo; ai predatori alati 
Noi lasceremo orribil ésca.... 

Micol. A stanza 

Più quota, padre, entro tua reggia, in breve, 
Noi torneremo. Infra tue palme assiso, 
Lieto tu allor, tua desolata figlia 
Tornare a vita anco vorrai, lo sposo 
Rendendole.... 

Saul. ....Ma che? tu mai dai pianto 

Non cessi? Or questi i dolci oggetti sono 
Che rinverdir dènno a Saul la stanca 
Mente appassita? Al mio dolor sollievo 
Sei tu così? Figlia del pianto, vanne; 
Esci; lasciami, scostati. 

Micol, Me lassa!... 

Tu non vorresti, o padre, chMo piangessi?... 
Padre, e chi Talma in lagrime sepolta 
Mi tiene or, se non tu?... 

Gion. Deh! taci: al padre 

Increscer vuoi ? — Saul, letizia accogli : 
Aura di guerra e di vittoria, in campo 
Sta: con quest'alba uno spirto guerriero, 
Che per tutto Israel dò' spandersi oggi, 
Dal ciel discese. Anco in tuo cor, ben tosto, 
Verrà certezza di vittoria. 

Saul. Or, forse 

Me tu vorresti di tua stolta gioja 
A parte? me? — Che vincere? che spirto?... 
Piangete tutti. Oggi, la quercia antica. 
Dove spandea già rami alteri all'aura, 



VITTORIO ALFIERI. 265 

Innalzerà sue squallide radici. 

Tutto è pianto, e tempesta, e sangue, e morte: 

I vestimenti squarcinsi; le chiome 
Di cener vii si aspergano. Sì, questo 
Giorno è finale; a noi l'estremo, è questo. 

Aòn. Già più volte vel dissi: in lui l'aspetto 

Vostro importuno oguor sue fere angosce 

Raddoppia. 
Micol, E che? lascio rem noi l'amato 

Genitor nostro?.,. 
Gw». Al fianco suo, tu solo 

Starti pretendi? e che in tua man...? 
Satd. Che fla? 

Sdegno sta su la faccia de' miei figli? 

Chi, chi gli oltraggia? Abner, tu forse? Questi 

Son sangue mio; noi sai?... Taci: rimembra,*.. 
Gion. Ah! si; noi slam tuo sangue; e per te tutto 

II nostro sangue a dar siam presti.... 

MicoL padre. 

Ascolto io forse i miei privati affetti, 

Quand* io lo sposo a te richieggo? Il prode 

Tuo difensore, d' Israel la forza. 

L'alto terror de' Filistei ti chieggo. 

Nell'ore tue fantastiche di noja. 

Ne' tuoi funesti pensieri di morte, 

David fors'ei non ti porgea sollievo 

Col celeste suo canto? or di': non era 

Ei quasi raggio alle tenèbre tue? 
Gion. Ed io; tu il sai, se un brando al fianco io cinga: 

Ma, ov' è il mio brando, se i sonanti passi 

Del guerrier dei guerrier norma non danno 

Ai passi miei? Si parleria di pugna, 

Se David qui? vinta saria la guerra. 
Saul. Oh scorsa etade!...Oh di vittoria lieti 

Miei gloriosi giorni!... Ecco, schierati 

Mi si appresentan gli alti miei trionfi. 

Dal campo io riodo, d'onorata polve 

Cosperso tutto, e di sudor sanguigno: 

lofira. l'estinto orgoglio, ecco, io passeggio; 

E al Signor laudi.... al Signor, io?... Che parlo?....— 

Ferro ha gli orecchi alla mia voce Iddio; 

Muto è il mio labro.... Ov' è mia gloria? dove, 



266 SECOLO XVni. 

Dov*è de* miei nemici estìnti il sangue?... 
Gton. Tutto avresti in David. 
Micci, Ma non ò teco 

Quel David, no: dal tuo cospetto in bando 

Tu il cacciavi, tu spento lo volevi.... 

David, tuo figlio; Topra tua più bella; 

DociI, modesto; più che lampo ratto 

Neir obbedirti; ed in amarti caldo, 

Più che i proprj tuoi figli. Ah! padre, lascia.... 
Saul. Il pianto (oimè!) sugli occhi stammi? al pianto 

Inusitato, or chi mi sforza?... Asciutto 

Lasciate il ciglio mio. 
Abner. Meglio sarebbe 

Ritrarti, o re, nel padiglione. In breve 

Presta a pugnar la tua schierata possa 

lo^ raostrerotti. Or vieni ; e te convinci 

Che nulla è in David.... 

Scena III. — David, Saul^ Abner^ Gionata, Micci, 

David. La innocenza tranne. 

Saul. Che veggio? 

Micol. Oh ciel! 

Oion. Che fosti? 

Abner. Audace.... 

Gion. Ahi padre.... 

Mie. Padre, ei m'è sposo; e tu mei desti. 

Saia. Oh vista! 

Dav. Saul, mio re; tu questo capo chiedi; 

Già da gran tempo il cerchi; ecco, io tei reco! 
-Troncalo, è tuo. 
Saul. Che ascolto?... Oh David,... David! 

Un Iddio parla in te: qui mi t* adduce 

Oggi un Iddio.... 
David. Sì, re; quei eh' è sol Dio; 

Quei, che già in Eia me timido ancora 

Inesperto garzon spingeva a fronte 

Di quel superbo gigantesco orgoglio 

Del fior Goliatte tutto aspro di ferro: 

Quel Dio, che poi su Tarmi tue tremende 

A vittoria vittoria accumulava: 

E che, in sue mire imperscrutabil sempre, 



VITTORIO ALFIERI. 267 

Deir oscuro mio braccio a lucid^opre 
Valer si volle: or sì, quel Dio mi adduce 
A te, con la vittoria. Or qual più vuoi. 
Guerriero o duce, se son io da tanto. 
Abbimi. A terra pria cada il nemico : 
Sfamino al soffio aquilonar le nubi, 
Che al soglio tuo si ammassano dintorno: 
Men pagherai poscia, o Saul, con morte. 
Nò nn passo allora, nò un pensier costarti 
Il mio morir dovrà. Tu, re, dirai : 
David sia spento: e ucciderammi tosto 
Abner. — Non brando io cingerò nò scudo ; 
Nella reggia del mio pieno signore 
A me disdice ogni arme, ove non sìa 
Pazienza, umiltade, amor, preghiere. 
Ed innocenza. Io deggio, se il vuol Dio, 
Perir qual figlio tuo, non qual nemico. 
Anco il figliuol di quel primiero padre 
Del popol nostro, in sul gran monte il sangue 
Era presto a donar; nò un motto, o un cenno 
Fea, che non fosse obbedienza: in alto 
Già runa man pendea per trucidarlo, 
Mentre ei del padre 1* altra man baciava.-— 
Diemmi Tesser Saul; Saul mei toglie: 
Per lui s'udia il mio nome, ei lo disperde: 
Ei mi fea grande, ei mi fa nulla. 
Saul. Oh! quale 

Dagli occhi antichi miei caligin folta 
Quel dir mi squarcia! Oh qual nel cor mi suona!... — 
David, tu prode parli, e prode fosti; 
Ma, di superbia cieco, osasti poscia 
Me dispregiar; sovra di me innalzarti; 
Furar mie laudi, e ti vestir mia luce, 
fi s'anco io re non t'era, in guerrier nuovo, 
Spregio conviensi di guerrier canuto? 
Tu, magnanimo in tutto, in ciò non V eri. 
Di te cantavan d* Israel le figlie: 
« Davidde, il forte, che i suoi mille abbatte : 
Saul suoi cento. » Ah! mi offendesti, o David, 
Nel più vivo del cor. Che non dicevi? 
«Saul, ne' suoi verdi anni, altro che i mille. 
Le migliaja abbatteva: egli è il guerriero; 



268 SECOLO xvra. 

Ei mi creò. » 
David. Ben io '1 dicea ; ma questi, 

Che del tuo orecchio già tenea le chiavi, 

Dicea più forte: « Egli è possente troppo 

David: di tutti in bocca, in cor di molti; 

Se non l'uccidi tu, Saul, chi '1 frena?» — 

Con minor arte, e verità più assai, 

Abner, al re che non dicevi?: <r Ah! Dav^l^d- 

Troppo è miglior di me: quindi io lo abl3O>xT0; 

Quijidi lo invidio, e tepioiie ^nto io'l -^^ofi^io. > 
Aàn. Fellone! e il di che dMpppftlfe andavi 

Co* tuoi profeti a sussurrar consigli; 

Quando al tuo re segreti lacci infami 

Tendevi; e quando a* Filistei nel grembo 
\*^i/jI^TÌcovravi; e fra nemici impuri 
XV.*" Profani di traendo, ascose a un tempo 
^'* Pratiche ognor fra noi serbavi: or quest^^ 

Il dissi io forse? o il festi tu? Da prima, 

Chi più di me del signor nostro in core 

Ti pose? A farti genero, chi '1 mosse? 

Abner fu solo.... \ 

Micoi. Io fui: Davide in sposo, 

Io dal padre T ottenni; io il volli; io, pr^^^' 

Di sue virtudi. Egli il sospir mio primo, 

TI jnio pensier nascoso; ei la mia speme 

Era; ei sol, la mia vita. In basso stato 

Anco trsMTolto, in povertà ridotto, 

Sempre al mio cor giovato avria più Dav^*^*^* 

eh* ogni alto re cui T oriente adori. 
Saul. Ma tu, David, negar, combatter puoi 

D' Abner le accuse? Or, di': non ricovrasti 

Tra' Filistei? nel popol mio d'iniqua 

Ribellione i semi non spandesti? 

La vita stessa del tuo re, del tuo 

Secondo padre, insidiata forse 

Non l'hai più volte? 
Damd. Ecco; or per me rispondi^ 

Questo già lembo del regal tuo manto. 

Conoscil tu? Prendi; il raffronta. 
Saul. Dammi. 

Che veggio? è mio; noi niego....Onde l'hai tolto? 
I)av. Di dosso a te, dal manto tuo, con questo 



.msÈimÀ 



VITTORIO ALFIERI.. 269 



Mio brando, io stesso, io lo spiccai. — Sovvienti 

D'Engadda? Là, dove tu me proscritto 

Barbaramente perseguivi a morte; 

Là, trafugato senza alcun compagno. 

Nella caverna, che dal fonte ha nome. 

Io m*era: ivi, tu solo, ogni tuo pcode 

Lasciato in guardia alla ^%ì^f^ ^AlifTk, 

Su molli coltri in placida quiete 

Chiudevi al sonno gli occhi.... Oh ciel! tu, pieno 

L'alma di sangue e di rancor, dormivi? 

Vedi, se Iddio possente a sch erno pre nde 4 Jì<ZaJÌs^ 

Disegni umani! ucciderti a mia posta, 

E me salvar potea per altra uscita: 

Io il potea; quel tuo lembo assai tei prova. 

Tu re, tu grande, tu superbo, in mezzo 

A stuol d'armati; eccoti in man del vile 

Giovin proscritto.... Abner, il prode, ov'era, 

Dov*era allor? Cosi tua vita ei guarda? 

Serve al suo re così? Vedi, in cui posto 

Hai tua fldag^fj^ji^ chi rivolto hai 1* ira. — 

Or, sei tu pago?\Or T evidente segno 

Non hai, Saul, del cor, della innocenza, 

E della fede mìa? non T evidente 

Segno del poco amor, della maligna 

Invida rabbia, e della guardia infida 

Di questo Abner?... 

Saul. Mio figlio, hai vinto;... hai vinto. 

Abner, tu mira; ed ammutisci. 

Micol, Oh gioja! 

Dav. Oh padre!... 

Gion. Oh di felice! 

Micfd. Oh sposo!... 

Saul, Il giorno 

Si, di letizia e di vittoria, è questo. 
Te duce io voglio oggi alla pugna; il soffra 
Abner; eh' io '1 ve'. Gara fra voi non altra. 
Che in più nemici esterminare, insorga. 
Gionata, al fianco al tuo fratel d'amore 
Combatterai: mallevador mi è David 
Della tua vita; e della sua tu il sei. 

Gùm. Duce David, mallevadore è Iddio. 

Micol.D\o mi ti rende; ei salveratti.... 



s?' 



270 SECOLO xvin. 

Saul. Or basta. 

Nel padiglioD, pria della pugna, o figlio, 
Vieni un tal poco a ristorarti. Il lungo 
t Duol deir assenza la tua sposa amata 
^. Rattempreratti : intanto di sua mano 
, ' Ella ti mesca, e ti ministri a mensa. 

Deh! figlia (il puoi tu sola) ammenda in parte 
Del genitor gli involontarj errori. 

Al principiare del terzo atto, sono fra loro a consiglio Abnrr 
e David, cai questi narra quanto lia disposto per la prossinui tot- 
taglia. Abner si allontana, e dopo un breve soliloquio di Darid, 
entra Micci. 

Scena III. — Micol, David. 



MicoLSposOf non sai? Da lieta mensa il padre 
Sorgeva appena, Abner vèr lui si trasse, 
E un istante parlavagli; io m'inoltro. 
Egli esce, il re già quel di pria non trovo. 

Dav. Ma pur, che disse? in che ti parve...? 

MicoL Egli era 

Dianzi tutto per noi; con noi piangea; 
Ci abbracciava a vicenda; e da noi stirpe 
S*iva augurando di novelli prodi, 
Quasi alla sua sostegno; ei più che padre 
Pareane ai detti: or, più che re mi apparve. 

Dav. Deh! pria del tempo, non piangere, o sposa: 
Saulle è il re; farà di noi sua voglia, 
Sol ch*ei non perda oggi la pugna; il crudo 
Suo pensier contro meldoman ripigli; 
Ripiglierò mio stato aM^to, e il duro 
Bando, e la fuga, e V affannosa vita. ^ o JL^ 
Vera e sola mia morte emmi il lasciarti:'*^ 
E il dovrò pure.... Ahi vana speme! infauste 
Nozze per te! Giocondo e regio stato 
Altro sposo a te dava; ed io tei tolgo. 
Misero me!... Nò d* ampia prole e lieta. 
Padre puoi far me tuo consorte errante, 
E fuggitivo sempre.... 

MtcoL Ah! no; divisi 

Più non saremo; dal tuo sen strapparmi 
Niuno ardirà. Non riodo io no, più mai, 



^•.■■* 



VITTORIO ALFIERI. 271 

A quella vita orrìbile, eh* io trassi 

Priva di te: m'abbia il sepolcro innanzi. 

In quella reggia del dolore io stava 

Sola piangente, i lunghi giorni; e 1* ombre 

L'aspetto mi adducean d'orrende larve. 

Or, sopra il capo tuo pender vedea 

Del crudo padre il ferro: e udia tue voci 

Dolenti, lagrimose, umili, tali 

Da trar del petto ogni più atroce sdegno ; 

E si racciar pur t'immergeva iu core 

n barbaro Sanile: or, tra* segreti 

Avvolgimenti di negra caverna, 

Vedeati far di dure selci letto; 

E ad ogni picciol moto il cor balzarti . ' 

Tremante; e in altra ricovrarti: e quindi 

In altra ancor; nò ritrovar mai loco. 

Nò quiete, nò amici: ^^ro, ansio, stanco.... 

Da cruda sete trafàgifttt<$?.^.Oh cielo!... 

Le angosce, i dubbj ^il palpitar mio lungo rj. . . .-, 

Poss'io ridir? — Mai più, no, non ti lascio; ^ 

Mai più.... 

Lavid. Mi strappi il cor: deh! cessa.... Al sangue, 

E non al Pi^i^^o, (^uesto^V^rDo ò sacro. 

Iftco^. Pur ch'oggi mcìampo kituo* pugnar non nasca. 
Per te non temo io la battaglia; hai scudo 
Di certa tempra, Iddio: ma temo ch'oggi 
Dal perfid'Abner impedita o guasta. 
Non ti sia la vittoria. 

David. E che? ti parve 

Dubbio il re d'affidarmi oggi l'impresa? 

lftco2.Ciò non udii; ma forte accigliato era, 
B susnrrava non so che, in so stesso. 
Di sacerdoti traditor; d'ignota ., .^ 
Gente nel campo; di virtù mell^tltà.'...^ 
Rotte parole, oscure, dolorose. 
Tremende a chi di David è consorte, 
B di SauUe ò figlia. 

David, Eccolo: si oda. 

Jf fCoZ. Giusto Iddio, deh! soccorri oggi al tuo servo: 
L* empio confondi; il genitor rischiara; ••' 
Salva il mio sposo; il popol tuo difendi. 



272 SECOLO xvni. 



Scena ìW. — SatU, Gionata, Micol, David. 

Gion. Deh! vieni, amato padre; a' tuoi pensieri 

Da' tregua un poco; or Taura aperta e pura 
Ti fla ristoro; Tieni; alquanto siedi 
Tra i figli tuoi. 

Saul, .... Che mi si dice? 

Micol. Ah! padre!... 

Saul. Chi sete voi?... Chi d'aura aperta e pura 
Qui favellò?... Questa? è caligiu densa: 
Tenebre sono; ombra di morte.... Oh! mira; 
Più mi t'accosta; il vedi? il sol dintorno 
Cìnto ha di sangue ghirlanda funesta.... 
Odi tu canto di sinistri augelli? 
Lugubre un pianto sull'aere si spande, 
Che me percuote, e a lagrimar mi sforza,... 
Ma che? Voi pur, voi pur piangete?... 

Gion. sommo 

Dio d' Israello, or la tua fÌBiccia hai tolta 
Dal re Saul cosi? lui, già tuo servo. 
Lasci or cosi dell'avversario in mano? 

AficoZ. Padre, hai la figlia tua diletta al fianco: 
Se lieto sei, lieta è pur ella; e piange. 
Se piangi tu.... Ma, di che pianger ora? 
Gioja tornò. 

Saul. David vuoi dire. Ah!... David.... 

Deh! perchè non mi abbraccia anch' ei configli? 

Dav. Oh padre!.,. Addietro or mi tenea temenza 
Di ^non") t'esser molesto. Ah! nel mio core 
Perchè legger non puoi? son sempre io teco. 

SauZ. Tu.... di Saulle.... ami la casa dunque? 

Dav. S'io l'amo? Oh ciel! degli occhi miei pupilla 
Gionata egli è; per te, periglio al mondo 
Non conosco, né curo: e la mia sposa. 
Dica, se il può, ch'io noi potrei, di quanto^ , 
Di quale amore io ramo....-- .-...' 

Saul. Eppur, te stesso 

Stimi tu molto.... 

David. lo, me stimare? In campo 

Non vii soldato, e tuo genero in corte 
Mi tengo; e innanzi a Dio, nulla mi estimo. 



VITTORIO ALFIERI. 273 

SauL Ma, sempre a me d* Iddio tu parli; eppure, 
Ben tu il sai, da gran tempo, hammi partito 
Da Dio l'astuta ira crudel tremenda 
De* sacerdoti. Ad oltraggiarmi, il nomi? ^A / '^' 

Dav, A dargli gloria, ioU nomo. Ah! perchè crecli 
Ch*ei più non sia con te? Con chi noi vuole, 
Non sta: ma, a chi T invoca, a chi riposto 
Tutto ha sé stesso in lui, manca egli mai? 
Bi sul soglio chiamotti; ei vi ti tiene: 
Sei suo, se in lui, ma se in luì sol, ti affidi. 

Salila Chi dal ciel parla?... Avviluppato in bianca 
Stola è costui che il sacro labro or schiude? 
Vediamlo..^^h! np: tu sei guerriero, e il brando 
Cingi: or rlnSttM; appressati; ch'io veggia, 
Se Samuele o David mi favella. — 
Qnal brando è questo? ei non è già lo stesso 
Oh* io di mia man ti diedi.... 

David. È questo il brando, 

Cui mi acquistò la povera mia fìonda. 
Brando, che in Eia a me pendea tagliente 
Sul capo ; agli occhi orribìl lampo io '1 vidi 
Balenarmi di morte, ^^J[^^^^ ^®^^ 
Goliàt gigante : ei lo stfnigepf*: ma stavvi 
^5fre5ST)ur, non già*l mio sangue, il suo. 

Saul- Non fu quel ferro, come sacra cosa, 
Appeso in Nobbe al tabernacol santo? 
Non fu nell'Efod mistico ravvolto, 
E così tolto a ogni profana vista? 
Consecrato in eterno al Signor primo?... 

Bav. Vero è; ma.... 

Saul. Dunque, onde Thai tu? Chi ardiva 

Dartelo? chi? 

David, Dirotti. Io fuggitivo. 

Inerme in Nob giungea: perchè fuggissi, 
Tu il sai. Piena ogni via di ft'isU gente. 
Io senza ferro, a ciascun passo stava 
Tra le fauci di morte. Umil la fronte 
Prosternai là nel tabernacol, dove 
Scende d* Iddio lo spirto: ivi, quest'arme, 
(Cui s'uom mortai riadattarsi al fianco 
Potea, queir uno esser potea ben David) 
La chiesi io stesso al sacerdote. 

IV. 18 



274 SECOLO xvra. 

Saul. Ed egli?... 

Dav, Diemmela. 

Saul. Ed era? 

David. Achimelech. 

SauL Fellone. 

Vii traditore.... Ov'è l'altare?... oh rabbia!... 
Ahi tutti iniqui! traditori tutti!... 
D'Iddio nemici, a lui ministri, voi?... 
Negr'alme in bianco ammanto.... Ov' è la scure?... 
Ov'è l'aitar? si atterri.... Ov' è l'offerta? 
Svenarla io voglio.... 

Micol. ^<^ Ah padre! 

Gion. Oh cìel! che fai? 

Ove corri? che parli?... Or, deh! ti placa: 
Non havvi aitar; non vittima; rispetta 
Nei sacerdoti Iddio, che sempre t'ode. 

Saul. Chi mi rattien? Chi di seder mi sforza? 
Chi a me resiste?... 

Gion. Padre.... 

David. Ah! tu il soccorri. 

Alto Iddio d'Israèle: a te si prostra, 
Te ne scongiura il servo tuo. 

Saul. La pace 

Mi è tolta; il sole, il regno, 1 figli, l'alma, 

Tutto mi è tolto! Ahi Saul infelice! 

Chi te consola? al brancolar tuo cieco. 

Chi è scorta, o appoggio?... I tigli tuoi, son muti; 

Duri son, crudi.... Del vecchio cadente 

Sol si brama la morte: altro nel core 

Non sta dei tigli, che 11 fatai diadema, 

Che il canuto tuo capo intorno cinge. 

Su strappatelo, su: spiccate a un tempo 

Da questo omai putrido tronco il capo 

Tremolante del padre.... Ahi fero stato! 

Meglio è la morte. Io voglio morte.... 

Micol. Oh padre!... 

Noi voglìam tutti la tua vita: a morte 
Ognun di noi, per te sottrarne, andrebbe. 

Gion. — Or, poiché in pianto il suo furor già stemprasi, 
Deh! la tua voce, a ricomporlo in calma, 
Muovi, fratello. In dolce oblio l' hai ratto 
Già tante volte coi celesti carmi. 



VITTORIO ALFIERI- 275 

Mcof^Ahl sì; tu il vedi, airalitauto petto 

^-^MifcQca il respiro; il già feroce sguardo 
'^ Nuota in lagrime- or tempo è di prostargli 

L'opra tua. ^ 

Jksvid, Deh ! p^r ma, gli parli Iddio. — 

< tu, che eterno, onnipossente, immenso, 
t Siedi sovran d'ogpl creata cosa; 
» Tu, per cui tratttV io .*^on dai nulla, o penso, 

> E la mia menta a te salir pur osa; 

» Tu, che ss il guardo inchini, apresi il denso 
» Abisso, e via non serba a te nastcosa; 
» Se il capo accenni, trema lo universo; 
» So il braccio innalzi, ogni empio ecco è disperso: 
» Già su le ratte folgoranti piume 

> Di Chembin hen mille «n di scendesti^ 

> E del tuo ealdo, irresistihìl nume 

> Il condottiero d' Israel lo empiesti; 

» Di perenne facondia a lui tti tlume, 

» Tu brando, e senno, e scudo a lui ti festì : 

> Dehl di tua fiamma tanta un raggio solo 
» Nubi-fendente, or manda a noi dal polo. 

> Tenebre e pianto siamo... » 
SatiL Odo io la voce 

Di David? Trammi di mortai letargo: 

Folgor mi mostra di mia verde etade* 
Dav. < Chi vien, chi vien, ch'odo e non veggo? Un nembo 

» Negro di polve, rapido veleggia 

» Dal torbìd'euro spinto. — ^ 

» Ma già si squarcia; e tiifto^accìar lampeggia 

»Dai mille e mille, eif ei si reca in grembo».. 

» Ecco, qual torre, cinto 

* Saul la testa d' infuocato lembo. 

> Traballa il suolo al calpestìo tojiante 

> D*armi e destrieri: 
» La terra, e Tonda, e il cielo è rimbombante 

> D*urli guerrieri. 

* Saul s* appressa in sua lerrìbil possa i 

> Carri, fanti, destrier sossopra ei mesco: 
*Gelo, in vederlo, scorre a ogni nom per Tossa, 
*Lo spavento d'Iddio dagli occhi gli esce. 

* Figli di Ainmón, dov'<V la ria baldanza? 
» Dove gli spregj e TinsulÈar, che al giusto 



276 SECOLO xvni. 

» Popol di Dio già feste? 

> Ecco ora il piano ai vostri corpi angusto; 

» Ecco, a noi mèsse sanguinosa avanza 

» Di vostre tronche teste : 

» Ecco ove mena in falsi iddìi fidanza. — 

» Ma donde ascolto altra guerriera tromba 

» Mugghiar repente ? 

» È il brando stesso di Saul, che intomba 

» D' Edom la gente. 

» Cosi Moab, Soba così sen vanno, 

» Con l'iniqua Amalèch, disperse in polve: 

» Saul, torrente al rinnovar dell'anno, 

» Tutto inonda, scompon, schianta, tra voi ve. » 

Saul, Ben questo è grido de' miei tempi antichi. 
Che dal sepolcro a gloria or mi richiama. 
Vivo; in udirlo, ne' miei fervidi anni.... — 
Che dico?... ahi lasso! a me di guerra il grido 
Si addicd ornai?... L'ozio, l'oblio, la pace, 
- Chiamano il veglio a sé. 

David. i ^^^^ si canti. — 

« Stanco, àm\at<> In riva 
• » Del fiumicel natio, 

> Siede il campion di Dio, 
» All'ombra sempre- vi va 
» Del sospirato alloro. 

» Sua dolce e cara prole, 
» Nel porgergli ristoro, 

> Del suo affanno si duole, 

> Ma del suo rieder gode ; i 
» E pianger ciascun s'ode ^ -. ^. 
» Teneramente, ^\/r^^» ""^ 

» Soavemente ^ 

» Sì, che il dir non v'amva. 
» L' una sua figlia slaccia 

> L'elmo folgoreggiante ; 
» E la consorte amante, 

' % Sottentrando, lo abbraccia: 
^ > L'altra, l'augusta fronte 
• V » Dal sudor polveroso 

» Terge, col puro fonte: 
» Quale, un nembo odoroso 
» Di fior sovr' esso spande : 



VITTORIO ALFIEKI. 277 

> Qual, le man venerande 
» Di pianto bagna: 

» E qual si lagna, 

» Ch'altra più ch'ella faccia. 

> Ma ferve in ben altr'opra 

> Lo stiiol dei miglior sesso. 

» Finché venga il suo amplesso, 
» Qui r un tìglio si adopra 
» In rifar mondo e terso 
» Lo insanguinato brando : 
» Là, d'invidia cosperso, 

> Dice il secondo : e quando 
» Palleggerò quest'asta, 

> Cui mia destra or non basta ? 

> Lo scudo il terzo, 

> Con giovin scherzo, 

» Prova come il ricopra. 

> Di gioja lagrima 
» Su l'occhio turgido 
» Del re si sta : 

> Ch' ei di sua nobile 

> Progenie amabile 
» È r alma, e il sa. 

»0h! bella la pace! 

> Oh grato il soggiorno, 

> Là dove hai dintorno 

> Amor sì verace, 

> Sì candida fé! 

>Ma il sol già celasi; 
» Tace ogni zeffiro; 
» E in sonno placido 
» Sopito è il re. » 
SatU. Felice il padre di tal prole! Oh bella 

Pace dell'alma!... Entro mie vene un latte 
Scorrer mi sento di tutta dolcezza.... — 
Ma, che pretendi or tu? Saul far vile 
Infìra i domestich' ozj? Il prò' Sanile 
Di guerra or forse arnese inutil giace? 
David. « Il re posa, ma i sogni del forte 
» Con tremende sembianze gli vanno 
» Presentando i fantasmi di morte. 
» Ecco il vinto nemico tiranno, 



278 SECOLO XVIII. 

» Di sua man già traiitto in battaglia; 

> Ombra orribil, che ornai non fa danno. 

> Ecco un lampo, che tutti abbarbaglia.... 

> Quel suo brando, che ad uom non perdona, 

E ogni prode al codardo ragguaglia.— "^"^ 

» Tal, non sempre la selva risuona 
» Del leone al terribil ruggito, 

> Ch'egli in calma anco i sensi abbandona; 

> Né il tacersi dell'antro romito 
» All'armento già rende il coraggio; 

> Nò il pastor si sta men sbigottito, 

> Ch'ei sa ch'esce a più sangue ed oltraggio. ^ 

> Ma il re già già si desta: 

> Armi, armi, ei grida. 

> Guerriero omai qual resta? 

> Chi, chi lo sfida? (t^JtLUjA^ 

> Veggio una striscia di terribn fuoco, 
fif^i forza è loco — dien le ostili squadre. 

> Tutte veggio adre — di sangue infedele 

> L'armi a Israèle. — 11 fero fulmin piomba, 

> Sasso di fromba — assai men ratto fugge, 
» Di quel che strugge — il feritor sovrano, 
» Col ferro in mano. — A inarrivabil volo 

» Fin presso al polo — aquila altera ei estende 

> Le reverende — risonanti penne, 

» Cui da Dio tenne, — ad annullar quegli empj, 
» Che in falsi tempj — han simulacri rei 
» Fatti lor Dei. — Già da lontano io'I seguo; 

> E il Filisteo perseguo, 

» E incalzo, e atterro, e sperdo ; e assai ben mostro 

» Che due spade ha nel campo il popol nostro. > 
Saul. Chi, chi si vanta? Ravvi altra spada in campo 

Che questa mia, ch'io snudo? Empio è, si uccida. 

Péra, chi la sprezzò. 
Micol, Ti arresta: oh cielo!... 

Gion, Padre! che fai?... 
David. Misero re! 

Micol, Deh !.. . fuggi . . . . 

A gran pena il teniam; deh! fuggi, o sposo. 



Vn TOKIO ALFIERL 278 



SoSNA V. — G tonata, Saul, Micol. 

}HcoL p adre amato, , . . arr esiat i . 

Gion, T'arresta,,.. 

^ui, Chi mi ratUen? chi ardisce?,,. Ov' è il mio brando? 
Mi si renda il mìo braodo,.*, 

Gion, ....Abi con nùì vìaai. 

Diletto padre: io non ti i ascio ir oltre. 
Vedi, non è co' ilgli ttioi persona r 
Con noi ritorna alla tua tenda : hai d' uopo 
Or di quiete. Ah! vieui: ogni ira cessi; 
Stai co' tuoi dgU,... 

MìCfìl, E gli avrai sempre al flanco.... 

8&al espone a Gionata il dubbio che lo agita, che II serto reale 
non pa^i aul capo a lai, suo fìgflìo dliatto. 

ATTO QUARTO. — Scena UL^SauL Gionala, 

SauL Gionata, m'arni?... 

GÌon.Oh padre!,.. Io t*amo: ma ad un tempo io cara 
Tengo la gloria tua: quindi, ai non ginsti 
Impeti tuoi, qual figlio opporsi il puote. 
Io mi oppongo talvolta. 

,sauL Al padre il braccio 

Spesso rattieni tu: ma, quel mio ferro, 
Che ad altri in petto immerger non mi lasci, 
Nel tuo pt?tto il ritorci. Or, sorba, serba 
Codesto David vivo; in breve ei ila.... 
Voce non odi antro il tuo cor, che grida? 
« David llft'l re, >— Davidf lia spento innanzi. 

fjion. E nel tuo core, in pifi terribii voce. 

Dio non ti grida?: « 11 mio diletto è Davitì; 

L' uom del Signare egli è. > Tal noi palesa « ■ t 

Ogni atto suo? La fora invida ral>bia 

D'Abner, non fassi al suo cospetto muta? » ♦ 

Tu stesso, allor che in to rientri, al solo 

Apparir suo, non vedi i tuoi sospetti 

Sparir qual nebbia del pianeta al raggio? 

E quando in te maligno spirto riede. 

Credi tn allor, ch'io tei rattenga, il braecio? 



*i^i" 'p* ■ TT^'^^m 



280 SECOLO xvm. 

Dio tei ratti ne. Il mal brandito ferro 
Gli appimieVeatì' al petto appena, e tosto 
Forza ti fora il rìtrarlo : cadresti 
Tu stesso in pianto appiedi suoi; tu padre, 
Pentito, sì: ch'empio, noi sei..., 

Saul, ^^' Pur troppo. 

Vero tu parli* Inesplicabil cosa 
Questo David per me. Non pria Tedtito 
Io rebbi in Eia, che a* miei sg^uardi ei piacqui, 
Ma al cor non mai. Quando ad amarlo io pressn 
Qunsi sarei^ feroce sdegno piomba 
In mezzo, e men divide: il voglio appena 
Spento, s*io il veggo ei mi disarma, e colma 
Di maravi Italia tanta, ch'io divento 
Al suo cospetto uri nulla,,., Abi questa al carto, 
Vendetta è questa della man sovrana. 
Or comincio a conoscerti, o tremenda 
Mano.,., Ma che? donde cagione io cerco?*-» 
Dio, non T offesi io mai: vendetta è questa 
De' sacerdoti. Egli è stromento, David, 
Sacerdotale, inlqtio: in liama eì vide 
Samuel moribondo; a lui gli estremi 
Detti parlava riniplacabìl veglio. 
Chi sa, chi sa, se il sacro olio coleste, 
Ond'ei mìa fronte unse gi^ pria, versato 
Non ha il fellon su la nemica testa? 
Forse tu il sai*.»» Parla.,.. Ahi sì, il sai; favelia- 

Gian, Padre, noi so: ma se pur fosse, io forsa 
Al par di to di ciò tenermi offeso 
Or non dovrei? non ti son lìglio io primo? 
Ove tu giaccia co' tuoi padri, il trono 
Non destini tu a mo? S'io dunque taccio. 
Chi può farne querela? Assai mi avanza^ 
In coraggio, in virtude, in senno, in tutto, 
Davidi quant'ei pio vai, tanto io pììi Vaino* 
Or, Sé chi dona e toglie i regni, il desse 
A David mai, prova maggior quat' altra 
Posa' io bramarne? ei più di me n' 6 degno; 
E condottier de' tigli suoi, lo appella 
Ad alte cose Iddio. — Ma intanto io giuro* 
Che a te suddito Udo egli era sempre, 
E leal dglio. Or V avvenir concedi 



VITTORIO ALFIERI, 281 

A Dìo, cui spetta; ed il tuo cor frattanto 
Contro Dio, coutro il ver, deli! non s'iudurL 
Se in Samuel non favellava un Nume, 
Come, coQ semplice atto, infermo un veglio. 
Già del sepolcro a mezzo, oprar potea 
Tanto per David mai? Quel misto ignoto 
D*odÌo e rispetto cho per David senti; 
Quel palpitar dalla battaglia al nome, 
^Timor da te nou conosciuto in pria) 
Donde ti vien. Sanile? Havvi possanza 
0'uomi che a ciò basti?.,. 

SauL Ohi che favelli? tìglio 

Di Saul tu? — WtìJJa %^ ^^* ^^^ trono?— .^^ 

Ma, il enidel drìm^fcFit^ tion, noi aaif -''^{ '* 

Spenta mia casa, e da radice svelta 

Fìa da colui clie usurperà il mio scettro* 

I tnoi fratelli, i llglì tuoi, tn ste^^.... 

NoD rimarrà deila mia stirpe nullo..,, 

O ria di regno insazjabil sete. 

Che non M tu? Per aver regno, uccide 

U fratello il iVatel; la madre i iìgli^ 

I,a consorte il marito; il tìglio il padre.... 

Seggio è dì sang-ue e d*empietade il trono, 

(rio». Scudo havvi d' uom contro al celeste brando? 
Non le minncce, i pregili allentar ponno 
L'ira di Dio terribil, che il superbo 
Rompe, e su T umìl lieve lieve passa. 

Abner entra a ispirar al re atroci dubbj au Daviil, e a con^ 
iìnt^ìì isuanzi an sacerdote, scoperto nel campo. 

Scena IV. — Saul, Gionatai Abne}\ Achimelech, 
soldati. 

Àhn, Re, s'io ti torno innante, anzi che rivi 
Scorran per me dell' inimico sangue. 
Alta cagione a ciò mi sforza. Il prode 
Davidde, il forte, in cui vittoria è posta. 
Non é chi il trovi. Un'ora manca appena 
Alla prefìssa pugna-, oJi, frementi 
D'impaziente ardore, i guerrier l'aure 
Empier di strida; e rimbombar la terra 




282 SECOLO XVIII. 



Al flagellar della ferrata zampa 

De' focosi destrieri: urli, nitriti, "^ 

Sfolgoreggiar d'elmi e di brandi, e tuoni 

Da metter core in qual più sia codardo ; 

David, chi il vede? — ei non si trova. — Or^ mira, 

(Soccorso inver del ciel !) mira chi in ca.mpo 

In sua vece si sta. Costui, che in molle 

Candido lin sacerdotal si avvolge. 

Furtivo in campo, ai Benjamiti accanta^ , 

Si appiattava tremante. Eccolo; n'odi x.-j*'^-^ ^ ''^^* 

L'alta cagion che a tal periglio il guida^* 

Ach, Cagion dirò, s'irà di re noi vieta.... 

SatU. Ira di re? tu dunque, empio, la merti?.- . 
Ma, chi se' tu? Conoscerti ben parmi. 
Del fantastico altero gregge sei 
De' veggenti di Rama? 

Ach. Io vesto l'Efod: 

Io, dei Leviti primo, ad Aron santo. 
Nel ministero a che il Signor lo elesse. 
Dopo lungo ordin d'altri venerandi 
Sacerdoti, succedo. All'arca presso. 
In Nobbe, io sto; l'arca del patto sacra. 
Stava anch'olla altre volte al campo in m^^^^- 
Troppo or Ila se vi appare, anco di furto^ ^ 
Il ministro di Dio: straniera merce c^^-^ 
É il sacerdote ove Sauile impera: 
Pur non Tè, no, dove Israel combatte. 
Se in Dio si vince, come ognor si vinse. — ' 
Me non conosci tu? qual maraviglia? 
E te stesso conosci? — I passi tuoi 
Ritorti hai dal sentier che al Signor men^- 
Ed io là sto, nel tabernacol, dove *0inpo. 

Stanza ha il gran Dio; là dove è già gve^^ 
Più Saul non si vede. Il nome io porto 
D'Achimelech. 

Saul. Un traditor mi suona 

Tal nome: or ti ravviso. In punto giungi 

Al mio cospetto. Or di', non sei tu quegli* 

Che all'espulso Davidde asilo davi, 

E securtade, e nutrimento, e scampo, . 

Ed armi? E ancor, qual' arme! il sacro t><*^' 

Del Filisteo, che appeso in voto a Dio 



VIITOKIU ALFjEfìL 283 

Stara allo stesilo t<al)enmcoU donde 
Tu lo j^piccavi coij prolntta destra. 
E tu il cingevi al perfido nemico 
Del tuo signor, del sol tuo re?— Tu vieni, 
Fellone, in campo a'tradìmenti or ?ieni: 
Qual dubbio v*ha^,., 
A€h. Certo, a tradirti io vengo; 

Poiché vittoria atl implorare io vengo 
Air armi tue da Dio, cbe a te la niega. 
Son io, si, son, quei cbe benigna mano 
A un Davjdda prestai. Ma, chi è quel Davida 
Della figlia del re non egli è sposo '^ 
Non il pili prode juiVa i campioni stioi? 
Non il più bello^ il più umano^ jl più giusto 
De' tìgli d'Israel? Non egli, in guerra. 
Tua forza e ardire? entro la reggia, in pace. 
Non ei, col canto, del tuo cor signore^ 
Di donzelle T ani or, del popò] gioja. 
Dei nomici terror; tale era quegli 
eh' io scampava. E tu j? tosso, agli onor primi. 
Di\ noi tornavi or dianzi? e noi sceglievi 
A guidar la battaglia? a rìcondurti 
Vittoria in campo? a disgombrar temenza 
Delia rotta cbe in cor ti Iia po^ta Iddìo? — 
Se danni me, te stesso danni a un tempo. 
Sfftil, Or, donde in voi, donde pleiade? in voi. 
Sacerdoti crudeli, empj, assetati 
Di sangue sempre, A Samuel paroa 
Grave delitto il non aver io apento 
I/Amaiechita re, coir armi in mano 
Preso in battagSia; un alto re, guerriero 
Di generosa indole ardita, e largo 
Del proprio sangue a prò del popol suo, — 
Misero re! tratto a me innan2i, in duri 
Ceppi venia: serbava, ancor cbe vìnto, 
Nobil lìorezza, cbe insultar non era. 
Né an chieder pur mercè. Reo di coraggio 
Parve egli al fen> Samuel: tre volte 
Con la sua man sacerdotale il ferro 
Nel petto inerme ei grimmergea. ^Son queste, 
Queste son, vili, le battaglie vostre, 
Ma, contra il proprio re chi la superba 



^"•TP 



284 SECOLO xvni. 

Fronte innalzar si attenda, in voi sostegno 
Trova, e scudo ed asilo. Ogni altra cura, 
Che dell'altare, a cor vi sta. Chi sete; 
Chi sete voi? Stirpe mal nata e cruda, 
Che dei perigli nostri air ombra ride: 
Che in lino imbelle avvoltolati, ardite 
Soverchiar noi sotto Tacciar sudanti; 
Noi, che ft»a il sangue, il terrore e la morte. 
Per le spose, pestigli e per voi stessi, 
Meniam penosi orridi giorni ognora. 
Codardi, or voi, men che oziose donne, 
Con verga vii, con studiati carmi. 
Frenar vorreste e i brandi nostri, e noi? 

Ach. B tu, che sei? re della terra sei: 

Ma, innanzi a Dio, chi re? — Saul, rientra 
In te; non sei che coronata polve. — 
Io, per me nulla son; ma fulmin sono, 
Turbo, tempesta io son, se in me Dio scende: 
Quel gran Dio che ti fea; che rocchio appena 
Ti posa su; dov'è Saul? — Le parti 
D'Agàg mal prendi; e nella via d'empiezza 
Mal tu ne segui i passi. A un re perverso 
Castigo v'ha, fuor che il nemico brando? 
E un brando fere, che il Signor non voglia? 
Le sue vendette Iddio nel marmo scrive; 
E le commette al Filisteo, non meno 
Che ad Israel. — Trema, Saul: già in alto. 
In negra nube, sovr'ali di fuoco 
Veggio librarsi il fero angel di morte: 
Già, d'una man disnuda ei la rovente 
Spada ultrice; dell'altra, il crin canuto 
Ei già ti afferra della iniqua testa: 
Trema, Saul. — Ve' chi a morir ti spinge: 
Costui; quest'Abner, di Satàn fratello; 
Questi, che il vecchio cor t'apre a' sospetti; 
Che, di Sovran guerrier, men che fanciullo 
Ti fa. Tu, folle, or di tua casa il vero 
Saldo sostegno rimovendo vai. 
Dov'è la casa di Saul? nell'onda 
Fondata ei l'ha; già già crolla; già cade; 
Già in cener torna : è nulla già. — 

Saul. Profeta 



VITTORIO ALFIERI, 285 

De' danni miei, tu pur de'ttioi noi fosti. 
Visto non hai, pria di venirne in tìampo. 
Che qui morresti: io tei predico; e il i^ncm 
Abner seguire, — Ahner mio tìdo, or vanne; 
Ogni ordin cangia deir inìquo Davìcì ; 
Cbè tin tradimento ogni oixlìn ano nascondo. 
Do man si pugni, al sol nascente; il puro 
Astro esser dA" mio testimon di guerra. 
Pensier maligno, ioU veggio, era di Daviiì, 
Scegliere il sol eadente a dar noli* ostia, ,:i> 
Quasi indicando il cadente mio braccio t 
Ma, st vedrà. — Rinvigorir mi sento 
Da tue minacce ogni guerrier mio spirto; 
Sdh io'l duce dopiane; intoro il giorno» 
Al gran macello 'cir io farò, tìa poco, — 
Abner, costui dal mio cospetto or toRto 
Traggi, é ai uccida..*» 

Gion, Oh cieli padre, cho fai? 

Padre..,. 

SauL Taci. —Et si sveni; e il vii suo sangue 

Su* Filistei ricada. 

àbn. È già con esso 

Morte..*. 

StmL Ma, è poco a mìa vendetta ci solo. 

Manda in Nob Tira mia, che armenti e s^rvi, 
Madri, case, fanciulU uccida, incenda. 
Distrugga, e tutta Tempia stirpo al vento 
Disperda. Omai, tuoi sacerdoti a dritto 
Dir ben potranno: < Evvi un Sani. * Mia destra, 
Da voi si spesso provocata al sangue. 
Non percoteavi mai; quindi sol, quindi, 
TjO scherno d'essa, 

Ach, -v-*#tt^ '* ^ ^^ jj morir da giusto 

Niun re può torre: onde il morir mi da 
Dolce non men che glorioso. Il vostro, 
Già da gran tempo, irrevocabilmente 
Dio r ha fermato; Abner, e tu, di spada. 
Ambo vilmeuto; e non di ostile spada. 
Non in battaglia. — Or vadasi. — D' Iddio 
Parlate all'empio ho l'ultime parole, 
E sordo eì fb : compiuto egli è il mio incarco; 
Ben ho spesa la vita. 



286 SECOLO xvin. 

SatU. Or via si tragga 

A morte tosto; a cruda morte, e lunga. 

Scena. V. — Sanl^ Gionata. 

Gion,k\\\ sconsigliato re! che fai? t'arresta.... 
Saul, Taci ; tei dico ancor. — Tu se' guerriero? — 

Tu di me Aglio? — d' Israel tu prode? — 

Va'; torna in Nob; là, di costui riempi 

Il vuoto seggio: infta i levitichi ozj 

Degno di viver tu, non fra' tumulti 

Di guerra, e non fra regie cure.... 
Gion, Ho spenta) 

Anch'io npn pochi de' nemici in campo. 

Al fianco tuo: ma quel che or spandi, è sangue 

Sacerdotal, non Filisteo. Tu resti 

Solo a tal empia pugna. 
Saul, E solo io basto 

A ogni pugna, qual sia. Tu, vile, tardo 

Sii pur domani al battagliare: io solo 

Saul sarò. Che Gionata? che David? 

Duce è Saul. 
Gion, Combatterotti appresso. 

Deh ! morto io possa su gli OQchi cadérti ♦ 

Pria di veder ciò che sovraSt» al tuo 

Sangue infelice! 
Saul. E che sovrasta? morte? 

Morte in battaglia, ella è di re la mort^- 

ScENA VI. — Micol» Saul, Gionata- 

Saul, Tu, senza David?... 

Micol, Ritrovar noi posso.... 

Saul, lo'l troverò. 

Micol. Lungi è fors'egli; e sftigge 

Tuo sdegno.... ^degoo. 

Saul, Ha Tali, e il giungerà, il i^^^ 

Guai, se in battaglia David si appreseut^* 

Guai, se doman, vinta da me la guerra. 

Tu innanzi a me noi traggi. 
MicoL Oh cielo! -n^ 

Gion. Ah! P^ 



_ i 



VITTORIO ALFIERL 2B7 

Saul. Pìh non ho tìgli. — Ini'ra le scm&Je or corri» 
Gionata, tosto, — E tu, ricerca, b trova 
Colui. 

MicoL DehL.. t6C0..,, 

S(^ InTan. 

Gi€n. Padre, ch'io pugni 

Lungi da te? 

Saui. Lungi da me voi tuòti. 

Voi mi tradite ^'ì'pVòVa, in Adi, tutti* 
Itane, il voglio: itene al fin; lo impongo. 



Scena VU; 

Saul, Sol, con me stesso io sto. — Di me soltanto, 
(Misero rei) dì me solo io non tn>mo. 

Mi col trae David diil suo nascondiglio, annunziandogli che al- 
l' alba bì pugnerà, e comunicandogli i fieri ordini dati ad Abner 
contro lui ed Achimelech, David si allontana pieno d'orrore dal 
canrjH» contamiuato dal sangue del sacerdote e dove per lui non 
è pili g campo uè occa^ìoutì di gloria. Mi col vuol t^egnirlo, ma 
vi ai oppone. 



on É 

ti 



ATTO QUINTO. — SCKNA l.^David, MicoL 

Dnmd. Ahi m*odì. 

Male agguagliar tuoi tardi passi a' mìei 
Potresti: aspri sentìer di sterpi e sasi^i 
CoQvìen eh* io calcili con veloci piante, 
A pormi in salvo, poiché 11 vuoi. Deh! come 
1 pie tuoi molli a strazio inusitato 
Regger potranno* Infi^ deserti sola 
eh* io ti abbandoni maii? Ben vedij tosto. 
Per tua cagion» scoperto io fora; entrambi 
Alla temuta ira del re davanti 
Tosto or saremmo ricondotti..,. Oh cielol 
Solo in pensarvi io Iremo.,*. E poniam anco. 
Che si fuggisse; al padre egro dolente 
Tòr ti poss'ìo? Di guerra infra lo angosce, 
Fuor di sua reggia el sta: dolco^iza alcuna 
Pur gli fa d'uopo al mesto antico. Ah! resta 
Al suo pianto, al dolore, al furor suo. 
Tu sola il plachi; e tu lo servì, e il tieni 



28 SECOLO XVIII. 

Tu sola ia vita. Ei mi vuol spento; iol vaglio 

Salvo, felicG e viocitorrp^ ma tremo 

Oggi per luL — Tu, pria che sposa, flglfa 

Eri; nò amarmi oltre il dover ti ìic**. 

Pur eli' io acampì, che hrami altro per ora? 

Non t* involar© al già abbastanza afllitto 

Mìsero padre. Appona giunto in salvo. 

Io ton farò volar ravviso; in breve 

Riuniremci» spero. Or, so mi dolga 

Ui abbandonarti, il pensa.... Eppure,.*, ahi las^ol 

Come?... 

Micol, Ahi me lassa!.*, e ch'io ti perda aacomf- 

Ai passati travagli, alla vagante 
Yìta, al perigli, alle soltnghe grotte, 
Lasciarti or solo ritornare? Ah! s*io 
Teco almen fossi!,,.! mali tuoi pifi lievi 
Pur farei.... dividendoli,.., 

David. Ten prego 

Pel nostro amor; s'è d'uopo, anco il comanJo, 

Per quanto amante il possa; or non mi dèi 

Né puoi seguir, senza mio danno espresso. -- 

Ma, se Dio mi vuol salvo, ornai non debbo 

Indugiar piùr Torà si avanza: alcuno 

Potria da questo padigliou spiarne, 

E maligno svelarci. A palmo a palmo 

Questi monti conosco; a ogni nom sottrarmi 

Son certo. —Or deht l'ultimo amplesso or dammi- 

Dio teco restì; e tu rimani al padre, 

Fin che al tuo sposo ti raggiunga il cielo,... 

Jlffra^ U ultimo amplesso?,.. E ch'io non muoja?,,. Il care 
Strapparmi sento.... 

Ikiind, . . . . Ed io ?, , . Ma. , . . frena. . . , il pianto, - 

Or, Tali al pie, possente Iddio, m'impenna* 

Entra 8aul in preda a trtflti prcsagj. 

ScBWA IlL — SaiU, Mimi, 

Sani, Ombra adirata, e tromeuda, deh! cessa: 

Lasciami, deh!,,. Vedi: a' tuoi pie mi prostro.,*. 
Ahi! do Vii fuggo?.., — ove mi ascondo? fera 
Ombra terribil, placati.... Ma è sorda 



VTTTOKIO ALFIERI, 285 

Ai midi priegtii; a m* incalva ^... Apriti, d terra. 
Vìvo ra' JQghiotti.... Ah! pur che il truce sgaardo 
NoD mi saetti della orribii ombra,... 
MicoÌ*Ds^ chi fuggir? nìuD ti perse^^uo. padr^^ 

Me tu non vedi? me più noti conosci? 
iiauì. O sommo, o santo sacerdote, or vuoi 

Ch'io qui mi arresti^ o Samuel, già varo 
Padre mio, tu T imponi? eeco, mi atterro 
Al tao sovran comando. A questo capo 
Già di tua man tu ìa corona hai cinta; 
Tu il fregiasti; ogni fregio or tu gli s^poglia; 
Calcalo or tu. Ma.... la infocata spada 
D'Iddio tremenda, che già già mi veggo 
Pender sul ciglio,... o tu che il puoi, la svolgi 
Non da me, no, ma da' miei tigli, l tìgli. 
Del mìo fallir sono innocenti.... 
MkiùL Oh stato 

Gai non fu il pari mai! — Dal ver disgiunto. 
Padre, è il tuo sguardo: a me ti volgi,,.. 
Saul. Oh gioia!.,. 

Pace hai sul volto? fero veglio, alquanto 
Miei preghi accetti? io da' tuoi piò non sorgo, 
Se tu i miei tigli alla crudul vendetta 
Pria non togli. — Che parli?... Oh voce ^Tera 
David pur lìglio; e il perseguisti, e morto 
Pur lo volevi. » Oh! che mi apponi?*,. Arresta,*,. 
Sospendi or, deh!... Davidde ov*è^ si cerchi r 
Ei rieda; a posta sua mi uccida, e regni; 
Sol che a* miei tigli usi pictade, ei re^ni.... — 
Ma, inesorabil stai? Di sangue hai l'occhio 5 
Foco il brando o la man; dallo ampie nari | ,, 
Torbida lìamma spiri, e in me T avventi,, .J5^ ^1 
Già tocco m'ha; già m'arde: Ahi! dove fuggo?.,. 
Per questa parte io scamperò, 
Micfd. m da, 

Ch'io rattener ti possa, né ritrarti 
AI Yei*oì Ahi m'odi; or sei»... 
Swd, Ma no; che il passo 

Di là mi serra un gran finme di i^angue. 
Oh vista atroce! sovra ambe le rive. 
Di recenti cadaveri gran fasci 
Ammonticati stanno: ahi tutto è morte 

IV. hir, 19 



^t:* ^^* =^ 



290 SECOLO Tvm. 

Colà; iiui dunque io fuggirò».,. Cbe veggo I 
Chi set© or voii — « D'Achimelèeli siam liglh 
AchiinelÈch son io. Muori, Saulle, 
Muori, > — Quai grida? Ah! lo rarviso; ei gronda 
Di fresco aaijguo, e il mio sangue ei si beve. 
Ma ehi da tergo, oh! chi pel crin mi aUcrral 
Tu, Samuel? ^Clm disse? che in br*ì!V*ora 
Seco tutti saremo? lo boIo, io solo 
Teco saròj ma ì tìgli..,. — Ove aon io? — 
Tutte sparirò ad un istapto V ombre. 
Che diasi? Ove soa io? che fo? chi sei? 
Qual l'ragor odo? ah! di battaglia parmì: 
Pur non aggiorna ancor; si, di battagiia 
Fragor egli è, L*elmo, lo scudo, Tasta, 
Tosto or via, mi si rechi: or tosto l'arme. 
L'arme del re. Morir vogr io, ma in campo, 
Mco^, Padre, che fai? Ti acqueta.,.. Alla tua tìgli»,.,* 
SauL L*armi vogrio; che figlia? Or, mi obbedisci, 

L* asta, r elmo, lo scudo ; ecco i miei tìgli, 
3fico^, Io non ti lascio, ah! oo.„. 
SauL SfLUtllan pifi forte 

Le trombe? Ivi si vada: a me il mio braodo 
Basta solo, —Tu, scostati, mi lascia; 
Obbedisci, Là coito: ivi si alberga 
Morte, eh* io cerco» 

Scena 1Y, — Saul, Micol, Abner con pochi soldati 
fuggitivi, 

Abner. Oh ro infelice!,.. Or dove. 

Deh! dove corri? Ombil notte è questa. 

Savi. Ma perchè Ja battaglia.,.? 

Abner, Dì repente, 

U nemico ci assale: appien sconfìtti 
Siam noi.... 

Saul. Scorni tti? e tu fellon, tu vivi! 

Ab^n, lo? per salvarti, tìvo. Or or qui forse 
Filiste inonda, il fero impeto primo 
Forza è schivare: aggiornerà frattanto. 
Te più all'erta quassiì, fta i pochi miei. 
Trarrò..,. 

SauL Ch'io viva, ove il mìo popol cade? 



'1 



\1TT0RI0 ALFIEBL 291 

MicoL Dell [ vieti i • , * - Oi ni è 1 e resce il f r agor : a' i tioltr a* . . . 
,^iiL Gionata,... e ì lìgli miei,, „ fuggono anch'essi? 

Mi abbandonano? 
Àbner. Oh cielo!.., I tigli tuoi,,.. 

No, non fuggì ro, . . . A h i m ise ri !.. . 
SauL TM «tendo; 

Morti or cadono tutti..., 
MimL Oiniè!,..l fìpatellL?..» 

Abu, Ah: più tigli non hai* 
Saul, — CU*alti^ mi avanza?... 

Tu sola ornai, ma non a me rimani. — 

lo da gran tempo in cor già tutto ho fermo; 

E giunta è Fora, — Abner, T estremo è questo 

De' nijei comandi. Or la znia tigUa scorgi 

In securtà. 
Micol, No, padre; a te dintorno 

Mi avvinghierò: contro a donzella il ferro 

Non vincerà il nemico, 
SauL Oh tl^liaL„Or, taci: 

Non t\v eh' io pianga. Vinto re non piange. 

Abner, salvala, va*: ma, se pur mai 

Ella cadesse inf^a nemiche mani. 

Deh! non dir, no, che di Saulle è figlia; 

Tosto drior, ch'ella è dì David aposa; 

Rispetteranla, Va*; vola,.,, 
Abner. S'io nulla 

Valgo, da salva, il giuro; ma ad un tempo 

Te pur,*.» 
Mi/ìQl. Deh!.,, padre..., lo non ti ve', non voglio 

Lasciarti..,, 
SmU, Io voglio: Q ancora il re mn io. 

Ma già. ai appressan Tarmi ^ Abner, deh! volat 

Teeo, anco a terza, s' ò mestier, la traggi. 
Mkol. Padre!,*, e per sempre?**. 

SCBNA V, 

Saul. Oh tifali miei!,. .—Fui padre- — 

Eccoti solo, o re; non un ti resta 
Dei tanti amici, o servi tuoi.— Sei paga, 
D*iaesorabil Dio terrlbil ira? — 
Ma, tu mi resti, o brando: air ultim' uopo. 



'J — W-^ V. - ' I .^'^ 



292 SECOLO xYin. 

Fido miniBtro, or viéoi. — Ecco già gli uHì 

Dell'insolente Tincitorr ani ciglio 

Già lor fiaccole ardenti balenarmi 

Veggo, e le spade a mille.... — Empia Filiste, 

Me troverai, ma almen da re, qui....* morto. - 



SCRITTORI VARI, 

G, li. PASTORINI, Nacque in Genova il 19 novetubre lG50,eft 
gesuita e profes^stirt: in cullegj *leir urdinc* di filosotia e teologi»; 
ai t'i^f^flUE: delle ili»eiiiUno 11iììc1i«?, h fu £3tudìo3u di Dùnte : qq ^^i^ 
itrììtOi Bellezze iJaute^chef troviifii nella biblioteca di Genova. Dt^lifl 
è notuTo in un gesuita T amore alla libortÀ ù grandezza dtìh pa^ 
tria, eh*; ìnfonna il sonetto qui riferito j scritto in occasione lìcI iKim^ 
barilamento di Genova per opera de^ Francesi net 16SG: tidì^ <^ 
anche^ ehe nitro nonetto rleilìcan^e a Galileo, chiamandolo Dìv^y 
ingegno. Morì ai *Jii marzo 173*2, 

[Per la sua biografia e bibliografia, v. P, Montanaro m £fcff( 
di iUnslri ìigiirij raccolti da L. GRILLO, Genova, Ponthenìer, ìi^ 
II, 'ÒUJ\ 



k Genova, 

GenoTa mia, so con asciutto ciglio 
Lacero e guasto il tuo bel corpo io miro, 
Non è poca pietà d'ingrato tìglio; 
Ma ribello mi sembra ogni sospiro. 

La maestà di tue rovine ammiro. 
Trofei de la costanza e del consiglio ; 
Ovunque i passi io volgo o il guardo giro. 
Incontro il tuo valor nei tuo periglio. 

Più vul d'ogni vittoria un bel 'sioffnre; 
E contro ai iìBrì alta vendetta fai 
Col vederti distrntta, e noi ii«entire : 

Anzi, ^Hrar la Libertà mirai 
E baciar lieta ogni r ti ina, e dire ; 
Ruine ^ì, ma servitù non maL 



* Nen* Btto dr fi cnde trafitto 5u1Ia propria B^&àa., soprsrriTiao ^ 
folla i Fili§t(?ì vittori osi v.on fi ne co le incendiarie o brandi ìiistiifui fusti- 
Menti costoro corrono cod alte ^rìda v^ri^o S&ii\, i;ado il sipario^ 



SCRITTORI VARL 293 

GIBOLAMO GIGLI. Questo tiizznrro ingegno nacque in Siena 
:il 14 ottobri; lfì€0, e cnopò il eognome NeDcl ìq Gìgli per ado- 
zione dì nn veccliìo parente, ehe gli ÌA&c\à nn cospicuo patrìmonio, 
pTontàuiente dìn«ipato» Si die dapprima al teatro, e f«p*^cialmtinte 
al Tuelodranima ; e il suo capolavf^ro ni-irartf drammatica 6 il Don 
Pilone (Lucca, Mare&candolì, 1711) pi fi ctie tradotto, imìtMo fini 
Tariti fé di MoJitTe, e che da luì stcsirio recitato prendendo a rifare 
un noto bacchettoiie dì Sietja, gli procuri» Todio e la persecuzione 
(IrLi 'allora fìorentiì^aima corporazione degli ipocriti, toicana peati- 
ifazaf cova' egli la chiamò. La »ordlina di doti Pilone (Firenze, Pa- 
parini, 1749\ [ic ritta più tardi, è un aneddoto domestico, volto a met- -J 
ter in ridicolo la propria niogtie, più di lui attempata e otlremùdo ^ 
avara e devota. Eletto professore di lettere toscane neiriTntverHÌt^ 
piitria, si die tutto agli atudj filologici, traftandoli con vivacità, che 
"^pfSBo cade nella buffonata, e indir! zzaniloZì a provare la Rupe- 
rioriti, o almeno la parità di eccellenza, del volgar sanesc; rispetto 
al florenttno» A questo fine raccolse e pubblicò tutte le scritture 
volgari di Santa Caterina (Siena e Lucca, 1707-13, 4 voi.), cui ac- 
compagnò un Vocahoìarió Calerinianù {ìioìti^À^ 1707; Maoilla (Luc- 
ia) s. a.L ristampato da P. FanfanJj Firenze, Giulianij INS<>), che 
ifU !^ollevò contro le ire degli accademici fiorentini, dacché il suo 
assnnto non era trattato soltanto con argomenti scientifici, nia con 
schemi e facete invenzioni. Riunitisi a quelli i suoi nemici per 
Faaw religiose, fecero proibire V opera dal maestro del Sacro Fa- 
lazzo e sfrattarlo da Ho ma, intanto che gli altri ottennero che il 
suo ViKaòolario fosse a Firenze bruciato per mano del boia, e 
r antere esiliato da Siena e il suo nome cancellato dall'albo della 
Crusca e da quello de' prò fewì^oH. Dove pubblicamente sconfessar 
Fyperasna, por mantenendo l'opinione della prevalenza del patrio 
dialettOt <?he non avrebbe ritrattata ^ anche m) dovesse morire in 
tonda di torre;» ma disapprovando la forma beffarda e ingiuriosa 
adoperata in difenderla. Tornato poi in patria, trovò disordinata 
r azienda domcfltica, e poco amorosa la moglie bacchettona, sicché 
risoUe di finire i suoi gioruì ui Roma, ed ìvì infatti mori ai 4 gen- 
mia 172*i, Molti nemici ebbe per le cagioni notate, molti altri per 
U »o?erchia prontcsrza di lingua: ma in lui tutti ammiraviiuo la 
naturai festività, la dottrina non comune, e rorigìnalita e scioltezza 
del suo modo di dcriverc, del che si avrà un esempio nel brano 
del Vùcaòolario Caterinianù, che qui riferiamo. 

Oltre parecchie cose t coltrali, alcune delle quali tradotte o ri- 
dotte dal francese, e poesie per la maggior parte facete o satìri- 
che^ abblarao di lui, in prosa, la Relazione del collegio petroniano 
drllé fmìie latine TBiena, t7l9i, ove descrive per vera una i^tìtu* 
^ioue non mai eflisttta per rinnovare V uso dell' antico linguaggio 
*rol mezzo di nutrici in esso ammaestrate; e la burla fu creduta 
<ia parecchi verità; gli AvviH ideali o Gabellino (Firenze, Bar- 
bera, 1861; Milano, DaelH, 1864), dove, «air esempio degli Avvisi che 



294 SECOLO XVm, 

i mmtunti romani (tiflfon davano a penna^ hi dAnno notizie fof fiate 
dalla »na fantasia gaia e (ìairnmore pnngente. Inoltra*, il Dirtri*i 
tSanese (Lnccn, 1732), le Regole per la toscana favella (Ironia, IT:!!', 
le Letiuni di ìingttrt toscana (VenceiaT 17'23), la Vita r prnftzif 
di Brandano (T ì voli, »1 710) (^c. Tutte ìe sne opert* furono niCf^'lie 
nel 179T-.S in *i vol,^ colia data delKAìa (ma 5ìena, Pazzini-C+iTli . 
[V- SII di lui MAKFitBDO VANNI, Girolamo Gigli ne^ nuoi 9f*riUi 
polititi e éatiricit Firenze, Cooperatira, 1888, ed ìtì, p, 167, an^ 
Òihliogra/ia il clic SUO opere.] 



