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Full text of "Marietta de'Ricci ovvero Firenze al tempo dell'assedio racconto storico"

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MARIETTA DE' RICCI 



OVVERO 



FIRENZE 

AL TEMPO DELL'ASSEDIO 



Il presente riserba il diritto della Legge 
del 17 Dicembre 1840. 



MARIETT A DE' RICCI 



OVVERO 



FIRENZE AL TEMPO DELL'ASSEDIO 

RACCONTO STORICO 

SECONDA EDIZIONE 

CON CORREZIONI E AGGIUNTE 



PIÙ CURA 



DI L l I li I PASSEBIII 



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FIRENZE 

STABILIMENTO CHIARI 
184S 



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CAPITOLO XXIIL 



^P=a notte successiva al giorno della proces- 
sione della Madonna dell' Impruneta , propriamente 
nel cuore della pestilenza, tornava Niccolò Benintendi 
alle sue case in via dell' Amore accompagnato da 
Federico de' Ricci; e siccome quest'ultimo era di 
quelli che pensavano a straviziare per sfuggire la 
melanconia del tempo che correva, aveva condotto 
in quella sera Niccolò ad un ritrovo di amici, onde 
si scuotesse dalla mestizia in lui cagionata per il 
disimpegno del suo Ufficio di Commissario di Sanità, 
alla vista continova di tante miserie. 

I gentiluomini della comitiva di Federico, la quale 
ogni giorno era scema di qualche compagno, perchè 
il contagio ne involava di continuo, si radunavano 
seralmente all'osterìa del pennello situata sulla piaz- 
zetta di S. Martino. 



20115^ 



— 116(i — 

In quei tempi non sognavasi ancora l'uso del 
caffè e del cioccolatte; quindi i luoghi di passatempo, 
lungi dall'essere come lo sono stati in seguito i caffè 
ed i teatri, erano le spezierìe, tra le quali frequen- 
tatissime di oziosi furono sempre quella del Diamante 
al canto di questo nome, quelle del Giglio e della 
Croce rossa, e più di tutte quella del Saracino sulla 
cantonata della piazza di S. Giovanni e Borgo S. 
Lorenzo, ossia sul Canto alla Paglia, appartenente 
alla famiglia Grazzini, della quale era Anton-France- 
sco detto il Lasca, celebre poeta ed uno dei fonda- 
tori dell'Accademia Fiorentina. 

I curiali per il solito passavano il tempo sulle 
panche del Proconsolo, e la gioventù nobile e citta- 
dina si tratteneva ancora sulla piazza di Mercato 
Nuovo, al Pancone degli Spini e nella Loggia de'Tor- 
naquinci. 

Frequentate più d'ogni altro luogo furono le 
osterìe, andando in queste le brigate a fare i loro 
ritrovati. 11 vitto dei Fiorentini fu semplice e parco, 
e con incredibile mondizia, e si può asserire che 
molti manifattori ed altre genti del basso popolo vi- 
venti alla giornata con il prodotto delle loro braccia, 
si nutrivano in Firenze meglio che i più agiati delle 
altre città. 

I cittadini poi ed i gentiluomini Fiorentini non 
credevano avvilita la loro dignità, andando ora alla 
Taverna di Michel del Bello in via de' Pilastri (1), fa- 
mosa per gl'intingoli, frastingoli, guazzetti e mirausti; 
ora a quelle di Frascati e del Pievano, frequentate 
per le buone mortadelle, capacolli, pappardelle, e 



— 1167 — 

polpette; e correvano volentieri dalla Sandrona alla 
Neghittosa e al Fico dal Campanile (2), dove si 
trovavano i più squisiti biancomangiari, crostate, 
cervellate e gelatine. Per gli agnellotti, lasagnotti e 
maccheroni bisognava andare nel chiasso della Mal- 
vagia (3): ma sopra tutti Stivale dell'osterìa del Por- 
co (4) era noto per i granelli, le frittelle, e le toma- 
selle. I Fiorentini giornalmente e volentieri si porta- 
vano alle taverne dove sentivano che si mesceva il 
buon vino, senza darsi pensiero, attendendo a vi- 
vere lietamente ed a godere. 

Erano poche le famiglie che nelle loro case non 
conservassero regola e misura, non eccedendo la de- 
cente mediocrità; ma quelle poche disprezzavano la 
parsimonia tuttora generalmente vigente, e splendi- 
dissimamente trattavano gli amici. Le principali fa- 
miglie di Firenze che principescamente viveano al 
tempo antecedente ai giorni tristi, che distrussero ogni 
letizia, erano gli Antinori, i Borromei (5), i Torna- 
buoni (6), i Pazzi, i Borgherini, i Gaddi, i Rucellai, 
tra i Salviati (7) la famiglia di Alamanno, senza 
parlare della splendida magnificenza di Filippo Strozzi, 
e della Corte Medicea aumentata da quell^flel Car- 
dinal Passerini tutore d'Ippolito e di Alessandro nipoti 
di Clemente. 

Ma tutti i sollazzi che queste famiglie procura- 
vano ai Fiorentini essendo cessati, massimamente per 
causa del contagio, avvenne che coloro i quali vo- 
levano sollevarsi dalle cure giornaliere, bisognava 
che facessero come da molti anni faceva Alessandro 
Allori : 



— 1168 — 

Nel verno poi che m' è tanto nemico 
Per le botteghe mi starò a caldani 
a descomolle al Buco, al Porco, al Fico. 

E così appunto si chiamavano le tre principali osterìe 
di Firenze anche nel tempo a cui risale il mio Rac- 
conto (8). 

La comitiva di Federico De' Ricci, della quale il 
caporione era Giovanni Bandini, s'adunava all'osterìa 
del Pennello, nuovamente aperta nel 1526, celebre 
per le salsiccie, i tortelli e gli arrosti, chiamata del 
Pennello dall'insegna che suoleva tenersi sulla porta. 

Messer Mariotto erane il bettoliere, uomo di buon 
tempo, che odiava la fatica e sommamente era con- 
tento quando intorno a se vedeva vuotare i caratelli 
di vino, inebriandosi ancor esso dell' altrui ilarità. 

Fin qui o benevolo Lettore, non avrai indovinato 
al certo che nell'oste io ti presentassi uno dei migliori 
pittori del secolo, non inferiore al Frate, scambiato 
qualche volta con Raffaello, e che ti conducessi al- 
l' osterìa aperta nella casa che fu abitazione e pro- 
prietà del sublime e sapiente poeta che giammai fosse 
ricord afljfcnegli annali delle lettere. 

Adesso la loggia sotto la quale fu l' osterìa di 
Mariotto è chiusa; ma io che amo far conoscere non 
r osterìa, ma la casa dove essa fu aperta, ti prego 
di seguitarmi nel breve cammino. 

Quando tu pervenga nella via del Proconsolo, di 
faccia a quella che prende nome dai Pandolfini, tro- 
verai una strada che nella linea di ponente ti conduce 
sulla piazzetta de'Cimatori (9). 



— 1169 — 

Entrato in questa strada, che dalla famiglia Ric- 
ciardi fu detta via Ricciarda, fermati nel punto dove 
sbocca sulla piazzetta di fronte alla chiesina di San 
Martino (10) sull'angolo del convento della Badìa. Ivi 
ti trovi dominato dall' alta torre in quello compresa , 
una volta chiamata — Bocca di Ferro — poi la 
— Castagna — senza che mi sia riuscito indovinare 
l'etimologìa storica di questi nomi, sebbene sappia 
che servì ad uso dei Priori della Repubblica intorno 
al 1282, quando risiedevano nelle case poi aggregate 
nel convento dei Monaci della Badìa. 

La torre resterà alla tua sinistra; alla destra ve- 
drai una porta, che sebbene piccola, sebbene di rozze 
pietre, ti sorprenderà per l'antichità che tuttora di- 
mostra nell'architrave retto da due mensole con so- 
pra un archetto a sesto acuto di maniera gotica. 
Accanto a questa porta, che oggi ritiene il numero 
comunale 632 mezzo cancellato, si vedono tre arcate 
di pietrame, che sebbene serrate ad uso di botteghe, 
dimostrano indubitatamente la loggia antica, dove fu 
l' osterìa di Mariotto. 

Or sappi che questa casa fu quella in cui nacque 
e visse Dante Alighieri, fino a che T ingrana Firenze 
lo scacciò a guisa di matrigna. Dentro queste mura 
cotanto in apparenza meschine, Dante ammaestrato 
da Brunetto Latini, abbelliva e nobilitava l'idea del 
Tesoro, libro del suo maestro; colla potenza immen- 
surabile del suo Genio creatore; qui l'Alighieri ad un 
tratto si levò come gigante, e non solo avanzò quanti 
lo avevano preceduto, ma si locò in così alta sede 
da non essergli mai tolta. In un secolo sì lontano, 

T. IV. 2 



— 1170 — 

dopo tanta barbarie e fra così debili principj, chi non 
rimane maravigliato nel sapere, che dentro così me- 
schino albergo (meschino al confronto de 1 nostri pa- 
lazzi non già delle case dei modesti Fiorentini del 
secolo di Dante, nel quale anche i Medici avevano 
case di aspetto non migliore di quella di cui parlo), 
un uomo fece prendere alla Poesìa e alla Lingua 
Italiana un passo tanto sicuro ed un volo tanto ar- 
dito? 

Ne'versi di Dante, ogni persona ed ogni oggetto 
che volle dipingere, agisce e si muove; la forza delle 
sue espressioni percuote e rapisce, il loro patetico 
commove; spesso la loro franchezza incanta, la loro 
originalità dà ad ogni istante il diletto della sorpresa; 
i suoi paragoni frequenti ordinariamente brevi e ta- 
lora anche distesi come quelli d'Omero, quando nobili 
e dignitosi, quando comuni e tolti da oggetti meno 
scelti, sempre pittoreschi e poeticamente espressi, pre- 
sentano un numero infinito d'imagini vive e naturali, 
e dipinte con tanta verità, che diresti averle sotto 
gli occhi. 

Il desiderio di comunicare il suo sapere al suo 
secolo, d'illuminare gli uomini sulla sorte che gli 
aspettava nella vita futura; la brama di rivestire coi 
colori della Poesia i profondi misteri della Teologìa: 
il trasporto di appagare le sue passioni politiche, crea- 
rono a Dante il gran Poema. In tutti tre i regni egli 
ebbe per fondo inesauribile la sua immaginazione va- 
sta, feconda, alta, sensibile, suscettibile delle impres- 
sioni più dolci ed aggradevoli, e insieme più dolorose 
e più terribili. 



— 1171 — 

Come io qui, così uno straniero ragionava quan- 
do gli fu accennata la casa di Dante Alighieri, dove 
è indubitata cosa che il Poema Divino fosse ideato, 
gettato, e per i primi sette Canti compito; dove in- 
somma il gran Poeta anelava ritornare a riposarsi 
dalle pene sofferte nella terra d'esilio, come ben si 
esprimeva: 

Se mai continga che il poema sacro 
Al quale han posto mano e cielo è terra, 
Sì che m'ha fatto per più anni macro, 

Vinca la crudeltà che fuor mi serra 
Del bello ovile, ov'io dormi' agnello 
Nimico a lupi che gli danno guerra. 

Nel tuo cuore, o Lettore, troverò la scusa della 
mia entusiastica digressione, quando alla vista delle 
meschine dimore di Dante, di Machiavello, e di Gali- 
leo, (11), non potrai restare indifferente, e sentirai la 
più dolce emozione, per cui queste rozze pietre ti di- 
verranno più ammirande de' tanti superbi edifizj sì 
pubblici che privati della città, che fu cuna al triun- 
virato così eminentemente sublime. 

Torno all'oste del pennello. Per giudicarlo, se 
amasi conoscere quanto Mariotto Albertinelli valesse 
nella pittura, adesso non si può indicare la chiesa di 
S. Giuliano perchè soppressa (12), ma alcune sue pit- 
ture però si trovano in S. Trinità, dove si vede il 
bellissimo suo quadro con Gesù, Maria ed i Santi Gi- 
rolamo e Zanobi; quello celebre della Visitazione, che 
dalla Congrega de' Preti di via San Gallo fu portato 



— 1172 — 

nella Gallerìa di Firenze, ebbe luogo nel punto più 
onorato della medesima, quale è la Tribuna. 

Dopo ciò farà specie che un Artista così finito 
gettasse i pennelli per far lo spilla-botti e il betto- 
liere; eppure la cosa fu realmente così. 

L'Albertinelli, uomo di natura inquieta e carnale 
nelle faccende d'amore, vide che il buon tempo nelle 
cose del vivere era perduto, se proseguiva a star 
dietro alle soperchierìe, come diceva, ed agli strilla- 
menti di cervello della pittura; essendo spesso morso 
dai denti e punto dalle lingue degli invidi pittori 
(come fu ed è continua usanza ereditaria dei profes- 
sori delle scienze, delle lettere, e delle arti belle), si 
risolvette darsi a più bassa, meno faticosa e più al- 
legra occupazione. 

Allora aperse una bella osterìa presso al Ponte 
Vecchio; avvedutosi che la vicina dimora di una squa- 
dra di sbirri, che teneva il suo quartiere nella Bigun- 
ciola, ossia nella nera torre Amidei di faccia alla 
stradella che conduce a S. Stefano, allontanava la 
gioventù più allegra, che non voleva intorno così 
odiosi testimonj, trasportò la sua taverna fuori della 
porta S. Gallo. Questo luogo troppo lontano dal cen- 
tro, produsse l'istesso inconveniente, ed allora nel 
luogo della bottega di un cimatore di lana fallito, 
aprì la sua osterìa del pennello sulla piazza di S. 
Martino sotto la casa di Dante. Quivi giornalmente 
frequentavano in lieta brigata Giuliano Bugiardini, 
Innocenzio da Imola, (che, stati scolari dell' Alberti- 
nelli, venivano volentieri ad assaggiare il suo vino), 
Benvenuto Cellini, Michelangiolo Buonarroti, Maso 



— 1173 — 

Manzuoli, Pontormo (13), e Andrea del Sarto, sebbe- 
ne l'ultimo vi andasse meno frequentemente degli 
altri. Con questi Artisti concorrevano alla taverna 
di Mariotto tutte le persone eulte, di spirito, ed amanti 
di godere la conversazione di tanti cervelli singolari. 

Albertinelli, che spesso si trovava interrogato 
sulla metamorfosi sua, rispondeva: avere presa quel- 
l'arte del vinajo, perchè era senza muscoli, senza 
prospettive, e quel che più importava, senza biasimo; 
che quella lasciata era contraria a questa, perchè 
imitava la carne e il sangue, e questa faceva il san- 
gue e la carne; che quivi ognora si sentiva lodare 
avendo buon vino, e a quella ogni giorno si sentiva 
biasimare. 

La sera che nell'osterìa del pennello fu condotto 
Messer Niccolò Benintendi, eravi una malvagia che 
invitava i bevitori; egli non molto dedito al vino, in 
quella sera uscì dai manichi, ed allegro si comportò 
in modo inusitato. 

Tornando alla sua casa, sentiva una mala voglia 
nel camminare, un abbattimento, una fiacchezza di 
gambe, una gravezza di respiro, un'arsura, che avreb- 
be voluto attribuire in tutto al vino, alla veglia, alla 
stagione. Non fece motto per tutta la strada, e giunto 
a casa si licenziò da Federico De'Ricci, ed ordinando 
al servo di fargli lume, si ridusse nella sua camera. 
11 servo osservò la faccia del padrone travolta, acce- 
sa, gli occhi in fuori e lustri lustri, e si tenne disco- 
sto, perchè in quelle circostanze ognuno aveva do- 
vuto farsi, come si dice, l'occhio medico. — Sto 
bene, disse Messer Niccolò, che lesse nell'atto del 



— 1174 — 

servo il pensiero che gli passava per la mente, sto 
benone, ma ho bevuto troppo di quella malvagia. 
Che eccellente malvagia tu avessi sentito! Ma con 

buona dormita tutto se ne va Levami un 

po'quel lume dinanzi, che mi abbaglia. ... mi dà 
noja. . . ! — 11 servo tolse il lume, e augurata la 
buona notte al padrone, se ne andò in fretta, mentre 
Niccolò spogliato entrava nel letto e si cacciava sotto 
la coperta. 

Sbuffava però dal caldo; la coperta gli pesava, 
e la gittò via; si rannicchiò per dormire, ma appena 
chiusi gli occhi, si destava in sussulto, come se gli 
fosse dato un crollo; sentiva cresciuto il caldo, cre- 
sciuta la smania. Dopo un lungo agitarsi si addor- 
mentò; ma principiarono i più scuri e scompigliati 
sogni, e tra questi non lasciò di funestarlo lo spetta- 
colo della esecuzione di Pandolfo Puccini, la vista 
del frate Bartolommeo che gli rimproverava d'avere 
ricusato alla moglie la lettera che poteva salvarlo; 
anzi gli pareva che molti soldati delle Bande Nere si 
gettassero contro di lui come per vendicare il capi- 
tano; egli voleva farsi largo; gli sembrava che qual- 
cuno con la punta della picca già lo ferisse al lato 
sinistro tra il cuore e l'ascella, il che gli faceva sen- 
tire una puntura pressante; infuriato volle por mano 
alla spada, non la trovò al suo luogo; gli era salita 
sii lungo la vita, e il pomo di essa gli calcava in 
quel punto creduto ferito; ma cacciandovi la mano 
non trovò la spada, e al suo tocco stesso sentì 
una fitta più forte, e cacciando un grand' urlo si 
destò. 



— 1175 — 

Era giorno, il sogno svanito, riconobbe la sua 
camera, e Manetta De' Ricci che stava assisa accanto 
al suo letto. 

Il servo, appena lasciato il padrone, era andato 
a raccontare alla Signora i suoi dubbj, chiedendo 
consiglio, se dovesse chiamare qualcuno. Ma siccome 
nulla eravi di positivo, Marietta inibì al domestico 
di farne ad altri parola, e volle accertarsi dello stato 
del marito. 

S'introdusse nella sua camera, né più si mosse, 
attentamente considerando il convulso suo sonno. 
Passò la notte in preghiera, spruzzando sul viso del 
delirante, vino bianco, perchè, risentendosi dal so- 
pore, si sollevasse alquanto; attese, e si convinse 
della malattìa del marito. 

Quando Niccolò si fu risvegliato, si avvide che 
la parte dogliosa era occupata da un sozzo gavac- 
ciolo d'un livido paonazzo. Si fece morto; il terrore 
Io invase, e più di tutto temeva d'essere mandato 
alle baracche del Lazzeretto. Maria cercò d'infondere 
nel marito il coraggio che ella stessa non aveva; 
giurò che nessuno avrebbe penetrato la sua malattìa, 
onde non fosse altrove asportato, e procurò tutti i 
rimedj che si dicevano efficaci a guarire dal conta- 
gio, e nulla curando la propria salvezza, tutta si de- 
dicò a quella del consorte. 

Poche erano le case che non avessero pronti 
tutti quei farmaci capaci a comporre la ricetta salu- 
tare più in voga; quindi Marietta prese gli olj di 
gigli bianchi, di mandorle dolci, di camomilla, e di 



— 1176 — 

euforbio, e mescolandoli con unguento di noccioletto, 
ne confricò più volte con panno lano il bubbone o 
gavacciolo pestifero del marito: indi fece un impia- 
stro maturativo di foglie di viole mammole, di malva, 
di cipolle, e di gigli bianchi, con acqua di malva e 
farina d'orzo; in questo impiastro mescolò aquilon 
semplice, grasso di cappone, sugna di porco rancida, 
olio di mandorle dolci, burro vecchio, olio di eufor- 
bio, di gigli e triaca. Mescolato il tutto, soprappose 
questo impiastro alla parte offesa, e quindi diede per 
bocca all'ammalato alcune cucchiaiate di giulebbe di 
Niccole, inventato da Niccolò Falcucci (14). Il delirio 
dell'appestato fu grande, ma egli senza avvedersene 
in due giorni superò la violenza del male, da potere 
sperare d'essere in breve guarito (15). 

Non fu così di Federico De' Ricci; e Marietta, nel 
tempo che di nuli' altro si occupava che del consorte, 
perdette lo zio ed il padre, che andarono al Creatore 
vittime del Contagio. 

Cessata finalmente in Firenze la violenza della 
peste, Niccolò Benintendi ristabilito, pareva che la 
quiete fosse tornata anche intorno a Marietta, tanto 
più che aveva molto goduto di trovare nella moglie 
una persona a lui realmente affezionata, non ostante 
le di lei smanie amorose, del che ella gli aveva 
dato un luminoso attestato a rischio evidente della 
di lei vita medesima. 

Sebbene lo stato morale di Maria continuasse a 
persistere nell'avvilimento in cui piomba chi vive 
senza alcuna speranza, si era rassegnata alla sua 



— 1177 — 

sorte, dacché vide che neppure la morte tanto desi- 
derata aveva voluto consolarla troncando una vita 
del tutto disperata. 

La debolezza della sua mente, non del tutto sva- 
nita dopo il colpo tremendo che aveva risentito, le 
era anzi di giovamento a tener lontane quelle idee 
fatalissime al suo riposo ed al suo senno. 

Ma eravi un tale fra le persone intervenienti in 
casa Benintendi, che disprezzando la delicata pietà 
usata da. tutti, e particolarmente da Lodovico Mar- 
telli avanti che si assentasse affatto da quella casa, 
pareva che ad arte andasse rammemorando a Maria 
quelle dolorosissime circostanze, sulle quali essa al- 
lora si struggeva in pianto, e di cui parlava come 
una dissennata. Questi era Giovanni Bandini, che par- 
ticolarmente dopo l'allontanamento di Martelli da lui 
certamente temuto rivale, procurava farsi strada al 
cuore di quella gentildonna infelicissima, esasperando 
le piaghe d'amore per un estinto, nella speranza di 
farle sanguinare a vantaggio di un vivo, cioè di se 
stesso. 

Più furono in Firenze le famiglie Bandini, essen- 
dovi quella addetta all'Arte de'Pianellai, che ebbe un 
Priore nel Supremo Magistrato l'anno 1382, l'altra 
all'Arte de' Vinattieri, e la terza si diceva de'Bandini 
di Oltrarno, dai quali sortirono sei Priori ed un Gon- 
faloniere, avendo per Arme una banda vermiglia oriz- 
zontale sullo scudo bianco. 

A niuna di queste appartenne Giovanni Bandini. 
Più grande, più antica e più doviziosa fu la sua fa- 
miglia, perchè era la stessa che quella de'Baroncelli, 

T. IV. 3 



— 1178 — 

onorata nella Repubblica da nove Gonfalonieri e da 
quaranta Priori, discesa in Firenze dalla sua rocca 
di Baroncello posta tre miglia lungi dalla città, in 
cima ad un monte che ne conserva il nome, mutuato 
ancora alla parrocchia di S. Tommaso a Baroncello, 
che si trova sopra al Bagno a Ripoli. 

In Firenze appartennero ai Baroncelli e Bandini 
tutte le torri e case che circondavano la piazza de' Si- 
gnori dai lati di S. Cecilia e della Loggia dell' Orga- 
gna, fabbricata sul suolo delle case Bandini cedute 
alla Repubblica per erigervi queir edifizio. Ancora una 
torre si vede sull'angolo, che dal tetto de' Pisani volta 
in via Vacchereccia , dove l'arme della famiglia Ba- 
roncelli, composta di tre bande rosse poste in tra- 
verso sghembo sullo scudo bianco, conferma quello 
che io asserisco. A quattro famiglie Baroncelli die- 
dero vita Messer Bivigliano, Messer Vanni, Messer 
Piero, e Messer Giammoro (16). 

Vanni fu padre di Bandino, che ascrittosi all'Arte 
della Lana fu tritavo di Giovanni, il tristo soggetto 
di cui dovrò occuparmi in questo racconto. 

Domenico figlio di Vanni come Ghibellino fu 
ammonito dai Capitani di parte guelfa nel 1360; 
sdegnato si collegò con Niccolò del Buono, Bartolom- 
meo De' Medici ed altri per atterrare l'autorità tiran- 
nica di quel Magistrato, che aveva usurpato di fatto 
ogni potere nella Repubblica. I congiurati dovevano 
introdurre in Firenze i Visconti di Milano; ma Ber- 
narduolo Ruzzo Milanese per 25000 fiorini d'oro ri- 
levò il segreto alla Signorìa, ed allora Domenico fu 
decapitato, e gli altri Bandini confinati in Francia. 



— 1179 — 

dove Francesco divenne Signore di Javon , e suo 
figlio Pier-Antonio fu insignito dell'ordine di S. Mi- 
chele. Questi tornò in Firenze assieme con suo fra- 
tello Bernardo, ed ammogliatosi con Maria Boncia- 
ni (17) generò Giovanni, Francesco e Margherita. 

Pier Antonio disimpegnò con generale applauso 
l'uffizio di Commissario nella guerra di Pisa, susci- 
tata dopo la seconda cacciata de' Medici, e sali in 
alta riputazione di libertino ed odiatore della potenza 
medicea; riputazione che poi rese accetto ai Fioren- 
tini Giovanni suo figlio, nel quale si scorgevano le 
qualità di Bernardo suo zio, dopo quella rivoluzione 
divenuto di cara memoria. 

E qui cade in acconcio che io parli della celebre 
congiura de' Pazzi nella quale Bernardo ebbe la parte 
principale. 

Dissipatore delle sue sostanze nella gioventù, si 
trovò giunto alla virilità circondato da tanti bisogni, 
che per rimediarvi si accostò intimamente alla fami- 
glia de' Pazzi, sperando dalla sua ricchezza trovare 
riparo alle proprie sregolatezze. 

Sisto IV odiava la famiglia De' Medici, perchè 
Lorenzo il Magnifico colla sua preponderante influenza 
aveva impedito l'innalzamento del suo nipote Conte 
Girolamo Riario. Per questo, vacato l'Arcivescovado 
di Pisa, lo conferì a Francesco Salviati capitale ne- 
mico di Lorenzo. 11 Papa tolse ai Medici la Tesorerìa 
di Roma e la conferì a Francesco Pazzi, famiglia 
sommamente contraria alla Medicea, allora divisa in 
due rami. Uno comprendeva Galeotto, Andrea, Nic- 
colò e Giovanni; formavano l'altro Guglielmo, Fran- 



— 1180 — 

roseo e Giovanni, oltre Jacopo il Vecchio riguardalo 
come il capo della famiglia (18). 

Cosimo Padre della Patria, con occhio di previ- 
denza, conoscendo la rivalità e potere dei Pazzi, 
cercò di unirli a' suoi interessi dando per moglie a 
Guglielmo Bianca sua nipote figlia di Piero. Si fece 
la parentela, non l'amicizia; perché da una parte 
l'ansietà di dominare sulla patria esclusivamente, dal- 
l'altra la gelosìa e rivalità, non solo tennero diffi- 
denti le due famiglie, ma ancora apertamente nemi- 
che. Pretendendo Lorenzo e sdegnando i Pazzi di 
dipendere da lui, erano privati anche della minima 
parte nel governo della Repubblica. Inoltre i Pazzi 
soffrivano dai Medici de' frequenti torti. A Giovanni 
De'Pazzi apparteneva la pingue eredità di Giovanni 
Borromei, avendone sposata l'unica figlia superstite, 
ma Carlo nipote del Borromei col favore di Lorenzo 
ne spogliò la legittima erede. Gli odj andavano cre- 
scendo, e Francesco Pazzi, il più sdegnoso e irritabile, 
come tesoriere del Papa era in grado di conversare 
seco lui e con il Conte Girolamo Riario. In questi 
colloqui ebbe il primo getto la congiura celeberrima, 
che in quanto agli attori al luogo, ed alle circostanze 
è unica nella Storia. 

Non racconterò qui le arti usate dal Papa e dal 
Conte Riario per tirare a Roma Lorenzo e Giuliano 
De' Medici onde ucciderli, né quanti progetti si faces- 
sero per spegnerli in Firenze. 

Francesco De'Pazzi venne in questa città. La 
morte del Signore di Faenza diede giusto motivo a 
far muovere duemila cavalli verso la Toscana, e 



— 1181 — 

mandare a Firenze il loro Condottiero Gio. Battista Da 
Montesecco col prelesto di parlare a Lorenzo degli 
interessi del Conte Riario. Francesco Pazzi aveva 
fatto partecipe della congiura i parenti ed il Salviati 
Arcivescovo di Pisa; e nelle sue vedute, come ese- 
cutori subalterni, entrarono due Salviati l'uno fratello 
e l'altro cugino dell'Arcivescovo, Napoleone Franze- 
si (19) e un uomo il più ardito e risoluto di tutti, 
cioè Bernardo Bandini, nella cui casa posta sull'an- 
golo delie vie de' Cerchi ed Antellesi si stabilì il piano 
d'esecuzione. 

Per avere pretesto di unire i Medici in qualche 
festa o convito, i congiurati fecero venire da Pisa, 
dove studiava, il Cardinale Riario giovinetto nipote 
del Conte Girolamo. 

Il Cardinale si fermò presso Firenze alla Loggia 
de' Pazzi (20), e di là fu invitato da Lorenzo De' Me- 
dici alla sua Villa di Fiesole: ma Giuliano non vi 
andò, ed i congiurati reputarono bene differire il 
colpo. Fecero dire dal Cardinale, che il dì appresso 
egli bramava udire la messa in S. Maria del Fiore e 
vedere le ricche suppellettili della casa Medici; fu 
perciò invitato da Lorenzo, che il ricevè con il più 
splendido apparato. 

Era il 26 Aprile 1478 giorno della Domenica 
avanti l'Ascensione, ed i congiurati deliberarono di 
trucidare i due fratelli Medici in Duomo in tempo 
della Messa, fissando per segno l'elevazione della 
Eucaristìa. Montesecco ricusò di adoprare lo stile come 
aveva promesso, assunsero l'impegno Stefano Da Ba- 



— 1182 — 

gnone pievano di Montemurlo e Antonio Maflei. Questi 
due dovevano trucidare Lorenzo; Francesco Pazzi e 
Bernardo Bandini avevano l'incarico di pugnalare Giu- 
liano. Tutto era all'ordine, ma Giuliano non compa- 
riva. Bandini, che aveva secolui molta familiarità, 
andò a prenderlo al palazzo, e strada facendo acca- 
rezzandolo tentò conoscere, se avesse sotto le vesti 
armatura o maglia. Il cardinale secondo il costume 
fu collocato nel pulpito, ed i due fratelli Medici senza 
sospetto alcuno si fecero attorniare dai congiurati. 
Giunto il momento della elevazione, il Bandini tra- 
fisse Giuliano , che subito cadde morto. Francesco 
Pazzi gettatosi sul cadavere seguitò a dargli colpi 
con tanta furia, che si feri gravemente una gamba. 
Lorenzo assalito nel tempo istesso scampò, perchè, 
andato in fallo il primo colpo che solo leggermente 
lo ferì nel collo, tratta la spada si difese animosa- 
mente, ed ajutato da Andrea e da Lorenzo Cavalcanti 
potè allontanarsi e fuggire nella sagrestìa oggi detta 
de' Canonici, dove serrate le porte si difese dal furore 
del Bandini, il quale dopo Giuliano aveva ucciso 
Francesco Nori amicissimo de' Medici (21), e si era 
scagliato in cerca di Lorenzo. Frattanto è indescrivi- 
bile la confusione ed il tumulto che successe nel 
Duomo, per il che Bandini, veduto disperato il caso, 
si mescolò tra la folla, né volendo azzardarsi ad uscire 
di chiesa, salita la scaletta che introduceva nel Cam- 
panile, andò a nascondervisi. A notte avanzata, me- 
diante la fune di una campana, che attaccò ad un 
colonnino delle finestre, discese nella piazza, e con 



— 1183 — 

cautela potè l'uggire da Firenze, portandosi a Costan- 
tinopoli, dove supponeva che il braccio di Lorenzo 
non lo potesse raggiungere. 

Frattanto che queste cose succedevano in Duomo, 
era convenuto tra i congiurati di fare l'istesso saluto 
preparato ai Medici, anco alla Signorìa. Per questo 
l'Arcivescovo Salviati con molti seguaci andò al pa- 
lazzo; parte ne lasciò sulla porta perchè la occupasse 
appena fosse levato rumore, e parte ne condusse seco 
in alto, facendola nascondere nella Cancellerìa, den- 
tro la quale inavvedutamente si chiuse, essendo 
la serratura fatta in modo che senza la chiave non 
si poteva aprire. Cesare Petrucci (22) Gonfaloniere 
pranzava con i Signori, quando sentì che l'Arcive- 
scovo voleva parlargli. Si alzò da tavola, andando a 
riceverlo in altra stanza. Postisi a sedere, l'Arcive- 
scovo, che per arrestar lui e gli altri della Signorìa 
attendeva invano i compagni, che racchiusi non po- 
tevano comparire, turbato cominciò a parlare così 
sconnessamente, mutando colore, voltandosi spesso 
verso l'uscio, e spurgando forte, che il Gonfaloniere, 
uso ai sospetti delle congiure, pensò che sotto vi co- 
vasse qualche attentato; si alzò e si ritirò, vedendo 
uno dei congiurati. Ciò sempre più confermando il 
Gonfaloniere in quello che era, chiamò ajuto e fece 
arrestare l'Arcivescovo. 

Nello stesso tempo, udito tumulto in piazza, si 
vide Jacopo De' Pazzi, che invece di Francesco ina- 
bile per la ferita, si era posto alla testa de' suoi e 
chiamava il popolo a libertà. La Signorìa udito dalle 



— 1 184 — 

finestre il tragico avvenimento del Duomo, lece tru- 
cidare ed impiccare alle finestre del palazzo tutti i 
congiurati caduti nelle sue mani, fra i quali l'Arci- 
vescovo di Pisa. Il Cardinale Riario, senza saperlo, 
passivo istrumento di questa tragedia, salvato dalle 
mani del popolo irato, fu condotto nella casa Medici, 
indi nel convento della SS. Nunziata, e nel 12 Giugno 
rilasciato andare a Roma. 

11 popolo si sollevò a favore di Lorenzo, e ve- 
dendolo ferito, infuriò in modo crudele non solo sopra 
i congiurati, ma ancora contro tutti quelli che gli 
erano sospetti. La casa dei Pazzi assalita dalla plebe 
fu saccheggiata, e Francesco, che stava nudo ferito 
in letto, fu tratto semivivo per le strade, e al palazzo 
dei Signori, e alla stessa finestra e sul corpo dell'Ar- 
civescovo, appiccato. Questi ancor semivivo addentò 
il nudo petto di Francesco, e colla di lui mammella 
fra i denti stretti dalla convulsione della morte e con 
gli occhi furiosamente aperti fu trovato, quando, ta- 
gliate le funi, si fecero cadere i cadaveri sulla piazza. 
Gli altri due Salviati ebbero la stessa sorte. Furono 
presi quasi tutti i Pazzi in Firenze nascosti o mentre 
fuggivano. Napoleone Franzesi si salvò come il Ran- 
dini; Antonio Da Ragnone e Maffei (23), i due sicarj 
che dovevano uccidere Lorenzo, si erano nascosti 
in Radia, ma scoperti furono morti con mille strazj. 
La strage fu grande per la città, e più di settanta 
cittadini, tra' quali molti che nulla sapevano della 
congiura , furono strascinati per le strade. Jacopo 
Pazzi e Montesecco con il loro supplizio finirono le 



— 1185 — 

tragiche scene del 26 Aprile 1478. Indi cominciarono 
i processi, le persecuzioni, e gli esilj; indi i fulmini 
del Vaticano contro Firenze; indi l'aumento immenso 
dell'autorità medicea. 

Frattanto Bernardo Bandini non sospettava che 
Maometto II, di fresco conquistatore di Costantino- 
poli, fosse ammiratore di Lorenzo il Magnifico, e 
quando meno se lo aspettava fu arrestato, si dice, 
senza le ricerche di Lorenzo De' Medici (24). 

Un Bernardo Peruzzi mercante, ne diede avviso 
alla Repubblica per ordine del Sultano, e questa 
scrisse al Console Battista Frescobaldi nei seguenti 
termini: — Per le lettere di Bernardo Peruzzi abbia- 
mo inteso con grandissimo piacere come codesto glo- 
riosissimo Principe ha preso Bernardo Bandini scelle- 
ratissimo parricida e traditore alla sua patria, e dice 
volerne fare quello vorremo noi. Ci maravigliamo che 
l'ambasciatore non n'abbia scritto; gl'imponghiamo 
di ringraziare l'Imperatore, e manderemo a bella po- 
sta ambasciatore per ringraziarlo formalmente. Die 
XVIII Junii 1479. — 

Infatti Antonio De' Medici fu inviato a ringraziare 
Maometto, e a ricevere il Bandini. Fu ordinato all'in- 
caricato con lettera del 17 Dicembre 1479 che con- 
ducesse il prigioniero a Firenze, e se si trovasse in 
circostanze che potesse fuggirgli, lo facesse morire. 
Condotto in Firenze, fu immediatamente impiccato alle 
finestre del palazzo del Potestà; invano sperando la 
sua salute nella clemenza di Lorenzo che allora era 
assente, essendo andato a Napoli a trattare la pace 
col Re Ferdinando. 

T. IV. 4 



— 1 18G — 

Tornando adesso ai nipoti di Bernardo, figli di 
Pier-Antonio Bandini, dirò, che Margherita fu maritata 
a Giovanni De'Pazzi, e in seconde nozze a Jacopo 
Spini; il lettore si rammenterà di questa traviata gen- 
tildonna, e della sua virtuosa condotta nel tempo del 
contagio. 

Francesco si ammogliò con Ginevra d'Alamanno 
Salviati, ed essendo affezionatissimo alla libertà, fu 
sostenuto insieme con Francesco d'Alessandro Na- 
si (25), Giovanni di Lanfredino Lanfredini, Giannozzo 
De'Nerli, ed altri. La rivoluzione del Maggio 1527 
aprì loro la prigione, e Francesco si comportò da 
leale repubblicano. 

Giovanni Bandini nella sua gioventù fu amante 
di andar vagando per varj paesi, perlochè apprese 
molte lingue e molte cognizioni. A Prato commise un 
omicidio; ed il Governo Mediceo gli diede alcune 
commissioni per allontanarlo da Firenze. Fu allora 
che, conosciuto da Carlo V e dal Principe d'Oranges 
per mezzo del Segretario di quest'ultimo Bernardino 
Altarlirano, divenne tanto accetto all'Imperatore, che 
gli assegnò una rendita annua di trecento scudi sullo 
Stato di Milano, lo fece Conte Palatino, e chiaman- 
dolo Cavaliere, gli concesse l'ordine dell'Aquila Bian- 
ca. In vero io non ho saputo rinvenire la causa pa- 
lese di tanto esaltamento. La causa segreta vi era 
pur troppo, ed i Fiorentini ne ebbero memoria per 
lunga stagione! Molto familiare degli Strozzi, Gio- 
vanni era appunto tornato da Ostia con Clarice mo- 
glie di Filippo sul principio del 1527, stile fiorentino, 
e con lei si trovava nella villa della Selva sopra a 



— 1187 — 

Signa , luogo molto caro a quella Dama. Quando 
successe la terza cacciata de' Medici si condusse in 
Firenze per raccogliere frutto da quella rivolu- 
zione. 

Giovanni Bandini era l'uomo il più dissoluto, e 
nel tempo istesso il più ippocrita che avesse avuto i 
natali in Firenze. 

La natura, la fortuna, l'arte lo avevano circondato 
di tutti quei doni apparenti da renderlo l'uomo il più 
brillante ed attraente della società. Se affettava la 
noncuranza per i costumi nazionali, imitava però 
quelli della nazione Francese tanto amata dai Fioren- 
tini: e questo che in altri sarebbe stato un demerito, 
egli aveva l'arte di cangiarlo in vantaggiosa simpatìa. 
Perciò soleva portare lunghi capelli cadenti oltre le 
orecchie tagliati in giro; la cappa soppannata di pelli, 
il giustacuore di velluto bruno, i calzoni di panno 
bianco strettissimi, le scarpe di pelle, tutto annunziava 
l'abbigliamento parigino. 

A questo aggiungeva una libera franchezza nei 
modi, sotto i quali nascondendo la sfrenatezza di un 
libertino, sapeva ricoprire il tutto con un manto di 
simulazione proficua ai suoi divisamenti. Particolar- 
mente riteneva come fole l'amore della patria e 
l'onore delle donne quando erano per esigere qualche 
sacrifizio; i suoi Dei erano l'interesse e l'egoismo, 
ed a questi opinava essere lecito ogni sacrifizio. 

Giovanni contuttociò per la memoria dei suoi 
maggiori era reputato per uno dei più affezionati alla 
libertà di Firenze. Ma egli dal capestro fruttato ai 
suoi parenti dal liberalismo appunto aveva imparato 



— 1188 — 

una trista lezione, e si proponeva di non sposare al- 
cuno dei partiti che laceravano la sua patria, adot- 
tando la politica di gettarsi sempre in quello che 
trionfava, senza abbandonare le vedute del partito 
vinto, qualora lo avesse reputato conveniente al pro- 
prio interesse. Per questo fu Pallesco lusingando le 
idee degli Arrabbiati finché i Medici dominarono; 
scacciati questi figurò di smascherarsi a favore dei 
Piagnoni Libertini senza irritare gli arrabbiati e lu- 
singando i Medicei; arrabbiatissimo divenne sotto il 
Carducci, intrattenendosi segretamente con gli altri 
partiti, pronto a diventare palese imperiale e medi- 
ceo, quando ne fosse tornata la fortuna. E per meglio 
illudere le fazioni, delle quali se la rideva, costumava 
di portare nella tasca destra il ritratto del Savona- 
rola, nella sinistra l'arme de' Medici; e se incontrava 
un Piagnone, torceva il collo, inumidiva il ciglio e 
a lungo gli commentava la profezìa del frate: — Fio- 
renza flagellabitur, et post flagellum renovabitur et 
prosperabit — , sicché lo lasciava edificato delle dot- 
trine sue; se invece gli occorreva un Pallesco, cosi 
alla sfuggita gli mostrava l'arme Medicea, e poi toc- 
cato il cuore, gli occhi elevava al cielo e se ne an- 
dava sospirando; insomma sapeva assumere i carat- 
teri, le passioni e le vedute di quelle persone con 
le quali aveva che fare. 

Giovanni Bandini era di corporatura alta più del- 
l'ordinario, con membra ben disposte, regolari e ro- 
bustissime, corrispondenti al fiero della sua anima 
trasparente dal volto; naso aquilino, occhio nero e 
vivace, capelli e barba neri, carnagione brunetta, 



— 1189 — 

sull'età di trentanni lo rendevano piacevole; e seb- 
bene gli mancassero le qualità da poterlo far chia- 
mare perfetto, sapeva supplire con arte a tutto, di- 
modoché in Firenze veniva reputato per uno de' più 
belli uomini della città. 

Costui amava Manetta De' Ricci come ho notato; 
ma il suo fuoco non era già quel dolce sentimento 
ispirato dalle virtù e dalle bellezze della donna ama- 
ta; non era già quella fiamma eccitatrice in tanti di 
generose azioni; deturperei il nome di amore se lo 
usassi a significare la passione che Giovanni Bandini 
provava per Manetta; no, egli non amava quella 
gentildonna, ma era un turpe capriccio quello che si 
destò in lui, eccitato da un violento desìo dello sfogo 
brutale delle più materiali libidini. 

Avvezzo a mettere tutte le donne in un fascio, 
a ritenere come fole da semplici la virtù e l'onore 
delle medesime, non capiva nella sua mente, come 
si coonestasse l'osservanza rigida delle virtù coniu- 
gali in una donna che aveva dimostrato tanto affan- 
nosa passione per Pandolfo Puccini; quindi pensava 
che quella infelice, se non aveva potuto resistere alle 
attrattive di Pandolfo, si sarebbe consolata con lui 
della perdita irreparabile di quello. E siccome una 
tale idea, della cui realtà egli non dubitava, gli di- 
pingeva Manetta presso che simile a tante depravate 
donne da lui facilmente soggiogate, quindi nulla gli 
sembrava più facile del di lei possesso, quando se ne 
fosse guadagnato il cuore e la confidenza. Con que- 
sto progetto frequentava la casa Benintendi; e per 



— 1 1 90 — 

tendere meglio le sue insidie a quella inesperta e sven- 
turata donna, con somma astuzia quasi sempre fa- 
ceva cadere il discorso ora sopra luna, ora sopra 
l'altra delle circostanze della vita di Pandolfo Puccini, 
del quale si spacciava l'amico e il confidente. 

E ad esaltare la forza dell'amicizia che seco lui 
lo aveva unito, magnificava ciò che sofferse per aver 
tentato di liberarlo dalle mani delle guardie quel 
Venerdì di Marzo, in cui Pandolfo vide l'inutile sforzo 
e la morte del suo fedele scudiero. Giovanni è vero, 
aveva tentato porgere ajuto a quell'infelice, ma quindi 
con gli altri si era dileguato, non per viltà, ma per- 
chè ravvisando inutile la resistenza, né volendo com- 
promettersi con il Magistrato de' Dieci, ricorse alla 
sua solita politica favorita. Pur non ostante si trovò 
arrestato per qualche settimana, e fu sua gran ven- 
tura che gli Otto di Balìa essendogli favorevoli, lo 
liberarono dal Bargello. 

Ma quella circostanza non poteva a meno di 
commovere Manetta a favore dell' amico del suo 
amante, e perciò ne succedeva un abbandono del- 
l' anima sua verso Giovanni, al quale non ascondeva, 
che ella si sentiva spinta a mostrarsi seco lui bene- 
vola e confidente. Egli sapeva che dalla gratitudine 
all'amore è un breve passo; ne prendeva coraggio, 
e si lusingava che in breve quegli abbandoni d'affetto 
per il morto, si sarebbero cangiati in amore per il 
vivo. 

Ad arte, con modi lusinghieri aveva tirato dalla 
sua Angelica Siciliana onde gli fosse propizia, e per 



— 1191 — 

cattivarsi il di lei cuore, come sapeva fingere un 
carattere moderato con Manetta, così mostravasi con 
Angelica all'opposto un depravato qual era. Il diso- 
nesto contegno di Giovanni, che lo avrebbe reso 
odioso ad ogni donna prudente se non casta, divenne 
un incentivo tale per Angelica, che ne fu presa da 
violenta passione. 

Questa donna, spinta come dissi nella strada 
della scostumatezza dalla sua genitrice medesima ; 
che non aveva calcolato le conseguenze alle quali si 
esponeva nel condursi sola in Toscana dietro un 
amante che più non la curava; che per darsene pace 
erasi fermata in casa de' Rìcci con un apparente con- 
tegno di onestà, tenendo in segreto colpevole cor- 
rispondenza con Federico; che aveva spinto Manetta 
nell' abisso, secondando la passione del Puccini; che 
dopo la morte di Cecchino del Piffero (come per ven- 
dicarsene su di Maria indiretta cagione della perdita 
di quel suo antico amante), aveva dato luogo a cre- 
dere d'aversi guadagnata una turpe affezione dal 
padrone; ciecamente in spirito e corpo si consacrò 
alle volontà di Giovanni Bandini, intendendosi facil- 
mente le persone che hanno nel cuore la corruzione 
ed il vizio. 

Giovanni però aveva destato in quella depravata 
la violenta passione che per lui la divorava, non già 
perchè gì' interessasse il suo affetto, ma per averla 
con questo mezzo fedele esecutrice dei suoi voleri in 
quella casa Benintendi, nella quale la padrona non 
era gran cosa considerata, avendosi Angelica usur- 
pato il dominio dell' animo del padrone. 



— 1192 — 

Niccolò, o che di fatto non sospettasse dell'onestà 
della moglie e dell'amicizia di Bandini, da lui preso a 
maestro nella politica simulata sulle cose dello Stato, 
o che non volesse mostrarsi geloso per non essere 
deriso, o che non amasse richiamare sopra la sua 
condotta le osservazioni della moglie, che sarebbero 
eccitate dalla critica sulla intimità con Bandini, non 
si dette gran pensiero della frequenza di costui in 
sua casa aumentata di giorno in giorno, tanto più 
che realmente stimava Giovanni uomo secondo lui di 
grande politica nelle turbolenze del Governo, e che 
sotto quel manto sapeva ben nascondere l'animo suo 
mostruoso, spregevole per tutte le Fazioni. 

Durarono alcun tempo le pratiche di Giovanni, 
tentando in più modi l'animo di Maria, ed era per- 
venuto al punto che reputava d'esito sicuro un ten- 
tativo scoperto, quando sopraggiunse il turbine del 
contagio. Questo inciampo alle sue voglie, divenne 
insormontabile, non tanto perchè la frequenza delle 
visite in tempo che tutti se ne astenevano avrebbe 
destati i sospetti di Niccolò, quanto ancora perchè 
il suo tentativo di seduzione trovato avrebbe pendente 
quel flagello maggiore ostacolo nell'animo di una 
donna pietosa e piena di religione. 

Differì adunque a miglior tempo la determina- 
zione di levarsi la maschera per contaminare quella 
donna, che il fato non era sazio di angustiare e di 
opprimere. 



N O T 1 z i 1: 



D 



a Perugia, secondo il .Verino, ebbe origine la famiglia 
Pilastri, la quale dette nome a quella strada che muove 
dall'antico canto di Monteloro, cioè agli angoli delle 
vie di Borgo Pinti e di Cafaggiolo, e mette sulla piazza 
di S. Ambrogio, detta via de'PiLASTRi. 

I Pilastri sono antichissimi in Firenze , poiché è 
noto che Conte di M. Uguccione con Ruggero, Soldo, 
Iacopo, Gualduccio, Iacopo e Donato suoi fratelli e M. 
Iacopo di Gherardo intervennero alla battaglia di Mon- 
taperti. Si estinsero forse nei remoti tempi e si sa che 
usarono per arme un campo d'argento ripieno di bande 
nere ondate divise da una fascia rossa. 

Da Gualduccio Pilastri voglionsi originali i Gual- 
ducci ai quali appartenne Pela di Gualduccio di Pietro 
Priore nel 1286, 88, 92, 96, e 1316 , che fu ancora 
ricco mercante in Barberìa , e Paolo Patriarca di Grado. 
Usarono per arme d' una banda dorata nel campo az- 
zurro. 

Dovendo credere al Gamurrini, autore che merita 
poca fede, anco i Gherardi trarrebbero dai Pilastri la 
loro origine, ma una asserzione non basata su documenti 
merita poca credenza. I Gherardi cominciarono a farsi 
conoscere nel 1352, nel qual anno Orlando di Gherardo 
aprì la serie dei trentadue Priori della sua famiglia, 
come Bernardo tìglio di Bartolommeo suo fratello fu 

t. ìv 5 



— 1194 — 

nel 1434 il primo dei dieci Gonfalonieri che alla Re- 
pubblica dette questa famiglia. Bernardo partigiano di 
Cosimo Medici fu influentissimo e fu quello che lo fece 
richiamare dall'esilio. Fu Ambasciatore a Venezia e a 
Ferrara nel 1435 ed a Pio II nel 1449. Morì nel 1459 
e l'onoranza funebre fu fatta a spese del pubblico. Ghe- 
rardo di Bartolommeo fu ufficiale dello studio Fiorentino 
nel 1428 e tre volte Gonfaloniere, e Francesco suo figlio 
coprì la stessa carica nel 1494 e 99 e fu Commissario 
generale nella guerra contro i Senesi nel 1495. Ai tempi 
dell'assedio figurarono alcuni di questa casa, tra i quali 
Iacopo di Iacopo Gherardi fanatico libertino, nemico di 
Niccolò Capponi, che fu decapitato dopo il termine del- 
l'assedio e Lottieri suo fratello che fu mandato Amba- 
sciatore al Re di Francia nel 1527, a Carlo V nel 1529, 
quindi Commissario delle milizie cittadine durante l'as- 
sedio e dopo la resa della città confinato a Bergamo. 
Antonio, Gherardo e Luigi di Francesco parteggiarono 
pei Medici, e dopo la caduta della Repubblica fecero 
parte della balìa che riformò il Governo e Y uno dopo 
l' altro furono senatori. Gherardo di Andrea ottenne il 
Vescovato di Pistoja che resse con fama di pio e zelante 
pastore, e Giovanbatista suo fratello fu eletto Senatore 
nel 1679 e da lui direttamente provengono i rappresen- 
tanti attuali di questa distinta ed antica famiglia. Arme 
Gherardi è la croce terminante a sega, azzurra nel 
campo d'oro accostata ai quattro lati da altrettante 
stelle parimente turchine. 

Altri Gherardi a differenza di questi detti Del Bello 
ottennero per undici volte il Priorato e per due il Gon- 
falonierato tra il 1292 ed il 1378 e presero nome da 
Gherardo d'Iacopo Del Bello ufficiale deputato alla ras- 
segna dell'esercito Fiorentino che mosse per Montaperti 
nel 1260. Mancarono prima del secolo XVI ed usarono 
per stemma tre fasce rosse caricate di rose d' argento 
nel campo rosso. 



— 1195 — 

2) Non si confonda l'Osterìa del Fico che stava nel chiasso 
Agolanti, corrispondente in via della Morte, oggi in- 
corporata nella fabbrica della Compagnia della Miseri- 
cordia, colla strada di via del Fico che muove dalla 
via della Fogna dalla piazza S. Croce e, traversata via 
de' Pepi finisce in via delle Pinzochere. Questa, si di- 
ceva del Fico da un orto dove era una gran pianta di 
fico, e l'osterìa teneva similmente per frasca un ramo 
di fico. Qui cade il punto da dire una parola dei Pepi 
e delle Pinzochere. 

I Pepi sono comunemente creduli originarj di Cipro 
e così nomati per aver avuto in Firenze il monopolio 
del commercio del pepe. Forse è errore, perchè il nome 
Pepe non è nuovo in Firenze trovandosi un individuo 
di questo nome anco nel più volle citato ruolo del- 
l' Arbia. Ammessi alle Magistrature ottennero quattro 
volte il Gonfalonierato e venticinque il Priorato tra il 
t301 ed il 1513. Francesco di Cherico fu famoso Le- 
gista, Lettore in Pisa nel 1493, Ambasciatore all'Im- 
peratore Massimiliano per congratularsi del suo arrivo 
in Italia nel 1496, quindi residente a Milano, e final- 
mente Ambasciatore di obbedienza a Pio III nel 1503. 
Roberto di Francesco fu eletto senatore nel 1708. Anco 
questa famiglia tuttora esiste ed usa l'arme di un palo 
d' argento nel campo rosso. La via che dalle loro case 
prese il suo nome dicevasi più anticamente dei Buon- 
fantini da casa illustre anticamente mancata e che dette 
al Comune due Gonfalonieri e sette Priori tra il 1291 
ed il 1240. Fu suo stemma il campo squartato a sghem- 
bo, sopra e sotto dorato ed azzurro nei lati. Non dalla 
famiglia Pinzocheri che usò l'arme di un'Oca rossa nel 
campo bianco, ma dalle Donne Pinzochere prese nome 
la strada, che cominciando da via Ghibellina, sbocca 
nella via dei Malcontenti. Meglio non si possono definire 
le pinzochere che riportando le parole del Firenzuola. 



— 1196 — 

Avete da sapere, ei diceva, che essendo stali tutti 
i Toscani in ogni tempo non solamente dediti alla Re- 
ligione ma superstiziosi, i Fiorentini hanno ecceduto in 
questo tutti gli altri, e le donne massimamente, fra le 
quali per fino nel 1305 fu una certa sorta di buone 
femmine, che facendo una setta per loro, e passando i 
termini di ogni apparente cristiana regola , volevano 
quasi ristringere i comandamenti dell'Evangelio, le quali 
erano ajutale dai frati di S. Domenico e di S. France- 
sco; e queste tali assieme con quei frati o altri uomini 
che fossero di questa opinione , si chiamavano spigolistri, 
nome che altro non importava che una sorte di brigate 
superstiziose, alle quali sempre in apparenza non ba- 
stando gli Evangeli, né i rigori di S. Benedetto, con 
gli esteriori atti professavano una vita santa, nel segreto 
però contaminata da ogni lordura. Ai spigolistri interes- 
savano le parole non i fatti, e più di parere s'ingegna- 
vano che di essere buoni. Quindi per simular meglio il 
Sanctificetur andavano disprezzati nella persona, cercavano 
d'apparire magri e pallidi in faccia, acciocché il mondo 
gli credesse persone santissime. 

L' etimologìa del nome si fa derivare dall' appiccare 
i moccoli agli spigoli dell'altare, secondo gli Accademici 
della Crusca; ma sembra che più naturale spiegazione 
derivi dallo spigolare e non mietere nei campi del grano 
della buona morale. 

I pinzocheri e le pinzochere erano lo stesso che i 
spigolistri e le spigolistre; e si dice che da bigiotto 
derivasse sì il nome di bigotto che di pinzoco ed il di- 
minutivo di pinzochero, e ciò perchè i Terziarj di San 
Francesco vestirono l'abito bigio. Le terziarie, le pin- 
zochere, le spigolistre che erano tutte una cosa, furono 
religiose anfibie di una natura terza tra le monache e 
le secolari. Vivevano in comunità, o sole o in famiglia 
come loro piaceva. Fu cura grandissima dei frati di 



— 1197 — 

avere vicino ai loro conventi le case delle pinzochere; 
come per esempio, nella via Val-Fonda o Profonda dietro 
S. Maria Novella sfavano le pinzochere o terziarie di 
S. Domenico; ed un ricco mugnaio nel 1307 lasciò ai 
frati di detta chiesa le sue case in quella strada espres- 
samente perchè vi tenessero le pinzochere, altrimenti 
perdevano l'eredità; quivi le bigotte aumentarono im- 
mensamente, per cui i frati alle loro abitazioni aggre- 
garono parte dei locali corrispondenti nel loro convento. 
Papa Pio V, per rimediare al disordine, prescrisse che 
il capitolo delle pinzochere di S. Caterina da Siena, o 
come poi si disse di S. Vincenzio in Valfonda cessasse 
d'aver comunicazione coni frati, e si sottoponesse alla 
clausura. Quest'antifona non piacque alle obbedienti pin- 
zochere, ed osarono opporsi alla disciplina proposta dal 
Papa. Allora Cosimo I Granduca fu veramente grande, 
perchè dissipò le case delle pinzochere divenule ornai 
tanti bagordi. 

Anco i Minori conventuali di S. Francesco avevano 
le loro pinzochere, e da queste prese nome la strada 
vicina al loro convento. Anzi procurarono dagli Otto di 
Balìa un bando il quale proibiva alle meretrici ed alle 
donne di cattiva vita di accostarsi a quella contrada, 
perchè le pinzochere non fossero sturbate nella loro 
privativa. Tutto degenera in progresso di tempo, onde 
molti e molte abusarono dell'abito e dell'istituto; quindi 
l'ipocrisìa trionfò fino a che non fu soggetta alla derisione. 
Non occorre brunir co' labbri i sassi, 
Disse Plutone, ossaccia senza polpe, 
E fare il torcicollo, e ovunque passi 
Seminar discipline e dir tue colpe; 
Ch'io so che chi per lepre ti comprassi, 
Avrebbe almen tre quarti della volpe. 
Cosimo I, quantunque il facesse per guadagnarsi l'ani- 
mo di Papa Pio V, frenò la condotta morale de' claustrali. 
Egli vide, come tutto il mondo aveva veduto e come 



— 1198 — 

aveva divisato di rimediare il Concilio Tridentino, che 
molti conventi di frali avevano contiguo il monastero 
delle suore dell'ordine loro, delle quali liberamente abu- 
savano, riducendo quei sacri asili di vergini in scandalosi 
alberghi, contribuendo in specie a render facili tali scon- 
certi dal non esservi clausura nei termini che il Con- 
cilio Tridentino e le Costituzioni di Pio V e di Gregorio 
XIII hanno stabilito posteriormente. Cosimo adunque 
volle correggere le monache, e tolse ai conventi de' frati 
la direzione di quelli delle suore, sottoponendole al 
Vescovo diocesano , e istituendo gli Operai. Quindi com- 
minò la pena di varj tratti di fune ai frali che si fos- 
sero accostati a trattare con le monache senza espressa 
licenza. Non riuscì pienamente, ma frattanto moderò lo 
scandalo che la loro condotta seminava nella città. 

Egli aveva gran voglia di riformare anche i frati, 
ma siccome temeva la loro potenza e influenza, procurò 
di comportarsi con essi con somma politica. 

(3) Il Chiasso della Malvagia corrispondeva sulla piazza di 

S. Giovanni accanto all'arco de'Pecori e conduceva sulla 
piazzetta degli Adimari. Prese questo nome dal vender- 
visi in una rinomata osterìa il vino detto Malvagia, come 
prese questo nome medesimo una famiglia di vinaj che 
ne teneva il commercio, e che die alla Repubblica Cri- 
stofano di Francesco Priore nel 1387, 1404, e 1411. 
Questi della Malvagia ebbero per arme un campo diviso 
orizzontalmente sopra azzurro con due rose d'oro, e al 
di sotto d'oro con una rosa turchina. 

(4) L'Osterìa del Porco così detta dall' Insegna raffigurante 

la testa d'un majale, dà ancora il nome al Chiasso del 
Porco, stradella cui si ha accesso dal corso degli Adimari. 

(5) La famiglia Borromei non è d' origine fiorentina, ma 

qua venuta da S. Miniato. Si disse più anticamente dei 



— 1199 — 

Franchi e in seguito Borromei da un Borromeo di Fran- 
cesco. Questa casa era di condizione popolare e primo 
a darle nome fu Filippo di Lazzaro che fattosi in San 
Miniato capo della parte Ghibellina staccò i Samminia- 
tesi dall'alleanza coi Fiorentini, e gli fece seguaci del- 
l' Imperatore Carlo IV. Costretto questo Monarca ad 
abbandonare l' Italia rimase S. Miniato esposto alle ven- 
dette dei Fiorentini , che andati ad assediarla presto 
l'ebbero nelle mani, e Filippo tradotto a Firenze fu de- 
capitato nel 1370. 1 suoi figli fuggirono a Milano ove 
accumularono col commercio immense ricchezze. Gio- 
vanni uno di essi adottò i figli nati da Margherita sua 
sorella che avea sposato un Giacomo Vitaliani di Padova 
e da esso discesero i famosi Borromei di Milano. Bor- 
romeo altro figlio di Filippo fu tesoriere dei Carraresi 
in Padova, ma fu da essi cacciato perchè scopersero 
che con mezzi illeciti tentava d' impinguare il suo erario. 
Passato a Milano suscitò contro di essi i Visconti che 
nel 1387 gli spogliarono dei loro dominj. Ei seguitò nei 
servigj dei Visconti ed ottenne la Contea di Castellar- 
quato e Valditaro, delle quali, caduto in disgrazia, fu 
spogliato nel 1407. Alla sua morte accaduta nel 1422, 
i suoi figli oltre immensi possessi è fama che si divi- 
dessero ventiquattro milioni di fiorini d' oro. Giovanni 
uno di quelli ebbe una sola figlia in Beatrice maritata a 
Giovanni de' Pazzi, e l'ingiusta legge da Lorenzo de'Me- 
dici fatta emanare per spogliarla delle ricchezze paterne 
fu non ultima causa della congiura che i di lei figli 
ordirono per estinguere i Medici. Antonio di Borromeo 
per mezzo di Alessandro, Carlo, Filippo e Borromeo 
propagò la famiglia. La discendenza di Alessandro, nella 
quale figura Achille suo figlio ucciso al sacco di Roma 
nel 1527, visse in Padova e vi mancò nel secolo XVII. 
Carlo gran partigiano de' Medici ottenne il Priorato nel 
1471 e dopo di lui i suoi figli per altre tre volte. La 
sua linea finì nel senator Giovanni morto nel 1679, la 



— 1200 — 

di cui figlia Teresa sposò Ferdinando Carlo di Alessandro 
Filippo, discendente da Filippo di Borromeo che in Pa- 
dova avea stabilita la famiglia. Da questo matrimonio 
non nacque che Cornelia Margherita che fu maritata nei 
Capponi detti dalle Rovinate, nei quali pervenne il pingue 
censo dei Borromei di Firenze. Ferdinando Carlo ebbe però 
da altre nozze Gio. Francesco il quale continuò il suo ramo 
che rimase estiuto per morte di Alessandro suo figlio nel 
1819. Borromeo di Filippo stabilì pure la sua casa in 
Padova ove tuttora sussiste. Arme Borromei è il campo 
fasciato di rosso e di verde, tagliato da una banda d' ar- 
gento. 

(6) La potentissima famiglia dei Tornaqcinci secondo il Ve- 
rino proviene da Roma. La sua origine si perde nel- 
l'oscurità dei secoli, e solo sappiamo che in Firenze aveva 
vasti possessi e che possedeva molto terreno lungo la riva 
dell'Arno, sul qual fiume ebbe da Ottone I il privilegi»» 
di fare delle pescaje. Quando fu fatto il secondo cerchio 
delle mura ebbe da essi nome la porta che poi si 
disse di S. Pancrazio, ed una piazzetta sulla di cui area 
fu in seguito edificato il palazzo dei Strozzi. Figliocaro 
fu Console dei militi nel 1166, Iacopo del Consiglio 
degli Anziani nel 1176. I Tornaquinci nel 1215 par- 
teggiarono pei Buondelmonti, quindi pei Guelfi, e dai 
registri dei guerrieri che si trovarono sui campi di 
Montaperti nel 1260 si ha che vi fossero dei Tornaquinci, 
Gianni capitano dei soldati del sesto di S. Pancrazio, 
Brunetto di Lottieri distingitore dei Balestrieri, e Messer 
Sinibaldo colla carica di Potestà mandato alla guardia 
di Poggibonsi. Sconfitti i Guelfi doverono con essi esulare 
e solo rividero le patrie mura nel 1266. Uscirono da 
questa casa cavalieri di molta fama che gran nome si 
fecero duranti le civili contese; serva solo il nominare 
Gherardo Ventroja che portando 1' insegna reale alla 
battaglia di Campaldino nel 1289 ebbe gran parte della 



— 1201 — 

vittoria dalla fazione Guelfa riportata. Messer Cipriano, 
M. Foglia, M. Gentile, M. Cardinale e molti altri se- 
gnarono la pace del Cardinal Latino nel 1280, e furono 
ammessi alle Magistrature nel 1282, avendo già nel 1284 
ottenuto per quattro volte il Priorato nella persona di 
M. Ruggero. Ma nel 1292 nella famosa riforma di Giano 
Della Bella furono i Tornaquinci esclusi dal Governo 
per essere magnati e molto potenti e da quell' epoca mai 
più poterono ottenere le principali Magistrature , talché 
fu necessità a varj rami della famiglia nascondersi sotto 
altro nome. Per altro sì la Repubblica Fiorentina che 
gli altri potentati <T Italia fecero conto degli uomini più 
celebri di questa casa che furono chiamati alle preture 
delle principali città Italiane, ed ebbero dai loro con- 
cittadini l' incarico di onorifiche missioni. M. Gherardo 
dopo essersi fatto nome a Campaldino fu chiamato Po- 
testà a città di Castello nel 1290, a Fano nel 1294 e 
ad Asti nel 1297, avendo fino dall'anno 1294 soste- 
nuto per la patria un'ambascerìa a Papa Celestino V. 
M. Cardiuale di Marabattino fu Potestà di Gubbio nel 
1280. Ometto per brevità molti individui illustri di 
questa casa , e solo farò menzione di Biagio di Bingeri 
capitano di molto valore che fu luogotenente del Duca 
di Calabria nella guerra contro Castruccio, e quindi 
capitano generale nelle guerre contro i Pisani, padre di 
M. Dego cavaliere di gran riputazione ed avo di altro 
Biagio che nel 1366 fu eletto senatore di Roma. Pietro 
Vescovo di Porto fu nominato al cardinalato nel 1366 
e morì nel 1404. Nel secolo XV il ramo dei Torna- 
quinci decadde di splendore e di ricchezze e soltanto 
tornò in cariche sotto il Principato. Tre senatori tolsero 
i Sovrani Medicei dai Tornaquinci, affidarono a Mario 
il Governo di Livorno, e Giov. Antonio del senatore 
Giov. Gaetano già Segretario di Stato di Giovan Gastone 
fu eletto a far parte del Consiglio di Reggenza per il 
Granduca Francesco 11 nel 1737. Il Bali Luca suo fra- 
t. iv. ti 



— 1202 — 

tello morì il 19 Febbrajo 1790, ultimo non solo dei 
Tornaquinci ma di tutta ancora la loro consorterìa , ed 
il cognome ed i beni pervennero nei Medici nei quali 
era maritata Margherita sua nipote di fratello. L'arme 
Tornaquinci fu il campo inquartato d' oro e di verde. 
Da essi uscirono le seguenti famiglie. 

I Popoleschi nel 1364 furono originati da Niccolò 
di Ghino, cui si aggiunse Tommaso di Piero nel 1371. 
Presero per arme una gran croce rossa nel campo di 
argento smerlato d' oro e di verde. Produssero i Popo- 
leschi varj uomini di rinomanza, tra i quali primeggia 
Bartolommeo di Piero famoso Legista che nel 1399 fu 
mandato oratore a Venezia per trattar pace col Duca 
di Milano, e nuovamente nel 1405 per intercedere la 
pace al Siguore di Padova, a Bologna nel 1404 per com- 
porre le differenze tra il Legalo ed i Marchesi d'Este, 
al Re Ladislao di Napoli nel 1406 per pregarlo d'ajuto 
nell'impresa di Pisa, quindi in Francia per l'oggetto 
medesimo. Nel 1408 fu mandato a Siena a Gregorio XII 
per indurlo ad aduuare il Concilio, sindaco a Pisa nel 
1409 per far lega col Duca d'Anjou e col Legato di 
Bologna contro il Re Ladislao, a Giovanni XXIII per 
prestargli obbedienza ed esortarlo alla pace. Molte altre 
missioni del più alto interesse furono a lui affidate, e 
tanto fece stima di lui la Repubblica che essendo morto 
in Napoli nel 1412 mentre vi trattava la pace tra il 
Re ed il Pontefice, fu onorato dal Comune di funerali 
solenni, e a ciascuna delle sue figlie furono sul pubblico 
erario assegnati dugento fiorini di dote. Ai tempi di 
questo racconto varj dei Popoleschi difendevano la 
cadente libertà della patria, tra gli allri Baccio di 
Piero, e Piero di Bartolommeo che banditi dopo l'as- 
sedio si posero tra i fuorusciti. La Repubblica tolse da 
questa famiglia diciannove Priori e quattro Gonfalonieri 
ed il Principato due Senatori. Ultimo della famiglia fu 
Alfonso del Cav. Ridolfo che morì il 13 Ottobre 1788 



— 1203 — 

lasciando erede Lucrezia sua sorella maritata nei Filicaja, 
dalla quale i beni dei Popoleschi pervennero ne! celebre 
Giovanbalista Niccolini, vivente onore della patria e 
d' Italia. 

Gli Iacopi nel 1379 originati da Sandro di Simone 
che prendendo tal nome si elesse per arme una palla 
di argento con croce rossa circondata da due cerchi 
l' uno nero e l' altro verde nel campo d' oro. Questa 
diramazione tornò ben presto all' antico cognome. 

I Marabottini nell'anno medesimo, quando Zanobi 
di Marabottino volle così chiamarsi e prese l'arme eguale 
a quella degl' Iacopi colla sola differenza di un contorno 
verde allo scudo. Anco questi presto mancarono. 

Cipriano ed Iacopo di Giachinotto Tornaquinci nell'anno 
stesso chiesero di chiamarsi dei Giachinotti e scelsero per 
propria insegna lo scudo d'argento vestito di rosso con in 
mezzo l'arme del popolo accostata da quattro conchiglie 
azzurre poste in croce, arme che poi cambiarono in 
uno scudo inquartato come quello dei Tornaquinci col- 
l' aggiunta di una conchiglia per ogni quartiere, contra- 
riante il colore del campo. Questo ramo dette alla Re- 
pubblica sette Priori tra il 1443 ed il 1529. In tempo 
dell'assedio figurarono alla difesa della patria, Bernardo 
che stato tenuto prigione dai Medici per aver di essi 
sparlato nel 1527 , fu poi mandato Commissario al 
Borgo S. Sepolcro nel 1530, Giovanbatista e Girolamo 
che furono confinati dopo l'assedio, Pieradoardo di Gi- 
rolamo che stato Commissario in Livorno, in Prato e 
finalmente in Pisa, fu fatto poi decapitare nel 1530 dal 
Commissario che per succedergli avevano i Medici de- 
putato. Questa casa mancò in Neri di Alberto morto il 
17 Maggio 1634 e iu un di lui fratello prete dell'Ora- 
torio che precipitatosi da un terrazzo morì il 2 Dicem- 
bre 1697. 

I Tornabuoni ebbero origine da Simone di Tieri 
di M. Ruggero che così elesse di chiamarsi nel 1393 



— 1204 — 

eleggendo per stemma uno scudo squartato iu croce di 
S. Andrea verde sopra e sotto e dorato nei lati , con 
sopra un Leone rampante e contrariante i colori dei 
campi avente sul!' omero un piccolo scudo coli' arme del 
popolo di Firenze. Ammessi alle Magistrature ottennero 
quindici volte il Priorato e sei il Gonfalonierato tra il 
1445 ed il 1530. I Tornabuoni famiglia di storica ce- 
lebrità figurarono tra i partigiani dei Medici, che gli 
interessarono alla loro casa, quando Cosimo il Vecchio 
die iu moglie a Piero suo figlio Lucrezia di Francesco 
Tornabuoni donna di non volgare letteratura. Giovanni 
di lei fratello fu tesoriere di Sisto IV, e a quel Papa 
deputato ambasciatore per chiedere assoluzione dalle 
censure nel 1480, quindi nel 1484 ad Innocenzio Vili 
per prestargli obbedienza. Lorenzo suo figlio nel 1497 
fu decapitato e molli altri della casa furono mandati in 
esilio come partecipi in una congiura diretta a rimettere 
i Medici in Firenze. Quindi non è maraviglia se Gio- 
vanni e Leonardo Vescovo del Borgo S. Sepolcro ambi- 
due figli di Lorenzo parteggiarono contro la libertà du- 
rante l'assedio. Giuliano figlio di Filippo altro fratello 
della Lucrezia de' Medici fu ambasciatore di obbedienza 
a Leone X suo cugino quando fu eletto Pontefice, quindi 
Vescovo di Saluzzo. Simone suo fratello fu da quel Pon- 
tefice eletto Presidente della Romagna nel 1515, e da 
Clemente VII senatore di Roma nel 1524 e nuovamente 
nel 1527. Stette in Roma durante l'assedio, ed appena 
Firenze ebbe capitolato, vi fu mandato colla carica di 
Gonfaloniere di Giustizia. Allo spirare della sua carica 
Clemente VII lo fece con gran pompa armare cavaliere 
e alla istituzione del senato dei XLVIII ve lo comprese. 
Ebbe a figlio Alfonso Vescovo di Saluzzo e poi del Borgo 
S. Sepolcro, uomo molto accetto a Cosimo I che dopo 
averlo spedito in missioni diplomatiche ai Genovesi, 
all' Imperatore, e ai Re d'Inghilterra, di Francia e di 
Spagna, Io destinò a far le sue veci nella capitolazione 



— 1205 — 

dei Senesi nel 1554. Donato suo fratello fu fatto senatore 
nel 1547 ed ebbe da Lucrezia Valori Giuliano e Cosimo 
senatori , Simone cavaliere di S. Stefano perito valorosa- 
mente nel 1571 alla battaglia di Lepanto, e Niccolò che 
eletto Vescovo del Borgo S. Sepolcro nel 1560, fu poi 
mandato ambasciatore alla Corte di Francia e a Sisto V. 
A lui debbono i Toscani l'introduzione del tabacco, che 
in onore di chi lo propagò si chiamò da principio erba 
tornabuona. Il di lui nipote Donato figlio del senator 
Cosimo nelle armate Toscane insignito del grado di 
Colonnello, morì ultimo dei Tornabuoni nel 1635, sep- 
pure questa casa non si spense pochi anni dopo in 
Francia ove era stabilito un ramo proveniente da Leo- 
netto figlio naturale di Leonardo Vescovo del Borgo S. 
Sepolcro. 

Iacopo di Niccolò di Teglia Tornaquinci chiese nel 
1393 ed ottenne di chiamarsi dei Cardinali e scelse per 
arme un campo tagliato orizzontalmente d'oro su verde 
con una palla bianca con croce rossa nel centro dello 
scudo, e finalmente da Tieri di Francesco ebbero nel- 
l'anno stesso origine i Pellegrini che presero per in- 
segna una palla bianca con croce rossa nel mezzo dello 
scudo verde, accostata da tre corone dorate. Ambedue 
queste casate presto tornarono sotto l'avito cognome. 

(7) Maestro Salvi di Maestro Guglielmo di Forese di Gotti- 
fredo, medico molto rinomato in Firenze dopo la metà 
del secolo XIII, dette nome ed origine alla famiglia Sal- 
viate Quando la famiglia cominciò ad essere ricca di 
storica rinomanza e di averi, si disse che Gottifredo 
apparteneva alla famiglia consolare dei Caponsacchi, da 
molti anni estinta, ma anco gli antiquarj più impudenti 
per adulazione vi prestarono poca fede. Primo ad otte- 
nere Magistrature fu Cambio medico figlio di Salvi che 
fu il primiero dei sessantatre Priori, come nel 1335 aprì 
la serie dei ventuno Gonfalonieri di giustizia che dette 



— 1206 — 

questa casata. Lotto altro figlio di Salvi fu famoso Giu- 
reconsulto e Priore nel 1302 e 1304. Dai suoi figli 
Giovanni e Francesco fu propagata la casa. 

Da Giovanni che fu Gonfaloniere nel 1356 e 1379, 
nasceva Forese che coprì per tre volte la medesima 
carica, uomo molto in favore presso il popolo, e che 
dopo avere sostenuto importanti missioni fu armato ca- 
valiere dai Ciompi nel 1378 e fu Capitano generale della 
Romagna Fiorentina nel 1397. Ebbe a figli Marco e 
Giovanni. Marco fu padre di Giannozzo che si fece 
gran nome nelle guerre di Cipro nel 1461, di Bernardo 
che fu ambasciatore al Re d'Aragona nel 1436 e Gon- 
faloniere nel 1469, e di Roberto. Bernardo fu avo di 
altro Bernardo che passò in Francia dopo l'assedio, ove 
die i natali a Francesco che nel 1571 fu elevato al 
Gran Magistero dell' Ordine di S. Lazzaro ed a Giovanni 
signore di Talus. Si spense il ramo in Isabella di lui 
nipote che folle di amore per un suo congiunto preferì, 
benché ricca, di vivere seco lui in qualità di sua con- 
cubina piuttosto che vederlo a se unito con nodi ma- 
ritali, nel timore che di questi pentito potesse essere un 
giorno infelice. La discendenza di Roberto fu illustrata 
dal celebre letterato Cav. Leonardo Salviati, male a 
proposito detto per antonomasia il Cicerone della Italiana 
eloquenza, autore di molle opere e molto in fama nel 
secolo XVII. Ma pur troppo il suo nome rammenta i 
gravi torti dell'Accademia della Crusca verso la Geru- 
salemme liberata di Torquato Tasso e la mutilazione da 
lui fatta al Decamerone del Boccaccio, fallo cui riparò 
coi suoi Avvertimenti sopra la lingua Toscana, operetta 
del più grande interesse in fatto di lingua. Fu suo fra- 
tello Giuliano famoso fuoruscito che seguì Piero Strozzi 
nei suoi tentativi in Toscana, e poi nelle armate di 
Francia. Tra i Discendenti di Roberto fu pure il sena- 
tore Lorenzo padre di Tommaso pio e zelante Vescovo 
di Colle nel 1634 e di Arezzo nel 1638, e di Forese nel 



— 1207 — 

cui figlio Canonico Tommaso si spense il ramo nel 
1731. 

Giovanni l'altro figlio di Forese fu Gonfaloniere 
nel 1426 e 1433 e generò Marco autore di una linea 
dei Salviati che ha durato fino al presente secolo, es- 
sendosi estinta nel 10 Novembre 1813 nel Marchese 
Alamanno che mancò ultimo di tutta la famiglia Salviati. 

Ma veramente illustre fu la discendenza di Fran- 
cesco di Lotto Gonfaloniere nel 1331. Fu suo figlio 
Andrea cavaliere a spron d' oro che oltre l' aver goduto 
di tutte le altre dignità Municipali fu nel 1375 eletto 
al Magistrato degli Vili, detti gli Otto Santi, per la 
guerra contro Gregorio XI, e che ottenne coi suoi col- 
leghi il privilegio d'inserire nell'arme la parola Libertas. 
Nel 1379 fu eletto sindaco per trattare la pace col Papa, 
fu mandato Capitano a Pistoja nel 1379 ed Ambasciatore 
a Venezia nell' anno seguente. Alamanno suo fratello fu 
Potestà di Todi e Ambasciatore a Siena nel 1366. Da 
Contessa Bonfiglioli ebbe Iacopo che fu uno dei più 
grandi cittadini di Firenze. Adoperato in guerra dalla 
Repubblica debellò i Conti Guidi e gli libertini nel 1404 
ed al suo ritorno fu fatto dalla Signorìa solennemente 
armar Cavaliere. Fu Commissario generale per la guerra 
di Pisa nel 1405 e Governatore di Piombino nel 1410. 
Andò Ambasciatore a Bonifazio IX nel 1403 per pre- 
garlo a non ratificare la pace col Signore di Milano, in 
Francia nel 1404 per lamentarsi col Re della malafede 
dei suoi luogotenenti negli affari di Pisa, ad Avignone 
nel 1407 per trattare con Benedetto XIII della unione 
della Chiesa ed offrirgli le forze del Comune: per lo 
stesso oggetto fu spedito ai Cardinali componenti il Con- 
cilio in Pisa, da dove col Cardinale Colonna passò a 
Napoli per indurre il Re Ladislao a mandare al Concilio 
i Prelati del Regno: finalmente Oratore ai Bolognesi per 
rallegrarsi della ricuperata libertà nel 1410. Da Bernardo 
suo figlio nacque Francesco Arcivescovo di Pisa, noto 



— 1208 — 

per la tragica 6ne per la congiura dei Pazzi ed Iacopo 
che dopo avere comandato le galere Fiorentine nel 1457 
fu poi compagno nella morte al fratello in occasione 
della congiura dei Pazzi, nella quale ebbero i Salviati 
una terza vittima in Iacopo d'Iacopo a questi due fra- 
telli cugino. Alamanno altro figlio di 31. Iacopo fu uomo 
di grande autorità nella patria, per due volte Gonfalo- 
niere, Ambasciatore al Pontefice nel 1435, e nel 1437 
deputato a provvedere sopra l'imminente Concilio Ecu- 
menico. Caterina di Averardo dei Medici lo fece padre 
di molti figli, tra i quali non posso passare sotto silenzio 
Francesco, Giovanni e Averardo autori dei tre principali 
rami di questa famiglia. 

Da Francesco che fu Gonfaloniere nel 1463 pro- 
venne Giuliano che sedè nella medesima carica nel 1493 
e 1497 che nel 1494 fu deputato Ambasciatore a Carlo 
Vili per complimentarlo nel suo ingresso sul territorio 
della Repubblica e nel 1495 a Napoli per rallegrarsi collo 
stesso Re dei suoi trionfi. Da suo figlio Francesco che 
sposò Laudomia di Lorenzo di Pierfrancesco de'31edici 
nacque quel Giuliano giovane sedizioso e libertino che 
si distinse nel fare insulti alle armi, memorie e beni 
dei Medici per la loro cacciata nel 1527. Sembra che 
in seguito intimorito dalle strettezze dell'assedio cam- 
biasse partito poiché il suo nome figura tra quelli di 
coloro che spacciandosi Commissarj del Papa andavano 
durante 1' assedio ribellando le castella del dominio Fio- 
rentino. Dopo la istituzione del Principato fu ligio al 
Duca Alessandro e compagno nelle sue disonestà, ed è 
noto il suo contegno colla bella Luisa Strozzi Capponi, 
e le ferite che per opera dei di lei fratelli ne riportò 
Carminila di Agostino Chigi sua moglie, donna di sfre- 
nata libidine, fu incolpata dai Fiorentini di aver parte 
non lieve ncll' avvelenamento della Luisa Strozzi. Lau- 
domia loro figlia maritala a Ferdinando De Sastris fu 
l'ultima di questo ramo. 



— 1209 

Giovanni di Alamanno fu Gonfaloniere nel 1471 e 
dalle sue nozze con Maddalena di Simone Gondi ottenne 
Iacopo cui appartengono i fatti seguenti. Nel 1502 fu 
mandato a Pisloja per tentare di quietare la città agitata 
dalle fazioni dei Panciatichi e dei Cancellieri; nel 1506 
Ambasciatore al Re Ferrando di Napoli per rallegrarsi 
della sua ascensione al trono e secolui trattare delle 
cose di Pisa. Ambasciatore d' obbedienza a Leone X nel 
1513 ed a Clemente nel 1523 poiché a quei Pontefici 
era strettamente congiunto di sangue avendo in moglie 
Lucrezia figlia di Lorenzo il Magnifico e sorella del X 
Leone. Fu in occasione di questa seconda Ambascerìa 
che il Pontefice osò con moderate ed ombrate parole 
manifestare la volontà di voler mutare il Governo di 
Firenze e assicurarvi la sua casa. Vi fu dibattimento 
tra il Papa e gli Oratori, poiché Clemente chiamava 
imperfette le forme del Governo, ma Iacopo con Lorenzo 
Strozzi furono i soli che le difendessero dicendo proce- 
dere i disordini non dai Magistrati ma dagli uomini che 
vi sedevano. Iacopo rimase in Roma ai fianchi del Papa 
che lo ammise nel suo consiglio ed in occasione de! 
famoso sacco di Roma fu uno degli ostaggi dati agl'Im- 
periali per l'osservanza dei patti stipulati. Benché in 
corte di Clemente non fu dimentico della patria e du- 
rante il Gonfalonierato del Capponi intraprese secolui 
delle trattative per vedere di piegare I* animo ostinato del 
Papa a contentarsi che i suoi fossero rimessi come privati 
in Firenze, e mise ogni opera per stornare dall'animo 
di lui il pensiero della vendetta, mettendogli liberamente 
avanti gli occhi il danno e l' infamia grandissima che 
gliene sarebbe provenuta. Pure i Fiorentini male lo co- 
nobbero e gli furono iugrati, poiché arsero ed atterra- 
rono il suo superbo palagio al Ponte alla Badìa, gli 
confiscarono i beni e gli dettero bando di ribelle. Dopo 
la capitolazione Clemente lo fece tornare a Firenze e lo 
fece comprendere nella balìa ordinata per riformare il 

r . i v 7 



— 1210 — 

Governo. Richiamato a Roma intese nei consigli del Papa 
la volontà assoluta di spengere ogni elemento popolare, 
di fare Alessandro De' Medici Duca di Firenze, e di 
erigervi una fortezza per la di lui sicurezza. Iacopo nulla 
curando lo sdegno di Clemente si oppose a questi con- 
sigli chiamandoli traditori e vergognosi e disse essere 
contento sì che i Medici avessero una maggioranza nella 
città, ma pari a quella che avea avuto Lorenzo il Ma- 
gnifico. Trattò di follìa il progetto della fortezza, poiché 
ai Principi buoni e giusti la migliore fortezza è la be- 
nevolenza dei sudditi, ed a Filippo Strozzi che con calore 
ne favoriva il progetto quasi profetando disse « voglia 
Dio che Filippo nel mettere avanti il disegno della for- 
tezza, non disegni la fossa nella quale abbia a sotterrare 
egli stesso ». Dopo tal' epoca poco osò il Pontefice valersi 
di lui e solo lo deputò a trattar nuova lega con Carlo 
V nel 1532. Ebbe molti figli, tra i quali primeggiano 
Maria, Giovanni, Bernardo, Lorenzo e Alamanno. Maria 
fu data in consorte a Giovanni dei Medici che fu detto 
delle Bande nere e fu madre di Cosimo I Duca di Fi- 
renze. Consigliò sempre al figlio la giustizia e la mode- 
razione, ma i consigli non furono da Cosimo attesi, anzi 
furono il principale motivo per il quale poco curò e 
quasi mostrò di disprczzare la madre. Ma le fu non 
meno largo compenso l' amore dei Fiorentini che l'ama- 
rono quanto odiarono il figlio e la separarono dalla turba 
di quelli che Io consigliarono a gravare con mano di 
ferro sopra gl'infelici che fu chiamato a dominare. Gio- 
vanni eletto Cardinale nel 1517 ed arricchito con molti 
Vescovati, fu da Clemente VII mandato legato in Spagna 
per benedire le nozze di Carlo V, quindi nel 1528 a 
Francesco I di Francia per riconciliarlo con Andrea 
Doria. Durante l'assedio fu sempre in Roma ai fianchi 
del Papa, ma dopo l' istituzione del Principato fu uno 
dei più acerrimi nemici delle tirannidi del Duca Ales- 
sandro e di Cosimo I. Quindi il suo nome figura sempre 



— 1211 — 

tra i principali promotori dei fuorusciti e in lutti i ten- 
tativi da essi fatti per rovesciare il trono Mediceo. Morì 
in Roma molto compianto nel 1553, e successore nella 
dignità Cardinalizia ebbe il fratello Bernardo già Cava- 
liere di Rodi e Priore di Roma. Bernardo pure figurò 
tra i nemici di Cosimo e istigò i Senesi alla difesa e 
gli soccorse di denaro durante l'assedio. Tra i soccor- 
ritori dei fuorusciti e gli amatori della libertà figurò 
ancora Lorenzo altro figlio d'Iacopo, il quale, dopo 
aver fatto parte del consiglio dei Dugento istituito nel 
1532, era stato nominato senatore. Egli fu padre del 
Cardinale Antonio morto nel 1602. Al contrario di M. 
Alamanno ultimo tra i figli d' Iacopo fu tra gli amici 
più cari del Duca Alessandro, che seco lo condusse a 
Napoli quando poi si portò per scolparsi presso Carlo V 
delle accuse dategli dai fuorusciti Fiorentini. Alla morte 
di detto Duca si oppose a Bertoldo Corsini provveditore 
della fortezza quando offerse armi e munizioni al popolo 
per ricuperare la perduta libertà. Visse onorato presso 
Cosimo I, e alla sua morte potè lasciare al figlio Iacopo 
immense ricchezze. Da lui nacque Lorenzo Ambasciatore 
per il Granduca Ferdinando 1 a varj Potentati, e nel 
1607 eletto Governatore di Siena. Acquistò i castelli di 
Giuliano e Rocca Massima che per lui furono da Clemente 
Vili eretti in Marchesato nel 1603, feudi che Urba- 
no Vili inalzò a Ducato a favore di Iacopo di lui 
figliuolo. Questo Iacopo fu elegante poeta ed ebbe a 
moglie Veronica figlia di Carlo Cibo Principe di Massa, 
donna vendicativa e furente per gelosìa, passioni dalle 
quali fu spinta a fare assassinare Giustina Canacci amata 
da suo marito. La discendenza di Iacopo mancò nel di 
lui nipote Anton Maria nel 1704 e nei titoli ebbe a 
successori i superstiti del ramo proveniente da Averardo 
di Alamanno. 

Averardo sostenne molte Ambascerìe per la Repubblica 
che in qualità di Gonfaloniere resse nel 1479 e 1485. 



r 



— 1212 — 

Alamanno, che da lui nacque, fu Ambasciatore a Luigi 
XII He di Francia nel 1499 e Commissario per la guerra 
di Pisa nel 1509. Da Lucrezia Capponi ebbe Pietro e 
Averardo. Pietro fu fautore dei Medici durante l'assedio 
e tale si mantenne durante il Governo del Duca Ales- 
sandro. Alla di lui morte fu tra coloro che volevano 
rimettere la patria in libertà e dopo l' elevazione di 
Cosimo I corse a raggiungere i fuorusciti Fiorentini a 
Bologna. Ma non passarono oltre le sue dimostrazioni 
liberali, poiché tornò presto in patria e servì il Duca 
con zelo, avendone anzi conseguita la dignità senatoria 
nel 1553. Alamanno ed Alessandro suoi figli figurarono 
tra i difensori di Siena nel 1544, e perciò furono di- 
chiarati ribelli, ed Alessandro caduto nelle mani di Co- 
simo fu decapitato. 

Averardo di Alamanno al pari del fratello fu favo- 
revole ai Medici durante l'assedio, e fu eletto senatore 
nel 1534, ma dopo che Cosimo I fu asceso al trono si 
unì ai fuorusciti e mai più rivide la patria. Filippo suo 
figlio seguì parimente i fuorusciti per qualche tempo, 
ma ottenuto perdono fu ligio a Cosimo che lo nominò 
senatore nel 1571. Molli senatori tolsero da questo ramo 
i Sovrani Medicei. Vincenzio nipote di Filippo ottenne 
il Marchesato di Montieri nel 1621, feudo al quale fu 
aggiunto Boccheggiano nel 1637 eretto in Marchesato a 
favore di Antonio di lui Nipote. Le primarie cariche 
della corte Medicea furono sempre conferite ad individui 
della casa Salviati che era considerata la primaria tra 
le Fiorentine. Alla estinzione del ramo proveniente da 
Giovanni di Alamanno nel 1704, Anton Maria del March. 
Giov. Vincenzio successe nei titoli e diritti di Duca di 
Giuliano. Allora anco la corto Romana concorse a co- 
prire di onori questa diramazione e nel 1727 conferì la 
porpora Cardinalizia ad Alamanno fratello del Duca Anton 
Maria. Alla stessa dignità fu inalzato nel 1777 Gregorio 
del Duca Giov. Vincenzio di Anton Maria, alla di 



— 1213 — 

cui morie il 5 Agosto 1794 si spense questo ramo dei 
Salviati. Eredi del nome e dei titoli lasciò i Borghesi 
nei quali era maritata Anna Maria figlia del Duca Ave- 
rardo suo fratello, ed attualmente Don Scipione de' Prin- 
cipi Borghesi rappresenta in Roma la famiglia dei Duchi 
Salviati. 

L'arme di questa casa sono tre rastrelli doppi di 
colore rosso, posti in banda nel campo d' Argento. Le 
antiche case dei Salviati furono nel quartier S. Croce 
in prossimità di S. Simone, lungo la via del Mercatino 
di San Piero, ed alcune altre di faccia alle Stinche, 
attualmente di proprietà Quaratesi. M. Iacopo comprò 
le case dei Portinari nel Corso e su quelle edificò un 
palazzo che dopo avere appartenuto ai Ricciardi e ai 
Franceschi è ora dei Da Cepperello. 

(8) Nei secoli XV e XVI fu talmente comune in Firenze 
l'uso delle osterìe, che le frequentavano i primi per- 
sonaggi; serva a modo d'esempio rammentare lo stesso 
Lorenzo il Magnifico, il quale prendeva gran piacere 
nei sollazzi che le scherzevoli brigate procuravano in 
quei luoghi. Si racconta che all'osterìa delle Bertuccie 
corrispondente dietro S. Martino (in uno de' chiassoli 
oggi ridotti nell' elegantissimo Bazar de'Bonajuti con 
ingresso principale in via Calzajoli ) si ubriacasse Mae- 
stro Manente medico e cerusico di quel tempo; il vide 
Lorenzo De' Medici, e per correggerlo lo fece condurre 
nel suo palazzo da due travestiti, e tenendolo sempre 
al bujo lo mandò a Camaldoli facendolo stare parimente 
al bujo e nutrendolo per mezzo di due mascherati che 
gli davano il cibo al lume di torce. Dopo una mezza 
settimana di questa strana prigonìa il Medico fu liberato, 
e si corresse dall' ubriacarsi nelle bettole. 

Loreuzo il Magnifico tanto amava le brigate delle 
osterìe, che si mise a fare i Capitoli di queste compa- 
gnie di bevitori in terza rima, intitolandoli i Beoni. 



— 1214 — 

La Repubblica tentò raffrenare il costume delle bet- 
tole ed osterìe, perchè per il solito oltre il bere vi si 
mangiava e vi si trovavano le meretrici. Quindi nello 
Statuto alla Rubrica 22 Libro IV intitolata. « Quod 
nullus tenens tabernam coquat, vel vendat res gulosas » 
proibiva la cottura e l'imbandigione delle goloserìe: 
Tortellos, fegatellos, milzas, rostos, cavriolos, pisces, 
gelantinain , vel pullos, vel aliquod genus avidum , 
vel aliqua alia pertinentia ad gulositatem , seu ghiot- 
torniam. » 

Il vino toscano era fino d' allora riconosciuto per 
un sostanziosissimo alimento di facile chilificazione suffi- 
cientemente buona a formare un sangue sano e spiritoso. 
Ma sopra ogni altro nel secolo XVI era pregevole il 
vino della Malvagia, uva trapiantata nel Fiorentino e 
venutavi dall' Isola di Candia. Era un vino bianco e 
dolce che nel suolo fiorentino prendeva una delicatezza 
sorprendente. Continuava ad essere in moda ancora al 
tempo del Redi, che nel suo Ditirambo fece il panegi- 
rico dei vini toscani: 

Han giudizio e non son gonzi 
Quei toscani bevitori 
Che tracannano gli umori 
Della vaga e della bionda 
Che di gioja i cuori inonda 
Malvagia di Montegonzi. 