Raguakdare, con nn solo g sempre nsò la Santa, Lett. 1, 
num* 3; YergogninH li l^ntefici e lì Pastori, ed ogni creiJ- 
iura dell' ignoranzia e superbia e piacirmnti nostri a 
ragaardare a tanta leggerezza ec. E sempre cosi il Le^% 
pure dei Santi nella Vita di s. Colomba: Ilaguarda dunqvf 
nel volto mio, ae.cìó tu mi conojsra: ed ecco intanto un 
Ofy'ió gonza il eAt% quando il p, Bartoll ne voglia far mi^> 
rità per la sua con^trregazione dell' impoj^sihìle,' Or ne verri 
pure ima volta in acconeio di citare qualche bel pas^o del 
nostro p. Nelli .danese domenicano^ che fra' satirici delln 
mia patria tenevo una volta il primo Juog-o ; ma non so. S'^ 
da qualche tempo in qua egli F abbia perduto. VegjEtasi 1^ 
settima delle 8ne satire manoscritte, che T abbate Pier Ia- 
copo Nelli, nostro jp^entilissimo amico e collega dWrcadta, ^' 
della scena Plaotina così grazioso imitatore, e d'ogni più 
vasta erudizione fornito, presso di sé custodisce, per to<=t' 
pubblicarle, Seriveva il Nelli contro certo frate Deo, donila- 
nicano pure di Siena, raaiico d'un occhio nel viso, di tutti 
due fi eli" intelletto : 

Kag-uardor, clie non ha roccliìo niancìiio, 
E pnre on eFftPgel di san tìiovanni, 
Comtt lo ìeggQ li prete fìor^ntitii>> 

Volendo riuscire àlF uso dì qualche prete éì Firenze (onrtje 
a' di nostri dalla liorentina avarizia serbato), che per i^pa- 
rammìo* di cera, ordina al chenuo, che all' evangelio Ji 
B- Giovanni nel line della Messa smorbi nelT altare la ean- 
dela nel eorno d<?irepìsTola, onde resta quel vangelo con uà 
solo lume dalla parte dritta. Il tante volte lodato p. D. Ber- 
nardo deXavalieri, accndeinico {lolla Crusca, e maestro di 
toscana eloquenza così ne* pei'f3:ami che ne' suoi libri, nella 
Aita del cardinal Tom masi al cap. 4, parlando dell' ed uca- 
zione datagli da* geni tori: Bastava re rider U attenti a rti- 
guardare ed imitare ciò, che InGessantemente udiam e 
vedeajw, 

* Il Battoli intitolò QEt suo iììjro il Non n puù, 
' Ei*parmÌQ, 



SCRITTORI VAEI, 295 

L* abbate Francesco Maria Cagnani, pastore Arcade ed Id- 
troDato, clie co' sudori di mr% fronte ancor bionda sa colti- 
vare gli allori tanto malagevoli o rari del gran poeta amante 
di Bìue, e dì eiii in più lecci d* Arcadia ve^ginm incise le 
misteriose canticbe, gen?:a quel più che puoi vedere de' snoi 
SouL^ttì nella raccolta d* Arcadia, al touio 5, nella seconda 
cantica del bel poema della Penitenza dice : 

Come la spoia orfental, coperta 
4 La front* in yarte da vir^int^o velo 

Gnpidii tolge la pupilla aperta^ 

Ch^al cuor presiede, e col Turtivo talo 
Mentre rmjmiriia lo sdegnato amante 
ìj} sdegno occide, e ne discìoglie il gelo. 

Dove questo miatertoso cantore allude ali* uso delle donne 
ornatali dì tener la faccia coperta, salvo tin occhio per 
^fjìda del camino, o altro azioni ; onde fu detto della sposa 
de" Cantici : In uno OfMloì^tm in or uni rulnerasti me ; e Cor^ 
Delio a Lapide, con altri sposit">ri, di tal velameuto favel- 
iano, che pure anch^oggi presso que' popoli, tenacissimi con- 
servatori degli antjcbi riti, vieji praticato. 

Ma imbranchiamoci ancora noi tra. coloro, che usarono 
^HJesto Yerbo alla aanese, meglio che alla lìorontina con g 
raddoppiato. Ecco un sonetto nostro all' improvviso, com- 
posto in Roma in un festino, che il generosissimo sii|, Leone 
Vtìrospi apprestò a madama Paola Doraz^o, uno de* piii illu- 
stri esemplari della bellezza italiana de' giorni nostri. li pen- 
siero è sopra un certo stravagante oriolo, che in una ca- 
mera quivi si vede: 

Io vidi sotto illuEitre &Ita magione 
n tempo travestito a pellegrino, 
Ch' IP Tolto upiile, ed a ginocchio chino 
Dhtingiifl l'ore m recitar corone: 

E, passando con troppa di ir orione 
Ad og^ni qnartrt d'ora nn botti ci no, 
Come 9' ogni ave fosse un mattntìiiOf 
Dissi: Ecco mi oriolo Don Pilcuo: 

E perchè Paola a rttfjwìrJtir talora 
Sta?a HV ìng^gn^MK ippocrisia, 
A lei gridai: Fn^ di qui. aignora: 

3!entre dice costui l'Ave Maria, 
Hnbba, ne ci de, distrugge: e forse £kncora 
Qualche bfillezjta a te può portai' Tta. 

Questo sonetto non fa ammesso tra gli altri miei nella 
raccolta defjli Arcadi, trovandosi che la chiusa appofririava 
sul falso; poiché, non solo il tempo non rubbò, né in quella 
sera, né in quel mese, nò in qneìV anno bellezza alcuna alla 
%nora Paola, ma sento che, da tre anni eh' io non Tho ve- 
duta, sia Mta assai pii:i bella d'allora, come vedrai dal suo 



2% .SECOLO xvm. 

vivaoissimo ritratto, che nella ventarola espressiva d'Awort' 
romito sono giusto adesso per pubblicare. 

E finalmente, non pure i Sanesi, e coloro che del dia- 
letto sanese s'accordano airarmonia, ma il Boccaccio me- 
desimo usò talora rqguardare con un ^ solo. Nella novella di 
Sofronia: Non raguardanrlo, che ab eterno disposto fosse ec. 
ed altrove ; e raguardatore pure, come osserva il Salviati 
nel citato libro voi. I, part. I. K nella stessa guisa il Passa- 
vanti nel cap. 5 della Superbia : Ragtuirda tutti i superbi, 
e confondili. Nondimeno i compilatori del Vocabolario non 
posero che ragguardare ; poniamo che in due modi doves- 
sero indicarne V uso, come fecero di provedere e provvedere, 
e procurare e proccurare, e d* officio e ufficio, e uffizio e 
ufizio; ed il buon padre Rogacci, per non far liti, nella sua 
Gramatica num. 349, al Vocabolario vuole adulare. Ciò fu 
fatto, credo io,- a piacimento del Salviati capoparolajo, il 
quale nel citato luogo dice, che dalle buone orecchie il ra- 
guardare, il camino, Vabbate, non si può soffrire: e pure 
il tanto lodato autore del Dialogo del Fosso di Lucca e del 
Serchio, e dell'altro Dialogo del Filofilo, che neir accade- 
mie lucchesi tanta cultura mantiene per V idioma grazioso 
e puro e autorevole di quella città, dove si ha tanto de- 
licato timpano per la favella, quanto a Firenze ; e dove non 
si vede che le sopraddette pronunziate voci stroppiate ca- 
gionino airorecchie lucchesi delle posteme, come teme il 
Salviati che possa accadere airorecchie de' Fiorentini: egli, 
dico, r eruditissimo Matteo Regali caro amico nostro, quello 
smodato raddoppiamento di consonanti in alcune voci, e 
sdoppiamento talora, non riceve nelle consonanze del ben 
parlare, tutto che fra tante voci il nostro raguardare non 
si sia avvisato di porre: onde bisognerà confessare che 
tutto il rimanente del mondo abbia l'orecchie scordate, men- 
tre veruno, da' Fiorentini in fuora, a modo del Salviati cosi 
pronunzia. 

Leggeste mai ciò che si riferisce da Celio Rodigino degli 
abitanti di cert' isola indiana chiamati Cubiteli! ? Costoro non 
sono più alti di un cubito; ma furono forniti dalla natura di 
cosi grandi orecchie, che sopra di una si estendono e coir al- 
tra si cuoprono, di modo che abbiano le orecchie al bisogno 
per letto ed al bisogno per tavola, e fìra di loro addivenga, che 
il senso dell'udito faccia a compagnia d'uffizio col senso del 
gusto e del tatto: ed anzi servono loro le orecchie per 
casa medesima, tanto che cento Cubitelli uniti insieme com- 
pongano una terra, e mille di loro con mille paja d'orec- 
chie una città. Cotali oggidì sono i Fiorentini : e parlo per 
sinegdoche usando il nome del tutto per la parte, cioè qaello 
della nazione, per altro da me riverita, per la parte infa- 
rinata da me riverita pure, benché al giudizio letterario 
riconvenuta. Sono eglino rimpiccoliti in tutto il corpo poli- 
tico ; e poiché (come dice il Villani al cap. 35 del quarto libro) 



^v^mmmKmm 



SCRITTORI VARI. 297 

essi distesero sempre i loffi confini più colla forza che colla 
ragione» fu ben dovere oh© fossero loro, ^ià sono due se- 
coli, tagliate quelle braccia, che avevano con tanta vialenza 
allungate ed aggravate sopra le vicine sorelle nazioni; e 
che f<x«sero altresì tagliati loro i piedi, onde eonculcamno 
e hi potenze sorelle e le vieine, e talora F autorità della 
santa Sede Romana, con cui rappacitleogli In nofit.ra Santa. 
Pertaf^to oggidì non è loro riniasio deli' antica denominante 
corporatura altro che quelle grandi orecchie, che par loro 
avere così bene organizsate meglio degli altri al giusto 
snoiio deir italiana favella; e con queste orecchie loro ai 
compiacciono eon tanto senso, e vi si distendono sopra con 
tanto diletto, che qualche grave autor morale, stima possa 
darsi ne' C rancanti d' oggidì la molti zia auricolare ; e con 
queste orecchie linai mente vorrebbero rln vegliar e ' o co- 
prire e fasciare tutta T altra letteratura, e fare un regno^ 
per quanto potessero, da per tutto, 

E di fatto voi osserverete in Roma (il che pnote a molti 
altri paesi applicarsi) tale abtitucolo scarpi nello del Casen-» 
tiDo, cui fece la prima chierica ìl trincetto di suo padre, 
tale abbatucolo^ dico, imballato poco fa dal Mecatti vettu- 
rale o da Pampalono per coTitrappesare il basto d'un mulo 
(lei carico di quattro colli di baccalà, cbe sta leggendo a 
Montecitorio un editto volgare della camera apostolica, e 
badando nella firma, cbe v' è segnato il Cardinale camar^ 
Ictigo, che camarlingo secondo la Crusca vorrebbe dirsi, ca- 
vandosi di saccoccia non so che poca di sinopia, con cni 
coleva a suo padre ciahatttno ajutare a tignerò 1 tacchi delle 
scarpe, prejide a correggere per carità i barbarismi came- 
rali. Indi, sentendo che ìi rianimHlaro vende le ciammelle 
senza B, e che le sono rnlle calle, ma senza D, vorrebbe, 
per quanto possa, tenere a compagnia d'oilizio T orecchio 
armonico dorentino collo stomaco sno digiuno romano; ivn- 
chè risolve di mangiar con protesta di non acconisentire alla 
cottura della farina romana malo alfabetata, ^e non in quanto 
11 calor grammaticale tiorentino gli possa separare nel ehiìo 
la cattiva ortografìa, e lievitare con fiorentina termen ta- 
llone la mal fermentata pasta romana. Ma che dico delTab- 
tetucolo imballato colla coi»dotta?* e' v' è quell* altro venuto 
m groppa del bardotto de' vetturali, quell'altro venuto nella 
harcà. E doppo l' abbatncolo, v' è il fratucolo, il dottoru- 
colo, Tavvocatncolo, il maestrucolo di casa, senza q ne' mi- 
serabili venuti col bordone, e quegli altri col botteghino 
da reni della Madoiina che muovo il capo, o col bottegbino 
di s. Antonino, o coiia cagna legata da fare i salti a piazza 
NavoDa, ut captai stolidnm meritoria bellua vulgus, che 



* Hel carico con<Iotto flal v^ffiirRle. 



«TTy 



298 ' SECOLO XVia 

ha la virtù di ««per conoseere al Mo ne' circoli coloro che 
sono di Siena, E queir altro che racconcia i denti guasti, 
e chi^ Tonde nn unto por la gola da far tornare la gorm 
a ^Vì oriundi di Fiorenza, benché ne manchino da quaUN 
genfj razioni; onde grida nuovamente il satirico antico: Qmi4 

poter di Dio ! tutto Io scolo di Mercato Vecchio e di GuaJ- 
fonda, et qnìdqiiid fnejens natura ereavit ìn Firenze (come 
disse r altro gran satirico moderno, ìi quale cani Jumnak 
tonai) j s* è volto ad inondare questo così bel pae^e. Chf* 
fate ? che non serrate ìa Porta del popolo ? che non aUate il 
ponte levatojo di Ponte Molle f R come si ha tanta euradi 
alzare defili argini contro le Chiane di Chiuci, acciocchA fl 
trabocco di quelle acque non faccia uscire il Tevere dalstto 
Ietto; e non ci è pmvedimentoda tener© indietro quesCÌJioih 
dazione di succida e pu/.zolente ^orjxìa fiorentina^ che cava 
ormai dal suo letto tutta Roma? Pensate! La piena è ptà 
venuta, la mota è già entrata per tutto; ed ognuno, in caro- 
hlo di spazzarla da casa sua, ha piacere di jiuazzarvi deo^ 
tro. Manca un servitore ad una famiglia? bìjiogn a pigharlo 
llorentiuo, perchè egli sa fare ogni cosa, i:ome de grecbetti 
de* tempi suoi diceva il sopra citato Giovenale; 

QiTemvIs horainflpi BtìCLiin nttulìt ad nqs 
GrnnimiitLcui^, rhetor, ^eomctrcs, pitto r« alìptes, 
Aug'Eir, s<ìhfìnobn.tflEi, rnoclicus, iiiagiis, omnia uovit 

E cho ha fìitto quest'inondazione? Qmnis pulvis krn^ 
versus est in Xf^iniphes : Exod, cap, 8, nmn, 17. Costoro 
sono fatti come le zanzare ìnfestatrici d'Egitto. Voi non vi 
porrete oggi mai in Roma ad una tavola imbandita, che non 
Ti sentiate sturbati i bocconi da queste zanzare venute ad 
intendere ^e si pnrlì in quel convito in contrabbando alla 
Crusca. Voi non v' assietterete alla toeletta d'una dama, che 
non vi troviate due nojose zanzare cicìsbee, venute a ri- 
conoscere se tutti i vocaboli del monrlo femminile ricevati 
da Parigi e da f.ondra sono registrati nel Dizionano tìoren- 
tino r e con questa occasione scirv volunt secreta dfmtìiM» 
atque imi e ti meri. Voi non vi presenterete ad un tribunale, 
che non sentiate opporvi il significato non giusto d' una pa- 
rola espressa in un contratto, e produrrli il Vocabolario delia 
Crusca, preteso da" Fiorentini il vero testo de verborutnsì' 
gnifieatione ; poniamo che dalla sacra Ruota romana fa^&B 
pronunziato, dovere ugualmente attendersi le voci sanasi e 
di altro toscane nazioni b^^n parìanti, e non sempre al testo 
parolajo fiorentino dovere aversi fede; e siicil conto ne abbia 
fatto la Congregazione della visita delle carceri in quest'anno, 
allorché, ritrovando carcerati nelle carceri nuove un s^anese 
ed un fiorentino, per essersi notabilmente percossi a cagione 
di una parola, che Tuno pretendeva essere otTenaiva, faltro 



SCRITTORI VARI. 299 

no.*.. Fin qui era io giunto nella stesura cieli' istoria dr questa 
ri^sa parola j a, quando, entrato Della min .stanza nirimpro 
tisa uno di quei molti aulici miei, cui non si tien portiera, 
volle vedere a che voce arrivato fosse il Vocabolario, e ciò 
é]è in essa sì diceva. Sodisfatto elf ai fu, pr^ìfiomi per mano 
raidisae: Amico, tutto va bene, ma permettelemì, per vos^tra 
i?=!ruzione, che io vi conti una novella, che fra le Cento an- 
nelle è rot.fantfj^ima nona. Dite ptire io replicai; ed oi:-- 
Si trovavano di brigata ad una cena molti cavalieri, fra* quali 
lino ve n'era, che averebbe fatto a ciarlar col Gatta, e con 
voi quando eravate in disputa fnilloniea. QiicRfi intraprese 
a coalare, terminata la cejia, una storietta che non ve ni va 
mai a line; peri oc he i servitori, che aspettavano d'esser 
licenziati per andare ancor essi a cena» stavano impazienti 
desiderando il termine, contuttoché ella fosJ^e irraziosa assai 
e piacevole; ma^ non vedendosi alcnn principio por questo 
rine, uno di essi, che forse più aìYainato o goloso era ileglì 
altri, chiamato a nome il cavalier favellatore, 0^\ disse: 
Signore, cohii che v" insegnò code.^ta storia, non ve la ìnse- 
|.'o^> beoe. E perchè? domandò r altro. Perche, risposei?li, 
non v'insegnò a rinirla, Rìj^ero tutti, e così torminò la sto- 
ria. ^ Or io non vorrei che fosse detto cosi a voi, che non 
I a guardate punto a lini r la vostra diceria sti la voce m- 
imardare. Risi ancor io, non per la novità della novella 
che g:là vedut*avea, ma per la proprietà delT applicazione ; 
onde, per fare che questa avesse T esito simile alla facezia 
del servo, replicai: Tronchiamola dunque qui per compia* 
fervi; ma quanto alla cena sarà meglio che io venga a 
[Urla da voi» che laverete migliore. 



ANTONIO VALUSNIERL Nacque a TrcsUico nello ftat(> dì 
Mo<lfiia il 3 maggio l*jtìi da padre medico, e ne contìninV la prò- 
fe^^iooe^ agfiangcadfivi però pifi lìarticolai-nu^rite ij^listiidj dì storia 
naturale, ne' quali riUHL'ì eccellente, liifleguò medieitia a Pa- 
<lova (1700), occupauflo le vaeaiiz** in rieerche e via^|3fi ^eìeutifiei, 
upeeialmentc intrattenenrtoHi »ni vermi e gli tn^ettì, eonthjnande e 
D'^J'fexienando per tal modo le ^perienze del Ki-dU Onorato dai rt^- 
^Tinntì di quel tcmpt^i dei^tderato da Ciirti e ila uuiverì^itiij aseritfo 
;id accademie italiane ed eetere, eelehrata fra i dotti^ non volle 
mai lasciar Padova, ove morì ai ì^ gtnjnait* 17:;^^. t^ e risse, con dot- 
trina e aeume. di geologìa, di botaiiìea, di aii^ìtoniia, di Bcìenzc na- 
tivralij preeedemlo in molti punti lo moiUTUe dottrine, rìfljfftto iii 
*ptcie a juiràKsitologia* Le aue scritture sono modelli non solo dì 
i*ci«n2a, ma anche di evidt^aKa, chiare/;5a e briosa eleganza. Tutte 
qxiaate col titolo Opere fiaico-medii^he stampafii é ^nanoscriffej rac- 
*^olic éa Antonio suo figlinolo, furono stampate a Venezia nel ITBS, 
in 3 Tol. jn f. 



^^^ifr^^f^^m^ms^^j^^wfm 



3CXÌ SECOLO xvni. 

L' Estro dei poeti e l'Estro degli armenti. — È i* Estro, se- 
condo i poeti, un certo furore, che gli agita e rapisce come 
fiiora di Joro stessii, sforzandogli a cantare cose pellegrine 
o rare, e ìnfmo superanti Fumana natura. Quindi è, che lo 
chiamano alcuni sacro : altri, perchè qualche volta esce 
da' [imiti del buon costume, lo dicono cieco, violento, or- 
rìliila, e rinahìiente quando sono invasati da questo, e pos- 
.sono veramente nllora gloriarsi d'essere poeti, T onorano 
atiabe col titolo di laurigero 

Mi farò lecito riferire ciò, che intorno allo stesso ho ri- 
trovato in un lorroro manoscritto d'un antico Pastore 

Scri.sse dunque il buon vecchio, che si gloriava anche esso 
d'essere seguace d'Apollo, 

Seu iifrae cantiw, m^icat «eu dùcerei arte», 

11011 essere V FM.vo Poetico medicamente spiegato, che una 
forte, ma regolata agitazione degli spiriti, fattasi o per 
un'interna fermentazione, o bollimento de* nostri fluidi, posti 
in un'estraordinario moto da qualche cagione non naturale 
(medicanionte intesa) o dalla fantasia, che fa violenza a^Ii 
organi, do' quali l'anima si serve per formare le idee, in- 
ora:^ pandosi e movendosi con tanta e sì strana forza le 
libre, che ven^^ono spremuti e commossi con maniere pel- 
h^grine e instili te tutti gli spiriti, che sono destinati alle 
opera?-ionÌ della suddetta: onde allora i poeti formano anche 
idee maraviglmse e rare, riscaldandosi l'immaginativa e 
tirandogli a forza come fuora di loro stessi: di maniera che 
qualche volta in persone deboli, o di pasta troppo dolce, o 
troppo lungamente affaticate, tanto s'infiamma col tempo 
e si perverte dallo stato suo placido e naturale, che si vi- 
ziano allatto le libre del loro cervello, e si fan pazzi. Quindi 
è ise^uQ il buon pastore, dichiarandosi di non parlare di 
quei del suo secolo), che avea udito dir da' più vecchi, e letto 
ancora ne* suoi antichi annali, come molti celebri poeti, 
erano allMmpmvviso divenuti pazzi o maniaci, facendo con 
rossore di quest'arte nobilissima e sacra, adoperata nel loro 
linguaggio ìimnù dagli Dii, facendo, dico, parere in alcuni, 
6!?sere qualche volta la poesia una bella e gentile disposi- 
zione alla paz^^ia. Parla, con eccezione sempre de'savj, ma 
sol amen te di chi non ha gran fondo di materno senno, o 
non ha una naturale saldezza di cerebrali fibre, restaudo 
in quegli entusiasmi e empiti violenti, troppo sforzate e 
qualche volta perpetuamente viziate. Al contrario, sog- 
ginfjne, quando i poeti sono di soda tempera, o da un forte 
e rtìtto giudìzio regolati, con quella insolita violenza degli 
spiriti, e con i)ue] gagliardo increspamento di libre produ- 
cojio idee cosi nobili, e sopra il vulgo degli uomini innal- 
zate, che crealo 11 mirabile in chi gli ascolta, strascinano 
gli uditori con loro stessi fuora di loro, gli sollevano in alt<ì 



SCRITTORI VARI, 3<)1 

•" tìli trasportali .senza avvedersene jn un certo beato dU 
Mtto, che dimenticati cV es.-^ere in questo mondo, restano 
come estatici, e si fermano attoniti. .,..,, 

L*Eitro di cui favelliamo è «enza fallo derivato dall' Rostro 
tttì' naturali ftlosoH. Ini perocché, come abbiamo nelle antiche 
favole, bramosa Giunone di ^sbrigarsi aiTatto d*lo già trasfor- 
mata in vacca, fece che una Furia balzandole addosso in 
forma d'Estro, ossia Assillo, talmente la molestasse, ch'ella 
smaaiosa a furibonda andti lungamente per molti luoghi gi- 
rando; il che tutto conferma Plinio, conio sapete, 

È dunque V K&tro, conforme i naturali storie i^ un ani- 
maletto volante, il quale fu detto dai Greci Oestron dal 
suutio del volo, dall' etTetto che produc*?, quia furorem, 
q^fpm Oestron wcant, anìnialibuH^ quae perseqniUtr, in- 
fhicit, come fu scritto. Da' latini fu chiamato Asilns, dai 
toscani AssiilfK da alcuni scrìtton malamente Tafano, o 
daVnastri villani col vocabolo dei latini e dei toscani cor- 
wttOj Asiolo. È alquanto maggior d' un moscione, noioso 
molto a' buoi i quali pugne a s^ pristini amente, e che temono 
quasi più, che qualsivoglia altra ferocissima bestia. Molti 
poeti antichi lo conobbero per quello ciregU è, e ho ne ser- 
virono o per maledizioni o per espressioni d' nn*insolita e 
niDlosta agitazione degli spinti. 

Chi se n' accende. 
Divenga toro che Tassino stioioli : 

diceva in una sua egloga Lodovico Martelli: ed il Guerini, 
volendo esprimere la rit?rezza d' uno, scrisse : 

Peroco s1| cb^ più- ch'abbia Tas^iillo; 

che il Pulci nel Morgante, in altro senso, con assai inge- 
gnosa similitudine espose, dicendo: 

Quanti db po^e, par cit* abbian T assillo. 

Il che par tolto da un vecchio proverbio del nostro volgo, 
che per esprimere il vizio d'un uomo, o d*un fanciullo, che 
mai non stia fenrm, dice: Pare, rhe abòia V Asiolo indofiso. 

Gli iQgegnostsì^iuii e politis?ììmi fiorenti ni per ìsmauìare 
per puntura d* assillo, dicono os^/^toT, e metaforicamente 
anche di coloro, die baccanti danno nelle furie, quasi fe- 
riti da quella terribile besttojnzza. Cosi Dante scris^se, ehe 
quella mosca fece asslilare Uùerti e Amidei; ed il citato 
Pulci nel Morgante : 

£ parve tm toro bnTo, quando assilla. 



302 SECOLO xvm. 

# 
È ben però vero, che nessuno si piccò mai uè si prese 
pena alcuna di cercare qual maniera d* animale fosse co?tin, 
d' onde tirasse i suoi natali, e come poi f:icessfì a gtimolar^ 
sì acutamente o a tormentare lino alla rabbia gli armenti, 
ponendo in fuga non solamente le vacche e i pì^ri bii 'i, 
ma qualsivoglia piij atroce toro: anzi al solo sentirlo ti^fliiar 
per Taria, ognun di loro si raccapriccia, avvilisce^ e un ì:o>\ 
subito tcrror lo sorprende, che confuso, inquieto, appas^i^^- 
natissimo, procura ogni scampo, e come acciecato, sen?,a ri- 
tegno alcuno, ùìii^p. e precipita per diritto e per traverai 
insino giù dalle balze più spaventevoli. Senta Oppiano In- 
dotto dal greco : 

Già dtj* ÌLeti pixst^r, ilo' dolci paschi 
Nulla curao, trafìtti ; g 1^ erbe vei-iii 
Lardai j^ iudi lo ^talle^ g in un gli nrinenti 
Infuriano per rablùti, (^ jstat- iiou poiiua 
Lungo il mar, preciso ai tìnmi, iufra lo f^Uì, 
£ nò tneu doiitru j caviamosi fossi. 
£mi>iijn lo Biihtà ognor d' alto muggita ; 
E da 13 rude lo Htiuiùla sospinti 
Saltai] jìtìì campi furioi^if e vanno 
Torcendo il pie con minaociosf] orrorQ^ 



Ne contano tutti i pastori funestissime st^irie ; e non v;ì 
guari, che a me narrarono che un ussUlo gittatosi a vi^tii 
di molti sul dorso à'nn bue, che unito a tre altri tirava un 
carro ponderoso molto, fu cagione cbe si posero tutti '• 
quattro in sì ruinosa fug^a, che ^nunti a un ttnme vi si get- 
tarono dr^ntro precipitosamente d'accordo. E pure fìioratli 
questa strana occasione, si la sci e ranno ben uccidere sulla 
ripa o suirorlo di qualche precipizio i cauti buoi, ma non 
si farà giammai che vi balzino con quel cieco orgoglio, poo 
cai assaliti dall' assillo vanno senza sapere dove vadano, ■ 
incontrano intìno la morte. In una tiera di bestiami, «li' 
in un lÈJogo su' nostri monti di Rcg^rio detto Verga, p^'C 
fa si fece, volarono alcuni assilli, che sentiti ronzar p'f 
r aria da' suddetti, benclic legati e cociore custodì a lai , 
incominciarono prima a freni e re, poi a dibattersi e stranu- 
inente contorcersi, e in due con orrendi muggiti a tentar 
la fuga con tanto impeto, anzi furore, che in un iMitt-^r 
d'occhio nacque uno scompiglio trombile, a con danno delti' 
merci e degli uomini irreparabile, tutto si sciolse in n:i 
tratto, restxj lib^u'O e voto il cani pò, salvandosi ogmmc nri 
miglior modo, eh© lo consigliava il timore e T innato desi- 
derio di conservare la vita". 

In quella guisa appnnto, che fuggono disperatamente i 
pecore la vista o gli urli del lupo, e le colombe il falcon-s 
cosi gli armenti, T assillo o V ostro. . , , / 

INon v' è stato, per vero dire, alcuno fra' poeti o isÉoriet 



SCRITTOEI VASI. 303 

^@d, latini o toscani, che meglio di Virgilio nella sua 
Georfficà abbia descritto il luogo, dove questi dimorar so- 
gliono, e gli etietti che fanno, ed ri terrore che imprinjono 
negli armenti, e insino il tempo, nel quale gli assaliscono, 
e cùnie debbasi procurare che non gli tocchino. Porto i suoi 
Tersi traslivtati nella nostra volgar favella, benché non pos- 
sano aver giammai quella maestrevole grafia, che dalla sua 
divina Musa contrassero sino al miracolo: 

Là di Sil&rì in tomo a i cupi bocchi, 
E d'AlhuroiOj tìm d'tjki ftJto v©rde(<rgÌB, 
Molti stanaci ad Q^iior voUntl insetti, 
Cui RoiDfi Assilli, ed Eintrì il greco appella; 
A^pra tiirbiL, che un vii sussurro acerba 
FonnH ; i^, da hi ferito, entro le selve 
Di spavento rtpieu fuggo V armento ; 
Talché da i ftor mui^^itì G^aor pei^ossa 
1/ aria ne fretuot e fremon I© boscaglie, 
£ deir arso Tanngro un cor le rivo. 
ItJk con tai mostri esercitò (ìiuDOUO 
Gli orribili suoi sdegni allor, cb« giunao 
A meditar vendicativa e nlt^ra^ 
Deli'lnachia ^^ìovlucjì il dntino estremo. 
Da questi aduiiquo (poicLè som più inf^^ti 
(guanto più fervtì lì gioruol or tu ben lunge 
Tieoi il gravido armentOi il qunle ai dolci 
Paschi sia che tu guidi allor, che il sole 
Spunta no Tel lo in orlon te, tr quando 
Tornan le stelle a ricondir U notte. 

E qui mi piace di rìllettere : quale intollerabile martirio 
è mai quello, che alle mìsere bestie apporta un cosi pìc- 
colo volante, infamato da Virgilio col nome di mostro, scelto 
dairira di Giunone vendicatrice a castigare la sfortunata 
Io convertita in giovenca 1 Bisof^na pur credere, che im- 
prima un acerbissimo dolore, che muova spasimi di morte, 
giacché per ìsftiggirlo, o nulla questa temono ovvero di 
buona voglia rincontrano. Se la pecora fu^^ge il lupo, e la 
colomba il falcone ; e aggingniamo, se scappa dal cane la 
lepre, dal leone il cervo, e cosi parecchi altri destinati in 
preda a' più forti od a' più cauti, costa a tutti la vita 
Hucontro degl'ingordi loro divoratori; ma che un vilissiruo 
assalitore insetto, incomparabilmente men forte, e migliaia 
di volte men grande delF asìsalìto, che non fa altro che fo- 
rargliladura pelle, cotanto lo spaventi, lo turbi, gli faccia 
provare crudelissimi ed insoiTrìbili tormenti, mi pare una 
cosa Don affatto indegna d'un vostro nobile pensiero. Anch' io 
esporrò il mio debole sentimento, qnando accennerò il [ine, 
per cai fora o trivella quel duro cuojn : non sente(Klt> in- 
tanto volentieri, che i nostri amici poeti desiderino tutto 
fiorao eoa ardore questo Estro, e sovente si vantino d' averlo 
in corpo; perocché voi vedete, come avvelena gli spiriti, 



yU4 SECOLO XVIIL 

come gli coD fonde, f^ìì turba, e conio maltratta coloroi i quali 
appena esternEimente a^salìsce, e buca la loro sola pelle^ 

Della nascita, della vita, e del (Ine di costni dissi qiialeb';* 

cosa nel primo iW mici Dialogai (Va MalpigUi e Plinio 

ma dirò molto pii» quelita volta, avendo voluto rifare tutie 
le osservazioni più al minuto, . * , , Premetterò alcune o?- 
servazioni, senza le quali non si può ben t;apira T indole e 
il genio di questo insetto agli armenti si formidabile; dipoi 
passerò a descrivere il suo verme, la sua (crisalide, e linai- 
mente il volatile e i suoi costnmi. 

L Quando 1 bestiami dimorano sempre nelle stalle, o 
quando sono diliL^entemente ogjii giorno stroppi caia ti, fre- 
gati e ripuliti colle streg^bie di ferro, non patiscono certi 
vermi, detti da' noi^tri eonttulìnl Tarali, cbe annidano, sepa* 
ratamente uno dall' altro, sotto ta pelle, e dai quali a suo 
tempo e in luogo proprio incrisalidati, scappa FA ssiilo. 

II. Questi vermi non si veggono mai nella gambe, odove 
giungono a percuotersi colla coda, o eolla lingua a lambirai, 
ma scopra la schiena e ne' danchi, e qualche volta infta le 
spalle e nel collo, in qua e in là seminati tino al numero di 30. 

IIL Non se ne osservano dì sorta alcuna negli animali 
troppo pingui, o mal sani : uè se ne scopi'ono njat in quegli, 
che non sono stati forati dalTasi^illo, ponendovi appunto 
nel tempo delia ferita Tuovo, dal quale poi nasce il men- 
zionato Taralo, o verme, che resta sempre a nutrirsi dentn: 
il tumore» come fa quello delle mosche silvestri dentro le 
galle delle quercie, o altri vizi o punture o fenditure delle 
piante: potendosi appropriare a questi ciò, che disse in altro 
proposito quel nobile pastore di Virgilio: 

animojt^e in vttìntre ponunt. 

IV. Ogni tumore, dentro il quale annida il verme ha dal 
princìpio lino alla fine nn foro nel mezzo, che si va poi 
dilatando, quando il verme matura ed è vicino ad uscire, 
come fa appunto la bocca dell' utero nei Vivipari, 

\. Non sempre cresce questo tarlo o verme a peri'e- 
zione, ma qualche Hata, o senza o con manife^ cagione, 
muore e infracida. 

VL Se passato gitigno, e insino alla metà in circa di 
luglio, nelle bestie che abitano le pianure vicine almeno 
ai nostri monti (dove neiramenissima villeggiatura di questa 
estate ho rifatte le osservazioni), i detti vermi dei loro ta* 
mori non escono, por J* ordinario muoiono (quando pen> 
sieno di quelle condannato all'aratro noi campi aperti), 
per li troppo cocenti raggi del i^ole, che gli uccìdono; ma 
quando sono di libertà, e possono nei pascoli e net bosclii 
tirarsi all'ombra, seguono a vivere, ed a suo tempo scap- 
pano ibora, 

VIL Se eolie dita si palpa il tumore, si sente il verme 



^w 



SCRITTORI VARL 305 

star lento dentro quello, e potare per ogni banda a suo 
capri celo voltarsi. 

Vili, Cavato immaturo, m hì itene jiopra la mano o sf 
mette sopra una tavola, sta sempre immobile e pare morto, 
e Mo con celerità si muove e da sé stesso fu^rga, quando 
è arrivato alla sua total perfezione, e cerca luogo di quieto 
per divenire crisalide. 

IX. Quando sì ^cliiaccia o si spreme con forza il tumore, 
e si fa schizzar fuor a il verme multo ìmnmturo, dilatandosi 
violente monte T accennato foro, asce con rssoIuì solo sanijjue; 
quando si faccia fuora pifi grande, viene accompagnato da 
tifi certo 8u<ro biaucn e viscogetto, non ft^ lento, con copia 
minor dt san^^ue ; quando è vicino alla maturità, esce col 
^ìb suddetto sugo e senza sangue ; e ti uà I mente quando 
è affatto maturo e da sé stesso fu^jre, nulla dal dilatato 
foro distilla, e poco dopo, senza danno alcuno dell' animale, 
salda e rammargina. 

X. Facendosi uscire, collo stringere, la base del tumore, 
n vede tempro uscire colla parto diretana avanti, dove 
K»no le sue bocche del respiro, come dimostrerò nella sua 
notomìa. 

XI. Ma iiscendo da sé, per andare a incrisalidarsi, esce 
olla parte d'avanti, come ranno tutti gli animali, quando 
sortiscono dal carcere del loro utero alimentatore, 

XII. Non allignano questi vermi negli armenti, che Sono 
nelle pianure pingui o nei pascoli umidi, ma si osservano 
-blamente in quei che abitano ì nuinti, i colli o le pianure 
&ecche, e particolarmente dove sono selve o boschi vicini 
a quelle, 

XliL Non se ne veggono per ordinario sopra vitelli, ma 
sempre sopra tori, vacche e buoi. 

XIV, Qualche volta se ne trovano net eavalli, elio vivono 
SQ luoghi montuosi e pascolano con libertà nei bo.^chi a nei 
campì, né sono governati colle st reggine dentro le stalle, 
e, per osservazione del signor Redi, anche nei cervi, e forse 
nt!i daini, nei cameli e simili salvaticbe bestie. 

XV. Quelle per\ ch+? sono di lunghi e folti peli armate, 
?ono esenti da costoro, benché no alimentino poi di un'altra 
specie dentro il na?>o e infra le ossa della cavernosa loro 
fronte, come ho dimo^ti'ato in un nitro liiogii ; della quaie 
fU armenti ne sono liberi per la lunga ed ispida lingua, 
eon che facilmente detergono le uova deposte denti^ Torlo 
di quello, 

XVL Questi vermi non dimorano più di nove o dieci 
me^i in circa sotto la pelle, nel quale tempo ingrassando 
e pasciuti sino alia lor perfezione, abbandonano il tumore 
da loro stessi, come si è detto nel § IX. 

XVI L Usciti, m ritirano sotto qualche minuzzolo di terra, 
e fra sasso e sasso, o si intanano dentro qualche buca o sotto 
leggiero e facile terreno, e coli dì quietano, come fanno i 

IV. 20 



306 SECOLO XYIII. 

Termi dei rosai, quei dei salci, del capo dei castrati, dille 
pecore e simili. Quietati, diventano crismi i de, come fanoo 
tutti i vermi delle mosclie, delie zanzare e dì tutti ffrntj- 
setti, che diventano volatili; della quale flnalaiente, dopo 
qualche tempo, esca un nuovo assillo e estro simile ai 
genitori* 

Da tutto queste osservazioni premesse, io mi avveg^ro, 
che già col vostro sano iutendiniento voi comprendete uni 
cosa, non mai dai nostri vecchi pastori né osservata né 
intesa, cioè essere Tas^^iHo o T estro una rara specie di 
mosca, armatii noi fondo dol ventre di un acutissimo puiv 
giglione, con cui fora e trapana il cuoio a gli armenti, e 
depone, dentro il buco fatto, un uovo accompagnato da un 
agro e potentissimo sugo, ciie irrita con in tollerabili spa- 
simi i nervi, che tessono il medesimo, e Jo guasta e locoì^ 
rompe in maniera, che tinattnntochò vi dimora il aato 
venne, mai più non ram margina, e vi resta sempre nt>ila 
sua sommitfi uno spiraglio aperto, a guisa di rtstola mo^ 
bosa, da cui riceve il beiuìllzio dell* aria esterna per 
lo respiro» e dì cui dilatato appoco appoco esce a ma 
tempo. 

Da ir uovo dunque posto dall'astuto animale colà deritrr* 
come al covaticcio, nasce quel verminaccìo, che chiamano 
ì nostri rustici non nialameute Taroio, quasi Tarlo, pe- 
ixicchè in fatti, a guisa di certi tarli di legni verdi, si nu- 
trica di quel dolce sugo nutrimentoso, che da quella rosarn 
distilla e gemo. Cresce costui appoco appoco senza nota- 
bile danno disila sanità deiranimale; an/4 i pastori arg-*- 
mentano della sanità dello stesso dall' esaere abitate fì^i 
detto verme, i( quale dimora stabile in quel luogo tui' 
r inverno, Ilnchò ingrandita incomincia a farsi vedere il tu- 
more, entro cui arniida, crescendo anche esso tanto, quanto 
basta a conservare adagiato e comodo qsieir ospite incle- 
mente sino alla dej^tìjiata sua perfezione i alla quale giunio, 
esce da sé Testate ventuni, e cerca luogo di quiete, dove 
si fa cj'isalide^ della quale poi analmente sì sviluppa, e 
scappa un'alato simile ai genitori, che e V assido oVestn* 
de' naturali dlosod. 

Uscito, si trattiene qualche poco, come immobile e sKt 
lordito, sopra o vicino la spoglia del vecchio carcere, dov^* 
era chiuso: si scarica poco dopo di certi escrementi duidi 
e gialIiL'ci: di poi cammina pian piano all'uria o al ^K 
dove dimora flnat tantoché le ali e la parti tutte del corpo 
ancor tenere e molli s' indurino e si forti tich ino: assicurare 
Io f|uali e preso Unto, allarga le ali e vola. Cosi tlamio 
tutti a suo tempo: dappoi net luoghi ombrosi d'accordo si 
ritirano, cioò nelle vicine siepi o nei bosclii o sopra quereii-, 
lezzi roveri, come in parte avvisa pure nel citati ver^i 
quel fra pastori pastor più SEiggio, Virgilio, 

Colà vivono, colà si nutricano, come le altre mosche, 



*iilp 



SCRITTOEI VARI- 807 

di sughi di fiori, di fjrutta, di pianta e simili, e forse di 
immondizie e sudiciumi : colà celebrano le loro nozze, e 
restano fecondate le femmine: le quali in tale stato poste, 
stanno in agguato, se passa qualche toro o vacca o bue, 
& fischiando per rario, vi si lanciano con empito sopra, a 
gìu?adi fulmine, per forar loro la pelle, e deporre Tuovo 
m fecondato, o gallato, come si è defto. Ovvero, guidate 
da quello occulto incognito istinto volano in qua e in là, 
e & bella posta f?li cercano, per celebrare, a favore dei pò- 
3t4?ri, quella ni strepitosa faccenda. 

Temono costoro la rugiada e il fresco della mattina e 
della sera, restando da quella bagnate le alì^ o da questo 
ÌEitorpidìte le membra; perciò non s'arrischiano a Rcagliarsi 
uè a tentare V assalto, se non quando il sole colle magjriori 
vampe riscalda l'aria, come ottimamente notò pure Virgilio, 
che negli interessi egufilmente dei pastori che degli eroi 
senti tanto avanti. Quindi è, che con savio consifrlio pei'- 
Nuide a non condurre a pascere gli armenti, se non nelC au- 
Tffrao nei venire (a notte, nel qual tempo stanno acquattati 
e melensi, nò s* azzardano alla ^rand' opera. Lo che trovo 
pure in Omero, dove narra che davano doppia mercede a 
i|Ufi" pastori, che tanto di giorno quanto di notte pascevano 
ib€.4tiami, cioè nella notte i buoi, i cavalli e gli altri armenti 
meno pelosi, nel giorno le pecore, le capre e simili, i quali 
per la lunghezza de* peli sono sicurissimi dagli aculei do- 
loro.?! degli estri. Cosi dunque traslatato dal greco in ita- 
liano saviamente ragionai 

Ma quivi il buon pasto r stempro mal deato 
Doppia alla fine egrU »' ottìeu mercede ; 
La prìma i Imoj pascendo, & 1' altra il bi&DCO 
Velloso gJregg*? : itniì e rocche vi due 
Della notto <? di-l dì sono le tìo. 

Sono parimente noiosi, come la plebe ingorda e teme* 
rana delle altre mosche, ed escono sovente a stuolo ali» 
lerribtle impresa poco aviinti che piova: o perchè questa, 
non so come, antivedendo, pensino che le deposte uova 
ne* dorsi delle forate bestie non saranno cotte cosi subito 
dall'ardente sole, e più sicure e pili niorbido con dtdco e 
amica tepidezza reateran fomentate: o perchè, essendo al- 
lora in quel torMto moto pili aintati, saranno anche più 
commoséi e meglio attuati e pronti i loro spìriti foco n da- 
tori. Le femmine sole vanno armate del punj^'ìglione: im- 
perocché sarebV>e ai maschi inutili peso e ordigno ozioso, 
non servendosene mai per vendicarsi o difendersi, come 
faano le api, le vespe e i calabroni, ma solamente per bu- 
care in quol tempo la pelle e deporvi Tnovo : la quale prov- 
v^ìdenLa della natura vedi ancora os-^ervata nel m^ischil se^so 
fislle mosche de' rosai domestici e de* salvati chi 

Una volta, quando fb^ci le prime o;ssorv azioni, Jion potei 



308 SECOLO XVIII. 

distinguere il pungiglione, o perchè forse quello che mi 
venne fatto vedere, era maschio, o perchè lo lasciai troppo 
inaridire, o perchè noi seppi trovare. L'ho Analmente tro- 
vato, e sta internato e nascosto negli ultimi anelli; e m'è 
riuscito distinguerlo composto e artitìciosissimo, come imma- 
ginava, simile molto a quello della mosca de' rosai, da me 
in altro luogo descritto e disegnato. Egli è formato di tre 
distinte parti, che tutte in un punto concorrono a questo 
strepitosissimo lavoro, cioè d'un canale, come d'un ovi- 
dutto, nel mezzo, che porta o guida e spigne l'uovo nel 
destinato nido, e di due dentati ed asprissimi come trapani, 
che lo tengon nel mezzo, e gli fanno la strada, l'introdu- 
cono, e lo guidano, come per mano, dentro la pelle. Questi 
due trapani sono nelle parti laterali tutti armati come di 
piccoli coltelletti, che col taglio e colla punta feriscono e 
squarciano: onde voi v'accorgete adesso, come quell'aculeo 
neir introdursi e nel moversi che debbo fare, alzandosi ed 
allargandosi, ecciti intollerabili spasimi. Imperocché è ne- 
cessario che si lacerino le fibre e i nervi tutti, che tesson 
la pelle: il che non può farsi senza un atroce dolore. Ma 
questo dolore dello squarcio delle fibre e de' nervi non è 
solo. Cola dietro al pungiglione, come cola dietro al dente 
della vipera e al pungiglione delle vespe, delle api e de' ca- 
labroni, una specie di mordacissimo veleno, che rabbiosa- 
mente irrita, ammorba e per così dire abbrucia quelle di- 
licatissime file de' tronchi nervi, acciocché s'increspino e si 
ritirino, e non possano più riunirsi e saldar la ferita; la- 
sciando colà, finché dura il verme, una specie di morbosa, 
incallita ed arida fistola, che deve sempre stare aperta, per 
r uso tanto necessario dell' aria che continuamente entra 
ed esce del luogo, o ricettacolo dell' uovo deposto, acciocché 
possa nascere, e nato respiri, viva e cresca. Penetra più 
oltre il sugo, a quella sola parte mortifera, ed arrivando 
sotto la pelle, fermenta co' sughi dell'animale e fa dilatare 
le insanguinate pareti: onde s'appiana, si prepara e s'al- 
larga una capace cavernetta all'ospite che debbe nascere, 
e nato nutrirsi della linfa, che suol portarsi a quella parte 
per irrorarla e alimentarla. 

Ed eccomi giunto, senza avvedermene, ad esporvi, o ri- 
verito Pastore, le ragioni, per le quali tanto ricalcitrano, 
muggiscono, tremano, fuggono e disperatamente s'appas- 
sionano, quando sentono quel tristo romoreggiar per l'aria 
dell'assillo; e più ancora, quando lo provano piantato sul 
loro dorso: mentre non solamente provano l'acuto dolore 
della lacerazione delle nervose sensibilissime fibre, ma quello 
ancora d'un agro e mordacissimo sugo, a guisa di spirito di 
zolfo o di vitriuolo, irritante e stranamente fermentatore. 
— (Dal Ragionamento sull'Estro de' Poeti e degli Armetiti, 
diretto al Custode generale d'Arcadia.) 



w^^ 



SCRITTORI VARI. 309 

LODOVICO ANTONIO MUKATORL Nacque ia Vignola nel 
niorfeaese di poveri geuitorl ueir ottobre del 1672 : studiò in Vi- 
rola, poi iu Modena presso i gesuiti con grande amore ed assiduità 
(L, Vischi, L.A. Muratori studente, nella Cronaca del Liceo Mu* 
ralorij Hodeutì, Tost^hl e 0., 1862). Dnl conte Borromeo fu invitato 
z Milano eome dottoro nel Collegio anibrosiano e prefetto della 
Biblioteca omonima nel 1605* e nello stesso anno tu ordinato sacer- 
dote. Fu richiamato in ModeUii diti duca Rinaldo I come bibliole-^ 
cario e archiviata di corte. Viaggiò (t7l4-ltì) per rìeerche negli ar- 
cliivj italiani ; ebbe poi, col titolo dì proposto^ il benefizio di 
Santa Maria della Pomposa. Rinunziò alla cattedra che gli era stata 
offerta a Padova, a Torino, a Roma, Visse vita pìn, studiosa, difen- 
liendoii peraltro vivamente contro il Cenni, il Fontauini, il Quiriui, 
lo Zaccaria^ che lo costrinecro alla polemica. Ebhc pur vivo il sen- 
tiuicnto dell'amor di patria (V, Santi, Il ALdurante la guerra di 
Loììibardia, Ì7'.^-Mf nella Bìvùfa Europea del 16 maggio IN^I), Fu 
Arcade col nome di Leucoto Qaleate. Mori in Modena il ^H gen- 
naio 1750. Nel 1S72 furono celebrate solennemente in suo onore 
feste centenarie (G. Cardu Gemelle Optrst yùL Bosxetii e Scherniti 
Bologna, Zanichelli, 1889). 

Accenniamo cronologicamente e brevemente agii scritti da lui 
lasciati. Gli AnecdQta latina, m dutì volumi pnbblicati nel Itìft7-tì8 
contengono^ fra T altre cose, quattro poemi di san Paolino da I*oÌa. 
Nel 1700 pabblicò, insieme con la vita del poeta, le rime di Carlo 
Maggi; nel 1703 I primidìsefpn delia Repubblica leilerària d'Italia, 
:dlo scopo d* istituire un' aeeariemia atta a niiglìorartì lo stato 
«ielle lettere ; nel 170fi Della perfetta poesia italiana j cbtì fw poi 
lipiTbbltcata eon annotazioni critiche dì A, M, Salvini; nel 1708 
Mifie^Kmi sopra il b^tcn ga^to nelle sciemt e nelle ìetlere. Nello 
r]iieatiQiii tra Cbiesa ed Impero ed Estensi isul dominio di Comae- 
thio e di Ferrara, soitenne caldamente le raponi del potere civile 
m varie scritturo (1 70^4712). Pubblica poi ^ìì Anècdota graeca (1709), 
e dne altri volumi di An^cdoltt latina (1713); aveva Intanto pub- 
Jilicato Vita e rime di F. Petrarca (1711) dove ripigliò in esame 
U] famose CoTiMiderasioni del Tassoni, dei quale scrÌBae la Vita per 
r edizione mode ne ne (Sol Sani, 1744) della Secchia. Maggiori opere, 
che formano anch' oggi V ammirazione di tutti i dotti, aono le An- 
tichittì £Meìin (1717 i^ 1740), ed ì Rerum italicarum acriptore^^ 
ifal 500 al 1500, pubblicati in 27 volumi dal 1723 al 1738 dalla So- 
à^à palatina (y. L. V[SCFII, La Società palatina di Milano ^ Mi- 
lano, Kebesebini, 1880)- Vi ordinù e illustrò le fonti principali della 
itorìa italiana del medio evo, cioi^ le carte, i documenti, le crona- 
che ec. Lo aiutarono nella poderosa impreca, oltre alcuni Modenesij 
li Slìisi, TArgelati, lo Zeno (v. Indici sistematici di dite ci-miache 
mìtratoT^ane compilati sotto la direzione di A^MaknO fì C» CIPOLLA, 
Torino, 18&4, e per cura dell* Istituto storico italiano, Indices chro- 
Hologici ad ScriptortM rerum itaìicornm quo^ L* A. M* coUegit). 



310 SECOLO XYIII. 

Dopo altre scritture, tra le quali ììk Vitrt del Castel vetro (['il}, 
fece stampare a Milano (1738-1743) le Antiqttital&t iiaHe4te nuàn 
aeiti, che cQiupenrtii} anche in italiano (1751), e (ITiJtl- 174^^1 \ì Xonu 
Ut e sa u r ha vel e rum tnsc tipi lon um . C o m ] ne i ò gì i j4 rtn uli (T Itaìia dal 
principia delTera volgare e li portò nino al 17411. Tralasciandoci 
rìcorilare al ire bue opere fjinridiehe e flloaoflche (v. Strini intditu 
pubblicati in occasione delle Teste centenarie, Bologna, Zini- 
cheliij t872) e [scritture tli gont-rc iliversìasimoj come quella sulla 
peste (A^MAOtìlORAf L. A. Muratori igìeninta, Milano, 18ìKlì e k 
rime assai mediocri; faceiamo mctiiiioue dello importanti e \mw- 
rose lettere, delle quali la raccolta pii'i copiosa é quella di dirdit 
a Tofcani, FiréuKC, Le Monnìcr, 1884. Uua bìblìogratfa ne det»* 
A. G. Spinelli nei BoUHtino dtlV Istituto storico italiano o.à {\^\ 
WVA dopo ne sono «tate pubt>HcAte altre da F. Mautixi (Pavia. 
Bizzonij 1890), da A. Zanelli (nelT Archit'io itor. ital.\ da A.lvE 
(nell*^?"c/4. ètor. lomb.) e altre ancora da altri, sicché i^ desidera- 
bile, anzi indiapi'nsabjlcT una nuova bibliografia di NUpplonipnfiK 
Air intera pubblicazione del carteggio muratoriat^o pioverebbi 
l'archivio speciale dotueatieo eaistente, ben ordinato, in ModeBii 
(v. èicritt. ined, cìt,)* 

La dottrina e l'operosità di qnesto sacerdote modesto H ve 
ramente straordinaria ed esemplare. E le aoe fatichr, come ben 
dice il Manzoni, che ne discorso iu confronto col Vico, ftiron»* 
tutt" altro che viateriali (A. ManSSONÌ, i/ Muratori e il Fj co, nella 
AnloL d. crlf. mod. del MOUANDl, p. óll9>. Non sarà mai a basii l> 
ne invecchiato per lui il nome di padre delia storia italiana, iiwìt' 
dei projfresfli della quale, anche co' metodi ed intendimeoti naovi 
da lui sì devono riconoscere e ripetere. 

[Per la bìogfrafla v. G. F. SOLi-MuiìATOiir, Vita del propotio L 
A. MitratQri, Venezia, Pasquali, ITStì, e C^Belvigliebi, Z^ rf/n. 
le opere j e i tempi di L. A. M., negli Scrìtti storici. Verona, Drukf r 
e Tedeschi, tSSi.] 



Feste e giuochi Ifaliani neireià media. — .....Per conto delli* 
Corti bamUle una volta eelobratc, non si dae tacere, ct^^ 
vi soleva iritorvpnire uif inini6iis?a copia dì cantamimnchi. 
butfoEii, ballerini da eorda, musici, sonEitorì, giocatori, istrioni 
ed altj-a siniii g*^.\\U% clie coi lor giuochi e cannoni di e norte 
divertivano pri-andi e pìct-ioU in s|uelli; occagioni : Giullari 
e G ionfda ri fì ta no cos to ro a p pe 11 a ti i n T oste a n a , e Joettlu m* 
e Joculalorea venivano chìaniaM da clii scriveva allora in 
latino. Quello, cbo può cn^ì^niar ni oravi frUa^ si è, l'essem 
stata in tanta consideraziono e fortuna la razza di <iue*ti 
fabbricieri di divertimenti, che non partivano njai se non ben 
regalati. Anzi il costumo era, che le vesti preziose donate 
a* medesimi principi venivano poi distribuite a costoro. Jrn- 
perciocchè non solevano in quo' tempi intervenire i graù si- 



mmHm 



SCRITTORI VARI, 311 

gnori alle feste suddette o di nozze o dì altre solenni corti 
et allegrie, senza ofTerir i]ual(ho dono ai principi in atte- 
suto della loro amicizia od os.^equio. Puoi leij^rere, se vuoi, 
QcaDto lasciò scritto Benvenuto Alìpnuido, dis^rrazìato, ma 
veridico poeta de* suoi tempi nella Cronica mantovana da 
Die data alla luce, cioè nel iib, IL eap- 53* dove descrive 
la gran Corte tenuta in Mantova nell'anno 1340, in cui i 
Gouza^fhi quivi dominanti celeijrarono alcuni Iìjj" nsarita^i^i 
AIlDravarj principi d'Italia e molli nobili, i nomi de' quali 
il vegfTono annoverati, regalarono di varie preziose vesti 
e^si Gonzaghi, Col nome di robe erano disef]fnati varj vestiti 
d*a]lora. Altri olferirono generosi cavalli, altri dei vasi d'ar- 
getito, o pur delle gioie: cose tutte miuutamento annoverafe 
da quel plebeo poeta, di maniera die noti sì può di meno 
di ammirare i uostnm: dì alloro, sì diversi dai nostri. Ma 
che diveniva di quelle tante vesti, comperate si caro, e delle 
quali s'era fatta T offerta I l prijicipi di Mantova le diedero 
in dono ai musici e buffoni. Ecco Je parole del suddetto Ali- 
prando : 

Tutte le robe sopra nominate 
Furon in tutta trent' otte e trecento 
A buCTrjtii e sonatori donate. 

Scambievolmente ancora i Goiiza^bi esercitarono la lor mn- 
DìiìmniQ. verso molti di qua' nobili, couie diee lo stesso poeta, 
chiudendo con questi rozzi versi: 

Otte ffiumì la Corte si dui-are. 
Te ree ri, giostre, bagordi taci a, 
Ballar, cantar, o sonar facear» fare. 

Qiiattroi'f:iito sonator ?l d[cÌEi 
Coti buffo US alla Coito si trovoo* 
Roba e danari douar lor al raciH' 

CìRflcuu itioUo conteute si diiamoe etc. 

Con qnal raunìdcenza in quel medesimo secolo i Visconti, 
principi di Milano e di tant' altre città, tenessero corte 
bandita alle occasioni, in più di itn Ino^o io racconta il Co- 
no. Ma specialmente si svegri?) T ammirazione di ognuno 
per la solenne pompa, con cui si celebrarono le noj^ze di 
Leofietto dgUo del re dMngliìlti>rra con Violante lif?lia di 
Galeazzo Viacante nelT anno 1308. Fecesi quella solennità in 
Milano con apparato mirabile, doni ìnnumeratjiii, Uiaì;o, con- 
viti e sollazzi tali, die ninno avea mai più veduto il simile. 
Ne fk la descrizione il Corìo^ e prima di lui la Tcce l'autore 
anonimo degli Annali milanesi, da me fiato alla luco nel 
^om. XVI, Rer. ItaL Ma pin (Umisamente ne parla il sud- 
detto Aliprando mantovano nel cap. 49 del suo rozzo poema, 
dicendo con ìabaglio solennizzata quella magniilca funzione 
neiranno 1366,. „. 



"Wi^ 



312 SECOLO xvm. 

Costumo ancora fu ben osservato in que' tempi, che ncn 
vi fu quasi alcuna corte di principi anclie saggi, dove non ì\ 
trattenesse ben pacato qualche buffone, e talvolta più d'un). 
Mira dei gran siiy^tiori era di ricrearsi dalle gravi cure colle 
facezia di costoro, od anche di udire qualche verità ridemk), 
che niuu altro forso avrebbe osato di porgere alle lor de- 
licate orecchie. Nel processo di Bernabò Visconte, toni. XVI. 
paiì.795, Rer. itaL , più volte si veggono rammentati gV Istrioni 
è Buffoni di qu(il principe crudele. Rinomati ancora furono 
il Gouella ed altri bulloni, de' quali si servirono i marchesi 
^ d' Este, signoi'idì Ferrara etc. e massimamente il ducaBorso, 
ottimo pnulentìssimo principe. Forse se ne dilettò anclio 
Alfonso h re d* Aragona e delle due Sicilie. Descrive Ri- 
cordano Malaspina il felice stato della Repubblica fiorentina 
air anno 1283 nei cap. 219 della sua storia, scrivendo special- 
mente, che i nobili e potenti cittadini « non attendeano ail 
altro che a virtù o gentilezze. E attendeano per le Pasque 
a donare a uomini di Corte, e a buffoni molte robe e or- 
namenti. E di piN parti, e di Lombardia, e d'altronde, o 
di tutta Italia, venivano alla detta Firenze i detti bulloni 
alle dette feste, e molto v'erano volentieri veduti. > Avete 
udito Uomini di Corte ? Questo nome fu dato a quelle fa- 
cete e lepide persone, non perchè tutti abitassero nelle corti 
dei princìpi, ma perchè intervenivano a tutte le solenni 
Curie, chiamate Corti in italiano. Furono anche appellati 
Minisèrieri, quasi piccoli ministri dei principi : il qnal nome 
fu nsato dagli storiai Villani, e nel Vocabolario della Crusca 
apiegato con quello (TUomini di Corte, ì quali eoi lor giuo- 
chi Q facezie tenevano allegri i principi e la nobiltà. Nel- 
l'edizione ftitta dai Giunti delle storie di Giovanni Villani 
lib, VII, cap. 88, g[ legge : « Alla qual Corto vennero di di- 
verse parti e paesi molti gentili Uomini di Corte, e giu- 
colari; e fnrono ricevuti e provveduti onorevolmente. > Ma 
quel gentili s' ìia da cancellare, e leggere molti uomini di 
Corte. Più sotto f>i ripete : « Onde di Lombardia e di tutta 
I* Italia vi traevano bud'oni, e bigerai e Uomini di Corte. » 
Nel codice manoscritto, di cui mi son servito per far l><li- 
zìono di Giovanni Villani, non si legge Bigerai, M'immagino 
Jo, che alcuno v' Oirgiugnesse questa parola, probabilmente 
tratta dalla lingua francese, che chiama Bigarrénn uomo ve- 
stito di abiti di diverso colore, quali una volta solevano es- 
sere i bnlloni. Ma sircome abbiamo dal suddetto storico lib. X, 
cap, 152, nell'anno 1330 fu pubblicato editto dai tiorentinipiù 
accorti degli altri: « che a Corte de' Cavalieri novelli non 
si potesse ventir^^ per donare robe a' buffoni, che in prima 
as^aì m ne donavano. » 

3ra in altro citta si continuò Tuso di donar queste rol)e. 
Cola di Rienzo, Tribuno di Roma, uomo fant{\stico, nel 1347, 
m fece crear Cavaliere. L' anonimo autore della vita di lui 
al cap. 25, racconta, che allora concorse a Roma « la molta 



^ 



SCRITTORI VAKL 313 

cavalleria di di ve ras nazioni di gente, baroni» popolari, 
foresi a pettorali di sonagli , vestiti di zendado con bandiere. 
Facevano ^^ratìde festa ; correvano giocando. Ora ne ven^rono 
Buffoni senza ftne. * Poi nel cap. 27, descrivendo il magni Ileo 
eotììfitù del Tribuno, scrive : « Mentre lo maniìcare si faceva, 
Btìnza ffli altri btifToni molti, fu uno vestito di cuoio di bue: lo 
corna in capo avea : giocò e saltò, > Ecco dì che sommamente 
si dìiettasst3ro gì* italiani d'allora. Né ditTerentefu il costume 
deUeiìesebi e francesi di qtie* tenjpi* Nell'anno 13150, Car- 
lo IV angusto, nella città di Metz tenno una solenne Corte, 
per testimoniali za di Alberto da Argentina storico, dove 
* electores, et oflìeiale?, seti ministoriales Imperli venie- 
bant super equo» usque ad mens^am. Descendentes vero de 
eiiuo eoram mensa histrionibus et mimis dabatur efjims, > 
Scrive painment-o Conforto F*ulce nella Storia di Vicenzat 
che fu nellVanno I3H2, tennta una ma«^nilica Corte nelle 
Dozze di Antonio dalla Scala pi'incìpe ili Verona, dove « fue- 
mnt plures quam ducenti hi^triones diversarum regìonum, 
qui nova ìndumenta sìnguli perceperunt secunilum dìgni- 
tates, valoris ad minus decem ducatorum prò quoque. » 
Di lunga mano ancora prima di questi tempi il sopralodato 
marchese Bonifazio, nelle nozze con Beatrice dì Lorena, cioè 
nelfanno MXXXIX, mostrò una insigne muuitlcenza, dicendo 
fra altre cose Donìzono, lib, I, cap, 9: 

Tyiiipan& ctim citli^rls, stìvbquo Iji-jsquo BOQ&at Wic. 