I punti della città dove più frequenti erano le 
bettole, furono Baldraccn dietro S. Piero Scheraggio, ed 
oggi si direbbe dietro gli Uffizi, e Frascato, che così 
denominato veniva il quartiere dove ora è il Ghetto. In 
quei tempi le osterìe servivano all' uso cui servono pre- 
sentemente i caffè, essendo solito il popolo portarvisi a 
far colazione. I caffè furono introdotti posteriormente, 
e cominciò l'uso di vendervisi il cioccolatte nel 1668. 



— 1215 — 

(9) Intorno a S. Martino furono lo botteghe dell' arte della 

Lana, dove si facevano i panni più ordinarj. Per questo 
la Piazzetta che sta dietro la chiesa del Santo prese 
il nome dei Cimatori dell'arte medesima. 

(10) La Chiesa di S. Martino edificata da Giovanni Arcidia- 
cono di Fiesole zio del Vescovo Regembaldo nel 986; 
fu chiesa curata retta da Preti secolari fino al 1034, 
nel qual anno il diacono Triginio nipote di detto Vescovo 
la donò ai Monaci della Badìa Fiorentina. Rimase cura 
d'anime sotto il dominio de'Monaci fino al 1479. Sop- 
pressa allora la cura fu questa chiesa nel 1481 con- 
cessa alla Compagnia dei Sarti che nel restaurarla la 
capovolsero. In seguito i Buonomini detti di S. Martino, 
che fino dal 1481 aveano comprato dai Monaci una 
stanza attigua alla chiesa per farvi le loro tornale, ot- 
tennero 1' intero Locale. In questa chiesetta esistono 
dipinte a fresco dodici lunette che molto risentono della 
maniera da Masaccio improntata nelle opere sue. 

Non posso omettere un breve cenno sulla istituzione 
dei Buonomini, commendevole al pari di tante altre delle 
quali abbonda Firenze. 

Nel 1441 il frate Domenicano Antonino, poi Arcive- 
scovo notissimo per la sua dottrina e santità, vedendo la 
sua patria lacerata da intestine discordie, afflitta da carestìe 
e da pesti, bene conosceva quante persone nobili e cit- 
tadine erano indotte dalla miseria ad opere vili e disdi- 
cevoli alla loro nascita. Eccitò alcuni cittadini a rime- 
diarvi, sollevando le famiglie civili divenute povere e 
vergognose, onde non fossero costrette a domandar l'ele- 
mosina. Questi cittadini furono dodici, chi calzolajo, chi 
legnajolo, chi setajolo, e chi cimatore, e diedero origine 
al filantropico istituto dei Buonomini. Questo ha per 
costituzione di non possedere cosa alcuna, ma tutti i 
lasciti e legati ridotti a contante si devono erogare in 
elemosine, in ajutare l'educazione de' figliuoli, in dare 



— 1216 

sussidio per maritare le fanciulle , in somministrare 
denari per vestire le famiglie, pagare medici, medicine 
baliatici, e simili opere di carità. In poco tempo tante 
furono l'elemosine, tanti i lasciti fatti ai Buonomini di 
S. Martino, che di fatto acquistarono con le loro ele- 
mosine tanto favore e potenza nel Popolo, che la Signorìa 
della Repubblica s' ingelosì delle acclamazioni e degli 
onori che Firenze faceva ai Buonomini. Perciò nei 1498 
prese sopra se stessa la distribuzione delle elemosine di 
quella congregazione, destinando a ciò otto cittadini tratti 
a sorte d'anno in anno, perchè facessero da Procuratori 
dei poveri vergognosi. Ma in breve tempo vennero meno 
i lasciti e l'elemosine, di modo che mancarono affatto 
alle famiglie gli usati soccorsi. Bisognò subito tornare 
all' antico sistema secondo la costituzione di S. Antonino. 

11) Galileo e Boccaccio, due sommi genj bastanti essi soli 
a fare il vanto di una nazione, derivano l'origine da 
uno stipite comune. 11 rinomato medico maestro Galileo 
del maestro Giovanni di Tommaso di Bonajuto di Gio- 
vanni di Bonajuto da Pogna dette nome ai suoi discen- 
denti, che ammessi alle onorificenze della Repubblica 
Fiorentina ottennero diciolto volte il Priorato ed una il 
Gonfalonierato tra il 1381 ed il 1528. Tre figli di maestro 
Galileo divisero in altrettanti rami la casa. Da Benedetto 
provenne una diramazioue cui appartenne Filippo Vescovo 
di Cortona morto nel 1676 e che si estinse in Ottavio di 
Roberto morto il 15 Settembre 1706. Costui lasciò sua 
erede la moglie Lucrezia Grifoni già vedova di Giovan- 
filippo Rucellai, che poi alla sua morte chiamò alla sua 
eredità ed al cognome dei Galilei Iacopo Mannelli marito 
di una sua figlia di primo letto. Bernardo del maestro 
Galileo fu de' Priori nel 1448 ed uno dei deputati per 
l'imposizione del Catasto nel 1427. Alessandro suo figlio 
era Capitano di Arezzo nel 1502 quando gli Aretini si 
ribellarono, nella quale occasione fu dai medesimi car- 



— 1217 — 

cerato. Derivano da questo ramo Alessandro celebre Archi- 
tetto nato nel 1691 e morto nel 1737, del quale moltis- 
sime opere esistono in Roma, tra le altre la facciata 
della Basilica di S. Giovanni in Laterano, ed altro Ales- 
sandro di lui nipote morto Governatore di Pisa nel 1837, 
il quale sdegnava che gli fosse rammentato di appartenere 
alla famiglia del Galileo perchè quel sommo era stato 
nelle carceri della Inquisizione. In Leopoldo suo fratello 
finì la famiglia Galilei il 23 Febbrajo 1842, e dal me- 
desimo fu chiamato alla sua eredità ed al suo cognome 
Leopoldo Tosi nato da Enrichetta sua figlia. 

Finalmente Giovanni del Maestro Galileo, che tra 
le altre cariche coprì quella di Castellano al Borgo San 
Sepolcro, per mezzo di Michelangelo suo figlio fu avo 
di Vincenzio rinomato musico del secolo XVI, autore 
di un dialogo sopra la musica impresso in Firenze nel 
1581. Da lui nel 1564 trasse in Pisa i natali il celebre 
Galileo, nel giorno in cui morì il Buonarroti. Questi na- 
tali non furono illegittimi come comunemente è stato 
scritto, poiché i registri battesimali portano che Giulia 
Ammannati era donna di Vincenzio. Non occorre seguire 
passo passo la vita di questo grand' uomo perchè chi 
amasse di averne minuto racconto può averlo nell'accu- 
rata Biografia dettatane dal senator Nelli. Solo accennerò 
che nel 1589 fu lettore di matematiche in Pisa e dipoi 
a Padova nel 1592, e che nel 1610 diventò matematico del 
Granduca Ferdinando IL Egli inventò il pendolo per la mi- 
sura esatta del tempo e lo applicò all'orologio, quindi 
il compasso, il termometro, ed il telescopio refrattivo. Ap- 
plicata l'invenzione del canocchiale all' astronomìa scoprì i 
satelliti di Giove, che in onore del suo Mecenate chiamò 
le stelle medicee: fissò i principj dell'Idrostatica e della 
Fisica, e può dirsi che creasse la Meccanica. Galileo era 
nato a richiamare gli uomini dai pregiudizj di una bar- 
bara filosofia e a fargli progredire nel difficile esame 
della natura, a somministrare loro i mezzi onde leggere 

T. IV. « 



— 1218 — 

noi cielo le chiare note « d' una infinita provvidenza ed 
arte. » Fu vilipeso dagli ostinati seguaci dell' antica 
scuola, perseguitato con odio implacabile dagli Aristotelici 
e oppresso dalle accuse più atroci. V omaggio da lui 
reso alla verità del sistema Copernicano, che promulgò 
e chiaramente mostrò per vero, lo portò nelle carceri 
della Inquisizione e nonostante la venerata canizie, dovè 
portarsi a Roma e star rinchiuso nelle carceri del Santo 
Uffizio per dovere dopo rigorosa procedura , nella quale 
non so se più risalti la malignità o l'ignoranza dell'In- 
quisitore, abiurare il fin allora predicato sistema. Ma 
tale era il convincimento del filosofo, che dopo avere 
abiurato, costretto dalle torture morali alle quali da lungo 
tempo era in preda, non potè trattenersi dall' esclamare 
percuotendo con un piede la terra « eppure si muove. » 
Allora dopo tanti patimenti tornò a Firenze, ma non 
potendo condurre i suoi giorni tra le patrie mura fu 
rilegato ad Arcetri ove in pace attese agli amati studj 
e ad istruire il mondo che un giorno pure doveva ren- 
der giustizia ai superiori suoi lumi, ammirare le sue 
scoperte, seguitare i suoi passi e adottare i suoi sistemi. 
Divenuto cieco, in questa sua dimora fu confortato dalle 
cure de' suoi amorosi discepoli , e tra essi meritano 
distinzione alcuni Padri delle Scuole Pie ai quali dal 
Santo loro Istitutore era stato raccomandato di assistere 
il grand' uomo pel quale ei nutriva slima sincera, al 
contrario dei Lojoliti che tentarono avvilirlo colle accuse 
più atroci, partorite dalla loro invidia e dalla contra- 
rietà ad ogni progresso sociale. Galileo morì l'8 Gen- 
najo 1642 e fu sepolto in S. Croce. In quell'anno nacque 
in Inghilterra Isacco Newton. 

Sulla Costa di S. Giorgio si trova una casetta 
segnata di numero 1600, nella quale abitò Galileo. 
Per cura del proprietario è stata distinta con una 
iscrizione incisa in marmo nella quale si rammenta il 
celebre abitatore. Parimente il senator Nelli ornò di 



— 1219 — 

simile memoria la villa ove dimorò Galileo, denominata 
il Giojello. 

II suo monumento in S. Croce meritava di essere 
eseguito da artisti che potessero corrispondere al genio 
dell'uomo cui serviva di tomba. Un suo dito racchiuso 
dentro piccola urna di cristallo esisteva nella Biblioteca 
Laurenziana donde è stato traslocato in una sala che 
alla sua gloria è slata dedicata dal regnante munifico 
Principe Leopoldo II nella I. e R. Specola, nella quale 
tutti raccolti si trovano gli strumenti matematici che 
hanno servito a questo grand' uomo. Galileo ebbe varj 
figli naturali che per privilegio di Ferdinando II furono 
legittimati. Vincenzio, uno di essi, fu lettore di Fisica 
nel Pisano Ateneo e lasciò discendenza mancata nel se- 
colo decorso in Fra Pellegrino dell'ordine dei Servi di 
Maria, ed in Cosimo suo fratello Pievano di S. Maria 
Novella in Chianti morto il 18 Maggio 1779. Michelangelo 
fratello di Galileo si stabilì in Lituania ove lasciò dei 
figli, dei quali ignoro se tuttora esista la discendenza. 

Arme Galilei è la scala rossa a tre gradi ritta nel 
campo dorato. 

(12) Bartolo di Cino Benvenuti col suo testamento del 1361 
ordinò l' edificazione del Monastero di S. Giuliano per 
le Domenicane. Fu soppresso circa il fine dei secolo 
decorso ed ora tutto è ridotto a private abitazioni. 

Sei famiglie Benvenuti contraddistinte dall'arme e 
e dal quartiere goderono onorificenze durante il regime 
repubblicano. 

La famiglia di Bartolo ascritta al Quartier S. Maria 
Novella Gonfalone Unicorno, e detta per distinguersi 
dalle altre Benvenuti di Cino, è originaria di Calenzano 
e forse consorte dei Ginori. Tra il 1346 ed il 1482 
dette sei Priori al Comune e cessò sotto questo cognome 
di figurare circa il fine del secolo XV. Bernardo di Cino 
di Bartolo Benvenuti per privilegio di Carlo V il savio 



— 1220 — ' 

Ke di Francia ottenne nuovo stemma ed il cognome dei 
Nobili nel 1379, e della sua discendenza conosciuta 
sotto questo secondo casato terrò in altra nota parola. 

Arme di questi Benvenuti furono due spade d'ar- 
gento coli' elsa dorala incrociale alla schisa nel campo 
turchino. 

Pari ebbero a questi l'arme perchè forse provenuti 
dalla istessa famiglia i Benvenuti dal Quartier S. Gio- 
vanni che ottennero quattro volte il Priorato tra il 1384 
ed il 1509 e che mancarono in Francesco di Giovanba- 
tista di Francesco morto circa il 1600. 

Altri Benvenuti del Quartiere di S. M. Novella 
Gonf. Leon Rosso, detti più in antico Donati, tennero 
per stemma una gran croce turchina nel campo dorato 
e sono distinti da sei Priori che da essi tolse il Comune 
tra il 1438 ed il 1481. Si estinsero il 14 Novembre 
1605 per morte del Canonico Francesco di Bartolommeo 
di Francesco. 

I Benvenuti del sesto di S. Pancrazio, poi del quar- 
tiere S. Maria Novella Gonf. Leon Rosso, detti per 
distinguersi dagli altri Benvenuti di Puccio , sono origi- 
nar) di Sommaja castello in Val di Marina ed antichis- 
simi nella città, poiché Ricordano Malespini ci rammenta 
che ebbero le loro case per la via di Mercato Vecchio 
per andare a S. Pancrazio a lato dei Vecchietti. Puccio 
e Cambio di Benvenuto si trovarono alla battaglia del- 
l' Arbia nel 1260. Il medesimo Puccio aprì la serie dei 
quindici Priori che tra il 1296 ed il 1320 dette questa 
casa alla Repubblica. Lippo suo tiglio fu Gonfaloniere 
di Giustizia nel 1318 e Vanui fu per sette volte Priore 
e ambasciatore a Fucecchio per trattar pace coi Ghibel- 
lini e fuorusciti Fiorentini nel 1307. In Firenze man- 
carono questi Benvenuti circa la metà del secolo XV, 
ma alcuni di questo cognome che esistono a Crema in- 
signiti del titolo di Conti asseriscono di provenire da 
Corrado di Benvenuto che là si portò in qualità di Ca- 



— 1221 — 

pitano del popolo nel 1296. Arme di questi Benvenuti 
è un campo azzurro orizzontalmente semipartito, avente 
al di sotto tre fascie d' argento e al disopra un leone 
nascente d'oro armalo di rosso. I Benvenuti di Crema 
hanno un filare di picconi dorati posti in banda nel 
campo azzurro. 

1 Benvenuti del Sesto S. Pier Maggiore Gonfalone 
Chiavi ebbero sei volte il Priorato tra il 1314 ed il 
1339. Loro stemma fu un toro rosso rampante sopra 
una piramide di sei monti azzurri nel campo d'oro. 

Finalmente altri Benvenuti del Quartiere S. M. 
Novella, quindi di S. Croce, poiché abitarono in via 
Torcicoda presso via S. Simone nella casa che tuttora 
porta la loro arme composta di una banda dorata ca- 
ricata di tre Rondini nere ed accostata da due rose d'oro 
in campo rosso, sono originar] di Rondine nel Contado 
Pisano. Ammessi alle Magistrature ottennero quindici 
volte il Priorato e quattro il Gonfalonierato tra il 1365 
ed il 1514 e produssero uomini di una qualche distin- 
zione. Marco fu oratore al re Carlo di Napoli nel 1379 
e de'dieci di guerra nel 1400; Niccolò suo figlio andò 
ambasciatore a Bologna nel 1406 ed a Perugia nel 
1409; Lorenzo di Marco fu spedito a Bologna nel 1410 
indi a Genova ed a Città di Castello, e nel 1415 fu 
destinato a soprintendere allo studio Fiorentino. Ma- 
riolto di Lorenzo dovè portarsi in qualità di Ambascia- 
tore a Faenza nel 1435, e nel 1440 a Venezia. Man- 
carono questi Benvenuti nei due fratelli Lorenzo ed An- 
drea di Ottavio morto il primo il 4 Luglio 1787, e 
l'altro circa il 1790 coprendo la carica di Priore della 
Chiesa dei SS. Apostoli. 

(13) Giuliano Bugiardini , nacque ed abitò nel subborgo 
fuori di porta a Faenza della città di Firenze, e vi di- 
morò fino al 1529, quando i Borghi furono atterrati. 
Imparò la pittura dall' Albertinelli, e fu molto stimato 



— 1222 — 

da Michelangiolo con il quale studiò nel giardino di 
S. Marco, e supplì a Domenico Ghirlandajo, morto 
quando dipingeva la Cappella Maggiore di S. Maria No- 
vella. Lavorò per i Rucellai in detta Chiesa: poi nel 
convento di S. Gallo, ed è celebre il suo quadro di S. 
Caterina Martire, per causa della fatica usata nel fare 
le ruote e la saetta che doveva incendiarle, quadro nel 
quale fu ajutato dal Tribolo e dal Buonarroti. Morì di 
75 anni nel 1556 e fu seppellito in S. Marco di Firenze. 

Compagno di Bugiardini vecchio fu Maso Manzdoli 
detto di S. Friano, perchè abitava vicino a questa Chiesa. 
Fu pittore del quale poche cose rimangono perchè morì 
di trentanove anni nel 1556. Forse egli apparteneva alla 
famiglia Manzuoli discesa da Pontormo e che portò per 
arme un bove nero rampante nel campo d' oro. Pietro 
detto Manzuolo di Borgo fu per nove volte Priore tra 
il 1282 ed il 1307. Fu illustrata la famiglia dal B. 
Luca dell'Ordine degli Umiliati e quindi Vescovo di 
Fiesole elevato alla porpora cardinalizia nel 1408. Morì 
nel 1411 e fu sepolto in Ognissanti. 

Jacopo Carucci dal luogo di nascita detto il Pon- 
tormo fu uomo d'ingegno rarissimo e fino dalle prime 
sue opere ammirato da Raffaello e da Michelangelo. Sco- 
lare di Leonardo da Vinci, per poche lezioni fu seguace 
di Albertinelli, e si perfezionò sotto Andrea del Sarto. 
La Visitazione da lui dipinta nel Chiostro minore dei 
Serviti accanto alle pitture di Andrea del Sarto dimo- 
stra che lo scolare fu rivale molto temibile al maestro. 
Morì di sessanlatre anni nel 1558 e fu sepolto nel Chio- 
stro dei Serviti sotto la sua pittura della Visitazione. 

La sua famiglia usò per arme una Ghirlanda di 
fiori al naturale nel campo d'argento e dette alla Re- 
pubblica quattro Priori tra il 1385 e il 1423. 

(14) Niccolò di Francesco di Gialdo Falcucci fu medico e 
filosofo famosissimo del secolo XIV, essendo morto di 



— 1223 — 

120 anni nel 1412. In olio gran volumi descrisse la 
pratica della medicina, opera allora in gran credito, ma 
ora non per altro interessante che per far conoscere il 
divario dagli antichi agli attuali metodi curativi. Egli 
appartenne ad antica famiglia di questo cognome origi- 
naria del Mugello, e dal Borgo S. Lorenzo passata a 
Firenze. Antonio suo nipote fu pure medico di molto 
nome e lesse medicina teorica nella Pisana Università. 
La discendenza di Niccolò Falcucci esiste tuttora ed usa 
l'arme di un campo d'oro ripieno di onde turchine. 

Altri Falcucci, detti di Paliano, da questi forse 
diversi furono ascritti all'arte dei beccaj e dettero sette 
Priori tra il 1343 ed il 1381. Usarono lo stemma simile 
a quello degli altri Falcucci. 

(15) Come già notai, né Federigo era zio di Manetta e nep- 
pure Pierfrancesco era suo padre, mentre invece le 
erano ambidue fratelli. È falso che morissero di con- 
tagio nel 1528 poiché Federigo morì senatore il 4 Otto- 
bre 1572, e Pierfrancesco console di mare a Pisa il 22 
Settembre 1544. 

(16) Non stimo inutile il correggere la genealogìa dei Baindini 
e dei Baroncelli data dall'autore nel suo Romanzo, 
poiché è tutta erronea. La famiglia trae l' origine da 
Baroncello antico castello che dominava , posto circa a 
tre miglia da questa città. Venuta a Firenze nel secolo 
XII occupò colle sue case gran parte della via Vacche- 
reccia estendendosi fino a dove ora è il Palazzo Vecchio. 
Vi ebbero loggia e torre che si disse del Panchese, e 
gran parte delle loro case fu atterrata per costruire la 
loggia della Signorìa, ed il loro palazzo fu distrutto da 
Cosimo I quando eresse il fabbricato degli Uffizj. Il 
primo che si trovi nominato di questa casa è Buonri- 
covero di Folco di Bene che fu Priore nel 1287. Fra- 
tello di Buonricovero fu Bencivenni da cui nacque Ban- 



_ 1224 — 

dino, stipite dei Bandii! i dei quali prima ragioneremo, 
passando in seguito a tenere brevi parole dei Baroncclli. 
Da Bandino nacquero Matteo, Vanni che fu Priore nel 
1320, 1333 e 1336 e Piero che ottenne il Gonfalonie- 
rato nel 1328. Fu in seguito Priore nel 1351 e morì 
nel 1356 lasciando superstiti i figli Francesco e Giovanni. 
La discendenza di Francesco presto mancò, e Giovanni, 
che fu Priore nel 1369 e Gonfaloniere nel 1385, lasciò 
alla sua morte molli figli che non occorre nominare 
dall'eccezione di Sandro e di Piero dai quali provengono 
due linee di questa casa. Sandro fu Priore nel 1418 
ed ebbe posterità mancata poc' oltre la metà del secolo 
XVI. Piero fu Priore nel 1410 e Gonfaloniere nel 1420 
e da Bice Albizzi generò varj figli dei quali ninno ebbe 
discendenza al di là di Giovanni e di Guasparri. Gio- 
vanni commerciò in Napoli ove sotto Ferdinando I fu 
eletto Presidente della Sommaria. Morì di 62 anni nel 
1466 ed ebbe molti figli, de' quali sono molto noti Fran- 
cesco e Bernardo, poiché il primo, ch'era Ecclesiastico, 
fu dottissimo ed uno dei restitutori della Platonica Filo- 
sofia, e Bernardo resosi complice nella congiura dei Pazzi 
perì poi sopra un patibolo come vien narrato nell'antece- 
dente Capitolo. Guasparri di Piero soffrì molli rovesci nel 
commercio che lo trassero a fallire ed è perciò che visse 
alieno dai pubblici affari. Ebbe in moglie Oretta Gianfi- 
gliazzi che gli partorì Pierantonio che di 54 anni morì nel 
1499. Passò parte della sua vita in Bruges come ministro 
del banco dei Pazzi, ma alla catastrofe che trasse in rovina 
quella famiglia fu bruscamente licenziato. Peraltro Loren- 
zo il Maguifico riconoscendolo onesto lo incaricò dei pro- 
pri affari, sdegnando di chiamarlo Bandini e sempre però 
chiamandolo Baroncclli per non rammentare il cogno- 
me dell'uccisore del suo fratello. Entrato in grazia di 
Maria Duchessa di Borgogna e Contessa di Fiandra fu 
eletto suo Cameriere e quindi nel 1482 deputato da 
Francesco Duca di Brettagna suo procuratore in Nantes 



— 1225 — 

per trattare una lega con varj porti di Fiandra. Tornalo 
in patria dopo la cacciata dei Medici fu mandato Com- 
missario in campo contro i Pisani nel 1499 ed amma- 
latosi por disagio ne morì. Maria Bonciani lo fece padre 
di Francesco e di Giovanni, nome fatale di cui spesso 
troverassi fatta menzione nel progresso di questo rac- 
conto. Francesco al contrario di suo fratello si mostrò 
nemico ai Medici fino dai primi moti del 1527, e 
nell'anno seguente fu deputato Ambasciatore al Duca 
Ercole d'Este per felicitarlo nelle sue nozze. Nel 1529 
all'avvicinarsi delle armate assedianti abbandonò la pa- 
tria e fuggì a Lucca, sdegnato che si fosse condannato 
alla morte Carlo Cocchi che di lieve fallo accusato e 
già in salvo quando gli pervenne la citazione, era tornato 
a Firenze sulla fede del Bandini che non gli sarebbe 
stato torto un capello. Forse la sua assenza dalla città 
durante l'assedio fu il motivo per il quale dopo la rifor- 
ma del governo venne nel 1532 incluso nel consiglio dei 
Dugenlo. Ma poco durò nel servizio dei Medici, poiché 
nel 1536 era tra i fuorusciti. Dopo la disfatta di Monte- 
murlo passò a Roma ove nel commercio ebbe talmente 
propizia la sorte che alla sua morte nel 1562 lasciò 
ricchissimi i figli che avea procreato da Ginevra Salviati 
sua moglie. Furono tra questi Alamanno che non lasciò 
discendenza, Alessandro Cav. di Malta e Commendatore 
di S. Jacopo in Campo Corbolini e Pierantonio che nato 
nel 1524 visse sempre in Roma ove godè delle primarie 
cariche della città e vi acquistò il Marchesato d'Antro- 
doco. Sposò Cassandra di Bartolommeo Cavalcanti che 
lo fece padre di molti figli, cioè di Giulio cavaliere di 
Malta e Maresciallo di Campo di Enrico IV: di Fran- 
cesco Prelato di molta espettativa morto giovane nel 1579: 
di Orazio Colonnello d'Infanteria al servizio di Francia 
ucciso all'assedio di Narbona nel 1595: di Ottavio che 
fu Cardinale e ultimo della famiglia morì il primo Agosto 
1629: di Mario Gentiluomo di Camera di Enrico IV: 
t iv. n 



— 1286 — 

e finalmente del Marchese Giovanni eletto senatore nel 
1622 e morto il 29 Aprile 1624. Eredi di questa casa 
furono le sue Cglie Alessandra e Cassandra, maritata 
la prima al Marchese Paolo del Bufalo e l'altra al Mar- 
chese Niccolò Giugni. Una famiglia Bandini stabilita a 
Parigi, nella quale Cgura il Marchese Giuseppe Genti- 
luomo favorito di Luigi XVI decapitato nel 1789, as- 
serisce di provenire da Mario di Pierantonio ma non 
so se sia in grado di giustificare 1' asserto, o se la di- 
scendenza sia da figlio legittimo. 

I Baroucelli molto diramati si dipartono dai fra- 
telli di Bencivenni, lo stipite dei Bandini. Figura molto 
tra gli uomini segnalati di questa casa M. Salvestro 
di Manetto cavaliere, che nel 1327 tenne a battesimo 
un figlio del Re di Baviera mentre passava per Firenze 
avviato per Roma ove dovea cingere la corona di Re 
dei Romani. Fu quindi mandato Ambasciatore a Venezia 
per conchiudere una lega nel 1337, e nel 1341 fu uno 
dei sindaci eletti per trattare 1' acquisto di Lucca. Es- 
sendo fallito nel 1345 e restato debitore di non lievi 
somme all' Inquisitore fu da questi fatto carcerare 
mentre usciva dal palazzo della Signorìa. I Priori lo 
fecero immediatamente porre in libertà, ed ai ministri 
del Santo Uffizio che aveano osato di manometterlo fu 
ordinato che fossero tagliate le mani. Giovanni di Ba- 
roncello fu confinato dopo l'assedio e non avendo os- 
servato il confine fu nel 1534 dichiarato ribelle. I Ba- 
roncelli si eslinsero in Firenze il 22 Agosto 1649 nel 
Cav. Tommaso di Cosimo the fu maggiordomo di Don 
Giovanni dei Medici di cui descrisse la vita. Ma un 
ramo proveniente da Mico Baroncelli che segnò la pace 
del Cardinale Latino nel 1280, passò in Francia nel secolo 
XV, ove Francesco di Carlo acquistò la Signorìa di 
.lavori nel 1495, cui Bartolommeo suo nipote aggiunse 
Critlon nel 1602. Queste Signorìe furono circa il fine 
del scmln XVII errile in Marchesato a favore di Giorgio 



— Ì22T — 

Giuseppe di Paolo Bartolommeo, la di cui discendenza 
esisteva tuttora in Avignone alla fine del secolo de- 
corso. 

I Bandini ed i Baroncelli ebbero eguale lo stemma 
composto di tre bande rosse nel campo d' argento. 

Oltre ai Bandini dei quali ho sopra parlato ve ne 
fu in Firenze altra famiglia che abitò Oltrarno ed usò 
l'arme di una fascia rossa nel campo d' argento. Ap- 
partiene a questa casa Bandino di Piero che fu uno dei 
Capitani alla battaglia di Montaperti nel 1260. Bartolo 
suo figlio fu Gonfaloniere nel 1304, Priore nel 1308, 
1318, 20, 22 e 25. Da lui nasceva Bandino che la 
medesima dignità ottenne nel 1345. È pure di questa 
famiglia quel Domenico di Donato Bandini che nel 1360 
irritato dall'essere stato ammonito si fece capo di una 
congiura per consegnare la città in mano ai Visconti. 
Ma la congiura fu scoperta, e Domenico pagò sul patibolo 
la pena del tradimento. Questi Bandini non sembra che 
oltrepassassero il secolo XIV. 

(17) I Bonciani secondo il Landino devono la loro origine 
ad un Barone Francese di nome Guido venuto in Ita- 
lia con Carlo Magno. La lontananza dei tempi e l'as- 
soluta mancanza di documenti non ci permette di potere 
assicurare se egli asserisca la verità, ma certamente sono 
antichissimi in Firenze ov' ebbero le abitazioni e le torri 
tra Terma ed il Borgo SS. Apostoli. Ammessi alle Ma- 
gistrature nel 1286, conseguirono il priorato trentasei 
volte ed undici il Gonfalonierato da quell'epoca al 1514. 
M. Guido di Carlo fu mandato oratore a Faenza nel 1435; 
M. Luigi di Simone lesse con gran fama le istituzioni 
Civili nello studio Fiorentino nel 1498; Gaspero fu 
accettissimo alla Regina Giovanna II di Napoli che lo 
ammise nel suo consiglio e gli dette le Signorìe di Ascoli, 
S. Agata, Lecceto e di altri luoghi nel Regno Napoletano. 
Giovanbatista fu molto in favore presso Leone X, che 



— 122S — 

lo elesse Vescovo di Caserta, e non meno presso Cle- 
mente VII cui in qualità di Datario servì fino alla sua 
morte nel 1532. M. Luigi Bonciani fu ammesso in Spa- 
gna nel consiglio di Carlo V e tentò invano d'ispirare 
nell' animo di quel monarca miti sensi a favore dei Fio- 
rentini, quando udì che si disponeva ad assediare la 
città. Filippo di Girolamo difese Firenze durante l'as- 
sedio, e dal Duca Alessandro fu fatto processare nel 
1534 e condannare in fiorini 1400 per essergli state 
trovate dell'armi nelle cantine, forse gettatevi per ma- 
levolenza del Duca. Unitosi ai fuorusciti ebbe bando di 
ribelle e confisca. Luigi di Alessandro fu condannato a 
morte da Cosimo I nel 1558 perchè tentò d'introdurre 
in città una corazza!... Francesco di Paolo da Arcidia- 
cono Fiorentino fu eletto Arcivescovo Pisano nel 1613 
e mandato Ambasciatore in Francia nel 1616. Morì 
nel 1619. Questa casa mancò in Paolo di Neri di Lo- 
renzo che morì il 29 Settembre 1667. Arme Bonciani 
fu il campo orizzontalmente semipartito, aureo al di 
sopra e rosso al di sotto con tre doghe d'argento va- 
jate d' azzurro. 

(18) Variamente e stato discorso dagli Antiquarj sulla origine 
della famiglia dei Pazzi. Secondo alcuni discende da 
antica casa consolare Romana della quale sono state 
trovate nei varj scavi fatti nella città alcune iscrizioni 
sepolcrali , e che si sa avere avuti in Firenze molti 
possessi tra i quali alcuni campi nel luogo ove fu aperta 
la via di Capaccio, cioè dei campi di Paccio. Mancano 
i documenti per giustificare quest'asserto, come pure 
mancano a coloro che gli han detti originarj di Fiesole, 
non mi parendo sufficiente ragione per asserirlo l'avere 
i Pazzi avuto anticamente per arme delle lune, che è 
l' arme di quella città. La loro consorterìa coi Pazzi 
potenti Baroni del Valdarno è pure gratuita asserzione, 
poiché è ormai fuori d'ogni questione esser questi già 



— 1229 — 

sì potenti feudatarj tanto infesti a Firenze un ramo dei 
famosi Donati. Il primo dei Pazzi che sia noto nelle 
storie Fiorentine è Pazzo di Ranieri, intorno a cui si 
raggira nota popolare tradizione che non posso omettere 
di prendere in esame. Secondo la popolar voce Pazzo 
prese la Croce nel 1088 e partì per la Palestina gui- 
dando 2500 Toscani. Divise coi Crociati le fatiche tutte 
di quelle guerre e dopo inaudite prove di valore piantò 
il primo sulle mure di Gerusalmme il vessillo Cristiano. 
Fu per questo che da Goffredo de Bouillon capo supremo 
di questa impresa ebbe in dono alcuni pezzetti della 
pietra di cui componesi il sepolcro del Redentore ed il 
privilegio di portare l'arme medesima di Goffredo. Que- 
sta è la tradizione. II fatto dell'arme certamente è falso, 
perchè l'arme attuale dei Pazzi non è quella della casa 
de Bouillon, mentre indubitatamente fu ad essi con- 
cessa dai Duchi di Bar nel 1388. In quanto all'altro 
fatto mi conviene fare osservare che è molto in disputa 
presso gli eruditi e gli storici delle Crociate se gl'Ita- 
liani arrivassero assai in tempo per trovarsi alla occu- 
pazione di Gerusalemme, bensì è certo che nell'anno 
seguente i Toscani si distinsero nella guerra contro il 
soldano d'Egitto e che un Bonaguisi salì primiero sulle 
mura della città di Damiata. Perciò, a mio avviso, fu 
confuso l'uno coli' altro fatto e il merito dell'impresa 
del Bonaguisi fu tutto rifuso sul condottiero delle sue 
schiere, cui attribuita fu perciò la vittoria. Ogni anno 
a spese della famiglia dei Pazzi sulla piazza del Duomo , 
e quindi al quadrivio che da essi prende nome, si suole 
incendiare un carro pieno di fuochi artificiali all' intuo- 
narsi del Gloria alla messa del Sabato Santo. Anco que- 
st'uso si riporta dal popolo all'impresa suddetta, e di- 
cesi esser questo carro fatto a similitudine di quelli sul 
quale Pazzo trionfante percorse le vie di Firenze. Anco 
su ciò gravi questioni tra gli eruditi, mosse dalle parole 
del Villani che dice essere ai Pazzi derivata la dignità 



— 1230 — 

della gran faccllina per uno loro antico di nome Pazzo, 
forte e grande della persona che portava maggior facel- 
lina che nuli' altro, ed il primo era che prendesse il 
fuoco santo e gli altri da lui. Dura tuttora l'uso in Le- 
vante che il Patriarca nel Sabato Santo tratto il fuoco 
dal sepolcro di Cristo ed accesone un cero lo porge al 
popolo , che ansioso fa a gara a chi prima può accen- 
dere la sua face a quel fuoco sacrato, dietro la super- 
stiziosa opinione, che non possa dannarsi chi prima può 
accendere la sua candela. Forse Pazzo recando a Firenze 
delle pietre del S. Sepolcro, volle introdurre l'uso da 
lui appreso a Gerusalemme, ed a memoria di ciò volle 
che i suoi discendenti fossero i primi ad accenderne la 
propria face. Forse ancora dalla chiesa di S. Maria 
sopra Porta, ove a cura dei Capitani di parte guelfa 
esistevano le pietre sacrate, si portava con pompa il fuoco 
sacro alla cattedrale e forse pure alle case dei Pazzi, 
né sarei lungi dall'opinare che essendosi introdotto il 
costume di recarlo sopra un carro, venendosi questo a 
poco a poco ad ornare sia degenerato nell'uso attuale, 
dall' esservi stati aggiunti dei fuochi di artifizio in segno 
di letizia per il risorto Redentore, ad imitazione di 
molte città Italiane ove in tal giorno è costume di 
ardere dei fuochi di gioja. Così a mio parere sarebbe 
la tradizione conciliata coli' asserzione del nostro mag- 
giore Cronista Villani. Nel 1478 furono i Pazzi privati 
di questo diritto onorifico, che poterono ottenere nuova- 
mente venti anni dipoi. 

Ora torno alla storia dei Pazzi dei quali alquanto 
mi distenderò a trattare siccome fu fatto delle altre 
primarie famiglie di questa città. Da Pazzo il Crociato 
ebbe i natali Ildebrando che per privilegio Imperiale 
rogava sul principio del secolo XI. Pazzo e Cherico suoi 
figli sono nominati in un atto del 1165. Pazzo generò 
Ranieri, Uguccione e Stiatta autori delle tre principali 
diramazioni della famiglia. 



— 1231 — 

Ranieri sedò nel Consiglio del Comune nel 1201 e 
per mezzo di Uguccione fu avo di Pazzo, di Litifredi, 
di Giachinotto e di Cherico e di Uguccione. Pazzo Cav. 
a spron d'oro fu dei capi principali di parte guelfa e 
nel 1278 segnò la pace coi Donati, indi quella coi Ghi- 
bellini del 1280. Litifredi fu padre di Lapo da cui 
nacque Bindo che ebbe molta parte nella congiura dei 
Magnati nel 1340, per la quale fu condannato all'esilio 
e Bartolommeo che generò Beltramo che si rese bene- 
merito della patria conspirando contro il Duca d'Atene 
nel 1343, ma che nel 1360 fu condannato nel capo co- 
me complice di una congiura per dare Firenze in mano 
ai Visconti. Dolce altro figlio di Litifredi ottenne il Prio- 
rato nel 1291 e procreò Jacopo perito alla battaglia di 
Montecatini nel 1315. M. Giachinotto di Uguccione di- 
fese Firenze contro Arrigo VII nel 1312, e M. Cherico 
suo fratello fu uno dei Capitani Fiorentini alla espu- 
gnazione di Poggibonsi nel 1270. Da lui provenne un 
ramo detto talvolta degli Accorri dal nome di uno di 
questa diramazione, ramo che terminò in Piero di Mat- 
teo morto nel 1600. Da Uguccione nacque Ghiuozzo i 
di cui nipoti si chiamarono Ghinozzi per essere fatti di 
popolo nel 1393. Appartenne a questo ramo Luigi di 
Giovanfrancesco che fu Priore nel 1528 e nel 1530, e 
che sempre nei consigli mostrò calore per la difesa della 
libertà durante l' assedio. Per la capitolazione fu uno 
dei 64 ostaggi dalla Repubblica dati agl'Imperiali per 
l'osservanza dei patti. Alfonso suo figlio fu poeta faceto 
e molte poesìe pubblicò sotto il nome Accademico del- 
l'Etrusco. Fu nemico del Varchi non per malevolenza 
ma per la sua inquieta e bizzarra natura della quale 
molti tratti possono leggersi nella vita che ce ne ha 
data il Manni nelle veglie piacevoli. Ebbe figli dai quali 
fu protratta la linea fino al 1700, nel qual anno rimase 
estinta il 6 Aprile per morte di Luigi di Cosimo. 



— 1232 — 

Uguccione di M. Pazzo fu avo di Iacopo detto Nacca 
cavaliere a spron d'oro e signore di Monteminiano. Costui 
portò lo stendardo dei Guelfi alla battaglia di Monta- 
pcrti nel 1260. Bocca degli Abati che gli stava a lato 
con nero tradimento gli recise con un fendente la mano 
colla quale teneva la bandiera. Iacopo con coraggio 
spartano strinse con il moncherino al petto l'insegna, 
né la lasciò finché non cadde esanime per le ferite. 
M. Pazzino sua prole , dopo aver segnato la pace del 
1280, si eresse con Corso Donali in principe della fazione 
dei Neri al suscitarsi di queste parti in Firenze. Man- 
dato momentaneamente in esilio, tornò poco dopo alla 
patria più potente di prima, e nel 1304 si fece capo 
della fazione dei Neri che si oppose alla prepotenza di 
Corso Donati e che di nuovo fece correre di sangue 
cittadino le vie. Nel 1308 fu tra coloro che si armarono 
contro Corso Donati che fu ucciso. Da quell'epoca alla 
sua morte fu talmente preponderante nei comizj della 
sua patria che venne riguardato come principe della città. 
Ma nel 1311 essendo alla caccia del falcone sul greto 
d'Arno fu ucciso da Paniera Cavalcanti in vendetta della 
morte per opera di Pazzino data a Masino suo fratello. 
Recato il suo cadavere a Firenze risvegliò l'ira del po- 
polo che corse infurialo alle case dei Cavalcanti e le 
distrusse. Ebbe a spese del pubblico magnifici i funerali 
e quattro di sua famiglia furono sulla sua bara armati 
cavalieri a spron d'oro. Molti figli ebbe Pazzino da 
Monaca di M. Ciampi Della Tosa, tra i quali Berlo, 
Neri, Francesco e Cherico. Berto armato cavaliere alla 
morte del padre fu mandato con 500 soldati in ajulo 
del Re Roberto di Napoli nel 1312 e morì per viaggio, 
avendosi nelle sue poche imprese da lui condotte acqui- 
stato nome di valoroso. Neri dopo essersi visto da Ca- 
struccio distrutta l'avita fortezza di Palugiano, si trovò 
da lui rinchiuso nel forte di Montemurlo che contro le 



— 1233 — 

sue armate per qualche tempo valorosamente difese, 
benché dovesse poi cedere alla superiorità delle sue forze. 
Francesco che pure fu armato cavaliere sulla bara del 
genitore difese la patria contro Arrigo VII nel 1312 e 
fu feditore alla battaglia di Montecatini nel 1315 ed a 
quella di Altopascio nel 1325. Nel 1330 si distinse tra 
i Capitani Fiorentini all'assedio di Montecatini e dieci 
anni dipoi fu Commissario della milizia che fu mandato 
a Lucca per impedire a Mastino della Scala Signor di 
Verona di muovere ai danni dei Fiorentini. Sostenne 
ancora per il Comune parecchie Ambascerìe, e da molte 
città Italiane fu chiamato per Potestà. Iacopo, Paz- 
zino, Gerì e Diego tutti cavalieri furono non meno del 
Padre distinti soldati. Da Geri che nel 1364 fu Capitano 
di guerra a Todi derivò un ramo che si estinse al prin- 
cipio del secolo XV. Cherico di M. Pazzino fu Potestà di 
Montecatini nel 1338 ed una delle vittime della pesti- 
lenza del 1348. Da lui proveniva Geri nato nel 1420 
e morto nel 1466 che da Oretta Altoviti ottenne An- 
tonio e Poldo. Antonio parziale ai Medici ai tempi di 
questo racconto, fece parte della balìa che riformò lo 
stato dopo la caduta della Repubblica. Alamanno suo 
figlio cominciò ad immischiarsi nelle brighe civili per 
la istituzione della milizia cittadina nel 1527. Aderì 
durante l'assedio alle parti degli Ottimali, e mostrò 
molto calore per la difesa del Capponi quando per ca- 
bale dei libertini fu accusato di tradimento verso la 
patria. Fu perciò anco Alamanno maleviso ai libertini che 
tentarono più volte di perderlo. Peraltro difese da primo 
con calore la patria e molto si distinse in una sortita 
fatta di notte sotto la direzione di Stefano Colonna. Ma 
dopo la battaglia di Gavinana vedendo che la città non 
potea più resistere si fece capo di coloro che sprezzato 
il reiterato giuramento di morire per la libertà della 
patria convennero armati sulla piazza di S. Spirito e 

T. IV. io 



— 1234 — 

scesero ad indegne violenze per costringere la Signorìa 
a patteggiare coi nemici. Spenta la Repubblica salì in 
molto favore presso il Duca Alessandro, e fu tra i più 
ardenti sostenitori della elezione di Cosimo I nel 1537. 
Eletto nell'anno stesso Commissario delle bande Ducali, 
ottenne ancora la dignità senatoria nel 1566 e morì 
nel 1573. Poldo di Geri fu tra i difensori di Firenze 
nell'agone della sua libertà, cui non minore affetto mo- 
strarono Lorenzo, Piero e Geri suoi figli. Lorenzo gio- 
vane di gran cuore fu allevato alle scuole di Giovanni 
de' Medici tra le famose bande nere e di gran giova- 
mento sarebbe stato alla patria, se nel 1528 non fosse 
stato ucciso per vendetta di Giuliano Strozzi. Piero fu 
uno dei Capitani delle milizie e perde la vita in una 
sortita contro i nemici. Il Duca Alessandro credè avvi- 
lirlo, quando giunto al Principato dannò all' infamia la 
di lui memoria, infamia che ricadde invece sulla testa 
del vile che condannava un valoroso perito snl campo 
dell'onore colle armi alla mano in difesa di una patria 
che si volse contro ogni dritto ridurre in catene. Geri 
dopo l' assedio sdegnò servire al potere dei Medici e 
preferì di vivere ignorato. Da Cammillo suo figlio nacquero 
Lucrezia e Geri. Lucrezia si rese monaca Carmelitana 
in S. Frediano e nel vestire le divise monastiche cangiò 
il suo nome in quello di M. Maddalena. Fu in religione 
modello di ogni virtù, a tale che essendo morta nel 
1607, fu ascritta al numero dei beati solo diciannove 
anni dopo la sua morte ed a quello dei santi nel 1668. 
Da Geri suo fratello Cav. di S. Stefano discese Alamanno 
Tommaso di Girolamo nato nel 1646 celebre antiquario, 
eletto senatore nel 1712. Giovanni Girolamo suo figlio 
fu ornato di singolari virtù e di non volgare letteratura, 
fu l'istitutore dell'Accademia dei Colombarj, così detta 
dall' adunarsi nella sommità dell'antica torre dei Pazzi 
ov'ei dimorava, dicendosi dal popolo che salivano in 



— 123b — 

Colombaja. Ultimo di questo ramo morì Gio: Girolamo 
il 31 Gennaio 1743, stile comune, ed erede ne fu Te- 
resa sua figlia moglie di Giuseppe dei Rucellai. 

Sliatta di M. Pazzo è autore del ramo tuttora su- 
perstite di questa casa. Era tra i suoi discendenti M. 
Giacomino di M. Aldobrandino che segnò la pace del 
Cardinale Latino nel 1280. Da Ghinga suo figlio, posto 
al bando dell'Impero da Enrico VII nel 1312 per aver 
contro lui difeso Firenze, proviene un ramo che nel se- 
colo XV passò in Romagna. Stabilitosi in Sinigaglia, 
passò quindi a Fano ove venne meno nel 1669 per 
morte del Cav. Priore Cammillo del Cav. Matteo. Non 
sono lontano da credere che da questa diramazione de- 
rivi l'origine una famiglia di questo cognome da non 
molto spenta a Forlì e che usa l'arme simile a quella dei 
Pazji di Firenze. Era pure tra i posteri di Stiatta Gui- 
dotto di Giano che nel 1315 alla battaglia di Montecatini 
era tra i feditori, i quali componevano un corpo di 150 
soldati scelto tra i più valorosi di tutto l'esercito che primo 
dovea venire alle mani con il nemico. Guglielmino suo 
figlio Cav. aurato fu castellano a Fucecchio nel 1363 e 
da Costanza di M. Andrea dei Bardi generò Andrea nel 
1372. Andrea sostenne molte ambascerìe per la Repub- 
blica, ma non potè ottenere Magistrature fino al 1434, 
nel qual' anno per privilegio intercedutogli da Cosimo 
Medici fu fatto di popolo. Col disegno del Brunellesco 
eresse la cappella di sua casa nel Chiostro di S. Croce, 
ed un palazzo che distrutto dai fondamenti fu poi riedi- 
ficato da Iacopo suo figlio. Fu armato cavaliere da Re- 
nato d'Anjou nel 1442 e morì poco dopo lasciando ai 
figli immense ricchezze. Caterina Salviati lo fece padre 
di molti figli tra i quali di Iacopo, di Piero e di Antonio. 
Iacopo fu tanto accetto al popolo Fiorentino che essendo 
Gonfaloniere nel 1468 fu per decreto pubblico solenne- 
mente decorato del cingolo militare. Sostenne molte ed 
importanti missioni, e per due volte dovè portarsi a 



— 1236 — 

Vienna alla corte Imperiale. L'aura popolare gli venne 
meno per la congiura dei suoi nipoti contro i Medici, 
poiché dopo avere inutilmente tentato di sollevare il po- 
polo dopo l'esecuzione della congiura, fuggì, ed arrestato 
nel traversare l'Appennino fu condotto a Firenze ed ap- 
piccato, quindi sepolto in S. Croce nell'avello dei suoi 
maggiori. Le continue pioggie che dopo quel tempo af- 
flissero la campagna furono dalla superstiziosa popola- 
zione attribuite al sacrilegio di aver seppellito in luogo 
sacro un uomo la di cui anima credevasi perduta per le 
orrende bestemmie che in collera o giocando era solito 
di proferire, e i magistrati per quietare la tumultuante 
plebe fecero dissotterrare il cadavere che ordinarono 
riporsi lungo le mura. Ma neppur qui fu lasciato dor- 
mire in pace, poiché disseppellito dalla plebe inferocita 
fu trascinato per le vie della città, quindi appeso alla 
porta di sua casa. Fu poi gettato in Arno, ove per la 
putrefazione venuto a galla rimase per lungo tempo 
tristo spettacolo degli effetti del cambiamento di fortuna. 
Caterina sua figlia naturale si vestì monaca Francescana, 
e dopo la sua morte, accaduta nel 1490, fu venerata sugli 
altari come Beata. Piero di M. Andrea fu oratore a 
Carlo Duca di Calabria nel 1452, al re Renato d'Anjou 
nel 1457, a Pio II nel 1458, quindi nell'anno stesso al 
Re Ferdinando di Napoli per congratularsi del suo av- 
venimento al trono e condolersi della morte del genitore. 
Andato nel 1461 a presentare le congratulazioni della 
Repubblica a Luigi XI che alla morte di Carlo VII suo 
padre era asceso sul irono di Francia fu da quel Re 
armato Cavaliere, ed al suo ritorno fu ricevuto con 
pompa ed ebbe dal comune la bandiera del popolo e di 
parte guelfa. Fu Gonfaloniere nel 1462 e morì poco 
dopo. Vespasiano da Bisticci ne scrisse la vita a cura 
del benemerito Vieusseux pubblicata nell'archivio storico. 
Ebbe numerosa prole da Fiammetta di Domenico Giugni. 
Leonardo Canonico Fiorentino esiliato nel 1478 si portò 



— 1237 — 

a Roma ove trovò distinzioni alla corte del Papa. Andrea 
gettato nelle carceri delle Stinche vi languì fino al 1482. 
Tornato in favore dopo la cacciata di Piero de' Medici 
fu mandato ambasciatore a Roma a Carlo Vili nel 1495 
e Commissario generale a Forlì nel 1496 por mantenere 
i Riario fedeli al comune perchè non favorissero Piero 
de' Medici nei suoi tentativi di tornare alla patria. An- 
tonio fu eletto Vescovo di Sarno nel 1475 e di Mileto 
nel 1478, e nonostante che si trovasse alla sua sede 
all'epoca della congiura, fu condannato al confine. Ga- 
leotto e Niccolò arrestati mentre fuggivano travestiti da 
donna furono rinchiusi nel forte di Volterra. Ne uscirono 
nel 1482, e dopo la cacciata de' Medici furono molto 
considerati, avendo ambidue sostenuto varie Ambascerìe. 
Renato benché innocente fu vittima del furore popolare, 
ed i suoi figli che tutti erano in tenera età furono con- 
finati al di là delle 20 miglia dalla città. Giovanni uno 
di essi ebbe in consorte la Margherita Bandini altrove 
in questo racconto menzionata e per i suoi traviamenti 
e per la carità colla quale nell'opinione de' suoi concit- 
tadini si redense dalla mala reputazione che le aveano 
acquistato i suoi falli. Da lei provenne un ramo che nel 
Canonico Pierantonio di Andrea finì il 17 Gennajo 1693 
stile comune. Antonio di M. Andrea fu Priore nel 1443 
e 1450 e da Cosa Alessandri generò Francesco, Gio- 
vanni e Guglielmo. Francesco ricco banchiere a Roma 
ottenne a preferenza dei Medici la tesoreria Pontificia 
nel 1476. Da ciò il primo seme di malumore tra le due 
case. Si aggiunse in breve l'ingiustizia de'Medici a ca- 
rico di suo fratello cui tolsero la ricca eredità di Gio- 
vanni Borromei spogliandone Beatrice unica di lui figlia. 
Nuovo fomento agli sdegni fu l'essere stato Francesco 
con suo danno citato dagli Otto a comparire a Firenze. 
Da tutto ciò e dalla collera del Papa e del Re di Na- 
poli nacque la cospirazione narrata nell'antecedente Ca- 
pitolo. Questa perciò fu congiura di speranze e di ven- 



— 1238 — 

delta e non ebbe l'amore di patria e di libertà che a 
prelesto, poiché per Firenze non era questione che di 
cangiare di dominatore. Spenti i Medici, niente di più 
facile ai Pazzi ricchi di averi, potenti per parentadi, 
ajulati dalle armi del Papa e del Re di Napoli, con un 
esercito prossimo alla città, pronto ad introdurvisi ai 
loro cenni, niente di più facile dissi che prendere il posto 
dei Medici. Ogni nobile cagione da qualche storico, 
forse in ciò più poeta che storico, trovata nella congiura 
de' Pazzi deve a mio avviso esserne esclusa poiché una 
cospirazione che ha a principali motori l'odio, la spe- 
ranza, la vendetta e l'invidia mi pare che manchi di 
ogni nobile principio. Giovanni fratello di Francesco fu 
de' Priori nel 1472. Benché più da vicino lo riguardasse 
1' ingiustizia de' Medici a riguardo della sua casa , 
poiché Beatrice Borromei era sua moglie, pure non 
prese parte attiva nella congiura, della quale forse anco 
era ignaro. Nonostante fu arrestato nell' orto del Mona- 
stero degli Angioli ov' erasi ascoso, e tradotto nella For- 
tezza di Volterra vi morì prima che giungesse il tempo 
della sua liberazione. Andrea suo figlio fu Vescovo di 
Sarno dal 1482 al 1498 e Raffaello militò al soldo del 
Duca Valentino, quindi fu Capitano Generale dei Vene- 
ziani e della Chiesa. 

Guglielmo di Antonio fu Priore nel 1467 e benché 
avesse in moglie Bianca De' Medici sorella di Lorenzo 
il Magnifico, non fu amico di questa casa. In occasione 
della congiura si salvò dalla furia popolare ricoverandosi 
presso il cognato, ma non ostante la Signorìa decretò 
per lui e per i figli il bando al di là dalle cinque miglia 
dalla città. Tornò in patria nel 1482, ma nou fu riam- 
messo alle Magistrature fino al 1494. Tra i moltissimi 
incarichi che da quell' epoca a lui vennero affidati uno 
si fu il carico di Commissario di guerra contro i Pi- 
sani nel 1498, quindi contro il Duca Valentino nel 1501. 
Si trovava in questa carica in Arezzo quando gli Aretini 



— 1239 — 

si ribellarono a Firenze. Si racchiuse nella rocca ma fu 
dall' impeto del popolo costretto ad arrendersi. Chiuso 
in un carcere vi fu tenuto in garanzìa di coloro che 
per rappresaglia erano stati arrestati a Firenze. Fu 
messo per mediazione del Comune in libertà, ma giu- 
dicandosi il fatto come successo per sua imprudenza 
non fu da quell'epoca più considerato. Morì nel 1516 
ed in Giovan-Cosimo, in Antonio ed in Alessandro ebbe 
tre figli di rinomanza nella storia dei Fiorentini. Gio- 
van-Cosimo nato nel 1466 fu scolare del Diacceto e 
riuscì letterato di molto nome. Tradusse dal Greco le 
opere di Massimo Tirio, fatica che meritò l'onore di 
diverse edizioni. Andato in prelatura fu Governatore di 
Forlì, indi Vescovo di Oleron nel 1492, poi di Arezzo 
nel 1496. Nel 1497 andò Ambasciatore all'Imperatore 
Massimiliano, e nel 1498 a Luigi XII di Francia per 
rallegrarsi della sua assunzione al trono. Tornò al me- 
desimo Re nel 1499 per pregarlo a tornar Pisa nelle 
mani dei Fiorentini, e per lo stesso oggetto andò nel- 
1' anno stesso al Cardinal di Rohan Governatore di Mi- 
lano per interessarlo a favore dei Fiorentini. Nel 1501 
fu Ambasciatore al Duca Valentino, ed a Pio III per 
prestargli obbedienza nel 1502. Defunto questo Pontefice 
subito dopo la sua elevazione, Giovan-Cosimo rimase 
in Roma per passare lo stesso ufficio col di lui succes- 
sore che fu Giulio II. Nel 1508 fu assunto all'Arcive- 
scovato della sua patria e mostrò molto ardore per la 
difesa della Ecclesiastica immunità cui volle attentarsi 
dalla Repubblica. Nel 1512 fu spedito al Cardona, Vi- 
ceré di Napoli che barbaramente avea saccheggiato 
Prato, per trattar con lui di una lega e di rimettere i 
Medici nella città. Eletto al Papato Leone X fu eletto 
per andare a lui Ambasciatore di obbedienza, ma al- 
l' improvviso morì con grave sospetto che fosse stato 
per opera dei Medici avvelenato. Ne rimase il pubblico 
convinto dall'essere resultato dagli esami del Boscoli e 



— 1240 — 

Capponi capi di una congiura contro i Medici che l'Ar- 
civescovo era a parte del loro trattato. Così i Medici 
si tolsero dall' imbarazzo di dover procedere con rigore 
contro l'Arcivescovo che era insieme loro congiunto. 
Antonio coprì molte cariche e fu Gonfaloniere nel 1521. 
Nel 1523 andò Ambasciatore di obbedienza a Clemente 
VII, e morì di contagio nel 1528. Francesco suo figlio 
detto Ceccone fuggì a Lucca durante l' assedio. Tornò 
in Firenze dopo che Alessandro Medici fu asceso al 
Ducato, ed essendo amicissimo dei figli di Filippo Strozzi 
fu incolpato di avere con Leone Strozzi aggredito e fe- 
rito Giuliano Salviati. Soffrì perciò carcere e tortura, e 
non fu liberato che dietro ordine espresso di Papa Cle- 
mente. Fuggì allora dalla città con Piero Strozzi e fu 
dichiarato ribelle per essersi unito ai fuorusciti. Andò 
collo Strozzi in Spagna a portarvi le lagnanze dei fuo- 
rusciti contro il Duca Alessandro. Si distinse sempre 
tra le armate nemiche ai Medici e all' impresa del Borgo 
S. Sepolcro comandava la retroguardia. Dopo la disfatta 
di Montemurlo passò in Francia ove morì alla corte 
della Regina Caterina. Antonio suo figlio fu cavaliere di 
Malta, distinto poeta, e morì circa il 1600. 

Alessandro di Guglielmo nato nel 1483 fu mandato 
residente a Venezia nel 1527 e ne ritrasse biasimo per 
aver permesso che il Papa facesse metter le mani addosso 
a Baldassarre Carducci the leggeva nello studio di Padova. 
Fu richiamato perchè fu scoperto che teneva carteggio col 
Pontefice e tornato a Firenze poco vi rimase, poiché 
appena sentì vociferare che la città sarebbe stata asse- 
diala fuggì a Roma. Fu fatto ribelle nò rivide la pa- 
tria che dopo spentavi la libertà. Fu compreso nella 
balìa che ebbe incarico di riformare il governo, ma non 
ebbe tempo di risedervi, poiché la morte nell'anno 
stesso lo colse. Ma Alessandro più che alle azioni poli- 
tiche deve la sua fama alla sua letteratura, essendo 
stato uno degli uomini più dotti dei suoi tempi. Una 



— 1241 — 

sua tragedia intitolata Didone è tra le prime del Tea- 
tro Italiano. Tradusse dal Greco la Rettorica di Aristo- 
tele, quindi trasportò in Latino la Ifigenia di Sofocle, e 
poi da quella lingua nella volgare. Per avvicinarsi più 
alla poesìa dei Greci inventò un nuovo metro che pe- 
raltro non ebbe imitatori. Alessandro ebbe dai Pon- 
tefici in feudo Civitella nella Romagna Toscana, castello 
già comprato da Guglielmo suo padre. Nel 1543 lo 
possedeva Cosimo suo figlio che per ordine del Duca 
Cosimo I fu carcerato per timore che lo cedesse a 
Paolo III. Lo costrinse a cederglielo e gli die in com- 
penso il Monastero e i Beni di S. Salvatore a Fontana 
che all'istituzione dell'ordine di S. Stefano furono a 
favore dei suoi discendenti incommendati. Da Lorenzo 
figlio di Cosimo partì un ramo nel quale figurò il se- 
natore Guglielmo molto benaffetto a Ferdinando li, ramo 
che passato in Polonia vi ottenne titoli e distinzioni e 
mancò al principio del secolo XVIII. Da Francesco altro 
figlio di Cosimo proviene la linea tuttora superstite dei 
Pazzi rappresentata dal Cav. Commendatore Gaetano, 
stato Gonfaloniere di Firenze dal 1834 al 1840, e dal 
Cav. Girolamo ambidue figli del Commendatore Fran- 
cesco Alamanno nome molto caro ai Fiorentini e popo- 
lare nelle vicende che involsero la città sul confine dei 
secoli XVIII e XIX. 

Antica arme dei Pazzi fu il campo d'argento con 
sei lune, tre azzurre e tre rosse, appuntale ed attac- 
cale, 1' una d'azzurro e l'altra di rosso. Nel 1388 per 
concessione della casa di Bar presero lo stemma che usano 
attualmente, cioè in campo azzurro due delfini (che prima 
erano due barbi) addossati d'oro, accompagnali da 
quattro crocette ricrociate e fitte del medesimo. Sovrap- 
pongono allo scudo la corona murale. 

(19) I Franzesi, detti poi Della Foresta quando chiesero 
di farsi di popolo, furono una potentissima casa di ori- 
t. iv. » « 



— 1242 — 

gine Francese signora di molte castella nel Valliamo 
superiore e in Valdelsa, tra le altre di Staggia che ven- 
derono alla Repubblica Fiorentina per 18000 Fiorini 
nel 1361. Gran potenza acquistarono a questa famiglia 
tre fratelli figli di M. Guido, cioè M. Niccola, M. Al- 
bizzo e M. Muscialto tutti cavalieri e valorosi in armi. 
M. Musciatlo passato in Francia trovò grazia presso 
Filippo il Bello che lo mandò Ambasciatore a Bonifazio 
Vili per la sua esaltazione. Tornò in Italia con Carlo di 
Valois ed è nota la parte che ebbe nella morte del sullo- 
dato Pontefice. A lui la fazione dei Bianchi attribuì gran 
parte delle proprie disgrazie. Da M. Niccola suo fratello 
discendeva Napoleone di Giovanni di Niccolò che coi Pazzi 
congiurò contro i Medici, e più fortunato del Bandini 
riuscì colla fuga a salvare la vita. I suoi figli si stabili- 
rono a San Gimignano ove tuttora sussiste la casa. 
Pietro Paolo fu eletto Vescovo di Montepulciano nel 
1757 e morì nel 1799. L'arme Franzesi furono tre daghe 
azzurre in campo d'argento tagliate da una fascia d'oro. 



(20) In Firenze vi fu la Loggia dei Pazzi, oggi compresa 
con le torri uel palazzo Strozzi, chiamato volgarmente 
il Palazzo non finito per non essere stato mai condotto 
a termine. Ma altra vaghissima Loggia avevano alla loro 
villa fuori di Porta S. Gallo circa un miglio, luogo 
da quella denominato la Loggia. La villa in oggi è pos- 
seduta dalla celebre filarmonica Catelani Valabregue, e 
la Loggia è stata convertita in case d' abitazione. 



(21) I Nori sono creduti consorti dei Catlani di Diacceto e 
di Pelago, opinione nata dalla eguaglianza dello stemma 
che è il Leone rampante sul campo dimezzato di oro 
su nero e contrariante i colori dei campi. Ammessi alle 
magistrature nel 1438 ottennero da quell'epoca al 1531 



—^1243 — 

per due volte il Gonfalonierato e per cinque il Priorato. 
Francesco di Antonio di Tommaso di Benedetto che fu 
vittima della congiura dei Pazzi era stato Priore nel 
1470. Francesco-Antonio suo figlio uomo ambizioso e 
arrogante, fu non meno del padre devoto ai Medici ed 
ottenne la stessa dignità nel 1514 e 1520, e fu Gonfa- 
loniere nel 1527 e 1531. Alla istituzione del senato fu 
eletto a questa carica e nel 1534 andò Ambasciatore 
di obbedienza a Paolo III. La famiglia rimase estinta il 
30 Dicembre 1631 per morte di Francesco di Vincenzio 
primo Vescovo di S. Miniato. 

(22) I Petrucci di Firenze, diversi da quelli che dominavano 
in Siena, sono originar) di S. Michele a Lezzano in Mu- 
gello e anticamente si dissero Bandoli. Dodici Priori e 
un Gonfaloniere tra il 1425 e il 1522 distinsero questa 
famiglia. Domenico di Tano che era Priore quando 
l'Imperatore d'Oriente venne a Firenze per il Concilio 
nel 1439 fu da lui fatto Conte Palatino. Cesare suo 
figlio, per civile coraggio molto commendato dal Machia- 
velli, era Potestà in Prato nel 1470 quando vi seguì la 
sommossa suscitata da Bernardo Nardi e corse grave 
rischio della vita, pericolo cui si trovò nuovamente espo- 
sto nel 1478 per la congiura dei Pazzi coprendo ap- 
punto la carica di Gonfaloniere di giustizia. Niccolò 
suo figlio fu Oratore nella Corte Imperiale e residente 
in Roma nel 1491. Mancò questa casa nel Cav Pier 
Maria di Cesare che morì il 20 Settembre 1704 lasciando 
eredi i Della Rena. Arme di questa casa fu la croce 
rossa nel campo d' argento accantonata talvolta da due e 
talora da quattro stelle azzurre, col capo dello scudo rosso 
coli' Aquila bicipite d'oro dell'Impero Orientale. 

(23) Antonio Maffei apparteneva ad antica casa Volterrana 
celebre nelle storie di quella città, famiglia che trapian- 
tatasi a Verona vi si è non meno distinta, sia per di- 



— 1-244 — 

gnità civili, militari o ecclesiastiche, che meritata fama 
letteraria. 

Ma anco una famiglia Maffei esistè in Firenze ove 
era già nota nel secolo XIII, essendone Ruggerino di 
Maffeo intervenuto alla battaglia di Montaperli nel 1260. 
Ebbe un Gonfaloniere e cinque Priori tra il 1314 ed 
il 1342 e non sembra che si protraesse al di là del 
secolo XV. Ebbe per arme una banda d' argento nel 
campo rosso, e nella parte superiore un G gotico pa- 
rimente d'argento. 

(24) Maometto li Imperatore de' Turchi s'impossessò di Co- 
stantinopoli nel 18 Giugno 1453, e fu così grande il 
terrore della Cristianità, che Papa Niccolò V, uno dei 
più grandi e virtuosi Pontefici che succedessero a S. 
Pietro, procurò di riunire i Principi Cristiani per una 
crociata, ed ordinò che tutte le chiese di qualunque città 
al mezzogiorno suonassero le campane, invitando i Cri- 
stiani a recitare l'Ave Maria, onde la Vergine salvasse 
il resto d'Europa dall'invasione de'Turchi. Così ogni 
giorno noi sentiamo questo suono, e forse niuno pensa 
al grande e terribile avvenimento dal quale ebbe origine 
il pio costume dell' Ave Maria del Mezzogiorno. Né dis- 
simile è l'origine dell'uso dell' Ave Maria della Sera, 
perchè minacciando Selim Imperatore de'Turchi d'inva- 
dere T Europa, Leone X nel 1518 ordinò preghiere e 
digiuni in tutta la Cristianità, procurando di riunire i 
Potentati contro quel formidabile nemico. Ordinò allora 
il suono dell'Ave Maria delle ventiquattro ore per im- 
plorare da Dio il suo ajuto contro le armi del Turco. Ma 
questo costume in Firenze era stato introdotto fino dal 
1423. In quell'epoca, minacciata la Repubblica dalle 
armi potenti del Duca di Milano, ordinò che la campana 
del Consiglio suonasse alle ventiquattro ore un' Ave Ma- 
ria in tre tocchi, e l'Arcivescovo diede indulgenza di 
quaranta giorni a chiunque in quel tempo recitasse certe 



— 1245 — 

orazioni. Leone X in quella trista circostanza ricordando 
il costume della sua patria, lo generalizzò in tutta 
l'Europa. 

(25) f Nasi, secondo gli alberi compilali quando la famiglia 
era potente, derivano da Anastasio del Conte Simone di 
Guidotto Bcvisangue dei potenti Guidi del Casentino. Ma 
non ha documenti questo asserto che io credo gratuito, 
e più probabilmente loro più antico ascendente è Naso 
(o Nagio, da Anastasio) di Forteguerra che sedeva nel 
consiglio nel 1197. Ammessi alle Magistrature nel 1300 
ottennero da quell'epoca al 1521 per treutaselte volte il 
Priorato e per sette la suprema dignità di Gonfaloniere 
di giustizia. Uscirono da essi uomini segnalali tra i 
quali Bernardo di Lutozzo priore nel 1478 e 1504, Am- 
basciatore al Papa nel 1497, al Re Ferdinando di Na- 
poli nel 1480, quindi residente presso il medesimo nel 
1483, e commissario di guerra contro i Pisani nel 1494. 
Alessandro di Francesco fu de' signori nel 1500 e nel 
1496 fu spedito oratore al Pontefice, e quindi al Pie di 
Francia ove dovè nuovamente portarsi nel 1502, 1508 
e 1510, nel qual anno ottenne da Luigi XII la dignità 
di gran Ciamberlano del Regno. Guglielmo di Bernardo 
incontrò la grazia di Francesco I di Francia di cui visse 
alla corte, e fu in quel Regno signore di più Baronìe. 
Nei tempi di questo racconto figuravano tra i Nasi Bac- 
cio di Leonardo dopo l'assedio condannato all'esilio per 
aver arso la villa Medicea a Careggi, quindi famoso tra 
i fuoruscili; Giovanbatista che fu uno dei giovani depu- 
tati a incoraggire con pubbliche orazioni la milizia Fio- 
rentina alla difesa della libertà: Francesco di Alessandro 
che dopo aver dato sempre prove costanti di attacca- 
mento alla patria fu fatlo ribelle nel 1559 per aver 
preso parte alla congiura dei Pucci; e Filippo di Baccio 
che fu poi dichiarato ribelle per essere intervenuto alla 
difesa di Siena nel 1554. Anco i Medici ebbero dei par- 



— 124(5 — 

titani in questa famiglia tra i quali serva citare Lu- 
tozzo di Francesco che fu arruolo alla balìa che dopo 
la capitolazione fu creata per riformare il governo. Tre 
senatori trassero i Medici da questa casa che in Fi- 
renze mancò il 10 Gennajo 1667 per morte del sacer- 
dote Lutozzo di Lutozzo di Francesco Nasi, già senatore, 
il quale chiamò al suo nome ed alla sua eredità Anton- 
francesco di Piero Alamanni. Alcuni Nasi stabiliti a 
Marciaso ed altri dimoranti a Sarzana sotto il cognome 
della casa Favoriti di cui ereditarono, giustificarono nel 
secolo decorso di provenire da un Antonio d'Iacopo che 
bandito da Firenze nel 1464 pose dimora in Marciaso. 
Non so peraltro ove abbiano trovato l'attacco i Nasi che 
ai nostri giorni sono stati per giustizia ammessi al Pa- 
triziato Fiorenlino. Stemma di questa casa furono tre 
ruote cerchiate d'argento, e divise da una fascia pari- 
mente d'argento nel campo azzurro. Portarono per cre- 
sta al cimiero una Monaca in atto di orare col motto 
— Tante ne dirò che esaudita sarò. — 




CAPITOLO XXIV. 



4fa esercito Imperiale agli stipendj di Papa Cle- 
mente VII, condotto dal Principe Filiberto d'Oranges 
Viceré di Napoli, dopo essersi ristorato presso Aquila, 
e dopo avere conquistato Perugia, Arezzo, ed altre 
città, si tratteneva distante da Firenze, perchè, avvi- 
sato della strage che vi aveva cagionato il contagio, 
sul finire di Luglio 1529, pose parte dell'accampa- 
mento presso Figline, da dove andava manomettendo 
tutti i luoghi circonvicini; ed intanto, spandendo le 
squadre per la Toscana, sottoponeva alla dominazione 
medicea le città e le terre della Repubblica Fiorentina. 
Così Oranges metteva a profitto il tempo in cui il 
timore lo teneva lontano dalla Capitale, lusingandosi 
che la devastazione della peste gli avrebbe dato nelle 
mani Firenze senza incorrere in alcun pericolo e senza 
sguainare la spada. 

Egli aveva cercato di trar partito per se dalla 
voglia di Clemente VII di fare la guerra ai Fiorentini. 
Per questo, quando il Papa gli fece pervenire gli or- 



— 1248 — 

dini di Carlo V, il Principe finse di non dargli ascolto, 
e si portò a Roma per meglio trattare le condizioni 
dell'impresa. Bisognò che l'obbedienza fosse eccitata 
dal Papa con la promessa della mano di Caterina 
De' Medici, con lo sborso di ottantamila fiorini d'oro, 
e con la obbligazione di pagare anticipatamente mese 
per mese le spese della guerra; quale finita, egli do- 
veva aver facoltà di mettere sui Fiorentini una impo- 
sizione forzata di centocinquantamila fiorini per suo 
appannaggio. Il Papa tutto promise; ed Oranges rac- 
colto l'esercito Imperiale lo indirizzò nella Toscana 
per la via di Perugia, ricevendo da Clemente gli ot- 
tantamila fiorini, sussidiato dai denari che richiese ai 
Cardinale Lorenzo Pucci, a Jacopo Salviati e ad 
altri; Oranges giurò che tra dieci mesi egli avrebbe 
rimesso in Firenze i Medici. Così stipulossi in Roma 
li 7 Luglio 1529. 

Oranges disprezzava gl'Italiani, e specialmente i 
Fiorentini, come gente dedita alla mercatura ed ina- 
bile del tutto alle guerriere intraprese; per questo 
reputava come un gioco la conquista di Firenze, e 
nella sua mente già si figurava che i Fiorentini, al 
mostrarsi semplicemente della sua armata d'appresso 
alle loro mura, sarebbero andati ai suoi piedi in lunga 
schiera implorando la sua misericordia, come pur 
troppo furono astretti a fare i generosi Milanesi da- 
vanti a Federigo Barbarossa. 

Per questo non si curò d'accostarsi alla Città, 
finché durava il contagio, che pure colpiva di varie 
morti i suoi soldati, onde non aumentare il pericolo 
e compromettere la salute del suo esercito. 



— 1249 — 

Ma conosciuto che il contagio andava cessando, 
e pressato dalle istanze di Papa Clemente e di Baccio 
Valori Commissario del Pontefice alla direzione di 
quella guerra, mosse finalmente le sue genti alla 
metà di Ottobre 1529, e da Figline si avanzò verso 
Firenze. Quando i soldati Spagnuoli dell'esercito Im- 
periale giunsero all'Apparita, luogo elevatissimo che 
loro schierava davanti la città e la vicina campagna, 
con allegrezza infernale nella loro lingua comincia- 
rono ad insultarla esclamando: — Aparesa brocados, 
senora Florencia, que venemos à mercarlos à medida 
de pica — cioè: Signora Fiorenza apparecchia i broc- 
cati, che noi venghiamo a comprarli a misura di 
picca. — 

L'esercito accampò nella pianura di Ripoli (1), 
prendendosi alloggio dal generale nella villa di Messer 
Giovanni Bandini, situata vicino al Monastero del 
Paradiso (2) luogo prossimo alla Badìa a Ripoli, di- 
stante circa un miglio dalla città, mandando la van- 
guardia a Giramonte. 

Quivi arrivarono al campo imperiale i soccorsi 
inviati dalla Repubblica di Siena, cioè scale per ascen- 
dere le mura, cannoni da aprir muraglie, e colubri- 
ne; e fra le artiglierìe era rimarchevole il cannone 
grosso chiamato la Chimera tolto ai Fiorentini nel 
1526. I Senesi mandarono ancora molte migliaja di 
libbre di polvere e di piombo, esultando che si pro- 
curasse manomettere con quel treno di guerra l'indi- 
pendenza della rivale Repubblica Fiorentina. 

Ma i repubblicani Senesi, con dare armi e mu- 
nizioni agli eserciti esecutori delle vendette di Papa 

T. IV. I2 



— 1250 — 

Clemente, non rifletterono che così stabilivano il 
fondamento per posare la leva d'Archimede; incauti 
non compresero che i funerali della Repubblica Fio- 
rentina erano i precursori della loro schiavitù (3)! 

Le pioggie di quella stagione autunnale costrin- 
sero il Principe d'Oranges ad accostare il suo eser- 
cito alle mura di Firenze, ed anzi che preparare 
l'assedio dalla pianura di S. Salvi, come molti de' suoi 
capitani consigliavano sull'esempio dell'Imperatore 
Enrico VII (4), volle distendere il suo esercito sopra 
i colli, che da levante a ponente circondano la parte 
meridionale della città, cominciando i suoi accampa- 
menti vicino alla Porta S. Niccolò, ed estendendoli 
tino a quella di San Friano. 

All'avvicinarsi delle schiere Imperiali, si mosse 
in Firenze una confusione, un timore indescrivibile, 
unito ad una avida curiosità. La campana del Popolo 
dalla torre del Palazzo pubblico cominciò a suonare 
a martello, invitando i cittadini ad armarsi ed a cor- 
rere alle difese; a martello rispondevano le campane 
di S. Maria del Fiore con tutte le altre della città, 
il cui suono aumentava l'impressione del sovrastante 
pericolo. 

Si era mosso per le vie della città un andare, 
un venire di persone, un aprirsi, un serrarsi di porte 
e di balconi. Alcune donne consigliavano, pregavano 
i mariti a non si muovere dalle case; la maggior 
parte al contrario incoraggiva gli sposi, i figliuoli a 
difendere la patria loro. Chi stava alle finestre, chi 
scendeva per le strade, chi si arrampicava sui tetti, 
sulle torri e sopra i campanili, asili dei poltroni. 



— 1251 — 

sicura residenza dei curiosi. I più bravi accorrevano 
con archibusi, con picche, con partigianoni, con ala- 
barde, con spadoni a due mani, e si cacciavano nei 
punti della città fìssati per la raccolta delle milizie 
cittadine dette l'Ordinanza. Chi fuggiva, chi stava, 
chi piangeva, chi bestemmiava, e frattanto in tutti 
faceva terribile impressione la vista del nemico bal- 
danzoso, che con ordinanza guerriera schieravasi sulle 
colline d'Arcetri, insultando le mura della città. Ban- 
diere con aquile imperiali, bandiere con chiavi di S. 
Pietro, quali gialle, quali con Croce rossa a traverso 
sventolavano in tutti i poggi tra le folte schiere ne- 
miche (5); migliaja e migliaja di elmi, di corazze, 
di partigiane, di alabarde, e di altri arnesi guerrieri 
mandavano lampi ripercossi dal sole; l'aere d'intorno 
fremeva d'un suono discorde, terribile di trombe, di 
pifferi, di tamburi, echeggiando i colli e le campagne 
con frastuono orrendo, aumentato dal suono delle 
campane, dai pianti ed urli nella città; quali cose 
disgiunte ed unite commovevano i petti secondo la 
natura degli uomini, incitandoli a timore o a rabbia. 

Giunto il Principe d'Oranges, con i suoi capitani 
e molti Fiorentini fuorusciti raccoltisi nel suo eser- 
cito d'appresso alla casa del Barduccio sul colle che 
dominava il paese all'intorno (6), e che sovrastando 
anche al poggio di S. Miniato scuopriva agli occhi la 
vista imponente della città di Firenze, ne restò stu- 
pefatto. 

Quei palazzi, quelle torri, e soprattutto quella 
macchina vastissima del Tempio di S. Maria del Fio- 
re, fecero tanta impressione nel Principe che estatico, 



— 1252 — 

perse per alcuni istanti l'idea del suo esercito e del 
suo dovere. Commosso dalla meraviglia e da un sen- 
timento di generosità, non del tutto soffocato nel suo 
cuore, sentì inumidirsi il ciglio al pensiero che da 
lui tutto quel bello schieratogli davanti agli occhi po- 
teva essere ridotto in un monte di rovine, per vo- 
lontà di uno, che pure aveva avuto i natali e la 
grandezza dentro quelle mura! 

Filiberto di Chalons Principe d'Oranges contava 
allora ventinove anni. Di personale alto e grazioso, 
d'occhi neri pieni di fuoco, di volto regolare e palli- 
do, di pelo biondo cupo, era un bel guerriero. Per 
altro ad onta del vigore giovanile che gli scorreva 
nelle vene, un accorto osservatore avrebbe potuto 
conoscere da certe piccole tracce impresse nel suo 
viso maschile, che il vento gelato della sventura vi 
aveva soffiato più volte in mezzo alle belle giornate 
di sole e di primavera. La sua fisonomìa con ciò ren- 
duta più espressiva, congiungeva a tutti i caratteri di 
una passione repressa, i tratti pure della melanconia. 

Principe Francese, parente del Re Francesco I, 
si era ribellato alla Francia, spinto a questo passo 
da un intrigo di Corte, del quale fu vittima. Amava 
ardentemente una Damigella della Regina. Sembra che 
questa avesse delle mire sopra Filiberto, e presa da 
gelosìa fece perire di veleno l'amante di lui. Ciò pro- 
dusse tanto sdegno nella Corte, e mosse tant'ira in 
Filiberto, che cadde in disgrazia del Re. Egli non pen- 
sava che alla vendetta che gli dipinse la ribellione 
come necessaria al suo decoro, e sul principio gli fu 
così lusinghiera, che gli pareva l'istessa gloria, la 



— 1253 — 

proclamava come l'onore, e chiamandola indipenden- 
za, la vantava ancora come un dovere di giustizia. 

Passò sotto le insegne di Carlo V Imperatore, 
l'implacabile nemico del Re Francesco e della Fran- 
cia, invitato dall'esempio di Borbone suo zio. Gli fu- 
rono confiscati i beni ed il principato, deferendoli alla 
di lui madre, e le vendette unite alle vendette, le in- 
giurie unite alle ingiurie, fecero sì che Filiberto, prin- 
cipe di cuore grande e generoso, soffocò tutti i no- 
bili sentimenti, e divenne il più acerrimo nemico della 
Francia. 

Non potè giammai però soffogare un principio 
d' onore, che faceva arrossire all' idea di assaltare il 
proprio paese ad armata mano; per questo mai volle 
combattere contro la Francia, ma bensì sfogava la sua 
rabbia contro quel Regno, combattendo contro i di 
lui collegati, ed attraversandone le mire d'ingrandi- 
mento. 

Cadde prigioniero di Andrea D'Oria, quando con 
i Genovesi parteggiava per Francia, e visse rinchiuso 
nel castello di Lusignano fino alla pace di Madrid. 
Pendente la sua prigionìa sfogava la sua rabbia scri- 
vendo sulle mura del castello mille ingiurie ed impre- 
cazioni contro la Corte di Francia. Appena liberato, 
tornò sotto gli stendardi dell'Imperatore Carlo V. Sotto 
Roma successe al comando dell'esercito imperiale va- 
cante per la morte di Borbone , e costà sfogò contro 
la capitale d' Italia quell' ira, che un punto d' onore 
gì' impediva rivolgere contro la Francia. 

Nella presa di Roma fu gravemente ferito da un'ar- 
chihusata. Scampato il pericolo, venne nominato da 



— 1254 — 

Carlo V Viceré di Napoli. A lui. come tlissi . resto atti- 
llata la guerra che gì" Imperiali dovevano fare alla 
Repubblica Fiorentina per interesse ed a spese del Pon- 
tefice Romano. 

A forza di reprimere 1 rimorsi ed i moti generosi 
del suo cuore. Filiberto pervenne a formarsi una mo- 
rale, che ravvisò buona ancorché fosse cattiva, e la 
praticò con tutta la costanza: perchè secondo lui era 
l'unica che fosse ragguardevole. L'allegria e le av- 
venture erano il sentiero della sua vita, l'ambizione 
e le ricchezze erano la sua metà, la vivacità, il giuoco, 
e le follie gli servivano di scorta. 

Ma all' epoca che Filiberto si preparava all' as- 
sedio di Firenze, gli passava per la mente un progetto, 
che nientemeno tendeva alla dominazione dell' Italia 
intera. 

In lui lo aveva insinuato il Conte Rosso da Be- 
vignano 7 . quando gli dette in mano Arezzo abban- 
donata non senza gravi sospetti da Anton-Francesco 
Albizzi Commissario della Repubblica Fiorentina. Oran- 
£es già comandava ad una uran parte d' Italia come 
Viceré di Napoli: dal possesso di Arezzo era passato 
a quello di tutto il Dominio Fiorentino: se Carlo V 
si raffreddava nella recente amicizia con Clemente VII. 
egli, sposata Caterina de' Medici, l'unica nella quale 
scorreva il sangue legittimo della famiglia quasi sovrana 
del paese, diveniva Principe della Toscana: possedendo 
Napoli e Toscana, lo Stato Ecclesiastico gli diventava 
soggetto naturalmente: quindi l'Italia tutta avrebbe 
ceduto al suo volere. Questo brillante progetto stava 
segreto Del -no cuore; ma non tanto dio non trape- 



— 1255 — 

lasse e non ne fosse informato Papa Clemente, il quale 
come vedremo si liberò da così potente antagonista, 
quando credè non aver più bisogno di lui. 

Sicché Filiberto d' Oranges si commosse alla vi- 
sta imponente della bella Firenze, che doveva mano- 
mettere per renderla schiava ai voleri dei Medici e 
dei ribelli loro partigiani; però il suo volto esprimeva 
non solo quell'interno contento che ogni cuore, per 
poco che sia gentile, sente alla vista del bello della 
natura e dell' arte, ma ancora 1' amarezza per i mali 
che andava ad arrecare a tanti cittadini innocenti, e 
non d' altro rei che di volere sfuggire alle mire di al- 
cuni ambiziosi, e di essere vittime di un'altra mano 
di oppressori. 

Traluceva nella sua fisonomia ancora il disdegno 
che gli muoveva l' idea che i fuorusciti Fiorentini do- 
vessero essere d'animo molto crudele, quando per 
pura ambizione impugnassero le armi e le volgessero 
contro il seno di quella loro patria, mentrechè tutto 
il furore di una vendetta non l'aveva potuto ottenere 
da lui contro la Francia. 

Guardava Firenze, e gettava sguardi sprezzanti 
sopra i Fiorentini che lo circondavano ansiosi di spie- 
gare a lui i nomi delle fabbriche schierate alla sua 
vista. Particolarmente sentiva repugnanza per Baccio 
Valori, che più d'ogni altro fuoruscito accostandolo, 
si mostrava premuroso di appagare la sua curiosità. 

Baccio o Bartolommeo Valori, uno dei principali 
cittadini di Firenze, si era dichiarato apertamente per 
i Medici. Nato nel 1467. splendido e magnifico, non 
fu contento di camminare per le vie ordinarie de'suoi 



— 1256 — 

maggiori, e si fece strada agli onori con modi suoi 
propri. Desiderò novità a favore della casa Medici, 
e perciò con Anton-Francesco degli Albizzi e Paolo 
Vettori nel 1512 congiurò contro la Repubblica, scac- 
ciando il Soderini per riporre i Medici alla testa del 
Governo. Per questo egli salì appresso dei Medici in 
grandissima riputazione, al segno che Clemente VII 
volle che Ippolito ed Alessandro, non che il Cardinal 
Passerini, nelle cose del governo di Firenze, dipendes- 
sero dal consiglio di Baccio Valori. Infatti fu uomo 
d'ingegno sottile, destro nel conversare, ed atto so- 
pra d' ogni altro a nutrire sette civili e mutare stati. 
Prodigo nello spendere, e perciò povero, trovava nel 
suo partito la sorgente di satisfare alle voglie e biso- 
gni suoi. Sebbene Pallesco aveva avuto credito ap- 
presso i Libertini, perchè suggeriva loro sempre qualche 
nuovo disegno di generare scandali fra i cittadini, e 
ciò perchè astutamente conosceva che questa era via 
sicura e corta per rovinare la Repubblica a prò dei 
Medici. A tal uopo di grande ajuto gli erano due ni- 
poti nati da Niccolò suo fratello, che il secondavano 
mirabilmente presso i Libertini con insinuazioni immo- 
deratissime ed efficaci a far sorgere nel generale il 
desìo dello stato primiero. Stabilite le sue politiche 
batterie, se ne partì da Firenze, facendo conoscere a 
Clemente VII tutto il suo piano; ed affinchè sortisse 
tutto l'effetto sperato, fu inviato dal Papa qual suo 
Commissario generale nell' esercito contro Firenze. I 
Fiorentini, tardi ammaestrati dell'iniquità delle arti 
di costui, lo avevano dichiarato ribelle, gli avevano 
confiscato i beni, e con tutto il treno dovuto alla 



— 1257 — 

decretatagli infamia secondo il costume, avevano sdru- 
cito le sue case situate in Borgo degli Albizzi, cioè 
ne avevano atterrata una parte, con animo di aprirvi 
in mezzo una pubblica via (8). 

Baccio Valori credeva far cosa piacevole ad Oran- 
ges indicandogli le fabbriche della città; ma ammu- 
toliti furono tanto Baccio che gli altri fuorusciti per 
l'esclamazione partita dalla bocca del Generale: — Oh 
se fossi nato là dentro, io la difenderei! — 

Sentirono i Fiorentini il rimprovero tacito di tra- 
ditori che l'esclamazione conteneva, e Baccio rispose: 
— Noi pure la difendiamo, imperciocché siamo qui 
venuti per liberarla dalla insopportabile tirannìa che 
la tiene oppressa. — Sarà come dite, sogghignando 
rispose il Principe, ma sembra che la libertà che le 
portate non troppo le piaccia, perchè è apparecchiata 
a rifiutarla a colpi di bombarde. Io ho detto che la 
difenderei da chiunque movesse armato contro di lei. — 

Valori e gli altri si sforzarono a fargli intendere 
che amavano la patria; ma Filiberto con sprezzante 
-sorriso gli rispondeva: — Fiorentini voi, e movete ai 
danni di Fiorenza. ... ! Eh non m' illudete i miei 
architetti di politica e libertà; vedremo i vostri mo- 
numenti, cioè le rovine del bello che si vede! Intendo 
l'odio invidioso mescolato con parole lusinghiere, com- 
prendo il vostro grido di ben pubblico! Impostori, a 
me vorrete dare a credere che fate questa guerra per 
la felicità della patria? .... Un giorno mi direte se 

io mento Ella frattanto sembra preparata a 

salutare i suoi liberatori a colpi di cannone. . . . Ba- 
sta, pensateci voi. lo obbedisco a Cesare, io faccio il 

T. IV. i3 



— 1258 — 

mio dovere, sebbene mi dolga di offendere cosi bel 

paese. — 

Oranges prese in mano la carta di Firenze e de' luo- 
ghi circostanti, minutamente disegnata sopra un mo- 
dello fatto alcuni mesi avanti dal Tribolo e da Benve- 
nuto della Volpaja per ordine di Papa Clemente. Con- 
siderate le posizioni de' luoghi, distribuì ai Capitani 
gli alloggiamenti. A Rusciano mandò le bande di Gio. 
Battista Savelli: nel Gallo stanziò quelle del Contedi 
San Secondo: su Giramonte fissò le schiere di Ales- 
sandro Vitelli; al poggio di S. Margherita a Montici 
mandò Sciarra Colonna; il Cagnaccio, il Castaldo, e 
il D' Ascalino furono situati presso la villa Guicciardini 
sopra l' Ema nel pian di Giullari, ordinandosi quivi 
vicino la piazza del mercato per uso degli accampa- 
menti. Nelle case della Vecchia (9) andò Baccio Valori, 
e con lui le soldatesche guardiane della cassa militare 
custodita da Jacopo Berlinghieri (10) Tesoriere del Papa, 
che pagava tutte le spese della guerra. Nella casa Tad- 
dei (11) andò con i Senesi il Duca di Amalfi; in quella 
del Barduccio restò Pirro Colonna; stanziossi Valerio 
Orsino nella casa Della Luna (12); ed il Marchese del 
Vasto intorno alla chiesa di S. Leonardo. Così furono 
distribuite le schiere Italiane a danno degli unici Ita- 
liani difensori dell' onore e indipendenza d' Italia. Le 
schiere Tedesche e le Spagnole accamparono sulle col- 
line poste dal convento di S. Matteo, estese fino a Ba- 
roncelli, nel cui castello fu posta da Oranges la sua 
dimora; quindi le milizie si distesero sui poggi di S. 
Donato a Scopeto e di Bello-sguardo, scendendo fino 
sotto Marignolle fi 3). 



— 1259 — 

Questo esercito composto di vecchi ed agguerriti 
soldati ammontava a circa trentamila uomini, e varie 
settimane dopo si aumentò da altri ventimila Spagnuoli 
e Tedeschi che furono distribuiti sotto i poggi di Fie- 
sole, di Montughi, e intorno al Monastero di S. Dona- 
to in Polverosa. 

A questo esercito, per quei tempi poderosissimo, 
dovevano resistere circa tredicimila soldati mercenarj 
con seicento cavalli raccolti dai Fiorentini sotto il co- 
mando di Malatesta Baglioni e di Stefano Colonna. Di 
queste Milizie, una porzione batteva la campagna ca- 
pitanata da Francesco Ferrucci, e l'altra con le milizie 
cittadine aumentate fino al numero di diecimila, era 
divisa nelle trincere della città (14). 

Costava più alla Repubblica il suo esercito, di 
quello che spendesse il Papa nello stipendio degl' Im- 
periali j poiché Firenze pagava anticipatamente a Ma- 
latesta cinquecento fiorini d' oro il mese per suo sti- 
pendio, e per quello dell' esercito sborsava mensual- 
mente l'imponente somma di settantamila fiorini d'oro, 
non compreso il vitto e le munizioni da guerra. 

Nel tempo in cui Oranges ed i suoi Capitani pre- 
paravano gli accampamenti sotto le mura, Malatesta 
Baglioni, Stefano Colonna e i Dieci di Guerra stavano 
schierati con le milizie sopra i Bastioni di S. Miniato 
e di S. Giorgio, sulle mura e sulle trincere in modo 
intrepido, affinchè il nemico conoscesse che era aspet- 
tato e che la sua baldanza non lo esimerebbe dai 
pericoli della guerra la più accanita. Per questo a 
guisa di militar saluto ai nemici, Malatesta fece spa- 
rare sagri, falconetti, colubrine, smerigli cannoni e 



— I960 — 

simili artiglierìe costumate in quei tempi, sì grosse che 
minute, che in numero inestimabile erano distribuite 
sulle mura, sulle torri delle porte, sui bastioni e so- 
pra i cavalieri. Con l' immenso fragore proruppe da 
tutti questi luoghi un turbine di fuoco, di ferro, di 
fumo che oscurò il cielo, coprì il sole di un velo, che 
il vento andò ben tosto dissipando. A questo fragore, 
al rimbombo dei tamburi , delle trombe e di altri sif- 
fatti istrumenti che lo accompagnarono, si esaltò lo 
spirito guerriero dei Fiorentini, fu destata fra loro 
per alcuni momenti una funesta letizia. 

Al militare saluto Malatesta aggiunse una mil- 
lanterìa cavalleresca in uso in quei tempi, mandando 
nell'accampamento nemico un trombetta, che presen- 
tatosi al Principe d'Oranges, gli consegnò il pegno 
della battaglia , consistente in una spada ed in un 
guanto. Il Principe lo ricevè, e regalato il trombetta, 
gli impose di riferire al Generale Fiorentino: Essere 
suo costume di combattere quando gli tornava como- 
do, e non quando piaceva al nemico. 

Il giorno successivo un altro trombetta degli as- 
sediati si presentò ad Oranges, esponendo: che un 
cavaliere della città desiderava di rompere una lan- 
cia con alcuno di quei di fuori. Oranges aderì, e scelse 
il Sassatello perchè gastigasse l'arroganza di Primo 
da Siena, che tale era il Capitano promotore della 
disfida. 

Destinato il campo sotto le mura, vi scesero i 
due campioni, e dopo alcune scorrerìe non meno mae- 
strevolmente fatte che con leggiadrìa, montati essendo 
sopra due Riannetti, si presentarono finalmente alla 



— 1261 — 

pugna, stando a vederla d'ogni intorno una infinita 
moltitudine. 

Tostochè la tromba diede il segno, si mossero i 
guerrieri con impeto incredibile l' uno verso 1' altro , 
e riscontratisi a mezzo il campo, la lancia del Sas- 
satello si ficcò nell' arcione della sella di Primo da 
Siena e, tutto che fosse ferrato, lo passò di dentro 
più di quattro dita , tanto che di poco mancò che non 
lo infilasse; Tasta si ruppe rasente al ferro, ed il tron- 
cone per la forza del grand' urto gli uscì di mano. 
Primo da Siena gli pose la mira al petto, credendosi 
di passarlo o farlo cadere di sella, e lo colpì con tanta 
possanza, che la lancia, ancorché fosse grossa e mas- 
siccia, si spezzò in più parti, una delle quali, nello 
scorrere, passò al Sassatello il bracciale e lo ferì nella 
spalla sinistra. 

Fu tenuto questo incontro, da chi lo vide, per 
cosa bellissima, e fu giudicato che il vantaggio fosse 
dalla parte dei Fiorentini. 

Il Principe d'Oranges rimane dispiacente del suc- 
cesso del duello, che aveva sparso il presagio d'un 
esito infelice di quella guerra. Onde sollevarsi da que- 
sto tristo presentimento per lui affannoso, volle con- 
sultare il suo astrologo, che da per tutto lo seguitava. 

Come già avvertii rapporto ai maghi ed agli stre- 
goni raccontando il sortilegio fatto per Cecchino del 
Piffero nel Colossèo di Roma, osserverò adesso che 
gli astrologi, generazione molto attenente alle cose 
della magìa, davano leggi ai Principi, ai Capitani, a 
tutti insomma, che dal loro cenno facevano dipendere 
le azioni, le guerre, le partenze, gli assalti, le bat- 



— 1262 — 

taglie, le paci, e i matrimonj. Per dirne una, oltre 
ciò che dissi nella festa del giuramento delle milizie 
e dell'investitura a Malatesta del Generalato, ricorderò 
1' avventura del Petrarca, che mentre nel Duomo di 
Milano recitava una adulatoria orazione per l'inaugu- 
ramento di Bernabò, Galeazzo e Matteo Visconti, si 
vide nel più bello interrotto dall' astrologo Andalon 
del Nero, il quale aveva scoperto essere quello il 
preciso momento della migliore combinazione di stelle 
per fare la cerimonia. 

Quando 1' esercito Imperiale comandato da Bor- 
bone giunse quasi inaspettato sotto le mura di Roma, 
cadde nelle mani dei soldati quel Filippo Cerbellione 
Siciliano, già dai miei Lettori conosciuto nel mago 
che predisse a Cecchino Cellini o del Piffero il ritro- 
vamento della sua amante Angelica. Questi, vedendosi 
a mal partito, si fece condurre davanti al Generale 
dell' esercito e predicendogli che due giorni dopo 
sarebbe entrato da padrone in Roma, ottenne salva 
la vita, finché non fosse passato il tempo da lui pre- 
signato alla vittoria. Il fatto verificò appunto la sua 
predizione, ed il Principe d' Oranges succeduto al 
Borbone nel comando dell' esercito, scacciò dal campo 
un altro astrologo, perchè non seppe avvertire al 
Generale che neh" assalto della città avrebbe perduto la 
vita, ed in suo luogo ritenne Filippo Cerbellione, Y arte 
del quale giunse a presagire con esattezza, che l'eser- 
cito e non Borbone si sarebbe impadronito della città. 

Serena e bella era la notte posteriore al giorno 
del duello poco fa raccontato, in cui il Principe d'Oran- 
ges, partitosi dal Poggio Baroncelli luogo della sua 



— 1263 — 

dimora, cavalcava accompagnato dall'astrologo dirigen- 
dosi verso levante, dove si stendevano gli accampa- 
menti degli Italiani rischiarati dalle molte fiamme 
che si vedevano in quei poggi accese dai soldati per 
evitare le sorprese del nemico e per scacciare il freddo 
della stagione. Il Generale supremo dell' esercito ve- 
niva salutato militarmente da quelli che l'osservavano, 
ed i suoi passi lasciavano ne' luoghi trascorsi un bi- 
sbiglìo causato dalle interrogazioni e risposte eccitate 
tra i soldati da quella inusitata e solitaria ronda che 
il Generale faceva per il campo. 

Oranges, attraversati i poggi, giunse nel luogo 
detto il piano di Giullari, e passato sopra il Monte 
Ripaldi, si condusse sul poggio del Gallo, smontando 
alla porta della villa dei Galli, dove era l'accampa- 
mento del Colonnello del Conte di San Secondo allora 
assente, perchè stanziava all'Incisa, dove era andato 
con alcune bande di fanti a predare il paese. 

Se il palazzo e la torre del Gallo, come pure i 
fabbricati e terre circonvicine appartenessero in antico 
alle famiglie Albizzi, o Lanfredini, non oso asserirlo, 
sebbene per tutto si vedano sparsi i cerchi compo- 
nenti le armi di quelle case; bensì i Galli allora ne 
erano padroni, ed avevano mutuato il loro nome al 
Poggio perciò detto — del Gallo — in cima al quale 
sulla torre sventolava l'insegna della famiglia, cioè un 
gallo grande di lamiera posto a guisa di banderuola. 

Dal pratello a mezzogiorno, Oranges e Cerbellione 
entrarono nel cortile della villa , regolare del tutto e 
da tre lati circondato da vago portico di pietra retto 
da colonne corintie con archi a mezzo circolo, sopra 



— 1264 — 

il quale ricorreva una gallerìa coperta. Sotto il por- 
tico erano praticate sei porte, tre delle quali mette- 
vano a belle e comode stanze d' abitazione. Oranges 
ed il suo compagno, preceduti da un soldato con face 
accesa, entrarono nella porta a sinistra prossima al- 
l' ingresso principale, e mediante una scala praticata 
tra il vano della torre e del palazzo (dal quale era 
alquanto scostata nell' interno ), ascesero sulla galle- 
rìa. Altra porta aprì Y adito allo spazio dove muoveva 
una scala di legno, che in tre branche rette dalle 
mura interne della torre conduceva ai merli della 
medesima, intorno ai quali era un ballatojo sul grosso 
del muro interno, restando il centro del tutto privo 
di piano e scoperto all' intemperie dell' aria. Forse 
niuna posizione dei contorni di Firenze offre libero 
allo sguardo più vastità di paese di quello che presenti 
la torre del Gallo; Firenze, le campagne, i colli che 
la circondano, tutto insomma è schierato sotto l'oc- 
chio dell' osservatore, che da quel punto restar deve 
estatico ammiratore di questo centro del giardino 
d'Italia (15). 

Costassù T Astrologo aveva delineato una figura 
Geometrica, appresso alla quale si vedevano una Sfe- 
ra armillare ed un Astrolabio, arnesi necessarj del- 
l' arte. Vestito di una lunga zimarra bruna stretta ai 
fianchi da cintura rabescata dai segni del zodiaco, 
aveva la barba squallida, i capelli scomposti, il sem- 
biante arguto, il colore olivastro, con occhi neri e 
del continuo agitati, con labbra tumide, accese, tre- 
manti in un perpetuo sorriso; insomma aveva tutta 
I 1 aria d' importanza, o d' impostura che vale lo stesso. 



— 1265 — 

Si pose all'opera, dimostrando col dito al Prin- 
cipe i punti misteriosi della figura, e fìngendo di leg- 
gere negli astri vi aveva drizzato l' Oroscopo; ma 
spiegando le cose ad Oranges le esponeva con tale 
inviluppo, con tale gergo dottrinale, e tali misteri, che 
il Principe, non intendendone niente, né cavandone 
costrutto alcuno rispondente al suo desiderio, s'indi- 
spettì al segno, che preso per la barba l'astrologo 
minacciò gittarlo di sotto della torre, se non si spie- 
gava chiaro. 

Cerbellione, che sapeva quanto eravi poco da 
scherzare con quegli eretici, come chiamavansi dal 
volgo gli Imperiali, a tutta fretta e senza badare a 
ciò che diceva rispose che aveva voluto esprimere 
con termini dell' arte, che dentro quindici giorni avreb- 
be preso Firenze. Ma la prontezza di tal predizione 
così contraria alla confusione de' concetti precedenti, 
non persuase il Principe che credeva essere preso a 
gabbo dall'astrologo. Questi se ne avvide, e per uscire 
dal pericolo protestò, che scommetteva la sua testa 
se lo ingannava. Oranges discese, ma fatto arrestare 
l'astrologo, lo mandò in luogo sicuro onde potesse 
pagargli la scommessa. Raccontando a' suoi Capitani 
l'accaduto, vi fu Roberto Aldobrandi fiorentino che 
militava per i Medici, il quale sempre più lo confer- 
mò nelle parole del Cerbellione, raccontandogli il sor- 
tilegio del Colossèo al quale fu presente , e l' esito 
realmente conseguito da Cecchino del Piffero. 

Frattanto passarono varj giorni senza che alcun 
araldo della Repubblica si presentasse ad Oranges a 

T IV. '4 



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chieder permissione di trattare la resa della città, co- 
me se ne era sempre lusingato. Anzi i Fiorentini, ri- 
preso spirito dopo il primo terrore di sì grande eser- 
cito congregato ai loro danni, si davano tutto l'im- 
pegno di non cader preda di quelle orde di barbari 
ladroni, che tali erano di fatto i Tedeschi e gli Spa- 
gnoli dell'esercito assediante. 

Per questo i Magistrati e i Commissari tenevano 
giornalmente le Milizie cittadine adunate sotto i loro 
Gonfaloni, armate e pronte ad eseguire tutto ciò che 
venisse imposto loro per la difesa. La notte, le Mili- 
zie medesime si dividevano; la metà andava alle sue 
case per riposarsi, pronta ad accorrere al suono della 
campana del Popolo, e 1' altra metà si partiva in due 
squadre, l'una andava rinforzando le guardie dei 
bastioni di S. Miniato, di S. Giorgio e delle mura, e 
l'altra, divisa in molte bande, vegliava percorrendo 
per la città e lungo le mura. 

Inoltre erano stati eletti tre commissarj straor- 
dinarj con autorità dittatoria sopra tutte le Milizie sì 
cittadine che mercenarie, i quali per lo più risiede- 
vano appresso al Generale Malatesta e Stefano Colonna 
onde sorvegliare le operazioni della guerra. Questi ave- 
vano concertato alcuni segnali dati dalle mura e dai 
bastioni alla torre del Palazzo pubblico, dove due 
cittadini continuamente stavano per osservarli; fatto 
il segnale il soccorso era prontamente assicurato, per- 
chè il suono della campana del Popolo eccitava quello 
delle campane della città, e con prestezza incredibile 
i cittadini sotto le armi accorrevano dove faceva me- 
stieri per la difesa. 



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Così nell'interno di Firenze, sul principio dell'as- 
sedio, non solo si stava senza paura ma senza so- 
spetto, e si viveva con tante e diverse genti d'ogni 
intorno, né più né meno come se non vi fosse stato 
persona; le botteghe stavano aperte, i Magistrati ren- 
devano ragione, gli uffizj si esercitavano, le chiese 
si ufficiavano, le piazze ed il mercato si frequenta- 
vano, non si facevano tumulti tra soldati, non que- 
stioni tra cittadini; perciocché, sebbene erano fra di 
loro di molte gozzaje e di cattivissimi umori, essendo 
di tanti pareri ed in tante parti divisi, eglino non- 
dimeno, comparso il nemico, si astenevano, non che 
dal manomettersi l'un l'altro con i fatti, d'ingiuriarsi 
con le parole dicendo: Questo non è tempo di far 
pazzìe, leviamoci costoro d'addosso e poi chiariremo 
le partite fra noi. 11 grido d' ordine e di pace era 
— Poveri ma liberi. — 

La sicurezza dei Fiorentini però veniva sturbata 
dai traditori; perchè il Principe d' Oranges aveva i 
suoi segnali nella città per opera di Baccio Valori, i 
quali dati da perfidi cittadini, lo tenevano informato 
di quanto succedeva in essa. Comprendeva da que- 
ste spie telegrafiche, che sebbene gli eserciti di fuori 
ogni giorno crescessero di gente e facessero danni 
gravissimi d* incendj e di prede, di modo che d'ogni 
intorno il tutto era guasto né si poteva più uscire, 
sebbene ogni giorno crescessero le difficoltà e gl'in- 
comodi, pure gli ordini buoni nella città erano di sorte 
e la costanza degli animi tanta, che quasi si poteva 
dubitare da chi vedeva la medesima, che fosse asse- 
diata. Le spie facevano ancora comprendere ad Oranges 



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che malagevol cosa sarebbe stata il prendere d' as- 
salto la città, e per quanto egli ostentasse di non 
aver timore dei Fiorentini, si guardava bene dall' esporsi 
ad uno scacco, che potesse diminuire l'opinione ed 
il terrore delle sue armi ed imbaldanzire il nemico, 
come in piccolo aveva fatto il duello. 

Per questo si asteneva da assaltare la città, e sol- 
tanto un giorno con una banda di cavalleggeri, pas- 
sato il fiume Arno sopra Legnaja (borgo situato due 
terzi di miglio a ponente vicino all' Arno, e detto 
Legnaja dai depositi di legname portato mediante il 
fiume), volle portarsi a vedere d'appresso come si 
potesse batter Firenze dalla parte settentrionale, dove 
sapeva essere le mura meno difese. 

Ma conosciutasi questa esplorazione da Malate- 
sta Baglioni, si condusse alla porta al Prato, e ve- 
dendo i nemici che se ne andavano in gran confiden- 
za , fece loro uscir contro Jacopo Bichi con i suoi 
soldati, il quale attaccò la zuffa. Crescendo gli ajuti 
da ambe le parti, si combatteva con molto valore: 
ma aumentato soverchiamente il numero dei nemici, 
il Bichi si ritirò per non essere sopraffatto. Questo bra- 
vo Capitano Senese, il giorno dopo, tentando di far 
preda dei viveri che dal lato della porta al Prato an- 
davano per guado d' Arno al campo d' Oranges, fu 
ucciso da un colpo di falconetto tratto dal poggio detto 
il Monte Oliveto. Egli, se innanzi tempo non moriva, 
avrebbe pareggiato così di valore e di fede come di 
cortesìa i più prodi campioni e più leali de' suoi tempi. 

Frattanto passarono quindici giorni, dentro i quali 
l' astrologo aveva predetto al Principe Filiberto la 



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presa della città. Arrabbiato, se lo lece condurre da- 
vanti, e rimproverandogli di averlo schernito, si di- 
sponeva a prendere il prezzo della scommessa, facen- 
dogli tagliare la testa. Imperterrito il Cerbellione alla 
presenza dei Capitani, alla vista del suo pericolo, ri- 
spose: — Io predissi il vero, ma tu Magnifico Signore 
hai impedito che sortisse 1' effetto , perchè , se fosti 
andato a prenderla, avresti avuto Firenze. — 

Filiberto, restando sorpreso ed in uno confuso a 
tal risposta che gli rimproverava la sua inazione al 
dirimpetto di nemici dispregiati, lasciò libero l'astro- 
logo, e subito dette gli ordini opportuni perchè in 
quella notte istessa si desse la scalata alla città. 

Due circostanze lo lusingavano di un esito feli- 
ce. L' una si era che in quel giorno (Venerdì 11 No- 
vembre 1529) le soldatesche Spagnuole desideravano 
combattere; perchè, gente ignorante, crudele e su- 
perba, aveva ancora il pregio della più raffinata su- 
perstizione, la quale faceva reputare a se favorevole 
l'esito di ogni impresa tentata in giorno di Venerdì. 
L' altra circostanza più plausibile consisteva in questo, 
che in tal giorno i Fiorentini, più dì ogni altro popolo 
di Europa, soliti erano solennizzare con tripudio la 
festa di S. Martino. Avanti 1' assedio, questa festa era 
cagione di una magnifica e ricchissima fiera, alla qua- 
le correvano i mercanti da tutte le parti del mondo 
a provvedere i panni di lana, i drappi e le stoffe Fio- 
rentine; poiché in gran credito erano le fabbriche delle 
Arti della lana e della M,a, allora pure sorgente ine- 
sausta della ricchezza diV.irenze. 



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La testa di S. Martino, che presso gli altri po- 
poli si solennizzava soltanto per essere destinata alla 
stura del vin nuovo, ossia alla ubriachezza ed al 
tripudio, in Firenze era celebrata ancor più, perchè vi 
colavano molti milioni di fiorini d'oro (16). In quel- 
1' anno dell'assedio però non fiera, non mercanti, non 
oro, non vino; pure il poco vino raccolto nelle can- 
tine della città era sufficiente agli stravizzi del S. 
Martino, ai suoi banchetti ed alle sue gozzoviglie. 

Oranges sapeva dalle spie, che in città la festa 
si celebrava con V istessa spensieratezza , come che 
alcuna disgrazia non 1' angustiasse e non le sovra- 
stasse alcun pericolo, viepiù ravvivandosi il popolo per 
l' inazione del nemico. Quindi nella notte del S. Mar- 
tino, in altri tempi sì ripiena di brio, di danze, di cene 
e d'allegrìa, anche in quest'anno i Fiorentini se ne 
stavano nelle case godendo come potevano, tanto 
più che niuno aveva voglia di girare per le strade, 
piovendo a cielo rotto. 

Sulle ore cinque di notte, con sommo silenzio 
Oranges fece accostare alle mura d'Oltrarno seicento 
soldati con seicento scale adatte per la scalata 
delle mura. Seguiva gli oppugnatori gran parte del- 
l'esercito, che si accostò alle mura dalla porta San 
Miniato fino a quella San Friano. Appoggiate le scale, 
i soldati salirono gridando ad un tratto con orribili 
voci: — Carne, Sacco, Palle, Palle — . 

Le sentinelle, che già tra il rumore del vento 
e della pioggia avevano sentito il moto delle genti 
che si accostavano, sebbene il bujo non facesse di- 



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scernere cosa alcuna, avevano gridato — all'armi — , 
ed in un momento erano state soccorse dai soldati 
vigilanti e gagliardi, frattanto che i concertati segnali 
chiamavano i cittadini, che non pensavano per nulla 
a quel pericolo tremendo. 

Tutto ad un tratto la beatitudine dei Fiorentini 
venne interrotta dal suono della campana del popo- 
lo; ad essa subito risposero le campane del Duomo, 
e di mano in mano tutte le altre di Firenze suona- 
rono a martello. 

Il brio si cangiò in sorpresa e in timore; chi bal- 
lava sospese il passo, chi beveva posò il bicchiere, 
chi cantava troncò la poesìa; ognuno tendeva gli orec- 
chi, ognuno saltava in piedi: — Cosa è? . . . . Cam- 
pane a martello. ... ! Cannoni. ... ! Archibusa- 
te. ...!!! Il nemico. — Frattanto mille voci per 
le strade gridavano: — Fuori, fuori Viva Mar- 
zocco .... Maledizione alle Palle All'armi, 

all'armi .... Alle mura, alle mura Poveri e 

liberi. — Le donne pregavano i mariti a lasciar cor- 
rere gli altri; le fanciulle raffrenavano gli amanti; 
taluni come si arrendessero alle preghiere si stavano; 
i curiosi si ponevano con lumi, con lanterne, con 
torce alle finestre; i coraggiosi staccavano le armi, 
e liberandosi dagli impacci, correvano dove erano 
chiamati per le vie: chi correva, chi sguizzava tra 
uomo e uomo, e il tumulto più grande si faceva 
muovendosi masse confuse di popolo procedenti di 
via in via alla rinfusa. 

Tutti affollati si dirigevano alle porte d'Oltrarno, 
riempiendo i ponti e le strade con una premura, 



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con un affaccendarsi, con un incoraggirsi, che la 
vista di questa scena era delle più commoventi; tanto 
la carità della patria la vinse sul timore. 

L'aere bnjo risuonava della romba delle cam- 
pane , del rumore delle acque cadenti , delle grida 
della gente, dei colpi dei cannoni e di altre artiglie- 
rìe. La folla dei cittadini e del popolo tanto era spessa, 
che non si poteva muovere, vedendosi in essa vecchi, 
donne e fanciulli con armi, con faci con lanternoni, 
che era una cosa sommamente pietosa. Si racconta 
d'una vecchia che rimproverata, perchè conducesse 
in quel pigìo un ragazzetto armato di uno spadone, 
rispose; — Può ancor lui ammazzare un eretico — ; 
e Benedetto Varchi lo storico, ricorda, che essendo 
da S. Maria delle Grazie a pie del ponte Rubaconte, 
dove era tutto pieno di popolo dalle case degli Al- 
berti infino non solo a S. Jacopo tra' Fossi , ma alla 
piazza di Santa Croce, e veggendo un vecchio il 
quale aveva per mano un suo figliuolino, gli do- 
mandò quello che egli quivi far voleva di quel fan- 
ciullo, rispose: — Voglio che egli o scampi o muora 
insieme con esso meco per la libertà della patria. 

Riavutisi i Fiorentini dalla prima sorpresa e con- 
fusione, si portarono col più magnanimo coraggio, 
rischiarate le loro mosse dai balconi dove le donne 
mettevano fuori torce e lampioni per illuminare le 
strade ripiene di un bisbiglìo, di un raccontare, di 
un pianto, di un moto, che ben faceva conoscere lo 
spirito dei Fiorentini. Rigurgitava la gente corsa 
Oltrarno talmente che fino a via Por Santa Maria, 
fino alla piazza dei Pitti arrivava l' affollamento di 



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coloro che erano accorsi dove si credeva che il pe- 
ricolo fosse maggiore. 

I nemici furono ribattuti con grave perdita, ed 
il Principe d' Oranges conoscendo che faticava in- 
darno e che le artiglierìe lo danneggiavano da tutti 
i lati, sebbene piovesse e per l'oscurità tirassero a 
caso, ordinò la ritirata, apprendendo che Firenze non 
era conquista tanto facile quanto egli andava pen- 
sando. Anzi, disperando di potere senza altra gente 
e artiglierìa pigliare per forza la città, se ne andò 
la mattina seguente a Bologna, dove già erano ar- 
rivati Papa Clemente e Carlo V, ed a questi rese 
conto della resistenza inaspettata dei Fiorentini; ri- 
tornò poscia all' accampamento con ajuti di denaro 
e di genti. 

I giorni successivi accaddero alcune scaramuccie 
che cagionarono la morte di vari soldati e cittadini, 
e che per il solito finivano con la peggio degl' Im- 
periali. In una di queste scaramuccie tra quelli restati 
prigionieri degl' Imperiali vi fu Lionardo Frescobaldi 
rapito dal Sassatello, con amarezza grande di tutta 
la città. 

1 Fiorentini pensarono di rendere la pariglia al 
nemico con una sorpresa notturna, e la notte del 
dì 8 Decembre, dopo aver celebrato la festa della 
Concezione, partirono per Y incamiciata, poiché così 
chiamavano la sortita notturna dalla camicia che 
indossavano sopra le armi per riconoscersi nel bujo 
della notte. 

Era fissato che le milizie guidate da Stefano Co- 
lonna sarebbero uscite dalla porta S. Niccolò indiriz- 

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zandosi verso Rusciano, e pervenute a S. Margherita 
a Montici (17), avrebbero assaliti i nemici alle spalle, 
nel mentre che Giovanni da Torino con i suoi fanti 
uscendo dalla porta San Giorgio doveva assaltare di 
fronte, e Ottaviano Signorelli con i Perugini doveva 
uscire dalla porta San Pier Gattolino e sorprendere 
gl'Imperiali di fianco. Tutte le milizie dovevano partire 
al cenno della campana che alle tre si suonava dalla 
torre della chiesa di S. Maria degli Ughi, campana che 
non avrebbe destato sospetto al nemico per la con- 
suetudine di sentire tal suono a quell' ora tutte le 
sere (18). Quando i nemici così assaliti avessero atteso 
a difendersi, allora Mario Orsini doveva maggiormente 
confondergli scendendo con le sue schiere dal poggio 
S. Miniato. 

11 piano era ben concertato, e se sortiva il suo 
effetto, la guerra poteva dirsi terminata; ma un caso 
singolare rese avvertiti gl'Imperiali, i quali tanto meno 
si aspettavano una sì ardita sorpresa, inquantochè le 
loro spie in Firenze non avevano dato nessuno dei 
segni concertati. 

La notte era tenebrosa, ed una folta nebbia im- 
pediva discernersi l'uno dall'altro. Già Stefano Co- 
lonna e Giovanni da Torino con le loro compagnie 
in sommo silenzio si erano condotti fuori della città, 
ed erano arrivati al luogo detto le Cinque vie, 
dove stavano le sentinelle degli avanposti nemici, ed 
uccise queste, erano penetrati a S. Margherita, cioè 
all' alloggiamento degli Italiani in quel momento di- 
retti da Smeraldo da Parma luogotenente di Sciarra 
Colonna nemico personale di Stefano Colonna. Quivi 



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giunti i Fiorentini, cominciarono ad uccidere i soldati 
sorpresi così tra il sonno e la ebrezza. 

Mentre i soldati di Stefano Colonna facevano 
strage dei nemici, spezzarono l'uscio della rimessa 
di un beccajo, ove teneva rinchiusa una quantità di 
majali, i quali uscendo spaventati e fuggendo in qua 
e in là davano nelle gambe non meno degli assalitori 
che degli assaliti, ed empivano ogni cosa di spavento 
con il loro grugnito mescolato alle grida ed al rumore 
dei combattenti. Né sapendo molti onde nascesse un 
tal rumore, facevano la confusione maggiore a segno 
che pervenne il tumulto fino all' accampamento dei 
Tedeschi, i quali alloggiavano vicino al Gallo infino 
alla porta Romana, e così ne fu avvertito lo stesso 
Generale. 

11 Principe d'Oranges alzatosi dal letto, preceduto 
da torce accorse in soccorso de' suoi mettendo in 
ordine di battaglia gli Spagnoli ed i Tedeschi; ma 
ciò fu inutile, perchè Malatesta Baglioni, dal colle di 
S. Giorgio, fece suonare i corni della ritirata; per il 
che Stefano Colonna, maledicendo i porci ed il Ge- 
nerale per averli interrotta così bella occasione di 
disfare i nemici, per non essere tagliato fuori della 
città, senza ricever danno alcuno, ma anzi con preda 
di cavalli e vettovaglie, se ne ritornò in Firenze. 

Frattanto, non i soli porci avevano mandato a 
vuoto quella sortita, ma avvenne anche per non essere 
stata secondata a tenore del fissato da Ottaviano 
Signorelli che non uscì con i Perugini. Egli ne ad- 
dusse in scusa il contrordine del Generale, e Mala- 
testa, preso in sospetto da quel suo contegno, disse: 



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che lo aveva impedito, quando dall'alto del cavaliere 
di S. Giorgio si avvide per le fiaccole accese, che il 
nemico era pronto, non volendo così lasciare sprov- 
vista di difensori la città. Ma due ragioni avevano 
mosso il Generale, ambedue segrete, cioè l'inimicizia 
che in cuore nutriva per Stefano Colonna, ed un 
segreto maneggio che l'impegnava a non pregiudicare 
all'esercito nemico. 

Due fatti di opposta natura avvennero in questa 
notturna sortita, degni di essere rammentati. 

Ercole Bentivoglio poeta Bolognese noto in quel 
tempo, militava contro Firenze nell'esercito del Papa. 
Figlio d'Annibale il Signore di Bologna, nacque in 
questa città nel 1506, ma in fascie fu trasportato a 
Milano , indi di sette anni a Ferrara, dove fu educato 
in corte di Alfonso del quale era nipote. Terribile 
suonava ancora in Italia il nome di sua zia Francesca 
Bentivoglio moglie di Galeotto Manfredi Signore di 
Faenza, la quale, presa da furiosa gelosìa verso il 
marito, non potendo indurlo a lasciare la sua amante, 
s' infinse malata , nascondendo nella sua camera 
quattro sicarj. Essa giaceva in letto, quando Galeotto 
senza sospetto e solo andò a visitarla. Ad un tratto 
fu assalito dai sicarj, dai quali non valse difendersi 
virilmente, che l'iniqua moglie sorta dal letto e nel~ 
l'incertezza dell'evento, Io assicurò con le sue mani 
cacciando un ferro nel ventre del marito. 

Ercole Bentivoglio di natura opposta alla ferocia 
de' suoi, abborriva le sventure della misera Firenze, 
e non pertanto si adoprava a vantaggio di chi ne era 
cagione. Raccolto la sera nella sua tenda, malediceva 



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alle infamie con quella medesima destra che aveva 
ajutato a commetterle la mattina. 

Stava appunto scrivendo alcune terzine, quando 
sentito lo scompiglio del campo, travolto nella fuga 
del suo colonnello, tolte appena le armi si riparò 
nelle parti munite degli accampamenti. 

Lodovico Martelli faceva parte delle soldatesche 
cittadine che avevano seguitato d'appresso Stefano 
Colonna in quella sortita, facendo egli pure pro- 
digi di valore alla testa di alcune schiere fiorentine. 
A caso entrò nella tenda dal Bentivoglio, e viste sopra 
il tavolino le carte rischiarate dalla lucerna, gli prese 
voglia di leggerle. 

11 Poeta bolognese aveva tracciate le due prime 
terzine della Satira nella quale descrive il travaglio 
dell'assediata Firenze: 

Sovra i bei colli, che vagheggiali l'Arno 
È la vostra città che or duolsi et have 
Pallido il viso, e lacrimoso indarno. 

Sono un di quei che con fatica grave 
Al marzial lavoro armati tiene 
Quel che di Pietro ha l'ima e l'altra chiave. 

Arse di nobile sdegno Lodovico Martelli, e presa 
la penna subito scrisse sotto continuando: 

Ma non sarian l'empie sue voglie piene, 
Se d'italico sangue alcuna stilla 
Snaturato tu avessi entro le vene. 



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Poi gettando la penna proseguì la battaglia, finché 
non sentì il segno della ritirata che il ricondusse in 
Firenze stanco e lordo di nemico sangue. 

Ercole Bentivoglio tornato nella sua tenda lesse 
quel foglio; sentì avvamparsi di vergogna e gli venne 
in fastidio la vita militare impiegata a sottoporre i 
suoi connazionali alla schiavitù spagnola; poco dopo 
si ritrasse dal campo, e si diede del tutto alle muse, 
che rifuggono dalle opere di sangue (19). 

In altra parte del campo però era succeduta la 
più barbara vicenda. 

Ho accennato che Lionardo Frescobaldi fu fatto 
prigioniero dal capitano Giovanni da Sassatello. Per 
riscattare questo giovane amatissimo da Giovan-Fran- 
cesco Antinori sopranominato il Morticino, vi biso- 
gnava la taglia di mille fiorini d'oro (20). L' Antinori 
aveva riunito questa somma, ed erasi presentato 
di notte ad offrirne il riscatto. Il Sassatello, affac- 
ciandosi al bastione dell'accampamento, gli dichiarò, 
che essendo chiusa la porta non poteva dargli il 
prigioniero. Antinori soggiunse, che lo facesse scen- 
dere per una scala e poi gli avrebbe mandato il 
denaro: — Prima il denaro — , replicava il Sassa- 
tello. — Prima il prigione — , rispondeva Y Antinori; 
— ma finalmente questi aderì a rilasciare prima il 
denaro, che fu tirato su mediante una corda. Allora 
il Sassatello calò una scala, e quindi pose sulla 
medesima il Frescobaldi, che morto precipitò a rovina 
ai piedi del bastione. Vedendo ciò l' Antinori, forsen- 
nato pel dolore ne giurò tremenda vendetta. 



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Con le genti guidate da Stefano Colonna, usci- 
rono Morticino degli Antinori, Dante da Castiglione, 
e varj altri cittadini per secondarlo. Questi poterono 
penetrare nella tenda del Sassatello nel tempo che 
dormiva in letto con suo figlio. Fecero prigioniero il 
capitano, e frattanto che gli altri lo conducevano via, 
l'Antinori restato nella tenda, scannò il giovanetto 
innocente figliuolo, e quindi tagliatigli i piedi e la 
testa, pose quelli nel luogo di questa, e la testa nel 
luogo dei piedi; e poscia, ricoperto il letto, corse a 
raggiungere i compagni che conducevano prigioniero 
il Sassatello. Volle che gli fosse restituita la libertà, 
e facendo il piagnone nel tempo che gli scioglieva 
le funi; gli disse: — Pentiti fratello mio, e Cristo ti 
conceda molti giorni eguali a questo. — Sassatello 
si fermò alquanto, incredulo dell'inaspettato favore 
della libertà, e quindi cacciandosi giù alla dirotta 
verso l'accampamento, chiamava il figliuolo. Comin- 
ciava a farsi giorno, e l'Antinori prorompendo in 
altissimo riso, raccontò ai compagni la burla prepa- 
rata. Inorridirono quantunque fieri e fuggirono dal- 
l' Antinori, dicendogli che se le loro mani erano 
intrise di sangue nemico, ciò le onorava, mentre 
avevano orrore a toccare le sue, divenute infami per 
lo strazio di quella innocente creatura. 

11 Sassatello un'ora dopo fu trovato seduto da- 
vanti una tavola nella sua tenda; teneva le mani 
strette a guisa di tanaglia nel cranio del figliuolo; 
vollero allontanarlo da codesto spettacolo; era morto. 
Sul teschio reciso del figlio aveva versato non lacri- 
me, ma la vita con un effluvio di sangue prorottogli 
dal petto. 



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Il pericolo incorso dall'esercito Imperiale fu gra- 
vissimo, ma ridondò a maggior pregiudizio degli as- 
sediati; poiché Filiberto d'Oranges, ricredutosi della 
opinione che aveva dei Fiorentini, vide cosa difficile 
il superarli con la forza. Abbandonò l'idea di vincerli 
in campo, e rifiutando ogni eccitamento, ogni sfida 
alla battaglia che giornalmente gli si faceva dai Fio- 
rentini vogliosi di venire ad una giornata campale e 
decisiva, si limitò a stringere la città di vigilante 
blocco e durissimo assedio, affine di costringerla ad 
arrendersi col mezzo della fame. 

Per questo viepiù fortificò i suoi accampamenti 
sulle colline meridionali e ne situò tre altri ancora 
dalla parte settentrionale della città; poiché pose cin- 
quemila Spagnuoli sotto Fiesole tra le porte alla Croce 
e Pinti, altra consimile schiera inviò sotto Montughi 
a guardia delle porte S. Gallo e Faenza, e finalmente 
messe l'accampamento di tremila Lanzi comandati 
da Lodrone fuori del tiro del cannone della porta al 
Prato nel convento di S. Donato in Polverosa. Gente 
era questa venuta di fresco dalla Lombardia, perchè 
anco i Veneziani si erano accordati con l'Imperatore. 

1 diversi accampamenti che circondavano tutta 
la città furono fortificati in modo da non essere fa- 
cilmente sorpresi, e squadre di armati continuamente 
battevano la campagna intorno a Firenze, onde alcuno 
non ne uscisse, né vi entrassero provvisioni di sorte 
alcuna. 

Questo sistema tolse la libertà fino allora avuta 
per i viveri e per le comunicazioni con la provincia, 
e die luogo a continue scaramuccie per introdurre 
nella città quelle poche munizioni che vi si facevano 



— 1281 — 

accostare ora per un lato, ora per un altro dal Ca- 
pitano Francesco Ferruccio. 

Speravano gì' incauti Fiorentini che da questo 
strettissimo assedio gli avrebbero liberati i promessi 
soccorsi di Venezia, di Ferrara e di Francia! Dove 
non s'ingannavano però era nella fiducia avuta in 
Ferruccio, che giornalmente infestava il nemico con 
il suo piccolo esercito. 

Ma le speranze negli altrui soccorsi non si do- 
vevano realizzare, e d'altronde Oranges aveva indo- 
vinata la via più corta e più sicura per domare i 
Fiorentini; perchè veniva accertato dalle spie della 
città che essa non era approvvisionata quanto faceva 
d'uopo a resistere, finché giungessero i soccorsi stra- 
nieri, mentre la carestìa delle passate stagioni e la 
pestilenza avevano vuotati i magazzini; gli insinua- 
vano che seguitasse nel blocco rigoroso, e ben tosto 
la fame avrebbe domato quegli spiriti ardenti; e la 
città sarebbe stata sua senza sguainare una spada. 

Infatti dentro le mura si cominciò a penuriare 
di viveri; ma pure qualche approvvisionamento s'in- 
troduceva quasi ogni giorno, usandosi ora la forza, 
ora l'astuzia; il che non dava il minimo riposo agli 
assedianti, sommamente molestati dalle sortite di 
quelli di dentro, particolarmente delle milizie citta- 
dine piene di desiderio di combattere, secondate dagli 
attacchi subitanei del terribile Ferruccio, che in mo- 
menti correva in tutti i punti alle spalle dei nemici. 

Grave molestia davano agli accampamenti impe- 
riali le artiglierìe situate da Michelangiolo sulle difese 
e particolarmente sopra le poche torri tuttora in 

T. IV. lG 



— 1282 — 

piedi. Senza parlar qui del fastidio che gli assedianti 
ricevevano dal campanile della chiesa di San Miniato 
al Monte, dirò che eravi un'altra torre prossima alla 
porta S. Giorgio, corrispondente al bastione, del quale 
aveva la guardia Giovanni da Turino, scampata con 
alcune altre non si sa come dalla generale distruzione 
delle torri delle mura. Sopra questa torre Michelan- 
giolo aveva affidato un falconetto al bombardiere 
Nannone, in coraggio non inferiore a Lupo che stava 
sulla torre di S. Miniato. La torre di San Giorgio 
infestava talmente il campo d'Oranges, che il Principe 
tentò abbatterla ma invano, non ostante che la per- 
cuotesse continuamente con tre cannoni. Si racconta, 
che sebbene la torre fosse traforata e scantonata 
dalle palle, Nannone non volle scendere; anzi col 
suo solo falconetto rispose ai centocinquanta colpi di 
cannone scagliatigli contro, ed aggiunse ancora il 
dileggio, perchè si alzava i panni e mostrava il de- 
retano ai nemici come punto di mira (21). 

Allora si comprese di quanta utilità sarebbero 
state le torri delle mura, atterrate pochi anni avanti 
per ordine di Clemente VII; poiché, se tutte fossero 
state intere, gl'Imperiali non si sarebbero potuti 
accostare alle mura e cingere la città così stretta- 
mente di assedio. 




NOTIZIE 



[1) JTianura di Ripoli si chiaQia quella campagna compresa 
fra i fiumi Arno ed Ema a levante della città di Firenze. 
Desunse il nome dalle frequenti ripe fatte al fiume 
Arno per ristringerlo in letto regolare; mentre antica- 
mente dominava a suo talento quasi tutta la pianura di 
Ripoli. Qui sorgono i poggi del Paradiso, di Ricorboli 
e di S. Margherita a Montici, che dividono l'Arno dal- 
l' Ema. 

Giovanni Da Velletri Vescovo di Firenze concesse 
al B. Giovanni Da Salerno ed ai suoi Domenicani per 
loro abitazione prima che venissero in Firenze, un ora- 
torio e casa annessa che Diomicitidiede figlio di Buona- 
guida del Dado vi aveva eretto sotto il titolo di S. 
Jacopo Apostolo, e che fino dal 1214 aveva donato al 
Vescovo di Firenze. Ivi i Domenicani abitarono nel 
1219; ma poco dopo furono trasportati nello Spedale di 
S. Pancrazio, quindi a S. Paolino e finalmente nella 
chiesa di S. Maria Novella. Partiti i Domenicani, i 
Francescani del pari ebbero il loro primo asilo in S. 
Iacopo di Ripoli. Ma già nel 1229 erano andati altrove, 
perchè questo luogo fu concesso alle Domenicane chia- 
mate le Donne di Ripoli , che in seguito nel 1300 
passarono in via della Scala, dove conservarono quella 
denominazione. 



— f 1284 — 

(21 M. Antonio di M. Niccolajo Alberti, uno dei più doviziosi 
e potenti cittadini di Firenze, supplicò Bonifazio IX di 
potere fabbricare un Monastero poco lontano da Firenze 
ricino ad una sua villa chiamata 11 Paradiso, con asse- 
gnargli per dote i molti beni da lui posseduti nei distretti 
d'Empoli e di Montelupo. Ciò accadde nel 1394. Qui 
furono introdotte le famiglie religiose istituite da S. 
Brigida di Svezia nel 1367. I Brigidiani cominciarono 
ad abitarvi stabilmente nel 1402. La singolarità di 
questo istituto consisteva in questo, cioè che nell' istesso 
convento dovevano dimorare gli uomini e le donne, come 
del pari dovevano uffiziare nell'istessa Chiesa; solo i 
locali erano divisi da muri intermedj. Nel 1529 i 
Brigidiani del Paradiso si rifugiarono in Firenze nelle 
case Nasi e Canigiani. Gli sconcerti che naturalmente 
dovevano avere origine da quella monastica coabitazione di 
monache e frati, fecero sì che nel secolo XVI fu vietato 
ai frati di vestire altri religiosi; lo stesso avvenne alle 
monache nel 1734. Le poche rimaste furono aggregate 
al convento di S. Ambrogio, e questo convento del Pa- 
radiso restò soppresso. 

(3) Siena fra le città d' Italia offre esempli innumerabili di 
amare discordie intestine fra Nobili e Popolani, Magnati 
e Plebei. Da ciò , appena può precisarsi in che consistesse 
la forma del governo di questa Bepubblica. Pure come 
Firenze prosperò in mezzo alle sue discordie, in modo 
che per lungo tempo rivaleggiò con i Fiorentini sì per 
ricchezze che per estensione del suo dominio. 

Provenzano Salvami intorno alla metà del secolo 
XIII pervenne a farsi Signore di Siena col nome di 
Dittatore, e dopo un lungo tempo, cioè nel secolo XV, 
Pandolfo Petrucci giovane di molto ardire giunse a 
farsene tiranno. In Siena i Petrucci furono ciò che 
i Medici erano in Firenze; e così, dopo la morte di 
Pandolfo, signoreggiarono e più volte furono scacciati. 



— 1285 — 

Nel principio del secolo XVI la città visse tranquilla 
sotto la protezione di Carlo V, che vi teneva per suo 
Luogotenente il Duca d'Amalfi. Erano tuttora sotto la sua 
dipendenza quando concorsero con ajuti alla guerra contro 
Firenze. 

(4) Il primo Assedio di Firenze, del quale si trova un cenno 
nella Storia, fu quello sofferto per opera dei Goti con- 
dotti da Radagasio nel 406, che restarono superati 
e vinti da Stilicone Generale degli eserciti di Onorio 
Imperatore di Occidente. Questo Assedio è rammentato 
da un Bassorilievo dipinto da Luigi Ademollo sulla fac- 
ciata della chiesa di S. Ambrogio, dove è raffigurata 
la città assediata dai Goti e liberata per intercessione 
del Santo Vescovo di Milano. 

Il secondo Assedio di Firenze fu quello intrapreso 
dall'Imperatore Enrico o Arrigo VII nell'anno 1313. 

Disceso in Italia 1' Imperatore Enrico, fu sedotto 
dalle insinuazioni dei Ghibellini e dei Bianchi, fazioni 
allora debellate in quasi tutte le città della Toscana, e 
mosse guerra a Firenze, in un momento piombandole 
sopra, scendendo dalla parte d'Arezzo. Firenze ajutata 
dai Guelfi della Toscana era difesa da ventiquattromila 
fanti e da quattromila cavalli. Passato il primo terrore, 
tornò in essa tanta sicurezza, che le porte restarono 
sempre aperte, fuori quelle di S. Ambrogio e a Pinti 
che corrispondevano con il Campo Imperiale disteso nella 
pianura di S. Salvi. I Fiorentini ben provveduti , sape- 
vano che mandando a lungo l'impresa, il tempo combat- 
teva per loro, perchè sarebbero mancati gli ajuti di de- 
naro e di vettovaglia all' Imperatore. Piccole battaglie 
seguivano come a spettacolo dei cittadini e delle donne 
affacciate sulle mura. Anzi si cita fra queste un duello 
avvenuto tra quattro Tedeschi e quattro Fiorentini sul 
colle di Baroncelli; i Tedeschi restarono morti sul campo, 
ed i Fiorentini si risero per lungo tempo delle loro mil- 



— 1286 — 

lanterìe. Bernardino da Polenta Capitano de' Fiorentini , 
si comportò con molta prudenza, e dopo due mesi co- 
strinse l'Imperatore a levare l'Assedio. 

Firenze ebbe la gloria di aver cacciato un Impera- 
tore con un valoroso esercito, di cui da tre anni si par- 
lava con terrore per tutta 1' Italia. Enrico, che si era 
ammalato nel suo quartiere di S. Salvi, morì a Buon- 
convento. 

E tanto fu I! odio dei Fiorentini per la memoria di 
lui, che andò intorno Italia il grido che lo avessero fatto 
avvelenare mediante l'Ostia consacrata; né il loro con- 
tegno smentì questa taccia. Di più s'introdusse l'usanza 
nei libri di commercio delle loro botteghe e dei loro 
banchi, che quelle partite di crediti reputate inesigibili 
dai debitori loro, le designavano nelle scritture a 
— dare di Arrigo di Lamagna — , costume durato fino 
al secolo XVII. 

Il terzo Assedio di Firenze nulla ebbe da parago- 
narsi con i due antecedenti, e propriamente si può con- 
siderare 1' unico che la città soffrisse dacché vi è me- 
moria nelle storie, non tanto per la durata e per le ca- 
lamità sue, quanto per le grandi conseguenze che ne 
derivarono. 

(5) Nella pittura dell'assedio di Firenze fatta da Giorgio Va- 
sari nella Sala del quartiere di Papa Leone sull'angolo 
tra mezzogiorno e levante del Palazzo Vecchio, egli di- 
pinse le Bandiere Fiorentine a campo rosso con in mezzo 
una croce bianca per dritto ; quelle poi del campo Im- 
periale le tinse gialle con croce rossa a traverso. Vasari 
che viveva al tempo dell' assedio, può benissimo aver 
dipinto i colori veri delle bandiere dei belligeranti. 

(6) Al Barduccio mutnò il nome la famiglia che ne avea il 
possesso, famiglia che a distinzione di altre due omo- 
nime dicevasi dei BarducclChericbini. Questa casa detta 



— 1287 — 

più in antico dei Roncognani, da Barduccio di Cheri- 
ehino, che fu Priore nel 1387, fino al 1517 ottenne per 
sette volte il Priorato e per. tre volte il Gonfalonierato di 
Giustizia. Barduccio suddetto, ricchissimo cambista e re- 
putassimo cittadino, fu per due volte Gonfaloniere, 
Ufficiale dello studio Fiorentino nel 1375, ambasciatore 
ad Anversa e quiudi al Pontefice nel 1409. Morì nel 
1417 ed ebbe tomba in S. Felicita. Giovanni suo figlio 
fu ambasciatore ai Pisani nel 1407; degli Otto di Balìa 
nel 1413 e dei Dieci di libertà nel 1430. Fu amicis- 
simo di Donatello che lo effigiò in uno dei Profeti che 
adornano la parte anteriore del campanile di S. Maria 
del Fiore, e suo ritratto è la statua volgarmente detta 
lo Zuccone. Da lui nacque Antonio che fu decapitato 
nel 1481 per avere con Battista Frescobaldi congiurato 
contro la vita di Lorenzo il Magnifico. Ai tempi dell'as- 
sedio , Alessandro di Leonardo figurò tra i difensori 
della patria libertà e dopo la capitolazione fu confi- 
nato, quindi riconfinato, talché gli convenne gettarsi tra 
i fuorusciti. Giovanbatista fu per la corte Medicea resi- 
dente in Germania nel 1642 e fu eletto in seguito Ve- 
scovo di S. Miniato nel 1655. Questa casa rimase estinta 
nei due fratelli Ottavio e Canonico Luigi dell'Avvocato 
Alessandro di Ottavio, morto il primo di essi nel 1784, 
ed il secondo l'undici Gennajo 1795. Arme dei Barducci- 
Cherichini furono sei palle poste nel campo rosso come 
le palle Medicee, d'oro a destra e d'argento a sinistra, 
divise per mezzo da una doga azzurra. 

I Barddcci detti Ottavanti abitarono nel popolo 
di S. Lorenzo e conseguirono per diciotto volte il Prio- 
rato tra il 1372 ed il 1523. Giovanni di Stagio fu 
favorevole ai Medici durante l'assedio, e perciò fu scelto 
a far parte della Balìa che riformò lo stato dopo la 
caduta della repubblica. Finì la famiglia in Alamanno 
di Stagio morto il 4 Marzo 1620 ( stile comune ), sep- 
pure non rimase superstite un ramo trapiantato in Poi- 



— 1288 — 

Ionia lino dai primi anni del secolo XVI. Questi Bar- 
ducci usarono per arme tre cerchi verdi nel campo 
dorato divisi da una fascia verde. 

Finalmente i Barducci detti Delle Pozze conse- 
guirono la cittadinanza sotto il Principato e sono man- 
cati ai giorni nostri. 

(7) Il Conte Rosso da Bevignano, dopo la morte di Oranges 

e la caduta di Firenze se ne fuggì a Napoli, dove era 
stato fatto Viceré il Cardinal Pompeo Colonna. Clemen- 
te VII potè conseguire che il Conte Rosso gli fosse con- 
segnato, e lo mandò a Firenze, dove Alessandro De' Me- 
dici lo fece impiccare in sulla piazza de' Signori a un 
pajo di forche fatte nuovamente per lui, perchè traditore 
e ribelle. 

(8) Da un Valore di Orlando dell'antichissima famiglia dei 

Rustichelli derivano, secondo l'Ammirato e il Verino, 
la loro origine i Valori. Taldo di Valore fu Priore per 
quattro volte, ambasciatore ai Veneziani nel 1328, e 
quindi sindaco al congresso di Montopoli ove dopo la 
morte di Castruccio si conchiuse la pace tra i Fioren- 
tini e Pisani. Assunto al Gonfalonicrato nel 1340 ebbe 
poco tranquillo il Governo pei moti de'Bardi e dei Frc- 
scobaldi. Gabriello suo figlio passò ai servigj degli 
Angioini e stabilì in Francia un ramo di sua famiglia. 
Niccolò altro figlio di Taldo fu Gonfaloniere nel 1367 
e generò Bartolommeo cittadino influentissimo che fu 
per tre volte Gonfaloniere, de' Dieci di guerra in tempi 
difficilissimi, ambasciatore di obbedienza a Martino V 
nel 1419 e al Duca di Milano nel 1423 per distoglierlo 
dall' impacciarsi nella tutela del Signor di Forlì ed evitar 
così nuove guerre. Nel 1413 concluse un trattato di 
pace coi Genovesi col quale sopì le contese dannose al 
commercio dei due popoli che la dedizione di Porlovenere 
ai Fiorentini avea fino dal 1411 fatto nascere. Morì 



— 1289 — 

compianto da tutti nel 1427 e lasciò varj figli, tra i 
quali Niccolò e Filippo. Niccolò occupò i primi gradi 
della Repubblica e fu parzialissimo ai Medici, ma Fi- 
lippo spento in fresca età nel 1468 non fu in tempo di 
conseguire veruna dignità. Ebbe da Picchina Capponi 
Bartolommeo e Francesco che dopo avere per quattro 
volte goduta la carica di Gonfaloniere , coperto le prime 
Magistrature e sostenuto importanti Ambascerìe fu uc- 
ciso nel 1498 il giorno nel quale fu arrestato Fra Gi- 
rolamo Savonarola, mentre tentava di adunar gente in 
favore del Frate. Bartolommeo, gran fautore della filo- 
sofia platonica, fu Priore nel 1470 morì nel 1477 e 
lasciò Filippo e Niccolò natigli da Caterina de'Pazzi. 

Filippo fu dei rettori dello studio di Pisa nel 1483, 
oratore ad Alessandro VI nel 1493 e morì nel 1494 
in Napoli ove erasi portato presso gli Aragonesi collo 
stesso carattere. Fu amico di Lorenzo il Magnifico, del 
Poliziano e del Ficino ed il mondo letterario gli deve 
la pubblicazione di tutte le opere di Platone con tutti 
i libri degli altri scrittori platonici tradotti dal Ficino. 
Sposò Alessandra di Alamanno Salviati la quale nel 1477 
gli partorì Baccio, il pessimo cittadino del quale molto 
si parla in questo racconto. Baccio ebbe da Dianora So- 
derini due figli, dei quali Filippo preso con lui a Monte- 
murlo nel 1537 gli fu compagno al patibolo. Paolanto- 
nio l'altro figlio di Baccio cadde pure nel'le mani di 
Cosimo al fatto di Montemurlo, ma Cosimo fu meno 
con lui rigoroso contentandosi di confinarlo nella rocca 
di Volterra. Dopo molli anni di prigionìa fu liberato e 
morì nel 1555. Francesco suo figlio morì ultimo di que- 
sto ramo nella prima decade del secolo XVII. 

Niccolò, l'altro figlio di Bartolommeo e di Caterina 
de'Pazzi, fu seguace della platonica filosofia e fece parte 
della celebre Accademia degli Orti Oricellarj. Servì però 
ancora la Repubblica con zelo, e nel 1501 fu Commis 
sano a Pistoja, Ambasciatore a Lodovico XII di Frau- 

T. IV. >7 



— 1290 — 

eia che lo elesse suo Ciambellano e consigliere nel 1503, 
oratore a Napoli presso Ferdinando il Cattolico nel 1507, 
e quindi nell'anno stesso Commissario nella Romagna 
Toscana. Nel 1512 fu carcerato come complice nella 
congiura del Capponi e del Boscoli contro i Medici e fu 
condannato a carcere perpetuo nella torre di Volterra. 
Baccio suo nipote gli ottenne la libertà presentando a 
Leone X la vita che di Lorenzo il Magnifico suo padre 
avea dettato Niccolò. Potè ancora tornare alle Magistra- 
ture e morì in Roma nel 1528. Francesco suo figlio 
dopo avere mostrato malanimo contro il Gonfaloniere 
Capponi e tentato di perderlo, fuggì dalla città quando 
si avvicinarono le truppe assediatiti alle quali si unì. 
Durante l'assedio fu impiegato in qualità di Commis- 
sario delle artiglierìe presso un corpo spagnuolo e quando 
fu preso Empoli fu affidalo alla sua custodia. Resosi 
poi Firenze nel 1531 fu spedilo a Bruxelles a Carlo V 
per implorare che concedesse Alessandro de' Medici in 
capo del nuovo governo, e tornò allo stesso Imperatore 
per ringraziarlo dopo che il Duca Alessandro ebbe preso 
possesso del nuovo dominio. Fu eletto senatore all'istitu- 
zione del senato, ma nel 1536 abbandonò i Medici e 
con Baccio suo cugino si gettò tra i fuorusciti. Dopo la 
disfatta di Montemurlo passò a Roma ove fu impiegato 
da Paolo III nei governi di Narni, Terni, di Orvieto 
nel 1541 , di Rimini nel 1543 e di Fano nel 1544. Mo- 
rì nel 1555. Lorenzo suo figlio fatto prigione a Mon- 
temurlo ebbe per grazia salva la vita, ma morì poco 
dopo. Filippo altro figlio di Niccolò mostrò molto zelo 
per la libertà nei primi moti contro i Medici nel 1527. 
Spedito nell' anno stesso ambasciatore agli Estensi fu poi 
nel 1528 eletto Capitano delle nazionali milizie. Corrotto 
dall'oro di Clemente cangiò partito, talché caduto in 
sospetto dei Fiorentini fu tratto nelle carceri pubbliche 
ove stette finché durò l'assedio. Sottomessa la città fu 
fatto Priore nel 1531 e coprì in seguilo ancora altre 



— 1291 — 

cariche, ma nel 1536 raggiunse i fuorusciti. Preso al 
fatto di Montemurlo perì sul patibolo al fianco di Bac- 
cio suo cugino il 20 Agosto 1537. Dei suoi figli, Nic- 
colò Cavaliere Gerosolimitano fu ucciso in Palermo^ 
Giovanbatista fu prelato e ricco di benefizj, e Baccio 
Cavaliere di S. Stefano fu eletto senatore e consigliere 
di Ferdinando I nel 1580. Fu uomo di gran coltura, 
famoso per sapere legale, raccolse una copiosa e celebre 
Biblioteca ed edificò il Palazzo ora Altoviti nel Borgo 
degli Albizzi. Morì nel 1606 ed ebbe nel Cav. Filippo suo 
figlio autore di varj opuscoli e Presidente dello studio di 
Pisa, un emulo delle paterne virtù. In Alessandro del detto 
Cav. Filippo, morto l'undici Novembre 1687, rimase 
estinta questa famiglia Valori ed eredi dei suoi beni 
furono i Guicciardini nei quali era collocata Virginia 
sua sorella. Arme dei Valori fu l'aquila d'argento colle 
ali abbassate, seminata di piccole lune nere, e con una 
croce rossa nel petto in campo nero. 

La famiglia Rustichelli, dalla quale i Valori deri- 
varono, fu di origine Fiesolana. Secondo il Padre Ilde- 
fonso, che nel Tomo XVI delle delizie degli eruditi To- 
scani ne intesse la Genealogìa, si divise questa casa 
in moltissimi rami e dette origine a varie famiglie. Se- 
condo però le notizie più autentiche che ci danno i 
nostri Prioristi tutte queste famiglie hanno origini del 
tutto diverse. Dall'esame di un diario scritto da Simone 
di M. Francesco di M. Giovanni Rustichelli, nel quale 
raccoglie notizie dei suoi maggiori, sono fatto certo 
dell'errore in cui è incorso il sopra menzionato Padre 
Ildefonso nell' attribuire a questi Rustichelli detti del 
Giudice cogli antichi Rustichelli discesi da Fiesole co- 
mune l'origine. È indubitato che questa famiglia fu 
ammessa alle Magistrature fino dai primi tempi del go- 
verno popolare e che dal 1297 al 1342 ottenne per 
otto volte il Priorato e per una la suprema dignità di 
Gonfaloniere di Giustizia. M. Giovanni di Rustichello di 



— 1292 — 

Battagliere fu spedito ad Empoli nel 1312 per trovarsi 
co°li oratori di Lucca di Siena e Bologna onde concer- 
tare il modo di resistere ad Enrico VII. Morì nei 1324 
e da Tuccia di Massajo Raffacani ebbe M. Francesco 
giudice, che essendo Priore nel 1342 tentò ogni via per 
impedire al Duca di Atene di erigersi in tiranno dei 
Fiorentini. Dal suo matrimonio con Cilia di Giovanni 
Boccadibue ottenne molti figli, da uno dei quali (sempre 
secondo il suddetto Padre Ildefonso) proviene la famiglia 
Rustichelli in grado Patrizio dimorante a Venezia. Arme 
di questi Rustichelli è la scacchiera di azzurro e 
d'argento col capo dello scudo azzurro, con una banda 
dorata che tutto attraversa lo scudo. 

Altri Rustichelli detti Bernotti dettero tre Priori 
tra il 1319 ed il 1341. 

Consorti di Valori furono certamente i Torrigiani. 
Costoro derivati da M. Torrigiano di Guido d'Orlando 
cominciarono ad essere ammessi al Priorato nel 1303 
dignità che da quell'epoca al 14(32 conseguirono per 
undici volte. Guido di Orlando si trovò alla battaglia 
di Montaperti, cui pure intervenne Gherardo suo fra- 
tello che in qualità di Capitano guidava gli uomini di 
S. Gervasio a Pelago. Torrigiano medico e filosofo ce- 
lebre lesse nell'università di Parigi e finì la sua vita 
tra i Certosini. Questi Torrigiani che usarono l' arme 
uguale a quella dei Valori si spensero in Bartolommeo 
di Giovanni morto nel 1509. 

Differenti da questi sono i Torrigiani che tuttora 
sono in Firenze. Originar) di Lamporecchio vennero a 
Firenze nel secolo XIV ad esercitarvi la professione di 
vinattieri. Benedetto di Ciardo dopo essere stato per 
due volte Priore, fu Gonfaloniere nel 1380. Fino al 
1454 nessun altro individuo di questa casa ottenne il 
Priorato, ma da quell'epoca al 1526 l'ottennero per sei 
volte. La illustrazione di questi Torrigiani è tutta mo- 
derna, poiché devono gran parte della loro fortuna al 



— 1293 — 

commercio. Luca di Raffaello fu Arcivescovo di Ravenna 
e morì nel 1C69. Carlo suo fratello fu eletto senatore 
nel 1657 e comprò la Baronìa di Decimo che a favore 
di Giovan Vincenzio suo figlio fu eretta in Marchesato 
nel 1719. Questa famiglia si estinse in Luigi del Mar- 
chese Gio. Vincenzio che percorsa in Roma la carriera 
Prelatizia, fu elevato al Cardinalato nel 1753 e fu Segre- 
tario di Stato di Clemente XIII. Alla sua morte acca- 
duta il 6 Gennajo 1777 chiamò alla eredità ed al nome 
dei Torrigiani il secondogenito delle famiglie a lui più 
strettamente unite con vincoli di parentela, e toccò a 
rappresentare questa famiglia a Pietro Guadagni che 
nasceva da Teresa Torrigiani figlia del Marchese Carlo 
fratello del Cardinale suddetto. Una torre d'argento con 
due stelle dorate ai lati ed una nella parte superiore 
è l'arme notissima di questa casa. 

Varie altre famiglie Torrigiani sono state ammesse 
a cittadinanza sotto il Principato. 

(9) Dalle case dell'antichissima famiglia Della Vecchia, cui 

appartenne Bentaccorda che con Ubaldino suo figlio 
intervenne alla più volte rammentata battaglia di IVIon- 
taperti nel 1260, prende il nome la volta detta della 
Vecchia che da Parione conduce in Via del Purgatorio. 

(10) I Berlinghieri provengono da Berlinghieri da Ruballa 
che nel 1215 sedendo nel Consiglio del Comune firmò 
una lega tra i Bolognesi ed i Fiorentini. I suoi di- 
scendenti furono insigniti delle primarie cariche della 
Repubblica che da essi tolse tre Gonfalonieri e trenta 
Priori tra il 1365 ed il 1531. Celebre sopra tutti è 
Francesco di Niccolò di Giorgio nato nel 1430 che fu 
Priore nel 1471 e 1479, poiché fu uno dei più assidui 
ascoltatori del Ficino. Compose in ottava rima sei libri 
di Geografia, opera dal Ficino medesimo molto nelle sue 
lettere commendata. La Repubblica negli ultimi giorni 



— 1294 — 

della sua libertà annoverò varj dei Berlinghieri tra i 
suoi difensori: si segnalarono tra gli altri Bartolommeo 
ed Jacopo di Antonio, e Giovanni e Michele figli d' Jacopo. 
Confinali dopo l'assedio, furono nel 1534 dichiarati ri- 
belli per non avere osservato i confini ed essersi uniti 
ai fuorusciti. Mancò questa casa in Niccolò di Giorgio 
di Niccolò che abbracciò l'ordine dei Minori Osservanti 
ove si chiamò Fra Francesco e morì nel 1610. L'arme 
dei Berlinghieri fu l'archipenzolo nero con sopra un 
rastrello rosso scempio a tre denti, nel campo d'ar- 
gento. 

(11) I Taddei sono creduli consorti dei Donati perchè pro- 
venienti da Taddeo di Donato di M. Riconosciuto, ma 
all' infuori del nome Donato in uno dei loro ascendenti 
non v'è altra prova per crederli della stessa agnazione, 
molto più che nell'albero de' Donati non si riscontra il 
nome di Riconosciuto. Il primo ad ottenere Magistrature 
fu Filippo di Taddeo che fu Gonfaloniere di compagnia 
nel 1380. Ammessi al Priorato nel 1424 conseguirono 
da quell'epoca al 1525 per venti volte quella dignità, 
e quattro dei Taddei pervennero alla suprema carica di 
Gonfaloniere di Giustizia. Citerò tra i personaggi più 
rinomati di questa casa Francesco di M. Antonio, da 
Carlo Vili fatto Cavaliere, che fu Commissario al campo 
sotto Pisa nel 1509. Taddeo suo figlio fu protettore 
munifico delle arti belle e nelle sue case accolse Raf- 
faello di Urbino quando venne a Firenze ad approfon- 
dirsi nella pittura nel 1504. Da lui probabilmente fece 
eseguire il celebre Cenacolo dipinto a fresco nel nuovo 
Refettorio del Monastero di S. Onofrio ove era monaca sor 
Serafina Taddei sua sorella. È invano che un branco d'in- 
vidiose cornacchie, appoggiato ad inconcludenti documenti, 
si è attentato a togliere a Raffaello il merito di questo 
portentoso dipinto per attribuirlo ad altro meno noto 
artista, ma l'esame dell'opuscolo a tale oggetto dettato 



— 1295 — 

muove a riso e a compassione, nonostante che per 
dargli treno se ne sia procurata una seconda edizione. 
Taddeo fu parimente Cavaliere e molto adoperato dalla 
Repubblica. Antonio Taddei durante l'assedio seguì le 
parti Medicee e visse lontano dalla città, per il che ebbe 
bando di ribelle e subì confisca dei beni. Compagni nei 
tradimenti ebbe un altro Antonio figlio di Bongianni, 
che al pari di lui fu dichiarato ribelle , e Gherardo di 
Francesco che all'istituzione del nuovo governo fu eletto 
a far parte del consiglio de'Dugento. Vincenzio di Piero 
di M. Antonio al contrario dei suoi parenti si distinse 
tra i difensori della libertà e servì la patria come uno 
dei Capitani delle milizie cittadine. Confinato dopo l'as- 
sedio, fu ben presto messo nel numero dei ribelli per 
non avere osservato i confini. Seguì la sorte degli altri 
fuorusciti Fiorentini; dopo il fatto di Montemurlo passò 
al soldo dei Veneziani e pervenne nelle loro armate al 
grado di Colonnello. Militò quindi in Francia e nuova- 
mente armato contro i Medici comparve all'assedio di 
Siena nel 1554. Sotto il Principato ebbero i Taddei un 
Senatore in Giovanni di Taddeo nel 1637. Si estinse 
questa famiglia il 22 Giugno 1729 per morte di Gio. 
Taddeo di Taddeo del Senatore Giovanni, e suoi eredi 
furono i Quaratesi. Le case di questa famiglia det- 
tero il nome alla Via Taddea nel Quartier S. Giovanni. 
Ebbero i Taddei per arme tre archipenzoli composti di 
piccoli archipenzoli rossi e dorati, sormontati ciascuno 
da una piccola palla dorata nel campo azzurro. Il capo 
dello scudo fu verticalmente diviso per mezzo; a destra 
azzurro col larabello rosso coi gigli d'Anjou, ed a si- 
nistra d'argento colla croce dorata di Gerusalemme po- 
tenziata ed accostata nei lati da quattro piccole crocel- 
linc parimente potenziate e dorate. 

(12) I Della Luna furono speziali e presero il cognome dalle 
insegne della loro spezieria. Abitarono in Mercato nelle 



— 1296 — 

antiche case dei Manfredi e dettero il nome ad una 
Piazzetta e ad un vicolo nel Mercato vecchio. Da Pierozzo 
di Francesco che fu Priore nel 1372 ad Agnolo di 
Francesco che lo fu nel 1530, conseguirono questa di- 
gnità per dieci volle. Francesco fu Gonfaloniere nel 1418, 
de' Dieci di Balìa nel 1423 e nel 1434 andò oratore 
ai Bolognesi per esorlarli a cacciare dalla città le sol- 
datesche del Duca di Milano. Al tempo dell'assedio Fi- 
lippo ed Agnolo di Francesco parteggiarono pei Medici, 
ed Agnolo fu arruoto alla balìa che riformò il Governo 
nel 1531, mentre Filippo alla istituzione del Consiglio 
dei Dugento noi 1532 vi fu compreso. Si spensero i 
Della Luna in Niccolò di Luca di Filippo che misera- 
mente morì annegato nel vivajo del giardino dei Sem- 
plici la sera del 25 Agosto 1645. A questa morte non 
si volle estraneo il tradimento, poiché fu detto che il 
Della Luna, bel giovine ed amante riamato di Margherita 
Salvetti nei Da Ccpparello fosse fatto uccidere dal Cardinale 
Giovan Carlo dei Medici onde rimuovere un ostacolo 
alle compiacenze della medesima gentildonna per la 
quale violentemente ardeva egli pure. Perciò invitalo 
il misero giovane ad una cena nel detto giardino, dopo 
averlo fatto bere fino all'ubbriachezza, simulando di 
correre per il giardino lo fece da uno dei suoi fami- 
gliari gettare nell'acqua, dalla quale si ebbe cura di 
non ritrarlo se non dopo parecchie ore, fingendo di cre- 
dere che per scherzo si fosse ascoso in qualche più 
remota parte. Suoi credi furono i Compagni. Arme di 
questa casa fu la croce di S. Andrea azzurra nel campo 
dorato. 

(13) 1 luoghi e ville circondanti Firenze nella parte meridio- 
nale da Levante a Ponente conservano tuttora le stesse 
denominazioni che avevano nel secolo XVI, sebbene sian 
variate le destinazioni delle fabbriche ed i loro pro- 
prie! a rj. 



— 1297 — 

(14) Le Milizie assoldate o mercenarie per la difesa di Fi- 
renze sotto il comando di Malatesta Baglioni furono di- 
vise in otto Colonnelli; suddivise in ottanta Capitani, dei 
quali venti erano Fiorentini delle migliori case, ammae- 
strati da Giovanni De' Medici detto l' Invitto, cioè Strozza 
Strozzi, Niccolò Strozzi, Francesco Bardi, Andrea Ghe- 
rardini, Caccia Altoviti, Castello Altoviti, Barbarossa 
Bartolini , Ivo Biliotti , Mariotlo Gondi, Antonio Bongianni, 
Luigi Altoviti, Lodovico Machiavelli figlio del celebre 
Niccolò, Sandrino Monaldi, Gio. Francesco Fedini, Raf- 
faello Ricoveri, Zanobi o Bobi Ciafferi, Lorenzo Tassini, 
Giovanni Caponsacchi, Bernardo Strozzi detto il Catti- 
vanza, e Benedetto o Botto Rinuccini. 

(15) La Torbe al Gallo adesso ha mutato, sebbene in poche 
cose, l'antico suo aspetto. La scala che conduceva alla 
Gallerìa soprastante al portico della villa non è l'antica, 
ma si ravvisa opera del secolo passato; il vano interno 
della torre è stato coperto da un tetto; i merli di essa, 
da due lati sono congiunti a guisa di parapetto per sedile 
e comodo degli osservatori. 

Io ho descritto questo luogo, non già perchè inte- 
ressante lo renda la dimora fattavi dal conte di San 
Secondo con le sue soldatesche al tempo dell'assedio; 
non già per l'esperimento astrologico sull'esito della 
guerra Fiorentina fatto da Cerbellione per ordine di 
Oranges; ma sivvero perchè là sopra quella torre per 
varj anni il divino Galileo Galilei, un secolo dopo 
l'assedio di Firenze, si assideva in estatiche astrono- 
miche contemplazioni. 

Quel Grande per undici anni visse in una villetta 
a pie del poggio del Gallo nel luogo detto Monte- 
ripalli, da quella sua dimora giornalmente si por- 
tava sulla torre del Gallo, dettandovi ai suoi discepoli 
gli alti concetti del genio, eccitali dalle mirabili scoperte 

T. IV. iS 



— 1298 — 

nella sua vasta niente destate dal sublime quadro che la 
terra ed il cielo presentano a chi l'osserva da questa 
altura. 

Questo luogo santificato da tanto ingegno, dai Galli 
passò nei Cerretani, indi nei Grassi, quindi nei Piccioli, 
ed ora negli Alberti. Visitato continuamente come pelle- 
grinaggio venerando dai forestieri che sentono la com- 
mozione destata dal nome di Galileo, vede spesso le 
lacrime che sgorgar fa il pensiero che su quei sassi si 
svilupparono tanti dei divini concetti di quell'infelice 
sublime Italiano. 

Eppure nessuna memoria sul luogo rammenta que- 
sto suo pregio! E vi starebbe bene l'epigrafe di Pietro 
Contrucci così accomodata: 



SU QUESTA TORRE 

Là STRUTTURA DEL CIELO 

L'ARMONIA DEGLI ASTRI IL GIRO DEI PIANETI 

LE LEGGI DELLA NATURA 

PER IL DIVIN GALILEO 

DISVELATE AL MONDO 

LO POSERO NEL NUMERO DEI SAPIENTI 

TRA 1 BENEFATTORI DELLA UMANITÀ* 

E I MARTIRI DEL VERO 

COME IL SUO SOLE 

FOLGOREGGI ANTE SU QUESTO GLOBO 

IN SUA MOVENZA MIRABILE 

A tale trascuratezza, alla villa abitata da Galileo, 
provvide il Nelli col permesso del Buonajuti che ne era 
il padrone, e perciò vi fu appostala seguente iscrizione 
elegantissima, e che mediante la diligenza del Sig. Mar- 
chionni attuale proprietario può essere letta dal pas- 
seggiero. 



— 1299 — 

AEDES QDAS VIATOR 1NTDERIS L1CET EXIGUAS 

D1VINUS GAL1LAECS 

COEL1 MAXIMDS SPECTATOR 

ET NATURALIS PHILOSOPHIAE RESTITUTOR 

SED POT1US PARENS 

^ PSEUDOSOPHORUM MALIS ART1BUS COACTUS 

INCOLUIT AB ANNO MDCXXX1 KAL. NOVEMBR1S 

AD ANNUSI SIDCXLU VI IDUS 1ANUARJ 

HEIC NATDRAE CONCESSIT 

LOCI GEN1UM SANCTUS! VENERARE ET T1TCL0M 

AB JO. BAPT1STA CLEMENTE NBLLIO 

STEPHANIANI ORDIN1S EQCITE 

SENATORE AC PATRICK) FLORENT1NO 

AETERN1TATI DICATUSI SUSCIPE 

ANTONIO BONAJDTI J. C. FUNDI DOMINO ANNUENTE. 

Con ciò si spiega che la villa non fu proprietà 
dei Nelli, come è stato detto da quasi tutti gli eruditi 
i quali hanno parlato di questo luogo dimora di Galileo 
Galilei. 

Aggiungasi che alla torre del Gallo ha dato nome 
la famiglia Del Gallo o Galli che n'ebbe anticamente 
il possesso. Questi Galli, detti dagli antichi scrittori fa- 
miglia di sangue romano, sono antichissimi in Firenze, 
narrandoci il Malispini che nel passaggio di Carlo Ma- 
gno per questa città Federigo Galli fu armato Cavaliere. 
Possederono in seguito Miransu e tutto quel poggio 
che da essi si disse del Gallo. Ebbero torri, palazzo e 
loggia nella città ove ottennero il Consolato, e al suscitarsi 
delle fazioni si sa che parteggiarono pei Ghibellini. In- 
fatti trovasi che Lapo, Bellino, Corrado e Lambertuccio 
di M. Guido Del Gallo furono banditi dalla città nel 
1268. Questa casa che sembra mancata intorno ai prin- 
cipi del secolo XIV usò per arme un leone d'oro ram- 
pante nel campo rosso. 



— 1300 — 

Nessuna attinenza hanno con essa le altre famiglie 
Galli che furono e sono in Firenze. Una di esse fu 
ascritta al quartier S. Croce Gonfalone Carro, e trovasi 
agli squiltinj del 1524. Mancò in Giacinto di Pandolfo 
morto circa il 1650 di cui fu erede Caterina sua figlia 
moglie del senatore Alessandro Cerchi. Di altro ramo 
di questa casa, estinlosi non molto prima, ereditarono i 
Passerini. Stemma di questi Galli fu un gallo al natu- 
rale nel campo d'argento tagliato da una banda azzurra 
caricata di gigli d'oro, attraversante tutto il campo. 

Altri Galli ascritti all'arte dei legnajoli e distinti 
dall'arme di tre faine poste a due e una, salenti nel 
campo d'argento ebbero Jacopo Priore nel 1435. 

I Galli che tuttora esistono a Firenze sono originarj 
di Prato e furono ammessi alla cittadinanza Fiorentina 
nel 1574 nella persona di Agnolo di Agnolo di Matteo 
Galli lanciajo. Quando i suoi discendenti furono resi 
rispettabili per ricchezze comparvero alberi genealogici 
che gli attaccarono agli antichi Galli consolari, ed altri 
più modesti che dettero loro per progenitore l' Jacopo 
Galli che, come dissi, fu Priore nel 1435. Questi Galli 
nel secolo XVII si divisero in due rami che tuttora 
sussistono. Carlo di Lorenzo nato nel 1614 fu lo stipite 
dei Galli che vivono senza essere insigniti di titolo ve- 
runo, ed Agnolo suo fratello nato nel 1604 fu avo di 
altro Agnolo che essendo maggiordomo maggiore degli 
alloggi del Duca Antonio di Parma fu da lui dichiarato 
Conte nel 1727. Da lui i Conti Galli. Arme di questa 
casa è il campo orizzontalmente semipartito, al disotto 
verde e al disopra d'argento con due galli al naturale 
occupati a svellere delle spighe da alcuni steli di grano. 

Altre famiglie Galli furono ammesse a cittadinanza 
sotto il Principato. 

Avendo nominato anco i Grassi come possessori 
della torre del Gallo non stimo inutile l'avvertire 



— 1301 — 

che a questa famiglia appartiene Clemente d'Amerigo 
di Bartolo detto Grasso che fu Priore nel 1481. 
Benedetto Grassi fu uno dei Commissarj deputati a 
provvedere la città di vettovaglie durante l' assedio. 
Mancarono in Amerigo di Niccolò di Amerigo morto il 
7 Giugno 1678. Ebbero per arme una piramide di sei 
monti rossi nel campo d'argento, col capo dello scudo 
azzurro caricato del lambello rosso e dei gigli d'oro 
d'Anjou. 

(16) Le Fiere di Firenze al tempo di Repubblica furono due 
per ciascun anno, cioè quella di S. Simone e quella di S. 
Martino, ambedue destinate allo smercio dei panni di 
lana. Particolarmente la Fiera di S. Martino si faceva 
nella piazza della Signorìa; ma verso la metà del secolo 
XV fu trasportata Oltrarno in via Maggio ed in piazza S. 
Spirito, perchè appunto quei luoghi erano divenuti ab- 
bondantissimi di fondachi di lana sull'esempio dei Vel- 
luti, oggi Duchi di S. Clemente, che molti anni avanti 
vi avevano trasportato i loro traffici. Oggi appena esiste 
il nome di queste fiere cagioni del baratto di lana in 
oro abbondantissimo. 

Di non gran conseguenza, e più per passatempo 
del popolo che per smercio, sono le altre due fiere che 
si fauno in Firenze il dì 8 di Settembre ed il 25 Marzo 
sulla piazza ed invia de' Servi dette le Fiere della SS. 
Nunziata. Nella prima è singolare una specie di bacca- 
nale che la sera del 7 Settembre si fa in detti luoghi 
con fanali di carta, fischi e urli, chiamata la Festa 
delle Fierdcolone. Vi è chi crede che sia una memoria 
della presa di Siena, avvenuta di notte al lume di lam- 
pioni e di fiaccole sotto Cosimo I, come la dipinse il 
Vasari nel Salone del Palazzo Vecchio; ma più proba- 
bilmente è una specie di canzonatura fatta alle donne 
di montagna, che venendo alla festa della Madonna 
s'intrattenevano sotto le loggie nella notte a cantare 



— 1302 — 

rozzamente le laudi della Vergine al lume di fanali di 
carta; ed ecco il perchè i ragazzi accompagnano i loro 
fanali di carta in cima alla canna con una pupazza o 
bambola vestita da contadina o montagnuola. Ma anche 
questa festa popolare è andata in consunzione. 

(17) La Chiesa di S. Margherita a Montici situata a levante di 
Firenze, dietro il Monte e poco più elevata di Rusciano, 
fu edificata in cima ad un Monticello (corrottamente 
detto Montici) dalle famiglie Amidei e Gherardini, dive- 
nuta poscia patronato dei Niccolini e del ramo superstite 
dei Gherardini. 

(18) Santa Maria degli Ughi era forse la più antica chiesa 
di Firenze, situata quasi nel centro dell'antica città 
dietro il Palazzo Strozzi sulla piazza chiamata delle 
Cipolle. La torre di questa chiesa, ogni sera d'inverno 
alle ore tre di notte dava il segno con la Campana agli 
artefici di desistere dai loro traffici e dalle veglie, per 
il che ognuno si ritirava a casa sua. Cosimo I a questa 
campana sostituì quella del Duomo onde fosse meglio 
intesa, la quale suonava e suona tuttora alle tre e mezzo 
di notte, dopo che le campane delle altre chiese dette 
campanellini hanno dato il segno delle tre. Queste 
provvedimento, in oggi quasi inutile, era savissimo in 
una città di traffico. Siccome questo uso fu introdotto 
prima della metà del secolo XIV perchè non vi erano 
Orologi né pubblici né privati; così si continuò anche 
dopo che nella seconda metà di quel secolo uno ne fu 
posto alla torre del Palazzo dei Signori. 

Si cita un lascito fatto da una ortolana alla Chiesa 
di S. Maria Maggiore perchè alle quattro di notte suo- 
nasse con la campana l'avviso alla gente dei vicini sub- 
borghi che venivano a lavorare in Firenze, perchè se 
ne tornassero alle loro case e non fossero chiusi in città 
al serrare delle porte, che si faceva verso le cinque di 



— 1303 — 

notte. Si chiama tuttora la campana della cavolaja 
quella che si suona alle quattro di sera dal campanile 
di S. Maria Maggiore. 

Anche in Mercato Nuovo nel 1516 era stata posta 
una campanella sul tetto del Saggio che suonava la sera 
per avvertire i mercanti che si levassero dai loro traf- 
fici. 

Dalla Torre del Bargello al presente suona la cam- 
pana per mezzora, cioè dalle dieci e mezzo alle undici 
pomeridiane. Fu stabilito questo suono, affinchè i cit- 
tadini si guardassero dal portar armi dopo il suono della 
Campana; regolamento è questo del Principato, che da 
il nome delle Armi alla campana. 

(19) Ercole Bentivoglio di Bologna divenne celebre nella 
poesìa italiana e latina; Qui soltanto avverto che Ercole 
fu autore di varie Commedie e Satire di tal' elevatezza, 
che in questi componimenti uguagliò Lodovico Ariosto, 
lasciando dubbio presso alcuni, se lo abbia superato. Morì 
in Venezia l'anno 1573. 

(20) Sulla origine della famiglia Antinori, come su quella 
della maggior parte delle famiglie Fiorentine, sono di- 
scordi gli scrittori. Taluni Y asseriscono proveniente da 
Lucca, secondo altri è un ramo dei Buondelmonti. Que- 
sta opinione è a mio avviso la più veridica poiché trovo 
Àntinoro di Rinuccino di Rinieri (uno dei progenitori 
dei Buondelmonti) che come testimone interviene ad un 
atto celebrato in Cambiate nel 1188, atto riportato dal 
Padre Fedele Soldani nella sua lettera VI sul Monastero 
di Passignano, a pagine 62, ove citasi ancora altro atto 
per il quale Accarisio, indubitato stipite degli Antinori, 
con Ottaviano suo fratello donò nel 1178 al Monastero 
di Passignano, già fondato dai suoi Maggiori, tutti i 
diritti e Patronati che aveano nella diocesi Fiorentina 
eccetto il diritto di Patronato su detto Monastero. Acca- 
risio oltre Ottaviano ebbe in fratello Lippo che per 



— 1304 — 

mezzo di Chiaro fu avolo di un altro Lippo, il quale portò 
il suo domicilio in Firenze ove trovasi nominato in istru- 
menti del 1263 e 1280. Da costui proviene un ramo 
cui appartenne Antonio di Giovanni che accompagnando 
a Napoli il Cardinale Latino Orsini, da Pio II speditovi 
nel 1458 a recare l'investitura del Regno a Ferdinando 
I, colà si domiciliò ed acquistò i Baronaggi di Solafra, 
Frattapiccola e Delfino. La sua discendenza tuttora esiste 
in Napoli conosciuta sotto il titolo dei Duchi di Brindisi. 
Da Filippo figlio di Accarisio nacque Francesco che nel 
1351 fu il primo dei ventitre Priori che dette al Co- 
mune la sua famiglia. In Antonio e Bernardo figli di 
Tommaso e nipoti di Francesco, nato il primo nel 1399 
e l'altro nel 1397, si divise la casa nelle sue principali 
diramazioni. Nacque da Autonio quel Francesco che nel 
1487 fu Commissario dei soldati della Repubblica nella 
guerra di Sarzana e che nel 1495 fu poi spedito Commis- 
sario a Pescia per raccogliere milizie e guidarle all'as- 
sedio di Pisa. Discese da lui Pierantonio, letterato 
assai in fama nel secolo XVII, ascritto alla Crusca nel 
1627 e console dell'Accademia Fiorentina nel 1646. Fu 
eletto senatore da Ferdinando II nel 1666, e da lui eb- 
bero i natali Giovanbalista ed Amerigo che al pari del 
genitore conseguirono la dignità senatoria. Al medesimo 
grado pervennero due dei figli del senatore Amerigo, 
cioè Vincenzio e Gaetano che fu inoltre segretario di 
Stato di Giov. Gastone, quindi segretario del Consiglio 
di Reggenza del Granduca Francesco II. Fu ottimo mi- 
nistro, uomo di vasti talenti, amatore indefesso dell'an- 
tichità e della storia ed uno di coloro che prepararono i 
tempi felici del Regno di Pietro Leopoldo I. Morì nel 
1763 e da suo figlio Amerigo che fu Maggiordomo 
Maggiore della Regina d' Etruria proviene il ramo degli 
Antinori stabilito Oltrarno in via dei Serragli. 

Bernardo l' altro figlio di Tommaso coprì molte 
delle primarie cariche della Repubblica e primiero di 
sua famiglia ascese al Gonfalonierato nel 1474. Tom- 



— 1305 — 

niaso suo figlio nato nel 1438 e morto nel 1512, ottenne 
il Priorato nel 1489 e nel 1504 fu uno dei proposti al 
Gonfalonierato perpetuo. Alessandra di Giovanni Benci 
lo rese padre di Carlo erudito sacerdote morto nel 1503 
mentre era stato eletto al Vescovato di Volterra, di 
Lodovico, Raffaello e Niccolò nei quali si suddivise la 
casa. 

Lodovico generò Dionigi, caduto in pena di testa e 
confisca nel 1532 per essere contrario ai Medici, e Bon- 
gianni che fu degli ultimi Priori nel 1532, quindi del 
consiglio de' 200, quando fu soppressa ogni forma re- 
pubblicana. Lodovico suo figlio entrò in Prelatura e nel 
1563 fu da Pio IV spedito al concilio di Trento per 
sollecitarne la conclusione, e nel 1564 a Carlo IX Re di 
Francia perchè colà se ne pubblicassero i decreti. Co- 
simo 1 lo richiese a Pio V e lo deputò ambasciatore 
all'Imperatore per ottenere favorevole risoluzione nelle 
sue liti di precedenza cogli Estensi. Nell'anno stesso fu 
eletto Vescovo di Volterra indi di Pistoja, e nel 1573 
mandato Ambasciatore in Spagna. Nel 1575 passò all' Ar- 
civescovato di Pisa, ma per poco godè questa nuova 
dignità essendo nella fresca età di anni 45 mancato nel 
1576 in espettativa di maggiori dignità dovute ai ta- 
lenti ed alla coltura che lo distinsero. Da Filippo 
suo fratello nacque Lodovico eletto senatore nel 1631 
la di cui discendenza finì in Donato di Filippo che na- 
scendo da una Guadagni nipote ex fratre di Clemente XII 
visse in Roma presso il zio Pontefice che lo fece Cava- 
liere di Malta e gli ottenne molte ricche commende tra 
le quali il Gran Priorato di Capua e la Gran Croce. 
Nel 1731 fu destinato per coadjutore al Marchese Maidal- 
chini nella carica di Maestro di campo e governatore delle 
armi nella provincia del Patrimonio e stato di Castro, 
quindi fu spedito in Francia a Luigi XV e in seguito fu 
deputato ad incontrare e servir l'infante D. Carlo per 
gli stati della Chiesa mentre vi passava coli' armata per 

T. IV. "9 



— 1306 — 

la conquista del Regno di Napoli. Morì nel 1786 nella 
carica di Governatore delle armi del Patrimonio. 

Raffaello di Tommaso nel 1508 fu dei Priori e da 
Lodovica di Carlo Pucci ebbe molti figli, dei quali 
citeremo Giovanfrancesco, Federigo ed Antonio. Giovan- 
francesco detto il Morticino, che è quello del quale 
parlasi in questo racconto, fu uno dei capitani allevati 
alla scuola di Giovanni de' Medici, nel corpo da lui co- 
mandato che si disse delle bande nere. Cominciò a farsi 
nome nel 1527 per la cacciata dei Medici come uno 
dei più sediziosi nell'insultare la loro memoria. Fu uno 
dei Capitani delle milizie durante l'assedio. Però non 
coronò degnamente l'opera sua, perchè fu tra coloro che 
sediziosamente si unirono per obbligare la Signorìa a 
scendere a patti, e se non fosse slato trattenuto avrebbe 
ucciso Bernardo da Verrazzano che si era portato ai 
tumultuanti per invitarli a deporre le armi. Federigo suo 
fratello fu autore di un ramo che mancò in Federigo di 
Ristoro morto nel 1670 a Eidelberg ove presso l'Elet- 
tore Palatino vivea in non mediocre considerazione. An- 
tonio, terzo tra i figli di Raffaello, fu eletto senatore 
nel 1559 e fu padre d'infelicissimi figli, poiché Raffaello 
perì in battaglia nella Transilvania, Bernardino Cav. di 
S. Stefano fu fatto strangolare da Francesco I nella nota 
tragedia della Eleonora di Toledo, Francesco dopo la 
morte del fratello fuggito in Francia perì nel 1580 uc- 
ciso da un sicario Mediceo, e Giovanni, che da Francesco 
I fu mandato Ambasciatore ad Enrico III Re di Fran- 
cia che gli die il collare dell'ordine di S. Michele nel 
1574, fu scannato da due sconosciuti sicarj nel 1583. 
Nò qui terminarono le infelicità di questo ramo, poiché 
dei figli di Giovanni, Luigi perì annegato nell'Arno nel 
1600 e Antonio essendo del Magistrato dell'archivio 
morì con tutti i suoi colleghi avvelenato nel 1613. Luigi 
tìglio di Antonio fu marito di quella Maddalena del 
Rosso che amante riamata di Giovanbatista Cavalcanti 



— 1307 — 

tu nella sera del 25 Maggio 1652 uccisa da un suo 
fratello, mentre il di lei drudo periva sotto il pugnale 
di Zanobi Carnesecchi, uomo vendicativo del quale la 
infelice Antinori avea respinto gli affetti. Il senatore 
Antonio figlio di questi conjugi fu avo del Cavaliere 
Antondomenico nel quale rimase estinta la posterità di 
Raflaello di Tommaso il 9 Dicembre 1784. 

Niccolò di Tommaso nato nel 1454 fu per quattro 
volte de'Priori, nel 1498 Capitano e Commissario di 
Arezzo, nel 1501 Commissario a Seravalle per quetare 
i tumulti insorti a Pistoja, ed Ambasciatore a Milano 
nel 1502. Comprò dai Boni il loro palazzo sulla piazza 
detta allora Padella e quindi da essi degli Antinori, e 
morì nel 1528. I figli che gli nacquero da Nannina 
Martini furono seguaci di diversi partiti, poiché Camillo 
e Giambattista furono fautori della libertà, mentre Ales- 
sandro fu partigiano dei Medici. I primi due furono 
sotto lieve pretesto banditi dalla città dopo il ritorno 
dei Medici nel 1513. Cammillo fu padre di Amerigo 
che dopo l'assedio si gettò tra i fuorusciti e nel 1536 
si trovò con Piero Strozzi alla sorpresa di S. Sepolcro 
e Sestino, quindi alla battaglia di Montemurlo. !n questo 
fatto rimase prigione di uno Spagnuolo e si avverò uno 
di quei rari casi che onorano l'umanità. Lo Spagnolo 
che lo avea prigione gli pose 2000 scudi di taglia, 
minacciandolo che altrimenti lo avrebbe consegnato a 
Cosimo I. M. Vincenzo Veccia suo amico che stava in 
Roma mosse subito per tentare di liberarlo, ma non 
essendo ricco non gli era possibile, poiché i preghi 
e le promesse non bastavano a vincere l'avarizia dello 
Spagnolo. Allora gli offerse di rimanere suo prigioniero 
per dar agio all' Antinori di poter andare a Roma, ove 
la casa teneva banca di commercio, per procurarsi la 
somma opportuna, ciò non essendo possibile in Firenze 
ove i suoi beni erano confiscali. Fu accettata l'offerta, 
ed Amerigo andato a Roma tornò tra non poco a libe- 



— 1308 — 

rare dalla prigionìa l'incomparabile amico. Passò in Fian- 
dra al servizio di Carlo V come Colonnello d'Italiani' 
e nel 1550 da Ottavio Farnese gli fu affidata la difesa 
di Colorno contro gl'Imperiali comandati da Ferrante 
Gonzaga e morì ultimo del suo ramo nel 1590, poiché 
Cammillo suo figlio, soldato di valore ma uomo facinoroso, 
gli premorì nel 1567. Alessandro di Niccolò concorse 
alla distruzione della Repubblica e dal Duca Alessandro 
fu creato senatore nel 1532. Dei suoi figli, Vincenzio 
fu fatto ribelle nel 1559 per essersi immischiato nella 
congiura di Pandolfo Pucci e passato a militare in Germa- 
nia fu fatto prigioniero da Achmet Pascià alla battaglia di 
Drigal, Sebastiano uomo di Letteratura non volgare fu 
destinato da Cosimo I alla revisione del Boccaccio ed 
eletto senatore nel 1586, e Lorenzo uomo perito nella 
musica e colto pei suoi viaggi, si occupò dei negozi 
mercantili e della propagazione della famiglia. Da Gio- 
vanna Guadagni ebbe Alessandro eletto senatore nel 
1617 e morto nel 1631 in conseguenza di pugnalate 
ricevute dal senatore Nerli, e Vincenzio che fu ammesso 
nel senato nel 1605 morì nel 1610. Costui ebbe 
molti figli, tra i quali Lorenzo uomo tutto dedito alla 
pietà che rimasto vedovo si fece sacerdote e nel 1662 
fondò la congregazione di S. Salvatore. Indefesso alla 
predicazione, alle missioni, alla visita degli Spedali e 
delle carceri morì in grand' opinione nel 1668. Elisa- 
betta Bartolini Baldelli sua moglie gli partorì Fran- 
cesco Accademico operoso della Crusca, e Vincenzio di 
cui nel 1663 nacque Niccolò-Francesco. Questi cominciò 
a farsi conoscere nella carica di auditore della giurisdi- 
zione e degli sludj di Firenze e di Pisa, talché fu spe- 
dito a Parma per differenze di confini, poi a Milano 
per cagione di ottenere l'investitura di Siena, indi 
a Giuseppe 1 e a Carlo VI Imperatori per gli 
affari della successione di Toscana. Nel 1699 fu eletto 
Auditor Presidente dell'ordine di S. Stefano, e senatore 



— 1309 — 

nel 1700. Cosimo III che ne pregiava gli straordinarj 
talenti lo ammise nel suo consiglio di stato e per ricom- 
pensare i suoi servizj gli donò il Priorato di Ungheria 
sua vita durante , e quello di S. Miniato per se e sua 
linea. Nel 1713 Giovan Gastone lo spedì a Vienna per 
prestare nelle mani di Carlo VI il solito giuramento 
per l'investitura di Siena. Morì nel 1721. E famosa la 
sua scrittura per sostenere la libertà di Firenze , quando 
nella imminente estinzione dei Medici si pensava dai 
potentati Europei chi dovesse chiamarsi a quel trono. 
Questo trattato fu tradotto in Latino dal senatore 
Buonarroti e dall' Averani, ed in Francese dal Cardinale 
Corsini. Vincenzio suo figlio fu eletto senatore nel 1736 
e da lui nacque Niccolò Gaetano che nel 1771 fu man- 
dato ambasciatore a Milano per congratularsi coll'Arci- 
duca Ferdinando delle sue nozze con Beatrice d'Este, 
e fu nominato senatore nel 1791. Da lui ebbe i natali 
il vivente Cav. Vincenzio Antinori mentissimo direttore 
del Gabinetto Fisico-naturale ed autore di varj pregiati 
opuscoli riguardanti le scienze Fisiche e naturali. Arme 
Antinori è il campo orizzontalmente semipartito al di 
sotto d'oro e al di sopra ammandorlato d'oro e di azzurro. 