Ora solamente mi sodo accorto,' che questo paaso avea bi- 
sogno di correzione. Cioè io vece di nimis s' ha da scri- 
vere mimis ; perchè allora usavano i principi di rej^alar 
bene i giocolieri e bufToni. Lo richiede anche la prostuliu, 
reggendosi altrove nùnis breve preciso quello storico. Aukì 
io quei medesiimt tempi, per quanto narra TAnoaUsta Sas- 
sone puiihlìcato dal!* Eceardo, avendo Arrijro, li fra gli au- 
gusti, nell'anno 1045 (altri dicono nel 1043) condotta moglie 
Agnese figlia di Guglielmo prìncipe pietà viense, in quella 
ticcaiiione < irtlìnitam multìtudinem histrionum et jocnlato- 
rum Sina cibo et mnneribus vacuam et niaerentem abire 
pernìisit. » Lo stesso è narrato da Ottone vescovo di Fri- 
mgB. nella Cronif^a colle seguenti parole : « Quunique ex 
more regio nnptias Inglinbeim'celebraret, orane balatronura 
et lùstrìonum collogium, quod, ut assolet, eo conduxerat, va- 
cunm abiro permisit, pauperibusque ea, quae membris dia- 
Mi subtraxerat largo distribuì t, ;^ Ne parla ancora Ermanno 
Contratto all'anno 1043 nella più copiosa edizione di quella 
Cronica. Le quali notizie ci guidano a conoscere, che non già 
Jiel secolo XI ma anche ne' pretitHlenti, abbondava la razza 
di questi giocolieri, cho tutti accorrevano alle solenni fun- 
'iioni de' principi, e ne riportavaDO gran copia di regali. An- 



314 SECOLO XVITI. 

die Ricordo, de ffesL PhiL Aug,* all'anno 11 85 attesta, che 
costoro in Francia si vedevano « j[i Ciirit.^ rogiim et pHnoì- 
piirn, ut ab eis aurmn, argentimi, efjuof?, seu vestes extor- 
qiK^rent, » Così i f;enove,si, come abbiamo dai \t\vn Annali, 
tom, VI, Rer, ItaL, dopo avere nel V221 sow:^ii}gatì i savonesi 
ed altri ribelli, € mirabilem Curiam tenuerurit, in qnaiDmi- 
ni era bili a ijidnmentorum parla a potet^tate, et alìis nabilihui 
et Ijoiiorabilibtis virìs fiienint jacnlatorìbus, qui de Lombnr- 
dia. Provincia^ Tuscia, et aliis parUbii» ad ipsain Curiam 
conveiierant, lauda bili ter erogata, et con vi via magna feta. * 
Andò poscia airoccesso questa usanza* Porcioccbè come nar- 
rano molti storici, neiranno 1300 farono celebrate le nona 
di Galea?.7-o Visconte e Beatrice Estense, con tanta ma#^nitì- 
cenza e prodi^^alità, cbo di stupore si riempi tutta la Lom- 
bardia. Odasi il solo Guglielmo Ventura, autore con tempo- 
ra Jieo, nella Cronica fiWsti, tom. X!, Rer. Hai., cbe co«Ì 
scrive : * Adinìrabiles nuptiae prò ea Mediolanì factae ?l^n^ 
ad quas invitati fuerunt Giunoni Lombardi ; et ibi data ftie- 
runt jacti latori bus pln.squam septem mi Mia pann ornai bo- 
nortini, * Anclie nelle giunte alla Storia do'Cortusi, lib. V, 
cap. 6, si vegijono descritte le nozze di Mar?5Ìlio da Can'ara 
neir anno K^35. « Tunc Veronae Ut Cnrìa generahs etc. Net? 
dee rat histrionum atque j acuiate rum maxima copia etc, 
Facta sunt basti ludi a, jostrae, tome ria, et alia quaecuncjiie 
virili a atque nobìlia, qnae senso lionjlnuni excogìtari potne- 
runt. Quae quidem deceai die bus durante Curia, non cess:\- 
runt. Et Marsilius de Carraria dominabus paduanìa nrnUa 
jocalia condonavit, et joculatoribus multas vestes r quibu? 
detlcientìbns aurum et argentuni prò supplemento lar0- 
tus est, »■ 

Però comprendiamo, cbe per uno de* principali prepj di 
quelle Corti bandite veniva considerata la grande abN^^a- 
danza dei giocolieri, talcbò se ne prendeva nota, e q (imito 
nmgpfiore ne era il ninnerò, ai riputava più solenne e ^\h 
magnillco lo apc^ttacolo, L' autore ti ella Cronica di Ccsetia, 
tom, XIV, Rer. ItaL, all'anno 1324, ci fa sapere, che ìa Ri- 
mi ni dai Malatesti principi tenuta fu un* instane corte, a 
cui concorsero « omnes potentes de Tuscia, Marchia, Ho- 
m and loia, et (ere tota Lombardia etc. Fuit etìam multitud > 
bistrionnm circa mille quiuf^tMitos et ultra, p Si pu6 con- 
getturare ancora, che non maiK^a^^sero a tali foste, quei cii'^ 
dagli antichi furono appellati CyclfiH Poetae. Imperciocché, 
siccome presso gli antichi Galli t Bardi cantavano alla lira 
le imprese dei loro regnanti e di altri insigni per^on^giri, 
tanto in guerra che alle mense, come scrìve Dìodoro nel 
lib. V, e si potrebbe mostrare praticato lo stesso dai greci 
e romani : così presso i barbari son da mettere ni^i cata- 
logo de* cantambanchi anche i poeti popolari; giacché d'essi 
non mancò giammai la razza» come anche oggidì si vede 
La Canzone d* Orlando^ o sia Cantilena Rolatidi fu special- 



SCRITTORI YARI. 315 

meote in uso : alla qtial Toea é da vedere il Du-Can^e noi 
Gìmsarm iatiijo. Pensa egli, cìifì questa soiamente si usasse 
avanti le battaglie, per accendere tjlì animi de' soldati col- 
r esempio dejrli antichi eroi alla hravnra. Son io di parere, 
ella anche nelle piazze si caiita.asero le favolose imprese di 
Orlando. Nella Crmiiva manose ritta di Milano, che nn cert^j 
Anonimo compilò da tiltre croniche precedenti, è descrìtto 
l'antico teatro de* milanesi, «super quo hi^triones cantabant, 
sicut modo cantanti! r di^ Rolando et Oliverio, Kinito ciintn, 
bufooi et mimi in eitharis puhubant, et decenti motu eor- 
poris se cìrcnmvol?ebant. » Pressa il Ghirardacci nella Sco- 
ria di Bologna, avranno 1288 è rammentato un decreto di 
quel Comune : * Ut cantatores franci^^enonim in plateìs 
Cemoiunis ad cantandum omnìno morari non possint. » Colla 
quali parole smembra verisimile, che aieno disegnati i can- 
tatori delle favole romanzo, che specialmente dalla Fran- 
cia erano portate in Itiilia. Quel che più è da osservare, 
queste cantileno in verso non furono invenzioni dei secoli 
barbarici, ma dagli antichi secoli paeisaronodi mjino in ninno 
nei so 9 seguenti. Aristofane, in Avib., pnrla di una vest+ì da 
diirsi ad un poeta, perchè avea ben canta tti le lodi di una 
città. Per testimonianza ancora di Marziale, in Roma si pra- 
ticò di regalare i poeti con vesti nuove. P> Santi Ag^ostino, 
tract, 100, cap. 2, in Johann., scrive: « donare rcs suas hi- 
itrionibus, vitium est immane, non virtus; et scitis de ta- 
iibus, quam alt freqiiens fama eum laude, » Usarono anche 
gli arabi di regalare con somiglianti doni i loro poeti, ani- 
mati a Ciò dal loro l'alno profeta Maometto, il quale rimu- 
nerò coi suo mantello il poeta Caabo, Forse da loro passò 
in Italia e Francia questo rito. Col nome di Mimi ancora, 
pare che fossero disegnati coloro, che impararono dagli an- 
tichi d'imitare le azioni delle persone plebee per isve^j^liare 
il riso degli uditori, formando commedie per lo più non se- 
condo le regolo, ma con estemporaneo discorso. Però il SaU 
masio, sopra Solino cap, V, cosi scrive ! « Et sane qtias hodie 
agunt et vocant Itali comoedìas, mimi su ut et planipeiles 
veriua quam comoediae, Porsonas tantum babent ex comoe- 
tlia, » Non parla il Salmasio delle commedio rcf^olatamente 
formate, delle quali nna grandissima copia da due secoli in 
qua ha dato T Italia, come in urj suo trattato deirOrigin 
delle Commedie in franc+^jte ha fatto vedere Luigi Riceoboni, 
celebre comico de* nostri tenif/i sotto nome di Lelio; ma 
ben^i di quelle buffonesche, lo quali in parte colla maschera 
e con varj dialetti, si fanno ojruidi con lasii^i e facezie tal- 
volta insìpide. Non è improbalùle, che mimi si fatti e tali 
plebee commedie sieno Mn dagli antichi tempi durate in l ta- 
na. Certamente san Tommaso, 2, 2. Qtttiest, Itìy, Art. 3, ab- 
bastanza accenna, che neiretà sua, cioè nel secolo XIll, non 
mancavano gl'istrioni fra gr Italiani, scrivendo: «eoram of- 
ticium non esse secundum se illicitum, dummodo moderate 



316 SECOLO xvni. 

Indo utantur, idest non utendo aliquibus illicitis verbis vel 
fectis ad ludum, » Da tanti altri antichi scrittori fatta è 
menzione degVIstriont. Faceano costoro in quei tempi ciò, 
elle nei nostri vediam fatto da' Saltimbanchi, Cantamban- 
chi e simili, che rappresentano qualche pezzo dì comme- 
dia nelle piazze. Alla quistione mossa da san Tommaso, pare 
che desse occasione Filippo augusto re di Francia, il quale sul 
principio del secolo XIII, cacciò dal suo reorno tutti gristrioui, 
come ^ente creduta perniciosa al pubblico. Air incontro at- 
tenta Ruggieri Hovedeno, che Riccardo I re d' Inghilterra, 
€ de regno Francorum cantores et joculatores muneribus 
lUaxerat, ut de ilio canerent in plateis. » Presso Papia gra- 
niatico de' tempi barbari lo stesso furono « scenicus, Histrio, 
Jocularis. » Tal sorta di gente non v* è stato secolo, che ne 
sia stato senza. Nell'anno di Cristo 791 Alenino Albino nel- 
r epist. 107 detestava: « spectacula et diabolica flgmenta», 
con aggiugnere : « Nescit homo, qui histriones, miraos, et 
saltatores introducit in domum suam, quam magna eos im- 
mundorum sequitur turba spirituum. » Così nel Concilio Ca- 
bilonense II, dell'anno 813, è fatta menzione: « histrionum, 
sive scurrarum, et turpium seu obscoenorum jocorum. > 
Anche Agobardo arcivescovo di Lione, nel lib. de Dispens. 
circa l'anno 836, così scrive : « Inebriat histriones, mimos, 
turpissimosque et vanissimos .joculatores, quum pauperes 
Ecclesiae fame discruciati intereant. > 

Che né pure mancassero mai all' Italia poeti popolari, 
può apparire da quanto lasciò scritto 1' autore anonimo della 
Cronica della Novalesa, lib. V, cap. 10, parte II, tom. 11, Rer, 
Itali « Contigit (dic'egli) joculatorem ex Longobardorum gente 
ad Carolum (cioè al Magno, nell'anno 774) venire, et cantiun- 
culam a se composi tam de eadem re rotundo in conspectu 
suorum cantare. » Adunque sotto nome di giocolieri veni- 
vano una volta compresi anche questi cantanti per le piazze. 
Similmente, ninna età vi fu, che non avesse saltimbanchi, 
cantimbanchi, ciarlatani, cerretani, etc. Negli statuti di 
Milano, parte II, cap. 433, fra gli altri sono annoverati e 
proibiti : « avantatores corregiolae, pulvereae, dantes gra- 
tiam Sancti Pauli, aut Sanctae Apolloniae, aut praedican- 
tes brevia prò febribus. » Molto scuro è ciò, che qui si dice 
doi Cantatori della Corregiola e Polverea. Qualche barlume 
pf ►ssono prestarci gli statuti di Cremona, nei quali alla ru- 
brica 181, si legge: « Si quis avertator (in vece di Avanta- 
tor) repertus fuerit ludere ad corezolam, vel polverellam, 
condemnetur in solidis viginti imperialium. » Adunque la 
Corregiola e la Polverella doveano essere due differenti 
giuochi, che dai furbi erano proposti all' incauta plebe, per 
i.smugnere con facilità dagli sconsigliati, che osavano di gio- 
care, il danaro. In Toscana Correggiuolo altro non è, che 
il Crogiuolo o Crocinolo; e v'ha dei ciurmadori, che con 
tre bussolotti, fingendo di nascondere sotto l' un di essi un 



SCRITTORI VARI, 317 

bottone, tirano alla trappola i goffi villani. Ma presso i 
lombardi CoìTegiola è tin diminutivo di Correr/gia. Un pro- 
verbio recato da Oi-lfvndo Pascetti dice : * Fare alla scoreg- 
ginola', o ch'ella è dentro, o ch'ella è fiiora. > K qui mi 
sovviene ciò, cha lessi in Quintiliano, lih. X, capit. 7, Imttt, 
Orati €Qui Constant mìraoulailla in scaenis pilarSorum et 
vt?iitilatoruni, ut ea, quae emìserint, ultro venire in ma- 
nus credas, et quae jubentur, deeurrere. > Questo era far 
giriochi dì mano, come anche oggidì. Talvolta ancora si vejif^ 
gOQo questi giocolieri menare attorno orsi hen Istruiti a 
limlche giuoco, o a ballare. V'iia un bel passo d'Hincmaro 
arcivescovo di RemfJì, il quale noi .secolo IX, scrivendt) a' suoi 
preti un capitolare, al cap. 14, dice : « Nec plantu^ et risua 
inconditos, et fabulas inanes ibi referre aut cantare prao- 
sumat. Nec turpia joca cum urso, ant toruatrìcibns ante se 
facere permittat, » Le femmine Torna trici erano le balle- 
rine. Somiglianti bagattelle sono accennate da Alberico mo- 
naco delle tre Fontane nella Cronica pubblicata dal Leìb- 
nizio. Rapporta egli le nozze di Roberto, fratello del re di 
Francia, air anno 1237, fra T altre cose dicejidor < Kt illi, 
qu! dicuntur Mmìstelli (eh' è lo stesso che MinLstrtej'i) in 
speetaculo vanitatis multa ibi fecerunt, sicnt ille, qui in equo 
&iiper chordam in aere equitavìt \ et sicttt illi, qui duos boves 
de «cariata ve stìtos equitabant, cornicantes ad singula fercnla, 
quae apponebantur regi in mensa* » Quel cavallo probabil- 
mente era fìnto. Perchè coloro che a sfuisa degli antichi satiri 
vestiti ballavano, furono appellati Satirici da alcuni. 

Il nome di Cerretani, secondo l'opinione di Celio Rodi- 
gino e di Leandro Alberti, e d'altri, ebbe origine àVkCer- 
reto, terra del ducato di Spnleti, perchè di là gran copia 
dì ciarlatani solca uscire. Verisimile è il loro senti mento. 
Quanto al nomo di Ciarlatani, se vogliam credere al M'^- 
iiagio nel libro deìV Origine della Ungiui italiana, si formò 
da Circulus in questa maniera: « Circulus, Cireulo, Circn- 
lonis, Circnlone, Ci rione, Ciarlone. » Inezie son qiies^e. Da 
Cirerilare noi abbi a m cavato Cer* hiar^r, e non j?ià Ciarlare. 
Da quest'ultimo, signiflcante un t/ran parlatore, ntn^qno Ciar^ 
ìalano. Ma Oli de Ciarla sia venuto e Ciarlare, non Tho po- 
tato finora scoprire; se non cìie ni* è passato per mente, se 
mai dal nome francese di Carlo Magano, cioè da Charles, fosse 
derivato Ciarlare^ per signi rtcare un racconto delle imprese 
riì quel celebre monarca. Imperocché una volta le canzoni 
e i romanzi, che si cantavano nelle pinzze e alle tavole 
de' signori da'marlntani, consistevano nelle faviilose ai^loni 
dì esso Carlo Magno, e de' suoi paladini. ÌH là potè nascere 
la voce Ciarleria, di cui s'è servito fra Giacopotie da Todi, 
uno de' pili antichi scrittori della lìngua italiana, per sìirui- 
lieare racconti di cose da ntilla. Questo medesimo vuol dire 
Ciarlare» cioè dar piacere al popolo col cantar fole, per 
trarre danaro con questo allettamento dalla borsa degli udì- 



■^Mp^^^ Il ■ «"^^ .■■iiifmu «■ 



318 SECOLO xvnL 

torf. Ciò mi rimette alla memoria quanto lessi in uq^ ope- 
retta manoscritta* esistente nella Biblioteca AmbroRiana^coDi- 
po-^fa col titolo dì Dialngus Yeritatis da MaiTeo Vegio da \M\, 
autore celebre per la sua i^rudizione nel secolo XV. I?i 1& 
dii^corrono fra loro Ir Verità e \m Filosofo. Pret-ende e^sa 
di non poter trovar luo^o fra i mortali ; e in pnif^va di 
questo rapporta quanto le è avvenuto * apud eirciilativ 
re??, histrìones, alcbimistas, pbilosnpiios, judice^^ ne^otia- 
tores etc. > In altre mille maninre, ed anche con ritnedj 
superstiziosi, q ne* (tiunta tori incannavano nei vecohi tempi 
(e né pur s' è dismesso nei no.'^tri) l' ignorante volffo, K qui è 
da udire Boncompagno scrittore italiano, il cui libro mano- 
acri tto de Arte diciaminis, vien lodato dal Du -Gange nel- 
TAp pendice del Glossario latino : * Vel ut scorra (sono le di 
lui parole) totam Italiam regiravit cum cantntoribus, et Sili- 
qua m eximjus tructanorum se tìnpit esse medicuni doetri- 
narum, ut fornicandi et adulte ran di opportanitatem valeat 
invenire. » Fiori Bonconjpaijno, per testimonianaa d'esso 
Du-Cange, nel 1213. Ora i Truvtani commemorati da Bon- 
compagno erano aneli" essi ciarlatani, die la volevano colla 
borsa del roz^o popolo. Né solamente con questo nenie 
erano disegiiati 1 medicanti^ j^ìaechò si fingevano medici: 
mestiere anche oggidì praticato da altri di?! hi loro specie. 
In Ispngna il buffone è chiamato Tr%tan o Trnìian. Nelle 
annota/.ionj alla legge Yl dì Astolfo re de' Long^o^)ardl, col- 
r autorità di Papi a Grama ti co, dissi che Trortingi furono 
Joenlatorvs. Tuttavia non è da sprezzare V altra interpr^- 
tazione da me proposta, cioè, che sotto nome di Troitinghi 
venivano ì Paraninfi. Nella lìngua tedesca Triwtim <i 
prende per accomparrnaLore delle nozze, o sia paraninfo. 
Cosi nelle Chiose tedesche pubblicate dairEccardo, il l'a- 
raninfo in lingua antica tedesca si chiama TimthìgnmQ e 

Truteboto, 

Ctìrtamente, a mio credere, tempo non fu ìn Italia, in eiu 
non si vedesse una grande e varia copia di questi gii>e<^ 
lieri. Teofane nella Cronografia air anno 17 di Giustiniano 
il grande imperadore, cioè nel 543 della nostra era, rac- 
conta un fatto, che viene ancìie rapportato dall' autoi-e della 
MùeeUa, toni, l, par, 1, i?er, /^rW. Le sue parole son queste: 
€ Koiiem anno pian ut; ac circuì ator quidam, Andreas no* 
mine, ex ITALICIS partìbus adfuit, fulvtim et orbiim Ijmine 
circumducens cane ni, qui ab eo Jussus, et ad ejus nntum 
mira edebat spectacula. Is siquidem in forum, magna pò- 
pulieircumstante caterva, prodiens, annulos aureos, argen- 
teos et ferreos, clam cane, a spectatonbus depromebat, 
eosque in solo ilepositos, aggesta terra cooperiebat. Ad ejus 
deinde jussurn singulos tollebat eanìs, ut unieuiqne suum 
reddehat.Similiter divorsorum imperatorum numismata per- 
ni i\ta et confusa, sigi Nati m proferebat, Qnin etiam adstnnte 
virorum ac mulienim circulo, canis interrogalus mulieres 



8CRITT0EI VAKL 319 

uteram frestantes, scortatores^ adult^ros, parcos ac tennes, 
ac denii^ue maff^naQimos, ìdqiie cìjm veri tate, demonstrabat, 
Ei qno eum Pythonis spirita niotimi dieebant* > Né par i 
tempi nostri ?on privi di tali illusioni, le qaali ii vol^o per 
Jo più sospetta che si facciano per a ptt> diabolica ; e vera- 
mente cose talvolta si vi^o^f^ono^ che paionu eceodcra V arte 
e sapere de^^li uonrini. Anche i Goti ai tempi del suddetto 
Giustiniano I Augas^to, come a ha da Procopio, lib, I, cap, 18, 
tk Belio fkìth., rinfacciavano i romani, che T Italia nonri- 
cedeva dai ^reci, se non dei rappresentanti delle tragedie, 
dei mimi e dei cof'sari. Tattavia se noi ce re li eremo com- 
medie o tragedie composte nei secoli dopo Giustiniano, forse 
né pur una ne troveremo, lo non ho ricordar altro che 
un'operetta, pnbblicata dal padre Bernardo Fez Benedettino, 
parte li del tom. Il, Thesaur, Anecdota, con qae^^to titolo^ 
* Liidus Paschalis de ad venta et interìtn Antichristi^ in scena, 
saeculo Xll exhibitas, » QaivJ si mettono in iscena il papa, 
fimperadore, i re di Francia, Germania, Grecia, Babilo- 
nlft etc, rAnticristo e la Sinagoga, Molti re sì lasciano af- 
fascinare dairAnticristo, ma in line costai resta abbattuto* 
.4nclje Albori ino Mussato, riguanlevole scrittor padovano, 
eì rea r a n n o 1 320 e om pose u ii a t i-a gè d ia intitolata Ecceri- 
nà, che ai ìeg$e stampata. Re fosse rappresentata in tea- 
tro, noi sappiamo. Manifesta cosa è bensì, che nel secolo XV 
(la^d'inge«rni italiani si cominciò a rimettere in piede T arte 
comica e tragica, e che poi si ag:gìanse la musica alla tra- 
gedia: del che hanno trattato parecchi eruditi. Del resto 
nel secolo XUl e XIV, si truova una specie di spettacoli, 
e/namati Rappresentai ioni, consistenti uelF imitazione di 
qualche vera o verisimile, e per lo più saera azione. Se 
in prosa o in versi, noi so dire. Nella Cronaca del Frinii 
di Ginliano canonico dì Dividale, da me data alla luce, si 
dice fatta neiranno 1298: « Repraesentatio Ludi Christi, vi- 
li elieet Passio nìs, Resurrectìonis, Ascensioni s. Ad ve n tu s Spi- 
ritus SancTi^ et Adventus Christi ad jndiciam, ìn curia Do- 
mini Patriarchae honorìdce et lattdabiliter per clemm, * 
Parimente nell'anno 1304 « facta fuit per clorura, si ve per 
capitalum cividatense Repraeseutatìo de creatione primo- 
rum parentum; deinde de Annuntiatione Beatae Virgìnìs, 
de Partii, Passione etc, Kt praedicta facta fuerunt solem- 
niter in Curia domini Patriarchae, » con gran concorso di 
popolo dei nobili circonvicini. Ma un fatto funestissimo 
vien raccontato da Giovanni Villani, lib, VUl, eap. 70, ac- 
caduto in Firenze nelTanuo 1304, * Come, die' egli, per an- 
Étco aveano per costume quelli di Borgo Sa!i Friano di fare 
più nuovi e diversi giuochi, si mamlarono un bando per la 
terra, che chi volesse sapere novelle dell* altro inondo, do- 
vesse essere il di di calen di ma^rgio in sul Fonte alla Car- 
raia, e d' intorno alfArno. Et ordinarono in Arno sopra bar- 
che e navicelle, palchi ; e fecionvt la simiglianza e rtgura 



TC^T^ir^- •■ vi*-7»# <^ "rrr^n'w^T.' 



320 SECOLO XVIII. 

deir Inferno con fuochi et altre pene e martorj, con uomini 
contrafatti a demonia, orribili a vedere, et altri, i quali 
ayeano figura d' anime ìgnude (era ben barbarico e cattivo 
il gusto di quella gente) e mettevangli in quei diversi tor- 
menti con grandissime grida e strida e tempeste : la quale 
parea odiosa cosa e spaventevole a udire e vedere. E per 
lo nuovo giuoco vi trassono a vedere molti cittadini. E'I 
Ponte alla Carraia, il quale era allora di legname da pila 
a pila, si caricò sì di gente, che rovinò in più parti, e cadde 
colla gente, che v'era suso. Onde molta gente vi morio, et 
annegò in Arno, e molti se ne gi>astarono la persona, sic- 
ché il giuoco da beffe tornò a vero etc. » Se di tutti i se- 
coli avessimo storici, poeti ed altri scrittori, probabilmente 
troveremmo, che a niun tempo mancarono spettacoli per 
recare diletto al popolo, e specialmente per cavar di borsa 
il danaro a chi vi concorreva. Ma abbastaza di questo. Ci 
resta anche un po' di viaggio. 

Fra gli spettacoli de' nostri maggiori, tuttavia ritenuto 
in Roma, Firenze, Bologna e in altre città d' Italia, si dee 
riferire il Corso de' Cavalli, Quanto si compiacessero di 
giuoco tale di diverse specie i greci e romani antichi, so- 
lamente noi sa chi è affatto forestiere nel paese deir eru- 
dizione. Da gran tempo scaduto, fu dagli italiani rimesso in 
uso, ma solamente con cavalli sciolti, o pur guidati da qual- 
che ragazzo, essendo rarissimo quello delle carrette. Un 
premio si destinava ai vincitori, per lo più consistente in 
molte braccia di tela di seta o di panno di lana, ma di 
prezzo non vulgare: onde poi nacque il chiamar questo 
giuoco correre il palio o correre al palio. Che se paho non 
si proponeva, qualche altro dono si soleva esporre. Truo- 
vasi usata nel secolo XIII, la corsa dei cavalli : se prima, 
altri lo cercherà. Negli statuti antichi del popolo di Fer- 
rara, manoscritti nella Biblioteca estense, all'anno 1279, fn 
ordinato, lib. II, rub. 116, « Ut in feste Beati Georgii equi cur- 
raiit ad Pallium, et Porchetam et Gallura. » Ecco tre premj. 
Niella Rubr. 117 del medesimo libro si legge: « Ut in festo 
Sanctae Mariae de Augusto in civitate solatiura habeatur. 
Potestas, qui prò tempore fuerit, teneatur octo diebus ante 
diem dicti festi scire voluntatem hominum majoris Consilii 
de faciendo equos currere ad Brevium in dicto feste, scilicet 
ad unum runcinum, aucipitrem (cioè Accipitrem : che così 
usavano di dire gli scrittori barbarici) et duos bracos, > cioè 
duo cani da caccia. Nello statuto manoscritto del popolo di 
Modena air anno 1327, lib. II, rub. 27, fu decretato: cut in 
festo Sancti Michaelis Equi currant ad scarletura sex brac- 
chìa de scarleto, et ad Porchetam et Gallura secunduni con- 
suetudinera: » dal che si scorge, che non fu allora inventato 
questo divertimento, ma che solamente se ne confermò la 
consuetudine. Anche i bolognesi, per testimonianza degli 
Annali da me pubblicati nel toni. XVIII, Rer. Ital,, e del 



SCRITTURI VAHL ,121 

<rhìrarda<.^cj airanno ItiBl, determinarono, ^he nei di 24 lU 
Astosto, iesta dli mu Hartolommeo, si corresse aK paMo con 
cavalli, e che il premio l'osse mi Cav/rllfi ben aàdùbhato^ 
ffnf) Sparvi et^e e Jnia PorcheLta, Scrive Scipione Ammirato 
il ree eli io nel lib, 1 della Storia Fiorentina, che fu rappor- 
tata un^ insigne vittoria dai romani cnntra di Radagaiso re 
{lei goti in Toscana nelT anno di Cristo 407 (ansi nel 405), 
e che a perpettia memoria di quel l'orUmato giorno, fu isti- 
^Nitoneldì 8 di ottobre la corsa de' cavalli r il q^Hiì ro^tnmr^ 
ffje'&gli, (f> fi ìf rato sino al presvnU\ Quando l'Ani mi rato non 
d rechi qualche buon mallevadore di tanta antichità di quella 
fììD?!ione, ahbia pazioiiza, se qui non ^\ì si prostesa fede. So- 
lamente molti secoli dopo quel fatto tenero io, che ^i tor- 
nasse ad usare il correre al palio. Certo è, che (jual^he prò- 
•^p eroso avvenimento quasi sempro diede occasione a questo 
pnhblico sollazzo nelle città d' Italia. Felicemente fu nel- 
l'anno Ì256, tolta di mano all'empio Eccellino la città di 
Padova; e però nell'anno susseguente quella repubblica 
formò un decreto, di S!olenniz?.ar da lì jnnan7i quel felice 
EJiomo con gran festa e di vota processiono, e col corso dei 
'■avalU, a' quali si proporrebbero per premia * duodecim 
iimchia scharleti et unns sparìverius, cujus pretium non 
oiceilat su m mani soldorum sexaginf.a, et duao chirotho- 
<'ae, » come apparisco da quel decreto da me dato alla luce, 
Xè solamente hi correva con cavalli, ma ancora si usò la 
eorsa d'uomini, donne,, meretrici, asini otc. Danto circa 
Tanno 1304, scrive%^a nói canto XV, deir Inferno t 

Pei si partì: e parve dì coloro, 
Cbe corrono n Verona '1 drappo verde 
Per 1/t cftnipai^& «te. 

r.e quali parole sono collo in trascritte parole spiegate da 
Heo venuto da Imola, scrittore del secolo medesimo, nel Coìn- 
**f^'ntodH me pubblicato in quest'opera, e Ad quod sciendum 
^'^t, quod in ci vitate Veronao est cousuntndo, quod annua- 
tim, idest prima Dominìea Quadraf?esimae, eurrunt homines 
pedites ad unum palli nm viride certatim, Itaque ibi vide tur 
Niasima celerità^ currentium. Hunc autem actum viderat 
iKmtes, quando stetit Veronae. * Fu eziandio cosa partico- 
lare» di que' tempi, che qualora per qualche rotta era co- 
stretto un popolo a rifugiarsi tro. le mura della sua città, 
il vincitore facea correre il palio da cavalli lino alle porte 
flì quella città. Quivi in oHre t'acea battere moneta, con altre, 
i;he ora porrebbono ridicole usanze. Nell'anno 1^63 i pisani, 
come 3' ha dai loro Annali, tomo VI, EPt\ IfaL, culla loro ar- 
cata penetrarono lino alle porte di Lucca, « ubi ad perpe- 
tnam rei memoriam, et taudis nostrae preconium, et ad ver- 
i^anum sempiternum opproprìum, et ad superahundantiam 
nltionis: monetam nostram novam d«oram solidorum cnm 

IV. 21 



322 SECOLO XVIIL 

impressione ncstrae vtctricia Aijiiilae coronritaG cudi feeì- 
mus, et quamplures novos inllites Gingillo novae milite 
decorari ; Quadrellos, g^ìgiUaniina et virga*; Sardonmi in d- 
vitatem Lucanam projici fecimus, ex quibus supra muros, 
et in civitate ipsa plures fuerunt lethaliter sauciati; ludum 
ad Massascutum, et alia jucunda tripudia fieri. » Così nel- 
Tanno 1289, i vincitori Fiorentini arrivati alle mura d'ArezzA 
secondochè viene scritto da Giovanni Villani, lib.VIl, cap. 132: 
« fecionvi correre il Palio per la festa di San Giovanni, e 
rizzaronsi più ditìcj, e manganaronvisi asini con la mitra 
in capo per rimproccio del loro vescovo. > All' incontro nel- 
l'anno 1325 riportò Castruccio signor di Lucca «n' insigne 
vittoria de' Fiorentini, e penetrò fino alle mura della lor 
città, saccheggiando e bruciando ovunque passava. Quivi 
dunque, per far onta ad essi Fiorentini, ordinò tre corse, con 
premio proposto a ciascuna. La prima fu de' cavalli ; la se- 
conda d' uomini a pie ; e la terza di donne pubbliche. Fe- 
cevi anche battere dei denari, appellati poscia Castruccini. 
Altrettanto poi fecero gli stessi Fiorentini nelle loro vittorie 
contro pisani, sanesi e milanesi. Nello stesso anno 1325, i 
modenesi assistiti dalle soldatesche di Passerino signor di 
Mantova, di Azzo Visconte e de' marchesi d' Este, diedero 
una gran rotta ai bolognesi a Zappolino, e passarono col- 
Tarmata vittoriosa sino alle porte di Bologna. Scrive il Mo- 
rani nella Cronica Modenese, tom. XI, Rer.Ital., d'essi vin- 
citori : € A dieta Porta Civitatis (Bononiae) ad Pontem RUeni 
facientes currere equos ad pallia et scharleta; unum vide- 
licet prò communi Cremonae, cujus civitatis praefatus Azzo 
oxtitit titulatus; aliud prò Communi Forrariae; alind pr»> 
Communi Mantuae, et reliquum prò Communi Mutinae an- 
tedicto, ad aeternam memoriam pra«^missorum, et aeter- 
num bononiensium scandalum. » Qui mi sia lecito di emen- 
dare il Corio, che riferisce questa vittoria all'anno 1323. 
Molto più si allontanò dal vero il Ghirardacci, il quale a 
chiusi occhi, seguitando il Gorio, si credette di acconciare 
quell'anacronismo con immaginar due volte sconfitti i bo- 
lognesi da' modenesi, cioè nel 13*23 e nel 1325. Altri esem- 
pli di quella consuetudine tralascio, per dire più tosto, cbe 
ben erano puerili quelle invenzioni di vendetta, e di fare 
scorno ai nemici. Né diverso parere portò Filippo Villani, 
nel lib. XI, cap. 63, dove descrivendo la guerra fra' pisani 
e fiorentini fatta al suo tempo, cioè nel 1363, cosi parla: 
« 11 perchè i Pisani (giunti colla vincitrice armata alle port«^ 
di Firenze) feciono correre il Palio per traverso a Rifredi, 
e tra le schiere. Più feciono battere muneta ; e al Ponte a 
llifredi impiccarono tre asini ; e per derisione, loro puosono 
al collo il nome di tre cittadini, a ciascuno il suo. Elcco in 
che i savj Communi di Firenze e di Pisa spendono i milioni 
di fiorini, rinovellando spesso queste villanie. » 

Ci sono altri spettacoli, da più secoli usati in Firenze. 



SCEITTOEI VAEr. 328 

Siena e Venezia, cioè il Giuoco del Cateto 3 le Redatte e te. 
dt^'qimii non intendo di parlare. Nel secolo XIV era costume 
(J^' romani lì fare la Caccia de* Tori, cioè la Ijatt-aglia dei 
j.nùTi'ìni nobili con tori non domati neir antiteatro di Tito. 
Lodovico Monaldescljì negli ÀUìudL tom. XI f, Rer, HaL, pa- 
gina 535, ci dà ][ catalogo de' riabili eh' entraroDO in qnel- 
rnringo, e delle lor sopravesti ed emblemi. Loda egli la 
bravura dei combattenti \ ma qual fine avesse un si pori' 
coloso cimento, lo diranno le setriienti parole di Ini. « Tutti 
asisaitarono il suo toro ; e (de* comljattejiti) ne rimasero 
n}orti dicidotto, e nove feriti ; e dei tori no rimasero morti 
imdÉci* Ai morti si fece un grande onore* 1^ Se veramente 
vi fu tanta copia di nobili uccidi, lancerò ch'altri il decida, 
qual fosEse la sapienza d' allora* Più prudenti al sicuro fu- 
rono i posteri di que' romani» e gli altri pepoll^ che di questo 
iriuoco, eseffiiito nelT antica Roma da vili gladiatori, lascia- 
rono ttitta la gloria all'agilità e de^tre^sza degli Spagnuolip 
i quali non si son peranche indotti per Ja morte» che ta- 
lora accade ai combattenti, di dismetterlo. Abbiamo parlato 
Hella magniticenza de^li anticln principi nei loro spetta- 
coli: conviene ora aggiunpnere, che \ nobili giovani forma- 
vano le loro sstchìere con divisa uniforme, cioè eoo sopra- 
vesti del medesimo colore. Alle volte ancora i loro abiti 
erano di due dìlTerenti colori, di modo che, per esempio, 
la parte destra mostrava il rosso, la sinistra il f^lallo. Resta 
tuttavia vestigio di tal costume in Milano Jie' serventi del 
Comune, e ne fanno fede anehe le pitture dei secoli :R:iV e 
XV. E di qui a mio credere nacque il nome di Divisa (og- 
iridi diciamo Livrea), perchè sì usava di diTidere le vesti 
in jruisa, che T una parte rappresentava un colore, e T altra 
un altro. Nella Vita di santa Francesca romana negli atti 
de'sanli del Bollando al dì Odi marzo, visione 30, si legge: 
« ptilcherrima Divisa est color albus et rabeus. » Nelle an- 
notazioni questa voce è spiegata così : < Idest Partiti 0. Item 
Modus et Electio, ut scribunt Acadoni*ci Fiorentini, » Ma 
uienf altrui fU Divisa, che Livrea; e pert> si dicea Vesti ili- 
ridate. Panni divisati, cioè di doppio colore. Altri esenipj 
delia magnificenza dei nostri maggiori si potrebbero aggiun- 
jiere; ma a me è bastato di puVtbiicare < T Ordine e magnU 
licenze dei magistrati r omo ni nel tempo, che la Corte del 
Papa stava in Avignone,» cioè nel secolo XIV, in acco- 
gliere i principi o pure i legati pontìflej. Tratto è questo 
racconto dall' incomparabìl Biblioteca vaticana. Oltre agii 
sps^ttacoli profani, ci furono una volta anche i religiosi, ni 
pure incogniti a' nostri tempi. Se n' ò parlato di sopra. Ag- 
giungo ora, che h da vedere Falcone Beneventano, tom. V, 
HfT, Itai,^ pajf, tf4, dove riferisce la traslazione de' sacri corpi 
di Marziano, Doro etc, celebrata in Benevento nel 1110. Cosi 
nell'anno 1336, per attestato di Cf al vano Fiamma, de Reb. 
fji'U, Àzonis Yicecom,, toni» XII, Eer. Hai,, fu istituita in 



^ 



324 SECOLO xvni. 

Milano unrk par ti calar forma dì solennizzare la f6sU d^l- 
VEpifania. * Fuenint^ scriv'e^li, coronati tres r^^s ineq^u* 
magnìs, vallati domicellì^, vestiti varìis ciim somarii^ muU 
tìs, et familia magna nimis. Et fuit stella aurea di?;etirren? 
per aera, qntie praccedebat istos tres reges. Et perven-^ 
runt ad cohimna?* ^atleti Laurentii, ubi erat rex Heml^> 
«ffigiatus cum seri bis ot sapienti bus. Et visi simt intorni 
gare regem Herodera etc. Quo audito isti tres rogesi cor^i- 
nati aiireis coronis, tene atea in mani bus scypbos aureoscum 
anro, tliure et myrrho,, praecedente stella per aera, eyj]i 
somariis, mirabili famulatu clangentibiis tnbis, et buccìut^ 
praeenntibus, simìis, babuyni3, et diversìs generibu^ m- 
malinm, eum mirabili populornni tumultu, pervenerunt !v<l 
ecclosiam pancti Enstoì'gij, Ubi in latere altaris majori* 
erat praesiepiiim cum bove et asino, et in praesepio i*mt 
Cbri?itnf5i parvulus in braebiis Virginis Matris. Et i&tì TH&gi^s 
obtnJerunt Christo numera. Deinde visi sunt dormire, et an- 
gelus alatns eis dixit, quod non redir^nt per co ntratam pian- 
eti Laurentii, sed per Portam Romanam : qnud et (tictini 
fuit. Et fuit tanttis conutirsus populi et militum et domi- 
narum et clericorura, quod numqwam sinnHa visus fuit. * 
Con cbe pio spettacolo il popolo di Modena accogliesse Bor^o* 
ottimo duca loro e de' Ferraresi, allorché questo principe 
venne a questa città nel 145:^» sta scrìtto nella Storia lU 
fba Giovanni Minorità, tom. XX, EeL ItaL Cosi concLiusa la 
paco nell'anno 1^79, fra Bernabò Visconte signor di m\u\<^ 
e Bartolomeo e Antonio dalla Scala signori di Verona e Vh 
cenza, il popolo vicentino con uno spettacolo pio spiegò li 
sua allegria, cbe produsse stupore e venerazione in tutti. Ke 
fa il racconto Conforto Pulf^e nella Storia Vicentina, tom. XUl 
Rer. Ital. con dire ft"a le altre cose i * Omnibus ante ni boc 
modo in admiratione mancntibns, qui super solario sup*>- 
riorì aderant, fkciebant sclopos igneog {Scoppio vuol diro, 
onde poi si formò ^Schioppo) ad modum max imo rum tonltniuoi 
et fì's^gorum \ quare non sol uni qui erant super aedilWi^** 
sed qui ad spectaculum convenerant, stupefacli aspiciente^ 
yersus caehim stabant. > Ecco qual moraviglia cagiona*!^ 
allora la novità ed uso della polve da fuoco in chi non avea 
veduto uno somigliante fenomeno. Ma abbastanza di questo. 
— (Dalla Dissertazione XXIX.) 



EUSTACHIO MANFREDI, Qaeat' uomo di grande ed UDirer* 
gale ingegno, inslgoe nelle lettere, semmo nelle matematicbe, i^ in 
special modo n eli' astronomia e ueiridraulina, nacque a fìolopa 
Il 20 settembre 1 67 4^ primo di malti fratelli g sorelle, tutti noti (h-t 
valore d' intelletto^ Fu laureato in ^tnrisprndenza, ma sì voU^ jiìlt 
particolarmente alle scienze^ e a vcaticinquc anni (1G99) era g^l 



w 



SCRITTORI YARL 325 

[trofeaaore dì matematiche nel patrio ateneo; più tardi (1711) ao- 
[iraintcudente deir acque del terrìtorio bolognese t; astro [ionio dultà 
Eipi'CulH : uel 1738 il colleg^io dt lilosioHa dell' Uiiiver±sitii dì DoLoguii 
io aggregò fra 1 suoi, e già era delle Accademie di scienze dì Pa- 
rila e di Londra e di quella delia Crucca. Venne cliiamato in varie 
jkarti d'Italia^ a Roma^ a Lucca, a Venezia (e anclie a Vienna, ma 
non ¥Olle recarmi), per regolare questioni di acque, e di tal ma- 
teria molto si occupò ia servigio del patrio reggimento. Pieno dì 
meriti t* di onori, dopo una vita laborio&issima, mori in Boloifna 
ai 15 febbraio 17:i4. Fontatielle ne lesso T elogio Dell' Accademia 
pari^na. 

Le sue opere aeìentìtìche In italiano e in latino, sono circa 
quaranta: In quelle italiane, seppe unire la perspicuità e T esat- 
tezza a dignità di stile e pnrezzii d'eloquio. Delle poesie sue 
ji^che avanzano, avendone egli distrutte gran parte ; ma quello elio 
Tentano lo chiariscono de' migliori ri ina! ori del suo tempo e supe^ 
riore dì gran lunga a qne' tanti ^ che ali ora dori vano in Bologna 
<v. Lirica del Frugoni € dei Boiognt^i dtl »ecoli> AT///, Venezia, 
Zatta, 17^1, ove si raccolgono rime di qnarantuti Bolognesi). Pa* 
reeeiiie sue lettere, le più d'argomento se i enti fio o^ sono raccolte 
nelle Lettere familiari d* ale ani Bolognesi dtl secolo XVfll, Bo- 
logna, Dalla Volpe, 17'U; altre lia pubblicato il Mala(]ìola, Lettere 
inedite di uomini ilbtHri bolognénit Bolognii, Romagnoli, 1875 ; di 
altre dà notìzia F, FOFFAKO, lììnie scelte di E. M. con alcune tue 
prose ^ Reggio Emilia, tip. A rinàto, 1888, prefaz., p. ^.^ n. 

[Vedi il suo Elogio scritto da ti. P, Zanotti, AUuiie operette, 
Venezia, Alvisopoli, 1830, p, 4:^, e la Vita nel Fabhosi, Vitae Ita- 
hrumt Vj 14-1-] 



Per monacazione della donni amata. 

Donna, ne gli occhi vostri 
Tanta a si chiara ardea 
Mara vigl iosa, altera luca onesta, 
Ch*a^evolment© uotn ravvisar potea 
Quanta parte di ciclo in voi ai chiuda, 
E seco dir: Non mortai cosa è questa. 
Ora sì manifesta 
Quell'eccelsa virtiide 

Nel bel con^siglio cho vi ^niida a i chiostri. 
Ma perchè i sensi uostri 
Son cicchi incontro al vero, 
Non lessa nman pensiero 
Cii) che dicaan qua' santi lumi accesi: 
Io li vidi e gr intesi 
Mercè dì chi innalzonimi -, e dirò cose 
Note a me solo, e al volgo ignaro ascose. 



326 SECOLO xvin. 

Quando piacque a Natura 
Di far sue prove estreme 
Ne l'ordir di vostr'alma il casto ammanto, 
Ella ed Amor si consigliaro insieme. 
Si come in opra di comune onore. 
Maravigliando pur di poter tanto. 
Crescea il lavoro intanto 
Di lor speme maggiore, 
E col lavoro al par crescea la cura. 
Fin che Talta fattura 
Piacque a T anima altera, 
La qual pronta e leggera 
Di mano a Dio, lui ringraziando, uscia, 
E raccogliea per via, 
Di questa spera discendendo in quella, 
Ciò eh' arde di più puro in ogni stella. 

Tosto che vide il mondo 
L'angelica sembianza 
eh' avea l' anima bella entro il bel velo, 
Ecco, gridò, la gloria e la speranza 
De r età nostra : ecco la bella immago 
Si lungamente meditata in cielo. 
E in ciò dire ogni stelo 
Si fea più verde e vago, 
E l'aer più sereno e più giocondo. 
Felice il suol cui'l pondo 
Premea del bel pie bianco 
del giovenil fianco, 
porco tea lo sfavillar de gli occhi! 
Ch' ivi i fior visti o tocchi 
Intendean lor bellezza, e che quei rai 
Movean più d'alto che dal sole assai. 

Stavasi vostra mente 
Paga intanto e serena. 
D'alto mirando in noi la sua virtute; 
Vedea quanta dolcezza e quanta pena 
Destasse in ogni petto a lei rivolto, 
E udia sospiri e tronche voci e mute; 
E per nostra saluto 
Crescea grazie al bel volto, 
Ora inchinando il chiaro sguardo ardente, 
Ora soavemente 
Rivolgendolo fiso 
Contro de V altrui viso. 
Quasi col dir: Mirate, alme, mirate 
In me che sia beltate. 
Che per guida di voi scelta son'io, 
E a ben seguirmi condurrò v vi in Dio. 

Qual' io mi fessi allora. 
Quando il leggiadro aspetto 



8CEITT0EI VABI. 

Piea di sua laee a gli occhi miei a" ofirio, 

Amor, tu 1 sai, che il debito intellatto 

Al piacer coufortaudo, in lei mi festi 

Veder ciò che vedem tu solo ed io, 

E addita^^ti al cor mio 

In quai modi celesti 

Costei l'alme solleva e le innamora; 

Ma più d' Amore ancora 

Ben voi stesile il sapete, 

Luci beate e liete, 

Ch*Ìo vidi or sovra me volgendo alloro 

Guardar voustro potere, 

Or di piotato iu dolce atto far niostra, 

Senza discender dn. la gloria vostra. 

lenta, e male avvezza 
In alto a spief^ar V ale 
Umana vista! o sensi ini ermi o tardi 1 
Quanto sapra del vostro esser mortalo 
Alzar poteavi boji inteso un Bolo 
Di quo' soavi ìnoamorati sguardi! 
Ma il gran piacer codardi 
Vi lece al nobil volo, 
Cbe avvici lìar poteavi a tanta altezza ; 
Che né altrove bellezza 
Maggior sperar poteste, 
Follia e tra voi diceste, 
Quella mirnndo allor pre.sente e nova : 
Qui di posar ne giova, 
Seijza seguir la scorta del bel raggio, 
Qual chi per buon soggiorno oblia '1 viaggio. 

Vedete or conio accesa 
D'alme ['a ville e nove 
Costei corre a compir Tallo disegno! 
Vedi, Amor, quanta in loi dolcezza piove, 
Qual si fa il Paradiso, e qual ne resta 
11 basso mondo, che di lei fii indegno! 
Vedi il boato regno 
Qual luogo alto le appresta, 
E in lei dal cìeJo ogni pupilla intesa 
Confortarla a l'impresa; 
Odi gli spirti casti 
Gridarle : Assai tardasti ; 
Ascendi, o fra di noi tanto aspettata. 
Felice alma ben nata ! 
Si volge ella a dii- pur ch'altri la siegua, 
Poi si mesce fra i lampi e si dilegua. 

Canzon, se d'ai-dir troppo alcun ti sgrida. 
Digli che a te non creda. 
Ma venga inlìnche puote egli, e ìa veda. 



328 SECOLO XVUL 

Per la nascita del pHnoìpe di Piemonte,^ 

Vidi r Italia col erin sparso, incolto, 
Colà dove la Dora in Po declijja, 
Che sedea mesta, e avea no gli occhi a<:colto 
Qnast un orror di servitù vicina. 

Nò r altera pìagnea r .serha\''a un volto 
Di dolente bensì, ma di reijja; 
Tal forse apparve allor che il piò disciolto 
A i ct^ppi otTri la Libertà latina. 

Poi sorger lieta in nn balen la vidi, 
p] riera ricomporsi al fasto usato, 
E qninci e quindi minaceiar più lidi; 

E s* udia r Appena in per ogni Iato 
Sonar d'applausi e di festosi gridi: 
Ttnlia, Italia^ il tuo soccoriso à nato. 

DelTalzarsi ohe fa di continuo la superfìcie del m«re. — 

Nell'antiiuno delTanuo scorso 1731, essejidonn per coman- 
damento del signor cardinale MaiTei, legato della Roma- 
gna, portato a Ravenna, per dover qnivj, in compagnia del 
signor Bernardino Zendrìni, divisare sopra la maoiera di 
motter riparo a' disordini de* torrenti e delle altre acn^^ 
che scorrono ne' dintorni di qnclla città, ne fu d'uopo, pim^. 
d'inoltrarci a tale disamina, riconoscere col livello le ^Ue/.i 
non meno deMinmi, che de'piani delle campagne e di quello 
della stessa città, rispetti vament-e alla superncie del man?. 
Il elio essendosi nello spazio di alcune settimane, e più cor- 
tamente dal signor Zendrini che da me, con esquisita os- 
servazioni mandato ad efìfetto (perciocché attese le tnh: 
indisposizioni, poco più poteva io a ciò prestare cbe la mia 
presenza), e già ricavatasi da queste osservazioni bastevol 
contezza intorno alla presente positura di quo* terreni e di 
quelle acquo» ne prese cnriosità di rintracciare eziandio, 
ove poasibil fosse, qualche lume intorno alla situazione del- 
J* antico piano della città, le cui contrade e le fìihbnchc. 
Don tanto per lì guasti ricevuti da' barhari, quanto per U 
alluvioni del mare e per quelle del Po e di altri dumi, ben 
sape vasi essere stato più e più volte rialzate. Or inectre 
oravamo su tal pensiero, accadde cosa al comune desiderio 
nostro molto acconcia e favorevole; e questa fu, che avendo 
monsignor Farsetti, arcivescovo di quella città, deliberato 
di ristorare, anzi di rinnovare da' fondamenti quella sua 
chiesa cattedrale, la quale eonta oltre 1300 anni di anti- 
chità (siccome quella che (!no attempi deir ìmperador Teo- 

' Vittono Antodeo^ j\tit^ nel ìmtì o mnito poco iippresso* K*gnò lo 
reos iHL a sw<>Ddo^aito Cariti Emnnutìlo tlL 



gOM 




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SCRITTORI VAKI. S29 



éom Q intorno ali' anno 4(10 di Cristo, dal santo arcivescovo 
Orso fti fabbricata), erasi allora appunto dato principio a 
muover terra per riconoscfìrne le fondamonÈa: a a tal Jlrio 
ea?avasi dentro la chiesa, cioè nei piano più basso di essa, 
che è quello su cui immediatamente 8i i^ceQdo dalle tre 
porte della facciata davanti, ima gran buca, a pìtv deirano 
ae'due colonnati maestri, su' quali posano gli archi che 
reggono i muri della nave di mezzo. Ne] che fare come si 
Tu arrivato alla profondità di piedi 4 once 7 della misura 
ravegnana, cosi venne scoprendosi un lastricato di bellis- 
simi marmi di diversi colori-, sì vajj^amente a fogg^ia di mu- 
saico iasieme commessi e con^ei^nati, che nulla più. Erasi 
alquanto più sopra, cioè alla profondita d' un piede, o d'un 
mezzo piede di mano in circa, incontrato pac' anzi corno un 
altro suob di marmo, o fosse egli predella dì altare, o sca- 
gno di piano più alto, o pe^zo di rovina ivi a caso sepolto 
(pf?roecliè non si pose cura a riconoscere db che fosse), 
ma certamente interrotto, e non come questo, andante e 
seguito. Noi vedemmo pit'i volte il Jastnco predetto cosi 
hatro e pulito come uno specchio; peix)cchè tale era e^rii 
mantenuto dail* acqua, che dalle spondo della buca in gran 
Popia sorgeva, talmente che colf opera dì due trombo, che 
^^ì continuo vi s* impiegavano, penossì a mantenerla vuota; 
ed io stimo che quella parte di lastricato, che nel fondo 
della cava ri manca scoperta, fosse lunga intorno a dieci 
© targa intorno a sei o setta de* nostri piedi, e in una tanta 
estensione non iscorgevasi in essa inegualità, non pendenza, 
aun rottura, non altro indizio di cosa posta fìior di suo 
luogo; onde il nostro avviso, e quello di tutti gli altri che 
lo videro, fu esser quello un antico pavimento della chiesa, 
•* rimaso neir antico suo insito nel rialstarla. Imperocché, egli 
non può mettersi in dubbio, che qualche alzamento in qual- 
che tempo non ne sia seguito, rendendosi ciò manifesto 
dalle predette colonue, le cui basi e parte ancora deVfustl 
SI veggono sepolte sotto il lastricato d'oggi. Anzi io tengo 
per cosa coltissima, che più d*una volta ciò sia avvenuto; 
imperocché, siccome osservai in quella delle colonne, la 
(Jiiale riusciva suìf orlo deUa dotta buca, le basi sepolte 
non posano di gran lunga sui piano del lastrico nuovamente 
scoperto; ma ne rimangono pii^ alte, se ben mi ricordo, 
da tre in circa de' nostri piedi ; da che parovami di poter 
io ferire, che per lo mono due volto sia convenuto alzare 
qin3l la chiesa; e che la prima volta ciò si facesse lascLando 
stare il pavimento al suo luogo, in cui ora si ò ritrovato, 
ccsn alzar lo colonne dno al pari del nuovo lastrico, che 
allora dovette farei, e Ja seconda con disfaro cotesto la- 
strico, riportandolo vieppiù in alto, senza muovere le co- 
lonne, che perciò restano in parte sepolte* 

Ma egli non è mio intendimento di trattenervi con troppo 
Jiunuto ragff natilo intorno a ciò. Venendo dunque oramai a 



IIMIIILJ.i ««PV^Ii I , 4.|.J«imi 



330 SECOLO xvm. 

quello che da princìpio nit proposi di raccontarci, dico, 
elio fattansi da noi una esatta livellazione di £|ueir imlico 
pavimento con alcuni termini stabili, indi mm moJ tu distanti, 
i quali ^ìà ci era noto qual rapporto di altezza avessero 
colia snperticie del mare, tarando fu la nostra maravigli* 
al vedere, che II pavimento riusciva non più che sei oum 
raveguane snperfbre al segno del mar basso e un poco piii 
di otto inferiore a quel termine cui si solleva la marea nel 
suo llus?^o ordinario; per modo che, ée il detto piano, quando 
servi anticamente di suolo a quella cattedrale, avesse aviìta 
libera coinuuicazione coi mare (il quale noi sappiamo cb^j 
a qiie* tempi non era ^uari discosto dalla città, anzi entravEi 
dentro di essa e ne bagnava le contrade), e^^li sì sarebbe 
tro%'"ato due volte il giorno coperto d'acqua in altezza di 
otto once ravennano, che è oltre a un piede di lìologua; 
per nen parlare di quello che sarebbe accaduto allorché il 
mare o per lìusso ntraordinario o per burrasca si alza oltre 
i soliti segni; e acciocché non ne potesse rimanere alcnn 
dubbio che la cosa non fosse pur così, noi avevamo con tal 
dili}?enza riconoscìnli i termini del Jlusiso e rilliisso al pert* 
del Candiano^ e poscia con tanta facilità e chiarezza, per 
mezzo d'un lungo canale d'acqua stagnante, riportato il lor^ 
livello sino alle mura della città, e dualmente con lantft 
riprove accertati i rapporti di tutM i punti, per noi livellati 
e fra di loro e col mare, che T esitare sopra ciò sarebbe 
stato un negar fede ella testi moifianza de«^di occhi propij. 
Or dunque, strana cosa e troppo lontana dalla pratica c*^- 
muna no parve cotesta, cba una sì grande e sì nobile ba- 
fiilica, e fabbrica trt, come alcuni storici voi^liono, a sp<?^^ 
dello stesso imperador Teodosio, fosse da princìpio lu unii 
m bassa e mìsera situazione t:ol locata, da rimanere ad opi 
tratto annegata dalle ncque e impraticabile al popolo, cli^^ 
da uua sì gran provincia a celebrarvi i divini nlllzj dove» 
concorrervi. 

Egli ò vero che per difenderla dair escrescenze del maro 
bastava che il piano del terreno, che per qualche tratto 
air intorno la circondava, o per lo meno le sojrlie delle sue 
porte fossero pii!i alte delle maree, nò per altro alcuna 
apertura vi fosse, por cui potesse avere comunicazione col 
mare; e perciò si potrebbe supporre, che dalle dette soglie, 
pur eonne ora si fa, si scendesse per alcuni st^aiini nel 
piano della cìiiesa. Ma questo ancora non lasciava di sem- 
brarne assai strano ; perchè, essendo dinicilissimo rassicu- 
rarsi che r acqua di fuori non trapelasse al di dentro per 
le commissuro de' marmi, e non meno quella del mare che 
quella delle piogge e de' liumi di quel contorno, sconsiglia- 
tamente e senza alcnn prò' si sarebbe esposto quel nuovo 
edillcio a dovere fra non molto divenire una pozzanghera 
per mancanza di scolo, o per lo meno a sconciatamente 
macchiarsene quel vaghissimo pavimento per l'umidità, t 



SCRITTORI VAKI. 331 

a rendersi quel soggiorno in tollera bile per lo puazo, <i uà rido 
con tenerne U suolo un piede o due pift alto, poto vasi opfni 
inconioiio ed on^ni pericolo bastantemente schivare, E to- 
mecliè SI voglia condojjare agli arehitetti il ni>n aver pie- 
Teiiuto che le torbide de' Ituniì dovaano talmente uli'-ure il 
terreno intorno intorno a ridosso della nuova labbrica, che 
eUft ne sarebbe restata per parecchi piedi serre nata,* sic- 
come è accaduto, non ii saprebbe sì di leggieri perdonar 
loi'o d' averla, contra ogni buona regola della loro arte, se- 
polta da princìpio nu piede sotto T acqua del mare. 

Per togliere dunqvie a noi stessi la maraviglia di ci6 
che cogli occhi nostri vedevamo, parve ad ambedue che 
aìtro non rimanesse che ricorrere ad una supposizione, la 
quale, quando vi sia da me esposta, io dubito non forse 
Tenga riputata degna di maggior ma ra viglia di quello che 
fosse la cosa stessa che a pensarvi ne avea condotti ; e 
c^nesta si è, che la di Inerenza d'altezza tra quell'antico 
testricato e la superficie del mare^ dal tempo della fonda- 
iione di quella metropolitana nt di d'oggi, ^ia cangiata; 
per modo che il lastricato predetto, il quale si trova ora 
restar più ba^sso delle comunali maree un piede di Bologna 
in circa, allora o fosse eguale a quelle, o per avventura 
le sopravanzasso. II che se è cosi, conviene che noir una 
di due jnaniero sia accaduto: o perchè quel lastrico siasi 
profondato dentro terra, o perchè la su perii eie dei mare 
^iasi alzata, e giunga ora negli estremi yiioì termini di lUisso 
e di rillusso a' segni rlspettivamenie più alti, di quelli a' quali 
mihe trecento anni sono giungeva. 

Se io non temessi di noiarvi con una troppa lunga di- 
ceria, potrei darvi ragguaglio di altre antiche fabbriche 
della medesima città, delle quali, ove rinvenir si potessero 
i primi piani che sotterra sono sepolti, ho cagione di cre- 
dere che si trovassero anch'essi più bassi del maro. Io con- 
ferei fra queste il nobilissimo tempio de* monaci Cassinosi 
di San Vitale, fabbricato intorno air anno 541, di età è me- 
moria ne' registri di quel monastero che del 1702 fosse 
alzato oltre due piedi, e di cui diccvami il padre abate 
Ma (tetti ricordarsi, che i^i ritnrvarouo allora ss otto il vecchio 
piano certissimi segni d*un altro precedente alzamento, 
seguito air altezza della statura d'un uomo. Né tralascerei 
la rinomatissima chiesa di santa Maria Rotonda, opera di 
Teodorico ro goto, neiranno 495, della quale non avanza 
fuor di terra che la metài superiore colla niaravigliosa cu- 
pela incavata a scalpello in uno smisuriito sasso di un solo 
pezzo, essendo il rimanente sorr enato nella campagna, 
quantunque non molto alta, che le è d'intorno. Dì queste 



' &irreafitfii lo stesfo che 'Otterrntnf nmnttn tolto la rena, cho i fiumi 
ttTmripando portano semino insifsm erni \a tcrriv. 




332 SECOLO xvra. 



dico e di altre fabbriche ravegnane potrei darvi riprove, 
che r antico loro piano resti notabilmente più basso della 
superllcie del mare nel flusso e di taluna anco, per avven- 
tura, nel riflusso ordinario ; onde se non vogliamo credere 
che gli architetti di quelle età tutti fossero cosi scempj, o 
da non conoscere o da non curare simili errori, egli pare 
che ad altro non si possa ricorrere, che a cangiamento di 
aito» per cui siansi o abbassate le fabbriche o alzata la 
superficie del mare. 

Io sono andato pensando quale di queste due supposi- 
zioni abbia più del credibile, e possa con maggior verisi- 
militudine adattarsi a render ragione delle cose per noi 
osservate. E sebbene non voglio negare esser possibile, 
che le fabbriche mentovate abbiano col tratto del tempo 
qualche poco ceduto, profondandosi col proprio peso sot- 
terra ; anzi so molto bene essere comune osservazione, che 
i terreni nuovi e ricolmati (come lo è quasi tutto il Rave- 
f^nano) dalle alluvioni de' fiumi, neir andare che fa la terra 
insieme situandosi e rassettandosi, si veggono per alcun 
tempo scemare di altezza, e tanto più quanto maggiore è 
il peso di cui sono caricati ; nulladimeno non saprei deli- 
berarmi ad attribuire T effetto predetto, almeno in tutto, 
ad una simil cagione. Imperocché, egli pare estremamente 
difficile, che fabbriche di tanta altezza, quanta ne hanno 
quelle che io vi ho raccontato, possano aver fatto un si 
gran calo, qual sarebbe quello di un piede, cosi dolcemente 
ed egualmente in ogni loro parte, che in ciò fare non si 
sieno punto spiombate e per conseguente, anco arrendute 
e scommesse ; delle quali cose ninna può conoscersi essere 
in questo accaduta. Nò è meno diffìcile a credere, che al 
muoversi de' massicci della fabbrica, lo stesso lastrico, senza 
punto rilasciarsi ne' suoi attacchi co' muri e co' pilastri, e 
senza fendersi nò slogarsi in conto alcuno, ne abbia riposa- 
tamente secondato il movimento, per modo che quella parte 
del vecchio piano, che ora si è scoperta, trovisi così a livello 
e cosi salda ed unita, come se pur ora fosse stata spianata. 

Nò mi rimove da tal parere ciò che dicesi del calare 
che fanno sul principio i terreni prodotti dalle deposizioni 
de' fiumi; imperocché, se coloro che architettarono quelle 
fabbriche, non furono del tutto privi di senno, non sul nuovo 
e sìiperlìciale terreno, ma sul vecchio e saldo e profondo 
dovettero stabilirne le fondamenta, o pure a maggior si- 
curezza sorreggerle con palificate, siccome appunto in 
Ravenna pratica vasi già fin da' tempi di Vitruvio, le cui 
parole, tratte dal capo II del libro IX, piacerai di qui rife- 
rire ; perciocché paiono scritte a bella posta per toglier di 
mezzo ogni dubbio intorno all'abbassamento di quegli edifizj 
de' (luali ora trattiamo. Ahms autem,,., in jyalustrtbus locis 
infra fundamenta aedificiornm crebre fixa.,., permanet 
immortalici ad aetrrnitatem, et sustinet inimania pon- 



SCRITTORI VAfih 333 

(kra stf^cturae^ et si ne vttii^ consercat.... est auU^i id 
macdme considerare Uavennae, qiiod ibi omnia fìpera et 
pnblim et privata sub /undamentis ejus generis habeant 
patos. 

Egli rimane dunque che finalmente noi ci determiniamo 
a confessare, doversi un tal fenomeno ascrivere ad eleva- 
zione dell'acqua del mare seguita in questi 12 o 13 secoli, 
olle dopo la prima e ostruzione di questi edirtzj sono tra- 
scorsi; o tale fu eziandio il parere del signor Zendrini^ il • 
quale soggiunge V ami non es,'ier quello l'unico indizio ch'egli 
siTesse veduto delT alzarsi della supordcif^ del mare, ma 
averne riconosciuti assai altri ben manifesti in Venezia, 
nell'occasione che egli, comò matematico di quella aero- 
nissima repubblica ha dì continuo, di osservare gli elTotti 
[ielle acque in quella laguna, e di confrontare le sue osser- 
vazioni colle antiche memorie. 

Ed avendolo io poi pregato per lettere dopo il 8uo ri- 
torno colà a soddisfare alla mia curiosìtiV, specificandomi 
alcuno di cotesti segni da Ini veduti ; fra molli che me ne 
ha dati, assai chiaro parmi esser quello, che 11 piano della 
e lue sa sotterrane a del nobilissimo tempio ducale di san Marco, 
fabbricato come si ha dalle istorie nel nono secolo di Cristo, 
nel qual piano^ non meno che nel tempio superiore, si c^^- 
lebravano da' fedeli, secondo Tuso di quo' secoli, ì divini 
nihcj, sia stato abbandonato, atteso il gemere che ne face- 
vano i muri; raccoglicndost in fatti dalle misure per lui 
inviatemi, che il detto piano sotterraneo sia ora più basso 
del rlusso comune del mare* Né minor forza a persuadere 
lo stesso lianno altre osservazioni da lui mandatemi, come 
qaella che nelle straordinarie escrescenze della laguna, 
l'acqua fosso solita ad annegare la piazza, che ora è stata 
alzata d'un piede, anzi entrasse Un dentro al medesimo 
tempio e sopra il piano regolare di e^^so ; e che il portico 
del Broglio, il quale riesce nella detta piazza, avesse altre 
volte un lastrico d'un piede più basso, sul quale posino i 
piedistalli delle colonne, ora allatto sepolti ; non potendosi 
per mio avviso supporre, che sia seguito alctin nutabile 
abbassamento, almeno della piazza e del lastrico di quel 
portico, né credere che simili piani non fossero da prin- 
cìpio tenuti tant'aUi, da dover rimaner sempre air asciutto, 
anco nelle maggiori commozioni del mare. 

Potrei confermare questa congh lettura colla testimo- 
nianza d" alcuni rinomati teosofi, non meno de* tempi addietro, 
che de' nostri, i quali non hanno messo in dubbio cotesto 
alzamento, riconoscendolo por un necessario etfetto di quella 
gran quantità dt terra, che i torrenti vanno perpetuamente 
rodeiido da montagne onde scendono, e deponendo nel seno 
del mare, E sebbene potrebbe taluno sospettare, non forso 
r accrescimento della terra in quel gran vaso possa venire 
ricompensato da diminuzione d'acqua, la quale dopo essersi 



334 SECOLO XVllL 

sollevata dai mare ìu vapori e ricaduta guUa terra in forma 
di pioggìe o dì lievi, noa ritorni già tutta ne a tivaporara 
per convGfrtirs^ì di rtiiovo in pioirrTìa^ né a scorrere per ^li 
alvei de* fiumi lino al mare, ma in parte vada pèDatmndo 
sempre pi ri tadf lenirò nel terreno, e in parte resti assorbiti 
da cieche vopagini» dalle quali non trovi più strada, che al 
mare la riconduca; nulladimeno, ove Tesperienza ne renda 
certi che ìl mare cresca oltre i primieri segni, coovem 
confe&!^arL% o che in osso vada pr^rpetuamente ritornando 
tanto d' acqua, quanto ne è lìiicito, o che si poco se ne 
penla, eho quf>sto non pos^sa mettersi In i sconto con quelli 
quantità di terra, che eertaniente si va accumulando in sua 
voce nel fondo del mare. 

Sono alcuni, i quRli non che persuadersi che egli si alsd 
di tìupertìcie, stimano potersi dimostrare 11 contrario ptir 
mezzo di una assai comune os!?ervadone; o questa sì è, 
che hi parecchi luoghi e^rli si ritira dal continente, lascìamln 
spiaggia, ove per i* addietro era acqua; ne di ciò fa biso 
^mo cercare molto da lontano io prove, scorgendoci mani- 
festamente essere ciò succeduto, e tuttavia succederà, noti 
che altrove, nel lido ra ve fonano, di cui parliamo, il qual^> 
per h^^ memorie che si hanno de^li antichi suoi termini, 
trovasi, dai tf;mpi d' Augusto lìtio ali' età nostra, per ben tio 
miglia inoltrato e prolungato più avanti nel nuire. Ma quelli 
che cosi ragionano, se io non m'inganno, deducono da un 
fatto verissimo una conseguenza oppof^ta al vero, e dando?! 
a credere di aver ritrovato un manifesto indizio che il mftT'S 
si ahbassi, altro non hanno fatto che addurre una ragioDe, 
per cui *^rilt si debba alzare, imperocché ravanzaiaentó 
de' lidi e il ri tiramento did mare non succede l'egolarmeuU 
che in quelle spiOÉrpìe, le quali, essendo di poca profondità, 
vanno con pendenza quasi insensibile a seppellirsi sotto b 
superiicie ihìV acqua, e nel solo caso che indi non lunpi 
metta foce un ti urne torbido. Ivi dunque le materie portata 
da questo vengono dalla correntìa sospinte lungo il hdo, 
ove deponejidosi formano prima bassi ed occulti scanni, i 
(|uali, alitandosi poscia a poco a poco, allorché sieno giunti 
a segno di O'm essere più sormontati nel rillus^^o, comint'ii 
a sorgere hi nuova spiaggia. Quindi è cfie di legjtfìiiri si 
giudica, che il mare col ritirarsi V abbia lasciata in asciutto, 
come se egU avesse scemato di altezza; quando, al con- 
trario, è forza che egli pur qualche poco sia cresciuto; per- 
eiiicchè, trovando racqim quella parto deirantico suo left*^ 
da straniere materie ingomltrata, dee per necessiti^ di na^ 
tura ri a equi retare in altezza quello spazio, che in ampie^JLa 
ha perduto, 

I*:gli è il vero, che le alluvioni per tal modo prodotte 
vengono poscia colmate di nuovo dallo stesso mare, il qualt* 
nel tempo delle burmsche sconvolgendo e rimescolando la 
proprie arejie da più cupi suoi fondi, e lanciandole colld 



SCRITTOKI VARI, 335 

ondtì \erm il Udo, ne cosperge le nuove spiagge, o coìV an^ 
tic he rìnalm^nt© le pareggia : ina accioecliè cotesto rij^ettar 
ch'egli fa le materie nel Bno fondo deposte^ non si adduca 
per una nuova rasjii>ne contra V alzamento di fì^m da noi 
prel€5(\ basta ricordarsi» che se in que'luoplH che m i^on 
detti, il mare si ritira, altri ben ve ne hanno ne* quali si 
avanza ; e se in quelli sì aecre.^ce la 9piaR"iTja per la sabbia 
che egli vi [ascia, in nitri di continuo si scema per quella 
elle ne rode e ne in^rhìotti^; ondo in vautaggio del sno ac- 
crescimento sempre rimane quella, che dal corso de'flumi 
gli viene del continuo somministrata. 