Il palazzo ove sulla piazza di S. Gaetano dimora 
un ramo di questa casa, fu edificato sul cadere del 
secolo XV dalla famiglia Boni. 

Questi Boni, che per differenziarsi da altra famiglia 
omonima si dissero delle Catene dalla loro arme di 
quattro dorati pezzi di catena moventi dai quattro lati 
dello scudo ed uniti nel centro ad un anello dello stesso 
metallo ed accostati per ciascuna parte da una stella 
d'oro nel campo azzurro, ottennero il Priorato nella 
persona di Paolo di Ambrogio di Meo nel 1384 e di 
Bernardo di Bernardo di Ambrogio nel 1463 e 1495. 
Si estinsero per morte di Pier Maria di Ambrogio il 
27 Agosto 1600. 

Gli altri Boni, detti anco Buoni, originar)' di Gub- 
bio furono ammessi al Priorato nel 1442, e da quel- 



— 1310 — 

l'epoca al 1529 ottennero quella dignità per dodici 
volte. Bono di Giovanni fu fatto Cavaliere da Renato 
d'Anjou nel 1442 ed ebbe il privilegio di collocare il 
giglio nell'arme. Ai tempi dell'assedio mostrò molto zelo 
per la libertà Giovanbatista di Leonardo che dopo la 
capitolazione fu confinato, non meno di Francesco 
tìglio di Gaspero suo fratello che fu dichiarato ribelle 
nel 1554 per essere intervenuto coi fuorusciti Fiorentini 
alla difesa di Siena. Antonio di Andrea fu decapitato 
nel 1534 per avere sparlato della tirannide del Duca 
Alessandro. Carlo di Giovanbatista fu Vescovo d'Angou- 
lème e morì nel 1603. Giovanni di Andrea fu mandato 
Ambasciatore residente presso D. Cesare Duca di Mo- 
dena nel 1605 e nell'anno medesimo ascritto tra i 
senatori. Fu in seguito Commissario di Pisa, Maggior- 
domo della Granduchessa Cristina, Ajo di D. Lorenzo 
de'Medici , Consigliere di Stato e soprintendente delle 
milizie e bande del Granducato. Morì ultimo di sua 
famiglia l'undici Novembre 1644 ed erede dei suoi beni 
e del nome fu Lucrezia sua figlia maritata nei Miche- 
lozzi. Arme di questi Boni fu il campo verticalmente 
semipartito a destra rosso, a sinistra turchiuo e sul 
tutto un leone d'argento rampante ed avente al collo un 
piccolo scudo azzurro con un giglio d'oro. Dalle case 
di questi Boni prese nome la strada che confina colla 
piazza degli Agli e colla Via dei Naccajoli nel Quarticr 
S. M. Novella. Le loro case ora più non esistono perchè 
insieme con quelle dei Panciatichi furono atterrate per 
ingrandire la strada e cedere il luogo al giardino degli 
Orlandini. 

Altri Boni o Buoni hanno acquistato dritto di citta- 
dinanza sotto il Principato. 

(21) L'antica Torre delle Mura di Firenze dove fece pro- 
dezze di Valore Nannone bombardiere si trova Oltrarno, 
e se non m'inganno, non è già quella che si vede fuori 
la porta S. Piergattolino salendo verso S. Giorgio , chia- 



— 1311 — 

mata de' Cinque-Canti, e più comunemente di Masche- 
rino (da un mendico solitario che vi dimorava nel 
1800); ma sibbene quella che fa angolo passata la porta 
S. Giorgio, dove comincia la scesa che conduce alla 
porta S. Miniato. 




CAPITOLO XXV, 



Ijjijna ridente mattina, sebbene d'inverno (cor- 
rendo il mese di Gennajo 1529 secondo lo stile Fio- 
rentino, ma 1530 secondo quello comune), Lodovico 
Martelli attraversava la piazza di San Giovanni; oc- 
cupandosi allora delle cose della guerra, dopo che 
era scampato dai pericoli del contagio, perchè così 
procurava distrarsi dalla sua passione che non poteva 
domare. A pie del campanile del Duomo trovò Mes- 
ser Carlo Cappello che stava estatico, ammirandone 
la bellezza e contemplandone le vaghe sculture che 
lo adornano (1). Veduto il Martelli, gli disse: — Qual 
fortuna è la mia, Messer Lodovico, incontrandoti ap- 
punto in questo momento in cui desiderava un citta- 
dino capace di servirmi di guida nella gita che divi- 
sava di fare con gli occhi sopra Firenze e suoi contorni, 
perchè vedi, voglio andare lassù sulla cupola a go- 
dermi il bel tempo e la bella veduta. — Lodovico 
Martelli, conosciuto quel desiderio, si per dovere di 
urbanità che per riguardo d' amicizia, credè bene di 

T. IV. 7.0 



— 1314 — 

accompagnarlo, ed insieme entrati nel Duomo si dires- 
sero ad una delle porticciuole delle scale che fanno 
ascendere sopra tutta la fabbrica. 

Carlo Cappello, antenato di quella Bianca sì fa- 
mosa per gli amori di Francesco I Granduca di To- 
scana (2), era nobilissimo patrizio veneziano, venuto 
Ambasciatore della Repubblica di Venezia presso la 
Repubblica Fiorentina, succeduto da pochi mesi nella 
ambascerìa a Messer Antonio Soriano. Uomo di bel- 
l'aspetto preveniva a suo favore, ed il suo carat- 
tere fermo e leale si trovò spesso in contradizione 
con il vergognoso pantomima che ad inganno dei 
Fiorentini gli faceva giuocare il suo Governo, onde 
dal loro danno cavare la propria sicurezza. 

Cappello riuniva bontà d' animo e coltura di 
spirito, essendo amantissimo delle lettere e delle scien- 
ze non che delle belle arti. Luigi Alamanni, che nel 
tempo del suo pericolo a causa della congiura contro 
il Cardinal Giulio De' Medici fu accolto e protetto in 
Venezia da Carlo Cappello, lo aveva caldamente rac- 
comandato a Lodovico Martelli suo amico; ed era di 
fatto meritevole di ogni riguardo tal uomo, il quale, 
nel tempo che tutti gli Ambasciatori delle corti e re- 
pubbliche di Europa residenti presso la Repubblica 
Fiorentina avevano abbandonato la città o per ordine 
dei loro Governi o per il timore dell' assedio , solo era 
rimasto in Firenze, dando così una dimostrazione di af- 
fetto del suo Governo, sebbene fallace, che incorag- 
gisse i cittadini. 

1 malori della peste, quelli dell'assedio uniti ad 
una stagione nebulosa ed umida, avevano impedito 



— 1315 — 

al Cappello i piaceri della bella vista di Firenze e 
de'suoi contorni; giacché quella giornata era una delle 
poche, dopo la sua venuta in Firenze, in cui il cielo 
fosse libero dai vapori e dalle nebbie, sperava godere 
pienamente dello spettacolo bramato, soddisfacendo 
così in un tempo alla curiosità di scernere gli accam- 
pamenti Imperiali e 1' ordine della difesa. 

Saliti nell' alto della Cupola, dopo essere passati 
per le comode scale ed anditi praticati da Brunellesco 
framezzo all' esterna ed all' interna volta di quel mo- 
numento prodigioso dell'arte, si presentò al loro sguar- 
do la veduta imponente di una città sotto i piedi, 
diminuita dalla altezza, per la quale gli uomini sem- 
bravano tanti fanciulli. Del pari era schierato alla lor 
vista il paese che la circondava per varie miglia; il 
che riunito fece nel Cappello una impressione incan- 
tevole. 

Stette contemplando la varietà di quella scena, 
di quelle fabbriche, di quelle colline, e non poteva 
rattenere le esclamazioni strappategli dalla meraviglia. 
Cessata la prima sorpresa, si pose ad interrogare Lo- 
dovico Martelli, richiedendo notizie di tutto ciò che 
si presentava al suo sguardo. Martelli rispondeva con 
aggiustatezza, per il che l'Ambasciatore benediva la 
sua fortuna per averlo incontrato, mentre con ordine 
e chiarezza istruivalo prima delle cose della città, e 
poscia informavalo di quelle della campagna. 

Io non voglio tediarti, o Lettore, con un dialogo 
che occupò quei Gentiluomini più di tre ore; ma non 
posso tacerne almeno un sunto, affinchè, se non co- 
noscesti la città di Firenze del 1530, tu possa averne 



— 1316 — 

in generale una qualche idea che viepiù ti ammaestri 
delle cose correlative al presente racconto. 

Sotto i piedi, Messere, disse Lodovico Martelli, 
vedi la città capitale della Toscana, della qual parte 
d'Italia sta nel centro, come punto il più conveniente 
a lei destinata dal Cielo ad esserne Signora, avanti 
che questa ingiustissima guerra avesse ristretto la sua 
possanza dentro il cerchio delle mura, assediate da 
tante genti diverse di nazione, di lingua, e di co- 
stumi (3). 

Poche settimane avanti l'assedio, Firenze, ve- 
nerata e rispettata da tutte le nazioni, aveva sotto il 
suo dominio le città nobilissime di Pisa, Volterra, Pi- 
stoia, Arezzo, Cortona e Borgo S. Sepolcro. Erano 
sue quattrocento Terre grosse murate e fortificate , 
che si serravano ogni sera, ed in quarantacinque di 
esse si faceva ogni settimana un mercato, al quale 
correvano tutti i popoli dei luoghi circonvicini. Altre 
Terre e Comunità sottomesse come tributarie alla Re- 
pubblica ammontavano a centotrenta, e queste ogni 
anno venivano ad offrire il loro tributo per la solen- 
nità di S. Giovanni. Oltre a queste Città e Terre, Fi- 
renze aveva sotto il suo dominio dodicimila Popoli, 
divisi in altrettanti Pivieri; qui intorno alle mura per 
venti miglia erano proprietà dei cittadini Fiorentini 
trentaseimila possessioni, ottocento palazzi fabbricati 
tutti di pietraforte, senza dire di un numero quasi 
infinito di case e di ville. 

La Repubblica teneva sparsi nel dominio circa 
ottomila soldati di mestiere sotto gli ordini dei 
commissari, capitani, vicarj e potestà tutti cittadini 



— 1317 ~ 

fiorentini, che risedevano governandole nelle città e 
terre a lei soggette (4). 

Non è esagerazione del mio amore alla patria ciò 
che ho detto dei contorni di questa città; nò, non 
esagero, e sebbene tu non più vedi questa corona 
di case e di palazzi oggi distrutta, siamene testimonio 
Messer Lodovico Ariosto, che non agitato da poetica 
fantasìa, ma sorpreso dalla verità, pochi anni sono 
diceva: 

Se dentro un mur, sotto un medesmo nome 
Fosser raccolti i tuoi palazzi sparsi, 
Non ti sarian da pareggiar due Rome. 

Adesso vedi che poco ma poco esiste di tanta gran- 
dezza, distrutta dalle sventure tutte riunite sopra 
questa città. Spopolata dalla peste, dilaniata dalla 
discordia, lacerata dalla guerra, il resto è rovinato 
dai nemici, e più che dai nemici, dagli stessi Fioren- 
tini. Più tardi ne parlerò; adesso occupiamoci della 
città. 

Questa valle nella quale è piantata Firenze, la 
vide a poco a poco e per il decorso di secoli crescere 
fino alla presente estensione. Essa è sorta tra le ra- 
dici dei monti Ughi e di Fiesole a settentrione, dei 
poggi di San Donato, di Montici e di San Miniato a 
mezzogiorno. La forma della città , ben si vede, non 
è stata mai regolare, e sebbene il giro delle mura 
sia stato allargato ed esteso per tre volte, pure non 
si pensò mai a darle una forma regolare. Le prime 
dilatazioni della città furono ben presto riempite di 



— 1318 — 

case, di chiese, e di fabbriche magnifiche, non ostante 
che le strade fossero strette e tortuose. Ma quando 
la Repubblica per la terza volta con le mura presenti 
ampliò il giro della città, non previde che il suolo 
rinchiuso sarebbe restato in gran parte privo di fab- 
briche, perchè erano prossime le cagioni politiche, 
morali, e di commercio che avrebbero fatto decadere 
la città dall'antica potenza e ricchezza. Per questo 
si vedono lungo le mura molti orti e pochissime 
case (5). 

A prima vista la pianta apparisce angolare, per- 
chè propriamente parlando non è né tonda, né qua- 
dra, né regolarmente disegnata. Per questo le mura 
si torcono in alcuni luoghi facendo gomito; onde 
nasce che taluni 1' assomigliano ad un fuso panciu- 
tissimo; ma qualora si escludano gli orti, le fabbriche 
della città le danno la forma di croce. 

Qua da levante entra l'Arno, che, divisa la città 
in due parti ineguali, esce a ponente, serpeggiando 
sempre dolcemente in lutto il suo giro. Forse tu non 
conosci la mitologica derivazione del fiume Arno. Io 
in poche parole racconterò il sogno dei nostri anti- 
quari . 

Ercole bisnipote di Noè, vestiva una pelle di leone 
da lui ucciso, onde dagli Aramei era chiamato non 
solo Ercole, cioè pellicciato tutto, ma ancora Arno, 
cioè lione famoso. Dopo la fondazione di Fiesole e di 
Arignano, città ambedue edificate da Noè, comparve 
in questi luoghi Ercole di lui bisnipote, e trovò tutta 
questa campagna paludosa per le acque sparsevi da 
varj fiumi detti Affrico, Mensola, Greve, Rimaggio. 



— 1319 — 

Mugnone ed altri. Egli raccolse tutte le acque in un 
sol nume allora innominato, ma che da lui prese il 
nome di Arno, e nel piano edificò questa città, che 
diede ai suoi seguaci, chiamandola Firenze, che vuol 
dire — Fior de' Forti. — 

Questa favola fu creduta da Castruccio Castracani 
e divisando di disfare il fiume ed allargar Firenze, 
fece allivellare l'Arno, e trovò che da Firenze a Signa 
il declivio del fiume era di centosessanta braccia , 
cosa che lo fece risolvere a non guastare l'opera del 
bisnipote di Noè. Le due parti di Firenze, secondo la 
divisione che ne fa il fiume, si chiamano di Qua d'Arno, 
designazione della parte settentrionale molto maggiore 
dell'altra, di Là d'Amo ossìa Oltrarno che è la parte 
meridionale. 

La Divisione Governativa della città è in quattro 
Sezioni chiamate Quartieri (6); ognuna designata dalla 
chiesa principale compresa nel suo limite. 

Le case e le famiglie cittadine di ogni Quartiere 
sono suddivise in quattro Gonfalonieri, che sono di- 
stinti da diverse Imprese. Ciascun Gonfalone e Impresa 
comprende nella sua circoscrizione il numero di circa 
quaranta famiglie Statuali e Maggiori, non compreso 
in questo numero la molto maggior quantità delle 
famiglie degli Artefici e dei Popolani che si chiamano 
Minori. Sicché le famiglie maggiori della città ascen- 
dono circa a seicentoquaranta, e tanti presso a poco 
sono i casati Fiorentini scritti a Decima nei registri 
dei Sedici Gonfalonieri (7). 

La popolazione in generale ( senza considerare 
quella dei subborghi, per il solito ammontante a circa 



— 1320 — 

trentamila abitanti (8) e senza contare il Clero regolare 
e secolare in venticinquemila anime in circa) ordina- 
riamente ascende a sessantamila persone, ed il cal- 
colo è facile, ogniqualvolta sappiasi che dentro Firenze, 
escluse le fabbriche pubbliche, le canoniche, gli ospe- 
dali, i conventi, sono circa a diecimila fuochi, e che 
suole calcolarsi sei bocche per ciascun fuoco (9). 

La parte meridionale della Città chiamata Ol- 
trarno è compresa tutta nel solo Quartiere di S. Spi- 
rito, così detto dal bellissimo Tempio in forma di 
croce-latina, che sorge laggiù a ponente del palazzone 
di Luca Pitti, dove s'innalza vago Campanile con 
colonne di dorica architettura terminato a merli. 

Tre Quartieri dividono la parte settentrionale 
della città, e sono: il Quartiere di S. Croce a levante, 
al quale dà il nome il Tempio a croce-latina circon- 
dato da tutte le parti di mura goticamente acumi- 
nate; il Quartiere di S. Giovanni, denominato così 
dal Tempio ottagono che sta a noi quasi sotto i 
piedi; ed il Quartiere di Santa Maria Novella, al quale 
mutua il nome la vasta Chiesa a ponente con facciata 
di marmi bianchi e neri, anteceduta e fiancheggiata 
da due piazze non troppo regolari. 

Quattro solidissimi Ponti riuniscono le due parti 
della Città divisa dal fiume Arno. 11 primo a levante, 
oggi apparisce di sette archi non regolarmente dispo- 
sti, ma in principio ne ebbe nove, ed allora i tre 
archi medj, essendo più elevati, non venivano come 
ora ad essere laterali; perchè i due più bassi man- 
cano dal lato meridionale, e furono interrati, am- 
montandosi il Renajo nel quale, dalla parte di sotto, 



— 1321 — 

furono fatti i molini di S. Gregorio, e dalla parte di 
sopra, nacque una specie di prato, rinserrato dalle 
case Del Nero fio), da quelle della via de' Bardi, e 
dalla chiesa di S. Lucia de'Magnoli (11). Il Ponte fu 
edificato sotto il Potestà Rubacone o Rubaconte da 
Mandello nel 1237, uomo che introdusse nella città utili 
miglioramenti, ed in benemerenza la Repubblica volle 
che questo Ponte conservasse il nome di Rubaconte. 
Successivamente sopra ogni pila degli archi sono state 
costruite casupole e chiesine, tra le quali la prima 
dal lato settentrionale verso levante è dedicata a S. 
Maria delle Grazie, per il che il Ponte suole essere 
chiamalo ancora Alle Grazie (12). 

Ristringendosi nel corso il letto del fiume, sul 
punto più stretto fu edificato il secondo ponte, che 
però fu il più antico di tutti; motivo per cui non ostante 
le ricostruzioni successive ha conservato il nome di 
Ponte Vecchio. Esisteva avanti il secolo X, ma rovi- 
nato nel 1177, fu rifatto rozzamente di legno con 
ammattonato per coltello, nel modo in cui a quel tem- 
po erano impiantile tutte le vie della città. Nel 1331 
restò incendiato, e dopo la totale riparazione, nel 
1333 rovinò insieme con gli altri (escluso il Ponte Ru- 
baconte) a motivo di una violentissima piena che som- 
merse tutta la Città, nella quale l'acqua, particolar- 
mente dal Canto de'Soldani, s'innalzò fino ai primi 
piani delle case, come lo dimostra la memoria in 
marmo messa sul canto di via S. Remigio. Il Ponte 
attuale fu edificato nel 1345 da Taddeo Gaddi, pre- 
sedendovi gli Ufficiali di Torre; il che spiega la ragione 
di quelle torri tramischiate con le Armi della Repub- 

T. IV. 2! 



— 1322 — 

blica, che si osservano scolpite lungo la fabbrica del 
Loggiato. Caddi costruì il Ponte in modo gagliardis- 
simo con tre vasti archi talmente spaziosi, che il 
piano è diviso in tre parti; la media serve per strada 
comoda e larga, e le due laterali ebbero in principio 
due vasti portici o Loggie di pietra forte, interrotte 
sull'arco di mezzo del Ponte; in seguito queste Loggie 
sono state serrate, ed oggi sono ridotte a botteghe 
di Macellari, quivi tutte riunite per ordine della Re- 
pubblica (13). 

Andando verso ponente, il letto del fiume di 
nuovo allarga fino al terzo Ponte, chiamato di Santa 
Trinità dalla vicina Chiesa. Come il Rubaconte, aveva 
in principio nove archi; fu edificalo sotto la presidenza 
di Lamberto Frescobaldi nel 1321, avendovi egli 
d'appresso le sue case. Rovinalo più volte, venne 
stabilmente ricostruito sopra cinque arcate da Taddeo 
Caddi nel 1346. È meno ingombro degli altri due, 
perchè soltanto contiene sul lato di ponente un Ospi- 
ziuolo di Frati con Chiesina dedicata a S. Michele, e 
sul lato di levante la Colonna di pietra o Gnomone, 
mediante il quale l'ombra dimostra le ore (14). 

Seguitando a ponente, il quarto Ponte si chiama 
Alla Carraja, alle Carra, Carrìa, nomi comunicatigli 
dalla porta, che nel secondo cerchio delle mura vi 
corrispondeva a settentrione, dove comincia il Borgo 
detto di Parione. Originariamente fu edificato a spese 
dei Frati Umiliati per comodo della fabbricazione ed 
arte della Lana da loro introdotta e sparsa fuori 
della Citta nella contrada in seguito detta Borgo 
Ognissanti, dove hanno il loro Convento. Rovinato 



— 1323 — 

il Ponte nel passato secolo, fu riedificalo non sono 
settantanni sopra cinque arcate; perciò è libero da 
ogni fabbrica sovrapposta, menochè sulla coscia a 
mezzogiorno ove fu eretto un Tabernacolo dai Sode- 
rini, e sulla coscia di settentrione sta la Chiesina di S. 
Antonio. Per essere il Ponte più recente, si chiama 
ancora Ponte nuovo (15). 

Sembra che ai tempi in cui la Repubblica era 
governata a nome di Roberto Re di Napoli, si avesse 
intenzione di edificare un altro Ponte al principio della 
città da levante, e se ne scorge una pila a pie della 
torre che corrisponde sul fiume; ma il Ponte non fu 
rovinato, come alcuni hanno creduto, bensì non fu 
proseguito, restando interrotto con il cangiamento 
del Governo. 

Lungo il fiume nella città ricorrono due strade, 
dette ognuna Lungarno (16). L'una si vede di là 
d'Arno che comincia dalle mura dove è la torre detta 
della Sardigna a ponente, ed arriva fino alla piazza 
Frescobaldi a pie del ponte Santa Trinità, impedita 
venendo la sua continuazione dalle case fabbricate 
sulla sponda del fiume; l'altra strada è di qua d'Arno 
ed attraversa senza interruzione la città da levante 
a ponente, divergendo un poco dal fiume passato il 
Ponte alla Carraja, imboccando nel Borgo Ognis- 
santi (17). 

Oltre queste, due principali lunghissime strade 
incrociate dividono in quattro parti la città. L'una, 
chiamata il Corso de/Barberi, si parte dalla porta 
orientale denominata Alla Croce, o di S. Ambrogio 
(per causa della vicina chiesa che le sta sulla via), 



— 1324 — 

e passando per quei tratti chiamati via Pietra Piana, 
Canto alle Rondini, Borgo degli Albizzi, Canto de' Paz- 
zi, Via Por S. Piero, Via de'Ricci, Canto del Giglio, 
Via degli Speziali, rasenta la Piazza di Mercato Vec- 
chio, che è quella dove sorge la colonna con la 
statua dell'Abbondanza di Donatello, piazza tutta in- 
gombra di baracche dei venditori dei viveri, luogo 
adesso deserto, ma che soleva essere continuamente 
affollato dalla gente per il vitto delle famiglie. Seguita 
la strada per la Via de' Ferravecchi, e dopo il Canto 
de'Diavoli, rasentata la Piazza, il Palazzone ed il 
Canto degli Strozzi, entra nella via della Vigna Nuova, 
ed imboccando in Borgo Ognissanti termina alla Porta 
Al Piato, situata in linea retta al lato opposto 
della Porta alla Croce, ossia ad occidente della Città. 
Questa strada è lunga braccia fiorentine quattromila- 
trecentocinquanta, e particolarmente per la solennità 
di S. Giovanni per questa corrono i barberi al palio, 
i quali, movendosi nella pianura in linea fuori della 
Porta al Prato dal ponticello sul torrente Mugnone, 
chiamato per questo il Ponte alle Mosse, attraversan- 
do la città, vengono fino alla Piazza di San Piero 
Maggiore (18.) 

L'altra strada che attraversa Firenze da Setten- 
trione a Mezzogiorno, comincia dalla Porta chiamata 
San Gallo dalla chiesa e convento che le stavano 
d'appresso all'esterno, e venendo giù per la Via 
chiamata medesimamente di San Gallo, arriva al Canto 
alla Macine; passando per Via de'Ginori dietro il Pa- 
lazzone de' Medici, attraversando la Piazza e il Borgo 
San Lorenzo, arriva al Canto alla Paglia; prosegue 



— 1325 — 

quindi in mezzo all'Arcivescovado per Via dei Suc- 
chiellinai, e pervenuta da S. Tommaso in Mercato 
Vecchio, s'incrocia presso al Tabernacolo degli Spe- 
ziali con il Corso poco fa indicato; e quindi rasen- 
tando il lato posteriore della Chiesa di Sant'Andrea (19) 
passa per Via di Calimala sotto la residenza dei Con- 
soli dell'Arte della Lana, entrando nella Piazza di 
Mercato Nuovo dove sono le botteghe dei drappi di 
seta e dei broccati. Giunta alla fine della Via Por S. 
Maria, attraversa il Ponte Vecchio, e per Via de' Guic- 
ciardini arriva alla Piazza del Palazzone dei Pitti; 
traversata la Piazza di S. Felice, entra in Via Romana 
e in Borgo S. Pier-Gattolino fino alla Porta di questo 
nome situata a mezzogiorno della città. Questa strada 
è più lunga dell'altra poco fa tracciata, perchè si 
estende per cinquemila braccia. Qui corrono i Barberi 
ai Palj stabiliti dalla Repubblica per le feste di S. 
Anna e di S. Vittorio (20). Dovendosi argomentare il 
centro della città dalla estensione di queste due strade, 
si ravvisa erronea l'opinione di quelli che lo vogliono 
dalia Colonna dell'Abbondanza in Mercato-Vecchio, e 
ci si persuade, che deve essere più in là verso mez- 
zogiorno nella Via di Calimara (21), e precisamente 
dalla Residenza dei Consoli dell'Arte della Lana, 
situata poco distante e sotto il vasto Torrione di Or- 
sanmichele. 

Di qui, Messer Cappello, siamo in grado di vedere 
quante siano le Chiese e quanti i Conventi della Città, 
che troppo lungo sarebbe se di tutti io dovessi dire 
l'origine, il nome, il 'luogo; indicherò soltanto, che 
oltre il Tempio di S. Giovanni, oltre questa Cattedrale, 



— 1326 — 

oltre gli altri Templi principali dei Quartieri, le altre 
Chiese o Collegiate di preti, o Monasteri dove ogni 
giorno si cantano gli ufficj sacri sono più di cento; 
nel qual numero comprendo quarantotto Parrocchie, 
e non faccio caso delle altre molte, nelle quali non 
si uffizia giornalmente, né delle Compagnie e delle 
Confraternite dei secolari. Soltanto i Monasteri dentro 
il giro delle mura sommano a quarantanove; tutti, 
eccettuato quello delle Benedettine di S. Pier Mag- 
giore, hanno orti belli e grandi, difesi da forti ed alte 
muraglie merlate (22). 

In Firenze, se il Clero Secolare e Regolare am- 
monta a circa venticinquemila individui, abbiamo 
quasi tutto il resto degli uomini divisi in Confraternite 
e Compagnie, che con vivissimo zelo si esercita in 
opere pie e religiose, per il che penso che poche 
Città possino paragonarsi per la pietà cristiana a Fi- 
renze. Settantacinque sono le Compagnie divise in più 
classi; poiché alcune sono di uomini adulti, altre di 
fanciulli, tali dedicate a sole opere di pietà, tali altre 
al canto delle laudi e degli ufficj nelle chiese. Meri- 
tano però particolare menzione le Compagnie della 
Misericordia e dei Neri; poiché la prima trasporta 
e soccorre continuamente i malati e i feriti, eserci- 
tando tante opere di carità civile e cristiana; la 
seconda, che si chiama ancora del Tempio o dei Bat- 
tuti, conforta ed assiste i condannati a morte e gli 
accompagna con la tavoluccia in mano, sempre 
raccomandandoli l'anima. 

Se molte sono le Chiese, i Conventi, e le Com- 
pagnie, farei stupire se volessi designarvi tutti gli 



— 1327 — 

Spedali. Come nelle altre città, ancor qui sono di due 
sorte, da malati e da pellegrini; ed i principali si 
riducono in quelli di S. Egidio o S. Maria Nuova, di 
Bonifazio, di S. Matteo, di S. Paolo e degli Innocenti. 

Gli altri Edifizj non destinati al Culto né alla 
Pietà, sono stupendi, tanto essi appartengano al Pub- 
blico che ai privati. Qua a mezzogiorno vedesi il 
grandioso Palazzo merlato della Signorìa con la sua 
sorprendente Torre; più in qua verso ponente, quel 
magnifico fabbricato o Torrione quadro eretto per 
conservare il grano del pubblico, chiamasi Orsanmi- 
chele; più sotto verso levante, il merlato tetrissimo 
Palazzo con torre fu la dimora del Potestà, ed oggi 
serve al Bargello ed alle carceri; come alle pubbliche 
carceri è destinato quel castello quadrato, circondato 
da un muraglione, chiamato le Stinche. 

Essendo ventuna le Università delle Arti, ognuna 
ha un fabbricato di residenza più o meno magnifico 
secondo la maggiore o minore ricchezza dell'Arte; ed 
al presente le loro residenze bene si distinguono in 
quelle fabbriche, alla porta delle quali è inalberata 
una Bandiera con l'insegna dell'Arte. Poiché devesi 
sapere che in questi fabbricati si adunano i Consoli 
e Sindaci di ogni Arte, i quali in tempi di turbolenze 
sono obbligati a raccogliere sotto le loro bandiere gli 
artigiani del loro collegio per accorrere dove il 
bisogno richiede. 

Quelle vaste tettoje rette da tante travi distribuite 
sotto a castelli, piantate sopra vasti imbasamenti di 
muro, che scorgonsi qua a levante in Lungarno, e 
dietro lo Spedale di S. Maria Nuova, a ponente nel 



— 1328 — 

Borgo Ognissanti, Oltrarno presso la Porta S. Friano, 
e laggiù presso la Chiesa di S. Piergattolino, sono i 
Tiratoj dell'Arte della Lana per uso della fabbrica e 
lavorazione dei panni. 

Che se dalle pubbliche Fabbriche io dovessi 
scendere a numerare le private degne di osservazione, 
non finirei mai; poiché molti erano i Palazzi edificati 
avanti la metà del secolo XV, ma in seguito sono 
cresciuti a dismisura. Qualora piacciati esserne istruito, 
non mancherà occasione in cui, passeggiando noi per 
le strade, ne faremo parola sul posto (23). 

Qui generalmente parlando devo avvertire che i 
nostri Palazzi erano tutti forniti di Torri quadre e 
fortissime, alte la maggior parte dalle sessanta alle 
centoventi braccia; ma queste furono nei palazzi 
antichissimi; poiché presa dal Popolo la Signorìa dello 
Stato nel secolo XIII, fu ordinato che tutte le torri 
fossero atterrate e mozzate per l'altezza di cinquanta 
braccia, e ciò perchè in simil guisa toglievasi dal 
Popolo ai Magnati i mezzi di fargli resistenza (24). 
Per questo nelle fabbriche dal secolo XIV in poi non 
più sonosi erette le torri. 

Alle Torri, successe Fuso delle Loggie edificate 
accosto o nelle case dei Magnati in segno di gran- 
dezza, servendo per intrattenere gli amici ed i parenti, 
e molte per comodo de' negozianti. L'uso di queste 
Loggie, che pur ancora molte se ne vedono per 
Firenze (25), in oggi comincia a decadere; ma furono 
sempre ravvisate utili, così portando la vita pubblica 
e comune che ci avevano insegnata i nostri maggiori. 
Diceva un grande Architetto del secolo decorso, cioè 



— 1329 — 

Leon Battista Alberti (26), che in una Repubblica 
bene ordinata le Loggie ed i Portici, oltre adornare 
il Trivio ed il Foro, sono utilissime, perchè sotto vi 
si raccolgono i padri per sfuggire il caldo o la piog- 
gia e trattare delle cose loro; aggiungendo che la 
gioventù sarebbe meno dissoluta ne' suoi giuochi alla 
presenza dei patrizj. Ma questi buoni ordinamenti 
adottati dai Repubblicani Fiorentini, sono andati in 
decadenza dopo che le corti Medicee hanno guasto 
e corrotta la semplicità dei nostri costumi. In oggi 
i Fiorentini cercano di rinchiudersi ed isolarsi, avendo 
dall'esempio di quelle imparato a vivere per se soli, 
ed a non far più che se stessi centro e periferìa 
d' ogni azione. 

Avrai osservato, che soltanto le finestre delle case 
umili e povere conservano l'uso antico di difendere 
dall' aria esterna le stanze con imposte di legno, tinte 
di rosso, bullettate di grossi chiodi, conservando fuori 
delle finestre certi ferri in cui infilzano aste destinate 
a reggere le pezze dei panni-lani; ma osserverai del 
pari che questo incomodo serrarne, il quale, se im- 
pedisce 1' aria, toglie anche la luce, non si vede nelle 
case dei comodi cittadini, i quali adoprano vetri fer- 
mati su telaj di ferro; e nei palazzi questi vetri sono 
coloriti e disposti con vago disegno. Non sono però 
questi vetri colorati della qualità e bontà di quelli 
che si vedono nelle finestre del Duomo, di Orsanmi- 
chele, di S. Croce e di altre Chiese, ma sono per lo 
più vetri dipinti secondo 1' arte usata in Firenze dai 
Frati Ingesuati del Convento di S. Giusto fuori di 
porta a Pinti, oggi distrutto (27). 

r. iv. ™ 



— 1330 — 

Generalmente le case ed i Palazzi dei doviziosi 
cittadini, che non sono costruiti di pietra forte squa- 
drata, hanno le facciate intonacate, e queste sono 
adorne con pitture a Sgraffito della maniera di Morto 
da Feltre, il che dà alle fabbriche un'aspetto di ornato 
bellissimo e vario tanto, quanto il comporta la fanta- 
sìa dei pittori (28). 

Oltre queste cose comuni alle case delle altre 
città, ti avrà dato nell' occhio una particolarità delle 
case Fiorentine, cioè a dire gli Sporti, non essendovi 
strada che non abbia case, le cui mura superiori non 
posino sopra mensoloni infltti nel restante del muro 
più interno che gli serve di basamento. Più ragioni 
si adducono di questo strano modo di fabbricare, 
pretendendosi che difendano le strade e i passeggieri 
dal sole, dall'acqua e dal vento; ma questo uso lo 
credo derivato dalla imitazione degli sporti di legna- 
me delle antiche torri, e sembra che non voglia 
andare avanti, perchè nelle fabbriche più moderne 
si è cercato di non imitarlo (29). 

Tutte le case di Firenze hanno le comodità di 
cui sono capaci, come terrazzi, loggie esterne e in- 
terne, stalle, cortili, anditi, ricetti, e sopra tutto un 
pozzo di acqua freschissima e pura, non mancando a 
molte 1' annesso di un Orto. Anzi a proposito di Orti, 
in quest' annesso vantaggioso di molte Case non ho 
inteso degli Orti o Giardini che meritano tal nome, 
poiché questi ammontano a circa centoquaranta tutti 
coltivati con sommo amore. I Rucellai ed i Bartoli- 
ni (30) si sono lagnati di Michelangiolo, che nel dise- 
gnare le fortificazioni, ha fatto scavare un largo fosso 



— 1331 — 

là verso ponente, che cominciando dal Giardino della 
Selva de' Rucellai in via della Scala, attraversa il 
Giardino Bartolini in Valfonda, e si estende fino al 
baluardo eretto qua a settentrione presso a S. Cate- 
rina, onde dare un riparo in caso di sorpresa; ma le 
lagnanze dei proprietarj di questi giardini li posero in 
dileggio presso gli altri cittadini, per l'esempio avu- 
tone nel caso dei subborghi che or' ora narrerò; e 
Michelangiolo per acquietare il malumore ha promesso 
loro, che finito l'assedio, a sue spese restituirà al 
primiero stato i Giardini e di più gli adornerà con 
qualche lavoro del suo scarpello. 

Cinquanta pubbliche piazze stanno sotto gli occhi, 
e le più belle sono quelle dei Signori, di S. Giovanni, 
di S. Croce, di S. Maria Novella e di S. Spirito. 

Se si prescinde dalle strade più centrali, che sono 
strette, intersecate e buje, tutte le altre si presen- 
tano dritte, convenientemente larghe, e molte sono 
lastricate con lastroni di pietra, benefizio ritrovato 
dal Potestà Rubaconte; dopo lui, un poco alla volta, 
tutte le strade furono impiantite di pietrame, meno 
alcune solitarie ed alcune piazze, le quali conservano 
l'antico impiantito di mattoni cotti messi per taglio, 
o lo sterrato. È vero che nella estate queste lastre 
s'infuocano dal sole, e ritengono il calore, e lo river- 
berano in maniera, che i caldi dal mezzogiorno fino 
a notte avanzata vi sono grandissimi; ma un tale 
incomodo si fugge agevolmente collo stare al fresco 
nelle stanze terrene, avendo tutte le case, oltre le 
cantine, anche un piano terreno bello ed abitabile 
quanto i piani superiori. A cagione delle lastre, le 



— 1332 — 

strade si mantengono facilmente pulite. Quasi tutte 
si comunicano con trivj o crociere che si chiamano 
Canti. In questi trasversalmente vi sono in linea tante 
pietre elevate per mettervi i piedi e passare in tempo 
di pioggia, chiamate Passatoj, e sono comode di fatto 
fino a che li acqua piovana che scorre libera per le 
strade non è andata a sgorgare nei fognoni , che sono 
sopra ciascuna cantonata, così vasti che in poco d'ora 
V acque scolano in Arno, e le vie rimangono asciutte, 
senza quel molto fango che nelle altre città si trova 
particolarmente d' inverno. 

Questa città, che si vuole colonia Romana, ebbe 
i Duumviri, un Edile, ed un Questore. Nella divisione 
italica fatta dall' Imperatore Adriano fu assoggettata 
a un Consolare. Neil' oppressione Longobardica fu affi- 
dato ad un Duca il supremo governo, ad un Marchese 
la difesa della sua marca, ad un Conte la giudicatura. 
Morta Matilde nel 1115, Firenze ruppe i ceppi della 
schiavitù, e creò la dignità dei Consoli. Divenuti questi 
oppressori, sostituì loro nel 1193 un Pretore chiamato 
Potestà, e nel 1207 decretò che fosse forestiero. Ma 
la dignità della Repubblica richiedeva miglior forma 
di governo; quindi nel 1282 fu creato un Magistrato 
di otto cittadini artigiani chiamati Priori, in seguito 
preseduto da un capo supremo detto il Gonfaloniere 
di Giustizia; e questi nove chiamati la Signorìa go- 
vernano la Repubblica, sussidiati dai Dieci di Guerra, 
e dalle altre subalterne Magistrature. 

Marco Foscari Ambasciatore della tua Repubblica 
nel 1527, male intese lo spirito della nostra Costitu- 
zione, che vuole tutti i cittadini ascritti alle arti; e 



— 1333 — 

prendendo la cosa nel senso materiale ci descrisse al 
Senato Veneto per uomini deboli sì per natura, che 
per accidente; per natura, perchè le dolcezze di 
quest' aere, la purità di questo cielo, V amenità di 
questi luoghi, gli sembrava dovessero produrre uomini 
timidi e molli; per accidente, perchè tutti si esercitano 
in arti manuali e meccaniche, lavorando ed oprando 
con le proprie mani nelle nostre botteghe. È vero 
che in questa Repubblica anche i primi che gover- 
nano lo Stato scendono nelle loro botteghe della seta 
e della lana; è vero che, gettati i lembi del mantello 
sopra la spalla, pongonsi alla caviglia e lavorano pub- 
blicamente che ognuno li vede; è vero che i figli dei 
nostri cittadini stanno in bottega con i grembiuli 
davanti e portano il sacco e le sporte alle maestre 
con la seta, e fanno altri esercizj; è vero che i vec- 
chi che governano lo Stato attendono alle faccende 
anche più vili delle loro botteghe; ma non è già vera 
la conseguenza che Foscari ne trae, cioè, che abbietto 
e vile T animo nostro sia quanto gli esercizj quoti- 
diani. E se è vera la sentenza del Filosofo Non posse 
quisquam virtù lem exercere qui vilibus sit ojjiciis 
occupatus, in quanto a noi viene smentita, come i 
Cincinnati la smentirono in Roma. E vaglia il vero, 
o Cappello, non sei tu testimone in questi giorni do- 
lorosi della virtù di questo popolo? Anzi più ammi- 
rando e maraviglioso deve sembrarti, che quegli 
uomini, i quali sono usati fino dalla fanciullesca età 
a portare le balle della lana a guisa di facchini e a 
stare poco meno che schiavi tutto il giorno e gran 



— 1334 — 

pezza della notte alla caviglia, al fuso e nella bot- 
tega, si trovino poi dove e quando bisogna, tanta 
grandezza d' anima e così nobili ed alti pensieri, per 
cui sappiano ed osino non solo di dire, ma di fare 
quelle tante cose che tutti sempre ammirarono, am- 
mirano, ed ammireranno. 




NOTIZIE 



(1) Il Campanile del Duomo di Firenze, opera maravigliosa 
di Giotto, fu da lui incominciato li 28 di Luglio 1334. 
Non so perchè alcuni pretendono che sia stato inalzato 
col disegno ma non con l'opera di Giotto, e perciò lavo- 
rato dal suo scolare Taddeo Gaddi. L'equivoco nasce 
probabilmente dall'avere il Gaddi continuato il lavoro 
rimasto interrotto nel 1336 per la morte del maestro. 
Giotto lavorò alcuni degli ornati di scultura della Torre, 
facendo parte di quelle storie di marmo dove sono i 
principj delle arti. Questi veggonsi espressi in tante 
mandorle, alcune delle quali esagone, altre a foggia di 
rombo. Nel primo ordine di esse si ravvisano le Storie 
della creazione d'Adamo, della formazione di Eva, di 
Adamo che lavora la terra, di Eva che fila, di Giabel 
ritrovatore della vita pastorale e dei padiglioni o tende, 
di Giubal inventore degli strumenti da fiato, di Tubal- 
cain primo artefice nel lavorare il ferro ed i metalli, 
e di Noè, l'inventore del modo di fare il vino, presso 
una botte. Le storie fin qui avvertite non a Giotto, ma 
si attribuiscono ad Andrea Pisano. Indubitatamente di 
Giotto sono quelle, che raffigurano Fidia per esprimere 
la Scultura, Apelle per la Pittura, Donato per la Gram- 
matica, Platone e Aristotile perla Filosofia: Tolomeo e 
Euclide per la Geometrìa e per la scienza degli astri. 
Le altre che rappresentano la Musica, la Danza, e la 
Cavallerizza sono scolpite da Luca della Robbia. Andrea 



— 1336 — 

Pisano rappresentò le selte Yirlù con i respettivi loro 
simboli, le opere della Misericordia, ed i sette Pianeti. 
A Giotto appartengono i Sette Sacramenti. 

Indi nel Campanile ricorrono sedici nicchie nelle 
quali le statue alte tre braccia ed un sesto sono lavo- 
rate da Niccolò d'Arezzo, da Luca della Robbia, da 
Andrea Pisano, da Donatello e da altri. Erroneamente 
si attribuiscono a Donatello le quattro statue corrispon- 
denti sulla facciata. Tre sole gli appartengono, e portano 
il suo nome scritto nel plinto; come ancora è erronea 
l'opinione che raffigurino i quattro Evangelisti, il che 
sarebbe stato duplicare le figure medesime, mentre le 
statue degli Evangelisti erano nella facciata del Duomo 
scolpite in parte da Donatello. Esse adunque rappresen- 
tano i Profeti. La quarta statua che guarda la piazza di 
S. Giovanni sul canto della Misericordia tiene un car- 
tello in mano su cui è scritto Johannes Kossus Pro- 
phetam me sculpsit Oziam, e quella accanto ha scolpito 
sul petto il nome di Geremia. Con ciò viene ad essere 
indubitato che soli tre Profeti della facciata che guarda 
San Giovanni sono di Donatello, e che il quarto fu 
scolpito da Giovanni Rossi. 

Altri quattro Profeti sono raffigurati nelle statue 
che guardano la Misericordia, scolpite tre da Andrea 
Pisano ed una da Tommaso di Stefano detto il Giottino. 
Delle statue dei Patriarchi che sono nelle nicchie dal lato 
della porta del Campanile, due, cioè Abramo e Isacco, 
sono di Donatello, e altre due di Niccolò Aretino. Luca 
della Robbia scolpì tre statue nelle nicchie della fac- 
ciata che guarda il Duomo, e la quarta fu lavoro di 
Nanni di Bartolo. 

Non è noto a qual punto il Campanile fosse giunto 
quando morì Giotto. Taddeo Gaddi che Io condusse a 
termine trascurò, credo opportunamente, di aggiungervi 
la Piramide quadrata, che secondo l'antico disegno do- 
veva terminarlo. 



— 1337 — 

(2) Circa il 1563 eravi in Venezia la ragione bancaria dei 
Salviali, nella quale erano impiegati molti giovani tra i 
quali era per cassiere Pietro Buonaventuri cittadino 
fiorentino, gentile e garbato giovane. 

La casa della nobilissima famiglia Cappello stava 
di fronte al Banco Salviali, ed apparteneva a quella 
famiglia una bellissima fanciulla chiamata Bianca, della 
quale s'innamorò Pietro Bonaventura corrisposto dal- 
l'incauta al punto di trovarsi confidentemente insieme 
pressoché ogni notte , poiché ajutati gli amanti dalla 
fante custode della fanciulla, questa aveva agio di an- 
dare nel Banco Salviali ad amorosi colloquj con l'amato 
giovane. Continuando i due amanti in tale stato, una sera 
tra le altre avvenne, che andata la giovane a ritrovare 
il suo amante, lasciando come era solita l'uscio di sua 
casa socchiuso, questo fu serrato affatto da un fornajo 
che passava. 

Quando la giovane volle rientrare in casa, trovalo 
l'uscio chiuso, rimase quasi morta dal dolore. Invano 
gli amanti fecero i concertali segni alla fante; essa non 
gli udì. Già appariva l'aurora, e temendo d'essere sco- 
perti, elessero per ultimo parlilo di fuggire da Venezia, 
mentre in caso diverso sarebbero slati spenti. 

Con le vesti e denari che avevano indosso monta- 
rono frettolosamente sopra una barca, e più occultamente 
che poterono giunsero a Firenze e si ricovrarono in casa 
del padre del Buonaventuri, che abitava in una casuc- 
cia sulla piazza di S. Marco, essendo poverissimo. 
La venuta dei due sposi, aggravando la famiglia rese 
necessario licenziare la fantesca; e Bianca si adattò alle 
più grossolane faccende di casa, perchè non potevano 
disimpegnarsi dalla suocera vecchia e malaticcia. 

Scoperta in Venezia la fuga degli amanti, la fami- 
glia Cappello ottenne un bando con taglia gravissima 
contro i fuggitivi a vantaggio di chi gli uccidesse. Per 
il che i meschini vivevano riliratissimi, e specialmente 

T. IV 23 

% 



— 1338 — 

Bianca non usciva di casa, tanto più a ciò costretta 
perchè era priva affatto di vesti. 

Il Principe Francesco figlio di Cosimo l era solito 
andar giornalmente, al Casino di fianco a S. Marco, 
dove si occupava delle cose dello Stato. Passando sotto 
la casa Buonavcnturi, veduta a caso muovere una 
gelosìa, alzò lo sguardo e s'incontrò negli occhi di 
Bianca, che, desiosa di vedere il Principe, si era falla 
al balcone. Questo sguardo generò in Francesco un così 
vivo desiderio di tal donna, che volle essere informato 
su lei minutamente. Conosciuta la sua disgrazia, inter- 
pose il suo Ajo Fabio Arazola Marchese di Mondragone, 
perchè oprasse in modo di conseguire corrispondenza 
da quella bella ed infelice sposa. 

Mondragone messe di mezzo sua moglie, che con 
arte somma potè indurre Bianca Cappello e sua suocera 
ad andare in carrozza al suo palazzo, situato tra via 
del Giglio e de' Banchi, luogo ancor oggi chiamato il 
Canto di Mondragone. Colà Francesco sorprese quella 
gentildonna, la quale, vedendosi perduta, ricorse al- 
l'espediente di raccomandare a lui il suo onore e la 
sua vita. Francesco comportandosi generosamente per 
arrivare ai suoi fini, e con i modi che a lui non man- 
cavano, giunse a guadagnarsi l'amore di Bianca, seb- 
bene fosse egli ammogliato con Giovanna d'Austria. 
Finché questa visse, Francesco si moderò nella pubbli- 
cità di simile passione, nota però a tutti; ma quando 
sua moglie morì di parto, allora la favorita fu trattata 
con ogni splendidezza e poiché attesa la confisca dei beni 
di Palla Rucellai proscritto fra i tanti Fiorentini per 
volere di Cosimo de' Medici, il Casino e la Selva, luoghi 
di delizie e di accademici trattenimenti già da me ram- 
mentali, erano passati in potere dei Medici; il Granduca 
li donò per abitazione a Bianca Cappello prima che 
divenisse sua moglie. Quivi si fecero leggiadre burle e 
bellissime fesle raccontate da Celio Malespini, che ben 



— 1339 — 

fanno conoscere quanto amore affascinasse Francesco. 
Due mesi dopo la morte della Granduchessa Giovanna 
morì ancora il marito di Bianca, lasciato ucciso in uno 
dei chiassoli dietro via Maggio da venticinque ferite 
ricevute a notte avanzata. Così tolti di mezzo gli ostacoli 
che si frapponevano per le nozze, Francesco sposò subito 
la sua amante, desideroso di averne dei figli. 

Sono indescrivibili le feste che sì in Firenze che a 
Venezia si fecero per questo matrimonio. Bianca fu di- 
chiarata figlia della Bepubblica Veneziana e figlia di 
San Marco; quindi solennemente fu coronata Grandu- 
chessa. Si dice che in Firenze soltanto, la spesa della 
festa delle nozze costasse trecentomila scudi. Dopo tale 
unione Bianca simulò di partorire un figlio, e fu il 
Principe Antonio, che in seguito Ferdinando I informato 
dell'inganno ordito dalla Cappello fece sempre restare 
in grado privato. 

Alcuni anni dopo la nascita del Principe Antonio, 
e precisamente quando il Cardinal Ferdinando fratello 
di Francesco si vide escluso dal papato dalla fazione 
Colonna, che ottenne la Tiara per Felice Pcrelli, ossia 
Sisto V, accadde che Francesco I e Bianca sua moglie 
morirono nel giorno medesimo al Poggio a Cajano, 
e dissesi per veleno sebbene dai più gravi Istorici si 
rigetti una tale opinione. 

(3) Escluso il Dominio della Repubblica di Siena sul princi- 

pio del secolo XVI ancora non assoggettato a Firenze, 
questa città sedeva nel centro della Toscana. 

(4) Sotto il Principato si conservarono ristessi sistemi gover- 

nativi del tempo di Repubblica rapporto al Dominio di 
Firenze. Nelle Città principali dello Stato, vi risedeva 
un Governatore, nelle altre un Commissario, e nelle 
Terre e Castelli un Vicario o un Potestà secondo la loro 
maggiore o minore importanza. 



— 1340 — 

(5) Dopo la costruzione del terzo giro delle mura di Firenze, 

di poco la città ha cresciuto le sue strade. Io credo 
che nel 1530 epoca del mio Racconto fino al presente, 
la migliore delle strade aggiunte alle antiche è quella 
recentissima chiamala Via San Leopoldo. Con questa, 
I' antica via Larga è stata spaziosamente proseguita 
fino alle mura, traversando il suolo occupato da orti 
di Monasteri soppressi. Questa strada è già fiancheg- 
giata in parte da eleganti palazzi, ed unita alla via 
Larga forma la più bella e spaziosa strada di Firenze. 

(6) Quando la città di Firenze stava ristretta nel primo cer- 

chio delle mura, era divisa in Quartieri denominati 
dalle porte, cioè il Quartiere di Porta al Vescovo; il Quar- 
tiere di Por S. Maria, il Quartiere di Por S. Piero, ed 
il Quartiere di Por S. Pancrazio. 

Quando la città fu aumentata con il secondo giro 
delle mura, venne divisa in sei parti chiamate Sestieri, 
cioè: 1 Sesto d'Oltrarno, 2 Sesto di S. Piero Scherag- 
gio, 3 Sesto di SS. Apostoli, 4 Sesto di S. Pancrazio, 
5 Sesto del Duomo, 6 Sesto di S. Piero. 

Finalmente aumentata la città con il terzo giro delle 
Mura, fu nuovamente divisa in Quartieri, divisione che 
ha sempre conservato fino al presente, sebbene per ciò 
che concerne la distribuzione governativa attuale, il 
Quartiere di S. Giovanni sia soppresso, ed il suo cir- 
cuito aggregato ai Quartieri di S. Maria Novella e di 
S. Croce. Poiché ora la città d'Oltrarno forma non il 
Quartiere, come comunemente si dice, ma il Terziere 
di S. Spirito, e la città di qua d'Arno, divisa con la 
via, che dalla Porla S. Gallo mena dritto al Ponte 
Vecchio, dà il Terziere di S. Croce a levante, ed il 
Terziere di S. Maria Novella a ponente. 

(7) La distribuzione delle Famiglie Repubblicane di Firenze 

si può vedere sempre nell'Archivio dalle Decime-Gran- 



— 1341 — 

ducali situato nel primo Cortile del palazzo già Ric- 
cardi. 

Fino alla metà del secolo XV non esistettero registri 
genetliaci; quindi con molta circospezione debbesi prestar 
fede a ciò che scrissero gli Storici della popolazione di 
Firenze. Nel 1470 si trova ricordo che i sopportanti 
tassa erano quarantamilatrecentovenlitre. Attualmente gli 
Abitanti di Firenze ammontano a più di centomila, 
oltre a molti forestieri. 

(8) I Sobborghi di Firenze avanti il 1530 erano così vasti e 

popolati, che aumentavano la città di un terzo sì per 
le fabbriche che per gli abitanti. Sotto la Dominazione 
Medicea fu impossibile cosa la riedificazione dei Sobbor- 
ghi, mancando in città abitanti alle case. Ma dal Secolo 
XVIII in poi i subborghi sono risorti in gran parte, e 
questo segno di prosperità va giornalmente aumentando. 

(9) In oggi i fuochi ossiano i Quartieri delle case di Fi- 

renze sono molto più aumentati, al confronto di quelli 
del Secolo XVI, perchè la civiltà ha fatto nascere il 
bisogno di non vivere tanto ristretti come una volta. 
Quindi senza parlare dei Siguori, ogni famiglia ritiene 
un comodo piano di casa o più d'uno, il che ha fatto 
aumentare le case, essendo stati ridotti ad usi civili 
molli Conventi, Chiese e Spedali. Oggi gli Edifizj desti- 
nati Ad Abitazione dei Cittadini ammontano al numero 
di ottomilatrenta , e vanno giornalmente accrescendosi; 
riprova sicurissima che i Fiorentini giammai vissero più 
felicemente, al confronto dell'epoca presente. 

(10) Il MagniGco palazzo Del Nero, ora Torrigiani, fu eretto 
col disegno di Tommaso del senatore Agostino Del Nero 
sotto la direzione di Baccio d'Agnolo, nel regno di Co- 
simo I. I Del Nero, ascritti all'arte dei rigattieri, co- 
minciarono nel 1382 a conseguire il Priorato, che otten- 



— 1342 — 

nero per ventisette volte fino al 1528. Bernardo di Nero 
di Filippo, che fu Gonfaloniere nel 1474, 1487 e 149G, 
fu qualificalissitno cittadino , poiché oltre essere stato 
uno dei venti deputati a reprimere la ribellione dei 
Volterrani nel 1472 ed Ambasciatore a Pisa nel 1482, 
fu poi nel 1483 Commissario Generale di guerra in 
Lunigiana per opporsi a Costanzo Sforza, e nell'anno 
seguente bravamente soccorse Pietrasanta e cacciò i 
Genovesi da Vada. Ei fu il Marino Faliero dei Fioren- 
tini, perche appena compita la sua carica del Gonfalo- 
nierato nel 1497, accusato di essere a parte di una 
congiura per sommuovere il governo e rimettere i Me- 
dici nella città, perde la testa nel cortile del palazzo del 
Potestà in età di 72 anni. Niccolò figlio di Bernardo 
fu mandato Ambasciatore in Spagna nel 1497, indi a 
Roma per intervenire ai congressi nei quali Iraltavasi 
la pace tra la Spagna e la Francia, nel 1506 fu mandato 
a Livorno per ossequiare il Re di Spagna che portavasi 
a Napoli per riordinare quel Regno e nel 1512 fu spe- 
dito a Prato al Cardona Viceré di Napoli per trattare 
la riammissione dei Medici nella città. Francesco di 
Nero fu Ambasciatore in Francia nel 1480 ed al Re 
de'Romani nel 1496. Piero suo figlio fu Capitano di 
Arezzo nel 1480, ed era colla medesima carica in Pisa 
nel 1511 in occasione dal pseudo concilio, e fu neces- 
sario rimuoverlo dalla sua carica, perchè contrario a 
questa nuovità sdegnò di portarsi ad ossequiare i Car- 
dinali come gli era stato ingiunto. Nero fu cittadino 
reputatissimo ed uno di quelli che nel 1527 furono giu- 
dicali di tal virtù da essere proposti al Gonfalonicrato 
per un anno. Filippo e Giovanni suoi figli furono tra i 
Capitani delle milizie cittadine durante l'assedio, dopo 
il quale furono confinati. 3Iarco di Simone di Bernardo 
amico zelante della libertà ed amatore del bene comune, 
fu mandato nel 1528 Ambasciatore a Napoli per signi- 
ficare a Laufrec comandante delle armi Francesi che i 



— 1343 — 

Fiorentini non potevano somministrargli vettovaglie né 
concedergli il passo per il loro territorio per essere in 
Firenze il contagio. Era sempre presso Lautrec quando 
fu rotto dagli Spagnoli, e caduto nelle loro mani morì 
nelle prigioni di Napoli con grave cordoglio dei suoi 
concittadini. Al contrario Francesco ed Agostino di Piero 
di Francesco furono nelle ultime vicende della Repub- 
blica fautori dei Medici. Francesco, detto il Crà del 
Piccadiglio, fu amico del Macchiavello e fece parte della 
balìa che dopo la capitolazione riformò il governo. Fu 
in seguito Tesoriere di Clemente VII, cameriere di 
Cosimo I e morì senatore nel 1563. Agostino suo fra- 
tello fu dichiarato ribelle per avere abbandonata nel 
periglio la patria, ma tornato per evitare la confisca, fu 
confinato per cinque anni nelle carceri delle Stinche 
sotto pretesto di avere ajutato la fuga di Lorenzo Bracci. 
Visse onorato sotto il Principato e nel 1564 fu eletto 
senatore. Nel 1568 diventò per compra Barone di Por- 
cigliano nel territorio Romano. Morì nel 1576 e nei suoi 
figli Francesco e Nero si suddivise la casa. Alessandro 
di Francesco fu mandato Ambasciatore alla corte di Sa- 
voja ed alle Repubbliche di Genova e di Lucca nel 
1621 per dar parte della morte del Granduca Cosimo 
II. Fu ascritto tra i senatori nel 1637 e nel 1659 fu 
mandato Ambasciatore straordinario alla corte di Fran- 
cia. Alessandro suo nipote si acquistò reputazione di 
soldato valoroso nelle guerre della Germania. Tornato 
in patria fu eletto General supremo delle milizie del 
Granducato, indi Governatore di Livorno, nella qual 
carica morì nel 1735. In Francesco suo figlio si spense 
il ramo nel 1773. Da Nero del senatore Agostino discese 
Luigi che nel 1670 fu inviato Oralore straordinario 
alla Corte di Mantova. Nero suo figlio andò residente in 
Spagna nel 1708, e ne fu richiamato nel 1715 per una 
prepotenza di Cosimo III che volle punirlo di essersi 
ammogliato in onta alle promesse fatte in occasione 



— 1344 — 

dell'accasamento del suo fratello secondogenito che si 
unì ad una sorella del senatore Carlo Rinuccini, onni- 
potente sotto il mentovalo Granduca. Marco di Simone 
fu Vescovo di Bisignano. In Firenze i Del Nero si estin- 
sero nel Baron Cerbone di Luigi Maria morto il 31 
Gennajo 1816. Ignoro se un ramo trapiantato in Spagna 
da Francesco, figlio di quel Bernardo di Simone di Fi- 
lippo che fu Capitano delle galere dei Fiorentini nel 
1468, vi esista tuttora. Bernardino figlio di Francesco 
fu Viceré d'Abruzzo. Arme di questa casa fu il cane 
levriero d'argento con collare rosso fregialo d'oro, ram- 
pante nel campo nero. 

Avverto che anco i Cambi e gli Aldobrandini si 
dissero talvolta Del Nero dal nome Nero agnatizio nelle 
loro famiglie. 

Nessuna attinenza ha coi Del Nero la famiglia da 
cui trasse i natali S. Filippo Neri. Essa discese da Ca- 
stelfranco di sopra nella persona di ser Giovanni di 
Neri che fu notaro della Signorìa nel 1390 e 1409. 
Filippo nacque da ser Francesco di Filippo e da Lu- 
crezia di Antonio di Mosciano nel 1515, morì in Roma 
nel 1595 e fu canonizzato nel 1625. In lui si spense 
la casa e Lisabetta sua sorella moglie di Antonio Cioni 
concesse nel 1599 ai Del Nero di unire alla propria 
l'arme dei Neri consistente in tre stelle dorate nel 
campo lurchino. 

Le altre famiglie di cognome Neri hanno avuto lo 
stalo durante il regno dei Medici. 

(11) Uguccionc della Pressa fu il fondatore della chiesa di 
S. Locia Oltrarno, che si disse poi dei Magnoli perchè 
Stagnolo figlio di Uguccione la condusse a compimento 
e la dotò dono la morte del padre. Ardingo Vescovo 
di Firenze nel 1244 la dette in Patronato ai Monaci di 
S. Miniato al Monte. Vi acquistarono in seguito qualche 
diritto ancora i popolani per averla restaurata ed ac- 



— 1345 — 

cresciuta nel 1298. Nel 1425 dall' arcivescovo Corsini 
fu assegnata in Patronato al celebre Niccolò da Uzzano 
perchè in esecuzione dell' ultima volontà di Angiolo suo 
fratello l'aveva fatta nòbilmente ornare e dipingere ed 
avea dotato la Cappella maggiore di fiorini quattrocento 
di rendila. 

Ove ora sorge il palazzo Canigiani, e più antica- 
mente dei Bardi Larioni, fu già lo spedalctto di S. 
Lucia, edificato nel 1283. È tradizione che ivi per la 
prima volta si conoscessero e si abboccassero nel 1212 
i due celebri istitutori di ordini Regolari , cioè S. Fran- 
cesco e S. Domenico, come lo ricorda una iscrizione 
appostavi dalla pietà del senatore Francesco Canigiani. 
A ciò si oppone in primo luogo l'epoca della edificazione 
dello spedale, nella quale ambidue i santi erano morti, 
ed in secoudo luogo l'epoca diversa della venuta di essi 
a Firenze, poiché secondo il Wadingo, S. Francesco fu 
in Firenze soltanto nel 1211 e nel 1222, mentre secondo 
gli Annalisti Domenicani, S. Domenico dimorò in questa 
città nel 1219 e nel 1221, e gli fu assolutamente im- 
possibile di trovarvisi nel 1222, essendo occupatissimo 
in Francia nel predicare l'csterminio degli Albigesi. 

(12) La Chiesetta della Madonna delle Grazie fu nel 1372 
edificata dalla famiglia Alberti, sebbene fino dall'anno 
antecedente ne avesse ottenuta la permissione dal Co- 
mune Giovanni di Antonio Mann ini che sorpreso dalla 
morte nel 1372 non potè condurre a termine il pio 
divisamento. Questi Mìnnini sono antichi in Firenze e 
si trovano ammessi allo Magistrature fino dal 1347, 
poiché in tal anno Jacopo di Mannino fu Gonfaloniere 
di Compagnia. In seguito Giovanni figlio di Antonio suo 
fratello ottenne il Priorato nel 1369, fu dei XVI Gon- 
falonieri nel 1371 ed era de' XII Buonomini nel 1372 
allorché morì. Luigi suo figlio coprì tutte le primarie 
cariche della Repubblica e sedè Irà i Hriori nel 1393, 
t. ìv. 2 4 



— 1346 — 

1400, 1405, 1416, 1419. Nei fratelli di Luigi si divise 
la casa, poiché da Antonio discese un ramo distinto 
dalle primarie Magistrature e mancato in Firenze nel 
secolo XVII, mentre da Manno provengono i Mannini 
attualmente esistenti in Firenze. Odoardo tìglio di Antonio 
militò in grado elevato nelle armale del Re d'Ungheria 
e morì a Buda nel 1456. Da Niccolò di Marinino, che 
raccomandato dalla Signorìa passò a Udine nel 1372, 
proviene un ramo che tuttora vi esiste distinto dai 
titoli Comitali su Polcenico e Fanna. Giovanni figlio di 
Niccolò fu ascritto al Patriziato Veneto nel 1418 per 
aver contribuito alla dedizione di Udine a quella Repub- 
blica, ed uno dei suoi discendenti fu 1' ultimo Doge 
della Veneta Repubblica. Questi Mannini. a distinzione 
di altra famiglia omonima mancata nel secolo XIV che 
usava l'arme di un oca d'oro in azzurro, portano per 
stemma il leone rosso rampante nel campo d'argento. 

Oltre questa chiesetta furono su questo ponte altre 
Cappelle dedicate a S. Caterina, a S. Barnaba ed a S. 
Lorenzo. Circa la metà del secolo XIV in una casuccia 
su questo ponte ebbero origine le Monache dell' Arcan- 
gelo Raffaello dettele Romite di Ponte, la cui Chiesina 
dedicata a S. Maria della Carità esiste tuttora. Da qui, 
le monache andarono nel Convento fuori della Porta 
alla Giustizia, ceduto ad esse dai Frati Amidei, e nel 1529 
si refugiarono nel Monastero di S. Clemente in via S. 
Gallo. Dopo, nel 1534 si stabilirono in Borgo S. Fre- 
diano, Convento oggi soppresso. 

Parimente lo Monache dette le Murate cominciarono 
il loro istituto in una casuccia su di questo Ponte, 
come resulta dall'iscrizione in marmo, che tuttora si legge. 

(13) Cosimo I nel Secolo XVI mandò altrove i Macellari che 
tenevano le botteghe sul Ponte Vecchio, e le destinò 
agli Orefici. Il Vasari si servì delle botteghe del lato 
di levante per posarvi il Corridojo, che mediante 



— 1347 — 

ingegnosissimo giro unisce al palazzo Pitti il fabbricato 
degli Uffizj ed il Palazzo Vecchio. Nel Iato opposto, cioè 
sceso il Ponte, sulla cantonata di Borgo S. Jacopo, vi 
fu uno Spedale od Ospizio per uso dei Cavalieri di 
Malta, in oggi ridotto a palazzina di proprietà del Sig. 
Caruana. 

L'Ospizio fu edificato da Fiorenzo nel 1050 per 
comodo dei Templari. Soppresso l'Ordine, passò ai Ca- 
valieri Gerosolimitani. In questo punto anticamente vi 
fu una statua rappresentante un' Ajace ferito, o piutto- 
sto un gruppo di due Gladiatori, e vi stette fino al re- 
gno di Ferdinando II. Prima di questa, vi era stata 
altra statua di Marie, della quale Dante disse: 

Sempre con V arte sua la farà trista 
E se non fosse, che n sul passo d'Arno 
Rimane ancor di lui alcuna vista. 

(14) La violenza della piena d'Arno avvenuta nel 1557 at- 
terrò il Ponte S. Trinità, e fu riedificato sotto Co- 
simo I co! disegno dell' Ammannati. Si giudica il Ponte 
più svelto, spazioso, piano ed elegante d' Italia. Di so- 
pra e di sotto è tutto di pietra forte, consistendo gran 
parte del suo bello nella curva pianissima de' suoi tre 
archi. Le statue delle quattro Stagioni lo adornano sugli 
ingressi. 

(15) La Chiesa di S. Antonio sulla coscia a settentrione 
del Ponte alla Carraja apparteneva alla famiglia Kicasoli; 
essa fu atterrata e ridotta nel presente Villino dei 
Ricasoli medesimi, venendo così ad acquistare mag- 
gior prospetto al loro palazzo, corrispondente sulla Piazza 
del Ponte alla Carraja. 

Nel punto dell'Arno tra il Ponte alla Carraja 
e quello di S. Trinità furono fatte diverse Feste nei se- 
coli passati, le cui descrizioni dettero moto alle penne 



— 1348 — 

dei letterati. Una ne fu eseguila nel 1304 diretta da 
Buffalmacco pittore, nella quale si rappresentava V In- 
ferno. V'erano fuochi, pene e martorii con uomini con- 
traffatti e demoni orribili a vedersi ed altri che avevano 
la figura d'anime ignude, o che stando in diversi tor- 
menti mandavano grandissime strida. Il Ponte alla Car- 
raja allora di legname da pila a pila , si caricò sì di 
gente accorsa a quello spettacolo, che rovinò in più parti, 
e molti vi morirono. E poiché erasi mandato un bando, 
che chi volesse saper novelle dell' altro mondo fosse nel 
di delle calende di Maggio in sul Ponte alla Carraja e 
intorno all'Arno, il gioco da beffa avvenne da vero. 

Nel Gennajo 1490, essendo l'Arno diacciato per 
modo fortissimo, per tre dì vi si fece alla palla e al 
calcio dai giovani cui rincresceva il vivere; perchè aper- 
tosi il diaccio in Yarj punti, alcuni vi perirono inghiot- 
titi dal fiume ed affogati. Varie feste pure vi furono fatte 
sotto il Principato; e adesso in Lungarno, e particolar- 
mente tra i Ponti S. Trinità e alla Carraja, si fanno le 
splendide feste d' illuminazione e fuochi d' artifizio nella 
vigilia di S. Giovanni Battista. 

(10) II nome istesso di Lungarno denota che si tratta 
di strada distesa lungo la sponda di quel fiume. Nel 
, Lungarno Meridionale avevano le loro case i Fre- 
scobaldi , i Capponi , i Lanfredini , ed i Soderini. 
Le case di quest' ultima famiglia oggi spettano ai Si- 
gnori Shneiderff. Il palazzo Corboli già Lanfredini, 
fu edificato da Baccio d' Angiolo , nel secolo XVI 
era dipinto nella facciata a graffilo per opera del Fel- 
trini. 

(17) Una delle più belle strade sì per le fabbriche che per 
i punii di vista è il Lung\rno dalla parte Setten- 
trionali: del fiume Arno, dove continuamente con- 
corre il popolo le sere d'estate per deliziarsi al fresco, 



— 1349 — 

e nei dì sereni d' inverno per profittare della mite tem- 
peratura dell'aria riscaldata dal sole. 

E' andata in disuso mia festa aulica che si faceva 
nel fiume il 25 Luglio, giorno sacro alla memoria di 
S. Jacopo, consistente in una corsa di navicelli. 

In questa strada, cominciando da levante, erano le 
case e palazzi Landini poi Guasconi, Vettori, degli Alberti, 
i Tiratoj della Lana, il palazzo de' Castellani , o castello 
d'Altafronte, la Loggia del Pesce; passato il Ponte-Vecchio 
si trovavano il palazzo Acciajoli, il casino e loggia de'Gae- 
tani, il palazzo degli Spiui; passalo il Ponte S. Trinità 
vedevasi il palazzo de' Gianfigliazzi oggi Buonaparte fatto 
dietro il disegno di Brunellesco, dove è tuttora esistente 
l'Arme lavoro commendevole di Desiderio da Settignano. 
Disegnata dal Buontalenti dopo F epoca dell' assedio è la 
porzione del convento dei Valombrosani, corrispondente 
accanto all'antico palazzo Gian6gliazzi, divisa dal palazzo 
Corsini mediante un chiassolo. 

L'antico palazzo Compagni dipinto nella facciata ven- 
ne incorporato nel vasto palazzo Corsini, architettura di 
Pier Fraucesco Silvani. Terminano le fabbriche del Lun- 
garno col palazzo Ricasoli, di architettura del Miche- 
lozzi, ed allora dipinto nella facciata. 



(18) Quando si cominciò la Corsa dei Bàrberi dentro la pòrta 
al Prato, allora si estese il Corso fino alla porta alla 
Croce. 



(19) Là Chiesa di S. Andrea è una delle primitive chiese di 
Firenze, e quivi fu il primo Monastero di donne che in 
città professassero la vita monastica. 

Sulla piazzetta corrisponde una specie di torre, che 
dall'insegna di San Marco si rileva essere stata la Re- 
sidenza de' Consoli dell'Arte de' Linajoli. 



— 1350 — 

(20) In oggi le Corse dei Barberi si fanno nella strada che 
dalla porta al Prato conduce alla porta alla Croce. Per 
questo a comodo maggiore della Corte del Granduca, sulla 
piazza del Prato nell' angolo che conduce alla Portic- 
ciuola, fu edificato un terrazzo con somma eleganza ador- 
nato di architetture in pietrame, dietro il disegno del 
Cavaliere Conte Luigi De Cambra y-Digni, e fu ornato di 
pitture eseguite dal Professore Luigi A demollo mio padre. 

La corsa di S. Anna fu soppressa; quella di San 
Vittorio à stata rimessa alla Domenica nell' oltavario di 
Giovanni; così le tre corse principali di Barberi che si 
fanno in Firenze cioè di S. Giovanni, di S. Pietro e di 
S. Vittorio si eseguiscono in otto giorni con maggiore 
spasso dei cittadini e dei forestieri. Altri due palj si fa- 
cevano in Firenze nei primi due giorni di Agosto, or- 
dinati da Cosimo I per umiliare i Fiorentini e rammentare 
le disfatte degli amici della libertà a Gavinana, a Mon- 
temurlo e a Marciano. Il primo giorno il palio era 
corso dagli Asini che si facevano partire da Annalena 
per giungere alla Colonna di S. Felice. Ivi era inalzata 
un antenna dalla quale pendevano due paperi che si 
donavano a chi primo giungesse a staccarli. L'indomani 
nel solito luogo correvasi il palio dei cavalli. La dina- 
stìa Lorenese appena giunse al trono della Toscana abolì 
questi palj che più degradavano coloro che gli ordina- 
rono e gli tollerarono, che (a memoria dei valorosi pe- 
riti, in difesa della santità dei proprj diritti. Accanto al 
Terrazzo del Principe sul Prato, quella lunga fila di case 
tutte ad un' ordine fu edificata sopra alcuni Tiratoj 
dell'arte della Lana sotto Cosimo I, che le incommendò 
nell' ordine di S. Stefano. 

Di faccia, il Casino Corsini appartenne agli Acciajoli. 
Uno spedale era nel luogo del Convento soppresso di 
S. Anna, dove vennero le donne di Verzaja fuori della 
porla San Frediano, dopo che fu rovinalo il loro Con- 
volilo noli' occasione dell'assedio. 



— 1351 — 

(21) La strada delta via di Calimara o Calumala è delle più 
antiche di Firenze; principia sulla piazza di Mercato Nuo- 
vo e finisce su quella di Mercato Vecchio. Sull'etimolo- 
gìa del nome di questa strada sono discordi gli eruditi 
e comunemente si accordano nel dire che possa dirsi 
così, quasi Callis Malus , perchè conducente al luogo 
ove trovavasi il postribolo. Riflettendo io pure alla eti- 
mologìa della parola Calimara, sarei di avviso che le 
possa piuttosto essere venuto tal nome dai mercantiche lungo 
quella aveano le loro officine, mercanti di panni forestieri 
che grezzi facevano venire dall' estero e che qua lustra- 
vano e cimavano per rivendergli a maggior prezzo, arte 
che chiamavasi l'arte di Calimara. Siccome il lustro ai 
panni davasi con una preparazione nella qual parte prin- 
cipale erano gli spiriti, così non sarei lontano dall' opi- 
nare che dall'araba parola Kali che signiGca spirito, 
possa essere derivato cotesto nome. Aggiunge peso alla 
mia ipotesi 1' osservare che in antico Calimara scrivevasi 
cominciando colla lettera K e non colla lettera C, ciò che 
rende indubitato essere la parola di origine straniera 
e non proveniente dalla Latina, poiché capo, caso e mol- 
tissime altre voci provenienti dalla lingua del Lazio furono 
sempre scritte incominciando colla lettera C, mentre al 
contrario quelle tolte dalle altre lingue come cavaliere , 
calesso , cavallo e via discorrendo , si trovano nei 
primitivi scrittori Italiani incominciate per la lettera K. 

La vicina Via di Calimaruzza, che pone in comu- 
nicazione le piazze di Mercato-Nuovo e de' Signori, credo 
che prenda il nome diminutivo da Calimara, perchè 
quivi ancora si estendevano le botteghe dei mercanti 
di panni forestieri. 

Non voglio passare sotto silenzio che nella via di 
Calimara abitò Domenico di Nanni barbiere noto col 
soprannome di Burchiello. Nacque nel 1380, e finché 
visse, esercitando la sua arte coltivò una poesia sua 
propria, naturale, piena di lepidezze, di sali, d'ingegno 



— 1352 — 

e di coltura, come ancora lo dimostrano i suoi Sonetti. 
Mori nel 1448, ed il suo ritratto, non che le due stan- 
zuccie della sua bottega furono dipinte nel secolo pas- 
sato nelle volte della Galleria. 

(22) Nel 1630 sotto l'infausto gesuitico regno di Cosimo III, 
Firenze si poteva considerare una vasta riunione di luo- 
ghi pii e sacri. 1 Conventi ascesero a novanta, le Con- 
fraternite laicali a centoquarantanove. Adesso le Chiese 
sono quarantasei; quattro gli Spedali, sci gli Ospizj , 
dieci i Conservatori e quindici i Conventi. 

(23) Avanti il 1450 i Palazzi più notabili dei privati Fio- 
rentini furono Alberti, Castellani, Bombeni, Guicciar- 
dini, Alessandri, Giugni, Mozzi, Corbinelli , Davizzi , 
Spini, Bischeri, Vespucci , Sodcrini, Nobili, Antellesi, 
Bardi, Salviati, Guidetti, Corsi, Peruzzi, Acciajoli, Buon- 
delmonti, Altoviti, Lotteringhi della Stufa, Strozzi, Pan- 
ciatichi, Corsini, Quaratesi, Del Benino, Busini, Serristori 
(dove alloggiò Malatesta Baglioni sul principio dell'as- 
sedio), Pandolfini, Larioni, Biliotti, e Albizzi. 

Nei venti anni successivi al 1450 sorsero i palazzi 
Pitti, Medici, Martelli, Gianfigliazzi, Tornabuoni, Ru- 
cellai, Pazzi, Pucci, Giuntini, Guardi, Lenzi, Boni, 
Neroni, Spinelli, Benucci, Strozzi, Bidolfi, Capponi, 
Salviati in via Por S. Piero, Canigiani, Gherardi, Ne- 
retti, Aldobrandino Morelli, Antinori, Borromci, Miniati, 
Albizzi, Niccolini e Vettori. 

Finalmente dal 1470 al 1528 si ricostruirono ed 
edificarono i palazzi Pandolfini in via S. Gallo ed Uguc- 
cioni nella Piazza dei Signori con disegno di Raffaello 
d'Urbino; de' Gondi in faccia allo torri Magalotti e Man- 
cini ossia da S. Firenze; dc'Soldani presso la piazza del 
Grano; dc'Cocchi, ora Serristori, sulla piazza di S. Croce; 
de'Barlolini da Sauta Trinità; de' Nasi sulla piazza 
de' Mozzi diretti e disegnati da Baccio d' Angiolo; de' Por- 



— 1353 — 

tinari in via del Palagio; de' Borgherini in Borgo S. 
Apostolo; dei Da Gagliano in via del Cocomero; Dei 
sulla piazza di S. Spirito; Bini sopra S. Felice in 
Piazza dalla parte di Boboli, dove abitò Malatesta Ba- 
glioni sul finire dell'assedio, adesso destinato al Gabi- 
netto Fisico. 

Inoltre in meno di venti anni, dopo il 1500 furono 
murati i casamenti vasti de'Landini quindi Doilì, e ora 
Guasconi, de' Doni nel Corso de' Tintori, dei Gaddi in 
via del Giglio passata piazza Madonna, dei Della Casa 
e dei Carnesecchi in via Larga, dei Ginori nella loro 
via, dei Taddei al Canto del Bisogno vicino al Canto 
alla Macine, dei Valori nel Borgo degli Albizzi, ed 
oltre a molti altri il vasto casamento ora Bouturlin in 
via de' Servi non terminato al tempo dell' assedio. 

Non parlo dei bellissimi e vasti Palazzi edificati dopo 
il 1530, essendo materia troppo estesa e fuori del mio 
argomento. 

(24) Nel 1177 al suscitarsi delle civili discordie i Fiorentini 
combattevano gli uni contro gli altri dalle loro torri. Già 
della costruzione di queste torri parlai alla nota 25 del 
capitolo XVIII, ed ora dietro l' indicazione lasciatane dal 
Malispini farò menzione del luogo ove trovavansi le prin- 
cipali tra queste. 

In piazza dei Signori furono le Torri liberti nel 
luogo dove sorge il Cavallo di Cosimo I, quelle dei 
Foraboschi, degli Ormanni, e dei Della Vacca incorpo- 
rate nel Palazzo della Signorìa. Intorno a S. Cecilia e 
S. Romolo in Piazza, avevano le Torri i Malispini, gì' In- 
fangati, i Guglialferi ed i Tebaltlucci; in Vacchereccia, 
Por S. Maria e Mercato Nuovo sorgevano quelle dei 
Fifanti, dei Cappiardi, dei Giudi, dei Tiniozzi, dei Galli, 
dei Girolami, degli Amidei, degli Scolari, dei Giando- 
nati, dei Bosticbi, degli Uccellini, e dei Dell'Arca. In 
Terma, appresso a Borgo SS. Apostoli, si vedevano le 

T. IV. ? S 



~> 



— 1354 — 

Torri Palermi™, Scali e Filippi; e in detto Borgo quella 
dei Buondelmonli. In Borgo dei Greci vi erano le Torri 
Della Pera o Peruzzi e De' Greci; sorgevano quelle dei 
Bagnesi presso S. Remigio, con quelle dei Guidalotti 
Del Migliaccio e dei Da Quona. In via Por S. Piero 
avevano Torri i Donati, i Tedaldini, i Giuochi, i Ra- 
vignani, i Bisdomini, gli Alberighi, i Bouizi, gli Adimari. 
Da S. Martino stavano le Torri dei Razzanti, dei Giu- 
gni, dei Malfatti e di quei Della Bella. Intorno a Mer- 
cato Vecchio si vedevano quelle dei Tosinghi, degli 
Ubaldiui, dei Toschi, degli Arrigucci, dei Lisei, de'Ca- 
ponsacchi, dei Nerli, dei Cipriani, dei Catelli™ Da 
Castiglione e dei Vecchietti. Gli Alighieri l'ebbero tra la 
piazzetta di S. Martino e quella de'Donati; i Barucci 
dalla chiesa di S. Maria Maggiore; gli Amieri da S. 
Andrea, e presso e per via Porta-Rossa l' avevano gli 
Ughi, i Cosi, i Foresi, i Monaldi e i Soldanieri. Da 
Orsanmichele sorgevano le Torri dei Chiaramontesi, dei 
Compiobbesi, degli Abati, dei Galigai, dei Buonaguisi. 
I Romaldelli l'avevano in Calimara; in via del Garbo 
gli Alepri; e da Badia i Sacchetti e i Gucci; in via 
dell' Anguillara gli Schelmi; dal Duomo i Figiovanni, i 
Firidolfi, i Fighineldi e i Ferrantini; e i Tornaquinci 
sul canto che da essi ha nome presso il palazzo Strozzi. 
I Pazzi in faccia a quella dei Ravignani dal palazzo 
Non-Anito; gli Agli presso S. Michele Bertoldi. La torre 
Adimari, detta del Guardamorto, stava sulla cantonata 
della piazza di S. Giovanni; i Medici ed i Sizi l'ebbero 
da S. Tommaso in Mercato; i Magalotti e Mancini 
d'appresso a S. Firenze; i Cerchi nella loro via; i 
Gherardini in faccia via Larabertesca; i Gondi verso 
la via dei Ferravecchi i Ricci nel Corso, e sul canto di 
via Santa Elisabetta ebbero una casa che serviva di 
ricovero alle vedove della loro famiglia, i Boscoli ebbero 
quella che serve di Campanile al palazzo del Bargello; gli 
Alberti sul canto di Borgo la Croce; gli Albizzi nel loro 



— 1355 — 

Borgo; i Baroncclli l'avevano in Piazza, dove una fu 
disfatta per fabbricare la loggia dell'Orcagna; i Cavalcanti 
l'ebbero in Baccano; quivi d'appresso verso Calimara 
l'ebbero i Cavallereschi, ed i Baldovinetli sulla cantonata 
di Borgo SS. Apostoli; i Pulci in cima a via Lambertesca, 
compresa in seguito nella fabbrica degli Uffizi; i Pilli 
l'avevano in Pelliccerìa; gli Strozzi sulla piazza da loro 
denominata, incorporata nel palazzo; i Sassetti nella 
via da loro denominata; i Macci da Orsanmichele sulla 
cantonata di via Calzajoli; gli Agolanti in via de'Suc- 
chiellinai; i Del Beccuto sulla piazza Padella; i Giraldi 
nella via dei Giraldi; i Peruzzi sulla loro piazza; i 
Bondinelli sulla piazza di S. Lorenzo, incorporata nel 
Convento degli Scolopi; i Cerretani nella via così chia- 
mata, poi incorporata nella fabbrica del Seminario, ora 
Locanda della Nuova York; i Mannelli dal loro palazzo 
sceso il Ponte Vecchio sulla cantonata di via de' Bardi; 
i Bossi sul canto di Borgo S. Jacopo e via Guicciardini; 
i Frescobaldi sulla piazza sceso il Ponte S. Trinila. 

Poche sono le Torri tuttora in essere, essendo state 
incorporate nei palazzi e nelle case ; ma quelle poche 
esistenti danno V idea di quelle oramai perdute. 

(25) Come dissi delle Torri, darò qui l'indicazione delle 
Loggie, sebbene di varie abbia parlato in questo rac- 
conto. 

Oggi Loggie di privati non ve ne sono, essendo 
state cangiate in altri usi; ma nel 1530 si vedevano in 
Firenze le seguenti. La loggia degli Adimari nel loro 
Corso, chiamata ancora la Neghittosa; degli Agli, da- 
vanti al palazzo oggi Altoviti; degli Alberti in Borgo 
S. Croce; dei Buondelmonti in Borgo SS. Apostoli; dei 
Bardi presso il loro palazzo nella via de' Bardi incorpo- 
rata oggi nel palazzo Masetti; dei Cavalcanti in Baccano; 
dei Cerchi nella via di questo nome; dei Canigiani vi- 
cino a quella de' Bardi compresa oggi nel palazzo Man- 



— 1356 — 

nelli; dei Frescobaldi a pie del Ponte S. Trinità; de'Ghe- 
rardini in Por S. Maria dal canto di S. Zanobi; de' Guic- 
ciardini sotto le loro case; de' Peruzzi sulla loro piazza; 
de' Rucellai nella Vigna-Nuova di fronte al loro palazzo, 
de' Tornaquinci sotto la terrazza del palazzo oggi Corsi; 
degli Albizzi nel loro Borgo, ridotta a piazzetta; degli 
Elisei presso alla volta di S. Margherita; de' Medici nel 
Palazzo in via Larga fatta serrare da Clemente VII, 
sostituendovi le finestre, disegnate dal Buonarroti; de' Pulci 
in via Lambertesca; de' Pilli in Pelliccerìa; de'Giugni al 
canto alle Farine; de' Pazzi in via dell'Oriolo ed altra 
fuori di Firenze nella loro Villa distante un miglio dalla 
porta S. Gallo luogo ancora chiamato la Loggia — ■; de'Pitti, 
de'Tornabuoni sotto i loro palazzi; de' Gianfigliazzi e 
degli Spini sulle cantonate del Lungarno sceso il Ponte 
S. Trinità dalla parte di Settentrione, de' Soderini sulla 
loro piazza e dei Rossi in Borgo S. Iacopo. 



(26) Leon Battista degli Alberti matematico, Csico , poeta, 
critico, islorico, moralista, pittore, scultore e architetto 
mostrò al mondo una di quelle rare eccezioni, che par 
che la natura faccia per far conoscere il suo potere , 
poiché fu profondo in ciascheduna arte e scienza, che 
prese a coltivare. 

Le vicende luttuose della Repubblica Fiorentina per 
le discordie civili involsero la famiglia Alberti in quella 
sventura, che fece nascere in suolo straniero il Petrarca. 
Lorenzo padre di Leone lo vide nascere in Venezia nel 
1404. Destinato allo Stato Ecclesiastico, studiò in Bo- 
logna il Diritto Canonico e fu prete. Canonico Fiorentino 
all' età di venti anni, scriveva in latinità così purgala 
che pareva latinità del secolo di Cicerone. La sua com- 
media Philodoxos fu creduta per dieci anni un resto 
prezioso dell' antichità , fino a che non se ne scoperse 
1' autore. 



d 



— 1357 — 

A ventiquattro anni una malattia indebolì la me- 
moria all'Alberti talmente, che non si ricordava del no- 
me de' suoi amici, senza però alterare la forza del suo 
intelletto. Prolisso sarei se qui volessi rammentare le 
opere scritte e fatte dall'Alberti e più quelle indebita- 
mente attribuitegli; io ho voluto solo accennarlo onde 
si sappia che anche questo genio appartiene a Firenze. 
Morì in Roma nel 1472. 

(27) Il Convento di S. Giusto detto Degli Ingesuati fu di- 
strutto per cagione dell' assedio. I frati di questo con- 
vento sparsero l'uso dei vetri dipinti, e tra i pochi che 
si conservano sono graziosissimi quelli delle finestre della 
Biblioteca Mediceo-Laurenziana. 

L' uso dei Vetri Colorati fu antichissimo. I vetri 
del Duomo, di Orsanmichcle, di Santa Croce e di altri 
luoghi furono fatti nel secolo XV; ma rendutasi più rara 
quell'arte di colorirli nella fusione, successe l'uso di 
dipingere ed immedesimare il colore nel vetro a forza 
di fuoco. 

(28) Le Pitture a Sgraffito delle case di Firenze si face- 
vano nel modo seguente. S' intonacavano le mura della 
facciata con stucco o calcina mescolata o di nero, o di 
rosso, o di verde, di quel colore insomma che si desi- 
derava; sopra questo intonaco vi si passava un altro 
leggierissimo intonaco per lo più bianco; si spolverizzava 
su di questo intonaco il disegno con il quale si voleva 
ornata la facciata; quindi con una punta di ferro a sgraffi- 
no si passava sopra le linee del disegno portandosi via 
il sottoposto leggiero intonaco, e scuoprendosi quello 
colorito si raschiava in modo che formava il campo a 
tutto il disegno. Questa specie di pittura a chiaroscuro 
era talmente solida, che ancora si vede in alcune case 
che non sono state variate. 

Morto da Feltro inventore di questa maniera fu un 
pittore stranissimo, e visse quarantasei anni; morì nel 



— 1358 — 

1505 militando sotto Zara. Andrea Feltrini suo scolare 
che visse nel tempo istesso, perfezionò le grottesche ed 
i graffiti facendone de' bellissimi in Firenze ; preso da 
malinconìa, morì maniaco di 64 anni circa il 1540. 

(29) In oggi poche sono le case di Firenze che conservano 
gli Sporti aggettanti la fabbrica sulla strada, e le prin- 
cipali sono quella dei Lenzi poi dei Quaratesi in Borgo 
Ognissanti, quella de'Ricasoli in Parione, quella de'Bar- 
tolini in via porta Rossa, quella degli Antella, oggi Stufa 
sulla piazza di S. Croce. Una legge motivata dal Duca 
Alessandro De' Medici proibì la nuova costruzione di 
sporti alle case, e vietò di restaurare quelli che minac- 
ciavano rovina, volendo che fossero demoliti. Mi sembra 
giustissima questa disposizione, stando scritto nel Gius 
Comune il divieto ai privati dell' usurpazione dell' aria 
pubblica. 

(30) Tre famiglie Bartolini goderono in Fireuze gli onori della 
città durante il regime repubblicano. 

I Bartolini detti Baroni e talora Scodellari , 
forse dalla professione di venditore di stoviglie da uno 
dei progenitori di questa casa esercitata, derivano da 
Bartoliuo di Uberto di Davanzato di Martinozzo da Mon- 
teceraio. Conseguirono per tre volte il Gonfalonierato e 
ventinove volte il Priorato tra il 1297 ed il 1505, e man- 
carono circa la metà del secolo diciassettesimo. Usarono 
per arme due argente branche di leone incrociate alla 
schisa nel campo azzurro. 

I Bartolini del quartier S. Giovanni, detti a di- 
stinzione degli altri Bartolini ritagliatori per la profes- 
sione che esercitavano, dettero sette Priori alla Repub- 
blica tra il 1373 ed il 1473. Cessano di comparire ai 
libri pubblici ed agli squiltinj ai princjpj del secolo XV, 
talché m'induco a credere che circa quell'epoca man- 
cassero. Fu loro stemma un leone d'oro rampante nel 



— 1359 — 

campo rosso tenente tra le branche una rosa d'argento 
fogliata di verde. 

Finalmente i Bartolim , detti Salimbeni dal nome 
di un loro progenitore, sono quelli che più degli altri 
hanno figurato nella Repubblica. È ormai ricevuto presso 
tutti i Genealogisti che Salimbene loro autore sia della ce- 
lebre famiglia dei Salimbeni di Siena, ed il Padre Ildefonso 
nella sua appendice al Volume XXIII delle sue Delizie sic 
sforzato a provarlo, ed io rispettando la comune opi- 
nione non starò ad investigare questa ormai ricevuta e 
sanzionata tradizione, sebbene molte ragioni m'inducano a 
credere avere Salimbene sortito più umili i natali nel ca- 
stello di Campi e niente avere di comune coi famosi Salim- 
beni di Siena.Ammessi alle Magistrature nel 1362 goderono 
per cinque volte il Gonfalonierato e per trentaquatlro il 
Priorato, da quell'epoca al 1525. Produsse questa famiglia 
molti uomini distinti, dei quali ne sia permesso poter 
citare i seguenti. Andrea di Bartolino che nel 1349 fu 
Ambasciatore ai Senesi e nel 1353 ai Pistojesi, ove andò 
poi nella stessa qualità Salvestro suo fratello nel 1365. 
Gherardo di Salimbene andò nel 1445 oratore al Conte 
Francesco Sforza per consolarlo della perdita della Marca 
ed offrirgli gli aiuti della Repubblica per tornarne al 
possesso, quindi nel 1468 Commissario a Fivizzano. 
Onofrio di Leonardo di Zanobi fu eletto nel 1518 Ar- 
civescovo di Pisa e nel 1527 fu degli ostaggi dati agl'Im- 
periali nel famoso sacco di Roma. Conosciuto per uomo 
a tutta prova devoto ai Medici, in occasione dell'assedio 
fu dichiarato ribelle e subì confisca dei beni, e dopo 
la morte di Clemente VII tornato in Firenze fu accet- 
tissimo al Duca Alessandro che seco lo condusse a Na- 
poli quando andò a scolparsi presso Carlo V dalle la- 
gnanze dei fuorusciti. Eletto Arcivescovo di Malaga 
nel 1556 morì mentre s' incamminava alla novella sua 
sede. Bartolommeo di Leonardo fu ambasciatore a Lucca 
per gli affari della guerra contro i Pisani nel 1392, 



— 1360 — 

quindi nel 1397 per trattare una lega coutro il Duca 
di 31ilano, e nel 1406 andò Oratore ad Alberigo da 
Barbiano per offrirgli il comando supremo delle milizie 
della Repubblica. Bernardo suo figlio fu frate Domenicano 
ed uuo dei primi cultori delle lingue Greca ed Ebraica, 
nelle quali scrisse varj opuscoli. Giovanbatista di Niccolò nel 
1500 fu mandato commissario nel campo di Cascina nella 
guerra contro i Pisani , ufficio nel quale grandemente 
meritò della patria, come pure di grande utilità fu a 
Firenze nel 1503, quando essendo Commissario a Vol- 
terra furono dai Pisani tentato varie scorrerie nel ter- 
ritorio Volterrano. Prestò molti altri importanti servigj 
alla Repubblica presso la quale era in tale considera- 
zione che fu uno dei cinque che contrastarono il Gonfa- 
lonierato a Niccolò Capponi nel 1527. Mandato capitano 
generale dello stato Pisano potè tornare in mano dei suoi 
concittadini le fortezze di Pisa e di Livorno eh' erano 
ritenute per Alessandro e Ippolito de' Medici. Compianto 
morì di pestilenza Dell' anno medesimo. Raffaello, uomo 
valoroso e assai cimentato nelle armi, fu nel 1530 de- 
putato Commissario di guerra nel Mugello e in Roma- 
gna per mantener fermi nella devozione della Repubblica 
i comuni e le case più potenti di quelle provincic in 
tempo che la città era cinta da assedio. Spenta la Repub- 
blica fu condannato al confine, per il che passò ad An- 
versa ove morì nel 1538. Bartolommeo di Niccolò fu 
più volte Ambasciatore e Commissario in campo per la 
Repubblica e dette i natali ad Alessandro che nel 1571 
fu eletto senatore. Da lui provenne un ramo mancalo in 
Giovanbatista nel 1672. 

Leonardo di Bartolommeo, dopo essere stato Com- 
missario a Cortona nel 1455 e Gonfaloniere nel 1459, 
lu nel 1471 deputalo a soprintendere alla Guerra con- 
tro i Volterrani , e nel 1497 fu confinato come sospetto 
di aderire alla congiura di Bernardo Del Nero. Ebbe 
.molti figli, trai quali Marco, Damiano, e Bartolommeo. 



— 1361 — 

Marco fu avo di altro Marco che nel 1529 fu mandato 
Commissario di guerra a Perugia per divertire le forze 
di Clemente VII che assediava Firenze e per soste- 
nere la città nel possesso dei Baglioni. 

Da Damiano nacque altro Marco che durante l'as- 
sedio fu uno dei Capitani delle milizie della città, quindi 
tra i sediziosi che costrinsero la signorìa a capitolare. 
Leonardo suo fratello fu tra i più fanatici libertini e co- 
minciò a farsi conoscere come uno dei promotori dei 
tumulti contro il Gonfaloniere Capponi. Mostrò sempre 
fino agli estremi molto accanimento nella difesa della 
patria e nell'odio contro i Medicei, giungendo fino a 
proporre in consiglio che si dovesse mettere la Caterina 
de' Medici in un pubblico bordello. Dopo l'assedio doveva 
essere impiccato, ma dovè la vita alla pietà di Baccio 
Valori che gli procurò il mezzo di fuggire dalle mani 
dei suoi nemici. Esule dalla patria morì nel 1540. Leo- 
nardo suo figlio scelse per amore della libertà esilio vo- 
lontario e visse in Ferrara intento allo studio, essendosi 
fatto chiaro nome nella poesia. 

Barlolommeo di Leonardo fu de' Priori nel 1475 
e generò Lorenzo, Giovanni, Gherardo e Zanobi. Lorenzo 
Canonico Fiorentino, zelantissimo del bene della sua 
patria, si trovò armato in piazza alla difesa del palazzo 
della signorìa per il tumulto del 1527, e nel 1530 si 
portò spontaneamente a Mantova a pregare l' Imperatore 
Carlo V che facesse osservare i patti dell'accordo sta- 
bilito nella capitolazione della città. Giovanni nel 1522 
fu dei Priori ed in lui ebbero i suoi concittadini un 
munifico protettore delle arti belle. Oltre la magnifica 
villa di Rovezzano che ornò di pregevolissime statue an- 
tiche, oltre il giardino ora Stiozzi in Valfonda, ove pure 
trovavansi oggetti d' arte pregevolissimi, edificò ancora 
dietro il disegno di Baccio d'Agnolo il vago palazzo di 
sua famiglia sopra le case dei Scali e dei Squarciasac- 
chi dai suoi maggiori acquistate lino dal 1356. Gherardo 

T. IV. * 6 



— 1362 — 

affezionatissimo ai Medici per dovere di gratitudine, fuggì 
dalla città per non essere sostenuto nel 1528, e dopo 
il termine dell' assedio fu chiamato a far parte del con- 
siglio de'dugenlo. Nel 1544 fu da Cosimo I eletto in 
senatore ed in suo consigliere, andò nel 1548 deputato 
a concbiudere una lega col Legato di Romagna e di 
Ravenna, e nel 1547 fu spedito a Siena per sedarvi una 
popolar sedizione. Nel suo testamento lasciò a Cosimo I 
la stupenda statua del Bacco, che Giovanni suo fratello 
avea fatta scolpire dal Sansovino, statua che attualmente 
è uno dei più belli ornamenti della pubblica galleria 
detta degli Uffizj. 

Zanobi, nato nel 1485, ottenne il Priorato nel 1523 e 
nell'anno seguente fu spedito a Pistoja per quotare, se 
era possibile, i moti interni della città straziata dal fu- 
rore delle fazioni Panciatica e Cancelliera. Coli' eccessivo 
rigore da lui adoperato tenne per qualche tempo in 
freno le parli e lasciò al suo partire tranquilla quella 
città, per il che ne riportò lode di prudente e saggio 
governatore. Figurò molto negli ultimi tempi della Re- 
pubblica come amico vero della libertà, ma con suo 
vantaggio: non fu nemico dei Medici perchè da essi be- 
neficato, ma avrebbe voluto un governo ristretto per 
avervi maggior parte essendo ricco, nobile, animoso e 
valente abbastanza. Fu mandato Commissario a Pisa nel 
1527 , quindi nel 1529 ad Arezzo per opporsi alle ar- 
mate Imperiali e Pontificie che movevano per assediare 
Firenze. Richiamato alla patria fu eletto Commissario 
generale di guerra per la difesa della città, e lutti gli 
storici sono concordi nel lodare il suo zelo ed il modo 
col quale soddisfece all'incarico ricevuto. Pure quest'uo- 
mo che si era offerto di volere mantenere a sue spese 
per due interi mesi 1' assedio piuttosto che capitolare col 
nemico, fu il primo a parlar di resa e quello che in- 
dusse la signorìa a scendere ad accordi con gli assediatiti. 
Fatto l'accordo e consegnata la città agl'Imperiali fu 



— 1363 — 

uno dei dodici ai quali fu concessa piena balìa per ri- 
formare il governo. Fu in seguito mandato a Roma Am- 
basciatore a Papa Clemente, che nel 1532 alla istituzione 
del senato lo fece nominar senatore. Ma veduto in quali 
guaj avea piombata la patria volle tenersi lontano dai 
pubblici affari, e ritiratosi alla sua villa di Rovezzano 
vi morì nel 1533 per essere caduto dalla seggiola sulla 
quale dormiva. Figurò tra i suoi discendenti Zanobi di 
Giovanbatista che si fece gran nome nelle armi e si 
trovò in mezzo a tutte le guerre dei suoi tempi servendo 
ora gli Austriaci ora i Francesi. Pervenne al grado di 
Colonnello, e nel 1713 ottenne dall'Imperatore Carlo VI 
titolo di Marchese per se e per i suoi discendenti , i 
quali tuttora esistono in vari rami divisi. Arme dei Bar- 
tolini fu il leone diviso a sega, sopra d' argento e sotto 
nero, rampante nel campo rosso: ma in seguito basandosi 
sulla comune opinione della loro provenienza dai Salim- 
beni di Siena aggiunsero all' arme dei Barlolini l'arme 
di quella casa , consistente in tre mandorle dorate nel 
campo rosso. Notissima impresa di questa casa sono i 
tre papaveri col motto — per non dormire — . 

Finalmente i Bartolini delti Baldelli, perchè ori- 
ginati dai Baldelli famiglia tra le primarie di Cortona, 
furono ammessi alla cittadinanza Fiorentina nel 1559. Loro 
antichissimo progenitore è il famoso Legista Baldo, e si 
dipartono dai Baldelli nella persona di Bartolino di Piero 
che fu del consiglio di Cortona nel 1407. Passati a Ter- 
ranuova, di là vennero a Firenze per coprirvi la carica 
di maestri di posta da molti di questi Bartolini eserci- 
tata. Questa casa fu divisa in due diramazioni da Antonio 
e Bartolommeo figli di Matteo di Antonio. Antonio nato 
nel 1530 fu padre del Canonico Antonio che fu segre- 
tario di Granduca Cosimo II, e di M. Francesco che 
nella medesima qualità servì lo stesso Granduca e Fer- 
dinando II. Da lui nacque Alessandro segretario della 
Granduchessa Cristina, mandato poi ambasciatore residen- 



— 1364 — 

te in Spagna noi 1611, Matteo residente in Francia e 
Antonio maestro di posta da cui ebbe i natali Fran- 
cesco che nel 1689 fu ascritto tra i senatori e morì nel 
1711. Dal Cav. Anton-Vincenzio suo figlio nacque Luigi 
che fu Consigliere di stato e reggenza , eletto sena- 
tore nel 1785 e Bali di Firenze, il quale ultimo di queste» 
ramo morì l'I. Settembre 1800. Da Bartolommeo di Mat- 
teo che nato nel 1532 coprì molte cariche civiche, proven- 
gono gli attuali Bartolini-Baldclli, da non molti anni 
insigniti del titolo Marchionale. Loro stemma è un becco 
nero salente sopra una piramide di sei monti verdi nel 
campo d' oro. 

Molte altre famiglie di cognome Bartolini hanno 
acquistato lo stato durante il governo dei Medici. 




CAPITOLO XXVI. 



yyiopo che Lodovico Martelli e Carlo Cappello 
si furono a lungo occupati delle fabbriche interne della 
Città, andarono ad intrattenersi delle mura e dei con- 
torni, divenuti interessantissimi a causa dell'assedio. 
Per questo, Martelli indicava al Veneziano Ambascia- 
tore con tutta precisione ciò che atteneva alle mura, 
cominciando il giro dal lato di levante e venendo verso 
settentrione, per ritornare al punto di partenza dal 
lato meridionale. 

Quando dal 1284 al 1327 la Repubblica si oc- 
cupava di questo spazioso ingrandimento della città 
( diceva Lodovico Martelli ) stava inalzando ancora le 
principali fabbriche che 1' adornano. Riunita la spesa 
di tutte, si vedrà quale doveva essere la ricchezza 
dello Stato che le erigeva; avvertendo che quasi tutto 
il suo dominio era così limitato, che poteva discernersi 
da questa cupola, se slata fosse allora inalzata. Tutto 
era dovuto al commercio, che fece designare da un 



— 1366 — 

Pontefice i Fiorentini col nome di — Quinto Elemen- 
to — , come che la loro industria fosse necessarissima 
alle altre Nazioni. Quanto sono cangiati i tempi! 

Dalla torre a levante di qua d'Arno, chiamata la 
Torre Reale, cominciano le mura, che, girando per 
lo spazio di circa sei miglia, interrotte a levante e 
ponente dal letto del fiume ed aperte da sedici porte, 
vengono a rinchiudere la città con ogni sicurezza (1). 

Le mura sono alte dal suolo venti braccia, sulla 
grossezza di tre braccia e mezzo, coronate già da 
cento torri e da migliaja di merli. Nel prospetto che 
guarda la campagna non hanno ambulacro, ma co- 
modissimo vi esiste nella parte che risguarda la città, 
potendovisi passeggiare ed intrattenere per difenderle. 
Sono isolate sì nell'interno che nell'esterno, correndo 
lungo di esse in ambedue le parti una comoda strada, 
nella parte esterna tenuta distante dalla muraglia per 
mezzo di fossi larghi venticinque braccia e proporzio- 
natamente profondi, ripieni d'acqua condottavi dal 
Mugnone e dall'Arno. Le torri, che più non esistono, 
erano quadre, alte quaranta braccia, si vedono però 
tuttora dal lato della campagna nella porzione livellare 
alle mura. I torrioni delle porte alti sessanta e più 
braccia, sono conservati nella loro integrità; tutte le 
mura e le torri sono costruite di pietre irregolarmen- 
te quadre a filari, e nel centro ripiene di smalto duris- 
simo formato da sassi, ghiaje e calcina. Le torri ed 
i merli, quasi coronando questa città, facevano una 
vista bella e piacevole, oltre l'aumento della fortezza. 
Nel 1526, quando Papa Clemente volle mettere Firen- 
ze in grado da resistere a Carlo V, mandò Federigo 



— 1367 — 

di Bozzolo ed il Conte Piero Navarra a regolare le 
fortificazioni; e costoro, come cose inutili non solo, 
ma anche pregiudicevoli per l' attuai sistema delle 
artiglierìe fecero abbattere le torri; cosa da molti 
considerata come imprudente risoluzione, che ha fatto 
piangere i Fiorentini; e sebbene tutti i savj gridassero 
contro quella distruzione, che toglieva alla città il 
mezzo di tenere discosti dalle sue mura i nemici, pure 
coloro, per non confessare il- proprio errore, vollero 
proseguirne l' atterramento. In questa devastazione 
vandalica bisognò adoprare sempre lo scalpello, tanto 
erano grosse le mura e ben collegate con lo smalto. 
La spesa per rovinarle fu tale, quanta occorsa ne 
sarebbe per edificarle. 

A questa rovina, tu Messer Cappello vedi, che 
recentemente ne è stata aggiunta altra più imponente, 
e la rovina di cui parlo, lo sguardo la indovina da 
quelle lacrimevoli macerie e rottami che circondano 
la Città. 

Appena finita la peste, si dette mano all'esecu- 
zione di un decreto del Governo, decreto, che mai 
si sarebbe sospettato che si potesse proporre non che 
vincere ed approvare; decreto che contiene o una 
prudenza eternamente laudabile, o una stoltezza da 
non essere mai abbastanza biasimata; ma che o stolto 
o savio che fosse 1' ordine, la sua esecuzione sponta- 
nea sarà in ogni tempo ammirata dalle nazioni. 

Ordinossi che i subborghi della città, e tutte le 
fabbriche sì sacre che profane, le quali da ogni lato 
la circondassero dentro il raggio di un miglio, do- 
vessero atterrarsi fino ai fondamenti, onde non servis- 



— 1368 — 

sero di comodità ai nemici e di danno alla difesa. 

Malatesta Baglioni aveva tentato di opporsi a que- 
sta devastazione, ma invano. Per quanto si dicesse, 
che la sua opposizione realmente non fosse motivata 
dal desiderio di salvare un terzo della Città per di lei 
solo vantaggio, le sue ragioni non erano cattive. Poi- 
ché diceva, che inquanto a lui non sarebbe per ap- 
provare giammai tanta distruzione, determinata da 
pochi uomini torbidi; che di leggieri si potevano cir- 
condare di argini quei fabbricati, e difenderli con pro- 
sperità di eventi; che tempo e travaglio maggiore ri- 
chiedeva la rovina dei subborghi che non la costru- 
zione di un argine, tanto più che, secondo lui, le 
nostre mura valgono poco più che un argine, facili 
a sfascinarsi alle batterìe dei cannoni. 

Ma non gli fu dato retta. Michelangiolo Buonar- 
roti uno dei Nove, Commissario Generale sopra i ri- 
pari della città, nel mese di Luglio decorso, era stato 
mandato segretamente a Ferrara per esaminare le for- 
tificazioni recenti operatevi dal Duca. Galeotto Giugni 
nostro Oratore appresso il medesimo, procurò che il 
Ferrarese facesse vedere la sua fortezza al Buonar- 
roti, che aveva per quel Duca ancora altre segrete 
commissioni, cose per le quali Michelangiolo si era 
trattenuto a Ferrara fino a mezzo Agosto. Tornato 
qua, si oppose al progetto di Malatesta, e illuminato 
dalla muraglia di Ferrara, sostenne, che male si po- 
teva difendere una circonferenza così vasta, quale 
sarebbe venuta quella che rinchiudeva i subborghi, 
che sotto 1' argine non avrebbero potuto avere il be- 
nefizio delle acque del Mugnonc che riempivano i fossi; 



— 1369 — 

che inquanto alle mura le giudicava solidissime e ben 
munite di difesa. 

Frattanto che i Capi della Milizia, i Direttori delle 
fortificazioni, ed i Dieci di Guerra, affollati dalla gente, 
giravano intorno alla città, esaminando il modo d'ese- 
cuzione di così grande progetto, il popolo, forse ec- 
citato dai consigli di chi voleva questa cosa, cominciò 
a gridare: — Giù i borghi, giù i borghi — e si 
avventò a guastare le case ed i giardini che gli ca- 
pitarono i primi tra le mani, stati amorosa cura dei 
padri e di loro medesimi. 

Fu adunque risoluta la distruzione dei subborghi, 
previa una stima sommaria delle case, delle ville e 
dei giardini, la quale fece scrivere i loro padroni nel 
libro dei creditori del Comune. 11 danno resultato è 
incalcolabile, mentre le macerie stesse che sono sparse 
sul suolo tuttora, senza considerare quelle impiegate 
nei bastioni inalzati fuori delle porte e nelle altre 
fortificazioni, dimostrano che questi subborghi erano 
altrettante piccole città. Poiché devesi sapere, che 
contenevano più chiese, conventi, spedali, piazze e 
osterìe, ogni sorte di botteghe e di case, che costa- 
vano somme immense, come per dirne d' una in esem- 
pio, la casa de' Baselli fuori la Porta S. Gallo valeva 
ventimila fiorini d'oro. 

Se r arrivo dei nemici impedì che in parte la 
devastazione fosse completa, particolarmente al mez- 
zogiorno della città, si eccedette però il decreto e la 
volontà di Michelangiolo in altri punti. La gioventù , 
guidata dai Castiglioni ed altri Arrabbiati, a turme 
si portò nei subborghi e nelle ville, e con furia ve- 

T. IV. 2 7 



— 1370 — 

ramente inconsiderata atterrò le fabbriche non solo , 
ma devastò le vicine campagne in modo che per molti 
anni Firenze non ne riceverà frutto; mentre con scuri 
tagliava le viti, gli alberi, gli olivi, i cedri, e perfino 
i rosai, e le altre piante di fiori, per portarne le fa- 
scine nei bastioni; per il che questa campagna sì flo- 
rida e sì bella, che dava un nome non ideale, ma 
realmente dovuto a Firenze (2), oggi non presenta 
allo sguardo che l' orrido della desolazione, cagionato 
dalla rabbia dei nemici, e dal costante coraggio dei 
cittadini disposti con eroismo saguntino a seppellirsi 
sotto le rovine della patria, anziché restare preda delle 
barbare schiere a danno e schiavitù dei concittadini 
mandate da uno che si chiama Clemente e che si 
annunzia padre dei fedeli e Vicario di Cristo. 

Scorrevano quegli esaltati cittadini con certe 
macchine, specie d'arieti chiamate battitori, consistenti 
in triangoli di travi ritte, dalle quali appesa pendeva 
a traverso altra trave in bilico e con impeto spin- 
gendola a colpire le muraglie, in momenti rovina- 
vano ogni sorte di fabbrica. Né in questa impresa 
erano occupati gli uomini soltanto, ma le donne pure 
vi si distinguevano, e ne facevano una festa popolare, 
accompagnata da suoni e da canti. 

Salvestro Aldobrandini aveva composto una can- 
zone, che era quella appunto cantata sopra ogn'altra, 
di cui eccovi alcune strofe: 

Deh! quanto è grande dolore 
Ruinar di nostre mani 
L'arche de' Padri nostri 
Li Templi de' Cristiani. 



— 1371 — 

Deh! quanto è gran dolore 
Pensar che a tal destino 
Mena la madre patria 
Un Papa, un Cittadino. 

Ma di tener Fiorenza 
Non avrai, Papa, il vanto 
tu 1' avrai morente 
Per darle l'Olio Santo! 



Si dette luogo a molte private vendette, inquan- 
tochè la gioventù guidata dai caporioni si portò ad 
incendiare le case e le ville de' suoi nemici, situale 
in luoghi innocui e fuori del raggio contemplato nel- 
1' ordine. Da qui ne successero gì' incendj delle famose 
ville Salviati, Medicee di Careggi, di Castello, di Fie- 
sole, di Poggio a Cajano; ed invano si tentò rattenere 
queir impeto furioso, notandosi, che sebbene accor- 
ressero i Gonfalonieri dei Quartieri con le loro sedici 
bande per raffrenare quella distruzione, non furono 
rispettati, e doverono ritirarsi con perdita. Soltanto 
Busisi Gondi Gonfaloniere del Lion d' Oro con la sua 
schiera potè salvare, segando alcune travi incendiate, 
la villa di Poggio a Cajano, magnifica al di sopra di 
quante fino al presente siano in Italia. 

Mi ricordo che si propose nella Pratica di punire 
severamente gli autori di questo eccesso, ma siccome 
vi è tutto il sospetto che il Gonfaloniere Carducci sia 
stato uno dei primi incitatori per sempre più aumen- 
tare i motivi d'ira nei Medici e frapporre più vasto 
argine di separazione e di guerra, così l'affare non 



— 1372 — 

ha avuto risoluzione, ed ora al certo si pensa a tut- 
taltro che alle ville. 

Non ostante che monti di sassi stiano intorno a 
Firenze, io procurerò denotarti, o Messer Cappello, i 
principali edifizj che la circondavano. 

Se lo sguardo si posa intorno alle mura, vedi 
chiuse le porte, perchè mediante le macerie e le fa- 
scine ammontate all'esterno, si sono fatti davanti di 
esse e dei loro antiporti de' Bastioni fortissimi per di- 
fenderle, munendoli di artiglierie; come pure buoni 
cannoni coronano le torri sovrastanti, non so perchè 
non demolite nel 1526. Per entrare ed uscire dalla 
città sono state aperte alcune porticciuole accanto 
alle porte principali, che all'esterno restano nascoste 
dietro i bastioni ed antiporti (3). Sicché ogni porta 
è difesa dal bastione circondante l'antiporto, fatto in 
quadro da muraglioni eretti fino dal tempo del Duca 
d'Atene, e dal sovrastante torrione, dove sventola lo 
stendardo del Popolo. Neil' interno vedonsi aperti quei 
torrioni, e sotto gli archi, le lunette che stanno so- 
pra alle porte presentano dipinti a fresco alcuni Santi 
tutelari delle medesime con la Vergine nel mezzo (4). 

Cominciando il giro delle mura a levante di qua 
d'Arno, sotto la Torre-Reale (5) vedesi la Porta alla 
Giustizia, così chiamata perchè da qui uscivano i 
condannati a morte e si fermavano a sinistra nella 
chiesa adesso rovinata, detta il Tempio, e di qui 
andavano poco discosto in quel pratello elevato, dove 
sono tuttora gli avanzi delle forche. Al di fuori di 
questa porta, Michela ngiolo rinforzando un fortino che 
vi era, ha fatto inalzare un puntone a guisa di for- 



— 1373 — 

tezza, e di là dal fosso che scorre fino alla porta 
detta alla Croce, ha fatto un antemurale di terra 
a scivolo, onde i cannoni non possino colpire le 
mura (6). 

Questa porta, che si chiama ancora alla Zecca 
Vecchia, o di San Francesco, non aveva gran sub- 
borgo, perchè è stata sempre poco frequentata. Comodo 
e grazioso però si trova quel viale lungo l'Arno che 
conduce al convento delle monache dell' Arcangiolo 
Raffaello, indi alla casa di Baccio degli Organi, che 
vedesi laggiù rovinata, e proseguendo, conduce alle 
mulina ed alle gualchiere di Rovezzano (7). 

Dalla Porta alla Giustizia volgendosi a settentrione, 
si trova la torre soprastante alla Porla Guelfa, mu- 
nita come le altre. In origine si chiamava Porla Ghi- 
bellina alla pari della strada che vi conduce, non per- 
chè edificata sotto l' influenza dei Ghibellini ma perchè 
fu surrogata alla porta Ghibellina che era aperta nelle 
Mura del secondo cerchio, corrispondente alla fine di 
via del Palagio. Onde si dimenticasse quell'uso, i Guelfi 
vi scrissero in cartello di marmo — Porla Guelfa — (8). 

Il Torrione con Porla più sotto, si chiama di S. 
Ambrogio dalla vicina chiesa nell' interno, e di S. Can- 
dida a cagione della chiesa e convento che si acco- 
stavano alle mura a sinistra nel principio del sub- 
borgo, in oggi atterrati. Bensì questa è più comune- 
mente chiamata Porla alla Croce dalla grandissima 
Croce di legno sopra piedistallo di pietra che sta di 
fuori a destra. 11 subborgo era uno dei più grandi, 
arrivando a sinistra fino al monastero non del tutto 



— 1374 — 

rovinalo appartenente ai Yalombrosani denominato 
S. Salvi. 

Se non è atterrato del tutto, si deve ad un mi- 
racolo della Pittura. I distruttori de' Subborghi, che 
minando il campanile lo avevano fatto cadere con 
grande strepito ed allegrìa, già atterravano il con- 
vento, quando con le rovine arrivarono al refettorio 
dei frati, dove Andrea Del Sarto, pittore ben noto e 
da te conosciuto, aveva dipinto l'ultima cena di Gesù 
Cristo. Cosa incredibile! stettero vinti da inusitato 
stupore; nel contemplare quelle celesti sembianze , 
quegli alti pieni di vita, pensarono vedere ad ora ad 
ora muovere la mano del Salvatore per benedirli, ed 
aspettando la benedizione, qual s'inginocchiò, qual' al- 
tro piegò la persona, componendosi tutti in varj mo- 
vimenti di umiltà e di venerazione. Miracolo dell'arte 
fu questo, poiché nessuno si attentò distruggere quel 
luogo. Anche gl'Imperiali sembra che lo rispettino. 

La strada fuori della porta alla Croce conduce 
a Rovezzano, borgo distante meno di due miglia; e 
poco più su trovasi il fortilizio de' Tedaldi sul Monte 
Albano oggi occupato da Niccolò Benintendi. A dieci 
miglia si perviene al Ponte a Sieve, castello grosso e 
fortificato. 

Dalla porta alla Croce, girando sempre verso set- 
tentrione, le mura torcono e fanno angolo dove era 
una torre chiamata de' Tre Canti, o del Massajo. 
Dalla parte interna, quell' arco che riunisce 1' angolo 
dei muri, non è stato mai attenente ad una porta, 
ma sembra un rinforzo delle mura che in tal punto 



— 1375 — 

ripiegano verso ponente. In quel luogo dalla parte 
esterna il palazzotto dei Guardi (9) non fu rovinato, 
perchè sta rinserrato dal bastione fattovi costruire da 
Michelangiolo in difesa di quell'angolo (10). 

Seguitando il giro verso ponente, si trova la Porta 
a Pinti o Fiesolana, che volta a settentrione con la 
solita torre sovrastante. Il nome di Fiesolana le fu 
dato perchè direttamente conduce a Fiesole; quello 
di Pinti si crede che derivi da una parola abbreviala, 
cioè dai — Pentiti — ; perchè qui fuori eravi un con- 
vento, dove gli uomini dissoluti si portavano a far 
penitenza. Non aveva gran subborgo, ma bensì con- 
duceva a moltissime ville seminate là nel piano e sulle 
pendici dei colli Fiesolani. Di faccia alla porta stavano 
il convento e la chiesa degli Ingesuati, delle quali 
fabbriche è rimasto in piedi soltanto un tabernacolo 
della Madonna, dipinto da Andrea Del Sarto. Più so- 
pra in linea retta, eravi il convento dei Camaldolensi 
di S. Benedetto, fondato nel 1400 da Francesco di 
Jacopo De' Ricci, che, non avendo eredi necessarj, 
gli lasciò i suoi beni. Era singolare dirimpetto a que- 
sto convento una torre fortissima, rovinata con il 
resto del subborgo. Il prato che vedesi a destra, è 
il cimitero che tiene sepolte migliaja e migliaja di 
vittime del contagio non ancora affatto cessato. 

Poco lungi dal Campo Santo vedevasi l'antica 
chiesa dei SS. Gervasio e Protasio fino dal secolo X 
uffiziata da canonici, e non molto distante si trovava 
il convento di S. Martino a Majano. Su quel poggetto 
chiamato Gherardo, dalla villa Gherardi, il nostro No- 
velliere Boccaccio ha finto che si riunissero le sue 



— 1376 — 

belle donne ed i gentili fiorentini in lieta comitiva a 
novellare, finché non andarono nella vicina Villa di 
Schivanoja. Più su è il Castello di Majano, dove nac- 
quero Dante da Majano celebre Poeta, e Benedetto 
bravo scultore fiorito nella metà del secolo XV (11). 

Seguitando la strada, si sale ai poggi di Fiesole; 
a destra perviensi a Camerata, luogo ripieno di ville 
bellissime e di vaghi casamenti, ed era malagevole a 
credervene tanti a chi non gli avesse veduti. 

A sinistra, verso quel fiumicello che si chiama 
Mugnone piccolo ma furioso torrente, si stava edifi- 
cando la chiesa in onore della Madonna miracolosa 
detta della Quercia. La fabbrica non è stata rovinata 
ma rimase sospesa sono due anni a cagione di tante 
calamità. Michelangiolo Buonarroti gratuitamente si è 
occupato dell'edificazione di quel tempio, né veggo 
speranza che sia per essere condotto al suo termi- 
ne (12). Sopra di essa, quel luogo era dei Romiti di 
Camaldoli. Più verso la sponda del fiumicello, prima 
che le fazioni obbligassero il grande Alighieri ad ab- 
bandonare la patria, vi possedeva casa e terreno per 
ricrearvisi (13). Non molto distante è il villino fabbri- 
cato da Giovanni di Cosimo De' Medici, ove Pietro 
Crinito svegliava l'estro alle latine sue muse (14). 
Vicino a questo sta il palazzo dei Tre-visi, edificato 
da Messer Matteo Palmieri (18), scampato alla gene- 
rale demolizione, non perchè i Fiorentini, amantissimi 
di Boccaccio, volessero rispettare la villa come una 
di quelle dove la brigata del nostro Novelliere si fermò 
ne' suoi divertimenti, ma in memoria di Jacopo Pal- 
mieri e di Lucrezia Mazzanti sua moglie. 11 luogo al 



— 1377 — 

tempo del Boccaccio non era così bello come lo fu 
in seguito, e si chiamava Schivanoja (16). Adesso, alla 
lieta brigata di Boccaccio, è succeduto l'accampa- 
mento delle bande Spagnole recentemente arrivate, 
per la loro miseria chiamate Bisogni , e che agognano 
il saccheggio di questa città, sorvegliando che non 
sia vettovagliata, né ajutata in tutto il tratto delle 
mura descritto. 

Dopo che Martelli ebbe nominato Lucrezia Maz- 
zanti, l'Ambasciatore Veneziano parve astratto, ed al 
certo non prestò attenzione al discorso del suo 
compagno. Anzi lo interruppe, dicendogli: — Messer 
Lodovico, mi hai nominato Lucrezia Mazzanti come 
moglie di Jacopo Palmieri; ma questa eroina ho sen- 
tito dire che fosse fanciulla, vergine di basso stato, 
sebbene di gran cuore. — Corse voce nel pubblico 
che ella fosse fanciulla, replicò Martelli, ma la vera 
storia di questa donzella non è già quella che si narra 
dalle bocche di tutti; io brevemente ne farò il rac- 
conto. 

Lucrezia Mazzanti era figlia di un contadino di 
Figline, lavoratore di alcune terre di Jacopo Palmie- 
ri, uomo di circa quaranta anni, ma così amabile, 
generalmente stimato, così ben conservato, che il suo 
aspetto denotava appena sei lustri. 

Pochi mesi avanti l'assedio, egli volle che i suoi 
sottoposti si refugiassero sotto Firenze, onde fuggire 
alle crudeltà de'nemici. Fu allora che, vedendo spesso 
Lucrezia Mazzanti, ebbe luogo di osservare in quella 
contadinotta spirilo e sentimenti superiori alla sua 
condizione, alla sua età, al suo sesso. Egli se ne in- 

t. IV. 28 



— 1378 — . 

vaghi, ed era bene scusabile poiché oltre i pregi dello 
spirito e del cuore ella univa una maschile bellezza. 
Già ne vedesti il ritratto delineato da Andrea, ma 
qualora si perdesse, ne resta uno immortale nella 
Vittoria che Michelangiolo tiene nel suo studio scol- 
pita per la tomba di Papa Giulio II. 11 generoso Pal- 
mieri segretamente si congiunse con lei in matrimonio, 
motivo per cui il popolo ha creduto che fosse sempre 
fanciulla. 

Jacopo Palmieri era Gonfaloniere del Yajo del 
Quartiere di S. Spirito, quando le Milizie fecero la 
incamiciata contro gli accampamenti nemici, guidate 
da Stefano Colonna la notte della festa della Conce- 
zione. In quella sortita si mescolarono molte donne 
armate e travestite da uomini, quale in compagnia 
del marito, e quale dell' amante, tutte accese dal de- 
siderio di trionfare del comune nemico. 

Tra queste vi fu la giovane segreta sposa di Ja- 
copo Palmieri, prima di tutti a seguire il Gonfalone 
del marito. Quella impresa cominciata con tanto pro- 
spero successo, rimase senza effetto; suonata la riti- 
rata, molti de' nostri restarono tagliati fuori, e tra 
questi vi furono Palmieri e Lucrezia sua sposa. 

Disperali di rientrare nelle mura di Firenze e 
trovandosi in grave pericolo, si determinarono d'an- 
dare verso l'Incisa, per quindi salire a Figline. Così 
fecero, procedendo lungo il fiume Arno. Per loro 
sventura si abbatterono nel Capitano Gio. Battista 
Recanati, che erasi allontanato dall'accampamento 
Imperiale foraggiando e predando sulle circonvicine 
campagne. Vani furono gli sforzi di valore dei due 



— 1379 — 

sposi sventurati contro una schiera di fanti. Palmieri 
rabbioso e furibondo come una tigre dette dentro 
alla schiera onde aprire il passo a se ed alla con- 
sorte, ma ricoperto di ferite abbandonò la spada 
quando percosso nella gola cadde estinto sopra un 
monte di cadaveri dei nemici abbattuti. 

Disperata Lucrezia, procurò morire appresso al 
marito, ma cadutole l'elmetto, le sue bellezze mulie- 
bri apparvero agli occhi dei soldati. Era già l'alba; 
niuno si attentò di assaltarla, ma con ogni cautela 
disarmata, fu prigioniera del Capitano Recanati, che 
in quel momento, obliando la sua ferocia, sentì nel 
cuore l'impressione delle bellezze dell' avvenente pri- 
gioniera. Il Capitano Pier Maria De' Rossi da Parma 
Conte di San Secondo si abbattè nella truppa che si 
dirigeva all'Incisa, e veduta la bella donna che sotto 
le guerriere divise mostrava fierezza non minore al- 
l' avvenenza, se ne invaghì, e come superiore pre- 
tendeva che Recanati gli cedesse la sua prigioniera. 

Essi dalle parole vennero alle minaccie e dalle 
minaccie già impugnavano le spade; quando Lucrezia 
mostrandosi ilare e cortese con i due guerrieri, con 
raro accorgimento, fece intendere loro, che discon- 
veniva in presenza dei soldati tale contesa; essere 
disposta ai piaceri di ambidue, con che tutto si dif- 
ferisse a sera, e tornassero in lieta amicizia. 

La condotta di Lucrezia suscitò in di lei favore 
la fiducia dei due rivali, i quali non la guardarono 
tanto d' appresso da impedirle di fuggire dalle loro 
mani nel seguente modo. La brigata era giunta sul 
ponte per cui all'Incisa si traversa l'Arno; quando 



— 1380 — 

Lucrezia fu sopra il medesimo, affettando dimesti- 
chezza con Recanati, gli levò la daga e la gittò in 
terra distante a segno, che egli dovè distrarre dalla 
prigioniera la sua attenzione andando a raccogliere 
1' arme. Allora dato un salto si gettò ad un tratto a 
capo chino di sotto in Arno, e quante volte l'acqua 
la respingeva in sii a galla, tante Ella mettendosi le 
mani al capo si atluffava giù nel fondo, e così in- 
nanzi che fossero a tempo di salvarla , annegò. Atto 
inaudito e magnanimo, che ha la grandezza e la sem- 
plicità di spartana virtù. Tutti i soccorsi furono inu- 
tili; il fiume era gonfio, e nel suo seno, questa donna 
degna di lunga e di felice vita quanto ella corta 
e misera l'ebhe, trovò con la morte lo scampo de- 
siderato all' onor suo. — Onore eterno a le (esclamò 
Carlo Cappello ,) donna impareggiabile, modello di 
amore e di castità ! Più che la Romana tu fosti memo- 
randa o Lucrezia per nome e per opere; perché più 
schiva e insieme più generosa dell'altra. Ah! se la 
morte della Romana annunziò la libertà alla patria 
sua, possa la tua essere sostegno a quella di Fi- 
renze. — 

Dio lo voglia, soggiunse Martelli, asciugando il 
ciglio dalle lacrime spremute non so se dal fine eroico 
di Lucrezia Mazzanti, o da un doloroso presagio che 
la sua morte fosse il segnale della caduta di Firen- 
ze (17). 

Martelli e Cappello stettero lungo tempo in si- 
lenzio, ambidue in preda a gravi riflessioni; indi 
scosso quel doloroso letargo, ricominciarono il loro 
discorso intorno alle fortificazioni ed ai contorni di 



— 1381 — 

Firenze. — Eravamo rimasti alla villa Palmieri. Se- 
guitando il poggio sopra di essa, avanti di salire 
l'erta di Fiesole si scorge il convento dei Frati Os- 
servanti di S. Domenico (18). Dirimpetto a questo sulla 
mezza piaggia s' inalza il grandioso convento dei 
Canonici Regolari con la famosa Badìa di S. Barto- 
Iommeo, uno dei monumenti della splendidezza di 
Cosimo De' Medici, dove passò molti de' suoi giorni 
in letterarie conversazioni con Giovanni Pico della 
Mirandola (19), con D. Matteo Bosso, o con tanti 
altri sommi uomini, ai quali si univa Bartolommeo 
Scala notissimo Segretario e Storico della Repubblica 
Fiorentina, al quale appartenne la villa non molto 
distante sull'alto del poggio (20). 

In capo all'erta Fiesolana posa il monastero di 
S. Girolamo, e poco distante sorge la celebre villa 
di Cosimo, oggi mezza rovinata, famosa per la di- 
mora quivi fatta da lui, da Piero e Lorenzo De' Me- 
dici, da Cristofano Landini (21), dal Poliziano (22), 
e dagli altri rari e sublimi ingegni del tempo. A de- 
stra, sopra la più alta parte del monte, circa due 
miglia distante da Firenze, è la città di Fiesole, e se 
ne distinguono la piazza, la cattedrale dedicata ai 
SS. Pietro e Romolo eretta nel 1028 dal Vescovo 
Jacopo Bavaro, la casa vescovile, la canonica ed il 
campanile in mezzo alle due vette del monte. Là già 
esisteva la chiesa dalla più remota antichità, ed il 
suddetto Vescovo, sussidiato da S. Enrico Impera- 
tore di cui era familiare, la ingrandì per comodo del 
clero e del popolo. Nella vetta del monte a sinistra, 
dove già fu l'antica rocca Fiesolana, si vede il con- 



— 1382 — 

vento degli Osservanti di S. Francesco, e più sotto la 
Basilica di S. Alessandro a tre navate, eretta nel 587. 

Il monte Fiesolano è il più delizioso soggiorno 
dei Fiorentini; ne sia riprova la quantità delle case, 
ville, e palazzi, di cui è tuttora seminato, non ostante 
le incalcolabili rovine dentro il raggio di un miglio 
dalla città. L'aria vi è della maggiore salubrità; va- 
ghissimi sono i punti di vista; fecondo il suolo; tem- 
perati gli estremi delle stagioni; beato il soggiorno, 
per lo che non è meraviglia se là, come in prospero 
asilo di felice quiete, amarono vivere sempre gli 
uomini di lettere per attendere ai loro geniali studj, 
e per trattenersi in amichevoli e gioconde brigate. 

Proseguendo a discorrere delle mura di Firenze, 
e dalla porta a Pinti andando verso ponente, evvi 
un' altra porta o postierla a mezzo il tratto delle 
mura per arrivare a quella di San Gallo: si chiama 
la Porta de' Servì, nome datole dalla prossima chiesa 
dei Servi di Maria, alla quale si perviene dalla strada 
chiamata via San Sebastiano (23). 

La sesta porta che si presenta allo sguardo, una 
delle principali della città, si chiama Porla San Gallo, 
nome datole dalla magnifica chiesa, grandioso con- 
vento, e bello spedale che fino dal secolo XIII furono 
edificati sul piazzale esterno davanti alla porta; fab- 
briche in antico erette dalla pietà di Guidalotto di 
Volto dell'Orco, destinando lo spedale per uso dei 
pellegrini e dei fanciulli abbandonati, sotto la custodia 
ed assistenza degli Eremitani di S. Agostino. 

Fra Mariano da Ghinazano ebbe tanta influenza 
sull'animo di Lorenzo il Magnifico, che Io indusse a 



— 1383 — 

riediGcare la chiesa, il convento e lo spedale con 
spesa e grandezza veramente da Principe. In ciò fu 
così bene secondato dal genio dell'architetto Giuliano 
Giamberti, che il grido del pubblico destato dalla 
perfezione e bellezza di queste fabbriche, chiamò 
l'artista non più Giamberti, ma Giuliano da Sangallo; 
nome che il medesimo volle ritenere e trasmettere 
come suo casato ai discendenti. Sebbene siamo in 
distanza, si distinguevano da questa cupola dipinti 
sulla facciata del convento il gigantesco San Cristo- 
fano ed il colossale Lucifero spaventevolissimo ram- 
mentati dal Boccaccio, il che spiegava che non tutto 
il vasto convento >fu rinnuovato da Lorenzo il Ma- 
gnifico (24). Adesso tutto è rappresentato da quei 
monti di sassi avanzi di tanta rovina oprata cantando 
dagli stessi Fiorentini. 

II torrente Mugnone viene fino presso alla 
porta , e ramificandosi, spande le acque dal lato di 
levante e dal lato di ponente nei fossi sotto le mura. 
Se ne distingue il ponte fuori della porta da quel 
leone di pietra, insegna della Repubblica, che noi 
chiamiamo Marzocco. Fuori di questa porta il borgo 
era una vera città, essendovene aggregati tre altri 
che si trovavano poco distanti. A destra, un borgo 
lungo il Mugnone risaliva fino sotto alla Badìa di 
Fiesole, ed il ponte che si vede sul fiume ne prende 
il nome. In questo borgo chiamato di S. Marco Vec- 
chio (25), erano i monasteri di S. Maria della Mise- 
ricordia e di Montedomini, che. mettevano quasi in 
mezzo ia chiesa di S. Marco (26). Più verso il ponte 
stava un altro monastero chiamato di Lapo, dedicato 



— 1384 — 

a S. Giovanni Battista, fondato dopo il 1200 da Lapo, 
converso de' Romiti, per le Romite di Fiesole. Co- 
stassù sull'erta opposta al punto della Badìa, è lo 
scheltro del magnifico palazzo di Jacopo Salviati, 
così ridotto dalla rabbia popolare nella circostanza 
poco fa avvertita. In alto era il borgo della La- 
stra, e quivi si vedevano il convento di S. Barto- 
lommeo per le monache Cistercensi, lo spedale dei 
SS. Girolamo e Niccolò, e il monastero di S. Marta 
delle Umiliate. 11 terzo borgo si trovava dritto fuori 
della porta sulla costa, arrivando fino alla Loggia 
dei Pazzi. La devastazione che atterrò i palazzi e 
ville quivi d' intorno , salvò il bellissimo palazzo 
de' Sassetti , occupato adesso dall' alloggiamento di 
alcune bande Spagnuole, che sorvegliano la città da 
questo lato. Sopra la Loggia dei Pazzi, il Borgo si 
ricongiungeva con 1' altra borgata detta Trespia- 
no, (27) e procedendo si arriva, sempre salendo, 
all' Uccellatolo cinque miglia lontano , onde colo- 
ro che vengono da Bologna discuoprono tutta la 
città (28). Né qui finiva l'estensione del subborgo 
San Gallo, perché anche a sinistra della porta, fra 
le case e le ville proseguiva, trovandosi il bellissimo 
edilìzio, villa dell'Arcivescovo chiamata Sant'An- 
tonio del Vescovo, dove si trattenne alcun poco 
Papa Giovanni XXIII, prima che trasportasse la sua 
dimora dentro la città, e dove Papa Eugenio IY 
incorse gravi pericoli nei quattro anni che si trat- 
tenne in Firenze. Poco più su, volgendo a mano 
destra, il poggio si chiama Monte-Ughi, sopra il quale 
era il convento de' frati Amidei, e vi apparivano tante 



— 1385 — 

case e ville! Più addietro tra queste eravi il mirabile 
edifizio eli Careggi, villa fatta innalzare da Cosimo 
Padre della Patria col disegno di Michelozzi. Quivi 
ebbero luogo le celebri conversazioni platoniche di 
Marsilio Ficino, di Angiolo Poliziano, di Pico della 
Mirandola, dell' Argiropolo, di Ermolao Barbaro, dello 
Scala, e di altri uomini sommi del secolo XV. Con 
la morte di Lorenzo De' Medici ivi avvenuta nel 1492, 
cessò ogni Accademia Filosofica e Letteraria in quel 
luogo (29). 

Ritornando alle mura, percorsene lungo tratto, 
si perviene alla Porla a Faenza, così nominata dal 
vasto monastero di monache Yalombrosane, chiamate 
le Donne di Faenza, situato fuori della porta, 
e che dà il nome di Faenza anche alla strada interna 
della città ivi corrispondente (30). 11 subborgo di 
questa porta grandemente si estendeva per quasi un 
miglio; arrivando fino a certe arcate antichissime, 
le quali, secondo ciò che affermano, erano pezzi di 
Acquedotti Romani che portavano da Settimello 
l'acqua alle Terme Fiorentine. La strada conduce 
all'Olmo, ed alla Pieve di S. Stefano in Pane, pros- 
sima a quel fiumicello volgarmente detto Rifredi, 
ma che dovrebbe dirsi di Riofreddo. Ivi appresso 
era lo spedale detto Tra l'Arcora così chiamato 
dalle antiche arcate avvertite, fondato nel 1317. Più 
su è il villaggio detto Castello dalla villa anti- 
chissima della famiglia Medici, adesso appartenente 
a Cosimino figlio di Giovanni l'Invitto. Dietro, sopra 
il borgo di Quinto, sono due ville, una chiamata 
Topaja e l'altra Petraja, castelli una volta della fa- 

T. IV. 29 



— 1386 — 

miglia Brunelleschi; e da loro difesi contro l'esercito 
degli Inglesi e Pisani nel 1364. Quel convento più 
sotto si chiama Boldrone da un Pellegrino Fran- 
cese che lo eresse nel 1192. Passò poi alle mo- 
nache Camaldolensi. Seguono laggiù Sesto e Colon- 
nata, terre l'una all'altra vicina, e quindi si perviene 
a Prato ed a Pistoja, distanti dieci e venti miglia. 

Passata la porta Faenza, si vede la Postierla di 
Polverosa, alla quale conduce la via di Yalfonda. Il 
nome le viene dal monastero delle monache di S. 
Donato in Polverosa un miglio distante dalla porta, 
dove è l'accampamento dei Tedeschi comandati dal 
Conte Lodrone (31). 

Più a settentrione quella torre appartiene alla 
famiglia Agli; e più verso alle mura stavano il Mo- 
nastero di Montajone, lo spedale di S. Eusebio per 
uso dei lebbrosi fondato nel 1186, e l'altro di S. 
Lazzaro nel luogo detto Campo di Luccio. Final- 
mente era prossima alle mura la chiesa di S. Ja- 
copo, fondata nel secolo XII. Qua dentro la città tra 
le porte a Faenza e San Gallo, Michelangiolo ha 
eretto quel bastione, intersecato da fosse che lo ren- 
dono valevole ostacolo, se i nemici penetrassero dalle 
mura. 

La porta che guarda a ponente, e che sarebbe 
la nona, si chiama Porta al Prato, perchè ha nel- 
l'interno quel vastissimo prato triangolare, nel quale 
la gioventù adesso sta facendo gli esercizj militari; 
dove in tempi quieti la medesima si sollazza con varj 
esercizj ginnastici; dove nell'estate armeggiano le 
Potenze, brigate singolarissime di artigiani (32). 



— 1387 — 

Il Ghirlandajo, a spese di Cosimo De' Medici, 
dipinse la lunetta dell'arco sotto il torrione della 
porta , rappresentandovi la Vergine in mezzo ai SS. 
Giovanni e Cosimo (33). Nel subborgo rovinato, vi 
erano il monastero di S. Martino alle Panche e lo 
spedale di S. Bartolommeo (34). Più su si trovano 
Peretola, Petriolo, S. Donnino e Poggio a Cajano 
dove è la villa Medicea poco fa rammentata, lavoro 
superbo di Giuliano da Sangallo. 

Lungo l'Arno, le mura ripiegavano verso levante 
ed in queste si trova la Postierla al Prato, che 
guarda mezzogiorno e l'Arno. Essa mette alla Vaga 
Loggia dei Medici , dove sono anche le mulina , 
luoghi tutti fino alla porta al Prato stati fortificati 
da Michelangiolo con bastioni, fossi, e casematte, 
estendendo queste fortificazioni anche sulla piazza 
d'Ognissanti e lungo il fiume, servendosi per queste 
della torre delle Serpi, edificandovi d'appresso quel 
bel cavaliere di pietra per resistere agli assalti che 
dall'Arno si fosse per dare in questo punto. 




N O T I Z I E 



(1) J_/clle sedici Porte di Firenze esistenti nel secolo XVI, 

quattro furono rimurate sotto il regno di Cosimo I per 
comodo dei gabellini, cioè le porte alla Giustizia, Guelfa 
o Ghibellina, de' Servi, e di Camaldoli; due furono di- 
strutte, incorporandosi il luogo dove erano nella fortezza 
di San Gio. Battista comunemente detta da Basso, cioè 
le Porte Faeuza e Polverosa; Sicché dieci soltanto ne 
sono aperte, comprendendo in questo numero quella di 
S. Giorgio, che sebbene non serva al passo del pubblico, 
pure non è murala. 

(2) Fra l'etimologiche spiegazioni del Nome di Firenze la più 

naturale e forse la più vera si è, che fosse chiamata 
Florenlia dal campo fiorente d' erbe e di fiori quale 
fu sempre il terreno che la circonda. 

Sulle mura di Firenze nasce una specie di fiore 
ossia la singolare Iris alba Fiorentina chiamata comu- 
nemente Giglio o Giaggiolo , ed ha tre stami ed uno 
solo pistillo. La sua radica è ricercata in commercio per 
1' odore che tramanda, non molto dissimile da quello 
delle viole mammole. 

Questo è il Giglio insegna della Città di Firenze. 



— 1389 — 

;3) Accanto alle porte principali di Firenze, ancora si vedo- 
no rimurate le Porticciole usale al tempo dell' assedio. 
Anche degli Antiporti fabbricati dal Duca d'Atene, si 
vedono le vestigia, particolarmente alle porte S. Nic- 
colò, Romana, e San Friano. Chi volesse avere una idea 
precisa degli antiporti, la può acquistare osservando nel 
Duomo il quadro dove è dipinto Dante. Sebbene sembri 
che ivi il pittore volesse rappresentare il giro del secondo 
cerchio delle mura, vi dipinse gli antiporti edificati nelle 
porte delle lerze mura. 

(4) I magnifici Torrioni delle Porte di Firenze furono at- 

terrati da Cosimo I, rasandoli fino poco sopra all' arco 
e facendovi invece un vasto tetto, sotto del quale di- 
spose i cannoni, quando circa la metà del secolo XVI 
messe Firenze in stato di difesa. Pur non ostante resta- 
rono in piedi i torrioni delle porte S. Niccolò e Pinti; 
quello della porta a Faenza si vede tuttora incorporato 
nel maschio della Fortezza da Basso. 

(5) La prima torre delle mura di Firenze a levante si chiamò 

la Torre Reale, perchè fu edificata sotto la denomina- 
zione di un Re, cioè di Roberto di Napoli. Taluni opi- 
nano che il Monte del Re o di S. Miniato, situato al- 
l' opposta parte dell'Arno, ed al quale mediante un ponte 
si sarebbe arrivali passando dalla porta sotto questa 
torre, le abbia comunicato il nome. 

(6) La ragione per cui la Porta alla Giustizia si chiamò 

ancora Alla Zecca si è, che in vicinanza fu trasportata 
la Zecca, dove si battevano le monete, nel tempo che 
si edificava la Loggia dei Signori sul posto occupato 
dalla antica Zecca. Destinalo a questa il fabbricato 
dietro la detta Loggia, cessò di battersi la moneta 
presso la porta alla Giustizia. Il convento vicino le dava 



— 1390 — 

anche il nome di Porta S. Francesco, e la Torre Reale 
le rauluò quello di Porta Reale. 

Il Duca Alessandro de' Medici ridusse a fortezza di 
pietra quella che Michelangioio aveva fatto provvisoria- 
mente per l'assedio dalla porta alla Giustizia; ecco il 
perchè in quel punto delle mura, sopra ad uua porta 
murata si vede V arme Medicea. 

(7) Delle Gualchiere di Rovezzano, rovinate dal fiume Arno, 

si vedono tuttora le vestigia. 

(8) Propriamente parlando, io credo che la Porta Ghibellina 

non potesse essere ediGcata sotto l'influenza Ghibellina, 
che cessò poco dopo il 1260; ecco il perchè ho ritenuto 
che di fatto fosse edificata sotto il regno dei Guelfi; in 
caso diverso non saprei come combinare l' epoca in cui 
furono edificate le terze mura di Firenze, ed il governo 
di un Re protettore dei Guelfi ( cioè di Roberto di Na- 
poli, che comandava in Firenze in quel tempo) con 
l'opinione di coloro che vogliono questa porta ediGcata 
dai Ghibellini. Tutto si concilia, se si dice, che a que- 
sta venne il nome di Ghibellina dall'antica porta che 
nella slessa linea stava molto più in dentro, aperta nelle 
mura del secondo cerchio. 

(9) Quattro famiglie Guardi furono in Firenze ai tempi Re- 

pubblicani. La più antica abitò Ollrarno ed ebbe Niccolò 
di Simone di Guardi Priore nel 1349 e 1353 e Barto- 
lommeo di Martino di Guardi che conseguì la stessa di- 
gnità nel 1356. Ebbero per stemma sei merli di torre 
fatti a coda di rondine, di colore rosso e collocati a 
triangolo riverso nel campo d' argento. 

I Guardi detti Della Fonte che abitarono nel Quar- 
tier S. Spirito Gonf. Nicchio ebbero Lippo di Guardo 
Priore noi 1353; Berto suo figlio nel 1392 e Lippo di 



— 1391 — 

Berto nel 1424. Arme di questi Guardi fu una croce al 
naturale terminante nelle estremità in giglio, e sopra 
quella una croce di S. Andrea potenziataci tutto d'oro 
nel campo turchino. 

I Guardi da Montelungo del Quartier S. Croce Gonf. 
Leon Nero ottennero sette volte il Priorato tra il 1471 
ed il 1529, e mancarono nel secolo XVI. Usarono per 
arme un cane levriero nero rampante sopra un campo 
diviso a sghembo d' argento su rosso. 

Finalmente altri Guardi abitarono in Via Borgo la 
Croce e furono ascritti all' arte dei correggiai. Guardi 
di Lapo Guardi fu il primo Priore di questa casa nel 
1443 e Gherardo di Andrea di Lapo ne fu il decimo 
nel 1497. Si estinsero in Paolo di Simone di cui fu 
unica figlia Francesca maritata negli Ugolini, la quale 
nel 1630 edificò il Monastero di S. Teresa. A distinzione 
degli altri Guardi ebbero per stemma una piramide di 
sei monti d' oro tagliata da una banda azzurra nel campo 
d' argento smerlato di rosso. 

(10) Dei Bastioni eretti da Michelangelo, cioè all'angolo dei Tre 
Canti passata la porta alla Croce, alla porta a Pinti 
ed a quella di San Gallo, se ne vedono tuttora indu- 
bitati avanzi, che servono per uso delle ghiacciaje. Por- 
zione di quello della porta a Pinti è ridotto ad uso di 
cimitero dei Protestanti. 

Rapporto poi allo stradone che nell' interno della 
città di qua d'Arno, ossia settentrionale al fiume, gira 
sotto le mura, chiamato Via Ldngo le Mora, e che 
muove dall' antica porta alla Giustizia e termina dalla 
porta al Prato, se si vede adesso molto più elevato dal 
suolo degli orti sottostanti, avvenne perchè Cosimo I , 
sulla metà del secolo XVI intese fortificare le mura 
con ammassarvi nell' intorno monti di terra a guisa di 
bastioni. Sotto il governo francese, sul principio di que-: 
sto secolo, gli avanzi di questi bastioni furono allivel- 



— 1392 — 

Iati, e così riaperta venne comodamente la strada per 
uso e passeggio dei cittadini. 

(li) Dante da Majano fu un celebre Poeta che fioriva in- 
torno la metà del Secolo XIV, le cui poesie in lode di 
Nina sua Bella erano rinomale quanto quelle di Pe- 
trarca in onore di Laura. 

Benedetto da Majano Scultore, fioriva un secolo 
dopo, e tuttora sono ammirati i suoi lavori per il genio 
dell'invenzione e la squisitezza della esecuzione; morì 
nel 1478, e fu sepolto vicino a Donatello nel sotterraneo 
di S. Lorenzo, avendo sulla tomba la seguente iscrizione: 

JCLIANl ET BENEDICTl LEONARDI FF. 

DE MAJANO ET SUOROM 

MCCCCLXXVIH. 

(12) L'Oratorio della Madonna della Querce fu incominciato 
nel 1520 col disegno di Michelangelo. La chiesa fu con- 
sacrata nel 1552, e restaurata nell' occasione di farvisi 
una solennità nel 1737. Cessò di essere destinata ad 
uso sacro nel 1790, ed il locale ridotto a villa è attual- 
mente in proprietà del Dottore Agostino Gori. 

(13) La villa di Dante, rammentata in un rogito di ser Salvi 
Dini riportato da Giuseppe Pelli nella vita dell'Alighieri, 
non è come volgarmente credesi la villa già Pinzauti 
ora Ponialowski, ma bensì rimaneva lungo le rive del 
Mugnone e può riscontrarsi in quel complesso di case 
nominate le Cure. L' atto soprannominato è la vendita 
dagli Ufficiali del Fisco, che se n'erano impossessati 
all'epoca dell'esilio di Dante, fattane a Giovanni di Ma- 
nette Portinari nel 1332. 

(14) La Villa di Giovanni De' Medici verso Fiesole, pervenne 
nella famiglia Vitelli, e quindi in Pompeo Neri Badìa, 



v — 1393 — 

dove con l'eruditissimo Lami, passava i suoi giorni in 
letterarie conversazioni. 

Pietro Del Riccio noto sotto il nome di Pier 
Crinito, allievo di Poliziano, famoso latinista e gre- 
cista, successe al suo maestro nella cattedra delle let- 
tere nello Studio Fiorentino. I suoi amori Socratici sono 
rammentali da Paolo Giovio, e nelle sue poesie ram- 
menta spesso diceria fìnto nome della sua amante. 
Amico di Pico della Mirandola, fu dell'Accademia Pla- 
tonica nelle adunanze della villa Medici a Fiesole. Era 
destinato che morisse a causa dell'acqua. Una volta cadde 
nel Pò e ne sortì illeso; ma un bicchier d'acqua getta- 
togli addosso por ischerzo a Scandicci in villa di Piero 
Martelli, essendo ad una cena geniale di amici, tanto 
lo irrilò, che morì per un accesso di bile nell'età di 
trentanove anni. 

La famiglia di Pier Crinito si disse più anticamente 
dei Lotleringhi e cangiò nome da Piero, detto il Riccio, 
figlio di Baldo , che nato nel Piviere di S. Piero in 
Bossolo portò il domicilio in Firenze. Antonio suo figlio 
ebbe numerosi discendenti poiché da Stefano fu originata 
una diramazione che si disse dei Comi per avere rac- 
colto l'eredità di quella casa e che mancò in Domenico 
di Alessandro morto nel 1730, e da Francesco proven- 
gono i Del Riccio che si sono manteuuti fino al cadere 
del secolo decorso. Guglielmo e Leonardo di Giulio di 
Francesco suddivisero in due rami la casa. 11 primo di 
essi passato a commerciare a Napoli vi ammassò ric- 
chezze considerevoli colle quali acquistò le Baronìe di 
Trentola e Luriano passate negli Alamanni alla morte 
di Francesco suo figlio che fu assassinato da un servi- 
tore nel 1595. Da Leonardo proviene Luigi eletto 
senatore nel 1702. Leonardo di Giovanni che la me- 
desima dignità conseguì nel 1736, ultimo della famiglia 
del Riccio morì il 21 Marzo 1772 lasciando la sua 
eredità ed il suo nome ai figli di Caterina sua sorella 

T. IV. 3o 



— 1394 — 

moglie di Ottaviano Naldini. Stemma di questa casa 
furono due rose rosse separate da una banda parimente 
rossa nel campo d'oro. 

Altra famiglia Del Riccio che usò per arme due 
bande azzurre nel campo d'argento ebbe Filippo di 
Matteo Priore nel 1360, 1367 e 1372. 

(15) Matteo Palmieri apparteneva ad una famiglia ascritta 
all'arte degli Speziali ed originaria da Rasojo castello 
nella provincia del Mugello. Francesco di Antonio di 
Palmiere fu ammesso al Priorato nel 1404 , che da 
quell'epoca al 1468 pervenne nei Palmieri per sette 
volte. Matteo di Marco di Antonio fu Priore nel 1445 
e 1468 ed unico di sua famiglia ottenne il Gonfalonic- 
rato nel 1453. Nel 1435 fu mandato Oratore a Bologna, 
a Perugia nel 1451, e nel 1465 al Pontefice, a Milano 
e nuovamente a Bologna. Più che alle azioni politiche 
ei deve la sua fama alle opere letterarie tra le quali 
sono da annoverarsi l'elogio di M. Carlo Mazzuppini 
da lui letto nei funerali di quel famoso segretario della 
Repubblica; la vita del Gran Siniscalco Acciajoli; l'Opu- 
scolo de Temporibus contenente un sommario di fatti 
dalla creazione del mondo al 1449; e finalmente l'ope- 
retta de Captivitate Pisarum da lui intitolata a Neri 
Capponi. Ciò che fece parlare di lui dopo la sua morte 
fu il suo poema in terza rima, cui intitolò Città di 
vita, poiché si volle in quello trovare riprodotto l'er- 
rore di Origene e volevasi dal Tribunale Inquisitorio 
procedere alla esumazione del cadavere per arderne le 
ossa. Ciò non seguì perchè vi s'interpose la Repubblica 
che mai fu amica della Inquisizione e sempre stette 
ferma perchè non prendesse gran piede nei suoi dominj. 
Il poema del Palmieri ora è appena leggibile, uè a mio 
avviso meritava l'onore che se ne facesse tanto rumore 
come opera che presto doveva essere dimenticata, e che 
infatti solo conosciamo per le sopra notale contro- 



— 1395 — 

versie. La discendenza di Matteo ed insieme la fami- 
glia Palmieri mancò in Firenze nel 1825 per morte di 
Palmiere Benedetto di Pietro Leopoldo. 

Arme di questa casa furono due palme al naturale 
incrociate nel campo rosso e messe nel mezzo da due 
leoni d' oro affrontati. 

Altri Palmieri, da uno di essi detti di Maffio, 
abitarono Oltrarno nella via delta M affla, che per av- 
ventura dall' islesso individuo riconosce il suo nome. 
Maffio suddetto figlio di Palmiere fu Priore nel 1318. 
Portò per stemma un Albero di palma al naturale, posalo 
sopra una piramide di sei monti dorati nel campo oriz- 
zontalmente semipartilo di argento su azzurro. 

Finalmente i Palmieri detti talvolta di M. Paolo 
da uno di essi, talora Da Figline dal luogo donde pro- 
vennero, e più spesso Della Camera per avere varj 
individui della famiglia coperto la carica di Notaj della 
camera del Comune, ebbero ser Paolo di ser Arrigo di 
M. Paolo Priore nel 1394, 1398 e 1405 e Cancelliere 
della Signorìa nel 1387. Iacopo Palmieri, il marito 
della famosa Lucrezia Mazzanti, era di questa casa. Ei 
pure combattè in favore dei Fiorentini e fu fatto pri- 
gione alla battaglia medesima in cui nelle mani dei 
nemici cadde sua moglie. Questi Palmieri che usano 
per arme due palme verdi incrociate alla schisa nel 
campo dorato ed aventi sopra un rastrello rosso, scem- 
pio a quattro denti, esistono tuttora a Figline. 

(16) Molte sono le ville che pretendono avere servito di 
ricetto al Boccaccio durante la morìa del 1348, ma 
qualunque pretesa cade di per se stessa quando si ri- 
fletta che il Boccaccio era in quell'orribile circostanza 
assente dalla Toscana. Una di queste ville e precisa- 
mente quella detta Schivanoja, prossima ai Tre Visi, è 
appartenente ai Settimanni. 



— 1396 — 

Pretende quest'onore anco la villa ora Calami m 
e che anticamente fu dei Pesci. Questa famiglia, che 
tuttora sussiste, ebbe Ugo di Aldobrandino Priore nel 
1284, 1286 e 1291, Pesce di Gugio di Pesce che la 
stessa dignità conseguì nel 1302, 1308, 1315 e 1324 
e Pazzino suo figlio che fu parimente Priore nel 1312. 

Arme dei Pesci è un leone d'oro rampante nel 
campo azzurro e tenente tra le branche un pesce d' ar- 
gento. 

(17) Alcuni raccontano l'azione eroica di Lucrezia Mazzanti 
in modo diverso da quello che io ho fatto. Essi dicono 
che venuta in potere del Capitano Recanali , egli la 
condusse all'Incisa, dove avendole fatto sapere che la notte 
voleva ad ogni modo giacersi con lei, essa se ne mostrò 
contentissima. Anzi per lavarsi, lo pregò a permetterle 
di scendere nell'Arno. Egli vi acconsentì, lasciandola in 
custodia di un suo fante. Così Lucrezia prese occasione 
di annegarsi nel fiume a sfuggire al preparato disonore. 

A me è sembrato più naturale il racconto del caso 
posto in bocca a Lodovico Martelli: infatti come lavarsi 
in Arno nel mese di Dicembre? Come è credibile che 
Recanati non sospettasse qualche strano disegno nel 
sentirsi fare simile domanda dalla prigioniera, che do- 
veva supporre desiderosa di evadere dalla sua vigilanza? 
Renedelto Varchi racconta il caso in ambidue i modi, 
e ritiene per vero l'ultimo. Forse egli avrà avuto con- 
tezza che quel Capitano fosse uomo da beverie grosse, 
e grossa era la stranezza di lavarsi in Arno nel cuore 
dell'inverno. 

Comunque andasse il fatto, certo è che Lucrezia 
si suicidò per salvare il suo onore, e per evadere dalle 
brutalità di quelle milizie congregate ai danni di Firenze. 

Altamente fu commendata Lucrezia, ed alcuni gio- 
vani ingegni fiorentini pieni di patria carità, perdurante 



— 1397 — 

l'Assedio, mandarono fuori molli Epigrammi in onore di 
Lucrezia Stazzanti. Quello specialmente attribuito a 
Benedetto Varchi diceva: 

Perderet intactum ne Virgo Etrusca pudorem 

In rapidas se se praecipitavit aquas: 

Cumque foret coelo ter reddita flumine ab imo, 

Impavidum toties obruit amne caput. 

Quid dicam? Semel amisso Romana pudore 

Tusca ter, integra virginitate perit. 

Recentemente ancora, il fine eroico di Lucrezia Maz- 
zanti, fu esallato da Epigrafi di due dotti Toscani. Poi- 
ché nella raccolta delle Iscrizioni composte da Pietro 
Contrucci in onore degli Uomini Illustri d'Italia, la 
Mazzanti, comunque per lieve errore chiamata Marghe- 
rita, è commendata nel seguente modo: 

MARGHERITA MAZZANTI 

ANZICHÉ DA BRUTALE SOLDATO INIMICO 

PATIRE VITUPERIO 

SI ANNEGAVA NELL' ARNO 

o fortunata! 

CHE A DIO RENDESTI 

PURA L'ANIMA INTEMERATO IL CORPO; 

E LASCIANDO SÌ ALTO ESEMPIO ALLE FEMMINE 

SFUGGISTI AI MALI 

CHE DISERTARONO LA TUA FIORENZA. 

Ed il mentissimo Antonio Brucalassi non inferiore ai 
primi letterati del nostro secolo, nell'anno 1838 procurò 
che una memoria dell' eroico tratto apparisse all'Incisa, 
onde il nome di quella Generosa insegnasse ai meno 
istruiti, che la virtù in Toscana non era del tutto spenta 
nel Secolo XVI, e splendeva ancora nella bassa plebe. 



— 1398 — 

MDXX1X 
LUCREZIA DE MAZZANTI 
DONNA d' ALTO CUORE 
PLEBEA 
DAGLI AMPLESSI ABBORRENDO 
DI SOLDATO ALLA PATRIA NEMICO 
INVIOLATA 
QUI NELL'ARNO 
ANNEGOSSI 
ne' A LEI 
MAGGIORE DELL' ALTRA LUCREZIA 
1 TEMPI CONSENTIRONO UN BRUTO 
E LA REPUBBLICA FIORENTINA 
PERIVA. 

QUESTA MEMORIA 

DOPO CCCIX ANNI 
ANTONIO BRUCALASSl 
PONEVA. 

(18) Il Convento e la Chiesa di S. Domenico sul colle di 
Fiesole furono edificati dal Beato Giovanni di Dome- 
nico, in seguito Cardinale ed Arcivescovo di Ragusi, per 
darvi principio ad una riforma dell'Ordine Domenicano. 
L'epoca della fondazione è del 1404 avendo in tal 
anno Jacopo Altoviti Vescovo di Fiesole donalo a tal 
oggetto una vigna. Principali benefattori di questo con- 
vento furono Fra Bernardo Del Nero Vescovo di Bisi- 
gnano, Fra Serafino Banchi, M. Jacopo Salviati e più 
che altri Filippo, Jacopo e Domenico degli Àgli che 
così dettero esecuzione alla ultima volontà di Barnaba 
loro padre. I Domenicani ne furono cacciati circa il 1409 
per essere stati costanti nel riconoscere per legitlimo 
Pontefice Gregorio XII, motivo per il quale furono inol- 
tre tutti carcerati. Uiusci ad essi di evadere e ricevuti 



— 1399 — 

a Fuligno da Colino Trinci vi rimasero finché nel 1418 
non furono rimessi in possesso del pristino loro con- 
vento. Fra Domenico Bonvicini da Pescia che col Sa- 
vonarola fu arso nel 1498 fu Priore di questo mona- 
stero, che seguitò ad essere proprietà dei Domenicani 
riformati fino all'epoca della generale soppressione dei 
monasteri. La chiesa è ricca di pregevolissimi dipinti, 
ed il portico che le dà accesso fu eretto a spese di 
Alessandro ed Antonio figli di Vitale dei Medici ricchi 
Neofiti che nel Giudaismo erano di cognome Jochiel. 
Assunsero il cognome dei Medici per avere avuto com- 
pare al fonte battesimale un Granduca Mediceo. 

(19) Giovanni Pico fratello del Conte Della Mirandola, amico 
di Marsilio Ficino, di Girolamo Benivieni e di tutti gli 
scenziali che fiorirono dopo la metà del secolo XV, fu 
celebratissimo per il raro ingegno con il quale a mio cre- 
dere ha inviluppato in prolissa verbosità i Sogni Plato- 
nici, a segno da rendere i suoi commenti più oscuri 
del testo. Fu una disgrazia, che ingegni siffatti, usati 
alla cieca venerazione degli antichi, non osassero esa- 
minare con la ragione le oscure assurdità, e pensare da 
loro stessi. Morì nel 1494 nella fresca età di trentadue 
anni, e fu sepolto nella chiesa di S. Marco di Firenze 
sul Presbiterio. Rimodernato questo sul finire del secolo 
XVIII, fu remossa la sepoltura di Pico, come quelle 
del Poliziano e del Benivieni. In quella occasione il 
corpo di Pico della Mirandola fu ritrovato talmente in- 
tatto ed incorrotto, che pareva spirato il giorno avanti. 
La lapide del suo sepolcro portava la seguente 
iscrizione: 

d. m. s. 

JOHANNES JACET HIG MIRANDULA, C.ETERA NORUNT 
ET TAGUS ET GANGES FORSAN ET ANTIPODES 
OB. AN. SAL. MCCCCXCIV. VIX. AN. XXXII. 



— 1400 — 

HIERONY.WUS BÈNIVENIUS NE D1SIUNCTUS POST 

MORTEM LOCUS OSSA SEPARARET QUOS ANIMOS 

IN VITA C0NIUNX1T AMOR HAC HUMO 

SUPPOS1TA PONI CURAVIT 

OB. AN. MDXLII. VIX. AN. LXXXIX. ME.NS. IV. 

Nella Sala del Quartiere di Papa Leone in Palaz- 
zo-Vecchio dove Vasari dipinse le gesta di Lorenzo il 
Magnifico, nella storia in cui Lorenzo è raffigurato as- 
siso in mezzo agli scenziati del secolo, si vede il ri- 
tratto di Pico della Mirandola, ed è quel giovane di 
aria piacevole, bella cera, in zazzera di lunghi capelli, 
vestito di rosso. 

(20) Bartolommeo Scala figlio di un mugnajo di Colle in 
Valdelsa di nome Giovanfrancesco, sotto gli auspicj dei 
Medici giunse alle prime cariche di Firenze. Cosimo e 
Piero largamente gli somministrarono i mezzi per i suoi 
studj, nei quali ebbe per condiscepolo Jacopo Amman- 
nati, che divenne poi Cardinale, ma allora anch'egli 
oppresso dalla povertà. Avanzalo negli studj, lo Scala, 
sotto gli occhi e nella casa de'Medici, si trovò aperta la 
via della fortuna da siffatti protettori: acquistò onori e 
ricchezze: ascritto fra i Cittadini nel 1457, fu cancelliere 
della Repubblica, Priore nel 1472 e salì fino al posto 
di Gonfaloniere nel 1486. Innocenzio Vili, a cui fu 
Ambasciatore di obbedienza nel 1484, lo creò Cavaliere 
e Segretario Apostolico. Era dotto ma non quanto gli 
altri letterati del suo tempo. Lorenzo il Magnifico, capace 
di giudicare gli uomini più di suo padre e del suo avo; 
benché amasse ed onorasse Io Scala, faceva rivedere 
segretamente al Poliziano le Lettere Pubbliche scritte da 
lui, volendo che Io stile della Repubblica Fiorentina, 
nella quale regnò tanto V eleganza latina , non smen- 
tisse la sua celebrità. Qualche correzione proposta da 
Lorenzo De'Medici, fece sospettare allo Scala il vero 



— 1401 — 

autore, e da qui ne sorse una acerrima inimi- 
cizia. 

Gli animi dello Scala e del Poliziano si esasperarono 
viepiù a cagione della bella Alessandra figlia dello Scala, 
la quale univa alle grazie del volto, le più belle doli 
dell'animo. Era cara alle Muse, ed alcuni Epigrammi 
Greci indicano il possesso che aveva di questa lingua. 
Poliziano V ammirava al segno che non sdegnò di porre 
le di lei composizioni accanto alle proprie. Egli divenne 
perdutamente amante di quella dotta bellezza; ma né il 
suo carattere, né il suo volto (se ne giudichi dal ritratto 
effigiato dal Vasari nella Sala di Lorenzo il Magnifico 
nel Palazzo Vecchio, in quell'uomo con zazzera, e che tiene 
un libro nella sinistra dipinto nel quadro di Lorenzo 
circondato dai Letterati), erano atti a cattivarsi l'amore 
del bel sesso, e per questo Alessandra gli antepose 
Marcello Tarcagnota Poeta inferiore di sapere al Poli- 
ziano, ma nelle qualità amabili superiore. Poliziano allora 
divenne nemico del padre di Alessandra, dello sposo, 
e per fino della donna amata, e sfogò la bile con amari 
jambi. 

Bartolommeo Scala edificò il bel Casino in Borgo 
Pinti, che dopo passò in Alessandro De' Medici Arci- 
vescovo di Firenze, e quindi Papa sotto nome di 
Leone XI. In seguito ne divenne proprietaria la famiglia 
nobilissima de' Signori della Gherardesca. La Villa di 
Bartolommeo Scala a Fiesole passò nei Guadagni. 

Giuliano figlio di M. Bartolommeo fu Priore nel 
1521 e 1531, dei sedici Buonomini nel 1518, e Gonfa- 
loniere di compagnia nel 1519 e 1526. Si estinse la 
famiglia in Guido di Giuliano morto il 13 Dicembre 1581 
ebe lasciò il suo palazzo all' Arcivescovo di Firenze Ales- 
sandro dei Medici che fu poi Leone XI. A Guido so- 
pravvisse un cugino, cioè Giulio di Andrea, che non potè 
ereditare avendo professato nell'ordine dei servi di Maria 
col nome di Fra Alessio. Arme dei Scala è una delle 

T. IV. 3i 



— 1402 — 

così delta parlanti, cioè una scala di tre gradi azzurra 
posta in banda nel campo dorato. Il motto unito al- 
l'arme — Gradatim. — 

Niente questa casa ha di attinenza cogli Scali, fa- 
miglia di primo cerchio originaria da Fiesole, che ebbe 
magnifici casamenti con torre e loggia presso S. Trinità 
nel luogo ove ora sorge il palazzo dei Bartolini. Furono 
ricchissimi mercanti e fallirono nel 1326 per oltre 
quattrocentomila fiorini d'oro. Al suscitarsi delle fazioni 
nel 1215 seguirono la parte Guelfa, e grandi danni sof- 
frirono nei loro possessi dopo la disfatta di Montaperti 
nel 1260. M. Rinieri di Rinuccio fu Console nel 1215, 
M. Ugo segnò la pace del Cardinale Latino nel 1280, e 
M. Manctto di Spina dopo aversi acquistata riputazione 
di valoroso alla battaglia di Campaldino nel 1289, go- 
vernò Brescia in qualità di Potestà nel 1298, e in se- 
guilo molte altre città dell'Italia. 31. Francesco Cavaliere 
nel 1325 fu mandato Ambasciatore al Duca di Calabria 
per notificargli che la Repubblica lo aveva eletto in suo 
signore, e fu padre di Giorgio cittadino influentissimo ed 
ambizioso oltremodo che fu Priore ne! 1378. Messosi in 
animo di rovesciare la Magistratura dei Capitani di Parte 
Guelfa, si fece capo del popolo e promosse la famosa 
rivolta dei Ciompi nel 1378. Fu in tale occasione eletto 
Gonfaloniere e decoralo per volere del popolaccio della 
equestre dignità. Per tre anni governò quasi con potere 
assoluto Firenze, ma venutagli meno l'aura popolare 
per le sue prepotenze, fu decapitato nel 1381. Altro Priore 
ebbero gli Scali in AnlonFrancesco di Bartolommeo di 
Luigi nel 1480 e 1496, e si estinsero il 28 31arzo 1637 
alla morte del Senator Giorgio di Anton Francesco. Loro 
stemma fu la scala d'oro a tre gradi, ritta nel campo 
azzurro. 

Consorti dei Scali furono i Palkrmim e i Barccci. 
1 primi si cstinsero probabilmente in M. 31annuccio Pa- 
lormini cavaliere di gran reputazione morto nel 1312 



— 1 103 — - 

e recato alla sepoltura con grande onore a spese del 
pubblico. Ebbe per arme un leone verde rampante in 
eampo d'argento 

I Barucci, nominati anco da Dante, ebbero Ubaldo 
console di Firenze nel 1196 e Aldobrandino nel 1202, 
e Pietro Patriarca d'Aquileia. A differenza dei Scali 
seguirono la parte Ghibellina e furono cacciati da Fi- 
renze nel 1248. Detto Barucci combattè a Montaperli 
nel 12G0. Sandro di Donatino fu Priore nel 1364 ed 
Angelo suo fratello nel 1379. Si estinsero in Piero di 
Cammillo morto il 18 Luglio 1649. A differenza di altri 
Barucci dai quali furono originati i Del Beccuto, questi 
portarono per arme due gigli d'argento astali ed incro- 
ciati alla schisa nel campo rosso. 

(21) Cristoforo di Bartolommeo di Cristoforo Landini nac- 
que in Firenze nel 1434 da una famiglia originaria di 
Pratovecchio. Fu destinalo alle leggi ed esercitò il no- 
tariato, avendo in tal carica servito alla signorìa nel 
1494. Ma più che nelle leggi fu famoso nella poesìa, e 
filosofia , e nello studio delle lingue Greca e del Lazio, 
avendo tenuto cattedra di belle lettere nello studio Fio- 
rentino. Ebbe a discepoli Lorenzo e Giuliano dei Medici, 
il Poliziano e il Verino. Le sue poesìe Latine che in 
un codice intitolato Xandra esistono alla Biblioteca Lau- 
renziana lo costituiscono per uno dei migliori poeti del 
secolo. Fu uno dei restitutori della Platonica filosofia e 
perciò tra gl'istitutori della celebre Accademia degli Orli 
Oricellarj. Commentò con copiosa erudizione Dante, Ora- 
zio e Virgilio. Il suo commento della Divina Commedia 
fu edito con tutta l'allora possibile magnificenza nel 1481, 
e la copia da Cristoforo presentata alla Repubblica Fio- 
rentina, cui lo avea intitolato, esiste tuttora nella librerìa 
Magliabechiana, impressa in pergamena, riccamente le- 
gata ed ornata di nielli. Vuoisi che la Repubblica donasse 




— 1404 — 

al Landino in benemerenza delle sue fatiche una posses- 
sione al Borgo alla Collina ove nella tranquillità trasse 
eli ultimi suoi anni e vi morì nel 1504. 11 suo ritratto 
ritrovasi nel Palazzo Vecchio in uno degli affreschi del 
Vasari ove effigiò Lorenzo il Magnifico circondalo dai 
letterati, e Cristoforo è appunto quell'uomo vestito di 
rosso tenente nelle mani un globo e le seste. Il suo 
cadavere è tuttora incorrotto benché sia stato sempre 
tenuto con molta incuria e soggetto a rie vicende. Nel 
1632 dal Capitano Gavignani gli furono estratti due denti, 
onde da quel lato la guancia è infossata, e nel 1710 fu 
barbaramente mutilato nelle parli genitali in occasione 
che la gran Principessa Violante di Baviera si portò a 
visitarlo, essendo al Parroco sembralo indecente che una 
Principessa lo vedesse nella sua integrila, essendo affatto 
nudo il cadavere. La spiritosa Principessa accortasi della 
barbarie disse al Parroco che a chi lo avea fatto avrebbe 
dovuto applicarsi la legge del taglione. Cristoforo Landino 
edificò un vasto casamento nel Corso dei Tintori che è 
quello attualmente abitato dai Guasconi. 

La famiglia del Landino era stata precedentemente 
illustrata da Francesco d' Jacopo, fratello del di lui avolo, 
il quale benché cieco fu peritissimo nella poesìa ed ec- 
cellente talmente nella musica che il Re di Cipro volle 
in Venezia coronarlo solennemente di alloro. Fu famoso 
fabbricatore di Organi e di altri musicali istrumenti, 
come si ha dalla vita che ne scrisse Filippo Villani. 
Morì nel 1390. Bernardo figlio di M. Cristoforo fu Priore 
nel 1536 e morì ultimo del ramo di questa casa ascritto 
alla cittadinanza Fiorentina, non avendo avuto prole le- 
gittima da Maria di Alessandro Caccini che sposò nel 
1532. Peraltro ebbe una figlia naturale in Lucrezia che 
sposando nel 1535 Vincenzio del Zaccherìa ereditò i di 
lui beni. La famiglia tuttora sussiste, ma diramatasi da 
parecchie generazioni prima che avesse i natali il celebre 




— 1405 — 

uomo del quale si è dato notizia. Arme di questi Landini 
è una piramide di sei monti d'oro con tre rami d'albero 
al naturale nel campo turchino. 

Altri Landini furono in Firenze in tempi più remoti. 
Ebbero origine da Acone e furono distinti da un Lan- 
dino che si segnalò alla battaglia di Carapaldino. Esiste- 
vano ancora nel 1433, quando Piero di ser Noferi fu 
squittinato, ma non se ne hanno ulteriori notizie. Por- 
tarono per stemma un gatto nero rampante nel campo 
d'argento e sormontato da un rastrello rosso a tre denti. 

Una terza casa di questo nome, delta dei Landini 
dei tre pesci, dall'arme di tre pesci d'oro collocati in 
cerchio nel campo azzurro, venne a Firenze da S. Lo- 
renzo a Vicchio nel Piviere di Ripoli e conseguì la cit- 
tadinanza Fiorentina durante il Principato. Ne faccio 
menzione perchè in moltissimi stabili di Firenze si vede 
scolpita l'arme di questi Landini fattavi apporre da Santi 
che fu ricchissimo, e fece consistere la sua ambizione nel 
comprare moltissime case al solo oggetto di farvi met- 
tere il suo stemma. Nel 1640 cól disegno del Silvani 
eresse il portico della chiesa della Madonna dei Ricci 
nel Corso e non mancò di farvi scolpire l'arme sua. 
Anco questi Landini tuttora sussistono. 

(22) Angelo , da Montepulciano sua patria detto Poliziano, 
nacque dalla nobile famiglia Cini mancata in Andrea di 
Pompilio il 23 Febbrajo 1719. Suoi genitori furono M. 
Renedetto Legista figlio di Desiderio di Benedetto Cini 
ed Agnese Tarugi. Nacque nel 1454 e studiò la lingua 
Latina sotto il Landino, la Greca sotto l'ArgiropoIo 
ch'era uno dei dotti Greci dopo la caduta di Costanti- 
nopoli ricovrati in Italia. A pochi la natura concesse 
tanti talenti, riunendo in lui la viva fantasìa col severo 
giudizio, due facoltà che raramente si trovano congiunte. 
Giovanetto scriveva versi elegantissimi in Greco, in La- 
tino ed in Italiano. La sua Elegìa Latina sulle Viole, 



— 1406 — 

le sue Stanze scritte per la Giostra ili Giuliano De' Medici 
mostrano che nulla vi era di più nitido ed elegante come 
le sue Poesìe. 

Di ventinove anni fu promosso alla cattedra di 
Eloquenza Greca e Latina nello Studio Fiorentino, soste- 
nula fino allora dagli uomini più celebri d'Italia. Egli 
eclissò la fama di tutti gli antecessori. Che il Poliziano 
possedesse squisitissimo senso del bello, lo mostra ne'suoi 
scritti, avendo sì felicemente imitate le bellezze declas- 
sici da gareggiare con gli originali. 

Dove mostrò grande erudizione, squisitezza d'ingegno 
e perizia nei classici è nella Miscellanea, in cui ebbe 
qualche parte Lorenzo il Magnifico. Poliziano era Prete, 
quindi fu Canonico del Duomo, e se la vita non gli 
mancava, né la fortuna ai Medici veniva meno, sarebbe 
stato creato Cardinale. Ebbe la disgrazia di vedere morire 
Lorenzo suo protettore e di morire due anni dopo, cioè 
nel 1494 nella età d' anni quaranta; e fu sepolto nel 
presbiterio di S. Marco, dove, prima che fosse tolta per 
causa dell' adornamento della cappella maggiore, si leggeva 
quesla semplice iscrizione. 

POLITIANLS 
IH HOC TCUCLO JACET 

angelus ranni 

QLI CAPUT ET LINGCAS 

RFS NOVA TBES HABL'IT 

OBIIT ANN. MCCCCXCIV 

SEP. XXIV .ETATIS 

XL. 

Gli uomini grandi ebbero sempre invidiosi e detrat- 
tori; Poliziano fu molto calunniato; ed è certo che meritano 
rimprovero la sua condotta verso la bella Alessandra 
Scala, comportandosi da indelicato amante, ed il suo 
contegno verso Clarice Orsini moglie di Lorenzo mio 



— 1407 — 

benefattore, che richiese al marito il di lui allontana- 
mento dalla casa. Lorenzo si mostrò generoso, e concesse 
a Poliziano un dolce esilio nella villa a Fiesole. 

(23) La Porta detta De' Servi nelle mura del terzo cerchio, 
fu aperla alle preghiere di Fra Lottaringo Generale dei 
Servi di Maria, onde più comodo fosse dalla campagna 
l'accesso alla SS. Nunziata ivi prossima. 

(24) Cade qui in acconcio dare uu cenno dei Sangallo. 

Francesco di Paolo Giamberti, il quale fu ragione- 
vole architetto al tempo di Cosimo De' Medici detto il 
Vecchio, da lui molto adoprato, ebbe due figli, Giuliano 
e Antonio. Giuliano divenne in breve tempo cotanto 
celebre nell'Architettura, che Lorenzo il Magnifico a lui 
affidò la fabbrica della sua Villa di Poggio a Cajano. 
Dopo avere lavorato ad Ostia ed a Napoli, tornò in 
Firenze e si occupò della vasta fabbrica della Chiesa e 
Convento di S. Gallo. La Chiosa fu lunga novanta 
braccia a tre navate rette da colonne di maciguo; erano 
superbe fabbriche il refettorio, la libreria, ed il dor- 
mentorio lungo centocinquantasette braccia e largo venti, 
con cento celle comodissime; altri due dormentorj ne 
contenevano trentasette per ciascuno; inolire eravi un 
ospizio, un noviziato, e quattro chiostri circondati da 
portici spaziosissimi. 

Quest'opera che riuscì di comune soddisfazione, gli 
procurò il soprannome di Sangallo. Onde Giuliano disse 
un giorno burlando a Lorenzo il Magnifico: Col tuo 
chiamarmi da Sangallo mi fai perdere il nome del casato 
antico, e credendo d'andare avanti per antichità di fa- 
miglia ritorno addietro. Perchè, Lorenzo gli rispose, 
piuttosto voglio che per la tua virtù tu sia primo d'un 
casato nuovo, di quello che dipenda da allro fìnquì ignoto. 
Così da quel giorno lutti i Giamberti lasciato l'antico 
casato si dissero Da Sangallo. 



— 1408 — 

Lavorò in molle altre fabbriche di Firenze e di Prato 
dove eresse il bellissimo Tempio della Madonna delle 
Carceri, e in Roma dove restaurò la Basilica di S. Maria 
Maggiore. Giuliano morì di settanlaquattro anni nel 1517 
e fu sepolto in S. Maria Novella nell'antica sepoltura 
de'Giamberti. 

Antonio da Sangallo suo fratello, ajulò Giuliano 
finché visse, essendo ancora egli espertissimo architetto 
a segno, che fu nominato Architetto del Comune di Fi- 
renze. Egli eresse la Fortezza Vecchia di Livorno, e 
lavorò sul Monte Cassino la tomba di Piero De' Medici 
per ordine di Papa Clemente VII. A Montesansavino diede 
principio al palazzo d'Antonio del Monte Cardinale di S. 
Prassede. Egli morì nel 1534 e fu sepolto dove riposava 
il fratello. 

Francesco da Sangallo figlio di Giuliano, fu ancor 
esso architetto e scultore, vedendosi di lui varie opere 
in Firenze. La famiglia dei Sangallo mancò in Firenze 
nel 1771. Arme di questa casa, al pari di quella dei 
Giamberti, furono tre stelle azzurre poste in banda ed 
accostale da due fregi parimente azzurri nel campo 
d' oro. 

Tutto il vasto convento di San Gallo, la chiesa, 
ed altri locali magnifici situati fuori la porta che tuttora 
conserva quel nome, furono atterrati all'epoca dell'as- 
sedio, e per molto lempo si videro le rovine di questi 
luoghi, tanto più che anche la porla rimase serrata fino 
al secolo XVII. 

Il Granduca Pietro Leopoldo, sulle rovine di quel 
convento e di quella chiesa, piantò il pubblico giardino 
chiamato Parterre. 

Più accosfo alla porta fino dal 1738 era stato at- 
terrato il bastione, e ridotta la piazza a mezzaluna; nel 
centro vi fu innalzato I'Arco Trionfale in onore di 
Francesco I Austriaco, quando dal Soglio Granducale 
fu chiamalo a cingersi della Corona Imperiale. L'Arco 



— 1409 — 

fu una cattiva imitazione di quello di Trajano o di Co- 
stantino in Roma, e l'architetto fu il lorenese Goadod. 

(25) La Chiesa di San Marco Vecchio fu eretta fino dal 
Secolo Xf. Fu detta cosi per distinguerla dall'altra 
chiesa posteriormente edificata nella campagna di Cafaggio 
dedicata al Santo medesimo e che poi, rinchiusa nella 
città di Firenze con il terzo cerchio delle mura, servì 
prima ai Salvestrini e poi ai Domenicani. 

(26) Il Monastero di S. Maria a Montedomini, presso S. 
Marco Vecchio fu edificato nel 1311 sopra un fondo 
donato da Monna Nesa vedova di Carlettino e a spese 
per la maggior parte della famiglia Marsili. Vi furono 
introdotte alcune Clarisse, che fino dal 1285 erano 
venute da Castelfiorentino per aprire un convento del 
loro istituto in Firenze, in vigore della testamentaria 
disposizione di Fra Arrigo Cerchi che a tale oggetto 
avea ad esse lasciato una casa. Costrette a venire in 
città in occasione dell' assedio fu loro concesso uno 
dei due conventi eretti nel luogo ove esisteva l'antico 
spedale degli ammorbati presso la porta alla Giustizia, 
restando 1' altro destinato alle Monache di Monticelli. 

Il Monastero poi di S. Maria della Misericordia 
riconosce per sua fondatrice Antonia di Francesco la- 
nini, appartenente a famiglia originaria di Scarperìa 
ch'ebbe Agostino di Lotto Priore nel 1477 e che si 
estinse in Simone di Lorenzo che mancò l'otto Giugno 
1599 e portò seco nella sepoltura l'arme dei suoi antenati 
consistente in uno scudo azzurro semipartito orizzontal- 
mente avente nella parte superiore una torre d'argento 
merlata, fabbricata di nero e con porta rossa, e nell'in- 
feriore una piramide di sei monti d'oro. Antonia lanini 
prese l'abito di Terziaria Agostiniana e con altre suore 
che a lei si associarono si rinchiuse a vita penitente in 
t. iv. 3^ 



— 1410 — 

una casa quasi di faccia al monastero di Lapo nel 1500. 
Queste Terziarie aumentate di numero chiesero alla Re- 
pubblica di poter aver convento nella città e furono 
autorizzate a comprare il Monastero di S. Clemente in 
Via S. Gallo ove cominciarono ad abitare nel 1538. Fu- 
rono molto protette dalla casa Medicea che tra esse 
monacò Giulia e Porzia figlie naturali del Duca Alessan- 
dro, e colle largita dei loro Sovrani restaurarono tutto 
il convento del quale si mantennero in possesso fino alla 
generale soppressione dei Monasteri. 

Questo convento di S. Clemente fu da principio uno 
spedale dedicato a S. Gherardo ed eretto da Gherardo 
Bonsi nel 1345. I Capitani di Or S. Michele ai quali 
era raccomandato lo ccderouo agli Ospitalieri dell' Allo- 
pascio nel 1366, dai quali fu a loro volta donato alle 
Convertite di Fiesole nel 1377. Queste monache decad- 
dero dal loro fervore ed abbandonarono presto il con- 
vento che dalla Repubblica fu assegnato ad alcune suore 
Benedettine che vi rimasero fino al 1427, nel qual anno lo 
venderono alla società di S. Maria di Firenze, quale era 
composta dai Tavolaccini. Da questi confratri fu tornato 
ad uso di spedale per i poveri della loro compagnia, e 
dedicalo a S. Clemente: fino al 1506 ne furono assoluti 
padroni, ma in quell'anno Io cederono al Gonfaloniere 
Soderini che volle introdurre i Carmelitani della Riforma 
di Mantova, dei quali crasi dichiarato protettore. Due 
anni soli vi stettero i Carmelitani e lo spedale tornò ai 
Tavolaccini che non amando molto tali permute stimarono 
meglio vendere lo spedale che nel 1513 fu venduto 
alle Canonichesse Regolari di San Bartolommco d'An- 
cona, che Leone X avea invitato ad aprir casa in Firenze. 
Sopravvenute le guerre che portarono la città a perdere 
la sua libertà queste Monache cercarono di tornare ad 
Ancona e perciò, come sopra notai, venderono nel 1528 
alle Agostiniane di S. Maria della Misericordia a S. 
Marco Vecchio il loro convento. 