Ma perche taluno con.?iderand<> da una pnrte la smisu- 
rata estensione del mare, e dall' altra il poco, o nulla ab- 
ba^flar:*! di que* terreni, ì quali somministrano la materia 
al riempimento di esso, potrebbe per avventura persua- 
dersi che un tale efletto dove8.se riuscire anche in migliaia 
d'anni in.«ensihile e di niun conto; io sf>u tra me stesso 
andato divisando qnal metodo si potesse tenere per ridurre 
la presente ricerca ad un calcolo : e comechè ben conosca 
epser cosa troppo dìflìcile, per non dire impossibile, accer- 
tare in altro modo che coir esperienza la qunntìtà dì co- 
testo alzamento, tnttavìa non so indurmi a riputare impresa 
del tutto disperata quella di determinare un lìmite, di cui 
non possa ralzamento predetto nigionevolmente esser mi- 
nore, ma bensì mnir^riore in un dato tempo. 

A tal line lo prendo a considerare quella sola quantità 
di materia terrea più sottile, che nelle acque corronn 
stando sollevata dal fondo, ed intimamente mescolata col- 
r acqua, le toglie la trasparenza e la rende torbida: cioè 
a dire quella a cui propriamente 5i dà il nomo di terra, 
ovvero di limo o pur di belletta; e di questa prendo a 
ricercare la quanti tii che nello spazio d' un anno da tutte 
le parti della superfìcie terrestre viene tramandata nel 
mare, ed ivi deposta ; non niettendo in conto la sabbìn, non 
la ghiaia, non il sasso; non alcun'altra materia di qttelie, 
che strisciando lun(Jio il fondo de'llumi, vanno ancor esse 
al medesimo ultimo termine delle acque. E percliè ftiori del 
tempo delle piene i tinnii o non corrono torbidi o appena 
è sensìbile la loro torbidezza, né le piene sopravvengono 
ad essi se non attempi delle pìofzgie o a ([uellì dello scio- 
glimento delle nevi, ni> final mente le pio;ige e le nevi nel 
loro scioglimento si scolano immediatamente per altri alvei 
clie per quefli de' torrenti, i quali in o^mi alfro stato ri- 
mangono asciutti o almeno poverissimi dì acque; egli ò 
manifesto, che la quantità di terra, che noi prendiamo a 
misurare, è quella che pa^sa in un anno per lo foci dì tutti 
i torrenti del mondo (o ries«f^ano poi queste foci immedia- 
tamente nel mare, o dentro dumi tributar] anciressì del 
mare), mescolata con quella quantitii d' acqua, che nel detto 
tempo si scarica per le foci predette ; e che questa quan- 



■Ul»'^ " 



336 SECOLO xvriL 

tiU di acqua non altri"» ri de lia la sua origine, che dAlle 
pìoggie e dalle névi disfatte. Noi potremo dunque sap<^re 
la misura della materia terrestre, di cui parliaiuo, ore due 
cose ne riesca di rinvenire; cioè primieramente, la quan- 
tità dell'acqua di pioggie e di nevi, che nello spazio d'nn 
anno scorreudo per li torrenti, giunge lino allfì l<iro foci, «"? 
in secondo luo^o^ la proporzione che ha verso cotesta quan- 
tità d'acqua, quella della ferra che T intorbida. 

Se quella misura d'acqua, che noi cerchiamo, fosse tutta 
quella che cado nel detto spa7J«> dal cielo, non sarebbe di(* 
tìcile lo stabilirne la quantità, per quanto nella presenta 
ricerca ne può bisognarci dappoicliò da tanti dottissimi e 
d ili pentissi mi uomini, con osservazioni esatte e per lunga 
serie d*auni continuate, ò stata attempi nostri inilaptk 
Imperocché sebben hanno essi avvertito altra esser questa 
misura in altri luoghi della terra, e le pio^fgie trovarsi più 
copiose ne' luoghi monttiosi che ne'pìauì^ più nelle vicinanze 
del mare che df^ntro terra, più nella zona torrida che nella 
temperata; nulladimeno, bastando a noi di non peccare in 
eccesso in questa determinazione» per non atimentnr di so- 
verchio, insieme colla quantità dell'acqua, quella della terra 
che r intorbida, mi parrebbe esser certo di non incorrere 
in tal errore appigliandomi alla menoma fra le quantìtjY in 
diversi luo^dii osservate, che è quella che il signor Maraldi, 
ricompensando gli eccessi di un anno co' difetti dell"alti^>. 
stabili per Parigi, di once IB di altezza; ella è quasi la uiet^ 
meno di quello che risulta dalle osservazioni fatte daino* 
stro accademico, il signor Iacopo Bartolommeo Boccart ìn 
Bologna, 

Ma egli è certo che, contuttoché cadano dal cielo co- 
teste 18 once d'acqua in un anno (che pur mi giova di 
tingere non cadérne di pid), non arriva di gran lunga tanta 
moie d'acqua per gli alvei decorrenti tìno ai loro sbocchi: 
mercecchè, ne' tempi iV estate, comechè copiose più che ìn 
altra stagione sieno le pioggio, appena è che i torrenti sì 
veggano correre più che mezzanamente genti al loro ter- 
mine; e ci6 addiviene perchè il terreno, allora arsiccile 
sitibondo, prestamente inzuppandosi della pioggia caduta, 
o non ne somministra a* solchi e a* rigagnoU che assai pic- 
cola parte^ o questi di nuovo la bevono e la consumano per 
istrada, o alla line il torrente stesso nelF arido suo letto 
r assorbì ; alle quali cagioni quella eziandio è da aggiugnere. 
che il cabre dell' aria e T agitazione del vento e il per- 
cuoter del sole gran parte ne asciuga, e ne disperde io 
vapori, lo confesso che sarebbe difficile senza un gran nu- 
mero di esperienze ditiìnìre qtianta sia la perdita che ^ 
ne fa per le addotte cagioni ; ma Jinalmente è pur certo, 
che ella non si dispercie tutta, e che qtialche parte anche 
in quella stagione ne vien tramandata da* torrenti %'lom 
sbocchi; onde essendo dall' altra parte ancor certo, che 



SURITTUHl VARL 337 

quando la t^rra è già ìmbevata e sazia per la passate 
pjoggie^ e quando il caldo non ha più tanta forza, eonje 
neirantuniio avansiato» neil' inverno e nella primavera, non 
può farsene constimo die sia di molto conto, mi parrebbe 
assai verìsìmil mente conghietturare chi auppunesse scorrere 
fino air esito de' torrenti la metà sola o alinano poi la terza 
partd di qnalla che cade in tutto Tanno, e quella sola sca- 
ricarsi, immediatamente o per mezzo dei dumi l'eali. 
Del mare \ il che se così a voi, conio a me, par ragione- 
vole, si può determinare la misura dì tutta quest'acqua 
dionee 6 di Pangi, cioè dt once 5 di Bologna, in altezza 
e in ampiezza dì tutta la parte terrestre di questo globo 
della terra. 

Ciò stabilito, passiamo a discorrere delia proporzione che 
è fra r acqua torbida de' torrenti e la terra per entro me- 
scoiatavi, che tale ia re ade, lo non dubito punto, che ancor 
(Ideata non sia diversa, secondo che diversa sarà la natura 
de' terreni, da' quali ciascun torrente prenderà le sue acque. 
Imperocché, dalle balze atTatto nude, la cui superficie o di 
insso o di macigno o di gesso o d'altra dura materia aia 
ifscrastata, olente di terra ai tramanda; poco ne sommini- 
strano i luoglii difesi da una folta cotica' di gramigna o 
d'altre erbe \ poco più quelli che sono ingombrati da mac- 
chie 6 da boscaglie - il più ne viene da quelli Ji nuda terra 
atta alla coltivazione, e molto più ancora se ella attual- 
nì tìnte è coltivata, e se trovasi posta in pendio, come sul- 
r erto de' monti e de' poggi, oltre di ciò, nò in ogni Humana 
che venga dallo stesso torrente, né in tutta la durata della 
stessa tiujimna, eguale è il grado di torbidezza, osservan- 
doci che, nelle prime piene dell' estate o dell' autunno, l'acqua 
è più carica di tali materie, che quando dopo lunga pioggia 
la terra è già dilavata-, come pupe che più lo è nelle riu- 
mane rapido e violente, che provengono dai subiti tempo- 
rali, che in quelle che si fanno o da lente pioggie o dal 
disrarsi delle nevi, e più sempre nel principio o nel colmo, 
che nel declinare della piena. Egli parrebbe dunque neces- 
sario cercare la proporzione predetta in tutti i torrenti e 
in tutta le mentovate circostanze; il che JurìnitaeimpossibLl 
cosa sarebbe : ma io mi do a credere, che senza un si gran 
numero di osservazioni, ben potesse bastare lo scegliere 
alcuno di qua' tori-enti, il cui corso, come eziandio quello 
de' loro tributurj, in parte sta ft*a nude rupi, fra praterie, 
fra boschi, e in parte ancora fra colture di piano e di 
monte : né d' un solo contentarsi, ma considerarne molti, 
e in molte e lontane parti della terra, e di ciascuno di 
essi fare gli esperimenti in tuie stato del torrente, che 



^ Ctttieti è datto p$T aimiii tubine lo strato su perdei ala dd terreno, r|ui 



338 SECOLO XVni. 

si possa ragionevolmente estimare, non trovarsi egli uè 
al sommo né aJl' ìnfimo grado di quella torbidezza di cai 
è capace. 

lo vi riferire in tal proposito quello che nella viaìtà 
dello acfiue bolognesi, e dello altre vicine provineìe avata^i 
V anno 1720, fu osservato nel noìstro Reno il dì 27 di fel^- 
braio, sì perchè parmi elio questo torrente abbia le accen- 
nato qualità per le quali possa essere scelto a tal disamina 
si anco perchè V osservazione che sono per dirvi, fu fattii 
di comune concerto fra moìti celebri matematici, co' quali 
io mi trovava in quella visita 5 ed erano il padre abat« 
Grandi, il padre abate Galiani, ora arcivescovo dì Taranto 
e cappellano maggiore della real cappella di Napoli, iì si- 
gnor Gio. Iacopo Marinoni, il mgnor Giovanni Ce va, il si* 
gnor Bernardino Zendrini, il signor Francesco Zanetti, il 
signor Domenico Corradi, il fu signor Giuseppe Antonio 
Nadi, e il si^inor Gabriello mio fratello, oltre molti esperti 
ingegneri, altri bolognesi, altri d' altre Provincie, 

Era ìì Reno in una mezzana escrescenza, che durò per 
molti giorni, come quella che procedea dalle nevi, che dalla 
montagna si andavano dileguando. Si empi un fiasco di vetrt^ 
della sua acqua, presa non molto sotto la siiperiìcie di es^, 
la qual acqua appariva assai torbida r ma per mio avviso 
non potea essere nella massima sua torbidezza» attese lo 
dette circostanze di quella piena, e del sito ove T acqua 
fu presa. Si serbò nel vaso per un giorno^ cioè lino a che 
cadendo a fondo la parte terrea, rimanesse T acqua per- 
fettamente e h i a ra ì qui nd i dee an tando la' ri posatamente ifl 
un bicchiere di vetro di figura conica, si osservò quante di 
quelle misure ella riempisse tino air orlo; e neir ultimo, ri- 
mescoìando tutta la terra del fondo con quel |)oco d*acqua 
che vi era restata, si versò nello stesso bicchiere, che ne 
rimaise alquanto seenio. Indi, lasciatasi di bel nuovo deporre 
entro il bicchiere la terra, si misurò diligentemente quaut* 
parte dell* altezza di quel cono fosse piena sino alla super- 
tìcie deli* acqua, o quanta ne ingombrasse la soia terra, ciiè 
nel fondo e presso al vertice del cono era rimala; ed ivi 
anch'ossa orizzontalmente spianata, e fattasi una ragione 
della capacità della detta parte del bicchiere occupata dalla 
terra, e di quella dell'altra parte ancor piena d'acqua, 
aggiungendo a questa la somma dell'altra acqua già ver- 
sata, si travò la proporzione di tutta la terra a tutta Tacqaa 
esser quella di 1 a 174, cred' io, non senza maravì^rha d'al- 
cuni che sì davano a credere, che il Reno corresse con an 
terzo, e a un bisogno, con due terzi di terra. 

Prendendo dunque questa proporzione come mezzana fra 



' Cìoù travff*fìndota lof g-eriDentc, perdile rimAues^ù Ufìl iouàù del biC" 
chìero In ijosatn, È voc<j delU Chimica. 



U_ 



SCRITTOEI VAEL 339 

la molte, che in diversi torrenti e in divergi stati del me^ 
decimo torrente si troverebbero (JEt qaal cosa soìaniente a 
cagione d'es^einpio intendo dì fare, poìoliè la quantità del- 
r acqua torbida che in un anno entra nel inare^ si è tri>- 
vato esser tanta, che e >iu al niente distesa sopra la super- 
ficie terrestre, vi si alzerebbe once 5 della misura di Bolof^na), 
egli è maDìfesto tanta essere la materia terrea della predetta 
condizione che con essa va al mare, chei distendendola e 
spianandola anch'essa egualmente sopra la medesima su- 
perfìcie terrestre, vi si sosterrebbe air altezza di 5 parti 
della 174, nelle quali un' oncia si può intender divìsa. 

Ciò supposto, ej^li sarebbe assai facile concbìuderne, 
quanto sia queir accresci monto d' altezza che dee seguire 
nel mare in qiialsivofflìa dato tempo, o per meglio dire quel 
limite di accrescimento, che egli senza dubbio dovreb^^e in 
quel tempo oltrepassare ; imperocché, essendo la su perdei e 
dei mare, per quanto nei globi e nelle carte geo^raliche si 
pub scorgere, qualche cosa meno del doppio della super- 
licie dellA parte terrestre, egli è chiaro che applicando la 
detta quantità della terra, la quale intorbida le acque 
de^torrenti, e tutta Taiopiezza del mare, e gpianandovela 
sopra, si ridurrebbe quella ad un'altezza minore del doppio, 
cioè a 5 parti delie 348 die un'oncia può contenere; onde 
restando la predetta quantità di terra dentro il mare, come 
ve la gettano i dumi [lelio spazio d' un anno, altrettanto 
tìoYTh alzarsene la supertìcie. Sarebbe dunque l'alzamento 
di essa in ragione di once 5 in 34B anni, a conto della sola 
materia di terra sottile che importano i dumi torbidi ; o più 
tosto sarebbe questo il limite del minimo alzamento possi- 
bile nel detto spazio di tempo, che è ciò che si era preso 
a cercare- 

Quanta sìa poi quello che il mare dovesse croscere oltre 
questa misura per conto della rena, della ghiaia e de' sassi 
che essi vi recano, io non oserei detinìrlo. Mi par solo di 
poter credere, che refTetto dì queste materie dovesse es- 
sere assai più grande, che quello delle prime ; e sarebbe 
da desiderare, cJje i iiostri maggiori ne avessero lasciate 
tiiemorie de' segni stabili, ai quali di mano in mano fossero 
giunte le maree ordijiarie nell'età loro, che ne servireb- 
bero ora per una certa misura, siccome potranno servire 
a' posteri quelli che nell'età nostra si saranno osservati. 

Contuttoché nel calcolo dnora fatto, io non abbia inteso 
che dare un esempio di quel metodo, che io stimerei potersi 
mettere in pratica per trovare un limite del minimo alza- 
mento del mare, ho tuttavia cagiono di credere, cbe per 
quello che riguarda la sola terra sottile che si po^a dentro 
di esso, la misura di once 5 i[i anni 348 non vada esorbi- 
tantemente lontana dal vero, A cosi giudicare mi muove 
un'osservazione inviatami fra le altre dal signor Xendrini; 
ed è, che quella banchina di marmo che gira intorno intorno 



T^^^^^^m 



340 SKCOLO xvin. 

al d 11 cai palazzo di san Marco di Venezia dalla parte eh 6 
guarda verso il canale, la qnal banchina sienza dubbio h 
costrutta a comodo de* barcaiuoli, ac(>ioccbè a piedi potes- 
sero andare a trovare le loro frondole, che in ^randisshnù 
numero stanno ferme entro quel canaio mentre il gnn 
Consjijlìo è raunato^ sì trova og-gidl più bassa d" un mezzo 
piodo della comune marea. Fu quel superbo editino feb- 
bri cato intorno air anno 1500 ; perciò se noi volessimo sup- 
porre, clìt% il piano della hancbina fosso messo precìsameaie 
a livelìo dalla marea ordinaria a quo' tompi, V alznraento 
del mare m questi anni 23{), che dno ad og)^'\ sono varcali, 
sarebbe stato di un mezzo piede ; ma se supporremo, come 
a me pare più ragionevole, che il detto piano fosao ve^o- 
lato a tale altcz^n, cbe per lo meno nel tempo della marea 
riuscisse al pari delle sponde delle gondole che sono in 
canale, le q^iali sponde nel sito più basso sopra vanzano 
intorno a un altro mo7,zo piede al pelo dell'adequa, sari 
r alzamento, se^^-nlto in 230 anni, d' un piede in circa; dalla 
qual misura dando tre once a un dipresso alle torbidfl 
de'iiumi (che tanto ne tocca loro nel predetto raggaagrlìo), 
ne rimangono altre otto e mezza, da poter riconoscere per 
un elletto delle altre materie più gravi, deposte in £30 anuì 
nel mare. 

Se, come par che dimostri ia predetta osservadoatì, 
1" alzamento totale del mare in anni 230, è dì un piede, e^li 
sarà stato di piedi 5 once in que' 13:ì0 anni cbe si con- 
tano dalla fondazione d^l la chiesa motropolitaua di Ravenna 
lino al d'i d'offrì ; o queir antico lastricato, che ora si h tn> 
vate più ba?so delle maree comuni un buon piede di ho- 
lo>ìna, sarà stato da principio collocato ad una altezza $Qr 
periore alle medesime oltre piedi 4 Vs^ Anche questa misura 
non va troppo lontana dal ragionevole; imperocché, sebltene 
e alTitto incredibile, che in Ravenna i piani delle ntiovfi 
fabbriche sì facessero più bassi del mare, vi ha tuttavia 
fondaniento di sospettare, che in alcune chiese penetrasse 
l'acqua dentro le sepolture; il che potè dare occasione a 
Sidonro Apollinare (scrittore cbe dori verso la line del qainto 
secolo) di diro scherzando in una sua lettera, in qua pa- 
lude (egli parla della città di Ravenna) ìnclesinenkT remm 
omnium lege perversa muri raduni^ aqtme stante Utrre^ 
ftvtmt^ nave^ sedentt aegri deambulante medici jotetiU 
algent bainea, domicUta conflngrant, sitiunt vivi^ «flian* 
sepnlU, 

Comunque siasi, io stimo dilllcile il non restar conviaUi 
dallo cose tln ora dette, non solo dell'alzarsi del maremma 
cbe tale alzamento anche a riguardo della sola terra sot- 
tile dee rendersi sensibile in pochi secoli, se pure non vo- 
gliamo sostenere contro ogni apparenza, che quella parte 
di acqua delle piog^ie, che i torrenti portano al mare, noit 
abbia cbe una proporzione ini^ensìbile a tutta quella chd 



SCEITTORI VARI. Ul 

cade sopra 1& terra. Reputo ancora soverchio il far parole 
de] ^mnd* uso che potrebbe avere nella vita civile T intra- 
prendere seriameDte la ricerca di questa misura (cornecbè 
non dubiti potersi questa, molto niefjlìo ebo da noi, accertara 
da qdelli che abitano lunga il mare), o aia per prender re- 
jBfola no' piani delle nuove fabbriche, o sia par prevedere 
le alterazioni, che ponno accadere a' durai e alle stesse cam- 
pagne della pianura, e con ciò regolare le bonìdcazioni, gli 
arginamenti e V escavazioni dei condotti delle acque, E già 
io rii^uardo esser frutto non leggero né disprezzabile dì 
cotetta generale notizia, che il mare cresca di auperflcie, 
quello di potere oramai decidere una quistione, che era di 
^ran momento nella dottrina de' tìami : cioè, se 11 letto di 
qoesti si debba perpetuamente andare elevando, come volte 
il signor Viviani, o se abbiano un termine di alzamento 
dedotto dalla natura per ciascun ti urne ; al qtial termine 
ove égli sia giunto, la cadente * del suo fondo più non si 
alteri^ ma quale si trova, tale perpetuamente si rimanga, 
come con salde ragioni mostrò ì\ signor Guglielmi ai. Im- 
perocché, ove M tratti di uno spazio di tempo non troppo 
Jimgo, e in cui il crescer del mare non si possa grau fatto 
render sensibile, ì dumi non dovranno alterarsi, purché 
intanto non segua un notabile prolungamento del loro alveo*, 
ma col volger de* secoli dovranno alzarsi le cadenti di tutti, 
ritenendo sempre a un dipresso quella pendenza, che per 
ciascuno di essi dalla natura, cioè dalla quantità e condi- 
zione delle loro acque, e da quelle delle materie che por- 
tano, è stata stabili ta< 

Che dirò poi de Ne conseguenze che i lìlosofi potrebbero 
ricavarne intorno alle grandi mutazioni di questo globo 
terrestre ? Largo campo certamente si aprirebbe loro non 
meno di ^^piegare l'origine di qnei corpi ora naturali, ora 
anìtìeiali, che fra* luoghi piani si trovano nel cavar pozzi 
nel condurre fosse alquanto proftmde, che di lilosofare 
intorno all' antichità de' tempi e alle prime origini delle 
Cose. Anzi, è da credere che, ove tali sperienae si facciano 
e si vadano proseguendo colla debita diligenza, sia per 
parer loro dì aver materia bastevole, non pure por inten- 
dere 1* istoria naturale del passato e del presente, ma ezian- 
dio per comporre quella tfeir avvenire. 

Fin qui aveva io stese, ed anco partecipate ad alcuni 
de" nostri accademici queste mie conghietture, quando da 
Venezia mi è giunto il Corso di tisica del signor Niccolò 
Hartsoecker, stampato all'Aia l'anno 1730, nel cui libro 
s&ttimo si tratta di questa materia. Io mi sono meco stesso 
rallegrato al vedere, che tanto nella opinione sopra Tac- 
cpéscl mento del mare, quanto nel metodo di misurarlo per 



^ Nel slgnifìcLto Idraulico ti^Io imciinoMionft j^rtirf«iL±a. 



342 SECOLO xvni. 

mezzo della proporzione dell' acqua corrente alla terra che 
Fintorbida, mi trovo d' accordo con un filosofo sì rinomato. 
Egli suppone comunemente noto in Olanda che il mare si 
alzi ; e dal vedersi quegli argini che lo raffrenano, e che 
essi chiamano dighe, essere senza scarpa, ingegnosamente 
argomenta che sieno stati fatti in più volte, cioè a misura 
che si è andata rendendo sensibile l'alterazione deli* acqua. 

È vero che non pare riconoscer egli altra cagione di 
tale alzamento, che la terra sottile che entra nel mare, 
senza metter in conto i corpi più gravi, che io stimo non 
doversi trascurare ; e che, per trovar la misura della detta 
terra, egli si vale di osservazioni fatte non già in an tor- 
rente, ma nel Reno di Germania, che è fiume reale, e che 
oltre le acque delle pioggìe o quelle delle nevi, ne riceve 
gran copia dalle sue sorgenti e da* laghi per li quali passa ; 
onde, ancorché si voglia concedere che tutte queste acque 
vengono o immediatamente o mediatamente da quelle che 
cadon dal cielo in forma di pioggia o di neve, non veggo 
come egli possa separare la sola quantità d'acqua proce- 
dente dalle pioggie d' un anno, da quella che per avventura 
caduta in più anni, mantiene i rivi e le fontane, per pa- 
ragonarla colla quantità di terra, che parimente in un anno 
vien portata al mare. 

Ciò non ostante, egli trova il Reno della Germania, nello 
stato della sua mezzana torbidezza, molto più feccioso del 
nostro di Bologna, dandogli solo 99 parti d acqua per una 
di terra ; e da questa sola quantità conchiude V alzamento 
del mare d'un piede in 100 anni, quando noi non l'abbiamo 
fatto per questo conto che di once 5 in anni 348. Io temo 
che la sua misura non sia alquanto eccessiva. 

Da questa misura inferisce egli, che in dieci mila anni 
deve essere consumata e smaltita tutta quella terra, che è 
atta alla coltivazione, e la superficie terrestre affatto iste- 
rilita, come quella che sia ridotta a nudi sassi per quel 
tratto di essa, che non sarà sommerso nel mare. Ma se il 
mare si alza, io stimo che in meno di tre mila anni non 
sarà più possibile raffrenare i fiumi con argini tra le pia- 
nure ; onde essi traboccando da' loro letti, le ricolmeranno 
di nuova terra, la quale, siccome posta in piano, non sarà 
più sì agevolmente a' tempi delle pioggie trasportata al 
mare. Allora è facile che di nuovo venga talento «a^li abi- 
tatori di riarginare i fiumi per asciugare quelle pianure, 
per fino a che, dopo un altro più lungo tempo, un nuovo 
alzamento del mare gli obblighi sui abbandonarle alla di- 
screzione dell'acqua. E chi sa quante volte a quest^ora 
sieno seguiti sopra la terra simili cangiamenti? 



MANUALE 



LETTERATURA ITALIANA, 



I 






MANUALE 



mtLk 

LETTERATURA ITALIANA 

COMPILATO DAI PBOPFBSOHI 

ALESSANDRO D'ANCONA 
ORAZIO BACCr 







FIRENZE, 
a BARBÈRA, EDITORE. 

1894. 




Compiute le formalità prescrìtte dalla Leg^, i diritti di rìprodnsione 
e tradazione sono rìserrati. 



SCRITTORI VARI. 343 

NICCOLÒ FORTEGUERRI. Nacqne di antica e cospicua fami- 
s:lia pistojese, che aveva avuto fregio da letterati e prelati, il 6 no- 
vembre 1G74. Destinato, come terzogenito, allo stato ecclesiastico, 
dopo gli stndj fatti a Pisa, venne raandato nel 1695 a Roma, presso 
/o zfo cardinal Pabroni. Segui monsignor Zondadari in una amba- 
sciata in Spagna, e ne ritornò verso il 1705: poi, ebbe ufficj in Roma, 
alternando tra fortune e disgrazie (queste specialmente durante il 
pontificato di Benedetto XIII), e mori, segretario di Propaganda, 
il 17 febbrajo 1735. 

Tradusse in sciolti le Commedie di Terenzio (Urbino, Albani, 1736), 
scrisse Capitoli ed Epistole poetiche, ed il poema il Ricciardetto ; 
ma tntto ciò fu pubblicato dopo la sua morte: in vita, ei mise in 
luce soltanto alcune rime e orazioni. La 1» ediz. dei Capitoli col 
titolo di Rime piacevoli, è di Genova, 1705, il 'J^voLc del 1777, e salvo 
'.''/e, questi componimenti si trovano, dopo il poema, neirediz. di 
questo, fatta in Milano, Classici italiani, 1813. Altre cose sue si 
pubblicarono recentemente per nozze a Pistoja : Bracali, 1812 ; 
<'ino,l851 ; Bracali, 1874. Queste sue rime furono scritte a penna cor- 
rente e quasi improvvisate, ma non sono senza brio, e qua e là anche 
non senza umor satirico (v. G. Procacci, N. F. e la satira toscana 
'fc' f,ioi tempi, Pistoja, Bracali, 1877), specialmente rispetto ai cor- 
rotti costumi della Corte romana, contro la quale invoca san Pietro, 
che finalmente ci metta La santa mano sua, ma daddovero, per- 
ch'egli è ormai tempo Che su quesVarhor dai maligni frutti lo 
''^</ga un giorno balenar la scure. Né risparmiò gli ordini mona- 
^tiei, immersi nell'ozio, nelT ignoranza, nel vizio; e contro i frati 
più specialmente inveì anche nel Ricciardetto (XX, 56 e segg.; 93 e 
'^^'i?.; XXIII, <)8 e segg.). 

Il Ricciardetto (l»ediz., Parigi (Venezia), Pitteri, 1738, col nome, 
(jià adoperato dall'avo suo Scipione, di Niccolò Carteromaco) è il 
maggior titolo del Forteguerri alla fama di poeta. Il perchè e il 
come del nascimento del poema è narrato in una lettera dell'autore, 
clie suol preporsi ad esso, diretta ad Eustachio Manfredi {Nidalmo 
Tlxeo ad Aci Delpusiano), ove racconta come alcuni giovani soles- 
^•■ro raccogliersi a veglia in una sua villa, ed ei leggeva loro o Vln- 
rifirìLorato il Furioso o il Morgante. Un d'essi osservò una volta 
elle l'apparente facilità di quei poemi doveva certo esser costata 
\2\\ autori molta e molta ffitica, ma ei replicò che il poetare è 
^f non tutto, più che per metà, da natura; e chi da questa non 
f's^e ajutato, poteva tralasciar sì nobile esercizio. In prova del 
>uo asserto promise di portar loro la sera dopo un canto di un poema, 
che unisse insieme lo stile di quei tre autori; e la promessa attenne 
con soddisfazione degli uditori. Così nacque il Ricciardetto, inco- 
miiìciato per giuoco e che poi bel bello crebbe (XXV, I), e conti- 
nuato, dal 1716 al 1725, a tempi rotti ed aunnrMti alle occupazioni 
l'in fjraci. Fu dunque un poema improso e menato innanzi per 
capriccio bizzarro e forse senza prentnìiilito concetto, in che l'au- 

IV. iì:{ 



344 SECOLO xvin. 

tore cercò di metter alternampnte le proprie orme su qnelle del 
Bojardo, dell'Ariosto e del Pulci, narrando strane avventore e in- 
trecciando casi or pietosi or ridicoli, e insieme mescolando veccbic 
forme cavalleresche e novelle boccaccesche e fiabe volgari (v.C.Zac- 
CFIETTI, L'elemento imitativo nel i?., Reggio-Calabria, Ceraso, ISltìj, 
adoperandovi uno stile facile e scorrevole. Quantunque sien molte 
le fila ch'ei tesse, e la sua Musa non stia mai ferma, mnhcm 
voli bestiali (VI, 111), nell' andamento de' racconti, a volta a volta 
interrotti e ripresi, non vi è mai confusione, e si va fino in fondo 
con crescente diletto. Vera forza inventiva e virtù descrittiva nel 
poema non c'è, ma qualche carattere è assai ben ritratto: ad cs- 
quello di Ferraù, bestione pagano convertito al cristianesimo, fat- 
tosi romito e frate, ma sempre pronto a ricadere ne' peccati della 
carne. Qua e là Ferraù ricorda il Morgante e il Margutte del Pulci, 
che fra i tre poemi presi ad esempio, è quello col quale il Bic- 
ciardetto più si ragguaglia: ma il racconto del castigo inflittogli 
da Kinaldo e quello della sua morte (XX, 102 e segg.), sono bnf 
fonate originali e vivacissime. Il pregio maggiore del Eicciardeno 
è ad ogni modo la foiTna piana e gioconda, la mescolanza ben riu- 
scita del serio e del faceto, e quel dire le cose alla btuma S'.nza 
tanti Permessi ed Elicona (XXVIII, 88). Non invano egli invitò 
sul principio del suo lavoro una special Musa, boschereccia e popo- 
lare, che può dirsi esser lo schietto volgare toscano: 

Non è figlia dei Sol In Musa mia 
Nò ha cetra d'oro o d'ebano contesta; 
È rozza villauella, e si trastulla 
Cantando a aria, conforme le frulla. 

Ma con tutto che avvezza a le boscaglie, 
K beva acqua di rio e mangi ghiande, 
Cantar vuole d' eroi e di battaglie 
E d'amori e d'imprese memorande. 
E so avverrà che alcuna volta ebaglie. 
Piccolo fallo è in lei ogni error grande, 
Perchè non studiò mai, e il suo soggiorno 
Or fu presso un abete, or presso i|n orno .... 

Ma non per questo maltrattar si dee 
Nò farlo lima Urna e velia reità; 
La semplicetta non ha corto idee. 
Che fan l'istoria luminosa e bella; 
Nò lesso mai in su le carte acheo 
Ovver di Kouia o di nostra favella 
Le cose belle, che cantar coloro, 
Ch'obber mente divina e plettro d'oro. 

Ma canta per ibtare allegramente 
E acciò che si rallegri ancor chi l'ode; 
Ne sa nò bada a rcfjole niente, 



SCRITTORI VARI. 345 

. Sprezzatrieo di^ biasimo o di lode .... 

Ma già si è posta io man la sua zampogna, 
E canta sotto voce, e non si attenta. 
Non la guardate ancor, chò si vergogna, 
K come rosa il volto le diventa. 
Ma presto passa nn poco di vergogna, - 
Principiato che elPha, non si spaventa, 
E già incomincia 

£ su questo tuono familiare e vivo continua per ben trenta 
canti, acquistando iena quanto più innanzi procede : ultimo e se- 
rotino frutto, non senza fragranza e sapore, della gran fioritura 
epico-romanzesca. 

[Per la biografia, v. la Vita scritta dal Fabroni, che, volga- 
rizzata da R. Gironi, sta in fronte alla cit. ediz. de' Glassici Ita- 
liani di Milano.} 



Morte di un Gigante saraceno e di Astolfo. 

a Orlando ed a Rinaldo io torno, 

Che hanno già in Francia fatto il lor ritorno. 

E, udito appena come Carlo è in Spagna, 
Che vanno a quella volta in dirittura. 
Un ronzino ha ciascun, che il suol si magna; 
E tanto è il zelo e la loro premura 
Di far per Carlo qualche opera magna, 
Degna di lui e de la lor bravura, 
Che vorrebbero avere ali a le piante 
Per esser dentro in Spagna in un istante. 

E in otto giorni giunsero a Granata, 
Il giorno giusto de la gran battaglia; 
Che poca de' cristiani era V armata, 
E infinita de' Mori la canaglia. 
Orlando il padiglion di Carlo guata, 
E, vistolo, a quel va come zagaglia 
Che sia vibrata da robusto braccio, 
E lui saluta, e dagli un grato abbraccio. 

Lo stesso fa Rinaldo : e, noto appena 
Egli è a' soldati, che Rinaldo è in campo 
£ il forte Orlando da la dura schiena ; 
Che più non teme a la vittoria inciampo, 
E con fronte allegrissima e serena 
Corrono addosso a' Mori come lampo : 
E ne fanno una strage cosi strana, 
Che, a voler dirla, fora impresa vana. 

Qui si potrebbe dir di molte cose, 
Eccelse tutte e di stima infinita, 
Che ad una ad una in ordine dispose 



34G SECOLO xvni. 

Il Garbolino,* e l'indice l'addita. 

Ma le donne son troppo timorose, 

E quella istoria solo e a lor gradita, 

Che favella d'amanti, o in guerra o in pace; 

E la strage ed il sangue a lor dispiace. 

Ma sceglieronne alcuna nondimeno, 
Per non parer maligno o trascurato. 
Ne r esercito moro un Saraceno 
Era si grande e gi-osso e smisurato, 
Che in moversi scotea tutto il terreno. 
Avea le braccia in modo disusato, 
Percliè eran cosi lunghe, che T altiero 
Fotea toccar la terra, e stare intero.* 

Più lunghe ancora avea di mezza canna 
Le dita, e le copria d' un forte guanto, 
Che avea V ugno di ferro ; ond' egli scanna 
Qualunque acciulVa: e li non vale incanto: 
Kd ha per lancia cosi fatta canna, 
Cile un grosso pino non può starle a canto. 
Ove arriva con essa il malandrino, 
Fa da boia in un tempo e da becchino. 

Corse costui : cioè fece tre passi 
R que' tre passi furon più d' un miglio. 
Cose, per Dio ! da sbalordire i sassi ; 
Ma di ciò punto non mi maraviglio ; 
Che se proporzione al mondo dassì. 
Mettiamo caso, per divin consiglio 
Che nascessero i piedi a l'Apennino;' 
Quanto l'ora in tre passi il suo cammino '. 

Or questa bestia, questo monte strano 
Di carne e d' ossa, creato da Dio 
Sol per gastigo del popol cristiano. 
Giunto là dove udiva il ramacelo,* 
Anzi il vedeva ; che troppo lontano 
Aveva T orecchiacelo, al parer mio; 
Girò la canna con la mano destra, 
Che pe' cristiani fu trista minestra. 

Con la sinistra poi fece tal opra. 
Che scannò più migliaia in un momento. 
Or (ini la bella tua luce si scopra. 
Apollo amico, e ne lo scuro e spento 
Iii<,a^gno mio tutta 1* infondi, ed opra 
Si, che possa un sì nobile argomento 



* Nome finto doli' autore antico, clic il Fortegtierri allega qual «uà 
fonte storica, conìc altri Turpino. 

- Starseno dritto: sen/a i»icgarsi. 

' Al monto Aj>pcnnirto. 

* Jlumoref strepito, couio di rami percossi e sbattuti dal vento. 



SCRITTORI VARI. 347 

Trattar con la dovuta dignitade, 
Per farlo noto a la futura etade. 

L'intero padiglione, ove era Carlo, 
Astolfo, Ferrautte, ed altri mille 
Campioni li venuti ad aiutarlo, 
Prese colui, e come fosser spille 
Le travi e gli assi, che misero a farlo, 
Lo svelse, ed appressollo a sue pupille : 
Ma mentre che ha le mani alte da terra. 
Una Rinaldo e T altra Orlando aflferi*a: 

E vi montano sopra a cavalcione, 
E con la spada taglian V armatura, 
Che, sebben era di tenlpere buone, 
Non resistette in quella congiuntura, 
O perchè ebbe Dio compassione 
Di Carlo, oppure per la gran bravura 
De' Paladini : in somma, fu tagliata 
La maglia, e già la, carne è denudata. 

Da quella parte, ove il braccio si piega, 
Incominciare i colpi a la distesa. 
Ma disse Orlando : Qui ci vuol la sega ; 
Se no, chi porrà, fine a tale impresa? 
Rinaldo anch'esso sbigottito prega 
Ad un per uno i santi de la Chiesa, 
Che vogliano aiutarlo, acciocché possa 
Tagliar quel trave di carnaccia e d'ossa. 

Il mostro intanto, che ferir si sente 
Ne' bracci, e vede il sangue che sciorina,* 
Vuol liberarsi dal ferro figliente : 
Ma invan bestemmia e invano si tapina : 
Che r uno e l' altro ' egli è troppo valente. 
Ed hanno i ferri lor tempra si fina. 
Che non sì guasta mai. Or dagli dagli, 
Finirò entrambe a un tempo i lor travagli : 

Per che recise al suol caddero in fine 
^lezze le braccia con le mani intere 
Di quella furia, e furou tre ruine ; 
Perchè insiem con le man de T aversiere ■"' 
Cadde Carlo e sue genti paladine : 
E allor fu un lieto e misero vedere. 
Che di tanto alto cadde il padiglione, 
Che parve morto Carlo a le persone. 

Ma cadde capivolto, ed urtò* prima 
L* alta colonna, che in mezzo lo regge ; 
Onde trovossi in piede, e su la cima 
Carlo, cui tanto l'angel suo protegge. 

* Ampliaudo il senso del verbo sciorinare, qui si^ifica vicn giù, cuce 
/ttori. 

^ Riualdo e Orlando. ^ Del mostro * In t^rra. 



348 SECOLO xvm. 

Ma non conosce ancora, e non istima 
Il passato periglio, e par che ondegge 
In mille dubbj ; e fuora de la tenda 
Si getta, e vede la cosa tremenda. 

Vede, dico, le due carnose travi 
Giacere a terra: e vede in su le spalle 
Del mostro orrendo i Paladini bravi, 
Che con le spade lor vi fanno valle : 
Ma per molto che ognun di loro scavi 
In quel carname, e la mano vMncalle,' 
V è tanto da tagliar prima che muora. 
Che temono che il di non basti ancora. 

Onde Carlo convoca i suoi soldati, 
£d a le gambe fa dargli a la peggio,' 
Che dal sangue di lui sono affogati ; 
Ma non per questo levano V asseggio : * 

I due guerrieri intanto disperati 

Gli facevan nel collo un bel maneggio. 
La fiera, che cosi tagliar si sente, 
Grida, che par un diavol veramente. 

Tentenna il mostro, e quercia annosa sembra, 
Quando la scure ha trapassato il mezzo : 
Ma questa somiglianza non rassembra 
A quel che dico, e non la mostra un pezzo. 
Pur piega alfine con tutte le membra, 
E a rovinar comincia; e in quel tramezzo. 
Cioè in quel tempo che durò a cadere, 
Vi mise più d'un lungo misererò.* 

Caduto il gran gigante, non v'è Moro 
Che si stimi più salvo, e via si fugge : 
E come il sole co' bei raggi d' oro 
Bianca neve d' aprii sface e distrugge ; 
Cosi fece la t«ma in tutti loro. 

II rege solo sbuffa, smania e rugge, 
A guisa di leon che sia ferito, 

E non si move per nulla di sito ; 

E sfida ad uno ad uno a la battaglia: 
Ed Astolfo vuol essere il primiero ; 
Ma r aurea lancia, che colpo non sbaglia. 
Seco non ha ve, onde va meno altero. 
Il rege si chiamava lo Sbaraglia, 
Ma quel non era già il suo nome vero ; 
Che cMamavasi Alasso, ma la gente 
Gli die tal nome, perchè era valente : 

^ Dia con tanta frequenza e forza i colpi, da farsi venire i ca''' 
;iHi. ninni. * Con gran violenza. 

'^ li'ataedio intorno a quel gigante, che li a£foga noUa copia del s^n- 
^•iHi i^litì versa. 

Mise tanto tempo quanto a recitare un lungo miéerere. 



?,Tir^ 



SCRITTORI VARI. 349 

E incominciano a darsi con le spade ; 
E si dan colpi da mozzare abeti. 
Diceva Alasso : E quando costui cade ? 
E r altro : Son men dure le pareti, 
Diceva, e i ciottoloni de le strade, 
Di questa bestia. E pazzi ed indiscreti 
Si dan puntate, e con rabbia si grande, 
Che r uno e V altro molto sangue spande : 

E, a farla breve, andò la cosa in modo. 
Che cade morto il tristo Saracino. 
Ma de Talma d* Astolfo ancora il nodo. 
Se non sbaglio, di sciogliersi è vicino ; 
Perchè piagato tutto egli è oltre modo. 
Ha una ferita ne P occhio mancino. 
Un'altra ne la gola, e tre nel petto. 
Sicché puzza oramai di cataletto. 

Ciascuno accorre al moribondo inglese, 
E gli ricorda Orlando ad alta voce. 
Che non disperi de le tante offese. 
Che ha fatto a Dio, ma speri ne la croce. 
Ove egli tiene ambo le braccia stese 
Per abbracciarlo ; e che colpa si atroce 
Non v' è, che sia di perdonanza indegna. 
Se al suo voler di core un si rassegna. 

E Ferrautte soggiungeva anch' esso 
Parole sante, e proprio da romito ; 
Ma disse Astolfo : Non mi stare appresso. 
Che sei un uomo dal cielo bandito. 
Ed ha il diavolo in mano il tuo processo. 
Disse Orlando : Sta umile e pentito, 
K del prossimo tuo non cre(ler male. 
Benché sia stato un empio, un micidiale. 

Il giudicar s' è riserbato Iddio ; 
Onde a lui tocca, e non a te il giudizio. 
Ma, disse Astolfo', e che male fo io 
In dir, che in Ferraù regna ogni vizio? 
In COSI dire, io credo, cugin mio, 
Di fare al vero un santo sagrifizio. 
K Ferraù, con voce bassa e pia 
Diceva : Astolfo non dice bugia ; 

Ma non per questo eh' io son peccatore. 
M'hai da sprezzar quando t'esorto al bene. 
E giacché qui non veggo confessore, 
Dirami i tuoi falli, e fuggi l' aspre pene : 
Che senza confessione mal si muore. 
Riprese Orlando : Al certo ciò conviene, 
E poco importa se il romito è tristo ; 
Che non a lui, ma ti confessi a Cristo. 

E, trattosi in disparte, lasciò dire 
Tutti i suoi falli al moribondo duca. 



350 SECOLO XVIII. 

Che presto presto poi venne a morire ; 
E morto non fu posto in una buca, 
Ma con incenso, mirra ed elisire 
Fu imbalsamato, acciò si riconduca 
Intero in Francia; e di nero cipresso 
Fero una cassa, e sei portare appresso : 

E vi scrissero sopra : « Qui rinchiuso 
È il cadaver d'Astolfo, che fu in vita 
Amico de la spada e più del fuso, 
Perchè ogni donna assai gli fu gradita. 
Pugnò sovente, e gli fu rotto il muso, 
E il ruppe altrui : V anima sua salita 
Si crede al ciel, che pel santo Vangelo 
Ucciso Alasso, ed ei restò di gelo». 

Gli fur fatte l'esequie: e Ferrautto 
Cantò la messa ; e Carlo fé' un discorso 
A' Paladini e a le milizie tutte, 
Lodando il duca, e come in suo soccorso 
Venne egli sempre, e le pupille asciutte 
^on tenne per pietà del caso occorso : 
E dopo (luesto, come si suol fare, 
Andaron tutti quanti a desinare. 

(Canto XIX, ott. 55-84.] 



Morte di Carlo Magno e dei Paladini. 

Ma il nostro Carlo in tanto s'avvicina 

A la terribil valle traditora; 

Ond'io voglio lasciare ne la torre 

Questi,* e veder ciò che al buon Carlo ocfone. 

La divina pietà, che non rimane 
Da alcuna cosa circondata e stretta, 
E tanto stende le braccia lontane, 
(/he fuor del nostro mondo ancor le j^etta : 
Per salvar Carlo, e render nulle e vane 
Le forze del demonio, e pura e netta 
Far l'alma sua, e d'Orlando e Rinaldo, 
E liì)orarli da V eterno caldo ; 

Dispose, che passasser da Baìona 
Un dì che v" era appunto il giubbileo. 
In cui il papa a qualunque persona, 
Se non era scismatico od ebreo. 
Che conlessato si fosse a la buona, 
E pianto ogni suo fallo iniquo e reo, 
E fatta qualche po' di penitenza, 
Donava una pienissima indulgenza. 



* Alcuni cavalieri ijiesi- o iinprigioiiati per incantamenti. 



SCBITTOEI VARI. 351 

Carlo, per dare esempio a' suoi vassalli, 
Che ciò che fa il maggior fanno i minori, 
Portossi in chiesa, e confessò i suoi falli, 
E da gli occhi mandò gran pianto fuori. 
Rinaldo, ancorché avesse de* gran calli 
Su la coscienza pe' suoi tanti amori. 
Pur confessossi anch' egli, e da cinque ore * 
Stettesi umile a' piò del confessore. 

Orlando poi soletto, umile e pio 
Fece del ben per sé ; ma fuor di chiesa 
Si mise a predicare, e a lodar Dio ; 
Ed era la sua faccia tfinto accesa 
Di santo zelo e celestial desio. 
Che ancor con V armatura cosi posa 
Sollevossi da terra un brficcio intero, 
Tanto era fisso in Dio col suo pensiero. 

Da che gran tenerezza e maraviglia 
Nacque in tutti i soldati ; e ognuno a gara 
Chi questo frate e chi quel prete piglia, 
E mostra ne la faccia afllitta e amara 
Il duol, che di sue colpe il cor gì' impiglia. 
1/ aria frattanto oltre 1' usato chiara 
Risplende, e d' una insolita letizia 
Si colma Carlo e ognun di sua milizia. 

Stetter la notte ancor ne la cittade 
Modesti più che gli umili novizi 
In procession non vanno per le strade. 
Rinaldo lesse infino gli esercizi 
Di sant' Ignazio. Oh divina boutade I 
Tu sola estirpar puoi i nostri vizi, 
E farci santi di cattivi e tristi ; 
Purché del fatto male un si rattristi. 

Ganellone ancor ei per non parei-e 
D' aver V alma di sughero o di fieno. 
Diceva borbottando il Miserere, 
E si teneva il suo capaccio in seno. 
E, trattosi da parto, e in sul messere - 
Frustandosi, pregava il Nazzareno 
A perdonargli V opre sue nefande ; 
Di che Carlo ne aveva un piacer grande. 

Ma Rinaldo, ancorché tanto contrito, 
Gli disse : Gano, lascia quella frusta : 
Che non hai viso ancor di convertito, 
E falsa penitenza Iddio disgusta. 
Riprese Orlando : Cugin mio gradito. 
Lascialo fare e menar ben la susta."' 
O burla, e si fa male daddovero : 

^ Qoasi per cinque ore. - Sul di dietro. 

^ La corda, cd à propriamente quella eon che si legraiio le some. 



352 SECOLO xvm. 

non burla, e dà mano a un buon mestiere. 

In quanto a me, son io d' una natura, 
Glie a pensar mal, quando veggo far bene, 
Non mi so indurre, e parmi cosa dura. 
Cugin, tu hai sangue dolce ne le vene. 
Riprese il buon Rinaldo. Io ho più paura 
Di costili, quando un Cristo in man si tiene 
E bacia terra e biascia Avemmarie, 
Che se il trovassi armato per le vie. 

Io mi son confessato adesso adesso, 
Né dico ciò per mormorar di lui ; 
Ma chi non sa eh' è gente da processo 
La maganzese, e che un tristo è costui? 
E noi gli andremo sconsigliati appresso, 
E ci porremo ne gli agguati sui? 
Cugino, andiam da Carlo, se ti aggrada, 
¥/\o preghiamo acciò che muti strada. 

Riprese Orlando : E che si può temere 
Da Gano ? Forse insidie o tradimenti ? 
Mi rido in quanto a me del suo potere; 
E faccia pur ciò ch'ei far puote, e tenti 
Di mandar noi con Carlo a Taversiere,* 
E strugger tutte le francesche genti; 
Che, come vuol, non gli anderà già fatto, 
E rimarrà da noi vinto e disfatto. 

Or mentre in guisa tale si ragiona 
Da' due guerrieri, il traditor s'infinge 
Di non udirli, e frusta sua persona 
S\, che di sangue il duro nerbo tinge. 
Carlo in vedere un'opera sì buona, 
Abbraccia Gano, e al seno se Io- stringe ; 
Nò vuol che più si batta, e gli comanda 
Cile ponga il nerbo e ogni rigor da banda. 

Ma Rinaldo ripiglia: Eccelso sire, 
Io forse ti parrò maligno e tristo 
A prima faccia, e dannerai 'I mio dire : 
Ma del tuo danno troppo mi rattristo ; 
Perchè costui ti vuole far morire. 
Meglio in man gli starebbe di quel Cristo 
Un ritratto di Giuda appeso al fico, 
O d'altro falso micidiale amico. 

Questo riljahlo condurracci dove 
Cei'to a noi non varrà forza o valore. 
Già conosciuto abbiamo a mille prove 
Quanto eoli abbia maligna e mente e cuore : 
E spereremo adesso eh' ei ci giove, 
E che serbi por noi un vero amore ? 
Carlo, per Dio ! non ho timor di morte, 



* Al tliavolo : di farci capitfir male. 



SCRITTORI VARI. 353 

Ma temo sol di non morir da forte. 

E Carlo a lui con placido e sereno 
Volto risponde : Caro il mio Rinaldo, 
Medicina talor, talor veleno 
Egli è il sospetto; né sempre ribaldo 
Stimar si dee chi pone al fallir freno, 
E nel nuovo proposito sta saldo: • 
E mal per noi, se il giusto offeso Iddio 
Fosse del tuo parere, e non del mio. 

In questo mentre Gano se gli getta 
A* piedi, e fra sospiri e fra singhiozzi 
Dice : Signor, fa' pur la tua vendetta 
De' miei delitti così brutti e sozzi : 
Che ad arbor guasta non ci vuol che accetta; 
E farai opra giusta se tu mozzi 
A me questo infedel capo, che spesso 
Nutrì pensieri di vederti oppresso. 

E Rinaldo: Signor, giacché ti prega 
Di morire, soggiunse, non tardare 
A consolarlo. Io pigliere' una sega, 
E per Io mezzo lo farei segare. 
Ma Carlo a' detti suoi nulla si piega; 
Anzi a Gano si volta, e fallo alzare, 
E r assicura che il giorno vegnente 
Verranno a Roncis valle con sua gente.... 

A r entrar de la valle traditora. 
Il buon destrier di Carlo a V improvviso 
Si volse indietro, e star volea di fuora; 
E scolorissi al vecchio Orlando il viso, 
E il prò' Rinaldo indebolissi ancora. 
Poco mancò che non restasse ucciso 
Da r esercito Gano ; e supplicante 
Gridava a Carlo che non gisse avante. 

Ma quando è giunto quel fatai momento. 
Le parole, i consigli e le preghiere 
Sono gettate tutte quante al vento : 
Ond'è che Carlo mostra dispiacere 
Che r esercito suo non sia contento 
E che cerchi di opporsi al suo volere, 
E riguardollo con turbato ciglio. 
Talché fermossi il militar bisbiglio. 

Ciò fatto, a la real tenda s'accosta, 
E parte de V esercito entra pure 
Ne r altre tende, conforme disposta 
Era la trama. Le gravi armature, 
E la celata da ciascun deposta, 
Fatte le genti ornai chete e sicure, 
Diero un assalto a le vivande rare. 
Ai fiaschi, a le boccette, a le anguistare. 

E Carlo, in mezzo a' forti Paladini, 



à54 SECOLO XVIII. 

Ancorché vecchio, trangugiava bene 

I poUastrelli arrosto e i piccioncini: 
E Orlando nur con le mascelle piene 
A Rinaldo dicea: Sotto, piccini.* 
Gano sMnflnge non sentirsi bene, 

E che il corpo gli cigoli e gorgoglie, 
Ed insensibilmente se la coglie.* 

E dopo una mezz'ora, e forse manco, 
Ecco avvampar le maladette mine,' 
E Carlo, e i Paladini e le tende anco 
Gir in alto con fumo senza fine: 
E uscir di fronte, di dietimo e di fianco. 
Le Maganzesi genti malandrine, 
E percossero i Franchi, che a l'intorno 
Facevan de la valle il lor soggiorno.... 

Or mentre se ne stavano scherzando 
A lauta mensa gP incliti guerrieri, 
Gano die foco al polvere nofando, 
E andar per aria e tende e cavalieri. 
Come le foglie di dicembre, quando 
Soffiano gli aquiloni orridi e fieri ; 
Ma Rinaldo ed Orlando e /Tarlo Mano 
Volavan tutti e tre presi per mano. 

E tanto in suso e così presto andaro. 
Che, per voler del sempiterno Iddio, 
Del ciel la porta co' lor capi urtare; 
E l'apostolo Pietro glie Taprio, 

II qual non era del gran fatto ignaro; 
E disse lor tutto benigno e pio; 
(liacehé giunti voi siete a questo passo. 
Non vuole Iddio elio più torniate a basso. 

Erano vivi, e solo abbrustoliti 
Avevano i capelli ed i barbigi ; 
Ma, a dirla giusta, egli erano storditi : 
Onde disse san Pietro: Assai litigi 
Qua movereste di carne vestiti,* 
Però morite; e politati a Parigi 
I corpi vostri averan sepoltura 
Tutta di marmo rilucente e pura. 

Come augellin che alcuno stecco rotto 
Ritrovi ne la gabbia, fugge via ; 



^ Ditte gotto ai cibi, g ìov inotti : mangiate allegramente. 

- Se In ÌMittf: se ne va. 

' Fingo, con burlesco anacronismo, elio i Saraceni, scavassero la tcu. 
e vi ponessor entro barili pieni d' una nera polvere Che per faviXUi *^' '■ 
'ìivampa Ed ha tal ;)o«/?fi, che spezzare e solvere Può tcogli e monti^ *. ■ ■■• 
jìcra lampa K fa rumor, che par voglia rinolverr II niondo «otto^njfrrt. • 
\xùino scampa Dal suo furor : cioò la polvere da cannone inventata a s;.i 
più tarrli. 

■' Se entraste in paradiso col corpo mortale. 



SCRITTORI VARI. 355 

Così quell'alme scappAro di botto 
De la terrestre lor pri«?ion natia: 
I cadaveri caddero al disotto, 
E li vedrete in mezzo de la via 
Insieme stretti. Or voi, a cui s'aspetta 
L' ingiuria loro, itene a far vendetta. 

(Dal canto XXIV, ott 53-70; e dal XXV, ott. 77-81, 86-89.) 



GIOV. PIETRO ZANOTTI. Di sé stesso e de' casi suoi lasciò 
'gli un racconto, nella Storia dell' Accademia clementina di Bo- 
ìoijna (riportato dal GAMBA, in Alcune operette di G. P. Zanotti, 
Venezia, Alvisopoli, laìO). Nacque in Parigi da Giov.vVndrea Ca- 
vazzoni-Zanotti, comico d' origine bolognese, ai 4 ottobre 1074, e 
*i.i lui a dieci anni fu ricondotto in patria, ove attese allo studio 
'lilla pittura, che fu la sua principale professione. Ma attese an- 
tlie alle lettere, alternando i lavori fra quadri e libri. Era maggior 
fratello di Francesco Maria, del quale più oltre diremo, e fu pa- 
'Jrc deir astronomo Eustachio, cosi chiamato perchè tenuto a bat- 
tesimo da Enstaohio Manfredi, amicissimo a G. Pietro, e del quale 
questi scrìsse Y Elogio. Fu segretario delP Accademia di Belle Arti, 
'l'atta Clementina e ne compilò la storia (Bologna, 1739, 2 voi. in 4"). 
Parecchie sue Lettere si trovano nel Carte tjffio dell' Alga rotti 
voi. XI-XID. Togliamo un capitolo dal suo trattato che s'intitola 
Arrprtiviento per V in camminamento d'un giovane alta pittura 
l>"logna, 175<»). Morì vecchissimo, ai 28 settembre 175G. 



Degli affetti nella pittura. — Tanto fu sempre estimata, e 
'ieìtitamente, la espressione degli affetti, che non pochi hanno 
Iscritto che principalmente per questa si acquistasse Rafaello 
il nome di divino ; e veramente, questa parte della pittura 
('^ direi quasi sovra ogni altra, e forse mal non direi) è me- 
ritevole di ogni studio e di ogni attenzione, e di essere cosa 
divina riputata. Consiste questa nello esprimere i varj affetti 
'l'?ir animo, i quali per certa incomprensibil legge fanno va- 
rie impressioni nei corpi; dal che nascono diversi moti e di- 
v»»rsi effetti che, ben imitati dal pittore, fanno subitamente 
elio la figura da esso lui dipinta mostri sentire neir animo, 
f lie non ha, ma che si vorrebbe fare apparire che avesse, 
quella passione convenevole a quanto rappresenta; ora, 
siccome il poeta tenta talora questi effetti esprimere fa- 
c»n(lo coi versi una immagine di ciò che quella passione 
nei movimenti del corpo produce, così conviene al dipin- 
t'>re esaminar quali effetti neir esterno di un corpo pro- 
;luca l'interno affetto delT animo, e ritraendoli con vera 
imitazione, fare apparire in quella tale figura da lui di- 



356 SECOLO xvni. 

pinta o sdegno o amore o temenza o pietà, ma con questo 
di più, che in ciò debbe usar maggior diligenza il pittor 
che il poeta. La poesia, che parla e ragiona, può senza il soc- 
corso di cosi vive immagini queir afifetto ftire intendere, che 
vuol che s* intenda ; ma la pittura, eh' è muta, non può se 
non che come i mutoli, gì' interni sensi rappresentare e far 
conoscere con immagini tratte da quegli esterni effetti, che 
nei corpi nostri una passione, qualunque siasi, produce. Gran 
pittori in poesia furono Dante e l'Ariosto, e gran poeti in pit- 
tura Rafaello e i nostri Carracci. 

Bisogna considerare, che a misura della forza degli af- 
fetti, le parti del corpo più o meno alla violenza di tali 
affetti debbono corrispondere ; e quando così veemente sia 
la passione, che in ogni parte del corpo sì diffonda, è uopo 
ad ognuna di queste cose aver riguardo. Un eccessivo terrì- 
bile orrore, accompagnato da un dolore improvviso e mo^ 
tale, spazia per tutte le membra, e talora più passioni in- 
sieme vanno unite, e ne viene ogni parte del corpo turbala e 
agitata, come nella divina statua del Laocoonte, conturbato 
per Tinevitabil pericolo de' figliuoli vicini ad essere divorati 
e dal suo : e questo non si puote esprimere e far manifesto 
con altro, che col rappresentare con esatto disegno ciò che 
nasce di visibile agli occhi nostri. Quegli affetti che succe- 
dono più prossimi alla sede ove stanno ed operano con pù 
vigore le commosse passioni, più e maggiore alterazione 
debbono in sé avere, e il ben disciplinato pittore non ne ha 
da trasandare alcuna, e di quelle principalmente che sono 
universalmente notate ; nel rimanente poi non ha da intisi- 
chire coi filosofi, cui più profonde ricerche appartengono. 

Alla espressione degli affetti non si può dire quanto an- 
cora serva il colore, suffragio che gli scultori non hanno; 
ond'è che il pittore le apparenze del colorito dee tenere 
in gran conto, ed ora acceso dimostrarlo, come effetto di 
caldo sdegno, ed ora pallido, come tocco da fredda paura. 
11 sangue, eh' ò V anima del colore, più o men vivo il fti 
vedere, a misura della veemenza che lo accende e lo spi- 
gne, o della temenza che il raffredda e rallenta. Vi sono 
poi certe passioni temperate in guisa, che pochi e leggeri 
segni di loro fan manifesti, e queste passioni sono, come 
notano i dotti accademici di Parigi, le più difl[icili da rap- 
presentare, come è più dilficile il tirare ad un bersaglio 
piccolo che ad un grande; tuttavia anche a queste bisogna 
attendere, e con non poca diligenza. 

Di questa parte, eh' è un sommo pregio della pittura, o 
por cui parmi veramente avere del celeste e del divino, 
sovra ogni altro fa gran maestro Rafaello, come ho detto, 
od i nostri Carracci la osservarono ed usarono quanto può 
dirsi. Chi non Im veduto il quadro del Figi tuoi prodigo ài 
Annibale, quasi direi che non può sapere a qual segno 
«riunga Tartc della pittura nella espression degli affetti. 



SCRITTORI VARI. 357 

Noi vecchio padre, oh Dio!, quanto ben si scorge il paterno 
amore, e il piacer di ricevere tra le braccia, che ambe a 
lai stende, il già fuggiasco figliuolo, e insieme la tenera 
compassione nel vederlo cosi tra* cenci, mezzo ignudo, este- 
nuato dai disagi, e con le carni abbronzate, ove più ove 
meno, dalle intemperie dell' aria e dal sole. Nel figliuolo poi 
chi non s' avvede subito della compunzione e del dolore che 
sente j^r avere indebitamente, e per menar vita dissolu- 
ta, un cosi buon padre abbandonato? Oh quanto a sdegno 
move il veder quindi la tristezza e la rabbia del fratello, 
intollerante che il buon vecchio ed amoroso riceva con tanti 
apparecchi di giubilo il vagabondo figliuolo che, confidando 
nella paterna misericordia, alle sue case per implorarla 
ritorna ! Io la tenni in mia casa alcuni mesi questa gemma 
•leirarte, prima che la inviassi ad una real galleria di 
Francia, per cui comperata Tavea; né mai lio veduto, tra 
tanti che vennero a vederla e contemplare, uno che non 
si sentisse compunto e commosso: e più sempre conobbi 
che gii afifetti bene espressi possono moltissimo negli animi 
nostri, e possono anche a prò della religione e del parti- 
eolar nostro bene indurci ed eccitare ad opere degne di 
eterno premio. Una non men bella e compassionevole espres- 
sione divinamente rappresentata si vede nel Martirio di 
sant'Agnese dal nostro Domenichino. Che amore, che divo- 
zione, che pietà non desta in noi quella gentil fanciulla af- 
fi^rrata per li capegli da quel truce manigoldo die la tra- 
figge i Spira del pari languore e santità: V uno dair atteggiar 
'Ielle tenere mani, e fino dal rltondetto piede che con tanta 
grazia fuori si sporge della leggiadra e semplice vesta, e 
l'iUtra dal pallido volto e da' languidi occhi al cielo rivolti, 
così che move ìnvsieme al pianto e alla divozione. Oh etletti 
fV una eilicace e ben concepita rappresentazione ! Lessi una 
volta, comò una ben dipinta immagine della penitente Egi- 
ziaca fosse atta a far che si ravvedesse una gran signora 
the nella via della perdizione, se non l'avea eguagliata, 
P-JCD da lungi le era tenuto dietro. Questa sentì com moversi 
in guisa da un tanto esempio e sì al naturale rappresentato, 
che, non che le licenze troppo sfrenato del senso, ma il 
j jitimercio del mondo abbandonò, e colei, che imitata avea 
negli scandali, nella penitenza procurò d'imitare. 

Furono della espressione degli affetti grandemente stu- 
'iiosi i greci cosi ne' loro poemi, come nelle loro pitture, 
^jon conoscendo che ciò dilettava al sommo e giovava. Volò 
per tatta la Grecia rispettato e onorato il nome di Aristide, 
pittor tebano, che fu detto il ritrovatore del rappresentar 
vivamente le passioni dell' animo ; e la fama di quella ma- 
'ire da lui dipinta, a così infelice stato ridotta e da varj 
HiTetti agitata, risona ancora tra noi. Era ella nella espu- 
;:nazion di una terra restata mortalmente ferita intanto che 
allattava un suo tenero bambinello. In lei chiaramente ap- 



358 SECOLO xvrii. 

pariva il dolore che morendo avoa di lasciarlo, e perchè 
cominciava a sentirsi mancare il latte e ristagnarglisl per 
la vicina sua morte, assalita dal timore che, invece di latte, 
il tìgliuolino si pascesse di quel sangue, che dalla piaga 
scendea e le poppe le rigava, dimostrava smanie, e di stare 
in forse tra il negargli T alimento, ch'egli con l'avida bocca 
andava cercando, o di lasciare che il sangue ne suggesse, 
da che altro più dare non gli potea; espressione che fu 
oltre ogni credere maravigliosa. Io non penso di chiuder 
malo questo capitolo so dirò, che il nostro cavalier Carlu 
Cignani, che a' nostri dì fu certo un esimio pittore e molto 
osservatore della espression dogli affetti, solea dire in leg- 
gendo una sì viva rappresentazione, che se fosse bastato, 
sarebbe ito sino agli estremi confini del mondo per vedert* 
opera così bella, e viva espositrice di così teneri affetti. Im- 
pari dunque il giovane studioso della pittura quanto cii» 
importi ; cioè lo esprimere con le linee e coi colori quel 
che sente l'animo nostro nei varj casi che gli succedono, 
e procuri con esatte osservazioni di giugnere a possedere 
una così bella ed ammirabil parte dell'arte sua. — (Dagli 
Avveriimenti per lo incaniminamento di un giovane alla 
pittura, cap. XIII.) 