— 1411 — 

(27) Dopo che Leopoldo I Granduca proibì la tumulazione dei 
cadaveri in Firenze (proibizione che dal 1814 in poi ha 
infinite esenzioni, come lo dimostrano le migliaja di 
lapidi nei chiostri e nei cimiteri delle chiese di Firenze) 
nel punto suburbano elevato e ventilatissimo detto Tre- 
spiano, fu situato il vasto Campo-Santo, ove, secondo 
l'alta mente di Leopoldo I, tutti i Fiorentini indistinta- 
mente dovevano seppellirsi. Dal 1814 in poi, soltanto 
vi riposano i corpi di coloro che non lasciano venti 
scudi da comprarsi la tomba in un cimitero o in un 
chiostro di Firenze. 

(28) AU'Uccellatojo era vi una villa Uguccioni. Comprata da 
Francesco I De' Medici vi edificò nel 1569 col disegno 
del Buontalenti la famosa Villa di Pratolino, dove era 
la più graziosa raccolta di macchine e di giuochi d'acque. 
Minacciando rovina, fu preso il compenso di rasarla fino 
ai fondamenti, espediente suggerito dal talento di un 
Tedesco per evitare le spese dei restauri! 

(29) Nella Villa Medici di Careggi sospirava di terminare i 
suoi giorni Benedetto Varchi, non saziandosi di ripetere 
con trasporto di gioja quei sì decantati versi: 

In te gradito avventuroso monte 
Ove del volgo ognor tanto si perde 
Adoro io di fornir tutti i miei giorni. 

Il luogo si disse Careggi, elisione di Campo-Regio. 
La villa Medici oggi dalla famiglia Orsi, è passata nel 
Sig. Sloane. 

(30) Le Monache o Donne di Faenza, che abitavano in un 
monastero eretto nel 1282 col disegno di Giovanni figlio 
di Niccolò Pisano in prossimità della porta di questo 
nome, scacciate dal loro convento perdurante l'Asse- 



— 1412 — | 

. dio, non più vi tornarono e furono inviate in quello 
di San Salvi. Nel luogo del convento delle. Donne 
di Faenza, della Porta così chiamata e di altri luoghi, 
fu edificata la Fortezza di S. Gio. Battista comunemente 
delta Da Basso. 

La Chiesa delle Faentine fu consacrata nel 1297 
ed era presso a poco configurata come quella di S. 
Barnaba. Lunga settantadue braccia, fu tutta dipinta da 
Buonamico Buffalmacco pittore facetissimo, amico del 
Boccaccio, che fece bellissime celie a quelle monache. 
La chiesa e convento furono edificati per uso delle 
Valombrosane, che con S. Umiltà vennero da Faenza 
ad abitarlo. 

Filippo Strozzi, malauguratamente per lui, vide accolto 
da Papa Clemente VII il consiglio datogli di erigere una 
Fortezza per procurare al suo diletto Duca Alessandro 
un sicuro refugio, e per tenere in freno i Fiorentini. 
Il 15 Luglio 1534 alle ore 13 e mezzo, nel punto che 
Giuliano Buonamici da Prato, frate del Carmine, astro- 
logo peritissimo accennò il più propizio, si gettò nei 
fondamenti della Fortezza la prima pietra, benedetta dal 
Vescovo Angelo Marzi, sulla quale era scritto: 

ALEXANDER MEDICES PKIMUS DUX FLORENTINAM 

ARCEM A FUNDAMENTIS ERIGENS PRIMIM 

APPONIT LAPIDEM QUEM ANGELUS MART1US EPUS ASS1SIANENSIS 

INVOCATO DIVINO NOMINE BENEDIXIT DEDICAV1TQUE 

ANNO A SALUTE CHRISTIANA MDXXXIV 

CLEMENTE VII PONTIFlCE MAXIMO 

ET CAROLO V IMPERATORE AUGUSTO 

DIE XV MENS1S JVL1I HORA XU1 ET DIMIDIO. 

11 disegno fu di Pier-Francesco da Viterbo, diretto 
da Alessandro Vitelli e da Antonio Picconi. 

Nel 5 Decembrc 1535 fu terminata e benedetta con 
celebrarsi la Messa sotto la porta del Mastio ne'fossi 
della Fortezza. 



— 1413 — 

Il denaro speso in questa fu munto ai Fiorentini, 
i quali per dire il vero, non si presero gran pensiero 
del Forte, perchè sapevano che i Principi non hanno 
altra sicurezza che nell'amore de' sudditi. Quindi gli odiati 
Medici senza il vantaggio dell'amore de' Fiorentini, colla 
Fortezza, anziché assicurarsi lo Stato, si sarebbero tro- 
vali in pericolo maggiore. L'evento provò questa opinione. 
Alessandro perì stilettalo, e Cosimo suo successore non 
fu realmente Duca per varj anni, perchè la Fortezza era 
in potere di Alessandro Vitelli. 

Tanto la fortezza di Belvedere, che quella di S. 
Giovan Battista sono state sempre inutili a Firenze ed 
ai suoi Principi. Hanno mostrato così quanto l'umano 
giudizio erra nelle sue corte vedute, ed è sovente ob- 
bligato, sebbene tardi a pentirsi delle proprie risoluzioni 
e concetti. 

(31) Il Monastero di S. Donato in Polverosa o a Torri è 
d'ignota origine e solo tradizionalmente sappiamo che 
una Principessa infedele convertita al Cristianesimo com- 
prò quel luogo, allora incolta boscaglia, e di boscatolo 
vi fabbricò la sua abitazione colla torre e la chiesa. Alla 
sua morte ordinò che quel suo palazzo fosse ridotto a 
monastero dotandolo di tutti i suoi beni. La parola 
« anno milleno » incisa sopra la porta principale del 
claustro ci rammenta forse l'epoca nella quale avveniva 
questa pia fondazione. Ma non si ha notizia di Monaci 
ivi abitanti fino al 1184, nel qual anno da un privilegio 
dell'Imperatore Federigo I si rileva che vi abitavano i 
Canonici Regolari di S. Agostino dell'ordine Portuense, 
detti Polversi, i quali vi aveano eretto uno spedaletlo 
pei pellegrini. Nel 1186 fu consacrata solennemente la 
chiesa ed in tale occasione fu data solennemente la croce 
a tutti i soldati toscani che prendere vollero parte alla 
Crociata per liberare Gerusalemme ordiuata dal Pontefice 
Clemente III. Ignorasi per quanto tempo questo convento 



— 1414 — 

restasse in potere di Canonici Regolari, ma certamente 
nel 1239 era già vacuo, poiché Ardingo Vescovo di 
Firenze chiamando a Firenze l'ordine degli Umiliati lo 
assegnò ad essi per loro abitazione. E qui cade in ac- 
concio il rettificare un errore in cui incorsero il 
Rosselli ed il Richa dicendo che gli Umiliati vennero a 
Firenze tra il 1206 ed il 1208, poiché la carta originale 
della concessione originale di S. Donato a Torri fatta 
dal Vescovo Ardingo agli Umiliati nel 1239 esiste al- 
l'archivio Diplomatico ed è riportata dal Lami a pag. 
307. delle novelle letterarie dell'anno 1756. Ma riu- 
scendo disastroso questo luogo agli Umiliati e non meno 
incomodo per la distanza alle persone che da essi ap- 
prendere volevano il lanificio, ottennero di essere trasfe- 
riti in Firenze nel 1251, e in S. Donato ad essi succe- 
derono le monache di S. Maria a Decimo dell'ordine 
Agostiniano che abitando fuori del Rorgo S. Casciano 
vivevano soggette a molti pericoli. Circa 59 anni dopo 
la detta traslazione queste monache chiesero ed ottennero 
di mutar regola per vivere in più stretta osservanza e 
dalla regola di S. Agostino passarono a quella dei Ci- 
stercensi. Durante l'assedio furono ricevute nella città e 
nel loro convento di S. Donato abitò il conte di Lodrone 
che vi apportò non pochi guasti. 11 Duca Alessandro 
nel 1532 restituì questo luogo alle Renedetline che vi 
hanno abitato fino alla soppressione generale dei mona- 
steri durante il governo Francese. Ai nostri giorni questo 
stabile è stato acquistato dalla famiglia DemidofT che 
v'introdusse da primo una officina di seterie, e quindi 
lo ridusse e deliziosissima villa. L'attuale Granduca della 
Toscana eresse S. Donato in Contea a favore di Anatolio 
DemidofT, e quindi in Principato in comtemplazione delle 
sue nozze colla Principessa Matilde Napoleona di 
Monfort. 

La via Polverosa di Firenze prese questo nome 
perchè, forse i Canonici Polversi vi ebbero un ospizio. 



— 1415 — 

(32) Alcune liete brigate organizzate tra loro per festeggiare 
con finti armeggiamenti ed altre pompe i dì più solenni 
dell'anno ebbero nome di Potenze perchè i capi che le 
presiedevano si aveano dato titolo di Re o Imperatori 
come se trattato fossesi di comandare ad una intera 
nazione. Secondo l'Ammirato furono introdotte dal Duca 
Atene che per gratificarsi la plebe e addormentarla ne 
creò sei, ma l'Ammiralo è in errore poiché quest'uso è 
molto più antico e solo dal Duca d'Atene fu richiamato 
in vigore. Infatti ci parla il Villani di una bella e ricca 
brigata di oltre mille giovani che tutti vestiti d'una 
assisa medesima armeggiarono per la città nel 1283. 
Il Duca Alessandro timoroso di soverchie riunioni di 
popolo, come timidi devono esser sempre i tiranni, abolì 
da primo questi festeggiamenti, ma fu poi costretto a 
permetterli dietro il riflesso che il popolo occupalo in 
sollazzi e svagato continuamente dal pensiero della festi- 
vità che stava preparandosi, non potesse invece darsi più 
in preda a pensieri di patria che poi potevano minare il 
nuovo dominio Mediceo. I nostri Cronisti ci hanno con- 
servato memoria di molle feste fatte dalle Potenze, feste 
che per Io più finivano nel dividersi gli armeggiatone in 
due brigate per fare ai sassi, nella qual zuffa ben spesso 
perdevano la vita parecchie persone. A tale era giunta 
la reciproca rivalità di queste brigale che non poteva 
l'una passare avanti la residenza dell'altra senza che 
venissero alle mani, talché bisognò che il Magistrato 
degli Otto vi provvedesse con due bandi, l'uno del 1577, 
e l'altro del 1588. I festeggiamenti delle potenze, che 
secondo Francesco Del Bianco nel suo canto degli amatori 
di pace han consumato fama, tempo e denari, cessarono 
nel 1629, non si sa se per ordine del governo o per 
mancanza di denaro tra la gente bassa. Durò peraltro 
ad esisterne una lontana memoria fino a quasi tutto il 
secolo decorso, imperocché ogni anno i garzoni dei batti- 
lani nel giorno di Berlingaccio, nella Domenica e negli 



— 1416 — 

ultimi due giorni del Carnevale stranamente mascherati 
portavansi all'arte della lana, alle principali botteghe 
dei lanajoli, quindi alle case dei loro clienti per avere 
mancia in denaro o fiaschi di vino, per terminare alle- 
gramente la serata in una cena sontuosa. 

Queste potenze ebbero insegna distinta, ed ogni 
potenza andava vestila uniforme. Il loro numero fu vario, 
poiché il Villani ne nomina solamente sei, nel 1588 erano 
giunte fino a trenta: nel 1610 secondo il Laslri erano 
44, e nel 1629 secondo un ricordo pubblicato dal Cam- 
biagi nelle memorie storiche sulle feste di S. Giovanni, 
erano ascese al numero di quarantanove. Il capo di esse 
si chiamava col nome d'Imperatore, di Re, di Duca, di 
Principe, di Signore o con simile onorevole titolo. Stimo 
inutile di riportare i nomi di queste diverse potenze che 
possono riscontrarsi in quasi tulli gli scrittori delle 
antiche cose di Firenze. Le insegne o bandiere di queste 
brigate nei giorni festivi si tenevano in alcuni anelli di 
ferro che tuttora vedonsi su diversi canti della città. 

(33) La lunetta interna della porla San Gallo fu dipinta dal 
Ghirlandajo. Il Gaddi dipinse quelle delle altre porle, 
esclusa quella al Prato. 

(34) Benuccio di Senno Del Bene fondò lo Spedale di SBar- 
tolommeo alle Panche nel 1295. Si disse alle Panche 
perchè costruito presso gli argini del Mugnone, chia- 
mandosi panca la base che sostiene la maggiore elevazione 
degli argini. Con tale denominazione trovasi rammentato 
anco il monastero di S. Martino fondato nel 1356 da 
ser Martino da Combiate sopra una porzione di terreno 
dello stesso spedale cedutagli dal Canonico Niccolò di 
Sennuccio Del Bene. A questo monastero dettero vita 
alcune monache eslralte dal convento di S. Piero a Luco 
in Mugello, le quali colla esemplarità della loro vita si 
conciliarono talmente la pubblica estimazione che Pio li 



— 1417 — 

soppresso nel 1458 lo spedale di S. Barloloinraeo, al 
monastero di S. Martino volle riunirne le rendite. Nel 
1529 fu demolito questo convento e le religiose rice- 
verono in compenso l'antico spedale fondato dai Pollini 
in via della Scala al quale mutuarono il nome dell'antico 
loro ricovero. 




T. IV. 



33 



CAPITOLO XXVII. 



m parte settentrionale della città (proseguiva 
Lodovico Martelli parlando a Carlo Cappello ) che 
abbiamo osservato, non avendo né monti, né colli 
sopra capo, non può dal di sopra o, come si dice, 
a cavaliere essere offesa; ma non è così della parte 
meridionale detta Oltrarno che andiamo ad esaminare. 
Non si comprende il perchè gli antichi Fiorentini 
poco si curassero di fortificare questa parte della città 
che ne aveva bisogno più dell'altra, essendo dominata 
dai poggi. A me non persuade la ragione che ho 
sentito addurre da qualcuno, cioè che essendo una 
tal fortificazione progettata dal Duca di Atene, la 
Repubblica temè facendola, di fabbricare un giogo 
inespugnabile e tremendo per i cittadini, qualora 
sorgesse qualche altro tiranno e se ne impossessasse 
Comunque si sia, le mura d'Oltrarno sono più deboli, 
più basse, e peggio costruite di quelle fin qui per- 
corse, per cui Michelangiolo ha dovuto fortificarle in 
molti punti con sproni e barbacani costruiti all'esterno. 



— 1420 — 

Passalo l'Arno, dalla parie di ponente le mura 
cominciano da quel torrione detto della guardia ed 
anche della Sardigna, sotto il quale nell'interno si 
trova un piccolo convento con chiesina dedicata alla 
Madonna (1). 

Procedendo verso mezzogiorno, l'altra porta con 
torrione più vasto degli altri si chiama Porla San 
Friano dalla vicina chiesa nell'interno; e si appella 
ancora Porta Yerzoja, dal nome dell'esterna campa- 
gna (2). 11 borgo era dei più vasti, arrivando fino a 
Legnaja, ramificandosi a destra fino al Pignone, luogo 
dove si fermano i navicelli che da Livorno per il 
fiume Arno vengono contro acqua. A sinistra sopra 
quel colle prossimo alla porta, chiamato Monte Olt- 
rcto, vi è il convento degli Olivetani, e più sotto il 
monastero delle monache di S. Piero a Monticelli 
Vecchio, così detto per distinguerlo dall' altro su- 
perbo convento, ora distrutto, parimente denominato 
Monticelli prossimo alla Porta San Piergattolino, fon- 
dato nel 1260 dalla famiglia Ubaldini. In quest'ultimo 
visse e morì Piccarda Donati , della quale mi ram- 
mento le parole da lei dirette a Dante nel Paradiso: 

Io fui nel mondo vergine sorella, 
E se la mente tua ben mi riguarda 
Non mi ti celerà l'esser più bella; 

Ma riconoscerai, ch'io son Piccarda, 
(Mie posta qui con quest'altri beati, 
Beata son nella spera più tarda (3). 

La riviera dell'Arno fino al castello che colaggiii 
si vede, chiamato la Lastra a Sujna distante sei 



— 1421 — 

miglia, era tutta ripiena di ville e palazzi. Sul Monte- 
Oliveto comincia da questa parte l' accampamento 
dell' esercito nemico, e si stende sul poggio accanto 
chiamato Scopeto, dove era la Badìa di S. Donato, 
i cui monaci si sono con gli altri refugiati in Firenze. 

Michelangelo per fortiflcare di più questo lato, 
oltre di avere sopra gli antichi merli fatto inalzare 
per alcune braccia le mura della città, le ha fornite 
all' esterno di un lungo bastione, assicurando così 
queste mura fino alla porta Romana con ogni sorta 
di fossi e ripari. 

Passato l'angolo dove è la torre dei Cinque-Canti, 
si trova la Postierla di Camaldoli, così chiamata per- 
chè neh' interno ivi vicino vi è il monastero dei Ca- 
maldolesi, che danno il nome anche alla strada, la 
quale conduceva alla porta, quartiere abitato da gente 
minuta, per lo più da tessitori dell'arte della lana. 

Proseguono le mura andando a terminare in 
forma di piramide, e nella punta di questo angolo 
sorge la Porta Romana, così detta perchè guarda la 
strada di Roma; e chiamata ancora Porta San Pier- 
Gatlolino dalla chiesa che è nell'interno della città. 

Il borgo era vastissimo e si estendeva sul Poggio 
di fronte alla porta, denominato delle Fonti da alcune 
sorgenti d'acqua che sgorgano lungo l'erta lastricata, 
nel qual luogo era la chiesa di S. Ilario alle Fonti, 
eretta nel 1329. A sinistra il borgo arrivava fino al 
monastero di S. Gaggio (4) in cima al poggio, occu- 
pato adesso dagli Spagnoli, nei di cui accampamenti 
vedonsi le bandiere con 



— 1422 — 

l'Aquila grifagna 

Che per più divorar due becchi porta. 

Le tende nemiche si estendono verso levante 
sopra tutto il poggio Baroncelli, e nel castello dal 
quale prende il nome, dimora il Principe d'Oranges. 
A destra della porta Romana, il borgo arriva fino al 
monastero delle monache di S. Maria del Portico, ora 
occupato da varie bande Tedesche (5). 11 poggio a 
ridosso appena usciti della porta verso ponente, è 
lo stesso Poggio Scopelino che ho accennato, ed 
era pieno di case e di ville. Alcune devono la 
loro esistenza tuttora all'arrivo dei nemici. Vi sono 
d' appresso i colli di Bellosguardo e di Mahgnolle, 
luoghi adorni di geniali soggiorni, oggi in preda di 
quei barbari, i cui accampamenti con le bagaglie si 
estendevano fino a Scandicci, e vanno a ricongiun- 
gersi con gii Italiani accampati nei colli verso levante. 
La strada diritta di fronte alla porta Romana conduce 
al castello del Galluzzo e a S. Lucia a Massa Pa- 
gani volgarmente detta Mazzapagani; e quindi sopra 
a quel poggio circa quattro miglia distante sorge 
il maraviglioso convento dei Certosini, edificato dal 
Gran-Siniscalco Acciaioli. 

Proseguendo lungo le mura della porta Romana, 
esse cominciano a salire sul poggio, nell'interno della 
città in parte chiamato Bogoli o Boboli, e in parte 
Costa dei Magnoli o di S. Giorgio. Si scorge benissi- 
mo, che il poggio nella parte della città scende fino 
alla porta Romana e viene avanti con le radici fino 



— 1423 — 

alla via dei Bardi, e va a finire con la porta S. Mi- 
niato. Alcune delle antiche torri che in questo tratto 
di mura dalla porta Romana a quella San Miniato 
furono conservate, sono divenute efficacissime alla 
difesa mediante le artiglierìe situatevi da Michelan- 
giolo. Accanto alla porta San Giorgio, prima di arri- 
varvi, si vede il bellissimo bastione con quei risalti 
dove stanno alla difesa Amico da Venafro ed i suoi 
soldati. Lassù in cima all'orto dei Pitti, quel cavaliere 
fu aggiunto d'ordine di Malatesta per maggiormente 
proteggere V altro difeso da Amico da Venafro. Co- 
stassù stanno raccolti da circa seimila uomini assol- 
dati da Malatesta, e fra le molte artiglierìe vi è un 
cannone lungo dieci braccia pesante sedicimila libbre 
chiamato YArchibuso di Malatesta. Propriamente par- 
lando questo è l'unico punto nel quale i nemici non 
possono offendere la città, e sono dominati dai nostri. 

Di fronte sopra i vicini poggi stanno il palazzo 
del Barduccio dove alloggiano le genti di Pirro di 
Castel di Piero, e più in là quello della famiglia Della 
Luna, occupato dalle bande di Mario Colonna. 

La Porla San Giorgio situata nel punto il più 
elevato di queste mura, prende il nome dalla chiesa 
e monastero che sono situati neh' interno a mezzo la 
costa o erta che conduce alla porta. Fuori di quella, 
cominciava il villaggio di Arcetri, parola formata 
dalla corruzione di quelle in arce veteri. Seb- 
bene questa Porta non avesse un borgo prolungato, 
pure erano tante le case, le ville ed i palazzi, che 
non un borgo, ma formavano una città. 



— 1424 — 

A sinistra della porta San Giorgio forse un terzo 
di miglio, quella chiesa è San Leonardo in Arcetri, 
circondata dall'accampamento degl'Italiani comandati 
dal Marchese del Vasto. Poco più olire salendo, si 
trova la piazza chiamata Volsaminiato , benché il vulgo 
dica Bolsaminialo, cioè come anticamente si diceva 
volta a San Miniato , perchè quivi si volge per 
andare alla chiesa di questo Santo, la cui via attra- 
versa e passa sul poggio chiamato Giramonte sotto 
la casa della famiglia Chiella o Chelli (6); qual Gi- 
ramonte fronteggia ed è come a cavaliere al mona- 
stero e poggio a San Miniato. Michelangiolo voleva 
comprenderlo nelle fortiflcazioni, ma la grande esten- 
sione del giro lo sgomentò per il timore che mancando 
le forze per difenderlo, si perdesse anche il monte S. 
Miniato. Oranges ne ha compreso l'utilità, e vi ha 
fatto un bastione con gabbioni per abbattere il cam- 
panile di S. Miniato, le cui artiglierìe danno grave 
molestia al suo accampamento. 

Passata la piazza Volsaminiato, per quella via, 
che era piena di case, si arriva ad altra piazza, nella 
quale è un pozzo molto pregiato dalla superstizione 
del popolo, credendo le sue acque salutari ad ogni 
malattia. Ivi appresso è un tabernacolo della vergine, 
e questo luogo si chiama il Pian di Giullari, dalle 
feste e giullerie che vi si facevano dal popolo in liete 
brigate raccolto. Il borgo di S. Miniato, tutto il piano 
di Giullari, con quelle case a guisa di due palazzi 
appartenenti ai Guicciardini (7), sono occupati dagli 
accampamenti dei papalini. Lassù a man dritta hanno 



— 1425 — 

fatto la piazza del campo italiano con botteghe, tende, 
baracche, ed anco le forche, sulle quali vedesi un 
impiccato, non già per indisciplina, che non cono- 
scono regole, ma forse per qualche furto commesso 
ai commilitoni. Quassù alto, in quel casamento di 
Bernardo Della Vecchia, è alloggiato Messer Baccio 
Valori, quel cittadino da Firenze tanto beneficato, che 
adesso sorveglia le genti Imperiali e Papaline congre- 
gale contro la patria, per servire alle mire tiranniche 
di Papa Clemente; e dico così perchè, se Giulio De' Me- 
dici non avesse delle immoderate ed incomportabili 
vedute , non avrebbe messo sossopra 1' Italia e rovi- 
nato la chiesa per stipendiare un potente esercito 
contro il paese nativo solo per vendicare le ingiurie 
fatte alle sue immagini da una mano di inconsiderati 
giovani. Lo dia a credere a chi vuole: ma dubito 
del pretesto e tremo della vera cagione di tanta 
guerra. Né t'inganni, soggiunse il Cappello: quelle 
bandiere Pontificie meritano il rimprovero che Dante 
nel Paradiso mette in bocca di San Pietro: 



Non fu nostra intenzion eh' a destra mano 
De' nostri successor parte sedesse 
Parte dall'altra del popol Cristiano: 

Né che le chiavi che mi fur concesse 
Divenisser segnacolo in vessillo 
Che contra i battezzati combattesse. 

Dopo breve pausa ed un lungo sospiro, Martelli pro- 
seguì il suo discorso. 

T. IV. 34 



— 1426 — 

Dalla piazza di Giullari si partono tre strade, 
quella a destra conduce al monastero di S. Matteo, 
dove stavano le monache Francescane, adesso cir- 
condato dall' accampamento di varie bande Tedesche, 
e sulla piazza del loro campo, tra le tende e barac- 
che, stanno facendo l'esercizio militare. Lì più basso, 
1' accampamento loro si ricongiunge a quello degli 
Spagnoli attendati a Baroncelli. Nel palazzotto lassù 
dietro, eh' è dei Taddei, ora alloggiano le schiere 
del Duca d'Amalfi, che si distendono fino a San Gag- 
gio, passando per le piaggie di Marignolle e di Bello- 
sguardo fino a Monte Oliveto, come poco fa si os- 
servava. 

La seconda strada dalla piazza di Giullari con- 
duce a gruppi di case e ville, che vedonsi mezze 
rovinate. 

La terza strada finalmente qua a sinistra con- 
duce a Montici, luogo in cui si trova la chiesa di 
S. Margherita, e dove è disteso l'accampamento di 
Alessandro Vitelli e di Sciarra Colonna. Lì appresso, 
ma più alto, quel casamento con torre si chiama il 
Gallo dalla famiglia Galli a cui appartiene; e vi 
dimora il Conte Pier-Maria da San Secondo con i 
suoi fanti, che scendono fino nella valle sottoposta 
chiamata Vacciano. Lì sotto scorre il fiume Ema, dove 
sono i celebri bagni di Montici d' acque medicinali, 
con somma cura custodite dalla Repubblica, che vi 
edificò comodi quartieri a pubblica utilità. (8) li ta- 
bernacolo più in qua verso levante, sta sopra un 
crocicchio di strade, chiamato le Cinque-vie, le quali 
portano a Montici, alla fonte dell' Acqua-rinfusa, ed 



— 1427 — 

al monte S. Miniato, adesso interrotte dalle fortifica- 
zioni di Michelangiolo. 

Dalla porta San Giorgio le mura della città scen- 
dono sul declivio della costa fino alla Porta San Mi- 
niato alle radici dei poggi San Giorgio e San Miniato, 
postierla piuttosto che porta principale. Quivi Miche- 
langiolo, accosto alle mura fece un bastione che lo 
chiamano di Ginevra dalla fontana o lavatojo così 
appellata, che scorre abbasso del poggio (9). Fuori 
della porta S. Miniato si trovano due coste ripide, 
V una di fronte che conduce alla chiesa e convento 
di S. Francesco, e l'altra a destra che guida al con- 
vento e chiesa di S. Miniato, che ben si scorge lassù 
tra mezzogiorno e levante a guisa di fortezza merlata 
col noto campanile assai bello e gagliardo. 

Questo monte si può dire che stia sopracapo a 
Firenze, onde chi lo possiede può battere tutta la 
città anche con balestre. Per questo Michelangiolo ne 
prese gran cura e lo rinchiuse nelle fortificazioni, at- 
terrando il convento di San Benedetto che era a mezza 
costa, e cominciando un bastione fuori della porta 
San Miniato alle prime case, che salendo a sinistra 
dalla villa Frescobaldi e circondando intorno la chiesa 
di San Francesco, volge verso ponente a destra per 
circuire tutto l'orto, il convento e la chiesa di S. 
Miniato, e quivi rinforzandosi il luogo sempre più con 
due altri bastioni che hanno di fronte Giramonte, le 
fortificazioni discendono di mano in mano lungo al- 
cuni gradi di pietra, ed a forma d' ovato vanno a 
ricongiungersi al primiero bastione della porta S. Mi- 
niato. Non contento di questo, il Buonarroti innalzò 



— 1428 — 

nell' orto dei frati di S. Miniato un cavaliere che po- 
tesse dominare i colli del Gallo e di Giramonte, e 
valendosi con somma arte del campanile, lo fasciò di 
balle di lana onde ammortissero i colpi di cannone 
che gli sarebbero stati tratti contro, e fattavi porre 
sopra una gran colubrina, l'ha affidata a Lupo fa- 
moso bombardiere, con la quale infesta non poco il 
campo nemico. 

Qua verso levante dalla chiesa di S. Francesco, 
scende un altro bastione fino alla strada fuori della 
porta S. Niccolò, e con le sue cortine riesce sopra 
alcune bombardiere di fianco all'Arno. 

La corteccia di queste fortificazioni all'esterno è 
di mattoni fatti di terra cruda con mescolanza di ca- 
pecchio tritato, e il di dentro è di stipa, paglia, sassi 
e terra pesta (10). 

A levante sta Y ultima porta chiamata dalla vi- 
cina chiesa, Porta San Niccolò. 11 borgo arrivava a 
Ricorboli, nome derivato da Rio di Corbolo uno degli 
antichi fossi che raccoglievano le acque sparse nella 
pianura. Al principio, dalla parte del fiume Arno, vi 
sono le Mulina; indi trovasi il greto d'Arno, e sulla 
riva di mano in mano, lasciata Rusciano, celebre 
villa di Luca Pitti lavoro di Brunellesco (11), dove 
cominciano gli accampamenti nemici con Y alloggia- 
mento delle bande di Gio. Battista Savello, si arriva 
alla valle di Gamberaja tra Santa Margherita a Mon- 
tici, ed il pian di Giullari. 

Si trova quindi IHsamo, cioè doppio Arno, per- 
chè quivi anticamente si divideva in due rami. Costà 
è la contrada di Bipoli; vicino a quella Radia di San 



— 1429 — 

Bartolommeo sulla strada è la villa di Giovanni Ban- 
dini; non saprei indovinare per qual motivo rispar- 
miata fu dalla distruzione, tanto dai nostri che dai 
nemici. Quivi d'appresso è il monastero chiamato di 
Santa Brigida del Paradiso, dove ebbe i natali quella 
monaca chiamata Suor Domenica, riguardata come 
una santa. I partigiani Medicei la ritengono qual 
grande ausiliaria della loro fazione, in quella guisa 
che i liberali ritennero fra Girolamo Savonarola. Da 
varj giorni, o vera o falsa che sia, è sparsa una pro- 
fezìa di questa donna, che ha preso gran piede non 
solo nel volgo ma ancora tra' principali cittadini, cioè 
che i Medici hanno a ritornare, e che la città, non 
pigliando da se questo partito, lo piglierà per forza 
con grave suo danno. Dio faccia bugiarda la pro- 
fetessa ! 

Proseguendo la strada del Bagno a Bipoli, a dritto 
s' incontra una lunga e sassosa via che conduce allo 
Spedale chiamato dal luogo il Bigallo, e quivi ancora 
si trova V Apparita, luogo distante cinque miglia, dal 
quale si gode più vasta veduta che in ogni altro luogo 
circonvicino a Firenze. 

Credo che il Lettore si sia stancato a percorrere 
la descrizione di Firenze e de' suoi contorni quali 
erano intorno al 1530, e a dire il vero sono annoiato 
io stesso nell'ordinaria con molta fatica sulle notizie 
dei luoghi accennati che ho dovuto rintracciare. Ma 
timore grave mi assale dal riflesso, che dopo aver 
dato tanto tedio, non si abbia compreso niente, se 
non si ha piena cognizione del paese. Però con questa 
descrizione alla mano se si andasse sulla lanterna 



— U30 — 

della cupola del Duomo, vedrebbesi in realtà che la 
descrizione dal Martelli fatta a Messer Cappello è vera 
ed intelligibile da quel punto. Se poi rincrescesse sa- 
lire all'altezza di oltre centocinquanta braccia, allora 
il Lettore può guardare in pittura questo panorama 
andando in Palazzo Vecchio, dove nel quartiere di 
Leone X, passata la sala maggiore, si trova quella 
nella quale il Vasari, fra le vicende della guerra fatta 
da Clemente VII, ha dipinto con tutta la verità a 
figure e fabbriche minute, la città di Firenze in quel 
tempo, lo stato dei suoi contorni, e la distribuzione 
delle difese e dell'esercito assediante. 

Lodovico Martelli non terminò qui il suo discorso 
ma proseguiva a narrare all'Ambasciatore di Venezia: 
che a Stefano Colonna ed alle bande cittadine era 
affidata la difesa del Monte S. Miniato fortificato nella 
guisa descritta con il lavorìo continuo di una mol- 
titudine di cittadini ed artigiani, non risparmiandosi 
né fatica né spesa, per supplire alla quale si erano 
imposti nuovi balzelli; e soggiungeva: Michelangelo 
sempre diresse il lavoro delle fortificazioni stando sul 
monte; e per eccitare con il suo esempio coraggio e 
fervore, lavorò quella statua. Dove? disse il Cappello, 
che invero non poteva vederla con tanta facilità. Là 
sul poggio, in quell'angolo a levante, prima della 
chiesa. La vedo. Ebbene, era quello un macigno rozzo 
ivi giacente; vi ha scolpito una Vittoria alata colos- 
sale, e per essere veduto lavorare anche di notte ed 
incoraggire così gli operai alla fatica, teneva sul 
berretto una specie di fanale che gli illuminava an- 
cora il punto del suo lavoro. Chi il crederebbe? La 



— 1431 — 

superstizione del popolo ha trovato di che avvilire gli 
animi anche in questo lavoro fatto per incoraggirli! 
Mentre Michelangiolo non avvertì che la sua Vittoria, 
voltando le spalle alla città, pare che voglia volare 
nel campo nemico. Appena il Buonarroti seppe questo 
inconveniente, voleva distruggere la statua, ma gli 
fu impedito, ed egli vi aggiunse una catena che di- 
mostrasse essere avvinta a Firenze (12). 

Lodovico Martelli non cessava di raccontare al 
Cappello le circostanze e gli aneddoti di quelle forti- 
ficazioni; narrava il fatto pochi giorni avanti avve- 
nuto, e che aveva ucciso Mario Orsini e Giorgio San- 
tacroce, per i quali era stato celebrato solenne pub- 
blico funerale in Duomo. Questi capitani stavano 
costassù accanto al convento di S. Miniato e discor- 
revano con Malatesta, con Michelangiolo e con Gio- 
vanbattista Adriani giovane talmente amante della 
patria che là indefesso offre un esempio singolare 
agli altri Fiorentini (13). Ragionavano se convenisse 
aumentare un bastione neh" orto dei frati. Venne una 
palla di cannone, e colpito un merlo del convento 
lo precipitò sul gruppo dei suddetti ed uccise nell'atto 
Orsini e Santacroce, lasciando illesi Michelangiolo, 
Malatesta e l'Adriani. 

Frattanto però che il dialogo di Martelli con il 
Cappello proseguiva, il cielo erasi ricoperto di nebbia 
seguita da nuvoloni che promettevano non lontana 
la pioggia. Alcuni colpi di moschetterà richiamarono 
la loro attenzione dal lato di Fiesole, e videro che 
si era attaccata una scaramuccia. Martelli biasimava 
queste piccole pugne perchè sebbene vittoriose però 



— 1432 — 

vi scapitavano le milizie cittadine, che andavano 
viepiù indebolendosi con la perdita dei buoni capitani; 
avvertita in riprova la morte di Stefano da Figline 
ucciso da una archibusata, ed il pericolo da Amico 
da Venafro incorso, che nel tirare un colpo di can- 
none contro Giramonte dal bastione di S. Giorgio fu 
al punto di morire abbrustolito, perchè gli prese fuoco 
un bariglione di polvere. 

La scaramuccia però andava a farsi seria, poiché 
dal convento degli Amidei a Montui scendevano circa 
cinquecento Spagnoli a cavallo per sorprendere i Fio- 
rentini, e Giannetto da Siena accorreva in loro soc- 
corso dalla porta alla Croce, mentre varie bande 
cittadine si avviavano a quella volta dal Borgo-Pinti. 

Martelli pregò l'ambasciatore ad averlo per scu- 
sato se, costretto dal suo dovere, lo lasciava, onde 
accorrere alla pugna. In poco tempo discese, ed ar- 
matosi, corse dietro alle compagnie cittadine. 

Al contrario Cappello si trattenne sulla cupola 
per osservare quel combattimento, divenuto vivissimo 
nella campagna da S. Gervasio tra le porte a Pinti 
e alla Croce. Ma il vento che aveva portato i nuvo- 
loni era cessato, ed un diluvio d'acqua ammorzò il 
calore dei combattenti, che si ritirarono senza ripor- 
tare altro vantaggio, che di aver lasciato morti sul 
campo alcuni soldati. 



NOTIZIE 



J_ja Torre della Sardigna, elevata poco dopo il 1335, 
chiama vasi più anticamente torre della Guardia. Prese 
il nome, di Sardigna, secondo quello che nota Paolo 
Minucci nei suoi commenti al Malmantile riacquistato, 
dal seppellirsi che facevasi sulla riva dell'Arno al di 
sotto di questa torre i cadaveri delle bestie da pie tondo, 
che ivi pure si scorticavano, dal che veniva prodotto non 
lieve fetore. E tal nome viene dai Latini che chiamavano 
Sardinia quei luoghi che pei mali odori sono sottoposti 
all'infezione dell'aria come in antico era l'isola di Sar- 
degna. Ov'è il tabernacolo di S. Rosa, che più propria- 
mente dovrebbe dirsi la Madonna del Cantone, fu già un 
monastero ove nel 1313 furono ricoverate alcune monache 
venute da un convento della Valdipesa detto della B. Ver- 
gine e di S. Barnaba a Torri. Nel 1335 queste suore can- 
giarono il loro convento coi monaci Guglielmiti che fino dal 
1302 abitavano a S. Piero a Monticelli, e questi monaci 
vi rimasero fino al 1564, nel quale anno per privilegio 
di Pio IV furono i beni del Monastero ridotti a com- 
menda dell'ordine di S. Stefano a favore della famiglia 
Concini. In tempi più remoti in alcune stanze terrene 
t. iy . 35 



_ 1434 — 

si radunò una compagnia d'uomini sotto il titolo di S. 
Uosa, ed ceco il perchè fu dato tal nome al tabernacolo 
che rimase in piedi per rispettare una preziosa pittura 
di Domenico Del Ghirlandajo e per indicare il luogo ove 
esistevano la chiesa e il convento di S. Maria del Can- 
tone, demolita nel 1743. 

(2) li nome di Verzaja o Verzura dato alla porta San Friano 

veniva dalla campagna fuori del secondo cerchio, in 
quel punto chiamata Verzaja dall'erbe che si produce- 
vano in quel suolo basso ed umido. Fuori della porta 
fino dal secolo XI vi era la Chiesa di S. Maria a Verzaja 
edificata dai Bostichi in un orlo di loro proprietà. Fu 
distrutta nel 1529 per causa dell'assedio. 

11 patronato di S. Maria in Verzaja passò in An- 
tonio di Puccio Pucci nel 1483 per cessione di Rinaldo 
e Giovanni di Francesco di Rinaldo Bostichi. Nel secolo 
XVI, quando per comodità della popolazione fu edificala 
la chiesa di S. Maria del Piguonc, le fu assegnata la 
cura dell'antica Parrocchia di S. Maria in Verzaja ed 
il Patronato fu reso alla famiglia Pucci. All'estinzione 
del ramo principale dei Pucci questo patronato passò 
colla loro eredità nei Venturi, ed attualmente ne è 
patrona la Signora Chiara Shneiderff come erede di una 
porzione del patrimonio Venturi. 

(3) Il Monastero di S. Maria a Monticelli, così detto perchè 

inalzato sopra un monte ove erano i possessi di un antico 
citladino Romano di nome Celio, ebbe per fondatore il 
celebre Cardinale Ottaviano Ubaldini nel 1260. Lo edi- 
ficò in sostituzione di altro più antico monastero sotto 
lo stesso nome cretto dalla B. Agnese sorella di S. 
Chiara presso S. Donato a Scopeto, parte per timore 
che le suore essendo male alloggiate non soffrissero 
danno dalla licenza delle soldatesche, parte per esser 
prive di elemosine per la distanza dalla città. Che il 



— 1435 — 

nuovo monastero fosse magnifico si rileva dalla spesa 
di 80,000 scudi che vi volle per condurlo a compimento. 
Questo pure fu uno dei tanti conventi atterrati in oc- 
casione dell'assedio. Le monache furono ricevute nella 
casa di Alessandro Corsini, da dove nel 1534 passarono 
in un convento per esse eretto sul locale ov'esisteva 
l'antico spedale degli ammorbali, ora compreso nel Re- 
clusorio dei poveri. 

In Monticelli fiorirono varie suore illustri per san- 
tità tra le altre la B. Chiara, al secolo Avvegnente di 
M. Albizzo di Ubaldo Ubaldini vedova del conte Nino 
di Gallura morta nel 1264, e la B. Costanza Donati. 
Costei al secolo si chiamò Piccarda di M. Simone Do- 
nali, e fu fanciulla avvenente sopra ogni altra della 
ciltà. Destinata in consorte a M. Rossellino della Tosa 
rifuggiva da tali nozze e non potendo vincere colle istanze 
e coi pianti la volontà dei genitori, si fuggì dalla casa 
paterna e andata a Monticelli prese il velo monastico 
cangiando il suo nome in quello di Costanza. Il padre 
con Corso suo fratello, vedendo inutili le preghiere, la 
trassero violentemente dal chiostro. Fecero celebrare con 
ogni possibil pompa le sue nozze, ma Piccarda nella sera 
medesima del matrimonio mentre attendeva nella sua 
camera lo sposo, gettatasi ai piedi del Crocifisso lo pregò 
a salvarle la verginità che a lui avea già consacrata. 
Subito il corpo suo fu coperto di fetidissime piaghe e 
dopo otto giorni di penosa infermità mancò di vita 
avendo ottenuto dal genitore di poter rivestire le lane 
dell'ordine Francescano. 

Non molto lontano dal monastero di Monticelli era 
un tabernacolo con la Immagine della Madonna, che si 
chiamava S. Maria della Pace. Questo simulacro cominciò 
ad operare miracoli nel 1564, talché co'l'elemosine rac- 
colte vi fu edificato un piccolo oratorio che diventò di 
patronato delle monache di S. Felicita che erano le pa- 
drone del suolo. Nel 1616 la Granduchessa Cristina di 



— 1436 — 

Lorena ingrandì la chiesa e vi fabbricò un monastero 
per i Monaci di S. Bernardo detti Fogliacensi che fece 
venire dalla Francia. Questo convento fu soppresso dopo 
la metà del mancalo secolo XVIII. 

(4) Il Monastero di S. Gaggio deve la sua fondazione al 

celebre Cav. M. Tommaso Corsini che nel 1345 lo eresse 
per le monache Agostiniane. Fu il convento dedicato a 
S. Caterina e prese il nome di S. Gaggio (corruzione 
di S. Cajo) quando le monache di quel convento, che 
rimaneva di contro a quello di S. Caterina, chiesero di 
unirsi ad esse e di formare un solo monastero. Le prime 
a consacrarsi a Dio nel nuovo monastero furono Ghita 
Albizzi moglie del fondatore Corsini insieme con Cate- 
rina sua figlia, Nera di Lapo Manieri e Lapa dei Rossi 
vedova di Giannozzo di Bencino Del Sanna. Nel 1529 
all'approssimarsi dell'assedio le monache furono ricevute 
nelle case dei Corsini, e tornarono all'antico convento 
nel 1531. 

(5) Il Monastero di S. Maria della Disciplina detto del 
Portico fu pure abitalo dalle monache Agosliniane. Ben- 
venuta di Duccio vedova di Francesco Del Morello ne 
fu la fondatrice nel 1340. La chiesa fu rinnuovata col 
disegno del Ferri nel 1705. Anco questo convento rimase 
soppresso per provvidissima Legge del Granduca Pietro 
Leopoldo. 

(6) La Casa Chelli o ser Chelli è originaria di S. Miniato 

e deve il suo nome a ser Chello Notaro di cui fu figlio 
Antonio parimente Notaro, Cancelliere della Signorìa 
nel 1380 e 1383. Leonardo di Piero di ser Antonio fu 
Priore nel 1436 e 1447, ed Antonio suo fratello nel 
1441. Esisteva ancora la famiglia nel 1524, nel quale 
anno Leonardo di Raffaello di Leonardo fu squittinato. 
In lui sembra che mancasse questa famiglia che ebbe 



— 1437 — 

per arme una dorata scala a tre gradi ritta nel campo 
rosso. 

Altre famiglie Chelli di minor conto hanno avuto 
Io stato durante il principato. 

(7) La villa Guicciardini denominata la Bugìa fu prossima a 

S. Margherita a Montici e da essi passò nei Nerli. 

(8) I Bagni di Montici, due miglia circa distanti da Firenze 

furono nel secolo XIV quelli che poi divennero i bagni 
di Casciana, ed in oggi quelli di Lucca e di Monte- 
catini. 

(9) La Fonte della Ginevra a pie del monte S. Miniato è 

la sorgente la più antica e la migliore delle acque po- 
tabili delle fontane di Firenze. Dalla Ginevra l'acqua 
va alla fontana sulla piazza de'Mozzi ed a quelle delle 
piazze di S. Croce e dei Pitti. 

(10) Cosimo I riprese le fortificazioni fatte da Michelangiolo 
al monte S. Miniato, e condottele di materiali e pietrami, 
le riunì alla città mediante un muraglione che andava 
all'esterno della porta S. Niccolò a congiungersi con 
l'antiporto. Fece scendere del pari un altro muraglione, 
che tagliando fuori uua porzione del borgo interno 
passata la porta San Miniato , andava fino all' Arno 
attraverso il giardino Serristori. Di queste fortifi- 
cazioni ne appariscono indubitate vestigie , ed io ho 
voluto citarle con precisione, sebbene fatte nel 1545, 
perchè rappresentano quelle di Michelangiolo ridotte a 
maggiore solidità e resistenza. Nel muraglione tra le 
porte S. Miniato e S. Niccolò lungo la via esterna della 
città è una lapide con caratteri di bronzo che indica 
le fortificazioni di Cosimo I Duca di Firenze, falle cioè 
prima che assumesse il titolo di Granduca. 



— 1438 — 

(11) La Villa ni Rusciano, luogo delizioso sopra una collina 
circa un miglio fuori della porta S. Niccolò fu eretta 
da Luca Pitti, si dice, col disegno di Brunellesco. Nel 
1472 la Repubblica comprò la villa e tenuta di Rusciano 
per farne un donativo al Conte Federico d'Urbino Ca- 
pitano generale delle armi Fiorentine per il ricupero di 
Volterra che si era ribellala. Dopo varj passaggi, oggi 
si possiede dalla Signora Baring nei Kerrich. 

(12) La statua quasi colossale della Vittoria scolpita da Mi- 
chelangiolo sul monte S. Miniato avea in capo l'usbergo, 
ed era armata come una Pallade. 

Taluni hanno sbagliato nel credere la Vittoria di 
Michclangiolo un'altra statua consimile, che presso la 
porta della Fortezza si è veduta fino al principio del 
secolo XIX; ma erano in errore, poiché la statua di 
Michelangiolo fu distrutta quando Cosimo I rifabbricò 
la Fortezza, e la statua supposta la Vittoria di Miche- 
langiolo fu scolpita dal Tribolo per reggere l'arme Me- 
dicea ad imitazione di quelle della Fortezza da Basso. 

(13) Gli Adriani si dissero Dal Pino, o perchè originar) del 
luogo così denominato circa un miglio fuori della porla 
S. Gallo, o perchè esercitando la professione di vinat- 
lieri ebbero un Pino per insegna. Andrea di Berlo fu 
Priore nel 1394 e nel 1411. M. Virgilio suo figlio sposò 
nel 1458 Piera di Ubertino Strozzi dalla quale gli nacque 
Marcello nel 1463. Fu costui profondo politico e maestro 
in tal' arte al Machiavelli. Eletto segretario della Repub- 
blica nel 1498, esercitò tal carica fino al 1512. Morì 
nel 1521 e fu sepolto a S. Salvatore al Monte. Giovan- 
balista suo figlio fu uno dei più valorosi difensori di 
Firenze durante l'assedio, narrandosi che mai scendesse 
dal monle di S. Miniato altro che per andare al confine. 
Fu uno dei migliori letterati del suo secolo, e la sua 



— 1439 — 

storia Fiorentina è pregevolissimo lavoro che comprende 
in 22 libri il regno di Cosimo I. Morì nel 1579. La 
famiglia Adriani si estinse in Marcello di Angelo morto 
l'ii Agosto 1664. Usò per arme una gran croce dorata 
nel campo azzurro avente nel lato sinistro superiore 
una stella d'oro a otto raggi, ed altra nel lato destro 
inferiore. 




CAPITOLO XXVIII. 



o-agg ^B-» - 



' tteso il blocco strettissimo di Firenze, i sol- 
dati imperiali erano costretti di stare la maggior parte 
del loro tempo nell'inazione; trovavano però da occu- 
parsi, e col pretesto de' foraggi, si sbandavano conti- 
nuamente per le campagne a commettervi ogni sorte 
di nefandità, in queste eccitati ed ammaestrati dagli 
Spagnoli. 

Gli stupri, le violenze, le rapine, i santuarj ro- 
vesciati, le case arse, i campi devastati, le stragi 
medesime erano cose comuni; ma gli strazj osceni 
venivano commessi con tanta pravità di eccessi da 
non potersi descrivere. 

1 miseri contadini particolarmente erano appiccati 
agli alberi, e quindi abbandonati alle angoscie di una 
tormentosa agonia. Però qui non rimaneva la ferocia 
Spagnola; spesso si trovavano corpi di appiccati aperti 
nel ventre o nel dorso da sconcie ferite, e da quelle 
aperture rovesciarsi i visceri sanguinosi. Quelli che per 
amore di guadagno si azzardavano portare vettova- 
t. iv. 36 



— 1442 — 

glie a Firenze, se erano sorpresi dagli Spagnoli, ave- 
vano mozzata una gamba, o ambedue, ovvero le 
mani', lasciati indi in mezzo alla via; talvolta spic- 
cata loro la testa dal busto, la legavano con i ca- 
pelli nella destra a guisa di lanterna, e il cadavere 
mutilato appoggiavano in piedi al tronco di un al- 
bero. 

Queste cose si commettevano intorno a Firenze 
da cristiani, in un esercito ai servigj di un Pontefice 
chiamato Clemente, vicario di Cristo, e padre dei 
Fedeli ! ! 

Così tra la paura di siffatti supplizj, tra gì' im- 
pedimenti del contado, la penuria dei viveri aumen- 
tava giornalmente in Firenze, e faceva fremere i 
cittadini tanto contro il Governo che non pensava di 
venire ad oneste condizioni di accordo, quanto contro 
Malatesta Baglioni, che non procurava con una sor- 
tita generale allargare l'assedio per la introduzione 
dei viveri. 

Si sapevano per la città le tentazioni di Clemente 
VII; poiché o vere o false che fossero, ad arte i Pal- 
leschi andavano seminando le dicerìe: che il Papa 
non si curava di signoreggiare la città; che non vo- 
leva togliere la libertà a Firenze sua patria; che 
qualora i Fiorentini gli avessero restituito la nipote 
Caterina De' Medici, le sue entrate, i suoi onori, ri- 
messo i nipoti in città a godere degli uffizj come gli 
altri cittadini, richiamati i suoi amici fuorusciti, e 
tenuto per riputazione della Santa Sede un Amba- 
sciatore presso di lui, egli non si sarebbe mescolato 
nel governo della Repubblica. 



— 1443 — 

Queste condizioni sembravano a tutti oneste e giu- 
ste; ma il Gonfaloniere Carducci, i Castiglione e tanti 
altri Libertini dicevano che quello era un artilìzio 
di Clemente, e perciò da non fidarsi a tale apparente 
moderazione. D' altronde un accordo con il Pontefice 
faceva cessare del tutto l'autorità di quei pochi Ar- 
rabbiati, che avevano ridotto nelle proprie mani la 
somma delle cose. 

Giunsero a tempo per sedare il generale mal- 
contento,, lettere di Messer Baldassarre Carducci e 
di Luigi Alamanni, per le quali referivansi le lusinghe 
d'imminente soccorso, avute da Francesco I Re di 
Francia. 

Luigi Alamanni aveva acquistato alla Corte di 
Francia un mecenate nello stesso Re, che lo adoprò 
in varie commissioni, lo decorò dell' ordine di San 
Michele, e colà coltivò i suoi poetici studj. France- 
sco I, che ancora non avea potuto ottenere da Carlo 
V la restituzione dei figli tenuti in ostaggio, nutriva 
di fatto delle intenzioni ostili contro di lui, delle mire 
sull' Italia, e procurava con lusinghiere promesse di 
conservarsi il nido di Firenze, che poteva essere di 
grande appoggio alle sue vedute. Per questo lusingava 
i Fiorentini con promesse di soccorso, che neppure 
sognava d' inviare, perchè i figli in mano del suo 
nemico, erano un gran freno alla sua sfrenata am- 
bizione. Non se ne persuadevano i Fiorentini, e cre- 
dendo che già i soccorsi di Francia fossero alle loro 
porte, inconsideratamente si dettero in preda a tale 
allegrezza, che a maggiore spregio degli Imperiali, 
vollero dimostrata con feste e spassi. 



— 144* - 

Come avvertii in principio del mio racconto, si 
soleva nel carnevale giuocare il calcio sulla piazza 
di S. Croce. Le buone speranze erano destate dalle 
notizie di Alamanni appunto in quel tempo; sicché a 
dimostrazione di giubbilo, oltre le messe solenni, e 
il suono delle campane, si ordinò il giuoco del calcio. 

Si portarono di fatto al giuoco sotto le divise 
verde e bianca: e per maggiore scherno dei nemici, 
messero il palco dei suonatori sul comignolo della 
facciata di S. Croce. 11 giuoco era animato e vivo, 
poiché Jacopo Castellani (1) alfiere delia schiera bianca 
si trovava bene secondato da Paolo dell'Abbaco ffc), 
da Bartolommeo Pescioni (3) e da Carlo Pieri (4), i 
quali sopra ogni altro si distinguevano per coraggio 
in quella schiera. Né interiori erano Battista Libri (5), 
Girolamo Martini (6) e Piero Federighi (7) seguaci 
della schiera verde, condotta da Antonio Davanzati (8). 

Procedeva il giuoco con calore e sollazzo, quando 
una arancia scagliata contro Lamberto di Bartolommeo 
Cambi gì' infranse un occhio, e lo ridusse pienamente 
cieco, poiché già aveva perso la vista dall'altro oc- 
chio. 11 disturbo viepiù si accrebbe quando una palla 
di cannone scagliata dall'accampamento nemico di 
Giramonle investì e sbaragliò l'orchestra dei suonatori 
situata in punto visibile agli Imperiali. 

Irritata la gioventù fiorentina, volle vendicare 
tale insulto, e si pensò di proposito ad una battaglia. 

Opponevasi Malatesta Baglioni con allegare tanti 
prudenziali pretesti, che se da un lato aumentavano 
i sospetti sulla sua condotta, dall'altro viepiù accen- 
devano il desio della pugna. 



— 1445 — 

I Dieci, disprezzando le osservazioni poco corag- 
giose del Generale, gli ordinarono perentoriamente 
di combattere. Siccome forse giunto non era l'istante 
di scuoprirsi, Malatesta obbedì, ordinando una sortita 
contro gli accampamenti meridionali. 

II penultimo giovedì del Carnevale del 1529 (stile 
fiorentino, corrispondente al 1530 stile comune) do- 
vevano uscire fuori alla medesima ora le squadre da 
tre lati, cioè dalla porta San Friano, dalla porta S. 
Pier-Gattolino, e dal bastione del monte S. Miniato. 
Alla pugna dovevano andare, oltre le milizie assol- 
date, tutte le compagnie dei cittadini, rimanendo sol- 
tanto quelle che potessero guardare la città e le for- 
tificazioni, per evitare il possibile di un assalto dei 
nemici accampati nel lato di settentrione, e quelle 
che formassero due corpi di riserva per farli uscire 
dalle porte S. Friano e S. Piergattolino a pugna 
avanzata. 

Fra i comandati che guidavano le squadre alla 
battaglia, meritano onorata memoria Bartolommeo 
del Monte (9), Ridolfo d' Assisi, Fiano da Jesi, e 
Michelangiolo da Marrano tra quelli che dovevano 
uscire dalla porta S. Friano. Di quelli che andavano 
dalla porta S. Piergattolino si distinguevano i capitani 
Ottaviano Signorelli (10), Pasquino Corso, Ferrone da 
Spinello, Caccia degli Àltoviti (11), Strozza Strozzi, 
Francesco Bardi, Ivo Biliotti e Lodovico Machiavelli. 
. Uscì adunque fuori Malatesta con le sue lance 
spezzate, con Sforza d'Assisi, Ottone da Pordenone 
ed altri capitani accompagnati dai Commissari Lodo- 
vico Martelli, Zanobi Bartolini e Tommaso Soderini. 



— 1446 — 

11 punto al quale Malatesta voleva che si diri- 
gessero le operazioni era il poggio di S. Donato a 
Scopeto, poiché preso il convento, da quel punto si 
dominava il campo nemico. 

Era alloggiato in tal luogo (che sebbene rovinato 
pure serviva di fortificazione) Barracone da Nava, 
uomo d'ardimento incomparabile, con tutto il suo 
colonnello di soldati, vecchi Spagnuoli, i quali riser- 
vandosi al saccheggio, non si erano curati fino a 
quel giorno di mostrare il loro valore. Ma non per- 
tanto ciò, e nonostante lo svantaggio del luogo che 
avevano i soldati di Firenze, messisi a corda e vol- 
gendosi a dritta cominciarono a salire il poggio S. 
Donato non curando le archibusate, le quali in gran 
numero erano a loro tirate dagli Spagnuoli, che di- 
fendendosi gagliardamente, attaccarono una mischia 
e tanto durarono che da ogni banda cadevano morti 
e feriti. Frattanto le altre milizie Marzocchesche uscite 
dalla porta San Friano percossero gli Spagnuoli alle 
spalle, onde la zuffa divenne quasi generale, inani- 
mando i suoi Barracone con le parole come buon 
Capitano e ributtando i nemici con i fatti. Ma lui 
morto con una archibusata, i Fiorentini, non ostante 
gli sforzi di Ripatta, Macciano, e Boccanera che erano 
succeduti a Barracone nel comando, combatterono 
egregiamente e si spinsero innanzi gridando: serra 
serra. A viva forza occupato il poggio, presero anche 
la chiesa ed il convento, mettendo in fuga gli Spa- 
gnuoli. 

Frattanto la battaglia divenne generale, poiché 
Oranges mandò gl'Italiani in soccorso degli Spagnoli, 



— 1447 — 

e facendo scaricare le artiglierìe da Giramonle, dal 
Barduccio e da altri punti, danneggiava molto gli 
assalitori. Ma anche le artiglierìe delle fortificazioni 
di Firenze rispondevano orribilmente al saluto, e fra 
queste lo sparo della gran colubrina di Malatesta 
sul cavaliere di S. Giorgio era tremendo. Frattanto 
in tutti i luoghi si combatteva aspramente, poiché 
anche i Tedeschi vennero in ajuto degli Spagnoli. 
Lo sparo delle artiglierìe e degli archibusi, non che 
le grida de' combattenti, facevano tanta caligine e 
tanto fragore, che non lasciavano né vedere né udire 
cosa alcuna; per tutto si combatteva con furore; 
cavalli inferociti erravano senza cavalieri; cumuli di 
morti giacevano in atti diversi; chi fuggiva, chi si 
arrendeva, chi chiedeva soccorso; per tutto vedevi 
armi spezzate e disperse, ed il terreno ingombro di 
membra grondanti di sangue. Con varia fortuna in- 
calzava la battaglia, poiché i Fiorentini, tenendo il 
poggio S. Donato, erano pervenuti a dominare i 
nemici. 

-Mancava la sortita ed il soccorso che dal monte 
S. Miniato doveva portare Amico da Venafro, il quale 
al certo avrebbe fatto risolvere la vittoria per i Fio- 
rentini; ma egli non compariva, e frattanto ora si 
rincacciavano i nemici, ora rinculcavano i Fiorentini, 
ed in codesto modo la battaglia da cinque ore du- 
rava senza che la vittoria propendesse più da una 
parte che dall'altra. 

Malatesta cavalcava un mulettino, e con la voce 
incoraggiva i suoi. Più volte finse volersi gettare 
nella mischia, facendo ala delle braccia che appena 



— 1448 — 

po'.eva muovere, e dando con le calcagna nel corpo 
del muletto per spingerlo oltre e mescolarsi con i 
soldati; ma i Commissari lo rimovevano da quel pro- 
ponimento con le parole e con i prieghi; e non ba- 
stando, lo ritenevano con le mani, perchè di fatto 
poteva da quel punto provvedere ai bisogni della 
battaglia, alla quale nessun giovamento avrebbe ar- 
recato, se si fosse gettato nella mischia. 

Era il Generale per natura e per l'esercizio ani- 
mosissimo finché fu sano e finché non rifletteva a'suoi 
segreti impegni, e l'aspetto della pugna lo spingeva 
mal suo grado al cimento, scordandosi a cosa aves- 
sero ridotto il suo corpo le infermità, e l'entusiasmo 
guerriero facevagli ancora dimenticare che con quel 
fatto poteva perdere il fruito del suo tradimento. 

Era l' Ave-Maria della sera e combattevasi sempre 
da ambe le parti; ma disperando Malatesta del soc- 
corso di Amico da Yenafro, suonò la ritirata. 

A Lodovico Martelli toccò una archibusata, ma 
non ne fu ferito ben difendendolo le maglie e la co- 
razza. Morirono Lodovico Machiavelli, Piero De' Pazzi 
e molti altri, lasciando i Fiorentini circa duemila 
morti, sebbene la perdita degli Imperiali fosse mag- 
giore. 

Anche i nemici giudicarono che quell'assalto era 
stato bene inteso e meglio eseguito, e se Amico da 
Yenafro non fosse mancato, la vittoria era dei Fio- 
rentini, e l'assedio sarebbe stato levato. 

11 motivo per cui Amico da Yenafro non com- 
parve si fu, che appunto quando doveva uscire, 
venne a contesa con Stefano Colonna (il quale stava 



— 1449 — 

a sorvegliare le fortificazioni nel tempo dell'assalto), 
e tanto oltre andò la rissa, che il Colonna uccise 
Amico, e così le sue schiere non si mossero in soc- 
corso dei combattenti. 

Volle il Gonfaloniere che si onorasse la memoria 
dei generosi soldati morti in quella battaglia con un 
solenne Funerale fatto in S. Maria del Fiore, al quale 
intervennero le Magistrature. 

Ma l'esito di questa sortita, contemplata da tutti 
i cittadini ammonticchiati sulle torri ed i tetti dei 
luoghi ove si scorgevano i combattenti, non produsse 
non solo alleviamento alla città, ma anzi alle miserie 
antiche aggiunse la gramaglia del lutto per tanti 
valorosi cittadini estinti sulle colline d'intorno, il che 
accorò la moltitudine a segno, che in tutte le case 
si gemeva, e si andava fantasticando un aumento di 
sventure, ed apertamente già se ne attribuiva al Gon- 
faloniere ed ai Signori la cagione per l'ostinatezza, 
con la quale si rigettava ogni proposizione diretta a 
chiedere la pace al Papa. 

Frattanto che in Firenze si viveva immersi in 
tanta miseria, nella Italia superiore esultavasi, non 
già per la ricuperata libertà, ma almeno per la ces- 
sazione di ogni molestia e guerriera intrapresa. 

Carlo V si era portato a Bologna per pacificare 
definitivamente i governi Italiani; per ricevere la 
Corona Imperiale dalle mani del Pontefice; e per 
andar quindi a guerreggiare contro il Turco. 

In apparenza qual uomo eravi al mondo più felice 
di Carlo V? Poche parole daranno la risposta. 

T. IV. 37 



— 1450 — 

Giovanna figlia ed erede di Ferdinando e d'Isabella 
Signora delle Spagne, dell'Indie, dei Paesi-Bassi, 
forse di mezza Europa, delirò di amore per Filippo, 
figlio ed erede di Massimiliano Austrico Imperatore 
e Duca di Bologna, e Filippo la fuggiva, ed in breve 
consunto da amplessi non suoi sul primo fiore di 
giovinezza le morì tra le braccia. L'angoscia le tolse 
la mente ; stette muta; imbalsamato il cadavere lo 
vestì di abiti magnifici; lo stese sopra un letto di 
broccato, e quivi si pose ad aspettare che si svegliasse, 
imperciocché aveva sentito dire di un Be il quale era 
risuscitato dopo quattordici anni dalla sua morte; 
presa da geloso furore non consentiva che alcuna 
donna si accostasse a quel letto; se un ministro an- 
dava per consultarla, il dito ponendogli sui labbri, 
bisbigliava sommessa: aspetta che il mio Signore si 
svegli. 

Tale fu la madre di Carlo V; e tale egli stesso 
divenne quando dalle infermità domato e dagli anni 
mutò la porpora Imperiale in una veste da frate, e 
rotta la corona sopra i gradini dell'altare, si compose 
dei frammenti un rosario per numerare i pater et 
ave. Dopo essersi per tanto tempo inebriato alla coppa 
del potere, la gettò lontana da sé, quasi non lo avesse 
dissetato che di fiele. 

Ma ancora dovranno passare trent'anni prima 
che Carlo si faccia inalzare un feretro, e vivo assista 
alle sue esequie col capo privo di capelli e di corona, 
col cuore affogato nel sangue e ne' rimorsi. Ora gode 
che ne' suoi regni non tramonti il sole, ed anela che 
pure vi sorga! 



— 1451 — 

In Bologna, dove il Papa e l'Imperatore sembrano 
divenuti amicissimi, è accordata la pace a tutti gli 
Stati Italiani, sebbene a gravissime condizioni, fuori 
che ai Fiorentini. Federigo Gonzaga Marchese di Man- 
tova ritorna in grazia di Carlo, ed in quella occa- 
sione viene elevato al grado di Duca. Carlo Duca 
di Savoja ed il Marchese di Monferrato, abbandonando 
come aveva fatto Genova ogni affezione per Francia, 
si riducono nel partito Imperiale salito all'apice della 
potenza. Le Repubbliche di Genova, di Siena e di 
Lucca si ravvisano come feudatarie dell'Impero. La 
Lombardia è data al Duca Francesco Maria Sforza, 
dacché il Papa ricusa per i suoi nipoti quel ricchis- 
simo Stato, offertogli, come si dice, dall'Imperatore 
invece della Toscana, e ciò perchè Cesare amava 
lasciare pacificata pienamente l'Italia per volgere le 
forze d'Europa contro il Turco. 1 Veneziani ottengono 
la pace cedendo la città di Ravenna e Cervia al 
Pontefice, ed i porti sull'Adriatico e nella Puglia 
all'Imperatore. Anche il Duca Alfonso di Ferrara ri- 
torna nella quiete, cedendo porzione de' suoi Stati. 
Così tutta l'Italia tremante e serva ubbidiva a Carlo V. 

I Fiorentini pure mandano ambasciatori all'Im- 
peratore nella circostanza della sua coronazione 
non tanto per onorarlo, quanto per distorlo dall'es- 
sere loro nemico. A questa ambascerìa reputano 
vantaggiosissima la persona di Niccolò Capponi, il 
quale sempre caldo d'amore per la salute della pa- 
tria non ricusa l'incarico, sebbene lo ravvisi troppo 
tardo, e veda che per compagni gli sono desti- 



— U52 — 

nati cittadini incapaci di moderazione, cioè Tom- 
maso Soderini, Matteo Strozzi, e Raffaello Girolami. 

Gli ambasciatori male augurano della loro am- 
bascerìa dall'essere sbeffeggiatf alle porte della città 
di Bologna per cagione di alcuni rocchetti di filo 
d'oro trovali nelle valigie loro, come che avessero 
voluto frodare la gabella, scherzo, si dice, fatto da 
alcuni mandatarj del Papa per deridere i rappresen- 
tanti dei Fiorentini. 

Hanno udienza da Carlo V, sebbene nel passare 
che Niccolò Capponi fa accanto ad Andrea Doria 
sente dirsi in un orecchio: tardi venisti e dopo otta. 
Capponi parla a Cesare scusando Firenze e pregando 
Sua Maestà che voglia accettarla in amicizia ed in 
protezione, come città fedelissima a chi promette la 
sua fede, addicendone in esempio il Re di Francia, 
e come egli pure avrebbe esperimentato. 

Gli ambasciatori hanno da Cesare breve risposta, 
perchè già è tutto guadagnato da Clemente; tanto 
più che anche i Consiglieri Imperiali gli hanno in- 
sinuato di levare quel pernicioso esempio agli Italiani, 
bisognando toglier loro l'ultimo asilo della libertà. 
Per questo dice loro: essere pronto a perdonare le 
ingiurie; ma essere ancora obbligato a Papa Clemente 
nelle cose attenenti a Firenze, senza la volontà del 
quale non può né vuole con i Fiorentini attaccar 
pratica alcuna. 

Gli ambasciatori, vedendo inutile di tentare Ce- 
sare; né avendo facoltà di trattare con il Pontefice, 
si dividono di opinione, poiché Niccolò Capponi e 



— 1453 — 

Matteo Strozzi pensano di scrivere ai Dieci, che bi- 
sogna ricorrere al Pontefice per non trarre la città 
nella sua ultima rovina; al contrario Tommaso So- 
derini e Raffaello Girolami non vogliono insinuare 
questo al governo; quindi, essendo proibito agli am- 
basciatori di scrivere separatamente, non rendono 
inteso il Gonfaloniere della ferma risoluzione dell'Im- 
peratore. 

Bensì Niccolò Capponi non si è scoraggito, e 
sperando nell'assistenza di Andrea Doria, importuna 
Cesare, importuna i suoi ministri; ma gli agenti del 
Papa fanno si che non ottenga più udienza dall'Im- 
peratore; il quale, ricevuta con tutta pompa la co- 
rona Imperiale nella chiesa di S. Petronio dalle mani 
di Clemente VII; se ne va in Germania per attendere 
alla guerra contro Solimano Imperatore dei Turchi 
e Ariadeno Barbarossa terribilissimo corsaro, sicuro 
che in quanto air Italia tutta era a lui sottomessa. 
Dissi tutta l'Italia, poiché al mezzodì i due regni di 
Sicilia e di Napoli erano direttamente soggetti a Carlo 
V; lo stato della Chiesa ed i suoi feudatarj erano 
domi dalla potenza Imperiale senza speranza nelle 
proprie forze; i Duchi di Ferrara, di Savoja, ed il 
marchese di Monferrato esistevano soltanto per bene- 
placito dell'Imperatore; le Repubbliche di Venezia, di 
Genova, di Siena e di Lucca erano affatto assogget- 
tate alla politica Spagnola; finalmente la Toscana 
istessa era già invasa dalle truppe di Carlo, e la sola 
città di Firenze in tanta schiavitù e timore, conser- 
vava lo spirito generoso del sangue Italiano. 



— 1454 — 

Carlo V aveva scagliato sul di lei territorio ed 
intorno alle di lei mura i suoi soldati vendicatori 
delle ingiurie fatte a Clemente; soldati, che non 
avendo più altrove onde saziare la loro cupidigia, si 
volsero tutti a dilaniare il giardino d'Italia, unica 
terra lasciata in preda alla desolazione in mezzo alla 
pace generale. Tutta quella gente feroce, nutrita nel 
sangue e nei delitti, che per trent'anni si era infa- 
mata devastando le contrade d'Italia, era stata adu- 
nata ai danni di Firenze, sotto gli auspicj del Ponte- 
fice Romano. 

Carlo V, che aveva promesso a Clemente dargli 
Firenze nelle mani, più generoso di lui che ne era 
pur figlio, non volle essere testimone delle miserie e 
dell'estrema ruina di quell'illustre ingegnoso popolo, 
che pure aveva contribuito all'avanzamento delle arti 
e delle Scienze, e che generoso mostrava al mondo 
un coraggio vano, ma appunto perchè senza speranza, 
ammirando e memorabile. 

Niccolò Capponi, quando si vide escluso affatto 
dalla presenza dell'Imperatore, non conoscendo altra 
strada di salute che di trattare con il Papa, tanto 
disse, tanto pregò i suoi colleghi, che mossi dalle 
lacrime che gli occhi di quel gran cittadino versavano 
al pensiero delle miserie di Firenze frutto di una inu- 
tile fermezza, s'indussero a scrivere ai Dieci la precisa 
risposta dell'Imperatore, cioè che non eravi alcun mezzo 
di convenire con Cesare, se non si ricorreva al Papa. 

I Governatori della Repubblica, biasimando quel 
consiglio, nel quale ravvisarono l'insinuazione del 



— 1455 — 

solo Capponi e non di Girolami e di Soderini, procu- 
rarono che nel pubblico non traspirasse una tale 
notizia, non volendo assolutamente trattare con il 
Pontefice. 

Ma Niccolò Capponi, che lo avea preveduto, per 
non mancare alla patria di ogni possibile ajuto, seb- 
bene fosse proibito ad un ambasciatore di scrivere 
ai particolari sopra cose concernenti il suo uffizio, 
scrisse segretamente a Rinaldo Corsini ed a Lorenzo 
Segni suo cognato (12). Le lettere contenevano presso 
a poco i medesimi sentimenti: Ti fo intendere come 
siamo spacciati, né abbiamo più rimedio alcuno se 
non che mandar presto al Papa e rimettersi in lui. 
So che suoli essere in fede, sebbene dubito che la 
sia per perdere in mezzo a codesti fanatici, o che tu 
l'abbia piuttosto perduta come di molti altri. Ti rac- 
comando la città, e ti prego non manchi d* ajuto in 
questi estremi bisogni. 

Queste parole fecero effetto, poiché sparsasi per 
Firenze la notizia, che il motivo per cui Cesare non 
voleva trattare con i Fiorentini si era, che volevali 
prima conciliati con Papa Clemente, mosse un grave 
tumulto. 

Il modo per cui con imponenza si mostrò la 
pubblica indignazione contro il Governo, ebbe però 
tutt' altro principio che da questa nuova. 

Era il penultimo giorno del Carnevale intorno 
le ore diciannove. Alessandrina Acciaioli moglie di 
Messer Galeotto Martelli, nell' attraversare la via Por 
S. Maria presso al Mercato Nuovo, fu insultata da un 
individuo mascherato. 



— 1456 — 

Altrove notai che questa gentildonna, vaga d'es- 
sere corteggiata perchè si credeva bella ed amabile, 
aveva cavato profitto dalle sue attrattive quel Venerdì 
di Marzo dell'anno antecedente in cui, dalla casa dei 
Buonaparte in via del Fondaccio di S. Niccolò, insieme 
con Manetta De' Ricci fu accompagnata alle proprie 
case dai fratelli Pier-Antonio e Giovanni Buonaparte, 
guadagnandosi l' affezione di Giovanni, che preso dallo 
spirito e dalla avvenenza di lei, si mostrò da quel- 
l'epoca in poi molto assiduo nel frequentare la casa 
Martelli. 

Egli si procurò la stima e l'amicizia di Lodovico, 
e questa in principio fu l'apparente cagione della sua 
familiarità in quella casa. I maldicenti però, che allora 
come adesso erano molti e volentieri occupati de' fatti 
altrui, onde non venisse loro meno la materia per 
divertire le brigate a detrimento dell'altrui riputazione, 
credettero di avere indovinato il motivo reale per cui 
Giovanni Buonaparte quotidianamente si portava nella 
via de' Martelli, e calcolando tutte le circostanze reali 
e sognate conclusero, egli amare Alessandrina Accia- 
joli ed a lei essere dedicate le attenzioni di quell'av- 
venente gentiluomo. 

Vero o no ciò che si vociferava , certamente la 
condotta dei sospettati amanti non faceva che viepiù 
confermare le asserzioni dei maldicenti, e particolar- 
mente di Andrea Minerbetti parente di Francesco 
Arcivescovo Turritano, appartenente ad una delle do- 
viziose ed antiche famiglie di Firenze (13). 

Il Minerbetti si era fatto un dovere di seguitare 
i passi di Alessandrina Acciajoli e di Giovanni Buo- 



— 1457 — 

naparte, di spiare le loro mosse, la loro condotta a 
segno che sembrava divenuto l'ombra dei loro corpi. 
Egli si vantava nelle brigate di saper tutto, e natu- 
ralmente la qualità di spione doveva essere stata 
assunta per qualche forte motivo. Quindi spesso era 
deriso dai compagni, i quali tenevano per fermo che 
la condotta di Andrea Minerbetti fosse dettata dalla 
vendetta, per non aver conseguito dalla bella Accia- 
joli quello che comunemente si voleva concesso a 
Giovanni Buonaparte. 

Questi si avvide che Minerbetti sorvegliava i suoi 
passi, ma procurò di non farne dimostrazione, onde 
non richiamare viepiù l'attenzione dei Fiorentini sopra 
se stesso e sopra Alessandrina. Bensì i motivi fre- 
quenti di esasperazione che Minerbetti dava a Buona- 
parte, destarono in lui odio per questo sturbatore 
della quiete altrui , odio che lungamente frenato, 
scoppiò finalmente con tremenda vendetta. 

Alessandrina Acciajoli, l'ultimo Lunedì del Car- 
nevale 1529 stile fiorentino, dopo essere stata presso 
la sua amica Manetta De' Ricci, erasi condotta dalla 
via di Vacchereccia in Mercato Nuovo, con la deter- 
minazione di andare alla casa paterna nel Borgo SS. 
Apostoli. 

Sullo sbocco della via di Vacchereccia, o fosse 
caso o fissato, che io non saprei, si combinò con 
Giovanni Buonaparte, e seco lui unita, s'intratteneva 
ad osservare i drappi di seta ed i broccati esposti 
all'occhio dei passeggieri nelle botteghe di Mercato 
Nuovo e di via Por Santa Maria, più per consuetu- 

t. iv. 38 



— 1458 — 

dine che per speranza di vendita, in quei giorni pur 
troppo angosciosi e miseri per i Fiorentini. 

Devo avvertire, che per la pioggia caduta nella 
notte, le strade erano ripiene di pozze d'acqua e di 
fango; e devo ancora accennare un'usanza singolare 
praticata dalla gioventù fiorentina nel dopo pranzo 
delle giornate del Carnevale. 

I giovani, e particolarmente i nobili, uscivano in 
brigata dalle loro case travestiti e mascherati in mille 
guise, e portando ognuno un pallone gonfiato, si 
conducevano in Mercato Nuovo, in Mercato Vecchio 
ed in tutte le strade dove erano aperte le botteghe 
dei negozianti. Quivi dando di colpo ai palloni, me- 
scolandosi con gli altri cittadini e traendo loro ad- 
dosso i palloni medesimi, procuravano di metterli 
dentro nelle botteghe, affinchè i commercianti e gli 
artefici fossero costretti a licenziare i loro garzoni ed 
a serrare le botteghe, onde poi con le mogli e le 
figlie avessero agio di andare ai pubblici spassi, al 
giuoco del Calcio, alle mascherate e alle altre feste 
che si usavano nel Carnevale. Finché questa usanza 
stette nei limiti di semplice scherzo senza arrecare 
offesa e danno ad alcuno, il popolo rise, applau- 
dì, e nessun male ne successe. Ma un poco alla 
volta, non solo si usò il pallone non badando di 
scagliarlo intriso d'acqua e di fango sulle persone e 
sulle mercanzìe, sciupando i drappi e le stoffe, movendo 
risse, ma si praticò di portare mazzi di cenci intrisi 
nel fango delle vie e nei rigagnoli, e gettarli quindi 
nelle botteghe e sulle persone. Questo abuso produsse 



— 1459 — 

molte questioni, e gli Otto di Balìa ordinarono che 
niuno si attentasse di scagliare il pallone nei giorni 
di Carnevale prima delle ventidue ore, e prima che 
i trombetti del Comune fossero andati per le strade 
suonando le trombe, perchè i mercanti avvertiti ser- 
rassero le loro botteghe. Tanto inoltrò la cosa , 
che la gioventù non solo usava il pallone per le 
strade contro le botteghe e le persone che vi erano, 
ma ancora non vergognò d'inseguire i passeggieri e 
le donne nelle chiese e percuoterli con pallonate 
appresso agli altari (14). 

Avvertita questa usanza, ritorno alla mia storia. 

Dalla parte della via di Terma si sentirono delle 
voci: al pallone, al pallone, bada, bada, e nel tempo 
istesso proruppe nel Mercato Nuovo una brigata di 
giovani vestiti in strane guise, con maschere al volto, 
quale di smalto, quale di velluto, quale di panno in 
varj colori. Questa turba, girando a cerchio i palloni 
legati con cordicella, gli scagliava sopra le persone 
e sopra le robe in modo da irritare i più pacifici, 
lordando i volti, i vestiti, i drappi, e le botteghe con 
il fango e le immondizie raccolte dai palloni nei ri- 
gagnoli e nelle pozze della strada. 

La cosa tanto più sorprese, inquantochè nel de- 
corso di quel Carnevale nessuno aveva pensato ai 
divaghi ed al brio solito, e molto meno i Fiorentini 
vi pensavano in quel giorno, sì perchè le trombe 
non avevano avvertito al popolo essere permesso il 
pallone , sì perchè quella brigata era corsa nelle 
strade prima dell' ora stabilita , e finalmente più 
di tutto perchè ogni cittadino amareggiato dall'esito 



— UGO — 

della battaglia pochi giorni avanti infelicemente com- 
battuta, era esasperato ed afflitto ancora viepiù dalle 
notizie di Bologna, e dalla ostinazione della Signorìa 
e dei Dieci di non adottare i consigli di Niccolò 
Capponi. 

Un pallone lordo di fango andò a colpire il volto 
di Alessandrina Acciajoli. Giovanni Buonaparte distinse 
la mano che lo scagliò, non a caso, ma ad arte con 
tutta la mira possibile. Furente per l'insulto fatto 
accanto a lui alla sua amica, egli si slanciò nel 
gruppo dei mascherati, dietro il quale si era ascoso 
colui che aveva scagliato il pallone, ben distinto 
dagli altri dalla maschera di velluto mezza verde 
e mezza bianca. Giovanni potè arrivare a ghermirgli 
la maschera, e nel momento apparve scoperto il 
volto di Andrea Minerbetti. Difenditi vile marrano, 
esclamò Buonaparte, che già gli era addosso con la 
spada. Qui successe una baruffa; i mascherati, cac- 
ciati di sotto le vesti gli stiletti, si avventarono contro 
Giovanni io difesa del Minerbetti; egli valorosamente 
gli allontanava , frattanto che mille voci applaudivano 
al suo coraggio, e poche braccia si disponevano a 
soccorrerlo. La storia tra questi ultimi ricorda Nic- 
colò Del Vivaio (15), Luca Vespucci (16), Simone Del 
Guanto (17) e Niccolò Becchi (18) che a caso si tro- 
varono in quel luogo, che si azzuffarono irritati dal 
vedere la disuguaglianza della pugna. 

Chi fossero i cittadini mascherati, al di là di 
Andrea Minerbetti, non si conobbe nel punto della 
mischia vivissima e micidiale. Crebbero gli ajuti ai 
mascherati; crebbero del pari ai seguaci di Buona- 



— 1461 — 

parte; Minerbetti però cadde trafitto in mezzo al 
Mercato Nuovo, né Giovanni mancò di ferite, essendo 
intriso del proprio sangue. Le grida del popolo, il 
tumulto di chi andava e veniva, il serrare delle case 
e delle botteghe, in un momento sparse Y allarme per 
la città. Già molte voci gridavano: Palle, Palle, am- 
basciatori, Pace, Pace. Vi furono delle imprecazioni, 
degli evviva a Papa Clemente. Masse di artigiani si 
portarono a gridare sotto al palazzo de' Signori: Ab- 
basso il fallito, abbasso Carduccio. 

La Signoria avvertita del tumulto, mandò per 
sedarlo la guardia del palazzo. Se questa dissipò il 
vano attruppamento nella piazza de' Signori, non fece 
così su quella di Mercato Nuovo; perchè essendo la 
guardia composta di cittadini, prese parte nella mi- 
schia, combattendo in ajuto chi del parente, chi 
dell'amico, di modo che il tumulto e la pugna creb- 
bero grandemente. 

La Campana del popolo chiamò sotto le armi i 
cittadini de' Quartieri; accorsero in un momento Gio. 
Battista Del Bene (19) col Gonfalone di Lione d'oro, 
Piero di Poldo Pazzi col gonfalone della Vipera, 
Bernardo di Francesco Rinuccini con i seguaci del 
Carro (20). Non pertanto la zuffa proseguiva e si 
sbarravano e barricavano le strade intorno al Mercato 
Nuovo. Giovanni Buonaparte (21) con i suoi combatteva 
alla coscia del Ponte Vecchio dove erasi refugiato, 
e dove era stato raggiunto dal fratello Pier-Antonio 
e dai servi di sua casa; ma finalmente s'indusse ad 
abbandonare quel luogo. Sopraggiunse Stefano Co^ 
lonna, che, come comandante delle milizie cittadine. 



— 1462 — 

avvertito del tumulto, era sceso dal monte S. Miniato, 
e per la via de' Bardi venne alle spalle di Buonaparte 
e dei suoi compagni. Egli era stimato dalla gioventù, 
e potè ottenere che da quel lato si desistesse dalla 
pugna, e sotto scorta dei suoi seguaci mandò prigio- 
nieri al monte Giovanni Buonaparte, Niccolò Del Vivaio, 
Niccolò Becchi, Paolo Libri ed altri dei combattenti, 
che dichiararono di arrendersi a lui soltanto. 

Molti dei cittadini mascherati avevano perduta 
la maschera, e così tra loro apparvero Zanobi Signo- 
rini (22), Lorenzo Bracci (23), Baffaello Torrigiani, 
Raffaello Velluti, Carlo Federighi, Taddeo Guiducci (24) 
e vari altri che avevano riputazione di Palleschi. 

Finalmente si pervenne a dissipare l'attruppa- 
mento dei combattenti ed a sedare il tumulto. La 
quantità dei colpevoli lasciò per allora impunito 
quell'attentato, tanto più che molti opinarono, sotto 
quell'usanza del pallone esservi stato accosto il fine 
di muovere tumulto, onde spinge ad aprire le porte 
ai Medici. La cosa divenne probabile e quasi certa 
quando la sera stessa tra le schedole del Tamburo di 
S. Maria Novella ne fu trovata una che accusava 
Andrea Minerbetti e vari altri cittadini di macchina- 
zione a favore dei Medici. 

Giovanni Buonaparte e gli altri prigionieri stettero 
con Stefano Colonna sul monte S. Miniato, perchè 
gli Otto avevano ordinato il loro arresto se fossero 
scesi in città. Costassù i feriti sanarono delle loro 
piaghe, e tutti dedicarono la loro vita alla salute 
della città, difendendola da quel punto importantis- 
simo. 



— 1463 — 

Alessandrina Acciaioli spaurita perdurante il tu- 
multo, erasi refugiata nella casa paterna, e soltanto 
dopo alcune settimane si azzardò tornare alle case 
di suo marito. 

Questo tumulto aveva dato luogo alla Signorìa 
di conoscere palesemente il malcontento del pubblico, 
che pure non ignorava; onde Rinaldo Corsini e Lo- 
renzo Segni che altamente disapprovavano la deter- 
minazione del Governo di non trattare con Clemente 
VII, presero animo e si risolvettero di fare un tenta- 
tivo perchè si mandassero Ambasciatori per la pace 
al Pontefice. 

Più di Rinaldo Corsini, Lorenzo Segni, uomo di 
gran fede presso Niccolò Capponi, persona sincera, 
amatrice del pubblico bene, benché non intendesse a 
profondo le cose dello Stato, non discostava dal 
modo di pensare di Niccolò Capponi, ed il Popolo 
Fiorentino lo amava e stimava assai, tanto più che 
dopo la caduta e partenza di Niccolò lo ravvisava il 
sostegno del partito moderato. 

Tanto disse, tanto fece, che finalmente la Si- 
gnorìa ed i Dieci esternarono la risoluzione di man- 
dare ambasciatori al Papa, onde il tumulto si acquie- 
tasse. 

Il popolo credeva di avere ottenuto una vittoria, 
tanta letizia destò nei Fiorentini la risoluzione del 
Governo. Ma il popolo veniva ingannato crudelmente,* 
poiché quella risoluzione altro non era che polvere 
negli occhi per acquietare gli spiriti e per fare rica- 
dere a carico del Pontefice tutta l'odiosità delle 
angustie di Firenze; inquantochè si mandavano gli 



— 1464 — 

ambasciatori, ma senza mandato libero da potere 
trattare la pace. 

Penetrossi da Lorenzo Segni questa malizia, e 
con tutta franchezza volle che si discutesse nella 
pratica sul mandato libero agli ambasciatori. Il sep- 
pero i Libertini più fanatici, e per impedire questa 
risoluzione, che al certo avrebbe fatto terminare la 
guerra ed il loro impero, risolverono d'impedire che 
Lorenzo Segni andasse a fare la proposta nella pratica 
dei Signori. 

Dante da Castiglione, i suoi fratelli, Giovanni 
Rignadori e Gio. Battista Busini vedendo il Segni che 
si avviava al palazzo dei Signori, armati lo minac- 
ciarono di ammazzarlo se più avesse parlato d'amba- 
sciata al Papa e di libero mandato, dicendogli, che 
volevano quel governo a dispetto del suo consiglio. 
Lorenzo Segni rispose: che non sapeva cosa volessero 
dire, e che sempre lui direbbe ciò che gli faceva 
soddisfare al debito di buon cittadino. Si trovarono 
presenti molti a questo tratto straordinario e tiran- 
nico, tra quali Donato Giannotti (25), Giorgio Gua- 
dagnoli (26) e Francesco Tempi (27) che si frapposero, 
onde il Segni non fosse ferito da quei furibondi. 

Radunatasi la Signorìa nella sala d' Udienza , 
presenti i Magistrati e molti cittadini quivi adunati, 
Lorenzo Segni così ragionò: Penso, magnifico Gonfa- 
loniere e Signori Eccellentissimi, che tutti abbiale 
potuto sentire quello che poco fa mi è accaduto, 
cioè che Dante da Castiglione e certi altri che voi 
ben sapete chi essi siano mi hanno minacciato e 
proibito che io non parli più quanto io sento in 






— 14G5 — 

servizio di questa Repubblica. Né io sono venuto qui 
alla vostra presenza, perchè spaurito da loro vi chiegga 
giustizia, ricercando che con notabile esempio si 
vendichi da voi così grande ingiuria; ma bene di 
avvertirvi con ogni modestia quanto simili usanze si 
disconvengono in questa città, che fa professione di 
essere libera, e che per la libertà mantenere mette 
in Fovina la roba e la salute universale d'ogni gente. 
Non sono i modi tenuti questa mattina contro di me 
da cittadini liberi, ma da espressi tiranni partigiani, 
e che desiderano per una sola parte il ben pubblico. 
Conciossiachè, dove i cittadini domandati del loro 
parere non possono dirlo liberamente, quivi non può 
chiamarsi vivere libero, ma deve chiamarsi Stato 
assoluto, particolare, e che si mantiene con violenza. 
A me poco importa come s'abbia a ire la mia vita, 
perchè io so bene in nessuna altra impresa che per 
salute della patria poterla spendere, e così la morte 
sarà per riuscirmi più gloriosa e più degna di lode. 
Ma ben m'importa e duole di vedere, se questi modi 
seguiteranno, che non vi sarà più cittadino che si 
metta a rischio per salute del Pubblico. Né si potrà 
dire che in questa città si viva più liberi, dappoiché 
l'autorità di questa Repubblica è ridotta in potere 
di sì pochi rabbiosi, piuttosto che forti partigiani, di 
giovani incivili rapaci e ingiusti; la qual cosa certa- 
mente vituperosa, non tanto mi duole, quanto mi 
maraviglio che la sia sopportata più tempo. Lorenzo 
Segui voleva seguitare, ma il Gonfaloniere fe'cenno 
che egli si ritirasse. Allora in consiglio fu detto, che 
se non si riparava a quel disordine, ninno dei citta- 

T. IV. 3 9 



— ii66 — 

dini chiamato che fosse per dare il suo parere, vi 
comparirebbe; ma il Gonfaloniere fece intendere che 
non conveniva dare punizione di una cosa, che seb- 
bene sembrasse un fallo, pure represso, era lo stesso 
che perdere lo stato presente. Quindi richiamato Lo- 
renzo Segni, e scusato con l'irreflessione giovanile 
queir avvenimento, fu invitato a dire ciò che credesse 
consigliare sulla ambascerìa al Pontefice. 

Lorenzo allora espose le ragioni tutte che nello 
stato delle cose esigevano che si desse agli ambascia- 
tori il mandato libero per trattare l'accordo con 
Clemente VII. 

Ma in quella pratica sedeva Bernardo da Casti- 
glione, uno dei più vecchi e fanatici Liberali. Questi, 
pieno di sdegno contro il Segni, interrompendolo 
prese a dire: Se per Taddietro fosse stato creduto a 
me ed agli altri che sono del mio animo, forse che 
questo giorno non avremmo a combattere, se si 
debba perdere o non perdere questa libertà. Poiché 
se ci fussimo vendicati arditamente contro alle cose, 
alla vita, ed alla roba de'nostri nemici, noi non 
avremmo oggi tanta paura di loro in questi travagli, 
nò il Papa, confidando in questi scellerati cittadini, 
avrebbe mosso la guerra per rimetter sé e loro nel- 
l'antica tirannide. La quale non piaccia a Dio che ci 
rovini addosso, ma piuttosto c'intervenga come ai 
Saguntini, anziché ci rimettiamo sotto il crudel giogo 
di servitù. Io non posso negare, che noi ci troviamo 
in partiti scarsi e pericolosi: ma quando io considero, 
che i virtuosi fatti hanno avuto sempre gran difficoltà 
nei principj, non mi conturbo di sorta e conservo 



— 1467 — 

ancora viva speranza, che riaperte le strade anguste 
ed aspre, noi abbiamo ancora a potere risorgere 
ne' luoghi sicuri e pieni di dolcezza e contento. Né 
mai ci sarà paruto dolce questo vivere libero, se non 
quando, sopportati per mantenerlo infiniti mali e 
danni, lo potremo noi fruire senza alcuna paura. 

Vienci ad offendere ingiustamente il Papa, Vicario 
di Dio e cittadino nostro, circondandoci di armati per 
toglierci la libertà nostra.Yiene con armi dell'Imperatore 
co'Capitani Cesarei, con tutti quelli apparati di guerra, 
dai quali ha veduto con gli occhi suoi distruggere la 
città di Roma, acciocché, non sazio delle crudeltà 
sofferte da quella città, possa sfogar meglio la rab- 
biosa sua voglia in rovinare il nostro Dominio, in 
ardere quanto contiene, e distruggere affatto la città 
nostra. Sia con Dio: né altro già s'aspetti da uno 
che non sa che cosa sia umanità, civiltà, o leggi 
divine, o ragioni umane. Abbiasi a fare con costui, 
che sebben tiene la Sede ed il grado Santo, è pure 
in tutto lontano per ogni costume dal nome che tiene 
falsamente, essendo in verità più simile a Siila, a 
Tiberio ed a Nerone tiranni atrocissimi, che a giustis- 
simi Re e Pontefici santissimi. 

Ma veggiamo se possiamo resistere umanamente 
alle forze sue, discorrendo i presenti tempi. Sono 
dunque contro noi le forze Imperiali del Viceré di 
Napoli e quelle che tumultuariamente ha fatto il Papa; 
abbiamo l'Imperatore collegato con lui, e che ha 
pattuito seco di rimetterlo in Firenze Signore; ab- 
biamo l'esercito Francese che era in Lombardia 
rovinato; abbiamo un accordo fatto a Cambray, so- 



_ 1468 — 

spetto alla nostra salute; abbiamo un assedio con 
tutte le sue miserie. E queste sono quelle cose che 
ragionevolmente ci fanno paura, ed a voi tanto più, 
quanto più lungo tempo siamo stati senza aver guerra 
nei nostri confini. 

Ma rivolgiamoci colla ragione dall'altra banda, 
e consideriamo, che il Re di Francia non è mai per 
abbandonarci, che i Veneziani nostri amici hanno gli 
eserciti in essere. Quanto all'accordo di Cambray, non 
si sa nulla di certo, e come di cosa incerta parlando, 
in che modo si debbe stimare che il Re Francesco 
possa con giustizia alcuna o con onor suo o utile 
lasciare l'Italia e Firenze a discrezione dell'Impera- 
tore, ove in che modo è da immaginarsi che renda 
questo governo libero in preda alla casa dei Medici? 
Io tengo per certo, né mi fondo su vane persuasioni, 
che il Re debba lasciar perdere prima una parte del 
Regno di Francia, che patire che questa Repubblica 
diminuisca in parte la sua libertà. Purché noi prose- 
guiamo in qualche resistenza non mancherà, crede- 
temi, Sua Maestà d'ajutarci per mare e per terra. 
Che se l'Imperatore è armato, se siamo assediati, che 
genti sono queste? Gente collettizia, scalza e bisognosa 
veramente di tutto, e non la vedete qui intorno a 
noi senza armi, senza virtù? Mancano loro denari; 
Cesare circondato da pericoli parte d'Italia per la 
necessità di rivolgersi contro Solimano, il quale già 
avendo dal suo Ruda, e rotto Giovanni Sepusio Vaj- 
voda in quel regno suo collegato, gli viene ad as- 
saltare Vienna. Qui è l'intento della guerra, qui è 
dove Cesare deve opporsi, qui deve impiegare tutta 



— 1469 — 

la sua forza se vuol mantenere la riputazione e 'I 
suo grado, e non debbe consumare il tempo in far 
grande un suo nemico, acciocché possa vendicarsi 
contro di lui delle ricevute ingiurie. 

Discorriamo le cose nostre, e che dipendono tutte 
da noi. Onde abbiamo noi tanto spavento, per cui ci 
paja essere forza rimetterci in mano de' nostri nemici? 
Non abbiamo noi nove o dieci mila fanti pagati de'mi- 
gliori d Italia? Non abbiamo noi Malatesta Baglioni e 
Stefano Colonna capitani eccellentissimi? Non abbiamo 
noi la città nostra fortiGcata, bastionata benissimo? 
Non ci sono artiglierìe e munizioni sufficienti per 
difenderci dalla forza di un esercito? La gioventù non 
è prontissima a difendere la patria libertà e la nostra 
salute? Ripigliamo però l'animo forte; ricordiamoci 
che il Savonarola, uomo divino, ha profetato e pre- 
detto: che questa Repubblica ha da vivere e preva- 
lere contro a tiranni e contro ai loro seguaci, e che 
sebbene tutto il mondo ci cingesse le mura d'intorno, 
gli Angioli e Dio difenderanno questa patria e la 
manterranno libera a dispetto di tutte le forze umane. 

Su quali buoni avvisi concludo, che non si man- 
dino ambasciatori al Papa per non indebolire i nostri 
amici, o che si mandino in questo modo prescritti, 
cioè, che in parte alcuna non debbano alterare questo 
Governo. 

Il discorso del Castiglione fece impressione sol- 
tanto in coloro che si volevano illudere sulla vera 
posizione delle cose da lui riandate; ma Lorenzo Segni 
che le vedeva con la mente priva d'ambizione, si 
rizzò, e rispose nel seguente modo: 



— 1470 — 

Quanto io ami la patria mia, mi sia oggi in gran 
segno la deliberazione fatta da me, di posporre per 
cagione della sua salute l'estimazione della mia sin- 
cera fama ed ottima mente in verso la libertà, ed il 
pericolo nel quale incorro per dire il mio consiglio 
alla sicurezza e salute sua. Perchè dicendo quelle cose 
che dispiaceranno a'favoriti dei Libertini, mi veggio 
venire in sospetto o di poco fedele di questo governo, 
o di non amico di loro, che fanno professione sopra 
lutti di essere alla libertà amicissimi. 

Bernardo da Castiglione, certo magnificamente 
ha parlato in favore di questa Repubblica, confortando 
a mantenerla libera e non dare il mandato libero agli 
ambasciatori destinati al Papa: come quelli che ma- 
nifestamente dubita o di non perderla, o di non 
l'indebolir di troppo. Al quale io in contrario rispondo 
(io che mi tengo al par di lui e di qualsivoglia citta- 
dino pietosissimo inverso la patria) che nessun altro 
mezzo in questo punto è più comodo, né più destro 
a' nostri bisogni, che far tutto l'opposto. 

Ed avendo chiamato Dio in testimonio e la pas- 
sata mia vita, che quello che dirò, sarà detto di 
cuore per la sola carità in verso la Repubblica, e 
senza alcuna espettazione di benefizj , o speranza di 
conciliarmi uomini potenti: dico che si debba, e con 
ogni maggiore prestezza, mandare ambasciatori al 
Papa. Né solamente dico che debbano mandarsi, ma 
che di più sia dato loro il mandato libero di potere 
interamente accordare con lui, senza eccezione di 
libertà , od altro punto riserbato all' arbitrio no- 
stro. 



— 1471 — 

Vuoi tu dunque che si debba mutare il presente 
Stato? consigli tu la tua patria che di libera si faccia 
serva? sia lontano da me questo concetto, e più 
lontano sia dalla patria l'effetto che potesse nascere 
per simile cagione. Non dico io, né consiglio che si 
debba mutare il governo presente; ma dico e consiglio 
che agli ambasciatori si debba dare il mandato libero 
senza riserbo ed assoluto del tutto. Confermo il mio 
detto con quello degli ambasciatori mandati appresso 
Cesare, i quali riferiscono, che bisogna convenire col 
Papa se vogliamo aver pace; né si discordano da 
quello che è a Roma, il quale scrive affermando, che 
il Papa vuole con noi l'onor suo e mantenerci liberi. 
Concordo finalmente con tutto il mondo, fuorché con 
Bernardo Castiglione, che grida non bisognare ricor- 
rere al Papa se vogliamo mantenerci salvi. 

Che dunque sia mai sì pericoloso consiglio in 
danno di questa Repubblica, se daremo libero questo 
mandato, se daremo al Papa questa soddisfazione che 
ei tanto desidera, se mostreremo di volere avere 
grado con seco di questo benefizio ? fia che egli 
chiederà alla città che si disarmi delle armi forestiere? 
Vorrà che ella si spogli delle armi civili? Ricercherà 
che la libertà nostra resti soggetta? Non fia nò, non 
fia, perchè se questo credesse il Papa di ottenere da 
noi, mostrerebbe anco di non essere molto saggio. Anzi 
piuttosto interverrà il contrario, ed in questo credo 
che si aggirino i suoi pensieri, cioè, che veduta la 
difficoltà di rimutar questa libertà e la voglia unita 
del popolo che la desidera, s'ingegnerà di mostrarsene 
almeno contento e soddisfarassi dell'esserne in qualche 



— 1472 — 

parte ancor egli l'autore, siccome egli sarebbe, per 
dire il vero, liberandoci da sì soprastante pericolo e 
contentandosi di qualche condizione comportabile. Ma 
quando altrimenti fosse, e che i fatti nello stringere 
l'accordo non convenissero con le parole, ditemi di 
grazia, da che stretto nodo sareste legati che da poi 
non possiate disciorvi dalle condizioni dure e ritirarvi 
dai patti offensivi, non essendo dal canto suo mante- 
nuta la fama, onde ei fa risuonar per tutto di voler 
che la città viva libera? Dirà qui forse uno: a che 
fine si debbe dare il mandato libero, e non si debbe 
nondimeno osservare in altro caso che in restando 
liberi e con tal condizione? Debbesi dare, a giudizio 
mio per questa ragione, perchè in tal modo scoprendo 
appieno la mente del Papa, se la vedremo finta e 
nemica alla libertà nostra, avremo con i Principi e 
cogli altri Stati una grande escusazione. Onde ancora 
forse quelli che favoriscono il Papa, intendendo le 
sue ingiuste voglie, si moveranno a prestarci ajuto, 
conoscendo non essere vero il carico dato a questa 
Piepubblica, cioè: che ella non vuol tener conto di 
lui, che da tutti i Principi è onorato; che noi vogliamo 
ritenere l'entrate della sua famiglia per servirsene nei 
nostri bisogni; che noi vogliamo privare gli antichi 
suoi benemeriti della città de' segni onorati posti 
ne' Templi, ne' Sepolcri per l'invidia della loro mag- 
gioranza; che vogliamo ritenergli la sua nipote come 
ingiusti ed inimici di quella innocente e nata di real 
sangue; ed insomma che noi vogliamo notare i suoi 
nipoti come ribelli ed inimici della Repubblica, com- 
portandoci da arrabbiati nemici di chi mai ci ha offesi. 



— 1473 — 

Ma sarà manifesto a tutto il mondo, che il Papa da 
noi non voleva altro che la libertà, né altro cercava 
che farci servi. Queste cose adunque scoperte, ci 
faranno più uniti nei nostri consigli, più animosi a 
difenderci, come quelli che potremo molto sperare, 
e molto più essere meritevoli degli ajuti divini ed 
umani. 

Io conosco bene , che più onorevol consiglio 
sarebbe a far dimostrare a questa città un animo 
intrepido e che a nulla volesse cedere. Ma non mi è 
ancora nascosto quanto sarebbe stato meglio innanzi 
a questi tempi avere accordato con Cesare, quando 
potevamo con condizioni onestissime, e quando dagli 
amatori di questa Repubblica vi eravamo spinti con 
molte ragioni. Perchè non saremmo costretti a deli- 
berare della nostra salute, quando l'Imperatore è 
accordato col Papa, quando egli è in Italia, quando 
egli è armato, quando ci cinge di duro assedio, quando 
il Re di Francia non ci ajuta, quando egli stesso è 
accordatosi e lasciatosi a discrezione, quando non 
abbiamo fortezza che vaglia né di soldati, nò di for- 
tificazione di muraglia, e quando la peste, la fame, la 
discordia e la guerra tolgono ogni bene, ogni salute 
alla Patria nostra. Che per dire il vero chi si conduce 
dove noi, non può pigliare i primi partiti belli e del 
tutto sicuri, ma gli conviene pigliare i secondi, che 
sieno men brutti, e dove in qualche parte si scampino 
i grandi pericoli. 

Quale è, cittadini prestantissimi, la speranza che 
ci resta a poterci difendere dal Pontefice e dall'Im- 
peratore. Che il Pontefice sia uso a perdere. Ma Ce- 

T. IV. 4° 



— 1474 — 

sare che è uso a vincere non supplirà e non supplisce 
di fatto a questo difetto? Che l'Imperatore non abbia 
ad osservare i patti fatti al Pontefice, e piuttosto 
voglia prendere noi liberi per amici e lasciar il Papa 
negletto. Ma questo è il contrario, ed i fatti istessi 
non vel dimostrano falsissimo? 

Frattanto la città nostra cinta da si duro e ter- 
ribile assedio spera forse di vincere gli assedianti 
sull'esempio di molte città dei tempi antichi, di Na- 
poli, di Pavia? Ah non c'illudiamo, poiché se misu- 
reremo le nostre forze fondate sull'armi d'altri, se 
la nostra consuetudine avvezza ad ogni altro mestiero, 
se i Capitani che ci hanno a guardare appena cono- 
sciuti da noi, nò non avremo questa speranza: anzi 
all'incontro saremo più timidi quanto più incalzi il 
pericolo nostro. E già lo vedete cosa è la generalità 
del popolo ora che siamo circondati d'armi sfoderate 
contro il nostro capo. Conciosiacosachè i mercenarj 
non mettono l'animo, ma tolgono la roba de' citta- 
dini; e i Capitani che male abbiano guardata la casa 
loro, possono men bene difendere l'altrui; e tanto più 
quelli che usi a tiranneggiare la loro Patria, non 
sappiano quanta forza abbia l'amor della libertà per 
difenderla in casa altrui. 

Queste cose tutte avvertendo, non vogliate piut- 
tosto attendere in questo consiglio alle speciose pro- 
poste e che appariscono ripiene di 'gloria, che alle 
vere e certe che sono lontane da ogni vanità. Con- 
siderate vi prego (e riducetevi a mente tutti i danni 
che dovete temere e che angustiano già la città non 
pigliando questo consiglio ) all' atrocissima servitù 



— 1475 — 

nella quale metterete la Patria vostra, se rimanete 
perdenti. Perchè, se altra volta eravate assuefatti a 
portare un giogo non incomportabile, espugnati per 
forza d'arme, aggiugnerete alla Patria vostra una 
servitù atrocissima. Perchè agli sfrenati cavalli rifug- 
giti dalle custodie, quando poi sono ridotti in poter 
dell'uomo, si mettono più duri morsi: e alle rigogliose 
spighe fuori del debito tempo, colla falce si toglie la 
speranza. Non vi fidate in quell'ultimo ajuto allegato 
delia profezìa, e dei miracoli divini che debbono libe- 
rare questa Patria: perchè noi non dobbiamo essere 
così stolti in reputare questa nostra presente e pas- 
sata vita atta a meritarci da Dio grazie concedute 
pochissime volte. Anzi piuttosto riconoscendoci ed 
umiliandoci, pensiamo che le Profezìe non s'intendono 
se non da chi ha il medesimo lume profetico, e che 
l'usare la ragione umana sia la vera scorta che Dio 
ci abbia dato per farci salvi. 

Deh! mettetevi innanzi agli occhi il Dominio perduto, 
distrutto e condotto agli estremi danni; qua dentro 
nella città le calamità, gli stenti, i pericoli conse- 
guenze della guerra, senza il pensiero della atrocis- 
sima servitù che perdendola vi verrà addosso, se 
pienamente non acconsentirete a' consigli, che presi 
da voi potrebbero ancora arrecarvi salute. 

Non fu nessuno nella pratica, che non acconsen- 
tisse in cuore alla proposta di Lorenzo Segni; di 
modo che il Gonfaloniere si trovò costretto contro 
sua voglia di mandare ai voti il partito: se si 
dovessero inviare gli ambasciatori con libero man- 
dato. 










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— 1477 — 

insinuazioni di Girolami. Giunti a Castelnuovo di 
Garfagnana, gli comparvero d'avanti Michelangiolo 
Buonarroti e Rinaldo Corsini come svaligiati ed in 
guisa di fuggitivi, i quali, per la cagione che dirò in 
seguito, partiti da Firenze in quel tumulto dell'assedio, 
affezionatissimi come erano alla libertà della Patria, 
raccontarono a Niccolò la risoluzione presa dalla 
pratica di fare l'accordo, e la ostinazione del Gonfa- 
loniere che non aveva voluto osservare i decreti e le 
deliberazioni di essa; concludevano che gli pareva un 
miracolo che Firenze non andasse a sacco. 

A tale avviso Niccolò Capponi messe un alto 
grido, e rivolgendosi a Matteo Strozzi disse: Andiamne 
Matteo, che io vo vedere s'io saprò far nulla, perchè 
la mia città non rovini a posta di pareccchi sciagu- 
rati falliti, e che con tirannico modo han trapassato 
l'ordine di tutte le leggi ed usurpatasi l'autorità di 
quel popolo. 

Così però entrato in una bestialissima collera, fu 
la notte assalito dalla febbre, che ritrovandolo afflitto, 
incollerito, sbattuto, aggravò viepiù il malore. Questo 
gran cittadino, angustiato da malattìa violenta per 
sette giorni, non potendo salvare la Patria che sin- 
ceramente amava, esclamando di continuo: dove 
abbiamo noi condotto questa misera patria! morì di 
dolore nella età di anni cinquantasei; uomo preclaro 
e quasi l'unico che veramente amasse la patria sua 
ed il bene universale (28)! 

Andarono gli ambasciatori a Bologna ed erano 
stati scelti tra i più fanatici liberali, cioè Andrevolo 
Niccolini, Luigi Soderini e Jacopo Guicciardini (29). 



— 1478 — 

Presentati al Pontefice, egli si stupì nel sentire, 
che non avevano alcun mandato da trattare, e che 
soltanto venivano a lui per sapere cosa volesse dai 
Fiorentini. 

Clemente si sdegnò di simile contegno, che in 
vero si poteva ravvisare come un nuovo insulto, ed 
esclamò, che Firenze aveva perso il suo senno, se a 
lui mandava cittadini dappoco, come erano quelli 
inviati. Come a Firenze in quel punto, non mai fu 
fatta più vera applicazione della notissima sentenza: 
che quando il Cielo ha destinato di spingere un popolo 
nella sua rovina, toglie il senno a chi lo governa. 

Pure Clemente volle ascoltare quella ambascerìa 
senza commissione. 

Stava il Papa in un magnifico gabinetto, assiso 
sopra una sedia a braccioli foderata di velluto cre- 
misi fermato con bullettoni dorati con i piedi sopra 
un guanciale foderato pure di velluto. Vestiva una 
cappa bianca, con mozzetta rossa soppannata di pelle 
bianchissima, ed aveva in capo una berretta di simile 
colore e roba, chiamata callotta. Accanto a lui, sopra 
tavola, posava un Crocifisso lavoro finissimo, ed un 
Messale con fermagli d'argento cesellati da Benvenuto 
Cellini, il cui interno era ripieno di bellissime minia- 
ture lavorate dai monaci degli Angioli di Firenze 
unici in simili pitture. 

Sopra un'altra tavola, parimente coperta con 
tappeto, vi era un singolarissimo modello di Firenze, 
formato di sughero, esteso per quattro braccia. 

E su questo lavoro devo avvertire, che Papa 
Clemente ansioso di avere solt' occhio la precisa 



— 1479 — 

situazione delle fabbriche di Firenze e dei contorni 
della città per dare gli opportuni ordini al Generale 
del suo esercito, die commissione segreta a Lorenzo 
della Volpaja eccellente maestro nel levar piante, e 
al Tribolo di formare la pianta della città e contorni 
di Firenze. Questi artisti, di notte tempo, con i ne- 
cessarj strumenti eseguirono la commissione misu- 
rando le strade, le torri, le case, tutto insomma, e 
quindi, formata la pianta prima con l'inchiostro, ne 
fecero poi un modello di sughero diviso in più pezzi 
da riunirsi, e con segretezza lo portarono al Pontefice. 
Clemente trasportava per tutto seco questo modello, 
e così, come se fosse stato sulla faccia del luogo, 
veniva in piena cognizione di tutte le mosse di 
queir assedio , delle quali giornalmente per lettera 
veniva istruito. 

Presentati gli ambasciatori al Pontefice, Jacopo 
Guicciardini ebbe la parola. È da sapersi che costui, 
alla più esaltata idea della libertà , univa anche 
un ardire pari al suo fanatismo, ed era per l'appunto 
il contrapposto di Francesco Guicciardini lo Storico, 
notissimo per il suo genio al dispotismo, e che per 
essere stato il gran sgabello del Trono Mediceo, si 
meritò il sopra-nome di Messer Cerrettieri molto di- 
sonorevole, dovendo egli sentire l'odiosità del con- 
fronto fatto di lui con Messer Cerrettieri Visdomini 
fautore del Duca di Atene. 

Conoscendosi dai Governatori di Firenze l'umore 
di Jacopo Guicciardini, erano sicuri che, se con 
l'ambasciata il popolo si acquietava per la speranza 
della pace, essi sapevano che appunto dalla amba- 



— 1480 — 

scoria stessa sorgerebbe motivo di continuare la 
guerra. 

Guicciardini parlò al Papa nel seguente modo: 
Poiché la Repubblica nostra, Padre Santo, non ha 
potuto sperare alcuna mercede da te per liberarsi da 
sì gravi danni che gli fa intorno l'esercito tuo, ci 
ha commesso che facciamo intendere alla Santità tua, 
come l'è in tutto deliberata di mantenere la sua 
libertà fino alla morte. E poiché in così giustissima 
causa non può trovar pietà né appresso di te, né 
appresso di Cesare, come si converrebbe nel Vicario 
di Cristo, e nel Principe dell'Impero Cristiano, ricorre 
al trono della Maestà Divina, e la supplica, che viste 
le ragioni dell'una e dell'altra parte, dia di noi quel 
giudizio, che veramente sia giusto, e che debba ri- 
tornare in sua gloria. Sappiamo che nella difesa che 
fa la città, la quale è pur tua patria, difende in 
prima la libertà, dono dato da Dio ai mortali pef il 
più bello ed il più maraviglioso che egli abbia mai 
conceduto dopo la vita. Di poi vi si difende la roba, 
i figliuoli, la Religione, cose carissime e preziose, le 
quali dal tuo esercito, composto di barbare nazioni 
e nemiche d'ogni giustizia ci sono consumate in parte, 
in parte ammazzate e parte messe in gran compro- 
messo, senza scorgersi in te, non dico un'ombra di 
misericordia, anzi scorgendosi in te ognora più una 
grandissima crudeltà verso di lei, nella quale nato, 
allevato, onorato e per suo mezzo condotto in così 
alto grado, quale tu siei. Dalla pietà di questa, con- 
dotta in tante miserie, se non ti muovi, qual cosa 
tanto più ti muoverà mai a misericordia? Dal crudo 



— 1481 — 

spettacolo di questa che si dimostra lacerata e di- 
strutta in ogni sua parte, se non abborri, da che 
spaventoso mostro e da che orribil furia puoi essere 
messo in timore o in pentimento? Non posso, rimet- 
tendomi nella memoria i crudi strazj che quella Patria 
afflitta patisce contenere il pianto, e non dirompermi 
in tal maniera nelle lacrime che più non posso, non 
dico parlare, ma sostenere questa infelicissima vita. 

E tu Padre Santo, che tieni in terra il luogo del 
Redentore dell'Universo, non ti commuoverai e non 
comanderai all'esercito, che lasci stare quella Patria 
e che più non l'affligga con tanta rovina! La quale, 
se pure ha errato per colpa di certi che, forse troppo 
gelosi della sua libertà, non le hanno lasciato fare il 
suo debito verso di te, ha pure in questo ben fatto, 
ch'ella vuol essere libera, né può più patire il giogo 
della servitù 

Che giogo, che servitù (l'interruppe Papa Cle- 
mente, il quale, nel sentire così strano ed insultante 
discorso, fu in prima sorpreso e quindi scuotendo 
tutta la persona sulla sedia, acceso il volto dalla col- 
lera, con tutti i segni di veemente indignazione, troncò 
quella stranissima arringa ) , che schiavitù andate 
fantasticando, ribaldi, forsennati che siete! Rimpro- 
verate voi stessi, scellerati, dei mali che provate. A 
me duole che le miserie cadano sopra la moltitudine 
del popolo innocente e non sopra quei pochi ribaldi 
arrabbiati impotenti difensori d'una tirannica licenza- 
e non già della vera libertà. 

T. IV. fi 



— 1482 — 

Voi, e non io, togliete realmente la libertà alla 
Patria mia, opprimendola con la più insoffribile servi- 
tù, nel mentre che osate imputare a me di opprimerla. 

Io ben so quello che si conviene di fare, né mai 
sognai ridurre la Patria in servitù. Anzi i tiranni ed 
empj siete voi, che sotto il nome di libertà le avete 
imposto un giogo insopportabile. Parvi libertà quella 
dove sotto il nome del Popolo, cacciati i più ed i 
migliori cittadini dagli uffìzi è ridotta 1' autorità pub- 
blica in pochi arrabbiali senza gradi, senza onori? 
Parvi libertà quella dove senza cagione parte dei 
cittadini s'imprigiona, molti più si perseguitano, alcuni 
si mettono a crudelissime morti? Pajonvi modi civili 
ardere i palazzi dei cittadini, dei Salviali a Montughi. 
i miei di Cajano, di Fiesole e di Careggi, devastare 
tutte le fabbriche che facevano corona a Firenze? 
Parvi carità di patria il proporre in consiglio di spia- 
nare i miei palazzi e Firenze ancora a vituperio dei 
Medici? Onesto e moderato vivere vi sembra quello 
della città, dove i più tristi non solo senza pena, ma 
anzi premiati, penetrano nei Templi di Dio, riducono 
in pezzi le immagini votive mie e dei miei maggiori? 
dove sono accusato per tamburazione, e chiamato 
ribelle? dove me Vicario di Cristo, con abiti pontifi- 
cali dipingono impiccato nel mio palazzo? dove si 
rubano le mie entrate e degli onesti cittadini, si ven- 
dono i beni de' monasteri, delle chiese, delle Arti? 
dove si atterrano i templi, i conventi, si spogliano 
gli altari de' loro voti e ricchezze? dove si propone 
d' esporre al postribolo la mia nipote? 



— 1483 — 

E andate, ribaldi, non vi manda la mia Firenze, 
ma quella mano d' iniqui che prevalsa, tirannicamente 
la governa. 

Io, io, e non voi, amo la patria, io amo Firenze, 
ed io la libererò dalia vostra tirannia. 

Tutto il Contado Fiorentino è in mio potere, è 
governato da' miei Commissari; ebbene, ho io variato 
il suo regime? 

Firenze sia libera, i Medici, quali cittadini vi 
stiano e siano alla pari degli altri onorati delle pub- 
bliche cariche. Questo è ciò che voglio, e non altro. — 

Gli Ambasciatori, piuttosto scacciati (dai Monsi- 
gnori Paolo Nomi (30) e Giuliano Del Benino (31) e 
dal Cardinal Salviati assistenti al Pontefice) che li- 
cenziati dalla presenza del Papa, ritornarono in Fi- 
renze, passando fra i nemici con il salvacondotto per 
diritto delle genti concesso sempre a chi riveste una 
tal qualità. Riferirono alla Signorìa le parole del Pon- 
tefice, ma il Popolo nulla ne penetrò. 

Tali proposte, ancorché si vedessero sotto appa- 
rente moderazione nascondere appetiti ingiusti, pure 
avrebbero fatto cessare la guerra ed il potere di chi 
usurpava ogni autorità; bisognava nasconderle, ed al 
contrario spandersi ad arte, che il Papa voleva la 
resa della città a discrezione sua. Così non più si di- 
scorse di pace. 



NOTIZIE 



(1) J? inora quando si è parlalo della famiglia Castellani 
si è costumato di rifondere in una sola tutte le onori- 
ficenze profuse a quattro casate di questo nome che 
furono anticamente in Firenze. Per esempio alcuni Ca- 
stellani che abitarono nel sestiere di S. Pancrazio ebbero 
Tano di M. Banco Priore nel 1317 e 1320: i Castel- 
lani del quartier S. Croce Gonf. Carro dettero alla Re- 
pubblica Bencivenni di Zanobi pannajolo Priore nel 1353: 
ed i Castellani che a distinzione degli altri si dissero 
Galigai, dalla professione da essi esercitata, ottennero 
sei volte il Priorato tra il 1344 ed il 1425. La loro 
arme fu una stella d' oro in mezzo al campo turchino 
avente due stelle d'argento ai lati ed una al di sotto, 
e col capo dello scudo caricato del lambello e dei gigli 
d'Anjou. 

Certamente in pregj storici e a tutte le rammentate 
superiore la famiglia de' Castellani, così denominata dalla 
custodia che aveva del castello di Allafronte, forse da 
Allafronle di Giuseppe loro progenitore così denominato, 
e posto ad una delle estremità dell'antica Firenze. Vanni 
di scr Lotto fu il primo dei Priori di questa casa nel 
1326, ed Iacopo di Bernardo ne fu il trigesimo nono 
nel 1531. II Gonfalonierato di giustizia fu per nove 



— 1485 — 

volte conferito ai Castellani, eome pure conseguirono 
tutte le altre più illustri dignità che distinsero le altre 
più nobili casate della città. Michele di Vanni fu nel 
1365 mandato a Siena per concludere cogli Ambascia- 
tori del Papa, della Regina di Napoli e di molti mu- 
nicipi Italiani una lega per reprimere l' ardire delle 
bande di ventura. Fu oratore al Pontefice a Viterbo nel 
1367, e nel 1376 a Gregorio XI ad Avignone, quindi 
tornò allo stesso Pontefice a Roma nel 1377 per trattar 
secoiui la pace e chiedere per la Repubblica Fiorentina 
l' assoluzione dalle censure. M. Lotto suo fratello fu 
mandalo in ambascerìa al Pontefice a Perugia nel 1387, 
quindi a Venezia per essere mediatore di una pace tra 
quella Repubblica ed il Signore di Padova. M. Vanni 
di Michele fu cittadino libéralissimo verso la patria e 
per solenne decreto armato Cavaliere nel 1385. Nel- 
T anno medesimo fu spedito in qualità di Commissario 
nel territorio Aretino per ricuperare alcune castella che 
nella passata guerra erano state tolte al Comune; nel 1408 
fu Ambasciatore al Re di Napoli: nel 1410 a Giovanni 
XXIII per prestargli obbedienza, e nel 1414 fu mandato 
a prender possesso di Cortona in quell' anno dal Re 
Ladislao di Napoli venduta ai Fiorentini. Matteo di Mi- 
chele molto si adoprò nelle guerre di Pisa, e nel solenne 
ingresso in quella città nel 1405 portò l'insegna di 
parte Guelfa. Sostenne innumerevoli ambascerìe tra le 
quali una al Pontefice nel 1413, ed altra nel 1415 al 
Re di Napoli che volle di sua mano armarlo Cavaliere. 
Alla sua morte nel 1429 fu onorato di splendidissimi 
funerali e tutti i Magistrati accompagnarono il suo 
cadavere in S. Croce. Nel tempo che davasi sepoltura 
al suo corpo, Francesco suo figlio che accompagnava 
la bara paterna fu dagli Ufficiali dei pupilli condotto 
all' aitar maggiore , e strappatigli di dosso i lugubri 
vestimenti fu abbigliato di verde ed armato Cavaliere. 
Antonio di Leone Castellani nel 1527 era commissario 



— 1486 — 

alla Pieve S. Stefano e mostrò yalore nel respingere il 
contestabile di Bourbon quando vi pose l'assedio: e fu 
uno degli arruoti alla balìa che riformò il governo dopo 
la resa della città. Iacopo di Bernardo all'istituzione 
del consiglio dei Dugento ne fece parte. Questa famiglia 
che tuttora sussiste porta in campo d' argento un ca- 
stello rosso fabbricato di nero e sormontato da due 
torri, e sopra una corona d' oro con due palme intrec- 
ciate, per privilegio della casa d'Aragona. Non so se 
da questi diversi fossero i Castellani che portarono per 
arme un castello rosso sopra una scogliera al naturale 
nel campo azzurro e che mancarono in Bernardo di 
Raffaello di Spinello morto il 28 Marzo 1778. 

Da questa casa prese nome la piazza cui si accede 
dal Lungarno a levante degli Uffizj, come pure quella 
strada che vi conduce dalla piazza del Grano. 

(2) Dalla Via di Pellicceria, così detta dai Pellicciai che vi 
stavano riuniti e vi avevano la residenza, si perviene in 
una piazzetta interna detta dell'ABBACO. Prese questo nome 
da una famiglia delta dell'ABBACO e ancora di M. Luca, 
perchè questo Luca Gglio di un Matteo era celebre nel- 
l' insegnare la grammatica e l'aritmetica ai giovanetti. 
I discendenti di Maestro Luca ottennero dieci volte il 
priorato tra il 1469 ed il 1526. Mancarono dopo la 
metà del secolo XVI ed usarono per stemma un campo 
orizzontalmente semiparlito, al di sopra d'oro con due 
palle rosse, ed al di sotto rosso con una palla dorata. 
Vi fu in Firenze altra famiglia dell'ABBACO o della 
Grammatica, ma non credo che possa aver dato nome 
a questa piazzetta, poiché questa casa ebbe Oltrarno le 
sue abitazioni. Dette molto nome alla famiglia Maestro 
Piero di Ser Paolo che ottenne il Priorato nel 1363. 
Costui fu famoso geometra, grande aritmetico e il più 
celebre grammatico dei suoi giorni. Edificò una cappella 
in S. Trinità ed alla sua morte ordinò che tutti i suoi 



— 1487 — 

libri fossero rinchiusi in un cassone di ferro e là si 
tenessero finché non venisse un uomo al pari di lui 
dotlo in quelle facoltà, e che allora a lui si consegnas- 
sero. Ignoro se questo legato, esempio della vanagloria 
del grammatico, ebbe il suo effetto, e nel caso a chi 
i suoi libri furono consegnati. Maestro Paolo portò per 
stemma una tavoletta da abbaco bianca nel campo nero, 
benché la sua famiglia che esisteva ancora circa la metà 
del secolo XVI portasse un campo addogato di azzurro, 
d'oro e di rosso, col capo dello scudo rosso con un A 
gotica di argento. 

(3) I Pescioni detti ancora Sermicheli discesero da Castel- 

fiorentino e furono ammessi alle Magistrature nella per- 
sona di Ser Michele di Ser Segna di Gonzo che nel 1368 
fu il primo dei dodici Priori che da queir epoca 
al 1511 ebbe questa famiglia. Domenico di Matteo fu 
Gonfaloniere di Giustizia nel 1440 e nel 1446. Barto- 
lommeo di Antonio Pescioni fu sostenuto nel 1527 per 
avere sparlato dei Medici e solo potè esser liberato 
dopo la loro cacciata. Dopo l'assedio fu confinato, talché 
gli convenne gettarsi tra i fuorusciti. Mancarono in Piero 
di Leonardo morto il 30 Agosto 1626, ed usarono per 
arme di uno scudo verticalmente semipartito, avente a 
destra quattro pesci d' argento posti in fascia nel campo 
azzurro, ed a sinistra quattro fasce rosse nel campo di 
argento. Dalle loro case prese nome quella via tergale 
alla chiesa di S. Gaetano che conduce sulla piazza già 
delle Cipolle, ora degli Strozzi. 

(4) Oltre a molte famiglie Pieri ammesse a cittadinanza du- 

rante il Principato, tre sono note dai tempi Repubbli- 
cani. 

I Pieri Del Rosso detti ancora Rossi Pieri origi- 
nari di Montelupo, furono ascritti all'arte dei galigai 
ed ottennero Yentinove volte il Priorato tra il 1378 ed 



__- 1488 — 

il 1525. Ad essi appartenne Alessandro di Andrea che 
essendo degli Otto nel 1529 fu (falla Signorìa privato 
di Ufficio, e Leonardo suo fratello Castellano del Borgo 
S. Sepolcro nel 1529. Ebbero per stemma un becco 
rosso rampante nel campo azzurro. Rimasero estinti il 
6 Aprile 1656 per morte di Alessandro di Andrea. 

I Pieri Serricciardi vennero da Castelfiorentino ed 
ebbero ser Ricciardo di Piero notaro della Signoria nel 
1395, 1410 e 1416, Piero suo figlio Priore nel 1438, 
e Giovanni di Piero che la stessa dignità conseguì nel 
1472. Sembra che mancassero sul cadere del secolo XV, 
non trovandoli al di là di quell'epoca rammentali. Eb- 
bero per arme un leone d'oro rampante nel campo 
azzurro ed avente tra le branche una bandiera bianca 
con croce rossa. 

L'Arme dei Pieri Scodellarì, così detti dalla pro- 
fessione di venditori di stoviglie da uno di essi esercitata, 
si compose di due bande incrociale alla schisa nel campo 
d'argento, la superiore dorata e l'altra turchina. Ottennero 
per quindici volte il Priorato tra il 1407 ed il 1528 
e nei tempi dell'assedio produssero Andrea che fu 
de' Dieci nel 1527, e Luigi di Francesco seguace della 
parte Medicea che fece parte del consiglio de'Dugento 
all'istituzione di quel Magistrato nel 1532. Al contrario 
dei suoi consorti Carlo di Raffaello fu tra i libertini 
più ardenti e fece parlar molto di se allorché Claudio 
Tolomei da Siena pubblicò la famosa canzone in lode 
del Principe d'Oranges. Carlo mandò al Tolomei un 
cartello pieno delle più amare invettive nel quale dopo 
avergli detto che mentiva per la gola, ch'era un tradi- 
tore, un tristo ladro ed un pazzo cagnotto, concludeva — 
però manigoldo tu sarai impiccato ed il Celano da Pisa 
farà da boja, e lui pure poi sarà ammazzato e nel 
sepolcro scriverassi: 

L'ossa son qui di un boja e di un Pisano; 
E l'anima nel centro dell'inferno: 



— 1489 — 

L'un Claudio si chiamò, l'altro Celano. 
E perchè assai tristizie insieme ferno, 
L'un fu impiccato, e l'altro per marrano 
Fu morto, se gli è ver quel ch'io discerno: 
E come e' fu privato di costoro 
Jl mondo ritornò nel secolo d'oro. — 

A Carlo dopo la caduta della Repubblica non mancò 
l'onore della vendetta Medicea e confinato da prima 
discosto trenta miglia dalla città, fu poi nel 1531 ri- 
confinato alla Spezia. Alcuni dei Pieri Scodellari indos- 
sarono le divise di Cavalieri dell'Ordine di S. Stefauo 
e si eslinsero in M. Niccolò di Luigi Canonico Arci- 
prete della Metropolitana Fiorentina, eletto Spedalingo 
degl'Innocenti nel 1628 e morto nel 1641. 

(5) La famiglia dei Libri da Somma, piccolo castello nella 
Valdarno superiore, fu trasportala a Firenze da Ser 
Francesco di Feo di Lato che venne ad esercitarvi il 
notariato al principio del secolo XIV. Maffeo suo figlio 
esercitò la professione di copiatore di codici allora assai 
distinta e lucrosa, e la insegna della sua bottega divenne 
arme della famiglia, e dall'arme desunsero i suoi figli 
il cognome. Maffeo fu inoltre uno dei più gentili e pur- 
gati rimatori del suo secolo e le sue poesìe pregiatissime 
per eleganza di stile sono tuttora in molto pregio. I 
suoi posteri coprirono le cariche le più distinte della 
Repubblica, e Leonardo di Andrea ottenne il Priorato 
nel 1531. Al tempo dell'assedio figurarono varj della 
famiglia Libri, tra i quali Alessandro di Giovanni che 
fu dato in ostaggio agl'Imperiali per l'osservanza dei 
patti stipulati in occasione della resa; Lodovico suo 
fratello, detto l'Orsaccio, che dopo aver valorosamente 
difeso la patria fu confinato a Reggio dopo l'assedio; 
M. Paolo di Pandolfo giurista che per aver dimostrato 
amore alla libertà fu dai Medici confinalo a Camerino 
T. IV. 4 2 



— 1490 — 

nel 1530 e quindi a Mesi, e Giovanbatista suo fratello 
che confinato a Manfredonia, fa poi dichiara to ribelle 
per avere m a g giun to le ansate dei fuorusciti. Lorenzo 
di Albertacrio, detto Talloncino, seguì Piero Strozzi in 
tutti i suoi tentativi di tornare la patria in liberta : 
trovò secciai a Montemuiio ed aDa difesa di Siena. 
Ottenuto perdono tornò in patria, aia nel 1559 fu con- 
dannato ad essere impiccato come complice della con- 
giura di Pandolfo Pucci. Trovò peraltro umanità in 
Cosimo che gli commutò la pena nell'esilio perpetuo. 
Giulio di IL Paolo in distìnto legista e profondo filosofo, 
e molta riputazione si acquistò coIT opera che scrisse 
« sul cielo e la sostanza del mondo ». Lesse filosofia 
nell'Università di Padova, quindi Dritto Gvile in quella 
dì Pisa. Ebbe pure nome distinto tra i letterali Lorenzo 
di Leo na r d o lettore «Tlstituta nello studio Fiorentino, 

if:uj:i Y.::-z...-r\. - ;■_. A; •"..«::. >!::; lì'. Il-': 5 -:■ 
da lui in retta linea provengono anelli che attualmente 
rappresentano la famiglia Libri in Firenze. Arme par- 
lante dei Libri sono tre libri rossi chiusi e ballettati 

: ;:; tr". lare:-:- ;. ìtz-zz:;-. 

Girolamo MamTDi apparteneva ad una casa che dicevasi 
a djftmzinne di altre omonime Mirtini dell Ala. 
T arme di un' ala azzurra ritta nel campo di argento, 
e anco Mietici di Sei Luca da uno dei progenitori 
della famiglia. Ser Giovanni di Luca fu notaro della 
-:.i::.j l-.. Li 17 B ir:: . .'. :::-:■' >:. ::•:-...-.> :::-.z.~lÌj 
ià Priorato nel 1438 apri la serie dei sei Priori che 
da queir epoca al 1503 ottennero questi Martini, e Ser 
Martino loro germano fu Cancelliere delle Riformagioai 
nel 14U. Ufficiale dello studio Fiorentino e dei Dieci 
eletti per la guerra contro i Lucchesi nel 1429. Erano 
tra i suoi discendenti Giovanbalista, detto Gote, e Gu- 
glielmo detto Menno figli di un Martino di Guglielmo, 



— 1491 — 

i quali ambidue figurarono tra i fuoruscili e si trova- 
rono con Piero Strozzi all' impresa del Borgo S. Sepol- 
cro- Loca di Agnolo fa generoso Mecenate degli artisti 
e dei Letterati, protettore manifieo di Pierino da Vinci, 
amico del Varcai che pianse la sna morte con una serie 
di sonetti che in autografo si conservano presso 1 autore 
di onesta nota. I Martini dell'Ala si estinsero il 21 Ot- 
tobre 1708 per morte di Zanobi dì Francesco di coi 
fa erede la figlia Maria moglie di Ferdinando del Mae- 
stro di Campo Generale Alessandro Passerini sisaro del 
compilatore di «seste notizie. Terrò brevi parole ancora 
delle altre famiglie Martini. 

I M astisi detti talora di Cam o di Agostino ed 
ancora Bosxtcti, cominciarono ad ottenere il Priorato 
nella persona di Cino di Martino di Bonajnto che fa 
P: : ' : : 1:13 e 1314 -: G - i:Y. :i -:- ::. i : 1 ". D : : 
di Ini p*?r altre otto volte fa conseguito il Priorato dai 
suoi discendenti fino al 14' Sì estinsero in Gioran- 
balisla di Francesco del Capitano Cammillo morto il 5 
Ottobre 175S. P rtarono per arme una fascia dorala 
caricata di tre croci azzurre in campo rosso. 

I Marti m per la pro fes sione che esercitai a no detti 
Beccai, trassero la loro origine da Montevarchi e per 
diciotto volte conseguirono la dignità di Priori tra il 
1349 ed il 145a Si estinsero in Priore di 
nella prima decade del secolo JLYL Ebbero per 
mi becco azzurro caricato sull'omero d'una croce rossa, 
posto in mezzo a due coltelli a lama di argento e ma- 
nico nero nel campo verde, con il capo nello scudo 
azzurro caricato del lambeUo rosso coi gigli d'oro della 
: -i : Al/ : -. 

Al contrario I arme dei Mabtim da un loro ante- 
nato detti di Goccio, fu un campo orizzontalmente semi- 
partito al di sopra azzurro e d" oro al di sotto, con nn 
leone d'oro andante nella parte sup er io re. Questi, ori- 
ginar] di Cigoli, da Tommaso di Goccio di Martino che 



— 1492 — 

ottenne il Priorato nel 1373 e Giuliano di Tommaso di 
Antonio che la stessa dignità conseguì nel 1511 dettero 
alla Repubblica quattordici Priori. Giuliano di Tommaso 
fu Gonfaloniere nel 1440 e nel 1444. Nei tempi a noi 
più prossimi furono molto illustrati da Filippo che per 
l'Arcivescovo Incontri fu Vicario generale della Diocesi 
Fiorentina, uomo molto dotto ed illuminato che molto 
cooperò alle riforme Ecclesiastiche operatesi dal Gran- 
duca Pietro Leopoldo. Rosso Antonio suo fratello fu let- 
terato di chiaro nome uno dei più belli ornamenti del- 
l'Accademia della Crusca cui prestò importanti servigj, 
essendo famoso conoscitore ed annotatore di codici. Nel 
suo figlio Francesco Maria morto il 20 Luglio 1800 
rimase estinta questa famiglia e ne ereditarono i Cor- 
boli nei quali era maritata Margherita sorella dell'ultimo 
dei maschi. 

Altra casata dei Martini si disse di Roffo o dà 
Brozzi e da uno dei progenitori della casa e dal luogo 
di origine. Roffo di Martino di Roffo di Doddo fu 
Priore nel 1405, 1412 e 1422 e Lorenzo suo figlio 
conseguì la medesima dignità nel 1432. Questi Martini 
che in modesta fortuna tuttora sussistono alzano per 
arme una navicella con remo dorato nel campo verde. 

Altre case di questo nome conseguirono la cittadi- 
nanza sotto il Principato, come i Martini di Monsum- 
mano. Questi dichiarati di antica nobiltà da Gio. Gastone 
da essi ospitalo nel 1734 produssero Vincenzio d'Ippo- 
lito celebre Giurista, Governatore di Siena e Consigliere 
di Slato del Granduca Ferdinando III mancato di vita nel 
1809, i di cui nipoti tuttora decorosamente rappresen- 
tano la di lui famiglia in Firenze. Loro arme è una 
mano al naturale sopra una piramide di sei monti verdi 
nel campo azzurro, posta in mezzo da due stelle dorate. 

(7) Da Sovigliana castello presso F]mpoli vennero a Firenze 
i Federigo! nella persona di Federigo di F'erro di Mei- 



— 1493 — 

cadante, qua venuto ad esercitare l'arte dello speziale. 
[ suoi discendenti si stabilirono nel sesto di S. Pancra- 
zio e nella via che anticamente dicevasi dagli Orafi, 
quale movendo dalla Vigna vecchia imbocca nella Via 
dell'Arme. Dalle case dei Federighi cangiò questa via il 
proprio nome per assumere quello di questa famiglia 
che tuttora conserva. I Federighi cominciarono a godere 
delle Magistrature nella persona di Cino di Federigo nel 
1346, e da quell'epoca al 1528 per trentacinque volte 
in essi pervenne il Priorato, per nove il Gonfalonierato. 
Facendo menzione degli uomini più illustri primo no- 
minerò Francesco di Lapo Oratore ai Veneziani e in 
Lombardia nel 1390, Sindaco per trattare la pace col 
marchese Alberto D'Esle nell'anno medesimo, ambascia- 
tore alla compagnia di Biordo Michelotli nel 1394, 
Commissario generale per accomodare le vertenze della 
Repubblica coi Tarlati di Pietramala al 1385, e Gon- 
faloniere di Giustizia nel 1382 e 1405. Benozzo suo 
figlio da Canonico Fiorentino fu eletto Vescovo di Fie- 
sole nel 1421 e resse quella chiesa fino al 1450. M. 
Carlo di Francesco nato nel 1380 fu famoso giurista 
ma più distinto uomo di Stato. Nel 1415 leggeva dritto 
civile nell'università di Bologna, da dove fu richiamato 
dalla Repubblica nell'anno seguente quando volle valersi 
della sua capacità. Tra i molti incarichi a lui affidati 
mi sia permesso notare i seguenti. Nel 1420 fu desti- 
nalo ad accompagnare Martino V fino ai confini quando 
abbandonò il soggiorno della città di Firenze. Nel 1422 
fu mandato Oratore ai Lucchesi, quindi al Soldano di 
Egitto per seco intavolare un trattato commerciale a 
favore dei mercanti fiorentini. Nel 1434 fu mandato 
ambasciatore ad Eugenio IV per invitarlo ad abbando- 
nare la mal sicura stanza di Roma ed a venire a più 
quieto asilo in Firenze, quindi deputato ad andargli 
incontro a Pisa e ad accompagnarlo a Firenze. Nel 1439 
mandato Oratore all'Imperatore Alberto per congratu- 



— 1494 — 

larsi della sua assunzione all'Impero fu per le mani 
slesse de! Monarca armato cavaliere a spron d'oro e 
decorato del titolo e privilegi di Conte Palatino per se 
e suoi discendenti. Morì di contagio in Pisa ov'era 
Commissario nel 1449 e a spese del pubblico ebbe 
magnifici funerali. 

Questa famiglia si divise in due principali dirama- 
zioni nei figli di M. Carlo ed in quelli d' Jacopo suo 
fratello stato Gonfaloniere nel 1415. Figurarono tra i 
discendenti d' Jacopo, Piero di Giovanni Vescovo di Val- 
pome nel secolo XVI, il senatore Giovanni di Francesco 
Presidente della città e stato di Siena morto nel 1669, 
il cavaliere Carlo Francesco suo figlio poi Fra Giovanni- 
Antonio tra i Cappuccini, famoso Predicatore e generale 
di tutto l'ordine, e Giovanfrancesco di Mattia eletto 
senatore nel 1761 molto bene affetto al Granduca Pietro 
Leopoldo che lo elesse soprintendente dell'Accademia di 
belle Arti alla sua istituzione nel 1784. Mattia suo figlio 
morì ultimo di questo ramo e dei Federighi in Firenze 
nel 1831 8 Febbrajo. 

Tra i posteri di M. Carlo ebbe molto nome 
durante V assedio Carlo di Niccolò che fu mandato 
Commissario a Firenzuola nel 1529 e dopo l'assedio 
confinato a Lecce, quindi a Reggio di Calabria e finalmente 
dichiarato ribelle nel 1534. In Lecce appunto stabilì la 
famiglia, e Francesco suo nipote, di cui tuttora dura la 
discendenza, comprò le baronìe di Abriola e Castel 
Glorioso dai Di Sangro nel 1568. Da Antonio, altro 
figlio di M. Carlo, proveniva M. Jacopo di Raffaello fa- 
moso letterato del secolo XVII, console dell'Accademia 
Fiorentina , morto nel 1658. Il Conte Piergiovanni di 
Carlo morì ultimo dei suoi discendenti il 21 Febbrajo 
1765 lasciando superstite la sola figlia Alessandra che 
sposò il Conte Angelo Pandolfini. 

Arme Federighi è il campo azzurro con otto palle 
d'argento, una nel centro e le altre in corona. 



— 1495 — 

(8) La famiglia Bostichi è per gli Antiquarj Fiorentini un 
vasto seminario di altre famiglie. Questi Bostichi, forse 
consorti dei Batini e dei Bonaxtichi che ad essi ebbero 
vicine le case, furono Magnati ch'ebbero torri, grandi 
casamenti e loggia nel primo cerchio e precisamente 
nella via detta di Porta Rossa, quasi di prospetto al 
palazzo dei Davanzati. Ottennero il Consolato nella per- 
sona di M. Piero nel 1186 ed al suscitarsi delle fazioni, 
seguirono la parte guelfa. Non se ne ha più notizia 
dopo il principio del secolo XIV, poiché da tutti gli 
antiquarj è ritenuto che non sia della loro consorterìa 
quel Francesco di Raimondo di Piero di Bostico alber- 
gatore che fu Priore nel 1460 e 1472. Ebbero per 
arme tre pugnali d'oro posti in banda nel campo rosso 
col capo dello scudo dorato. Da essi pertanto si dicono 
derivate le seguenti casate. 

I Riccialbani che ebbero le loro case in Vacche- 
reccia e precisamente nella stradella che portava alla 
piazza di S. Cecilia. Tra il 1294 ed il 1505 ebbero 
cinque Gonfalonieri e diciannove Priori, primo dei 
quali fu Michele d' Jacopo di Rustico (detto probabilmente 
Bostico, donde l'equivoco della loro derivazione) di 
Riccialbano di Grecocciolo di Petrinio. Francesco di 
Niccolò, che nel 1400 fu Capitano di Pistoja e Potestà 
di Prato nel 1404, scrisse alcune memorie di sua fa- 
miglia, quale non sembra che andasse molto al di là 
della metà dei secolo XVI, non trovandone dopo quel- 
l'epoca fatta menzione. Al tempo dell'assedio viveva 
Agostino Riccialbani che fu fatto ribelle nel 1529 per 
avere vilmente abbandonato la città, e Domenico di 
Francesco che fu uno degli arruoti alla balìa per la 
riforma del governo nel 1530. I Riccialbani ebbero per 
arme il leone rampante in azzurro, ed armato di rosso. 

Gli Stradi invece vennero in Firenze da Strada 
nel Casentino nella persona di Bartolo da Strada che fu 
il primo Priore di sua casa nel 1332, come Sigismondo 



— 1496 — 

<ii Giannozzo fu il decimo nono nel 1511. Ebbero an- 
cora gli Stradi Jacopo di Bartolo che fu Gonfaloniere 
nel 1358 e 1376, ma più che da ogni altro furono 
illustrati dalla B. Villana morta nel secolo XIV, e da 
Zanobi Poeta coronalo di alloro in Pisa dall'Imperatore 
Carlo IV nel 1354 e morto in Avignone nel 1364. Fi- 
lippo Villani ne scrisse la vita. Mancarono nel secolo 
XVI ed ebbero l'arme simile ai Biccialbani coll'cccezione 
ch'ebbero il campo orlato di oro. 

Finalmente i Davanzati così denominati dal loro 
autore. Lottieri di Davanzato fu nel 1320 il primo dei 
quarantaquattro Priori che dette alla Repubblica questa 
famiglia e si rese benemerito della Religione ordinando 
nel suo testamento la fondazione del convento di S. Marta. 
Emulo nella pietà ebbe Niccolò di Roberto che nel 1411 
eresse pei Francescani il convento di S. Michele alla 
Doccia nel monte di Fiesole. Ebbero i Davanzati 
ancora il Gonfalonierato per dieci volte e primo ad ot- 
tenerlo fu Davanzato di Giovanni nel 1386 e nuova- 
mente nel 1396. Essendo Vicario di S. Miniato nel 1397 
fu barbaramente massacrato nel palazzo Pretorio da 
Benedetto Mangiadori che avea sollevato la terra per 
tentare di darla in mano ai Pisani. Manetto suo fratello 
fu nel 1397 deputato sindaco per trattare la pace tra 
i Pisani, Lucchesi e Fiorentini. Niccolò di Roberto fu 
Ainbascialore al Legato nel 1410. M. Giuliano di Niccolò 
cominciò la sua carriera politica nel 1421 andando 
oratore al Duca Filippo Maria Visconti per lamentarsi 
che colla sua ambizione mettesse sossopra l'Italia, nel 
1424 passò ufficio di Ambasciatore col Duca di Ferrara 
per trattare secolui degli interessi del Signor di Forlì 
raccomandato dei Fiorentini: nel 1425 fu deputato per 
Ambasciatore residente in Roma ove trovavasi ancora nel 
1431, nel qual'anno prestò 1' atto di ubbidienza a nome 
della Repubblica col nuovo Pontefice Eugenio IV. Nel 
1434 essendo Gonfaloniere di Giustizia allorché da Eu- 



— 1497 — 

genio IV fu consacrato il tempio di S. Maria del Fiore, 
in mezzo al solenne apparato di quella festa fu con 
gran pompa dalle mani stesse del Papa armato cavaliere 
a spron d'oro, e finito il tempo del suo governo fu 
mandato capitano a Pisa. Fece parte dell' ambascerìa spe- 
dita all' Imperatore Alberto per rallegrarsi della sua 
assunzione all'impero nel 1439 e con M. Carlo Federi- 
ghi ne riportò il titolo e privilegj di conte Palatino. 
Molti altri uomini segnalati produsse questa famiglia che 
lungo sarebbe l'annoverare. 

Ai tempi di questo racconto tra gli altri dei Da- 
vanzali figurarono, Giovanni uno dei capitani delle bande 
mandato a Poppi per opporsi al Principe di Oranges 
nel 1529, Piero che fece parte del consiglio dei Dugento 
alla istituzione di tal Magistratura nel 1532, e più di 
ogni altro Antonfrancesco di Giuliano ardente per amore 
di libertà che fece parte della commissione incaricata 
di trovar denari durante l'assedio. Dopo la resa fu con- 
finato in Sicilia e poco dopo riconfinato a Pontremoli. 
Fu suo figlio il celebre Bernardo Davanzali famoso non 
meno per la sua concisa, esatta e purgata traduzione di 
Tacito, che per la sua storia dello Scisma d' Inghilterra 
e per il suo trattato sulla coltivazione Toscana pel quale 
si rese mentissimo dell' Agricoltura. Lasciò discendenza 
che mancò nel Cav. Bostico di Bernardo morto il 10 
Febbrajo 1734. Rimase però a quell'epoca superstite 
altro ramo di questa casa, che pur venne meno e con 
esso tutta la famiglia dei Davanzati, finita il 22 Marzo 
1838 in Carlo di Giuseppe che pose miseramente fine 
ai suoi giorni precipitandosi per frenesìa dall' alto di 
un terrazzo nel cortile del suo palazzo in via Porta 
Bossa. Per fatale e strana combinazione dallo stesso 
terrazzo erasi nel 1653 il primo di Ottobre precipitato 
altro di sua casa, cioè Bernardo di Bostico nipote del 
celebre istorico Davanzati, e nel 1736 incontrò volon- 

T. IV. 4 3 



— 1498 — 

tariamente dallo stesso luogo e nella stessa guisa la 
morte un legnajolo di cognome Dolci. 

Arme Davanzati fu il Leone d' oro rampante nel 
campo azzurro. 

Diversi da questi sono altri Davanzati, delti ancora 
Cbiarini, che ottennero tre volte il Priorato tra il 1317 
ed il 1425. Mancarono negli antichi tempi e portarono 
per arme una banda scaccata di azzurro e di argento 
nel campo rosso. 

(9) Bartolommeo del Monte appartiene alla celebre famiglia 
dei Marchesi del Monte S. Maria, famiglia di primo 
rango e tra le più illustri d' Italia per storica celebrità, 
di cui non e dei ristretti limiti di una nota il par- 
lare. 

Due casate Monti però furono ancora in Firenze 
e ottennero Magistrature nella Repubblica. I più antichi 
sono i Monti detti di Pugio da Pugio di Iacopo da 
Campi che fu Gonfaloniere nel 1323 e Priore nel 1324. 
I discendenti da Monte suo figlio, che fu ferravecchio, 
ottennero ventiduc volte il Priorato fino al 1527. Esi- 
stono tuttora onoratamente nel regno di Francia e por- 
tano 1' antica arme di loro casa consistente in due 
piramidi di sei monti dorati nel campo azzurro divise 
da una banda rossa. 

Gli altri Monti, per distinguersi dalla loro profes- 
sione detti Albergatori, ebbero venti Priori tra il 1412 
ed il 1528. Si estinsero avanti il fine del secolo XVI 
, e portarono per arme un rastrello scempio a tre denti, 
che più in aulico fu un M, azzurro nel campo d' argento 
col capo dello scudo turchino caricato col solito lambello 
e coi gigli dorati della casa d' Anjou. 

Da niuna di queste case, ma dal vicino Monte di 
Pietà prese nome la piazzetta confinante colla via Pel- 
liccerìa. 



— 1499 — 

(10) Ottaviano Signorelli Perugino, meritò gli elogi dogli 
Storici e, dei Poeti di quel tempo, essendo stato di fatto 
uno dei migliori guerrieri del Secolo XVI. 

E qui mi piace di rammentare il Poema in nove 
Canti scritto da Mambrino Roseo, dedicato a Malatesta 
Baglioni e intitolato: L'Assedio e Impresa di Firenze, 
stampalo iu Peroscia (Perugia) per Girolamo Cartolai 
alli 3 di Decembre 1530. Non meritò l'onore della ri- 
stampa , per il che questo libro è rarissimo. Il Perugino 
Poeta che si portò a Firenze con le milizie Perugine, 
stomachevole adulatore di Malatesta , dà molte interes- 
santi notizie intorno all'assedio ed intorno alle persone 
che v' intervennero. Parla mollo anco di Ottavio Signo- 
relli cui consacra parecchie ottave, che credo inutile di 
riportare non essendo che pessima prosa rimata, al pari 
di tutto il rimanente di quel poema. 

(11) Delle nostre famiglie più illustri riesce oscura e confusa 
l' origine per le falsità che intorno ad essa han sparse 
gli adulatori. Varie infatti sono le opinioni sulla origine 
degli Altoviti, e forse nessuna di quelle è la vera. 
Taluni basandosi sopra un' antica iscrizione latina tro- 
vata in alcuni scavi nel monte Fiesolano e nella quale 
rammentavasi un Furio Cammillo Altovita nipote del 
gran Furio Cammillo, hanno detto gli Altoviti da co- 
testo Furio originali e perciò del sangue del famoso 
Cammillo. Secondo altri poi è loro progenitore un Te- 
balduolo potentissimo Cattano Longobardo che ebbe vasti 
possessi nella Val d'Elsa, ed in consorterìa cogli Alto- 
viti pongono gli Squarcialupi dei quali fu altrove di- 
scorso, ed una famiglia dei Corbizzi dei quali dopo 
degli Altoviti terremo brevi parole. Ma come è possibile 
se in vece gli Altoviti erano padroni d' immensi possessi 
nella Valdarno superiore, e da alcuni documenti può anzi 
dedursi che da quella provincia deducano l'origine ? Sia 
che vuoisi di questa opinione che ho creduto ben fatto 



— 1500 — 

.li riportare, è però certissimo che nel 1192 un Longo- 
bardo di Corbizzo abitava in Firenze nel Borgo dei Santi 
Apostoli ove avea casa e torri, e comprava da Strozza di 
Arduino alcune terre ad Arcctri. Da Longobardo vcdonsi 
nati Davanzato, Altovita, Iscorcia, Corbizzo, Squarcin- 
lupo, Iacopo e Caccia lutti rammentati in un atto del 
1210. Altovita di Longobardo, quello da cui forse ebbe 
nome la casa, fu seguace costante di parte Ghibellina 
e per privilegio dato in S. Miniato nel 1227 fu in re- 
munerazione dei suoi scrvigj armato cavaliere e dichia- 
ralo suo Consigliere dall' Imperatore Federigo IL Le 
principali diramazioni di questa casa si dipartono da 
Caccia e da Davanzato di Longobardo. 

Caccia che fu molto danneggiato nei suoi possessi 
dai Ghibellini nel 1260, fu padre di Vinta che segnò la 
pace del Cardinale Latino nel 1280 e sedè Gonfaloniere 
di Giustizia nel 1307. Da lui nacquero Bardo e Gugliel- 
mo. Bardo generò Paolo cittadino molto influente che fu 
deputato a sopire le discordie che agitavano la città nel 
1349, che in seguito fu mandato a prender possesso di 
Prato dal Re Luigi di Napoli compralo per 17,500 
fiorini, eletto a riformare il Governo del comune di San 
Miniato nel 1351, Ambasciatore a Cortona, Arezzo e 
Perugia nel 1353. Bartolommeo suo fratello fu valoroso 
soldato e chiamato per antonomasia Meo senza paura. 
Si fece gran nome all'assedio di Verona nel 1387 avendo 
con inaudito coraggio affrontato con soli dugento soldati 
l'armala intera dei Milanesi che assediavano la loro 
città, e rotte le loro file introdotto nella città il sospi- 
rato soccorso. Fu eletto per loro generale dai Padovani, 
quindi nelle stesse qualità servì Ladislao Re di Napoli 
nel 1408. Accusato di aver fallo parie di una congiura 
per rovesciare lo Stato fu decapitato nel 1412. Vinta 
terzo tra i figli di Bardo fu multalo in cinquecento fio- 
rini dal Duca di Atene che falsamente lo accusò di 
baratterìa, e questa fu la cagione per cui gli Altoviti 



— 1501 — 

comparvero tra i primi quando si trattò di francare la 
città dal giogo di quel tiranno. Guglielmo di Vinta, dopo 
essere stato con Monte Acciaioli Ambasciatore al Pon- 
tefice, perde la testa sotto la mannaja del carnefice per 
aver congiuralo contro la Repubblica nel 1341. In Gio- 
vanni e Bardo suoi pronipoti si suddivise la casa dopo 
la metà del secolo XV. Giovanni nato nel 1388 fu 
Priore nel 1436 e fu padre di Piero Commissario di 
Pisa nel 1478, più volte Ambasciatore e Gonfaloniere 
nel 1491, da cui nacquero Bardo e Ridolfo. Bardo ar- 
dente Libertino era stato • Ambasciatore a Genova nel 
1496, ma nel 1527 era da molli anni tenuto lontano 
dagli impieghi perchè contrario ai Medici. Per il tumulto 
nato in occasione della loro cacciata sounò a stormo la 
campana del Comune per invitare il popolo all'armi, 
ciò che gli acquistò la riabilitazione agl'impieghi. Ri- 
dolfo fu avo di altro Ridolfo che fu eletto senatore nel 
1593 e da lui derivò un ramo degli Altoviti ascritto 
al patriziato Romano, ramo illustrato da due Prelati 
ambidue colpiti dalla morte nel punto in cui stavano 
per conseguire la porpora cardinalizia, cioè Antonio di 
Giovanni nel 1695 e Luigi nel 1744. Questa dirama- 
zione tuttora sussiste ed ha sede nel palazzo già Valori 
nel Borgo degli Albizzi. Bardo di Guglielmo nato nel 
1405, dopo essere stato Gonfaloniere nel 1478 e soste- 
nuto importantissime ambascerìe, governò Pisa in qua- 
lità di Commissario nel 1478. Varj dei suoi discendenti 
figuravano al tempo di questo racconto. Fra questi M. 
Bardo di Giovanni, rinomato giureconsulto, fu eletto 
oratore ai Senesi nel 1529. Uomo ambiziosissimo e di 
poco animo , credendo mal sicura la stanza di Siena 
rifuggì a più sicuro ricovero nella Rocca di Volterra 
appena intese che Firenze stava per essere cinta di 
assedio e che i Senesi ne favorivano i nemici. Invitato 
a far ritorno alla patria, ubbidì per non soggiacere al 
bando di ribellione e alla confisca dei beni. Al termine 



— 1502 — 

dell'assedio mostrò molto zelo in favore di Malatesla 
che perciò lo deputò ambasciatore a Don Ferrante Gon- 
zaga per stabilire i palli della capitolazione. Ma neppure 
allora seppe bene comportarsi e si meritò i rimproveri 
dei suoi colleghi, perchè mentre da essi dibattevansi i 
patti articolo per articolo, e tentavasi di far men dure 
che fosse possibile le condizioni della città, Bardo par- 
lando all'orecchio del Gonzaga lo consigliava a star 
fermo nei patti domandati facendogli conoscere lo stremo 
in cui trovavasi Firenze. I di lui cugini Jacopo e Fran- 
cesco furono l'esempio di ciò che può lo spirito di parte 
per dividere le famiglie, poiché se Jacopo ardente liber- 
tino seppe valorosamente difendere la libertà durante 
l'assedio da meritarsi il confine, al contrario Francesco 
fu talmente zelante dei Medici che fu necessario soste- 
nerlo in palazzo, e dopo il termine dell'assedio fu arruoto 
alla balìa che riformò il governo ed ebbe molta mano 
a procurare la condanna del proprio fratello. Dai discen- 
denti di Francesco trassero i Medici cinque Senatori, 
ed un Vescovo ne ebbe la chiesa Fiesolana in Filippo 
Neri del senatore Guglielmo e morto nel 1702. Di 
questo ramo unico superstite è il vivente cavaliere Gu- 
glielmo di Aldobrando Alloviti che al proprio aggiunge il 
cognome dei Sangalletti per essere succeduto nella Com- 
menda nell'ordine di S. Stefano da quella famiglia istituita. 

Di Davanzato di Longobardo sappiamo che nel 1212 
comprò da Cinnamo di Manelto Cinnami una casa con 
torre nel Borgo dei SS. Apostoli. Altovilo suo figlio 
trovasi in molli atti nominato dei Caccialupi, e a lui 
da parecchi anliquarj si riferisce il privilegio dall'Im- 
peratore Federigo II concesso a suo zio nel 1227. Ebbe 
molti figli tra i quali Guinizzingo o Tingo che nel 1294 
fu il primo degli undii i Gonfalonieri che dette al comune 
questa famiglia, M. Oddo, Tegghiajo e M. Ugo. 

IVI. Oddo giudice ottenne la digtiilà equestre nel 
1252. Sedeva nel consiglio del comune nel 1251 quando 



— 1503 — 

fu conclusa la lega coi Genovesi e nel 1256 quando fu 
fatta la pace con i Pisani. Nel 1251 fu deputato sindaco 
per concludere un trattato di alleanza coi Senesi, e nel 
1279 fu mandato oratore a Papa Niccolò III per chie- 
dergli che mandasse a Firenze un Legato per pacificare 
la città. Gentile suo figlio fu per otto volte Priore, e nel 
1299 ottenne missione dal Papa e dai Fiorentini di entrar 
mediatore per conciliare le differenze tra i Bolognesi ed 
i Marchesi D'Este. Piero, Ugo e M. Bindo suoi fratelli 
furono tutti dichiarati ribelli dell'Impero per avere difeso 
Firenze contro Arrigo VII nel 1313. M. Bindo fu dei 
Capitani di guerra con grandi autorità eletti dal Comune 
nel 1307 e in benemerenza dei suoi servigj fu armato 
cavaliere. Nel 1343 dopo la cacciata del Duca di Atene 
fu tra i cittadini eletti a riformare il governo. Da Gio- 
vanna Cipriani ebbe prole di lui non meno illustre in 
M. Rinaldo, M. Stoldo, M. Oddo, Simone, Nastagio e 
Alessandro. Da M. Rinaldo che dal Duca di Atene fu 
armato cavaliere nel 1343, quando sperò colla clemenza 
di potere disarmare gli Altoviti che erano contro lui 
congiurali, provenne una linea in Domenico di Niccolò 
mancata nel 1679. M. Stoldo cavaliere dopo essere stato 
ad Avignone ambasciatore a Gregorio XI per le contro- 
versie con quel Papa nel 1375, fu nel 1378 mandato 
a Roma per prestare obbedienza ad Urbano VI per la 
sua esaltazione. Sostenne ancora molle altre ambascerìe, 
ed essendo valoroso in guerra dal 1381 al 1393, epoca 
della sua morte, sempre fece parte del consiglio che 
soprintendeva alle cose militari. M. Oddo giudice trattò 
pei Fiorentini la lega con Siena e Perugia nel 1345 e 
nel 1347, fu mandato ambasciatore al Re Lodovico di 
Ungheria quando calò in Italia a vendicare la morte di 
Andrea suo fratello. Simone, molto adoperato in ufficj 
urbani e forensi dalla Repubblica, propagò un ramo che 
mancò in Bindo di Francesco poco dopo la metà del 
secolo XVI. Nastagio di M. Bindo stalo canonico della 



— 1504 — 

Metropolitana nella sua gioventù, sposò nel 1362 Lapa 
Del Bene che Io rese padre di Bindo che fu Potestà di 
città di Castello nel 1387. Da lui ebbero i natali M. 
Oddo Proposto di Prato di cui ammirasi la bella tomba 
che nella chiesa dei SS. Apostoli gli fu scolpita da Mino 
da Fiesole e Antonio che fu Avolo di altro Antonio che 
nel 1487 sposò Dionora figlia di Stoldo «Altoviti e di 
Clarenza Cibo sorella d' Innocenzio Vili. Da questi co- 
njugi nacque nel 1491 il celebre Bindo. Egli fu da primo 
favorevole ai Medici talché nel 1532 alla istituzione del 
consiglio dei Dugento ne fece parte. Il tirannico dominio 
del Duca Alessandro lo disgustò con i governi monar- 
chici, talché dopo la di lui morte si mise apertamente a 
favorire i fuorusciti e tra gli altri fu largo di generosi 
ajuti all'uccisore del Duca, Lorenzino dei Medici. Cosimo I 
eleggendolo senatore nel 1546 sperò di ridurre al suo 
partito quest' uomo ricchissimo, per le sue virtù e pei 
suoi talenti universalmente rispettalo, ma invano, poiché 
Bindo fu sempre costante nel partito che avea abbraccialo 
ed il suo nome figurò sempre al pari di quello di Piero 
Strozzi tra i principali che avessero in odio la domina- 
zione Medicea. Fu per questo che eletto all' Arcivescovato 
di Firenze Antonio suo figlio nel 1548, trovò in Cosimo 
Medici un fermo oppositore alla sua elezione e per dieci 
anni gli fu impossibile di potere essere ricevuto in Fi- 
renze. Ottenuto di potere venire alla sua sede si rese 
accettissimo alla intera popolazione essendo il modello 
del perfetto prelato, e l'amore dei suoi diocesani lo 
ricompensò ampliamento della non curanza e del mar- 
cato disprezzo di Cosimo I, che sempre si oppose alla 
sua promozione al Cardinalato dai Pontefici più volte 
promossa. Morì nel 1573 ultimo del ramo proveniente 
da Nastagio di M. Bindo. Alessandro ultimo tra i fra- 
telli di Nastagio fu oratore a Clemente VI nel 1342 per 
intercedere che dasse Ferrara in Vicariato agli Estensi. 
Da Gentile suo figlio proveniva quel Luigi Alloviti che 






— 1505 — 

durante l'assedio fu tra i capitani delle milizie che 
difesero la patria, del quale fu nipote Antonio cavaliere 
di Kodi fatto ribelle da Cosimo Medici perchè accorse 
alla difesa della libertà senese nel 1553. Da Vieri di 
Alessandro e da Alamanna Tolosini nacquero tra molti 
figli M. Oddo ed un altro Alessandro. M. Oddo fu 
Goufaloniere nel 1432 e propagò un ramo eslintosi in 
Jacopo del senatore Lorenzo il quale dopo avere ottenuto 
il Patriarcato di Antiochia e l'Arcivescovado di Atene, ed 
essere stato Nunzio a Venezia, morì nel 1694 essendo 
Nunzio alla Corte Germanica. Alessandro di Vieri fu 
mandato oratore al Pontefice nel 1406 per dargli parte 
dell'acquisto di Pisa e condolersi delle nuovità di Roma: 
quindi a Parma per invitare M. Ottobuono Terzi al 
soldo dei Fiorentini: nel 1407 a Ferrara per ringraziare 
il marchese che in contemplazione dei Fiorentini non 
avesse tolto lo stato ad Obizzo da Montecarello che gli 
si era ribellato e pregarlo a interamente accordargli il 
perdono. Fu inoltre oratore ai Genovesi nel 1408, a 
Pisa nel 1409, a Bologna nell'anno medesimo, e suc- 
cessivamente nel 1410 e 1411; e nel 1418 fu deputato 
ad andare ai confini dello slato per incontrare Martino 
V ed onoratamente accompagnarlo a Firenze. Fu grande 
di animo ed amico del viver libero perciò nemico de- 
gl'intrighi di Cosimo il vecchio de'Medici che tornalo 
dall'esilio nel 1434 lo fece cacciare dalla città. La sua 
discendenza sussistè in Firenze fino al 1781 16 Ottobre, 
nel qual anno alla morte di Alessandro del capitano 
Pier Martino rimase estinta. 

Tegghiaio di Altovita fu padre di M. Tommaso 
cavaliere e ambasciatore ai Perugini nel 1334 da cui 
nacquero Jacopo e Simone. Jacopo resosi Domenicano 
in S. Maria Novella seppe conciliarsi fama di esemplare 
religioso e di dotto Teologo. Dopo di essere passato per 
le principali cariche dell'ordine fu eletto Vescovo di 
Fiesole nel 1390, sede che resse fino al 1416. Dalla 
t. iv. 44 



— 1506 — 

Repubblica ebbe diversi incarichi, tra i quali la missione 
di prestare obbedienza ai Pontefici Innocenzio VII e 
Gregorio XII. Simone suo fratello fu ambasciatore a 
Ferrara nel 1386 e nel 1395, a Perugia e a Cortona 
nel 1396, e nel 1391 governò Città di Castello colla 
carica di Potestà. Morì nel 1398 lasciando superstite il 
figlio Giovanni che fu Gonfaloniere nel 1421 e Commis- 
sario di Pisa nel 1424. Furono tra i discendenti di 
Giovanni uomini eminenti ai quali non mancarono le 
principali dignità della Repubblica. Un ramo proveniente 
da Roberto suo figlio passò in Francia circa il 1487 e 
vi acquistò la contea di Rochefort. Filippo di Folchetto 
capitano delle galere del Re fu ucciso dal Duca di 
Angoulème figlio di Enrico II nel 1586, ma prima di 
perire potè vendicare la sua morte nel sangue dell'uc- 
cisore. Marsilia bellissima sua figlia perì di dolore vit- 
tima di un amore tradito, ed in Filippo di lei fratello 
mancò questo ramo nel 1670. La diramazione però 
proveniente da Simone altro suo figlio era rimasta in 
Firenze ove si eslinse nel 1673 per morte di Antonio di 
Gio. Francesco. 

M. Ugo di M. Altovita fu giudice e faceva parte 
del consiglio del Comune per la pace coi Pisani nel 
1256 e fu primo dei cento sette Priori di sua casa nel 
1282. Dopo avere conseguita per altre cinque volte 
questa dignità, morì in uffizio nel 1291. Da Feo suo 
figlio discendeva quel Rinaldo Alloviti che nel 1495 fu 
mandato ambasciatore al Cardinale Giulio Della Rovere 
perchè ottenesse ai Fiorentini la restituzione delle terre 
perdute nella ribellione di Pisa, e che fu dai Pisani nel 
suo viaggio fatto prigione. Tra i discendenti di Feo fu 
pure Caccia uno dei più valorosi capitani delle milizie 
durante l'assedio, il quale dopo la resa gettatosi tra i 
fuorusciti e trovatosi a tutte le loro imprese, era alla 
guardia della rocca di Montemurlo nel 1536. Dopo la 
perdita della battaglia fu assediato nella fortezza alla 



— 1507 — 

quale fu dai nemici posto fuoco e nel tempo slesso a 
lui intimato di arrendersi. Caccia animoso si gettò in 
mezzo alle fiamme e preferì quella orribile morte al- 
l'odiato pericolo di cadere nelle mani di Cosimo I. Messer 
Palmiere di Ugo, giudice e cavaliere, nel 1296 fu ca- 
pitano del popolo di Pistoja. Bandito da Firenze nel 1300 
passò ai servigj dell'Impero in qualità di Segretario e 
morì a Pisa nel 1310. Arnaldo suo fratello fu Priore nel 
1299 e 1322 ed avolo di altro Arnaldo che nel 1343 
fu armato cavaliere dal Duca di Atene. Questo M. Ar- 
naldo fu ambasciatore a Siena nel 1338, ad Arezzo per 
far lega con molti Principi e Repubbliche nel 1349: 
all'esercito a Susisana nell'anno medesimo: a Volterra 
nel 1350 e quindi nell'anno stesso ad Arezzo: a Perugia 
nel 1352 per trattar pace e alleanza, nuovamente a Siena 
nell'anno medesimo per mettere in pace quel Comune 
coi Poliziani, a Forlì nel 1353 per pacificare quella città 
dei Malatesti. Stimato per prudenza e valore fu da molte 
città eletto per governarle, e di Pistoja fu capitano nel 
1358, Potestà di Perugia nel 1352, quindi di molte 
altre città dell'Italia. Palmiere suo figlio fu deputato nel 
1384 per trattare col Re Carlo di Napoli la compra di 
Arezzo, quindi in quell'anno mandato ancora ambasciatore 
a Rimini ed a Bologna. Fu oratore a Ferrara nel 1386, 
e nuovamente ai Malatesti nel 1388. In quest'anno fu 
ancora ambasciatore a Veuezia, nel 1394 a Biordo 
Michelotti, nel 1395 a Venezia e nel 1396 a Gio. Ga- 
leazzo Duca di Milano. Fu Potestà di Perugia nel 1380, 
di città di Castello nel 1383, e di Ascoli nel 1389. Era 
in tale concetto presso il popolo di Firenze, che la plebe 
in occasione della sommossa dei Ciompi, benché fosse 
già cavaliere, volle che ne fosse rinnuovata la cerimonia. 
Alla sua morte nel 1396 fu onorato di solenne funebre 
onoranza a spese del pubblico ed alle sue esequie tutti 
intervennero i Magistrati. 



— 1508 — 

Da Luigi suo figlio discendeva altro Luigi di Alberto 
che nel 1573 ottenne la dignità senatoria. Alberto suo 
figlio conseguì la stessa dignità nel 1605, e da lui e da 
Francesca Berardi ebbero i natali Giovanni, Luigi e 
Giulio. Giovanni fu per quattro anni residente alla corte 
di Milano, e per dieci alla corte di Vienna, quiudi 
ambasciatore straordinario al Re di Ungheria nel 1618 
e a diversi altri Potentati. Abbandonata la carriera di- 
plomatica, si fece uomo di chiesa ed entrò in Prelatura. 
La morte che Io colse in età non anco matura gì' im- 
pedì di salire alle prime dignità della chiesa alle quali 
era vicino ad ascendere. Luigi suo fratello fu eletto 
senatore nel 1617 e da lui nasceva quell'Alberto Alto- 
viti che dall'Imperatore Ferdinando II fu elevato al 
titolo di marchese del S. R. Impero nel 1633. Questo 
ramo si estinse nel Marchese Luigi di Alberto morto il 
13 Aprile 1764. Finalmente da Giulio di Alberto pro- 
venne una diramazione che mancò nell'Abate Francesco 
di Giovanbatista il 5 Febbraio 1828, e del quale ereditò 
Lorenzo Bonaccorsi Perini figlio di una di lui sorella. 

Arme notissima degli Altoviti è la lupa d'argento 
rampante nel campo nero. Agli squittinj per gli uffìcj 
alla Repubblica trovasi un'altra famiglia Altoviti, per 
distinzione detta degli Altoviti Baroni, la quale era 
ascritta all'arte dei legnajoli. Si estinse per morte del 
prete Lorenzo di Sebastiano nel 1599. 

I Corbizzi consorti degli Altoviti si dissero piutto- 
sto Cobbizzeschi per differenziarsi dalla famiglia Corbizzi 
magnatizia in Firenze. A questi Corbizzeschi appartiene 
Corbizzo di Caccia Console della città nel 1201 e del 
consiglio degli Anziani nel 1215, e si estinsero poco dopo 
il principio del secolo XVI. 

Gli antichi Corbizzi originarj di Fiesole sono cono- 
sciuti fino dai tempi i più remoti della storia Fiorentina, 
narrandoci il Malispini che M. Riccomanno fu fiuto 



— 1509 — 

cavaliere da Carlo Magno nel 805, che Davizzo fu uno 
«lei gentiluomini assegnali per trattenitori all'Imperatore 
Arrigo quando passò per Firenze nel 1013, dal quale 
Imperatore ricevè l'equestre dignità Ruggero dei Corbizzi. 
Marcello fu Console di Firenze nel 1191, e Bambo di 
Mompi nel 1199. Aldobrandino figurò tra i Crociati alla 
guerra santa del 1215 ove intervenne anco Donato che 
fu ascritto tra gli Ospitalieri dell'ordine di S. Giovanni 
di Gerusalemme, eletto Vescovo di Acri, quindi Patriarca 
di Gerusalemme. In tutti i fatti della storia fiorentina 
trovasi mescolato il nome di questa casa. Durante il 
regime Repubblicano Giovanni di Filippo di Paolo fu 
Priore nel 1464, Filippo suo figlio nel 1472 e Gonfa- 
loniere nel 1494. Si estinsero in Roberto di Filippo 
morto il primo Maggio 1620, seppure tuttora non ne 
esiste un ramo passato a Castrocaro nel secolo XIV. I 
Corbizzì ebbero le loro case nel mercato vecchio presso 
S. Pier Bonconsiglio, ora S. Pierino, nella via che gui- 
dava a S. Maria in Campidoglio. Loro arme fu lo scudo 
partito inchiavato d'oro e di rosso. 

Da Davizzo dei Corbizzi furono originati i Davizzi. 
Di essi fu Davizzino di Ranieri Priore nel 1294 e 
Gonfaloniere nel 1300, e Tommaso di Francesco che 
conseguì il Priorato nel 1452 e 1463. Vincenzio di 
Pierfrancesco di Neri prese la croce di Malta nel 1591 
e Lodovico suo fratello morì ultimo della famiglia nel 
1623. L'arme dei Davizzi fu uno scudo partito spaccato 
e contro inchiavato di argento e di rosso, dell'uno 
nell'altro. 

(12) Lorenzo Segni non appartenne a quella famiglia dei 
Segni che si disse Segni Guidi da Segna di Guido suo 
progenitore, e che dal 1447 al 1492 dette sette Priori ed 
abitò nel popolo di S. Remigio. Questa casa Segni che 
produsse Fabio ed Agnolo poeti di qualche rinomanza, nel 
secolo XVI, portò per arme una palma verde ritta in 



— 1510 — 

mezzo a due stelle nel campo azzurro e si estinse nel 
capitano Francesco di Giuliano morto il 10 Maggio 1658, 
seppure i Segni Carosi che si spensero in Francesco di 
Flamminio che morì nel 1690 non erano loro consorti. 
Al contrario la famiglia di Lorenzo Segni trasse la 
sua origine da Poggibonsi ov' era la primaria, avendo 
da essa avuto i natali la B. Buona moglie del B. Luc- 
chese. Lotleringo di Buono nel 1209 andò a chiedere 
favore pei suoi concittadini al Patriarca di Aquilea 
prefetto Imperiale in Italia. Questi Segni portarono il 
domicilio in Firenze nel secolo XIII e furono ammessi 
alle Magistrature nella persona di ser Segna di Cambio 
che fu Cancelliere della Signorìa nel 1287. Ranieri suo 
figlio fu il primo dei trantaquattro Priori di questa casa. 
Celebre fu Francesco di Giovanni che essendo Proposto 
de'Priori nel 1381 mosse la proposizione di imporre un 
accatto per sostenere la guerra contro i Visconti facendo 
appello alla generosità dei cittadini, e per far vedere che 
i suoi detti non erano discordi dalle sue azioni offrì 
senza veruno interesse 16000 fiorini d'oro. Lorenzo suo 
figlio fu Commissario di Pisa nel 1477, e Mariotto e 
Stefano suoi fratelli divisero in due rami la casa. Varj 
dei discendenti di Mariotto figuravano tra i difensori 
della patria durante l'assedio. Tra questi Mariotto di 
Piero che stato più volte Priore e dei Dieci e Potestà 
di Arezzo nel 1528, era durante l'assedio uno dei 
commissari delle milizie. Fra i commissarj delle milizie 
figurò pure Piero suo figlio, e non meno di esso zelanti 
furono nella difesa della città i di lui fratelli Bernardo, 
che in seguito fu signore di Camporsevoli nella Maremma, 
ed Antonio che si meritò il contine dopo l'assedio. Da 
lui nacque Fra Mariotto cavaliere di Malta morto nel 
1605 ultimo di questo ramo. Alessandro di Piero fu 
Priore nel 1503, Commissario di Pisa nel 1528, del 
Magistrato de'Dieci nel 1529, quindi dato in ostaggio 
agl'Imperiali nel 1530 per l'osservanza dei patti della 



— 1511 — 

resa. Da Giovan Maria suo figlio nacquero Piero ed 
Alessandro. Il primo di essi fu talmente versato nelle 
lettere greche e latine da meritarsi il nome di Cicerone 
dei suoi tempi. Tradusse le opere di Demetrio Falereo 
e fece parte dell'Accademia della Crusca ove si disse 
l'Agghiacciato. Morì nel 1605. Alessandro suo fratello 
fu molto ben affetto al Granduca Ferdinando I e dette 
i natali a Tommaso da cui nacquero Bartolommeo 
cavaliere di Malta e Commendatore d'Imola, ed Ales- 
sandro dottissimo gentiluomo, Segretario del Cardinale 
Leopoldo dei Medici, e Bibliotecario di Cosimo III da cui 
fu pure eletto senatore. Oltre molti discorsi da lui letti 
nelle diverse Accademie alle quali fu ascritto, scrisse 
una voluminosa ed esalta storia di sua famiglia. 

Da Stefano di Francesco discendeva Lorenzo che 
dopo avere goduto le primarie Magistrature della Re- 
pubblica, essere stato dei Dieci, ambasciatore a Carlo V 
e al Duca di Ferrara ed essersi talmente conciliato le 
simpatìe dei suoi concittadini da essere considerato come 
uno dei più considerevoli tra gli abitanti di Firenze, 
tradì vilmente la patria gettandosi nel partito di Mala- 
testa Baglioni per costringere la Repubblica a capitolare. 
Ciò gli aprì l'adito al favore Mediceo, e perciò fu 
arruolo alla balìa cui fu ordinato di riordinare il governo. 
Morì nel 1535 e da Ginevra di Piero Capponi lasciò un 
figlio che rese illustre la sua famiglia. Fu questi Ber- 
nardo autore di una storia di Firenze dal 1527 al 
1555. La sana critica, la imparzialità, esattezza ed in- 
teresse che in questa ritrovansi, costituiscono Bernardo 
tra i nostri più celebri istorici. Oltre le istorie scrisse 
la vita di Niccolò Capponi suo zio, scrisse un trattato 
sopra i tre libri dell'anima di Aristotile pubblicati coi 
tipi del Torrentino, e tradusse dal Greco la rettorica, 
la poetica ed i libri della politica di Aristotile. Fu 
dePriori nel 1513, e nel 1541 fu dal Duca Cosimo 
mandato ambasciatore in Germania. Da Costanza Ridolfi 



— 1512 — 

ebbe varj figli tra i quali Lorenzo cavaliere di Malta e 
Giovanbatista da cui provenne Carlo che stabilì la sua 
famiglia in Pollonia. Giovanbatista suo figlio fu Castellano 
di Varsavia e fu padre di Carlo Giuseppe dal senatore 
Alessandro Segni fatto tornare a Firenze per farvi rivi- 
vere la famiglia. Si prese pensiero della sua educazione 
ed infatti riuscì un uomo coltissimo, ina le speranze 
del senatore rimasero in quanto alla successione deluse, 
poiché Carlo amò vivere senza il legame del matrimonio 
ed ultimo di sua famiglia morì il 5 Maggio 1752. I suoi 
beni passarono nei Corsini coi quali aveva vitaliziato, e 
con questi beni la casa già abitata dallo storico Ber- 
nardo suo antenato, qual casa era situala in Lungarno 
presso il palazzo dei Ricasoli. Arme dei Segni furono 
tre rose d'oro separate da una fascia d'oro nel campo 
azzurro. 

Non so poi su qual documento si basi l'asserzione 
degli Antiquarj che i Niccoli siano consorti dei Segni, 
se non è sopra una certa somiglianza nell'arme, aven- 
do i Niccoli portato sei rose d' argento nel campo 
azzurro divise da una fascia dorata. Questi Niccoli tra 
il 1342 ed il 1469 ottennero per cinque volte il Priorato. 
Furono illustrati da Niccolò che fu uno dei più distinti 
letterati dei suoi tempi, da Poggio chiamato, nell'orazione 
che lesse nei suoi funerali, il risuseitalore del Greco 
idioma. Una famosa Biblioteca da lui raccolta fu per sua 
disposizione data dopo la sua morte ai Domenicani di 
S. Marco. Morì di 73 anni nel 1430. Questi ^Niccoli al 
tempo nel quale scriveva il Verino, cioè circa il fine 
del secolo XV erano estinti. Siccome il Bracciolini nella 
orazione funebre di Niccolò Niccoli disse ch'ei discen- 
deva dal sangue dei Signori di Montecaroso, quindi è 
che nel secolo XVII un ambizioso cittadino di cognome 
Garosi architettò un albero genealogico nel quale innestò 
i Niccoli, i Segni Guidi e la propria casa, facendole 
tutte derivare dai Bonaguisi. 



— 1513 — 

Altri Niccoli ascritti all'arte dei beccaj ebbero 
quattro Priori tra il 1349 ed il 1395. Arme di questi 
Niccoli furono tre stelle d'oro divise da una fascia di 
argento nel campo rosso. 

» 

(13) Secondo il Verino che ci ha tramandato le tradizioni dei 
suoi tempi intorno alle origini delle famiglie fiorentine, 
i Minerbetti sarebbero qua venuti da Lucca. Peraltro 
e comunemente ritenuto che siano nativi dell' Inghilterra 
e della famiglia di Tommaso Becket Arcivescovo di 
Cantorbery fatto uccidere dal Re Enrico li. Dicesi perciò 
che la famiglia dell'Arcivescovo proscritta e perseguitala 
fu costretta a cercarsi una nuova patria, e che verso il 
fine del secolo XI si stabilì a Lucca, d'onde poi tra- 
sportò il domicilio a Firenze. Vuoisi infatti che l'etimo- 
logia di questo cognome sia minor Becket, quasi ad 
indicare un ramo cadetto di quella potente casa dell'In- 
ghilterra. In Firenze erano già stabiliti i Minerbelti 
circa la metà del secolo XIII, sapendosi che alla battaglia 
di Monlaperli M. Ruggerino Minerbetti era uno degli 
Alfieri dell'esercito guelfo e che poi nel 1280 segnò la 
pace del Cardinale Latino. Maso suo figlio aprì la serie 
dei trentatrè Priori che dal 1283 al 1531 dette alla 
Repubblica questa famiglia , e Lapo fu il primo dei 
tredici Gonfalonieri nel 1302. Andrea di Niccolò nel 
1389 fu mandato ambasciatore a Bonifazio IX per pre- 
stargli obbedienza ed offrirgli le forze della Repubblica. 
Fu uno dei più valorosi cittadini di Firenze perciò 
spesso fece parte del Magistrato dei Dieci di guerra e 
nel 1393 fu mandato a Perugia per sopirvi le civili 
discordie. Giovanni suo figlio essendo Gonfaloniere nel 
1434 ricevè da Eugenio IV lo stócco e il cappello be- 
nedetto nella notte di Natale tra la solennità dei Pon- 
tificali nel Tempio di S. Maria Novella. Morì nel 1445 
ed essendo stato mollo benemerito della città se gli 
T. iv. 4^ 



— 1514 — 

fece a spese pubbliche la funebre onoranza, e da tutti 
i Magistrati fu accompagnato il cadavere alla sepoltura 
nella sagrestìa di S. Pancrazio ch'egli avea edificato. 
Da lui nacque Piero che nel 1471 deputato ambasciatore 
di obbedienza a Sisto IV ne tornò da quel Papa armato 
cavaliere a spron d'oro, e che nel 1472 fece parte del 
consiglio preposto alle cose della guerra contro i Volter- 
rani. Nel 1475 fu mandato a Pistoja per tentare di 
porre un argine al furore delle fazioni, e nel 1480 dovè 
tornare al Pontefice per chiedere assoluzione dalle cen- 
sure fulminate contro la città in occasione della congiura 
dei Pazzi. Tommaso di Andrea tra le molte ambascerìe 
che sostenne per la Repubblica, mandato a prestare 
obbedienza ad Alessandro VI nel 1492 fu dal Pontefice 
armato cavaliere. Nei suoi figli si divise in tre rami la 
casa. Da Piero provenne una diramazione che si estinse 
in Raffaello di Luca il 22 Maggio 1788. Costui avendo 
avuto in sorte la eredità Squarcialupi dovè per disposi- 
zione del testatore chiamarsi Aleandro Squarcialupi, e 
scrisse una pregevolissima, interessante e minuta cro- 
naca dei suoi tempi che abbraccia il periodo dal 1737 
al 1788. Esiste nel suo originale nella Biblioteca Pan- 
ciatichi. Antonio propagò quel ramo che si disse dei 
Minerbetti Tassi per la eredità di questa casa, e che 
mancò in Alamanno del senatore Ugo nel 1731. Andrea 
di M. Tommaso fu Commissario generale della Romagna 
nel 1516 e sostenne per il comune molte missioni. Co- 
nosciuto fanatico pei Medici fu sostenuto in palazzo 
durante l'assedio. Appena seguita la resa fu tolto dal 
suo carcere e fu compreso nella balìa che riformò il 
Governo della città. Eletto senatore nel 1532 fu fido 
consigliere dei Duchi Alessandro e Cosimo 1. Dopo di 
lui cinque altre volte fu conferito il senatorato ai Mi- 
nerbetti. La discendenza del senatore Andrea e con essa 
la famiglia si estinse in Andrea di Orazio del senatore 



— 1515 — 

Arrigo che morì il 21 Novembre 1793 lasciando super- 
stite una sola figlia maritata al marchese Niccolò San- 
tini di Lucca. 

Altro figlio di M. Tommaso fu Francesco che da 
Canonico Fiorentino fu eletto Vescovo di Arezzo e poi 
Arcivescovo Turritano. Fu mollo in favore presso Leone 
X, talché quando questo Papa venne a Firenze nel 1515. 
ei fu mandato a incontrarlo a Cortona. Nel 1523 fu 
deputato ambasciatore di obbedienza a Clemente VII e 
macchiò la sua fama e la sua reputazione, pregando il 
Pontefice con tale adulazione e tale umiltà e quasi poco 
men che piangendo a riparare ai guai della patria e a 
darlo un padrone in uno di sua famiglia. Bimase alla 
sua sede di Arezzo finché Firenze fu stretta da assedio 
e non mancò di porgere ogni sorta di ajuto ai di lei 
nemici, ma appena seppe che vi era stata spenta la 
libertà volò a Firenze per cooperare a stabilirvi il 
dominio dei Medici. Nel 1531 fu mandato a Prato 
incontro al Duca Alessandro quando venne a prender 
possesso del nuovo suo dominio ed a quel Principe servì 
poi in qualità di consigliere di stato. L'istessa carica 
ricoprì durante il regno di Cosimo I che lo ebbe non 
meno caro e lo destinò ad importanti ambascerìe. Spese 
oltre 30000 scudi nel fondare e dotare il monastero 
di S. Silvestro in Borgo Pinti ove dispose che si accet- 
tassero le fanciulle monacande senza veruno assegnamento 
dotale. Morì nel 1543. Altri Prelati dette questa famiglia, 
come Bernardetto di Andrea Vescovo di Arezzo ben 
affetto a Cosimo I che gli affidò importanti missioni tra 
le quali una a 3Iantova per condolersi della morie del 
Duca Francesco nel 1549, ed altra a Filippo II Re di 
Spagna per ottenere l'investitura di Siena. Alla corte 
medesima rimase residente dal 1557 al 1564. Morì nel 
1574. Cosimo di Bernardo Vescovo di Cortona nel 1622 
fu tra i consiglieri di stato di Cosimo II. 