SCIPIONE MAFFEI. Nacque il 1" giugno del 1675 di patrim 
famigliti veronese, e fatti gli studj presso i gesuiti a Panii^ a\v- 
bracciò, come il fratello, generale al servizio bavarese, la carriera 
delle armi, e si trovò nel 1704 alla battaglia dì Donavverth. Tor- 
nato in patria si rimise agli stu^j» e nel 1710 mandò fuori il lit»ri> 
Della scienza cavalleresca (Roma, 1710), nel quale, con argomenti 
di ragione e di storia, biasimò il ducilo. Promosse collo Zeno r 
col ValHsnieri il Giornale dei letteralij al quale fece il dÌBCOi*so 
proemiale (1710), e cui aggiunse dal 1738 in poi sei voi. dì Oi^er- 
vazioni letterarie: combattendo più specialmente in quello i gesuiti 
compilatori del giornale di Trevoux, avversi alle cose italiane. Ve- 
dendo come sì propagasse sempre più in Italia il gusto dell' arlv 
drammatica francese, si pose a studiare l' antico teatro italiano, nt 
rimiHO a luce i migliori monumenti, preponendo alla raccolta no» 
Hua dissertazione (Verona, 1723-25, 3 voi.), e alcuni ne fece di nuovo 
riprodurre sulle scene dai coniugi Riccobonì; ma più che per tal 
modo aveva egli giovato al rifiorire dell' arte scenica italiana, com- 
ponendo la Merope, tragedia che è peccato rimanesse senza so- 
relle : che poco pregio hanno la commedia Le cmmont^, e alcuni 
melodrammi. Ma la Merope è veramente la prima bella tragedia 
italiana (v. li. DrMAS, Quid ad restitvendam apud Italos fraga- 
diam fi. M. coììtulerit, Sanetì Clodoaldi, 1877 ; trad. ital, Verona, 
Ginsti, 18H0). Di essa si fecero traduzioni in quasi tutte le lln^nr. 
Stampata la prima volta nel 17n a Venezia e a Modena e dal- 



; SCRITTORI VARI. 

l'saUtre più volte rìtocc«Lla, e eou plauso prodotta replicatamcuta 
»dL(^ ice&e, di>po la prima rapprenentazione del 1^ l^ìagno 171B, 
rCfr. G. BlJlDB<}Of Una prima rapprtsieniaziime, in: Da libri e ma- 
rmcrittit apigolature,yf^.ronj{j Miìniter^ 1B8H, pag^,3-lO)Tdiede origina 
-1 (Ito ite poletnicbc! (La M^rojw^ trag^dick del sig. march. Se, M. git»- 
^a la prima ediz. di Modena del 1713 e quella di Venezia del 1747, 
con le varie lezioni f ralle daiU due nltirae ediz. di Verena e t^oit 
akune operette colle quali it eriticaj si difende e ni iUuftrmj cotii- 
}tììjftt e raccolte da V. CAVALLI cci, Livorno, Santini, 17tì3): ma 
ri arto merito tu gianeralmentfì nconOBciuto et) appr^^sato^ (Pei 
più recenti ì*tudj sulla Aferope, v. B. Cotronei, in Giom. SL d. Lel- 
t'-r. ìiaLf XXII, 230,) Voltaire il a pp ri ma ebbe intenzione di tra- 
durla, poi fece dì suo, imitandone varie scene ; e prima la lodò a 
tklo, poi vi seorse difetti che dichiarò air autore, il quale altri 
ne. notò nella tragedia francese, sicché nacque fra loro una vì- 
va4!e polemica. Resta tra le lodi date alla Mcrope maffciana dal 
Voìtaire questa uoflì eapreasai e vera : <t Vona e te» le premicp 
qaì avez en te courage et le Inlont de donner une tnigcdie tians 
fanterie, une tragèdie dtgne dcK beaux jours d^Athènes, dan» la- 
quelle l'amour d'une mère faìt tonte riutrif^ne, et où le pia» t end re 
inliTiH nait de la vertu la iduft pure. * 

Dagli stndj poetici passando a quelli di erudizione, lì Maffei dìè 
«aggio del sno valore in vmì colla Conimtmtat* de fabtda equeMiria 
t^rdinié Coruttantiniani (Zurigo (Pariifi), 1712), colla Moria diploma* 
fìVo (MaEtova (Verona), 17-27) e più particolarmente colla Verona il- 
tvdrata (Veron,i, 17:^2), nella quale, con varietà e ricchezza di co- 
dioni, il lustrò veramente «otto ogni aspetto la stia città nativa. 
Viaggiò poi in Provenza ; e delle antichità ivi trovate rese conto in 
^^enticinqne lettere indirizzate a^li amici, e stampate in Parigi eoi 
tftuio GallliE antiquitatejt (Parigi, 173H>. In un soggiorno di tnì anni 
lidia metropoli francese, studiò le controveri^ie religiose, alle quali 
<lava prìncipal motivo la dottrina già nnen ittica, e dello htudio fatto 
m padri e sugli Btorici »i valse dappoi ntOla Istoria feohf/ica delle 
hUrine e delie opinioni rorse nei primi cinque secoli delta Chiesa 
^n prapoeiio della divina grafia ^ dH libero arbitrio e di' Ha prf- 
li^inaziene (Trento, 1742K Dalla Francia passò in Inghilterra, 
fcfltegjnato dalla Corte e dai dotti \ poi, attraveriio V Olanda e la 
Germania, si restii ni nel 17:M> in patria, ove illustrò il Museo ve- 
rsnf^te (Verona, 1749), come tecc' anche del torinese e del vien- 
nese, meditando una raccolta generale dì antiche iscrizioni* Il ci- 
t;5to libro teologico gli suscitò laoltì avversari fra gli intolleranti 
e ì rigoristi, come anche quello Dell' impietjo del danaro (ITb''), nel 
«Itiale dimostrò non esser vietato dalla morale ne contrario alle 
saere scritture, il prestito ad interesse, e T altro nel quale provò la 
tanità deii'Arle Tnagica (Verona, 1741*-ì>J)* Altra tìera ?iatta{,^lia ao- 
^tenne eoi padre Concina, nemico acerrimo d'oijni .sorta di ludi 
^Ccoiol, ac rivendo coutro di lui il Trattato de* teatri aittufù e mo- 

IV. 2i 



360 SECOLO XVIII. 

derni ^ che fu approvato da papa Benedetto XI V. Ingegno quasi 
nniversale, si occupò anche di matematiche e di scienze, e abbiamo 
di lui una Lettera sopra i fulmini (Verona, 1747) e dissertazioni 
degli insetti rigenerantisi, de' pesci impietriti , e delV elettricitìì ne. 
Alla Repubblica veneta, ornai volgente a decrepitezza e a rovina, 
diede utili consigli con un Suggerimento, che non fu ascoltato, per 
la Sita preservazione. Nel corso di una vita lunga e laboriosissima, 
ebbe onori e rinomanza : fu dottore di Oxford, e socio delle acca- 
demie di Parigi, Londra e Berlino. Molto seppe, e lo faceva appa 
rire: è nota la risposta di una signora alla quale ei disse: < Cb< 
pagherebb' ella a saper quanto so io?» ed essa: e Pagherei as.^ii 
più a sapere quanto non sa. > Ma il saper suo volse a lustro dt I 
nomo italiano e specialmente a gloria della patria Verona, e eoi 
lume della storia e quello della ragione combattè errori e pregili 
dizj d'ogni sorta e in ogni materia. Mori TU febbraio 1755. 

Tutte le sue Oj^ere sono raccolte in 21 voi. in 8*», Venezia. 
Curti, 1700: una scelta di Opuscoli letterari fu fatta dal Gamba. 
Venezia, Alvisopoli, 1829, © riprodotta insieme colla Merope, «la! 
Silvestri, Milano, 1844. Recentemente sono stati messi a luce .il- 
cuni scritti suoi inediti, lettere, ec: dal Torri, in Leti, tned «»« 
veronesi (Pisa, Nistri, 1850), dal GlULTARI, Delle antiche epigi^f 
veronesi in volgare (Verona, Noris, 1855), dal Saxin, per nozi': 
Negri-Marocco (Vicenza, lionato, 1876), dal Biade(JO, Lett. inrì 
di S. M. (Verona, Franchini, 1881), ec. 

[V. perla biografia, Ipp. Pindemonte, Elogio del march. S. .V, 
in Elogi di ^c^^er. i^oi., Firenze, Barbèra e Bianchi, 1859, p.3-'J0»;; 
per la bibliografia, ivi, pag. 170, e G. B. C. Giuliari, Bibli^jr. 
ma /fé lana, nel Propugnatore del 1885.J 



Merope crede morto il proprio figlio.' 

J'fdf'/fJH.MovQqnì, ornai troppo t'arrogili: adunque, 
S' il ine r avviso non correa veloce, 
('ader vodeasi trucidato a terra 
Chi fu per me fatto sicuro? Adunque 
Veder doveasi in questa reggia avvinto 
Por altrui man chi per la mia fu sciolto? 

' A ]\I(!iojio, vo<1(ivji di Cresfoiito, era riuscito di trafug^are il pro;:i 
fì'jlìo e sotti;irlo aurli oc(!hi di PulifoTìte, «jsurpatore del trono di Me»^«'! ; i 
elio ora, (piotato lu cn^m, vuol eh' ossa divenjja sua moglie. Intanto •zi'ui:> 
alla ietr;,'ia, ••(•iidottovi dalie iriiardie. un j,'iovane ignoto, accusato di av r 
ucciso un viaiidaiito e ^retfatolo nel liiimo. Merope credendo che il uioif 
sia il proprio fi-^'li'», clii^^dc la morto dtdr accusato, cui invece Fo\if«.ut. 
aneli' (';,'li credendo clic aldiia morto il temuto giovinetta, vorrebbe s,;l 
varo, k noto elio ],o\ il fiylio di Merope, ch'era l'ignoto giovane, ucci-' 
l'olifonte, e vendic.i il padio. 



.r 



SCRITTORI VARI. 361 

Quel nome eh' io di sposa mia ti diedi, 
Troppo ti dà baldanza, e troppo a torto 
In mia offesa si tosto armi i miei doni. 

Merope. A te, che regni, e che prestar pur dèi 
Sempre ad Astrea vendicatrice il braccio, 
Spiacer già non dovria che d*ira armata 
Sovra un empio ladron scenda la pena. 

Polifon. Quanto in'stabil tu sei ! non se' tu quella 
Che poco fa salvo lo volle? or come 
In un momento se' cangiata? forse 
Sol d'impujrnare il mio piacer t'aggrada? 
Se vedi ch'io'l condanni, e tu l'assolvi; 
Se vedi ch'io l'assolva, e tu '1 condanni. 

Merope. Io non sapeva allor quant'egli è reo. 

PMfon.Ed io seppi ora sol quant'è innocente. 

Merope, Pria mi donasti la sua vita ; adesso 
Donami la sua morte. 

Polifon. Iniquo fora 

Grazia annullar a Merope concessa. 
Ma perchè in ciò t'affanni sì? qual parte 
Vi prendi tu? di vendicar quel sangue 
Che mai s'aspetta a te? del tuo Cresfonte 
Esso al certo non fu, eh' ei già bambino 
Morì ne le tue braccia, e de la fuga 
Al disagio non resse. 

Merope. Ali scellerato, 

Tu mi dileggi ancora; or più non tingi. 

Ti scopri al fln: forse il piacer tu speri 

Di vedermi ora qui morir di duolo: 

Ma non l' avrai ; vinto è il dolor da 1* ira. 

Sì che vivrò per vendicarmi; omai 

Nulla ho più da temer: correr le vie 

Saprò, le vesti lacerando e '1 crine, 

E co' gridi e col pianto il .popol tutto 

Infiammare a furor, spingere a l'armi. 

Chi vi sarà che non mi segua? a l'empia 

Tua magion mi vedrai con mille faci ; 

Arderò, spianterò le mura, i tetti. 

Svenerò i tuoi più cari, entro il tuo sangue 

Sazierò il mio furor: quanto contenta. 

Quanto lieta sarò nel rimirarti 

Sbranato e sparso! ahi, che dich'io! che penso! 

Io sarò allor contenta? io sarò lieta? 

Misera, tutto questo il tiglio mio 

Riviver non farà. Tutto ciò allora 

Far si dovea, che per cui farlo v'era; 

Or che più giova? Oiniè! chi provò mai 

Sì fatte angosce ? io 'I mio consorte amato. 

Io due teneri tigli a viva forza 

Strappar mi vidi, e trucidare. Un solo 



362 SECOLO XVIII. 

Rimaso m*ora appena; io per caDiparlo 
Mei divelsi dal sen, xnaudaDdoI lungi, 
Lassa!, e 1 piacer non ebbi di vederlo 
Andar crescendo, e i fanciulleschi giuochi 
Di rimirarne. Vissi ognora in pianto 
Sempre avendolo innanzi in quel vezzoso 
Sembiante eh* egli avea, quando al mio servo 
11 pòrsi: quante lagrimate notti! 
Quanti amari sospir, quanto disio! 
Pur cresciuto era al fine; e gi& si ordiva 
Di porlo in trono, e già parearai ognora 
D* irgli insegnando qual regnar solea 
Il suo buon genitor : ma noi mio core. 
Misera!, io destinata insin gli avea 
La sposa: ed ecco un improvviso colpo 
Di sanguinosa inesorabil morte 
Me r invola per sempre ; e senza eh* io 
Pur una volta il vegga, e senza almeno 
Poterne aver le ceneri ; trafitto. 
Lacerato, insepolto, a i pesci in preda, 
Qual vii bifolco da torrente oppresso.... 

Polifbn.(Son cetre o lire mi fur mai sì grate, 
Quant*ora il tlebil suon di questi lai. 
Che del spento rivai fan certa fede). 

Merope.'Mdk perchè dunque, o Dei, salvarlo allora? 
Perchè finora conservarlo? ahi lassa. 
Perchè tanto nodrir la mia speranza? 
Che non farlo perir ne* dì fatali 
Della nostra ruina, allora quando 
Il dolor della sua col gran dolore 
Di tante morti, si saria confuso? 
Ma voi studiate crudeltà; pur ora 
Sul traditor stetti con Tasta, e voi 
Mi confondeste i sensi, ond*io rimasi 
Quasi fanciulla: mi si niega ancora 
L' infelice piacer d* una vendetta. 
Cieli, che mai fec*io? Ma tu, che tutto 
Mi togliesti, la vita ancor mi lasci? 
Perchè se godi sì del sangue, il mio 
Ricusi ancor? per mio tormento adunque 
Vedromti intino diventar pietoso? 
Tal già non fosti col mio tìglio, stelle ! 
So del soglio temevi, in monti e in selve 
A menar tra pastori oscuri giorni 
Che ti vietava il condannarlo? io paga 
Abbastanza sarei, sol ch*ei vivesse. 
Che m'importava del regnar? Crudele, 
Tienti il tuo regno, e *1 figlia mio mi rendi. 

Poh'/o7i.\\ pianto femminil non ha misura; 

Cessa, Morope, omai : le nostre nozze 



I 



SCRITTORI VARI. 363 

Ristoreran la perdita; e in brev'ora 
Tutti i tuoi mali coprirai! d'oblio. 
Merr/pe. Nel sempiterno oblio saprò ben tosto 

Portargli io stessa; ma una grazia sola 
Donami, o Giove: fa ch'io non vi giunga 
Ombra affatto derisa -e invendicata. 

(Dalla Meropt, atto III, scena VI.) 

Breve storia del Giornalismo letterario • scientifloo. ^ 

Fra tutti i diversi ritrovamenti, che per dilettare gl'in- 
?^crni, per facilitare gli studj, e per promuovere le buone 
lettere ne' moderni illustratissimi tempi fur posti in uso, 
ninno ve n'ha certamente che, né per riportato applauso 
' né per apportato giovamento, con V istituzione de' Giornali 
in verun modo comparar si possa. Sogliono intendersi con 
questo nome queir opere successive, che regolatamente di 
tempo in tempo ragguaglio danno de' varj libri, eh' escono 
di nuovo in luce, e di ciò che in essi contienai ; notizie ac- 
coppiandovi delle nuove importanti edizioni, degli scopri- 
menti, delle invenzioni e di tutte quelle novità Analmente, 
che alla repubblica letteraria in qualche modo possono ap- 
partenersi. 

Ebbe principio sì commendata intrapresa l'anno 1665, in 
Parigi. Vera cosa è, che affatto nuovo non era il parlare 
del contenuto de' libri nel farne registro. Dato n'aveano 
qualche saggio talvolta alcuni bibliografi nel secolo XVI, 
come AntoniVancesco Doni e Corrado Gesnero ; e Fozio, a' 
derapi addietro, nella celebrata sua Biblioteca proposto 
n' avea V esemplare. Quest' insigne scrittore, che fiori nel 
IX secolo, dando contezza al fratello Tarasio de' volumi 
dopo certo tempo letti da lui, fa di essi così pienamente il 
ristretto e ne dà così partitamente il giudizio, che in molti 
Inoghi potrebbe dirsi il preciso modello de' giornalisti. Que- 
sti però vi aggiunsero in oltre il far ciò de' libri nuovi, e'I 
venirlo facendo di tempo in tempo ; di che forse poterono 
prendere idea dall' uso delle Gazzette, non impropriamente 
essendo stato intitolato Gazzetta de* letterati un giornale, 
che da un Minutoli con molto applauso fu già cominciato 
in Genèva. 

Quando e dove principio avesse la invenzione di pubbli- 
tare in giorni fissi e con licenza del governo, gli Avvisi, 
non potrebbe sì di leggieri determinarsi. Alcuni autori fran- 
cesi pare che la credano nata in Francia, quando, nel 1631, 
^i prese a dar fuori in Parigi le novità d' ogni parte, di set- 
Umana in settimana ; ma che dall' Italia ne sia stato tolto 
l'esempio, lo indica il nome di Gazzetta, usato anche da' fran- 
cesi, il quale significa una piccola moneta di argento ve- 
neziano del valore di due soldi, per la quale dandosi allora 
il foglio degli Avì^isi, si trasportò col tempo il nome del 



364 SECOLO XVm. 

prezzo al foglio stesso, come notarono Ottavio Ferrari nelle 
Origini della lingua italiana, e dopo lui Egidio Menagio in 
quelle della francese ; e di quanto avanti fra noi corresse 
quest' uso, fa certa fede una raccolta, che si conserva dal 
celebrato per tutta Europa signor Magiiabechi, di dieci tomi 
di Avvisi scritti tutti in Venezia nel secolo XVI, con pochis- 
simo divario dalla maniera che in oggi veggiamo. Nella 
Raccolta di Costituzioni Pontificie, stampata nel 1579, una 
se ne vede di Pio V, contra dictantes Monita, vulgo dieta 
gli Atpvisi, ed altra simile di Gregorio XIII, in cui si lej^e : 
Oiim haud ita pridem in urbe nostra seda qucedam mer- 
serit hominum improbe curiosorum ,- da che apparisce che 
cominciò in Roma quest' uso, e poco avanti i detti pontetlà 
1 quali lo dannarono allora, perchè vi si offendeva la fama 
altrui. La introduzione adunque de* foglietti precedette cer- 
tamente di molto a quella di cui qui si tratta; Qia non per 
questo, e non perchè si fossero veduti ancora alcuni estratti 
di libri può defraudarsi della dovuta lode chi, quasi qaeste 
due cose congiugnendo, del primo erudito Giornale Ai au- 
tore. E se bene alcuna imperfetta immagine pare che ne 
rappresentassero que' Cataloghi di Francfort, che comiacia^ 
rono a stamparsi nel 1554, si perchè di fiera in fìera i libri 
nuovi d'ogni parte vi si registravano, si perchè talvolta 
alcuna brieve notizia vi si aggiugneva di lor conteneDza, 
egli è non pertanto giustissimo e convenevole il lasciare la 
gloria di cosi bel ritrovato a Dionisio Sallo, consigliere del 
Parlamento. Cominciò egli, sotto tinto nome di Hedouville, a 
divulgare in lingua francese, d'otto in otto giorni, il GiorfiaU 
de' Dotti, nel principio del 1665, rivedendo tutto ciò che & 
quest'opera altre persone contribuivano; e benché, per tra- 
versie che si frapposero, ben tosto egli l'abbandonasse, non 
mancò chi sottentrasse all'impresa; di modo che, se ben 
con qualche interrompimento, vennesi pure continuando per 
diversi autori il Giornale: il quale finalmente. Tanno 1703, 
per opera del sig. ab. Bignon, presidente delle due Acca- 
demie, che uni per questo effetto alcuni soggetti de' più 
celebri della Francia, si arricchì di nuovo lume, e si dee 
sperare che, a guisa de' fiumi reali, vada acquistando mag- 
gior vigore nel lungo corso. 

Fu così pronta l' approvazione, e così generale l' applauso 
di tale istituto, che fu ben tosto questo Giornale in altre 
lingue tradotto, ed in altre parti imitato. Ma procedendo il 
tempo, e venendo sempre più a perfezionarsi cotale idea, 
moltiplicarono a segno simili opere, che avrebbe a riempierti 
molti fogli chi di tutte parlare volesse. Il Junkero, cbe 
nel 1092 ne scrisse, benché con pochissima fortuna, l'istoria, 
delle notizie di esse compilò un libro ; e pure, troppo da 
quel tempo sin qua il numero se n' è accresciuto. Tra* Gior- 
nali ohe tuttora corrono, e che acquistarono molto grido, 
ci si presenta anzi gli altri l'intitolato Atti degli eru<liii^ 



SCRITTORI VARI. 365 

cbe in Lipsia fu istituito nel 1682, e ciie per principale, 
fra* molti e dotti suoi compilatori. Ottone Menchenio rico- 
nobbe. Assai concorse a promuoverne lo spaccio la lingua 
latina, in cui vien disteso, la esattezza degli estratti, la 
quantità e varietà de' libri, e V usuale cortesia degli en- 
comj con cui vengono riferiti. Ebbero principio nel marzo 
del 1684 le Nuove della repubblica deUe lettere, intraprese 
dal famoso Baile, che in esse fé' mostra non meno deir infi- 
nite sue notizie, che del felice suo ingegno. Abbandonata 
dopo il corso di tre anni da lui, e dopo lo spazio d'anni cin- 
que anche da chi s' era sostituito, quest* opera fu ripigliata 
nel 1699, sotto Tistesso titolo, da Jacopo Bernard, che 
commendata principalmente la rende con le notìzie che vi 
aggiugne, tratte da lettere di varie parti. ' La Biblioteca 
universale ed istorica, eh' ebbe tanto credito e tanta voga, 
comparve nell' '86. Diedesi da principio per mese, come pur 
si danno ì due sopranominati Giornali, ma passò ben tosto 
al trimestre ; ed alcun anno ancora camminò per seme- 
stre. Nel tomo quarto di essa cominciò l'uso, dagli altri 
poi seguitato, di notare il numero delle pagine de' libri ad- 
dotti. Era abbondantissima ed assai ricercata, ma nel '93 
ebbe line ; se però ravvivata e migliorata non vogliamo 
dirla dieci anni dapoi, quando l'eruditissimo Giovanni Cle- 
rico, che di quella compose la maggior parte, prese a fare 
la Biblioteca scelta» dandone ogni sei mesi, e poscia ogni 
tre, un tometto. Parla in questa non solamente di moderni 
libri, ma di antichi ancora, secondo occasione e secondo 
fantasia, non si sottomettendo a dover leggere e far rela- 
zione di opere che noi vagliano; ed impiega spesso buona 
parte di sua fatica in comunicarci i libri di lingua inglese, 
de' quali per altro poco divulgasi la notizia. Distintamente 
ancora fta gli eruditi diarj viene accolta V Istoria delle 
opere de' dotti, che si scrive da Enrico Basnage, detto pa- 
rimente Beauval, che vi pose mano nel settembre '87, co- 
minciandola per mese e proseguendola per trimestre, sin- 
golarmente studiandosi di dare precise notizie degli autori, 
e di quanto hanno scritto. Questi Giornali, benché si fac- 
ciano in Olanda, usano però il linguaggio francese, che dal 
gran numero di coloro i quali per motivo di religione esuli 
da quel regno ripararono in varie parti, fu grandemente 
anche nelle stampe diffuso. Non si vuol ommettere di ricor- 
dare come, essendo gli autori di quest'opere protestanti, 
chi di leggerle prende diletto, dee star sempre ben avver- 
tito per non lasciarsi occupare e provenire da alcuna peri- 
colosa opinione, nel dolce della erudizione involta e condita. 
Posterióri a' mentovati Giornali di tempo, ma non infe- 
riori di prezzo, son le Memorie di Trevoux, che col secolo 
cominciarono, e si scrivono in Parigi da un'adunanza di padri 
gesuiti, che in ciò dottamente s'impiegano. Se a niun G'xor- 
'w/e è per noi da augurarsi perpetua vita, egli si è pure a 



^7^ 



366 SECOLO xvin. 

questo ; cosi per gloria dello lettere, cui tanto giovai cofìie 
per yantaggio della cattolica religione, a favore delia quale, 
ovù accada, con tanto valore s'adopera. Una cosa per la 
intiera sua perfezione pare da desiderarsi ; ed è, che alcnno 
di que* pregiatissimi soggetti si compiacesse d* irapieiarar 
qualche tempo nell' istruirsi a fondo della letteratura ita- 
liana e deir storia di essa ; conciossiachè mal corrispon- 
dono alla purgatezza del rimanente i lor giudis^ del gusU) 
italiano nel T eloquenza e nella poesia, formati e sopra cose 
di nessun prezzo, e su la fede d'alcuni che la minima no- 
tizia non ebbero degli ottimi nostri autori. Vedrebbero al- 
lora che quel buon senso eh' essi con tanta carità ci vanno 
augurandOf nacque fra noi al nascere di nostra lingua, e 
già nel secolo del 1300 a perfezione era giunto; vedrebbero 
eh* egli non mancò in Italia giammai, benché nel XV secolo 
alquanto meno hì coltivasse, e benché nel XVII in alcuna 
provincia patif^se disastro; e vedrebbero Analmente ch'egli 
fiorisca ancora oggi giorno quanto in altro tempo mai fosse, 
come il Giornale cir or s' intraprende darà loro facilmente a 
conoscere.' Efrlt ò certissimo che non poco in tal caso so^ 
presi si rimarrebbero nel rinvenire che a quelle inezie, a 
quelle punte, a quelle vane gonfiezze, che pfer proprie de- 
gr italiani si predicano da alcuni fY^ncesi, tanto per natura 
nemica e tanto per uso contraria si è questa lingua, che né 
pur uno si trova fra que' tanti che la sua purità coltivarono, 
il quale di tali cosse, non che infetto, ma per ombra tinto 
ii voffgìa, lìtìu poteano essi, per altro, far chiaro argomento 
del loro inganno dall' osservare quanto diversamente delle 
cosa italiane sentissero que' dottissimi lor nazionali, che di 
proposito a studiarle si posero, come Egidio Menagio e Gio- 
vanni Capellano fra' trapassati, e il signor abate Regnior 
fra' viventi ; o non meno altri letterati di pari grido, i quali 
ne rimason> tanto presi, che a scrivere in questa favella in 
prosa e in verso, ^^li stili de' nostri autori esattamente inii- 
tando, con lor iàomma gloria si diedero. Sia detto ciò per 
la brama di vedere in ogni parte perfette queste belle Me- 
morie, che, per altro, da ninno certamente son più volen- 
tieri applaudite e lette, che da noi tutti. 

Oltre i Diarj universali, quali sono i sopraddetti, altri 
ve n' ha in copia^ che particolari potrebbero dirsi, o per 
pa^se o per materia. Fra quelli che di determinate pro- 
vince danno relazione, assai si distinguono le Nuove Mu- 
rarie del mar BaUico e del Settentrione, che si stampano 
in Lubecca, e p ri irm piarono nel 1698, ragguaglio facendo di 
quanto avviene d'appartenente agli studj nella Svezia, Da- 
nimarca, Ponjeranni, Prussia e Livonia, e ne'duCatidi Me- 
chclburtjo, Slesvic i^d Olstein. Le Nuove letterarie della 

' Questo scrìtto è parto dell' introdiiziono al OìomaU dei Letterati 
d- IttilitMf cctfiiuciutubl £t pubblicare a Venezia nel 1710. 



''■^*\<;rf*^ .;->s;^' "Tr-^^^^i^ .VV .*^'*'^* 



SCRITTORI VARI. 367 

Germania, erette cinqu' anni dopo in Amburgo, non com- 
prendevano da principio che l'Alemanna, tralasciata la giu- 
risdizione deir opera antecedente ; ed assai più ristretto è 
l'istituto delle Nuove letterarie Elvetiche, in latino scritte 
/JOD meno delle sopranominate, nelle quali, incominciate 
nel 1702, Gio. Jacopo Scheuczero delle cose degli Svizzeri 
diligente notizia ci reca. 

Ma in assai maggior numero sono queir opere periodi- 
che, le quali d'alcuna scienza particolare, o d'alcuna de- 
terminata materia presero assunto; poiché non solo delle 
cose ecclesiastiche e di giurisprudenza e di medicina, ma 
di pittura e di musica e di architettura furono istituiti re- 
gistri. Deesi in quest' ordine il primo luogo alle Transazioni 
filosofiche d' Inghilterra, che per poco non contendono col 
Giornal di Parigi l'anzianità, come uscite la prima volta 
nel marzo del 1065.. Hanno per argomento le osservazioni 
3 le opere di scienza naturale, che si vanno facendo dagli 
ascritti alla Real Società per gli studj tllosofici istituita. Il 
loro linguaggio è l' inglese, ma se ne ha la traduzione la- 
tina di Cristoforo Sandio e di altri. Ne fu autore per più 
anni Arrigo Oldemburgio, segretario dell'Accademia. Suc- 
cedette l'Hook, ed altri di mano in mano; ma non riusci 
sempre eguale a sé stessa questa fatica, h' Accademia 
de' Curiosi della natura, che fiorisce in Germania, con 
titolo di Miscellanee, principiate nel 1670, raccoglie quan- 
tità di mediche osservazioni, fatte in varie parti, e d'anno 
in anno le divulga. Trovasi da taluno chiamata questa rac- 
colta GiorncUe di Slesia, perchè da principio buona parte 
ne fu compilata in Uratislavia, e passa ancora sotto nome 
di Efemeridi de' Curiosi, Tommaso Bartolini il vecchio, 
con maggiore eleganza ed avvedimento cinque volumi ci 
diede degli Atti medici e filosofici di Copenaghen, termi- 
nali nel 1679, insieme con la sua vita. Né vuol qui lasciarsi 
di far ricordanza della bellissima Istoria dell' Accademia 
delle Scienze, che dà relazione di quanto si scrive, si recita, 
si scuopre da' soggetti di quell'illustre adunanza per gli 
studj fisici e matematici, dal braccio reale in Parigi soste- 
nuta. 11 primo tomo, che fu latino, compendiò i 30 anni pre- 
cedenti, e si prese dipoi a darne ciascun anno un tomo in 
francese. Sperar ci giova che non saranno di minor frutto 
e dottrina gli Atti della Società di Berlino, che di giorno in 
giorno SODO per pubblicarsi sotto la direzione del dottissimo 
Leihnìzio, singolare ornamento della Germania in cui vive. 
Dopo ciò, troppo lungo sarebbe il ricordare e tutte quel- 
l'opere che non ebbero durevol corso, come la tanto lodata 
Biblioteca de' libri nuovi, che si stampò in Utrecht, o 
quelle che vengono a formarsi con estrarr3 dagli altri Gior- 
nali, come le Ricerche matematicìir e fisiche del Parent ; 
e quelle che raccolgono le operette sciolte, o fanno estratto 
di libri rari, come le Osservazioni scelte impresse in Hall 




■•^' 



368 SECOLO xvin. 



di Sassonia ; e quelle che danno contezza di libri vecchi 
o ristampano i rari, come la Biblioteca antica, pubblicata 
in Jena del 1705 ; e quelle che co'Giornali tengono affinità, 
come alcuni Mercurj ; e tutte quelle finalmente di minor 
grido, che in francese, in tedesco, in fiammingo, in inglese, 
ed in altre lingue, o furon fatte o attualmente si fanno. 

Ma in tanto moto e in si maraviglioso fervore di tante 
studiosissime nazioni, scioperata e negliittosa sarà forse 
restata sempre V Italia nostra ? No certamente ; eh' anzi 
ha ella il vanto d' avere intrapresa, dopo il Giornale di 
Francia, la prima di queir opere, che per far relazione 
d'ogni materia, più propriamente in tal ordine si ripon- 
gono. Fu questa il Giornale de' Letterati, cominciato in 
Roma al principio dell'anno 1668, e continuato oltre a tre- 
dici anni, che si dividevano d'ordinario in 12 numeri, ben- 
ché talvolta sino in 18. Trovasi questo ricordato più volte da 
alcuni stranieri come traduzione del Giornale di Parigi; W 
che non è senza grave sbaglio, poiché fu fatica affatto di- 
versa, benché lavorata su quel modello; e solamente in tìnt" 
di ciascheduna parte, breve estratto di quello aggiugneva>i. 
e spesso anche dell' inglese, come negli altri Giornali molte 
cose del romano fur dipoi parimente inserite. Lodatissiffio 
universalmente, e molto a ragione ricercato si era questo 
Giornale, ben adempiendo tutti i numeri di così difficile im- 
presa. Ne fu autore l' abate Francesco Nazari, bergamasco, 
che lo intraprese con la direzione e col consiglio dell'abate 
Ricci, poi cardinale, e lo proseguì fino a tutto l'anno 1079. 
Ma è da avvertire che avendo egli, dopo il marzo 1675, per 
convenevoli motivi cangiato stampatore, appoggiando la 
spesa a Benedetto Carrara librajo, e lasciando il Tina^si, 
questi, per desiderio di continuare nell'assunto, ricorse a 
monsignor Giovanni Ciampini, che col mezzo della dot- 
tissima conversazione in sua casa tenuta, somministro a 
costui sufficiente materia per proseguir la sua stampa tino 
a tre mesi dell'anno 1681. Quindi è che per alcuni anni 
due Giornali di Roma si trovano, i quali, benché si veg- 
gano d'ordinario aenz' altra avvertenza confusamente le- 
gati insieme, essendo ambedue in quarto stampati, sono 
però così dilTerenti, che qualche anno ninna delle cose dal- 
l' uno riferita s' incontra nell' altro ; dal che documento per 
incidenza può trarsi della impossibilità di comprender tutto 
in un solo. Questa divisione venne finalmente a far cessaiv 
con universale dispiacimento, cosi giove voi lavoro. Si ie(ie, 
nel 1668, in Bologna una ristampa del Giornale di Rom^i 
con alcune giunte, ma non passò oltre il prim' anno. 

Or di un altro Giornale, che con lo stesso titolo e nella 
forma stessa per nove anni già corse, pregiasi la nostra lin- 
gua. Componitore di esso fu il padre don Benedetto Bac- 
chini, abate benedettino, di cui basta dire il nome per farno 
intendere a chi di lettere ha conoscenza il valore. Lo prin- 



v Kj"^^^- ' •*- z^rj^J^.' « 



SCRITTORI VARI. 369 

cipiò egli in Parma nel 1686, conducendolo sino alla fine 
del 1690 ; lo ripigliò poscia in Modena del 1692, e lo diede 
il '93, '96 e VI. Dell' interrompiraento varj accidenti fiiron 
cagione, e dell'abbandono la mancanza d'assistenza e la 
morte del padre Roberti, carmelitano, che provvedeva i 
libri e suppliva alla spesa. In questo applaudito Giornale, 
oltre a' numerosi e sugosi estratti de' libri, belle e nuove 
dissertazioni di tanto in tanto si registravano, e di varie 
novità erudite al pubblico si facea copia. Non mancò chi 
assumesse di fare un simil ragguaglio in latino, ed assai 
bene corrispose all'assunto il padre Manzani, provinciale 
del terzo ordine di san Francesco, prefiggendo il titolo di 
Synopsis Biblica, ma non si ha di lui che l'anno 1692, 
stampato a Parma in quarto. 

Cadde questo nobil pensiero anche in mente a persone, 
che di tutt' altro erano capaci che di ben eseguirlo. Usci- 
rono, nel 1671, in Venezia certi ridicoli fogli di stranis- 
simo stile, con titolo di Giornale Veneto, il giudizio de* quali 
nel Miles Macedonicus del Noris ben può vedersi. Conti- 
nuarono, benché interrottamente, fino al 1689. Si ha pa- 
rimente un temette in quarto di un Giornale di Ferrara, 
comprendente V '88 e 1"89. Ma d'altro colore fu il Giornale, 
principiato pure in Ferrara nel 1691, in ottavo, nel quale 
aveva qualche ingerenza un degnissimo soggetto, ma non 
andò molto avanti. 11 Gran Giornale si cominciò nel 1701 
in Forlì, e corse per quattr'anni. Univasi alle gazzette, 
dandosi ogni settimana un foglio grande, la prima pagina 
del quale contenea, comunque il facesse, cose letterarie, e 
la seconda iscriveasi Giornale de' novellisti. Supplì alla 
mancanza di questo il Genio de' Letterati, scritto dal si- 
gnor Giuseppe Garuffl, riminese, il quale si pensò di ser- 
vare alcun ordine nelle materie ; ciò che per altro non 
suol farsi da' giornalisti. Si stampò in quarto, per un anno 
<^ mesi, in Forlì ; divideasi in compilazioni, e non potea 
dirsi inutile né disprezzabile. Ma ritornò, nel 1706, T au^ 
^ore del Gran Giornale, e prese a divulgare in Parma, ben- 
ché sol per sei mesi, gli strepitosi suoi Fasti, lodandosi 
»^ stralodandosi, ma in effetto nulla riuscendo, se non in 
Quelle pagine che malamente copiò da' vecchi giornali di 
Homa, tìngendo altri nomi. 

Ora, ritornando a queir opere di cui l' Italia si vanta ; 
poiché nel catalogo dell' efemeridi letterarie vien riposto 
con grandissima lode il Giornal del Palazzo, eh' é una rac- 
colta delle decisioni de'primarj tribunali di Francia; e' si 
converrà tanto più riporvi la serie delle Decisioni della 
Rota Romana, che si pubblicano insieme con le ragioni ; e 
tanto più questa, quanto che essa fu l'esemplare di tutte 
le altre somiglianti fatiche, essendo stata cominciata dal 
Farinaccio fin dal 1618, e quanto che essa fu sempre della 
facoltà legale il maggior tesoro; poiché siccome la giuri- 



'^^i^vm^^ 



370 SECOLO xvm. 



sprudenza fu lo studio proprio e speciale di Roma antica, 
così può dirsi aver quella mantenuto nella moderna la pri- 
maria sua sede. Il Moroflo, nel suo dottissimo Polistore, 
fr:i' diarj eruditi annovera i Saggi di naturali esperienze 
fatte nelV Accademia del Cimento, stampati la prima volta 
in Firenze, nel 1667. E veramente, se la morte del principe 
cardinal Leopoldo de' Medici, e poi del granduca Ferdi- 
nando li, suo fratello, che regiamente promovevano eoo 
r sussistenza e con Y oro F impresa, non avesse tolto a 
qijt>' profondi ingegni di proseguire le loro bellissime osser- 
vai:ioni ed i varj e dispendiosissimi esperimenti, nel con- 
ti miato registro di essi avrebbe avuto la filosofia un in- 
eomparabil giornale; ma ora non se ne ba che un tomo in 
fo^ìio, dalla penna del signor conte Lorenzo Magalotti disteso. 

Un' Accademia fu parimente eretta, nel 1686, in Brescia 
per le cose tìsiche e matematiche, la quale avea per isti- 
tuto di dare mensualmente in luce le sue relazioni; ma 
la morte del padre Francesco Lana, gesuita, che la diri- 
geva, seguita nel 1687, ne troncò il corso dopo un annoo 
poco più, che si vede in latino impressa con titolo di Mti 
de* Filesotici. Coloro che ripongono in tale schiera le rac- 
colta di opere scelte e rare, ricorde rebbono qui special- 
mente le Miscellanee italiche, e ancora le Matematiche 
del padre Roberti; ed altri vi farebbe menzione della Bi- 
blioteca volante, di cui sedici scanzie fé' in varj luoghi stam- 
pare, in ottavo, Giovanni Cinelli, che fu il primo a com- 
pilare cataloghi di opere brevi e di libretti che facilinent ? 
^rnarriseonsi ; e tanto più che alcuna volta qualche notizia 
vi pose appresso. 

Ma finalmente convien pure ridursi a dire che, mancate 
tante belle fatiche, non senza sua vergogna si sta l'Italia 
da molto tempo senza un erudito giornale. Vero è che non 
è allatto cessata la Galleria di Minerva, la quale cominciò a 
titamparsi in foglio in Venezia nel 1690. Ma non può questa 
tener luogo di giornale, così perchè non si dà regolatamente 
di mese in mese, onde in quattordici anni appena com- 
piè il sesto tomo ; cosi perchè, prendendo ambiguo assunto 
e più istituti abbracciando, pare al presente che sua idea 
priiicipalo sia di pubblicare opuscoletti, ft*a' quali alcun ot- 
timo talvolta se no ritrova. Ed in vero, di maggiore spac- 
cia ed applauso riuscir potrebbe cotal lavoro, se con l'as- 
>ii;5Lenza e con V aibitrio d' uomini dotti e giudiziosi si fissasse 
a dare anniialniente alla luce un tomo di operette di pochi 
fo^li, o nuovo o inedite o rare, delle quali sempre mai ì«i 
ha dovizia. Ma, in somma, lagnasi ben a ragione Lamindo 
Pi'itanio {Ri/ìcss., e. 7) * di vedere la nostra nazione man- 
cante (la luijt^o tempo di sì gran soccorso agli studj ; e ben 



* Sutto qnosto nome è nascosto il ^ran Muratori. 



\'r^^^^^ 



SCRITTORI VARI. 371 

a ragione procura di eccitare alcun principe a promuovere 
e a favorire alcuna simile impresa.- 

Imperciocché, qual più bel diletto che di trovarsi sem- 
pre con sì poca fatica informato de' nuovi ritrovamenti, 
ije' quali si va sempre assottigliando l'umano ingegno, delle 
nuove osservazioni o celesti o tìsiche o anatomiche, delle 
quistioni che si svegliano, dell' erudite contese che corrono, 
delle opinioni che insorgono, degli errori che si dileguano, 
e di mano in mano della morte, degli scritti e delle prin- 
cipali circostanze della vita degli uomini illustri ? E poiché 
moltiplicano così fattamente le stampe, che non é suffi- 
ciente una facoltà privata ad acquistare tutti i libri, né 
l'età di un uomo a trascorrerli, qual maggior utilità per 
chi degli studj ha vaghezza, che di ricevere sincero avviso 
'leir intrinseco valore e della precisa contenenza di essi, 
onde di tanto solo appagato rimanga, o sappia di qual 
f ha a provedere senza restare ingannato dai titoli? Egli 
e pur certo che nulla meglio d' un buon giornale può for- 
mar nella mente quella universalità di cognizioni, che in 
uomo di lettere si richiede, per non comparire in qualsi- 
voglia materia rozzo affatto ed ignaro ; egli è assai credi- 
bile che diventino un giorno le opere di tal natura il mi- 
glior tesoro non solo dell' istoria letteraria, ma delle scienze 
ancora e dell' erudizione. — (Dalle Rime e Prose, Venezia, 
Colati ; 1719, p. 185 e segg.) 



PIETRO GIANNONE. Nacque d! modesta famiglia in Ischitella 
'li Capitanata ai 7 maggio 1676. Studiò a Napoli, dandosi alla legare, 
«Iella quale cercò conoscere non solo il senso e il valore, ma la 
storia. Venuto in fama come giureconsulto e ra^^giunta una onesta 
•'i?iatezza, volse T ingegno a tesser la storia del Regno di Napoli, 
uou tanto nelle vicende politiche, quanto nell'andamento e nelle 
variazioni del costarne, della legislazione, delle istituzioni, della 
^'ultura. Frutto di lungo e assiduo lavoro, cui pose mano nel 170^^, 
fti pertanto la Storia civile del Regno di Napoli, pubblicata nel 1723 
^Napoli, Naso, 4 voi., in 4°), nella quale specialmente intese a sve- 
lare le asnrpazioni de' chierici e del papato sullo Stato, attiran- 
dosi contro rodio dell'autorità ecclesiastica e della curia romana. 
L'opera destò subito un gran vespajo, e gli avversarj gli eccita- 
rono contrQ anche la plebe della sua patria, specialmente con lo 
spargere eh' ei negava ne' suoi scritti il miracolo di san Gennaro: 
Mcchè ei dovette fuggire da Napoli, e rifugiarsi a Vienna presso 
1 imperatore Carlo VI, che allora aveva il Napoletano in suo do- 
"iinio, e al quale la Storia era dedicata. L'imperatore gli accorilo 
un.i non lauta pensione, ma non lo rimandò mai in patria ; tinello 
»el 1734, essendosi il regno perduto dagli Austriaci, il Giannone 
passò a Venezia. Qui fu festosamente accolto, ma la repubblica, 



^r'jjve 



372 SECOLO XVin. 

che poteva ritrovare in lui un altro Sarpi, dovette cedere all' odio 
dr Homa, e cacciarlo oltre i suoi confini. Passando rapidamente 
per Modena, Parma e Milano, si recò a Ginevra: e la città di Cal- 
vino avrebbe potuto essergli sicuro rifugio, se per adempiere ai riti 
psisqiiHli, come cattolico ch'ei voleva serbarsi, nel 1736 non fosse 
passato sul territorio piemontese, attratto dagli inviti di un tal 
Guastiildi, che lo tradì, d'accordo col governatore Picon e col regio 
Tuiniiitro d'Ormea, il quale, fors*anco agognando il cappello cardi- 
iiiiIÌKio, volle per tal modo ingraziarsi Roma. Così ghermito a tradi- 
mento, venne chiuso nel castello di Miolans, poi in quello di Torino, 
ludi in quello di Ceva e di nuovo a Torino, dove, nella cittadella, 
morì ai 7 marzo del 1748 (v. P. Occblla, P. G. negli ultimi dodici 
fiìini della sua vita, in Curiosità e ricerche di storia suhalp.^ vol.lU) 
jiagg. 489, 662). Invano aveva consentito ad un'abjura delle sue opi- 
nioni, compilata secondo le istruzioni mandate da Koma al padre 
inquisitore di Torino; invano supplicò ripetutamente che gli si ren- 
desse la libertà, della quale era stato privato ad inganno. Meritano 
i'siser trascritte alcune parole ch'ei scrisse in carcere: « A me ck 
non jjor odio d'altrui o per disprezzo, ma unicamente per amor della 
venti!, e per investigarla fra l'oscurità de* più incolti e tenebws 
seeoiij ho sofferto tante fatiche e travagli, se accadere ohe fra 
ciiu^«t<i alpestre rupi lasciar debba il mio corpo esanime, pregherò 
Iddio, eh' è la verità istessa, che accolga il mio spirito in pace.-^ 
Pregherò pure i paesani e viandanti, che traversando per questi 
monti e dovendo nel passar per la Savoja in Francia, calcar h 
atriula, donde non molto lontano vedesi il castello di Miolans, ?olti 
i loro pietosi occhi al gran sasso, sotto al quale giaceranno se- 
polte le mie fredde ossa, mossi da spirito di pietà in passando lor 
dicano: Ossa aride ed asciutte, abbiate quella pace e riposo, che 
vivo non poteste ottener giammai. » Il figlio di lui fu pensionato 
dal nuovo re di Napoli, Carlo III, che non volle restasse nella mi- 
seria, chi nasceva « dal più grande, più utile allo Stato e più in- 
giustamente perseguitato uomo, che il regno abbia prodotto in 
questo secolo. » 

Oltre le scritture giuridiche e apologetiche, che furono raccoUr 
dopo la sua morte {Opere postwìie, Ginevra, 1753, Venezia, Pa- 
squali, 1768), lasciò il Gìannone parecchie altre scrittirre, frutto 
delle Hue meditazioni nel carcere. P. S. Mancini né pubblicò parte. 
cìot^ i Discorsi storici e politici sopra gli Annali di Tito Livi**, 
e Là Chiesa sotto il pontificato di Gregorio il GramjU (JTonmx 
Tomba, 185*2). Restano inedite Le dottrine morali, teologicJie e sv 
viali degli antichi padri della Chiesa, e il Triregno (v. su questo. 
C. Castellani, Del Triregno di P. G., Firenze, Successori L«- 
Mounier, 1877). Recentemente fu pubblicata una sua AtUohiograf»^ 
(Hom:i, Perino, 1890), composta negli ultimi anni e nelle angustie 
del c:irccre, non bene scritta, forse perchè neanche dall' autore ri- 
vi!?tn e ripassata, e peggio stampata da A. Pibbantoki. 



f^^2^^-^^^^^^^W^^»''T^y 



SCRITTORI VARI. 373 

L'opera sua più famosa resta sempre la Storia civile^ alla 
quale molte censure furono mosse, alcune con passione e virulenza 
d:\ chierici e frati, altre non senza ragione ; tra le quali ultime è 
qnella de' frequenti plagj (v. Manzoni, Storia della colonna in- 
fame^ riferita col tit. I plagj del Giannone nel MORANDI, Antol. 
della crii. mod. ital.y p. 54*2). Ma se la storia non ha molto valore 
rjuanto ai fatti, non sempre riprodotti con esattezza e compilando 
(li seconda mano, la mantiene ancora in pregno il concetto nuovo e 
largo che ne è l'anima, e che segna un passo nel modo di intendere 
<* di dettare la storia di uno Stato. Il suo libro, dice il Settem- 
r.RiNi, essendo essenzialmente la difesa delle prerogative dello 
Stato contro le usurpazioni ecclesiastiche, ne segue che « la parte 
bella, nuova ed importante è il discorso, non la narrazione s d il 
rai^ionamento sui fatti, non l'esposizione dei fatti.... Come difesa, 
doperà del Giannone è di prima importanza nella storia d'Europa; 
tratta la gran quistione tra la Monarchia e la Chiesa, e la tratta 
lon larghezza, con dottrina, con acume d'ingegno, con tutti gli ar- 
i^omenti; è una difesa che fu seguita da una gran vittoria: la libertà 
<lel Principato (Storia della leti, ital., cap. LXXXI). > 

(Per la biografia, v. la Vita di lui scritta da L. Fanzini, il quale 
si giovò deir inedita Autobiografia , e che trovasi anche nella cit. 
erliz. veneta delle Opere jmstnvie. Per le dottrine, v. K. MARIANO, 
^riannone e Vico, in Rivista Contempor., 1869, voi. LVII, e G. Fer- 
KART, La mente di P. G., Milano, Tipogr. del Libero Pensiero, 1868.] 



Italia antica e Italia moderna nel rispetto degli ordini mi- 
litari. — Certamente a chiunque avrò solo avanti gli occhi la 
condizione delle province onde ora si compone l'Italia, e mas- 
simamente di quelle che comprende lo Stato della Chiesa di 
Koma, nelle quali trovasi estinto ogni vestigio di milizia, né 
i loro abitatori sanno clie cosa sia guerra o il trattar le armi, 
><'mbrerà strano e poi*tentoso come da queste stesse regioni, 
cotanto ora effemminate ed imbelli, avesser potuto sorgere 
vliiere si numerose di valorosi guerrieri, i quali negli an- 
tichi tempi si assoggettarono quasi tutto 1* orbe terreno. Ma 
non bisogna fermarsi allo stato presente delle cose, quasi 
^lie il mondo non avesse prima avuta altra faccia, disposi- 
zione, costumi, istituti e leggi, se non quali ora sono. 

Bisogna ripoi-tare indietro la nostra attenzione, e riguar- 
'lare le condizioni andate, e quale aspetto avessero nel tempo 
<lie Romolo diede principio alle cose romane, e quando, 
mutata forma di governo, sMnnalzò la romana repubblica 
f-otanto, che giunse a tal grandezza che appena poteva reg- 
-'ere sé medesima. Ciò solo dall' istoria, unica e fedele de- 
p'^sitaria delle antiche memorie, può essere a noi sommini- 
^ti-ato, e specialmente, trattandosi de' romani, da questa 
incomparabile di Livio. Chi attentamente porrà mente a'pri- 



374 SECOLO XVm. 

mi libri della prima deca, si accorgerà che a que' tempi i 
popoli onde V Italia era composta, e specialmente i latini, 
gli albani, i rutuli, e tanti altri ch'eran vicini a' campi 
laiirenti ed albani, e generalmente tutti gli altri d'Italia, 
non erano distratti ed occupati in altre cure od arti se non 
in due sole, cioè neir agricoltura e nella milizia. Coltiva- 
vano con diligenza ed industria i loro campi, e pascevano 
con accuratezza i loro greggi ed armenti, onde sostenevano 
se stessi e le loro famiglie. Quindi in Roma nascevano tant*^ 
contese fra i nobili e la plebe intorno la legge agraria, poi- 
ché la plebe, che viveva sopra i campi che le venivan<i 
distribuiti, non voleva soffrire i torti che i nobili tentavano 
arrecarle por la divisione de' medesimi. Erano perciò con- 
tenti di quanto la terra da eT^si lavorata e la greggia o l'ar- 
mento lor davano per alimento. Né cercavano agiatezza, w 
grandi edifiz.j, né preziosa suppellettile, né abiti pomposi u 
altre morbidezze. Erano paghi di picciole case o cap»aiine. 
(love potessero ricovrarsi nella rigidezza delle stagioni t^ 
schermirsi dal freddo, dalle pioggie, da' venti, e dove la 
notte in placido riposo ristorar potessero le loro membra, 
stanche flalle fatiche nel dì sofferte. Erano paghi di abiv 
semplici e pochi, solo bastevoli a coprirli e difenderli. N"Q 
aveano perciò bisogno di molti artefici, e poclii cittadm- 
erano addetti a' lavori delle dita, a' quali d' altronde perì' 
più erano impiegate le donne. Ma sopra tutto aveasi gn^n 
cura della milizia, nella quale tutti e quasi sempre si es^v- 
citavano ; poiché sovente un popolo scorrendo oltre i propi J 
confini (per 1* insita umana natura, che fa V uomo non rinu 
contento del proprio, ma sempre desideroso deir aitimi, e 
di profittarne quando gli riesca acconcio il farlo), commei- 
teva sul campo del popolo a sé vicino prede «li animali, 
vettovaglie od altro : sicché ciascuno, per difendere il sii". 
era costretto di star quasi sempre con le armi alla manor 
pronto ad impedir le altrui incursioni e rapine. 

Vivevano questi popoli, specialmente i romani, con mas- 
sime diverse, unzi opposte a quelle che al presente si ten- 
gono. Anteponevano sempre il ben pubblico al privato 
considerando che dalla pubblica utilità e dovizia fosse p':^ 
(h'iivarc a tutti un'equabile, fermo e durabile bene: e «i" 
rendeva i cittadini più concordi e pronti a rintuz2sare !• 
oppiessioni, che per avventura potessero venir loro imposi 
dn/più potenti, interni od esterni che si fossero, ed a r*^- - 
ster loro con vigore e coraggio. Al contrario, anteponendo-' 
il pi'ivato bene al pubblico, avviene che cia.scuno pensanii 
S(»lo di arricchir se stesse», la repubblica s' impoveris«\i. 
Quindi molti divenizono avari, superbi ed oppressori dej'' 
alt l'i, e segue che le comoditii e ricchezze non siano egual- 
mente tra i cittadini distribuite, onde si dà luogo alTenìu- 
hizione ed ali" invi<lia fra loro ; oltre die, per la dovizia «J 
pochi, molti si veggono patir miseria, da che nascono \' 



SCRITTORI VARI. 375 

servitù, ed avviene che ciascuno sia facilmente esposto al- 
J' altrui boria e soverchieria. Quindi volentieri i romani al 
pubblico bene sacrificavano non pur le sostanze, ma la 
propria lor vita e quella de' loro figliuoli. D' onde avveniva 
che in caso d' invasione, di danno od ingiuria per parte 
de' popoli vicini, eran tutti pronti ad unirsi insieme ed a 
resister con le armi. 

Fra i popoli ond' era allora l' Italia divisa, certamente i 
romani e sotto i re e poi sotto i consoli, erano i più ag- 
/.'«erriti ed esercitati nella milizia; e nelle occasioni di gueiTa, 
sia offensiva sia difensiva, davano volentieri i loro nomi per 
essere arrollati nelle centurie, ciascuno militando sotto i 
tribuni, e questi sotto i consoli o pretori, eh' erano destinati 
per supremi duci. Così in breve tempo formavasi un nu- 
meroso esercito ; poiché tutt' i cittadini, come per loro pro- 
prio mestiere erano esercitati nelle armi, e finita la guerra, 
ovvero quando, approssimandosi T inverno, fossero stati 
costretti a ritirarsi, tornavano nelle lor case ad aver cura 
delle cose domestiche ed a coltivare i loro campi e ad at- 
tendere alla custodia delle loro greggi ed armenti, pronti a 
ripigliar le armi ricominciando la guerra. Ed in tal modo 
in poco tempo, senza molto imbarazzo e dirtlcoltà, non meno 
i i*omani che gli altri popoli rifacevano i loro eserciti. Livio 
l'apporta che la prontezza e la facilità con la quale i ro- 
mani reintegravano i loro eserciti intorno all'anno 406 di 
Uoma, quando non aveano né meno la quinta parte d' Italia, 
dopo tante pugne, uccisioni e morti, fu tale, che a' suoi tempi, 
quando sotto Augusto V imperio era cotanto cresciuto, non 
si sarebbe potuto sperare un sì pronto, numeroso e sol- 
lecito rifacimento di corpi armati. Da' romani (é Livio che 
iJ (lice) allora furono prestamente rifatte dieci legioni, di 
quattromila e dugento fanti e di trecento cavalieri l' una : 
Quemnimc, e' soggiunge, novum exercitum, si qua externa 
/v> ingruat, hce vires populi romani, quas xnx terrarum 
'apit orbis, contractce in unum hand facile effìciant, Adeo 
in quce laboramus sola crevimus, divitias luxiiriemque, 
K lo scrittore medesimo parlando non solo de* romani ma 
degli altri popoli vicini, narra essere stata veramente cosa 
mei-avigliosa, come in tante guerre, che contro quelli ebbero 
1 romani, specialmente contro i volsci, equi e veienti, i due 
primi tra questi popoli tante volte vinti e debellati ripul- 
/ulasser sempre, sicché tenessero solleciti i romani a star 
continuamente colle armi alla mano per combatterli e ri- 
durli finalmente nella loro dizione, e d'onde mai potessero 
s«jrgere tanti soldati per apparecchiare nuove guerre e com- 
pensare tante sconfìtte ed uccisioni. Non dubito, prrrter 
satìetatem^ tot jam libris assidua bella cvm Volscis tgesta 
ler/entibus illud quoque svj^.cursut^m , quod 'mihi pey-ceu- 
^'^nti propiores temporibus harum rerum auctores miraculo 
fuit, uncLe toties victis Volscis et J^quis su/fecerint milites. 

» IV. 25 



376 SECOLO xvm. 

Né può non istupire chi riguarda come i bellicosi popoli 
della Liguri», che Livio chiama durum in armis genva, 
benché tante volte sconfitti da' romani, anch' essi rìfiicesser 
vigorosi per numero e per valore i loro eserciti.... 

Ma quello che maggiormente dimostra quanto fosse stato 
presso gli antichi romani V amore del pubblico bene, è eh»- 
tutti per la repubblica militavano a proprie loro spese, 
e fino air anno di Roma 349 non ricevevano i soldati pnf)- 
blico stipendio. Da questo tempo in poi il senato decreta: 
Ut stipendium miles de publìco acciperet, eum ante i'i 
tempus de suo quisque fìinctus eo munere esset, D' indi in 
poi con maggiore alacrità e prontezza ciascuno dava suo 
nome per iscriversi n eli' esercito ; e poiché per supplir»^ a 
cotali spese bisognava imporre al popolo il tributo, accioc- 
ché ciascuno secondo le sue forzo contribuisse agli stipendi.! 
della milizia ; fti da tutti gli ordini il tributo imposto e v^ 
lentieri accettato, dal quale non vollero essere esenti i ^e- 
natori stessi ; anzi questi, per dar esemplo agli altri, poi^'h» 
allora in Roma non pravi moneta, di argento (la quale d-'C 
fu posta in uso se non intorno 1' anno 490), ma solo sp^o- 
devasi quella di rame, furono i primi a mandar nell'era 
carri pieni di quella moneta, ciò che rese la collazione pi^ 
autorevole, onde furon mossi i primi della città a far !•• 
stosso ; sicché dappoi tutti con somma fede, secondo ch^- 
dal censo erano stati tassati, conferivano all'erario il tri- 
buto : Patres» prosieguo Livio, bene ccFptam rem perseve- 
rali ter tu^rì : conferre ipsi primi ces, quia nondttm arfjfh- 
turnsignatitm erat, et grave plaVrStris qtiiddam ad rerarinm 
convehentes sprriosam etiani collationem faciebant. Cvm 
senatU'S summa fide ex censu contulisset, primores />/W'/* 
nobilium amici ex composito conferre incipiunt. Dalla 
qual cosa derivò che laddove prima, finita la campagna M 
avvicinandosi T inverno, si ritiravan tutti nelle loro case ; 
poscia, siccome annuo era lo stipendio, così annuo fu il ser- 
vizio, e secondo che richiedeva l'obbedienza dovuta al ca- 
S itane, erano i soldati obbligati di svernare dove il coman- 
ante avesse fatto costruire gli alloggiamenti, ed ivi fino ali.» 
nuova campagna dimorare. Adunque V esatta disciplina in- 
litare, l'ornine e l'accurata disposizione dell'esercito, 1^ 
costanza, l' intrepidezza d' animo nel non avvilirsi negl' in- 
felici e sinistri successi ed il non superbire ne' prosperi «^i 
«avventurosi, la felicità in quasi tutte le spedizioni militari, 
la sapienza non meno nelle cose della guerra che nelle 
civili, la temperanza e giustizia, ed un savio e discreti 
governo, tutte queste virtù resero i romani superì^^rt 
alle altre nazioni, e fecero lor conquistare l'imperio d**' 
mondo. 

Faccifimo ora paragone di queste virtù, di questa» mas- 
sime e costumi con quelli che al presente si veggono intnn 
dotti in Italia, e li troveremo del tutto opposti. Noi sc^-^r- 



SCRITTORI VARI. 377 

geremo ni una cura o pensiero del pubblico bene, ma ciascuno 
unicamente attendere al privato comoctb ed utilità, e sfor- 
zarsi soltanto a raggiunger dignità, ricchezze ed onori ; per 
le quali cose, porsi in opra le arti più vili e le più sfacciate 
adulazioni, e ciò nello scopo di vivere in maggiore splen- 
dore, agiatezza, pompe, fasti e lussi, in giuochi, conviti ed 
altri diletti. Quindi V ambizione, la superbia, la perfidia, il 
mancar di fede, V avarizia, V ingordigia ed i più detestabili 
vizj tenere il campo. E poiché la milizia pur troppo è per 
natura avversa alla vita morbida e molle, perciò appunto 
vijdiarao ormai essersi estinta e perduta affatto ogni militar 
disciplina. 

Tutto ciò non dobbiamo imputare che a noi stessi, alla 
mala educazione de' giovani ed a' nostri pravi instituti : molti 
intanto, ancorché abbiano massime antiche, amano piuttosto 
vivere co' costumi moderni, che conformarsi alla pristina 
rigida disciplina. Non è che in noi sia mutato clima o na- 
tura. La natura è sempre la stessa, e serba un tener costante 
nella produzione de' popoli e delle nazioni ; a noi sol manca 
la disciplina. Della qua! cosa pruova evidentissima a questi 
di possiamo apprendere co' nostri propri occhi, se riguar- 
deremo i Liguri presenti, e que' popoli alpini che formano il 
ducato di Savoia. Certamente in Italia niun' altra gente è 
rimasa che sostenga l'antica virtù ed il militar valore de' suoi 
maggiori,, fuori di questi popoli perseveranti ancora e duri 
no] la milizia, i quali, sebbene soiiA> altri nomi, non sono 
('he propagini e rampolli degli antichi liguri e delle alpine 
genti, di cui più sopra si è fatta menzione. 

Quelli che ora chiamiamo piemontesi, monferrini, lan- 
:?he8i, canavesi e simili, sono, come si è detto, gli antichi 
liguri statielli, vagienni, salassi, taurini ed altri popoli della 
Liguria ; siccome que' che diciamo savoiardi, tarantiisi, mau- 
hanesi e simili sono gli antichi allobrogi, i seduni ed altri 
popoli alpini. Or tutti questi sostengono ancor oggi, indurati 
alle fatiche delia milizia, l' antico valor d' Italia, perchè eb- 
bero la sorte di essere esercitati nelle guerre sotto i prodi 
duchi di Savoia loro principi. 

Fu veramente in questa non meno antica che illustre 
real famiglia il valore e l' arte militare quasi pregio pro- 
prio ed ereditario, il quale con non interrotta successione 
da padre in figlio per più secoli fu continuato e non mai 
intermesso. Quindi, come dal cavallo troiano, ne uscirono 
lauti famosi ed insigni guerrieri, i quali nel coraggio e nella 
^.a-andezza d' animo non cederono a' maggiori capitani che 
alibiano potuto vantare i greci ed i romani stessi. Lungo di 
lor catalogo potrei qui tessere, ma il mio proposito noi oom^ 
porta. Non posso però tacere di tre eroi, che a* nostri tempi 
fecero vedere che nella nostra Italia 

nulla manca, o sol la disciplina. 



-• --i^«HP * 



378 SECOLO xvni. 



Questi furono V invitto ed intrepido re Vittorio Amedeo li, 
il quale ebbe T ardimento non pur di resistere a' numerosi 
eserciti del grande e potentissimo re Luigi XIV di Francia, 
ma liberando Torino, vincerli, fugarli, e fare entrar quindi 
le vittoriose sue bandiere fin dentro la Francia stessa. Le 
orme di si illustre capitano furono attempi nostri ricalcata 
dal suo erede non men del sangue che delle virtù, dal non 
men savio che coraggioso re Carlo Emanuele III, il quale 
abbiam veduto, imitando le paterne gesta, a capo de' suoi 
eserciti esporsi con intrepidezza a' maggiori pericoli, ed 
avvalorando col proprio esempio gli animosi e forti supi 
soldati, riportare contro V oste nemica piene ed illustii vit- 
torie, ed al suo apparire ceder le armi e rendersi quelW 
piazze di Lombardia già credute inespugnabili. Ma del iei-u^ 
chi avrà mai parole bastanti da accennar solo i magnanimi 
e stupendi fatti? Io dico del grande, invitto, fortunato v 
glorioso maggior capitano del nostro secolo, Eugenio di 
Savoia ; al cui solo nome abbiam veduto tremare V ottomanu 
impero : principe che ha lasciato di sé In Europa trofei ?i 
chiari e memorandi, che somministreranno agli scrittori ben 
ampia e doviziosa materia 

Di poema degnissima e d'istoria. 