— 1516 — 

Arme dei Minerbetli furono Ire pugnali di argento 
appuntati in pila verso la punta dello scudo nel campo 
rosso. 

(14) Nel 1534 il Pallone, usanza carnevalesca di Firenze 
seguitata dagli Strozzi e da varj altri cittadini, diede 
motivo al Duca Alessandro De' Medici d'imprigionarne 
molti , e tra questi i figli di Filippo Strozzi. Questi però 
tolse al Duca il pretesto, perchè mandò i suoi cassieri 
a pagare in tutte le botteghe il danno che potevano 
avere arrecalo. Questa è la prima origine dell' odio che 
si sviluppò tra gli Strozzi ed il Duca Alessandro, aumen- 
tato in seguito da più crudeli ingiurie. 

(15) Niccolò di Pierozzo del Vivajo nel 1527 era stato il 
nono Priore che dal 1388 aveva dato al Comune la sua 
«asa. Il vero cognome di questa casa fu Franceschi e 
si disse del Vivajo da un piccolo borgo presso Figline 
dal quale traeva l'origine. Si eslinse per morte di Al- 
berto di Niccolò il 18 Novembre 1659. Usò per arme 
un archipenzolo azzurro fregiato d'oro e caricato di sci 
mezze lune d' oro addossate ed accostate da sei palle 
parimente dorale nel campo d'argento. 

(16) Luca di M.Piero Vespucci che fu del consiglio de'Dugcnto 
dopo la caduta della Repubblica apparteneva ad una 
famiglia originaria di Perclola e che da Vespuccio di 
Dolce di Bene vinaltierc, che fu Priore nel 1350, a Bar- 
tolommeo di ser Antonio di ser Anastasio, che lo fu 
nel 1524, ottenne per Ire volle il Gonfalonieralo e per 
venticinque il Priorato. Giovanni di Simone Vespucci 
fu mandato Commissario al Borgo S. Sepolcro nel 1436 
mentre vertevano le dispute sul possesso di quella terra 
tra la Repubblica ed Eugenio IV, e nel 1435 fu oratore 
al Re Alfonso di Aragona che gli concesse il privilegio 



— 1517 — 

di apporre un vaso nel proprio stemma. M. Guidan- 
tonio di Giovanni di Simone fu famoso Legista e Gon- 
faloniere nel 1487 e nel 1498. Nel 1478 fu deputato 
oratore a Sisto IV ed al Re Luigi XI di Francia. Tornò 
a Sisto IV nel 1480 per chiedere a nome della Repub- 
blica assoluzione dalle censure fulminate per la congiura 
de' Pazzi, e nel 1484 andò a prestare obbedienza al 
nuovo Papa Innocenzo Vili. Nel 1494 fu mandato am- 
basciatore a Carlo Vili Re di Francia quando si udì 
che moveva alla conquista di Napoli e nell'anno seguente 
tornò a Parigi per risedervi. Nel 1497 fu di nuovo 
mandato alla corte di Francia per chiedere ajuti nella 
guerra di Pisa, quindi nel 1498 a Milano e Venezia. 
Giuliano di Lapo di Biagio sostenne il Gonfalonieralo 
nel 1462, e nel 1453 fu Commissario generale di guerra, 
ed Ambasciatore a Genova nel 1459. Piero suo figlio 
guidò le galere dei Fiorentini nel viaggio di Barberìa 
nel 1462, e nel 1464 in altra escursione nella Sorìa. 
Nel 1470 fu mandato ambasciatore al Re Ferdinando 
di Napoli che lo armò cavaliere. Nel 1478 in occasione 
della congiura dei Pazzi fu per ordine di Lorenzo il 
Magnifico rinchiuso nelle Stinche sotto pretesto che si 
fosse approfittato del tumulto nato in queir occasione 
per saccheggiare molte case, ma più probabilmente per 
avere ajutata la fuga di Napoleone Franzesi suo amico. 
Solo nel 1480 ottenne di essere liberato per mediazione 
del Duca di Calabria. Antonio di ser Anastasio di ser 
Amerigo di Stagio servì per molti anni la Repubblica 
in qualità di Cancelliere delle Tratte, e in benemerenza 
dei suoi luoghi e fedeli servigj gli fu nel dargli congedo 
per vecchiezza assicurata una pensione vitalizia, unico 
esempio di simile generosità nella Repubblica Fiorentina. 
Ma chi rese veramente illustre questa famiglia fu Ame- 
rigo suo fratello nato da Lisabetta di ser Giovanni di 
ser Andrea Mini il 9 Marzo 1451. Ebbe a precettore 
Giorgio Antonio Vespucci suo zio, Domenicano in S. Marco., 



— 1518 — 

uno dei pia dotti uomini del secolo XV il quale tra- 
dusse i monumenti greci di Sesto Empirico e che dal 
Ficino fu scelto a censore della sua teologìa platonica. 
Da lui Amerigo apprese più lingue. Si occupò nello 
studio della storia, della fisica e della geometria, e si 
rese familiari Dante e Virgilio. Ammesso alla celebre 
Accademia Platonica vi conobbe il Toscanelli che gli 
rese palesi i suoi pensieri sulla esistenza di un nuòvo 
mondo e gli svolse i progetti della nuova ricerca. A 
tale oggetto si rese familiare lo studio dell'astronomìa, 
della cosmografia e della nautica, nel che gli giovarono 
molto i lumi che potè ottenere da M. Piero suo parente. 
Era a Siviglia ministro della ragione dei Medici quando 
intese che il Colombo era giunto a tenere la terraferma 
dell'Asia. Animato da questo successo si maneggiò presso 
il Re Ferdinando di Spagna onde a lui pure si fornis- 
sero i mezzi per procedere a nuove scoperte. Partì 
da Cadice il 10 Maggio 1497 con quattro navi e toc- 
cando l'Isole Fortunate volse arditamente a ponente, e 
in capo a 37 giorni, a mille leghe dalle Canarie, den- 
tro la Zona torrida giunse a tenere la terraferma. Scese 
a terra il primiero, e primo volle calcare coi piedi il 
nuovo continente. Proseguendo nei suoi viaggi risalì il 
golfo di Paria, tornò alla Margarita e sì fermò a Ve- 
nezuela. Proseguì nel suo cammino che lo portò a nuova 
scoperta e nel 1498 tornò in Spagna dopo 18 mesi di 
peregrinazione. Altro viaggio intraprese nel 1499 che 
produsse maggiori scoperte, e da questo fece ritorno 
nell' anno seguente. Giunta alla Repubblica Fiorentina 
la nuova della gloria del suo concittadino, mandò so- 
lennemente le lumiere alle case dei Vespucci e vi stet- 
tero accese per tre notti continue, segno di grandissima 
onoranza che raramente accordavasi dal Comune. La 
ingratitudine del Re di Spagna verso il Colombo lo sco- 
raggi, per il che abbandonato quel Monarca andò a 
prestare i suoi servigj a Don Emanuello Re di Portogallo. 



— 1519 — 

Per quel Sovrano intraprese il suo terzo viaggio nel 
1501, viaggio che lo portò a scoprire il Brasile. Altro 
ne fece nel 1503, ma fortunoso e pieno di perigli, du- 
rante il quale vittima dell'invidia e della crudeltà di 
uno dei suoi capitani fu più volte in pericolo di perder 
la vita. Disgustato col Portogallo tornò nuovamente in 
Spagna e si mise in corso per tentare altri liti nel 1508, 
ma perì nel corso di questa navigazione e fu sepolto 
all' isole Terzère. Amerigo ebbe la gloria di dare il suo 
nome al nuovo mondo, gloria che non sorti neppure ai 
più grandi conquistatori. Ei stesso in lettere dirette a 
Piero Soderini scrisse la relazione dei suoi viaggi. Molte 
calunniose voci insorsero contro il Fiorentino navigatore, 
le sue scoperte furono tacciale di falsità, e fu per Ano detto 
che di favole e di millanterìe avesse ripieno le lettere nelle 
quali rese conto dei suoi viaggi. Ben è vero che il con- 
siglio Beale delle Indie nel 1508 pubblicò sentenza con- 
tro il Vespucci aggiudicando al Colombo il merito di 
dare il suo nome al nuovo mondo, ma la sentenza non 
ebbe l' effetto e forse questa sentenza fu causata dal 
dispetto della Spagna che Amerigo 1' avesse abbandonata. 
È indubitalo, ed anco i più acerrimi detrattori del Ve- 
spucci lo affermano, che egli il primo toccò il continente 
occidentale. Di fatto non è presumibile che Amerigo 
superasse l' opinione generale degli uomini a forza di 
semplici ciancie; perciò se Amerigo non fu di fatto il 
primo scopritore del nuovo mondo, se Colombo lo pre- 
cede, deve però ritenersi che per convinzione e per 
gì' insegnamenti del Toscanelli prima di lui lo cono- 
scesse, e che avendo in seguito avuto la fortuna di toc- 
care il primo il gran continente , non del tutto usurpato 
fu il diritto di dargli il suo nome, nome che in sostanza 
non egli gli diede, ma bensì il consenso e la consue- 
tudine di tutti i contemporanei e di tutta Y Europa. 

La linea procedente dal fratello di Amerigo Vespucci 
si spense in Giovanni di Antonio nel 1712. 1 Vespucci 



— 1520 — 

che tuttora esistono in Firenze sono è vero della stessa 
famiglia, ma procedono da un ramo distaccatosi dal tronco 
comune oltre un secolo avanti il nascere del celebre 
navigatore. Arme dei Vespucci è la banda azzurra cari- 
cata di vespe dorate nel campo rosso, col franco quar- 
tiere di argento con* un vaso dorato con viole al na- 
turale. 

Per disposizione di Simone di Piero Vespucci fu 
edificato presso le sue case lo spedale di S. Maria 
dell' Umiltà nella via Borgo Ognissanti nel 1400. La 
compagnia del Bigallo ne fu chiamata al Patronato che 
mantenne fino al 1587, nel quale anno e diritti e spedale 
cede ai Religiosi di S. Giovanni di Dio coli' obbligo di 
esercitarvi 1' ospitalità secondo il loro istituto. Questi ri- 
dussero subito a miglior forma il locale che poi nel 1635 
ingrandirono per le liberalità di molte famiglie, in specie 
dei Comi e dei Ximcnes. Lo spedale e la chiesa col 
disegno del Marcellini furono ridotti alla forma attuale 
nel 1735, quando per volere del Granduca Gio. Gastone 
fu convenuto coi Frati che avrebbero prestato le loro 
cure repartitamente a 24 malati per giorno dietro un 
compenso da darsi ai Religiosi dalla congregazione isti- 
tuita per il conservatorio dei poveri, che dovevano se- 
condo le primarie disposizioni del Sovrano essere rac- 
colti nello spedale di Bonifazio. 

(17) Una strada nel quartier S. Croce circoscritta dalle vie 
dei Leoni e dei Saponai, come pure un vicolo che prin- 
cipia da via delle Cipolle presso S. Pierino e si perde 
tra alcune case del quartier S. Maria Novella, ed altro 
vicolo situato Oltrarno, portano il nome di via del 
Goanto dalla prossimità delle abitazioni di varie case 
di tal cognome. 

Alla prima di tali vie dette nome la famiglia Ber- 
nardini detta del Guanto dall'arme di un guanto d'oro 
nel campo rosso, forse insegna dell' osterìa di Dolfo di 



— 1521 — 

Bernardino che fu Priore nel 1389. Niccolò figlio di 
Dono conseguì la stessa dignità nel 1429. 

I del Guanto che abitavano Oltrarno nel popolo 
di S. Iacopo ebbero Girolamo di Piero di Simone priore 
nel 1488. Simone figlio di Girolamo fu uno dei capi- 
tani delle milizie cittadine nel 1528. Si eslinsero in 
Bernardo di Francesco che morì il 30 Gennajo 1617 
stile comune. Fu stemma di questa casa un campo di- 
mezzato di argento su azzurro, e nella parte inferiore 
un braccio vestito di rosso colla mano coperta da un 
guanto di argento e tenente una croce rossa in asta. 

18) Varie furono le famiglie Becchi in considerazione ai 
tempi Repubblicani. 

Prima tra le altre è la famiglia dei Becchi detti 
Nettoli per Giovanni di Nettolo di Ciomeo di Becco 
da Lucca cambiatore che fu Priore nel 1437. Francesco 
suo figlio lo fu nel 1446 e Guglielmo di Francesco nel 
1517. Appartiene a questa casa Guglielmo di Giovanni 
Becchi Agostiniano, illustre teologo e matematico e più 
famoso astronomo per i suoi tempi. Nella Magliabechiana 
conservansi alcune sue osservazioni sugli astri, da lui 
dedicate a Piero di Cosimo de'Medici nel 1456. La sua 
dottrina lo portò al generalato dell'ordine Agostiniano, 
indi al Vescovato di Fiesole nel 1470, quale resse fino 
al 1480. Questi Becchi si estinsero in Guglielmo di 
Francesco morto il 29 Agosto 1599. Fu loro stemma 
il campo dorato con tre teste d'Aquila azzurra con lin- 
gua rossa, col capo dello scudo azzurro col solito lam- 
bello e gigli della casa d'Anjou. 

I Becchi del quartier S. Croce, dalla professione 
da essi esercitata detti fibbiai, da Michele di Francesco 
di Becco fabbro che fu Priore nel 1437 a Niccolò di 
Giovanni di Francesco di Michele che la stessa dignità 
conseguì nel 1527, dettero al comune tredici Priori. 
Ricciardo di Francesco di Michele Prelato alla corte di 

T. IV. 4*' 



— 1522 — 

Roma era per salire a eminenti dignità quando tu col- 
pito dalla morte. Si eslinsero il 15 Maggio 1706 in 
Giovan Maria di Gaspero. Da questi Becchi che porta- 
rono per arme una quercie al naturale piantata sopra 
una piramide di sei monti d'oro e retta da due leoni 
affrontali doro nel campo azzurro, prese nome una 
strada del quartiere S. Croce. 

Ad altri Becchi nativi di Fiesole appartenne ser 
Stefano di ser Matteo che fu squiltinato nel 13G3. Tieri 
e Lorenzo suoi figli lo furono nel 1391. Arme di questi 
Becchi fu un Saracino al naturale cavalcante un becco 
di argento nel campo azzurro. 

I Becchi di Sesto di S. Piero Scheraggio che usa- 
rono per stemma un doppio rastrello rosso posto in 
banda nel campo d'argento ebbero Gianni di Becco che 
fu de'Signori nel 1282, 1285 e 1289. 

Finalmente i Becchi Bcjamonti che furono pa- 
droni di Torre Becchi rocca fortissima nel Fiorentino 
contado. A questi appartenne M. Bujamonte di M. Rota 
che con Palmiere, Visconte e Becco suoi figli intervenne 
alla battaglia di Montaperti, e che fu rammentato da 
Dante nel cavalier supremo della tasca coi tre becchi. 
Fu stemma di questa casa lo scudo rosso con tre teste 
di falco dorale. 

(19) La famiglia di Giovanbatista Del Bene abitò in via 
Borgo SS. Apostoli nel palazzo che fa angolo su quella 
piazzetta di contro a quello dei Borgherini, e da essi 
prese nome quella stradclla che dalla della piazza guida 
al Lungarno. Questi Del Bene vennero a Firenze da 
Fiesole e si dissero più in aulico Benucci. Ammessi 
alle Magistrature nel 1283 ottennero per venti volte il 
Priorato. Sennuccio di Benuccio fu gentil rimatore, amico 
carissimo del Petrarca e non meno grato a Giovanni 
XXIII, che gli ottenne di essere richiamato alla patria 
dalla quale era stato bandito. Jacopo di Francesco, per 



— 1523 — 

antonomasia detto il Magno, fu Gonfaloniere di Giustizia 
nel 1352, 1355 e 1365, ambasciatore ad Arezzo nel 
1351, e nel 1358 Potestà di Prato che resse con fer- 
mezza e vi quietò i moti civili che la dividevano. Dopo 
aver sostenuto altri onorevoli incarichi morì nel 1306. 
Jacopo di Filippo andò nel 1451 ambasciatore a La- 
dislao Re di Ungheria per invitarlo a venire in Italia 
a reprimere la potenza dei Veneziani; e per lo stesso 
oggetto si portò a Milano presso Francesco Sforza per 
vincolarlo vie maggiormente alla lega coi Fiorentini. 
Altro Jacopo figlio di Francesco di Jacopo fu nel 144=7 
tesoriere Pontificio, come Io fu più tardi Piero di Al- 
berlaccio di Vieri amicissimo di Alessandro VI e 
del Duca Valentino. Ebbe molto potere nella corte Pon- 
tificia ed i Fiorentini se ne approfittarono noi 1501, 
quando temendo dell'ambizione del Valentino tentarono 
ogni mezzo per non disgustarlo colla Repubblica. Allorché 
Firenze fu assediata trovò tra i Del Bene varj generosi 
che la difesero, e meritano distinzione Leonardo, Neri, 
Lodovico, Francesco e Giovanbatista tutti figli di Tom- 
maso , i quali dopo 1' assedio furono condannati 
al confine. Fra questi Giovanbatista soprannominato 
Bogìa si distinse al di sopra degli altri. Fanatico liber- 
tino fu uno dei principali nei tumulti del 1527 e figurò 
tra coloro che arsero le ville Medicee. Fu in seguito 
tra i nemici di Niccolò Capponi e tentò di far nascere 
dei rumori all'occasione dell'arresto di Jacopo Alamanni. 
Alla istituzione delle milizie civiche fu uno dei capitani 
preposti a dirigerle e da lui fu istigato il Ghiberti 
quando dipinse Clemente VII sopra le forche. Dopo la 
resa fuggì dalla città travestilo da contadino e trovò 
generosità nel conte di Lodrone che lo nascose nel 
campo Imperiale e gli procurò i mezzi di porsi in salvo. 
Datosi allo spirito, mentre a Firenze si cercava per 
decapitarlo, andò a Gerusalemme a visitare il sepolcro, 
e morì durante questo suo pellegrinaggio. Al contrario 



— 1524 — 

Filippo Del Bene mercante a Venezia invitato a soccor- 
rere con denaro la patria vi si ricusò trascinato dal- 
l'avarizia che lo avviliva. 

Altro difensore ebbe Firenze in Niccolò di Ridolfo 
Del Bene, detto Monamì, che essendosi dopo l'assedio 
fuggito ebbe bando di ribelle e ne fu posta a prezzo la 
testa. Albertaccio di Piero perì alla battaglia combattuta 
a Marciano contro Cosimo I nel 1554, ed il Duca assi- 
curò al suo nome corona immortale di gloria quando 
per pubblico decreto condannò all'infamia la sua me- 
moria. Niccolò dopo l'assedio passò in Francia ove 
incontrò il favore di Francesco I alla cui corte coprì 
cariche luminose. Fu colto e rinomato poeta, e destinato 
a parecchie missioni tra le quali una sostenne presso 
Pio V nel 1571. Acquistò in quel regno varie baronìe e vi 
mise la sua famiglia al livello delle principali. Giuliano 
suo figlio cavaliere di S. Maurizio fu inviato dalla 
Francia alla corte di Pollonia, quindi al Pontefice e alla 
Toscana nel 1588 per condolersi della morte di Fran- 
cesco I. Bernardo Vescovo di Nimes fu ambasciatore 
al concilio di Trento e per fanatismo religioso molto si 
distinse nelle guerre di religione. Caduto nelle mani 
degli Ugonotti dopo inauditi strazj fu tolto di vita. Fra 
Niccolò di Francesco cavaliere di Malta perì alla difesa 
di quell'isola nel 1565, e Baccio di Francesco cavaliere 
di S. Stefauo commissario generale delle galere Toscane 
perì in uno scontro contro i Maomettani nel 1594. Fra 
Gisberto di Piero Bailo della Morea fu grande Ospitaliere 
ed ammiraglio dell'ordine di Malta. Due senatori tolsero 
i sovrani Medicei da questi Del Bene che in Firenze 
mancarono alla morte di Fra Tommaso del Colonnello 
Giulio Cavaliere di Malta e Gran Priore di Pisa , 
Maggiordomo maggiore e Ministro favorito di Cosimo III, 
morto il 2 Dicembre 1739. Il ramo di Francia ed altro 
ramo stabilito a Verona e decorato del titolo comitale, 
erano precedentemente mancati. Due gigli d' argento 



— 1525 — 

astati, incrociati alla schisa in campo azzurro composero 
l'arme di questa casa, ed un cane mastino col molto 
« el più fedele » ne fu l'impresa. 

Altre famiglie Del Bene furono in Firenze che 
giudico proprio di nominare per diflerenziarle da questa. 

I Faffi Del Bene portarono l'aquila bicipite col 
volo abbassato, rossa nel campo di argento, ed ebbero 
Lapo di Bene di Faffo Priore nel 1284, 1286, 1290, 
1294 e 1296. 

I Del Bene Chiari dettero quattro Priori tra il 
1319 ed il 1361 e si estinsero in Chiarozzo di Bene 
di Chiaro vittima della pestilenza del 1363. Ad essi 
appartiene il B. Remigio Domenicano. Ebbero per arme 
due lune crescenti di argento nel campo azzurro divise 
da due fregi dorati. 

I Del Bene Guidacci dei quali ne sarà tenuto 
parola parlando di quella casa. 

I Del Bene che in grado cittadinesco tuttora esi- 
stono a Firenze provengono da una famiglia Bucelli 
delta, a distinzione di altra omonima, Bucelli del Corso 
perchè abitarono nel corso dei Tintori, ed ebbero sei 
Priori tra il 1367 ed il 1461. Fu loro stemma il bove 
rosso rampante in campo di argento. 

Finalmente i Del Bene Benizzi furono ascritti all'arte 
degli Speziali ed ottennero il Priorato in Girolamo di 
Niccolò nel 1409, 1416 e 1424, e mancarono durante 
il secolo XV. La loro arme composta di aquila di argento 
seminata di lune azzurre nel campo turchino gli fa 
supporre consorti degli antichi Benizzi che uguale usa- 
rono lo stemma, ma senza le lune. Questi Benizzi che 
ottennero quattordici Priori dal 1301 al 1427 si estin- 
sero nel secolo XVI. Furono illustrati da Banco di Guer- 
nieri Gonfaloniere di Giustizia e da S. Filippo d' Jacopo 
nato nel 1233, Servita e Generale dell'ordine, il quale 
per umiltà ricusò il sommo Pontificato. Morì il 23 
Agosto 1285. 



— 1526 — 

(20) Non si può scrivere dei Rinuccini senza aver di mira 
la storia che di quella casa ha scritto il chiarissimo 
Giuseppe Aiazzi. Peraltro quanto io convengo con lui 
nell'escludere i Rinucciui dalla consorterìa coi Guidacci, 
dei quali dirò qualcosa al termine di questa nota, 
altrettanto mi trovo costretto dalla da me emessa pro- 
fessione di volere attenermi al vero, a non potere seco 
lui convenire sull' ipotesi da lui avanzata relativamente 
all' origine di questa famiglia da quella potentissima 
dei Ricasoli. Senza stare ad esaminare i documenti 
allegati che forse riguardano due diverse casate e 
che qualche coincidenza di nome, e T esistenza di 
una Cona nel Valdarno e di altra nel Chianti hanno 
fatto attribuire ad una sola famiglia , soltanto citerò 
avermi colpito la differenza dell'epoca in cui visse il 
Rinuccino che dall' Aiazzi vien dato per padre a Lapo 
sicuro progenitore dei Rinuccini, da quella in cui dev'es- 
sere vissuto il vero di lui genitore. Infatti questo Ri 
nuccino allegato dal chiarissimo Aiazzi viveva, anzi era 
maggiorenne e capace di potere come testimone assistere 
a dei contratti nel 1189; ed allora come può convenire 
quell' epoca coli' esistenza di Lapo suo figlio che nel 
1280 fu uno degli espromissori del partito guelfo alla 
pace del Cardinale Latino, e che non doveva essere 
grave per anni, poiché si sa che protrasse la vita fino 
circa il 1330? A schiarir vie maggiormente questo dubbio 
serva il fare osservazione che i Rinuccini furono am- 
messi al Priorato nel 1347 e che né alla istituzione del 
governo popolare nel 1282, uè alla riforma di Giano 
Della Bella del 1293, nò alla posteriore di Baldo di 
Aguglione nel 1311 nella quale quasi tutte le case 
Magnatizie furono escluse dalle Magistrature, mai i Ri- 
nuccini trovatisi menzionati tra le case eccettuate, come 
sarebbe seguito se realmente fossero stati un ramo dei 
potentissimi Signori di Ricasoli che furono esclusi, e che 
dopo oltre un secolo poterono soltanto essere ammessi 



— 1527 — 

dietro rinunzia all'avito nome e alle insegne, e per 
solenne speciale decreto della Repubblica. Dilucidato per 
quanto a me pare questo punto della loro istoria dirò 
non esistere dubbio sulla provenienza dei Rinuccini da 
Cona nella Valdarno superiore. Lapo di Rinuccino loro 
progenitore fu adunque uomo popolare e dopo aver 
segnato la pace del Cardinale Latino, fu nel 1287 sin- 
daco per trattare coi gueIG discacciati da Arezzo, nel 
1290 fu Ufficiale sull'estimo e nel 1294 edificandosi il 
Tempio di S. Croce vi eresse una cappella che ora 
serve di sagrestìa. Cino suo figlio morì in giovane età 
prima del 1320 e da Tessina Corbizzi ebbe nel 1316 
Francesco uomo che rese illustre la sua casa e la elevò 
al rango delle primarie della città. Lungo riuscirebbe il 
far menzione di tutti gli atti della sua vita, serva solo 
il rammentare qui i principali. Cominciò ad essere in 
carica nel 1344, nel qual anno fu deputato ambasciatore 
alla lega di Rignano. Nel 1345 fu dato in ostaggio a 
Mastino della Scala per la compra di Lucca, nel 1347 
fu il primo dei diciassette Priori di sua famiglia e nel 
1350 prestò gratis al comune 17000 fiorini per la compra 
di Prato quindi altri 3540 per la guerra di Pisa nel 
1363. Nel 1362 fu deputato ambasciatore a Ferrara per 
onorare le nozze del marchese Niccolò D' Este con Verde 
della Scala ed in tale occasione fu con magnifica pompa 
armato cavaliere a spron d'oro. Nel 1364 fu dei siudaci 
destinati a trattare la pace con i Pisani, quindi mandato 
ad Arezzo per rivendicare al comune i castelli di Ser- 
ra e Gressa. Nel 1375 fu mandato oratore a Urbano V 
ad Avignone per prestargli obbedienza e per procurare 
che il Petrarca tornasse alla patria, e nel 1370 fu spe- 
dito a S. Miniato per tornar quella terra all'obbedienza 
dei Fiorentini. Nel 1373 ebbe il vanto di momentanea- 
mente quietare le civili discordie di Pistoja e in occa- 
sione della guerra contro Gregorio XI nel 1375 fu uno 
degli emissarj mandati in varie terre del Pontificio do- 



— 1528 — 

minio per ribellarle alla Chiesa. Fu inoltre deputato 
ambasciatore alla Regina Giovanna di Napoli per giu- 
stificare il Comune dalla immeritata condanna inflittagli 
dal Pontefice e nell'occasione di tale ambasciata citasi 
un lubrico aneddoto tra il Rinuccini e quella Regina, 
aneddoto che il severo carattere del Magistrato e la di 
lui matura età rendono immeritevole affatto di fede. 
Restituitosi a Firenze fu eletto in uno dei Commissarj 
di quella guerra nella quale si diportò con zelo impa- 
reggiabile. Fu rimunerato delle sue fatiche per la patria 
come Aristide in Atene, poiché nel 1378 fu ammonito. 
Morì nel 1381 lasciando una fortuna colossale per il 
secolo in cui visse. Ebbe molti tìgli, tra i quali emer- 
sero Giovanni, Simone e Cino. Giovanni fu armato 
cavaliere dai Ciompi nel 1378, fu Capitano di Perugia 
nel 1382, ambasciatore agli Alidosi per mantenerli in 
fede alla Repubblica nel 1391. Simone e Cino propaga- 
rono la famiglia. 

Tra i discendenti di Simone si distinse Giovanni 
di Simone che nel 1527 fu multato dal Cardinale Pas- 
serini per essere poco parziale ai Medici, e che mostrò 
tale ardore in difesa della libertà durante l'assedio, da 
meritarsi dopo la capitolazione di essere condannato al 
confine. Questo ramo mancò nel senatore Ottavio di 
Tommaso morto nel 1675. 

Cino di M. Francesco si fece molto nome tra i 
letterati e scrisse rime eulte e leggiadre. Tra i figli che 
Cino ebbe da Elisabetta di M. Filippo Adimari, sorella 
del Cardinale Alamanno, furono Jacopo e Filippo dai 
quali provengono le due principali diramazioni dei 
Rinuccini. 

Da Jacopo provenne un ramo che si protrasse fino 
al 1830, nel qual anno si estinse in Gio. Romano di 
Cosimo Maria, ramo che fu illustrato da Renedetto di 
Jacopo, soldato che militò alla difesa di Firenze sotto il 
Ferruccio dal quale fu nel 1530 lasciato alla guardia 



— 1529 — 

di Pisa, e che dopo l' assedio gettatosi tra i fuorusciti fu 
da Cosimo I fatto ribelle. Rimasto prigione alla battaglia 
di Montemurlo dovè la vita alla generosità di Pirro 
Colonna. Domenico di Giuli an Maria sostenne ambascerìe 
a Bologna, a Mantova, a Brescia e a Verona, e Dome- 
nico suo figlio mostrò molto valore militando per Cosimo 
I all'assedio di Siena. Francesco di Orazio eletto Vescovo 
di Pistoja nel 1652 si mostrò quanto dotto altrettanto 
zelante Prelato, e governò la sua diocesi fino al 1678. 

Filippo di Cino fu mandato ambasciatore di obbe- 
dienza a Martino V nel 1418, e morì dopo aver coperto 
molte Magistrature nel 1462. Tra i nove suoi figli non 
possono lasciarsi sotto silenzio Alamanno, Francesco e 
Neri. Alamanno nacque nel 1419 ed ancor giovinetto 
dava indizio che sarebbe divenuto non oscuro letterato. 
Ebbe a maestro il Ficino e l'Argiropolo. Era aucor 
giovine quando dal Greco tradusse in elegante latino la 
vita di Apollonio Ttaneo scritta da Filostrato e varie tra 
quelle di Plutarco, non che le di lui operette — de 
virtutibus mulierum - e - de consolatione ad Apollonium — . 
Scrisse in seguito un' orazione latina a nome della Re- 
pubblica quando fu assunto al Papato Callisto III, altra 
che gli richiese Pierfilippo Pandolfini quando si recò a 
Napoli per le nozze del Re Ferdinando, dettò la vita di 
Giannozzo Manetli, e un'orazione funebre in morte di 
Matteo Palmieri. Tutti gli scrittori contemporanei hanno 
reso giusto tributo al suo sapere e rendono chiara 
testimonianza della sua celebrità letteraria. Come citta- 
dino prestò pure importanti servigj alla patria, poiché 
oltre l'essere stato Priore nel 1470 e per tre volte 
riformatore degli studj di Firenze e di Pisa, fu poi nel 
1475 deputato ambasciatore a Sisto IV per offrire al Papa 
le forze della Repubblica per opporsi al Sultano che 
minacciava d'invadere l'Ungheria. Morì nel 1499 e nei 
funerali, che magnifici se gli celebrarono, lesse l'ora- 
zione funerale Marcello Adriani. Francesco suo fratello 

T. IV. 47 



— 1530 — 

fu Priore nel 1496 ed uno dei più arrabbiati sostenitori 
del Savonarola, a tale che all'epoca dell' uccisione di 
questo Religioso fu multato in cinquecento fiorini. 

Neri di Filippo, nato nel 1436 e morto nel 1508, 
continuò a scrivere i pregevoli ricordi storici in un 
Priorista della famiglia incominciati a riportarsi da Ala- 
manno suo fratello e per cura del meritissimo Giuseppe 
Aiazzi resi di pubblico diritto nel 1840. Andrea suo 
figlio era Castellano di Ancona nel 1527 quando fu 
ucciso dai Veneziani che s'introdussero a tradimento 
nella fortezza, e Bartolommeo mostrò tale carità per la 
patria da andar limosinando a battere alle porte dei 
cittadini domandando a nome di essa e della languente 
libertà Fiorentina soccorso di armi, di viveri e di da- 
naro. Alessandro loro fratello attese al quieto vivere 
avendo solo accettato la carica di Capitano del Borgo 
S. Sepolcro nel 1527. Continuò nel domestico Priorista 
i ricordi storici del padre e del zio, e morendo Potestà 
di Colle nel 1532 lasciò illustre figliolanza in Matteo, 
Tommaso e Francesco. Matteo da Canonico Fiorentino 
fu eletto Arcivescovo di Pisa nel 1577 e nell'anno 
stesso dovè solennemente unire in matrimonio Francesco 
I colla troppo famosa Bianca Cappello. Poco resse la 
sua diocesi, poiché mancò di vita nel 1582. Tommaso 
morto in Lione vittima della pestilenza del 1564 fu 
padre di Cammillo che dopo aver coperto distinte cari- 
che in Roma fu nel 1622 eletto senatore. Fu ascritto a 
varie illustri Accademie e tra le altre a quella della Cru- 
sca, ove si disse l'Abbozzato, e meritamente, come testi- 
moni esser ne possono le sue opere a stampa e più 
quelle che manoscritte esistono nella librerìa di sua casa. 
Da "Virginia Band ini ebbe prole numerosa, ma dei ma- 
schi soli due pervennero a maturità ed ambidue furono 
uomini non volgari. Giovanbatista nato nel 1592 di soli 
ventiduc anni fu ascritto alla Crusca, giusto omaggio 
che fu reso ai suoi meriti non ai natali. Percorse in 



— 1531 — 

Roma la carriera Prelatizia e nel 1625 fu eletto Arci- 
vescovo di Fermo. Nel 1645 fu mandato Legato Apo- 
stolico nell'Irlanda per tentare di rendere migliori le 
sorti dei Cattolici. Quanto egli oprasse, a quali priva- 
zioni, a quali perigli si trovasse esposto meglio non può 
conoscersi che dalle lettere ch'ei scrisse durante questa 
sua legazione e dalla storia da lui slesso dettatane che 
fu stampata in Roma nel 1646. Morì nel 1653 ed oltre 
molte opere che rese di pubblico diritto, molte ne lasciò 
ancor manoscritte. Tommaso suo fratello fu discepolo 
non ultimo del Galileo e assai per sapere distinto. Tra 
le molte sue opere che manoscritte esistono nella Bi- 
blioteca Rinucciniana una è la storia di sua famiglia, 
opera che lo caratterizza per profondo antiquario. Scrisse 
ancora un interessante trattato sopra le usanze civili del 
suo secolo, trattato che per cura dell' Aiazzi vide la 
luce nel 1840. Coprì alla corte Medicea cariche della 
primaria distinzione e nell'ordine di S. Stefano ottenne 
il grado di Gran Contestabile nel 1659. Morì nel 1682. 

Si può quasi dire che la gloria letteraria fosse 
ereditaria in questa famiglia poiché anco tra i figli di 
Francesco di Alessandro furono uomini che vennero in 
fama per la loro letteratura. Alessandro è noto per un 
poema sacro in versi eroici latini che diviso in sei libri 
intitolò « Diva Cattarina Martyr » dedicandolo a Co- 
simo II, e per un carme scritto in morte di Torquato 
Tasso. Fu eletto senatore nel 1615 e morì nel 1622. 
A Ottavio suo fratello si deve l'invenzione del Dramma 
in Musica, poiché il primo di questi drammi fu la sua 
Euridice che accompagnato dalla musica del Peri fu 
rappresentato nel 1600 per le nozze di Maria dei Medici 
col Re di Francia Enrico IV. Scrisse ancora altri drammi 
cioè la Dafne e V Arianna che furono prodotti in circo- 
stanze solenni della casa Medicea, dettò il balletto de- 
nominato la mascherata delle Ingrate e varie altre opere 
sì in verso che in prosa parte stampate e parte inedite 



_- 1532 — 

nella domestica librerìa. Ebbe un figlio naturale di nome 
Pierfrancesco che non smentì l'origine essendosi ei pure 
elevato ad alto rango tra gli uomini di lettere del suo 
secolo. Servì la corte Pontificia, quindi Ferdinando li 
dei Medici che lo mandò residente a Milano nel 1642. 
Tredici anni rimase in quella carica in cui incontrò la 
grazia del suo Sovrano e quella del governo di Spagna 
che in riprova di soddisfazione gli conferì il feudo di 
Sina Piebe di Meza col titolo di Contea. 

Pierfrancesco fratello di Ottavio sposando Virginia 
Ridolfi, che fu l'erede di un ramo di quella casa, portò 
nella sua famiglia titolo di marchese e dritto feudale 
sulla terra di Baselice nel regno Napoletano. Fu padre 
del senatore Giovanni e di Carlo che nel 1658 fu 
mandato ambasciatore residente alla corte Papale. Da 
lui e da Teresa Riccardi nacquero Alessandro, morto a 
Roma non ancora quinquagenario in dignità Cardinalizia, 
e Folco che passò la sua vita intento allo studio e 
lavorando alla compilazione del Vocabolario dell'Acca- 
demia della Crusca, cui era stato ascritto non immeri- 
tatamente. I tre suoi figli non meno dei loro antenati 
illustrarono questa Prosapia. Giovanni ammesso in Pre- 
latura coprì vari governi e morì ponente di Consulta 
nel 1730, Alessandro stabilitosi al feudo di Baselice 
pose ogni studio nel migliorare le condizioni dell'agri- 
coltura e nel rendere più felici le sorti dei suoi dipen- 
denti. S'ei vi riuscisse possono testimoniarlo le benedi- 
zioni che tuttora in quei paesi accompagnano il di lui 
nome. Carlo loro fratello cominciò la sua carriera po- 
litica quando nel 1699 fu mandato ambasciatore ad 
Innocenzio XII in compagnia del marchese Clemente 
Vitelli. Passò in seguito ufficio di congratulazione con 
la Regina Anna d'Inghilterra che su quel trono era 
succeduta a Guglielmo III e nel 1704 dovè portarsi a 
Parigi per complimentare Luigi XIV della nascita del 
Duca di Brettagna. Nel 1705 fu eletto ministro ordina- 



— 1533 — 

rio alla corte di Spagna e vi rimase fino al 1709, nel 
qual anno tornato in patria dovè subito partirsene per 
andare a nome di Cosimo III a diverse corti dell' Ale- 
magna per ringraziarle del titolo di Altezza Reale 
finalmente concesso ai Granduchi della Toscana. Fu 
plenipotenziario della Toscana al congresso dell' Aja, e 
come ambasciatore Toscano assistè alle feste celebrate 
in Francfort per l'elevazione di Carlo VI all'Impero. 
Passato al congresso di Utrecht vi fece molto parlare 
di se per l'ardore col quale sostenne gl'interessi dei 
suoi Sovrani per conseguire il rifacimento delle ecce- 
denti contribuzioni esatte dalla Toscana nelle guerre 
d'Italia, e per procurare la cessione dei porti Spagnoli 
in Toscana. Essendovisi agitata la questione se la To- 
scana fosse libera o feudo imperiale, difese i liberi diritti 
del suo paese, ma siccome i piccoli stati devono esser 
sempre dalla parte del torto, gli effetti mostrarono se più 
poterono o l'efficacia delle sue parole o la forza della 
prepotenza. Morta la Regina Anna d'Inghilterra e chia- 
mato a quel trono Giorgio di Brunswick, si portò a 
complimentarlo a nome del suo Sovrano, e tornato in 
patria nel 1715 fu nominato consigliere di stato e Se- 
gretario di guerra. Per quasi venti anni regolò in questa 
carica le sorti della Toscana e si trovò di mezzo alle 
questioni delle potenze che si contendevano la prossima 
successione di questo stato. Destinato a questa succes- 
sione l'Infante Don Carlo figlio di Filippo V Re di 
Spagna toccò al Rinuccini ad accoglierlo nella sua ve- 
nuta in Toscana ed a trattare cogli Agenti Spagnoli 
intorno al ricevimento da farsi a questo futuro Sovrano. 
Estintasi la dinastìa Medicea fu il Rinuccini chiamato a 
far parte della reggenza del Granducato, e nel 1741 fu 
nominato dalla Imperatrice M. Teresa suo intimo attuai 
consigliere di stato. Morì nel 1748 compianto dai suoi 
concittadini. Vittoria Guicciardini sua moglie erede di 
un ramo di sua casa, portò nei Rinuccini una ricca e 



— 1534 — 

pregiata Biblioteca che già era stata dei Valori ed 
aveva riunito quella del celebre Vincenzio Borghini. 
Folco suo figlio si disse il Lambiccato tra gli Accade- 
mici della Crusca e nel 1737 dopo la morte di Giov. 
Gastone fu mandato in Vienna dalla Elettrice vedova 
Palatina per complimentare in di lei nome Francesco 
di Lorena nuovo Granduca di Toscana. In occasione di 
una inondazione nel 1758 per nove giorni a sue spese 
supplì ai bisogni della numerosa popolazione della pia- 
nura Empolese ch'era stata invasa dalle acque, ed altra 
riprova del suo buon cuore fu la istituzione degli annui 
soccorsi che si danno ai poveri popolani di S. Frediano 
di pane, combustibili, letti e vestiti; beneficenze per le 
quali nella città era per antonomasia conosciuto sotto 
il nome di padre dei poveri. Egli fondò la celebre bi- 
blioteca di sua casa che da Antonio Cocchi volle fosse 
ordinata, egli collocò in apposita sala la copiosa serie 
di pregiati dipinti che costituisce la Gallerìa Rinuccini 
oggetto d' interesse per i nazionali e per gli esteri. Alla 
sua morte nel 1761 lasciò tre figli seguaci delle paterne 
virtù in Carlo, Giovanni e Alessandro. 11 primo tutto 
intento allo studio aumentò la sua Biblioteca e munifico 
protesse i virtuosi, tra i quali sovvenne l'Antiquario 
Sestini di annua pensione. Nel 1766 fu mandato alla 
Corte di Spagna per notificare l'avvenimento di Pietro 
Leopoldo al trono della Toscana. Giovanni percorse in 
Roma la carriera Prelatizia e dal 1789 al 1794 coprì 
la carica cospicua di Governatore di Roma in tempi 
difficilissimi, e nel 1794 fu eletto Cardinale; ma per 
soli sette anni gode di questa eminente dignità, poiché 
mancò di vita il 28 Dicembre 1801. Alessandro fu 
maggiordomo maggiore del Re d' Etruria e da lui ebbe 
i natali il vivente Marchese Pierfrancesco Cav. Gran 
Croce noli' ordine di S. Giuseppe e Consigliere onorario 
di Stato, Finanze e Guerra, non degenere rappresentante 
di questa famosa famiglia, benemerito della città che 



— 1535 — 

per oltre quattro anni ha con applauso retto come 
Gonfaloniere della Comunità. 

Il vicolo dei Rinuccini presso la piazza di S. Be- 
nedetto prese nome dalla vicinanza delle antiche abita- 
zioni di questa casa, di cui notissima arme è un filare 
di picconi azzurri posto in banda nel campo di argento 
e sormontato da un rastrello scempio a tre denti. L'im- 
presa è la chimera col motto — humana cuncta sic 
vana. — 

I Guidacci sono a torto creduti consorti dei Rinuc- 
cini, non essendo bastante cagione l'avere eguale lo 
stemma ed in qualcuno dei loro antenati il nome di 
R in ucci no. Essi si dissero più in antico Del Bene, e 
quindi Guidacci da Guidaccio di Betto di Francesco di 
Guido di Bene di Spina. Lapo di Rinuccino di Volta di 
Bene è stato creduto lo stipite dei Rinuccini, ma la più 
forte tra le ragioni che ne convincono essere un perso- 
naggio dal vero stipite di quella casa dei tutto diverso 
è il trovarsi ambidue simultaneamente segnati tra i mal- 
levadori della pace del Cardinale Latino nel 1280. Eb- 
bero i Guidacci le loro case nel popolo di S. Romolo 
ed il Comune tolse da essi otto Priori tra il 1470 ed 
il 1529. Vieri di Girolamo Guidacci fu uno dei depu- 
tati sulle vettovaglie durante l'assedio e Raffaello di 
Francesco suo cugino dopo aver difeso la cadente li- 
bertà fu confinato nel 1531, e nel 1536 dichiarato ri- 
belle perchè si era unito ai fuorusciti e con essi tro- 
vatosi al fatto di Montemurlo. Carlo di Tommaso fu 
eletto senatore nel 1612. Questa famiglia si estinse il 
18 Settembre 1669 nel dottissimo Cav. Canonico Gio- 
vanni del Cav. Antonio, autore della vita di Piero Vet- 
tori. Furono suoi eredi i Marzimedici e i del Ruota. 

(21) Alcuni documenti ritrovati dopo avere pubblicala la 
nota sui Bonaparte mi hanno convinto sopra il sospetto 
da me in quella emesso intorno alla diversità di fami- 



— 1536 — 

glia tra i Bonaparte di Firenze e quelli di Sarzana dai 
quali ha avuta l'origine l' immortale Napoleone. Questi 
documenti esistono all'Archivio delle Riformagioni tra 
gli spogli dell'Antiquario Dei e sono appunti detratti 
da pubblici istrumenti in cartapecora, che il Del Migliore 
nel secolo XVII, avanti che si potesse sognare alla 
grandezza cui dovea ascendere questo cognome, volle 
estrarre prima che diventassero coperte di libri 
nella bottega di un legatore ove gli venne fatto di ve- 
derli. Da essi pertanto rilevasi che un Giovanni di Mar- 
tignone da Cona possedeva beni a Masseto nel 1234, e 
che da esso nacque un Bonaparte che nel 1241 fece 
acquisto di alcune terre a Merula dell' Ancisa, di altre 
all'Ancisa nel 1255, e finalmente di alcuni mansi nel 
popolo di San Lorenzo a Fontesterre nella Corte di 
S. Ellero nel 1265. Quindi non poteva essere in quel- 
l' anno a Sarzana a farne parte del consiglio, mentre 
da questi documenti rilevasi ch'era in Firenze. Di più 
Giovanni suo figlio segnò la pace nel 1280 e si ha 
notizia che fino dal 1290 avea lite con Ubaldino da 
Volognano per un mulino nel popolo di S. Lorenzo a 
Fontesterre. Vivea ancora nel 1298 in cui fu imposto 
per quattro ottavi di cavallo, ma nel 1301 era già 
morto, poiché Tessa sua vedova ricevè in compenso 
delle sue doti alcuni beni da Guccio suo nipote figlio 
di Lapo nato da essa e da Giovanni Bonaparte, e ad 
esso Giovanni premorto. Per poco che si ponga mente 
alle azioni di Giovanni Bonaparte che stava in Sarzana 
si vedrà che ei viveva ancora nel 1305 e che in detto 
anno avea in consorte una Giovanna Sacchetti. Di Lapo 
di Giovanni Bonaparte di Firenze si ha notizia dal ne- 
crologio di S. Maria Novella, e di Guccio suo figlio dagli 
atti civili, essendo egli fallito nel 1328. Da Riccio figlio 
di Guccio, di cui si ha un testamento in data del 1382, 
derivò una famiglia dei Bonaparte che in Bartolommeo 
di Barone si estinse in Firenze nel secolo XVI, e di 



— 1537 — 

cui ereditarono i Delle Pozze ed i Guidi. Gli altri Bo- 
naparte, ai quali appartengono gì' individui nominati in 
questo racconto, discesero dalla famiglia dei Bonaparte 
da S. Miniato proveniente da un Giacomo figlio di Bo- 
naparte e fratello di Gianni summentovato come notai 
nella nota 1 del Cap. XIV. Coi documenti sincroni credo 
chiaramente giustificata la non identità di persona nei 
due individui Bonaparte e Giovanni, nomi comuni in 
queste due diverse casate, e così schiarita l' origine 
della famiglia di Napoleone che senza duhbio alcuno 
deriva da Sarzana, essendo l'opinione della sua consor- 
terìa coi Bonaparte di S. Miniato nata soltanto nel se- 
colo decorso, quando Carlo Bonaparte profugo dalla 
Corsica e rifugiatosi in Toscana, udendo essersi la fa- 
miglia di S. Miniato ridotta a un sol fiato tentò, facen- 
dosi comporre un albero nel quale coi Bonaparte di S. 
Miniato la sua casa innestavasi, di muovere 1' ambizione 
o l'amore agnatizio del Canonico Bonaparte per farsi 
lasciare erede e riparare colla di lui sostanza all'edu- 
cazione dei figli e al dissesto economico nel quale per 
i guai della Corsica trovavasi involto. 

(22) La famiglia Cappelli è antica in Firenze e vuoisi deri- 
vata dai Baroni, benché possa farne dubitare il vederli 
venire da S. Piero a Sieve nel Mugello soltanto nel 
secolo XIV. Si dissero più anticamente Truffoli, quindi 
Cappelli dall'arme da essi usata di un Cappello prela- 
tizio rosso in campo dorato. Ottennero per diciotto 
volte il Priorato tra il 1326 ed il 1515. Nel 1433 
Giovanni di Filippo fu deputato ambasciatore e sindaco 
ai Senesi per ricevere da essi alcune castella che dove- 
vano rendere alla Repubblica. Francesco fu mandato 
oratore ad Ancona nel 1480 e a Roma nel 1500. Luigi 
di Barone fu Capitano di Volterra nel 1528 e Filippo 
di Barone dopo essere stato Gonfaloniere nel 1382 so- 
stenne un'ambascerìa presso la Corte di Francia. Questi 
t. iv. 4^ 



\ 



— 1538 — 

Cappelli che ebbero le loro case presso S. Maria Mag- 
giore, secondo i nostri Antiquarj si sarebbero estinti nel 
secolo XVII, ma chiaro si scorge che questi Antiquarj 
erano in errore e ne sapevano meno degli Antiquarj 
moderni: perchè da non molti anni è ricomparsa questa 
famiglia nei libri d'oro del Patriziato Fiorentino. Molte 
case di questo nome ottennero cittadinanza sotto il go- 
verno Mediceo. 

Solo per la somiglianza dell' arme, che è un cap- 
pello di azzurro in campo di argento, si è sognato che 
i Siginorini siano consorti dei Cappelli. Questi Signorini, 
delti di Manno per distinguergli da una famiglia omo- 
nima, da Manno di Signorino ritagliatore che fu Priore 
nel 1387 a Piero di Antonio di Signorino che lo fu 
nel 1510, conseguirono per sedici volte il Priorato. A 
questa casa appartiene il Beato Agnolo di Andrea mo- 
naco Vallombrosano morto nel 1509, come pure fu il- 
lustrata da Zanobi di Piero difensore della patria durante 
l'assedio dopo il quale fu confinato e fatto ribelle, e 
da Michele detto il Moretto famoso fuoruscito ucciso a 
Sestino nel 1537 nei tentativi da Piero Strozzi fatti per 
rovesciare il Trono Mediceo. Questa famiglia si era 
divisa in due rami fino dai primi anni del secolo XV. 
L' uno proveniva da Andrea di Signorino, ramo che 
finì in Andrea di Leonardo di Niccolò morto il 16 
Aprile 1732 e di cui ereditarono gli Stiozzi. L'altra 
linea partiva da Manno di Signorino che fu Capitano 
di Arezzo nel 1452, e all'estinzione di essa accaduta 
in Roberto di Pierfrancesco, morto a Marsilia ov' era 
Console per S. M. I. nel 1758, mancò affatto la fami- 
glia Signorini. Le abitazioni di questa casata furono 
ove ora sorge il convento di S. Firenze. 

Gli altri Signorini ebbero Cambino di Signorino 
che fu Priore nel 1349, 1353, 1359 e 1363, e che 
morì nel 1365. Usò per arme un archipenzolo turchino 
nel campo d'oro. 



— 1539 — 

I Baroni poi da cui si dicono provenire i Cappelli 
furono originar)' dell'Inghilterra e molto potenti nel se- 
colo XIII e capi della setta dei Paterini. Perciò non 
mancarono ad essi persecuzioni , talché la casa meno- 
mata di uomini per le uccisioni e di censo per le multe 
replicate decadde dall'avito splendore. Ad essa apparte- 
neva Bindo di Alberto di Barone che andò alla battaglia 
di Montaperli nel 1260. In seguito si dissero Lupicani 
forse dall'arme di due lupi d'oro affrontati nel campo 
azzurro. Il Comune tolse da essi un Gonfaloniere e 
otto Priori tra il 1335 ed il 1394. Giorgio di Barone 
fu eletto sindaco per trattare la pace coi Pisani e Luc- 
chesi nel 1343, e nel 1357 fu de' Dieci di Mare per 
riparare agl'inconvenienti che giornalmente nascevano per 
conto di mercanzia tra i Fiorentini e i Pisani. Questi 
erano già spenti dopo la metà del secolo XV. 

Anco i Baronci per la contiguità delle abitazioni 
sono da taluni stati creduli uniti in consorterìa coi Cap- 
pelli. Questi provengono da un Giambono di Giovanni 
Baronci testimone ad un atto celebrato nel 1197, esi- 
stente nell' archivio del Capitolo. Seguirono le parti 
dei Ghibellini, e Guido ed Ildebrandino furono banditi 
nel 1268. Primo tra i Priori di questa casa, che ne 
dette sedici al Comune, fu Deodato di Baroncio nel 1330 
che poi morì essendo nuovamente Priore nel 1333. 
Galeotto di Tommaso di Deodato fu Gonfaloniere nel 
1388. Mancarono prima del secolo XV ed usarono per 
arme due bande spinate d'oro nel campo azzurro. Que- 
sta casa Baronci viene rammentata dal Boccaccio come 
produttrice di uomini di una proverbiale deformità. E 
non potrebbe da questo cognome dedursi l'etimologìa 
della popolar voce Broncio, forse derivata dal dirsi ad 
un uomo deforme che avea un viso da baroncio? 

(23) Questo Lorenzo Bracci che militava tra i nemici di Fi- 
renze apparteneva a una famiglia oriunda del castello 



— i:uo — 

di Vinci e ohe più in antico si disse dei Bilicozzi. Sor 
Tornine di Mazzeo di Braccio di Puccino Bilicozzi porlo 
il domicilio in Firenze, dove la sua casa fu ammessa 
alle magistrature ed ottenne per cinque volte il Priorati» 
tra il 1478 ed il 1523. Antonio di Zanobi fu Canonico 
Fiorentino quindi Vescovo di Tullon. I Bracci esistono 
ancora e vivono a Pisa in grado Patrizio. Alzano per 
arme un braccio vestito di rosso nel campo d' oro 
tenente una mazza ferrata. 

(24) Parlando della famiglia di Taddeo Gdidccci slimo utile 
il distinguere le varie casate di questo nome che furono 
nei tempi andati in Firenze. Più illustre tra le altre è 
quella proveniente da Guiduccio di Puccio di Rosso da 
Signa che dal 1344 al 1531 ottenne per trentaqualtro 
volte il Priorato e per due il Gonfalonierato di Giusti- 
zia. A questa appartiene Tommaso di Simone Potestà di 
Chiusi nel 1412, di Arezzo nel 1415, Capitano di 
Cortona nel 1416 e Riformatore di Arezzo nel 1417. 
Ricciardo di Tommaso fu Capitano di Castrocaro noi 
1462 e Simone di Francesco Commissario nel 1453. 
Alessandro di Francesco fu Commissario di Cortona nel 
1529, e uno degli arruoli alla balìa che riformò il 
governo dopo la caduta della Repubblica. Antonio affe- 
zionato a Clemente VI! fu come Commissario delle 
milizie dai Fiorentini mandato a Roma nel 1527 in 
soccorso del Papa minacciato di assedio dal Contestabile 
di Bourbon. Rimase in Roma durante l'assedio e nel 
1532 fu dal Pontefice mandato all'Arcivescovo di Capua 
per fargli palesi le sue intenzioni sul modo di compor- 
tarsi nel governo dei Fiorentini, quindi dal Duca Ales- 
sandro fu destinato suo residente in Roma. Dei tradi- 
menti di Taddeo di Francesco Guiducci pur troppo 
sovente accade di parlare in questo racconto, tradirnenli 
pei quali raccolse onta eterna nella istoria, ma onori dai 
Medici. Fu eletto senatore nel 1532, e noi 1530 fu 



— 1541 — 

mandato Commissario a Pisloja colla missione di ester- 
minare la fazione dei Cancellieri che porgeva aiuto ai 
fuorusciti Fiorentini. Morì nel 1555. Altro senatore 
ebbero questi Guiducci in Simone di Mariotto nel 1578 
e si estinsero in Francesco di altro Francesco di Simone 
morto il 4 Dicembre 1740. Arme di questa casa fu lo 
scudo diviso verticalmente, a destra vajalo di argento su 
azzurro ed a sinistra scacca to di rosso e di argento, e 
nel cuore altro piccolo scudo azzurro con giglio d'oro. 

I Guiddcci Landi ebbero Francesco di Guiduccio 
di Landò Priore nel 1364 e si distinsero nell'arnie., 
portando tre rose rosse nel campo di argento. 

Altri Guiducci originarj di Montevarchi conseguirono 
per quattro volte il Priorato tra il 1461 ed il 1516. 
Ser Giovanni di Guiduccio fu Cancelliere della Signorìa 
nel 1426 e nel 1435, e Antonio di ser Domenico fu 
de' dodici buonomini nel 1531. Si estinsero nel Canonico 
Giovanni del cavaliere Antonio che morì nel 1669 il 19 
Settembre. Due bande azzurre nel campo di argento ed 
una fiamma al naturale nella parte superiore del campo 
composero l'arme di questa casa. 

II piccolo castello di Spiccio dette nome ad altra 
casata dei Guiducci che trovasi agli squittinj fino dal 
1391. Rimasero estinti nel Capitan Guido di Antonfran- 
cesco, morto circa il 1630 e di cui ereditò la sorella 
Cassandra maritata nei Borromei. Arme di questi Gui- 
ducci fu il campo diviso di azzurro su argento, avente 
nella parte superiore tre stelle d'oro poste in triangolo 
ed un fiasco parimente dorato, e nella parte di sotto 
due fascie rosse. 

Varie altre case Guiducci conseguirono la cittadi- 
nanza durante il Principato, tra le quali quella che in 
grado nobile esiste attualmente nella città. Questi Gui- 
ducci vennero a Firenze da Massa ed ottennero la cit- 
tadinanza nella persona di Giuseppe ed Jacopo di 
Francesco di Bastiano nel 1636. M. Francesco d'Jacopo 



— 1542 — 

fu medico rinomato, e Niccolò suo figlio servì all'Elet- 
trice vedova Palatina in qualità di Maestro di casa. 
Da lui nacque Francesco avolo dei viventi, il quale 
conseguì la nobiltà nel 1755. Questi usano la medesima 
arme dei Guiducci da Signa dietro la permissione otte- 
nutane da quella famiglia. 

(25) Donato Giamvotti fu Segretario* della Repubblica Fio- 
rentina dopo il 1527. Uomo a questa estremamente 
attaccato scrisse l'aureo libro della Repubblica Fioren- 
tina, un trattato della forma della Repubblica di Firenze, 
la vita di Francesco Ferruccio, ed altre operette, dalle 
quali si rileva che era un uomo da stare al confronto 
degli altri sommi ingegni che in ogni tempo avevano 
occupato quel posto. Compreso nella proscrizione Me- 
dicea morì in esilio. 

(26) l Guadagnoli, dei quali fu Giorgio Vescovo di Faenza, 
sono consorti dei Malpigli, dei Romaldelli e dei Chiara- 
montesi. 

1 Malpigli abitarono presso i loro consorti da 
Or-san Michele presso Calimara ove ebbero palazzi e 
torri. Furono famiglia consolare e da essa trasse i na- 
tali Andrea di Ghino Vescovo di Tournai ed Arcivescovo 
di Ragusi, alle preghiere della corte di Francia eletto 
Cardinale nel 1342. Arme dei Malpigli furono tre bande 
vajate d'argento in azzurro nel campo d'oro. Questa 
casa non giunse al secolo XV. 

Stemma dei Rinaldelli, detti più volgarmente Ro- 
maldelli, fu il campo d' argento con tre fascie tur- 
chine. Lapo di Giannino fu Priore nel 1299 e nel 1305, 
e M. Giovanni giudice suo figlio, dopo avere ottenuto il 
Priorato nel 1322 e 1329, couseguì ancora il Gonfalo- 
nierato nel 1336 e 1347, dopo la qual' epoca non si 
han più notizie di questa casa. Dei Cbiaramontesi o 
Chermontesi disse Dante « quei che arrossan per Io 



— 1543 — 

stajo » alludendo ad uno di essi che essendo (secondo 
ciò che dice il Landini) preposto alle pubbliche biade 
e massime al grano, levò una doga allo stajo e fecelo 
minore: onde scoperta la frode fu punito di pena capitale, 
e lo stajo pubblico fu rifatto di ferro perchè non si 
potesse più fraudare. Di essi fu Geri di Ser Durante 
Priore nel 1301 ed Alessandro che bandito da Firenze 
dimorava a Pistoja, nominato da Boccacio nella novella 
prima della nona giornata. 

(27) I Tempi vennero a Firenze da Querceto presso Castel- 
fiorentino. Ser Benedetto di Tempo fu notaro della Si- 
gnoria nel 1357, ambasciatore a Gubbio nel 1349 ed 
a Pistoja nel 1350. Jacopo suo figlio fu cittadino molto 
qualificato che all'eccezione del Priorato godè le prima- 
rie cariche della città. Da Mariano suo fratello provenne 
una linea illustrata di Giovanfrancesco di Antonio Do- 
menicano dottissimo e famoso professore di lingue 
Orientali, da Leonardo che ottenne la dignità senatoria 
nel 1657, e da Giovanni figlio di detto senatore che morì 
in carriera Cardinalizia alla corte di Roma. Giovanni 
ebbe a fratello Luigi che nel 1698 fu eletto senatore e 
che poi nel 1716 ottenne titolo Marchionale sopra la 
sua tenuta del Barone. Da lui nacquero Luca che fu 
Arcivescovo di Nicomedia, Nunzio in Portogallo e Car- 
dinale nel 1753 morto nel 1762, e Benedetto che ultimo 
della famiglia morì il primo Marzo 1770, avendo pre- 
ventivamente adottato Ferdinando Marzimedici coli' onere 
di assumere il cognome e l'arme dei Tempi composta di 
un campo dorato, avente al di sopra una quercie dorata 
ed al di sotto tre fascie rosse. Ma anco i Marzimedici 
Tempi vennero meno il 6 Luglio 1847 alla morte del 
marchese Luigi e ne ereditò Maria Ottavia Vettori nei 
Placidi sua nipote di sorella. 

(28) Niccolò di Piero Capponi, di ventitré anni prese per 
moglie una figlia di Filippo Strozzi il Vecchio, cioè del 



— 1544 — 

padre di Filippo che fioriva al tempo dell'assedio, e da 
questo matrimonio ebbe varj figli. 

k 29) Poppiano nella Valdipesa è il luogo di origine dei 
Gi'icciardim. Il più antico documento di questa casa è 
del 1199 ed in questo trovasi menzionato Mercatante di 
Guicciardino. Tuccio suo nipote fu colui che sulle basi 
del commercio stabilì la grandezza della famiglia che 
fece parte della oligarchia popolana che fu l'arbitra 
della Repubblica. Un Binuccio forse suo fratello combattè 
sui campi di Montaperli nel 1260, ed Jacopuccio come 
Ghibellino fu bandito nel 1268. La dignità del Priorato 
cominciò nei Guicciardini nel 1302 e Tot'ennero per 
quarantaquattro volte, come per sedici ebbero quella di 
Goufalonier di Giustizia. Tuccio fu padre di Sozzo Ca- 
pitano di S. Miniato nel 1293 e Potestà di Pistoja nel 
1298. Pugnò a Montecatini nel 1315 e ad Altopascio 
nel 1325. Da Ghino suo fratello, di cui il Manni nel 
volume IX delle sue osservazioni istoriche illustra il 
sigillo, nacquero Pietro che essendo Gonfaloniere nel 
1367 fu per decreto pubblico fatto solennemente armar 
cavaliere, e Niccolò che nel 1328 fu sindaco per trat- 
tare una pace coi Genovesi e nel 1343 ambasciatore a 
Clemente VI ad Avignone per notificargli la cacciata del 
Duca di Alene. Ebbe in figli , Dardano oratore a Fran- 
cesco Gabrielli nel 1375 per notificargli la sua elezione 
in esecutore della giustizia in Firenze, Francesco padre 
di Giovanni che fu uno dei più accaniti nemici di Cosimo 
Medici che lo fece bandire nel 1434 e Leoncino che andò 
ambasciatore a Pandolfo Malatesta nel 1388 e da cui 
provenne un ramo in Niccolò di Ghino mancato nel 1589. 
Luigi di M. Pietro si trovò Gonfaloniere nel mo- 
mento difficilissimo in cui nel 1378 scoppiò la rivolta 
dei Ciompi. Fu attribuito alla poca energìa da lui in 
tale occasione dimostrata il trionfo della plebe, e certa- 
mente le misure che ei prese per tutelare il governo 
furono troppo tardive e si trovò costretto a liceniiare le 



— 1545 — 

truppe per obbedire alla plebe. Per bizzarra combinazione 
tu armato cavaliere mentre se gli ardevano le case e si 
deliberava la sua esclusione dalle Magistrature. Tornò 
in carica nel 1381 quando le cose tornarono all'ordine 
antico, e nel 1382 fu ambasciatore a Bologna al Duca 
d'Anjou per rallegrarsi della sua venuta in Italia, nel 
1384 tra i deputati alla compra di Arezzo, e nel 1388 
ambasciatore al Papa a Lucca, e quindi a Milano per 
rallegrarsi con Gio. Galeazzo Visconti delle conquiste di 
Padova e Verona. Sostenne parecchie altre missioni e 
morì nel 1402 sedendo nel magistrato dei X di guerra. 
Niccolò, Giovanni e Piero furono i figli che ottenne 
dalle sue nozze con Costanza Strozzi. Da Niccolò, che fu 
Priore nel 1399 e nel 1406, provenne un ramo che in 
Giovanni di Tommaso rimase estinto nel 1674. 

Giovanni di M. Luigi dopo aver sostenuto missioni 
a Forlì nel 1409 e a Braccio Signore di Perugia nel 
1418, fu nel 1424 mandato Capitauo a Pistoja. Nel 
1426 fu chiamato al Magistrato de'X di guerra quando 
i Fiorentini si unirono ai Veneziani contro il Duca di 
Milano e nell'anno seguente andò Commissario in Lom- 
bardia presso l'esercito della lega. Dopo la vittoria di 
Macalò ricevè dal marchese di Monferrato le insegne 
cavalleresche ed al suo ritorno a Firenze fu ricevuto 
con molto onore. Mandato Commissario al campo sotto 
Lucca uel 1430 si trovò presente alla sconfìtta dei 
Fiorentini e a lui fu fatto delitto della giornata infelice. 
Accusato di avere non solo usato poca prudenza, ma di 
essersi ancora lasciato sedurre dall'oro dei nemici dovè 
comparire avanti il Capitano del popolo, ma non ostanti 
le cabale di Cosimo de' Medici per perderlo fu asso- 
luto. Il sincero amore che alla patria portava il Guic- 
ciardini, e per il quale era in lotta continua coll'ambi- 
zione di Cosimo, fu il vero motivo di questa accusa che 
fu parto della vendetta del Medici. Giovanni contribuì 
all'esilio di questo ambizioso cittadino, e quando se ne 

T. IV. 49 



— I&46 — 

trailo il richiamo fu dall' Àlbizzi invitalo a secolui 
prendere le armi per impedirlo, ma se ne astenne per 
non trovarsi a fronte del fratello apertamente amico 
del Medici. Non occorre il dire che Giovanni dopo il 
1434 non fu più considerato, e questa vendetta Medicea 
si estese ancora ai suoi discendenti che mai più ottennero 
cariche finché durò la Repubblica. Questo ramo si estinse 
in Giovangualberto del senatore Luigi nel 1726 e ne 
ereditarono le figlie Caterina e Vittoria, maritata la 
prima a Niccolò Panciatichi e la seconda al senator 
Carlo llinuccini. 

Piero fratello di Carlo cominciò la sua carriera 
politica quando nel 1410 fu deputato oratore a Giovanni 
XXIII per congratularsi della sua elezione al papato. 
Nel 1415 ebbe l'incarico di una missione presso i Bo- 
lognesi e nel 1416 di altra a Pandolfo dei Malatesti. 
Nell'anno medesimo l'Imperatore Sigismondo con diploma 
dato di Aquisgrana conferì a lui ed ai suoi discendenli 
il titolo di Conti Palatini col privilegio di creare notari 
e legittimare gli spuri. Giova il tener conto dell'epoche 
di queste distinzioni che divengono onorifiche e rispet- 
tabili quando sono tradizionali e si associano a istoriche 
reminiscenze, ma che sono altrettanto ridicole quando per 
male intesa ambizione servono a coprire la vergogna di 
un nome volgare e spesso diffamato, e ad iudorare l'oscu- 
rità di una culla. Nel 1417 Piero fu Commissario a 
Piombino, Potestà di Perugia nel 1419. Nel 1427 fu 
ambasciatore al Re dei Romani per notificargli l'inosser- 
vanza del Duca di Milano alla pace di Venezia e nel 
1430 a Venezia per far noti i molivi che avevano mosso 
la Repubblica alla guerra contro il Signore di Lucca. 
Nello stesso anno fu spedilo a Siena per ossequiarvi 
l'Imperatore di passaggio per Roma ove andava ad 
incoronarsi e nel 1440 fu con Neri Capponi mandato 
Commissario nel Casentino contro le armate del Picci- 
nino. Morì nel 1441 dopo avere goduto per tre volte 



— 1547 — 

il Gonfalonierato. Fu tra coloro che accondiscendendo 
ad un componimento colla propria coscienza si deter- 
minarono a favorire l'ingrandimento dei Medici e così 
collocarono i discendenti in braccio alla buona fortuna. 
Tre furono i figli di M. Piero, cioè Luigi, Niccolò ed 
Jacopo. 

Luigi fedele sostegno dei Medici fu Potestà a Fermo 
nel 1435 e riuscì ad avere nelle mani Antonio figlio di 
Bernardo Guadagni famoso nemico di Cosimo che pro- 
fugo cercava ricovero in terra straniera, e che dal 
Guicciardini mandato a Firenze vi fu decapitalo. Nel 
1437 fu Potestà di Todi e nel 1451 Francesco Sforza 
lo chiamò alla cospicua carica di Potestà di Milano. 
Nel 1458 fu ambasciatore di obbedienza a Pio II, ed in 
simile occasione mandato a Paolo II nel 1464 fu ar- 
mato cavaliere. Nel 1466 fu oratore a Milano per con- 
dolersi della morte di Francesco Sforza, nel 1467 ai 
Bolognesi e nel 1468 a Ferrara per il passaggio di 
Federigo III Imperatore. Nel 1473 tornò a Ferrara per 
assistere a nome della Repubblica alle nozze del Duca 
Ercole e nel 1476 andò a Milano ad offrire agli Sforza 
le forze dei Fiorentini per mantenerli nel dominio dopo 
l'uccisione di Gio. Galeazzo. Fece parte della balìa per 
regolare la guerra nata dopo la congiura dei Pazzi nel 
1478, e nel 1480 quando fu fatta la pace fu mandato 
a Roma a chiedere assoluzione dalle censure, quindi fu 
eletto Commissario per ricevere dai Napoletani le castella 
che aveano tolte ai Fiorentini durante quella guerra. 
Morì nel 1487 dopo essere stato per tre volte come 
Gonfaloniere al timone della Repubblica. Ranieri suo 
figlio naturale fu destinato al Clero ed impinguato coi 
benefizj. Nel 1479 fu eletto rettore della Università di 
Pisa e nel 1502 Vescovo di Cortona, sede che resse 
fino alla sua morte accaduta nel 1508. 

Niccolò contrasse illustre alleanza con Polissena 
figlia del celebre Braccio Fortebracci da Montone Signore 



— 154S — 

di Perugia, e da Braccio. Frutto di questa unione nacquero 
quei pochi dei Guicciardini che comparvero a difender 
la patria durante l'assedio, benché Battista, uno di essi, 
fosse piuttosto parziale pei Medici poiché alla istituzione 
del consiglio dei CC fu scello a farne parte, e più 
volte fu in carica dopo quell'epoca. Ma Niccolò suo 
fratello dopo essere stato Commissario a Borgo S. Se- 
polcro nel 1505 e Capitano della Montagna di Pistoja 
nel 1515, fu nel 1520 chiamato a far parte di un 
magistrato composto di quindici cittadini che fu in fretta 
ordinalo dopo la morte di Leone X per provvedere ai 
bisogni della Repubblica, approfittandosi dell' asseuza dei 
Medici. Ma il Cardinal Giulio tornato a Firenze riacquistò 
l'antico ascendente e fece sciogliere quella magistratura 
perchè tutta composta di persone che sinceramente 
amavano la libertà. Niccolò dopo aver nei consigli pe- 
rorato invano contro l'alleanza di Francia pronta sempre 
a promesse ma altrettanto infedele nell'adempimento di 
quelle, fece parte del Magistrato dei Dieci che regola- 
rono la difesa della città durante l'assedio. Si diportò 
in modo impareggiabile nel disbrigo di questo ufficio, 
talché dopo la resa doveva essere decapitato se non gli 
otteneva la vita il cugino Francesco. Peraltro lo giudicò 
pericoloso alla causa dei Medici e lo fece relegare. 
Morì in esilio nel 1537. Braccio suo figlio che durante 
l'assedio avea non inoperosamente difeso la patria fu 
condannato col padre al confine, che però non volle 
osservare unendosi ai fuorusciti. Rimasto prigione al fatto 
di Monlemurlo fu condannato a perpetuo carcere nei 
sotterranei della fortezza di Volterra. Braccio suo cugino 
che con lui era stalo fatto prigione ebbe con lui comune 
la pena. 

Jacopo di M. Piero servì da giovane sulle galere 
della Repubblica, ma giunto ad età matura fu tenuto 
mollo in considerazione. Nel 1465 fu mandato a Napoli 
per rallegrarsi col Re delle nozze di suo figlio con Ip- 



— 1849 — 

polita Sforza, e nel 1466 ebbe missioni presso il Duca 
di Milano e le Repubbliche di Venezia e di Genova. 
Andò a Milano nel 1468 per condolersi della morte 
della Duchessa Bianca e nel 1469 al Pontefice per fargli 
note le intenzioni della lega dal Comune fatta cogli 
Sforza e cogli Aragonesi, quale tendeva alla pace gene- 
rale d'Italia. Nel 1472 fu dei venti preposti alla guerra 
contro i ribelli Volterrani, anzi fu in seguito spedito 
Commissario al campo sotto quella città. Nel 1478 per 
la guerra nata per la congiura dei Pazzi fu spedito 
Commissario dell'esercito della Repubblica nel Perugino 
ove sconfisse le truppe pontificie. Nel 1481 fu spedito 
oratore al congresso di Cremona e fu Commissario al 
campo sotto Sarzana nella guerra contro i Fregosi nel 
1484. Dicesi che dovè per infermità abbandonare l'im- 
presa, benché gli storici non siano tutti concordi sul 
vero motivo per il quale dovè allontanarsi dal campo. 
Nel 1487 fu nuovamente Commissario contro i Genovesi 
e nel 1489 uno degli oratori spedili a Livorno per 
onorare nel suo passaggio Isabella d'Aragona che an- 
dava a Milano sposa del Duca Galeazzo Sforza. Dopo 
aver riseduto per due volte Gonfaloniere morì nel 1490 
e lasciò da Guglielmetta Nerli un solo figlio di nome 
Piero che fu non meno illustre del genitore. A costui 
appartengono i fatti seguenti. Fu ambasciatore a Lodo- 
vico il Moro nel 1480 e nel 1492, e nel 1494 fu 
nominato Commissario generale nei dominj della Repub- 
blica quando Carlo Vili minacciava d'invadere la To- 
scana. Cacciato Piero dei Medici fu eletto de'Dieci di 
libertà, ma conosciuto per zelante Mediceo fu poco 
considerato e solo nel 1509 potè ottenere di essere 
mandato oratore all'Imperatore Massimiliano ch'era al 
campo sotto Padova per ottenere conferma dei privilegj 
dagli Imperatori ottenuti in favore della Repubblico. 
Nel 1511 fu Commissario a Montepulciano e nel 1513 
fece parte dell'Ambascerìa mandata a Roma per Tesai- 



— 1550 — 

tazione di Leone X. Fu eletto al Magistrato di balìa con 
straordinaria autorità in quell'anno istituito, ma non fu 
in tempo a risedervi poiché nell'anno medesimo mancò 
di vita. Da Simona di Bongianni GianGgliazzi ebbe illu- 
stre prole in Luigi, Jacopo, Girolamo e Francesco, il 
celebre storico di cui terremo parola dopo che avremo 
parlato del restante di sua famiglia. 

Luigi pervenne al Gonfalonierato nel 1527 dopo 
aver coperto la carica di Commissario del Borgo S. 
Sepolcro nel 1518 e della Romagna Fiorentina nel 1525. 
Durante il suo Gonfalonierato si trovò in posizione 
difficilissima poiché fu il momento dei timori dell'ar- 
mata del Contestabile di Bourbon e della successiva 
cacciata dei Medici. Toccò a lui affezionatissimo ai 
Medici a mettere a partito il bando di quella casa che 
fu proscritta. Ma la sua parzialità per i medesimi fu 
conosciuta, per il che venne in odio ai Repubblicani, co- 
sicché quando Firenze fu assediata fuggì a Pisa per non 
essere carcerato. Caduta Firenze, non avendo più timore 
dei liberali Luigi divenne implacabile loro persecutore e 
mandato Commissario a Pisa vi si rese odiato per le 
sue vessazioni. 11 parere che dietro richiesta del Papa 
ci scrisse intorno alla riforma del governo di Firenze, 
il quale pienamente corrispose alle brame del Pontefice, 
gli aprì l'adito tra i quarantotto all'istituzione del senato 
nel 1532. Nel 1537 fu mandato Commissario a Pistoja 
per sedarvi le fazioni Cancelliera e Panciatica nel che 
non riuscì. Morì nel 1551. Da lui nacque Niccolò pro- 
fessore di Leggi all'Università di Pisa, eletto senatore 
nel 1554 ed ambasciatore d'obbedienza a Paolo IV nel 
1555. Ei fu padre di Monsignore Piero che da Profes- 
sore di dritto in Pisa passò a Roma avvocato concisto- 
riale e morì nel 1567 auditore di Rota, e del senatore 
Lorenzo che fu oratore di obbedienza a Gregorio XIII 
nel 1572. I suoi figli furono tulli impiegali in Roma 
da Leone XI appena fu eletto Pontefice, ma la imma- 



— 1551 — 

tura sua morie troncò le loro speranze. Luigi, uno di 
essi, fu rettore della sapienza di Roma ed ultimo del 
ramo morì nel 1625. 

Iacopo fu Commissario al Borgo S. Sepolcro nel 
1516, e nel 1525 fu da Clemente VII nominato vice- 
presidente della Romagna. Nel 1529 nell'imminenza delle 
ultime sciagure di Firenze fu spedito a Ferrara per sol- 
lecitare il Duca Alfonso a spedire Ercole suo figlio a 
prendere il comando delle milizie Fiorentine, e nel ri- 
torno fu carcerato in Bologna dal Cardinal Cibo. Poco 
dopo fu dell' ambascerìa spedita a Bologna a Clemente 
VII per intendere il motivo pel quale moveva guerra 
alla patria. Il Papa tentò ogni via per non ricevere gli 
Ambasciatori , ma al Guicciardini riuscì d' introdursi 
coi colleghi presso di lui. Vivo e scortese fu 1' alterco 
tra il Pontefice e gli oratori, poiché Iacopo rampognava 
a Clemente l'ambizione e la inumanità di sua casa, 
mentre il Papa tacciava di tirannìa le famiglie oligar- 
chiche che sotto nome di popolo governavano. Dopo la 
caduta della Repubblica non fu perseguitato in con- 
siderazione di suo fratello , ma ebbe l' onore di non 
essere dai Medici preso in considerazione. Ebbe in figli 
il Senatore Lorenzo Ambasciatore a Gregorio XIII e 
Commissario delle bande Ducali, — il Senatore Angelo 
autore di un ramo estinto nel 1701 in Gualterotto del 
Senatore Francesco, — e Luigi celebre scrittore. Luigi 
sdegnando di vivere sotto i Medici, abbandonò l'Italia e 
si stabilì in Anversa ove visse intento allo studio. Ab- 
biamo di lui molte opere a stampa, cioè i commentar}' 
delie cose più memorabili seguite in Europa , special- 
mente nei paesi bassi dal 1529 al 1660, pubblicali in 
Anversa nel 1565, la descrizione di tutti i paesi bassi 
edili nel 1567, e due centurie l'una di precetti l'altra 
di sentenze tolte dall' istoria di Francesco suo zio. È 
pure autore dei detti e fatti piacevoli e gravi di varj 
principi i e filosofi e di altra operetta intitolata le ore 



— 1552 — 

dì ricreazione, nelle quali due ultime produzioni sarebbe 
stata desiderabile più castigatezza. Morì in Anversa 
nel 1589. 

Girolamo fu Priore nel 1531 , oratore a Carlo V 
nel 1537 e nuovamente nel 1542 per ottenere che i 
prcsidj Spagnoli fossero tolti da Firenze, Pisa e Livorno, 
e nel 1550 fu mandato Ambasciatore di obbedienza a 
Giulio III che gli conferi il cavalierato. Fu eletto se- 
natore nel 1531 e morì nel 1555 lasciando da Costanza 
Bardi il 6glio Angelo. Questi fu degli Ambasciatori di 
obbedienza a Pio IV nel 1559 ed a Pio V nel 1566. 
Nel 1560 fu mandato alla Corte di Francia per condo- 
lersi colla Regina Caterina della morte di Francesco II 
suo Aglio, nel 1569 a Venezia per notificare a quella 
Repubblica l'elezione di Cosimo I in Granduca, e nel 
1571 ebbe missione di andare a Roma a rallegrarsi 
con Pio V per la vittoria di Lepanto. Fino dal 1565 
era stato inalzato alla dignità senatoria. Morì nel 1581 
lasciando molta fama di se per la sua dottrina, special- 
mente nella letteratura Greca e Latina. Nel 1561 pub- 
blicò la storia di Francesco suo zio, ma piena di mu- 
tilazioni poiché omise i passi che potevano urlare la 
suscettibilità di Cosimo I e per non far note alcune 
massime contrarie al Principato ed al dominio temporale 
dei Papi. Furono suoi figli Francesco, Piero e Girola- 
mo. Francesco dopo essere stato Ambasciatore straor- 
dinario a Vienna nel 1592 fu mandato residente in 
Spagna nel 1593, ove morì nel 1603. Piero fu Amba- 
sciatore ad Enrico IV nel 1609 per notificargli la morte 
del Granduca Ferdinando I, e nel 1614 essendo man- 
dato in qualità di residente a Roma vi si trovò di mezzo 
a tutti gli affari del Galileo nei quali per lo meno mostrò 
debolezza. Rimase in quella carica nel 1628 ed al suo 
ritorno fu eletto maggiordomo maggiore di Ferdinando 11 
e marchese di Campiglia in Val d' Orcia senza facoltà 
però di trasmettere il privilegio nei suoi eredi. Girolamo 



— 1553 — 

fu senatore e generò Loreuzo, che nel 1639 fu eletto 
marchese di Montegiovi sua vita durante in rimunera- 
zione dei servigi prestati al Principe Mattias nelle guerre 
di Germania e che eletto consigliere di stato e di guerra 
figurò nelle ostilità coi Barberini nel 1643, ed il sena- 
tore Angelo da cui per retta linea discendono gli attuali 
rappresentanti di questa illustre famiglia. 

Francesco nacque nel 1482 ed ebbe a compare il 
Fieino. Il celebre Decio fu il suo maestro in giurispru- 
denza. Nel 1511 fu Ambasciatore in Spagna per rendere 
il Re benevolo ai Fiorentini rei di simpatìa per i Fran- 
cesi, e tornato alla patria nel 1515 fu eletto Priore, 
quindi deputato ad incontrare a Cortona Leone X che 
veniva a Firenze. Incontrò in tale occasione il favore 
del Papa che chiamatolo a Roma lo elesse avvocato 
concistoriale. Nel 1516 lo nominò Governatore di Mo- 
dena e di Reggio, città che erano state tolte agli Estensi, 
ove ebbe l'abilità di tenere la pace e di comprimere le 
affezioni per gli antichi padroni. Nel 1520 fu eletto 
commissario generale dell' esercito Pontificio che si era 
unito a quvì.Mo di Carlo V contro i Francesi e seppe 
respingere questi ultimi da Reggio, e farli evacuare 
da Parma ove fu posto per Governatore. Parma fu as- 
salita ed ei la difese, ma essendosi il Duca di Ferrara 
impadronito di Reggio con poca lode del Guicciardini, 
questi dovè abbandonare ogni impresa e tornarsene a 
Roma. Clemente VII lo mandò a Ravenna come presi- 
dente della Romagna nel 1524, e quando nel 1526 il 
Papa contrasse lega col Re di Francia contro la Spagna, 
Francesco fu nominato luogotenente Pontificio all'esercito 
con autorità superiore agli stessi generali. Da ciò prò 
vennero i guai del Pontefice, poiché il Duca di Urbino 
sdegnando di obbedire ad un avvocato non volle inse- 
guire Bourbon che marciava sopra Roma. Guicciardini 
si trovò nel mezzo alle nuovità di Firenze nel 1527 e 
si affaticò per ristabilire il governo dei Medici, ma non 
t. iv. 5o 



— J554 — 

guadagnò che amarezze perchè il Papa gli rimproverò di 
non aver mostrato bastante energìa per stabilire il do- 
minio di sua casa, mentre dai Fiorentini ebbe rimpro- 
vero perchè esagerando le forze della lega fece ad essi 
posare le armi. Mal ricevuto dal Papa si ritirò alla sua 
villa di Arcetri ove mise mano alle istorie. Ma nel 1529 
intimorito per i rischi che correva presso Firenze un 
partigiano dei Medici, abbandonò quel soggiorno e andò 
a Roma, talché subì bando di ribelle e confisca. Tornò 
in Firenze dopo la capitolazione, non vi ebbe carica, 
ma gli storici parlano in tale occasione molto male di 
lui. Nel 1531 fu mandato governatore a Bologna, ma 
nel 1532 fu richiamato a Firenze per far parte dei 
Dodici riformatori ai quali era commesso di ordinare un 
governo più di una Repubblica adatto ai nuovi tempi. 
L'incombenza era facile perchè il Papa e l'Imperatore 
indicavano ciò ch'era da farsi, e perciò i riformatori 
soppresso ogni elemento repubblicano istituirono il Prin- 
cipato, ottemperalo da un senato di XLVIII. Primo tra 
questi fu il Guicciardini che si fece sgabello alla tiran- 
nide del Duca Alessandro che da lui si lasciò intera- 
mente regolare, e nel 1535 non ebbe vergogna di difen- 
derlo in Napoli dalle accuse dei fuorusciti, da esperto 
giureconsulto cavillando il senso di tutte le parole. 
Ucciso il Duca Alessandro contribuì all'elevazione di 
Cosimo che per renderselo benevolo gli avea promesso 
di prendere in consorte una sua figlia. Secondo una 
lettera di Pandolfo Pucci scritta a Cosimo I dal carcere 
nel 1559, Francesco fu da lui forzato col pugnale albi 
gola a consentire nell' elezione del nuovo Duca. Questa 
lettera che esiste nell'Archivio Mediceo da una solenne 
mentita a tutti gli storici che asseriscono essere il 
Guicciardini slato il primo a proporre un nuovo tiranno a 
Firenze. Il Duca non si ricordò della promessa del citta- 
dino, e Francesco sdegnato anco più con Cosimo perchè 
volendo regnare da se sdegnava i lulori e non accettava 



— 1555 — 

pareri, si ritirò ad Arcetri ove continuò le sue storie e 
di rammarico morì il 22 Maggio 1540. Molti lavori 
esistono del Guicciardini, ina tranne la sua Legazione di 
Spagna, per cura del cavaliere Francesco Guicciardini 
pubblicata nel 1825, e le sue Istorie, nuli' altro è stato 
finora messo alla luce, benché sia da sperarsi che lo 
sarà quanto prima per cura dei benemeriti di lui nipoti 
che altamente sentono di qual giovamento è per essere alla 
storia Italiana la pubblicazione dei suoi lavori. Dovendo 
dire qualcosa della sua storia, non so come meglio farlo 
che riportandone il giudizio nella sua celebre opera delle 
famiglie illustri Italiane emesso dal Conte Pompeo Litta. 
« In questa (egli dice) si rimproverano fatti che si 
« perdono nella vastità degli avvenimenti: l'importanza 
« è però relativa: gli si rinfacciano vocaboli latiniz- 
« zanti, modi forensi: questi sono nei cancellati dalla 
« Crusca. La taccia di parzialità sarebbe molto grave, 
« ma la pretesa degli uomini di voler esser sempre 
« lodati e di non voler mai aver torto , diminuisce la 
« forza dell'accusa. E particolarmente i Francesi si adi- 
« rarono di vedersi dipinti con neri colori, lagnanza 
« che poteva esser fatta altresì dagli Spagnoli e da- 
« gì' Imperiali. E però ben strana la pretensione de- 
ce gli oppressori di volere essere lodati dagli oppressi. 
« L'osservazione più importante è per altro quella di 
« Montaigne che accusa il Guicciardini di aver sempre 
« attribuito le azioni degli uomini all'interesse ed a\- 
« l'ambizione. Forse in Francia la virtù sarà più general- 
« mente il cardine delle azioni umane, ma il Guicciardini 
« quando scriveva non la pensava così. Gli avvenimenti 
« dei suoi tempi lo avevano convinto che l'oro e le 
« cariche erano uno scoglio sempre funesto alla fragi- 
« lità degli uomini civilizzati, e certamente parlava 
« per la verità, giacché egli stesso ne era stato vittima. 
k Professando questa massima, negò il progresso sociale 
« e fece un torto all' orgoglio o per meglio dire al 



— 1556 — 

« ciarlatanismo delle nostre operazioni; ma 1' esperienza 
« ci insegna, che dopo tre secoli il Guicciardini non 
« era cieco, o almeno io non mi accorgo eh' ei lo fosso. 
« Non si nega nulladimeno che la virtù possa esser guida 
« all'uomo nella vita, ma con pace dei potenti, gli 
« uomini virtuosi non hanno mai tanta celebrità quanta 
« ne occorre per essere ricordati nella storia. Malgrado 
« tante critiche la storia del Guicciardini per la sua 
« importanza e per la istruzione che se ne può trarre 
« è tale, che la lettura di essa riesce una delle più 
« grandi soddisfazioni della vita. » 

L'arme dei Guicciardini sono tre cornetti da caccia, 
di argento orlati d'oro, legati insieme con cordoni rossi 
e pendenti nel campo turchino. 

(30) I Nomi da Niccolò di Nome vinattiere che fu Priore 
nel 1344 ed Alessandro d' Jacopo che lo fu nel 1433, 
ottennero per undici volte il Priorato. Si estinsero in 
Benedetto di Marco morto il 3 Maggio 1657 e la loro 
eredità pervenne nei Dazzi e con essa il loro palazzo 
in Via Chiara, ora Strozzi-Alamanni. Due Leoni rossi 
affrontati rampanti ad una rosa rossa in campo di ar- 
gento formarono l'arme di questa casa. 

(31) I Del Benino originarj della Valdelsa abitarono Oltrarno 
nel popolo di S. Felice e si dissero più anticamente 
Ridolfini e Neldi. Rinaldo, Albertesco e Tuccio di Cambio 
di RidolOno combatterono tra le file dei guelfi a Montaperti 
nel 1260. Cominciarono a godere il Priorato nel 1330 
nella persona di Stefano di Benino di Neldo (Guinel- 
do) e lo conseguirono per trentuna volta, e per cinque 
il Gonfalonierato di Giustizia. Francesco di Benino fu 
ambasciatore a Volterra nel 1364 ed al Legato di 
Bologna nel 1366. Andrea fu oratore ai Senesi nel 
1410, e Niccolò suo figlio andò pure alla medesima 
Repubblica nel 1411. Francesco di Niccolò fu Capitano 



— 1557 — 

di Volterra nel 1456, Console di mare nel 1464. Gio- 
vanni di Francesco figurò Ira i fuorusciti dopo l'assedio, 
e caduto nelle mani di Cosimo nel 1538 fu decapitato 
nel Cortile del Bargello il quindici Gennajo. Carlo di 
Filippo intervenne sotto Piero Strozzi alla difesa di 
Siena, per il che fu fatto ribelle. Un unicorno rosso 
rampante nel campo di argento fu l'arme di questa casa 
che finì nel Febbrajo 1679 nel cavaliere di Malta Fra 
Alessandro. Alla eredità di questa famiglia furono chia- 
mati i Malevolti di Siena, ed a questa celebre Ira le 
Senesi casate appartiene l'attuale rappresentante della 
famiglia Del Benino. 

Spesso nei libri pubblici e nei Prioristi trovatisi 
coi Del Benino confusi i Benini dei quali furono quattro 
casate in Firenze. 

I Bemni Formichi portarono le catene rosse decus- 
sate nel campo d'oro, come tuttora può vedersi alla 
chiesa della Calza da essi edificata. Casella Formichi si 
trovò a Montaperti nel 1260. M. Vanni di Benino For- 
michi fu il primo Priore di questa casa nel 1321 e 
Paolo di Giovanni fu l'ottavo ed ultimo nel 1494. Piero 
di Bindo fu fatto cavaliere dai Ciompi nel 1378, e 
confinato quando finì il dominio della plebe nel 1381. 
Fra Bartolorameo di Lapo cavaliere di Rodi, fu Priore di 
Roma e di Pisa, e Fra Giuliano di Onofrio che ottenne il 
Priorato di Pisa nel 1448, fu ambasciatore del Gran 
Maestro a Genova nel 1438, quindi Luogotenente del 
detto Gran Maestro in Italia fino alla sua morte acca- 
duta nel 1453. Questa famiglia ch'ebbe le sue abitazioni 
nel chiasso di M. Bivigliano rimase per avventura estinta 
in Giovanni di Paolo che per delitto di stato fu deca- 
pitato il 27 Ottobre 1535, non trovandone da quel- 
l'epoca fatta ulteriore menzione. 

I Benim, detti Gucci da Benino di Guccio che fu 
il primo Priore nel 1402, abitarono nel popolo di S. 
Pier Maggiore ed ottennero per cinque volte il Priorato, 



— 1558 — 

Fu loro armo il campo tagliato di azzurro su oro con 
una tigre andante nella parte superiore. 

I Benini, delti Da Tignano dal luogo di origine, 
ebbero Feo di Benino Priore nel 1365 e nel 1375, e 
Giovanni di Zanobi di ser Piero nel 1477. Si eslinsero 
in Girolamo di Zanobi di Giovanni morto nel 1619 ed 
usarono per arme un leone d'oro rampante nel campo 
azzurro e diviso da una banda azzurra accostata da due 
fregi rossi e caricata di tre spighe di grano dorate, 
col capo dello scudo azzurro col lambello rosso e coi 
gigli d'oro della casa d'Anjou. 

Finalmente altra famiglia Benini ebbe Jacopo di 
Niccolò di Onofrio Gonfaloniere di compagnia nel 1506 
e 1509 e Niccolò suo figlio nel 1518. Slemma di questi 
Benini, che forse tuttora sussistono, fu una coltella 
dorata sottoposta a delle bilancie parimente dorate nel 
campo turchino. 





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