Ciò che io dico, maggiormente apparirà chiaro, se fa- 
remo attenzione che V Italia, ancorché serva, ha prodotn 
sempre capitani illustri ed insigni, i quali militando soit-- 
le bandiere o dell' Imperio o di Spagna o di Francia, han 
riportato i primi onori e gradi negli eserciti, e che por 
senno, condotta e valor militare si sono resi immortali, ♦• 
la fama ne risuona e risuonerà per sempre gloriosa nel 
concetto e nelle bocche degli uomini. Basterà accennare 
solo i Caraffi, i Caprara, i Montecuccoli, che si resero famosi 
neir Alemagna e nelle Fiandre ; i Marchesi di Torrecusi» 
Caraccioli, i Cantelmi, e tanti altri nella Spagna ; i principi 
Trivulzi nella Francia ; i Farnesi nelle Fiandre : e chi po- 
trebbe mai annoverarli tutti ? Questo esempio, che può dir^i 
domestico, senz' andar molto lontano, de' principi di Savoia, 
dovrebbero aver sempre innanzi agli occhi gli altri principi 
d'Italia, pei* avvedersi che in Italia non si é scemato Tantió 
valore : ossi (restituendo ne' loro popoli la prisca militai 
disciplina), vedran l' Italia sottratta da servitù, e ritornata 
all'antica gloria, facendo si che i loro sudditi abbiano il prv- 
gio ed il piacere d'obbedire a principi nazionali, e di mili- 
tare sotto le insegne de' loro propri e naturali duci e signoii. 
— (Dai Discorsi sìujli Annali di- Livio, parte lì, disc. ,V.) 



SCRITTORI VARI. 379 

ANTONIO CONTI. Quest* illustre padovano, dotto in ogni ma- 
niera di discipline, nacque il 22 gennaio 1677. Abbandonata la car- 
riera ecclesiastica, restò semplice abate. Datosi tutto agli studj, 
si recò nel 1713 in Francia, ove conversò di scienze con tutti i 
più illnstrì del tempo, e dopo due anni passò in Inghilterra, ov* ebbe 
familiarità col Newton. Ferveva allora fra il Newton e il Leibnitz 
la disputa di priorità nella invenzione del calcolo infinitesimale, e 
il Conti, amico ad ambedue, cercò di farsi mediatore fra essi; ma 
veramente riuscì soltanto a disgustarsi Tuno e l'altro. Nel 1716 
passò col re Giorgio in Olanda e in Germania, ma arrivato in An- 
Dover trovò morto da pochi giorni il Leibnitz, per conoscere per- 
sonalmente il quale principalmente erasi mosso. Tornato in Inghil- 
terra e poi di nuovo recatosi in Francia, dove fu amicissimo di 
madama de Caylus, si diede più specialmente agli studj letterarj. 
Ritornò di qua dalle Alpi nel 1726, e mori in Padova ai 6 aprile 1749. 
La molta applicazione e V accumulata esperienza non diedero 
in lui quel frutto che se ne doveva attendere, e fors* anche la 
troppa dottrina gli fu d* ingombro e d' inciampo. Rimase appena 
abbozzato un trattato eh' ei meditava, e del quale bensì espose le 
linee principali, sulla Bellezza. Alcuni suoi scritti ei* raccolse col 
titolo di Prose e poesie, Venezia, Pasquali, 1739: il 2» voi. del 1756, è 
postumo. Nel primo trovansi il Globo di Venere, sogno, poema me- 
tafisico, e il Proteo, ìdilio ; e poi cantate, sonetti, poesie varie, tra- 
dazioni da Anacreonte, Saflfo, Siraonide, Callimaco, Orazio, Virgilio, 
Catullo, e V Alalie dal Raciue, preceduta da una Dissertazione. Il se- 
condo voi. racchiude frammenti e abbozzi di trattati filosofici e let- 
t^Tarj, traduzioni dall' inglese, fra le quali quella del Riccio rapito 
di Pope (Parigi, 1728), del quale pur rese volgare, in bei versi, VÈpi- 
ifola d'Eloisa ad Abelardo, Napoli, 1760 (v. ZANELLA, A. Pope e 
A. Conti, nei PctraU, letter^ Verona, Milnster, 1885, p. 43), lettere e 
prose francesi sulle donne, la natura d'amore, le arti e le scienze, ec. 
Compose inoltre quattro tragedie di soggetto romano, nelle quali 
volle rappresentare i momenti più rilevanti della storia di Roma, e 
sono il Oiunio Bruto, il Marco Bruto, il Giulio Cesare, il Druso (Fi- 
renze, Boudncci, 1751), al quale doveva aggiungersi il Cicerone. Mi- 
jrliore di tutte è il Giulio Cesare, ch'ei scrisse dopo aver letto quella 
dello Sbakspeare, che in parte imitò (v. A. Zardo, Un tragico padov. 
■Ul sec. *cor*o, Padova, Randi, 1884; P.Colagrosso, La prima tra- 
'jfiìia diA.C, Napoli, tip. universit., 1893). Una scelta delle sue prose 
«dite e inedite fu fatta col titolo Opuscoli filologici da B. Gamba, Ve- 
nezia, Alvisopolt, 1832. Utile sarebbe la conoscenza del suo episto- 
lario con Italiani e stranieri, del quale solo una piccola parte, per 
«laello che spetta soltanto agli Italiani, fu fatta conoscere da P. Bet- 
ti©, Lettere scelte di celebri autori ad A. C, Venezia, Fracasso, 1812. 
[Per la biografia, vedi la lunga e particolareggiata Vita di lui 
scritta da G. Toaldo, e premessa al 2» voi. delle Prose e Poesie.] 



k 



380 SECOLO xvm. . 

Dante e Petrarca. — Terminata con la lingua degli antichi 
Latini anche la loro poesia, Dante, il quale fiori dodici se- 
coli almeno dopo Augusto, sentendo la forza e la bellem 
di una lingua ancor rozza, T applicò rion a perfezionare il 
romanzo o la poesia amatoria, non ad adulare i principi 
del suo tempo, ma a spiegare nel modo più poetico quanto 
v' era di più sublime e nascosto nella teoria rivelata e nella 
filosofia scolastica, ponendo per base il sistema della Mo- 
narchia da esso ideata, e individuando 1 gradi delle pene 
e de'premj dovuti al vizio e alle virtù, secondo i principi 
del suo sistema. Io per me credo, che dai libri della Scrit- 
tura che si chiamano poetici, i Salmi, la Cantica, le Pro- 
fezie, l'Apocalissi, molto più che dagli autori profani ri- 
cavasse lo spirito e il metodo della poesia di cui ci lasciò 
il primo esempio. Quando attentamente si esamina la saa 
Commedia, non si trova tra' latini o tra' greci alcuna com- 
parazione, sia nel luogo, sia nel tempo, sia nell'azione imi- 
tata. La scena di essa non è minor di tutto il creato e 
dell' intiero sistema del mondo ; poiché dal centro della tem* 
egli cammina per gradi sino a' pianeti, e da questi alle 
stelle e al di la • e per dare unità alla scena (ciò che non è 
stato osservato dai commentatori), facendo Lucifero di una 
sterminata statura (per accennare la quale Milton gli dieik 
uno scudo uguale al disco della Luna, idea tolta da Vii- 
gilio). Dante accresce in ffuisa la mole del suo corpo, che, 
cadendo col capo in giù, dalla parte della zona non abitata 
sloga tanta terra, eh' eleva la montagna del Purgatorio, la 
quale si va a congiugnere co' pianeti. La zona torrida, cn^ 
(luta non abitata a' tempi di Dante, accresce la verisinii- 
glianza del fantasma poetico ; e la gradazione degH sca- 
glioni della montagna del Purgatorio non è meno mirabile 
che quella de' gironi e delle bolge dell' Inferno, ove tutto si 
misura geometricamente, e compone un'architettura tanto 
più mirabile, quanto più orrida. Il Mazzoni prova a lungo 
che questa Commedia non è che una specie di sogno esta- 
tico. Ma quali ne sono le azioni? divisi i ^zj e le virtiì 
ne'lor gradi, e individuati questi nelle persone, che il si- 
stema della Monarchia vuol salve o dannate, assegna loro 
con immagini fantastiche, corrispondenti all'individuazione 
del grado, le pene ed i premj. 

Come di tutto questo estatico viaggio, la poesia, la filo- 
sofia morale, la teologia rivelata ne sono le guide, egli le 
personifica in Virgilio, in Catone, in Beatrice, e dà l'esempio 
della poesia o della creazione allegorica la più sublime, che 
mai sia caduta in mente umana. Che il signor Adisson vanti 
pure il poema del Pay-adiso perduto dì Milton come un poema 
a cui nulla può compararsi, poiché in bellezza non ceile fJ- 
r Eneide, in grandezza all' Ihade, in novità alle Metamor- 
fosi, i poemi più pregiati che ci restano degli antichi; tutt^j 
sia vero, ma Milton ha lavorato il suo poema sulle stxjiìe 



1 



8CBITT0KI VARI. 381 

e ti*adizioni rimasteci, laddove Dante tutto ha tolto dalla 
propria idea, creando il luogo, il tempo, le azioni; e quel 
ch'é prodigioso, laddove leggendo Milton tutta la maravi- 
glia termina con la lettura, perchè tutta si confina air in- 
telligenza de' fatti della Scrittura, i quali seco non portano 
che le allegorie loro connaturali; all'incontro, più che s'in- 
terna a svelare i sensi della Commedia di Dante, più questi 
multiplicano, e tutto ciò che ne ha detto il Mazzoni e i com- 
mentatori, non basta per discoprire né le allusioni satiriche, 
né le politiche, né le mistiche, e molto meno le profondità 
dell'arte poetica. 

Tale è stato il primo poeta della lingua italiana; e se si 
avesse, come osserva il Gravina, seguito T ampio campo 
che avea aperto ai poeti suoi successori, la poesia italiana 
avrebbe più sublimità della poesia egizia, greca e latina, 
senza avere alcun di que' difetti, che necessariamente v' in- 
troduceva la superstizione e V interesse. 

Ma il Petrarca, il quale fiorì nel secolo di Dante, ade- 
scato forse dall'applauso che aveano le canzoni amorose 
de' provenzali, tra' quali lungamente visse, e stimolato dal- 
l' amore di Laura, donna al pari bella che onesta, ristrinse 
a quella sola passione l' italiana poesia, e riservò le cose 
eroiche e scientifiche per la poesia e per la prosa latina. 
Nelle due lingue egregiamente riuscì, perché egli si consi- 
dera quasi il primo ristauratore della eleganza della lingua 
latina abolita, per non dir estinta, parte dalla barbarie 
de' termini, parte dall' affettazione d' uno stile declamatorio. 
Nelle sue prose latine il Petrarca rinnovò il gusto delle 
cose morali di Seneca e d' altri antichi ; e per il suo poema 
latino deìV Affrica, il Tasso lo preferisce nell'invenzione e 
nella disposizione a Stazio e a Silio Italico. Molti crede- 
rono che da queste opere il Petrarca sperasse l' immorta- 
lità del nome e che le sue poesie volgari non fossero altro 
che un esperimento della sua abilità nella lingua italianj\, 
ed un ozio dilettevole degli studj serj, ma non è facile il 
persuadercelo, allora che diligentemente sì considera con 
qual industria egli applicò ciò ch'ossi chiamavano idee pla- 
toniche a purgare e nobilitare la passion dell' amore. Egli 
osservò che Dante trasportò dall' intimo seno della filosofia 
^ dell'altre scienze molti termini e molte idee, che non 
tanto recavano seco di novit^X quanto di difficoltà, come dice 
il Tasso, né tanto di maestà quanto di oscurità e d' orrore, 
massimamente perchè i concetti erano vestiti delle lor pro- 
prie voci mescolate da Dante, o fosse elezione o necessità 
della materia trattata, tra i fiori onde è adorno il suo poema. 
11 Petrarca scelse i concetti più puri, candidi, gravi od 
ai'Tuti e scelse le voci le più gentili e più delicate e più 
soavi ; onde nelle sue poesie tutto ha non solo del sacro, 
del venerabile, ma del gentile e del delicato. Da' platonici 
tulse non de' più difficili ed incogniti affetti, ma de' più fa- 



/V- ''rlT^^J? 



382 SECOLO xvra. 

cili e limitati, più tosto da' limitari che dal centro della 
filosofìa; ma con tanta modestia e cosi parcamente nella 
poesia li trasportò, con tant' arte li temperò, di tali fpegj 
li vesti ed adornò, che pajono non forestieri ma natarab 
della poesia. Tutto questo studio senza dubbio fu una con- 
seguenza d* avere ben inteso che il poeta deve dilettare, o 
perchè il diletto sia il suo fine, o perchè sia mezzo necessa- 
rio ad indur il giovamento. Il buon poeta, dice il Tasso, non 
è colui che non diletta; né dilettar si può con que' concetti 
che recano difficoltà ed oscurità, perchè necessario è che 
l'uomo affatichi la mente intorno T intelligenza di quelli; 
ed essendo la fatica contraria alla natura degli uomini e 
degli Dei, ove fatica si trovi, ivi per alcun modo non può 
diletto ritrovarsi. Cosi fecero gli antichi poeti Pindaro, Saffo, 
Anacreonte, Omero, Orazio, Tibullo e Catullo ; ed il Petrarca, 
studiandoli, ricavò da loro la vera indole della poesia ita- 
liana, e tolse dalla pasàion dell' amore tutto ciò che avea 
di rozzo e di vile nelle poesie de' latini, elevandola all'idee 
platoniche cosi morbidamente maneggiate e felicemente ap- 
plicate, che il carattere di Laura, sia per ciò che rignarJa 
la bellezza del volto, V onestà degli atti esterni, la saviezza 
e gentilezza delle parole, sia delle virtù dell' intelletto o 
del cuore, infiamma alla virtù e diventa il più utile eserapin 
della morale. — (Dal Frammento intorno alla poesia ita- 
liana, in Poesie e Prose, voi. II, p. 228.) 



FERNANDO ANTONIO GHEDINI. Nacque in Bologna ai 
19 agosto 1684. Studiò scienze, e fu laureato in medicina: appar- 
tenne air Istituto, del quale fu anche segretario ; ma non trascurò 
gli studj letterarj, e fu de' primi a scostarsi dal mal gusto del 
secolo. Stette tre anni (1710 e segg.) a Venezia come maestro del 
figlio del principe Caraccioli, ambasciator spagnuolo, che lo con- 
dusse seco in Spagna; donde ritornò nel 1715, trattenendosi alquanto 
a Roma. In patria fu fatto professore di Scienze natnrali; e poi 
di Eloquenza nel collegio lucchese. Morì il 28 gennaio 1768. Le 
sue liime furono stampate a Bologna, Sassi, 1769: alcune sue LelUre 
stanno nella raccolta di Lettere d' ale. Bolognesi del nostro stc, 
Bologna, Della Volpe, 1744. 

[Per la biografia, v. V. C. Alberti, De vita F, A. GA., cojt- 
mentarius, Bononia>, Sassi, 1771 ] 



Roma. 



Sei pur. tu, pur ti veggio, o gran latina 
Città, di cui quanto il sol aureo gira, 
Nò altèra più nò più onorata mii*a. 
Quantunque involta nella tua ruina! 



SCRITTORI VARI. 383 

Queste le mura son, cui trema e inchina • 
Pur anche il mondo, non che pregia e ammira! 
Queste le vie per cui con scorno ed ira 
Portar barbari re la fronte china! 

E questi che v' incontro a ciascun passo, 
Avanzi son di memorabil opre, 
Men dal furor che dall' età securi ! 

Ma, in tanta strage, or chi jn' acidita e scopre 
In vivo spirto, e non in bronzo o in sasso. 
Una reliquia di Fabri2y e Curj! 



PAOLO ROLLI. Nacque in Roma nel 1687. Fu dapprima im- 
provvisatore, e piaciuto a lord Steers Sarbrnch, nel 1715 questi 
!«e io condusse a Londra, ove fa maestro d'italiano alla famìglia 
(lei re e venne ascritto alla Società reale. Ivi scrisse dieci drammi 
per musica, che non sono delle cose sue migliori ; e curò edizioni 
«li autori italiani, il Decamerone fra gli altri. Nel 1747 tornò in 
Italia, invitando a seguirlo le Muse : 

Troppo già seguitaudomi, o belle, 
Dilettoso Castalie sorelle, 
Siete fuor dell' ansonìe contrade: 
Troppo ò si che la vostra natia 
SoaTissima ignota armonia 
Qnal rogiada in arena se n' cado. 

k'éi puro di clima sereno, 
Chiaro sol, cheto mar, suolo ameno 
Ti richiamano a lieto ritorno. 
Ove intesa è dolcezza di canto 
Ove ogn' alma ne sonte V incanto 
De le Muse è il vorace soggiorno. 

Ripassate dell'Alpi le brunio .... 

Si fermò a Todi, donde era nativa la madre, ed ivi morì il 
5) marzo 1765. 

Molto ei tradusse : da Virgilio la Bucolica, da Anacreonte le 
^><ii, da Racine V Ester e VAtalie, da Milton il Paradiso perduto 
Londra, 1735). Meglio riuscì nella lirica (1* ediz. col titolo Com- 
}H>nimenti poetici, Londra, Pickard, 1717 : edizione più compiuta, 
Nizza, 17^2) trattando l'Ode, T Elegia, la Cantata, ma riuscì spe- 
cialmente nelle Canzonette, in che rivaleggiò col Metastasio, anzi 
^«ocondo alcuni, ad es. il Bertòla e il Carrer, lo superò in eleganza. 
Queste sue poesìe mollemente musicali, anche quando non aves- 
sero propria accompagnatura di musica, furono per la loro facilità 
e dolcezza notissime a' loro tempi e da tutti gustate. Del luogo 
che a lui spetta fra i poeti del secolo scorso, parla ottimamente 



384 SECOLO XVIU. 

il Carducci nella Prefazione ai Poeti erotici (UImc. XVIlIJì- 
renze, Barbèra, p. xxviii e segg. (e col titolo / corifei della Cairn- 
netta nel sec. XVIIIy in MORAKDI, Antol, della crit. mod., p.546). 
[Per la biografia, t. le Memorie poste dall' ab. G. B. Tondini 
in fronte al Marziale in Album del Rolli, Firenze, MoUcke, 177(> ì 



La Lontananza. 

Solitario bosco ombroso, 
A te viene afflitto cor, 
Per trovar qualche riposo 
Fra i silenzi in quest'orror. 

Ogni oggetto ch'altrui piace 
Per me lieto più non è : 
Ho perduta la mia pace, 
Son io «tesso in odio a me. 

La mia Fille, il mìo bel foco, 
Dite, piante, è forse qui? 
Ahi! la cerco in ogni loco; 
K pur so eh' ella parti. 

Quante volte, o fronde grate. 
La vostr'-ombra ne copri! 
Corso d*ore si beate 
Quanto rapido fuggi! 

Dite almeno, amiche fi^onde. 
Se il mio ben più rivedrò: 
Ah! che l'eco mi risponde, 
E mi par che dica no. 

Sento un dolce mormorio: 
Un sospir forse sarà; 
Un sospir deiridol mio, 
Che mi dice: tornerà. 

Ah ! eh' è il snon del rio, che frango 
Tra quei sassi il fresco umor, 
E non mormora, ma piange 
Per pietà del mio dolor. 

]VIa, se toma, vano e tardo 
Il ritorno, oh Dei!, sarà; 
Che pietoso il dolco sguardo 
Su '1 mio cener piangerà. 

Autunno. 

Della noiosa estate 
Finita è la stagion, 
E lunge dal loon se n' vda il giorno. ( 

Non più del cahlo sole \ 

L'agricultor si duole, \ 



'/TVtf*- 



SCRITTORI VARI. 385 

E lieto mira il suol di grappi adorno. 

Le tigri pose al carro 
Di Semele il ftgliuol, 
E scende col suo stuol dalla montagna: 

Seco è rallegro Autunno, 
E il vario Vertunno 
Co' satiri e silvani r accompagna. 

Su 1 tardo suo giumento 
Lo seguita Silen, 
E un satiro il sostien perchè non cada ; 

E cento satiretti 
Con fauni e silvanetti 
Scherzano seco e danzan per la strada. 

Vezzose ninfe belle. 
Lieto il bel nume appar: 
Gitelo ad incontrar; per voi ritorna. 

Pane pur seco viene 
Con r incerate avene; 
E i grappoli gli pendon dalle corna. 

Ciascuna il suo cestello 
Pien d'uve porterà 
Dove la corba sta, flncir ella è piena ; 

Poi tutte a franca mano 
Ammostino il silvano, 
Dopo che glie n'avran carca la schiena. 

Quell'uva moscatella 
Non mi toccate no. 
Perchè serbarla io vo' per la mia bella; 

So che fìra gli altri tutti 
Più delicati frutti 
Quest' è il più caro al bel labbro di quella. . 

Mirate come vaga 
Incontro a Bacco vien, 
Nuda il bel collo e il sen in vesta d'oro : 

D' Amor la madre pare 
Alle fattezze rare, 
Seguita dalle Grazie e dal Decoro. 

Le nacchere e i tamburi 
Han poi da strepitar 
In danze a festeggiar si grato giorno: 

Lasci i lavori e il suolo 
Tutto il campestre stuolo, 
E in lieto giro affolli il prato adorno. 

Pan la siringa amata 
Dal fianco scioglierà, 
E dolce le darà flato sonoro: 

La ninfa mia diletta 
Sulla fiorita erbetta 
Guiderà i balli del silvestre coro. 

Tu, Corilo gentile. 



386 SECOLO XVin, 

De' fichi a coglier va' ; 

Il desco Imbandirà Corisca ardita: 

Ma ch'abbian tutti bada 
Lacrime di rugiada, 
Il collo torto e la veste sdrucita. 

Due bei mellon di Sezza 
Messio ne porterà, 
Ei che gli arcani sa del Dio di Delo: 

Pesano ed han la rosa 
Intatta e spaziosa, 
Gettan gradito odore, e han grosso stelo. 

Ho poi di Monte Porzio 
Vin di quattr'anni ancor. 
Me *1 die del suo signor la bella prole : 

Ha un non so che mordace 
Che punge si ma piace, 
E* sparge un odor grato di viole. 

Lungi dall'aspre cure 
Lieti vivrem cosi, 
K segnerem più di con bianca pietra. 

Timor, tristezza, affanno 
Fuggono donde stanno 
Cuor lieto, dolci carmi e suon di cetra. 



1 



FRANCESCO MARIA ZANOTTL Intelletto midrìto della più 
svariata cultura, insigne egualmente nelle scienze e nelle lettere. 
Francesco Maria Zanotti, ultimo figlio deir attor comico Andrea 
e fratello a Gian Pietro, nacque 11 6 gennaio 1692 in Bolopi^ 
Studiò dapprima la filosofia, indi le leggi, ma non vi continuò per 
nobil disdegno che nelle scuole s' insegnasse a far parer bianco 
il nero e nero il bianco : alle lettere e alla poesia fu avviato dal 
Ghedini, alle matematiche dal Manfì-edi, che pur lo volle suo com- 
pagno in commissioni idrauliche. Nel 1718 venne eletto professare 
di filosofia nella patria imiversità, e v* introdusse le nuove dottrine 
di Cartesio e di Newton. Nel 1723 fu fatto segretario del patri» 
Istituto di Scienze, creato dal Marsigli, e nel 1766, presidente': 
e ne scrisse in otto volumi la storia e i commentarj (Bononife, 1731 1 
segg.), riassumendo con precisione e con elegante latinità i la- 
vori e le esperienze proprie ed altrui. Recatosi a Roma pel giù 
bilco del 1750, ed ivi accolto e festeggiato dai dotti e dal ^n» 
concittadino papa Lambertini, ebbe V incarico di recitare in Cam 
pìdoglio una Orazione in lode della pittura, della teuUmra • dil- 
V architettura, alla quale per bizzarria fece seguire, come in nom< 
d' altri, una seconda, in che se ne impugnavano le ragioni, e nna 
terza che difendeva la prima (Bologna, Della Volpe, 1750). Pt^[ 
parte ad una questione di fisica, che allora agitavasl fra i 8egn.nf i 
di Cartesio e quelli del Leibnitz, e che il D'Alembert provò €9sct 



SCRITTORI VARI. 387 

meramente di parole, scrivendo tre Dialoghi italiani della forza 
dei corpi che chiamano viva (Bologna, Della Volpe, t752); e poi 
Sulle forze centrali una dissertazione latina (Bologna, 1762), e, pur 
per bizzarria e come da un originale francese, che non esisteva, 
il trattato italiano Della forza attrattiva di quelle cose che non 
sono (Bologna, 1774). Scrisse pure la Fil4)sofià morale (Bologna, 
Pisarri, 1754), in che si attiene più specialmente ad Aristotile, non 
senza qtialche mescolanza di platonismo, e alla quale si congiunge 
un Ragionamento sulle dottrine morali del Maupertuis; ed avendo 
in questo difeso gli stoici, ebbe per ciò una lunga disputa col pa- 
dre domenicano Ansaldi (Venezia, 1763). Ricordiamo ancora un suo 
libro DelVArte poetica, scrìtto ad istanza di una nobll donna (Bo- 
lojsma, 1768), anch'esso sulle orme aristoteliche, una Orammo- 
Hca della lingua volgare, oltre altre cose minori, e poesie latine 
ed italiane (Firenze, Paperini, 1734). Alle Lettere sue anterior- 
mente stampate fra quelle d'Alcuni bolognesi del eecXVIIIe nelle 
Opere dell'Algarotti (voi. XI-XII) altre se ne aggiunsero dappoi: al- 
cune al Morgagni per cura dello Schiassi (Bologna, Sassi, 1826); e 
l' intero Carteggio fu poi messo fuori dal Rocchi nel 1875 (Bologna, 
Zanichelli) : nel 1849 a Bologna sei lettere ad Angelo Fabroni, e a 
Lacca nel 1857 altre ventisette. Sei se ne trovano nella raccolta 
di C. Malagola, Leti. ined. di illustri bolognesi^ Bologna, Roma- 
gnoli, 1875, II, 249. Tutte le sue scritture furono dal Palcani, affet- 
tuoso discepolo, raccolte in nove volumi (Bologna, 1779 e segg.)- 
One grossi volumi di sue Opere scélte diede fuori a Milano nel 1818 
la tipografia dei Classici italiani. 

Lo Zanetti lavorò e scrisse fino alla vecchiaia; negli ultimi 
anni a chi lo dimandava che cosa ei facesse, rispondeva : studio 
ìa mia lingua. Nella quale fu peritissimo, congiungendo insieme 
perspicuità e lindura, e con urbana dignità temperando lo stile 
degli antichi e quello proprio de' moderni tempi. Ebbe intelletto 
acuto, sottile, e alquanto portato al paradosso : di tal nome infatti 
intitolò alcuni suoi pensieri: ed è anche da vedere il libretto di 
G. CasaIìI, Alcuni pensieri e detti filosofici scherzosi di F, M. Za- 
notti (Venezia, 1799). Fu socio delle Accademie di Berlino e Lon- 
dra, stimato dal Fontanelle e dal Voltaire, che gli scrisse volere 
che si incidesse sulla sua tomba : Qui giace uno che volea veder 
l'Italia e lo Zanotti. Mori ai 25 dicembre 1777. 

[Per la biografia, v. la vita scritta dal Fabroni, nel V voi. 
dolla sua raccolta, e quella del Reina nella cit. ediz. dei Classici.] 



Idem del perfetto filosofo. — Io mi sono assai volte meco 
stesso maravigliato, signor Giambattista carissimo,' per 
'inai cagione, avendo tanti eccellentissimi scrittori descritta, 
chi in un genere e chi in un altro, la forma deir ottimo, in 

' Il discorso diretto al celebro anatomico G. B. Mor^tagiii. 



'V^t'- 



388 SECOLO XVIU. 

cui gli uomini riguardando conoscer meglio potessero le lor 
mancanze, e correggendosi a norma di quelle farsi più per- 
fetti migliori ; a ni uno, eh' io sappia, sia venuto in animo 
di descriver la forma del filosofo perfettissimo. Perchè, c^ 
minciando dai tempi antichissimi e risalendo alle memorie 
ultime delle lettere, noi troveremo che i poeti, i quali pare 
che siano stati i primi a svegliar gli uomini ed incitargli 
alla virtù, lianno sempre avuto una certa maniera di-poesia, 
da essi chiamata epopeia, nella quale sotto la specie di qq 
qualche eroe hanno inteso di mostrare agli uomini la forma 
di un perfettissimo principe e condottiere. E pare che Se- 
nofonte, fingendo di scriver T istoria del re Ciro, abbia vo- 
luto imitarli ; essendo opinione di molti che egli, esponendo 
le azioni e le virtù di quel re gloriosissimo, non tali le 
esponesse quali furono, ma quali a lui pareva che esser 
dovessero. Platone propose la forma d' una perfetta repub- 
blica, e fu seguito nello stesso argomento da Cicerone, il 
quale vi aggiunse anche quella dell'ottimo oratore. Nèpot^ 
Quintiliano astenersi dal descrivere la medesima, quantun- 
que r avesse descritta Cicerone. E per lasciare gli antichi, 
venendo ai tempi ultimi ed a' nostri, voi sapete che il conte 
Baldassar Castiglione espose in quattro libn la perfetta «^ 
tegiania, per cosi fatto modo, che parve ninna cosa potere 
immaginarsi né più bella, nò più nobile, né più magnitìca 
dì quel suo Cortegiano ; il qual però avrebbe, cred' io, ceduto 
al vostro Anatomico, se come voi lo adombraste una vdiA 
in una vostra b(?Ilissima orazione, cosi aveste poi preso 
cura di vestirlo ed ornarlo, e farlo vedere agli occhi dejifli 
uomini ricco e fornito di tutte quelle doti e qualità, che ad 
un sommo anatomico si convenissero. Ma voi, distratto dalle 
vostre moltissime e gi*avissime occupazioni, avete a'oIuio 
piuttosto essere quel? eccellentissimo anatomico che for- 
mavate nell'animo, che descriverlo. Se dunque la forma e 
la natura dell'ottimo ha tirato a sé lo studio e l'attenzione 
di tanti valentissimi scrittori nelle arti nobili e liberali, e 
se alcuni l'hanno seguita eziandio nelle più vili e plebee, 
essendo stato un francese che ha d^escritto con somma ac- 
curatezza la forma del perfettissimo cuoco, parca ben ragii>- 
nevole che alcuno prendesse a descrivere e formar l'imma- 
gine di un sapientissimo filosofo, a cui nulla mancasse, e 
in cui nulla desiderar si potesse. Ma io credo, due ra- 
gioni principalmente aver distolto gli uomini da ciò fare; 
delle (juali la prima penso che sia la grandissima e somma 
di incolta di istituire questo filosofo cosi perfetto. Perciocché 
se nelle altr-e discipline) che sono più anguste e risu*ette, 
pur é diriìeile scorgere quell'ultimo grado di perfezione a 
cui posson giun^^ere, quanto più lo sarà nella filosofia, la 
qual vagando por tutte le cose che in mente umana cader 
possono, non ha contine né limite alcuno? Che se ognuna 
di quelle, per esser perfetta, ha bisogno delle altre disei- 



SCRITTORI VARI. 389 

pline a lei propinque, da cui però sol tanto prende quanto 
Je basta per esser più beila ed ornarsene, elie diremo della 
lilosQtìa, che vuol professarle ed esser maestra e direttrice 
di tutte? Onde si vede a lei richiedersi molto maggior 
doviiàa di cognizioni e di lumi, che a qualsivoglia altra. 
E certo non potrà alcuno, non che filosofo perfettissimo, ma, 
a mio giudicio, né pur filosofo chiamarsi, se egli non avrà 
una molto acuta e profonda dialettica, per cui possa e de- 
tiniPile cose prestamente', e distinguerle e distribuirle, e 
trovar gli argomenti, conoscendone il valore e la forza, e 
sapendo misurare la loro probabilità, e contentArsene, qua- 
lora non possa giungersi air evidenza ; ricercando poi V evi- 
denza in quei luoghi, ove qualche speranza ci se ne mostri, 
e non far come quelli i quali, assueti ali* evidenza dei ma- 
tematici, soffrir non possono le ragioni probabili dei giuristi ; 
ovvero, avvezzi alla probabilità dei giuristi, si nolano delle 
ragioni evidenti dei matematici: nel che errano cosi gli uni 
come gli altri. Ed anche dovrebbe, per esser degno del nome 
(li filosofo, sapere perfettamente tutte le fallacie; perchè, 
sebbene è vergogna talvolta V usarle, è però molto mag- 
gior vergogna, essendo usate da altri, il non saper svol- 
gerle e aiscoprirle. Né con tutta questa scienza però sarà 
tn-an fatto il filosofo da apprezzarsi, se egli non se ne ser- 
virà a conseguire le altre, e non avrà, in primo luogo, 
compresa nel!' animo la varietà e V ordine e la bellezza di 
tutte le cose intellettuali, che chiamansi metafisiche : le 
quali alcuni disprezzano avendole per insussistenti e vane ; 
ma se pensassero, ninna cosa presentarsi giammai air animo 
né più manifesta né più ferma ed immutabile delle forme 
miiversali ed astratte, e niente esser più certo che qu(?i 
principj e quelle verità, che da esse a tutte le scienze de- 
rivano ; io non so perchè molto più stimar non dovesj?ero 
quelle cose che essi chiamano insussistenti e vane, che non 
quelle che essi chiamano vere e reali. K certo che la me- 
tafisica ci apri ella sola da principio e discopri quella bel- 
lissima e importantissima disciplina, che può dirsi il maggior 
dono che la natura abbia fhtto agli uomini ; voglio dir la 
morale ; la qual se il filosofo non saprà, né avrà cognizione 
delle virtù né dei vizj, né saprà ragionare del fine del- 
l'uomo né della felicità, io non so che voglia egli farsi 
della sua filosofia. E quantunque la perfetta conoscenza 
della morale possa da vsé sola innalzare il filosofo sopra gli 
altri nomini, e farlo, per così dir, più che uomo, egli non 
dovrà però esser privo né della scienza economica, né della 
politica e dovrà saner giudicare rettamente dei costumi e 
delle usanze, tanto aoniestiche quanto pubbliche, perchè do- 
mi essere peritissimo eziandio della giurisprudenza. E quanto 
a me, se io dovessi formarlo a mio modo, io vorrei che fosso 
anche eloquente : e ciò per due ragioni, delle quali la prima 
^ì è, per poter adornare le altre parti della filosofia ed 



390 SECOLO xvra. 

esporle con bel modo ; perchè sebbene sono stati molti filo- 
sofi che hanno trascurato ogni ornamento del dire, io non 
credo però che ne sia stato alcuno mai tanto rozzo, che po- 
tesse la sua rozzezza piacergli. L' altra ragione si è, che io 
tengo che l'eloquenza sia una parte della filosofia essa pure; 
poiché se credessi comunemente che alla filosofia si appar- 
tenga il sapere come si educhino le piante e si lavorino i me- 
talli, per qual ragione non dovrà ella anche sapei*e come e 
per quai mezzi si lusinghino gli^nimi umani, e si eccitino 
e si movano? E per quesVistessa ragione, niente mi raa- 
raviglierei se quel perfettissimo filosofo, che noi andiamo 
ora immaginando, volesse essere anche poeta. E certo, 
avendo egli quella tanta cognizione che noi vogliamo che 
abbia, di dialettica, di metafìsica, di morale, avrebbe un 
grande aiuto ad essere un dottissimo poeta e un oratore 
eloquentissimo. E noi sappiamo che Cicerone, prezzando 
poco ì documenti della rettorica, ni una cosa stimo essergli 
stata tanto giovevole a divenire quel grandissimo oratore 
che era, quanto lo studio delle sopraddette scienze; ed esa- 
minando una volta, qual filosofìa fosse a questo fine più ac- 
comodata deir altre, antepose a tutte quella dei peripatetici 
e degli accademici ; ed afl'ermò, lui essere uscito cosi grandi* 
com'era, non già dalle ofiìcine dei rétori, ma dagli spazi 
deir Accademia. La qual cosa considerando io talvolta meco 
stesso, e pensando che quell'antica filosofia partorì pure 
al mondo un cosi eccellente e cosi divino oratore, non so 
comprendere come molti se V abbiano per una filosofia inu- 
tile e da sprezzarsi. Lascio stare che tanti altri oratori e 
poeti valorosissimi e sommi uscirono da quelle medesime 
scuole. Ma ritornando al nostro filosofo, molto ancora gli 
mancherebbe, se egli non possedesse perfettamente tutte le 
parti della fìsica; nella quale entrando, io vorrei che egli 
non solamente andasse dietro a quelle cose che per li sensi 
ci si manifestano, ma procedesse oltre con V intelletto, e 
cercasse anche i principj e le cause che ci si manifestano 
per la ragione; soddismcendosi di quella probabilità che 
lianno, giacché all' evidenza non possono giungere, né ri- 
traendosi da questo studio per paura che quella opinione, 
che oggi par probabile, potesse una volta trovarsi falsa. 
Perciocché il pretendere che ciò che si dice, non debba po- 
ter esser falso, è una pretensione superba, e convenienu» 
piuttosto a un Dio che a un fìlosofo : e quegl' istessi che. 
trasportati da una tal vanità, per essere sicurissimi di ciò 
che affermano, professano di non volere attenersi se non 
alle esperienze e alle osservazioni, volendo poi ridurre i 
ritrovamenti loro a leggi universali e costanti, che debban 
valere in tutte le cose, eziandio in quelle che non hanno 
mai osservate, cadono anch'essi nel pericolo della proba- 
bilità; la qual probabilità se non volesse seguirsi per paura 
di errare, non potrebbono più uè i medici curar gli infermi. 



SCRITTORI VARI. 391 

né i giudici diffinire le cause; e si leverebbe del mondo 
ogni regola di buon governo. Io vorrei dunque che il filo- 
sofo sapesse tutti i sistemi, almeno i più illustri, per se- 
guir quelli che fosser probabili, se alcun tale ne ritrovasse, 
e rigettar quelli che non fossero: i quali però saper si deb- 
bono, benché si vogliano rigettare; anzi rigettar non si 
'iovrebbono senza saperli ; che è cosa da uom leggiero, ri- 
irettar quello che non si sa. E già la fisica stessa, mostran- 
dogli i suoi sistemi, ed istruendolo delle sue esperienze ed 
osservazioni, e manifestandogli le sue leggi, non è da du- 
bitare che non gli aprisse anche la chimica, la medicina, la 
notomia, e noi conducesse ne' vasti campi di tutta V istoria 
naturale. La qual fisica vorrebbe però sempre aver seco la 
geometria e V algebra, con le quali spessissime volte viene 
a dehberazione e si consiglia ; e sono esse tuttavia per sé 
medesime bellissime scienze e nobilissime, ed oltre a ciò 
amicissime della metafisica, da cui credono esser nate. Così 
che io esorterei il filosofo ad assumerle anche per lor me- 
desime ; perchè assumendole solo in grazia della fisica, po- 
trebbono, e giustamente, averselo a male. E queste poi lo 
in trodurrebbono alla meccanica, all'ottica, all'astronomia: 
delle quali discipline dovrebbe il filosofo essere peritissimo. 
Parrà forse ad alcuno che io sia fastidioso e poco di- 
?^ereto, volendo imporre al filosofo tanto peso di studj e di 
cognizioni, che non è persona al mondo che portar lo po- 
tesse. Ma se eglino pensassero che io non lo impongo a 
loro, né a veruno di quelli che essi conoscono, ma ad un 
filosofo che vorremmo imaginarci e fingere, e che doveqdo 
superar tutti gli altri nella virtù e nel sapere, vogliamo 
ancora che gli superi nella memoria e nell'ingegno ; credo 
che facilmente mi perdoneranno, ed anche mi scuseranno 
se io vorrò che, sapendo egli tutte le scienze che abbiamo 
dette, e molte altre, sappia ancora l' istoria loro, e come 
nacquero tra gli uomini e crebbero, e passarono in varj 
tempi e varie nazioni, e con quali aiuti e per quai mezzi 
a tanta autorità e gloria s' innalzarono ; che, oltreché é con- 
veniente a qualunque professore il sapere gli avvenimenti 
dell'arte sua, questo singolarmente è proprio della filosofìa; 
perciocché l'istoria dell'altre scienze non è una parte di 
«^'sse, né è parte della rettorica l' istoria della rettorica, nò 
della dialettica l'istoria della dialettica; ma l'istoria della 
/ìlosofia, che tutte le altre comprende, sembra essere una 
parte della filosofia stessa. Imperocché se i filosofi consi- 
derano con tanta attenzione gli altri animali, e notano di- 
ligentemente e raccolgono le loro azioni e tutte le loro in- 
dustrie, e questa istoria pongono tra le parti della loro 
"Scienza ; io non so perchè non debbano porvi anche l' istoria 
degli scienziati e ai lor medesimi : tanto più che sono essi 
più nobili degli altri animali, essendo dotati di ragione, ed 
avendola più anche degli altri uomini coltivata. Ma la- 

IV. -'•' 



F^^^^ 



392 SECOLO XVm. 






sciamo ormai di raccogliere tutte le infinite qualità e doti, 
clie a quel filosofo che noi vorremmo veder descritto ec- 
cellentissimo e sommo si richiederebbono ; acciocché non 
paia clf io voglia formarlo io, e presuma far quello che ho 
detto non essere fino ad ora stato fatto da ninno, a cagione 
della grandissima difficoltà. Sebbene io credo che anelli' 
un'altra ragione abbia distolto gli uomini dal farlo; e i\\ie- 
sta è, perchè né potrebbe farlo chi non fosse filosofo, né clii 
fosse, facilmente voiTebbe ; essendo la forma del filosofo 
perfettissimo una cosa tanto grande e magnifica e divina, 
che non è alcuno cosi dotto in filosofia, il qual mirando in 
quella imagine, non si dovesse vergognare di sé medesimo. 
— (Dal libro li Della Forza de' Corpi che chiamano vira.) 



CARLO INNOCENZO FRUGONI. Nacque in Genova di ftinii 
glia patrizia, ma decaduta, ai 21 novembre 1692. Stadio presso i 
piwlri .Somaschi, e a sedici anni Jascìatosi indurre « a pronunciar, 
i tremendi voti > fu, ci dice e cattivo claustrale, poiché fatto p^r 
forza. » Professò lettere a Brescia, Bologna, Genova e Roma: i' 
cardinal Bentivoglio, traduttor di Stazio, lo prese a proteggere, r 
dopo averlo raccomandato ai Farnesi di Parma, gli ottenne anchf 
da Benedetto XIV di poter svestir V abito claustrale, restami»- 
semplice abate. Le vicende politiche, cui Parma andò soggetta, 
lo fecero restar privo d^ogni sussidio, ma al venir dei Borboni (174'.* . 
ebbe il favore di Dou Filippo e del ministro Du Tillot, e fu fatto 
poeta di corte, ispettore des:li spettacoli, segretario deirAccademia 
di Belle Arti, Così visse quieto e felice sino al 20 dicembre 17»-^ 
compartendo i suoi giorni fra la poesia e la galanteria, perseverando 
impenit(*tite nell'una e nell'altra, augurando che la voce e Ut ùUi 
Ì7i me s'estingua (Sciolti a Caterina //), assiduo corteggiatore di 
dame (v. Mazzoni, In biblioteca, Bologna, Zanichelli, ìì^y p. 4 •, 
caro ai potenti, esempio e invidia ai poeti novellini. 

La sua maniera segna una terza ed ultima forma della poesia 
arcadica (ebbe in Arcadia il nome di Cornante Effinetico), che rìn 
calzò di un po' più -di < sensibilità» propria de* tempi, e con un 
suono del verso or più robusto, or di una languidezza, che parv»- 
semplicità e il più spesso è sciatteria. Trattò tutti i metri, w-^ 
riuscì meglio nella canzonetta pastorale e mitologica, contiuuaud'.' 
iu pe^^no il Rolli e il Metastasi©; i suoi versi sciolti, che il Betti- 
nelli j)ropose fra gli ficccììaìd^ meritano l'epiteto di poUronerio, 
che lor diede il Baretti, il quale lo intitolò per dileggio Principe J'» 
reì'siscioltaj. Gli si potrebbero perdonare, se fosse vero che all'ap 
parir del Giorno del Parini confessasse di non averne mai saputo 
fare. Infelicemente tentò il genero drammatico: che gli mancava 
il fiato a lunghi componimenti, uè poteva immaginare se non tenui 
scenette. Il suo verseggiare è ora tumido e fragoroso, ora scherzoso 



jffT'^: 



SCRITTORI VARI. 393 

e tenne: paragonabile neir un caso a gonfio torrente, nell'altro a 
garrnlo macello: ma è sempre acqua, or lutulenta, or scipita. Fecon- 
dissimo yerseggiatore, scrisse su ogni argomento, il più spesso però 
frìvolissimo : per nascite, battesimi, nozze, onomastici, compleanni, 
monacazioni, lauree, morti, guarigioni, per principi, principesse, pa- 
trìzj, dame : lodatore di cagnette, di canarini, di gatti, di galli: poeta 
essenzialmente da raccolte, ch'erano la maggior produzione lette- 
raria del tempo, a cui i migliori ingegni erano obbligati dall'uso 
e dalle clientele, i minori invitati da vanagloria di appajarsi con 
lineili. Le sue poesie facete e satiriche sono goffe e plateali: le 
irotìcbe, lascivette, quando non sieno addirittura procaci: non 
eerto da rìgido sacerdote, ma da abate svenevole del secolo XVIII 
IV. A. Nbri, in Passatempi letter.y Genova, Sordo-muti, 1882, p.l73). 
Era al più un improvvisatore, che aveva avuto, com'ei disse, « certo 
dono facile di cantare; > ma si teneva per gran poeta, e innovatore, 
e sperava T immortalità: asseriva che Orazio negli Elisi lodava i 
iSHoi versi (L'ombra di Pope) e le Grazie attente li ascoltavano 
(La Colomba). Forse ebbe coscienza vera del suo valore quando 
negli ultimi anni al Fabroni, che gli chiedeva notizie della sua 
\ita, rispose: « Chi son io? verseggiatore e nulla più, non poeta. » 
Ma a' suoi tempi, e anche un po' dopo, conseguì gran riputazione. 
il Monti lo chiamò padre incorrotto di corrotti figli; ma ì figli non 
erano punto degeneri dal padre. Ora appena di lui < si pispiglia, » 
e meritamente: esempio del poter della moda in età frivola. 

Le sue Opere poetiche furono in 10 voi. stampate a Parma, 
Stamperia Reale, 1779, e a Lucca in 15 voi., Bonsignori, 1779-80. 
Tna scelta parca e giudiziosa è in Carducci, Poeti erotici del 
s€c. XVIII, Firenze, Barbèra, 1878. Alcune sue Lettere inedite al 
Fabroni furon stampate da A. Bertoldi, Forlì, Bordandini, 1891, 
«d altre ivi pure nel 1892, da G. Mazzatinti. 

[Per la sua biografia, v. le Vitce del Fabroni, I, 160: VElogio 
di G. Rezzonico, Parma, Bodoni, 1772, e le Memorie premesse da 
lui alla cit. ediz. parmigiana: A. Cerati, negli Elogi italiani rac- 
colti dal Kubbi, Venezia, Marcuzzi, 1782, voi III : G. Torelli, 
e. /. l'Yitgoni, in Paesaggi e Profili, Firenze, Le Mounier, 1861, 
p. 319 e segg.] 



Il giuramento di Annibale. 

Del primo pelo appena ombrato il mento 
Avea r ardente giovane affricano, 
Quando sul sacro aitar posta la mano 
Proferiva Torribil giuramento; 

E cento deità chiamava e cento 
Sull'alto scempio del valor romano; 
Sebben li giusti Dei lasciàro in vano 
L'atroce voto, e diérlo in preda al vento. 



• T-r3 ijj uMpif 



394 SEGOLO xvin. 

Ma se veduto avesse il torvo e crudo 
Volto, ed udito il parlar duro e fianco 
Di luì, che ancor non appendea lo scudo 

Al braccio, e il fatai brando al lato manco, 
Roma temuto avria, come se ignudo 
Già vedesse il gran ferro aprirle il fianco. 

Annibale sulla Alpi. 

Ferocemente la visiera bruna 
Alzò suir alpe V affrican guerriero, 
Cui la vittnce militar fortuna 
Ridea superba nel sembiante altero. 

Rimirò Italia: e qual chi in petto alluna 
Il giurato suirara odio primiero. 
Maligno rise, non credendo alcuna 
Parte secura del nemico impero. 

E poi col forte immaginar rivolto 
Alle venture memorande imprese, 
Tacito e in suo pensier tutto raccolto, 

Seguendo il Genio che per man lo prese, 
Coir ire uUrici e le minacce in volto, 
Terror d' Ausonia e del Tarpeo, discese. 

La Rosa. 

Nasci col dì novello, 
pargoletta rosa, 
E mezzo ancora ascosa 
Già porti il primo onor : 

Chi pareggiar ti possa 
Per vanto di colore 
O di soave odore 
Non hai fra gli altri fior. 

Desta dall' oriente 
So che la stessa Aurora 
Ti guarda e s'innamora 
Di tua gentil beltà: 

So che d'elette stille 
Ristoro poi ti dona, 
E fior per sua corona 
Non altro elegger sa. 

So che a la Dea vezzosa 
C'ha mille Amor seguaci 
Sola sei cara e piaci. 
Quando dal ciel giù vien. 

vSo che di te poi tanto 
I/aupotte invaghir fai. 
Che dilungarsi mai 
Non sanno dal tuo sen. 



T 



SCRITTOBI VARI. 395 

So che le pastorelle, 
80 che ì pastori amanti 
T'aman d* aprii fina quanti 
Fior vede V alba uscir. 

Breve però è il tuo pregio : 
Per poeó, se no '1 sai, 
Sì vaga riderai : 
No^ non insuperbir. 

Flora, seboen ti diede 
Foglie si porporine, 
Sebben d'acute spine 
Cinta spuntar ti le, 

Non ti die ferme tenipre 
Centra gli estivi ardori, 
E di regnar tra' fiori 
Non lungo onor ti die. 

Presto verrà il meriggio 
De* più bei fior nemico ; 
Presto in giardino aprico 
Tu pur dovrai languir. 

In van ti lagnerai 
De raffrettato oltraggio; 
Dal suo cocente raggio 
Non ti potrai coprir. 

Se su 1 mattin ridente 
Ti rimirai si altera, 
Su la vicina sera 
Cadente ti vedrò. 

Ma, folle! in van ragiono 
Teco, che sorda sei, 
E i saggi accenti mìei 
No, non intendi, no. 

Glori, che sì fastosa 
Te n' vai di tua beltade, 
Nel fior che presto cade 
Contempla il tuo destin. 

D'ostico e di gigli sparso. 
Di leggiadria, di riso. 
Non aVrai sempre il viso, 
Non sempre nero il orin. 

Tempra r acerbo orgoglio; 
E men crudel rimira 
Chi langue, chi sospira, 
Chi chiede a te pietà. 

Godi di tua ventura 
Fin che hai gli amori intorno: 
Fugge, e più far ritorno 
Non può, la fresca età. 



396 . SECOLO xvni. 

ANTONIO COCCHI. Di padre magellano» residente « Benevento 
ai servlgj de* Rinnocinì, nacque ai 3 settembre del 1698. Studiò me- 
dicina a Pisa. Conoscinto e preso a ben volere da Lord Huntington, 
con Ini andò in Ing^hilterra, ove avvicinò il Newton, e poi con Ini 
viaggiò parte di Europa, sempre osservando e studiando. Dopo tre 
anni, nel 1726, ritornò in Toscana: aveva fatto stampare a Londra una 
sua traduzione latina del romanzo di Senofonte Efesio sugli Amori 
di Abrocome ed Anzia. Fu fatto professore dì medicina a Pisa: ma 
la poca eloquenza e la guerra che gli si faceva per la novità dello 
sue dottrine, lo indussero a rinunziar alla cattedra e fermarsi in 
Firenze, ove ottenne l'insegnamento deir anatomia. Fu anche an- 
tiquario cesareo. Col Micheli istituì una società botanica, e col Tar- 
gìoni-Tozzetti attese al riordinamento della Biblioteca Magliabe- 
chiana. Fu il primo toscano che, nel 1732, venisse ricevuto nella 
massoneria, introdotta da Inglesi, e accolta con favore d^ pia 
liberi ingegni, per contrapporla alle conventìcole bigotte, fiorenti 
air ombra degli ultimi principi medicei (v. F. Sbigoli, T&mnaio 
Crudeli e i primi framassoni in Firenae, Milano, Battezzati, 18^. 
p. 68). Morì il 1» gennaio 1758, e venne sepolto in Santa Croce. 

Fu il Cocchi uomo di molta e varia cultura. Continuò nella scienia 
e nelle lettere la tradizione toscana, che muove da Galileo e per gQ 
accademici del Cimento giunge al Rodi e al Bellini. Nello stile non 
ha la festività di questi due, ma anche il }3àretti riconosce che se dob 
è « nervoso e veloce » è però « chiaro e nitido; » e altrove lo loda por- 
che «fra gli odierni Toscani ha uno stile quasi perfettamente buono.) 

Baccolse e pubblicò tradotti dal latino gli scrittori greci di chi- 
rurgia (Firenze, 1754); mise per primo a stampa i Discorti del Bel- 
lini (Firenze, 1744) e la Vita del Cellini (Colonia» 1728). Di suo, 
scrisse un Trattato dei Bagni di Pisa (Firenze, 1750) e parecchie 
dissertazioni Hcientiflche e letterarie, Sul vitto pitagorico^ Sul ma^ 
del MisererCf SuWEnriade del Voltaire, ec, che furono poi raccolte 
col titolo di Discorsi toscani (Firenze, Bonducci, 1761, 2 voi.). Oltre 
voluminose Effemeridi, utili a consultarsi non solo a chi volesse rifar 
la sua biografia, ma alla conoscenza de' tempi (un saggio ne fìi pub- 
blicato nel giornale E Fanfani, 10 aprile 1883), lasciò manoscritta 
molte altre cose, stampate dì poi, fra le quali il discorso Sul matri- 
monio, pubblicato dal figlio Raimondo, anch' esso dotto anatomico. 
In una seconda ediz. del discorso (Parigi, 1762) è stata aggiunta nn.i 
Lettera a una sposa, tradotta dalV inglese, ma che è tenuta com*' 
cosa del Cocchi stesso. Il discorso sul Afa^rtmonto, che si dicerecitat*^ 
agli amici la vigilia delle sue seconde nozze, è un paradosso, che 
suscitò le ire del Baretti e fu messo all'Indice dei libri proibiti. Pa- 
recchi suoi Consulti medici furono stampati dal celebre Andrf 
Pasta (Bergamo, 1791) e altri con sue Lettere dal Del Chiappa ^Mi- 
lano, 1881). Una buona raccolta delle cose del Cocchi ta fatta in] 
H voi. dal Gherardinì nella collezione dei Classici di Blilano, 1>*"-M 

LPer la biografia, v. Fabuoni, Vit(z ital^r,, XI, 342.] 



i 



8CEITT0RI VARI. . , 397 

Dell' U89 e vantaggi dell' acqua fredda. — .... Non è mera- 
viglia se in trenta secoli, da che la medicina si coltiva in 
Europa," i rimedj sieno diventati quasi innumerabili, dopo 
l'industria di tanti valenti uomini nel registrarne gli effetti. 
Sicché il dotto ed esperto medico non può mai aver bisogno 
di ricorrere ad alcuna di quelle abominevoli materie, ne a 
quelle superstiziose, vane e ridicole ordinazioni, delle quali 
sono costretti bene spesso a fare uso coloro che disprezzano, 
cioè ignorano la medicina. Tanto più che si vede che molti 
corpi, i quali con una segreta forza allettano tutti i nostri 
sensi, e che fortujiatamente quasi per tutto s'incontrano, 
per la naturale loro efficacia possono nel corpo nostro mi- 
rabili mutazioni soavemente e sicuramente produrre. 

. Uno di questi senza dubbio è T acqua, la quale né per 
sapore né per odor punto ingrata, e per la bella adaman- 
tina sua chiarezza più d' ogni altro splendente corpo, pos- 
sente, come osservo Pindaro, a dilettare la vista, è insieme 
torse più di qualunque altra materia, idonea a servire in 
moltissimi casi di sovrano rimedio. Quindi è che cosi spesso 
l'abbondante interno uso dell'acqua pura, o calda o più e 
meno fredda, si trova prescritto e nelle febbri ardenti ed 
acute ed in altri moltissimi mali dagli eccellenti medici 
d' ogni età e d' ogni paese ; ed a' tempi nostri si è veduto 
con gran successo all'uso interno dell'acqua fredda adat- 
tare quel bellissimo metodo universale di Eraclide taren- 
lino, cioè con piccole frequenti bevute più sicuramente me- 
scolare col già viziato liquido quel nuovo e salutevole. Né 
solamente per l' interne angustissime foci de' vasi chiliferi, 
introdotta l' acqua nel circolo de' nostri liquidi è ella ba- 
stante a mantenere o restaurare la sanità, ma applicata 
altres'i all' esterna nostra superficie in tiepido bagno o la- 
vanda, e per lo contatto e per la pressione ed ancor pe- 
netrando per le linfatiche vene ne' loro estremi aperte, può 
facilmente e con diletto produrre le tanto desiderate mu- 
tazioni, che sono ben note a chiunque la struttura di nostra 
macchina intende. E benché abbiano i teneri animi della 
maggior parte degli uomini un non so che d' orrore al freddo, 
pur, nel leggere le antiche memorie e le fedeli relazioni 
de' moderni viaggiatori, si osserva che quasi tutti i popoli, 
o per pulizia o per esercizio o per diletto, e lavarsi e nuo- 
tare nell'acqua fredda hanno amato. Il che non si deve, 
n' io ben discerno, riconoscere dall' invenzione di qualche 
sagace ingegno, ma dal bisogno e dal comodo che di ser- 
virsi dell'acqua fredda avevano quei primi abitatori d'ogni 
paese, che, rozzi e privi di molti strumenti, vivevano ne' bo- 
schi, e presso a' fiumi fermavano le lor famiglie raminghe ; 
poiché tale é molto probabile che fosse l' antichissimo stato 
anco delle più eulte nazioni : come della sua, che fu tanto 
gentile, giudiziosamente pensa Tucidide, e le moderne sco- 
perte fanno vie più verisimile; onde non è mancato chi 



398 SECOLO xvm. 

creda che ne' tempi a noi pilli remoti tutta la terra fosse 
una selva. 

Introdotta poi la cultura, si osservano non ostante ri- 
masti in molte parti 1 vestigi <!' un tal costume. Omero, per 
esempio, neìV Iliade, fa che Diomede ed Ulisse sull'alba e 
di primavera si lavino nel mare, per refrigerio di quella 
loro faticosa notturna impresa, e quindi prendano vigore e 
conforto. E, neìì Odissea, rappresenta le fanciulle, che ac- 
compagnavano la real donzella Nausioaa, lavarsi per diletto 
nel fiume, benché fosse d' autunno, come dalle circostanze 
si può chiaramente conoscere, se pur non era d'inverno. 
I quali due luoghi dell' antichissimo poeta io mi maraviglio 
come osservati non furono da Plinio, che fu nello scrivei-e 
si accoi'to, dicendo egli che in Omero solo della calda la- 
vanda, e non mai della fredda, si, trova fktta menzione. Voi 
vi ricordate altresì come Virgilio, forse coir autoritji di Ca- 
tone e di Varrone citati in quel luogo da Servio, ci fa sa- 
pere che gli Itali primitivi portavano i loro tìgli pargoletti 
a' fiumi, e col ghiaccio e coir acqua ft^eddissima rendevano 
i loro corpi più duri e sofferenti. L'istesso narrasi aver 
fatto gli Spartani anticamente ed i Germani ed i Celti; f 
tal costume essere oggidì famigliare ad alcuni popoli del 
settentrione e delle due opposte Indie, non solo per i fan- 
ciulli, ma per gli adulti e per le femmine ancora, voi 
r avrete senza dubbio, come V ho io, più volte letto e sen- 
tito dire da chi gli ha veduti. 

E le reliquie de' bagni de' Romani e le descrizioni che di 
essi negli antichi scritti si trovano, dimostrano che in tutti 
eravi \9. piscina, o battisterio che dir si voglia, che ognun 
sa che d'acqua ft-edda era pieno, ove ognun poteva non 
solo tuffarsi, ma nuotare : ed al tempo di Augusto era in- 
trodotta r usanza, come fa ricordo Plinio, di farsi dopo il 
bagno caldo molta fredda acqua gettare addosso, sicché 
vedevansi, come egli dice, i vecchi consolari esciti dal ba- 
gno andar con ostentazione per le» strade tremando. E più 
d'ogni altro maraviglioso a' tempi nostri deve sembrare il 
costume dei Macedoni, appresso a' quali fin le donne di 
parto lavavansi nell'acqua fredda; il che servì di motivo 
air accortissimo ni Filippo di togliere il comando a quei 
suo troppo delicato generale, tarantino di nazione, che !»• 
(vildo lavande usava, come racconta Polieno, degno di molta 
fedo, l'accoglitore delle antiche memorie. 

Oltre l'esercizio o il diletto, servironsi anticamente del- 
l'acqua fredda, forse più spesso per religione, osservanda^: 
notali scrittori che per avventura ninna nazione v' è stata, 
che creduto non al)l)ia meglio poter piacere a' suoi Dei dopi» 
le fredde lavande. Quindi le tanto lamose lu9ti*azioni e pu- 
rificazioni degli K<i:iziani e de' loro vicini, e le tante snjNer- 
stizioni do' Greci, de/ Romani, de' Barbari. Sovvengavi di 
quel superstizioso, dipinto da Teofrasto, che, i)a88eggiAnil«' 



SCRITTORI VARI. 399 

per la città, non sa passare da una fontana anco nelle pub- 
bliche piazze, eh' ei lavar non vi si voglia la testa 

E se, talmente comune essendo tra gli uomini antichi 
Taso esterno sul corpo dell'acqua fredda, i medici di que' 
tempi si avvisarono di osservarne con diligenza gli eflfetti 
e di accrescerne il numero de' rimedj, parmi che perciò 
molta lode lor deva darsi. L' essei*si poi ciò fatto da loro 
con tanto giudizio, ed in quei' mali solamente e con quelle 
intenzioni per cui queir uso molto ragionevole vien dimo- 
strato dalle nostre più recenti scoperte, deve, se io non 
m* inganno, parere maraviglioao a chiunque crede che gli 
antichissimi medici in una rozza semplicità fossero involtL... 

Quegli Egiziani, che le finezze della medicina tutte pro- 
babilmente sapevano, non temerariamente, ma con minuta 
cognizione delle forze del corpo umano, mostrano avere in- 
u-odotto neir arte V uso delle fredde lavande. Antica e no- 
bile testimonianza di questo abbiamo tra le altre nella per- 
sona d* Euripide, il quale insieme con Fiatone, come è scritto 
nella Vita di questo, in Egitto viaggiando, essendo quivi 
sorpreso da una importante infermità, fu da quei medici 
felicemente col bagno freddo di acqua marina guarito; al 
che dicono che alluder volesse quand'ei fece quel famoso 
verso: 

Lava il mar tutti quanti i mali umani. 

E siccome ne' libri d'Ippocrate molti vestigj si trovano 
della buona filosofica medicina d' Egitto, uno di questi si è, 
a mio credere, V uso esterno dell' acqua fredda, da lui si 
spesso lodato o praticato. Anzi da tutto ciò ch'ei ne dice 
in varj luoghi, e particolarmente in quel suo curioso libro 
deìVUso de* liquidi, è manifesto che egli ne ave^a la buona 
teorica, senza la quale V arte è cieca e fallace. Ben è vei'o 
che, essendo egli stato breve ed oscuro, non cosi pienamente 
a prima vista si conosce il merito di sua dottrina, come 
quando ella si considera dopo aver ben compreso tutto ciò 
che le diligentissime scoperte de' tempi nostri di più certo 
d dimostrano sulla natura dell'acqua fredda, e sulla fab- . 
brica e disposizione dell'estrema parte del nostro .corpo che 
ne deve ricevere l' impressioni 

Or poiché il freddo ristrigne e condensa tutti i corpi, e 
ciò in proporzione delle loro rarità, è manifesto che l' acqua 
fredda applicata alla superficie del nostro corpo produrrà 
quivi tutte quelle meccaniche mutazioni, di cui le parti vi- 
cine per la loro composizione e natura sono capaci. Sov- 
vengavi che la cuticola, onde il nostro corpo è ricoperto, 
^ di piccolissime squame composta, non continua, ma prin- 
cipalmente da due sorta di minime ed innumerabili aper- 
ture interrotta, delle quali le une sono ultime estremità 
patenti d' arterie non sanguigne, che portano fuori del corpo 
alcuni liquori, come il sudore e la traspirazione, e canali 



400 SECOLO xviir. 

cscretorj si chiamano; le altre sono il patente principio di 
vene pur non sanguigne, che portano dentro al corpo tatto 
ciò che è atto ad entrarvi, e massime V aria e V acqua, die 
per Taria è sempre in minutissima e impercettibil nebbia 
dissipata, e i nocivi effluvj per essa sparsi, e i penetranti 
rimedj applicati, onde assorbenti canali son dette. Sicclie 
non è necessario, che per lo medesimo condotto entrino ed 
escano opposte materie, come supposero per T addietro! 
medici e il gran Bellini. Sotto questa prima coperta sta 
quella membrana come finissima rete perforata, che ha il 
nome del suo primo inventore incomparabil Malpighi, dando 
passaggio non solo a' detti canali, ma a quelle chiuse e^ti^ 
mità dei nervi chiamate papille da lui medesimo, che in 
osse r organo del tatto discoperse. Queste hanno lor W^ 
nella cute, la quale è una forte membrana di fibre tendi- 
nose e molto elastiche tessuta, per la quale un' incredibile^ 
quantità di minimi vasi sanguigni si sparge. Ognun sa elio 
sotto trovasi la membrana adiposa, e quindi i muscoli,^ 
negF interstizi innumerabili vasi d' ogni genere e piccoli e 
grandi s'incontrano, e finalmente la dura resistenza degli ossi. 

L'operazione, dunque, dell'acqua fredda sul nostro eoriv 
primieramente sarà una notabile pressione cagionato dalla 
mentovata interna resistenza degli ossi, e dall' eeterna ^vr 
vità dell' acqua per ogni verso operante. Dovendosi aggiu- 
gnere alla pressione dell' aria ambiente, quella che prodiicf 
la colonna dell'acqua imminente al corpo, la quale se t'o><' 
alta braccia 17, raddoppierebbe la pressione dell'aria; onde, 
a minore altezza, questa aggiunta pressione sarà a propor- 
zione minore si, ma sempre considerabile. Egli è vero cli^' 
questa pressione è comune altresì al caldo bagno; ma de; 
vosi osservare che, nel freddo, ella è maggiore, sì perche* 
la gravità specifica dell' acqua fredda è maggiore che della 
calda, si ancora perchè rarafacendosi col caldo tutti i corpi 
liquidi e solidi, ed ampliandosi, è manifesto che il dilata- 
mento, che per lo caldo bagno seguirà negli umori e ne* ca- 
nali vicini alla superficie del corpo, diminuirà l'effetto dell;» 
pressione. Ove al contrario nel freddo, facendosi minoro i! 
corpo del liquido e '1 diametro del canale, ognuno vede che 
r ottetto della pressione dovrà essere molto maggiore. 

La quale condensazione cagionata dal ft^ddo, restrin- 
gendo o chiudendo per qualche tempo i picciolissimi orili/ 
delle dette arterie esalanti, farà che non si diminuisca T in- 
terna uniiflità delle vicine parti, e che perciò si mantiMì- 
gano le libre nella loro consueta flessibilità; ove al cur- 
trario nel bagno caldo, come dimostrano gli esperimonn 
statici, spariscono insensibilmente dal coi*po fino a venti 
once d' umido per volta, onde nasce quella dolorosa rigidiii 
delle fibre, che talor ne succede. 

VA oltre al mantenersi umide e cedenti le fibre nel l»:»- 
gno IVimMo, la pr(»ssiono e il condensamento accrescerann 



SCRITTOEI VARI. 401 

ancora la naturale inclinazione o moto al contatto nelle 
particelle componenti i nostri liquidi, onde la più facile 
formazione de' loro globuli ; ed accresceranno V azione dei 
canali sopra i medesimi liquidi, Tacendo maggiore la lor 
tensione e più frequenti le lor vibrazióni e più forti. E pe- 
rocché neir estremità del corpo i canali sono sottilissimi e 
nella massima lontananza del cuore, ove la forza sua di- 
venta minima e quasi nulla, non saprei dire quanto uno 
esterno motore quivi esser possa opportuno per promovere 
e le separazioni e la nutrizione, e render più forte Y ela- 
sticità del corpo, che chiamasi vigore. 

E perchè, come osservarono quei gloriosi che V Accade- 
mia del Cimento formarono, al primo immergersi dei vasi 
di rigido cristallo, pieni d' acqua o d' altro liquore, dentro 
ad altr acqua freddissima, succedono quegli strani accidenti 
di scemare, di crescere, di quietare, di risalire, di correre, 
di ritardarsi, par molto ragionevole il dire che al primo 
penetrar l'effetto del bagno freddo su' nostri cedenti canali, 
e moto e mescolamento de' contenuti liquori ed una certa 
vicissitudine ed alterna agitazione deva seguirne, senza la 
quale bene spesso i nostri umori in una perniciosa quiete 
spontanea mescolanza si conducono. 

Essendo poi i nervi gì' istrumenti più validi e quasi im- 
mediati dell'interna forza dependente dalla vita (la qual 
forza, altri chiaman natura), ed osservandosi nel corpo 
umano una non ancor bene intesa comspondenza anco 
traile pai-ti sue più remote per via de' nervi, chi negherà 
che, venendo il freddo corpo dell'acqua da tutte le parti 
subitamente al contatto delle nervee papille, e risvegli l'in- 
torpidito moto delle fibre tendinose della cute e delle mu- 
sculari tuniche dei vasi vicini, ed insieme, per queir ignoto 
consenso, abbia la forza di rendersi alle più intime parti 
sensibile ? 

Da questa naturai forza del corpo umano vivente nasce 
quel suo reciproco costituirsi, dopo la fredda immersione, 
al suo primiero ed anco a maggior calore ; perchè, essendo 
le sue parti elastiche, ed atte a mantenei-e per lungo tempo 
quel moto che peristaltico ed oscillatorio si chiama, quando 
elle vengono dalla pressione e dal restrignimento insieme 
e dallo stimolo mosse ed ajutate, non e maraviglia che 
l'azione loro tanto più facile diventi e più pronta. 

Ed essendo manifesto dalle cose dette fin qui, che per 
le accresciute forze e per li ristretti canali è necessario, 
che mediante il vital moto la velocità del sangue s'accresca, 
e per conseguenza l'attrizione, onde il calore, e s'accresca 
ancora la separazione nella cortical parte del cervello, onde 
r alacrità ; pare che molto giudiziosamente pensasse Ippo- 
crate quando ascrisse tutti i buoni effetti del bagno freddo 
al calore, che necessariamente ad esso succede, e si rise 
di coloro che il caldo e il freddo o l'altre due qualità ero- 



402 SECOLO XVra. 

devano esaere qaalche cosa di reale e costante aH« nostre 
membra affìsso ; la qual vanissima ipotesi si vede che fin 
d'allora impestato aveva la medicina. 

Perchè dunque il bagno freddo opera sopra di noi solo 
come iatrumento delle proprie nostre forze, quinci si trag- 
gono come conseguenze tutte le più importanti cautele 
per r uso di esso, le quali si vede che anco gli antichi os- 
servarono, e tra essi più maestrevolmente d' ogni altro un 
valente uomo chiamato Agatino, che fece il medico a Roma 
sotto Trajano, e fu maestro del celebre Archigene, essendo 
d'una certa setta, al parer mio, non punto stolida, che, 
come lor rimprovera Galeno, la loica sprezzavano, ed alle 
esperienze attenevansi. Le opere di costui essendo perdute, 
un bellissimo e lungo frammento ce ne ha conservato nella 
sua raccolta Ori basic, giusto suir argomento del quale io vi 
parlo, e che merita certo la lettura d' ogni curioso. 

Una di queste cautele deve essere intorno alla tempe- 
ratura del bagnò. Gli antichi, che termometri non avevano, 
se ne rimettevano al discreto giudizio del senso e della fa- 
cile sofferenza, secondo V aurea ed universal redola d' Ip- 
pocrate, si neU' estate che neir inverno. Alcuni davano per 
misura di mezzo il naturai freddo dell' aequa marina ; e sic- 
come, secondo che avverte Galeno, per l'uso di un tal ri- 
medio è necessario un certo brio e valore nell'animo, oca 
osservasi, che coloro che più rasentavan l'eroe, le più fìfedde 
acqjue cercavano. Voi vi ricorderete d' OraziOf che immor- 
talo r amabil freddo d' una fonte del suo podere, e che nel 
cuor dell'inverno de' più freddi bagni andava in traccia, 
bench'ei fosse d'un età che gli fttceva desiderare il aoc* 
corso del vin generoso, come ei medesimo scrive. Seneca 
poi molto vecchio, nelle calende di gennaro gettavasi nel- 
r Guripo, il quale non può esser altro che quello cai dice 
Frontino che la gelidissima Vergine dava il nome; e que- 
st'acqua, ed altresì la non più calda Marzia, sono spesso 
nei latini autori per questo uso mentovate. 

I moderni poi, che più esattamente i gradi del calore 
misui'ar sanno, han creduto che idonea al bagno e alle la- 
vande fredde sia queir acqua, che di tre o quattro gradi è 
uien calda del temperato ambiente, il quale ne' termometri 
universali di recente invenzione fatti col mei'curio, è segnato 
intorno al cinquantesimo grado. 

E peluche il calore interno del corpo umano è sempre 
maggior di quello di qualsivoglia ambiente nel quale ei può 
vivere, ne segue che, quando anco l'acqua non fosse ponto 
più fredda dell'aria d'allora, ella sarebbe non ostante capace 
di produrre il bramato raffreddamento ; sì perchè cUa è 
tiinte volte più densa dell'aria, e si perchè ella toglie in 
uu tratto dal corpo nastro la sua già £atta tiepida atmo- 
sfera, e molto più se quegli che vi s' immerge, si movesse. 
lo ho voluto dir questo, acciocché a ninno ps^ strano ch'io 



SCRITTORI VARI. 403 

conti traile ft^dde le immersioni e le lavande, che d'acqua 
comune talora Ippocrate ordina farsi a mezza estate, mo- 
strando i' esperienza che la velocità, colla quale i corpi caldi 
si raffreddano, è in proporzione composta della densità e del 
freddo de' fluidi ne' quali s' immergono ; la qual dottrina 
mi fa sovvenire di quella fortissima espressione del nostro 
maggior poeta: 

Nel bollente vetro 

Gittftto mi sarei per rinfrescarmi. 

È dunque manifesto, che il bagno poco freddo non sarà 
privo d' effetto, e che il molto freddo non avrà quel peri- 
colo che foi'se alcuno s'immagina, purché l'immersione duri 
brevissimo tempo, cioè non più mai di due o tre minuti, 
e bene spesso nemmeno uno, e purché venga usato in 
que' corpi che hanno bastante elasticità ne' loro canali per 
prontamente restituirsi, o da natura o per consuetudine 
acquistata, non potendo altramente spiegarsi, quel che pure 
per la storia è certissimo, che moltissimi uomini al mondo, 
e anticamente e a' tempi nostri, nelle gelide onde tuffaronsi 

nella neve senza morire 

E benché io sappia che tosse costume anticamente, e che 
ancor lo sia appresso alcuni popoli, l' entrar sempre ri- 
scaldati nel bagno freddo, il che forse può accrescerne l'ef- 
fetto, stimerei però molto più sicuro T astenersene allora, 
aspettando che i liquidi nostri sieno neUa loro naturai calma ; 
anzi, che meglio ancora fosse l'usarlo molte ore dopo che 
il nuovo chilo è entrato nel sangue, acciocché con questo 
aiuto egli vie più si mescoli, si assottigli e si muova. Parmi 
ancora evidente, che ove sia in qualche parte del lungo 
viaggio dei nostri liquidi un qualche invincibile ostacolo o 
rottura di canali, non si debba usare il bagno freddo, il 
quale, come ognun vede, non può toglier quei mali, e può 
accrescerli. Puossi altresì dalle cose dette dedurre, consi- 
«lerata l'operazione dell'acqua ft*edda insieme sopra i li- 
quidi nostri e sopra i canali, ch'ella possa taluna separa- 
zione accrescere, e tal altra diminuire. Alle quali facoltà 
chiunque avrà riguardo, non potrà essere ingannato né da 
coloro che per avventura l' acqua fredda lodassero per tutti 
i mali, e nemmeno da chi impropriamente la proponesse.... 
Ognun sa quanto parimenti importi la libera e mode- 
rata traspirazione, e quanto possa contribuire a mantenerla 
nelle sue giuste misure il bagno freddo, il quale, lavando 
gl'inripercettibili orifizj, e le squame della cuticola non la- 
sciando tenacemente unirsi, apre a quel sottilissimo liquido 
il passaggio, ed accrescendo l'elasticità lo mantiene nella 
dovuta angustia, onde impedisce la soverchia evacuazione 
o di queir istesso liquido o del sudore, la quale può bene 
spesso esser nociva, e, se non altro, affrettare la debolezza 
e ri/zidità della vecchiaia, come saviamente avvede il San- 



404 SECOLO xvni. 

torio. Neiristesso modo diminuendosi gli orifizj de'canaìi 
assorbenti, si toglie T ingresso alle nocive mescolanze ed 
esalazioni che sono sparse per Tarla, e si mantengono in 
quella facilità di ristrignersi al minimo stimolo, come per 
la troppa luce ftin le pupille 

Non è dunque maraviglia che accortissimi e valorosi uo- 
mini, massime tra' Romani, abbiano famigliarment^ usato 
i bagni freddi per conservare la sanità. Del vecchio Plinio 
si sa dal suo nipote, che l' occupatissimo e regolar suo modo 
di vivere ci ha diligentemente descritto. Ed Alessandro Se- 
vero, che fu insieme e dotto e prudentissimo imperadore 
e d' una esatta regola di vita osservantissimo, rade volte 
e non mai nel bagno caldo, ma quasi ogni giorno nell'a^^qua 
IVedda lavavasi, come racconta Lampridio ; e molti altri 
simili esempi nelle Vite de* famosi uomini s* incontrano.... 

Non ardirei però dire che questo rimedio sarà sempre 
negletto tra noi, vedendo che da pochi anni in qua alcune 
nazioni d'Europa ne han rinnovato il costume, e ch'ei va 
ogni giorno più dilatandosi. Tra queste parmi che sìa in 
cose mediche di massima autorità la britannica, senza le 
cui maravigliose scoperte in ciascheduna parte delle fisiche 
cognizioni, sarebbe forse la moderna medicina non ancora 
affatto escita fuori della caliginosa ignoranza in cui, avanti 
ali'Arvéo, ella era involta. Né solamente la vasta esperienza 
e il profondo sapere de' medici britanni ha contribuito al 
rinnovamento dei bagni freddi, ma un certo nobile ardire 
altresì di quella valorosa gente, traila quale molti altri 
esemp.j si trovano dell' antico virtuoso viver romano. — 
(Dal li dei Discorsi.) 

Educazione inglese nel secolo XViii, Lettera al tnarches^' 
C. Rimiccini. — Per eseguire i comandi di V. S. illustrìs- 
sima, e darle quanto io posso più chiara informazione della 
maniera dei Nobili inglesi d' allevare la loro gioventù, le 
dirò tutto quello che io medesimo ho osservato da che cc^ 
minciai ad avere esperienza di questa gent«, o che ho sen- 
tito dire da alcuni di loro, o per dignità o per dottrina eon- 
.siderabili. Già V. S. illustrissima sa che la Nobiltà inglese 
è di due sorti ; una, per cosi dire alta, che sono i Pari del 
regno, da' duchi fino a' baroni ; e tutti questi si chiamano 
lòrrli, cioè signori ; e Y altra bassa, che comprende i figli 
cadetti dei signori e baronetti, i cavalieri, ec, fino a' sem- 
plici gentiluomini, che si intendono esser tutti coloro che 
vivono d' entrate senza manuale lavoro; onde il nome è ge- 
nerico, e non è sdegnato nemmeno dai signori gentiluomini 
inglesi, che hanno il loro domicilio sui loro beni alla cam- 
pagna, sono egualmente sparsi con molta utilità del paese 
per tutto il regno, passando solamente una parte deiranno 
a Londra, o per le loro occorrenze o pen loro piacere. 

E perchè e' è un laudevol costume, idoneo mirabilmente 



SCRITTORI VARI. 405 

per conservare la privata concordia e per aumentare la 
pubblica felicità, cioè che ogni uomo giunto ad una cei-ta 
età lascia la casa del padre e diventa capo di una nuova 
lami«,'lia, quindi è che tutti della seconda nobiltà si trovano 
come costretti ad applicarsi o alla chiesa o alla legge o 
alia medicina o alla corte o alla milizia ; e credendo nulla^ 
oltraggiare il nome di gentiluomo quanto la povertà, alla 
quale pajono gì' Inglesi affatto indocili, molti si danno an- 
cora alla mercatura. Procurano poi di essere eletti da' po- 
poli membri della Camera bassa ; e bene spesso alcuni di 
loit), divenuti autorevoli e ricchi, sono dal re fatti làrdi^ 
e cosi ascendono all' alta nobiltà ; della quale quei che sono, 
"ccupano le principali cariche della corte e del regno ; oltre 
I aver ciascuno per natura sua voto alla Camera alta, la 
quale, insieme coli' approvazione del re, esercita la somma 
ed ultima autorità, là le leggi e risolve sui privati e sui 
pubblici affari. V. S. illustrissima vede dunque una specie 
'li bisogno che tutta la Nobiltà inglese ha di sapere, chi più 
clii meno: dell'educazione di chi ha da essere o ecclesia- 
stico avvocato o medico, non occorre, cred' io, parlare. 
*^olo in generale non voglio tralasciare di dirle, che alcuni 
"le' loro preti sono dottissimi fuori ancora della teologia: 
intorno' alla quale gli eri-ori che hanno, e la soverchia li- 
lieilà colla quale pensano e parlano di cose incomprensi- 
'hIì, rende la loro dottrina d'infelici conseguenze per la 
lede de' popoli ; benché per l' alta indolenza nella quale il 
presente governo è rispetto alla teoria della religione, quella 
parte della loro scienza, per servirmi di una parola inglese, 
e quasi insignificante. Il sapere dei legisti, dei quali ci è 
un numero prodigioso, giudicandone per alcuni che io ne 
conosco, non è tanto gotico né tanto barbaro, come io mi 
>iì.rei aspetta-to. Ma veramente la solida e la leggiadra eru- 
dizione, cioè le scienze, la filosofia, e ciò che si chiama 
belle lettere, si trovano per lo più in alcuni o medici o 
kantiluomini oziosi.' Lasciando dunque da parte Teduca- 
àona di costoro, letterati di professione, vengo a quella di 
' ui V. S. illustrissima vuole eh' io parli, cioè del figlio pri- 
mogenito di un signore, o di un gentiluomo ricco, che come 
i^i^nore voglia allevarlo. 

Due veggo che sono i modi principali che adoprano, se- 
'ondo le differenti circostanze di ciascuno. La maggior parte, 
quando il fanciullo lascia la gonna, lo levano di sotto la dire- 
zione della governante, e lo mettono a convivere in qualche 
scuola simile a uno de' nostri seminar.]. Di queste ne sono per 
Tutto il regno moltissime, pubbliche e private. Tre sono fa- 
mose, che si dicono reali, perché il re ne dona i luoghi, ben- 
'liè ammettono poi altri coi loro danari. Una di- queste è in 
1 ondra; le altre due nelle province. I maestri di tali scuole 
^mo preti di conosciuta probità e dottrina. Le loi*© mogli 
liaano la cura delle minute cose domestiche ; e di essi la 



-,'':V5?«r3 



406 SECOLO xvin. 

prinoipal sollecitudine si è fare studiare al fanciullo la pr(v- 
pria lingua, il francese, il latino e il greco, ed inspirargli al 
meglio che possano, i principj di religione e di morale. Di 
scienze non ne parlo. Passata la puerizia e levato il figlio 
da queste scuole, è mandato ad una delle due Università, 
ove lo mettono in qualche collegio a convivere, e ne rac- 
comandano il governo ad uno di certi uomini che chiamano 
tutori, che noi non abbiamo; i quali, vivendo anch'essi nel 
collegio, sono pagati per soprintendere alla condotta e agli 
studj de' giovani. Quivi, restando ordinariamente quattro o 
cinque anni, fa varj corsi sotto differenti maestri di filo- 
sofia, di geometria, d'esperienze, d'anatomia e simili; fiv- 
quenta le famose librerie, che quivi sono, e, senza prendere 
laurea, intorno ai venti anni ritorna alla casa del padre, il 
quale allora avendogli trovato un governatore, lo manda a 
viaggiare. 

Un altro modo usato da pochi e più distinti signori, è 
quello di allevare il fanciullo nella casa paterna fino al 
tempo di mandarlo all' Università. Costoro procurano di 
scegliere un uomo secolare, per lo più onorato, savio, dott^^, 
civile, al quale, prendendolo in casa a loro stipendio e 
trattandolo sempre alla pari, commettono l'intera educa- 
zione del figlio. L'esperienza dimostra questo riuscire il 
miglior modo ; ma è molto ditìScile trovar qua un uoiiiv^ 
con tutte le dette qualità in grado un poco sopra l'onli- 
nario, il quale abbia bisogno di servire. Però in questo sono 
i signori inglesi un poco infelici, trovandosi molti di lorc» 
obbligati ad adoprare scozzesi, francesi rifuggiti o svizzeri: 
gente spiritosa, che milita contro la povertà, e i cui prin- 
cipi ^^^^ possono interamente convenire a un nobile di qu«^ 
sto paese. Un tal uomo, che è governatore e maestro del 
fanciullo, s'occupa tutto non solo ad insegnargli esso me- 
desimo ciò che si crede opportuno, ma sceglie i maestri 
subalterni e loro soprintende, disponendo a suo arbitn«T 
delle occupazioni e (lei piaceri del suo pupillo. Ma, quii 
che più importa, va sensibilmente imprimendo nel tenen> 
animo i sentimenti della virtù, é si affatica di fargli pren- 
der piacere nell' ornarsi di quelle doti, che poi devono ren- 
derlo a suo tempo o savio ministro o gran capitano u 
^^(Mitil cortigiano, e, so non altro, ajutarlo almeno a godei\^ 
trarli luillamente e con erudito lusso le paterne ricchezze. 
Lo Jiccoinpa;,nia poi all' Università, ove gli serve di tutore, 
e finalmente lo conduce a viaggiare. Molti, per gli consi^:!: 
interessati dei loro governatori si fermano o nelle pn*»- 
vince di Francia o in Lorena o a Ginevra o in qualche 
altro luogo anche più oscur*o, per ripulirsi negli esercizi e 
nel francese. Ma i più giudiziosi e i più onesti li conducono 
a dirittura a Pai-i^^i, ove restano quanto bisogna per im- 
palcare il buon fnincese, il ballo, la cavallerizza, la goo- 
giatia, e per prendere il gnst<:) della magnificenza ne^iìi 



l 



SCRITTORI VARI. 407 

abiti e negli equipaggi, e una certa disinvoltura e fran- 
chezza di maniere, con altre simili galanterie, di cui Pa- 
rigi è la sede. Passano poi in Italia, ove diventano dilet- 
tanti di antichità-, di disegno, di musica, di rare edizioni, 
imparano l'italiano; e, fatto il giro di Germania e de' Paesi 
Bassi, ritornano a casa. Allora il governatore ha finita la 
sua incumbenza, e il giovane è affatto abbandonato alla sua 
propria condotta. La maggior parte si danno subito air ozio, 
e, portati dall'universale inalterabile usanza di tutti gl'In- 
^'lesi, di bere costantemente ogni giorno per lo spazio di 
quattro o cinque ore, e spesso di otto o di dièci dopo il 
pi*anzo a piccole e frequenti dosi, prendono l'amore del 
vino, trovando diletto in quell'assopimento dell'anima che 
ci produce : il giuoco precipitoso e i luoghi infami sono i 
loro favoriti trattenimenti; e cosi spargono d'oblio le belle 
conoscenze acquistate con tante spese dei loro padri, e con 
tanto incomodo de' loro maestri. Restano però loro sempre 
alcuni segni d' aver saputo una volta latino, greco, geo- 
jrrafia, istoria : e ve ne sono che, con tutti gli strapazzi da 
loro sofferti nell'animo non perdono le comprese cognizioni. 
Dopo qualche tempo, o pe' consigli o per la sollecitudine 
•le' parenti, o per la mera necessità delle casuali combina- 
zioni, che in un gran numero sono poco meno che infinite, 
quasi ciascuno di loro si trova non ostante, o nel ministero 
c) nella milizia o nella corte, prendono moglie e diventano 
capi di famiglia; e, bisogna mr loro giustizia, con tutti i 
vizj e con tutte lo stravaganze, riescono poi rari maestri di 
prudenza, di valore e di cortesia. 

Questa maniera di educare è universale ; e, come tutte 
le cose umane, riesce in alcuni più, in alcuni meno felice- 
mente : sicché il pensiero di fare il figlio letterato, di quella 
letteratura di che ho parlato, l' hanno tutti i signori, i quali 
la credono una necessaria dote del galantuomo. E vera- 
mente un gentiluomo pretto ignorante non si ti^ova in In- 
jrhilterra, come in tutto il resto del mondo la maggior parte 
lo sono. Una delle ragioni è forse perchè gì' Inglesi, a causa 
del loro grasso terreno e delle utilissime leggi meno che 
altrove neglette, sono la più ricca nazione del mondo, e tra 
loro i grandi hanno molto di più di quel che basta a qua- 
lunque sontuosità. E siccome negli Stati si vede dall'istorie, 
che la cultura e le lettere vengono dietro alla potenza e 
alla vecohiezza, e si prendono con esse, così avviene nelle 
case private. Altrove i vecchi sono sovente avari, cioè par- 
chi e timidi consumatori dei fruiti dei loro tesori ; gì' Inglesi, 
quanto il resto degli uomini, avidi dell'altrui, ma del loro 
profusi. Comunque si sia, certo è che naturalmente un ricco 
^avio crederà sempre uno degli impieglii del suo denaro più 
utile per il suo figliuolo essere il comprargli l' animo ben 
regolato e il corpo ben disposto ; le quali due cose si acqui- 
stano per mezzo della buona educazione e non altrimenti, o 

IV. 21 



408 SECOLO xym. 

senza le quali tutte le umane felicità, sono piene d* ama- 
rezza. 

Gli autori, de' quali gV Inglesi si servono per la loro gio- 
ventù, sono secondo la scelta e il gusto dei maestri. Nelle 
scuole per la grammatica hanno dei libercoli scritti nella loro 
lingua, assai buoni, come pure dei dizionarj ; e, subito che 
possono, occupano lì fanciulli della lettura dei Latini. I più 
accorti li fanno principiar da Fedro, Quinto Curzio, Giustino, 
che, per essere narrazioni, sono più facili e più dilettevoli 
per loro ; e a poco a poco li fanno amici de' più solenni : Te- 
renzio, Cesare, Cicerone, Virgilio, Orazio. Ho veduto delle 
Commedie di Terenzio rappresentate in latino nella scada 
di Londra, cred* io con moltissimo loro profitto. La Bibbia 
volgare è il libro sul quale tutti imparano a leggere, come 
da noi queir insulso romanzo del Damasceno, il GiasafatU: 
per la geometria sì servono desìi Elementi di Euclide^ della 
traduzione latina del Commanderio. Per la filosofia, del Ro- 
hault dal dottore Clarke tradotto in latino e moltissimo mi- 
gliorato con solide ed importanti annotazioni, e d' altri 
molto belli Trattati dei loro professori. In generale i fiio- 
sofl inglesi, dei quali è padre il Newton, abborrono le ipotesi 
tanto famigliari ai Francesi; e, imitando il nostro incom- 
parabìl Galileo, nulla supponendo, ed osservando solo le 
cose esposte ai nostri sensi, si affaticano di ridurre tutti 
gli effetti in natura per una catena di cause secondarie alle 
due prime ed oscure, gravità e attrazione, ove finiscono le 
loro mdaginì, non trovandosi altra dipendenza che dali'au- 
too^e della suprema causa. Iddio, con sublime filosofia cliia^ 
mate dal signor dell' altissimo canto 

Quel vero in che si quota ogroi intelletto. 

Per r astronomia hanno il Gregory; per la metafisica quel 
bellissimo Trattato dell' Intendimento umano di Locke; e 
per conoscere le differenti opinioni degli antichi un esatt^^ 
e giudizioso libro nella loro lingua, che si chiama Sistema 
intellettuale del dottissimo Cudworth. Molti leggono il New- 
ton ancora, contentandosi di crederne le conclusioni sulla 
fede dei più eccellenti matematici, che ne hajino esaminati- 
le prove, le quali sono da pochissimi intese. Quasi tutti ì 
signori hanno altresì letto Grozio, Della guerra e della pacr, 
e Puffendorf, Delle leggi naturali e delle gentil cjie hanno 
data una vista alle leggi del loro paese. I libri poi, che gior- 
nalmente escono alla luce, essendo ad ognuno interamente 
permesso di dire ciò eh' ei pensa, non mancano d' averi* 
alcune buone coso tra molte malvage. 

Perchè io m'immagino che tale informazione dell'edu- 
cazione inglese sìa stata richiesta a V. S. illustrissima non 
per la sola curiosità, ma per trarne, se vi fossero, alcune 
cose utili ed adattabili ad un signore del nostro paese, e 



SCBITTOBI VABI. 409 

giacché ella mi comanda dire il mio sentimento, mi ardirò 
a fare alcune piccole riflessioni. Io non ho dubbio alcuno, 
che uno de' nostri più ricchi cavalieri ha moltissimo van- 
taggio sopra un Inglese per fare il suo figlio un uomo per- 
fetto. Se mai jjer avventura vi aspirasse, Firenze è di 
tutta la terra il luogo ^er gli studj delle lettere e belle 
arti il più idoneo ; perchè io non so pensare dove mai si 
trovino insieme come quivi, numero considerabile di uomini 
(lotti, frequenti assemblee letterarie, bellissime librerie, rac- 
colte singolari di manoscritti e di antichità, ottimi maestri 
di disegno, musica d'ogni genere, buon maneggio di cavalli, 
e tutti gli altri esercizj a maraviglia ; splendida corte, son- 
tuose feste, belli edifizj, statue e pitture eccellenti ; il po- 
polo ingegnoso, e, come osservò il Segretario fiorentino, 
sottile interprete di tutte le cose : e, per idioma, fino della 
plebe, la lingua de' buoni autori italiani ; e tutte queste 
cose in piccol cerchio di mura: delle quali può, col mi- 
nimo incomodo godere il frutto un signore di Firenze, credo, 
con la decima parte del danaro, che un inglese è obbligato, 
per metterne insieme solo alcune, a spendere nel suo paese. 
Oltre di ciò, in Firenze è minor la licenza e T opportunità 
dei vizj, la sobrietà, è quasi universale, e la maniera un 
poco più delicata ; ed è facile a trovarvi un povero galan- 
tuomo letterato e di tutte le più rare qualità adorno, che 
muoja di fame, e gli paja fortuna il faticoso impiego di go- 
Ternatore nella casa di un ricco. Il che Ella non può mai 
credere quanto sia difficile qua. Onde avviene che, con tutto 
che universalmente si stimi la domestica educazione da 
preferirsi a quella delle scuole, per la mancanza di uomini 
idonei, che vogliano applicarsi a quest' affare, sono pochis- 
simi i signori che godono un tal vantaggio. Io non conosco 
che il piccolo duca di Bukingham, che è sotto la direzione 
di un gran galantuomo dotto e garbato, m. Coste, noto per 
Je belle traduzioni che ha stampato. Tre o quattro altri si- 
gnori di primo rango so essere stati allevati cosi. Dovreb- 
bero dun(][ue i signori fiorentini imitare in questo gl'Inglesi; 
e, giacche lo possono, cred' io, facilmente trovare, dare ai 
fiorii loro un governatore capace di guidarli dall'infanzia 
tino al sommo dell' educazione, che devono avere non solo 
per quel che spetta al sapere, ma per la morale e per 
Tarte del vivere, che più importa. E per trarne quell'uso, 
«tcelto che l' hanno con le dovute qualità e particolarmente 
colia sufiflciente cognizione del mondo, bisognerebbe che, 
come gl'Inglesi fanno, lo trattassero bene, tenendolo in 
casa loro, non come un servo, ma come un amico, e sti- 
mando che, siccome dall'insinuazioni di lui, dev'essere for- 
mato r animo del figlio loro, e dall' attenta vigilanza con- 
servatane illesa la sanità, né danaro né civiltà sono mai 
meglio impiegati per il figlio, che nel procurargli e man- 
tenergli si dolce pedagogo. Dovrebbero altresì mandarli a 



410 SECOLO xvra. 

viaggiare per V Europa come gì' Inglesi fanno, o coi loro 
iiiovernatori che gli hanno allevati, o, se tale educazione 
non han potuto avere, mandarli almeno con qualche altM 
Eiomo sobrio e prudente e culto abbastanza, per condurli • 
reggerli nel viaggio, e farli, come dice il poeta, 

del mondo esperti 

E delli vizj umani o del valore. (In/., C. XXVI.) 



G. BATTISTA SPOLVERINI. Nacque di nobil famiglia in \c- 
iDna nel 1695 e studiò in Bologna; alle lettere fu avviato da Scipione 
Maffei. Coprì varj ufficj civili: vent^anni attese a comporre il i^no 
poema La coltivazione del riso, che fu la prìma volta stampato in 
Verona, Carattani, 1758, poi a Padova nel 1810, pei tipi del Semina 
rio con annotazioni d'Ilario Casarotti. Imitò In esso con felicità, seb 
bene con un po' troppo di ridondanza, lo stile virgiliano : ma fra i 
potimi georgici italiani questo dello Spolverini è de' migliori. Lo 
ajutò a perfezionarne le forme l'amico suo Giuseppe Torelli: e nn 
:iUro suo illustre concittadino, Ippolito Pindemonte, tessè daevolf. 
[Elogio di lui, uno più breve, l'altro più ampio: ambedue ripro- 
dotti negli JB^^o^i di ^e^^erafi, Firenze, Barbèra, Bianchi e Comp.,!^'' 
Mori nel 1762. 



Bellezze e pregi della pianura. 

Al fin desto e tranquillo, attento e pio 
Il buon coltivator sperando posi, 
E godendosi il ben si serbi al meglio ; 
Alzi gli occhi là su, né ingiusto o ingrato 
Forti invidia ad alcun, né voi felici 
Cliiami sol tanto abitator detraenti. 
Che se qui non avrà cosi salubre 
Il cielo, e Taer puro, e chiare Tacque, 
Che con bel zampillar soavemente 
Scendan fra sassi mormorando al piano, 
Se così vaghi bosclii, ombre si grate, 
SI piacevoli erbosi aprici colli, 
Di vigne adorni, e verdeggianti olivi, 
Da la cui sommità può d' ogni parte 
Chi vi poggia appagar lo sguardo errante, 
Or mirando vastissime pianure 
(Ampio regno di Pan, Cerere, e Bacco) 
Or pietrosi torrenti, or fiumi, or laghi 
Cinti iV oiride balze, e rive opache ; 
Ora più (la vicin qua e là dispersi 
Ricchi alteri palagi, antiche mura. 



SCRITTORI VARI. ^ 411 

Deliziose ville, eccelse torri, 

E quanf altro allettar può T avid' occhio ; 

Se gustar non potrà di si dolci uve. 

Di liquor si pregiati, ove rivali 

Si contrastan V onor natura ed arte ; 

Se de' frutti, de Torbe e di tant' altre, 

Solo a' monti concesse, utili piante, 

Se di tanti, per fine, agj e efiletti. 

Onde ai piani terren va il colle innanzi, 

Ch'io non saprei dir tutti; ei qui per certo 

Godrà più aperti spazj, erbe ^iù folte. 

Più fruttiferi solchi, e lieti prati. 

Ben partite campagne, in più divise 

Da fecondi ruseei bagnati piani, 

Santa Pale, a te sacri, o a qual s'estima 

Nuipe in esse abitar amico al Riso: 

Ove si può ne' più sereni verni 

Scorrendo affaticar veltri e sparvieri ; 

Ove si scorgon numerosi a stuolo 

Fra le stoppie o fra l' erba errar gli armenti : 

Mentre intanto non mai formaggio o latte 

Manca al padron, non mai concime ai campi. 

Non cavalli a le trebbio, al vomer tori. 

Poi qual diletto, quando il sol declina 

Ver lo Scorpione a far più brevi i giorni. 

Fin che di nuovo ascenda a l'Urna e ai Pesci, 

Or con caccia, or con pesca, in valli e stagni, 

Or con lieto passeggio in piaggio apriche 

Di si dolce piacer far parte a' suoi! 

Quindi, con puro amor, d'erbe e di frutta 

Del suo sempre innaflìato e vivid' orto, 

Di non compri colombi, e di quant' altro 

In più copia che al monte, in cento guise 

Somministrano al pian la corte e l'aja, 

E '1 vivajo e 'l giardino, ire apprestando 

La parca mensa e schiettamente adorna! 

Troverà cosi belle, opache rive, 

Così pingui ricolte, altèri tanto 

In lunghissime file i pioppi e gli olmi, 

I frassini, gli ontan, le querce, i salci, 

Da chiamar tutti a sé gli sguardi e i passi : 
Poi tal lussureggiar fra solco e solco 

II ventoso popon, la molle zucca, 
11 canape vorace, il bianco lino. 
Felicissima pianta a involger nata 
Membra gentili, tal ch'invidiose 

Se ne mostran talor le spose alpine. 
Or che non troverà? Più grati i colti. 
Più agevole il lavor, men crudo il vento, 
E ne' verni peggior più mite il gelo. 



412 SECOLO XVffl. 

Ma, non men che fra' monti, in piano o in valle 
Avrà cheti i pensier, placido il *core, 
E di doglia e timor l alma disgombra. 
Qui, non men che là su. Ma e soave, 
si mova si stia, sincera pace, 
Culto semplice e puro, un viver schietto, 
Un vagar dolce, un riposar tranquillo 
Faranno i giorni suoi lieti e giocondi. 

(Dalla ColUvagione del riso, lib. 111.) 



TOMMASO CRUDELI. Di Poppi in Casentino, ove nacque 
nel 1703. Si laureò in giurisprudenza a Pisa, ma attese a dar le- 
zioni d' it?iliano, specialmente agli stranieri, che numerosi capita- 
vano in Firenze, e a coltivar la poesia, nella quale acquistò tal 
riputazione con lievi componimenti ma graziosi e argatamento 
civettuoli, che dal suo celebre conterraneo Bernardo Tanucci 
venne invitato a Napoli come poet« di corte ; ufficio eh' ei rifintò, 
preferendo una vita modesta in mezzo a fidi amici. Pel suo libero 
parlare e perchè accusato di appartenere alla massoneria, allom 
diffusasi in Toscana, fu arrestato, col consenso del nuovo grandocn 
Francesco di Lorena, nel 1739, e chiuso nelle earcerì dell'Inqui- 
sizione. Dopo una lunga procedura, inasprita dai rigori della prì 
gione, che gli aggravarono il mal d' asma del quale soffriva, venne 
liberato, specialmente per le istanze della legazione inglese^ ma 
coir obbligo, giurato in chiesa, di restar confinato a Poppi, donde 
non si sarebbe potuto muovere senza il permesso del Sant'Ufficio 
di Roma. Nel silenzio del suo ritiro forzato, e quantunque sempre 
infermiccio, attese a raccogliere i suoi versi, e, ultima vittima to- 
scana della Inquisizione, morì il 27 marzo 1745. 

Gli scritti poetici del Crudeli, ne' quali, dice il Carducci (Pre- 
fazione agli Erotici del sec.XVIll, Firenze, Barbèra, 1868, pag. XX'. 
par eh' egli abbia voluto innestare « la galanteria francese su' 
tronco del Chiabrera e del Menzini,» consistono in odi, in canzonette 
ili apologhi; questi ultimi, al dire dello stesso critico, «pochi, ma 
mirabili », sono traduzioni ben riuscite dal La Foataine. La prima 
stampa è dì Napoli (Firenze), 1746; più compinta è l'edizione di 
r^ripri (Pisa), Moliui, 1805, con aggiunta di due scritture in prosa. 

[Per la biografia, vedi Fr. Bbcattini, 5»torw» dell' Inquifi 
sione, Milano, Galeazzi, 1797, p. .303-356 ; e Fbrd. SbiGOLI, T. Cm 
ddi e i primi frammassoni in Ì^*renzc, Milano, Battezzati, IJ^ 



La Corte del Re Leone. 

Volle un giorno il Leone 
Tutta quanta conoscer quella gente, 
Di cui il ciel r avea fatto padrone. 



SCMTTORl VARI. 413 

Non fu selva orrida e oscura, 
Che non flissene ayyìsata. 
Circolava una scrittura 
Da Sua Lionesca Maestà firmata, 
E lo scritto diceva, 
Che per un mese intero il Re teneva 
. Corte plenaria, e principiar daveasi 
Da un bello e gpran festino, 
Dove un certo perito bertuccione 
Dovea ballar ves^to da Arlicchino. 
In tal maniera il Principe spiegava 
La sua potenza al popolo soggetto. 
Ma ecco ornai, che la gran sala è piena ; 
Che sala! Oh Dio, che sala! 
Ella era anzi un orribile macello, 
Sanguinoso e fetente 
A tal segno, che TOrso, 
Non potendo soffrir qutA tetro avello, 
Il naso si turò, pooo prudente. 
Spiacque il rimedio : il Re forte irritato 
Mando da ser Plutone 
n signor Orso a far il disgustato. 
Lo Scimiotto approvò 

Questa severità, i 

E di Sua Maestà 
La collera lodò ; 

Lodò la regia branca, e della saia 
Disse cose di fuoco, e queir odore 
Sovra r ambra esaltò, sovra ogni flore. 
Ma questa adulazion troppo scempiata 
Fu dal Principe accorto 
Ben presto gastigata; 
Già lo sfacciato adulatore è morto. 
La Volpe eragli accanto : 
Or ben, le disse il Sire, 
Dimmi, che ne di' tu ? parlami chiaro, 
Tu vedi, io non voglio essere adulato. 
La volpe allor : Sua Maestà mi scusi ; 
Io son molto infreddata, e l'odorato 
Ho perso affatto, 
OndMo a giudicar atta non sono 
Se questo odore sia cattivo o buono. 
Di tal risposta il Re fu 'sodisfatto. 

Voi che in corte vivete. 
Apprendete, apprendete ; 
Non siate troppo aperti adulatori, 
Nemmen troppo sinceri parlatori ; 
E se volete alfin passarla netta. 
Una scusa o l silenzio 
Sarà sempre per voi buona ricetta. 



414 SECOLO xvm. 



Il Qatto eletto giudice. 

Verso oriente il cielo era vermiglio, 
E già spuntava il di, 
Quando madama 
La Donnoletta 

Del palazzo d' un giovine Coniglio 
Tutta lieta s'impadronì. 
Keir acquistato suo nuovo soggiorno 
Tutti i suoi Dei Penati trasportò. 
Giusto nel tempo che il Coniglio stava 
Tra valli amene e rugiadosi prati 
A corteggiare il rinascente giorno. 
Dopo molto aver cercato 
Colle e prato, 

Tutto fresco e a suo bell'agio 
Sen va verso il suo palagio. 
Avea la Donnoletta agile e destra 
Messo il muso alla finestra: 
Numi ospitali, e che vegg' io là drento? 
Disse tutto scontento 
Lo scacciato animai dal patrio tetto : 
Olà, madama, che si sbuchi fuore 
Senza rissa e rumore. 
L'accorta dama dal naso appuntato 
Con maniera obbligante 
Rispose, che la terra 
È del primo occupante. 
Bel soggetto di guerra 
Questo sarebbe stato 
Tra la Francia e V Impero, 
Da far versare il sangue a un mondo intei'o; 
Ma perchè ognun di loro era privato, 
Ed ambedue ben povere persone. 
Fu la bella quistione. 
Lasciato il guerreggiar, messa in trattato. 
Vorrei sapere adesso, 
Dicea r usurpatrice, 
Qual legge, qual statuto 
N'ha per sempre il possesso 
A Gianni, a Pietro, a Paol conceduto, 
E rtnalmente a te, 
E non più tosto a me. 
Quivi Giovan-coniglio 
Allegò r uso e la consuetudine : 
Questa, rispose, me ne fa padrone. 
Questa di padre in figlio, 
E di Luca in Simone, 
E finalmente in me trasmesso V ha ; 



SCRITTORI VARI. 415 

Onde la legge del primo occupante 

Nel nostro caso alcun luogo non ha. 

— E ben, e ben, monsù. 

Che importa adesso stare a tu per tu ; 

Rimettiamla in un terzo, e questo sia 

11 dottor Mordigraffiante. — 

Questo era un Gatto di legai semenza, 

Che menava una vita 

Come un savio eremita, 

Un buon uomo tra' gatti, e di coscienza, 

Di sguardo malinconico e coperto, 

Nero di pelo, agile, membruto. 

Giudice a fondo, e nel mestiere esperto : 

Gian-coniglio per arbitro T approva. 

Ecco che ognun di lor già si ritrova 
Davanti al tribunale 
Deirunghiuto animale. 
MordigrafiSante dice : Vi consoli 
Il ciel, o miei figlioli, 
Come io vi metterò presto d'accordo. 
Accostatevi a me, perch' io son sonlo ; 
Le gran fatiche e gli anni 
Soglion seco portar simili affanni.^ 
S'accostò Tuno e l'altro litigante; 
Ma non si tosto esso gli vide a tiro, 
Che, il dottorale artiglio 
Da due parti gettando in un istante. 
Scannò la Donnoletta ed il Coniglio ; 
Indi se gli mangiò, 
E in tal maniera la lite aggiustò. 

Lettor, tienti la favola a memoria. 
Che se praticherai pe' tribunali. 
Ti passerà la favola in istoria. 



ALFONSO VARANO. Discendente dalla famiglia che signo- 
reggiò Camerino, nacqne in Ferrara ai 13 decembre 1705, e, fatti 
ì?U stndj sotto la guida dell' ab. Girolamo Tagliazncchi, si dedicò 
tutto alla poesia. Scrisse canzoni, sonetti, anche bemeBchi, egloghe, 
tragedie (il Demetrio, il Giovanni di Oiacala, V Agnese martire 
del Chiappone ec); ma ebbe fama specialmente dalle Visioni in 
terza rima, per le qnali fu detto « unico », e rinnovatore dello stile 
dantesco: ma in realtà, cotesto del Varano è un Dante un po'/rtt- 
ffonizaato. Spesso nelle Visioni v' è più teologia che poesia, e oscu- 
rità non poca, e andamento pedestre e monotonia, e tumidezza 
fragorosa di verso : di dantesco, poco più che la forma esterna 
del componimento, non la sostanza e l'arte. Le Visioni sono do- 
dici, e la religione somministrò al poeta concetti e immagini, sia che 
prendesse a soggetto temi essenzialmente morali o spirituali, sia che 



416 SECOLO xrm. 

dc))loraBse la morte di personaggi Illa stri (Entiehetta di Borbone, 
Marianna d'Anstrìa, Felicita d'Este, T imperatore Francesco, il 
card. Bentivoglio ec.)i o grandi calamità pubbliche, come il ter- 
remoto di Lisbona e la peste di Messina. Morì ai 23 giugno 1788. 

L'edizione più copiosa delle sue rime è di Venezia, Palese, 18(^. 
e uaa scelta di esse, con Vita scritta da Fr. Reina, fu stampata 
n Milano, Glassici italiani, 1818. 

[Per la biografia, v. Barotti, Memorie aior. dei letlerati fer- 
raresi, II, 370, e la Vita preposta da P. A. Paravia all' edizione 
del te Visioni, Venezia, Picotti, 1820.] 



La peste di Messina. 

Dal porto, dove il mar sembra che stagni, 

10 co la guida, qual amante figlio 
Che la tenera sua madre accompagni, 

Presi via d'orror carca e di periglio, 
In cui morte di mille umane spoglie 
Lordo rendea Tinsanguinato artiglio. 

Fuor, de l'abbandonate fmmonde soglie 
Giacean gli avanzi de la plebe abbietta 
Su vili paglie e infracidite foglie : 

Altri con gola orrendamente infetta 
Di gangrenose bolle ; altri avvampati 

11 petto da fatai febbre negletta; 

Altri da lunga fame omai spossati, 
Non pel velen, ma pel languore infermi. 
Fra 1 altrui membra putride sdraiati ; 

Ed altri in lor natio vigor più fermi. 
Benché lasciati sotto i corpi estinti, 
Sorti fra r ossa accatastate e i vermi ; 

Ma di squallor mortifero dipinti, 
E per orecchie róse e labbra mozze 
Da i volti umani in modo fier distinti. 

Le illustri donne a par de le più rozze 
Al comun fonte per attinger V acque 
Gian nude il piede, e il crin incolte e sozze, 

E chi di lor nel sonno eterno tacque 
A un lieve sorso, e chi raminga e sola, 
Pria di giunger al fonte, esangue giacque. 

Gli amici, cui parte d'affanno invola 
L' alterna vista, si guatavan fiso 
Nel mesto incontro senza far parola ; 

Poi fra il duo] ristagnato a T improvviso 
Sì dirotte spargean lagrime acerbe, 
Che avrian un sasso per pietà diviso. 

Talor silenzio, qual avvien che serbe 
L'aria muta fra inospiti deserti 



SCBITTORI VARI. 417 

Colmi di sabbia, e d' acque prìTi e d' erbe ; 

E singhiozzi talor fiochi ed incerti ; 
Poi strida alte e ululati, e in flebil metro 
Querele erranti per gli spa^ aperti : 

Sì che il lor suon acutamente tetro 
Crescea più raddojìpiato e in sé confuso, 
Dal mar, dai monti ripercosso indietro. 

Ogni tempio era infaustamente chiuso; 
Immoti i sacri bronzi, e a le notturne 
Lampade tolto di risplender V uso : 

Le armoniose canne, taciturne; 
E senza T immortai vittima Tare, 
E senza nenie pie le squallid' urne. 

Con lei,* chó a me non altrui vista apparo, 
Io giunsi al fin della fùnebre strads^ 
Fra imagin pel doglioso ordin s\ amare. 

Ivi, cangiando vie, non si dirada 
Anzi cresce l'orror, cui non contrasta 
Alma ancor forte, e in rimembrarlo agghiada. 

In mezzo a valle solitaria e vasta 
Stridea scoppiando per le fiamme ingorde 
Di cento adusti ceppi ampia catasta. 

Con picche armate in ferro adunco e lorde 
Di melma, tratti eran que' corpi al rogo. 
Cui più vita sì dura il cor non morde : 

Sacerdoti e fanciulle, e quei che il giogo 
Maritai strinse, ignudi e insiem confusi, 
Da vìcin tolti e da rimoto luogo ; 

E fra questi (ahi ! chi fla che adombri, o scusi 
D' alta necessitate, il gran delitto ?) 
Vivi, che ancor movean gli occhi non chiusi : 

Ma palpitanti, col ronciglio fitto 
Nella gola, i sospir versando e il sangue 
Dal collo in si crudel foggia ti^afitto. 

Strascinata ogni donna ed uom esangue 
Ad arder con pietà tanto inumana. 
Come striscia per terra ignobil angue, 

La faccia avea deformemente strana, 
E questa sì che non serbava alcuna 
Orma in sé lieve di sembianza upiana. 

(Dana Visione V.) 



ANTONIO GENOVESI. Il 1<> novembre 1712 nacque in Casti- 
glione (prov. di Salerno). Contrariato dal padre in nn amore gio- 
vanile per una contadina, scomunicato dal vescovo di Conza perchè, 
mentre studiava scienze sacre per assoluto volere paterno, aveva 

* Con la guida, che è un essere superilo. 



^vgFT 



418 SECOLO xvm. 

preso parte alla recita d'una commedia, nel 1786 dovette piegare 
il capo al destino e vestirsi prete. Diventò professore di eloquenza 
nel patrio seminario; ma desideroso di sapere, uscì dal piccolo 
nido natio, e si recò a Napoli, ove studiò anche le legg:i, ma si 
ritrasse dall* esercitarne la professione. Nel 1741 da mons. Cele- 
stino Galiani, gran maestro dell'Università, che prese a proteg- 
gerlo, ebbe una lezione straordinaria di metafisica. Accusato di 
troppa libertà di pensiero, non potè ottenere la cattedra di teo- 
logia, ma consegui quella di morale : e delle inimicizie di prelati 
e frati, indotti e fanatici, si consolò colla stima che dì luì ebbe 
papa Benedetto XIV, al quale dedicò la seconda parte de' soci 
Elemento metaphyaiccB (1747). Più tardi ai perseveranti awenaij 
rispose con certe Lettere ad un amico provinciale (1759), che 
arieggiano quelle celebri del Pascal. Quando Bartol. Intieri, fioren- 
tino stanziato in Napoli, ov'era amministratore de' beni de'H^ 
dici e de' Corsini, deliberò di fondare, prima d'ogni altra in Eu- 
ropa, una cattedra di economìa politica, volle che ne fosse titolarti 
il Genovesi, con annuo stipendio di 300 ducati; che inoltre le lezioni 
fossero, a pubblico vantaggio, in lingua italiana, e che la cattedra 
non potesse mai esser occupata da frati. Il corso cominciò ai 15 no- 
vembre 1754, e cosi di esso c'informa una lettera del G^enovesi 
stesso :' < Feci il mio discorso preliminare.... con uno straordinario 
concorso, tuttoché io non avessi fatto invito. Parlai un' ora, non 
solo senza niente aver mandato a memoria, ma senza aver idente 
scritto di quello che dissi. Con tutto ciò il discorso fu ricevuto 
con applauso.... Il giorno seguente cominciai a dettare. Grande 
fu la meravìglia in sentir dettare italiano, finché essendomene 
accorto nello incominciare la spiegazione, dovetti incominciare 
da' pregi della lingua italiana, e urtar di fronte il pregiudizio 
delle scuole d' Italia. La mia scuola è stata sempre piena in guisa, 
che molti non hanno in essa trovato luogo: ma la maggior parte 
sono uditori di barba, e di varj ceti. Gli scriventi sono circa cento. 
I giovani non ancora intendono queste materie, e dove non si 
sente citar Giustiniano o Galeno non troppo sentono del gusto 
Ma si vuole andar avanti con coraggio : si ha da rompere que- 
sto ghiaccio. Gran moto è nato da queste lezioni nella città, e 
tutti i ceti domandano de' libri di Economia, di Commercio, di 
Arti, di Agricoltura ; e questo è buon princìpio (Lett. familiari, 
II, 199). » Si narra che alle lezioni del Genovesi intervenisse una 
volta anche il padre, e eh' egli, avendolo scorto nella folla, per 
reverenza a lui si alzò e si tenne in piedi fino alla fine. Frutto 
di questo insegnamento sono le Lezioni di Commercio ossia <f Eco- 
nomia civile, eh' eì pubblicò nel 1765. Cacciati i Gesuiti nel 1767. 
ebbe dal Galiani l'incarico di proporre un disegno per l'educa 
zione della gioventù (stampato col titolo Piano delle scuole, a Ve- 
nezia nel 1794), ed in esso propose di sostituire l' insegnamento 
della scolastica con quelli di matematica, fisica e storia, e di f^ 



L 



T^^s" 



SCRITTORI VARI. 



419 



an cono di morale engli Uffi<0 di Cicerone. Dopo aver molto fa- 
ticato come insegante e come scrittore, mori d'idropisia il 22 set- 
tembre 1769. 

Fa nelle discipline filosofiche e politiche novatore ardito, ma 
restando entro i confini della religione, che professò piamente ma 
senza bacchettoneria. In ogni ricerca scientìfica procede appoggian- 
dosi ali* esperienza e al buon senso e tendendo a nn fine di pratica 
utilità. « Io sono ormai vecchio, scrìveva ad nn amico, né spero ^ 
pretendo nnlla più dalla terra. Il mio fin^ sarebbe di vedere se 
potessi lasciare i miei Italiani nn poco più illnminati, che non gli 
ho trovati venendovi, e anche nn poco meglio affetti alla virtù, 
' la qnale sola può essere la vera madre d* ogni bene. » Con altri 
illnstri contemporanei suDi ricondusse V intelletto italiano sulle vie 
del sapere e lo fece partecipe della generale cultura europea, 
contribuendo ai progredimenti scientifici, sìa coli' esporre nuovi e 
« invidiosi veri, > sia col combattere audacemente ogni sorta di 
sofismi e di pregiudizi, dominanti ancora in Italia, specie nelle 
scuole, e Genovesi, scrive il Pecchio (Storia ddV Èeonom. pub" 
bliea in Italia^ Lugano, Ruggia, 1832, p. 193), fu il redentore delle 
menti italiane.... Non fu un genio.... ma degli scrittori italiani è 
forse il più benemerito. » Molto lavorò per la gioventù, come ne fan 
fede le Istituzioni di meta fisica pei principianti (1766), il Trattato 
delle scienze metafisiche pei giovanetti (1776), gli Elementi di fisica 
sperimentale ad uso dei giovani principianti (1781). e soprattutto 
quella Logica pei giovanetti (1766) che, colle Vedute fondamentali 
aggiuntevi dal Romagnosi, durò nelle scuole fin quasi ai dì nostri, 
e che certo non insegnava a sragionare. Mirò sempre al bene de* suoi 
concittadini, alla felicità loro, a promuovere utili stu^j, a consigliare 
il lavoro come prima fonte della ricchezza, raccomandando insi- 
stentemente l'agricoltura, madre di ricchezza privata e pubblica; 
e a tal fine, mettendo in mostra lo stato di decadenza di si nobil 
arte nel Napoletano e i miglioramenti che la teorica e la pratica 
suggerivano, ristampò con prefazione il Corso di agricoltura del 
Trinci toscano. A fine più alto mirano le Meditazioni filosofiche 
mila religione e sulla morale (Napoli, Simoni, 1758), lodatìssime 
al loro apparire anche dal Baretti (Frusta j n. 2), che però ebbe 
a riprendervi lo stile e la lìngua pedantescamente toscaneggiante. 
Né certo la forma è la cosa più notevole in questa come in altre 
scritture del Nostro ; ma vi si scorge somma acutezza di mente, 
nobiltà d'animo e bontà d' indole: e specialmente negli scrìtti de- 
dicati alla gioventù v* ha certa bonarietà paterna, che fa amare 
la, scienza e chi la insegna. 

Tralasciando di menzionare le sue opere latine, ricorderemo 
ancora le Lettere accademiche sulla questione se sieìi più felici 
ffU ignoranti o gli scienziati (Napoli, 1764), che confutano i para- 
dos»! di Rousseau; il Discorso, diretto all'Intieri, Sul vero fine delle 
Lettere e delle scienze (1753) ; le traduzioni con prefazioni o note 






-^••^•^^S!^-' 



420 SECOLO xvra. 

della Storia del commercio della Chran Brettagna del Cary, dello 
iSpirito delle leggi del Montesquieu, del Alaggio mi grani del Duha- 
lìiol-Dnmonceau. La Diceosina o filosofia dell* onesto e del gvi^ 
fu pobblicata in parte postuma (Napoli, 1767) ; due volumi di Lei- 
ft^re famigliari vennero raccolti dal Forges-Davanzati (Ve- 
!i4'aia, 1776). 

Le Lezioni di economia furono dal Custodi riprodotte in 
\ voi. con aggiunta di Optiseoli, fra gli Scrittori cl€iS9Ìci d'Eco- 
ftifiiiia polii., Milano, Destefanìs, 1803. Due voi. di Opere scelte 
rH[iikO parte della collezione milanese dei Classici iiediani dtl 

...;, xvni. 

[Per la biografìa e le dottrine, v. la Vita scrittane da monsi- 
j;iu»r Fabroni, Vìi. Italor.y voi. XV, tradòtta da C. A. Maggi nella 
tit, ediz. dei Classici; C. Ugoni nella continuazione dei Stcdx 
(Irl CORNIANI; R. BOBBA, Commemoraz. di A. G., Benevento, No- 
Mle, 1867; V.Padula, Elogio delVah, A. (?., Napoli, Androsio, 18fi9J 



Del luMO. — Gran materia di contrasti è stata, ed è tot- 
1 il via, il lusso tra filosofi.. Perchè alcuni facendone reneo- 
II àio, e ingrandendone i beni, che quindi credono derivarsi 
ii<?llo Stato, pare che abbiano voluto fare altresì l'apologià 
<li tutti i vizj, siccome è stato il signor Mandeville, inglese, 
Liatore del famoso libro intitolato La favola dell'api, Altn 
IMil contrario combattendolo, sembra che abbiano inteso «li 
l'ombattere eziandio la presente politezza e umanità de' po- 
poli europei, e con essa Tarti miglioratrici tutte quante, 
i:*nne se avessero voluto ridurci alla poltroneria, barbarie 
r salvatichezza de' più vecchi tempi ; tra i quali si è di- 
stìnto il signor Rousseau in molte sue opere, non ha guari 
in esse alla luce. 

Io per me non intendo, che vi sieno, o vi possano es- 
sile de' vizj utili alla società civile, se non fosse di river- 
ÌK-vOf per opporsi a vizj maggiori ; anzi tengo per certo, e 
\n}v massima immutabile, che ogni vizio sia dannevole, non 
s<>lij agl'individui umani, ma a i corpi politici eziandio; 
iKiiid'ò, che non credo poter mai essere un vizio quel che 
-uva allo Stato. E nondimeno parmi di conoscer chiara- 
nirnte, che vi sia un certo grado di lusso, non solo utile. 
]jia necessario alla coltura, diligenza, politezza e anch»^ 
vii'tù delle nazioni, e a sostenere certe arti, senza le quali 
'<ì è barbari o debitori a' forestieri : donde stimo di poter 
TM II chiudere, che vi possa essere un grado di lusso, die non 
>ia (la dirsi vizio. Ma procodiamo con ordine, e per li suoi 
pTÌncipj. 

L' arti di lusso riguardano a due punti : l*» al distin- 
Linerci ; 2° a vivere con voluttà: de' quali quello sembra 
litjlio d' un istinto naturale, che ha ognuno di farsi riputare 



8CRITT0BI VARI. 421 

più ch'ogni altro, per un tacito giudizio della natura d*esser 
colui pia felice, eh' è più al di sopra degli altri: e questo 
deriva da una sensibilità fisica, il solletico della quale ci par 
beatitudine. Il primo principio è più forte, perchè ha più 
(Iella proprietà costitutiva deiruomo, eh' è il comparare il 
diverso : il secondo, attenendosi pii!w al corpo e al suo tem- 
peramento, è men generale. Di qui è, che voi troverete più 
avari e sordidi anche in mezzo delle ricchezze, che di co- 
loro, che non amino a distinguersi. In ragion composta di 
questi due principj è il lusso. 

Si possono considerare l'arti di lusso o in ragion etica, 
in ragion politica. Gli uomini ne son più felici? Ecco la 
prima questione. Lo Stato ne divien più grande e ricco? 
Kcco la seconda. Credo, che se si fosse potuto restare dentro 
il giro dell'arti primitive e alcune delle miglioratrici, lo 
quali recano de' veri comodi e certi innocenti piaceri, sa- 
ressimo stati più felici. 1° Si avrebbero generalmente avute 
raeno cure ; 2^ si sarebbe stati obbligati a faticar meno ; 
3* vi sarebbero stati meno ceti non faticanti, e i faticanti 
meno oppressi ; 4» si sarebbe meno indebolita la prima ro- 
bustezza della natura umana; b** vi sarebbe stato meno 
astuzie Docevoli. 

Ma era egli possibile di arrestare il genere umano fra 
i soli termini dfeU' arti primitive e di quelle di comodo ? 
Ei»a questo il primo punto, dove dovevano cominciare tutti 
i discorsi, per altro dotti, di Rousseau. I principj della poli- 
tezza de' popoli, l'aver gustate cert'arti piacevoli, l'ingegno 
curioso e avido del nuovo, la cupidità del guadagno, che si 
va sviluppando a misura che gli uomini si stringono e cre- 
scono in numero, l'amor della gloria, l'istinto del distin- 
guersi solleticato dal confronto, la necessità, di cautelarsi 
o di difendersi, la provvidenza del futuro, che cresce come 
la ragione si dilata, lettere, scienze, leggi scritte, guerra, 
governo, nuovi morbi delle gran città, ignoti tra le selve, 
nuovi vizj, e mille altre minori cause, sono certe molle, 
le quali mosse una volta, corrono con forze acceleratrici, 
che niun'arte umana, niun potere può mai arrestare, se 
non quello, che separando di nuovo gli uomini, riducessegli 
a' boschi e al primitivo stato di famiglie. È inutile dunque 
il declamare contro queste arti. Ogni legge, che cozza col- 
r incominciato corso del genere umano, o non è ricevuta, 
subito frodata, o fra non molto antiquata. 

Che farà dunque un legislatore? La prima legge di po- 
litica è, che dove certi o vizj o costumi meno lodevoli non 
possono sbarbicarsi senza disciogliere il corpo politico, o 
farne nascere de''più pericolosi, si debba tentare di trarne 
vantaggio pel pubblico, riducendoli ad una certa regola, 
^& non morale (che non potrebbe de' vizj) almeno econo- 
mica; per la quale facendo del bene, vengano a produrre 
meno di male. Quest' è la regola, che han tenuto e tengono 



'^T^TOW^' 



422 SECOLO XVni. 



i savj governi per rispetto al giuoco, allo spirito litigioso, 
e a molti altri punti. Si vuol pigliar V uomo com' è, dove 
non si può aver migliore. Air arte umana non è permesso 
di far nature, ma di reggerle. 

Quanto all'altra questione, credo anch'io, che, dove il 
lusso non sia né straniero né pazzo, ma una sorta di mag- 
gior proprietà- e comodità, che non è tra' popoli rozzi, rin- 
goiato da buone leggi e da certi costumi non molto dil- 
lìcili a mettersi in pratica, possa essere di grandissimo 
giovamento non solo alla grandezza e potenza e ricchezza 
d' una nazione, ma anche alla sua umanità e virtù, almeno 
di quelle, che non amano di esser guerriere e conquista- 
trici, come non dovrebbe amarlo nessuna, che fosse savia. 
essendo la guerra e le conquiste più tosto un entusiasmo 
contro i veri interessi d'ogni Stato, che un metodo confa- 
cente alla civile felicità e grandezza de' popoli. La felicitj 
tanto delle persone, quanto de' popoli, nasce da tre opera- 
zioni : 1* dal frenare la non necessaria cupidità di gran- 
dezza di Stato, sorgente copiosa di molestie e di dolori: 
2* dall' accrescere la potenza reale rispetto a^ bisogni della 
natura; 3* dall' occupar la gente collo spirito e col corp 
in azioni ricreative delle forze dell' uomo. Le guerre non 
fanno che aumentare ogni giorno le prime, e scemar li 
seconde. 

Ma perchè quest' ai-ticolo richiede che si sviluppi meglio 
la natura del lusso, e le sue maniere e i varj suoi graili. 
si vuol cominciare da più alti principj. E primamente, nou 
vi é presso agli scrittori di queste cose parola niuna ne 
più vaga né più oscura, quanto è questa di Itisso, ancorcht 
non vi sia stato né politico né teologo né filosofo, che 
non si abbia dato ad intendere di averne ben compresa b 
natura. Melon nel suo Saggio Politico sul Commercio ar- 
disce dire, che quella voce si vorrebbe sbarbicai'e dalK 
civili società: come se fosse così agevol cosa sbandire . 
costumi e gV istinti della natura umana, come cancellare 
una voce dai dizionari. Tornando alla definizione del lus>'\ 
dico, che appena se ne trova una che regga, benché sien-^ 
tante, che sarebbe nojosa cosa ridirle tutte per filo. Imper- 
ciocché i teologhi da una parte, e i politici da un'altra: »' 
di qui i negozianti, quindi gli uomini serj e ritirati: da una 
parte i poveri, dall' altra i ricchi : di qui i vecchi avari, t^ 
di là i lussureggianti giovani : tutti in somma, hanno dai< 
alla parola lusso tante e si diverse nozioni, e ri sguardatala 
per tanti e si diversi aspetti, che e' pare, che non se ne 
possa rinvenire il bandolo. Quel eh' è lusso per alcuni, non 
e per altri : e anzi, ciò che per alcuni è' detto lusso, per 
altri chiamasi sordidezza. 

Alcuni han detto, che il lusso sia spendere soverchia- 
mente, cioè più di quel che basta. K questo pare, che, nella 
sua proprietiY, significhi la parola lusso. Ma questi prinii*^ 



SCRITTOBI VARI. 423 

ramente confondono la prodigalità, V intemperanza e la 
stoltezza con il lasso. Poi, non definiscono né assegnano 
termine nessuno, né so se potessero assegnarlo, per cui 
si possa intendere eh' è quel che basta, e dove comincia 
il soverchio. Perchè se la i*egola delio spendere è quella 
(li cacciar da noi il dolore e la molestia, chi spende per 
si fatto motivo, ci dirà sempre che non è soverchio. Altri 
dicono, che lusso sia spendere più di quel che basta, e ciò 
pel solo piacere di vivere. Ma oltreché questa definizione 
è cosi dilettosa, e per le medesime ragionf, come la prima ; 
pure e' non pare che si possa dir soverchio quel che si 
spende per vivere con onesto piacere ; perchè appunto per 
questo si affaticano quaggiù Farti; e voler privare gli- uomini 
del godere delle loro fatiche, è lor dire, non faticate. Altri 
sostengono, che il lusso sia uno studio di vivere con so- 
verchia morbidezza e delicatezza o raflinamento di piaceri, 
tanto di corpo quanto di animo. Ma si può definire ciò che 
sia questa soverchia finezza e delicatezza? Imperciocché 
questi termini son sempre relativi. A cagion di esempio, 
quel che è finezza di gusto fra i groelandi, è durezza fra 
gli svezzesi : e quel, eh' è delicatezza per questi, è durezza 
per li francesi e italiani: e quella, eh' è delicatezza jper 
?r italiani e francesi, sembra ruvidezza a' persiani e in- 
diani. Quel eh* era lusso ne' tempi semibarbari di Europa, 
sai-ebbe oggi stimato salvatichezza. Altri finalmente stimano, 
che il lusso sia raffinare le mode di vivere al di sopra di 
(juel che richiede il grado di ciascuno, e questo per distin- 
gaerci da' nostri eguali, o per agguagliarci a coloro, a' quali 
per altro riguardo siamo inferiori. K questo é quel che ne 
penso anch'io. 

In somma, da tutte le parti si conviene nel genere di 
questa definizione, cioè che il lusso sia spendere in raffi- 
namenti di vivere, più di quel che richiede lo stato e grado 
naturale e civile di chi spende. Ma non si conviene già in 
quel che differenzia il lusso da molte altre spese soverchie 
anch' esse, le quali non son lusso ; né nel punto, dove il 
lusso incomincia ad esser vizio, e pernicioso. E questo av- 
viene per due ragioni : 1* perchè non si esamina il fine dello 
spendere, che costituisce o la crapola o il lusso ;'2* perchè 
è difficilissima cosa il trovare il termine preciso, dove fini- 
scono le spese necessarie e cominciano le soverchie. Im- 
perciocché, benché si sappia che i beni, i quali o ci dà la 
natura o ci^'wrocacciamo per mezzo della fatica, sieno altri 
necessarj, alxri comodi e altri dilettevoli solamente : con 
tutto ciò non è facile lo stabilirne i precisi limiti. 

Si sa in generale, clie i beni necessarj sono assai pochi, 
cioè che per esistere abbiam bisogno di poco : che i comodi 
sono un poco più: e infiniti quelli di puro diletto e capric- 
cio. Ma spesse volto i comodi passano nella classe de' beni 
necessarj, e i dilettevoli in quella de' comodi ; e a questo 

rv. " 28 



^rr;^ 



424 SECOLO xvni. 



modo tutto divien natura e necessario: e questo per una 
delle tre seguenti ragioni, e alcune volte per tutte e tre 
insieme; cioè, o per lun^o uso e costumanza, o per una 
comune opinione (perchè e più l'opinione, che signoreggia 
gli uomini e la natura), o per qualche forte passione. 

Per dimostrar la qual cosa, si ponga mente a' seguenti 
esempi. Si sa in generale, che il mangiare e il bere sono 
de' beni necessarj : ma non è facile detìnire quali delle ma- 
terie, che si mangiano e beone, sieno in particolare neces- 
sarie ; conciossiachè alcuni popoli si contentino delle sole 
erbe e de' semi e delle acque, come i Baniani dell' Indostan: 
altri aggiungano del pane e della carne, siccome la maggior 
parte delle nazioni: e vi sarà chi ricerchi de' più bei pani 
e delle più delicate carni : e taluno medesimamente vi ri- 
chiederà una squisita preparazione, come cose che si con- 
fanno meglio alla sanità e robustezza del corpo. A questo 
modo si va all' infinito. Parimente il vestire e l'abitare di- 
consi beni comodi ; e pur nondimeno possono di leggieri 
passare nella classe de' necessarj, siccome è addivenuto in 
tutta quasi la terra. Per la medesima ragione del lungo e 
continuato uso, il vestire e l'abitare con morbidezza e 
splendore trapassano nella classe de' comodi, da parere ili 
non potersene svezzare senza sentirne del male, come è 
accaduto alle nazioni eulte. E cosi, a poco a poco, le cose 
le più strane alla natura umana, prima incominciano aci 
usarsi per un piacer capriccioso, appresso vi »i avvezza, 
e diventano comodi, da non se ne potere divellere fa- 
cilmente; essendo ditlicile, per non dire impossibile, che 
altri si svezzi di quegli usi e opinioni, alle quali sarà per 
lungo tempo abituato. Vedesi ciò chiaramente nell'uso del 
tabacco ft»a noi; e in quel dell'oppio e dell' arech e betel 
in tutto l'Oriente: e delle pallottole di cristallo e de" peli 
della coda di elefante nel Congo e in Loango, dove sono 
cose riputate da tanto, che si stimerebbe non esser uomo 
senz'averne qualche ornamento. 

Mi sembra adunque, che per poter concepire con chia- 
rezza il soverchio, e perciò il lusso, si vogliono conside- 
rare più accortamente, che non si è fin qui- fatto, le chissi 
degli uomini, le quali formano la civile società, diverse o 
per la varietà de' mestieri e delle professioni, o per quella 
delle ricchezze, o per nobiltà, o per tutte e tre insieme : 
perchè il lusso è il principio motore di tali classi, che le 
aggira siccome nella ruota della fortuna, senza posar mai, 
mandandole or sopra or sotto. Queste classi sono dove più, 
dove meno. Ne' villaggi i contadini e i pastori formano il 
più basso piano : gli artisti e i manifattori il secondo ; e 
alcuni proprietarj, che vivono civilmente, un chirurgo, un 
medico, un not^.jó, un prete, il terzo. Ma nelle città ve ne 
ha dell'altre, che non sono nelle campagne. I domestici, i 
facchini, i vivandieri, i venditori a minuto delle cose corame- 



-^ j 



SCRITTORI VARI. 425 

stibili, e altre di simil fatta, vi compongono la più bassa 
classe: gli artis'ti la seconda, la qaale anche ella per la 
diversità, dell'arti più o meno servili si può diviUere in 
molte altre: i bottegaj di manifatture formano la terza: i 
mercanti in grosso, e molti nobili viventi del proprio, la 
quarta: i magistrati, il vescovo, il governatore del luogo, 
la "quinta. Maggiore ancora è il numero di queste classi 
nelle capitali; essendovi molti ordini di nobili e di grandi 
di corte, e il principe finalmente, centro di tutta la gran- 
dezza della repubblica. 

Le persone di queste classi, oltre a quel che è neces- 
sario per la vita e sanità, sono avvezzate a certi comodi 
e piaceri e segni di distinzione e modi di averli, i quali 
per lo più sogliono essere cosi diversi, come sono diversi 
i piani, in cui esse vivono. Questo riguartla: 1° la qualità 
del mangiare e bere; 2° quella dell'abitare e del vestire; 
3" quella del fìursi servire; 4° quella del centrar nozze; 
o" quella delle pubbliche feste o politiche o religiose ; 
0*» quella dell'unirsi in conversazione in certi tempi e luoghi, 
il lusso adunque, se si considera attentamente, non è 
altro, siccome è detto, fuorché lo studio e '1 moto di distin- 
jruersi nella sua classe con animo di signoretjgiare, o di ag- 
guagliarsi ad una delle classi superiori, non già per la quan- 
tità delle cose, ma per la qualità, vale a dire per le rapinate 
maniere di vivere. Dov'è che si vuol distinguere dalla pro- 
digalità, o Sia dallo stolto spendere, dalla ghiottoneria, dalla 
mollezza ed effeminatezza della vita. Impercioccliè i primi 
due vizj consistono più nella quantità che nella qualità, e 
sono più grandi nelle rozze e barbare nazioni che nelle 
polite ; e T ultimo è una certa debolezza di animo e di corpo, 
che voi troverete anche tra certi popoli rozzi de* climi dolci. 
Ma il lusso è una finezza di vivere, per ambizione di distin- 
firuerci: ed è perciò passione di riflessione più che d'istinto. 
II che stando così, siccome è chiaro, tre cose voglionsi 
distinguere nel lusso: il principio motore, l'occasione che 
l'irrita, e Tistrumento, per cui si esercita. Il principio mo- 
tore è quella naturale propensione, che è in tutti noi, di 
distinguerci gli uni dagli altri. L'occasione, che il solletica, 
è r inegualità degli stati e ceti della civile società. L" istru- 
mento finalmente, almeno principale, sono le ricchezze di 
segno, o il danaro. 

Io ho detto, che lo spirito motore del lusso sia il naturale 
istinto di distinguerci. Questo istinto è fino ne' selvaggi. Ma 
e' non si risveglia mai senza (jualche occasione, o naturale 
civile. Quando si sveglia per naturali occasioni, allora noi 
non ci vogliamo distinguere perle maniere delle azioni, ma 
per le azioni istesse, o accorte o prudenti o di penetra- 
zione d'ingegno o di qualche illustre virtù o di alcuna pro- 
digiosa forza. Allora non è lusso quel che ci distingue, ma 
bensì quantità di forza maggiore d'ingegno o di corpo. Er- 



426 SECOLO XVm. 

cole si vuol distinguere per la forza, Archimede per la pe- 
netrazione d'ingegno, Scevola per T intrepidezza, Lucrezia 
per la fermezza deir animo, Aristide per una giustizia esem- 
plare, Alessandro per le gran conquiste. Catone per osti- 
nata caparbietà. E queste son quasi le sole cose, per le quali 
si distinguono i repubblicani nel tempo di rozzezza, come 
quelli che si reputano nel resto eguali, e i popoli barbari, 
tra' quali non vi ha diversità di ceti. 

Ma quando l'occasione del risvegliarsi un tale istinto 
sono i ceti diversi, de' quali è composto il corpo civile, e 
l'istruniento le ricchezze, non già naturali ma di segno, 
allora le maniere e qualità, per cui ci studiamo di distin- 
guerci, sono il vero lusso. E di qui è chiaro, che se in una 
società di uomini non vi fosse né varietà di classi né ric- 
chezze di segno, non vi sarebbe neppure gran luogo a vo- 
lersi distinguere per le maniere e qualità di vivere, ma 
vi si distinguerebbero le persone per le azioni medesime. 
Cosi nella repubblica di Sparta, e nei primi tempi della 
romana, dove era poca inegualità di ceti e piccole ric- 
chezze, mai non fu lusso di sorta alcuna. Per la medesima 
ragione nelle Repubbliche popolari il lusso è assai piccolo, 
come si può vedere in quelle di Olanda e degli Svizzeii. 
Donde nasce questa conseguenza, che il lusso sia fra le 
nazioni in ragion composti, della diversità de' ceti, delle 
ricchezze di segno e della ineguale divisione di juesto ric- 
chezze. 

Quelle cagioni, che muovono un particolare a volersi 
distinguere da un altro della medesima classe o ad emu- 
lare una superiore, muovono altresì le classi superiori a 
trovare sempre nuovi modi da distinguersi dalle inferiori. 
e fra sé medesime. E quindi avviene, che dove incomincia 
a regnare il lusso, non vi sia giammai termine nessuno, che 
l'arresti ; ma vi si veggono perpetuamente, come nella ruota 
della fortuna, lo classi infime salire allo stato di mezzo; le 
mezzane alla cima ; quei della cima scendere prima nel 
mezzo, poi nel piano. Questo giuoco del lusso, siccome va 
ad abolire la schiavitù, cosi ò il più gran sollievo di quella 
parte del genere umano, che patisce per la pressione del- 
l' altra, che l' è di sopra. 

Finalmente come vi è un lusso di classe a classe nA 
medesimo popolo, cosi vi ha un'emulazione di lusso di po- 
polo a popolo, principalmente se essi sieno vicini. Imper*- 
ciocchè ninno è, che non voglia agguagliarsi all'altiv in 
quelle coso che son pubbliche, e nelle quali si mette un 
corto che di signoria: quali sono lo ambascerie, le feste, 
principalmente le nuziali de' grandi, i giuochi pubblici, i 
teatri, le scuole, le ville di delizie, le grandi strade, e altri' 
sì fatte. 

Poiché ò dimostrato quel che è il lusso, è ora da divi- 
dersi cosi per rispetto alle cose, per le quali si alimenti*. 



SCRITTORI VARI. 427 

come riguardo alla sua intensità ed estensione. Rispetto 
alle cose che lo alimentano, dividesi in lusso di cose fore- 
stiere e lusso di cose nostre. Quello si alimenta con dei*- 
rate e manifatture straniere, questo colle paesane, lii- 
;fuardo all'intensità, è o smoderato ed eccessivo, o modesto 
e regolato. L'eccessivo è quello, che eccede l'entrate o il 
guadagno, e si sostiene col credito: il moderato è quando 
non eccede le rendite o è loro alquanto inferiore. Per 
l'estensione, si può dividere in lusso generale e particolare. 
Il primo occupa la maggior parte delle classi del corpo ci- 
vile: il secondo solo quelle, che vivono nobilmente e di 
rendite. Le quali divisioni poste, veggiamo ora gli effetti 
del lusso, così rispetto allo Stato in generale, <?ome riguardo 
a particolari ; e appresso, quali ne sieno le leggi economiche. 

E in pnrna, il lusso sostenuto per materie esterne^ prin- 
cipalmente se è generale, è pernicioso act ogni corpo civile, 
nò può lungo tempo durare, come quello che consuma sé 
stesso. Le ragioni che dimostrano la prima parte, sono : 
l*» Perchè questo lusso vota di danaro continuamente la 
naaione ; 2° perchè fa, che i prodotti delle proprie terre si 
avviliscano ; 3** perchè è cagione, che si annichiliscano le 
manifatture interne; 4*» perchè avvilisce e opprime lo spi- 
rito della nazione ; 5° perchè la rende quasi serva delle 
forestiere, dalle quali e forza che prenda le materie di 
lusso. Del non poter durare, la cagione è, che, impoverendo 
ciascun anno la nazione, non troverà- più che dare per so- 
stenere si fatto lusso. Supponghiamo, per modo di esempio, 
ciie noi di questo regno mettessimo della grandezza a man- 
giare le farine Inglesi, le paste di Genova, i- formaggi di 
olanda, gli olj greci o francesi, a bere de' vini esteri, a 
vestire tutti di panni, sete, tele, forestiere ; chi può du- 
bitare, che tutte le nostre ai-ti non fossero fra poco per 
esseme appassite? Ma in non molto tempo, non trovando 
più che dare per aver del forestiero, questo lusso avrebbe 
consumato sé stesso, e noi ci troveremmo tutti ridotti al- 
Tarti primitive. Tanto è vero, che non si può lungo tempo 
gabbar la Natura! 

Ma se questo lusso di robe forestiere non è che di qualche 
cosa e di poche classi, né smoderato, anzi di nuocere, può 
giovare ; perchè desta lo spirito di emulazione, e ciò vi per- 
feziona l'arti. Le classi inferiori, non potendo far uso delle 
derrate e manifatture esterne, s'industrieranno di avere 
dell'interne, cosi buone, o anche migliori che non sono le 
forestiere. In oltre, la piccola quantitìi delle cose straniere 
cambiandosi colle proprie, questo commercio dj\ del moto 
aUindustria interna. In fatti, i nostri antichi Italiani, i quali 
prendevano delle stolfe di seta dall' Oriento, por 1' emula- 
zione si svegliarono, e procurarono averne dello proprie, 
cosi belle come quelle di Egitto, di Siria e di Persia. I 
Fiaminghi imitai-ono gì' Italiani ; i Francesi i Fiaminghi ; e 



j^^^SS^r^^ 



428 SECOLO xvin. 

gV Inglesi i Francesi. Così questo spirito di emulazione sve- 
glia gl'ingegni, e promuove TaHi e la fatica. La quale 
occupando utilmente le persone, è un'azione recreativa 
deir ingegno e del corpo: fa gli uomini più socievoli, cioè 
più virtuosi, e gli Stati più ricchi. 

Ma il lusso di ciò, eh' è interno (dove non sia pazzo, né 
riesca in crapule, ghiottonerie, ubbriachezze e stolta lus- 
suria, che non han che far nulla col lusso propriamente 
detto), benché a lungo andare possa nuocere ad alcune fa- 
miglie e a certe classi di uomini, per la mancanza del giu- 
dizio nel sapere spendere, nonaimeno è utilissimo alla 
nazione in generale; del che eccone le xa^ioni : 1** perchè 
accresce il consumo de' nostri prodotti e delle nostre ma- 
nifatture, e con ciò anima la fatica e la diffonde; donde è 
che le classi lavoratrici, base della repubblica, trovando a 
faticare, trovano da vivere onestamente e da dilatarsi; 
2° perchè diffonde il danaro per tutte le classi delle per- 
sone : e di qui avviene, che tutte le classi delle persone vi 
abbiano de' mezzi da far valere le terre e l'industria: 
3*» perchè multiplica il danaro medesimo ; conciossiacosaché 
spendendosi spesso, giri più volte in un anno, e conseguen- 
temente equivaglia a molto; 4* perchè sveslia gl'ingegni, 
ratlina lo spirito djella nazione, fa migliorare le arti antiche, 
e inventarne delle nuove. 

Che se i nostri prodotti, e le nostre manifattujpe servono 
a mantenere il lusso delle nazioni, siccome si fa ne' popoli 
trafficanti, allora saranno di più una gran sorgente di ric- 
chezze : perchè, oltreché occuperanno i nostri manifattori e 
agricoltori, saranno ancora cagione perchè la nazione ri- 
cavi dagli altri popoli, quel che le manca, il che vale a 
dire, faranno che i forestieri ci alimentino: grandissimo* 
anzi unico (Ine di tutte l'arti di commercio. E quest'era 
una volta l' abilitc'i de' Fenicj, i quali si avevano renduto 
tributari un' infinità di popoli ; ed è ora de' Genovesi, Fran- 
cesi, olandesi, Inglesi, nazioni arricchite per il lusso di 
quegli stranieri, i quali si servono di quelle manifatture o 
de' prodotti delle loro terre e colonie. 

A questi effetti d' un lusso moderato, o sia d' una certa 
proprietà di vivere delle nazioni ingentilite, si vogliono ag- 
giugnere i morali. Il primo è la politezza delle maniere: la 
quale da chi può essere riputata un male, se non da un 
selvaggio ? Il secondo V umanità, una più ampia socialiU, 
e '1 conversare da uomini, e quello spirito gajo e brillanta, 
che non si trova in niuna nazione barbara, ma è sempre 
congiunto con qualche proprietà, del vivere. Il terzo, h» 
scienze e le bell'arti, le quali, siccome si vede per la storia 
dello cose umane, vanno di pari passo coir umanità, e con 
la propi'iotà della vita. — (Dalle Lezioni d'Economia civile. 
paKe I, cap. 10.) 



SCRITTORI VARI. 429 

li oommeroio marittimo e le forze navali. — Senza navi- 
gazione non si può avere commercio vantaggioso né poco 
né punto ; perocché senza navigazione non si può avere 
utile smercio né di derrate né di manifatture né di ve- 
ruD' altra cosa, che nel paese nasca o si faccia, e senza utile 
smercio o non si può avere commercio, o non se ne può 
avere vantaggioso. Perché, o voi non mandate nulla fuori, e 
non ne avrete né intemo né esterno ; il che, oltreché é da 
se manifesto, é stato più di una volta da me altrove dichia- 
rato, e in modo che chi ne può dubitare non ha ninna co- 
gnizione di questa scienza. voi vel mandate sopra legni 
esteri, e vi convien perdere tutto il nolo, che, non impor- 
tando piccola spesa, sarà cagione che voi non facciate giam- 
mai commercio vantaggioso. E se finalmente lasciate che 
i forestieri vengano da sé a caricare le vostre derrate e 
manifatture, primamente è necessario che perdiate tutto 
il guadagno che voi potreste dalle vostre robe sperare ; 
perchè il forestiere il vorrà per sé, che è tanto quanto dire 
che voi gli diate le vostre mercanzie a quel prezzo ch'egli 
voiTà, e non a quello che vorrete voi. E poi, vi é forza che 
prendiate da lui in iscambio delle cose vostre quelle mer- 
canzie che egli vi apporterà, o poco o molto che vi abbi- 
sognino, e che le prendiate a quel prezzo a cui piaceragli 
darvele, altrimenti voi non farete mercato delle vostre. Con 
elle è chiara che senza navigazione, come voi non potete 
avere commercio attivo, così non né potete avere nessuno 
che vi sia utile, vale a dire che a lungo andare non vi ca- 
gioni la ruina dello Stato. 

Secondariamente, non è men chiaro che senza proteg- 
gere la navigazione, ella non ^uò esser gran cosa o non 
può Itmgo tempo durare, pei*che come vi sono delle nazioni 
gelose o nemiche, senza una marina armata esse possono 
in mille modi attraversare la navigazione mercantile, la 
quale, se voi volete ch'ella s'armi da sé, ella troverà ninno 
poco guadagno nel suo commercio. Ma esse saranno più 
ritenute, come una buona armata navale protegga il com- 
mercio marittimo. Il signor Melon dice, che il commercio 
di mare vuole avere libertà e protezione; ma soggiunge: 
^e non può averle insieme tutte e due, convenendo scegliere, 
'? da preferire la libertà ; perciocché la sola protezione, per 
grande che sia, non può esser cagione che faccia nascere 
il commercio dove non é, benché possa sostenerlo dove 
vo n'ha; ma la libertà l'anima, il genera e l'alimenta in 
guisa, che ella da sé medesima gli procaccia la protezione. 
I^er verità qualche esempio n' abbiamo ed in Italia e fuor 
'l'Italia, ma non in modo però che il governo non vi sia 
in conto alcuno interessato. Egli è vero che i genovesi, i 
pisani, i veneziani coli' accrescere il commercio, accrebbero 
altresì le armate navali che il protessei-o; ma queste ar- 
mate erano a conto del comune, e rade volte a spesa de' soli 



430 SECOLO xvm. 

mercatanti. Si vuole il medesimo dire degli Olandeai e degli 
Inglesi. Cominciò quivi a prender vigore il commercio da 
private compagnie; il guadagno le mise in istato d'armarsi; 
ma se il governo non vi si fosse immischiato e non n'avesse 
intrapresa la protezione, elleno non si sarebbero giammai 
protette da sé sole. Aggiungo, che poiché si conviene che 
una armata navale sia necessaria a proteggere il commer- 
cio, sia ch'ella sia equipaggiata a spese de* negozianti o del 
governo, egli non mi sembra sicuit) nel governo laseiarU 
nelle mani de- negozianti, massimamente m un paese le di 
cui principali forze sieno le marittime. Per la qual cosa 
conchiudo che, o il commercio non ha da avere protezione 
nessuna, cosa che esponendolo a mille pericoli in breve è 
per annientarlo, o se n' ha da avere, ella non gli può es- 
sere accordata che dal governo. 

Si può dire : qual prò può determinare il governo ad 
imprendere la protezione del commercio marittimo ? Se io 
non avessi udito farmisi questa .opposizione da uomini che 
si stimano pensar bene su queste materie, V avrei giudicata 
indegna di esser qui proposta; ma la filosofia, che dee-es- 
sere utile al comune degli uomini, si vuole adattare a quei 
medesimi che meno intendono. Diciamo adunque che le uti- 
lità, di una rispettabile armata navale, per una nazione che 
abbia del mare, sono molte e grandissime. 1<> Ella è dì gran- 
dissima forza a farsi rispettare dalle nazioni vicino, e forse 
maggiore che quella delle truppe terrestri. Si è veduto 
questo negr Iqglesi, negli Olandesi ed altre nazioni, le quali 
hanno dato legge air Europa, quando sono stati signori del 
mare; o T hanno ricevuta, quando le loro armato navali 
sono state deboli, come pare oggi addivenga agl'inglesi. 
2" In una guerra, come ella sia perditrice interra, è l'ul- 
tima fortezza ove si possa ritirare e conservarsi ancora 
lungo tempo. Temistocle, dopo la perdita della giornata di 
Maratona, consigliò agli ateniesi di ritirarsi in una città di 
legno come air ultimo asilo, e salvò la repubblica. 3^ Cre- 
scendo per la sua protezione il commercio, lo Stato avrà 
sempre bastante copia di marinari destri e dotti neirarie 
marinaresca per fornirne la sua armata, e n'avrà sempre 
scarsezza come il commercio sia nullo o piccolo ; onde è 
che nei bisogni non troverà come possa mettere in man* 
le sue navi, perchè non potrà fare in due giorni degli abili 
marinari. 4^' C/ome il commercio de)la nazione sia grande, 
non potrà essere a meno che la nazione non sia ricca: v 
un sovrano di una nazione ricca, è sempre ricco anch' egli. 
5° La navigazione florida, il commercio sicuro e vantag- 
gioso darà volentieri e con piacere parte dei suoi guadagni 
per la sua protezione. 

Di tutte poi le nazioni, quelle hanno maggior bisogno 
di una buona armata navale, le quali sono o isole o peni- 
sole. Perocché in queste tali nazioni, quelle parti voglion 



w\ ^^ 



SCRITTORI VARI. 431 

essere più foi'ti, onde può essere maggiore il pericolo : e 
qaesto e il mare. Perchè se sia un'isola, ella non può es- 
sere altronde attaccata che da mare, ciò che sarà diUlcile 
come le sue armate navali sieno in buono stato; e se sarà 
una penisola, quar è il nostro regno, ella vuole aver mag- 
gior timore dalla parte del mare che da quello di terra ; 
6 perciò le conviene usar maggior diligenza ad avere una 
buona armata navale, che de' grandi eserciti terrestri. Fra 
gli antichi popoli, gli Ateniesi, che avevano un tal sito, nelle 
diiese e nelle imprese si trovarono sempre meglio con dello 
forze marittime, che con dpUe terrestri. E ne' secoli addietro 
i Pisani, i Genovesi e sopita tutti gli altri i Veneziani al- 
lora furono più sicuri, quanto furono meglio armati in mare. 
Egli è succeduto il medesimo agli Olandesi, i quali come 
dalla parte di terra per i gran fiumi e paludi sono quasi 
che inaccessibili, non si sono difesi né ingranditi, che per 
le forze marittime, e son decaduti poiché la loro potenza 
marittima è andata giù. Il medesimo si vuol dire degli In- 
glesi e de' Francesi, i quali non hanno acquistata quella po- 
tenza che hanno, che dopo avere avuto delle rispettaoili 
armate navali. Antonio Perez, savio spagnuoio, soleva dire 
ad Enrico IV re di Francia, che quel regno sarebbe sempre 
piccola cosa come non avesse mare. La Spagna non fu mai 
tanto air Europa formidabile, quanto allorché Filippo II si 
studiò d' innalzare la marina. I principi Normanni, fonda- 
tori di questo regno, par che intendessero questa massima, 
perchè essi in ninna cosa posero la maggior loro fortezza 
(juanto nelle armate navali, per le quali oltreché si fecero 
rispettare da tutte le potenze d' Italia e da' Veneziani me- 
desimi, essi repressero V ordine de' barbareschi e li si fe- 
cero tributarj, e misero dello spavento fin nell'imperio di 
Costantinopoli. E certo i Turchi non furono mai si formi- 
dabili quanto nel tempo che mantennero delle grandi ar-r 
mate, le quali non così decaddero, che la potenza di quel- 
r imperio non seguisse quasi colla medesima proporzione 
quel decadimeAto. Conchiudo dunque, che così gì' interessi 
del commercio come quelli dello stato, ricercano die una 
nazione, come è la nostra o qualunque altra a noi per sito 
e per vigor di terra e d' ingegno simile, abbia le più gran 
forze marittime eh' ella aver possa. 

Vorrei io in questo luogo dire un pensiero che ho sem- 
pre meco d'intorno all' animo avuto, ed ho tuttavia ; ma io 
temo eh' egli non sia per incontrar male presso coloro, che . 
ni un amore hanno e niun zelo nutriscono per V Italia, co- 
mune madre nostra; ma il dirò pure, in qualunque parte 
sia per prendersi da chi non guarda più in là del proprio 
utile. A voler considerare l'Italia nostra e dalla parte del 
suo sito e da quella degl' ingegni, e per quello che ha ella 
altre volte fatto e fa eziandio, tuttoché divisa e come dila- 
cerata, si converrà di leggieri ch'ella tra tutte le nazioni 



-^?f^- 



432 SECOLO xvin. 



d' Europa sia fatta a dominare, perocché il suo clima non 
può esser più bello, né più acconcio il suo sito rispetto aQc 
terre e al mare che la circondano, né più perspicaci e 
accorti e destri e capaci di scienze e d'arti e duranti di 
gran fatici le, e oltre a ciò più amanti delia vera gloria i 
suoi popoli, di quel che essi sono. Ond'è dunque eh' ella 'sia 
non solo rimasta tanto addietro air altre nazioni in tutto 
ciò che par suo proprio, ma divenuta in certo modo serra 
di tutte quelle che il vogliono? Ella non è stata di ciò causa 
la sola mollezza, che le conquiste dei romani v'apporta- 
i^ono, perochè questa morbidezza, che le ricchezze e La pace 
v' avevano introdotta, non durò lungo tempo ; ma la vera 
cagione del suo avvilimento è stata queir averla i suoi fìg^li 
medesimi in tante e sì piccole parti smembrata, eh* ella ne 
ha perduto il suo primo nome e T antico silo vigore. Gran 
cagione è questa della ruina delle nazioni : pur nondimeno 
ella potrebbe meno nuocerci, se quei tanti principati, de- 
posta ornai la non necessaria gelosia, la quale hanno spe^e 
volte e più eh' essi non vorrebbero sperimentata e al co- 
mune d' Italia e a sé medesimi funesta, volessero meglio 
considerare i proprj e i comuni interessi, e in qualche forma 
di concordia e di unità ridursi. Questa sarebbe la sola ma- 
niera di veder rifiorire V ingegno e il vigore degl' Italiani. 
Potrebbe per questa via aver V Italia nostra delle formi- 
dabili armate navali, e tante truppe terrestri che la faces- 
sero stimare e rispettare, non che dalle potenze d'oltre- 
mare, che pure spesso l'infestano, ma dalle più riguardevoli 
che sono in Europa. Ella non vorrebbe ambirà altro im- 
perio, che quello che la natura le ha circoscritto ; ma ella 
dovrebbe e potrebbe difendersi il suo. Potrebbe veder ri- 
nascere in tutti i suoi angoli lo arti e l' industria, dilatarsi 
il suo commercio, e tutta nuovo abito e la pristina bel- 
lezza prendei*e. Se questi sensi s' inspirassero ai pastori di 
tutte le sue parti, forse che non sarebbe questo nn voto 
platonico. E mi pare che i prìncipati d' Italia non siano si 
gli uni degli altri gelosi, che per massime vecchie, che son 
passate a' posteri più per costume che per sode ragrioni. 
Non son ora i tempi che erano; e quelle cagioni di reci- 
proci timori, che potevano essere una volta ragionevoli, 
vsono ora non .solo vane, ma nocevoli e al tutto e alle parti, 
se ben si considerano. Egli è per lo meno certo ch'ella 
non può, come le cose sono al prosente, sperare altronde 
la sua salute, che dalla concordia e dall'unione de' suoi prìn- 
cipi. Il comune e vero interesse suol riunire anche i ne- 
mici; non avrà egli forza di riunire i gelosi? 

Ilcttor del cielo, io chieggo, 
Cbo la pietà, che ti condusse in terra, 
Ti volga al tuo dilotto almo paese. 

(Dagli OpuèQoli economici, della Raccolta Custodi, Yol.IV,p.llS.l 



->sv^.^7>' 



SCRITTORI VARI. 433 

FRANCESCO ÀLGAROTTI. Di famìj<lia data al commercio 
nacque in Venezia 1' 11 decembre 1712» e, fatti i primi studj a 
Roma, li proseguì a Bologna sotto la direzione di Enstachio Man- 
fredi e di F. M. Zanetti, che di tale alunno si gloriavano, e alcune 
sne memorie astronomiehe accolsero negli Atti dell' Istituto bo- 
lognese, mentre 1* altro Zanetti, Giampietro, 'a insaputa di lui, 
stampava un volumetto de' suoi versi. Per lo studio delle scienze, 
che estese anche alla fisica e all'anatomia frequentando le le- 
zioni del Beceari e del Caldani, non abbandonò quelli delle let- 
tere e delle arti. Dopo sei anni di soggiorno in Bologna si recò 
per qualche tempo a Firenze ad apprendervi il bel parlare, eser- 
citandosi intanto nel greco con A. M. Ricci. Andato indi a Parigi, 
ove lo aveva già preceduto la fama, sicché fu invitato dal Mau- 
pertnis ad accompagnarlo in Svezia per determinarvi la figura della 
terra, ritiratosi dal fhigore della gran metropoli al Monte Vale- 
riane, ivi scrisse il Neiotonianiamo per le dame (poi intitolato 
Dialoghi »opra V ottica nevotonicma) e lo lesse manoscritto al 
Voltare, che stava anch' egli scrivendo sullo stesso argomento, e 
che approvò il lavoro del giovane poco più che ventenne, giudi- 
candolo « leggiadro, chiaro, gentile in tal maniera, che le donne 
lo possono leggere con gran piacere, e che può anche servire al- 
l'istruzione degli uomini. » Mad. du Chàtelet, la dotta Emilia, 
colla quale allora il Voltaire conviveva, avrebbe voluto che il 
libro fosse a lei dedicato, e che il suo ritratto messovi in fronte 
facesse intendere esser lei la marchesa introdotta nel dialogo : ma 
TAlgarotti aveva già deliberato di intitolarlo al Fontanelle, dalle 
lettere del quale sulla Pluralità dei mondi non le dottrine aveva 
appreso, ma il metodo di render piane le asperità della scienza 
e trattare i più ardui veri con vaghezza di forme e facilità come 
di conversazione. Pubblicata V opera, che ebbe traduzioni francesi, 
inglesi, portoghesi, tedesche e russe, Voltaire scrivevagli : « Farmi 
ehe, dopo Galileo, non vi sia altri che voi che istruisca con diletto. » 
Dalla Francia passò l'AIgarotti a Londra, indi a Pietroburgo, poi in 
Prussia, ove benevolmente raccolse Federigo, ancor soltanto prin- 
cipe reale, e che poi doveva mostrargli del avo amor piti oltre 
che le fronde. Dì questi suoi viaggi abbiamo la descrizione nelle 
Lettere 9uUa Russia indirizzate a Lord Hervey e a Se. MaiTei. 
Ugnale accoglienza eb0e da Angusto III di Sassonia, che più 
tardi lo fece suo provveditore in Italia per arricchire di quadri 
la galleria di Dresda, e gli die il titolo di consigliere intimo di 
guerra. Federigo salito sul trono, ne die subito l' annunzio all'Al- 
garotti, che da lui aveva avuto l'incarico di curare in Londra 
una edizione dell' Enrictde con rami, e lo chiamò a sé. Nel giorno 
dell' incoronazione a Konisberg (1740), il giovane veneziano era al 
fianco del re, che a lui volle conferito il titolo di conte, trasferi- 
bile alla famiglia, aggiungendovi poi anche quelli di ciamberlano 
e di cavaliere del merito. L'amicizia di Federigo e di tutti i compo- 



434 SECOLO xvm. 

nenti la famìglia reale, nonostante qualche nube passeggera, ù 
mantenne per lui sempre riva e costante. (Sulle relaEioni di Fe- 
derigo cogli Italiana, e specie coli* A., vedi P.D. Fischer nelU 
Deutsche Bundschau del 1^ dicembre 1888.) Ma la vita eh*ei do- 
veva condurre presso Federigo, e che non era quella di ozioso 
cortigiano, non che il rigor del cUma gli fecero abbandonare la Ger- 
mania. Del resto, anche quando viveva in straniere regioni onorato e 
felice, lo pungeva il desiderio della patria: gli piacevano, al certo, le 
« erudite cene » di Parigi, in che si mesce € lo spumante sciampagna 
it qual poi desta I bei racconti ed i venusti risi : » ritornava volen- 
tieri alla < fumosa Londra > dove non vedova < noi vulgo schiavitù, 
ne' grandi orgoglio », e dove < delle leggi è il re custode e serro, 
nato al bene comune > sicché, ammirato, chiedeva egli ad Apollo 
€ con leggi inglesi, attico cielo ; > ma vìvo era tuttavia 11 ricordo 
della sua Venezia, dove « in bruna gondoletta i furti D* amor ra- 
pire inosservato ; e intanto Canta V armi pietose e il capitano L'ac- 
corto gondolier, posato II remo (EpitL al ViUien). » £ deir onore 
del suo paese si mostrò sempre zelantiBsimo, rivendicando ali* Ita- 
lia scoperto scicntiflche, lingua e dottrina militare, primato uelle 
arti e nelle lettere, ed augurandole anche unità di stato: 

Ah sieno anoora, Italia mia, lo bolle 

E dtsporso tue méuibra in uno accolte, 

Nò r Itala virtù fi a cosa antica ! 

Ma il quando chi '1 vedrà? forse il redranno 

Anello un giorno i i\epoti. {Epi»t, al Voltnire.) 

Tornò dunque di qua dalle Alpi, prima soggiornando in Venezia, 
poi a Bologna, ove raccolse intorno a Sé giovani studiosi, col nome 
di AcctKlemia degli indomiti. Ma il male al petto, che si dice avesse 
contratto neir assidua compagnia del pittore ed architetto Mauro 
Tesi (Maurino)) che lo aiutava negli studj d' arto, nel disegnare e 
neir incidere, sempre più progrediva. Il Voltaire lo invitava ami- 
camente a Ferney, promettendogli il latte delle sue vacche e V as- 
sistenza del medico Tronchin. Prescelse invece Pisa, e qui (li62> 
dimorò scompartendo la giornata fra i lavori artistici col Maarino 
(fra le altre inventò e disegnò il proprio monumento sorivendori 
per epigrafe : Algarottus non ovin%8\ e la*correzlone della stampa 
delle sue opere, riserbando la sera a trattenimenti musicali. « J'ai 
Jugé de rótat de votr'e sante, scrivevagli Federigo, par la lettre 
quo vous m'avez écrite. Cette main tremblante m*a surprìs et ra*a 
fait une peìne iuflnie. Puissiez-vous vous remettre bientòti Avcc 
quel plaisir j'apprendrois cette bonne non velie. > Attese qui la sua 
fine, solo sciamando sovente : < va bene morire, ma patir tanto! » : 
e l'ultimo giorno, essendogli porto un berretto con nastri di bei 
colori, sciamò : « Capperi ! ini volete fare un gran bel morto. > 
Morì ai 'A maggio 1764. Federigo ordinò per lui un monamenlo in 



■*-JT 



SCRITTORI VARI. 435 

Camposanto (che poi si scordò dì pagare) coir iscrizione eh' egli 
stesso compose : Àlgarotio Ovidii amuloj Newioni diacipulo, Fri- 
dericua rex. * 

Molte e di vario genere sono le scritture dell' Algarotti, seb- 
bene ei morisse a cinquantadne anni. Fra le poesie, sono più no^ 
tavoli le XVIII Epistole in sciolti, tutt' altro che «eccellenti» 
come le battezzò il Bettinelli stampandole colle sae proprie e con 
quelle del Frugoni insieme colle famose Lettere virgiliane. Ma 
r Algarotti protestò sempre ehe di ciò egli era ignaro del tutto, e 
replieatamente volle attestare la sna reverenza « al poeta vera- 
mente sovrano » a cui con quelle facevasi oltraggio. Con siffatte 
Epistole, in versi generalmente monotoni e flosci, intendeva egli 
rìnvigorire la stanca poesia del tempo, augurando che « Italia anco 
nn giorno d' un poeta filosofo sia bella > {EpiaL al Qorani) : e con 
ciò certamente alludeva a se medesimo. Alla poesia, se non per 
I:i forma, pel genere appartengono anche la Sinopei della Nerei- 
doloffia e il Congresso di Citerà ; scrittura satirica la prima contro 
le vanità letterarie, ed erotica la seconda, in che volle ritrarre 
l'indole e il costume donnesco presso le varie nazioni di Europa. 
AI Voltaire quest* opera parve dettata « dalle grazie stesse, e 
scritta con una penna delle ali d'Amore ; » ma spesso lo spiritoso 
francese esagerava, quando non burlavasi del prossimo. Merito vero 
hanno, qual ne sia la misura, fra i lavori in prosa, i Saggi e le 
Lettere, che trattano svariati argomenti d'arti belle e di lettera- 
tura. Spettano alle arti, i Saggi sopra l* architettura, sopra la 
pittura, sopra V opera in miixica, sopra l'Accademia di Francia 
in Roma, e le Lettere descrittive de' monumenti di molte cittsi 
cV Italia. Neil' altra categoria sono da annoverare i Saggi sopra 
la necessità di scrivere nella propria lingua, sopra la lingua 
francese, sopra la rima, sopra Orazio ; e le Lettere sopra la tra- 
finzione dell* Eneide di A, Caro, sopra la ricchezza della lingua 
italiana nei termini militari : aggiungansi anche i Discorsi mi- 
Hlari (intomo alla scienza militare del Segretario fiorentino, a 
quella di Virgilio ec.) ; e i Saggi storici e scientifici, sopra i re 
di Roma, sopra la Giornata di Zama, Éiul Gentilesimo, sugli 
Incas, sul Commercio, su Cartesio ec. Fra tutte le cose sue egli 
(lava la preferenza alle Lettere sidla Russia, e dei Saggi, a quello 
HìiUa pittura. In tutte queste scritture è varietà, se non pro- 
fondità di dottrina, e vivezza, se non purità di lingua, e stile 
:4ciolto ma foggiato al tipo francese, come del resto V hanno tanti 
altri autori del tempo, a causa della diffusione della francese 
cultura e dell' universalità della lingua. In francese scrisse ele- 
gantemente, come si vede daXV Iphigénie en Aulide, ot>era, e da 
parecchie sue lettere. Fu pubblicato postumo un Saggio del trium- 
virato di Crasso, Pompeo, e Cesare, e non adoperati restarono 
molti importanti documenti, che dovevan servirgli a narrare le 
guerre di Federigo. 



436 SECOLO xvm. 

Ebbe ^ran riputazione ai snoì di, confortata dall' amicizia 
de' potenti d' Europa e de' dotti più in voga. Ma anche allora 
sorsero detrattori alle sue lodi: primo il Baretti, che sentenziò 
e eseerabile » la ìingtat e lo stile di lui (Disc, m Shàkesp, et Vol- 
taire). Il Foscolo poco dopo scriveTa ohe sì era e scroccato f:ima 
di aavant », e che k) -stile aveva egli appr«M dai gesuiti e adat- 
tato alia maniera francese. Anche V Ugoni gli procsode severo, 
accusandolo di superficialità nella dottrina e di lambiccata lesio^ 
sita nello stile ; e sottomesse tutte le sue scritture a spietata ana- 
lisi, conclude che « le opere dell' Algarotti sono più atte ad infem- 
minire gli animi, che a rinfrancarli e rassodarli » Pel Tommaseo 
egli fu < un ingegnino di quelli ohe, ripet^do, non condensano le 
idee altrui, ma coagulano: un di que' troppi che nel secolo passato 
e nel nostro fecero l' Italia pedantescamente serva alle esotiche 
leggerezze {Storia civile nella letter., Torino, Loescher, 1872, 
p. 345). » Contro questi due ultimi critici, che dell' Algarotti gin* 
dicavano « con tanto insensato disprezzo », si scagliò il Giordani, 
scrivendo ad un amico : e Vorrei che tu cQnoscessi abbastanza la 
prima metà del secolo passato, assai bene rappresentata dall' Al- 
garotti. E scrittore secco e freddo, e un po' stentato ; ma impor- 
tantissimo per la copia e varietà delle cose.... Devi leggere tutta 
r edizione veneta.... Questa lettura (comprese le molte Ietterei 
t' insegnerà molte cose, senza fatica e con diletto.... Vedrai se non 
è vergogna ignorare tutto quello eh' egli o' insegna {Opere, VII. 
131). » Anche a noi sembra che da tal lettura non si esca digiuni, 
e che ad ogni modo, giovi conoscere e studiare nell' Algarotti, 
scrittore di spirito e amabii dotto, certe forme del pensiero ita- 
liano nel secolo scorso. 

Importante è senza dubbio la sua corrispondenza, che com< 
prende nove interi volumi della raccolta delle sue opere. Vi figura 
il carteggio vicendevole con sovrani (Benedetto XIV, Federigo II, 
i principi reali di Prussia, il principe di Brunsvick ec.) e con uomini 
illustri d'Italia (il Manfredi, gli Zanetti, il Metastasio, il Bettinelli, 1^ 
Spallanzani, il MaflTei ec), o di fuori (il card, di Bcrnis, Hanpertui5, 
mad. du Bocage, mad. du Ghàtelet, il Formey, il Voltaire ec.<. 
Aggiungansi a questo carteggio, pel quale qualche cosa è forM 
ancora da spigolare nelle carte algarottiane della Bibliotec^i di 
Treviso, le Lettere di O. M, Ortes a F, A. pubblicate dal Cado- 
RiN, Venezia, Alvisopoli, 1840; quattro biglietti inediti del Voltaire 
pubblicati da A. Fiammazzo nella Bibliot. delle scuole iUU^ V, 1:!0: 
e soprattutto la Correspo^idance de Fréderic II avec le e. A., pub- 
blicata dal MiNUTOLi, Berlin, Gropius, 1837. Altre diciotto lettere 
appartenenti a questo carteggio trovansi nei voi. II e III delLi 
pubblicazione officiale della CorrespondfMce de Fr.II, Berlin, ira- 
prim. royale, 1851. 

L' edizione miglioro e più copiosa delle sue Opere è qnella 
procurata dall'AoLiETTi, Venezia, Palese, 1791-4, 17 voi. Tre vo- 



SCRITTORI VARI. 437 

lami di Opere scelte raccolse per la collezione dei Classici il Ohe- 
RAROiNl, Milano, 1823; un volumetto di Lettere filoLogidie, il 
Gamba^ Venezia, Alvisopoli, 1826. 

[Per la biografia, veggasì quella di N. Dalle Lastb nel vo- 
larne V delle Vit<B Italor., p. 304 ; le Memorie intorno alla vita e 
agli acritli di lui di D. MicuELBSSi, chc precedono la cit. ediz. 
veneta, e il già ricordato articolo dell' Ugoni nella Continuazione 
ai Secoli del Corniani.J 



I plH insigni pittori. — Il celebre De Piles, che tanto iliu- 
strò co' suoi scritti la pittura, si avvisò di formare una pit- 
torica bilancia, con cui pesare sino a uno scrupolo if merito 
di ciascun pittore. La partì in composizione, disegno, colo- 
rito ed espressione: e in ciascuna di queste parti assegnò ad 
ognuno quel grado che più credette se gli convenisse, secondo 
che più o meno andò vicino al vigesimo, che in ciascuna 
parte è il segno dell* ultima perfezione, il grado dell* ottimo: 
di modo che dalla somma dei numeri, che nelle varie parti 
della composizione, del disegno, dei colorito e della espres- 
sione, esprimono il valore di questo o di quel maestro, si 
venisse a raccogliere il valor suo totale nell'arte, e quindi 
veder si potesse in qual proporzione di eccellenza si stia 
Tunoin verso dell' altro. Parecchie difficoltà intorno al modo 
di calcolare tenuto dal De Piles. furono mosse da un cele- 
bre matematico de' nostri giorni, il quale vuole tra le altre 
cose, che il prodotto dei sopraddetti numeri, non la somma, 
sia la espression vera del valor del pittore. Non è questo 
il luogo di entrare in simili materie, nò di gran profitto 
sarebbe, all' arte il minutamente considerarle. Quello che a 
noi importa, è che in qualunque modo si proceda nel cal- 
colo, i gradi che a ciascun pittore si assegnano nelle dif- 
ferenti parti della bilancia, tali sieno veramente quali a lui 
si competono nò più nò meno ; che per niuno si parzialeggi, 
come a favore del caposcuola de' Fiamminghi ha fatto il 
De Piles : onde quello ne risulta che a tutti dovrà parere 
assai strano; e ciò è, che nella sua bilancia Raffaello e 
Rubens tornano di un peso perfettamente eguale. 

Raffaello per consentimento oramai universale ha ag- 
giunto quel segno cui pare non sia lecito air uomo di ol- 
trepassare. La pittura risorta in qualche modo tra noi, 
mercè la diligenza di Cimabue, verso il declinare del se- 
colo decimo terzo, ricevè di non piccioli aumenti dall' inge- 
gno di Giotto, di Masaccio e d'altri: tantoché in meno di 
dugento anni arrivò a mostrare qualche bella fattezza nelle 
opere del Ghirlandai, di Gian Bollino, del Mantegna, di Pie- 
tro Perugino, di Lionardo da Vinci, il più fondato di tutti, 
nomo di gran dottrina, e che il primo seppe dar rilievo ai 
dipinti. Ma con tutto che in varie parti d' Italia avessero 



438 SECOLO xvm. 

questi differenti maestri portato innanzi Tarte, seguivano 
perù tutti a un dipresso la stessa maniera, e si risentivano, 
chi più e chi meno, di quel fare duro e secco, che in tempi 
ancor gotici ricevè la pittura dalle mani del suo restaura- 
tor Cimabue : quando dalla scuola del Perugino usci Raf- 
faello Sanzio urbinate, e con lo studio eh* ei pose nelle opere 
dei greci, senza mai perder d'occhio la natura, venne a dar 
perfezione ali* arte, e quasi V ultima mano. Ha costui, se 
non in tutto, in parte grandissima almeno ottenuti i fini, 
che nelle sue imitazioni na da proporsi il pittore : ingannar 
rocchio, appagar 1* intelletto e muovere il cuore. E tali sono 
le sue fiatture, che avviene assai volte a chi le contempla 
di non lodar né meno Y arte del maestra, e quasi non vi 
por cufa, standosi tutto intento e rapito neir azione da esso 
imitata, a cui crede in fktti di trovarsi presente. Bene a 
Raflaello si compete il titolo di divino, con cui viene da 
ogni gente onorato. Ohi per la nobiltà e aggiustatezza della 
invenzione, per la castità del disegno, per la elegante na- 
turalezza, per il fior della espressione lo meritò al pari di 
luì, e per quella indicibile grazia sopra tutto, più bella an- 
cora della bellezza is tessa, con cui ha saputo condire ogni 
cosa? Carlo Maratti in quella sua stampa della Scuola, dove 
ha simboleggiato ciò che è necessario ad apprendersi dal 
pittore, perchè e' divenga eccellente nell* arte sua, ha posto 
le tre Grazie nell* alto di quella col motto : 

Senza di noi ogni fatica ò vana. 

In effetto, senza di esse scuro è, per così dire, il Inme della 
pittura, insipida ogni' attitudine, gofTa ogni movenza; essf* 
danno quel non so che alle cose, quell'attrattiva che è così 
sicura di vìncer sempre, come di non esser mai ben dìrti- 
nìta. In alto le ha poste il Maratti, e discendenti dal cielo, 
a mostrare che la grazia è un donò effettivamente ch'esso 
cielo fa all' uomo, e che quella ffemma che di tanto impre- 
ziosisce le cose, può bene dalla diligenza e dallo studio es- 
ser ripulita, ma con tutto l'oro della diligenza e dello stu- 
dio, come altri disse, non si potrà comperare giammai. 

Benché Raffaello potesse vantarsi, come 1* antico Apelln, 
a cui fu simile in tante altre parti, che non fu chi lo egua- 
gliasse nella grazia, vi ebbe nondimeno per rivali il Par- 
migianino e il Coreggio. Ma l' uno ha oltrepassato il pi" 
delle volte i termini della giusta simmetria, 1* altro nella 
gastigatezza del dintorno non è giunto a toccare il segno: 
e sogliono cadere amendue, massime il primo, nell* affet- 
tazione. Se non che al Coreggio si può quasi perdonare ogni 
cosa per la grandiosità della maniera, per queir anima che 
ha saputo infondere alle figure, per la soavità e armonìa 
del colorirò, per una somma Unitezza, che fa anche dalla 
lungi il più grande effetto, per quella inimitabile facilitÀ e 
morbidezza di pennello, ondo le sue opere pajono condotto 



} 



SCRITTORI VARI. 439 

in un giorno e vedute in uno specchio : (Jel che è la più 
chiara riprova la tanto celebre tavola del S. Girolamo, che 
è in Parma; forse il più bel dipinto che uscisse mai di mano 
di uomo. Ebbe fra tutti il vanto di essere stato il primo a 
dipingere di sotto in su, al che non si ardi RatTaello; uomo 
per altro di costumi così semplici, come ne fu rara la virtù. 

Dello stile del Coreggio traluce alcun raggio nelle opere 
del Baroccio, benché egli facesse suoi studj in Roma. Non 
tirava segno senza vederlo dal naturale ; per non perder 
le masse, accomodava in sul modello le pieghe con gran- 
dissime piazze ; ebbe un pennello de' più dolci, e mise fra* co- 
lori un accordo grandissimo: così però, che da lui furono 
alquanto alterate le tinte naturali con cinabri ed azzurri, 
e col troppo sf^jmare fece talvolta perder corpo alle cose. 
Nel disegno la diligenza superò il valore di assai : e piut- 
tosto che la eleganza de' greci e del suo compatriota Raf- 
faello, cercò nelle arie delle teste la grazia lombarda. 

Lontano da ogni graziosita fu Michelagnolo, disegnatore 
dottissimo, profondo, pieno di severità, atteggiator fiero, e 
apritore nella pittura della via più terribile. 

Alla grande maniera di costui, piuttosto che alla ele- 
gante naturalezza di Raffaello suo maestro, parve acco- 
starsi Giulio Romano, spirito animoso e pieno di eruditi e 
peregrini concetti. 

E quella istessa grande maniera dandosi a seguire lo 
Sprangher ed il Golzio, capisquadra tra i tedeschi, storsero 
in istrani atteggiamenti le lor figure; ne fecero troppo ri- 
sentiti i contorni, troppo alterate le forme ; diedero serio- 
samente nel ridicolo della caricatura. 

Con maggior discrizione di giudizio, dietro alle orme di 
Michelangnolo, camminò la schiera de' fiorentini, a quel 
maestro specialmente devoti. Da essa però si scompagna, e 
si compiace andarsene solo, Andrea del Sarto. Fu del natu- 
rale osservator diligentissimo, facile nel panneggiare, soave 
nel dipinto; e forse tra' toscani avrebbe la palma, se non 
ìiWe la contrastasse Fra Bartolommeo, discepolo e maestro 
insieme di Raffjiello. Alla gloria di costui basterebbe il 
S. Marco del palazzo Pitti, alla quale opera ninna manca 
delle parti, o quasi ninna, che costituiscono uno eccellente 
pittore. 

Tiziano, a cui Giorgione apri gli occhi nell' arte, è mae- 
stro universale. Potè animosamente far fronte a qualunque 
soggetto gli occorresse di*trattare ; e in ogni cosa che ad 
imitore intraprese, ha saputo imprimere la propria sua na- 
turalezza. Che se nel disegno fu superato da alcuni, quantun- 
que nei corpi delle femmine soglia essere assai corretto, e 
i suoi puttini siano stati per le forme studiati dai più gran 
maestri; nella scienza del colorire, come nel fare i ritratti 
e il paese, non fu da ninno uguagliato giammai. Grandis- 
simi furono gli studj eh' ei foce sopra il vero, eh' oi non 

IV. 29 



■T^^n^S^.' 



440 SECOLO xvin. 



1 



perdette mai di vista ; grandissime le considerazioni per 
giugnere a convertire in sostanza, dirò così, di carne i co- 
lori della tavolozza ; ma la maggior fatica cir e* durava, era 
quella di coprire, come diceva egli medesimo, e di nascon- 
dere essa Mica. Non furono vani i suoi sforzi ; la seppe 
talmente nascondere, che spirano le sue figure, pregne di 
succo veramente vitale; si direbbon nate, non fatte. Due fu- 
rono le sue maniere, per non parlare di una terza tirata vìa 
di grosso, a cui si diede già vecchio. Estremamente condotti 
è la prima; non tanto la seconda ; V una e T altra prezio^. 
Capo d' opera della prima è il Cristo della moneta, di cui s: 
veggono tante copie, e che dall' Italia è novellamente passata 
ad arricchire la Germania. Tra le più insigni fatture dell;^ 
seconda è la Venere della galleria di Fiorenza, rivale della 
greca in marmo, che nel medesimo luogo si ammira, e 
quello inestimabile quadro del S. Pietro martire, in cui 
confessarono i più gran maestri non ci aver saputo tro- 
vare ombra di difetto. Eguale alla virtù ebbe Tiziano la 
fortuna ; e fu da Carlo V grandemente onorato, come h 
Leone X il fu Raffaello, il Vinci da Francesco I, tra le cui 
braccia morì, e da Enrico Vili TOlbenio, che, non inferiore 
nella pratica deir arte al Vinci, siede principe della scuola 
tedesca. 

In quel medesimo tempo tanto alla pittura propizio, si 
distinse Jacopo Bassano per la forza del tignare. Pochissimi 
seppero al pari di lui fare quella giusta dispensazione di 
lumi dair una all' altra cosa, e quelle felici contrapposi- 
zioni, per cui gli oggetti dipinti vengono a realmente n- 
lucere. Egli si potè dar vanto di avere ingannato un An- ' 
nibale Caracci, come già Parrasio ingannò Zeusi ; ed ebbt 
la gloria che non da altri che da lui volle Paolo Ver>> 
nese che apprendesse Carletto suo figliuolo i principi dtl ' 
colorire. 

Paolo Veronese fu creatore di una nuova maniera, c\v 
ben tosto ebbe in sé rivolti gli occhi di tutti. Scorretto ii-^ 
disegno, e più ancora nel costume, mostrò nelle sue open^ 
una facilità di dipingere da non dirsi, e un tocco che in- 
namora. Quanto di vago gli veniva mai veduto, quanto à 
bizzarro sapea concepir nella fantasia, tutto entrar dove,. 
ad ornare le sue composizioni : e niente lasciò egli da banda, 
che straordinarie render le potesse, magnifiche, nobili, ni- 
ello, degne de' più gran signori e de' principi, pe' quali sin- 
golarmente pareva che egli maheggiasse il pennello. Qu 
suoi quadri ornati sempre di belle e sontuose fobbricli'. 
uno non ò contento solamente a vedergli ; vi vorrebl^e, h 
dir così, esser dentro, camminargli a suo talento, cercam 
o*,'ni angolo più riposto. Ogni cosa nelle opere di Paol»^ < 
come un incantesimo; e ben di lui si può dire che pint- 
ciono lino ai difetti. Ebbe in ogni tempo del suo valore ar> 
miratori grandissimi ; ma è ben da credere che gli avriai 



SCKITTORI VARI. 441 

sopra tutte toccato il cuore le lodi colle quali era solito 
esaltarlo Guido Reni. 

A niuno tra' veneziani è inferiore il Tintoretto in quelle 
opere che non ha tirato via di pratica, o strapazzate, per 
dir meglio, ma nelle quali ha voluto mostrar quello che sa- 
peva. Ciò ha egli fatto in parecchie di esse, e nel Martirio 
singolarmente che è nella Scuola di S. Marco, dove è di- 
segno, colorito, composizione, effetti di lume, mossa, espres- 
sione, al sommo grado recato ogni cosa. Appena usci quel 
quadro nel pubblico, che levò tutti in ammirazione. Lo stesso 
Aretino, cosi grande amico di Tiziano, che presa ombra del 
Tintoretto lo avea discacciato dalla sua scuola, non potè 
contenersi dal metterlo in cielo. Scrive egli al Tinioretto, 
avere quella pittura forzato gli applaudi di qualunque 
persona si fosse ; non essere naso, per infreddato che sia, 
che non senta in qualche parte il fumo detV incenso. Lo 
spettacolo, a^g'mnge^ pare piuttosto vero che finto: e beato 
il nome vostro, se riduceste la prestezza del fatto in la 
pazienza del fare. 

Dopo questi sovrani maestri, che solo ebbero per guida 
la natura, o, ciò che in essa fh imitato di più perfetto, le 
greche statue, vennero quegli altri artefici, che non tanto si 
fecero discepoli della natura, quanto di questi stessi maestri, 
che poco tempo innanzi ristorato aveano Tarte della pittura e 
rimessa nelF antico suo onore. Tali furono i Caraccio i quali 
cercarono di riunire nella loro maniera i pregj delle più 
celebri scuole d' Italia, e fondarne una nuova che alla ro- 
mana non la cedesse per la eleganza delle forme, alla fio- 
rentina per la profondità del disegno, nò per il colorito alla 
veneziana e alla lombarda. Sono queste scuole a guisa, dirò 
cosi, dei metalli primitivi nella pittura; e i Caracci, fon- 
dendogli insieme, composero 11 metallo corintio, nobile bensì 
e vago a vedersi, ma che non ha né la duttilità nò il peso 
né la lucentezza de* suoi componènti. E la maggior lode che 
diasi alle opere dei Caracci, non si ricava quasi mai da un 
certo carattere di originalità che presentino, per avere imi- 
tato la natura; ma dalla somiglianza, che portano in fronte, 
del fare di Tiziano, di Raffaello, del Parmigianino, del Co- 
reggio d'altri, nel cui gusto siano condotte. Non man- 
carono del rimanente i Caracci di munire la loro scuola 
de* presid,] tutti della scienza, ben persuasi che T arte non 
fa mai nulla di buono per benignità del caso o per impeto 
di fantasia ; ma è un abito che opera secondo scienza e 
con vera rii^ione. Insegnavasi nella loro scuola prospettiva, 
notomia e tutto quello che condur poteva nella strada più 
sicura e più retta. E in ciò dee cercarsi principalmente 
ia cagione, perchè da ninna altra scuola usci una co.^i nu- 
merosa scliiera di valentuomini, quanto da quella di Bo- 
logna. 

Tra essi tengono il campo Domenichino e Guido, prò- 



•^^^rzr\ 



442 SECOLO XVm. 

fondissimo Timo nell'arte e dotto osservatore della natura: 
r altro inventore di un vago e nobile suo stile, che risplende 
singolarmente nell* affettuosa bellezza, che seppe dare ai 
volti delle femmine. Questi ebbe il grido sopra gli stessi Ca- 
racci; e a quello venne fatto di superargli. 

Del latte di quella medesima scuola fu nutrito da prima 
Francesco Barbieri detto il Quercino; ma si formò di poi 
una particolar sua maniera tutta fondata sul naturale e 
sul vero, senza elezione delle migliori forme, e caricata di 
un chiaroscuro da dare alle cose il maggior rilievo e ren- 
derle palpabili. Di tal maniera, che a quésti ultimi tempi fu 
rimessa in luce dal Piazzetta e dal Crespi, fu veramente 
autore il Caravaggio, il Rembrante dell' Italia. Abusò costui 
del detto di quel greco, quando, domandatogli chi fosse il 
suo maestro, mostrò la moltitudine che passava per via: 
e tale fu la magia del suo chiaroscuro, che, quantnnqui^ 
egli copiasse la natura in ciò ch'ella ha di difettoso e d'igno- 
bile, ebbe quasi forza di sedurre anche un Domenichino ed 
un Guido. Del Caravaggio seguirono il fare due celebri spa- 
gnuoli ; il Velasquez, tra esso loro caposcuola, e il Ribera 
domiciliato tra noi, da cui appresero dipoi i principj del- 
l' arte il bizzarro Salvator Rosa, e quel fecondissimo spirito, 
proteo e fulmine nella pittura, Luca Giordano. 

Di mezzo tra i maestri della scuola bolognese e i primi 
delle altre scuole d* Italia, è il Rubens principe della flam- 
minga, uomo di spiriti elevati, il quale fu veduto pittore 
e ambasciatore ad un tempo, in un paese, che non molti 
anni dipoi innalzò uno de' maggiori suoi poeti a segretario 
di Stato. Sorti il Rubens da natura uno ingegno somma- 
mente vivace e una facilità di operare grandissima, a cui 
venne in ajuto la coltura della dottrina. Studiò anch' ess«3 
i nostri maestri, Tiziano, Tintoretto, Caravaggio e Paolo, 
e tenne di tutti un poco; così però che predomina la par- 
ticolar sua maniera, una forza e una grandiosità di stile, 
che è sua propria. Fu nelle movenze più moderato del Tin- 
toretto, più dolce nel chiaroscuro del Caravaggio; non fu 
nelle composizioni così ricco, né così leggiadro nel tocco 
come Paolo ; e nelle carnagioni fu sempre meno vero di 
Tiziano, e meno delicato del suo proprio discepolo Vandike. 
Con poche terre arrivò, come gli antichi maestri, a com- 
porre una varietà di tinte incredibile ; seppe dare a' colori 
una maravigliosa lucidità, e non minore armonia, non ostante» 
r altezza del suo tingere. Nel paese in cui dopo l' Italia al- 
lignò maggiormente la pittura, egli si trova come alla test^ 
di uno esercito di professori di quest'arte; e quivi il suo 
nome risnona in ogni bocca, dà flato, per così dire, ad o^ni 
tromba. In egual fama sarebbe salito anche tra noi, se In 
natura gli avesse presentato in Fiandra oggetti più belli, 
o se dietro agli esemplari dei greci avesse saputo purgar- 
gli e correggergli. 



SCRITTORI VARI. 443 

Delle opere di costoro fu sovra ogni altro studioso il Pus- 
sino, il primo tra i francesi : e sugli, antichi marmi andò 
a cercar 1* arte del disegno, dove, per dar legge ai moderni, 
dice un savio, ella siede reina. Niuna avvertenza, niuna 
considerazione, niuno studio fu da lui lasciato indietro nello 
scegliere, nel comporre i suoi soggetti, nel dar loro anima, 
nobiltà, erudizione. Avrebbe eguagliato Raffaello, di cui se- 
guiva le vie, se con lo studio altri conseguir potesse natura- 
lezza, grazia, disinvoltura e vivacità. Ma in effetto non giunse 
che a fatica ed isteuto ad operare quanto operava Raffaello 
con facilità grandissima; e le ligure dell* uno sembrano con- 
traffare quello che fanno le figure dell' altro. — (Dal Saggio 
sopra la Pittura, § 17.) 

D8 Londra a Helsingor, Lettera a Lm^d Hervey, 10 giu- 
gno 1739. — Dopo diciannove giorni di fortunosa naviga- 
zione, ecco finalmente che abbiam dato fondo nel Sund. E 
già parmi esser certo, mylord, che per assai meno acci- 
denti, che noi non incontrammo in questo nostro tragitto, 
furono fatti e si faranno tuttavia dei giornali. Ogni viag- 
giatore. Ella ben sa, facilmente si persuatle, e si vorrebbe 
persuadere altrui, che i mari clfegli ha corso sono i più 
pericolosi: che le corti ch'egli ha veduto sono le più bal- 
lanti del mondo ; e non manca di tenere di ogni cosa un 
esatto registro. 

Io potrei incominciare anch' io dal narrarle che il dì ven- 
tuno del passato mese fommo vela da Gravesend sulla frega- 
tina o galea The Augusta^ che, come il fascilo di Catullo, po- 
trà dire, quando che sia, f'uìsse navium celerrimus. Il vento 
era est; brutto augurio per il nostro viaggio. L'augurio mi- 
«rliore era il mio mylord Baltimore padrone della nave, anima 
randidissima, come Ella sa ; e la compagnia che vi trovammo 
a bordo. Era questa formata di un giovane Desaguliers, che 
suo padre mandava in mare perchè apprendesse la pratica 
della navigazione, e del signor King, rivale del Desaguliers 
medesimo, che avea a mylord chiesto il passo per Petro- 
burgo, sperando di far quivi un corso di tìsica sperimen- 
tale a quella imperadrice, che non so quanto avrà fantasia 
di vederlo. Onde Ella può ben credere che non siamo senza 
un bello apparato di macchine per dimostrare a tutte le 
Russie il peso dell'aria, la forza centrifuga, le leggi del 
moto, la elettricità, gì inventi e i giocolini della tilosorta. 

Non siamo neppure, che è assai meglio, senza una buona 
provvisione di limoni e di scelti vini : e, ciò che è il compo- 
nimento d' ogni delizia, in nave inglese il cuoco è franzese. 

Da li a poche ore dolio aver salpato gittammo l'ancora, 
potrei continuare, a due o tre miglia da Shirnesse, dove 
gli Olandesi, nelle guerre eh' ebbero con Carlo II, vennero a 
mettere il fuoco a' vascelli che ivi si trovavano. E mi ri- 
cordai allora di quei versi di Barnwell, che paragonano 



444 SECOLO xvin. 

Nerone, che, mentre ardeva Roma, suonava la lira, e il 
re Carlo, che suonava, vedendo arder la sua flotta, non so 
che altra sonata. 

Il di ventidue convenne di nuovo gittar V àncora in fac- 
cia di Harwich non lontano dallo Spigwash, dove fecero 
naufragio il re Jacopo e il duca di Malborough, e fu vicina 
a perire la gloria del nome inglese. Nullum sine fwmine 
saccrim si può dire di cotesti suoi mari, in altro senso che 
si dice delia campagna di Roma. 

La più memorabil cosa che sino allora ci avvenisse, fu 
di trovarci quasi in mezzo a una flotta di carbonaj, che fa- 
cevano vela a Newcastle. La strana cosa, che è una simile 
llotta ! Le navi sono tutte nere, neri i raarinaj, nere le vele, 
ogni cosa è nero. Si direbbe che è la flotta di Satanasso. 
Ma il fatto è che cotesti vascelli carbonaj, che montano, 
mi fu detto, per lo meno a quattrocento, non sono di mi- 
nore importanza di quelli, che vanno alla pesca de' mer- 
luzzi sul banco di Terranuova. Contengono il seminario 
della marinaresca inglese ; e con saggio consiglio fìi dal 
loro Parlamento provveduto che il carbone non si dovesse 
altrimenti dalle miniere di Newcastle carreggiare per terra. 
Dalla quantità poi e dalla mole di simili vascelli ben si com- 
prende il gran consumo, che se ne fa nelle parti meridio- 
nali del regno; e come, mercè rajuto principalmente di 
una tassa posta sul carbone, siasi nello spazio di soli tren- 
tacinque anni edificato S. Paolo, che costò poco meno di 
un milione sterline. 

11 giorno ventitré lasciammo Yarmouth e la Inghilterra 
per poppa: tei^ceque, urbesque recedunt; e in quel^orno 
ebbi per la prima volta in mia vita, non so se dica il pia- 
cere o il dispiacere, di vedermi come isolato nel mondo. 
Altro non si vedeva intorno, nisi pontus et aèr. Il vento 
venne sud-ouest verso la sera, che era un piacere : si gitt^» 
il log ; e do